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PROFUGIORUM AB RUMNA
LIBRI III



LIBRO I

Niccola di messer Veri de'Medici, uomo ornatissimo d'ogni costume e d'ogni virt, e io insieme passeggiando nel nostro tempio massimo ragionavamo, come era nostro costume, di cose gioconde e ch'appartenevano a dottrina e investigazione di cose degne e rare. Sopragiunse Agnolo di Filippo Pandolfini, uomo grave, maturo, integro, quale e per et e per prudenza sempre fu richiesto e reputato fra'primi nostri cittadini. Salutocci e disse: - Te, Battista, lodo io; e piacemi che, come in altre cose, cos e in questo tuo ridurti qui assiduo in questo tempio ti veggo religiosissimo. E'non fu sanza cagione quel detto di que'buoni antiqui che massime allora si d opera al culto divino quando si frequentano e'luoghi sacrati a Dio. E certo questo tempio ha in s grazia e maiest: e, quello ch'io spesso considerai, mi diletta ch'io veggo in questo tempio iunta insieme una gracilit vezzosa con una sodezza robusta e piena, tale che da una parte ogni suo membro pare posto ad amenit, e dall'altra parte compreendo che ogni cosa qui  fatta e offirmata a perpetuit. Aggiugni che qui abita continuo la temperie, si pu dire, della primavera: fuori vento, gelo, brina; qui entro socchiuso da'venti, qui tiepido aere e quieto: fuori vampe estive e autunnali; qui entro temperatissimo refrigerio. E s'egl', come e'dicono, che le delizie sono quando a'nostri sensi s'aggiungono le cose quanto e quali le richiede la natura, chi dubiter appellare questo tempio nido delle delizie? Qui, dovunque tu miri, vedi ogni parte esposta a giocondit e letizia; qui sempre odoratissimo; e, quel ch'io sopra tutto stimo, qui senti in queste voci al sacrificio, e in questi quali gli antichi chiamano misteri, una soavit maravigliosa. Che  a dire che tutti gli altri modi e variet de'canti reiterati fastidiano: solo questo cantare religioso mai meno ti diletta. Quanto fu ingegno in quel Timoteo musico, inventore di tanta cosa! Non so quello s'intervenga agli altri; questo affermo io di me, che e'possono in me questi canti e inni della chiesa quello a che fine e'dicono che furono trovati: troppo m'acquetano da ogni altra perturbazione d'animo, e commuovonmi a certa non so quale io la chiami lentezza d'animo piena di riverenza verso di Dio. E qual cuore s bravo si truova che non mansueti s stessi quando e'sente su bello ascendere e poi descendere quelle intere e vere voci con tanta tenerezza e flessitudine? Affermovi questo, che mai sento in que'misteri e cerimonie funerali invocare da Dio con que'versiculi greci aiuto alle nostre miserie umane ch'io non lacrimi. E fra me talora mi maraviglio, e penso quanta forza portino seco quelle a intenerirci. E quinci avviene ch'io credo quello che si dice ch'e'musici potessero essortare Alessandro Macedone ad arme cantando, e rivocarlo in cena. Ma fec'io bene? Io ruppi forse e'vostri ragionamenti, Niccola, e distesimi in cose non accommodate.
Queste sino a qui furono parole d'Agnolo. Adunque Niccola gli rispuose, e disse: - E'nostri ragionamenti non erano tali che questi vostri non siano accommodatissimi. E se io bene scorgo l'animo qui di Battista, niuna cosa gli pu venire tanto grata e accetta quanto udirvi e ragionare e disputare di cose dotte e degne. E affermovi questo, lui vi porta riverenza, e mavi quanto merita la virt e l'autorit vostra. E riferiscovi quel ch'io intesi spesso da lui, che due soli uomini gli paiono ornamento della patria nostra, padri del senato e veri moderatori della Repubblica: l'uno si  Giannozzo degli Alberti suo, uomo tale per certo quale e'lo espresse in quel suo terzo libro " De Familia" , buono uomo e umanissimo vecchio; l'altro siete voi, quale e'compari a Giannozzo in ogni lode. Voi d'et maggiori in senato, d'autorit primi, d'integrit soli. Se a Giannozzo fusse molta cognizione di lettere, direi: qual due uomini altrove si troverebbono o s compiuti d'ogni pregio, o s insieme simili in ogni laude? Voglio inferire che a Battista, qual sempre v'appella padre, e vdevi e odevi con avidit e volentieri, e'vostri ragionamenti saranno, come e'sono a me, accettissimi e gratissimi.
Ma che diremo noi? Lasciamo stare la descrizione e forma di questo tempio. Non cerchiamo quanto sia imposto suo peso a chi possa sostenerlo, o quanto sia non male occupato quello che farebbe a grazia e ammirazione. Altrove sar da disputarne. Vegniamo a quello che io desidero intender da voi. Siete voi, Agnolo, in questa opinione che queste conversioni e coniunzioni di voci possino levare gli animi e imporre in loro vari eccitamenti e commozioni? Troppo sarebbe forza qui in Battista, se potesse con suoi strumenti musici adducere gli animi in qual parte e'volessi. E in prima mi maraviglio del nostro Platone, principe de'filosofi, quale affermava non avenire mai che nuova ragion di canti si ricevessero al vulgo e in uso senza qualche prossima perturbazione publica. Che quella e quell'altra armonia sia cagione di pervertere una republica, n io lo crederrei a Platone se me lo persuadesse, n voi mi loderesti s'io glielo credessi. Forse diranno che sia indizio e segno di quello ch'egli osservorono poi esser seguito: n questo ancora mi satisfa. Altre sono le vere cagioni, altri sono li veri indicii quali dimostrano l'apparecchiate ruine alle republiche, fra'quali sono la immodestia, l'arroganza, l'audacia de'cittadini, la impunit del peccare, la licenza del superchiare e'minori, le conspirazioni e conventicule di chi vuole potere pi che non si li conviene, le volont ostinate contro i buoni consigli, e simili cose a voi notissime; sono quelle che danno cognizione de'tempi, se seguiranno prosperi o avversi. E quell'altro, per onestar l'arte sua, disse che l'animo dell'uomo era composto d'armonia e di consonanze musice. Non mi satisfanno costoro, n veggo in che modo l'animo in cosa alcuna abbi convenienza con lo strepito o crepito di pi voci e suoni. E tanto iudico l'animo esser o subietto o obligato o dato a questi suoi movimenti da cosa quale io non so compreendere quale ella sia, che non solo e'musici, ma n ancora e'filosofi con sue ottime e copiosissime ragioni possono diverterlo dalle cure quale tuttora lo assediano, n possono distorre da'nostri pensieri l'acerbit in quale l'animo nostro non so come si rimpiega. Questo si pruova tutto el d, che le triste memorie, le ingrate espettazioni, le dure offensioni ci si presentano e attaccansi all'animo, tale che a nostro malgrado ci conviene dolere e temere, e male averci, si pu dire, contro a ogni nostra volont; gi che niuno si truova s pazzo che non volesse pi tosto stare lieto che mesto, sperare bene che vivere in paura. E questi filosofi con loro parole credono spegner quello che con effetto tanto pu per sua natura in noi. Questo donde e'sia non so: pur lo sento in noi mortali esser fisso e quasi immortale. E quale e'sia per s tanto veemente e tanto ostinato, vi confesso, Agnolo, non lo so: ma che e'sia, lo sento e pruovo, e duolmi. Ma voi come prudente statuirete quanto sia da giudicarne. Io insino a qui assentirei a chi lo dicesse non esser possibile vetare da noi tanto male se non col tempo, cio col straccare quella forza de'cieli e della natura sofferendola; ch in altro modo non veggo si possa escludere la acerbit e durezza dell'animo, conceputa dalle ingiurie della fortuna e da'casi avversi quali da infinite parti ci percuotono e assiduo ci si presentano, e occupano e'nostri sensi e mente, in modo che nulla ci  lecito refutarli o esturbarli.
