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FRANCESCO ALGAROTTI.

SAGGIO SOPRA LA NECESSITA'DI SCRIVERE
NELLA PROPRIA LINGUA

Atque ego cum Graecos facerem natus mare citra
versiculos, vetuit me tali voce Quirinus.
Horat., Sat. X, Lib. I
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AL MOLTO REVERENDO PADRE SAVERIO BETTINELLI
DELLA COMPAGNIA DI GESU'

Dovrebbe farmi levare in superbia il giudizio che ha recato V. R. di quella mia scrittura in francese e darmi animo sopra tutto a vieppi coltivare quel bello idioma, in cui Ella ha posto tanto studio e pare che faccia le sue pi care delizie. Se non che quanto sia difficile impresa il piacere a cos superbi giudici, come sono le sue orecchie o quelle de'Parigini, io l'ho provato abbastanza; ed ho potuto conoscere il pericolo a che altri si mette scrivendo in una lingua non sua. Sopra di tal materia ho distese alcune considerazioni che a lei trasmetto. Non gi per distorla dallo scrivere in francese o in qualunque altro idioma a lei pi piacesse, ch dai pericoli non hanno da essere ritenuti gli eroi, ma per eccitarla pi che mai a nobilitare con le opere del suo ingegno questa nostra lingua e a renderla sempre pi degna dello studio degli stranieri.

Posdammo, 8 novemb. 1750.
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SAGGIO SOPRA LA NECESSITA'DI SCRIVERE
NELLA PROPRIA LINGUA

