Vittorio Alfieri

VITA DI VITTORIO ALFIERI DA ASTI SCRITTA DA ESSO

Pianta effimera noi, cos' il vivente?
Cos' l'estinto?  Un sogno d'ombra  l'uomo.
PINDARO, Pizia VII, V. 135


Parte prima

INTRODUZIONE

Plerique suam ipsi vitam narrare, fiduciam
potius morum, quam arrogantiam, arbitrati sunt.
Tacito, Vita di Agricola

Il parlare, e molto pi lo scrivere di s stesso, nasce senza alcun dubbio dal molto amor di s stesso. Io dunque non voglio a questa mia Vita far precedere n deboli scuse, n false o illusorie ragioni, le quali non mi verrebbero a ogni modo punto credute da altri; e della mia futura veracit in questo mio scritto assai mal saggio darebbero. Io perci ingenuamente confesso, che allo stendere la mia propria vita inducevami, misto forse ad alcune altre ragioni, ma vie pi gagliardo d'ogni altra, l'amore di me medesimo: quel dono cio, che la natura in maggiore o minor dose concede agli uomini tutti, ed in soverchia dose agli scrittori, principalissimamente poi ai poeti, od a quelli che tali si tengono. Ed  questo dono una preziosissima cosa; poich da esso ogni alto operare dell'uomo proviene, allor quando all'amor di s stesso congiunge una ragionata cognizione dei propri suoi mezzi, ed un illuminato trasporto pel vero ed bello, che non son se non uno.
Senza proemizzare dunque pi a lungo sui generali, io passo ad assegnare le ragioni per cui questo mio amor di me stesso mi trasse a ci fare: e accenner quindi il modo con cui mi propongo di eseguir questo assunto.
Avendo io oramai scritto molto, e troppo pi forse che non avrei dovuto,  cosa assai naturale che alcuni di quei pochi a chi non saranno dispiaciute le mie opere (se non tra' miei contemporanei tra quelli almeno che vivran dopo) avranno qualche curiosit di sapere qual io mi fossi. Io ben posso ci credere, senza neppur troppo lusingarmi, poich, di ogni altro autore anche minimo quanto al valore, ma voluminoso quanto all'opere, si vede ogni giorno e scrivere e leggere, o vendere almeno la vita. Onde quand'anche nessun'altra ragione vi fosse,  certo pur sempre che, morto io, un qualche libraio per cavare alcuni pi soldi da una nuova edizione delle mie opere, ci far premettere una qualunque mia vita. E quella, verr verisimilmente scritta da uno che non mi aveva o niente o mal conosciuto, e che avr radunato le materie di essa da fonti o dubbi o parziali; onde codesta vita per certo verr ad essere, se non altro, alquanto meno verace di quella che posso dar io stesso. E ci tanto pi, perch lo scrittore a soldo dell'editore suol sempre fare uno stolto panegirico dell'autore che si ristampa, stimando amendue di dare cos pi ampio smercio alla loro comune mercanzia. Affinch questa mia vita venga dunque tenuta per meno cattiva e alquanto pi vera, e non meno imparziale di qualunque altra, verrebbe scritta da altri dopo di me; io, che assai pi largo mantenitore che non promettitore fui sempre, m'impegno qui con me stesso, e con chi vorr leggermi, di disappassionarmi per quanto all'uomo sia dato; e mi vi impegno, perch esaminatomi e conosciutomi bene, ho ritrovato, o mi pare, essere in me di alcun poco maggiore la somma del bene a quella del male. Onde, se io non avr forse il coraggio o l'indiscrezione di dir di me tutto il vero, non avr certamente la vilt di dir cosa che vera non sia.
Quanto poi al metodo, affine di tediar meno il lettore, e dargli qualche riposo e anche i mezzi di abbreviarsela col tralasciare quegli anni di essa che gli parranno meno curiosi; io mi propongo di ripartirla in cinque Epoche, corrispondenti alle cinque et dell'uomo e da esse intitolarne le divisioni: puerizia, adolescenza, giovinezza, virilit e vecchiaia. Ma gi dal modo con cui le tre prime parti e pi che mezza la quarta mi son venute scritte, non mi lusingo pi oramai di venire a capo di tutta l'opera con quella brevit, che pi d'ogni altra cosa ho sempre nelle altre mie opere adottata o tentata; e che tanto pi lodevole e necessaria forse sarebbe stata nell'atto, di parlar di me stesso. Onde tanto pi, temo che nella quinta parte (ove pure il mio destino mi voglia lasciar invecchiare) io non abbia di soverchio a cader nelle chiacchiere, che sono l'ultimo patrimonio di quella debole et. Se dunque, pagando io in ci, come tutti, il suo diritto a natura, venissi nel fine a dilungarmi indiscretamente, prego anticipatamente il lettore di perdonarmelo, s; ma, di castigarmene a un tempo stesso, col non leggere quell'ultima parte.
Aggiunger, nondimeno, che nel dire io che non mi lusingo di essere breve anche nelle quattro prime parti, quanto il dovrei e vorrei, non intendo perci di permettermi delle risibili lungaggini accennando ogni minuzia; ma intendo di estendermi su molte di quelle particolarit, che, sapute, contribuir potranno allo studio dell'uomo in genere; della qual pianta non possiamo mai individuare meglio i segreti che osservando ciascuno s stesso.
Non ho intenzione di dar luogo a nessuna di quelle altre particolarit che potranno risguandare altre persone, le di cui peripezie si ritrovassero, per cos dire, intarsiate con le mie: stante che i fatti miei bens, ma non gi gli altrui, mi propongo di scrivere. Non nominer dunque quasi mai nessuno individuandone il nome, se non se nelle cose indifferenti o lodevoli.
Allo studio dunque dell'uomo in genere  principalmente diretto lo scopo di quest'opera. E di qual uomo si pu egli meglio e pi dottamente parlare, che di s stesso? quale altro ci vien egli venuto fatto di maggiormente studiare? di pi addentro conoscere? di pi esattamente pesare? essendo, per cos dire, nelle pi intime di lui viscere vissuto tanti anni?
Quanto poi allo stile, io penso di lasciar fare alla penna, e di pochissimo lasciarlo scostarsi da quella triviale e spontanea naturalezza, con cui ho scritto questa opera, dettata dal cuore e non dall'ingegno; e che sola pu convenire a cos umile tema.



Epoca Prima

PUERIZIA

ABBRACCIA i primi nove anni nella casa materna


CAPITOLO PRIMO
Nascita e parenti.

Nella citt d'Asti in Piemonte, il d 17 di gennaio dell'anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti. E queste tre loro qualit ho espressamente individuate, e a gran ventura mia le ascrivo per le seguenti ragioni. Il nascere della classe dei nobili, mi giov appunto moltissimo per poter poi, senza la taccia di invidioso e di vile, dispregiare la nobilt di per s sola, svelarne le ridicolezze, gli abusi ed i vizi; ma nel tempo stesso mi giov non poco la utile e sana influenza di essa, per non contaminare mai in nulla la nobilt dell'arte ch'io professava. Il nascere agiato, mi fece libero e puro; n mi lasci servire ad altri che al vero. L'onest, dei parenti fece s, che non ho dovuto mai arrossire dell'esser io nobile. Onde, qualunque di queste tre cose fosse mancata ai miei natali, ne sarebbe di necessit venuto assai minoramento alle diverse mie opere; a sarei quindi stato per avventura o peggior filosofo, o peggior uomo, di quello che forse non sar stato.
Il mio padre chiamavasi Antonio Alfieri; la madre, Monica Maillard di Tournon. Era questa di origine savoiarda, come i barbari di lei cognomi dimostrano: ma i suoi erano gi da gran tempo stabiliti in Torino. Il mio padre era un uomo purissimo di costumi, vissuto sempre senza impiego nessuno, e non contaminato da alcuna ambizione; secondo che ho inteso dir sempre da chi l'avea conosciuto. Provveduto di beni di fortuna sufficienti al suo grado, e di una giusta moderazione nei desideri, egli visse bastantemente felice. In et di oltre cinquantacinque anni invaghitosi di mia madre, la quale, bench giovanissima, era allora gi vedova del marchese di Cacherano, gentiluomo astigiano, la spos. Una figlia femmina che avea di quasi due anni preceduto il mio nascimento, avea pi che mai invogliato e insperanzito il mio buon genitore di aver prole maschia: onde fu oltre modo festeggiato il mio arrivo. Non so se egli si rallegrasse di questo come padre attempato, o come cavaliere assai tenero del nome suo e della perpetuit di sua stirpe: crederei che di questi due affetti si componesse in parte eguale la di lui gioia. Fatto si , che datomi ad allattare in un borghetto distante circa due miglia da Asti, chiamato Rovigliasco, egli quasi ogni giorno ci veniva a piedi e vedermivi, essendo uomo alla buona e di semplicissime maniere. Ma ritrovandosi gi oltre l'anno sessagesimo di sua et, ancorch fosse vegeto e robusto, tuttavia quello strapazzo continuo, non badando egli n a rigor di stagione n ad altro, fe' s che riscaldatosi un giorno oltre modo in quella sua periodica visita che mi faceva, si prese una puntura di cui in pochi giorni mor. Io non compiva allora per anco il primo anno della mia vita. Rimase mia madre incinta di un altro figlio maschio, il quale mor poi nella sua prima et. Le restavano dunque un maschio e una femmina di mio padre, e due femmine ed un maschio del di lei primo marito, marchese di Cacherano. Ma essa, bench vedova due volte, trovandosi pure assai giovine ancora, pass alle terze nozze col cavaliere Giacinto Alfieri di Magliano, cadetto di una casa dello stesso nome della mia, ma di altro ramo. Questo cavaliere Giacinto, per la morte poi del di lui primogenito che non lasci figli, divenne col tempo erede di tutto il suo, e si ritrov agiatissimo. La mia ottima madre trov una perfetta felicit con questo cavalier Giacinto, che era di et all'incirca alla sua, di bellissimo aspetto, di signorili ed illibati costumi: onde ella visse in una beatissima ed esemplare unione con lui; e ancora dura, mentre io sto scrivendo questa mia vita in et di anni quarantuno. Onde da pi di 37 anni vivono questi due coniugi vivo esempio di ogni virt domestica, amati, rispettati, e ammirati da tutti i loro concittadini; e massimamente mia madre, per la sua ardentissima eroica piet con cui si  assolutamente consecrata al sollievo e servizio dei poveri.
Ella ha successivamente in questo decorso di tempo perduti e il primo maschio del primo marito e la seconda femmina; cos pure i due soli maschi del terzo, onde nella sua ultima et io solo di maschi le rimango; e per le fatali mie circostanze non posso star presso di lei; cosa di cui mi rammarico spessissimo: ma assai pi mi dorrebbe, ed a nessun conto ne vorrei stare continuamente lontano, se non fossi ben certo ch'ella e nel suo forte e sublime carattere, e nella sua vera piet ha ritrovato un amplissimo compenso a questa sua privazione dei figli. Mi si perdoni questa forse inutile digressione, in favor di una madre stimabilissima.



CAPITOLO SECONDO
Reminiscenze dell'infanzia.

Ripigliando adunque a parlare della mia primissima et, dico che di quella stupida vegetazione infantile, non mi  rimasta altra memoria se non se quella d'uno zio paterno, il quale avendo io tre anni in quattr'anni, mi facea por ritto su un antico cassettone, e quivi molto accarezzandomi mi dava degli ottimi confetti. Io non mi ricordava quasi punto di lui, n altro me n'era rimasto fuorch'egli portava certi scarponi riquadrati in punta. Molti anni dopo, la prima volta che mi vennero agli occhi certi stivali a tromba, che portano pure la scarpa quadrata a quel modo stesso dello zio morto gi da gran tempo, n mai pi veduto da me da che io aveva uso di ragione, la subitanea vista di quella forma di scarpe del tutto oramai disusata, mi richiamava ad un tratto tutte quelle sensazioni primitive ch'io aveva provate gi nel ricevere le carezze e i confetti dello zio, di cui i moti ed i modi, ed il sapore perfino dei confetti mi si riaffacciavano vivissimamente ed in un subito nella fantasia. Mi sono lasciata uscir di penna questa puerilit, come non inutile affatto a chi specula sul meccanismo delle nostre idee, e sull'affinit dei pensieri colle sensazioni.
Nell'et di cinque anni circa, dal mal de' pondi fui ridotto in fine; e mi pare di aver nella mente tuttavia un certo barlume de' miei patimenti; e che senza aver idea nessuna di quello che fosse la morte, pure la desiderava, come fine di dolore; perch quando era morto quel mio fratello minore avea sentito dire ch'egli era diventato un angioletto.
Per quanti sforzi io abbia fatto spessissimo per raccogliere le idee primitive, o sia le sensazioni ricevute prima de' sei anni, non ho potuto mai raccapezzarne altre che queste due. La mia sorella Giulia, ed io, seguitando il destino della madre, eramo passati dalla casa paterna ad abitare con lei nella casa del patrigno, il quale pure ci fu pi che padre per quel tempo che ci stemmo. La figlia ed il figlio del primo letto rimasti, furono successivamente inviati a Torino, l'uno nel collegio de' Gesuiti, l'altra nel monastero; e poco dopo fu anche posta in monastero, ma in Asti stessa, la mia sorella Giulia, essendo io vicino ai sett'anni. E di quest'avvenimento domestico mi ricordo benissimo, come del primo punto in cui le facolt mie sensitive diedero cenno di s. Mi sono presentissimi i dolori e le lagrime ch'io versai in quella separazione di tetto solamente, che pure a principio non impediva ch'io la visitassi ogni giorno. E speculando poi dopo su quegli effetti e sintomi del cuore provati allora, trovo essere stati per l'appunto quegli stessi che poi in appresso provai quando nel bollore degli anni giovenili mi trovai costretto a dividermi da una qualche amata mia donna; ed anche nel separarmi da un qualche vero amico, che tre o quattro successivamente ne ho pure avuti finora: fortuna che non sar toccata a tanti altri, che gli avranno forse meritati pi di me. Dalla reminiscenza di quel mio primo dolore del cuore, ne ho poi dedotta la prova che tutti gli amori dell'uomo, ancorch diversi, hanno lo stesso motore.
Rimasto dunque io solo di tutti i figli nella casa materna, fui dato in custodia ad un buon prete, chiamato Don Ivaldi, il quale m'insegn cominciando dal compitare e scrivere, fino alla classe quarta, in cui io spiegava non male, per quanto diceva il maestro alcune vite di Cornelio Nipote, e le solite favole di Fedro. Ma il buon prete era egli stesso ignorantuccio, a quel ch'io combinai poi dopo; e se dopo i nov'anni mi avessero lasciato alle sue mani, verisimilmente non avrei imparato pi nulla. I parenti erano anch'essi ignorantissimi, e spesso udiva loro ripetere, quella usuale massima dei nostri nobili di allora: che ad un signore non era necessario di diventare un dottore. Io nondimeno aveva per natura una certa inclinazione allo studio, e specialmente dopo che usc di casa la sorella, quel ritrovarmi in solitudine col maestro mi dava ad un tempo malinconia e raccoglimento.



CAPITOLO TERZO.
Primi sintomi di carattere appassionato.

Ma qui mi occorre di notare un'altra particolarit assai strana, quanto allo sviluppo delle mie facolt amatorie. La privazione della sorella mi avea lasciato addolorato per lungo tempo, e molto pi serio in appresso. Le mie visite a quell'amata sorella erano sempre andate diradando, perch essendo sotto il maestro, e dovendo attendere allo studio, mi si concedeano solamente nei giorni di vacanza o di festa, e non sempre. Una tal quale consolazione di quella mia solitudine mi si era andata facendo sentire a poco a poco nell'assuefarmi ad andare ogni giorno alla chiesa del Carmine attigua alla nostra casa; e di sentirvi spesso della musica, e di vedervi uffiziare quei frati, e far tutte le cerimonie della messa cantata, processione e simili. In capo a pi mesi nonpensava pi tanto alla sorella, ed in capo a pi altri, non ci pensava quasi pi niente, e non desiderava altro che di esser condotto mattina e giorno al Carmine. Ed eccone la ragione. Dal viso di mia sorella in poi, la quale aveva circa nov'anni quando usc di casa, non avea pi veduto altro viso di ragazza, n di giovane, fuorch certi fraticelli novizi del Carmine, che poteano avere tra i quattordici e sedici anni all'incirca, i quali coi loro roccetti assistevano alle diverse funzioni di chiesa; questi loro visi giovanili, e non dissimili da' visi donneschi, aveano lasciato nel mio tenero ed inesperto cuore a un di presso quella stessa traccia e quel desiderio di loro, che mi vi avea gi impresso il viso della sorella. E questo insomma, sotto tanti e s diversi aspetti, era amore; come poi pienamente conobbi, e me ne accertai parecchi anni dopo, riflettendovi su; perch di quanto io allora sentissi o facessi nulla affatto sapeva, ed obbediva al puro istinto animale. Ma questo mio innocente amore per quei novizi giunse tant'oltre, che io sempre pensava ad essi ed alle loro diverse funzioni; ora mi si rappresentavano nella fantasia coi loro devoti ceri in mano, servienti la messa con viso compunto ed angelico, ora coi turiboli incensando l'altare; e tutto assorto in codeste immagini, trascurava i miei studi, ed ogni occupazione, o compagnia, mi noiava. Un giorno fra gli altri, stando fuori di casa il mio maestro, trovatomi solo in camera, cercai ne' due vocabolari latino e italiano l'articolo frati, e cassata in ambedue quella parola, vi scrissi Padri: cos credendomi di nobilitare, o che so io d'altro, quei novizietti, ch'io vedeva ogni giorno, e da cui non sapeva assolutamente quello ch'io mi volessi. L'aver sentito alcune volte con qualche disprezzo articolare la parola Frate, e con rispetto ed amore quella di Padre, erano la sola cagione per cui m'indussi a correggere quei dizionari: e codeste correzioni fatte anche grossolanamente col temperino e la penna, le nascosi poi sempre con gran sollecitudine e timore al maestro, il quale non se ne dubitando, n a tal cosa certamente pensando, non se n'avvide poi mai. Chiunque vorr riflettere alquanto su quest'inezia, e rintracciarvi il seme delle passioni dell'uomo, non la trover forse n tanto risibile n tanto puerile, quanto ella pare.
Da questi siffatti effetti d'amore ingnoto intieramente a me stesso, ma pure tanto operante nella mia fantasia, nasceva, per quanto ora credo, quell'umor malinconico assai, che a poco a poco s'insignoriva di me, e dominava poi sempre su tutte le altre qualit dell'indole mia. Fra i sette ed ott'anni, trovandomi un giorno in queste disposizioni malinconiche, occasionate forse anche dalla salute che era gracile anzi che no, visto uscire il maestro, e il servitore, corsi fuori dal mio salotto che posto a terreno riusciva in un secondo cortile, dove eravi intorno intorno molt'erba. E tosto mi misi a strapparne colle mani quanta ne veniva, e ponendomela in bocca a masticarne e ingoiarne quanta pi ne poteva, malgrado il sapore ostico ed amarissimo. Io avea sentito dire non so da chi, n come, n quando, che v'era un'erba detta cicuta che avvelenava e faceva morire; io non avea mai fatto pensiero di voler morire, e poco sapea quel che il morire si fosse; eppure, seguendo cos un non so quale istinto naturale misto di un dolore di cui m'era ignota la fonte, mi spinsi avidissimamente a mangiar di quell'erba, figurandomi che in essa vi dovesse anco essere della cicuta. Ma ributtato poi dall'insopportabile amarezza e crudit d'un tal pascolo, e sentendomi provocato a dare di stomaco, fuggii nell'annesso giardino, dove non veduto da chi che sia mi liberai quasi interamente di tutta l'erba ingoiata, e tornatomene in camera me ne rimasi soletto e tacito con qualche doloruzzo di stomaco e di corpo. Torn frattanto il maestro, che di nulla si avvide, ed io nulla dissi. Poco dopo si dov andare a tavola, e mia madre vedendomi gli occhi gonfi e rossi, come sogliono rimanere dopo gli sforzi del vomito, domand insistendo e volle assolutamente sapere quel che fosse; ed oltre i comandi della madre mi andavano anche sempre pi punzecchiando i dolori di corpo, s ch'io non potea punto mangiare, e parlar non voleva. Onde io sempre duro a tacere, ed a vedere di non mi scontorcere, la madre sempre dura ad interrogare e minacciarmi; finalmente osservandomi essa ben bene, e vedendomi in atto di patire, e poi le labbra verdiccie, che io non avea pensato di risciacquarmele, spaventatasi molto, s'alza, si approssima a me, mi parla dell'insolito color delle labbra, m'incalza e sforza a rispondere, finch vinto dal timore e dolore io tutto confesso piangendo. Mi vien dato subito un qualche leggiero rimedio, e nessun altro male ne segue; fuorch per pi giorni fui rinchiuso in camera per castigo; e quindi nuovo pascolo, e fomento all'umor malinconico.



CAPITOLO QUARTO.
Sviluppo dell'indole indicato da alcuni fattarelli.

L'indole, che io andava manifestando in quei primi anni della nascente ragione, era questa. Taciturno e placido per lo pi; ma alle volte loquacissimo e vivacissimo; e quasi sempre negli estremi contrari; ostinato e resto contro alla forza, pieghevolissimo agli avvisi amorevoli; rattenuto pi che da nessun'altra cosa di essere sgridato; suscettibile di vergognarmi fino all'eccesso, e inflessibile se io veniva preso a ritroso.
Ma per meglio dar conto ad altrui e a me stesso di quelle qualit primitive, che la natura mi avea improntate nell'animo, fra molte sciocche istoriette accadutemi in quella prima et, ne allegher due o tre di cui mi ricordo benissimo e che ritrarranno al vivo il mio carattere. Di quanti gastighi mi si potessero dare, quello che smisuratamente mi addolorava, e da segno di farmi ammalare, e che perci non mi fu dato che due volte sole, era di mandarmi alla messa colla reticella da notte in capo; assetto che nasconde quasi interamente i capelli. La prima volta ch'io ci fui condannato (n mi ricordo pi del perch) venni dunque strascinato per mano dal maestro alla vicinissima Chiesa del Carmine; chiesa abbandonata, dove non si trovavano mai quaranta persone radunate nella sua vastit: tuttavia s fattamente mi afflisse codesto gastigo, che per pi di tre mesi poi rimasi irreprensibile. Tra le ragioni ch'io sono andato cercando in appresso entro di me medesimo, per ben conoscere il fonte d'un simile effetto, due principalmente ne trovai, che mi diedero intiera soluzione del dubbio. L'una si era, che io mi credeva gli occhi di tutti doversi necessariamente affissare su quella mia reticella, e ch'io doveva esser molto sconcio e difforme in codesto assetto, e che tutti mi terrebbero per un vero malfattore vedendomi punito cos orribilmente. L'altra, si era ch'io temeva di esser visto cos dagli amati novizi; e questo mi passava veramente il cuore. Or mira, o lettore, in me omiccino il ritratto e tuo e di quanti anche uomoni sono stati o saranno; che tutti siam pur sempre, a ben prendere, bambini perpetui.
Ma l'effetto straordinario in me cagionato da quel gastigo, avea riempito di gioia i miei parenti e il maestro; onde ad ogni ombra di mancamento, minacciatami la reticella abborrita, io rientrava immediatamente nel dovere, tremando. Pure, essendo poi ricaduto al fine in un qualche fallo insolito, per iscusa del quale mi occorse di articolare una solennissima bugia alla signora madre, mi fu di bel nuovo sentenziata la reticella; e di pi, che in vece della deserta Chiesa del Carmine, verrei condotto cos a quella di S. Martino, distante da casa, posta nel bel centro della citt e frequentatissima su l'ora del mezzo giorno da tutti gli oziosi del bel mondo. Oim, qual dolore fu il mio! pregai, piansi, mi disperai, tutto invano. Quella notte ch'io mi credei dover essere l'ultima della mia vita, non che chiudessi mai occhio, non mi ricordo mai poi di averne in nessun altro mio dolore passata una peggio. Venne alfin l'ora; inreticellato, piangente, ed urlante mi avviai stiracchiato dal maestro pel braccio, e spinto innanzi dal servitore per di dietro, e in tal modo traversai due o tre strade, dove non era gente nessuna; ma tosto che si entr nelle vie abitate, che s'avvicinavano alla piazza e chiesa di San Martino, io immediatamente cessai dal piangere e dal gridare, cessai dal farmi strascinare; e camminando anzi tacito, e di buon passo, e ben rasente al prete Ivaldi, sperai di passare inosservato, nascondendomi quasi sotto il gomito del talare maestro, al di cui fianco appena la mia statura giungeva. Arrivai nella piena chiesa, guidato per mano come orbo ch'io era; che in fatti chiusi gli occhi all'ingresso, non gli apersi pi finch non fui inginocchiato al mio luogo di udir la messa; n, aprendoli poi, li alzai mai a segno di potervi distinguere nessuno. E rifattomi orbo all'uscire, tornai a casa con la morte in cuore, credendomi disonorato per sempre. Non volli in quel giorno mangiare, n parlare, n studiare, n piangere. E fu tale in somma e tanto il dolore, e la tensione d'animo, che mi ammalai per pi giorni; n mai pi si nomin pure in casa il supplizio della reticella, tanto era lo spavento che cagion alla amorosissima madre la disperazione ch'io ne mostrai. Ed io parimenti per assai gran tempo non dissi pi bugia nessuna; e chi sa s'io non devo poi a quella benedetta reticella l'essere riuscito in appresso un degli uomini i meno bugiardi ch'io conoscessi.
Altra storietta. Era venuta in Asti la mia nonna materna, matrona di assai gran peso in Torino, vedova di uno dei barbassori di corte, e corredata di tutta quella pompa di cose, che nei ragazzi lasciano grand'impressione. Questa, dopo essere stata alcuni giorni con la mia madre, per quanto mi fosse andata accarezzando moltissimo in quel frattempo, io non m'era per niente addimesticato con lei, come selvatichetto ch'io m'era; onde, stando essa poi per andarsene, mi disse ch'io le doveva chiedere una qualche cosa, quella che pi mi potrebbe soddisfare, e che me la darebbe di certo. Io, a bella prima per vergogna e timidezza ed irresoluzione, ed in seguito poi per ostinazione e ritrosia, incoccio sempre a rispondere la stessa e sola parola: niente; e per quanto poi ci si provassero tutti in venti diverse maniere a rivoltarmi per pure estrarre da me qualcosa altro che non fosse quell'ineducatissimo niente, non fu mai possibile; n altro ci guadagnarono nel persistere gl'interrogatori, se non che da principio il niente veniva fuori asciutto, e rotondo; poi verso il mezzo veniva fuori con voce dispettosa e tremante ad un tempo; ed in ultimo, fra molte lagrime, interrotto da profondi singhiozzi. Mi cacciarono dunque, come io ben meritava, dalla loro presenza, e chiusorni in camera, mi lasciarono godermi il mio cos desiderato niente, e la nonna part. Ma quell'istesso io, che con tanta pertinacia aveva ricusato ogni dono legittimo della nonna, pi giorni addietro le avea pure involato in un suo forziere aperto un ventaglio, che poi celato nel mio letto, mi fu ritrovato dopo alcun tempo; ed io allora dissi, com'era vero, di averlo preso per darlo poi alla mia sorella. Gran punizione mi tocc giustamente per codesto furto; ma, bench il ladro sia alquanto peggior del bugiardo, pure non mi venne pi n minacciato n dato il supplizio della reticella; tanta era pi la paura che aveva la mia madre di farmi ammalare di dolore, che non di vedermi riuscire un po' ladro; difetto, per il vero, da non temersi poi molto, e non difficile a sradicarsi da qualunque ente non ha bisogno di esercitarlo. Il rispetto delle altrui propriet, nasce e prospera prestissimo negl'individui che ne posseggono alcune legittime loro.
E qui, a guisa di storietta, inserir pure la mia prima confessione spirituale, fatta tra i sette ed otto anni. Il maestro mi vi and preparando, suggerendomi egli stesso i diversi peccati ch'io poteva aver commessi, dei pi de' quali io ignorava persino i nomi. Fatto questo preventivo esame in comune con don Ivaldi, si fiss il giorno in cui porterei il mio fastelletto ai piedi del padre Angelo, carmelitano, il quale era anche il confessore di mia madre. Andai: n so quel che me gli dicessi, tanta era la mia natural ripugnanza e il dolore di dover rivelare i miei segreti fatti e pensieri ad una persona ch'io appena conosceva. Credo, che il frate facesse egli stesso la mia confessione per me; fatto si  che assolutomi m'ingiungeva di prosternarmi alla madre prima di entrare in tavola, e di domandarle in tal atto pubblicamente perdono di tutte le mie mancanze passate. Questa penitenza mi riusciva assai dura da ingoiare; non gi, perch io avessi ribrezzo nessuno di domandar perdono alla madre; ma quella prosternazione in terra, e la presenza di chiunque vi potrebbe essere, mi davano un supplizio insoffribile. Tornato dunque a casa, salito a ora di pranzo, portato in tavola, e andati tutti in sala, mi parve di vedere che gli occhi di tutti si fissassero sopra di me; onde io chinando i miei me ne stavo dubbioso e confuso ed immobile, senza accostarmi alla tavola, dove ognuno andava pigliando il suo luogo; ma non mi figurava per tutto ci, che alcuno sapesse i segreti penitenziali della mia confessione. Fattomi poi un poco di coraggio, m'inoltro per sedermi a tavola; ed ecco la madre con occhio arcigno guardandomi, mi domanda se io mi ci posso veramente sedere; se io ho fatto quel ch'era mio dovere di fare; e se in somma io non ho nulla da rimproverare a me stesso. Ciascuno di questi quesiti mi era una pugnalata nel cuore; rispondeva certamente per me l'addolorato mio viso; ma il labbro non poteva proferir parola; n ci fu mezzo mai, che io volessi non che eseguire, ma n articolare n accennar pure la ingiuntami penitenza. E parimente la madre non la voleva accennare, per non tradire il traditor confessore. Onde la cosa fin, che ella perd per quel giorno la prosternazione da farglisi, ed io ci perdei il pranzo, e fors'anco l'assoluzione datami a s duro patto dal padre Angelo. Non ebbi con tutto ci per allora la sagacit di penetrare che il padre Angelo aveva concertato con mia madre la penitenza da ingiungermi. Ma il core servendomi in ci meglio assai dell'ingegno, contrassi d'allora in poi un odietto bastantemente profondo pel suddetto frate, e non molta propensione in appresso per quel sagramento ancorch nelle seguenti confessioni non mi si ingiungesse poi mai pi nessuna pena pubblica.



CAPITOLO QUINTO
Ultima storietta puerile.

Era venuto in vacanza in Asti il mio fratello maggiore, il marchese di Cacherano, che da alcuni anni si stava educando in Torino nel collegio de' Gesuiti. Egli era in et di circa anni quattordici al pi, ed io di otto. La di lui compagnia mi riusciva ad un tempo di sollievo e d'angustia. Siccome io non lo avea mai conosciuto prima (essendomi egli fratello uterino soltanto), io veramente non mi sentiva quasi nessun amore per esso; ma siccome egli andava pure un cotal poco ruzzando con me, una certa inclinazione per lui mi sarebbe venuta crescendo con l'assuefazione. Ma egli era tanto pi grande di me; avea pi libert di me, pi danari, pi carezze dai genitori; avea gi vedute pi assai cose di me, abitando in Torino; aveva spiegato il Virgilio; e che so io, tante altre cosarelle aveva egli, che io non avea, che allora finalmente io conobbi per la prima volta l'invidia. Ella non era per atroce, poich non mi traeva ad odiare precisamente quell'individuo, ma mi faceva ardentissimamente desiderare di aver io le stesse cose, senza per volerle togliere a lui. E questa credo io, che sia la diramazione delle due invidie, di cui, l'una negli animi rei diventa poi l'odio assoluto contro chi ha il bene, e il desiderio d'impedirglielo, o toglierglielo, anche non lo acquistando per s; l'altra, nei non rei, diventa sotto il nome di emulazione, o di gara, un'inquietissima brama di ottenere quelle cose stesse in eguale o maggior copia dell'altro. Oh quanto  sottile, e invisibile quasi la differenza che passa fra il seme delle nostre virt e dei nostri vizi!
Io dunque, con questo mio fratello ora ruzzando, ora bisticciando, e cavandone ora dei regalucci, ora dei pugni, mi passava tutta quella state assai pi divertito del solito, essendo io fin allora stato sempre solo in casa; che non v' pe' ragazzi maggior fastidio. Un giorno tra gli altri caldissimo, mentre tutti su la nona facevano la siesta, noi due stavamo facendo l'esercizio alla prussiana, che il mio fratello m'insegnava. Io, nel marciare, in una voltata cado, e batto il capo sopra uno degli alari rimasti per incuria nel camminetto sin dall'inverno precedente. L'alare, per essere tutto scassinato e privo di quel pomo d'ottone solito ad innestarvisi su le due punte che sporgono in fuori del camminetto, su una di esse mi venni quasi ad inchiodare la testa un dito circa sopra l'occhio sinistro nel bel mezzo del sopraciglio. E fu la ferita cos lunga e profonda, che tuttora ne porto, e porter sino alla tomba, la cicatrice visibilissima. Dalla caduta mi rizzai immediatamente da me stesso, ed anzi gridai subito al fratello di non dir niente; tanto pi che in quel primo impeto non mi parea d'aver sentito nessunissimo dolore, ma bens molta vergogna di essermi cos mostrato un soldato male in gambe. Ma gi il fratello era corso a risvegliare il maestro, e il romore era giunto alla madre, e tutta la casa era sottosopra. In quel frattempo, io che non avea punto gridato n cadendo n rizzandomi, quando ebbi fatti alcuni passi verso il tavolino, al sentirmi scorrere lungo il viso una cosa caldissima, portatevi tosto le mani, tosto che me le vidi ripiene di sangue cominciai allora ad urlare. E doveano essere di semplice sbigottimento quegli urli, poich mi ricordo benissimo, che non sentii mai nessun dolore sinch non venne il chirurgo e cominci a lavare a tastare e medicare la piaga. Questa dur alcune settimane, prima di rimarginare; e per pi giorni dovei stare al buio, perch si temeva non poco per l'occhio, stante la infiammazione e gonfiezza smisurata, che vi si era messa. Essendo poi in convalescenza, ed avendo ancora gl'impiastri e le fasciature, andai pure con molto piacere alla messa al Carmine; bench certo quell'assetto spedalesco mi sfigurasse assai pi che non quella mia reticella da notte, verde e pulita, quale appunto i zerbini d'Andalusa portano per vezzo. Ed io pure, poi viaggiando nelle Spagne la portai per civetteria ad imitazione di essi. Quella fasciatura dunque non mi facea nessuna ripugnanza a mostrarla in pubblico: o fosse, perch l'idea, di un pericolo corso mi lusingasse; o che, per un misto d'idee ancora informi nel mio capicino, io annettessi pure una qualche idea di gloria a quella ferita. E cos bisogna pure che fosse; poich, senza aver presenti alla mente i moti dell'animo mio in quel punto, mi ricordo bens che ogniqualvolta s'incontrava qualcuno che domandasse al prete Ivaldi cosa fosse quel mio capo fasciato; rispondendo egli, ch'io era cascato; io subito soggiungeva del mio: facendo l'esercizio.
Ed ecco, come nei giovanissimi petti, chi ben li studiasse, si vengono a scorgere manifestamente i semi diversi delle virt e dei vizi. Che questo certamente in me era un seme di amor di gloria; ma, n il prete Ivaldi, n quanti altri mi stavano intorno, non facevano simili riflessioni.
Circa un anno dopo, quel mio fratello maggiore, tornatosene in quel frattempo in collegio a Torino, inferm gravemente d'un mal di petto, che degenerato in etisia, lo men alla tomba in alcuni mesi. Lo cavarono di collegio, lo fecero tornare in Asti nella casa materna, e mi portarono in villa perch non lo vedessi; ed in fatti in quell'estate mor in Asti, senza ch'io lo rivedessi pi. In quel frattempo il mio zio paterno, il cavalier Pellegrino Alfieri, al quale era stata affidata la tutela de' miei beni sin dalla morte di mio padre, e che allora ritornava di un suo viaggio in Francia, Olanda e Inghilterra, passando per Asti mi vide; ed avvistosi forse, come uomo di molto ingegno ch'egli era, ch'io non imparerei gran cosa continuando quel sistema d'educazione, tornato a Torino, di l a pochi mesi scrisse alla madre, che egli voleva assolutamente pormi nell'Accademia di Torino. La mia partenza si trov dunque coincidere con la morte del fratello; onde io avr sempre presenti alla mente l'aspetto i gesti e le parole della mia addoloratissima madre, che diceva singhiozzando: "Mi  tolto l'uno da Dio, e per sempre: e quest'altro, chi sa per quanto!". Ella non aveva allora dal suo terzo marito se non se una femmina; due maschi poi le nacquero successivamente, mentre io stavo in Accademia a Torino. Quel suo dolore mi penetr altamente; ma pure la brama di veder cose nuove, l'idea di dover tra pochi giorni viaggiar per le poste, io che usciva di fresco dall'aver fatto il primo mio viaggio in una villa distante quindici miglia da Asti, tirato da due placidissimi manzi; e cento altre simili ideuzze infantili che la fantasia lusinghiera mi andava apprestando alla mente, mi alleggerivano in gran parte il dolore del morto fratello, e dell'afflittissima madre. Ma pure, quando si venne all'atto di dover partire, io mi ebbi quasi a svenire, e mi addolor di dover abbandonare il maestro don Ivaldi forse ancor pi che lo staccarmi dalla madre.
Incalessato poi quasi per forza dal mio fattore, che era un vecchio destinato per accompagnarmi a Torino in casa dello zio dove doveva andare da prima, partii finalmente, scortato anche dal servitore destinatomi fisso, che era un certo Andrea, alessandrino, giovine di molta sagacit e di bastante educazione secondo il suo stato ed il nostro paese, dove il saper leggere e scrivere non era allora comune. Era di luglio nel 1758, non so qual giorno, quando io lasciai la casa materna la mattina di buonissima ora. Piansi durante tutta la prima posta; dove poi giunto, nel tempo che si cambiava i cavalli, io volli scendere nel cortile, e sentendomi molto assetato senza voler domandare un bicchiere, n far attinger dell'acqua per me, accostatomi all'abbeveratoio de' cavalli, e tuffatovi rapidamente il maggior corno del mio cappello, tanta ne bevvi quanta ne attinsi. L'aio fattore, avvisato dai postiglioni, subito vi accorse sgridandomi assai; ma io gli risposi, che chi girava il mondo si doveva avvezzare a tai cose, e che un buon soldato non doveva bere altrimente. Dove poi avessi io pescate queste idee achillesche, non lo saprei; stante che la madre mi aveva sempre educato assai mollemente, ed anzi con risguardi circa la salute affatto risibili. Era dunque anche questo in me un impetino di natura gloriosa, il quale si sviluppava tosto che mi veniva concesso di alzare un pocolino il capo da sotto il giogo.
E qui dar fine a questa prima epoca della mia puerizia, entrando ora in un mondo alquanto men circoscritto, e potendo con maggior brevit, spero, andarmi dipingendo anche meglio. Questo primo squarcio di una vita (che tutta forse  inutilissima da sapersi) riuscir certamente inutilissimo per tutti coloro, che stimandosi uomini si vanno scordando che l'uomo  una continuazione del bambino.


Epoca seconda

ADOLESCENZA
Abbraccia otto anni d'ineducazione.

CAPITOLO PRIMO
Partenza dalla casa materna, ed ingresso
nell'Accademia di Torino, e descrizione di essa.

Eccomi or dunque per le poste correndo a quanto pi si poteva; in grazia che io al pagar della prima posta aveva intercesso presso al pagante fattore a favore del primo postiglione per fargli dar grassa mancia; il che mi avea tosto guadagnato il cuor del secondo. Onde costui andava come un fulmine, accennandomi di tempo in tempo con l'occhio e un sorriso, che gli farei anche dare lo stesso dal fattore; il quale per esser egli vecchio ed obeso, esauritosi nella prima posta nel raccontarmi delle sciocche storiette per consolarmi, dormiva allora tenacissimamente e russava come un bue. Quel volar del calesse mi dava intanto un piacere, di cui non avea mai provato l'eguale; perch nella carrozza di mia madre, dove anche di radissimo avea posto il sedere, si andava di un quarto di trotticello da far morire; ed anche in carrozza chiusa, non si gode niente dei cavalli; ma all'incontro nel calesse nostro italiano uno ci si trova quasi su la groppa di essi, e si gode moltissimo anche della vista del paese. Cos dunque di posta in posta, con una continua palpitazione di cuore pel gran piacere di correre, e per la novit degli oggetti, arrivai finalmente a Torino verso l'una o le due dopo mezzo giorno. Era una giornata stupenda, e l'entrata di quella citt per la Porta Nuova, e la piazza di San Carlo fino all'Annunziata presso cui abitava il mio zio, essendo tutto quel tratto veramente grandioso, e lietissimo all'occhio, mi aveva rapito, ed era come fuor di me stesso. Non fu poi cos lieta la sera; perch ritrovandomi in nuovo albergo, tra visi sconosciuti, senza la madre, senza il maestro, con la faccia dello zio che appena aveva visto una altra volta, e che mi riusciva assai meno accarezzante, e amoroso della madre; tutto questo mi fece ricadere nel dolore, e nel pianto, e nel desiderio vivissimo di tutte quelle cose da me abbandonate il giorno antecedente. Dopo alcuni d, avvezzatomi poi alla novit, ripigliai e l'allegria e la vivacit in un grado assai maggiore ch'io non avessi mostrata mai; ed anzi fu tanta, che allo zio parve assai troppa; e trovandomi essere un diavoletto, che gli metteva a soqquadro la casa, e che per non avere maestro che mi facesse far nulla, io perdeva assolutamente il mio tempo, in vece di aspettare a mettermi in Accademia all'ottobre come s'era detto, mi v'ingabbi fin dal d primo d'agosto dell'anno 1758.
In et di nove anni e mezzo io mi ritrovai dunque ad un tratto traspiantato in mezzo a persone sconosciute, allontanato affatto dai parenti, isolato, ed abbandonato per cos dire a me stesso; perch quella specie di educazione pubblica (se chiamarla pur vorremo educazione) in nessuna altra cosa fuorch negli studi, e anche Dio sa come, influiva su l'animo di quei giovinetti. Nessuna massima di morale mai, nessun ammaestramento della vita ci veniva dato. E chi ce l'avrebbe dato, se gli educatori stessi non conoscevano il mondo n per teoria n per pratica?
Era quell'Accademia un sontuosissimo edificio diviso in quattro lati, in mezzo di cui un immenso cortile. Due di essi lati erano occupati dagli educandi; i due altri lati dal Regio teatro, e dagli archivi del re. In faccia a questi per l'appunto era il lato che occupavamo noi, chiamati del Secondo e Terzo Appartamento; in faccia al teatro stavano quei del Primo, di cui parler a suo tempo. La galleria superiore del lato nostro, chiamavasi Terzo Appartamento, ed era destinata ai pi ragazzi, ed alle scuole inferiori; la galleria del primo piano, chiamata Secondo, era destinata ai pi adulti; de' quali una met od un terzo studiavano all'Universit, altro edificio assai prossimo all'Accademia; gli altri attendevano in casa agli studi militari. Ciascuna galleria conteneva almeno quattro camerate di undici giovani ciascheduna, cui presiedeva un pretuccio chiamato assistente, per lo pi un villan rivestito, a cui non si dava salario nessuno; e con la tavola sola e l'alloggio si tirava innanzi a studiare anch'egli la teologia, o la legge all'Universit; ovvero se non erano anch'essi studenti, erano dei vecchi ignorantissimi e rozzissimi preti. Un terzo almeno del lato ch'io dissi destinato al Primo Appartamento, era occupato dai paggi del re in numero di venti o venticinque, che erano totalmente separati da noi, all'angolo opposto del vasto, cortile, ed attigui agli accennati archivi.
Noi dunque giovani studenti eramo assai male collocati cos: fra un teatro, che non ci toccava di entrarvi se non se cinque o sei sere in tutto il carnovale; fra i paggi, che atteso il servizio di corte, le caccie, e le cavalcate, ci pareano godere di una vita tanto pi libera e divagata della nostra; e tra i forestieri finalmente che occupavano il Primo Appartamento, quasi ad esclusione dei paesani, essendo una colluvie di tutti i boreali, inglesi principalmente, russi, e tedeschi, e d'altri stati d'Italia; e questa era pi una locanda che una educazione, poich a niuna regola erano astretti, se non se al ritrovarsi la sera in casa prima della mezza notte. Del resto, andavano, e a corte, e ai teatri, e nelle buone e nelle cattive compagnie, a loro intero piacimento. E per supplizio maggiore di noi poverini del Secondo e Terzo Appartamento, la distribuzione locale portava che ogni giorno per andare alla nostra cappella alla messa, ed alle scuole di ballo, e di scherma, dovevamo passare per le gallerie del Primo Appartamento, e quindi vederci continuamente in su gli occhi la sfrenata e insultante libert di quegli altri; durissimo paragone colla severit del nostro sistema, che chiamavamo andantemente galera. Chi fece quella distribuzione era uno stolido, e non conosceva punto il cuore dell'uomo; non si accorgendo della funesta influenza che doveva avere in quei giovani animi quella continua vista di tanti proibiti pomi.



CAPITOLO SECONDO
Primi, studi, pedanteschi, e malfatti.

Io era dunque collocato nel Terzo Appartamento, nella camerata detta di mezzo; affidato alla guardia di quel servitore Andrea, che trovatosi cos padrone di me senza avere n la madre, n lo zio, n altro mio parente che lo frenasse, divent un diavolo scatenato. Costui dunque mi tiranneggiava per tutte le cose domestiche a suo pieno arbitrio. E cos l'assistente poi faceva di me, come degli altri tutti, nelle cose dello studio, e della condotta usuale. Il giorno dopo il mio ingresso nell'Accademia, venne da quei professori esaminata la mia capacit negli studi, e fui giudicato per un forte quartano, da poter facilmente in tre mesi di assidua applicazione entrare in terza. Ed in fatti mi vi accinsi di assai buon animo, e conosciuta ivi per la prima volta l'utilissima gara dell'emulazione, a competenza di alcuni altri anche maggiori di me per et, ricevuto poi un nuovo esame nel novembre, fui assunto alla classe di terza. Era il maestro di quella un certo don Degiovanni; prete, di forse minor dottrina del mio buon Ivaldi; e che aveva inoltre assai minore affetto e sollecitudine per i fatti miei, dovendo egli badare alla meglio, e badandovi alla peggio, a quindici, o sedici suoi scolari, che tanti ne avea.
Tirandomi cos innanzi in quella scoluccia, asino, fra asini, e sotto un asino, io vi spiegava il Cornelio Nipote, alcune egloghe di Virgilio, e simili; vi si facevano certi temi sguaiati e sciocchissimi; talch in ogni altro collegio di scuole ben dirette, quella sarebbe stata al pi pi una pessima quarta. Io non era mai l'ultimo fra i compagni; l'emulazione mi spronava finch avessi o superato o agguagliato quel giovine che passava per il primo; ma pervenuto poi io al primato, tosto mi rintiepidiva e cadea nel torpore. Ed era io forse scusabile, in quanto nulla poteva agguagliarsi alla noia e insipidit di cos fatti studi. Si traducevano le Vite di Cornelio Nipote, ma nessuno di noi, e forse neppure il maestro, sapeva chi si fossero stati quegli uomini di cui si traducevan le vite, n dove fossero i loro paesi, n in quali tempi, n in quali governi vivessero, n cosa si fosse un governo qualunque. Tutte le idee erano o circoscritte, o false, o confuse; nessuno scopo in chi insegnava; nessunissimo allettamento in chi imparava. Erano insomma dei vergognosissimi perdigiorni; non c'invigilando nessuno; o chi lo faceva, nulla intendendovi. Ed ecco in qual modo si viene a tradire senza rimedio la giovent.
Passato quasi che tutto l'anno 1759 in simili studi, verso il novembre fui promosso all'Umanit. Il maestro di essa, don Amatis, era un prete di molto ingegno e sagacit, e di sufficiente dottrina. Sotto di questo, io feci assai maggior profitto; e per quanto quel metodo di mal intesi studi lo comportasse, mi rinforzai bastantemente nella lingua latina. L'emulazione mi si accrebbe, per l'incontro di un giovine che competeva con me nel fare il tema; ed alcuna volta mi superava; ma vieppi poi mi vinceva sempre negli esercizi della memoria, recitando egli sino a seicento versi delle Georgiche di Virgilio d'un fiato, senza sbagliare una sillaba, e non potendo io arrivare neppure a quattrocento, ed anche non bene; cosa, di cui mi angustiava moltissimo. E per quanto mi vo ora ricordando dei moti del mio animo in quelle battaglie puerili, mi pare che la mia indole non fosse di cattiva natura; perch nell'atto dell'essere vinto da quei dugento versi di pi, io mi sentiva bens soffocar dalla collera, e spesso prorompeva in un dirottissimo pianto, e talvolta anche in atrocissime ingiurie contro al rivale; ma pure poi, o sia ch'egli si fosse migliore di me, o anch'io mi placassi non so come, essendo noi di forza di mano uguali all'incirca, non ci disputavamo quasi mai, e sul totale eramo quasi amici. Io credo, che la mia non piccola ambizioncella ritrovasse consolazione e compenso dell'inferiorit della memoria, nel premio del tema, che quasi sempre era mio; ed inoltre, io non gli poteva portar odio, perch egli era bellissimo; ed io, anche senza secondi fini, sempre sono stato assai propenso per la bellezza, s degli animali che degli uomini, e d'ogni cosa; a segno che la bellezza per alcun tempo nella mia mente preoccupa il giudizio, e pregiudica spesso al vero.
In tutto quell'anno dell'Umanit, i miei costumi si conservarono ancora innocenti e purissimi; se non in quanto la natura da s stessa senza ch'io nulla sapessi, me li andava pure sturbando. Mi capit in quell'anno alle mani, e non mi posso ricordare il come, un Ariosto, l'opere tutte in quattro tometti. Non lo comprai certo, perch danari non avea; non lo rubai, perch delle cose rubate ho conservata memoria vivissima; ho un certo barlume, che lo acquistassi ad un tomo per volta per via di baratto da un altro compagno, che lo scambiasse meco col pollo che ci era dato per lo pi ogni domenica, un mezzo a ciascuno; sicch il mio primo Ariosto mi sarebbe costato la privazione di un par di polli in quattro settimane. Ma tutto questo non lo posso accertare a me stesso per l'appunto. E mi spiace; perch avrei caro di sapere se io ho bevuto i primi primi sorsi di poesia a spese dello stomaco, digiunando del miglior boccone che ci toccasse mai. E non era questo il solo baratto ch'io mi facessi, perch quel benedetto semipollo domenicale, io mi ricordo benissimo di non lo aver mangiato mai per dei se' mesi continui, perch lo avea pattuito in iscambio di certe storie che ci raccontava un certo Lignna, il quale essendo un divoratore, aguzzavasi l'intelletto per ritondarsi la pancia; e non ammetteva ascoltatori dei suoi racconti, se non se a retribuzione di vettovaglie. Comunque accadesse dunque questa mia acquisizione, io m'ebbi un Ariosto. Lo andava leggendo qua e l senza metodo, e non intendeva neppur per met quel ch'io leggeva. Si giudichi da ci quali dovessero essere quegli studi da me fatti fin a quel punto; poich io, il principe di codesti umanisti, che traduceva pur le Georgiche, assai pi difficili dell'Eneide, in prosa italiana, era imbrogliato d'intendere il pi facile dei nostri poeti. Sempre mi ricorder, che nel canto d'Alcina, a quei bellissimi passi che descrivono la di lei bellezza io mi andava facendo tutto intelletto per capir bene: ma troppi dati mi mancavano di ogni genere per arrivarci. Onde i due ultimi versi di quella stanza, Non cos strettamente edera preme, non mi era mai possibile d'intenderli; e tenevamo consiglio col mio competitore di scuola, che non li penetrava niente pi di me, e ci perdevamo in un mare di congetture. Questa furtiva lettura e commento su l'Ariosto fin, che l'assistente essendosi avvisto che andava per le mani nostre un libruccio il quale veniva immediatamente occultato al di lui apparire, lo scopr, lo confisc, e fattisi dar gli altri tomi, tutti li consegn al sottopriore, e noi poetini restammo orbati d'ogni poetica guida, e scornati.



CAPITOLO TERZO

A quali de' miei parenti in Torino venisse affidata la mia adolescenza.

Nello spazio di questi due primi anni d'Accademia, io imparai dunque pochissimo, e di gran lunga peggiorai la salute del corpo, stante la total differenza e quantit di cibi, ed il molto strapazzo, e il non abbastanza dormire; cose in tutto contrarie al primo metodo tenuto sino ai nove anni nella casa materna. Io non cresceva punto di statura, e pareva un candelotto di cera sottilissimo e pallidissimo. Molti malanni successivamente mi andarono travagliando. L'uno, tra gli altri, cominci con lo scoppiarmi in pi di venti luoghi la testa, uscendone un umore viscoso e fetente, preceduto da un tale dolor di capo, che le tempie mi si annerirono, e la pelle come incarbonita sfogliandosi pi volte in diversi tempi mi si cambi tutta in su la fronte e le tempie. Il mio zio paterno il cavalier Pellegrino Alfieri, era stato fatto governatore della citt di Cuneo, dove risiedeva almeno otto mesi dell'anno; onde non mi rimaneva in Torino altri parenti che quei della madre, la casa Tornone, ed un cugino di mio padre, mio semizio, chiamato il conte Benedetto Alfieri. Era questi il primo architetto del re; ed alloggiava contiguamente a quello stesso Regio teatro da lui con tanta eleganza e maestria ideato, e fatto eseguire. Io andava qualche volta a pranzo da lui, ed alcune volte a visitarlo; il che stava totalmente nell'arbitrio di quel mio Andrea, che dispoticamente mi governava, allegando sempre degli ordini e delle lettere dello zio di Cuneo.
Era quel conte Benedetto un veramente degn'uomo, ed ottimo di visceri. Egli mi amava ed accarezzava moltissimo; era appassionatissimo dell'arte sua; semplicissimo di carattere, e digiuno quasi d'ogni altra cosa, che non spettasse le belle arti. Tra molte altre cose, io argomento quella sua passione smisurata per l'architettura, dal parlarmi spessissimo, e con entusiasmo, a me ragazzaccio ignorante d'ogni arte ch'io m'era, del divino Michelangelo Buonarroti, ch'egli non nominava mai senza o abbassare il capo, o alzarsi la berretta, con un rispetto ed una compunzione che non mi usciranno mai della mente. Egli aveva fatta gran parte della vita in Roma; era pieno del bello antico; ma pure poi alle volte nel suo architettare prevaric dal buon gusto per adattarsi ai moderni. E di ci fa fede quella sua bizzarra chiesa di Carignano, fatta a foggia di ventaglio. Ma tali picciole macchie ha egli ben ampiamente cancellate col teatro sopracitato, la volta dottissima ed audacissima della Cavallerizza del re, il Salone di Stupinigi, e la soda e dignitosa facciata del tempio di San Pietro in Ginevra. Mancava forse soltanto alla di lui facolt architettonica una pi larga borsa di quel che si fosse quella del re di Sardegna e ci testimoniano i molti e grandiosi disegni ch'egli lasci morendo, e che furono dal re ritirati, in cui v'erano dei progetti variatissimi per diversi abbellimenti da farsi in Torino, e tra gli altri per rifabbricare quel muro sconcissimo, che divide la piazza del Castello dalla piazza del Palazzo Reale; muro che si chiama, non so perch, il Padiglione.
Mi compiaccio ora moltissimo nel parlar di quel mio zio, che sapea pure far qualche cosa; ed ora soltanto ne conosco tutto il pregio. Ma quando io era in Accademia, egli, bench amorevolissimo per me, mi riusciva pure noiosetto anzi che no; e, vedi stortura di giudizio, e forza di false massime, la cosa che di esso mi seccava il pi era il suo benedetto parlar toscano, ch'egli dal suo soggiorno in Roma in poi mai pi non avea voluto smettere; ancorch il parlare italiano sia un vero contrabbando in Torino, citt anfibia. Ma tanta  per la forza del bello e del vero, che la gente stessa che al principio quando il mio zio ripatri, si burlava del di lui toscaneggiare, dopo alcun tempo avvistisi poi ch'egli veramente parlava una lingua, ed essi smozzicavano un barbaro gergo, tutti poi a prova favellando con lui andavano anch'essi balbettando il loro toscano; e massimamente quei tanti signori, che volevano rabberciare un poco le loro case e farle assomigliar dei palazzi: opere futili in cui gratuitamente per amicizia quell'ottimo uomo buttava la met del suo tempo compiacendo ad altrui, e spiacendo, come gli sentii dire tante volte, a s stesso ed all'arte. Onde molte e molte case dei primi di Torino da lui abbellite o accresciute, con atri, e scale, e portoni, e comodi interni, resteranno un monumento della facile sua benignit nel servire gli amici o quelli che se gli dicevano tali.
Questo mio zio aveva anche fatto il viaggio di Napoli insieme con mio padre suo cugino, circa un par d'anni prima che questi si accasasse con mia madre; e da lui seppi poi varie cose concernenti mio padre. Tra l'altre, che essendo essi andati al Vesuvio, mio padre a viva forza si era voluto far calar dentro sino alla crosta del cratere interno, assai ben profonda; il che praticavasi allora per mezzo di certe funi maneggiate da gente che stava sulla sommit della voragine esterna. Circa vent'anni dopo, ch'io ci fui per la prima volta, trovai ogni cosa mutata, ed impossibile quella calata. Ma  tempo, ch'io ritorni a bomba.



CAPITOLO QUARTO

Continuazione di quei nonstudi.

Non c'essendo quasi dunque nessuno de' miei che badasse altrimenti a me, io andava perdendo i miei pi begli anni non imparando quasi che nulla, e deteriorando di giorno in giorno in salute; a tal segno, ch'essendo sempre infermiccio, e piagato or qua or l in varie parti del corpo, io era fatto lo scherno continuo dei compagni, che mi denominavano col gentilissimo titolo di carogna; ed i pi spiritosi ed umani ci aggiungevano anco l'epiteto di fradicia. Quello stato di salute mi cagionava delle fierissime malinconie, e quindi si radicava in me sempre pi l'amore della solitudine. Nell'anno 1760 passai con tutto ci in Rettorica, perch quei mali tanto mi lasciavano di quando in quando studicchiare, e poco ci volea per far quelle classi. Ma il maestro di Rettorica trovandosi essere assai meno abile di quello d'Umanit, bench ci spiegasse l'Eneide, e ci facesse far dei versi latini, mi parve, quanto a me, che sotto di lui io andassi piuttosto indietro che innanzi nell'intelligenza della lingua latina. Ma pure, poich io non era l'ultimo tra quegli altri scolari, da ci argomento che dovesse esser lo stesso di loro. In quell'anno di pretesa rettorica, mi venne fatto di ricuperare il mio Ariostino, rubandolo a un tomo per volta al sottopriore, che se l'era innestato fra gli altri suoi libri in un suo scaffale esposto alla vista. E mi prest opportunit di ci fare, il tempo in cui andavamo in camera sua alcuni privilegiati, per vedere dalle di lui finestre giuocare al pallon grosso, perch dalla camera sua situata di faccia al battitore, si godeva assai meglio il giuoco che non dalle gallerie nostre che stavangli di fianco. Io aveva l'avvertenza di ben restringere i tomi vicini, tosto che ne avea levato uno; e cos mi riusc in quattro giorni consecutivi di riavere i miei quattro tometti, dei quali feci gran festa in me stesso, ma non lo dissi a chi che si fosse. Ma trovo pure, riandando quei tempi fra me, che da quella ricuperazione in poi, non lo lessi quasi pi niente; e le due ragioni (oltre forse quella della poca salute che era la principale) per cui mi pare che lo trascurassi, erano la difficolt dell'intenderlo piuttosto accresciuta che scemata (vedi rettorico!) e l'altra era quella continua spezzatura delle storie ariostesche, che nel meglio del fatto ti pianta l con un palmo di naso; cosa che me ne dispiace anco adesso, perch contraria al vero, e distruggitrice dell'effetto prodotto innanzi. E siccome io non sapeva dove andarmi a raccapezzare il seguito del fatto, finiva col lasciarlo stare. Del Tasso, che al carattere mio si sarebbe adattato assai meglio, io non ne sapeva neppure il nome. Mi capit allora, e non mi sovviene neppure come, l'Eneide dell'Annibal Caro, e la lessi con avidit e furore pi d'una volta, appassionandomi molto per Turno, e Camilla. E me ne andava poi anche prevalendo di furto, per la mia traduzione scolastica del tema datomi dal maestro; il che sempre pi mi teneva indietro nel mio latino. Di nessun altro poi de' poeti nostri aveva io cognizione; se non se di alcune opere del Metastasio, come il Catone, l'Artaserse, l'Olimpiade, ed altre che ci capitavano alle mani come libretti dell'opera di questo, o di quel carnovale. E queste mi dilettavano sommamente; fuorch al venir dell'arietta interrompitrice dello sviluppo degli affetti, appunto quando mi ci cominciava a internare io provava un dispiacere vivissimo; e pi noia ancora ne riceveva, che dagli interrompimenti dell'Ariosto. Mi capitarono anche allora varie commedie del Goldoni, e queste me le prestava il maestro stesso; e mi divertivano molto. Ma il genio per le cose drammatiche, di cui forse il germe era in me, si venne tosto a ricoprire o ad estinguersi in me, per mancanza di pascolo, d'incoraggiamento, e d'ogni altra cosa. E, somma fatta, la ignoranza mia e di chi mi educava, e la trascuraggine di tutti in ogni cosa non potea andar pi oltre.
In quegli spessi e lunghi intervalli in cui per via di salute io non poteva andare alla scuola con gli altri, un mio compagno, maggiore di et, e di forze, e di asinit ancor pi, si faceva fare di quando in quando il suo componimento da me, che era o traduzione, o amplificazione, o versi ecc.; ed egli mi ci costringeva con questo bellissimo argomento. Se tu mi vuoi fare il componimento, io ti do due palle da giuocare; e me le mostrava, belline, di quattro colori, di un bel panno, ben cucite, ed ottimamente rimbalzanti; se tu non me lo vuoi fare, ti do due scappellotti, ed alzava in ci dire la prepotente sua mano, lasciandomela pendente sul capo. Io pigliava le due palle, e gli faceva il componimento. Da principio glie lo facea fedelmente quanto meglio sapessi; e il maestro si stupiva un poco dei progressi inaspettati di costui, che erasi fin allora mostrato una talpa. Ma io teneva religiosamente il segreto; pi ancora perch la natura mia era di esser poco comunicativo, che non per la paura che avessi di quel ciclope. Con tutto ci, dopo avergli fatto molte composizioni, e sazio di tante palle, e noiato di quella fatica, e anche indispettito un tal poco che colui si abbellisse del mio, andai a poco a poco deteriorando in tal guisa il componimento, che finii col frapporvi di quei tali solecismi, come il potebam, e simili, che ti fanno far le fischiate dai colleghi, e dar le sferzate dai maestri. Costui dunque, vistosi cos sbeffato in pubblico, e rivestito per forza della sua natural pelle d'asino, non os pure apertamente far gran vendetta di me; non mi fece pi lavorare per lui, e rimase frenato e fremente dalla vergogna che gli avrei potuta fare scoprendolo. Il che non feci pur mai; ma io rideva veramente di cuore nel sentire raccontare dagli altri come era accaduto il fatto del potebam nella scuola; nessuno per dubitava ch'io ci avessi avuto parte. Ed io verisimilmente era anche contenuto nei limiti della discrezione, da quella vista della mano alzatami sul capo, che mi rimaneva tuttora sugli occhi, e che doveva essere il naturale ricatto di tante palle mal impiegate per farsi vituperare. Onde io imparai sin da allora, che la vicendevole paura era quella che governava il mondo.
Fra queste puerili insipide vicende, io spesso infermo, e sempre mal sano, avendo anche consumato quell'anno di Rettorica, chiamato poi al solito esame fui giudicato capace di entrare in Filosofia. Gli studi di codesta filosofia si facevano fuori dell'Accademia, nella vicina Universit, dove si andava due volte il giorno; la mattina era la scuola di geometria; il giorno, quella di filosofia, o sia logica. Ed eccomi dunque in et di anni tredici scarsi diventato filosofo; del qual nome io mi gonfiava tanto pi, che mi collocava gi quasi nella classe detta dei grandi; oltre poi il piacevolissimo balocco dell'uscire di casa due volte il giorno; il che poi ci somministrava spesso l'occasione di fare delle scorsarelle per le strade della citt cos alla sfuggita, fingendo di uscire di scuola per qualche bisogno. Bench dunque io mi trovassi il pi piccolo di tutti quei grandi fra quali era sceso nella galleria del Secondo Appartamento, quella mia inferiorit di statura, di et e di forze mi prestava per l'appunto pi animo ed impegno di volermi distinguere. Ed in fatti da prima studiai quanto bisognava per figurare alle ripetizioni che si facevano poi in casa la sera dai nostri ripetitori accademici. Io rispondeva ai quesiti quanto altri, e anche meglio talvolta; il che doveva essere in me un semplice frutto di memoria, e non d'altro; perch a dir vero io certamente non intendeva nulla di quella filosofia pedantesca, insipida per s stessa, ed avviluppata poi nel latino, col quale mi bisognava tuttavia contrastare, e vincerlo alla meglio a forza di vocabolario. Di quella geometria, di cui io feci il corso intero, cio spiegati i primi sei libri di Euclide, io non ho neppur mai intesa la quarta proposizione; come neppure la intendo adesso; avendo io sempre avuta la testa assolutamente antigeometrica. Quella scuola poi di filosofia peripatetica che si faceva il dopo pranzo, era una cosa da dormirvi in piedi. Ed in fatti, nella prima mezz'ora si scriveva il corso a dettatura del professore; e nei tre quarti d'ora rimanenti, dove si procedeva poi alla spiegazione fatta in latino, Dio sa quale, dal catedratico, noi tutti scolari, inviluppati interamente nei rispettivi mantelloni, saporitissimamente dormivamo; n altro suono si sentiva tra quei filosofi, se non se la voce del professore languente, che dormicchiava egli pure, ed i diversi tuoni dei russatori, chi alto, chi basso, e chi medio; il che faceva un bellissimo concerto. Oltre il potere irresistibile di quella papaverica filosofia, contribuiva anche molto farci dormire, principalmente noi accademisti, che avevamo due o tre panche distinte alla destra del professore, l'aver sempre i sonni interrotti la mattina dal doverci alzar troppo presto. E ci, quanto a me, era la principal cagione di tutti i miei incomodi, perch lo stomaco non aveva tempo di smaltir la cena dormendo. Del che poi avvistisi a mio riguardo i superiori, mi concederono finalmente in quest'anno di Filosofia di poter dormire fino alle sette, in vece delle cinque e tre quarti, che era l'ora fissata del doversi alzare, anzi essere alzati, per scendere in camerata a dire le prime orazioni, e tosto poi mettersi allo studio fino alle sette e mezzo.



CAPITOLO QUINTO

Varie insulse vicende, su lo stesso andamento del precedente.

Nell'inverno di quell'anno 1762, il mio zio, il governatore di Cuneo, torn per alcuni mesi in Torino; e vistomi cos tisicuzzo, mi ottenne anche alcuni piccoli privilegi quanto al mangiare un po' meglio, cio pi sanamente. Il che aggiunto ad alquanta pi dissipazione che mi procacciava quell'uscire ogni giorno di casa per andare all'Universit, e nei giorni di vacanza qualche pranzuccio dallo zio, e quel sonnetto periodico di tre quarti d'ora nella scuola; tutto questo contribu a rimpannucciarmi un pochino, e cominciai allora a svilupparmi ed a crescere. Il mio zio pens anche, come nostro tutore, di far venire in Torino la mia sorella carnale, Giulia, che era la sola di padre; e di porla nel monastero di Santa Croce, cavandola da quello di Sant'Anastasio in Asti, dove era stata per pi di sei anni sotto gli auspici di una nostra zia, vedova del marchese Trotti, che vi si era ritirata. La Giulietta cresceva in codesto monastero di Asti, ancor pi ineducata di me; stante l'imperio assoluto, ch'ella si era usurpato su la buona zia, che non se ne potea giovare in nessuna maniera, amandola molto, e guastandola moltissimo. La ragazza si avvicinava ai quindici anni, essendomi maggiore di due e pi anni. E quell'et, nelle nostre contrade per lo pi non  muta, ed altamente anzi gi parla d'amore al facile e tenero cuore delle donzelle. Un qualche suo amoruccio, quale pu aver luogo in un monastero, ancorch fosse pure verso persona che convenientemente l'avrebbe potuta sposare, dispiacque allo zio, e lo determin a farla venire in Torino; affidandola alla zia materna, monaca in Santa Croce. La vista di questa sorella, gi da me tanto amata, come accennai, e che ora tanto era cresciuta in bellezza, mi rallegr anche molto; e confortandomi il cuore e lo spirito, mi restitu anche molto in salute. E la compagnia, o per dir meglio il rivedere di tempo in tempo la sorella, mi riusciva tanto pi grato, quanto mi pareva che io la sollevassi alcun poco dalla sua afflizione d'amore; essendo stata cos divisa dal suo innamorato, che pure si ostinava in dire di volerlo assolutamente in isposo. Io andava dunque ottenendo dal mio custode Andrea, di visitare la mia sorella quasi tutte le domeniche e gioved, che erano i nostri due giorni di riposo. E assai spesso io passava tutta la mia visita di un'ora e pi, a pianger con essa alla grata; e quel piangere, parea che mi giovasse moltissimo; sicch io tornava sempre a casa pi sollevato, bench non lieto. Ed io, da quel filosofo ch'io m'era, le dava anche coraggio, e l'incitava a persistere in quella sua scelta; e che finalmente essa poi la spunterebbe con lo zio, che era quello che assolutamente vi si opponeva il pi. Ma il tempo, che tanto opera anco su i pi saldi petti, non tard poi moltissimo a svolgere quello di una giovanetta; e la lontananza, gl'impedimenti, le divagazioni, e oltre ogni cosa quella nuova educazione di gran lunga migliore della prima sotto la zia paterna, la guarirono e la consolarono dopo alcuni mesi.
Nelle vacanze di quell'anno di Filosofia, mi tocc di andare per la prima volta al Teatro di Carignano, dove si davano le opere buffe. E questo fu un segnalato favore che mi volle fare lo zio architetto, che mi dov albergare quella notte in casa sua; stante che codesto teatro non si poteva assolutamente combinare con le regole della nostra Accademia, per cui ogni individuo dev'essere restituito in casa al pi tardi a mezz'ora di notte; e nessun altro teatro ci era permesso fuorch quello del re, dove andavamo in corpo una volta per settimana nel solo carnevale. Quell'opera buffa ch'io ebbi dunque in sorte di sentire, mediante il sotterfugio del pietoso zio, che fece dire ai superiori che mi porterebbe per un giorno e una notte in una sua villa, era intitolata il Mercato di Malmantile, cantata dai migliori buffi d'Italia, il Carratoli, il Baglioni, e le di lui figlie; composta da uno dei pi celebri maestri. Il brio, e la variet di quella divina musica mi fece una profondissima impressione, lasciandomi per cos dire un solco di armonia negli orecchi e nella imaginativa, ed agitandomi ogni pi interna fibra, a tal segno che per pi settimane io rimasi immerso in una malinconia straordinaria ma non dispiacevole; dalla quale mi ridondava una totale svogliatezza e nausea per quei miei soliti studi, ma nel tempo stesso un singolarissimo bollore d'idee fantastiche, dietro alle quali avrei potuto far dei versi se avessi saputo farli, ed esprimere dei vivissimi affetti, se non fossi stato ignoto a me stesso ed a chi dicea di educarmi. E fu questa la prima volta che un tale effetto cagionato in me dalla musica, mi si fece osservare, e mi rest lungamente impresso nella memoria, perch'egli fu assai maggiore d'ogni altro sentito prima. Ma andandomi poi ricordando dei miei carnovali, e di quelle recite dell'opera seria ch'io aveva sentite, e paragonandone gli effetti a quelli che ancora provo tuttavia, quando divezzatomi dal teatro ci ritorno dopo un certo intervallo, ritrovo sempre non vi essere il pi potente e indomabile agitatore dell'animo, cuore, ed intelletto mio, di quel che lo siano i suoni tutti e specialmente le voci di contralto e di donna. Nessuna cosa mi desta pi affetti, e pi vari, e terribili. E quasi tutte le mie tragedie sono state ideate da me o nell'atto del sentir musica, o poche ore dopo.
Essendo scorso cos il mio primo anno di studi nell'Universit, nel quale si disse, dai ripetitori (ed io non saprei n come n perch) aver io studiato assai bene, ottenni dallo zio di Cuneo la licenza di venirlo trovare in codesta citt per quindici giorni nel mese d'agosto. Questo viaggetto, da Torino a Cuneo per quella fertilissima ridente pianura del bel Piemonte, essendo il secondo ch'io faceva da che era al mondo, mi dilett, e giov moltissimo alla salute, perch l'aria aperta ed il moto mi sono sempre stati elementi di vita. Ma il piacere di questo viaggio mi venne pure amareggiato non poco dall'esser costretto di farlo coi vetturini a passo a passo, io, che quattro o cinque anni prima, alla mia prima uscita di casa, aveva cos rapidamente percorso quelle cinque poste che stanno tra Asti e Torino. Onde, mi pareva di essere tornato indietro invecchiando, e mi teneva molto avvilito di quella ignobile e gelida tardezza del passo d'asino di cui si andava; onde all'entrare in Carignano, Racconigi, Savigliano, ed in ogni anche minimo borguzzo, io mi rintuzzava ben dentro nel pi intimo del calessaccio, e chiudeva anche gli occhi per non vedere, n esser visto; quasi che tutti mi dovessero conoscere per quello che avea altre volte corsa la posta con tanto brio, e sbeffarmi ora come condannato a s umiliante lentezza. Erano eglino in me questi moti il prodotto d'un animo caldo e sublime, oppure leggiero e vanaglorioso? Non lo so; altri potr giudicarlo dagli anni miei susseguenti. Ma so bene, che se io avessi avuto al fianco una qualche persona che avesse conosciuto il cuor dell'uomo in esteso, egli avrebbe forse potuto cavare fin da allora qualche cosa da me, con la potentissima molla dell'amore di lode e di gloria.
In quel mio breve soggiorno in Cuneo, io feci il primo sonetto, che non dir mio, perch egli era un rifrittume di versi o presi interi, o guastati, e riannestati insieme, dal Metastasio, e l'Ariosto, che erano stati i due soli poeti italiani di cui avessi un po' letto. Ma credo, che non vi fossero n le rime debite, n forse i piedi; stante che, bench avessi fatti dei versi latini esametri, e pentametri, niuno per mi avea insegnato mai niuna regola del verso italiano. Per quanto io ci abbia fantasticato poi per ritornarmene in mente almeno uno o due versi, non mi  mai pi stato possibile. Solamente so, ch'egli era in lode d'una signora che quel mio zio corteggiava, e che piaceva anche a me. Codesto sonetto, non poteva certamente esser altro che pessimo. Con tutto ci mi venne lodato assai, e da quella signora, che non intendeva nulla, e da altri simili; onde io gi gi quasi mi credei un poeta. Ma lo zio, che era uomo militare, e severo, e che bastantemente notiziato delle cose storiche e politiche nulla intendeva n curava di nessuna poesia, non incoragg punto questa mia Musa nascente; e disapprovando anzi il sonetto e burlandosene mi dissecc tosto quella mia poca vena fin da radice; e non mi venne pi voglia di poetare mai, sino all'et di venticinque anni passati. Quanti buoni o cattivi miei versi soffoc quel mio zio, insieme con quel mio sonettaccio primogenito!
A quella bestiale filosofia, succed, l'anno dopo, lo studio della fisica, e dell'etica; distribuite parimente come le due altre scuole anteriori; la fisica la mattina, e la lezione di etica per far la siesta. La fisica un cotal poco allettavami; ma il continuo contrasto con la lingua latina, e la mia totale ignoranza della studiata geometria, erano impedimenti invincibili ai miei progressi. Onde con mia perpetua vergogna confesser per amor del vero, che avendo io studiato un anno intero la fisica sotto il celebre padre Beccaria, neppure una definizione me n' rimasta in capo; e niente affatto so n intendo del suo dottissimo corso su l'elettricit, ricco di tante nobilissime di lui scoperte. Ed al solito accadde qui come mi era accaduto in geometria, che per effetto di semplice memoria, io mi portava benissimo alle ripetizioni, e riscuoteva dai ripetitori pi lode che biasimo. Ed in fatti, in quell'inverno del 1763 lo zio si propose di farmi un regaluccio; il che non m'era accaduto mai; e ci, in premio di quel che gli veniva detto, che io studiava cos bene. Questo regalo mi fu annunziato tre mesi prima con enfasi profetica dal servitore Andrea; dicendomi che egli sapeva di buon luogo che lo riceverei poi continuando a portarmi bene; ma non mi venne mai individuato cosa sarebbe.
Questa speranza indeterminata, ed ingranditami dalla fantasia, mi riaccese nello studio, e rinforzai molto la mia pappagallesca dottrina. Un giorno finalmente mi fu poi mostrato dal camerier dello zio, quel famoso regalo futuro; ed era una spada d'argento non mal lavorata. Me ne invogliai molto dopo averla veduta; e sempre la stava aspettando, parendomi di ben meritarla; ma il dono non venne mai. Per quanto poi intesi, o combinai, in appresso, volevano che io la domandassi allo zio; ma quel mio carattere stesso, che tanti anni prima nella casa materna mi aveva inibito di chiedere alla nonna qualunque cosa volessi, sollecitato caldamente da lei di ci fare, mi tronc anco qui la parola; e non vi fu mai caso ch'io domandassi la spada allo zio; e non l'ebbi.



CAPITOLO SESTO

Debolezza della mia complessione; infermit continue; ed incapacit d'ogni esercizio, e massimamente del ballo, e perch.

Pass in questo modo anche quell'anno della fisica; ed in quell'estate il mio zio essendo stato nominato vicer in Sardegna, si dispose ad andarvi. Partito egli dunque nel settembre, e lasciatomi raccomandato agli altri pochi parenti, od agnati ch'io aveva in Torino, quanto ai miei interessi pecuniari rinunzi, o accomun la tutela con un cavaliere suo amico; onde in allora incominciai subito ad essere un poco pi allargato nella facolt di spendere, ed ebbi per la prima volta una piccola mensualit fissatami dal nuovo tutore; cosa, alla quale lo zio non avea voluto mai consentire; e che mi pareva, ed anche ora mi pare, sragionevolissima. Forse vi si opponeva quel servo Andrea, al quale spendendo egli per conto mio (e suo, credo, ad un tempo) tornava pi comodo di far delle note, e di tenermi cos in maggiore dipendenza di lui. Aveva codesto Andrea veramente l'animo di un principe, quali ne vediamo ai nostri tempi non pochi, illustri anche quant'egli. Nel finire dell'anno '62, essendo io passato allo studio del diritto civile, e canonico; corso, che in quattr'ann conduce poi lo scolare all'apice della gloria, alla laurea avvocatesca; dopo alcune settimane legali, ricaddi nella stessa malattia gi avuta due anni prima, quello scoppio universale di tutta la pelle del cranio; e fu il doppio dell'altra volta, tanto la mia povera testa era insofferente di fare in s conserva di definizioni, digesti, e simili apparati dell'uno e dell'altro gius, n saprei meglio assimilare lo stato fisico esterno di quel mio capo, che alla terra quando riarsa dal sole si screpola per tutti i versi, aspettando la benefica pioggia che la rimargini. Ma dal mio screpolo usciva in copia un umore viscoso a tal segno, che questa volta non fu possibile ch'io salvassi i capelli dalle odiose forfici; e dopo un mese uscii di quella sconcia malattia tosato ed imparruccato. Quest'accidente fu uno dei pi dolorosi ch'io provassi in vita mia; s per la privazione dei capelli, che pel funesto acquisto di quella parrucca, divenuta immediatamente lo scherno di tutti i compagni petulantissimi. Da prima io m'era messo a pigliarne apertamente le parti; ma vedendo poi ch'io non poteva a nessun patto salvar la parrucca mia da quello sfrenato torrente che da ogni parte assaltavala, e ch'io andava a rischio di perdere anche con essa me stesso, tosto mutai di bandiera, e presi il partito il pi disinvolto, che era di sparruccarmi da me prima che mi venisse fatto quell'affronto, e di palleggiare io stesso la mia infelice parrucca per l'aria, facendone ogni vituperio. Ed in fatti, dopo alcuni giorni, sfogatasi l'ira pubblica in tal guisa, io rimasi poi la meno perseguitata, e direi quasi la pi rispettata parrucca, fra le due o tre altre che ve n'erano in quella stessa galleria. Allora imparai, che bisognava sempre parere di dare spontaneamente, quello che non si potea impedire d'esserti tolto.
In quell'anno mi erano anche stati accordati altri maestri; di cimbalo, e di geografia. E questa, andandomi molto a genio quel balocco della sfera e delle carte, l'aveva imparata piuttosto bene, e mista un pocolino alla storia, e massimamente all'antica. Il maestro, che me l'insegnava in francese, essendo egli della Val d'Aosta, mi andava anche prestando vari libri francesi, ch'io cominciava anche ad intendere alquanto; e tra gli altri ebbi il Gil Blas, che mi rap veramente e fu questo il primo libro ch'io leggessi tutto di seguito dopo l'Eneide del Caro; e mi diverti assai pi. Da allora in poi caddi nei romanzi, e ne lessi molti, come Cassandre, Almachilde, ecc.; ed i pi tetri e pi teneri mi facevano maggior forza e diletto. Tra gli altri poi, Les mmoires d'un homme de qualit, ch'io rilessi almen dieci volte. Quanto al cimbalo poi, bench io avessi una passione smisurata per la musica, e non fossi privo di disposizioni naturali, con tutto ci non vi feci quasi nessun progresso, fuorch di essermi sveltita molto la mano su la tastiera. Ma la musica scritta non mi voleva entrare in capo; tutto era orecchia in me, e memoria, e non altro. Attribuisco altres la cagione di quella mia ignoranza invincibile nelle note musicali, all'inopportunit dell'ora in cui prendeva lezione, immediatamente dopo il pranzo; tempo, che in ogni epoca della mia vita ho sempre palpabilmente visto essermi espressamente contrario ad ogni qualunque anche minima operazione della mente, ed anche alla semplice applicazione degli occhi su qualunque carta od oggetto. Talch quelle note musicali e le lor cinque righe cos fitte e parallele mi traballavano davanti alle pupille, ed io dopo quell'ora di lezione mi alzava dal cimbalo che non ci vedeva pi, e rimaneva ammalato e stupido per tutto il rimanente del giorno.
Le scuole parimente della scherma e del ballo, mi riuscivano infruttuosissime; quella, perch io era assolutamente troppo debole per poter reggere allo stare in guardia, e a tutte le attitudini di codest'arte; ed era anche il dopo pranzo, e spesso usciva dal cimbalo e dava di piglio alla spada; il ballo poi, perch io per natura lo abborriva, e vi si aggiungeva per pi contrariet il maestro, francese, nuovamente venuto di Parigi, che con una cert'aria civilmente scortese, e la caricatura perpetua dei suoi moti e discorsi, mi quadruplicava l'abborrimento innato ch'era in me per codest'arte burattinesca. E la cosa and a segno, ch'io dopo alcuni mesi abbandonai affatto la lezione; e non ho mai saputo ballare neppure un mezzo minu; questa sola parola mi ha sempre fin d'allora fatto ridere e fremere ad un tempo; che son i due effetti che mi hanno fatto poi sempre in appresso i francesi, e tutte le cose loro, che altro non sono che un perpetuo e spesso mal ballato minu. Io attribuisco in gran parte a codesto maestro di ballo quel sentimento disfavorevole, e forse anche un poco esagerato, che mi  rimasto nell'intimo del cuore, su la nazion francese, che pure ha anche delle piacevoli e ricercabili qualit. Ma le prime impressioni in quell'et tenera radicate, non si scancellano mai pi, e difficilmente s'indeboliscono, crescendo gli anni; la ragione le va poi combattendo, ma bisogna sempre combattere per giudicare spassionatamente, e forse non ci si arriva. Due altre cose parimente ritrovo, raccapezzando cos le mie idee primitive, che m'hanno persin da ragazzo fatto essere antigallo: l'una , che essendo io ancora in Asti nella casa paterna, prima che mia madre passasse alle terze nozze, pass di quella citt la duchessa di Parma, francese di nascita, la quale o andava o veniva di Parigi. Quella carrozzata di lei e delle sue dame e donne, tutte impiastrate di quel rossaccio che usavano allora esclusivamente le francesi, cosa ch'io non avea vista mai, mi colp singolarmente la fantasia, e ne parlai per pi anni, non potendomi persuadere dell'intenzione n dell'affetto di un ornamento cos bizzarro, e ridicolo, e contro la natura delle cose; poich quando, o per malattia, o per briachezza, o per altra cagione, un viso umano d in codesto sconcio rossore, tutti se lo nascondono potendo, o mostrandolo fanno ridere o si fan compatire. Codesti ceffi francesi mi lasciarono una lunga e profonda impressione di spiacevolezza, e di ribrezzo per la parte femminina di quella nazione. L'altro ramo di disprezzo che germogliava in me per costoro, era nato, che imparando poi la geografia tanti anni dopo, e vedendo su la carta quella grandissima differenza di vastit e di popolazione che passava tra l'Inghilterra, o la Prussia e la Francia, e sentendo poi sempre dire dalle nuove di guerra, che i francesi erano battuti e per mare e per terra, aggiuntevi poi quelle prime notizie avute sin dall'infanzia, che i francesi erano stati padroni della citt d'Asti pi volte; e che in ultimo vi erano poi stati fatti prigionieri in numero di sei, o sette mila e pi, presi come dei vigliacchi senza far punto difesa, essendovisi portati, al solito, cos arrogantemente e tirannicamente prima di esserne scacciati, queste diverse particolarit, riunite poi tutte, e poste sul viso di quel mio maestro di ballo, della di cui caricatura e ridicolezza parlai gi sopra, mi lasciarono poi sempre in appresso nel cuore quel misto di abborrimento e disprezzo per quella nazione fastidiosa. E certamente, chi ricercasse poi in s stesso maturo le cagioni radicali degli odi od amori diversi per gl'individui o per i corpi collettizi, o per i diversi popoli, ritroverebbe forse nella sua pi acerba et i primi leggerissimi semi di tali affetti; e non molto maggiori, n diversi da questi ch'io ho di me stesso allegati. Oh, picciola cosa  pur l'uomo!



CAPITOLO SETTIMO

Morte dello zio paterno. Liberazione mia prima. Ingresso nel Primo Appartamento dell'Accademia.

