FRANCESCO ALGAROTTI.
SAGGIO SOPRA LA LINGUA FRANCESE.

. . . sectantem laevia nervi
deficiunt animique.
Horat., in Arte poet.

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AL SIGNOR MARCHESE SCIPIONE MAFFEI

Avviene assai volte che colui il quale  straniero in una faccenda ne formi un pi retto giudizio, che non soglion fare coloro a' quali appartiene la faccenda medesima; quasi a quel modo che gli abitanti della luna potrebbono del nostro globo descrivere una mappa molto pi esatta, che fare non si pu da noi stessi che lo abitiamo.
Non ardirei dire che a me, forestiero della lingua francese, fosse avvenuto lo stesso nel ragionare di quella. Dir bene che, conversando co' pi dotti Francesi, e rivolgendo le opere loro, potrei conoscere a prova che certe considerazioni da me fatte sopra le forze, la portata e l'indole di quella lingua non discordavano punto da quanto in tal proposito essi sentivano; essi che con la scorta della dottrina uscendo fuori del proprio paese e potendolo in certa maniera meglio considerare, erano in istato di parlare senza passion d'animo delle cose loro e di recarne un sano e fondato giudizio.
Ora queste medesime considerazioni io le pongo sotto gli occhi di lei, signor Marchese, come di uomo principe della repubblica delle lettere e amicissimo mio. Parmi in tal modo venir ragionando con lei e rinovare a me medesimo quel tempo che io la vidi gi in Francia e in Inghilterra far tant'onore all'Italia. Con sagace discernimento Ella vi pesava il valore degli uomini scienziati, il differente ingegno delle nazioni, la varia indole delle lingue, quasi un novello Ulisse tra i letterati. E non altrimenti che dalla bocca di lui, venivano dalla sua parole piene di eloquenza e di dottrina, come neve

che senza vento in un bel colle fiocchi.

Queste parti di Europa, dove io mi trovo da qualche tempo, Ella non le ha toccate per ancora. N gi Ella, signor Marchese, vorr che si dolgano dal non essere state visitate da lei. Un bel campo aprirebbono certamente alle speculazioni del suo ingegno, presentandole in cose moderne il fiore della virt antica, le lettere addomesticate con l'armi, un sapiente in sedia reale. E nella bocca di lui Ella udirebbe quella lingua, di che io ragiono, prender come novelli spiriti per ispiegar nettamente le cose pi difficili e nobilmente dipingere le meno elevate. Vedrebbe i pensieri sortire dalla mente di lui rivestiti delle pi vive espressioni, come dissero che Minerva sort armata di tutto punto dal cervello di Giove.

Berlino, 10 marzo 1750.

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SAGGIO SOPRA LA LINGUA FRANCESE