Di non pochi vantaggi, parte fisici parte morali, vogliono i pi dei dotti che, per quanto si spetta alle umane lettere e singolarmente alla eloquenza e alla poesia, godessero gli antichi sopra di noi. Donde si rende in buona parte ragione della eccellenza a cui da essi recate furono quelle facolt. Tra i quali vantaggi forse non  il meno considerabile quello, che dissipati non venivano, come noi, in vari studi di differente natura, e sopra tutto che dietro ad altre lingue oltre alla propria non ispendevano l'opera ed il tempo.
Appresso a'Greci una cosa era la lingua volgare e la dotta; non sapevano che dir si volesse una morta favella che da fanciulli, quasi prima della materna si dovesse apprendere; e il dispregio in cui tenevano tutte le nazioni che altra lingua usavano dalla greca era effetto, non  dubbio, del loro orgoglio, ma era forse anche una delle principali cagioni del loro sapere. Invitati a legger poco potevano considerar molto; e quel tempo che non erano obbligati a consumar dietro alle parole poteano collocarlo nelle cose, o almeno darlo tutto a ben conoscere, a coltivare, ad abbellire la propria lingua, che  il fondamento primo degli studi della eloquenza e della poesia.
Ai Romani convenne, egli  vero, se e'vollero sentire avanti nelle scienze e in ogni maniera di lettere, apprendere la lingua dei Greci, i quali nel tempo che divennero soggetti di Roma ne divennero anche i maestri. Ma per quanto avessero per le mani gli esemplari di quelli, e in quelli ponessero ogni loro studio, di comporre in lingua greca non si piccavano punto, sdegnando di scrivere in altra lingua fuorch nella propria; in quella lingua trionfale e sovrana che dal Campidoglio dettava leggi all'universo.
I moderni, all'incontro, si trovano costretti di apprendere le varie lingue in cui parlano e scrivono nazioni che hanno tra loro comunione di trattati, di letteratura, di traffici, che non la cedono l'una all'altra n per ingegno, n per imperio; ed hanno da studiare inoltre la lingua latina e la greca, le quali sono come l'erario di ogni nostro sapere (a). Tanto da noi esige una certa necessit letteraria, dir cos, e politica, che risulta dalla presente constituzione del mondo.
Molte variet hanno quindi da nascere, per quanto alle lettere si appartiene, tra gli antichi e noi; e tra le altre che, dove quelli scrivevano soltanto nella propria lingua, alcuni de'nostri debbano preferire di comporre in qualche forestiero linguaggio, come pur fanno, perch da esso loro riputato pi gentile o perch  pi generalmente inteso del proprio. E coloro che si danno veramente agli studi ed hanno tra noi il titolo di letterati, non degnano depositare i loro pensamenti che dentro al sacrario delle lingue morte, le quali hanno il vanto, dicono essi, di essere intese in tutti i paesi, si trovano fissate dall'autorit degli scrittori, non vanno pi soggette a verun cambiamento, e sono in certo modo divenute il linguaggio dell'universo e della eternit.
Per quanto speciose parer possano tali ragioni alla turba dei letterati, i quali si persuadono agevolmente, scrivendo nelle lingue dotte, di salire in fama a paro degli antichi maestri e di levare nel mondo una pi gran vampa di ammirazione del proprio ingegno, sono pure in effetto i mal consigliati coloro che si mettono a scrivere in altra lingua fuorch nella lor propria e nativa. Diversi sono appresso nazioni diverse i pensamenti, i concetti, le fantasie; diversi i modi di apprendere le cose, di ordinarle, di esprimerle. Onde il genio, o vogliam dire la forma di ciascun linguaggio, riesce specificamente diversa da tutti gli altri, come quella che  il risultato della natura del clima, della qualit degli studi, della religione, del governo, della estensione dei traffici, della grandezza dell'imperio, di ci che constituisce il genio e l'indole di una nazione. A segno che una dissimilitudine grandissima conviene che da tutto ci ne ridondi tra popolo e popolo, tra lingua e lingua; e i politici tengono per naturalmente nemici quei popoli che parlano lingue diverse.
