





    Traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (Casa di reclusione - Opera)



    Dante Alighieri.
    LA DIVINA COMMEDIA.








    INDICE.


    INFERNO:    pagina 3.

    PURGATORIO: pagina 236.

    INFERNO:    pagina 472.














    INFERNO.


    Canto 1.

      Nel mezzo del cammin di nostra vita
    mi ritrovai per una selva oscura
    ch la diritta via era smarrita.
      Ahi quanto a dir qual era  cosa dura
    esta selva selvaggia e aspra e forte
    che nel pensier rinova la paura!
      Tant' amara che poco  pi morte;
    ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
    dir de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.
      Io non so ben ridir com'i' v'intrai,
    tant'era pien di sonno a quel punto
    che la verace via abbandonai.
      Ma poi ch'i' fui al pi d'un colle giunto,
    l dove terminava quella valle
    che m'avea di paura il cor compunto,
      guardai in alto, e vidi le sue spalle
    vestite gi de' raggi del pianeta
    che mena dritto altrui per ogne calle.
      Allor fu la paura un poco queta
    che nel lago del cor m'era durata
    la notte ch'i' passai con tanta pieta.
      E come quei che con lena affannata
    uscito fuor del pelago a la riva
    si volge a l'acqua perigliosa e guata,
      cos l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
    si volse a retro a rimirar lo passo
    che non lasci gi mai persona viva.
      Poi ch'i posato un poco il corpo lasso,
    ripresi via per la piaggia diserta,
    s che 'l pi fermo sempre era 'l pi basso.
      Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
    una lonza leggera e presta molto,
    che di pel macolato era coverta;
      e non mi si partia dinanzi al volto,
    anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
    ch'i' fui per ritornar pi volte vlto.
      Temp'era dal principio del mattino,
    e 'l sol montava 'n s con quelle stelle
    ch'eran con lui quando l'amor divino
      mosse di prima quelle cose belle;
    s ch'a bene sperar m'era cagione
    di quella fiera a la gaetta pelle
      l'ora del tempo e la dolce stagione;
    ma non s che paura non mi desse
    la vista che m'apparve d'un leone.
      Questi parea che contra me venisse
    con la test'alta e con rabbiosa fame,
    s che parea che l'aere ne tremesse.
      Ed una lupa, che di tutte brame
    sembiava carca ne la sua magrezza,
    e molte genti f gi viver grame,
      questa mi porse tanto di gravezza
    con la paura ch'uscia di sua vista,
    ch'io perdei la speranza de l'altezza.
      E qual  quei che volontieri acquista,
    e giugne 'l tempo che perder lo face,
    che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista;
      tal mi fece la bestia sanza pace,
    che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
    mi ripigneva l dove 'l sol tace.
      Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
    dinanzi a li occhi mi si fu offerto
    chi per lungo silenzio parea fioco.
      Quando vidi costui nel gran diserto,
    "Miserere di me", gridai a lui,
    qual che tu sii, od ombra od omo certo!.
      Rispuosemi: Non omo, omo gi fui,
    e li parenti miei furon lombardi,
    mantoani per patria ambedui.
      Nacqui "sub Iulio", ancor che fosse tardi,
    e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
    nel tempo de li di falsi e bugiardi.
      Poeta fui, e cantai di quel giusto
    figliuol d'Anchise che venne di Troia,
    poi che 'l superbo Ilin fu combusto.
      Ma tu perch ritorni a tanta noia?
    perch non sali il dilettoso monte
    ch' principio e cagion di tutta gioia?.
      Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
    che spandi di parlar s largo fiume?,
    rispuos'io lui con vergognosa fronte.
      O de li altri poeti onore e lume
    vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
    che m'ha fatto cercar lo tuo volume.
      Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
    tu se' solo colui da cu' io tolsi
    lo bello stilo che m'ha fatto onore.
      Vedi la bestia per cu' io mi volsi:
    aiutami da lei, famoso saggio,
    ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi.
      A te convien tenere altro viaggio,
    rispuose poi che lagrimar mi vide,
    se vuo' campar d'esto loco selvaggio:
      ch questa bestia, per la qual tu gride,
    non lascia altrui passar per la sua via,
    ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;
      e ha natura s malvagia e ria,
    che mai non empie la bramosa voglia,
    e dopo 'l pasto ha pi fame che pria.
      Molti son li animali a cui s'ammoglia,
    e pi saranno ancora, infin che 'l veltro
    verr, che la far morir con doglia.
      Questi non ciber terra n peltro,
    ma sapienza, amore e virtute,
    e sua nazion sar tra feltro e feltro.
      Di quella umile Italia fia salute
    per cui mor la vergine Cammilla,
    Eurialo e Turno e Niso di ferute.
      Questi la caccer per ogne villa,
    fin che l'avr rimessa ne lo 'nferno,
    l onde 'nvidia prima dipartilla.
      Ond'io per lo tuo me' penso e discerno
    che tu mi segui, e io sar tua guida,
    e trarrotti di qui per loco etterno,
      ove udirai le disperate strida,
    vedrai li antichi spiriti dolenti,
    ch'a la seconda morte ciascun grida;
      e vederai color che son contenti
    nel foco, perch speran di venire
    quando che sia a le beate genti.
      A le quai poi se tu vorrai salire,
    anima fia a ci pi di me degna:
    con lei ti lascer nel mio partire;
      ch quello imperador che l s regna,
    perch'i' fu' ribellante a la sua legge,
    non vuol che 'n sua citt per me si vegna.
      In tutte parti impera e quivi regge;
    quivi  la sua citt e l'alto seggio:
    oh felice colui cu' ivi elegge!.
      E io a lui: Poeta, io ti richeggio
    per quello Dio che tu non conoscesti,
    acci ch'io fugga questo male e peggio,
      che tu mi meni l dov'or dicesti,
    s ch'io veggia la porta di san Pietro
    e color cui tu fai cotanto mesti.
      Allor si mosse, e io li tenni dietro.













    Canto 2.

      Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
    toglieva li animai che sono in terra
    da le fatiche loro; e io sol uno
      m'apparecchiava a sostener la guerra
    s del cammino e s de la pietate,
    che ritrarr la mente che non erra.
      O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
    o mente che scrivesti ci ch'io vidi,
    qui si parr la tua nobilitate.
      Io cominciai: Poeta che mi guidi,
    guarda la mia virt s'ell' possente,
    prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.
      Tu dici che di Silvio il parente,
    corruttibile ancora, ad immortale
    secolo and, e fu sensibilmente.
      Per, se l'avversario d'ogne male
    cortese i fu, pensando l'alto effetto
    ch'uscir dovea di lui e 'l chi e 'l quale,
      non pare indegno ad omo d'intelletto;
    ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero
    ne l'empireo ciel per padre eletto:
      la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,
    fu stabilita per lo loco santo
    u' siede il successor del maggior Piero.
      Per quest'andata onde li dai tu vanto,
    intese cose che furon cagione
    di sua vittoria e del papale ammanto.
      Andovvi poi lo Vas d'elezione,
    per recarne conforto a quella fede
    ch' principio a la via di salvazione.
      Ma io perch venirvi? o chi 'l concede?
    Io non Enea, io non Paulo sono:
    me degno a ci n io n altri 'l crede.
      Per che, se del venire io m'abbandono,
    temo che la venuta non sia folle.
    Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono.
      E qual  quei che disvuol ci che volle
    e per novi pensier cangia proposta,
    s che dal cominciar tutto si tolle,
      tal mi fec'io 'n quella oscura costa,
    perch, pensando, consumai la 'mpresa
    che fu nel cominciar cotanto tosta.
      S'i' ho ben la parola tua intesa,
    rispuose del magnanimo quell'ombra;
    l'anima tua  da viltade offesa;
      la qual molte fiate l'omo ingombra
    s che d'onrata impresa lo rivolve,
    come falso veder bestia quand'ombra.
      Da questa tema acci che tu ti solve,
    dirotti perch'io venni e quel ch'io 'ntesi
    nel primo punto che di te mi dolve.
      Io era tra color che son sospesi,
    e donna mi chiam beata e bella,
    tal che di comandare io la richiesi.
      Lucevan li occhi suoi pi che la stella;
    e cominciommi a dir soave e piana,
    con angelica voce, in sua favella:
      "O anima cortese mantoana,
    di cui la fama ancor nel mondo dura,
    e durer quanto 'l mondo lontana,
      l'amico mio, e non de la ventura,
    ne la diserta piaggia  impedito
    s nel cammin, che volt' per paura;
      e temo che non sia gi s smarrito,
    ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
    per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.
      Or movi, e con la tua parola ornata
    e con ci c'ha mestieri al suo campare
    l'aiuta, s ch'i' ne sia consolata.
      I' son Beatrice che ti faccio andare;
    vegno del loco ove tornar disio;
    amor mi mosse, che mi fa parlare.
      Quando sar dinanzi al segnor mio,
    di te mi loder sovente a lui".
    Tacette allora, e poi comincia' io:
      "O donna di virt, sola per cui
    l'umana spezie eccede ogne contento
    di quel ciel c'ha minor li cerchi sui,
      tanto m'aggrada il tuo comandamento,
    che l'ubidir, se gi fosse, m' tardi;
    pi non t' uo' ch'aprirmi il tuo talento.
      Ma dimmi la cagion che non ti guardi
    de lo scender qua giuso in questo centro
    de l'ampio loco ove tornar tu ardi".
      "Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,
    dirotti brievemente", mi rispuose,
    "perch'io non temo di venir qua entro.
      Temer si dee di sole quelle cose
    c'hanno potenza di fare altrui male;
    de l'altre no, ch non son paurose.
      I' son fatta da Dio, sua merc, tale,
    che la vostra miseria non mi tange,
    n fiamma d'esto incendio non m'assale.
      Donna  gentil nel ciel che si compiange
    di questo 'mpedimento ov'io ti mando,
    s che duro giudicio l s frange.
      Questa chiese Lucia in suo dimando
    e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
    di te, e io a te lo raccomando -.
      Lucia, nimica di ciascun crudele,
    si mosse, e venne al loco dov'i' era,
    che mi sedea con l'antica Rachele.
      Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
    ch non soccorri quei che t'am tanto,
    ch'usc per te de la volgare schiera?
      non odi tu la pieta del suo pianto?
    non vedi tu la morte che 'l combatte
    su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -
      Al mondo non fur mai persone ratte
    a far lor pro o a fuggir lor danno,
    com'io, dopo cotai parole fatte,
      venni qua gi del mio beato scanno,
    fidandomi del tuo parlare onesto,
    ch'onora te e quei ch'udito l'hanno".
      Poscia che m'ebbe ragionato questo,
    li occhi lucenti lagrimando volse;
    per che mi fece del venir pi presto;
      e venni a te cos com'ella volse;
    d'inanzi a quella fiera ti levai
    che del bel monte il corto andar ti tolse.
      Dunque: che ? perch, perch restai?
    perch tanta vilt nel core allette?
    perch ardire e franchezza non hai?
      poscia che tai tre donne benedette
    curan di te ne la corte del cielo,
    e 'l mio parlar tanto ben ti promette?.
      Quali fioretti dal notturno gelo
    chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca
    si drizzan tutti aperti in loro stelo,
      tal mi fec'io di mia virtude stanca,
    e tanto buono ardire al cor mi corse,
    ch'i' cominciai come persona franca:
      Oh pietosa colei che mi soccorse!
    e te cortese ch'ubidisti tosto
    a le vere parole che ti porse!
      Tu m'hai con disiderio il cor disposto
    s al venir con le parole tue,
    ch'i' son tornato nel primo proposto.
      Or va, ch'un sol volere  d'ambedue:
    tu duca, tu segnore, e tu maestro.
    Cos li dissi; e poi che mosso fue,
      intrai per lo cammino alto e silvestro.










    Canto 3.

      Per me si va ne la citt dolente,
    per me si va ne l'etterno dolore,
    per me si va tra la perduta gente.
      Giustizia mosse il mio alto fattore:
    fecemi la divina podestate,
    la somma sapienza e 'l primo amore.
      Dinanzi a me non fuor cose create
    se non etterne, e io etterno duro.
    Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".
      Queste parole di colore oscuro
    vid'io scritte al sommo d'una porta;
    per ch'io: Maestro, il senso lor m' duro.
      Ed elli a me, come persona accorta:
    Qui si convien lasciare ogne sospetto;
    ogne vilt convien che qui sia morta.
      Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
    che tu vedrai le genti dolorose
    c'hanno perduto il ben de l'intelletto.
      E poi che la sua mano a la mia puose
    con lieto volto, ond'io mi confortai,
    mi mise dentro a le segrete cose.
      Quivi sospiri, pianti e alti guai
    risonavan per l'aere sanza stelle,
    per ch'io al cominciar ne lagrimai.
      Diverse lingue, orribili favelle,
    parole di dolore, accenti d'ira,
    voci alte e fioche, e suon di man con elle
      facevano un tumulto, il qual s'aggira
    sempre in quell'aura sanza tempo tinta,
    come la rena quando turbo spira.
      E io ch'avea d'error la testa cinta,
    dissi: Maestro, che  quel ch'i' odo?
    e che gent' che par nel duol s vinta?.
      Ed elli a me: Questo misero modo
    tegnon l'anime triste di coloro
    che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
      Mischiate sono a quel cattivo coro
    de li angeli che non furon ribelli
    n fur fedeli a Dio, ma per s fuoro.
      Caccianli i ciel per non esser men belli,
    n lo profondo inferno li riceve,
    ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli.
      E io: Maestro, che  tanto greve
    a lor, che lamentar li fa s forte?.
    Rispuose: Dicerolti molto breve.
      Questi non hanno speranza di morte
    e la lor cieca vita  tanto bassa,
    che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte.
      Fama di loro il mondo esser non lassa;
    misericordia e giustizia li sdegna:
    non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
      E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
    che girando correva tanto ratta,
    che d'ogne posa mi parea indegna;
      e dietro le vena s lunga tratta
    di gente, ch'i' non averei creduto
    che morte tanta n'avesse disfatta.
      Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
    vidi e conobbi l'ombra di colui
    che fece per viltade il gran rifiuto.
      Incontanente intesi e certo fui
    che questa era la setta d'i cattivi,
    a Dio spiacenti e a' nemici sui.
      Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
    erano ignudi e stimolati molto
    da mosconi e da vespe ch'eran ivi.
      Elle rigavan lor di sangue il volto,
    che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
    da fastidiosi vermi era ricolto.
      E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
    vidi genti a la riva d'un gran fiume;
    per ch'io dissi: Maestro, or mi concedi
      ch'i' sappia quali sono, e qual costume
    le fa di trapassar parer s pronte,
    com'io discerno per lo fioco lume.
      Ed elli a me: Le cose ti fier conte
    quando noi fermerem li nostri passi
    su la trista riviera d'Acheronte.
      Allor con li occhi vergognosi e bassi,
    temendo no 'l mio dir li fosse grave,
    infino al fiume del parlar mi trassi.
      Ed ecco verso noi venir per nave
    un vecchio, bianco per antico pelo,
    gridando: Guai a voi, anime prave!
      Non isperate mai veder lo cielo:
    i' vegno per menarvi a l'altra riva
    ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.
      E tu che se' cost, anima viva,
    prtiti da cotesti che son morti.
    Ma poi che vide ch'io non mi partiva,
      disse: Per altra via, per altri porti
    verrai a piaggia, non qui, per passare:
    pi lieve legno convien che ti porti.
      E 'l duca lui: Caron, non ti crucciare:
    vuolsi cos col dove si puote
    ci che si vuole, e pi non dimandare.
      Quinci fuor quete le lanose gote
    al nocchier de la livida palude,
    che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
      Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,
    cangiar colore e dibattero i denti,
    ratto che 'nteser le parole crude.
      Bestemmiavano Dio e lor parenti,
    l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
    di lor semenza e di lor nascimenti.
      Poi si ritrasser tutte quante insieme,
    forte piangendo, a la riva malvagia
    ch'attende ciascun uom che Dio non teme.
      Caron dimonio, con occhi di bragia,
    loro accennando, tutte le raccoglie;
    batte col remo qualunque s'adagia.
      Come d'autunno si levan le foglie
    l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
    vede a la terra tutte le sue spoglie,
      similemente il mal seme d'Adamo
    gittansi di quel lito ad una ad una,
    per cenni come augel per suo richiamo.
      Cos sen vanno su per l'onda bruna,
    e avanti che sien di l discese,
    anche di qua nuova schiera s'auna.
      Figliuol mio, disse 'l maestro cortese,
    quelli che muoion ne l'ira di Dio
    tutti convegnon qui d'ogne paese:
      e pronti sono a trapassar lo rio,
    ch la divina giustizia li sprona,
    s che la tema si volve in disio.
      Quinci non passa mai anima buona;
    e per, se Caron di te si lagna,
    ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona.
      Finito questo, la buia campagna
    trem s forte, che de lo spavento
    la mente di sudore ancor mi bagna.
      La terra lagrimosa diede vento,
    che balen una luce vermiglia
    la qual mi vinse ciascun sentimento;
      e caddi come l'uom cui sonno piglia.
















    Canto 4.

      Ruppemi l'alto sonno ne la testa
    un greve truono, s ch'io mi riscossi
    come persona ch' per forza desta;
      e l'occhio riposato intorno mossi,
    dritto levato, e fiso riguardai
    per conoscer lo loco dov'io fossi.
      Vero  che 'n su la proda mi trovai
    de la valle d'abisso dolorosa
    che 'ntrono accoglie d'infiniti guai.
      Oscura e profonda era e nebulosa
    tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
    io non vi discernea alcuna cosa.
      Or discendiam qua gi nel cieco mondo,
    cominci il poeta tutto smorto.
    Io sar primo, e tu sarai secondo.
      E io, che del color mi fui accorto,
    dissi: Come verr, se tu paventi
    che suoli al mio dubbiare esser conforto?.
      Ed elli a me: L'angoscia de le genti
    che son qua gi, nel viso mi dipigne
    quella piet che tu per tema senti.
      Andiam, ch la via lunga ne sospigne.
    Cos si mise e cos mi f intrare
    nel primo cerchio che l'abisso cigne.
      Quivi, secondo che per ascoltare,
    non avea pianto mai che di sospiri,
    che l'aura etterna facevan tremare;
      ci avvenia di duol sanza martri
    ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
    d'infanti e di femmine e di viri.
      Lo buon maestro a me: Tu non dimandi
    che spiriti son questi che tu vedi?
    Or vo' che sappi, innanzi che pi andi,
      ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,
    non basta, perch non ebber battesmo,
    ch' porta de la fede che tu credi;
      e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,
    non adorar debitamente a Dio:
    e di questi cotai son io medesmo.
      Per tai difetti, non per altro rio,
    semo perduti, e sol di tanto offesi,
    che sanza speme vivemo in disio.
      Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,
    per che gente di molto valore
    conobbi che 'n quel limbo eran sospesi.
      Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore,
    comincia' io per voler esser certo
    di quella fede che vince ogne errore:
      uscicci mai alcuno, o per suo merto
    o per altrui, che poi fosse beato?.
    E quei che 'ntese il mio parlar coverto,
      rispuose: Io era nuovo in questo stato,
    quando ci vidi venire un possente,
    con segno di vittoria coronato.
      Trasseci l'ombra del primo parente,
    d'Abl suo figlio e quella di No,
    di Mois legista e ubidente;
      Abram patriarca e Davd re,
    Isral con lo padre e co' suoi nati
    e con Rachele, per cui tanto f;
      e altri molti, e feceli beati.
    E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,
    spiriti umani non eran salvati.
      Non lasciavam l'andar perch'ei dicessi,
    ma passavam la selva tuttavia,
    la selva, dico, di spiriti spessi.
      Non era lunga ancor la nostra via
    di qua dal sonno, quand'io vidi un foco
    ch'emisperio di tenebre vincia.
      Di lungi n'eravamo ancora un poco,
    ma non s ch'io non discernessi in parte
    ch'orrevol gente possedea quel loco.
      O tu ch'onori scienzia e arte,
    questi chi son c'hanno cotanta onranza,
    che dal modo de li altri li diparte?.
      E quelli a me: L'onrata nominanza
    che di lor suona s ne la tua vita,
    grazia acquista in ciel che s li avanza.
      Intanto voce fu per me udita:
    Onorate l'altissimo poeta:
    l'ombra sua torna, ch'era dipartita.
      Poi che la voce fu restata e queta,
    vidi quattro grand'ombre a noi venire:
    sembianz'avevan n trista n lieta.
      Lo buon maestro cominci a dire:
    Mira colui con quella spada in mano,
    che vien dinanzi ai tre s come sire:
      quelli  Omero poeta sovrano;
    l'altro  Orazio satiro che vene;
    Ovidio  'l terzo, e l'ultimo Lucano.
      Per che ciascun meco si convene
    nel nome che son la voce sola,
    fannomi onore, e di ci fanno bene.
      Cos vid'i' adunar la bella scola
    di quel segnor de l'altissimo canto
    che sovra li altri com'aquila vola.
      Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,
    volsersi a me con salutevol cenno,
    e 'l mio maestro sorrise di tanto;
      e pi d'onore ancora assai mi fenno,
    ch'e' s mi fecer de la loro schiera,
    s ch'io fui sesto tra cotanto senno.
      Cos andammo infino a la lumera,
    parlando cose che 'l tacere  bello,
    s com'era 'l parlar col dov'era.
      Venimmo al pi d'un nobile castello,
    sette volte cerchiato d'alte mura,
    difeso intorno d'un bel fiumicello.
      Questo passammo come terra dura;
    per sette porte intrai con questi savi:
    giugnemmo in prato di fresca verdura.
      Genti v'eran con occhi tardi e gravi,
    di grande autorit ne' lor sembianti:
    parlavan rado, con voci soavi.
      Traemmoci cos da l'un de' canti,
    in loco aperto, luminoso e alto,
    s che veder si potien tutti quanti.
      Col diritto, sovra 'l verde smalto,
    mi fuor mostrati li spiriti magni,
    che del vedere in me stesso m'essalto.
      I' vidi Eletra con molti compagni,
    tra ' quai conobbi Ettr ed Enea,
    Cesare armato con li occhi grifagni.
      Vidi Cammilla e la Pantasilea;
    da l'altra parte, vidi 'l re Latino
    che con Lavina sua figlia sedea.
      Vidi quel Bruto che cacci Tarquino,
    Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;
    e solo, in parte, vidi 'l Saladino.
      Poi ch'innalzai un poco pi le ciglia,
    vidi 'l maestro di color che sanno
    seder tra filosofica famiglia.
      Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
    quivi vid'io Socrate e Platone,
    che 'nnanzi a li altri pi presso li stanno;
      Democrito, che 'l mondo a caso pone,
    Diogens, Anassagora e Tale,
    Empedocls, Eraclito e Zenone;
      e vidi il buono accoglitor del quale,
    Diascoride dico; e vidi Orfeo,
    Tulio e Lino e Seneca morale;
      Euclide geomtra e Tolomeo,
    Ipocrte, Avicenna e Galieno,
    Averos, che 'l gran comento feo.
      Io non posso ritrar di tutti a pieno,
    per che s mi caccia il lungo tema,
    che molte volte al fatto il dir vien meno.
      La sesta compagnia in due si scema:
    per altra via mi mena il savio duca,
    fuor de la queta, ne l'aura che trema.
      E vegno in parte ove non  che luca.

    Canto 5.

      Cos discesi del cerchio primaio
    gi nel secondo, che men loco cinghia,
    e tanto pi dolor, che punge a guaio.
      Stavvi Mins orribilmente, e ringhia:
    essamina le colpe ne l'intrata;
    giudica e manda secondo ch'avvinghia.
      Dico che quando l'anima mal nata
    li vien dinanzi, tutta si confessa;
    e quel conoscitor de le peccata
      vede qual loco d'inferno  da essa;
    cignesi con la coda tante volte
    quantunque gradi vuol che gi sia messa.
      Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
    vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
    dicono e odono, e poi son gi volte.
      O tu che vieni al doloroso ospizio,
    disse Mins a me quando mi vide,
    lasciando l'atto di cotanto offizio,
      guarda com'entri e di cui tu ti fide;
    non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!.
    E 'l duca mio a lui: Perch pur gride?
      Non impedir lo suo fatale andare:
    vuolsi cos col dove si puote
    ci che si vuole, e pi non dimandare.
      Or incomincian le dolenti note
    a farmisi sentire; or son venuto
    l dove molto pianto mi percuote.
      Io venni in loco d'ogne luce muto,
    che mugghia come fa mar per tempesta,
    se da contrari venti  combattuto.
      La bufera infernal, che mai non resta,
    mena li spirti con la sua rapina;
    voltando e percotendo li molesta.
      Quando giungon davanti a la ruina,
    quivi le strida, il compianto, il lamento;
    bestemmian quivi la virt divina.
      Intesi ch'a cos fatto tormento
    enno dannati i peccator carnali,
    che la ragion sommettono al talento.
      E come li stornei ne portan l'ali
    nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
    cos quel fiato li spiriti mali
      di qua, di l, di gi, di s li mena;
    nulla speranza li conforta mai,
    non che di posa, ma di minor pena.
      E come i gru van cantando lor lai,
    faccendo in aere di s lunga riga,
    cos vid'io venir, traendo guai,
      ombre portate da la detta briga;
    per ch'i' dissi: Maestro, chi son quelle
    genti che l'aura nera s gastiga?.
      La prima di color di cui novelle
    tu vuo' saper, mi disse quelli allotta,
    fu imperadrice di molte favelle.
      A vizio di lussuria fu s rotta,
    che libito f licito in sua legge,
    per trre il biasmo in che era condotta.
      Ell' Semirams, di cui si legge
    che succedette a Nino e fu sua sposa:
    tenne la terra che 'l Soldan corregge.
      L'altra  colei che s'ancise amorosa,
    e ruppe fede al cener di Sicheo;
    poi  Cleopatrs lussuriosa.
      Elena vedi, per cui tanto reo
    tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
    che con amore al fine combatteo.
      Vedi Pars, Tristano; e pi di mille
    ombre mostrommi e nominommi a dito,
    ch'amor di nostra vita dipartille.
      Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
    nomar le donne antiche e ' cavalieri,
    piet mi giunse, e fui quasi smarrito.
      I' cominciai: Poeta, volontieri
    parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
    e paion s al vento esser leggeri.
      Ed elli a me: Vedrai quando saranno
    pi presso a noi; e tu allor li priega
    per quello amor che i mena, ed ei verranno.
      S tosto come il vento a noi li piega,
    mossi la voce: O anime affannate,
    venite a noi parlar, s'altri nol niega!.
      Quali colombe dal disio chiamate
    con l'ali alzate e ferme al dolce nido
    vegnon per l'aere dal voler portate;
      cotali uscir de la schiera ov' Dido,
    a noi venendo per l'aere maligno,
    s forte fu l'affettuoso grido.
      O animal grazioso e benigno
    che visitando vai per l'aere perso
    noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
      se fosse amico il re de l'universo,
    noi pregheremmo lui de la tua pace,
    poi c'hai piet del nostro mal perverso.
      Di quel che udire e che parlar vi piace,
    noi udiremo e parleremo a voi,
    mentre che 'l vento, come fa, ci tace.
      Siede la terra dove nata fui
    su la marina dove 'l Po discende
    per aver pace co' seguaci sui.
      Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende
    prese costui de la bella persona
    che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
      Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
    mi prese del costui piacer s forte,
    che, come vedi, ancor non m'abbandona.
      Amor condusse noi ad una morte:
    Caina attende chi a vita ci spense.
    Queste parole da lor ci fuor porte.
      Quand'io intesi quell'anime offense,
    china' il viso e tanto il tenni basso,
    fin che 'l poeta mi disse: Che pense?.
      Quando rispuosi, cominciai: Oh lasso,
    quanti dolci pensier, quanto disio
    men costoro al doloroso passo!.
      Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
    e cominciai: Francesca, i tuoi martri
    a lagrimar mi fanno tristo e pio.
      Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
    a che e come concedette Amore
    che conosceste i dubbiosi disiri?.
      E quella a me: Nessun maggior dolore
    che ricordarsi del tempo felice
    ne la miseria; e ci sa 'l tuo dottore.
      Ma s'a conoscer la prima radice
    del nostro amor tu hai cotanto affetto,
    dir come colui che piange e dice.
      Noi leggiavamo un giorno per diletto
    di Lancialotto come amor lo strinse;
    soli eravamo e sanza alcun sospetto.
      Per pi fiate li occhi ci sospinse
    quella lettura, e scolorocci il viso;
    ma solo un punto fu quel che ci vinse.
      Quando leggemmo il disiato riso
    esser basciato da cotanto amante,
    questi, che mai da me non fia diviso,
      la bocca mi basci tutto tremante.
    Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
    quel giorno pi non vi leggemmo avante.
      Mentre che l'uno spirto questo disse,
    l'altro piangea; s che di pietade
    io venni men cos com'io morisse.
      E caddi come corpo morto cade.










    Canto 6.

      Al tornar de la mente, che si chiuse
    dinanzi a la piet d'i due cognati,
    che di trestizia tutto mi confuse,
      novi tormenti e novi tormentati
    mi veggio intorno, come ch'io mi mova
    e ch'io mi volga, e come che io guati.
      Io sono al terzo cerchio, de la piova
    etterna, maladetta, fredda e greve;
    regola e qualit mai non l' nova.
      Grandine grossa, acqua tinta e neve
    per l'aere tenebroso si riversa;
    pute la terra che questo riceve.
      Cerbero, fiera crudele e diversa,
    con tre gole caninamente latra
    sovra la gente che quivi  sommersa.
      Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
    e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
    graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.
      Urlar li fa la pioggia come cani;
    de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;
    volgonsi spesso i miseri profani.
      Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
    le bocche aperse e mostrocci le sanne;
    non avea membro che tenesse fermo.
      E 'l duca mio distese le sue spanne,
    prese la terra, e con piene le pugna
    la gitt dentro a le bramose canne.
      Qual  quel cane ch'abbaiando agogna,
    e si racqueta poi che 'l pasto morde,
    ch solo a divorarlo intende e pugna,
      cotai si fecer quelle facce lorde
    de lo demonio Cerbero, che 'ntrona
    l'anime s, ch'esser vorrebber sorde.
      Noi passavam su per l'ombre che adona
    la greve pioggia, e ponavam le piante
    sovra lor vanit che par persona.
      Elle giacean per terra tutte quante,
    fuor d'una ch'a seder si lev, ratto
    ch'ella ci vide passarsi davante.
      O tu che se' per questo 'nferno tratto,
    mi disse, riconoscimi, se sai:
    tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto.
      E io a lui: L'angoscia che tu hai
    forse ti tira fuor de la mia mente,
    s che non par ch'i' ti vedessi mai.
      Ma dimmi chi tu se' che 'n s dolente
    loco se' messo e hai s fatta pena,
    che, s'altra  maggio, nulla  s spiacente.
      Ed elli a me: La tua citt, ch' piena
    d'invidia s che gi trabocca il sacco,
    seco mi tenne in la vita serena.
      Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
    per la dannosa colpa de la gola,
    come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
      E io anima trista non son sola,
    ch tutte queste a simil pena stanno
    per simil colpa. E pi non f parola.
      Io li rispuosi: Ciacco, il tuo affanno
    mi pesa s, ch'a lagrimar mi 'nvita;
    ma dimmi, se tu sai, a che verranno
      li cittadin de la citt partita;
    s'alcun v' giusto; e dimmi la cagione
    per che l'ha tanta discordia assalita.
      E quelli a me: Dopo lunga tencione
    verranno al sangue, e la parte selvaggia
    caccer l'altra con molta offensione.
      Poi appresso convien che questa caggia
    infra tre soli, e che l'altra sormonti
    con la forza di tal che test piaggia.
      Alte terr lungo tempo le fronti,
    tenendo l'altra sotto gravi pesi,
    come che di ci pianga o che n'aonti.
      Giusti son due, e non vi sono intesi;
    superbia, invidia e avarizia sono
    le tre faville c'hanno i cuori accesi.
      Qui puose fine al lagrimabil suono.
    E io a lui: Ancor vo' che mi 'nsegni,
    e che di pi parlar mi facci dono.
      Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor s degni,
    Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca
    e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,
      dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;
    ch gran disio mi stringe di savere
    se 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca.
      E quelli: Ei son tra l'anime pi nere:
    diverse colpe gi li grava al fondo:
    se tanto scendi, l i potrai vedere.
      Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
    priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:
    pi non ti dico e pi non ti rispondo.
      Li diritti occhi torse allora in biechi;
    guardommi un poco, e poi chin la testa:
    cadde con essa a par de li altri ciechi.
      E 'l duca disse a me: Pi non si desta
    di qua dal suon de l'angelica tromba,
    quando verr la nimica podesta:
      ciascun riveder la trista tomba,
    ripiglier sua carne e sua figura,
    udir quel ch'in etterno rimbomba.
      S trapassammo per sozza mistura
    de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,
    toccando un poco la vita futura;
      per ch'io dissi: Maestro, esti tormenti
    crescerann'ei dopo la gran sentenza,
    o fier minori, o saran s cocenti?.
      Ed elli a me: Ritorna a tua scienza,
    che vuol, quanto la cosa  pi perfetta,
    pi senta il bene, e cos la doglienza.
      Tutto che questa gente maladetta
    in vera perfezion gi mai non vada,
    di l pi che di qua essere aspetta.
      Noi aggirammo a tondo quella strada,
    parlando pi assai ch'i' non ridico;
    venimmo al punto dove si digrada:
      quivi trovammo Pluto, il gran nemico.















    Canto 7.

      "Pape Satn, pape Satn aleppe!",
    cominci Pluto con la voce chioccia;
    e quel savio gentil, che tutto seppe,
      disse per confortarmi: Non ti noccia
    la tua paura; ch, poder ch'elli abbia,
    non ci torr lo scender questa roccia.
      Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia,
    e disse: Taci, maladetto lupo!
    consuma dentro te con la tua rabbia.
      Non  sanza cagion l'andare al cupo:
    vuolsi ne l'alto, l dove Michele
    f la vendetta del superbo strupo.
      Quali dal vento le gonfiate vele
    caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,
    tal cadde a terra la fiera crudele.
      Cos scendemmo ne la quarta lacca
    pigliando pi de la dolente ripa
    che 'l mal de l'universo tutto insacca.
      Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
    nove travaglie e pene quant'io viddi?
    e perch nostra colpa s ne scipa?
      Come fa l'onda l sovra Cariddi,
    che si frange con quella in cui s'intoppa,
    cos convien che qui la gente riddi.
      Qui vid'i' gente pi ch'altrove troppa,
    e d'una parte e d'altra, con grand'urli,
    voltando pesi per forza di poppa.
      Percoteansi 'ncontro; e poscia pur l
    si rivolgea ciascun, voltando a retro,
    gridando: Perch tieni? e Perch burli?.
      Cos tornavan per lo cerchio tetro
    da ogne mano a l'opposito punto,
    gridandosi anche loro ontoso metro;
      poi si volgea ciascun, quand'era giunto,
    per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.
    E io, ch'avea lo cor quasi compunto,
      dissi: Maestro mio, or mi dimostra
    che gente  questa, e se tutti fuor cherci
    questi chercuti a la sinistra nostra.
      Ed elli a me: Tutti quanti fuor guerci
    s de la mente in la vita primaia,
    che con misura nullo spendio ferci.
      Assai la voce lor chiaro l'abbaia
    quando vegnono a' due punti del cerchio
    dove colpa contraria li dispaia.
      Questi fuor cherci, che non han coperchio
    piloso al capo, e papi e cardinali,
    in cui usa avarizia il suo soperchio.
      E io: Maestro, tra questi cotali
    dovre' io ben riconoscere alcuni
    che furo immondi di cotesti mali.
      Ed elli a me: Vano pensiero aduni:
    la sconoscente vita che i f sozzi
    ad ogne conoscenza or li fa bruni.
      In etterno verranno a li due cozzi:
    questi resurgeranno del sepulcro
    col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
      Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
    ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
    qual ella sia, parole non ci appulcro.
      Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
    d'i ben che son commessi a la fortuna,
    per che l'umana gente si rabbuffa;
      ch tutto l'oro ch' sotto la luna
    e che gi fu, di quest'anime stanche
    non poterebbe farne posare una.
      Maestro mio, diss'io, or mi d anche:
    questa fortuna di che tu mi tocche,
    che , che i ben del mondo ha s tra branche?.
      E quelli a me: Oh creature sciocche,
    quanta ignoranza  quella che v'offende!
    Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.
      Colui lo cui saver tutto trascende,
    fece li cieli e di lor chi conduce
    s ch'ogne parte ad ogne parte splende,
      distribuendo igualmente la luce.
    Similemente a li splendor mondani
    ordin general ministra e duce
      che permutasse a tempo li ben vani
    di gente in gente e d'uno in altro sangue,
    oltre la difension d'i senni umani;
      per ch'una gente impera e l'altra langue,
    seguendo lo giudicio di costei,
    che  occulto come in erba l'angue.
      Vostro saver non ha contasto a lei:
    questa provede, giudica, e persegue
    suo regno come il loro li altri di.
      Le sue permutazion non hanno triegue;
    necessit la fa esser veloce;
    s spesso vien chi vicenda consegue.
      Quest' colei ch' tanto posta in croce
    pur da color che le dovrien dar lode,
    dandole biasmo a torto e mala voce;
      ma ella s' beata e ci non ode:
    con l'altre prime creature lieta
    volve sua spera e beata si gode.
      Or discendiamo omai a maggior pieta;
    gi ogne stella cade che saliva
    quand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta.
      Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva
    sovr'una fonte che bolle e riversa
    per un fossato che da lei deriva.
      L'acqua era buia assai pi che persa;
    e noi, in compagnia de l'onde bige,
    intrammo gi per una via diversa.
      In la palude va c'ha nome Stige
    questo tristo ruscel, quand' disceso
    al pi de le maligne piagge grige.
      E io, che di mirare stava inteso,
    vidi genti fangose in quel pantano,
    ignude tutte, con sembiante offeso.
      Queste si percotean non pur con mano,
    ma con la testa e col petto e coi piedi,
    troncandosi co' denti a brano a brano.
      Lo buon maestro disse: Figlio, or vedi
    l'anime di color cui vinse l'ira;
    e anche vo' che tu per certo credi
      che sotto l'acqua  gente che sospira,
    e fanno pullular quest'acqua al summo,
    come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.
      Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummo
    ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
    portando dentro accidioso fummo:
      or ci attristiam ne la belletta negra".
    Quest'inno si gorgoglian ne la strozza,
    ch dir nol posson con parola integra.
      Cos girammo de la lorda pozza
    grand'arco tra la ripa secca e 'l mzzo,
    con li occhi vlti a chi del fango ingozza.
      Venimmo al pi d'una torre al da sezzo.
    Canto 8.

      Io dico, seguitando, ch'assai prima
    che noi fossimo al pi de l'alta torre,
    li occhi nostri n'andar suso a la cima
      per due fiammette che i vedemmo porre
    e un'altra da lungi render cenno
    tanto ch'a pena il potea l'occhio trre.
      E io mi volsi al mar di tutto 'l senno;
    dissi: Questo che dice? e che risponde
    quell'altro foco? e chi son quei che 'l fenno?.
      Ed elli a me: Su per le sucide onde
    gi scorgere puoi quello che s'aspetta,
    se 'l fummo del pantan nol ti nasconde.
      Corda non pinse mai da s saetta
    che s corresse via per l'aere snella,
    com'io vidi una nave piccioletta
      venir per l'acqua verso noi in quella,
    sotto 'l governo d'un sol galeoto,
    che gridava: Or se' giunta, anima fella!.
      Flegis, Flegis, tu gridi a vto,
    disse lo mio segnore a questa volta:
    pi non ci avrai che sol passando il loto.
      Qual  colui che grande inganno ascolta
    che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
    fecesi Flegis ne l'ira accolta.
      Lo duca mio discese ne la barca,
    e poi mi fece intrare appresso lui;
    e sol quand'io fui dentro parve carca.
      Tosto che 'l duca e io nel legno fui,
    segando se ne va l'antica prora
    de l'acqua pi che non suol con altrui.
      Mentre noi corravam la morta gora,
    dinanzi mi si fece un pien di fango,
    e disse: Chi se' tu che vieni anzi ora?.
      E io a lui: S'i' vegno, non rimango;
    ma tu chi se', che s se' fatto brutto?.
    Rispuose: Vedi che son un che piango.
      E io a lui: Con piangere e con lutto,
    spirito maladetto, ti rimani;
    ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto.
      Allor distese al legno ambo le mani;
    per che 'l maestro accorto lo sospinse,
    dicendo: Via cost con li altri cani!.
      Lo collo poi con le braccia mi cinse;
    basciommi 'l volto, e disse: Alma sdegnosa,
    benedetta colei che 'n te s'incinse!
      Quei fu al mondo persona orgogliosa;
    bont non  che sua memoria fregi:
    cos s' l'ombra sua qui furiosa.
      Quanti si tegnon or l s gran regi
    che qui staranno come porci in brago,
    di s lasciando orribili dispregi!.
      E io: Maestro, molto sarei vago
    di vederlo attuffare in questa broda
    prima che noi uscissimo del lago.
      Ed elli a me: Avante che la proda
    ti si lasci veder, tu sarai sazio:
    di tal disio convien che tu goda.
      Dopo ci poco vid'io quello strazio
    far di costui a le fangose genti,
    che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
      Tutti gridavano: A Filippo Argenti!;
    e 'l fiorentino spirito bizzarro
    in s medesmo si volvea co' denti.
      Quivi il lasciammo, che pi non ne narro;
    ma ne l'orecchie mi percosse un duolo,
    per ch'io avante l'occhio intento sbarro.
      Lo buon maestro disse: Omai, figliuolo,
    s'appressa la citt c'ha nome Dite,
    coi gravi cittadin, col grande stuolo.
      E io: Maestro, gi le sue meschite
    l entro certe ne la valle cerno,
    vermiglie come se di foco uscite
      fossero. Ed ei mi disse: Il foco etterno
    ch'entro l'affoca le dimostra rosse,
    come tu vedi in questo basso inferno.
      Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosse
    che vallan quella terra sconsolata:
    le mura mi parean che ferro fosse.
      Non sanza prima far grande aggirata,
    venimmo in parte dove il nocchier forte
    Usciteci, grid: qui  l'intrata.
      Io vidi pi di mille in su le porte
    da ciel piovuti, che stizzosamente
    dicean: Chi  costui che sanza morte
      va per lo regno de la morta gente?.
    E 'l savio mio maestro fece segno
    di voler lor parlar segretamente.
      Allor chiusero un poco il gran disdegno,
    e disser: Vien tu solo, e quei sen vada,
    che s ardito intr per questo regno.
      Sol si ritorni per la folle strada:
    pruovi, se sa; ch tu qui rimarrai
    che li ha' iscorta s buia contrada.
      Pensa, lettor, se io mi sconfortai
    nel suon de le parole maladette,
    ch non credetti ritornarci mai.
      O caro duca mio, che pi di sette
    volte m'hai sicurt renduta e tratto
    d'alto periglio che 'ncontra mi stette,
      non mi lasciar, diss'io, cos disfatto;
    e se 'l passar pi oltre ci  negato,
    ritroviam l'orme nostre insieme ratto.
      E quel segnor che l m'avea menato,
    mi disse: Non temer; ch 'l nostro passo
    non ci pu trre alcun: da tal n' dato.
      Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso
    conforta e ciba di speranza buona,
    ch'i' non ti lascer nel mondo basso.
      Cos sen va, e quivi m'abbandona
    lo dolce padre, e io rimagno in forse,
    che s e no nel capo mi tenciona.
      Udir non potti quello ch'a lor porse;
    ma ei non stette l con essi guari,
    che ciascun dentro a pruova si ricorse.
      Chiuser le porte que' nostri avversari
    nel petto al mio segnor, che fuor rimase,
    e rivolsesi a me con passi rari.
      Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
    d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri:
    Chi m'ha negate le dolenti case!.
      E a me disse: Tu, perch'io m'adiri,
    non sbigottir, ch'io vincer la prova,
    qual ch'a la difension dentro s'aggiri.
      Questa lor tracotanza non  nova;
    ch gi l'usaro a men segreta porta,
    la qual sanza serrame ancor si trova.
      Sovr'essa vedest la scritta morta:
    e gi di qua da lei discende l'erta,
    passando per li cerchi sanza scorta,
      tal che per lui ne fia la terra aperta.
    Canto 9.

      Quel color che vilt di fuor mi pinse
    veggendo il duca mio tornare in volta,
    pi tosto dentro il suo novo ristrinse.
      Attento si ferm com'uom ch'ascolta;
    ch l'occhio nol potea menare a lunga
    per l'aere nero e per la nebbia folta.
      Pur a noi converr vincer la punga,
    cominci el, se non... Tal ne s'offerse.
    Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!.
      I' vidi ben s com'ei ricoperse
    lo cominciar con l'altro che poi venne,
    che fur parole a le prime diverse;
      ma nondimen paura il suo dir dienne,
    perch'io traeva la parola tronca
    forse a peggior sentenzia che non tenne.
      In questo fondo de la trista conca
    discende mai alcun del primo grado,
    che sol per pena ha la speranza cionca?.
      Questa question fec'io; e quei Di rado
    incontra, mi rispuose, che di noi
    faccia il cammino alcun per qual io vado.
      Ver  ch'altra fiata qua gi fui,
    congiurato da quella Eritn cruda
    che richiamava l'ombre a' corpi sui.
      Di poco era di me la carne nuda,
    ch'ella mi fece intrar dentr'a quel muro,
    per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
      Quell' 'l pi basso loco e 'l pi oscuro,
    e 'l pi lontan dal ciel che tutto gira:
    ben so 'l cammin; per ti fa sicuro.
      Questa palude che 'l gran puzzo spira
    cigne dintorno la citt dolente,
    u' non potemo intrare omai sanz'ira.
      E altro disse, ma non l'ho a mente;
    per che l'occhio m'avea tutto tratto
    ver' l'alta torre a la cima rovente,
      dove in un punto furon dritte ratto
    tre furie infernal di sangue tinte,
    che membra feminine avieno e atto,
      e con idre verdissime eran cinte;
    serpentelli e ceraste avien per crine,
    onde le fiere tempie erano avvinte.
      E quei, che ben conobbe le meschine
    de la regina de l'etterno pianto,
    Guarda, mi disse, le feroci Erine.
      Quest' Megera dal sinistro canto;
    quella che piange dal destro  Aletto;
    Tesifn  nel mezzo; e tacque a tanto.
      Con l'unghie si fendea ciascuna il petto;
    battiensi a palme, e gridavan s alto,
    ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto.
      Vegna Medusa: s 'l farem di smalto,
    dicevan tutte riguardando in giuso;
    mal non vengiammo in Teseo l'assalto.
      Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso;
    ch se 'l Gorgn si mostra e tu 'l vedessi,
    nulla sarebbe di tornar mai suso.
      Cos disse 'l maestro; ed elli stessi
    mi volse, e non si tenne a le mie mani,
    che con le sue ancor non mi chiudessi.
      O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
    mirate la dottrina che s'asconde
    sotto 'l velame de li versi strani.
      E gi venia su per le torbide onde
    un fracasso d'un suon, pien di spavento,
    per cui tremavano amendue le sponde,
      non altrimenti fatto che d'un vento
    impetuoso per li avversi ardori,
    che fier la selva e sanz'alcun rattento
      li rami schianta, abbatte e porta fori;
    dinanzi polveroso va superbo,
    e fa fuggir le fiere e li pastori.
    i occhi mi sciolse e disse: Or drizza il nerbo
    del viso su per quella schiuma antica
    per indi ove quel fummo  pi acerbo.
      Come le rane innanzi a la nimica
    biscia per l'acqua si dileguan tutte,
    fin ch'a la terra ciascuna s'abbica,
      vid'io pi di mille anime distrutte
    fuggir cos dinanzi ad un ch'al passo
    passava Stige con le piante asciutte.
      Dal volto rimovea quell'aere grasso,
    menando la sinistra innanzi spesso;
    e sol di quell'angoscia parea lasso.
      Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo,
    e volsimi al maestro; e quei f segno
    ch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso.
      Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
    Venne a la porta, e con una verghetta
    l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.
      O cacciati del ciel, gente dispetta,
    cominci elli in su l'orribil soglia,
    ond'esta oltracotanza in voi s'alletta?
      Perch recalcitrate a quella voglia
    a cui non puote il fin mai esser mozzo,
    e che pi volte v'ha cresciuta doglia?
      Che giova ne le fata dar di cozzo?
    Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
    ne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo.
      Poi si rivolse per la strada lorda,
    e non f motto a noi, ma f sembiante
    d'omo cui altra cura stringa e morda
      che quella di colui che li  davante;
    e noi movemmo i piedi inver' la terra,
    sicuri appresso le parole sante.
      Dentro li 'ntrammo sanz'alcuna guerra;
    e io, ch'avea di riguardar disio
    la condizion che tal fortezza serra,
      com'io fui dentro, l'occhio intorno invio;
    e veggio ad ogne man grande campagna
    piena di duolo e di tormento rio.
      S come ad Arli, ove Rodano stagna,
    s com'a Pola, presso del Carnaro
    ch'Italia chiude e suoi termini bagna,
      fanno i sepulcri tutt'il loco varo,
    cos facevan quivi d'ogne parte,
    salvo che 'l modo v'era pi amaro;
      ch tra gli avelli fiamme erano sparte,
    per le quali eran s del tutto accesi,
    che ferro pi non chiede verun'arte.
      Tutti li lor coperchi eran sospesi,
    e fuor n'uscivan s duri lamenti,
    che ben parean di miseri e d'offesi.
      E io: Maestro, quai son quelle genti
    che, seppellite dentro da quell'arche,
    si fan sentir coi sospiri dolenti?.
      Ed elli a me: Qui son li eresiarche
    con lor seguaci, d'ogne setta, e molto
    pi che non credi son le tombe carche.
      Simile qui con simile  sepolto,
    e i monimenti son pi e men caldi.
    E poi ch'a la man destra si fu vlto,
      passammo tra i martiri e li alti spaldi.



















    Canto 10.

      Ora sen va per un secreto calle,
    tra 'l muro de la terra e li martri,
    lo mio maestro, e io dopo le spalle.
      O virt somma, che per li empi giri
    mi volvi, cominciai, com'a te piace,
    parlami, e sodisfammi a' miei disiri.
      La gente che per li sepolcri giace
    potrebbesi veder? gi son levati
    tutt'i coperchi, e nessun guardia face.
      E quelli a me: Tutti saran serrati
    quando di Iosaft qui torneranno
    coi corpi che l s hanno lasciati.
      Suo cimitero da questa parte hanno
    con Epicuro tutti suoi seguaci,
    che l'anima col corpo morta fanno.
      Per a la dimanda che mi faci
    quinc'entro satisfatto sar tosto,
    e al disio ancor che tu mi taci.
      E io: Buon duca, non tegno riposto
    a te mio cuor se non per dicer poco,
    e tu m'hai non pur mo a ci disposto.
      O Tosco che per la citt del foco
    vivo ten vai cos parlando onesto,
    piacciati di restare in questo loco.
      La tua loquela ti fa manifesto
    di quella nobil patria natio
    a la qual forse fui troppo molesto.
      Subitamente questo suono usco
    d'una de l'arche; per m'accostai,
    temendo, un poco pi al duca mio.
      Ed el mi disse: Volgiti! Che fai?
    Vedi l Farinata che s' dritto:
    da la cintola in s tutto 'l vedrai.
      Io avea gi il mio viso nel suo fitto;
    ed el s'ergea col petto e con la fronte
    com'avesse l'inferno a gran dispitto.
      E l'animose man del duca e pronte
    mi pinser tra le sepulture a lui,
    dicendo: Le parole tue sien conte.
      Com'io al pi de la sua tomba fui,
    guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
    mi dimand: Chi fuor li maggior tui?.
      Io ch'era d'ubidir disideroso,
    non gliel celai, ma tutto gliel'apersi;
    ond'ei lev le ciglia un poco in suso;
      poi disse: Fieramente furo avversi
    a me e a miei primi e a mia parte,
    s che per due fiate li dispersi.
      S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte,
    rispuos'io lui, l'una e l'altra fiata;
    ma i vostri non appreser ben quell'arte.
      Allor surse a la vista scoperchiata
    un'ombra, lungo questa, infino al mento:
    credo che s'era in ginocchie levata.
      Dintorno mi guard, come talento
    avesse di veder s'altri era meco;
    e poi che 'l sospecciar fu tutto spento,
      piangendo disse: Se per questo cieco
    carcere vai per altezza d'ingegno,
    mio figlio ov'? e perch non  teco?.
      E io a lui: Da me stesso non vegno:
    colui ch'attende l, per qui mi mena
    forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.
      Le sue parole e 'l modo de la pena
    m'avean di costui gi letto il nome;
    per fu la risposta cos piena.
      Di subito drizzato grid: Come?
    dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora?
    non fiere li occhi suoi lo dolce lume?.
      Quando s'accorse d'alcuna dimora
    ch'io facea dinanzi a la risposta,
    supin ricadde e pi non parve fora.
      Ma quell'altro magnanimo, a cui posta
    restato m'era, non mut aspetto,
    n mosse collo, n pieg sua costa:
      e s continuando al primo detto,
    S'elli han quell'arte, disse, male appresa,
    ci mi tormenta pi che questo letto.
      Ma non cinquanta volte fia raccesa
    la faccia de la donna che qui regge,
    che tu saprai quanto quell'arte pesa.
      E se tu mai nel dolce mondo regge,
    dimmi: perch quel popolo  s empio
    incontr'a' miei in ciascuna sua legge?.
      Ond'io a lui: Lo strazio e 'l grande scempio
    che fece l'Arbia colorata in rosso,
    tal orazion fa far nel nostro tempio.
      Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso,
    A ci non fu' io sol, disse, n certo
    sanza cagion con li altri sarei mosso.
      Ma fu' io solo, l dove sofferto
    fu per ciascun di trre via Fiorenza,
    colui che la difesi a viso aperto.
      Deh, se riposi mai vostra semenza,
    prega' io lui, solvetemi quel nodo
    che qui ha 'nviluppata mia sentenza.
      El par che voi veggiate, se ben odo,
    dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,
    e nel presente tenete altro modo.
      Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,
    le cose, disse, che ne son lontano;
    cotanto ancor ne splende il sommo duce.
      Quando s'appressano o son, tutto  vano
    nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
    nulla sapem di vostro stato umano.
      Per comprender puoi che tutta morta
    fia nostra conoscenza da quel punto
    che del futuro fia chiusa la porta.
      Allor, come di mia colpa compunto,
    dissi: Or direte dunque a quel caduto
    che 'l suo nato  co'vivi ancor congiunto;
      e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto,
    fate i saper che 'l fei perch pensava
    gi ne l'error che m'avete soluto.
      E gi 'l maestro mio mi richiamava;
    per ch'i' pregai lo spirto pi avaccio
    che mi dicesse chi con lu' istava.
      Dissemi: Qui con pi di mille giaccio:
    qua dentro  'l secondo Federico,
    e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio.
      Indi s'ascose; e io inver' l'antico
    poeta volsi i passi, ripensando
    a quel parlar che mi parea nemico.
      Elli si mosse; e poi, cos andando,
    mi disse: Perch se' tu s smarrito?.
    E io li sodisfeci al suo dimando.
      La mente tua conservi quel ch'udito
    hai contra te, mi comand quel saggio.
    E ora attendi qui, e drizz 'l dito:
      quando sarai dinanzi al dolce raggio
    di quella il cui bell'occhio tutto vede,
    da lei saprai di tua vita il viaggio.
      Appresso mosse a man sinistra il piede:
    lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo
    per un sentier ch'a una valle fiede,
      che 'nfin l s facea spiacer suo lezzo.
















    Canto 11.

      In su l'estremit d'un'alta ripa
    che facevan gran pietre rotte in cerchio
    venimmo sopra pi crudele stipa;
      e quivi, per l'orribile soperchio
    del puzzo che 'l profondo abisso gitta,
    ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
      d'un grand'avello, ov'io vidi una scritta
    che dicea: "Anastasio papa guardo,
    lo qual trasse Fotin de la via dritta".
      Lo nostro scender conviene esser tardo,
    s che s'ausi un poco in prima il senso
    al tristo fiato; e poi no i fia riguardo.
      Cos 'l maestro; e io Alcun compenso,
    dissi lui, trova che 'l tempo non passi
    perduto. Ed elli: Vedi ch'a ci penso.
      Figliuol mio, dentro da cotesti sassi,
    cominci poi a dir, son tre cerchietti
    di grado in grado, come que' che lassi.
      Tutti son pien di spirti maladetti;
    ma perch poi ti basti pur la vista,
    intendi come e perch son costretti.
      D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista,
    ingiuria  'l fine, ed ogne fin cotale
    o con forza o con frode altrui contrista.
      Ma perch frode  de l'uom proprio male,
    pi spiace a Dio; e per stan di sotto
    li frodolenti, e pi dolor li assale.
      Di violenti il primo cerchio  tutto;
    ma perch si fa forza a tre persone,
    in tre gironi  distinto e costrutto.
      A Dio, a s, al prossimo si pne
    far forza, dico in loro e in lor cose,
    come udirai con aperta ragione.
      Morte per forza e ferute dogliose
    nel prossimo si danno, e nel suo avere
    ruine, incendi e tollette dannose;
      onde omicide e ciascun che mal fiere,
    guastatori e predon, tutti tormenta
    lo giron primo per diverse schiere.
      Puote omo avere in s man violenta
    e ne' suoi beni; e per nel secondo
    giron convien che sanza pro si penta
      qualunque priva s del vostro mondo,
    biscazza e fonde la sua facultade,
    e piange l dov'esser de' giocondo.
      Puossi far forza nella deitade,
    col cor negando e bestemmiando quella,
    e spregiando natura e sua bontade;
      e per lo minor giron suggella
    del segno suo e Soddoma e Caorsa
    e chi, spregiando Dio col cor, favella.
      La frode, ond'ogne coscienza  morsa,
    pu l'omo usare in colui che 'n lui fida
    e in quel che fidanza non imborsa.
      Questo modo di retro par ch'incida
    pur lo vinco d'amor che fa natura;
    onde nel cerchio secondo s'annida
      ipocresia, lusinghe e chi affattura,
    falsit, ladroneccio e simonia,
    ruffian, baratti e simile lordura.
      Per l'altro modo quell'amor s'oblia
    che fa natura, e quel ch' poi aggiunto,
    di che la fede spezial si cria;
      onde nel cerchio minore, ov' 'l punto
    de l'universo in su che Dite siede,
    qualunque trade in etterno  consunto.
      E io: Maestro, assai chiara procede
    la tua ragione, e assai ben distingue
    questo bartro e 'l popol ch'e' possiede.
      Ma dimmi: quei de la palude pingue,
    che mena il vento, e che batte la pioggia,
    e che s'incontran con s aspre lingue,
      perch non dentro da la citt roggia
    sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
    e se non li ha, perch sono a tal foggia?.
      Ed elli a me Perch tanto delira,
    disse lo 'ngegno tuo da quel che sle?
    o ver la mente dove altrove mira?
      Non ti rimembra di quelle parole
    con le quai la tua Etica pertratta
    le tre disposizion che 'l ciel non vole,
      incontenenza, malizia e la matta
    bestialitade? e come incontenenza
    men Dio offende e men biasimo accatta?
      Se tu riguardi ben questa sentenza,
    e rechiti a la mente chi son quelli
    che s di fuor sostegnon penitenza,
      tu vedrai ben perch da questi felli
    sien dipartiti, e perch men crucciata
    la divina vendetta li martelli.
      O sol che sani ogni vista turbata,
    tu mi contenti s quando tu solvi,
    che, non men che saver, dubbiar m'aggrata.
      Ancora in dietro un poco ti rivolvi,
    diss'io, l dove di' ch'usura offende
    la divina bontade, e 'l groppo solvi.
      Filosofia, mi disse, a chi la 'ntende,
    nota, non pure in una sola parte,
    come natura lo suo corso prende
      dal divino 'ntelletto e da sua arte;
    e se tu ben la tua Fisica note,
    tu troverai, non dopo molte carte,
      che l'arte vostra quella, quanto pote,
    segue, come 'l maestro fa 'l discente;
    s che vostr'arte a Dio quasi  nepote.
      Da queste due, se tu ti rechi a mente
    lo Genes dal principio, convene
    prender sua vita e avanzar la gente;
      e perch l'usuriere altra via tene,
    per s natura e per la sua seguace
    dispregia, poi ch'in altro pon la spene.
      Ma seguimi oramai, che 'l gir mi piace;
    ch i Pesci guizzan su per l'orizzonta,
    e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace,
      e 'l balzo via l oltra si dismonta.















    Canto 12.

      Era lo loco ov'a scender la riva
    venimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco,
    tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.
      Qual  quella ruina che nel fianco
    di qua da Trento l'Adice percosse,
    o per tremoto o per sostegno manco,
      che da cima del monte, onde si mosse,
    al piano  s la roccia discoscesa,
    ch'alcuna via darebbe a chi s fosse:
      cotal di quel burrato era la scesa;
    e 'n su la punta de la rotta lacca
    l'infamia di Creti era distesa
      che fu concetta ne la falsa vacca;
    e quando vide noi, s stesso morse,
    s come quei cui l'ira dentro fiacca.
      Lo savio mio inver' lui grid: Forse
    tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,
    che s nel mondo la morte ti porse?
      Prtiti, bestia: ch questi non vene
    ammaestrato da la tua sorella,
    ma vassi per veder le vostre pene.
      Qual  quel toro che si slaccia in quella
    c'ha ricevuto gi 'l colpo mortale,
    che gir non sa, ma qua e l saltella,
      vid'io lo Minotauro far cotale;
    e quello accorto grid: Corri al varco:
    mentre ch'e' 'nfuria,  buon che tu ti cale.
      Cos prendemmo via gi per lo scarco
    di quelle pietre, che spesso moviensi
    sotto i miei piedi per lo novo carco.
      Io gia pensando; e quei disse: Tu pensi
    forse a questa ruina ch' guardata
    da quell'ira bestial ch'i' ora spensi.
      Or vo' che sappi che l'altra fiata
    ch'i' discesi qua gi nel basso inferno,
    questa roccia non era ancor cascata.
      Ma certo poco pria, se ben discerno,
    che venisse colui che la gran preda
    lev a Dite del cerchio superno,
      da tutte parti l'alta valle feda
    trem s, ch'i' pensai che l'universo
    sentisse amor, per lo qual  chi creda
      pi volte il mondo in casso converso;
    e in quel punto questa vecchia roccia
    qui e altrove, tal fece riverso.
      Ma ficca li occhi a valle, ch s'approccia
    la riviera del sangue in la qual bolle
    qual che per violenza in altrui noccia.
      Oh cieca cupidigia e ira folle,
    che s ci sproni ne la vita corta,
    e ne l'etterna poi s mal c'immolle!
      Io vidi un'ampia fossa in arco torta,
    come quella che tutto 'l piano abbraccia,
    secondo ch'avea detto la mia scorta;
      e tra 'l pi de la ripa ed essa, in traccia
    corrien centauri, armati di saette,
    come solien nel mondo andare a caccia.
      Veggendoci calar, ciascun ristette,
    e de la schiera tre si dipartiro
    con archi e asticciuole prima elette;
      e l'un grid da lungi: A qual martiro
    venite voi che scendete la costa?
    Ditel costinci; se non, l'arco tiro.
      Lo mio maestro disse: La risposta
    farem noi a Chirn cost di presso:
    mal fu la voglia tua sempre s tosta.
      Poi mi tent, e disse: Quelli  Nesso,
    che mor per la bella Deianira
    e f di s la vendetta elli stesso.
      E quel di mezzo, ch'al petto si mira,
     il gran Chirn, il qual nodr Achille;
    quell'altro  Folo, che fu s pien d'ira.
      Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
    saettando qual anima si svelle
    del sangue pi che sua colpa sortille.
      Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
    Chirn prese uno strale, e con la cocca
    fece la barba in dietro a le mascelle.
      Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,
    disse a' compagni: Siete voi accorti
    che quel di retro move ci ch'el tocca?
      Cos non soglion far li pi d'i morti.
    E 'l mio buon duca, che gi li er'al petto,
    dove le due nature son consorti,
      rispuose: Ben  vivo, e s soletto
    mostrar li mi convien la valle buia;
    necessit 'l ci 'nduce, e non diletto.
      Tal si part da cantare alleluia
    che mi commise quest'officio novo:
    non  ladron, n io anima fuia.
      Ma per quella virt per cu' io movo
    li passi miei per s selvaggia strada,
    danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,
      e che ne mostri l dove si guada
    e che porti costui in su la groppa,
    ch non  spirto che per l'aere vada.
      Chirn si volse in su la destra poppa,
    e disse a Nesso: Torna, e s li guida,
    e fa cansar s'altra schiera v'intoppa.
      Or ci movemmo con la scorta fida
    lungo la proda del bollor vermiglio,
    dove i bolliti facieno alte strida.
      Io vidi gente sotto infino al ciglio;
    e 'l gran centauro disse: E' son tiranni
    che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.
      Quivi si piangon li spietati danni;
    quivi  Alessandro, e Dionisio fero,
    che f Cicilia aver dolorosi anni.
      E quella fronte c'ha 'l pel cos nero,
     Azzolino; e quell'altro ch' biondo,
     Opizzo da Esti, il qual per vero
      fu spento dal figliastro s nel mondo.
    Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
    Questi ti sia or primo, e io secondo.
      Poco pi oltre il centauro s'affisse
    sovr'una gente che 'nfino a la gola
    parea che di quel bulicame uscisse.
      Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,
    dicendo: Colui fesse in grembo a Dio
    lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola.
      Poi vidi gente che di fuor del rio
    tenean la testa e ancor tutto 'l casso;
    e di costoro assai riconobb'io.
      Cos a pi a pi si facea basso
    quel sangue, s che cocea pur li piedi;
    e quindi fu del fosso il nostro passo.
      S come tu da questa parte vedi
    lo bulicame che sempre si scema,
    disse 'l centauro, voglio che tu credi
      che da quest'altra a pi a pi gi prema
    lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge
    ove la tirannia convien che gema.
      La divina giustizia di qua punge
    quell'Attila che fu flagello in terra
    e Pirro e Sesto; e in etterno munge
      le lagrime, che col bollor diserra,
    a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
    che fecero a le strade tanta guerra.
      Poi si rivolse, e ripassossi 'l guazzo.













    Canto 13.

      Non era ancor di l Nesso arrivato,
    quando noi ci mettemmo per un bosco
    che da neun sentiero era segnato.
      Non fronda verde, ma di color fosco;
    non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
    non pomi v'eran, ma stecchi con tsco:
      non han s aspri sterpi n s folti
    quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
    tra Cecina e Corneto i luoghi clti.
      Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
    che cacciar de le Strofade i Troiani
    con tristo annunzio di futuro danno.
      Ali hanno late, e colli e visi umani,
    pi con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
    fanno lamenti in su li alberi strani.
      E 'l buon maestro Prima che pi entre,
    sappi che se' nel secondo girone,
    mi cominci a dire, e sarai mentre
      che tu verrai ne l'orribil sabbione.
    Per riguarda ben; s vederai
    cose che torrien fede al mio sermone.
      Io sentia d'ogne parte trarre guai,
    e non vedea persona che 'l facesse;
    per ch'io tutto smarrito m'arrestai.
      Cred'io ch'ei credette ch'io credesse
    che tante voci uscisser, tra quei bronchi
    da gente che per noi si nascondesse.
      Per disse 'l maestro: Se tu tronchi
    qualche fraschetta d'una d'este piante,
    li pensier c'hai si faran tutti monchi.
      Allor porsi la mano un poco avante,
    e colsi un ramicel da un gran pruno;
    e 'l tronco suo grid: Perch mi schiante?.
      Da che fatto fu poi di sangue bruno,
    ricominci a dir: Perch mi scerpi?
    non hai tu spirto di pietade alcuno?
      Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
    ben dovrebb'esser la tua man pi pia,
    se state fossimo anime di serpi.
      Come d'un stizzo verde ch'arso sia
    da l'un de'capi, che da l'altro geme
    e cigola per vento che va via,
      s de la scheggia rotta usciva insieme
    parole e sangue; ond'io lasciai la cima
    cadere, e stetti come l'uom che teme.
      S'elli avesse potuto creder prima,
    rispuose 'l savio mio, anima lesa,
    ci c'ha veduto pur con la mia rima,
      non averebbe in te la man distesa;
    ma la cosa incredibile mi fece
    indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.
      Ma dilli chi tu fosti, s che 'n vece
    d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi
    nel mondo s, dove tornar li lece.
      E 'l tronco: S col dolce dir m'adeschi,
    ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
    perch'io un poco a ragionar m'inveschi.
      Io son colui che tenni ambo le chiavi
    del cor di Federigo, e che le volsi,
    serrando e diserrando, s soavi,
      che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:
    fede portai al glorioso offizio,
    tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.
      La meretrice che mai da l'ospizio
    di Cesare non torse li occhi putti,
    morte comune e de le corti vizio,
      infiamm contra me li animi tutti;
    e li 'nfiammati infiammar s Augusto,
    che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.
      L'animo mio, per disdegnoso gusto,
    credendo col morir fuggir disdegno,
    ingiusto fece me contra me giusto.
      Per le nove radici d'esto legno
    vi giuro che gi mai non ruppi fede
    al mio segnor, che fu d'onor s degno.
      E se di voi alcun nel mondo riede,
    conforti la memoria mia, che giace
    ancor del colpo che 'nvidia le diede.
      Un poco attese, e poi Da ch'el si tace,
    disse 'l poeta a me, non perder l'ora;
    ma parla, e chiedi a lui, se pi ti piace.
      Ond'io a lui: Domandal tu ancora
    di quel che credi ch'a me satisfaccia;
    ch'i' non potrei, tanta piet m'accora.
      Perci ricominci: Se l'om ti faccia
    liberamente ci che 'l tuo dir priega,
    spirito incarcerato, ancor ti piaccia
      di dirne come l'anima si lega
    in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
    s'alcuna mai di tai membra si spiega.
      Allor soffi il tronco forte, e poi
    si convert quel vento in cotal voce:
    Brievemente sar risposto a voi.
      Quando si parte l'anima feroce
    dal corpo ond'ella stessa s' disvelta,
    Mins la manda a la settima foce.
      Cade in la selva, e non l' parte scelta;
    ma l dove fortuna la balestra,
    quivi germoglia come gran di spelta.
      Surge in vermena e in pianta silvestra:
    l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
    fanno dolore, e al dolor fenestra.
      Come l'altre verrem per nostre spoglie,
    ma non per ch'alcuna sen rivesta,
    ch non  giusto aver ci ch'om si toglie.
      Qui le trascineremo, e per la mesta
    selva saranno i nostri corpi appesi,
    ciascuno al prun de l'ombra sua molesta.
      Noi eravamo ancora al tronco attesi,
    credendo ch'altro ne volesse dire,
    quando noi fummo d'un romor sorpresi,
      similemente a colui che venire
    sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
    ch'ode le bestie, e le frasche stormire.
      Ed ecco due da la sinistra costa,
    nudi e graffiati, fuggendo s forte,
    che de la selva rompieno ogni rosta.
      Quel dinanzi: Or accorri, accorri, morte!.
    E l'altro, cui pareva tardar troppo,
    gridava: Lano, s non furo accorte
      le gambe tue a le giostre dal Toppo!.
    E poi che forse li fallia la lena,
    di s e d'un cespuglio fece un groppo.
      Di rietro a loro era la selva piena
    di nere cagne, bramose e correnti
    come veltri ch'uscisser di catena.
      In quel che s'appiatt miser li denti,
    e quel dilaceraro a brano a brano;
    poi sen portar quelle membra dolenti.
      Presemi allor la mia scorta per mano,
    e menommi al cespuglio che piangea,
    per le rotture sanguinenti in vano.
      O Iacopo, dicea, da Santo Andrea,
    che t' giovato di me fare schermo?
    che colpa ho io de la tua vita rea?.
      Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo,
    disse Chi fosti, che per tante punte
    soffi con sangue doloroso sermo?.
      Ed elli a noi: O anime che giunte
    siete a veder lo strazio disonesto
    c'ha le mie fronde s da me disgiunte,
      raccoglietele al pi del tristo cesto.
    I' fui de la citt che nel Batista
    mut il primo padrone; ond'ei per questo
      sempre con l'arte sua la far trista;
    e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
    rimane ancor di lui alcuna vista,
      que' cittadin che poi la rifondarno
    sovra 'l cener che d'Attila rimase,
    avrebber fatto lavorare indarno.
      Io fei gibbetto a me de le mie case.

    Canto 14.