AGNOLO. Ben veggo io che tu studi gratificare qui a Battista; e piacemi satisfargli, poich a lui diletta udirmi, e questi sono certo ragionamenti degni e da seguirli. Io imiter te, Niccola, in questo disputare, quale ben conosco non referisci la vera tua opinione e sentenza, ma quasi m'allettasti ad esplicare la mia. Adunque discorreremo narrando e raccogliendo quello potesse dire chi come noi volesse pi tosto ragionando ostare a'detti altrui che affermare e'suoi. E viemmi a mente quella disputazione di Senofonte, dove Araspa Medo dicea a Ciro che gli uomini avean in s due animi, l'uno de'quali era vero amatore delle cose iuste e oneste e degne, l'altro era contrario, e cupido dell'ozio pi che della industria, dato alle volutt pi che alli studi delle cose degne e rare, subietto e mosso dalla volont e lascivia pi che dalla ragione e constanza; e che lascerebbe a quella sua amata questo animo sinistro, e porterebbe seco quel destro e virile, col quale e'satisfarebbe a Ciro e al suo officio in arme, e dove fussi luogo adoperarsi in virt. E quanto io, vi confesso, non sono di quella virt intera, ch'io in tutto tenga escluso da me quello animo sinistro, e non qualche volta erri in quella parte in quale e'dicono abitarvi le passioni, le cupidit, e'dolori, le speranze e simili perturbazioni. Sono in questa et in qual mi vedete vissuto gi anni circa novanta. Vidi molte, vidi in vita e soffersi molte, Niccola, molte molestie in vita, e quasi feci calli all'animo con soffrire e'mali; pur talora quando m'occorrono e'casi, non posso fare ch'io non pensi a pi cose, e vederommi assalito da certo dolore e da tristezza, n io stessi saper donde e come. Vincemi la indignazione di troppe ricevute ingiurie, fastidiami la insolenza di tale o quale ambizioso, pesami la audacia, temerit e furioso impeto di chi sciolto urteggia e'buoni, e fra me dico: Agnolo, questo che a te? Tu maturo d'et, a te non mancano le cose desiderate e chieste della fortuna; in te animo netto e grato a'tuoi cittadini; vivi, come e'dicono, omai a te stessi, e usa le cose presenti come presenti. Cos con molti simili ammonimenti mi castigo; ma nulla per giovo a me stessi quanto io vorrei, tanto mi vince il non vedere le cose in quel buono assetto ch'io desidero e studio addurle. Ma non  per ch'io non potessi vincere me stessi. E perch no? Perch non potre'io quello che poterono gli altri, quali furono in vita uomini come test sono io? E quanti furono che osservorono constanza e vera virilit d'animo in le cose dure e aspre? E a noi chi vieter che non ci sia lecito nelle avversit e gravezze obsistere e deporre ogni perturbazione con buona ragione e consiglio? Non dubito che se vorremo e bene offirmarci con virt, e bene offirmati opporci con modo a chi ne offende, ci troverremo essere n men che uomini, n men potere che possino gli uomini, n mai sar sopra alle forze ascritteci dalla natura quello che c'imporanno e'tempi, cio la successione e variet delle cose rette dalla natura. Egli scriveno che Socrate fu dalla moglie contumacissima e importuna continuo mal ricevuto, e fu da e'figliuoli immodestissimi in molti modi offeso in casa, e fuori di casa ancora fu da molti insolenti bestialacci e da que'comici poeti assiduo infestato e con varie ingiurie offeso. E bench cos fusse da tante parti essagitato, pur visse a qualunque perturbazione della fortuna e a qualunque ruina delle cose sue coll'animo equabile e col volto mai mutato. Pot adunque Socrate questo non da'cieli, ma da s stessi; ch volle, e volendo potette. N solo si recita Socrate in questa parte degno di lode: raccontansi molti altri ne'quali fu simile animo bene retto; nel numero de'quali fu Diogene cinico, uomo in sua estrema povert abietto, svilito e talora percosso: pur potea, quanto e'volea, sofferire e'suoi disagi e l'altrui iniurie. Non racconto Pirro, Eraclito, Timon e simili, quali furono contro alle perturbazioni da s stessi ben retti e quanto egli istituirono ben costituti, e contro gl'impeti della fortuna sua bene offirmati. Pericle, omo in Grecia e fra e'suoi cittadini reputato e ottimo e primo, sofferse intera una cena sino a molta notte un temerario ottrettatore e maledico; e per pi meritare di s e di sua constanza, pat che lo perseguitasse improverando per insino a casa; e pi, con fronte nulla commosso e con le parole nulla alterato, comand ai servi suoi che a costui, omo iniurioso e incivile, facessero lume e compagnia dovunque e'volesse andare. Non volle adunque Pericle, castigando l'altrui errore, contaminare s stessi e ricevere a s la perturbazione quale gli era importata; e non la ricevendo, la fece lievissima e spensela tanto quanto e'deliber sofferendo e vincendo s stessi aversi uomo e meritare della virt sua. Che ti parse di quel Metello numidico cacciato da'suoi cittadini romani non per altro se non perch in lui splendea troppa virt? Quale, sendo in Asia in teatro mezzo dello spettaculo, gli fu nunziato che la sua patria lo rivocava a grazia con amplissimo beneficio. In tanta sua letizia osserv constanza, e in suoi gesti nulla fu veduto mutarsi.
Adunque in le cose prospere e in le cose avverse troviamo che gli uomini possono in se stessi quello che molti niegano potersi. E meravigliomi del giudicio loro s'egli stimano non potersi moderare le nostre volont e appetiti in queste cose caduce e fragili, quando e'vedono che chi non abandoni se stessi, pu contro alle cose gravissime e durissime pi quasi che la natura non li richiede. Quanti sono che soffersono estremi cruciati e intollerabili dolori con animo invitto e fortissimo! E chi non sa che in noi, moderati gli appetiti e frenate le volont, nulla resta donde ne insurga alcuna perturbazione? Potranno adunque gli uomini le cose da natura acerbissime e molestissime, e non potranno le cose facili e paratissime? Muzio Scevola pose la mano in mezzo el fuoco, e Pompeo vi pose el dito; e molti altri raccolti da Valerio istorico si vede poterono, e dove e quanto a loro non dispiacque, esser constanti ed erti contro non solo a movimenti lievi dell'animo ma e contro a gravi dolori.
Ma che raccontiamo noi questi uomini rarissimi? E dimmi: non vediamo noi tutto el d e'nostri servi abietti, oppressi dalla lor fortuna, attriti da'disagi, lassi dalle fatiche, in mezzo de'loro mali e ridere e cantare? Chi gli domandasse: perch ridi? credo risponderebbono: perch mi piace; e perch canti?: perch cos voglio e cantare e star quieto e rallegrarmi a mia posta. Pesa loro la lor fortuna? S'ella pesasse, non sarebbono alla levit del ridere o del cantare espediti. S'ella non pesa, donde vien questo altronde che dal volere con ragione quello che per necessit li conviene sofferire? Fanno costoro pertanto, cos volendo, men grave il suo male, o pi forti s a sostenerlo; o forse in prima cos volendo solo col volere propulsano da s ogni molestia.