Gli orientali hanno un metaforeggiare, starei per dire, cos caldo quanto  il cielo che sotto al quale son nati. La lingua latina, ch'era nelle bocche d'un popolo di soldati, non  lingua cos rotonda e soave come la greca, ma  pi ardimentosa e concisa. Orazio paragon l'una al Falerno, vino gagliardo ed austero; l'altra al vino di Scio, generoso insieme ed amabile (b). La nostra favella  maneggevole, immaginosa, armonica; disinvolta e gentile la francese; cos questa come quella prende quasi l'impronta delle nazioni che in esse si esprimono. Gli Spagnuoli, signori di tanto mondo, parlano un linguaggio tutto sostenutezza e gravit. Gl'inglesi hanno moltissime forme di dire tolte dal commercio, dal bel mezzo delle scienze, e singolarmente dalla nautica tanto da essi coltivata. E quella loro lingua egualmente libera, che coloro che in essa parlamentano, soffre meno che qualunque altra la briglia dei fastidiosi grammatici.
Ora perch altri fosse atto a scrivere acconciamente in uno idioma non suo, converrebbe egli fosse un altro Proteo, atto a vestire qualunque pi strana forma dipendente da un governo, da un clima, da un sistema di cose, nel quale non  altrimenti nato, e a svestire del tutto la propria sua e natural forma, che vuol pur vincere ad ogni istante, per quanto un faccia, e mostrarsi al di fuori. Come di cosa oltremodo singolare e mirabile si parla tuttavia di quel Greco il quale poteva cogli Ateniesi gareggiare di finezza d'ingegno, di austerit di maniere cogli Spartani, e quasi scordarsi tra gli Asiatici di esser nato in Europa, che sapeva divenir cittadino di ogni paese. Ennio per possedere tre lingue diceva di avere tre cuori (c). Diis geniti potuere.
Non pochi belli ingegni francesi tentarono nel passato secolo di comporre nella nostra lingua, quando le cose italiane erano di l da'monti in tanta riputazione, che non era tenuto gentile chi non sapeva delle nostre maniere, non dotto chi non avea gran dimestichezza co'nostri autori. Venne fatto a quel tempo ad alcuni Francesi di raccozzare a forza d'imitazione un qualche componimento che aveva assai di sembianza e anche di genio italiano. Tali sono tra parecchi altri esempi che addurre se ne potrebbono, le vite di Lionardo da Vinci e di Leonbatista Alberti scritte da Raffaello Dufresne, e alcune cose singolarmente del Menagio (d). Pochi de'nostri uomini furono nella nostra lingua pi dotti di lui. Ma a niun Francese meglio riusc di scrivere in italiano quanto all'abate Regnier, il quale all'Accademia della Crusca seppe ordire quell'illustre suo inganno contrafacendo una canzone come se fosse del Petrarca, ed arricch la Toscana di una versione di Anacreonte, che sopra quelle medesimamente de'Toscani merit palma e corona. Se non che, a parlar giustamente, fu il Regnier nella poesia come il Pussino nella pittura, uomo francese e autore italiano: tanto  lo studio ch'egli pose ne'nostri scrittori, oltre a quel molto ch'egli pot apprendere nella dimora ch'e'fece tra noi.
E in ogni modo egli  molto meno difficile a scrivere come si conviene in una lingua non sua ma vivente, che in una che si rimane solamente dipinta in sulle morte carte de'libri. Perch in fine n i principi del pensare, n gli studi sono tra le varie nazioni di Europa cos differenti, n sono cos diseguali gl'imperi, che tra esse non vi abbia molta proporzione ed analogia. Oltrech di un grandissimo aiuto ti pu essere la viva voce di coloro che pur parlano quella lingua in cui tu ti proponi di scrivere.
Dove altrimenti va la faccenda in una lingua morta. E pigliando in esempio la latina, in cui si suole dai dotti pi comunemente scrivere, la educazione dei Romani avea per fondamento principi di religione, instituzioni, studi, costumanze e modi in tutto diversi da'nostri. Donde nascevano espressioni ad essi modi corrispondenti e per niente adattabili alle nostre istituzioni ed usanze. Litare Diis manibus, come disse il Bembo, per celebrare la messa dei morti, interdicere aqua et igni per fulminar la scomunica, Collegium augurum per il Concistoro dei cardinali, sono sconvenevolezze tali, che maggior non sarebbe il mettere indosso a uno de'nostri dottori la toga romana, il voler porre su'nostri altari la statua di Venere anadiomene o di Marte vendicatore.