Da non picciola maraviglia dovr esser presa buona parte degli uomini di lettere al vedere come la lingua francese, la quale si parla da tanti secoli in un paese ridotto sotto a un principe solo, sia stata sempre incerta e mutabile; e solamente da picciolo tempo in qua ricevuto abbia un qualche regolamento; dove la lingua italiana, la quale si parla in un paese diviso in tanti stati come  il nostro,  venuta su quasi dalla prima sua infanzia bella e formata, ha ricevuto regole di buon'ora e da quel tempo sino a' giorni nostri si  mantenuta sempre la istessa. Se non che considerando attentamente la storia di esse lingue, e facendone in certo modo la genealogia, viene a scemare moltissimo, se non a svanire del tutto, la maraviglia.
Allora egli sembra che una lingua si abbia a chiamare ferma e compiuta, quando in essa sorgono scrittori tali, che s nella prosa come nel verso vengano a dare espressione per ogni cosa e per ogni concetto. E ci appunto  avvenuto in Italia; dove dal bel principio sorse un Dante con quel peregrino suo poema, nel quale imprese a descrivere fondo, siccome egli dice, a tutto l'universo. Oltre all'esser egli stato secondo i suoi tempi in ogni genere di dottrina versatissimo, sicch avea fatto in mente grandissimo tesoro di cose, e oltre all'aver sortito per vestirle di belle immagini una fantasia oltre ogni credere vivace e gagliarda, ebbe una discrezione somma nell'accattare e scegliere da tutte parti d'Italia i pi accomodati modi da esprimerle. Onde meritamente di nostra lingua  chiamato padre e re; come quegli che non avendo predilezione pi per una provincia che per un'altra, ne ridusse le varie favelle come in un corpo solo, e le particolari ricchezze di quelle volle rendere a tutta Italia comuni. E nel medesimo secolo apparirono dipoi, per non parlar del Villani, del Passavanti e di parecchi altri pulitissimi scrittori, il Boccaccio e il Petrarca, i quali col trattare argomenti pi gentili e piani, al corpo di questa nostra lingua vennero a dare il suo compimento; quasi come Raffaello, che venne a perfezionar la pittura dando morbidezza e grazia alla grandiosit e alla fortezza di Michelagnolo. E per mediante la eccellenza di quei primi scrittori, e singolarmente di quei tre, Dante, Boccaccio e Petrarca, che sono quasi i triumviri del bel parlare, e lo studio che fu posto in essi, la lingua italiana di volgare e mutabile divenne ben presto grammaticale e perpetua.
All'incontro la lingua francese, assai pi antica della nostra, sino al regno di Francesco Primo and vagando senza regole, senza precetti, senza autori di conto; n quasi ebbe altr'anima, dir cos, salvo che la necessit in cui sono tutti gli uomini di dover comunicare co' segni delle parole i propri concetti tra loro. Francesco Primo, chiamato in Francia padre delle lettere, fece molti provvedimenti perch le maniere si formassero dei Francesi, e con esse la lingua. In sullo esempio de' principi italiani, ch'erano a quei tempi specchio di pulitezza, prese a favorire gli scienziati, i poeti e gli artisti di ogni maniera, chiam i prelati e le principali donne del regno ad abbellire la corte, avvisando che il consorzio di esse raddolcir dovesse la favella e le maniere di una nazione data tutta al mestiero dell'armi; e come principe savio non meno che amator delle lettere, statu che i pubblici atti nella giurisprudenza, i quali sino a quel tempo s'erano distesi in latino, distendere si dovessero d'allora innanzi in francese. E cos la lingua ricevendo aumento, salisse in maggior pregio, e fosse innanzi agli occhi del popolo di maggior dignit. Non andarono del tutto vani i disegni di quel culto e magnanimo re. Ingentil di molto al tempo suo la nazione, ne fu coltivata la favella, e vi fiorirono tali scrittori, che per certa ingenuit e grazia di dire tengono tuttavia il campo, essendo anche al d d'oggi nel genere loro riputati maestri.
E gi la lingua era in via di giugnere alla perfezion sua, quando i molti Italiani che Caterina de' Medici, nuora di Francesco Primo, ebbe di seguito in Francia, ne ritardarono alquanto i progressi. Caduta al tempo della reggenza di quella signora gran parte dell'autorit regia nelle loro mani, era pur naturale ch'essi desser l'orme alla corte, e avesse la voga tutto quello che ad essi apparteneva o da essi in qualche modo veniva. Se adunque non poterono introdurre la loro lingua in Francia, furono per da tanto, che della loro si venisse a tingere la francese. Tal frase forestiera uscita di bocca a un ministro fu ripetuta dai cortigiani per gentilezza e divenne poco stante di moda. Lo stesso succedette di un'altra, e cos via discorrendo. In somma la lingua francese si venne per tal modo a sformare. E fu in picciol tempo talmente pezzata e sparsa d'italicismi, che il famoso Arrigo Stefano non si pot tenere di non levarsi contro a quel morbo epidemico che, passate le Alpi, s'era diffuso nella patria sua; e credette debito di buon Francese l'opporsi egli solo con la penna a tutta la Toscana, e a un tanto e cos universale disordine. Bench, come era pur naturale, egli venne d'indi a non molto a finir da se stesso insieme con l'autorit e signoria de' forestieri, che aver non potea lunga vita.
Nel medesimo tempo appar Ronsardo, riputato allora il principe de' poeti, a cui furono in vita decretati quegli onori de' quali god Omero dopo morte. Costui cerc non solo di richiamar la lingua verso i princpi suoi, depurandola da quello che vi s'era intruso di forestiero e che gli eruditi chiamavano barbarie; ma, considerando il basso stato in cui ella era, cerc ancora di accrescerla e d'innalzarla al grado de' pi dotti linguaggi e pi cari alle Muse. V'introdusse le trasposizioni, le parole composte, delle maniere in tutto nuove; si studi di far s che negli ardiri, nella energia, nella copia e in ciascun altro pregio si potesse agguagliare alla stessa greca; e nella lingua francese cos da esso raffazzonata si mise a comporre dei saggi sull'andare di Pindaro, di Callimaco, di Teocrito, di Omero. Dove Ronsardo avrebbe forse ottenuto assai pi , se avesse tentato meno; e parve accadesse a lui come a coloro che, volendo in un subito cangiare un governo a cui un popolo sia da lungo tempo avvezzo, non altro sogliono fare che maggiormente confermarlo. Infatti mentre i dotti mettevano in cielo il poeta e le poetiche sue valentie, si nause il popolo al sentire tutto a un tratto non solo costruzioni inaudite sino allora, ma parole del tutto strane e pedantesche; quelle per atto di esempio ond' composto quel suo noto verso:

Ocymore, dysptome, oligocronien,

e parecchie altre, che and incastrando, quasi peregrini gioielli, nel suo nativo linguaggio. E per verit coll'introdurvi que' suoi tanti grecismi, se di tanto per fosse stata l'autorit sua, egli avrebbe reso la lingua francese un corpo niente meno eterogeneo e deforme, che si facessero i cortigiani di Caterina de' Medici con que' loro italicismi.(a)
Nei regni dipoi di Arrigo III e di Arrigo IV, che succedettero a Carlo IX, a tempo del quale fior principalmente Ronsardo, la Francia per le guerre civili che continuamente l'afflissero, ebbe piuttosto dei capi di fazioni nelle armi, che dei capiscuola nelle lettere; se si eccettua Malherbe, scrittore di moltissima esattezza e di poca fantasia. Diedesi costui a regolare principalmente la versificazione, sicch i versi non si accavallassero insieme, ciascuno di essi contenesse un intiero membretto del sentimento e tutti procedessero in certo modo paralleli tra loro, introducendo nello stile poetico quella simmetria che ne' tempi appresso introdusse il Le Nautre nell'arte del piantare i giardini, che dovrebbero essi ancora, non meno che la poesia, secondare ed esprimere i pi belli effetti della natura.(b)
Finalmente quiete le cose nel regno sotto Luigi XIII, il cardinale di Richelieu, che tanto avea operato per la gloria della monarchia francese, deliber di fare altrettanto per la lingua; e fond in Parigi un'Accademia a imitazione di quella che fondata si era in Fiorenza sotto il titolo di Accademia della Crusca, la quale di tutto ci che si appartiene al bel parlare e al correttamente scrivere dovesse aver cura e governo.
Ma se la instituzione e il fine delle due Accademie furono gli stessi, diverse pur troppo furono le circostanze e i tempi in cui ebbero il principio. La nostra venne in tempo che per il corso di due secoli e pi era stata da' pi rinomati scrittori stabilita e regolata la lingua. Oltre Dante, il Petrarca e il Boccaccio, che ne sono chiamati i tre lumi, e oltre a quelli che nel medesimo secolo seguirono le tracce loro, non manc la et susseguente di autori di conto, come il Poliziano, che nelle sue Stanze si accost con lo splendor della espressione a Virgilio, ed il Pulci, che per la evidenza dello stile gareggi nel suo Morgante con Omero. Quanti degni scrittori non videro dipoi gli aurei tempi di Leone? Il Castiglione, che quanto al linguaggio volle nella prosa far quello che Dante avea fatto nella poesia, scrivendo in una quasi comune favella d'Italia, il Guicciardini autore gravissimo ed ampio, il Segretario fiorentino conciso, pieno di nervi e di cose, il Bernio tutto sapore e festivit, che da tanti  stato imitato ed  tuttavia inimitabile. E per passare sotto silenzio di altri molti, il Bembo aveva a quel tempo, con la sua diligenza e con grandissimo studio posto sopra gli autori pi classici, dato le regole della nostra lingua, e l'avea ridotta a sistema. L'Accademia dunque della Crusca non altro ebbe a fare, che da tutti gli autori che per cos lungo tempo e trattando cos diverse materie, formata aveano, accresciuta e nobilitata la lingua italiana, raccoglier voci e modi di dire, e nel suo Vocabolario mettere ogni cosa a registro. Talmente che i Medici vennero a creare un corpo di tesorieri, in tempo che di tesori non era punto voto l'erario.
Il Richelieu, per lo contrario, fond l'Accademia francese in tempo che di buoni autori scarseggiava pur troppo la Francia. Ronsardo, che tanto avea fatto per la lingua e alla cui tomba sarebbono un giorno iti in pellegrinaggio, secondo che dicevasi, i devoti delle Muse per ottenerne il dono della poesia, era dimenticato nella medesima sua tomba coperta soltanto dai secchi fiori che vi aveano a piene mani gittato i suoi contemporanei. Gli scrittori che avessero allora un qualche grido erano Marot, il cui stile grazioso si rimaneva quasi un segno della protezione accordata da Francesco Primo alle lettere, Montagna, forse egualmente licenzioso nello scrivere che libero nel pensare, dominato in ogni cosa dalla calda sua immaginativa, Malherbe, regolatore della poesia, e Balzac, vivente a quei giorni, che avea preso a regolare la prosa francese; orator gonfio e pieno di vento, come Malherbe era poeta secco e vuoto di sugo. Quell'autore, da cui ha principio l'epoca letteraria della Francia, il gran Cornelio, non era ancor giunto al colmo della celebrit sua; incominciava solamente a quel tempo a far figura trasportando nel teatro francese le ingegnose invenzioni dello spagnuolo. Non era ancora venuto in scena Racine, che arricch quel teatro delle spoglie dei Greci, scrittore elegante e purissimo, a cui erano cos note ed agevoli le vie del cuore, non La Fontaine, che con tal naturale finezza seppe seppe nelle sue favole far parlare gli animali, non Pascal uomo eloquentissimo, i cui scritti da un secolo in qua non hanno invecchiato neppure di una parola, non Despraux chiamato il poeta della ragione, che la bile di Giovenale seppe talvolta correggere col grazioso stile di Orazio, non Molire, le cui opere immortali sono condite di un sale assai meglio preparato che non  il plautino, che in ogni cosa che prese a trattare tocc il fondo e fu tra' Francesi nelle cose d'ingegno del medesimo calibro, che nelle militari il Turenna; non tutti quegli altri scrittori che al tempo di Luigi XIV distesero ancor pi con l'ingegno la gloria del nome francese, ch'egli non fece per avventura con l'armi.
