    Vittorio Alfieri.
    DELLA TIRANNIDE.
    Il Bivacco, Melegnano, 2000.



















    INDICE.

    PREVIDENZA DELL'AUTORE: pagina 5.

    LIBRO PRIMO. ALLA LIBERTA': pagina 7.
    Capitolo Primo. COSA SIA IL TIRANNO: pagina 9.
    Capitolo Secondo. COSA SIA LA TIRANNIDE: pagina 13.
    Capitolo Terzo. DELLA PAURA: pagina 20.
    Capitolo Quarto. DELLA VILTA': pagina 36.
    Capitolo Quinto. DELL'AMBIZIONE: pagina 37.
    Capitolo Sesto. DEL PRIMO MINISTRO: pagina 48.
    Capitolo Settimo. DELLA MILIZIA: pagina 54.
    Capitolo Ottavo. DELLA RELIGIONE: pagina 62.
    Capitolo Nono.  DELLE TIRANNIDI  ANTICHE,  PARAGONATE  COLLE  MODERNE:
    pagina 75.
    Capitolo Decimo. DEL FALSO ONORE: pagina 78.
    Capitolo Undecimo. DELLA NOBILTA': pagina 85.
    Capitolo    Duodecimo.    DELLE   TIRANNIDI   ASIATICHE,    PARAGONATE
    COLL'EUROPEE: pagina 97.
    Capitolo Decimoterzo. DEL LUSSO: pagina 105.
    Capitolo Decimoquarto.  DELLA MOGLIE E PROLE DELLA  TIRANNIDE:  pagina
    113.
    Capitolo Decimoquinto.  DELL'AMOR DI SE STESSO NELLA TIRANNIDE: pagina
    119.
    Capitolo Decimosesto.  SE SI POSSA AMARE IL TIRANNO,  E DA CHI: pagina
    121.
    Capitolo  Decimosettimo.  SE IL TIRANNO POSSA AMARE I SUOI SUDDITI,  E
    COME: pagina 125.
    Capitolo  Decimottavo.   DELLE  TIRANNIDI  AMPIE,   PARAGONATE   COLLE
    RISTRETTE: pagina 128.

    LIBRO SECONDO.
    Capitolo Primo. INTRODUZIONE AL LIBRO SECONDO: pagina 130.
    Capitolo  Secondo.  IN  QUAL  MODO  SI POSSA VEGETARE NELLA TIRANNIDE:
    pagina 131.
    Capitolo Terzo. COME SI POSSA VIVERE NELLA TIRANNIDE: pagina 132.
    Capitolo Quarto. COME SI DEBBA MORIRE NELLA TIRANNIDE: pagina 136.
    Capitolo Quinto.  FINO A QUAL PUNTO SI POSSA SOPPORTAR  LA  TIRANNIDE:
    pagina 138.
    Capitolo Sesto. SE UN POPOLO, CHE NON SENTE LA TIRANNIDE, LA MERITI, O
    NO: pagina 144.
    Capitolo Settimo. COME SI POSSA RIMEDIARE ALLA TIRANNIDE: pagina 148.
    Capitolo  Ottavo.  CON  QUAL  GOVERNO GIOVEREBBE PIU' DI SUPPLIRE ALLA
    TIRANNIDE: pagina 153.
    PROTESTA DELL'AUTORE: pagina 161.





















    Quid fortuna ferat populi, sed dicere mussant".
    Virgilio, "Eneide", lib. 11.


    "Impune quaelibet facere id est regem esse".
    Sallustio, "Guerra Giugurtina", cap. 31.



    PREVIDENZA DELL'AUTORE.

    Dir pi d'una si udr lingua maligna,
    (Il dirlo  lieve; ogni pi stolto il puote)
    Che in carte troppe, e di dolcezza vuote,
    Altro mai che tiranni io non dipigna:
    Che tinta in fiel la penna mia sanguigna
    Nojosamente un tasto sol percuote:
    E che null'uom dal rio servaggio scuote,
    Ma rider molti fa mia Musa arcigna.
    Non io per ci da un s sublime scopo
    Rimuover giammai l'animo, e l'arte,
    Debil quantunque e poco a s grand'uopo.
    N mie voci fien sempre al vento sparte,
    S'uomini veri a noi rinascon dopo,
    Che libert chiamin di vita parte.



















    LIBRO PRIMO.
    ALLA LIBERTA'.

    Soglionsi per lo pi i libri dedicare alle persone potenti, perch gli
    autori credono ritrarne chi lustro, chi protezione,  chi mercede.  Non
    sono,  o  DIVINA LIBERTA',  spente affatto in tutti i moderni cuori le
    tue cocenti  faville:  molti  ne'loro  scritti  vanno  or  qua  or  l
    tasteggiando  alcuni  dei  tuoi  pi sacri e pi infranti diritti.  Ma
    quelle carte,  ai di cui autori altro non manca che  il  pienamente  e
    fortemente volere,  portano spesso in fronte il nome o di un principe,
    o di alcun suo satellite; e ad ogni modo pur sempre, di un qualche tuo
    fierissimo naturale nemico.  Quindi non  meraviglia,  se tu  disdegni
    finora  di  volgere  benigno  il  tuo sguardo ai moderni popoli,  e di
    favorire in quelle contaminate carte alcune poche  verit  avviluppate
    dal   timore   fra   sensi   oscuri   ed   ambigui,   ed   inorpellate
    dall'adulazione.

    Io, che in tal guisa scrivere non disdegno;  io,  che per nessun'altra
    cagione  scriveva,  se  non  perch i tristi miei tempi mi vietavan di
    fare; io, che ad ogni vera incalzante necessit, abbandonerei tuttavia
    la penna per impugnare sotto il tuo nobile vessillo la spada;  ardisco
    io  a  te  sola  dedicar  questi  fogli.  Non  far  in  essi pompa di
    eloquenza,  che  in  vano  forse  il  vorrei;  non  di  dottrina,  che
    acquistata non ho; ma con metodo, precisione, semplicit, e chiarezza,
    ander  io  tentando  di  spiegare  i  pensieri,  che  mi agitano;  di
    sviluppare quelle verit,  che il semplice lume di ragione mi svela ed
    addita;  di sprigionare in somma quegli ardentissimi desiderj, che fin
    dai miei anni pi teneri ho sempre nel bollente mio petto racchiusi.
    Io, pertanto, questo libercoletto,  qual ch'egli sia,  concepito da me
    il  primo  d'ogni altra mia opera,  e disteso nella mia giovent,  non
    dubito punto nella matura et (rettificandolo alquanto)  di  pubblicar
    come  l'ultimo.  Che  se  io  non  ritroverei forse pi in me stesso a
    quest'ora il coraggio,  o,  per dir meglio,  il furore necessario  per
    concepirlo,  mi  rimane pure ancora il libero senno per approvarlo,  e
    per dar fine con esso per sempre  ad  ogni  mia  qualunque  letteraria
    produzione.








    Capitolo Primo.
    COSA SIA IL TIRANNO.

    Il  definire  le cose dai nomi,  sarebbe un credere,  o pretendere che
    elle  fossero  inalterabilmente   durabili   quanto   essi;   il   che
    manifestamente  si vede non essere mai stato.  Chi dunque ama il vero,
    dee i nomi definire dalle cose che rappresentano; e queste variando in
    ogni tempo e contrada,  niuna definizione pu essere pi permanente di
    esse;  ma  giusta  sar,  ogni  qualvolta  rappresenter per l'appunto
    quella cosa,  qual ella si era sotto quel dato nome in quei dati tempi
    e luoghi. Ammesso questo preamboletto, io mi era gi posta insieme una
    definizione  bastantemente esatta e accurata del tiranno,  e collocata
    l'avea in testa di questo capitolo: ma,  in un  altro  mio  libercolo,
    scritto  dopo e stampato prima di questo,  essendomi occorso dappoi di
    dover definire il principe,  mi  son  venuto  (senza  accorgermene)  a
    rubare  a  me  stesso  la mia definizione del tiranno.  Onde,  per non
    ripetermi,  la ommetter qui in parte;  n altro  vi  aggiunger,  che
    quelle  particolarit  principalmente  spettanti al presente mio tema,
    diverso affatto da quell'altro DEL PRINCIPE E DELLE LETTERE;  ancorch
    tendente pur questo allo stesso utilissimo scopo,  di cercare il vero,
    e di scriverlo.
    TIRANNO,  era il nome con cui i Greci (quei  veri  uomini)  chiamavano
    coloro che appelliamo noi re.  E quanti,  o per forza,  o per frode, o
    per volont pur anche del popolo o dei  grandi,  otteneano  le  redini
    assolute del governo, e maggiori credeansi ed erano delle leggi, tutti
    indistintamente  a  vicenda  o  re  o tiranni venivano appellati dagli
    antichi.
    Divenne  un  tal  nome,  coll'andar  del  tempo,  esecrabile;  e  tale
    necessariamente  farsi  dovea.  Quindi ai tempi nostri,  quei principi
    stessi che la tirannide esercitano,  gravemente pure si  offendono  di
    essere  nominati tiranni.  Questa s fatta confusione dei nomi e delle
    idee,  ha posto una tale differenza tra noi e gli antichi,  che presso
    loro un Tito,  un Trajano, o qual altro pi raro principe vi sia stato
    mai,  potea benissimo esser chiamato tiranno;  e cos presso  noi,  un
    Nerone, un Tiberio, un Filippo secondo, un Arrigo ottavo, o qual altro
    mostro  moderno  siasi  agguagliato mai agli antichi,  potrebbe essere
    appellato legittimo principe,  o re.  E tanta  la cecit del  moderno
    ignorantissimo volgo,  con tanta facilit si lascia egli ingannare dai
    semplici nomi, che sotto altro titolo egli si va godendo i tiranni,  e
    compiange gli antichi popoli che a sopportare gli aveano.
    Tra  le moderne nazioni non si d dunque il titolo di tiranno,  se non
    se (sommessamente e tremando) a quei soli principi,  che tolgono senza
    formalit  nessuna ai lor sudditi le vite,  gli averi,  e l'onore.  Re
    all'incontro,  o principi,  si chiamano quelli,  che di  codeste  cose
    tutte  potendo pure ad arbitrio loro disporre,  ai sudditi non dimanco
    le lasciano;  o non le tolgono almeno,  che sotto un qualche  velo  di
    apparente  giustizia.  E  benigni,  e  giusti  re  si estimano questi,
    perch,  potendo essi ogni altrui cosa rapire con  piena  impunit,  a
    dono si ascrive tutto ci ch'ei non pigliano.
    Ma la natura stessa delle cose suggerisce, a chi pensa, una pi esatta
    e miglior distinzione.  Il nome di tiranno,  poich odiosissimo egli 
    oramai sovra ogni altro, non si dee dare se non a coloro, (o sian essi
    principi,  o  sian  pur  anche  cittadini)  che  hanno,   comunque  se
    l'abbiano,  una  facolt illimitata di nuocere: e ancorch costoro non
    ne abusassero, s fattamente assurdo e contro a natura  per se stesso
    lo incarico loro, che con nessuno odioso ed infame nome si possono mai
    rendere abborevoli abbastanza.  Il nome di re,  all'incontro,  essendo
    finora di qualche grado meno esecrato che quel di tiranno, si dovrebbe
    dare a quei pochi,  che frenati dalle leggi, e assolutamente minori di
    esse,  altro non sono in una data societ che i primi  e  legittimi  e
    soli esecutori imparziali delle gi stabilite leggi.
    Questa  semplice  e  necessaria  distinzione universalmente ammessa in
    Europa,  verrebbe ad essere la prima aurora di una rinascente libert.
    E'  il  vero,  che nessuna cosa poi tra gli uomini riesce permanente e
    perpetua;  e che (come gi il dissero tanti savj) la libert  pendendo
    tuttora in licenza,  degenera finalmente in servaggio;  come il regnar
    d'un  solo  pendendo  sempre  in  tirannide,   rigenerarsi  finalmente
    dovrebbe  in  libert.  Ma  siccome  per quanto io stenda in Europa lo
    sguardo,  quasi in ogni sua contrada rimiro visi di  schiavi;  siccome
    non  pu  oramai la universale oppressione pi ascendere,  ancorch la
    non mai fissabile ruota delle umane cose appaja ora immobile starsi in
    favor dei tiranni, ogni uomo buono dee credere, e sperare, che non sia
    oramai molto lontana quella necessaria vicenda, per cui sottentrare al
    fin debba all'universale servaggio una quasi universal libert.














    Capitolo Secondo.
    COSA SIA LA TIRANNIDE.

    TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni  qualunque  governo,
    in  cui  chi    preposto  alla  esecuzion  delle  leggi,  pu  farle,
    distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle,  sospenderle;  od
    anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunit. E quindi, o questo
    infrangi-legge  sia  ereditario,   o  sia  elettivo;   usurpatore,   o
    legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una
    forza effettiva, che basti a ci fare,  tiranno; ogni societ, che lo
    ammette,  tirannide; ogni popolo, che lo sopporta,  schiavo.
    E, viceversa, tirannide parimente si dee riputar quel governo,  in cui
    chi  preposto al creare le leggi,  le pu egli stesso eseguire. E qui
     necessario osservare,  che le leggi,  cio gli scambievoli e solenni
    patti  sociali,  non  debbono  essere  che  il semplice prodotto della
    volont dei pi;  la quale si viene a raccogliere per via di legittimi
    eletti del popolo. Se dunque gli eletti al ridurre in leggi la volont
    dei  pi  le  possono  a  lor talento essi stessi eseguire,  diventano
    costoro  tiranni;  perch  sta  in  loro  soltanto  lo  interpretarle,
    disfarle,  cangiarle,  e il male o niente eseguirle. Che la differenza
    fra la tirannide e  il  giusto  governo,  non    posta  (come  alcuni
    stoltamente,  altri maliziosamente, asseriscono) nell'esservi o il non
    esservi  delle  leggi  stabilite;   ma  nell'esservi   una   stabilita
    impossibilit del non eseguirle.
    Non  solamente dunque  tirannide ogni governo,  dove chi eseguisce le
    leggi, le fa; o chi le fa,  le eseguisce: ma  tirannide piena altres
    ogni  qualunque  governo,  in cui chi  preposto all'eseguire le leggi
    non d pure mai conto della loro esecuzione a chi le ha create.
    Ma,  tante specie di  tirannidi  essendovi,  che  sotto  diversi  nomi
    conseguono  tutte uno stesso fine,  non imprendo io qui a distinguerle
    fra loro,  n,  molto meno,  a distinguerle dai tanti altri moderati e
    giusti governi: distinzioni, che a tutti son note.
    Se  pi  sopportabili  siano  i  molti  tiranni,  o l'un solo,  ella 
    questione problematica assai.  La lascier anche in disparte per  ora,
    perch  essendo  io  nato  e  cresciuto nella tirannide d'un solo,  ed
    essendo questa la pi comune in Europa,  di essa pi volentieri e  con
    minore  imperizia mi avverr forse di ragionare;  e con utile maggiore
    fors'anco pe' miei cotanti conservi. Osserver soltanto di passo,  che
    la  tirannide  di  molti,  bench per sua natura maggiormente durevole
    (come ce lo dimostra Venezia) nondimeno a chi la sopporta ella  sembra
    assai  men  dura  e  terribile,  che  quella  di  un  solo.  Di ci ne
    attribuisco la cagione alla natura stessa  dell'uomo,  in  cui  l'odio
    ch'egli divide contro ai molti,  si scema;  come altres il timore che
    si ha dei molti, non agguaglia mai quello che si ha riunitamente di un
    solo; ed in fine,  i molti possono bens essere continuamente ingiusti
    oppressori  dell'universale,  ma non mai,  per loro privato capriccio,
    dei diversi individui.  In codesti governi di pi,  che la  corruzione
    dei  tempi,  lo avere scambiato ogni nome,  e guasta ogni idea,  hanno
    fatto chiamar repubbliche;  il popolo in  codesti  governi,  non  meno
    schiavo  che  nella  mono-tirannide,   gode  nondimeno  di  una  certa
    apparenza di libert, ed ardisce profferirne il nome senza delitto: e,
    pur troppo il popolo,  allor  quando  corrotto  ,  ignorante,  e  non
    libero, egli si appaga della sola apparenza.
    Ma, tornando io alla tirannide di un solo, dico; che di questa ve n'ha
    di  pi  sorti.  Ereditaria pu essere,  ed anche elettiva.  Di questa
    seconda specie sono, fra i moderni, lo stato pontificio, e molti degli
    altri stati ecclesiastici.  Il  popolo,  in  tali  governi,  pervenuto
    all'ultimo  grado  di politica stupidit,  vede a ogni tratto,  per la
    morte del celibe tiranno, ricadere in sua mano la propria libert, che
    egli non conosce,  n cura;  quindi se la vede  tosto  ritogliere  dai
    pochi elettori che gli ricompongono un altro tiranno,  il quale ha per
    lo pi tutti i vizj degli ereditarj tiranni,  e non  ne  ha  la  forza
    effettiva per costringere i sudditi a sopportarlo.  E questa tirannide
    pure tralascer, come toccata in sorte a pochissimi uomini; e,  per la
    loro smisurata vilt, indegni interamente di un tal nome.
    Intendo  io dunque di ragionare oramai di quella ereditaria tirannide,
    che da lunghi secoli in varie parti del globo pi o meno radicata, non
    mai,  o rarissimamente o passeggeramente,  ricevea danni dalla risorta
    libert;  e  non  veniva  alterata o distrutta,  se non se da un'altra
    tirannide.  In questa  classe  annovero  io  tutti  i  presenti  regni
    dell'Europa,  eccettuandone  soltanto  finora  quel d'Inghilterra e la
    Pollonia ne eccettuerei,  se alcuna parte  di  essa  salvandosi  dallo
    smembramento,  e  persistendo  pure  nel volere aver servi e chiamarsi
    repubblica, servi ne divenissero i nobili, e libero il popolo.
    MONARCHIA,   il dolce nome  che  la  ignoranza,  l'adulazione,  e  il
    timore,  davano  e  danno a questi s fatti governi.  A dimostrarne la
    insussistenza, credo che basti la semplice interpretazione del nome. O
    monarchia vuol dire,  la esclusiva e preponderante autorit d'un solo;
    e  monarchia  allora    sinonimo  di  tirannide:  o  ella  vuol dire,
    l'autorit di un solo,  raffrenato  da  leggi;  le  quali,  per  poter
    raffrenare  l'autorit  e la forza,  debbono necessariamente anch'esse
    avere una forza ed autorit effettiva, eguale per lo meno a quella del
    monarca;  e in quel punto stesso in cui si trovano in un  governo  due
    forze e autorit in bilancia fra loro, egli manifestamente cessa tosto
    di essere monarchia. Questa greca parola non significa altro in somma,
    fuorch Governo ed autorit d'uno solo; e con leggi; s'intende; perch
    niuna  societ  esiste senza alcuna legge tal quale: ma,  ci s'intende
    pur anco Autorit di un solo sopra alle leggi; perch niuno  monarca,
    l dove esiste un'autorit maggiore, o eguale, alla sua.
    Ora,  io domando in qual cosa differisca il governo e autorit  di  un
    solo  nella  tirannide,   dal  governo  e  autorit  d'un  solo  nella
    monarchia.  Mi si risponde: "Nell'abuso".  Io replico: "E chi  vi  pu
    impedire quest'abuso?" Mi si soggiunge: "Le leggi".
    Ripiglio:  "Queste  leggi  hanno elle forza ed autorit per se stesse,
    indipendente affatto da quella del principe?"  Nessuno  pi  a  questa
    obiezione  mi  replica.  Dunque,  all'autorit  d'un solo,  potente ed
    armato,  andando annessa l'autorit di queste pretese leggi (e fossero
    elle pur anche divine) ogniqualvolta le leggi e costui non concordano,
    che  faranno le misere,  per se stesse impotenti,  contro alla potest
    assoluta e la forza? Soggiaceranno le leggi: e tutto giorno, in fatti,
    soggiacciono.
    Ma,  se una qualunque legittima forza effettiva verr intromessa nello
    stato per creare,  difendere, e mantenere le leggi, chiarissima cosa 
    che un tale governo non sar pi monarchia;  poich al fare o  disfare
    le leggi l'autorit d'un solo non vi baster.  Onde,  questo titolo di
    monarchia, perfettissimo sinonimo di tirannide,  ma non cos abborrito
    finora,  non  viene  adattato  ai  nostri  governi per altro,  che per
    accertare i principi della loro assoluta signoria;  e per ingannare  i
    sudditi, lasciandoli o facendoli dubitare della loro assoluta servit.
    Di  quanto  asserisco,  se  ne  osservi  continuamente  la prova nella
    opinione stessa dei moderni  re.  Si  gloriano  costoro  del  nome  di
    monarchi, e mostrano di abborrire quel di tiranni; ma nel tempo stesso
    reputano  assai  minori di loro quegli altri pochi principi o re,  che
    ritrovando limiti infrangibili al  loro  potere,  dividono  l'autorit
    colle  leggi.  Questi  assoluti  re  sanno  dunque benissimo,  che fra
    monarchia e tirannide non passa differenza nessuna.  Cos lo sapessero
    i popoli, che pure tuttora colla loro trista esperienza lo provano! Ma
    i principi europei,  di tiranni tengono caro il potere,  e di monarchi
    il nome soltanto:  i  popoli  all'incontro,  spogliati,  avviliti,  ed
    oppressi dalla monarchia, la sola tirannide stupidamente abborriscono.
    Ma i pochi uomini,  che re non sono n schiavi,  ove per avventura non
    tengano a vile del paro i principi tutti; i monarchi, come tiranni; ed
    i principi limitati, come perpetuamente inclinati a divenirlo; i pochi
    veri uomini pensanti, si avveggono pure quanto sia pi onorevole,  pi
    importante,  e  pi  gloriosa dignit il presiedere con le leggi ad un
    libero popolo d'uomini, che il malmenare a capriccio un vile branco di
    pecore.
    Tralascio ogni ulteriore prova (che necessaria non )  per  dimostrare
    che una monarchia limitata non vi pu essere, senza che immediatamente
    cessi  la  monarchia;  e  che ogni monarchia non limitata  tirannide,
    ancorch il monarca in qualche istante,  non abusando egli  in  nessun
    modo del suo poter nuocere,  tiranno non sia.  E tali prove tralascio,
    per amor di brevit, e perch intendo di parlare a lettori,  a cui non
      necessario  il  dir  tutto.  Passer quindi ad analizzare la natura
    della  mono-tirannide,  e  quai  siano  i  mezzi  per  cui,  cos  ben
    radicatasi nell'Europa, inespugnabile ella vi si tiene oramai.


















    Capitolo Terzo.
    DELLA PAURA.