Non mihi mille placent, non sum desultor Amoris, (e)

spectatum satis et donatum iam rude quaeris,
Maecenas, iterum antiquo me includere ludo, (f)

erano immagini vivissime appresso ai Romani per dire che uno non fa il zerbino in amore, che l'altro dopo un lungo servigio domanda il riposo. Appresso di noi, che non siamo soliti assistere allo spettacolo de'gladiatori e abbiam perduto l'arte dell'antica cavallerizza, non sono intese che per via di comento; sarebbono immagini disconvenienti, se da un moderno poeta si usassero, da fare almeno sulla nostra fantasia cos poca impressione, che farieno a un Samoiedo o a un Lappone quei versi del nostro poeta:

E quale annunziatrice degli albori
l'aura di maggio movesi ed olezza
tutta impregnata dall'erba e da'fiori.

Dalla grandezza similmente del romano imperio, di tanto superiore in potenza agli imperi del tempo presente, nascevano maniere di esprimersi elevate e grandiose, che male si confanno con le cose di oggid. Doveano quelle maniere corrispondere a'concetti di una gente che vedea i loro propri concittadini avere per clienti dei re, che gli vedeva far costruire dodici mila sale per banchettare il popolo, trionfare ad un tempo delle tre parti del mondo; intantoch fu detto da un bello ingegno che quando leggeva le cose de'Romani, gli era avviso che un passerotto leggesse la storia delle aquile. Qual nuova disconvenevolezza adunque il vedere i fatti de'Pieri, de'Giovanni e de'Mattei descritti con le frasi di Tito Livio e di Giulio Cesare, udire un pedante arringare i suoi ragazzi con quella gravit che un consolo parlava in Senato, voler suggellare le moderne imprese col Regna adsignata, coll'Orbis Restitutori, col Pace terra marique parta Ianum clusit, e con altre simili antiche leggende, adattare alla picciolezza delle cose nostre la maest del linguaggio di quel popolo re?
Ma diamo che tale e tanta sia la discrezione di giudizio in chi compone, ch'egli venga a schivare lo inconveniente della magniloquenza, che  quasi connaturale ai latini scrittori, dov' colui che possa sedere a scranna e farsi a decidere della Crusca latina? Sicch non ci rimanga scrupolo alcuno di aver usato il termine naturale e proprio; che  pur nello scrivere la importantissima cosa di tutte, onde nella mente dell'uditore si viene ad eccitare quella precisa idea che conviene, e non altra, ed equivale alla intonazione perfetta, al toccar giusto nella musica. A ci fare ci vogliono altri maestri che i semplici libri. E il pi delle volte la moltitudine  una miglior guida, che esser nol possono gli scrittori. Il Satirico francese, volendo dimostrare e mordere a un tratto la presunzione di coloro che si piccavano in Francia di scrivere latinamente, introduce in certo suo dialogo Orazio a parlare la lingua francese, da esso lui appresa nell'ozio degli Elisi per via della lettura degli scrittori e de'migliori libri che ne dieno le regole. Con tutto il suo ingegno e il suo studio commette in parlando di non piccioli errori; per esempio si serve della parola cit, dicendo la cit de Rome, dove conviene dire la ville de Rome; dice le pont nouveau, e va detto le pont neuf; e cade in simili altri barbarismi, dando di che ridere a un Francese col quale s'intrattiene. Si mette costui a correggerlo; Orazio a difendersi. Replica il Francese, e a tutte le autorit addotte in suo favore dal poeta latino egli va contrapponendo le leggi sovrane dell'uso corrente, che  il vero padron delle lingue,

quem penes arbitrium est, et ius, et norma loquendi.