Non adunque reputeremo s grave n s acerbo quello che sia in noi farlo quanto vorremo minore e men difficile. Ma intervienci come alla colonna: mentre ch'ella tiene s in stato ritta e in se stessi offirmata, ella non solo se sustenta ma e ancora sopra ivi regge ogni grave peso; e questa medesima colonna, declinando da quella rettitudine, pel suo in se insito carco e innata gravezza ruina. Cos l'animo nostro, mentre che esso se stessi conforma con la rettitudine del vero e non aberra dalla ragione, qual sopravi imposto incarico sar che lo abatta? Fa che lo animo penda a qualche obliqua opinione, per sua proclivit ruina e capolieva. Rammentami vedere la nostra giovent a quel giuoco de'pugni, dando e ricevendo le picchiate, contundersi e infrangersi el viso, le mani, el petto, tornare fiacchi, lividi, senza aver dato in tanto dolore un picciol gemito. E di que'medesimi forse poi vidi qualche uno punto da una zenzada con gran voce mostrare la sua levit e impazienza. E questo onde avviene se non che ivi l'opinione adritta a virilit lo 'nduce a volere soffrire, e volendo gli si rende el dolore picciolo e da sofferirlo; qui la mollizie effemminata dell'animo per se stessi bieca e obliqua ad impazienza e intolleranza puerile?
Dicea Ermete Trimegisto antiquissimo scrittore: "la volont, o Asclepi, nasce dal consiglio". Chi adunque ben consiglia, ben pu quanto e'vuole. Vuolsi adattare l'animo a virt. Conduceravvelo la ragione; e sempre sar l'animo osservatore della ragione purch la sinistra volont nollo svii; e sempre fie pronto donde tu possa ben consigliarti in vita col modo e via di tradurti grato a te stessi, accetto agli altri e utile a molti.
N si vuole giudicare quello che tu possa di te stessi prima che tu lo pruovi; e provando, se bene non fussi, diventerai atto a vincere ogni insulto avverso vincendo te stessi. Ma noi, alcuni, troppo ne disfidiamo, e come in milizia chi sia inesperto e timido, cos noi fuggiamo al primo strepito e ombra degli inimici, e prima succumbiamo coll'animo che noi conosciamo quanto possa chi ne urteggia. E come e'dicono che molti arebbono acquistata sapienza dove e'non avessono prima persuaso alla opinione sua d'esser savi, cos, contro, non pochissimi rimangono sanza lode dove non si fidorono potere quanto volendo li era lecito potere. Cos mi pare qui tra noi resti assai esplicato che noi uomini bene consigliati tanto potremo di noi stessi, di nostro animo, volont, pensieri e affetti, quanto vorremo e instituiremo.
NICCOLA. Doh! Agnolo, che dura e iniqua sorte fie quella de'mortali se trovaremo in vita niuno s inculto di dottrina, s alieno d'ogni ragione, quale udendo queste vostre gravissime e approbatissime sentenze, non v'assentisca e confessi ogni vostro detto esser vero; e d'altra parte si truovi niuno s perito e s essercitato in cose lodate a bene e beato vivere, quale con opra affermi quanto e'con parole confessa doversi. E pensiamoci un poco. Se voi domandassi el fratello, el padre, la madre d'uno di quei fortissimi cittadini quali perirono superati da Annibale presso al laco Trasumeno qui presso a Cortona: "E che vi dolete? Queste vostre lacrime che giovano? Non sapete voi che il pregio di queste cose sottoposte alla fortuna non sta, in buona o mala parte, altrove posto che in la nostra opinione? Qualunque cosa avvenga a noi mortali mai sar da chiamarla o riputarla male se non quanto ella a noi nocer. Nulla nuoce se non quanto per lei si diventi piggiore. La ingiustizia, la perfidia, la crudelit fa non te piggiore, ma colui in cui ella abita. Per qualunque sopravenga fortuna avversa, per qualunque iniuria de'pessimi uomini, mai sar chi diventi piggiore se non quanto e'vorr, mal sofferendo se stessi, male avere. La morte sta a chi nacque natural condizione impostagli dal primo d ch'egli apparisce in vita. E chi ben ripensa le miserie del viver nostro, la morte non  altro che uscire d'uno carcere laboriosissimo e d'una assidua fluttuazione e tempesta d'animo. Giovi a chi espose el sangue suo per salute della patria sua essere uscito di vita con laude, merito e grazia de'suoi", - dico, Agnolo, se voi usassi presso a que'calamitosi parole simili, che vi risponderebbono essi? Credo la madre, vinta dal dolore, arebbe poco atteso e meno inteso alcuna delle vostre parole. El padre forse, pi maturo e d'et e di consiglio, risponderebbe: "Agnolo, voi dite el vero; ma a me quello che  grave continuo preme, e dove e'mi preme, non dubitate, e'mi duole". El fratello forse risponderebbe: "Se cos fusse facile el soffrire gl'incomodi e le calamit con quale la nostra fortuna ne fiacca come  a voi, uomo dottissimo, el disputarne, rendovi certo ch'io m'arei levata questa molestia ingratissima dall'animo. Ma io sento dal dolor mio quel ch'io non so con parole esplicarvi, donde e'sia da non assentire a queste vostre ragioni qui addotte". Cos credo vi risponderebbono. E forse se fra costoro vi fusse un di questi severi supercilii stoici, inventori e disputatori di queste discipline, so risponderebbe: "Non ci ricordate che noi perseveriamo in ogni officio e costanza. Queste cose caduce e fragili sono al tutto escluse da'pensieri e dalle voglie nostre, e sono gli animi nostri adiudicati a cose per quali viviamo beati e acquistianci immortalit". Simili, credo, sarebbono le loro parole. Ma e'fatti quali sarebbono? Quanto converrebbono co'detti loro? E'me gli pare vedere disputare con una maiest di parole e di gesti, con una severit di sentenze astritte a qualche silogismo, con una grandigia di sue opinioni tale che t'aombrano l'animo, e parti quasi uno sacrilegio stimare che possino dicendo errare. Odi que'loro divini oraculi: "Tu mortale cognosci te stessi. Di cose poche e minime si contenta la natura. A chi sia savio mai mancano le cose ottime, mai avviene cosa sinistra, sempre vive libero e sempre vive lieto". Poi ostentano quella ambiziosa austerit del ripreendere chi s forse dia alle delizie; mordono chi curi le cose caduce e fragili; perseguitano chi succomba al dolore; inimicano chi tema e'pericoli; odiano chi non esca di vita con animo invitto e nulla perturbato. Uomini prestantissimi! Uomini rari! E voi con opra come approvate e'vostri detti? Qual fie di voi che potendo non volesse pi tosto viver lauto e splendido, che povero e assediato da molti incommodi?