Lo zio, dopo dieci mesi di soggiorno in Cagliari, vi mor. Egli era di circa sessanta anni, ma di salute assai malandato, e sempre mi diceva prima di questa sua partenza per la Sardegna, che io non l'avrei pi riveduto. Il mio affetto per lui era tiepidissima cosa; atteso che io di radissimo lo avea veduto, e sempre mostratomisi severo, e duretto, ma non per mai ingiusto. Egli era un uomo stimabile per la sua rettitudine, e coraggio; avea militato con distinzione; aveva un carattere scolpito e fortissimo, e le qualit necessarie al ben comandare. Ebbe anche fama di molto ingegno, alquanto per soffocato da una erudizione disordinata, copiosa e loquacissima, spettante la storia s moderna che antica. Io non fui dunque molto afflitto di questa morte lontana dagli occhi, e gi preveduta da tutti gli amici suoi, e mediante la quale io acquistava quasi pienamente la mia libert, con tutto il sufficiente patrimonio paterno accresciuto anche dall'eredit non piccola di questo zio. Le leggi del Piemonte all'et dei quattordici anni liberano il pupillo dalla tutela, e lo sottopongono soltanto al curatore, che lasciandolo padrone dell'entrate sue annuali, non gli pu impedire legalmente altra cosa che l'alienazione degli stabili. Questo nuovo mio stato di padrone del mio in et di quattordici anni, mi innalz dunque molto le corna, e mi fece con la fantasia spaziare assai per il vano. In quel frattempo mi era anche stato tolto il servitore aio Andrea, per ordine del tutore; e giustamente, perch costui si era dato sfrenatamente alle donne, al vino, e alle risse, ed era diventato un pessimo soggetto pel troppo ozio, e non avere chi lo invigilasse. A me aveva sempre usato mali termini, e quando era briaco, cio quattro, o cinque giorni per settimana, mi batteva per anche, e sempre poi mi maltrattava; e in quelle spessissime malattie ch'io andava facendo, egli, datomi da mangiare se n'andava, e mi lasciava chiuso in camera talvolta dal pranzo fino all'ora di cena; la qual cosa pi d'ogni altra contribuiva a non farmi tornar sano, ed a triplicare in me quelle orribili malinconie che gi avea sortite dal naturale mio temperamento. Eppure, chi 'l crederebbe? piansi e sospirai per la perdita di codest'Andrea pi e pi settimane; e non mi potendo opporre a chi giustamente voleva licenziarlo, e me l'avea levato d'attorno, durai poi per pi mesi ad andarlo io visitare ogni gioved e domenica, essendo egli inibito di porre i piedi in Accademia. Io mi facea condurre a vederlo dal nuovo cameriere che mi aveano dato, uomo piuttosto grosso, ma buono e di dolcissima indole. Gli somministrai anche per del tempo dei denari, dandogliene quanto ne aveva, il che non era molto; finalmente poi essendosi egli collocato in servizio d'altri, ed io distratto dal tempo, e dalla mutazione di scena per me dopo la morte dello zio, non ci pensai poi pi. Dovendomi nei seguenti anni render conto in me stesso della cagione di quell'affetto mio sragionevole per un s tristo soggetto, se mi volessi abbellire, direi che ci proveniva forse in me da una certa generosit di carattere; ma questa per allora non era la vera cagione, bench in appresso poi, quando nella lettura di Plutarco io cominciai ad infiammarmi dell'amor della gloria e della virt, conobbi ed apprezzai, e praticai anche, potendo, la soddisfacentissima arte del rendere bene per male. Quel mio affetto per Andrea che mi avea pur dato tanti dolori, era in me un misto della forza abituale del vederlo da sett'anni sempre dintorno a me, e della predilezione da me concepita per alcune sue belle qualit; come la sagacit nel capire, la sveltezza e destrezza somma nell'eseguire; le lunghe storiette e novelle ch'egli mi andava raccontando, ripiene di spirito, di affetti e d'imagini; cose tutte, per cui, passato lo sdegno delle durezze e vessazioni ch'egli mi andava facendo, egli mi sapea sempre tornare in grazia. Non capisco per, come abborrendo tanto per mia natura l'essere sforzato e malmenato, mi fossi pure avvezzato al giogo di costui. Questa riflessione in appresso mi ha fatti talvolta compatire alcuni principi, che senza essere affatto imbecilli si lasciavano pure guidare da gente che avea preso il sopravvento sovr'essi nell'adolescenza; et funesta, per la profondit delle ricevute impressioni.
Il primo frutto ch'io raccolsi dalla morte dello zio, fu di poter andare alla Cavallerizza; scuola che sino allora mi era sempre stata negata, e ch'io desiderava ardentissimamente. Il priore dell'Accademia avendo saputa questa mia smaniosa brama d'imparare a cavalcare, pens di approfittarsene per mio utile; onde egli pose per premio de' miei studi la futura equitazione, quand'io mi risolvessi a pigliare all'Universit il primo grado della scala dottoresca, chiamato il magistero, che  un esame pubblico alla peggio dei due anni di logica, fisica e geometria. Io mi vi indussi subito; e cercatomi un ripetitore a parte, che mi tornasse a nominare almeno le definizioni di codeste mal fatte scuole, in quindici o venti giorni misi assieme alla diavola una dozzina di periodi latini tanto da rispondere a quei pochi quesiti, che mi verrebbero fatti dagli esaminatori. Divenni dunque, io non so come in meno d'un mese maestro matricolato dell'Arti, e quindi inforcai per la prima volta la schiena di un cavallo: arte, nella quale divenni poi veramente maestro molti anni dopo. Mi trovavo allora essere di statura piuttosto piccolo e assai graciletto, e di poca forza nei ginocchi che sono il perno del cavalcare; con tutto ci la volont e la molta passione supplivano alla forza, e in breve ci feci dei progress bastanti, massime nell'arte della mano, e dell'intelletto reggenti d'accordo, e nel conoscere e indovinare i moti e l'indole della cavalcatura. A questo piacevole e nobilissimo esercizio io fui debitore ben tosto della salute, della cresciuta, e d'una certa robustezza che andai acquistando a occhio vedente, ed entrai si pu dire in una nuova esistenza.
Sepolto dunque lo zio, barattato il tutore in curatore, fatto maestro dell'Arti, liberato dal giogo di Andrea, ed inforcato un destriero, non  credibile quanto andassi ogni giorno pi alzando la cresta. Cominciai a dire schiettamente e al priore, ed al curatore, che quegli studi della legge mi tediavano, che io ci perdevo il mio tempo, e che in una parola non li voleva continuare altrimenti. Il curatore allora abboccatosi col governatore dell'Accademia, conchiusero di farmi passare al Primo Appartamento, educazione molto larga, di cui ho parlato pi sopra.
Vi feci dunque il mio ingresso il d 8 maggio 1763. In quell'estate mi ci trovai quasi che solo; ma nell'autunno si and riempiendo di forestieri d'ogni paese quasi, fuorch francesi; ed il numero che dominava era degli inglesi. Una ottima tavola signorilmente servita; molta dissipazione; pochissimo studio, il molto dormire, il cavalcare ogni giorno, e l'andar sempre pi facendo a mio modo, mi aveano prestamente restituita e duplicata la salute, il brio e l'ardire. Mi erano ricresciuti i capelli, e sparruccatomi io mi andava vestendo a mio modo, e spendeva assai negli abiti, per isfogarmi dei panni neri che per regola dell'Accademia impreteribile avea dovuti portare in quei cinque anni del Terzo e Secondo Appartamento di essa. Il curatore andava gridando su questi troppo ricchi e troppi abiti; ma il sarto sapendo ch'io poteva pagare mi facea credito quanto i' volessi, e rivestiva credo anche s a mie spese. Avuta l'eredit, e la libert, ritrovai tosto degli amici, dei compagni ad ogni impresa, e degli adulatori, e tutto quello insomma che vien coi danari, e fedelmente con essi pur se ne va. In mezzo a questo vortice nuovo e fervente, ed in et di anni quattordici e mezzo, io non era con tutto ci n discolo n sragionevole quanto avrei potuto e dovuto fors'essere. Di tempo in tempo aveva in me stesso dei taciti richiami a un qualche studio, ed un certo ribrezzo ed una mezza vergogna per l'ignoranza mia, su la quale non mi veniva fatto d'ingannare me stesso, n tampoco mi attentava di cercar d'ingannare gli altri. Ma non fondato in nessuno studio, non diretto da nessuno, non sapendo nessuna lingua bene, io non sapeva a quale applicazione darmi, n come. La lettura di molti romanzi francesi (ch degli italiani leggibili non ve n'); il continuo conversare con forestieri, e il non aver occasione mai n di parlare n di sentir parlare italiano, mi andavano a poco a poco scacciando dal capo quel poco di tristo toscano ch'io avessi potuto intromettervi in quei due o tre anni di studi buffoni di umanit e rettoriche asinine. E sottentrava nel mio vuoto capo il francese a tal segno, che in un accesso di studio ch'io ebbi per due o tre mesi in quel prim'anno del Primo Appartamento, m'ingolfai nei trentasei volumi della Storia ecclesiastica del Fleury, e li lessi quasi tutti con furore; e mi accinsi a farne anche degli estratti in lingua francese, e di questi arrivai sino al libro diciottesimo; fatica sciocca, noiosa, e risibile, che pure feci con molta ostinazione, ed anche con un qualche diletto, ma con quasi nessunissimo utile. Fu quella lettura che cominci a farmi cader di credito i preti, e le loro cose. Ma presto posi da parte il Fleury, e non ci pensai pi. E que' miei estratti che non ho buttati sul fuoco sin a questi anni addietro, mi hanno fatto ridere assai quando li riscorsi un pocolino, circa venti anni dopo averli stesi. Dall'istoria ecclesiastica mi ringolfai nei romanzi, e rileggeva molte volte gli stessi, tra gli altri, Les Mille et une Nuit.
Intanto, essendomi stretto d'amicizia con parecchi giovanotti della citt che stavano sotto l'aio, ci vedevamo ogni giorno, e si facevano delle gran cavalcate su certi cavallucci d'affitto, cose pazze da fiaccarcisi il collo migliaia di volte non che una; come quella di far a correre all'ingi dall'Eremo di Camaldoli fin a Torino, ch' una pessima selciata erta a picco, che non l'avrei fatta poi neppure con ottimi cavalli per nessun conto; e di correre pe' boschi che stanno tra il Po e la Dora, dietro a quel mio cameriere, tutti noi come cacciatori, ed egli sul suo ronzino faceva da cervo; oppure si sbrigliava il di lui cavallo scosso, e si inseguiva con grand'urli, e scoppietti di fruste, e corni artefatti con la bocca, saltando fossi smisurati, rotolandovi spesso in bel mezzo, guadando spessissimo la Dora, e principalmente nel luogo dove ella mette nel Po e facendo insomma ogni sorte di simili scappataggini, e tali che nessuno pi ci voleva affittar dei cavalli, per quanto si volessero strapagare. Ma questi stessi strapazzi mi rinforzavano notabilmente il corpo, e m'innalzavano molto la mente; e mi andavano preparando l'animo al meritare e sopportare, e forse a ben valermi col tempo dell'acquistata mia libert s fisica che morale.



CAPITOLO OTTAVO
Ozio totale. Contrariet incontrate, e fortemente sopportate.

Non aveva altri allora che s'ingerisse de' fatti miei, fuorch quel nuovo cameriere, datomi dal curatore, quasi come un semiaio, ed aveva ordine di accompagnarmi sempre dapertutto. Ma a dir vero, siccome egli era un buon sciocco ed anche interessatuccio, io col dargli molto ne faceva assolutamente ogni mio piacere, ed egli non ridiceva nulla. Con tutto ci, l'uomo per natura non si contentando mai, ed io molto meno che niun altro, mi venne presto a noia anche quella piccola suggezione dell'avermi sempre il cameriere alle reni, dovunque i' m'andassi. E tanto pi mi riusciva gravosa questa servit, quanto ch'ella era una particolarit usata a me solo di quanti ne fossero in quel Primo Appartamento; poich tutti gli altri uscivano da s, e quante volte il giorno volevano. N mi capacitai punto della ragione che mi si dava di questo, ch'io era il pi ragazzo di tutti, essendo sotto ai quindici anni. Onde m'incocciai in quell'idea di voler uscir solo anche io, e senza dir nulla al cameriere, n a chi che sia, cominciai a uscir da me. Da prima fui ripreso dal governatore; e ci tornai subito; la seconda volta fui messo in arresto in casa, e poi liberato dopo alcuni giorni, fui da capo all'uscir solo. Poi riarrestato pi strettamente, poi liberato, e riuscito di nuovo; e sempre cos a vicenda pi volte, il che dur forse un mese, crescendomisi sempre il gastigo, e sempre inutilmente. Alla per fine dichiarai in uno degli arresti, che mi ci doveano tenere in perpetuo, perch appena sarei stato liberato, immediatamente sarei tornato fuori da me; non volendo io nessuna particolarit n in bene n in male, che mi facesse essere o pi o meno o diverso da tutti gli altri compagni; che codesta distinzione era ingiusta ed odiosa, e mi rendeva lo scherno degli altri; che se pareva al signor governatore ch'io non fossi d'et n di costumi da poter far come gli altri del Primo, egli mi poteva rimettere nel Secondo Appartamento. Dopo tutte queste mie arroganze mi tocc un arresto cos lungo, che ci stetti da tre mesi e pi, e fra gli altri tutto l'intero carnevale del 1764. Io mi ostinai sempre pi a non voler mai domandare d'esser liberato, e cos arrabbiando e persistendo, credo che vi sarei marcito, ma non piegatomi mai. Quasi tutto il giorno dormiva; poi verso la sera mi alzava da letto, e fattomi portare una materassa vicino al caminetto, mi vi sdraiava su per terra; e non volendo pi ricevere il pranzo solito dell'Accademia, che mi facevano portar in camera, io mi cucinava da me a quel fuoco della polenta, e altre cose simili. Non mi lasciava pi pettinare, n mi vestiva ed era ridotto come un ragazzo salvatico. M era inibito l'uscire di camera; ma lasciavano pure venire quei miei amici di fuori a visitarmi; i fidi compagni di quelle eroiche cavalcate. Ma io allora sordo e muto, e quasi un corpo disanimato, giaceva sempre, e non rispondeva niente a nessuno qualunque cosa mi si dicesse. E stava cos delle ore intere, con gli occhi conficcati in terra, pregni di pianto, senza pur mai lasciare uscir una lagrima.



CAPITOLO NONO
Matrimonio della sorella. Reintegrazione del mio onore. Primo cavallo.

Da questa vita di vero bruto bestia, mi liber finalmente la congiuntura del matrimonio di mia sorella Giulia, col conte Giacinto di Cumiana. Segu il d primo maggio 1764, giorno che mi rest impresso nella mente essendo andato con tutto lo sposalizio alla bellissima villeggiatura di Cumiana distante dieci miglia da Torino; dove passai pi d'un mese allegrissimamente, come dovea essere di uno scappato di carcere, detenutovi tutto l'inverno. Il mio nuovo cognato avea impetrata la mia liberazione, ed a pi equi patti fui ristabilito nei dritti innati dei Primi Appartamentisti dell'Accademia; e cos ottenni l'eguaglianza con i compagni mediante pi mesi di durissimo arresto. Coll'occasione di queste nozze aveva anche ottenuto molto allargamento nella facolt di spendere il mio, il che non mi si poteva oramai legalmente negare. E da questo ne nacque la compra del mio primo cavallo, che venne anche meco nella villeggiatura di Cumiana. Era questo cavallo un bellissimo sardo, di mantello bianco, di fattezze distinte, massime la testa, l'incollatura ed il petto. Lo amai con furore, e non me lo rammento mai senza una vivissima emozione. La mia passione per esso and al segno di guastarmi la quiete, togliermi la fame ed il sonno, ogni qual volta egli aveva alcuno incommoduccio; il che succedeva assai spesso, perch egli era molto ardente e delicato ad un tempo; e quando poi l'aveva fra le gambe, il mio affetto non m'impediva di tormentarlo e malmenarlo anche tal volta quando non volea fare a modo mio. La delicatezza di questo prezioso animale mi serv ben tosto di pretesto per volerne un altro di pi, e dopo quello due altri di carrozza, e poi uno di calessetto, e poi due altri di sella, e cos in men d'un anno arrivai sino a otto, fra gli schiamazzi del tenacissimo curatore, ch'io lasciava pur cantare a suo piacimento. E superato cos l'argine della stitichezza e parsimonia di codesto mio curatore; tosto traboccai in ogni sorte di spesa, e principalmente negli abiti, come gi mi par d'avere pi sopra accennato. V'erano alcuni di quegli inglesi miei compagni, che spendevano assai; onde io non volendo essere soverchiato, cercava pure e mi riusciva di soverchiare costoro. Ma, per altra parte, quei giovinotti miei amici di fuori dall'Accademia, e coi quali io conviveva assai pi che coi forestieri di dentro, per essere soggetti ai lor padri, avevano pochi quattrini; onde bench a loro mantenimento fosse decentissimo, essendo essi dei primi signori di Torino, pure le loro spese di capriccio venivano ad essere necessariamente tenuissime. A risguardo dunque di questi, io debbo per amor del vero confessare ingenuamente di aver allora praticata una virt, ed appurato che ella era in me naturale, ed invincibile: ed era di non volere n potere soverchiar mai in nessuna cosa chi che sia, ch'io conoscessi o che si tenesse per minore di me in forza di corpo, d'ingegno, di generosit, d'indole, o di borsa. Ed in fatti, ad ogni abito nuovo, e ricco o di ricami, o di nappe, o di pelli ch'io m'andava facendo, se mi veniva fatto di vestirmelo la mattina per andare a corte, o a tavola con i compagni d'Accademia, che rivaleggiavano in queste vanezze con me, io poi me lo spogliava subito al dopo pranzo, ch'era l'ora in cui venivano quegli altri da me; e li faceva anzi nascondere perch non li vedessero, e me ne vergognava in somma con essi, come di un delitto; e tale in fatti nel mio cuore mi pareva, e l'avere, e molto pi il farne pompa, delle cose che gli amici ed eguali miei non avessero. E cos pure, dopo avere con molte risse ottenuto dal curatore di farmi fare una elegante carrozza, cosa veramente inutilissima e ridicola per un ragazzaccio di sedici anni in una citt cos microscopica come Torino, io non vi saliva quasi mai, perch gli amici non l'avendo se ne dovevano andare a sante gambe sempre. E quanto ai molti cavalli da sella, io me li facea perdonare da loro, accomunandoli con essi; oltre che essi pure ne aveano ciascuno il suo, e mantenuto dai loro rispettivi genitori. Perci questo ramo di lusso mi dilettava anche pi di tutti altri, e con meno misto di ribrezzo, perch in nulla veniva ad offendere gli amici miei.
Esaminando io spassionatamente e con l'amor del vero codesta mia prima giovent, mi pare di ravvisarci fra le tante storture di un'et bollente, oziosissima, ineducata, e sfrenata, una certa naturale pendenza alla giustizia, all'eguaglianza, ed alla generosit d'animo, che mi paiono gli elementi d'un ente libero, o degno di esserlo.



CAPITOLO DECIMO
Primo amoruccio. Primo viaggetto. Ingresso nelle truppe.

In una villeggiatura ch'io feci di circa un mese colla famiglia di due fratelli, che erano dei principali miei amici, e compagni di cavalcate, provai per la prima volta sotto aspetto non dubbio la forza d'amore per una loro cognata, moglie del loro fratello maggiore. Era questa signorina, una brunetta piena di brio, e di una certa protervia che mi facea grandissima forza. I sintomi di quella passione, di cui ho provato dappoi per altri oggetti cos lungamente tutte le vicende, si manifestarono in me allora nel seguente modo. Una malinconia profonda e ostinata; un ricercar sempre l'oggetto amato, e trovatolo appena, sfuggirlo; un non saper che le dire, se a caso mi ritrovava alcuni pochi momenti (non solo mai, che ci non mi veniva fatto mai, essendo ella assai strettamente custodita dai suoceri) ma alquanto in disparte con essa; un correre poi dei giorni interi (dopo che si ritorn di villa) in ogni angolo della citt, per vederla passare in tale o tal via, nelle passeggiate pubbliche del Valentino e Cittadella; un non poterla neppure udir nominare, non che parlar mai di essa; ed in somma tutti, ed alcuni pi, quegli effetti s dottamente e affettuosamente scolpiti dal nostro divino maestro di questa divina passione, il Petrarca. Effetti, che poche persone intendono, e pochissime provano; ma a quei soli pochissimi  concesso l'uscir dalla folla volgare in tutte le umane arti. Questa prima mia fiamma, che non ebbe mai conclusione nessuna, mi rest poi lungamente semiaccesa nel cuore, ed in tutti i miei lunghi viaggi fatti poi negli anni consecutivi, io sempre senza volerlo, e quasi senza avvedermene l'avea tacitamente per norma intima d'ogni mio operare; come se una voce mi fosse andata gridando nel pi segreto di esso: "Se tu acquisti tale, o tal pregio, tu potrai al ritorno tuo piacer maggiormente a costei; e cangiate le circostanze, potrai forse dar corpo a quest'ombra".
Nell'autunno dell'anno 1765 feci un viaggietto di dieci giorni a Genova col mio curatore; e fu la mia prima uscita dal paese. La vista del mare mi rap veramente l'anima, e non mi poteva mai saziare di contemplarlo. Cos pure la posizione magnifica e pittoresca di quella superba citt, mi riscald molto la fantasia. E se io allora avessi saputa una qualche lingua, ed avessi avuti dei poeti per le mani, avrei certamente fatto dei versi; ma da quasi due anni io non apriva pi nessun libro, eccettuati di radissimo alcuni romanzi francesi, e qualcuna delle prose di Voltaire, che mi dilettavano assai. Nel mio andare a Genova ebbi un sommo piacere di rivedere la madre e la citt mia, di dove mancava gi da sette anni, che in quell'et paiono secoli. Tornato poi di Genova, mi pareva di aver fatta una gran cosa, e d'aver visto molto. Ma quanto io mi teneva di questo mio viaggio cogli amici di fuori dell'Accademia (bench non lo dimostrassi loro, per non mortificarli), altrettanto poi mi arrabbiava e rimpiccioliva in faccia ai compagni di dentro, che tutti venivano di paesi lontani, come Inglesi, Tedeschi, Polacchi, Russi, etc.; ed a cui il mio viaggio di Genova pareva, com'era in fatti, una babbuinata. E questo mi dava una frenetica voglia di viaggiare, e di vedere da me i paesi di tutti costoro.
In quest'ozio e dissipazione continua, presto mi passarono gli ultimi diciotto mesi ch'io stetti nel Primo Appartamento. Ed essendomi io fatto inscrivere nella lista dei postulanti impiego nelle truppe sin dal prim'anno ch'io v'era entrato, dopo esservi stato tre anni, in quel maggio del 1766, finalmente fui compreso in una promozione generale di forse centocinquanta altri giovanotti. E bench io da pi d'un anno, mi fossi intiepidito moltissimo in questa vocazione militare, pure non avendo io ritrattata la mia petizione, mi convenne accettare; ed uscii portainsegna nel Reggimento Provinciale d'Asti. Da prima io aveva chiesto d'entrare nella cavalleria, per l'amore innato dei cavalli; poi di l a qualche tempo, aveva cambiata la domanda, bastandomi di entrare in uno di quei Reggimenti Provinciali, i quali in tempo di pace non si radunando all'insegne se non se due volte l'anno, e per pochi giorni, lasciavano cos una grandissima libert di non far nulla, che era appunto la sola cosa ch'io mi fossi determinato di voler fare. Con tutto ci, anche questa milizia di pochi giorni mi spiacque moltissimo; e tanto pi, perch l'aver avuto quell'impiego mi costringeva di uscire dall'Accademia, dove io mi trovava assai bene, e ci stava altrettanto volentieri allora, quanto ci era stato male e a contragenio nei due altri Appartamenti, e i primi diciotto mesi del Primo. Bisogn pure ch'io m'adattassi, e nel corrente di quel maggio lasciai l'Accademia, dopo esservi stato quasi ott'anni. E nel settembre mi presentai alla prima rassegna del mio reggimento in Asti, dove compiei esattissimamente ogni dovere del mio impieguccio, abborrendolo; e non mi potendo assolutamente adattare a quella catena di dipendenze gradate, che si chiama subordinazione; ed  veramente l'anima della disciplina militare; ma non poteva esser l'anima mai d'un futuro poeta tragico. All'uscire dell'Accademia, aveva appigionato un piccolo ma grazioso quartiere nella casa stessa di mia sorella; e l attendeva a spendere il pi che potessi, in cavalli, superfluit d'ogni genere, e pranzi che andava facendo ai miei amici, ed ai passati compagni dell'Accademia. La smania di viaggiare, accresciutasi in me smisuratamente col conversare moltissimo con codesti forestieri, m'indusse contro la mia indole naturale ad intelaiare un raggiretto per vedere di strappare una licenza di viaggiare a Roma e a Napoli almeno per un anno. E siccome era troppo certa cosa, che in et di anni diciassette e me s ch'io allora mi aveva, non mi avrebbero mai lasciato andar solo, m'ingegnai con un aio inglese cattolico, che guidava un fiammingo, ed un olandese a far questo giro, e coi quali era stato gi pi d'un anno nell'Accademia, a vedere s'egli voleva anche incaricarsi di me, e cos fare il sudetto viaggio noi quattro. Tanto feci insomma, che invogliai anche questi di avermi per compagno, e servitomi poi del mio cognato per ottenermi dal re la licenza di partire sotto la condotta del sudetto aio inglese, uomo pi che maturo, e di ottimo grido, finalmente rest fissata la partenza per i primi di ottobre di quell'anno. E questo fu il primo, e in seguito poi l'uno dei pochi raggiri ch'io abbia intrapresi con sottigliezza, e ostinazione di maneggio, per persuadere quell'aio, e il cognato, e pi di tutti lo stitichissimo curatore. La cosa riusc, ma in me mi vergognava e irritava moltissimo di tutte le pieghevolezze, e simulazioni, e dissimulazioni che mi conveniva porre in opera per ispuntarla. Il re, che nel nostro piccolo paese di ogni piccolissima cosa s'ingerisce, non si trovava essere niente propenso ai viaggi de' suoi nobili; e molto meno poi di un ragazzo uscito allora del guscio, e che indicava un certo carattere. Bisogn insomma ch'io mi piegassi moltissimo. Ma grazie alla mia buona sorte, questo non mi tolse poi di rialzarmi in appresso interissimo.
E qui dar fine a questa seconda parte; nella quale m'avvedo benissimo che avendovi io intromesso con pi minutezza cose forse anco pi insipide che nella prima, consiglier anche al lettore di non arrestarvisi molto, o anche di saltarla a pi pari; poich, a tutto ristringere in due parole, questi otto anni della mia adolescenza altro non sono che infermit, ed ozio, e ignoranza.


Epoca terza

GIOVINEZZA
Abbraccia circa dieci anni di viaggi, e dissolutezze.

CAPITOLO PRIMO
Primo viaggio. Milano, Firenze, Roma.

La mattina del d 4 ottobre 1766, con mio indicibile trasporto, dopo aver tutta notte farneticato in pazzi pensieri senza mai chiuder occhio, partii per quel tanto sospirato viaggio. Eramo una carrozzata dei quattro padroni, ch'io individuai, un calesse con due servitori, du' altri a cassetta della nostra carrozza, ed il mio cameriere a cavallo da corriere. Ma questi non era gi quel vecchiotto datomi a guisa di aio tre anni prima, ch quello lo lasciai a Torino. Era questo mio nuovo cameriere, un Francesco Elia, stato gi quasi vent'anni col mio zio, e dopo la di lui morte in Sardegna, passato con me. Egli aveva viaggiato col suddetto mio zio, due volte in Sardegna, ed in Francia, Inghilterra, ed Olanda. Uomo di sagacissimo ingegno, di un'attivt non comune, e che valendo egli solo pi che tutti i nostri altri quattro servitori presi a fascio, sar d'ora in poi l'eroe protagonista della commedia di questi miei viaggi; di cui egli si trov immediatamente essere il solo e vero nocchiero, stante la nostra totale incapacit di tutti noi altri otto, o bambini, o vecchi rimbambiti.
La prima stazione fu di circa quindici giorni in Milano. Avendo io gi visto Genova due anni prima, ed essendo abituato al bellissimo locale di Torino, la topografia milanese non mi dovea, n potea piacer niente. Alcune cose che vi sarebbero pur da vedersi, io o non vidi, o male ed in fretta, e da quell'ignorantissimo e svogliato ch'io era d'ogni utile o dilettevole arte, E mi ricordo, tra l'altre, che nella Biblioteca Ambrosiana, datomi in mano dal bibliotecario non so pi quale manoscritto autografo del Petrarca, da vero barbaro Allobrogo, lo buttai l, dicendo che non me n'importava nulla. Anzi, in fondo del cuore, io ci aveva un certo rancore con codesto Petrarca; perch alcuni anni prima, quando io era filosofo, essendomi capitato un Petrarca alle mani, l'aveva aperto a caso da capo, da mezzo, e da piedi, e per tutto lettine, o compitati alcuni pochi versi, in nessun luogo aveva inteso nulla, n mai raccapezzato il senso; onde l'avea sentenziato, facendo coro coi francesi e con tutti gli altri ignoranti presuntuosi; e tenendolo per un seccatore, dicitor di arguzie e freddure, aveva poi cos ben accolto i suoi preziosissimi manoscritti.
Del resto, essendo io partito per quel viaggio d'un anno, senza pigliar meco altri libri che alcuni Viaggi d'Italia, e questi tutti in lingua francese, io mi avviava sempre pi alla total perfezione della mia gi tanto inoltrata barbarie. Coi compagni di viaggio si conversava sempre in francese, e cos in alcune case milanesi dove io andava con essi, si parlava pur sempre francese; onde quel pochin pochino ch'io andava pur pensando e combinando nel mio povero capino, era pure vestito di cenci francesi; e alcune letteruzze ch'io andava scrivendo, erano in francese; ed alcune memoriette ridicole ch'io andava schiccherando su questi miei viaggi, eran pure in francese; e il tutto alla peggio, non sapendo io questa linguaccia se non se a caso; non mi ricordando pi di nessuna regola ove pur mai l'avessi saputa da prima; e molto meno ancora sapendo l'italiano, raccoglieva cos il frutto dovuto della disgrazia primitiva del nascere in un paese anfibio, e della valente educazione ricevutavi.
Dopo un soggiorno di due settimane in circa, si part di Milano. Ma siccome quelle mie sciocche Memorie sul viaggio furono ben presto poi da me stesso corrette con le debite fiamme, non le rinnover io qui certamente, col particolarizzare oltre il dovere questi miei viaggi puerili, trattandosi di paesi tanto noti; onde, o nulla o pochissimo dicendo delle diverse citt, ch'io, digiuno di ogni bell'arte, visitai come un Vandalo, ander parlando di me stesso, poich pure questo infelice tema,  quello che ho assunto in quest'opera.
Per la via di Piacenza, Parma, e Modena, si giunse in pochi giorni a Bologna; n ci arrestammo in Parma che un sol giorno, ed in Modena poche ore, al solito senza veder nulla, o prestissimo e male quello che ci era da vedersi. Ed il mio maggiore, anzi il solo piacere ch'io ricavassi dal viaggio, era di ritrovarmi correndo la posta su le strade maestre, e di farne alcune, e il pi che poteva, a cavallo da corriere. Bologna, e i suoi portici e frati, non mi piacque gran cosa; dei suoi quadri non ne seppi nulla; e sempre incalzato da una certa impazienza di luogo, io era lo sprone perpetuo del nostro aio antico, che sempre lo instigava a partire. Arrivammo a Firenze in fin d'ottobre; e quella fu la prima citt, che a luoghi mi piacque, dopo la partenza di Torino; ma mi piacque pur meno di Genova, che aveva vista due anni prima. Vi si fece soggiorno per un mese; e l pure, sforzato, dalla fama del luogo, cominciai a visitare alla peggio la Galleria, e il Palazzo Pitti, e varie chiese; ma il tutto con molta nausea, senza nessun senso del bello; massime in pittura; gli occhi miei essendo molto ottusi ai colori; se nulla nulla gustava un po' pi era la scoltura, e l'architettura anche pi; forse era in me una reminiscenza del mio ottimo zio, l'architetto. La tomba di Michelangelo in Santa Croce fu una delle poche cose che mi fermassero; e su la memoria di quell'uomo di tanta fama feci una qualche riflessione; e fin da quel punto sentii fortemente, che non riuscivano veramente grandi fra gli uomini, che quei pochissimi che aveano lasciata alcuna cosa stabile fatta da loro. Ma una tal riflessione isolata in mezzo a quell'immensa dissipazione di mente nella quale io viveva continuamente, veniva ad essere per l'appunto come si suol dire, una goccia di acqua nel mare. Fra le tante mie giovenili storture, di cui mi toccher di arrossire in eterno, non annoverer certamente come l'ultima quella di essermi messo in Firenze ad imparare la lingua inglese, nel breve soggiorno di un mese ch'io vi feci, da un maestruccio inglese che vi era capitato; in vece di imparare dal vivo esempio dei beati toscani a spiegarmi almeno senza barbarie nella loro divina lingua, ch'io balbettante stroppiava, ogni qual volta me ne doveva prevalere. E perci sfuggiva di parlarla, il pi che poteva; stante che la vergogna di non saperla potea pur qualche cosa in me; ma vi potea pure assai meno che la infingardaggine del non volerla imparare. Con tutto ci, io mi ero subito ripurgata la pronunzia di quel nostro orribile u lombardo, o francese, che sempre mi era spiaciuto moltissimo, per quella sua magra articolazione, e per quella boccuccia che fanno le labbra di chi lo pronunzia, somiglianti in quell'atto moltissimo a quella rsibile smorfia che fanno le scimmie, allorch favellano. E ancora adesso, bench di codesto u, da cinque e pi anni ch'io sto in Francia ne abbia pieni e foderati gli orecchi, pure egli mi fa ridere ogni volta che ci bado; e massime nella recita teatrale, o camerale (che qui la recita  perpetua), dove sempre fra questi labbrucci contratti che paiono sempre soffiare su la minestra bollente, campeggia principalmente la parola nature.
In tal guisa io in Firenze, perdendo il mio tempo, poco vedendo, e nulla imparando, presto tediandomivi, risprona l'antico nostro mentore, e si part il d primo decembre alla volta di Lucca per Prato e Pistoia. Un giorno in Lucca mi parve un secolo; e subito si ripart per Pisa. E un giorno in Pisa, bench molto mi piacesse il Camposanto, mi parve anche lungo. E subito, a Livorno. Questa citt mi piacque assai e perch somigliava alquanto a Torino, e per via del mare, elemento del quale io non mi saziava mai. Il soggiorno nostro vi fu di otto o dieci giorni; ed io sempre barbaramente andava balbettando l'inglese, ed avea chiusi e sordi gli orecchi al toscano. Esaminando poi la ragione di una s stolta preferenza, ci trovai un falso amor proprio individuale, che a ci mi spingeva senza ch'io pure me ne avvedessi. Avendo per pi di due anni vissuto con inglesi; sentendo per tutto magnificare la loro potenza e ricchezza; vedendone la grande influenza politica; e per l'altra parte vedendo l'Italia tutta esser morta; gl'italiani, divisi, deboli, avviliti e servi; grandemente mi vergognava d'essere, e di parere italiano, e nulla delle cose loro non voleva n praticar, n sapere.
Si part di Livorno per Siena; e in quest'ultima citt, bench il locale non me ne piacesse gran fatto, pure, tanta  la forza del bello e del vero, ch'io mi sentii quasich un vivo raggio che mi rischiarava ad un tratto la mente, e una dolcissima lusinga agli orecchi e al cuore, nell'udire le pi infime persone cos soavemente e con tanta eleganza propriet e brevit favellare. Con tutto ci non vi stetti che un giorno; e il tempo della mia conversione letteraria e politica era ancora lontano assai; mi bisognava uscire lungamente d'Italia per conoscere ed apprezzar gli Italiani. Partii dunque per Roma, con una palpitazione di cuore quasich continua, pochissimo dormendo la notte, e tutto il d ruminando in me stesso e il San Pietro, e il Coliseo, ed il Panteon; cose che io aveva tanto udite esaltare; ed anche farneticava non poco su alcune localit della storia romana, la quale (bench senza ordine e senza esattezza) cos presa in grande mi era bastantemente nota ed in mente, essendo stata la sola istoria ch'io avessi voluto alquanto imparare nella mia prima giovent.
Finalmente, ai tanti di decembre dell'anno 1766 vidi la sospirata Porta del Popolo; e bench l'orridezza e miseria del paese da Viterbo in poi mi avesse fortemente indisposto, pure quella superba entrata mi racconsol, ed appagommi l'occhio moltissimo. Appena eramo discesi alla piazza di Spagna dove si alberg, subito noi tre giovanotti, lasciato l'aio riposarsi, cominciammo a correre quel rimanente di giorno, e si visit alla sfuggita, tra l'altre cose, il Panteon. I miei compagni si mostravano sul totale pi maravigliati di queste cose, di quel che lo fossi io. Quando poi alcuni anni dopo ebbi veduti i loro paesi, mi son potuto dare facilmente ragione di quel loro stupore assai maggiore del mio. Vi si stette allora otto giorni soli, in cui non si fece altro che correre per disbramare quella prima impaziente curiosit. Io preferiva per molto di tornare fin due volte il giorno a San Pietro, al veder cose nuove. E noter, che quell'ammirabile riunione di cose sublimi non mi colp alla prima quanto avrei desiderato e creduto, ma successivamente poi la maraviglia mia and sempre crescendo; e ci, a tal segno, ch'io non ne conobbi ed apprezzai veramente il valore se non molti anni dopo, allorch stanco della misera magnificenza oltramontana, mi venne fatto di dovermi trattenere in Roma degli anni.



CAPITOLO SECONDO
Continuazione dei viaggi, liberatomi anche dell'aio.

Incalzavaci frattanto l'imminente inverno; e pi ancora incalzava io il tardissimo aio, perch si partisse per Napoli, dove s'era fatto disegno di soggiornare per tutto il carnevale. Partimmo dunque coi vetturini, s perch allora le strade di Roma a Napoli non erano quasi praticabili, s per via del mio cameriere Elia, che a Radicofani essendo caduto sotto il cavallo di posta si era rotto un braccio, e ricoverato poi nella nostra carrozza avea moltissimo patito negli strabalzi di essa, venendo cos fino a Roma. Molto coraggio e presenza di spirito e vera fortezza d'animo avea mostrato costui in codesto accidente; poich rialzatosi da s, ripreso il ronzino per le redini, si avvi soletto a piedi sino a Radicofani distante ancora pi d'un miglio. Quivi, fatto cercare un chirurgo, mentre lo stava aspettando si fece sparare la manica dell'abito, e visitandosi il braccio da s, trovatolo rotto, si fece tenere ben saldamente la mano di esso stendendolo quanto pi poteva, e coll'altra, che era la mandritta, se lo riatt s perfettamente, che il chirurgo, giunto quasi nel tempo stesso che noi sopraggiungevamo con la carrozza, lo trov rassettato a guisa d'arte in maniera che, senza pi altrimenti toccarlo, subito lo fasci, e in meno d'un'ora noi ripartimmo, collocando il ferito in carrozza, il quale pure con viso baldo e fortissimo pativa non poco. Giunti ad Acquapendente, si trov rotto il timone della carrozza; del che trovandoci noi tutti impicciatissimi, cio noi tre ragazzi, il vecchio aio, e gli altri quattro stolidi servitori, quel solo Elia col braccio al collo, tre ore dopo la rottura, era pi in moto, e pi efficacemente di noi tutti adoperavasi per risarcire il timone; e cos bene diresse quella provvisoria rappezzatura, che in meno di du' altre ore si ripart, e l'infermo timone ci strascin senz'altro accidente poi sino a Roma.
Io mi son compiaciuto d'individuare questo fatto episodico, come tratto caratteristico di un uomo di molto coraggio e gran presenza di spirito, molto pi che al suo umile stato non parea convenirsi. Ed in nessuna cosa mi compiaccio maggiormente, che nel lodare ed ammirare quelle semplici virt di temperamento, che ci debbono pur tanto far piangere sovra i pessimi governi, che le trascurano, o le temono e le soffocano.
Si arriv dunque a Napoli la seconda festa del Natale, con un tempo quasi di primavera. L'entrata da Capo di China per gli Studi e Toledo, mi present quella citt in aspetto della pi lieta e popolosa ch'io avessi veduta mai fin allora, e mi rimarr sempre presente. Non fu poi lo stesso, quando mi tocc di albergare in una bettolaccia posta nel pi buio e sozzo chiassuolo della citt: il che fu di necessit perch ogni pulito albergo ritrovavasi pieno zeppo di forestieri. Ma questa contrariet mi amareggi assai quel soggiorno, stante che in me la localit lieta o no della casa, ha sempre avuto una irresistibile influenza sul mio puerilissimo cervello, sino alla pi inoltrata et.
In pochi giorni per mezzo del nostro ministro fui introdotto in parecchie case; e il carnovale, s per gli spettacoli pubblici, che per le molte private feste e variet d'oziosi divertimenti, mi riusciva brillante e piacevole pi ch'altro mai ch'io avessi veduto in Torino. Con tutto ci in mezzo a quei nuovi e continui tumulti, libero interamente di me, con bastanti danari, d'et diciott'anni, ed una figura avvenente, io ritrovava per tutto la saziet, la noia, il dolore. Il mio pi vivo piacere era la musica burletta del Teatro Nuovo; ma sempre pure quei suoni, ancorch dilettevoli, lasciavano nell'animo mio una lunghissima romba di malinconia; e mi si venivano destando a centinaia le idee le pi funeste e lugubri, nelle quali mi compiaceva non poco, e me le andava poi ruminando soletto alle sonanti spiagge di Chiaia e di Portici. Con parecchi giovani signori napoletani avea fatto conoscenza, amicizia con niuno: la mia natura ritrosa anzi che no mi inibiva di ricercare; e portandone la viva impronta sul viso, ella inibiva agli altri di ricercar me. Cos delle donne, alle quali per natura era moltissimo inclinato, non mi piacendo se non le modeste, io non piaceva pure che alle sole sfacciate; il che mi facea rimaner sempre col cuor vuoto. Oltre ci, l'ardentissima voglia ch'io sempre nutriva in me di viaggiare oltre i monti, mi facea sfuggire di allacciarmi in nessuna catena d'amore; e cos in quel primo viaggio uscii salvo da ogni rete. Tutto il giorno io correva in quei divertentissimi calessetti a veder le cose pi lontane; e non per vederle, che di nulla avea curiosit e di nessuna intendeva, ma per fare la strada, che dell'andare non mi saziava mai, ma immediatamente mi addolorava lo stare.
Introdotto a corte, bench quel re, Ferdinando IV, fosse allora in et di quindici, o sedici anni, gli trovai pure una total somiglianza di contegno con i tre altri sovrani ch'io avea veduti fin allora; ed erano il mio ottimo re Carlo Emanuele, vecchione; il duca di Modena, governatore in Milano; e il granduca di Toscana Leopoldo, giovanissimo anch'egli. Onde intesi benissimo fin da quel punto, che i principi tutti non aveano fra loro che un solo viso, e che le corti tutte non erano che una sola anticamera. In codesto mio soggiorno di Napoli intavolai il mio secondo raggiro per mezzo del nostro ministro di Sardegna, per ottenere dalla corte di Torino la permissione di lasciare il mio aio, e di continuare il mio viaggio da me. Bench noi giovanotti vivessimo in perfetta armonia, e che l'aio non pi a me che ad essi cagionasse il minimo fastidio, tuttavia siccome per le gite da una all'altra citt bisognava pure combinarci per muovere insieme, e siccome quel vecchio era sempre irresoluto, mutabile, e indugiatore, quella dipendenza mi urtava. Convenne dunque ch'io mi piegassi a pregare il ministro di scrivere in mio favore a Torino, e di testimoniare della mia buona condotta e della intera capacit mia di regolarmi da me stesso, e di viaggiar solo. La cosa mi riusc con mia somma soddisfazione, e ne contrassi molta gratitudine col ministro, il quale avendomi preso anche a ben volere, fu il primo che mi mettesse in capo ch'io dovrei tirarmi innanzi a studiar la politica per entrare nell'aringo diplomatico. La cosa mi piacque assai; e mi parve allora, che quella fosse di tutte le servit la men serva; e ci rivolsi il pensiero, senza per studiar nulla mai. Limitando il mio desiderio in me stesso, non l'esternai con chicchessia, e mi contentai di tenere frattanto una condotta regolare e decente per tutto, superiore forse alla mia et. Ma in questo mi serviva la natura mia assai pi ancora che il volere; essendo io stato sempre grave di costumi e di modi (senza impostura per), ed ordinato, direi, nello stesso disordine; ed avendo quasi sempre errato sapendolo.
Io viveva frattanto in tutto e per tutto ignoto a me stesso; non mi credendo vera capacit per nessuna cosa al mondo; non avendo nessunissimo impulso deciso, altro che alla continua malinconia, non ritrovando mai pace n requie, e non sapendo pur mai quello che io mi desiderassi. Obbedendo ciecamente alla natura mia, con tutto ci io non la conosceva n studiava per niente; e soltanto molti anni dopo mi avvidi, che la mia infelicit proveniva soltanto dal bisogno, anzi necessit ch'era in me di avere ad un tempo stesso il cuore occupato da un degno amore, e la mente da un qualche nobile lavoro; e ogniqualvolta l'una delle due cose mi manc, io rimasi incapace dell'altra, e sazio e infastidito e oltre ogni dire angustiato.
Frattanto, per mettere in uso la mia nuova indipendenza totale, appena finito il carnovale volli assolutamente partirmene solo per Roma, atteso che il vecchio, dicendo di aspettar lettere di Fiandra, non fissava nessun tempo per la partenza dei suoi pupilli. Io, impaziente di lasciar Napoli, di rivedere Roma; o, per dir vero, impazientissimo di ritrovarmi solo e signore di me in una strada maestra, lontano trecento e pi miglia dalla mia prigione natia; non volli differire altrimenti, e abbandonai i compagni; ed in ci feci bene, perch in fatti poi essi stettero tutto l'aprile in Napoli, e non furono per ci pi in tempo per ritrovarsi all'Ascensione in Venezia, cosa che a me premeva allora moltissimo.



CAPITOLO TERZO
Proseguimento dei viaggi. Prima mia avarizia.

Giunto a Roma, previo il mio fidato Elia, azzeccai a pi delle scalere della Trinit de' Monti un grazioso quartierino molto gaio e pulito, che mi racconsol della sudiceria di Napoli. Stessa dissipazione, stessa noia, stessa malinconia, stessa smania di rimettermi in viaggio. E il peggio era, stessissima ignoranza delle cose le pi svergognanti chi le ignora; e maggiore ogni giorno l'insensibilit per le tante belle e grandiose cose di cui Roma ridonda; limitandomi a quattro e cinque delle principali che sempre ritornava a vedere. Ogni giorno poi capitando dal conte di Rivera ministro di Sardegna, degnissimo vecchio, il quale ancorch sordo non mi veniva per punto a noia, e mi dava degli ottimi e luminosi consigli; mi accadde un giorno che si trov da lui su una tavola un bellissimo Virgilio in folio, aperto spalancato al sesto dell'Eneide. Quel buon vecchio vedendomi entrare, accennatomi d'accostarmi, cominci ad intuonare con entusiasmo quei bellissimi versi per Marcello cos rinomati e saputi da tutti. Ma io, che quasi pi punto non li intendeva, bench li avessi e spiegati e tradotti e saputi a memoria circa sei anni prima, mi vergognai sommamente e me ne accorai per tal modo, che per pi giorni mi ruminai il mio obbrobrio in me stesso, e non capitai pi dal conte. Con tutto ci la ruggine sovra il mio intelletto si andava incrostando s densa, e tale di giorno in giorno sempre pi diveniva, che assai pi tagliente scalpello ci volea che un passeggiere rincrescimento, a volernela estirpare. Onde pass quella sacrosanta vergogna senza lasciare in me orma nessuna per allora, e non lessi altrimenti n Virgilio, n alcun altro buon libro in nessuna lingua, per degli anni parecchi.
In questa mia seconda dimora in Roma fui introdotto al papa, che era allora Clemente XIII, bel vecchio, e di una veneranda maest; la quale, aggiunta alla magnificenza locale del palazzo di Montecavallo, fece s che non mi cagion punto ribrezzo la solita prosternazione e il bacio del piede, bench io avessi letta la storia ecclesiastica, e sapessi il giusto valore di quel piede.
Per mezzo poi del predetto conte di Rivera, io intavolai e riuscii il mio terzo raggiro presso la corte paterna di Torino, per ottenere la permissione di un secondo anno di viaggi in cui destinava di vedere la Francia, l'Inghilterra e l'Olanda; nomi che mi suonavano maraviglia e diletto nella mia giovinezza inesperta. E anche questo terzo raggiretto mi riusc, onde, ottenuto quell'anno pi, per tutto il 1768 in circa io mi trovava in piena libert e certezza di poter correre il mondo. Ma nacque allora una piccola difficolt, la quale mi contrist lungamente. Il mio curatore, col quale non si era mai entrato in conti, e che non mi avea mai fatto vedere in chiaro con esattezza quello ch'io m'avessi d'entrata; dandomi parole diverse ed ambigue, ed ora accordandomi danari, ora no; mi scrisse in quell'occasione dell'ottenuta permissione, che pel second'anno mi avrebbe somministrata una credenziale di millecinquecento zecchini, non me ne avendo dati che soli milleduecento pel primo viaggio. Questa sua intimazione mi sbigott assai, senza per scoraggirmi. Udendo io sempre mentovare la gran carezza dei paesi oltramontani, mi riusciva assai dura cosa di dovermi trovare sprovvisto, e di esservi costretto a far delle triste figure. Per altra parte poi, io non mi arrischiava di scrivere di buon inchiostro allo stitico curatore, perch a quel modo l'avrei subito avuto contrario; e m'avrebbe intuonato la parola re, la quale in Torino nei pi interni affari domestici si suole sempre intrudere, fra il ceto dei nobili; e gli sarebbe stato facilissimo di divolgarmi per discolo e scialacquatore, e di farmi come tale richiamar subito in patria. Non feci dunque nessuna querela col curatore, ma presi in me la risoluzione di risparmiare quanti pi danari potrei in quel primo viaggio dai milleduecento zecchini gi assegnatimi, per cos accrescere quanto pi potrei ai millecinquecento da esigersi, e che mi pareano scarsissimi per un anno di viaggi oltramontani. In questo modo io per la prima volta, da un giusto e piuttosto largo spendere, ristrettomi alla meschinit, provai un doloroso accesso di sordida avarizia. Ed and questa tant'oltre che non solo non andava pi a visitare nessuna delle curiosit di Roma per non dare le mancie, ma anche al mio fidato e diletto Elia, procrastinandolo d'un giorno in un altro, io venni a negargli i danari del suo salario e vitto, a segno ch'egli mi si protest ch'io lo sforzerei a rubarmeli per campare. Allora, di mal animo, glie li diedi.
Rimpicciolito cos di mente e di cuore, partii verso i primi di maggio alla volta di Venezia; e la mia meschinit mi fece prendere il vetturino, ancorch io abborrissi quel passo mulare: ma pure il divario tra la posta e la vettura essendosi grande, io mi vi sottoposi, e mi avviai bestemmiando. Io lasciava nel calesse Elia col servitore, e me n'andava cavalcando un umile ronzino, che ad ogni terzo passo inciampava; onde io faceva quasi tutta la strada a piedi, conteggiando cos sotto voce e su le dita della mano quanto mi costerebbero quei dieci o dodici giorni di viaggio; quanto, un mese di soggiorno in Venezia; quanto sarebbe il risparmio all'uscir d'Italia, e quanto questa cosa, e quanto quell'altra; e mi logorava il cuore e il cervello in cotali sudicerie.
Il vetturino era patteggiato da me sino a Bologna per la via di Loreto; ma giunto con tanta noia e strettezza d'animo in Loreto, non potei pi star saldo all'avarizia e alla mula, e non volli pi continuare di quel mortifero passo. E qui la nascente gelata avarizia rimase vinta e sbeffata dalla bollente indole e dalla giovanile insofferenza. Onde, fatto a dirittura un grosso sbilancio, sborsai al vetturino quasi che tutto il pattuito importare di tutto il viaggio di Roma a Bologna, e piantatolo in Loreto, me ne partii per le poste tutto riavutomi; e l'avarizia divent d'allora in poi un giusto ordine, ma senza spilorceria.
Bologna non mi piacque nulla pi, anzi meno al ritorno che non mi fosse piaciuta all'andare; Loreto non mi compunse di divozione nessuna; e non sospirando altro che Venezia, della quale avea udito tante maraviglie gi fin da ragazzo, dopo un solo giorno di stazione in Bologna, proseguii per Ferrara. Passai anche questa citt senza pur ricordarmi, ch'ella era la patria e la tomba di quel divino Ariosto di cui pure avea letto in parte il poema con infinito piacere, e i di cui versi erano stati i primi primissimi che mi fossero capitati alle mani. Ma il mio povero intelletto dormiva allora di un sordidissimo sonno, e ogni giorno pi s'irruginiva quanto alle lettere. Vero  per, che quanto alla scienza del mondo e degli uomini, io andava acquistando non poco ogni giorno senza avvedermene, stante la gran quantit di continui e diversi quadri morali che mi venivan visti e osservati giornalmente.
Al ponte di Lagoscuro m'imbarcai su la barca corriera di Venezia; e mi vi trovai in compagnia d'alcune ballerine di teatro, di cui una era bellissima; ma questo non mi allegger punto la noia di quell'imbarcazione, che dur due giorni e una notte, sino a Chiozza, atteso che codeste ninfe faceano le Susanne, e che io non ho mai tollerato la simulata virt.
Ed eccomi finalmente in Venezia. Nei primi giorni l'inusitata localit mi riemp di maraviglia e diletto e me ne piacque perfino il gergo, forse perch dalle commedie del Goldoni ne avea sin da ragazzo contratta una certa assuefazone d'orecchio; ed in fatti quel dialetto  grazioso, e manca soltanto di maest. La folla dei forestieri, la quantit dei teatri, ed i molti divertimenti e feste che, oltre le solite farsi per ogni fiera dell'Ascensa, si davano in quell'anno a contemplazione del duca di Wirtemberg, e tra l'altre la sontuosa regata, mi fecero trattenere in Venezia sino a mezzo giugno, ma non mi tennero perci divertito. La solita malinconia, la noia, e l'insofferenza dello stare, ricominciavano a darmi i loro aspri morsi tosto che la novit degli oggetti trovavasi ammorzata. Passai pi giorni in Venezia solissimo senza uscir di casa; e senza pure far nulla che stare alla finestra, di dove andava facendo dei segnuzzi, e qualche breve dialoghetto con una signorina che mi abitava di faccia; e il rimanente del giorno lunghissimo, me lo passava o dormicchiando, o ruminando non saprei che, o il pi spesso anche piangendo, n so di che; senza mai trovar pace, n investigare n dubitarmi pure della cagione che me la intorbidava o toglieva. Molti anni dopo, osservandomi un poco meglio, mi convinsi poi che questo era in me un accesso periodico d'ogni anno nella primavera, alle volte in aprile, alle volte anche sino a tutto giugno; e pi o meno durevole e da me sentito, secondo che il cuore e la mente si combinavano essere allora pi o meno vuoti ed oziosi. Nell'istesso modo ho osservato poi, paragonando il mio intelletto ad un eccellente barometro, che io mi trovava avere ingegno e capacit al comporre pi o meno, secondo il pi o men peso dell'aria; ed una totale stupidit nei gran venti solstiziali ed equinoziali; e una infinitamente minore perspicacit la sera che la mattina; e assai pi fantasia, entusiasmo, e attitudine all'inventare nel sommo inverno e nella somma state che non nelle stagioni di mezzo. Questa mia materialit, che credo pure in gran parte essere comune un po' pi un po' meno a tutti gli uomini di fibra sottile, mi ha poi col tempo scemato e annullato ogni orgoglio del poco bene ch'io forse andava alle volte operando, come anche mi ha in gran parte diminuito la vergogna del tanto pi male che avr certamente fatto, e massime nell'arte mia; essendomi pienamente convinto che non era quasi in me il potere in quei dati tempi fare altrimenti.



CAPITOLO QUARTO
Fine del viaggio d'Italia, e mio primo arrivo a Parigi.

Riuscitomi dunque il soggiorno in Venezia sul totale anzi noioso che no; ed essendo perpetuamente incalzato dalla smania del futuro viaggio d'oltramonti, non ne cavai neppure il minimo frutto. Non visitai neppure la decima parte delle tante maraviglie, s di pittura che d'architettura e scoltura, riunite tutte in Venezia; basti dire con mio infinito rossore, che n pure l'Arsenale. Non presi nessunissima notizia, anco delle pi alla grossa, su quel governo che in ogni cosa differisce da ogni altro; e che, se non buono, dee riputarsi almen raro, poich pure per tanti secoli ha sussistito con tanto lustro, prosperit, e quiete. Ma io, digiuno sempre d'ogni bell'arte turpemente vegetava, e non altro. Finalmente partii di Venezia al solito con mille volte assai maggior gusto che non c'era arrivato. Giunto a Padova, ella mi spiacque molto; non vi conobbi nessuno dei tanti professori di vaglia, i quali desiderai poi di conoscere molti anni dopo; anzi, allora al solo nome di professori, di studio, e di Universit, io mi sentiva rabbrividire. Non mi ricordai (anzi neppur lo sapeva) che poche miglia distante da Padova giacessero le ossa del nostro gran luminare secondo, il Petrarca; e che m'importava egli di lui, io che mai non l'avea n letto, n inteso, n sentito, ma appena appena preso fra le mani talvolta, e non v'intendendo nulla buttatolo? Perpetuamente cos spronato e incalzato dalla noia e dall'ozio, passai Vicenza, Verona, Mantova, Milano, e in fretta in furia mi ridussi in Genova, citt che da me veduta alla sfuggita qualch'anni prima, mi avea lasciato un certo desiderio di s. Io avea delle lettere di raccomandazione in quasi tutte le suddette citt, ma per lo pi non le ricapitava, o se pur lo faceva, il mio solito era di non mi lasciar pi vedere; fuorch quelle persone non mi venissero insistentemente a cercare; il che non accadea quasi mai, e non doveva in fatti accadere. Questa s fatta selvatichezza era in me occasionata in parte da fierezza e inflessibilit d'ineducato carattere, in parte da una renitenza naturale e quasi invincibile al veder visi nuovi. Ed era pur cosa impossibile davvero di andar sempre cangiando paese senza che mi si cangiassero le persone. Avrei voluto per la parte del cuore convivere sempre con la stessa gente; ma sempre in luogo diverso.
In Genova dunque, non vi essendo allora il ministro di Sardegna, e non conoscendovi altri che il mio banchiere, non tardai anche molto a tediarmi; e gi aveva fissato di partirne verso il fine di giugno, allorch un giorno quel banchiere, uomo di mondo e di garbo, venutomi a visitare, e trovatomi cos solitario, selvatico, e malinconico, volle sapere come io passassi il mio tempo; e vedendomi senza libri, senza conoscenze, senza occupazione altra che di stare al balcone, e correre tutto il giorno per le vie di Genova, o di passeggiare pel fido in barchetta, gli prese forse una certa compassione di me e della mia giovinezza, e volle assolutamente portarmi da un cavaliere suo amico. Questi era il signor Carlo Negroni, che avea passata gran parte della sua vita in Parigi, e che vedendomi cotanto invogliato di andarvi, me ne disse quel vero e schietto, al quale non prestai fede se non se alcuni mesi dopo, tosto che vi fui arrivato. Frattanto quel garbato signore mi introdusse in parecchie case delle primarie; e all'occasione del famoso banchetto che si suol dare dal doge nuovo, egli mi serv d'introduttore e compagno. E l fui quasi sul punto d'innamorarmi d'una gentil signora, la quale mi si mostrava bastantemente benigna. Ma per altra parte smaniando io di correre il mondo e di abbandonar l'Italia, Amore non pot per quella volta afferrarmi, ma me la serb per non molto dopo.
Partito finalmente per mare in una feluchetta alla volta di Antibo, pareva a me d'andare all'Indie. Non mi era mai scostato da terra pi che poche miglia nelle mie passeggiate marittime; ma allora, alzatosi un venticello favorevole, si prese il largo; successivamente poi rinforz tanto il vento, che fattosi pericoloso fummo costretti di pigliar porto in Savona; e soggiornarvi due d per aspettare buon tempo. Questo ritardo mi noi ed afflisse moltissimo; e non uscii mai di casa, neppure per visitare quella famosissima Madonna di Savona. Io non voleva pi assolutamente vedere n sentir nulla dell'Italia; onde ogni istante di pi che mi ci dovea trattenere, mi pareva una dura difalcazione dai tanti diletti che mi aspettavano in Francia. Frutto in me di una sregolata fantasia, che tutti i beni e tutti i mali m'ingrandiva sempre oltremodo, prima di provarli; talch poi gli uni e gli altri, e principalmente i beni, all'atto pratico poi non mi parevano nulla.
Giunto pure una volta in Antibo, e sbarcatovi, parea che tutto mi racconsolasse l'udire altra lingua, il vedere altri usi, altro fabbricato, altre faccie; e bench tutto fosse piuttosto diverso in peggio che in meglio, pure mi dilettava quella piccola variet. Tosto ripartii per Tolone; e appena in Tolone, volli ripartir per Marsiglia, non avendo visto nulla in Tolone, citt la cui faccia mi dispiacque moltissimo. Non cos di Marsiglia, il cui ridente aspetto, le nuove, ben diritte e pulite vie, il bel corso, il bel porto, e le leggiadre e proterve donzelle, mi piacquero sommamente alla prima; e subito mi determinai di starvi un mesetto, per lasciare sfogare anche gli eccessivi calori del luglio, poco opportuni al viaggiare. Nel mio albergo v'era giornalmente tavola rotonda, onde io trovandomi aver compagnia a pranzo e cena, senza essere costretto di parlare (cosa che sempre mi cost qualche sforzo, sendo di taciturna natura), io passava con soddisfazione le altre ore del giorno da me. E la mia taciturnit, di cui era anche in parte cagione una certa timidit che non ho mai vinta del tutto in appresso, si andava anche raddoppiando a quella tavola, attesa la costante garrulit dei francesi, i quali vi si trovavano di ogni specie; ma i pi erano ufficiali, o negozianti. Con nessuno per di essi n amicizia contrassi n famigliarit, non essendo io in ci mai stato di natura liberale n facile. Io li stava bens ascoltando volentieri, bench non v'imparassi nulla; ma lo ascoltare  una cosa che non mi ha costato mai pena, anche i pi sciocchi discorsi, dai quali si apprende tutto quello che non va detto.
Una delle ragioni che mi aveano fatto desiderare maggiormente la Francia, si era di poterne seguitatamente godere il teatro. Io aveva veduto due anni prima in Torino una compagnia di comici francesi, e per tutta un'estate l'aveva assiduamente praticata; onde molte delle principali tragedie, e quasi tutte le pi celebri commedie, mi erano note. Io debbo per dire pel vero, che s in Torino che in Francia; s in quel primo viaggio, come nel secondo fattovi due anni e pi dopo; non mi cadde mai nell'animo, n in pensiero pure, ch'io volessi o potessi mai scrivere delle composizioni teatrali. Onde io ascoltava le altrui con attenzione s, ma senza intenzione nessuna; e, ch' pi, senza sentirmi nessunissimo impulso al creare; anzi sul totale mi divertiva assai pi la commedia, di quello che mi toccasse la tragedia, ancorch per natura mia fossi tanto pi inclinato al pianto che al riso. Riflettendovi poi in appresso, mi parve che l'una delle principali ragioni di questa mia indifferenza per la tragedia, nascesse dall'esservi in quasi tutte le tragedie francesi delle scene intere, e spesso anche degli atti, che dando luogo a personaggi secondari mi raffreddavano la mente ed il cuore assaissimo, allungando senza bisogno d'azione, o per meglio dire interrompendola. Vi si aggiungeva poi, che l'orecchio mio, ancorch io non volessi essere italiano, pur mi serviva ottimamente malgrado mio, e mi avvertiva della noiosa e insulsa uniformit di quel verseggiare a pariglia a pariglia di rime, e i versi a mezzi a mezzi, con tanta trivialit di modi, e s spiacevole nasalit di suoni; onde, senza ch'io sapessi pur dire il perch, essendo quegli attori eccellenti rispetto ai nostri iniquissimi; essendo le cose da essi recitate per lo pi ottime quanto all'affetto, alla condotta, e ai pensieri; io con tutto ci vi andava provando una freddezza di tempo in tempo, che mi lasciava mal soddisfatto. Le tragedie che mi andavano pi a genio, erano la Fedra, l'Alzira, il Maometto, e poche altre.
Oltre il teatro, era anche uno de' miei divertimenti in Marsiglia il bagnarmi quasi ogni sera nel mare. Mi era venuto trovato un luoghetto graziosissimo ad una certa punta di terra posta a man dritta fuori del porto, dove sedendomi su la rena con le spalle addossate a uno scoglio ben altetto che mi toglieva ogni vista della terra da tergo, innanzi ed intorno a me non vedeva altro che mare e cielo; e cos fra quelle due immensit abbellite anche molto dai raggi del sole che si tuffava nell'onde, io mi passava un'ora di delizie fantasticando; e quivi avrei composto molte poesie, se io avessi saputo scrivere o in rima o in prosa in una lingua qual che si fosse.
Ma tediatomi pure anche del soggiorno di Marsiglia, perch ogni cosa presto tedia gli oziosi; ed incalzato ferocemente dalla frenesia di Parigi; partii verso il 10 d'agosto, e pi come fuggitivo che come viaggiatore, andai notte e giorno senza posarmi sino a Lione. Non Aix col suo magnifico e ridente passeggio; non Avignone, gi sede papale, e tomba della celebra Laura; non Valchiusa, stanza gi s gran tempo del nostro divino Petrarca; nulla mi potea distornare dall'andar dritto a guisa di saetta in verso Parigi. In Lione la stanchezza mi fece trattenere due notti e un giorno; e ripartitone con lo stesso furore, in meno di tre giorni per la via della Borgogna mi condussi in Parigi.



CAPITOLO QUINTO
Primo soggiorno in Parigi.

Era, non ben mi ricordo il d quanti di agosto, ma fra il 15, e il 20, una mattinata nubilosa fredda e piovosa; io lasciava quel bellissimo cielo di Provenza e d'Italia, e non era mai capitato fra s fatte sudicie nebbie, massimamente in agosto; onde l'entrare in Parigi pel sobborgo miserrimo di San Marcello, e il progredire poi quasi in un fetido fangoso sepolcro nel sobborgo di San Germano, dove andava ad albergo, mi serr s fortemente il cuore, ch'io non mi ricordo di aver provato in vita mia per cagione s piccola una pi dolorosa impressione. Tanto affrettarmi, tanto anelare, tante pazze illusioni di accesa fantasia, per poi inabissarmi in quella fetente cloaca. Nello scendere all'albergo, gi mi trovava pienamente disingannato; e se non era la stanchezza somma, e la non picciola vergogna che me ne sarebbe ridondata, io immediatamente sarei ripartito. Nell'andar poi successivamente dattorno per tutto Parigi, sempre pi mi andai confermando nel mio disinganno. L'umilt e barbarie del fabbricato; la risibile pompa meschina delle poche case che pretendono a palazzi; il sudiciume e goticismo delle chiese; la vandalica struttura dei teatri d'allora; e i tanti e tanti e tanti oggetti spiacevoli che tutto d mi cadeano sott'occhio, oltre il pi amaro di tutti, le pessimamente architettate faccie impiastrate delle bruttissime donne; queste cose tutte non mi venivano poi abbastanza rattemperate dalla bellezza dei tanti giardini, dall'eleganza e frequenza degli stupendi passeggi pubblici, dal buon gusto e numero infinito di bei cocchi, dalla sublime facciata del Louvre, dagli innumerabili e quasi tutti buoni spettacoli, e da altre s fatte cose.
Continuava intanto con incredibile ostinazione il mal tempo, a segno che da quindici e pi giorni d'agosto ch'io aveva passati in Parigi, non ne aveva ancora salutato il sole. Ed i miei giudizi morali, pi assai poetici che filosofici, si risentivano sempre non poco dell'influenza dell'atmosfera. Quella prima impressione di Parigi mi si scolp s fortemente nel capo, che ancora adesso (cio ventitr anni dopo) ella mi dura negli occhi e nella fantasia, ancorch in molte parti la ragione in me la combatta e condanni.
La corte stava in Compiegne, e ci si dovea trattenere per tutto il settembre; onde non essendo allora in Parigi l'ambasciatore di Sardegna per cui aveva delle lettere, io non vi conosceva anima al mondo, altri che alcuni forestieri gi da me incontrati e trattati in diverse citt d'Italia. E questi neppure conosceano nessuna onesta persona in Parigi. Dunque cos passava io il mio tempo fra i passeggi, i teatri, le ragazze di mondo, e il dolore quasi che continuo: e cos durai sino al fin di novembre, tempo in cui da Fontainebleau si restitu l'ambasciatore a dimora in Parigi. Introdotto io allora da esso in varie case, principalmente degli altri ministri esteri, dall'ambasciatore di Spagna dove c'era un faraoncino, mi posi per la prima volta a giuocare. Ma senza notabile perdita n vincita mai, ben presto mi tediai anche del giuoco, come d'ogni altro mio passatempo in Parigi; onde mi determinai di partirne in gennaio per Londra; stufo di Parigi, di cui non conoscea pure altro che le strade; e sul totale gi molto raffreddato nella smania di veder cose nuove; tutte sempre trovandole di gran lunga inferiori, non che agli enti immaginari ch'io mi era andati creando nella fantasia, ma agli stessi oggetti reali gi da me veduti nei diversi luoghi d'Italia; talch in Londra poi terminai d'imparare a ben conoscere e prezzare e Napoli, e Roma, e Venezia, e Firenze.
Prima ch'io partissi per Londra, avendomi proposto l'ambasciatore di presentarmi a corte in Versailles, io accettai per una certa curiosit di vedere una corte maggiore delle gi vedute da me sin allora, bench fossi pienamente disingannato su tutte. Ci fui pel capo d'anno del 1768, giorno anche pi curioso attese le varie funzioni che vi si praticano. Ancorch io fossi prevenuto che il re non parlava ai forestieri comuni, e che certo poco m'importasse di una tal privazione, con tutto ci non potei inghiottire il contegno giovesco di quel regnante, Luigi XV, il quale squadrando l'uomo presentatogli da capo a piedi, non dava segno di riceverne impressione nessuna; mentre se ad un gigante si dicesse: "Ecco ch'io gli presento una formica": egli pure guardandola, o sorriderebbe, o direbbe forse: "Oh che piccolo animaluzzo!"; o se anche il tacesse, lo direbbe il di lui viso per esso. Ma quella negativa di sprezzo non mi afflisse poi pi allorquando, pochi momenti dopo, vidi che il re andava spendendo la stessa moneta delle sue occhiate sopra degli oggetti tanto pi importanti che non m'era io. Fatta una breve preghiera fra due suoi prelati, di cui l'uno, se ben ricordo, era cardinale, il re si avvi per andare alla cappella, e fra due porte gli si fece incontro il preposto della Mercanzia, primo uffiziale della Municipalit di Parigi, e gli balbett un complimentuccio d'uso pel capo d'anno. Il taciturno sire gli rispose con un'alzata di testa: e rivoltosi ad uno de' suoi cortigiani che lo seguivano, domand dove fossero rimasti les echevins, che sono i consueti accoliti del suddetto preposto. Allora una voce cortigianesca uscita cos a mezzo dalla turba di essi, facetamente disse: Ils sont rests embourbs. Rise tutta la corte, e lo stesso monarca sorrise, e pass oltre verso la messa che lo aspettava. La incostante fortuna poi volle, che in poco pi di vent'anni io vedessi in Parigi nel Palazzo della Citta un altro Luigi re ricevere assai pi benignamente un altro assai diverso complimento fattogli da altro preposto sotto il titolo di maire, il d 17 luglio 1789: ed erano allora rimasti embourbs i cortigiani nel venir di Versailles a Parigi, bench fosse di fitta estate; ma il fango su quella strada era fino a quel punto fatto perenne. E di aver visto tal cosa ne loderei forse Dio, se non temessi, e credessi pur troppo, che gli effetti e influenza di questi re plebei siano per essere ancor pi funest alla Francia ed al mondo, che quelli dei re capetini.



CAPITOLO SESTO
Viaggio in Inghilterra e in Olanda. Primo intoppo amoroso.

Partii dunque di Parigi verso il mezzo gennaio, in compagnia di un cavaliere mio paesano, giovine di bellissimo aspetto, di et circa dieci o dodici anni pi avanzato di me, di un certo ingegno naturale; ignorante, quanto me; riflessivo, assai meno, e pi amatore del gran mondo che conoscitore o investigatore degli uomini. Egli era cugino del nostro ambasciatore in Parigi, e nipote del principe di Masserano allora ambasciatore di Spagna in Londra, in casa del quale egli doveva alloggiare. Bench io non amassi gran fatto di legarmi di compagnia per viaggio, pure per andare a un determinato luogo e non pi, mi ci accomodai volentieri. Questo mio nuovo compagno era di un umore assai lieto e loquace, onde con vicendevole soddisfazione io taceva e ascoltava, egli parlava e lodavasi, essendo egli fortemente innamorato di s, per aver piaciuto molto alle donne; e mi andava annoverando con pompa i suoi trionfi amorosi, ch'io stava a sentire con diletto, e senza invidia nessuna. La sera all'albergo, aspettando la cena, giuocavamo a scacchi, ed egli sempre mi vinceva, essendo io stato sempre ottusissimo a tutti i giuochi. Si fece un giro pi lungo per Lilla, e Douay, e Sant'Omro, per renderci a Calais; ed era il freddo s eccessivo, che in un calesse stivatissimo coi cristalli, ed inoltre un candelotto che ci tenevamo acceso, ci si agghiacci in una notte il pane, ed il vino stesso; e quest'eccesso mi rallegrava, perch io per natura poco gradisco le cose di mezzo.
Lasciate finalmente le rive della Francia, appena sbarcavamo a Douvres, che quel freddo, si trov scemato per met, e non trovammo quasi punta neve fra Douvres e Londra. Quanto mi era spiaciuto Parigi al primo aspetto, tanto mi piacque subito e l'Inghilterra, e Londra massimamente. Le strade, le osterie, i cavalli, le donne, il ben essere universale, la vita e l'attivit di quell'isola, la pulizia e comodo delle case bench picciolissime, il non vi trovare pezzenti, un moto perenne di danaro e d'industria sparso egualmente nelle province che nella capitale; tutte queste doti vere ed uniche di quel fortunato e libero paese, mi rapirono l'animo a bella prima, e in due altri viaggi, oltre quello, ch'io vi ho fatti finora, non ho variato mai pi di parere, troppa essendo la differenza tra l'Inghilterra e tutto il rimanente dell'Europa in queste tante diramazioni della pubblica felicit, provenienti dal miglior governo. Onde, bench io allora non ne studiassi profondamente la costituzione, madre di tanta prosperit, ne seppi per abbastanza osservare e valutare gli effetti divini.
In Londra essendo molto maggiore la facilit per i forestieri di essere introdotti nelle case, di quel che non sia in Parigi, io, che a quella difficolt parigina non avea mai voluto piegarmi per ammollirla, perch non mi curo di vincere le difficolt da cui non me ne ridonda niun bene, mi lasciai allora per qualche mesi strascicare da quella facilit, e da quel mio compagno di viaggio, nel vortice del gran mondo. Contribu anche non poco ad infrangere la mia naturale rusticit e ritrosia la cortese e paterna amorevolezza verso di me del principe di Masserano, ambasciatore di Spagna, ottimo vecchio, appassionatissimo dei piemontesi, essendo il Piemonte la sua patria, bench il di lui padre si fosse gi traspiantato in Ispagna. Ma dopo circa tre mesi, avvedendomi che in quelle veglie e cene e festini io mi ci seccava purtroppo, e niente imparavaci, scambiatami allora la parte, in vece di recitare da cavaliere nella veglia, mi elessi di far da cocchiere alla porta di essa, e incarrozzava e scarrozzava di qua e di l per tutto Londra il mio bel Ganimede compagno, a cui solo lasciava la gloria dei trionfi amorosi; e mi era ridotto a far s bene e disinvoltamente il mio servizio di cocchiere, che anche di alcuni di quei combattimenti a timonate che usano tra i cocchieri inglesi all'uscire del Renelawgh, e dei teatri, ne uscii con un qualche onore, senza rottura di legno n danno dei cavalli. In tal guisa dunque terminai i miei divertimenti di quell'inverno, col cavalcare quattro o cinqu'ore ogni mattina, e stare a cassetta due o tre ore ogni sera a guidare, per qualunque tempo facesse. Nell'aprile poi col mio solito compagno si fece una scorsa per le pi belle province d'Inghilterra. Si and a Portsmouth e Salsbury, a Bath, Bristol, e si torn per Oxford a Londra. Il paese mi piacque molto, e l'armonia delle cose diverse, tutte concordanti in quell'isola al massimo ben essere di tutti, m'incant sempre pi fortemente; e fin d'allora mi nascea il desiderio di potervi stare per sempre a dimora; non che gli individui me ne piacessero gran fatto, (bench assai pi dei francesi, perch pi buoni e alla buona), ma il local del paese, i semplici costumi, le belle e modeste donne e donzelle, e sopra tutto l'equitativo governo, e la vera libert che n' figlia; tutto questo me ne faceva affatto scordare la spiacevolezza del clima, la malinconia che sempre vi ti accerchia, e la rovinosa carezza del vivere.
Tornato poi da quel giretto che mi avea rimesso su le mosse, io gi di bel nuovo mi sentiva incalzato dal furore dell'andare, e con gran pena differii ancora sino ai primi di giugno la mia partenza per l'Olanda. E allora poi, per la via di Harwich imbarcatomi per Helvoetsluys, con un rapidissimo vento in dodici ore vi approdai.
La Olanda  nell'estate un ameno e ridente paese; ma mi sarebbe piaciuta anche pi, se l'avessi visitata prima dell'Inghilterra; atteso che quelle stesse cose che vi si ammirano, popolazione, ricchezza, lindura, savie leggi, industria ed attivit somma, tutte vi si trovano alquanto minori che in Inghitterra. Ed in fatti poi, dopo molti altri viaggi e molta pi esperienza, i due soli paesi dell'Europa che mi hanno sempre lasciato desiderio di s, sono stati l'Inghilterra e l'Italia; quella, in quanto l'arte ne ha per cos dire soggiogata o trasfigurata la natura; questa, in quanto la natura sempre vi  robustamente risorta a fare in mille diversi modi vendetta dei suoi spesso tristi e sempre inoperosi governi.
Nel mio soggiorno nell'Haia, che riusc assai pi lungo che non avea disegnato, io incappai finalmente nell'amore, che mai fin allora non mi avea potuto raggiungere n afferrare. Una gentil signorina, sposa da un anno, piena di grazie naturali, di modesta bellezza, e di una soave ingenuit, mi tocc vivissimamente nel cuore; ed il paese essendo piccolo, e poche le distrazioni, nel rivederla io assai pi spesso che non avrei voluto da prima, tosto poi mi venni a dolere di non poterla veder abbastanza. Mi trovai preso, senza quasi avvedermene, in una terribile maniera; talch gi stava ruminando in me stesso niente meno che di non mi muover mai pi n vivo n morto dall'Haia, persuadendomi che mi sarebbe impossibilissima cosa di vivere senz'essa. Apertosi il mio indurito cuore agli strali d'Amore, egli avea ad un tempo stesso dato adito alle dolci insinuazioni dell'amicizia. Ed era il mio nuovo amico, il signor Don Ios D'Acunha, ministro allora di Portogallo in Olanda. Egli era uomo di molto ingegno e pi originalit, di una bastante coltura, e di un ferreo carattere; magnanimo di cuore, di animo bollente ed altissimo. Una certa simpatia fra le nostre due taciturnit ci avea gi quasi allacciati vicendevolmente, senza che ce ne avvedessimo; la franchezza poi e il calore dei nostri due animi ben tosto ebbe operato il di pi. Io dunque mi trovava felicissimo nell'Haia, dove per la prima volta in vita mia mi occorreva di non desiderare altra cosa al mondo nessuna, oltre l'amica, e l'amico. Amante io ed amico, riamato da entrambi i soggetti, traboccava da ogni parte gli affetti, parlando dell'amata all'amico, e dell'amico all'amata; e gustava cos dei piaceri vivissimi incomparabili, e fino a quel punto ignoti al mio cuore, bench tacitamente pur sempre me li fosse egli andato richiedendo, e additando come in confuso. Mille savi consigli mi dava continuamente quel degnissimo amico; e quello massimamente, di cui non perder mai la memoria, si fu del farmi con destrezza ed efficacia arrossire della mia stupida oziosa vita, del non mai aprir un libro qualunque, dell'ignorar tante cose, e pi che altro i nostri, pur tanti e s ottimi, italiani poeti ed i pi distinti (ancorch pochi) prosatori e filosofi. Tra questi, l'immortal Niccol Machiavelli, di cui null'altro sapeva io che il semplice nome, oscurato e trasfigurato da quei pregiudizi con cui nelle nostre educazioni ce lo definiscono senza mostrarcelo, e senza averlo i detrattori di esso n letto, n inteso se pur mai visto l'hanno. L'amico D'Acunha me ne regal un esemplare, che ancora conservo, e che poi molto lessi, e alcun poco postillai, ma dopo molti e molti anni. Una stranissima cosa per (la quale io notai molto dopo, ma che allora vivamente sentii senza pure osservarla) si era, che io non mi sentiva mai ridestare in mente e nel cuore un certo desiderio di studi ed un certo impeto ed effervescenza d'idee creatrici, se non se in quei tempi in cui mi trovava il cuore fortemente occupato d'amore; il quale, ancorch mi distornasse da ogni mentale applicazione, ad un tempo stesso me ne invogliava; onde io non mi teneva mai tanto capace di riuscire in un qualche ramo di letteratura, che allorquando avendo un oggetto caro ed amato mi parea di potere a quello tributare anco i frutti del mio ingegno.
Ma quella mia felicit olandese non mi dur gran tempo. Il marito della mia donna, era un ricchissimo individuo il di cui padre era stato governatore di Batavia; egli mutava spessissimo luogo, ed avendo recentemente comprata una baronia negli Svizzeri, voleva andarvi a villeggiare in quell'autunno. Nell'agosto egli fece colla moglie un viaggietto all'acque di Spa; ed io dietro loro, non essendo egli gran fatto geloso. Nel tornare poi di Spa verso l'Olanda, si venne insieme sino a Mastricht, e l mi fu forza lasciarla, perch ella dovea andar in villa con la di lei madre, mentre il marito andava egli solo verso la Svizzera. Io non conosceva la di lei madre, e non v'era n pretesto n mezzo decente e plausibile per intromettermi in casa altrui. Codesta prima separazione mi spacc veramente il cuore; ma rimanevaci pure ancora una qualche speranza di rivederci. Ed in fatti, tornato io all'Haia, e partito il marito per la Svizzera, di l a pochi giorni ricompar l'adorata donna nell'Haia. La mia contentezza fu somma, ma fu un lampo momentaneo. Dopo dieci giorni in cui veramente mi tenni ed era beato sopra ogni uomo, non sentendosi ella il cuore di dirmi qual giorno dovesse ripartire per la villa, n avendo io il coraggio di domandarglielo; una mattina ad un tratto mi venne a vedere l'amico D'Acunha, e nel dirmi ch'ell'era sforzatamente dovuta partire, mi diede una sua letterina che mi colp a morte, bench tutta spirasse affetto ed ingenuit nell'annunziarmi l'indispensabile necessit in cui si trovava, di non poter pi senza scandalo differire la di lei partenza alla volta del marito, che le avea ingiunto di raggiungerlo. L'amico soavemente aggiungeva in voce, che non v'essendo rimedio, bisognava dar luogo alla necessit ed alla ragione.
Non sarei forse reputato veridico, se io volessi annoverare tutte le frenesie dell'addolorato disperato mio animo. A ogni conto voleva io assolutamente morire, ma non articolai per mai tal parola a nessuno; e fingendomi ammalato perch l'amico mi lasciasse, feci chiamare il chirurgo perch mi cavasse sangue, venne, e me lo cavai. Uscito appena il chirurgo, io finsi di voler dormire, e chiusomi fra le cortine del letto io stava qualche minuti fra me ruminando a quello ch'io stava per fare, poi principiai a sfasciare la sanguigna avendo fermo in me di cos dissanguarmi e perire. Ma quel non meno sagace che fido Elia, che mi vedea in tale violento stato, e che anche dall'amico era stato addottrinato prima di lasciarmi, simulando che io lo avessi chiamato mi torn alla sponda del letto rialzando la cortina ad un tratto; onde io sorpreso e vergognoso ad un tempo, forse anche pentito o mal fermo nel mio giovenile proposto, gli dissi che la fasciatura mi s'era disfatta; egli finse di crederlo, e me la rifasci, n pi mi volle perder di vista un momento. Ed anzi, fatto di nuovo cercar l'amico, egli corse da me, ed ambedue quasi mi sforzarono ad alzarmi da letto, e l'amico mi volle portare a casa sua dove mi vi trattenne per pi giorni, nei quali mai non mi abbandon. Il mio dolore era cupo e taciturno; o sia che mi vergognassi, o che mi diffidassi, non l'ardiva esternare; onde o taceami, ovvero piangeva. Frattanto ed il tempo, e i consigli dell'amico, e le piccole divagazioni a cui egli mi costringeva, e un qualche raggio d'incerta speranza di poterla rivedere; di ritornare in Olanda l'anno dopo, e pi ch'ogni cosa forse la natural leggerezza di quella et di anni diciannove, mi andarono a poco a poco sollevando. Ed ancorch il mio animo non si risanasse per assai gran tempo, la ragione mi rientr pure intera nello spazio di pochi giorni.
Cos alquanto rinsavito, ma dolentissimo, fermai di partire alla volta d'Italia, riuscendomi ingratissima la vista di un paese e di luoghi ai quali io ridomandava il mio bene perduto quasi ad un tempo che posseduto. Mi doleva per assaissimo di staccarmi da un tale amico; ma egli stesso, vedendomi s gravemente piagato, mi incoragg al partire, essendo ben convinto che il moto, la variet degli oggetti, la lontananza ed il tempo infallibilmente mi guarirebbero.
Verso il mezzo settembre mi separai dall'amico in Utrecht, dove mi volle accompagnare, e di donde per la via di Brusselles, per la Lorena, Alsazia, Svizzera, e Savoia non mi arrestai pi sino in Piemonte, altro che per dormire; ed in meno di tre settimane mi ritrovai in Cumiana nella villa di mia sorella, dove andai subito da Susa senza passar per Torino, per isfuggire ogni consorzio umano, avendo bisogno di digerire la mia febbre nella piena solitudine. E durante tutto il viaggio, nulla vidi in tutte quelle citt di passo, Nancy, Strasborgo, Basilea, e Ginevra, altro che le mura; n mai aprii bocca col fidato Elia, che adattandosi alla mia infermit, mi obbediva a cenni, e antiveniva ogni mio bisogno.