E Orazio, sconfitto dalle sue proprie armi, ammutolisce, e colle trombe nel sacco se ne torna a raggiungere i suoi compagni nella beatitudine dell'Eliso.
Ma senza andar dietro agli apologhi e alle finzioni, di tale verit ne siamo testimoni noi medesimi in Italia. E non si vede egli bene spesso le scritture di quei nostri italiani i quali, senza voler badare a quella favella che  nelle bocche degli uomini, hanno volti unicamente i loro studi a imitare gli antichi autori di nostra lingua, sono piene di affettazione, di parole insolite e diciamo anche d'impropriet, sono alle persone di gusto uno isfinimento di cuore? E gi credettero dover fare, per bene scrivere in italiano, qualche dimora in Firenze l'Ariosto, il Caro, il Chiabrera, il Guarino, il Castiglione e il Bembo, tuttoch nati e cresciuti nel bel mezzo d'Italia.
Al pericolo di non usare scrivendo per latino le voci proprie, si aggiunge anche quello non punto minore, che nello stile che nasce dall'insieme di esse non vi abbia naturalezza, n unit. Dal dover noi raccogliere le parole di pochi e morti scrittori quasi gocciole dalle grondaie, dice il Davanzati, tutti differenti di genere e di stile, e non potere attingere al perenne fonte della citt, ne viene in conseguenza che si va riducendo insieme un componimento di frasi latine bens, ma che non  per niente latino. Unus et alter assuitur pannus; e il risultato non pu essere altro che uno stile rotto, stentato e non di vena. Onde de'latinanti della et sua ebbe a dire ne'giudiziosi suoi capricci quel bell'umore del Gelli: "Facciano quanto fanno; e'non si vede mai ne'loro scritti quel candore, n quello stile che  ne'Latini propri".
Nello stato presente della lingua latina ristretta, come abbiam detto, in picciol numero di autori, non basterebbe gi ella a'Romani stessi per esprimere tutti i loro concetti: e molto meno dovr bastare a noi, i quali dovremmo in essa esprimere tante nuove cose apparite nel mondo, per quanto si spetta alle arti, alle scienze, ai traffici, ai governi, alle religioni, dopo che  spenta quella lingua. N lecito  a noi, essendo ella pur morta, il pensare di potervi aggiugnere nulla di nuovo. Le lingue nascono povere, dice Bernardo Tasso (g); e siccome i principi fanno agli uomini le donazioni e i privilegi degli onori e degli stati, cos la liberalit degli ingegni di alto sapere forniti e di purgato giudizio fanno le donazioni e i privilegi alle lingue delle parole, delle locuzioni, delle figure e degli altri ornamenti del dire; e con la loro autorit li confermano per tutti i secoli. In tal maniera quel  chiaro ingegno incoraggisce il Caro a voler ampliare, arricchire la nostra lingua, ad aggiugnervi nuovi modi di dire e nuove bellezze. La qual cosa non avrebbe gi egli fatto, se trattato si fosse della lingua latina. Noi non abbiamo sopra di essa, che punto a noi non si appartiene, ragione alcuna n diritto. In essa, come in ogni altra lingua morta, conviene esaminare quali sieno le donazioni e i privilegi, che gi le furono conceduti dalla munificenza degli antichi: a quelle donazioni e a quei privilegi unicamente bisogna stare, senza che vi sia luogo alla liberalit dei moderni. E qualunque cosa vorremmo noi aggiugnere alle vecchie pergamene, sarebbe rigettato a ragione come interpolato, falso ed apocrifo.
Finalmente, per quanto grandi sieno le difficolt che incontrano coloro i quali si danno a scrivere in prosa latina, maggiori ancora sono quelle che s'incontrano nei versi. E ci perch ivi si ricercano modi di dire di somma gagliardia o di somma dilicatezza, e in ogni cosa il fiore ultimo della espressione. Il che non si pu ottenere se non hai come schierata dinanzi alla mente la suppellettile tutta e il tesoro delle parole, delle locuzioni e delle metafore della lingua in cui tu scrivi. Anzi non basta quello che dagli altri fu detto:  necessario formarsi talvolta come una nuova lingua; perch la espressione penetrando addentro nell'animo non sia, come altri disse,(h) superficiale, perch si dia sfogo a quell'estro che ha invaso ed agita il poeta. Le quali cose pur sappiamo avre fatte i poeti latini non gi in tempo che povera esser trovavasi la romana favella, ma quando sotto al dominio di Augusto pervenuta era al colmo della ricchezza. Per vie maggiormente animare i loro concetti hanno inventato di nuove parole, per dare alla espressione pi vivacit e pi mossa sonosi serviti di ellenismi come di pi pronti atteggiamenti, e brillano a ogni verso metafore da esso loro formate quasi nuovi lampi d'ingegno. Ma qual cosa potranno fare coloro che si danno a poetare in una lingua ristretta dentro a'confini che vi han posto gli antichi scrittori, che maneggiare non posson a lor talento, dove non  loro permesso niuno ardire, anzi hanno da temere del continuo di non mettere piede in fallo e si trovano esser sempre tra il Calepino e la grammatica, quasi direi tra l'ancudine e il martello? Sar pur loro forza rintuzzare il proprio entusiasmo, porre i piedi nelle pedate altrui, accrescere la greggia degl'imitatori.
La moderna schiera in effetto de'poeti latini, quelli eziandio che hanno il maggior grido tra noi, non meritano forse altro titolo che quello di centonisti, facendo soltanto bella comparsa quando si mostrano rivestiti delle spoglie o delle divise altrui. Assai facilmente le riconosce chiunque  versato nella latina poesia. Anzi bene spesso si pu accorgere come le espressioni che negli antichi autori trovansi belle e fatte, guidano esse e formano il sentimento del poeta, in luogo che i pensamenti si tirino dietro le espressioni. E tale autore che in lingua italiana  poeta casto e platonico, diviene licenzioso ed epicureo in lingua latina, trattovi come a forza dalle frasi di Catullo e di Ovidio, suoi maestri e suoi duci.
Che se pure vogliono alcuni esprimere le particolari loro impressioni, rappresentar nettamente le modificazioni del loro animo, troppo male ne riescono. Assecondare il proprio naturale, trovare modi di dire che sieno il nostro caso in una lingua da tanti secoli morta,  impossibile. Perch avendo, come si  detto, per tante cause variato le cose, non vi possono pi rispondere le espressioni. E cos, dovendo noi accomodare le immagini ai colori e non i colori alle immagini, ogni cosa riesce languido e fosco.
Guai al divino Ariosto se dava orecchio al Bembo, il quale lo consigliava di lasciar da banda le muse italiane e darsi tutto in braccio a quelle del Lazio. N gi lo stile di Dante sarebbe cos vivo, che si trasforma nelle cose medesime, s'egli avesse disteso il suo poema in latino. E ben si potrebbe dire di lui