      Poi che la carit del natio loco
    mi strinse, raunai le fronde sparte,
    e rende'le a colui, ch'era gi fioco.
      Indi venimmo al fine ove si parte
    lo secondo giron dal terzo, e dove
    si vede di giustizia orribil arte.
      A ben manifestar le cose nove,
    dico che arrivammo ad una landa
    che dal suo letto ogne pianta rimove.
      La dolorosa selva l' ghirlanda
    intorno, come 'l fosso tristo ad essa:
    quivi fermammo i passi a randa a randa.
      Lo spazzo era una rena arida e spessa,
    non d'altra foggia fatta che colei
    che fu da' pi di Caton gi soppressa.
      O vendetta di Dio, quanto tu dei
    esser temuta da ciascun che legge
    ci che fu manifesto a li occhi miei!
      D'anime nude vidi molte gregge
    che piangean tutte assai miseramente,
    e parea posta lor diversa legge.
      Supin giacea in terra alcuna gente,
    alcuna si sedea tutta raccolta,
    e altra andava continuamente.
      Quella che giva intorno era pi molta,
    e quella men che giacea al tormento,
    ma pi al duolo avea la lingua sciolta.
      Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,
    piovean di foco dilatate falde,
    come di neve in alpe sanza vento.
      Quali Alessandro in quelle parti calde
    d'India vide sopra 'l suo stuolo
    fiamme cadere infino a terra salde,
      per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
    con le sue schiere, acci che lo vapore
    mei si stingueva mentre ch'era solo:
      tale scendeva l'etternale ardore;
    onde la rena s'accendea, com'esca
    sotto focile, a doppiar lo dolore.
      Sanza riposo mai era la tresca
    de le misere mani, or quindi or quinci
    escotendo da s l'arsura fresca.
      I' cominciai: Maestro, tu che vinci
    tutte le cose, fuor che ' demon duri
    ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,
      chi  quel grande che non par che curi
    lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
    s che la pioggia non par che 'l marturi?.
      E quel medesmo, che si fu accorto
    ch'io domandava il mio duca di lui,
    grid: Qual io fui vivo, tal son morto.
      Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui
    crucciato prese la folgore aguta
    onde l'ultimo d percosso fui;
      o s'elli stanchi li altri a muta a muta
    in Mongibello a la focina negra,
    chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",
      s com'el fece a la pugna di Flegra,
    e me saetti con tutta sua forza,
    non ne potrebbe aver vendetta allegra.
      Allora il duca mio parl di forza
    tanto, ch'i' non l'avea s forte udito:
    O Capaneo, in ci che non s'ammorza
      la tua superbia, se' tu pi punito:
    nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
    sarebbe al tuo furor dolor compito.
      Poi si rivolse a me con miglior labbia
    dicendo: Quei fu l'un d'i sette regi
    ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbia
      Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;
    ma, com'io dissi lui, li suoi dispetti
    sono al suo petto assai debiti fregi.
      Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
    ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
    ma sempre al bosco tien li piedi stretti.
      Tacendo divenimmo l 've spiccia
    fuor de la selva un picciol fiumicello,
    lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
      Quale del Bulicame esce ruscello
    che parton poi tra lor le peccatrici,
    tal per la rena gi sen giva quello.
      Lo fondo suo e ambo le pendici
    fatt'era 'n pietra, e ' margini dallato;
    per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.
      Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato,
    poscia che noi intrammo per la porta
    lo cui sogliare a nessuno  negato,
      cosa non fu da li tuoi occhi scorta
    notabile com' 'l presente rio,
    che sovra s tutte fiammelle ammorta.
      Queste parole fuor del duca mio;
    per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto
    di cui largito m'avea il disio.
      In mezzo mar siede un paese guasto,
    diss'elli allora, che s'appella Creta,
    sotto 'l cui rege fu gi 'l mondo casto.
      Una montagna v' che gi fu lieta
    d'acqua e di fronde, che si chiam Ida:
    or  diserta come cosa vieta.
      Rea la scelse gi per cuna fida
    del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
    quando piangea, vi facea far le grida.
      Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
    che tien volte le spalle inver' Dammiata
    e Roma guarda come suo speglio.
      La sua testa  di fin oro formata,
    e puro argento son le braccia e 'l petto,
    poi  di rame infino a la forcata;
      da indi in giuso  tutto ferro eletto,
    salvo che 'l destro piede  terra cotta;
    e sta 'n su quel pi che 'n su l'altro, eretto.
      Ciascuna parte, fuor che l'oro,  rotta
    d'una fessura che lagrime goccia,
    le quali, accolte, foran quella grotta.
      Lor corso in questa valle si diroccia:
    fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
    poi sen van gi per questa stretta doccia
      infin, l ove pi non si dismonta
    fanno Cocito; e qual sia quello stagno
    tu lo vedrai, per qui non si conta.
      E io a lui: Se 'l presente rigagno
    si diriva cos dal nostro mondo,
    perch ci appar pur a questo vivagno?.
      Ed elli a me: Tu sai che 'l loco  tondo;
    e tutto che tu sie venuto molto,
    pur a sinistra, gi calando al fondo,
      non se' ancor per tutto il cerchio vlto:
    per che, se cosa n'apparisce nova,
    non de' addur maraviglia al tuo volto.
      E io ancor: Maestro, ove si trova
    Flegetonta e Let? ch de l'un taci,
    e l'altro di' che si fa d'esta piova.
      In tutte tue question certo mi piaci,
    rispuose; ma 'l bollor de l'acqua rossa
    dovea ben solver l'una che tu faci.
      Let vedrai, ma fuor di questa fossa,
    l dove vanno l'anime a lavarsi
    quando la colpa pentuta  rimossa.
      Poi disse: Omai  tempo da scostarsi
    dal bosco; fa che di retro a me vegne:
    li margini fan via, che non son arsi,
      e sopra loro ogne vapor si spegne.










    Canto 15.

      Ora cen porta l'un de' duri margini;
    e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,
    s che dal foco salva l'acqua e li argini.
      Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
    temendo 'l fiotto che 'nver lor s'avventa,
    fanno lo schermo perch 'l mar si fuggia;
      e quali Padoan lungo la Brenta,
    per difender lor ville e lor castelli,
    anzi che Carentana il caldo senta:
      a tale imagine eran fatti quelli,
    tutto che n s alti n s grossi,
    qual che si fosse, lo maestro felli.
      Gi eravam da la selva rimossi
    tanto, ch'i' non avrei visto dov'era,
    perch'io in dietro rivolto mi fossi,
      quando incontrammo d'anime una schiera
    che venan lungo l'argine, e ciascuna
    ci riguardava come suol da sera
      guardare uno altro sotto nuova luna;
    e s ver' noi aguzzavan le ciglia
    come 'l vecchio sartor fa ne la cruna.
      Cos adocchiato da cotal famiglia,
    fui conosciuto da un, che mi prese
    per lo lembo e grid: Qual maraviglia!.
      E io, quando 'l suo braccio a me distese,
    ficcai li occhi per lo cotto aspetto,
    s che 'l viso abbrusciato non difese
      la conoscenza sua al mio 'ntelletto;
    e chinando la mano a la sua faccia,
    rispuosi: Siete voi qui, ser Brunetto?.
      E quelli: O figliuol mio, non ti dispiaccia
    se Brunetto Latino un poco teco
    ritorna 'n dietro e lascia andar la traccia.
      I' dissi lui: Quanto posso, ven preco;
    e se volete che con voi m'asseggia,
    farl, se piace a costui che vo seco.
      O figliuol, disse, qual di questa greggia
    s'arresta punto, giace poi cent'anni
    sanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia.
      Per va oltre: i' ti verr a' panni;
    e poi rigiugner la mia masnada,
    che va piangendo i suoi etterni danni.
      I' non osava scender de la strada
    per andar par di lui; ma 'l capo chino
    tenea com'uom che reverente vada.
      El cominci: Qual fortuna o destino
    anzi l'ultimo d qua gi ti mena?
    e chi  questi che mostra 'l cammino?.
      L s di sopra, in la vita serena,
    rispuos'io lui, mi smarri' in una valle,
    avanti che l'et mia fosse piena.
      Pur ier mattina le volsi le spalle:
    questi m'apparve, tornand'io in quella,
    e reducemi a ca per questo calle.
      Ed elli a me: Se tu segui tua stella,
    non puoi fallire a glorioso porto,
    se ben m'accorsi ne la vita bella;
      e s'io non fossi s per tempo morto,
    veggendo il cielo a te cos benigno,
    dato t'avrei a l'opera conforto.
      Ma quello ingrato popolo maligno
    che discese di Fiesole "ab" antico,
    e tiene ancor del monte e del macigno,
      ti si far, per tuo ben far, nimico:
    ed  ragion, ch tra li lazzi sorbi
    si disconvien fruttare al dolce fico.
      Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
    gent' avara, invidiosa e superba:
    dai lor costumi fa che tu ti forbi.
      La tua fortuna tanto onor ti serba,
    che l'una parte e l'altra avranno fame
    di te; ma lungi fia dal becco l'erba.
      Faccian le bestie fiesolane strame
    di lor medesme, e non tocchin la pianta,
    s'alcuna surge ancora in lor letame,
      in cui riviva la sementa santa
    di que' Roman che vi rimaser quando
    fu fatto il nido di malizia tanta.
      Se fosse tutto pieno il mio dimando,
    rispuos'io lui, voi non sareste ancora
    de l'umana natura posto in bando;
      ch 'n la mente m' fitta, e or m'accora,
    la cara e buona imagine paterna
    di voi quando nel mondo ad ora ad ora
      m'insegnavate come l'uom s'etterna:
    e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo
    convien che ne la mia lingua si scerna.
      Ci che narrate di mio corso scrivo,
    e serbolo a chiosar con altro testo
    a donna che sapr, s'a lei arrivo.
      Tanto vogl'io che vi sia manifesto,
    pur che mia coscienza non mi garra,
    che a la Fortuna, come vuol, son presto.
      Non  nuova a li orecchi miei tal arra:
    per giri Fortuna la sua rota
    come le piace, e 'l villan la sua marra.
      Lo mio maestro allora in su la gota
    destra si volse in dietro, e riguardommi;
    poi disse: Bene ascolta chi la nota.
      N per tanto di men parlando vommi
    con ser Brunetto, e dimando chi sono
    li suoi compagni pi noti e pi sommi.
      Ed elli a me: Saper d'alcuno  buono;
    de li altri fia laudabile tacerci,
    ch 'l tempo sara corto a tanto suono.
      In somma sappi che tutti fur cherci
    e litterati grandi e di gran fama,
    d'un peccato medesmo al mondo lerci.
      Priscian sen va con quella turba grama,
    e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,
    s'avessi avuto di tal tigna brama,
      colui potei che dal servo de' servi
    fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,
    dove lasci li mal protesi nervi.
      Di pi direi; ma 'l venire e 'l sermone
    pi lungo esser non pu, per ch'i' veggio
    l surger nuovo fummo del sabbione.
      Gente vien con la quale esser non deggio.
    Sieti raccomandato il mio Tesoro
    nel qual io vivo ancora, e pi non cheggio.
      Poi si rivolse, e parve di coloro
    che corrono a Verona il drappo verde
    per la campagna; e parve di costoro
      quelli che vince, non colui che perde.






    Canto 16.

      Gi era in loco onde s'uda 'l rimbombo
    de l'acqua che cadea ne l'altro giro,
    simile a quel che l'arnie fanno rombo,
      quando tre ombre insieme si partiro,
    correndo, d'una torma che passava
    sotto la pioggia de l'aspro martiro.
      Venian ver noi, e ciascuna gridava:
    Sstati tu ch'a l'abito ne sembri
    esser alcun di nostra terra prava.
      Ahim, che piaghe vidi ne' lor membri
    ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
    Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.
      A le lor grida il mio dottor s'attese;
    volse 'l viso ver me, e: Or aspetta,
    disse a costor si vuole esser cortese.
      E se non fosse il foco che saetta
    la natura del loco, i' dicerei
    che meglio stesse a te che a lor la fretta.
      Ricominciar, come noi restammo, ei
    l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,
    fenno una rota di s tutti e trei.
      Qual sogliono i campion far nudi e unti,
    avvisando lor presa e lor vantaggio,
    prima che sien tra lor battuti e punti,
      cos rotando, ciascuno il visaggio
    drizzava a me, s che 'n contraro il collo
    faceva ai pi continuo viaggio.
      E Se miseria d'esto loco sollo
    rende in dispetto noi e nostri prieghi,
    cominci l'uno e 'l tinto aspetto e brollo,
      la fama nostra il tuo animo pieghi
    a dirne chi tu se', che i vivi piedi
    cos sicuro per lo 'nferno freghi.
      Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,
    tutto che nudo e dipelato vada,
    fu di grado maggior che tu non credi:
      nepote fu de la buona Gualdrada;
    Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
    fece col senno assai e con la spada.
      L'altro, ch'appresso me la rena trita,
     Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
    nel mondo s dovra esser gradita.
      E io, che posto son con loro in croce,
    Iacopo Rusticucci fui; e certo
    la fiera moglie pi ch'altro mi nuoce.
      S'i' fossi stato dal foco coperto,
    gittato mi sarei tra lor di sotto,
    e credo che 'l dottor l'avra sofferto;
      ma perch'io mi sarei brusciato e cotto,
    vinse paura la mia buona voglia
    che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
      Poi cominciai: Non dispetto, ma doglia
    la vostra condizion dentro mi fisse,
    tanta che tardi tutta si dispoglia,
      tosto che questo mio segnor mi disse
    parole per le quali i' mi pensai
    che qual voi siete, tal gente venisse.
      Di vostra terra sono, e sempre mai
    l'ovra di voi e li onorati nomi
    con affezion ritrassi e ascoltai.
      Lascio lo fele e vo per dolci pomi
    promessi a me per lo verace duca;
    ma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi.
      Se lungamente l'anima conduca
    le membra tue, rispuose quelli ancora,
    e se la fama tua dopo te luca,
      cortesia e valor d se dimora
    ne la nostra citt s come suole,
    o se del tutto se n' gita fora;
      ch Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
    con noi per poco e va l coi compagni,
    assai ne cruccia con le sue parole.
      La gente nuova e i sbiti guadagni
    orgoglio e dismisura han generata,
    Fiorenza, in te, s che tu gi ten piagni.
      Cos gridai con la faccia levata;
    e i tre, che ci inteser per risposta,
    guardar l'un l'altro com'al ver si guata.
      Se l'altre volte s poco ti costa,
    rispuoser tutti il satisfare altrui,
    felice te se s parli a tua posta!
      Per, se campi d'esti luoghi bui
    e torni a riveder le belle stelle,
    quando ti giover dicere "I' fui",
      fa che di noi a la gente favelle.
    Indi rupper la rota, e a fuggirsi
    ali sembiar le gambe loro isnelle.
      Un amen non saria potuto dirsi
    tosto cos com'e' fuoro spariti;
    per ch'al maestro parve di partirsi.
      Io lo seguiva, e poco eravam iti,
    che 'l suon de l'acqua n'era s vicino,
    che per parlar saremmo a pena uditi.
      Come quel fiume c'ha proprio cammino
    prima dal Monte Viso 'nver' levante,
    da la sinistra costa d'Apennino,
      che si chiama Acquacheta suso, avante
    che si divalli gi nel basso letto,
    e a Forl di quel nome  vacante,
      rimbomba l sovra San Benedetto
    de l'Alpe per cadere ad una scesa
    ove dovea per mille esser recetto;
      cos, gi d'una ripa discoscesa,
    trovammo risonar quell'acqua tinta,
    s che 'n poc'ora avria l'orecchia offesa.
      Io avea una corda intorno cinta,
    e con essa pensai alcuna volta
    prender la lonza a la pelle dipinta.
      Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta,
    s come 'l duca m'avea comandato,
    porsila a lui aggroppata e ravvolta.
      Ond'ei si volse inver' lo destro lato,
    e alquanto di lunge da la sponda
    la gitt giuso in quell'alto burrato.
      'E' pur convien che novit risponda'
    dicea fra me medesmo 'al novo cenno
    che 'l maestro con l'occhio s seconda'.
      Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
    presso a color che non veggion pur l'ovra,
    ma per entro i pensier miran col senno!
      El disse a me: Tosto verr di sovra
    ci ch'io attendo e che il tuo pensier sogna:
    tosto convien ch'al tuo viso si scovra.
      Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna
    de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,
    per che sanza colpa fa vergogna;
      ma qui tacer nol posso; e per le note
    di questa comeda, lettor, ti giuro,
    s'elle non sien di lunga grazia vte,
      ch'i' vidi per quell'aere grosso e scuro
    venir notando una figura in suso,
    maravigliosa ad ogne cor sicuro,
      s come torna colui che va giuso
    talora a solver l'ncora ch'aggrappa
    o scoglio o altro che nel mare  chiuso,
      che 'n s si stende, e da pi si rattrappa.
















    Canto 17.

      Ecco la fiera con la coda aguzza,
    che passa i monti, e rompe i muri e l'armi!
    Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!.
      S cominci lo mio duca a parlarmi;
    e accennolle che venisse a proda
    vicino al fin d'i passeggiati marmi.
      E quella sozza imagine di froda
    sen venne, e arriv la testa e 'l busto,
    ma 'n su la riva non trasse la coda.
      La faccia sua era faccia d'uom giusto,
    tanto benigna avea di fuor la pelle,
    e d'un serpente tutto l'altro fusto;
      due branche avea pilose insin l'ascelle;
    lo dosso e 'l petto e ambedue le coste
    dipinti avea di nodi e di rotelle.
      Con pi color, sommesse e sovraposte
    non fer mai drappi Tartari n Turchi,
    n fuor tai tele per Aragne imposte.
      Come tal volta stanno a riva i burchi,
    che parte sono in acqua e parte in terra,
    e come l tra li Tedeschi lurchi
      lo bivero s'assetta a far sua guerra,
    cos la fiera pessima si stava
    su l'orlo ch' di pietra e 'l sabbion serra.
      Nel vano tutta sua coda guizzava,
    torcendo in s la venenosa forca
    ch'a guisa di scorpion la punta armava.
      Lo duca disse: Or convien che si torca
    la nostra via un poco insino a quella
    bestia malvagia che col si corca.
      Per scendemmo a la destra mammella,
    e diece passi femmo in su lo stremo,
    per ben cessar la rena e la fiammella.
      E quando noi a lei venuti semo,
    poco pi oltre veggio in su la rena
    gente seder propinqua al loco scemo.
      Quivi 'l maestro Acci che tutta piena
    esperienza d'esto giron porti,
    mi disse, va, e vedi la lor mena.
      Li tuoi ragionamenti sian l corti:
    mentre che torni, parler con questa,
    che ne conceda i suoi omeri forti.
      Cos ancor su per la strema testa
    di quel settimo cerchio tutto solo
    andai, dove sedea la gente mesta.
      Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
     di qua, di l soccorrien con le mani
    quando a' vapori, e quando al caldo suolo:
      non altrimenti fan di state i cani
    or col ceffo, or col pi, quando son morsi
    o da pulci o da mosche o da tafani.
      Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
    ne' quali 'l doloroso foco casca,
    non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi
      che dal collo a ciascun pendea una tasca
    ch'avea certo colore e certo segno,
    e quindi par che 'l loro occhio si pasca.
      E com'io riguardando tra lor vegno,
    in una borsa gialla vidi azzurro
    che d'un leone avea faccia e contegno.
      Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
    vidine un'altra come sangue rossa,
    mostrando un'oca bianca pi che burro.
      E un che d'una scrofa azzurra e grossa
    segnato avea lo suo sacchetto bianco,
    mi disse: Che fai tu in questa fossa?
      Or te ne va; e perch se' vivo anco,
    sappi che 'l mio vicin Vitaliano
    seder qui dal mio sinistro fianco.
      Con questi Fiorentin son padoano:
    spesse fiate mi 'ntronan li orecchi
    gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,
      che recher la tasca con tre becchi!".
    Qui distorse la bocca e di fuor trasse
    la lingua, come bue che 'l naso lecchi.
      E io, temendo no 'l pi star crucciasse
    lui che di poco star m'avea 'mmonito,
    torna'mi in dietro da l'anime lasse.
      Trova' il duca mio ch'era salito
    gi su la groppa del fiero animale,
    e disse a me: Or sie forte e ardito.
      Omai si scende per s fatte scale:
    monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,
    s che la coda non possa far male.
      Qual  colui che s presso ha 'l riprezzo
    de la quartana, c'ha gi l'unghie smorte,
    e triema tutto pur guardando 'l rezzo,
      tal divenn'io a le parole porte;
    ma vergogna mi f le sue minacce,
    che innanzi a buon segnor fa servo forte.
      I' m'assettai in su quelle spallacce;
    s volli dir, ma la voce non venne
    com'io credetti: 'Fa che tu m'abbracce'.
      Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne
    ad altro forse, tosto ch'i' montai
    con le braccia m'avvinse e mi sostenne;
      e disse: Gerion, moviti omai:
    le rote larghe e lo scender sia poco:
    pensa la nova soma che tu hai.
      Come la navicella esce di loco
    in dietro in dietro, s quindi si tolse;
    e poi ch'al tutto si sent a gioco,
      l 'v'era 'l petto, la coda rivolse,
    e quella tesa, come anguilla, mosse,
    e con le branche l'aere a s raccolse.
      Maggior paura non credo che fosse
    quando Fetonte abbandon li freni,
    per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;
      n quando Icaro misero le reni
    sent spennar per la scaldata cera,
    gridando il padre a lui Mala via tieni!,
      che fu la mia, quando vidi ch'i' era
    ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta
    ogne veduta fuor che de la fera.
      Ella sen va notando lenta lenta:
    rota e discende, ma non me n'accorgo
    se non che al viso e di sotto mi venta.
      Io sentia gi da la man destra il gorgo
    far sotto noi un orribile scroscio,
    per che con li occhi 'n gi la testa sporgo.
      Allor fu' io pi timido a lo stoscio,
    per ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;
    ond'io tremando tutto mi raccoscio.
      E vidi poi, ch nol vedea davanti,
    lo scendere e 'l girar per li gran mali
    che s'appressavan da diversi canti.
      Come 'l falcon ch' stato assai su l'ali,
    che sanza veder logoro o uccello
    fa dire al falconiere Om, tu cali!,
      discende lasso onde si move isnello,
    per cento rote, e da lunge si pone
    dal suo maestro, disdegnoso e fello;
      cos ne puose al fondo Gerione
    al pi al pi de la stagliata rocca
    e, discarcate le nostre persone,
      si dilegu come da corda cocca.
















    Canto 18.

      Luogo  in inferno detto Malebolge,
    tutto di pietra di color ferrigno,
    come la cerchia che dintorno il volge.
      Nel dritto mezzo del campo maligno
    vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
    di cui "suo loco" dicer l'ordigno.
      Quel cinghio che rimane adunque  tondo
    tra 'l pozzo e 'l pi de l'alta ripa dura,
    e ha distinto in dieci valli il fondo.
      Quale, dove per guardia de le mura
    pi e pi fossi cingon li castelli,
    la parte dove son rende figura,
      tale imagine quivi facean quelli;
    e come a tai fortezze da' lor sogli
    a la ripa di fuor son ponticelli,
      cos da imo de la roccia scogli
    movien che ricidien li argini e ' fossi
    infino al pozzo che i tronca e raccogli.
      In questo luogo, de la schiena scossi
    di Gerion, trovammoci; e 'l poeta
    tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
      A la man destra vidi nova pieta,
    novo tormento e novi frustatori,
    di che la prima bolgia era repleta.
      Nel fondo erano ignudi i peccatori;
    dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,
    di l con noi, ma con passi maggiori,
      come i Roman per l'essercito molto,
    l'anno del giubileo, su per lo ponte
    hanno a passar la gente modo colto,
      che da l'un lato tutti hanno la fronte
    verso 'l castello e vanno a Santo Pietro;
    da l'altra sponda vanno verso 'l monte.
      Di qua, di l, su per lo sasso tetro
    vidi demon cornuti con gran ferze,
    che li battien crudelmente di retro.
      Ahi come facean lor levar le berze
    a le prime percosse! gi nessuno
    le seconde aspettava n le terze.
      Mentr'io andava, li occhi miei in uno
    furo scontrati; e io s tosto dissi:
    Gi di veder costui non son digiuno.
      Per ch'io a figurarlo i piedi affissi;
    e 'l dolce duca meco si ristette,
    e assentio ch'alquanto in dietro gissi.
      E quel frustato celar si credette
    bassando 'l viso; ma poco li valse,
    ch'io dissi: O tu che l'occhio a terra gette,
      se le fazion che porti non son false,
    Venedico se' tu Caccianemico.
    Ma che ti mena a s pungenti salse?.
      Ed elli a me: Mal volentier lo dico;
    ma sforzami la tua chiara favella,
    che mi fa sovvenir del mondo antico.
      I' fui colui che la Ghisolabella
    condussi a far la voglia del marchese,
    come che suoni la sconcia novella.
      E non pur io qui piango bolognese;
    anzi n' questo luogo tanto pieno,
    che tante lingue non son ora apprese
      a dicer 'sipa' tra Svena e Reno;
    e se di ci vuoi fede o testimonio,
    rcati a mente il nostro avaro seno.
      Cos parlando il percosse un demonio
    de la sua scuriada, e disse: Via,
    ruffian! qui non son femmine da conio.
      I' mi raggiunsi con la scorta mia;
    poscia con pochi passi divenimmo
    l 'v'uno scoglio de la ripa uscia.
      Assai leggeramente quel salimmo;
    e vlti a destra su per la sua scheggia,
    da quelle cerchie etterne ci partimmo.
      Quando noi fummo l dov'el vaneggia
    di sotto per dar passo a li sferzati,
    lo duca disse: Attienti, e fa che feggia
      lo viso in te di quest'altri mal nati,
    ai quali ancor non vedesti la faccia
    per che son con noi insieme andati.
      Del vecchio ponte guardavam la traccia
    che vena verso noi da l'altra banda,
    e che la ferza similmente scaccia.
      E 'l buon maestro, sanza mia dimanda,
    mi disse: Guarda quel grande che vene,
    e per dolor non par lagrime spanda:
      quanto aspetto reale ancor ritene!
    Quelli  Iasn, che per cuore e per senno
    li Colchi del monton privati fne.
      Ello pass per l'isola di Lenno,
    poi che l'ardite femmine spietate
    tutti li maschi loro a morte dienno.
      Ivi con segni e con parole ornate
    Isifile ingann, la giovinetta
    che prima avea tutte l'altre ingannate.
      Lasciolla quivi, gravida, soletta;
    tal colpa a tal martiro lui condanna;
    e anche di Medea si fa vendetta.
      Con lui sen va chi da tal parte inganna:
    e questo basti de la prima valle
    sapere e di color che 'n s assanna.
      Gi eravam l 've lo stretto calle
    con l'argine secondo s'incrocicchia,
    e fa di quello ad un altr'arco spalle.
      Quindi sentimmo gente che si nicchia
    ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,
    e s medesma con le palme picchia.
      Le ripe eran grommate d'una muffa,
    per l'alito di gi che vi s'appasta,
    che con li occhi e col naso facea zuffa.
      Lo fondo  cupo s, che non ci basta
    loco a veder sanza montare al dosso
    de l'arco, ove lo scoglio pi sovrasta.
      Quivi venimmo; e quindi gi nel fosso
    vidi gente attuffata in uno sterco
    che da li uman privadi parea mosso.
      E mentre ch'io l gi con l'occhio cerco,
    vidi un col capo s di merda lordo,
    che non parea s'era laico o cherco.
      Quei mi sgrid: Perch se' tu s gordo
    di riguardar pi me che li altri brutti?.
    E io a lui: Perch, se ben ricordo,
      gi t'ho veduto coi capelli asciutti,
    e se' Alessio Interminei da Lucca:
    per t'adocchio pi che li altri tutti.
      Ed elli allor, battendosi la zucca:
    Qua gi m'hanno sommerso le lusinghe
    ond'io non ebbi mai la lingua stucca.
      Appresso ci lo duca Fa che pinghe,
    mi disse il viso un poco pi avante,
    s che la faccia ben con l'occhio attinghe
      di quella sozza e scapigliata fante
    che l si graffia con l'unghie merdose,
    e or s'accoscia e ora  in piedi stante.
      Taide , la puttana che rispuose
    al drudo suo quando disse "Ho io grazie
    grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".
      E quinci sien le nostre viste sazie.
















    Canto 19.

      O Simon mago, o miseri seguaci
    che le cose di Dio, che di bontate
    deon essere spose, e voi rapaci
      per oro e per argento avolterate,
    or convien che per voi suoni la tromba,
    per che ne la terza bolgia state.
      Gi eravamo, a la seguente tomba,
    montati de lo scoglio in quella parte
    ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba.
      O somma sapienza, quanta  l'arte
    che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
    e quanto giusto tua virt comparte!
      Io vidi per le coste e per lo fondo
    piena la pietra livida di fri,
    d'un largo tutti e ciascun era tondo.
      Non mi parean men ampi n maggiori
    che que' che son nel mio bel San Giovanni,
    fatti per loco d'i battezzatori;
      l'un de li quali, ancor non  molt'anni,
    rupp'io per un che dentro v'annegava:
    e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni.
      Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
    d'un peccator li piedi e de le gambe
    infino al grosso, e l'altro dentro stava.
      Le piante erano a tutti accese intrambe;
    per che s forte guizzavan le giunte,
    che spezzate averien ritorte e strambe.
      Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
    muoversi pur su per la strema buccia,
    tal era l dai calcagni a le punte.
      Chi  colui, maestro, che si cruccia
    guizzando pi che li altri suoi consorti,
    diss'io, e cui pi roggia fiamma succia?.
      Ed elli a me: Se tu vuo' ch'i' ti porti
    l gi per quella ripa che pi giace,
    da lui saprai di s e de' suoi torti.
      E io: Tanto m' bel, quanto a te piace:
    tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto
    dal tuo volere, e sai quel che si tace.
      Allor venimmo in su l'argine quarto:
    volgemmo e discendemmo a mano stanca
    l gi nel fondo foracchiato e arto.
      Lo buon maestro ancor de la sua anca
    non mi dipuose, s mi giunse al rotto
    di quel che si piangeva con la zanca.
      O qual che se' che 'l di s tien di sotto,
    anima trista come pal commessa,
    comincia' io a dir, se puoi, fa motto.
      Io stava come 'l frate che confessa
    lo perfido assessin, che, poi ch' fitto,
    richiama lui, per che la morte cessa.
      Ed el grid: Se' tu gi cost ritto,
    se' tu gi cost ritto, Bonifazio?
    Di parecchi anni mi ment lo scritto.
      Se' tu s tosto di quell'aver sazio
    per lo qual non temesti trre a 'nganno
    la bella donna, e poi di farne strazio?.
      Tal mi fec'io, quai son color che stanno,
    per non intender ci ch' lor risposto,
    quasi scornati, e risponder non sanno.
      Allor Virgilio disse: Dilli tosto:
    "Non son colui, non son colui che credi";
    e io rispuosi come a me fu imposto.
      Per che lo spirto tutti storse i piedi;
    poi, sospirando e con voce di pianto,
    mi disse: Dunque che a me richiedi?
      Se di saper ch'i' sia ti cal cotanto,
    che tu abbi per la ripa corsa,
    sappi ch'i' fui vestito del gran manto;
      e veramente fui figliuol de l'orsa,
    cupido s per avanzar li orsatti,
    che s l'avere e qui me misi in borsa.
      Di sotto al capo mio son li altri tratti
    che precedetter me simoneggiando,
    per le fessure de la pietra piatti.
      L gi cascher io altres quando
    verr colui ch'i' credea che tu fossi
    allor ch'i' feci 'l sbito dimando.
      Ma pi  'l tempo gi che i pi mi cossi
    e ch'i' son stato cos sottosopra,
    ch'el non star piantato coi pi rossi:
      ch dopo lui verr di pi laida opra
    di ver' ponente, un pastor sanza legge,
    tal che convien che lui e me ricuopra.
      Novo Iasn sar, di cui si legge
    ne' Maccabei; e come a quel fu molle
    suo re, cos fia lui chi Francia regge.
      Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,
    ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:
    Deh, or mi d : quanto tesoro volle
      Nostro Segnore in prima da san Pietro
    ch'ei ponesse le chiavi in sua bala?
    Certo non chiese se non "Viemmi retro".
      N Pier n li altri tolsero a Matia
    oro od argento, quando fu sortito
    al loco che perd l'anima ria.
      Per ti sta, ch tu se' ben punito;
    e guarda ben la mal tolta moneta
    ch'esser ti fece contra Carlo ardito.
      E se non fosse ch'ancor lo mi vieta
    la reverenza delle somme chiavi
    che tu tenesti ne la vita lieta,
      io userei parole ancor pi gravi;
    ch la vostra avarizia il mondo attrista,
    calcando i buoni e sollevando i pravi.
      Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
    quando colei che siede sopra l'acque
    puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
      quella che con le sette teste nacque,
    e da le diece corna ebbe argomento,
    fin che virtute al suo marito piacque.
      Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento;
    e che altro  da voi a l'idolatre,
    se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?
      Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
    non la tua conversion, ma quella dote
    che da te prese il primo ricco patre!.
      E mentr'io li cantava cotai note,
    o ira o coscienza che 'l mordesse,
    forte spingava con ambo le piote.
      I' credo ben ch'al mio duca piacesse,
    con s contenta labbia sempre attese
    lo suon de le parole vere espresse.
      Per con ambo le braccia mi prese;
    e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,
    rimont per la via onde discese.
      N si stanc d'avermi a s distretto,
    s men port sovra 'l colmo de l'arco
    che dal quarto al quinto argine  tragetto.
      Quivi soavemente spuose il carco,
    soave per lo scoglio sconcio ed erto
    che sarebbe a le capre duro varco.
      Indi un altro vallon mi fu scoperto.



















    Canto 20.

      Di nova pena mi conven far versi
    e dar matera al ventesimo canto
    de la prima canzon ch' d'i sommersi.
      Io era gi disposto tutto quanto
    a riguardar ne lo scoperto fondo,
    che si bagnava d'angoscioso pianto;
      e vidi gente per lo vallon tondo
    venir, tacendo e lagrimando, al passo
    che fanno le letane in questo mondo.
      Come 'l viso mi scese in lor pi basso,
    mirabilmente apparve esser travolto
    ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso;
      ch da le reni era tornato 'l volto,
    e in dietro venir li convenia,
    perch 'l veder dinanzi era lor tolto.
      Forse per forza gi di parlasia
    si travolse cos alcun del tutto;
    ma io nol vidi, n credo che sia.
      Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
    di tua lezione, or pensa per te stesso
    com'io potea tener lo viso asciutto,
      quando la nostra imagine di presso
    vidi s torta, che 'l pianto de li occhi
    le natiche bagnava per lo fesso.
      Certo io piangea, poggiato a un de' rocchi
    del duro scoglio, s che la mia scorta
    mi disse: Ancor se' tu de li altri sciocchi?
      Qui vive la piet quand' ben morta;
    chi  pi scellerato che colui
    che al giudicio divin passion comporta?
      Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
    s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;
    per ch'ei gridavan tutti: "Dove rui,
      Anfiarao? perch lasci la guerra?".
    E non rest di ruinare a valle
    fino a Mins che ciascheduno afferra.
      Mira c'ha fatto petto de le spalle:
    perch volle veder troppo davante,
    di retro guarda e fa retroso calle.
      Vedi Tiresia, che mut sembiante
    quando di maschio femmina divenne
    cangiandosi le membra tutte quante;
      e prima, poi, ribatter li convenne
    li duo serpenti avvolti, con la verga,
    che riavesse le maschili penne.
      Aronta  quel ch'al ventre li s'atterga,
    che ne' monti di Luni, dove ronca
    lo Carrarese che di sotto alberga,
      ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca
    per sua dimora; onde a guardar le stelle
    e 'l mar no li era la veduta tronca.
      E quella che ricuopre le mammelle,
    che tu non vedi, con le trecce sciolte,
    e ha di l ogne pilosa pelle,
      Manto fu, che cerc per terre molte;
    poscia si puose l dove nacqu'io;
    onde un poco mi piace che m'ascolte.
      Poscia che 'l padre suo di vita usco,
    e venne serva la citt di Baco,
    questa gran tempo per lo mondo gio.
      Suso in Italia bella giace un laco,
    a pi de l'Alpe che serra Lamagna
    sovra Tiralli, c'ha nome Benaco.
      Per mille fonti, credo, e pi si bagna
    tra Garda e Val Camonica e Pennino
    de l'acqua che nel detto laco stagna.
      Loco  nel mezzo l dove 'l trentino
    pastore e quel di Brescia e 'l veronese
    segnar poria, s'e' fesse quel cammino.
      Siede Peschiera, bello e forte arnese
    da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
    ove la riva 'ntorno pi discese.
      Ivi convien che tutto quanto caschi
    ci che 'n grembo a Benaco star non pu,
    e fassi fiume gi per verdi paschi.
      Tosto che l'acqua a correr mette co,
    non pi Benaco, ma Mencio si chiama
    fino a Governol, dove cade in Po.
      Non molto ha corso, ch'el trova una lama,
    ne la qual si distende e la 'mpaluda;
    e suol di state talor essere grama.
      Quindi passando la vergine cruda
    vide terra, nel mezzo del pantano,
    sanza coltura e d'abitanti nuda.
      L, per fuggire ogne consorzio umano,
    ristette con suoi servi a far sue arti,
    e visse, e vi lasci suo corpo vano.
      Li uomini poi che 'ntorno erano sparti
    s'accolsero a quel loco, ch'era forte
    per lo pantan ch'avea da tutte parti.
      Fer la citt sovra quell'ossa morte;
    e per colei che 'l loco prima elesse,
    Mantua l'appellar sanz'altra sorte.
      Gi fuor le genti sue dentro pi spesse,
    prima che la mattia da Casalodi
    da Pinamonte inganno ricevesse.
      Per t'assenno che, se tu mai odi
    originar la mia terra altrimenti,
    la verit nulla menzogna frodi.
      E io: Maestro, i tuoi ragionamenti
    mi son s certi e prendon s mia fede,
    che li altri mi sarien carboni spenti.
      Ma dimmi, de la gente che procede,
    se tu ne vedi alcun degno di nota;
    ch solo a ci la mia mente rifiede.
      Allor mi disse: Quel che da la gota
    porge la barba in su le spalle brune,
    fu - quando Grecia fu di maschi vta,
      s ch'a pena rimaser per le cune -
    augure, e diede 'l punto con Calcanta
    in Aulide a tagliar la prima fune.
      Euripilo ebbe nome, e cos 'l canta
    l'alta mia trageda in alcun loco:
    ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
      Quell'altro che ne' fianchi  cos poco,
    Michele Scotto fu, che veramente
    de le magiche frode seppe 'l gioco.
      Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
    ch'avere inteso al cuoio e a lo spago
    ora vorrebbe, ma tardi si pente.
      Vedi le triste che lasciaron l'ago,
    la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;
    fecer malie con erbe e con imago.
      Ma vienne omai, ch gi tiene 'l confine
    d'amendue li emisperi e tocca l'onda
    sotto Sobilia Caino e le spine;
      e gi iernotte fu la luna tonda:
    ben ten de' ricordar, ch non ti nocque
    alcuna volta per la selva fonda.
      S mi parlava, e andavamo introcque.
    Canto 21.

      Cos di ponte in ponte, altro parlando
    che la mia comeda cantar non cura,
    venimmo; e tenavamo il colmo, quando
      restammo per veder l'altra fessura
    di Malebolge e li altri pianti vani;
    e vidila mirabilmente oscura.
      Quale ne l'arzan de' Viniziani
    bolle l'inverno la tenace pece
    a rimpalmare i legni lor non sani,
      ch navicar non ponno - in quella vece
    chi fa suo legno novo e chi ristoppa
    le coste a quel che pi viaggi fece;
      chi ribatte da proda e chi da poppa;
    altri fa remi e altri volge sarte;
    chi terzeruolo e artimon rintoppa -;
      tal, non per foco, ma per divin'arte,
    bollia l giuso una pegola spessa,
    che 'nviscava la ripa d'ogne parte.
      I' vedea lei, ma non vedea in essa
    mai che le bolle che 'l bollor levava,
    e gonfiar tutta, e riseder compressa.
      Mentr'io l gi fisamente mirava,
    lo duca mio, dicendo Guarda, guarda!,
    mi trasse a s del loco dov'io stava.
      Allor mi volsi come l'uom cui tarda
    di veder quel che li convien fuggire
    e cui paura sbita sgagliarda,
      che, per veder, non indugia 'l partire:
    e vidi dietro a noi un diavol nero
    correndo su per lo scoglio venire.
      Ahi quant'elli era ne l'aspetto fero!
    e quanto mi parea ne l'atto acerbo,
    con l'ali aperte e sovra i pi leggero!
      L'omero suo, ch'era aguto e superbo,
    carcava un peccator con ambo l'anche,
    e quei tenea de' pi ghermito 'l nerbo.
      Del nostro ponte disse: O Malebranche,
    ecco un de li anzian di Santa Zita!
    Mettetel sotto, ch'i' torno per anche
      a quella terra che n' ben fornita:
    ogn'uom v' barattier, fuor che Bonturo;
    del no, per li denar vi si fa "ita".
      L gi 'l butt, e per lo scoglio duro
    si volse; e mai non fu mastino sciolto
    con tanta fretta a seguitar lo furo.
      Quel s'attuff, e torn s convolto;
    ma i demon che del ponte avean coperchio,
    gridar: Qui non ha loco il Santo Volto:
      qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
    Per, se tu non vuo' di nostri graffi,
    non far sopra la pegola soverchio.
      Poi l'addentar con pi di cento raffi,
    disser: Coverto convien che qui balli,
    s che, se puoi, nascosamente accaffi.
      Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli
    fanno attuffare in mezzo la caldaia
    la carne con li uncin, perch non galli.
      Lo buon maestro Acci che non si paia
    che tu ci sia, mi disse, gi t'acquatta
    dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia;
      e per nulla offension che mi sia fatta,
    non temer tu, ch'i' ho le cose conte,
    perch'altra volta fui a tal baratta.
      Poscia pass di l dal co del ponte;
    e com'el giunse in su la ripa sesta,
    mestier li fu d'aver sicura fronte.
      Con quel furore e con quella tempesta
    ch'escono i cani a dosso al poverello
    che di sbito chiede ove s'arresta,
      usciron quei di sotto al ponticello,
    e volser contra lui tutt'i runcigli;
    ma el grid: Nessun di voi sia fello!
      Innanzi che l'uncin vostro mi pigli,
    traggasi avante l'un di voi che m'oda,
    e poi d'arruncigliarmi si consigli.
      Tutti gridaron: Vada Malacoda!;
    per ch'un si mosse - e li altri stetter fermi -,
    e venne a lui dicendo: Che li approda?.
      Credi tu, Malacoda, qui vedermi
    esser venuto, disse 'l mio maestro,
    sicuro gi da tutti vostri schermi,
      sanza voler divino e fato destro?
    Lascian'andar, ch nel cielo  voluto
    ch'i' mostri altrui questo cammin silvestro.
      Allor li fu l'orgoglio s caduto,
    ch'e' si lasci cascar l'uncino a' piedi,
    e disse a li altri: Omai non sia feruto.
      E 'l duca mio a me: O tu che siedi
    tra li scheggion del ponte quatto quatto,
    sicuramente omai a me ti riedi.
      Per ch'io mi mossi, e a lui venni ratto;
    e i diavoli si fecer tutti avanti,
    s ch'io temetti ch'ei tenesser patto;
      cos vid'io gi temer li fanti
    ch'uscivan patteggiati di Caprona,
    veggendo s tra nemici cotanti.
      I' m'accostai con tutta la persona
    lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi
    da la sembianza lor ch'era non buona.
      Ei chinavan li raffi e Vuo' che 'l tocchi,
    diceva l'un con l'altro, in sul groppone?.
    E rispondien: S, fa che gliel'accocchi!.
      Ma quel demonio che tenea sermone
    col duca mio, si volse tutto presto,
    e disse: Posa, posa, Scarmiglione!.
      Poi disse a noi: Pi oltre andar per questo
    iscoglio non si pu, per che giace
    tutto spezzato al fondo l'arco sesto.
      E se l'andare avante pur vi piace,
    andatevene su per questa grotta;
    presso  un altro scoglio che via face.
      Ier, pi oltre cinqu'ore che quest'otta,
    mille dugento con sessanta sei
    anni compi che qui la via fu rotta.
      Io mando verso l di questi miei
    a riguardar s'alcun se ne sciorina;
    gite con lor, che non saranno rei.
      Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina,
    cominci elli a dire, e tu, Cagnazzo;
    e Barbariccia guidi la decina.
      Libicocco vegn'oltre e Draghignazzo,
    Ciriatto sannuto e Graffiacane
    e Farfarello e Rubicante pazzo.
      Cercate 'ntorno le boglienti pane;
    costor sian salvi infino a l'altro scheggio
    che tutto intero va sovra le tane.
      Om, maestro, che  quel ch'i' veggio?,
    diss'io, deh, sanza scorta andianci soli,
    se tu sa' ir; ch'i' per me non la cheggio.
      Se tu se' s accorto come suoli,
    non vedi tu ch'e' digrignan li denti,
    e con le ciglia ne minaccian duoli?.
      Ed elli a me: Non vo' che tu paventi;
    lasciali digrignar pur a lor senno,
    ch'e' fanno ci per li lessi dolenti.
      Per l'argine sinistro volta dienno;
    ma prima avea ciascun la lingua stretta
    coi denti, verso lor duca, per cenno;
      ed elli avea del cul fatto trombetta.













    Canto 22.

      Io vidi gi cavalier muover campo,
    e cominciare stormo e far lor mostra,
    e talvolta partir per loro scampo;
      corridor vidi per la terra vostra,
    o Aretini, e vidi gir gualdane,
    fedir torneamenti e correr giostra;
      quando con trombe, e quando con campane,
    con tamburi e con cenni di castella,
    e con cose nostrali e con istrane;
      n gi con s diversa cennamella
    cavalier vidi muover n pedoni,
    n nave a segno di terra o di stella.
      Noi andavam con li diece demoni.
    Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
    coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
      Pur a la pegola era la mia 'ntesa,
    per veder de la bolgia ogne contegno
    e de la gente ch'entro v'era incesa.
      Come i dalfini, quando fanno segno
    a' marinar con l'arco de la schiena,
    che s'argomentin di campar lor legno,
      talor cos, ad alleggiar la pena,
    mostrav'alcun de' peccatori il dosso
    e nascondea in men che non balena.
      E come a l'orlo de l'acqua d'un fosso
    stanno i ranocchi pur col muso fuori,
    s che celano i piedi e l'altro grosso,
      s stavan d'ogne parte i peccatori;
    ma come s'appressava Barbariccia,
    cos si ritran sotto i bollori.
      I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia,
    uno aspettar cos, com'elli 'ncontra
    ch'una rana rimane e l'altra spiccia;
      e Graffiacan, che li era pi di contra,
    li arruncigli le 'mpegolate chiome
    e trassel s, che mi parve una lontra.
      I' sapea gi di tutti quanti 'l nome,
    s li notai quando fuorono eletti,
    e poi ch'e' si chiamaro, attesi come.
      O Rubicante, fa che tu li metti
    li unghioni a dosso, s che tu lo scuoi!,
    gridavan tutti insieme i maladetti.
      E io: Maestro mio, fa, se tu puoi,
    che tu sappi chi  lo sciagurato
    venuto a man de li avversari suoi.
      Lo duca mio li s'accost allato;
    domandollo ond'ei fosse, e quei rispuose:
    I' fui del regno di Navarra nato.
      Mia madre a servo d'un segnor mi puose,
    che m'avea generato d'un ribaldo,
    distruggitor di s e di sue cose.
      Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:
    quivi mi misi a far baratteria;
    di ch'io rendo ragione in questo caldo.
      E Ciriatto, a cui di bocca uscia
    d'ogne parte una sanna come a porco,
    li f sentir come l'una sdruscia.
      Tra male gatte era venuto 'l sorco;
    ma Barbariccia il chiuse con le braccia,
    e disse: State in l, mentr'io lo 'nforco.
      E al maestro mio volse la faccia:
    Domanda, disse, ancor, se pi disii
    saper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia.
      Lo duca dunque: Or d : de li altri rii
    conosci tu alcun che sia latino
    sotto la pece?. E quelli: I' mi partii,
      poco , da un che fu di l vicino.
    Cos foss'io ancor con lui coperto,
    ch'i' non temerei unghia n uncino!.
      E Libicocco Troppo avem sofferto,
    disse; e preseli 'l braccio col runciglio,
    s che, stracciando, ne port un lacerto.
      Draghignazzo anco i volle dar di piglio
    giuso a le gambe; onde 'l decurio loro
    si volse intorno intorno con mal piglio.
      Quand'elli un poco rappaciati fuoro,
    a lui, ch'ancor mirava sua ferita,
    domand 'l duca mio sanza dimoro:
      Chi fu colui da cui mala partita
    di' che facesti per venire a proda?.
    Ed ei rispuose: Fu frate Gomita,
      quel di Gallura, vasel d'ogne froda,
    ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,
    e f s lor, che ciascun se ne loda.
      Danar si tolse, e lasciolli di piano,
    s com'e' dice; e ne li altri offici anche
    barattier fu non picciol, ma sovrano.
      Usa con esso donno Michel Zanche
    di Logodoro; e a dir di Sardigna
    le lingue lor non si sentono stanche.
      Om, vedete l'altro che digrigna:
    i' direi anche, ma i' temo ch'ello
    non s'apparecchi a grattarmi la tigna.
      E 'l gran proposto, vlto a Farfarello
    che stralunava li occhi per fedire,
    disse: Fatti 'n cost, malvagio uccello!.
      Se voi volete vedere o udire,
    ricominci lo spaurato appresso
    Toschi o Lombardi, io ne far venire;
      ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
    s ch'ei non teman de le lor vendette;
    e io, seggendo in questo loco stesso,
      per un ch'io son, ne far venir sette
    quand'io suffoler, com' nostro uso
    di fare allor che fori alcun si mette.
      Cagnazzo a cotal motto lev 'l muso,
    crollando 'l capo, e disse: Odi malizia
    ch'elli ha pensata per gittarsi giuso!.
      Ond'ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia,
    rispuose: Malizioso son io troppo,
    quand'io procuro a' mia maggior trestizia.
      Alichin non si tenne e, di rintoppo
    a li altri, disse a lui: Se tu ti cali,
    io non ti verr dietro di gualoppo,
      ma batter sovra la pece l'ali.
    Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,
    a veder se tu sol pi di noi vali.
      O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
    ciascun da l'altra costa li occhi volse;
    quel prima, ch'a ci fare era pi crudo.
      Lo Navarrese ben suo tempo colse;
    ferm le piante a terra, e in un punto
    salt e dal proposto lor si sciolse.
      Di che ciascun di colpa fu compunto,
    ma quei pi che cagion fu del difetto;
    per si mosse e grid: Tu se' giunto!.
      Ma poco i valse: ch l'ali al sospetto
    non potero avanzar: quelli and sotto,
    e quei drizz volando suso il petto:
      non altrimenti l'anitra di botto,
    quando 'l falcon s'appressa, gi s'attuffa,
    ed ei ritorna s crucciato e rotto.
      Irato Calcabrina de la buffa,
    volando dietro li tenne, invaghito
    che quei campasse per aver la zuffa;
      e come 'l barattier fu disparito,
    cos volse li artigli al suo compagno,
    e fu con lui sopra 'l fosso ghermito.
      Ma l'altro fu bene sparvier grifagno
    ad artigliar ben lui, e amendue
    cadder nel mezzo del bogliente stagno.
      Lo caldo sghermitor sbito fue;
    ma per di levarsi era neente,
    s avieno inviscate l'ali sue.
      Barbariccia, con li altri suoi dolente,
    quattro ne f volar da l'altra costa
    con tutt'i raffi, e assai prestamente
      di qua, di l discesero a la posta;
    porser li uncini verso li 'mpaniati,
    ch'eran gi cotti dentro da la crosta;
      e noi lasciammo lor cos 'mpacciati.

    Canto 23.

      Taciti, soli, sanza compagnia
    n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,
    come frati minor vanno per via.
      Vlt'era in su la favola d'Isopo
    lo mio pensier per la presente rissa,
    dov'el parl de la rana e del topo;
      ch pi non si pareggia 'mo' e 'issa'
    che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia
    principio e fine con la mente fissa.
      E come l'un pensier de l'altro scoppia,
    cos nacque di quello un altro poi,
    che la prima paura mi f doppia.
      Io pensava cos: 'Questi per noi
    sono scherniti con danno e con beffa
    s fatta, ch'assai credo che lor ni.
      Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,
    ei ne verranno dietro pi crudeli
    che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa'.
      Gi mi sentia tutti arricciar li peli
    de la paura e stava in dietro intento,
    quand'io dissi: Maestro, se non celi
      te e me tostamente, i' ho pavento
    d'i Malebranche. Noi li avem gi dietro;
    io li 'magino s, che gi li sento.
      E quei: S'i' fossi di piombato vetro,
    l'imagine di fuor tua non trarrei
    pi tosto a me, che quella dentro 'mpetro.
      Pur mo venieno i tuo' pensier tra ' miei,
    con simile atto e con simile faccia,
    s che d'intrambi un sol consiglio fei.
      S'elli  che s la destra costa giaccia,
    che noi possiam ne l'altra bolgia scendere,
    noi fuggirem l'imaginata caccia.
      Gi non compi di tal consiglio rendere,
    ch'io li vidi venir con l'ali tese
    non molto lungi, per volerne prendere.
      Lo duca mio di sbito mi prese,
    come la madre ch'al romore  desta
    e vede presso a s le fiamme accese,
      che prende il figlio e fugge e non s'arresta,
    avendo pi di lui che di s cura,
    tanto che solo una camiscia vesta;
      e gi dal collo de la ripa dura
    supin si diede a la pendente roccia,
    che l'un de' lati a l'altra bolgia tura.
      Non corse mai s tosto acqua per doccia
    a volger ruota di molin terragno,
    quand'ella pi verso le pale approccia,
      come 'l maestro mio per quel vivagno,
    portandosene me sovra 'l suo petto,
    come suo figlio, non come compagno.
      A pena fuoro i pi suoi giunti al letto
    del fondo gi, ch'e' furon in sul colle
    sovresso noi; ma non l era sospetto;
      ch l'alta provedenza che lor volle
    porre ministri de la fossa quinta,
    poder di partirs'indi a tutti tolle.
      L gi trovammo una gente dipinta
    che giva intorno assai con lenti passi,
    piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
      Elli avean cappe con cappucci bassi
    dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
    che in Clugn per li monaci fassi.
      Di fuor dorate son, s ch'elli abbaglia;
    ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
    che Federigo le mettea di paglia.
      Oh in etterno faticoso manto!
    Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
    con loro insieme, intenti al tristo pianto;
      ma per lo peso quella gente stanca
    vena s pian, che noi eravam nuovi
    di compagnia ad ogne mover d'anca.
      Per ch'io al duca mio: Fa che tu trovi
    alcun ch'al fatto o al nome si conosca,
    e li occhi, s andando, intorno movi.
      E un che 'ntese la parola tosca,
    di retro a noi grid: Tenete i piedi,
    voi che correte s per l'aura fosca!
      Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi.
    Onde 'l duca si volse e disse: Aspetta
    e poi secondo il suo passo procedi.
      Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
    de l'animo, col viso, d'esser meco;
    ma tardavali 'l carco e la via stretta.
      Quando fuor giunti, assai con l'occhio bieco
    mi rimiraron sanza far parola;
    poi si volsero in s, e dicean seco:
      Costui par vivo a l'atto de la gola;
    e s'e' son morti, per qual privilegio
    vanno scoperti de la grave stola?.
      Poi disser me: O Tosco, ch'al collegio
    de l'ipocriti tristi se' venuto,
    dir chi tu se' non avere in dispregio.
      E io a loro: I' fui nato e cresciuto
    sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
    e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.
      Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
    quant'i' veggio dolor gi per le guance?
    e che pena  in voi che s sfavilla?.
      E l'un rispuose a me: Le cappe rance
    son di piombo s grosse, che li pesi
    fan cos cigolar le lor bilance.
      Frati godenti fummo, e bolognesi;
    io Catalano e questi Loderingo
    nomati, e da tua terra insieme presi,
      come suole esser tolto un uom solingo,
    per conservar sua pace; e fummo tali,
    ch'ancor si pare intorno dal Gardingo.
      Io cominciai: O frati, i vostri mali...;
    ma pi non dissi, ch'a l'occhio mi corse
    un, crucifisso in terra con tre pali.
      Quando mi vide, tutto si distorse,
    soffiando ne la barba con sospiri;
    e 'l frate Catalan, ch'a ci s'accorse,
      mi disse: Quel confitto che tu miri,
    consigli i Farisei che convenia
    porre un uom per lo popolo a' martri.
      Attraversato , nudo, ne la via,
    come tu vedi, ed  mestier ch'el senta
    qualunque passa, come pesa, pria.
      E a tal modo il socero si stenta
    in questa fossa, e li altri dal concilio
    che fu per li Giudei mala sementa.
      Allor vid'io maravigliar Virgilio
    sovra colui ch'era disteso in croce
    tanto vilmente ne l'etterno essilio.
      Poscia drizz al frate cotal voce:
    Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
    s'a la man destra giace alcuna foce
      onde noi amendue possiamo uscirci,
    sanza costrigner de li angeli neri
    che vegnan d'esto fondo a dipartirci.
      Rispuose adunque: Pi che tu non speri
    s'appressa un sasso che de la gran cerchia
    si move e varca tutt'i vallon feri,
      salvo che 'n questo  rotto e nol coperchia:
    montar potrete su per la ruina,
    che giace in costa e nel fondo soperchia.
      Lo duca stette un poco a testa china;
    poi disse: Mal contava la bisogna
    colui che i peccator di qua uncina.
      E 'l frate: Io udi' gi dire a Bologna
    del diavol vizi assai, tra ' quali udi'
    ch'elli  bugiardo, e padre di menzogna.
      Appresso il duca a gran passi sen g,
    turbato un poco d'ira nel sembiante;
    ond'io da li 'ncarcati mi parti'
      dietro a le poste de le care piante.




    Canto 24.

      In quella parte del giovanetto anno
    che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra
    e gi le notti al mezzo d sen vanno,
      quando la brina in su la terra assempra
    l'imagine di sua sorella bianca,
    ma poco dura a la sua penna tempra,
      lo villanello a cui la roba manca,
    si leva, e guarda, e vede la campagna
    biancheggiar tutta; ond'ei si batte l'anca,
      ritorna in casa, e qua e l si lagna,
    come 'l tapin che non sa che si faccia;
    poi riede, e la speranza ringavagna,
      veggendo 'l mondo aver cangiata faccia
    in poco d'ora, e prende suo vincastro,
    e fuor le pecorelle a pascer caccia.
      Cos mi fece sbigottir lo mastro
    quand'io li vidi s turbar la fronte,
    e cos tosto al mal giunse lo 'mpiastro;
      ch, come noi venimmo al guasto ponte,
    lo duca a me si volse con quel piglio
    dolce ch'io vidi prima a pi del monte.
      Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
    eletto seco riguardando prima
    ben la ruina, e diedemi di piglio.
      E come quei ch'adopera ed estima,
    che sempre par che 'nnanzi si proveggia,
    cos, levando me s ver la cima
      d'un ronchione, avvisava un'altra scheggia
    dicendo: Sovra quella poi t'aggrappa;
    ma tenta pria s' tal ch'ella ti reggia.
      Non era via da vestito di cappa,
    ch noi a pena, ei lieve e io sospinto,
    potavam s montar di chiappa in chiappa.
      E se non fosse che da quel precinto
    pi che da l'altro era la costa corta,
    non so di lui, ma io sarei ben vinto.
      Ma perch Malebolge inver' la porta
    del bassissimo pozzo tutta pende,
    lo sito di ciascuna valle porta
      che l'una costa surge e l'altra scende;
    noi pur venimmo al fine in su la punta
    onde l'ultima pietra si scoscende.
      La lena m'era del polmon s munta
    quand'io fui s, ch'i' non potea pi oltre,
    anzi m'assisi ne la prima giunta.
      Omai convien che tu cos ti spoltre,
    disse 'l maestro; ch, seggendo in piuma,
    in fama non si vien, n sotto coltre;
      sanza la qual chi sua vita consuma,
    cotal vestigio in terra di s lascia,
    qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
      E per leva s: vinci l'ambascia
    con l'animo che vince ogne battaglia,
    se col suo grave corpo non s'accascia.
      Pi lunga scala convien che si saglia;
    non basta da costoro esser partito.
    Se tu mi 'ntendi, or fa s che ti vaglia.
      Leva'mi allor, mostrandomi fornito
    meglio di lena ch'i' non mi senta;
    e dissi: Va, ch'i' son forte e ardito.
      Su per lo scoglio prendemmo la via,
    ch'era ronchioso, stretto e malagevole,
    ed erto pi assai che quel di pria.
      Parlando andava per non parer fievole;
    onde una voce usc de l'altro fosso,
    a parole formar disconvenevole.
      Non so che disse, ancor che sovra 'l dosso
    fossi de l'arco gi che varca quivi;
    ma chi parlava ad ire parea mosso.
      Io era vlto in gi, ma li occhi vivi
    non poteano ire al fondo per lo scuro;
    per ch'io: Maestro, fa che tu arrivi
      da l'altro cinghio e dismontiam lo muro;
    ch, com'i' odo quinci e non intendo,
    cos gi veggio e neente affiguro.
      Altra risposta, disse, non ti rendo
    se non lo far; ch la dimanda onesta
    si de' seguir con l'opera tacendo.
      Noi discendemmo il ponte da la testa
    dove s'aggiugne con l'ottava ripa,
    e poi mi fu la bolgia manifesta:
      e vidivi entro terribile stipa
    di serpenti, e di s diversa mena
    che la memoria il sangue ancor mi scipa.
      Pi non si vanti Libia con sua rena;
    ch se chelidri, iaculi e faree
    produce, e cencri con anfisibena,
      n tante pestilenzie n s ree
    mostr gi mai con tutta l'Etiopia
    n con ci che di sopra al Mar Rosso e.
      Tra questa cruda e tristissima copia
    correan genti nude e spaventate,
    sanza sperar pertugio o elitropia:
      con serpi le man dietro avean legate;
    quelle ficcavan per le ren la coda
    e 'l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
      Ed ecco a un ch'era da nostra proda,
    s'avvent un serpente che 'l trafisse
    l dove 'l collo a le spalle s'annoda.
      N O s tosto mai n I si scrisse,
    com'el s'accese e arse, e cener tutto
    convenne che cascando divenisse;
      e poi che fu a terra s distrutto,
    la polver si raccolse per s stessa,
    e 'n quel medesmo ritorn di butto.
      Cos per li gran savi si confessa
    che la fenice more e poi rinasce,
    quando al cinquecentesimo anno appressa;
      erba n biado in sua vita non pasce,
    ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
    e nardo e mirra son l'ultime fasce.
      E qual  quel che cade, e non sa como,
    per forza di demon ch'a terra il tira,
    o d'altra oppilazion che lega l'omo,
      quando si leva, che 'ntorno si mira
    tutto smarrito de la grande angoscia
    ch'elli ha sofferta, e guardando sospira:
      tal era il peccator levato poscia.
    Oh potenza di Dio, quant' severa,
    che cotai colpi per vendetta croscia!
      Lo duca il domand poi chi ello era;
    per ch'ei rispuose: Io piovvi di Toscana,
    poco tempo , in questa gola fiera.
      Vita bestial mi piacque e non umana,
    s come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci
    bestia, e Pistoia mi fu degna tana.
      E io al duca: Dilli che non mucci,
    e domanda che colpa qua gi 'l pinse;
    ch'io 'l vidi uomo di sangue e di crucci.
      E 'l peccator, che 'ntese, non s'infinse,
    ma drizz verso me l'animo e 'l volto,
    e di trista vergogna si dipinse;
      poi disse: Pi mi duol che tu m'hai colto
    ne la miseria dove tu mi vedi,
    che quando fui de l'altra vita tolto.
      Io non posso negar quel che tu chiedi;
    in gi son messo tanto perch'io fui
    ladro a la sagrestia d'i belli arredi,
      e falsamente gi fu apposto altrui.
    Ma perch di tal vista tu non godi,
    se mai sarai di fuor da' luoghi bui,
      apri li orecchi al mio annunzio, e odi:
    Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;
    poi Fiorenza rinova gente e modi.
      Tragge Marte vapor di Val di Magra
    ch' di torbidi nuvoli involuto;
    e con tempesta impetuosa e agra
      sovra Campo Picen fia combattuto;
    ond'ei repente spezzer la nebbia,
    s ch'ogne Bianco ne sar feruto.
      E detto l'ho perch doler ti debbia!.

    Canto 25.

      Al fine de le sue parole il ladro
    le mani alz con amendue le fiche,
    gridando: Togli, Dio, ch'a te le squadro!.
      Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
    perch'una li s'avvolse allora al collo,
    come dicesse 'Non vo' che pi diche';
      e un'altra a le braccia, e rilegollo,
    ribadendo s stessa s dinanzi,
    che non potea con esse dare un crollo.
      Ahi Pistoia, Pistoia, ch non stanzi
    d'incenerarti s che pi non duri,
    poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?
      Per tutt'i cerchi de lo 'nferno scuri
    non vidi spirto in Dio tanto superbo,
    non quel che cadde a Tebe gi da' muri.
      El si fugg che non parl pi verbo;
    e io vidi un centauro pien di rabbia
    venir chiamando: Ov', ov' l'acerbo?.
      Maremma non cred'io che tante n'abbia,
    quante bisce elli avea su per la groppa
    infin ove comincia nostra labbia.
      Sovra le spalle, dietro da la coppa,
    con l'ali aperte li giacea un draco;
    e quello affuoca qualunque s'intoppa.
      Lo mio maestro disse: Questi  Caco,
    che sotto 'l sasso di monte Aventino
    di sangue fece spesse volte laco.
      Non va co' suoi fratei per un cammino,
    per lo furto che frodolente fece
    del grande armento ch'elli ebbe a vicino;
      onde cessar le sue opere biece
    sotto la mazza d'Ercule, che forse
    gliene di cento, e non sent le diece.
      Mentre che s parlava, ed el trascorse
    e tre spiriti venner sotto noi,
    de' quali n io n 'l duca mio s'accorse,
      se non quando gridar: Chi siete voi?;
    per che nostra novella si ristette,
    e intendemmo pur ad essi poi.
      Io non li conoscea; ma ei seguette,
    come suol seguitar per alcun caso,
    che l'un nomar un altro convenette,
      dicendo: Cianfa dove fia rimaso?;
    per ch'io, acci che 'l duca stesse attento,
    mi puosi 'l dito su dal mento al naso.
      Se tu se' or, lettore, a creder lento
    ci ch'io dir, non sar maraviglia,
    ch io che 'l vidi, a pena il mi consento.
      Com'io tenea levate in lor le ciglia,
    e un serpente con sei pi si lancia
    dinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia.
      Co' pi di mezzo li avvinse la pancia,
    e con li anterior le braccia prese;
    poi li addent e l'una e l'altra guancia;
      li diretani a le cosce distese,
    e miseli la coda tra 'mbedue,
    e dietro per le ren s la ritese.
      Ellera abbarbicata mai non fue
    ad alber s, come l'orribil fiera
    per l'altrui membra avviticchi le sue.
      Poi s'appiccar, come di calda cera
    fossero stati, e mischiar lor colore,
    n l'un n l'altro gi parea quel ch'era:
      come procede innanzi da l'ardore,
    per lo papiro suso, un color bruno
    che non  nero ancora e 'l bianco more.
      Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno
    gridava: Om, Agnel, come ti muti!
    Vedi che gi non se' n due n uno.
      Gi eran li due capi un divenuti,
    quando n'apparver due figure miste
    in una faccia, ov'eran due perduti.
      Fersi le braccia due di quattro liste;
    le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso
    divenner membra che non fuor mai viste.
      Ogne primaio aspetto ivi era casso:
    due e nessun l'imagine perversa
    parea; e tal sen gio con lento passo.
      Come 'l ramarro sotto la gran fersa
    dei d canicular, cangiando sepe,
    folgore par se la via attraversa,
      s pareva, venendo verso l'epe
    de li altri due, un serpentello acceso,
    livido e nero come gran di pepe;
      e quella parte onde prima  preso
    nostro alimento, a l'un di lor trafisse;
    poi cadde giuso innanzi lui disteso.
      Lo trafitto 'l mir, ma nulla disse;
    anzi, co' pi fermati, sbadigliava
    pur come sonno o febbre l'assalisse.
      Elli 'l serpente, e quei lui riguardava;
    l'un per la piaga, e l'altro per la bocca
    fummavan forte, e 'l fummo si scontrava.
      Taccia Lucano ormai l dove tocca
    del misero Sabello e di Nasidio,
    e attenda a udir quel ch'or si scocca.
      Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio;
    ch se quello in serpente e quella in fonte
    converte poetando, io non lo 'nvidio;
      ch due nature mai a fronte a fronte
    non trasmut s ch'amendue le forme
    a cambiar lor matera fosser pronte.
      Insieme si rispuosero a tai norme,
    che 'l serpente la coda in forca fesse,
    e il feruto ristrinse insieme l'orme.
      Le gambe con le cosce seco stesse
    s'appiccar s, che 'n poco la giuntura
    non facea segno alcun che si paresse.
      Togliea la coda fessa la figura
    che si perdeva l, e la sua pelle
    si facea molle, e quella di l dura.
      Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,
    e i due pi de la fiera, ch'eran corti,
    tanto allungar quanto accorciavan quelle.
      Poscia li pi di retro, insieme attorti,
    diventaron lo membro che l'uom cela,
    e 'l misero del suo n'avea due porti.
      Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela
    di color novo, e genera 'l pel suso
    per l'una parte e da l'altra il dipela,
      l'un si lev e l'altro cadde giuso,
    non torcendo per le lucerne empie,
    sotto le quai ciascun cambiava muso.
      Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,
    e di troppa matera ch'in l venne
    uscir li orecchi de le gote scempie;
      ci che non corse in dietro e si ritenne
    di quel soverchio, f naso a la faccia
    e le labbra ingross quanto convenne.
      Quel che giacea, il muso innanzi caccia,
    e li orecchi ritira per la testa
    come face le corna la lumaccia;
      e la lingua, ch'avea unita e presta
    prima a parlar, si fende, e la forcuta
    ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.
      L'anima ch'era fiera divenuta,
    suffolando si fugge per la valle,
    e l'altro dietro a lui parlando sputa.
      Poscia li volse le novelle spalle,
    e disse a l'altro: I' vo' che Buoso corra,
    com'ho fatt'io, carpon per questo calle.
      Cos vid'io la settima zavorra
    mutare e trasmutare; e qui mi scusi
    la novit se fior la penna abborra.
      E avvegna che li occhi miei confusi
    fossero alquanto e l'animo smagato,
    non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
      ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato;
    ed era quel che sol, di tre compagni
    che venner prima, non era mutato;
      l'altr'era quel che tu, Gaville, piagni.

    Canto 26.

      Godi, Fiorenza, poi che se' s grande,
    che per mare e per terra batti l'ali,
    e per lo 'nferno tuo nome si spande!
      Tra li ladron trovai cinque cotali
    tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
    e tu in grande orranza non ne sali.
      Ma se presso al mattin del ver si sogna,
    tu sentirai di qua da picciol tempo
    di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.
      E se gi fosse, non saria per tempo.
    Cos foss'ei, da che pur esser dee!
    ch pi mi graver, com'pi m'attempo.
      Noi ci partimmo, e su per le scalee
    che n'avea fatto iborni a scender pria,
    rimont 'l duca mio e trasse mee;
      e proseguendo la solinga via,
    tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
    lo pi sanza la man non si spedia.
      Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
    quando drizzo la mente a ci ch'io vidi,
    e pi lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,
      perch non corra che virt nol guidi;
    s che, se stella bona o miglior cosa
    m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.
      Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
    nel tempo che colui che 'l mondo schiara
    la faccia sua a noi tien meno ascosa,
      come la mosca cede alla zanzara,
    vede lucciole gi per la vallea,
    forse col dov'e' vendemmia e ara:
      di tante fiamme tutta risplendea
    l'ottava bolgia, s com'io m'accorsi
    tosto che fui l 've 'l fondo parea.
      E qual colui che si vengi con li orsi
    vide 'l carro d'Elia al dipartire,
    quando i cavalli al cielo erti levorsi,
      che nol potea s con li occhi seguire,
    ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
    s come nuvoletta, in s salire:
      tal si move ciascuna per la gola
    del fosso, ch nessuna mostra 'l furto,
    e ogne fiamma un peccatore invola.
      Io stava sovra 'l ponte a veder surto,
    s che s'io non avessi un ronchion preso,
    caduto sarei gi sanz'esser urto.
      E 'l duca che mi vide tanto atteso,
    disse: Dentro dai fuochi son li spirti;
    catun si fascia di quel ch'elli  inceso.
      Maestro mio, rispuos'io, per udirti
    son io pi certo; ma gi m'era avviso
    che cos fosse, e gi voleva dirti:
      chi  'n quel foco che vien s diviso
    di sopra, che par surger de la pira
    dov'Etecle col fratel fu miso?.
      Rispuose a me: L dentro si martira
    Ulisse e Diomede, e cos insieme
    a la vendetta vanno come a l'ira;
      e dentro da la lor fiamma si geme
    l'agguato del caval che f la porta
    onde usc de' Romani il gentil seme.
      Piangevisi entro l'arte per che, morta,
    Deidama ancor si duol d'Achille,
    e del Palladio pena vi si porta.
      S'ei posson dentro da quelle faville
    parlar, diss'io, maestro, assai ten priego
    e ripriego, che 'l priego vaglia mille,
      che non mi facci de l'attender niego
    fin che la fiamma cornuta qua vegna;
    vedi che del disio ver' lei mi piego!.
      Ed elli a me: La tua preghiera  degna
    di molta loda, e io per l'accetto;
    ma fa che la tua lingua si sostegna.
      Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto
    ci che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
    perch'e' fuor greci, forse del tuo detto.
      Poi che la fiamma fu venuta quivi
    dove parve al mio duca tempo e loco,
    in questa forma lui parlare audivi:
      O voi che siete due dentro ad un foco,
    s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
    s'io meritai di voi assai o poco
      quando nel mondo li alti versi scrissi,
    non vi movete; ma l'un di voi dica
    dove, per lui, perduto a morir gissi.
      Lo maggior corno de la fiamma antica
    cominci a crollarsi mormorando
    pur come quella cui vento affatica;
      indi la cima qua e l menando,
    come fosse la lingua che parlasse,
    gitt voce di fuori, e disse: Quando
      mi diparti' da Circe, che sottrasse
    me pi d'un anno l presso a Gaeta,
    prima che s Enea la nomasse,
      n dolcezza di figlio, n la pieta
    del vecchio padre, n 'l debito amore
    lo qual dovea Penelop far lieta,
      vincer potero dentro a me l'ardore
    ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,
    e de li vizi umani e del valore;
      ma misi me per l'alto mare aperto
    sol con un legno e con quella compagna
    picciola da la qual non fui diserto.
      L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
    fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
    e l'altre che quel mare intorno bagna.
      Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
    quando venimmo a quella foce stretta
    dov'Ercule segn li suoi riguardi,
      acci che l'uom pi oltre non si metta:
    da la man destra mi lasciai Sibilia,
    da l'altra gi m'avea lasciata Setta.
      "O frati", dissi "che per cento milia
    perigli siete giunti a l'occidente,
    a questa tanto picciola vigilia
      d'i nostri sensi ch' del rimanente,
    non vogliate negar l'esperienza,
    di retro al sol, del mondo sanza gente.
      Considerate la vostra semenza:
    fatti non foste a viver come bruti,
    ma per seguir virtute e canoscenza".
      Li miei compagni fec'io s aguti,
    con questa orazion picciola, al cammino,
    che a pena poscia li avrei ritenuti;
      e volta nostra poppa nel mattino,
    de' remi facemmo ali al folle volo,
    sempre acquistando dal lato mancino.
      Tutte le stelle gi de l'altro polo
    vedea la notte e 'l nostro tanto basso,
    che non surgea fuor del marin suolo.
      Cinque volte racceso e tante casso
    lo lume era di sotto da la luna,
    poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
      quando n'apparve una montagna, bruna
    per la distanza, e parvemi alta tanto
    quanto veduta non avea alcuna.
      Noi ci allegrammo, e tosto torn in pianto,
    ch de la nova terra un turbo nacque,
    e percosse del legno il primo canto.
      Tre volte il f girar con tutte l'acque;
    a la quarta levar la poppa in suso
    e la prora ire in gi, com'altrui piacque,
      infin che 'l mar fu sovra noi richiuso.










    Canto 27.