CAPITOLO SETTIMO
Ripatriato per un mezz'anno, mi do agli studi filosofici.

Tale fu il primo mio viaggio, che dur due anni e qualche giorni. Dopo circa sei settimane di villeggiatura con mia sorella, restituendosi ella in citt, tornai in Torino con essa. Molti non mi riconoscevano quasi pi attesa la statura che in quei due anni mi si era infinitamente accresciuta; tanto era il bene che mi aveva fatto alla complessione quella vita variata, oziosa, e strapazzatissima. Nel passar di Ginevra io avea comprato un pieno baule di libri. Tra quelli erano le opere di Rousseau, di Montesquieu, di Helvetius, e simili. Appena dunque ripatriato, pieno traboccante il cuore di malinconia e d'amore, io mi sentiva una necessit assoluta di fortemente applicare la mente in un qualche studio; ma non sapeva il quale, stante che la trascurata educazione coronata poi da quei circa sei anni di ozio e di dissipazione, mi avea fatto egualmente incapace di ogni studio qualunque. Incerto di quel che mi farei, e se rimarrei in patria, o se viaggierei di bel nuovo, mi posi per quell'inverno a stare in casa di mia sorella, e tutto il giorno leggeva, un pochino passeggiava, e non trattava assolutamente con nessuno. Le mie letture erano sempre di libri francesi. Volli leggere l'Eloisa di Rousseau; pi volte mi ci provai; ma bench io fossi di un carattere per natura appassionatissimo, e che mi trovassi allora fortemente innamorato, io trovava in quel libro tanta maniera, tanta ricercatezza, tanta affettazione di sentimento, e s poco sentire, tanto calor comandato di capo, e s gran freddezza di cuore, che mai non mi venne fatto di poterne terminare il primo volume. Alcune altre sue opere politiche, come il Contratto sociale, io non le intendeva, e perci le lasciai. Di Voltaire mi allettavano singolarmente le prose, ma i di lui versi mi tediavano. Onde non lessi mai la sua Enriade, se non se a squarcetti; poco pi la Pucelle, perch l'osceno non mi ha dilettato mai; ed alcune delle di lui tragedie. Montesquieu all'incontro lo lessi di capo in fondo ben due volte, con maraviglia, diletto, e forse anche con un qualche mio utile. L'Esprit di Helvetius mi fece anche una profonda, ma sgradevole impressione. Ma il libro dei libri per me, e che in quell'inverno mi fece veramente trascorrere, dell'ore di rapimento e beate, fu Plutarco, le vite dei veri grandi. Ed alcune di quelle, come Timoleone, Cesare, Bruto, Pelopida, Catone, ed altre, sino a quattro e cinque volte le rilessi con un tale trasporto di grida, di pianti, e di furori pur anche, che chi fosse stato a sentirmi nella camera vicina mi avrebbe certamente tenuto per impazzato. All'udire certi gran tratti di quei sommi uomini, spessissimo io balzava in piedi agitatissimo, e fuori di me, e lagrime di dolore e di rabbia mi scaturivano dal vedermi nato in Piemonte ed in tempi e governi ove niuna alta cosa non si poteva n fare n dire, ed inutilmente appena forse ella si poteva sentire e pensare. In quello stesso inverno studiai anche con molto calore il sistema planetario, ed i moti e leggi dei corpi celesti, fin dove si pu arrivare a capirle, senza il soccorso della per me inapprendibile geometria. Cio a dire ch'io studiai malamente la parte istorica di quella scienza tutta per s matematica. Ma pure, cinto di tanta ignoranza, io ne intesi abbastanza per sublimare il mio intelletto alla immensit di questo tutto creato; e nessuno studio mi avrebbe rapito e riempiuto pi l'animo che questo, se io avessi avuto i debiti principii per proseguirlo.
Tra queste dolci e nobili occupazioni, che dilettandomi pure, accresceano nondimeno notabilmente la mia taciturnit, malinconia e nausea d'ogni comune divertimento, il mio cognato mi andava continuamente istigando di pigliar moglie. Io, per natura, sarei stato inclinatissimo alla vita casereccia; ma l'aver veduta l'Inghilterra in et di diciannove anni, e l'aver caldamente letto e sentito Plutarco all'et di venti anni, mi ammonivano, ed inibivano di pigliar moglie e di procrear figli in Torino. Con tutto ci la leggerezza di quella stessa et mi pieg a poco a poco ai replicati consigli, ed acconsentii che il cognato trattasse per me il matrimonio con una ragazza erede, nobilissima, e piuttosto bellina, con occhi nerissimi che presto mi avrebbero fatto smettere il Plutarco, nello stesso modo che Plutarco forse avea indebolito in me la passione della bella olandese. Ed io confesser di aver avuto in quel punto la vilt di desiderare la ricchezza pi ancora che la bellezza di codesta ragazza; speculando in me stesso, che l'accrescere circa di met la mia entrata mi porrebbe in grado di maggiormente fare quel che si dice nel mondo buona figura. Ma la mia buona sorte mi serv in questo affare assai meglio che il mio debile e triviale giudizio, figlio d'infermo animo. La ragazza, che da bel principio avrebbe inclinato a me, fu svolta da una sua zia a favore d'altro giovinotto signore, il quale essendo figlio di famiglia con molti fratelli, e zii, veniva ad essere allora assai men comodo di me, ma godeva di un certo favore in corte presso il duca di Savoia erede presuntivo del trono, di cui era stato paggio, e dal quale ebbe in fatti poi quelle grazie che comporta il paese. Oltre ci, il giovine era di un'ottima indole, e di un'amabile costumatezza. Io, al contrario, aveva taccia di uomo straordinario in mal senso, poco adattandomi al pensare, ai costumi, al pettegolezzo, e al servire del mio paese, e non andando abbastanza cauto nel biasimare e schernire quegli usi; cosa, che (giustamente a dir vero) non si perdona. Io fui dunque solennemente ricusato, e mi fu preferito il suddetto giovine. La ragazza fece ottimamente per il bene suo, poich ella felicissimamente pass la vita in quella casa dove entr; e fece pure ottimamente per l'util mio, poich se io incappava in codesto legame di moglie e figli, le Muse per me certamente eran ite. Io da quel rifiuto ne ritrassi ad un tempo pena e piacere; perch mentre si trattava la cosa io spessissimo provavo dei pentimenti, e ne avea una certa vergogna di me stesso che non esternava, ma non la sentiva perci meno; arrossendo in me medesimo di ridurmi per danari a far cosa che era contro il mio intimo modo di pensare. Ma una picciolezza ne fa due, e sempre poi si moltiplicano. Cagione di questa mia non certo filosofica cupidit, si era l'intenzione che gi dal mio soggiorno in Napoli avea accolta nell'animo di attendere quando che fosse ad impieghi diplomatici. Questo pensiere veniva fomentato in me dai consigli del mio cognato, cortigiano inveterato; onde a desiderio di quel ricco matrimonio era come la base delle future ambascierie, alle quali meglio si fa fronte quanto pi si ha danari. Ma buon per me, che il matrimonio ito in fumo, mand pure in fumo ogni mia ambasciatoria velleit; n mai feci chiesta nessuna di tale impiego, e per mia minor vergogna questo mio stupido e non alto desiderio nato e morto nel mio petto, non fu (toltone il mio cognato) noto a chicchessia.
Appena iti a vuoto questi due disegni, mi rinacque subito il pensiero di proseguire i miei viaggi per altri tre anni, per veder poi intanto quello che vorrei fare di me. L'et di venti anni mi lasciava tempo a pensarci. Io aveva aggiustati i miei interessi col curatore, dalla di cui podest si esce nel mio paese al suonar dei venti anni. Venuto pi in chiaro delle cose mie, mi trovai esser molto pi agiato che non m'avea detto il curatore fino a quel punto. Ed egli in questo mi giov non poco avendomi piuttosto avvezzato al meno che al pi. Perci d'allora in poi quasi sempre fui giusto nello spendere. Trovandomi dunque allora circa duemila cinquecento zecchini di effettiva spendibile entrata, e non poco danaro di risparmio nei tanti anni di minorit, mi parve pel mio paese e per un uomo solo di essere ricco abbastanza, e deposta ogni idea di moltiplico mi disposi a questo secondo viaggio, che volli fare con pi spesa e maggiori comodi.



CAPITOLO OTTAVO
Secondo viaggio, per la Germania, la Danimarca e la Svezia.

Ottenuta la solita indispensabile e dura permissione del re, partii nel maggio del 1769 a bella prima alla volta di Vienna. Nel viaggio, abbandonando l'incarico noioso del pagare al mio fidatissimo Elia, io cominciava a fortemente riflettere su le cose del mondo; ed in vece di una malinconia fastidiosa ed oziosa, e di quella mera impazienza di luogo, che mi aveano sempre incalzato nel primo viaggio, in parte da quel mio innamoramento, in parte da quella applicazione continua di sei mesi in cose di qualche rilievo, ne avea ricavata un'altra malinconia riflessiva e dolcissima. Mi riuscivano in ci di non picciolo aiuto (e forse devo lor tutto, se alcun poco ho pensato dappoi) i sublimi Saggi del familiarissimo Montaigne, i quali divisi in dieci tometti, e fattisi miei fidi e continui compagni di viaggio, tutte esclusivamente riempivano le tasche della mia carrozza. Mi dilettavano ed instruivano, e non poco lusingavano anche la mia ignoranza e pigrizia, perch aperti cos a caso, qual che si fosse il volume, lettane una pagina o due, lo richiudeva, ed assai ore poi su quelle due pagine sue io andava fantasticando del mio. Ma mi facea bens molto scorno quell'incontrare ad ogni pagine di Montaigne uno o pi passi latini, ed essere costretto a cercarne l'interpretazione nella nota, per la totale impossibilit in cui mi era ridotto d'intendere neppure le pi triviali citazioni di prosa, non che le tante dei pi sublimi poeti. E gi non mi dava neppur pi la briga di provarmici, e asinescamente leggeva a dirittura la nota. Dir pi; che quei s spessi squarci dei nostri poeti primari italiani che vi s'incontrano, anco venivano da me saltati a pi pari, perch alcun poco mi avrebbero costato fatica a benissimo intenderli. Tanta era in me la primitiva ignoranza, e la desuetudne poi di questa divina lingua, la quale in ogni giorno pi andava perdendo.
Per la via di Milano e Venezia, due citt ch'io volli rivedere; poi per Trento, Inspruck, Augusta, e Monaco, mi rendei a Vienna, pochissimo trattenendomi in tutti i suddetti luoghi. Vienna mi parve avere gran parte delle picciolezze di Torino, senza averne il bello della localit. Mi vi trattenni tutta l'estate, e non vi imparai nulla. Dimezzai il soggiorno, facendo nel luglio una scorsa fino a Buda, per aver veduta una parte dell'Ungheria. Ridivenuto oziosissimo, altro non faceva che andare attorno qua e l nelle diverse compagnie; ma sempre ben armato contro le insidie d'amore. E mi era a questa difesa un fidissimo usbergo il praticare il rimedio commendato da Catone. Io avrei in quel soggiorno di Vienna potuto facilmente conoscere e praticare il celebre poeta Metastasio, nella di cui casa ogni giorno il nostro ministro, il degnissimo conte di Canale, passava di molte ore la sera in compagnia scelta di altri pochi letterati, dove si leggeva seralmente alcuno squarcio di classici o greci, o latini, o italiani. E quell'ottimo vecchio conte di Canale, che mi affezionava, e moltissimo compativa i miei perditempi, mi propose pi volte d'introdurmivi. Ma io, oltre all'essere di natura ritrosa, era anche tutto ingolfato nel francese, e sprezzava ogni libro ed autore italiano. Onde quell'adunanza di letterati di libri classici mi parea dover essere una fastidiosa brigata di pedanti. Si aggiunga, che io avendo veduto il Metastasio a Schoenbrunn nei giardini imperiali fare a Maria Teresa la genuflessioncella di uso, con una faccia s servilmente lieta e adulatoria, ed io giovenilmente plutarchizzando, mi esagerava talmente il vero in astratto, che io non avrei consentito mai di contrarre n amicizia n familiarit con una Musa appigionata o venduta all'autorit despotica da me s caldamente abborrita. In tal guisa io andava a poco a poco assumendo il carattere di un salvatico pensatore; e queste disparate accoppiandosi poi con le passioni naturali all'et di vent'anni e le loro conseguenze naturalissime, venivano a formar di me un tutto assai originale e risibile.
Proseguii nel settembre il mio viaggio verso Praga e Dresda, dove mi trattenni da un mese; indi a Berlino, dove dimorai altrettanto. All'entrare negli stati del gran Federico, che mi parvero la continuazione di un solo corpo di guardia, mi sentii raddoppiare e triplicare l'orrore per quell'infame mestier militare, infamissima e sola base dell'autorit arbitraria, che sempre  il necessario frutto di tante migliaia di assoldati satelliti. Fui presentato al re. Non mi sentii nel vederlo alcun moto n di maraviglia n di rispetto, ma d'indegnazione bens e di rabbia; moti che si andavano in me ogni giorno afforzando e moltiplicando alla vista di quelle tante e poi tante diverse cose che non istanno come dovrebbero stare, e che essendo false si usurpano pure la faccia e la fama di vere. Il conte di Finch, ministro del re, il quale mi presentava, mi domand perch io, essendo pure in servizio del mio re, non avessi quel giorno indossato l'uniforme. Risposigli: "Perch in quella corte mi parea ve ne fossero degli uniformi abbastanza". Il re mi disse quelle quattro solite parole di uso; io l'osservai profondamente, ficcandogli rispettosamente gli occhi negli occhi; e ringraziai il cielo di non mi aver fatto nascer suo schiavo. Uscii di quella universal caserma prussiana verso il mezzo novembre, abborrendola quanto bisognava.
Partito alla volta di Amburgo, dopo tre giorni di dimora, ne ripartii per la Danimarca. Giunto a Copenhaguen ai primi di decembre, quel paese mi piacque bastantemente, perch mostrava una certa somiglianza coll'Olanda; ed anche v'era una certa attivit, commercio, ed industria, come non si sogliono vedere nei governi pretti monarchici: cose tutte, dalle quali ne ridonda un certo ben essere universale, che a primo aspetto previene chi arriva, e fa un tacito elogio di chi vi comanda; cose tutte, di cui neppur una se ne vede negli stati prussiani; bench il gran Federico vi comandasse alle lettere e all'arti e alla prosperit, di fiorire sotto l'uggia sua. Onde la principal ragione per cui non mi dispiacea Copenhaguen si era il non esser Berlino n Prussia; paese, di cui niun altro mi ha lasciato una pi spiacevole e dolorosa impressione, ancorch vi siano, in Berlino massimamente, molte cose belle e grandiose in architettura. Ma quei perpetui soldati, non li posso neppur ora, tanti anni dopo, ingoiare senza sentirmi rinnovare lo stesso furore che la loro vista mi cagionava in quel punto.
In quell'inverno mi rimisi alcun poco a cinguettare italiano con il ministro di Napoli in Danimarca, che si trovava essere pisano; il conte Catanti, cognato del celebre primo ministro in Napoli, marchese Tanucci, gi professore nell'Universit pisana. Mi dilettava molto il parlare e la pronunzia toscana, massimamente paragonandola col piagnisteo nasale e gutturale del dialetto danese che mi toccava di udire per forza, ma senza intenderlo, la Dio grazia. Io malamente mi spiegava col prefato conte Catanti, quanto alla propriet dei termini, e alla brevit ed efficacia delle frasi, che  somma nei toscani; ma quanto alla pronunzia di quelle mie parole barbare italianizzate, ell'era bastantemente pura e toscana; stante che io deridendo sempre tutte le altre pronunzie italiane, che veramente mi offendeano l'udito, mi ero avvezzo a pronunziar quanto meglio poteva e la u, e la z, e gi, e ci, ed ogni altra toscanit. Onde alquanto inanimito dal suddetto conte Catanti a non trascurare una s bella lingua, e che era pure la mia, dacch di essere io francese non acconsentiva a niun modo, mi rimisi a leggere alcuni libri italiani. Lessi, tra' molti altri, i Dialoghi dell'Aretino, i quali bench mi ripugnassero per le oscenit, mi rapivano pure per l'originalit, variet, e propriet dell'espressioni. E mi baloccava cos a leggere, perch in quell'inverno mi tocc di star molto in casa ed anche a letto, atteso i replicati incomoducci che mi sopravvennero per aver troppo sfuggito l'amore sentimentale. Ripigliai anche con piacere a rileggere per la terza e quarta volta il Plutarco; e sempre il Montaigne; onde il mio capo era una strana mistura di filosofia, di politica, e di discoleria. Quando gl'incomodi mi permetteano d'andar fuori, uno dei maggiori miei divertimenti in quel clima boreale era l'andare in slitta; velocit poetica, che molto mi agitava e dilettava la non men celebre fantasia.
Verso il fin di marzo partii per la Svezia; e bench io trovassi il passo del Sund affatto libero dai ghiacci, indi la Scania libera dalla neve; tosto ch'ebbi oltrepassato la citt di Norkoping, ritrovai di bel nuovo un ferocissimo inverno, e tante braccia di neve, e tutti i laghi rappresi, a segno che non potendo pi proseguire colle ruote, fui costretto di smontare il legno e adattarlo come ivi s'usa sopra due slitte; e cos arrivai a Stockolm. La novit di quello spettacolo, e la greggia maestosa natura di quelle immense selve, laghi, e dirupi, moltissimo mi trasportavano; e bench non avessi mai letto l'Ossian, molte di quelle sue immagini mi si destavano ruvidamente scolpite, e quali le ritrovai poi descritte allorch pi anni dopo le lessi studiando i ben architettati versi del celebre Cesarotti.
La Svezia locale, ed anche i suoi abitatori d'ogni classe, mi andavano molto a genio; o sia perch io mi diletto molto pi degli estremi, o altro sia ch'io non saprei dire; ma fatto si , che s'io mi eleggessi di vivere nel settentrione, preferirei quella estrema parte a tutte l'altre a me cognite. La forma del governo della Svezia, rimestata ed equilibrata in un certo tal qual modo che pure una semilibert vi trasparisce, mi dest qualche curiosit di conoscerla a fondo. Ma incapace poi di ogni seria e continuata applicazione, non la studiai che alla grossa. Ne intesi pure abbastanza per formare nel mio capino un'idea: che stante la povert delle quattro classi votanti, e l'estrema corruzione della classe dei nobili e di quella dei cittadini, donde nasceano le venali influenze dei due corruttori paganti, la Russia e la Francia, non vi potea allignare n concordia fra gli ordini, n efficacit di determinazioni, n giusta e durevole libert. Continuai il divertimento della slitta con furore, per quelle cupe selvone, e su quei lagoni crostati, fino oltre ai 20 di aprile; ed allora in soli quattro giorni con una rapidit incredibile seguiva il dimoiare d'ogni qualunque gelo, attesa la lunga permanenza del sole su l'orizzonte, e l'efficacia dei venti marittimi; e allo sparir delle nevi accatastate forse in dieci strati l'una su l'altra, compariva la fresca verdura; spettacolo veramente bizzarro, e che mi sarebbe riuscito poetico se avessi saputo far versi.



CAPITOLO NONO
Proseguimento di viaggi. Russia, Prussia di bel nuovo, Spa, Olanda e Inghilterra.

Io sempre incalzato dalla smania dell'andare, bench mi trovassi assai bene in Stockolm, volli partirne verso il mezzo maggio per la Finlandia alla volta di Pietroborgo. Nel fin d'aprile aveva fatto un giretto sino ad Upsala, famosa universit, e cammin facendo aveva visitate alcune cave del ferro, dove vidi varie cose curiosissime; ma avendole poco osservate, e molto meno notate, fu come se non le avessi mai vedute. Giunto a Grisselhamna, porticello della Svezia su la spiaggia orientale, posto a rimpetto dell'entrata del golfo di Botnia, trovai da capo l'inverno, dietro cui pareva ch'io avessi appostato di correre. Era gelato gran parte di mare, e il tragitto dal continente nella prima isoletta (che per cinque isolette si varca quest'entratura del suddetto golfo) attesa l'immobilit totale dell'acque, riusciva per allora impossibile ad ogni specie di barca. Mi convenne dunque aspettare in quel tristo luogo tre giorni, finch spirando altri venti cominci quella densissima crostona a screpolarsi qua e l, e far crich, come dice il poeta nostro, quindi a poco a poco a disgiungersi in tavoloni galleggianti, che alcuna viuzza pure dischiudevano a chi si fosse arrischiato d'intromettervi una barcuccia. Ed in fatti il giorno dopo approd a Grisselhamna un pescatore venente in un battelletto da quella prima isola a cui doveva approdar io, la prima; e disseci il pescatore che si passerebbe, ma con qualche stento. Io subito volli tentare, bench avendo una barca assai pi spaziosa di quella peschereccia, poich in essa vi trasportava la carrozza, l'ostacolo veniva ad essere maggiore; ma per era assai minore il pericolo, poich ai colpi di quei massi nuotanti di ghiaccio dovea pi robustamente far fronte un legno grosso che non un piccolo. E cos per l'appunto accadde. Quelle tante galleggianti isolette rendevano stranissimo l'aspetto di quell'orrido mare che parea piuttosto una terra scompaginata e disciolta, che non un volume di acque; ma il vento essendo, la Dio merc, tenuissimo, le percosse di quei tavoloni nella mia barca riuscivano piuttosto carezze che urti; tuttavia la loro gran copia e mobilit spesso li facea da parti opposte incontrarsi davanti alla mia prora, e combaciandosi, tosto ne impedivano il solco; e subito altri ed altri vi concorreano, ed ammontandosi facean cenno di rimandarmi nel continente. Rimedio efficace ed unico, veniva allora ad essere l'ascia, castigatrice d'ogni insolente. Pi d'una volta i marinai miei, ed anche io stesso scendemmo dalla barca sovra quei massi, e con delle scuri si andavano partendo, e staccando dalle pareti del legno, tanto che desser luogo ai remi e alla prora; poi risaltati noi dentro coll'impulso della risorta nave, si andavano cacciando dalla via quegli insistenti accompagnatori; e in tal modo si navig il tragitto primo di sette miglia svezzesi in dieci e pi ore. La novit di un tal viaggio mi divert moltissimo; ma forse troppo fastidiosamente sminuzzandolo io nel raccontarlo, non avr egualmente divertito il lettore. La descrizione di cosa insolita per gl'italiani, mi vi ha indotto. Fatto in tal guisa il primo tragitto, gli altri sei passi molto pi brevi, ed oltre ci oramai fatti pi liberi dai ghiacci, riuscirono assai pi facili. Nella sua salvatica ruvidezza quello  un dei paesi d'Europa che mi siano andati pi a genio, e destate pi idee fantastiche, malinconiche, ed anche grandiose, per un certo vasto indefinibile silenzio che regna in quell'atmosfera, ove ti parrebbe quasi esser fuor del globo.
Sbarcato per l'ultima volta in Abo, capitale della Finlandia svezzese, continuai per ottime strade e con velocissimi cavalli il mio viaggio sino a Pietroborgo, dove giunsi verso gli ultimi di maggio; e non saprei dire se di giorno vi giungessi o di notte; perch sendo in quella stagione annullate quasi le tenebre della notte in quel clima tanto boreale, e ritrovandomi assai stanco del non aver per pi notti riposato se non se disagiatamente in carrozza, mi si era talmente confuso il capo, ed entrata una tal noia del veder sempre quella trista luce, ch'io non sapea pi n qual d della settimana, n qual ora del giorno, n in qual parte del mondo mi fossi in quel punto; tanto pi che i costumi, abiti, e barbe dei moscoviti mi rappresentavano assai pi tartari che non europei.
Io aveva letta la storia di Pietro il Grande nel Voltaire; mi era trovato nell'Accademia di Torino con vari moscoviti, ed avea udito magnificare assai quella nascente nazione. Onde, queste cose tutte, ingrandite poi anche dalla mia fantasia che sempre mi andava accattando nuovi disinganni, mi tenevano al mio arrivo in Pietroborgo in una certa straordinaria palpitazione dell'aspettativa. Ma, oim, che appena io posi il piede in quell'asiatico accampamento di allineate trabacche, ricordatomi allora di Roma, di Genova, di Venezia, e di Firenze mi posi a ridere. E da quant'altro poi ho visto in quel paese, ho sempre pi ricevuto la conferma di quella prima impressione; e ne ho riportato la preziosa notizia ch'egli non meritava d'esser visto. E tanto mi vi and a contragenio ogni cosa (fuorch le barbe e i cavalli), che in quasi sei settimane ch'io stetti fra quei barbari mascherati da europei, ch'io non vi volli conoscere chicchessia, neppure rivedervi due o tre giovani dei primi del paese, con cui era stato in Accademia a Torino, e neppure mi volli far presentare a quella famosa autocratrice Caterina Seconda; ed infine neppure vidi materialmente il viso di codesta regnante, che tanto ha stancata a' giorni nostri la fama. Esaminatomi poi dopo, per ritrovare il vero perch di una cos inutilmente selvaggia condotta, mi son ben convinto in me stesso che ci fu una mera intolleranza di inflessibil carattere, ed un odio purissimo della tirannide in astratto, appiccicato poi sopra una persona giustamente tacciata del pi orrendo delitto, la mandataria e proditoria uccisione dell'inerme marito. E mi ricordava benissimo di aver udito narrare, che tra i molti pretesti addotti dai difensori di un tal delitto, si adduceva anche questo: che Caterina Seconda nel subentrare all'impero, voleva, oltre i tanti altri danni fatti dal marito allo stato, risarcire anche in parte i diritti dell'umanit lesa s crudelmente dalla schiavit universale e totale del popolo in Russia, col dare una giusta costituzione. Ora, trovandoli io in una servit cos intera dopo cinque o sei anni di regno di codesta Clitennestra filosofessa; e vedendo la maladetta gena soldatesca sedersi sul trono di Pietroborgo pi forse ancora che su quel di Berlino; questa fu senza dubbio la ragione che mi fe' pur tanto dispregiare quei popoli, e s furiosamente abborrirne gli scellerati reggitori. Spiaciutami dunque ogni moscoviteria, non volli altrimenti portarmi a Mosca, come avea disegnato di fare, e mi sapea mill'anni di rientrare in Europa. Partii nel finir di giugno, alla volta di Riga per Narva, e Rewel; nei di cui piani arenosi ignudi ed orribili scontai largamente i diletti che mi aveano dati le epiche selve immense della Svezia scoscesa. Proseguii per Konisberga e Danzica; questa citt, fin allora libera e ricca, in quell'anno per l'appunto cominciava ad essere straziata dal mal vicino despota prussiano, che gi vi avea intrusi a viva forza i suoi vili sgherri. Onde io bestemmiando e Russi e Prussi, e quanti altri sotto mentita faccia di uomini si lasciano pi che bruti malmenare in tal guisa dai loro tiranni; e sforzatamente seminando il mio nome, et, qualit, e carattere, ed intenzioni (che tutte queste cose in ogni villaggiuzzo ti son domandate da un sergente all'entrare, al trapassare, allo stare, e all'uscire), mi ritrovai finalmente esser giunto una seconda volta in Berlino, dopo circa un mese di viaggio, il pi spiacevole, tedioso e oppressivo di quanti mai se ne possano fare; inclusive lo scendere all'Orco, che pi buio e sgradito ed inospito non pu esser mai. Passando per Zorendorff, visitai il campo di battaglia tra' russi e prussiani, dove tante migliaia dell'uno e dell'altro armento rimasero liberate dal loro giogo lasciandovi l'ossa. Le fosse sepolcrali vastissime, vi erano manifestamente accennate dalla folta e verdissima bellezza del grano, il quale nel rimanente terreno arido per s stesso ed ingrato vi era cresciuto e misero e rado. Dovei fare allora una trista, ma pur troppo certa riflessione; che gli schiavi son veramente nati a far concio. Tutte queste prussianerie mi faceano sempre pi e conoscere e desiderare la beata Inghilterra.
Mi sgabellai dunque in tre giorni di questa mia berlinata seconda, n per altra ragione mi vi trattenni che per riposarmivi un poco di un s disagiato viaggio. Partii sul finir di luglio per Magdebourg, Brunswich, Gottinga, Cassel, e Francfort. Nell'entrare in Gottinga, citt come tutti sanno di Universit fioritissima, mi abbattei in un asinello, ch'io moltissimo festeggiai per non averne pi visti da circa un anno dacch m'era ingolfato nel settentrione estremo dove quell'animale non pu n generare, n campare. Di codesto incontro di un asino italiano con un asinello tedesco in una cos famosa Universit, ne avrei fatto allora una qualche lieta e bizzarra poesia, se la lingua e la penna avessero in me potuto servire alla mente, ma la mia impotenza scrittoria era ogni d pi assoluta. Mi contentai dunque di fantasticarvi su fra me stesso, e passai cos festevolissima giornata soletto sempre, con me e il mio asino. E le giornate festive per me eran rare, passandomele io di continuo solo solissimo, per lo pi anche senza leggere n far nulla, e senza mai schiuder bocca.
Stufo oramai di ogni qualunque tedescheria, lasciai dopo due giorni Francfort, e avviatomi verso Magonza, mi v'imbarcai sopra il Reno, e disceso con quell'epico fiumone sino a Colonia, un qualche diletto lo ebbi navigando fra quelle amenissime sponde. Di Colonia per Aquisgrana ritornai a Spa, dove due anni prima avea passato qualche settimane, e quel luogo mi avea sempre lasciato un qualche desiderio di rivederlo a cuor libero; parendomi quella essere una vita adattata al mio umore, perch riunisce rumore e solitudine, onde vi si pu stare inosservato ed ignoto infra le pubbliche veglie e festini. Ed in fatti talmente mi vi compiacqui, che ci stetti sin quasi al fin di settembre dal mezzo agosto; spazio lunghissimo di tempo per me che in nessun luogo mi potea posar mai. Comprai due cavalli da un irlandese, dei quali l'uno era di non comune bellezza, e vi posi veramente il cuore. Onde cavalcando mattina e giorno e sera, pranzando in compagnia di otto o dieci altri forestieri d'ogni paese, e vedendo seralmente ballare gentili donne e donzelle, io passava (o per dir meglio logorava) il mio tempo benissimo. Ma guastatasi la stagione, ed i pi dei bagnanti cominciando ad andarsene, partii anch'io e volli ritornare in Olanda per rivedervi l'amico D'Acunha, e ben certo di non rivedervi la gi tanto amata donna, la quale sapeva non essere pi all'Haia, ma da pi d'un anno essere stabilita con marito in Parigi. Non mi potendo staccare dai miei due ottimi cavalli, avviai innanzi Elia con il legno, ed io, parte a piedi parte a cavallo, mi avviai verso Liegi. In codesta citt, presentandomisi l'occasione di un ministro di Francia mio conoscente, mi lasciai da esso introdurre al principe vescovo di Liegi, per condiscendenza e stranezza; ch se non avea veduta la famosa Caterina Seconda, avessi almeno vista la corte del principe di Liegi. E nel soggiorno di Spa era anche stato introdotto ad un altro principe ecclesiastico, assai pi microscopico ancora, l'abate di Stavel nell'Ardenna. Lo stesso ministro di Francia a Liegi mi avea presentato alla corte di Stavel, dove allegrissimamente si pranz, ed anche assai bene. E meno mi ripugnavano le corti del pastorale che quelle dello schioppo e tamburo, perch di questi due flagelli degli uomini non se ne pu mai rider veramente di cuore. Di Liegi proseguii in compagnia de' miei cavalli a Brusselles, Anversa, e varcato il passo del Mordick, a Roterdamo, ed all'Haia. L'amico, col quale io sempre avea carteggiato dappoi, mi ricev a braccia aperte; e trovandomi un pocolin migliorato di senno egli sempre pi mi and assistendo de' suoi amorevoli, caldi e luminosi consigli. Stetti con esso circa due mesi, ma poi infiammato come io era della smania di riveder l'Inghilterra, e stringendo anche la stagione, ci separammo verso il fin di novembre. Per la stessa via fatta da me due e pi anni prima giunsi, felicemente sbarcato in Harwich in pochi giorni a Londra. Ci ritrovai quasi tutti quei pochi amici che io avea praticati nel primo viaggio; tra i quali il principe di Masserano ambasciator di Spagna, ed il marchese Caraccioli ministro di Napoli, uomo di alto sagace e faceto ingegno. Queste due persone mi furono pi che padre in amore nel secondo soggiorno ch'io feci in Londra di circa sette mesi, nel quale mi trovai in alcuni frangenti straordinari e scabrosi, come si vedr.



CAPITOLO DECIMO
Secondo fierissimo intoppo amoroso a Londra.

Fin dal primo mio viaggio erami in Londra andata sommamente a genio una bellissima signora delle primarie, la di cui immagine tacitamente forse nel cuore mio introdottasi mi avea fatto in gran parte trovare s bello e piacevole quel paese, ed anche accresciutami ora la voglia di rivederlo. Con tutto ci, ancorch quella bellezza mi si fosse mostrata fin d'allora piuttosto benigna, la mia ritrosa e selvaggia indole mi avea preservato dai di lei lacci. Ma in questo ritorno, ingentilitomi io d'alquanto, ed essendo in et pi suscettibil d'amore, e non abbastanza rinsavito dal primo accesso di quell'infausto morbo, che s male mi era riuscito nell'Haia, caddi allora in quest'altra rete, e con s indicibil furore mi appassionai, che ancora rabbrividisco, pensandovi adesso che lo sto descrivendo nel primo gelo del nono mio lustro. Mi si presentava spessissimo l'occasione di veder quella bella inglese, massimamente in casa del principe di Masserano, con la di cui moglie essa era compagna di palco al Teatro dell'Opera Italiana. Non la vedeva in casa sua, perch allora le dame inglesi non usavano ricevere visite, e principalmente di forestieri. Oltre ci, il marito ne era gelosissimo, per quanto il possa e sappia essere un oltramontano. Questi ostacoletti vieppi mi accendevano; onde io ogni mattina ora all'Hydepark, ora in qualche altro passeggio mi incontrava con essa; ogni sera in quelle affollate veglie, o al teatro, la vedea parimente; e la cosa si andava sempre pi ristringendo. E venne finalmente a tale, che io, felicissimo dell'essere o credermi riamato, mi teneva pure infelicissimo, ed era dal non vedere modo con cui si potesse con securit continuare gran tempo quella pratica. Passavano, volavano i giorni; inoltratasi la primavera, il fin di giugno al pi al pi era il termine, in cui, attesa la partenza per la campagna dove ella solea stare sette e pi mesi, diveniva assolutamente impossibile il vederla n punto n poco. Io quindi vedeva arrivare quel giugno come l'ultimo termine indubitalmente della mia vita; non ammettendo io mai nel mio cuore, n nella mente mia inferma, la possibilit fisica di sopravvivere a un tale distacco, sendosi in tanto pi lungo spazio di tempo rinforzata questa mia seconda passione tanto superiormente alla prima. In questo funesto pensiere del dover senza dubbio perire quando la dovrei lasciare, mi si era talmente inferocito l'animo, ch'io non procedeva in quella mia pratica altrimenti che come chi non ha oramai pi nulla che perdere. Ed a ci contribuiva parimente non poco il carattere dell'amata donna, la quale pareva non gustar punto n intendere i partiti di mezzo. Essendo le cose in tal termine, e raddoppiandosi ogni giorno le imprudenze s mie che sue, il di lei marito avvistosene gi da qualche tempo avea pi volte accennato di volermene fare un qualche risentimento; ed io nessun'altra cosa al mondo bramava quanto questa, poich dal solo uscir esso dei gangheri potea nascere per me o alcuna via di salvamento, ovvero una total perdizione. In tale orribile stato io vissi circa cinque mesi, finch finalmente scoppi la bomba nel modo seguente. Pi volte gi in diverse ore del giorno con grave rischio d'ambedue noi io era stato da essa stessa introdotto in casa; inosservato sempre, attesa la piccolezza delle case di Londra, e il tenersi le porte chiuse, e la servit stare per lo pi nel piano sotterraneo, il che d campo di aprirsi la porta di strada da chi  dentro, e facilmente introdursi l'estraneo ad una qualche camera terrena contigua immediatamente alla porta. Quindi quelle mie introduzioni di contrabbando erano tutte francamente riuscite; tanto pi ch'era in ore ove il marito era fuor di casa, e per lo pi la gente di servizio a mangiare. Questo prospero esito ci inanim a tentare maggiori rischi. Onde, venuto il maggio, avendola il marito condotta in una villa vicina, sedici miglia di Londra, per starci otto o dieci giorni e non pi, subito si appunt il giorno e l'ora in cui parimente nella villa verrei introdotto di furto; e si colse il giorno d'una rivista delle truppe a cui il marito, essendo uffiziale delle guardie, dovea intervenir senza fallo, e dormire in Londra. Io dunque mi ci avviai quella sera stessa soletto, a cavallo; ed avendo avuto da essa l'esatta topografia del luogo, lasciato il mio cavallo ad un'osteria distante circa un miglio dalla villa, proseguii a piedi, sendo gi notte, fino alla porticella del parco, di dove introdotto da essa stessa passai nella casa, non essendo, o credendomi tuttavia non essere, stato osservato da chi che fosse. Ma cotali visite erano zolfo sul fuoco, e nulla ci bastava se non ci assicurava del sempre. Si presero dunque alcune misure per replicare e spesseggiar quelle gite, finch durasse la villeggiatura breve, disperatissimi poi se si pensava alla villeggiatura imminente e lunghissima che ci sovrastava. Ritornato io la mattina dopo in Londra, fremeva e impazziva pensando che altri due giorni dovrei stare senza vederla, e annoverava l'ore e i momenti. Io viveva in un continuo delirio, inesprimibile quanto incredibile da chi provato non l'abbia, e pochi certamente l'avranno provato a un tal segno. Non ritrovava mai pace se non se andando sempre, e senza saper dove; ma appena quetatomi o per riposarmi, o per nutrirmi, o per tentar di dormire, tosto con grida ed urli orribili era costretto di ribalzare in piedi, e come un forsennato mi dibatteva almeno per la camera, se l'ora non permetteva di uscire. Aveva pi cavalli, e tra gli altri quel bellissimo comprato a Spa, e fatto poi trasportare in Inghilterra. E su quello io andava facendo le pi pazze cose, da atterrire i pi temerari cavalcatori di quel paese, saltando le pi alte e larghe siepi di slancio, e fossi stralarghi, e barriere quante mi si affacciavano. Una di quelle mattine intermedie tra una e l'altra mia gita in quella sospirata villa, cavalcando io col marchese Caraccioli, volli fargli vedere quanto bene saltava quel mio stupendo cavallo, e adocchiata una delle pi alte barriere che separava un vasto prato dalla pubblica strada, ve lo cacciai di carriera; ma essendo io mezzo alienato, e poco badando a dare in tempo i debiti aiuti e la mano al cavallo, egli tocc coi pi davanti la sbarra, ed entrambi in un fascio precipitati sul prato, ribalz egli primo in piedi, io poi; n mi parve di essermi fatto male alcuno. Del resto il mio pazzo amore mi aveva quadruplicato il coraggio, e pareva ch'io a bella posta mendicassi ogni occasione di rompermi il collo. Onde, per quanto il Caraccioli, rimasto su la strada di l dalla mal per me saltata barriera, gridassemi di non far altro, e di andar cercar l'uscita naturale del prato per riunirmi a lui, io che poco sapeva quel che mi facessi, correndo dietro il cavallo che accennava di voler fuggire pel prato, ne afferrai in tempo le redini, e saltatovi su di bel nuovo, lo rispinsi spronando contro la stessa barriera, e ristorando egli ampiamente il mio onore ed il suo la pass di volo. La giovenile superbia mia non god lungamente di quel trionfo, che dopo fatti alcuni passi adagino, freddandomisi a poco a poco la mente e il corpo, cominciai a provare un fiero dolore nella sinistra spalla, che era in fatti slogata, e rotto un ossuccio che collega la punta di essa col collo. Il dolore andava crescendo, e le poche miglia che mi trovava esser distante da casa mi parvero fieramente lunghe prima di ricondurmivi a cavallo ad oncia ad oncia. Venuto il chirurgo, e straziatomi per assai tempo, disse di aver riallogato ogni cosa, e fasciatomi, ordin ch'io stessi in letto. Chi intende d'amore si rappresenti le mie smanie e furore nel vedermi io cos inchiodato in un letto, la vigilia per l'appunto di quel beato giorno ch'era prefisso alla mia seconda gita in villa. La slogatura del braccio era accaduta nella mattina del sabato; pazientai per quel giorno, e la domenica, sino verso la sera, onde quel poco di riposo mi rend alcuna forza nel braccio, e pi ardire nell'animo. Onde verso le ore sei del giorno mi volli a ogni conto alzare, e per quanto mi dicesse il mio semiaio Elia, entrai alla meglio in un carrozzino di posta soletto, e mi avviai verso il mio destino. Il cavalcare mi si era fatto impossibile atteso il dolore del braccio, e l'impedimento della stringatissima fasciatura, onde non dovendo n potendo arrivare sino alla villa in quel carrozzino col postiglione, mi determinai di lasciare il legno alla distanza di circa due miglia, e feci il rimanente della strada a piedi con l'un braccio impedito, e l'altro sotto il pastrano con la spada impugnata, andando solo di notte in casa d'altri, non come amico. La scossa del legno mi avea frattanto rinnovato e raddoppiato il dolore della spalla, e scompostami la fasciatura a tal segno che la spalla in fatti non si riallog poi in appresso mai pi. Pareami pur tuttavia di essere il pi felice uomo del mondo avvicinandomi al sospirato oggetto. Arrivai finalmente, e con non poco stento (non avendo l'aiuto di chicchessia, poich dei confidenti non v'era) pervenni pure ad accavalciare gli stecconi del parco per introdurmivi, poich la porticella che la prima volta ritrovai socchiusa, in quella seconda mi riusc inapribile. Il marito, al solito per cagione della rivista dell'indomani luned, era ito anche quella sera a dormire in Londra. Pervenni dunque alla casa, trovai chi mi vi aspettava, e senza molto riflettere n essa n io all'accidente dell'essersi ritrovata chiusa la porticella ch'essa pure avea gi pi ore prima aperta da s, mi vi trattenni fino all'alba nascente. Uscitone poi nello stesso modo, e tenendo per fermo di non essere stato veduto da anima vivente, per la stessa via fino al mio legno, e poi salito in esso mi ricondussi in Londra verso le sette della mattina assai mal concio fra i due cocentissimi dolori dell'averla lasciata e di trovarmi assai peggiorata la spalla. Ma lo stato dell'animo mio era s pazzo e frenetico, ch'io nulla curava qualunque cosa potesse accadere, prevedendole pure tutte. Mi feci dal chirurgo ristringere di nuovo la fasciatura senza altrimenti toccare al riallogamento o slogamento che fosse. E marted sera trovatomi alquanto meglio, non volli neppur pi stare in casa, e andai al Teatro Italiano nel solito palco del principe di Masserano, che vi era con la sua moglie, e che credendomi mezzo stroppio ed in letto, molto si maravigliarono di vedermi col solo braccio al collo.
Frattanto io me ne stava in apparenza tranquillo, ascoltando la musica, che mille tempeste terribili mi rinnovava nel cuore; ma il mio viso era, come suol essere, di vero marmo. Quand'ecco ad un tratto io sentiva, o pareami, pronunziato il mio nome da qualcuno, che sembrava contrastare con un altro alla porta del chiuso palco. Io, per un semplice moto machinale, balzo alla porta, l'apro, e richiudola dietro di me in un attimo, e agli occhi mi si presenta il marito della mia donna, che stava aspettando che di fuori gli venisse aperto il palco chiuso a chiave da quegli usati custodi dei palchi, che nei teatri inglesi si trattengono a tal effetto nei corridoi. Io gi pi e pi volte mi era aspettato a quest'incontro, e non potendolo onoratamente provocare io primo, l'avea pure desiderato pi che ogni cosa al mondo. Presentatomi dunque in un baleno fuori del palco, le parole furon queste brevissime, "Eccomi qua" gridai io. "Chi mi cerca?" "Io," mi rispos'egli, "la cerco, che ho qualche cosa da dirle." "Usciamo," io replico; "sono ad udirla." N altro aggiungendovi, uscimmo immediatamente dal teatro. Erano circa le ore ventitr e mezzo d'Italia; nei lunghissimi giorni di maggio cominciando in Londra i teatri verso le ventidue. Dal Teatro dell'Haymarket per un assai buon tratto di strada andavamo al Parco di San Giacomo, dove per un cancello si entra in un vasto prato, chiamato GreenPark. Quivi, gi quasi annottando, in un cantuccio appartato si sguain senza dir altro le spade. Era allor d'uso il portarla anch'essendo infrack, onde io mi era trovato d'averla, ed egli appena tornato di villa era corso da uno spadaio a provvedersela. A mezzo la via di Pallmall che ci guidava al Parco San Giacomo, egli due o tre volte mi and rimproverando ch'io era stato pi volte in casa sua di nascosto, ed interrogavami del come. Ma io, malgrado la frenesia che mi dominava, presentissimo a me, e sentendo nell'intimo del cuor mio quanto fosse giusto e sacrosanto lo sdegno dell'avversario, null'altro mai mi veniva fatto di rispondere, se non se: "Non  vera tal cosa; ma quand'ella pure la crede son qui per dargliene buon conto". Ed egli ricominciava ad affermarlo, e massimamente di quella mia ultima gita in villa egli ne sminuzzava s bene ogni particolarit, ch'io rispondendo sempre, "Non  vero", vedea pure benissimo ch'egli era informato a puntino di tutto. Finalmente egli terminava col dirmi: "A che vuol ella negarmi quanto mi ha confessato e narrato la stessa mia moglie?". Strasecolai di un s fatto discorso, e risposi (bench feci male, e me ne pentii poi dopo): "Quand'ella il confessi, non lo negher io". Ma queste parole articolai, perch oramai era stufo di stare s lungamente sul negare una cosa patente e verissima; parte che troppo mi ripugnava in faccia ad un nemico offeso da me; ma pure violentandomi, lo faceva per salvare, se era possibile, la donna. Questo era stato il discorso tra noi prima di arrivar sul luogo ch'io accennai. Ma allorch nell'atto di sguainar la spada, egli osserv ch'io aveva il manco braccio sospeso al collo, egli ebbe la generosit di domandarmi se questo non m'impedirebbe di battermi. Risposi ringraziandolo, ch'io sperava di no, e subito lo attaccai. Io sempre sono stato un pessimo schermidore; mi ci buttai dunque fuori d'ogni regola d'arte come un disperato; e a dir vero io non cercava altro che di farmi ammazzare. Poco saprei descrivere quel ch'io mi facessi, ma convien pure che assai gagliardamente lo investissi, poich io al principiare mi trovava aver il sole, che stava per tramontare, direttamente negli occhi a segno che quasi non ci vedeva; e in forse sette o otto minuti di tempo io mi era talmente spinto innanzi ed egli ritrattosi e nel ritrarsi descritta una curva s fatta, ch'io mi ritrovai col sole direttamente alle spalle. Cos, martellando gran tempo, io sempre portandogli colpi, ed egli sempre ribattendoli, giudico che egli non mi uccise perch non volle, e ch'io non lo uccisi perch non seppi. Finalmente egli nel parare una botta, me ne allung un'altra e mi colse nel braccio destro tra l'impugnatura ed il gomito, e tosto avvisommi ch'io era ferito; io non me n'era punto avvisto, n la ferita era in fatti gran cosa. Allora abbassando egli primo la punta in terra, mi disse ch'egli era soddisfatto, e domandavami se lo era anch'io. Risposi, che io non era l'offeso, e che la cosa era in lui. Ringuain egli allora, ed io pure. Tosto egli se n'and; ed io, rimasto un altro poco sul luogo voleva appurare cosa fosse quella mia ferita; ma osservando l'abito essere, squarciato per lo lungo, e non sentendo gran dolore, n sentendomi sgocciolare gran sangue la giudicai una scalfittura pi che una piaga. Del resto non mi potendo aiutare del braccio sinistro, non sarebbe stato possibile di cavarmi l'abito da me solo. Aiutandomi dunque co' denti mi contentai di avvoltolarmi alla peggio un fazzoletto e annodarlo sul braccio destro per diminuire cos la perdita del sangue. Quindi uscito dal parco, per la stessa strada di Palmall, e ripassando davanti al Teatro, di donde era uscito tre quarti d'ora innanzi, ed al lume di alcune botteghe avendo veduto che non era insanguinato n l'abito, n le mani, scioltomi co' denti il fazzoletto dal braccio e non provatone pi dolore, mi venne la pazza voglia puerile di rientrare al Teatro, e nel palco donde avea preso le mosse. Tosto entrando fui interrogato dal principe di Masserano, perch io mi fossi scagliato cos pazzamente fuori del suo palco, e dove fossi stato. Vedendo che non aveano udito nulla del breve diverbio seguito fuori del loro palco, dissi che mi era sovvenuto a un tratto di dover parlar con qualcuno, e che perci era uscito cos: n altro dissi. Ma per quanto mi volessi far forza, il mio animo trovavasi pure in una estrema agitazione, pensando qual potesse essere il seguito di un tal affare, e tutti i danni che stavano per accadere all'amata mia donna. Onde dopo un quarticello me n'andai, non sapendo quel che farei di me. Uscito dal Teatro mi venne in pensiero (gi che quella ferita non m'impediva di camminare) di portarmi in casa d'una cognata della mia donna, la quale ci secondava, e in casa di cui ci eramo anche veduti qualche volta.
Opportunissimo riusc quel mio accidentale pensiero, poich entrando in camera di quella signora il primo oggetto che mi si present agli occhi, fu la stessa stessissima donna mia. Ad una vista s, inaspettata, ed in tanto e s diverso tumulto di affetti, io m'ebbi quasi a svenire. Tosto ebbi da lei pienissimo schiarimento del fatto, come pareva dover essere stato; ma non come egli era in effetto; che la verit poi mi era dal mio destino riserbata a sapersi per tutt'altro mezzo. Ella dunque mi disse, che il marito sin dal primo mio viaggio in villa n'avea avuta la certezza, dalla persona in fuori; avendo egli saputo soltanto che qualcun c'era stato, ma nessuno mi avea conosciuto. Egli avea appurato, che era stato lasciato un cavallo tutta la notte in tale albergo, tal giorno, e ripigliato poi in tal ora da persona che largamente avea pagato, n articolato una sola parola. Perci all'occasione di questa seconda rivista, avea segretamente appostato alcun suo familiare perch vegliasse, spiasse, ed a puntino poi luned sera al suo ritorno gli desse buon conto d'ogni cosa. Egli era partito la domenica il giorno, per Londra; ed io come dissi, la domenica al tardi di Londra per la villa sua, dove era giunto a piedi su l'imbrunire. La spia (o uno o pi ch'ei si fossero), mi vide traversare il cimitero del luogo, accostarmi alla porticella del parco, e non potendola aprire, accavalciarne gli stecconi di cinta. Cos poi m'avea visto uscire su l'alba, ed avviarmi a piedi su la strada maestra verso Londra. Nessuno si era attentato n di mostrarmisi pure, non che di dirmi nulla; forse perch vedendomi venire in aria risoluta con la spada sotto il braccio, e non ci avendo essi interesse proprio, gli spassionati non si pareggiando mai cogli innamorati, pensarono esser meglio di lasciarmi andare a buon viaggio. Ma certo si , che se all'entrare o all'uscire a quel modo ladronesco dal parco, mi avessero voluto in due o tre arrestare, la cosa si riducea per me a mal partito; poich se tentava fuggire, avea aspetto di ladro, se attaccarli o difendermi, aveva aspetto di assassino: ed in me stesso io era ben risoluto di non mi lasciar prender vivo. Onde bisognava subito menar la spada, ed in quel paese di savie e non mai deluse leggi queste cose hanno immancabilmente severissimo gastigo. Inorridisco anche adesso, scrivendolo: ma punto non titubava io nell'atto d'espormivi. Il marito dunque nel ritornare il luned giorno in villa, gi dallo stesso mio postiglione, che alle due miglia di l mi avea aspettato tutta notte, gli venne raccontato il fatto come cosa insolita, e dal ritratto che gli avea fatto di mia statura, forme, e capelli, egli mi avea benissimo riconosciuto. Giunto poi a casa sua, ed avuto il referto della sua gente, ottenne al fine la tanto desiderata certezza dei danni suoi.
Ma qui, nel descrivere gli effetti stranissimi di una gelosia inglese, la gelosia italiana si vede costretta di ridere, cotanto son diverse le passioni nei diversi caratteri e climi, e massime sotto diversissime leggi. Ogni lettore italiano qui sta aspettando pugnali, veleni, battiture, o almeno carcerazion della moglie, e simili ben giuste smanie. Nulla di questo. L'inglese marito, ancorch assaissimo al modo suo adorasse la moglie, non perd il tempo in invettive, in minacce, in querele. Subito la raffront con quei testimoni di vista, che facilmente la convinsero del fatto innegabile. Venuta la mattina del marted, il marito non cel alla moglie, ch'egli gi da quel punto non la tenea pi per sua, e che ben tosto il divorzio legittimo lo libererebbe di lei. Aggiunse, che non gli bastando il divorzio, voleva anche che io scontassi amaramente l'oltraggio fattogli; ch'egli in quel giorno ripartirebbe per Londra, dove mi troverebbe senz'altro. Allora essa immediatamente per mezzo di un qualche suo affidato mi avea segretamente scritto, e spedito l'avviso di quanto seguiva. Il messaggiere, largamente pagato, avea quasi che ammazzato il cavallo venendo a tutt'andare in meno di du' ore a Londra, e certamente vi giunse forse un'ora prima che non giungesse il marito. Ma per mia somma fortuna, non avendomi pi trovato in casa n il messaggiero, n il marito, io non fui avvisato di nulla, ed il marito vedendomi uscito, s'immagin ed indovin ch'io fossi al Teatro Italiano; e l, come io narrai, mi trov. La fortuna in quest'accidente mi fece due sommi benefici: che io non mi fossi slogato il braccio destro in vece del manco; e ch'io non ricevessi quella lettera dell'amata donna, se non se dopo l'incontro. Non so se non avrei in qualche parte forse operato men bene, ove l'una di queste due cose mi fosse accaduta. Ma intanto, partito appena il marito per Londra, per altra via era anche partita la moglie, e venuta direttamente a Londra in casa di quella sua cognata, che non molto lontana abitava dalla casa del suo marito; quivi gi avea saputo che il marito meno d'un'ora prima era tornato a casa in un fiacre; dal quale slanciatosi dentro si era chiuso in camera, senza voler n vedere n favellare con chi che si fosse di casa. Onde essa tenea per fermo ch'egli mi avesse contrato ed ucciso. Tutta questa narrazione a pezzi e bocconi mi veniva fatta da lei; interrotta, come si pu credere, dall'immensa agitazione dei s diversi affetti che ambedue ci travagliavano. Ma per allora per, il fine di tutto questo schiarimento scioglievasi in una felicit per noi inaspettata e quasi incredibile; poich, atteso l'imminente inevitabil divorzio, io mi trovava nell'impegno (e null'altro bramava) di sottentrare ai lacci coniugali ch'ella stava per rompere. Ebro di un tal pensiero, quasi non mi ricordava pi punto della mia ferituccia; ma in somma poi, alcune ore dopo, visitatomi il braccio in presenza dell'amata donna, si trov la pelle scalfitta in lungo, e molto sangue raggrumato nei pieghi della camicia, senz'altro danno. Medicato il braccio, ebbi la giovenile curiosit di visitare anche la mia spada, e la trovai, dalle gran ribattiture di colpi fatte dall'avversario, ridotta dai due terzi in gi della lama a guisa d'una sega addentellatissima; e la conservai poi quasi trofeo per pi anni in appresso. Separatomi finalmente in quella notte del marted assai inoltrata dalla mia donna, non volli tornare a casa mia senza passare dal marchese Caraccioli, per informarlo d'ogni cosa. Ed egli pure, dal modo in cui avea saputo il fatto in confuso, mi tenea fermamente per ucciso, e che fossi rimasto nel parco, che verso la mezz'ora di notte suol chiudersi. Come risuscitato dunque mi accolse, ed abbracci caldamente, ed in vari discorsi si passarono ancora forse du' altre ore pi della notte; talch arrivai a casa quasi al giorno. Corcatomi dopo tante e s strane peripezie d'un sol giorno, non ho dormito mai d'un sonno pi tenace e pi dolce.



CAPITOLO UNDECIMO
Disinganno orribile.

Ecco intanto a puntino come erano veramente accadute le cose del giorno dianzi. Il fidato mio Elia, avendo veduto arrivare quel messaggiero col cavallo fradicio di sudore e trafelatissimo, e che tanto e poi tanto gli avea raccomandato di farmi avere immediatamente quella lettera, era subito uscito per rintracciarmi; e cercatomi prima dal principe di Masserano dove mi credeva esser ito, poi dal Caraccioli, che abitavano a pi miglia di distanza, avea cos consumato pi ore; finalmente riaccostandosi verso casa mia che era in Suffolk street, vicinissima all'Haymarket dov' il Teatro dell'Opera Italiana, gli venne in capo di veder se io ci fossi; bench non lo credesse, atteso che avea tuttora il braccio slogato fasciato al collo. Appena entrato egli al teatro, e chiesto di me a que' custodi dei palchi che benissimo mi conoscevano, gli fu detto che un dieci minuti prima era uscito con tal persona, che era venuta a cercarmi espressamente nel palco dov'io era. Elia sapeva benissimo (bench non lo sapesse da me) quel mio disperato amore; onde udito appena il nome della persona che mi era venuta cercare, e combinato la lettera di donde veniva, subito entr in chiaro di ogni cosa. Allora Elia, sapendo benissimo quanto mal destro spadaccino io mi fossi, ed inoltre vedendomi impedito il braccio sinistro, mi reput anch'egli certamente per un uomo morto; e subito corse al Parco San Giacomo, ma non essendosi rivolto verso il Greenpark, non ci rinvenne; intanto annott; ed egli fu costretto di uscir del parco, come ogni altra persona. Non sapendo che si fare per venir in chiaro della mia sorte, si avvi verso la casa del marito, credendo quivi poter raccapezzare qualcosa; e forse avendo egli azzeccato cavalli migliori al suo fiacre, che non erano stati quelli del marito; o che questi forse in quel frattempo fosse andato in qualch'altro luogo; fatto si , che Elia si combin di arrivar egli nel suo fiacre vicino alla porta del marito, nel punto istesso in cui esso marito era giunto a casa sua; e l'avea benissimo veduto ritornare colla spada, e slanciarsi in casa, e far chiuder la porta subito, ed in aspetto e modi molto turbati. Sempre pi si conferm Elia nel sospetto ch'egli m'avesse ucciso, e non potendo pi far altro, era corso dal Caraccioli, e gli avea dato conto di quanto sapeva, e di quel che temeva.
Io dunque, dopo una s penosa giornata, rinfrancato da molte ore di placidissimo sonno, rimedicate alle meglio le mie due ferite, di cui quella della spalla mi dolea pi che mai, e l'altra sempre meno, subito corsi dalla mia donna, e vi passai tutto intero quel giorno. Per via dei servitori si andava sentendo quello che faceva il marito, la di cui casa, come dissi, era assai vicina di quella della cognata, dove abitava per allora la mia donna. E bench io riputassi in me stesso ogni nostro guai terminato col prossimo divorzio; e ancorch il padre di lei (persona a me gi notissima da pi anni) fosse venuto in quel giorno del mercoled a veder la figlia, e nella di lei disgrazia si congratulasse pur seco, che almeno ad uom degno (cos volle dire) le toccasse di riunirsi in un secondo matrimonio; con tutto ci io scorgeva una foltissima nube su la bellissima fronte della mia donna, che un qualche sinistro mi vi parea presagire. Ed ella, sempre piangente, e sempre protestandomi che mi amava pi d'ogni cosa; che lo scandalo dell'avvenimento suo e il disonore che glie ne ridondava nella di lei patria, le venivano largamente compensati s'ella potea pur vivere per sempre con me; ma ch'ella era pi che certa che io non l'avrei mai presa per moglie mia. Questa sua perseverante e stranissima asserzione mi disperava veramente; e sapendo io benissimo ch'ella non mi reputava n mentitore n simulato, non poteva assolutamente intendere questa sua diffidenza di me. In queste funeste perplessit, che purtroppo turbavano ed annichilivano ogni mia soddisfazione del vederla liberamente dalla mattina alla sera; ed inoltre fra le angustie d'un processo gi intavolato ed assai spiacente per chiunque abbia onore e pudore; cos si passarono i tre giorni dal mercoled a tutto il venerd, finch il venerd sera insistendo io fortemente per estrarre dalla mia donna una qualche pi luce nell'orrido enimma dei di lei discorsi, delle sue malinconie, e diffidenze; finalmente con grave e lungo stento, previo un doloroso proemio interrotto da sospiri e singhiozzi amarissimi, ella mi veniva dicendo che sapea purtroppo non poter essere in conto nessuno omai degna di me; e che io non la dovea n poteva n vorrei sposar mai... perch gi prima... di amar me... ella avea amato... "E chi mai?" soggiungeva io interrompendo con impeto. "Un jockey" (cio un palafreniere) "che stava... in casa... di mio marito." "Ci stava? e quando? Oh Dio, mi sento morire! Ma perch dirmi tal cosa? crudel donna; meglio era uccidermi." Qui mi interrompe ancor essa; e a poco a poco alla per fine esce l'intera confessione sozzissima di quel brutto suo amore; di cui sentendo io le dolorose incredibili particolarit, gelido, immobile, insensato mi rimango qual pietra. Quel mio degnissimo rival precursore stava tuttavia in casa del marito in quel punto in cui si parlava; egli era stato quello che avea primo spiato gli andamenti della amante padrona; egli avea scoperto la mia prima gita in villa, e il cavallo lasciato tutta notte nell'albergo di campagna; ed egli con altri di casa, mi avea poi visto e conosciuto nella seconda gita fatta in villa la domenica sera. Egli finalmente, udito il duello del marito con me, e la disperazione di esso di dover far divorzio con una donna ch'egli mostrava amar tanto, si era indotto nel giorno del gioved a farsi introdurre presso al padrone, e per disingannar lui, vendicar s stesso, e punire la infida donna e il nuovo rivale, quell'amante palafreniere avea spiattellatamente confessato e individuato tutta la storia de' suoi triennali amori con la padrona, ed esortato avea caldamente il padrone a non si disperar pi a lungo per aver perduta una tal moglie, il che si dovea anzi recare a ventura. Queste orribili e crudeli particolarit, le seppi dopo; da essa non seppi altro che il fatto, e menomato quanto pi si potea.
Il mio dolore e furore, le diverse mie risoluzioni, e tutte false e tutte funeste e tutte vanissime ch'io andai quella sera facendo e disfacendo, e bestemmiando, e gemendo, e ruggendo, ed in mezzo a tant'ira e dolore amando pur sempre perdutamente un cos indegno oggetto; non si possono tutti questi affetti ritrarre con parole: ed ancora vent'anni dopo mi sento ribollire il sangue pensandovi.
La lasciai quella sera, dicendole: ch'ella troppo bene mi conosceva nell'avermi detto e replicato s spesso che io non l'avrei mai fatta mia moglie; e che se io mai fossi venuto in chiaro di tale infamia dopo averla sposata, l'avrei certamente uccisa di mia mano, e me stesso forse sovr'essa, se pure l'avessi ancor tanto amata in quel punto, quanto purtroppo in questo l'amava. Aggiunsi che io pure la dispregiava un po' meno, per l'aver essa avuto la lealt e il coraggio di confessarmi spontaneamente tal cosa; che non l'abbandonerei mai come amico, e che in qualunque ignorata parte d'Europa o d'America io era pronto ad andare con essa e conviverci, purch'essa non mi fosse n paresse mai d'esser moglie.
Cos lasciatala il venerd sera, agitato da mille furie alzatomi all'alba del sabato, e vistomi sul tavolino uno di quei tanti foglioni pubblici che usano in Londra, vi slancio cos a caso i miei occhi, e la prima cosa che mi vi capita sotto  il mio nome. Gli spalanco, leggo un ben lunghetto articolo, in cui tutto il mio accidente  narrato, individuato minutamente e con verit, e vi imparo di pi le funeste e risibili particolarit del rivale palafreniere, di cui leggo il nome, l'et, la figura, e l'ampissima confessione da lui stesso fatta al padrone. Io ebbi a cader morto ad una tal lettura; ed allora soltanto riacquistando la luce della mente, mi avvidi e toccai con mano, che la perfida donna mi avea spontaneamente confessato ogni cosa dopo che il gazzettiere, in data del venerd mattina, l'avea confessata egli al pubblico. Perdei allora ogni freno e misura, corsi a casa sua, dove dopo averla invettivata con tutte le pi amare furibonde e spregianti espressioni, miste sempre di amore, di dolor mortalissimo, e di disperati partiti, ebbi pure la vile debolezza di ritornarvi qualche ore dopo averle giurato ch'ella non mi rivedrebbe mai pi. E tornatovi, mi vi trattenni tutto quel giorno; e vi tornai il susseguente, e pi altri, finch risolvendosi essa di uscir d'Inghilterra, dove ell'era divenuta la favola di tutti, e di andare in Francia a porsi per alcun tempo in un monastero, io l'accompagnai, e si err intanto per varie provincie dell'Inghilterra per prolungare di stare insieme, fremendo io e bestemmiando dell'esservi, e non me ne potendo pure a niun conto separare. Colto finalmente un istante in cui pot pi la vergogna e lo sdegno che l'amore, la lasciai in Rochester, di dove essa con quella di lei cognata si avvi per Douvres in Francia, ed io me ne tornai a Londra.
Giungendovi seppi che il marito avea proseguito il processo divorziale in mio nome, e che in ci mi avea accordata la preferenza sul nostro triumviro terzo, il proprio palafreniere, che anzi gli stava ancora in servizio, tanto  veramente generosa ed evangelica la gelosia degli inglesi. Ma ed io pure mi debbo non poco lodare del procedere di quell'offeso marito. Non mi volle uccidere, potendolo verisimilmente fare; n mi volle multare in danari, come portano le leggi di quel paese, dove ogni offesa ha la sua tariffa, e le corna ve l'hanno altissima; a segno che s'egli in vece di farmi cacciare la spada mi avesse voluto far cacciar la borsa, mi avrebbe impoverito o dissestato di molto; perch tassandosi l'indennit in proporzione del danno, egli l'avea ricevuto s grave, atteso l'amore sviscerato ch'egli portava alla moglie, ed atteso anche l'aggiunta del danno recatogli dal palafreniere, che per essere nullatenente non glie l'avrebbe potuto ristorare, ch'io tengo per fermo che a recarla a zecchini io non ne sarei potuto uscir netto a meno di dieci o dodici mila zecchini, e forse anche pi. Quel bennato e moderato giovine si comport dunque meco in questo sgradevole affare assai meglio ch'io non avea meritato. E proseguitosi in mio nome il processo, la cosa essendo troppo palpabile dai molti testimoni, e dalle confessioni dei diversi personaggi, senza neppure il mio intervento, n il menomo impedimento alla mia partenza dall'Inghilterra, seppi poi dopo ch'era stato ratificato il totale divorzio.
Indiscretamente forse, ma pure a bell'apposta ho voluto sminuzzare in tutti i suoi amminicoli questo straordinario e per me importante accidente, s perch se ne fece gran rumore in quel tempo, s perch essendo stata questa una delle principali occasioni in cui mi  venuto fatto di ben conoscere e porre alla prova diversamente me stesso, mi  sembrato che analizzandolo con verit e minutezza verrei anche a dar luogo a chi volesse pi intimamente conoscermi, di ritrovarne in questo fatto un ampissimo mezzo.



CAPITOLO DUODECIMO
Ripreso il viaggio in Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, e ritorno in patria.

Dopo aver sopportata una s feroce borrasca, non potendo io pi trovar pace finch mi cadeano giornalmente sotto gli occhi quei luoghi stessi ed oggetti, mi lasciai facilmente persuadere da quei pochi che sentivano una qualche amichevole piet del mio violentissimo stato, e mi indussi al partire. Lasciai dunque l'Inghilterra verso il finir di giugno, e cos infermo di animo come io mi sentiva, ricercando pur qualche appoggio, volli dirigere i miei primi passi verso l'amico D'Acunha in Olanda. Giunto nell'Haia, alcune settimane mi trattenni con lui, e non vedeva assolutamente altri che lui solo; ed egli alcun poco mi consolava; ma era profondissima la mia piaga. Sentendomi dunque di giorno in giorno anzi crescere la malinconia che scemare, e pensando che il moto machinale, e la divagazione inseparabile dal mutar luogo continuamente ed oggetti, mi dovrebbero giovare non poco, mi rimisi in viaggio alla volta di Spagna; gita che fin da prima mi era prefisso di fare, essendo quel paese quasi il solo dell'Europa che mi rimanesse da vedere. Avviatomi verso Brusselles per luoghi che rinacerbivano sempre pi le ferite del mio troppo lacerato cuore, massimamente allorch io metteva a confronto quella mia prima fiamma olandese con questa seconda inglese, sempre fantasticando, delirando, piangendo e tacendo, arrivai finalmente soletto in Parigi. N quella immensa citt mi piacque pi in questa seconda visita che nella prima; n punto n poco mi divag. Ci stetti pure circa un mese per lasciare sfogare i gran caldi prima d'ingolfarmi nelle Spagne. In questo mio secondo soggiorno in Parigi avrei facilmente potuto vedere ed anche trattare il celebre GianGiacomo Rousseau, per mezzo d'un italiano mio conoscente che avea contratto seco una certa familiarit, e dicea di andar egli molto a genio al suddetto Rousseau. Quest'italiano mi ci volea assolutamente introdurre, entrandomi mallevadore che ci saremmo scambievolmente piaciuti l'uno l'altro, Rousseau ed io. Ancorch io avessi infinita stima del Rousseau pi assai per il suo carattere puro ed intero e per la di lui sublime e indipendente condotta, che non pe' suoi libri, di cui que' pochi che avea potuti pur leggere mi aveano piuttosto tediato come figli di affettazione e di stento; con tutto ci, non essendo io per mia natura molto curioso, n punto sofferente, e con tanto minori ragioni sentendomi in cuore tanto pi orgoglio e inflessibilit di lui; non mi volli piegar mai a quella dubbia presentazione ad un uomo superbo e bisbetico, da cui se mai avessi ricevuta una mezza scortesia glie n'avrei restituite dieci, perch sempre cos ho operato per istinto ed impeto di natura di rendere con usura s il male che il bene. Onde non se ne fece altro.
Ma in vece del Rousseau, intavolai bens allora una conoscenza per me assai pi importante con sei o otto dei primi uomini dell'Italia e del mondo. Comprai in Parigi una raccolta dei principali poeti e prosatori italiani in trentasei volumi di picciol sesto, e di graziosa stampa, dei quali neppur uno me ne trovava aver meco dopo quei due anni del secondo mio viaggio. E questi illustri maestri mi accompagnarono poi sempre da allora in poi da per tutto; bench in quei primi due o tre anni non ne facessi a dir vero grand'uso. Certo che allora comprai la raccolta pi per averla che non per leggerla, non mi sentendo nessuna n voglia n possibilit di applicar la mente in nulla. E quanto alla lingua italiana sempre pi m'era uscita dall'animo e dall'intendimento a tal segno, che ogni qualunque autore sopra il Metastasio mi dava molto imbroglio ad intenderlo. Tuttavia, cos per ozio e per noia, squadernando alla sfuggita que' miei trentasei volumetti mi maravigliai del gran numero di rimatori che in compagnia dei nostri quattro sommi poeti erano stati collocati a far numero; gente, di cui (tanta era la mia ignoranza) io non avea mai neppure udito il nome; ed erano: un Torracchione, un Morgante, un Ricciardetto, un Orlandino, un Malmantile, e che so io; poemi, dei quali molti anni dopo deplorai la triviale facilit, e la fastidiosa abbondanza. Ma carissima mi riusc la mia nuova compra, poich mi misi d'allora in poi in casa per sempre que' sei luminari della lingua nostra, in cui tutto c'; dico Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Boccaccio e Machiavelli; e di cui (pur troppo per mia disgrazia e vergogna) io era giunto all'et di circa ventidue anni senza averne punto mai letto, toltone alcuni squarci dell'Ariosto nella prima adolescenza essendo in Accademia, come mi pare di aver detto a suo luogo.
Munito in tal guisa di questi possenti scudi contro l'ozio e la noia (ma invano, poich sempre ozioso e noioso altrui e a me stesso rimanevami), partii per la Spagna verso il mezzo agosto. E per Orlans, Tours, Poitiers, Bordeaux e Toulouse, attraversata senza occhi la pi bella e ridente parte della Francia, entrai in Ispagna per la via di Perpignano; e Barcellona fu la prima citt dove mi volli alquanto trattenere da Parigi in poi. In tutto questo lungo tratto di viaggio non facendo per lo pi altro che piangere tra me e me soletto in carrozza, ovvero a cavallo, di quando in quando andava pur ripigliando alcun tometto del mio Montaigne, il quale da pi di un anno non avea pi guardato in viso. Questa lettura spezzata mi andava restituendo un pocolino di senno e di coraggio, ed una qualche consolazione anche me la dava.
Alcuni giorni dopo essere arrivato a Barcellona, siccome i miei cavalli inglesi erano rimasti in Inghilterra, venduti tutti, fuorch il bellissimo lasciato in custodia al marchese Caraccioli; e siccome io senza cavalli non son neppur mezzo, subito comprai due cavalli, di cui uno d'Andalusia della razza dei certosini di Xerez, stupendo animale, castagno d'oro; l'altro un hacha cordovese, pi piccolo, ma eccellente, e spiritosissimo. Dacch era nato sempre avea desiderato cavalli di Spagna, che difficilmente si possono estrarre: onde non mi parea vero di averne due s belli; e questi mi sollevavano assai pi che Montaigne. E su questi io disegnava di fare tutto il mio viaggio di Spagna, dovendo la carrozza andare a corte giornate a passo di mula, stante che posta per le carrozze non v' stabilita, n vi potrebbe essere attese le pessime strade di tutto quel regno affricanissimo. Qualche indisposizionuccia avendomi costretto di soggiornare in Barcellona sino ai primi di novembre, in quel frattempo col mezzo di una grammatica e vocabolario spagnuolo mi era messo da me a leggicchiare quella bellissima lingua, che riesce facile a noi italiani; ed in fatti tanto leggeva il Don Quixote, e bastantemente lo intendeva e gustava: ma in ci molto mi riusciva di aiuto l'averlo gi altre volte letto in francese.
Postomi in via per Saragozza e Madrid, mi andava a poco a poco avvezzando a quel nuovissimo modo di viaggiare per quei deserti; dove chi non ha molta giovent, salute, danari e pazienza, non ci pu resistere. Pure io mi vi feci in quei quindici giorni di viaggio sino a Madrid in maniera che poi mi tediava assai meno l'andare, che il soggiornare in qualunque di quelle semibarbare citt: ma per me l'andare era sempre il massimo dei piaceri; e lo stare il massimo degli sforzi; cos volendo la mia irrequieta indole. Quasi tutta la strada soleva farla a piedi col mio bell'andaluso accanto, che mi accompagnava come un fedelissimo cane, e ce la discorrevamo fra noi due; ed era il mio gran gusto d'essere solo con lui in quei vasti deserti dell'Arragona; perci sempre facea precedere la mia gente col legno e le mule, ed io seguitava di lontano. Elia frattanto sovra un muletto andava con lo schioppo a dritta e sinistra della strada cacciando e tirando conigli, lepri, ed uccelli, che quelli sono gli abitatori della Spagna; e precedendomi poi di qualch'ora mi facea trovare di che sfamarmi alla posata del mezzogiorno, e cos a quella della sera.
Disgrazia mia (ma forse fortuna d'altri) che io in quel tempo non avessi nessunissimo mezzo n possibilit oramai di stendere in versi i miei diversi pensieri ed affetti; ch in quelle solitudini e moto continuato avrei versato un diluvio di rime, infinite essendo le riflessioni malinconiche e morali, come anche le imagini e terribili, e liete, e miste, e pazze, che mi si andavano affacciando alla mente. Ma non possedendo io allora nessuna lingua, e non mi sognando neppure di dovere n poter mai scrivere nessuna cosa n in prosa n in versi, io mi contentava di ruminar fra me stesso, e di piangere alle volte dirottamente senza saper di che, e nello stesso modo di ridere: due cose che, se non sono poi seguitate da scritto nessuno, son tenute per mera pazzia, e lo sono; se partoriscono scritti, si chiamano poesia, e lo sono.
In questo modo me la passai in quel primo viaggio sino a Madrid; e tanto era il genio che era andato prendendo per quella vita di zingaro, che subito in Madrid mi tediai, e non mi vi trattenni che a stento un mesetto; n ci trattai n conobbivi anima al mondo, eccetto un oriuolaio, giovine spagnuolo che tornava allora di Olanda, dove era andato per l'arte sua. Questo giovinetto era pieno d'ingegno naturale, ed avendo un pocolino visto il mondo si mostrava meco addoloratissimo di tutte le tante e s diverse barbarie che ingombravano la di lui patria. E qui narrer brevemente una mia pazza bestialit che mi accadde di fare contro il mio Elia, trovandovisi in terzo codesto giovine spagnuolo. Una sera che questo oriuolaio avea cenato meco, e che ancora si stava discorrendo a tavola dopo cenati, entr Elia per ravviarmi al solito i capelli, per poi andarcene tutti a letto; e nello stringere col compasso una ciocca di capelli, me ne tir un pochino pi l'uno che l'altro. Io, senza dirgli parola, balzato in piedi pi ratto che folgore, di un man rovescio con uno dei candelieri ch'avea impugnato glie ne menai un cos fiero colpo su la tempia diritta, che il sangue zampill ad un tratto come da una fonte sin sopra il viso e tutta la persona di quel giovine, che mi stava seduto in faccia all'altra parte di quella assai ben larga tavola dove si era cenati. Quel giovane, che mi cred (con ragione) impazzito subitamente, non avendo osservato n potendosi dubitare che un capello tirato avesse cagionato quel mio improvviso furore, salt subito su egli pure come per tenermi. Ma gi in quel frattempo l'animoso ed offeso e fieramente ferito Elia, mi era saltato addosso per picchiarmi; e ben fece. Ma io allora snellissimo gli scivolai di sotto, ed era gi saltato su la mia spada che stava in camera posata su un cassettone, ed avea avuto il tempo di sfoderarla. Ma Elia inferocito mi tornava incontro, ed io glie l'appuntava al petto; e lo spagnuolo a rattenere ora Elia, ed or me; e tutta la locanda a romore; e i camerieri saliti, e cos separata la zuffa tragicomica e scandalosissima per parte mia. Rappaciati alquanto gli animi si entr negli schiarimenti; io dissi che l'essermi sentito tirar i capelli mi avea messo fuor di me; Elia disse di non essersene avvisto neppure; e lo spagnuolo appur ch'io non era impazzito, ma che pure savissimo non era. Cos fin quella orribile rissa, di cui io rimasi dolentissimo e vergognosissimo e dissi ad Elia ch'egli avrebbe fatto benissimo ad ammazzarmi. Ed era uomo da farlo; essendo egli di statura quasi un palmo pi di me che sono altissimo; e di coraggio e forza niente inferiore all'aspetto. La piaga della tempia non fu profonda, ma sanguin moltissimo, e poco pi in su che l'avessi colto, io mi trovava aver ucciso un uomo che amavo moltissimo per via d'un capello pi o meno tirato. Inorridii molto di un cos bestiale eccesso di collera; e bench vedessi Elia alquanto placato, ma non rasserenato meco, non volli pure n mostrare n nutrire diffidenza alcuna di lui; e un par d'ore dopo, fasciata che fu la ferita, e rimessa in sesto ogni cosa me n'andai a letto, lasciando la porticina che metteva in camera di Elia, aderente alla mia, aperta al solito, e senza voler ascoltare lo spagnuolo che mi avvertiva di non invitare cos un uomo offeso e irritato di fresco ad una qualche vendetta. Ma io anzi dissi forte ad Elia che era gi stato posto a letto, che egli poteva volendo uccidermi quella notte se ci gli tornava comodo, poich io lo meritava. Ma egli era eroe per lo meno quanto me; n altra vendetta mai volle prendere, che di conservare poi per sempre due fazzoletti pieni zeppi di sangue, coi quali s'era rasciutta da prima la fumante piaga; e di poi mostrarmeli qualche volta, che li serb per degli anni ben molti. Questo reciproco misto di ferocia e di generosit per parte di entrambi noi, non si potr facilmente capire da chi non ha esperienza dei costumi, e del sangue di noi piemontesi.
Io, nel rendere poi dopo ragione a me stesso del mio orribile trasporto, fui chiaramente convinto, che aggiunta all'eccessivo irascibile della natura mia l'asprezza occasionata dalla continua solitudine ed ozio, quella tiratura di capello avea colmato il vaso, e fattolo in quell'attimo traboccare. Del resto io non ho mai battuto nessuno che mi servisse se non se come avrei fatto un mio eguale; e non mai con bastone n altr'arme, ma con pugni, o seggiole, o qualunque altra cosa mi fosse caduta sotto la mano, come accade quando da giovine altri, provocandoti, ti sforza a menar le mani. Ma nelle pochissime volte che tal cosa mi avvenne, avrei sempre approvato e stimato quei servi che mi avessero risalutato con lo stesso picchiare; atteso che io non intendeva mai di battere il servo come padrone, ma di altercare da uomo ad uomo.
Vivendo cos come orso terminai il mio breve soggiorno in Madrid, dove non vidi nessunissima delle non molte cose, che poteano eccitare qualche curiosit; n il palazzo dell'Escurial famosissimo, n Araniuez, n il palazzo pure del re in Madrid, non che vedervi il padrone di esso. E cagione principale di questa straordinaria selvatichezza fu l'essere io mezzo guasto col nostro ambasciator di Sardegna; ch'io avea conosciuto in Londra dal primo viaggio ch'io ci avea fatto nel 1768, dove egli era allora ministro, e non c'eramo niente piaciuti l'un l'altro. Nell'arrivare io a Madrid, saputo ch'egli era con la corte in una di quelle ville reali, colsi subito il tempo ch'egli non v'era, e lasciai il polizzino di visita con una commendatizia della Segreteria di Stato che avea recato meco com' d'uso. Tornato egli in Madrid fu da me, non mi trov; n io pi mai cercai di lui, n egli di me. E tutto questo non contribuiva forse poco a sempre pi inasprire il mio gi bastantemente insoave ed irto carattere. Lasciai dunque Madrid verso i primi del dicembre, e per Toledo, e Badaioz, mi avviai a passo a passo verso Lisbona, dove dopo circa venti giorni di viaggio arrivai la vigilia del Natale.
Lo spettacolo di quella citt, la quale a chi vi approda, come io, da oltre il Tago, si presenta in aspetto teatrale e magnifico quasi quanto quello di Genova, con maggiore estensione e variet, mi rap veramente, massime in una certa distanza. La maraviglia poi e il diletto andavano scemando all'approssimar della ripa, e intieramente poi mi si trasmutavano in oggetto di tristezza e squallore allo sbarcare fra certe strade, intere isole di muriccie avanzi del terremoto, accatastate e spartite allineate a guisa di isole di abitati edifizi. E di cotali strade se ne vedevano ancora moltissime nella parte bassa della citt, bench fossero gi oramai trascorsi quindici anni dopo quella funesta catastrofe.
Quel mio breve soggiorno in Lisbona di circa cinque settimane, sar per me un'epoca sempre memorabile e cara, per avervi io imparato a conoscere l'abate Tommaso di Caluso, fratello minore del conte Valperga di Masino allora nostro ministro in Portogallo. Quest'uomo, raro per l'indole, i costumi e la dottrina, mi rend delizioso codesto soggiorno, a segno che, oltre al vederlo per lo pi ogni mattina a pranzo dal fratello, anche le lunghe serate dell'inverno io preferiva pure di passarmele intere da solo a solo con lui, piuttosto che correre attorno pe' divertimenti sciocchissimi del gran mondo. Con esso io imparava sempre qualche cosa, e tanta era la di lui bont e tolleranza, che egli sapea per cos dire alleggerirmi la vergogna ed il peso della mia ignoranza estrema, la quale tanto pi fastidiosa e stomachevole gli dovea pur comparire, quanto maggiore ed immenso era in esso il sapere. Cosa che, non mi essendo fin allora accaduta con nessuno dei non molti letterati ch'io avessi dovuti trattare, me li avea fatti tutti prendere a noia. E ben dovea essere cos, non essendo in me niente minore l'orgoglio, che l'ignoranza. Fu in una di quelle dolcissime serate, ch'io provai nel pi intimo della mente e del cuore un impeto veramente febeo, di rapimento entusiastico per l'arte della poesia; il quale pure non fu che un brevissimo lampo, che immediatamente si torn a spegnere, e dorm poi sotto cenere ancora degli anni ben molti. Il degnissimo e compiacentissimo abate mi stava leggendo quella grandiosa ode del Guidi alla Fortuna, poeta, di cui sino a quel giorno io non avea neppur mai udito il nome. Alcune stanze di quella canzone, e specialmente la bellissima di Pompeo, mi trasportarono a un segno indicibile, talch il buon abate si persuase e mi disse che io era nato per far dei versi, e che avrei potuto, studiando, pervenire a farne degli ottimi. Ma io, passato quel momentaneo furore, trovandomi cos irrugginite tutte le facolt della mente, non la credei oramai cosa possibile, e non ci pensai altrimenti.
Intanto l'amicizia e la soave compagnia di quell'uomo unico, che  un Montaigne vivo, mi giov assaissimo a riassestarmi un poco l'animo; onde, ancorch non mi sentissi del tutto guarito, mi riavvezzai pure a poco a poco a leggicchiare, e riflettere, assai pi che non avessi ci fatto da circa diciotto mesi. Quanto poi alla citt di Lisbona, dove non mi sarei trattenuto neppur dieci giorni, se non fosse stato l'abate, nulla me ne piacque fuorch in generale le donne, nelle quali veramente abonda il lubricus adspici di Orazio. Ma, essendomi ridivenuta mille volte pi cara la salute dell'animo che quella del corpo, io mi studiai e riuscii di sfuggire sempre le oneste.
Verso i primi di febbraio partii alla volta di Siviglia e di Cadice; n portai meco altra cosa di Lisbona, se non se una stima ed amicizia somma pel suddetto abate di Caluso, ch'io sperava di riveder poi, quando che fosse, in Torino. Di Siviglia me ne and a genio il bel clima, e la faccia originalissima spagnuolissima che tuttavia conservavasi codesta citt sovra ogni altra del regno. Ed io sempre ho preferito originale anche tristo ad ottima copia. La nazione spagnuola, e la portoghese, sono in fatti quasi oramai le sole di Europa che conservino i loro costumi, specialmente nel basso e medio ceto. E bench il buono vi sia quasi naufrago in un mare di storture di ogni genere che vi predominano, io credo tuttavia quel popolo una eccellente materia prima per potersi addirizzar facilmente ad operar cose grandi, massimamente in virt militare; avendone essi in sovrano grado tutti gli elementi; coraggio, perseveranza, onore, sobriet, obbedienza, pazienza, ed altezza d'animo.
In Cadice terminai il carnevale bastantemente lieto. Ma mi avvidi alcuni giorni dopo esserne partito alla volta di Cordova, che riportato n'avea meco delle memorie gaditane, che alcun tempo mi durerebbero. Quelle ferite poco gloriose mi amareggiarono assai quel lunghissimo viaggio da Cadice a Torino, ch'io intrapresi di fare d'un sol fiato cos ad oncia ad oncia per tutta la lunghezza della Spagna sino ai confini di Francia, di dove gi v'era entrato. Ma pure a forza di robustezza, ostinazione e sofferenza, cavalcando, sfangando a piedi, e strapazzandomi d'ogni maniera, arrivai, assai mal concio, a dir vero, a Perpignano, di dove poi continuando per le poste ebbi a soffrir molto meno. In quel gran tratto di terra i due soli luoghi che mi diedero una qualche soddisfazione, furono Cordova e Valenza: massimamente poi tutto il regno di Valenza, che misurai per lo lungo sul finir di marzo, ed era per tutto una primavera tepida e deliziosissima, di quelle veramente descritte dai poeti. Le adiacenze poi e i passeggi, e le limpide acque, e la posizione locale della citt di Valenza, e il bellissimo azzurro del di lei cielo, e un non so che di elastico ed amoroso nell'atmosfera; e donne i di cui occhi protervi mi faceano bestemmiare le gaditane; e un tutto, insomma, s fatto mi si appresent in quel favoloso paese, che nessun'altra terra mi ha lasciato un tale desiderio di s, n mi si riaffaccia s spesso alla fantasia quanto codesta.
Giunto per la via di Tortosa una seconda volta in Barcellona, e tediatissimo del viaggiare a cos lento passo, feci il gran distacco dal mio bellissimo cavallo andaluso, che per essere molto affaticato da quest'ultimo viaggio di trenta e pi giorni consecutivi da Cadice a Barcellona, non lo volea strapazzar maggiormente col farmelo trottar dietro il legno quando sarei partito per Perpignano a marcia duplicata. L'altro mio cavallo, il cordovesino, essendomisi azzoppito fra Cordova e Valenza, piuttosto che trattenermi due giorni che forse si sarebbe riavuto, lo avea regalato alle figlie di una ostessa molto belline, raccomandandolo che se lo curavano e gli davano un po' di riposo, rinsanito lo venderebbero benissimo; n mai pi ne seppi altro. Quest'ultimo dunque rimastomi, non lo volendo io vendere, perch sono per natura nemicissimo del vendere, lo regalai ad un banchiere francese domiciliato in Barcellona, gi mio conoscente sin dalla mia prima dimora in codesta citt. E qui, per definire e dimostrare quel che sia il cuore di un pubblicano, aggiunger una particolarit. Essendomi rimaste di pi forse un trecento doppie d'oro di Spagna, che attese le severe perquisizioni che si fanno alle dogane di frontiera all'uscire di Spagna, difficilmente forse le avrei potute estrarre, sendo cosa proibita; richiesi al su detto banchiere, dopo avergli regalato il cavallo, che mi desse una cambiale di codesta somma pagabile a vista in Monpellieri di dove mi toccava passare. Ed egli, per testificarmi la sua gratitudine, ricevute le mie doppie sonanti, mi concep la cambiale in tutto quel massimo rigore di cambio che facea in quella settimana; talch poi a Monpellieri riscotendo la somma in luigi, mi trovai aver meno circa il sette per cento di quello ch'io avrei ricavato se vi avessi portate e scambiate le mie doppie effettive. Ma io non avea neppur bisogno di aver provato questa cortesia banchieresca per fissare la mia opinione su codesta classe di gente, che sempre mi  sembrata l'una delle pi vili e pessime del mondo sociale; e ci tanto pi, quanto essi si van mascherando da signori, e mentre vi danno un lauto pranzo in casa loro per fasto, vi spogliano per uso d'arte al loro banco; e sempre poi sono pronti ad impinguarsi delle calamit pubbliche. A fretta in furia, facendo con danari bastonare le tardissime mule, mi portai dunque in due giorni soli da Barcellona a Perpignano, dove ce n'avea impiegati quattro al venire. E la fretta poi mi era s fattamente rientrata addosso, che di Perpignano in Antibo volando per le poste, non mi trattenni mai, n in Narbona, n in Monpellieri, n in Aix. Ed in Antibo subito imbarcatomi per Genova, dove solo per riposarmi soggiornai tre giorni, di l mi restituiva in patria due altri giorni trattenendomi presso mia madre in Asti; e quindi, dopo tre anni di assenza, in Torino, dove giunsi il d quinto di maggio dell'anno 1772. Nel passare di Monpellieri io avea consultato un chirurgo di alto grido, su i miei incommodi incettati in Cadice. Costui mi ci volea far trattenere; ma io, fidandomi alquanto su l'esperienza che avea oramai contratta di simili incommodi, e sul parere del mio Elia, che di queste cose intendeva benissimo, e mi avea gi altre volte perfettamente guarito in Germania, ed altrove; senza dar retta all'ingordo chirurgo di Monpellieri, avea proseguito, come dissi, il mio viaggio rapidissimamente. Ma lo strapazzo stesso di due mesi di viaggio avea molto aggravato il male. Onde al mio arrivo in Torino, sendo assai mal ridotto, ebbi che fare quasi tutta l'estate per rimettermi in salute. E questo fu il principal frutto dei tre anni di questo secondo mio viaggio.