Tale essendo allora lo stato delle lettere in Francia, non pot quell'Accademia, come fece la nostra della Crusca, cogliere il pi bel fiore degli scrittori che non aveano fiorito per ancora; ma pens di mondare, purificare e venir formando la lingua a benefizio degli scrittori che doveano venire dipoi. Adunque ella si mise a purgarla di moltissime voci e maniere di dire, o come troppo ardite, o come rancide, o come malgraziose o di tristo suono. Di moltissimi diminutivi e superlativi la spogli, (c) di parecchi addiettivi che esprimevano la qualit delle cose, di alcuni relativi che non poco facevano alla chiarezza. La volle meno contorta, nella locuzione pi piana ed agevole che non era dianzi, di un andamento sempre eguale, talmente che nel periodo la collocazione delle varie particelle della orazione fosse sempre la istessa, e la venne assoggettando alle regole pi severe ed inesorabili della sintassi; e fu chi disse che l'Accademia dando a' Francesi la grammatica, avea loro levato la poesia e la rettorica.
Moltissimi romori hanno fatto sempre levare le Accademie di lingua in quelle nazioni tra le quali furono erette. E ci  pur facile che avvenga; essendo di loro natura il mettere un tal qual freno agli scrittori di una repubblica che per ogni conto si crede libera. Di qui  forse nato che tra gl'Inglesi non fu mai colorito il disegno che di fondarvi un'Accademia della Crusca fu proposto a' tempi di Carlo II dallo Sprat e poi dal celebre Swift a' tempi sella regina Anna. Credette quella nazione dovere anche in questo seguir l'esempio dei Romani e dei Greci, le cui lingue tanto fiorirono e montarono a tanta altezza, forse anche perch ad esse non furono tarpate le ali dagli statuti delle Accademie. Ad alcuni de' nostri sembr medesimamente che un qualche torto venisse fatto alla nostra favella col Vocabolario singolarmente della Crusca; quasi che con esso siasi voluto fermare il corso di una lingua vivente, e segnandone i limiti, siasi anche preteso assegnarne per sempre i confini. Ma tale non  da credere sia stata la intenzione degli Accademici. Non avvisarono essi forse mai che il contare le nostre ricchezze fosse uno sminuirle o impedire altrui il modo di accrescerle. Pensarono piuttosto che, quantunque l'uso governi a suo talento le lingue, faccia invecchiare tal voce e la metta fuori dal consorzio, a tale altra dia vita e fiore di giovent , pur  ben fatto che ci sia una generale conserva della lingua; e pensarono che nelle dubbiet ed incertezze grammaticali l'autorit degli scrittori veramente classici dovesse esser quello che nella milizia  la insegna a cui ricorrono i soldati, se per qualche accidente sieno posti in disordine.
Quanto all'Accademia di Francia, furono per avventura pi fondati i romori che contro ad essa si levarono. Ci che regol la lingua francese fu non tanto l'uso, a cui non si bad gran fatto, n tampoco l'autorit degli classici scrittori, a cui ricorrere non poteano, quanto il gusto di coloro che sedeano a quel tempo nel tribunale dell'Accademia. Insieme col Vaugelas, che ebbe la cura del Dizionario e della Grammatica, erano di grande autorit i Capellani, i Faret, i Desmarets, i Colletet, i SaintAman, i Baudoin, i Godeau; autori la pi parte sepolti nella obblivione o noti soltanto perch condannati ad essere mai sempre ridicoli dal Satirico francese. Troppo avea dello strano che uomini tali esser dovessero i legislatori del bel parlare. Fu posto tra le altre a sindacato quel loro decreto intorno all'uniformit della costruzione, per cui il nominativo deve sempre aprir la marcia del periodo tenendo il suo addiettivo per mano; sguita il verbo col fido suo avverbio, e la marcia  sempre chiusa dall'accusativo, che per cosa del mondo non cederebbe il suo posto. Dicevano che il costringer la lingua a camminar sempre di un modo, come fanno le camerate de' seminaristi i pi picciolini innanzi e dietro i pi grandicelli di mano in mano col prefetto in coda, che il privarla di ogni trasposizione  un renderla fredda e stucchevole,  un privarla del miglior mezzo di allontanare le espressioni le pi semplici dal comune parlare,  un tagliarle la via di sostenersi sicch non dia nel basso. Infatti quel verso di Orazio, ponendo un esempio,