      Gi era dritta in s la fiamma e queta
    per non dir pi, e gi da noi sen gia
    con la licenza del dolce poeta,
      quand'un'altra, che dietro a lei venia,
    ne fece volger li occhi a la sua cima
    per un confuso suon che fuor n'uscia.
      Come 'l bue cicilian che mugghi prima
    col pianto di colui, e ci fu dritto,
    che l'avea temperato con sua lima,
      mugghiava con la voce de l'afflitto,
    s che, con tutto che fosse di rame,
    pur el pareva dal dolor trafitto;
      cos, per non aver via n forame
    dal principio nel foco, in suo linguaggio
    si convertian le parole grame.
      Ma poscia ch'ebber colto lor viaggio
    su per la punta, dandole quel guizzo
    che dato avea la lingua in lor passaggio,
      udimmo dire: O tu a cu' io drizzo
    la voce e che parlavi mo lombardo,
    dicendo "Istra ten va, pi non t'adizzo",
      perch'io sia giunto forse alquanto tardo,
    non t'incresca restare a parlar meco;
    vedi che non incresce a me, e ardo!
      Se tu pur mo in questo mondo cieco
    caduto se' di quella dolce terra
    latina ond'io mia colpa tutta reco,
      dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
    ch'io fui d'i monti l intra Orbino
    e 'l giogo di che Tever si diserra.
      Io era in giuso ancora attento e chino,
    quando il mio duca mi tent di costa,
    dicendo: Parla tu; questi  latino.
      E io, ch'avea gi pronta la risposta,
    sanza indugio a parlare incominciai:
    O anima che se' l gi nascosta,
      Romagna tua non , e non fu mai,
    sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;
    ma 'n palese nessuna or vi lasciai.
      Ravenna sta come stata  molt'anni:
    l'aguglia da Polenta la si cova,
    s che Cervia ricuopre co' suoi vanni.
      La terra che f gi la lunga prova
    e di Franceschi sanguinoso mucchio,
    sotto le branche verdi si ritrova.
      E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,
    che fecer di Montagna il mal governo,
    l dove soglion fan d'i denti succhio.
      Le citt di Lamone e di Santerno
    conduce il lioncel dal nido bianco,
    che muta parte da la state al verno.
      E quella cu' il Savio bagna il fianco,
    cos com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte
    tra tirannia si vive e stato franco.
      Ora chi se', ti priego che ne conte;
    non esser duro pi ch'altri sia stato,
    se 'l nome tuo nel mondo tegna fronte.
      Poscia che 'l foco alquanto ebbe rugghiato
    al modo suo, l'aguta punta mosse
    di qua, di l, e poi di cotal fiato:
      S'i' credesse che mia risposta fosse
    a persona che mai tornasse al mondo,
    questa fiamma staria sanza pi scosse;
      ma per che gi mai di questo fondo
    non torn vivo alcun, s'i' odo il vero,
    sanza tema d'infamia ti rispondo.
      Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,
    credendomi, s cinto, fare ammenda;
    e certo il creder mio vena intero,
      se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
    che mi rimise ne le prime colpe;
    e come e "quare", voglio che m'intenda.
      Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe
    che la madre mi di, l'opere mie
    non furon leonine, ma di volpe.
      Li accorgimenti e le coperte vie
    io seppi tutte, e s menai lor arte,
    ch'al fine de la terra il suono uscie.
      Quando mi vidi giunto in quella parte
    di mia etade ove ciascun dovrebbe
    calar le vele e raccoglier le sarte,
      ci che pria mi piacea, allor m'increbbe,
    e pentuto e confesso mi rendei;
    ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
      Lo principe d'i novi Farisei,
    avendo guerra presso a Laterano,
    e non con Saracin n con Giudei,
      ch ciascun suo nimico era cristiano,
    e nessun era stato a vincer Acri
    n mercatante in terra di Soldano;
      n sommo officio n ordini sacri
    guard in s, n in me quel capestro
    che solea fare i suoi cinti pi macri.
      Ma come Costantin chiese Silvestro
    d'entro Siratti a guerir de la lebbre;
    cos mi chiese questi per maestro
      a guerir de la sua superba febbre:
    domandommi consiglio, e io tacetti
    perch le sue parole parver ebbre.
      E' poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;
    finor t'assolvo, e tu m'insegna fare
    s come Penestrino in terra getti.
      Lo ciel poss'io serrare e diserrare,
    come tu sai; per son due le chiavi
    che 'l mio antecessor non ebbe care".
      Allor mi pinser li argomenti gravi
    l 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,
    e dissi: "Padre, da che tu mi lavi
      di quel peccato ov'io mo cader deggio,
    lunga promessa con l'attender corto
    ti far triunfar ne l'alto seggio".
      Francesco venne poi com'io fu' morto,
    per me; ma un d'i neri cherubini
    li disse: "Non portar: non mi far torto.
      Venir se ne dee gi tra ' miei meschini
    perch diede 'l consiglio frodolente,
    dal quale in qua stato li sono a' crini;
      ch'assolver non si pu chi non si pente,
    n pentere e volere insieme puossi
    per la contradizion che nol consente".
      Oh me dolente! come mi riscossi
    quando mi prese dicendomi: "Forse
    tu non pensavi ch'io loico fossi!".
      A Mins mi port; e quelli attorse
    otto volte la coda al dosso duro;
    e poi che per gran rabbia la si morse,
      disse: "Questi  d'i rei del foco furo";
    per ch'io l dove vedi son perduto,
    e s vestito, andando, mi rancuro.
      Quand'elli ebbe 'l suo dir cos compiuto,
    la fiamma dolorando si partio,
    torcendo e dibattendo 'l corno aguto.
      Noi passamm'oltre, e io e 'l duca mio,
    su per lo scoglio infino in su l'altr'arco
    che cuopre 'l fosso in che si paga il fio
      a quei che scommettendo acquistan carco.
















    Canto 28.

      Chi poria mai pur con parole sciolte
    dicer del sangue e de le piaghe a pieno
    ch'i' ora vidi, per narrar pi volte?
      Ogne lingua per certo verria meno
    per lo nostro sermone e per la mente
    c'hanno a tanto comprender poco seno.
      S'el s'aunasse ancor tutta la gente
    che gi in su la fortunata terra
    di Puglia, fu del suo sangue dolente
      per li Troiani e per la lunga guerra
    che de l'anella f s alte spoglie,
    come Livio scrive, che non erra,
      con quella che sentio di colpi doglie
    per contastare a Ruberto Guiscardo;
    e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie
      a Ceperan, l dove fu bugiardo
    ciascun Pugliese, e l da Tagliacozzo,
    dove sanz'arme vinse il vecchio Alardo;
      e qual forato suo membro e qual mozzo
    mostrasse, d'aequar sarebbe nulla
    il modo de la nona bolgia sozzo.
      Gi veggia, per mezzul perdere o lulla,
    com'io vidi un, cos non si pertugia,
    rotto dal mento infin dove si trulla.
      Tra le gambe pendevan le minugia;
    la corata pareva e 'l tristo sacco
    che merda fa di quel che si trangugia.
      Mentre che tutto in lui veder m'attacco,
    guardommi, e con le man s'aperse il petto,
    dicendo: Or vedi com'io mi dilacco!
      vedi come storpiato  Maometto!
    Dinanzi a me sen va piangendo Al,
    fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
      E tutti li altri che tu vedi qui,
    seminator di scandalo e di scisma
    fuor vivi, e per son fessi cos.
      Un diavolo  qua dietro che n'accisma
    s crudelmente, al taglio de la spada
    rimettendo ciascun di questa risma,
      quand'avem volta la dolente strada;
    per che le ferite son richiuse
    prima ch'altri dinanzi li rivada.
      Ma tu chi se' che 'n su lo scoglio muse,
    forse per indugiar d'ire a la pena
    ch' giudicata in su le tue accuse?.
      N morte 'l giunse ancor, n colpa 'l mena,
    rispuose 'l mio maestro a tormentarlo;
    ma per dar lui esperienza piena,
      a me, che morto son, convien menarlo
    per lo 'nferno qua gi di giro in giro;
    e quest' ver cos com'io ti parlo.
      Pi fuor di cento che, quando l'udiro,
    s'arrestaron nel fosso a riguardarmi
    per maraviglia obliando il martiro.
      Or d a fra Dolcin dunque che s'armi,
    tu che forse vedra' il sole in breve,
    s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,
      s di vivanda, che stretta di neve
    non rechi la vittoria al Noarese,
    ch'altrimenti acquistar non sara leve.
      Poi che l'un pi per girsene sospese,
    Maometto mi disse esta parola;
    indi a partirsi in terra lo distese.
      Un altro, che forata avea la gola
    e tronco 'l naso infin sotto le ciglia,
    e non avea mai ch'una orecchia sola,
      ristato a riguardar per maraviglia
    con li altri, innanzi a li altri apr la canna,
    ch'era di fuor d'ogni parte vermiglia,
      e disse: O tu cui colpa non condanna
    e cu' io vidi su in terra latina,
    se troppa simiglianza non m'inganna,
      rimembriti di Pier da Medicina,
    se mai torni a veder lo dolce piano
    che da Vercelli a Marcab dichina.
      E fa saper a' due miglior da Fano,
    a messer Guido e anco ad Angiolello,
    che, se l'antiveder qui non  vano,
      gittati saran fuor di lor vasello
    e mazzerati presso a la Cattolica
    per tradimento d'un tiranno fello.
      Tra l'isola di Cipri e di Maiolica
    non vide mai s gran fallo Nettuno,
    non da pirate, non da gente argolica.
      Quel traditor che vede pur con l'uno,
    e tien la terra che tale qui meco
    vorrebbe di vedere esser digiuno,
      far venirli a parlamento seco;
    poi far s, ch'al vento di Focara
    non sar lor mestier voto n preco.
      E io a lui: Dimostrami e dichiara,
    se vuo' ch'i' porti s di te novella,
    chi  colui da la veduta amara.
      Allor puose la mano a la mascella
    d'un suo compagno e la bocca li aperse,
    gridando: Questi  desso, e non favella.
      Questi, scacciato, il dubitar sommerse
    in Cesare, affermando che 'l fornito
    sempre con danno l'attender sofferse.
      Oh quanto mi pareva sbigottito
    con la lingua tagliata ne la strozza
    Curio, ch'a dir fu cos ardito!
      E un ch'avea l'una e l'altra man mozza,
    levando i moncherin per l'aura fosca,
    s che 'l sangue facea la faccia sozza,
      grid: Ricordera'ti anche del Mosca,
    che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta",
    che fu mal seme per la gente tosca.
      E io li aggiunsi: E morte di tua schiatta;
    per ch'elli, accumulando duol con duolo,
    sen gio come persona trista e matta.
      Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
    e vidi cosa, ch'io avrei paura,
    sanza pi prova, di contarla solo;
      se non che coscienza m'assicura,
    la buona compagnia che l'uom francheggia
    sotto l'asbergo del sentirsi pura.
      Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia,
    un busto sanza capo andar s come
    andavan li altri de la trista greggia;
      e 'l capo tronco tenea per le chiome,
    pesol con mano a guisa di lanterna;
    e quel mirava noi e dicea: Oh me!.
      Di s facea a s stesso lucerna,
    ed eran due in uno e uno in due:
    com'esser pu, quei sa che s governa.
      Quando diritto al pi del ponte fue,
    lev 'l braccio alto con tutta la testa,
    per appressarne le parole sue,
      che fuoro: Or vedi la pena molesta
    tu che, spirando, vai veggendo i morti:
    vedi s'alcuna  grande come questa.
      E perch tu di me novella porti,
    sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli
    che diedi al re giovane i ma' conforti.
      Io feci il padre e 'l figlio in s ribelli:
    Achitofl non f pi d'Absalone
    e di Davd coi malvagi punzelli.
      Perch'io parti' cos giunte persone,
    partito porto il mio cerebro, lasso!,
    dal suo principio ch' in questo troncone.
      Cos s'osserva in me lo contrapasso.










    Canto 29.

      La molta gente e le diverse piaghe
    avean le luci mie s inebriate,
    che de lo stare a piangere eran vaghe.
      Ma Virgilio mi disse: Che pur guate?
    perch la vista tua pur si soffolge
    l gi tra l'ombre triste smozzicate?
      Tu non hai fatto s a l'altre bolge;
    pensa, se tu annoverar le credi,
    che miglia ventidue la valle volge.
      E gi la luna  sotto i nostri piedi:
    lo tempo  poco omai che n' concesso,
    e altro  da veder che tu non vedi.
      Se tu avessi, rispuos'io appresso,
    atteso a la cagion perch'io guardava,
    forse m'avresti ancor lo star dimesso.
      Parte sen giva, e io retro li andava,
    lo duca, gi faccendo la risposta,
    e soggiugnendo: Dentro a quella cava
      dov'io tenea or li occhi s a posta,
    credo ch'un spirto del mio sangue pianga
    la colpa che l gi cotanto costa.
      Allor disse 'l maestro: Non si franga
    lo tuo pensier da qui innanzi sovr'ello.
    Attendi ad altro, ed ei l si rimanga;
      ch'io vidi lui a pi del ponticello
    mostrarti, e minacciar forte, col dito,
    e udi' 'l nominar Geri del Bello.
      Tu eri allor s del tutto impedito
    sovra colui che gi tenne Altaforte,
    che non guardasti in l, s fu partito.
      O duca mio, la violenta morte
    che non li  vendicata ancor, diss'io,
    per alcun che de l'onta sia consorte,
      fece lui disdegnoso; ond'el sen gio
    sanza parlarmi, s com'io estimo:
    e in ci m'ha el fatto a s pi pio.
      Cos parlammo infino al loco primo
    che de lo scoglio l'altra valle mostra,
    se pi lume vi fosse, tutto ad imo.
      Quando noi fummo sor l'ultima chiostra
    di Malebolge, s che i suoi conversi
    potean parere a la veduta nostra,
      lamenti saettaron me diversi,
    che di piet ferrati avean li strali;
    ond'io li orecchi con le man copersi.
      Qual dolor fora, se de li spedali,
    di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre
    e di Maremma e di Sardigna i mali
      fossero in una fossa tutti 'nsembre,
    tal era quivi, e tal puzzo n'usciva
    qual suol venir de le marcite membre.
      Noi discendemmo in su l'ultima riva
    del lungo scoglio, pur da man sinistra;
    e allor fu la mia vista pi viva
      gi ver lo fondo, la 've la ministra
    de l'alto Sire infallibil giustizia
    punisce i falsador che qui registra.
      Non credo ch'a veder maggior tristizia
    fosse in Egina il popol tutto infermo,
    quando fu l'aere s pien di malizia,
      che li animali, infino al picciol vermo,
    cascaron tutti, e poi le genti antiche,
    secondo che i poeti hanno per fermo,
      si ristorar di seme di formiche;
    ch'era a veder per quella oscura valle
    languir li spirti per diverse biche.
      Qual sovra 'l ventre, e qual sovra le spalle
    l'un de l'altro giacea, e qual carpone
    si trasmutava per lo tristo calle.
      Passo passo andavam sanza sermone,
    guardando e ascoltando li ammalati,
    che non potean levar le lor persone.
      Io vidi due sedere a s poggiati,
    com'a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
    dal capo al pi di schianze macolati;
      e non vidi gi mai menare stregghia
    a ragazzo aspettato dal segnorso,
    n a colui che mal volontier vegghia,
      come ciascun menava spesso il morso
    de l'unghie sopra s per la gran rabbia
    del pizzicor, che non ha pi soccorso;
      e s traevan gi l'unghie la scabbia,
    come coltel di scardova le scaglie
    o d'altro pesce che pi larghe l'abbia.
      O tu che con le dita ti dismaglie,
    cominci 'l duca mio a l'un di loro,
    e che fai d'esse talvolta tanaglie,
      dinne s'alcun Latino  tra costoro
    che son quinc'entro, se l'unghia ti basti
    etternalmente a cotesto lavoro.
      Latin siam noi, che tu vedi s guasti
    qui ambedue, rispuose l'un piangendo;
    ma tu chi se' che di noi dimandasti?.
      E 'l duca disse: I' son un che discendo
    con questo vivo gi di balzo in balzo,
    e di mostrar lo 'nferno a lui intendo.
      Allor si ruppe lo comun rincalzo;
    e tremando ciascuno a me si volse
    con altri che l'udiron di rimbalzo.
      Lo buon maestro a me tutto s'accolse,
    dicendo: D a lor ci che tu vuoli;
    e io incominciai, poscia ch'ei volse:
      Se la vostra memoria non s'imboli
    nel primo mondo da l'umane menti,
    ma s'ella viva sotto molti soli,
      ditemi chi voi siete e di che genti;
    la vostra sconcia e fastidiosa pena
    di palesarvi a me non vi spaventi.
      Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena,
    rispuose l'un, mi f mettere al foco;
    ma quel per ch'io mori' qui non mi mena.
      Vero  ch'i' dissi lui, parlando a gioco:
    "I' mi saprei levar per l'aere a volo";
    e quei, ch'avea vaghezza e senno poco,
      volle ch'i' li mostrassi l'arte; e solo
    perch'io nol feci Dedalo, mi fece
    ardere a tal che l'avea per figliuolo.
      Ma nell 'ultima bolgia de le diece
    me per l'alchmia che nel mondo usai
    dann Mins, a cui fallar non lece.
      E io dissi al poeta: Or fu gi mai
    gente s vana come la sanese?
    Certo non la francesca s d'assai!.
      Onde l'altro lebbroso, che m'intese,
    rispuose al detto mio: Tra'mene Stricca
    che seppe far le temperate spese,
      e Niccol che la costuma ricca
    del garofano prima discoverse
    ne l'orto dove tal seme s'appicca;
      e tra'ne la brigata in che disperse
    Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,
    e l'Abbagliato suo senno proferse.
      Ma perch sappi chi s ti seconda
    contra i Sanesi, aguzza ver me l'occhio,
    s che la faccia mia ben ti risponda:
      s vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio,
    che falsai li metalli con l'alchmia;
    e te dee ricordar, se ben t'adocchio,
      com'io fui di natura buona scimia.













    Canto 30.

      Nel tempo che Iunone era crucciata
    per Semel contra 'l sangue tebano,
    come mostr una e altra fiata,
      Atamante divenne tanto insano,
    che veggendo la moglie con due figli
    andar carcata da ciascuna mano,
      grid: Tendiam le reti, s ch'io pigli
    la leonessa e ' leoncini al varco;
    e poi distese i dispietati artigli,
      prendendo l'un ch'avea nome Learco,
    e rotollo e percosselo ad un sasso;
    e quella s'anneg con l'altro carco.
      E quando la fortuna volse in basso
    l'altezza de' Troian che tutto ardiva,
    s che 'nsieme col regno il re fu casso,
      Ecuba trista, misera e cattiva,
    poscia che vide Polissena morta,
    e del suo Polidoro in su la riva
      del mar si fu la dolorosa accorta,
    forsennata latr s come cane;
    tanto il dolor le f la mente torta.
      Ma n di Tebe furie n troiane
    si vider mai in alcun tanto crude,
    non punger bestie, nonch membra umane,
      quant'io vidi in due ombre smorte e nude,
    che mordendo correvan di quel modo
    che 'l porco quando del porcil si schiude.
      L'una giunse a Capocchio, e in sul nodo
    del collo l'assann, s che, tirando,
    grattar li fece il ventre al fondo sodo.
      E l'Aretin che rimase, tremando
    mi disse: Quel folletto  Gianni Schicchi,
    e va rabbioso altrui cos conciando.
      Oh!, diss'io lui, se l'altro non ti ficchi
    li denti a dosso, non ti sia fatica
    a dir chi , pria che di qui si spicchi.
      Ed elli a me: Quell' l'anima antica
    di Mirra scellerata, che divenne
    al padre fuor del dritto amore amica.
      Questa a peccar con esso cos venne,
    falsificando s in altrui forma,
    come l'altro che l sen va, sostenne,
      per guadagnar la donna de la torma,
    falsificare in s Buoso Donati,
    testando e dando al testamento norma.
      E poi che i due rabbiosi fuor passati
    sovra cu' io avea l'occhio tenuto,
    rivolsilo a guardar li altri mal nati.
      Io vidi un, fatto a guisa di leuto,
    pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia
    tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto.
      La grave idropes, che s dispaia
    le membra con l'omor che mal converte,
    che 'l viso non risponde a la ventraia,
      facea lui tener le labbra aperte
    come l'etico fa, che per la sete
    l'un verso 'l mento e l'altro in s rinverte.
      O voi che sanz'alcuna pena siete,
    e non so io perch, nel mondo gramo,
    diss'elli a noi, guardate e attendete
      a la miseria del maestro Adamo:
    io ebbi vivo assai di quel ch'i' volli,
    e ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo.
      Li ruscelletti che d'i verdi colli
    del Casentin discendon giuso in Arno,
    faccendo i lor canali freddi e molli,
      sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
    ch l'imagine lor vie pi m'asciuga
    che 'l male ond'io nel volto mi discarno.
      La rigida giustizia che mi fruga
    tragge cagion del loco ov'io peccai
    a metter pi li miei sospiri in fuga.
      Ivi  Romena, l dov'io falsai
    la lega suggellata del Batista;
    per ch'io il corpo s arso lasciai.
      Ma s'io vedessi qui l'anima trista
    di Guido o d'Alessandro o di lor frate,
    per Fonte Branda non darei la vista.
      Dentro c' l'una gi, se l'arrabbiate
    ombre che vanno intorno dicon vero;
    ma che mi val, c'ho le membra legate?
      S'io fossi pur di tanto ancor leggero
    ch'i' potessi in cent'anni andare un'oncia,
    io sarei messo gi per lo sentiero,
      cercando lui tra questa gente sconcia,
    con tutto ch'ella volge undici miglia,
    e men d'un mezzo di traverso non ci ha.
      Io son per lor tra s fatta famiglia:
    e' m'indussero a batter li fiorini
    ch'avevan tre carati di mondiglia.
      E io a lui: Chi son li due tapini
    che fumman come man bagnate 'l verno,
    giacendo stretti a' tuoi destri confini?.
      Qui li trovai - e poi volta non dierno - ,
    rispuose, quando piovvi in questo greppo,
    e non credo che dieno in sempiterno.
      L'una  la falsa ch'accus Gioseppo;
    l'altr' 'l falso Sinon greco di Troia:
    per febbre aguta gittan tanto leppo.
      E l'un di lor, che si rec a noia
    forse d'esser nomato s oscuro,
    col pugno li percosse l'epa croia.
      Quella son come fosse un tamburo;
    e mastro Adamo li percosse il volto
    col braccio suo, che non parve men duro,
      dicendo a lui: Ancor che mi sia tolto
    lo muover per le membra che son gravi,
    ho io il braccio a tal mestiere sciolto.
      Ond'ei rispuose: Quando tu andavi
    al fuoco, non l'avei tu cos presto;
    ma s e pi l'avei quando coniavi.
      E l'idropico: Tu di' ver di questo:
    ma tu non fosti s ver testimonio
    l 've del ver fosti a Troia richesto.
      S'io dissi falso, e tu falsasti il conio,
    disse Sinon; e son qui per un fallo,
    e tu per pi ch'alcun altro demonio!.
      Ricorditi, spergiuro, del cavallo,
    rispuose quel ch'avea infiata l'epa;
    e sieti reo che tutto il mondo sallo!.
      E te sia rea la sete onde ti crepa,
    disse 'l Greco, la lingua, e l'acqua marcia
    che 'l ventre innanzi a li occhi s t'assiepa!.
      Allora il monetier: Cos si squarcia
    la bocca tua per tuo mal come suole;
    ch s'i' ho sete e omor mi rinfarcia,
      tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole,
    e per leccar lo specchio di Narcisso,
    non vorresti a 'nvitar molte parole.
      Ad ascoltarli er'io del tutto fisso,
    quando 'l maestro mi disse: Or pur mira,
    che per poco che teco non mi risso!.
      Quand'io 'l senti' a me parlar con ira,
    volsimi verso lui con tal vergogna,
    ch'ancor per la memoria mi si gira.
      Qual  colui che suo dannaggio sogna,
    che sognando desidera sognare,
    s che quel ch', come non fosse, agogna,
      tal mi fec'io, non possendo parlare,
    che disiava scusarmi, e scusava
    me tuttavia, e nol mi credea fare.
      Maggior difetto men vergogna lava,
    disse 'l maestro, che 'l tuo non  stato;
    per d'ogne trestizia ti disgrava.
      E fa ragion ch'io ti sia sempre allato,
    se pi avvien che fortuna t'accoglia
    dove sien genti in simigliante piato:
      ch voler ci udire  bassa voglia.




    Canto 31.

      Una medesma lingua pria mi morse,
    s che mi tinse l'una e l'altra guancia,
    e poi la medicina mi riporse;
      cos od'io che solea far la lancia
    d'Achille e del suo padre esser cagione
    prima di trista e poi di buona mancia.
      Noi demmo il dosso al misero vallone
    su per la ripa che 'l cinge dintorno,
    attraversando sanza alcun sermone.
      Quiv'era men che notte e men che giorno,
    s che 'l viso m'andava innanzi poco;
    ma io senti' sonare un alto corno,
      tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco,
    che, contra s la sua via seguitando,
    dirizz li occhi miei tutti ad un loco.
      Dopo la dolorosa rotta, quando
    Carlo Magno perd la santa gesta,
    non son s terribilmente Orlando.
      Poco portai in l volta la testa,
    che me parve veder molte alte torri;
    ond'io: Maestro, di', che terra  questa?.
      Ed elli a me: Per che tu trascorri
    per le tenebre troppo da la lungi,
    avvien che poi nel maginare abborri.
      Tu vedrai ben, se tu l ti congiungi,
    quanto 'l senso s'inganna di lontano;
    per alquanto pi te stesso pungi.
      Poi caramente mi prese per mano,
    e disse: Pria che noi siamo pi avanti,
    acci che 'l fatto men ti paia strano,
      sappi che non son torri, ma giganti,
    e son nel pozzo intorno da la ripa
    da l'umbilico in giuso tutti quanti.
      Come quando la nebbia si dissipa,
    lo sguardo a poco a poco raffigura
    ci che cela 'l vapor che l'aere stipa,
      cos forando l'aura grossa e scura,
    pi e pi appressando ver' la sponda,
    fuggiemi errore e cresciemi paura;
      per che come su la cerchia tonda
    Montereggion di torri si corona,
    cos la proda che 'l pozzo circonda
      torreggiavan di mezza la persona
    li orribili giganti, cui minaccia
    Giove del cielo ancora quando tuona.
      E io scorgeva gi d'alcun la faccia,
    le spalle e 'l petto e del ventre gran parte,
    e per le coste gi ambo le braccia.
      Natura certo, quando lasci l'arte
    di s fatti animali, assai f bene
    per trre tali essecutori a Marte.
      E s'ella d'elefanti e di balene
    non si pente, chi guarda sottilmente,
    pi giusta e pi discreta la ne tene;
      ch dove l'argomento de la mente
    s'aggiugne al mal volere e a la possa,
    nessun riparo vi pu far la gente.
      La faccia sua mi parea lunga e grossa
    come la pina di San Pietro a Roma,
    e a sua proporzione eran l'altre ossa;
      s che la ripa, ch'era perizoma
    dal mezzo in gi, ne mostrava ben tanto
    di sovra, che di giugnere a la chioma
      tre Frison s'averien dato mal vanto;
    per ch'i' ne vedea trenta gran palmi
    dal loco in gi dov'omo affibbia 'l manto.

      "Raphl ma amche zab almi",
    cominci a gridar la fiera bocca,
    cui non si convenia pi dolci salmi.
      E 'l duca mio ver lui: Anima sciocca,
    tienti col corno, e con quel ti disfoga
    quand'ira o altra passion ti tocca!
      Crcati al collo, e troverai la soga
    che 'l tien legato, o anima confusa,
    e vedi lui che 'l gran petto ti doga.
      Poi disse a me: Elli stessi s'accusa;
    questi  Nembrotto per lo cui mal coto
    pur un linguaggio nel mondo non s'usa.
      Lascinlo stare e non parliamo a vto;
    ch cos  a lui ciascun linguaggio
    come 'l suo ad altrui, ch'a nullo  noto.
      Facemmo adunque pi lungo viaggio,
    vlti a sinistra; e al trar d'un balestro,
    trovammo l'altro assai pi fero e maggio.
      A cigner lui qual che fosse 'l maestro,
    non so io dir, ma el tenea soccinto
    dinanzi l'altro e dietro il braccio destro
      d'una catena che 'l tenea avvinto
    dal collo in gi, s che 'n su lo scoperto
    si ravvolgea infino al giro quinto.
      Questo superbo volle esser esperto
    di sua potenza contra 'l sommo Giove,
    disse 'l mio duca, ond'elli ha cotal merto.
      Fialte ha nome, e fece le gran prove
    quando i giganti fer paura a' di;
    le braccia ch'el men, gi mai non move.
      E io a lui: S'esser puote, io vorrei
    che de lo smisurato Briareo
    esperienza avesser li occhi miei.
      Ond'ei rispuose: Tu vedrai Anteo
    presso di qui che parla ed  disciolto,
    che ne porr nel fondo d'ogne reo.
      Quel che tu vuo' veder, pi l  molto,
    ed  legato e fatto come questo,
    salvo che pi feroce par nel volto.
      Non fu tremoto gi tanto rubesto,
    che scotesse una torre cos forte,
    come Fialte a scuotersi fu presto.
      Allor temett'io pi che mai la morte,
    e non v'era mestier pi che la dotta,
    s'io non avessi viste le ritorte.
      Noi procedemmo pi avante allotta,
    e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
    sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
      O tu che ne la fortunata valle
    che fece Scipion di gloria reda,
    quand'Anibl co' suoi diede le spalle,
      recasti gi mille leon per preda,
    e che, se fossi stato a l'alta guerra
    de'tuoi fratelli, ancor par che si creda
      ch'avrebber vinto i figli de la terra;
    mettine gi, e non ten vegna schifo,
    dove Cocito la freddura serra.
      Non ci fare ire a Tizio n a Tifo:
    questi pu dar di quel che qui si brama;
    per ti china, e non torcer lo grifo.
      Ancor ti pu nel mondo render fama,
    ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta
    se 'nnanzi tempo grazia a s nol chiama.
      Cos disse 'l maestro; e quelli in fretta
    le man distese, e prese 'l duca mio,
    ond'Ercule sent gi grande stretta.
      Virgilio, quando prender si sentio,
    disse a me: Fatti qua, s ch'io ti prenda;
    poi fece s ch'un fascio era elli e io.
      Qual pare a riguardar la Carisenda
    sotto 'l chinato, quando un nuvol vada
    sovr'essa s, ched ella incontro penda;
      tal parve Anteo a me che stava a bada
    di vederlo chinare, e fu tal ora
    ch'i' avrei voluto ir per altra strada.
      Ma lievemente al fondo che divora
    Lucifero con Giuda, ci spos;
    n s chinato, l fece dimora,
      e come albero in nave si lev.






    Canto 32.

      S'io avessi le rime aspre e chiocce,
    come si converrebbe al tristo buco
    sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,
      io premerei di mio concetto il suco
    pi pienamente; ma perch'io non l'abbo,
    non sanza tema a dicer mi conduco;
      ch non  impresa da pigliare a gabbo
    discriver fondo a tutto l'universo,
    n da lingua che chiami mamma o babbo.
      Ma quelle donne aiutino il mio verso
    ch'aiutaro Anfione a chiuder Tebe,
    s che dal fatto il dir non sia diverso.
      Oh sovra tutte mal creata plebe
    che stai nel loco onde parlare  duro,
    mei foste state qui pecore o zebe!
      Come noi fummo gi nel pozzo scuro
    sotto i pi del gigante assai pi bassi,
    e io mirava ancora a l'alto muro,
      dicere udi'mi: Guarda come passi:
    va s, che tu non calchi con le piante
    le teste de' fratei miseri lassi.
      Per ch'io mi volsi, e vidimi davante
    e sotto i piedi un lago che per gelo
    avea di vetro e non d'acqua sembiante.
      Non fece al corso suo s grosso velo
    di verno la Danoia in Osterlicchi,
    n Tanai l sotto 'l freddo cielo,
      com'era quivi; che se Tambernicchi
    vi fosse s caduto, o Pietrapana,
    non avria pur da l'orlo fatto cricchi.
      E come a gracidar si sta la rana
    col muso fuor de l'acqua, quando sogna
    di spigolar sovente la villana;
      livide, insin l dove appar vergogna
    eran l'ombre dolenti ne la ghiaccia,
    mettendo i denti in nota di cicogna.
      Ognuna in gi tenea volta la faccia;
    da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
    tra lor testimonianza si procaccia.
      Quand'io m'ebbi dintorno alquanto visto,
    volsimi a' piedi, e vidi due s stretti,
    che 'l pel del capo avieno insieme misto.
      Ditemi, voi che s strignete i petti,
    diss'io, chi siete?. E quei piegaro i colli;
    e poi ch'ebber li visi a me eretti,
      li occhi lor, ch'eran pria pur dentro molli,
    gocciar su per le labbra, e 'l gelo strinse
    le lagrime tra essi e riserrolli.
      Con legno legno spranga mai non cinse
    forte cos; ond'ei come due becchi
    cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
      E un ch'avea perduti ambo li orecchi
    per la freddura, pur col viso in gie,
    disse: Perch cotanto in noi ti specchi?
      Se vuoi saper chi son cotesti due,
    la valle onde Bisenzo si dichina
    del padre loro Alberto e di lor fue.
      D'un corpo usciro; e tutta la Caina
    potrai cercare, e non troverai ombra
    degna pi d'esser fitta in gelatina;
      non quelli a cui fu rotto il petto e l'ombra
    con esso un colpo per la man d'Art;
    non Focaccia; non questi che m'ingombra
      col capo s, ch'i' non veggio oltre pi,
    e fu nomato Sassol Mascheroni;
    se tosco se', ben sai omai chi fu.
      E perch non mi metti in pi sermoni,
    sappi ch'i' fu' il Camiscion de' Pazzi;
    e aspetto Carlin che mi scagioni.
      Poscia vid'io mille visi cagnazzi
    fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
    e verr sempre, de' gelati guazzi.
      E mentre ch'andavamo inver' lo mezzo
    al quale ogne gravezza si rauna,
    e io tremava ne l'etterno rezzo;
      se voler fu o destino o fortuna,
    non so; ma, passeggiando tra le teste,
    forte percossi 'l pi nel viso ad una.
      Piangendo mi sgrid: Perch mi peste?
    se tu non vieni a crescer la vendetta
    di Montaperti, perch mi moleste?.
      E io: Maestro mio, or qui m'aspetta,
    si ch'io esca d'un dubbio per costui;
    poi mi farai, quantunque vorrai, fretta.
      Lo duca stette, e io dissi a colui
    che bestemmiava duramente ancora:
    Qual se' tu che cos rampogni altrui?.
      Or tu chi se' che vai per l'Antenora,
    percotendo, rispuose, altrui le gote,
    s che, se fossi vivo, troppo fora?.
      Vivo son io, e caro esser ti puote,
    fu mia risposta, se dimandi fama,
    ch'io metta il nome tuo tra l'altre note.
      Ed elli a me: Del contrario ho io brama.
    Lvati quinci e non mi dar pi lagna,
    ch mal sai lusingar per questa lama!.
      Allor lo presi per la cuticagna,
    e dissi: El converr che tu ti nomi,
    o che capel qui s non ti rimagna.
      Ond'elli a me: Perch tu mi dischiomi,
    n ti dir ch'io sia, n mosterrolti,
    se mille fiate in sul capo mi tomi.
      Io avea gi i capelli in mano avvolti,
    e tratto glien'avea pi d'una ciocca,
    latrando lui con li occhi in gi raccolti,
      quando un altro grid: Che hai tu, Bocca?
    non ti basta sonar con le mascelle,
    se tu non latri? qual diavol ti tocca?.
      Omai, diss'io, non vo' che pi favelle,
    malvagio traditor; ch'a la tua onta
    io porter di te vere novelle.
      Va via, rispuose, e ci che tu vuoi conta;
    ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
    di quel ch'ebbe or cos la lingua pronta.
      El piange qui l'argento de' Franceschi:
    "Io vidi", potrai dir, "quel da Duera
    l dove i peccatori stanno freschi".
      Se fossi domandato "Altri chi v'era?",
    tu hai dallato quel di Beccheria
    di cui seg Fiorenza la gorgiera.
      Gianni de' Soldanier credo che sia
    pi l con Ganellone e Tebaldello,
    ch'apr Faenza quando si dormia.
      Noi eravam partiti gi da ello,
    ch'io vidi due ghiacciati in una buca,
    s che l'un capo a l'altro era cappello;
      e come 'l pan per fame si manduca,
    cos 'l sovran li denti a l'altro pose
    l 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca:
      non altrimenti Tideo si rose
    le tempie a Menalippo per disdegno,
    che quei faceva il teschio e l'altre cose.
      O tu che mostri per s bestial segno
    odio sovra colui che tu ti mangi,
    dimmi 'l perch, diss'io, per tal convegno,
      che se tu a ragion di lui ti piangi,
    sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
    nel mondo suso ancora io te ne cangi,
      se quella con ch'io parlo non si secca.













    Canto 33.

      La bocca sollev dal fiero pasto
    quel peccator, forbendola a'capelli
    del capo ch'elli avea di retro guasto.
      Poi cominci: Tu vuo' ch'io rinovelli
    disperato dolor che 'l cor mi preme
    gi pur pensando, pria ch'io ne favelli.
      Ma se le mie parole esser dien seme
    che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
    parlar e lagrimar vedrai insieme.
      Io non so chi tu se' n per che modo
    venuto se' qua gi; ma fiorentino
    mi sembri veramente quand'io t'odo.
      Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,
    e questi  l'arcivescovo Ruggieri:
    or ti dir perch i son tal vicino.
      Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,
    fidandomi di lui, io fossi preso
    e poscia morto, dir non  mestieri;
      per quel che non puoi avere inteso,
    cio come la morte mia fu cruda,
    udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.
      Breve pertugio dentro da la Muda
    la qual per me ha 'l titol de la fame,
    e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,
      m'avea mostrato per lo suo forame
    pi lune gi, quand'io feci 'l mal sonno
    che del futuro mi squarci 'l velame.
      Questi pareva a me maestro e donno,
    cacciando il lupo e ' lupicini al monte
    per che i Pisan veder Lucca non ponno.
      Con cagne magre, studiose e conte
    Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
    s'avea messi dinanzi da la fronte.
      In picciol corso mi parieno stanchi
    lo padre e ' figli, e con l'agute scane
    mi parea lor veder fender li fianchi.
      Quando fui desto innanzi la dimane,
    pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
    ch'eran con meco, e dimandar del pane.
      Ben se' crudel, se tu gi non ti duoli
    pensando ci che 'l mio cor s'annunziava;
    e se non piangi, di che pianger suoli?
      Gi eran desti, e l'ora s'appressava
    che 'l cibo ne solea essere addotto,
    e per suo sogno ciascun dubitava;
      e io senti' chiavar l'uscio di sotto
    a l'orribile torre; ond'io guardai
    nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.
      Io non piangea, s dentro impetrai:
    piangevan elli; e Anselmuccio mio
    disse: "Tu guardi s, padre! che hai?".
      Perci non lacrimai n rispuos'io
    tutto quel giorno n la notte appresso,
    infin che l'altro sol nel mondo usco.
      Come un poco di raggio si fu messo
    nel doloroso carcere, e io scorsi
    per quattro visi il mio aspetto stesso,
      ambo le man per lo dolor mi morsi;
    ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
    di manicar, di subito levorsi
      e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
    se tu mangi di noi: tu ne vestisti
    queste misere carni, e tu le spoglia".
      Queta'mi allor per non farli pi tristi;
    lo d e l'altro stemmo tutti muti;
    ahi dura terra, perch non t'apristi?
      Poscia che fummo al quarto d venuti,
    Gaddo mi si gitt disteso a' piedi,
    dicendo: "Padre mio, ch non mi aiuti?".
      Quivi mor; e come tu mi vedi,
    vid'io cascar li tre ad uno ad uno
    tra 'l quinto d e 'l sesto; ond'io mi diedi,
      gi cieco, a brancolar sovra ciascuno,
    e due d li chiamai, poi che fur morti.
    Poscia, pi che 'l dolor, pot 'l digiuno.
      Quand'ebbe detto ci, con li occhi torti
    riprese 'l teschio misero co'denti,
    che furo a l'osso, come d'un can, forti.
      Ahi Pisa, vituperio de le genti
    del bel paese l dove 'l s suona,
    poi che i vicini a te punir son lenti,
      muovasi la Capraia e la Gorgona,
    e faccian siepe ad Arno in su la foce,
    s ch'elli annieghi in te ogne persona!
      Ch se 'l conte Ugolino aveva voce
    d'aver tradita te de le castella,
    non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
      Innocenti facea l'et novella,
    novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
    e li altri due che 'l canto suso appella.
      Noi passammo oltre, l 've la gelata
    ruvidamente un'altra gente fascia,
    non volta in gi, ma tutta riversata.
      Lo pianto stesso l pianger non lascia,
    e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,
    si volge in entro a far crescer l'ambascia;
      ch le lagrime prime fanno groppo,
    e s come visiere di cristallo,
    riempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.
      E avvegna che, s come d'un callo,
    per la freddura ciascun sentimento
    cessato avesse del mio viso stallo,
      gi mi parea sentire alquanto vento:
    per ch'io: Maestro mio, questo chi move?
    non  qua gi ogne vapore spento?.
      Ond'elli a me: Avaccio sarai dove
    di ci ti far l'occhio la risposta,
    veggendo la cagion che 'l fiato piove.
      E un de' tristi de la fredda crosta
    grid a noi: O anime crudeli,
    tanto che data v' l'ultima posta,
      levatemi dal viso i duri veli,
    s ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,
    un poco, pria che 'l pianto si raggeli.
      Per ch'io a lui: Se vuo' ch'i' ti sovvegna,
    dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,
    al fondo de la ghiaccia ir mi convegna.
      Rispuose adunque: I' son frate Alberigo;
    i' son quel da le frutta del mal orto,
    che qui riprendo dattero per figo.
      Oh!, diss'io lui, or se' tu ancor morto?.
    Ed elli a me: Come 'l mio corpo stea
    nel mondo s, nulla scienza porto.
      Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
    che spesse volte l'anima ci cade
    innanzi ch'Atrops mossa le dea.
      E perch tu pi volentier mi rade
    le 'nvetriate lagrime dal volto,
    sappie che, tosto che l'anima trade
      come fec'io, il corpo suo l' tolto
    da un demonio, che poscia il governa
    mentre che 'l tempo suo tutto sia vlto.
      Ella ruina in s fatta cisterna;
    e forse pare ancor lo corpo suso
    de l'ombra che di qua dietro mi verna.
      Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
    elli  ser Branca Doria, e son pi anni
    poscia passati ch'el fu s racchiuso.
      Io credo, diss'io lui, che tu m'inganni;
    ch Branca Doria non mor unquanche,
    e mangia e bee e dorme e veste panni.
      Nel fosso s, diss'el, de' Malebranche,
    l dove bolle la tenace pece,
    non era ancor giunto Michel Zanche,
      che questi lasci il diavolo in sua vece
    nel corpo suo, ed un suo prossimano
    che 'l tradimento insieme con lui fece.
      Ma distendi oggimai in qua la mano;
    aprimi li occhi. E io non gliel'apersi;
    e cortesia fu lui esser villano.
      Ahi Genovesi, uomini diversi
    d'ogne costume e pien d'ogne magagna,
    perch non siete voi del mondo spersi?
      Ch col peggiore spirto di Romagna
    trovai di voi un tal, che per sua opra
    in anima in Cocito gi si bagna,
      e in corpo par vivo ancor di sopra.

















    Canto 34.

      "Vexilla regis prodeunt inferni"
    verso di noi; per dinanzi mira,
    disse 'l maestro mio se tu 'l discerni.
      Come quando una grossa nebbia spira,
    o quando l'emisperio nostro annotta,
    par di lungi un molin che 'l vento gira,
      veder mi parve un tal dificio allotta;
    poi per lo vento mi ristrinsi retro
    al duca mio; ch non l era altra grotta.
      Gi era, e con paura il metto in metro,
    l dove l'ombre tutte eran coperte,
    e trasparien come festuca in vetro.
      Altre sono a giacere; altre stanno erte,
    quella col capo e quella con le piante;
    altra, com'arco, il volto a' pi rinverte.
      Quando noi fummo fatti tanto avante,
    ch'al mio maestro piacque di mostrarmi
    la creatura ch'ebbe il bel sembiante,
      d'innanzi mi si tolse e f restarmi,
    Ecco Dite, dicendo, ed ecco il loco
    ove convien che di fortezza t'armi.
      Com'io divenni allor gelato e fioco,
    nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,
    per ch'ogne parlar sarebbe poco.
      Io non mori' e non rimasi vivo:
    pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,
    qual io divenni, d'uno e d'altro privo.
      Lo 'mperador del doloroso regno
    da mezzo 'l petto usca fuor de la ghiaccia;
    e pi con un gigante io mi convegno,
      che i giganti non fan con le sue braccia:
    vedi oggimai quant'esser dee quel tutto
    ch'a cos fatta parte si confaccia.
      S'el fu s bel com'elli  ora brutto,
    e contra 'l suo fattore alz le ciglia,
    ben dee da lui proceder ogne lutto.
      Oh quanto parve a me gran maraviglia
    quand'io vidi tre facce a la sua testa!
    L'una dinanzi, e quella era vermiglia;
      l'altr'eran due, che s'aggiugnieno a questa
    sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,
    e s giugnieno al loco de la cresta:
      e la destra parea tra bianca e gialla;
    la sinistra a vedere era tal, quali
    vegnon di l onde 'l Nilo s'avvalla.
      Sotto ciascuna uscivan due grand'ali,
    quanto si convenia a tanto uccello:
    vele di mar non vid'io mai cotali.
      Non avean penne, ma di vispistrello
    era lor modo; e quelle svolazzava,
    s che tre venti si movean da ello:
      quindi Cocito tutto s'aggelava.
    Con sei occhi piangea, e per tre menti
    gocciava 'l pianto e sanguinosa bava.
      Da ogne bocca dirompea co' denti
    un peccatore, a guisa di maciulla,
    s che tre ne facea cos dolenti.
      A quel dinanzi il mordere era nulla
    verso 'l graffiar, che talvolta la schiena
    rimanea de la pelle tutta brulla.
      Quell'anima l s c'ha maggior pena,
    disse 'l maestro,  Giuda Scariotto,
    che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
      De li altri due c'hanno il capo di sotto,
    quel che pende dal nero ceffo  Bruto:
    vedi come si storce, e non fa motto!;
      e l'altro  Cassio che par s membruto.
    Ma la notte risurge, e oramai
     da partir, ch tutto avem veduto.
      Com'a lui piacque, il collo li avvinghiai;
    ed el prese di tempo e loco poste,
    e quando l'ali fuoro aperte assai,
      appigli s a le vellute coste;
    di vello in vello gi discese poscia
    tra 'l folto pelo e le gelate croste.
      Quando noi fummo l dove la coscia
    si volge, a punto in sul grosso de l'anche,
    lo duca, con fatica e con angoscia,
      volse la testa ov'elli avea le zanche,
    e aggrappossi al pel com'om che sale,
    s che 'n inferno i' credea tornar anche.
      Attienti ben, ch per cotali scale,
    disse 'l maestro, ansando com'uom lasso,
    conviensi dipartir da tanto male.
      Poi usc fuor per lo fro d'un sasso,
    e puose me in su l'orlo a sedere;
    appresso porse a me l'accorto passo.
      Io levai li occhi e credetti vedere
    Lucifero com'io l'avea lasciato,
    e vidili le gambe in s tenere;
      e s'io divenni allora travagliato,
    la gente grossa il pensi, che non vede
    qual  quel punto ch'io avea passato.
      Lvati s, disse 'l maestro, in piede:
    la via  lunga e 'l cammino  malvagio,
    e gi il sole a mezza terza riede.
      Non era camminata di palagio
    l 'v'eravam, ma natural burella
    ch'avea mal suolo e di lume disagio.
      Prima ch'io de l'abisso mi divella,
    maestro mio, diss'io quando fui dritto,
    a trarmi d'erro un poco mi favella:
      ov' la ghiaccia? e questi com' fitto
    s sottosopra? e come, in s poc'ora,
    da sera a mane ha fatto il sol tragitto?.
      Ed elli a me: Tu imagini ancora
    d'esser di l dal centro, ov'io mi presi
    al pel del vermo reo che 'l mondo fra.
      Di l fosti cotanto quant'io scesi;
    quand'io mi volsi, tu passasti 'l punto
    al qual si traggon d'ogne parte i pesi.
      E se' or sotto l'emisperio giunto
    ch' contraposto a quel che la gran secca
    coverchia, e sotto 'l cui colmo consunto
      fu l'uom che nacque e visse sanza pecca:
    tu hai i piedi in su picciola spera
    che l'altra faccia fa de la Giudecca.
      Qui  da man, quando di l  sera;
    e questi, che ne f scala col pelo,
    fitto  ancora s come prim'era.
      Da questa parte cadde gi dal cielo;
    e la terra, che pria di qua si sporse,
    per paura di lui f del mar velo,
      e venne a l'emisperio nostro; e forse
    per fuggir lui lasci qui loco vto
    quella ch'appar di qua, e s ricorse.
      Luogo  l gi da Belzeb remoto
    tanto quanto la tomba si distende,
    che non per vista, ma per suono  noto
      d'un ruscelletto che quivi discende
    per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,
    col corso ch'elli avvolge, e poco pende.
      Lo duca e io per quel cammino ascoso
    intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
    e sanza cura aver d'alcun riposo,
      salimmo s, el primo e io secondo,
    tanto ch'i' vidi de le cose belle
    che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.
      E quindi uscimmo a riveder le stelle.













    PURGATORIO.


    Canto 1.

      Per correr miglior acque alza le vele
    omai la navicella del mio ingegno,
    che lascia dietro a s mar s crudele;
      e canter di quel secondo regno
    dove l'umano spirito si purga
    e di salire al ciel diventa degno.
      Ma qui la morta poes resurga,
    o sante Muse, poi che vostro sono;
    e qui Caliop alquanto surga,
      seguitando il mio canto con quel suono
    di cui le Piche misere sentiro
    lo colpo tal, che disperar perdono.
      Dolce color d'oriental zaffiro,
    che s'accoglieva nel sereno aspetto
    del mezzo, puro infino al primo giro,
      a li occhi miei ricominci diletto,
    tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta
    che m'avea contristati li occhi e 'l petto.
      Lo bel pianeto che d'amar conforta
    faceva tutto rider l'oriente,
    velando i Pesci ch'erano in sua scorta.
      I' mi volsi a man destra, e puosi mente
    a l'altro polo, e vidi quattro stelle
    non viste mai fuor ch'a la prima gente.
      Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:
    oh settentrional vedovo sito,
    poi che privato se' di mirar quelle!
      Com'io da loro sguardo fui partito,
    un poco me volgendo a l 'altro polo,
    l onde il Carro gi era sparito,
      vidi presso di me un veglio solo,
    degno di tanta reverenza in vista,
    che pi non dee a padre alcun figliuolo.
      Lunga la barba e di pel bianco mista
    portava, a' suoi capelli simigliante,
    de' quai cadeva al petto doppia lista.
      Li raggi de le quattro luci sante
    fregiavan s la sua faccia di lume,
    ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.
      Chi siete voi che contro al cieco fiume
    fuggita avete la pregione etterna?,
    diss'el, movendo quelle oneste piume.
      Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna,
    uscendo fuor de la profonda notte
    che sempre nera fa la valle inferna?
      Son le leggi d'abisso cos rotte?
    o  mutato in ciel novo consiglio,
    che, dannati, venite a le mie grotte?.
      Lo duca mio allor mi di di piglio,
    e con parole e con mani e con cenni
    reverenti mi f le gambe e 'l ciglio.
      Poscia rispuose lui: Da me non venni:
    donna scese del ciel, per li cui prieghi
    de la mia compagnia costui sovvenni.
      Ma da ch' tuo voler che pi si spieghi
    di nostra condizion com'ell' vera,
    esser non puote il mio che a te si nieghi.
      Questi non vide mai l'ultima sera;
    ma per la sua follia le fu s presso,
    che molto poco tempo a volger era.
      S com'io dissi, fui mandato ad esso
    per lui campare; e non l era altra via
    che questa per la quale i' mi son messo.
      Mostrata ho lui tutta la gente ria;
    e ora intendo mostrar quelli spirti
    che purgan s sotto la tua bala.
      Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti;
    de l'alto scende virt che m'aiuta
    conducerlo a vederti e a udirti.
      Or ti piaccia gradir la sua venuta:
    libert va cercando, ch' s cara,
    come sa chi per lei vita rifiuta.
      Tu 'l sai, ch non ti fu per lei amara
    in Utica la morte, ove lasciasti
    la vesta ch'al gran d sar s chiara.
      Non son li editti etterni per noi guasti,
    ch questi vive, e Mins me non lega;
    ma son del cerchio ove son li occhi casti
      di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,
    o santo petto, che per tua la tegni:
    per lo suo amore adunque a noi ti piega.
      Lasciane andar per li tuoi sette regni;
    grazie riporter di te a lei,
    se d'esser mentovato l gi degni.
      Marzia piacque tanto a li occhi miei
    mentre ch'i' fu' di l, diss'elli allora,
    che quante grazie volse da me, fei.
      Or che di l dal mal fiume dimora,
    pi muover non mi pu, per quella legge
    che fatta fu quando me n'usci' fora.
      Ma se donna del ciel ti muove e regge,
    come tu di' , non c' mestier lusinghe:
    bastisi ben che per lei mi richegge.
      Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
    d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,
    s ch'ogne sucidume quindi stinghe;
      ch non si converria, l'occhio sorpriso
    d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
    ministro, ch' di quei di paradiso.
      Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
    l gi col dove la batte l'onda,
    porta di giunchi sovra 'l molle limo;
      null'altra pianta che facesse fronda
    o indurasse, vi puote aver vita,
    per ch'a le percosse non seconda.
      Poscia non sia di qua vostra reddita;
    lo sol vi mosterr, che surge omai,
    prendere il monte a pi lieve salita.
      Cos spar; e io s mi levai
    sanza parlare, e tutto mi ritrassi
    al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
      El cominci: Figliuol, segui i miei passi:
    volgianci in dietro, ch di qua dichina
    questa pianura a' suoi termini bassi.
      L'alba vinceva l'ora mattutina
    che fuggia innanzi, s che di lontano
    conobbi il tremolar de la marina.
      Noi andavam per lo solingo piano
    com'om che torna a la perduta strada,
    che 'nfino ad essa li pare ire in vano.
      Quando noi fummo l 've la rugiada
    pugna col sole, per essere in parte
    dove, ad orezza, poco si dirada,
      ambo le mani in su l'erbetta sparte
    soavemente 'l mio maestro pose:
    ond'io, che fui accorto di sua arte,
      porsi ver' lui le guance lagrimose:
    ivi mi fece tutto discoverto
    quel color che l'inferno mi nascose.
      Venimmo poi in sul lito diserto,
    che mai non vide navicar sue acque
    omo, che di tornar sia poscia esperto.
      Quivi mi cinse s com'altrui piacque:
    oh maraviglia! ch qual elli scelse
    l'umile pianta, cotal si rinacque
      subitamente l onde l'avelse.













    Canto 2.

      Gi era 'l sole a l'orizzonte giunto
    lo cui meridian cerchio coverchia
    Ierusalm col suo pi alto punto;
      e la notte, che opposita a lui cerchia,
    uscia di Gange fuor con le Bilance,
    che le caggion di man quando soverchia;
      s che le bianche e le vermiglie guance,
    l dov'i' era, de la bella Aurora
    per troppa etate divenivan rance.
      Noi eravam lunghesso mare ancora,
    come gente che pensa a suo cammino,
    che va col cuore e col corpo dimora.
      Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
    per li grossi vapor Marte rosseggia
    gi nel ponente sovra 'l suol marino,
      cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,
    un lume per lo mar venir s ratto,
    che 'l muover suo nessun volar pareggia.
      Dal qual com'io un poco ebbi ritratto
    l'occhio per domandar lo duca mio,
    rividil pi lucente e maggior fatto.
      Poi d'ogne lato ad esso m'appario
    un non sapeva che bianco, e di sotto
    a poco a poco un altro a lui uscio.
      Lo mio maestro ancor non facea motto,
    mentre che i primi bianchi apparver ali;
    allor che ben conobbe il galeotto,
      grid: Fa, fa che le ginocchia cali.
    Ecco l'angel di Dio: piega le mani;
    omai vedrai di s fatti officiali.
      Vedi che sdegna li argomenti umani,
    s che remo non vuol, n altro velo
    che l'ali sue, tra liti s lontani.
      Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo,
    trattando l'aere con l'etterne penne,
    che non si mutan come mortal pelo.
      Poi, come pi e pi verso noi venne
    l'uccel divino, pi chiaro appariva:
    per che l'occhio da presso nol sostenne,
      ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
    con un vasello snelletto e leggero,
    tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.
      Da poppa stava il celestial nocchiero,
    tal che faria beato pur descripto;
    e pi di cento spirti entro sediero.
      '"In exitu Israel de Aegypto"'
    cantavan tutti insieme ad una voce
    con quanto di quel salmo  poscia scripto.
      Poi fece il segno lor di santa croce;
    ond'ei si gittar tutti in su la piaggia;
    ed el sen g, come venne, veloce.
      La turba che rimase l, selvaggia
    parea del loco, rimirando intorno
    come colui che nove cose assaggia.
      Da tutte parti saettava il giorno
    lo sol, ch'avea con le saette conte
    di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno,
      quando la nova gente alz la fronte
    ver' noi, dicendo a noi: Se voi sapete,
    mostratene la via di gire al monte.
      E Virgilio rispuose: Voi credete
    forse che siamo esperti d'esto loco;
    ma noi siam peregrin come voi siete.
      Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
    per altra via, che fu s aspra e forte,
    che lo salire omai ne parr gioco.
      L'anime, che si fuor di me accorte,
    per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,
    maravigliando diventaro smorte.
      E come a messagger che porta ulivo
    tragge la gente per udir novelle,
    e di calcar nessun si mostra schivo,
      cos al viso mio s'affisar quelle
    anime fortunate tutte quante,
    quasi obliando d'ire a farsi belle.
      Io vidi una di lor trarresi avante
    per abbracciarmi con s grande affetto,
    che mosse me a far lo somigliante.
      Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!
    tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
    e tante mi tornai con esse al petto.
      Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
    per che l'ombra sorrise e si ritrasse,
    e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
      Soavemente disse ch'io posasse;
    allor conobbi chi era, e pregai
    che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.
      Rispuosemi: Cos com'io t'amai
    nel mortal corpo, cos t'amo sciolta:
    per m'arresto; ma tu perch vai?.
      Casella mio, per tornar altra volta
    l dov'io son, fo io questo viaggio,
    diss'io; ma a te com' tanta ora tolta?.
      Ed elli a me: Nessun m' fatto oltraggio,
    se quei che leva quando e cui li piace,
    pi volte m'ha negato esto passaggio;
      ch di giusto voler lo suo si face:
    veramente da tre mesi elli ha tolto
    chi ha voluto intrar, con tutta pace.
      Ond'io, ch'era ora a la marina vlto
    dove l'acqua di Tevero s'insala,
    benignamente fu' da lui ricolto.
      A quella foce ha elli or dritta l'ala,
    per che sempre quivi si ricoglie
    qual verso Acheronte non si cala.
      E io: Se nuova legge non ti toglie
    memoria o uso a l'amoroso canto
    che mi solea quetar tutte mie doglie,
      di ci ti piaccia consolare alquanto
    l'anima mia, che, con la sua persona
    venendo qui,  affannata tanto!.
      '"Amor che ne la mente mi ragiona"'
    cominci elli allor s dolcemente,
    che la dolcezza ancor dentro mi suona.
      Lo mio maestro e io e quella gente
    ch'eran con lui parevan s contenti,
    come a nessun toccasse altro la mente.
      Noi eravam tutti fissi e attenti
    a le sue note; ed ecco il veglio onesto
    gridando: Che  ci, spiriti lenti?
      qual negligenza, quale stare  questo?
    Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
    ch'esser non lascia a voi Dio manifesto.
      Come quando, cogliendo biado o loglio,
    li colombi adunati a la pastura,
    queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,
      se cosa appare ond'elli abbian paura,
    subitamente lasciano star l'esca,
    perch'assaliti son da maggior cura;
      cos vid'io quella masnada fresca
    lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
    com'om che va, n sa dove riesca:
      n la nostra partita fu men tosta.



















    Canto 3.

      Avvegna che la subitana fuga
    dispergesse color per la campagna,
    rivolti al monte ove ragion ne fruga,
      i' mi ristrinsi a la fida compagna:
    e come sare' io sanza lui corso?
    chi m'avria tratto su per la montagna?
      El mi parea da s stesso rimorso:
    o dignitosa coscienza e netta,
    come t' picciol fallo amaro morso!
      Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
    che l'onestade ad ogn'atto dismaga,
    la mente mia, che prima era ristretta,
      lo 'ntento rallarg, s come vaga,
    e diedi 'l viso mio incontr'al poggio
    che 'nverso 'l ciel pi alto si dislaga.
      Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
    rotto m'era dinanzi a la figura,
    ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio.
      Io mi volsi dallato con paura
    d'essere abbandonato, quand'io vidi
    solo dinanzi a me la terra oscura;
      e 'l mio conforto: Perch pur diffidi?,
    a dir mi cominci tutto rivolto;
    non credi tu me teco e ch'io ti guidi?
      Vespero  gi col dov' sepolto
    lo corpo dentro al quale io facea ombra:
    Napoli l'ha, e da Brandizio  tolto.
      Ora, se innanzi a me nulla s'aombra,
    non ti maravigliar pi che d'i cieli
    che l'uno a l'altro raggio non ingombra.
      A sofferir tormenti, caldi e geli
    simili corpi la Virt dispone
    che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli.
      Matto  chi spera che nostra ragione
    possa trascorrer la infinita via
    che tiene una sustanza in tre persone.
      State contenti, umana gente, al "quia";
    ch se potuto aveste veder tutto,
    mestier non era parturir Maria;
      e disiar vedeste sanza frutto
    tai che sarebbe lor disio quetato,
    ch'etternalmente  dato lor per lutto:
      io dico d'Aristotile e di Plato
    e di molt'altri; e qui chin la fronte,
    e pi non disse, e rimase turbato.
      Noi divenimmo intanto a pi del monte;
    quivi trovammo la roccia s erta,
    che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.
      Tra Lerice e Turba la pi diserta,
    la pi rotta ruina  una scala,
    verso di quella, agevole e aperta.
      Or chi sa da qual man la costa cala,
    disse 'l maestro mio fermando 'l passo,
    s che possa salir chi va sanz'ala?.
      E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso
    essaminava del cammin la mente,
    e io mirava suso intorno al sasso,
      da man sinistra m'appar una gente
    d'anime, che movieno i pi ver' noi,
    e non pareva, s venian lente.
      Leva, diss'io, maestro, li occhi tuoi:
    ecco di qua chi ne dar consiglio,
    se tu da te medesmo aver nol puoi.
      Guard allora, e con libero piglio
    rispuose: Andiamo in l, ch'ei vegnon piano;
    e tu ferma la spene, dolce figlio.
      Ancora era quel popol di lontano,
    i' dico dopo i nostri mille passi,
    quanto un buon gittator trarria con mano,
      quando si strinser tutti ai duri massi
    de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti
    com'a guardar, chi va dubbiando, stassi.
      O ben finiti, o gi spiriti eletti,
    Virgilio incominci, per quella pace
    ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti,
      ditene dove la montagna giace
    s che possibil sia l'andare in suso;
    ch perder tempo a chi pi sa pi spiace.
      Come le pecorelle escon del chiuso
    a una, a due, a tre, e l'altre stanno
    timidette atterrando l'occhio e 'l muso;
      e ci che fa la prima, e l'altre fanno,
    addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
    semplici e quete, e lo 'mperch non sanno;
      s vid'io muovere a venir la testa
    di quella mandra fortunata allotta,
    pudica in faccia e ne l'andare onesta.
      Come color dinanzi vider rotta
    la luce in terra dal mio destro canto,
    s che l'ombra era da me a la grotta,
      restaro, e trasser s in dietro alquanto,
    e tutti li altri che venieno appresso,
    non sappiendo 'l perch, fenno altrettanto.
      Sanza vostra domanda io vi confesso
    che questo  corpo uman che voi vedete;
    per che 'l lume del sole in terra  fesso.
      Non vi maravigliate, ma credete
    che non sanza virt che da ciel vegna
    cerchi di soverchiar questa parete.
      Cos 'l maestro; e quella gente degna
    Tornate, disse, intrate innanzi dunque,
    coi dossi de le man faccendo insegna.
      E un di loro incominci: Chiunque
    tu se', cos andando, volgi 'l viso:
    pon mente se di l mi vedesti unque.
      Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
    biondo era e bello e di gentile aspetto,
    ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.
      Quand'io mi fui umilmente disdetto
    d'averlo visto mai, el disse: Or vedi;
    e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.
      Poi sorridendo disse: Io son Manfredi,
    nepote di Costanza imperadrice;
    ond'io ti priego che, quando tu riedi,
      vadi a mia bella figlia, genitrice
    de l'onor di Cicilia e d'Aragona,
    e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice.
      Poscia ch'io ebbi rotta la persona
    di due punte mortali, io mi rendei,
    piangendo, a quei che volontier perdona.
      Orribil furon li peccati miei;
    ma la bont infinita ha s gran braccia,
    che prende ci che si rivolge a lei.
      Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia
    di me fu messo per Clemente allora,
    avesse in Dio ben letta questa faccia,
      l'ossa del corpo mio sarieno ancora
    in co del ponte presso a Benevento,
    sotto la guardia de la grave mora.
      Or le bagna la pioggia e move il vento
    di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
    dov'e' le trasmut a lume spento.
      Per lor maladizion s non si perde,
    che non possa tornar, l'etterno amore,
    mentre che la speranza ha fior del verde.
      Vero  che quale in contumacia more
    di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,
    star li convien da questa ripa in fore,
      per ognun tempo ch'elli  stato, trenta,
    in sua presunzion, se tal decreto
    pi corto per buon prieghi non diventa.
      Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
    revelando a la mia buona Costanza
    come m'hai visto, e anco esto divieto;
      ch qui per quei di l molto s'avanza.







    Canto 4.

      Quando per dilettanze o ver per doglie,
    che alcuna virt nostra comprenda
    l'anima bene ad essa si raccoglie,
      par ch'a nulla potenza pi intenda;
    e questo  contra quello error che crede
    ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda.
      E per, quando s'ode cosa o vede
    che tegna forte a s l'anima volta,
    vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede;
      ch'altra potenza  quella che l'ascolta,
    e altra  quella c'ha l'anima intera:
    questa  quasi legata, e quella  sciolta.
      Di ci ebb'io esperienza vera,
    udendo quello spirto e ammirando;
    ch ben cinquanta gradi salito era
      lo sole, e io non m'era accorto, quando
    venimmo ove quell'anime ad una
    gridaro a noi: Qui  vostro dimando.
      Maggiore aperta molte volte impruna
    con una forcatella di sue spine
    l'uom de la villa quando l'uva imbruna,
      che non era la calla onde saline
    lo duca mio, e io appresso, soli,
    come da noi la schiera si partne.
      Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
    montasi su in Bismantova 'n Cacume
    con esso i pi; ma qui convien ch'om voli;
      dico con l'ale snelle e con le piume
    del gran disio, di retro a quel condotto
    che speranza mi dava e facea lume.
      Noi salavam per entro 'l sasso rotto,
    e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
    e piedi e man volea il suol di sotto.
      Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo
    de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
    Maestro mio, diss'io, che via faremo?.
      Ed elli a me: Nessun tuo passo caggia;
    pur su al monte dietro a me acquista,
    fin che n'appaia alcuna scorta saggia.
      Lo sommo er'alto che vincea la vista,
    e la costa superba pi assai
    che da mezzo quadrante a centro lista.
      Io era lasso, quando cominciai:
    O dolce padre, volgiti, e rimira
    com'io rimango sol, se non restai.
      Figliuol mio, disse, infin quivi ti tira,
    additandomi un balzo poco in se
    che da quel lato il poggio tutto gira.
      S mi spronaron le parole sue,
    ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
    tanto che 'l cinghio sotto i pi mi fue.
      A seder ci ponemmo ivi ambedui
    vlti a levante ond'eravam saliti,
    che suole a riguardar giovare altrui.
      Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
    poscia li alzai al sole, e ammirava
    che da sinistra n'eravam feriti.
      Ben s'avvide il poeta ch'io stava
    stupido tutto al carro de la luce,
    ove tra noi e Aquilone intrava.
      Ond'elli a me: Se Castore e Poluce
    fossero in compagnia di quello specchio
    che s e gi del suo lume conduce,
      tu vedresti il Zodiaco rubecchio
    ancora a l'Orse pi stretto rotare,
    se non uscisse fuor del cammin vecchio.
      Come ci sia, se 'l vuoi poter pensare,
    dentro raccolto, imagina Sin
    con questo monte in su la terra stare
      s, ch'amendue hanno un solo orizzn
    e diversi emisperi; onde la strada
    che mal non seppe carreggiar Fetn,
      vedrai come a costui convien che vada
    da l'un, quando a colui da l'altro fianco,
    se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada.
      Certo, maestro mio,, diss'io, unquanco
    non vid'io chiaro s com'io discerno
    l dove mio ingegno parea manco,
      che 'l mezzo cerchio del moto superno,
    che si chiama Equatore in alcun'arte,
    e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno,
      per la ragion che di' , quinci si parte
    verso settentrion, quanto li Ebrei
    vedevan lui verso la calda parte.
      Ma se a te piace, volontier saprei
    quanto avemo ad andar; ch 'l poggio sale
    pi che salir non posson li occhi miei.
      Ed elli a me: Questa montagna  tale,
    che sempre al cominciar di sotto  grave;
    e quant'om pi va s, e men fa male.
      Per, quand'ella ti parr soave
    tanto, che s andar ti fia leggero
    com'a seconda gi andar per nave,
      allor sarai al fin d'esto sentiero;
    quivi di riposar l'affanno aspetta.
    Pi non rispondo, e questo so per vero.
      E com'elli ebbe sua parola detta,
    una voce di presso son: Forse
    che di sedere in pria avrai distretta!.
      Al suon di lei ciascun di noi si torse,
    e vedemmo a mancina un gran petrone,
    del qual n io n ei prima s'accorse.
      L ci traemmo; e ivi eran persone
    che si stavano a l'ombra dietro al sasso
    come l'uom per negghienza a star si pone.
      E un di lor, che mi sembiava lasso,
    sedeva e abbracciava le ginocchia,
    tenendo 'l viso gi tra esse basso.
      O dolce segnor mio, diss'io, adocchia
    colui che mostra s pi negligente
    che se pigrizia fosse sua serocchia.
      Allor si volse a noi e puose mente,
    movendo 'l viso pur su per la coscia,
    e disse: Or va tu s, che se' valente!.
      Conobbi allor chi era, e quella angoscia
    che m'avacciava un poco ancor la lena,
    non m'imped l'andare a lui; e poscia
      ch'a lui fu' giunto, alz la testa a pena,
    dicendo: Hai ben veduto come 'l sole
    da l'omero sinistro il carro mena?.
      Li atti suoi pigri e le corte parole
    mosser le labbra mie un poco a riso;
    poi cominciai: Belacqua, a me non dole
      di te omai; ma dimmi: perch assiso
    quiritto se'? attendi tu iscorta,
    o pur lo modo usato t'ha' ripriso?.
      Ed elli: O frate, andar in s che porta?
    ch non mi lascerebbe ire a' martri
    l'angel di Dio che siede in su la porta.
      Prima convien che tanto il ciel m'aggiri
    di fuor da essa, quanto fece in vita,
    perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,
      se orazione in prima non m'aita
    che surga s di cuor che in grazia viva;
    l'altra che val, che 'n ciel non  udita?.
      E gi il poeta innanzi mi saliva,
    e dicea: Vienne omai; vedi ch' tocco
    meridian dal sole e a la riva
      cuopre la notte gi col pi Morrocco.













    Canto 5.