CAPITOLO DECIMOTERZO
Poco dopo essere rimpatriato, incappo nella terza rete amorosa. Primi tentativi di poesia.

Ma bench agli occhi dei pi, ed anche ai miei, nessun buon frutto avessi riportato da quei cinque anni di viaggi, mi si erano con tutto ci assai allargate le idee, e rettificato non poco il pensare; talch, quando il mio cognato mi volle riparlare d'impieghi diplomatici che avrei dovuto sollecitare, io gli risposi: che avendo veduti un pochino pi da presso ed i re, e coloro che li rappresentano, e non li potendo stimare un iota nessuni, io non avrei voluto rappresentarne n anche il Gran Mogol, non che prendessi mai a rappresentare il pi piccolo di tutti i re dell'Europa, qual era il nostro; e che non rimaneva altro compenso a chi si trovava nato in simili paesi, se non se di camparvi del suo, avendovelo, e d'impiegarsi da s in una qualche lodevole occupazione sotto gli auspici favorevolissimi sempre della beata indipendenza. Questi miei detti fecero torcere moltissimo il muso a quell'ottimo uomo che trovavasi essere uno dei gentiluomini di camera del re; n mai pi avendomi egli parlato di ci, io pure sempre pi mi confermai nel mio proposito.
Io mi trovava allora in et di ventitr anni; bastantemente ricco, pel mio paese; libero, quanto vi si pu essere; esperto, bench cos alla peggio, delle cose morali e politiche, per aver veduti successivamente tanti diversi paesi e tanti uomini; pensatore, pi assai che non lo comportasse quell'et; e presumente anche pi che ignorante. Con questi dati mi rimaneano necessariamente da farsi molti altri errori, prima che dovessi pur ritrovare un qualche lodevole ed utile sfogo al bollore del mio impetuoso intollerante e superbo carattere.
In fine di quell'anno del mio ripatriamento, provvistomi in Torino una magnifica casa posta su la piazza bellissima di San Carlo, e ammobigliatala con lusso e gusto e singolarit, mi posi a far vita di gaudente con gli amici, che allora me ne ritrovai averne a dovizia. Gli antichi miei compagni d'Accademia, e di tutte quelle prime scappataggini di giovent, furono di nuovo i miei intimi; e tra quelli, forse un dodici e pi persone, stringendoci pi assiduamente insieme, venimmo a stabilire una societ permanente, con admissione od esclusiva ad essa per via di voti, e regole, e buffonerie diverse, che poteano forse somigliare, ma non erano per, Libera Muratoreria. N di tal societ altro fine ci proponevamo, fuorch divertirci, cenando spesso insieme (senza per nessunissimo scandalo); e del resto nell'adunanze periodiche settimanali la sera, ragionando o sragionando sovra ogni cosa. Tenevansi queste auguste sessioni in casa mia, perch era e pi bella e pi spaziosa di quelle dei compagni, e perch essendovi io solo si rimanea pi liberi. C'era fra questi giovani (che tutti erano ben nati e dei primari della citt) un po' d'ogni cosa; dei ricchi e dei poveri, dei buoni, dei cattivucci, e degli ottimi, degli ingegnosi, degli sciocchetti, e dei colti; onde da s fatta mistura, che il caso la somministr ottimamente temperata, risultava che io n vi potea, n avrei voluto potendolo, primeggiare in niun modo, ancorch avessi veduto pi cose di loro. Quindi le leggi che vi si stabilirono furono discusse e non gi dettate; e riuscirono imparziali, egualissime, e giuste; a segno che un corpo di persone come eramo noi, tanto potea fondare una ben equilibrata repubblica, come una ben equilibrata buffoneria. La sorte e le circostanze vollero che si fabbricasse piuttosto questa che quella. Si era stabilito un ceppo assai ben capace, dalla di cui spaccatura superiore vi si introducevano scritti d'ogni specie, da leggersi poi dal presidente nostro elettivo ebdomadario, il quale tenea di esso ceppo la chiave. Fra quegli scritti se ne sentivano talvolta alcuni assai divertenti e bizzarri; se ne indovinavano per lo pi gli autori, ma non portavano nome. Per nostra comune e pi mia particolare sventura, quegli scritti erano tutti in (non dir lingua), ma in parole francesi. Io ebbi la sorte d'introdurre varie carte nel ceppo, le quali divertirono assai la brigata; ed erano cose facete miste di filosofia e d'impertinenza, scritte in un francese che dovea essere almeno non buono, se pure non pessimo, ma riuscivano pure intelligibili e passabili per un uditorio che non era pi dotto di me in quella lingua. E fra gli altri, uno ne introdussi, e tuttavia lo conservo, che fingeva la scena di un Giudizio Universale, in cui Dio domandando alle diverse anime un pieno conto di s stesse, ci aveva rappresentate diverse persone che dipingevano i loro propri caratteri; e questo ebbe molto incontro perch era fatto con un qualche sale, e molta verit; talch le allusioni, e i ritratti vivissimi e lieti e variati di molti s uomini che donne della nostra citt, venivano riconosciuti e nominati immediatamente da tutto l'uditorio.
Questo piccolo saggio del mio poter mettere in carta le mie idee quali ch'elle fossero, e di potere, nel farlo, un qualche diletto recare ad altrui, mi and poi di tempo in tempo saettando un qualche lampo confuso di desiderio e di speranza di scrivere quando che fosse qualcosa che potesse aver vita; ma non mi sapeva neppur io quale potrebbe mai essere la materia, vedendomi sprovvisto di quasi tutti i mezzi. Per natura mia prima prima, a nessuna altra cosa inclinava quanto alla satira, ed all'appiccicare il ridicolo s alle cose che alle persone. Ma pure poi riflettendo e pensando, ancorch mi vi paresse dovervi aver forse qualche destrezza, non apprezzava io nell'intimo del cuore gran fatto questo s fallace genere; il di cui buon esito, spesso momentaneo,  posto e radicato assai pi nella malignit e invidia naturale degli uomini, gongolanti sempre allorch vedono mordere i loro simili, che non nel merito intrinseco del morditore.
Intanto per allora la divagazione somma e continua, la libert totale, le donne, i miei ventiquattro anni, e i cavalli di cui avea spinto il numero sino a dodici e pi, tutti questi ostacoli potentissimi al non far nulla di buono, presto spegnevano od assopivano in me ogni qualunque velleit di divenire autore. Vegetando io dunque cos in questa vita giovenile oziosissima, non avendo mai un istante quasi di mio, n mai aprendo pi un libro di sorte nessuna, incappai (come ben dovea essere) di bel nuovo in un tristo amore; dal quale poi dopo infinite angosce, vergogne, e dolori, ne uscii finalmente col vero, fortissimo, e frenetico amore del sapere e del fare, il quale d'allora in poi non mi abbandon mai pi; e che, se non altro, mi ha una volta sottratto dagli orrori della noia, della saziet, e dell'ozio; e dir pi, dalla disperazione; verso la quale a poco a poco io mi sentiva strascinare talmente, che se non mi fossi ingolfato poi in una continua e caldissima occupazione di mente, non v'era certamente per me nessun altro compenso che mi potesse impedire prima dei trent'anni dall'impazzire o affogarmi.
Questa mia terza ebrezza d'amore fu veramente sconcia, e pur troppo lungamente anche dur. Era la mia nuova fiamma una donna, distinta di nascita, ma di non troppo buon nome nel mondo galante, ed anche attempatetta; cio maggiore di me di circa nove in dieci anni. Una passeggiera amicizia era gi stata tra noi, al mio primo uscire nel mondo, quando ancora era nel Primo Appartamento dell'Accademia. Sei e pi anni dopo, il trovarmi alloggiato di faccia a lei, il vedermi da essa festeggiato moltissimo; il non far nulla; e l'esser io forse una di quelle anime di cui dice, con tanta verit ed affetto, il Petrarca:

So di che poco canape si allaccia
un'anima gentil, quand'ella  sola,
e non  chi per lei difesa faccia;

ed in somma il mio buon padre Apollo che forse per tal via straordinaria mi volea chiamare a s; fatto si , ch'io, bench da principio non l'amassi, n mai poi la stimassi, e neppure molto la di lei bellezza non ordinaria mi andasse a genio; con tutto ci credendo come un mentecatto al di lei immenso amore per me, a poco a poco l'amai davvero, e mi c'ingolfai sino agli occhi. Non vi fu pi per me n divertimenti, n amici; perfino gli adorati cavalli furono da me trascurati. Dalla mattina all'otto fino alle dodici della sera eternamente seco, scontento dell'esserci, e non potendo pure non esserci; bizzarro e tormentosissimo stato, in cui vissi non ostante (o vegetai, per dir meglio) da circa il mezzo dell'anno 1773 sino a tutto il febbraio del '75; senza contar poi la coda di questa per me fatale e ad un tempo fausta cometa.



CAPITOLO DECIMOQUARTO
Malattia e ravvedimento.

Nel lungo tempo che dur questa pratica, arrabbiando io dalla mattina alla sera, facilmente mi alterai la salute. Ed in fatti nel fine del '73 ebbi una malattia non lunga, ma fierissima, e straordinaria a segno che i maligni begl'ingegni, di cui Torino non manca, dissero argutamente ch'io l'avea inventata esclusivamente per me. Cominci con lo dar di stomaco per ben trentasei ore continue, in cui non v'essendo pi neppur umido da rigettare, si era risoluto il vomito in un singhiozzo sforzoso, con una orribile convulsione del diaframma che neppur l'acqua in piccolissimi sorsi mi permettea d'ingoiare. I medici, temendo l'infiammazione, mi cacciarono sangue dal piede, e immediatamente cess lo sforzo di quel vomito asciutto, ma mi si impossess una tal convulsione universale, e subsultazione dei nervi tutti, che a scosse terribili ora andava percuotendo il capo della testiera del letto, se non me lo teneano, ora le mani e massimamente i gomiti, contro qualunque cosa vi fosse stata aderente. N alcunissimo nutrimento, o bevanda, per nessuna via mi si poteva far prendere, perch all'avvicinarsi o vaso o istromento qualunque a qualunque orifizio, prima anche di toccare la parte era tale lo scatto cagionato dai subsulti nervosi, che nessuna forza valeva a impedirli; anzi, se mi voleano tener fermo con violenza era assai peggio, ed io ammalato dopo anche quattro giorni di totale digiuno, estenuato di forze, conservava per un tale orgasmo di muscoli, che mi venivano fatti allora degli sforzi che non avrei mai potuti fare essendo in piena salute. In questo modo passai cinque giorni interi in cui non mi vennero inghiottiti forse venti o trenta sorsetti di acqua presi cos a contrattempo di volo, e spesso immediatamente rigettati. Finalmente nel sesto la convulsione allent, mediante le cinque o le sei ore il giorno che fui tenuto in un bagno caldissimo di mezz'olio e mezz'acqua. Riapertasi la via dell'esofago, in pochi giorni col bere moltissimo siere fui risanato. La lunghezza del digiuno e gli sforzi del vomito erano stati tali, che nella forcina dello stomaco, fra quei due ossucci che la compongono, vi si form un tal vuoto, che un uovo di mezzana grandezza vi potea capire; n mai poi mi si ripian come prima. La rabbia, la vergogna, e il dolore, in cui mi facea sempre vivere quell'indegno amore, mi aveano cagionata quella singolar malattia. Ed io, non vedendo strada per me di uscire di quel sozzo laberinto, sperai, e desiderai di morirne. Nel quinto giorno del male, quando pi si temeva dai medici che non ne ritornerei, mi fu messo intorno un degno cavaliere mio amico, ma assai pi vecchio di me, per indurmi a ci che il suo viso e i preamboli del suo dire mi fecero indovinare prima ch'egli parlasse; cio a confessarmi e testare. Lo prevenni, col domandar l'uno e l'altro, n questo mi sturb punto l'animo. In due o tre aspetti mi occorse di rimirare ben in faccia la morte nella mia giovent; e mi pare di averla ricevuta sempre con lo stesso contegno. Chi sa poi, se quando ella mi si riaffaccer irremissibile io nello stesso modo la ricever. Bisogna veramente che l'uomo muoia, perch altri possa appurare, ed ei stesso, il di lui giusto valore.
Risorto da quella malattia, ripigliai tristamente le mie catene amorose. Ma per levarmene pure qualcun'altra d'addosso, non volli pi lungamente godermi i lacci militari, che sommamente mi erano sempre dispiaciuti, abborrendo io quell'infame mestiere dell'armi sotto un'autorit assoluta qual ch'ella sia; cosa, che sempre esclude il sacrosanto nome di patria. Non negher pure, che in quel punto la mia Venere non fosse pi assai per me opprobriosa che non era il mio Marte. In somma fui dal colonnello, e allegando la salute domandai dimissione dal servizio, che non avea a dir vero prestato mai; poich in circa ott'anni che portai l'uniforme, cinque li avea passati fuor del paese; e nei tre altri appena cinque riviste avea passate, che due l'anno se ne passavano sole in quei reggimenti di Milizie Provinciali in cui avea preso servizio. Il colonnello volle ch'io ci pensassi dell'altro prima di chiedere per me codesta dimissione; accettai per civilt il suo invito e simulando di avervi pensato altri quindici giorni, la ridomandai pi fermamente e l'ottenni.
Io frattanto strascinava i miei giorni nel serventismo, vergognoso di me stesso, noioso e annoiato, sfuggendo ogni mio conoscente ed amico, sui di cui visi io benissimo leggeva tacitamente scolpita la mia opprobriosa dabenaggine. Avvenne poi nel gennaio del 1774, che quella mia signora si ammal di un male di cui forse poteva esser io la cagione, bench non intieramente il credessi. E richiedendo il suo male ch'ella stesse in totale riposo e silenzio, fedelmente io le stava a pi del letto seduto per servirla; e ci stava dalla mattina alla sera, senza pure aprir bocca per non le nuocere col farla parlare. In una di queste poco, certo, divertenti sedute, io mosso dal tedio, dato di piglio a cinque o sei fogli di carta che mi caddero sotto mano, cominciai cos a caso, e senza aver piano nessuno, a schiccherare una scena di una non so come chiamarla, se tragedia, o commedia, se d'un sol atto, o di cinque, o di dieci; ma insomma delle parole a guisa di dialogo, e a guisa di versi, tra un Photino, una donna, ed una Cleopatra, che poi sopravveniva dopo un lunghetto parlare fra codesti due prima nominati. Ed a quella donna, dovendole pur dare un nome, n altro sovvenendomene, appiccicai quel di Lachesi, senza pur ricordarmi ch'ella delle tre Parche era l'una. E mi pare, ora esaminandola, tanto pi strana quella mia subitanea impresa, quanto da circa sei e pi anni io non avea mai pi scritto una parola italiana, pochissimo e assai di rado e con lunghissime interruzioni ne avea letto. Eppure cos in un subito, n saprei dire n come n perch, mi accinsi a stendere quelle scene in lingua italiana ed in verso. Ma, affinch il lettore possa giudicar da s stesso della scarsezza del mio patrimonio poetico in quel tempo, trascriver qui in fondo di pagina a guisa di nota(1) un bastante squarcio di codesta composizione, e fedelissimamente lo trascriver dall'originale che tuttavia conservo, con tutti gli spropositi perfino di ortografia con cui fu scritto: e spero, che se non altro questi versi potranno far ridere chi vorr dar loro un'occhiata, come vanno facendo ridere me nell'atto del trascriverli; e principalmente la scena fra Cleopatra e Photino. Aggiunger una particolarit, ed : che nessun'altra ragione in quel primo istante ch'io cominciai a imbrattar que' fogli mi indusse a far parlare Cleopatra piuttosto che Berenice, o Zenobia, o qualunque altra regina tragediabile, fuorch l'esser io avvezzo da mesi ed anni a vedere nell'anticamera di quella signora alcuni bellissimi arazzi, che rappresentavano vari fatti di Cleopatra e d'Antonio.
Guar poi la mia signora di codesta sua indisposizione; ed io senza mai pi pensare a questa mia sceneggiatura risibile, la depositai sotto un cuscino della di lei poltroncina, dove ella si stette obbliata circa un anno; e cos furono frattanto, s dalla signora che vi si sedeva abitualmente, si da qualunque altri a caso vi si adagiasse, covate in tal guisa fra la poltroncina e il sedere di molti quelle mie tragiche primizie.
Ma, trovandomi vie pi sempre tediato ed arrabbiato di far quella vita serventesca, nel maggio di quello stesso anno '74, presi subitamente la determinazione di partire per Roma, a provare se il viaggio e la lontananza mi guarirebbero di quella morbosa passione. Afferrai l'occasione d'una acerba disputa avuta con la mia signora (e queste non erano rare), e senza dir altro, tornato la sera a casa mia, nel giorno consecutivo feci tutte le mie disposizioni, e passato tutto quell'intero giorno senza capitar da lei, la mattina dopo per tempissimo me ne partii alla volta di Milano. Essa non lo seppe che la sera prima (credo il sapesse da qualcuno di casa mia), e subito quella sera stessa al tardi mi rimand, come  d'uso, e lettere e ritratto. Quest'invio gi principi a guastarmi la testa, e la mia risoluzione gi tentennava. Tuttavia, fattomi buon animo, mi avviai, come dissi, per le poste verso Milano. Giunto la sera a Novara, saettato tutto il giorno da quella sguaiatissima passione, ecco che il pentimento, il dolore e la vilt mi muovono un s feroce assalto al cuore, che fattasi omai vana ogni ragione, sordo al vero, repentinamente mi cangio. Fo proseguire verso Milano un abate francese ch'io m'era preso per compagno, con la carrozza e i miei servi, dicendo loro di aspettarmi in Milano. In tanto, io soletto, sei ore innanzi giorno salto a cavallo col postiglione per guida, corro tutta la notte, e il giorno poi di buon'ora mi ritrovo un'altra volta a Torino; ma per non mi vi far vedere, e non esser la favola di tutti, non entro in citt; mi soffermo in un'osteriaccia del sobborgo, e di l supplichevolmente scrivo alla mia signora adirata, perch'ella mi perdoni questa scappata, e mi voglia accordare un po' d'udienza. Ricevo tostamente risposta. Elia, che era rimasto in Torino per badare alle cose mie durante il mio viaggio che dovea esser d'un anno; Elia, destinato sempre a medicare, o palliar le mie piaghe, mi riporta quella risposta. L'udienza mi vien accordata, entro in citt, come profugo, su l'imbrunir della notte; ottengo il mio intero vergognoso perdono, riparto all'alba consecutiva verso Milano, rimasti d'accordo fra noi due che in capo di cinque o sei settimane sotto pretesto di salute me ne ritornerei in Torino. Ed io in tal guisa palleggiato a vicenda tra la ragione e l'insania, appena firmata la pace, trovandomi di bel nuovo soletto su la strada maestra fra i miei pensamenti, fieramente mi sentiva riassalito dalla vergogna di tanta mia debolezza. Cos arrivai a Milano lacerato da questi rimorsi in uno stato compassionevole ad un tempo e risibile. Io non sapeva allora, ma provava per esperienza quel profondo ed elegante bel detto del nostro maestro d'amore, il Petrarca:

Che chi discerne  vinto da chi vuole.

Due giorni appena mi trattenni in Milano, sempre fantasticando, ora come potrei abbreviare quel maledetto viaggio, ed ora, come lo potrei far durare senza tener parola del ritorno; che libero avrei voluto trovarmi, ma liberarmi non sapea, n potea. Ma, non trovando mai un po' di pace se non se nel moto e divagazione del correr la posta, rapidamente per Parma, Modena, e Bologna mi rendei a Firenze; dove n pure potendomi trattener pi di due giorni, subito ripartii per Pisa e Livorno. Quivi poi ricevute le prime lettere della mia signora, non potendo pi durare lontano, ripartii subito per la via di Lerici e Genova, dove lasciatovi l'abate compagno, e il legno da risarcirsi, a spron battuto a cavallo me ne ritornai a Torino, diciotto giorni dopo esserne partito per fare il viaggio d'un anno. C'entrai anche di notte per non farmi canzonar dalla gente. Viaggio veramente burlesco, che pure mi cost dei gran pianti.
Sotto l'usbergo (non del sentirmi puro) ma del mio viso serio e marmoreo, scansai le canzonature dei miei conoscenti ed amici, che non si attentarono di darmi il ben tornato. Ed in fatti, troppo era mal tornato; e divenuto oramai disprezzabilissimo agli stessi occhi miei, io caddi in un tale avvilimento e malinconia, che se un tale stato fosse lungamente durato, avrei dovuto o impazzire, o scoppiare; come in fatti venni assai presso all'uno ed all'altro.
Ma pure strascinai quelle vili catene ancora dal finir di giugno del '74, epoca del mio ritorno di quel semiviaggio, sino al gennaio del '75, quando alla per fine il bollore della mia compressa rabbia giunto all'estremo scoppi.



CAPITOLO DECIMOQUINTO
Liberazione vera. Primo sonetto.

Tornato io una tal sera dall'opera (insulso e tediosissimo divertimento di tutta l'Italia) dove per molte ore mi era trattenuto nel palco dell'odiosamata signora, mi trovai cos esuberantemente stufo che formai la immutabile risoluzione di rompere s fatti legami per sempre. Ed avendo io visto per prova che il correre per le poste qua e l non mi avea prestato forza di proponimento, che anzi me l'avea subito indebolita e poi tolta, mi volli mettere a maggior prova, lusingandomi che in uno sforzo pi difficile riuscirei forse meglio, stante l'ostinazione naturale del mio ferreo carattere. Fermai dunque in me stesso di non mi muovere di casa mia, che come dissi le stava per l'appunto di faccia; di vedere e guardare ogni giorno le di lei finestre, di vederla passare; di udirne in qualunque modo parlare; e con tutto ci, di non cedere oramai a nulla, n ad ambasciate dirette o indirette, n alle reminiscenze, n a cosa che fosse al mondo, a vedere se ci creperei, il che poco importavami, o se alla fin fine la vincerei. Formato in me tal proponimento, per legarmivi contraendo con una qualche persona come un obbligo di vergogna, scrissi un bigliettino ad un amico mio coetaneo, che molto mi amava, con chi s'era fatta l'adolescenza, e che allora da parecchi mesi non mi vedea pi, compiangendomi molto di esser naufragato in quella Cariddi, e non potendomene cavar egli, n volendomi perci parer d'approvare. Nel bigliettino gli dava conto in due righe della mia immutabile risoluzione, e gli acchiudevo un involtone della lunga e ricca treccia de' miei rossissimi capelli, come un pegno di questo mio subitaneo partito, ed un impedimento quasi che invincibile al mostrarmi in nessun luogo cos tosone, non essendo allora tollerato un tale assetto, fuorch ne' villani, e marinai. Finiva il biglietto col pregarlo di assistermi di sua presenza e coraggio, per rinfrancare il mio. Isolato in tal guisa in casa mia, proibiti tutti i messaggi, urlando e ruggendo, passai i primi quindici giorni di questa mia strana liberazione. Alcuni amici mi visitavano; e mi parve anco mi compatissero; forse appunto perch io non diceva parola per lamentarmi, ma il mio contegno ed il volto parlavano in vece mia. Mi andava provando di leggere qualche cosuccia, ma non intendeva neppur la gazzetta, non che alcun menomo libro; e mi accadeva di aver letto della pagine intere cogli occhi, e talor con le labbra, senza pure saper una parola di quel ch'avessi letto. Andava bens cavalcando nei luoghi solitari, e questo soltanto mi giovava un poco s allo spirito che al corpo. In questo semifrenetico stato passai pi di due mesi sino al finir di marzo del '75; finch ad un tratto un'idea nuovamente insortami cominci finalmente a svolgermi alquanto e la mente ed il cuore da quell'unico e spiacevole e prosciugante pensiero di un s fatto amore. Fantasticando un tal giorno cos fra me stesso, se non sarei forse in tempo ancora di darmi al poetare, me n'era venuto, a stento ed a pezzi, fatto un piccolo saggio in quattordici rime, che io, riputandole un sonetto, inviava al gentile e dotto padre Paciaudi, che trattavami di quando in quando, e mi si era sempre mostrato ben affetto, e rincrescente di vedermi cos ammazzare il tempo e me stesso nell'ozio. Trascriver qui, oltre il sonetto(2), anche la di lui cortese risposta(3). Quest'ottimo uomo mi era sempre andato suggerendo delle letture italiane, or questa or quella, e tra l'altre, trovata un giorno su un muricciuolo la Cleopatra, ch'egli intitola eminentissima per essere del cardinal Delfino, ricordatosi ch'io gli avea detto parermi quello un oggetto di tragedia, e che lo avrei voluto tentare (senza pure avergli mai mostrato quel mio primo aborto, di cui ho mostrato qui addietro il soggetto), egli me la compr e don. Io in un momento di lucido intervallo avea avuta la pazienza di leggerla, e di postillarla; e glie l'avea cos rimandata, stimandola in me stesso assai peggiore della mia quanto al piano e agli effetti, se io veniva mai a proseguirla, come di tempo in tempo me ne rinasceva il pensiere. Intanto il Paciaudi, per non farmi smarrire d'animo, finse di trovar buono il mio sonetto, bench n egli il credesse, n effettivamente lo fosse. Ed io poi, di l a pochi mesi ingolfatomi davvero nello studio dei nostri ottimi poeti, tosto imparai a stimare codesto mio sonetto per quel giusto nulla ch'egli valeva. Professo con tutto ci un grand'obbligo a quelle prime lodi non vere, e a chi cortesemente le mi don, poich molto mi incoraggirono a cercare di meritarne delle vere.
Gi parecchi giorni prima della rottura con la signora, vedendola io indispensabile ed imminente, mi era sovvenuto di ripescare di sotto al cuscino della poltroncina quella mia mezza Cleopatra, stata ivi in macero quasi che un anno. Venne poi dunque quel giorno, in cui, fra quelle mie smanie e solitudine quasi che continua, buttandovi gli occhi su, ed allora soltanto quasi come un lampo insortami la somiglianza del mio stato di cuore con quello di Antonio, dissi fra me stesso: "Va proseguita quest'impresa; rifarla, se non pu star cos; ma in somma sviluppare in questa tragedia gli affetti che mi divorano, e farla recitare questa primavera dai comici che ci verranno". Appena mi entr questa idea, ch'io (quasich vi avessi ritrovata la mia guarigione) cominciai a schiccherar fogli, rappezzare, rimutare, troncare, aggiungere, proseguire, ricominciare, ed in somma a impazzare in altro modo intorno a quella sventurata e mal nata mia Cleopatra. N mi vergognai anco di consultare alcuni de' miei amici coetanei, che non avevano, come io, trascurata tanti anni la lingua e poesia italiana; e tutti ricercava ed infastidiva, quanti mi poteano dar qualche lume su un'arte di cui cotanto io mi trovava al buio. E in questa guisa, null'altro desiderando io allora che imparare, e tentare, se mi poteva riuscire quella pericolosissima e temeraria impresa, la mia casa si andava a poco a poco trasformando in una semiaccademia di letterati. Ma essendo io in quelle date circostanze bramoso d'imparare, e arrendevole, per accidente; ma per natura, ed attesa l'incrostata ignoranza, essendo ad un tempo stesso agli ammaestramenti recalcitrante ed indocile; disperavami, annoiava altrui e me stesso, e quasich nulla venivami a profitto. Era tuttavia sommo il guadagno dell'andarmi con questo nuovo impulso cancellando dal cuore quella non degna fiamma, e di andare ad oncia ad oncia riacquistando il mio gi s lungamente alloppiato intelletto. Non mi trovava almeno pi nella dura e risibile necessit di farmi legare su la mia seggiola, come avea praticato pi volte fin allora, per impedire in tal modo me stesso dal poter fuggir di casa, e ritornare al mio carcere. Questo era anche uno dei tanti compensi ch'io aveva ritrovati per rinsavirmi a viva forza. Stavano i miei legami nascosti sotto il mantellone in cui mi avviluppava, ed avendo libere le mani per leggere, o scrivere, o picchiarmi la testa, chiunque veniva a vedermi non s'accorgeva punto che io fossi attaccato della persona alla seggiola. E cos ci passava dell'ore non poche. Il solo Elia, che era il legatore, era a parte di questo segreto; e mi scioglieva egli poi, quando io sentendomi passato quell'accesso di furiosa imbecillit, sicuro di me, e riassodato il proponimento, gli accennava di sciogliermi. Ed in tante e s diverse maniere mi aiutai da codesti fierissimi assalti, che alla fine pure scampai dal ricadere in quel baratro. E tra le strane maniere che in ci adoperai, fu certo stranissima quella di una mascherata, ch'io feci nel finire di codesto carnevale, al publico ballo del teatro. Vestito da Apollo assai bene, osai di presentarmivi con la cetra, e strimpellando alla meglio, di cantarvi alcuni versacci fatti da me, i quali anche con mia confusione trascriver qui in fondo di pagina(4). Una tale sfacciataggine era in tutto contraria alla mia indole naturale. Ma, sentendomi io pur troppo debole ancora a fronte di quella arrabbiata passione, poteva forse meritare un qualche compatimento la cagione che mi movea a fare simili scenate; che altro non era se non se il bisogno ch'io sentiva in me stesso di frapporre come ostacolo per me infrangibile la vergogna del ricadere in quei lacci, che con tante publicit avrei vituperati io medesimo. E in questo modo, senza avvedermene, io per non dovermi vergognar di bel nuovo, in pubblico mi svergognava. N queste ridicole e insulse colascionate avrei osato trascrivere, se non mi paresse di doverle, come un autentico monumento della mia imperizia in ogni convenienza e decenza, qui tributare alla verit.
Fra queste s fatte scede io mi andava pure davvero infiammando a poco a poco del per me nuovo bellissimo ed altissimo amore di gloria. E finalmente dopo alcuni mesi di continui consulti poetici, e di logorate grammatiche e stancati vocabolari, e di raccozzati spropositi, io pervenni ad appiccicare alla peggio cinque membri ch'io chiamai atti, e il tutto intitolai Cleopatra tragedia. E avendo messo al pulito (senza forbirmene) il primo atto, lo mandai al benigno padre Paciaudi, perch'egli me lo spilluzzicasse, e dessemene il di lui parere in iscritto. E qui pure fedelmente trascriver alcuni versi di esso(5), con la risposta del Paciaudi(6). Nelle postille da lui apposte a que' miei versi, alcune eran molto allegre e divertenti, e mi fecero ridere di vero cuore, bench fosse alle spalle mie: e questa tra l'altre. "Verso 184, il latrato del cor.. Questa metafora  soverchiamente canina. La prego di torla." Le postille di quel primo atto, ed i consigli che nel paterno biglietto le accompagnavano, mi fecero risolvere a tornar rifare il tutto con pi ostinazione ed arrabbiata pazienza. Dal che poi ne usc la cosidetta tragedia, quale si recit in Torino a d 16 giugno 1775; della quale pure trascriver, per terza ed ultima prova della mia asinit nella et non poca di anni venzei e mezzo, i primi versi(7), quanti bastino per osservare i lentissimi progressi, e l'impossibilit di scrivere che tuttavia sussisteva, per mera mancanza dei pi triviali studi.
E nel modo stesso con cui avea tediato il buon padre Paciaudi per cavarne una censura di quella mia seconda prova, andai anche tediando molti altri, tra i quali il conte Agostino Tana mio coetaneo, e stato paggio del re nel tempo ch'io stava nell'Accademia. L'educazione nostra era perci stata a un di presso consimile, ma egli dopo uscito di paggio avea costantemente poi applicato alle lettere s italiane che francesi, ed erasi formato il gusto, massimamente nella parte critica filosofica, e non grammaticale. L'acume, grazia e leggiadria delle di lui osservazioni su quella mia infelice Cleopatra farebbero ben bene ridere il lettore, se io avessi il coraggio di mostrargliele; ma elle mi scotterebbero troppo, e non sarebbero anche ben intese, non avendo io ricopiato che i soli primi quaranta versi di quel secondo aborto. Trascriver bens la di lui letterina(8) con la quale mi rimand le postille, e baster a farlo conoscere. Io frattanto avea aggiunta una farsetta, che si reciterebbe immediataniente dopo la mia Cleopatra; e la intitolai I poeti. Per dare anco un saggio della mia incompetenza in prosa, ne trascrivo uno squarcio(9). N la farsetta per, n la tragedia, erano le sciocchezze d'uno sciocco; ma un qualche lampo e sale qua e l in tutte due traluceva. Nei Poeti aveva introdotto me stesso sotto il nome di Zeusippo, e primo io era a deridere la mia Cleopatra, la di cui ombra poi si evocava dall'inferno, perch'ella desse sentenza in compagnia d'alcune altre eroine da tragedia, su questa mia composizione paragonata ad alcune altre tragediesse di questi miei rivali poeti, le quali in tutto poteano ben essere sorelle; col divario per, che le tragedie di costoro erano state il parto maturo di una incapacit erudita, e la mia era un parto affrettato di una ignoranza capace.
Furono queste due composizioni recitate con applauso per due sere consecutive; e richieste poi per la terza, essendo io gi ben ravveduto e ripentito in cuore di essermi s temerariamente esposto al pubblico, ancorch mi si mostrasse soverchio indulgente, io quanto potei mi adoprai con gli attori e con chi era loro superiore, per impedirne ogni ulteriore rappresentazione. Ma, da quella fatal serata in poi, mi entr in ogni vena un s fatto bollore e furore di conseguire un giorno meritatamente una vera palma teatrale, che non mai febbre alcuna di amore mi avea con tanta impetuosit assalito. In questa guisa comparvi io al pubblico per la prima volta. E se le mie tante, e pur troppe, composizioni drammatiche in appresso non si sono gran fatto dilungate da quelle due prime, certo alla mia incapacit ho dato principio in un modo assai pazzo e risibile. Ma se all'incontro poi, verr quando che sia annoverato fra i non infimi autori s di tragedie che di commedie, converr pur dire, chi verr dopo noi, che il mio burlesco ingresso in Parnasso col socco e coturno ad un tempo,  riuscito poi una cosa assai seria.
Ed a questo tratto fo punto a questa epoca di giovinezza, poich la mia virilit non poteva da un istante pi fausto ripetere il suo cominciamento.




Epoca quarta

VIRILIT
Abbraccia trenta pi anni di composizioni, traduzioni, e studi diversi.

CAPITOLO PRIMO
Ideate, e stese in prosa francese le due prime tragedie il Filippo, e il Polinice. Intanto un diluvio di pessime rime.

Eccomi ora dunque, sendo in et di quasi anni venzette, entrando nel duro impegno e col pubblico e con me stesso, di farmi autor tragico. Per sostenere una s fatta temerit, ecco quali erano per allora i miei capitali.
Un animo risoluto, ostinatissimo, ed indomito; un cuore ripieno ridondante di affetti di ogni specie tra' quali predominavano con bizzarra mistura l'amore e tutte le sue furie, ed una profonda ferocissima rabbia ed abborrimento contra ogni qualsivoglia tirannide. Aggiungevasi poi a questo semplice istinto della natura mia, una debolissima ed incerta ricordanza delle varie tragedie francesi da me viste in teatro molti anni addietro; che debbo dir per il vero, che fin allora lette non ne avea mai nessuna, non che meditata; aggiungevasi una quasi totale ignoranza delle regole dell'arte tragica, e l'imperizia quasi che totale (come pu aver osservato il lettore negli addotti squarci) della divina e necessarissima arte del bene scrivere e padroneggiare la mia propria lingua. Il tutto poi si ravviluppava nell'indurita scorza di una presunzione, o per dir meglio, petulanza incredibile, e di un tale impeto di carattere, che non mi lasciava, se non se a stento e di rado e fremendo, conoscere, investigare, ed ascoltare la verit. Capitali, come ben vede il lettore, pi adatti assai per estrarne un cattivo e volgare principe, che non un autor luminoso.
Ma pure una tale segreta voce mi si facea udire in fondo del cuore, ammonendomi in suono anche pi energico che nol faceano i miei pochi veri amici: "E' ti convien di necessit retrocedere, e per cos dir, rimbambire, studiando ex professo da capo la grammatica, e susseguentemente tutto quel che ci vuole per saper scrivere correttamente e con arte". E tanto grid questa voce, ch'io finalmente mi persuasi, e chinai il capo e le spalle. Cosa oltre ogni dire dolorosa e mortificante, nell'et in cui mi trovava, pensando e sentendo come uomo, di dover pure ristudiare, e ricompitare come ragazzo. Ma la fiamma di gloria s avvampante mi tralucea, e la vergogna dei recitati spropositi s fortemente incalzavami per essermi quando che fosse tolta di dosso, ch'io a poco a poco mi accinsi ad affrontare e trionfare di codesti possenti non meno che schifosi ostacoli.
La recita della Cleopatra mi avea, come dissi, aperto gli occhi, e non tanto sul demerito intrinseco di quel tema per s stesso infelice, e non tragediabile, da chi che si fosse, non che da un inesperto autore per primo suo saggio; ma me gli avea ancor spalancati a segno di farmi ben bene osservare in tutta la sua immensit lo spazio che mi conveniva percorrere all'indietro, prima di potermi, per cos dire, ricollocare alle mosse, rientrare nell'aringo, e spingermi con maggiore o minor fortuna verso la meta. Cadutomi dunque pienamente dagli occhi quel velo che fino a quel punto me gli avea s fortemente ingombrati, io feci con me stesso un solenne giuramento: che non risparmierei oramai n fatica n noia nessuna per mettermi in grado di sapere la mia lingua quant'uomo d'Italia. E a questo giuramento m'indussi, perch mi parve, che se io mai potessi giungere una volta al ben dire, non mi dovrebbero mai poi mancare n il ben ideare, n il ben comporre. Fatto il giuramento, mi inabissai nel vortice grammatichevole, come gi Curzio nella voragine, tutto armato, e guardandola. Quanto pi mi trovava convinto di aver fatto male ogni cosa sino a quel punto, altrettanto mi andava tenendo per certo di poter col tempo far meglio, e ci tanto pi tenendone quasi una prova evidente nel mio scrigno. E questa prova erano le due tragedie, il Filippo, ed il Polinice, le quali gi tra il marzo e il maggio di quell'anno stesso 1775, cio tre mesi circa prima che si recitasse la Cleopatra, erano state stese da me in prosa francese; e parimente lette da me ad alcuni pochi, mi era sembrato che ne fossero rimasti colpiti. N mi era io persuaso di quest'effetto perch me l'avessero pi o meno lodate; ma per l'attenzione non finta n comandata, con cui le avevano di capo in fondo ascoltate, e perch i taciti moti dei loro commossi aspetti mi parvero dire assai pi che le loro parole. Ma per mia somma disgrazia, quali che si fossero quelle due tragedie, elle si trovavano concepite e nate in prosa francese, onde rimanea loro lunga e difficile via da calcarsi, prima ch'elle si trasmutassero in poesia italiana. E in codesta spiacevole e meschina lingua le aveva io stese, non gi perch io la sapessi, n punto ci pretendessi, ma perch in quel gergo da me per quei cinque anni di viaggio esclusivamente parlato, e sentito, io mi veniva a spiegare un po' pi, ed a tradire un po' meno il pensiero mio; che sempre pur mi accadeva, per via di non saper nessuna lingua, ci che accaderebbe ad un volante dei sommi d'Italia, che trovandosi infermo, e sognando di correre a competenza de' suoi eguali o inferiori, null'altro gli mancasse ad ottener la vittoria se non se le gambe.
E questa impossibilit di spiegarmi, e tradurre me stesso, non che in versi ma anche in prosa italiana, era tale, che quando io rileggeva un atto, una scena, di quelle ch'eran piaciute ai miei ascoltatori, nessuno d'essi le riconosceva pi per le stesse, e mi domandavano sul serio, perch l'avessi mutate; tanta era l'influenza dei cangiati abiti e panneggiamenti alla stessa figura, ch'ella non era pi n conoscibile, n sopportabile. Io mi arrabbiava, e piangeva; ma invano. Era forza pigliar pazienza, e rifare; ed intanto ingoiarmi le pi insulse e antitragiche letture dei nostri testi di lingua per invasarmi di modi toscani, e direi (se non temessi la sguaiataggine dell'espressione), in due parole direi che mi conveniva tutto il giorno spensare per poi ripensare.
Tuttavia, l'aver io quelle due tragedie future nello scrigno, mi facea prestare alquanto pi pazientemente l'orecchio agli avvisi pedagogici, che d'ogni parte mi pioveano addosso. E parimente quelle due tragedie mi aveano prestato la forza necessaria per ascoltare la recita a' miei orecchi sgradevolissima della Cleopatra, che ogni verso che pronunziava l'attore mi risuonava nel core come la pi amara critica dell'opera tutta, la quale gi fin d'allora era divenuta un nulla ai miei occhi; n la considerava per altro, se non se come lo sprone dell'altre avvenire. Onde, siccome non mi avvilirono punto le critiche (forse giuste in parte, ma pi assai maligne ed indotte) che mi furono poi fatte su le tragedie della mia prima edizione di Siena del 1783, cos per l'appunto nulla affatto m'insuperbirono, n mi persuasero, quegli ingiusti non meritati applausi che la platea di Torino, mossa forse a compassione della mia giovenile fidanza e baldanza, mi volle pur tributare. Primo passo adunque verso la purit toscana essere doveva, e lo fu, di dare interissimo bando ad ogni qualunque lettura francese. Da quel luglio in poi non volli pi mai proferire parola di codesta lingua, e mi diedi a sfuggire espressamente ogni persona o compagnia da cui si parlasse. Con tutti questi mezzi non veniva perci a capo d'italianizzarmi. Assai male mi piegava agli studi gradati e regolati; ed essendo ogni terzo giorno da capo a ricalcitrare contro gli ammonimenti, io andava pur sempre ritentando di svolazzare coll'ali mie. Perci, ogni qualunque pensiero mi cadesse nella fantasia, mi provava di porlo in versi; ed ogni genere, ed ogni metro andava tasteggiando, ed in tutti io mi fiaccava le corne e l'orgoglio, ma l'ostinata speranza non mai. Tra l'altre di queste rimerie (che poesie non ardir di chiamarle) una me ne occorse di fare, da essere da me cantata ad un banchetto di liberi muratori. Era questa, o dovea essere un capitolo allusivo ai diversi utensili e gradi e officiali di quella buffonesca societ. E bench io nel primo sonetto quass trascritto avessi rubato un verso del Petrarca dai suoi capitoli, con tutto ci, tanta era la mia disattenzione e ignoranza, che allora cominciai questo mio senza pi ricordarmi, e non l'avendo forse mai bene osservata, la regola delle terzine; e cos me lo proseguii sbagliando, sino alla duodecima terzina; dove essendomene nato il dubbio, aperto Dante conobbi l'errore, e lo corressi in appresso, ma lasciai le dodici terzine com'elle stavano; e cos le cantai al banchetto: ma quei liberi muratori tanto intendevan di rime e di poesia, quanto dell'arte di fabbricare; e il mio capitolo pass. Per ultima prova e saggio degli infruttuosi miei sforzi, trascriver ancora qui, o gran parte, o tutto forse quel capitolo; secondo che mi baster la carta, e la pazienza(10).
Verso l'agosto di quell'anno stesso '75, credendomi far vita troppo dissipata stando in citt, e non potere perci studiare abbastanza, me n'andai nei monti che confinano tra il Piemonte e il Delfinato, e passai quasi due mesi in un borguccio, chiamato Cezannes a' piedi del Monginevro, dove  fama che Annibale varcasse l'Alpi. Io bench riflessivo per natura, talvolta pure sconsiderato per impeto, non riflettei nel prendere quella risoluzione, che in quei monti mi tornerebbe fra i piedi la maladettissima lingua francese, che con giusta e necessaria ostinazione io m'era proposto di sfuggire sempre. Ma a questo mi indusse quell'abate, ch'io dissi mi avea accompagnato in quel viaggio ridicolo fatto l'anno innanzi a Firenze. Era quest'abate nativo di Cezannes; chiamavasi Aillaud; era pieno d'ingegno, di una lieta filosofia, e di molta coltura nella letteratura latina e francese. Egli era stato aio di due fratelli coi quali io m'era trovato assai collegato nella prima giovent, ed allora aveamo fatto amicizia l'Aillaud ed io; e continuatala dappoi. Debbo dire pel vero, che codesto abate ne' miei primi anni avea fatto il possibile per inspirarmi l'amore delle lettere, dicendomi che ci avrei potuto riuscire; ma il tutto invano. E alle volte si era fatto fra noi il seguente risibile patto: ch'egli mi dovrebbe leggere per un'ora intera del romanzo, o novelliere, intitolato Les Milles et une Nuits, con che poi io mi sottomettessi a sentirmi leggere per soli dieci minuti uno squarcio delle tragedie di Racine. Ed io me ne stava tutto orecchi nel tempo di quella prima insulsa lettura, e mi addormentava poi al suono dei dolcissimi versi di quel gran tragico; cosa, di cui l'Aillaud arrabbiava, e vituperavami, con gran ragione. Questa era la mia disposizione a diventar tragico, quando stava nel Primo Appartamento della Reale Accademia. Ma neppur dappoi ho potuto ingoiar mai la cantilena metodica muta e gelidissima dei versi francesi, che non mi sono sembrati mai versi; n quando non mi sapea che cosa si fosse un verso, n quando poi mi parve di saperlo.
Torno a quel mio ritiro estivo in Cezannes, dove oltre l'abate letterato, aveva anche meco un abate citarista, che m'insegnava suonar la chitarra, stromento che mi parea inspirare poesia, e pel quale una qualche disposizione avea; ma non poi la stabile volont, che si agguagliasse al trasporto che quel suono mi cagionava. Onde n in questo stromento, n sul cimbalo, che da giovane avea imparato, non ho mai ecceduta la mediocrit, ancorch l'orecchio e la fantasia fossero in me musichevoli nel sommo grado. Passai cos quell'estate fra codesti due abati, di cui l'uno mi sollevava dalla angoscia per me s nuova (dell'applicar seriamente allo studio) col suonarmi la cetra; l'altro poi mi facea dar al diavolo col suo francese. Con tutto ci deliziosissimi momenti mi furono, ed utilissimi, quelli in cui mi venne pur fatto di raccogliermi in me stesso; e di lavorare efficacemente e disrugginire il mio povero intelletto, e dischiudere nella memoria le facolt dell'imparare, le quali oltre ogni credere mi si erano oppilate in quei quasi dieci anni continui d'incallimento nel pi vituperoso letargico ozio. Subito mi accinsi a tradurre o ridurre in prosa e frase italiana quel Filippo o quel Polinice, nati in veste spuria. Ma, per quanto mi ci arrovellassi, quelle due tragedie mi rimanevano pur sempre due cose anfibie, ed erano tra il francese e l'italiano senza esser n l'una cosa n l'altra; appunto come dice il Poeta nostro della carta avvampante:

... un color bruno,
che non  nero ancora, e il bianco muore.

In quest'angoscia di dover fare versi italiani di pensieri francesi mi era gi travagliato aspramente anche nel rifare la terza Cleopatra; talch alcune scene di essa, ch'io avea stese e poi lette in francese al mio censor tragico e non grammatico, al conte Agostino Tana, e ch'egli avea trovate forti, e bellissime, tra cui quella d'Antonio con Augusto, allorch poi vennero trasmutate ne' miei versacci poco italiani, slombati, facili, e cantanti, essi gli comparvero una cosa men che mediocre; e me lo disse chiaramente; ed io lo credei; e dir di pi, che lo sentii anche io. Tanto  pur vero che in ogni poesia il vestito fa la met del corpo, ed in alcune (come nella lirica) l'abito fa il tutto; a segno che alcuni versi

con la lor vanit che par persona

trionfano di parecchi altri in cui

fosser gemme legate in vile anello.

E noter pure qui, che s al padre Paciaudi, che al conte Tana, e principalmente a questo secondo, io professer eternamente una riconoscenza somma per le verit che mi dissero, e per avermi a viva forza fatto rientrare nel buon sentiero delle sane lettere. E tanta era in me la fiducia in questi due soggetti, che il mio destino letterario  stato interamente ad arbitrio loro; ed avrei ad ogni lor minimo cenno buttata al fuoco ogni mia composizione che avessero biasimata, come feci di tante rime, che altra correzione non meritavano. Sicch, se io ne sono uscito poeta, mi debbo intitolare, per grazia di Dio, e del Paciaudi, e del Tana. Questi furono i miei santi protettori nella feroce continua battaglia in cui mi convenne passare ben tutto il primo anno della mia vita letteraria, di sempre dar la caccia alle parole e forme francesi, di spogliar per dir cos le mie idee per rivestirle di nuovo sotto altro aspetto, di riunire in somma nello stesso punto lo studio d'un uomo maturissimo con quello di un ragazzaccio alle prime scuole. Fatica indicibile, ingratissima, e da ributtare chiunque avesse avuto (ardir dirlo) una fiamma minor della mia.
Tradotte dunque in mala prosa le due tragedie, come dissi, mi posi all'impresa di leggere e studiare a verso a verso per ordine d'anzianit tutti i nostri poeti primari, e postillarli in margine, non di parole, ma di uno o pi tratticelli perpendicolari ai versi; per accennare a me stesso se pi o meno mi andassero a genio quei pensieri, o quelle espressioni, o quei suoni. Ma trovando a bella prima Dante riuscirmi pur troppo difficile, cominciai dal Tasso, che non avea mai neppure aperto fino a quel punto. Ed io leggeva con s pazza attenzione, volendo osservar tante e s diverse e s contrarie cose, che dopo dieci stanze non sapea pi quello ch'io avessi letto, e mi trovava essere pi stanco e rifinito assai che se le avessi io stesso composte. Ma a poco a poco mi andai formando e l'occhio e la mente a quel faticosissimo genere di lettura; e cos tutto il Tasso, la Gerusalemme; poi l'Ariosto, il Furioso; poi Dante senza commenti, poi il Petrarca, tutti me gli invasai d'un fiato postillandoli tutti, e v'impiegai forse un anno. Le difficolt di Dante, se erano istoriche, poco mi curava di intenderle, se di espressione, di modi, o di voci, tutto faceva per superarle indovinando; ed in molte non riuscendo, le poche poi ch'io vinceva mi insuperbivano tanto pi. In quella prima lettura io mi cacciai piuttosto in corpo un'indigestione che non una vera quintessenza di quei quattro gran luminari; ma mi preparai cos a ben intenderli poi nelle letture susseguenti, a sviscerarli, gustarli, e forse anche rassomigliarli. Il Petrarca per mi riusc ancor pi difficile che Dante; e da principio mi piacque meno; perch il sommo diletto dei poeti non si pu mai estrarre, finch si combatte coll'intenderli. Ma dovendo io scrivere in verso sciolto, anche di questo cercai di formarmi dei modelli. Mi fu consigliata la traduzione di Stazio del Bentivoglio. Con somma avidit la lessi, studiai, e postillai tutta; ma alquanto fiacca me ne parve la struttura del verso per adattarla al dialogo tragico. Poi mi fecero i miei amici censori capitare alle mani l'Ossian del Cesarotti, e questi furono i versi sciolti che davvero mi piacquero, mi colpirono e m'invasarono. Questi mi parvero con poca modificazione, un eccellente modello pel verso di dialogo. Alcune altre tragedie, o nostre italiane, o tradotte dal francese, che io volli pur leggere sperando d'impararvi almeno quanto allo stile, mi cadevano dalle mani per la languidezza, trivialit, e prolissit dei modi e del verso, senza parlare poi della snervatezza dei pensieri. Tra le men cattive lessi e postillai le quattro traduzioni del Paradisi dal francese, e la Merope originale del Maffei. E questa, a luoghi mi piacque bastantemente per lo stile, ancorch mi lasciasse pur tanto desiderare per adempirne la perfettibilit, o vera, o sognata, ch'io me n'andava fabbricando nella fantasia. E spesso andava interrogando me stesso: or, perch mai questa nostra divina lingua, s maschia ancor ed energica e feroce in bocca di Dante, dovr ella farsi cos sbiadita ed eunuca nel dialogo tragico? Perch il Cesarotti che s vibratamente verseggia nell'Ossian, cos fiaccamente poi sermoneggia nella Semiramide e nel Maometto del Voltaire da esso tradotte? Perch quel pomposo galleggiante scioltista caposcuola, il Frugoni, nella sua traduzione del Radamisto del Crebillon,  egli s immensamente minore del Crebillon e di s medesimo? Certo, ogni altra cosa ne incolper che la nostra pieghevole e proteiforme favella. E questi dubbi ch'io proponeva ai miei amici e censori, nissuno me li sciogliea. L'ottimo Paciaudi mi raccomandava frattanto di non trascurare nelle mie laboriose letture la prosa, ch'egli dottamente denominava la nutrice del verso. Mi sovviene a questo proposito, che un tal giorno egli mi port il Galateo del Casa, raccomandandomi di ben meditarlo quanto ai modi, che certo ben pretti toscani erano, ed il contrario d'ogni franceseria. Io, che da ragazzo lo aveva (come abbiam fatto tutti) maledetto, poco inteso, e niente gustatolo, mi tenni quasich offeso di questo puerile o pedantesco consiglio. Onde, pieno di mal talento contro quel Galateo, lo apersi. Ed alla vista di quel primo Conciossiacosache, a cui poi si accoda quel lungo periodo cotanto pomposo e s poco sugoso, mi prese un tal impeto di collera, che scagliato per la finestra il libro, gridai quasi maniaco: "Ella  pur dura e stucchevole necessit, che per iscrivere tragedie in et di venzett'anni mi convenga ingoiare di nuovo codeste baie fanciullesche, e prosciugarmi il cervello con s fatte pedanterie". Sorrise di questo mio poetico ineducato furore; e mi profetizz che io leggerei poi il Galateo, e pi d'una volta. E cos fu in fatti; ma parecchi anni dopo, quando poi mi era ben bene incallite le spalle ed il collo a sopportare il giogo grammatico. E non il solo Galateo, ma presso che tutti quei nostri prosatori del Trecento, lessi e postillai poi, con quanto frutto, nol so. Ma fatto si  che chi gli avesse ben letti quanto ai lor modi, e fosse venuto a capo di prevalersi con giudizio e destrezza dell'oro dei loro abiti, scartando i cenci delle loro idee, quegli potrebbe forse poi ne' suoi scritti s filosofici che poetici, o istorici, o d'altro qualunque genere, dare una ricchezza, brevit, propriet, e forza di colorito allo stile, di cui non ho visto finora nessuno scrittore italiano veramente andar corredato. Forse, perch la fatica  improba; e chi avrebbe l'ingegno, e la capacit di sapersene giovare, non la vuol fare; e chi non ha questi dati, la fa invano.



CAPITOLO SECONDO
Rimessomi sotto il pedagogo a spiegare Orazio. Primo viaggio letterario in Toscana.

Verso il principio dell'anno '76, trovandomi gi da sei e pi mesi ingolfato negli studi italiani, mi nacque una onesta e cocente vergogna di non pi intendere quasi affatto il latino; a segno che, trovando qua e l, come accade, delle citazioni, anco le pi brevi e comuni, mi trovava costretto di saltarle a pi pari, per non perder tempo a diciferarle. Trovandomi inoltre inibita ogni lettura francese, ridotto al solo italiano, io mi vedeva affatto privo d'ogni soccorso per la lettura teatrale. Questa ragione, aggiuntasi al rossore, mi sforz ad intraprendere questa seconda fatica, per poter leggere le tragedie di Seneca, di cui alcuni sublimi tratti mi aveano rapito; e leggere anche le traduzioni letterali latine dei tragici greci, che sogliono essere pi fedeli e meno tediose di quelle tante italiane che s inutilmente possediamo. Mi presi dunque pazientemente un ottimo pedagogo, il quale, postomi Fedro in mano, con molta sorpresa sua e rossore mio, vide e mi disse che non l'intendeva, ancorch l'avessi gi spiegato in et di dieci anni; ed in fatti provandomici a leggerlo traducendolo in italiano, io pigliava dei grossissimi granchi, e degli sconci equivoci. Ma il valente pedagogo, avuto ch'egli ebbe cos ad un tempo stesso il non dubbio saggio e della mia asinit, e della mia tenacissima risoluzione, m'incoragg molto, e in vece di lasciarmi il Fedro mi diede l'Orazio, dicendomi: "Dal difficile si viene al facile; e cos sar cosa pi degna di lei. Facciamo degli spropositi su questo scabrosissimo principe dei lirici latini, e questi ci appianeran la via per scendere agli altri ". E cos si fece; e si prese un Orazio senza commenti nessuni; ed io spropositando, costruendo, indovinando, e sbagliando, tradussi a voce tutte l'Odi dal principio di gennaio a tutto il marzo. Questo studio mi cost moltissima fatica, ma mi frutt anche bene, poich mi rimise in grammatica senza farmi uscire di poesia.
In quel frattempo non tralasciava per di leggere e postillare sempre i poeti italiani, aggiungendone qualcuno dei nuovi, come il Poliziano, il Casa, e ricominciando poi da capo i primari; talch il Petrarca e Dante nello spazio di quattr'anni lessi e postillai forse cinque volte. E riprovandomi di tempo in tempo a far versi tragici, avea gi verseggiato tutto il Filippo. Ma bench fosse venuto alquanto men fiacco e men sudicio della Cleopatra, pure quella versificazione mi riusciva languida, prolissa, fastidiosa e triviale. Ed in fatti quel primo Filippo, che poi alla stampa si content di annoiare il pubblico con soli millequattrocento e qualche versi, nei due primi tentativi pertinacemente volle annoiare e disperare il suo autore con pi di due mila versi, in cui egli diceva allora assai meno cose, che nei millequattrocento dappoi.
Quella lungaggine e fiacchezza di stile, ch'io attribuiva assai pi alla penna mia che alla mente mia, persuadendomi finalmente ch'io non potrei mai dir bene italiano finch andava traducendo me stesso dal francese, mi fece finalmente risolvere di andare in Toscana per avvezzarmi a parlare, udire, pensare, e sognare in toscano, e non altrimenti mai pi. Partii dunque nell'aprile del '76, coll'intenzione di starvi sei mesi, lusingandomi che basterebbero a disfrancesarmi. Ma sei mesi non disfanno una triste abitudine di dieci e pi anni. Avviatomi alla volta di Piacenza e di Parma, me n'andava a passo tardo e lento, ora in biroccio, ora a cavallo, in compagnia de' miei poetini tascabili, con pochissimo altro bagaglio, tre soli cavalli, due uomini, la chitarra, e le molte speranze della futura gloria. Per mezzo del Paciaudi conobbi in Parma, in Modena, in Bologna, e in Toscana, quasi tutti gli uomini di un qualche grido nelle lettere. E quanto io era stato non curante di tal mercanzia ne' miei primi viaggi, altrettanto e pi era poi divenuto curioso di conoscere i grandi, e i medi in qualunque genere. Allora conobbi in Parma il celebre nostro stampatore Bodoni, e fu quella la prima stamperia in cui io ponessi mai i piedi, bench fossi stato a Madrid, e a Birmingham, dove erano le due pi insigni stamperie d'Europa, dopo il Bodoni. Talch io non aveva mai vista un'a di metallo, n alcuno di quei tanti ordigni che mi doveano poi col tempo acquistare o celebrit o canzonatura. Ma certo in nessuna pi augusta officina io potea mai capitare per la prima volta, n mai ritrovare un pi benigno, pi esperto, e pi ingegnoso espositore di quell'arte maravigliosa che il Bodoni, da cui tanto lustro e accrescimento ha ricevuto e riceve.
Cos a poco a poco ogni giorno pi ridestandomi dal mio lungo e crasso letargo, io andava vedendo e imparando (un po' tardetto) assai cose. Ma la pi importante si era per me, ch'io andava ben conoscendo appurando e pesando le mie facolt intellettuali letterarie, per non isbagliar poi, se poteva, nella scelta del genere. N in questo studio di me medesimo io era tanto novizio come negli altri; atteso che piuttosto precedendo l'et che aspettandola, io fin da anni addietro avea talvolta impreso a diciferare a me stesso la mia morale entit; e l'avea fatto anche con penna, non che col pensiero. Ed ancora conservo una specie di diario che per alcuni mesi avea avuta la costanza di scrivere annoverandovi non solo le mie sciocchezze abituali di giorno in giorno, ma anche i pensieri, e le cagioni intime, che mi faceano operare o parlare: il tutto per vedere, se in cos appannato specchio mirandomi, il migliorare d'alquanto mi venisse poi a riuscire. Avea cominciato il diario in francese; lo continuai in italiano; non era bene scritto n in questa lingua, n in quella; era piuttosto originalmente sentito e pensato. Me ne stufai presto, e feci benissimo; perch ci si perdeva il tempo e l'inchiostro, trovandomi essere tuttavia un giorno peggiore dell'altro. Serva questo per prova, ch'io poteva forse ben per l'appunto conoscere e giudicare la mia capacit e incapacit letteraria in tutti i suoi punti. Parendomi dunque ormai discernere appieno tutto quello che mi mancava e quel poco ch'io aveva in proprio dalla natura, io sottilizzava anche pi in l per discernere tra le parti che mi mancavano, quali fossero quelle che mi sarei potute acquistar nell'intero, quali a mezzo soltanto, e quali niente affatto. A questo s fatto studio di me stesso io forse sar poi tenuto (se non di essere riuscito) di non avere almeno tentato mai nessun genere di composizione al quale non mi sentissi irresistibilmente spinto da un violento impulso naturale; impulso, i di cui getti sempre poi in qualunque bell'arte, ancorch l'opera non riesca perfetta, si distinguono di gran lunga dai getti dell'impulso comandato, ancorch potessero pur procreare un'opera in tutte le sue parti perfetta.
Giunto in Pisa vi conobbi tutti i pi celebri professori, e ne andai cavando per l'arte mia tutto quell'utile che si poteva. Nel fregarmi con costoro, la pi disastrosa fatica ch'io provassi, ell'era d'interrogarli con quel riguardo e destrezza necessaria per non smascherar loro spiattellatamente la mia ignoranza; ed in somma dir con fratesca metafora, per parer loro professo, essendo tuttavia novizio. Non gi ch'io potessi n volessi spacciarmi per dotto; ma era al buio di tante e poi tante cose, che coi visi nuovi me ne vergognava; e pareami, a misura che mi si andavano dissipando le tenebre, di vedermi sempre pi gigantesca apparire questa mia fatale e pertinace ignoranza. Ma non meno forse gigantesco era e facevasi il mio ardimento. Quindi, mentr'io per una parte tributava il dovuto omaggio al sapere d'altrui, non mi atterriva punto per l'altra il mio non sapere; sendomi ben convinto che al far tragedie il primo sapere richiesto, si  il forte sentire; il qual non s'impara. Restavami da imparare (e non era certo poco) l'arte di fare agli altri sentire quello che mi parea di sentir io.
Nelle sei o sette settimane ch'io dimorai a Pisa, ideai e distesi a dirittura in sufficiente prosa toscana la tragedia d'Antigone, e verseggiai il Polinice un po' men male che il Filippo. E subito mi parve di poter leggere il Polinice ad alcuni di quei barbassori dell'Universit, i quali mi si mostrarono assai soddisfatti della tragedia, e ne censurarono qua e l l'espressioni, ma neppure con quella severit che avrebbe meritata. In quei versi, a luoghi si trovavan dette cose felicemente; ma il totale della pasta ne riusciva ancora languida, lunga, e triviale a giudizio mio; a giudizio dei barbassori, riusciva scorretta qualche volta, ma fluida, diceano, e sonante. Non c'intendevamo. Io chiamava languido e triviale ci ch'essi diceano fluido e sonante; quanto poi alle scorrezioni, essendo cosa di fatto e non di gusto, non ci cadea contrasto. Ma neppure su le cose di gusto cadeva contrasto tra noi, perch io a maraviglia tenea la mia parte di discente, come essi la loro di docenti; era per ben fermo di volere prima d'ogni cosa piacere a me stesso. Da quei signori dunque io mi contentava d'imparare negativamente, ci che non va fatto; dal tempo, dall'esercizio, dall'ostinazione, e da me, io mi lusingava poi d'imparare quel che va fatto. E s'io volessi far ridere a spese di quei dotti, com'essi forse avran riso allora alle mie, potrei nominar taluno fra essi, e dei pi pettoruti, che mi consigliava, e portava egli stesso la Tancia del Buonarroti, non dir per modello, ma per aiuto al mio tragico verseggiare, dicendomi che gran dovizia di lingua e di modi vi troverei. Il che equivarrebbe a chi proponesse a un pittore di storia di studiare il Callotta. Altri mi lodava lo stile del Metastasio, come l'ottimo per la tragedia. Altri, altro. E nessun di quei dotti era dotto in tragedia.
Nel soggiorno di Pisa tradussi anche la Poetica d'Orazio in prosa con chiarezza e semplicit per invasarmi que' suoi veridici e ingegnosi precetti. Mi diedi anche molto a leggere le tragedie di Seneca, bench in tutto ben mi avvedessi essere quelle il contrario dei precetti d'Orazio. Ma alcuni tratti di sublime vero mi trasportavano, e cercava di renderli in versi sciolti per mio doppio studio, di latino e d'italiano, di verseggiare e grandeggiare. E nel fare questi tentativi mi veniva evidentemente sotto gli occhi la gran differenza tra il verso giambo ed il verso epico, i di cui diversi metri bastano per distinguere ampiamente le ragioni del dialogo da quelle di ogni altra poesia; e nel tempo stesso mi veniva evidentemente dimostrato che noi italiani non avendo altro verso che l'endecasillabo per ogni componimento eroico, bisognava creare una giacitura di parole, un rompere sempre variato di suono, un fraseggiare di brevit e di forza, che venissero a distinguere assolutamente il verso sciolto tragico da ogni altro verso sciolto e rimato s epico che lirico. I giambi di Seneca mi convinsero di questa verit, e forse in parte me ne procacciarono i mezzi. Che alcuni tratti maschi e feroci di quell'autore debbono per met la loro sublime energia al metro poco sonante, e spezzato. Ed in fatti qual  s sprovvisto di sentimento e d'udito, che non noti l'enorme differenza che passa tra questi due versi? L'uno, di Virgilio, che vuol dilettare e rapire il lettore:

Quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum;

l'altro, di Seneca che vuole stupire e atterrir l'uditore; e caratterizzare in due sole parole due personaggi diversi:

Concede mortem.
Si recusares, darem.

Per questa ragione stessa non dovr dunque un autor tragico italiano nei punti pi appassionati e fieri porre in bocca de' suoi dialogizzanti personaggi dei versi, che quanto al suono in nulla somiglino a quei peraltro stupendi e grandiosissimi del nostro epico:

Chiama gli abitator dell'ombre eterne
il rauco suon della tartarea tromba.

Convinto io nell'intimo cuore della necessit di questa total differenza da serbarsi nei due stili, e tanto pi difficile per noi italiani, quando  giuoco forza crearsela nei limiti dello stesso metro, io dava dunque poco retta ai saccenti di Pisa quanto al fondo dell'arte drammatica, e quanto allo stile da adoprarvisi; gli ascoltava bens con umilt e pazienza su la purit toscanesca e grammaticale; ancorch neppure in questo i presenti toscani gran cosa la sfoggino.
Eccomi intanto in meno d'un anno dopo la recita della Cleopatra, possessore in proprio del patrimonietto di tre altre tragedie. E qui mi tocca di confessare, pel vero, di quai fonti le avessi tratte. Il Filippo, nato francese, e figlio di francese, mi venne di ricordo dall'aver letto pi anni prima il romanzo di Don Carlos, dell'Abate di San Reale. Il Polinice, gallo anch'egli, lo trassi dai Fratelli nemici, del Racine. L'Antigone, prima non imbrattata di origine esotica, mi venne fatta leggendo il duodecimo libro di Stazio nella traduzione su mentovata, del Bentivoglio. Nel Polinice l'avere io inserito alcuni tratti presi nel Racine, ed altri presi dai Sette prodi di Eschilo, che leggicchiai nella traduzione francese del padre Brumoy, mi fece far voto in appresso, di non pi mai leggere tragedie d'altri prima d'aver fatte le mie, allorch trattava soggetti trattati, per non incorrere cos nella taccia di ladro, ed errare o far bene, del mio. Chi molto legge prima di comporre, ruba senza avvedersene, e perde l'originalit, se l'avea. E per questa ragione anche avea abbandonato fin dall'anno innanzi la lettura di Shakespeare (oltre che mi toccava di leggerlo tradotto in francese). Ma quanto pi mi andava a sangue quell'autore (di cui per benissimo distingueva tutti i difetti), tanto pi me ne volli astenere.
Appena ebbi stesa l'Antigone in prosa, che la lettura di Seneca m'infiamm e sforz d'ideare ad un parto le due gemelle tragedie, l'Agamennone, e l'Oreste. Non mi parea con tutto ci, ch'elli mi siano riuscite in nulla un furto fatto da Seneca. Nel fin di giugno sloggiai da Pisa, e venni in Firenze, dove mi trattenni tutto il settembre. Mi vi applicai moltissimo all'impossessarmi della lingua parlabile; e conversando giornalmente con fiorentini, ci pervenni bastantemente. Onde cominciai da quel tempo a pensare quasi esclusivamente in quella doviziosissima ed elegante lingua; prima indispensabile base per bene scriverla. Nel soggiorno in Firenze verseggiai per la seconda volta il Filippo da capo in fondo, senza neppur pi guardare quei primi versi, ma rifacendoli dalla prosa. Ma i progressi mi pareano lentissimi, e spesso mi parea anzi di scapitare che di migliorare. Nel corrente di agosto, trovandomi una mattina in un crocchio di letterati, udii a caso rammentare l'aneddoto storico di Don Garzia ucciso dal proprio padre Cosimo I. Questo fatto mi colp; e siccome stampato non , me lo procurai manoscritto, estratto dai pubblici archivi di Firenze, e fin d'allora ne ideai la tragedia. Continuava intanto a schiccherare molte rime, ma tutte mi riuscivano infelici. E bench non avessi in Firenze nessun amico censore che equivalesse al Tana e al Paciaudi, pure ebbi abbastanza senno e criterio di non ne dar copia a chi che si fosse, e anche la sobriet di pochissimo andarle recitando. Il mal esito delle rime non mi scoraggiava con tutto ci; ma bens convincevami che non bisognava mai restare di leggerne dell'ottime, e d'impararne a memoria, per invasarmi di forme poetiche. Onde in quell'estate m'inondai il cervello di versi del Petrarca, di Dante, del Tasso, e sino ai primi tre canti interi dell'Ariosto; convinto in me stesso, che il giorno verrebbe infallibilmente, in cui tutte quelle forme, frasi, e parole d'altri mi tornerebbero poi fuori dalle cellule di esso miste e immedesimate coi miei propri pensieri ed affetti.



CAPITOLO TERZO
Ostinazione negli studi pi ingrati.

Nell'ottobre tornai in Torino, perch non avea prese le misure necessarie per soggiornare pi lungamente fuor di casa, non gi perch io mi presumessi intoscanito abbastanza. Ed anche molte altre frivole ragioni mi fecero tornare. Tutti i miei cavalli lasciati in Torino mi vi aspettavano e richiamavano; passione che in me contrast lungamente con le Muse, e non rimase poi perdente davvero, se non se pi d'un anno dopo. N mi premeva allora tanto lo studio e la gloria, che non mi pungesse anco molto a riprese la smania del divertirmi; il che mi riusciva assai pi facile in Torino dove c'avea buona casa, aderenze d'ogni sorta, bestie a sufficienza, divagazioni ed amici pi del bisogno. Malgrado tutti questi ostacoli, non rallentai punto lo studio in quell'inverno; ed anzi mi accrebbi le occupazioni e gl'impegni. Dopo Orazio intero, avea letti e studiati ad oncia ad oncia pi altri autori, e fra questi Sallustio. La brevit ed eleganza di quest'istorico mi avea rapito talmente, che mi accinsi con molta applicazione a tradurlo; e ne venni a capo in quell'inverno. Molto, anzi infinito obbligo io debbo a quel lavoro; che poi pi e pi volte ho rifatto, mutato e limato, non so se con miglioramento dell'opera, ma certamente con molto mio lucro s nell'intelligenza della lingua latina, che nella padronanza di maneggiar l'italiana.
Era frattanto ritornato di Portogallo l'incomparabile abate Tommaso di Caluso; e trovatomi contro la sua aspettativa ingolfato davvero nella letteratura, e ostinato nello scabroso proposito di farmi autor tragico, egli mi second, consigli, e soccorse di tutti i suoi lumi con benignit e amorevolezza indicibile. E cos pure fece l'eruditissimo conte di San Raffaele, ch'io appresi in quell'anno a conoscere, e altri coltissimi individui, i quali tutti a me superiori di et, di dottrina, e d'esperienza nell'arte mi compativano pure, ed incoraggivano; ancorch non ne avessi bisogno atteso il bollore del mio carattere. Ma la gratitudine che sovra ogni altra professo e sempre professer a tutti i suddetti personaggi, si  per aver essi umanamente comportata la mia incomportabile petulanza d'allora; la quale, a dir anche il vero, mi andava per di giorno in giorno scemando, a misura che riacquistava lume.
Sul finir di quell'anno '76, ebbi una grandissima e lungamente sospirata consolazione. Una mattina andato dal Tana, a cui sempre palpitante e tremante io solea portare le mie rime, appena partorite che fossero, gli portai finalmente un sonetto al quale pochissimo trov che ridire e lo lod anzi molto come i primi versi ch'io mi facessi meritevoli di un tal nome. Dopo le tante e continue afflizioni ed umiliazioni ch'io avea provate nel leggergli da pi d'un anno le mie sconcie rime, ch'egli da vero e generoso amico senza misericordia nessuna censurava, e diceva il perch e il suo perch mi appagava; giudichi ciascuno qual soave nttare mi giunsero all'anima quelle insolite sincere lodi. Era il sonetto una descrizione del ratto di Ganimede, fatto a imitazione dell'inimitabile del Cassiani sul ratto di Proserpina. Egli  stampato da me il primo tra le mie rime. E invaghito della lode, tosto ne feci anche due altri, tratto il soggetto dalla favola, e imitai anch'essi come il primo, a cui immediatamente anche nella stampa ho voluto poi che seguitassero. Tutti e tre si risentono un po' troppo della loro serva origine imitativa, ma pure (s'io non erro) hanno il merito d'essere scritti con una certa evidenza, e bastante eleganza; quale in somma non mi era venuta mai fin allora. E come tali ho voluto serbarli, e stamparli con pochissime mutazioni molti anni dopo. In seguito poi di quei tre primi sufficienti sonetti, come se mi si fosse dischiusa una nuova fonte, ne scaturii in quell'inverno troppi altri; i pi, amorosi; ma senza amore che li dettasse. Per esercizio mero di lingua e di rime avea impreso a descrivere a parte a parte le bellezze palesi d'una amabilissima e leggiadra signora; n per essa io sentiva neppure la minima favilluzza nel cuore; e forse ci si parr in quei sonetti pi descrittivi che affettuosi. Tuttavia, siccome non mal verseggiati, ho voluto quasi che tutti conservarli, e dar loro luogo nelle mie rime; dove agli intendenti dell'arte possono forse andare additando i progressi ch'io allora andava facendo gradatamente nella difficilissima arte del dir bene, senza la quale per quanto sia ben concepito e condotto il sonetto, non pu aver vita.
Alcuni evidenti progressi nel rimare, e la prosa del Sallustio ridotta a molta brevit con sufficiente chiarezza (ma priva ancora di quella variata armonia, tutta propria sua, della ben concepita prosa), mi aveano ripieno il cuore di ardenti speranze. Ma siccome ogni altra cosa ch'io faceva, o tentava, tutte aveano sempre per primo ed allora unico scopo, di formarmi uno stile proprio ed ottimo per la tragedia, da quelle occupazioni secondarie di tempo in tempo mi riprovava a risalire alla prima. Nell'aprile del '77 verseggiai perci l'Antigone, ch'io, come dissi, avea ideata e stesa ad un tempo, circa un anno prima, essendo in Pisa. La verseggiai tutta in meno di tre settimane; e parendomi aver acquistata facilit, mi tenni di aver fatto gran cosa. Ma appena l'ebbi io letta in una societ letteraria, dove quasi ogni sera ci radunavamo, ch'io ravvedutomi (bench lodato dagli altri) con mio sommo dolore mi trovai veramente lontanissimo da quel modo di dire ch'io avea tanto profondamente fitto nell'intelletto, senza pur quasi mai ritrovarmelo poi nella penna. Le lodi di quei colti amici uditori mi persuasero che forse la tragedia quanto agli affetti e condotta ci fosse; ma i miei orecchi e intelletto mi convinsero ch'ella non c'era quanto allo stile. E nessun altri di ci poteva a una prima lettura esser giudice competente quanto io stesso, perch quella sospensione, commozione, e curiosit che porta con s una non conosciuta tragedia, fa s che l'uditore, ancorch di buon gusto dotato, non pu e non vuole, n deve, soverchiamente badare alla locuzione. Quindi tutto ci che non  pessimo, passa inosservato, e non spiace. Ma io che la leggeva conoscendola, fino a un puntino mi dovea avvedere ogni qual volta il pensiero o l'affetto venivano o traditi o menomati dalla non abbastanza o vera, o calda, o breve, o forte, o pomposa espressione.
Persuaso io dunque che non era al punto, e che non ci arrivava, perch in Torino viveva ancor troppo divagato, e non abbastanza solo e con l'arte, subito mi risolvei di tornare in Toscana, dove anche sempre pi mi italianizzere il concetto. Che se in Torino non parlava francese, con tutto ci il nostro gergaccio piemontese ch'io sempre parlava e sentiva tutto il giorno, in nulla riusciva favorevole al pensare e scrivere italiano.



CAPITOLO QUARTO
Secondo viaggio letterario in Toscana, macchiato di stolida pompa cavallina. Amicizia contratta col Gandellini. Lavori fatti o ideati in Siena.