Quo teneam vultus mutantem Protea nodo?

non sarebbe egli cosa triviale, e non darebbe in terra, se il poeta fosse stato da una pi rigorosa grammatica costretto di dire

Quo nodo teneam mutantem Protea vultus?

E lo stesso sarebbe di quell'altro nostro

In campo nero uno armellino ha bianco,

che saria bassissimo, se al grazioso autore fosse convenuto dire

In campo nero ha un armellino bianco.

Tanto pu la giacitura delle parole, levata la quale si viene il pi delle volte a levare al discorso armonia, grazia, sospensione e dignit. Cos dicevasi contro alle nuove regole dell'Accademia.(d) Dicevasi ancora che troppo con esse si veniva a cavillare, che troppo scrupolose erano le correzioni, troppo ingiuste le censure contro a' que' modi di dire che tanto o quanto avessero dell'irregolare;(e) buona parte delle figure grammaticali non altro essendo in sostanza che altrettanti errori di lingua, ma errori commessi da coloro che le indole conoscono e il particolare idioma delle passioni, e sanno che la grande arte dello scrivere  il bene imitar la natura. Aggiugnevano che quanto Ronsardo avea cercato di rendere la lingua nerboruta, animosa e varia, altrettanto l'Accademia l'avea resa effettivamente timida, uniforme e floscia;(e) che volendo preparare i materiali alla eloquenza francese, s'erano levate alla locuzione pi maniere di grazie e tante maniere di dire alla comun massa della lingua, che le volpi di Sansone, secondo la espression del La Mothe, non menarono tanta strage nelle biade de' Filistei, quanto aveano fatto nella messe della lingua le regolazioni degli Accademici.(f) E senza parlare della pasquinata, o vogliam dire della aristofanica commedia che scrisse contro di loro S. vremont (g), egli non  dubbio che di gentilmente staffilargli non intendesse Molire, quando l'aprimento dell'Accademia delle sue donne saccenti si ha da solennizzare con quelle ridicole proscrizioni di nomi e di verbi che l'una donna lascia in bala dell'altra, e de' quali intendono purgare cos la prosa come la poesia.(h)
Ma non solo ne' primi tempi, quando ogni novit trova dei contrari, si udirono dei clamori contro alla riforma; ma si seguit ancora ad udirgli nei tempi appresso, e s'odono ancora tuttavia. Oltre a Molire, il quale bench comico di professione, non era solito riprendere se non quello che andava veramente ripreso, Racine confessa che la grazia del sermon prisco, non era da esser uguagliata dal parlar de' moderni.(i) Madama Dacier d'un sentimento e di un cuore col dotto suo marito, ebbe a richiamarsi delle strettezze a che fu ridotta la propria lingua, dicendo espressamente che se non manca de' pi grossi colori,  poi mancante delle tinte pi dilicate; che sar per avventura bastante a render felicemente due, quattro, e sei versi d'Omero, come ha fatto maneggiata da un Despraux o da un Racine, ma che non regge a lungo andare e si accoscia impar congressus Achillei (l). Le medesime cose a un dipresso, per tacere di parecchi altri, ebbe a ripetere Monsieur Boyer, quando fece la prova di recare in prosa francese i nerboruti versi dell'Addisono, ne' quali egli ha rappresentato la nobil fine di Catone.(m) Del basso stato in cui fu volta la loro lingua si lagnano l'elegante Sanadono, (n) quel giudizioso compilatore degli antichi, Carlo Rollino, (o) e quel tanto celebre filosofo tra' moderni, Pietro Bayle (p). L'abate Du Bos, secretario dell'Accademia della Crusca parigina e uno dei pi sani ingegni che vanti la Francia, si burla a ragione del buono uomo di Pasquier, il quale si dava ad intendere che non essere nulla meno dello idioma latino capace il francese di bei tratti poetici; ed egli mostra in contrario come per la presente meccanica sua constituzione esso non  n musicale n pittoresco, che tanto  a dire ritroso, se non ribelle alla poesia (q). E in questi ultimi tempi quell'ingegno sovrano del Voltaire, che lascia altrui in dubbio se meglio scriva in prosa o in versi, e che in ogni genere di stile fa tanto onore alla lingua francese, la qualifica di una lingua mancante di precisione, di ricchezza e di forza(r).
In effetto cos ha da parere anche a coloro che non maneggiano quella lingua, e non ne possono per prova conoscere il forte e il debole, tanto  aperta a vedersi la cosa. Chiunque ha qualche pratica degli scrittori francesi si sar molto facilmente accorto come negli scritti che sono anteriori alla riforma dell'Accademia, la lingua francese non era gran fatto, per quello che risguarda la costruzione, i modi dello esprimersi e quasi direi l'andamento ed il genio, dissimile dalla nostra. E di ci ci sono altre ragioni diverse dal passaggiero dominio che sotto alla reggenza di Caterina de' Medici ebbero i nostri uomini in Francia. Siccome gli antichi Italiani studiato aveano i Provenzali, maestri a quel tempo di ogni gentilezza, e cos di maniere provenzali fu arricchita la nostra lingua, allo istesso modo i Francesi del tempo di Francesco Primo e de' tempi dipoi studiarono i nostri autori, da essi appresero pi maniere di cose, quelli voltarono nella loro lingua. Ed essa venne a poco a poco bevendo i colori della nostra, e ne prese talmente le sembianze, che i libri di quel tempo si potriano voltare, senza offensione de' nostri orecchi, quasi parola per parola in italiano. La lingua francese di allora era tale, che quantunque Montagna si dolga che non la trovava abbastanza maneggievole, n atta a rispondere a una forte immaginativa(s), avea certamente pi variet, pi vivezza e pi schiena che non ha presentemente.