      Io era gi da quell'ombre partito,
    e seguitava l'orme del mio duca,
    quando di retro a me, drizzando 'l dito,
      una grid: Ve' che non par che luca
    lo raggio da sinistra a quel di sotto,
    e come vivo par che si conduca!.
      Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
    e vidile guardar per maraviglia
    pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.
      Perch l'animo tuo tanto s'impiglia,
    disse 'l maestro, che l'andare allenti?
    che ti fa ci che quivi si pispiglia?
      Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
    sta come torre ferma, che non crolla
    gi mai la cima per soffiar di venti;
      ch sempre l'omo in cui pensier rampolla
    sovra pensier, da s dilunga il segno,
    perch la foga l'un de l'altro insolla.
      Che potea io ridir, se non Io vegno?
    Dissilo, alquanto del color consperso
    che fa l'uom di perdon talvolta degno.
      E 'ntanto per la costa di traverso
    venivan genti innanzi a noi un poco,
    cantando '"Miserere"' a verso a verso.
      Quando s'accorser ch'i' non dava loco
    per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
    mutar lor canto in un oh! lungo e roco;
      e due di loro, in forma di messaggi,
    corsero incontr'a noi e dimandarne:
    Di vostra condizion fatene saggi.
      E 'l mio maestro: Voi potete andarne
    e ritrarre a color che vi mandaro
    che 'l corpo di costui  vera carne.
      Se per veder la sua ombra restaro,
    com'io avviso, assai  lor risposto:
    fccianli onore, ed essere pu lor caro.
      Vapori accesi non vid'io s tosto
    di prima notte mai fender sereno,
    n, sol calando, nuvole d'agosto,
      che color non tornasser suso in meno;
    e, giunti l, con li altri a noi dier volta
    come schiera che scorre sanza freno.
      Questa gente che preme a noi  molta,
    e vegnonti a pregar, disse 'l poeta:
    per pur va, e in andando ascolta.
      O anima che vai per esser lieta
    con quelle membra con le quai nascesti,
    venian gridando, un poco il passo queta.
      Guarda s'alcun di noi unqua vedesti,
    s che di lui di l novella porti:
    deh, perch vai? deh, perch non t'arresti?
      Noi fummo tutti gi per forza morti,
    e peccatori infino a l'ultima ora;
    quivi lume del ciel ne fece accorti,
      s che, pentendo e perdonando, fora
    di vita uscimmo a Dio pacificati,
    che del disio di s veder n'accora.
      E io: Perch ne' vostri visi guati,
    non riconosco alcun; ma s'a voi piace
    cosa ch'io possa, spiriti ben nati,
      voi dite, e io far per quella pace
    che, dietro a' piedi di s fatta guida
    di mondo in mondo cercar mi si face.
      E uno incominci: Ciascun si fida
    del beneficio tuo sanza giurarlo,
    pur che 'l voler nonpossa non ricida.
      Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo,
    ti priego, se mai vedi quel paese
    che siede tra Romagna e quel di Carlo,
      che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
    in Fano, s che ben per me s'adori
    pur ch'i' possa purgar le gravi offese.
      Quindi fu' io; ma li profondi fri
    ond'usc 'l sangue in sul quale io sedea,
    fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
      l dov'io pi sicuro esser credea:
    quel da Esti il f far, che m'avea in ira
    assai pi l che dritto non volea.
      Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,
    quando fu' sovragiunto ad Oriaco,
    ancor sarei di l dove si spira.
      Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco
    m'impigliar s ch'i' caddi; e l vid'io
    de le mie vene farsi in terra laco.
      Poi disse un altro: Deh, se quel disio
    si compia che ti tragge a l'alto monte,
    con buona pietate aiuta il mio!
      Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
    Giovanna o altri non ha di me cura;
    per ch'io vo tra costor con bassa fronte.
      E io a lui: Qual forza o qual ventura
    ti travi s fuor di Campaldino,
    che non si seppe mai tua sepultura?.
      Oh!, rispuos'elli, a pi del Casentino
    traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
    che sovra l'Ermo nasce in Apennino.
      L 've 'l vocabol suo diventa vano,
    arriva' io forato ne la gola,
    fuggendo a piede e sanguinando il piano.
      Quivi perdei la vista e la parola
    nel nome di Maria fini', e quivi
    caddi, e rimase la mia carne sola.
      Io dir vero e tu 'l rid tra ' vivi:
    l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
    gridava: "O tu del ciel, perch mi privi?
      Tu te ne porti di costui l'etterno
    per una lagrimetta che 'l mi toglie;
    ma io far de l'altro altro governo!".
      Ben sai come ne l'aere si raccoglie
    quell'umido vapor che in acqua riede,
    tosto che sale dove 'l freddo il coglie.
      Giunse quel mal voler che pur mal chiede
    con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento
    per la virt che sua natura diede.
      Indi la valle, come 'l d fu spento,
    da Pratomagno al gran giogo coperse
    di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,
      s che 'l pregno aere in acqua si converse;
    la pioggia cadde e a' fossati venne
    di lei ci che la terra non sofferse;
      e come ai rivi grandi si convenne,
    ver' lo fiume real tanto veloce
    si ruin, che nulla la ritenne.
      Lo corpo mio gelato in su la foce
    trov l'Archian rubesto; e quel sospinse
    ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce
      ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;
    voltmmi per le ripe e per lo fondo,
    poi di sua preda mi coperse e cinse.
      Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
    e riposato de la lunga via,
    seguit 'l terzo spirito al secondo,
      ricorditi di me, che son la Pia:
    Siena mi f, disfecemi Maremma:
    salsi colui che 'nnanellata pria
      disposando m'avea con la sua gemma.
















    Canto 6.

      Quando si parte il gioco de la zara,
    colui che perde si riman dolente,
    repetendo le volte, e tristo impara;
      con l'altro se ne va tutta la gente;
    qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
    e qual dallato li si reca a mente;
      el non s'arresta, e questo e quello intende;
    a cui porge la man, pi non fa pressa;
    e cos da la calca si difende.
      Tal era io in quella turba spessa,
    volgendo a loro, e qua e l, la faccia,
    e promettendo mi sciogliea da essa.
      Quiv'era l'Aretin che da le braccia
    fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
    e l'altro ch'anneg correndo in caccia.
      Quivi pregava con le mani sporte
    Federigo Novello, e quel da Pisa
    che f parer lo buon Marzucco forte.
      Vidi conte Orso e l'anima divisa
    dal corpo suo per astio e per inveggia,
    com'e' dicea, non per colpa commisa;
      Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
    mentr' di qua, la donna di Brabante,
    s che per non sia di peggior greggia.
      Come libero fui da tutte quante
    quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi,
    s che s'avacci lor divenir sante,
      io cominciai: El par che tu mi nieghi,
    o luce mia, espresso in alcun testo
    che decreto del cielo orazion pieghi;
      e questa gente prega pur di questo:
    sarebbe dunque loro speme vana,
    o non m' 'l detto tuo ben manifesto?.
      Ed elli a me: La mia scrittura  piana;
    e la speranza di costor non falla,
    se ben si guarda con la mente sana;
      ch cima di giudicio non s'avvalla
    perch foco d'amor compia in un punto
    ci che de' sodisfar chi qui s'astalla;
      e l dov'io fermai cotesto punto,
    non s'ammendava, per pregar, difetto,
    perch 'l priego da Dio era disgiunto.
      Veramente a cos alto sospetto
    non ti fermar, se quella nol ti dice
    che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.
      Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice;
    tu la vedrai di sopra, in su la vetta
    di questo monte, ridere e felice.
      E io: Segnore, andiamo a maggior fretta,
    ch gi non m'affatico come dianzi,
    e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta.
      Noi anderem con questo giorno innanzi,
    rispuose, quanto pi potremo omai;
    ma 'l fatto  d'altra forma che non stanzi.
      Prima che sie l s, tornar vedrai
    colui che gi si cuopre de la costa,
    s che ' suoi raggi tu romper non fai.
      Ma vedi l un'anima che, posta
    sola soletta, inverso noi riguarda:
    quella ne 'nsegner la via pi tosta.
      Venimmo a lei: o anima lombarda,
    come ti stavi altera e disdegnosa
    e nel mover de li occhi onesta e tarda!
      Ella non ci dicea alcuna cosa,
    ma lasciavane gir, solo sguardando
    a guisa di leon quando si posa.
      Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
    che ne mostrasse la miglior salita;
    e quella non rispuose al suo dimando,
      ma di nostro paese e de la vita
    ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava
    Mantua..., e l'ombra, tutta in s romita,
      surse ver' lui del loco ove pria stava,
    dicendo: O Mantoano, io son Sordello
    de la tua terra!; e l'un l'altro abbracciava.
      Ahi serva Italia, di dolore ostello,
    nave sanza nocchiere in gran tempesta,
    non donna di province, ma bordello!
      Quell'anima gentil fu cos presta,
    sol per lo dolce suon de la sua terra,
    di fare al cittadin suo quivi festa;
      e ora in te non stanno sanza guerra
    li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
    di quei ch'un muro e una fossa serra.
      Cerca, misera, intorno da le prode
    le tue marine, e poi ti guarda in seno,
    s'alcuna parte in te di pace gode.
      Che val perch ti racconciasse il freno
    Iustiniano, se la sella  vota?
    Sanz'esso fora la vergogna meno.
      Ahi gente che dovresti esser devota,
    e lasciar seder Cesare in la sella,
    se bene intendi ci che Dio ti nota,
      guarda come esta fiera  fatta fella
    per non esser corretta da li sproni,
    poi che ponesti mano a la predella.
      O Alberto tedesco ch'abbandoni
    costei ch' fatta indomita e selvaggia,
    e dovresti inforcar li suoi arcioni,
      giusto giudicio da le stelle caggia
    sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,
    tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!
      Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,
    per cupidigia di cost distretti,
    che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.
      Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
    Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
    color gi tristi, e questi con sospetti!
      Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
    d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;
    e vedrai Santafior com' oscura!
      Vieni a veder la tua Roma che piagne
    vedova e sola, e d e notte chiama:
    Cesare mio, perch non m'accompagne?.
      Vieni a veder la gente quanto s'ama!
    e se nulla di noi piet ti move,
    a vergognar ti vien de la tua fama.
      E se licito m', o sommo Giove
    che fosti in terra per noi crucifisso,
    son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
      O  preparazion che ne l'abisso
    del tuo consiglio fai per alcun bene
    in tutto de l'accorger nostro scisso?
      Ch le citt d'Italia tutte piene
    son di tiranni, e un Marcel diventa
    ogne villan che parteggiando viene.
      Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
    di questa digression che non ti tocca,
    merc del popol tuo che si argomenta.
      Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
    per non venir sanza consiglio a l'arco;
    ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.
      Molti rifiutan lo comune incarco;
    ma il popol tuo solicito risponde
    sanza chiamare, e grida: I' mi sobbarco!.
      Or ti fa lieta, ch tu hai ben onde:
    tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
    S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.
      Atene e Lacedemona, che fenno
    l'antiche leggi e furon s civili,
    fecero al viver bene un picciol cenno
      verso di te, che fai tanto sottili
    provedimenti, ch'a mezzo novembre
    non giugne quel che tu d'ottobre fili.
      Quante volte, del tempo che rimembre,
    legge, moneta, officio e costume
    hai tu mutato e rinovate membre!
      E se ben ti ricordi e vedi lume,
    vedrai te somigliante a quella inferma
    che non pu trovar posa in su le piume,
      ma con dar volta suo dolore scherma.

    Canto 7.

      Poscia che l'accoglienze oneste e liete
    furo iterate tre e quattro volte,
    Sordel si trasse, e disse: Voi, chi siete?.
      Anzi che a questo monte fosser volte
    l'anime degne di salire a Dio,
    fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.
      Io son Virgilio; e per null'altro rio
    lo ciel perdei che per non aver f.
    Cos rispuose allora il duca mio.
      Qual  colui che cosa innanzi s
    sbita vede ond'e' si maraviglia,
    che crede e non, dicendo Ella ... non ...,
      tal parve quelli; e poi chin le ciglia,
    e umilmente ritorn ver' lui,
    e abbraccil l 've 'l minor s'appiglia.
      O gloria di Latin, disse, per cui
    mostr ci che potea la lingua nostra,
    o pregio etterno del loco ond'io fui,
      qual merito o qual grazia mi ti mostra?
    S'io son d'udir le tue parole degno,
    dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra.
      Per tutt'i cerchi del dolente regno,
    rispuose lui, son io di qua venuto;
    virt del ciel mi mosse, e con lei vegno.
      Non per far, ma per non fare ho perduto
    a veder l'alto Sol che tu disiri
    e che fu tardi per me conosciuto.
      Luogo  l gi non tristo di martri,
    ma di tenebre solo, ove i lamenti
    non suonan come guai, ma son sospiri.
      Quivi sto io coi pargoli innocenti
    dai denti morsi de la morte avante
    che fosser da l'umana colpa essenti;
      quivi sto io con quei che le tre sante
    virt non si vestiro, e sanza vizio
    conobber l'altre e seguir tutte quante.
      Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
    d noi per che venir possiam pi tosto
    l dove purgatorio ha dritto inizio.
      Rispuose: Loco certo non c' posto;
    licito m' andar suso e intorno;
    per quanto ir posso, a guida mi t'accosto.
      Ma vedi gi come dichina il giorno,
    e andar s di notte non si puote;
    per  buon pensar di bel soggiorno.
      Anime sono a destra qua remote:
    se mi consenti, io ti merr ad esse,
    e non sanza diletto ti fier note.
      Com' ci?, fu risposto. Chi volesse
    salir di notte, fora elli impedito
    d'altrui, o non sarria ch non potesse?.
      E 'l buon Sordello in terra freg 'l dito,
    dicendo: Vedi? sola questa riga
    non varcheresti dopo 'l sol partito:
      non per ch'altra cosa desse briga,
    che la notturna tenebra, ad ir suso;
    quella col nonpoder la voglia intriga.
      Ben si poria con lei tornare in giuso
    e passeggiar la costa intorno errando,
    mentre che l'orizzonte il d tien chiuso.
      Allora il mio segnor, quasi ammirando,
    Menane, disse, dunque l 've dici
    ch'aver si pu diletto dimorando.
      Poco allungati c'eravam di lici,
    quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo,
    a guisa che i vallon li sceman quici.
      Col, disse quell'ombra, n'anderemo
    dove la costa face di s grembo;
    e l il novo giorno attenderemo.
      Tra erto e piano era un sentiero schembo,
    che ne condusse in fianco de la lacca,
    l dove pi ch'a mezzo muore il lembo.
      Oro e argento fine, cocco e biacca,
    indaco, legno lucido e sereno,
    fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,
      da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno
    posti, ciascun saria di color vinto,
    come dal suo maggiore  vinto il meno.
      Non avea pur natura ivi dipinto,
    ma di soavit di mille odori
    vi facea uno incognito e indistinto.
      '"Salve, Regina"' in sul verde e 'n su' fiori
    quindi seder cantando anime vidi,
    che per la valle non parean di fuori.
      Prima che 'l poco sole omai s'annidi,
    cominci 'l Mantoan che ci avea vlti,
    tra color non vogliate ch'io vi guidi.
      Di questo balzo meglio li atti e ' volti
    conoscerete voi di tutti quanti,
    che ne la lama gi tra essi accolti.
      Colui che pi siede alto e fa sembianti
    d'aver negletto ci che far dovea,
    e che non move bocca a li altrui canti,
      Rodolfo imperador fu, che potea
    sanar le piaghe c'hanno Italia morta,
    s che tardi per altri si ricrea.
      L'altro che ne la vista lui conforta,
    resse la terra dove l'acqua nasce
    che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
      Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
    fu meglio assai che Vincislao suo figlio
    barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
      E quel nasetto che stretto a consiglio
    par con colui c'ha s benigno aspetto,
    mor fuggendo e disfiorando il giglio:
      guardate l come si batte il petto!
    L'altro vedete c'ha fatto a la guancia
    de la sua palma, sospirando, letto.
      Padre e suocero son del mal di Francia:
    sanno la vita sua viziata e lorda,
    e quindi viene il duol che s li lancia.
      Quel che par s membruto e che s'accorda,
    cantando, con colui dal maschio naso,
    d'ogne valor port cinta la corda;
      e se re dopo lui fosse rimaso
    lo giovanetto che retro a lui siede,
    ben andava il valor di vaso in vaso,
      che non si puote dir de l'altre rede;
    Iacomo e Federigo hanno i reami;
    del retaggio miglior nessun possiede.
      Rade volte risurge per li rami
    l'umana probitate; e questo vole
    quei che la d, perch da lui si chiami.
      Anche al nasuto vanno mie parole
    non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,
    onde Puglia e Proenza gi si dole.
      Tant' del seme suo minor la pianta,
    quanto pi che Beatrice e Margherita,
    Costanza di marito ancor si vanta.
      Vedete il re de la semplice vita
    seder l solo, Arrigo d'Inghilterra:
    questi ha ne' rami suoi migliore uscita.
      Quel che pi basso tra costor s'atterra,
    guardando in suso,  Guiglielmo marchese,
    per cui e Alessandria e la sua guerra
      fa pianger Monferrato e Canavese.
















    Canto 8.

      Era gi l'ora che volge il disio
    ai navicanti e 'ntenerisce il core
    lo d c'han detto ai dolci amici addio;
      e che lo novo peregrin d'amore
    punge, se ode squilla di lontano
    che paia il giorno pianger che si more;
      quand'io incominciai a render vano
    l'udire e a mirare una de l'alme
    surta, che l'ascoltar chiedea con mano.
      Ella giunse e lev ambo le palme,
    ficcando li occhi verso l'oriente,
    come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.
      '"Te lucis ante"' s devotamente
    le usco di bocca e con s dolci note,
    che fece me a me uscir di mente;
      e l'altre poi dolcemente e devote
    seguitar lei per tutto l'inno intero,
    avendo li occhi a le superne rote.
      Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
    ch 'l velo  ora ben tanto sottile,
    certo che 'l trapassar dentro  leggero.
      Io vidi quello essercito gentile
    tacito poscia riguardare in se
    quasi aspettando, palido e umle;
      e vidi uscir de l'alto e scender gie
    due angeli con due spade affocate,
    tronche e private de le punte sue.
      Verdi come fogliette pur mo nate
    erano in veste, che da verdi penne
    percosse traean dietro e ventilate.
      L'un poco sovra noi a star si venne,
    e l'altro scese in l'opposita sponda,
    s che la gente in mezzo si contenne.
      Ben discernea in lor la testa bionda;
    ma ne la faccia l'occhio si smarria,
    come virt ch'a troppo si confonda.
      Ambo vegnon del grembo di Maria,
    disse Sordello, a guardia de la valle,
    per lo serpente che verr vie via.
      Ond'io, che non sapeva per qual calle,
    mi volsi intorno, e stretto m'accostai,
    tutto gelato, a le fidate spalle.
      E Sordello anco: Or avvalliamo omai
    tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
    grazioso fia lor vedervi assai.
      Solo tre passi credo ch'i' scendesse,
    e fui di sotto, e vidi un che mirava
    pur me, come conoscer mi volesse.
      Temp'era gi che l'aere s'annerava,
    ma non s che tra li occhi suoi e ' miei
    non dichiarisse ci che pria serrava.
      Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:
    giudice Nin gentil, quanto mi piacque
    quando ti vidi non esser tra ' rei!
      Nullo bel salutar tra noi si tacque;
    poi dimand: Quant' che tu venisti
    a pi del monte per le lontane acque?.
      Oh!, diss'io lui, per entro i luoghi tristi
    venni stamane, e sono in prima vita,
    ancor che l'altra, s andando, acquisti.
      E come fu la mia risposta udita,
    Sordello ed elli in dietro si raccolse
    come gente di sbito smarrita.
      L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse
    che sedea l, gridando:S, Currado!
    vieni a veder che Dio per grazia volse.
      Poi, vlto a me: Per quel singular grado
    che tu dei a colui che s nasconde
    lo suo primo perch, che non l  guado,
      quando sarai di l da le larghe onde,
    d a Giovanna mia che per me chiami
    l dove a li 'nnocenti si risponde.
      Non credo che la sua madre pi m'ami,
    poscia che trasmut le bianche bende,
    le quai convien che, misera!, ancor brami.
      Per lei assai di lieve si comprende
    quanto in femmina foco d'amor dura,
    se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.
      Non le far s bella sepultura
    la vipera che Melanesi accampa,
    com'avria fatto il gallo di Gallura.
      Cos dicea, segnato de la stampa,
    nel suo aspetto, di quel dritto zelo
    che misuratamente in core avvampa.
      Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
    pur l dove le stelle son pi tarde,
    s come rota pi presso a lo stelo.
      E 'l duca mio: Figliuol, che l s guarde?.
    E io a lui: A quelle tre facelle
    di che 'l polo di qua tutto quanto arde.
      Ond'elli a me: Le quattro chiare stelle
    che vedevi staman, son di l basse,
    e queste son salite ov'eran quelle.
      Com'ei parlava, e Sordello a s il trasse
    dicendo:Vedi l 'l nostro avversaro;
    e drizz il dito perch 'n l guardasse.
      Da quella parte onde non ha riparo
    la picciola vallea, era una biscia,
    forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
      Tra l'erba e ' fior vena la mala striscia,
    volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso
    leccando come bestia che si liscia.
      Io non vidi, e per dicer non posso,
    come mosser li astor celestiali;
    ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.
      Sentendo fender l'aere a le verdi ali,
    fugg 'l serpente, e li angeli dier volta,
    suso a le poste rivolando iguali.
      L'ombra che s'era al giudice raccolta
    quando chiam, per tutto quello assalto
    punto non fu da me guardare sciolta.
      Se la lucerna che ti mena in alto
    truovi nel tuo arbitrio tanta cera
    quant' mestiere infino al sommo smalto,
      cominci ella, se novella vera
    di Val di Magra o di parte vicina
    sai, dillo a me, che gi grande l era.
      Fui chiamato Currado Malaspina;
    non son l'antico, ma di lui discesi;
    a' miei portai l'amor che qui raffina.
      Oh!, diss'io lui, per li vostri paesi
    gi mai non fui; ma dove si dimora
    per tutta Europa ch'ei non sien palesi?
      La fama che la vostra casa onora,
    grida i segnori e grida la contrada,
    s che ne sa chi non vi fu ancora;
      e io vi giuro, s'io di sopra vada,
    che vostra gente onrata non si sfregia
    del pregio de la borsa e de la spada.
      Uso e natura s la privilegia,
    che, perch il capo reo il mondo torca,
    sola va dritta e 'l mal cammin dispregia.
      Ed elli: Or va; che 'l sol non si ricorca
    sette volte nel letto che 'l Montone
    con tutti e quattro i pi cuopre e inforca,
      che cotesta cortese oppinione
    ti fia chiavata in mezzo de la testa
    con maggior chiovi che d'altrui sermone,
      se corso di giudicio non s'arresta.













    Canto 9.

      La concubina di Titone antico
    gi s'imbiancava al balco d'oriente,
    fuor de le braccia del suo dolce amico;
      di gemme la sua fronte era lucente,
    poste in figura del freddo animale
    che con la coda percuote la gente;
      e la notte, de' passi con che sale,
    fatti avea due nel loco ov'eravamo,
    e 'l terzo gi chinava in giuso l'ale;
      quand'io, che meco avea di quel d'Adamo,
    vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
    l 've gi tutti e cinque sedavamo.
      Ne l'ora che comincia i tristi lai
    la rondinella presso a la mattina,
    forse a memoria de' suo' primi guai,
      e che la mente nostra, peregrina
    pi da la carne e men da' pensier presa,
    a le sue vision quasi  divina,
      in sogno mi parea veder sospesa
    un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
    con l'ali aperte e a calare intesa;
      ed esser mi parea l dove fuoro
    abbandonati i suoi da Ganimede,
    quando fu ratto al sommo consistoro.
      Fra me pensava: 'Forse questa fiede
    pur qui per uso, e forse d'altro loco
    disdegna di portarne suso in piede'.
      Poi mi parea che, poi rotata un poco,
    terribil come folgor discendesse,
    e me rapisse suso infino al foco.
      Ivi parea che ella e io ardesse;
    e s lo 'ncendio imaginato cosse,
    che convenne che 'l sonno si rompesse.
      Non altrimenti Achille si riscosse,
    li occhi svegliati rivolgendo in giro
    e non sappiendo l dove si fosse,
      quando la madre da Chirn a Schiro
    trafugg lui dormendo in le sue braccia,
    l onde poi li Greci il dipartiro;
      che mi scoss'io, s come da la faccia
    mi fugg 'l sonno, e diventa' ismorto,
    come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.
      Dallato m'era solo il mio conforto,
    e 'l sole er'alto gi pi che due ore,
    e 'l viso m'era a la marina torto.
      Non aver tema, disse il mio segnore;
    fatti sicur, ch noi semo a buon punto;
    non stringer, ma rallarga ogne vigore.
      Tu se' omai al purgatorio giunto:
    vedi l il balzo che 'l chiude dintorno;
    vedi l'entrata l 've par digiunto.
      Dianzi, ne l'alba che procede al giorno,
    quando l'anima tua dentro dormia,
    sovra li fiori ond' l gi addorno
      venne una donna, e disse: "I' son Lucia;
    lasciatemi pigliar costui che dorme;
    s l'agevoler per la sua via".
      Sordel rimase e l'altre genti forme;
    ella ti tolse, e come 'l d fu chiaro,
    sen venne suso; e io per le sue orme.
      Qui ti pos, ma pria mi dimostraro
    li occhi suoi belli quella intrata aperta;
    poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro.
      A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta
    e che muta in conforto sua paura,
    poi che la verit li  discoperta,
      mi cambia' io; e come sanza cura
    vide me 'l duca mio, su per lo balzo
    si mosse, e io di rietro inver' l'altura.
      Lettor, tu vedi ben com'io innalzo
    la mia matera, e per con pi arte
    non ti maravigliar s'io la rincalzo.
      Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,
    che l dove pareami prima rotto,
    pur come un fesso che muro diparte,
      vidi una porta, e tre gradi di sotto
    per gire ad essa, di color diversi,
    e un portier ch'ancor non facea motto.
      E come l'occhio pi e pi v'apersi,
    vidil seder sovra 'l grado sovrano,
    tal ne la faccia ch'io non lo soffersi;
      e una spada nuda avea in mano,
    che reflettea i raggi s ver' noi,
    ch'io drizzava spesso il viso in vano.
      Dite costinci: che volete voi?,
    cominci elli a dire, ov' la scorta?
    Guardate che 'l venir s non vi ni.
      Donna del ciel, di queste cose accorta,
    rispuose 'l mio maestro a lui, pur dianzi
    ne disse: "Andate l: quivi  la porta".
      Ed ella i passi vostri in bene avanzi,
    ricominci il cortese portinaio:
    Venite dunque a' nostri gradi innanzi.
      L ne venimmo; e lo scaglion primaio
    bianco marmo era s pulito e terso,
    ch'io mi specchiai in esso qual io paio.
      Era il secondo tinto pi che perso,
    d'una petrina ruvida e arsiccia,
    crepata per lo lungo e per traverso.
      Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,
    porfido mi parea, s fiammeggiante,
    come sangue che fuor di vena spiccia.
      Sovra questo tenea ambo le piante
    l'angel di Dio, sedendo in su la soglia,
    che mi sembiava pietra di diamante.
      Per li tre gradi s di buona voglia
    mi trasse il duca mio, dicendo: Chiedi
    umilemente che 'l serrame scioglia.
      Divoto mi gittai a' santi piedi;
    misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,
    ma tre volte nel petto pria mi diedi.
      Sette P ne la fronte mi descrisse
    col punton de la spada, e Fa che lavi,
    quando se' dentro, queste piaghe, disse.
      Cenere, o terra che secca si cavi,
    d'un color fora col suo vestimento;
    e di sotto da quel trasse due chiavi.
      L'una era d'oro e l'altra era d'argento;
    pria con la bianca e poscia con la gialla
    fece a la porta s, ch'i' fu' contento.
      Quandunque l'una d'este chiavi falla,
    che non si volga dritta per la toppa,
    diss'elli a noi, non s'apre questa calla.
      Pi cara  l'una; ma l'altra vuol troppa
    d'arte e d'ingegno avanti che diserri,
    perch'ella  quella che 'l nodo digroppa.
      Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri
    anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,
    pur che la gente a' piedi mi s'atterri.
      Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
    dicendo: Intrate; ma facciovi accorti
    che di fuor torna chi 'n dietro si guata.
      E quando fuor ne' cardini distorti
    li spigoli di quella regge sacra,
    che di metallo son sonanti e forti,
      non rugghi s n si mostr s acra
    Tarpea, come tolto le fu il buono
    Metello, per che poi rimase macra.
      Io mi rivolsi attento al primo tuono,
    e '"Te Deum laudamus"' mi parea
    udire in voce mista al dolce suono.
      Tale imagine a punto mi rendea
    ci ch'io udiva, qual prender si suole
    quando a cantar con organi si stea;
      ch'or s or no s'intendon le parole.







    Canto 10.

      Poi fummo dentro al soglio de la porta
    che 'l mal amor de l'anime disusa,
    perch fa parer dritta la via torta,
      sonando la senti' esser richiusa;
    e s'io avesse li occhi vlti ad essa,
    qual fora stata al fallo degna scusa?
      Noi salavam per una pietra fessa,
    che si moveva e d'una e d'altra parte,
    s come l'onda che fugge e s'appressa.
      Qui si conviene usare un poco d'arte,
    cominci 'l duca mio, in accostarsi
    or quinci, or quindi al lato che si parte.
      E questo fece i nostri passi scarsi,
    tanto che pria lo scemo de la luna
    rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
      che noi fossimo fuor di quella cruna;
    ma quando fummo liberi e aperti
    s dove il monte in dietro si rauna,
      io stancato e amendue incerti
    di nostra via, restammo in su un piano
    solingo pi che strade per diserti.
      Da la sua sponda, ove confina il vano,
    al pi de l'alta ripa che pur sale,
    misurrebbe in tre volte un corpo umano;
      e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,
    or dal sinistro e or dal destro fianco,
    questa cornice mi parea cotale.
      L s non eran mossi i pi nostri anco,
    quand'io conobbi quella ripa intorno
    che dritto di salita aveva manco,
      esser di marmo candido e addorno
    d'intagli s, che non pur Policleto,
    ma la natura l avrebbe scorno.
      L'angel che venne in terra col decreto
    de la molt'anni lagrimata pace,
    ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,
      dinanzi a noi pareva s verace
    quivi intagliato in un atto soave,
    che non sembiava imagine che tace.
      Giurato si saria ch'el dicesse '"Ave"!';
    perch iv'era imaginata quella
    ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;
      e avea in atto impressa esta favella
    '"Ecce ancilla Dei"', propriamente
    come figura in cera si suggella.
      Non tener pur ad un loco la mente,
    disse 'l dolce maestro, che m'avea
    da quella parte onde 'l cuore ha la gente.
      Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea
    di retro da Maria, da quella costa
    onde m'era colui che mi movea,
      un'altra storia ne la roccia imposta;
    per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,
    acci che fosse a li occhi miei disposta.
      Era intagliato l nel marmo stesso
    lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,
    per che si teme officio non commesso.
      Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
    partita in sette cori, a' due mie' sensi
    faceva dir l'un No, l'altro S, canta.
      Similemente al fummo de li 'ncensi
    che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
    e al s e al no discordi fensi.
      L precedeva al benedetto vaso,
    trescando alzato, l'umile salmista,
    e pi e men che re era in quel caso.
      Di contra, effigiata ad una vista
    d'un gran palazzo, Micl ammirava
    s come donna dispettosa e trista.
      I' mossi i pi del loco dov'io stava,
    per avvisar da presso un'altra istoria,
    che di dietro a Micl mi biancheggiava.
      Quiv'era storiata l'alta gloria
    del roman principato, il cui valore
    mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
      i' dico di Traiano imperadore;
    e una vedovella li era al freno,
    di lagrime atteggiata e di dolore.
      Intorno a lui parea calcato e pieno
    di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
    sovr'essi in vista al vento si movieno.
      La miserella intra tutti costoro
    pareva dir: Segnor, fammi vendetta
    di mio figliuol ch' morto, ond'io m'accoro;
      ed elli a lei rispondere: Or aspetta
    tanto ch'i' torni; e quella: Segnor mio,
    come persona in cui dolor s'affretta,
      se tu non torni?; ed ei: Chi fia dov'io,
    la ti far; ed ella: L'altrui bene
    a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?;
      ond'elli: Or ti conforta; ch'ei convene
    ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:
    giustizia vuole e piet mi ritene.
      Colui che mai non vide cosa nova
    produsse esto visibile parlare,
    novello a noi perch qui non si trova.
      Mentr'io mi dilettava di guardare
    l'imagini di tante umilitadi,
    e per lo fabbro loro a veder care,
      Ecco di qua, ma fanno i passi radi,
    mormorava il poeta, molte genti:
    questi ne 'nvieranno a li alti gradi.
      Li occhi miei ch'a mirare eran contenti
    per veder novitadi ond'e' son vaghi,
    volgendosi ver' lui non furon lenti.
      Non vo' per, lettor, che tu ti smaghi
    di buon proponimento per udire
    come Dio vuol che 'l debito si paghi.
      Non attender la forma del martre:
    pensa la succession; pensa ch'al peggio,
    oltre la gran sentenza non pu ire.
      Io cominciai: Maestro, quel ch'io veggio
    muovere a noi, non mi sembian persone,
    e non so che, s nel veder vaneggio.
      Ed elli a me: La grave condizione
    di lor tormento a terra li rannicchia,
    s che ' miei occhi pria n'ebber tencione.
      Ma guarda fiso l, e disviticchia
    col viso quel che vien sotto a quei sassi:
    gi scorger puoi come ciascun si picchia.
      O superbi cristian, miseri lassi,
    che, de la vista de la mente infermi,
    fidanza avete ne' retrosi passi,
      non v'accorgete voi che noi siam vermi
    nati a formar l'angelica farfalla,
    che vola a la giustizia sanza schermi?
      Di che l'animo vostro in alto galla,
    poi siete quasi antomata in difetto,
    s come vermo in cui formazion falla?
      Come per sostentar solaio o tetto,
    per mensola talvolta una figura
    si vede giugner le ginocchia al petto,
      la qual fa del non ver vera rancura
    nascere 'n chi la vede; cos fatti
    vid'io color, quando puosi ben cura.
      Vero  che pi e meno eran contratti
    secondo ch'avien pi e meno a dosso;
    e qual pi pazienza avea ne li atti,
      piangendo parea dicer: 'Pi non posso'.













    Canto 11.

      O Padre nostro, che ne' cieli stai,
    non circunscritto, ma per pi amore
    ch'ai primi effetti di l s tu hai,
      laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore
    da ogni creatura, com' degno
    di render grazie al tuo dolce vapore.
      Vegna ver' noi la pace del tuo regno,
    ch noi ad essa non potem da noi,
    s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.
      Come del suo voler li angeli tuoi
    fan sacrificio a te, cantando "osanna",
    cos facciano li uomini de' suoi.
      D oggi a noi la cotidiana manna,
    sanza la qual per questo aspro diserto
    a retro va chi pi di gir s'affanna.
      E come noi lo mal ch'avem sofferto
    perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
    benigno, e non guardar lo nostro merto.
      Nostra virt che di legger s'adona,
    non spermentar con l'antico avversaro,
    ma libera da lui che s la sprona.
      Quest'ultima preghiera, segnor caro,
    gi non si fa per noi, ch non bisogna,
    ma per color che dietro a noi restaro.
      Cos a s e noi buona ramogna
    quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
    simile a quel che tal volta si sogna,
      disparmente angosciate tutte a tondo
    e lasse su per la prima cornice,
    purgando la caligine del mondo.
      Se di l sempre ben per noi si dice,
    di qua che dire e far per lor si puote
    da quei ch'hanno al voler buona radice?
      Ben si de' loro atar lavar le note
    che portar quinci, s che, mondi e lievi,
    possano uscire a le stellate ruote.
      Deh, se giustizia e piet vi disgrievi
    tosto, s che possiate muover l'ala,
    che secondo il disio vostro vi lievi,
      mostrate da qual mano inver' la scala
    si va pi corto; e se c' pi d'un varco,
    quel ne 'nsegnate che men erto cala;
      ch questi che vien meco, per lo 'ncarco
    de la carne d'Adamo onde si veste,
    al montar s, contra sua voglia,  parco.
      Le lor parole, che rendero a queste
    che dette avea colui cu' io seguiva,
    non fur da cui venisser manifeste;
      ma fu detto: A man destra per la riva
    con noi venite, e troverete il passo
    possibile a salir persona viva.
      E s'io non fossi impedito dal sasso
    che la cervice mia superba doma,
    onde portar convienmi il viso basso,
      cotesti, ch'ancor vive e non si noma,
    guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
    e per farlo pietoso a questa soma.
      Io fui latino e nato d'un gran Tosco:
    Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
    non so se 'l nome suo gi mai fu vosco.
      L'antico sangue e l'opere leggiadre
    d'i miei maggior mi fer s arrogante,
    che, non pensando a la comune madre,
      ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante,
    ch'io ne mori', come i Sanesi sanno
    e sallo in Campagnatico ogne fante.
      Io sono Omberto; e non pur a me danno
    superbia fa, ch tutti miei consorti
    ha ella tratti seco nel malanno.
      E qui convien ch'io questo peso porti
    per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
    poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti.
      Ascoltando chinai in gi la faccia;
    e un di lor, non questi che parlava,
    si torse sotto il peso che li 'mpaccia,
      e videmi e conobbemi e chiamava,
    tenendo li occhi con fatica fisi
    a me che tutto chin con loro andava.
      Oh!, diss'io lui, non se' tu Oderisi,
    l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte
    ch'alluminar chiamata  in Parisi?.
      Frate, diss'elli, pi ridon le carte
    che pennelleggia Franco Bolognese;
    l'onore  tutto or suo, e mio in parte.
      Ben non sare' io stato s cortese
    mentre ch'io vissi, per lo gran disio
    de l'eccellenza ove mio core intese.
      Di tal superbia qui si paga il fio;
    e ancor non sarei qui, se non fosse
    che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
      Oh vana gloria de l'umane posse!
    com'poco verde in su la cima dura,
    se non  giunta da l'etati grosse!
      Credette Cimabue ne la pittura
    tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
    s che la fama di colui  scura:
      cos ha tolto l'uno a l'altro Guido
    la gloria de la lingua; e forse  nato
    chi l'uno e l'altro caccer del nido.
      Non  il mondan romore altro ch'un fiato
    di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
    e muta nome perch muta lato.
      Che voce avrai tu pi, se vecchia scindi
    da te la carne, che se fossi morto
    anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',
      pria che passin mill'anni? ch' pi corto
    spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
    al cerchio che pi tardi in cielo  torto.
      Colui che del cammin s poco piglia
    dinanzi a me, Toscana son tutta;
    e ora a pena in Siena sen pispiglia,
      ond'era sire quando fu distrutta
    la rabbia fiorentina, che superba
    fu a quel tempo s com'ora  putta.
      La vostra nominanza  color d'erba,
    che viene e va, e quei la discolora
    per cui ella esce de la terra acerba.
      E io a lui: Tuo vero dir m'incora
    bona umilt, e gran tumor m'appiani;
    ma chi  quei di cui tu parlavi ora?.
      Quelli , rispuose, Provenzan Salvani;
    ed  qui perch fu presuntuoso
    a recar Siena tutta a le sue mani.
      Ito  cos e va, sanza riposo,
    poi che mor; cotal moneta rende
    a sodisfar chi  di l troppo oso.
      E io: Se quello spirito ch'attende,
    pria che si penta, l'orlo de la vita,
    qua gi dimora e qua s non ascende,
      se buona orazion lui non aita,
    prima che passi tempo quanto visse,
    come fu la venuta lui largita?.
      Quando vivea pi glorioso, disse,
    liberamente nel Campo di Siena,
    ogne vergogna diposta, s'affisse;
      e l, per trar l'amico suo di pena
    ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,
    si condusse a tremar per ogne vena.
      Pi non dir, e scuro so che parlo;
    ma poco tempo andr, che ' tuoi vicini
    faranno s che tu potrai chiosarlo.
      Quest'opera li tolse quei confini.










    Canto 12.

      Di pari, come buoi che vanno a giogo,
    m'andava io con quell'anima carca,
    fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.
      Ma quando disse: Lascia lui e varca;
    ch qui  buono con l'ali e coi remi,
    quantunque pu, ciascun pinger sua barca;
      dritto s come andar vuolsi rife'mi
    con la persona, avvegna che i pensieri
    mi rimanessero e chinati e scemi.
      Io m'era mosso, e seguia volontieri
    del mio maestro i passi, e amendue
    gi mostravam com'eravam leggeri;
      ed el mi disse: Volgi li occhi in gie:
    buon ti sar, per tranquillar la via,
    veder lo letto de le piante tue.
      Come, perch di lor memoria sia,
    sovra i sepolti le tombe terragne
    portan segnato quel ch'elli eran pria,
      onde l molte volte si ripiagne
    per la puntura de la rimembranza,
    che solo a' pii d de le calcagne;
      s vid'io l, ma di miglior sembianza
    secondo l'artificio, figurato
    quanto per via di fuor del monte avanza.
      Vedea colui che fu nobil creato
    pi ch'altra creatura, gi dal cielo
    folgoreggiando scender, da l'un lato.
      Vedea Briareo, fitto dal telo
    celestial giacer, da l'altra parte,
    grave a la terra per lo mortal gelo.
      Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
    armati ancora, intorno al padre loro,
    mirar le membra d'i Giganti sparte.
      Vedea Nembrt a pi del gran lavoro
    quasi smarrito, e riguardar le genti
    che 'n Sennar con lui superbi fuoro.
      O Niob, con che occhi dolenti
    vedea io te segnata in su la strada,
    tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
      O Sal, come in su la propria spada
    quivi parevi morto in Gelbo,
    che poi non sent pioggia n rugiada!
      O folle Aragne, s vedea io te
    gi mezza ragna, trista in su li stracci
    de l'opera che mal per te si f.
      O Robom, gi non par che minacci
    quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
    nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.
      Mostrava ancor lo duro pavimento
    come Almeon a sua madre f caro
    parer lo sventurato addornamento.
      Mostrava come i figli si gittaro
    sovra Sennacherb dentro dal tempio,
    e come, morto lui, quivi il lasciaro.
      Mostrava la ruina e 'l crudo scempio
    che f Tamiri, quando disse a Ciro:
    Sangue sitisti, e io di sangue t'empio.
      Mostrava come in rotta si fuggiro
    li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
    e anche le reliquie del martiro.
      Vedeva Troia in cenere e in caverne;
    o Ilin, come te basso e vile
    mostrava il segno che l si discerne!
      Qual di pennel fu maestro o di stile
    che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi
    mirar farieno uno ingegno sottile?
      Morti li morti e i vivi parean vivi:
    non vide mei di me chi vide il vero,
    quant'io calcai, fin che chinato givi.
      Or superbite, e via col viso altero,
    figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
    s che veggiate il vostro mal sentero!
      Pi era gi per noi del monte vlto
    e del cammin del sole assai pi speso
    che non stimava l'animo non sciolto,
      quando colui che sempre innanzi atteso
    andava, cominci: Drizza la testa;
    non  pi tempo di gir s sospeso.
      Vedi col un angel che s'appresta
    per venir verso noi; vedi che torna
    dal servigio del d l'ancella sesta.
      Di reverenza il viso e li atti addorna,
    s che i diletti lo 'nviarci in suso;
    pensa che questo d mai non raggiorna!.
      Io era ben del suo ammonir uso
    pur di non perder tempo, s che 'n quella
    materia non potea parlarmi chiuso.
      A noi vena la creatura bella,
    biancovestito e ne la faccia quale
    par tremolando mattutina stella.
      Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;
    disse: Venite: qui son presso i gradi,
    e agevolemente omai si sale.
      A questo invito vegnon molto radi:
    o gente umana, per volar s nata,
    perch a poco vento cos cadi?.
      Menocci ove la roccia era tagliata;
    quivi mi batt l'ali per la fronte;
    poi mi promise sicura l'andata.
      Come a man destra, per salire al monte
    dove siede la chiesa che soggioga
    la ben guidata sopra Rubaconte,
      si rompe del montar l'ardita foga
    per le scalee che si fero ad etade
    ch'era sicuro il quaderno e la doga;
      cos s'allenta la ripa che cade
    quivi ben ratta da l'altro girone;
    ma quinci e quindi l'alta pietra rade.
      Noi volgendo ivi le nostre persone,
    '"Beati pauperes spiritu!"' voci
    cantaron s, che nol diria sermone.
      Ahi quanto son diverse quelle foci
    da l'infernali! ch quivi per canti
    s'entra, e l gi per lamenti feroci.
      Gi montavam su per li scaglion santi,
    ed esser mi parea troppo pi lieve
    che per lo pian non mi parea davanti.
      Ond'io: Maestro, d, qual cosa greve
    levata s' da me, che nulla quasi
    per me fatica, andando, si riceve?.
      Rispuose: Quando i P che son rimasi
    ancor nel volto tuo presso che stinti,
    saranno, com' l'un, del tutto rasi,
      fier li tuoi pi dal buon voler s vinti,
    che non pur non fatica sentiranno,
    ma fia diletto loro esser s pinti.
      Allor fec'io come color che vanno
    con cosa in capo non da lor saputa,
    se non che ' cenni altrui sospecciar fanno;
      per che la mano ad accertar s'aiuta,
    e cerca e truova e quello officio adempie
    che non si pu fornir per la veduta;
      e con le dita de la destra scempie
    trovai pur sei le lettere che 'ncise
    quel da le chiavi a me sovra le tempie:
      a che guardando, il mio duca sorrise.
















    Canto 13.

      Noi eravamo al sommo de la scala,
    dove secondamente si risega
    lo monte che salendo altrui dismala.
      Ivi cos una cornice lega
    dintorno il poggio, come la primaia;
    se non che l'arco suo pi tosto piega.
      Ombra non l  n segno che si paia:
    parsi la ripa e parsi la via schietta
    col livido color de la petraia.
      Se qui per dimandar gente s'aspetta,
    ragionava il poeta, io temo forse
    che troppo avr d'indugio nostra eletta.
      Poi fisamente al sole li occhi porse;
    fece del destro lato a muover centro,
    e la sinistra parte di s torse.
      O dolce lume a cui fidanza i' entro
    per lo novo cammin, tu ne conduci,
    dicea, come condur si vuol quinc'entro.
      Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci;
    s'altra ragione in contrario non ponta,
    esser dien sempre li tuoi raggi duci.
      Quanto di qua per un migliaio si conta,
    tanto di l eravam noi gi iti,
    con poco tempo, per la voglia pronta;
      e verso noi volar furon sentiti,
    non per visti, spiriti parlando
    a la mensa d'amor cortesi inviti.
      La prima voce che pass volando
    '"Vinum non habent"' altamente disse,
    e dietro a noi l'and reiterando.
      E prima che del tutto non si udisse
    per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'
    pass gridando, e anco non s'affisse.
      Oh!, diss'io, padre, che voci son queste?.
    E com'io domandai, ecco la terza
    dicendo: 'Amate da cui male aveste'.
      E 'l buon maestro: Questo cinghio sferza
    la colpa de la invidia, e per sono
    tratte d'amor le corde de la ferza.
      Lo fren vuol esser del contrario suono;
    credo che l'udirai, per mio avviso,
    prima che giunghi al passo del perdono.
      Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,
    e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
    e ciascuno  lungo la grotta assiso.
      Allora pi che prima li occhi apersi;
    guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
    al color de la pietra non diversi.
      E poi che fummo un poco pi avanti,
    udia gridar: 'Maria, ra per noi':
    gridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'.
      Non credo che per terra vada ancoi
    omo s duro, che non fosse punto
    per compassion di quel ch'i' vidi poi;
      ch, quando fui s presso di lor giunto,
    che li atti loro a me venivan certi,
    per li occhi fui di grave dolor munto.
      Di vil ciliccio mi parean coperti,
    e l'un sofferia l'altro con la spalla,
    e tutti da la ripa eran sofferti.
      Cos li ciechi a cui la roba falla
    stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
    e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,
      perch 'n altrui piet tosto si pogna,
    non pur per lo sonar de le parole,
    ma per la vista che non meno agogna.
      E come a li orbi non approda il sole,
    cos a l'ombre quivi, ond'io parlo ora,
    luce del ciel di s largir non vole;
      ch a tutti un fil di ferro i cigli fra
    e cusce s, come a sparvier selvaggio
    si fa per che queto non dimora.
      A me pareva, andando, fare oltraggio,
    veggendo altrui, non essendo veduto:
    per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.
      Ben sapev'ei che volea dir lo muto;
    e per non attese mia dimanda,
    ma disse: Parla, e sie breve e arguto.
      Virgilio mi vena da quella banda
    de la cornice onde cader si puote,
    perch da nulla sponda s'inghirlanda;
      da l'altra parte m'eran le divote
    ombre, che per l'orribile costura
    premevan s, che bagnavan le gote.
      Volsimi a loro e O gente sicura,
    incominciai, di veder l'alto lume
    che 'l disio vostro solo ha in sua cura,
      se tosto grazia resolva le schiume
    di vostra coscienza s che chiaro
    per essa scenda de la mente il fiume,
      ditemi, ch mi fia grazioso e caro,
    s'anima  qui tra voi che sia latina;
    e forse lei sar buon s'i' l'apparo.
      O frate mio, ciascuna  cittadina
    d'una vera citt; ma tu vuo' dire
    che vivesse in Italia peregrina.
      Questo mi parve per risposta udire
    pi innanzi alquanto che l dov'io stava,
    ond'io mi feci ancor pi l sentire.
      Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava
    in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
    lo mento a guisa d'orbo in s levava.
      Spirto, diss'io, che per salir ti dome,
    se tu se' quelli che mi rispondesti,
    fammiti conto o per luogo o per nome.
      Io fui sanese, rispuose, e con questi
    altri rimendo qui la vita ria,
    lagrimando a colui che s ne presti.
      Savia non fui, avvegna che Sapa
    fossi chiamata, e fui de li altrui danni
    pi lieta assai che di ventura mia.
      E perch tu non creda ch'io t'inganni,
    odi s'i' fui, com'io ti dico, folle,
    gi discendendo l'arco d'i miei anni.
      Eran li cittadin miei presso a Colle
    in campo giunti co' loro avversari,
    e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.
      Rotti fuor quivi e vlti ne li amari
    passi di fuga; e veggendo la caccia,
    letizia presi a tutte altre dispari,

      tanto ch'io volsi in s l'ardita faccia,
    gridando a Dio: "Omai pi non ti temo!",
    come f 'l merlo per poca bonaccia.
      Pace volli con Dio in su lo stremo
    de la mia vita; e ancor non sarebbe
    lo mio dover per penitenza scemo,
      se ci non fosse, ch'a memoria m'ebbe
    Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
    a cui di me per caritate increbbe.
      Ma tu chi se', che nostre condizioni
    vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
    s com'io credo, e spirando ragioni?.
      Li occhi, diss'io, mi fieno ancor qui tolti,
    ma picciol tempo, ch poca  l'offesa
    fatta per esser con invidia vlti.
      Troppa  pi la paura ond' sospesa
    l'anima mia del tormento di sotto,
    che gi lo 'ncarco di l gi mi pesa.
      Ed ella a me: Chi t'ha dunque condotto
    qua s tra noi, se gi ritornar credi?.
    E io: Costui ch' meco e non fa motto.
      E vivo sono; e per mi richiedi,
    spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
    di l per te ancor li mortai piedi.
      Oh, questa  a udir s cosa nuova,
    rispuose, che gran segno  che Dio t'ami;
    per col priego tuo talor mi giova.
      E cheggioti, per quel che tu pi brami,
    se mai calchi la terra di Toscana,
    che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.
      Tu li vedrai tra quella gente vana
    che spera in Talamone, e perderagli
    pi di speranza ch'a trovar la Diana;
      ma pi vi perderanno li ammiragli.



















    Canto 14.

      Chi  costui che 'l nostro monte cerchia
    prima che morte li abbia dato il volo,
    e apre li occhi a sua voglia e coverchia?.
      Non so chi sia, ma so ch'e' non  solo:
    domandal tu che pi li t'avvicini,
    e dolcemente, s che parli, acco'lo.
      Cos due spirti, l'uno a l'altro chini,
    ragionavan di me ivi a man dritta;
    poi fer li visi, per dirmi, supini;
      e disse l'uno: O anima che fitta
    nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,
    per carit ne consola e ne ditta
      onde vieni e chi se'; ch tu ne fai
    tanto maravigliar de la tua grazia,
    quanto vuol cosa che non fu pi mai.
      E io: Per mezza Toscana si spazia
    un fiumicel che nasce in Falterona,
    e cento miglia di corso nol sazia.
      Di sovr'esso rech'io questa persona:
    dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,
    ch 'l nome mio ancor molto non suona.
      Se ben lo 'ntendimento tuo accarno
    con lo 'ntelletto, allora mi rispuose
    quei che diceva pria, tu parli d'Arno.
      E l'altro disse lui: Perch nascose
    questi il vocabol di quella riviera,
    pur com'om fa de l'orribili cose?.
      E l'ombra che di ci domandata era,
    si sdebit cos: Non so; ma degno
    ben  che 'l nome di tal valle pra;
      ch dal principio suo, ov' s pregno
    l'alpestro monte ond' tronco Peloro,
    che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,
      infin l 've si rende per ristoro
    di quel che 'l ciel de la marina asciuga,
    ond'hanno i fiumi ci che va con loro,
      vert cos per nimica si fuga
    da tutti come biscia, o per sventura
    del luogo, o per mal uso che li fruga:
      ond'hanno s mutata lor natura
    li abitator de la misera valle,
    che par che Circe li avesse in pastura.
      Tra brutti porci, pi degni di galle
    che d'altro cibo fatto in uman uso,
    dirizza prima il suo povero calle.
      Botoli trova poi, venendo giuso,
    ringhiosi pi che non chiede lor possa,
    e da lor disdegnosa torce il muso.
      Vassi caggendo; e quant'ella pi 'ngrossa,
    tanto pi trova di can farsi lupi
    la maladetta e sventurata fossa.
      Discesa poi per pi pelaghi cupi,
    trova le volpi s piene di froda,
    che non temono ingegno che le occpi.
      N lascer di dir perch'altri m'oda;
    e buon sar costui, s'ancor s'ammenta
    di ci che vero spirto mi disnoda.
      Io veggio tuo nepote che diventa
    cacciator di quei lupi in su la riva
    del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
      Vende la carne loro essendo viva;
    poscia li ancide come antica belva;
    molti di vita e s di pregio priva.
      Sanguinoso esce de la trista selva;
    lasciala tal, che di qui a mille anni
    ne lo stato primaio non si rinselva.
      Com'a l'annunzio di dogliosi danni
    si turba il viso di colui ch'ascolta,
    da qual che parte il periglio l'assanni,
      cos vid'io l'altr'anima, che volta
    stava a udir, turbarsi e farsi trista,
    poi ch'ebbe la parola a s raccolta.
      Lo dir de l'una e de l'altra la vista
    mi fer voglioso di saper lor nomi,
    e dimanda ne fei con prieghi mista;
      per che lo spirto che di pria parlmi
    ricominci: Tu vuo' ch'io mi deduca
    nel fare a te ci che tu far non vuo'mi.
      Ma da che Dio in te vuol che traluca
    tanto sua grazia, non ti sar scarso;
    per sappi ch'io fui Guido del Duca.
      Fu il sangue mio d'invidia s riarso,
    che se veduto avesse uom farsi lieto,
    visto m'avresti di livore sparso.
      Di mia semente cotal paglia mieto;
    o gente umana, perch poni 'l core
    l 'v' mestier di consorte divieto?
      Questi  Rinier; questi  'l pregio e l'onore
    de la casa da Calboli, ove nullo
    fatto s' reda poi del suo valore.
      E non pur lo suo sangue  fatto brullo,
    tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,
    del ben richesto al vero e al trastullo;
      ch dentro a questi termini  ripieno
    di venenosi sterpi, s che tardi
    per coltivare omai verrebber meno.
      Ov' 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
    Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
    Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
      Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
    quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
    verga gentil di picciola gramigna?
      Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,
    quando rimembro con Guido da Prata,
    Ugolin d'Azzo che vivette nosco,
      Federigo Tignoso e sua brigata,
    la casa Traversara e li Anastagi
    (e l'una gente e l'altra  diretata),
      le donne e ' cavalier, li affanni e li agi
    che ne 'nvogliava amore e cortesia
    l dove i cuor son fatti s malvagi.
      O Bretinoro, ch non fuggi via,
    poi che gita se n' la tua famiglia
    e molta gente per non esser ria?
      Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
    e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
    che di figliar tai conti pi s'impiglia.
      Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio
    lor sen gir; ma non per che puro
    gi mai rimagna d'essi testimonio.
      O Ugolin de' Fantolin, sicuro
     il nome tuo, da che pi non s'aspetta
    chi far lo possa, tralignando, scuro.
      Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta
    troppo di pianger pi che di parlare,
    s m'ha nostra ragion la mente stretta.
      Noi sapavam che quell'anime care
    ci sentivano andar; per, tacendo,
    facean noi del cammin confidare.
      Poi fummo fatti soli procedendo,
    folgore parve quando l'aere fende,
    voce che giunse di contra dicendo:
      'Anciderammi qualunque m'apprende';
    e fugg come tuon che si dilegua,
    se sbito la nuvola scoscende.
      Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,
    ed ecco l'altra con s gran fracasso,
    che somigli tonar che tosto segua:
      Io sono Aglauro che divenni sasso;
    e allor, per ristrignermi al poeta,
    in destro feci e non innanzi il passo.
      Gi era l'aura d'ogne parte queta;
    ed el mi disse: Quel fu 'l duro camo
    che dovria l'uom tener dentro a sua meta.
      Ma voi prendete l'esca, s che l'amo
    de l'antico avversaro a s vi tira;
    e per poco val freno o richiamo.
      Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira,
    mostrandovi le sue bellezze etterne,
    e l'occhio vostro pur a terra mira;
      onde vi batte chi tutto discerne.

    Canto 15.

      Quanto tra l'ultimar de l'ora terza
    e 'l principio del d par de la spera
    che sempre a guisa di fanciullo scherza,
      tanto pareva gi inver' la sera
    essere al sol del suo corso rimaso;
    vespero l, e qui mezza notte era.
      E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,
    perch per noi girato era s 'l monte,
    che gi dritti andavamo inver' l'occaso,
      quand'io senti' a me gravar la fronte
    a lo splendore assai pi che di prima,
    e stupor m'eran le cose non conte;

      ond'io levai le mani inver' la cima
    de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,
    che del soverchio visibile lima.
      Come quando da l'acqua o da lo specchio
    salta lo raggio a l'opposita parte,
    salendo su per lo modo parecchio
      a quel che scende, e tanto si diparte
    dal cader de la pietra in igual tratta,
    s come mostra esperienza e arte;
      cos mi parve da luce rifratta
    quivi dinanzi a me esser percosso;
    per che a fuggir la mia vista fu ratta.
      Che  quel, dolce padre, a che non posso
    schermar lo viso tanto che mi vaglia,
    diss'io, e pare inver' noi esser mosso?.
      Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia
    la famiglia del cielo, a me rispuose:
    messo  che viene ad invitar ch'om saglia.
      Tosto sar ch'a veder queste cose
    non ti fia grave, ma fieti diletto
    quanto natura a sentir ti dispuose.
      Poi giunti fummo a l'angel benedetto,
    con lieta voce disse: Intrate quinci
    ad un scaleo vie men che li altri eretto.
      Noi montavam, gi partiti di linci,
    e '"Beati misericordes"!' fue
    cantato retro, e '"Godi tu che vinci"!'.
      Lo mio maestro e io soli amendue
    suso andavamo; e io pensai, andando,
    prode acquistar ne le parole sue;
      e dirizza'mi a lui s dimandando:
    Che volse dir lo spirto di Romagna,
    e 'divieto' e 'consorte' menzionando?.
      Per ch'elli a me: Di sua maggior magagna
    conosce il danno; e per non s'ammiri
    se ne riprende perch men si piagna.
      Perch s'appuntano i vostri disiri
    dove per compagnia parte si scema,
    invidia move il mantaco a' sospiri.
      Ma se l'amor de la spera supprema
    torcesse in suso il disiderio vostro,
    non vi sarebbe al petto quella tema;
      ch, per quanti si dice pi l 'nostro',
    tanto possiede pi di ben ciascuno,
    e pi di caritate arde in quel chiostro.
      Io son d'esser contento pi digiuno,
    diss'io, che se mi fosse pria taciuto,
    e pi di dubbio ne la mente aduno.
      Com'esser puote ch'un ben, distributo
    in pi posseditor, faccia pi ricchi
    di s, che se da pochi  posseduto?.
      Ed elli a me: Per che tu rificchi
    la mente pur a le cose terrene,
    di vera luce tenebre dispicchi.
      Quello infinito e ineffabil bene
    che l s , cos corre ad amore
    com'a lucido corpo raggio vene.
      Tanto si d quanto trova d'ardore;
    s che, quantunque carit si stende,
    cresce sovr'essa l'etterno valore.
      E quanta gente pi l s s'intende,
    pi v' da bene amare, e pi vi s'ama,
    e come specchio l'uno a l'altro rende.
      E se la mia ragion non ti disfama,
    vedrai Beatrice, ed ella pienamente
    ti torr questa e ciascun'altra brama.
      Procaccia pur che tosto sieno spente,
    come son gi le due, le cinque piaghe,
    che si richiudon per esser dolente.
      Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe',
    vidimi giunto in su l'altro girone,
    s che tacer mi fer le luci vaghe.
      Ivi mi parve in una visione
    estatica di sbito esser tratto,
    e vedere in un tempio pi persone;
      e una donna, in su l'entrar, con atto
    dolce di madre dicer: Figliuol mio
    perch hai tu cos verso noi fatto?
      Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
    ti cercavamo. E come qui si tacque,
    ci che pareva prima, dispario.
      Indi m'apparve un'altra con quell'acque
    gi per le gote che 'l dolor distilla
    quando di gran dispetto in altrui nacque,
      e dir: Se tu se' sire de la villa
    del cui nome ne' di fu tanta lite,
    e onde ogni scienza disfavilla,
      vendica te di quelle braccia ardite
    ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistrto.
    E 'l segnor mi parea, benigno e mite,
      risponder lei con viso temperato:
    Che farem noi a chi mal ne disira,
    se quei che ci ama  per noi condannato?,
      Poi vidi genti accese in foco d'ira
    con pietre un giovinetto ancider, forte
    gridando a s pur: Martira, martira!.
      E lui vedea chinarsi, per la morte
    che l'aggravava gi, inver' la terra,
    ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
      orando a l'alto Sire, in tanta guerra,
    che perdonasse a' suoi persecutori,
    con quello aspetto che piet diserra.
      Quando l'anima mia torn di fori
    a le cose che son fuor di lei vere,
    io riconobbi i miei non falsi errori.
      Lo duca mio, che mi potea vedere
    far s com'om che dal sonno si slega,
    disse: Che hai che non ti puoi tenere,
      ma se' venuto pi che mezza lega
    velando li occhi e con le gambe avvolte,
    a guisa di cui vino o sonno piega?.
      O dolce padre mio, se tu m'ascolte,
    io ti dir, diss'io, ci che m'apparve
    quando le gambe mi furon s tolte.
      Ed ei: Se tu avessi cento larve
    sovra la faccia, non mi sarian chiuse
    le tue cogitazion, quantunque parve.
      Ci che vedesti fu perch non scuse
    d'aprir lo core a l'acque de la pace
    che da l'etterno fonte son diffuse.
      Non dimandai "Che hai?" per quel che face
    chi guarda pur con l'occhio che non vede,
    quando disanimato il corpo giace;
      ma dimandai per darti forza al piede:
    cos frugar conviensi i pigri, lenti
    ad usar lor vigilia quando riede.
      Noi andavam per lo vespero, attenti
    oltre quanto potean li occhi allungarsi
    contra i raggi serotini e lucenti.
      Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
    verso di noi come la notte oscuro;
    n da quello era loco da cansarsi.
      Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.






    Canto 16.

      Buio d'inferno e di notte privata
    d'ogne pianeto, sotto pover cielo,
    quant'esser pu di nuvol tenebrata,
      non fece al viso mio s grosso velo
    come quel fummo ch'ivi ci coperse,
    n a sentir di cos aspro pelo,
      che l'occhio stare aperto non sofferse;
    onde la scorta mia saputa e fida
    mi s'accost e l'omero m'offerse.
      S come cieco va dietro a sua guida
    per non smarrirsi e per non dar di cozzo
    in cosa che 'l molesti, o forse ancida,
      m'andava io per l'aere amaro e sozzo,
    ascoltando il mio duca che diceva
    pur: Guarda che da me tu non sia mozzo.
      Io sentia voci, e ciascuna pareva
    pregar per pace e per misericordia
    l'Agnel di Dio che le peccata leva.
      Pur '"Agnus Dei"' eran le loro essordia;
    una parola in tutte era e un modo,
    s che parea tra esse ogne concordia.
      Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?,
    diss'io. Ed elli a me: Tu vero apprendi,
    e d'iracundia van solvendo il nodo.
      Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi,
    e di noi parli pur come se tue
    partissi ancor lo tempo per calendi?.
      Cos per una voce detto fue;
    onde 'l maestro mio disse: Rispondi,
    e domanda se quinci si va se.
      E io: O creatura che ti mondi
    per tornar bella a colui che ti fece,
    maraviglia udirai, se mi secondi.
      Io ti seguiter quanto mi lece,
    rispuose; e se veder fummo non lascia,
    l'udir ci terr giunti in quella vece.
      Allora incominciai: Con quella fascia
    che la morte dissolve men vo suso,
    e venni qui per l'infernale ambascia.
      E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso,
    tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte
    per modo tutto fuor del moderno uso,
      non mi celar chi fosti anzi la morte,
    ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;
    e tue parole fier le nostre scorte.
      Lombardo fui, e fu' chiamato Marco;
    del mondo seppi, e quel valore amai
    al quale ha or ciascun disteso l'arco.
      Per montar s dirittamente vai.
    Cos rispuose, e soggiunse: I' ti prego
    che per me prieghi quando s sarai.
      E io a lui: Per fede mi ti lego
    di far ci che mi chiedi; ma io scoppio
    dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego.
      Prima era scempio, e ora  fatto doppio
    ne la sentenza tua, che mi fa certo
    qui, e altrove, quello ov'io l'accoppio.
      Lo mondo  ben cos tutto diserto
    d'ogne virtute, come tu mi sone,
    e di malizia gravido e coverto;
      ma priego che m'addite la cagione,
    s ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;
    ch nel cielo uno, e un qua gi la pone.
      Alto sospir, che duolo strinse in uhi!,
    mise fuor prima; e poi cominci: Frate,
    lo mondo  cieco, e tu vien ben da lui.
      Voi che vivete ogne cagion recate
    pur suso al cielo, pur come se tutto
    movesse seco di necessitate.
      Se cos fosse, in voi fora distrutto
    libero arbitrio, e non fora giustizia
    per ben letizia, e per male aver lutto.
      Lo cielo i vostri movimenti inizia;
    non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,
    lume v' dato a bene e a malizia,
      e libero voler; che, se fatica
    ne le prime battaglie col ciel dura,
    poi vince tutto, se ben si notrica.
      A maggior forza e a miglior natura
    liberi soggiacete; e quella cria
    la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.
      Per, se 'l mondo presente disvia,
    in voi  la cagione, in voi si cheggia;
    e io te ne sar or vera spia.
      Esce di mano a lui che la vagheggia
    prima che sia, a guisa di fanciulla
    che piangendo e ridendo pargoleggia,
      l'anima semplicetta che sa nulla,
    salvo che, mossa da lieto fattore,
    volontier torna a ci che la trastulla.
      Di picciol bene in pria sente sapore;
    quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
    se guida o fren non torce suo amore.
      Onde convenne legge per fren porre;
    convenne rege aver che discernesse
    de la vera cittade almen la torre.
      Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
    Nullo, per che 'l pastor che procede,
    rugumar pu, ma non ha l'unghie fesse;
      per che la gente, che sua guida vede
    pur a quel ben fedire ond'ella  ghiotta,
    di quel si pasce, e pi oltre non chiede.
      Ben puoi veder che la mala condotta
     la cagion che 'l mondo ha fatto reo,
    e non natura che 'n voi sia corrotta.
      Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
    due soli aver, che l'una e l'altra strada
    facean vedere, e del mondo e di Deo.
      L'un l'altro ha spento; ed  giunta la spada
    col pasturale, e l'un con l'altro insieme
    per viva forza mal convien che vada;
      per che, giunti, l'un l'altro non teme:
    se non mi credi, pon mente a la spiga,
    ch'ogn'erba si conosce per lo seme.
      In sul paese ch'Adice e Po riga,
    solea valore e cortesia trovarsi,
    prima che Federigo avesse briga;
      or pu sicuramente indi passarsi
    per qualunque lasciasse, per vergogna
    di ragionar coi buoni o d'appressarsi.
      Ben v'n tre vecchi ancora in cui rampogna
    l'antica et la nova, e par lor tardo
    che Dio a miglior vita li ripogna:
      Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo
    e Guido da Castel, che mei si noma
    francescamente, il semplice Lombardo.
      D oggimai che la Chiesa di Roma,
    per confondere in s due reggimenti,
    cade nel fango e s brutta e la soma.
      O Marco mio, diss'io, bene argomenti;
    e or discerno perch dal retaggio
    li figli di Lev furono essenti.
      Ma qual Gherardo  quel che tu per saggio
    di' ch' rimaso de la gente spenta,
    in rimprovro del secol selvaggio?.
      O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta,
    rispuose a me; ch, parlandomi tosco,
    par che del buon Gherardo nulla senta.
      Per altro sopranome io nol conosco,
    s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.
    Dio sia con voi, ch pi non vegno vosco.
      Vedi l'albor che per lo fummo raia
    gi biancheggiare, e me convien partirmi
    (l'angelo  ivi) prima ch'io li paia.
      Cos torn, e pi non volle udirmi.







    Canto 17.

      Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe
    ti colse nebbia per la qual vedessi
    non altrimenti che per pelle talpe,
      come, quando i vapori umidi e spessi
    a diradar cominciansi, la spera
    del sol debilemente entra per essi;
      e fia la tua imagine leggera
    in giugnere a veder com'io rividi
    lo sole in pria, che gi nel corcar era.
      S, pareggiando i miei co' passi fidi
    del mio maestro, usci' fuor di tal nube
    ai raggi morti gi ne' bassi lidi.
      O imaginativa che ne rube
    talvolta s di fuor, ch'om non s'accorge
    perch dintorno suonin mille tube,
      chi move te, se 'l senso non ti porge?
    Moveti lume che nel ciel s'informa,
    per s o per voler che gi lo scorge.
      De l'empiezza di lei che mut forma
    ne l'uccel ch'a cantar pi si diletta,
    ne l'imagine mia apparve l'orma;
      e qui fu la mia mente s ristretta
    dentro da s, che di fuor non vena
    cosa che fosse allor da lei ricetta.
      Poi piovve dentro a l'alta fantasia
    un crucifisso dispettoso e fero
    ne la sua vista, e cotal si mora;
      intorno ad esso era il grande Assuero,
    Estr sua sposa e 'l giusto Mardoceo,
    che fu al dire e al far cos intero.
      E come questa imagine rompeo
    s per s stessa, a guisa d'una bulla
    cui manca l'acqua sotto qual si feo,
      surse in mia visione una fanciulla
    piangendo forte, e dicea: O regina,
    perch per ira hai voluto esser nulla?
      Ancisa t'hai per non perder Lavina;
    or m'hai perduta! Io son essa che lutto,
    madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina.
      Come si frange il sonno ove di butto
    nova luce percuote il viso chiuso,
    che fratto guizza pria che muoia tutto;
      cos l'imaginar mio cadde giuso
    tosto che lume il volto mi percosse,
    maggior assai che quel ch' in nostro uso.
      I' mi volgea per veder ov'io fosse,
    quando una voce disse Qui si monta,
    che da ogne altro intento mi rimosse;
      e fece la mia voglia tanto pronta
    di riguardar chi era che parlava,
    che mai non posa, se non si raffronta.
      Ma come al sol che nostra vista grava
    e per soverchio sua figura vela,
    cos la mia virt quivi mancava.
      Questo  divino spirito, che ne la
    via da ir s ne drizza sanza prego,
    e col suo lume s medesmo cela.
      S fa con noi, come l'uom si fa sego;
    ch quale aspetta prego e l'uopo vede,
    malignamente gi si mette al nego.
      Or accordiamo a tanto invito il piede;
    procacciam di salir pria che s'abbui,
    ch poi non si poria, se 'l d non riede.
      Cos disse il mio duca, e io con lui
    volgemmo i nostri passi ad una scala;
    e tosto ch'io al primo grado fui,
      senti'mi presso quasi un muover d'ala
    e ventarmi nel viso e dir: '"Beati
    pacifici", che son sanz'ira mala!'.
      Gi eran sovra noi tanto levati
    li ultimi raggi che la notte segue,
    che le stelle apparivan da pi lati.
      'O virt mia, perch s ti dilegue?',
    fra me stesso dicea, ch mi sentiva
    la possa de le gambe posta in triegue.
      Noi eravam dove pi non saliva
    la scala s, ed eravamo affissi,
    pur come nave ch'a la piaggia arriva.
      E io attesi un poco, s'io udissi
    alcuna cosa nel novo girone;
    poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
      Dolce mio padre, d , quale offensione
    si purga qui nel giro dove semo?
    Se i pi si stanno, non stea tuo sermone.
      Ed elli a me: L'amor del bene, scemo
    del suo dover, quiritta si ristora;
    qui si ribatte il mal tardato remo.
      Ma perch pi aperto intendi ancora,
    volgi la mente a me, e prenderai
    alcun buon frutto di nostra dimora.
      N creator n creatura mai,
    cominci el, figliuol, fu sanza amore,
    o naturale o d'animo; e tu 'l sai.
      Lo naturale  sempre sanza errore,
    ma l'altro puote errar per malo obietto
    o per troppo o per poco di vigore.
      Mentre ch'elli  nel primo ben diretto,
    e ne' secondi s stesso misura,
    esser non pu cagion di mal diletto;
      ma quando al mal si torce, o con pi cura
    o con men che non dee corre nel bene,
    contra 'l fattore adovra sua fattura.
      Quinci comprender puoi ch'esser convene
    amor sementa in voi d'ogne virtute
    e d'ogne operazion che merta pene.
      Or, perch mai non pu da la salute
    amor del suo subietto volger viso,
    da l'odio proprio son le cose tute;
      e perch intender non si pu diviso,
    e per s stante, alcuno esser dal primo,
    da quello odiare ogne effetto  deciso.
      Resta, se dividendo bene stimo,
    che 'l mal che s'ama  del prossimo; ed esso
    amor nasce in tre modi in vostro limo.
      co  chi, per esser suo vicin soppresso,
    spera eccellenza, e sol per questo brama
    ch'el sia di sua grandezza in basso messo;
       chi podere, grazia, onore e fama
    teme di perder perch'altri sormonti,
    onde s'attrista s che 'l contrario ama;
      ed  chi per ingiuria par ch'aonti,
    s che si fa de la vendetta ghiotto,
    e tal convien che 'l male altrui impronti.
      Questo triforme amor qua gi di sotto
    si piange; or vo' che tu de l'altro intende,
    che corre al ben con ordine corrotto.
      Ciascun confusamente un bene apprende
    nel qual si queti l'animo, e disira;
    per che di giugner lui ciascun contende.
      Se lento amore a lui veder vi tira
    o a lui acquistar, questa cornice,
    dopo giusto penter, ve ne martira.
      Altro ben  che non fa l'uom felice;
    non  felicit, non  la buona
    essenza, d'ogne ben frutto e radice.
      L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,
    di sovr'a noi si piange per tre cerchi;
    ma come tripartito si ragiona,
      tacciolo, acci che tu per te ne cerchi.













    Canto 18.