Partii nei primi di maggio, previa la consueta permissione che bisognava ottener dal re per uscire dai suoi felicissimi stati. Il ministro a chi la domandai, mi rispose che io era stato anco l'anno innanzi in Toscana. Soggiunsi: "E perci mi propongo di ritornarvi quest'anno". Ottenni il permesso; ma quella parola mi fece entrar in pensieri, e bollire nella fantasia il disegno che io poi in meno d'un anno mandai pienamente ad effetto, e per cui non mi occorse d'allora in poi mai pi di chiedere permissione nissuna. In questo secondo viaggio, proponendomi di starvi pi tempo, e fra i miei deliri di vera gloria frammischiandone pur tuttavia non pochi di vanagloria, ci volli condur pi cavalli e pi gente, per recitare in tal guisa le due parti, che di rado si meritano insieme, di poeta e di signore. Con un treno dunque di otto cavalli, ed il rimanente non discordante da esso, mi avviai alla volta di Genova. Di l imbarcatomi io col bagaglio e il biroccino, mandai per la via di terra verso Lerici e Sarzana i cavalli. Questi arrivarono felicemente avendomi preceduto. Io nella filucca essendo gi quasi alla vista di Lerici, fui rimandato indietro dal vento, e costretto di sbarcare a Rapallo, due sole poste distante da Genova. Sbarcato quivi, e tediandomi di aspettare che il vento tornasse favorevole per ritornare a Lerici, lasciai la filucca con la roba mia, e prese alcune camicie, i miei scritti (dai quali non mi separava mai pi) ed un sol uomo, per le poste a cavallo a traverso quei rompicolli di strade del nudo Appennino me ne venni a Sarzana, dove trovai i cavalli, e dovei poi aspettar la filucca pi di otto giorni. Ancorch io ci avessi il divertimento dei cavalli, pure non avendo altri libri che l'Orazietto e il Petrarchino di tasca, mi tediava non poco il soggiorno di Sarzana. Da un prete fratello del mastro di posta mi feci prestare un Tito Livio, autore che (dalle scuole in poi, dove non l'avea n inteso n gustato) non m'era pi capitato alle mani. Ancorch io smoderatamente mi fossi appassionato della brevit sallustiana, pure la sublimit dei soggetti, e la maest delle concioni di Livio mi colpirono assai. Lettovi il fatto di Virginia, e gl'infiammati discorsi d'Icilio, mi trasportai talmente per essi, che tosto ne ideai la tragedia; e l'avrei stesa d'un fiato, se non fossi stato sturbato dalla continua espettativa di quella maledetta filucca, il di cui arrivo mi avrebbe interrotto la composizione.
E qui per l'intelligenza del lettore mi conviene spiegare queste mie parole di cui mi vo servendo s spesso, ideare, stendere, e verseggiare. Questi tre respiri con cui ho sempre dato l'essere alle mie tragedie, mi hanno per lo pi procurato il beneficio del tempo, cos necessario a ben ponderare un componimento di quella importanza; il quale se mai nasce male, difficilmente poi si raddrizza. Ideare dunque io chiamo, il distribuire il soggetto in atti e scene, stabilire e fissare il numero dei personaggi, e in due paginucce di prosaccia farne quasi l'estratto a scena per scena di quel che diranno e faranno. Chiamo poi stendere, qualora ripigliando quel primo foglio, a norma della traccia accennata ne riempio le scene dialogizzando in prosa come viene la tragedia intera, senza rifiutar un pensiero, qualunque ei siasi, e scrivendo con impeto quanto ne posso avere, senza punto badare al come. Verseggiare finalmente chiamo non solamente il porre in versi quella prosa, ma col riposato intelletto assai tempo dopo scernere tra quelle lungaggini del primo getto i migliori pensieri, ridurli a poesia, e leggibili. Segue poi come di ogni altro componimento il dover successivamente limare, levare, mutare; ma se la tragedia non v' nell'idearla e distenderla, non si ritrova certo mai pi con le fatiche posteriori. Questo meccanismo io l'ho osservato in tutte le mie composizioni drammatiche cominciando dal Filippo, e mi son ben convinto ch'egli  per s stesso pi che i due terzi dell'opera. Ed in fatti, dopo un certo intervallo, quanto bastasse a non pi ricordarmi affatto di quella prima distribuzione di scene, se io, ripreso in mano quel foglio, alla descrizione di ciascuna scena mi sentiva repentinamente affollarmisi al cuore e alla mente un tumulto di pensieri e di affetti che per cos dire a viva forza mi spingessero a scrivere, io tosto riceveva quella prima sceneggiatura per buona, e cavata dai visceri del soggetto. Se non mi si ridestava quell'entusiasmo, pari e maggiore di quando l'avea ideata, io la cangiava od ardeva. Ricevuta per buona la prima idea, l'adombrarla era rapidissimo, e un atto il giorno ne scriveva, talvolta pi, raramente meno; e quasi sempre nel sesto giorno la tragedia era, non dir fatta, ma nata. In tal guisa, non ammettendo io altro giudice che il mio proprio sentire, tutte quelle che non ho potuto scriver cos, di ridondanza e furore, non le ho poi finite; o, seppur finite, non le ho mai poi verseggiate. Cos mi avvenne di un Carlo Primo che immediatamente dopo il Filippo intrapresi di stendere in francese; nel quale abbozzo a mezzo il terz'atto mi si agghiacci si fattamente il cuore e la mano, che non fu possibile alla penna il proseguirlo. Cos d'un Romeo e Giulietta, ch'io pure stesi in intero, ma con qualche stento, e con delle pause. Onde pi mesi dopo, ripreso in mano quell'infelice abbozzo mi cagion un tal gelo nell'animo rileggendolo, e tosto poi m'infiamm di tal ira contro me stesso, che senza altrimenti proseguirne la tediosa lettura, lo buttai sul fuoco. Dal metodo ch'io qui ho prolissamente voluto individuare, ne  poi forse nato l'effetto seguente: che le mie tragedie prese in totalit, tra i difetti non pochi ch'io vi scorgo, e i molti che forse non vedo, elle hanno pure il pregio di essere, o di parere ai pi, fatte di getto, e di un solo attacco collegate in s stesse, talch ogni parola e pensiero ed azione del quint'atto strettamente s'immedesima con ogni pensiero parola e disposizione del quarto risalendo sino ai primi versi del primo: cosa, che, se non altro, genera necessariamente attenzione nell'uditore, e calor nell'azione. Quindi , che stesa cos la tragedia, non rimanendo poi all'autore altro pensiere che di pacatamente verseggiarla scegliendo l'oro dal piombo, la sollecitudine che suol dare alla mente il lavoro dei versi e l'incontentabile passione dell'eleganza, non pu pi nuocer punto al trasporto e furore a cui bisogna ciecamente obbedire nell'ideare e creare cose d'affetto e terribili. Se chi verr dopo me giudicher ch'io con questo metodo abbia ottenuto pi ch'altri efficacemente il mio intento, la presente disgressioncella potr forse col tempo illuminare e giovare a qualcuno che professi quest'arte; ove io l'abbia sbagliato, servir perch altri ne inventi un migliore.
Ripiglio il filo della narrazione. Giunse finalmente a Lerici quella tanto aspettata filucca; ed io, avuta la mia roba, immediatamente partii di Sarzana alla volta di Pisa, accresciuto il mio poetico patrimonio di quella Virginia di pi; soggetto che mi andava veramente a sangue. Gi avea disegnato in me di non trattenermi questa volta in Pisa pi di due giorni; s perch mi lusingava che per la lingua io profitterei assai pi in Siena dove si parla meglio, e vi son meno forestieri; s perch nel soggiorno fattovi l'anno innanzi io mi vi era quasi mezzo invaghito di una bella e nobile signorina, la quale anche agiata di beni di fortuna mi sarebbe stata accordata in moglie dai suoi parenti, se io l'avessi chiesta. Ma su tal punto io era allora d'assai migliorato di alcuni anni prima in Torino, allorch avea consentito che il mio cognato chiedesse per me quella ragazza che poi non mi volle. Questa volta non volli io lasciar chiedere per me quella che mi avrebbe pur forse voluto, e che s per l'indole, che per ogni altra ragione mi sarebbe convenuta, e mi piaceva anche non poco. Ma ott'anni di pi ch'io m'aveva, e tutta l'Europa quasi ch'io avea o bene o male veduta, e l'amor della gloria che m'era entrato addosso, e, la passion dello studio, e la necessit di essere, o di farmi libero, per poter essere intrepido e veridico autore, tutti questi caldissimi sproni mi facean passar oltre, e gridavanmi ferocemente nel cuore, che nella tirannide basta bene ed  anche troppo il viverci solo, ma che mai, riflettendo, vi si pu n si dee diventare marito n padre. Perci passai l'Arno, e mi trovai tosto in Siena. E sempre ho benedetto quel punto in cui ci capitai, perch in codesta citt combinai un crocchietto di sei o sette individui dotati di un senno, giudizio, gusto e cultura, da non credersi in cosi picciol paese. Fra questi poi primeggiava di gran lunga il degnissimo Francesco Gori Gandellini, di cui pi d'una volta cara memoria non mi uscir mai dal cuore. Una certa somiglianza nei nostri caratteri, lo stesso pensare e sentire (tanto pi raro e pregevole in lui che in me, attese le di lui circostanze tanto diverse dalle mie) ed un reciproco bisogno di sfogare il cuore ridondante delle passioni stesse, ci riunirono ben tosto in vera e calda amicizia. Questo santo legame della schietta amicizia era, ed  tuttavia, nel mio modo di pensare e di vivere un bisogno di prima necessit; ma la mia ritrosa e difficile e severa natura mi rende e render finch'io viva, poco atto ad inspirarla in altrui, e oltre modo ritenuto nel porre in altri la mia. Perci nel corso del mio vivere pochissimi amici avr avuti; ma mi vanto di averli avuti tutti buoni e stimabili assai pi di me. N io mai altro ho cercato nell'amicizia se non se il reciproco sfogo delle umane debolezze, affinch il senno e amorevolezza dell'amico venisse attenuando in me e migliorando le non lodevoli e corroborando all'incontro e sublimando le poche lodevoli, e dalle quali l'uomo pu trarre utile per altri ed onore per s. Tale  la debolezza del volersi far autore. Ed in questa principalmente, i consigli generosi ed ardenti del Gandellini mi hanno certo prestato non piccolo soccorso ed impulso. Il desiderio vivissimo ch'io contrassi di meritarmi la stima di codesto raro uomo, mi diede subito una quasi nuova elasticit di mente, un'alacrt d'intelletto, che non mi lasciava trovar luogo n pace, s'io non procreava prima qualche opera che fosse o mi paresse degna di lui. N mai io ho goduto dell'intero esercizio delle mie facolt intellettuali e inventive, se non se quando il mio cuore si ritrovava ripieno e appagato, e l'animo mio per cos dire appoggiato o sorretto da un qualche altro ente gradito e stimabile. Che all'incontro quand'io mi vedeva senza un s fatto appoggio quasi solo nel mondo, considerandomi come inutile a tutti e caro a nessuno, gli accessi di malinconia, di disinganno e disgusto d'ogni umana cosa, eran tali e s spessi, ch'io passava allora dei giorni interi, e anco delle settmane senza n volere n potere toccar libro n penna.
Per ottenere dunque e meritare la lode di un uomo cos stimabile agli occhi miei quanto era il Gori, io mi posi in quell'estate a lavorare con un ardore assai maggiore di prima. Da lui ebbi il pensiero di porre in tragedia la congiura de' Pazzi. Il fatto m'era affatto ignoto, ed egli mi sugger di cercarlo nel Machiavelli a preferenza di qualunque altro storico. Cos, per una strana combinazione, quel divino autore che dovea poi in appresso farmisi una delle mie pi care delizie, mi veniva per la seconda volta posto in mano da un altro veracissimo amico, simile in molte cose al gi tanto a me caro D'Acunha, ma molto pi erudito e colto di lui. Ed in fatti, bench il mio terreno non fosse preparato abbastanza per ricevere e fruttificare un tal seme, pure in quel luglio ne lessi di molti squarci qua e l, oltre la narrazione del fatto della congiura. Quindi, non solo la tragedia ne ideai immediatamente, ma invasato, di quel suo dire originalissimo e sugoso, di l a pochi giorni mi sentii costretto a lasciare ogni altro studio, e come inspirato e sforzato a scrivere d'un sol fiato i due libri della Tirannide; quasi per l'appunto quali poi molti anni appresso gli stampai. Fu quello uno sfogo di un animo ridondante e piagato fin dall'infanzia dalle saette dell'abborrita e universale oppressione. Se in et pi matura io avessi dovuto trattar di nuovo un tal tema, l'avrei forse trattato alquanto pi dottamente, corroborando l'opinione mia colla storia. Ma nello stamparlo non ho per voluto, col gelo degli anni e la pedanteria del mio poco sapere, indebolire in quel libro la fiamma di giovent e di nobile e giusto sdegno, che ad ogni pagina d'esso mi parve avvampare, senza scompagnarsi da un certo vero e incalzante raziocinio che mi vi par dominare. Che se poi vi ho scorti degli sbagli, o delle amplificazioni, come figli d'inesperienza e non mai di mal animo, ce li ho voluti lasciare. Nessun fine secondo, nessuna privata vendetta mi inspir quello scritto. Forse ch'io avr o male, o falsamente sentito, ovvero con troppa passione. Ma e quando mai la passione pel vero e pel retto fu troppa, allorch massimamente si tratta di immedesimarla in altrui? Non ho detto che quanto ho sentito, e forse meno che pi. Ed in quella bollente et il giudicare e raziocinare non eran fors'altro che un puro e generoso sentire.



CAPITOLO QUINTO
Degno amore mi allaccia finalmente per sempre.

Sgravato in tal guisa l'esacerbato mio animo dal lungo e traboccante odio ingenito suo contro la tirannide, io mi sentii tosto richiamato alle opere teatrali; e quel libercoletto, dopo averlo letto all'amico, ed a pochissimi altri, sigillai e posi da parte, n pi ci pensai per molti anni. Intanto, ripreso il coturno, rapidissimamente distesi ad un tratto l'Agamennone, l'Oreste, e la Virginia. E circa all'Oreste, mi era nato un dubbio prima di stenderlo, ma il dubbio essendo per s stesso picciolo e vile, mi venne in magnanima guisa disciolto dall'amico. Questa tragedia era stata da me ideata in Pisa l'anno innanzi, e mi avea infiammato di tal soggetto la lettura del pessimo Agamennone di Seneca. Nell'inverno poi, trovandomi io in Torino, squadernando un giorno i miei libri, mi venne aperto un volume delle tragedie del Voltaire, dove la prima parola che mi si present fu, Oreste tragedia. Chiusi subito il libro, indispettito di ritrovarmi un tal competitore fra i moderni, di cui non avea mai saputo che questa tragedia esistesse. Ne domandai allora ad alcuni, e mi dissero esser quella una delle buone tragedie di quell'autore; il che mi avea molto raffreddato nell'intenzione di dar corpo alla mia. Trovandomi io dunque poi in Siena, come dissi, ed avendo gi steso l'Agamennone, senza pi nemmeno aprire quello di Seneca, per non divenir plagiario, allorch fui sul punto di dovere stender l'Oreste, mi consigliai coll'amico raccontandogli il fatto e chiedendogli in imprestito quello del Voltaire per dargli una scorsa, e quindi o fare il mio o non farlo. Il Gori, negandomi l'imprestito dell'Oreste francese, soggiunse: "Scriva il suo senza legger quello; e se ella  nato per fare tragedie, il suo sar o peggiore o migliore od uguale a quell'altro Oreste, ma sar almeno ben suo". E cos feci. E quel nobile ed alto consiglio divenne d'allora in poi per me un sistema; onde, ogni qual volta mi sono accinto a trattar poi soggetti gi trattati da altri moderni, non li lessi mai se non dopo avere steso e verseggiato il mio; e se li aveva visti in palco, cercai di non me ne ricordar punto; e se mal mio grado me ne ricordava, cercai di fare, dove fosse possibile, in tutto il contrario di quelli. Dal che mi  sembrato che me ne sia ridondata in totalit una faccia ed un tragico andamento, se non buono, almeno ben mio.
Quel soggiorno di circa cinque mesi in Siena fu dunque veramente un balsamo pel mio intelletto e pel mio animo ad un tempo. Ed oltre tutte le accennate composizioni, vi continuai anche con ostinazione e con frutto lo studio dei classici latini, tra cui Giovenale, che mi fece gran colpo, e lo rilessi poi sempre in appresso non meno di Orazio. Ma approssimandosi l'inverno, che in Siena non  punto piacevole, e non essendo io ancora ben sanato dalla giovanile impazienza di luogo, mi determinai nell'ottobre di andare a Firenze, non ancora ben certo se vi passerei pur l'inverno, o se me ne tornerei a Torino. Ed ecco, che appena mi vi fui collocato cos alla peggio per provarmici un mese, nacque tale accidente, che mi vi colloc e inchiod per molti anni; accidente, per cui determinatomi per mia buona sorte ad espatriarmi per sempre, io venni fra quelle nuove spontanee ed auree catene ad acquistare davvero la ultima mia letteraria libert, senza la quale non avrei mai fatto nulla di buono, se pur l'ho fatto.
Fin dall'estate innanzi, ch'io avea come dissi passato intero a Firenze, mi era, senza ch'io 'l volessi, occorsa pi volte agli occhi una gentilissima e bella signora, che per esservi anch'essa forestiera e distinta, non era possibile di non vederla e osservarla; e pi ancora impossibile, che osservata e veduta non piacesse ella sommamente a ciascuno. Con tutto ci, ancorch gran parte dei signori di Firenze, e tutti i forestieri di nascita da lei capitassero, io immerso negli studi e nella malinconia, ritroso e selvaggio per indole, e tanto pi sempre intento a sfuggire tra il bel sesso quelle che pi aggradevoli e belle mi pareano, io perci in quell'estate innanzi non mi feci punto introdurre nella di lei casa; ma nei teatri e spasseggi mi era accaduto di vederla spessissimo. L'impression prima me n'era rimasta negli occhi, e nella mente ad un tempo, piacevolissima. Un dolce focoso negli occhi nerissimi accoppiatosi (che raro adiviene) con candidissima pelle e biondi capelli, davano alla di lei bellezza un risalto, da cui difficile era di non rimanere colpito e conquiso. Et di anni venticinque; molta propensione alle bell'arti e alle lettere; indole d'oro; e, malgrado gli agi di cui abondava, penose e dispiacevoli circostanze domestiche, che poco la lasciavano essere, come il dovea, avventurata e contenta. Troppi pregi eran questi, per affrontarli.
In quell'autunno dunque sendomi da un mio conoscente proposto pi volte d'introdurmivi, io credutomi forte abbastanza mi arrischiai di accostarmivi; n molto and ch'io mi trovai quasi senza avvedermene preso. Tuttavia titubando io ancora tra il s e il no di questa fiamma novella, nel decembre feci una scorsa a Roma per le poste a cavallo; viaggio pazzo e strapazzatissimo, che non mi frutt altro che d'aver fatto il sonetto di Roma, pernottando in una bettolaccia di Baccano, dove non mi riusc mai di poter chiuder occhio. L'andare, lo stare, e il tornare, furono circa dodici giorni. Rividi nelle due passate da Siena l'amico Gori, il quale non mi sconsigli da quei nuovi ceppi, in cui gi era pi che un mezzo allacciato; onde il ritorno in Firenze me li ribad ben tosto per sempre. Ma l'approssimazione di questa mia quarta ed ultima febbre del cuore si veniva felicemente per me manifestando con sintomi assai diversi dalle tre prime. In quelle io non m'era ritrovato allora agitato da una passione dell'intelletto la quale contrapesando e frammischiandosi a quella del cuore venisse a formare (per esprimermi col poeta) un misto incognito indistinto, che meno d'alquanto impetuoso e fervente, ne riusciva per pi profondo, sentito, e durevole. Tale fu la fiamma che da quel punto in poi si and a poco a poco ponendo in cima d'ogni mio affetto e pensiero, e che non si spegner oramai pi in me se non colla vita. Avvistomi in capo a due mesi che la mia vera donna era quella, poich invece di ritrovare in essa, come in tutte le volgari donne, un ostacolo alla gloria letteraria, un disturbo alle utili occupazioni, ed un rimpicciolimento direi di pensieri, io ci ritrovava e sprone e conforto ed esempio ad ogni bell'opera; io, conosciuto e apprezzato un s raro tesoro, mi diedi allora perdutissimamente a lei. E non errai per certo, poich pi di dodici anni dopo, mentr'io sto scrivendo queste chiacchiere, entrato oramai nella sgradita stagione dei disinganni, vieppi sempre di essa mi accendo quanto pi vanno per legge di tempo scemando in lei quei non suoi pregi passeggieri della caduca bellezza. Ma in lei si innalza, addolcisce, e migliorasi di giorno in giorno il mio animo; ed ardir dire e creder lo stesso di essa, la quale in me forse appoggia e corrobora il suo.



CAPITOLO SESTO
Donazione intera di tutto il mio alla sorella. Seconda avarizia.

Cominciai dunque allora a lavorar lietamente, cio con animo pacato e securo, come di chi ha ritrovato al fine e scopo ed appoggio. Gi era fermo in me stesso di non mi muover pi di Firenze, fintanto almeno che ci rimarrebbe la mia donna a dimora. Quindi mi convenne mandare ad effetto un disegno ch'io gi da gran tempo avea, direi, abbozzato nella mia mente, e che poi mi si era fatto necessit assoluta dacch avea s indissolubilmente posto il cuore in s degno oggetto.
Mi erano sempre oltre modo pesate e spiaciute le catene della mia natia servit; e quella tra l'altre, per cui, con privilegio non invidiabile, i nobili feudatari sono esclusivamente tenuti a chiedere licenza al re di uscire per ogni minimo tempo dagli stati suoi: e questa licenza si otteneva talvolta con qualche difficolt, o sgarbetto, dal ministro, e sempre poi si ottenea limitata. Quattro o cinque volte mi era accaduto di doverla chiedere, e bench sempre l'avessi ottenuta, tuttavia trovandola io ingiusta (poich n i cadetti, n i cittadini di nessuna classe, quando non fossero stati impiegati, erano costretti di ottenerla) sempre con maggior ribrezzo mi vi era piegato, quanto pi in quel frattempo, mi si era rinforzata la barba. L'ultima poi, che mi era, venuta chiesta, e che, come di sopra accennai mi era stata accordata con una spiacevol parola, mi era riuscita assai dura a inghiottirsi. Crescevano, oltre ci, di giorno in giorno i miei scritti. La Virginia, ch'io avea distesa in quella dovuta libert e forza che richiede il soggetto; l'avere steso quel libro della Tirannide come se io fossi nato e domiciliato in paese di giusta e verace libert; il leggere, gustare, e sentir vivamente e Tacito e il Machiavelli, e i pochi altri simili sublimi e liberi autori; il riflettere e conoscere profondamente quale si fosse il mio vero stato, e quanta l'impossibilit di rimanere in Torino stampando, o di stampare rimanendovi; l'essere pur troppo convinto che anche con molti guai e pericoli mi sarebbe avvenuto di stampar fuori, dovunque ch'io mi trovassi, finch rimaneva pur suddito di una legge nostra, che quaggi citer; aggiunto poi finalmente a tutte queste non lievi e manifeste ragioni la passione che di me nuovamente si era, con tanta mia felicit ed utilit, impadronita; non dubitai punto, ci visto, di lavorare con la maggior pertinacia ed ardore all'importante opera di spiemontizzarmi per quanto fosse possibile; ed a lasciare per sempre, ed anche a qualunque costo il mio mal sortito nido natio.
Pi d'un modo di farlo mi si presentava alla mente. Quello di andar prolungando, d'anno in anno la licenza, chiedendola; ed era forse il pi savio, ma rimaneva anche dubbio, n mai mi vi potea pienamente affidare, dipendendo dall'arbitrio altrui. Quello di usar sottigliezze, raggiri, e lungaggini, simulando dei debiti, con vendite clandestine, e altri simili compensi per realizzare il fatto mio, ed estrarlo da quel nobil carcere. Ma questi mezzi eran vili, ed incerti; n mi piacevano punto, fors'anche perch estremi non erano. Del resto, avvezzo io per carattere a sempre presupporre le cose al peggio, assolutamente voleva anticipando schiarire e decidere questo fatto, al quale mi conveniva poi a ogni modo un giorno o l'altro venirci, o rinunziare all'arte e alla gloria di indipendente e veridico autore. Determinato dunque di appurar la cosa, e fissare se avrei potuto salvare parte del mio per campare e stampare fuor di paese, mi accinsi vigorosamente all'impresa. E feci saviamente, ancorch giovine fossi, ed appassionato in tante maniere. E certo, se io mai (visto il dispotico governo sotto cui mi era toccato di nascere) s'io mai mi fossi lasciato avvantaggiare dal tempo, e trovatomi nel caso di avere stampato fuori paese anche i pi innocenti scritti, la cosa diveniva assai problematica allora, e la mia sussistenza, la mia gloria, la mia libert, rimanevano interamente ad arbitrio di quell'autorit assoluta, che necessariamente offesa dal mio pensare, scrivere, ed operare dispettosamente generoso e libero, non mi avrebbe certamente poi favorito nell'impresa di rendermi indipendente da essa.
Esisteva in quel tempo una legge in Piemonte, che dice: "Sar pur anche proibito a chicchessia di fare stampar libri o altri scritti fuori de' nostri Stati, senza licenza de' revisori, sotto pena di scudi sessanta, od altra maggiore, ed eziandio corporale, se cos esigesse qualche circostanza per un pubblico esempio". Alla qual legge aggiungendo quest'altra: "I vassalli abitanti de' nostri Stati non potranno assentarsi dai medesimi senza nostra licenza in iscritto". E fra questi due ceppi si vien facilmente a conchiudere, che io non poteva essere ad un tempo vassallo ed autore. Io dunque prescelsi di essere autore. E, nemicissimo com'io era d'ogni sotterfugio ed indugio, presi per disvassallarmi la pi corta e la pi piana via, di fare una interissima donazione in vita d'ogni mio stabile s infeudato che libero (e questo era pi che i due terzi del tutto) al mio erede naturale, che era la mia sorella Giulia, maritata come dissi col conte di Cumiana. E cos feci nella pi solenne e irrevocabile maniera, riserbandomi una pensione annua di lire quattordici mila di Piemonte, cio zecchini fiorentini mille quattrocento, che venivano ad essere poco pi in circa della met della mia totale entrata d'allora. E contentone io rimanevami di perdere l'altra met, o di comprare con essa l'indipendenza della mia opinione, e la scelta del mio soggiorno, e la libert dello scrivere. Ma il dare stabile e intero compimento a codest'affare mi cagion molte noie e disturbi, attese le molte formalit legali, che trattandosi l'affare da lontano per lettere, consumarono necessariamente assai pi tempo. Ci vollero oltre ci le consuete permissioni del re; che in ogni pi privata cosa in quel benedetto paese sempre c'entra, il re. E fu d'uopo che il mio cognato, facendo per s e per me, ottenesse dal re la licenza di accettare la mia donazione, e venisse autorizzato a corrispondermene quell'annuale prestazione in qualsivoglia paese mi fosse piaciuto dimorare. Agli occhi pur anche dei meno accorti manifestissima cosa era, che la principal cagione della mia donazione era stata la determinazione di non abitar pi nel paese: quindi era necessarissimo di ottenerne la permissione dal governo, il quale ad arbitrio suo si sarebbe sempre potuto opporre allo sborso della pensione in paese estero. Ma, per mia somma fortuna, il re d'allora, il quale certamente avea notizia del mio pensare (avendone io dati non pochi cenni) egli ebbe molto pi piacere di darmi l'andare che non di tenermi. Onde egli consent subito a quella mia spontanea spogliazione; ed ambedue fummo contentissimi: egli di perdermi, io di ritrovarmi.
Ma mi par giusto di aggiungere qui una particolarit bastantemente strana, per consolare con essa i malevoli miei, e nello stesso tempo far ridere alle spalle mie chiunque esaminando s stesso si riconoscer meno infermo d'animo, e meno bambino ch'io non mi fossi. In questa particolarit, la quale in me si trover accoppiata con gli atti di forza che io andava pure facendo, si scorger da chi ben osserva e riflette, che talvolta l'uomo, o almeno, che io riuniva in me, per cos dire, il gigante ed il nano. Fatto si , che nel tempo stesso ch'io scriveva la Virginia, e il libro della Tirannide; nel tempo stesso ch'io scuoteva cos robustamente e scioglieva le mie originarie catene, io continuava pure di vestire l'uniforme del re di Sardegna, essendo fuori paese, e non mi trovando pi da circa quattr'anni al servizio. E che diran poi i saggi, quand'io confesser candidamente la ragione perch lo portassi? Perch mi persuadeva di essere in codesto assetto assai pi snello e avvenente della persona. Ridi, o lettore, che tu n'hai ben donde. Ed aggiungi del tuo: che io dunque in ci fare, puerilmente e sconclusionatamente preferiva di forse parere agli altrui occhi pi bello, all'essere stimabile ai miei.
La conclusione di quel mio affare and frattanto in lunga dal gennaio al novembre di quell'anno '78; atteso che intavolai poi e ultimai come un secondo trattato la permuta di lire cinquemila della prestazione annuale in un capitale di lire centomila di Piemonte, da sborsarmisi dalla sorella. E questo soffr qualche difficolt pi che il primo. Ma finalmente consent anche il re che mi fosse mandata tal somma; ed io poi con altre la collocai in uno di quei tanti insidiosi vitalizi di Francia. Non gi ch'io mi fidassi molto pi nel cristianissimo che nel sardo re; ma perch mi pareva intanto che dimezzato cos il mio avere tra due diverse tirannidi, ne riuscirei alquanto meno precario, e che salverei in tal guisa, se non la borsa, almeno l'intelletto e la penna.
Di questo passo della donazione, epoca per me decisiva e importante (e di cui ho sempre dappoi benedetto il pensiero e l'esito), io non ne feci parte alla donna mia, se non se dopo che l'atto principale fu consolidato e perfetto. Non volli esporre il delicato suo animo al cimento di dovermi, o biasimare di ci, e come contrario al mio utile, impedirmelo; ovvero di lodarlo e approvarmelo, come giovevole in qualche aspetto al sempre pi dar base e durata al nostro reciproco amore; poich questa sola determinazione mia potevami porre in grado di non la dovere abbandonare mai pi. Quand'essa lo seppe, biasimollo con quella candida ingenuit tutta sua. Ma non potendolo pure pi impedire, ella vi si acquet, perdonandomi d'averglielo taciuto. E tanto pi forse mi riam, n mi stim niente meno. Frattanto, mentre io stava scrivendo lettere a Torino, e riscrivendo, e tornando a scrivere, perch si conchiudessero codeste noie e stitichezze reali, legali, e parentevoli; io, risoluto di non dar addietro, qualunque fosse per essere l'esito, avea ordinato al mio Elia che avea lasciato in Torino, di vendere tutti i mobili ed argenti. Egli in due mesi di tempo, lavorando indefessamente a ci mi avea messi insieme da sei e pi mila zecchini, che tosto gli ordinai di farmi sborsare per mezzo di cambiali in Firenze. Non so per qual caso nascesse, che fra l'avermi egli scritto d'aver questa mia somma nelle mani, e l'eseguire poi l'incarico ch'io gli avea dato rispondendogli a posta corrente di mandar le cambiali, corsero pi di tre settimane in cui non ricevei pi n lettere di lui, n altro; n avviso di banchiere nessuno. Bench io non sia per carattere molto diffidente, tuttavia poteva pur ragionevolmente entrare in qualche sospetto, vedendo in circostanze cos urgenti una s strana tardanza per parte d'un uomo s sollecito ed esatto come l'Elia. Mi entr dunque non poca diffidenza nel cuore; e la fantasia (in me sempre ardentissima) mi fabbric questo danno che era tra i possibili, come se veramente gi mi fosse accaduto. Onde io credei fermamente per pi di quindici giorni che i miei sei mila zecchini fossero iti all'aria insieme con l'ottima opinione ch'io mi era sempre giustamente tenuta di quell'Elia. Ci posto io mi trovava allora in due circostanze. L'affare con la sorella non era sistemato ancora; e sempre ricevendo nuove cavillazioni dal cognato, che tutte le sue private obbiezioni me le andava sempre facendo in nome e autorit del re; io gli avea finalmente risposto con ira e disprezzo: che se essi non voleano Donato, pigliassero pure Pigliato; perch io a ogni modo non ci tornerei mai, e poco m'importava di essi e dei lor danari e del loro re, che si tenessero il tutto e fosse cosa finita. Ed io era in fatti risolutissimo all'espatriazione perpetua, a costo pur anche del mendicare. Dunque per questa parte trovandomi in dubbio d'ogni cosa, e per quella dei mobili realizzati non mi vedendo sicuro di nulla, io me la passai cos fantasticando e vedendomi sempre la squallida povert innanzi agli occhi, finch mi pervennero le cambiali d'Elia, e vistomi possessore di quella piccola somma non dovei pi temere per la sussistenza. In quei deliri di fantasia, l'arte che mi si prepresentava come la pi propria per farmi campare, era quella del domacavalli, in cui sono o mi par d'essere maestro; ed  certamente una delle meno servili. Ed anche mi sembrava che questa dovesse riuscirmi la pi combinabile con quella di poeta, potendosi assai pi facilmente scriver tragedie nella stalla che in corte.
Ma gi, prima di trovarmi in queste angustie pi immaginate che vere, appena ebbi fatta la donazione, io avea congedato tutti i miei servi meno uno per me, ed uno per cucinarmi; che poco dopo anche licenziai. E da quel punto in poi, bench io fossi gi assai parco nel vitto, contrassi l'egregia e salutare abitudine di una sobriet non comune; lasciato interamente il vino, il caff, e simili, e ristrettomi ai semplicissimi cibi di riso, e lesso, ed arrosto, senza mai variare le specie per anni interi. Dei cavalli, quattro ne avea rimandati a Torino perch si vendessero con quelli che ci avea lasciati partendone; ed altri quattro li regalai ciascuno a diversi signori fiorentini, i quali bench fossero semplicemente miei conoscenti e non gi amici, avendo tuttavia assai meno orgoglio di me gli accettarono. Tutti gli abiti parimenti donai al mio cameriere, ed allora poi anche sagrificai l'uniforme; e indossai l'abito nero per la sera, e un turchinaccio per la mattina, colori che non ho poi deposti mai pi, e che mi vestiranno fino alla tomba. E cos in ogni altro genere mi andai sempre pi restringendo anche anche grettamente al semplicissimo necessario, a tal segno ch'io mi ritrovai ad un medesimo tempo e donator d'ogni cosa ed avaro.
Dispostissimo in questa guisa a tutto ci che mai mi potrebbe accadere di peggio, non mi tenendo aver altro che quei sei mila zecchini, che subito inabissai in uno dei vitalizi di Francia; ed essendo la mia natura sempre inclinata agli estremi, la mia economia e indipendenza and a poco a poco tant'oltre, che ogni giorno inventandomi una nuova privazione, caddi nel sordido quasi; e dico quasi, perch pur sempre mutai la camicia ogni giorno, e non trascurai la persona; ma lo stomaco, se a lui toccasse di scrivere la mia vita, tolto ogni quasi, direbbe ch'io m'era fatto sordidissimo. E questo fu il secondo, e crederei l'ultimo accesso di un s fastidioso e s turpe morbo che degrada pur tanto l'animo, e l'intelletto restringe. Ma bench ogni giorno andassi sottilizzando per negarmi o diminuirmi una qualche cosa, io andava pure spendendo in libri, e non poco. Raccolsi allora quasi tutti i libri nostri di lingua, ed in copia le pi belle edizioni dei classici latini. E in tutti l'un dopo l'altro, e replicatamente li lessi, ma troppo presto e con troppa avidit, onde non mi fecero quel frutto che me ne sarebbe ridondato leggendoli pacatamente, e ingoiandomi le note. Cosa alla quale mi son poi piegato tardissimo, avendo sempre da giovane anteposto l'indovinare i passi difficili, o il saltarli a pi pari, all'apianarmeli colla lettura e meditazione dei commenti.
Le mie composizioni frattanto nel decorso di quell'anno borsale 1778, non dir che fossero tralasciate, ma elle si risentivano dei tanti disturbi antiletterari in cui m'era ingolfato di necessit. E circa poi al punto principale per me, cio la padronanza della lingua toscana, mi si era aggiunto anche un nuovo ostacolo, ed era, che la mia donna non sapendo allora quasi punto l'italiano, io mi era trovato costretto a ricader nel francese, parlandolo e sentendolo parlare continuamente in casa sua. Nel rimanente del giorno io cercava poi il contravveleno dei gallicismi nei nostri ottimi e noiosi prosatori trecentisti, e feci su questo proposito delle fatiche niente poetiche, ma veramente da asino. A poco a poco pure spuntai, che l'amata imparasse perfettamente l'italiano s per leggere che per parlare; e vi riusc quanto e pi ch'altra mai forestiera che vi si accingesse; e lo parl anzi con una assai migliore pronunzia che non lo parlano le donne d'Italia non toscane, che tutte, o sian lombarde, o veneziane o napoletane o anche romane, lacerano quale in un modo quale nell'altro, ogni orecchio che siasi avvezzo al soavissimo, e vibratissimo accento toscano. Ma per quanto la mia donna non parlasse tosto altra lingua con me, tuttavia la casa sua sempre ripiena di oltramontaneria era per il mio povero toscanismo un continuo martirio; talch, oltre parecchie altre, io ebbi anche questa contrariet, di esser stato presso che tre anni allora in Firenze, e d'avervi assai pi dovuto ingoiare dei suoni francesi, che non dei toscani. E in quasi tutto il decorso della mia vita, finora, mi  toccata in sorte questa barbaria di gallicheria; onde, se io pure sar potuto riuscire a scrivere correttamente, puramente, e con sapore di toscanit (senza per ricercarla con affettazione e indiscrezione), ne dovr riportar doppia lode, attesi gli ostacoli; e se riuscito non ci sono, ne meriter ampia scusa.



CAPITOLO SETTIMO
Caldi studi in Firenze

Nell'aprile del '78, dopo aver verseggiata la Virginia, e quasi che tutto l'Agamennone, ebbi una breve ma forte malattia infiammatoria, con un'angina, che costrinse il medico a dissanguarmi; il che mi lasci una lunga convalescenza, e fu epoca per me di un notabile indebolimento di salute in appresso. L'agitazione, i disturbi, lo studio, e la passione di cuore mi aveano fatto infermare, e bench poi nel finir di quell'anno cessassero interamente i disturbi d'interesse domestico, lo studio e l'amore che sempre andarono crescendo, bastarono a non mi lasciar pi godere in appresso di quella robustezza d'idiota ch'io mi era andata formando in quei dieci anni di dissipazione, e di viaggi quasi continui. Tuttavia nel venir poi dell'estate, mi riebbi, e moltissimo lavorai. L'estate  la mia stagione favorita; e tanto pi mii si conf, quanto pi eccessiva riesce; massimamente pel comporre. Fin dal maggio di quell'anno avea dato principio ad un poemetto in ottava rima, su la uccisione del duca Alessandro da Lorenzino de' Medici; fatto, che essendomi piaciuto molto, ma non lo trovando suscettibile di tragedia, mi si affacci piuttosto come poema. Lo andava lavorando a pezzi, senza averne steso abbozzo nessuno, per esercitarmi al far rime, da cui gli sciolti delle oramai gi tante tragedie mi andavano deviando. Andava anche scrivendo alcune rime d'amore, s per lodare la mia donna, che per isfogare le tante angustie in cui, attese le di lei circostanze domestiche, mi conveniva passare molt'ore. E hanno cominciamento le mie rime per essa, da quel sonetto (tra gli stampati da me) che dice:

Negri, vivaci, in dolce fuoco ardenti;

dopo il quale tutte le rime amorose che seguono, tutte sono per essa, e ben sue, e di lei solamente, poich mai d'altra donna per certo non canter. E mi pare che in esse (siano con pi o meno felicit ed eleganza concepite e verseggiate), vi dovrebbe pure per lo pi trasparire quell'immenso affetto che mi sforzava di scriverle, e ch'io ogni giorno pi mi sentiva crescer per lei; e ci massimamente, credo, si potr scorgere nelle rime scritte quando poi mi trovai per gran tempo disgiunto da essa.
Torno alle occupazioni del '78. Nel luglio distesi con una febbre frenetica di libert la tragedia de' Pazzi; quindi immediatamente il Don Garzia. Tosto dopo ideai e distribuii in capitoli i tre libri Del principe e delle lettere, e ne distesi i primi tre capitoli. Poi, non mi sentendo lingua abbastanza per ben esprimere i miei pensamenti, lo differii per non averlo poi a rifonder tutto allorch ci tornerei per correggerlo. Nell'agosto di quell'anno stesso, a suggerimento e soddisfazione dell'amata, ideai la Maria Stuarda. Dal settembre in gi verseggiai l'Oreste, con cui terminai quell'anno per me travagliatissimo.
Passavano allora i miei giorni in una quasi perfetta calma; e sarebbe stata intera, se non fossi stato spesso angustiato del vedere la mia donna angustiata da continui dispiaceri domestici cagionatile dal querulo, sragionevole, e sempre ebro attempato marito. Le sue pene eran mie; e vi ho successivamente patito dolori di morte. Io non la poteva vedere se non la sera, e talvolta a pranzo da lei; ma sempre presente lo sposo, o al pi standosi egli di continuo nella camera contigua. Non gi ch'egli avesse ombra di me pi che d'altri; ma era tale il di lui sistema; ed in nove anni e pi che vissero insieme quei due coniugi, mai e poi mai e poi mai non  uscito egli di casa senza di lei, n ella senz'esso; continuit che riuscirebbe stucchevole perfino fra due coetanei amanti. Io dunque tutto l'intero giorno me ne stava in casa studiando, dopo aver cavalcato la mattina per un par d'ore un ronzino d'affitto per mera salute. La sera poi io trovava il sollievo della sua vista, ma amareggiato pur troppo dal vederla come dissi quasi sempre afflitta, ed oppressa. Se io non avessi avuta la tenacissima occupazione dello studio, non mi sarei potuto piegare al vederla s poco, e in tal modo. Ma anche, se io non avessi avuto quell'unico sollievo della sua dolcissima vista per contravveleno all'asprezza della mia solitudine non avrei mai potuto resistere a uno studio cos continuo, e cos, direi, arrabbiato.
In tutto il '79 verseggiai la Congiura de' Pazzi; ideai la Rosmunda, l'Ottavia, e il Timoleone; stesi la Rosmunda, e Maria Stuarda; verseggiai il Don Garzia; terminai il primo canto del poema, e inoltrai non poco il secondo.
In mezzo a s calde e faticose occupazioni della mente, mi trovava anche soddisfatti gli affetti del cuore, tra l'amata donna presente, e due amici lontani, con cui mi andava sfogando per lettere. Era l'uno di questi, il Gori di Siena, il quale anche due o tre volte era venuto in Firenze a vedermi; l'altro era l'ottimo abate di Caluso, il quale verso la met di quell'anno '79 venne poi in Firenze, chiamatovi in parte dall'intenzione di godersi per un anno quella beatissima lingua toscana, ed in parte (me ne lusingo) chiamatovi dal piacere di essere con chi gli volea tanto bene quanto io; ed anche per darsi ai suoi studi pi quetamente e liberamente che non gli veniva fatto in Torino, dove fra i suoi tanti e fratelli, e nipoti, e cugini, e indiscreti d'altro genere la di lui mansueta e condiscendente natura lo costringeva ad essere assai pi d'altri che suo. Un anno presso che intero egli stette dunque in Firenze; ci vedevamo ogni giorno, e si passava insieme di molte ore del dopo pranzo. Ed io nella di lui piacevole ed erudita conversazione imparai senza quasi avvedermene pi cose assai che non avrei fatto in molti anni sudando su molti libri. E tra l'altre, quella di cui gli avr eterna gratitudine, si  di avermi egli insegnato a gustare e sentire e discernere la bella ed immensa variet dei versi di Virgilio, da me fin allora soltanto letti ed intesi; il che per la lettura di un poeta di tal fatta, e per l'utile che ne dee ridondare a chi legge, viene a dir quanto nulla. Ho tentato poi (non so con quanta felicit) di trasportare nel mio verso sciolto di dialogo quella incessante variet d'armonia, per cui raramente due versi somigliantisi si accoppino; quelle diverse sedi d'interrompimento, e quelle trasposizioni (per quanto l'indole della lingua nostra il concede), dalle quali il verseggiar di Virgilio riesce s maraviglioso, e s diverso da Lucano, da Ovidio, e da tutti. Differenze difficili ad esprimersi con parole, e poco concepibili da chi dell'arte non . Ed era pur necessario ch'io mi andassi aiutando qua e l per far tesoro di forme e di modi, per cui il meccanismo del mio verso tragico assumesse una faccia sua propria, e si venisse a rialzare da per s, per forza di struttura; mentre non si pu in tal genere di composizione aiutare il verso, n gonfiarlo con i lunghi periodi, n con le molte immagini, n con le troppe trasposizioni, n con la soverchia pompa o stranezza dei vocaboli, n con ricercati epiteti: ma la sola semplice e dignitosa sua giacitura di parole infonde in esso la essenza del verso, senza punto fargli perdere la possibile naturalezza del dialogo. Ma tutto questo, ch'io forse qui mal esprimo, e ch'io aveva fin d'allora, e ogni d pi caldamente, scolpito nella mente mia non lo acquistai nella penna se non se molti anni dopo, se pur mai lo acquistai: e forse fu quando poi ristampai le tragedie in Parigi. Che se il leggere, studiare, gustare, e discernere, e sviscerare le bellezze ed i modi del Dante e Petrarca mi poterono infonder forse la capacit di rimare sufficientemente e con qualche sapore; l'arte del verso sciolto tragico (ove ch'io mi trovassi poi d'averla o avuta o accennata) non la ripeter da altri che da Virgilio, dal Cesarotti, e da me medesimo. Ma intanto, prima che io pervenissi a dilucidare in me l'essenza di questo stile da crearsi, mi tocc in sorte di errare assai lungamente brancolando, e di cadere anche spesso nello stentato ed oscuro, per voler troppo sfuggire il fiacco e il triviale; del che ho ampiamente parlato altrove quando mi occorse di dare ragione del mio scrivere.
Nell'anno susseguente, 1780, verseggiai la Maria Stuarda; stesi l'Ottavia e il Timoleone; di cui, questa era frutto della lettura di Plutarco, ch'io avea anche ripigliato; quella, era figlia mera di Tacito, ch'io leggeva e rileggeva con trasporto. Riverseggiai inoltre tutto intero il Filippo, per la terza volta, sempre scemandolo di parecchi versi; ma egli era pur sempre quello che si risentiva il pi della sua origine bastarda, pieno di tante forme straniere ed impure. Verseggiai la Rosmunda, e gran parte dell'Ottavia, ancorch verso il finir di quell'anno la dovessi poi interrompere, attesi i fieri disturbi di cuore che mi sopravvennero.



CAPITOLO OTTAVO
Accidente per cui di nuovo rivedo Napoli, e Roma, dove mi fisso.

La donna mia (come pi volte accennai) vivevasi angustiatissima; e tanto poi crebbero quei dispiaceri domestici, e le continue vessazioni del marito si terminarono finalmente in una s violenta scena baccanale nella notte di Sant'Andrea, ch'ella per non soccombere sotto s orribili trattamenti fu alla per fine costretta di cercare un modo per sottrarsi a s fatta tirannia, e salvare la salute e la vita. Ed ecco allora, che io di bel nuovo dovei (contro la natura mia) raggirare presso i potenti di quel governo, per indurli a favorire la liberazione di quell'innocente vittima da un giogo s barbaro e indegno. Io, assai ben conscio a me stesso che in codesto fatto operai pi pel bene d'altri che non per il mio; conscio ch'io mai non diedi consiglio estremo alla mia donna, se non quando i mali suoi divennero estremi davvero, perch questa  sempre stata la massima ch'io ho voluta praticare negli affari altrui, e non mai ne' miei propri; e conscio finalmente ch'era cosa oramai del tutto impossibile di procedere altrimenti, non mi abbassai allora, n mi abbasser mai, a purgarmi delle stolide e maligne imputazioni che mi si fecero in codesta occorrenza. Mi basti il dire, che io salvai la donna mia dalla tirannide d'un irragionevole e sempre ubriaco padrone, senza che pure vi fosse in nessunissimo modo compromessa la di lei onest, n leso nella minima parte il decoro di tutti. Il che certamente a chiunque ha saputo o viste dappresso le circostanze particolari della prigionia durissima in cui ella di continuo ad oncia ad oncia moriva, non parr essere stata cosa facile a ben condursi, e riuscirla, come pure riusc a buon esito.
Da prima dunque essa entr in un monastero in Firenze, condottavi dallo stesso marito come per visitar quel luogo, e dovutavela poi lasciare con somma di lui sorpresa, per ordine e disposizioni date da chi allora comandava in Firenze. Statavi alcuni giorni, venne poi dal di lei cognato, chiamata in Roma, dove egli abitava; e quivi pure si ritir in altro monastero. E le ragioni di s fatta rottura tra lei e il marito furono tante e s manifeste, che la separazione fu universalmente approvata.
Partita essa dunque per Roma verso il finir di decembre, io me ne rimasi come orbo derelitto in Firenze; ed allora fui veramente convinto nell'intimo della mente e del cuore, ch'io senza di lei non rimanea neppur mezzo, trovandomi assolutamente quasi incapace d'ogni applicazione, e d'ogni bell'opera, n mi curando pi punto n della tanto ardentemente bramata gloria, n di me stesso. In codesto affare io avea dunque s caldamente lavorato per l'util suo, e pel danno mio; poich niuna infelicit mi potea mai toccare maggiore, che quella di non punto vederla. Io non potea decentemente seguitarla s tosto in Roma. Per altra parte non mi era possibile pi di campare in Firenze. Vi stetti tuttavia tutto il gennaio dell'81, e mi parvero quelle settimane, degli anni, n potei poi proseguire nessun lavoro, n lettura, n altro. Presi dunque il compenso di andarmene a Napoli; e scelsi, come ben vede ciascuno, espressamente Napoli, perch ci si va passando di Roma.
Gi da un anno e pi mi si era di bel nuovo diradata la sozza caligine della seconda accennata avarizia. Aveva collocato in due volte pi di centosessanta mila franchi nei vitalizi di Francia; il che mi facea tenere sicura oramai la sussistenza indipendentemente dal Piemonte. Onde io era tornato ad una giusta spesa; ed avea ricomperato cavalli, ma soli quattro, che ad un poeta n'avanzano. Il caro abate di Caluso era anche tornato a Torino da pi di sei mesi; quindi io senza nessuno sfogo d'amicizia, e privo della mia donna, non mi sentendo pi esistere, il bel primo di febbraio mi avviai bel bello a cavallo verso Siena, per abbracciarvi l'amico Gori, e sgombrarmi un po' il cuore con esso. Indi proseguii verso Roma, la di cui approssimazione mi facea palpitare; tanto  diverso l'occhio dell'amante da tutti gli altri. Quella regione vuota insalubre, che tre anni innanzi mi parea quel ch'era, in questo venire mi si presentava come il pi delizioso soggiorno del mondo.
Giunsi; la vidi (oh Dio, mi si spacca ancora il cuore pensandovi), la vidi prigioniera dietro una grata, meno vessata per che non l'avea vista in Firenze, ma per altra cagione non la rividi meno infelice. Eramo in somma disgiunti; e chi potea sapere per quanto il saremmo? Ma pure, io mi appagava piangendo, ch'ella si potesse almeno a poco a poco ricuperare in salute; e pensando, ch'ella potrebbe pur respirare un'aria pi libera, dormire tranquilli i suoi sonni, non sempre tremare di quella indivisibile ombra dispettosa dell'ebro marito, ed esistere in somma; tosto mi pareano e men crudeli e men lunghi gli orribili giorni di lontananza, a cui mi era pur forza di assoggettarmi.
Pochissimi giorni mi trattenni in Roma; ed in quelli, Amore mi fece praticare infinite pieghevolezze e destrezze, ch'io non avrei poste in opera n per ottenere l'imperio dell'universo: pieghevolezze, ch'io ferocemente ricusai praticare dappoi, quando presentandomi al limitare del tempio della Gloria, ancorch molto dubbio se vi potrei ottenere l'accesso, non ne volli pur mai lusingare n incensare coloro che n'erano, o si teneano, custodi di esso. Mi piegai allora al far visite, al corteggiare per anche il di lei cognato, dal quale soltanto dipendeva oramai la di lei futura total libert, di cui ci andavamo entrambi lusingando. Io non mi estender gran fatto sul proposito di questi due personaggi fratelli, perch furono in quel tempo notissimi a ciascheduno; e sebbene poi verisimilmente l'obblio gli avr sepolti del tutto col tempo, a me non si aspetta di trarneli, laudare non li potendo n li volendo biasimare. Ma intanto l'aver io umiliato il mio orgoglio a costoro, pu riuscire bastante prova dell'immenso mio amore per essa.
Partii per Napoli, come promesso l'avea, e come, delicatamente operando, il dovea. Questa separazione seconda mi riusc ancor pi dolorosa della prima in Firenze. E gi in quella prima lontananza di circa quaranta giorni, io avea provato un saggio funesto delle amarezze che mi aspettavano in questa seconda, pi lunga ed incerta.
In Napoli la vista di quei bellissimi luoghi non essendo nuova per me, ed avendo io una s profonda piaga nel cuore, non mi diede quel sollievo ch'io me ne riprometteva. I libri erano quasi che nulla per me; i versi e le tragedie andavan male, o si stavano; ed in somma io non campava che di posta spedita, e di posta ricevuta, a null'altro potendo rivolger l'animo se non se alla mia donna lontana. E me n'andava sempre solitario cavalcando per quelle amene spiagge di Posilipo e Baia, o verso Capova e Caserta, o altrove, per lo pi piangendo, e s fattamente annichilato, che col cuore traboccante d'affetti non mi veniva con tutto ci neppur voglia di tentare di sfogarlo con rime. Passai in tal guisa il rimanente di febbraio, sin al mezzo maggio.
Tuttavia in certi momenti meno gravosi facendomi forza, qualche poco andai lavorando. Terminai di verseggiare l'Ottavia; e riverseggiai pi che mezzo il Polinice, che mi parve di una pasta di verso alquanto migliorata. Avendo finito l'anno innanzi il secondo canto del poemetto, mi volli accingere al terzo; ma non potei procedere oltre la prima stanza, essendo quello un tema troppo lieto per quel mio misero stato d'allora. Sicch lo scrivere lettere, e il rileggere cento volte le lettere ch'io riceveva di lei, furono quasi esclusivamente le mie occupazioni di quei quattro mesi. Gli affari della mia donna si andavano frattanto rischiarando alquanto, e verso il fin di marzo ella avea ottenuto licenza dal papa di uscire di monastero, e di starsene tacitamente come divisa dal marito in un appartamento che il cognato (abitante sempre fuori di Roma) le rilasciava nel di lui palazzo in citt. Io avrei voluto tornar a Roma, e sentiva pure benissimo che per allora non si doveva. I contrasti che prova un cuor tenero ed onorato fra l'amore e il dovere, sono la pi terribile e mortal passione ch'uomo possa mai sopportare. Io dunque indugiai tutto l'aprile, e tutto il maggio m'era anche proposto di strascinarlo cos, ma verso il dodici d'esso mi ritrovai, quasi senza saperlo, in Roma. Appena giuntovi, addottrinato ed inspirato dalla Necessit e da Amore, diedi proseguimento e compimento al gi intrapreso corso di pieghevolezze e astuziole cortigianesche per pure abitare la stessa citt e vedervi l'adorata donna. Onde dopo tante smanie, fatiche, e sforzi per farmi libero, mi trovai trasformato ad un tratto in uomo visitante, riverenziante, e piaggiante in Roma, come un candidato che avrebbe postulato inoltrarsi nella prelatura. Tutto feci, a ogni cosa mi piegai, e rimasi in Roma, tollerato da quei barbassori, e aiutato anco da quei pretacchiuoli che aveano o si pigliavano una qualche ingerenza negli affari della donna mia. Ma buon per essa, che non dipendeva dal cognato, e dalla di lui trista sequela, se non se nelle cose di mera convenienza, e nulla poi nelle di lei sostanze, le quali essa aveva in copia per altra parte, ed assai onorevoli, e per allora sicurissime.



CAPITOLO NONO
Studi ripresi ardentemente in Roma. Compimento delle quattordici prime tragedie.

Tosto ch'io un tal poco respirai da codesti esercizi di semiservit, contento oltre ogni dire di un'onesta libert per cui mi era dato di visitare ogni sera l'amata, mi restituii tutto intero agli studi. Ripreso dunque il Polinice, terminai di riverseggiarlo; e senza pi pigliar fiato, proseguii da capo l'Antigone, poi la Virginia, e successivamente l'Agamennone, l'Oreste, i Pazzi, il Garzia; poi il Timoleone che non era stato ancor posto in versi; ed in ultimo, per la quarta volta, il renitente Filippo. E mi andava tal volta sollevando da quella troppo continuit di far versi sciolti, proseguendo il terzo canto del poemetto; e nel decembre di quell'anno stesso composi d'un fiato le quattro prime lodi dell'America libera. A queste m'indusse la lettura di alcune bellissime e nobili odi del Filicaia, che altamente mi piacquero. Ed io stesi le mie quattro in sette soli giorni, e la terza intera in un giorno solo, ed esse con picciole mutazioni sono poi rimaste quali furono concepite. Tanta  la differenza (almeno per la mia penna) che passa tra il verseggiare in rima liricamente, o il far versi sciolti di dialogo.
Nel principio dell'anno '82, vedendomi poi tanto inoltrate le tragedie, entrai in speranza, che potrei dar loro compimento in quell'anno. Fin dalla prima io mi era proposto di non eccedere il numero di dodici; e me le trovava allora tutte concepite, e distese, e verseggiate; e riverseggiate le pi. Senza discontinuare dunque proseguiva a riverseggiare, e limare quelle che erano rimaste; sempre progredendole successivamente nell'ordine stesso con cui elle erano state concepite, e distese.
In quel frattempo, verso il febbraio dell'82, tornatami un giorno fra le mani la Merope del Maffei per pur vedere s'io c'imparava qualche cosa quanto allo stile, leggendone qua e l degli squarci mi sentii destare improvvisamente un certo bollore d'indegnazione e di collera nel vedere la nostra Italia in tanta miseria e cecit teatrale che facessero credere o parere quella come l'ottima e sola delle tragedie, non che delle fatte fin allora (che questo lo assento anch'io), ma di quante se ne potrebber far poi in Italia. E immediatamente mi si mostr quasi un lampo altra tragedia dello stesso nome e fatto, assai pi semplice e calda e incalzante di quella. Tale mi si appresent nel farsi ella da me concepire, direi per forza. S'ella sia poi veramente riuscita tale, lo decideranno quelli che verran dopo noi. Se mai con qualche fondamento chi schicchera versi ha potuto dire est Deus in nobis, lo posso certo dir io, nell'atto che io ideai, distesi, e verseggiai la mia Merope, che non mi diede mai tregua n pace finch'ella non ottenesse da me l'una dopo l'altra queste tre creazioni diverse, contro il mio solito di tutte l'altre, che con lunghi intervalli riceveano sempre queste diverse mani d'opera. E lo stesso dovr dire pel vero, risguardo al Saulle. Fin dal marzo di quell'anno mi era dato assai alla lettura della Bibbia, ma non per regolatamente con ordine. Bast nondimeno perch'io m'infiammassi del molto poetico che si pu trarre da codesta lettura, e che non potessi pi stare a segno, s'io con una qualche composizione biblica non dava sfogo a quell'invasamento che n'avea ricevuto. Ideai dunque, e distesi, e tosto poi verseggiai anche il Saulle, che fu la decimaquarta, e secondo il mio proposito d'allora l'ultima dovea essere di tutte le mie tragedie. E in quell'anno mi bolliva talmente nella fantasia la facolt inventrice, che se non l'avessi frenata con questo proponimento, almeno altre due tragedie bibliche mi si affacciavano prepotentemente, e mi avrebbero strascinato; ma stetti fermo al proposito, e parendomi essere le quattordici anzi troppo che poche, l feci punto. Ed anzi (nemico io sempre del troppo, ancorch ad ogni altro estremo la mia natura mi soglia trasportare) nello stendere la Merope e il Saulle mi facea tanto ribrezzo l'eccedere il numero che avea fissato, ch'io promisi a me stesso di non le verseggiare, se non quando avrei assolutamente finite e strafinite tutte l'altre; e se non riceveva da esse in intero l'effetto stessissimo, ed anche maggiore, che avea provato nello stenderle, promisi anche a me di non proseguirle altrimenti. Ma che valsero e freni, e promesse, e propositi? Non potei mai far altro, n ritornar su le prime, innanzi che quelle due ultime avessero ricevuto il loro compimento. Cos son nate queste due; spontanee pi che tutte l'altre; divider con esse la gloria, s'esse l'avranno acquistata e meritata; lascier ad esse la pi gran parte del biasimo, se lo incontreranno; poich e nascere e frammischiarsi coll'altre a viva forza han voluto. N alcuna mi cost meno fatica, e men tempo di queste due.
Intanto verso il fin del settembre di quell'anno stesso '82, tutte quattordici furono dettate, ricopiate, e corrette; aggiungerei, e limate, ma in capo a pochi mesi m'avvidi e convinsi, che da ci ell'erano ancor molto lontane. Ma per allora il credei, e mi tenni essere il primo uomo del mondo; vedendomi avere in dieci mesi verseggiate sette tragedie; inventatene, stese, e verseggiate due nuove; e finalmente, dettatene quattordici, correggendole. Quel mese di ottobre, per me memorabile, fu dunque dopo s calde fatiche un riposo non men delizioso che necessario; ed alcuni giorni impiegai in un viaggetto a cavallo sino a Terni per veder quella famosa cascata. Pieno turgido di vanagloria, non lo dicevo per ad altri mai che a me stesso, spiattellatamente, e con un qualche velame di moderazione lo accennava anche alla dolce met di me stesso; la quale, parendo anch'essa (forse per l'affetto che mi portava) propensa a potermi tenere per un grand'uomo; essa pi ch'altra cosa sempre pi m'impegnava a tutto tentare per divenirlo. Onde dopo un par di mesi di ebbrezza di giovenile amor proprio, da me stesso mi ravvidi nel ripigliar ad esame le mie quattordici tragedie, quanto ancora di spazio mi rimanesse a percorrere prima di giungere alla sospirata meta. Tuttavia, trovandomi in et di non ancora trentaquattr'anni, e nell'aringo letterario trovandomi giovine di soli otto anni di studio, sperai pi fortemente di prima, che acquisterei pure una volta la palma; e di s fatta speranza non negher che me n'andasse tralucendo un qualche raggio sul volto, ancorch l'ascondessi in parole.
In diverse occasioni io era andato leggendo a poco a poco tutte codeste tragedie in varie societ sempre miste di uomini e donne, di letterati e d'idioti, di gente accessibile ai diversi affetti e di tangheri. Nel leggere io le mie produzioni, avea ricercato (parlando pel vero) non men che la lode il vantaggio. Io conosceva abbastanza e gli uomini ed il bel mondo, per non mi fidare n credere stupidamente in quelle lodi del labro, che non si negano quasi mai ad un autore leggente, che non chiede nulla, e si sfiata in un ceto di persone ben educate e cortesi: onde a s fatte lodi io dava il loro giusto valore, e non pi. Ma molto badava, ed apprezzava le lodi ed il biasimo, ch'io per contrapposto al labro le appellerei del sedere, se non fosse sconcia espressione; cotanto ella mi par vera e calzante. E mi spiego. Ogniqualvolta si troveranno riuniti dodici o quindici individui, misti come dissi, lo spirito collettivo che si verr a formare in questa varia adunanza, si accoster e somiglier assai al totale di una pubblica udienza teatrale. E ancorch questi pochi non vi assistano pagando, e la civilt voglia ch'essi vi stiano in pi composto contegno; pure, la noia ed il gelo di chi sta ascoltando non si possono mai nascondere, n (molto meno) scambiarsi con una vera attenzione, ed un caldo interesse, e viva curiosit di vedere a qual fine sia per riuscire l'azione. Non potendo dunque l'ascoltatore n comandare al proprio suo viso, n inchiodarsi direi in su la sedia a sedere; queste due indipendenti parti dell'uomo faranno la giustissima spia al leggente autore, degli affetti e non affetti de' suoi ascoltanti. E questo era (quasi esclusivamente) quello che io sempre osservava leggendo. E m'era sembrato sempre (se io pure non travedeva) di avere sul totale di una intera tragedia ottenuto pi che i due terzi del tempo una immobilit e tenacit d'attenzione, ed una calda ansiet di schiarire lo scioglimento; a che mi provava bastantemente ch'egli rimaneva, anche nei pi noti soggetti di tragedia, tuttavia pendente ed incerto sino all'ultimo. Ma confesser parimente, che di molte lunghezze, o freddezze, che vi poteano essere qua e l, oltre che io medesimo mi era spesso tediato nel rileggerle ad altri, ne ricevei anche il sincerissimo tacito biasimo, da quei benedetti sbadigli, e involontarie tossi, e irrequieti sederi, che me ne davano, senza avvedersene, certezza ad un tempo ed avviso. E neppur negher, che anche degli ottimi consigli, e non pochi, mi siano stati suggeriti dopo quelle diverse letture, da uomini letterati, da uomini di mondo, e spezialmente circa gli affetti, da varie donne. I letterati battevano su l'elocuzione e le regole dell'arte; gli uomini di mondo, su l'invenzione, la condotta e i caratteri, e perfino i giovevolissimi tangheri, col loro pi o meno russare o scontorcersi; tutti in somma, quanto a me pare, mi riuscirono di molto vantaggio. Onde io, tutti ascoltando, di tutto ricordandomi, nulla trascurando, e non disprezzando individuo nessuno (ancorch pochissimi ne stimassi), ne trassi poi forse e per me stesso e per l'arte quel meglio che conveniva. Aggiunger a tutte queste confessioni per ultima, che io benissimo mi avvedeva, che quell'andar leggendo tragedie in semipubblico, un forestiere fra gente non sempre amica, mi poteva e doveva anzi esporre a esser messo in ridicolo. Non me ne pento per di aver cos fatto, se ci poi ridond in beneficio mio e dell'arte; il che se non fu, il ridicolo delle letture ander poi con quello tanto maggiore, dell'averle recitate, e stampate.



CAPITOLO DECIMO
Recita dell'Antigone in Roma. Stampa delle prime quattro tragedie. Separazione dolorosissima. Viaggio per la Lombardia.

Io dunque me ne stava cos in un semiriposo, covando la mia tragica fama, ed irresoluto tuttavia se stamperei allora, o se indugierei dell'altro. Ed ecco, che mi si presentava spontanea un'occasione di mezzo tra lo stampare e il tacermi; ed era, di farmi recitare da una eletta compagnia di dilettanti signori. Era questa societ teatrale gi avviata da qualche tempo a recitare in un teatro privato esistente nel palazzo dell'ambasciatore di Spagna, allora il duca Grimaldi. Si erano fin allora recitate delle commedie e tragedie, tutte traduzioni, e non buone, dal francese; e tra queste assistei ad una rappresentazione del Conte d'Essex di Tommaso Corneille, messa in verso italiano non so da chi, e recitata la parte di Elisabetta dalla duchessa di Zagarolo, piuttosto male. Con tutto ci, vedendo io questa signora essere assai bella e dignitosa di personale, ed intendere benissimo quel che diceva, argomentai che con un po' di buona scuola si sarebbe potuta assaissimo migliorare. E cos d'una in altra idea fantasticando, mi entr in capo di voler provare con questi attori una delle troppe mie. Voleva convincermi da me stesso, se potrebbe riuscire quella maniera che io avea preferita a tutt'altre; la nuda semplicit dell'azione; i pochissimi personaggi; ed il verso rotto per lo pi su diverse sedi, ed impossibile quasi a cantilenarsi. A quest'effetto prescelsi l'Antigone, riputandola io l'una delle meno calde tra le mie, e divisando fra me e me, che se questa venisse a riuscire, tanto pi il farebbero l'altre in cui si sviluppan affetti tanto pi vari e feroci. La proposta di provar quest'Antigone fu accettata con piacere dalla nobile compagnia; e fra quei loro attori non si trovando allora alcun altro che si sentisse capace di recitare in tragedia una parte capitale oltre il duca di Ceri, fratello della predetta duchessa di Zagarolo, mi trovai costretto di assumermi io la parte di Creonte, dando al duca di Ceri quella di Emone; e alla di lui consorte, quella di Argia: la parte principalissima dell'Antigone spettando di dritto alla maestosa duchessa di Zagarolo. Cos distribuite le quattro parti, si and in scena; n altro aggiunger circa all'esito di quelle rappresentazioni, avendo avuto occasione di parlarne assai lungamente in altri miei scritti.
Insuperbito non poco dal prospero successo della recita, verso il principio del seguente anno mi indussi a tentare per la prima volta la terribile prova dello stampare. E per quanto gi mi paresse scabrosissimo questo passo, ben altrimenti poi lo conobbi esser tale, quando imparai per esperienza cosa si fossero le letterarie inimicizie e raggiri; e gli asti librarii, e le decisioni giornalistiche, e le chiacchiere gazzettarie, e tutto in somma il tristo corredo che non mai si scompagna da chi va sotto i torchi; e tutte queste cose mi erano fin allora state interamente ignote; ed a segno, ch'io neppur sapeva che si facessero giornali letterari, con estratti e giudizi critici delle nuove opere, s era rozzo, e novizio, e veramente purissimo di coscienza nell'arte scrivana.
Decisa dunque la stampa, e visto che in Roma le stitichezze della revisione eran troppe, scrissi all'amico in Siena, di volersi egli addossar quella briga. Al che ardentissimamente egli in capite, con altri miei conoscenti ed amici, si prest di vegliarvi da s, e fare con diligenza e sollecitudine progredire la stampa. Non volli avventurare a bella prima che sole quattro tragedie; e di quelle mandai all'amico un pulitissimo manoscritto quanto al carattere e correzione; ma quanto poi alla lindura, chiarezza, ed eleganza dello stile, mi riusc purtroppo difettoso. Innocentemente allora io mi credeva, che nel dare un manoscritto allo stampatore fosse terminata ogni fatica dell'autore. Imparai poi dopo a mie spese, che allora quasi si riprincipia.
In quei due e pi mesi che durava la stampa di codeste quattro tragedie, io me ne stava molto a disagio in Roma in una continua palpitazione e quasi febbre dell'animo, e pi volte, se non fosse stata la vergogna mi sarei disdetto, ed avrei ripreso il mio manoscritto. Ad una per volta mi pervennero finalmente tutte quattro in Roma, correttissimamente stampate, grazie all'amico; e sudicissimamente stampate, come ciascun le ha viste, grazie al tipografo: e barbaramente verseggiate (come io seppi poi), grazie all'autore. La ragazzata di andare attorno attorno per le varie case di Roma, regalando ben rilegate quelle mie prime fatiche, affine di accattar voti, mi tenne pi giorni occupato, non senza parer risibile agli occhi miei stessi, non che agli altrui. Le presentai, fra gli altri, al papa allora sedente Pio VI, a cui gi mi era fatto introdurre fin dall'anno prima, allorch mi posi a dimora in Roma. E qui, con mia somma confusione, dir di qual macchia io contaminassi me stesso in quella udienza beatissima. Io non molto stimava il papa come papa; e nulla il Braschi come uomo letterato n benemerito delle lettere, che non lo era punto. Eppure, quell'io stesso, previa una ossequiosa presentazione del mio volume, che egli cortesemente accettava, apriva, e riponeva sul suo tavolino, molto lodandomi, e non acconsentendo ch'io procedessi al bacio del piede, egli medesimo anzi rialzandomi in piedi da genuflesso ch'io m'era; nella qual umil positura Sua Santit si compiacque di palparmi come con vezzo paterno la guancia; quell'io stesso, che mi teneva pure in corpo il mio sonetto su Roma, rispondendo allora con blandizia e cortigianeria alle lodi che il pontefice mi dava su la composizione e recita dell'Antigone, di cui egli avea udito, disse, maraviglie; io, colto il momento in cui egli mi domandava se altre tragedie farei, molto encomiando un'arte s ingegnosa e s nobile; gli risposi che molte altre eran fatte, e tra quelle un Saul, il quale come soggetto sacro avrei, se egli non lo sdegnava, intitolato a Sua Santit. Il papa se ne scus, dicendomi ch'egli non poteva accettar dedica di cose teatrali quali ch'elle si fossero; n io altra cosa replicai su ci. Ma qui mi convien confessare, ch'io provai due ben distinte, ed ambe meritate, mortificazioni: l'una del rifiuto ch'io m'era andato accattare spontaneamente; l'altra di essermi pur visto costretto in quel punto a stimare me medesimo di gran lunga minore del papa, poich io avea pur avuto la vilt, o debolezza, o doppiezza (che una di queste tre fu per certo, se non tutte tre, la motrice del mio operare in quel punto) di voler tributare come segno di ossequio e di stima una mia opera ad un individuo ch'io teneva per assai minore di me in linea di vero merito. Ma mi conviene altres (non per mia giustificazione, ma per semplice schiarimento di tale o apparente o verace contraddizione tra il mio pensare, sentire e operare) candidamente espor la sola e verissima cagione, che m'avea indotto a prostituire cos il coturno alla tiara. La cagione fu dunque, che io sentendo gi da qualche tempo bollir dei romori preteschi che uscivano di casa il cognato dell'amata mia donna, per cui mi era nota la scontentezza di esso e di tutta la di lui corte circa alla mia troppa frequenza in casa di essa; e questo scontentamento andando sempre crescendo; io cercai coll'adulare il sovrano di Roma, di crearmi in lui un appoggio contro alle persecuzioni ch'io gi parea presentire nel cuore, e che poi in fatti circa un mese dopo mi si scatenarono contro. E credo che quella stessa recita dell'Antigone, col far troppo parlare di me, mi suscitasse e moltiplicasse i nemici. Io fui dunque allora e dissimulato, e vile, per forza d'amore; e ciascuno in me derida se il pu, ma riconosca ad un tempo, s stesso. Ho voluto di questa particolarit, ch'io poteva lasciar nelle tenebre in cui si stava sepolta, fare il mio e l'altrui pro, disvelandola. Non l'avea mai raccontata a chicchessia in voce, vergognandomene non poco. Alla sola mia donna la raccontai qualche tempo dopo. L'ho scritta anche in parte per consolazione dei tanti altri autori presenti e futuri, i quali per una qualche loro fatal circostanza si trovano, e si troveranno pur troppo sempre i pi, vergognosamente sforzati a disonorar le lor opere e s stessi con dediche bugiarde; ed affinch i malevoli miei possan dire con verit e sapore, che se io non mi sono avvilito con niuna di s fatte simulazioni non fu che un semplice effetto della sorte, la quale non mi costrinse ad esser vile o parerlo.
Nell'aprile di quell'anno 1783 inferm gravemente in Firenze il consorte della mia donna. Il di lui fratello part a precipizio, per ritrovarlo vivo. Ma il male allent con pari rapidit, ed egli lo ritrov riavutosi, ed affatto fuor di pericolo. Nella convalescenza, trattenendosi il di lui fratello circa quindici giorni in Firenze, si tratt fra i preti venuti con esso di Roma, ed i preti che aveano assistito il malato in Firenze, che bisognava assolutamente per parte del marito persuadere e convincere il cognato, ch'egli non poteva n dovea pi a lungo soffrire in Roma nella propria casa la condotta della di lui cognata. E qui, non io certamente far l'apologia della vita usuale di Roma e d'Italia tutta, quale si suole vedere di presso che tutte le donne maritate. Dir bens, che la condotta di quella signora in Roma a riguardo mio era piuttosto molto al di qua, che non al di l degli usi i pi tollerati in quella citt. Aggiunger, che i torti, e le feroci e pessime maniere del marito con essa, erano cose verissime, ed a tutti notissime. Ma terminer con tutto ci, per amor del vero e del retto, col dire, che il marito, e il cognato, e i loro rispettivi preti aveano tutte le ragioni di non approvare quella mia troppa frequenza, ancorch non eccedesse i limiti dell'onesto. Mi spiace soltanto, che quanto ai preti (i quali furono i soli motori di tutta la macchina), il loro zelo in ci non fosse n evangelico, n puro dai secondi fini, poich non pochi di essi coi lor tristi esempi faceano ad un tempo l'elogio della condotta mia, e la satira della loro propria. La cosa era dunque, non figlia di vera religione e virt, ma di vendette e raggiri. Quindi, appena ritorn in Roma il cognato, egli per l'organo de' suoi preti intim alla signora: che era cosa oramai indispensabile, e convenuta tra lui e il fratello, che s'interrompesse quella mia assiduit presso lei; e ch'egli non la sopporterebbe ulteriormente. Quindi codesto personaggio, impetuoso sempre ed irriflessivo, quasi che s'intendesse con questi modi di trattare la cosa pi decorosamente, ne fece fare uno scandaloso schiamazzio per la citt tutta, parlandone egli stesso con molti, e inoltrandone le doglianze sino al papa. Corse allora grido, che il papa su questo riflesso mi avesse fatto o persuadere o ordinare di uscir di Roma; il che non fu vero; ma facilmente avrebbe potuto farlo, merc la libert italica. Io per, ricordatomi allora, come tanti anni prima essendo in Accademia, e portando, com'io narrai, la parrucca, sempre aveva antivenuto i nemici sparruccandomi da me stesso, prima ch'essi me la levasser di forza; antivenni allora l'affronto dell'esser forse fatto partire, col determinarmivi spontaneamente. A quest'effetto io fui dal ministro nostro di Sardegna, pregandolo di far partecipe il segretario di Stato, che io informato di tutto questo scandalo, troppo avendo a cuore il decoro, l'onore, e la pace di una tal donna, aveva immediatamente presa la determinazione di allontanarmene per del tempo, affine di far cessare le chiacchiere; e che verso il principio del prossimo maggio sarei partito. Piacque al ministro, e fu approvata dal segretario di Stato, dal papa e da tutti quelli che seppero il vero, questa mia spontanea, e dolorosa risoluzione. Onde mi preparai alla crudelissima dipartenza. A questo passo m'indusse la trista ed orribile vita alla quale prevedeva di dover andare incontro, ove io mi fossi pure rimasto in Roma, ma senza poter continuare di vederla in casa sua, ed esponendola ad infiniti disgusti e guai, se in altri luoghi con affettata pubblicit, ovvero con inutile e indecoroso mistero, l'avessi assiduamente combinata. Ma il rimaner poi entrambi in Roma senza punto vederci, era per me un tal supplizio, ch'io per minor male, d'accordo con essa, mi elessi la lontananza aspettando migliori tempi.
Il d quattro di maggio dell'anno 1783, che sempre mi sar ed  stato finora di amarissima ricordanza, io mi allontanai adunque da quella pi che met di me stesso. E di quattro o cinque separazioni che mi toccarono da essa, questa fu la pi terribile per me, essendo ogni speranza di rivederla pur troppo incerta e lontana.
Questo avvenimento mi torn a scomporre il capo per forse due anni, e m'imped, ritard e guast anche notabilmente sotto ogni aspetto i miei studi. Nei due anni di Roma io aveva tratto una vita veramente bella. La Villa Strozzi, posta alle Terme Diocleziane, mi avea prestato un delizioso ricovero. Le lunghe intere mattinate io ve le impiegava studiando, senza muovermi punto di casa se non se un'ora o due cavalcando per quelle solitudini immense che in quel circondario disabitato di Roma invitano a riflettere, piangere, e poetare. La sera scendeva nell'abitato, e ristorato dalle fatiche dello studio con l'amabile vista di quella per cui sola io esisteva e studiava, me ne ritornava poi contento al mio eremo, dove al pi tardi all'undici della sera io era ritirato. Un soggiorno pi gaio e pi libero e pi rurale, nel recinto d'una gran citt, non si potea mai trovare; n il pi confacente al mio umore, carattere ed occupazioni. Me ne ricorder, e lo desiderer, finch'io viva.
Lasciata dunque in tal modo la mia unica donna, i miei libri, la villa, la pace, e me stesso in Roma, io me n'andava dilungando in atto d'uomo quasi stupido ed insensato. M'avviai verso Siena, per ivi lagrimare almeno liberamente per qualche giorni in compagnia dell'amico. N ben sapeva ancora in me stesso, dove anderei, dove mi starei, quel che mi farei. Mi riusc d'un grandissimo sollievo il conversar con quell'uomo incomparabile; buono, compassionevole, e con tanta altezza e ferocia di sensi, umanissimo. N mai si pu veramente ben conoscere il pregio e l'utilit d'un amico verace, quanto nel dolore. Io credo, che senz'esso sarei facilmente impazzato. Ma egli, vedendo in me un eroe cos sconciamente avvilito e minor di s stesso; ancorch ben intendesse per prova i nomi e la sostanza di fortezza e virt, non volle con tutto ci crudelmente ed inopportunamente opporre ai deliri miei la di lui severa e gelata ragione; bens seppe egli scemarmi, e non poco, il dolore, col dividerlo meco. Oh rara, oh celeste dote davvero; chi sappia ragionare ad un tempo, e sentire!
Ma io frattanto, menomate o sopite in me tutte le mie intellettuali facolt, altra occupazione, altro pensiero non ammetteva, che lo scrivere lettere, e in questa terza lontananza che fu la pi lunga, scrissi veramente dei volumi, n quello ch'io mi scrivessi, il saprei: io sfogava il dolore, l'amicizia, l'amore, l'ira e tutti in somma i cotanti e s diversi, e s indomiti affetti d'un cuor traboccante, e d'un animo mortalmente piagato. Ogni cosa letteraria mi si andava ad un tempo stesso estinguendo nella mente, e nel cuore; a tal segno, che varie lettere ch'io avea ricevute di Toscana nel tempo de' miei disturbi in Roma, le quali mi mordeano non poco su le stampate tragedie, non mi fecero la minima impressione per allora, non pi che se delle tragedie d'un altro mi avessero favellato. Erano queste lettere, qualcuna scritta con sale e gentilezza, le pi insulsamente e villanamente; alcune firmate, altre no; e tutte concordavano nel biasimare quasi che esclusivamente il mio stile, tacciandomelo di durissimo, oscurissimo, stravagantissimo, senza per volermi, o sapermi, individuare gran fatto il come, il dove, il perch. Giunto poi in Toscana, l'amico per divagarmi dal mio unico pensamento, mi lesse nei foglietti di Firenze e di Pisa, chiamati Giornali, il commento delle predette lettere, che mi erano state mandate in Roma. E furono codesti i primi cos detti giornali letterari che in qualunque lingua mi fossero capitati mai agli orecchi n agli occhi. E allora soltanto penetrai nei recessi di codesta rispettabile arte, che biasima o loda i diversi libri con eguale discernimento, equit, e dottrina, secondo che il giornalista  stato prima o donato, o vezzeggiato, o ignorato, o sprezzato dai rispettivi autori. Poco m'import, a dir vero, di codeste venali censure, avendo io allora l'animo interamente preoccupato da tutt'altro pensiero.
Dopo circa tre settimane di soggiorno in Siena, nel qual tempo non trattai n vidi altri che l'amico, la temenza di rendermi troppo molesto a lui, poich tanto pur l'era a me stesso; l'impossibilit di occuparmi in nulla, e la solita impazienza di luogo che mi dominava tosto di bel nuovo al riapparire della noia e dell'ozio: tutte queste ragioni mi fecero risolvere di muovermi viaggiando. Si avvicinava la festa solita dell'Ascensa in Venezia, che io avea gi veduta molti anni prima; e l mi avviai. Passai per Firenze di volo, ch troppo mi accorava l'aspetto di quei luoghi che mi aveano gi fatto beato, e che ora mi rivedevano s angustiato ed oppresso. Il moto del cavalcare massimamente, e tutti gli altri strapazzi e divagazioni del viaggio, mi giovarono, se non altro, alla salute moltissimo, la quale molto mi era andata alterando da tre mesi in poi pe' tanti travagli d'animo, d'intelletto, e di cuore. Di Bologna mi deviai per visitare in Ravenna il sepolcro del Poeta, e un giorno intero vi passai fantasticando, pregando, e piangendo. In questo viaggio di Siena a Venezia mi si dischiuse veramente una nuova e copiosissima vena delle rime affettuose, e quasi ogni giorno uno o pi sonetti mi si facean fare, affacciandosi con molto impeto e spontaneit alla mia agitatissima fantasia. In Venezia poi, allorch sentii pubblicata e assodata la pace tra gli americani e l'Inghilterra, pattuitavi la loro indipendenza totale, scrissi la quinta ode dell'America libera, con cui diedi compimento a quel lirico poemetto. Di Venezia venuto a Padova, questa volta non trascurai come nelle due altre anteriori, di visitare la casa e la tomba del nostro sovrano maestro d'amore in Arqu. Quivi parimente un giorno intero vi consecrai al pianto, e alle rime, per semplice sfogo del troppo ridondante mio cuore. In Padova poi imparai a conoscere di persona il celebre Cesarotti, dei di cui modi vivaci e cortesi non rimasi niente men soddisfatto, che il fossi stato sempre della lettura de' suoi maestrevolissimi versi nell'Ossian. Di Padova ritornai a Bologna, passando per Ferrara, affine di quivi compiere il mio quarto pellegrinaggio poetico, col visitarvi la tomba, e i manoscritti dell'Ariosto. Quella del Tasso pi volte l'avea visitata in Roma; cos la di lui culla in Sorrento, dove nell'ultimo viaggio di Napoli, mi era espressamente portato ad un tale effetto. Questi quattro nostri poeti, erano allora, e sono, e sempre saranno i miei primi, e direi anche soli, di questa bellissima lingua: e sempre mi  sembrato che in essi quattro vi sia tutto quello che umanamente pu dare la poesia; meno per il meccanismo del verso sciolto di dialogo, il quale si dee per trarre dalla pasta di questi quattro, fattone un tutto, e maneggiatolo in nuova maniera. E questi quattro grandissimi, dopo sedici anni oramai ch'io li ho giornalmente alle mani, mi riescono sempre nuovi, sempre migliori nel loro ottimo, e direi anche utilissimi nel loro pessimo; ch io non asserir con cieco fanatismo, che tutti e quattro a luoghi non abbiano e il mediocre ed il pessimo; dir bens che assai, ma assai, vi si pu imparare anche dal loro cattivo; ma da chi ben si addentra nei loro motivi e intenzioni: cio da chi, oltre l'intenderli pienamente e gustarli, li sente.
Di Bologna, sempre piangendo e rimando, me n'andai a Milano; e di l, trovandomi cos vicino al mio carissimo abate di Caluso, che allora villeggiava co' suoi nipoti nel bellissimo loro castello di Masino poco distante da Vercelli, ci diedi una scorsa di cinque o sei giorni. E in uno di quelli, trovandomi anche tanto vicino a Torino, mi vergognai di non vi dare una scorsa per abbracciar la sorella. V'andai dunque per una notte sola coll'amico, e l'indomani sera ritornammo a Masino. Avendo abbandonato il paese mio colla donazione, in aspetto di non lo voler pi abitare, non mi vi volea far vedere cos presto, e massime dalla corte. Questa fu la ragione del mio apparire e sparire in un punto. Onde questa scorsa cos rapida che a molti potrebbe parere bizzarra, cesser d'esserlo saputane la ragione. Erano gi sei e pi anni, ch'io non dimorava pi in Torino; non mi vi parea essere n sicuro, n quieto, n libero; non ci voleva, n doveva, n potea rimanervi lungamente.
Di Masino, tosto ritornai a Milano, dove mi trattenni ancora quasi tutto luglio; e ci vidi assai spesso l'originalissimo autore del Mattino, vero precursore della futura satira italiana. Da questo celebre e colto scrittore procurai d'indagare, con la massima docilit, e con sincerissima voglia d'imparare, dove consistesse principalmente il difetto del mio stile in tragedia. E Parini con amorevolezza e bont mi avvert di varie cose, non molto a dir vero importanti, e che tutte insieme non poteano mai costituire la parola stile, ma alcune delle menome parti di esso. Ma le pi, od il tutto di queste parti che doveano costituire il vero difettoso nello stile, e che io allora non sapeva ancor ben discernere da me stesso, non mi fu mai saputo o voluto additare n dal Parini, n dal Cesarotti, n da altri valenti uomini ch'io col fervore e l'umilt d'un novizio visitai ed interrogai in quel viaggio per la Lombardia. Onde mi convenne poi dopo il decorso di molti anni con molta fatica ed incertezza andar ritrovando dove stesse il difetto, e tentare di emendarlo da me. Sul totale per, di qua dell'Appennino le mie tragedie erano piaciute assai pi che in Toscana; e vi s'era anche biasimato lo stile con molto minore accanimento e qualche pi lumi. Lo stesso era accaduto in Roma ed in Napoli, presso quei pochissimi che l'aveano volute leggere. Egli  dunque un privilegio antico della sola Toscana, di incoraggire in questa maniera gli scrittori italiani, allorch non iscrivono delle cicalate.



CAPITOLO UNDECIMO
Seconda stampa di sei altre tragedie. Varie censure delle quattro stampate prima. Risposta alla lettera del Calsabigi.