che la dritta via era smarrita,

quando egli avesse proseguito giusta quel suo principio:

Infera regna canam supero contermina mundo.

Che se a cagione del poema latino dell'Affrica fu coronato il Petrarca in Campidoglio, conviene considerare che ci avvenne in tempi che il raccozzare pochi versi in quella lingua era tenuto a miracolo; e la verit si  che il Petrarca non per altro  famoso, letto e studiato, che per le sue rime volgari.
Degna adunque di somma lode, per quanto in favore della lingua latina vadano predicando gli Aldi, i Romoli Amasei ed altri simili invasati nell'antichit,  la usanza che si va di d in d facendo pi comune, che ogni scrittore, l dove specialmente gioca la fantasia, scriva nel materno suo linguaggio. In esso solamente gli  conceduto di esercitare tutte le sue forze, di spiegarle con franchezza e disinvoltura; come a quel soldato che non si serve della corazza e de'braccialetti altrui, ma ha l'armatura fatta al suo dosso. In tal modo solamente potr nutrire fondata speranza di emulare quei Greci e quei Latini che scrissero essi pure nel proprio loro linguaggio, in quello cio che si affaceva unicamente a'loro modi di sentire, di apprendere, di pensare; e potr con ragione appropriarsi di quelle memorabili parole di Dante,

. . . I'mi son un che quando
Natura spira, noto et a quel modo
che detta dentro, vo significando;

che  il solo mezzo di giugnere alle altezze pi sublimi dell'arte.


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(a) "In early days, mankind had little else to study but a few maxims of life, or rules of conduct; which from their fewness and simplicity, it was easy both to learn and to practise. When Arts and Sciences began to spread through a larger circle, as they did in Greece, still people could learn the whole Encyclopedia in their own language. And even at Rome, when they set about studying Greek, as it was then a living language, spoken in a neighbouring country, they could have a little more trouble in learning it, then we have in learning French. It was reserved for modern times to have two or three dead languages to learn. So that during the greatest part of that time, in which the Ancients were teaching their children to be Citizens we are teaching ours to be little better than Parrots". A New Estimate of Manners and Principles, or a Comparison between ancient and modern Times, in the three great articles of Knowledge, Happiness, and Virtue, part III.
(b)  . . . at sermo lingua concinnus utraque
suavior, ut Chio nota si commixta Falerni est.
Sat. X, Lib. I.
(c) "Q. Ennius tria corda habere sese dicebat, quod loqui Graece, et Osce, et Latine sciret". Aul. Gel., Noct. Att., Lib. XVII, cap. XVII.
(d) Assai grazioso tra gli altri  quel suo madrigale:
O strana sorte e ria!
E chi lo crederia?
A te pur sola dissi,
a te pur sola scrissi
  l'amoroso mio affanno;
a tutt'altri 'l celai:
e pur tutti lo sanno,
tu sola non lo sai.
(e) Ovid., Amorum Eleg., III, Lib. I.
(f) Horat., Epist. I, Lib. I.
(g) Lettere di Bernardo Tasso al Caro, vol. I, ediz. Com., lettera I del primo volume.
(h) Essays de Montaigne, Liv. III, chap. V.