Sembra ch'ella fosse a quei tempi pi convenevole al genio e all'indole della nazione che in essa parlava. N gi niuno potr maravigliarsi abbastanza come una lingua cos regolata, cos ristretta, cos timida, quale ella  ridotta presentemente, sia nelle bocche di una nazione cos viva, pronta e animosa, quale  la francese. Sar questo per avventura uno de' pi illustri esempi della forza che ha la legislazione di vincer la natura. Malgrado la indole della nazione, malgrado le doglianze de' pi celebri scrittori, tenne fermo l'Accademia quasi una letteraria cittadella posta sopra l'ingegno e la fantasia della nazione e piantata nel Louvre. Fondata dal re in tempo che dal cardinale di Richelieu erasi fatto man bassa sulle libert dei Francesi, tenne anch'essa della condizione del governo, e trov quelli pi docili al giogo. Tutte quelle espressioni che aveano del robusto e dell'animoso, parvero troppo ardite in un paese gi vinto dalla monarchia e ammollito dalle arti cortigianesche e dalla servit . Montagna fu segnatamente proscritto dall'Accademia, come autore troppo libertino nella lingua e sedizioso; quegli senza di cui ella non avrebbe fatto che acqua da occhi, a detto di non so chi(t). Divennero sempre pi rigorose le regole della grammatica secondo che pi assoluto si fece il governo. E l'Accademia, con esse alla mano, forma anche a' d nostri il processo a' pi chiari scrittori del secolo di Luigi XIV, rimettendo su la scuola di quegli antichi maestri i quali tassavano Cicerone non aver saputo il latino.
Un Inglese ebbe a dire, in proposito delle regole troppo severe della poetica francese, che le Muse della Senna simili ad augelli a' quali sieno state tagliate l'ali, possono bens andare svolazzando qua e l, ma non han forza di levarsi in alto e di prendere un nobil volo(u). Con assai pi di ragione parmi che si possa dire, in proposito delle regole troppo severe della loro grammatica e degli strettissimi confini che sono stati posti alla lingua, che gl'ingegni francesi sono simili a quegli eccellenti capitani che non possono fare la guerra a dovere e come portano le ragioni della scienza militare, perch troppo imbrogliati dalle restrizioni del Gabinetto. Troppo picciolo infatti  il campo che  loro rimaso; ed essi sono tuttora ridotti piuttosto che a fare un bel colpo, a cercar di sortire con onore di un qualche mal passo e di una qualche difficolt(v).
Tale amara doglianza usc dalla penna del celebre Fenelono, il quale dietro alle nobili tracce dell'Odissea prese a dipingere le avventure del figliolo di Ulisse. Non solo si accorse quel grande ingegno dei difetti della propria lingua, come nel maneggiarla aveano fatto tanti altri; ma cerc ancora di adempiergli nel miglior modo che fosse possibile e trovar loro largamente compenso. Con una ragionatissima sua scrittura si fece egli innanzi all'Accademia di Francia. In essa espone la mala condizione, la povert di una favella, che  parlata, dic'egli, da una nazione sortita appena dalla barbarie. Mostra come volendola migliorare s'era peggiorata, come i rimedi che sino allora erano stati messi in opera, non altro aveano fatto che accrescere il male; eccessiva di troppo essere stata la stitichezza di coloro che seduto aveano i primi in quel tribunale tanto agli scrittori nemico; esser ben giusto che della passata severit si rimettesse alquanto, conosciuto il disordine che ne era venuto; doversi al contrario usare di quella libert di cui avea abusato Ronsardo; da ogni parte doversi accattare e trascegliere voci, espressioni, e maniere; farne, secondo il bisogno, provvisione e massa; talmente che si venisse a rimpastare e a riconiare, per dir cos, la lingua francese; ed ella potesse, e per l'armonia, e per la ricchezza de' vocaboli, e per la composizion delle parole, e per certa franchezza, variet e venust nei modi del dire aver corso con le antiche e con le pi belle tra le moderne. N sarebbe da temere, egli aggiunge, non a felice fine avesse da riuscir la cosa, quando la scelta delle nuove voci e delle espressioni che mancano, fosse fatta in modo che venissero non a sformare, ma a nutrire e ad abbellire la lingua. Se le pi colte persone incominciassero ad usarle sobriamente, gli altri le ripeterebbono per vaghezza di novit; ed eccole alla moda: in quella guisa che un nuovo sentiero che si apra in un campo, diviene in picciol tempo la strada battuta esso, quando al vecchia strada si trovi pi malagevole e pi lunga(z).
Se una tale sensatissima riforma potesse aver luogo o no in un linguaggio gi fatto e a cui tanti libri hanno come posto il suggello,  assai malagevole cosa il decidere, quantunque l'autorit d'un uomo quale  il Fenelono, debba far credere che s. Ma questo ben si pu dire francamente, che ogni buon francese avria dovuto desiderare che avesse luogo. Un pi bel campo si sarebbe aperto a' loro scrittori, non pi avrebbono dovuto stillarsi il cervello per la ristrettezza delle parole, e la loro lingua non avrebbe ceduto per la abbondanza e maneggevolezza alla italiana, non per la maest alla spagnuola, n alla inglese per la energia. Pi armoniosa e pi varia, capace di atteggiarsi a seconda dei movimenti dell'animo, musicale e pittoresca, sarebbe meno sorda a rispondere all'ingegno de' Francesi, e suonerebbe pi grata all'orecchio de' forestieri.