Verso i primi d'agosto partito di Milano, mi volli restituire in Toscana. Ci venni per la bellissima e pittoresca via nuova di Modena, che riesce a Pistoia. Nel far questa strada, tentai per la prima volta di sfogare anche alquanto il mio ben giusto fiele poetico, in alcuni epigrammi. Io era intimamente persuaso, che se degli epigrammi satirici, taglienti, e mordenti, non avevamo nella nostra lingua, non era certo colpa sua; ch'ella ha ben denti, ed ugne, e saette, e feroce brevit, quanto e pi ch'altra lingua mai l'abbia, o le avesse. I pedanti fiorentini, verso i quali io veniva scendendo a gran passi nell'avvicinarmi a Pistoia, mi prestavano un ricco soggetto per esercitarmi un pochino in quell'arte novella. Mi trattenni alcuni giorni in Firenze, e visitai alcuni di essi, mascheratomi da agnello, per cavarne o lumi, o risate. Ma essendo quasi impossibile il primo lucro, ne ritrassi in copia il secondo. Modestamente quei barbassori mi lasciarono, anzi mi fecero chiaramente intendere: che se io prima di stampare avessi fatto correggere il mio manoscritto da loro, avrei scritto bene. Ed altre s fatte mal confettate impertinenze mi dissero. M'informai pazientemente, se circa alla purit ed analogia delle parole, e se circa alla sacrosanta grammatica, io avessi veramente solecizzato, o barbarizzato, o smetrizzato. Ed in questo pure, non sapendo essi pienamente l'arte loro, non mi seppero additare niuna di queste tre macchie nel mio stampato, individuandone il luogo; abbench pur vi fossero qualche sgrammaticature; ma essi non le conoscevano. Si appagarono dunque di appormi delle parole, dissero essi, antiquate; e dei modi insoliti, troppo brevi, ed oscuri, e duri all'orecchio. Arricchito io in tal guisa di s peregrine notizie, addottrinato e illuminato nell'arte tragica da s cospicui maestri, me ne ritornai a Siena. Quivi mi determinai, s per occuparmi sforzatamente, che per divagarmi dai miei dolorosi pensieri, di proseguirvi sotto i miei occhi la stampa delle tragedie. Nel riferire io poi all'amico le notizie ed i lumi ch'io era andato ricavando dai nostri diversi oracoli italiani, e massimamente dai fiorentini e pisani, noi gustammo un pocolino di commedia, prima di accingerci a far di nuovo rider coloro a spese delle nostre ulteriori tragedie. Caldamente, ma con troppa fretta, mi avviai a stampare, onde in tutto settembre, cio in meno di due mesi, uscirono in luce le sei tragedie in due tomi, che giunti al primo di quattro, formano il totale di quella prima edizione. E nuova cosa mi convenne allora conoscere per dura esperienza. Siccome pochi mesi prima io avea imparato a conoscere i giornali ed i giornalisti; allora dovei conoscere i censori di manoscritti, i revisori delle stampe, i compositori, i torcolieri, ed i proti. Meno male di questi tre ultimi, che pagandoli si possono ammansire e dominare: ma i revisori e censori, s spirituali che temporali, bisogna visitarli, pregarli, lusingarli, e sopportarli, che non  picciol peso. L'amico Gori per la stampa del primo volume si era egli assunto in Siena queste noiose brighe per me. E cos forse avrebbe anche potuto proseguire egli per la continuazione dei du' altri volumi. Ma io, volendo pure, per una volta almeno, aver visto un poco di tutto nel mondo, volli anche in quell'occasione aver veduto un sopracciglio censorio, ed una gravit e petulanza di revisore. E vi sarebbe stato di cavarne delle barzellette non poche, se io mi fossi trovato in uno stato di cuore pi lieto che non era il mio.
E allora anche per la prima volta abbadai io stesso alla correzione delle prove; ma essendo il mio animo troppo oppresso, ed alieno da ogni applicazione, non emendai come avrei dovuto e potuto, e come feci poi molti anni dopo ristampando in Parigi, la locuzione di quelle tragedie; al qual effetto riescono utilissime le prove dello stampatore, dove leggendosi quegli squarci spezzatamente e isolati dal corpo dell'opera, vi si presentano pi presto all'occhio le cose non abbastanza ben dette; le oscurit; i versi mal tomiti; e tutte in somma quelle mendarelle, che moltiplicate e spesseggianti fanno poi macchia. Sul totale per queste sei tragedie stampate seconde, riuscirono, anche al dir dei malevoli, assai pi piane che le quattro prime. Stimai bene per allora di non aggiungere alle dieci stampate le quattro altre tragedie che mi rimanevano, tra le quali s la Congiura de' Pazzi, che la Maria Stuarda, potevano in quelle circostanze accrescere a me dei disturbi, ed a chi assai pi mi premea che me stesso. Ma intanto quel penoso lavoro del riveder le prove, e s affollatamente tante in s poco spazio di tempo, e per lo pi rivedendole subito dopo pranzo, mi cagion un accesso di podagra assai gagliardetto, che mi tenne da quindici giorni zoppo e angustiato, non avendo voluto covarla in letto. Quest'era il secondo accesso; il primo l'avea avuto in Roma un anno e pi innanzi, ma leggerissimo. Con questo secondo mi accertai, che mi toccherebbe quel passatempo assai spesso per lo rimanente della mia vita. Il dolor d'animo, e il troppo lavoro di mente erano in me i due fonti di quell'incommodo; ma l'estrema sobriet nel vitto l'and sempre poi vittoriosamente combattendo; tal che finora pochi e non forti sono sempre stati gli assalti della mia mal pasciuta podagra. Mentr'io stava quasi per finire la stampa, ricevei dal Calsabigi di Napoli una lunghissima lettera, piena zeppa di citazioni in tutte le lingue, ma bastantemente ragionata, su le mie prime quattro tragedie. Immediatamente, ricevutala, mi posi a rispondergli, s perch quello scritto mi pareva essere stato fin allora il solo che uscisse da una mente sanamente critica e giusta ed illuminata; s perch con quell'occasione io poteva sviluppare le mie ragioni, e investigando io medesimo il come e il perch fossi caduto in errore, insegnare ad un tempo a tutti i tant'altri inetti miei critici a criticare con frutto e discernimento, o tacersi. Quello scritto mio, che dal ritrovarmi io allora pienissimo di quel soggetto, non mi cost quasi punto fatica, poteva poi anche col tempo servire come di prefazione a tutte le tragedie, allorch l'avessi tutte stampate; ma me lo tenni in corpo per allora, e non lo volli apporre alla stampa di Siena, la quale non dovendo essere altro per me che un semplice tentativo, io voleva uscire del tutto nudo d'ogni scusa, e ricevere cos da ogni parte e d'ogni sorte saette; lusingandomi forse che n'avrei cos ricevuto pi vita che morte; niuna cosa pi ravvivando un autore, che il criticarlo inettamente. N questo mio orgoglietto avrei dovuto rivelare, s'io non avessi fin dal principio di queste chiacchiere impreso e promesso di non tacer quasi che nulla del mio, o di non dare almeno mai ragione del mio operare, la quale non fosse, la schiettissima verit. Finita la stampa, verso il principio d'ottobre pubblicai il secondo volume; e riserbai il terzo a sostener nuova guerra, tosto che fosse sfogata e chiarita la seconda.
Ma intanto, ci che mi premeva allora sopra ogni cosa, il rivedere la donna mia, non potendosi assolutamente effettuare per quell'entrante inverno, io disperatissimo di tal cosa, e non ritrovando mai pace, n luogo che mi contenesse, pensai di fare un lungo viaggio in Francia ed in Inghilterra, non gi che me ne fosse rimasto n desiderio n curiosit, che me n'era saziato d'entrambi dal secondo viaggio, ma per andare; che altro rimedio o sollievo al dolore non ho saputo ritrovar mai. Coll'occasione di questo nuovo viaggio mi proponeva poi anche di comprare dei cavalli inglesi quanti pi potrei. Questa era, ed  tuttavia, la mia passione terza; ma s fattamente sfacciata ed audace, e s spesso rinascente, che i bei destrieri hanno molte volte osato combattere, e vinto anche talvolta, s i libri che i versi; ed in quel punto di scontentezza di cuore, le Muse aveano pochissimo imperio su la mente mia. Onde di poeta ripristinatomi cavallaio, me ne partii per Londra con la fantasia ripiena ed accesa di belle teste, be' petti, altere incollature, ampie groppe, o nulla o poco pensando oramai alle uscite e non uscite tragedie. Ed in s fatte inezie consumai ben otto e pi mesi, non facendo pi nulla, n studiando, n quasi pure leggendo, se non se a squarcetti i miei quattro poeti, che or l'uno or l'altro io mi andava a vicenda intascando, compagni indivisibili miei nelle tante e tante miglia ch'io faceva; e non pensando ad altro che alla lontana mia donna, per cui di tempo in tempo alcune rime di piagnisteo andava pur anche raccozzando alla meglio.



CAPITOLO DUODECIMO
Terzo viaggio in Inghilterra, unicamente per comperarvi cavalli.

Verso la met d'ottobre lasciai dunque Siena, e partendo alla volta di Genova, per Pisa e Lerici, l'amico Gori mi fece compagnia sino a Genova. Quivi dopo due o tre giorni ci separammo; egli ripart per la Toscana, io m'imbarcai per Antibo. Rapidissimamente e con qualche pericolo feci quel tragitto in poco pi di diciott'ore. N senza un qualche timore passai quella notte. La filucca era piccola; c'aveva imbarcata la carrozza, la quale faceva squilibrio; il vento ed il mare gagliardissimi; ci stetti assai male. Sbarcato, ripartii per Aix, dove non mi trattenni, n mi arrestai sino in Avignone, dove mi portai con trasporto a visitare la magica solitudine di Valchiusa, e Sorga ebbe assai delle mie lagrime, non simulate e imitative, ma veramente di cuore e caldissime. Feci in quel giorno nell'andare e tornare di Valchiusa in Avignone quattro sonetti; e fu quello per me l'un dei giorni i pi beati e nello stesso tempo dolorosi, ch'io passassi mai. Partito d'Avignone volli visitare la celebre Certosa di Grenoble, e per tutto spargendo lagrime andava raccogliendo rime non poche, tanto ch'io pervenni per la terza volta in Parigi; e sempre lo stessissimo effetto mi fece questa immensissima fogna; ira e dolore. Statovi circa un mese, che mi parve un secolo, ancorch vi avessi recate varie lettere per molti letterati d'ogni genere, mi disposi nel decembre a passare in Inghilterra. I letterati francesi son quasi tutti presso che interamente digiuni della nostra letteratura italiana, n oltrepassano l'intelligenza del Metastasio. Ed io poi non intendendo nulla n volendo saper della loro, non avea luogo discorso tra noi. Bens arrabbiatissimo io in me stesso di essermi rimesso nel caso di dover riudire e riparlare quell'antitoscanissimo gergo nasale, affrettai quanto pi potei il momento di allontanarmene. Il fanatismo ebdomadario di quel poco tempo ch'io mi vi trattenni, era allora il pallon volante; e vidi due delle prime e pi felici esperienze delle due sorti di esso, l'uno di aria rarefatta ripieno; l'altro, d'aria infiammabile ed entrambi portanti per aria due persone ciascuno. Spettacolo grandioso e mirabile; tema pi assai poetico che storico, e scoperta, a cui per ottenere il titolo di sublime, altro non manca finora che la possibilit o verisimiglianza di essere adattata ad una qualche utilit. Giunto in Londra, non trascorsero otto giorni, ch'io cominciai a comprar dei cavalli; prima un di corsa, poi due di sella, poi un altro, poi sei da tiro, e successivamente essendomene o andati male o morti vari polledri, ricomprandone due per un che morisse, in tutto il marzo dell'anno '84, me ne trovai rimanere quattordici. Questa rabidissima passione, che in me avea covato sotto cenere oramai quasi sei anni, mi si era per quella lunga privazione totale, o parziale, s dispettosamente riaccesa nel cuore e nella fantasia, che recalcitrando contro gli ostacoli, e vedendo che di dieci compratine, cinque mi eran venuti meno in s poco tempo, arrivai a quattordici; come pure a quattordici avea spinte le tragedie, non ne volendo da prima che sole dodici. Queste mi spossarono la mente; quelli la borsa; ma la divagazione dei molti cavalli mi restitu la salute e l'ardire di fare poi in appresso altre tragedie ed altr'opere. Furono dunque benissimo spesi quei molti danari, poich ricomprai anche con essi il mio impeto e brio, che a piedi languivano. E tanto pi feci bene di buttar quei danari, poich me li trovava aver sonanti. Dalla donazione in poi, avendo io vissuti i primi quasi tre anni con sordidezza, ed i tre ultimi con decente ma moderata spesa; mi ritrovava allora una buona somma di risparmio, tutti i frutti dei vitalizi di Francia, cui non avea mai toccati. Quei quattordici amici me ne consumarono gran parte nel farsi comprare e trasferire in Italia; ed il rimanente poi me ne consumarono in cinque anni consecutivi nel farsi mantenere; che usciti una volta dalla loro isola, non vollero pi morire nessuno, ed io affezionatomi ad essi non ne volli vender nessuno. Incavallatomi dunque s pomposamente, dolente nell'animo per la mia lontananza dalla sola motrice d'ogni mio savio ed alto operare, io non trattava n cercava mai nessuno; o me ne stava co' miei cavalli, o scrivendo lettere su lettere su lettere. In questo modo passai circa quattro mesi in Londra; n alle tragedie pensava altrimenti che se non l'avessi n pure ideate mai. Soltanto mi si affacciava spesso fra me e me quel bizzarro rapporto di numeri fra esse e le mie bestie: e ridendo mi dicea: "Tu ti sei guadagnato un cavallo per ogni tragedia"; pensando ai cavalli che a suono di sferza ci somministrano i nostri Orbili pedagogi, quando facciamo nelle scuole una qualche trista composizione.
Cos vissi io vergognosamente in un ozio vilissimo per mesi e mesi; smettendo ogni d pi anche il leggere i soliti poeti, e insterilita anco affatto la vena delle rime; tal che in tutto il soggiorno di Londra non feci che un solo sonetto, e due poi al partire. Avviatomi nell'aprile con quella numerosa carovana, venni a Calais, poi a Parigi di nuovo, poi per Lione e Torino mi restituii in Siena. Ma molto  pi facile e breve il dire per iscritto tal gita, che non l'eseguirla con tante bestie. Io provava ogni giorno, ad ogni passo, e disturbi e amarezze, che troppo mi avvelenavano il piacere che avrei avuto della mia cavalleria. Ora questo tossiva, or quello non volea mangiare: l'uno zoppicava, all'altro si gonfiavan le gambe, all'altro si sgretolavan gli zoccoli, e che so io; egli era un oceano continuo di guai, ed io n'era il primo martire. E quel passo di mare, per trasportarli di Douvres, vedermeli tutti come pecore in branco posti per zavorra della nave, avviliti, sudicissimi da non pi si distinguere neppure il bell'oro dei loro vistosi mantelli castagni; e tolte via alcune tavole che li facean da tetto, vederli poi in Calais, prima che si sbarcassero, servire i loro dossi di tavole ai grossolani marinai che camminavan sopra di loro come se non fossero stati vivi corpi, ma una vile continuazione di pavimento; e poi vederli tratti per aria da una fune con le quattro gambe spenzolate, e quindi calati nel mare, perch stante la marea non poteva la nave approdare sino alla susseguente mattina; e se non si sbarcavano cos quella sera, conveniva lasciarli poi tutta la notte in quella s scomoda positura imbarcati; insomma vi patii pene continue di morte. Ma pure tanta fu la sollecitudine, e l'antivedere, e il rimediare, e l'ostinatamente sempre badarci da me, che fra tante vicende, e pericoli, ed incommoducci, li condussi senza malanni importanti tutti salvi a buon porto.
Confesser anche pel vero, che io passionatissimo su questo fatto, ci aveva anche posta una non meno stolta che stravagante vanit; talch quando in Amiens, in Parigi, in Lione, in Torino, e altrove que' miei cavalli erano trovati belli dai conoscitori, io me ne rimpettiva e teneva come se li avessi fatti io. Ma la pi ardua ed epica impresa mia con quella carovana fu il passo dell'Alpi fra Laneborgo, e la Novalesa. Molta fatica durai nel ben ordinare ed eseguire la marcia loro, affinch non succedesse disgrazia nessuna a bestie s grosse, e piuttosto gravi, in una strettezza e malagevolezza s grande di quei rompicolli di strade. E siccome assai mi compiacqui nell'ordinarla, mi permetta anco il lettore ch'io mi compiaccia alquanto in descriverla. Chi non la vuole, la passi; e chi la vorr pur leggere, badi un po' s'io meglio sapessi distribuire la marcia di quattordici bestie fra quelle Termopili, che non i cinque atti d'una tragedia.
Erano que' miei cavalli, attesa la lor giovinezza, e le mie cure paterne, e la moderata fatica, vivaci e briosi oltre modo; onde tanto pi scabro riusciva il guidarli illesi per quelle scale. Io presi dunque in Laneborgo un uomo per ciascun cavallo, che lo guidasse a piedi per la briglia cortissimo. Ad ogni tre cavalli, che l'uno accodato all'altro salivano il monte bel bello, coi loro uomini, ci avea interposto uno dei miei palafrenieri che cavalcando un muletto invigilava su i suoi tre che lo precedevano. E cos via via di tre in tre. In mezzo poi della marcia stava il maniscalco di Laneborgo con chiodi e martello, e ferri e scarpe posticce per rimediare ai piedi che si venissero a sferrare, che era il maggior pericolo in quei sassacci. Io poi, come capo dell'espedizione, veniva ultimo, cavalcando il pi piccolo e il pi leggiero de' miei cavalli, Frontino, e, mi tenea alle due staffe due aiutanti di strada, pedoni sveltissimi, ch'io mandava dalla coda al mezzo o alla testa, portatori de' miei comandi. Giunti in tal guisa felicissimamente in cima del Monsenigi, quando poi fummo allo scendere in Italia, mossa in cui sempre i cavalli si sogliono rallegrare, e affrettare il passo, e sconsideratamente anco saltellare, io mutai di posto, e sceso di cavallo mi posi in testa di tutti, a piedi, scendendo ad oncia ad oncia; e per maggiormente anche ritardare la scesa, avea posti in testa i cavalli i pi gravi e pi grossi; e gli aiutanti correano intanto su e gi per tenerli tutti insieme senza intervallo nessuno; altro che la dovuta distanza. Con tutte queste diligenze mi si sferrarono nondimeno tre piedi a diversi cavalli, ma le disposizioni eran s esatte, che immediatamente il maniscalco li pot rimediare, e tutti giunsero sani e salvi alla Novalesa, coi piedi in ottimo essere, e nessunissimo zoppo. Queste mie chiacchiere potranno servire di norma a chi dovesse passare o quell'Alpe, o altra simile, con molti cavalli. Io, quant'a me, avendo s felicemente diretto codesto passo, me ne teneva poco meno che Annibale per averci un poco pi verso il mezzogiorno fatto traghettare i suoi schiavi ed elefanti. Ma se a lui cost molt'aceto, a me cost del vino non poco, che tutti coloro, e guide, e maniscalchi, e palafrenieri, e aiutanti, si tracannarono.
Col capo ripieno traboccante di queste inezie cavalline, e molto scemo di ogni utile e lodevole pensamento, arrivai in Torino in fin di maggio, dove soggiornai circa tre settimane, dopo sette e pi anni che vi avea smesso il domicilio. Ma i cavalli, che per la troppa continuit cominciavano talvolta a tediarmi, dopo sei, o otto giorni di riposo, li spedii innanzi alla volta della Toscana, dove li avrei raggiunti. Ed intanto voleva un poco respirare da tante brighe, e fatiche, e puerilit, poco in vero convenevoli ad un autor tragico in et di anni trentacinque suonati. Con tutto ci quella divagazione, quel moto, quell'interruzione totale d'ogni studio mi aveva singolarmente giovato alla salute; ed io mi trovava rinvigorito, e ringiovenito di corpo, come pur troppo ringiovenito anche di sapere e di senno, i cavalli mi aveano a gran passi ricondotto all'asino mio primitivo. E tanto mi era gi di bel nuovo irrugginita la mente, ch'io mi riputava ora mai nella totale impossibilit di nulla pi ideare, n scrivere.



CAPITOLO DECIMOTERZO
Breve soggiorno in Torino. Recita uditavi della Virginia.

In Torino ebbi alcuni piaceri, e alcuni pi dispiaceri. Il rivedere gli amici della prima giovent, ed i luoghi che primi si son conosciuti, ed ogni pianta, ogni sasso, in somma ogni oggetto di quelle idee e passioni primitive, ell' dolcissima cosa. Per altra parte poi, l'avere io ritrovati non pochi di quei compagnoni d'adolescenza, i quali vedendomi ora venire per una via, di quanto potean pi lontano mi scantonavano; ovvero, presi alle strette, gelidamente appena mi salutavano, od anche voltavano il viso altrove; gente, a cui io non aveva fatto mai nulla, se non se amicizia e cordialit; questo mi amareggi non poco; e pi mi avrebbe amareggiato, se non mi fosse stato detto da altri pochi e benevoli, che gli uni mi trattavan cos perch io aveva scritto tragedie; gli altri, perch avea viaggiato tanto; gli altri, perch ora io era ricomparito in paese con troppi cavalli: piccolezze in somma; scusabili per, e scusabilissime presso chiunque conosce l'uomo esaminando imparzialmente s stesso: ma cose da scansarsi per quanto  possibile, col non abitare fra i suoi nazionali, allorch non si vuol fare quel che essi fanno o non fanno; allorch il paese  piccolo, ed oziosi gli abitanti; ed allorch finalmente si  venuto ad offenderli involontariamente, anche col solo tentare di farsi dappi di loro, qualunque sia il genere e il modo in cui l'uomo abbia tentato tal cosa.
Un altro amarissimo boccone che mi convenne inghiottire in Torino, fu di dovermi indispensabilmente presentare al re, il quale per certo si teneva offeso da me, per averlo io tacitamente rinnegato coll'espatriazione perpetua. Eppure, visti gli usi del paese, e le mie stesse circostanze, io non mi poteva assolvere dal fargli riverenza, ed ossequio, senza riportarne la giusta taccia di stravagante e insolente e scortese. Appena io giunsi in Torino, che il mio buon cognato, allora primo gentiluomo di camera, ansiosamente subito mi tast per vedere se io mi presenterei a corte, o no. Ma io immediatamente lo acquetai e racconsolai col dirgli positivamente di s; ed egli insistendo sul quando, non volli differire. Fui il giorno dopo dal ministro. Il mio cognato gi mi avea prevenuto, che in quel punto le disposizioni di quel governo erano ottime per me; onde sarei molto ben ricevuto; ed aggiunse anco che si avea voglia d'impiegarmi. Questo non meritato n aspettato favore mi fece tremare; ma l'avviso mi serv assai, per tener tal contegno e discorso da non mi fare n prendere n invitare. Io dissi dunque al ministro, che passando per Torino credeva del mio dovere di visitare lui ministro, e di richiedere per mezzo suo di rassegnarmi al re, semplicemente per inchinarmegli. Il ministro con blande maniere mi accolse, e direi quasi che mi festeggi. E di una parola in un'altra mi venne lasciato travedere da prima, e poi mi disse apertamente: che al re piacerebbe ch'io mi volessi fissare in patria; che si varrebbe volentieri di me; ch'io mi sarei potuto distinguere; e simili frasche. Tagliai a dirittura nel vivo, e senza punto tergiversare risposi: che io ritornava in Toscana per ivi proseguire le mie stampe e i miei studi; ch'io mi trovava avere trentacinque anni, et in cui non si dee oramai pi cangiare di proposito; che avendo io abbracciata l'arte delle lettere, o bene o male la praticherei per tutto il rimanente di vita mia. Egli soggiunse: che le lettere erano belle e buone, ma che esistevano delle occupazioni pi grandi e pi importanti, di cui io era e mi dovea sentir ben capace. Ringraziai cortesemente, ma persistei nel no; ed ebbi anche la moderazione e la generosit di non dare a quel buon galantuomo l'inutile mortificazione, ch'egli si sarebbe pur meritata; di lasciargli cio intendere, che i loro dispacci e diplomazie mi pareano, ed eran per certo, assai meno importante ed alta cosa che non le tragedie mie o le altrui. Ma questa specie di gente , e dev'essere, inconvertibile. Ed io, per natura mia, non disputo mai, se non se raramente con quelli con cui concordiamo di massima; agli altri ogni cosa io la do vinta alla prima. Mi contentai dunque di non acconsentire. Questa mia resistenza negativa verisimilmente poi pass sino al re pel canal del ministro; onde il giorno dopo, ch'io vi fui a inchinarlo, il re non mi parl punto di questo, e del rimanente mi accolse colla massima affabilit e cortesia, che gli  propria. Questi era (ed ancora regna) Vittorio Amedeo II, figlio di Carlo Emanuele, sotto il cui regno io nacqui. Ancorch io non ami punto i re in genere, e meno i pi arbitrari, debbo pur dire ingenuamente che la razza di questi nostri principi  ottima sul totale, e massime paragonandola a quasi tutte l'altre presenti d'Europa. Ed io mi sentiva nell'intimo del cuore piuttosto affetto per essi, che non avversione; stante che s questo re che il di lui predecessore, sono di ottime intenzioni, di buona e costumata ed esemplarissima indole e fanno al paese loro pi bene che male. Con tutto ci quando si pensa e vivamente si sente che il loro giovare o nuocere pendono dal loro assoluto volere, bisogna fremere, e fuggire. E cos feci io dopo alcuni giorni, quanti bastarono per rivedere i miei parenti e conoscenti in Torino, e trattenermi piacevolmente e utilmente per me le pi ore di quei pochi giorni coll'incomparabile amico, l'abate di Caluso, che un cotal poco mi riassest anche il capo, e mi riscosse dal letargo in cui la stalla mi avea precipitato, e quasi che sepellito.
Nel trattenermi in Torino mi tocc di assistere (senza ch'io n'avessi gran voglia) ad una recita pubblica della mia Virginia, che fu fatta su lo stesso teatro, nove anni dopo quella della Cleopatra, da attori a un bel circa della stessa abilit. Un mio amico gi d'Accademia avea preparata questa recita gi prima ch'io arrivassi a Torino, e senza sapere ch'io ci capiterei. Egli mi chiese di volermi adoprare nell'addestrare un tal poco gli attori; come avea fatto gi per la Cleopatra. Ma io, cresciuto forse alquanto di mezzi, e molto pi di orgoglio, non mi ci volli prestare in nulla, conoscendo benissimo quel che siano finora ed i nostri attori, e le nostre platee. Non mi volli dunque far complice a nessun patto della loro incapacit, che senza averli sentiti ella mi era gi cosa dimostratissima. Sapeva, che avrebbe bisognato cominciare dall'impossibile; cio dall'insegnar loro a parlare e pronunziar italiano, e non veneziano; a recitar essi, e non il rammentatore; ad intendere (troppo sarebbe pretendere, s'io dicessi a sentire), ma ad intendere semplicemente quello che volean far intendere all'uditorio. Non era poi dunque s irragionevole il mio niego, n si indiscreto il mio orgoglio. Lasciai dunque che l'amico ci pensasse da s, e condiscesi soltanto col promettergli a mal mio grado d'assistervi. Ed in fatti ci fui, gi ben convinto in me stesso, che di vivente mio non v'era da raccogliere per me in nessunissimo teatro d'Italia, n lode n biasimo. La Virginia ottenne per l'appunto la stessa attenzione, e lo stessissimo esito che avea gi ottenuta la Cleopatra; e fu richiesta per la sera dopo, n pi n meno di quella; ed io, come si pu credere, non ci tornai. Ma da quel giorno cominci in gran parte quel mio disinganno di gloria, in cui mi vo di giorno in giorno sempre pi confermando. Con tutto ci non mi rimover io dall'abbracciato proposito di tentare ancora per altri dieci o quindici anni all'incirca, sin sotto ai sessanta cio, di scrivere in due o tre altri generi delle nuove composizioni, quanto pi accuratamente e meglio il sapr; per avere, morendo o invecchiando, la intima consolazione di aver soddisfatto a me stesso, ed all'arte quant'era in me. Che quanto ai giudizi degli uomini presenti, atteso lo stato in cui si trova l'arte critica in Italia, ripeto piangendo, che non v' da sperare n ottenere per ora, n lode n biasimo. Che io non reputo lode, quella che non discerne, e motivando s stessa inanima l'autore; n biasimo chiamo, quello che non t'insegna a far meglio.
Io patii morte a codesta recita della Virginia, pi ancora che a quella di Cleopatra, ma per ragioni troppo diverse. N pi esattamente le voglio allegare ora qui; poich a chi ha ed il gusto e l'orgoglio dell'arte, elle gi sono notissime; per chi non l'ha, elle riuscirebbero inutili ed inconcepibili.
Partito di Torino, mi trattenni tre giorni in Asti presso l'ottima rispettabilissima mia madre. Ci separammo poi con gran lagrime, presagendo ambedue che verisimilmente non ci saremmo pi riveduti. Io non dir che mi sentissi per lei quanto affetto avrei potuto e dovuto; atteso che dall'et di nov'anni in poi non mi era mai pi trovato con essa, se non se alla sfuggita per ore. Ma la mia stima, gratitudine, e venerazione per essa e per le di lei virt  stata sempre somma, e lo sar finch'io vivo. Il Cielo le accordi lunga vita, poich'ella s bene la impiega in edificazione e vantaggio di tutta la sua citt. Essa poi  oltre ogni dire sviscerata per me, pi assai ch'io non abbia mai meritato. Perci il di lei vero ed immenso dolore nell'atto della nostra dipartenza grandemente mi accor, ed accora.
Appena uscito io poi dagli stati del re sardo, mi sentii come allargato il respiro: cotanto mi pesava tuttavia tacitamente sul collo anche l'avanzo stesso di quel mio giogo natio, ancorch infranto lo avessi. Talch il poco tempo ch'io vi stetti, ogni qualvolta mi dovei trovare con alcuno dei barbassori governanti di quel paese, io mi vi teneva piuttosto in aspetto di liberto che non d'uomo libero; sempre rammentandomi quel bellissimo detto di Pompeo nello scendere in Egitto alla discrezione ed arbitrio d'un Fotino: "Chi entra in casa del tiranno, s'egli schiavo non era si fa". Cos, chi per mero ozio e vaghezza rientra nel gi disertato suo carcere, vi si pu benissimo ritrovar chiuso all'uscirne, finch pur carcerieri rimangonvi.
Inoltrandomi intanto verso Modena, le nuove ch'io avea ricevute dalla mia donna mi andavano riempiendo or di dolore, ora di speranza, e sempre di molta incertezza. Ma l'ultime ricevute in Piacenza mi annunziavano finalmente la di lei liberazione di Roma, il che mi empiva d'allegrezza; poich Roma era per allora il sol luogo dove non l'avrei potuta vedere, ma per altra parte la convenienza con catene di piombo mi vietava assolutamente, anche in quel punto, di seguitarla. Ella aveva con mille stenti, e con dei sacrifici pecuniari non piccioli verso il marito, ottenuto finalmente dal cognato, e dal papa, la licenza di portarsi negli Svizzeri all'acque di Baden; trovandosi per i molti disgusti la di lei salute considerabilmente alterata. In quel giugno dunque dell'anno 1784 ell'erasi partita di Roma, e bel bello lungo la spiaggia dell'Adriatico, per Bologna e Mantova e Trento, si avviava verso il Tirolo, nel tempo stesso che io partitomi di Torino, per Piacenza, Modena e Pistoia me ne ritornava a Siena. Questo pensiero, di essere allora cos vicino a lei, per tosto poi di bel nuovo rimanere cos disgiunti e lontani, mi riusciva ad un tempo e piacevole e doloroso. Avrei benissimo potuto mandar per la diritta in Toscana il mio legno e la mia gente, ed io a traverso per le poste a cavallo soletto l'avrei potuta presto raggiungere, e almen l'avrei vista. Desiderava, temeva, sperava, voleva, disvoleva: vicende tutte ben note ai pochi e veraci amatori; ma vinse pur finalmente il dovere, e l'amore di essa e del di lei decoro, pi che di me. Onde, bestemmiando e piangendo, non mi scartai punto dalla strada mia. Cos sotto il peso gravissimo di questa mia dolorosa vittoria giunsi in Siena dopo dieci mesi in circa di viaggio; e ritrovai nell'amico Gori l'usato mio necessarissimo conforto, onde andarvi pure strascinando la vita, e stancando oramai le speranze.



CAPITOLO DECIMOQUARTO
Viaggio in Alsazia. Rivedo la donna mia. Ideate tre nuove tragedie. Morte inaspettata dell'amico Gori in Siena.

Erano frattanto giunti in Siena pochi giorni dopo di me i miei quattordici cavalli, ed il decimoquinto ve l'avea lasciato io in custodia all'amico; ed era il mio bel falbo, il Fido; quello stesso che in Roma avea pi volte portato il dolce peso della donna mia, e che perci mi era egli solo pi caro assai che tutta la nuova brigata. Tutte queste bestie mi tenevano scioperato e divagato ad un tempo; aggiuntavi poi la scontentezza di cuore, io andava invano tentando di ripigliare le occupazioni letterarie. Parte di giugno, e tutto luglio ch'io stetti senza muovermi di Siena, mi si consumarono cos, senza ch'io facessi altro che qualche rime. Feci anche alcune stanze che mancavano a terminare il terzo canto del poemetto, e vi cominciai il quarto ed ultimo. Quell'opera, bench lavorata con tante interruzioni, in cos lungo tempo, e sempre alla spezzata, e senza ch'io avessi alcun piano scritto, mi stava con tutto ci assai fortemente fitta nel capo; e l'avvertenza ch'io vi osservava il pi, era di non l'allungare di soverchio; il che, se io mi fossi lasciato andare agli episodi o ad altri ornamenti, mi sarebbe riuscito pur troppo facile. Ma a volerla far cosa originale e frizzante d'un agrodolce terribile, il pregio di cui pi abbisognava si era la brevit. Perci da prima io l'aveva ideata di tre soli canti; ma la rassegna dei consiglieri mi avea rubato quasi che un canto, perci furon quattro. Non sono per ben certo in me stesso che quei tanti interrompimenti non abbiano influito sul totale del poema, dandogli un non so che di sconnesso.
Mentre io stava dunque tentando di proseguire quel quarto canto, io andava sempre ricevendo e scrivendo gran lettere; queste a poco a poco mi riempirono di speranza, e vieppi m'infiammarono del desiderio di rivederla tra breve. E tanto and crescendo questa possibilit, che un bel giorno non potendo io pi stare a segno, detto al solo amico Gori dove io fossi per andare, e finto di fare una scorsa a Venezia, io mi avviai verso la Germania il d quattro d'agosto. Giorno, oim, di sempre amara ricordanza per me. Che mentre io baldo e pieno di gioia mi avviava verso la met di me stesso, non sapeva io che nell'abbracciare quel caro e raro amico, che per sei settimane sole mi credea di lasciarlo, io lo lascerei per l'eternit. Cosa, di cui non posso parlare, n pur pensarci, senza prorompere in pianto, anche molti anni dopo. Ma tacer di questo pianto, poich altrove quanto meglio il seppi v'ho dato sfogo.
Eccomi dunque da capo per viaggio. Per la solita mia dilettissima e assai poetica strada di Pistoia a Modena, me ne vo rapidissimamente a Mantova, Trento, Inspruck, e quindi per la Soavia a Colmar, citt dell'Alsazia superiore alla sinistra del Reno. Quivi presso ritrovai finalmente quella ch'io andava sempre chiamando e cercando, orbo di lei da pi di sedici mesi. Io feci tutto questo cammino in dodici giorni n mai mi pareva di muovermi, per quanto i' corressi. Mi si riapr in quel viaggio pi abbondante che mai si fosse la vena delle rime, e chi potea in me pi di me mi facea comporre sino a tre e pi sonetti quasi ogni giorno; essendo quasi fuor di me dal trasporto di calcare per tutta quella strada le di lei orme stesse, e per tutto informandomi, e rilevando ch'ella vi era passata circa due mesi innanzi. E col cuore alle volte gioioso, mi rivolsi anche al poetare festevole; onde scrissi cammin facendo un capitolo al Gori, per dargli le istruzioni necessarie per la custodia degli amati cavalli, che pure non erano in me che la passione terza: troppo mi vergognerei se avessi detto, seconda; dovendo, come  di ragione, al Pegaso preceder le Muse.
Quel mio lunghetto capitolo, che poi ho collocato fra le rime, fu la prima e quasi che la sola poesia ch'io mai scrivessi in quel genere bernesco, di cui, ancorch non sia quello al quale la natura m'inclini il pi, tuttavia pure mi par di sentire tutte le grazie e il lepore. Ma non sempre il sentirle basta ad esprimerle. Ho fatto come ho saputo. Giunto il d 16 agosto presso la mia donna, due mesi in circa mi vi sfuggirono quasi un baleno. Ritrovatomi cos di bel nuovo interissimo di animo di cuore e di mente, non erano ancor passati quindici giorni dal d ch'io era ritornato alla vita rivedendola, che quell'istesso io il quale da due anni non avea mai pi neppure sognato di scrivere oramai altre tragedie; quell'io, che anzi avendo appeso il coturno al Saul, mi era fermamente proposto di non lo spiccare mai pi; mi ritrovai allora, senza accorgermene quasi, ideate per forza altre tre tragedie ad un parto: Agide, Sofonisba, e Mirra. Le due prime, mi erano cadute in mente altre volte, e sempre l'avea discacciate; ma questa volta poi mi si erano talmente rifitte nella fantasia, che mi fu forza di gettarne in carta l'abbozzo, credendomi pure e sperando che non le potrei poi distendere. A Mirra non avea pensato mai; ed anzi, essa non meno che Bibli, e cos ogni altro incestuoso amore, mi si erano sempre mostrate come soggetti non tragediabili. Mi capit alle mani nelle Metamorfosi di Ovidio quella caldissima e veramente divina allocuzione di Mirra alla di lei nutrice, la quale mi fece prorompere in lagrime, e quasi un subitaneo lampo mi dest l'idea di porla in tragedia; e mi parve che toccantissima ed originalissima tragedia potrebbe riuscire, ogni qual volta potesse venir fatto all'autore di maneggiarla in tal modo che lo spettatore scoprisse da s stesso a poco a poco tutte le orribili tempeste del cuore infuocato ad un tempo e purissimo della pi assai infelice che non colpevole Mirra, senza che ella neppure la met ne accennasse, non confessando quasi a s medesima, non che ad altra persona nessuna, un s nefando amore. In somma l'ideai a bella prima, ch'ella dovesse nella mia tragedia operare quelle cose stesse, ch'ella in Ovidio descrive; ma operarle tacendole. Sentii fin da quel punto l'immensa difficolt ch'io incontrerei nel dover far durare questa scabrosissima fluttuazione dell'animo di Mirra per tutti gl'interi cinque atti, senza accidenti accattati d'altrove. E questa difficolt che allora vieppi m'infiamm, e quindi poi nello stenderla, verseggiarla, e stamparla sempre pi mi fu sprone a tentare di vincerla, io tuttavia dopo averla fatta, la conosco e la temo quant'ella s'; lasciando giudicar poi dagli altri s'io l'abbia saputa superare nell'intero, od in parte, od in nulla.
Questi tre nuovi parti tragici mi raccesero l'amor della gloria, la quale io non desiderava per altro fine oramai, se non se per dividerla con chi mi era pi caro di essa. Io dunque allora da circa un mese stava passando i miei giorni beati, e occupati, e da nessunissima amarezza sturbati, fuorch dall'anticipato orribile pensiero che al pi al pi fra un altro mesetto era indispensabile il separarci di nuovo. Ma, quasi che questo sovrastante timore non fosse bastato egli solo a mescermi infinita amarezza al poco dolce brevissimo ch'io assaporava, la fortuna nemica me ne volle aggiungere una dose non piccola per farmi a caro prezzo scontare quel passeggero sollievo. Lettere di Siena mi portarono nello spazio di otto giorni, prima la nuova della morte del fratello minore del mio Gori, e la malattia non indifferente di esso; successivamente le prossime nuove mi portarono pur anche la morte di esso in sei soli giorni di malattia. Se io non mi fossi trovato con la mia donna al ricevere questo colpo s rapido ed inaspettato, gli effetti del mio giusto dolore sarebbero stati assai pi fieri e terribili. Ma l'aver con chi piangere menoma il pianto d'assai. La mia donna conosceva essa pure e moltissimo amava quel mio Francesco Gori; il quale l'anno innanzi, dopo avermi accompagnato, come dissi, a Genova, tornato poi in Toscana erasi quindi portato a Roma quasi a posta per conoscerla, e soggiornatovi alcuni mesi l'aveva continuamente trattata, ed aveala giornalmente accompagnata nel visitare i tanti prodotti delle bell'arti di cui egli era caldissimo amatore e sagace conoscitore. Essa perci nel piangerlo meco non lo pianse soltanto per me, ma anche per s medesima, conoscendone per recente prova tutto il valore. Questa disgrazia turb oltre modo il rimanente del breve tempo che si stette insieme; ed approssimandosi poi il termine, tanto pi amara ed orribile ci riusc questa separazione seconda. Venuto il temuto giorno, bisogn obbedire alla sorte, ed io dovei rientrare in ben altre tenebre, rimanendo questa volta disgiunto dalla mia donna senza sapere per quanto, e privo dell'amico colla funesta certezza ch'io l'era per sempre. Ogni passo di quella stessa via, che al venire mi era andato sgombrando il dolore ed i tetri pensieri, me li facea raddoppiati ritrovare al ritorno. Vinto dal dolore, poche rime feci, ed un continuo piangere sino a Siena dove mi restituii ai primi di novembre. Alcuni amici dell'amico, che mi amavano di rimbalzo, ed io cos loro, mi accrebbero in quei primi giorni smisuratamente il dolore troppo bene servendomi nel mio desiderio di sapere ogni particolarit di quel funesto accidente; ed io tremando pur sempre e sfuggendo di udirle, le andava pur domandando. Non tornai pi ad alloggio (come ben si pu credere) in quella casa del pianto, che anzi non l'ho rivista mai pi. Fin da quando io era tornato di Milano l'anno innanzi, io avea accettato dall'ottimo cuor dell'amico un molto gaio e solitario quartierino nella di lui casa, e ci vivevamo come fratelli.
Ma il soggiorno di Siena senza il mio Gori, mi si fece immediatamente insoffribile. Volli tentare di indebolirne alquanto il dolore senza punto scemarmene la memoria, col cangiare e luoghi ed oggetti. Mi trasferii perci nel novembre in Pisa, risolutomi di starvi quell'inverno; ed aspettando che un miglior destino mi restituisse a me stesso; che privo d'ogni pascolo del cuore, veramente non mi potea riputar vivo.



CAPITOLO DECIMOQUINTO
Soggiorno in Pisa. Scrittovi il Panegirico a Traiano ed altre cose.

La mia donna frattanto era per le Alpi della Savoia rientrata 1785 anch'essa in Italia; e per la via di Torino venuta a Genova, quindi a Bologna, in quest'ultima citt si propose di passare l'inverno; combinandosi in questo modo per lei di stare negli Stati Pontificii, senza pure rimettersi in Roma nell'usato carcere. Sotto il pretesto dunque della stagione troppo inoltrata, sendo giunta a Bologna in decembre, non ne part altrimenti. Eccoci dunque, io a Pisa, ed essa in Bologna, col solo Apennino di mezzo, per quasi cinque mesi, di nuovo disgiunti e pur vicinissimi. Questo m'era ad un tempo stesso una consolazione e un martirio; ne ricevea le nuove freschissime ogni tre o quattro giorni, e non potea pure n doveva in niun modo tentar di vederla, atteso il gran pettegolezzo delle citt piccole d'Italia, dove chi nulla nulla esce dal volgo,  sempre minutamente osservato dai molti oziosi e maligni. Io mi passai dunque in Pisa quel lunghissimo inverno, col solo sollievo delle di lei spessissime lettere, e perdendo al solito il mio tempo fra i molti cavalli, e quasi nulla servendomi dei pochi ma fidi miei libri. Sforzato pure dalla noia, e nell'ore che cavalcare ed aurigare non si poteva, tanto e tanto qualcosa andava pur leggicchiando, massime la mattina in letto, appena sveglio. In queste semiletture avea scorse le lettere di Plinio il Minore, e molto mi avean dilettato s per la loro eleganza, s per le molte notizie su le cose e costumi romani che vi si imparano; oltre poi il purissimo animo, e la bella ed amabile indole che vi va sviluppando l'autore. Finite l'epistole, impresi di leggere il Panegirico a Traiano, opera che mi era nota per fama, ma di cui non avea mai letta parola. Inoltratomi per alcune pagine, e non vi ritrovando quell'uomo stesso dell'epistole, e molto meno un amico di Tacito, qual egli si professava, io sentii nel mio intimo un certo tal moto d'indegnazione; e tosto, buttato l il libro saltai a sedere sul letto, dov'io giaceva nel leggere; ed impugnata con ira la penna, ad alta voce gridando dissi a me stesso: "Plinio mio, se tu eri davvero e l'amico, e l'emulo, e l'ammiratore di Tacito, ecco come avresti dovuto parlare a Traiano". E senza pi aspettare, n riflettere, scrissi d'impeto, quasi forsennato, cos come la penna buttava, circa quattro gran pagine del mio minutissimo scritto; finch stanco, e disebriato dallo sfogo delle versate parole, lasciai di scrivere, e quel giorno non vi pensai pi. La mattina dopo, ripigliato il mio Plinio, o per dir meglio, quel Plinio che tanto mi era scaduto di grazia nel giorno innanzi, volli continuar di leggere il di lui Panegirico. Alcune poche pagine pi, facendomi gran forza, ne lessi; poi non mi fu possibile di proseguire, Allora volli un po' rileggere quello squarcione del mio Panegirico, ch'io avea scritto delirando la mattina innanzi. Lettolo, e piaciutomi, e rinfiammato pi di prima, d'una burla ne feci, o credei farne, una cosa serissima; e distribuito e diviso alla meglio il mio tema, senza pi ripigliar fiato, scrivendone ogni mattina quanto ne potevan gli occhi, che dopo un par d'ore di entusiastico lavoro non mi fanno pi luce; e pensandovi poi e ruminandone tutto l'intero giorno, come sempre mi accade allorch non so chi mi d questa febbre del concepire e comporre; me lo trovai tutto steso nella quinta mattina, dal d 13 al 17 di marzo! e, con pochissima variet, toltone l'opera della lima, da quello che va dattorno stampato.
Codesto lavoro mi avea riacceso l'intelletto, ed una qualche tregua avea pur anche data ai miei tanti dolori. Ed allora mi convinsi per esperienza, che a voler tollerare quelle mie angustie d'animo, ed aspettarne il fine senza soccombere, mi era pi che necessario di farmi forza, e costringer la mente ad un qualche lavoro. Ma siccome la mente mia, pi libera e pi indipendente di me, non mi vuole a niun conto obbedire; tal che, se io mi fossi proposto, prima di leggere il Plinio, di voler fare un panegirico a Traiano, non avrebbe essa forse voluto raccozzar due idee; per ingannare ad un tempo e il dolore e la mente, trovai il compenso di violentarmi in una qualche opera di pazienza, e di schiena come si suol dire. Perci tornatomi fra mani quel Sallustio che circa dieci anni prima aveva tradotto in Torino per semplice studio, lo feci ricopiare col testo accanto, e mi posi seriamente a correggerlo, coll'intenzione e speranza ch'egli riuscisse una cosa. Ma neppure per questo pacifico lavoro io sentiva il mio animo capace di continua e tranquilla applicazione; onde non lo migliorai di gran fatto, anzi mi avvidi, che nel bollore e deliri d'un cuore preoccupato e scontento, riesce forse pi possibile il concepire e creare una cosa breve e focosa, che non il freddamente limare una cosa gi fatta. La lima  un tedio, onde facilmente si pensa ad altro, adoprandola. La creazione  una febbre, durante l'accesso, non si sente altro che lei. Lasciato dunque il Sallustio a tempi pi lieti, mi rivolsi a continuar quella prosa Del principe e delle lettere, da me ideata, e distribuita pi anni prima in Firenze. Ne scrissi allora tutto il primo libro, e due o tre capitoli del secondo.
Fin dall'estate antecedente, al mio tornare d'Inghilterra in Siena, io aveva pubblicato il terzo volume delle tragedie, e mandatolo, come a molti altri valentuomini d'Italia, anche all'egregio Cesarotti, pregandolo di darmi un qualche lume sovra il mio stile e composizione e condotta. Ne ricevei in quell'aprile una lettera critica su le tre tragedie del terzo volume, alla quale risposi allora brevemente, ringraziandolo, e notando le cose che mi pareano da potersi ribattere; e ripregandolo di indicarmi o darmi egli un qualche modello di verso tragico. E da notarsi su ci, che quello stesso Cesarotti, il quale aveva concepiti ed eseguiti con tanta maestria i sublimi versi dell'Ossian, essendo stato richiesto da me, quasi due anni prima, di volermi indicare un qualche modello di verso sciolto di dialogo, egli non si vergogn di parlarmi d'alcune sue traduzioni dal francese, della Semiramide e del Maometto di Voltaire, stampate gi da molti anni; e di tacitamente propormele per modello. Queste traduzioni del Cesarotti essendo in mano di chiunque le vorr leggere, non occorre ch'io aggiunga riflessioni su questo particolare; ognuno se ne pu far giudice e paragonare quei versi tragici con i miei; e paragonarli anche con i versi epici dello stesso Cesarotti nell'Ossian, e vedere se paano della stessa officina. Ma questo fatto servir pure a dimostrare quanto miserabil cosa siamo noi tutti uomini, e noi autori massimamente, che sempre abbiam fra le mani e tavolozza e pennello per dipingere altrui, ma non mai lo specchio per ben rimirarci noi stessi e conoscerci.
Il giornalista di Pisa, dovendo poi dare o inserire nel suo giornale un giudizio critico su quel mio terzo tomo delle tragedie, stim pi breve e pi facil cosa il trascrivere a dirittura quella lettera del Cesarotti, con le mie note che le servono di risposta. Io mi trattenni in Pisa sino a tutto l'agosto di quell'anno 1785; e non vi feci pi nulla da quelle prose in poi, fuorch far ricopiare le dieci tragedie stampate, ed apporvi in margine molte mutazioni, che allora mi parvero soverchie; ma quando poi venni a ristamparle in Parigi, elle mi vi parvero pi che insufficienti, e bisogn per lo meno quadruplicarle. Nel maggio di quell'anno godei in Pisa del divertimento del Giuoco del Ponte, spettacolo bellissimo, che riunisce un non so che di antico e d'eroico. Vi si aggiunse anco un'altra festa bellissima d'un altro genere, la luminara di tutta la detta citt, come si costuma ogni due anni per la festa di San Ranieri. Queste feste si fecero allora riunitamente, all'occasione della venuta del re e regina di Napoli in Toscana per visitarvi il gran duca Leopoldo, cognato del suddetto re. La mia vanaglorietta in quelle feste rimase bastantemente soddisfatta, essendomi io fatto molto osservare a cagione de' miei be' cavalli inglesi, che vincevano in mole, bellezza e brio quanti altri mai cavalli vi fossero capitati in codest'occasione. Ma in mezzo a quel mio fallace e pueril godimento, mi convinsi con sommo dolore ad un tempo stesso, che nella fetida e morta Italia ella era assai pi facil cosa il farsi additare per via di cavalli, che non per via di tragedie.



CAPITOLO DECIMOSESTO
Secondo viaggio in Alsazia, dove mi fisso. Ideativi, e stesi i due Bruti, e l'Abele. Studi caldamente ripigliati.

In questo frattempo era ripartita di Bologna la mia donna, ed avviatasi verso Parigi nel mese di aprile. Non volendo essa tornare a Roma, in nessun altro luogo ella potea pi convenientemente fissarsi che in Francia, dove avea parenti, aderenze, e interessi. Trattenutasi in Parigi sino all'agosto inoltrato, ella ritorn in Alsazia in quella stessa villa dove c'eramo incontrati l'anno innanzi. Onde io ai primi di settembre con infinita gioia e premura mi vi avviai per la solita strada dell'Alpi tirolesi. Ma l'aver perduto l'amico di Siena, e l'essersi oramai la mia donna traspiantata fuori d'Italia, mi fece anche risolvere di non dimorarci pi neppur io. E bench per allora n volessi, n convenisse ch'io mi fissassi a dimora dove ella, io cercai pure di starle il meno lontano ch'io potessi, e di toglierci almeno l'Alpi di mezzo. Feci dunque muovere anche tutta la mia cavalleria, che sana e salva arriv un mese dopo di me in Alsazia, dove allora ebbi raccolto ogni mia cosa, fuorch i libri, che i pi gli avea lasciati in Roma. Ma la mia felicit derivata da questa seconda riunione non dur n potea durare altro che due mesi in circa, dovendosi la mia donna restituire in Parigi nell'inverno. Nel decembre l'accompagnai sino a Strasborgo, dove, con mio sommo dolore costretto di lasciarla, me ne separai per la terza volta; ella continu la sua strada per Parigi, io ritornai nella nostra villa. Ancorch io fossi scontento, pure la mia afflizione riusciva ora assai minore della passata, trovandoci pi vicini, Potendo senza ostacolo, e senza pericolo di nuocerle dare una scorsa per vederla, ed avendo in somma fra noi la certezza di rivederci nella prossima estate. Tutte queste speranze mi posero un tal balsamo in corpo, e mi rischiarirono talmente l'intelletto, che di bel nuovo intieramente mi diedi in braccio alle Muse. In quel solo inverno, nella quiete e libert della villa, feci assai pi lavoro che non avessi fatto mai in cos breve spazio di tempo; cotanto la continuit del pensare ad una stessa cosa, e a non aver divagazioni n dispiaceri, abbreviandoci l'ore ad un tempo ce le moltiplica. Appena tornato nel mio ritiro, da prima finii di stendere l'Agide, che fin dal decembre precedente avea cominciato in Pisa; poi infastidito del lavoro (cosa che non mi accadeva mai nel creare) non lo avea pi potuto proseguire. Finitolo ora felicemente, senza pigliar pi respiro stesi in quello stesso decembre la Sofonisba e la Mirra. Quindi in gennaio finii interamente di stendere il secondo e terzo libro Del principe e delle lettere; ideai e stesi il dialogo Della virt sconosciuta; tributo che da gran tempo mi rimproverava di non aver pagato alla adorata memoria del degnissimo amico Gori; e ideai inoltre, e distesi tutta, e verseggiai la parte lirica dell'Abele tramelogedia; genere di cui mi occorrer di parlare in appresso, se avr vita e mente e mezzi da effettuare quanto mi propongo di eseguire. Postomi quindi al far versi, non abbandonai pi quel mio poemetto ch'io non l'avessi interamente terminato col quarto canto; e quindi dettati, ricorretti, e riannestati insieme i tre altri, che nello spazio di dieci anni essendo stati scritti a pezzi, aveano (e forse tuttora serbano) un non so che di sconnesso; il che tra i miei molti difetti non suole per avvenirmi nelle altre composizioni. Appena era finito il poema, mi accadde che in una delle tante e sempre a me graditissime lettere della mia donna, essa come a caso mi accennava di aver assistito in teatro ad una recita del Bruto di Voltaire, e che codesta tragedia le era sommamente piaciuta. Io, che l'aveva veduta recitare forse dieci anni prima, e che non me ne ricordava punto, riempiutomi istantaneamente di una rabida e disdegnosa emulazione s il cuor che la mente, dissi fra me: "Che Bruti, che Bruti di un Voltaire? io ne far dei Bruti, e li far tutt'e due: il tempo dimostrer poi, se tali soggetti di tragedia si addicessero meglio a me, o ad un francese nato plebeo, e sottoscrittosi nelle sue firme per lo spazio di settanta e pi anni: Voltaire gentiluomo ordinario del re". N altro dissi, n di questo toccai pur parola nel rispondere alla mia donna; ma subitamente d'un lampo ideai ad un parto i due Bruti, quali poi li ho eseguiti. In questo modo uscii per la terza volta dal mio proposito di non far pi tragedie; e da dodici ch'essere doveano, son arrivate a diciannove. Su l'ultimo Bruto rinnovai poi il giuramento ad Apolline pi solenne ch'io non l'avessi fatto mai, e questo io son quasi certo di non l'aver pi ad infrangere. Gli anni che mi si vanno ammontando sul tergo me n'entrano quasi mallevadori; e le tante altre cose di altro genere che mi restan da fare, se pure farle potr e sapr.
Dopo aver passati cinque e pi mesi in villa in un continuo bollore di mente, poich appena sveglio la mattina per tempissimo io scriveva cinque o sei pagine alla mia donna; poi lavorava fino alle due o le tre dopo mezzogiorno; poi andando o a cavallo, o in biroccio per un par d'ore, in vece di divagarmi e riposarmi, pel continuo pensare ora a quel verso, ora a quel personaggio, ora ad altro, mi affaticava assai pi l'intelletto che non lo sollevassi; mi ritrovai perci nell'aprile una fierissima podagra a ridosso, la quale m'inchiod per la prima volta in letto, e mi vi tenne immobile e addoloratissimo per quindici giorni almeno, e pose cos una spiacevole interruzione ai miei studi s caldamente avviati. Ma troppo avea impreso, di vivere solitario e occupato, n ci avrei potuto resistere senza i cavalli che tanto mi sforzavano a pigliar l'aria aperta, e far moto. Ma anche coi cavalli, non la potei durare quella perpetua incessante tensione delle fibre del cervello; e se la gotta, pi savia di me, non mi vi facea dar tregua, avrei finito o col delirar d'intelletto, o col soccombere delle forze fisiche, sendomi ridotto a quasi nulla cibarmi, e pochissimo dormire. Nel maggio tuttavia, merc la gran dieta, e il riposo, mi trovai bastantemente riavuto di forze; ma alcune circostanze particolari avendo impedito per allora la mia donna di venire in villa, e dovendo differire la consolazione unica per me, del vederla; entrai in un turbamento di spirito, che mi offusc per pi di tre mesi la mente, talch poco e male lavorai, fino al fin d'agosto, quanto al riapparire dell'aspettata donna tutti questi miei mali di accesa e scontenta fantasia sparirono.
Appena riavutomi di mente e di corpo, dati all'oblio i dolori di questa lontananza, che per mia buona sorte fu l'ultima, tosto mi rimisi al lavoro con ardore e furore. A segno che verso il mezzo decembre, che si part poi insieme per Parigi, io mi trovai aver verseggiate l'Agide, la Sofonisba, e la Mirra; mi trovai stesi i due Bruti; e scritta la prima satira. Questo nuovo genere, di cui avea gi ideato e distribuiti i soggetti fin da nove anni prima in Firenze, l'aveva anche tentato allora in esecuzione; ma scarso ancora troppo di lingua e di padronanza di rima, mi ci era rotto le corna; talch dubbio del potervi riuscire quanto allo stile e verseggiatura, ne avea quasi deposto il pensiere. Ma il raggio vivificante della donna mia, mi ebbe allora restituito l'ardire e baldanza necessari da ci; e postomi al tentativo, mi vi parve esser riuscito, a principiare almeno l'aringo, se non a percorrerlo. E cos pure, avendo prima di partir per Parigi fatta una rassegna delle mie rime, e dettate e limate gran parte, me ne trovai in buon numero, e forse troppe.



CAPITOLO DECIMOSETTIMO
Viaggio a Parigi. Ritorno in Alsazia, dopo aver fissato col Didot in Parigi la stampa di tutte le diciannove tragedie. Malattia fierissima in Alsazia, dove l'amico Caluso era venuto per passare l'estate con noi.

Dopo quattordici e pi mesi non interrotti di soggiorno in Alsazia, partii insieme con la signora alla volta di Parigi; luogo a me per natura sua e mia sempre spiacevolissimo, ma che mi si facea allor paradiso poich lo abitava la mia donna. Tuttavia, essendo incerto se vi rimarrei lungamente, lasciai gli amati cavalli nella villa di Alsazia, e munito soltanto di alcuni libri, e di tutti i miei scritti mi ritrovai in Parigi. Alla prima, il rumore e la puzza di quel caos dopo una s lunga villeggiatura, mi rattristarono assai. La combinazione poi del ritrovarmi alloggiato assai lontano dalla mia donna, oltre mill'altre cose che di quella Babilonia mi dispiaceano sommamente, mi avrebbero fatto ripartirne ben tosto se io avessi vissuto in me stesso e per me; ma ci non essendo da tanti anni oramai, con molta malinconia mi adattai alla necessit; e cercai di cavarne almeno qualche utile coll'impararvi qualche cosa. Ma quanto all'arte del verseggiare non v'essendo in Parigi nessuno dei letterati che intenda pi che mediocremente la lingua nostra, non c'era niente da impararvi per me; quanto poi all'arte drammatica in massa, ancorch i francesi vi si accordino essi stessi esclusivamente il primato, tuttavia i miei princip non essendo gli stessi che han praticato i loro autori tragici, molta e troppa flemma mi ci volea per sentirmi dettare magistralmente continue sentenze, di cui molte vere, ma assai male eseguite da essi. Pure, essendo il mio metodo di poco contradire, e non mai disputare, e moltissimo e tutti ascoltare, e non credere poi quasich mai in nessuno; io tanto e tanto imparava da quei ciarlieri la sublime arte del tacere.
Quel primo soggiorno, di sei e pi mesi in Parigi, mi giov, se non altro, alla salute moltissimo. Prima del mezzo giugno si ripart per la villa d'Alsazia. Ma intanto stando in Parigi avea verseggiato il Bruto primo, e per un accidente assai comico mi era toccato di rimpasticciare tutta intera la Sofonisba. La volli leggere ad un francese gi mio conoscente in Torino, dove aveva soggiornato degli anni; persona intelligente di cose drammatiche; e che pi anni prima mi avea ben consigliato sul Filippo, quando glie lo aveva letto in prosa francese, di trasporvi il consiglio dal quarto atto dov'era, nel terzo dove poi  rimasto, e dove nuoce assai meno alla progressione dell'azione, di quel che dianzi nuoceva nel quarto. Sicch leggendo io quella Sofonisba ad un giudice competente, mi immedesimava in lui quant'io pi poteva, per argomentare dal di lui contegno pi che dai di lui detti, qual fosse il suo schietto parere. Egli mi stava ascoltando senza batter palpebra; ma io, che altres mi stava ascoltando per due, incominciai da mezzo il second'atto a sentirmi assalire da una certa freddezza, che talmente mi and crescendo nel terzo ch'io non lo potei pur finire; e preso da un impeto irresistibile la buttai sul fuoco, ch stavamo al camminetto noi due solissimi; e parea che quel fuoco mi fosse come un tacito invito a quella severa e pronta giustizia. L'amico, sorpreso di quell'inaspettata stranezza (stante che io non avea neppur detto una parola fino a quel punto, che l'accennasse neppure), si butt colle mani su lo scartario per estrarlo dal fuoco, ma io gi colle molle che aveva rapidissimamente impugnate, inchiodai s stizzosamente la povera Sofonisba fra i due o tre pezzi che ardevano, che le convenne ardere anch'essa; n abbandonai, da esperto carnefice, le molle, se non se quando la vidi ben avvampante e abbronzita andarsi sparpagliando su per la gola del camminetto. Questo moto frenetico fu fratello carnale di quello di Madrid contro il povero Elia, ma ne arrossisco assai meno, e mi riusc d'un qualche utile. Mi confermai allora nell'opinione ch'io aveva pi volte concepita su quel soggetto di tragedia; ch'egli era sgradito, traditore, appresentante alla prima un falso aspetto tragico, e non lo mantenendo poi saldo; e feci quasi proposito di non vi pensar altrimenti. Ma i propositi d'autore son come gli sdegni materni. Mi ricadde due mesi dopo quell'infelice prosa della giustiziata Sofonisba fra mani, e rilettala, trovandovi pure qualche cosa di buono, la ripigliai a verseggiare, abbreviandola assai, e tentando con lo stile di supplire e mascherare le mende inerenti al soggetto. E bench io sapessi, e sappia, ch'ella non era n sarebbe mai tragedia di prim'ordine, non ebbi con tutto ci il coraggio di porla da parte, perch era il solo soggetto in cui si potessero opportunamente sviluppare gli altri sensi delle sublimi Cartagine e Roma. Onde di varie scene di quella debole tragedia, io mi pregio non poco.
Ma la totalit delle mie tragedie parendomi a quell'epoca essersi fatta oramai cosa matura per una stampa generale, mi proposi allora di voler almeno cavar questo frutto dal mio soggiorno che sarei per fissare d'allora in poi in Parigi, di farne una edizione bella, accurata, a bell'agio, senza risparmio nessuno n di spesa n di fatica. Prima dunque di decidermi per questo o per quello degli stampatori volli fare una prova dei caratteri, e proti, e maneggi tipografici parigini, trattandosi di una lingua forestiera. Trovandomi sin dall'anno innanzi dettato e corretto il Panegirico a Traiano, lo stampai a quest'effetto, ed essendo cosa breve, in un mesetto fu terminato. E saviamente feci di tentar quella prova, avendo poi cambiato lo stampatore assai in meglio per tutti i versi. Onde, accordatomi con Didot Maggiore, uomo intendentissimo ed appassionato dell'arte sua, ed oltre ci accurato molto, e sufficientemente esperto nella lingua italiana, io cominciai sin dal maggio di quell'anno 1787 a stampare il primo volume delle tragedie. Ma incominciai per impegnare me e lui, pi che per altro; sapendo benissimo, che dovendo io partire nel giugno per trattenermi in Alsazia fino all'inverno, la stampa in quel frattempo non progredirebbe gran fatto; ancorch si prendessero le misure per farmi avere settimanalmente le prove da correggersi in Alsazia, e rimandarsi in Parigi. In questo modo io mi legai da me stesso doppiamente a dover ritornare l'inverno in Parigi, cosa alla quale sentiva ripugnanza non poca; volli perci, che mi vi dovessero costringere parimente e la gloria e l'amore. Lasciai al Didot il manoscritto delle prose che precedono, e quello delle tre prime tragedie, ch'io stupidamente credei ridotte, limate, e accurate quanto potessero essere; me n'avvidi poi, quando fu posto mano a stamparle, quanto io mi fossi ingannato.
Oltre l'amor della quiete, l'amenit della villa, l'essere quivi pi lungamente con la mia donna, alloggiato sotto lo stesso tetto; l'avervi i miei libri, e gli amati cavalli; tutti questi oggetti erano caldissimi sproni al farmi ritornare con delizia in Alsazia. Ma un'altra ragione vi si aggiunse anche allora, che me ne dovea duplicare il diletto. L'amico Caluso mi aveva insperanzito, ch'egli verrebbe in Alsazia a passar quell'estate con noi; ed era questi l'ottimo degli uomini da me conosciuti, e 1'ultimo amico rimastomi dopo la morte del Gori. Dopo alcune settimane del nostro arrivo in Alsazia, verso il fin di luglio la mia donna ed io partimmo dunque espressamente per andare ad incontrare l'amico fino a Ginevra; indi ce ne ritornammo con esso per tutta la Svizzera sino alla nostra villa presso a Colmar; dove ebbi allora riunite tutte le mie pi care cose. Il primo discorso ch'io ebbi a tener con l'amico, fu, oltre ogni mia aspettazione, di affari domestici. Egli avea avuto dalla mia ottima madre un'incombenza assai strana, visto l'et mia, ed occupazioni, e il pensare mio. Quest'era una proposizione di matrimonio. Egli me la fece ridendo; ed io pure ridendo gliela negai: e si combin la risposta da farsi alla mia amorosissima madre, che ci scusasse ambedue. Ma per dare un saggio dell'affetto e semplice costume di quella rispettabil donna, porr qui in fondo di pagina(11) la di lei lettera su questo soggetto.
Finito il trattato del matrimonio, ci sfogammo reciprocamente a cuore, l'amico ed io, coi discorsi delle amatissime lettere. Io mi sentiva veramente necessit di conversare su l'arte, di parlar italiano, e di cose italiane; tutte privazioni che da due anni mi si faceano sentire non poco; e ci con assai grande mio scapito, nell'arte principalmente del verseggiare. E certo, se questi ultimi famosi uomini francesi, come Voltaire e Rousseau, avessero dovuto gran parte della loro vita andarsene erranti in diversi paesi in cui la loro lingua fosse stata ignota o negletta, e non avessero neppur trovato con chi parlarla, essi non avrebbero forse avuto la imperturbabilit e la tenace costanza di scrivere per semplice amor dell'arte e per mero sfogo, come faceva io, ed ho fatto poi per tanti anni consecutivi, costretto dalle circostanze di vivere e conversare sempre con barbari; che tale si pu francamente denominare tutta l'Europa da noi, quanto alla letteratura italiana; come lo  pur troppo tuttavia, e non poco, una gran parte della stessa Italia, sui nescia. Che se si vuole anche per gl'italiani scrivere egregiamente, e che si tentino versi in cui spiri l'arte del Petrarca e di Dante, chi oramai in Italia, chi  che veramente e legga ed intenda e gusti e vivamente senta Dante e il Petrarca? Uno in mille, a dir molto. Con tutto ci, io immobile nella persuasione del vero e del bello, antepongo d'assai (ed afferro ogni occasione di far tal protesta) di gran lunga antepongo di scrivere in una lingua quasi che morta, e per un popolo morto, e di vedermi anche sepolto prima di morire, allo scrivere in codeste lingue sorde e mute, francese ed inglese, ancorch dai loro cannoni ed eserciti elle si vadano ponendo in moda. Piuttosto versi italiani (purch ben torniti) i quali rimangano per ora ignorati, non intesi, o scherniti; che non versi francesi mai, od inglesi, o d'altro simil gergo prepotente, quando anche ne dovessi immediatamente esser letto, applaudito, ed ammirato da tutti. Troppa  la differenza dal suonare la nobile e soave arpa ai propri orecchi, ancorch nessuno ti ascolti, al suonare la vil cornamusa, ancorch un volgo intero di orecchiuti ascoltanti ti faccia pur plauso solenne.
Torno all'amico, con cui di questi e simili sfoghi mi occorreva spesso di fare, il che mi riusciva di sommo sollievo. Ma poco dur quella mia nuova ed intera felicit, di passare quei beati giorni tra cos amate e degne persone. Un accidente occorso all'amico venne a sturbare la nostra quiete. Cavalcando egli meco fece una caduta, in cui si slog il pugno. Da prima credei rotto il braccio, e anche peggio; onde me ne rimescolai fortemente, e tosto al di lui male si aggiunse il mio proprio, ma di gran lunga maggiore. Mi assal due giorni dopo una dissenteria ferocissima, che and s ostinatamente crescendo, che al decimoquinto giorno, non essendo pi entrato nel mio stomaco altro che acqua gelata, e le pestilenziali evacuazioni oltrepassando il numero di ottanta nelle ventiquattro ore, mi ritrovai ridotto presso che in fine, senza pure aver quasi punto febbre. La mancanza del calor naturale era tale, che certe fomente di vino aromatizzato che mi facevano su lo stomaco e ventricolo per rendere una qualche attivit a quelle parti spossate, ancor che esse fomente fossero bollenti a segno che i famigliari nel maneggiarle vi si pelassero le mani, ed io il corpo nell'applicarmele, con tutto ci che mi parean sempre pochissimo calde, e d'altro non mi doleva che della loro freddezza. Non v'era pi vita nel mio individuo, altro che nel capo, il quale indebolito s, ma chiarissimo rimanevami. Dopo i quindici giorni il male allent e adagio adagio retrocedendo, verso il trentesimo giorno le evacuazioni erano per ancora oltre venti nelle ventiquattro ore. Mi trovai finalmente libero dopo sei settimane, ma ischeletrito e annichilato in tal modo, che per altre quattro settimane in circa, quando mi si dovea rifar il letto, mi levavano di peso per traspormi in un altro finch fossi riportato nel primo.
Io veramente non credei di poterla superare. Doleami assai di morire, lasciando la mia donna, l'amico, ed appena per cos dire abbozzata quella gloria, per cui da dieci e pi anni io aveva tanto delirato, e sudato; che io benissimo sentiva che di tutti quegli scritti ch'io lascierei in quel punto, nessuno era fatto e finito come mi parea di poterlo fare e finire, avendone il dovuto tempo. Mi confortava per altra parte non poco, giacch morir pur dovea, di morire almen libero, e fra le due pi amate persone ch'io m'avessi, di cui mi pareva d'avere e di meritare l'amore e la stima, e di morir finalmente innanzi di aver provato tanti altri mali s fisici che morali, a cui si va incontro invecchiando. Io aveva comunicato all'amico tutte le mie intenzioni circa alla stampa gi avviata delle tragedie, e le avrebbe fatte continuare egli in mia vece. Mi sono poi ben convinto in appresso, quando io fui all'atto pratico di quella stampa che dur poi quasi tre anni, che atteso l'assiduo, e lunghissimo, e tediosissimo lavoro che mi vi convenne di farvi sopra le prove, se poco era il fatto sino a quel punto, ove fossi mancato io, quello che lasciava sarebbe veramente stato un nulla, ed ogni fatica precedente a quella dello stampare era intieramente perduta, se quest'ultima non sopravveniva per convalidarla. Cotanto il colorito e la lima si fanno parte assolutamente integrante d'ogni qualunque poesia.
Piacque al destino, ch'io scampassi per allora, e che le mie tragedie ricevessero da me poi quel compimento ch'io era in grado di dar loro; e di cui forse (s'elle hanno gratitudine) potranno contraccambiarmi col tempo non lasciando totalmente perire il mio nome.
Guarii, come dissi, ma a stento; e rimasi cos indebolito anche della mente, che tutte le prove delle tre prime tragedie, che successivamente nello spazio di circa quattro mesi in quell'anno mi passarono sotto gli occhi, non ricevettero da me n la decima parte delle emendazioni ch'avrei dovuto farvi. Il che fu poi in gran parte cagione, che due anni dopo, finito di stamparle tutte, ricominciai da capo a ristampar quelle prime tre; a solo fine di soddisfare all'arte e a me stesso; e forse a me solo; che pochissimi al certo vorranno o sapranno badare alle mutazoni fattevi quanto allo stile; le quali, ciascuna per s sono inezie; tutte insieme, son molte e importanti, se non per ora, col tempo.



CAPITOLO DECIMOTTAVO
Soggiorno di tre e pi anni in Parigi. Stampa di tutte le tragedie. Stampa nel tempo stesso di molte altre opere in Kehl

Appena io cominciava alquanto a riavermi, che l'amico (anch'egli molto prima guarito della slogatura del pugno), avendo delle occupazioni letterarie in Torino, dove era segretario dell'Accademia delle Scienze, volle far una scorsa a Strasborgo prima di ripartir per l'Italia. Io, bench ancora infermiccio, per goder pi lungamente di lui ce lo volli accompagnare. Ed anche la signora ci venne, e fu nell'ottobre. Si and fra l'altre cose a vedere la famosa tipografia stabilita in Kehl grandiosamente dal signor di Beaumarchais, coi caratteri di Baskerville comprati da esso, e destinato il tutto alle molte e varie edizioni di tutte l'opere di Voltaire. La bellezza di quei caratteri, la diligenza degli artefici, e l'opportunit che mi somministrava l'essere io molto conoscente del suddetto Beaumarchais dimorante in Parigi, m'invogliarono di prevalermene per col stampare tutte l'altre mie opere che tragedie non erano; ed alle quali avrebbero potuto essere d'intoppo le solite stitichezze censorie, le quali esistevano allora anche in Francia, e non picciole. Sempre ha ripugnato moltissimo all'indole mia di dover subire revisione per poi stampare. Non gi ch'io creda, n voglia, che s'abbia a stampare ogni cosa; ma per me ho adottata nell'intero la legge d'Inghilterra, ed a quella mi attengo; n fo mai nessuno scritto, che non potesse liberissimamente e senza biasimo nessuno dell'autore essere stampato nella beata e veramente sola libera Inghilterra. Opinioni, quante se ne vuole; individui offesi, nessuni; costumi, rispettati sempre. Queste sono state, e saran sempre le sole mie leggi; n altre se ne pu ragionevolmente ammettere, n rispettare.
Ottenuta io dunque direttamente dal Beaumarchais di Parigi la permissione di prevalermi in Kehl della di lui ammirabile stamperia, con quell'occasione d'esservi capitato io stesso, lasciai a que' suoi ministri il manoscritto delle mie cinque odi, che intitolate avea L'America libera, affine che quest'operetta mi servisse come di saggio. Ed in fatti ne riusc cos bella e corretta la stampa, ch'io poi per due e pi anni consecutivi vi andai successivamente stampando tutte quelle altre opere, che si son viste o che si vedranno. E le prove me ne venivano settimanalmente spedite a rivedere in Parigi; ed io continuamente andava sempre mutando e rimutando i bei versi interi; a ci invitandomi, oltre la smisurata voglia del far meglio, anche la singolare compiacenza e docilit di quei proti di Kehl, dei quali non mai abbastanza mi potrei lodare; diversissimi in ci dai proti, compositori, e torcolieri del Didot in Parigi, che mi hanno s lungamente fatto fare il sangue verde, e cotanto mi hanno taglieggiato nelle borsa, facendomi a peso d'oro arbitrariamente ricomprare ogni mutazion di parola ch'io facessi; tal che se si suole talvolta nella vita ottenere ricompensa dell'emendarsi, io ho dovuto all'incontro pagare per emendare i miei spropositi, o per barattarli.
Si torn d'Argentina nella villa di Colmar, e pochi giorni dopo, verso il finir d'ottobre, l'amico se ne part per Torino, lasciandomi sempre pi desiderio di s, e della sua dotta e piacevole compagnia. Si stette ancora tutto il novembre, e parte del decembre in villa, nel qual tempo mi andai rimettendo adagino della grande scossa avuta negli intestini; e cos mezzo impotente tanto verseggiai alla meglio, o alla peggio, il Bruto secondo che dovea esser l'ultima tragedia ch'io mai farei; e quindi dovendo venir l'ultima a stamparsi, non mi potea mancar poi tempo di limarla e ridurla a bene.
Arrivati in Parigi, dove atteso l'impegno della intrapresa stampa, era indispensabile ch'io mi fissassi a dimora, cercai casa, ed ebbi la sorte di trovarne una molto lieta e tranquilla, posta isolata sul baluardo nuovo nel sobborgo di SanGermano, in cima d'una strada detta del Monte Parnasso luogo di bellissima vista, d'ottima aria, e solitario come in una villa; compagno della villa di Roma ch'io aveva abitata due anni alle Terme. Si port con noi a Parigi tutti i cavalli, di cui presso che met cedei alla signora, s, pel di lei servizio, che per diminuirne a me la troppa spesa e divagazione. Cos collocatomi, a bell'agio potei attendere a quella difficile e noiosa briga dello stampare; occupazione in cui rimasi sepolto per quasi tre anni consecutivi.
Venuto intanto il febbraio del 1788, la mia donna ricev la nuova della morte del di lei marito seguita in Roma, dove egli da pi di due anni si era ritirato, lasciando Firenze. E bench questa morte fosse preveduta gi da un pezzo, attesi i replicati accidenti che da pi mesi l'aveano percosso; e lasciasse la vedova interamente libera di s, e non venisse a perdere nel marito un amico; con tutto ci io fui con mia maraviglia testimonio oculare, ch'ella ne fu non poco compunta, e di dolore certamente non finto, n esagerato; che nessun'arte mai entrava in quella schiettissima ed impareggiabile indole. E certo quel suo marito, malgrado la molta disparit degli anni, avrebbe trovato in lei un'ottima compagna, ed un'amica se non un'amante donna, soltanto che non l'avesse esacerbata con le continue acerbe e rozze ed ebre maniere. Io doveva questa testimonianza alla pura verit.
Continuata tutto l'88 la stampa, e vedendomi oramai al 1789 fine del quarto volume, io stesi allora il mio parere su tutte le tragedie, per poi inserirlo in fine dell'edizione. Mi trovai in quell'anno stesso finito di stampare in Kehl le odi, il dialogo, l'Etruria e le Rime. Onde ostinato sempre pi nel lavoro, e per vedermene una volta libero, nel susseguente anno continuai con maggior fervore, e verso l'agosto il tutto fu terminato, s in Parigi i sei volumi delle tragedie, che in Kehl le due prose, del Principe e delle lettere, e della Tirannide, che fu l'ultima cosa ch'io vi stampassi. Ed essendomi in quell'anno tornato sotto gli occhi il Panegirico prima stampato nell'87, e trovatovi molte piccole cose che potrei emendare, lo volli ristampare; anche per aver tutte le opere egualmente ben stampate. Con gli stessi caratteri ed opera del Didot lo feci dunque eseguire; e v'aggiunsi l'ode di Parigi sbastigliato, fatta per essermi trovato testimonio oculare del principio di quei torbidi, e tutto il volumetto terminai con una favoluccia, adattata alle correnti peripezie. E cos, vuotato il sacco, mi tacqui; nessuna altra mia opera avendo tralasciato di stampare, fuorch la tramelogedia d'Abele, perch in questo nuovo genere facea disegno di eseguirne varie altre; e la traduzion di Sallustio, perch non mi pensava mai di entrare nel disastroso e inestricabile labirinto del traduttore.



CAPITOLO DECIMONONO
Principio dei tumulti di Francia, i quali sturbandomi in pi maniere, di autore mi trasformano in ciarlatore. Opinione mia sulle cose presenti e future di questo regno.

Dall'aprile dell'anno 1789 in appresso, io era vissuto in molte angustie d'animo, temendo ogni giorno che un qualche di quei tanti tumulti che insorgevano ogni giorno in Parigi dopo la convocazione degli Stati Generali, non mi impedisse di terminare tutte quelle mie edizioni tratte quasi al fine, e che non dovessi dopo tante e s improbe spese e fatiche affondare alla vista del porto. Mi affrettava quanto pi poteva; ma cos non facevano gli artefici della tipografia del Didot, che tutti travestitisi in politici e liberi uomini, le giornate intere si consumavano a leggere gazzette e far leggi, in vece di comporre, correggere, e tirare le dovute stampe. Credei d'impazzarvi di rimbalzo. Fu dunque immensa la mia soddisfazione, quando pure arriv quel giorno, in cui finite, imballate, e spedite s in Italia che altrove, furono le tanto sudate tragedie. Ma non fu lunga quella contentezza, perch le cose andando sempre peggio, scemando ogni giorno la sicurezza e la quiete in questa Babilonia, e accrescendosi ogni giorno il dubbio, e i sinistri presagi per l'avvenire, chi ci ha che fare con questi scimiotti, come disgraziatamente siamo nel caso s la mia donna che io,  costretto di temer sempre, non potendo mai finir bene.
Io dunque oramai da pi d'un anno vo tacitamente vedendo e osservando il progresso di tutti i lagrimevoli effetti della dotta imperizia di questa nazione, che di tutto pu sufficientemente chiacchierare, ma nulla pu mai condurre a buon esito, perch nulla intende il maneggio degli uomini pratico; come acutamente osserv gi e disse il nostro profeta politico, Machiavelli. Laonde io addolorato profondamente, s perch vedo continuamente la sacra e sublime causa della libert in tal modo tradita, scambiata, e posta in discredito da questi semifilosofi; stomacato del vedere ogni giorno tanti mezzi lumi, tanti mezzi delitti, e nulla in somma d'intero se non se l'imperizia d'ogni parte; atterrito finalmente dal vedere la prepotenza militare, e la licenza e insolenza avvocatesca posate stupidamente per basi di libert; io null'altro oramai desidererei, che di poter uscire per sempre di questo fetente spedale, che riunisce gli incurabili e i pazzi. E gi fuor ne sarei, se la miglior parte di me stesso non vi si trovasse disgraziatamente per lei intralciata dalle sue circostanze. Istupidito dunque io pure dal perenne dubitare e temere, da quasi un anno che son finite le tragedie, piuttosto vegetando che vivendo, strascino assai male i miei giorni; ed isterilitomi anche non poco il cervello con quasi tre anni di continuo correggere e stampare, a nessuna lodevole occupazione mi so, n posso rivolgere. Ho intanto ricevuto, e vo ricevendo da molte parti notizia, esservi giunta l'edizione delle mie tragedie; e pare che trovino smercio, e non dispiacciano. Ma siccome le nuove mi sono date da persone piuttosto amiche mie, o benevole, non me ne lusingo gran fatto. Ed in fine mi sono proposto fra me e me, di non accettare n lode, n biasimo, se non mi recano e l'uno e l'altro il loro perch; e voglio dei perch luminosi, che ridondino in utile dell'arte mia e di me. Ma di questi perch pur troppo pochi se ne raccapezza, e nessuno finora me n' pervenuto. Onde tutto il rimanente reputo per non accaduto. Queste cose, bench io le sapessi gi prima benissimo, non mi hanno per fatto mai risparmiare n la fatica, n il tempo, per fare il meglio quant'era in me. Tanto pi lode ne riceveranno forse le mie ossa col tempo, poich io con tale tristo disinganno innanzi agli occhi, ho pure s ostinatamente persistito a far bene pi assai che a far presto, non mi piegando a corteggiare mai altri che il vero.
Quanto poi alle sei mie diverse opere stampate in Kehl, non voglio pubblicare per ora altro che le due prime, cio l'America libera, e la Virt sconosciuta; riserbando l'altre a tempi men burrascosi, ed in cui non mi possa esser data la vile taccia, che non mi par meritare, di aver io fatto coro con i ribaldi, dicendo quel ch'essi dicono, e che pur mai non fanno, n fare saprebbero n potrebbero. Con tutto ci ho stampate quelle opere, perch l'occasione, come dissi, mi v'invit; e perch son convinto, che chi lascia dei manoscritti non lascia mai libri, nessun libro essendo veramente fatto e compiuto s'egli non  con somma diligenza stampato, riveduto, e limato sotto il torchio, direi, dall'autore medesimo. Il libro pu anche non esser fatto n compito, a dispetto di tutte queste diligenze; pur troppo  cos; ma non lo pu certo essere veramente, senz'esse.
Il non aver dunque per ora altro che fare; l'aver molti tristi presentimenti; e il credermi (lo confesser ingenuamente) di avere pur fatto qualche cosa in questi quattordici anni; mi hanno determinato di scrivere questa mia vita, alla quale per ora fo punto in Parigi, dove l'ho stesa in et di quarantuno e mesi, e ne termino il presente squarcio, che sar certo il maggiore, il d 27 maggio dell'anno 1790. N penso di rileggere pi n guardare queste mie ciarle, fin presso agli anni sessanta, se ci arriver, et in cui avr certamente terminata la mia carriera letteraria. Ed allora, con quella freddezza maggiore che portano seco i molti anni, rivedr poi questo scritto, e vi aggiunger il conto di quei dieci o quindici anni all'incirca, che avr forse ancora impiegati in comporre, o applicare. Se io verr ad eseguire i due o tre diversi generi in cui fo disegno di provare le mie ultime forze, aggiunger allora quegli anni in ci impiegati, a questa quarta epoca della virilit; se no, nel ripigliare questa mia confession generale, incomincier da quegli anni miei sterili la quinta epoca; della mia vecchiaia e rimbambimento, la quale, se punto avr senno ancora e giudizio, brevissimamente, siccome cosa inutile sotto ogni aspetto, la scriver.
Ma se io poi in questo frattempo venissi a morire, che  il pi verisimile; io prego fin d'ora un qualche mio benevolo, nelle cui mani venisse a capitar questo scritto, di farne quell'uso che glie ne parr meglio. S'egli lo stamper tal quale, vi si vedr, spero, l'impeto della veracit e della fretta ad un tempo; cose che portan seco del pari la semplicit e l'ineleganza nello stile. N, per finire la mia vita, quell'amico vi dovr aggiunger altro di suo, se non se il tempo il luogo ed il modo in cui sar morto. E quanto alle disposizioni dell'animo mio in quel punto, l'amico potr accertare arditamente in mio nome il lettore, che troppo conoscendo questo fallace e vuoto mondo, nessuna altra pena avr provato lasciandolo, se non se quella di abbandonarvi la donna mia; come altres fin ch'io vivo, in lei sola e per lei sola vivendo oramai, nessun pensiero veramente mi scuote e atterrisce, fuorch il timore di perderla: n d'altra cosa io supplico il cielo, che di farmi uscir primo di queste mondane miserie.
Ma se poi l'amico qualunque a cui capitasse questo scritto, stimasse bene di arderlo, egli far anche bene. Soltanto prego, che se diverso da quel ch'io l'ho scritto gli piacesse di farlo pubblico, egli lo raccorcisca e lo muti pure a suo piacimento quanto all'eleganza e lo stile, ma dei fatti non ne aggiunga nessuni, n in verun modo alteri i gi descritti da me. Se io, nello stendere questa mia vita, non avessi avuto per primo scopo l'impresa non volgarissima di favellar di me con me stesso, di specchiarmi qual sono in gran parte, e di mostrarmi seminudo a quei pochi che mi voleano o vorranno conoscere veramente; avrei saputo verisimilmente anch'io restringere il sugo, se alcun ve n'ha, di questi miei quarantun anni di vita in due o tre pagine al pi, con istudiata brevit ed orgoglioso finto disprezzo di me medesimo taciteggiando. Ma io allora avrei voluto in ci pi assai ostentare il mio ingegno, che non disvelare il mio cuore, e costumi. Siccome dunque all'ingegno mio (o vero o supposto ch'ei sia) ho ritrovato bastante sfogo in tante altre mie opere, in questa mi son compiaciuto di darne uno pi semplice, ma non meno importante, al cuor mio, diffusamente a guisa di vecchio su me medesimo, e di rimbalzo su gli uomini quali soglion mostrarsi in privato, chiacchierando.