    I Romani liberi,  popolo al quale noi non rassomigliamo in nulla, come
    sagaci conoscitori del cuor dell'uomo,  eretto aveano un  tempio  alla
    Paura;  e,  creatala Dea, le assegnavano sacerdoti, e le sagrificavano
    vittime. Le corti nostre a me pajono una viva immagine di questo culto
    antico, bench per tutt'altro fine instituite.  Il tempio  la reggia;
    il tiranno n' l'idolo;  i cortigiani ne sono i sacerdoti;  la libert
    nostra,  e quindi gli onesti costumi,  il  retto  pensare,  la  virt,
    l'onor  vero,  e  noi  stessi;  son  queste le vittime che tutto d vi
    s'immolano.
    Disse il dotto Montesquieu,  che base e molla della monarchia ella era
    l'onore. Non conoscendo io, e non credendo a codesta ideale monarchia,
    dico,  e spero di provare;  Che base e molla della tirannide ella  la
    sola paura.
    E da prima, io distinguo la paura in due specie,  chiaramente fra loro
    diverse, s nella cagione che negli effetti: la paura dell'oppresso, e
    la paura dell'oppressore.
    Teme  l'oppresso,  perch  oltre  quello  ch'ei soffre tuttavia,  egli
    benissimo sa  non  vi  essere  altro  limite  ai  suoi  patimenti  che
    l'assoluta  volont  e  l'arbitrario capriccio dell'oppressore.  Da un
    cos incalzante e smisurato timore ne dovrebbe pur nascere  (se  l'uom
    ragionasse)  una  disperata  risoluzione  di non voler pi soffrire: e
    questa, appena verrebbe a procrearsi concordemente in tutti o nei pi,
    immediatamente ad ogni lor patimento perpetuo fine  porrebbe.  Eppure,
    al contrario, nell'uomo schiavo ed oppresso, dal continuo ed eccessivo
    temere  nasce vie pi sempre maggiore ed estrema la circospezione,  la
    cieca obbedienza, il rispetto e la sommissione al tiranno;  e crescono
    a segno, che non si possono aver maggiori mai per un Dio.
    Ma,  teme  altres l'oppressore.  E nasce in lui giustamente il timore
    della coscienza della propria debolezza  effettiva,  e  in  un  tempo,
    dell'accattata  sterminata  sua forza ideale.  Rabbrividisce nella sua
    reggia il tiranno (se l'assoluta autorit  non  lo  ha  fatto  stupido
    appieno)  allorch si fa egli ad esaminare quale smisurato odio il suo
    smisurato potere debba necessariamente destare nel cuore di tutti.
    La conseguenza del timor del tiranno riesce affatto diversa da  quella
    del timore del suddito;  o, per meglio dire, ella  simile in un senso
    contrario; in quanto, n egli,  n i popoli,  non emendano questo loro
    timore  come  per  natura e ragione il dovrebbero;  i popoli,  col non
    voler pi soggiacere all'arbitrio d'un solo; i tiranni,  col non voler
    pi  sovrastare a tutti per via della forza.  Ed in fatti,  spaventato
    dalla propria potenza, sempre mal sicura quando ella  eccessiva, pare
    che dovrebbe il tiranno renderla alquanto meno  terribile  altrui,  se
    non  con  infrangibili  limiti,  almeno  coll'addolcirne ai sudditi il
    peso.  Ma,  nella guisa stessa che i sudditi non diventano disperati e
    feroci,  ancorch  altro  non  resti loro da perdere se non una misera
    vita; cos,  neppure il tiranno diventa mite ed umano,  ancorch altro
    non gli rimanga da acquistare,  se non la fama, e l'amore dei sudditi.
    Il  timore  e  il  sospetto,   indivisibili  compagni   d'ogni   forza
    illegittima  (e  illegittimo    tutto  ci  che  limiti  non conosce)
    offuscano talmente l'intelletto del tiranno anche mite per indole, che
    egli ne diviene per forza crudele,  e pronto sempre ad offendere,  e a
    prevenire gli effetti dell'altrui odio meritato e sentito. Egli perci
    crudelissimamente  suole  punire  ogni  menomo  tentativo  dei sudditi
    contro a quella sua propria autorit ch'egli stesso conosce eccessiva;
    e non lo punisce allor quando eseguito sia,  o intrapreso,  ma  quando
    egli  suppone,  o finge anche di supporre,  che un tal tentativo possa
    solamente essere stato concepito.
    La esistenza reale di queste due paure non  difficile a  dimostrarsi.
    Di quella dei sudditi, argomentando ciascuno di noi dalla propria, non
    ne dubiter certamente nessuno: della paura dei tiranni,  assai ne fan
    fede i tanti e cos diversi sgherri,  che giorno e notte li servono  e
    custodiscono.
    Ammessa  questa  reciproca innegabile paura,  esaminiamo quali debbano
    riuscire questi uomini che sempre tremano: e  parliamo  da  prima  dei
    sudditi,  cio di noi stessi, che ben ci dobbiamo conoscere; parleremo
    dei tiranni, per congettura, dappoi.  E scegliamo nella tirannide quei
    pochi  uomini,  a  cui  e  la  robustezza  delle fibre,  e una miglior
    educazione,  e una certa elevazion d'animo  (quanta  ne  comportino  i
    tempi) e in fine una minor dipendenza, dovrebbero far conoscere pi il
    vero,  e lasciarli tremare assai meno che gli altri: investigati quali
    siano,  e quali possano,  e debbano essere  questi,  dal  loro  valore
    argomenteremo per induzione quali siano ed esser debbano poi gli altri
    tutti.  Questi pochissimi,  degni per certo di miglior sorte,  veggono
    pure ogni  giorno  nella  tirannide  il  coltivatore,  oppresso  dalle
    arbitrarie  gravezze,  menare  una vita stentata e infelice.  Una gran
    parte di essi ne veggono estrarre per forza dai loro tugurj per portar
    l'armi; e non gi per la patria,  ma pel loro e suo maggior nemico,  e
    contro a se stessi: veggono costoro il popolo delle citt,  l'una met
    mendico, ricchissimo l'altra,  e tutto egualmente scostumato;  veggono
    inoltre,  la  giustizia  venduta,  la  virt  dispregiata,  i delatori
    onorati, la povert ascritta a delitto,  le cariche e gli onori rapiti
    dal  vizio sfacciato,  la verit severamente proscritta,  gli averi la
    vita l'onore di  tutti  nella  mano  di  un  solo;  e  veggono  essere
    incapacissimo  di  tutto quel solo,  e lasciare egli poi il diritto di
    arbitrariamente disporne ad altri pochi,  non  meno  incapaci,  e  pi
    tristi:  tutto  ci  veggono palpabilmente ogni giorno quei pochi enti
    pensanti,  che la tirannide non ha potuti impedire;  e in ci  vedere,
    sommessamente sospirando,  si tacciono.  Ma,  perch si tacciono?  per
    sola paura. Nella tirannide,  delitto il dire,  non meno che il fare.
    Da  questa  feroce massima dovrebbe almeno risultarne,  che in vece di
    parlare, si operasse; ma (pur troppo!) n l'uno n l'altro si ardisce.
    Se dunque a tal segno avviliti sono i migliori,  quali saranno  in  un
    tal   governo  poi  gli  altri?   qual  nome  inventar  si  dovr  per
    distinguerli da coloro,  che nei ragguardevoli antichi governi cotanto
    illustravano il nome di uomo? Si affaticano tutto d gli scrittori per
    dimostrarci,  che  il  caso e le circostanze ci vogliono s fattamente
    diversi da quelli;  ma nessuno ci insegna  in  qual  modo  si  possano
    dominare  il  caso  e  le  circostanze,  n  fino  a qual punto questa
    diversit intendere e tollerare si  debba.  Si  affaticano  per  altra
    parte  i  tiranni,  e  i  loro  tanti  fautori  pi vili di essi,  nel
    persuaderci che noi non siamo pi di quella generosa specie antica. E,
    certo,  finch sopportiamo il loro giogo tacendo,  ella  quasi minore
    infamia  per  noi  il credere piuttosto in ci ai tiranni,  che non ai
    moderni scrittori.
    Tutti dunque,  e buoni e cattivi,  e dotti e ignoranti,  e pensatori e
    stupidi,  e prodi e codardi; tutti, qual pi qual meno, tremiamo nella
    tirannide. E questa  per certo la vera universale efficacissima molla
    di un tal governo; e questo  il solo legame,  che tiene i sudditi col
    tiranno.
    Si esamini ora, se il timor del tiranno sia parimente la molla del suo
    governare,  e il legame che lo tiene coi sudditi.  Costui, vede per lo
    pi gli infiniti abusi dello informe suo reggere; ne conosce i vizj, i
    principj distruttivi,  le ingiustizie,  le rapine,  le oppressioni;  e
    tutti  in  somma  i  tanti  gravissimi  mali della tirannide,  meno se
    stesso.  Vede costui,  che le troppe  gravezze  di  giorno  in  giorno
    spopolano le desolate provincie;  ma tuttavia non le toglie; perch da
    quelle enormi gravezze egli ne va  ritraendo  i  mezzi  per  mantenere
    l'enorme numero de' suoi soldati,  spie, e cortigiani; rimedj tutti (e
    degnissimi) alla sua enorme paura. E vede anch'egli benissimo,  che la
    giustizia  si  tradisce  o  si  vende;  che gli uffizj e gli onori pi
    importanti cadono sempre ai peggiori;  e queste cose  tutte,  ancorch
    ben  le  veda,  non  le  ammenda  pur mai il tiranno.  E perch non le
    ammenda?  perch,  se i  magistrati  fossero  giusti,  incorrotti,  ed
    onesti,  verrebbe  tolto  a lui primo ogni iniquo mezzo di colorare le
    sue private vendette sotto il nome di giustizia. Ne avviene da ci,  e
    da  altre  simili  cose,  che  dovendo  egli  mal  grado suo,  e senza
    avvedersene quasi, reputare se stesso come il primo vizio dello stato,
    traluce all'intelletto suo un fosco barlume di verit che  gl'insegna,
    che  se  alcuna idea di vera giustizia si venisse a introdurre nel suo
    popolo,  la prima giustizia si farebbe di lui: appunto  perch  nessun
    altr'uomo  (per  quanto  sia  egli  scellerato)  non  pu  mai  in una
    qualunque societ nuocere s gravemente ed a tanti,  come pu  nuocere
    impunemente  ogni  giorno  quest'uno nella propria tirannide.  Ciascun
    tiranno dunque, al solo nome di vera giustizia,  trema: ogni vero lume
    di  sana  ragione  gli  accresce il sospetto;  ogni verit luminosa lo
    adira;  lo spaventano i buoni;  e non crede mai sicuro se  stesso,  se
    egli  non  affida  ogni  pi  importante carica a gente ben sua;  cio
    venduta e simile a lui,  e ciecamente pensante al  suo  modo:  il  che
    importa,  una  gente  pi assai ingiusta,  pi tremante,  e quindi pi
    crudele, e pi mille volte opprimente, ch'egli nol sia.
    Ma,  un tal principe si pu dare (dirammi taluno) il quale ami  gli
    uomini,  aborrisca il vizio,  e non lasci trionfare n rimuneri altro,
    che la sola virt.  Al che rispondo  io,  col  domandare:  Pu  egli
    esistere  un uomo buono ed amico degli uomini,  il quale,  non essendo
    stupido,  si creda pure,  o finga di  credersi,  per  diritto  divino,
    superiore  assolutamente non solo ad ogni individuo,  ma alla massa di
    tutti riuniti;  e stimi non dover dar conto delle opere sue e  di  s,
    fuorch  a  Dio? Io mi far a credere che un tal ente possa essere un
    uomo buono, allor quando avr visto un solo esempio,  per cui,  avendo
    costui voluto veramente il maggior bene di quegli altri enti suoi,  ma
    di una minore specie di lui,  egli avr prese le pi  efficaci  misure
    per impedire che in quella sua societ dove egli solo era il tutto,  e
    gli altri tutti il nulla,  un qualche altro eletto da Dio al  paro  di
    lui,   non  potesse  d'allora  in  poi  commettere  illimitatamente  e
    impunemente  quel  male  stesso  che  egli  sapea  certamente  essersi
    commesso  in  quello stesso suo stato prima che ei vi regnasse;  e che
    egli certamente sapea,  attesa  la  natura  dell'uomo,  dovervisi  poi
    commettere  di  bel  nuovo  dopo  il  suo regno.  Ma,  come potr egli
    chiamarsi buono quell'uomo,  che dovendo e potendo fare un  cos  gran
    bene  a  un  s fatto numero d'uomini,  pure nol fa?  E per qual altra
    ragione nol fa egli,  se non perch un tal bene potrebbe diminuire  ai
    suoi venturi figli o successori del suo illimitato orribil potere, del
    nuocere con impunit? E si noti di pi, che costui potrebbe con un tal
    nobile  mezzo  acquistare  a  se  stesso,   in  vece  di  quell'infame
    illimitato potere di nuocere ch'egli avrebbe distrutto,  una immensa e
    non mai finora tentata gloria;  e la pi eminente che possa cadere mai
    nella mente dell'uomo;  di avere,  colle proprie legittime privazioni,
    stabilita  la  durevole felicit di un popolo intero.  Ora,  ch' egli
    dunque codesto buon principe,  di cui ci vanno ogni giorno  intronando
    gli orecchi la vilt ed il timore? un uomo, che non si reputa un uomo;
    (ed  infatti  non lo ;  ma in tutt'altro senso ch'ei non l'estima) un
    ente,  che forse vuole il bene del corpo degli  altri,  cio  che  non
    siano  n nudi,  n mendici;  ma,  che volendoli ciecamente obbedienti
    all'arbitrio d'un  solo,  necessariamente  li  vuole  ad  un  tempo  e
    stupidi,  e vili, e viziosi, e assai men uomini in somma che bruti. Un
    tale buon principe (che buono altramente non pu  esser  mai  chiunque
    possiede  una usurpata,  illegittima,  illimitata autorit) potr egli
    giustamente da chi ragiona chiamarsi  meno  tiranno  che  il  pessimo,
    poich  gli stessi pessimi effetti dall'uno come dall'altro ridondano?
    e,  come tale,  si dovr egli meno abborrire da chi conosce e sente il
    servaggio? Il conservare, il difendere ad ogni costo, il reputare come
    la pi nobile sua prerogativa lo sterminato potere di nuocere a tutti,
    non    egli  sempre  uno  imperdonabil  delitto  agli occhi di tutti,
    ancorch pure chi  reo di tal pregio  in  modo  nessuno  mai  non  ne
    abusi?  E  si  pu egli creder mai,  che codesto sognato buon principe
    possa andare  esente  dalla  paura,  poich  egli  pure  persiste  nel
    rimanere, per via della forza, maggior delle leggi? E pu egli costui,
    pi che gli altri suoi pari, esimere i sudditi dalla paura, poich'essi
    all'ombra  di  leggi  in  nulla  sottoposte  a  soldati,  non  possono
    securamente mai ridersi di  niuno  de'  suoi  assoluti  capricci,  che
    volesse (anco istantaneamente) usurparsi il titolo sacro di legge?  Io
    crederei all'incontro, che per lo pi quei tiranni che hanno da natura
    una miglior indole,  riescano,  quanto  all'effetto,  i  peggiori  pel
    popolo.  Ed  eccone una prova.  Gli uomini buoni suppongono sempre che
    gli altri sian tali;  i  tiranni  tutti  per  lo  pi  niente  affatto
    conoscono  gli  uomini,  presi  universalmente;  ma niente affatto poi
    certamente conoscono quelli che non vedono mai,  e  pochissimo  quelli
    che vedono.  Ora,  non v'ha dubbio,  che gli uomini che si accostano a
    loro son sempre i cattivi,  perch un uomo veramente buono sfuggir di
    continuo,  come  un  mostro,  la  presenza  d'ogni altro uomo,  la cui
    sterminata autorit, oltre al poterlo spogliar di ogni cosa, pu anche
    per l'influenza dell'esempio e della necessit,  costringerlo a cessar
    di esser buono. Ne avviene da ci, che al tiranno cattivo accostandosi
    i  cattivi  uomini,  vi  si  fanno l'un l'altro pessimi;  ma i ribaldi
    accostandosi  all'ottimo  tiranno,  si  fingono  allora  buoni,  e  lo
    ingannano. E questo accade ogni d; talch la tirannide per lo pi non
    risiede nella persona del tiranno, ma nell'abusiva e iniqua potenza di
    lui,   amministrata  dalla  necessaria  tristizia  de'cortigiani.  Ma,
    dovunque risieda la tirannide,  pe' miseri sudditi la  servit  riesce
    pur sempre la stessa;  e anzi,  pi dura riesce per l'universale sotto
    il tiranno buono,  ancorch forse alquanto  meno  crudele  riesca  per
    gl'individui.
    Il tiranno buono forse non trema da principio in se stesso,  perch la
    coscienza non lo rimorde di nessuna usata violenza; o, per dir meglio,
    egli trema assai meno del reo: che  infin  ch'egli  tiene  un'autorit
    illimitata,  ch'egli  benissimo sa (per quanto ignorante egli sia) non
    essere legittima mai,  non si pu interamente esimere dalla paura.  Ed
    in prova, per quanto sia pacifico e sicuro al di fuori il tiranno, non
    annulla  pur mai i soldati al di dentro.  Ma,  anche supponendo che il
    mite tiranno non tremi egli stesso,  tremano pur sempre in nome di lui
    per se stessi quei pochi pessimi che,  usurpata sotto l'ombre del nome
    suo l'autorit principesca, la esercitano. Quindi la paura vien sempre
    ad essere la base,  la cagione,  ed il mezzo di ogni tirannide,  anche
    sotto l'ottimo tiranno.
    E non mi si alleghino Tito,  Trajano,  Marc'Aurelio, Antonino; e altri
    simili, ma sempre pochissimi, virtuosi tiranni.  Una prova invincibile
    che costoro non andavano mai esenti dalla paura,  si , che nessuno di
    essi dava alle leggi autorit sovra la sua propria persona;  e non  la
    dava egli, perch espressamente sapea che ne sarebbe stato offeso egli
    primo:  nessuno  di  essi  annullava  i  soldati  perpetui,  o  ardiva
    sottoporgli ad un'altra autorit che alla propria; perch convinto era
    che non rimaneva la persona sua abbastanza difesa senz'essi.  Ciascuno
    dunque  di  costoro era pienamente certo in se stesso,  che l'autorit
    sua era illimitata,  poich sottoporla non voleva alle  leggi;  e  che
    illegittima ell'era, poich sussistere non potea senza il terror degli
    eserciti.  Domando,  se  un  tale ottimo tiranno si possa dagli uomini
    reputare e chiamare un uomo buono?  colui,  che trovandosi in mano  un
    potere  ch'egli  conosce  vizioso,  illegittimo,  e dannosissimo,  non
    solamente non se ne  spoglia  egli  stesso,  ma  non  imprende  almeno
    (potendolo  pur  fare con laude e gloria immensa) di spogliarne coloro
    che verran dopo lui: gente,  a cui,  per non esserne  essi  ancora  al
    possesso, nulla affatto si toglie coll'impedir loro quella usurpazione
    stessa; e massimamente venendo loro impedita da quei tiranni che figli
    non  lasciano.  N  sotto  Tito,  Trajano,  Marc'Aurelio,  e Antonino,
    cessava la paura nei sudditi. La prova ne sia, che nessuno dei sudditi
    ardiva francamente dir loro,  che si facessero (quali  esser  doveano)
    minori delle leggi, e che la repubblica restituissero.
    Ma  facil  cosa   ad intendersi perch gli scrittori si accordino nel
    dar tante lodi a codesti virtuosi tiranni;  e nel  dire,  che  se  gli
    altri  tutti  potessero  ad  essi  rassomigliarsi,  il  pi eccellente
    governo sarebbe il principato. Eccone la ragione.
    Allorch una paura  stata estrema e terribile,  il trovarsela  ad  un
    sol  tratto  scemata dei due terzi,  fa s,  che il terzo rimanente si
    chiama e si reputa un nulla. Qual ente  egli dunque costui, che dalla
    sola  sua  spontanea  e  libera  benignit  possa  e  debba  dipendere
    assolutamente  la  felicit  o  infelicit di tanti e tanti milioni di
    uomini?  Costui,  pu egli essere  disappassionato  interamente?  egli
    sarebbe stupido affatto. Pu egli amar tutti, e non odiar mai nessuno?
    pu  egli  non essere ingannato mai?  pu egli aver la possanza di far
    tutti i mali, e non ne fare pur mai nessunissimo? pu egli,  in somma,
    reputar s di una specie diversa e superiore agli altri uomini,  e con
    tutto ci anteporre il bene di tutti al ben di se  stesso?  Non  credo
    che  alcun  uomo  al mondo vi sia,  che volesse dare al suo pi vero e
    sperimentato amico un arbitrio intero sopra il suo proprio  avere,  su
    la propria vita,  ed onore;  n,  se un tal uom pur ci fosse, quel suo
    verace amico vorrebbe mai accettare un cos strano pericoloso e odioso
    incarico. Ora, ci che un sol uomo non concederebbe mai per s solo al
    suo pi intimo amico, tutti lo concederebbero per se stessi, e pe' lor
    discendenti,  e lo lascierebbero tener colla viva forza,  da un  solo,
    che  amico loro non  n pu essere?  da un solo,  che essi per lo pi
    non conoscono;  a cui pochissimi si avvicinano;  ed a cui non  possono
    neppure i molti dolersi delle ingiustizie ricevute in suo nome? Certo,
    una tal frenesia non  mai caduta, se non istantaneamente, in pensiero
    ad  una moltitudine d'uomini: o,  se pure una tale stupida moltitudine
    vi  stata mai, che concedesse ad un solo una s stravagante autorit,
    non potea essa costringer giammai le future generazioni a  raffermarla
    e soffrirla. Ogni illimitata autorit  dunque sempre, o nella origine
    sua,  o  nel  progresso,  una  manifesta e atrocissima usurpazione sul
    dritto naturale di tutti.  Quindi io  lascio  giudice  ogni  uomo,  se
    quell'uno  che  la  esercita  pu  mai  tranquillamente  e senza paura
    godersi  la  funesta  e  usurpata   prerogativa   di   poter   nuocere
    illimitatamente  e  impunemente  a  ciascuno  ed  a tutti: mentre ogni
    qualunque onesto privato si riputerebbe  infelicissimo  di  potere  in
    simil  guisa  nuocere al miglior suo amico,  per dritto spontaneamente
    concedutogli: e mentre, certamente, ogni amicizia fra costoro verrebbe
    a cessare,  all'incominciare della possibilit  di  esercitar  un  tal
    dritto.
    La natura dell'uomo  di temere e perci di abborrire chiunque gli pu
    nuocere,  ancorch giustamente gli nuoca. Ed in prova, fra que' popoli
    dove l'autorit paterna e maritale sono eccessive,  si ritrovano i pi
    spessi    e   terribili   esempj   della   ingratitudine,    disamore,
    disobbedienza, odio, e delitti delle mogli e dei figli. Quindi ,  che
    il  nuocere  giustamente  a  chi  male  opera,   essendo  nelle  buone
    repubbliche una prerogativa delle  leggi  soltanto;  e  i  magistrati,
    semplici esecutori di esse, elettivi essendovi ed a tempo; nelle buone
    repubbliche  si  viene  a  temer molto le leggi,  senza punto odiarle,
    perch non sono persona;  si viene  a  rispettarne  semplicemente  gli
    esecutori, senza moltissimo odiarli, perch troppi son essi, e tuttora
    si  vanno  cangiando;  e  si  viene  finalmente  a non odiar n temere
    individuo nessuno.
    Ma all'incontro la  immagine  dell'ereditario  tiranno  si  appresenta
    sempre ai popoli sotto l'aspetto di un uomo,  che avendo loro involato
    una preziosissima  cosa,  audacemente  lor  nega  che  l'abbiano  essi
    posseduta  giammai;  e  tiene  perpetuamente  sguainata la spada,  per
    impedire che ritolta gli sia.  Pu non ferire costui;  ma chi pu  non
    temerne?  Possono  i  popoli non si curare di ridomandargliela;  ma il
    tiranno,  non potendosi accertar mai della lor  non  curanza,  non  si
    lascia  perci mai ritrovar senza spada.  Non  dunque coraggio contra
    coraggio,  ma paura contro paura,  la  molla  che  questa  usurpazione
    mantiene.
    Ma,  mentre  io  della  PAURA s lungamente favello,  gi gi mi sento
    gridar  d'ogni  intorno:  E  quando  fra  due  ereditarj  tiranni  si
    combatte, quei tanti e tanti animosi uomini che affrontano per essi la
    morte,  sono eglino guidati dalla paura,  ovver dall'onore? Rispondo;
    che di questa specie d'onore  parler  a  suo  luogo;  che  anche  gli
    orientali,  popoli sempre servi,  i quali a parer nostro non conoscono
    onore, e che riputiamo di s gran lunga inferiori a noi, gli orientali
    anch'essi animosissimamente combattono pe' loro tiranni,  e danno  per
    quelli  la  vita.  Ne  attribuisco  in  parte la cagione alla naturale
    ferocia dell'uomo;  al bollore del sangue che nei pericoli si accresce
    ed  accieca;  alla vanagloria ed emulazione,  per cui nessun uomo vuol
    parere minore di un altro;  ai pregiudizj succhiati col latte;  ed  in
    ultimo  lo  attribuisco,  pi  che ad ogni altra cosa,  alla gi tante
    volte nominata PAURA.  Questa terribilissima passione,  sotto tanti  e
    cos  diversi aspetti si trasfigura nel cuor dell'uomo,  ch'ella vi si
    pu per anco travestire in coraggio. Ed i moderni eserciti nostri, nei
    quali vengono puniti di morte quelli che fuggono dalla  battaglia,  ne
    possono fare ampia fede. Questi nostri eroi tiranneschi, che per pochi
    bajocchi il giorno vendono al tiranno la loro vilt,  appresentati dai
    loro condottieri a fronte del nemico,  si trovano avere alle spalle  i
    loro  proprj  sergenti  con  le spade sguainate;  e spesso anche delle
    artiglierie vi si  trovano,  affinch,  atterriti  da  tergo,  codesti
    vigliacchi  simulino  coraggio  da  fronte.  Senza  aver  molto onore,
    potranno dunque  cotali  soldati  anteporre  una  morte  non  certa  e
    onorevole ad una infame e certissima.















    Capitolo Quarto.
    DELLA VILTA'.

    Dalla paura di tutti nasce nella tirannide la vilt dei pi. Ma i vili
    in supremo grado necessariamente son quelli,  che si avvicinano pi al
    tiranno,  cio al fonte di ogni attiva e  passiva  paura.  Grandissima
    perci,  a parer mio, passa la differenza fra la vilt e la paura. Pu
    l'uomo onesto, per le fatali sue nate circostanze, trovarsi costretto
    a temere;  e temer costui con una certa dignit;  vale a  dire,  egli
    temer  tacendo,  sfuggendo  sempre perfino l'aspetto di quell'uno che
    tutti atterrisce, e fra se stesso piangendo, o con pochi a lui simili,
    la necessit di temere, e la impossibilit d'annullare, o di rimediare
    a un cos indegno timore.  All'incontro,  l'uomo gi vile per  propria
    natura,  facendo pompa del timor suo, e sotto la infame maschera di un
    finto amore ascondendolo, cercher di accostarsi, d'immedesimarsi, per
    quanto egli potr,  col tiranno: e sperer quest'iniquo di scemare  in
    tal guisa a se stesso il proprio timore, e di centuplicarlo in altrui.
    Onde,  ella mi pare ben dimostrata cosa, che nella tirannide, ancorch
    avviliti sian tutti, non perci tutti son vili.



    Capitolo Quinto.
    DELL'AMBIZIONE.

    Quel possente stimolo, per cui tutti gli uomini, qual pi,  qual meno,
    ricercando  vanno  di  farsi  maggiori  degli altri,  e di s;  quella
    bollente passione,  che produce del pari e le pi gloriose  e  le  pi
    abbominevoli imprese;  l'ambizione in somma, nella tirannide non perde
    punto della sua attivit,  come tante altre nobili passioni dell'uomo,
    che in un tal governo intorpidite rimangono e nulle.  Ma,  l'ambizione
    nella tirannide,  trovandosi intercette tutte le vie e  tutti  i  fini
    virtuosi  e  sublimi,  quanto  ella   maggiore,  altrettanto pi vile
    riesce e viziosa.
    Il pi alto scopo dell'ambizione in chi  nato non  libero,  si    di
    ottenere  una  qualunque parte della sovrana autorit: ma in ci quasi
    del tutto si assomigliano e le tirannidi e le pi  libere  e  virtuose
    repubbliche.  Tuttavia,  quanto  diversa  sia quell'autorit parimente
    desiata,  quanto diversi i mezzi per ottenerla,  quanto diversi i fini
    allor  quando  ottenuta  siasi,  ciascuno  per  se stesso lo vede.  Si
    perviene  ad   un'assoluta   autorit   nella   tirannide,   piacendo,
    secondando, e assomigliandosi al tiranno: un popolo libero non concede
    la  limitata  e passeggera autorit,  se non se a una certa virt,  ai
    servigj importanti resi alla patria,  all'amore del  ben  pubblico  in
    somma, attestato coi fatti. N i tutti possono volere altro utile mai,
    che  quello dei tutti;  n altri premiare,  se non quelli che arrecano
    loro quest'utile.  E' vero nondimeno,  che possono i tutti alle  volte
    ingannarsi,  ma  per  breve tempo;  e l'ammenda del loro errore sta in
    essi pur sempre. Ma il tiranno, che  uno solo, ed un contra tutti, ha
    sempre un interesse non solamente diverso,  ma per lo pi direttamente
    opposto  a  quello  di tutti: egli dee dunque rimunerare chi  utile a
    lui;  e quindi,  non che premiare,  perseguitare  e  punire  debb'egli
    chiunque veramente tentasse di farsi utile a tutti.
    Ma, se il caso pure volesse che il bene di quell'uno fosse ad un tempo
    in qualche parte il bene di tutti, il tiranno nel rimunerarne l'autore
    pretesterebbe   forse   il  ben  pubblico;   ma,   in  essenza,   egli
    ricompenserebbe il servigio prestato al suo privato interesse.  E cos
    colui,  che  avr per caso servito lo stato (se pure una tirannide pu
    dirsi mai stato,  e se giovar si pu ai servi,  non liberandoli  prima
    d'ogni  cosa  dalla  lor  servit)  colui pur sempre dir,  ch'egli ha
    servito il tiranno; svelando con queste parole o il vile suo animo,  o
    il suo cieco intelletto.  Ed il tiranno stesso, ove la paura sua, e la
    dissimulazione che n' figlia,  non gli vadano rammentando che si  dee
    pur  nominare,  almeno  per la forma,  lo stato;  il tiranno anch'egli
    dir,  per innavvertenza,  di aver premiato i servigj prestati  a  lui
    stesso.
    Cos  Giulio Cesare scrittore,  parlando di Giulio Cesare capitano,  e
    futuro tiranno,  si lasciava sfuggir dalla penna le  seguenti  parole:
    Scutoque ad eum (ad Caesarem) relato Scaevae Centurionis, inventa sunt
    in  eo  foramina  CCXXX:  quem  Caesar,  ut  erat  DE SE meritus et de
    republica,  donatum millibus ducentis,  etc.  Si vede in questo  passo
    dalle  parole,  DE SE meritus,  quanto il buon Cesare,  essendosi pure
    prefisso nei suoi commentarj di non parlar di se stesso  se  non  alla
    terza  persona,  ne  parlasse  qui  inavvertentemente  alla  prima;  e
    talmente alla prima, che la parola de republica non veniva che dopo la
    parola DE SE, quasi per formoletta di correzione. In tal modo scriveva
    e pensava il pi magnanimo di tutti i tiranni, allor quando non si era
    ancor fatto tale;  quando egli stava  ancora  in  dubbio  se  potrebbe
    riuscir  nella  impresa: ed era costui nato e vissuto cittadino fino a
    ben oltre gli anni quaranta. Ora, che penser e dir egli su tal punto
    un volgare tiranno? colui, che nato, educato tale, certo di morire sul
    trono,  se ne vive fino  alla  saziet  nauseato  di  non  trovar  mai
    ostacoli a qualunque sua voglia?  Risulta, mi pare, da quanto ho detto
    fin qui;  che l'ottenere il favore di un solo attesta pur  sempre  pi
    vizj  che  virt  in  colui  che l'ottiene;  ancorch quel solo che lo
    accorda,  potesse esser virtuoso;  poich,  per piacere a  quel  solo,
    bisogna pur essere o mostrarsi utile a lui,  mentre la virt vuole che
    l'uomo pubblico evidentemente  sia  utile  al  pubblico.  E  parimente
    risulta  dal  fin  qui  detto;  che  l'ottenere il favore di un popolo
    libero, ancorch corrotto sia egli,  attesta nondimeno necessariamente
    in chi l'ottiene, alcuna capacit e virt; poich, per piacere a molti
    ed  ai pi,  bisogna manifestamente essere,  o farsi credere,  utile a
    tutti; cosa, che, o da vera o da finta intenzione ella nasca, sempre a
    ogni modo richiede una tal quale capacit e  virt.  In  vece  che  il
    mostrarsi  piacevole  ed utile a un solo potente col fine di usurparsi
    una parte della di lui potenza,  richiede sempre e vilt di  mezzi,  e
    picciolezza di animo,  e raggiri,  e doppiezze, e iniquit moltissime,
    per competere e soverchiare i tanti altri concorrenti  per  lo  stesso
    mezzo ad una cosa stessa.
    E  quanto  asserisco,  mi sar facile il provar con esempj.  Erano gi
    molto corrotti i Romani, e gi gi vacillava la lor libert,  allorch
    Mario,  guadagnati  a  s  i  suffragj del popolo,  si facea console a
    dispetto di Silla e dei nobili.  Ma si consideri bene quale  si  fosse
    codesto Mario;  quali e quante virt egli avesse gi manifestate e nel
    foro e nel campo;  e tosto si  vedr  che  il  popolo  giustamente  lo
    favoriva,  poich  (secondo  le  circostanze  ed i tempi) le virt sue
    soverchiavano di molto i suoi vizj. Erano i Francesi, non liberi, (che
    stati fino ai d  nostri  non  lo  sono  pur  mai)  ma  in  una  crisi
    favorevole  a  far  nascere libert,  ed a fissare per sempre i giusti
    limiti di un ragionevole principato,  allorch saliva sul trono Arrigo
    quarto,   quell'idolo  dei  Francesi  un  secolo  dopo  morte.  Sully,
    integerrimo ministro di  quell'ottimo  principe,  ne  godeva  in  quel
    tempo,  e  ne  meritava,  il  favore.  Ma,  se  si vuole per l'appunto
    appurare qual fosse la politica virt di codesti due uomini,  ella  si
    giudichi  da  quello  che  fecero.  Sully,  ebbe  egli  mai la virt e
    l'ardire di prevalersi di un tal favore, e di sforzare con evidenza di
    ragioni inespugnabili quell'ottimo  re,  a  innalzare  per  sempre  le
    stabili e libere leggi sopra di s e dei suoi successori? e se egli ne
    avesse avuto l'ardire,  si pu egli presumere,  che avrebbe conservato
    il favore di Arrigo? Dunque codesto favore di un tiranno anche ottimo,
    non si pu assolutamente acquistar dal suo suddito  per  via  di  vera
    politica virt;  n si pu (molto meno) per via di vera politica virt
    conservare.
    Esaminiamo ora da prima i fonti dell'autorit.  I mezzi per  ottenerla
    nelle repubbliche,  sono il difenderle e l'illustrarle; lo accrescerne
    l'impero e la gloria;  l'assicurarne la libert,  ove sane elle siano;
    il rimediare agli abusi, o tentarlo, se corrotte elle sono; e in fine,
    il  dimostrar  loro  sempre  la  verit,   per  quanto  spiacevole  ed
    oltraggiosa ella paja.
    I mezzi per ottenere autorit dal tiranno, sono il difenderlo,  ma pi
    ancora  dai  sudditi che non dai nemici;  il laudarlo;  il colorirne i
    difetti;   lo  accrescerne  l'impero   e   la   forza;   l'assicurarne
    l'illimitato  potere  apertamente,  s'egli    un tiranno volgare;  lo
    assicurarglielo sotto apparenza di ben pubblico,  s'egli  un  accorto
    tiranno:  e  a  ogni  modo,  il tacere a lui sempre,  e sovra tutte le
    altre,  questa importantissima verit: Che sotto l'assoluto governo di
    un  solo ogni cosa debb'essere indispensabilmente sconvolta e viziosa.
    Ed una tal verit  impossibile a dirsi  da  chi  vuol  mantenersi  il
    favor del tiranno; ed  forse impossibile a pensarsi e sentirsi da chi
    lo  abbia  ricercato mai,  e ottenuto.  Ma,  questa manifesta e divina
    verit, riesce non meno impossibile a tacersi da chi vuol veramente il
    bene di  tutti:  e  impossibile  finalmente  riesce  a  soffrirsi  dal
    tiranno,  che vuole, e dee volere, prima d'ogni altra cosa, il privato
    utile di se stesso.
    Le corti tutte son dunque per necessit ripienissime di pessima gente;
    e, se pure il caso vi ha intruso alcun buono,  e che tale mantenervisi
    ardisca, e mostrarsi, dee tosto o tardi costui cader vittima dei tanti
    altri rei che lo insidiano,  lo temono, e lo abborriscono, perch sono
    vivamente offesi dalla di lui insopportabil virt. Quindi ,  che dove
    un  solo    signore  di  tutto  e  di tutti,  non pu allignare altra
    compagnia,  se non se scellerata.  Di questa verit tutti i secoli,  e
    tutte le tirannidi, han fatto e faranno indubitabile fede; e con tutto
    ci, in ogni secolo, in ogni tirannide, da tutti i popoli servi ella 
    stata e sar pochissimo creduta,  e meno sentita. Il tiranno, ancorch
    d'indole buona sia egli, rende immediatamente cattivi tutti coloro che
    a lui si avvicinano; perch la sua sterminata potenza,  di cui (bench
    non  ne abusi) mai non si spoglia,  vie maggiormente riempie di timore
    coloro che pi da presso la osservano: dal pi  temere  nasce  il  pi
    simulare; e dal simulare e tacere, l'esser pessimo e vile.
    Ma,  dall'ambizione nella tirannide ne ridonda spesso all'ambizioso un
    potere illimitato non meno che quello del tiranno; e tale, che nessuna
    repubblica mai, a nessuno suo cittadino, n pu n vuole compatirne un
    s grande.  Perci pare ai molti scusabile colui,  che essendo nato in
    servaggio,  ardisce  pure  proporsi  un  cos alto fine;  di farsi pi
    grande che lo stesso tiranno,  all'ombra della di lui  imbecillit,  o
    della  di lui non curanza.  Risponda ciascuno a questa obiezione,  col
    domandare a se stesso: "Un'autorit ingiusta,  illimitata,  rapita,  e
    precariamente esercitata sotto il nome d'un altro, ottener si pu ella
    giammai,  senza  inganno?  Pu  ella esercitarsi mai,  senza nuocere a
    molti, e per lo meno ai concorrenti ad essa?   Pu ella finalmente mai
    conservarsi, senza frode crudelt e prepotenza nessuna?"
    Si ambisce dunque l'autorit nelle repubbliche,  perch  ella  in  chi
    l'acquista fa fede di molte virt,  e perch'ella presta largo campo ad
    accrescersi quell'individuo la propria gloria coll'util di  tutti.  Si
    ambisce  nelle  tirannidi,  perch  ella  vi  somministra  i  mezzi di
    soddisfare alle private passioni;  di sterminatamente  arricchire;  di
    vendicare  le  ingiurie  e  di  farne,  senza  timor  di vendetta;  di
    beneficare i pi infami servigj; e di fare in somma tremare quei tanti
    che nacquero eguali, o superiori,  a colui che la esercita.  N si pu
    in verun modo dubitare,  che nella repubblica,  e nella tirannide, gli
    ambiziosi non abbiano questi fra loro diversi disegni.  Gi  prima  di
    acquistare  l'autorit il repubblicano benissimo sa che non potr egli
    sempre serbarla; che non potr abusarne,  perch dovr dar conto di s
    rigidissimo ai suoi eguali;  e che l'averla acquistata  una prova che
    egli era migliore,  o pi atto da ci,  che non  i  competitori  suoi.
    Cos,  nella  tirannide,  non  ignora lo schiavo,  che quella autorit
    ch'egli ambisce, non avr nessun limite;  ch'ella  perci odiosissima
    a  tutti;  che  lo  abusarne    necessario  per  conservarla;  che il
    ricercarla attesta la pessima indole del  candidato;  che  l'ottenerla
    chiaramente  dimostra  ch'egli era tra i concorrenti tutti il pi reo.
    Eppure codesti due ambiziosi,  queste cose tutte  sapendo  gi  prima,
    senza  punto  arrestarsi  corrono  entrambi  del  pari  la  intrapresa
    carriera.  Ora,  chi potr pure asserire che l'ambizioso in repubblica
    non  abbia  per  meta  la  gloria  pi  assai  che  la potenza?  e che
    l'ambizioso nella tirannide si proponga altra meta, che la potenza, la
    ricchezza, e la infamia?  Ma,  non tutte le ambizioni,  hanno per loro
    scopo la suprema autorit.  Quindi,  nell'uno e nell'altro governo, si
    trova poi sempre un infinito numero di semi-ambiziosi, a cui bastano i
    semplici onori senza potenza; ed un numero ancor pi infinito di vili,
    a cui basta il guadagno senza potenza n onori.  E  milita  anche  per
    costoro,  nell'uno  e  nell'altro  governo,  la  stessa  differenza  e
    ragione.  Gli onori nelle repubbliche non si rapiscono  coll'ingannare
    un  solo,  ma  si ottengono col giovare o piacere ai pi: ed i pi non
    vogliono onorare quell'uno,  se egli non  lo  merita  affatto;  perch
    facendolo,  disonorano pur troppo se stessi. Gli onori nella tirannide
    (se onori chiamar pur si possono)  vengono  distribuiti  dall'arbitrio
    d'un solo;  si accordano alla nobilt del sangue per lo pi; alla fida
    e total servit degli avi;  alla perfetta  e  cieca  obbedienza,  cio
    all'intera  ignoranza di se stesso;  al raggiro;  al favore;  e alcune
    volte, al valore contra gli esterni nemici.
    Ma,  gli onori tutti (qualunque siano) sempre per loro natura  diversi
    in codesti diversi governi,  sono pur anche,  come ognun vede,  per un
    diverso fine ricercati.  Nella tirannide,  ciascuno vuol rappresentare
    al  popolo  una anche menoma parte del tiranno.  Quindi un titolo,  un
    nastro,  o altra simile inezia,  appagano spesso l'ambizioncella d'uno
    schiavicello;  perch  questi onorucci fan prova,  non gi ch'egli sia
    veramente stimabile, ma che il tiranno lo stima;  e perch egli spera,
    non  gi  che il popolo l'onori,  ma che lo rispetti e lo tema.  Nella
    repubblica, manifesta e non dubbia cosa ,  per qual ragione gli onori
    si cerchino; perch veramente onorano chi li riceve.
    L'ambizione  d'arricchire,  chiamata  pi propriamente <big> CUPIDIGIA
    </big>, non pu aver luogo nelle repubbliche, fin ch'elle corrotte non
    sono;  e quando anche  il  siano,  i  mezzi  per  arricchirvi  essendo
    principalmente  la  guerra,  il  commercio,  e non mai la depredazione
    impunita del pubblico erario,  ancorch il guadagno sia uno scopo  per
    se  stesso  vilissimo,  nondimeno  per  questi due mezzi egli viene ad
    essere la ricompensa di due sublimi virt;  il coraggio,  e  la  fede.
    L'ambizione d'arricchire  la pi universale nelle tirannidi; e quanto
    elle sono pi ricche ed estese, tanto pi facile a soddisfarsi per vie
    non  legittime  da  chiunque  vi  maneggia danaro del pubblico.  Oltre
    questo, molti altri mezzi se ne trovano; e altrettanti esser sogliono,
    quanti sono i vizj del tiranno, e di chi lo governa.
    Lo scopo,  che si propongono gli uomini nello straricchire,   vizioso
    nell'uno  e  nell'altro  governo;  e  pi ancora nelle repubbliche che
    nelle tirannidi; perch in quelle si cercano le ricchezze eccessive, o
    per corrompere i cittadini, o per soverchiar l'uguaglianza; in queste,
    per godersele nei vizj e nel lusso. Con tutto ci,  mi pare pur sempre
    assai  pi escusabile l'avidit di acquistare,  in quei governi dove i
    mezzi ne son men vili, dove l'acquistato  sicuro,  e dove in somma lo
    scopo (ancorch pi reo) pu essere almeno pi grande. In vece che nei
    governi assoluti, quelle ricchezze che sono il frutto di mille brighe,
    di  mille  iniquit  e  vilt,  e  dell'assoluto capriccio di un solo,
    possono essere in un momento ritolte da altre simili brighe,  iniquit
    e  vilt,  o  dal  capriccio  stesso  che  gi  le dava,  o che rapire
    lasciavale.
    Parmi d'aver parlato di ogni sorta d'ambizione,  che  allignare  possa
    nella tirannide.  Conchiudo; che questa stessa passione, che  stata e
    pu essere la vita dei liberi stati,  la pi esecrabil peste si fa dei
    non liberi.