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(a) "Ronsard avoit trop entrepris toutcoup. Il avoit forc notre langue par des inversions trop hardies et obscures. C'toit un langage cru et informe. Il y ajotoit trop de mots composez, qui n'toient point ancore introduits dans le commerce de la nation. Il parloit franois en grec, malgr les Franois mmes: Il n'avoit pas tort, ce me semble, de tenter quelque nouvelle route pour enrichir notre langue, pour enhardir notre posie et pour dnouer notre versification naissante. Mais en fait de langue, on ne vient  bout de rien sans l'aveu des hommes, pour lesquels on parle. On ne doit jamais faire deux pas  la fois, et il faut s'arrter ds qu'on se ne voit pas suivi de la moltitude. La singularit est dangereuse en tout. Elle ne peut tre excuse dans les choses qui ne dpendent que de l'usage". Fnelon, Lettre  l'Acadmie Franoise, art. V.
(b) "Malherbe a toujours pass pour le plus excellent de nos petes: mais plus par le tour et par l'expression, que par l'invention, et par les penses". St.vremont, t. V, Jugement sur quelques auteurs franois.
"Malherbe est inimitable dans le nombre et dans la cadence de ses vers; mais comme Malherbe avait plus d'oreille que de gnie, la plpart des strophes de ses ouvrages ne sont recommendables que par la mcanique et par arrangement harmonieux des mots pour lequel il avoit un talent merveilleux. On n'exigeoit pas mme alors que le pesies ne fussent composes, pour ainsi dire, que de beauts contigues. Quelques endroits brillants suffisoient pour faire admirer toute une pice. On excusoit la foiblesse des autres vers, qu'on regardoit soulement comme tant faits pour servir de liaison aux premiers, et l'on appelloit, ainsi que nous l'apprenons des Mmoires de l'abb de Marolles, des vers de passages". Du Bos, Rflexions critiques sur la posie et sur la peinture, seconde partie, sect. XIII.
(c) "Un gentilissimo e pulitissimo scrittore esalta la moderna lingua francese, perch non ammette i diminutivi; biasima l'antica, perch gli costumava, non loda l'italiana, perch ne ha dovizia. Io per me sarei di contrario avviso, e crederei che i diminutivi fossero da noverarsi tra le ricchezze delle lingue, e particolarmente se con finezza di giudizio, e a luogo e tempo sieno posti in uso. La lingua italiana si serve non solamente de' diminutivi; ma usa altres i diminutivi de' diminutivi, e fino in terza e quarta generazione". Redi, annotazione alla voce di Brillantuzzo nel Bacco in Toscana.
(d) "L'excs choquant de Ronsard nous a un peu jettez dans l'extrmit oppose. On a appauvri, dessch et gn notre langue. Elle n'ose jamais procder, que suivant la mthode la plus scupuleuse et la plus uniform de la grammaire. On voit toujours venir d'abord un nominatif substantif, qui mne son adjectif comme par la main. Son verbe ne manque pas de marcher derrire, suivi d'un adverbe, qui ne souffre rien entre deux, et le rgime appelle aussitt un accusatif, qui ne peut jamais se dplacer. C'est ce qui exclut toute suspension de l'esprit, toute attente, toute surprise, toute varit et souvent toute magnifique cadence". Fnelon, Lettre  l'Acad. Fran., art. V.
(d) "Je lui [ Vaugelas] sotiens que les corrections scrupuleuses, les censures injustes et les rgles fautives qui se trouvent dans ces Remarques, encore qu'il y en ait beaucoup d'autres trsbonnes, vont  la ruine totale non seulement de notre loquence, mais mesme de notre langage ordinaire, qu'il rduit  la mendicit". La Mothe le Vayer, Lettre LX.
(e) "Notre langue manque d'un grand nombre de mots et de phrases. Il me semble mme, qu'on l'a gne et appauvrie depuis environ cent ans en voulant la purifier . . . On a retranch, si je ne me trompe, plus de mots qu'on n'en a introduit.". Fnelon, Lettre  l'Acad. Fran, art. III.
(f) "On dit indiffremment: Je le vous dirai et Je vous le dirai. Toutes les langues ont cette varit de locution pour ornament, et c'est une pure fantaisie de le vouloir oster  la nostre". Lettre LVIII.
"Mais encore n'stoitil pas juste de laisser tablir sans dire mot de certaines maximes qui vont  la destruction de notre langage. Vous avez ve le nombre prodigieux de dictions et de phrases, qu'il veut abolir. Jamais le renards de Sanson ne mirent tant de dsolation dans la moisson de Philistines, que ce remarques sont capables d'en causer parmi tout ce que nous avons d'oeuvres d'loquence. Et  laisser aller les choses de la sorte, nous tomberions bien tt dans la disgrace dont Snque s'est plaint, o il commence une de ses pitres de la sorte: 'Quanta verborum nobis paupertas immo egestas sit, numquam magis quam hodierno die intellexi', Ep. 59. Quintilien a fait depuis la mme complainte en ces termes: 'Iniqui iudices adversus nos sumus, ideoque paupertate sermonis laboramus', L. 8, Inst., c. 3". Lettre LIX.
(g) Les Acadmiciens, t. I delle sue opere; il titolo era da prima Comdie des Acadmistes pour la rformation de la langue franoise. Vedi Vita di S. vremont, scritta da M. Des Maiseaux, sotto l'anno 1643. In essa gl'interlocutori sono M. Le Chancelier Seguier, Godeau, vque de Grasse, Des Marets, Chapelain, Colletet etc.
(h) 	Pour la langue on verra dans peu nos rglemens,
	et nous y prtendons faire des remuemens.
	Par une antipathie ou juste, ou naturelle,
	nous avons pris chacune une haine mortelle
	pour un nombre de mots, soit ou verbes, ou noms,
	que mutuellement nous nous abandonnons.
	Contr'eux nous prparons de mortelles sentences,
	et nous devons ouvrir nos doctes confrences
	par les proscriptions de tous ces mots divers,
	dont nous voulons purger et la prose et le vers.
		Femmes savants, act III, scen. II.
(i) "Le lecteur trouvera bon que je raporte ses paroles [de Plutarque] telles qu'Amiot les a traduites; car elles ont une grce dans le vieux stile de ce traducteur, que je ne crois point pouvoir galer dans notre langue moderne". Dans la Prface de Mithridate.
(l) "Jamais langue n'a et si sage, ni si retenue, ou plutt si gne et si esclave, que la ntre". dacier, dans la note au vers Quid autem Caecilio etc., de l'Art Potique d'Horace.
"Que doiton attendre d'une traduction dans une langue comme la ntre, toujours sage, ou plutt toujours timide, et dans la quelle il n'y a presque point d'heureuse hardiesse, parce que toujours prisonnire dans ses usages elle n'a pas la moindre libert". Dans la Prface  l'Iliade, p. 37, dit. de Amsterdam, 1731.