Parte seconda

Continuazione della quarta epoca

PROEMIETTO

Avendo riletto circa tredici anni dopo, trovandomi fisso in Firenze, tutto quello ch'io aveva scritto in Parigi concernente la mia vita sino all'et di anni quarantuno, a poco a poco lo andai ricopiando, e un pocolino ripulendo, perch riuscisse chiaro e pianissimo lo stile. Dopo averlo ricopiato, giacch mi trovava ingolfato nel parlar di me, pensai di continuare a descrivere questi tredici anni, nei quali mi pare anche di aver fatto pur qualche cosa che meriti d'essere saputa. E siccome gli anni crescono, le forze fisiche e morali scemano, e verisimilmente oramai ho finito di fare, mi lusingo che questa seconda parte, che sar assai pi breve della prima, sar anche l'ultima; poich entrato nella vecchiaia, di cui i miei cinquantacinque anni vicini mi hanno gi introdotto nel limitare, e atteso il gran logoro che ho fatto di corpo e di spirito, ancorch io viva dell'altro, nulla oramai facendo, pochissimo mi si prester da dire.



CAPITOLO VIGESIMO
Finita interamente la prima mandata delle stampe, mi do a tradurre Virgilio e Terenzio; e con qual fine il facessi.

Continuando dunque la quarta epoca, dico che ritrovandomi in Parigi, come io dissi, ozioso e angustiato, ed incapace di crear nulla, bench molte cose mi rimanessero, che avea disegnato di fare; verso il giugno del 1790 cominciai cos per balocco a tradurre qua e l degli squarci dell'Eneide, quelli che pi mi rapivano; poi vedendo che mi riusciva utilissimo studio, e dilettevole, lo cominciai da capo, per mantenermi anche nell'uso del verso sciolto. Ma tediandomi di lavorare ogni giorno la stessa cosa, per variare e rompere, e sempre pi imparar bene il latino, pigliai anche a tradurre il Terenzio da capo; aggiuntovi lo scopo di tentare su quel purissimo modello di crearmi un verso comico, per poi scrivere (come da gran tempo disegnava) delle commedie di mio; e comparire anche in quelle con uno stile originale e ben mio, come mi pareva di aver fatto nelle tragedie. Alternando dunque, un giorno l'Eneide, l'altro il Terenzio, in quell'anno '90, e fino all'aprile del '91, che partii di Parigi, ne ebbi tradotto dell'Eneide i primi quattro libri; e di Terenzio, l'Andria, l'Eunuco, e l'Eautontimoromeno. Oltre ci, per sempre pi divagarmi dai funesti pensieri, che mi cagionavano le circostanze, volli disrugginirmi di nuovo la memoria, che nel comporre e stampare avea trasandata affatto, e m'inondai di squarci d'Orazio, Virgilio, Giovenale, e di nuovo dei Dante, Petrarca, Tasso, e Ariosto, talch migliaia e migliaia di versi altrui mi collocai nel cervello. E queste occupazioni di second'ordine sempre pi mi insterilirono il cervello, e mi tolsero di non far pi nulla del mio. Talch, di quelle tramelogedie, di cui doveano essere sei almeno, non vi potei mai aggiungere nulla alla prima, l'Abele; e sviato poi da tante cose, perdei il tempo, la giovent, e il bollore necessario per una tal creazione, e non lo ritrovai poi mai pi. Sicch in quell'ultimo anno, ch'io stetti allora in Parigi, e cos poi nei due e pi seguenti altrove, null'altro pi scrissi del mio, fuorch qualche epigrammi e sonetti, per isfogare la mia giustissima ira contro gli schiavi padroni, e dar pascolo alla mia malinconia. E tentai anche di scrivere un Conte Ugolino, dramma misto, e da unirsi poi anche alle tramelogedie, se l'avessi eseguite. Ma dopo averlo ideato, lo lasciai, n vi potei pi pensare, non che lo stendessi. L'Abele in tanto era finito, ma non limato. Nell'ottobre di quell'anno stesso '90, si fece con la mia donna un viaggietto di quindici giorni nella Normandia sino a Caen, L'Havre, e Roano; bellissima e ricca provincia, ch'io non conosceva; e ne rimasi molto soddisfatto, ed anche un poco sollevato. Perch quei tre anni fissi di stampa, e di guai continui, mi aveano veramente prosciugato il corpo e l'intelletto. L'aprile poi vedendo sempre pi imbrogliarsi le cose in Francia, e volendo almeno tentare se pi pace e sicurezza si potrebbe altrove trovare; oltreci la mia donna spirandosi di vedere l'Inghilterra, quella sola terra un po' libera, e tanto diversa dall'altre tutte, ci determinammo di andarvi.



CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
Quarto viaggio in Inghilterra e in Olanda. Ritorno a Parigi dove ci fissiamo davvero, costrettivi dalle dure circostanze.

Si part dunque verso il fine d'aprile del '91, ed avendo intenzione di starvi del tempo, ci portammo i nostri cavalli, e si licenzi la casa in Parigi. Vi si arriv in pochi giorni, e il paese piacque molto alla mia donna per certi lati, per altri no. Io invecchiato non poco dalle due prime volte in poi che ci era stato, lo ammirai ancora (ma un poco meno), quanto agli effetti morali del governo, ma me ne spiacque sommamente, e pi che nel terzo viaggio, s il clima, che il modo corrotto di vivere; sempre a tavola, vegliare fin alle due o tre della mattina; vita in tutto opposta alle lettere, all'ingegno, e alla salute. Passata dunque la novit degli oggetti per la mia donna, ed io tormentatovi molto dalla gotta vagante, che in quella benedetta isola  veramente indigena, presto ci tediammo d essere in Inghilterra. Succed nel giugno di quell'anno la famosa fuga del re di Francia, che ripreso in Varennes, come ciascun seppe, fu ricondotto pi che mai prigioniero in Parigi. Quest'avvenimento abbui sempre pi gli affari di Francia; e noi vi ci trovavamo impicciatissimi per la parte pecuniaria, avendo l'uno e l'altro i due terzi delle nostre entrate in Francia, dove la moneta sparita, e datovi luogo alla carta ideale, e sfiduciata ogni d pi, settimanalmente uno si vedeva scemare in mano il suo avere, che prima d'un terzo, poi mezzo, poi due terzi, andava di carriera verso il bel nulla. Contristati ambedue e costretti da questa necessit irrimediabile, ci determinammo di obbedirvi, e di ritornare in Francia, dove solo con la nostra cartaccia potevamo campare, per allora; ma con la trista perspettiva del peggio. Nell'agosto dunque, prima di lasciar l'Inghilterra, si fece un giro per l'isola a Bath, Bristol, e Oxford, e tornati a Londra, pochi giorni dopo ci rimbarcammo a Douvres.
Quivi mi accadde un accidente veramente di romanzo, che brevemente narrer. Nel mio terzo viaggio in Inghilterra nell'83 e '84 non aveva punto pi saputo n cercato nulla di quella famosa signora, che nel mio secondo viaggio mi avea fatto pericolare per tanti versi. Solamente sentii dire ch'ella non abitava pi Londra, che il marito, da cui s'era divorziata, era morto, e che si credeva ne avesse sposato un altro, oscuro ed ignoto. In questo quarto viaggio, nei quattro e pi mesi ch'io era stato a Londra non ne avea mai sentito far parola n cercatone notizia, e non sapeva neppure s'ella fosse ancor viva, o no. Nell'atto di imbarcarmi a Douvres, precedendo io la donna mia di forse un quarto d'ora alla nave, per vedere se il tutto era in ordine, ecco, che nell'atto, che dal molo stava per entrare nella nave, alzati gli occhi alla spiaggia dove era un certo numero di persone, la prima che i miei occhi incontrano, e distinguono benissimo per la molta prossimit, si  quella signora; ancora bellissima, e quasi nulla mutata da quella ch'io l'avea lasciata vent'anni prima appunto nel 1771. Credei a prima di sognare, guardai meglio, e un sorriso ch'ella mi schiuse guardandomi, mi certific della cosa. Non posso esprimere tutti i moti, e diversi affetti contrari che mi cagion questa vista. Tuttavia non le dissi parola, entrai nella nave, n pi ne uscii; e nella nave aspettai la mia donna, che un quarto d'ora dopo giuntavi, si salp. Essa mi disse, che dei signori, che l'accompagnarono alla nave, gli avean indicata quella signora; e nominategliela, e aggiuntovi un compendiuccio della di lei vita passata e presente. Io le raccontai come mi era occorsa agli occhi, e come and il fatto. Tra noi non v'era mai n finzione, n diffidenza, n disistima, n querele. Si arriv a Calais; di dove io molto colpito di quella vista cos inaspettata, le volli scrivere per isfogo del cuore, e mandai la mia lettera al banchiere di Douvres, che glie la rimettesse in proprie mani, e me ne trasmettesse poi la risposta a Bruxelles, dove sarei stato fra pochi giorni. La mia lettera, di cui mi spiace di non aver serbato copia, era certamente piena d'affetti; non gi d'amore, ma di una vera e profonda commozione di vederla ancora menare una vita errante e s poco decorosa al suo stato e nascita, e il dolore, ch'io ne sentiva tanto pi, pensando di esserne io stato, ancorch innocentemente, o la cagione o il pretesto. Che senza lo scandalo succeduto per causa mia, forse avrebbe potuto occultare o tutto o gran parte le sue dissolutezze, e cogli anni poi emendarsene. Ritrovai poi in Brusselles circa quattro settimane dopo la di lei risposta, che fedelmente trascrivo qui in fondo di pagina(12), per dare un'idea del di lei nuovo, ed ostinato mal inclinato carattere, che in quel grado ella  cosa assai rara, massime nel bel sesso. Ma tutto serve al grande studio della specie bizzarra degli uomini.
Intanto dunque noi imbarcati per Francia, sbarcati a Calais, prima di rimprigionarci in Parigi, pensammo di fare un giro in Olanda, perch la donna mia vedesse quel raro monumento d'industria, occasione, che forse non se le presenterebbe poi pi. Si and dunque per la spiaggia fino a Bruges e Ostenda, di l per Anversa e Rotterdam, Amsterdamo, la Haia, e la NortHollanda, in circa tre settimane, e in fin di settembre fummo di ritorno in Brusselles, dove la signora avendovi le sorelle e la madre, ci si stette qualche settimana; e finalmente dentro l'ottobre, verso il fine, fummo rientrati nella cloaca massima, dove le dure nostre circostanze ci ritraevano malgrado nostro; e ti costrinsero a pensare seriamente di fissarvici la nostra permanenza.



CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
Fuga di Parigi, donde per le Fiandre e tutta la Germania tornati in Italia ci fissiamo in Firenze.

Impiegati, o perduti circa due mesi in cercare, ed ammobiliare una nuova casa, nel principio del '92 ci tornammo ad abitare; ed era bellissima e comodissima. Si sperava ogni giorno, che verrebbe quello di un qualche sistema di cose soffribile; ma pi spesso ancora si disperava che omai sorgesse un tal giorno. In questo stato di titubazione, la mia donna ed io (come anche tutti, quanti n'erano allora in Parigi ed in Francia, o ci aveano che fare pe' loro interessi), andavamo strascinando il tempo. Io fin da due anni e pi innanzi, avea fatto venir di Roma tutti i miei libri lasciativi nell'83, e da allora in poi li avea anche molto accresciuti s in Parigi, che in quest'ultimo viaggio di Inghilterra, e d'Olanda. Onde per questa parte poco mi mancava ad avere ampiamente tutti i libri, che mi potessero esser utili o necessari nella ristretta mia sfera letteraria. Onde tra i libri, e la cara compagna, nessuna consolazione domestica mi mancava; solamente mancavaci la speranza viva, e la verisimiglianza che ci potesse durare. Questo pensiero mi sturbava da ogni occupazione, e mi tiravo innanzi per traduttore nel Virgilio e Terenzio, non potendo far altro. Frattanto, n in quest'ultimo, n all'anteriore mio soggiorno in Parigi io non volli mai n trattare, n conoscere pur di vista nessuno di quei tanti facitori di falsa libert, per cui mi sentiva la pi invincibile ripugnanza, e ne aveva il pi alto disprezzo. Quindi anche sino a questo punto, in cui scrivo da pi di quattordici anni che dura questa tragica farsa, io mi posso gloriare di esser vergine di lingua di orecchi, e d'occhi perfino, non avendo mai n visto, n udito, n parlato con qualunque di codesti schiavi dominanti francesi, n con nessuno dei loro schiavi serventi.
Nel marzo di quell'anno ricevei lettere di mia madre, che furon l'ultime: ella vi esprimeva con caldo e cristiano affetto molta sollecitudine di vedermi, diceva, "in paese, dove sono tanti torbidi; dove non  pi libero l'esercizio della cattolica religione, e dove tutti tremano sempre, ed aspettano continui disordini e disgrazie". Pur troppo bene diceva, e presto si avver; ma quando mi ravviai verso l'Italia, la degnissima e veneranda matrona non esisteva, pi. Pass di questa vita il di 23 aprile 1792, in et di anni settanta compiuti.
Erasi frattanto rotta la guerra coll'imperatore, che poi divenne generale e funesta. Venuto il giugno, in cui si tent gi di abbattere intieramente il nome del re, che altro pi non rimaneva; la congiura di quel giorno 20 giugno essendo andata fallita, le cose strascinarono ancora malamente sino al famoso dieci d'agosto, in cui la cosa scoppi come ognuno sa.
Accaduto quest'avvenimento, io non indugiai pi neppure un giorno, e il mio primo ed unico pensiero essendo di togliere da ogni pericolo la mia donna, gi dal d 12 feci in fretta in fretta tutti i preparativi per la nostra partenza. Rimaneva la somma difficolt dell'ottenere passaporti per uscir di Parigi, e del regno. Tanto c'industriammo in quei due o tre giorni, che il d 15, o 16, gi gli avevamo ottenuti come forestieri, prima dai ministri di Venezia io, e di Danimarca la signora, che erano quasi che i soli ministri, esteri rimasti presso quel simulacro di re. Poi con molto pi stento si ottenne dalla sezione nostra comunitativa detta du Montblanc degli altri passaporti, uno per ciascheduno individuo, s per noi due, che ogni servitore, e cameriera, con la pittura di ciascuno, di statura, pelo, et, sesso, e che so io. Muniti cos di tutte queste schiavesche patenti, avevamo fissato la partenza nostra pel luned 20 agosto; ma un giusto presentimento, trovandoci allestiti, mi fece anticipare, e si parti il d 18, sabato, nel dopo pranzo. Appena giunti alla Barrire Blanche, che era la nostra uscita la pi prossima per pigliar la via di San Dionigi per Calais, dove ci avviavamo per uscire al pi presto di quell'infelice paese; vi ritrovammo tre o quattro soli soldati di guardie nazionali, con un uffiziale, che visti i nostri passaporti, si disponeva ad aprirci il cancello di quell'immensa prigione, e lasciarci ire a buon viaggio. Ma v'era accanto alla Barriera una bettolaccia, di dove sbucarono fuori ad un tratto una trentina forse di manigoldi della plebe, scamisciati, ubriachi, e furiosi. Costoro, viste due carrozze che tante n'avevamo, molto cariche di bauli, e imperiali, ed una comitiva di due donne di servizio, e tre uomini, gridarono che tutti i ricchi se ne voleano fuggir di Parigi, e portar via tutti i loro tesori, e lasciarli essi nella miseria e nei guai. Quindi ad altercare quelle poche e tristi guardie con quei molti e tristi birbi, esse per farci uscire, questi per ritenerci. Ed io balzai di carrozza fra quelle turbe, munito di tutti quei sette passaporti, ad altercare, e gridare, e schiamazzar pi di loro; mezzo col quale sempre si vien a capo dei francesi. Ad uno ad uno si leggevano, e facevano leggere da chi di quelli legger sapeva, le descrizioni delle nostre rispettive figure. Io pieno di stizza e furore, non conoscendo in quel punto, o per passione sprezzando l'immenso pericolo, che ci soprastava, fino a tre volte ripresi in mano il mio passaporto, e replicai ad alta voce: "Vedete, sentite; Alfieri  il mio nome; italiano e non francese; grande, magro, sbiancato; capelli rossi, son io quello, guardatemi; ho il passaporto; l'abbiamo avuto in regola da chi lo pu dare; e vogliamo passare, e passeremo per Dio". Dur pi di mezz'ora questa piazzata, mostrai buon contegno, e quello ci salv. Si era frattanto ammassata pi gente intorno alle due carrozze, e molti gridavano: "Diamogli il fuoco a codesti legni". Altri: "Pigliamoli a sassate". Altri: "Questi fuggono; son dei nobili e ricchi, portiamoli indietro al Palazzo della Citt, che se ne faccia giustizia". Ma insomma il debole aiuto delle quattro guardie nazionali, che tanto qualcosa diceano per noi, ed il mio molto schiamazzare, e con voce di banditore replicare e mostrare i passaporti, e pi di tutto la mezz'ora e pi di tempo, in cui quei scimiotigri si stancarono di contrastare, rallent l'insistenza loro; e le guardie accennatomi di salire in carrozza, dove avea lasciato la signora, si pu credere in quale stato, io rientratovi, rimontati i postiglioni a cavallo si apr il cancello, e di corsa si usc, accompagnati da fischiate, insulti e maledizioni di codesta genia. E buon per noi che non prevalse di essere ricondotti al Palazzo di Citt, che arrivando cos due carrozze in pompa stracariche, con la taccia di fuggitivi, in mezzo a quella plebaglia si rischiava molto; e saliti poi innanzi ai birbi della Municipalit, si era certi di non poter pi partire, d'andare anzi prigioni, dove se ci trovavano nelle carceri il d 2 settembre, cio quindici giorni dopo, ci era fatta la festa insieme con tanti altri galantuomini che crudelmente vi furono trucidati. Sfuggiti di un tale inferno, in due giorni e mezzo arrivammo a Calais, mostrando forse quaranta e pi volte i nostri passaporti; ed abbiamo saputo poi che noi eramo stati i primi forestieri usciti di Parigi, e del regno dopo la catastrofe del 10 agosto. Ad ogni Municipalit per istrada dove ci conveniva andare e mostrare i nostri passaporti, quei che li leggevano, rimanevano stupefatti ed attoniti alla prima occhiata che ci buttavan sopra, essendo quelli stampati, e cassatovi il nome del re. Poco, e male erano informati di quel che fosse accaduto in Parigi, e tutti tremavano. Sono questi gli auspici, sotto cui finalmente uscii della Francia, con la speranza, ed il proponimento di non capitarvi pi mai. Giunti a Calais, dove non ci fecero difficolt di proseguire sino alle frontiere della Fiandra per Gravelina, preferimmo di non c'imbarcare, e di renderci subito a Brusselles. Ci eramo diretti a Calais, perch non essendo ancora guerra cogli inglesi, si pens che si potea pi facilmente andare in Inghilterra, che in Fiandra dove la guerra si facea vivamente. Giunti a Brusselles, la signora volle rimettersi un poco dalle paure sofferte con lo stare un mesetto in villa colla sorella, e il degnissimo suo cognato. L poi si ricevettero lettere di Parigi dalla nostra gente lasciatavi, che quello stesso luned che avevamo destinato al partire, 20 agosto, ma che io fortunatamente avea anticipato due giorni, era venuta in corpo quella nostra stessa sezione che ci avea dati i passaporti (vedi stupidit, e pazzia), per arrestare la signora e condurla in prigione. Gi si sa, perch era nobile, ricca, ed illibata. A me, che sempre ho valuto meno di essa, non faceano per allora quell'onore. Ma insomma, non ci ritrovando aveano confiscato i nostri cavalli, mobili, libri, e ogni cosa. Poi sequestrate le entrate, e dichiaratici amendue emigrati. E cos pure poi ci fu scritta la catastrofe e gli orrori ecc. seguiti in Parigi il di 2 settembre, e si ringrazi e bened la Provvidenza che ce n'avea scampati.
Visto poi sempre pi oscurarsi il cielo di quel paese, e nata nel terrore e nel sangue quella sedicente repubblica, noi saviamente ascrivendo a guadagno tutto quello che ci potea rimanere altrove, ci posimo in via per l'Italia il d 1 ottobre; e per Aquisgrana, Francfort, Augusta ed Inspruch, venuti all'Alpi e lietamente varcatele, ci parve di rinascere il d che ci ritrovammo nel bel paese qui dove il s suona. Il piacere di esser fuori di carcere, e di ricalcare con la mia donna quelle stesse vie, che pi volte avea fatte per gire a trovarla; la soddisfazione di potere liberamente godere la sua santa compagnia, e sotto l'ombra sua di potere ripigliare i miei cari studi, mi tranquillizzarono, e serenarono a segno, che da Augusta sino in Toscana mi si riapr la fonte delle rime, e ne venni seminando e raccogliendo in gran copia. Si arriv finalmente il d 3 novembre in Firenze, di donde non ci siamo pi mossi, e dove ritrovai il vivo tesoro della lingua, che non poco mi compens delle tante perdite d'ogni sorte che dovei sopportare in Francia.



CAPITOLO VIGESIMOTERZO
A poco a poco mi vo rimettendo allo studio. Finisco le traduzioni. Ricomincio a scrivere qualche coserella di mio, trovo casa piacentissima in Firenze; e mi do al recitare.

Appena giunto in Firenze, ancorch per quasi un anno non vi si potesse trovar casa che ci convenisse, tuttavia il sentir di nuovo parlare quella s bella, e a me s preziosa lingua, il trovar gente qua e l che mi andava parlando delle mie tragedie, il vederle qua e l (bench male), pure frequentemente recitate, mi ridest qualche spirito letterario, che nei due ultimi decorsi anni mi si era presso che spento nel core. La prima coserella, che mi venne ideata e fatta di mio (dopo quasi tre anni che non avea pi composto nulla fuorch qualche rime) fu l'Apologia del re Luigi XVI, che scrissi nel decembre di quell'anno. Successivamente poi riprese caldamente, le due traduzioni che sempre camminavan di fronte, il Terenzio e l'Eneide, nel seguente anno '93 le portai al fine, non per limate, n perfette. Ma il Sallustio, che era stata quasi che la sola cosa a cui un pochino avessi atteso nel viaggio d'Inghilterra e d'Olanda (oltre tutte le opere di Cicerone, che avea caldamente lette, e rilette), e che avea moltissimo corretto e limato, lo volli anche ricopiare intero in quell'anno '93, e cos mi credei avergli dato l'ultimo pulimento. Stesi anche una prosa storicosatirica su gli affari in Francia, compendiatamente, la quale poi, ritrovatomi un diluvio di composizioni poetiche, sonetti, ed epigrammi su quelle risibili e dolorose vertenze, ed a tutti que' membri sparsi volendo dar corpo e sussistenza, volli che quella prosa servisse come di prefazione all'opera che intitolerei Il misogallo; e verrebbe essa a dare quasi ragione dell'opera.
Ravviatomi cos a poco a poco allo studio, ancorch forte spennacchiati nell'avere, s la mia donna che io, tuttavia rimanendoci pur da campare decentemente; ed amandola io sempre pi, e quanto pi bersagliata dalla sorte, tanto pi riuscendomi ella una cosa e carissima e sacra, il mio animo si andava acquetando, e pi ardente che mai l'amor del sapere mi ribolliva nella mente. Ma allo studio vero quale avrei voluto intraprendere, mi mancavano i libri, avendo definitivamente perduti tutti i miei in Parigi, n mai pi pure richiestili a chi che si fosse, e salvatine soli un 150 volumi circa di picciole edizioncelle di classici che portai meco. Quanto poi al comporre, bench io avessi il mio piano ideato per altre cinque almeno tramelogedie, sorelle dell'Abele, attese le passate ed anche le presenti angustie dell'animo, mi si era spento il bollore giovenile inventivo, la fantasia accasciata, e gli anni preziosi ultimi della giovent spuntati ed ottusi, direi, dalla stampa ed i guai che per pi di cinque anni mi avean sepolto l'animo, non me la sentivo pi; ed in fatti dovei abbandonarne il pensiero, non mi trovando pi il robusto furore necessario ad un tale pazzo genere. Smessa dunque quell'idea, che pur tanto mi era stata cara, mi volli rivolgere alle satire, di cui fatto avea sol la prima che poi serve all'altre di prologo; bastantemente mi era andato esercitando n quest'arte negli squarci diversi del Misogallo, onde non disperava di riuscirvi; e ne scrissi la seconda, ed in parte la terza; ma non era ancora abbastanza raccolto in me stesso; male alloggiato, senza libri, non avea quasi il cuore a nulla.
Questo mi fece entrare in un nuovo perditempo, quello del recitare. Trovati in Firenze alcuni giovani, e una signora, che mostravano genio e capacit da ci, si impar il Saul, e si recit in casa privata, e senza palco, a ristrettissima udienza, con molto incontro, nella primavera del '93. In fine poi di quell'anno, si ritrov presso il Ponte Santa Trinit una casa graziosissima bench piccola, posta al Lung'Arno di mezzogiorno, casa dei Gianfigliazzi, dove tornammo in novembre, e dove ancora mi trovo, e verisimilmente, se non mi saetta altrove la sorte, ci morr. L'aria, la vista, ed il comodo di questa casa mi restitu gran parte delle mie facolt intellettuali e creative, meno le tramelogedie, cui non mi fu pi possibile mai d'innalzarmi. Tuttavia, avviatomi l'anno prima al balocco del recitare, volli ancora perdere in questa primavera del '94 altri tre buoni mesi; e si recit da capo in casa mia, il Saul, di cui io faceva la parte; poi il Bruto primo, di cui pure faceva la parte. Tutti dicevano, e pareva anche a me di andar facendo dei progressi non piccoli in quell'arte difficilissima del recitare; e se avessi avuto pi giovent, e nessun altro pensiero, mi parea di sentire in me crescere ogni volta ch'io recitava, la capacit, e l'ardire, e la riflessione e la gradazione dei tuoni, e la importantissima variet continua dei presto e adagio, piano e forte, pacato e risentito, che alternate sempre a seconda delle parole vengono a colorir la parola, e scolpire direi il personaggio, ed incidere in bronzo le cose ch'ei dice. Parimente la compagnia addestrata al mio modo migliorava di giorno in giorno; e tenni allora per cosa pi che certa, che se io avessi avuto danari tempo e salute da sprecare, avrei in tre o quattr'anni potuto formare una compagnia di tragici, se non ottima, almeno assai e del tutto diversa da quelle che in Italia si van chiamando tali, e ben diretta su la via del vero e dell'ottimo.
Questo perditempo mi tenne ancora molto indietro nelle mie occupazioni per tutto quell'anno, e quasi anche il seguente, in cui poi feci la mia ultima strionata, recitando in casa mia il Filippo, in cui feci alternativamente le due cos diverse parti di Filippo, e di Carlo; e poi da capo il Saul, che era il mio personaggio pi caro, perch in esso vi  di tutto, di tutto assolutamente. Ed essendovi in Pisa in casa particolare di signori una altra compagnia di dilettanti, che vi recitavano pure il Saul, io invitato da essi di andarvi per la luminara, ebbi la pueril vanagloria di andarvi, e l recitai per una sola volta, e per l'ultima la mia diletta parte del Saul, e l rimasi, quanto al teatro, morto da re.
Intanto, nel decorso di quei due e pi anni ch'io era gi stato in Toscana, mi era dato a poco a poco a ricomprar libri, e riacquistati quasi che tutti i libri di lingua toscana che gi aveva avuti, e riacquistati ed accresciuti anche di molto tutti i classici latini, vi aggiunsi anche, non so allora perch, tutti i classici greci di edizioni ottime grecolatine tanto per averli, e saperne se non altro i nomi.



CAPITOLO VIGESIMOQUARTO
La curiosit e la vergogna mi spingono a leggere Omero, ed i tragici greci nelle traduzioni letterali. Proseguimento tepido delle satire, ed altre cosarelle.

Meglio tardi che mai. Trovandomi dunque in et di anni quarantasei ben suonati, ed aver bene o male da venti esercitata e professata l'arte di poeta lirico e tragico, e non aver pure mai letto n i tragici greci, n Omero, n Pindaro, n nulla insomma, una certa vergogna mi assal, e nello stesso tempo anche una lodevole curiosit di vedere un po' cosa aveano detto quei padri dell'arte. E tanto pi cedei volentieri a questa curiosit e vergogna, quanto da pi e pi anni, mediante i viaggi, i cavalli, la stampa, la lima, le angustie d'animo, e il tradurre, mi trovava rinminchionito a tal segno, che avrei ben potuto oramai aspirare all'erudito, che non  poi insomma altro che buona memoria di suo, e roba d'altri. Ma disgraziatamente anche la memoria, ch'io avea gi avuta ottima, mi si era assai indebolita. Con tutto ci per isfuggire l'ozio, cavarmi dallo strione ed uscire un pocolin pi dall'asino, mi accinsi all'impresa. E successivamente Omero, Esiodo, i tre tragici, Aristofane, ed Anacreonte lessi ad oncia ad oncia studiandoli nelle traduzioni letterali latine, che sogliono porsi a colonna col testo. Quanto a Pindaro, vidi ch'egli era tempo perduto; perch le alzate liriche tradotte letteralmente troppo bestial cosa riuscivano; e non potendolo leggere nel testo, lo lasciai stare. Cos in questo assiduo studio ingratissimo, e di poco utile oramai per me, che spossato non producea pi quasi nulla, c'impiegai quasi che un anno e mezzo.
Alcune rime intanto andava anche scrivendo, e le satire crebbero in tutto il '96, fino a sette di numero. Quell'anno '96 funesto all'Italia per la finalmente eseguita invasione dei francesi che da tre anni tentavano, mi abbui sempre pi l'intelletto, vedendomi rombar sovra il capo la miseria e la servit. Il Piemonte straziato, gi gi mi vedea andare in fumo l'ultima mia sussistenza rimastami. Tuttavia preparato a tutto, e ben risoluto in me stesso di non accattar mai n servire, tutto il di meno di queste due cose lo sopportava con forte animo, e tanto pi mi ostinava allo studio, come sola degna diversione a s sozzi e noiosi fastidi. Nel Misogallo, che sempre andava crescendo, e che anche ornai d'altre prose, io aveva riposto la mia vendetta e quella della mia Italia; e porto tuttavia ferma speranza, che quel libricciuolo col tempo giover all'Italia, e nuocer alla Francia non poco. Sogni e ridicolezze d'autore, finch non hanno effetto; profezie di inspirato vate; allorch poi l'ottengono.



CAPITOLO VIGESIMOQUINTO
Per qual ragione, in qual modo, e con quale scopo mi risolvessi finalmente a studiare da radice seriamente da me stesso la lingua greca.

Fin dall'anno 1778, quando si trovava meco in Firenze il carissimo amico Caluso, io cos, per ozio, e curiosit leggierissima, mi era fatto scrivere da lui sur un foglio volante il semplice alfabeto greco, maiuscolo, e minuscolo, e cos alla peggio imparato a conoscere le lettere, ed anche a nominarle, e non altro. Non ci avea poi badato mai pi per tanti anni. Ora due anni addietro, quando mi posi a leggere le traduzioni letterali, come dissi, ripescai quel mio alfabeto fra i fogli e trovatolo, mi rimisi a raffigurar quelle lettere, e dirne il nome; col solo pensiero di gettare di quando in quando gli occhi, su la colonna del greco, e vedere se mi veniva fatto di raccapezzare il suono di una qualche parola, di quelle che per essere composte e straordinarie, dalla traduzione letterale mi destavano curiosit del testo. Ed io veramente guardava di tempo in tempo quei caratteri posti a colonna, con occhio bieco, e fremente, appunto come la volpe della favola guardava i proibiti grappoli invano sospirati. Mi si aggiungeva un fortissimo ostacolo fisico; che le mie pupille non volean saper niente di quel maledetto carattere; e foss'egli grande o piccolo, sciolto o legato, mi venivano le traveggole tosto ch'io lo fissava, e con molta pena compitando ne portava via una parola per volta, delle brevi; ma un verso intero non lo potea n leggere, n fissare, n pronunziare, n molto meno ritenerne materialmente la romba a memoria.
Oltre ci, per natura nemico e non dotato di nessuna facilit per le lingue (avendo tentato due volte e tre l'inglese, n mai venutone a capo; ed ultimamente in Parigi nel '90 prima d'ire in Inghilterra la quarta volta; e tradussi allora di Pope il Windsor e cominciai il Saggio su l'uomo) non assuefatto, e oramai incapace di applicazione servile di occhio e di mente grammaticale; venuto a tale et senza aver mai saputa una grammatica qualunque, neppur l'italiana, nella quale non errava forse oramai, ma per abitudine del leggere non per poter dare n ragione n nomi dell'operato; con questo bel corredo d'impedimenti fisici e morali, tediato dal leggere quelle traduzioni, presi con me stesso l'impegno di voler tentare di superarli da me; ma non ne volli parlare con chi che sia, neppure con la mia donna, che  tutto dire. Consumati avendo dunque gi due anni su i confini della Grecia, senza mai essermivi potuto introdurre altro che colla coda dell'occhio, mi irritai, e la volli vincere.
Comprate dunque grammatiche a iosa, prima nelle grecolatine, poi nelle greche sole, per far due studi in uno, intendendo e non intendendo, ripetendo tutti i giorni il tupto, e i verbi circonflessi, e i verbi in mi (il che presto svel il mio arcano alla signora, che vedendomi sempre susurrar fra le labbra, volle finalmente sapere, e seppe quel ch'era); ostinandomi sempre pi, sforzando e gli occhi, e la mente, e la lingua, pervenni in fine dell'anno 1797 a poter fissare qualunque pagina di greco, qualunque carattere prosa o verso, senza che gli occhi mi traballassero pi; ad intendere sempre benissimo il testo, facendo il contrario su la colonna latina, di quel che avea fatto dianzi sul greco, cio gittando rapidamente l'occhio su la parola latina corrispondente alla greca, se non l'avea mai vista prima, o se me ne fossi scordato; e finalmente a leggere ad alta voce speditamente, con pronunzia sufficiente, rigorosa per gli spiriti, e accenti, e dittonghi come sta scritto, e non come stupidamente pronunziano i greci moderni, che si son fatti senza avvedersene un alfabeto con cinque iota, talch quel loro greco  un continuo iotacismo, un nitrir di cavalli pi che un parlare del pi armonico popolo che gi vi fosse. Ed aveva vinto questa difficolt del leggere, e pronunziare, col mettermi in gola, ed abbaiare ad alta voce, oltre la lezione giornaliera di quel classico che studiava, anche ad altre ore, per due ore continue, ma senza intendere quasi che nulla, attesa la rapidit della lettura, e la romba della sonante alta pronunzia, tutto Erodoto, due volte Tucidide con lo scoliaste suo, Senofonte, tutti gli oratori minori, e due volte il Proclo sovra il Timeo di Platone, non per altra ragione, fuorch per essere di stampa pi scabra a leggersi, piena di abbreviature.
N una tale improba fatica mi debilit come avrei creduto e temuto, l'intelletto. Che anzi ella mi fece per cos dire, risorgere dal letargo di tanti anni precedenti. In quell'anno '97, portai le satire al numero di diciassette come sono. Feci una nuova rassegna delle molte e troppe rime, che fatte ricopiare limai. E finalmente, cominciatomi ad invaghire del greco quanto pi mi pareva d'andarlo intendicchiando, cominciai anche a tradurre; prima l'Alceste d'Euripide, poi il Filottete di Sofocle, poi i Persiani di Eschilo, ed in ultimo per avere, o dare un saggio di tutti, le Rane di Aristofane. N trascurai il latino, perch del greco, che anzi in quell'anno stesso '97 lessi e studiai Lucrezio e Plauto, e lessi il Terenzio, il quale per una bizzarra combinazione io mi trovava aver tradotto tutte le sei commedie a minuto, senza per averne mai letta una intera. Onde se sar poi vero ch'io l'abbia tradotto, potr barzellettare col vero, dicendo d'averlo tradotto, prima d'averlo letto, o senza averlo letto.
Imparai anche oltre ci i metri diversi d'Orazio, spinto dalla vergogna di averlo letto, studiato, e saputo direi a memoria, senza saper nulla de' suoi metri; e cos parimente presi una sufficiente idea dei metri greci nei cori, e di quei di Pindaro, e d'Anacreonte. Insomma in quell'anno '97, mi raccorcii le orecchie di un buon palmo almeno ciascuna; n altro scopo m'era prefisso da tanta fatica, che di scuriosirmi, disasinirmi, e tormi il tedio dei pensieri dei Galli, cio disceltizzarmi.



CAPITOLO VIGESIMOSESTO
Frutto da non aspettarsi dallo studio serotino della lingua greca: io scrivo (spergiuro per l'ultima volta ad Apollo) l'Alceste seconda.

Non aspettando dunque, n desiderando altro frutto che i sopraddetti, ecco, che il buon padre Apollo me ne volle egli spontaneamente pure accordar uno, e non piccolo, per quanto mi pare. Fin dal '96 quando stava leggendo, com'io dissi, le traduzioni letterali, avendo gi letto tutto Omero, ed Eschilo, e Sofocle, e cinque tragedie di Euripide, giunto finalmente all'Alceste, di cui non avea avuta mai notizia nessuna, fui s colpito, e intenerito, e avvampato dai tanti affetti di quel sublime soggetto, che dopo averla ben letta, scrissi su un fogliolino, che serbo, le seguenti parole. "Firenze 18 gennaio 1796. Se io non avessi giurato a me stesso di non pi mai comporre tragedie, la lettura di questa Alceste di Euripide mi ha talmente toccato e infiammato che cos su due piedi mi accingerei caldo caldo a distendere la sceneggiatura d'una nuova Alceste, in cui mi prevarrei di tutto il buono del greco, accrescendolo se sapessi, e scarterei tutto il risibile che non  poco nel testo. E da prima cos creerei i personaggi diminuendoli." E vi aggiunsi i nomi dei personaggi quali poi vi ho posto; n pi pensai a quel foglio. E proseguii tutte l'altre di Euripide, di cui non pi che le precedenti, nessuna mi dest quasi che niun affetto. Tornando poi in volta l'Euripide da rileggersi, come praticava di leggere ogni cosa due volte almeno, venuta l'Alceste, stesso effetto, stesso trasporto, stesso desiderio, e nel settembre dell'anno stesso '96 ne stesi la sceneggiatura, coll'intenzione di non farla mai. Ma intanto aveva intrapresa a tradurre la prima di Euripide, ed in tutto il '97 l'ebbi condotta a termine: ma non intendendo allora, come dissi, punto il greco, l'ebbi per allora tradotta dal latino. Tuttavia quell'aver tanto che fare con codesta Alceste nel tradurla, sempre di nuovo mi andava accendendo di farla di mio; finalmente venne quel giorno, nel maggio '98, in cui mi si accese talmente la fantasia su questo soggetto che giunto a casa dalla passeggiata, mi posi a stenderla, e scrissi d'un fiato il primo atto, e ci scrissi in margine: "Steso con furore maniaco, e lagrime molte"; e nei giorni susseguenti stesi con eguale impeto gli altri quattr'atti, e l'abbozzo dei cori, ed anche quella prosa che serve di schiarimento, e il tutto fu terminato il d 26 maggio, e cos sgravatomi di quel s lungo e s ostinato parto, ebbi pace; ma non per questo disegnava io di verseggiarla, n di ridurla a termine.
Ma nel settembre del '98 continuando, come dissi, lo studio vero del greco, con molto fervore, mi venne pensiero di andare sul testo riscontrando la mia traduzione dell'Alceste prima, per cos rettificarla, e sempre imparar qualche cosa di quella lingua, che nulla insegna quanto il tradurre, a chi s'ostina di rendere, o di almeno accennare ogni parola, imagine, e figura del testo. Rimpelagatomi dunque nell'Alceste prima, mi si riaccese per la quarta volta il furor della mia, e presala, e rilettala, e pianto assai, e piaciutami, il d 30 settembre '98 ne cominciai i versi, e furon finiti anche coi cori verso il di 21 ottobre. Ed ecco in qual modo io mi spergiurai dopo dieci anni di silenzio. Ma tuttavia, non volendo io essere n plagiario n ingrato, e riconoscendo questa tragedia esser pur sempre tutta di Euripide, e non mia, fra le traduzioni l'ho collocata, e l dee starsi, sotto il titolo di Alceste seconda, al fianco inseparabile dell'Alceste prima sua madre. Di questo mio spergiuro non avea parlato con chi che sia, neppure alla met di me stesso. Onde mi volli prendere un divertimento, e nel decembre invitate alcune persone la lessi come traduzione di quella di Euripide, e chi non l'avea ben presente, ci fu colto fin passato il terz'atto; ma poi chi se la rammentava svel la celia, e cominciatasi la lettura in Euripide, si termin in me. La tragedia piacque; ed a me come cosa postuma non dispiacque; bench molto ci vedessi da torre e limare. Lungamente ho narrato questo fatto, perch se quell'Alceste sar col tempo tenuta per buona, si studi in questo fatto la natura spontanea dei poeti d'impeto, e come succede che quel che vorrebbero fare talvolta non riescono, e quel che non vorrebbero si fa fare e riesce. Tanto  da valutarsi e da obbedirsi l'impulso naturale febeo. Se poi non  buona, rider il lettore doppiamente a mie spese s nella Vita che nell'Alceste, e terr questo capitolo come un'anticipazione su l'epoca quinta da togliersi alla virilit, e regalarsi alla vecchiaia.
Queste due Alcesti saputesi da alcuni in Firenze, svelarono anche il mio studio di greco, che avea sempre occultato a tutti; perfino all'amico Caluso; ma egli lo venne a sapere nel modo che dir. Aveva mandato verso il maggio di quest'anno un mio ritratto, bel quadro molto ben dipinto dal pittore Saverio Fabre, nato in Montpalieri, ma non perci punto francese. Dietro a quel mio ritratto, che mandava in dono alla sorella, aveva scritto due versetti di Pindaro. Ricevuto il ritratto, graditolo molto, visitatolo per tutti i lati, e visti da mia sorella que' due scarabocchini greci, fece chiamare l'amico anche suo Caluso, che glie li interpretasse. L'abate conobbe da ci che io aveva almeno imparato a formare i caratteri; ma pens bene che non avrei fatta quella boriosa pedanteria e impostura di scrivere un'epigrafe che non intendessi. Onde subito mi scrisse per tacciarmi di dissimulatore, di non gli aver mai parlato di questo mio nuovo studio. Ed io allora replicai con una letterina in lingua greca, che da me solo mi venne raccozzata alla meglio, di cui dar qui sotto il testo e la traduzione(13), e ch'egli non trov cattiva per uno studente di cinquant'anni, che da un anno e mezzo circa s'era posto alla grammatica; ed accompagnai con la epistoluzza greca, quattro squarci delle mie quattro traduzioni, per saggio degli studi fatti sin a quel punto. Ricevuto cos da lui un po' di lode, mi confortai a proseguire sempre pi caldamente. E mi posi all'ottimo esercizio, che tanto mi avea insegnato s il latino che l'italiano, di imparare delle centinaia di versi di pi autori a memoria.
Ma in quello stess'anno '98, mi tocc in sorte di ricevere e scrivere qualche lettera da persona ben diversa in tutto dall'amico Caluso. Era, come dissi, e come ognun sa, invasa la Lombardia dai francesi, fin dal '96, il Piemonte vacillava, una trista tregua sotto nome di pace avea fatta l'imperatore a Campoformio col dittator francese; il papa era traballato, ed occupata e schiavidemocrizzata la sua Roma; tutto d'ogni intorno spirava miseria, indegnazione, ed orrore. Era allora ambasciatore di Francia in Torino, un Ginguen, della classe, o mestiere dei letterati in Parigi, il quale lavorava in Torino sordamente alla sublime impresa di rovesciare un re vinto e disarmato. Di costui ricevei inaspettatamente una lettera, con mio grande stupore, e rammarico; s la proposta che la risposta; e la replica e controreplica inserisco qui a guisa di nota(14), affinch sempre pi si veda, chi ne volesse dubitare, quanto siano state e pure e rette le mie intenzioni ed azioni in tutte codeste rivoluzioni di schiaveria.
Pare dall'andamento di queste due lettere del Ginguen che avendo egli ordine dai suoi despoti di asservire alla libert francese il Piemonte, e cercando di s fatta iniquit dei vili ministri, egli mi volesse tastar me per vedere se mi potevan anco disonorare, come mi aveano impoverito. Ma i beni mondani stanno a posta della tirannide, e l'onore sta a posta di ciascuno individuo che ne sia possessore. Quindi dopo la mia seconda replica non ne sentii pi parlare; ma credo che costui si servisse poi della notizia che l'abate Caluso gli diede per parte mia, circa alle balle mie di libri non pubblicati, per farne ricerca, e valersene come in appresso si vedr. La nota dei miei libri ch'egli dicea volermi far restituire e ch'io credo che gi tutti se li fosse appropriati a s, sarebbe risibile se io qui la mostrassi. Ella era di circa cento volumi di tutti gli scarti delle pi infime opere italiane; e questa era la mia raccolta lasciata in Parigi sei anni prima, di circa mille seicento volumi almeno; scelti tutti i classici italiani, e latini. Ma nessuno se ne stupirebbe di una tal nota, quando sapesse ch'ella dovea essere una restituzione francese.



CAPITOLO VIGESIMOSETTIMO
Misogallo finito. Rime chiuse colla Teleutodia. L'Abele ridotto; cos le due Alcesti, e l'Ammonimento. Distribuzione ebdomadaria di studi. Preparato cos, e munito delle lapidi sepolcrali, aspetto l'invasion dei francesi, che segue nel marzo '99.

Cresceva frattanto ogni d pi il pericolo della Toscana, stante la leale amicizia che le professavano i francesi. Gi fin dal decembre del '98 aveano essi fatta la splendida conquista di Lucca, e di l minacciavano continuamente Firenze, onde ai primi del '99 parea imminente l'occupazione. Io dunque volli preparare tutte le cose mie, ad ogni qualunque accidente fosse per succedere. Fin dall'anno prima avea posto fine per tedio al Misogallo, e fatto punto all'occupazione di Roma, che mi pareva la pi brillante impresa di codesta schiaveria. Per salvare dunque quest'opera per me cara ed importante, ne feci fare sino in dieci copie, e provvisto che in diversi luoghi non si potessero n annullare, n smarrire, ma al suo debito tempo poi comparissero. Quindi, non avendo io mai dissimulato il mio odio e disprezzo per codesti schiavi malnati, volli aspettarmi da loro ogni violenza, ed insolenza, cio prepararmi bene al solo modo che vi sarebbe di non le ricevere. Non provocato, tacerei; ricercato in qualunque maniera, darei segno di vita, e di libero. Disposi dunque tutto per vivere incontaminato, e libero, e rispettato, ovvero per morir vendicato se fosse bisognato. La ragione che mi indusse a scrivere la mia vita, cio perch altri non la scrivesse peggio di me, mi indusse allora altres a farmi la mia lapide sepolcrale, e cos alla mia donna, e le apporr qui in nota(15), perch desidero questa e non altra, e quanto ci dico  il puro vero, s di me, che di lei, spogliato di ogni fastosa amplificazione.
Provvisto cos alla fama, o alla non infamia, volli anco provvedere ai lavori, limando, copiando, separando il finito dal no, e ponendo il dovuto termine a quello che l'et e il mio proposto volevano. Perci volli col compiere degli anni cinquanta frenare, e chiudere per sempre la soverchia fastidiosa copia delle rime, e ridottone un altro tometto purgato consistente in sonetti settanta, capitolo uno, e trentanove epigrammi, da aggiungersi alla prima parte di esse gi stampate in Kehl, sigillai la lira, e la restituii a chi spettava, con una ode sull'andare di Pindaro, che per fare anche un po' il grecarello intitolai Teleutoda. E con quella chiusi bottega per sempre; e se dopo ho fatto qualche sonettuccio o epigrammuccio, non l'ho scritto; se l'ho scritto non l'ho tenuto, e non saprei dove pescarlo, e non lo riconosco pi per mio. Bisognava finir una volta e finire in tempo, e finire spontaneo, e non costretto. L'occasione dei dieci lustri spirati, e dei barbari antilirici soprastantimi non potea esser pi giusta ed opportuna; l'afferrai, e non ci pensai poi mai pi.
Quanto alle traduzioni, il Virgilio mi era venuto ricopiato e corretto tutto intero nei due anni anteriori, onde lo lasciava sussistere; ma non come cosa finita. Il Sallustio mi parea potere stare; e lasciavalo. Il Terenzio no, perch una sola volta lo avea fatto, n rivistolo, n ricopiatolo; come non lo  adesso neppure. Le quattro traduzioni dal greco, che condannarle al fuoco mi doleva, e lasciarle come cosa finita pur non poteva, poich non l'erano, ad ogni rischio del se avrei il tempo o no, intrapresi di ricopiarle s il testo che la traduzione, e prima di tutto l'Alceste per ritradurla veramente dal greco, che non mi sapesse poi di traduzione di traduzione. Le tre altre bene o male, erano state direttamente tradotte dal testo, onde mi dovean costar poi meno tempo e fatica a correggerle. L'Abele, che era ormai destinata ad essere (non dir unica) ma sola, senza le concepite, e non mai eseguite compagne, l'avea fatta copiare, e limata, e mi parea potere stare. Vi si era pure aggiunto alle opere di mio, negli anni precedenti una prosuccia brevina politica, intitolata Ammonimento alle potenze italiane; questa pure l'avea limata, e fatta copiare, e lasciavala. Non gi che io avessi la stolida vanagloria di voler fare il politico, che non  l'arte mia; ma si era fatto fare quello scritto dalla giusta indegnazione che mi aveano inspirata le politiche certo pi sciocche della mia, che in questi due ultimi anni avea visto adoprare dalla impotenza dell'imperatore, e dalle impotenze italiane. Le satire finalmente, opera ch'io avea fatta a poco a poco, ed assai corretta, e limata, le lasciava pulite, e ricopiate in numero di diciassette quali sono; e quali pure ho fissato e promesso a me di non pi oltrepassare.
Cosi disposto, e appurato del mio secondo patrimonio poetico, smaltatomi il cuore, aspettava gli avvenimenti. Ed affinch al mio vivere d'ora in poi se egli si dovea continuare venissi a dare un sistema pi confacente all'et in cui entrava, ed ai disegni ch'io mi era gi da molto tempo proposti, fin dai primi del '99 mi distribuii un modo sistematico di studiare regolarmente ogni settimana, che tuttora costantemente mantengo, e manterr finch'avr salute e vita per farlo. Il luned e marted destinati, le tre prime ore della mattina appena svegliatomi, alla lettura, e studio della Sacra Scrittura; libro che mi vergognava molto di non conoscere a fondo, e di non averlo anzi mai letto sino a quell'et. Il mercoled e gioved, Omero, secondo fonte d'ogni scrivere. Il venerd, sabato, e domenica, per quel prim'anno e pi li consecrai a Pindaro, come il pi difficile e scabro di tutti i greci, e di tutti i lirici di qualunque lingua, senza eccettuarne Giobbe, e i profeti. E questi tre ultimi giorni mi proponeva poi, come ho fatto, di consecrarli successivamente ai tre tragici, ad Aristofane, Teocrito, ed altri s poeti che prosatori, per vedere se mi era possibile di sfondare questa lingua, e non dico saperla (che  un sogno), ma intenderla almeno quanto fo il latino. Ed il metodo che a poco a poco mi andai formando, mi parve utile; perci lo sminuzzo, che forse potr anche giovare cos, o rettificato, a qualch'altri che dopo me intraprendesse questo studio. La Bibbia la leggeva prima in greco, versione dei Settanta, testo vaticano, poi la raffrontava col testo alessandrino; quindi gli stessi due, o al pi tre capitoli di quella mattina, li leggeva nel Diodati italiani, che erano fedelissimi al testo ebraico; poi li leggeva nella nostra volgata latina, poi in ultimo nella traduzione interlineare fedelissima latina dal testo ebraico; col quale bazzicando cos pi anni, ed avendone imparato l'alfabeto, veniva anche a poter leggere materialmente la parola ebraica, e raccapezzarne cos il suono, per lo pi bruttissimo, ed i modi strani per noi, e misti di sublime e di barbaro.
Quanto poi ad Omero, leggeva subito nel greco solo ad alta voce, traducendo in latino letteralmente, e non mi arrestando mai, per quanti spropositi potessero venirmi detti, quei sessanta, o ottanta, o al pi pi cento versi che volea studiare in quella mattina. Storpiati cos quei tanti versi, li leggeva ad alta voce prosodicamente in greco. Poi ne leggeva lo scoliaste greco, poi le note latine del Barnes, Clarch, ed Ernesto; poi pigliando per ultima la traduzione letterale latina stampata, la rileggeva sul greco di mio, occhiando la colonna, per vedere dove, e come, e perch avessi sbagliato nel tradurre da prima. Poi nel mio testo greco solo, se qualche cosa era sfuggita allo scoliaste di dichiararla, la dichiarava io in margine, con altre parole greche equivalenti, al che mi valeva molto di Esichio, dell'Etimologico, e del Favorino. Poi le parole, o modi, o figure straordinarie, in una colonna di carta le annotava a parte, e dichiaravale in greco. Poi leggeva tutto il commento di Eustazio su quei dati versi, che cos m'erano passati cinquanta volte sotto gli occhi, loro, e tutte le loro interpretazioni, e figure. Parr questo metodo noioso, e duretto; ma era duretto anch'io, e la cotenna di cinquanta anni ha bisogno di ben altro scarpello per iscolpirvi qualcosa, che non quella di venti.
Sopra Pindaro poi, io aveva gi fatto gli anni precedenti uno studio pi ancora di piombo, che i sopradetti. Ho un Pindaretto, di cui non v' parola, su cui non esista un mio numero aritmetico notatovi sopra, per indicare, coll'un due e tre, fino talvolta anche a quaranta, e pi, qual sia la sede che ogni parola ricostruita al suo senso deve occupare in que' suoi eterni e labirintici periodi. Ma questo non mi bastava, ed intrapresi allora nei tre giorni ch'io gli destinai, di prendere un altro Pindaro greco solo, di edizione antica, e scorrettissimo, e mal punteggiato, quel del Calliergi di Roma, primo che abbia gli scolii, e su quello leggeva a prima vista, come dissi dell'Omero, subito in latino letteralmente sul greco, e poi la stessa progressione che su l'Omero; e di pi poi in ultimo una dichiarazione marginale mia in greco dell'intenzione dell'autore; cio il pensiero spogliato del figurato. Cos poi praticai su l'Eschilo e Sofocle, quando sottentrarono ai giorni di Pindaro; e con questi sudori, e pazze ostinazioni, essendomisi debilitata da qualch'anni assai la memoria, confesso che ne so poco, e tuttavia prendo alla prima lettura dei grossissimi granchi. Ma lo studio mi si  venuto facendo s caro, e s necessario, che gi dal '96 in poi, per nessuna ragione mai ho smesso, o interrotto le tre ore di prima svegliata, e se ho composto qualche cosa di mio, come l'Alceste, le satire, e rime, ed ogni traduzione, l'ho fatto in ore secondarie, talch ho assegnato a me stesso l'avanzo di me, piuttosto che le primizie del giorno; e dovendo lasciare, o le cose mie, o lo studio, senza nessun dubbio lascio le mie.
Sistemato dunque in tal guisa il mio vivere, incassati tutti i miei libri, fuorch i necessari, e mandatili in una villa fuori di Firenze, per vedere se mi riusciva di non perderli una seconda volta, questa tanto aspettata ed abborrita invasione dei francesi in Firenze ebbe luogo il d 25 marzo del '99, con tutte le particolarit, che ognuno sa, e non sa, e non meritano d'essere sapute, sendo tutte le operazioni di codesti schiavi di un solo colore ed essenza. E quel giorno stesso, poche ore prima ch'essi v'entrassero, la mia donna ed io ce n'andammo in una villa fuor di Porta San Gallo presso a Montughi, avendo gi prima vuotata interamente d'ogni nostra cosa la casa che abitavamo in Firenze per lasciarla in preda agli oppressivi alloggi militari.



CAPITOLO VIGESIMOTTAVO
Occupazioni in villa. Uscita dei francesi. Ritorno nostro in Firenze. Lettere del Colli. Dolore mio nell'udire la ristampa prepararsi in Parigi delle mie opere di Kehl, non mai pubblicate.

In tal maniera io oppresso dalla comune tirannide, ma non perci soggiogato, me ne stetti in quella villa con poca gente di servizio, e la dolce met di me stesso, ambedue indefessamente occupati nelle lettere, che anch'essa sufficientemente perita nella lingua inglese e tedesca, ed egualmente poi franca nell'italiano che nel francese, la letteratura di queste quattro nazioni conosce quant',  dell'antica non ignora l'essenza per mezzo delle traduzioni in queste quattro lingue. Di tutto dunque potendo io favellare con essa, soddisfatto egualmente il core che la mente, non mi credeva pi felice, che quando mi toccava di vivere solo a solo con essa, disgiunti da tutti i tanti umani malanni. E cos eramo in quella villa, dove pochissimi dei nostri conoscenti di Firenze ci visitavano, e di rado, per non insospettire la militare e avvocatesca tirannide, Che  di tutti i guazzabugli politici il pi mostruoso, e risibile, e lagrimevole ed insopportabile, e mi rappresenta perfettamente un tigre guidato da un coniglio.
Subito arrivato in villa, mi posi a lavorare di fronte la ricopiatura e limatura delle due Alcesti, non toccando per le ore dello studio mattutino, onde poco tempo mi avanzava da pensare a nostri guai e pericoli, essendo s caldamente occupato. Ed i pericoli erano molti, n accadea dissimularceli, o lusingarci di non v'essere; ogni giorno mi avvisava; eppure con simile spina nel cuore e dovendo temere per due, mi facea pure animo, e lavorava. Ogni giorno si arrestava arbitrariamente, al solito di codesto sgoverno, la gente; anzi sempre di notte. Erano cos stati presi sotto il titolo di ostaggi, molti dei primari giovani della citt; presi in letto di notte, dal fianco delle loro mogli, spediti a Livorno come schiavi, ed imbarcativi alla peggio per l'isole di S. Margarita. Io, bench forestiere, dovea temere a questo, e pi, dovendo essere loro noto come disprezzatore e nemico. Ogni notte poteva essere quella che mi venissero a cercare; avea provvisto per quanto si potea per non lasciarmi sorprendere, n malmenare. Intanto si proclamava in Firenze la stessa libert ch'era in Francia, e tutti i pi vili e rei schiavi trionfavano. Intanto io verseggiava, e grecizzava, e confortava la mia donna. Dur questo infelice stato dai 25 marzo ch'entrarono, fino al d 5 luglio, che essendo battuti, e perdenti in tutta la Lombardia, se ne fuggirono per cos dir di Firenze la mattina per tempissimo, dopo aver, gi s'intende, portato via in ogni genere tutto ci che potevano. N io n la mia donna in tutto questo frattempo abbiamo mai messo piede in Firenze, n contaminati i nostri occhi n pur con la vista di un solo francese. Ma il tripudio di Firenze in quella mattina dell'evacuazione, e giorni dopo nell'ingresso di duecento ussari austriaci, non si pu definir con parole.
Avvezzi a quella quiete della villa, ci volemmo stare ancora un altro mese, prima di tornare in Firenze, e riportarvi i nostri mobili, e libri. Tornato in citt, il mutar luogo non mi fece mutar in nulla l'intrapreso sistema degli studi, e continuava anzi con pi sapore, e speranza, poich per tutto quel rimanente dell'anno '99, essendo disfatti per tutto i francesi, risorgeva alcuna speranza della salute dell'Italia, ed in me risorgeva la privata speranza, che avrei ancor tempo di finir tutte le mie pi che ammezzate opere. Ricevei in quell'anno, dopo la battaglia di Novi, una lettera del marchese Colli, mio nipote, cio marito di una figlia di mia sorella, che non m'era noto di persona, ma di fama, come ottimo ufiziale ch'egli era stato, e distintosi in quei cinque e pi anni di guerra, al servizio del re di Sardegna suo sovrano naturale, sendo egli d'Alessandria. Mi scrisse dopo essere stato fatto prigioniero, e ferito gravemente, sendo allora passato al servizio dei francesi, dopo la deportazione del re di Sardegna fuori dei di lui stati, seguita nel gennaio di quell'anno '99. La di lui lettera, e la mia risposta ripongo qui fra le note(16). E dir qui per incidenza quello che mi scordai di dir prima, che anzi l'invasion dei francesi, io avea veduto in Firenze il re di Sardegna, e fui a inchinarlo, come il doppio dover mio, sendo egli stato il mio re, ed essendo allora infelicissimo. Egli mi accolse assai bene; la di lui vista mi commosse non poco, e provai in quel giorno quel ch'io non avea provato mai, una certa voglia di servirlo, vedendolo s abbandonato, e s inetti i pochi, che gli rimanevano; e me gli sarei profferto, se avessi creduto di potergli esser utile; ma la mia abilit era nulla in tal genere di cose, ed ad ogni modo era tardi. Egli and in Sardegna; variarono poi intanto le cose, egli torn di Sardegna, ristette dei mesi molti in Firenze al Poggio Imperiale, tenendo gli austriaci allora la Toscana in nome del granduca; ma anche allora mal consigliato, non fece nulla di quel che doveva o poteva per l'utile suo e del Piemonte; onde di nuovo poi tornate al peggio le cose, egli si trov interamente sommerso. Lo inchinai pure di nuovo al ritorno di Sardegna, e vistolo in migliori speranze, molto meno mi rammaricai meco stesso di non potergli esser utile in nulla.
Appena queste vittorie dei difensori dell'ordine, e delle propriet mi aveano rimesso un poco di balsamo nel sangue, che mi tocc di provare un dolore acerbissimo, ma non inaspettato. Mi capit alle mani un manifesto del libraio Molini italiano di Parigi, in cui diceva di aver intrapreso di stampare tutte le mie opere (diceva il manifesto, filosofiche, s in prosa che in versi) e ne dava il ragguaglio, e tutte purtroppo le mie opere stampate in Kehl, come dissi, e da me non mai pubblicate, vi si trovavano per estenso. Questo fu un fulmine, che mi atterr per molti giorni, non gi che io mi fossi lusingato, che quelle mie balle di tutta l'edizione delle quattro opere Rime, Etruria, Tirannide e Principe, potessero non essere state trovate da chi mi aveva svaligiato dei libri, e d'ogni altra cosa da me lasciata in Parigi, ma essendo passati tant'ann, sperava ancora dilazione. Fin dall'anno '93 in Firenze, quando vidi assolutamente perduti i miei libri, feci pubblicare un avviso in tutte le gazzette d'Italia ove diceva essermi stati presi, confiscati, e venduti i miei libri, e carte, onde io dichiarava gi fin d'allora non riconoscer per mia nessun'altra opera, fuorch le tali, e tali pubblicate da me. Le altre, e alterate, o supposte, e certamente sempre surrepitemi, non le ammetteva. Ora nel '99 udendo questo manifesto del Molini, il quale prometteva per l'800 venturo la ristampa delle sudette opere, il mezzo pi efficace di purgarmi agli occhi dei buoni e stimabili, sarebbe stato di fare un contromanifesto, e confessare i libri per miei, dire il modo con cui m'erano stati furati, e pubblicare per discolpa totale del mio sentire e pensare, il Misogallo, che certo  pi atto e bastante da ci. Ma io non era libero, n il sono; poich abito in Italia; poich amo, e temo per altri che per me; onde non feci questo che avrei dovuto fare in altre circostanze; per esentarmi una volta per sempre dall'infame ceto degli schiavi presenti, che non potendo imbiancare s stessi, si compiacciono di sporcare gli altri, fingendo di crederli e di annoverarli tra i loro; ed io per aver parlato di libert sono un di quelli, ch'essi si associano volentieri, ma me ne dissocier ampiamente poi il Misogallo agli occhi anche dei maligni e degli stupidi, che son i soli che mi posson confondere con codestoro; ma disgraziatamente, queste due categorie sono i due terzi e mezzo del mondo. Non potendo io dunque fare ci, che avrei saputo e dovuto, feci soltanto quel pochissimo che poteva per allora; e fu di ripubblicare di nuovo in tutte le gazzette d'Italia il mio avviso del '93, aggiungendovi la poscritta, che avendo udito che si pubblicava in Parigi delle opere in prosa e in versi, sotto il mio nome, rinnovava quel protesto fatto sei anni innanzi.
Ma il fatto si era, che quell'onesto letterato dell'ambasciator Ginguen, che mi avea scritto le lettere surriferite, e che io poi avea fatto richiedere in voce dell'abate di Caluso, giacch egli voleva pure ad ogni costo fare di me, ch'io non richiedeva i miei libri, n altro, ma che solamente avrei desiderato raccapezzar quelle sei balle dell'edizioni non pubblicate, ad impedire ogni circolazione: fatto si , dico (a quel ch'io mi penso) che il Ginguen ritornato poi a Parigi avr frugato tra i miei libri di nuovo, e trovatavi una ballottina contenente quattro soli esemplari di quelle quattro opere, se le appropri; ne vend forse al Molini un esemplare perch si ristampassero, e le altre si tenne, e tradusse le prose in francese per farne bottega e don, non sendo sue, alla Biblioteca Nazionale, [...] come sta scritto nella prefazione stessa del quarto volume ristampato dal Molini, che dice non essere reperibile l'edizion prima, altro che quattro esemplari, ch'egli individua cos come ho detto, e che tornano per l'appunto con la piccola balla da me lasciata fra i libri altri miei.
Quanto poi alle sei balle, contenenti pi di cinquecento esemplari di ciascun'opera non posso congetturare cosa ne sia avvenuto. Se fossero state trovate ed aperte, circolerebbero, e si sarebbero vendute piuttosto che ristampate, sendo s belle l'edizioni, la carta, e i caratteri, e la correzione. Il non essere venute in luce mi fa credere che ammontate in qualche di quei sepolcri di libri che tanti della roba perduta ne rimangono infatti a putrefarsi in Parigi, non siano stati aperti; perch ci avea fatto scrivere su le balle di fuori Tragedie italiane. Comunque sia, il doppio danno ne ho avuto di perdere la mia spesa e fatica nella propriet di quelle stampate da me, e di acquistare (non dir l'infamia) ma la disapprovazione e la taccia di far da corista a que' birbi, nel vedermele pubblicate per mezzo delle stampe d'altrui.



CAPITOLO VIGESIMONONO
Seconda invasione. Insistenza noiosa del general letterato. Pace tal quale, per cui mi scemano d'alquanto le angustie. Sei commedie ideate ad un parto.

Appena per qualche mesi aveva l'Italia un poco respirato dal giogo, e ruberie francesi, quando la favolosa battaglia di Marengo nel giugno del 1800, diede in poche ore l'Italia tutta in preda di costoro, chi sa per quanti anni. Io la sentiva quanto e pi ch'altri, ma piegando il collo alla necessit, tirava a finire le cose mie senza pi punto curare per cos dire un pericolo, dal quale non m'era divezzato ancora, n oramai, visto l'instabilit di codeste sozzure politiche, me ne divezzer mai pi. Assiduamente dunque lavorando sempre a ben ridurre e limare le mie quattro traduzioni greche, e null'altro poi facendo che proseguire ardentemente gli studi troppo tardi intrapresi, strascinava il tempo. Venne l'ottobre, e il d 15 d'esso, ecco di nuovo inaspettatamente in tempo di tregua fissata con l'imperatore, invadono i francesi di nuovo la Toscana, che riconoscevano tenersi pel granduca, col quale non erano in guerra. Non ebbi tempo questa volta di andare in villa come la prima, e bisogn sentirli e vederli, ma non mai altro, s'intende, che nella strada. Del resto la maggior noia e la pi oppressiva, cio l'alloggio militare, venni a capo presso il comune di Firenze di farmene esentare come forestiere, ed avendo una casa ristretta e incapace. Assoluto di questo timore che era il pi incalzante e tedioso, del resto mi rassegnai a quel che sarebbe. Mi chiusi per cos dire in casa, e fuorch due ore di passeggiata a me necessarie, che faceva ogni mattina nei luoghi pi appartati e soletto, non mi facea mai vedere, n desisteva dalla pi ostinata fatica.
Ma se io sfuggiva costoro, non vollero essi sfuggire me, e per mia disgrazia il loro generale comandante in Firenze, pizzicando del letterato, volle conoscermi, e civilmente pass da me una, e due volte, sempre non mi trovando, che gi avea provvisto di non essere repperibile mai; n volli pure rendere garbo per garbo col restituir per polizza la visita. Alcuni giorni dopo egli mand ambasciata a voce, per sapere in che ore mi si potrebbe trovare. Io vedendo crescere l'insistenza, e non volendo commettere ad un servitor di piazza la risposta in voce, che potea venire o scambiata o alterata, scrissi su un fogliolino; che Vittorio Alfieri, perch non seguisse sbaglio nella risposta da rendersi dal servo al signor generale, mettea per iscritto: che se il generale in qualit di comandante di Firenze intimavagli di esser da lui, egli ci si sarebbe immediatamente costituito, come non resistente alla forza imperante, qual ch'ella si fosse; ma che se quel volermi vedere era una mera curiosit dell'individuo, Vittorio Alfieri, di sua natura molto selvatico non rinnovava oramai pi conoscenza con chicchesia, e lo pregava quindi di dispensarnelo. Il generale rispose direttamente a me due parole in cui diceva che dalle mie opere gli era nata questa voglia di conoscermi, ma che ora vedendo questa mia indole ritrosa, non ne cercherebbe altrimenti. E cos fece; e cos mi liberai di una cosa per me pi gravosa e accorante, che nessun altro supplizio che mi si fosse potuto dare.
In questo frattempo il gi mio Piemonte, celtizzato anch'egli, scimmiando ogni cosa dei suoi servipadroni, cambi l'Accademia sua delle Scienze, gi detta Reale, in un Istituto Nazionale a norma di quel di Parigi, dove avean luogo, e le belle lettere, e gli artisti. Piacque a coloro, non so quali si fossero (perch il mio amico Caluso si era dimesso del segretariato della gi Accademia), piacque dico a coloro di nominarmi di codesto Istituto, e darmene parte con lettera diretta. Io prevenuto gi dall'abate, rimandai la lettera non apertala, e feci dire in voce dall'abate che io non riceveva tale aggregazione; che non voleva essere di nessuno, e massimamente d'una donde recentemente erano stati esclusi con animosa sfacciataggine, tre cos degni soggetti, come il cardinale Gerdil, il conte Balbo, ed il cavalier Morozzo, come si pu vedere dalle qui annesse(17) lettere dell'amico Caluso, non adducendo di ci altra cagione, fuorch questi erano troppo realisti. Io non sono mai stato, n sono realista, ma non perci son da essere misto con tale genia; la mia repubblica non  la loro, e sono, e mi professer sempre d'essere in tutto quel ch'essi non sono. E qui pure pien d'ira pel ricevuto affronto, mi spergiurai rimando quattordici versi su tal fatto, e li mandai all'amico; ma non ne tenni copia, n questi n altri che l'indegnazione od altro affetto mi venisse a strappar dalla penna, non registrer oramai pi fra le mie gi troppe rime.
Non cos aveva io avuto la forza di resistere nel settembre dell'anno avanti ad un nuovo (o per dir meglio) ad un rinnovato impulso naturale fortissimo, che mi si fece sentire per pi giorni, e finalmente, non lo potendo cacciare, cedei. E ideai in iscritto sei commedie, si pu dire ad un parto solo. Sempre avea avuto in animo di provarmi in quest'ultimo arringo, ed avea fissato di farne dodici, ma i contrattempi, le angustie d'animo, e pi d'ogni cosa lo studio prosciugante continuo di una s immensamente vasta lingua, qual  la greca, mi aveano sviato e smunto il cervello, e credeva oramai impossibile ch'io concepissi pi nulla, n ci pensava neppure. Ma, non saprei dir come nel pi tristo momento di schiavit, e senza quasi probabilit, n speranza di uscirne, n d'aver tempo io pi, n mezzi per eseguire, mi si sollev ad un tratto lo spirito, e mi riaccese faville creatrici. Le prime quattro commedie adunque, che son quasi una divisa in quattro, perch tendenti ad uno scopo solo, ma per mezzi diversi, mi vennero ideate insieme in una passeggiata, e tornando ne feci l'abbozzo al solito mio. Poi il giorno dopo fantasticandovi, e volendo pur vedere se anche in altro genere ne potrei fare, almeno una per saggio, ne ideai altre due, di cui la prima fosse di un genere anche nuovo per l'Itaha, ma diverso dalle quattro, e la sesta poi fosse la commedia mera italiana dei costumi d'Italia quali sono adesso; per non aver taccia di non saperli descrivere. Ma appunto perch i costumi variano, chi vuol che le commedie restino, deve pigliar a deridere, ed emendare l'uomo; ma non l'uomo d'Italia, pi che di Francia o di Persia; non quello del 1800, pi che quello del 1500, o del 2000, se no perisce con quegli uomini e quei costumi, il sale della commedia e l'autore. Cos dunque in sei commedie io ho creduto, o tentato di dare tre generi diversi di commedie. Le quattro prime adattabili ad ogni tempo, luogo, e costume; la quinta fantastica, poetica, ed anche di largo confine, la sesta nell'andamento moderno di tutte le commedie che si vanno facendo, e delle quali se ne pu far a dozzina imbrattando il pennello nello sterco che si ha giornalmente sotto gli occhi: ma la trivialt d'esse  molta; poco, a parer mio, il diletto, e nessunissimo utile. Questo mio secolo, scarsetto anzi che no d'invenzione, ha voluto pescar la tragedia dalla commedia, praticando il dramma urbano, che  come chi direbbe l'epopea delle rane. Io all'incontro che non mi piego mai se non al vero, ho voluto cavare (con maggiore verisimiglianza mi credo) dalla tragedia la commedia; il che mi pare pi utile, pi divertente, e pi nel vero; poich dei grandi e potenti che ci fan ridere si vedono spesso; ma dei mezzani, cio banchieri avvocati, o simili, che si facciano ammirare non ne vediamo mai; ed il coturno assai male si adatta ai piedi fangosi. Comunque sia l'ho tentato; il tempo, ed io stesso rivedendole giudicher poi se debbano stare, o bruciarsi.



CAPITOLO TRIGESIMO
Stendo un anno dopo averle ideate la prosa delle sei commedie; ed un altr'anno dopo le verseggio; l'una e l'altra di queste due fatiche con gravissimo scapito della salute. Rivedo l'abate di Caluso in Firenze.

Pass pure anche quell'anno lunghissimo dell'800, la di cui seconda met era stata s funesta, e terribile a tutti i galantuomini; e nei primi mesi del seguente '801 non avendo fatto gli alleati altro che spropositi, si venne finalmente a quella orribil sedicente pace, che ancora dura, e tiene tutta l'Europa in armi, in timore, ed in schiavit, cominciando dalla Francia stessa, che a tutte l'altre dando legge, la riceve poi essa da un perpetuo console pi dura ed infame, che non la d.
Ma io oramai pel troppo sentire queste pubbliche italiane sventure fatto direi quasi insensibile, ad altro pi non pensava, che a terminare la mia gi troppo lunga e copiosa carriera letteraria. Perci verso il luglio di quest'anno mi rivolsi caldamente a provare le mie ultime forze nello stendere tutte quelle sei commedie. E cos pure di un fiato come le aveva ideate mi vi posi a stenderle senza intermissione, circa sei giorni al pi per ognuna; ma fu tale il riscaldamento e la tensione del capo, che non potei finire la quinta, ch'io mi ammalai gravemente d'un'accensione al capo, e d'una fissazione di podagra al petto, che termin col farmi sputare del sangue. Dovei dunque smettere quel caro lavoro, ed attendere a guarirmi. Il male fu forte, ma non lungo; lunga fu la debolezza della convalescenza in appresso; e non mi potei rimettere a finir la quinta, e scrivere tutta la sesta commedia, fino al fin di settembre; ma ai primi di ottobre tutte erano stese; e mi sentii sollevato di quel martello che elle mi aveano dato in capo da tanto tempo.
Sul fin di quest'anno ebbi di Torino una cattiva nuova; la morte del mio unico nipote di sorella carnale, il conte di Cumiana, in et di trent'anni appena; in tre giorni di malattia, senza aver avuto n moglie, n figli. Questo mi afflisse non poco, bench io appena l'avessi visto ragazzo; ma entrai nel dolore della madre (il di lui padre era morto due anni innanzi), ed anche confesser che mi doleva di veder passare tutto il mio, che aveva donato alla sorella, in mano di estranei. Che eredi saranno della mia sorella, e cognato, tre figlie, che le rimangono tutte tre accasate; una come, dissi col Colli d'Alesandria, l'altra con un Ferreri di Genova, e l'altra con il conte di Cellano d'Aosta. Quella vanitaduzza, che si pu far tacere, ma non si sradica mai dal cuore di chi  nato distinto, di desiderare una continuit del nome, o almeno della famiglia, non mi s'era neppure totalmente sradicata in me, e me ne rammaricai pi che non avrei creduto; tanto  vero, che per ben conoscer s stessi, bisogna la viva esperienza, e ritrovarsi nei dati casi, per poter dire quel che si . Questa orfanit di nipote maschio, mi indusse poi a sistemare amichevolmente con mia sorella altri mezzi per l'assicurazione della mia pensione in Piemonte, caso mai (che nol credo) ch'io dovessi sopravvivere a lei, per non ritrovarmi all'arbitrio di codeste nipoti, e dei loro mariti che non conosco.
Ma intanto quella quantunque pessima pace avea pure ricondotto una mezza tranquillit in Italia, e dal despotismo francese essendosi annullate le cedole monetarie s in Piemonte, che in Roma, tornati dalla carta all'oro s la signora che io, ella di Roma, io di Piemonte cavando, ci ritrovammo ad un tratto fuori quasi dell'angustia, che avevamo provato negli interessi da pi di cinque anni, scapitando ogni giorno pi dell'avere. Perci sul finire del suddetto '801 ricomprammo cavalli, ma non pi che quattro, di cui solo uno da sella per me, che da Parigi in poi non avea mai pi avuto cavallo, n altra carrozza che una pessima d'affitto. Ma gli anni, le disgrazie pubbliche, tanti esempi di sorte peggior della nostra, mi aveano reso moderato e discreto; onde i quattro cavalli furono oramai anche troppi, per chi per molti anni appena si era contentato di dieci, e di quindici.
Del rimanente poi bastantemente sazio e disingannato delle cose del mondo, sobrio di vitto, vestendo sempre di nero, nulla spendendo che in libri, mi trovo ricchissimo, e mi pregio assai di morire di una buona met pi povero, che non son nato. Perci non attesi alle offerte che il mio nipote Colli mi fece fare dalla sorella, di adoperarsi in Parigi, dove egli andava a fissarsi, presso quei suoi amici, ch'egli senza vergogna mi annovera e nomina nella sua seconda lettera che ho pure trascritta, di adoperarsi, dico, presso coloro per farmi rendere il mio confiscatomi in Francia, l'entrate ed i libri, ed il rimanente. Dai ladri non ripeto mai nulla; e da una risibil tirannide in cui l'ottener giustizia  una grazia, non voglio n l'una n l'altra. Onde non ho altrimenti neppure fatto rispondere al Colli nulla su di ci; come neppure nulla avea replicato alla di lui seconda lettera, in cui egli dissimula di aver ricevuta la mia risposta alla prima; ed in fatti permanendo egli general francese, dovea dissimular la mia sola risposta. Cos io permanendo libero e puro uomo italiano dovea dissimulare ogni sua ulteriore lettera, e offerta, che per qualunque mezzo pervenir mi facesse.
Venuto appena l'estate dell'802 (che l'estate, come le cicale io canto), subito mi posi a verseggiare le stesse commedie, e ci con lo stesso ardore e furore, con cui gi le avea stese e ideate. E quest'anno pure risentii, ma in altra maniera, i funesti effetti del soverchio lavoro, perch, come dissi, tutte queste composizioni erano in ore prese su la passeggiata, o su altro, non volendo mai toccare alle tre ore di studio ebdomadario di svegliata. Sicch quest'anno, dopo averne verseggiate due e mezza, nell'ardor dell'agosto fui assalito dal solito riscaldamento di capo, e pi da un diluvio di fignoli qua e l per tutto il corpo; dei quali mi sarei fatto beffe, se uno, il re di tutti, non mi si fosse venuto ad innestare nel piede manco, fra la noce esterna dello stinco ed il tendine, che mi tenne a letto pi di quindici giorni con dolori spasmodici, e risipola di rimbalzo, che il maggior patimento non l'ho avuto mai a' miei giorni. Bisogn dunque smettere anche quest'anno le commedie, e soffrire in letto. E doppiamente soffersi, perch si combin in quel settembre, che il caro Caluso che da molti anni ci prometteva una visita in Toscana, pot finalmente capitarci quest'anno, e non ci si poteva trattenere pi di un mesetto, perch ci veniva per ripigliare il suo fratello primogenito, che da circa due anni si era ritirato a Pisa, per isfuggire la schiavit di Torino celtizzato. Ma in quell'anno una legge di quella solita libert costringeva tutti i piemontesi a rientrare in gabbia per il d tanti settembre, a pena al solito di confiscazione, e espulsione dai felicissimi stati di quella incredibil repubblica. Sicch il buon abate, venuto cos a Firenze, e trovatomi per fatalit in letto, come mi ci avea lasciato quindici anni prima in Alsazia, che non c'eramo pi visti, mi fu dolce, ed amarissimo il rivederlo essendo impedito, e non mi potendo n alzare, n muovere, n occupare di nulla. Gli diedi per a leggere le mie traduzioni dal greco, le satire, ed il Terenzio, e il Virgilio, ed in somma ogni cosa mia fuorch le commedie, che a persona vivente non ho ancora n lette, n nominate, finch non le vedo a buon termine. L'amico si mostr sul totale contento dei miei lavori, mi diede in voce, e mi pose anche per iscritto dei fratellevoli e luminosi avvisi su le traduzioni dal greco, di cui ho fatto mio pro, e sempre pi lo far nel dare loro l'ultima mano Ma intanto sparitomi qual lampo dagli occhi l'amico dopo soli ventisette giorni di permanenza, ne rimasi dolente, e male l'avrei sopportata, se la mia incomparabile compagna non mi consolasse di ogni privazione. Guarii nell'ottobre, ripigliai subito a verseggiar le commedie, e prima dei [...] decembre, le ebbi terminate, n altro mi resta che a lasciarle maturare, e limarle.



CAPITOLO TRIGESIMOPRIMO

Intenzioni mie su tutta questa seconda mandata di opere inedite.
Stanco, esaurito, pongo qui fine ad ogni nuova impresa; atto pi a disfare, che a fare,
spontaneamente esco dall'epoca quarta virile, ed in et di anni cinquantaquattro e mezzo
mi do per vecchio, dopo ventotto anni di quasi continuo inventare, verseggiare,
tradurre, e studiare  Invanito poi bambinescamente dell'avere quasi che spuntata
la difficolt del greco, invento l'ordine di Omero, e me ne creo ?(((((((?cavaliero.

Ed eccomi, s'io non erro, al fine oramai di queste lunghe e noiose ciarle. Ma se io avea fatte o bene o male tutte le surriferite cose, mi conveniva pur dirle. Sicch se io sono stato nimio nel raccontare, la cagione n' stata l'essere stato troppo fecondo nel fare. Ora le due anzidette malattie in queste due ultime estati, mi avvisano ch'egli  tempo di finire e di fare e di raccontare. Onde qui pongo termine all'epoca quarta, essendo ben certo che non voglio pi, n forse potrei volendo, creare pi nulla. Il mio disegno si  di andare sempre limando e le produzioni, e le traduzioni, in questi cinque anni e mesi che mi restano per giungere agli anni sessanta, se Iddio vuole che ci arrivi. Da quelli in poi, se li passo, mi propongo, e comando a me stesso di non fare pi nulla affatto, fuorch continuare (il che far finch ho vita), i miei studi intrapresi. E se nulla ritorner su le mie opere, sar per disfare, o rifare (quanto all'eleganza), ma non mai per aggiungere cosa che fosse. Il solo trattato aureo Della vecchiaia di Cicerone, tradurr ancora dopo i sessanta anni; opera adattata all'et, e la dedicher alla mia indivisibile compagna, con cui tutti i beni o mali di questa vita ho divisi da venticinque e pi anni, e sempre pi divider.
Quanto poi allo stampare tutte queste cose che mi trovo, e trover fatte, ai sessanta anni, non credo oramai pi di farlo; s perch troppa  la fatica; e s perch stando come fo in governo non libero, mi toccherebbe a soffrire delle revisioni, e a questo non mi assoggetterei mai. Lascier dunque dei puliti e corretti manoscritti, quanto pi potr e sapr, di quell'opere che vorr lasciare credendole degne di luce; brucier l'altre; e cos pure far della vita ch'io scrivo, riducendola a pulimento, o bruciandola. Ma per terminare oramai lietamente queste serie filastrocche, e mostrare come gi ho fatto il primo passo dell'epoca quinta di rimbambinare, non nasconder al lettore per farlo ridere, una mia ultima debolezza di questo presente anno 1803. Dopo ch'ebbi finito di verseggiare le commedie, credutele in salvo e fatte, mi sono sempre pi figurato e tenuto di essere un vero personaggio nella posterit. Dopo poi che continuando con tanta ostinazione nel greco, mi son visto, o creduto vedere, in un certo modo padrone di interpretare da per tutto a prima rivista, s Pindaro, che i tragici, e pi di tutti il divino Omero, s in traduzione letterale latina, che in traduzione sensata italiana, son entrato in un certo orgoglio di me di una s fatta vittoria riportata dai quarantasette ai cinquantaquattro anni. Onde mi venne in capo, che ogni fatica meritando premio, io me lo dovea dare da me, e questo dovea essere decoro, ed onore, e non lucro. Inventai dunque una collana, col nome incisovi di ventitr poeti s antichi che moderni, pendente da essa un cammeo rappresentante Omero, e dietrovi inciso (ridi o lettore) un mio distico greco; il quale pongo qui per nota ultima(18), colla traduzione in un distico italiano. S l'uno che l'altro li ho fatti prima vedere all'amico Caluso, il greco, per vedere se non v'era barbarismo, solecismo, od errore di Prosodia; l'italiano, perch'ei vedesse se avea temperato nel volgare la forse troppa impertinenza del greco; che gi si sa, nelle lingue poco intese l'autore pu parlar di s pi sfacciatamente che nelle volgari. Approvati l'uno e l'altro dall'amico, li registro qui, perch non si smarriscano. Quanto poi alla collana effettiva, l'eseguir quanto prima, e la far il pi ricca che potr, s in gioielli, che in oro, e in pietre dure. E cos affibbiatomi questo nuovo ordine, che meritatolmi o no, sar a ogni modo l'invenzione ben mia, s'egli non ispetter a me, l'imparziale posterit lo assegner poi ad altri che pi di me se lo sia meritato. A rivederci, o lettore, se pur ci rivedremo, quando io barbogio, sragioner anche meglio, che fatto non ho in questo capitolo ultimo della mia agonizzante virilit.