    Capitolo Sesto.
    DEL PRIMO MINISTRO.

    "Ad consulatum non nisi per Sejanum aditus: neque Sejani voluntas nisi
    scelere quaerebatur".

    E fra le pi atroci calamit pubbliche, cagionate dall'ambizione nella
    tirannide,  si dee, come atrocissima e massima, reputar la persona del
    primo ministro, da me nel precedente capitolo soltanto accennata, e di
    cui credo importante ora, e necessarissimo, il discorrere a lungo.
    Questa fatal dignit altrettanto maggior  lustro  acquista  a  chi  la
    possiede,  quanto    maggiore  la  incapacit  del  tiranno,  che  la
    comparte.  Ma siccome il solo favore di esso la crea;  siccome,  ad un
    tiranno  incapace  non    da  presumersi che possa piacere pur mai un
    ministro illuminato e capace;  ne risulta per lo pi,  che costui  non
    meno  inetto  al  governare  che  lo  stesso tiranno,  gli rassomiglia
    interamente nella impossibilit del ben  fare,  e  di  gran  lunga  lo
    supera  nella  capacit desiderio e necessit del far male.  I tiranni
    d'Europa cedono a codesti loro primi ministri l'usufrutto di  tutti  i
    loro diritti; ma niuno ne vien loro accordato dai sudditi con maggiore
    estensione  e  in  pi  supremo  grado,  che il giusto abborrimento di
    tutti. E questo abborrimento sta nella natura dell'uomo,  che male pu
    comportare,  che  altri,  nato suo eguale,  rapisca ed eserciti quella
    autorit caduta in sorte a chi egli crede nato suo maggiore: autorit,
    che per altre illegittime mani passando, viene a duplicare per lo meno
    la sua propria gravezza.
    Ma questo primo ministro,  dal sapersi sommamente abborrito,  ne viene
    egli  pure  ad  abborrire  altrui  sommamente;   ond'egli  gastiga,  e
    perseguita, e opprime, ed annichila chiunque l'ha offeso; chiunque pu
    offenderlo; chiunque ne ha, o glie ne viene imputato,  il pensiero;  e
    chiunque  finalmente,  non  ha la sorte di andargli a genio.  Il primo
    ministro perci facilmente persuade poi a quel tiranno  di  legno,  di
    cui  ha  saputo  farsi l'anima egli,  che tutte le violenze e crudelt
    ch'egli  adopera  per  assicurare  se  stesso,  necessarie  siano  per
    assicurare il tiranno.  Accade alle volte, che, o per capriccio, o per
    debolezza, o per timore,  il tiranno ritoglie ad un tratto il favore e
    l'autorit al ministro;  lo esiglia dalla sua presenza;  e gli lascia,
    per singolare benignit,  le predate ricchezze e la  vita.  Ma  questa
    mutazione  non   altro,  che un aggravio novello al misero soggiogato
    popolo.  Il che facilmente dimostrasi.  Il ministro anteriore,  bench
    convinto di mille rapine,  di mille inganni, di mille ingiustizie, non
    discade tuttavia quasi mai dalla sua dignit,  se non in  quel  punto,
    ove un altro pi accorto di lui gli ha saputo far perdere il favor del
    tiranno.  Ma,  comunque  egli  giunga,  ei  giunge  pure in somma quel
    giorno,  in cui al ministro  ritolta l'autorit e il  favore.  Allora
    bisogna,  che lo stato si prepari a sopportare il ministro successore,
    il quale dee pur sempre essere di alcun poco pi reo del predecessore;
    ma,  volendosi egli far credere migliore,  innova e sovverte ogni cosa
    stabilita  dall'altro,  ed  in  tutto se gli vuole mostrare dissimile.
    Eppure  costui  vuole,   e  dee  volere  (come  il  predecessore)   ed
    arricchirsi,  e mantenersi in carica,  e vendicarsi,  e ingannare,  ed
    opprimere, ed atterrire.  Ogni mutazione dunque nella tirannide,  cos
    di  tiranno,  che di ministro,  altro non  ad un popolo infelicemente
    servo,  che come il mutare fasciatura e chirurgo ad una immensa  piaga
    insanabile, che ne rinnuova il fetore e gli spasimi.
    Ma,  che  il ministro successore debba esser poi di alcun poco pi reo
    dell'antecessore,  colla stessa facilit si dimostra.  Per soverchiare
    un  uomo  cattivo  accorto  e  potente,  egli  pur d'uopo vincerlo in
    cattivit e  accortezza.  Un  ministro  di  tiranno  per  lo  pi  non
    precipita,   senza   che   alcuno   di   quelli   che  direttamente  o
    indirettamente erano autori della sua rovina,  a  lui  non  sottentri.
    Ora,  come  seppe  egli  costui atterrare quei tanti ripari,  che avea
    fatti quel primo per assicurarsi nel seggio suo?  certamente,  non per
    fortuna lo vinse,  ma per arte maggiore.  Domando: "Se nelle corti una
    maggior  arte  possa  supporre  minori  vizj  in  chi  la  possiede  e
    felicemente la esercita".
    La  non-ferocia  dei  moderni tiranni,  che in essi non  altro che il
    prodotto della non-ferocia dei moderni popoli,  non comporta che  agli
    ex-ministri venga tolta la vita,  e neppure le ricchezze, ancorch'elle
    siano per lo pi il frutto delle loro iniquit e rapine:  n  soffrono
    costoro  alcun  altro  gastigo,  che  quello  di  vedersi lo scherno e
    l'obbrobrio di tutti,  e massime di quei vili che  maggiormente  sotto
    essi  tremavano.   Alcuni  di  questi  vicetiranni  smessi,  hanno  la
    sfacciataggine di far pompa di animo  tranquillo  nella  loro  avversa
    fortuna;  e  ardiscono  stoltamente  arrogarsi  il  nome  di  filosofi
    disingannati. E costoro fanno ridere davvero gli uomini savj,  che ben
    sapendo  cosa sia un filosofo,  chiaramente veggono ch'egli non ,  n
    pu essere mai stato, un vicetiranno.
    Ma perderei le parole,  il tempo,  e la maest da un  cos  alto  tema
    richiesta,  se dimostrar io volessi che un ente cotanto vile ed iniquo
    non pu n essere stato mai, n divenire, un filosofo.  Prover bens,
    (come cosa assai pi importante) che un primo ministro del tiranno non
     mai,  n pu essere, un uomo buono ed onesto: intendendo io da prima
    per politica onest e  vera  essenza  dell'uomo,  quella  per  cui  la
    persona  pubblica  antepone  il bene di tutti al bene d'un solo,  e la
    verit ad ogni cosa.  E,  nell'avere io definita la  politica  onest,
    parmi di aver largamente provato il mio assunto.  Se il tiranno stesso
    non vuole, e non pu volere, il vero ed intero ben pubblico,  il quale
    sarebbe  immediatamente  la  distruzione della sua propria potenza,  
    egli credibile  che  lo  potr  mai  volere,  ed  operare,  colui  che
    precariamente  lo  rappresenta?  colui,  che  un capriccio ed un cenno
    aveano quasi collocato sul trono, e che un capriccio ed un cenno ne lo
    precipitano?
    Che  il  ministro  poi  non  pu  essere  privatamente  uomo   onesto,
    intendendo  per privata onest la costumatezza e la fede,  si potrebbe
    pur anche ampiamente provare, e con ragioni invincibili: ma i ministri
    stessi,  colle loro opere,  tutto d ce lo provano  assai  meglio  che
    nessuno  scrittore  provarlo  potrebbe  con  le  parole.   Si  osservi
    soltanto, che non esiste ministro nessuno che voglia perder la carica;
    che niuna carica  pi invidiata della  sua;  che  niun  uomo  ha  pi
    nemici di lui,  n pi calunnie, o vere accuse, da combattere: ora, se
    la virt per se stessa possa in un governo niente  virtuoso  resistere
    con una forza non sua al vizio,  al raggiro,  e all'invidia, ne lascio
    giudice ognuno.
    Dalla potenza illimitata del tiranno trasferita nel di  lui  ministro,
    si  viene a produrre la prepotenza;  cio l'abuso di un potere abusivo
    gi per se stesso. Crescono la potenza e l'abuso ogniqualvolta vengono
    innestati nella persona di un suddito,  perch questo tiranno elettivo
    e casuale si trova costretto a difendere con quella potenza il tiranno
    ereditario  e  se stesso.  Una persona di pi da difendersi,  richiede
    necessariamente pi mezzi di difesa;  e un'autorit  pi  illegittima,
    richiede mezzi pi illegittimi. Perci la creazione, o l'intrusione di
    questo personaggio nella tirannide,  si dee senza dubbio riputare come
    la pi sublime perfezione di ogni arbitraria potest.
    Ed eccone in uno scorcio la prova.  Il  tiranno,  che  non  si    mai
    creduto  n  visto nessun eguale,  odia per innato timore l'universale
    dei sudditi suoi; ma non ne avendo egli mai ricevuto ingiurie private,
    gl'individui non odia.  La spada sta dunque,  fin  ch'egli  stesso  la
    tiene, in mano di un uomo, che per non essere stato offeso, non sa cui
    ferire.  Ma,  tosto  ch'egli  cede questo prezioso e terribile simbolo
    dell'autorit ad un suddito,  che si   veduto  degli  eguali,  e  dei
    superiori;  ad uno,  che,  per essere sommamente iniquo ed odioso, dee
    sommamente essere odiato dai molti e dai pi;  chi ardir mai  credere
    allora, o asserire, o sperare che costui non ferisca?








    Capitolo Settimo.
    DELLA MILIZIA.

    Ma, o regni il tiranno stesso, o regni il ministro, a ogni modo sempre
    i difensori delle loro inique persone,  gli esecutori ciechi e crudeli
    delle loro assolute volont, sono i mercenarj soldati. Di questi ve ne
    ha nei moderni tempi di pi specie;  ma tutte per ad un medesimo fine
    destinate.
    In alcuni paesi d'Europa si arruolano gli uomini per forza;  in altri,
    con minor violenza,  e maggior obbrobrio per quei popoli,  si  offrono
    essi spontaneamente di perdere la lor libert, o (per meglio dire) ci
    che essi stoltamente chiamano di tal nome. Costoro s'inducono a questo
    traffico  di  se  stessi,  spinti  per lo pi dalla lor dappocaggine e
    vizj,  e lusingati dalla speranza di soverchiare ed opprimere  i  loro
    eguali.  Molti tiranni usano anche d'avere al lor soldo alcune milizie
    straniere,  nelle quali maggiormente si affidano.  E,  per una  strana
    contraddizione,  che molto disonora gli uomini, gli Svizzeri, che sono
    il popolo quasi il pi libero dell'Europa,  si lasciano prescegliere e
    comprare,  per servir di custodi alla persona di quasi tutti i tiranni
    di essa.
    Ma, o straniere siano o nazionali, o volontarie o sforzate, le milizie
    a ogni modo son sempre il braccio, la molla, la base, la ragione sola,
    e migliore,  delle tirannidi  e  dei  tiranni.  Un  tiranno  di  nuova
    invenzione  cominci  in  questo  secolo  a  stabilire  e mantenere un
    esercito intero e perpetuo in armi.  Costui,  nel volere un  esercito,
    allorch non avea nemici al di fuori, ampiamente prov quella gi nota
    asserzione; che il tiranno ha sempre in casa i nemici.
    Non  era  per  cosa  nuova,  che i tiranni avessero per nemici i loro
    sudditi tutti; e non era nuovo neppure, che senza aver essi quei tanto
    formidabili eserciti,  sforzassero nondimeno i lor sudditi ad obbedire
    e tremare.  Ma,  tra l'idea che si ha delle cose, e le cose stesse, di
    mezzo vi entrano i sensi;  ed i  sensi,  nell'uomo,  son  tutto.  Quel
    tiranno  che  nei  secoli  addietro  se  ne  stava  disarmato,  se gli
    sopravveniva allora il capriccio  o  il  bisogno  di  aggravare  oltre
    l'usato  i  suoi  sudditi,  soleva  per  lo  pi  astenersene;  perch
    mormorandone essi o resistendogli,  pensava che gli sarebbe necessario
    di  armarsi  per  fargli  obbedire  e  tacere.  Ma  ai  tempi  nostri,
    quell'autorit e forza,  che il padre o  l'avo  del  presente  tiranno
    sapeano  bens  d'avere,  ma non se la vedeano sempre sotto gli occhi;
    quell'autorit e forza viene ora ampiamente dimostrata al regnante  da
    quelle tante sue schiere,  che non solo lo assicurano dalle offese dei
    sudditi, ma che ad offenderli nuovamente lo invitano.
    Onde,  fra l'idea del potere  nei  passati  tiranni,  e  la  effettiva
    realit  del  potere  nei  presenti,  corre  per  l'appunto  la stessa
    differenza,  che passa tra la possibilit  ideale  d'una  cosa,  e  la
    palpabile esecuzione di essa.
    La  moderna  milizia,  colla  sua  perpetuit,  annulla  nelle moderne
    tirannidi l'apparenza stessa del viver civile;  di libert seppellisce
    il   nome  perfino;   e  l'uomo  invilisce  a  tal  segno,   che  cose
    politicamente virtuose, giuste,  giovevoli,  ed alte,  non pu egli n
    fare,  n dire,  n ascoltar, n pensare. Da questa infame moltitudine
    di  oziosi   soldati,   vili   nell'obbedire,   insolenti   e   feroci
    nell'eseguire, e sempre pi intrepidi contro alla patria che contro ai
    nemici,  nasce  il  mortale  abuso dell'esservi uno stato di pi nello
    stato;  cio un corpo permanente  e  terribile,  che  ha  opinioni  ed
    interessi  diversi  e  in  tutto contrarj a quelli del pubblico;  e un
    corpo,  che per la sua illegittima e viziosa istituzione,  porta in se
    stesso   la  impossibilit  dimostrata  di  ogni  civile  ben  vivere.
    L'interesse di tutti o  dei  pi,  fra  i  popoli  di  ogni  qualunque
    governo,  si  di non essere oppressi, o il meno che il possono: nella
    tirannide i soldati,  che non debbono aver mai  interesse  diverso  da
    quello  del  tiranno  che  li  pasce  e  che  la loro superba pigrizia
    vezzeggia;  i soldati,  hanno necessariamente interesse di opprimere i
    popoli quanto pi il possono;  poich quanto pi opprimono,  tanto pi
    considerati sono essi, e necessarj, e temuti.
    Non accade nella  tirannide,  come  nelle  vere  repubbliche,  che  le
    interne  dissensioni  vengano  ad  esservi  una parte di vita;  e che,
    saggiamente mantenutevi  ed  adoprate,  vi  accrescano  libert.  Ogni
    diversit  di  interesse  nella  tirannide,  accresce  al contrario la
    pubblica infelicit,  e la universal servit: e quindi bisogna che  il
    debole  per  cos  dire  si annichili,  e che il forte si insuperbisca
    oltre ogni misura. Nella tirannide perci le soldatesche son tutto, ed
    i popoli nulla.
    Questi prepotenti,  o siano volontariamente o sforzatamente arruolati,
    sogliono  essere,  quanto ai costumi,  la pi vile feccia della feccia
    della plebe: e s gli uni che gli altri,  appena  hanno  investita  la
    livrea  della  loro  duplicata  servit,  fattisi orgogliosi,  come se
    fossero meno schiavi che i loro consimili;  spogliatisi  del  nome  di
    contadini di cui erano indegni, sprezzano i loro eguali, e li reputano
    assai da meno di loro.  E in fatti, i veri contadini coltivatori nella
    tirannide si dichiarano assai minori  dei  contadini  soldati,  poich
    sopportano  essi  questa  genia militante,  che ardisce disprezzargli,
    insultargli,  spogliargli,  ed opprimerli.  E a questa s fatta  genia
    potrebbero lievemente resistere i popoli,  se volessero pure conoscere
    un solo istante la loro forza,  poich si troverebbero tuttavia  mille
    contr'uno.
    E  se tanta pur fosse la vilt degli oppressi,  che colla forza aperta
    non ardissero affrontare  questi  loro  oppressori,  potrebbero  anche
    facilmente  con  arte  e doni corrompergli e comprarli;  che quel loro
    valore sta per chi meglio  lo  paga.  Ma  da  un  s  fatto  mezzo  ne
    ridonderebbero  in  appresso  pi  mali;  tra cui non  il menomo,  il
    ritrovarsi poscia fra il popolo una s gran  moltitudine  d'enti,  che
    soldati  non  potrebbero  esser  pi,  e  che  cittadini  (ove anco il
    volessero) divenir non saprebbero.
    Vero ,  che il popolo li teme e quindi gli odia;  ma non gli odia pur
    mai  quanto  egli  abborrisce  il  tiranno,  e  non quanto costoro sel
    meritano.  Questa non  una delle pi leggiere prove,  che  il  popolo
    nella tirannide non ragiona,  e non pensa: che se egli osservasse, che
    senza codesti soldati  non  potrebbe  oramai  pi  sussistere  tiranno
    nessuno,   gli  abborrirebbe  assai  pi;   e  da  quest'odio  estremo
    perverrebbe il popolo assai pi presto allo  spegnere  affatto  cotali
    soldati.
    E non paja contraddizione il dire; che senza soldati non sussisterebbe
    il tiranno,  dopo aver detto di sopra,  che non sempre i tiranni hanno
    avuto eserciti perpetui.  Coll'accrescere i mezzi di usare  la  forza,
    hanno  i tiranni accresciuta la violenza in tal modo,  che se ora quei
    mezzi scemassero,  verrebbe di tanto a scemare nei popoli  il  timore,
    che  si  distruggerebbe  forse  la  tirannide  affatto.  Perci quegli
    eserciti,  che non erano necessarj prima che si oltrepassassero  certi
    limiti,  e  prima  che  il  popolo fosse intimorito e rattenuto da una
    forza effettiva e palpabile,  vengono ad essere  necessarissimi  dopo:
    perch  natura  dell'uomo  ,  che  chiunque  per  molti anni ha avuto
    davanti agli occhi e ceduto ad una forza effettiva,  non si lasci  pi
    intimorire  da  una  forza  ideale.  Quindi,  nel presente stato delle
    tirannidi europee,  al cessare  dei  perpetui  eserciti,  immantinente
    cesseran le tirannidi.
    Il  popolo  non  pu dunque mai con verisimiglianza sperare di vedersi
    diminuito  o  tolto  questo  continuo  aggravio  ed  obbrobrio,  dello
    stipendiare  egli  stesso  i  suoi proprj carnefici,  tratti dalle sue
    proprie viscere,  e cos tosto immemori affatto dei loro pi  sacri  e
    naturali legami. Ma il popolo ha pur sempre, non la speranza soltanto,
    ma la piena e dimostrata certezza di torsi egli stesso questo aggravio
    ed  obbrobrio,  ogniqualvolta egli veramente volendolo non chieder ad
    altrui ci che sta soltanto in sua mano di prendersi.
    Ogni tiranno europeo assolda quanti pi pu di questi satelliti, e pi
    assai che non pu; egli se ne compiace, se ne trastulla, e ne va oltre
    modo superbo. Sono costoro il vero e primo giojello delle loro corone:
    e,  mantenuti a stento dai sudori e digiuni del popolo,  preparati son
    sempre  a  beverne  il  sangue,  ad ogni minimo cenno del tiranno.  Si
    accorda,  in ragione del numero dei loro soldati,  un diverso grado di
    considerazione  ai  diversi  tiranni.   E  siccome  non  possono  essi
    diminuire i satelliti loro senza che scemi l'opinione che si ha  della
    loro potenza;  e siccome una persona abborrita,  ove ella mai cessi di
    essere temuta,  apertamente si dileggia da prima,  e tosto  poscia  si
    spegne;  egli  da credersi, che i tiranni non aspetteranno mai questo
    manifesto disprezzo precursore infallibile della loro intera rovina, e
    che sempre dissangueranno il popolo per mantenere coi molti soldati se
    stessi.
    I tiranni,  padroni pur anche per  alcun  tempo  dell'opinione,  hanno
    tentato  di persuadere in Europa,  ed hanno effettivamente persuaso ai
    pi stupidi fra i loro sudditi, cos plebei come nobili,  che ella sia
    onorevole cosa la loro milizia.  E col portarne essi stessi la livrea,
    coll'impostura di passare essi stessi per tutti  i  gradi  di  quella,
    coll'accordarle  molte  prerogative insultanti ed ingiuste sopra tutte
    le altre classi dello stato, e massime sopra i magistrati tutti, hanno
    con ci offuscato gl'intelletti, ed invogliato gli stoltissimi sudditi
    di questo mestiere esecrabile.
    Ma una sola osservazione basta  a  distruggere  questa  loro  scurrile
    impostura.  O  tu  reputi i soldati come gli esecutori della tirannica
    volont al di dentro;  e allora pu ella mai parerti onorevol cosa  lo
    esercitare contra il padre,  i fratelli, i congiunti, e gli amici, una
    forza illimitata ed ingiusta?  O tu li reputi come i  difensori  della
    patria;  cio  di quel luogo dove per tua sventura sei nato;  dove per
    forza rimani;  dove non hai n libert,  n  sicurezza,  n  propriet
    nessuna  inviolabile;  e  allora,  onorevol cosa ti pu ella parere il
    difendere codesto tuo s fatto paese,  e il tiranno che  continuamente
    lo distrugge ed opprime quanto e assai pi, che nol farebbe il nemico?
    e  l'impedire  in somma un altro tiranno di liberarti dal tuo?  Che ti
    pu egli togliere oramai quel secondo,  che non ti sia stato gi tolto
    dal primo?  Anzi,  potr il nuovo tiranno,  per necessaria accortezza,
    trattarti da principio molto pi umanamente che il vecchio.
    Conchiudo adunque;  Che,  non si potendo dir patria l dove non  ci  
    libert e sicurezza,  il portar l'armi dove non ci  patria riesce pur
    sempre il pi infame di tutti i mestieri: poich altro non ,  se  non
    vendere  a  vilissimo  prezzo  la  propria volont,  e gli amici,  e i
    parenti, e il proprio interesse, e la vita,  e l'onore,  per una causa
    obbrobriosa ed ingiusta.









    Capitolo Ottavo.
    DELLA RELIGIONE.