Crates filosofo volle la casa magnifica, gli apparati regi e vari ornamenti, vasi d'oro gemmati, mense argentee; qual cose e'predicava da nolle stimare. Aristippo, quell'altro filosofo, comper una perdice cinquanta dramme. A Senocrate filosofo don Dionisio tiranno una grillanda d'oro in premio perch e'vinse tutti gli altri a bevere. Lacides, pur filosofo, per troppo bere divenne paralitico. Non racconto Bione filosofo quale, domandato che cose facendo in vita lo rendesse lietissimo, rispuose: guadagnando. Ma mi maraviglio del nostro Aristotile che per delicatezza si lavasse nell'olio tiepido e per avarizia poi lo vendesse a'suoi cittadini. E Zenone stoico, padre ed esplicatore di questa austera e orrida filosofia, quale per insino alli dii prescrive severit, e con parole combatte assiduo contra la fortuna ed estermina e succulca da s ogni sua licenza e beneficio, coll'opra come si porta? Egli ud che le sue possessioni erano arse e guaste dagli inimici; perturbossene in modo che 'l re Antigono, quale lo estimava quasi come un dio mortale in terra, se ne maravigli, e forse ne iudic quello che iudico io, che molti ragionano delle cose aspere e dure in ombra e in ozio non male, quali le soffrirebbono credo poi non bene. Chi fu in ogni suo detto e scritto pi ostinato biasimatore di chi cede alla fortuna e non affermi la sola virt essere ultimo bene a'mortali; chi fu in simile superstizioni pi veemente ripreenditore che 'l nostro Seneca latino stoico? E qual fu egli in fatti? Quanto dissimile dalle parole! Scrive Cornelio istorico che costui tanto temette la morte che per non cadere in insidie quale e'temea da Nerone e da'suoi veneni, pi tempi non si fid mangiare altro che pomi e frutti crudi, n bevve altro che acqua di quella solo che surgeva fuori da entro della terra.
Potrei raccontarvi molti simili. Ma questi a che fine? Solo per inferire quello ch'io sento e giudico, e dico: se questi uomini dotti ed essercitatissimi, inventori, defensori e adornatori di queste simili sentenze pi tosto maravigliose che vere, o non poterono secondo noi altri men dotti, o forse, secondo voi prudentissimi, non seppero nulla stimare le cose caduce e poco temere le cose avverse, noi altri e d'ingegno e di condizione e di professione minori e in ogni grave cosa pi deboli, chente potremo? S'io non erro, tutti vorremo vivere sanza sollicitudine e acerbit. Ma che a me, o se io non so e non sapendo non posso, o se in tutto io non posso quanto io vorrei? Alcuni poterono soffrire el dolore, nulla curare la miseria, ridere la sua fortuna. E Muzio Scevola potette sofferire lo incendio della mano. Molte maggior crudezze possono in noi le paure, le iracundie e gli altri simili furori. Didone precipitata da furore uccise se stessa. Molti per paura di maggior tormenti deliberorono uscire di vita. E quegli altri cupidi di gloria, che col fronte e colle parole ostentorono in s maravigliosa durezza contro a'casi e contro alle perturbazioni, Dio lo sa se l'animo loro era pacato e tranquillo. E pure, se uno e un altro si truov in cui non fusse alle calamit sue sentimento e animo umano, furono o dii o certo non uomini. Chi non sente le cose che senton gli altri infiniti uomini, costui solo non  uomo. Se negli animi umani abita la carit, se v'ha luogo l'amore, convien che vi cappia l'ira e la indignazione e simili. Che maraviglia adunque se uno animo umano desidera e'suoi? Miracolo sar, anzi immanit non gli desiderare, e desiderandogli non dolersi di non gli avere. Se v' sentimento delle cose nocue e nimiche, chi sar che nulla si dolga in le sue calamit? E'si vuole ben consigliarsi colla ragione, adattar l'animo a virt. O Agnolo, rammentavi quel detto di quello antico Gione: "tanto duole a un calvo quanto a un ben capillato quando tu lo peli". Ma che noi pure ne trastulliamo con parole dove bisognerebbono e'fatti? Dicea Cesare presso a Sallustio: qualunque consiglia conviene che sia libero d'ogni perturbazione. E noi vorremo che l'animo urtato dagli impeti avversi, caduto in miseria, perturbato dal dolore, ben consigli s stessi. L'animo non sano, dicea Ennio poeta, erra sempre.
Ma non voglio estendermi, ch'io sarei prolisso. Tanto vorrei da questi dotti come da un duttore e addirizzatore del naviglio, non che e'mi disputasse, - e'si vuole alla tempesta ridursi in porto e ivi fuggire ogni impeto di venti avversi, - ma mostrassi qual via e modo mi riduca l dove io mi riposi in ozio e tranquillit. Cos questi filosofi, medicatori delle menti umane e moderatori de'nostri animi, vorre'io m'insegnassero non fingere e dissimulare col volto fuori, ma entro evitare le perturbazioni ed espurgare dall'animo con certa ragione e modo quello che essi giurano potersi.
AGNOLO. Vedi, Niccola, queste sono materie dove bisognerebbe ragionarne con pi ozio e con pi premeditata ragion di disputare. Io rester d'oppormiti com'io cominciai, ch ti vedo apparecchiato a confutarmi, e sento l'ingegno tuo acuto e pronto; e non m' occulta quest'arte tua con quale tu studi nascondere quell'arte vulgata dello argumentare disputando; e dilettami. Ma credi tu ch'io non conosca che tu giudichi di queste cose quello che giudicano tutti e'dotti, che chi vuole opporsi alla fortuna, sostenere e'casi avversi e curare nulla altro che la virt, pu? Non insistiamo pi in questo, ma consideriamo questo potere quale e di che natura e'sia. Io non potrei dipingere n fingere di cera uno Ercole, un fauno, una ninfa, perch non sono essercitato in questi artifici. Potrebbe questo forse qui Battista quale se ne diletta e scrissene. Tu, Niccola, come neanche io, non potresti atto schermire, lanciare, lottare. Potrebbe questo qui Battista in questa sua et robusta, quale in simile cose diede opera ed essercizio. Non potrebbe, no, Battista, come quel Milone atleta, portare uno bue vivo in ispalla, n, come Aulo Numerio, centurione e commilitone di divo Iulio Augusto, contenere con una mano l'impeto di pi giumenti, n come quello Atamante qual Plinio vide andare pel teatro vestito di cinquanta corazze di piombo e calzato con coturni che pesavano libbre cinquecento. N forse potrebbe Cicerone ben lodare Clodio suo capital nimico, sendogli in odio e in dispetto suoi detti e fatti. Cos compreendiamo che alcune cose da natura non si possono; alcune non da natura non si possono, ma da nostra inerzia, desidia e concetta opinione sono da noi stessi vetate. Tu dicesti, ciascuno vorrebbe vivere soluto e libero in queste cose quali pi sono facili a disputarne che a sofferirle. Ma quel ch' difficile a questi disputatori, a noi non par possibile. Guarda, Niccola, s'egli  cos, che dove ogn'uomo pu, rari vogliono ben meritare di sua virt. Raccontasti uno e un altro splendido e curioso delle cose caduce. Chi ti loda in loro quello che non fu loro debito? E di che disputiamo noi, di quello che fecero, o pur di quello che e'poteano e potendo doveano fare? E se dalla vita e costumi loro dobbiamo argumentare e statuire le ragioni e modo del vivere bene e lodati, raccontiamo quegli altri molti pi che questi, pur filosofi, quali furono contenti d'una sola e trita vesta, quali per loro diversorio abitavano un vaso putrido e abietto, quali vissero non d'altro che di cavoli, quali s abdicorono da s ogni cosa fragile e caduca che n pure una scodella volsero ritenere a s. Non te li racconto, ch fuggo anche io esser prolisso; ma tu, omo litterato, riducetegli a memoria e teco pensa donde questi miei cos poterono quello che que'tuoi