VITTORIO ALFIERI

A d 14 maggio 1803. Firenze.


APPENDICE PRIMA
(cap. XIV)


CLEOPATRA PRIMA
Abbozzaccio

SCENA PRIMA Lachesi, Photino

PHOTINO
Della mesta regina i strazi e l'onte
chi nato  in riva al Nilo ormai non puote
di pi soffrir, alla vendetta pronte
foran l'Egizie genti, ove il consiglio
destar potesse un negghitoso core
ch alla vendetta non pospone amore;

LACHESI
Sconzigliata a te par l'alma regina,
son questi i sensi audaci e generosi
del tuo superbo cuor, ma pi pietosi
gira ver ella i lumi, e allora in pianto
forse sciogliendo i detti giusti e amari
vedrai che pria fu donna e poi regina
vedrai

PHOTINO
T'accheta, non fu doglia pari
a quella che mi strugge, e mi consuma,
de' Tolomei, l'illustre ceppo ha fine,
con lor rovina il sventurato Egitto,
bench di corte all'aura infida, nato
nome non  per me finto, o sognato
quel bel di patria nome, che nel petto,
invan mi avvampa, qual divino fuoco;
ma de' stati la sorte allor che pende
da un sol, quell'un tutti infelici rende.

LACHESI
Inutili riflessi: ora fra' mali
sol fia d'uopo il minor, possenti Dei,
voi che de' miseri mortali(19)
reggete colass le vite, e i fati
ah pria di me, se l'ire vostre io basto
tutte a placar, il pronto morir sia,
la vittima(20)
dell'infelice Antonio il rio destino
dove mai, ma che vedo, ecco s'avanza
Cleopatra, turbata.


SCENA SECONDA Cleopatra, Photino, Lachesi

CLEOPATRA
Amici ah se albergate ancor pietade,
nel vostro sen, se fidi non sdegnate,
voi ch'alle glorie mie parte gi aveste,
esser a mie sciagure ancor compagni,
deh non v'incresca il gir per mare(21)
per monti, o piani, o selve meco in traccia
di chi pi della vita ognor io preggio.
L'incauto pi dal vacillante trono
rimosse amor, il vincitor gi veggio
alla foce approdar sull'orme audaci
d'un'ingiusta fortuna, a morte pria
amor mi meni che a scorno o ad onta ria(22).
Questi, lo so, son d'infelice amante
non di altiera Regina, i sensi, e l'opre.
Forse m'han scelto i Dei per crudo esempio,
per far toccar alla pi rozza gente
che talor chi li regge, indegno, ed empio
fanne, per vil passion, barbaro scempio.

PHOTINO
Signora, il tuo patir, non che a pietade,
ma ad insania trarria uomini e fere,
e qual fra i poli adamantino core(23)
resisterebbe a' tuoi aspri lamenti,(24)
il fallo emendi, in confessarlo, e forse
tu se' la prima fralli R superbi,
che pieghi alla ragion l'altera fronte,
alla ragione a' vostri par ignota
o non dalla forza ancor distinta:
sozza non fu la lingua mia giammai
dal basso stil d'adulatori iniqui,(25)
il ver ti dissi ognor, Regina, il sai,
e tel dir finch di vita il filo
lasso, terrammi al tuo destino avvinto
cieco amor, vana gloria, al fin t'han spinto
a duro passo, e non si torce il piede,
altro scampo Photino oggi non vede
fuorch nel braccio e nell'ardir d'Antonio,
di lui si cerchi, a rintracciarlo volo
non men di lui parmi superbo, e fiero
ma assai pi ingiusto il fortunato Ottavio,
ah se l'aspre querele, e i torti espressi
sotto cui giace afflitta umanitade,
se vi son noti in ciel, saria pietade
il fulminar color che ingiusti e rei
vonno quaggi raffigurarvi, o dei. (Parte)(26)


SCENA TERZA Cleopatra, e Lachesi

LACHESI
O veridico amico, o raro dono
del ciel co' Regi di tal dono avari.(27)

CLEOPATRA
Veri, ma inutil foran i tuoi detti
se pi d'Antonio il braccio invitto a lato
non veglia in cura della gloria mia,(28)
disperata che fo? dove m'aggiro?
A infame laccio, a servil catena,
tender, dunque umile e supplicante
e collo e braccia, al vincitore altiero?,
Questi che gi di s bel nodo avvinti,
nodo fatal,(29) funesto amor! che pria
tua serva femmi, e poi di tirannia.

LACHESI
Signora, ancor della nemica Corte
tentati ancor non hai li guadi estremi
forse, chi s, s'alle nemiche turbe
avesse la Fortuna volto il dorso,
se Antonio coi guerrier fidi ed audaci,
rientrando in s, dalle lor mani inique,
non strapp la vittoria

CLEOPATRA
Ah n che fido
solo all'amor, pi non cur d'onore:
l'incauta fuga mia tutto perdette,
sol sconsigliata io fui, sola infelice,
almeno del Ciel placar potessi io l'ira
ma se a pubblico scorno ei mi riserva,
sapr con mano generosa, e forte
forse smentire i suoi decreti ingiusti:
non creder gi, che sol d'amante il core
alberghi in sen, ch'ancor quel di Regina
nobile, e grande ad alto fin m'invita,
l'infamia ai vil, morte all'ardir si aspetta,
dubbia non  fra questi due la scielta,
ma almen, potessi, ancor di Marco,(30)
dimmi, nol rivedr? per lui rovino,
lassa, morir senza di lui degg'io?

E su questo bell'andare proseguiva questo bel dramma, finch vi fu carta: e pervenne sino a met della prima scena dell'atto terzo, dove o cessasse la cagione che facea scriver l'autore, o non gli venisse pi altro in penna, rimase per allora arrenata la di lui debil barchetta, troppo anche mal allestita e scema d'ogni carico, perch'ella potesse neppur naufragare.
E parmi che i versi fin qui ricopiati sian anche troppi, per dare un saggio non dubbio del saper fare dell'autore nel gennaio dell'anno 1774.



APPENDICE SECONDA
(cap. XV)

PRIMO SONETTO

Ho vinto alfin, s non m'inganno, ho vinto:
spenta  la fiamma, che vorace ardeva
questo mio cuor da indegni lacci avvinto
i cui moti l'amor cieco reggeva.

Prima d'amarti, o Donna, io ben sapeva
ch'era iniquo tal foco, e tal respinto
l'ho mille fiate, e mille Amor vinceva
s che vivo non era, e non estinto.

Il lungo duol, e gli affannosi pianti,
li aspri tormenti, e i crudei dubbi amari
"onde s'intesse il viver degli amanti"

fisso con occhi non di pianto avari.
Stolto, che dissi?  la virt fra' tanti
sogni, la sola i cui pensier sian cari.



APPENDICE TERZA

Lettera del Padre Paciaudi

Mio Stimat.mo ed Amat.mo S.r Conte.

Messer Francesco s'accese d'amor per Monna Laura, e poi si disinnamor, e cant i suoi pentimenti. Torn ad imbertonarsi della sua Diva, e fin i suoi giorni amandola non gi filosoficamente, ma come tutti gli uomini hann'usato. Ella, mio gentil.mo Sig. Conte, si  dato a poetare: non vorrei che imitasse quel padre de' rimatori italiani in questa amorosa faccenda. Se l'uscir dai ceppi  stato forza di virt, com'ella scrive, conviene sperare che non andr ad incepparsi altra volta. Comunque sia per avvenire, il Sonetto  buono, sentenzioso, vibrato, e corretto bastamente. Io auguro bene per lei nella carriera poetica, e pel nostro Parnasso Piemontese, che abbisogna tanto di chi si levi un poco su la turba volgare.
Le rimando l'eminentissima Cleopatra(31), che veramente non  che infima cosa. Tutte le osservazioni ch'ella vi ha aggiunte a mano, sono sensatissime, e vere. Vi unisco i due volumi di Plutarco, e s'ella resta in casa, verr io stesso a star seco a desco per ricrearmi colla sua dolce societ. Sono colla pi ferma stima ed osservanza suo ec. Nota manus.

L'ultimo di Gennaio 1775.



APPENDICE QUARTA

(cap. XV)

COLASCIONATA PRIMA
sendo mascherato da Poeta sudicio.

Le vicende d'amor strane, ed amare
colla cetra m'appresto a voi cantare;
non vi spiacciale udir dal labro mio
che sincero dirolle aff d'Iddio.
Voi le provaste tutti, o le sentite,
onde se v'ingannassi, mi smentite.

Sventurato  colui ch'ama davvero:
sol felice in amor  il menzognero.
Ingannato  colui che non inganna,
e le frodi donnesche ei si tracanna.

Amor non  che un fanciullesco giuoco,
chi l'apprezza di pi, quant' da poco!
Eppur, miseri noi, la quiete, e pace
c'invola spesso il traditor rapace.

Pria che d'amar, paiono dolci i lacci,
cos creder ti fan con finti abbracci.
Cresce dappoi delle catene il peso
a misura che il sciocco resta acceso.
E quando egli  ben bene innamorato,
che dura  la catena ha gi scordato:
o se la sente ancor, la scuote invano,
ch'allacciata le vien da accorta mano.

L'innamorato stolto, un uom si crede,
e ch'un uom non  pi gi non s'avvede.
Delirando sen va sera, e mattina
e da lui la raggion fugge tapina.
Ogni giorno scemando il suo cervello,
gi non discerne pi, n il buon, n il bello,
va gli amici fuggendo, e ancor se stesso
fugge, per non sentir l'error commesso.
N l'ardisce emendar, piange, sospira,
contro il perfido amor, stolto, si adira.

La donna, ch'altro vuol ch'aspri lamenti,
con rimproveri accresce i rei tormenti:
e nel fiero contrasto ognor pi sciocco
l'innamorato sta, come un alocco.
Legge in viso ad ognun la sua sentenza,
e si rode il suo fren con gran pazienza,
la pazienza, virt denominata,
ma specialmente all'asino accordata.
L'innamorato almen sembrasse in tutto
al lascivo animal, immondo, e brutto.

Spesso lo muove poi fredda pazzia,
quella nera passion di gelosia.
Non sarebbe geloso, o il fora invano,
se palpasse la fronte con la mano.
Anime de' mariti a me insegnate
per non esser gelose, eh come fate?
Ho capito, di gi stufi ne siete,
n sempre invan recalcitrar volete.
Il coniugale amor vien presto a noia,
e nel letto sponsal forza  che muoia,
e stuffarsi pur denno anco gli amanti
di gettare per donna all'aure i pianti.
In somma:
l'innamorato f trista figura,
quando di farla buona ei s'assicura.
Ognun ride di lui, e n'ha ragione,
l'innamorato sempre  un gran beccone.

Io finisco col dirvi, amici cari,
voi ch'inghiottite ancor boccon s amari,
di spicciarvi al pi presto che possiate
delle donne che vosco strascinate.

Io gi rider vi ho fatto, e rido adesso
delle donne, di voi, e di me stesso.



COLASCIONATA SECONDA,
sendo mascherato da Apollo.

Cortesi donne, amati cavalieri,
cui non spiacque ascoltar la rauca cetra
di sporchissimo vate, il qual nell'etra
percosse sol, con li suoi detti veri;

voi attendete gi dal blando aspetto
ch'io ne venga a smentir quel vil cencioso
ch'ai sciapiti amator fu s noioso:
no, diverso pensier racchiudo in petto.
Io, ch'Apolline son; ma voi ridete?
E s lieve menzogna or vi stupisce?
Quando parla di s ciascun mentisce,
e ci spesso v'accade, e non ridete.

Io, ch'Apolline son, cantar disdegno
con stucchevoli carmi il rancio amore:
da pi strano pensier, pi grand'onore
conseguir ne vorrei, se ne son degno.

Io m'accingo a cantar della sciocchezza:
quest' un vago soggetto, e non cantato
bench spesso dai vati adoperato:
or sentite di lui l'alta bellezza.

Io comincio da voi, donne, e vi chieggio,
se non fossero sciocchi, i dolci sposi:
come fareste poi cogli amorosi?
Ecco che gi fra voi sciocchezza  in preggio.

E dirovvi di pi, se un scimunito
non scorgeste in chi v'ama al sol parlare,
impazzireste gi, per non sfogare
quello di civettar dolce prurito.

Oh quanto giubilate, voi zitelle,
se vi trovate aver le madri sciocche!
La scuola fate l di filastrocche,
che c'infilzate poi, leggiadre e belle.
Dunque, o donne, negar non mi saprete
che la nostra sciocchezza vi fa liete.
Passo agli uomini adesso, e ben distinti
in moltissime schiere li ravviso.
Oh quanta gioia appar dei figli in viso,
ch'aver stolidi i padri son convinti!

I lor vizi sen vanno nascondendo.
E se avvien ch'un molesto creditore
stufo di passeggiar mova rumore
il buon vecchietto allor paga ridendo.

Ed all'incontro poi li padri avari
quanto godon d'aver figliuoli stolti,
 ver che di questi non son molti,
che lor chedan consigli e non danari.

Da chi poi la stoltezza  pi ch'amata,
la cetra oscuramente qu li addita,
sono que' meschinelli, a cui la vita
la dabenaggin nostra ha gi donata.

Che diremo de' brutti bacchettoni:
percotendosi il petto, e lagrimuccie
costor spargon fra gonzi; alle donnuccie
di soppiatto facendo certi occhioni.

E voi ricchi, ed ignari alti Signori
alla volgar stupidit dovete
di comparire ognor quel che non siete.

Via ergetele un tempio, e ognun l'adori.
Voi altri Zerbinotti cascamorti,
che nella testa, neppur testa avete,
altro che freddi semi non chiudete,
se non vi fosser stolti, siete morti.

Voi famelici autori, e che fareste?
E se non fosse il volgo ignaro, e stolto
vi si vedria la fame pinta in volto,
chi sa, d'inanizion forse morreste.

Voi d'ogni autor peggiori, che spiate
le faccende d'ognuno, e poi le dite,
ed a chi non le cura le ridite,
della stoltezza voi, quasi abusate.

Voi che inimici al ver, gi posto in bando
crudamente l'avete, a chi direste
le sciapite bugiuzze, tacereste
se i stolti non le stessero ascoltando.

Le velenose lingue, e non acute
che di mordere han voglia, e mal lo fanno
cangieriano mestier, se il barbagianno
non le trovasse poi pronte ed argute.

Insomma canterei tre giorni interi,
n del ricco soggetto la bellezza,
n degli ornati suoi la vaga ampiezza
io descriver saprei: voglionvi Omri.

In due versi per composti a stento
spiegherovvi il fallace mio pensiero.
Dico, e ho inteso a dir che il mondo intiero
da stolidezza  retto a suo talento.

E voi che qui l'orecchie spalancate
per burlarvi di me, Censor severi,
e in vestigar miei carmi falsi e veri,
se lo stolto non fossi, allor che fate?

Ma tu cetra cantasti gi di tanti,
e chi strider ti fa vuol tralasciare,
no che sarebbe ingiusto, hai da cantare;
per la soddisfazion di tutti quanti.

Dir dunque di me, per mia disgrazia
che senza la stoltezza avrei tacciuto,
e forse molto meglio avria valsuto,
per conservar di voi la buona grazia,

O n poeti innata impertinenza!
Biasimare mi vu, m'innalzo al cielo,
eppur se penso a me io sudo e gelo
ed abusando v della pazienza.

Lascio giudici voi: sassi gettate
s'un Poeta vi paio da sassate
Io confesso pian pian, che vado altero
d'avervi detto scioccamente il vero.



COLASCIONATA TERZA

Apolline gi stufo di vagare,
n sapendo che far, s'infinge adesso
che l'ha pregato alcun di ricantare;

ma questo non  ver, se l'ha sognato.
Chi conosce i Poeti ha gi capito
ch'Apolline vuol esser corbellato.

M'accinger de' vizi a voi cantare.
No, che reggono il mondo, e a me potrebbe
da ci, biasimo e lutto ridondare.

Della virtude adunque:  contrabbando,
e tanti gli han imposta la gabella,
che quasi non si trova anche pagando.

Dir della bellezza delle donne?
Ah quanto dicon pi quei dolci sguardi
che additan che son Angeli fra gonne.

Canter della vita ogni vicenda,
ma se la vita  un sogno molto breve,
le vicende d'un sogno, e chi le intende?

D ricchi canterei se avessi fronte
come l'hanno i poeti tutti quanti,
e poi gi tai menzogne a voi son conte.

Dirovvi della morte; oh quanto  trista
non ne vorreste udir neppur parola,
ma nel pensarci mai, nulla s'acquista.

Dir di quest'alloro qualcosetta
il qual cingemi il crin modestamente.
Zitto, ch'io mel donai, lo strappo in fretta.

Farovvi di miseria un quadro bello.
 ver che non  vizio eppur si fugge,
n se ne parla mai: dov'ho il cervello?

Della felicitade, oh bel soggetto:
la va cercando ognun, chi l'ha trovata
di grazia me lo dica, ch'io l'aspetto.

Tema pi bello ancor: volete udirlo?
quest' la vanit: ma non lo canto
potrei parlar di me senza sentirlo.

Dir che sono un pazzo, e ben m'avvedo
che lo dite voi tutti anche tacendo.
Finisco, per non dir, ch'anch'io lo credo.



APPENDICE QUINTA
(cap. XV)

CLEOPATRA SECONDA

SCENA PRIMA Diomede, Lamia

DIOMEDE
E fia pur ver', che neghittosi, e vili
traggon gli Egizi, in ozio imbelle, i giorni
allor che i scorni replicati, e l'onte
dovrian destar l'alme a vendetta, e all'ire?
Cleopatra, d'amor ebra, e d'orgoglio
del suo regno l'onor, cieca, non cura,
o se pure l'apprezza, incauta, giace
di rea fiducia in seno, e forse, ignora
ch'a lieve fil, st il suo destino appeso.
M'affanna il duolo, a s funesto aspetto,
e bench avvezzo all'empia corte iniqua,
pi cittadin, che servo, oggi compiango
le pubbliche sciagure. Un finto nome
quel di patria non , che in cuor ben nato
arde, ed avvampa, qual divino fuoco,
ed invano i tiranni, un tanto amore
taccian' di reo delitto: al falso grido
s'oppon natura, e dice, ch' virtude.

LAMIA
Di Diomede son questi i sensi audaci.
Ti diede il Ciel, forse per tua sventura
un'alma forte, generosa, e fiera;
inutil dono a chi fra corti  nato.
Poich, dei Regi rispettando i falli
spesso adorar li deve: intanto i lumi
volgi men fieri, a mesta donna, inerme;
mira Cleopatra, impietosisci, e in pianto
scioglier ti vedo allor, gli amari detti.
In pianto s, n rifiutar lo puote
a s fatte miserie un'alma grande:
e rivendica ognor l'umanitade
gli antichi suoi sacri diritti, e augusti;
son gli infelici di piet ben degni,
ancor che rei.

DIOMEDE
Da me l'abbiano tutta;
ma quando sol desta piet, chi impera,
si piange l'uom, ma si disprezza il Rege.
Avvilita in Egitto  da molti anni
la maest dei trono ec. ec.

E basti di questa Seconda, per dimostrare che forse era peggio della Prima.



APPENDICE SESTA

Lettera del Padre Paciaudi

Pregiat.mo mio Sig. Conte.
Le rimando il suo originale in cui ho scritte le mie sincere ed amichevoli osservazioni. Parlando in generale io mi sono compiaciuto dei primi tratti della Tragedia. Spicca l'ingegno, l'immaginazione feconda, e il giudizio nella condotta. Ma con eguale schiettezza le dir, che non sono contento della poesia. I versi sono mal torniti, e non hanno il giro italiano. Vi sono infinite voci, che non son buone, e sempre la ortografia  mancante, e viziosa. Condoni alla mia natural ingenuit, e all'interesse, che prendo a ci che la risguarda, il presente avviso. Bisogna saper bene la lingua in cui si vuole scrivere. Perch non tiene ella sul tavolino la Ortografia Italiana, picciol volume in ottavo? Perch non legge prima gli Avvertimenti Gramaticali, che vanno aggiunti? Intanto ella osserver dalle mie molte postille, ch'io non ho voluto risparmiarle il tedio delle emendazioni Gramaticali. Sono in Lingua severo, scrupoloso, forse indiscreto. Ma questa volta il sono stato di pi, perch la propriet della lingua  la sola cosa che manchi al di lei lavoro. Vi sono de' pensieri grandi, degli affetti ben maneggiati, de' caratteri nobilmente sostenuti. Prosiegua con coraggio, ch difficile trovare chi scrivendo la prima volta cose tragiche vi sia meglio riuscito. Me ne congratulo seco nell'atto di rassegnarmi
tutto suo.



APPENDICE SETTIMA
(cap. XV)

CLEOPATRA TERZA
quale fu recitata nel Teatro Carignano

Atto primo

SCENA PRIMA Cleopatra, Ismene

CLEOPATRA
Che far?... Giusti Dei... Scampo non veggo
ad isfuggire il precipizio orrendo.
Ogni stato, bench meschino e vile,
mi raffiguro in mente; ogni periglio
stolta ravviso, e niun, fra tanti, ardisco
affrontare, o fuggir, dubbi crudeli
squarcianmi il petto, e non mi fan morire,
n mi lasciano pur riposo, e vita.
Raccapriccio d'orror; l'onore, il regno
prezzo non son d'un tradimento atroce;
ambo mi par di aver perduti; e Antonio,
Antonio, s, vedo talor frall'ombre
gridar vendetta, e strascinarmi seco.
Tanto dunque, o rimorsi,  il poter vostro?

ISMENE
Se hai piet di te stessa, i moti affrena
d'un disperato cuor; d'altro non temi,
che non pi riveder quel fido amante?
Ma ignori ancor, se vincitore, o vinto,
se viva, o no...

CLEOPATRA
E s'ei vivesse ancora,
con qual fronte, in qual modo, a lui davanti
presentarmi potr, se l'ho tradito?
Della virt qual  forza ignota,
se un reo neppur pu tollerarne i guardi?

ISMENE
No, Regina, non  s reo quel core,
che sente ancor rimorsi...

CLEOPATRA
Ah! s, li sento:
e notte, e d, e accompagnata, e sola,
sieguonmi ovunque, e il lor funesto aspetto
non mi lascia di pace un sol momento
Eppur, gridano invan; nell'alma mia
servir dovranno a pi feroci affetti;
n scorgi tu questo mio cuor qual sia.
Mille rivolgo altri pensieri in mente,
ma il crudel dubbio, d'ogni mal peggiore,
vietami ognor la necessaria scelta.

ISMENE(32)
Cleopatra, perch prima sciogliesti
l'Egize vele all'aura, allor che d'Azio
n'ingombravano il mar le navi amiche?
E allor che il Mondo, alla gran lite intento,
pendea per darsi al vincitore in preda,
chi mai t'indusse a cos incauta fuga?

CLEOPATRA
Amor non , che m'avvelena i giorni;
mossemi ognor l'ambizion d'impero.
Tutte tentai, e niuna in van, le vie,
che all'alto fin trar mi dovean gloriosa:
ogni passione in me soggiacque a quella,
ed alla mia passion le altrui serviro.
Cesare il primo, il crin mi cinse altero
del gran diadema: e non al solo Egitto
leggi dettai, che quanta Terra oppressa
avea gi Roma, e il vincitor di lei,
vidi talora ai cenni miei soggetta.
Era il mio cor d'alta corona il prezzo,
n l'ebbe alcun, fuorch reggesse il Mondo.
Un trono, a cui da s gran tempo avea
la virtude, l'onor, la f, donata,
non lo volli affidare al dubbio evento,
e alla sorte inegual dell'armi infide...
serbar lo volli: e lo perdei fuggendo;...
vacilla il pi su questo inerme soglio;
e a disarmare il vincitor nemico,
altro pi non mi resta che il mio pianto...
tardi m'affliggo, e non cancella il pianto
un tanto error, anzi lo fa pi vile.

ISMENE
Regina, il tuo dolor desta pietade
in ogni cor, ma la pietade  vana.
Rientra in te, riasciuga il pianto, e mira
con pi intrepido ciglio ogni sventura;
n soggiacer: ch'alma regale  forza
si mostri ognor de' mali suoi maggiore.
I mezzi adopra che parran pi pronti
alla salute, od al riparo almeno
del tuo regno.

CLEOPATRA
Mezzi non vedo, ignoto(33)
della gran pugna essendo ancor l'evento:
n error novello, ai gi commessi errori
aggiunger s, finch mi sia palese.
D'Azzio lasciai l'instabil mar coperto,
di navi, e d'armi, e d'aguerrita gente,
s che l'onda in quel d vermiglia, e tinta
di sangue fu, di Roma a danno ed onta.
Era lo stuol pi numeroso, e forte,
quel ch'Antonio reggea, e le sue navi,
ergendo in mar i minaccievol rostri,
parean schernir coll'ampia mole i legni
piccioli, e frali del nemico altero;
s, questo  ver; ma avea la Sorte,
e i Numi da gran tempo per lui Augusto amici;
e chi amici non gli ha, gli sfida invano.
Or che d'Antonio la fortuna  stanca,
or che d'Augusto mal conosco i sensi,
or che, tremante, inutil voti io formo,
n s per chi, della futura sorte
fra i dubbi orror, solo smaniando e in preda
a un mortal dolor, che pi sperare
mi lice omai? tutto nel cuor mi addita,
che vinta son, che non si scampa a morte,
e a morte infame.

ISMENE
Non  tempo ancora
di disperare appien del tuo destino.
Chi pu saper, s'alle nemiche turbe
non avr volto la fortuna il tergo;
ovver se Augusto vincitor pietoso
a te non render quanto ti diero
un d, Cesare, e Antonio.

CLEOPATRA
Il cor nutrirmi
potr di speme, allor che ben distinti
ravviser dal vincitore il vinto;
ma in fin che ondeggia infra i rivai la sorte
trapasser miei d mesti e penosi,
in vano pianto; e di dolor non solo
io pianger, ma ancor di sdegno, e d'onta.
Ma Diomede s'appressa..., il cuor mi palpita.


SCENA SECONDA Diomede, Cleopatra, Ismene

CLEOPATRA
Fedel Diomede, apportator di vita,
o di morte mi sei?... Che rintracciasti?
Si comp il mio destin?... parla

DIOMEDE
Regina,
i cenni tuoi ad adempir n'andava,
quando scendendo alla marina in riva
vidi affollar l'insana plebe al porto,
confuse grida udii, s'eran di pianto,
di gioia, o di stupor, nulla indagando,
v'andai io stesso, e la cagion funesta
di tal romor, purtroppo a me fu nota.
Poche sdruscite, e fuggitive navi,
miseri avanzi dell'audaci squadre,
eran l'oggetto de' perversi gridi
del basso volgo, che schernisce ognora
quei, che non teme.

CLEOPATRA
E in esse eravi Antonio?

DIOMEDE
Canidio, Duce alla fuggiasca gente
credea trovarlo, cc. ec.

E su questo andare proseguiva tutta intera, piuttosto lunghetta, essendo di versi 1641. Numero al quale poi non sono quasi mai pi arrivato nelle susseguenti tragedie che ho scritte sino in venti, allorch forse mi trovava poi aver qualcosa pi da dire. Tanto vagliono per l'esser breve i mezzi del poter dire in un modo piuttosto che in un altro.



APPENDICE OTTAVA
(cap. XV)

Lettera del Conte Agostino Tana
Aristarco all'autore.

Voi m'avete scelto per lo vostro Aristarco, io contraccambio l'onore che m'avete fatto, col non ricusarlo. Preparatevi dunque alla pi severa inesorabil censura; e quale pochi hanno il coraggio di farla, pochissimi di soffrirla. Io sar fra i pochi, e voi fra i pochissimi annoverato. La Plebe letteraria, lusinghiera, mendace, e tracotante, non  avvezza certamente a comportarsi in simil guisa: presenti, si lodano senza ritegno; lontani, si biasimano, e si tradiscono senza rossore. Tal cosa non potr accadere giammai fra l'amico Censore, e l'autore di questa Tragedia.



APPENDICE NONA
(cap XV)

I POETI
Commedia in un atto
recitata nel Teatro stesso, dopo la Cleopatra

SCENA PRIMA Zeusippo, solo

ZEUSIPPO: Ah misero Zeusippo! e a che ti serve di esserti nell'accademia degli stupidi alteramente denominato, il Sofoclo, mentre si avvicina l'ora in cui ti sar barbaramente discinto il coturno? io sudo e gelo nel pensare all'esito della mia povera tragedia. Ma che diavolo di capriccio fu questo, di voler balzar d'un salto in cima al Parnasso, e scrivere il poema il pi difficile a ben eseguirsi, prima quasi d'aver finito d'imparare gli elementi grammaticali della toscana favella? ardir veramente Poetico.  Ma queste riflessioni bisognava farle avanti; ora son tarde, e ridicole.  Eppure non mi posso far animo, e tremo come se io avessi fatto una bricconeria: ma  meglio assai di farla, che di scrivere una cattiva tragedia. Non tutti i bricconi tremano;  vero poi, che n anche tutti i cattivi poeti. Zeusippo, segui tracotante le orme dei poetastri, e se spiacer la tragedia, concludi ad esempio loro, che il Publico non ha gusto, non ha discernimento; che giudica per invidia; e che tu sei un eccellente poeta.  Muse, castissime, bench da tanti profanate; biondo Apollo, la di cui cetra  assai miglior della mia; orgoglioso Pegaso, che s sovente inciampi quando sei carico dal soverchio peso d'un cattivo cavalcatore; tu che s raramente spieghi per noi le tue ale per innalzarti a volo: tutti, tutti v'imploro in queste penosissime circostanze. Affascinate gli occhi e gli orecchi de' spettatori, s che l'infelice Cleopatra appaia lor degna almeno di compassione.  Ma voi, barbare Deit, sorde vi mostrate: io vi abbandono, non fo pi versi; siete troppo ingrate: dir del male di voi, far un madrigale; disonorer tutta la vostra famiglia: tremate.

Apollo al par di me tristo, e meschino
dal cielo in bando, esule, e ramingo
ti festi pastorello, poverino,
in Tessaglia d'Admeto; e ognor solingo
non ne sapesti pur servare il gregge;
te l'invol Mercurio... te l'invol
Mercurio;... Te l'invol Mercurio...
diavolo, la rima in egge m' mancata, e la non vuol venire. Va, che sei felice, Apollo; che se la rima veniva...


SCENA SECONDA Orfeo, Zeusippo

ORFEO: Amatissimo Zeusippo, che fai? mi par che tu sii turbato. Sempre nuovi pensieri, eh? componi componi...
ZEUSIPPO: Signore Orfeo straccione, la non mi corbelli. Io gi ho rinunziato alla poesia; e stavo facendo qualche rime per vendicarmi d'Apollo; e poi finisco; non ne vo pi sapere...
ORFEO: Farete male, male assai. E qual disgrazia v 'obbliga a rotolar dal Parnasso? La vostra tragedia credo avr un ottimo successo. Ho visto moltissima gente affollarsi all'entrata: questo  buon segno. Io ci sarei andato pure, se mi aveste regalato il viglietto; ma ve ne siete scordato. Eppure vi avrei potuto giovar molto, col battere delle mani a proposito, coll'esclamare con entusiasmo: Oh che bella parlata! Che scena! Che sentimenti! Siccome ho ancor io (non fo per dire) un qualche grido nella letteraria repubblica, quei pochi sciocchi che mi avrebbero circondato avrebbero anch'essi caldamente applaudito; e forse, forse...
ZEUSIPPO: No, caro Orfeo; questi son mezzi troppo vili; e, dovendovi regalare, amico, non vi darei un viglietto d'ingresso; non avete bisogno di pascervi lo spirito; sono altre necessit pi essenziali a noi poeti; e se fossi ricco, ricompenserei in altro modo la vostra sviscerata amicizia. Ma, credete', che pur troppo l'ingegno non f fortuna; e nel vederci accoppiati, chiunque ci prenderebbe per la Discordia e l'Invidia, quali si dipingono dai poeti e pittori. Ah duro mestiere in vero  quello, che noi pratichiamo. Come fate voi, Orfeo, per avere una faccia cos allegra e gioiosa? Credo che n il Tasso, n il Petrarca, n alcun altro fra i pi celebri poeti d'Italia, avessero mai un viso, un portamento cos altero, e cos contento di s medesimo. Io all'incontro poi, pallido, smunto, macilento, ed egro, porto scritti in fronte tutti i pi funesti attributi della poesia infelice.
ORFEO: Questo a voi st benissimo. Cos dev'essere il poeta tragico; sempre pensieroso, guardar bieco, trattar la fame eroicamente; lodar poco, o di nascosto: domandar mercede nelle dedicatorie; scegliere i pi alti signori per indirizzarli i suoi componimenti, s perch meno degl'altri gli intendono, s perch pi d'ogni altro si mostrano generosi. Io all'incontro, devo aver faccia di Lirico, e questa dev'essere gioviale, allegra, ridente, sardonica, ma non pingue, perch non sarebbe poetica. Io con un sonetto mi rendo amico un innamorato sciapito che vuoi lodar la sua Diva, ma che disgraziatamente non ha imparato nei suoi primi anni a leggere. Io con un epitalamio m'invito destramente ad un convito di nozze, e col poeticamente mi sfamo per parecchi giorni. Io con un madrigaletto, con un epigramma, che s io, con altre simili bagatelle, mi v procurando giorni felici, riputazion mediocre; e dal mio basso inalzo ridendo gli sguardi temerari sino alle pi alte piume del cimiero de' tragici, e non li invidio.
ZEUSIPPO: Ah, non insultare cos il coturno. Io, non volendo abbandonar la poesia, preferirei di gran lunga il morir di fame in compagnia de' miei attori al quint'atto di una mia mediocre tragedia, all'arricchirmi componendo madrigali e sonetti.  Ma qualcuno si appressa: io tremo di bel nuovo. Oh cielo! vien l'emulo Leone; egli ha un'aria soddisfatta; la Cleopatra non  piaciuta; io son perduto.

SCENA TERZA Leone, Zeusippo, Orfeo

LEONE: Amici, oh che felice incontro! Zeusippo, vi ho ascoltato con molto piacere: dovete trovarvi anche voi al teatro, avreste fatto sobissar la platea dagli applausi.
ZEUSIPPO: Via, signor Leone, voi mi dite troppo; non vi credo; e non ho ancora il viso bastantemente sciacquato da Ippocrene, per presentarmi al pubblico senza arrossire: credo sarei morto d'affanno, se io mi trovava alla rappresentazione.
LEONE: Eh, che rossore? questo non  color poetico; scacciate coteste fanciullesche imaginazioni. Componete, rappresentate voi stesso, seguite gl'impulsi del genio Febeo, e non arrossite mai.
ZEUSIPPO: Seguir il consiglio, che voi mi predicate ancor pi efficacemente con l'esempio, che colle vostre lusinghiere parole. Ma, alle corte; noi due ci corbelliamo l'un l'altro; siamo entrambi, poeti, tragici entrambi, entrambi forse cattivi: noi non ci possiamo amare, potressimo per giovarci vicendevolmente, se volessimo francamente parlare l'uno dei componimenti dell'altro; e ci, con quella pietosa fratellevole discrezione, che sogliono aver fra di loro gli autori ec.

E basta: perch non ce n'entra pi; e perch troppo ce n' entrato fin qui.



APPENDICE DECIMA

CAPITOLO PRIMO

Cetra, che a mormorar soltanto avvezza,
indagasti finor spietatamente
i vizi, e n'hai dimostra la laidezza:
tu che in mano ad un vate impertinente
che le publiche risa nulla apprezza,
bench stolta, credesti esser sapiente,
e di che canterai, e con qual fronte?
infra uno stuol s venerando e augusto?
tu che neppur vedesti il sacro fonte.
O temeraria cetra, e vuoi dar gusto
cicalando di cose a te mal conte
sacre al gelido Scita e al Libio adusto?
Chi condottier ti fra all'alta impresa?
Nelle Muse non spera, a te gi sorde
s'armerebbero invan per tua difesa.
Rompi, stritola, o abbrucia le tue corde
se da fuoco divin non vieni accesa;
deluderai cos le Parche ingorde.
Quanti Numi in inferno, o in cielo, o in onda
i favolosi Greci un d crearo,
tutti frano vani, ognun si asconda.
Tu, chi invocar non sai; io te l'imparo:
inalza il vol dalla terrena sponda,
scorgi un Nume maggior, e a noi pi caro.
In supremo Fattor dell'orbe intero
rimira, e poi impallidisci, e trema,
e se tant'osi, a lui richiedi il vero.
Per lui fia in te gi l'gnoranza scema,
egli ti additi il murator primiero,
del grand'Ordine infin l'origo estrema.
E se pur ti svelasse un tanto arcano,
avresti tu s nobili concetti
e ad inalzare il vol bastante mano?
Ah scusatela s, fratei diletti,
non ragiona l'insana, oppur delira
quando canta di voi con versi inetti.
Cetra, di gi tu m'hai destato all'ira.
Taci, rispetta, credi, e umil t'inchina,
tanto e non pi concede or chi t'inspira.
Tu cantar de' misteri, tu meschina?
che la semplice Loggia, e quanto acchiude,
mal descriver sapresti, ahi poverina!
Di quel raggio d'angelica virtude,
che in viso al Venerabile sfavilla,
come cantar con le tue voci crude?
Come, quella di noi dolce pupilla,
il Primo Vigilante, in cui s'arresta
quando emana dal trono ogni scintilla?
Come il Secondo, che la Loggia assesta
colla fida presenza, ed implorato
di avvicinarsi al Trono, a ci s'appresta?
Come di quei che al gran Maestro a lato
siedono maestosi Consiglieri,
che il tempo infra i Misteri han consumato?
Come, di quei ch'armato il braccio, e fieri
ai Profani vietando ognor l'ingresso,
giustamente sen van di tanto altieri?
Come, di quel che all'opra s indefesso,
necessario Censor, vi molce e accheta,
e s nobile esempio d lui stesso?
Come, di quel che nella steril meta
di vane Cerimonie a cui presiede
n'adempisce il dover con faccia lieta?
Come, di quel, cui l'instancabil piede,
(a noi non Servo, ma Fratel diletto)
la lautissima mensa oggi provvede?
Come di quel che con s dolce affetto
serve e v'illustra con la penna arguta
secretaro gentile, a tutti accetto?
Cetra, ti veggo gi stupida e muta,
se intraprendi parlar del Sacro Quadro
che i Profani in Fratelli ci commuta,
che diresti tu poi di quel leggiadro
baldacchin del Maestro, il quale al cielo
di coprirlo divieta, invido ladro?
Fora inutile, e stolto anche il tuo zelo,
se t'accingessi a dir dell'alma Stella,
cui pi lucido il Mastro oggi d velo.
L'emblematica ancor Trina Facella,
e le Sante Colonne, e il Tempio antico,
richiederian pi nobile favella.
Dunque taci, balorda, io tel ridico
e tel dicono pure a un tempo istesso
color che l'Architetto han per amico.
Se d'arrossir ti fora ancor concesso,
pensando solo alla scabrosa impresa,
cetra, davver tu arrossiresti adesso.

E qui finiva questa eterna invocazione alla cetra, la quale rispondeva da par sua. Strano  che fatti tanti versi inutili, non ve ne aggiungessi uno in fine necessario, per chiudere il capitolo con la rima secondo le regole. Ma niuna regola mi s'era ancor fitta in capo.



APPENDICE UNDICESIMA
(cap. XVII)

Lettera della madre dell'autore

Carissimo, ed amatissimo figlio,
Li 8 corrente scrissi al Sig. Abate di Caluso acci vi facesse una proposizione di matrimonio avvantaggioso, che vi si offre con una figlia di famiglia distintissima per padre e madre, ed erede della maggior parte del bene paterno; il qual padre, per essere stato molto amico del vostro, desidererebbe di dare a voi la sua figlia a preferenza di ogni altro, per il desiderio di far rivivere la casa Alfieri in questa citt. Vi ho fatto fare questa proposizione per mezzo del vostro amico, sperando che egli forse avrebbe avuto il dono di persuadervi; ed anche, acci con lui foste pi in libert, senza timore di contristarmi, di dare il vostro sentimento perch Dio sa quanto vi amo, e se io potessi mai idearmi niente in questo mondo di mia maggior consolazione e conforto, che di rivedervi e ristabilito nel paese e nella stessa vostra citt; ma pure non vorrei contribuire ad una vostra risoluzione che non fosse di vostro genio o di vostra convenienza, perch io ci son pi per poco in questo mondo; e per non vi  da aver riguardo a me per un tal vincolo. Per sto aspettando la vostra definitiva determinazione per dare la risposta a chi si interessa per la Damigella, e spero di averla o da voi medesimo, o per mezzo del Sig. Abate di Caluso, al quale vi prego di porgere i miei complimenti.
Mio marito vi saluta caramente.
Ed abbracciandovi con tutto l'affetto, sono
Vostra affezionatissima Madre.
Asti, 22 agosto 1787.

Essendo io per natura poco curioso, non ho mai poi ricercato n saputo, n indovinato chi potesse essere questa mia destinata sposa: n credo che l'amico lo sapesse egli stesso, non glie lo domandai, n mostr di saperlo.



APPENDICE DODICESIMA
(cap. XXI)

Monsieur.
Vous ne deviez poin douter que la Marque de Votre Souvenir, et de linteret que Vous avez la bont de prendre a mon Sort, ne me soit sensible et reu avec reconnoissance, d'autant plus que je ne puis Vous regarder comme l'auteur de mon Malheur puis qui je ne suis poin Malheureuse quoique la Sensibilit et la droiture de Votre Ame Vous le fasse craindre. Vous te au contraire la cause de ma deliverance d'un Monde dans lequel je nettoit aucunnement form pour exister et que je n'ai iamais seule Instant regrett. Je ne sais si en cela j'ai tort ou si un degr de fermet ou de fiert blamable me fait Illiusion, mais Voila comme j'ai constanment vu ce qui m'est arriv et je remercie la providence de m'avoir plac dans une situation plus heureuse peut etre que je n'ai mrit. Je jouis d'une sant parfaite que la Liberte et la tranquilite augmnte, je ne cherche que la Societ des personnes Simples et Honnetes qui ne pretendent ny a trop de gnie ny a trop de connoissances acquises, qui embrouille quelquefois la Cause, et au deffaut des quelles je me suffit a moimme par le moyen des Livres, du Dessin, de la musique etc., mais ce qui massure le plus le fond d'un bonheur et d'une Satisfaction rel, et L'amitie et L'affection inmuable d'un Frre que j'ai toujours aim par desus tout le monde, et qui possede le meilleur des coeurs.
C'est pour me confermer a Votre Volont que je vous ai fait un detaille aussi long de ma Situation et permett moi a mon tour de Vous assurer du plaisir sensible que me cause la connoissance du bonheur dont vous Jouissais et que je suis persuade que Vous avez toujours merit. J'ai souvent depuis deux ans entendu parler de Vous avec Plaisir, a Paris comme a Londre, ou l'on admire et estime Vos ecrits que je n'ai poin pu parvenir  Voir. Lon dit que Vous te attach a la Princesse avec laquelle Vous voyag, qui par sa Phisionomie Ingenue et Sens paroit bien faite pour faire le bonheur dune ame aussi Sensible et delicate que la Votre: l'on dit aussi quelle Vous craint, je vous reconnois bien la, sens le desirer ou peut etre vous en aperevoir Vous avez Iresistablement cet assendant sur tous ceux qui Vous aime.
Je vous desire du fond de mon Coeur la continuation des biens et des plaisir rel de ce monde, et si le hasard fait que nous nous recontrions encore j'aurai la plus grande satisfaction  lapprendre de Votre Main. Adieu.
Penelope
Douvres ce 26 aoust.



APPENDICE TREDICESIMA
(cap. XXVI)

(traduzione dell'Alfieri)
Al Dottissimo
TOMMASO CALUSO
questi preposteri trastulli di giovinetto
quinquagenario
VITTORIO ALFIERI
il menomo de' discepoli
agli elementi greci in un biennio per s stesso
ammaestrato mandava l'anno 1797.
Poich, o carissimo, dominando presso che per tutto gli schiavi boia, sul capo a ciascun buono sempre sovrasta la scure, e ci ammonisce Pindaro, che

L'et ingannevol pende
sugli uomini, volgendo della vita
il corso e la partita:

ho risoluto di tutte l'opere mie sino al d d'oggi, che sono il totale avere (se alcun saranno mai) veramente mio, almeno l'indice de' titoli deporre presso di te quasi in tempio, che il salvi. Sta sano.



APPENDICE QATTORDICESIMA
(cap. XXVI)
Monsieur le Comte.

Un Franais ami des lettres, pntr depuis longtemps d'admiration pour votre gnie et vos talents, est assez heureux pour pouvoir remettre entre vos mains un dpt trs prcieux que le hasard a fait tomber dans les siennes.
Il habite en ce moment une partie de l'Italie qui se glorifie de vous avoir vu natre, et une ville o vous avez laiss des souvenirs, des admirateurs, et sans doute aussi des amis. Veuillez crire  l'un de ces derniers, et le charger de venir confrer avec lui sur cet objet. Le premier signe de votre accession  la correspondance qu'il dsire ouvrir avec vous, Monsieur le Comte, lui permettra de vous exprimer avec plus d'tendue et de libert les sentiments dont il fait profession pour l'un des hommes qui, sans distinction de pays, honorent le plus aujourd'hui la rpublique des lettres.
Turin, le 25 Floral an 6 de la Rpublique Franaise
(4 Mai 1798. v. st.)
Ambassadeur de la Rp. Fran.
 la Cour de Sardaigne,
Membre de l'Institut N. Ginguen de France.

Sig. Ambasciatore
Padron mio Stimatissimo,

Le rendo quante so pi grazie per le gentilissime espressioni della di lei lettera, e per la manifesta intenzione ch'ella mi vi dimostra di volermi prestare un segnalato servigio, non conoscendomi. Per adattarmi dunque pienamente ai mezzi ch'ella mi propone, scrivo per questo stesso Corriere al Sig. Abate di Caluso, Segretario di codesta Accademia delle Scienze, pregandolo di conferire sul vertente affare col Sig. Ambasciatore qualora egli ne venga richiesto. Questi  persona degnissima, e certamente le sar noto per fama: egli  mio specialissimo ed unico amico, e come ad un altro me stesso ella pu sicuramente affidare qualunque cosa mi spetti.
Non so qual possa essere codesto prezioso deposito ch'ella si compiace di accennarmi: so, che la pi cara mia cosa e la sola oramai preziosa ai miei occhi, ell' la mia totale indipendenza privata, e questa anche a dispetto dei tempi, io la porto sempre con me in qualunque luogo o stato piaccia alla sorte di strascinarmi.
Non  perci di nulla minore la gratitudine ch'io le professo per la di lei spontanea e generosa sollecitudine dimostratami. E con tutta la stima passo a rassegnarmele
Firenze d 28 Maggio 1798.
Suo Devotiss. Servo
Vittorio Alfieri

Monsieur le Comte.

Turin le 16 Prairial an 6 de la Rp. Fra.
(4 juin 1798. v. st.)
Vous ne pouviez choisir, pour recevoir la confdence que j'avois  vous faire; aucun intermdiaire qui me ft plus agrable que Mr. l'Abb de Caluso, dont je connois et apprcie la science, les talens, et l'amabilit. Je lui ai fait ma confession et lui ai remis le prcieux dpt dont je m'tois charg. Vous reverrez des enfans qui ont fait, qui font encore, et feront de plus en plus du bruit dans le monde. Vous les reverrez dans l'tat o ils toient avant de sortir de la maison paternelle, avec leurs premiers dfauts, et les traces intressantes des triples soins qui les en ont corrigs.
Je remets donc entre les mains de votre ami, ou plutt dans les vtres, Monsieur le Comte, toute votre illustre famille.
Ne me parlez point, je vous prie, de reconnoissance. Je fais ce que tout autre homme de lettres et sans doute fait  ma place, et nul certainement ne l'et fait avec autant de plaisir, ni par consquence avec moins de mrite. Mr. l'Abb de Caluso vous dira la seule condition que je prenne la libert de vous prescrire, et j'y compte comme si j'en avois reu votre parole.
Je joins ici, Monsieur le Comte, la liste de vos livres laisss  Paris; tels qu'ils se sont trouvs dans un des dpts publics, et tels qu'on les y conserve, l'ignore comment ils y ont t placs sous le faux pretexte d'migration. Tout cela s'est fait dans un tems dont il faut gmir, et o j'tois plong dans un de ces antres dont la tyrannie tiroit chaque jour ses victimes. Jt depuis dans les fonctions publiques qui ne sont pour moi qu'une autre captivit j'ai eu le bonheur de dcouvrir dans un des tablissements dont j'avois la surveillance gnrale, vos livres, dont j'ai fait dresser la liste. Veuillez, Monsieur le Comte, reconnoitre si ce sont  peu prs tous ceux que vous aviez laisss. S'il en manquoit d'importans, faitesen la note, autant que vous le pourrez, de mmoire, ou ce qui voudroit mieux, recherchez si vous n'en auriez point quelque part le catalogue.
Je ne demande ensuite que votre permission pour rclamer le tout en mon propre nom et sans que vous soyez pour rien dans cette affaire. Je conois tous les motifs qui peuvent vous faire dsirer que cela se traite ainsi, et je les respecte.
Je vous prviens, Monsieur le Comte, que parmi vos livres imprims, il s'en trouvera un de moins: ce sont vos oeuvres. Dans l'tude assidue que je fais de votre belle langue, la lecture de vos tragdies est une de celles o je trouve le plus de fruit et de plaisir. Je n'avois que votre premire dition: je me suis empar de la seconde (celle de Didot). L'exemplaire que j'ai a pourtant deux dfauts pour moi, celui d'tre trop richement reli, trop magnifique, et celui de ne m'tre pas donn par vous. Si vous avez  votre disposition un exemplaire broch, de la mme dition, ou d'une dition postrieure faite en Italie, je le recevrai de vous avec un plaisir bien vif, comme un tmoignage de quelque part dans votre estime, et je remettrai  Mr. l'Abb de Caluso l'exemplaire trop riche, mais unique, qui reste chez moi, et qui n'y reste pas oisif.
Le sort a voulu que de tous les Franais envoys presque en mme temps dans les diverses rsidences d'Italie, celui qui aime le plus ce beau pays, sa langue, ses arts, qui et mis le plus de prix  le parcourir et en et peuttre d'aprs ses tudes antrieures rtir le plus de fruit littraire, a t fix dans le pristyle du temple, sans savoir s'il sera permis d'y entrer.
J'ai maintenant une raison de plus pour dsirer bien ardemment d'aller au moins iusqu Florence. Je m'estimerois infiniment heureux, Monsieur le Comte, de pouvoir m'y rendre auprs de vous, et de faire personnellement connoissance avec un homme qui honore sa nation et son sicle, par son gnie, et par l'lvation des sentimens qui respirent dans ses ouvrages.
Agrez, je vous prie, l'assurance de ma profonde estime, de mon admiration et de mon entier dvouement.
Ginguen
Membre de l'Institut N. de France,
Ambassadeur de la Rp. Franaise
prs SM le roi de Sardaigne.


Padrone mio stimatiss.

11 Giugno 1798.
Poich'ella ha letto e legge qualche volta alcune delle mie opere, certamente  convinta, che il mio carattere non  dissimulare. Le asserisco dunque candidamente, che quanto mi  costato di dover pure rispondere alla prima sua lettera, altrettanto con ridondanza di cuore io replico a questa seconda; poich in una certa maniera senza essere n impudente n indiscreto, separando il Sig. Ginguen letterato dall'Ambasciator di Francia, io posso rispondere al figlio d'Apollo soltanto. Le grazie ch'io le rendo per il servigio segnalatissimo da lei prestatomi, saran molto brevi; appunto perch il beneficio  tale da non ammettere parole. Le dico dunque soltanto che il di lei procedere a mio riguardo  stato per l'appunto quello che io in simili circostanze avrei voluto praticare verso lei, non poco pregiandomi di poterlo pur fare. Circa poi al segreto su di ci, che per via del degnissimo Abate di Caluso mi viene inculcato, e che a lei fu promesso in mio nome dall'amico, io lo prometto di bel nuovo per ora, e lo debbo osservare: ma non glie lo prometto certamente per dopo noi, e mutati i tempi. L'esser vinto in generosit non mi piace. Onde se mai le mie tragedie avran vita, non  giusto che chi generosamente salvava la loro deformit primitiva dall'essere forse appalesata e derisa, non ne riporti quel testimonio solenne di lealt meritato. Intanto a quell'esemplare di esse, ch'ella mi dice di aver presso s, coi due soli difetti di essere troppo pomposamente legate, e non donatele da me stesso, gi gli vien tolto il secondo difetto da questo punto, in cui mi f un vero pregio di tributargliele; ed ella mi mortificherebbe veramente se non si degnasse accettarle; corregger poi il primo difetto, con ispedirgliene altra copia ed aggiungervi alcune altre mie operette, che tutte pi umilmente legate, avranno cos un abito pi conforme alla loro persona.
Quanto poi a quella nota de' miei libri ch'ella si  compiaciuta di trasmettermi; offrendomi con delicatezza degna di lei d'intromettersi per la restituzione di essi, senza ch'io ci apparisca in nessuna maniera; le dir pure sinceramente, che non lo gradirei, ed eccogliene le ragioni. I libri da me lasciati in Parigi erano assai pi di 1500 volumi, fra' quali erano tutti i principali Classici Greci, Latini e Italiani. La lista mandatami non contiene che circa 150 volumi e tutti quanti libri di nessun conto. Onde vedo chiaramente che il totale de' miei libri  stato o disperso, o tolto via, o riposto in diversi luoghi. Il rintracciarlo dunque riuscirebbe cosa od impossibile, o difficilissima, penosissima, e fors'anche pericolosa; o almeno di gran disturbo per lei, quando io avessi la docilit indiscreta di acconsentire alle sue esibizioni.  chiaro che non si pu riaver cosa tolta, senza ritorglierla a qualch'altro; e le restituzioni volontarie son rare; le sforzate sono odiose, e non senza pericoli. Aggiunga poi che gran parte di quei libri stessi io gli ho poi successivamente ricomprati in questi sei anni dopo la mia partenza di Parigi; tutte queste considerazioni m'inducono a ringraziarla senza prevalermi dell'offerta: oltre che poi meglio d'ogni altra cosa si conf col mio animo il non chieder mai nulla n direttamente n indirettamente, da chi che sia.
Desidero di potere, quando che sia, in qualche maniera testimoniarle la mia gratitudine, e la stima con la quale me le professo.

Suo Devotiss. Servo
Vittorio Alfieri



APPENDICE QUINDICESIMA
(cap. XXVII)

QVIESCIT. HIC. TANDEM
VICTORIVS. ALFERIVS, ASTENSIS
MVSARVM. ARDENTISSIMVS. CVLTOR
VERITATI. TANTVMMODO. OBNOXIVS
DOMINANTIBVS . IDCIRCO . VIRIS
PERIEQVE . AC . INSERVIENTIBVS . OMNIBVS
INVISVS . MERITO
MVLTITVDINI
EO. QVOD . NVLLA . VNQVAM . GESSERIT
PVBLICA . NEGOTIA
IGNOTVS
OPTIMIS . PERPAUCIS . ACCEPTVS
NEMINI
NISI . FORTASSE . SIBIMET . IPSI
DESPECTVS
VLXIT . ANNOS ... MENSES ... DIES ...
OBIIT ... DIE MENSIS ... ANNO . DOMINI . MDCCC ...



HIC. SITA. EST
ALOYSIA . E . STOLBERGIS
ALBANIAE . COMITISSA
GENERE . FORMA . MORIBVS
INCOMPARABILI. ANIMI . CANDORE
PRAECLARISSIMA
A . VICTORIO . ALFERIO
IUXTA . QVEM. SARCOPHAGO . VNO [1]
TVMVLATA . EST
ANNORVM ... SPATIO
VLTRA . RES . OMNES . DILECTA
ET. QVASI . MORTALE . NVMEN
AB . IPSO . CONSTANTER . HABITA
ET . OBSERVATA ... DIES ...
IN . HANNONIA . MONTIBVS . NATA
OBIIT ... DIE ... MFNSIS ...
ANNO . DOMINI . MDCCC ...
[1] Sic inscribendum, me, ut Opinor et opto, praemoriente: sed, aliter iubente Deo, aliter inscribendum. QVI . IUXTA . EAM . SARCOPHAGO . VNO / CONDITVS . ERIT . QVAM . PRIMVM [N.d.A.]



APPENDICE SEDICESIMA
(cap. XXVIII)

Veneratissimo Sig. Zio.

Sul punto di abbandonare l'Italia, per forse tornarvi mai pi, mi permetta, Sig. Zio veneratiss., ch'io le parli del sommo rincrescimento che provo nel dovere rinunciare alla speranza che da tempo nudrivo di conoscerla una volta personalmente. Questa mia determinazione, che a me pare dettata da delicatezza, dai molti  nommata eccesso d'amor proprio, e dai pi pregiudizio ridicolo. Forse han ragione; ma non posso far forza alla mia natura che cos mi dice; e quando mi fosse stato possibile, le minaccie di esiglio perpetuo, di confisca de' miei beni, mi fa in questo punto il Governo Piemontese se non rientro subito; queste sole minaccie basterebbero a riffrancarmi nella gi presa determinazione.  Pugnai contro i Francesi quando erano vittoriosi; comminciai a pugnar per essi quando furon vinti, e non posso assolutamente determinarmi a lasciarli perdenti.
Credo che non ander guari ch'io sar cambiato. Non so quando le numerose ferite ultimamente rilevate mi permetteranno di ritrattar l'armi, certo se guerregger non sar mai in Italia.  Desidero la pace (non la credo prossima), affine di chiamare a me l'amata mia Consorte, virtuosissima Nipote di lei, e l'unico mio Figlio; infinito duolo provo in separarmene; oh, quanto desidererei che lei la conoscesse! Donna pi dolce, pi tenera, di anima pi alta, pi nobile, di sensi pi sublimi, non seppi mai neppure immaginarla.
Parto domani alla volta di Gratz, e provo una vera consolazione nell'avere aperto il mio cuore a Lei, non gi ch'io creda che la mia condotta possa venir approvata, ma forse qualcuno fra i Piemontesi capitati a Firenze, mi avr dipinto a lei come un fanatico, o un uomo di smisurata ambizione; non sono n l'uno n l'altro, ero forse nato per viver in un altro secolo, fra altri uomini; sono veramente ridicolo in questo secolo, mi trovavo tale fra i Piemontesi, mi vedo tale fra i Francesi.
Spero da lei, veneratissimo Sig. Zio, compatimento se erro, e spero pure vorr accettare l'assicuranza dei sentimenti di verace stima, e d'ossequioso attaccamento co' quali mi pregio essere
Di V.S. Veneratiss.
Treviso li 2 Novembre 1799
Devmo ed Obbmo Serv. ed Affmo Nipote,
Luigi Colli


Firenze d 16 Novembre 1799.
Nipote mio.

Ad un uomo di alto e di forte animo, quale vi reputo e siete, o queste poche mie veracissime e cordiali parole basteranno, o nessune.
Gi l'onor vostro avete leso voi stesso e non poco, dal punto in cui voi, per somma vostra fortuna non nato Francese, spontaneamente pure indossaste la livrea della Francese Tirannide. Risarcirlo potete forse ancora voi stesso, volendo; ma egli sar pur troppo in tutto perduto, e per sempre, se voi persistete in una cos obbrobriosa servit. N io gi vi dico di cedere alle minaccie di confisca, o d'esiglio, fattevi dal Governo Piemontese; ma di cedere bens alle ben altre incessanti minaccie che vi fanno senza dubbio la propria vostra coscienza, e l'onore, e l'inevitabile Tribunale terribile di chi dopo noi ci accorda, o ci toglie con imparziale giudizio la fama. La vostra era stata finora, non che intatta, gloriosa; non uno dei Piemontes che ho visti mi ha parlato di voi, che non stimasse e ammirasse i vostri militari talenti. Riassumetela dunque, col confessare s ai Francesi medesimi, che ai vostri, che voi avete errato servendo gli oppressori e i Tiranni della nostra Italia. Ed ove pure vi possa premere la stima di una gente niente stimabile, sappiate che gli stessi Francesi vi stimeranno assai pi se li abbandonate, di quello che vi stimeranno anche valorosamente servendoli.
Del resto, quand'anche codesti vostri schiavi parlanti di libert trionfassero, e venissero a soggiogare tutta l'Europa; o quand'anche voi perveniste fra essi all'apice dei massimi loro vergognosissimi onori, non gi per questo mai rimarreste voi pago di voi medesimo, n con sicura e libera fronte ardireste voi inalzare nei miei occhi i vostri occhi, incontrandomi. La mendicit dunque, e la pi oscura vita nella vostra patria (il che pur non vi pu toccar mai) vi farebbero e meno oppresso, e men vile, e meno schiavo d'assai, che non il sedervi su l'uno dei cinque troni direttoriali in Parigi. Pi oltre non potreste ascender voi mai; n maggiormente contaminarvi.
Ed in ultimo vi fo riflettere, che voi non potete la degnissima vostra Consorte ad un tempo stesso amare come mi dite e stimare, e macchiarla.
Finisco, sperando, che una qualche impressione vi avran fatta nell'animo questi miei duri ma sincerissimi ed affettuosi sentimenti, ai quali se voi non non prestate fede per ora, son certo che il giorno verr in cui pienissima la presterete poi loro; ma invano.
Son tutto Vostro
Vittorio Alfieri


Riveritiss. Sig. Zio.

Ebbi l'onore richiamarmi alla di lei ricordanza nel partire d'Italia; non so se la mia lettera le sar giunta. Vi ritorno, e la prima mia premura si  di ripetere quest'atto cbe mi vien commandato dalla stima, e (mi permetta di dirlo) dal rispettoso attaccamento che le professo.
Ritorno in Italia coll'obbligo stretto di convincere il Governo Francese (o per dir meglio i miei amici Moreau, Desolles, Bonaparte, Grouchi, Grnier) della mia riconoscenza per le non dubbie, reiterate, ostinate prove di vivo interessamento a mio favore dimostrate.  Combatter dunque ancora; l'amicizia, la gratitudine mi faran combattere... Chi sa, forse l'ambizione si maschera cos.
Non star pi in Piemonte, se il re di Sardegna vi rientra non devo decentemente starvi. Se il Piemonte si democratizza vi sono troppo amato dai Contadini per potere starvi senza correre il rischio d'ingelosire i debolissimi Governanti della nascente Repubblica. Non so ancora dove mi fisser. Forse in Francia, ma non mi vi decido ancora. Vado a Milano, dovr starvi circa 15 giorni; se l'armistizio durer, ander poi a Parigi; ma prima, se me lo permette, avr l'onore di personalmente assicurarla degli ossequiosi sentimenti co' quali mi pregio essere.
Di V.S. Reveritiss.

Bologna li 31 Ottobre 1800.

Devmo ed Obbmo Serv. ed Affmo Nipote
Colli



APPENDICE DICIASSETTESIMA
(cap. XXIX)

Firenze li 6 Marzo 1801.
Amico carissimo.

Ho ricevuto per mezzo di D'Albarey le due vostre, di cui l'ultima de' 25 Febbraio mi ha molto angustiato per la notizia che mi vi date di esser io stato nominato non so da chi per essere aggregato a codesta adunanza letteraria. Veramente io mi lusingava che la vostra amicizia per me, e la pienissima conoscenza che avete del mio carattere indipendente, ritroso, orgoglioso, ed intero, vi avrebbero impegnato a distornare da me codesta nomina; il che era facilissimo prima, se voi aveste pregato i Nominanti di sospenderla finch me ne aveste prevenuto; ovvero se con quella schiettezza e libert che si pu sempre adoprare quando si parla per altri, voi aveste addotto il mio modo invariabile di sentire e pensare come un ostacolo assoluto ad una tale aggregazione del mio individuo. Comunque sia, gi che non lo avete fatto prima, vi prego caldissimamente di farlo dopo, e di liberarmene ad ogni costo; e voi lo potete far meglio di me, stante la dolcezza del vostro aureo carattere. Sicch, restiamo cos: che io non avendo finora ricevuto lettera nessuna di avviso, caso mai la ricevessi, la dissimuler come non ricevuta, finch voi abbiate risposto a questa mia, ed annunziatomi il disimpegno accettato. E questo vi sar facile, perch io consento volentieri, che i Nominanti e i Proponenti per conservare il loro decoro si ritrattino dell'avermi aggregato, e mi disnominino per cos dire con la stessa plenipotenza con cui mi hanno creato; e dicano o che fu sbaglio, o che a pensier maturato non me ne reputan degno. Io non ci metto vanit nessuna nel rifiuto, ma metto importanza rnoltissima nel non v'essere in nessuna maniera inscritto, e se gi lo sono stato ad esserne assolutamente cassato. Io non cerco come ben sapete gli onori, n veri, n falsi: ma io per certo non mi lascier addossare mai vergogna nessuna. E questa per me sarebbe massima, non gi per il ritrovarmi io in compagnia di tanti rispettabili soggetti come avete fra voi, ma per l'esservi in tali circostanze, in tal modo; ed in somma non soffrirei mai di essere intruso in una Societ Letteraria, dalla quale sono espulse delle persone come il Conte Balbo, e il Cardinal Gerdil. Sicch le tante altre e validissime ragioni che avrei, e che voi conoscete e sentite quanto me, reputandole inutili, a voi non le scrivo; ma mi troverei poi costretto a metterle in tutta la loro evidenza e pubblicit, quando per mezzo vostro non ottenessi il mio intento. Se dunque voi mi cavate da questo impiccio, e se siete in tempo a risparmiarmi la lettera d'avviso, sar il meglio. Se poi la ricever, e sar costretto a darne discarico, con risposta diretta, mi spiacer di dovermene cavar fuori io stesso con mezzi o parole spiacenti non meno che inutili, quando se ne potea fare a meno.
Passo ad altro, e mi dico ec.


Torino li 18 Marzo 1801.
Amico carissimo.
Io non pensava che v'avesse certo a piacer molto la nomina e aggregazion vostra a questa Accademia, ma neppure avrei creduto cbe vi desse tanto fastidio, e ad ogni modo non sarebbe stato conveniente che quando siete stato proposto nell'assemblea di tanti accademici pi della met ora nuovi, e molti di niuna mia confidenza, io senza espressa vostra commissione mi fossi voluto far interprete delle vostre intenzioni, e dire: che non si passasse a votare per voi come per gli altri proposti si faceva. Ma questo non vi pone in impiccio alcuno; ch gi v'ho sbrogliato. Subito ricevuta la vostra sono andato a parlare a uno de' nostri Presidenti e al Segretario che vi dovevano scrivere, per vedere se fossi a tempo che non vi si spedisse la lettera. Ma essendo essa partita, sono rimasto con essi, e quindi con l'altro Presidente, Segretari, e Accademici della classe delle Belle Lettere ec., adunata ieri sera, che si tenga l'Accademia per ringraziata da voi senza che sia necessario che voi rispondiate. Ho detto che voi m'avevate incaricato di scusarvi e ringraziare, desiderando per mio mezzo essere disimpegnato senza scrivere. E ci  fatto; e non sarete posto nell'elenco che si sta stampando degli Accademici. E resto abbracciandovi con tutto il cuore.

Firenze, 28 Marzo 1801.
Amico carissimo.
La vostra ultima che mi annunzia la mia liberazione da codesta iscrizione letteraria, mi ha consolato molto. La settimana passata soltanto ho ricevuto (o per dir meglio avuta, poich non la ricevo) la lettera accademica; ella  intatta, e ve la rimando pregandovi caldamente di farla riavere a chi me l'ha scritta. Questo solo manca alla mia intera purificazione di questo affare, che la lettera ritorni al suo fonte intatta, con quel suo rispettabil sigillo; che se ad essa avessi voluto rispondere, l'avrei fatto scrivendo intorno al non infranto sigillo queste quattro sole parole, laconizzando:(( ((( ((( (((((((; ma per non comprometter voi, n eccedere senza bisogno, mi basta che la lettera sia restituita intatta, perch conoscano che io non l'ho tenuta per diretta a me. E senza tergiversar vi dico anche, che io non ingozzo a niun patto quell'infangato titolo di Cittadino, non perch io voglia esser Conte, ma perch sono Vittorio Alfieri libero da tant'anni in qua, e non liberto. Mi direte che quello  lo stile consueto per ora cost nello scrivere, ma io risponder; che cost codestoro non doveano mai n pensare a me, n nominarmi mai n in bene n in male; ma che se pure lo faceano, doveano conoscermi, e non mi sporcare con codesta denominazione stupida non meno, che vile e arrogante: poich se non v' conti senza contea, molto meno v' cittadini senza citt. Ma basti; perch non la finirei mai; e dico cose note lippis et tonsoribus. Sicch se mai voi non poteste, o non giudicaste congruo a voi di restituire la lettera, fatemi il piacer di serbarla, finch io ritrovo chi la restituisca. E intanto datemi riscontro d'averla ricevuta intatta quale per mezzo del carissimo nipote ve la rimando. La Signora vi risponder essa su l'articolo de' suoi libri; ed io ora finisco per non vi tediar di soverchio con le mie frenesie. Ma sappiate che la mi bolle davvero davvero, e che se non avessi cinquantadue anni, stravaserei. Inutilmente, direte; ma non  mai inutile la parola che dura nei secoli, ed ha per base il vero ed il giusto. Son vostro.



APPENDICE DICIOTTESIMA
(cap. XXXI)

Forse inventava Alfieri un Ordin vero
Nel farsi ei stesso Cavalier di Omero.



APPENDICE DICIANNOVESIMA

LETTERA DEL SIGNOR ABATE DI CALUSO
qui aggiunta a dar compimento all'opera col racconto della morte dell'autore.

Alla Preclarissima Signora Contessa d'Albany

Pregiatissima signora Contessa.

In corrispondenza al favore compartitomi di darmi a leggere le carte, dove l'incomparabile nostro amico avea preso a scrivere la propria vita, debbo palesargliene il mio parere, e il fo colla penna perch favellando potrei con molte pi parole dir meno. Conoscendo l'ingegno e l'animo di quell'uomo unico, io ben m'aspettava di trovare ch'egli avesse vinta in qualche modo suo proprio la difficult somma di parlar di s lungamente senza inezie stucchevoli, n menzogne; ma egli ha superata ogni mia espettazione coll'amabile sua schiettezza e sublime semplicit. Felicissima n' la naturalezza del quasi negletto stile; e maravigliosamente rassomigliante e fedele riesce l'immagine, ch'egli ne lascia di s scolpita, colorita, parlante. Vi si scorge eccelso qual era, e singolare, ed estremo, come per naturali disposizioni, cos per opera posta in ogni cosa, che sembrata gli fosse non indegna de' generosi affetti suoi. Che se perci spesso egli andava al troppo, si osserver facilmente che da qualche lodevole sentimento ne procedevano sempre gli eccessi, come dall'amicizia quello ch'io scorgo dov'ei mi commenda.
Per a tanti motivi, che abbiamo di dolerci che la morte ce l'abbia rapito s tosto, si aggiunge che sia questa sua Vita fra i molti scritti di lui rimasti bisognosi pi o meno della sua lima, che non sarebbele mancata s'egli giungeva al sessantesimo anno, in cui s'era proposto di ripigliarla in mano e ridurla a pulimento, o bruciarla. Ma bruciata non l'avrebb'egli; come non possiamo aver cuore di bruciarla ora noi, che abbiamo in essa lui ritratto s al vivo, e di tanti suoi fatti e particolarit s certo ed unico documento. Lodo pertanto, ch'Ella prosegua, Signora Contessa, a custodirne questi fogli gelosamente, mostrandoli solo a qualche persona molto amica e discreta, che ne ritragga le notizie opportune a tesser la storia di quel grand'uomo. La quale non ardisco imprendere a scriver io, e me ne duole assai: ma non tutti possiamo ogni cosa, ed io debbo ristringermi a notar qui comunque, ci che sembrami convenire a compimento ed a scusa della narrazione lasciata imperfetta dall'amico. Ne sono le ultime righe del 14 Maggio 1803. Trarr il seguito da quanto Ella me ne ha scritto, Signora Contessa, la quale avendo ad ogni cosa, che lui riguardava, tenuti ognora intenti non gli occhi solo e le orecchie, ma la mente e il cuore, ne ha presentissima pur troppo la ricordanza.
Stava adunque a quel tempo il Conte Alfieri attendendo a recar a buon termine le sue Commedie, e per sollievo e balocco talor pensando al disegno, ai motti, all'esecuzione della collana, ch'ei volea farsi, di Cavalier d'Omero. Ma gi la podagra, com'ella solea nel mutar delle stagioni, eragli in Aprile sopravvenuta, e pi molesta, perch il trovava per l'assiduo studio quasi esausto di vegeto e salutar vigore, che la respingesse, e fissasse in alcuna delle parti esterne. Onde a reprimerla, o infievolirla almeno, considerando egli che gi da alcun anno gli riusciva la digestione sul finire penosa e grave, si fisse in capo che ottimo partito fosse lo scemarsi il cibo, ch'egli usava pur modichissimo. Pensava che la podagra cos non nutrita avesse a cedere; mentre lo stomaco non mai ripieno gli lasciava libera e chiara la mente all'applicazione sua ostinatissima. Invano la Signora Contessa amichevolmente ammonivalo, importunavalo, perch pi mangiasse, mentre egli a occhio veggente pi e pi immagrendo manifestava il bisogno di maggior nutrimento. Egli saldo nel suo proposito tutta quella state in eccessiva astinenza persisteva a lavorare con sommo impegno alle sue Commedie ogni giorno parecchie ore, temendo che non gli venisse meno la vita prima di averle perfezionate, senza voler perci tralasciare alcun d mai d'impiegarne su gli altrui libri non poche all'acquisto di maggior dottrina. Cos via via distruggendosi con tanto pi risoluti sforzi quanto pi sentivasi venir manco, svogliato di ogni altra cosa che dello studio, omai sola dolcezza della stanca e penosa vita, ei pervenne ai 3 di Ottobre, nel qual d alzatosi in apparenza di miglior salute e pi lieto che da gran tempo non solea, usc dopo il quotidiano suo studio mattutino a fare una passeggiata in faeton [a giorno inoltrato, comunque prima di mezzogiorno, ndr.]. Ma poco and che il prese un freddo estremo, cui volendo scuotere e riscaldarsi camminando a piedi, gli fu vietato da dolori di viscere. Onde a casa tornossene colla febbre, che fu gagliarda alcune ore, ma declin sulla sera; e sebbene da principio da stimoli di vomito fosse molestato, pass la notte senza gran patimento, e il d seguente non solo vestissi, ma fuori del suo quarto discese alla saletta solita per desinare. N per quel d pot mangiare; ma dorminne gran parte. Quindi pass inquieta la notte. Pur venuto il mattino dei 5, fattasi la barba, voleva uscir a prender aria; ma la pioggia glie l'imped. La sera con piacere pigli, come soleva, la cioccolata. Ma la notte, che veniva su i 6, fierissimi dolori di viscere gli sopraggiunsero, e come il dottore ordin, gli furono posti a' piedi senapismi, i quali, quando incominciavano ad operare, egli si strapp via, temendo che impiagandogli le gambe gli togliessero per pi giorni il poter camminare. Tuttavia pareva la sera seguente star meglio, senza per porsi a letto; che nol credeva poter soffrire. Quindi la mattina dei 7 il medico suo ordinario ne volle chiamato un altro a consulta, il quale ordin bagni e vescicatori alle gambe. Ma questi l'infermo non volle per non venir impedito dal poter camminare. Gli fu dato dell'oppio, che i dolori calm, e gli fe' passare una notte assai tranquilla. Ma non per si pose a letto, n la quiete, che gli dava l'oppio, era senza qualche molestia d'immagini concitate in capo gravoso, cui nella veglia involontarie, come in sogno, si presentavano le ricordanze delle passate cose le pi vivamente impresse nella fantasia. Onde in mente gli ricorrevano gli studi e lavori suoi di trent'anni, e quello, di che pi si maravigliava, un buon numero di versi greci del principio d'Esiodo, ch'egli aveva letti una sola volta, gli venivano allora di filo ripetuti a memoria. Questo ei diceva alla Signora Contessa, che gli sedeva a lato. Ma non pare che per tutto ci gli venisse in pensiero che la morte, la quale da lungo tempo egli era uso figurarsi vicina, allora imminente gli soprastasse. Certo almeno che niun motto a Lei ne fece, bench Ella nol lasciasse che al mattino, in cui alle sei ore egli prese, senza il parere dei medici, olio e magnesia, la quale dovette anzi nuocergli, imbarazzandogli gl'intestini, poich verso le 8 fu scorto gi gi pericolare, e richiamata la Signora Contessa il trov in ambascia, che il soffocava. Nondimeno alzatosi di sulla sedia and ancora ad appressarsi al letto, e vi si appoggi, e poco stante gli si oscur il giorno, perd la vista e spir. Non si erano trascurati i doveri e conforti della Religione. Ma non si credeva il male cos precipitoso, n alcuna fretta necessaria, onde il confessore chiamato non giunse a tempo. Ma non perci dobbiamo credere che non fosse il Conte apparecchiato a quel passo, il cui pensiero avea s frequente, che spessissimo ancora ne facea parola. Cos la mattina del sabato 8 di Ottobre 1803 cotant'uomo ci fu tolto, oltrepassata di non molto la met dell'anno cinquantesimo quinto dell'et sua.

Fu seppellito, dove tanti uomini celebri, in Santa Croce presso all'altare dello Spirito Santo, sotto a una semplice lapida, intanto che la Signora Contessa D'Albany, gli fa lavorare un condegno mausoleo da innalzarsi non lontano da quello di Michelangiolo. Gi il Signor Canva vi ha posto mano, e l'opera di s egregio scultore sar certamente egregia. Quali sieno stati i miei sentimenti sulla sua tomba l'ho espresso nei seguenti sonetti

SONETTO I

Cuor, che al tuo strazio aneli, occhi bramosi
di vista, che gi gi vi stempra in pianto,
ecco il marmo cercato, e i non fastosi
caratteri, che son pur sommo vanto.

QUI POSTO  ALFIERI. Oim!... Quant'uomo! e quanto
d'amor, di fede in lui godetti, e posi!
Qual ne sperai da lui funebre canto,
quando tosto avverr che spento io posi!

Io vecchio, stanco, e senza voce omai
in Pindo, ove mal noto in basso scanno
spirarvi a gloria pochi giorni osai.

E inutil sopravvivo a tanto affanno.
Oh crudel Morte, che lasciato m'hai
per ferir prima, ove sol tutto  il danno!

SONETTO Il

Umile al piano suolo or l'ossa asconde
lapide scarsa che ha il gran nome scritto
ma, quali invan li brameresti altronde,
marmi dal Tebro qua faran tragitto;

e mole sorger, che d'ognidonde
s'accorra ad ammirarla miglior dritto
che non col sulle Niliache sponde
le alte tombe de' Sovran d'Egitto.

Gi lo scarpel del gran Canova, e l'arte
benedir odo, e te, che scelto all'opra,
Donna Reale hai s maestra mano,

acci con degno onor per te si copra
chi tanto te onor con degne carte:
e piangi pur, come se oprassi invano.

SONETTO III

Qua pellegrini nell'et future
verran devoti i pi gentili amanti:
Poich non fia che prima il tempo oscure,
che le Scene d'Alfieri i minor canti,

da cui tue rare doti, e le venture
sapran dell'alto amor, Donna, onde avanti
vita avevi in due vite, or solo a cure
di te, non vivi, ma prolunghi i pianti.

E alcun dir: qual fra cotante, state
chiare, pu al par di questa andare altera
d'esimio, ardente amico, eccelso vate?

O qual servo d'Amor mai ebbe, o spera
pi adorno oggetto, non che di beltate,
ma d'ogni laude pi splendente, o vera?

Pi direi per mostrare qual amico ei fosse, qual perdita abbiam noi fatta, e l'Italia. Ma piet vuole ch'io sopprima le lagrime per non concitarnele pi dolorose, consolandole piuttosto col rammentare che ne' suoi scritti ci resta immortale il suo ingegno, e l'immagine viva di quella grand'anima, la quale assai chiaramente effigiata risplende gi pur ne' libri da lui pubblicati. Ond'anche meno ci dee rincrescere ch'ei non abbia potuto ripulire questa sua storia e che, anzi ne sia la Seconda Parte soltanto un primo getto della materia minutata con frettolosa mano e con postille e richiami, cosicch non  facile porvi a luogo ogni cosa, e leggerla rettamente.
Ma non v' pericolo che perci alcuno faccia della facolt di scrivere del Conte Alfieri minor concetto. Onde quello, che dianzi ho accennato, di voler qui soggiungere alcuna scusa, non riguarda la dettatura, ma le cose. Alfieri in queste carte si  dipinto qual era; n chi scevro d'ogni rugginoso affetto leggeralle, altra idea ne trarr che la verace. Ma l'acerbit del suo disegno in pi d'un tratto pu molti offendere. La quale se non si scorgesse in alcun altro suo scritto, basterebbe, come ho detto, e la Signora Contessa fa, non lasciar veder questi fogli che a qualche sicuro amico. Ma poich i motivi che hanno a rendergli avversi molti animi, gi sono pubblici in altri suoi libri, e lo splendore della sua gloria gi basta a concitargli contro gran fiel d'invidia, e po' poi queste carte, comunque custodite, pur possono venire in mano di men benevoli, sar bene apporvi un poco di contravveleno.
Dico adunque distinguersi due ragioni di lode, quella di sommo, e quella d'irreprensibile, delle quali essendo la seconda in questo misero mondo rarissima eziandio nella mediocrit, nel sommo non v' richiesta. Ora al sommo sempre sospingevasi Alfieri, e fra i pi nobili affetti, che l'amor di gloria in quel gran cuore incendeva, fu sommo l'amore di due cose, ch'ei non sapea distinguere, patria e libert civile. Vero  che un filosofo disimpegnato nella monarchia  pi libero assai che il monarca; n io mai altra libert ho per me bramata, n avuti a sdegno i doveri di suddito fedele. Ma quando ai sovrani piace venir chiamati padroni dai sudditi tutti, pur troppo  facile che taluno si cacci in capo fortemente non potervi essere libert civile, dove il diritto di volere  d'un solo. Con questo inganno avvampava Alfieri dell'amore di patria libera, il quale, dalla parte al tutto passando, egli stendeva a incensissimo desiderio dell'italica libert, la quale ei non voleva disperare che possa ancora, quando che sia, gloriosamente risorgere. Per sembrando allora che nulla pi fosse in grado di ostarvi che la potenza francese, contro ai Francesi abbandonossi a un odio politico, ch'ei cred poter giovar all'Italia, quanto pi fosse reso universale. Voleva inoltre sceverarsi da quegl'infami, che mostratisi per la libert come lui caldissimi, ne han fatto con le pi abbominevoli scelleratezze detestare il partito. A chi meno ha passione egli  chiaro ch'ei non dovea cos generalmente parlare senza distinzioni di buoni e rei; n ragionevole al giudizio di un freddo filosofo  mai l'odio di nazione alcuna. Ma si vuole Alfieri considerare come un amante passionatissimo, che non pu esser giusto cogli avversari dell'idolo suo, come un italiano Demostene, che infiammate parole contrappone a forze maggiori assai dei Macedoni. N perci il discolpo; n mi abbisognava per mantenergli la dovuta lode di sommo. Bastami che non si nieghi convenevole indulgenza a trascorsi provenienti da eccesso di s commendabile affetto qual si  l'amor della patria.
Faccia la signora Contessa di questa mia carta quell'uso, che le parr bene, gradendo colla solita sua bont, se non altro, il buon volere, e l'ossequio con cui mi pregio di essere

Suo devotiss. servo di tutto cuore
Tommaso Valperga Caluso

Firenze i 21 Luglio 1804.


NOTE:

(1) Vedi appendice prima.
(2) Vedi appendice seconda.
(3) Vedi appendice terza.
(4) Vedi appendice quarta.
(5) Vedi appendice quinta.
(6) Vedi appendice sesta.
(7) Vedi appendice settima.
(8) Vedi appendice ottava.
(9) Vedi appendice nona.
(10) Vedi appendice decima.
(11) Vedi appendice undicesima.
(12) Vedi appendice dodicesima.
(13) Vedi appendice tredicesima.
(14) Vedi appendice quattordicesima.
(15) Vedi appendice quindicesima.
(16) Vedi appendice sedicesima.
(17) Vedi appendice diciassettesima.
(18) Vedi appendice diciottesima.
(19) verso brevino [N.d.A.]
(20) verso abortivo [N.d.A.]
(21) o terra: rimasto nella penna [N.d.A.]
(22) Verso lunghetto. Un dotto lo intitolerebbe Upercatatectico [N.d.A.]
(23) Nota quel fra i poli, che  squisita espressione [N.d.A.]
(24) Almeno il punto interrogativo ci fosse stato [N.d.A.]
(25) Lo scrittore era nemico giurato del punto fermo [N.d.A.]
(26) Qui le informi reminiscenze del Metastasio traevano l'autore a rimare senza avvedersene [N.d.A.]
(27)  venuto scritto avari invece di avaro [N.d.A.]
(28) Sia maledetto, se mai un punto fermo ci casca [N.d.A.]
(29) Nascea quest'autore con una predilezione smaniosa per le virgole [N.d.A.]
(30) Rimaste due sillabe nella penna, pel troppo delirante affetto [N.d.A.]
(31) La Cleopatra di cui qui fa menzione,  quella del cardinale Delfino, che il Padre Paciaudi mi avea consigliato di leggere [N.d.A.]
(32) Codeste interrogazioni d'Ismene, pi assai proprie di un giudice fiscale, che non di una dipendente amica, mi hanno pur rallegrato un pochino, e sollevatami col riso la noia di questa copiatura. [N.d.A.]
(33) Anco un verso falso di accenti, e da non potersi strascinare con sei par di buoi, mi tocc di far recitare nella mia prima comparsa su le scene italiane. [N.d.A.]