      Posto avea fine al suo ragionamento
    l'alto dottore, e attento guardava
    ne la mia vista s'io parea contento;
      e io, cui nova sete ancor frugava,
    di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse
    lo troppo dimandar ch'io fo li grava'.
      Ma quel padre verace, che s'accorse
    del timido voler che non s'apriva,
    parlando, di parlare ardir mi porse.
      Ond'io: Maestro, il mio veder s'avviva
    s nel tuo lume, ch'io discerno chiaro
    quanto la tua ragion parta o descriva.
      Per ti prego, dolce padre caro,
    che mi dimostri amore, a cui reduci
    ogne buono operare e 'l suo contraro.
      Drizza, disse, ver' me l'agute luci
    de lo 'ntelletto, e fieti manifesto
    l'error de' ciechi che si fanno duci.
      L'animo, ch' creato ad amar presto,
    ad ogne cosa  mobile che piace,
    tosto che dal piacere in atto  desto.
      Vostra apprensiva da esser verace
    tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
    s che l'animo ad essa volger face;
      e se, rivolto, inver' di lei si piega,
    quel piegare  amor, quell' natura
    che per piacer di novo in voi si lega.
      Poi, come 'l foco movesi in altura
    per la sua forma ch' nata a salire
    l dove pi in sua matera dura,
      cos l'animo preso entra in disire,
    ch' moto spiritale, e mai non posa
    fin che la cosa amata il fa gioire.
      Or ti puote apparer quant' nascosa
    la veritate a la gente ch'avvera
    ciascun amore in s laudabil cosa;
      per che forse appar la sua matera
    sempre esser buona, ma non ciascun segno
     buono, ancor che buona sia la cera.
      Le tue parole e 'l mio seguace ingegno,
    rispuos'io lui, m'hanno amor discoverto,
    ma ci m'ha fatto di dubbiar pi pregno;
      ch, s'amore  di fuori a noi offerto,
    e l'anima non va con altro piede,
    se dritta o torta va, non  suo merto.
      Ed elli a me: Quanto ragion qui vede,
    dir ti poss'io; da indi in l t'aspetta
    pur a Beatrice, ch' opra di fede.
      Ogne forma sustanzial, che setta
     da matera ed  con lei unita,
    specifica vertute ha in s colletta,
      la qual sanza operar non  sentita,
    n si dimostra mai che per effetto,
    come per verdi fronde in pianta vita.
      Per, l onde vegna lo 'ntelletto
    de le prime notizie, omo non sape,
    e de' primi appetibili l'affetto,
      che sono in voi s come studio in ape
    di far lo mele; e questa prima voglia
    merto di lode o di biasmo non cape.
      Or perch a questa ogn'altra si raccoglia,
    innata v' la virt che consiglia,
    e de l'assenso de' tener la soglia.
      Quest' 'l principio l onde si piglia
    ragion di meritare in voi, secondo
    che buoni e rei amori accoglie e viglia.
      Color che ragionando andaro al fondo,
    s'accorser d'esta innata libertate;
    per moralit lasciaro al mondo.
      Onde, poniam che di necessitate
    surga ogne amor che dentro a voi s'accende,
    di ritenerlo  in voi la podestate.
      La nobile virt Beatrice intende
    per lo libero arbitrio, e per guarda
    che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende.
      La luna, quasi a mezza notte tarda,
    facea le stelle a noi parer pi rade,
    fatta com'un secchion che tuttor arda;
      e correa contro 'l ciel per quelle strade
    che 'l sole infiamma allor che quel da Roma
    tra Sardi e ' Corsi il vede quando cade.
      E quell'ombra gentil per cui si noma
    Pietola pi che villa mantoana,
    del mio carcar diposta avea la soma;
      per ch'io, che la ragione aperta e piana
    sovra le mie quistioni avea ricolta,
    stava com'om che sonnolento vana.
      Ma questa sonnolenza mi fu tolta
    subitamente da gente che dopo
    le nostre spalle a noi era gi volta.
      E quale Ismeno gi vide e Asopo
    lungo di s di notte furia e calca,
    pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
      cotal per quel giron suo passo falca,
    per quel ch'io vidi di color, venendo,
    cui buon volere e giusto amor cavalca.
      Tosto fur sovr'a noi, perch correndo
    si movea tutta quella turba magna;
    e due dinanzi gridavan piangendo:
      Maria corse con fretta a la montagna;
    e Cesare, per soggiogare Ilerda,
    punse Marsilia e poi corse in Ispagna.
      Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda
    per poco amor, gridavan li altri appresso,
    che studio di ben far grazia rinverda.
      O gente in cui fervore aguto adesso
    ricompie forse negligenza e indugio
    da voi per tepidezza in ben far messo,
      questi che vive, e certo i' non vi bugio,
    vuole andar s, pur che 'l sol ne riluca;
    per ne dite ond' presso il pertugio.
      Parole furon queste del mio duca;
    e un di quelli spirti disse: Vieni
    di retro a noi, e troverai la buca.
      Noi siam di voglia a muoverci s pieni,
    che restar non potem; per perdona,
    se villania nostra giustizia tieni.
      Io fui abate in San Zeno a Verona
    sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,
    di cui dolente ancor Milan ragiona.
      E tale ha gi l'un pi dentro la fossa,
    che tosto pianger quel monastero,
    e tristo fia d'avere avuta possa;
      perch suo figlio, mal del corpo intero,
    e de la mente peggio, e che mal nacque,
    ha posto in loco di suo pastor vero.
      Io non so se pi disse o s'ei si tacque,
    tant'era gi di l da noi trascorso;
    ma questo intesi, e ritener mi piacque.
      E quei che m'era ad ogne uopo soccorso
    disse: Volgiti qua: vedine due
    venir dando a l'accidia di morso.
      Di retro a tutti dicean: Prima fue
    morta la gente a cui il mar s'aperse,
    che vedesse Iordan le rede sue.
      E quella che l'affanno non sofferse
    fino a la fine col figlio d'Anchise,
    s stessa a vita sanza gloria offerse.
      Poi quando fuor da noi tanto divise
    quell'ombre, che veder pi non potiersi,
    novo pensiero dentro a me si mise,
      del qual pi altri nacquero e diversi;
    e tanto d'uno in altro vaneggiai,
    che li occhi per vaghezza ricopersi,
      e 'l pensamento in sogno trasmutai.







    Canto 19.

      Ne l'ora che non pu 'l calor diurno
    intepidar pi 'l freddo de la luna,
    vinto da terra, e talor da Saturno
      - quando i geomanti lor Maggior Fortuna
    veggiono in orente, innanzi a l'alba,
    surger per via che poco le sta bruna -,
      mi venne in sogno una femmina balba,
    ne li occhi guercia, e sovra i pi distorta,
    con le man monche, e di colore scialba.
      Io la mirava; e come 'l sol conforta
    le fredde membra che la notte aggrava,
    cos lo sguardo mio le facea scorta
      la lingua, e poscia tutta la drizzava
    in poco d'ora, e lo smarrito volto,
    com' amor vuol, cos le colorava.
      Poi ch'ell' avea 'l parlar cos disciolto,
    cominciava a cantar s, che con pena
    da lei avrei mio intento rivolto.
      Io son, cantava, io son dolce serena,
    che' marinari in mezzo mar dismago;
    tanto son di piacere a sentir piena!
      Io volsi Ulisse del suo cammin vago
    al canto mio; e qual meco s'ausa,
    rado sen parte; s tutto l'appago!.
      Ancor non era sua bocca richiusa,
    quand' una donna apparve santa e presta
    lunghesso me per far colei confusa.
      O Virgilio, Virgilio, chi  questa?,
    fieramente dicea; ed el vena
    con li occhi fitti pur in quella onesta.
      L'altra prendea, e dinanzi l'apria
    fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre;
    quel mi svegli col puzzo che n'uscia.
      Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: Almen tre
    voci t'ho messe!, dicea, Surgi e vieni;
    troviam l'aperta per la qual tu entre.
      S mi levai, e tutti eran gi pieni
    de l'alto d i giron del sacro monte,
    e andavam col sol novo a le reni.
      Seguendo lui, portava la mia fronte
    come colui  che l'ha di pensier carca,
    che fa di s un mezzo arco di ponte;
      quand' io udi' Venite; qui si varca
    parlare in modo soave e benigno,
    qual non si sente in questa mortal marca.
      Con l'ali aperte, che parean di cigno,
    volseci in s colui che s parlonne
    tra due pareti del duro macigno.
      Mosse le penne poi e ventilonne,
    '"Qui lugent"' affermando esser beati,
    ch'avran di consolar l'anime donne.
      Che hai che pur inver' la terra guati?,
    la guida mia incominci a dirmi,
    poco amendue da l'angel sormontati.
      E io: Con tanta sospeccion fa irmi
    novella vison ch'a s mi piega,
    s ch'io non posso dal pensar partirmi.
      Vedesti, disse, quell'antica strega
    che sola sovr' a noi omai si piagne;
    vedesti come l'uom da lei si slega.
      Bastiti, e batti a terra le calcagne;
    li occhi rivolgi al logoro che gira
    lo rege etterno con le rote magne.
      Quale 'l falcon, che prima a' pi si mira,
    indi si volge  al grido e si protende
    per lo disio del pasto che l il tira,
      tal mi fec' io; e tal, quanto si fende
    la roccia per dar via a chi va suso,
    n'andai infin dove 'l cerchiar si prende.
      Com'io nel quinto giro fui dischiuso,
    vidi gente per esso che piangea,
    giacendo a terra tutta volta in giuso.
      '"Adhaesit pavimento anima mea"'
    sentia dir lor con s alti sospiri,
    che la parola a pena s'intendea.
      O eletti di Dio, li cui soffriri
    e giustizia e speranza fa men duri,
    drizzate noi verso li alti saliri.
      Se voi venite dal giacer sicuri,
    e volete trovar la via pi tosto,
    le vostre destre sien sempre di fori.
      Cos preg 'l poeta, e s risposto
    poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io
    nel parlare avvisai l'altro nascosto,
      e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
    ond' elli m'assent con lieto cenno
    ci che chiedea la vista del disio.
      Poi ch'io potei di me fare a mio senno,
    trassimi sovra quella creatura
    le cui parole pria notar mi fenno,
      dicendo: Spirto in cui pianger matura
    quel sanza 'l quale a Dio tornar non pssi,
    sosta un poco per me tua maggior cura.
      Chi fosti e perch vlti avete i dossi
    al s, mi d, e se vuo' ch'io t'impetri
    cosa di l ond' io vivendo mossi.
      Ed elli a me: Perch i nostri diretri
    rivolga il cielo a s, saprai; ma prima
    "scias quod ego fui successor Petri".
      Intra Sestri e Chiaveri s'adima
    una fiumana bella, e del suo nome
    lo titol del mio sangue fa sua cima.
      Un mese  poco pi prova' io come
    pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
    che piuma sembran tutte l'altre some.
      La mia conversone, om!, fu tarda;
    ma, come fatto fui roman pastore,
    cos scopersi la vita bugiarda.
      Vidi che l non s'acquetava il core,
    n pi salir  potiesi in quella vita;
    er che di questa in me s'accese amore.
      Fino a quel punto misera e partita
    da Dio anima fui, del tutto avara;
    or, come vedi, qui ne son punita.
      Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara
    in purgazion de l'anime converse;
    e nulla pena il monte ha pi amara.
      S come l'occhio nostro non s'aderse
    in alto, fisso a le cose terrene,
    cos giustizia qui a terra il merse.
      Come avarizia spense a ciascun bene
    lo nostro amore, onde operar perdsi,
    cos giustizia qui stretti ne tene,
      ne' piedi e ne le man legati e presi;
    e quanto fia piacer del giusto Sire,
    tanto staremo immobili e distesi.
      Io m'era inginocchiato e volea dire;
    ma com' io cominciai ed el s'accorse,
    solo ascoltando, del mio reverire,
      Qual cagion, disse, in gi cos ti torse?.
    E io a lui: Per vostra dignitate
    mia coscenza dritto mi rimorse.
      Drizza le gambe, lvati s, frate!,
    rispuose; non errar: conservo sono
    teco e con li altri ad una podestate.
      Se mai quel santo evangelico suono
    che dice '"Neque nubent"' intendesti,
    ben puoi veder perch'io cos ragiono.
      Vattene omai: non vo' che pi t'arresti;
    ch la tua stanza mio pianger disagia,
    col qual maturo ci che tu dicesti.
      Nepote ho io di l c'ha nome Alagia,
    buona da s, pur che la nostra casa
    non faccia lei per essempro malvagia;
      e questa sola di l m' rimasa.







    Canto 20.

      Contra miglior voler voler mal pugna;
    onde contra 'l piacer mio, per piacerli,
    trassi de l'acqua non sazia la spugna.
      Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li
    luoghi spediti pur lungo la roccia,
    come si va per muro stretto a' merli;
      ch la gente che fonde a goccia a goccia
    per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa,
    da l'altra parte in fuor troppo s'approccia.
      Maladetta sie tu, antica lupa,
    che pi che tutte l'altre bestie hai preda
    per la tua fame sanza fine cupa!
      O ciel, nel cui girar par che si creda
    le condizion di qua gi trasmutarsi,
    quando verr per cui questa disceda?
      Noi andavam con passi lenti e scarsi,
    e io attento a l'ombre, ch'i' sentia
    pietosamente piangere e lagnarsi;
      e per ventura udi' Dolce Maria!
    dinanzi a noi chiamar cos nel pianto
    come fa donna che in parturir sia;
      e seguitar: Povera fosti tanto,
    quanto veder si pu per quello ospizio
    dove sponesti il tuo portato santo.
      Seguentemente intesi: O buon Fabrizio,
    con povert volesti anzi virtute
    che gran ricchezza posseder con vizio.
      Queste parole m'eran s piaciute,
    ch'io mi trassi oltre per aver contezza
    di quello spirto onde parean venute.
      Esso parlava ancor de la larghezza
    che fece Niccol a le pulcelle,
    per condurre ad onor lor giovinezza.
      O anima che tanto ben favelle,
    dimmi chi fosti, dissi, e perch sola
    tu queste degne lode rinovelle.
      Non fia sanza merc la tua parola,
    s'io ritorno a compir lo cammin corto
    di quella vita ch'al termine vola.
      Ed elli: Io ti dir, non per conforto
    ch'io attenda di l, ma perch tanta
    grazia in te luce prima che sie morto.
      Io fui radice de la mala pianta
    che la terra cristiana tutta aduggia,
    s che buon frutto rado se ne schianta.
      Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
    potesser, tosto ne saria vendetta;
    e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
      Chiamato fui di l Ugo Ciappetta;
    di me son nati i Filippi e i Luigi
    per cui novellamente  Francia retta.
      Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi:
    quando li regi antichi venner meno
    tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,
      trova'mi stretto ne le mani il freno
    del governo del regno, e tanta possa
    di nuovo acquisto, e s d'amici pieno,
      ch'a la corona vedova promossa
    la testa di mio figlio fu, dal quale
    cominciar di costor le sacrate ossa.
      Mentre che la gran dota provenzale
    al sangue mio non tolse la vergogna,
    poco valea, ma pur non facea male.
      L cominci con forza e con menzogna
    la sua rapina; e poscia, per ammenda,
    Pont e Normandia prese e Guascogna.
      Carlo venne in Italia e, per ammenda,
    vittima f di Curradino; e poi
    ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
      Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi,
    che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
    per far conoscer meglio e s e ' suoi.
      Sanz'arme n'esce e solo con la lancia
    con la qual giostr Giuda, e quella ponta
    s ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
      Quindi non terra, ma peccato e onta
    guadagner, per s tanto pi grave,
    quanto pi lieve simil danno conta.
      L'altro, che gi usc preso di nave,
    veggio vender sua figlia e patteggiarne
    come fanno i corsar de l'altre schiave.
      O avarizia, che puoi tu pi farne,
    poscia c'ha' il mio sangue a te s tratto,
    che non si cura de la propria carne?
      Perch men paia il mal futuro e 'l fatto,
    veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
    e nel vicario suo Cristo esser catto.
      Veggiolo un'altra volta esser deriso;
    veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,
    e tra vivi ladroni esser anciso.
      Veggio il novo Pilato s crudele,
    che ci nol sazia, ma sanza decreto
    portar nel Tempio le cupide vele.
      O Segnor mio, quando sar io lieto
    a veder la vendetta che, nascosa,
    fa dolce l'ira tua nel tuo secreto?
      Ci ch'io dicea di quell'unica sposa
    de lo Spirito Santo e che ti fece
    verso me volger per alcuna chiosa,
      tanto  risposto a tutte nostre prece
    quanto 'l d dura; ma com'el s'annotta,
    contrario suon prendemo in quella vece.
      Noi repetiam Pigmalion allotta,
    cui traditore e ladro e paricida
    fece la voglia sua de l'oro ghiotta;
      e la miseria de l'avaro Mida,
    che segu a la sua dimanda gorda,
    per la qual sempre convien che si rida.
      Del folle Acn ciascun poi si ricorda,
    come fur le spoglie, s che l'ira
    di Iosu qui par ch'ancor lo morda.
      Indi accusiam col marito Saffira;
    lodiam i calci ch'ebbe Eliodoro;
    e in infamia tutto 'l monte gira
      Polinestr ch'ancise Polidoro;
    ultimamente ci si grida: "Crasso,
    dilci, che 'l sai: di che sapore  l'oro?".
      Talor parla l'uno alto e l'altro basso,
    secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona
    ora a maggiore e ora a minor passo:
      per al ben che 'l d ci si ragiona,
    dianzi non era io sol; ma qui da presso
    non alzava la voce altra persona.
      Noi eravam partiti gi da esso,
    e brigavam di soverchiar la strada
    tanto quanto al poder n'era permesso,
      quand'io senti', come cosa che cada,
    tremar lo monte; onde mi prese un gelo
    qual prender suol colui ch'a morte vada.
      Certo non si scoteo s forte Delo,
    pria che Latona in lei facesse 'l nido
    a parturir li due occhi del cielo.
      Poi cominci da tutte parti un grido
    tal, che 'l maestro inverso me si feo,
    dicendo: Non dubbiar, mentr'io ti guido.
      '"Gloria in excelsis"' tutti '"Deo"'
    dicean, per quel ch'io da' vicin compresi,
    onde intender lo grido si poteo.
      No' istavamo immobili e sospesi
    come i pastor che prima udir quel canto,
    fin che 'l tremar cess ed el compisi.
      Poi ripigliammo nostro cammin santo,
    guardando l'ombre che giacean per terra,
    tornate gi in su l'usato pianto.
      Nulla ignoranza mai con tanta guerra
    mi f desideroso di sapere,
    se la memoria mia in ci non erra,
      quanta pareami allor, pensando, avere;
    n per la fretta dimandare er'oso,

    n per me l potea cosa vedere:
      cos m'andava timido e pensoso.
    Canto 21.

      La sete natural che mai non sazia
    se non con l'acqua onde la femminetta
    samaritana domand la grazia,
      mi travagliava, e pungeami la fretta
    per la 'mpacciata via dietro al mio duca,
    e condoleami a la giusta vendetta.
      Ed ecco, s come ne scrive Luca
    che Cristo apparve a' due ch'erano in via,
    gi surto fuor de la sepulcral buca,
      ci apparve un'ombra, e dietro a noi vena,
    dal pi guardando la turba che giace;
    n ci addemmo di lei, s parl pria,
      dicendo; O frati miei, Dio vi dea pace.
    Noi ci volgemmo sbiti, e Virgilio
    rendli 'l cenno ch'a ci si conface.
      Poi cominci: Nel beato concilio
    ti ponga in pace la verace corte
    che me rilega ne l'etterno essilio.
      Come!, diss'elli, e parte andavam forte:
    se voi siete ombre che Dio s non degni,
    chi v'ha per la sua scala tanto scorte?.
      E 'l dottor mio: Se tu riguardi a' segni
    che questi porta e che l'angel profila,
    ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni.
      Ma perch lei che d e notte fila
    non li avea tratta ancora la conocchia
    che Cloto impone a ciascuno e compila,
      l'anima sua, ch' tua e mia serocchia,
    venendo s, non potea venir sola,
    per ch'al nostro modo non adocchia.
      Ond'io fui tratto fuor de l'ampia gola
    d'inferno per mostrarli, e mosterrolli
    oltre, quanto 'l potr menar mia scola.
      Ma dimmi, se tu sai, perch tai crolli
    di dianzi 'l monte, e perch tutto ad una
    parve gridare infino a' suoi pi molli.
      S mi di, dimandando, per la cruna
    del mio disio, che pur con la speranza
    si fece la mia sete men digiuna.
      Quei cominci: Cosa non  che sanza
    ordine senta la religione
    de la montagna, o che sia fuor d'usanza.
      Libero  qui da ogne alterazione:
    di quel che 'l ciel da s in s riceve
    esser ci puote, e non d'altro, cagione.
      Per che non pioggia, non grando, non neve,
    non rugiada, non brina pi s cade
    che la scaletta di tre gradi breve;
      nuvole spesse non paion n rade,
    n coruscar, n figlia di Taumante,
    che di l cangia sovente contrade;
      secco vapor non surge pi avante
    ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai,
    dov'ha 'l vicario di Pietro le piante.
      Trema forse pi gi poco o assai;
    ma per vento che 'n terra si nasconda,
    non so come, qua s non trem mai.
      Tremaci quando alcuna anima monda
    sentesi, s che surga o che si mova
    per salir s; e tal grido seconda.
      De la mondizia sol voler fa prova,
    che, tutto libero a mutar convento,
    l'alma sorprende, e di voler le giova.
      Prima vuol ben, ma non lascia il talento
    che divina giustizia, contra voglia,
    come fu al peccar, pone al tormento.
      E io, che son giaciuto a questa doglia
    cinquecent'anni e pi, pur mo sentii
    libera volont di miglior soglia:
      per sentisti il tremoto e li pii
    spiriti per lo monte render lode
    a quel Segnor, che tosto s li 'nvii.
      Cos ne disse; e per ch'el si gode
    tanto del ber quant' grande la sete.
    non saprei dir quant'el mi fece prode.
      E 'l savio duca: Omai veggio la rete
    che qui v'impiglia e come si scalappia,
    perch ci trema e di che congaudete.
      Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia,
    e perch tanti secoli giaciuto
    qui se', ne le parole tue mi cappia.
      Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto
    del sommo rege, vendic le fra
    ond'usc 'l sangue per Giuda venduto,
      col nome che pi dura e pi onora
    era io di l, rispuose quello spirto,
    famoso assai, ma non con fede ancora.
      Tanto fu dolce mio vocale spirto,
    che, tolosano, a s mi trasse Roma,
    dove mertai le tempie ornar di mirto.
      Stazio la gente ancor di l mi noma:
    cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
    ma caddi in via con la seconda soma.
      Al mio ardor fuor seme le faville,
    che mi scaldar, de la divina fiamma
    onde sono allumati pi di mille;
      de l'Eneida dico, la qual mamma
    fummi e fummi nutrice poetando:
    sanz'essa non fermai peso di dramma.
      E per esser vivuto di l quando
    visse Virgilio, assentirei un sole
    pi che non deggio al mio uscir di bando.
      Volser Virgilio a me queste parole
    con viso che, tacendo, disse 'Taci';
    ma non pu tutto la virt che vuole;
      ch riso e pianto son tanto seguaci
    a la passion di che ciascun si spicca,
    che men seguon voler ne' pi veraci.
      Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca;
    per che l'ombra si tacque, e riguardommi
    ne li occhi ove 'l sembiante pi si ficca;
      e Se tanto labore in bene assommi,
    disse, perch la tua faccia testeso
    un lampeggiar di riso dimostrommi?.
      Or son io d'una parte e d'altra preso:
    l'una mi fa tacer, l'altra scongiura
    ch'io dica; ond'io sospiro, e sono inteso
      dal mio maestro, e Non aver paura,
    mi dice, di parlar; ma parla e digli
    quel ch'e' dimanda con cotanta cura.
      Ond'io: Forse che tu ti maravigli,
    antico spirto, del rider ch'io fei;
    ma pi d'ammirazion vo' che ti pigli.
      Questi che guida in alto li occhi miei,
     quel Virgilio dal qual tu togliesti
    forza a cantar de li uomini e d'i di.
      Se cagion altra al mio rider credesti,
    lasciala per non vera, ed esser credi
    quelle parole che di lui dicesti.
      Gi s'inchinava ad abbracciar li piedi
    al mio dottor, ma el li disse: Frate,
    non far, ch tu se' ombra e ombra vedi.
      Ed ei surgendo: Or puoi la quantitate
    comprender de l'amor ch'a te mi scalda,
    quand'io dismento nostra vanitate,
      trattando l'ombre come cosa salda.
















    Canto 22.

      Gi era l'angel dietro a noi rimaso,
    l'angel che n'avea vlti al sesto giro,
    avendomi dal viso un colpo raso;
      e quei c'hanno a giustizia lor disiro
    detto n'avea beati, e le sue voci
    con '"sitiunt"', sanz'altro, ci forniro.
      E io pi lieve che per l'altre foci
    m'andava, s che sanz'alcun labore
    seguiva in s li spiriti veloci;
      quando Virgilio incominci: Amore,
    acceso di virt, sempre altro accese,
    pur che la fiamma sua paresse fore;
      onde da l'ora che tra noi discese
    nel limbo de lo 'nferno Giovenale,
    che la tua affezion mi f palese,
      mia benvoglienza inverso te fu quale
    pi strinse mai di non vista persona,
    s ch'or mi parran corte queste scale.
      Ma dimmi, e come amico mi perdona
    se troppa sicurt m'allarga il freno,
    e come amico omai meco ragiona:
      come pot trovar dentro al tuo seno
    loco avarizia, tra cotanto senno
    di quanto per tua cura fosti pieno?.
      Queste parole Stazio mover fenno
    un poco a riso pria; poscia rispuose:
    Ogne tuo dir d'amor m' caro cenno.
      Veramente pi volte appaion cose
    che danno a dubitar falsa matera
    per le vere ragion che son nascose.
      La tua dimanda tuo creder m'avvera
    esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,
    forse per quella cerchia dov'io era.
      Or sappi ch'avarizia fu partita
    troppo da me, e questa dismisura
    migliaia di lunari hanno punita.
      E se non fosse ch'io drizzai mia cura,
    quand'io intesi l dove tu chiame,
    crucciato quasi a l'umana natura:
      'Per che non reggi tu, o sacra fame
    de l'oro, l'appetito de' mortali?',
    voltando sentirei le giostre grame.
      Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali
    potean le mani a spendere, e pente'mi
    cos di quel come de li altri mali.
      Quanti risurgeran coi crini scemi
    per ignoranza, che di questa pecca
    toglie 'l penter vivendo e ne li stremi!
      E sappie che la colpa che rimbecca
    per dritta opposizione alcun peccato,
    con esso insieme qui suo verde secca;
      per, s'io son tra quella gente stato
    che piange l'avarizia, per purgarmi,
    per lo contrario suo m' incontrato.
      Or quando tu cantasti le crude armi
    de la doppia trestizia di Giocasta,
    disse 'l cantor de' buccolici carmi,
      per quello che Cli teco l tasta,
    non par che ti facesse ancor fedele
    la fede, sanza qual ben far non basta.
      Se cos , qual sole o quai candele
    ti stenebraron s, che tu drizzasti
    poscia di retro al pescator le vele?.
      Ed elli a lui: Tu prima m'inviasti
    verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
    e prima appresso Dio m'alluminasti.
      Facesti come quei che va di notte,
    che porta il lume dietro e s non giova,
    ma dopo s fa le persone dotte,
      quando dicesti: 'Secol si rinova;
    torna giustizia e primo tempo umano,
    e progenie scende da ciel nova'.
      Per te poeta fui, per te cristiano:
    ma perch veggi mei ci ch'io disegno,
    a colorare stender la mano:
      Gi era 'l mondo tutto quanto pregno
    de la vera credenza, seminata
    per li messaggi de l'etterno regno;
      e la parola tua sopra toccata
    si consonava a' nuovi predicanti;
    ond'io a visitarli presi usata.
      Vennermi poi parendo tanto santi,
    che, quando Domizian li perseguette,
    sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
      e mentre che di l per me si stette,
    io li sovvenni, e i lor dritti costumi
    fer dispregiare a me tutte altre sette.
      E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi
    di Tebe poetando, ebb'io battesmo;
    ma per paura chiuso cristian fu'mi,
      lungamente mostrando paganesmo;
    e questa tepidezza il quarto cerchio
    cerchiar mi f pi che 'l quarto centesmo.
      Tu dunque, che levato hai il coperchio
    che m'ascondeva quanto bene io dico,
    mentre che del salire avem soverchio,
      dimmi dov' Terrenzio nostro antico,
    Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
    dimmi se son dannati, e in qual vico.
      Costoro e Persio e io e altri assai,
    rispuose il duca mio, siam con quel Greco
    che le Muse lattar pi ch'altri mai,
      nel primo cinghio del carcere cieco:
    spesse fiate ragioniam del monte
    che sempre ha le nutrice nostre seco.
      Euripide v' nosco e Antifonte,
    Simonide, Agatone e altri pie
    Greci che gi di lauro ornar la fronte.
      Quivi si veggion de le genti tue
    Antigone, Deifile e Argia,
    e Ismene s trista come fue.
      Vdeisi quella che mostr Langia;
    vvi la figlia di Tiresia, e Teti
    e con le suore sue Deidamia.
      Tacevansi ambedue gi li poeti,
    di novo attenti a riguardar dintorno,
    liberi da saliri e da pareti;
      e gi le quattro ancelle eran del giorno
    rimase a dietro, e la quinta era al temo,
    drizzando pur in s l'ardente corno,
      quando il mio duca: Io credo ch'a lo stremo
    le destre spalle volger ne convegna,
    girando il monte come far solemo.
      Cos l'usanza fu l nostra insegna,
    e prendemmo la via con men sospetto
    per l'assentir di quell'anima degna.
      Elli givan dinanzi, e io soletto
    di retro, e ascoltava i lor sermoni,
    ch'a poetar mi davano intelletto.
      Ma tosto ruppe le dolci ragioni
    un alber che trovammo in mezza strada,
    con pomi a odorar soavi e buoni;
      e come abete in alto si digrada
    di ramo in ramo, cos quello in giuso,
    cred'io, perch persona s non vada.
      Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,
    cadea de l'alta roccia un liquor chiaro
    e si spandeva per le foglie suso.
      Li due poeti a l'alber s'appressaro;
    e una voce per entro le fronde
    grid: Di questo cibo avrete caro.
      Poi disse: Pi pensava Maria onde
    fosser le nozze orrevoli e intere,
    ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.
      E le Romane antiche, per lor bere,
    contente furon d'acqua; e Daniello
    dispregi cibo e acquist savere.
      Lo secol primo, quant'oro fu bello,
    f savorose con fame le ghiande,
    e nettare con sete ogne ruscello.
      Mele e locuste furon le vivande
    che nodriro il Batista nel diserto;
    per ch'elli  glorioso e tanto grande
      quanto per lo Vangelio v' aperto.




















    Canto 23.

      Mentre che li occhi per la fronda verde
    ficcava io s come far suole
    chi dietro a li uccellin sua vita perde,
      lo pi che padre mi dicea: Figliuole,
    vienne oramai, ch 'l tempo che n' imposto
    pi utilmente compartir si vuole.
      Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,
    appresso i savi, che parlavan se,
    che l'andar mi facean di nullo costo.
      Ed ecco piangere e cantar s'ude
    '"Labia mea, Domine"' per modo
    tal, che diletto e doglia parture.
      O dolce padre, che  quel ch'i' odo?,
    comincia' io; ed elli: Ombre che vanno
    forse di lor dover solvendo il nodo.
      S come i peregrin pensosi fanno,
    giugnendo per cammin gente non nota,
    che si volgono ad essa e non restanno,
      cos di retro a noi, pi tosto mota,
    venendo e trapassando ci ammirava
    d'anime turba tacita e devota.
      Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
    palida ne la faccia, e tanto scema,
    che da l'ossa la pelle s'informava.
      Non credo che cos a buccia strema
    Erisittone fosse fatto secco,
    per digiunar, quando pi n'ebbe tema.
      Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco
    la gente che perd Ierusalemme,
    quando Maria nel figlio di di becco!'
      Parean l'occhiaie anella sanza gemme:
    chi nel viso de li uomini legge 'omo'
    ben avria quivi conosciuta l'emme.
      Chi crederebbe che l'odor d'un pomo
    s governasse, generando brama,
    e quel d'un'acqua, non sappiendo como?
      Gi era in ammirar che s li affama,
    per la cagione ancor non manifesta
    di lor magrezza e di lor trista squama,
      ed ecco del profondo de la testa
    volse a me li occhi un'ombra e guard fiso;
    poi grid forte: Qual grazia m' questa?.
      Mai non l'avrei riconosciuto al viso;
    ma ne la voce sua mi fu palese
    ci che l'aspetto in s avea conquiso.
      Questa favilla tutta mi raccese
    mia conoscenza a la cangiata labbia,
    e ravvisai la faccia di Forese.
      Deh, non contendere a l'asciutta scabbia
    che mi scolora, pregava, la pelle,
    n a difetto di carne ch'io abbia;
      ma dimmi il ver di te, di' chi son quelle
    due anime che l ti fanno scorta;
    non rimaner che tu non mi favelle!.
      La faccia tua, ch'io lagrimai gi morta,
    mi d di pianger mo non minor doglia,
    rispuos'io lui, veggendola s torta.
      Per mi d, per Dio, che s vi sfoglia;
    non mi far dir mentr'io mi maraviglio,
    ch mal pu dir chi  pien d'altra voglia.
      Ed elli a me: De l'etterno consiglio
    cade vert ne l'acqua e ne la pianta
    rimasa dietro ond'io s m'assottiglio.
      Tutta esta gente che piangendo canta
    per seguitar la gola oltra misura,
    in fame e 'n sete qui si rif santa.
      Di bere e di mangiar n'accende cura
    l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
    che si distende su per sua verdura.
      E non pur una volta, questo spazzo
    girando, si rinfresca nostra pena:
    io dico pena, e dovra dir sollazzo,
      ch quella voglia a li alberi ci mena
    che men Cristo lieto a dire '"El"',
    quando ne liber con la sua vena.
      E io a lui: Forese, da quel d
    nel qual mutasti mondo a miglior vita,
    cinq'anni non son vlti infino a qui.
      Se prima fu la possa in te finita
    di peccar pi, che sovvenisse l'ora
    del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,
      come se' tu qua s venuto ancora?
    Io ti credea trovar l gi di sotto
    dove tempo per tempo si ristora.
      Ond'elli a me: S tosto m'ha condotto
    a ber lo dolce assenzo d'i martri
    la Nella mia con suo pianger dirotto.
      Con suoi prieghi devoti e con sospiri
    tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,
    e liberato m'ha de li altri giri.
      Tanto  a Dio pi cara e pi diletta
    la vedovella mia, che molto amai,
    quanto in bene operare  pi soletta;
      ch la Barbagia di Sardigna assai
    ne le femmine sue pi  pudica
    che la Barbagia dov'io la lasciai.
      O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?
    Tempo futuro m' gi nel cospetto,
    cui non sar quest'ora molto antica,
      nel qual sar in pergamo interdetto
    a le sfacciate donne fiorentine
    l'andar mostrando con le poppe il petto.
      Quai barbare fuor mai, quai saracine,
    cui bisognasse, per farle ir coperte,
    o spiritali o altre discipline?
      Ma se le svergognate fosser certe
    di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,
    gi per urlare avrian le bocche aperte;
      ch se l'antiveder qui non m'inganna,
    prima fien triste che le guance impeli
    colui che mo si consola con nanna.
      Deh, frate, or fa che pi non mi ti celi!
    vedi che non pur io, ma questa gente
    tutta rimira l dove 'l sol veli.
      Per ch'io a lui: Se tu riduci a mente
    qual fosti meco, e qual io teco fui,
    ancor fia grave il memorar presente.
      Di quella vita mi volse costui
    che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda
    vi si mostr la suora di colui,
      e 'l sol mostrai; costui per la profonda
    notte menato m'ha d'i veri morti
    con questa vera carne che 'l seconda.
      Indi m'han tratto s li suoi conforti,
    salendo e rigirando la montagna
    che drizza voi che 'l mondo fece torti.
      Tanto dice di farmi sua compagna,
    che io sar l dove fia Beatrice;
    quivi convien che sanza lui rimagna.
      Virgilio  questi che cos mi dice,
    e addita'lo; e quest'altro  quell'ombra
    per cui scosse dianzi ogne pendice
      lo vostro regno, che da s lo sgombra.



















    Canto 24.

      N 'l dir l'andar, n l'andar lui pi lento
    facea, ma ragionando andavam forte,
    s come nave pinta da buon vento;
      e l'ombre, che parean cose rimorte,
    per le fosse de li occhi ammirazione
    traean di me, di mio vivere accorte.
      E io, continuando al mio sermone,
    dissi: Ella sen va s forse pi tarda
    che non farebbe, per altrui cagione.
      Ma dimmi, se tu sai, dov' Piccarda;
    dimmi s'io veggio da notar persona
    tra questa gente che s mi riguarda.
      La mia sorella, che tra bella e buona
    non so qual fosse pi, triunfa lieta
    ne l'alto Olimpo gi di sua corona.
      S disse prima; e poi: Qui non si vieta
    di nominar ciascun, da ch' s munta
    nostra sembianza via per la dieta.
      Questi, e mostr col dito,  Bonagiunta,
    Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
    di l da lui pi che l'altre trapunta
      ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
    dal Torso fu, e purga per digiuno
    l'anguille di Bolsena e la vernaccia.
      Molti altri mi nom ad uno ad uno;
    e del nomar parean tutti contenti,
    s ch'io per non vidi un atto bruno.
      Vidi per fame a vto usar li denti
    Ubaldin da la Pila e Bonifazio
    che pastur col rocco molte genti.
      Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio
    gi di bere a Forl con men secchezza,
    e s fu tal, che non si sent sazio.
      Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza
    pi d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,
    che pi parea di me aver contezza.
      El mormorava; e non so che Gentucca
    sentiv'io l, ov'el sentia la piaga
    de la giustizia che s li pilucca.
      O anima, diss'io, che par s vaga
    di parlar meco, fa s ch'io t'intenda,
    e te e me col tuo parlare appaga.
      Femmina  nata, e non porta ancor benda,
    cominci el, che ti far piacere
    la mia citt, come ch'om la riprenda.
      Tu te n'andrai con questo antivedere:
    se nel mio mormorar prendesti errore,
    dichiareranti ancor le cose vere.
      Ma d s'i' veggio qui colui che fore
    trasse le nove rime, cominciando
    '"Donne ch'avete intelletto d'amore"'.
      E io a lui: I' mi son un che, quando
    Amor mi spira, noto, e a quel modo
    ch'e' ditta dentro vo significando.
      O frate, issa vegg'io, diss'elli, il nodo
    che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
    di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!
      Io veggio ben come le vostre penne
    di retro al dittator sen vanno strette,
    che de le nostre certo non avvenne;
      e qual pi a gradire oltre si mette,
    non vede pi da l'uno a l'altro stilo;
    e, quasi contentato, si tacette.
      Come li augei che vernan lungo 'l Nilo,
    alcuna volta in aere fanno schiera,
    poi volan pi a fretta e vanno in filo,
      cos tutta la gente che l era,
    volgendo 'l viso, raffrett suo passo,
    e per magrezza e per voler leggera.
      E come l'uom che di trottare  lasso,
    lascia andar li compagni, e s passeggia
    fin che si sfoghi l'affollar del casso,
      s lasci trapassar la santa greggia
    Forese, e dietro meco sen veniva,
    dicendo: Quando fia ch'io ti riveggia?.
      Non so, rispuos'io lui, quant'io mi viva;
    ma gi non fia il tornar mio tantosto,
    ch'io non sia col voler prima a la riva;
      per che 'l loco u' fui a viver posto,
    di giorno in giorno pi di ben si spolpa,
    e a trista ruina par disposto.
      Or va, diss'el; che quei che pi n'ha colpa,
    vegg'io a coda d'una bestia tratto
    inver' la valle ove mai non si scolpa.
      La bestia ad ogne passo va pi ratto,
    crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
    e lascia il corpo vilmente disfatto.
      Non hanno molto a volger quelle ruote,
    e drizz li ochi al ciel, che ti fia chiaro
    ci che 'l mio dir pi dichiarar non puote.
      Tu ti rimani omai; ch 'l tempo  caro
    in questo regno, s ch'io perdo troppo
    venendo teco s a paro a paro.
      Qual esce alcuna volta di gualoppo
    lo cavalier di schiera che cavalchi,
    e va per farsi onor del primo intoppo,
      tal si part da noi con maggior valchi;
    e io rimasi in via con esso i due
    che fuor del mondo s gran marescalchi.
      E quando innanzi a noi intrato fue,
    che li occhi miei si fero a lui seguaci,
    come la mente a le parole sue,
      parvermi i rami gravidi e vivaci
    d'un altro pomo, e non molto lontani
    per esser pur allora vlto in laci.
      Vidi gente sott'esso alzar le mani
    e gridar non so che verso le fronde,
    quasi bramosi fantolini e vani,
      che pregano, e 'l pregato non risponde,
    ma, per fare esser ben la voglia acuta,
    tien alto lor disio e nol nasconde.
      Poi si part s come ricreduta;
    e noi venimmo al grande arbore adesso,
    che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
      Trapassate oltre sanza farvi presso:
    legno  pi s che fu morso da Eva,
    e questa pianta si lev da esso.
      S tra le frasche non so chi diceva;
    per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
    oltre andavam dal lato che si leva.
      Ricordivi, dicea, d'i maladetti
    nei nuvoli formati, che, satolli,
    Teseo combatter co' doppi petti;
      e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli,
    per che no i volle Gedeon compagni,
    quando inver' Madian discese i colli.
      S accostati a l'un d'i due vivagni
    passammo, udendo colpe de la gola
    seguite gi da miseri guadagni.
      Poi, rallargati per la strada sola,
    ben mille passi e pi ci portar oltre,
    contemplando ciascun sanza parola.
      Che andate pensando s voi sol tre?.
    sbita voce disse; ond'io mi scossi
    come fan bestie spaventate e poltre.
      Drizzai la testa per veder chi fossi;
    e gi mai non si videro in fornace
    vetri o metalli s lucenti e rossi,
      com'io vidi un che dicea: S'a voi piace
    montare in s, qui si convien dar volta;
    quinci si va chi vuole andar per pace.
      L'aspetto suo m'avea la vista tolta;
    per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,
    com'om che va secondo ch'elli ascolta.
      E quale, annunziatrice de li albori,
    l'aura di maggio movesi e olezza,
    tutta impregnata da l'erba e da' fiori;
      tal mi senti' un vento dar per mezza
    la fronte, e ben senti' mover la piuma,
    che f sentir d'ambrosia l'orezza.
      E senti' dir: Beati cui alluma
    tanto di grazia, che l'amor del gusto
    nel petto lor troppo disir non fuma,
      esuriendo sempre quanto  giusto!.




















    Canto 25.

      Ora era onde 'l salir non volea storpio;
    ch 'l sole avea il cerchio di merigge
    lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
      per che, come fa l'uom che non s'affigge
    ma vassi a la via sua, che che li appaia,
    se di bisogno stimolo il trafigge,
      cos intrammo noi per la callaia,
    uno innanzi altro prendendo la scala
    che per artezza i salitor dispaia.
      E quale il cicognin che leva l'ala
    per voglia di volare, e non s'attenta
    d'abbandonar lo nido, e gi la cala;
      tal era io con voglia accesa e spenta
    di dimandar, venendo infino a l'atto
    che fa colui ch'a dicer s'argomenta.
      Non lasci, per l'andar che fosse ratto,
    lo dolce padre mio, ma disse: Scocca
    l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto.
      Allor sicuramente apri' la bocca
    e cominciai: Come si pu far magro
    l dove l'uopo di nodrir non tocca?.
      Se t'ammentassi come Meleagro
    si consum al consumar d'un stizzo,
    non fora, disse, a te questo s agro;
      e se pensassi come, al vostro guizzo,
    guizza dentro a lo specchio vostra image,
    ci che par duro ti parrebbe vizzo.
      Ma perch dentro a tuo voler t'adage,
    ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
    che sia or sanator de le tue piage.
      Se la veduta etterna li dislego,
    rispuose Stazio, l dove tu sie,
    discolpi me non potert'io far nego.
      Poi cominci: Se le parole mie,
    figlio, la mente tua guarda e riceve,
    lume ti fiero al come che tu die.
      Sangue perfetto, che poi non si beve
    da l'assetate vene, e si rimane
    quasi alimento che di mensa leve,
      prende nel core a tutte membra umane
    virtute informativa, come quello
    ch'a farsi quelle per le vene vane.
      Ancor digesto, scende ov' pi bello
    tacer che dire; e quindi poscia geme
    sovr'altrui sangue in natural vasello.
      Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme,
    l'un disposto a patire, e l'altro a fare
    per lo perfetto loco onde si preme;
      e, giunto lui, comincia ad operare
    coagulando prima, e poi avviva
    ci che per sua matera f constare.
      Anima fatta la virtute attiva
    qual d'una pianta, in tanto differente,
    che questa  in via e quella  gi a riva,
      tanto ovra poi, che gi si move e sente,
    come spungo marino; e indi imprende
    ad organar le posse ond' semente.
      Or si spiega, figliuolo, or si distende
    la virt ch' dal cor del generante,
    dove natura a tutte membra intende.
      Ma come d'animal divegna fante,
    non vedi tu ancor: quest' tal punto,
    che pi savio di te f gi errante,
      s che per sua dottrina f disgiunto
    da l'anima il possibile intelletto,
    perch da lui non vide organo assunto.
      Apri a la verit che viene il petto;
    e sappi che, s tosto come al feto
    l'articular del cerebro  perfetto,
      lo motor primo a lui si volge lieto
    sovra tant'arte di natura, e spira
    spirito novo, di vert repleto,
      che ci che trova attivo quivi, tira
    in sua sustanzia, e fassi un'alma sola,
    che vive e sente e s in s rigira.
      E perch meno ammiri la parola,
    guarda il calor del sole che si fa vino,
    giunto a l'omor che de la vite cola.
      Quando Lachess non ha pi del lino,
    solvesi da la carne, e in virtute
    ne porta seco e l'umano e 'l divino:
      l'altre potenze tutte quante mute;
    memoria, intelligenza e volontade
    in atto molto pi che prima agute.
      Sanza restarsi per s stessa cade
    mirabilmente a l'una de le rive;
    quivi conosce prima le sue strade.
      Tosto che loco l la circunscrive,
    la virt formativa raggia intorno
    cos e quanto ne le membra vive.
      E come l'aere, quand' ben piorno,
    per l'altrui raggio che 'n s si reflette,
    di diversi color diventa addorno;
      cos l'aere vicin quivi si mette
    in quella forma ch' in lui suggella
    virtualmente l'alma che ristette;
      e simigliante poi a la fiammella
    che segue il foco l 'vunque si muta,
    segue lo spirto sua forma novella.
      Per che quindi ha poscia sua paruta,
     chiamata ombra; e quindi organa poi
    ciascun sentire infino a la veduta.
      Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
    quindi facciam le lagrime e ' sospiri
    che per lo monte aver sentiti puoi.
      Secondo che ci affiggono i disiri
    e li altri affetti, l'ombra si figura;
    e quest' la cagion di che tu miri.
      E gi venuto a l'ultima tortura
    s'era per noi, e vlto a la man destra,
    ed eravamo attenti ad altra cura.
      Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
    e la cornice spira fiato in suso
    che la reflette e via da lei sequestra;
      ond'ir ne convenia dal lato schiuso
    ad uno ad uno; e io temea 'l foco
    quinci, e quindi temeva cader giuso.
      Lo duca mio dicea: Per questo loco
    si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
    per ch'errar potrebbesi per poco.
      '"Summae Deus clementiae"' nel seno
    al grande ardore allora udi' cantando,
    che di volger mi f caler non meno;
      e vidi spirti per la fiamma andando;
    per ch'io guardava a loro e a' miei passi
    compartendo la vista a quando a quando.
      Appresso il fine ch'a quell'inno fassi,
    gridavano alto: '"Virum non cognosco"';
    indi ricominciavan l'inno bassi.
      Finitolo, anco gridavano: Al bosco
    si tenne Diana, ed Elice caccionne
    che di Venere avea sentito il tsco.
      Indi al cantar tornavano; indi donne
    gridavano e mariti che fuor casti
    come virtute e matrimonio imponne.
      E questo modo credo che lor basti
    per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia:
    con tal cura conviene e con tai pasti
      che la piaga da sezzo si ricuscia.













    Canto 26.

      Mentre che s per l'orlo, uno innanzi altro,
    ce n'andavamo, e spesso il buon maestro
    diceami: Guarda: giovi ch'io ti scaltro;
      feriami il sole in su l'omero destro,
    che gi, raggiando, tutto l'occidente
    mutava in bianco aspetto di cilestro;
      e io facea con l'ombra pi rovente
    parer la fiamma; e pur a tanto indizio
    vidi molt'ombre, andando, poner mente.
      Questa fu la cagion che diede inizio
    loro a parlar di me; e cominciarsi
    a dir: Colui non par corpo fittizio;
      poi verso me, quanto potean farsi,
    certi si fero, sempre con riguardo
    di non uscir dove non fosser arsi.
      O tu che vai, non per esser pi tardo,
    ma forse reverente, a li altri dopo,
    rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo.
      N solo a me la tua risposta  uopo;
    ch tutti questi n'hanno maggior sete
    che d'acqua fredda Indo o Etiopo.
      Dinne com' che fai di te parete
    al sol, pur come tu non fossi ancora
    di morte intrato dentro da la rete.
      S mi parlava un d'essi; e io mi fora
    gi manifesto, s'io non fossi atteso
    ad altra novit ch'apparve allora;
      ch per lo mezzo del cammino acceso
    venne gente col viso incontro a questa,
    la qual mi fece a rimirar sospeso.
      L veggio d'ogne parte farsi presta
    ciascun'ombra e basciarsi una con una
    sanza restar, contente a brieve festa;
      cos per entro loro schiera bruna
    s'ammusa l'una con l'altra formica,
    forse a spiar lor via e lor fortuna.
      Tosto che parton l'accoglienza amica,
    prima che 'l primo passo l trascorra,
    sopragridar ciascuna s'affatica:
      la nova gente: Soddoma e Gomorra;
    e l'altra: Ne la vacca entra Pasife,
    perch 'l torello a sua lussuria corra.
      Poi, come grue ch'a le montagne Rife
    volasser parte, e parte inver' l'arene,
    queste del gel, quelle del sole schife,
      l'una gente sen va, l'altra sen vene;
    e tornan, lagrimando, a' primi canti
    e al gridar che pi lor si convene;
      e raccostansi a me, come davanti,
    essi medesmi che m'avean pregato,
    attenti ad ascoltar ne' lor sembianti.
      Io, che due volte avea visto lor grato,
    incominciai: O anime sicure
    d'aver, quando che sia, di pace stato,
      non son rimase acerbe n mature
    le membra mie di l, ma son qui meco
    col sangue suo e con le sue giunture.
      Quinci s vo per non esser pi cieco;
    donna  di sopra che m'acquista grazia,
    per che 'l mortal per vostro mondo reco.
      Ma se la vostra maggior voglia sazia
    tosto divegna, s che 'l ciel v'alberghi
    ch' pien d'amore e pi ampio si spazia,
      ditemi, acci ch'ancor carte ne verghi,
    chi siete voi, e chi  quella turba
    che se ne va di retro a' vostri terghi.
      Non altrimenti stupido si turba
    lo montanaro, e rimirando ammuta,
    quando rozzo e salvatico s'inurba,
      che ciascun'ombra fece in sua paruta;
    ma poi che furon di stupore scarche,
    lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta,
      Beato te, che de le nostre marche,
    ricominci colei che pria m'inchiese,
    per morir meglio, esperienza imbarche!
      La gente che non vien con noi, offese
    di ci per che gi Cesar, triunfando,
    "Regina" contra s chiamar s'intese:
      per si parton 'Soddoma' gridando,
    rimproverando a s, com'hai udito,
    e aiutan l'arsura vergognando.
      Nostro peccato fu ermafrodito;
    ma perch non servammo umana legge,
    seguendo come bestie l'appetito,
      in obbrobrio di noi, per noi si legge,
    quando partinci, il nome di colei
    che s'imbesti ne le 'mbestiate schegge.
      Or sai nostri atti e di che fummo rei:
    se forse a nome vuo' saper chi semo,
    tempo non  di dire, e non saprei.
      Farotti ben di me volere scemo:
    son Guido Guinizzelli; e gi mi purgo
    per ben dolermi prima ch'a lo stremo.
      Quali ne la tristizia di Ligurgo
    si fer due figli a riveder la madre,
    tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo,
      quand'io odo nomar s stesso il padre
    mio e de li altri miei miglior che mai
    rime d'amore usar dolci e leggiadre;
      e sanza udire e dir pensoso andai
    lunga fiata rimirando lui,
    n, per lo foco, in l pi m'appressai.
      Poi che di riguardar pasciuto fui,
    tutto m'offersi pronto al suo servigio
    con l'affermar che fa credere altrui.
      Ed elli a me: Tu lasci tal vestigio,
    per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,
    che Let nol pu trre n far bigio.
      Ma se le tue parole or ver giuraro,
    dimmi che  cagion per che dimostri
    nel dire e nel guardar d'avermi caro.
      E io a lui: Li dolci detti vostri,
    che, quanto durer l'uso moderno,
    faranno cari ancora i loro incostri.
      O frate, disse, questi ch'io ti cerno
    col dito, e addit un spirto innanzi,
    fu miglior fabbro del parlar materno.
      Versi d'amore e prose di romanzi
    soverchi tutti; e lascia dir li stolti
    che quel di Lemos credon ch'avanzi.
      A voce pi ch'al ver drizzan li volti,
    e cos ferman sua oppinione
    prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti.
      Cos fer molti antichi di Guittone,
    di grido in grido pur lui dando pregio,
    fin che l'ha vinto il ver con pi persone.
      Or se tu hai s ampio privilegio,
    che licito ti sia l'andare al chiostro
    nel quale  Cristo abate del collegio,
      falli per me un dir d'un paternostro,
    quanto bisogna a noi di questo mondo,
    dove poter peccar non  pi nostro.
      Poi, forse per dar luogo altrui secondo
    che presso avea, disparve per lo foco,
    come per l'acqua il pesce andando al fondo.
      Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
    e dissi ch'al suo nome il mio disire
    apparecchiava grazioso loco.
      El cominci liberamente a dire:
    "Tan m'abellis vostre cortes deman,
    qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
      Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
    consiros vei la passada folor,
    e vei jausen lo joi qu'esper, denan.
      Ara vos prec, per aquella valor
    que vos guida al som de l'escalina,
    sovenha vos a temps de ma dolor"!.
      Poi s'ascose nel foco che li affina.




    Canto 27.

      S come quando i primi raggi vibra
    l dove il suo fattor lo sangue sparse,
    cadendo Ibero sotto l'alta Libra,
      e l'onde in Gange da nona riarse,
    s stava il sole; onde 'l giorno sen giva,
    come l'angel di Dio lieto ci apparse.
      Fuor de la fiamma stava in su la riva,
    e cantava '"Beati mundo corde"!'.
    in voce assai pi che la nostra viva.
      Poscia Pi non si va, se pria non morde,
    anime sante, il foco: intrate in esso,
    e al cantar di l non siate sorde,
      ci disse come noi li fummo presso;
    per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi,
    qual  colui che ne la fossa  messo.
      In su le man commesse mi protesi,
    guardando il foco e imaginando forte
    umani corpi gi veduti accesi.
      Volsersi verso me le buone scorte;
    e Virgilio mi disse: Figliuol mio,
    qui pu esser tormento, ma non morte.
      Ricorditi, ricorditi! E se io
    sovresso Gerion ti guidai salvo,
    che far ora presso pi a Dio?
      Credi per certo che se dentro a l'alvo
    di questa fiamma stessi ben mille anni,
    non ti potrebbe far d'un capel calvo.
      E se tu forse credi ch'io t'inganni,
    fatti ver lei, e fatti far credenza
    con le tue mani al lembo d'i tuoi panni.
      Pon gi omai, pon gi ogni temenza;
    volgiti in qua e vieni: entra sicuro!.
    E io pur fermo e contra coscienza.
      Quando mi vide star pur fermo e duro,
    turbato un poco disse: Or vedi, figlio:
    tra Beatrice e te  questo muro.
      Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
    Piramo in su la morte, e riguardolla,
    allor che 'l gelso divent vermiglio;
      cos, la mia durezza fatta solla,
    mi volsi al savio duca, udendo il nome
    che ne la mente sempre mi rampolla.
      Ond'ei croll la fronte e disse: Come!
    volenci star di qua?; indi sorrise
    come al fanciul si fa ch' vinto al pome.
      Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
    pregando Stazio che venisse retro,
    che pria per lunga strada ci divise.
      S com'fui dentro, in un bogliente vetro
    gittato mi sarei per rinfrescarmi,
    tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro.
      Lo dolce padre mio, per confortarmi,
    pur di Beatrice ragionando andava,
    dicendo: Li occhi suoi gi veder parmi.
      Guidavaci una voce che cantava
    di l; e noi, attenti pur a lei,
    venimmo fuor l ove si montava.
      '"Venite, benedicti Patris mei"',
    son dentro a un lume che l era,
    tal che mi vinse e guardar nol potei.
      Lo sol sen va, soggiunse, e vien la sera;
    non v'arrestate, ma studiate il passo,
    mentre che l'occidente non si annera.
      Dritta salia la via per entro 'l sasso
    verso tal parte ch'io toglieva i raggi
    dinanzi a me del sol ch'era gi basso.
      E di pochi scaglion levammo i saggi,
    che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense,
    sentimmo dietro e io e li miei saggi.
      E pria che 'n tutte le sue parti immense
    fosse orizzonte fatto d'uno aspetto,
    e notte avesse tutte sue dispense,
      ciascun di noi d'un grado fece letto;
    ch la natura del monte ci affranse
    la possa del salir pi e 'l diletto.
      Quali si stanno ruminando manse
    le capre, state rapide e proterve
    sovra le cime avante che sien pranse,
      tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve,
    guardate dal pastor, che 'n su la verga
    poggiato s' e lor di posa serve;
      e quale il mandrian che fori alberga,
    lungo il pecuglio suo queto pernotta,
    guardando perch fiera non lo sperga;
      tali eravamo tutti e tre allotta,
    io come capra, ed ei come pastori,
    fasciati quinci e quindi d'alta grotta.
      Poco parer potea l del di fori;
    ma, per quel poco, vedea io le stelle
    di lor solere e pi chiare e maggiori.
      S ruminando e s mirando in quelle,
    mi prese il sonno; il sonno che sovente,
    anzi che 'l fatto sia, sa le novelle.
      Ne l'ora, credo, che de l'oriente,
    prima raggi nel monte Citerea,
    che di foco d'amor par sempre ardente,
      giovane e bella in sogno mi parea
    donna vedere andar per una landa
    cogliendo fiori; e cantando dicea:
      Sappia qualunque il mio nome dimanda
    ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno
    le belle mani a farmi una ghirlanda.
      Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno;
    ma mia suora Rachel mai non si smaga
    dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
      Ell' d'i suoi belli occhi veder vaga
    com'io de l'addornarmi con le mani;
    lei lo vedere, e me l'ovrare appaga.
      E gi per li splendori antelucani,
    che tanto a' pellegrin surgon pi grati,
    quanto, tornando, albergan men lontani,
      le tenebre fuggian da tutti lati,
    e 'l sonno mio con esse; ond'io leva'mi,
    veggendo i gran maestri gi levati.
      Quel dolce pome che per tanti rami
    cercando va la cura de' mortali,
    oggi porr in pace le tue fami.
      Virgilio inverso me queste cotali
    parole us; e mai non furo strenne
    che fosser di piacere a queste iguali.
      Tanto voler sopra voler mi venne
    de l'esser s, ch'ad ogne passo poi
    al volo mi sentia crescer le penne.
      Come la scala tutta sotto noi
    fu corsa e fummo in su 'l grado superno,
    in me ficc Virgilio li occhi suoi,
      e disse: Il temporal foco e l'etterno
    veduto hai, figlio; e se' venuto in parte
    dov'io per me pi oltre non discerno.
      Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;
    lo tuo piacere omai prendi per duce;
    fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.
      Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;
    vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli
    che qui la terra sol da s produce.
      Mentre che vegnan lieti li occhi belli
    che, lagrimando, a te venir mi fenno,
    seder ti puoi e puoi andar tra elli.
      Non aspettar mio dir pi n mio cenno;
    libero, dritto e sano  tuo arbitrio,
    e fallo fora non fare a suo senno:
      per ch'io te sovra te corono e mitrio.










    Canto 28.

      Vago gi di cercar dentro e dintorno
    la divina foresta spessa e viva,
    ch'a li occhi temperava il novo giorno,
      sanza pi aspettar, lasciai la riva,
    prendendo la campagna lento lento
    su per lo suol che d'ogne parte auliva.
      Un'aura dolce, sanza mutamento
    avere in s, mi feria per la fronte
    non di pi colpo che soave vento;
      per cui le fronde, tremolando, pronte
    tutte quante piegavano a la parte
    u' la prim'ombra gitta il santo monte;
      non per dal loro esser dritto sparte
    tanto, che li augelletti per le cime
    lasciasser d'operare ogne lor arte;
      ma con piena letizia l'ore prime,
    cantando, ricevieno intra le foglie,
    che tenevan bordone a le sue rime,
      tal qual di ramo in ramo si raccoglie
    per la pineta in su 'l lito di Chiassi,
    quand'Eolo scilocco fuor discioglie.
      Gi m'avean trasportato i lenti passi
    dentro a la selva antica tanto, ch'io
    non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi;
      ed ecco pi andar mi tolse un rio,
    che 'nver' sinistra con sue picciole onde
    piegava l'erba che 'n sua ripa usco.
      Tutte l'acque che son di qua pi monde,
    parrieno avere in s mistura alcuna,
    verso di quella, che nulla nasconde,
      avvegna che si mova bruna bruna
    sotto l'ombra perpetua, che mai
    raggiar non lascia sole ivi n luna.
      Coi pi ristretti e con li occhi passai
    di l dal fiumicello, per mirare
    la gran variazion d'i freschi mai;
      e l m'apparve, s com'elli appare
    subitamente cosa che disvia
    per maraviglia tutto altro pensare,
      una donna soletta che si gia
    e cantando e scegliendo fior da fiore
    ond'era pinta tutta la sua via.
      Deh, bella donna, che a' raggi d'amore
    ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti
    che soglion esser testimon del core,
      vegnati in voglia di trarreti avanti,
    diss'io a lei, verso questa rivera,
    tanto ch'io possa intender che tu canti.
      Tu mi fai rimembrar dove e qual era
    Proserpina nel tempo che perdette
    la madre lei, ed ella primavera.
      Come si volge, con le piante strette
    a terra e intra s, donna che balli,
    e piede innanzi piede a pena mette,
      volsesi in su i vermigli e in su i gialli
    fioretti verso me, non altrimenti
    che vergine che li occhi onesti avvalli;
      e fece i prieghi miei esser contenti,
    s appressando s, che 'l dolce suono
    veniva a me co' suoi intendimenti.
      Tosto che fu l dove l'erbe sono
    bagnate gi da l'onde del bel fiume,
    di levar li occhi suoi mi fece dono.
      Non credo che splendesse tanto lume
    sotto le ciglia a Venere, trafitta
    dal figlio fuor di tutto suo costume.
      Ella ridea da l'altra riva dritta,
    trattando pi color con le sue mani,
    che l'alta terra sanza seme gitta.
      Tre passi ci facea il fiume lontani;
    ma Elesponto, l 've pass Serse,
    ancora freno a tutti orgogli umani,
      pi odio da Leandro non sofferse
    per mareggiare intra Sesto e Abido,
    che quel da me perch'allor non s'aperse.
      Voi siete nuovi, e forse perch'io rido,
    cominci ella, in questo luogo eletto
    a l'umana natura per suo nido,
      maravigliando tienvi alcun sospetto;
    ma luce rende il salmo "Delectasti",
    che puote disnebbiar vostro intelletto.
      E tu che se' dinanzi e mi pregasti,
    d s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta
    ad ogne tua question tanto che basti.
      L'acqua, diss'io, e 'l suon de la foresta
    impugnan dentro a me novella fede
    di cosa ch'io udi' contraria a questa.
      Ond'ella: Io dicer come procede
    per sua cagion ci ch'ammirar ti face,
    e purgher la nebbia che ti fiede.
      Lo sommo Ben, che solo esso a s piace,
    f l'uom buono e a bene, e questo loco
    diede per arr'a lui d'etterna pace.
      Per sua difalta qui dimor poco;
    per sua difalta in pianto e in affanno
    cambi onesto riso e dolce gioco.
      Perch 'l turbar che sotto da s fanno
    l'essalazion de l'acqua e de la terra,
    che quanto posson dietro al calor vanno,
      a l'uomo non facesse alcuna guerra,
    questo monte salo verso 'l ciel tanto,
    e libero n' d'indi ove si serra.
      Or perch in circuito tutto quanto
    l'aere si volge con la prima volta,
    se non li  rotto il cerchio d'alcun canto,
      in questa altezza ch' tutta disciolta
    ne l'aere vivo, tal moto percuote,
    e fa sonar la selva perch' folta;
      e la percossa pianta tanto puote,
    che de la sua virtute l'aura impregna,
    e quella poi, girando, intorno scuote;
      e l'altra terra, secondo ch' degna
    per s e per suo ciel, concepe e figlia
    di diverse virt diverse legna.
      Non parrebbe di l poi maraviglia,
    udito questo, quando alcuna pianta
    sanza seme palese vi s'appiglia.
      E saper dei che la campagna santa
    dove tu se', d'ogne semenza  piena,
    e frutto ha in s che di l non si schianta.
      L'acqua che vedi non surge di vena
    che ristori vapor che gel converta,
    come fiume ch'acquista e perde lena;
      ma esce di fontana salda e certa,
    che tanto dal voler di Dio riprende,
    quant'ella versa da due parti aperta.
      Da questa parte con virt discende
    che toglie altrui memoria del peccato;
    da l'altra d'ogne ben fatto la rende.
      Quinci Let; cos da l'altro lato
    Euno si chiama, e non adopra
    se quinci e quindi pria non  gustato:
      a tutti altri sapori esto  di sopra.
    E avvegna ch'assai possa esser sazia
    la sete tua perch'io pi non ti scuopra,
      darotti un corollario ancor per grazia;
    n credo che 'l mio dir ti sia men caro,
    se oltre promession teco si spazia.
      Quelli ch'anticamente poetaro
    l'et de l'oro e suo stato felice,
    forse in Parnaso esto loco sognaro.
      Qui fu innocente l'umana radice;
    qui primavera sempre e ogne frutto;
    nettare  questo di che ciascun dice.
      Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto
    a' miei poeti, e vidi che con riso
    udito avean l'ultimo costrutto;
      poi a la bella donna torna' il viso.




    Canto 29.

      Cantando come donna innamorata,
    continu col fin di sue parole:
    '"Beati quorum tecta sunt peccata"!'.
      E come ninfe che si givan sole
    per le salvatiche ombre, disiando
    qual di veder, qual di fuggir lo sole,
      allor si mosse contra 'l fiume, andando
    su per la riva; e io pari di lei,
    picciol passo con picciol seguitando.
      Non eran cento tra ' suoi passi e ' miei,
    quando le ripe igualmente dier volta,
    per modo ch'a levante mi rendei.
      N ancor fu cos nostra via molta,
    quando la donna tutta a me si torse,
    dicendo: Frate mio, guarda e ascolta.
      Ed ecco un lustro sbito trascorse
    da tutte parti per la gran foresta,
    tal che di balenar mi mise in forse.
      Ma perch 'l balenar, come vien, resta,
    e quel, durando, pi e pi splendeva,
    nel mio pensier dicea: 'Che cosa  questa?'.
      E una melodia dolce correva
    per l'aere luminoso; onde buon zelo
    mi f riprender l'ardimento d'Eva,
      che l dove ubidia la terra e 'l cielo,
    femmina, sola e pur test formata,
    non sofferse di star sotto alcun velo;
      sotto 'l qual se divota fosse stata,
    avrei quelle ineffabili delizie
    sentite prima e pi lunga fiata.
      Mentr'io m'andava tra tante primizie
    de l'etterno piacer tutto sospeso,
    e disioso ancora a pi letizie,
      dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
    ci si f l'aere sotto i verdi rami;
    e 'l dolce suon per canti era gi inteso.
      O sacrosante Vergini, se fami,
    freddi o vigilie mai per voi soffersi,
    cagion mi sprona ch'io merc vi chiami.
      Or convien che Elicona per me versi,
    e Urane m'aiuti col suo coro
    forti cose a pensar mettere in versi.
      Poco pi oltre, sette alberi d'oro
    falsava nel parere il lungo tratto
    del mezzo ch'era ancor tra noi e loro;
      ma quand'i' fui s presso di lor fatto,
    che l'obietto comun, che 'l senso inganna,
    non perdea per distanza alcun suo atto,
      la virt ch'a ragion discorso ammanna,
    s com'elli eran candelabri apprese,
    e ne le voci del cantare '"Osanna"'.
      Di sopra fiammeggiava il bello arnese
    pi chiaro assai che luna per sereno
    di mezza notte nel suo mezzo mese.
      Io mi rivolsi d'ammirazion pieno
    al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
    con vista carca di stupor non meno.
      Indi rendei l'aspetto a l'alte cose
    che si movieno incontr'a noi s tardi,
    che foran vinte da novelle spose.
      La donna mi sgrid: Perch pur ardi
    s ne l'affetto de le vive luci,
    e ci che vien di retro a lor non guardi?.
      Genti vid'io allor, come a lor duci,
    venire appresso, vestite di bianco;
    e tal candor di qua gi mai non fuci.
      L'acqua imprendea dal sinistro fianco,
    e rendea me la mia sinistra costa,
    s'io riguardava in lei, come specchio anco.
      Quand'io da la mia riva ebbi tal posta,
    che solo il fiume mi facea distante,
    per veder meglio ai passi diedi sosta,
      e vidi le fiammelle andar davante,
    lasciando dietro a s l'aere dipinto,
    e di tratti pennelli avean sembiante;
      s che l sopra rimanea distinto
    di sette liste, tutte in quei colori
    onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto.
      Questi ostendali in dietro eran maggiori
    che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
    diece passi distavan quei di fori.
      Sotto cos bel ciel com'io diviso,
    ventiquattro seniori, a due a due,
    coronati venien di fiordaliso.
      Tutti cantavan: "Benedicta" tue
    ne le figlie d'Adamo, e benedette
    sieno in etterno le bellezze tue!.
      Poscia che i fiori e l'altre fresche erbette
    a rimpetto di me da l'altra sponda
    libere fuor da quelle genti elette,
      s come luce luce in ciel seconda,
    vennero appresso lor quattro animali,
    coronati ciascun di verde fronda.
      Ognuno era pennuto di sei ali;
    le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo,
    se fosser vivi, sarebber cotali.
      A descriver lor forme pi non spargo
    rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne,
    tanto ch'a questa non posso esser largo;
      ma leggi Ezechiel, che li dipigne
    come li vide da la fredda parte
    venir con vento e con nube e con igne;
      e quali i troverai ne le sue carte,
    tali eran quivi, salvo ch'a le penne
    Giovanni  meco e da lui si diparte.
      Lo spazio dentro a lor quattro contenne
    un carro, in su due rote, triunfale,
    ch'al collo d'un grifon tirato venne.
      Esso tendeva in s l'una e l'altra ale
    tra la mezzana e le tre e tre liste,
    s ch'a nulla, fendendo, facea male.
      Tanto salivan che non eran viste;
    le membra d'oro avea quant'era uccello,
    e bianche l'altre, di vermiglio miste.
      Non che Roma di carro cos bello
    rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
    ma quel del Sol saria pover con ello;
      quel del Sol che, sviando, fu combusto
    per l'orazion de la Terra devota,
    quando fu Giove arcanamente giusto.
      Tre donne in giro da la destra rota
    venian danzando; l'una tanto rossa
    ch'a pena fora dentro al foco nota;
      l'altr'era come se le carni e l'ossa
    fossero state di smeraldo fatte;
    la terza parea neve test mossa;
      e or parean da la bianca tratte,
    or da la rossa; e dal canto di questa
    l'altre toglien l'andare e tarde e ratte.
      Da la sinistra quattro facean festa,
    in porpore vestite, dietro al modo
    d'una di lor ch'avea tre occhi in testa.
      Appresso tutto il pertrattato nodo
    vidi due vecchi in abito dispari,
    ma pari in atto e onesto e sodo.
      L'un si mostrava alcun de' famigliari
    di quel sommo Ipocrte che natura
    a li animali f ch'ell'ha pi cari;
      mostrava l'altro la contraria cura
    con una spada lucida e aguta,
    tal che di qua dal rio mi f paura.
      Poi vidi quattro in umile paruta;
    e di retro da tutti un vecchio solo
    venir, dormendo, con la faccia arguta.
      E questi sette col primaio stuolo
    erano abituati, ma di gigli
    dintorno al capo non facean brolo,
      anzi di rose e d'altri fior vermigli;
    giurato avria poco lontano aspetto
    che tutti ardesser di sopra da' cigli.
      E quando il carro a me fu a rimpetto,
    un tuon s'ud, e quelle genti degne
    parvero aver l'andar pi interdetto,
      fermandosi ivi con le prime insegne.




















    Canto 30.