    Quella  qualunque  opinione  che  l'uomo si  fatta o lasciata fare da
    altri, circa alle cose che egli non intende,  come sarebbero l'anima e
    la  divinit;  quell'opinione suol essere anch'essa per lo pi uno dei
    saldissimi sostegni della tirannide.  L'idea che dal volgo si  ha  del
    tiranno  viene  talmente  a  rassomigliarsi alla idea da quasi tutti i
    popoli falsamente concepita di un Dio, che se ne potrebbe indurre,  il
    primo  tiranno non essere stato (come supporre si suole) il pi forte,
    ma bens il pi astuto conoscitore del cuore degli uomini; e quindi il
    primo a dar loro una idea,  qual ch'ella  si  fosse,  della  divinit.
    Perci, fra moltissimi popoli, dalla tirannide religiosa veniva creata
    la tirannide civile;  spesso si sono entrambe riunite in un ente solo;
    e quasi sempre si sono l'una l'altra ajutate.
    La religion pagana,  col suo moltiplicare sterminatamente gli  Dei;  e
    col  fare del cielo una quasi repubblica,  e sottomettere Giove stesso
    alle leggi del fato,  e ad altri usi e privilegj della corte  celeste;
    dovea  essere,  e  fu in fatti,  assai favorevole al viver libero.  La
    giudaica,  e quindi la cristiana e maomettana,  coll'ammettere un solo
    Dio,  assoluto e terribile signor d'ogni cosa,  doveano essere, e sono
    state, e sono tuttavia assai pi favorevoli alla tirannide.
    Queste cose tutte,  gi dette da altri,  tralascio  come  non  mie;  e
    proseguendo  il  mio  tema,  che  della  moderna  tirannide  in Europa
    principalissimamente tratta, non esaminer tra le diverse religioni se
    non se la nostra, ed in quanto ella influisce su le nostre tirannidi.
    La cristiana religione,  che  quella di quasi tutta la Europa,  non 
    per  se  stessa  favorevole al viver libero: ma la cattolica religione
    riesce incompatibile quasi col viver libero.
    A voler provare la prima di queste proposizioni,  baster,  credo,  il
    dimostrare che essa in nessun modo non induce,  n persuade, n esorta
    gli uomini al viver liberi.  Ed il primo,  e principale incitamento ad
    un effetto cos importante,  dovrebbero pur gli uomini riceverlo dalla
    lor religione;  poich non vi    cosa  che  pi  li  signoreggi;  che
    maggiormente  imprima  in  essi  questa  o  quella  opinione;   e  che
    maggiormente gli infiammi all'eseguire  alte  imprese.  Ed  in  fatti,
    nella  pagana  antichit,  i  Giovi,  gli  Apollini,  le Sibille,  gli
    Oracoli,  a gara tutti comandavano ai diversi popoli  e  l'amor  della
    patria e la libert.  Ma la religion cristiana,  nata in un popolo non
    libero, non guerriero,  non illuminato,  e gi intieramente soggiogato
    dai sacerdoti,  non comanda se non la cieca obbedienza;  non nomina n
    pure mai libert;  ed il tiranno  (o  sacerdote  o  laico  sia  egli),
    interamente assimila a Dio.
    Se si esamina in qual modo ella si propagasse,  si vedr che sempre si
    procacci  pi  facilmente  l'ingresso  nelle  tirannidi,   che  nelle
    repubbliche.  Al  cadere  dell'imperio  romano,  (in cui ella non pot
    trovar seggio, se non quando la militare tirannide v'ebbe intieramente
    annullato  ogni  vivere  civile)  quelle  tante  nazioni  barbare  che
    l'occuparono,  stabilite poi nella Italia, nelle Gallie, nelle Spagne,
    e nell'Africa,  sotto i loro diversi condottieri abbracciarono indi  a
    non  molto  la religion cristiana.  E la ragione mi par ne sia questa.
    Quei loro condottieri volendo rimanere tiranni;  e  quei  lor  popoli,
    avvezzi  ad  esser  liberi  quando  non  erano in guerra,  non volendo
    obbedire se non come soldati a capitano,  e non  mai  come  schiavi  a
    tiranno;  in questa disparit di umori frapponendosi il cristianesimo,
    egli vi appariva introduttore di una certa via di mezzo,  per  cui  si
    andava  persuadendo ai popoli l'obbedire,  e ai capitani fatti tiranni
    si veniva assicurando l'imperio;  ove  questi  una  parte  della  loro
    autorit divider volessero coi sacerdoti.  In prova di che, si osservi
    quell'altra parte di quelle stesse nazioni boreali  rimastasi  povera,
    semplice,  e  libera nelle natie sue selve,  essere poi stata l'ultimo
    popolo d'Europa che ricevesse,  pi assai per violenza che per via  di
    persuasione, la religion cristiana.
    Le  poche nazioni che fuori d'Europa la ricevettero,  vi furono per lo
    pi indotte dal timore e  dalla  forza,  come  le  diverse  piagge  di
    America  e  d'Affrica;  ma  dallo stesso ferocissimo fanatismo con cui
    veniva  abbracciata  nella  Cina,   e  pi  nel   Giappone,   si   pu
    manifestamente dedurre quanto ella volentieri si alligni,  e prosperi,
    nelle tirannidi.
    I troppi abusi di essa sforzarono col tempo alcuni  popoli  assai  pi
    savj  che  imaginosi,  a  raffrenarla,  spogliandola  di molte dannose
    superstizioni.  E costoro,  distinti  poi  col  nome  di  eretici,  si
    riaprirono  con  tal mezzo una strada alla libert,  la quale fra essi
    rinacque  dopo  essere   stata   lungamente   sbandita   d'Europa,   e
    bastantemente vi prosper;  come gli Svizzeri,  la Olanda, molte citt
    di Germania, la Inghilterra, e la nuova America,  ce lo provano.  Ma i
    popoli,  che,  non la frenando,  vollero conservarla intera, (non per
    mai quale era stata predicata  da  Cristo,  ma  quale  con  arte,  con
    inganno,   ed  anche  con  la  violenza  l'aveano  i  suoi  successori
    trasfigurata) si chiusero essi sempre pi ogni  strada  al  riprocrear
    libert.  Addurr ora, non tutte, ma le principali ragioni, per cui mi
    pare quasi impossibile che uno stato cattolico possa  o  farsi  libero
    veramente, o rimaner tale, rimanendo cattolico.
    Il  culto delle immagini,  la presenza effettiva nella eucaristia,  ed
    altri punti dogmatici, non saranno per certo mai quelli, che,  creduti
    o  no,  verranno  ad influire sopra il viver libero politico.  Ma,  IL
    PAPA,  ma,  LA  INQUISIZIONE,  IL  PURGATORIO,   LA  CONFESSIONE,   IL
    MATRIMONIO   FATTOSI   INDISSOLUBILE  SACRAMENTO  e  IL  CELIBATO  DEI
    RELIGIOSI; sono queste le sei anella della sacra catena, che veramente
    a tal segno rassodano la profana,  che ella di tanto  ne  diventa  pi
    grave   ed   infrangibile.   E,   dalla   prima  di  queste  sei  cose
    incominciando,  dico: Che un popolo,  che crede potervi esser un uomo,
    che rappresenti immediatamente Dio;  un uomo, che non possa errar mai;
    egli  certamente un popolo stupido.  Ma se,  non  lo  credendo,  egli
    viene  per  ci  tormentato,  sforzato,  e  perseguitato  da una forza
    superiore effettiva, ne accader che quella prima generazione d'uomini
    creder nel papa, per timore; i figli,  per abitudine;  i nepoti,  per
    stupidit.  Ecco  in  qual  guisa un popolo che rimane cattolico,  dee
    necessariamente,  per via del  papa  e  della  inquisizione,  divenire
    ignorantissimo, servissimo, e stupidissimo.
    Ma,  mi dir taluno: "Gli eretici credono pure nella trinit; e questa
    al senso umano pare una cosa certamente  ancora  pi  assurda  che  le
    sopraccennate:   non   sono   dunque  gli  eretici  meno  stupidi  dei
    cattolici".  Rispondo;  che anche i Romani credevano nel  volo  e  nel
    beccar degli augelli,  cosa assai pi puerile ed assurda; eppure erano
    liberi e grandi;  e non divennero  stupidi  e  vili,  se  non  quando,
    spogliati  della  lor  libert,  credettero  nella  infame divinit di
    Cesare,  di Augusto,  e degli altri lor  simili  e  peggiori  tiranni.
    Quindi,  la trinit nostra,  per non essere cosa soggetta ai sensi, si
    creda ella o no,  non pu influire mai sopra il  viver  politico:  ma,
    l'autorit  pi o meno di un uomo;  l'autorit illimitata sopra le pi
    importanti cose, e velata dal sacro ammanto della religione, importa e
    molte,  e notabili conseguenze;  tali in somma,  che ogni  popolo  che
    crede od ammette una tale autorit, si rende schiavo per sempre.
    Lo  ammetterla senza crederla,  che  il caso nostro presente in quasi
    tutta l'Europa cattolica,  mi pare una di quelle umane  contraddizioni
    s  stranamente  ripugnanti  alla  sana  ragione,  ch'elle non possono
    essere  gran  fatto  durevoli;   e  quindi  non  occorre  maggiormente
    parlarne.  Ma  i  popoli  che  l'autorit del papa ammettono perch la
    credono,  come  erano  i  nostri  avi,  ed  alcune  presenti  nazioni,
    necessariamente la credono o per timore,  o per ignoranza e stupidit.
    Se per queste ultime ragioni la credono,  chiaro    che  una  nazione
    stupida ed ignorante affatto,  non pu, nel presente stato delle cose,
    esser libera: ma, se per timore la credono i popoli,  da chi vien egli
    in  loro  inspirato  codesto  timore?   non  dalle  papali  scomuniche
    certamente, poich in esse non hanno fede costoro; dalle armi dunque e
    dalla forza spaventati saranno,  ed indotti a finger di credere.  E da
    quali  armi mai?  da qual vera forza?  dalle armi e forza del tiranno,
    che politicamente e religiosamente  gli  opprime.  Dunque,  dovendo  i
    popoli  temere  l'armi  di  chi  li governa,  in una cosa che dovrebbe
    essere ad arbitrio di ciascuno il crederla o no,  ne risulta  che  chi
    governa tai popoli,  di necessit  tiranno; e che essi, attesa questa
    loro sforzata credenza, non sono,  n possono farsi mai liberi.  Ed in
    fatti,  n  Atene,  n  Sparta,  n Roma,  n altre vere ed illuminate
    repubbliche,  non  isforzarono  mai  i  lor  popoli  a  credere  nella
    infallibilit degli oracoli;  n,  molto meno,  a rendersi tributarj e
    ciecamente obbedienti a niuno lontano sacerdozio.
    LA INQUISIZIONE, quel tribunale s iniquo di cui basta il nome per far
    raccapricciare d'orrore,  sussiste pur tuttavia pi o meno potente  in
    quasi tutti i paesi cattolici.  Il tiranno se ne prevale a piacer suo;
    ed allarga, o ristringe la inquisitoria autorit, secondo che meglio a
    lui giova.  Ma,  questa autorit dei preti e dei frati (vale  a  dire,
    della classe la pi crudele, la pi sciolta da ogni legame sociale, ma
    la  pi  codarda  ad  un  tempo)  quale  influenza avrebbe ella per se
    stessa, qual terrore potrebbe ella infondere nei popoli, se il tiranno
    non la assistesse e munisse colla propria sua  forza  effettiva?  Ora,
    una  forza  che  sostiene  un  tribunale  ingiusto e tirannico,  non 
    certamente  n  giusta  n  legittima:  dove  alligna  l'Inquisizione,
    alligna indubitabilmente la tirannia;  dove ci  cattolicismo,  vi  o
    vi pu essere ad ogni istante l'Inquisizione: non si pu dunque essere
    a un tempo stesso un popolo cattolico veramente, e un popolo libero.
    Ma,  che dir io poi della CONFESSIONE?  Tralascio il dirne ci che  a
    tutti    ben  noto;  che  la  certezza  del perdono di ogni qualunque
    iniquit col solo confessarla, riesce assai pi di sprone che di freno
    ai delitti; e tante altre cose tralascio, che dall'uso,  o abuso di un
    tal sacramento manifestamente ogni giorno derivano.  Io mi ristringo a
    dire soltanto;  che un popolo che confessa le  sue  opere,  parole,  e
    pensieri ad un uomo,  credendo di rivelarli per un tal mezzo a Dio; un
    popolo,  che fra gli altri peccati suoi  costretto a confessare  come
    uno  dei maggiori,  ogni menomo desiderio di scuotere l'ingiusto giogo
    della tirannide, e di porsi nella naturale ma discreta libert; un tal
    popolo non pu esser libero, n merita d'esserlo.
    La dottrina del PURGATORIO,  cagione ad  un  tempo  ed  effetto  della
    confessione,  contribuisce non poco altres ad invilire, impoverire, e
    quindi a rendere schiavi i cattolici popoli.  Per redimere da  codesta
    pena  i  loro padri ed avi,  colla speranza di esserne poi redenti dai
    loro figli e nipoti,  danno costoro ai preti  non  solamente  il  loro
    superfluo,  ma anche talvolta il lor necessario.  Quindi la sterminata
    ricchezza dei preti;  e dalla loro ricchezza,  la lor  connivenza  col
    tiranno;  e  da  questa doppia congiura,  la doppia universal servit.
    Onde,  di povero che suol essere in ogni qualunque governo il  popolo,
    fatto  poverissimo  per questo mezzo di pi nella tirannide cattolica,
    egli vi dee rimanere in tal modo avvilito,  che non penser n  ardir
    mai  tentare  di  farsi  libero.  I sacerdoti all'incontro,  di poveri
    (bench non mendici) che esser dovrebbero,  fatti per mezzo di codesto
    lor  purgatorio  ricchissimi,  e  quindi moltiplicati e superbi,  sono
    sempre in  ogni  governo  inclinati,  anzi  sforzati  da  queste  loro
    illegittime sterminate ricchezze,  a collegarsi con gli oppressori del
    popolo, e a divenire essi stessi oppressori per conservarle.
    Dalla indissolubilit del MATRIMONIO FATTOSI SACRAMENTO,  ne risultano
    palpabilmente quei tanti politici mali,  che ogni giorno vediamo nelle
    nostre tirannidi: cattivi mariti, peggiori mogli,  non buoni padri,  e
    pessimi figli: e ci tutto, perch quella sforzata indissolubilit non
    ristringe  i  legami  domestici;   ma  bens,  col  perpetuarli  senza
    addolcirli, interamente li corrompe e dissolve.
    E finalmente poi, siccome dall'essere i popoli cattolici sforzatamente
    perpetui conjugi, non sogliono esser essi fra loro n mariti veri,  n
    mogli,  n  padri;  cos,  dall'essere i preti cattolici sforzatamente
    PERPETUI CELIBI,  non sogliono mostrarsi n  fratelli,  n  figli,  n
    cittadini;  che  per  conoscere  e  praticare virtuosamente questi tre
    stati,  troppo importa il conoscere per esperienza l'appassionatissimo
    umano stato di padre e marito.
    Da queste fin qui addotte ragioni,  mi pare che ne risulti chiaramente
    (oltre la maggior ragione di tutte,  che sono i fatti) che  un  popolo
    cattolico  gi  soggiogato  dalla  tirannide,  difficilissimamente pu
    farsi libero,  e rimanersi veramente cattolico.  E per addurne un solo
    esempio,  che  troppi addurne potrei,  nella ribellione delle Fiandre,
    quelle provincie povere,  che non avendo impinguati  i  lor  preti  si
    erano potute far eretiche,  rimasero libere; le grasse e ridondanti di
    frati, di abati,  e di vescovi,  rimasero cattoliche e serve.  Vediamo
    ora,  se  un  popolo  che gi si ritrovi libero e cattolico,  si possa
    lungamente mantener l'uno e l'altro.
    Che un popolo soggiogato da tanti e s fatti politici  errori,  quanti
    ne importa il viver cattolico, possa essere politicamente libero, ella
     cosa certamente molto difficile: ma, dove pure ei lo fosse, io credo
    che il conservarsi tale,  sia cosa impossibile.  Un popolo,  che crede
    nella infallibile e illimitata autorit del papa,    gi  interamente
    disposto  a credere in un tiranno,  che con maggiori forze effettive e
    avvalorate dal  suffragio  e  scomuniche  di  quel  papa  istesso,  lo
    persuader,  o  sforzer  ad obbedire a lui solo nelle cose politiche,
    come gi obbedisce al solo papa nelle religiose. Un popolo,  che trema
    della  Inquisizione,  quanto  pi non dovr egli tremare di quell'armi
    stesse che la Inquisizione avvalorano?  Un popolo,  che si confessa di
    cuore,  pu egli non essere sempre schiavo di chi pu assolverlo o no?
    Dico di pi; che dal ceto stesso dei sacerdoti,  (ove un laico tiranno
    non  vi fosse) ne insorgerebbe uno religioso ben tosto;  o se da altra
    parte insorgesse un tiranno,  lo  approverebbero  e  seconderebbero  i
    sacerdoti, sperandone il contraccambio da lui. Ed  cosa anche provata
    dai  fatti;   si  veda  perfino  nelle  semi-repubbliche  italiane,  i
    sacerdoti esservi saliti assai meno in ricchezza  e  in  potenza,  che
    nelle  tirannidi  espresse  di un solo.  Un popolo finalmente,  che si
    spropria dell'aver suo, togliendolo a se stesso, a' suoi congiunti,  e
    ai  proprj  suoi  figli,  per  darlo  ai  sacerdoti celibi,  diventer
    coll'andar del tempo indubitabilmente cos bisognoso  e  mendico,  che
    egli sar preda di chiunque lo vorr conquistare, o far servo.
    Non so se al sacerdozio si debba la prima invenzione del trattare come
    cosa sacrosanta il politico impero,  o se l'impero abbia ci inventato
    in favore del sacerdozio.  Questa reciproca e  simulata  idolatria,  
    certamente  molto vetusta;  e vediamo nell'antico testamento a vicenda
    sempre i re chiamar sacri i sacerdoti,  e i  sacerdoti  i  re;  ma  da
    nessuno   mai   dei  due  udiamo  chiamare,   o  reputare  mai  sacri,
    gl'incontestabili naturali diritti di tutte le umane societ.  Il vero
    si  ,  che  quasi  tutti  i popoli della terra sono stati,  e sono (e
    saranno sempre,  pur troppo!) tolti in mezzo da queste due  classi  di
    uomini,  che sempre fra loro si sono andate vicendevolmente conoscendo
    inique, e che con tutto ci si sono reciprocamente chiamate sacre: due
    classi,  che dai popoli sono  state  spesso  abborrite,  alcuna  volta
    svelate, e sempre pure adorate.
    E'  il vero altres,  che in questo nostro secolo i presenti cattolici
    poco credono  nel  papa;  che  pochissimo  potere  ha  la  inquisizion
    religiosa;  che si confessano soltanto gl'idioti;  che non si comprano
    oramai le indulgenze,  se non dai ladri religiosi e  volgari:  ma,  al
    papa,   alla   Inquisizione,   alla   confessione,   e   all'elemosine
    purgatoriali, in questo secolo,  fra i presenti cattolici,  ampiamente
    supplisce  la  sola MILIZIA;  e mi spiego.  Il tiranno ottiene ora dal
    terrore che a tutti inspirano i suoi tanti e perpetui soldati,  quello
    stesso effetto che egli per l'addietro otteneva dalla superstizione, e
    dalla  totale ignoranza dei popoli.  Poco gl'importa oramai che in Dio
    non si creda; basta al tiranno, che in lui solo si creda;  e di questa
    nostra  credenza,  molto  pi  vile e assai meno consolatoria per noi,
    glie n'entrano mallevadori continui gli eserciti suoi.
    Vi sono nondimeno in Europa alcuni tiranni,  che volendo con ipocrisia
    mascherare  tutte  l'opere  loro,  pigliano a sostenere le parti della
    religione, per farsi pii reputare, e per piacere al maggior numero che
    pur tuttora la rispetta, e la crede.  Ogni savio tiranno,  ed accorto,
    cos  dee  pure  operare;   sia  per  non  privarsi  con  una  inutile
    incredulit di un cos prezioso ramo dell'autorit assoluta,  quale  
    l'ira dei preti amministrata da lui, e viceversa, la sua, amministrata
    da essi;  sia perch usando altrimenti,  potrebbe egli avvenirsi in un
    qualche fanatico di religione, il quale facesse le veci di un fanatico
    di libert: e quelli sono e men  rari  e  pi  assai  incalzanti,  che
    questi.  E  perch  mai  sono  quelli  men rari?  attribuir ci si dee
    all'essere il nome di religione in bocca  di  tutti;  e  in  bocca  di
    pochissimi, e in cuore quasi a nessuno, il nome di libert.
    Il  pi sublime dunque ed il pi utile fanatismo,  da cui veramente ne
    ridonderebbero degli uomini maggiori  di  quanti  ve  ne  siano  stati
    giammai, sarebbe pur quello, che creasse e propagasse una religione ed
    un Dio,  che sotto gravissime pene presenti e future comandassero agli
    uomini di esser liberi. Ma,  coloro che inspiravano il fanatismo negli
    altri,  non erano per lo pi mai fanatici essi stessi;  e pur troppo a
    loro giovava d'inspirarlo per una religione ed un Dio, che agli uomini
    severamente comandassero di essere servi.














    Capitolo Nono.
    DELLE TIRANNIDI ANTICHE, PARAGONATE COLLE MODERNE.

    Le cagioni  stesse  hanno  certamente  in  ogni  tempo  e  luogo,  con
    piccolissime differenze,  prodotto gli stessi effetti.  Tutti i popoli
    corrottissimi hanno soggiaciuto ai tiranni,  fra'  quali  ve  ne  sono
    stati dei pessimi, dei cattivi, dei mezzani, e perfino anco dei buoni.
    Nei moderni tempi i Caligoli,  i Neroni,  i Dionigi, i Falaridi, ecc.,
    rarissimi sono: e se anche vi nascono,  assumono costoro fra  noi  una
    tutt'altra maschera. Ma meno feroce d'assai  anche il popolo moderno:
    quindi  la ferocia del tiranno sta sempre in proporzione di quella dei
    sudditi.
    Le nostre tirannidi, in oltre,  differiscono dalle antiche moltissimo;
    ancorch di queste e di quelle la milizia sia il nervo,  la ragione, e
    la base. N so, che questa differenza ch'io sto per notare,  sia stata
    da altri osservata. Quasi tutte le antiche tirannidi, e principalmente
    la  romana imperiale,  nacquero e si corroborarono per via della forza
    militare stabilita senza nessunissimo rispetto  su  la  rovina  totale
    d'ogni  preventiva  forza  civile e legale.  All'incontro le tirannidi
    moderne in
    Europa sono cresciute e si  sono  corroborate  per  via  d'un  potere,
    militare  s  e violento,  ma pure fatto,  per cos dir,  scaturire da
    quell'apparente o reale potere civile e legale,  che  si  trovava  gi
    stabilito presso a quei popoli.  Servirono a ci di plausibil pretesto
    le ragioni di difesa d'uno stato contro all'altro;  la conseguenza  ne
    riusc pi sordamente tirannica che fra gli antichi;  ma ella ne  pur
    troppo pi funesta e durevole,  perch in tutto  velata  dall'ammanto
    ideale di una legittima civile possanza.
    I Romani erano educati fra il sangue; i loro crudeli spettacoli, che a
    tempo  di  repubblica  virtuosamente  feroci  li rendevano,  al cessar
    d'esser liberi non li faceano cessare per ci  di  essere  sanguinarj.
    Nerone,  Caligola,  ecc.,  ecc.,  trucidavano la madre,  la moglie,  i
    fratelli,  e chiunque a lor dispiacesse:  ma  Nerone,  Caligola,  e  i
    simili  a  loro,  morivano  pur sempre di ferro.  I nostri tiranni non
    uccidono mai apertamente  i  loro  congiunti;  rarissimamente  versano
    senza necessit il sangue dei sudditi, e ci non fanno se non sotto il
    manto  della  giustizia:  ma  anche  i tiranni nostri se ne muojono in
    letto.
    Non  negher,  che  a  raddolcire  gli  universali  costumi  non  poco
    contribuisse la religione cristiana; bench da Costantino fino a Carlo
    Sesto  tanti  tratti  di  stupida ignorante e non grandiosa ferocia si
    possono pur leggere nelle storie di tutti  quei  popoli  intermediarj,
    che storia a dir vero non meritavano. Nondimeno attribuire si debbe in
    qualche  parte  il  raddolcimento universale dei costumi,  e una certa
    urbanit nella tirannide diversamente modificata, alla influenza della
    cristiana religione.  Il tiranno,  anch'egli ignorante per  lo  pi  e
    superstizioso,  e sempre codardo,  il tiranno anch'egli si confessa; e
    bench sempre vada assolto dalle oppressioni e dalle angarie fatte  ai
    suoi  sudditi,  non  lo  sarebbe  forse  poi  in  questi  nostri tempi
    dell'aver trucidato apertamente la madre e  i  fratelli,  o  dell'aver
    messo  a  fuoco  e  a sangue una propria citt e provincia,  se non se
    ricomprando  con  enorme  prezzo,  e  con  una  total  sommissione  ai
    sacerdoti, la disusata enormit di un tanto misfatto.
    Se  sia  un  bene  od  un  male,  che dall'essere raddolciti tanto gli
    universali costumi ne risultino queste  nostre  tirannidi  assai  meno
    feroci,  ma  assai pi durevoli e sicure che le antiche,  ne pu esser
    giudice chiunque vorr paragonare gli effetti e le influenze di queste
    e di quelle.  Quanto a me,  dovendone brevissimamente parlare,  direi;
    che  difficilmente  pu nascere ai tempi nostri un Nerone ed esercitar
    l'arte sua;  ma che assai pi  difficilmente  ancora  pu  nascere  un
    Bruto, e in pubblico vantaggio la mano adoprare ed il senno.





    Capitolo Decimo.
    DEL FALSO ONORE.

    Ma,  se  le  antiche tirannidi e le moderne si rassomigliano nell'aver
    esse la  paura  per  base,  la  milizia  e  la  religione  per  mezzi,
    differiscono alquanto le moderne dalle antiche per aver esse nel falso
    onore,  e nella classe della nobilt ereditaria permanente,  ritrovato
    un sostegno,  che pu assicurarne la durata in  eterno.  Ragioner  in
    questo capitolo del falso onore; e alla nobilt, che ben se lo merita,
    riserber un capitolo a parte.
    L'onore,  nome da tanti gi definito,  da tutti i popoli, e in tutti i
    tempi diversamente inteso,  e a parer mio indefinibile;  l'onore verr
    ora da me semplicemente interpretato cos: La brama,  e il diritto, di
    essere onorato dai pi.  Ed  il  falso  distinguer  dal  vero,  falsa
    chiamando  quella brama d'onore,  che non ha per ragione e per base la
    virt dell'onorato, e l'utile vero degli onoranti; e vera all'incontro
    chiamer quella brama di onore,  che altra ragione e base non  ammette
    se  non  la  utile e praticata virt.  Ci posto,  esaminiamo qual sia
    questo onore nelle tirannidi,  chi lo professi,  a chi giovi,  da qual
    virt nasca, e qual virt ed utile egli promuova.
    L'onore  nelle  tirannidi  si  va  spacciando egli stesso come il solo
    legittimo impulso,  che spinge tutti  coloro  che  pretendono  di  non
    operar  per  paura.  Il tiranno,  contento oltre ogni credere,  che la
    paura mascherata sotto altro titolo  venga  nondimeno  a  produrre  un
    medesimo,  anzi  un  maggior  effetto  in suo pro,  straordinariamente
    seconda questa volgare illusione.  Col semplice  nome  di  onore,  che
    sempre  gli  sta  tra  le  labbra,  egli riesce pure a spingere i suoi
    sudditi a coraggiose e magnanime imprese, le quali veramente onorevoli
    sarebbero,  se fatte non fossero  in  suo  privato  vantaggio,  ed  in
    pubblico danno.  Ma,  se onore vuol dire;  Il giusto diritto di essere
    veramente onorato dai buoni ed onesti,  come utile ai  pi;  e  se  la
    virt  sola pu essere base a un tal dritto;  come pu egli il tiranno
    profferire mai un tal nome? Lo ripetono anche i sudditi a gara;  ma se
    la  loro  brama  e  diritto d'essere onorati si fondasse su la pratica
    della vera virt, potrebbero eglino servire, obbedire,  e giovare a un
    tiranno che nuoce a tutti? E noi stessi schiavi moderni, ove ricordare
    pure  vogliamo  la memoria d'un uomo giustamente onorato per molte et
    da molti e diversi popoli,  e che quindi moltissimo onore abbia  avuto
    nel cuore,  facciamo noi menzione di un Milziade, di un Temistocle, di
    un  Regolo,  ovvero  d'uno  Spitridate,  di  un  Sejano,  o  di  altro
    prepotente schiavo di tiranno? Noi stessi dunque (e senza avvedercene)
    sommamente  onorando  quegli  uomini  liberi,  grandi,  e  giustamente
    onorevoli ed onorati,  veniamo manifestamente a mostrare,  che il vero
    onore era il loro;  e che il nostro,  il quale in tutto  l'opposto di
    quello,  il falso;  poich niente onoriamo la memoria di quei pretesi
    grandi in tirannide.
    Ma,  se  l'onore nelle tirannidi  falso,  e se,  immedesimatosi colla
    paura,  egli  pure la principalissima molla di un tal governo,  da un
    falso  principio  falsissime  conseguenze  risultar ne dovranno;  e ne
    risultano in fatti.  L'onore nella tirannide impone,  che mai  non  si
    manchi  di  fede  al  tiranno.  Impone  l'onore nella repubblica,  che
    chiunque volesse farsi tiranno, sia spento. Per giudicare qual sia tra
    questi due onori il verace, esaminiamo alla sfuggita questa fede,  che
    il  servo  non  dee  rompere  al tiranno.  Il rompere la data fede,  
    certamente cosa,  che dee disonorar l'uomo in ogni qualunque  governo:
    ma  la  fede  dev'essere  liberamente  giurata,  non  estorquita dalla
    violenza, non mantenuta dal terrore,  non illimitata,  non cieca,  non
    ereditaria;  e,  sovra  ogni cosa,  reciproca dev'esser la fede.  Ogni
    moderno tiranno,  al riappiccarsi  in  fronte  la  corona  del  padre,
    anch'egli ha giurato una fede qualunque ai suoi sudditi, che gi rotta
    e annullata dal di lui padre, lo sar parimente e doppiamente da esso.
    Il  tiranno  dunque di necessit sempre il primo ad essere spergiuro,
    e fedifrago: egli  dunque  il  primo  a  calpestarsi  fra'  piedi  il
    proprio  onore,  insieme  con le altrui cose tutte.  Ed i suoi sudditi
    perderebbero l'onor loro,  nel romper essi quella fede  che  altri  ha
    manifestamente gi rotta?  La pretesa virt,  in questo caso frequente
    pur tanto nelle tirannidi,  sta  dunque  direttamente  in  opposizione
    coll'onor vero;  poich, se un privato ti manca di fede, anche l'onore
    stesso delle tirannidi t'impone di fargliela a  forza  osservare,  per
    vendicare  in  tal modo il disprezzo ch'egli ha mostrato espressamente
    di te nell'infrangerla.  Manifestamente dunque falso  quell'onore che
    comanda di serbar rispetto,  ed amore,  e fede a chi non serba,  o pu
    impunemente non serbare,  alcuna di queste  tre  cose  a  nessuno.  Da
    questo falso onore nasce poi la falsissima conseguenza, che si venga a
    credere  legittima  infrangibile  e sacra quell'autorit,  che l'onore
    stesso costringe a mantenere e difendere.
    A questo modo,  nella tirannide,  guasti essendo e confusi i  nomi  di
    tutte le cose,  i capricci del tiranno messi in carta,  col sacro nome
    di leggi s'intitolano;  e si rispettano,  ed eseguiscono,  come  tali.
    Cos, a quella terra dove si nasce, si d nella tirannide risibilmente
    il nome di patria;  perch non si pensa che patria  quella sola, dove
    l'uomo liberamente esercita,  e sotto la securt d'invariabili  leggi,
    quei  pi  preziosi diritti che natura gli ha dati.  Cos,  si ardisce
    nella tirannide appellare senato (col  nome  cio  dei  liberi  scelti
    patrizj  di  Roma)  una  informe  raccolta  di  giudici  trascelti dal
    principe,  togati di porpora,  e specialmente dotti in  servire.  Cos
    finalmente,  si  viene  a  chiamare  nella  tirannide col titolo sacro
    d'onore la dimostrata impossibilit di essere giustamente onorato  dai
    buoni, come di essere utile ai molti.
    Ma,  per  maggiormente  accertarci,  che  l'onor  nostro sia il falso,
    paragoniamolo alquanto  pi  lungamente  a  quello  delle  repubbliche
    antiche, nelle sue cagioni, mezzi, ed effetti; e certo arrossiremo noi
    tosto  di  profferire un tal nome;  che se dicessimo non essere egli a
    noi noto affatto, con una tale ignoranza escuseremmo almeno la infamia
    nostra in gran parte.  Comandava l'onore antico a quei popoli  liberi,
    di  dar  la vita per la libert;  vale a dire pel maggior vantaggio di
    tutti: ci comanda il moderno onore di dar la vita pel tiranno;  vale a
    dire  per  colui  che  sommamente  nuoce a noi tutti.  Voleva l'antico
    onore,  che le ingiurie private cedessero sempre alle pubbliche: vuole
    il moderno che si abbiano le pubbliche per nulla, e che atrocemente si
    vendichino le private.  Voleva l'antico, che i suoi seguaci serbassero
    amore e fede inviolabile alla  patria  sola:  il  nostro  la  vuole  e
    comanda pel solo tiranno.  E non finirei, se i precetti di questo e di
    quello, in tutto contrarj fra loro, annoverare volessi.
    Ma i mezzi per essere onorato,  non meno  dai  popoli  servi  che  dai
    liberi,  sono  pur  sempre  il coraggio e una certa virt: colla somma
    differenza nondimeno,  che l'onore nelle repubbliche,  scevro da  ogni
    privato  interesse,  riesce  di pura ricompensa a se stesso;  ma nelle
    tirannidi questo onore impiegatosi in pro  del  tiranno,  vien  sempre
    contaminato  da  mercedi  e  favori,  che  pi  o meno distribuiti dal
    principe,  accrescono,  minorano,  o anche,  negati,  spengono affatto
    l'onore nel cuore de' suoi servi.
    Le  conseguenze  poi  di questi due diversi onori,  facilissime sono a
    dedursi. Libert, grandezza d'animo, virt domestiche e pubbliche,  il
    nome  e il felice stato di cittadino;  ecco quali erano i dolci frutti
    dell'antico  onore:  tirannia,   ferocia   inutile,   vil   cupidigia,
    servaggio,  e  timore;  ecco  innegabilmente  quali  sono i frutti del
    moderno.  I Greci e' Romani erano in somma il prodotto del  vero  onor
    ben diretto;  i popoli tutti presenti d'Europa, (meno gl'Inglesi) sono
    il prodotto del falso  onore  moderno.  Paragonando  fra  loro  questi
    popoli,  la diversa felicit e potenza da essi acquistata,  le diverse
    cose operate da loro, la fama che ottengono, e quella che meritano, si
    viene ad avere un'ampia e perfetta misura di ci che  possa  nel  cuor
    dell'uomo questa divina brama di essere giustamente onorato,  allorch
    dai saggi governi ella  bene indrizzata e accresciuta, o allorch dai
    tirannici ella viene diminuita, o traviata dal vero.
    Mi si dir che,  o buono sia o cattivo il principio,  a ogni  modo  il
    sagrificar la propria vita, il mantenere la data fede a costo di essa,
    l'esporla  per  vendicare  le ingiurie private,  tutto ci suppone pur
    sempre una somma virt. N io imprendo stoltamente a negare, che nelle
    tirannidi vi  sia  moltissima  gente  capace  di  virt,  e  nata  per
    esercitarla:  piango  solamente  in  me  stesso  di vederla falsamente
    adoprarsi  nel  sostenere,  e  difendere  il  vizio,  e  quindi  nello
    snaturare,  e distruggere se stessa. E niuno politico scrittore ardir
    certamente chiamare virt uno sforzo,  ancorch massimamente  sublime,
    da cui,  in vece del pubblico bene, ne debba poi ridondare un male per
    tutti, e la prolungazione del pubblico danno.
    Ora,  perch dunque quella stessa vita,  che tanti e s  fatti  uomini
    ripieni  di falso onore vanno cos prodigamente spendendo pel tiranno,
    perch quella vita stessa non vien ella da loro sagrificata,  con  pi
    ragione e con ugual virt,  per togliere a colui la tirannide?  E quel
    valore inutile (poich  non  ne  ridonda  alcun  bene)  quell'efferato
    valore, con cui nelle tirannidi si vendicano le private offese, perch
    non  si adopera tutto contro al tiranno,  che tutti,  e in pi supremo
    grado,  non cessa pur mai un momento di offendere?  E quella fede  che
    cos ostinatamente cieca si osserva verso il nemico di tutti,  perch,
    con egual pertinacia e con pi illuminata virt,  non si giura ella ed
    osserva inverso i sacri ed infranti diritti dell'uomo? Nelle tirannidi
    dunque,  a tal segno ridotti son gl'individui,  che, qualunque impulso
    dalla natura abbiano ricevuto all'operar cose grandi,  essi  edificano
    pur  sempre sul falso,  ogniqualvolta non sanno o non osano calpestare
    il moderno onore, e riassumere l'antico.