"Mais cette composition mel [qui tient de l'austre et du fleuri] source de ces grces, est inconnue  notre langue: elle n'admet point toutes ces diffrences; elle ne sait que faire d'un mot bas, dur, dsagrable; elle n'a rien dans ses trsors, qu'elle puisse employer pour cacher qui est dfectueux; elle n'a ni ces particules nombreuses, dont elle puisse soutenir ces termes, ni cette diffrent harmonie qui nait du diffrent arrangement des mots, et par consquent elle est incapable de rendre la plupart des beautez qui clatent dans cette posie." Ibid., p. 42.
"Notre posie n'est pas capable de rendre tuotes les beautez d'Homre et d'atteindre  son lvation; elle pourra le suivre en quelques endroits choisis: elle attrapera heureusement deux vers, quatre vers, six vers, comme M. Despraux l'a fait dans son Longin, et M. Racine dans quelquesunes de ses tragdies: mais  la longue le tissu sera si foible, qu'il n'y aura rien de plus languissant". Ibid., p. 42.
(m) "La langue angloise, rivale de la grecque et de la latine est galement fertile et nergique. Elle est de plus, ennemie de toute contrainte (de mme que la nation qui la parle), elle se permet tout ce qui peut contribuer  la beaut et  la noblesse de l'expression; aulieu que la franoise nerve et appauvrie par le rafinement toujours timide et toujours esclave des rgles et des usages, ne se donne presque jamais la moindre libert, et n'admet point d'heureuses tmritez. Ainsi plus un original anglois est parfait dans le grand et dans le sublime, plus il est rempli d'images vives et de mtaphores hardies, et plus il perd en franois, ou les figures un peu fortes et les saillies de l'imagination sont regardes comme des dfauts, pour ne pas dire des extravagances.". Dans la Prface qui est au devant de sa traduction de Caton.
(n) "On trouve dans nos crivains des sicles prcdens quantit de termes et de manires de parler tantt nobles, tantt concises, souvent naves et lgantes, qui nous ont chap, et qui n'ont point t remplaces". Nella nota Obscurata diu etc. della Epist. II del Lib. II di Orazio.
(o) "Je ne le lis jamais [Amiot] sans regretter la perte d'une infinit de bon mots de ce vieux langage, presque aussi nergiques que ceux de Plutarque. Nous laissons notre langue s'appauvrir tous les jours, au lieu de songer,  l'example des Anglois nos voisins,  dcouvrir des moyens de l'enrichir. On dit que nos dames, par trop de dlicatesse, sont cause en partie de cette disette, o notre langue court risque d'tre rduite. Elles auroient grand tort, et devroient bein plutt favoriser par leurs suffrages, qui en entranent beaucoup d'autres, la sage hardiesse d'crivains d'un certain rang et d'un certaine mrite: Comme ceuxci de leur ct devroient aussi devenir plus hardis, et hazarder plus de nouveaux mots qu'ils ne font, mais toujours avec une retenue et une discrtion judicieuse". T. III de l'Histoire ancienne des historiens grecs, Plutarque. Vedi ancora t. XI de l'Histoire ancienne des philologues, Pline l'ancien, dans une note.
(p) "Il seroit  souhaiter que les auteurs les plus illustres de ce temsl se fussent vigoureusement opposez  la proscription de plusieurs mots qui n'ont rien de rude et qui serviroient  varier l'expression,  viter les consonances, les vers et les quivoques. La fausse dlicatesse  quoi on lcha trop la bride, a fort appauvri la langue. Les meilleurs crivains s'en plaignent, je dis les auteurs, qui sont le moins incommodez de cette indigence, et qui trouvent dans le fond fertile de leur gnie de quoi la rparer" etc. Dictionaire, art. Gournai, Rem. (H).
(q) Vedi Rflexions critiques sur la posie et sur la peinture, premire partie, section XXXV.
(r) "Une langue  peine tire de la barbarie, et qui polie par tant de grands auteurs, manque encore pourtant de prcision, de force et d'abondance". Ep.  Madame la Duchesse du Maine au devant d'Oreste, d. de Dresde 1752.
(s) "Je le trouve [le language franois] suffisamment abondant, mais non pas maniant et vigoureux suffisamment: il succombe souvent  une puissante conception" etc. Essays, Liv. III, chap. V.
(t) "Sans les Essays de Montaigne l'Acadmie ne fera que de l'eau claire".
(u) Vedi Prface sur les TragdiesOpras par Mylord Lansdown, [in] Ide de la posie angloise, par M. l'abb Yart, t. VII.
(v) "La svrit de notre langue contre presque toutes les inversions des phrases augmente encore infiniment la difficult de faire des vers franois. On s'est mis  pur perte dans une espce de torture pour faire un ouvrage. Nous serions tentez de croire, qu'on a cherch le difficile, plutt que le beau. Chez nous un pote a tant besoin de penser  l'arrangement d'une syllabe, qu'aux plus grandis sentiments, qu'au plus vives peintures, qu'au traits les plus hardis. Au contraire les anciens facilitoient par des inversions frquentes les belles cadences, la varit et les expressions passionnes. Les inversions se tournoient en grande figure, et tenoient l'esprit suspendu dans l'attente du merveilleux". Lettre  l'Acad. Fran, art. V.
(z) "Mais il faut se ressouvenir, que nous sortons  peine d'une barbarie aussi ancienne que notre nation.
	 . . . sed in longum tamen aevum
	manserunt, hodieque manent vestigia ruris.
	Serus enim Graecis admovit acumina chartis etc.
		Horat., Ep. I, Lib. II.
. . . Mais le vieux langage se fait regretter, quand nous le retrouvons dans Marot, dans Amiot, dans le cardinal d'Ossat, dans les ouvrages les plus enjouez et dans les plus srieux. Il avoit je ne sai quoi de court, de naf, de hardi, de vif e de passionn . . . Un terme nous manque, nous en sentons le besoin. Choisissez un son doux et loign de toute quivoque, qui s'accommode  notre langue, et qui soit commode pour abrger le discours. Chacun en sent d'abord la commodit. Quatre ou cinq personnes le hazardent modestement en conversation familire; d'autres le rptent par le got de la nouveaut; le voil  la mode. C'est ainsi qu'un sentier, qu'on ouvre dans un champ, devient bientt le chemin le plus battu, quand l'ancien chemin se trouve raboteaux et moins court.
Il nous faudroit, outre les mots simples et nouveaux des composez et des phrases, o l'art de joindre les termes qu'on n'a pas cotume de mettre ensemble, fit une nouveaut gracieuse.
	Dixeris egregie, notum si callida verbum
	reddiderit iunctura novum . . .
		Horat., Art. poet.
. . . Prenons de tout ctez ce qu'il nous faut, pour rendre notre langue plus claire plus prcise, plus courte et plus harmonieuse." etc. Fnelon, Lettre  l'Acad. Fran, art. III.