      Quando il settentrion del primo cielo,
    che n occaso mai seppe n orto
    n d'altra nebbia che di colpa velo,
      e che faceva l ciascun accorto
    di suo dover, come 'l pi basso face
    qual temon gira per venire a porto,
      fermo s'affisse: la gente verace,
    venuta prima tra 'l grifone ed esso,
    al carro volse s come a sua pace;
      e un di loro, quasi da ciel messo,
    '"Veni, sponsa, de Libano"' cantando
    grid tre volte, e tutti li altri appresso.
      Quali i beati al novissimo bando
    surgeran presti ognun di sua caverna,
    la revestita voce alleluiando,
      cotali in su la divina basterna
    si levar cento, "ad vocem tanti senis",
    ministri e messaggier di vita etterna.
      Tutti dicean: '"Benedictus qui venis"!',
    e fior gittando e di sopra e dintorno,
    '"Manibus", oh, "date lilia plenis"!'.
      Io vidi gi nel cominciar del giorno
    la parte oriental tutta rosata,
    e l'altro ciel di bel sereno addorno;
      e la faccia del sol nascere ombrata,
    s che per temperanza di vapori
    l'occhio la sostenea lunga fiata:
      cos dentro una nuvola di fiori
    che da le mani angeliche saliva
    e ricadeva in gi dentro e di fori,
      sovra candido vel cinta d'uliva
    donna m'apparve, sotto verde manto
    vestita di color di fiamma viva.
      E lo spirito mio, che gi cotanto
    tempo era stato ch'a la sua presenza
    non era di stupor, tremando, affranto,
      sanza de li occhi aver pi conoscenza,
    per occulta virt che da lei mosse,
    d'antico amor sent la gran potenza.
      Tosto che ne la vista mi percosse
    l'alta virt che gi m'avea trafitto
    prima ch'io fuor di puerizia fosse,
      volsimi a la sinistra col respitto
    col quale il fantolin corre a la mamma
    quando ha paura o quando elli  afflitto,
      per dicere a Virgilio: 'Men che dramma
    di sangue m' rimaso che non tremi:
    conosco i segni de l'antica fiamma'.
      Ma Virgilio n'avea lasciati scemi
    di s, Virgilio dolcissimo patre,
    Virgilio a cui per mia salute die'mi;
      n quantunque perdeo l'antica matre,
    valse a le guance nette di rugiada,
    che, lagrimando, non tornasser atre.
      Dante, perch Virgilio se ne vada,
    non pianger anco, non pianger ancora;
    ch pianger ti conven per altra spada.
      Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
    viene a veder la gente che ministra
    per li altri legni, e a ben far l'incora;
      in su la sponda del carro sinistra,
    quando mi volsi al suon del nome mio,
    che di necessit qui si registra,
      vidi la donna che pria m'appario
    velata sotto l'angelica festa,
    drizzar li occhi ver' me di qua dal rio.
      Tutto che 'l vel che le scendea di testa,
    cerchiato de le fronde di Minerva,
    non la lasciasse parer manifesta,
      regalmente ne l'atto ancor proterva
    continu come colui che dice
    e 'l pi caldo parlar dietro reserva:
      Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
    Come degnasti d'accedere al monte?
    non sapei tu che qui  l'uom felice?.
      Li occhi mi cadder gi nel chiaro fonte;
    ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba,
    tanta vergogna mi grav la fronte.
      Cos la madre al figlio par superba,
    com'ella parve a me; perch d'amaro
    sente il sapor de la pietade acerba.
      Ella si tacque; e li angeli cantaro
    di subito '"In te, Domine, speravi"';
    ma oltre '"pedes meos"' non passaro.
      S come neve tra le vive travi
    per lo dosso d'Italia si congela,
    soffiata e stretta da li venti schiavi,
      poi, liquefatta, in s stessa trapela,
    pur che la terra che perde ombra spiri,
    s che par foco fonder la candela;
      cos fui sanza lagrime e sospiri
    anzi 'l cantar di quei che notan sempre
    dietro a le note de li etterni giri;
      ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre
    lor compatire a me, par che se detto
    avesser: 'Donna, perch s lo stempre?',
      lo gel che m'era intorno al cor ristretto,
    spirito e acqua fessi, e con angoscia
    de la bocca e de li occhi usc del petto.
      Ella, pur ferma in su la detta coscia
    del carro stando, a le sustanze pie
    volse le sue parole cos poscia:
      Voi vigilate ne l'etterno die,
    s che notte n sonno a voi non fura
    passo che faccia il secol per sue vie;
      onde la mia risposta  con pi cura
    che m'intenda colui che di l piagne,
    perch sia colpa e duol d'una misura.
      Non pur per ovra de le rote magne,
    che drizzan ciascun seme ad alcun fine
    secondo che le stelle son compagne,
      ma per larghezza di grazie divine,
    che s alti vapori hanno a lor piova,
    che nostre viste l non van vicine,
      questi fu tal ne la sua vita nova
    virtualmente, ch'ogne abito destro
    fatto averebbe in lui mirabil prova.
      Ma tanto pi maligno e pi silvestro
    si fa 'l terren col mal seme e non clto,
    quant'elli ha pi di buon vigor terrestro.
      Alcun tempo il sostenni col mio volto:
    mostrando li occhi giovanetti a lui,
    meco il menava in dritta parte vlto.
      S tosto come in su la soglia fui
    di mia seconda etade e mutai vita,
    questi si tolse a me, e diessi altrui.
      Quando di carne a spirto era salita
    e bellezza e virt cresciuta m'era,
    fu' io a lui men cara e men gradita;
      e volse i passi suoi per via non vera,
    imagini di ben seguendo false,
    che nulla promession rendono intera.
      N l'impetrare ispirazion mi valse,
    con le quali e in sogno e altrimenti
    lo rivocai; s poco a lui ne calse!
      Tanto gi cadde, che tutti argomenti
    a la salute sua eran gi corti,
    fuor che mostrarli le perdute genti.
      Per questo visitai l'uscio d'i morti
    e a colui che l'ha qua s condotto,
    li prieghi miei, piangendo, furon porti.
      Alto fato di Dio sarebbe rotto,
    se Let si passasse e tal vivanda
    fosse gustata sanza alcuno scotto
      di pentimento che lagrime spanda.







    Canto 31.

      O tu che se' di l dal fiume sacro,
    volgendo suo parlare a me per punta,
    che pur per taglio m'era paruto acro,
      ricominci, seguendo sanza cunta,
    d, d se questo  vero: a tanta accusa
    tua confession conviene esser congiunta.
      Era la mia virt tanto confusa,
    che la voce si mosse, e pria si spense
    che da li organi suoi fosse dischiusa.
      Poco sofferse; poi disse: Che pense?
    Rispondi a me; ch le memorie triste
    in te non sono ancor da l'acqua offense.
      Confusione e paura insieme miste
    mi pinsero un tal s fuor de la bocca,
    al quale intender fuor mestier le viste.
      Come balestro frange, quando scocca
    da troppa tesa la sua corda e l'arco,
    e con men foga l'asta il segno tocca,
      s scoppia' io sottesso grave carco,
    fuori sgorgando lagrime e sospiri,
    e la voce allent per lo suo varco.
      Ond'ella a me: Per entro i mie' disiri,
    che ti menavano ad amar lo bene
    di l dal qual non  a che s'aspiri,
      quai fossi attraversati o quai catene
    trovasti, per che del passare innanzi
    dovessiti cos spogliar la spene?
      E quali agevolezze o quali avanzi
    ne la fronte de li altri si mostraro,
    per che dovessi lor passeggiare anzi?.
      Dopo la tratta d'un sospiro amaro,
    a pena ebbi la voce che rispuose,
    e le labbra a fatica la formaro.
      Piangendo dissi: Le presenti cose
    col falso lor piacer volser miei passi,
    tosto che 'l vostro viso si nascose.
      Ed ella: Se tacessi o se negassi
    ci che confessi, non fora men nota
    la colpa tua: da tal giudice sassi!
      Ma quando scoppia de la propria gota
    l'accusa del peccato, in nostra corte
    rivolge s contra 'l taglio la rota.
      Tuttavia, perch mo vergogna porte
    del tuo errore, e perch altra volta,
    udendo le serene, sie pi forte,
      pon gi il seme del piangere e ascolta:
    s udirai come in contraria parte
    mover dovieti mia carne sepolta.
      Mai non t'appresent natura o arte
    piacer, quanto le belle membra in ch'io
    rinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte;
      e se 'l sommo piacer s ti fallio
    per la mia morte, qual cosa mortale
    dovea poi trarre te nel suo disio?
      Ben ti dovevi, per lo primo strale
    de le cose fallaci, levar suso
    di retro a me che non era pi tale.
      Non ti dovea gravar le penne in giuso,
    ad aspettar pi colpo, o pargoletta
    o altra vanit con s breve uso.
      Novo augelletto due o tre aspetta;
    ma dinanzi da li occhi d'i pennuti
    rete si spiega indarno o si saetta.
      Quali fanciulli, vergognando, muti
    con li occhi a terra stannosi, ascoltando
    e s riconoscendo e ripentuti,
      tal mi stav'io; ed ella disse: Quando
    per udir se' dolente, alza la barba,
    e prenderai pi doglia riguardando.
      Con men di resistenza si dibarba
    robusto cerro, o vero al nostral vento
    o vero a quel de la terra di Iarba,
      ch'io non levai al suo comando il mento;
    e quando per la barba il viso chiese,
    ben conobbi il velen de l'argomento.
      E come la mia faccia si distese,
    posarsi quelle prime creature
    da loro aspersion l'occhio comprese;
      e le mie luci, ancor poco sicure,
    vider Beatrice volta in su la fiera
    ch' sola una persona in due nature.
      Sotto 'l suo velo e oltre la rivera
    vincer pariemi pi s stessa antica,
    vincer che l'altre qui, quand'ella c'era.
      Di penter s mi punse ivi l'ortica
    che di tutte altre cose qual mi torse
    pi nel suo amor, pi mi si f nemica.
      Tanta riconoscenza il cor mi morse,
    ch'io caddi vinto; e quale allora femmi,
    salsi colei che la cagion mi porse.
      Poi, quando il cor virt di fuor rendemmi,
    la donna ch'io avea trovata sola
    sopra me vidi, e dicea: Tiemmi, tiemmi!.
      Tratto m'avea nel fiume infin la gola,
    e tirandosi me dietro sen giva
    sovresso l'acqua lieve come scola.
      Quando fui presso a la beata riva,
    '"Asperges me"' s dolcemente udissi,
    che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.
      La bella donna ne le braccia aprissi;
    abbracciommi la testa e mi sommerse
    ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.
      Indi mi tolse, e bagnato m'offerse
    dentro a la danza de le quattro belle;
    e ciascuna del braccio mi coperse.
      Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle:
    pria che Beatrice discendesse al mondo,
    fummo ordinate a lei per sue ancelle.
      Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
    lume ch' dentro aguzzeranno i tuoi
    le tre di l, che miran pi profondo.
      Cos cantando cominciaro; e poi
    al petto del grifon seco menarmi,
    ove Beatrice stava volta a noi.
      Disser: Fa che le viste non risparmi;
    posto t'avem dinanzi a li smeraldi
    ond'Amor gi ti trasse le sue armi.
      Mille disiri pi che fiamma caldi
    strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
    che pur sopra 'l grifone stavan saldi.
      Come in lo specchio il sol, non altrimenti
    la doppia fiera dentro vi raggiava,
    or con altri, or con altri reggimenti.
      Pensa, lettor, s'io mi maravigliava,
    quando vedea la cosa in s star queta,
    e ne l'idolo suo si trasmutava.
      Mentre che piena di stupore e lieta
    l'anima mia gustava di quel cibo
    che, saziando di s, di s asseta,
      s dimostrando di pi alto tribo
    ne li atti, l'altre tre si fero avanti,
    danzando al loro angelico caribo.
      Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi,
    era la sua canzone, al tuo fedele
    che, per vederti, ha mossi passi tanti!
      Per grazia fa noi grazia che disvele
    a lui la bocca tua, s che discerna
    la seconda bellezza che tu cele.
      O isplendor di viva luce etterna,
    chi palido si fece sotto l'ombra
    s di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
      che non paresse aver la mente ingombra,
    tentando a render te qual tu paresti
    l dove armonizzando il ciel t'adombra,
      quando ne l'aere aperto ti solvesti?







    Canto 32.

      Tant'eran li occhi miei fissi e attenti
    a disbramarsi la decenne sete,
    che li altri sensi m'eran tutti spenti.
      Ed essi quinci e quindi avien parete
    di non caler - cos lo santo riso
    a s trali con l'antica rete! -;
      quando per forza mi fu vlto il viso
    ver' la sinistra mia da quelle dee,
    perch'io udi' da loro un Troppo fiso!;
      e la disposizion ch'a veder e
    ne li occhi pur test dal sol percossi,
    sanza la vista alquanto esser mi fe.
      Ma poi ch'al poco il viso riformossi
    (e dico 'al poco' per rispetto al molto
    sensibile onde a forza mi rimossi),
      vidi 'n sul braccio destro esser rivolto
    lo glorioso essercito, e tornarsi
    col sole e con le sette fiamme al volto.
      Come sotto li scudi per salvarsi
    volgesi schiera, e s gira col segno,
    prima che possa tutta in s mutarsi;
      quella milizia del celeste regno
    che procedeva, tutta trapassonne
    pria che piegasse il carro il primo legno.
      Indi a le rote si tornar le donne,
    e 'l grifon mosse il benedetto carco
    s, che per nulla penna crollonne.
      La bella donna che mi trasse al varco
    e Stazio e io seguitavam la rota
    che f l'orbita sua con minore arco.
      S passeggiando l'alta selva vta,
    colpa di quella ch'al serpente crese,
    temprava i passi un'angelica nota.
      Forse in tre voli tanto spazio prese
    disfrenata saetta, quanto eramo
    rimossi, quando Beatrice scese.
      Io senti' mormorare a tutti Adamo;
    poi cerchiaro una pianta dispogliata
    di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo.
      La coma sua, che tanto si dilata
    pi quanto pi  s, fora da l'Indi
    ne' boschi lor per altezza ammirata.
      Beato se', grifon, che non discindi
    col becco d'esto legno dolce al gusto,
    poscia che mal si torce il ventre quindi.
      Cos dintorno a l'albero robusto
    gridaron li altri; e l'animal binato:
    S si conserva il seme d'ogne giusto.
      E vlto al temo ch'elli avea tirato,
    trasselo al pi de la vedova frasca,
    e quel di lei a lei lasci legato.
      Come le nostre piante, quando casca
    gi la gran luce mischiata con quella
    che raggia dietro a la celeste lasca,
      turgide fansi, e poi si rinovella
    di suo color ciascuna, pria che 'l sole
    giunga li suoi corsier sotto altra stella;
      men che di rose e pi che di viole
    colore aprendo, s'innov la pianta,
    che prima avea le ramora s sole.
      Io non lo 'ntesi, n qui non si canta
    l'inno che quella gente allor cantaro,
    n la nota soffersi tutta quanta.
      S'io potessi ritrar come assonnaro
    li occhi spietati udendo di Siringa,
    li occhi a cui pur vegghiar cost s caro;
      come pintor che con essempro pinga,
    disegnerei com'io m'addormentai;
    ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga.
      Per trascorro a quando mi svegliai,
    e dico ch'un splendor mi squarci 'l velo
    del sonno e un chiamar: Surgi: che fai?.
      Quali a veder de' fioretti del melo
    che del suo pome li angeli fa ghiotti
    e perpetue nozze fa nel cielo,
      Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
    e vinti, ritornaro a la parola
    da la qual furon maggior sonni rotti,
      e videro scemata loro scuola
    cos di Mois come d'Elia,
    e al maestro suo cangiata stola;

      tal torna' io, e vidi quella pia
    sovra me starsi che conducitrice
    fu de' miei passi lungo 'l fiume pria.
      E tutto in dubbio dissi: Ov' Beatrice?.
    Ond'ella: Vedi lei sotto la fronda
    nova sedere in su la sua radice.
      Vedi la compagnia che la circonda:
    li altri dopo 'l grifon sen vanno suso
    con pi dolce canzone e pi profonda.
      E se pi fu lo suo parlar diffuso,

    non so, per che gi ne li occhi m'era
    quella ch'ad altro intender m'avea chiuso.
      Sola sedeasi in su la terra vera,
    come guardia lasciata l del plaustro
    che legar vidi a la biforme fera.
      In cerchio le facean di s claustro
    le sette ninfe, con quei lumi in mano
    che son sicuri d'Aquilone e d'Austro.
      Qui sarai tu poco tempo silvano;
    e sarai meco sanza fine cive
    di quella Roma onde Cristo  romano.
      Per, in pro del mondo che mal vive,
    al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
    ritornato di l, fa che tu scrive.
      Cos Beatrice; e io, che tutto ai piedi
    d'i suoi comandamenti era divoto,
    la mente e li occhi ov'ella volle diedi.
      Non scese mai con s veloce moto
    foco di spessa nube, quando piove
    da quel confine che pi va remoto,
      com'io vidi calar l'uccel di Giove
    per l'alber gi, rompendo de la scorza,
    non che d'i fiori e de le foglie nove;
      e fer 'l carro di tutta sua forza;
    ond'el pieg come nave in fortuna,
    vinta da l'onda, or da poggia, or da orza.
      Poscia vidi avventarsi ne la cuna
    del triunfal veiculo una volpe
    che d'ogne pasto buon parea digiuna;
      ma, riprendendo lei di laide colpe,
    la donna mia la volse in tanta futa
    quanto sofferser l'ossa sanza polpe.
      Poscia per indi ond'era pria venuta,
    l'aguglia vidi scender gi ne l'arca
    del carro e lasciar lei di s pennuta;
      e qual esce di cuor che si rammarca,
    tal voce usc del cielo e cotal disse:
    O navicella mia, com'mal se' carca!.
      Poi parve a me che la terra s'aprisse
    tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
    che per lo carro s la coda fisse;
      e come vespa che ritragge l'ago,
    a s traendo la coda maligna,
    trasse del fondo, e gissen vago vago.
      Quel che rimase, come da gramigna
    vivace terra, da la piuma, offerta
    forse con intenzion sana e benigna,
      si ricoperse, e funne ricoperta
    e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto
    che pi tiene un sospir la bocca aperta.
      Trasformato cos 'l dificio santo
    mise fuor teste per le parti sue,
    tre sovra 'l temo e una in ciascun canto.
      Le prime eran cornute come bue,
    ma le quattro un sol corno avean per fronte:
    simile mostro visto ancor non fue.
      Sicura, quasi rocca in alto monte,
    seder sovresso una puttana sciolta
    m'apparve con le ciglia intorno pronte;
      e come perch non li fosse tolta,
    vidi di costa a lei dritto un gigante;
    e baciavansi insieme alcuna volta.
      Ma perch l'occhio cupido e vagante
    a me rivolse, quel feroce drudo
    la flagell dal capo infin le piante;
      poi, di sospetto pieno e d'ira crudo,
    disciolse il mostro, e trassel per la selva,
    tanto che sol di lei mi fece scudo
      a la puttana e a la nova belva.












    Canto 33.

      '"Deus, venerunt gentes"', alternando
    or tre or quattro dolce salmodia,
    le donne incominciaro, e lagrimando;
      e Beatrice sospirosa e pia,
    quelle ascoltava s fatta, che poco
    pi a la croce si cambi Maria.
      Ma poi che l'altre vergini dier loco
    a lei di dir, levata dritta in p,
    rispuose, colorata come foco:
      '"Modicum, et non videbitis me;
    et iterum", sorelle mie dilette,
    "modicum, et vos videbitis me"'.
      Poi le si mise innanzi tutte e sette,
    e dopo s, solo accennando, mosse
    me e la donna e 'l savio che ristette.
      Cos sen giva; e non credo che fosse
    lo decimo suo passo in terra posto,
    quando con li occhi li occhi mi percosse;
      e con tranquillo aspetto Vien pi tosto,
    mi disse, tanto che, s'io parlo teco,
    ad ascoltarmi tu sie ben disposto.
      S com'io fui, com'io dovea, seco,
    dissemi: Frate, perch non t'attenti
    a domandarmi omai venendo meco?.
      Come a color che troppo reverenti
    dinanzi a suo maggior parlando sono,
    che non traggon la voce viva ai denti.
      avvenne a me, che sanza intero suono
    incominciai: Madonna, mia bisogna
    voi conoscete, e ci ch'ad essa  buono.
      Ed ella a me: Da tema e da vergogna
    voglio che tu omai ti disviluppe,
    s che non parli pi com'om che sogna.
      Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppe
    fu e non ; ma chi n'ha colpa, creda
    che vendetta di Dio non teme suppe.
      Non sar tutto tempo sanza reda
    l'aguglia che lasci le penne al carro,
    per che divenne mostro e poscia preda;
      ch'io veggio certamente, e per il narro,
    a darne tempo gi stelle propinque,
    secure d'ogn'intoppo e d'ogni sbarro,
      nel quale un cinquecento diece e cinque,
    messo di Dio, ancider la fuia
    con quel gigante che con lei delinque.
      E forse che la mia narrazion buia,
    qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
    perch'a lor modo lo 'ntelletto attuia;
      ma tosto fier li fatti le Naiade,
    che solveranno questo enigma forte
    sanza danno di pecore o di biade.
      Tu nota; e s come da me son porte,
    cos queste parole segna a' vivi
    del viver ch' un correre a la morte.
      E aggi a mente, quando tu le scrivi,
    di non celar qual hai vista la pianta
    ch' or due volte dirubata quivi.
      Qualunque ruba quella o quella schianta,
    con bestemmia di fatto offende a Dio,
    che solo a l'uso suo la cre santa.
      Per morder quella, in pena e in disio
    cinquemilia anni e pi l'anima prima
    bram colui che 'l morso in s punio.
      Dorme lo 'ngegno tuo, se non estima
    per singular cagione esser eccelsa
    lei tanto e s travolta ne la cima.
      E se stati non fossero acqua d'Elsa
    li pensier vani intorno a la tua mente,
    e 'l piacer loro un Piramo a la gelsa,
      per tante circostanze solamente
    la giustizia di Dio, ne l'interdetto,
    conosceresti a l'arbor moralmente.
      Ma perch'io veggio te ne lo 'ntelletto
    fatto di pietra e, impetrato, tinto,
    s che t'abbaglia il lume del mio detto,
      voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
    che 'l te ne porti dentro a te per quello
    che si reca il bordon di palma cinto.
      E io: S come cera da suggello,
    che la figura impressa non trasmuta,
    segnato  or da voi lo mio cervello.
      Ma perch tanto sovra mia veduta
    vostra parola disiata vola,
    che pi la perde quanto pi s'aiuta?.
      Perch conoschi, disse, quella scuola
    c'hai seguitata, e veggi sua dottrina
    come pu seguitar la mia parola;
      e veggi vostra via da la divina
    distar cotanto, quanto si discorda
    da terra il ciel che pi alto festina.
      Ond'io rispuosi lei: Non mi ricorda
    ch'i' straniasse me gi mai da voi,
    n honne coscienza che rimorda.
      E se tu ricordar non te ne puoi,
    sorridendo rispuose, or ti rammenta
    come bevesti di Let ancoi;
      e se dal fummo foco s'argomenta,
    cotesta oblivion chiaro conchiude
    colpa ne la tua voglia altrove attenta.
      Veramente oramai saranno nude
    le mie parole, quanto converrassi
    quelle scovrire a la tua vista rude.
      E pi corusco e con pi lenti passi
    teneva il sole il cerchio di merigge,
    che qua e l, come li aspetti, fassi
      quando s'affisser, s come s'affigge
    chi va dinanzi a gente per iscorta
    se trova novitate o sue vestigge,
      le sette donne al fin d'un'ombra smorta,
    qual sotto foglie verdi e rami nigri
    sovra suoi freddi rivi l'Alpe porta.
      Dinanzi ad esse Eufrats e Tigri
    veder mi parve uscir d'una fontana,
    e, quasi amici, dipartirsi pigri.
      O luce, o gloria de la gente umana,
    che acqua  questa che qui si dispiega
    da un principio e s da s lontana?.
      Per cotal priego detto mi fu: Priega
    Matelda che 'l ti dica. E qui rispuose,
    come fa chi da colpa si dislega,
      la bella donna: Questo e altre cose
    dette li son per me; e son sicura
    che l'acqua di Let non gliel nascose.
      E Beatrice: Forse maggior cura,
    che spesse volte la memoria priva,
    fatt'ha la mente sua ne li occhi oscura.
      Ma vedi Euno che l diriva:
    menalo ad esso, e come tu se' usa,
    la tramortita sua virt ravviva.
      Come anima gentil, che non fa scusa,
    ma fa sua voglia de la voglia altrui
    tosto che  per segno fuor dischiusa;
      cos, poi che da essa preso fui,
    la bella donna mossesi, e a Stazio
    donnescamente disse: Vien con lui.
      S'io avessi, lettor, pi lungo spazio
    da scrivere, i' pur cantere' in parte
    lo dolce ber che mai non m'avra sazio;
      ma perch piene son tutte le carte
    ordite a questa cantica seconda,
    non mi lascia pi ir lo fren de l'arte.
      Io ritornai da la santissima onda
    rifatto s come piante novelle
    rinnovellate di novella fronda,
      puro e disposto a salire alle stelle.







    PARADISO.


    Canto 1.

      La gloria di colui che tutto move
    per l'universo penetra, e risplende
    in una parte pi e meno altrove.
      Nel ciel che pi de la sua luce prende
    fu' io, e vidi cose che ridire
    n sa n pu chi di l s discende;
      perch appressando s al suo disire,
    nostro intelletto si profonda tanto,
    che dietro la memoria non pu ire.
      Veramente quant'io del regno santo
    ne la mia mente potei far tesoro,
    sar ora materia del mio canto.
      O buono Appollo, a l'ultimo lavoro
    fammi del tuo valor s fatto vaso,
    come dimandi a dar l'amato alloro.
      Infino a qui l'un giogo di Parnaso
    assai mi fu; ma or con amendue
    m' uopo intrar ne l'aringo rimaso.
      Entra nel petto mio, e spira tue
    s come quando Marsia traesti
    de la vagina de le membra sue.
      O divina virt, se mi ti presti
    tanto che l'ombra del beato regno
    segnata nel mio capo io manifesti,
      vedra'mi al pi del tuo diletto legno
    venire, e coronarmi de le foglie
    che la materia e tu mi farai degno.
      S rade volte, padre, se ne coglie
    per triunfare o cesare o poeta,
    colpa e vergogna de l'umane voglie,
      che parturir letizia in su la lieta
    delfica deit dovria la fronda
    peneia, quando alcun di s asseta.
      Poca favilla gran fiamma seconda:
    forse di retro a me con miglior voci
    si pregher perch Cirra risponda.
      Surge ai mortali per diverse foci
    la lucerna del mondo; ma da quella
    che quattro cerchi giugne con tre croci,
      con miglior corso e con migliore stella
    esce congiunta, e la mondana cera
    pi a suo modo tempera e suggella.
      Fatto avea di l mane e di qua sera
    tal foce, e quasi tutto era l bianco
    quello emisperio, e l'altra parte nera,
      quando Beatrice in sul sinistro fianco
    vidi rivolta e riguardar nel sole:
    aquila s non li s'affisse unquanco.
      E s come secondo raggio suole
    uscir del primo e risalire in suso,
    pur come pelegrin che tornar vuole,
      cos de l'atto suo, per li occhi infuso
    ne l'imagine mia, il mio si fece,
    e fissi li occhi al sole oltre nostr'uso.
      Molto  licito l, che qui non lece
    a le nostre virt, merc del loco
    fatto per proprio de l'umana spece.
      Io nol soffersi molto, n s poco,
    ch'io nol vedessi sfavillar dintorno,
    com'ferro che bogliente esce del foco;
      e di sbito parve giorno a giorno
    essere aggiunto, come quei che puote
    avesse il ciel d'un altro sole addorno.
      Beatrice tutta ne l'etterne rote
    fissa con li occhi stava; e io in lei
    le luci fissi, di l s rimote.
      Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
    qual si f Glauco nel gustar de l'erba
    che 'l f consorto in mar de li altri di.
      Trasumanar significar "per verba"
    non si poria; per l'essemplo basti
    a cui esperienza grazia serba.
      S'i' era sol di me quel che creasti
    novellamente, amor che 'l ciel governi,
    tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.
      Quando la rota che tu sempiterni
    desiderato, a s mi fece atteso
    con l'armonia che temperi e discerni,
      parvemi tanto allor del cielo acceso
    de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
    lago non fece alcun tanto disteso.
      La novit del suono e 'l grande lume
    di lor cagion m'accesero un disio
    mai non sentito di cotanto acume.
      Ond'ella, che vedea me s com'io,
    a quietarmi l'animo commosso,
    pria ch'io a dimandar, la bocca aprio,
      e cominci: Tu stesso ti fai grosso
    col falso imaginar, s che non vedi
    ci che vedresti se l'avessi scosso.
      Tu non se' in terra, s come tu credi;
    ma folgore, fuggendo il proprio sito,
    non corse come tu ch'ad esso riedi.
      S'io fui del primo dubbio disvestito
    per le sorrise parolette brevi,
    dentro ad un nuovo pi fu' inretito,
      e dissi: Gi contento "requievi"
    di grande ammirazion; ma ora ammiro
    com'io trascenda questi corpi levi.
      Ond'ella, appresso d'un pio sospiro,
    li occhi drizz ver' me con quel sembiante
    che madre fa sovra figlio deliro,
      e cominci: Le cose tutte quante
    hanno ordine tra loro, e questo  forma
    che l'universo a Dio fa simigliante.
      Qui veggion l'alte creature l'orma
    de l'etterno valore, il qual  fine
    al quale  fatta la toccata norma.
      Ne l'ordine ch'io dico sono accline
    tutte nature, per diverse sorti,
    pi al principio loro e men vicine;
      onde si muovono a diversi porti
    per lo gran mar de l'essere, e ciascuna
    con istinto a lei dato che la porti.
      Questi ne porta il foco inver' la luna;
    questi ne' cor mortali  permotore;
    questi la terra in s stringe e aduna;
      n pur le creature che son fore
    d'intelligenza quest'arco saetta
    ma quelle c'hanno intelletto e amore.
      La provedenza, che cotanto assetta,
    del suo lume fa 'l ciel sempre quieto
    nel qual si volge quel c'ha maggior fretta;
      e ora l, come a sito decreto,
    cen porta la virt di quella corda
    che ci che scocca drizza in segno lieto.
      Vero  che, come forma non s'accorda
    molte fiate a l'intenzion de l'arte,
    perch'a risponder la materia  sorda,
      cos da questo corso si diparte
    talor la creatura, c'ha podere
    di piegar, cos pinta, in altra parte;
      e s come veder si pu cadere
    foco di nube, s l'impeto primo
    l'atterra torto da falso piacere.
      Non dei pi ammirar, se bene stimo,
    lo tuo salir, se non come d'un rivo
    se d'alto monte scende giuso ad imo.
      Maraviglia sarebbe in te se, privo
    d'impedimento, gi ti fossi assiso,
    com'a terra quiete in foco vivo.
      Quinci rivolse inver' lo cielo il viso.







    Canto 2.

      O voi che siete in piccioletta barca,
    desiderosi d'ascoltar, seguiti
    dietro al mio legno che cantando varca,
      tornate a riveder li vostri liti:
    non vi mettete in pelago, ch forse,
    perdendo me, rimarreste smarriti.
      L'acqua ch'io prendo gi mai non si corse;
    Minerva spira, e conducemi Appollo,
    e nove Muse mi dimostran l'Orse.
      Voialtri pochi che drizzaste il collo
    per tempo al pan de li angeli, del quale
    vivesi qui ma non sen vien satollo,
      metter potete ben per l'alto sale
    vostro navigio, servando mio solco
    dinanzi a l'acqua che ritorna equale.
      Que' gloriosi che passaro al Colco
    non s'ammiraron come voi farete,
    quando Iasn vider fatto bifolco.
      La concreata e perpetua sete
    del deiforme regno cen portava
    veloci quasi come 'l ciel vedete.
      Beatrice in suso, e io in lei guardava;
    e forse in tanto in quanto un quadrel posa
    e vola e da la noce si dischiava,
      giunto mi vidi ove mirabil cosa
    mi torse il viso a s; e per quella
    cui non potea mia cura essere ascosa,
      volta ver' me, s lieta come bella,
    Drizza la mente in Dio grata, mi disse,
    che n'ha congiunti con la prima stella.
      Parev'a me che nube ne coprisse
    lucida, spessa, solida e pulita,
    quasi adamante che lo sol ferisse.
      Per entro s l'etterna margarita
    ne ricevette, com'acqua recepe
    raggio di luce permanendo unita.
      S'io era corpo, e qui non si concepe
    com'una dimensione altra patio,
    ch'esser convien se corpo in corpo repe,
      accender ne dovra pi il disio
    di veder quella essenza in che si vede
    come nostra natura e Dio s'unio.
      L si vedr ci che tenem per fede,
    non dimostrato, ma fia per s noto
    a guisa del ver primo che l'uom crede.
      Io rispuosi: Madonna, s devoto
    com'esser posso pi, ringrazio lui
    lo qual dal mortal mondo m'ha remoto.
      Ma ditemi: che son li segni bui
    di questo corpo, che l giuso in terra
    fan di Cain favoleggiare altrui?.
      Ella sorrise alquanto, e poi S'elli erra
    l'oppinion, mi disse, d'i mortali
    dove chiave di senso non diserra,
      certo non ti dovrien punger li strali
    d'ammirazione omai, poi dietro ai sensi
    vedi che la ragione ha corte l'ali.
      Ma dimmi quel che tu da te ne pensi.
    E io: Ci che n'appar qua s diverso
    credo che fanno i corpi rari e densi.
      Ed ella: Certo assai vedrai sommerso
    nel falso il creder tuo, se bene ascolti
    l'argomentar ch'io li far avverso.
      La spera ottava vi dimostra molti
    lumi, li quali e nel quale e nel quanto
    notar si posson di diversi volti.
      Se raro e denso ci facesser tanto,
    una sola virt sarebbe in tutti,
    pi e men distributa e altrettanto.
      Virt diverse esser convegnon frutti
    di princpi formali, e quei, for ch'uno,
    seguitereno a tua ragion distrutti.
      Ancor, se raro fosse di quel bruno
    cagion che tu dimandi, o d'oltre in parte
    fora di sua materia s digiuno
      esto pianeto, o, s come comparte
    lo grasso e 'l magro un corpo, cos questo
    nel suo volume cangerebbe carte.
      Se 'l primo fosse, fora manifesto
    ne l'eclissi del sol per trasparere
    lo lume come in altro raro ingesto.
      Questo non : per  da vedere
    de l'altro; e s'elli avvien ch'io l'altro cassi,
    falsificato fia lo tuo parere.
      S'elli  che questo raro non trapassi,
    esser conviene un termine da onde
    lo suo contrario pi passar non lassi;
      e indi l'altrui raggio si rifonde
    cos come color torna per vetro
    lo qual di retro a s piombo nasconde.
      Or dirai tu ch'el si dimostra tetro
    ivi lo raggio pi che in altre parti,
    per esser l refratto pi a retro.
      Da questa instanza pu deliberarti
    esperienza, se gi mai la provi,
    ch'esser suol fonte ai rivi di vostr'arti.
      Tre specchi prenderai; e i due rimovi
    da te d'un modo, e l'altro, pi rimosso,
    tr'ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
      Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
    ti stea un lume che i tre specchi accenda
    e torni a te da tutti ripercosso.
      Ben che nel quanto tanto non si stenda
    la vista pi lontana, l vedrai
    come convien ch'igualmente risplenda.
      Or, come ai colpi de li caldi rai
    de la neve riman nudo il suggetto
    e dal colore e dal freddo primai,
      cos rimaso te ne l'intelletto
    voglio informar di luce s vivace,
    che ti tremoler nel suo aspetto.
      Dentro dal ciel de la divina pace
    si gira un corpo ne la cui virtute
    l'esser di tutto suo contento giace.
      Lo ciel seguente, c'ha tante vedute,
    quell'esser parte per diverse essenze,
    da lui distratte e da lui contenute.
      Li altri giron per varie differenze
    le distinzion che dentro da s hanno
    dispongono a lor fini e lor semenze.
      Questi organi del mondo cos vanno,
    come tu vedi omai, di grado in grado,
    che di s prendono e di sotto fanno.
      Riguarda bene omai s com'io vado
    per questo loco al vero che disiri,
    s che poi sappi sol tener lo guado.
      Lo moto e la virt d'i santi giri,
    come dal fabbro l'arte del martello,
    da' beati motor convien che spiri;
      e 'l ciel cui tanti lumi fanno bello,
    de la mente profonda che lui volve
    prende l'image e fassene suggello.
      E come l'alma dentro a vostra polve
    per differenti membra e conformate
    a diverse potenze si risolve,
      cos l'intelligenza sua bontate
    multiplicata per le stelle spiega,
    girando s sovra sua unitate.
      Virt diversa fa diversa lega
    col prezioso corpo ch'ella avviva,
    nel qual, s come vita in voi, si lega.
      Per la natura lieta onde deriva,
    la virt mista per lo corpo luce
    come letizia per pupilla viva.
      Da essa vien ci che da luce a luce
    par differente, non da denso e raro;
    essa  formal principio che produce,
      conforme a sua bont, lo turbo e 'l chiaro.




    Canto 3.

      Quel sol che pria d'amor mi scald 'l petto,
    di bella verit m'avea scoverto,
    provando e riprovando, il dolce aspetto;
      e io, per confessar corretto e certo
    me stesso, tanto quanto si convenne
    leva' il capo a proferer pi erto;
      ma visione apparve che ritenne
    a s me tanto stretto, per vedersi,
    che di mia confession non mi sovvenne.
      Quali per vetri trasparenti e tersi,
    o ver per acque nitide e tranquille,
    non s profonde che i fondi sien persi,
      tornan d'i nostri visi le postille
    debili s, che perla in bianca fronte
    non vien men forte a le nostre pupille;
      tali vid'io pi facce a parlar pronte;
    per ch'io dentro a l'error contrario corsi
    a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte.
      Sbito s com'io di lor m'accorsi,
    quelle stimando specchiati sembianti,
    per veder di cui fosser, li occhi torsi;
      e nulla vidi, e ritorsili avanti
    dritti nel lume de la dolce guida,
    che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
      Non ti maravigliar perch'io sorrida,
    mi disse, appresso il tuo pueril coto,
    poi sopra 'l vero ancor lo pi non fida,
      ma te rivolve, come suole, a vto:
    vere sustanze son ci che tu vedi,
    qui rilegate per manco di voto.
      Per parla con esse e odi e credi;
    ch la verace luce che li appaga
    da s non lascia lor torcer li piedi.
      E io a l'ombra che parea pi vaga
    di ragionar, drizza'mi, e cominciai,
    quasi com'uom cui troppa voglia smaga:
      O ben creato spirito, che a' rai
    di vita etterna la dolcezza senti
    che, non gustata, non s'intende mai,
      grazioso mi fia se mi contenti
    del nome tuo e de la vostra sorte.
    Ond'ella, pronta e con occhi ridenti:
      La nostra carit non serra porte
    a giusta voglia, se non come quella
    che vuol simile a s tutta sua corte.
      I' fui nel mondo vergine sorella;
    e se la mente tua ben s riguarda,
    non mi ti celer l'esser pi bella,
      ma riconoscerai ch'i' son Piccarda,
    che, posta qui con questi altri beati,
    beata sono in la spera pi tarda.
      Li nostri affetti, che solo infiammati
    son nel piacer de lo Spirito Santo,
    letizian del suo ordine formati.
      E questa sorte che par gi cotanto,
    per n' data, perch fuor negletti
    li nostri voti, e vti in alcun canto.
      Ond'io a lei: Ne' mirabili aspetti
    vostri risplende non so che divino
    che vi trasmuta da' primi concetti:
      per non fui a rimembrar festino;
    ma or m'aiuta ci che tu mi dici,
    s che raffigurar m' pi latino.
      Ma dimmi: voi che siete qui felici,
    disiderate voi pi alto loco
    per pi vedere e per pi farvi amici?.
      Con quelle altr'ombre pria sorrise un poco;
    da indi mi rispuose tanto lieta,
    ch'arder parea d'amor nel primo foco:
      Frate, la nostra volont quieta
    virt di carit, che fa volerne
    sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta.
      Se disiassimo esser pi superne,
    foran discordi li nostri disiri
    dal voler di colui che qui ne cerne;
      che vedrai non capere in questi giri,
    s'essere in carit  qui "necesse",
    e se la sua natura ben rimiri.
      Anzi  formale ad esto beato "esse"
    tenersi dentro a la divina voglia,
    per ch'una fansi nostre voglie stesse;
      s che, come noi sem di soglia in soglia
    per questo regno, a tutto il regno piace
    com'a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia.
      E 'n la sua volontade  nostra pace:
    ell' quel mare al qual tutto si move
    ci ch'ella cria o che natura face.
      Chiaro mi fu allor come ogne dove
    in cielo  paradiso, "etsi" la grazia
    del sommo ben d'un modo non vi piove.
      Ma s com'elli avvien, s'un cibo sazia
    e d'un altro rimane ancor la gola,
    che quel si chere e di quel si ringrazia,
      cos fec'io con atto e con parola,
    per apprender da lei qual fu la tela
    onde non trasse infino a co la spuola.
      Perfetta vita e alto merto inciela
    donna pi s, mi disse, a la cui norma
    nel vostro mondo gi si veste e vela,
      perch fino al morir si vegghi e dorma
    con quello sposo ch'ogne voto accetta
    che caritate a suo piacer conforma.
      Dal mondo, per seguirla, giovinetta
    fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi
    e promisi la via de la sua setta.
      Uomini poi, a mal pi ch'a bene usi,
    fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
    Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
      E quest'altro splendor che ti si mostra
    da la mia destra parte e che s'accende
    di tutto il lume de la spera nostra,
      ci ch'io dico di me, di s intende;
    sorella fu, e cos le fu tolta
    di capo l'ombra de le sacre bende.
      Ma poi che pur al mondo fu rivolta
    contra suo grado e contra buona usanza,
    non fu dal vel del cor gi mai disciolta.
      Quest' la luce de la gran Costanza
    che del secondo vento di Soave
    gener 'l terzo e l'ultima possanza.
      Cos parlommi, e poi cominci '"Ave,
    Maria"' cantando, e cantando vanio
    come per acqua cupa cosa grave.
      La vista mia, che tanto lei seguio
    quanto possibil fu, poi che la perse,
    volsesi al segno di maggior disio,
      e a Beatrice tutta si converse;
    ma quella folgor nel mio sguardo
    s che da prima il viso non sofferse;
      e ci mi fece a dimandar pi tardo.
    Canto 4.

      Intra due cibi, distanti e moventi
    d'un modo, prima si morria di fame,
    che liber'omo l'un recasse ai denti;
      s si starebbe un agno intra due brame
    di fieri lupi, igualmente temendo;
    s si starebbe un cane intra due dame:
      per che, s'i' mi tacea, me non riprendo,
    da li miei dubbi d'un modo sospinto,
    poi ch'era necessario, n commendo.
      Io mi tacea, ma 'l mio disir dipinto
    m'era nel viso, e 'l dimandar con ello,
    pi caldo assai che per parlar distinto.
      F s Beatrice qual f Daniello,
    Nabuccodonosor levando d'ira,
    che l'avea fatto ingiustamente fello;
      e disse: Io veggio ben come ti tira
    uno e altro disio, s che tua cura
    s stessa lega s che fuor non spira.
      Tu argomenti: "Se 'l buon voler dura,
    la violenza altrui per qual ragione
    di meritar mi scema la misura?".
      Ancor di dubitar ti d cagione
    parer tornarsi l'anime a le stelle,
    secondo la sentenza di Platone.
      Queste son le question che nel tuo "velle"
    pontano igualmente; e per pria
    tratter quella che pi ha di felle.
      D'i Serafin colui che pi s'india,
    Mois, Samuel, e quel Giovanni
    che prender vuoli, io dico, non Maria,
      non hanno in altro cielo i loro scanni
    che questi spirti che mo t'appariro,
    n hanno a l'esser lor pi o meno anni;
      ma tutti fanno bello il primo giro,
    e differentemente han dolce vita
    per sentir pi e men l'etterno spiro.
      Qui si mostraro, non perch sortita
    sia questa spera lor, ma per far segno
    de la celestial c'ha men salita.
      Cos parlar conviensi al vostro ingegno,
    per che solo da sensato apprende
    ci che fa poscia d'intelletto degno.
      Per questo la Scrittura condescende
    a vostra facultate, e piedi e mano
    attribuisce a Dio, e altro intende;
      e Santa Chiesa con aspetto umano
    Gabriel e Michel vi rappresenta,
    e l'altro che Tobia rifece sano.
      Quel che Timeo de l'anime argomenta
    non  simile a ci che qui si vede,
    per che, come dice, par che senta.
      Dice che l'alma a la sua stella riede,
    credendo quella quindi esser decisa
    quando natura per forma la diede;
      e forse sua sentenza  d'altra guisa
    che la voce non suona, ed esser puote
    con intenzion da non esser derisa.
      S'elli intende tornare a queste ruote
    l'onor de la influenza e 'l biasmo, forse
    in alcun vero suo arco percuote.
      Questo principio, male inteso, torse
    gi tutto il mondo quasi, s che Giove,
    Mercurio e Marte a nominar trascorse.
      L'altra dubitazion che ti commove
    ha men velen, per che sua malizia
    non ti poria menar da me altrove.
      Parere ingiusta la nostra giustizia
    ne li occhi d'i mortali,  argomento
    di fede e non d'eretica nequizia.
      Ma perch puote vostro accorgimento
    ben penetrare a questa veritate,
    come disiri, ti far contento.
      Se violenza  quando quel che pate
    niente conferisce a quel che sforza,
    non fuor quest'alme per essa scusate;
      ch volont, se non vuol, non s'ammorza,
    ma fa come natura face in foco,
    se mille volte violenza il torza.
      Per che, s'ella si piega assai o poco,
    segue la forza; e cos queste fero
    possendo rifuggir nel santo loco.
      Se fosse stato lor volere intero,
    come tenne Lorenzo in su la grada,
    e fece Muzio a la sua man severo,
      cos l'avria ripinte per la strada
    ond'eran tratte, come fuoro sciolte;
    ma cos salda voglia  troppo rada.
      E per queste parole, se ricolte
    l'hai come dei,  l'argomento casso
    che t'avria fatto noia ancor pi volte.
      Ma or ti s'attraversa un altro passo
    dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
    non usciresti: pria saresti lasso.
      Io t'ho per certo ne la mente messo
    ch'alma beata non poria mentire,
    per ch' sempre al primo vero appresso;
      e poi potesti da Piccarda udire
    che l'affezion del vel Costanza tenne;
    s ch'ella par qui meco contradire.
      Molte fiate gi, frate, addivenne
    che, per fuggir periglio, contra grato
    si f di quel che far non si convenne;
      come Almeone, che, di ci pregato
    dal padre suo, la propria madre spense,
    per non perder piet, si f spietato.
      A questo punto voglio che tu pense
    che la forza al voler si mischia, e fanno
    s che scusar non si posson l'offense.
      Voglia assoluta non consente al danno;
    ma consentevi in tanto in quanto teme,
    se si ritrae, cadere in pi affanno.
      Per, quando Piccarda quello spreme,
    de la voglia assoluta intende, e io
    de l'altra; s che ver diciamo insieme.
      Cotal fu l'ondeggiar del santo rio
    ch'usc del fonte ond'ogne ver deriva;
    tal puose in pace uno e altro disio.
      O amanza del primo amante, o diva,
    diss'io appresso, il cui parlar m'inonda
    e scalda s, che pi e pi m'avviva,
      non  l'affezion mia tanto profonda,
    che basti a render voi grazia per grazia;
    ma quei che vede e puote a ci risponda.
      Io veggio ben che gi mai non si sazia
    nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra
    di fuor dal qual nessun vero si spazia.
      Posasi in esso, come fera in lustra,
    tosto che giunto l'ha; e giugner puollo:
    se non, ciascun disio sarebbe "frustra".
      Nasce per quello, a guisa di rampollo,
    a pi del vero il dubbio; ed  natura
    ch'al sommo pinge noi di collo in collo.
      Questo m'invita, questo m'assicura
    con reverenza, donna, a dimandarvi
    d'un'altra verit che m' oscura.
      Io vo' saper se l'uom pu sodisfarvi
    ai voti manchi s con altri beni,
    ch'a la vostra statera non sien parvi.
      Beatrice mi guard con li occhi pieni
    di faville d'amor cos divini,
    che, vinta, mia virtute di le reni,
      e quasi mi perdei con li occhi chini.










    Canto 5.

      S'io ti fiammeggio nel caldo d'amore
    di l dal modo che 'n terra si vede,
    s che del viso tuo vinco il valore,
      non ti maravigliar; ch ci procede
    da perfetto veder, che, come apprende,
    cos nel bene appreso move il piede.
      Io veggio ben s come gi resplende
    ne l'intelletto tuo l'etterna luce,
    che, vista, sola e sempre amore accende;
      e s'altra cosa vostro amor seduce,
    non  se non di quella alcun vestigio,
    mal conosciuto, che quivi traluce.
      Tu vuo' saper se con altro servigio,
    per manco voto, si pu render tanto
    che l'anima sicuri di letigio.
      S cominci Beatrice questo canto;
    e s com'uom che suo parlar non spezza,
    continu cos 'l processo santo:
      Lo maggior don che Dio per sua larghezza
    fesse creando, e a la sua bontate
    pi conformato, e quel ch'e' pi apprezza,
      fu de la volont la libertate;
    di che le creature intelligenti,
    e tutte e sole, fuoro e son dotate.
      Or ti parr, se tu quinci argomenti,
    l'alto valor del voto, s' s fatto
    che Dio consenta quando tu consenti;
      ch, nel fermar tra Dio e l'uomo il patto,
    vittima fassi di questo tesoro,
    tal quale io dico; e fassi col suo atto.
      Dunque che render puossi per ristoro?
    Se credi bene usar quel c'hai offerto,
    di maltolletto vuo' far buon lavoro.
      Tu se' omai del maggior punto certo;
    ma perch Santa Chiesa in ci dispensa,
    che par contra lo ver ch'i' t'ho scoverto,
      convienti ancor sedere un poco a mensa,
    per che 'l cibo rigido c'hai preso,
    richiede ancora aiuto a tua dispensa.
      Apri la mente a quel ch'io ti paleso
    e fermalvi entro; ch non fa scienza,
    sanza lo ritenere, avere inteso.
      Due cose si convegnono a l'essenza
    di questo sacrificio: l'una  quella
    di che si fa; l'altr' la convenenza.
      Quest'ultima gi mai non si cancella
    se non servata; e intorno di lei
    s preciso di sopra si favella:
      per necessitato fu a li Ebrei
    pur l'offerere, ancor ch'alcuna offerta
    s permutasse, come saver dei.
      L'altra, che per materia t' aperta,
    puote ben esser tal, che non si falla
    se con altra materia si converta.
      Ma non trasmuti carco a la sua spalla
    per suo arbitrio alcun, sanza la volta
    e de la chiave bianca e de la gialla;
      e ogne permutanza credi stolta,
    se la cosa dimessa in la sorpresa
    come 'l quattro nel sei non  raccolta.
      Per qualunque cosa tanto pesa
    per suo valor che tragga ogne bilancia,
    sodisfar non si pu con altra spesa.
      Non prendan li mortali il voto a ciancia;
    siate fedeli, e a ci far non bieci,
    come Iept a la sua prima mancia;
      cui pi si convenia dicer 'Mal feci',
    che, servando, far peggio; e cos stolto
    ritrovar puoi il gran duca de' Greci,
      onde pianse Efignia il suo bel volto,
    e f pianger di s i folli e i savi
    ch'udir parlar di cos fatto clto.
      Siate, Cristiani, a muovervi pi gravi:
    non siate come penna ad ogne vento,
    e non crediate ch'ogne acqua vi lavi.
      Avete il novo e 'l vecchio Testamento,
    e 'l pastor de la Chiesa che vi guida;
    questo vi basti a vostro salvamento.
      Se mala cupidigia altro vi grida,
    uomini siate, e non pecore matte,
    s che 'l Giudeo di voi tra voi non rida!
      Non fate com'agnel che lascia il latte
    de la sua madre, e semplice e lascivo
    seco medesmo a suo piacer combatte!.
      Cos Beatrice a me com'io scrivo;
    poi si rivolse tutta disiante
    a quella parte ove 'l mondo  pi vivo.
      Lo suo tacere e 'l trasmutar sembiante
    puoser silenzio al mio cupido ingegno,
    che gi nuove questioni avea davante;
      e s come saetta che nel segno
    percuote pria che sia la corda queta,
    cos corremmo nel secondo regno.
      Quivi la donna mia vid'io s lieta,
    come nel lume di quel ciel si mise,
    che pi lucente se ne f 'l pianeta.
      E se la stella si cambi e rise,
    qual mi fec'io che pur da mia natura
    trasmutabile son per tutte guise!
      Come 'n peschiera ch' tranquilla e pura
    traggonsi i pesci a ci che vien di fori
    per modo che lo stimin lor pastura,
      s vid'io ben pi di mille splendori
    trarsi ver' noi, e in ciascun s'uda:
    Ecco chi crescer li nostri amori.
      E s come ciascuno a noi vena,
    vedeasi l'ombra piena di letizia
    nel folgr chiaro che di lei uscia.
      Pensa, lettor, se quel che qui s'inizia
    non procedesse, come tu avresti
    di pi savere angosciosa carizia;
      e per te vederai come da questi
    m'era in disio d'udir lor condizioni,
    s come a li occhi mi fur manifesti.
      O bene nato a cui veder li troni
    del triunfo etternal concede grazia
    prima che la milizia s'abbandoni,
      del lume che per tutto il ciel si spazia
    noi semo accesi; e per, se disii
    di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia.
      Cos da un di quelli spirti pii
    detto mi fu; e da Beatrice: D, d
    sicuramente, e credi come a dii.
      Io veggio ben s come tu t'annidi
    nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
    perch'e' corusca s come tu ridi;
      ma non so chi tu se', n perch aggi,
    anima degna, il grado de la spera
    che si vela a' mortai con altrui raggi.
      Questo diss'io diritto alla lumera
    che pria m'avea parlato; ond'ella fessi
    lucente pi assai di quel ch'ell'era.
      S come il sol che si cela elli stessi
    per troppa luce, come 'l caldo ha rse
    le temperanze d'i vapori spessi,
      per pi letizia s mi si nascose
    dentro al suo raggio la figura santa;
    e cos chiusa chiusa mi rispuose
      nel modo che 'l seguente canto canta.













    Canto 6.

      Poscia che Costantin l'aquila volse
    contr'al corso del ciel, ch'ella seguio
    dietro a l'antico che Lavina tolse,
      cento e cent'anni e pi l'uccel di Dio
    ne lo stremo d'Europa si ritenne,
    vicino a' monti de' quai prima usco;
      e sotto l'ombra de le sacre penne
    govern 'l mondo l di mano in mano,
    e, s cangiando, in su la mia pervenne.
      Cesare fui e son Iustiniano,
    che, per voler del primo amor ch'i' sento,
    d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano.
      E prima ch'io a l'ovra fossi attento,
    una natura in Cristo esser, non pie,
    credea, e di tal fede era contento;
      ma 'l benedetto Agapito, che fue
    sommo pastore, a la fede sincera
    mi dirizz con le parole sue.
      Io li credetti; e ci che 'n sua fede era,
    vegg'io or chiaro s, come tu vedi
    ogni contradizione e falsa e vera.
      Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
    a Dio per grazia piacque di spirarmi
    l'alto lavoro, e tutto 'n lui mi diedi;
      e al mio Belisar commendai l'armi,
    cui la destra del ciel fu s congiunta,
    che segno fu ch'i' dovessi posarmi.
      Or qui a la question prima s'appunta
    la mia risposta; ma sua condizione
    mi stringe a seguitare alcuna giunta,
      perch tu veggi con quanta ragione
    si move contr'al sacrosanto segno
    e chi 'l s'appropria e chi a lui s'oppone.
      Vedi quanta virt l'ha fatto degno
    di reverenza; e cominci da l'ora
    che Pallante mor per darli regno.
      Tu sai ch'el fece in Alba sua dimora
    per trecento anni e oltre, infino al fine
    che i tre a' tre pugnar per lui ancora.
      E sai ch'el f dal mal de le Sabine
    al dolor di Lucrezia in sette regi,
    vincendo intorno le genti vicine.
      Sai quel ch'el f portato da li egregi
    Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
    incontro a li altri principi e collegi;
      onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
    negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi
    ebber la fama che volontier mirro.
      Esso atterr l'orgoglio de li Arbi
    che di retro ad Annibale passaro
    l'alpestre rocce, Po, di che tu labi.
      Sott'esso giovanetti triunfaro
    Scipione e Pompeo; e a quel colle
    sotto 'l qual tu nascesti parve amaro.
      Poi, presso al tempo che tutto 'l ciel volle
    redur lo mondo a suo modo sereno,
    Cesare per voler di Roma il tolle.
      E quel che f da Varo infino a Reno,
    Isara vide ed Era e vide Senna
    e ogne valle onde Rodano  pieno.
      Quel che f poi ch'elli usc di Ravenna
    e salt Rubicon, fu di tal volo,
    che nol seguiteria lingua n penna.
      Inver' la Spagna rivolse lo stuolo,
    poi ver' Durazzo, e Farsalia percosse
    s ch'al Nil caldo si sent del duolo.
      Antandro e Simeonta, onde si mosse,
    rivide e l dov'Ettore si cuba;
    e mal per Tolomeo poscia si scosse.
      Da indi scese folgorando a Iuba;
    onde si volse nel vostro occidente,
    ove sentia la pompeana tuba.
      Di quel che f col baiulo seguente,
    Bruto con Cassio ne l'inferno latra,
    e Modena e Perugia fu dolente.
      Piangene ancor la trista Cleopatra,
    che, fuggendoli innanzi, dal colubro
    la morte prese subitana e atra.
      Con costui corse infino al lito rubro;
    con costui puose il mondo in tanta pace,
    che fu serrato a Giano il suo delubro.
      Ma ci che 'l segno che parlar mi face
    fatto avea prima e poi era fatturo
    per lo regno mortal ch'a lui soggiace,
      diventa in apparenza poco e scuro,
    se in mano al terzo Cesare si mira
    con occhio chiaro e con affetto puro;
      ch la viva giustizia che mi spira,
    li concedette, in mano a quel ch'i' dico,
    gloria di far vendetta a la sua ira.
      Or qui t'ammira in ci ch'io ti replco:
    poscia con Tito a far vendetta corse
    de la vendetta del peccato antico.
      E quando il dente longobardo morse
    la Santa Chiesa, sotto le sue ali
    Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
      Omai puoi giudicar di quei cotali
    ch'io accusai di sopra e di lor falli,
    che son cagion di tutti vostri mali.
      L'uno al pubblico segno i gigli gialli
    oppone, e l'altro appropria quello a parte,
    s ch' forte a veder chi pi si falli.
      Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
    sott'altro segno; ch mal segue quello
    sempre chi la giustizia e lui diparte;
      e non l'abbatta esto Carlo novello
    coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
    ch'a pi alto leon trasser lo vello.
      Molte fiate gi pianser li figli
    per la colpa del padre, e non si creda
    che Dio trasmuti l'arme per suoi gigli!
      Questa picciola stella si correda
    di buoni spirti che son stati attivi
    perch onore e fama li succeda:
      e quando li disiri poggian quivi,
    s disviando, pur convien che i raggi
    del vero amore in s poggin men vivi.
      Ma nel commensurar d'i nostri gaggi
    col merto  parte di nostra letizia,
    perch non li vedem minor n maggi.
      Quindi addolcisce la viva giustizia
    in noi l'affetto s, che non si puote
    torcer gi mai ad alcuna nequizia.
      Diverse voci fanno dolci note;
    cos diversi scanni in nostra vita
    rendon dolce armonia tra queste rote.
      E dentro a la presente margarita
    luce la luce di Romeo, di cui
    fu l'ovra grande e bella mal gradita.
      Ma i Provenzai che fecer contra lui
    non hanno riso; e per mal cammina
    qual si fa danno del ben fare altrui.
      Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
    Ramondo Beringhiere, e ci li fece
    Romeo, persona umle e peregrina.
      E poi il mosser le parole biece
    a dimandar ragione a questo giusto,
    che li assegn sette e cinque per diece,
      indi partissi povero e vetusto;
    e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe
    mendicando sua vita a frusto a frusto,
      assai lo loda, e pi lo loderebbe.










    Canto 7.

      "Osanna, sanctus Deus sabath,
    superillustrans claritate tua
    felices ignes horum malacth"!.
      Cos, volgendosi a la nota sua,
    fu viso a me cantare essa sustanza,
    sopra la qual doppio lume s'addua:
      ed essa e l'altre mossero a sua danza,
    e quasi velocissime faville,
    mi si velar di sbita distanza.
      Io dubitava e dicea 'Dille, dille!'
    fra me, 'dille', dicea, 'a la mia donna
    che mi diseta con le dolci stille'.
      Ma quella reverenza che s'indonna
    di tutto me, pur per "Be" e per "ice",
    mi richinava come l'uom ch'assonna.
      Poco sofferse me cotal Beatrice
    e cominci, raggiandomi d'un riso
    tal, che nel foco faria l'uom felice:
      Secondo mio infallibile avviso,
    come giusta vendetta giustamente
    punita fosse, t'ha in pensier miso;
      ma io ti solver tosto la mente;
    e tu ascolta, ch le mie parole
    di gran sentenza ti faran presente.
      Per non soffrire a la virt che vole
    freno a suo prode, quell'uom che non nacque,
    dannando s, dann tutta sua prole;
      onde l'umana specie inferma giacque
    gi per secoli molti in grande errore,
    fin ch'al Verbo di Dio discender piacque
      u' la natura, che dal suo fattore
    s'era allungata, un a s in persona
    con l'atto sol del suo etterno amore.
      Or drizza il viso a quel ch'or si ragiona:
    questa natura al suo fattore unita,
    qual fu creata, fu sincera e buona;
      ma per s stessa pur fu ella sbandita
    di paradiso, per che si torse
    da via di verit e da sua vita.
      La pena dunque che la croce porse
    s'a la natura assunta si misura,
    nulla gi mai s giustamente morse;
      e cos nulla fu di tanta ingiura,
    guardando a la persona che sofferse,
    in che era contratta tal natura.
      Per d'un atto uscir cose diverse:
    ch'a Dio e a' Giudei piacque una morte;
    per lei trem la terra e 'l ciel s'aperse.
      Non ti dee oramai parer pi forte,
    quando si dice che giusta vendetta
    poscia vengiata fu da giusta corte.
      Ma io veggi' or la tua mente ristretta
    di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
    del qual con gran disio solver s'aspetta.
      Tu dici: "Ben discerno ci ch'i' odo;
    ma perch Dio volesse, m' occulto,
    a nostra redenzion pur questo modo".
      Questo decreto, frate, sta sepulto
    a li occhi di ciascuno il cui ingegno
    ne la fiamma d'amor non  adulto.
      Veramente, per ch'a questo segno
    molto si mira e poco si discerne,
    dir perch tal modo fu pi degno.
      La divina bont, che da s sperne
    ogne livore, ardendo in s, sfavilla
    s che dispiega le bellezze etterne.
      Ci che da lei sanza mezzo distilla
    non ha poi fine, perch non si move
    la sua imprenta quand'ella sigilla.
      Ci che da essa sanza mezzo piove
    libero  tutto, perch non soggiace
    a la virtute de le cose nove.
      Pi l' conforme, e per pi le piace;
    ch l'ardor santo ch'ogne cosa raggia,
    ne la pi somigliante  pi vivace.
      Di tutte queste dote s'avvantaggia
    l'umana creatura; e s'una manca,
    di sua nobilit convien che caggia.
      Solo il peccato  quel che la disfranca
    e falla dissmile al sommo bene,
    per che del lume suo poco s'imbianca;
      e in sua dignit mai non rivene,
    se non riempie, dove colpa vta,
    contra mal dilettar con giuste pene.
      Vostra natura, quando pecc "tota"
    nel seme suo, da queste dignitadi,
    come di paradiso, fu remota;
      n ricovrar potiensi, se tu badi
    ben sottilmente, per alcuna via,
    sanza passar per un di questi guadi:
      o che Dio solo per sua cortesia
    dimesso avesse, o che l'uom per s isso
    avesse sodisfatto a sua follia.
      Ficca mo l'occhio per entro l'abisso
    de l'etterno consiglio, quanto puoi
    al mio parlar distrettamente fisso.
      Non potea l'uomo ne' termini suoi
    mai sodisfar, per non potere ir giuso
    con umiltate obediendo poi,
      quanto disobediendo intese ir suso;
    e questa  la cagion per che l'uom fue
    da poter sodisfar per s dischiuso.
      Dunque a Dio convenia con le vie sue
    riparar l'omo a sua intera vita,
    dico con l'una, o ver con amendue.
      Ma perch l'ovra tanto  pi gradita
    da l'operante, quanto pi appresenta
    de la bont del core ond'ell' uscita,
      la divina bont che 'l mondo imprenta,
    di proceder per tutte le sue vie,
    a rilevarvi suso, fu contenta.
      N tra l'ultima notte e 'l primo die
    s alto o s magnifico processo,
    o per l'una o per l'altra, fu o fie:
      ch pi largo fu Dio a dar s stesso
    per far l'uom sufficiente a rilevarsi,
    che s'elli avesse sol da s dimesso;
      e tutti li altri modi erano scarsi
    a la giustizia, se 'l Figliuol di Dio
    non fosse umiliato ad incarnarsi.
      Or per empierti bene ogni disio,
    ritorno a dichiararti in alcun loco,
    perch tu veggi l cos com'io.
      Tu dici: "Io veggio l'acqua, io veggio il foco,
    l'aere e la terra e tutte lor misture
    venire a corruzione, e durar poco;
      e queste cose pur furon creature;
    per che, se ci ch' detto  stato vero,
    esser dovrien da corruzion sicure".
      Li angeli, frate, e 'l paese sincero
    nel qual tu se', dir si posson creati,
    s come sono, in loro essere intero;
      ma li elementi che tu hai nomati
    e quelle cose che di lor si fanno
    da creata virt sono informati.
      Creata fu la materia ch'elli hanno;
    creata fu la virt informante
    in queste stelle che 'ntorno a lor vanno.
      L'anima d'ogne bruto e de le piante
    di complession potenziata tira
    lo raggio e 'l moto de le luci sante;
      ma vostra vita sanza mezzo spira
    la somma beninanza, e la innamora
    di s s che poi sempre la disira.
      E quinci puoi argomentare ancora
    vostra resurrezion, se tu ripensi
    come l'umana carne fessi allora
      che li primi parenti intrambo fensi.




    Canto 8.

      Solea creder lo mondo in suo periclo
    che la bella Ciprigna il folle amore
    raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
      per che non pur a lei faceano onore
    di sacrificio e di votivo grido
    le genti antiche ne l'antico errore;
      ma Dione onoravano e Cupido,
    quella per madre sua, questo per figlio,
    e dicean ch'el sedette in grembo a Dido;
      e da costei ond'io principio piglio
    pigliavano il vocabol de la stella
    che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
      Io non m'accorsi del salire in ella;
    ma d'esservi entro mi f assai fede
    la donna mia ch'i' vidi far pi bella.
      E come in fiamma favilla si vede,
    e come in voce voce si discerne,
    quand'una  ferma e altra va e riede,
      vid'io in essa luce altre lucerne
    muoversi in giro pi e men correnti,
    al modo, credo, di lor viste interne.
      Di fredda nube non disceser venti,
    o visibili o no, tanto festini,
    che non paressero impediti e lenti
      a chi avesse quei lumi divini
    veduti a noi venir, lasciando il giro
    pria cominciato in li alti Serafini;
      e dentro a quei che pi innanzi appariro
    sonava '"Osanna"' s, che unque poi
    di riudir non fui sanza disiro.
      Indi si fece l'un pi presso a noi
    e solo incominci: Tutti sem presti
    al tuo piacer, perch di noi ti gioi.
      Noi ci volgiam coi principi celesti
    d'un giro e d'un girare e d'una sete,
    ai quali tu del mondo gi dicesti:
      '"Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete"';
    e sem s pien d'amor, che, per piacerti,
    non fia men dolce un poco di quiete.
      Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
    a la mia donna reverenti, ed essa
    fatti li avea di s contenti e certi,
      rivolsersi a la luce che promessa
    tanto s'avea, e Deh, chi siete? fue
    la voce mia di grande affetto impressa.
      E quanta e quale vid'io lei far pie
    per allegrezza nova che s'accrebbe,
    quando parlai, a l'allegrezze sue!
      Cos fatta, mi disse: Il mondo m'ebbe
    gi poco tempo; e se pi fosse stato,
    molto sar di mal, che non sarebbe.
      La mia letizia mi ti tien celato
    che mi raggia dintorno e mi nasconde
    quasi animal di sua seta fasciato.
      Assai m'amasti, e avesti ben onde;
    che s'io fossi gi stato, io ti mostrava
    di mio amor pi oltre che le fronde.
      Quella sinistra riva che si lava
    di Rodano poi ch' misto con Sorga,
    per suo segnore a tempo m'aspettava,
      e quel corno d'Ausonia che s'imborga
    di Bari e di Gaeta e di Catona
    da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
      Fulgeami gi in fronte la corona
    di quella terra che 'l Danubio riga
    poi che le ripe tedesche abbandona.
      E la bella Trinacria, che caliga
    tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo
    che riceve da Euro maggior briga,
      non per Tifeo ma per nascente solfo,
    attesi avrebbe li suoi regi ancora,
    nati per me di Carlo e di Ridolfo,
      se mala segnoria, che sempre accora
    li popoli suggetti, non avesse
    mosso Palermo a gridar: "Mora, mora!".
      E se mio frate questo antivedesse,
    l'avara povert di Catalogna
    gi fuggeria, perch non li offendesse;
      ch veramente proveder bisogna
    per lui, o per altrui, s ch'a sua barca
    carcata pi d'incarco non si pogna.
      La sua natura, che di larga parca
    discese, avria mestier di tal milizia
    che non curasse di mettere in arca.
      Per ch'i' credo che l'alta letizia
    che 'l tuo parlar m'infonde, segnor mio,
    l 've ogne ben si termina e s'inizia,
      per te si veggia come la vegg'io,
    grata m' pi; e anco quest'ho caro
    perch 'l discerni rimirando in Dio.
      Fatto m'hai lieto, e cos mi fa chiaro,
    poi che, parlando, a dubitar m'hai mosso
    com'esser pu, di dolce seme, amaro.
      Questo io a lui; ed elli a me: S'io posso
    mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
    terrai lo viso come tien lo dosso.
      Lo ben che tutto il regno che tu scandi
    volge e contenta, fa esser virtute
    sua provedenza in questi corpi grandi.
      E non pur le nature provedute
    sono in la mente ch' da s perfetta,
    ma esse insieme con la lor salute:
      per che quantunque quest'arco saetta
    disposto cade a proveduto fine,
    s come cosa in suo segno diretta.
      Se ci non fosse, il ciel che tu cammine
    producerebbe s li suoi effetti,
    che non sarebbero arti, ma ruine;
      e ci esser non pu, se li 'ntelletti
    che muovon queste stelle non son manchi,
    e manco il primo, che non li ha perfetti.
      Vuo' tu che questo ver pi ti s'imbianchi?.
    E io: Non gi; ch impossibil veggio
    che la natura, in quel ch' uopo, stanchi.
      Ond'elli ancora: Or di': sarebbe il peggio
    per l'omo in terra, se non fosse cive?.
    S, rispuos'io; e qui ragion non cheggio.
      E puot'elli esser, se gi non si vive
    diversamente per diversi offici?
    Non, se 'l maestro vostro ben vi scrive.
      S venne deducendo infino a quici;
    poscia conchiuse: Dunque esser diverse
    convien di vostri effetti le radici:
      per ch'un nasce Solone e altro Serse,
    altro Melchisedch e altro quello
    che, volando per l'aere, il figlio perse.
      La circular natura, ch' suggello
    a la cera mortal, fa ben sua arte,
    ma non distingue l'un da l'altro ostello.
      Quinci addivien ch'Esa si diparte
    per seme da Iacb; e vien Quirino
    da s vil padre, che si rende a Marte.
      Natura generata il suo cammino
    simil farebbe sempre a' generanti,
    se non vincesse il proveder divino.
      Or quel che t'era dietro t' davanti:
    ma perch sappi che di te mi giova,
    un corollario voglio che t'ammanti.
      Sempre natura, se fortuna trova
    discorde a s, com'ogne altra semente
    fuor di sua region, fa mala prova.
      E se 'l mondo l gi ponesse mente
    al fondamento che natura pone,
    seguendo lui, avria buona la gente.
      Ma voi torcete a la religione
    tal che fia nato a cignersi la spada,
    e fate re di tal ch' da sermone;
      onde la traccia vostra  fuor di strada.




    Canto 9.

      Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,
    m'ebbe chiarito, mi narr li 'nganni
    che ricever dovea la sua semenza;
      ma disse: Taci e lascia muover li anni;
    s ch'io non posso dir se non che pianto
    giusto verr di retro ai vostri danni.
      E gi la vita di quel lume santo
    rivolta s'era al Sol che la riempie
    come quel ben ch'a ogne cosa  tanto.
      Ahi anime ingannate e fatture empie,
    che da s fatto ben torcete i cuori,
    drizzando in vanit le vostre tempie!
      Ed ecco un altro di quelli splendori
    ver' me si fece, e 'l suo voler piacermi
    significava nel chiarir di fori.
      Li occhi di Beatrice, ch'eran fermi
    sovra me, come pria, di caro assenso
    al mio disio certificato fermi.
      Deh, metti al mio voler tosto compenso,
    beato spirto, dissi, e fammi prova
    ch'i' possa in te refletter quel ch'io penso!.
      Onde la luce che m'era ancor nova,
    del suo profondo, ond'ella pria cantava,
    seguette come a cui di ben far giova:
      In quella parte de la terra prava
    italica che siede tra Rialto
    e le fontane di Brenta e di Piava,
      si leva un colle, e non surge molt'alto,
    l onde scese gi una facella
    che fece a la contrada un grande assalto.
      D'una radice nacqui e io ed ella:
    Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
    perch mi vinse il lume d'esta stella;
      ma lietamente a me medesma indulgo
    la cagion di mia sorte, e non mi noia;
    che parria forse forte al vostro vulgo.
      Di questa luculenta e cara gioia
    del nostro cielo che pi m' propinqua,
    grande fama rimase; e pria che moia,
      questo centesimo anno ancor s'incinqua:
    vedi se far si dee l'omo eccellente,
    s ch'altra vita la prima relinqua.
      E ci non pensa la turba presente
    che Tagliamento e Adice richiude,
    n per esser battuta ancor si pente;
      ma tosto fia che Padova al palude
    canger l'acqua che Vincenza bagna,
    per essere al dover le genti crude;
      e dove Sile e Cagnan s'accompagna,
    tal signoreggia e va con la testa alta,
    che gi per lui carpir si fa la ragna.
      Pianger Feltro ancora la difalta
    de l'empio suo pastor, che sar sconcia
    s, che per simil non s'entr in malta.
      Troppo sarebbe larga la bigoncia
    che ricevesse il sangue ferrarese,
    e stanco chi 'l pesasse a oncia a oncia,
      che doner questo prete cortese
    per mostrarsi di parte; e cotai doni
    conformi fieno al viver del paese.
      S sono specchi, voi dicete Troni,
    onde refulge a noi Dio giudicante;
    s che questi parlar ne paion buoni.
      Qui si tacette; e fecemi sembiante
    che fosse ad altro volta, per la rota
    in che si mise com'era davante.
      L'altra letizia, che m'era gi nota
    per cara cosa, mi si fece in vista
    qual fin balasso in che lo sol percuota.
      Per letiziar l s fulgor s'acquista,
    s come riso qui; ma gi s'abbuia
    l'ombra di fuor, come la mente  trista.
      Dio vede tutto, e tuo veder s'inluia,
    diss'io, beato spirto, s che nulla
    voglia di s a te puot'esser fuia.
      Dunque la voce tua, che 'l ciel trastulla
    sempre col canto di quei fuochi pii
    che di sei ali facen la coculla,
      perch non satisface a' miei disii?
    Gi non attendere' io tua dimanda,
    s'io m'intuassi, come tu t'inmii.
      La maggior valle in che l'acqua si spanda,
    incominciaro allor le sue parole,
    fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
      tra ' discordanti liti contra 'l sole
    tanto sen va, che fa meridiano
    l dove l'orizzonte pria far suole.
      Di quella valle fu' io litorano
    tra Ebro e Macra, che per cammin corto
    parte lo Genovese dal Toscano.
      Ad un occaso quasi e ad un orto
    Buggea siede e la terra ond'io fui,
    che f del sangue suo gi caldo il porto.
      Folco mi disse quella gente a cui
    fu noto il nome mio; e questo cielo
    di me s'imprenta, com'io fe' di lui;
      ch pi non arse la figlia di Belo,
    noiando e a Sicheo e a Creusa,
    di me, infin che si convenne al pelo;
      n quella Rodopea che delusa
    fu da Demofoonte, n Alcide
    quando Iole nel core ebbe rinchiusa.
      Non per qui si pente, ma si ride,
    non de la colpa, ch'a mente non torna,
    ma del valor ch'ordin e provide.
      Qui si rimira ne l'arte ch'addorna
    cotanto affetto, e discernesi 'l bene
    per che 'l mondo di s quel di gi torna.
      Ma perch tutte le tue voglie piene
    ten porti che son nate in questa spera,
    proceder ancor oltre mi convene.
      Tu vuo' saper chi  in questa lumera
    che qui appresso me cos scintilla,
    come raggio di sole in acqua mera.
      Or sappi che l entro si tranquilla
    Raab; e a nostr'ordine congiunta,
    di lei nel sommo grado si sigilla.
      Da questo cielo, in cui l'ombra s'appunta
    che 'l vostro mondo face, pria ch'altr'alma
    del triunfo di Cristo fu assunta.
      Ben si convenne lei lasciar per palma
    in alcun cielo de l'alta vittoria
    che s'acquist con l'una e l'altra palma,
      perch'ella favor la prima gloria
    di Iosu in su la Terra Santa,
    che poco tocca al papa la memoria.
      La tua citt, che di colui  pianta
    che pria volse le spalle al suo fattore
    e di cui  la 'nvidia tanto pianta,
      produce e spande il maladetto fiore
    c'ha disviate le pecore e li agni,
    per che fatto ha lupo del pastore.
      Per questo l'Evangelio e i dottor magni
    son derelitti, e solo ai Decretali
    si studia, s che pare a' lor vivagni.
      A questo intende il papa e ' cardinali;
    non vanno i lor pensieri a Nazarette,
    l dove Gabriello aperse l'ali.
      Ma Vaticano e l'altre parti elette
    di Roma che son state cimitero
    a la milizia che Pietro seguette,
      tosto libere fien de l'avoltero.