    Capitolo Undecimo.
    DELLA NOBILTA'.

    Havvi una classe di gente,  che fa prova e vanto di  essere  da  molte
    generazioni   illustre,   ancorch   oziosa  si  rimanga  ed  inutile.
    Intitolasi nobilt;  e si dee,  non meno che la classe dei  sacerdoti,
    riguardare  come uno dei maggiori ostacoli al viver libero,  e uno dei
    pi feroci e permanenti sostegni della tirannide.
    E bench alcune repubbliche liberissime, e Roma tra le altre, avessero
    anch'elle in s questo ceto,   da  osservarsi,  che  gi  lo  avevano
    quando  dalla  tirannide  sorgeano a libert;  che questo ceto era pur
    sempre il maggior fautore dei cacciati  Tarquinj;  che  i  Romani  non
    accordarono  d'allora in poi nobilt,  se non alla sola virt;  che la
    costanza tutta,  e tutte le  politiche  virt  di  quel  popolo  erano
    necessarie  per  impedire  per  tanti  anni  ai patrizj di assumere la
    tirannide; e che finalmente poi dopo una lunga e vana resistenza,  era
    forza che il popolo credendo di abbattergli,  ad essi pur soggiacesse.
    I Cesari in somma erano patrizj,  che mascheratisi da Marii,  fingendo
    di vendicare il popolo contra i nobili, amendue li soggiogarono.
    Dico dunque;  che i nobili nelle repubbliche,  ove essi vi siano prima
    ch'elle nascano,  o tosto o tardi le distruggeranno,  e  faran  serve;
    ancorch non vi siano da prima pi potenti che il popolo.  Ma,  in una
    repubblica,  in cui nobili non vi siano,  il popolo libero non dee mai
    creare  nel  proprio  seno  un s fatale stromento di servit,  n mai
    staccare  dalla  causa  comune  nessuno  individuo,  n  (molto  meno)
    staccarne a perpetuit,  nessuna intera classe di cittadini. Pure, per
    altra parte moltissimo giovando  alla  emulazione,  e  non  poco  alla
    miglior  discussione  dei pubblici affari,  l'aver nella repubblica un
    ceto minore in numero, e maggiore in virt al ceto di tutti,  potrebbe
    un popolo libero a ci provvedere col crearsi questo ceto egli stesso,
    e  crearlo  a  vita  od a tempo,  ma non ereditario giammai;  affinch
    possano  costoro  operare  nella  repubblica  quel  tal  bene  che  vi
    oprerebbe forse la nobilt,  senza poterne operare mai niuno dei mali,
    che ella tutto giorno pur vi opera.
    Natura dell'uomo si , che quanto egli pi ha,  tanto desidera pi,  e
    tanto  maggiormente  in  grado si trova di assumersi pi.  Al ceto dei
    nobili ereditarj,  avendo essi la primaza e le ricchezze,  altro  non
    manca  se non la maggiore autorit,  e quindi ad altro non pensano che
    ad usurparla.  Per via della forza nol possono,  perch in  numero  si
    trovano  pur sempre di tanto minori del popolo.  Per arte dunque,  per
    corruzione, e per fraude, tentano di usurparla.  Ma,  o fra loro tutti
    si accordano,  e,  per invidia l'uno dell'altro, rimanendo la usurpata
    autorit nelle mani di loro tutti,  ecco allora  creata  la  tirannide
    aristocratica: ovvero tra quei nobili se ne trova uno pi accorto, pi
    valente,  e  pi  reo  degli  altri,  che  parte ne inganna,  parte ne
    perseguita o distrugge,  e fingendo di assumere le parti e  la  difesa
    del popolo,  si fa assoluto signore di tutti;  ed ecco,  come sorge la
    tirannide d'un solo.  Ed ecco,  come  ogni  tirannide  ha  sempre  per
    origine   la   primaza  ereditaria  di  pochi:  poich  la  tirannide
    importando necessariamente sempre lesione e danno dei pi, ella non si
    pu mai originare n lungamente esercitare da tutti,  che al certo non
    possono mai volere la lesione ed il danno di se stessi.
    Conchiudo  adunque,   quanto  alla  ereditaria  nobilt,   che  quelle
    repubbliche, in cui ella  gi stabilita,  non possono durar libere di
    vera  politica libert;  e che nelle tirannidi questa vera libert non
    vi si pu mai stabilire, o stabilita durarvi,  finch vi rimangono de'
    nobili  ereditarj: e le tirannidi nelle loro rivoluzioni non muteranno
    altro mai che il tiranno,  ogniqualvolta non abbatteranno con esso  ad
    un tempo la nobilt.  Cos Roma,  bench cacciasse i tiranni Tarquinj,
    rimanendovi pure, dopo svanito il comune pericolo, assai pi potenti i
    patrizj che il popolo, Roma non fu veramente libera e grande, che alla
    creazione dei tribuni. Questo popolar magistrato, contrastando di pari
    colla potenza patrizia,  ed essendo abbastanza potente per  tenerla  a
    freno,  e  non  abbastanza  per distruggerla affatto,  per molto tempo
    sforzava i nobili a gareggiare col popolo in virt; e ne nacque perci
    per gran tempo il bene di tutti.  Ma  il  mal  seme  pur  rimaneva,  e
    all'accrescersi della universale potenza e ricchezza,  rigermogli pi
    che mai rigogliosa ogni superbia e corruzione  nei  nobili;  e  questi
    poi, cos guasti, in breve la repubblica spensero.
    Fu  dottamente  e  con sagace verit osservato,  prima dal nostro gran
    Machiavelli,  e con qualche maggior ordine  poi  da  Montesquieu,  che
    quelle  gare  stesse  fra  la nobilt ed il popolo erano state per pi
    secoli il nerbo, la grandezza, e la vita,  di Roma: ma la sacra verit
    comandava  pur  anco,  che  si  osservasse da codesti due grandi,  che
    quelle dissensioni stesse ne erano state poi la intera  rovina;  e  il
    come,  e il perch, ampiamente da essi indagar si dovea. Ed io mi fo a
    credere,  che se tali due sommi avessero  voluto,  od  osato  spingere
    alquanto  pi  oltre  il loro riflessivo ragionamento,  avrebbero essi
    indubitabilmente assegnato per principalissima  cagione  di  una  tale
    intera rovina la ereditaria nobilt.  Che se le dissensioni, o per dir
    meglio le disparit di opinioni, sono necessarie in una repubblica per
    mantenervi la vita  e  la  libert,  bisogna  pur  confessare  che  le
    disparit  d'interessi  dannosissime  vi  riescono,   e  di  necessit
    mortifere ogniqualvolta l'uno dei due diversi interessi interamente la
    vince. Ora, mi pare innegabile,  che ogni primaza ereditaria di pochi
    genera  per  forza  in  quei  pochi un interesse di conservazione e di
    accrescimento,  diverso ed opposto all'interesse di tutti.  Ed ecco il
    vizio radicale, per cui ogniqualvolta in uno stato esister una classe
    di  nobili  e  di  sacerdoti,  a  parte dal popolo,  saranno questi lo
    scandalo, la corruzione, e la rovina di tutti: e i nobili,  per essere
    ereditarj, riusciranno quasi pi dannosi che i sacerdoti, i quali sono
    elettivi soltanto: ma, per dire il vero, abbondantemente suppliscono a
    ci  i  sacerdoti,  colle loro ereditarie impolitiche massime,  che da
    ogni loro individuo in un colla tonaca  e  col  piviale  si  assumono;
    oltre che,  per maggiormente perfezionare questo comune danno,  le pi
    cospicue sacerdotali  dignit  sogliono  anche  cadere  esclusivamente
    nelle mani dei nobili: dal che ne risulta, che i sacerdoti doppiamente
    dannosi riescono al pubblico bene.
    E bench in Inghilterra vi siano per ora,  e nobili e libert,  non mi
    rimuovo io perci in nulla da  questo  mio  su  mentovato  parere.  Si
    osservi  da  prima,  che  in Inghilterra i veri nobili antichi,  nelle
    spesse e sanguinose rivoluzioni erano presso che tutti spenti;  che  i
    nuovi  nobili,  usciti  di  fresco  dal  popolo per favor del re,  non
    possono in un paese libero assumere n in una n  in  due  generazioni
    quella  superbia  e quello sprezzo del popolo stesso,  fra cui serbano
    essi ancora i loro parenti ed amici; quella superbia,  dico,  che vien
    bevuta col latte dai nobili antichi, interamente staccati nelle nostre
    tirannidi  da  tempo  immemorabile dal popolo,  di cui sono lungamente
    stati gli oppressori e tiranni.  Si osservi in oltre,  che i nobili in
    Inghilterra,  presi in se stessi, sono meno potenti del popolo; e che,
    uniti col popolo, sono pi che il re; ma che,  uniti col re,  non sono
    per mai pi che il popolo. Si osservi in oltre, che se in alcuna cosa
    la repubblica inglese pare pi saldamente costituita che la romana, si
      nell'essere in Inghilterra la dissensione permanente e vivificante,
    non accesa fra i nobili e il popolo come in Roma,  ma accesa bens fra
    il popolo e il popolo; cio, fra il ministero e chi vi si oppone.
    Quindi,  non  essendo  questa  dissensione  generata  da  disparit di
    ereditario interesse,  ma da disparit di  passeggera  opinione,  ella
    vien forse a giovare assai pi che a nuocere;  poich nessuno talmente
    aderisce a una parte,  ch'egli non  possa  spessissimo  passare  dalla
    contraria;  nessuna delle due parti avendovi interessi permanentemente
    opposti,  e incompatibili col vero bene di tutti.  Una nobilt  dunque
    cos  felicemente  rattemperata,  come  la inglese lo pare,  per certo
    riesce assai meno nociva che ogni altra;  e al potersi  veramente  far
    utile  al  pubblico,  altro forse non le mancherebbe che di non essere
    ereditaria.  Una classe di uomini principali,  e non amovibili  membri
    del  governo,  ov'ella  fosse  creata  dalla  vera  virt e dai liberi
    suffragj di tutti,  vi riuscirebbe veramente onorevole,  e giustamente
    onorata;  e  grandissima  emulazione di virt si verrebbe ad accendere
    fra i concorrenti ad essa. Ma,  se disgraziatamente ereditaria una tal
    classe  si  ammette,  ancorch'ella  si  creasse  da  liberi e virtuosi
    suffragj,  tuttavia ad ogni individuo inglese che verr creato  nobile
    ereditario, si perder per tal mezzo una intera stirpe, che cos viene
    staccata  dall'interesse  comune,  deviata  dal vantaggio di tutti,  e
    privata di ogni emulazione al ben fare.  Quindi ,  che  i  nobili  in
    Inghilterra,  ancorch  alquanto  meno  dannosi  che  nelle tirannidi,
    potendovi pure essere moltiplicati dal re ad  arbitrio  suo,  e  senza
    alcun  limite;  credendosi  essi maggiori del popolo;  essendovi e pi
    ricchi,  e pi sazj,  e pi oziosi,  e pi guasti assai che non    il
    popolo;  i  nobili  in  Inghilterra saranno in ogni tempo maggiormente
    propensi all'autorit del re,  il quale creati gli ha e spegnerli  non
    potrebbe, che non all'autorit del popolo, il quale non pu creargli e
    li potrebbe pure distruggere.  In Inghilterra perci (come sempre sono
    stati altrove) i nobili saranno,  o gi  sono,  i  corrompitori  della
    libert;  ove,  prima  di  ci,  abbattuti  maggiormente non siano dal
    popolo.  Ma,  non essendo la repubblica il  mio  tema,  abbastanza,  e
    troppo  lungamente  forse,  ho  io  parlato  fin  qui dei nobili nelle
    repubbliche.  Mi convien dunque ora lungamente  ragionare  dei  nobili
    nelle moderne nostre tirannidi.
    Distrutto  il  romano  imperio,  ne furono,  come ognun sa,  divise le
    provincie fra diversi popoli; ed infiniti stati da quell'immenso stato
    nascevano.  Ma,  in tutti insorgeva una nuova specie di  governo  fino
    allora  ignota,  in  cui molti piccioli tiranni rendendo omaggio ad un
    solo  e  maggiore,  teneano,  sotto  il  titolo  di  feudatarj,  nella
    oppressione  e  servit  i  varj lor popoli.  Alcuni di questi tiranni
    feudatarj divennero cos potenti, che ribellatisi al loro sovrano,  si
    crearono stato a parte;  e non pochi dei presenti tiranni d'Europa son
    della stirpe di quei signorotti. E,  per contraria vicenda,  molti dei
    tiranni  sovrani  si fecero altres col tempo abbastanza potenti,  per
    distruggere o spodestare affatto quei secondi tiranni, e rimanere essi
    soli sovrani. Comunque ci fosse, il soggiacere al tiranno maggiore, o
    ai tirannelli,  non sollev mai il popolo dal peso delle  sue  catene:
    anzi,    verisimile  che,  assicurato ed ingrandito il loro stato,  i
    tiranni maggiori,  avendo meno rispetti,  pi  illimitata  potenza,  e
    minori  nemici,  ne  divennero  con  molta  pi  impunit  e sicurezza
    oppressori del loro misero gregge.
    Ma,  quanto erano stati da temersi pel tiranno quei nobili  feudatarj,
    finch aveano avuto autorit e forza;  quanto erano stati ostacolo,  e
    in un  certo  modo  freno,  alla  compiuta  tirannide  di  quel  solo,
    altrettanto  poi  ne  divennero essi la base e il sostegno,  tosto che
    rimasero  spogliati  dell'autorit  e  della  forza.   I  tiranni   si
    prevalsero  da prima del popolo stesso per abbassare i signorotti;  ed
    il popolo che avea da vendicar  tante  ingiurie,  volonteroso  seguit
    l'animosit  di  quel solo e maggior tiranno contro ai tanti e minori.
    Allora,  qual dei signorotti si dette per accordo al tiranno,  e quale
    contr'esso rivolse le armi.  Ma, o patteggiati, o vinti ch'ei fossero,
    tutti,  od i pi,  coll'andar del tempo soggiacquero.  Non si  estinse
    tuttavia  interamente mai quel male che ridondava da questa secondaria
    tirannide feudale;  non si scem  punto  la  servit  per  il  popolo;
    notabilmente  si  accrebbe  bens  l'autorit  e la forza del tiranno.
    Conobbero i tiranni la necessit di mantenere una classe fra  essi  ed
    il  popolo,  che  paresse alquanto pi potente che il popolo,  e fosse
    assai meno potente di loro: e benissimo conobbero che distribuendo fra
    costoro gli onori tutti e le cariche,  diverrebbero questi col tempo i
    pi feroci e saldi satelliti della loro tirannide.
    N s'ingannarono in tal fatto i tiranni.  I nobili,  spogliati affatto
    della loro autorit e forza, ma non interamente delle loro ricchezze e
    superbia,   manifestamente  conobbero  che  non  potevano  essi  nella
    tirannide  continuare ad essere tenuti maggiori del popolo,  se non se
    risplendendo della luce del tiranno.  L'impossibilit di  riacquistare
    l'antica  potenza  li  costrinse  ad  adattare  la loro ambizione alla
    necessit ed ai tempi.  Dal popolo,  che non s'era certamente scordato
    delle loro antiche oppressioni;  dal popolo,  che gli abborriva perch
    li credeva ancora troppo pi potenti di  lui;  dal  popolo  in  somma,
    troppo  avvilito  per  soccorrergli  ancor  che  il  volesse,   videro
    chiaramente i nobili che non v'era luogo a sperarne  mutazione  alcuna
    favorevole  a  loro.  Si  gittarono  dunque  interamente in braccia al
    tiranno;  ed egli non li temendo oramai,  e  vedendo  quanto  potevano
    riuscire  utili  alla  propagazione  della  tirannide,  li prelesse ad
    essere i depositarj e il sostegno.
    E questa  la nobilt,  che nelle tirannidi d'Europa tutto giorno  poi
    vedesi  cos  insolente  col  popolo,  e cos vil coi tiranni.  Questa
    classe,  in ogni tirannide,   sempre la pi corrotta;  ella   perci
    l'ornamento  principalissimo  delle corti,  il maggior obbrobrio della
    servit, e il giusto ludibrio dei pochi che pensano. Degeneri dai loro
    avi  nella  fierezza,  i  nobili  sono  gl'inventori  primieri  d'ogni
    adulazione,   d'ogni   pi  vile  prostituzione  al  tiranno:  ma  non
    tralignano gi essi nella superbia e crudelt contro al popolo.  Anzi,
    vie  pi  inferociti  per  la  loro  perduta  potenza  effettiva,   lo
    tiranneggiano quanto pi sanno e possono con  i  flagelli  stessi  del
    tiranno,  se  egli  lo permette;  e se egli lo vieta,  (il che di rado
    accadeva fino allo stabilimento della perpetua milizia)  non  lasciano
    pure  di  opprimere  il  popolo  di  furto  con  quanta prepotenza pi
    possono.
    Ma,  dallo stabilimento in poi dei  perpetui  eserciti  in  Europa,  i
    tiranni vedendosi armati e effettivamente potenti,  hanno incominciato
    a tenere in assai minor conto la nobilt,  e  a  sottoporla  anch'essa
    alla  giustizia  non  meno  che  il popolo,  allor quando ad essi cos
    giova,  o piace,  di fare.  La vista politica del tiranno nel  volersi
    mostrare imparziale pe' nobili,   stata di riguadagnarsi il popolo, e
    di riaddossare ai nobili l'odiosit degli antecedenti governi.  Ed  io
    mi  fo  a credere,  che se il tiranno potesse amare una qualche classe
    dei sudditi suoi, ove fossero egualmente vili e obbedienti i nobili ed
    il popolo,  egli pure inclinerebbe pi per  il  popolo;  ancorch  pur
    sempre  sentisse,  che a tenere il popolo a freno egli ,  in un certo
    modo, necessarissimo il naturale argine della nobilt,  cio,  dei pi
    ricchi  ed  illustri.  E  di  questo semiamore,  o sia minore odio del
    tiranno pel popolo, ne assegnerei la seguente ragione. La nobilt, per
    quanto sia ignorante e mal educata, pure,  come alquanto meno oppressa
    e  pi agiata,  ella ha il tempo ed i mezzi di riflettere alquanto pi
    che il popolo; ella si avvicina molto pi al tiranno; ella ne studia e
    ne conosce pi l'indole,  i vizj,  e la nullit.  Si aggiunga a questa
    ragione,  il  bisogno che il tiranno ancora pur crede di aver talvolta
    dei nobili;  e da  questo  tutto  si  verr  facilmente  ad  intendere
    quell'innato odio contr'essi,  che sta nel cuor del tiranno;  il quale
    non pu n dee voler che si  pensi;  n  pu,  molto  meno,  aggradire
    chiunque  lo  spia  e conosce.  Nasce da questo intrinseco odio quella
    pompa di  popolarit,  che  molti  dei  moderni  tiranni  europei  van
    facendo;  come anche le tante mortificazioni, che vanno compartendo ai
    lor  nobili.  Il  popolo,  soddisfatto  di  vedere  abbassati  i  suoi
    signorotti,  ne  sopporta  pi  volentieri il comune oppressore,  e la
    divisa oppressione.  I nobili rodono la catena;  ma  troppo  corrotti,
    effemminati  e  deboli sono,  per romperla.  Il tiranno se ne sta fra'
    due, distribuendo ad entrambi a vicenda,  frammiste a molte battiture,
    alcune  fallaci  dolcezze;  e  cos  vie  pi  sempre corrobora egli e
    perpetua la tirannide. Non distrugge egli i nobili, se non se a minuto
    i pi antichi,  per riprocrearne dei nuovi,  non meno  orgogliosi  col
    popolo,  ma  pi  soggetti  e arrendevoli a lui: e non li distrugge il
    tiranno,  perch li crede (ed il  sono)  essenzialissima  parte  della
    tirannide. Non gli teme, perch'egli  armato: non gli stima, perch li
    conosce: non gli ama,  perch lo conoscono.  Il popolo non mormora dei
    gravosi eserciti,  perch'egli non ragiona,  e ne trema: ma  con  molta
    gioja  bens  per  via  degli  eserciti  vede i nobili starsi non meno
    soggetti e tremanti di lui.
    I nobili ereditarj son dunque una parte  integrante  della  tirannide,
    perch  non  pu  allignar  lungamente  libert vera,  dove esiste una
    classe primeggiante,  che tale non sia per virt ed  elezione.  Ma  la
    milizia perpetua,  fattasi oramai parte della tirannide pi integrante
    ancora di  quel  che  lo  sia  la  nobilt,  ha  tolto  ai  nobili  la
    possibilit  di  far fronte al tiranno,  e diminuita in loro quella di
    opprimere il popolo.



    Capitolo Duodecimo.
    DELLE TIRANNIDI ASIATICHE, PARAGONATE COLL'EUROPEE.