non volsero, e pensa donde que'tuoi non volsero quello che volendo poteano pari a'miei. Troverrai che questi cos poterono perch volseno vincere s imprima e'suoi appetiti e volont; quelli non volseno frenare e moderare s stessi, per soluti e sciolti meno poterono contenersi in suo officio. Seneca fugg cadere in insidie e veneno di Nerone. Dicea quel prudentissimo Agamenon, presso ad Omero, doversi riprendere niuno quale o d o notte che fusse, fuggissi di non incontrarsi al male. Altra cosa  vitare gl'incommodi, altra vinto succombere sanza prima concertare e provare s stessi e sua virt. Quello  prudenza provedere e schifare el dispiacere; questo si  ignavia abbandonare s stessi. E sar fortezza fare come e'dicono che fa la palma, legno qual sempre s'accurva e impinge contro al suo incarco. Questo ti confesso potr meglio chi pi sar essercitato nelle durezze de'tempi, nella asperit del vivere, e chi gi fece e'calli sofferendo. Diresti; che cagione adunque perturba in noi tanta ragione e officio? Rispondere'ti quello che test m'occorre a mente; e considerianci, Niccola, s'io m'abatto al vero. Gli animi nostri gli fece la natura atti ad eternit, simplici, nulla composti, non da altri mossi che da s stessi. La eternit credo io non sia altro che una certa perfezione e continuazione inviolabile di vita e d'esser sempre uno e medesimo. Quello che fu prima coniunto e ascritto alla vita si pruova essere el moto. E'movimenti dell'animo non accade raccontarli qui, ma restici persuaso che l'animo pu mai starsi ocioso, sempre si volge e avvolge in s qualche investigazione o disposizione o appreensione di cose, quali se saranno gravi, degne e tali ch'elle adempiano l'animo, nulla pi altro vi si potr immergere; se saranno lievi, galleggeranno mezzo a'flutti della mente nostra, e, come avviene, di cosa in cosa ondeggeranno e'nostri pensieri persino che picchieranno a qualche scoglio di qualche aspra memoria o dura alcuna volont, onde poi ivi noi sentiamo gli urti dentro al nostro petto iterati e gravi. Perturbasi ancora in noi l'animo dissoluto dalla ragione e condutto dalla opinione a iudicare falso delle cose buone o non buone, come tutto el d vediamo non rari infetti da questa commune corruttela del vivere, quali e piangono e godono pi per satisfare al giudicio e sensi altrui che a s stessi. Ma io di me voglio esplicarvi in qual numero io sia infra e'mortali. Io, Niccola mio, s'io fussi uno di que'calamitosi, desidererei le mie care cose, e non affermerei essere in me s assoluta e perfetta virt che non mi dolesse la perdita de'miei; ma cercherei le vie e modi da levarmi ogni molestia dell'animo. E per quanto e'mi paia conoscere, egli  in pronto e quasi in grembo di ciascuno el potersi acquietare da ogni perturbazione e prima ch'elle offendano e poi che tu le concepesti. E poi che 'l ragionare ne condusse a questo, riconosciamo insieme s'io erro.
Comincianci da questo capo. Le perturbazioni, voglio favellare cos, piovono e versansi nell'animo nostro vacuo. Onde? Certo diranno alcuni surgere o dalla perversit de'tempi, o dalla nostra propria iniqua fortuna, o da qualche duro caso, o dalla nequizia e improbit degli altri uomini, o da qualche nostro errore. Altronde non vedo che in noi possa insurgere acerbit o tedio alcuno. Ma, dir io, cosa niuna estrinseca potr ne'nostri animi se non quanto noi patiremo ch'ella possa. E parmi accommodata similitudine questa. Come alle tempeste del verno ne addestriamo e apparecchiamo, coperti e difesi dalle veste, dalle mura, da'nostri refugi e ridutti, e se pure el tedio delle nevi, la molestia de'venti, le durezze de'freddi ne assedia e ostringe, noi oppogniamo e'vetri alle finestre, e'tappeti agli usci, e precludiamo ogni adito onde a noi possa espirare alcuna ingiuria del verno; e se saremo robusti e fermi, vinceremo ogni sua asprezza e acerbit e rigore essercitandoci ed eccitando in noi quel calore innato e immessoci dalla natura a perseverar vita alle nostre membra; se forse saremo malfermi e imbecilli, ne accomandaremo al fuoco e al sole e alle terme: cos alle volubilit e impeti e tempeste della fortuna bisogna addestrarsi e apparecchiarsi con l'animo, e precludersi dalle perturbazione ogni adito, ed eccitare e susservare in noi quello ignicolo innato e insito ne'nostri animi quale v'aggiunse e infuse la natura ad immortale eternit. Addesterremo e apparecchieremo l'animo nostro contro a'commovimenti de'tempi e contro alle ruine de'casi avversi, in prima col premeditare e riconoscere noi stessi, poi col giudicare e statuire delle cose caduce e fragili, non secondo l'errore della opinione, ma secondo la verit e certezza della ragione.
Dicea Tales filosofo essere difficile el conoscere s stessi. Non so in qual parte sia da interpretare questo suo detto, ma a me non pare difficile conoscermi uomo simile agli altri uomini, tali quali gli descrive Apulegio. E chi dubita nell'uomo esservi ragione? Sentilo ragionare, ed etti persuaso che l'animo dell'uomo sia immortale. Vedi e'suoi membri atti a mancare e perire; conosci quanto sia suo mente lieve e volubile e quasi mai senza ansiet; affermi el corpo suo essergli in molti modi noioso; discerni infra gli uomini costumi al tutto vari e molto dissimili. Non puoi negare che in loro gli errori sono simili: ardiscono troppo, sperano con pertinacia, affaticansi in cose non certe n utili; loro beni caduci a uno a uno muoiono; la moltitudine perpetuo vive; mutansi di prole in prole; vola loro et; tardi a sapienza, presti a morte, queruli in vita, abitano la terra. Adunque premeditando e riconoscendo noi stessi, ne accoglieremo pensando: a che nacqui io? venni io in vita forse per tradur mia et vacua e disoporosa? Questo intelletto, questa cognizione e ragione e memoria, donde venne in me s infinita e immortale se non da chi sia infinito e immortale? E io, lascer io me simile a un ferraccio macerare e marcire in ozio, sepulto in mezzo el loto delle delizie e volutt? Non giudicher io mio debito, essercitandomi in cose pregiate e degne, ben cultivare me stessi e ben meritare di mia industria e virt? Rester io di spogliare e astergere da me assiduo ogni improbit e ruggine di vizi? Queste due cose qual dicea Seneca filosofo esserci date da Dio sopra tutte l'altre validissime, la ragione e la societ, lascerolle io estinguere per desidia e inerzia e nulla valere in me? O forse le adoperr solo in servire a questo corpo mio e a queste membra noiose e incommode? Non mi diletter pi adattarle a gloria e immortalit del nome, fama e degnit mia, della famiglia mia e della patria mia? Non premediter io assiduo me essere nato non solo, come rispose Anassagora, a contemplare el cielo, le stelle e la universa natura, ma e ancora in prima, come affermava Lattanzio, per riconoscere e servire a Dio, quando servire a Dio non sia altro che darsi a favoreggiare e'buoni e a mantenere giustizia? Cos mi si richiede; e io cos " sponte"  e volonteroso delibero. Su, dianci coll'animo a queste opere ottime e gratissime al nostro padre e procreatore Iddio. A'buoni, a'quali deliberammo favoreggiare, non attaglieranno l'opere nostre non buone; n ben potremo mantenere giustizia se non saremo nimici d'ogn'ingiustizia. Adunque dedichiamo l'animo nostro a esser vacuo d'ogn'ingiustizia e pieno di bont. Quinci saremo in ogni officio d'umanit e culto di virt ben composti, e ben serviremo alla naturale societ e vera religione, e preporrenci in ogni nostra vita esser constanti e liberi.