    Canto 10.

      Guardando nel suo Figlio con l'Amore
    che l'uno e l'altro etternalmente spira,
    lo primo e ineffabile Valore
      quanto per mente e per loco si gira
    con tant'ordine f, ch'esser non puote
    sanza gustar di lui chi ci rimira.
      Leva dunque, lettore, a l'alte rote
    meco la vista, dritto a quella parte
    dove l'un moto e l'altro si percuote;
      e l comincia a vagheggiar ne l'arte
    di quel maestro che dentro a s l'ama,
    tanto che mai da lei l'occhio non parte.
      Vedi come da indi si dirama
    l'oblico cerchio che i pianeti porta,
    per sodisfare al mondo che li chiama.
      Che se la strada lor non fosse torta,
    molta virt nel ciel sarebbe in vano,
    e quasi ogne potenza qua gi morta;
      e se dal dritto pi o men lontano
    fosse 'l partire, assai sarebbe manco
    e gi e s de l'ordine mondano.
      Or ti riman, lettor, sovra 'l tuo banco,
    dietro pensando a ci che si preliba,
    s'esser vuoi lieto assai prima che stanco.
      Messo t'ho innanzi: omai per te ti ciba;
    ch a s torce tutta la mia cura
    quella materia ond'io son fatto scriba.
      Lo ministro maggior de la natura,
    che del valor del ciel lo mondo imprenta
    e col suo lume il tempo ne misura,
      con quella parte che s si rammenta
    congiunto, si girava per le spire
    in che pi tosto ognora s'appresenta;
      e io era con lui; ma del salire
    non m'accors'io, se non com'uom s'accorge,
    anzi 'l primo pensier, del suo venire.
      E' Beatrice quella che s scorge
    di bene in meglio, s subitamente
    che l'atto suo per tempo non si sporge.
      Quant'esser convenia da s lucente
    quel ch'era dentro al sol dov'io entra'mi,
    non per color, ma per lume parvente!
      Perch'io lo 'ngegno e l'arte e l'uso chiami,
    s nol direi che mai s'imaginasse;
    ma creder puossi e di veder si brami.
      E se le fantasie nostre son basse
    a tanta altezza, non  maraviglia;
    ch sopra 'l sol non fu occhio ch'andasse.
      Tal era quivi la quarta famiglia
    de l'alto Padre, che sempre la sazia,
    mostrando come spira e come figlia.
      E Beatrice cominci: Ringrazia,
    ringrazia il Sol de li angeli, ch'a questo
    sensibil t'ha levato per sua grazia.
      Cor di mortal non fu mai s digesto
    a divozione e a rendersi a Dio
    con tutto 'l suo gradir cotanto presto,
      come a quelle parole mi fec'io;
    e s tutto 'l mio amore in lui si mise,
    che Beatrice ecliss ne l'oblio.
      Non le dispiacque; ma s se ne rise,
    che lo splendor de li occhi suoi ridenti
    mia mente unita in pi cose divise.
      Io vidi pi folgr vivi e vincenti
    far di noi centro e di s far corona,
    pi dolci in voce che in vista lucenti:
      cos cinger la figlia di Latona
    vedem talvolta, quando l'aere  pregno,
    s che ritenga il fil che fa la zona.
      Ne la corte del cielo, ond'io rivegno,
    si trovan molte gioie care e belle
    tanto che non si posson trar del regno;
      e 'l canto di quei lumi era di quelle;
    chi non s'impenna s che l s voli,
    dal muto aspetti quindi le novelle.
      Poi, s cantando, quelli ardenti soli
    si fuor girati intorno a noi tre volte,
    come stelle vicine a' fermi poli,
      donne mi parver, non da ballo sciolte,
    ma che s'arrestin tacite, ascoltando
    fin che le nove note hanno ricolte.
      E dentro a l'un senti' cominciar: Quando
    lo raggio de la grazia, onde s'accende
    verace amore e che poi cresce amando,
      multiplicato in te tanto resplende,
    che ti conduce su per quella scala
    u' sanza risalir nessun discende;
      qual ti negasse il vin de la sua fiala
    per la tua sete, in libert non fora
    se non com'acqua ch'al mar non si cala.
      Tu vuo' saper di quai piante s'infiora
    questa ghirlanda che 'ntorno vagheggia
    la bella donna ch'al ciel t'avvalora.
      Io fui de li agni de la santa greggia
    che Domenico mena per cammino
    u' ben s'impingua se non si vaneggia.
      Questi che m' a destra pi vicino,
    frate e maestro fummi, ed esso Alberto
     di Cologna, e io Thomas d'Aquino.
      Se s di tutti li altri esser vuo' certo,
    di retro al mio parlar ten vien col viso
    girando su per lo beato serto.
      Quell'altro fiammeggiare esce del riso
    di Grazian, che l'uno e l'altro foro
    aiut s che piace in paradiso.
      L'altro ch'appresso addorna il nostro coro,
    quel Pietro fu che con la poverella
    offerse a Santa Chiesa suo tesoro.
      La quinta luce, ch' tra noi pi bella,
    spira di tal amor, che tutto 'l mondo
    l gi ne gola di saper novella:
      entro v' l'alta mente u' s profondo
    saver fu messo, che, se 'l vero  vero
    a veder tanto non surse il secondo.
      Appresso vedi il lume di quel cero
    che gi in carne pi a dentro vide
    l'angelica natura e 'l ministero.
      Ne l'altra piccioletta luce ride
    quello avvocato de' tempi cristiani
    del cui latino Augustin si provide.
      Or se tu l'occhio de la mente trani
    di luce in luce dietro a le mie lode,
    gi de l'ottava con sete rimani.
      Per vedere ogni ben dentro vi gode
    l'anima santa che 'l mondo fallace
    fa manifesto a chi di lei ben ode.
      Lo corpo ond'ella fu cacciata giace
    giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
    e da essilio venne a questa pace.
      Vedi oltre fiammeggiar l'ardente spiro
    d'Isidoro, di Beda e di Riccardo,
    che a considerar fu pi che viro.
      Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
     'l lume d'uno spirto che 'n pensieri
    gravi a morir li parve venir tardo:
      essa  la luce etterna di Sigieri,
    che, leggendo nel Vico de li Strami,
    silogizz invidiosi veri.
      Indi, come orologio che ne chiami
    ne l'ora che la sposa di Dio surge
    a mattinar lo sposo perch l'ami,
      che l'una parte e l'altra tira e urge,
    tin tin sonando con s dolce nota,
    che 'l ben disposto spirto d'amor turge;
      cos vid'io la gloriosa rota
    muoversi e render voce a voce in tempra
    e in dolcezza ch'esser non p nota
      se non col dove gioir s'insempra.




    Canto 11.

      O insensata cura de' mortali,
    quanto son difettivi silogismi
    quei che ti fanno in basso batter l'ali!
      Chi dietro a "iura", e chi ad amforismi
    sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
    e chi regnar per forza o per sofismi,
      e chi rubare, e chi civil negozio,
    chi nel diletto de la carne involto
    s'affaticava e chi si dava a l'ozio,
      quando, da tutte queste cose sciolto,
    con Beatrice m'era suso in cielo
    cotanto gloriosamente accolto.
      Poi che ciascuno fu tornato ne lo
    punto del cerchio in che avanti s'era,
    fermossi, come a candellier candelo.
      E io senti' dentro a quella lumera
    che pria m'avea parlato, sorridendo
    incominciar, faccendosi pi mera:
      Cos com'io del suo raggio resplendo,
    s, riguardando ne la luce etterna,

    li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.
      Tu dubbi, e hai voler che si ricerna
    in s aperta e 'n s distesa lingua
    lo dicer mio, ch'al tuo sentir si sterna,
      ove dinanzi dissi "U' ben s'impingua",
    e l u' dissi "Non nacque il secondo";
    e qui  uopo che ben si distingua.
      La provedenza, che governa il mondo
    con quel consiglio nel quale ogne aspetto
    creato  vinto pria che vada al fondo,
      per che andasse ver' lo suo diletto
    la sposa di colui ch'ad alte grida
    dispos lei col sangue benedetto,
      in s sicura e anche a lui pi fida,
    due principi ordin in suo favore,
    che quinci e quindi le fosser per guida.
      L'un fu tutto serafico in ardore;
    l'altro per sapienza in terra fue
    di cherubica luce uno splendore.
      De l'un dir, per che d'amendue
    si dice l'un pregiando, qual ch'om prende,
    perch'ad un fine fur l'opere sue.
      Intra Tupino e l'acqua che discende
    del colle eletto dal beato Ubaldo,
    fertile costa d'alto monte pende,
      onde Perugia sente freddo e caldo
    da Porta Sole; e di rietro le piange
    per grave giogo Nocera con Gualdo.
      Di questa costa, l dov'ella frange
    pi sua rattezza, nacque al mondo un sole,
    come fa questo tal volta di Gange.
      Per chi d'esso loco fa parole,
    non dica Ascesi, ch direbbe corto,
    ma Oriente, se proprio dir vuole.
      Non era ancor molto lontan da l'orto,
    ch'el cominci a far sentir la terra
    de la sua gran virtute alcun conforto;
      ch per tal donna, giovinetto, in guerra
    del padre corse, a cui, come a la morte,
    la porta del piacer nessun diserra;
      e dinanzi a la sua spirital corte
    "et coram patre" le si fece unito;
    poscia di d in d l'am pi forte.
      Questa, privata del primo marito,
    millecent'anni e pi dispetta e scura
    fino a costui si stette sanza invito;
      n valse udir che la trov sicura
    con Amiclate, al suon de la sua voce,
    colui ch'a tutto 'l mondo f paura;
      n valse esser costante n feroce,
    s che, dove Maria rimase giuso,
    ella con Cristo pianse in su la croce.
      Ma perch'io non proceda troppo chiuso,
    Francesco e Povert per questi amanti
    prendi oramai nel mio parlar diffuso.
      La lor concordia e i lor lieti sembianti,
    amore e maraviglia e dolce sguardo
    facieno esser cagion di pensier santi;
      tanto che 'l venerabile Bernardo
    si scalz prima, e dietro a tanta pace
    corse e, correndo, li parve esser tardo.
      Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
    Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
    dietro a lo sposo, s la sposa piace.
      Indi sen va quel padre e quel maestro
    con la sua donna e con quella famiglia
    che gi legava l'umile capestro.
      N li grav vilt di cuor le ciglia
    per esser fi' di Pietro Bernardone,
    n per parer dispetto a maraviglia;
      ma regalmente sua dura intenzione
    ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
    primo sigillo a sua religione.
      Poi che la gente poverella crebbe
    dietro a costui, la cui mirabil vita
    meglio in gloria del ciel si canterebbe,
      di seconda corona redimita
    fu per Onorio da l'Etterno Spiro
    la santa voglia d'esto archimandrita.
      E poi che, per la sete del martiro,
    ne la presenza del Soldan superba
    predic Cristo e li altri che 'l seguiro,
      e per trovare a conversione acerba
    troppo la gente e per non stare indarno,
    redissi al frutto de l'italica erba,
      nel crudo sasso intra Tevero e Arno
    da Cristo prese l'ultimo sigillo,
    che le sue membra due anni portarno.
      Quando a colui ch'a tanto ben sortillo
    piacque di trarlo suso a la mercede
    ch'el merit nel suo farsi pusillo,
      a' frati suoi, s com'a giuste rede,
    raccomand la donna sua pi cara,
    e comand che l'amassero a fede;
      e del suo grembo l'anima preclara
    mover si volle, tornando al suo regno,
    e al suo corpo non volle altra bara.
      Pensa oramai qual fu colui che degno
    collega fu a mantener la barca
    di Pietro in alto mar per dritto segno;
      e questo fu il nostro patriarca;
    per che qual segue lui, com'el comanda,
    discerner puoi che buone merce carca.
      Ma 'l suo pecuglio di nova vivanda
     fatto ghiotto, s ch'esser non puote
    che per diversi salti non si spanda;
      e quanto le sue pecore remote
    e vagabunde pi da esso vanno,
    pi tornano a l'ovil di latte vte.
      Ben son di quelle che temono 'l danno
    e stringonsi al pastor; ma son s poche,
    che le cappe fornisce poco panno.
      Or, se le mie parole non son fioche,
    se la tua audienza  stata attenta,
    se ci ch' detto a la mente revoche,
      in parte fia la tua voglia contenta,
    perch vedrai la pianta onde si scheggia,
    e vedra' il corrgger che argomenta
      "U' ben s'impingua, se non si vaneggia".












    Canto 12.

      S tosto come l'ultima parola
    la benedetta fiamma per dir tolse,
    a rotar cominci la santa mola;
      e nel suo giro tutta non si volse
    prima ch'un'altra di cerchio la chiuse,
    e moto a moto e canto a canto colse;
      canto che tanto vince nostre muse,
    nostre serene in quelle dolci tube,
    quanto primo splendor quel ch'e' refuse.
      Come si volgon per tenera nube
    due archi paralelli e concolori,
    quando Iunone a sua ancella iube,
      nascendo di quel d'entro quel di fori,
    a guisa del parlar di quella vaga
    ch'amor consunse come sol vapori;
      e fanno qui la gente esser presaga,
    per lo patto che Dio con No puose,
    del mondo che gi mai pi non s'allaga:
      cos di quelle sempiterne rose
    volgiensi circa noi le due ghirlande,
    e s l'estrema a l'intima rispuose.
      Poi che 'l tripudio e l'altra festa grande,
    s del cantare e s del fiammeggiarsi
    luce con luce gaudiose e blande,
      insieme a punto e a voler quetarsi,
    pur come li occhi ch'al piacer che i move
    conviene insieme chiudere e levarsi;
      del cor de l'una de le luci nove
    si mosse voce, che l'ago a la stella
    parer mi fece in volgermi al suo dove;
      e cominci: L'amor che mi fa bella
    mi tragge a ragionar de l'altro duca
    per cui del mio s ben ci si favella.
      Degno  che, dov' l'un, l'altro s'induca:
    s che, com'elli ad una militaro,
    cos la gloria loro insieme luca.
      L'essercito di Cristo, che s caro
    cost a riarmar, dietro a la 'nsegna
    si movea tardo, sospeccioso e raro,
      quando lo 'mperador che sempre regna
    provide a la milizia, ch'era in forse,
    per sola grazia, non per esser degna;
      e, come  detto, a sua sposa soccorse
    con due campioni, al cui fare, al cui dire
    lo popol disviato si raccorse.
      In quella parte ove surge ad aprire
    Zefiro dolce le novelle fronde
    di che si vede Europa rivestire,
      non molto lungi al percuoter de l'onde
    dietro a le quali, per la lunga foga,
    lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,
      siede la fortunata Calaroga
    sotto la protezion del grande scudo
    in che soggiace il leone e soggioga:
      dentro vi nacque l'amoroso drudo
    de la fede cristiana, il santo atleta
    benigno a' suoi e a' nemici crudo;
      e come fu creata, fu repleta
    s la sua mente di viva vertute,
    che, ne la madre, lei fece profeta.
      Poi che le sponsalizie fuor compiute
    al sacro fonte intra lui e la Fede,
    u' si dotar di mutua salute,
      la donna che per lui l'assenso diede,
    vide nel sonno il mirabile frutto
    ch'uscir dovea di lui e de le rede;
      e perch fosse qual era in costrutto,
    quinci si mosse spirito a nomarlo
    del possessivo di cui era tutto.
      Domenico fu detto; e io ne parlo
    s come de l'agricola che Cristo
    elesse a l'orto suo per aiutarlo.
      Ben parve messo e famigliar di Cristo:
    che 'l primo amor che 'n lui fu manifesto,
    fu al primo consiglio che di Cristo.
      Spesse fiate fu tacito e desto
    trovato in terra da la sua nutrice,
    come dicesse: 'Io son venuto a questo'.
      Oh padre suo veramente Felice!
    oh madre sua veramente Giovanna,
    se, interpretata, val come si dice!
      Non per lo mondo, per cui mo s'affanna
    di retro ad Ostiense e a Taddeo,
    ma per amor de la verace manna
      in picciol tempo gran dottor si feo;
    tal che si mise a circuir la vigna
    che tosto imbianca, se 'l vignaio  reo.
      E a la sedia che fu gi benigna
    pi a' poveri giusti, non per lei,
    ma per colui che siede, che traligna,
      non dispensare o due o tre per sei,
    non la fortuna di prima vacante,
    non "decimas, quae sunt pauperum Dei",
      addimand, ma contro al mondo errante
    licenza di combatter per lo seme
    del qual ti fascian ventiquattro piante.
      Poi, con dottrina e con volere insieme,
    con l'officio appostolico si mosse
    quasi torrente ch'alta vena preme;
      e ne li sterpi eretici percosse
    l'impeto suo, pi vivamente quivi
    dove le resistenze eran pi grosse.
      Di lui si fecer poi diversi rivi
    onde l'orto catolico si riga,
    s che i suoi arbuscelli stan pi vivi.
      Se tal fu l'una rota de la biga
    in che la Santa Chiesa si difese
    e vinse in campo la sua civil briga,
      ben ti dovrebbe assai esser palese
    l'eccellenza de l'altra, di cui Tomma
    dinanzi al mio venir fu s cortese.
      Ma l'orbita che f la parte somma
    di sua circunferenza,  derelitta,
    s ch' la muffa dov'era la gromma.
      La sua famiglia, che si mosse dritta
    coi piedi a le sue orme,  tanto volta,
    che quel dinanzi a quel di retro gitta;
      e tosto si vedr de la ricolta
    de la mala coltura, quando il loglio
    si lagner che l'arca li sia tolta.
      Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio
    nostro volume, ancor troveria carta
    u' leggerebbe "I' mi son quel ch'i' soglio";
      ma non fia da Casal n d'Acquasparta,
    l onde vegnon tali a la scrittura,
    ch'uno la fugge e altro la coarta.
      Io son la vita di Bonaventura
    da Bagnoregio, che ne' grandi offici
    sempre pospuosi la sinistra cura.
      Illuminato e Augustin son quici,
    che fuor de' primi scalzi poverelli
    che nel capestro a Dio si fero amici.
      Ugo da San Vittore  qui con elli,
    e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
    lo qual gi luce in dodici libelli;
      Natn profeta e 'l metropolitano
    Crisostomo e Anselmo e quel Donato
    ch'a la prim'arte degn porre mano.
      Rabano  qui, e lucemi dallato
    il calavrese abate Giovacchino,
    di spirito profetico dotato.
      Ad inveggiar cotanto paladino
    mi mosse l'infiammata cortesia
    di fra Tommaso e 'l discreto latino;
      e mosse meco questa compagnia.







    Canto 13.

      Imagini, chi bene intender cupe
    quel ch'i' or vidi - e ritegna l'image,
    mentre ch'io dico, come ferma rupe -,
      quindici stelle che 'n diverse plage
    lo ciel avvivan di tanto sereno
    che soperchia de l'aere ogne compage;
      imagini quel carro a cu' il seno
    basta del nostro cielo e notte e giorno,
    s ch'al volger del temo non vien meno;
      imagini la bocca di quel corno
    che si comincia in punta de lo stelo
    a cui la prima rota va dintorno,
      aver fatto di s due segni in cielo,
    qual fece la figliuola di Minoi
    allora che sent di morte il gelo;
      e l'un ne l'altro aver li raggi suoi,
    e amendue girarsi per maniera
    che l'uno andasse al primo e l'altro al poi;
      e avr quasi l'ombra de la vera
    costellazione e de la doppia danza
    che circulava il punto dov'io era:
      poi ch' tanto di l da nostra usanza,
    quanto di l dal mover de la Chiana
    si move il ciel che tutti li altri avanza.
      L si cant non Bacco, non Peana,
    ma tre persone in divina natura,
    e in una persona essa e l'umana.
      Compi 'l cantare e 'l volger sua misura;
    e attesersi a noi quei santi lumi,
    felicitando s di cura in cura.
      Ruppe il silenzio ne' concordi numi
    poscia la luce in che mirabil vita
    del poverel di Dio narrata fumi,
      e disse: Quando l'una paglia  trita,
    quando la sua semenza  gi riposta,
    a batter l'altra dolce amor m'invita.
      Tu credi che nel petto onde la costa
    si trasse per formar la bella guancia
    il cui palato a tutto 'l mondo costa,
      e in quel che, forato da la lancia,
    e prima e poscia tanto sodisfece,
    che d'ogne colpa vince la bilancia,
      quantunque a la natura umana lece
    aver di lume, tutto fosse infuso
    da quel valor che l'uno e l'altro fece;
      e per miri a ci ch'io dissi suso,
    quando narrai che non ebbe 'l secondo
    lo ben che ne la quinta luce  chiuso.
      Or apri li occhi a quel ch'io ti rispondo,
    e vedrai il tuo credere e 'l mio dire
    nel vero farsi come centro in tondo.
      Ci che non more e ci che pu morire
    non  se non splendor di quella idea
    che partorisce, amando, il nostro Sire;
      ch quella viva luce che s mea
    dal suo lucente, che non si disuna
    da lui n da l'amor ch'a lor s'intrea,
      per sua bontate il suo raggiare aduna,
    quasi specchiato, in nove sussistenze,
    etternalmente rimanendosi una.
      Quindi discende a l'ultime potenze
    gi d'atto in atto, tanto divenendo,
    che pi non fa che brevi contingenze;
      e queste contingenze essere intendo
    le cose generate, che produce
    con seme e sanza seme il ciel movendo.
      La cera di costoro e chi la duce
    non sta d'un modo; e per sotto 'l segno
    ideale poi pi e men traluce.
      Ond'elli avvien ch'un medesimo legno,
    secondo specie, meglio e peggio frutta;
    e voi nascete con diverso ingegno.
      Se fosse a punto la cera dedutta
    e fosse il cielo in sua virt supprema,
    la luce del suggel parrebbe tutta;
      ma la natura la d sempre scema,
    similemente operando a l'artista
    ch'a l'abito de l'arte ha man che trema.
      Per se 'l caldo amor la chiara vista
    de la prima virt dispone e segna,
    tutta la perfezion quivi s'acquista.
      Cos fu fatta gi la terra degna
    di tutta l'animal perfezione;
    cos fu fatta la Vergine pregna;
      s ch'io commendo tua oppinione,
    che l'umana natura mai non fue
    n fia qual fu in quelle due persone.
      Or s'i' non procedesse avanti pie,
    'Dunque, come costui fu sanza pare?'
    comincerebber le parole tue.
      Ma perch paia ben ci che non pare,
    pensa chi era, e la cagion che 'l mosse,
    quando fu detto "Chiedi", a dimandare.
      Non ho parlato s, che tu non posse
    ben veder ch'el fu re, che chiese senno
    acci che re sufficiente fosse;
      non per sapere il numero in che enno
    li motor di qua s, o se "necesse"
    con contingente mai "necesse" fenno;
      non "si est dare primum motum esse",
    o se del mezzo cerchio far si puote
    triangol s ch'un retto non avesse.
      Onde, se ci ch'io dissi e questo note,
    regal prudenza  quel vedere impari
    in che lo stral di mia intenzion percuote;
      e se al "surse" drizzi li occhi chiari,
    vedrai aver solamente respetto
    ai regi, che son molti, e ' buon son rari.
      Con questa distinzion prendi 'l mio detto;
    e cos puote star con quel che credi
    del primo padre e del nostro Diletto.
      E questo ti sia sempre piombo a' piedi,
    per farti mover lento com'uom lasso
    e al s e al no che tu non vedi:
      ch quelli  tra li stolti bene a basso,
    che sanza distinzione afferma e nega
    ne l'un cos come ne l'altro passo;
      perch'elli 'ncontra che pi volte piega
    l'oppinion corrente in falsa parte,
    e poi l'affetto l'intelletto lega.
      Vie pi che 'ndarno da riva si parte,
    perch non torna tal qual e' si move,
    chi pesca per lo vero e non ha l'arte.
      E di ci sono al mondo aperte prove
    Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
    li quali andaro e non sapean dove;
      s f Sabellio e Arrio e quelli stolti
    che furon come spade a le Scritture
    in render torti li diritti volti.
      Non sien le genti, ancor, troppo sicure
    a giudicar, s come quei che stima
    le biade in campo pria che sien mature;
      ch'i' ho veduto tutto 'l verno prima
    lo prun mostrarsi rigido e feroce;
    poscia portar la rosa in su la cima;
      e legno vidi gi dritto e veloce
    correr lo mar per tutto suo cammino,
    perire al fine a l'intrar de la foce.
      Non creda donna Berta e ser Martino,
    per vedere un furare, altro offerere,
    vederli dentro al consiglio divino;
      ch quel pu surgere, e quel pu cadere.










    Canto 14.

      Dal centro al cerchio,e s dal cerchio al centro
    movesi l'acqua in un ritondo vaso,
    secondo ch' percosso fuori o dentro:
      ne la mia mente f sbito caso
    questo ch'io dico, s come si tacque
    la gloriosa vita di Tommaso,
      per la similitudine che nacque
    del suo parlare e di quel di Beatrice,
    a cui s cominciar, dopo lui, piacque:
      A costui fa mestieri, e nol vi dice
    n con la voce n pensando ancora,
    d'un altro vero andare a la radice.
      Diteli se la luce onde s'infiora
    vostra sustanza, rimarr con voi
    etternalmente s com'ell' ora;
      e se rimane, dite come, poi
    che sarete visibili rifatti,
    esser por ch'al veder non vi ni.
      Come, da pi letizia pinti e tratti,
    a la fiata quei che vanno a rota
    levan la voce e rallegrano li atti,
      cos, a l'orazion pronta e divota,
    li santi cerchi mostrar nova gioia
    nel torneare e ne la mira nota.
      Qual si lamenta perch qui si moia
    per viver col s, non vide quive
    lo refrigerio de l'etterna ploia.
      Quell'uno e due e tre che sempre vive
    e regna sempre in tre e 'n due e 'n uno,
    non circunscritto, e tutto circunscrive,
      tre volte era cantato da ciascuno
    di quelli spirti con tal melodia,
    ch'ad ogne merto saria giusto muno.
      E io udi' ne la luce pi dia
    del minor cerchio una voce modesta,
    forse qual fu da l'angelo a Maria,
      risponder: Quanto fia lunga la festa
    di paradiso, tanto il nostro amore
    si ragger dintorno cotal vesta.
      La sua chiarezza sguita l'ardore;
    l'ardor la visione, e quella  tanta,
    quant'ha di grazia sovra suo valore.
      Come la carne gloriosa e santa
    fia rivestita, la nostra persona
    pi grata fia per esser tutta quanta;
      per che s'accrescer ci che ne dona
    di gratuito lume il sommo bene,
    lume ch'a lui veder ne condiziona;
      onde la vision crescer convene,
    crescer l'ardor che di quella s'accende,
    crescer lo raggio che da esso vene.
      Ma s come carbon che fiamma rende,
    e per vivo candor quella soverchia,
    s che la sua parvenza si difende;
      cos questo folgr che gi ne cerchia
    fia vinto in apparenza da la carne
    che tutto d la terra ricoperchia;
      n potr tanta luce affaticarne:
    ch li organi del corpo saran forti
    a tutto ci che potr dilettarne.
      Tanto mi parver sbiti e accorti
    e l'uno e l'altro coro a dicer Amme!,
    che ben mostrar disio d'i corpi morti:
      forse non pur per lor, ma per le mamme,
    per li padri e per li altri che fuor cari
    anzi che fosser sempiterne fiamme.
      Ed ecco intorno, di chiarezza pari,
    nascere un lustro sopra quel che v'era,
    per guisa d'orizzonte che rischiari.
      E s come al salir di prima sera
    comincian per lo ciel nove parvenze,
    s che la vista pare e non par vera,
      parvemi l novelle sussistenze
    cominciare a vedere, e fare un giro
    di fuor da l'altre due circunferenze.
      Oh vero sfavillar del Santo Spiro!
    come si fece sbito e candente
    a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
      Ma Beatrice s bella e ridente
    mi si mostr, che tra quelle vedute
    si vuol lasciar che non seguir la mente.
      Quindi ripreser li occhi miei virtute
    a rilevarsi; e vidimi translato
    sol con mia donna in pi alta salute.
      Ben m'accors'io ch'io era pi levato,
    per l'affocato riso de la stella,
    che mi parea pi roggio che l'usato.
      Con tutto 'l core e con quella favella
    ch' una in tutti, a Dio feci olocausto,
    qual conveniesi a la grazia novella.
      E non er'anco del mio petto essausto
    l'ardor del sacrificio, ch'io conobbi
    esso litare stato accetto e fausto;
      ch con tanto lucore e tanto robbi
    m'apparvero splendor dentro a due raggi,
    ch'io dissi: O Elis che s li addobbi!.
      Come distinta da minori e maggi
    lumi biancheggia tra ' poli del mondo
    Galassia s, che fa dubbiar ben saggi;
      s costellati facean nel profondo
    Marte quei raggi il venerabil segno
    che fan giunture di quadranti in tondo.
      Qui vince la memoria mia lo 'ngegno;
    ch quella croce lampeggiava Cristo,
    s ch'io non so trovare essempro degno;
      ma chi prende sua croce e segue Cristo,
    ancor mi scuser di quel ch'io lasso,
    vedendo in quell'albor balenar Cristo.
      Di corno in corno e tra la cima e 'l basso
    si movien lumi, scintillando forte
    nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
      cos si veggion qui diritte e torte,
    veloci e tarde, rinovando vista,
    le minuzie d'i corpi, lunghe e corte,
      moversi per lo raggio onde si lista
    talvolta l'ombra che, per sua difesa,
    la gente con ingegno e arte acquista.
      E come giga e arpa, in tempra tesa
    di molte corde, fa dolce tintinno
    a tal da cui la nota non  intesa,
      cos da' lumi che l m'apparinno
    s'accogliea per la croce una melode
    che mi rapiva, sanza intender l'inno.
      Ben m'accors'io ch'elli era d'alte lode,
    per ch'a me vena Resurgi e Vinci
    come a colui che non intende e ode.
      Io m'innamorava tanto quinci,
    che 'nfino a l non fu alcuna cosa
    che mi legasse con s dolci vinci.
      Forse la mia parola par troppo osa,
    posponendo il piacer de li occhi belli,
    ne' quai mirando mio disio ha posa;
      ma chi s'avvede che i vivi suggelli
    d'ogne bellezza pi fanno pi suso,
    e ch'io non m'era l rivolto a quelli,
      escusar puommi di quel ch'io m'accuso
    per escusarmi, e vedermi dir vero:
    ch 'l piacer santo non  qui dischiuso,
      perch si fa, montando, pi sincero.













    Canto 15.

      Benigna volontade in che si liqua
    sempre l'amor che drittamente spira,
    come cupidit fa ne la iniqua,
      silenzio puose a quella dolce lira,
    e fece quietar le sante corde
    che la destra del cielo allenta e tira.
      Come saranno a' giusti preghi sorde
    quelle sustanze che, per darmi voglia
    ch'io le pregassi, a tacer fur concorde?
      Bene  che sanza termine si doglia
    chi, per amor di cosa che non duri,
    etternalmente quello amor si spoglia.
      Quale per li seren tranquilli e puri
    discorre ad ora ad or sbito foco,
    movendo li occhi che stavan sicuri,
      e pare stella che tramuti loco,
    se non che da la parte ond'e' s'accende
    nulla sen perde, ed esso dura poco:
      tale dal corno che 'n destro si stende
    a pi di quella croce corse un astro
    de la costellazion che l resplende;
      n si part la gemma dal suo nastro,
    ma per la lista radial trascorse,
    che parve foco dietro ad alabastro.
      S pia l'ombra d'Anchise si porse,
    se fede merta nostra maggior musa,
    quando in Eliso del figlio s'accorse.
      "O sanguis meus, o superinfusa
    gratia Dei, sicut tibi cui
    bis unquam celi ianua reclusa"?.
      Cos quel lume: ond'io m'attesi a lui;
    poscia rivolsi a la mia donna il viso,
    e quinci e quindi stupefatto fui;
      ch dentro a li occhi suoi ardeva un riso
    tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo
    de la mia gloria e del mio paradiso.
      Indi, a udire e a veder giocondo,
    giunse lo spirto al suo principio cose,
    ch'io non lo 'ntesi, s parl profondo;
      n per elezion mi si nascose,
    ma per necessit, ch 'l suo concetto
    al segno d'i mortal si soprapuose.
      E quando l'arco de l'ardente affetto
    fu s sfogato, che 'l parlar discese
    inver' lo segno del nostro intelletto,
      la prima cosa che per me s'intese,
    Benedetto sia tu, fu, trino e uno,
    che nel mio seme se' tanto cortese!.
      E segu: Grato e lontano digiuno,
    tratto leggendo del magno volume
    du' non si muta mai bianco n bruno,
      solvuto hai, figlio, dentro a questo lume
    in ch'io ti parlo, merc di colei
    ch'a l'alto volo ti vest le piume.
      Tu credi che a me tuo pensier mei
    da quel ch' primo, cos come raia
    da l'un, se si conosce, il cinque e 'l sei;
      e per ch'io mi sia e perch'io paia
    pi gaudioso a te, non mi domandi,
    che alcun altro in questa turba gaia.
      Tu credi 'l vero; ch i minori e ' grandi
    di questa vita miran ne lo speglio
    in che, prima che pensi, il pensier pandi;
      ma perch 'l sacro amore in che io veglio
    con perpetua vista e che m'asseta
    di dolce disiar, s'adempia meglio,
      la voce tua sicura, balda e lieta
    suoni la volont, suoni 'l disio,
    a che la mia risposta  gi decreta!.
      Io mi volsi a Beatrice, e quella udio
    pria ch'io parlassi, e arrisemi un cenno
    che fece crescer l'ali al voler mio.
      Poi cominciai cos: L'affetto e 'l senno,
    come la prima equalit v'apparse,
    d'un peso per ciascun di voi si fenno,
      per che 'l sol che v'allum e arse,
    col caldo e con la luce  s iguali,
    che tutte simiglianze sono scarse.
      Ma voglia e argomento ne' mortali,
    per la cagion ch'a voi  manifesta,
    diversamente son pennuti in ali;
      ond'io, che son mortal, mi sento in questa
    disagguaglianza, e per non ringrazio
    se non col core a la paterna festa.
      Ben supplico io a te, vivo topazio
    che questa gioia preziosa ingemmi,
    perch mi facci del tuo nome sazio.
      O fronda mia in che io compiacemmi
    pur aspettando, io fui la tua radice:
    cotal principio, rispondendo, femmi.
      Poscia mi disse: Quel da cui si dice
    tua cognazione e che cent'anni e pie
    girato ha 'l monte in la prima cornice,
      mio figlio fu e tuo bisavol fue:
    ben si convien che la lunga fatica
    tu li raccorci con l'opere tue.
      Fiorenza dentro da la cerchia antica,
    ond'ella toglie ancora e terza e nona,
    si stava in pace, sobria e pudica.
      Non avea catenella, non corona,
    non gonne contigiate, non cintura
    che fosse a veder pi che la persona.
      Non faceva, nascendo, ancor paura
    la figlia al padre, che 'l tempo e la dote
    non fuggien quinci e quindi la misura.
      Non avea case di famiglia vte;
    non v'era giunto ancor Sardanapalo
    a mostrar ci che 'n camera si puote.
      Non era vinto ancora Montemalo
    dal vostro Uccellatoio, che, com' vinto
    nel montar s, cos sar nel calo.
      Bellincion Berti vid'io andar cinto
    di cuoio e d'osso, e venir da lo specchio
    la donna sua sanza 'l viso dipinto;
      e vidi quel d'i Nerli e quel del Vecchio
    esser contenti a la pelle scoperta,
    e le sue donne al fuso e al pennecchio.
      Oh fortunate! ciascuna era certa
    de la sua sepultura, e ancor nulla
    era per Francia nel letto diserta.
      L'una vegghiava a studio de la culla,
    e, consolando, usava l'idioma
    che prima i padri e le madri trastulla;
      l'altra, traendo a la rocca la chioma,
    favoleggiava con la sua famiglia
    d'i Troiani, di Fiesole e di Roma.
      Saria tenuta allor tal maraviglia
    una Cianghella, un Lapo Salterello,
    qual or saria Cincinnato e Corniglia.
      A cos riposato, a cos bello
    viver di cittadini, a cos fida
    cittadinanza, a cos dolce ostello,
      Maria mi di, chiamata in alte grida;
    e ne l'antico vostro Batisteo
    insieme fui cristiano e Cacciaguida.
      Moronto fu mio frate ed Eliseo;
    mia donna venne a me di val di Pado,
    e quindi il sopranome tuo si feo.
      Poi seguitai lo 'mperador Currado;
    ed el mi cinse de la sua milizia,
    tanto per bene ovrar li venni in grado.
      Dietro li andai incontro a la nequizia
    di quella legge il cui popolo usurpa,
    per colpa d'i pastor, vostra giustizia.
      Quivi fu' io da quella gente turpa
    disviluppato dal mondo fallace,
    lo cui amor molt'anime deturpa;
      e venni dal martiro a questa pace.




    Canto 16.

      O poca nostra nobilt di sangue,
    se gloriar di te la gente fai
    qua gi dove l'affetto nostro langue,
      mirabil cosa non mi sar mai:
    ch l dove appetito non si torce,
    dico nel cielo, io me ne gloriai.
      Ben se' tu manto che tosto raccorce:
    s che, se non s'appon di d in die,
    lo tempo va dintorno con le force.
      Dal 'voi' che prima a Roma s'offerie,
    in che la sua famiglia men persevra,
    ricominciaron le parole mie;
      onde Beatrice, ch'era un poco scevra,
    ridendo, parve quella che tossio
    al primo fallo scritto di Ginevra.
      Io cominciai: Voi siete il padre mio;
    voi mi date a parlar tutta baldezza;
    voi mi levate s, ch'i' son pi ch'io.
      Per tanti rivi s'empie d'allegrezza
    la mente mia, che di s fa letizia
    perch pu sostener che non si spezza.
      Ditemi dunque, cara mia primizia,
    quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
    che si segnaro in vostra puerizia;
      ditemi de l'ovil di San Giovanni
    quanto era allora, e chi eran le genti
    tra esso degne di pi alti scanni.
      Come s'avviva a lo spirar d'i venti
    carbone in fiamma, cos vid'io quella
    luce risplendere a' miei blandimenti;
      e come a li occhi miei si f pi bella,
    cos con voce pi dolce e soave,
    ma non con questa moderna favella,
      dissemi: Da quel d che fu detto '"Ave"'
    al parto in che mia madre, ch' or santa,
    s'allevi di me ond'era grave,
      al suo Leon cinquecento cinquanta
    e trenta fiate venne questo foco
    a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
      Li antichi miei e io nacqui nel loco
    dove si truova pria l'ultimo sesto
    da quei che corre il vostro annual gioco.
      Basti d'i miei maggiori udirne questo:
    chi ei si fosser e onde venner quivi,
    pi  tacer che ragionare onesto.
      Tutti color ch'a quel tempo eran ivi
    da poter arme tra Marte e 'l Batista,
    eran il quinto di quei ch'or son vivi.
      Ma la cittadinanza, ch' or mista
    di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
    pura vediesi ne l'ultimo artista.
      Oh quanto fora meglio esser vicine
    quelle genti ch'io dico, e al Galluzzo
    e a Trespiano aver vostro confine,
      che averle dentro e sostener lo puzzo
    del villan d'Aguglion, di quel da Signa,
    che gi per barattare ha l'occhio aguzzo!
      Se la gente ch'al mondo pi traligna
    non fosse stata a Cesare noverca,
    ma come madre a suo figlio benigna,
      tal fatto  fiorentino e cambia e merca,
    che si sarebbe vlto a Simifonti,
    l dove andava l'avolo a la cerca;
      sariesi Montemurlo ancor de' Conti;
    sarieno i Cerchi nel piovier d'Acone,
    e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
      Sempre la confusion de le persone
    principio fu del mal de la cittade,
    come del vostro il cibo che s'appone;
      e cieco toro pi avaccio cade
    che cieco agnello; e molte volte taglia
    pi e meglio una che le cinque spade.
      Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
    come sono ite, e come se ne vanno
    di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
      udir come le schiatte si disfanno
    non ti parr nova cosa n forte,
    poscia che le cittadi termine hanno.
      Le vostre cose tutte hanno lor morte,
    s come voi; ma celasi in alcuna
    che dura molto, e le vite son corte.
      E come 'l volger del ciel de la luna
    cuopre e discuopre i liti sanza posa,
    cos fa di Fiorenza la Fortuna:
      per che non dee parer mirabil cosa
    ci ch'io dir de li alti Fiorentini
    onde  la fama nel tempo nascosa.
      Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
    Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
    gi nel calare, illustri cittadini;
      e vidi cos grandi come antichi,
    con quel de la Sannella, quel de l'Arca,
    e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.
      Sovra la porta ch'al presente  carca
    di nova fellonia di tanto peso
    che tosto fia iattura de la barca,
      erano i Ravignani, ond' disceso
    il conte Guido e qualunque del nome
    de l'alto Bellincione ha poscia preso.
      Quel de la Pressa sapeva gi come
    regger si vuole, e avea Galigaio
    dorata in casa sua gi l'elsa e 'l pome.
      Grand'era gi la colonna del Vaio,
    Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
    e Galli e quei ch'arrossan per lo staio.
      Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
    era gi grande, e gi eran tratti
    a le curule Sizii e Arrigucci.
      Oh quali io vidi quei che son disfatti
    per lor superbia! e le palle de l'oro
    fiorian Fiorenza in tutt'i suoi gran fatti.
      Cos facieno i padri di coloro
    che, sempre che la vostra chiesa vaca,
    si fanno grassi stando a consistoro.
      L'oltracotata schiatta che s'indraca
    dietro a chi fugge, e a chi mostra 'l dente
    o ver la borsa, com'agnel si placa,
      gi vena s, ma di picciola gente;
    s che non piacque ad Ubertin Donato
    che poi il suocero il f lor parente.
      Gi era 'l Caponsacco nel mercato
    disceso gi da Fiesole, e gi era
    buon cittadino Giuda e Infangato.
      Io dir cosa incredibile e vera:
    nel picciol cerchio s'entrava per porta
    che si nomava da quei de la Pera.
      Ciascun che de la bella insegna porta
    del gran barone il cui nome e 'l cui pregio
    la festa di Tommaso riconforta,
      da esso ebbe milizia e privilegio;
    avvegna che con popol si rauni
    oggi colui che la fascia col fregio.
      Gi eran Gualterotti e Importuni;
    e ancor saria Borgo pi quieto,
    se di novi vicin fosser digiuni.
      La casa di che nacque il vostro fleto,
    per lo giusto disdegno che v'ha morti,
    e puose fine al vostro viver lieto,
      era onorata, essa e suoi consorti:
    o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
    le nozze sue per li altrui conforti!
      Molti sarebber lieti, che son tristi,
    se Dio t'avesse conceduto ad Ema
    la prima volta ch'a citt venisti.
      Ma conveniesi a quella pietra scema
    che guarda 'l ponte, che Fiorenza fesse
    vittima ne la sua pace postrema.
      Con queste genti, e con altre con esse,
    vid'io Fiorenza in s fatto riposo,
    che non avea cagione onde piangesse:
      con queste genti vid'io glorioso
    e giusto il popol suo, tanto che 'l giglio
    non era ad asta mai posto a ritroso,
      n per division fatto vermiglio.




















    Canto 17.

      Qual venne a Climen, per accertarsi
    di ci ch'avea incontro a s udito,
    quei ch'ancor fa li padri ai figli scarsi;
      tal era io, e tal era sentito
    e da Beatrice e da la santa lampa
    che pria per me avea mutato sito.
      Per che mia donna Manda fuor la vampa
    del tuo disio, mi disse, s ch'ella esca
    segnata bene de la interna stampa;
      non perch nostra conoscenza cresca
    per tuo parlare, ma perch t'ausi
    a dir la sete, s che l'uom ti mesca.
      O cara piota mia che s t'insusi,
    che, come veggion le terrene menti
    non capere in triangol due ottusi,
      cos vedi le cose contingenti
    anzi che sieno in s, mirando il punto
    a cui tutti li tempi son presenti;
      mentre ch'io era a Virgilio congiunto
    su per lo monte che l'anime cura
    e discendendo nel mondo defunto,
      dette mi fuor di mia vita futura
    parole gravi, avvegna ch'io mi senta
    ben tetragono ai colpi di ventura;
      per che la voglia mia saria contenta
    d'intender qual fortuna mi s'appressa;
    ch saetta previsa vien pi lenta.
      Cos diss'io a quella luce stessa
    che pria m'avea parlato; e come volle
    Beatrice, fu la mia voglia confessa.
      N per ambage, in che la gente folle
    gi s'inviscava pria che fosse anciso
    l'Agnel di Dio che le peccata tolle,
      ma per chiare parole e con preciso
    latin rispuose quello amor paterno,
    chiuso e parvente del suo proprio riso:
      La contingenza, che fuor del quaderno
    de la vostra matera non si stende,
    tutta  dipinta nel cospetto etterno:
      necessit per quindi non prende
    se non come dal viso in che si specchia
    nave che per torrente gi discende.
      Da indi, s come viene ad orecchia
    dolce armonia da organo, mi viene
    a vista il tempo che ti s'apparecchia.
      Qual si partio Ipolito d'Atene
    per la spietata e perfida noverca,
    tal di Fiorenza partir ti convene.
      Questo si vuole e questo gi si cerca,
    e tosto verr fatto a chi ci pensa
    l dove Cristo tutto d si merca.
      La colpa seguir la parte offensa
    in grido, come suol; ma la vendetta
    fia testimonio al ver che la dispensa.
      Tu lascerai ogne cosa diletta
    pi caramente; e questo  quello strale
    che l'arco de lo essilio pria saetta.
      Tu proverai s come sa di sale
    lo pane altrui, e come  duro calle
    lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.
      E quel che pi ti graver le spalle,
    sar la compagnia malvagia e scempia
    con la qual tu cadrai in questa valle;
      che tutta ingrata, tutta matta ed empia
    si far contr'a te; ma, poco appresso,
    ella, non tu, n'avr rossa la tempia.
      Di sua bestialitate il suo processo

    far la prova; s ch'a te fia bello
    averti fatta parte per te stesso.
      Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello
    sar la cortesia del gran Lombardo
    che 'n su la scala porta il santo uccello;
      ch'in te avr s benigno riguardo,
    che del fare e del chieder, tra voi due,
    fia primo quel che tra li altri  pi tardo.
      Con lui vedrai colui che 'mpresso fue,
    nascendo, s da questa stella forte,
    che notabili fier l'opere sue.
      Non se ne son le genti ancora accorte
    per la novella et, ch pur nove anni
    son queste rote intorno di lui torte;
      ma pria che 'l Guasco l'alto Arrigo inganni,
    parran faville de la sua virtute
    in non curar d'argento n d'affanni.
      Le sue magnificenze conosciute
    saranno ancora, s che ' suoi nemici
    non ne potran tener le lingue mute.
      A lui t'aspetta e a' suoi benefici;
    per lui fia trasmutata molta gente,
    cambiando condizion ricchi e mendici;
      e portera'ne scritto ne la mente
    di lui, e nol dirai; e disse cose
    incredibili a quei che fier presente.
      Poi giunse: Figlio, queste son le chiose
    di quel che ti fu detto; ecco le 'nsidie
    che dietro a pochi giri son nascose.
      Non vo' per ch'a' tuoi vicini invidie,
    poscia che s'infutura la tua vita
    vie pi l che 'l punir di lor perfidie.
      Poi che, tacendo, si mostr spedita
    l'anima santa di metter la trama
    in quella tela ch'io le porsi ordita,
      io cominciai, come colui che brama,
    dubitando, consiglio da persona
    che vede e vuol dirittamente e ama:
      Ben veggio, padre mio, s come sprona
    lo tempo verso me, per colpo darmi
    tal, ch' pi grave a chi pi s'abbandona;
      per che di provedenza  buon ch'io m'armi,
    s che, se loco m' tolto pi caro,
    io non perdessi li altri per miei carmi.
      Gi per lo mondo sanza fine amaro,
    e per lo monte del cui bel cacume
    li occhi de la mia donna mi levaro,
      e poscia per lo ciel, di lume in lume,
    ho io appreso quel che s'io ridico,
    a molti fia sapor di forte agrume;
      e s'io al vero son timido amico,
    temo di perder viver tra coloro
    che questo tempo chiameranno antico.
      La luce in che rideva il mio tesoro
    ch'io trovai l, si f prima corusca,
    quale a raggio di sole specchio d'oro;
      indi rispuose: Coscienza fusca
    o de la propria o de l'altrui vergogna
    pur sentir la tua parola brusca.
      Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
    tutta tua vision fa manifesta;
    e lascia pur grattar dov' la rogna.
      Ch se la voce tua sar molesta
    nel primo gusto, vital nodrimento
    lascer poi, quando sar digesta.
      Questo tuo grido far come vento,
    che le pi alte cime pi percuote;
    e ci non fa d'onor poco argomento.
      Per ti son mostrate in queste rote,
    nel monte e ne la valle dolorosa
    pur l'anime che son di fama note,
      che l'animo di quel ch'ode, non posa
    n ferma fede per essempro ch'aia
    la sua radice incognita e ascosa,
      n per altro argomento che non paia.









    Canto 18.

      Gi si godeva solo del suo verbo
    quello specchio beato, e io gustava
    lo mio, temprando col dolce l'acerbo;
      e quella donna ch'a Dio mi menava
    disse: Muta pensier; pensa ch'i' sono
    presso a colui ch'ogne torto disgrava.
      Io mi rivolsi a l'amoroso suono
    del mio conforto; e qual io allor vidi
    ne li occhi santi amor, qui l'abbandono:
      non perch'io pur del mio parlar diffidi,
    ma per la mente che non pu redire
    sovra s tanto, s'altri non la guidi.
      Tanto poss'io di quel punto ridire,
    che, rimirando lei, lo mio affetto
    libero fu da ogne altro disire,
      fin che 'l piacere etterno, che diretto
    raggiava in Beatrice, dal bel viso
    mi contentava col secondo aspetto.
      Vincendo me col lume d'un sorriso,
    ella mi disse: Volgiti e ascolta;
    ch non pur ne' miei occhi  paradiso.
      Come si vede qui alcuna volta
    l'affetto ne la vista, s'elli  tanto,
    che da lui sia tutta l'anima tolta,
      cos nel fiammeggiar del folgr santo,
    a ch'io mi volsi, conobbi la voglia
    in lui di ragionarmi ancora alquanto.
      El cominci: In questa quinta soglia
    de l'albero che vive de la cima
    e frutta sempre e mai non perde foglia,
      spiriti son beati, che gi, prima
    che venissero al ciel, fuor di gran voce,
    s ch'ogne musa ne sarebbe opima.
      Per mira ne' corni de la croce:
    quello ch'io nomer, l far l'atto
    che fa in nube il suo foco veloce.
      Io vidi per la croce un lume tratto
    dal nomar Iosu, com'el si feo;
    n mi fu noto il dir prima che 'l fatto.
      E al nome de l'alto Macabeo
    vidi moversi un altro roteando,
    e letizia era ferza del paleo.
      Cos per Carlo Magno e per Orlando
    due ne segu lo mio attento sguardo,
    com'occhio segue suo falcon volando.
      Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
    e 'l duca Gottifredi la mia vista
    per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
      Indi, tra l'altre luci mota e mista,
    mostrommi l'alma che m'avea parlato
    qual era tra i cantor del cielo artista.
      Io mi rivolsi dal mio destro lato
    per vedere in Beatrice il mio dovere,
    o per parlare o per atto, segnato;
      e vidi le sue luci tanto mere,
    tanto gioconde, che la sua sembianza
    vinceva li altri e l'ultimo solere.
      E come, per sentir pi dilettanza
    bene operando, l'uom di giorno in giorno
    s'accorge che la sua virtute avanza,
      s m'accors'io che 'l mio girare intorno
    col cielo insieme avea cresciuto l'arco,
    veggendo quel miracol pi addorno.
      E qual  'l trasmutare in picciol varco
    di tempo in bianca donna, quando 'l volto
    suo si discarchi di vergogna il carco,
      tal fu ne li occhi miei, quando fui vlto,
    per lo candor de la temprata stella
    sesta, che dentro a s m'avea ricolto.
      Io vidi in quella giovial facella
    lo sfavillar de l'amor che l era,
    segnare a li occhi miei nostra favella.
      E come augelli surti di rivera,
    quasi congratulando a lor pasture,
    fanno di s or tonda or altra schiera,
      s dentro ai lumi sante creature
    volitando cantavano, e faciensi
    or "D", or "I", or "L" in sue figure.
      Prima, cantando, a sua nota moviensi;
    poi, diventando l'un di questi segni,
    un poco s'arrestavano e taciensi.
      O diva "Pegasea che li 'ngegni
    fai gloriosi e rendili longevi,
    ed essi teco le cittadi e ' regni,
      illustrami di te, s ch'io rilevi
    le lor figure com'io l'ho concette:
    paia tua possa in questi versi brevi!
      Mostrarsi dunque in cinque volte sette
    vocali e consonanti; e io notai
    le parti s, come mi parver dette.
      '"DILIGITE IUSTITIAM"', primai
    fur verbo e nome di tutto 'l dipinto;
    '"QUI IUDICATIS TERRAM"', fur sezzai.
      Poscia ne l'emme del vocabol quinto
    rimasero ordinate; s che Giove
    pareva argento l d'oro distinto.
      E vidi scendere altre luci dove
    era il colmo de l'emme, e l quetarsi
    cantando, credo, il ben ch'a s le move.
      Poi, come nel percuoter d'i ciocchi arsi
    surgono innumerabili faville,
    onde li stolti sogliono agurarsi,
      resurger parver quindi pi di mille
    luci e salir, qual assai e qual poco,
    s come 'l sol che l'accende sortille;
      e quietata ciascuna in suo loco,
    la testa e 'l collo d'un'aguglia vidi
    rappresentare a quel distinto foco.
      Quei che dipinge l, non ha chi 'l guidi;
    ma esso guida, e da lui si rammenta
    quella virt ch' forma per li nidi.
      L'altra beatitudo, che contenta
    pareva prima d'ingigliarsi a l'emme,
    con poco moto seguit la 'mprenta.
      O dolce stella, quali e quante gemme
    mi dimostraro che nostra giustizia
    effetto sia del ciel che tu ingemme!
      Per ch'io prego la mente in che s'inizia
    tuo moto e tua virtute, che rimiri
    ond'esce il fummo che 'l tuo raggio vizia;
      s ch'un'altra fiata omai s'adiri
    del comperare e vender dentro al templo
    che si mur di segni e di martri.
      O milizia del ciel cu' io contemplo,
    adora per color che sono in terra
    tutti sviati dietro al malo essemplo!
      Gi si solea con le spade far guerra;
    ma or si fa togliendo or qui or quivi
    lo pan che 'l pio Padre a nessun serra.
      Ma tu che sol per cancellare scrivi,
    pensa che Pietro e Paulo, che moriro
    per la vigna che guasti, ancor son vivi.
      Ben puoi tu dire: I' ho fermo 'l disiro
    s a colui che volle viver solo
    e che per salti fu tratto al martiro,
      ch'io non conosco il pescator n Polo.
















    Canto 19.

      Parea dinanzi a me con l'ali aperte
    la bella image che nel dolce "frui"
    liete facevan l'anime conserte;
      parea ciascuna rubinetto in cui
    raggio di sole ardesse s acceso,
    che ne' miei occhi rifrangesse lui.
      E quel che mi convien ritrar testeso,
    non port voce mai, n scrisse incostro,
    n fu per fantasia gi mai compreso;
      ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro,
    e sonar ne la voce e io e mio,
    quand'era nel concetto e 'noi' e 'nostro'.
      E cominci: Per esser giusto e pio
    son io qui essaltato a quella gloria
    che non si lascia vincere a disio;
      e in terra lasciai la mia memoria
    s fatta, che le genti l malvage
    commendan lei, ma non seguon la storia.
      Cos un sol calor di molte brage
    si fa sentir, come di molti amori
    usciva solo un suon di quella image.
      Ond'io appresso: O perpetui fiori
    de l'etterna letizia, che pur uno
    parer mi fate tutti vostri odori,
      solvetemi, spirando, il gran digiuno
    che lungamente m'ha tenuto in fame,
    non trovandoli in terra cibo alcuno.
      Ben so io che, se 'n cielo altro reame
    la divina giustizia fa suo specchio,
    che 'l vostro non l'apprende con velame.
      Sapete come attento io m'apparecchio
    ad ascoltar; sapete qual  quello
    dubbio che m' digiun cotanto vecchio.
      Quasi falcone ch'esce del cappello,
    move la testa e con l'ali si plaude,
    voglia mostrando e faccendosi bello,
      vid'io farsi quel segno, che di laude
    de la divina grazia era contesto,
    con canti quai si sa chi l s gaude.
      Poi cominci: Colui che volse il sesto
    a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
    distinse tanto occulto e manifesto,
      non pot suo valor s fare impresso
    in tutto l'universo, che 'l suo verbo
    non rimanesse in infinito eccesso.
      E ci fa certo che 'l primo superbo,
    che fu la somma d'ogne creatura,
    per non aspettar lume, cadde acerbo;
      e quinci appar ch'ogne minor natura
     corto recettacolo a quel bene
    che non ha fine e s con s misura.
      Dunque vostra veduta, che convene
    esser alcun de' raggi de la mente
    di che tutte le cose son ripiene,
      non p da sua natura esser possente
    tanto, che suo principio discerna
    molto di l da quel che l' parvente.
      Per ne la giustizia sempiterna
    la vista che riceve il vostro mondo,
    com'occhio per lo mare, entro s'interna;
      che, ben che da la proda veggia il fondo,
    in pelago nol vede; e nondimeno
    li, ma cela lui l'esser profondo.
      Lume non , se non vien dal sereno
    che non si turba mai; anzi  tenebra
    od ombra de la carne o suo veleno.
      Assai t' mo aperta la latebra
    che t'ascondeva la giustizia viva,
    di che facei question cotanto crebra;
      ch tu dicevi: "Un uom nasce a la riva
    de l'Indo, e quivi non  chi ragioni
    di Cristo n chi legga n chi scriva;
      e tutti suoi voleri e atti buoni
    sono, quanto ragione umana vede,
    sanza peccato in vita o in sermoni.
      Muore non battezzato e sanza fede:
    ov' questa giustizia che 'l condanna?
    ov' la colpa sua, se ei non crede?"
      Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna,
    per giudicar di lungi mille miglia
    con la veduta corta d'una spanna?
      Certo a colui che meco s'assottiglia,
    se la Scrittura sovra voi non fosse,
    da dubitar sarebbe a maraviglia.
      Oh terreni animali! oh menti grosse!
    La prima volont, ch' da s buona,
    da s, ch' sommo ben, mai non si mosse.
      Cotanto  giusto quanto a lei consuona:
    nullo creato bene a s la tira,
    ma essa, radiando, lui cagiona.
      Quale sovresso il nido si rigira
    poi c'ha pasciuti la cicogna i figli,
    e come quel ch' pasto la rimira;
      cotal si fece, e s levai i cigli,
    la benedetta imagine, che l'ali
    movea sospinte da tanti consigli.
      Roteando cantava, e dicea: Quali
    son le mie note a te, che non le 'ntendi,
    tal  il giudicio etterno a voi mortali.
      Poi si quetaro quei lucenti incendi
    de lo Spirito Santo ancor nel segno
    che f i Romani al mondo reverendi,
      esso ricominci: A questo regno
    non sal mai chi non credette 'n Cristo,
    n pria n poi ch'el si chiavasse al legno.
      Ma vedi: molti gridan "Cristo, Cristo!",
    che saranno in giudicio assai men "prope"
    a lui, che tal che non conosce Cristo;
      e tai Cristian danner l'Etipe,
    quando si partiranno i due collegi,
    l'uno in etterno ricco e l'altro inpe.
      Che poran dir li Perse a' vostri regi,
    come vedranno quel volume aperto
    nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
      L si vedr, tra l'opere d'Alberto,
    quella che tosto mover la penna,
    per che 'l regno di Praga fia diserto.
      L si vedr il duol che sovra Senna
    induce, falseggiando la moneta,
    quel che morr di colpo di cotenna.
      L si vedr la superbia ch'asseta,
    che fa lo Scotto e l'Inghilese folle,
    s che non pu soffrir dentro a sua meta.
      Vedrassi la lussuria e 'l viver molle
    di quel di Spagna e di quel di Boemme,
    che mai valor non conobbe n volle.
      Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
    segnata con un i la sua bontate,
    quando 'l contrario segner un emme.
      Vedrassi l'avarizia e la viltate
    di quei che guarda l'isola del foco,
    ove Anchise fin la lunga etate;
      e a dare ad intender quanto  poco,
    la sua scrittura fian lettere mozze,
    che noteranno molto in parvo loco.
      E parranno a ciascun l'opere sozze
    del barba e del fratel, che tanto egregia
    nazione e due corone han fatte bozze.
      E quel di Portogallo e di Norvegia
    l si conosceranno, e quel di Rascia
    che male ha visto il conio di Vinegia.
      Oh beata Ungheria, se non si lascia
    pi malmenare! e beata Navarra,
    se s'armasse del monte che la fascia!
      E creder de' ciascun che gi, per arra
    di questo, Niccosia e Famagosta
    per la lor bestia si lamenti e garra,
      che dal fianco de l'altre non si scosta.




    Canto 20.

      Quando colui che tutto 'l mondo alluma
    de l'emisperio nostro s discende,
    che 'l giorno d'ogne parte si consuma,
      lo ciel, che sol di lui prima s'accende,
    subitamente si rif parvente
    per molte luci, in che una risplende;
      e questo atto del ciel mi venne a mente,
    come 'l segno del mondo e de' suoi duci
    nel benedetto rostro fu tacente;
      per che tutte quelle vive luci,
    vie pi lucendo, cominciaron canti
    da mia memoria labili e caduci.
      O dolce amor che di riso t'ammanti,
    quanto parevi ardente in que' flailli,
    ch'avieno spirto sol di pensier santi!
      Poscia che i cari e lucidi lapilli
    ond'io vidi ingemmato il sesto lume
    puoser silenzio a li angelici squilli,
      udir mi parve un mormorar di fiume
    che scende chiaro gi di pietra in pietra,
    mostrando l'ubert del suo cacume.
      E come suono al collo de la cetra
    prende sua forma, e s com'al pertugio
    de la sampogna vento che pentra,
      cos, rimosso d'aspettare indugio,
    quel mormorar de l'aguglia salissi
    su per lo collo, come fosse bugio.
      Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
    per lo suo becco in forma di parole,
    quali aspettava il core ov'io le scrissi.
      La parte in me che vede e pate il sole
    ne l'aguglie mortali, incominciommi,
    or fisamente riguardar si vole,
      perch d'i fuochi ond'io figura fommi,
    quelli onde l'occhio in testa mi scintilla,
    e' di tutti lor gradi son li sommi.
      Colui che luce in mezzo per pupilla,
    fu il cantor de lo Spirito Santo,
    che l'arca traslat di villa in villa:
      ora conosce il merto del suo canto,
    in quanto effetto fu del suo consiglio,
    per lo remunerar ch' altrettanto.
      Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
    colui che pi al becco mi s'accosta,
    la vedovella consol del figlio:
      ora conosce quanto caro costa
    non seguir Cristo, per l'esperienza
    di questa dolce vita e de l'opposta.
      E quel che segue in la circunferenza
    di che ragiono, per l'arco superno,
    morte indugi per vera penitenza:
      ora conosce che 'l giudicio etterno
    non si trasmuta, quando degno preco
    fa crastino l gi de l'odierno.
      L'altro che segue, con le leggi e meco,
    sotto buona intenzion che f mal frutto,
    per cedere al pastor si fece greco:
      ora conosce come il mal dedutto
    dal suo bene operar non li  nocivo,
    avvegna che sia 'l mondo indi distrutto.
      E quel che vedi ne l'arco declivo,
    Guiglielmo fu, cui quella terra plora
    che piagne Carlo e Federigo vivo:
      ora conosce come s'innamora
    lo ciel del giusto rege, e al sembiante
    del suo fulgore il fa vedere ancora.
      Chi crederebbe gi nel mondo errante,
    che Rifeo Troiano in questo tondo
    fosse la quinta de le luci sante?
      Ora conosce assai di quel che 'l mondo
    veder non pu de la divina grazia,
    ben che sua vista non discerna il fondo.
      Quale allodetta che 'n aere si spazia
    prima cantando, e poi tace contenta
    de l'ultima dolcezza che la sazia,
      tal mi sembi l'imago de la 'mprenta
    de l'etterno piacere, al cui disio
    ciascuna cosa qual ell' diventa.
      E avvegna ch'io fossi al dubbiar mio
    l quasi vetro a lo color ch'el veste,
    tempo aspettar tacendo non patio,
      ma de la bocca, Che cose son queste?,
    mi pinse con la forza del suo peso:
    per ch'io di coruscar vidi gran feste.
      Poi appresso, con l'occhio pi acceso,
    lo benedetto segno mi rispuose
    per non tenermi in ammirar sospeso:
      Io veggio che tu credi queste cose
    perch'io le dico, ma non vedi come;
    s che, se son credute, sono ascose.
      Fai come quei che la cosa per nome
    apprende ben, ma la sua quiditate
    veder non pu se altri non la prome.
      "Regnum celorum" violenza pate
    da caldo amore e da viva speranza,
    che vince la divina volontate:
      non a guisa che l'omo a l'om sobranza,
    ma vince lei perch vuole esser vinta,
    e, vinta, vince con sua beninanza.
      La prima vita del ciglio e la quinta
    ti fa maravigliar, perch ne vedi
    la region de li angeli dipinta.
      D'i corpi suoi non uscir, come credi,
    Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
    quel d'i passuri e quel d'i passi piedi.
      Ch l'una de lo 'nferno, u' non si riede
    gi mai a buon voler, torn a l'ossa;
    e ci di viva spene fu mercede:
      di viva spene, che mise la possa
    ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla,
    s che potesse sua voglia esser mossa.
      L'anima gloriosa onde si parla,
    tornata ne la carne, in che fu poco,
    credette in lui che potea aiutarla;
      e credendo s'accese in tanto foco
    di vero amor, ch'a la morte seconda
    fu degna di venire a questo gioco.
      L'altra, per grazia che da s profonda
    fontana stilla, che mai creatura
    non pinse l'occhio infino a la prima onda,
      tutto suo amor l gi pose a drittura:
    per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
    l'occhio a la nostra redenzion futura;
      ond'ei credette in quella, e non sofferse
    da indi il puzzo pi del paganesmo;
    e riprendiene le genti perverse.
      Quelle tre donne li fur per battesmo
    che tu vedesti da la destra rota,
    dinanzi al battezzar pi d'un millesmo.
      O predestinazion, quanto remota
     la radice tua da quelli aspetti
    che la prima cagion non veggion "tota"!
      E voi, mortali, tenetevi stretti
    a giudicar; ch noi, che Dio vedemo,
    non conosciamo ancor tutti li eletti;
      ed nne dolce cos fatto scemo,
    perch il ben nostro in questo ben s'affina,
    che quel che vole Iddio, e noi volemo.
      Cos da quella imagine divina,
    per farmi chiara la mia corta vista,
    data mi fu soave medicina.
      E come a buon cantor buon citarista
    fa seguitar lo guizzo de la corda,
    in che pi di piacer lo canto acquista,
      s, mentre ch'e' parl, s mi ricorda
    ch'io vidi le due luci benedette,
    pur come batter d'occhi si concorda,
      con le parole mover le fiammette.




    Canto 21.

      Gi eran li occhi miei rifissi al volto
    de la mia donna, e l'animo con essi,
    e da ogne altro intento s'era tolto.
      E quella non ridea; ma S'io ridessi,
    mi cominci, tu ti faresti quale
    fu Semel quando di cener fessi;
      ch la bellezza mia, che per le scale
    de l'etterno palazzo pi s'accende,
    com'hai veduto, quanto pi si sale,
      se non si temperasse, tanto splende,
    che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore,
    sarebbe fronda che trono scoscende.
      Noi sem levati al settimo splendore,
    che sotto 'l petto del Leone ardente
    raggia mo misto gi del suo valore.
      Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
    e fa di quelli specchi a la figura
    che 'n questo specchio ti sar parvente.
      Qual savesse qual era la pastura
    del viso mio ne l'aspetto beato
    quand'io mi trasmutai ad altra cura,
      conoscerebbe quanto m'era a grato
    ubidire a la mia celeste scorta,
    contrapesando l'un con l'altro lato.
      Dentro al cristallo che 'l vocabol porta,
    cerchiando il mondo, del suo caro duce
    sotto cui giacque ogne malizia morta,
      di color d'oro in che raggio traluce
    vid'io uno scaleo eretto in suso
    tanto, che nol seguiva la mia luce.
      Vidi anche per li gradi scender giuso
    tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume
    che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
      E come, per lo natural costume,
    le pole insieme, al cominciar del giorno,
    si movono a scaldar le fredde piume;
      poi altre vanno via sanza ritorno,
    altre rivolgon s onde son mosse,
    e altre roteando fan soggiorno;
      tal modo parve me che quivi fosse
    in quello sfavillar che 'nsieme venne,
    s come in certo grado si percosse.
      E quel che presso pi ci si ritenne,
    si f s chiaro, ch'io dicea pensando:
    'Io veggio ben l'amor che tu m'accenne.
      Ma quella ond'io aspetto il come e 'l quando
    del dire e del tacer, si sta; ond'io,
    contra 'l disio, fo ben ch'io non dimando'.
      Per ch'ella, che vedea il tacer mio
    nel veder di colui che tutto vede,
    mi disse: Solvi il tuo caldo disio.
      E io incominciai: La mia mercede
    non mi fa degno de la tua risposta;
    ma per colei che 'l chieder mi concede,
      vita beata che ti stai nascosta
    dentro a la tua letizia, fammi nota
    la cagion che s presso mi t'ha posta;
      e di' perch si tace in questa rota
    la dolce sinfonia di paradiso,
    che gi per l'altre suona s divota.
      Tu hai l'udir mortal s come il viso,
    rispuose a me; onde qui non si canta
    per quel che Beatrice non ha riso.
      Gi per li gradi de la scala santa
    discesi tanto sol per farti festa
    col dire e con la luce che mi ammanta;
      n pi amor mi fece esser pi presta;
    ch pi e tanto amor quinci s ferve,
    s come il fiammeggiar ti manifesta.
      Ma l'alta carit, che ci fa serve
    pronte al consiglio che 'l mondo governa,
    sorteggia qui s come tu osserve.
      Io veggio ben, diss'io, sacra lucerna,
    come libero amore in questa corte
    basta a seguir la provedenza etterna;
      ma questo  quel ch'a cerner mi par forte,
    perch predestinata fosti sola
    a questo officio tra le tue consorte.
      N venni prima a l'ultima parola,
    che del suo mezzo fece il lume centro,
    girando s come veloce mola;
      poi rispuose l'amor che v'era dentro:
    Luce divina sopra me s'appunta,
    penetrando per questa in ch'io m'inventro,
      la cui virt, col mio veder congiunta,
    mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio
    la somma essenza de la quale  munta.
      Quinci vien l'allegrezza ond'io fiammeggio;
    per ch'a la vista mia, quant'ella  chiara,
    la chiarit de la fiamma pareggio.
      Ma quell'alma nel ciel che pi si schiara,
    quel serafin che 'n Dio pi l'occhio ha fisso,
    a la dimanda tua non satisfara,
      per che s s'innoltra ne lo abisso
    de l'etterno statuto quel che chiedi,
    che da ogne creata vista  scisso.
      E al mondo mortal, quando tu riedi,
    questo rapporta, s che non presumma
    a tanto segno pi mover li piedi.
      La mente, che qui luce, in terra fumma;
    onde riguarda come pu l gie
    quel che non pote perch 'l ciel l'assumma.
      S mi prescrisser le parole sue,
    ch'io lasciai la quistione e mi ritrassi
    a dimandarla umilmente chi fue.
      Tra ' due liti d'Italia surgon sassi,
    e non molto distanti a la tua patria,
    tanto che ' troni assai suonan pi bassi,
      e fanno un gibbo che si chiama Catria,
    di sotto al quale  consecrato un ermo,
    che suole esser disposto a sola latria.
      Cos ricominciommi il terzo sermo;
    e poi, continuando, disse: Quivi
    al servigio di Dio mi fe' s fermo,
      che pur con cibi di liquor d'ulivi
    lievemente passava caldi e geli,
    contento ne' pensier contemplativi.
      Render solea quel chiostro a questi cieli
    fertilemente; e ora  fatto vano,
    s che tosto convien che si riveli.
      In quel loco fu' io Pietro Damiano,
    e Pietro Peccator fu' ne la casa
    di Nostra Donna in sul lito adriano.
      Poca vita mortal m'era rimasa,
    quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
    che pur di male in peggio si travasa.
      Venne Cefs e venne il gran vasello
    de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
    prendendo il cibo da qualunque ostello.
      Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
    li moderni pastori e chi li meni,
    tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
      Cuopron d'i manti loro i palafreni,
    s che due bestie van sott'una pelle:
    oh pazienza che tanto sostieni!.
      A questa voce vid'io pi fiammelle
    di grado in grado scendere e girarsi,
    e ogne giro le facea pi belle.
      Dintorno a questa vennero e fermarsi,
    e fero un grido di s alto suono,
    che non potrebbe qui assomigliarsi;
      n io lo 'ntesi, s mi vinse il tuono.