    Pare, che molte tirannidi d'oriente smentiscano quanto ho detto finora
    circa alla necessit dei nobili inerente all'essenza della  tirannide;
    non vi essendo in esse alcuna nobilt ereditaria; n ammettendo esse a
    prima  vista  altra distinzione di ordini,  che un signor solo e tutti
    gli altri servi egualmente.  E,  a dir vero,  l'Asia in ogni tempo non
    solo non conobbe libert, ma soggiacque quasi sempre tutta a tirannidi
    inaudite,  esercitate  in  regioni  vastissime;  in  cui non si scorge
    nessun viver civile,  nessuna stabilit,  e  nessune  leggi,  che  non
    soggiacciano  al  capriccio  del  tiranno,  eccettuatene  tuttavia  le
    religiose. Ma io,  con tutto ci,  non dispero di poter dimostrare che
    la tirannide in ogni tempo e luogo  tirannide;  e che usando ella gli
    stessi mezzi per mantenersi, produce,  ancorch sotto diverso aspetto,
    gli stessissimi effetti.
    Non esaminer perch siano tali i popoli dell'oriente; le ragioni, che
    riuscirebbero assai pi congetturali che dimostrative, o ne sono state
    assegnate, o lo verranno da altri pi dotti e profondi che non son io.
    Ma,  partendo  dal  dato,  io  dico;  che la paura,  la milizia,  e la
    religione,  innegabilmente sono esse pure le tre basi  e  molle  delle
    tirannidi asiatiche,  come delle europee; e che sono esse il pi saldo
    appoggio di quelli e  di  questi  tiranni.  Il  falso  onore,  di  cui
    ampiamente  ho  parlato,  non pare da prima occupare alcun luogo nella
    mente e nel cuore degli orientali;  ma pure,  se bene si  esamina,  si
    vedr  che  lo conoscono anch'essi e lo praticano.  Per quei popoli il
    tiranno  un articolo vero di fede;  essi tengono la  religione  assai
    pi  in  pregio  di  noi:  quindi  in  tutto  ci che spetta all'uno o
    all'altra dimostrano d'avere moltissimo onore.  Non ci    esempio  di
    maomettani  che  si  facciano  cristiani  come tutto d v' esempio di
    cristiani che rinnegano.
    In tal modo,  a tutto ci che la  nobilt  ereditaria,  e  la  milizia
    perpetua  (quali  le  abbiamo  in Europa) potrebbero operare di pi in
    favore delle orientali tirannidi,  vi suppliscono dunque ampiamente le
    asiatiche religioni;  e massime la maomettana,  ch' pi creduta,  pi
    osservata, e assai pi potente ancora, che non lo sia oramai in nessun
    luogo la nostra.
    Ma,  ancorch  la  nobilt  ereditaria  non  sussista  in  gran  parte
    d'oriente  (toltine  per  la  Cina,   il  Giappone,   e  molti  stati
    dell'Indie,   il  che  certamente  non    picciola  parte  dell'Asia)
    nondimeno   nei   paesi  maomettani  gli  strumenti  principali  della
    tirannide sono,  come nella cristianit,  i sacerdoti,  i  capi  della
    milizia,  i  governatori  delle provincie,  e i barbassori di corte: e
    costoro tutti,  bench non vi  siano  nati  nobili,  si  debbono  pure
    riputare come una classe,  che essendo pi che il popolo e meno che il
    tiranno,  e accattando dal tiranno il lustro e l'autorit,  viene  per
    l'appunto  ad occupare lo stessissimo luogo nelle tirannidi asiatiche,
    che occupa la nobilt ereditaria nelle europee.  Vero ,  che fra quei
    nobili  d'Asia,  morendo essi di morte naturale o violenta,  cessa nei
    loro figli la nobilt: ma tosto pure alle loro cariche  ne  sottentran
    degli  altri,  e  quanti  mai ne verranno,  tutti,  ancorch d'origine
    plebea, assumeranno tosto il pensare dei nobili;  il quale non  altro
    che  di  opprimere i popoli,  e tenersi col tiranno.  Ed anzi,  questi
    nobili recenti, di tanto pi feroci saranno,  quanto l'uomo che  nato
    pi  vile,  che  stato pi oppresso,  e che ha conosciuto pi eguali,
    diviene assai pi superbo e feroce ogniqualvolta egli,  per altra  via
    che  quella  della  virt,   perviene  ad  innalzarsi  sovr'essi.   Ma
    certamente la virt non  potr  essere  mai  la  scala  agli  onori  e
    all'autorit, in nessuna tirannide.
    L'effetto  vien  dunque  ad  essere  lo  stesso  in  oriente  come  in
    occidente;  poich fra il popolo e il tiranno entrano  pur  sempre  di
    mezzo  i nobili (o ereditarj siano o fattizj) e la permanente milizia:
    due classi,  senza di cui non v' n vi pu esser tirannide;  e  colle
    quali non v', n vi pu essere lungamente mai libert.
    Ma mi si dir forse,  che in ogni democrazia, od in qualsivoglia mista
    repubblica, i sacerdoti, i magistrati,  ed i capi della milizia,  sono
    parimente  sempre  maggiori  del  popolo.  A  ci    da  rispondersi,
    distinguendo: Costoro nella repubblica sono ciascuno  maggiori  d'ogni
    privato individuo; ma minori dell'universale, essendo eletti da tutti,
    o  dal  pi  gran numero;  essendo eletti per lo pi a tempo,  e non a
    vita; sottoposti alle leggi,  e costretti a dare,  quando che sia,  un
    rigido conto di se stessi. Ma costoro, nella tirannide, sono maggiori,
    e d'ogni individuo,  e dell'universale;  perch sono eletti da un solo
    che pu pi di tutti; perch non danno conto del loro operare,  se non
    a  lui;  e perch in somma niun'altra cosa vien loro apposta a delitto
    dal tiranno, fuorch l'aver dispiaciuto,  o arrecato danno a lui solo:
    il che chiaramente vuol dire per lo pi,  l'aver giovato, o tentato di
    giovare, a tutti od ai pi.
    Ma,  se io abbastanza  ho  dimostrato  (come  a  me  pare)  che  nelle
    tirannidi  dell'oriente  i  tiranni  adoperano gli stessi mezzi che in
    queste,  esaminiamo ora quali siano le apparenti  differenze  tra  gli
    effetti;  perch  vi  siano;  e se elle siano in favore o in disfavore
    degli europei.
    Mostransi di rado al pubblico gli orientali tiranni,  e  inaccessibili
    sono  in  privato;  i  nostri  veggiamo ogni giorno: ma il vederli non
    scema per in noi la paura,  n  in  essi  la  potenza;  e  bench  lo
    avvezzarci  a quell'oggetto diminuisca alquanto la stupida venerazione
    per esso,  l'odio nondimeno dee pur sempre rimanere il medesimo,  e di
    gran lunga maggiore il fastidio e la noja.
    Difficilissimo  l'accostarsi ai tiranni d'oriente;  ai nostri, a qual
    con lettere o suppliche, a quale in persona, possiamo assai facilmente
    ogni giorno accostarci: ma,  e che ne ridonda?  son forse fra noi meno
    oppressi  gl'innocenti  ed  i  buoni?  son forse pi conosciuti i rei,
    allontanati, o puniti?
    Gl'impieghi,  gli onori,  le dignit si conferiscono in  oriente  agli
    schiavi pi graditi al padrone.  Il solo capriccio li dona,  e il solo
    capriccio li ritoglie; ma un ministro o qualunque altro, che spogliato
    venga di alcuno importante impiego,  viene altres privato per lo  pi
    della vita.  E lo stesso capriccio conferisce nel nostro occidente gli
    stessi onori e dignit a quegli schiavi pi dotti nell'arte di piacere
    e compiacere al tiranno: e tanto pi vili schiavi costoro,  e degni in
    ci veramente di esserlo,  quanto,  non essendo gli europei,  come gli
    orientali,  nati nella servit effettiva dei serragli,  di buon  animo
    spontaneamente  vanno  porgendo le mani ed il collo al pi obbrobrioso
    di tutti i gioghi. Ma, se i nostri tiranni, nel toglier loro la carica
    non li privano a un tempo della vita,  ci forse non accade per  altra
    ragione,  se  non  perch questi scelti servi europei,  a s manifeste
    prove si sono dimostrati per vili, che i tiranni nostri in nessun modo
    non possono, n debbono, in nulla temerli.
    Nelle tirannidi dell'oriente, pochissime leggi,  oltre alle religiose,
    vi  sussistono:  moltissime  se ne ha nelle nostre;  ma ogni giorno si
    mutano, s'infrangono, si annullano, e per fin si deridono.  Qual  men
    vergognosa  ed  infame  a soffrirsi delle due seguenti usurpazioni?  o
    d'uno che ti oltraggia e ti  opprime,  perch  tu,  non  credendo  che
    altrimenti  una  societ  esistere  potesse,  glie  ne  hai  conceduto
    illimitatamente la signoria,  n hai provveduto in nessuna  maniera  a
    moderargliela;  o d'uno che ti fa lo stesso e anche peggio,  bench tu
    abbi provveduto con impotenti leggi, e con gl'inutili suoi giuramenti,
    che egli opprimere ed oltraggiare non ti potesse?
    Negli orientali governi nulla vi ha di sicuro, se non la sola servit:
    ma, che v'ha egli di sicuro nei nostri? I tiranni europei sono di gran
    lunga pi umani? cio, hanno i tiranni europei molto minore il bisogno
    di essere crudeli. Nell'oriente, le scienze e le lettere proscritte, i
    regni spopolati, la stupidit e miseria del popolo, nessuna industria,
    nessun commercio; non son tutte queste,  e tante altre,  le innegabili
    prove  del  vizio  distruttivo,  che  sta  in quei governi?  Rispondo,
    distinguendo di nuovo. La religion maomettana,  come pi inerte e meno
    curante della nostra, riesce altres molto pi distruttiva di essa. Ma
    in   quelle  parti  d'oriente,   dove  non  ci    maomettismo,   come
    specialmente alla Cina e al  Giappone,  tutti  questi  soprammentovati
    lagrimevoli   effetti,   che  stoltamente  noi  assegniamo  alla  sola
    orientale tirannide,  in un'altra orientale e niente minore tirannide,
    vi  si  vedono  cessare;  o  almeno  non v'esistere maggiori che nelle
    tirannidi europee.
    Parmi adunque, che sia da conchiudere;  che la tirannide nell'Asia,  e
    principalmente  nel  maomettismo,  suol  riuscire  pi  oppressiva che
    nell'Europa: ma bisogna ad un tempo stesso confessare;  che il tiranno
    e  quelli  che fan le sue parti,  assai meno sicuri vivono in Asia che
    non in Europa.  Quindi dall'essere le nostre  tirannidi  alquanto  pi
    miti,  se a noi ne ridonda pure qualche vantaggio,  amaramente ci vien
    compensato dalla maggiore infamia che sta nel  servire,  sapendolo;  e
    dalla  quasi  impossibilit,  in  cui  il nostro effemminato vivere ci
    pone,  di distruggere,  di mutare o di crollare almeno  d'alquanto  le
    nostre tirannidi. Noi coltiviamo le scienze, le lettere, il commercio,
    le arti tutte, ed ogni civile costume; negar non si pu: ma noi colti,
    noi  dotti,  noi  in somma che siamo il fiore degli abitanti di questo
    globo,  noi soffriam  pure  tacitamente  quello  stesso  tiranno,  che
    soffrono  (  vero) ma che pur anche talvolta robustamente distruggono
    quegli asiatici popoli, rozzi, ignoranti, e, a parer nostro,  di tanto
    pi  vili  di  noi.  Chi  non  sa che vi  stata,  e che vi pu essere
    libert,  non conosce e non sente la servit;  e chi questa non sente,
    scusabilissimo   se la soffre.  Ma che direm noi di que' popoli,  che
    sanno,  e sentono,  e fremono di essere servi;  e la servit  pure  si
    godono,  e  tacciono?  La  differenza  dunque,  che passa fra l'Asia e
    l'Europa, si ; che i tiranni orientali tutto possono,  e tutto fanno;
    ma  sono  anche  spesso  privati  del trono ed uccisi: gli occidentali
    tiranni possono tutto,  fanno soltanto ci che a loro occorre di fare,
    e  stanno  quasi sempre inespugnabili,  securi,  e impuniti.  I popoli
    d'Asia di niuna loro cosa sicuri possessori sen vivono;  ma credono in
    parte   che   cos   debba  essere;   e  dove  in  certo  modo  contro
    all'universale si ecceda, si vendicano almeno del tiranno,  bench mai
    non ispengano, n minorino, la tirannide. I popoli d'Europa niuna cosa
    possedono  con maggior sicurezza che quelli dell'Asia,  bench vengano
    spogliati del loro in una diversa e pi  cortese  maniera;  ma  questi
    sanno  quali  siano  i  dritti  dell'uomo;  ed ignorar non li possono,
    poich li vedono felicemente esercitati da alcune pochissime  nazioni,
    che  vivono  libere  in  mezzo  alla  universal servit: e bench ogni
    giorno si veda nelle tirannidi europee (massime in quanto spetta  alle
    pecuniarie  gravezze)  eccedere  dal tiranno ogni modo,  nondimeno per
    codardia e vilt dei nostri popoli non si ardisce mai tentare  nessuna
    lodevol  vendetta,  non  che  si  ardiscano  tentare  di  riassumere i
    naturali diritti, cos inutilmente da lor conosciuti.




    Capitolo Decimoterzo.
    DEL LUSSO.

    Non credo,  che mi sar difficile il provare,  che il moderno lusso in
    Europa  sia  una  delle  principalissime cagioni,  per cui la servit,
    gravosa e dolce ad un tempo,  vien poco sentita dai nostri  popoli,  i
    quali  perci  non pensano n si attentano di scuoterla veramente.  N
    intendo io di trattare la questione,  oramai da tanti egregj scrittori
    esaurita,  se  sia  il lusso da proscriversi o no.  Ogni privato lusso
    eccedente,  suppone una mostruosa  diseguaglianza  di  ricchezze  fra'
    cittadini,  di  cui  la  parte  ricca  gi  necessariamente  superba,
    necessitosa e avvilita la povera,  e  corrottissime  tutte  del  pari.
    Onde,  posta  questa  disuguaglianza,  sar inutilissimo e forse anche
    dannoso il  voler  proscrivere  il  lusso:  n  altro  rimedio  rimane
    contr'esso,  che  il  tentare  d'indirizzarlo  per  vie meno ree ad un
    qualche scopo men reo.  M'ingegner io  bens  di  provare  in  questo
    capitolo;  che  il  lusso,  conseguenza naturalissima della ereditaria
    nobilt,  nelle tirannidi riesce anch'egli una  delle  principalissime
    basi di esse;  e che dove ci  molto lusso non vi pu sorgere durevole
    libert;  e che dove ci  libert,  introducendovisi moltissimo lusso,
    questo in brevissimo tempo corromperla dovr, e quindi annullarla.
    Il  primo  e  il  pi mortifero effetto del privato lusso,  si ;  che
    quella pubblica stima che nella semplicit del modesto vivere si suole
    accordare al pi eccellente in  virt,  nello  splendido  vivere  vien
    trasferita  al  pi ricco.  N d'altronde si ricerchi la cagione della
    servit,  in tutti quei popoli,  fra cui le ricchezze danno ogni cosa.
    Ma pure, la uguaglianza dei beni di fortuna essendo presso ai presenti
    europei una cosa chimerica affatto,  si dovr egli conchiudere che non
    vi pu essere libert in Europa,  perch le ricchezze  vi  sono  tanto
    disuguali? e possono elle non esserlo, atteso il commercio, e il lucro
    delle pubbliche cariche?  Rispondo;  che difficilmente vi pu essere o
    durare una vera politica libert, l dove la disparit delle ricchezze
    sia eccessiva; ma che pure, due mezzi vi sono per andarla strascinando
    (dove ella gi  fosse  allignata)  in  mezzo  a  una  tale  disparit,
    ancorch  il  lusso  sterminatore tutto d la libert vi combatta.  Il
    primo di questi mezzi sar,  che le buone leggi abbiano provveduto,  o
    provvedano,  che  la eccessiva disuguaglianza delle ricchezze provenga
    anzi dalla industria, dal commercio, e dall'arti,  che non dall'inerte
    accumulamento di moltissimi beni di terra in pochissime persone,  alle
    quali non possono questi  beni  pervenire  in  tal  copia,  senza  che
    infiniti altri cittadini non siano spogliati della parte loro.  Con un
    tale compenso le  ricchezze  dei  pochi  non  occasionando  allora  la
    povert totale dei pi, verr pure ad esservi un certo stato di mezzo,
    per  cui  quel  tal  popolo  sar  diviso  in  pochi  ricchissimi,  in
    moltissimi agiati,  ed in pochi pezzenti.  Tuttavia,  questa divisione
    non  pu  quasi  mai  nascere,  o  almeno  sussistere,  se  non in una
    repubblica;  in vece che la divisione  in  alcuni  ricchissimi,  e  in
    moltissimi pezzenti, dee nascere, e tutto d si vede sussistere, nelle
    tirannidi,  le  quali  di  una tale disproporzione si corroborano.  Il
    secondo mezzo  di  rettificare  il  lusso,  e  diminuirne  la  maligna
    influenza sul dritto vivere civile, sar di non permetterlo nelle cose
    private,  e  d'incoraggirlo e onorarlo nelle pubbliche.  Di questi due
    mezzi le poche  repubbliche  d'Europa  si  vanno  pur  prevalendo,  ma
    debolmente ed invano; come quelle che sono corrottissime anch'esse dal
    fastoso  e  pestifero vivere delle vicine tirannidi.  E questi altres
    sono i due mezzi,  che i nostri tiranni non adoprano,  e  non  debbono
    adoprar mai contro al lusso; come quelli che in esso ritrovano uno dei
    pi fidi satelliti della tirannide.  Un popolo misero e molle,  che si
    sostenta col tessere drappi d'oro e di seta,  onde si cuoprano  poi  i
    pochi  ricchi  orgogliosi;  di  necessit un tal popolo viene a stimar
    maggiormente coloro, che pi consumandone, gli dan pi guadagno. Cos,
    viceversa,  il popolo romano che solea ritrarre  il  suo  vitto  dalle
    terre  conquistate  coll'armi,  e  fra lui distribuite poi dal senato,
    sommamente stimava quel console o quel tribuno, per le di cui vittorie
    pi larghi campi gli venivano compartiti.
    Essendo dunque dal privato lusso sovvertite in tal  modo  le  opinioni
    tutte del vero e del retto;  un popolo, che onora e stima maggiormente
    coloro,  che con maggiore ostentazione di lusso lo  insultano,  e  che
    effettivamente  lo spogliano,  bench in apparenza lo pascano;  un tal
    popolo,  potr egli  avere  idea,  desiderio,  diritto,  e  mezzi,  di
    riassumere  libert?  E  que' grandi,  (cio chiamati tali) che i loro
    averi a gara profondono,  e spesso gli altrui,  per vana  pompa  assai
    pi,  che per vero godimento;  quei grandi,  o sia ricchi, a cui tante
    superfluit si son fatte  insipide,  ma  necessarie;  que'  ricchi  in
    somma, che a mensa, a veglia, a' festini, ed a letto, traggono fra gli
    orrori  della saziet la loro effemminata,  tediosa,  ed inutile vita;
    que' ricchi, potrann' eglino,  pi che la vilissima feccia del popolo,
    innalzarsi a conoscere,  a pregiare,  desiderare, e volere la libert?
    Costoro primi ne piangerebbero;  e assumere non  saprebbero  esistenza
    nessuna,  se non avessero un intero ed unico tiranno,  che perpetuando
    il dolce loro ozio, alla lor dappocaggine comandasse.
    Inevitabile dunque,  e  necessario    il  lusso  nelle  tirannidi.  E
    crescono  in  esse  tutti  i  vizj in proporzione del lusso,  che  il
    principe loro; del lusso, che tutti li nobilita, coll'addobbarli;  che
    a  tal segno confonde i nomi delle cose,  che la disonest dei costumi
    chiamasi fra' ricchi, galanteria; l'adulare, un saper vivere;  l'esser
    vile,  prudenza; l'essere infame, necessit. E di questi vizj tutti, e
    dei molti pi altri ch'io taccio, i quali hanno tutti per base,  e per
    immediata  cagione il lusso,  chi maggiormente ne gode,  chi ne ricava
    pi manifesto e immenso il vantaggio? I tiranni, che da essi ricevono,
    e per via di essi in eterno si assicurano,  il  pacifico  ed  assoluto
    comando.
    Il lusso dunque (che io definirei; L'immoderato amore ed uso degli agj
    superflui  e  pomposi) corrompe in una nazione ugualmente tutti i ceti
    diversi.  Il  popolo,   che  ne  ritrae  anch'egli  qualche  apparente
    vantaggio,  e  che non sa e non riflette,  che per lo pi la pompa dei
    ricchi non  altro che il frutto delle estorsioni fatte a lui, passate
    nelle casse del tiranno,  e da esso quindi profuse fra questi  secondi
    oppressori; il popolo,  anch'egli necessariamente corrotto dal tristo
    esempio  dei  ricchi,  e  dalle  vili  oziose  occupazioni  con che si
    guadagna egli a stento il suo vitto.  Perci quel fasto dei grandi che
    dovrebbe  s  ferocemente  irritarlo,  al  popolo  piace  non poco,  e
    stupidamente  lo  ammira.   Che  gli   altri   ceti   debbano   essere
    corrottissimi dal lusso che praticano, inutile mi pare il dimostrarlo.
    Corrotti  in  una  nazione  tutti  i  diversi  ceti,   manifestamente
    impossibile che ella diventi o duri mai libera,  se da prima il  lusso
    che      il  pi  feroce  corruttore  di  essa,   non  si  sbandisce.
    Principalissima cura perci del tiranno  debb'essere,  ed  ,  (bench
    alle  volte  la  stolta  ostentazione  del  contrario ei vada facendo)
    l'incoraggire, propagare, ed accarezzare il lusso,  da cui egli ritrae
    pi  assai  giovamento che da un esercito intero.  E il detto fin qui,
    basti per provare che non v'ha cosa nelle  nostre  tirannidi,  che  ci
    faccia  pi  lietamente sopportare e anche assaporare la servit,  che
    l'uso continuo e smoderato del lusso:  come  pure,  a  provare  ad  un
    tempo,  che  dove  radicata  si  questa peste,  non vi pu sorgere od
    allignar libert.
    Si esamini ora,  se l,  dove gi  stabilita una  qualunque  libert,
    possa allignare il lusso;  e qual dei due debba cedere il campo.  S'io
    bado alle storie,  in ogni  secolo,  in  ogni  contrada,  vedo  sempre
    sparire  la  libert da tutti quei governi che han lasciato introdurre
    il lusso dei privati;  e mai non la vedo  robustamente  risorgere  fra
    quei popoli,  che son gi corrotti dal lusso. Ma, siccome la storia di
    tutto ci che  stato non  forse assolutamente la prova innegabile di
    tutto ci che pu essere;  a me pare,  che alla  disuguaglianza  delle
    ricchezze  nei  cittadini  non  ancora  interamente corrotti,  in quel
    brevissimo intervallo in cui possono essi mantenersi tali,  i  governi
    liberi  non  abbiano  altro  rimedio  da  opporre  pi efficace che la
    semplice  opinione.   Quindi  volendo  essi  concedere  a  queste  mal
    ripartite  ricchezze uno sfogo che ad un tempo circolare le faccia,  e
    non  distrugga  del  tutto  la  libert,   persuaderanno   ai   ricchi
    d'impiegarle  in  opere pubbliche;  onoreranno questo solo loro fasto,
    annettendo un'idea di disprezzo a qualunque altro uso che ne facessero
    i ricchi nella loro privata vita,  oltre quella decenza e  quegli  agj
    ragionevoli,  richiesti  dal loro stato,  e compatibili colla pubblica
    decenza.  I liberi governi  persuaderanno  ad  un  tempo  agli  uomini
    poveri,  (non intendo con ci dire,  ai pezzenti) che non  delitto n
    infamia l'esser tali;  e lo persuaderan facilmente,  coll'accordare  a
    questi non meno che agli altri l'adito a tutti gli onori ed uffizj.  E
    non  per  insultare  alla  miseria   escludo   io   principalmente   i
    necessitosi; ma perch costoro, come troppo corrottibili, e per lo pi
    vilmente  educati,  non sono meno lontani dalla possibilit del dritto
    pensare e operare,  di quel che  lo  siano,  per  le  ragioni  appunto
    contrarie, i ricchissimi.
    Ma queste saggie cautele riusciranno pur anche inutili a lungo andare.
    La  natura  dell'uomo  non si cangia;  dove ci sono ricchezze grandi e
    disugualmente ripartite, o tosto o tardi dee sorgere un gran lusso fra
    i privati,  e quindi  una  gran  servit  per  tutti.  Questa  servit
    difficilmente  da  prima  si  pu allontanare da un popolo dove alcuni
    ricchissimi siano,  e poverissimi i pi;  ma  quando  poi  ella  si  
    cominciata  a  introdurre,  provato  che hanno i ricchissimi quanto la
    universal servit riesca  favorevole  al  loro  lusso,  vivamente  poi
    sempre si adoprano affinch'ella non si possa pi scuoter mai.
    Sarebbe  dunque mestieri,  a voler riacquistare durevole libert nelle
    nostre tirannidi, non solamente il tiranno distruggere,  ma pur troppo
    anche i ricchissimi,  quali che siano;  perch costoro,  col lusso non
    estirpabile, sempre anderan corrompendo se stessi ed altrui.




















    Capitolo Decimoquarto.
    DELLA MOGLIE E PROLE DELLA TIRANNIDE.

    Come in un mostruoso governo,  dove niun uomo vive sicuro n del  suo,
    n  di se stesso,  ve ne siano pure alcuni che ardiscano scegliere una
    compagna della propria infelicit, e perpetuare ardiscano la propria e
    l'altrui  servit  col  procrearvi  dei  figli,  difficil  cosa    ad
    intendersi,  ragionando;  ed impossibile parrebbe a credersi, se tutto
    d nol vedessimo. Dovendone addur le ragioni, direi; che la natura, in
    ci pi possente ancora che non  la tirannide, spinge gl'individui ad
    abbracciar questo conjugale stato con una forza pi efficace di quella
    con cui la tirannide da  esso  gli  stoglie.  E  non  volendo  io  ora
    distinguere  se  non  in  due soli ceti questi uomini soggiogati da un
    tale governo, cio in poveri e ricchi; direi,  che si ammogliano nella
    tirannide  i  ricchi,  per  una  loro stolta persuasione che la stirpe
    loro, ancorch inutilissima al mondo e spesso anche oscura,  vi riesca
    nondimeno  necessaria,  e gran parte del di lui ornamento componga;  i
    poveri, perch nulla sanno,  nulla pensano,  e in nulla possono oramai
    peggiorare il loro infelicissimo stato.
    Lascio per ora da parte i poveri; non gi perch sprezzabili siano, ma
    perch   ad  essi  nuoce  assai  meno  il  far  come  fanno.   Parler
    espressamente de'  ricchi;  non  per  altra  ragione,  se  non  perch
    essendo,  o  dovendo  costoro  essere  meglio educati;  avendo essi in
    qualche picciola parte conservato il  diritto  di  riflettere;  e  non
    potendo quindi non sentire la loro servit;  debbono i ricchi,  quando
    non siano del tutto stolidi,  moltissimo riflettere  alle  conseguenze
    del  pigliar  moglie nella tirannide.  E per fare una distinzione meno
    spiacente,  o meno oltraggiosa per gli uomini,  che non    quella  di
    poveri  e  ricchi,  la far tra gli enti pensanti,  ed i non pensanti.
    Dico dunque, che chi pensa,  e pu campare senza guadagnarsi il vitto,
    non  dee  mai pigliar moglie nella tirannide;  perch,  pigliandovela,
    egli tradisce il proprio pensare,  la verit,  se  stesso,  e  i  suoi
    figli.  Non  difficile di provare quanto io asserisco.  Suppongo, che
    l'uomo pensante dee conoscere il vero;  quindi indubitabilmente si dee
    dolere  non poco in se stesso di esser nato nella tirannide;  governo,
    in cui nulla d'uomo si conserva oltre la faccia.  Ora,  colui  che  si
    duole  di esservi nato,  avr egli il coraggio,  o per dir meglio,  la
    crudelt, di farvisi rinascere in altrui?  di aggiungere al timore che
    egli  ha per se stesso,  l'avere a temere per la moglie,  e quindi pe'
    figli? Parmi ci un moltiplicare i mali a tal segno,  che io non potr
    pur  mai  credere,  che  chi piglia moglie nella tirannide,  pensi,  e
    conosca pienamente il vero.
    Il primo oggetto del matrimonio egli ,  senza dubbio,  di  avere  una
    fedele  e  dolce compagna delle private vicende,  la quale dalla morte
    soltanto ci possa esser tolta. Supponendo ora il non supponibile, cio
    che in una tirannide non  fossero  corrotti  i  costumi,  onde  questa
    compagna  potesse non aver altra cura n desiderio,  che di piacere al
    marito;  chi pu assicurare costui,  che ella dal tiranno,  o dai suoi
    tanti  potenti  satelliti,  non gli verr sedotta,  corrotta,  o anche
    tolta? Collatino, parmi,  un esempio chiaro abbastanza per dimostrare
    la possibilit di un tal fatto: ma gli  alti  effetti  che  da  quello
    stupro ne nacquero,  sono ai tempi nostri assai meno sperabili, bench
    le cagioni tutto d ne sussistano. Mi odo gi dire; Che il tiranno non
    pu voler la moglie di  tutti;  che    caso  anche  raro  nei  nostri
    presenti  costumi,  ch'egli  cerchi a sedurne due o tre;  e che questo
    far egli con promesse,  doni,  ed onori ai mariti,  ma  non  mai  con
    l'aperta violenza. Ecco le scellerate ragioni che rassicurano il cuore
    dei presenti mariti,  i quali niun'altra cosa temono al mondo,  che di
    non esser essi quei felici che  compreranno  a  prezzo  della  propria
    infamia il diritto di opprimere i meno vili di loro. Molti secoli dopo
    Collatino,  nelle Spagne, rozze ancora e quindi non molto corrotte, un
    altro regio stupro ne facea cacciare i tiranni indigeni,  e  chiamarne
    de' nuovi stranieri.  Ma nei tempi nostri illuminati e dolcissimi, uno
    stupro con violenza accader non potrebbe,  perch non v' donna che si
    negasse al tiranno;  e la vendetta qualunque,  se egli pure accadesse,
    ne riuscirebbe impossibile;  perch non v' padre o fratello o marito,
    che  non  si  stimasse onorato di un tal disonore.  E la verit qui mi
    sforza a dir cosa,  che nelle tirannidi mover al riso  il  pi  degli
    schiavi, ma che in qualche altro cantuccio del globo, dove i costumi e
    la libert rifugiati si siano,  mover ad un tempo dolore, maraviglia,
    e indegnazione;  ed ,  che se pure ai d nostri vi  fosse  quel  tale
    insofferente   e  magnanimo,   che  con  memorabile  vendetta  facesse
    ripentire il  tiranno  di  avergli  fatto  un  cos  grave  oltraggio,
    l'universale lo tratterebbe di stolido, d'insensato, e di traditore; e
    stranezza  chiamerebbero  in  lui  il  non  voler  con molti manifesti
    vantaggi sopportar dal tiranno quella ingiuria stessa, che tutto d si
    suole,   senza  utile  niuno,   ricevere  e  sopportar  dai   privati.
    Inorridisco io stesso nel dover riferire queste argute vilt, che sono
    il  pi elegante condimento del moderno pensare;  e che,  con vocabolo
    francese,  lietamente chiamansi  SPIRITO:  ma  nella  forza  del  vero
    talmente  confido,  che  io  ardisco  sperare  che torner pure un tal
    giorno,  in cui,  non meno  ch'io  nello  scrivere  di  tali  costumi,
    inorridiranno i molti nel leggerli.
    Se nell'ammogliarsi dunque il primo scopo si  d'aver moglie;  ove non
    si voglia pure  confondere  (come  di  tante  altre  cose  si  fa)  il
    mantenerla coll'averla;  avere non si pu, perch se non la tolgono al
    marito il tiranno, o alcuno de' tanti suoi sgherri, ai quali invano si
    resisterebbe,  gliela tolgono infallibilmente  i  corrotti  scellerati
    universali costumi, conseguenza necessarissima dell'universal servit.
    Ora,  che  dir io dei figli?  Quanto pi cari essere sogliono i figli
    che  la  moglie,   tanto  pi  grave  e  funesto    l'errore  di  chi
    procreandoli  somministra  al  tiranno un s possente mezzo di pi per
    offenderlo, intimorirlo, ed opprimerlo;  come a se stesso procaccia un
    mezzo  di  pi  per  esserne  offeso  ed oppresso.  E da una delle due
    susseguenti sventure  impossibile cosa  di  preservarsi.  O  i  figli
    dell'uomo  pensante  si educheranno simili al padre;  e perci,  senza
    dubbio,  infelicissimi anch'essi: o dal  padre  riescon  dissimili,  e
    infelicissimo  lui renderanno.  Nati per le triste loro circostanze al
    servire, non si possono, senza tradirgli, educare al pensare; ma, nati
    pur sempre per natura al pensare,  non pu lo sventurato padre,  senza
    tradire la verit il suo onore e se stesso, educargli al servire.
    Qual partito rimane adunque nella tirannide all'uomo pensante,  quando
    egli,  per somma sfortuna e inescusabile sconsideratezza,  ha dato pur
    l'essere  ad  altri  infelici?  E'  di  tal  sorta  l'errore,  che  il
    pentimento non vale;  cos  terribili  ne  sono  gli  effetti  e  cos
    inevitabili,  che  le  vie  di mezzo non bastano.  Bisognerebbe dunque
    nelle tirannidi,  o soffocare i proprj figliuoli appena  son  nati,  o
    abbandonargli  alla  pubblica  educazione  ed  al  volgar non-pensare.
    Questo partito da quasi tutti i moderni padri si siegue,  e non   men
    crudele  dell'altro,  ma molto  pi vile bens.  E,  a chi mi dicesse
    (ci che anch'io pur troppo so,  ancorch'io padre non sia) che  troppo
    alla natura ripugna il trucidare i proprj figliuoli,  risponderei; che
    ripugna alla natura nostra non meno il ciecamente servire all'arbitrio
    e alla violenza d'un solo: e se poi cos bene al servir ci avvezziamo,
    questo infame pregio in noi non si accresce,  se non se in proporzione
    che si scemano in noi tutti gli altri naturali e veri pregi dell'uomo.
    Quindi  ,  che  i  filosofi  pensatori  fra  i  popoli liberi nessuna
    differenza, o pochissima, han posto infra la vita d'un bruto, e quella
    d'un uomo,  che non sia per  aver  mai  libert,  volont,  sicurezza,
    costumi,  ed  onore  verace.  E  tali pur troppo debbono riuscire quei
    figli, che stoltamente procreati si sono nella tirannide;  a cui se il
    padre  non  toglie la vita del corpo,  necessariamente toglie loro una
    pi nobile vita,  quella  dell'intelletto  e  dell'animo:  ovvero,  se
    sventuratamente l'una e l'altra in essi del pari coltiva, altro non fa
    un tal misero padre, che educar vittime per la tirannide.
    Conchiudo;  che chi ha moglie e prole nella tirannide, tante pi volte
     replicatamente schiavo, e avvilito, quanti pi sono gl'individui per
    cui egli  sforzato sempre a tremare.