Dicono la levit esser vizio nimico a ogni quiete. Alla libert ascrive Lisia oratore esser proprio far cosa niuna contro a sua volont. Niuno si truova pi lieve che colui el quale non ferma el suo volere a qualche certezza; e fa niuno tanto contro alle voglie sue quanto colui che pur vuole quel che e'non ha, per che ci che e'fa per averlo vorrebbe non lo fare. E a precludere queste moleste voglie giover considerare le cose con ragione e verit, non con quella opinione qual biasimava Aristones filosofo in noi mortali, e meravigliavasi donde fusse che gli uomini si dessono a intendere d'esser beati pi dalle cose superflue che dalle necessarie. E molto giover in noi statuire che le cose buone e necessarie sono e poche e facili, dove, contro, le non necessarie sono molte e fallaci e fragili e difficili e raro oneste. Quale, se ben fussero da pregiarle, dobbiamo riconoscere in noi quello che ne ammonia Pittagora, che cosa niuna fuori di noi si truovi nostra; e non che nostra, ma n volle la natura noi omicciuoli esser d'altro che di noi stessi custodi, quando di tante sue cose la natura solo a noi lasci un picciolo uso d'una minima parte. E quando ben fussero ottime e nostre, riconosciamoci mortali ed assiduo penderci da molti vari casi sopra capo e non lungi la morte. E se bene vivessimo gli anni di Nestore o di qualvuoi altro che pi visse, ricordianci assidui, come disse Manilio quel poeta:

" ...labor ingenium miseris dedit et sua quemque
advigilare <sibi  iussit fortuna premendo.
"
E certo, come disse Crisippo, troverrai niuno infra e'mortali a cui non spesso occorrano cose da dolorarlo.
Adunque pensaremo che ogni volubilit della fortuna possa in noi di d in d quel ch'ella suole in tutti gli altri mortali. Ma in questo pensiero non per ci attristeremo quasi come tuttora aspettassimo qualche ruina in nostre fortune e cose. N ancora solliciteremo noi stessi a curare ogni minimo movimento de'tempi e delle cose, perch, come scrisse Augusto principe " ad Liviam " questo sarebbe un perpetuo estuare coll'animo e un quasi straccare s stesso. Ma ben ci prepareremo e offirmerenci coll'animo a sopportare senza contumacia ci che possa avvenire. E se pur cosa verr contro tua volont, preprati che non venga contro a tua opinione. Stima che in te potranno le avversit quanto poterono in ciascuno degli altri uomini. Con questo premeditare che tu se'mortale e che ogni duro caso pu avvenirti, asseguiremo quel che molto si loda presso de'prudenti, quali ne ricordano: diamo opera ch'e'tempi passati e questi presenti giovino a que'che ancor non vennero, e ricordianci che ne'tempi della seconda fortuna prepariamo e'rimedi contro l'avversit. Cos noi in questa tranquillit d'animo assettianci a un curare poco e a un quasi dimenticarci le ingiurie della fortuna prima che ne offendano. E interverracci simile a quel Bion filosofo, qual morendo si gloriava mai avere in sua vita sofferto cose contro a sua voglia. E cos addestrati col tempo impreenderemo non dedicarci a stimare e amare le cose pi che a loro si convenga.
Modera la oppinione e iudizio, tempererai gli affetti e'moti dell'animo. Temperato l'amore, si spegne la volont. Estinta la volont, non desidererai; non desiderando, non ti duole el non avere o avere quello che tu nulla stimi. Dicono: ama la patria, ama e'tuoi s in far loro bene quanto e'vogliano. Ma e'dicono ancora che la patria dell'uomo si  tutto el mondo, e che 'l savio, in qualunque luogo sar constituto, far quel luogo suo; non fuggir la sua patria, ma addotterassene un'altra, e quivi ar bene assai dove e'non abbia male, e fuggir sempre essere a s stessi molesto. E lodano quel detto antiquo di quel Teucer, uomo prudentissimo tanto nominato, qual dicea che la patria sua era dov'egli bene assedesse. E sono miei quegli pe'quali io viva contento e quieto coll'animo; quelli vero pe'quali io viva discontento e perturbato, sono non miei, ma pi tosto alieni e da connumera'gli fra'nostri nimici. Aggiugni a queste che per escludere da noi ogni gravezza d'animo, molto s'acconfar fuggire que'luoghi, quelle cose, quelle persone, quali siano atte a importarci molestia e perturbazione.
Fra la moltitudine puoi n stare n andare che tu non sia urteggiato. Sentenza di Crasso oratore: le volont di colui non esser libere, quale sia osservato da molti. La solitudine sempre fu amica della quiete; e questo vero quando la sia non oziosa. L'ozio, - chi dubita? - nutrisce ogni vizio; e nulla pi perturba che 'l vizio. Dicea Ovidio:

" et capiunt vitium, ni moveantur, aquae.
"
Molto pi l'animo, nato a mobilit e variet, pi che ogni onda. Sar adunque la solitudine con qualche essercizio, de'quali pi gi diremo. E poich tante cose aduniamo e facciamo e ordiniamo per salute del corpo per gratificare alle nostre membra, curiamo quando che sia la salute dell'animo nostro. Dicea Omero poeta che agli uomini nascono molti mali dal ventre; e noi pur ci diamo a servire al ventre, onde a noi resultano infiniti incommodi. Dianci adunque a vivere non alle membre nostre ma a noi stessi, cio a ben fruttare el nostro ingegno. Quando vediamo che sollecitarci in curare le cose di fuori di noi, sono nostre opere e nostri pensieri tanto d'altrui e non nostre quanto quella e quell'altra cosa la richiede e adopra, lascianle guidare alla fortuna di chi elle sono. Non per voglio posporre la salute del corpo; volo sustentare, non saziarlo. Dicea Diogenes cinico: se col grattarsi el ventre si sedasse la fame, forse s farebbe per gli uomini e forse che no. La fame, se non gli satisfai, infesta e fassi ubidire. Apulegio, accusato, negava s esser pallido per le cure amatorie, ma affermava che le fatiche degli studi lo allassavano. Quattro cose connumerano e'fisici esterminare e prosternere in noi le forze della natura: il dolore, le vigilie, el fetore, le cure dell'animo. E non so come, indebolite le membra, l'animo sia men libero e men suo. Adunque daremo al corpo quantunche bisogna, e ritrarremolo dalle cose nocive alla sanit. E per non eccitare all'animo altre cure, schifaremo d'avere pi d'una faccenda qual sia nulla grave o difficile pi che possino le forze nostre. Non per in questa porremo ogni nostro studio, ogni opera, ogni assiduit; anzi interlasseremo qualche ora, e poseremo quando che sia quella veemente contenzione d'animo e perseveranza di nostro studio. Asinio Pollione, nobile oratore, scrive Seneca, sino all'ora del d decima s essercitava in ogni laboriosa industria: doppo all'ora decima s contenea in tanto ozio che neppure leggea le lettere scrittegli da'suoi amici. E non senza onestissima ragione e'nostri maggiori patrizi in Roma vetavano si facesse in Senato dopo certa ora nuova relazione, ch voleano a tante faccende interporvi qualche ozio e quiete. Antioco re, dopo che perd l'Asia, ringrazi el Senato di Roma e fu lieto gli si minuissero faccende. E noi poco prudenti non solo con troppa sollicitudine ci affanniamo in pi nostre faccende, ma e non richiesti intraprendiamo le faccende altrui. Antiquo proverbio: chi s'impaccia rimane impacciato. E dispiacemi la stultizia di molti quali, nulla curiosi d'addestrare se stessi a virt, mai restano investigare e'fatti e detti altrui. E interviene loro come a chi ama, quale scrive quel vezzosissimo poeta Properzio:

" ... rursus puerum quaerendo audita fatigat,
quem, quae scire timet, quaerere plura jubet.