    Canto 22.

      Oppresso di stupore, a la mia guida
    mi volsi, come parvol che ricorre
    sempre col dove pi si confida;
      e quella, come madre che soccorre
    sbito al figlio palido e anelo
    con la sua voce, che 'l suol ben disporre,
      mi disse: Non sai tu che tu se' in cielo?
    e non sai tu che 'l cielo  tutto santo,
    e ci che ci si fa vien da buon zelo?
      Come t'avrebbe trasmutato il canto,
    e io ridendo, mo pensar lo puoi,
    poscia che 'l grido t'ha mosso cotanto;
      nel qual, se 'nteso avessi i prieghi suoi,
    gi ti sarebbe nota la vendetta
    che tu vedrai innanzi che tu muoi.
      La spada di qua s non taglia in fretta
    n tardo, ma' ch'al parer di colui
    che disiando o temendo l'aspetta.
      Ma rivolgiti omai inverso altrui;
    ch'assai illustri spiriti vedrai,
    se com'io dico l'aspetto redui.
      Come a lei piacque, li occhi ritornai,
    e vidi cento sperule che 'nsieme
    pi s'abbellivan con mutui rai.
      Io stava come quei che 'n s repreme
    la punta del disio, e non s'attenta
    di domandar, s del troppo si teme;
      e la maggiore e la pi luculenta
    di quelle margherite innanzi fessi,
    per far di s la mia voglia contenta.
      Poi dentro a lei udi' : Se tu vedessi
    com'io la carit che tra noi arde,
    li tuoi concetti sarebbero espressi.
      Ma perch tu, aspettando, non tarde
    a l'alto fine, io ti far risposta
    pur al pensier, da che s ti riguarde.
      Quel monte a cui Cassino  ne la costa
    fu frequentato gi in su la cima
    da la gente ingannata e mal disposta;
      e quel son io che s vi portai prima
    lo nome di colui che 'n terra addusse
    la verit che tanto ci soblima;
      e tanta grazia sopra me relusse,
    ch'io ritrassi le ville circunstanti
    da l'empio clto che 'l mondo sedusse.
      Questi altri fuochi tutti contemplanti
    uomini fuoro, accesi di quel caldo
    che fa nascere i fiori e ' frutti santi.
      Qui  Maccario, qui  Romoaldo,
    qui son li frati miei che dentro ai chiostri
    fermar li piedi e tennero il cor saldo.
      E io a lui: L'affetto che dimostri
    meco parlando, e la buona sembianza
    ch'io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
      cos m'ha dilatata mia fidanza,
    come 'l sol fa la rosa quando aperta
    tanto divien quant'ell'ha di possanza.
      Per ti priego, e tu, padre, m'accerta
    s'io posso prender tanta grazia, ch'io
    ti veggia con imagine scoverta.
      Ond'elli: Frate, il tuo alto disio
    s'adempier in su l'ultima spera,
    ove s'adempion tutti li altri e 'l mio.
      Ivi  perfetta, matura e intera
    ciascuna disianza; in quella sola
     ogne parte l ove sempr'era,
      perch non  in loco e non s'impola;
    e nostra scala infino ad essa varca,
    onde cos dal viso ti s'invola.
      Infin l s la vide il patriarca
    Iacobbe porger la superna parte,
    quando li apparve d'angeli s carca.
      Ma, per salirla, mo nessun diparte
    da terra i piedi, e la regola mia
    rimasa  per danno de le carte.
      Le mura che solieno esser badia
    fatte sono spelonche, e le cocolle
    sacca son piene di farina ria.
      Ma grave usura tanto non si tolle
    contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto
    che fa il cor de' monaci s folle;
      ch quantunque la Chiesa guarda, tutto
     de la gente che per Dio dimanda;
    non di parenti n d'altro pi brutto.
      La carne d'i mortali  tanto blanda,
    che gi non basta buon cominciamento
    dal nascer de la quercia al far la ghianda.
      Pier cominci sanz'oro e sanz'argento,
    e io con orazione e con digiuno,
    e Francesco umilmente il suo convento;
      e se guardi 'l principio di ciascuno,
    poscia riguardi l dov' trascorso,
    tu vederai del bianco fatto bruno.
      Veramente Iordan vlto retrorso
    pi fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse,
    mirabile a veder che qui 'l soccorso.
      Cos mi disse, e indi si raccolse
    al suo collegio, e 'l collegio si strinse;
    poi, come turbo, in s tutto s'avvolse.
      La dolce donna dietro a lor mi pinse
    con un sol cenno su per quella scala,
    s sua virt la mia natura vinse;
      n mai qua gi dove si monta e cala
    naturalmente, fu s ratto moto
    ch'agguagliar si potesse a la mia ala.
      S'io torni mai, lettore, a quel divoto
    triunfo per lo quale io piango spesso
    le mie peccata e 'l petto mi percuoto,
      tu non avresti in tanto tratto e messo
    nel foco il dito, in quant'io vidi 'l segno
    che segue il Tauro e fui dentro da esso.
      O gloriose stelle, o lume pregno
    di gran virt, dal quale io riconosco
    tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
      con voi nasceva e s'ascondeva vosco
    quelli ch' padre d'ogne mortal vita,
    quand'io senti' di prima l'aere tosco;
      e poi, quando mi fu grazia largita
    d'entrar ne l'alta rota che vi gira,
    la vostra region mi fu sortita.
      A voi divotamente ora sospira
    l'anima mia, per acquistar virtute
    al passo forte che a s la tira.
      Tu se' s presso a l'ultima salute,
    cominci Beatrice, che tu dei
    aver le luci tue chiare e acute;
      e per, prima che tu pi t'inlei,
    rimira in gi, e vedi quanto mondo
    sotto li piedi gi esser ti fei;
      s che 'l tuo cor, quantunque pu, giocondo
    s'appresenti a la turba triunfante
    che lieta vien per questo etera tondo.
      Col viso ritornai per tutte quante
    le sette spere, e vidi questo globo
    tal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante;
      e quel consiglio per migliore approbo
    che l'ha per meno; e chi ad altro pensa
    chiamar si puote veramente probo.
      Vidi la figlia di Latona incensa
    sanza quell'ombra che mi fu cagione
    per che gi la credetti rara e densa.
      L'aspetto del tuo nato, Iperione,
    quivi sostenni, e vidi com'si move
    circa e vicino a lui Maia e Dione.
      Quindi m'apparve il temperar di Giove
    tra 'l padre e 'l figlio: e quindi mi fu chiaro
    il variar che fanno di lor dove;
      e tutti e sette mi si dimostraro
    quanto son grandi e quanto son veloci
    e come sono in distante riparo.
      L'aiuola che ci fa tanto feroci,
    volgendom'io con li etterni Gemelli,
    tutta m'apparve da' colli a le foci;
      poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.




















    Canto 23.

      Come l'augello, intra l'amate fronde,
    posato al nido de' suoi dolci nati
    la notte che le cose ci nasconde,
      che, per veder li aspetti disiati
    e per trovar lo cibo onde li pasca,
    in che gravi labor li sono aggrati,
      previene il tempo in su aperta frasca,
    e con ardente affetto il sole aspetta,
    fiso guardando pur che l'alba nasca;
      cos la donna mia stava eretta
    e attenta, rivolta inver' la plaga
    sotto la quale il sol mostra men fretta:
      s che, veggendola io sospesa e vaga,
    fecimi qual  quei che disiando
    altro vorria, e sperando s'appaga.
      Ma poco fu tra uno e altro quando,
    del mio attender, dico, e del vedere
    lo ciel venir pi e pi rischiarando;
      e Beatrice disse: Ecco le schiere
    del triunfo di Cristo e tutto 'l frutto
    ricolto del girar di queste spere!.
      Pariemi che 'l suo viso ardesse tutto,
    e li occhi avea di letizia s pieni,
    che passarmen convien sanza costrutto.
      Quale ne' plenilunii sereni
    Trivia ride tra le ninfe etterne
    che dipingon lo ciel per tutti i seni,
      vid'i' sopra migliaia di lucerne
    un sol che tutte quante l'accendea,
    come fa 'l nostro le viste superne;
      e per la viva luce trasparea
    la lucente sustanza tanto chiara
    nel viso mio, che non la sostenea.
      Oh Beatrice, dolce guida e cara!
    Ella mi disse: Quel che ti sobranza
     virt da cui nulla si ripara.
      Quivi  la sapienza e la possanza
    ch'apr le strade tra 'l cielo e la terra,
    onde fu gi s lunga disianza.
      Come foco di nube si diserra
    per dilatarsi s che non vi cape,
    e fuor di sua natura in gi s'atterra,
      la mente mia cos, tra quelle dape
    fatta pi grande, di s stessa usco,
    e che si fesse rimembrar non sape.
      Apri li occhi e riguarda qual son io;
    tu hai vedute cose, che possente
    se' fatto a sostener lo riso mio.
      Io era come quei che si risente
    di visione oblita e che s'ingegna
    indarno di ridurlasi a la mente,
      quand'io udi' questa proferta, degna
    di tanto grato, che mai non si stingue
    del libro che 'l preterito rassegna.
      Se mo sonasser tutte quelle lingue
    che Polimnia con le suore fero
    del latte lor dolcissimo pi pingue,
      per aiutarmi, al millesmo del vero
    non si verria, cantando il santo riso
    e quanto il santo aspetto facea mero;
      e cos, figurando il paradiso,
    convien saltar lo sacrato poema,
    come chi trova suo cammin riciso.
      Ma chi pensasse il ponderoso tema
    e l'omero mortal che se ne carca,
    nol biasmerebbe se sott'esso trema:
      non  pareggio da picciola barca
    quel che fendendo va l'ardita prora,
    n da nocchier ch'a s medesmo parca.
      Perch la faccia mia s t'innamora,
    che tu non ti rivolgi al bel giardino
    che sotto i raggi di Cristo s'infiora?
      Quivi  la rosa in che 'l verbo divino
    carne si fece; quivi son li gigli
    al cui odor si prese il buon cammino.
      Cos Beatrice; e io, che a' suoi consigli
    tutto era pronto, ancora mi rendei
    a la battaglia de' debili cigli.
      Come a raggio di sol che puro mei
    per fratta nube, gi prato di fiori
    vider, coverti d'ombra, li occhi miei;
      vid'io cos pi turbe di splendori,
    folgorate di s da raggi ardenti,
    sanza veder principio di folgri.
      O benigna vert che s li 'mprenti,
    s t'essaltasti, per largirmi loco
    a li occhi l che non t'eran possenti.
      Il nome del bel fior ch'io sempre invoco
    e mane e sera, tutto mi ristrinse
    l'animo ad avvisar lo maggior foco;
      e come ambo le luci mi dipinse
    il quale e il quanto de la viva stella
    che l s vince come qua gi vinse,
      per entro il cielo scese una facella,
    formata in cerchio a guisa di corona,
    e cinsela e girossi intorno ad ella.
      Qualunque melodia pi dolce suona
    qua gi e pi a s l'anima tira,
    parrebbe nube che squarciata tona,
      comparata al sonar di quella lira
    onde si coronava il bel zaffiro
    del quale il ciel pi chiaro s'inzaffira.
      Io sono amore angelico, che giro
    l'alta letizia che spira del ventre
    che fu albergo del nostro disiro;
      e girerommi, donna del ciel, mentre
    che seguirai tuo figlio, e farai dia
    pi la spera suprema perch l entre.
      Cos la circulata melodia
    si sigillava, e tutti li altri lumi
    facean sonare il nome di Maria.
      Lo real manto di tutti i volumi
    del mondo, che pi ferve e pi s'avviva
    ne l'alito di Dio e nei costumi,
      avea sopra di noi l'interna riva
    tanto distante, che la sua parvenza,
    l dov'io era, ancor non appariva:
      per non ebber li occhi miei potenza
    di seguitar la coronata fiamma
    che si lev appresso sua semenza.
      E come fantolin che 'nver' la mamma
    tende le braccia, poi che 'l latte prese,
    per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma;
      ciascun di quei candori in s si stese
    con la sua cima, s che l'alto affetto
    ch'elli avieno a Maria mi fu palese.
      Indi rimaser l nel mio cospetto,
    '"Regina celi"' cantando s dolce,
    che mai da me non si part 'l diletto.
      Oh quanta  l'ubert che si soffolce
    in quelle arche ricchissime che fuoro
    a seminar qua gi buone bobolce!
      Quivi si vive e gode del tesoro
    che s'acquist piangendo ne lo essilio
    di Babilln, ove si lasci l'oro.
      Quivi triunfa, sotto l'alto Filio
    di Dio e di Maria, di sua vittoria,
    e con l'antico e col novo concilio,
      colui che tien le chiavi di tal gloria.













    Canto 24.

      O sodalizio eletto a la gran cena
    del benedetto Agnello, il qual vi ciba
    s, che la vostra voglia  sempre piena,
      se per grazia di Dio questi preliba
    di quel che cade de la vostra mensa,
    prima che morte tempo li prescriba,
      ponete mente a l'affezione immensa
    e roratelo alquanto: voi bevete
    sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa.
      Cos Beatrice; e quelle anime liete
    si fero spere sopra fissi poli,
    fiammando, a volte, a guisa di comete.
      E come cerchi in tempra d'oriuoli
    si giran s, che 'l primo a chi pon mente
    quieto pare, e l'ultimo che voli;
      cos quelle carole, differente-
    mente danzando, de la sua ricchezza
    mi facieno stimar, veloci e lente.
      Di quella ch'io notai di pi carezza
    vid'io uscire un foco s felice,
    che nullo vi lasci di pi chiarezza;
      e tre fiate intorno di Beatrice
    si volse con un canto tanto divo,
    che la mia fantasia nol mi ridice.
      Per salta la penna e non lo scrivo:
    ch l'imagine nostra a cotai pieghe,
    non che 'l parlare,  troppo color vivo.
      O santa suora mia che s ne prieghe
    divota, per lo tuo ardente affetto
    da quella bella spera mi disleghe.
      Poscia fermato, il foco benedetto
    a la mia donna dirizz lo spiro,
    che favell cos com'i' ho detto.
      Ed ella: O luce etterna del gran viro
    a cui Nostro Segnor lasci le chiavi,
    ch'ei port gi, di questo gaudio miro,
      tenta costui di punti lievi e gravi,
    come ti piace, intorno de la fede,
    per la qual tu su per lo mare andavi.
      S'elli ama bene e bene spera e crede,
    non t' occulto, perch 'l viso hai quivi
    dov'ogne cosa dipinta si vede;
      ma perch questo regno ha fatto civi
    per la verace fede, a gloriarla,
    di lei parlare  ben ch'a lui arrivi.
      S come il baccialier s'arma e non parla
    fin che 'l maestro la question propone,
    per approvarla, non per terminarla,
      cos m'armava io d'ogne ragione
    mentre ch'ella dicea, per esser presto
    a tal querente e a tal professione.
      Di', buon Cristiano, fatti manifesto:
    fede che ?. Ond'io levai la fronte
    in quella luce onde spirava questo;
      poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
    sembianze femmi perch'io spandessi
    l'acqua di fuor del mio interno fonte.
      La Grazia che mi d ch'io mi confessi,
    comincia' io, da l'alto primipilo,
    faccia li miei concetti bene espressi.
      E seguitai: Come 'l verace stilo
    ne scrisse, padre, del tuo caro frate
    che mise teco Roma nel buon filo,
      fede  sustanza di cose sperate
    e argomento de le non parventi;
    e questa pare a me sua quiditate.
      Allora udi' : Dirittamente senti,
    se bene intendi perch la ripuose
    tra le sustanze, e poi tra li argomenti.
      E io appresso: Le profonde cose
    che mi largiscon qui la lor parvenza,
    a li occhi di l gi son s ascose,
      che l'esser loro v' in sola credenza,
    sopra la qual si fonda l'alta spene;
    e per di sustanza prende intenza.
      E da questa credenza ci convene
    silogizzar, sanz'avere altra vista:
    per intenza d'argomento tene.
      Allora udi' : Se quantunque s'acquista
    gi per dottrina, fosse cos 'nteso,
    non l avria loco ingegno di sofista.
      Cos spir di quello amore acceso;
    indi soggiunse: Assai bene  trascorsa
    d'esta moneta gi la lega e 'l peso;
      ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa.
    Ond'io: S ho, s lucida e s tonda,
    che nel suo conio nulla mi s'inforsa.
      Appresso usc de la luce profonda
    che l splendeva: Questa cara gioia
    sopra la quale ogne virt si fonda,
      onde ti venne?. E io: La larga ploia
    de lo Spirito Santo, ch' diffusa
    in su le vecchie e 'n su le nuove cuoia,
       silogismo che la m'ha conchiusa
    acutamente s, che 'nverso d'ella
    ogne dimostrazion mi pare ottusa.
      Io udi' poi: L'antica e la novella
    proposizion che cos ti conchiude,
    perch l'hai tu per divina favella?.
      E io: La prova che 'l ver mi dischiude,
    son l'opere seguite, a che natura
    non scalda ferro mai n batte incude.
      Risposto fummi: Di', chi t'assicura
    che quell'opere fosser? Quel medesmo
    che vuol provarsi, non altri, il ti giura.
      Se 'l mondo si rivolse al cristianesmo,
    diss'io, sanza miracoli, quest'uno
     tal, che li altri non sono il centesmo:
      ch tu intrasti povero e digiuno
    in campo, a seminar la buona pianta
    che fu gi vite e ora  fatta pruno.
      Finito questo, l'alta corte santa
    rison per le spere un 'Dio laudamo'
    ne la melode che l s si canta.
      E quel baron che s di ramo in ramo,
    essaminando, gi tratto m'avea,
    che a l'ultime fronde appressavamo,
      ricominci: La Grazia, che donnea
    con la tua mente, la bocca t'aperse
    infino a qui come aprir si dovea,
      s ch'io approvo ci che fuori emerse;
    ma or conviene espremer quel che credi,
    e onde a la credenza tua s'offerse.
      O santo padre, e spirito che vedi
    ci che credesti s, che tu vincesti
    ver' lo sepulcro pi giovani piedi,
      comincia' io, tu vuo' ch'io manifesti
    la forma qui del pronto creder mio,
    e anche la cagion di lui chiedesti.
      E io rispondo: Io credo in uno Dio
    solo ed etterno, che tutto 'l ciel move,
    non moto, con amore e con disio;
      e a tal creder non ho io pur prove
    fisice e metafisice, ma dalmi
    anche la verit che quinci piove
      per Mois, per profeti e per salmi,
    per l'Evangelio e per voi che scriveste
    poi che l'ardente Spirto vi f almi;
      e credo in tre persone etterne, e queste
    credo una essenza s una e s trina,
    che soffera congiunto 'sono' ed 'este'.
      De la profonda condizion divina
    ch'io tocco mo, la mente mi sigilla
    pi volte l'evangelica dottrina.
      Quest' 'l principio, quest' la favilla
    che si dilata in fiamma poi vivace,
    e come stella in cielo in me scintilla.
      Come 'l segnor ch'ascolta quel che i piace,
    da indi abbraccia il servo, gratulando
    per la novella, tosto ch'el si tace;
      cos, benedicendomi cantando,
    tre volte cinse me, s com'io tacqui,
    l'appostolico lume al cui comando
      io avea detto: s nel dir li piacqui!




















    Canto 25.

      Se mai continga che 'l poema sacro
    al quale ha posto mano e cielo e terra,
    s che m'ha fatto per molti anni macro,
      vinca la crudelt che fuor mi serra
    del bello ovile ov'io dormi' agnello,
    nimico ai lupi che li danno guerra;
      con altra voce omai, con altro vello
    ritorner poeta, e in sul fonte
    del mio battesmo prender 'l cappello;
      per che ne la fede, che fa conte
    l'anime a Dio, quivi intra' io, e poi
    Pietro per lei s mi gir la fronte.
      Indi si mosse un lume verso noi
    di quella spera ond'usc la primizia
    che lasci Cristo d'i vicari suoi;
      e la mia donna, piena di letizia,
    mi disse: Mira, mira: ecco il barone
    per cui l gi si vicita Galizia.
      S come quando il colombo si pone
    presso al compagno, l'uno a l'altro pande,
    girando e mormorando, l'affezione;
      cos vid'io l'un da l'altro grande
    principe glorioso essere accolto,
    laudando il cibo che l s li prande.
      Ma poi che 'l gratular si fu assolto,
    tacito "coram me" ciascun s'affisse,
    ignito s che vincea 'l mio volto.
      Ridendo allora Beatrice disse:
    Inclita vita per cui la larghezza
    de la nostra basilica si scrisse,
      fa risonar la spene in questa altezza:
    tu sai, che tante fiate la figuri,
    quante Ies ai tre f pi carezza.
      Leva la testa e fa che t'assicuri:
    che ci che vien qua s del mortal mondo,
    convien ch'ai nostri raggi si maturi.
      Questo conforto del foco secondo
    mi venne; ond'io levai li occhi a' monti
    che li 'ncurvaron pria col troppo pondo.
      Poi che per grazia vuol che tu t'affronti
    lo nostro Imperadore, anzi la morte,
    ne l'aula pi secreta co' suoi conti,
      s che, veduto il ver di questa corte,
    la spene, che l gi bene innamora,
    in te e in altrui di ci conforte,
      di' quel ch'ell', di' come se ne 'nfiora
    la mente tua, e d onde a te venne.
    Cos segu 'l secondo lume ancora.
      E quella pia che guid le penne
    de le mie ali a cos alto volo,
    a la risposta cos mi prevenne:
      La Chiesa militante alcun figliuolo
    non ha con pi speranza, com' scritto
    nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
      per li  conceduto che d'Egitto
    vegna in Ierusalemme per vedere,
    anzi che 'l militar li sia prescritto.
      Li altri due punti, che non per sapere
    son dimandati, ma perch'ei rapporti
    quanto questa virt t' in piacere,
      a lui lasc'io, ch non li saran forti
    n di iattanza; ed elli a ci risponda,
    e la grazia di Dio ci li comporti.
      Come discente ch'a dottor seconda
    pronto e libente in quel ch'elli  esperto,
    perch la sua bont si disasconda,
      Spene, diss'io,  uno attender certo
    de la gloria futura, il qual produce
    grazia divina e precedente merto.
      Da molte stelle mi vien questa luce;
    ma quei la distill nel mio cor pria
    che fu sommo cantor del sommo duce.
      'Sperino in te', ne la sua teoda
    dice, 'color che sanno il nome tuo':
    e chi nol sa, s'elli ha la fede mia?
      Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
    ne la pistola poi; s ch'io son pieno,
    e in altrui vostra pioggia repluo.
      Mentr' io diceva, dentro al vivo seno
    di quello incendio tremolava un lampo
    sbito e spesso a guisa di baleno.
      Indi spir: L'amore ond'io avvampo
    ancor ver' la virt che mi seguette
    infin la palma e a l'uscir del campo,
      vuol ch'io respiri a te che ti dilette
    di lei; ed emmi a grato che tu diche
    quello che la speranza ti 'mpromette.
      E io: Le nove e le scritture antiche
    pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
    de l'anime che Dio s'ha fatte amiche.
      Dice Isaia che ciascuna vestita
    ne la sua terra fia di doppia vesta:
    e la sua terra  questa dolce vita;
      e 'l tuo fratello assai vie pi digesta,
    l dove tratta de le bianche stole,
    questa revelazion ci manifesta.
      E prima, appresso al fin d'este parole,
    '"Sperent in te"' di sopr'a noi s'ud;
    a che rispuoser tutte le carole.
      Poscia tra esse un lume si schiar
    s che, se 'l Cancro avesse un tal cristallo,
    l'inverno avrebbe un mese d'un sol d.
      E come surge e va ed entra in ballo
    vergine lieta, sol per fare onore
    a la novizia, non per alcun fallo,
      cos vid'io lo schiarato splendore
    venire a' due che si volgieno a nota
    qual conveniesi al loro ardente amore.
      Misesi l nel canto e ne la rota;
    e la mia donna in lor tenea l'aspetto,
    pur come sposa tacita e immota.
      Questi  colui che giacque sopra 'l petto
    del nostro pellicano, e questi fue
    di su la croce al grande officio eletto.
      La donna mia cos; n per pie
    mosser la vista sua di stare attenta
    poscia che prima le parole sue.
      Qual  colui ch'adocchia e s'argomenta
    di vedere eclissar lo sole un poco,
    che, per veder, non vedente diventa;
      tal mi fec'io a quell'ultimo foco
    mentre che detto fu: Perch t'abbagli
    per veder cosa che qui non ha loco?
      In terra  terra il mio corpo, e saragli
    tanto con li altri, che 'l numero nostro
    con l'etterno proposito s'agguagli.
      Con le due stole nel beato chiostro
    son le due luci sole che saliro;
    e questo apporterai nel mondo vostro.
      A questa voce l'infiammato giro
    si quiet con esso il dolce mischio
    che si facea nel suon del trino spiro,
      s come, per cessar fatica o rischio,
    li remi, pria ne l'acqua ripercossi,
    tutti si posano al sonar d'un fischio.
      Ahi quanto ne la mente mi commossi,
    quando mi volsi per veder Beatrice,
    per non poter veder, bench io fossi
      presso di lei, e nel mondo felice!













    Canto 26.

      Mentr'io dubbiava per lo viso spento,
    de la fulgida fiamma che lo spense
    usc un spiro che mi fece attento,
      dicendo: Intanto che tu ti risense
    de la vista che hai in me consunta,
    ben  che ragionando la compense.
      Comincia dunque; e di' ove s'appunta
    l'anima tua, e fa' ragion che sia
    la vista in te smarrita e non defunta:
      perch la donna che per questa dia
    region ti conduce, ha ne lo sguardo
    la virt ch'ebbe la man d'Anania.
      Io dissi: Al suo piacere e tosto e tardo
    vegna remedio a li occhi, che fuor porte
    quand'ella entr col foco ond'io sempr'ardo.
      Lo ben che fa contenta questa corte,
    Alfa e O  di quanta scrittura
    mi legge Amore o lievemente o forte.
      Quella medesma voce che paura
    tolta m'avea del sbito abbarbaglio,
    di ragionare ancor mi mise in cura;
      e disse: Certo a pi angusto vaglio
    ti conviene schiarar: dicer convienti
    chi drizz l'arco tuo a tal berzaglio.
      E io: Per filosofici argomenti
    e per autorit che quinci scende
    cotale amor convien che in me si 'mprenti:
      ch 'l bene, in quanto ben, come s'intende,
    cos accende amore, e tanto maggio
    quanto pi di bontate in s comprende.
      Dunque a l'essenza ov' tanto avvantaggio,
    che ciascun ben che fuor di lei si trova
    altro non  ch'un lume di suo raggio,
      pi che in altra convien che si mova
    la mente, amando, di ciascun che cerne
    il vero in che si fonda questa prova.
      Tal vero a l'intelletto mio sterne
    colui che mi dimostra il primo amore
    di tutte le sustanze sempiterne.
      Sternel la voce del verace autore,
    che dice a Mois, di s parlando:
    'Io ti far vedere ogne valore'.
      Sternilmi tu ancora, incominciando
    l'alto preconio che grida l'arcano
    di qui l gi sovra ogne altro bando.
      E io udi': Per intelletto umano
    e per autoritadi a lui concorde
    d'i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
      Ma di' ancor se tu senti altre corde
    tirarti verso lui, s che tu suone
    con quanti denti questo amor ti morde.
      Non fu latente la santa intenzione
    de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi
    dove volea menar mia professione.
      Per ricominciai: Tutti quei morsi
    che posson far lo cor volgere a Dio,
    a la mia caritate son concorsi:
      ch l'essere del mondo e l'esser mio,
    la morte ch'el sostenne perch'io viva,
    e quel che spera ogne fedel com'io,
      con la predetta conoscenza viva,
    tratto m'hanno del mar de l'amor torto,
    e del diritto m'han posto a la riva.
      Le fronde onde s'infronda tutto l'orto
    de l'ortolano etterno, am'io cotanto
    quanto da lui a lor di bene  porto.
      S com'io tacqui, un dolcissimo canto
    rison per lo cielo, e la mia donna
    dicea con li altri: Santo, santo, santo!.
      E come a lume acuto si disonna
    per lo spirto visivo che ricorre
    a lo splendor che va di gonna in gonna,
      e lo svegliato ci che vede aborre,
    s nescia  la sbita vigilia
    fin che la stimativa non soccorre;
      cos de li occhi miei ogni quisquilia
    fug Beatrice col raggio d'i suoi,
    che rifulgea da pi di mille milia:
      onde mei che dinanzi vidi poi;
    e quasi stupefatto domandai
    d'un quarto lume ch'io vidi tra noi.
      E la mia donna: Dentro da quei rai
    vagheggia il suo fattor l'anima prima
    che la prima virt creasse mai.
      Come la fronda che flette la cima
    nel transito del vento, e poi si leva
    per la propria virt che la soblima,
      fec'io in tanto in quant'ella diceva,
    stupendo, e poi mi rifece sicuro
    un disio di parlare ond'io ardeva.
      E cominciai: O pomo che maturo
    solo prodotto fosti, o padre antico
    a cui ciascuna sposa  figlia e nuro,
      divoto quanto posso a te supplco
    perch mi parli: tu vedi mia voglia,
    e per udirti tosto non la dico.
      Talvolta un animal coverto broglia,
    s che l'affetto convien che si paia
    per lo seguir che face a lui la 'nvoglia;
      e similmente l'anima primaia
    mi facea trasparer per la coverta
    quant'ella a compiacermi vena gaia.
      Indi spir: Sanz'essermi proferta
    da te, la voglia tua discerno meglio
    che tu qualunque cosa t' pi certa;
      perch'io la veggio nel verace speglio
    che fa di s pareglio a l'altre cose,
    e nulla face lui di s pareglio.
      Tu vuogli udir quant' che Dio mi puose
    ne l'eccelso giardino, ove costei
    a cos lunga scala ti dispuose,
      e quanto fu diletto a li occhi miei,
    e la propria cagion del gran disdegno,
    e l'idioma ch'usai e che fei.
      Or, figluol mio, non il gustar del legno
    fu per s la cagion di tanto essilio,
    ma solamente il trapassar del segno.
      Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
    quattromilia trecento e due volumi
    di sol desiderai questo concilio;
      e vidi lui tornare a tutt'i lumi
    de la sua strada novecento trenta
    fiate, mentre ch'io in terra fu' mi.
      La lingua ch'io parlai fu tutta spenta
    innanzi che a l'ovra inconsummabile
    fosse la gente di Nembrt attenta:
      ch nullo effetto mai razionabile,
    per lo piacere uman che rinovella
    seguendo il cielo, sempre fu durabile.
      Opera naturale  ch'uom favella;
    ma cos o cos, natura lascia
    poi fare a voi secondo che v'abbella.
      Pria ch'i' scendessi a l'infernale ambascia,
    "I" s'appellava in terra il sommo bene
    onde vien la letizia che mi fascia;
      e "El" si chiam poi: e ci convene,
    ch l'uso d'i mortali  come fronda
    in ramo, che sen va e altra vene.
      Nel monte che si leva pi da l'onda,
    fu' io, con vita pura e disonesta,
    da la prim'ora a quella che seconda,
      come 'l sol muta quadra, l'ora sesta.










    Canto 27.

      'Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo',
    cominci, 'gloria!', tutto 'l paradiso,
    s che m'inebriava il dolce canto.
      Ci ch'io vedeva mi sembiava un riso
    de l'universo; per che mia ebbrezza
    intrava per l'udire e per lo viso.
      Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
    oh vita intgra d'amore e di pace!
    oh sanza brama sicura ricchezza!
      Dinanzi a li occhi miei le quattro face
    stavano accese, e quella che pria venne
    incominci a farsi pi vivace,
      e tal ne la sembianza sua divenne,
    qual diverrebbe Iove, s'elli e Marte
    fossero augelli e cambiassersi penne.
      La provedenza, che quivi comparte
    vice e officio, nel beato coro
    silenzio posto avea da ogne parte,
      quand'io udi': Se io mi trascoloro,
    non ti maravigliar, ch, dicend'io,
    vedrai trascolorar tutti costoro.
      Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio,
    il luogo mio, il luogo mio, che vaca
    ne la presenza del Figliuol di Dio,
      fatt'ha del cimitero mio cloaca
    del sangue e de la puzza; onde 'l perverso
    che cadde di qua s, l gi si placa.
      Di quel color che per lo sole avverso
    nube dipigne da sera e da mane,
    vid'io allora tutto 'l ciel cosperso.
      E come donna onesta che permane
    di s sicura, e per l'altrui fallanza,
    pur ascoltando, timida si fane,
      cos Beatrice trasmut sembianza;
    e tale eclissi credo che 'n ciel fue,
    quando pat la supprema possanza.
      Poi procedetter le parole sue
    con voce tanto da s trasmutata,
    che la sembianza non si mut pie:
      Non fu la sposa di Cristo allevata
    del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
    per essere ad acquisto d'oro usata;
      ma per acquisto d'esto viver lieto
    e Sisto e Pio e Calisto e Urbano
    sparser lo sangue dopo molto fleto.
      Non fu nostra intenzion ch'a destra mano
    d'i nostri successor parte sedesse,
    parte da l'altra del popol cristiano;
      n che le chiavi che mi fuor concesse,
    divenisser signaculo in vessillo
    che contra battezzati combattesse;
      n ch'io fossi figura di sigillo
    a privilegi venduti e mendaci,
    ond'io sovente arrosso e disfavillo.
      In vesta di pastor lupi rapaci
    si veggion di qua s per tutti i paschi:
    o difesa di Dio, perch pur giaci?
      Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
    s'apparecchian di bere: o buon principio,
    a che vil fine convien che tu caschi!
      Ma l'alta provedenza, che con Scipio
    difese a Roma la gloria del mondo,
    soccorr tosto, s com'io concipio;
      e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
    ancor gi tornerai, apri la bocca,
    e non asconder quel ch'io non ascondo.
      S come di vapor gelati fiocca
    in giuso l'aere nostro, quando 'l corno
    de la capra del ciel col sol si tocca,
      in s vid'io cos l'etera addorno
    farsi e fioccar di vapor triunfanti
    che fatto avien con noi quivi soggiorno.
      Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
    e segu fin che 'l mezzo, per lo molto,
    li tolse il trapassar del pi avanti.
      Onde la donna, che mi vide assolto
    de l'attendere in s, mi disse: Adima
    il viso e guarda come tu se' vlto.
      Da l'ora ch'io avea guardato prima
    i' vidi mosso me per tutto l'arco
    che fa dal mezzo al fine il primo clima;
      s ch'io vedea di l da Gade il varco
    folle d'Ulisse, e di qua presso il lito
    nel qual si fece Europa dolce carco.
      E pi mi fora discoverto il sito
    di questa aiuola; ma 'l sol procedea
    sotto i mie' piedi un segno e pi partito.
      La mente innamorata, che donnea
    con la mia donna sempre, di ridure
    ad essa li occhi pi che mai ardea;
      e se natura o arte f pasture
    da pigliare occhi, per aver la mente,
    in carne umana o ne le sue pitture,
      tutte adunate, parrebber niente
    ver' lo piacer divin che mi refulse,
    quando mi volsi al suo viso ridente.
      E la virt che lo sguardo m'indulse,
    del bel nido di Leda mi divelse,
    e nel ciel velocissimo m'impulse.
      Le parti sue vivissime ed eccelse
    s uniforme son, ch'i' non so dire
    qual Beatrice per loco mi scelse.
      Ma ella, che vedea 'l mio disire,
    incominci, ridendo tanto lieta,
    che Dio parea nel suo volto gioire:
      La natura del mondo, che quieta
    il mezzo e tutto l'altro intorno move,
    quinci comincia come da sua meta;
      e questo cielo non ha altro dove
    che la mente divina, in che s'accende
    l'amor che 'l volge e la virt ch'ei piove.
      Luce e amor d'un cerchio lui comprende,
    s come questo li altri; e quel precinto
    colui che 'l cinge solamente intende.
      Non  suo moto per altro distinto,
    ma li altri son mensurati da questo,
    s come diece da mezzo e da quinto;
      e come il tempo tegna in cotal testo
    le sue radici e ne li altri le fronde,
    omai a te pu esser manifesto.
      Oh cupidigia che i mortali affonde
    s sotto te, che nessuno ha podere
    di trarre li occhi fuor de le tue onde!
      Ben fiorisce ne li uomini il volere;
    ma la pioggia continua converte
    in bozzacchioni le sosine vere.
      Fede e innocenza son reperte
    solo ne' parvoletti; poi ciascuna
    pria fugge che le guance sian coperte.
      Tale, balbuziendo ancor, digiuna,
    che poi divora, con la lingua sciolta,
    qualunque cibo per qualunque luna;
      e tal, balbuziendo, ama e ascolta
    la madre sua, che, con loquela intera,
    disia poi di vederla sepolta.
      Cos si fa la pelle bianca nera
    nel primo aspetto de la bella figlia
    di quel ch'apporta mane e lascia sera.
      Tu, perch non ti facci maraviglia,
    pensa che 'n terra non  chi governi;
    onde s svia l'umana famiglia.
      Ma prima che gennaio tutto si sverni
    per la centesma ch' l gi negletta,
    raggeran s questi cerchi superni,
      che la fortuna che tanto s'aspetta,
    le poppe volger u' son le prore,
    s che la classe correr diretta;
      e vero frutto verr dopo 'l fiore.




    Canto 28.

      Poscia che 'ncontro a la vita presente
    d'i miseri mortali aperse 'l vero
    quella che 'mparadisa la mia mente,
      come in lo specchio fiamma di doppiero
    vede colui che se n'alluma retro,
    prima che l'abbia in vista o in pensiero,
      e s rivolge per veder se 'l vetro
    li dice il vero, e vede ch'el s'accorda
    con esso come nota con suo metro;
      cos la mia memoria si ricorda
    ch'io feci riguardando ne' belli occhi
    onde a pigliarmi fece Amor la corda.
      E com'io mi rivolsi e furon tocchi
    li miei da ci che pare in quel volume,
    quandunque nel suo giro ben s'adocchi,
      un punto vidi che raggiava lume
    acuto s, che 'l viso ch'elli affoca
    chiuder conviensi per lo forte acume;
      e quale stella par quinci pi poca,
    parrebbe luna, locata con esso
    come stella con stella si collca.
      Forse cotanto quanto pare appresso
    alo cigner la luce che 'l dipigne
    quando 'l vapor che 'l porta pi  spesso,
      distante intorno al punto un cerchio d'igne
    si girava s ratto, ch'avria vinto
    quel moto che pi tosto il mondo cigne;
      e questo era d'un altro circumcinto,
    e quel dal terzo, e 'l terzo poi dal quarto,
    dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
      Sopra seguiva il settimo s sparto
    gi di larghezza, che 'l messo di Iuno
    intero a contenerlo sarebbe arto.
      Cos l'ottavo e 'l nono; e chiascheduno
    pi tardo si movea, secondo ch'era
    in numero distante pi da l'uno;
      e quello avea la fiamma pi sincera
    cui men distava la favilla pura,
    credo, per che pi di lei s'invera.
      La donna mia, che mi vedea in cura
    forte sospeso, disse: Da quel punto
    depende il cielo e tutta la natura.
      Mira quel cerchio che pi li  congiunto;
    e sappi che 'l suo muovere  s tosto
    per l'affocato amore ond'elli  punto.
      E io a lei: Se 'l mondo fosse posto
    con l'ordine ch'io veggio in quelle rote,
    sazio m'avrebbe ci che m' proposto;
      ma nel mondo sensibile si puote
    veder le volte tanto pi divine,
    quant'elle son dal centro pi remote.
      Onde, se 'l mio disir dee aver fine
    in questo miro e angelico templo
    che solo amore e luce ha per confine,
      udir convienmi ancor come l'essemplo
    e l'essemplare non vanno d'un modo,
    ch io per me indarno a ci contemplo.
      Se li tuoi diti non sono a tal nodo
    sufficienti, non  maraviglia:
    tanto, per non tentare,  fatto sodo!.
      Cos la donna mia; poi disse: Piglia
    quel ch'io ti dicer, se vuo' saziarti;
    e intorno da esso t'assottiglia.
      Li cerchi corporai sono ampi e arti
    secondo il pi e 'l men de la virtute
    che si distende per tutte lor parti.
      Maggior bont vuol far maggior salute;
    maggior salute maggior corpo cape,
    s'elli ha le parti igualmente compiute.
      Dunque costui che tutto quanto rape
    l'altro universo seco, corrisponde
    al cerchio che pi ama e che pi sape:
      per che, se tu a la virt circonde
    la tua misura, non a la parvenza
    de le sustanze che t'appaion tonde,
      tu vederai mirabil consequenza
    di maggio a pi e di minore a meno,
    in ciascun cielo, a sua intelligenza.
      Come rimane splendido e sereno
    l'emisperio de l'aere, quando soffia
    Borea da quella guancia ond' pi leno,
      per che si purga e risolve la roffia
    che pria turbava, s che 'l ciel ne ride
    con le bellezze d'ogne sua paroffia;
      cos fec'io, poi che mi provide
    la donna mia del suo risponder chiaro,
    e come stella in cielo il ver si vide.
      E poi che le parole sue restaro,
    non altrimenti ferro disfavilla
    che bolle, come i cerchi sfavillaro.
      L'incendio suo seguiva ogne scintilla;
    ed eran tante, che 'l numero loro
    pi che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.
      Io sentiva osannar di coro in coro
    al punto fisso che li tiene a li "ubi",
    e terr sempre, ne' quai sempre fuoro.
      E quella che vedea i pensier dubi
    ne la mia mente, disse: I cerchi primi
    t'hanno mostrato Serafi e Cherubi.
      Cos veloci seguono i suoi vimi,
    per somigliarsi al punto quanto ponno;
    e posson quanto a veder son soblimi.
      Quelli altri amori che 'ntorno li vonno,
    si chiaman Troni del divino aspetto,
    per che 'l primo ternaro terminonno;
      e dei saper che tutti hanno diletto
    quanto la sua veduta si profonda
    nel vero in che si queta ogne intelletto.
      Quinci si pu veder come si fonda
    l'essere beato ne l'atto che vede,
    non in quel ch'ama, che poscia seconda;
      e del vedere  misura mercede,
    che grazia partorisce e buona voglia:
    cos di grado in grado si procede.
      L'altro ternaro, che cos germoglia
    in questa primavera sempiterna
    che notturno Ariete non dispoglia,
      perpetualemente '"Osanna"' sberna
    con tre melode, che suonano in tree
    ordini di letizia onde s'interna.
      In essa gerarcia son l'altre dee:
    prima Dominazioni, e poi Virtudi;
    l'ordine terzo di Podestadi e.
      Poscia ne' due penultimi tripudi
    Principati e Arcangeli si girano;
    l'ultimo  tutto d'Angelici ludi.
      Questi ordini di s tutti s'ammirano,
    e di gi vincon s, che verso Dio
    tutti tirati sono e tutti tirano.
      E Dionisio con tanto disio
    a contemplar questi ordini si mise,
    che li nom e distinse com'io.
      Ma Gregorio da lui poi si divise;
    onde, s tosto come li occhi aperse
    in questo ciel, di s medesmo rise.
      E se tanto secreto ver proferse
    mortale in terra, non voglio ch'ammiri;
    ch chi 'l vide qua s gliel discoperse
      con altro assai del ver di questi giri.













    Canto 29.

      Quando ambedue li figli di Latona,
    coperti del Montone e de la Libra,
    fanno de l'orizzonte insieme zona,
      quant' dal punto che 'l cent inlibra
    infin che l'uno e l'altro da quel cinto,
    cambiando l'emisperio, si dilibra,
      tanto, col volto di riso dipinto,
    si tacque Beatrice, riguardando
    fiso nel punto che m'avea vinto.
      Poi cominci: Io dico, e non dimando,
    quel che tu vuoli udir, perch'io l'ho visto
    l 've s'appunta ogne "ubi" e ogne "quando".
      Non per aver a s di bene acquisto,
    ch'esser non pu, ma perch suo splendore
    potesse, risplendendo, dir ""Subsisto"",
      in sua etternit di tempo fore,
    fuor d'ogne altro comprender, come i piacque,
    s'aperse in nuovi amor l'etterno amore.
      N prima quasi torpente si giacque;
    ch n prima n poscia procedette
    lo discorrer di Dio sovra quest'acque.
      Forma e materia, congiunte e purette,
    usciro ad esser che non avia fallo,
    come d'arco tricordo tre saette.
      E come in vetro, in ambra o in cristallo
    raggio resplende s, che dal venire
    a l'esser tutto non  intervallo,
      cos 'l triforme effetto del suo sire
    ne l'esser suo raggi insieme tutto
    sanza distinzione in essordire.
      Concreato fu ordine e costrutto
    a le sustanze; e quelle furon cima
    nel mondo in che puro atto fu produtto;
      pura potenza tenne la parte ima;
    nel mezzo strinse potenza con atto
    tal vime, che gi mai non si divima.
      Ieronimo vi scrisse lungo tratto
    di secoli de li angeli creati
    anzi che l'altro mondo fosse fatto;
      ma questo vero  scritto in molti lati
    da li scrittor de lo Spirito Santo,
    e tu te n'avvedrai se bene agguati;
      e anche la ragione il vede alquanto,
    che non concederebbe che ' motori
    sanza sua perfezion fosser cotanto.
      Or sai tu dove e quando questi amori
    furon creati e come: s che spenti
    nel tuo disio gi son tre ardori.
      N giugneriesi, numerando, al venti
    s tosto, come de li angeli parte
    turb il suggetto d'i vostri alementi.
      L'altra rimase, e cominci quest'arte
    che tu discerni, con tanto diletto,
    che mai da circuir non si diparte.
      Principio del cader fu il maladetto
    superbir di colui che tu vedesti
    da tutti i pesi del mondo costretto.
      Quelli che vedi qui furon modesti
    a riconoscer s da la bontate
    che li avea fatti a tanto intender presti:
      per che le viste lor furo essaltate
    con grazia illuminante e con lor merto,
    si c'hanno ferma e piena volontate;
      e non voglio che dubbi, ma sia certo,
    che ricever la grazia  meritorio
    secondo che l'affetto l' aperto.
      Omai dintorno a questo consistorio
    puoi contemplare assai, se le parole
    mie son ricolte, sanz'altro aiutorio.
      Ma perch 'n terra per le vostre scole
    si legge che l'angelica natura
     tal, che 'ntende e si ricorda e vole,
      ancor dir, perch tu veggi pura
    la verit che l gi si confonde,
    equivocando in s fatta lettura.
      Queste sustanze, poi che fur gioconde
    de la faccia di Dio, non volser viso
    da essa, da cui nulla si nasconde:
      per non hanno vedere interciso
    da novo obietto, e per non bisogna
    rememorar per concetto diviso;
      s che l gi, non dormendo, si sogna,
    credendo e non credendo dicer vero;
    ma ne l'uno  pi colpa e pi vergogna.
      Voi non andate gi per un sentiero
    filosofando: tanto vi trasporta
    l'amor de l'apparenza e 'l suo pensiero!
      E ancor questo qua s si comporta
    con men disdegno che quando  posposta
    la divina Scrittura o quando  torta.
      Non vi si pensa quanto sangue costa
    seminarla nel mondo e quanto piace
    chi umilmente con essa s'accosta.
      Per apparer ciascun s'ingegna e face
    sue invenzioni; e quelle son trascorse
    da' predicanti e 'l Vangelio si tace.
      Un dice che la luna si ritorse
    ne la passion di Cristo e s'interpuose,
    per che 'l lume del sol gi non si porse;
      e mente, ch la luce si nascose
    da s: per a li Spani e a l'Indi
    come a' Giudei tale eclissi rispuose.
      Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
    quante s fatte favole per anno
    in pergamo si gridan quinci e quindi;
      s che le pecorelle, che non sanno,
    tornan del pasco pasciute di vento,
    e non le scusa non veder lo danno.
      Non disse Cristo al suo primo convento:
    'Andate, e predicate al mondo ciance';
    ma diede lor verace fondamento;
      e quel tanto son ne le sue guance,
    s ch'a pugnar per accender la fede
    de l'Evangelio fero scudo e lance.
      Ora si va con motti e con iscede
    a predicare, e pur che ben si rida,
    gonfia il cappuccio e pi non si richiede.
      Ma tale uccel nel becchetto s'annida,
    che se 'l vulgo il vedesse, vederebbe
    la perdonanza di ch'el si confida;
      per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
    che, sanza prova d'alcun testimonio,
    ad ogne promession si correrebbe.
      Di questo ingrassa il porco sant'Antonio,
    e altri assai che sono ancor pi porci,
    pagando di moneta sanza conio.
      Ma perch siam digressi assai, ritorci
    li occhi oramai verso la dritta strada,
    s che la via col tempo si raccorci.
      Questa natura s oltre s'ingrada
    in numero, che mai non fu loquela
    n concetto mortal che tanto vada;
      e se tu guardi quel che si revela
    per Daniel, vedrai che 'n sue migliaia
    determinato numero si cela.
      La prima luce, che tutta la raia,
    per tanti modi in essa si recepe,
    quanti son li splendori a chi s'appaia.
      Onde, per che a l'atto che concepe
    segue l'affetto, d'amar la dolcezza
    diversamente in essa ferve e tepe.
      Vedi l'eccelso omai e la larghezza
    de l'etterno valor, poscia che tanti
    speculi fatti s'ha in che si spezza,
      uno manendo in s come davanti.







    Canto 30.

      Forse semilia miglia di lontano
    ci ferve l'ora sesta, e questo mondo
    china gi l'ombra quasi al letto piano,
      quando 'l mezzo del cielo, a noi profondo,
    comincia a farsi tal, ch'alcuna stella
    perde il parere infino a questo fondo;
      e come vien la chiarissima ancella
    del sol pi oltre, cos 'l ciel si chiude
    di vista in vista infino a la pi bella.
      Non altrimenti il triunfo che lude
    sempre dintorno al punto che mi vinse,
    parendo inchiuso da quel ch'elli 'nchiude,
      a poco a poco al mio veder si stinse:
    per che tornar con li occhi a Beatrice
    nulla vedere e amor mi costrinse.
      Se quanto infino a qui di lei si dice
    fosse conchiuso tutto in una loda,
    poca sarebbe a fornir questa vice.
      La bellezza ch'io vidi si trasmoda
    non pur di l da noi, ma certo io credo
    che solo il suo fattor tutta la goda.
      Da questo passo vinto mi concedo
    pi che gi mai da punto di suo tema
    soprato fosse comico o tragedo:
      ch, come sole in viso che pi trema,
    cos lo rimembrar del dolce riso
    la mente mia da me medesmo scema.
      Dal primo giorno ch'i' vidi il suo viso
    in questa vita, infino a questa vista,
    non m' il seguire al mio cantar preciso;
      ma or convien che mio seguir desista
    pi dietro a sua bellezza, poetando,
    come a l'ultimo suo ciascuno artista.
      Cotal qual io lascio a maggior bando
    che quel de la mia tuba, che deduce
    l'ardua sua matera terminando,
      con atto e voce di spedito duce
    ricominci: Noi siamo usciti fore
    del maggior corpo al ciel ch' pura luce:
      luce intellettual, piena d'amore;
    amor di vero ben, pien di letizia;
    letizia che trascende ogne dolzore.
      Qui vederai l'una e l'altra milizia
    di paradiso, e l'una in quelli aspetti
    che tu vedrai a l'ultima giustizia.
      Come sbito lampo che discetti
    li spiriti visivi, s che priva
    da l'atto l'occhio di pi forti obietti,
      cos mi circunfulse luce viva,
    e lasciommi fasciato di tal velo
    del suo fulgor, che nulla m'appariva.
      Sempre l'amor che queta questo cielo
    accoglie in s con s fatta salute,
    per far disposto a sua fiamma il candelo.
      Non fur pi tosto dentro a me venute
    queste parole brievi, ch'io compresi
    me sormontar di sopr'a mia virtute;
      e di novella vista mi raccesi
    tale, che nulla luce  tanto mera,
    che li occhi miei non si fosser difesi;
      e vidi lume in forma di rivera
    fulvido di fulgore, intra due rive
    dipinte di mirabil primavera.
      Di tal fiumana uscian faville vive,
    e d'ogne parte si metten ne' fiori,
    quasi rubin che oro circunscrive;
      poi, come inebriate da li odori,
    riprofondavan s nel miro gurge;
    e s'una intrava, un'altra n'uscia fori.
      L'alto disio che mo t'infiamma e urge,
    d'aver notizia di ci che tu vei,
    tanto mi piace pi quanto pi turge;
      ma di quest'acqua convien che tu bei
    prima che tanta sete in te si sazi:
    cos mi disse il sol de li occhi miei.
      Anche soggiunse: Il fiume e li topazi
    ch'entrano ed escono e 'l rider de l'erbe
    son di lor vero umbriferi prefazi.
      Non che da s sian queste cose acerbe;
    ma  difetto da la parte tua,
    che non hai viste ancor tanto superbe.
      Non  fantin che s sbito rua
    col volto verso il latte, se si svegli
    molto tardato da l'usanza sua,
      come fec'io, per far migliori spegli
    ancor de li occhi, chinandomi a l'onda
    che si deriva perch vi s'immegli;
      e s come di lei bevve la gronda
    de le palpebre mie, cos mi parve
    di sua lunghezza divenuta tonda.
      Poi, come gente stata sotto larve,
    che pare altro che prima, se si sveste
    la sembianza non sua in che disparve,
      cos mi si cambiaro in maggior feste
    li fiori e le faville, s ch'io vidi
    ambo le corti del ciel manifeste.
      O isplendor di Dio, per cu' io vidi
    l'alto triunfo del regno verace,
    dammi virt a dir com'io il vidi!
      Lume  l s che visibile face
    lo creatore a quella creatura
    che solo in lui vedere ha la sua pace.
      E' si distende in circular figura,
    in tanto che la sua circunferenza
    sarebbe al sol troppo larga cintura.
      Fassi di raggio tutta sua parvenza
    reflesso al sommo del mobile primo,
    che prende quindi vivere e potenza.
      E come clivo in acqua di suo imo
    si specchia, quasi per vedersi addorno,
    quando  nel verde e ne' fioretti opimo,
      s, soprastando al lume intorno intorno,
    vidi specchiarsi in pi di mille soglie
    quanto di noi l s fatto ha ritorno.
      E se l'infimo grado in s raccoglie
    s grande lume, quanta  la larghezza
    di questa rosa ne l'estreme foglie!
      La vista mia ne l'ampio e ne l'altezza
    non si smarriva, ma tutto prendeva
    il quanto e 'l quale di quella allegrezza.
      Presso e lontano, l, n pon n leva:
    ch dove Dio sanza mezzo governa,
    la legge natural nulla rileva.
      Nel giallo de la rosa sempiterna,
    che si digrada e dilata e redole
    odor di lode al sol che sempre verna,
      qual  colui che tace e dicer vole,
    mi trasse Beatrice, e disse: Mira
    quanto  'l convento de le bianche stole!
      Vedi nostra citt quant'ella gira;
    vedi li nostri scanni s ripieni,
    che poca gente pi ci si disira.
      E 'n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
    per la corona che gi v' s posta,
    prima che tu a queste nozze ceni,
      seder l'alma, che fia gi agosta,
    de l'alto Arrigo, ch'a drizzare Italia
    verr in prima ch'ella sia disposta.
      La cieca cupidigia che v'ammalia
    simili fatti v'ha al fantolino
    che muor per fame e caccia via la balia.
      E fia prefetto nel foro divino
    allora tal, che palese e coverto
    non ander con lui per un cammino.
      Ma poco poi sar da Dio sofferto
    nel santo officio; ch'el sar detruso
    l dove Simon mago  per suo merto,
      e far quel d'Alagna intrar pi giuso.




    Canto 31.

      In forma dunque di candida rosa
    mi si mostrava la milizia santa
    che nel suo sangue Cristo fece sposa;
      ma l'altra, che volando vede e canta
    la gloria di colui che la 'nnamora
    e la bont che la fece cotanta,
      s come schiera d'ape, che s'infiora
    una fiata e una si ritorna
    l dove suo laboro s'insapora,
      nel gran fior discendeva che s'addorna
    di tante foglie, e quindi risaliva
    l dove 'l suo amor sempre soggiorna.
      Le facce tutte avean di fiamma viva,
    e l'ali d'oro, e l'altro tanto bianco,
    che nulla neve a quel termine arriva.
      Quando scendean nel fior, di banco in banco
    porgevan de la pace e de l'ardore
    ch'elli acquistavan ventilando il fianco.
      N l'interporsi tra 'l disopra e 'l fiore
    di tanta moltitudine volante
    impediva la vista e lo splendore:
      ch la luce divina  penetrante
    per l'universo secondo ch' degno,
    s che nulla le puote essere ostante.
      Questo sicuro e gaudioso regno,
    frequente in gente antica e in novella,
    viso e amore avea tutto ad un segno.
      O trina luce, che 'n unica stella
    scintillando a lor vista, s li appaga!
    guarda qua giuso a la nostra procella!
      Se i barbari, venendo da tal plaga
    che ciascun giorno d'Elice si cuopra,
    rotante col suo figlio ond'ella  vaga,
      veggendo Roma e l'ardua sua opra,
    stupefaciensi, quando Laterano
    a le cose mortali and di sopra;
      io, che al divino da l'umano,
    a l'etterno dal tempo era venuto,
    e di Fiorenza in popol giusto e sano
      di che stupor dovea esser compiuto!
    Certo tra esso e 'l gaudio mi facea
    libito non udire e starmi muto.
      E quasi peregrin che si ricrea
    nel tempio del suo voto riguardando,
    e spera gi ridir com'ello stea,
      su per la viva luce passeggiando,
    menava io li occhi per li gradi,
    mo s, mo gi e mo recirculando.
      Vedea visi a carit suadi,
    d'altrui lume fregiati e di suo riso,
    e atti ornati di tutte onestadi.
      La forma general di paradiso
    gi tutta mio sguardo avea compresa,
    in nulla parte ancor fermato fiso;
      e volgeami con voglia riaccesa
    per domandar la mia donna di cose
    di che la mente mia era sospesa.
      Uno intendea, e altro mi rispuose:
    credea veder Beatrice e vidi un sene
    vestito con le genti gloriose.
      Diffuso era per li occhi e per le gene
    di benigna letizia, in atto pio
    quale a tenero padre si convene.
      E Ov' ella?, sbito diss'io.
    Ond'elli: A terminar lo tuo disiro
    mosse Beatrice me del loco mio;
      e se riguardi s nel terzo giro
    dal sommo grado, tu la rivedrai
    nel trono che suoi merti le sortiro.
      Sanza risponder, li occhi s levai,
    e vidi lei che si facea corona
    reflettendo da s li etterni rai.
      Da quella region che pi s tona
    occhio mortale alcun tanto non dista,
    qualunque in mare pi gi s'abbandona,
      quanto l da Beatrice la mia vista;
    ma nulla mi facea, ch sua effige
    non discendea a me per mezzo mista.
      O donna in cui la mia speranza vige,
    e che soffristi per la mia salute
    in inferno lasciar le tue vestige,
      di tante cose quant'i' ho vedute,
    dal tuo podere e da la tua bontate
    riconosco la grazia e la virtute.
      Tu m'hai di servo tratto a libertate
    per tutte quelle vie, per tutt'i modi
    che di ci fare avei la potestate.
      La tua magnificenza in me custodi,
    s che l'anima mia, che fatt'hai sana,
    piacente a te dal corpo si disnodi.
      Cos orai; e quella, s lontana
    come parea, sorrise e riguardommi;
    poi si torn a l'etterna fontana.
      E 'l santo sene: Acci che tu assommi
    perfettamente, disse, il tuo cammino,
    a che priego e amor santo mandommi,
      vola con li occhi per questo giardino;
    ch veder lui t'acconcer lo sguardo
    pi al montar per lo raggio divino.
      E la regina del cielo, ond'io ardo
    tutto d'amor, ne far ogne grazia,
    per ch'i' sono il suo fedel Bernardo.
      Qual  colui che forse di Croazia
    viene a veder la Veronica nostra,
    che per l'antica fame non sen sazia,
      ma dice nel pensier, fin che si mostra:
    'Segnor mio Ies Cristo, Dio verace,
    or fu s fatta la sembianza vostra?';
      tal era io mirando la vivace
    carit di colui che 'n questo mondo,
    contemplando, gust di quella pace.
      Figliuol di grazia, quest'esser giocondo,
    cominci elli, non ti sar noto,
    tenendo li occhi pur qua gi al fondo;
      ma guarda i cerchi infino al pi remoto,
    tanto che veggi seder la regina
    cui questo regno  suddito e devoto.
      Io levai li occhi; e come da mattina
    la parte oriental de l'orizzonte
    soverchia quella dove 'l sol declina,
      cos, quasi di valle andando a monte
    con li occhi, vidi parte ne lo stremo
    vincer di lume tutta l'altra fronte.
      E come quivi ove s'aspetta il temo
    che mal guid Fetonte, pi s'infiamma,
    e quinci e quindi il lume si fa scemo,
      cos quella pacifica oriafiamma
    nel mezzo s'avvivava, e d'ogne parte
    per igual modo allentava la fiamma;
      e a quel mezzo, con le penne sparte,
    vid'io pi di mille angeli festanti,
    ciascun distinto di fulgore e d'arte.
      Vidi a lor giochi quivi e a lor canti
    ridere una bellezza, che letizia
    era ne li occhi a tutti li altri santi;
      e s'io avessi in dir tanta divizia
    quanta ad imaginar, non ardirei
    lo minimo tentar di sua delizia.
      Bernardo, come vide li occhi miei
    nel caldo suo caler fissi e attenti,
    li suoi con tanto affetto volse a lei,
      che ' miei di rimirar f pi ardenti.










    Canto 32.

      Affetto al suo piacer, quel contemplante
    libero officio di dottore assunse,
    e cominci queste parole sante:
      La piaga che Maria richiuse e unse,
    quella ch' tanto bella da' suoi piedi
     colei che l'aperse e che la punse.
      Ne l'ordine che fanno i terzi sedi,
    siede Rachel di sotto da costei
    con Beatrice, s come tu vedi.
      Sarra e Rebecca, Iudt e colei
    che fu bisava al cantor che per doglia
    del fallo disse '"Miserere mei"',
      puoi tu veder cos di soglia in soglia
    gi digradar, com'io ch'a proprio nome
    vo per la rosa gi di foglia in foglia.
      E dal settimo grado in gi, s come
    infino ad esso, succedono Ebree,
    dirimendo del fior tutte le chiome;
      perch, secondo lo sguardo che fe
    la fede in Cristo, queste sono il muro
    a che si parton le sacre scalee.
      Da questa parte onde 'l fiore  maturo
    di tutte le sue foglie, sono assisi
    quei che credettero in Cristo venturo;
      da l'altra parte onde sono intercisi
    di vti i semicirculi, si stanno
    quei ch'a Cristo venuto ebber li visi.
      E come quinci il glorioso scanno
    de la donna del cielo e li altri scanni
    di sotto lui cotanta cerna fanno,
      cos di contra quel del gran Giovanni,
    che sempre santo 'l diserto e 'l martiro
    sofferse, e poi l'inferno da due anni;
      e sotto lui cos cerner sortiro
    Francesco, Benedetto e Augustino
    e altri fin qua gi di giro in giro.
      Or mira l'alto proveder divino:
    ch l'uno e l'altro aspetto de la fede
    igualmente empier questo giardino.
      E sappi che dal grado in gi che fiede
    a mezzo il tratto le due discrezioni,
    per nullo proprio merito si siede,
      ma per l'altrui, con certe condizioni:
    ch tutti questi son spiriti ascolti
    prima ch'avesser vere elezioni.
      Ben te ne puoi accorger per li volti
    e anche per le voci puerili,
    se tu li guardi bene e se li ascolti.
      Or dubbi tu e dubitando sili;
    ma io discioglier 'l forte legame
    in che ti stringon li pensier sottili.
      Dentro a l'ampiezza di questo reame
    casual punto non puote aver sito,
    se non come tristizia o sete o fame:
      ch per etterna legge  stabilito
    quantunque vedi, s che giustamente
    ci si risponde da l'anello al dito;
      e per questa festinata gente
    a vera vita non  "sine causa"
    intra s qui pi e meno eccellente.
      Lo rege per cui questo regno pausa
    in tanto amore e in tanto diletto,
    che nulla volont  di pi ausa,
      le menti tutte nel suo lieto aspetto
    creando, a suo piacer di grazia dota
    diversamente; e qui basti l'effetto.
      E ci espresso e chiaro vi si nota
    ne la Scrittura santa in quei gemelli
    che ne la madre ebber l'ira commota.
      Per, secondo il color d'i capelli,
    di cotal grazia l'altissimo lume
    degnamente convien che s'incappelli.
      Dunque, sanza merc di lor costume,
    locati son per gradi differenti,
    sol differendo nel primiero acume.
      Bastavasi ne' secoli recenti
    con l'innocenza, per aver salute,
    solamente la fede d'i parenti;
      poi che le prime etadi fuor compiute,
    convenne ai maschi a l'innocenti penne
    per circuncidere acquistar virtute;
      ma poi che 'l tempo de la grazia venne,
    sanza battesmo perfetto di Cristo
    tale innocenza l gi si ritenne.
      Riguarda omai ne la faccia che a Cristo
    pi si somiglia, ch la sua chiarezza
    sola ti pu disporre a veder Cristo.
      Io vidi sopra lei tanta allegrezza
    piover, portata ne le menti sante
    create a trasvolar per quella altezza,
      che quantunque io avea visto davante,
    di tanta ammirazion non mi sospese,
    n mi mostr di Dio tanto sembiante;
      e quello amor che primo l discese,
    cantando '"Ave, Maria, gratia plena"',
    dinanzi a lei le sue ali distese.
      Rispuose a la divina cantilena
    da tutte parti la beata corte,
    s ch'ogne vista sen f pi serena.
      O santo padre, che per me comporte
    l'esser qua gi, lasciando il dolce loco
    nel qual tu siedi per etterna sorte,
      qual  quell'angel che con tanto gioco
    guarda ne li occhi la nostra regina,
    innamorato s che par di foco?.
      Cos ricorsi ancora a la dottrina
    di colui ch'abbelliva di Maria,
    come del sole stella mattutina.
      Ed elli a me: Baldezza e leggiadria
    quant'esser puote in angelo e in alma,
    tutta  in lui; e s volem che sia,
      perch'elli  quelli che port la palma
    giuso a Maria, quando 'l Figliuol di Dio
    carcar si volse de la nostra salma.
      Ma vieni omai con li occhi s com'io
    andr parlando, e nota i gran patrici
    di questo imperio giustissimo e pio.
      Quei due che seggon l s pi felici
    per esser propinquissimi ad Augusta,
    son d'esta rosa quasi due radici:
      colui che da sinistra le s'aggiusta
     il padre per lo cui ardito gusto
    l'umana specie tanto amaro gusta;
      dal destro vedi quel padre vetusto
    di Santa Chiesa a cui Cristo le clavi
    raccomand di questo fior venusto.
      E quei che vide tutti i tempi gravi,
    pria che morisse, de la bella sposa
    che s'acquist con la lancia e coi clavi,
      siede lungh'esso, e lungo l'altro posa
    quel duca sotto cui visse di manna
    la gente ingrata, mobile e retrosa.
      Di contr'a Pietro vedi sedere Anna,
    tanto contenta di mirar sua figlia,
    che non move occhio per cantare osanna;
      e contro al maggior padre di famiglia
    siede Lucia, che mosse la tua donna,
    quando chinavi, a rovinar, le ciglia.
      Ma perch 'l tempo fugge che t'assonna,
    qui farem punto, come buon sartore
    che com'elli ha del panno fa la gonna;
      e drizzeremo li occhi al primo amore,
    s che, guardando verso lui, pentri
    quant' possibil per lo suo fulgore.
      Veramente, "ne" forse tu t'arretri
    movendo l'ali tue, credendo oltrarti,
    orando grazia conven che s'impetri
      grazia da quella che puote aiutarti;
    e tu mi seguirai con l'affezione,
    s che dal dicer mio lo cor non parti.
      E cominci questa santa orazione:

    Canto 33.

      Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
    umile e alta pi che creatura,
    termine fisso d'etterno consiglio,
      tu se' colei che l'umana natura
    nobilitasti s, che 'l suo fattore
    non disdegn di farsi sua fattura.
      Nel ventre tuo si raccese l'amore,
    per lo cui caldo ne l'etterna pace
    cos  germinato questo fiore.
      Qui se' a noi meridiana face
    di caritate, e giuso, intra ' mortali,
    se' di speranza fontana vivace.
      Donna, se' tanto grande e tanto vali,
    che qual vuol grazia e a te non ricorre
    sua disianza vuol volar sanz'ali.
      La tua benignit non pur soccorre
    a chi domanda, ma molte fiate
    liberamente al dimandar precorre.
      In te misericordia, in te pietate,
    in te magnificenza, in te s'aduna
    quantunque in creatura  di bontate.
      Or questi, che da l'infima lacuna
    de l'universo infin qui ha vedute
    le vite spiritali ad una ad una,
      supplica a te, per grazia, di virtute
    tanto, che possa con li occhi levarsi
    pi alto verso l'ultima salute.
      E io, che mai per mio veder non arsi
    pi ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
    ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
      perch tu ogne nube li disleghi
    di sua mortalit co' prieghi tuoi,
    s che 'l sommo piacer li si dispieghi.
      Ancor ti priego, regina, che puoi
    ci che tu vuoli, che conservi sani,
    dopo tanto veder, li affetti suoi.
      Vinca tua guardia i movimenti umani:
    vedi Beatrice con quanti beati
    per li miei prieghi ti chiudon le mani!.
      Li occhi da Dio diletti e venerati,
    fissi ne l'orator, ne dimostraro
    quanto i devoti prieghi le son grati;
      indi a l'etterno lume s'addrizzaro,
    nel qual non si dee creder che s'invii
    per creatura l'occhio tanto chiaro.
      E io ch'al fine di tutt'i disii
    appropinquava, s com'io dovea,
    l'ardor del desiderio in me finii.
      Bernardo m'accennava, e sorridea,
    perch'io guardassi suso; ma io era
    gi per me stesso tal qual ei volea:
      ch la mia vista, venendo sincera,
    e pi e pi intrava per lo raggio
    de l'alta luce che da s  vera.
      Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
    che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,
    e cede la memoria a tanto oltraggio.
      Qual  colui che sognando vede,
    che dopo 'l sogno la passione impressa
    rimane, e l'altro a la mente non riede,
      cotal son io, ch quasi tutta cessa
    mia visione, e ancor mi distilla
    nel core il dolce che nacque da essa.
      Cos la neve al sol si disigilla;
    cos al vento ne le foglie levi
    si perdea la sentenza di Sibilla.
      O somma luce che tanto ti levi
    da' concetti mortali, a la mia mente
    ripresta un poco di quel che parevi,
      e fa la lingua mia tanto possente,
    ch'una favilla sol de la tua gloria
    possa lasciare a la futura gente;
      ch, per tornare alquanto a mia memoria
    e per sonare un poco in questi versi,
    pi si conceper di tua vittoria.
      Io credo, per l'acume ch'io soffersi
    del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,
    se li occhi miei da lui fossero aversi.
      E' mi ricorda ch'io fui pi ardito
    per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi
    l'aspetto mio col valore infinito.
      Oh abbondante grazia ond'io presunsi
    ficcar lo viso per la luce etterna,
    tanto che la veduta vi consunsi!
      Nel suo profondo vidi che s'interna
    legato con amore in un volume,
    ci che per l'universo si squaderna:
      sustanze e accidenti e lor costume,
    quasi conflati insieme, per tal modo
    che ci ch'i' dico  un semplice lume.
      La forma universal di questo nodo
    credo ch'i' vidi, perch pi di largo,
    dicendo questo, mi sento ch'i' godo.
      Un punto solo m' maggior letargo
    che venticinque secoli a la 'mpresa,
    che f Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.
      Cos la mente mia, tutta sospesa,
    mirava fissa, immobile e attenta,
    e sempre di mirar faceasi accesa.
      A quella luce cotal si diventa,
    che volgersi da lei per altro aspetto
     impossibil che mai si consenta;
      per che 'l ben, ch' del volere obietto,
    tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella
     defettivo ci ch' l perfetto.
      Omai sar pi corta mia favella,
    pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante
    che bagni ancor la lingua a la mammella.
      Non perch pi ch'un semplice sembiante
    fosse nel vivo lume ch'io mirava,
    che tal  sempre qual s'era davante;
      ma per la vista che s'avvalorava
    in me guardando, una sola parvenza,

    mutandom'io, a me si travagliava.
      Ne la profonda e chiara sussistenza
    de l'alto lume parvermi tre giri
    di tre colori e d'una contenenza;
      e l'un da l'altro come iri da iri
    parea reflesso, e 'l terzo parea foco
    che quinci e quindi igualmente si spiri.
      Oh quanto  corto il dire e come fioco
    al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,
     tanto, che non basta a dicer 'poco'.
      O luce etterna che sola in te sidi,
    sola t'intendi, e da te intelletta
    e intendente te ami e arridi!
      Quella circulazion che s concetta
    pareva in te come lume reflesso,
    da li occhi miei alquanto circunspetta,
      dentro da s, del suo colore stesso,
    mi parve pinta de la nostra effige:
    per che 'l mio viso in lei tutto era messo.
      Qual  'l geomtra che tutto s'affige
    per misurar lo cerchio, e non ritrova,
    pensando, quel principio ond'elli indige,
      tal era io a quella vista nova:
    veder voleva come si convenne
    l'imago al cerchio e come vi s'indova;
      ma non eran da ci le proprie penne:
    se non che la mia mente fu percossa
    da un fulgore in che sua voglia venne.
      A l'alta fantasia qui manc possa;
    ma gi volgeva il mio disio e 'l "velle",
    s come rota ch'igualmente  mossa,
      l'amor che move il sole e l'altre stelle.