    Capitolo Decimoquinto.
    DELL'AMOR DI SE STESSO NELLA TIRANNIDE.

    La tirannide  tanto contraria alla nostra natura,  ch'ella sconvolge,
    indebolisce,  od  annulla  nell'uomo  presso  che  tutti  gli  affetti
    naturali.  Quindi non si ama da noi la patria,  perch ella non ci  ;
    non si amano i parenti,  la moglie,  ed i figli,  perch son cose poco
    nostre e  poco  sicure;  non  vi  sono  veri  amici,  perch  l'aprire
    interamente il suo cuore nelle cose importanti,  pu sempre trasmutare
    un amico in un delatore premiato,  e spesso anche (pur troppo!) in  un
    delatore onorato. L'effetto necessario, che risulta nel cuor dell'uomo
    dal  non  potere  amar  queste  cose  su  mentovate,  si  ,  di amare
    smoderatamente se stesso.  E  parmi,  che  ne  sia  questa  una  delle
    principali ragioni: dal non essere securo,  nasce nell'uomo il timore;
    dal continuo temere,  nascono i due contrarj eccessi;  o un  soverchio
    amore,  o  una  soverchia  indifferenza  per  quella  cosa  che sta in
    pericolo: nella tirannide, temendo sempre noi tutti per le cose nostre
    e per noi, ma amando (perch cos vuol natura) prima d'ogni altra cosa
    noi stessi,  ne veniamo a poco a poco a temere sommamente per  noi,  e
    ogni d meno per quelle cose nostre,  che non fanno parte immediata di
    noi. Nelle repubbliche vere, amavano i cittadini prima la patria,  poi
    la famiglia, quindi se stessi: nelle tirannidi all'incontro, sempre si
    ama  la propria esistenza sopra ogni cosa.  Perci l'amor di se stesso
    nella tirannide non  gi l'amore dei proprj diritti, n della propria
    gloria,  n del proprio onore;  ma  semplicemente l'amor  della  vita
    animale.  E  questa vita,  per una non so qual fatalit,  nello stesso
    modo che la vediamo tenersi tanto pi cara dai vecchj,  i quali oramai
    l'han perduta, che non dai giovani, a cui tutta rimane; cos tanto pi
    riesce cara a chi serve, quanto ella  men sicura, e val meno.















    Capitolo Decimosesto.
    SE SI POSSA AMARE IL TIRANNO, E DA CHI.

    Colui  che  potr  impunemente  offendere  tutti,  e  non  essere  mai
    impunemente offeso da chi che sia,  sar per necessit temutissimo,  e
    quindi  per  necessit  abborrito da tutti.  Ma costui potendo altres
    beneficare,  arricchire,  onorare chi pi gli piace,  chiunque  riceve
    favori  da  lui  non pu senza una vile ingratitudine,  e senza essere
    assai peggiore di lui,  non amarlo.  Rispondo a ci,  che il  tutto  
    verissimo;  e  pi d'ogni cosa vero ,  che chiunque riceve favori dal
    tiranno suol essergli sempre ingrato nel  cuore;  ed    quasi  sempre
    assai peggiore di lui.
    Dovendone  assegnar le ragioni,  direi;  che il troppo immenso divario
    fra le cose che il tiranno pu dare e quelle che pu  togliere,  rende
    necessario ed estremo lo abborrimento nei molti oltraggiati, e finto e
    stentato l'amore nei pochi beneficati.
    Egli  pu  dare  ricchezze,  autorit,  e onori supposti;  ma egli pu
    togliere tutto ci ch'ei d, e di pi la vita, e il vero onore;  cose,
    che non  in sua possanza di dare egli mai a nessuno.
    Con  tutto  ci,  la totale ignoranza dei proprj diritti pu benissimo
    far nascere in alcuni uomini questo funesto errore,  di  amare  in  un
    certo  modo  colui  che  spogliandoli delle loro pi sacre prerogative
    d'uomo, non toglie per loro la propriet di alcune altre cose minori;
    il che, a parer di costoro, egli potrebbe pur anche legittimamente,  o
    almeno  con  impunit,  praticare.  E  certo uno stranissimo amore fia
    questo,  e in tutto per l'appunto paragonabile a  quell'amore  che  si
    verrebbe  ad  aver  per  una  tigre,  che  non ti divorasse potendolo.
    Cadranno in questo stupido affetto le genti rozze e  povere,  che  non
    hanno altra felicit, se non quella di non vedere mai il tiranno, e di
    neppure  conoscerlo;  e costoro assai poco verranno a temerlo,  perch
    pochissimo a  loro  rimane  da  perdere:  onde  una  certa  tal  quale
    giustizia  venendo  loro  amministrata  in  nome  di  esso,   la  loro
    irriflessiva ignoranza fa loro credere,  che senza il  tiranno  neppur
    quella  semi-giustizia  otterrebbero.  Ma  non potranno certamente mai
    pensare in tal modo coloro,  che tutto d se gli accostano,  e che  ne
    conoscono  l'incapacit  o  la  reit;  ancorch  ne  ritraggano  essi
    splendore, onori, e ricchezze. Troppo  nota a questi pochi la immensa
    potenza del tiranno,  troppo care tengono essi quelle ricchezze che ne
    han  ricevute,  per  non temere sommamente colui che le pu loro nello
    stesso modo ritogliere:  e  il  temere  e  l'odiare  sono  interamente
    sinonimi.
    Ma pure,  il timore,  pigliando nelle corti la maschera dell'amore, vi
    si viene a comporre un misto mostruosissimo affetto,  degno  veramente
    dei tiranni che lo ispirano, e degli schiavi che lo professano. Quello
    stesso  Sejano,  che  nella grotta crollante e vicinissima a rovinare,
    salvava la vita  a  Tiberio  con  manifesto  pericolo  della  propria,
    avendone  egli  dappoi ricevuti infiniti altri favori,  congiurava pur
    contro lui.  Sejano,  amava egli Tiberio in quel punto in cui pose  se
    stesso  a un cos evidente pericolo per salvarlo?  certo no: Sejano in
    quel punto serviva dunque alla propria  sua  ambizione,  nello  stesso
    modo  che  ogni  giorno  vediamo nei nostri eserciti i pi splendidi e
    molli e corrotti officiali di essi affrontare la morte,  non per altro
    se  non  per far progredire la loro ambizioncella,  e per maggiormente
    acquistarsi la grazia del tiranno. Sejano, abborriva egli maggiormente
    Tiberio quando gli congiur contra,  che quando il  salv?  assai  pi
    certamente  abborrivalo  dopo,  perch  la immensit delle cose da lui
    ricevute,  gli facea pi da presso e con maggior terrore  rimirare  la
    immensit, pi grande ancora, delle cose che quello stesso Tiberio gli
    poteva ritogliere.  Quindi,  non si credendo Sejano in sicuro, se egli
    non ispegneva quella sola potenza che avrebbe  potuto  trionfar  della
    sua,  non  dubit poscia punto,  anzi con lungo e premeditato disegno,
    imprese a togliersi il tiranno dagli occhi. N ai Tiberj, in qualunque
    tempo o luogo essi nascano e regnino,  toccar mai potranno altri amici
    se non i Sejani. Se dunque il tiranno  sommamente abborrito da quegli
    stessi  ch'egli  benefica,  che  sar  egli  poi  da  quei  tanti  che
    direttamente o indirettamente egli offende o dispoglia? La sola intera
    stupidit dei poveri e rozzi e lontani,  pu dunque (come ho di  sopra
    dimostrato) amare il tiranno, appunto perch nessuno di questi lo vede
    n  lo  conosce;  e  questo  amarlo  va  interpretato,  il non affatto
    abborrirlo. Da ogni altra persona qualunque,  nella tirannide,  si pu
    fingere  bens  e  anche  far pompa di amare il tiranno;  ma veramente
    amarlo, non mai.  Questa servile bugiarda ed infame pompa verr per lo
    pi praticata dai pi vili;  e da quelli perci,  i quali maggiormente
    temendolo, maggiormente lo abborriscono.














    Capitolo Decimosettimo.
    SE IL TIRANNO POSSA AMARE I SUOI SUDDITI, E COME.

    Nello stesso modo con cui si  di sopra dimostrato,  che i sudditi non
    possono  amare  il tiranno,  perch essendo egli troppo smisuratamente
    maggiore di loro non corre proporzione nessuna fra il bene ed il  male
    che  ne  possono  essi  ricevere;  nel  modo  stesso mi sar facile il
    dimostrare,  che il tiranno non pu  amare  i  suoi  sudditi;  perch,
    essendo  essi  tanto  smisuratamente  minori  di lui,  non ne pu egli
    ricevere alcuna specie di bene spontaneo,  riputandosi egli in  dritto
    di prendere qualunque cosa essi volessero dargli.  E si noti cos alla
    sfuggita,  che lo amare,  o sia egli di  amicizia,  o  d'amore,  o  di
    benignit,  o di gratitudine, o d'altro; lo amare si  uno degli umani
    affetti, che pi di tutti richiede,  se non perfettissima uguaglianza,
    rapprossimazione almeno e comunanza,  e reciprocit fra gli individui.
    Ammessa questa definizione dell'amare umano,  ciascuno rimane giudice,
    se  niuna  di  tutte queste cose sussistere possa infra il tiranno e i
    suoi schiavi; cio, fra la parte sforzante e la parte sforzata.
    Corre nondimeno una gran differenza,  in questa reciproca maniera  del
    non-amarsi,  infra il tiranno ed i sudditi.  Questi, come tutti, (qual
    pi qual meno,  quale direttamente quale indirettamente,  quale in  un
    tempo  e  quale nell'altro) come offesi tutti e costretti dal tiranno,
    tutti lo abborriscono per lo pi,  e cos dev'essere: ma  il  tiranno,
    come  un  ente non offendibile dall'universale,  fuorch per manifesta
    ribellione contra di lui;  il tiranno non abborrisce se  non  se  quei
    pochissimi  che egli vede o suppone essere nel loro cuore insofferenti
    del giogo;  che se  costoro  mai  si  attentassero  di  mostrarlo,  la
    vendetta  del  tiranno  immediatamente verrebbe ad estinguerne l'odio.
    Non odia dunque il tiranno i suoi sudditi,  perch in  veruna  maniera
    essi  non  l'offendono:  e  qualora  si  ritrova  in trono per caso un
    qualche tiranno d'indole mite ed umana, egli si pu pur anche usurpare
    la fama di amarli; n in tal caso, da altro una tal fama proviene,  se
    non dall'essere la natura di quel principe,  per se stessa, men rea di
    quel che lo sia per se stessa l'autorit e la possibilit impunita del
    nuocere, che  posta in lui. Ma io,  sbadatamente,  quasi ometteva una
    validissima  ragione  per cui il tiranno dee anch'egli (e non poco) se
    non abborrire,  disprezzare almeno quella parte de' suoi  sudditi  che
    egli  vede  abitualmente e conosce;  ed  questa;  che quella parte di
    essi che gli si fa innanzi,  e che cerca di avere alcuna comunicazione
    col tiranno,  ella  certamente la pi rea di tutte; ed egli, dopo una
    certa esperienza di regno,  ne viene manifestamente  convinto.  Quanto
    alla parte ch'egli non conosce n vede, e che in veruna maniera non lo
    offende,  io  mi fo a credere che il tiranno dotato di umana indole la
    possa benissimo amare: ma questo indefinibile amore di colui  che  pu
    giovare e nuocere sommamente, per quelli che non possono a lui giovare
    n nuocere, non si pu assomigliare ad alcun altro amore, che a quello
    con cui gli uomini amano i loro cani e cavalli;  cio,  in proporzione
    della loro docilit,  ubbidienza,  e perfetta servit.  Ma  certamente
    assai  minor differenza soglion porre i padroni fra essi e i loro cani
    e cavalli, di quella che ponga il tiranno, ancorch moderato, infra se
    stesso e i suoi sudditi.
    Cotesto suo amore per essi non sar dunque altro,  che un oltraggio di
    pi da lui fatto alla trista specie degli uomini.













    Capitolo Decimottavo.
    DELLE TIRANNIDI AMPIE, PARAGONATE COLLE RISTRETTE.

    Che  siano  pi orgogliosi e superbi i tiranni delle estese tirannidi,
    come assai pi potenti,  la intendo: ma,  che gli schiavi delle estese
    tirannidi  ardiscano reputarsi da pi che gli schiavi delle ristrette,
    parmi esser questo il pi espresso delirio  che  possa  entrare  nella
    mente dell'uomo;  ed una evidentissima prova mi pare,  che gli schiavi
    non pensano e non ragionano.  Se la ragione potesse  ammettere  alcuna
    differenza  fra  schiavo e schiavo,  ella sarebbe certamente in favore
    del  minor  gregge.   Quanti  pi  sono  gli  uomini  che   ciecamente
    obbediscono ad un solo, tanto pi vili e stupidi ed infami riputare si
    debbono,  vie  pi sempre scemandosi la proporzione tra l'oppressore e
    gli oppressi.  Quindi nell'udire io le millanterie  d'un  Francese,  o
    d'uno  Spagnuolo,  che  riputar  si  vorrebbe  un  ente maggiore di un
    Portoghese,  o di un Napoletano,  parmi di udire una pecora del  regio
    armento schernire la pecora d'un contadino, perch questa pasce in una
    mandra di dieci, ed ella in una mandra di mille.
    Se  dunque  differenza  alcuna  vi  passa fra le tirannidi grandi e le
    picciole,  ella non ist nella essenza della cosa,  che una sola  per
    tutto;  ma  nella  persona  bens  del  tiranno.  Qualunque di essi si
    trover soverchiare oltremodo in potenza i vicini tiranni,  ne diverr
    verisimilmente  pi  prepotente  coi  sudditi,  dovendo egli nelle sue
    ampie circostanze molto minori rispetti adoprare: ma per altra  parte,
    avendo egli pi numero di sudditi, pi importanti affari, pi onori da
    distribuire,  pi ricchezze da pigliarsi e da dare,  (e non avendo con
    tutto ci maggior senno) quella sua  autorit  riuscir  alquanto  men
    fastidiosa  nelle  cose  minute,  ma  egualmente inetta,  ed assai pi
    gravosa,  nelle importanti.  Il tiranno picciolo dovendo  all'incontro
    usare infiniti rispetti co' suoi vicini,  sforzato sar di rimbalzo ad
    osservarne  anche  qualcuno  pi   co'   suoi   sudditi:   onde   egli
    nell'offenderli, massimamente nella roba, dovr procedere alquanto pi
    guardingo.   Ma,  volendo  egli  pur  dare  sfogo  alla  sua  autorit
    soverchiante,  facilmente verr ad impacciarsi nei pi  minuti  affari
    dei  privati;  ed  affacciandosi,  direi cos,  allo sportello di ogni
    casa,  vorr saperne,  e frammettersi nei pi minimi  pettegolezzi  di
    quelle.
    Nelle  tirannidi  ampie  i  miseri sudditi saranno dunque maggiormente
    angariati, nelle ristrette pi infastiditi;  ed ugualmente infelici in
    entrambe:  perch agli uomini non arreca minor danno e dolore la noja,
    che l'oppressione.



    LIBRO SECONDO.

    Capitolo Primo.
    INTRODUZIONE AL LIBRO SECONDO.

    Ho ragionato nel passato libro,  quanto pi  seppi  brevemente,  delle
    cagioni  e  mezzi  della tirannide;  e accennata ho di volo una minima
    parte degli effetti che ne derivano.  Non intendo io di aver detto  su
    ci tutto quel che pu dirsi; ma quanto bens mi parve pi importante,
    e  meno  detto  da altri.  Pi brevemente ancora ragioner,  in questo
    secondo libro,  dei modi con  cui  si  possa  sopportar  la  tirannide
    volendola, o non volendola, scuoterla.










    Capitolo Secondo.
    IN QUAL MODO SI POSSA VEGETARE NELLA TIRANNIDE.

    Il  vivere  senz'anima,    il  pi breve e il pi sicuro compenso per
    lungamente  vivere  in  sicurezza  nella  tirannide;   ma  di   questa
    obbrobriosa  morte continua (che io per l'onore della umana specie non
    chiamer vita,  ma vegetazione)  non  posso,  n  voglio  insegnare  i
    precetti;  ancorch  io  gli abbia,  senza volerli pure imparare,  pur
    troppo bevuti col latte. Ciascuno per s li ricavi dal proprio timore,
    dalla propria vilt,  dalle proprie circostanze pi o meno  servili  e
    fatali;  e in fine,  dal tristo e continuo esempio dei pi, ciascun li
    ricavi.










    Capitolo Terzo.
    COME SI POSSA VIVERE NELLA TIRANNIDE.

    Io dunque parler a quei pochissimi,  che degni di nascere  in  libero
    governo  fra uomini,  si trovano dalla sempre ingiusta fortuna,  direi
    balestrati,  in mezzo ai turpissimi armenti  di  coloro,  che  nessuna
    delle   umane  facolt  esercitando,   nessuno  dei  dritti  dell'uomo
    conoscendo, o serbandone, si vanno pure usurpando di uomini il nome.
    E, dovendo io pur dimostrare a que' pochissimi,  in qual modo si possa
    vivere  quasi  uomo nella tirannide,  sommamente mi duole che io dovr
    dar loro dei precetti pur troppo ancora contrarj alla  libera  loro  e
    magnanima natura.  Oh quanto pi volentieri,  nato io in altri tempi e
    governi,  m'ingegnerei di dar (non coi detti,  ma coi fatti bens) gli
    esempj  del viver libero!  Ma,  poich vano  del tutto il dolersi dei
    mali che sono o pajono privi di un  presente  rimedio,  facciasi  come
    nelle  insanabili  piaghe,  a  cui non si cerca oramai guarigione,  ma
    solamente un qualche sollievo.
    Dico per tanto;  che allorch  l'uomo  nella  tirannide,  mediante  il
    proprio ingegno,  vi si trova capace di sentirne tutto il peso, ma per
    la mancanza di proprie ed altrui forze vi si trova ad un tempo  stesso
    incapace di scuoterlo;  dee allora un tal uomo, per primo fondamentale
    precetto star sempre lontano dal tiranno,  da' suoi  satelliti,  dagli
    infami suoi onori,  dalle inique sue cariche,  dai vizj,  lusinghe,  e
    corruzioni sue, dalle mura terreno ed aria perfino,  che egli respira,
    e che lo circondano.  In questa sola severa total lontananza,  non che
    troppo,  non mai  esagerata  abbastanza;  in  questa  sola  lontananza
    ricerchi un tal uomo non tanto la propria sicurezza,  quanto la intera
    stima di se medesimo, e la purit della propria fama; entrambe sempre,
    o pi o meno,  contaminate,  allorch  l'uomo  in  qualunque  modo  si
    avvicina alla pestilenziale atmosfera delle corti.
    Debitamente  cos,   ed  in  tempo,   allontanatosi  l'uomo  da  esse,
    sentendosi egli purissimo,  verr ad estimare se stesso ancor pi  che
    se  fosse nato libero in un giusto governo;  poich liber'uomo egli ha
    saputo pur farsi in uno servile.  Se costui,  oltre ci,  non si trova
    nella  funesta  necessit di doversi servilmente procacciare il vitto,
    poich la nobile fiamma di gloria non   spenta  affatto  nel  di  lui
    cuore dalla perversit de' suoi tempi,  non potendo egli assolutamente
    acquistare la gloria  del  fare,  ricerchi,  con  ansiet  bollore  ed
    ostinazione,  quella del pensare, del dire, e dello scrivere. Ma, come
    pensare, e dire, e scrivere potr egli in un mostruoso governo, in cui
    l'una sola di queste tre cose diventa un  capitale  delitto?  Pensare,
    per  proprio sollievo,  e per ritrovare in quel giusto orgoglio di chi
    pensa un nobile compenso  alla  umiliazion  di  chi  serve:  dire,  ai
    pochissimi avverati buoni,  e come tali, degnissimi di compassione, di
    amicizia, e di conoscere pienamente il vero: scrivere, finalmente, per
    proprio sfogo, da prima; ma, dove sublimi poi riuscissero gli scritti,
    ogni cosa allora sagrificare alla lodevole gloria di giovar  veramente
    a tutti od ai pi, col pubblicare gli scritti.
    L'uomo, che in tal modo vive nella tirannide, e degno cos manifestasi
    di  non  vi  essere  nato,  sar  da  quasi  tutti  i  suoi conservi o
    sommamente sprezzato, ovvero odiatissimo: sprezzato da quelli, che per
    non aver idea nessuna di vera virt,  stoltamente credono da  meno  di
    loro  chiunque  vive  lontano  dal tiranno e dai grandi;  cio da ogni
    vizio,  vilt,  e corruzione: odiato da quegli altri,  che avendo  mal
    grado loro l'idea del retto e del bene,  per esecrabile vilt d'animo,
    e reit di costumi,  sfacciatamente seguono il peggio.  Ma,  e  quello
    sprezzo  di  una  gente  per  se  stessa disprezzabilissima,  sar una
    convincente prova, che un tal uomo  veramente stimabile;  e l'odio di
    questi  altri per se stessi odiosissimi,  indubitabil prova sar,  che
    egli merita e l'amore e la stima de' buoni.  Quindi non dee egli punto
    curare n lo sprezzo, n l'odio.
    Ma,  se  questo  sprezzo e quest'odio degli schiavi si propaga fino al
    padrone, quel vero e solo uomo,  che ne merita il nome,  e i doveri ne
    compie,  per  via  dello  sprezzo pu essere sommamente avvilito nella
    tirannide;  e,  per via dell'odio,  pu esservi ridotto a manifesto  e
    inevitabil  pericolo.  Questo  libricciuolo non  scritto pe' codardi.
    Coloro, che con una condotta di mezzo fra la vilt e la prudenza,  non
    se ne possono viver sicuri,  venendo pur ricercati nella loro oscura e
    tacita dimora dalla inquirente autorit del  tiranno,  arditamente  si
    mostrino tali ch'ei sono; e basti per loro discolpa il poter dire, che
    non hanno essi ricercato i pericoli;  ma che,  trovatili, non debbono,
    n vogliono, n sanno sfuggirli.
















    Capitolo Quarto.
    COME SI DEBBA MORIRE NELLA TIRANNIDE.

    Bench la pi verace gloria,  cio quella  di  farsi  utile  con  alte
    imprese  alla patria ed ai concittadini,  non possa aver luogo in chi,
    nato nella tirannide,  inoperoso per forza ci vive;  nessuno  tuttavia
    pu  contendere  a  chi  ne avesse il nobile ed ardente desiderio,  la
    gloria di morire da libero,  abbench pur nato servo.  Questa  gloria,
    quantunque  ella  paja inutile ad altrui,  riesce nondimeno utilissima
    sempre,  per mezzo del sublime esempio;  e,  come  rarissima,  Tacito,
    quell'alto conoscitore degli uomini, la giudica pure esser somma. Alla
    eroica morte di Trasea, di Seneca, di Cremuzio Cordo, e di molti altri
    Romani proscritti dai loro primi tiranni,  altro in fatti non mancava,
    che una pi spontanea cagione,  per agguagliar la virt di  costoro  a
    quella  dei Curzj,  dei Decj,  e dei Regoli.  E siccome,  l dove ci 
    patria e libert,  la virt in sommo grado sta nel difenderla e morire
    per essa, cos nella immobilmente radicata tirannide non vi pu essere
    maggior gloria, che di generosamente morire per non viver servo.
    Parmi adunque,  che nei nostri scellerati governi, i pochissimi uomini
    virtuosi e pensanti vi debbano vivere da prudenti,  finch la prudenza
    non degenera in vilt;  e morire da forti, ogniqualvolta la fortuna, o
    la ragione,  a ci li costringa.  Un cotal poco verr ammendata  cos,
    con una libera e chiara morte, la trapassata obbrobriosa vita servile.





















    Capitolo Quinto.
    FINO A QUAL PUNTO SI POSSA SOPPORTAR LA TIRANNIDE.

    Ma, fino a qual segno si possa sopportar l'oppressione di un tirannico
    governo,  difficile riesce a prefiggersi: poich non a tutti i popoli,
    n a tutti gl'individui,  gli stessi oltraggi portano un egual  colpo.
    Nondimeno,  parlando  io sempre a coloro,  che non meritando oltraggio
    nessuno,  vivissimamente quindi sentono nel pi profondo cuore  i  pi
    leggieri  eziandio;  ed  essendo  costoro  i pochissimi (che se tali i
    moltissimi  fossero,   immediatamente   ogni   pubblico   oltraggiator
    cesserebbe)  a  costoro  dico;  che  si  pu  da lor sopportare che il
    tiranno tolga  loro  gli  averi,  perch  nessun  privato  avere  vale
    quell'estremo  universale  scompiglio,  che  ne potrebbe nascere dalla
    loro dubbia vendetta. Cos perversi sono i presenti tempi,  che da una
    privata vendetta,  ancorch felicemente eseguita,  non ne potrebbe pur
    nascer mai nessun  vero  permanente  bene  pel  pubblico,  ma  se  gli
    potrebbe accrescer bens moltissimo il danno.  Onde,  volendo io che i
    buoni,  nella stessa tirannide,  siano,  per quanto essere il possono,
    cittadini;  e volendo,  che ai loro conservi, o giovino, o inutilmente
    almeno non nuocano;  ai buoni non darei mai per consiglio di  sturbare
    inutilmente la pace,  o sia il sopore di tutti, per far vendetta delle
    loro tolte sostanze.
    Ma le offese di sangue nella persona dei pi stretti parenti od amici,
    allorch'elle siano manifestamente ingiuste,  ed  atroci;  e  cos,  le
    offese nel proprio verace onore;  io non ardirei mai consigliare a chi
    ha faccia d'uomo di tollerarle.  Si  pu  vivere  senza  le  sostanze,
    perch  nessuno  muore  di  necessit;  e  perch l'uomo,  per l'esser
    povero,  non riesce perci mai vile a se stesso,  ove egli non lo  sia
    divenuto  pe'  suoi  vizj  e  reit:  ma  non si pu sopravvivere alla
    perdita sforzata ed ingiusta di una  teneramente  amata  persona;  n,
    molto  meno,   alla  perdita  del  proprio  onore.   Quindi,   dovendo
    assolutamente un tal uomo  morire,  ed  essendo  estrema  la  ingiuria
    ricevuta,  non pu egli n dee pi allora conservare rispetti;  e, che
    che avvenire ne possa,  il forte dee sempre  morir  vendicato:  e  chi
    nulla teme, pu tutto.
    Per unica prova di quanto asserisco,  addurr la sola riflessione, che
    di quante tirannidi sono state distrutte,  o di  quanti  tiranni  sono
    stati spenti,  per destare quel primo impeto universale necessarissimo
    a ci,  non vi fu mai altra pi incalzante  ragione  che  le  ingiurie
    fatte  dal tiranno nell'onore principalmente,  quindi nel sangue,  poi
    nell'avere.  Questo insegnamento non  dunque mio;  ma egli sta  nella
    natura  degli  uomini  tutti.  Ma  pure,  a  chi  dovesse,  e volesse,
    vendicare una simile ingiuria,  consiglierei pur sempre di farsi  solo
    all'impresa,  e  di  omettere  interamente  ogni pensiero alla propria
    salvezza, e come non alto, e come vano,  e come sempre dannoso ad ogni
    magnanima  importante  vendetta.  E  chi non si sente capace di questa
    totale omissione di se stesso,  non si reputi stoltamente  capace,  n
    degno,  di eseguire una s alta vendetta;  e si persuada, che meritava
    egli veramente l'oltraggio che ha ricevuto; e pazientemente quindi sel
    goda.  Ma,  se l'offeso si trova del  pari  dotato  di  alto  animo  e
    d'illuminato intelletto;  se da quella sua privata vendetta ne ardisce
    egli concepire e sperare la universale permanente libert;  tanto  pi
    allora  si  muova  egli (ma sempre pur solo) al compiere la prima e la
    pi importante impresa;  ometta egli  parimente  ogni  pensiero  della
    propria  salvezza;  tutte quelle risentite parole,  che,  con grave ed
    inutil pericolo per s e per l'impresa,  egli avrebbe mosso agli amici
    per  indurgli  a  congiurare  con  lui,  tutte  le  cangi  in  un solo
    importantissimo,   tacito,   e  ben  assestato  colpo:  e  lasci   poi
    all'effetto  che  ne  dee  necessariamente  ridondare,  l'incarico  di
    estendere e di corroborar la congiura;  e al solo  destino  ogni  cura
    della propria salvezza abbandoni.  Ma cogli esempli pi estesamente mi
    spiego.
    Il popolo di Roma si sollev contro ai tiranni,  congiur  felicemente
    contr'essi,  e la tirannide al tutto distrusse, allorch finalmente si
    mosse, dopo tante altre battiture,  colpito dal compassionevole atroce
    spettacolo  di  Lucrezia  contaminata  dal tiranno,  e di propria mano
    svenata.  Ma,  se Lucrezia  non  avesse  in  se  stessa  generosamente
    compiuta la prima vendetta, egli  da credersi che Collatino, o Bruto,
    inutilmente forse, e con grave dubbio e pericolo, avrebbero congiurato
    contro  ai tiranni: perch il popolo,  e il pi degli uomini,  non son
    mai commossi, n per met pure, dalle pi convincenti ragioni,  quanto
    lo sono da una giusta e compiuta vendetta;  massimamente,  allorch ad
    essa si aggiunge un qualche spettacolo terribile e sanguinoso,  che ai
    loro occhi apprestatosi,  i loro cuori fortemente riscuota.  Se dunque
    Lucrezia non si fosse uccisa da s, Collatino,  come il pi fieramente
    oltraggiato,  avrebbe dovuto perdere risolutamente se stesso uccidendo
    l'adultero tiranno;  e se egli in tale impresa periva,  doveva lasciar
    poi  a  Bruto  l'incarico  di  muovere,  per  via di quella sua giusta
    uccisione, il popolo a libert e a furore. Ma, se non fosse stato cos
    pubblico ed importante quest'ultimo tirannico  oltraggio;  e  se,  per
    essere questo aggiunto a molti altri, non fosse stata oramai matura la
    liberazione  del  popolo  di Roma;  i parenti e gli amici di Collatino
    avrebbero forse congiurato,  ma contra i soli Tarquinj:  in  vece  che
    Collatino,  senza  punto  congiurare  con  altri,  avrebbe  egli  solo
    certamente potuto uccidere il tiranno, e quindi forse anche salvare se
    stesso; e, congiunto poscia con Bruto, avrebbe liberato anco Roma.
    E' dunque da notarsi in  codesto  accidente,  che  l'uomo  oltraggiato
    gravemente nella tirannide,  non dee mai da prima congiurare con altri
    che con se stesso; perch almeno assicura egli cos la propria privata
    vendetta;  e,  con quel terribile spettacolo che egli appresta ai suoi
    cittadini,  lascia  in  qualche  aspetto  di probabilit,  e assai pi
    matura,   la  pubblica,   a  chi  la  volesse  e  sapesse   eseguirla.
    All'opposto,  col  congiurare  in  molti  per  fare  la  prima privata
    vendetta, elle si perdono spessissimo entrambe. Quell'uomo dunque, che
    capace si reputa di ordire e spingere una alta e giovevol congiura, il
    cui fine debba essere  la  vera  politica  libert,  non  la  imprenda
    giammai,  se  non  se  dopo  moltissimi  universali oltraggi fatti dal
    tiranno,  e immediatamente dopo una qualche  privata  atroce  vendetta
    contr'essi,  felicemente eseguita da uno dei gravemente oltraggiati. E
    cos, chi si sente davvero capace di solennemente vendicare un proprio
    privato importantissimo oltraggio, senza cercarsi compagni,  altamente
    e pienamente lo vendichi; e lasci poscia ordir la congiura da chi vien
    dopo:  che  s'ella  riesce a buon fine,  l'onore ne sar pur sempre in
    gran parte anche suo;  bench'egli rimanesse spento gi prima: e se  la
    pubblica  consecutiva  congiura  poi  non  riesce,  tanto  maggiore ne
    risulter a lui privato la gloria,  e la maraviglia degli uomini,  che
    vedranno  la  sua  privata  congiura  aver  da  lui  solo  ottenuto un
    pienissimo effetto.
    Ma le congiure,  ancorch'elle riescano,  hanno per lo pi funestissime
    conseguenze,  perch  elle si fanno quasi sempre contro al tiranno,  e
    non contra la tirannide. Onde, per vendicare una privata ingiuria,  si
    moltiplicano senza alcun pro gl'infelici;  e,  o sia che il tiranno ne
    scampi,  o sia che un nuovo gli succeda,  si viene ad  ogni  modo  per
    quella  privata  vendetta  e  centuplicar la tirannide,  e la pubblica
    calamit.
    Quell'uomo dunque,  che dal tiranno riceve una  mortale  ingiuria  nel
    sangue,  o  nell'onore,  si  dee  figurare  che  il  tiranno  lo abbia
    condannato inevitabilmente a morire;  ma che nella  impossibilit,  in
    cui  egli  ,  di scamparne,  gli rimane pure la intera possibilit di
    vendicarsene prima,  e di non morir quindi infame del tutto.  N altro
    deve  egli  pensare  in  quel  punto,  se non che,  tra i precetti del
    tiranno,  il primo e il solo non mai  trasgredito  da  lui,  si    di
    vendicarsi  di  quelli che ha offeso egli stesso.  Sia dunque il primo
    precetto di chi pi gravemente  stato offeso da lui,  il prevenire  a
    ogni costo con la sua giusta vendetta la non giusta e feroce d'altrui.