"
Interverratti forse che ti converr inframettere a qualche faccenda aliena dall'ozio tuo. Tu qui pon quello studio in pensar di non la ricevere a te qual tu porresti in essequirla ricevendola. Argumentava Aristotile in questa forma: come la guerra si soffre a fine di pace, cos le faccende si pigliano per assettarci in ozio. Qual cosa non potremo se non satisfarno alle necessit, e per adempiere la necessit cerchiamo l'utile. Ma cosa niuna disonesta sar mai necessaria. Per vivere adunque in ozio onesto intrapreenderemo le fatiche, non per agitarci ambiziosi e ostentosi. Onde a me coloro paiono pessime consigliati quali curano fra le prime cose la repubblica e spesso abbandonano le sue faccende per agitarsi in quella ambizione de'magistrati; e ripresi rispondono cos doversi dove chi si sta sia lasciato stare, e pare loro non essere uomini se non sono sollicitati e richiesti da molti. Questi a me paiono poco prudenti se fuggono starsi contenti di s stessi e pertanto liberi e beati. Solea dire Galba, quello uno de'dodici principi romani: niuno mai sar sforzato a rendere ragione dell'ozio suo. N senza cagione ascrivea l'Epicuro agli dii summa beatitudine el convenirli far nulla altro che contemplar s stessi. N mi dispiace quel detto di Crasso, qual negava parerli omo libero colui qual talora non possa far nulla. E in una nave, come argomenta Platone, se al governo siede omo atto e destro a quello essercizio, che arroganza sar quella di chi ne lo lievi e prepongasi ad amministrare le cose? E se non v' atto, che a te? Non voler tu solo di quello che  publico pi che se ne vogliano tutti gli altri. Ma quello temerario qual non sa regger s in quiete e in tranquillit, come regger gli altri? Come pi uomini? Come uno intero popolo e moltitudine? Non mi stender in questa parte. E non racconto quante perturbazioni apporti seco ogni ambizione e ostentazione di nostra virt e prudenza e dottrina, onde, lasciamo le invidie quante elle siano in altrui, e certo in noi insurge cagion di contendere e gareggiare, e ogni contenzione e gara tiene in s faville di rissa, quale agitate accendono grave odio e inimicizia. " Atqui amat victoria curam" , dicea Catullo; e colle gare e colle concertazioni sempre fu iunta la indignazione; e gli sdegni sono nella vita dell'uomo mala cosa, e troppo atti a troppo perturbar e'nostri animi. Ateglies Samio atleta, nato muto, sendogli ratto el premio e titolo della vittoria in teatro, acceso d'indegnazione ruppe in voce e sgropp la lingua a favellare e condolersi. Cleopatra, spreta da Cesare Augusto, s stessi uccise. Tanto possono in noi gli sdegni non solo commuovere gli animi atti e quasi fatti a perturbazione, ma ancora travaricare e pervertere ogni instituto e ordine di natura. Ma di questo altrove.
Alcuni da natura sono suspiziosi, acerbi, proni ad iracundia. Voglionsi schifare, per che come l'altrui incendio scalda e'nostri prossimi parieti, cos l'altrui infiammata ira nuoce a chi, e cedendoli e vitandoli, non se allontana. E sopratutto que'che sono inerti, oziosi e insieme lascivi e prosecutori delle voglie sue. E in prima si voglion fuggire e'raportatori, e massime e'bugiardi, que'potissime che sono versuti e callidi; da qual sorte di gente mai ti rester se non che lagnarti e indegnarti. E con tutti conviensi esser tardi al credere e persuaderti ch'ogni uomo sia buono. E chi ti referisce male d'altri, quasi protesta non amarlo; e chi non ama chi tu reputi buono, mostra te essere imprudente iudicatore delle altrui virt, e d'altra parte mostra s esser non buono. Non si li vuol credere. Per gli orecchi, dicono, entra la sapienza; ma e ancora indi, non meno che per gli occhi, entra perturbazione e tempesta non poca a'nostri animi. Adunque otturingli. Fu chi volle viver cieco per meglio filosofare e per non vedere d'ora in ora cose quale lo distraessero dalle sue ottime cogitazioni e distogliessero dalle continue sue investigazioni di cose occultissime e rarissime. Non ardirei biasimare tanto filosofo, ma n ancora saprei imitarlo. Pi mi diletterebbe quel Cotis principe a cui recita Plutarco che fu presentato alcuni vasi di terra bellissimi e lavorati con figure e cornici maravigliose; el quale accett el dono con ogni grazia, e molto gli mir e lod, poi gli ruppe per non avere a crucciarsi se un de'suoi forse gli avesse lui rotti. Cos noi; e faremo come a Vinegia que'che seggono iudici a'litigi: quando e'si consigliano per pronunziare la sentenza, oppongono una tavoletta, e ivi dopo iunti e'capi si consigliano. Noi per intercluderci e nasconderci da molte inezie e fastidi del volgo e degli insolenti, ne opporremo el libro in quale occupati acquiesceremo. E poi che oggi cos si vive che nulla si fa o dice non fitto e simulato, prima ne consiglieremo e col tempo e con noi stessi quanto sia da credere o refutare ogni altrui parola o fatto; e delle nostre saremo massai pi che di cosa alcuna, per che la parola uscita mai si pu revocare: se taci, sempre puoi non tacere. Sentenza d'Ippocrates: el tacer non d sete. N qui ancora mi stendo in raccontare come la natura oppose due valli e siepi alle parole nostre, denti e labbra; all'udire diede due aperte vie e patentissime. Piaceracci adunque ubidire la natura: udiremo di qua e di qua; el parlare nostro lo riconosceremo datoci non per detraere, non per eccitar discordie e danno ad altri, ma per commutare nostri affetti, nostri sensi e cognizione a bene e beato vivere.
Un precetto approvano gli antichi a vivere in pura tranquillit e quiete d'animo: che mai pure pensi far cosa quale tu non facessi presente gli amici e nimici tuoi. Ma a me pare potere affermare questo, che chi viver disposto di mai dir parola non verissima, a costui mai verr in mente cosa non da volerla fare palese in mezzo della moltitudine, in teatro. Quanto sia la verit degna e utilissima a ogni ferma quiete, e contro, quanto sia impedimento e forza a disturbarci nella busia, altrove sar da ragionarne. E poi che facemmo menzione degli amici, prestaremo ogni diligenza in non accoppiarsi a familiarit di chi a te comandi in le voglie sue, dove tu ne'tuoi bisogni abbi a pregare lui. Aurea sentenza de'nostri maggiori, qual racconta Seneca: cosa niuna costa caro quanto quello che tu comperi co'prieghi. Co'pari a te vivi lieto. Ma fa come quel ..... presso a Terenzio comico, qual negava essere alcuno de'suoi a cui e'volesse ogni sua cosa esser palese. Studia perseverare in benivolenza, ma stima potere, quando che sia, essergli men coniunto che tu non fusti.