    Capitolo Sesto.
    SE UN POPOLO, CHE NON SENTE LA TIRANNIDE, LA MERITI, O NO.

    Quel popolo che non sente la propria servit,   necessariamente tale,
    che non concepisce alcuna idea di politica libert.  Pure,  siccome la
    totale  mancanza  di  questa  naturale  idea  non  proviene  gi dagli
    individui, ma bens dalle invecchiate loro circostanze, che son giunte
    a segno  di  soffocare  in  essi  ogni  lume  primitivo  della  ragion
    naturale;  la umanit vuole,  che al loro errore si compatisca,  e che
    non si disprezzino  affatto  costoro,  ancorch  disprezzati  siano  e
    disprezzabili.  Nati nella servit,  di servi padri, nati anch'essi di
    servi, donde oramai, donde potrebber costoro aver ritratto alcuna idea
    di libert primitiva? Naturale ed innata nell'uomo ella ,  mi si dir
    da  taluno;   ma,  e  quante  altre  cose  non  meno  naturali,  dalla
    educazione, dall'uso, e dalla violenza,  non vengono in noi indebolite
    o cancellate interamente ogni giorno?  Nella romana repubblica, in cui
    ogni Romano nascea cittadino e riputavasi libero, vi nasceano pur anco
    fra i soggiogati popoli alcuni schiavi,  che non  poteano  ignorar  di
    esser  tali,  ogni  giorno  vedendo  davanti a s i loro padroni esser
    liberi; e coloro si credeano pur di esser servi, e nati per esserlo; e
    ci soltanto, perch erano educati,  e di padre in figlio sforzati,  a
    riputarsi tali.  Ora,  se nel seno stesso della pi splendida politica
    libert che siasi mai vista  sul  globo,  quegli  uomini  ignoranti  e
    avviliti credeano di dover essi soli esser servi,  non sar maraviglia
    che nelle nostre tirannidi, dove non si profferisce n il nome pure di
    libert, veri servi si credano quei che vi nascono; o, per dir meglio,
    che non conoscendo essi libert, non conoscano n anche servaggio.
    Parmi perci,  che i popoli nostri si debbano assi pi compiangere che
    non  odiare  o  sprezzare;  essendo  essi  innocentemente,  e per sola
    ignoranza,  complici senza saperlo del delitto di servire,  di cui ben
    ampia  gi  e  terribile  ne  van sopportando la pena.  Ma l'odio,  lo
    sprezzo,  e se altro sentimento vi ha pi obbrobrioso e feroce,  tutti
    si debbono bens dai pochi enti pensanti fieramente rivolgere contro a
    quella picciola classe di uomini,  che, non essendo stolidi affatto n
    inetti,  ed accorgendosi benissimo di  viver  servi  nella  tirannide,
    sfacciatamente pure ogni giorno il vero,  se stessi, e gli altri tutti
    tradiscono,  correndo a gara ad adulare il  tiranno,  ad  onorarlo,  a
    difenderlo,  ed  a porgere primi l'infame collo a' suoi lacci;  e ci,
    col sol patto che doppiamente da essi avvinto ed oppresso  ne  rimanga
    il misero ed innocente popolo; presso cui, per ottenere il lor barbaro
    intento,  caldissimi  propagatori con astuzia si fanno di ogni dannosa
    ignoranza.
    E,  spingendo io pi oltre questa  importante  differenza  fra  quella
    parte di schiavi che nella tirannide si fa istrumento d'oppressione, e
    quella  che (senza saperne il perch) si fa vittima,  ardisco asserire
    una cosa che parr forse ai molti non  vera,  ma  che  io  credo  pure
    verissima.  Ed ; che dalla fedelt stessa, dalla cecit e ostinazione
    maggiore,  con cui i popoli nella tirannide difendono il loro tiranno,
    si  debbe  arguire  che essi farebbero altrettanti e pi sforzi per la
    libert,  se mai l'acquistassero;  e se fin dalle fasce,  in vece  del
    nome del tiranno, come cosa sacra avessero udito sempre religiosamente
    insegnarsi il nome di repubblica.
    Il  vizio  dunque  della  tirannide,  e  il  maggiore  obbrobrio della
    servit,  non risiede nel popolo;  che in ogni  governo    sempre  la
    classe  la meno corrotta;  ma interamente risiede in quei pochi che il
    popolo ingannano. Ed in prova, si osservi che ogniqualvolta il tiranno
    eccede quel modo comportabile dalla umana stupidit,  il primo sempre,
    anzi il solo per lo pi che risentirsi ardisca delle estreme ingiurie,
    si    il  pi  basso  popolo,  il  quale  pure,  nella pienissima sua
    ignoranza,   stoltamente  reputa  il  tiranno  essere  quasi  un  Dio.
    All'incontro, gli ultimi sempre ad offendersi e a ricercarne vendetta,
    ancorch  ingiuriatissimi  siano  dal  tiranno,  son  quelli della pi
    illustre  classe,   ed  i  suoi   pi   famigliari,   i   quali   pure
    indubitabilmente convinti sono, ch'egli  assai meno che un uomo.
    Onde conchiudo;  che nella tirannide meritano solo di esser servi quei
    pochi,  che avendo in s la idea di libert,  (e quindi o la  forza  o
    l'arte  per  tentare  almeno di riacquistarla per s,  facendola ad un
    tempo riacquistare  ad  altrui)  antepongono  tuttavia  di  vivere  in
    servit;  ed anzi se ne pregiano essi;  e, quanto pi sanno e possono,
    vi costringono il rimanente dei loro simili.


















    Capitolo Settimo.
    COME SI POSSA RIMEDIARE ALLA TIRANNIDE.

    La volont,  o la opinione di  tutti  o  dei  pi,  mantiene  sola  la
    tirannide:  la  volont  e  l'opinione  di  tutti o dei pi,  pu sola
    veramente distruggerla. Ma, se nelle nostre tirannidi l'universale non
    ha idea d'altro governo,  come si pu egli arrivare  ad  infondere  in
    tutti,  o  nei  pi,  questo  nuovo  pensiero di libert?  Risponder,
    piangendo,  che mezzo  brevemente  efficace  a  produr  tale  effetto,
    nessuno  ve  ne  ha;  e  che  ne'  paesi  dove  la  tirannide da molte
    generazioni ha preso radice, moltissime ve ne vuole prima che la lenta
    opinion la disvelga.
    E gi mi avveggo, che in grazia di questa fatal verit, mi perdonano i
    tiranni europei tutto ci che finora intorno ad essi mi   occorso  di
    ragionare.  Ma,  per moderare alquanto questa loro non meno stolta che
    inumanissima gioja,  osserver;  che ancorch non vi siano efficaci  e
    pronti  rimedj  contro la tirannide,  ve ne sono molti tuttavia ed uno
    principalissimo, rapidissimo, ed infallibile, contra i tiranni.
    Stanno i rimedj contro al tiranno in mano d'ogni qualunque pi  oscuro
    privato: ma i pi efficaci e brevi e certi rimedj contra la tirannide,
    stanno (chi 'l crederebbe?) in mano dello stesso tiranno: e mi spiego.
    Un animo feroce e libero,  allor quando  privatamente oltraggiato,  o
    quando gli oltraggi fatti all'universale vivissimamente il colpiscono,
    pu da s solo in  un  istante  e  con  tutta  certezza  efficacemente
    rimediare  al  tiranno,  col  ferro:  e,  se  molti  di  questi  animi
    allignassero nelle tirannidi,  ben presto anco la  moltitudine  stessa
    cangerebbe  il  pensiero,  e  si verrebbe cos a rimediare ad un tempo
    stesso alla tirannide.  Ma,  siccome gli animi di una tal tempra  sono
    cosa  rarissima,  e  principalmente  in  questi scellerati governi;  e
    siccome lo spegnere il solo tiranno null'altro opera per lo  pi,  che
    accrescere la tirannide;  io sono costretto,  fremendo, a scrivere qui
    una durissima verit; ed , che nella crudelt stessa,  nelle continue
    ingiustizie,  nelle rapine,  e nelle atroci disonest del tiranno, sta
    posto il pi breve,  il pi efficace,  il pi certo rimedio contra  la
    tirannide.  Quanto pi reo e scellerato  il tiranno, quanto pi oltre
    spinge manifestamente l'abuso dell'abusiva  sua  illimitata  autorit;
    tanto  pi lascia egli luogo a sperare,  che la moltitudine finalmente
    si risenta;  e che ascolti ed intenda e s'infiammi del vero;  e  ponga
    quindi  solennemente  fine  per  sempre a un cos feroce e sragionevol
    governo.  E' da considerarsi,  che la  moltitudine  rarissimamente  si
    persuade  della  possibilit  di quel male che ella stessa provato non
    abbia,  e lungamente provato: quindi gli uomini volgari  la  tirannide
    non  reputano  per  un mostruoso governo,  finch uno o pi successivi
    mostri imperanti non ne han fatto loro funesta ed innegabile prova con
    mostruosi eccessi inauditi.  Se in verun conto mai un  buon  cittadino
    potesse divenire ministro d'un tiranno, ed avesse fermato in se stesso
    il sublime pensiero di sagrificare la propria vita,  e di pi anche la
    propria fama, per sicuramente ed in breve tempo spegnere la tirannide,
    costui  non  avrebbe  altro  migliore  n  pi  certo  mezzo,  che  di
    consigliare  in tal modo il tiranno,  di secondare e per fino talmente
    instigare la sua tirannesca natura,  che abbandonandosi egli  ad  ogni
    pi  atroce  eccesso rendesse ad un tempo del pari la sua persona e la
    sua  autorit  odiosissima  e  insopportabile  a  tutti.   E  dico  io
    espressamente queste tre parole;  La sua persona, la sua autorit, e a
    tutti; perch ogni eccesso privato del tiranno non nuocerebbe se non a
    lui  stesso;   ma  ogni  pubblico  eccesso,   aggiuntosi  ai  privati,
    egualmente  a  furore movendo l'universale e gl'individui,  nuocerebbe
    ugualmente alla tirannide ed al tiranno;  e li potrebbe quindi  ad  un
    tempo  stesso  interamente  entrambi  distruggere.  Questo  infame  ed
    atrocissimo mezzo (che io primo il conosco per tale)  indubitabilmente
    pure  sarebbe,  come sempre lo  stato,  il solo efficace e brevissimo
    mezzo ad una impresa cos importante e difficile.  Inorridito  ho  nel
    dirlo;  ma vie pi inorridiscono in pensare quai siano questi governi,
    ne' quali se un uomo buono operar pur volesse colla maggior certezza e
    brevit il sommo bene di tutti,  si troverebbe costretto a farsi prima
    egli stesso scellerato ed infame,  ovvero a desistersi dall'altramente
    ineseguibile impresa.  Quindi ,  che un  tal  uomo  non  si  pu  mai
    ritrovare;  e che questo sopraccennato rapido effetto dell'abuso della
    tirannide non  si  pu  aspettare  se  non  per  via  di  un  ministro
    scellerato davvero.  Ma questi,  non volendo perdere del proprio altro
    che la fama (che gi  per  lo  pi  mai  non  ebbe);  e  volendo  egli
    assolutamente  conservare la usurpata autorit,  le prede,  e la vita;
    questi lascier bens diventare il tiranno  crudele  e  reo  quanto  
    necessario   per   fare   infelicissimi  i  sudditi,   ma  non  mai  a
    quell'eccesso che si bisognerebbe per tutti destargli  a  furore  e  a
    vendetta.
    Da  ci  proviene,  che  in  questo  mansuetissimo secolo cotanto si 
    assottigliata l'arte del tiranneggiare,  ed ella (come  ho  dimostrato
    nel  primo  libro)  si  appoggia  su tante e cos ben velate e varie e
    saldissime  basi,  che  non  eccedendo  i  tiranni,  o  rarissimamente
    eccedendo i modi coll'universale, e non gli eccedendo quasich mai co'
    privati,  se  non  sotto  un  qualche  velo di apparente legalit,  la
    tirannide si  come assicurata in eterno.
    Or ecco,  ch'io gi mi sento dintorno  gridare:  "Ma,  essendo  queste
    tirannidi  moderate  e  soffribili,  perch  con tanto calore ed astio
    svelarle e perseguirle?" Perch non sempre le pi crudeli ingiurie son
    quelle che offendono pi crudelmente;  perch si  debbono  misurare  i
    mali dalla loro grandezza e dai loro effetti, pi che dalla lor forza;
    perch,  in somma, colui che ti cava ogni giorno poche oncie di sangue
    ti uccide a lungo andare ugualmente che colui  che  ad  un  tratto  ti
    svena, ma ti fa stentare assai pi. Tutte le facolt dell'animo nostro
    intorpidite;  tutti  i diritti dell'uomo menomati o ritolti;  tutte le
    magnanime volont impedite o deviate dal vero;  e mille e mille  altre
    simili continue offese, che troppo lungo e pomposo declamatore parrei,
    se  qui ad una ad una annoverarle volessi;  ove la vita vera dell'uomo
    consista nell'anima e nell'intelletto, il vivere in tal modo tremando,
    non  egli un continuo morire?  E che rileva  all'uomo,  che  nato  si
    sente  al  pensare e all'operare altamente,  di conservare tremante la
    vita del corpo,  gli averi,  e l'altre sue  cose  (e  queste  n  anco
    sicure)  per  poi  perdere,  senza  speranza di riacquistarli giammai,
    tutti, assolutamente tutti, i pi nobili e veri pregi dell'anima?









    Capitolo Ottavo.
    CON QUAL GOVERNO GIOVEREBBE PIU' DI SUPPLIRE ALLA TIRANNIDE.

    Ma,  gi gi mille altre obbiezioni non  meno  importanti  m'insorgono
    d'ogni  intorno:  e queste saranno le ultime alle quali io mi creda in
    dovere di alquanto rispondere.  "Pi facil cosa  il  biasimare  e  il
    distruggere, che non il rettificare e creare.
    Che la tirannide sia un governo esecrabile e vizioso in se stesso, gi
    ben  lo  sapevano  tutti  coloro  che stupidi affatto non sono;  e per
    quelli che il sono,  inutilissimo era il dimostrarlo.  Le storie tutte
    fanno  fede  della massima instabilit dei liberi governi: onde riesce
    cosa intieramente vana  il  dimostrare  che  non  si  dee  soffrir  la
    tirannide,  se  infallibili  mezzi  non  s'insegnano  per  eternare la
    libert".
    Queste,  o simili obbiezioni (che ne potrei  riempire  inutilmente  le
    pagine)    assai  facile  il  farle,  e non cos facile l'impugnarle.
    Quanto alla prima,  rispondo di volo;  che io non credo niente inutile
    il dimostrare ai non affatto stupidi,  non gi che la tirannide sia un
    governo esecrabile e  vizioso  in  se  stesso,  poich'essi  dicono  di
    saperlo,  ma che quella specie di governo sotto cui essi vivono, e che
    sotto il blandissimo nome di monarchia  si  vanno  godendo,  altro  in
    fatti  non    se  non una intera e schietta tirannide,  accomodata ai
    tempi;  tirannide niente meno insultante e gravosa per gli uomini  che
    qualsivoglia  altra  antica  od  asiatica,  ma  assai  pi  saldamente
    fondata, e assai pi durevole quindi, e fatale.
    Alla  seconda  obbiezione  mi   conviene   rispondere   alquanto   pi
    lungamente. Il dimostrare qual sia il male, quali ne siano le cagioni,
    i mezzi,  ed in parte gli effetti, vien certamente ad essere un tacito
    insegnamento di ci che potrebbe essere il bene;  che in  tutto    il
    contrario  del  male.  "Se dunque venisse fatto pur mai di estirpar la
    tirannide in alcuna ragguardevol parte di Europa,  come per esempio in
    tutta la Italia, qual tempra di governo vi si potrebb'egli introdurre,
    che  non  venisse dopo alcun tempo a ricadere in tirannide di uno o di
    pi?" Se io, colla dovuta modestia e coscienza delle poche mie proprie
    forze,  mi fo a rispondere a  questo  importante  quesito,  dico;  che
    quando  si  ritrovasse  l'Italia  nelle  circostanze a ci necessarie,
    quegl'Italiani che a quei tempi si  troveranno  aver  meglio  letto  e
    considerato  tutto  ci  che  da  Platone  in  poi   stato scoperto e
    insegnato da tanti uomini sommi circa  alla  meno  viziosa  forma  dei
    governi;   quegl'Italiani  d'allora,   che  avran  meglio  studiato  e
    conosciuto nelle diverse storie,  e nei diversi paesi dello stesso lor
    secolo,  la natura,  l'indole,  i costumi, e le passioni degli uomini;
    quelli soli potranno allora con adequato senno provvedere  a  ci  che
    operare allor si dovrebbe pel meglio; cio, pel meno male.
    Se io,  all'incontro,  presuntuosamente rispondere volessi al quesito,
    mi troverei  costretto  di  farlo  col  pormi  ad  un'altra  opera,  e
    intitolarla DELLA REPUBBLICA;  nella quale individuatamente ed a lungo
    mi proverei a ragionare su tale  materia.  Ma,  quando  pur  anche  mi
    credessi io di avere e senno,  e lumi,  e dottrina, ed ingegno da ci;
    bisognerebbe  nondimeno  sempre,   che   io   (per   non   acquistarmi
    gratuitamente  alla prima il nome di stolto) in fronte di un tal libro
    mi protestassi,  ch'ella  impossibil cosa fra  gli  uomini  di  nulla
    stabilir  di  perfetto  e  d'inalterabile;  e principalmente in un tal
    genere di cose, che richiedendo continuamente sforzo e virt,  (atteso
    il  contrario  e continuo impulso della umana natura,  che assai pi 
    propensa al bene dei privati individui,  e quindi  tosto  al  male  di
    tutti  o  dei  pi)  vanno  insensibilmente  ogni giorno menomandosi e
    corrompendosi per se stesse.  E sarei anche  sforzato  in  quella  mia
    prefazione  di  aggiungervi,  che  quegli ordini che convengono ad uno
    stato,  disconvengono spessissimo all'altro;  che quelli che  bene  si
    adattano  al  principiare  di  uno  stato  novello,  non  operano  poi
    abbastanza nel progredire,  e alle volte anzi nuocono nel  continuare;
    che  il  cangiargli a seconda col cangiarsi degli uomini dei costumi e
    dei tempi,  ella  cosa altrettanto necessaria,  quanto impossibile  a
    prevedersi,  e  difficilissima ad eseguirsi in tempo.  E mille e mille
    altre simili cose io mi  troverei  costretto  a  premettere  a  quella
    REPUBBLICA mia;  le quali cose per essere gi state dette meglio ch'io
    non le direi mai,  massimamente da  quel  nostro  divino  ingegno  del
    Machiavelli, non solamente inutili per se stesse riuscirebbero, ma pur
    troppo,  contra l'intenzione dell'autore, una preventiva dimostrazione
    sarebbero della inutilit di un tal libro. E per quanto poi quella mia
    teorica repubblica potesse parer saggia,  ragionata,  e adattabile  a'
    tempi,  luoghi,  religioni,  opinioni,  e  costumi  diversi;  ella non
    verrebbe tuttavia mai ad essere eseguibile in  nessunissimo  cantuccio
    della  terra,  senza  quivi  prima  ricevere  da un saggio legislatore
    effettivo  quelle  tante  e  tali  modificazioni  e   mutazioni,   che
    necessarie  sarebbero  per  quella  data  effettiva societ;  la quale
    certamente in alcuna  cosa  differir  da  alcuna  delle  supposizioni
    dell'ideale  legislatore.   Ma  quando  anche  poi  una  tale  scritta
    repubblica venisse  effettivamente  nel  suo  intero  adattata  ad  un
    qualche  popolo,  tutta  la umana saviezza (non che la pochissima mia)
    non perverrebbe pur mai a stabilirvi in tal modo un  governo,  che  il
    caso,  cio  un  avvenimento  non  preveduto,  non  avesse la forza di
    poterlo  inaspettatamente  assai  peggiorare,   come  anche  di  poter
    migliorarlo, o mutarlo, o affatto distruggerlo.
    Stoltissima  superbia  sarebbe  or  dunque la mia,  se un tale assunto
    imprendessi, sapendo gi prima, che quando anche pure mi lusingassi di
    poter dire delle cose non dette,  per lo meno inutile  riuscirebbe  il
    mio libro. Tuttavia non meno scusabile che folle una mia tale superbia
    sarebbe   (come   di   chiunque  altro  a  simile  impresa  oramai  si
    accingesse),  ogniqualvolta un tal libro non  avesse  stoltamente  per
    fine  la  gloria letteraria e legislatrice,  ma fosse semplicemente un
    virtuoso e ben intenzionato sfogo di un ottimo cittadino: e come tale,
    inutile allora non riuscirebbe del tutto.
    Dalle cose finora da me, per quanto ho saputo,  rapidamente presentare
    al  lettore,  ne  potrebbe frattanto,  s'io non erro,  ridondar questo
    bene: che,  ove una repubblica insorgente  in  questi,  o  nei  futuri
    tempi,  sopra  le  rovine  d'alcuna  distrutta  tirannide,  badasse  a
    spegnere,  o a menomare quanto pi le  fosse  possibile  la  pestifera
    influenza  di  quelle  tante  cagioni  della  passata  servit  da  me
    ampiamente nel primo libro dimostrate,  si pu credere  che  una  tale
    insorgente  repubblica  verrebbe ad ottenere alcun peso,  e stabilit.
    Che se io minutamente ho dimostrato come sia costituita la  tirannide,
    indirettamente avr dimostrato forse,  come potrebbe essere costituita
    una repubblica.  E il primo di tutti i rimedj contro  alla  tirannide,
    ancorch  tacito  e lento,  egli  pur sempre il sentirla;  e sentirla
    vivamente i molti non possono,  (abbench oppressi ne siano) l dove i
    pochi non osino appien disvelarla.
    Ma,  quanto   necessario l'impeto,  l'audacia,  e (per cos dire) una
    sacra rabbia, per disvelare,  combattere,  e distruggere la tirannide,
    altrettanto    necessaria  una  sagace  e  spassionata prudenza,  per
    riedificare  su  quelle  rovine;   onde  difficilmente  l'uomo  stesso
    potrebbe  esser  atto  egualmente  a due imprese pur tanto diverse nei
    loro mezzi,  bench similissime nella lor meta.  Ed io,  per amor  del
    vero,  son  pure  costretto  a  notar  qui  di passo,  che le opinioni
    politiche (come le religiose) non si potendo mai  totalmente  cangiare
    senza  che  molte  violenze  si  adoprino,  ogni  nuovo  governo   da
    principio pur troppo sforzato ad essere spesso crudelmente  severo,  e
    alcune  volte anche ingiusto,  per convincere o contenere con la forza
    chi non desidera,  o non capisce,  o non ama,  o non vuole innovazioni
    ancorch giovevoli. Aggiunger, che, per maggiore sventura delle umane
    cose,  altres pi spesso necessaria la violenza, e qualche apparente
    ingiustizia  nel posar le basi di un libero governo su le rovine d'uno
    ingiusto e tirannico,  che non per innalzar la tirannide su le  rovine
    della libert.  La ragione,  a parer mio,   patente. La tirannide non
    sottentra alla libert, se non se con una forza effettiva,  e talmente
    preponderante,  che  col  solo continuo minacciare facilmente contiene
    l'universale.  E mentre con l'una mano brandisce  un  ferro  spietato,
    ella  spande  coll'altra  a  piena  mano  quell'oro che ha colla spada
    estorquito. Onde, distrutti alcuni pochi capi-popolo, corrottine molti
    altri pi, che gi guasti erano e preparati al servaggio, il rimanente
    obbedisce  e  si   tace.   Ma,   la   nascente   libert,   combattuta
    ferocissimamente  da  quei  tanti  che s'impinguavano della tirannide,
    freddamente spalleggiata dal popolo, che, oltre alla sua propria lieve
    natura,  per non averla egli ancora gustata,  poco l'apprezza e mal la
    conosce;  la  nascente libert,  divina impareggiabile fiamma,  che in
    pochi petti arde pura nella sua immensit,  e che da quei  soli  pochi
    viene  alquanto  inspirata e a stento mantenuta nel petto agghiacciato
    dei pi;  ov'essa per qualche beata circostanza  perviene  a  pigliare
    alcun  corpo,  non  dovendo trascurar l'occasione di mettere,  se pu,
    profonde e salde radici,  si trova pur troppo costretta  ad  abbattere
    quei  tanti  rei  che  cittadini ridivenir pi non possono,  e che pur
    possono tanti altri impedirne, o guastarne.  Deplorabile necessit,  a
    cui  Roma,  felice maestra in ogni sublime esempio,  ebbe pur anche la
    ventura di non andar quasi  punto  soggetta;  poich  dal  lagrimevole
    straordinario  spettacolo  dei figli di Bruto fatti uccider dal padre,
    ella ricevea fortemente quel lungo e generoso impulso di libert,  che
    per ben tre secoli poi la fece s grande e beata.
    Ritornando  ora  al  proposito  mio,  conchiudo con questo capitolo il
    libro,  col dire;  che non vi essendo alla tirannide altro  definitivo
    rimedio  che  la universal volont e opinione;  e non potendosi questa
    cangiare se non lentissimamente e  incertamente  pel  solo  mezzo  dei
    pochi che pensano,  sentono,  ragionano,  e scrivono;  il pi virtuoso
    individuo,  il pi costumato,  il  pi  umano,  si  trova  pur  troppo
    sforzato   a   desiderar   nel  suo  cuore,   che  i  tiranni  stessi,
    coll'eccedere ogni ragionevole modo,  pi rapidamente  e  con  maggior
    certezza  cangino  questa universal volont e opinione.  E se al primo
    aspetto un tal desiderio pare inumano,  iniquo,  e perfino scellerato,
    si   consideri  che  le  importantissime  mutazioni  non  possono  mai
    succedere fra gli uomini (come  dianzi  ho  notato)  senza  importanti
    pericoli e danni; e che a costo di molto pianto e di moltissimo sangue
    (e  non  altramente  giammai)  passano i popoli dal servire all'essere
    liberi,  pi ancora,  che dall'esser  liberi  al  servire.  Un  ottimo
    cittadino  pu  dunque,  senza  cessar  di  esser  tale,  ardentemente
    desiderare questo mal passeggero;  perch,  oltre al  troncare  ad  un
    tratto moltissimi altri danni niente minori ed assai pi durevoli,  ne
    dee nascere un bene molto maggiore e permanente.
    Questo desiderio non  reo in se stesso,  poich  altro  fine  non  si
    propone   che  il  vero  e  durevol  vantaggio  di  tutti.   E  giunge
    avventuratamente pure quel giorno,  in cui un popolo,  gi oppresso  e
    avvilito, fattosi libero felice e potente, benedice poi quelle stragi,
    quelle  violenze,   e  quel  sangue,  per  cui  da  molte  obbrobriose
    generazioni di servi e corrotti individui se  n'  venuta  a  procrear
    finalmente una illustre ed egregia, di liberi e virtuosi uomini.


    PROTESTA DELL'AUTORE.

    Non la incalzante povertade audace,
    Scarsa motrice a generosa impresa;
    Non l'aura vana, in cui gli stolti han pace
    D'ogni lor brama in debil fuoco accesa;
    Non l'ozio servo, in che la Italia giace;
    Cagion, ah! no, queste non fur, ch'intesa
    M'ebber la mente all'alto onor verace
    Di far con penna ai falsi imperj offesa.
    Un Dio feroce, ignoto un Dio, da tergo
    Me flagellava infin da quei primi anni,
    A cui maturo e impavido mi attergo.
    N pace han mai, n tregua, i caldi affanni
    Del mio libero spirto, ov'io non vergo
    Aspre carte in eccidio dei tiranni.