Sopra tutti gli altri ricordi non voglio preterire questo: dico a te, Battista, fuggi ogni commerzio, fuggi trame e lezi di qualunque femmina. Apresso a Omero, quel sapientissimo Agamennon afferma infra'mortali essere animal veruno pi scelesto che la femmina. Tutte sono pazze e piene di pulce le femmine, e da loro mai riceverai se non dispiacere e impaccio e indignazione. Vogliolose, audaci, inconstante, suspiziose, ostinate, piene di simulazione e crudelit.
Cos di d in d precludendo in noi e tagliando la via alle perturbazioni in modo ch'elle trovino chiuso ogni addito e otturato ogni fenestra per donde elle possino entrare ne'nostri animi, daremo ogni opera e industria di vivere liberi e vacui d'ogni molestia. E insieme studieremo, qual facea Alessandro, essercitando le sue gente e commilitoni in ogni preludio e movimento atto a bene adoperarsi in arme contro a'loro nimici, cos noi studieremo essercitare nostre membra e sensi in ogni tolleranza e fortezza, per la quale ne rendiamo fermi e constanti contro ogni impeto della fortuna e de'casi avversi. E saranno e'primi nostri essercizi tutti addiritti a profugar lungi da noi ogni vizio, per che da'vizi nascono agli animi nostri manifestissime ruine. E qui in due cose mi par bisogni essercitarci: in moderar le volont, e temperar l'ira. A tutt'e due daremo e modo e freno se statuiremo curar meno e meno tuttora stimare qualunque piacere nostro e qualunque dispiacere. Avvederenci d'esser bene composti coll'animo a questa una opera quando accettaremo da noi stessi niuna eccezione contraria. Oggi siede el popolo allo spettacolo, e io voglio essercitarmi in curar nulla questa volutt; rinchiuderommi tra'miei libri e starommi solo. Se cos deliberasti fare, niuna suasione d'altrui, nulla cosa potr avvenirti in mente che ti distolga dal tuo instituto. Ma tu quanto darai orecchie o fede a cosa che ti disduca da questo proposito, quanto penderai coll'animo verso dove la volutt t'alletta, tanto sarai non ben costituto n bene addritto a sostenere te stessi; e quanto non atuterai le voglie tue e dara'ti a non repugnarle, tanto dispiacerai a te stessi, e tanto sarai non tuo n libero. Spegni, succulca quel pensiero. Refuta ogni cagione e condizione quale interrumpa e'tuoi culti a virt.
Scrive, presso a Erodoto istorico, Amasis re d'Egitto a Policrate tiranno fortunatissimo: "S'egli  chi desideri bene a'suoi amici, io sono uno di que'tali. N stimo che tu creda me esserti amico per rispetto delle tue fortune; ma poich 'nsino alli dii par che non possino patire in noi mortali troppa felicit, sempre iudicai commodissimo ausarsi a tollerare ora le cose seconde ora le avverse. Questi vivuti sempre in felicit, che sanno essi quello che possa la fortuna? Che possono essi o pensare con ragione o statuire con diritto o integro iudicio? Niente. Adunque, se tu mi crederai come ad amico fedele e non in tutto imprudente, piglierai da me qualche argomento contro la fortuna; e a quelle cose che apresso di te sono carissime, e quali perdute molto ti dorrebbono, gittale da te, e quinci comincia imparare soffrire te stessi contro al dolore e contro la ingiuria de'tempo avversi. Vale". Cos adunque a noi; e in questo cos essercitarci faremo come fa el musico che insegna ballare alla giovent: prima sussequita col suono el moto di chi impara. e cos di salto in salto meno errando insegna a quello imperito meno errare. Cos noi, se non cos a perfetta misura, potremo nei gravi nostri moti subito adattare noi stessi. Nondimeno errando cureremo tradurci s che ogni d si aggiunga in noi qualche parte a esser pi compiuti e perfetti in virt; e accrescerassi alla virt quanto scemeremo al vizio.
Sono alcuni da natura proclivi e addritti a qualche affetto d'animo non lodato. Cinna fu crudele, Silla fu concitato e veemente, Mario persever in sua iracundia. A simili bisogna nelle picciole e lieve cose avvezzarsi a quasi edificare in s un'altra natura. Furono tra e'filosofi chi per ausarsi a non isdegnarsi se altri non li compiacea e conferiva quel che e'pregava, solea con molta instanza e con lunghe suasioni chiedere dalle statue pi cose. E Crates filosofo irritava una e un'altra vilissima e procacissima trecca o meretrice a garrire seco; e questo facea per avvezzarsi a udire sanza stomaco e perturbazione parole villane e rissose contro a s. Leggesi che ad Epaminunda, illustrissimo principe e lume di Grecia, fu dato una faccenda vilissima per dispettarlo, che provedesse a certe strade. Rise e lieto si die'a quanto gli fu imposto. Cos tu simile godi ti sia dato materia in quale tu impari vincere te stessi. Le dure condizioni de'tempi sono materia ad informarci a virt. Tigranes, nipote del re Archelou, perch pi tempo visse stadico in Roma, dimentic el fastu e superbia regia e divenne paziente quasi fino a essere servile. Udisti da chi t'odia un morso di parole. Vedesti quello insolente onteggiarti. Tu, delibera sofferirlo, almeno simular d'essere sofferente. E interverratti come fra gli amici, che servendo ad altri obbliga lui, contro, a pari servire s. Cos tu usandoti gratificare alla virt, ella ti si dar pronta a mai abbandonarti; e interverracci che simulando diventerremo quali vorremo parere. Ottima simulazione sar qui fare quello che fa chi non si perturba n si commuove. A Plutarco parea che con moderare la lingua si spenga l'ira; e in ogni vita sar utilissimo el moderarla. Dicea Platone che gli dii rendeano in premio delle parole inconsiderate e lievi, pena gravissima. Scauro non volle che 'l servo dello inimico suo gli referissi e'malefici del patrone suo. Filippo re de'Macedoni, escluso la notte dalla moglie, tacque. M. Babio rimise salvi e liberi a Cleopatra que'duo militi Gabbiani che gli aveano ucciso el figliuolo. Cos fa chi sia bene consigliato e ben offirmato e constante: modera e comprime quelle cose per donde s'accenda l'ira e le perturbazioni, e pi gode e mostra non satisfarsi crucciato ove e potea saziarsi.
N sia chi stimi non essercitandosi abituare in s virtute alcuna. Non scrivendo, non pingendo, mai diventeresti pittore o scrittore. E scrivendo non bene s'impara scriver bene, pur che facendo curi fuggir quello che in te facea scriverti non bene. E per adattarci a virt intrapreenderemo qualche essercizio virtuoso, in quale occupati ne esserciteremo assiduo pensando, investigando, adunando, componendo e commentando, e accomandando alla posterit nostra fatica e vigilie. E cos ne distorremo e separaremo da ogni contagione e macula del vizio, e viveremo lieti e contenti. Oh dolce cosa quella gloria quale acquistiamo con nostra fatica! Degne fatiche le nostre per quale possiamo a que'che non sono in vita con noi mostrare d'esser vivuti con altro indizio che colla et, e a quelli che verranno lasciargli di nostra vita altra cognizione e nome che solo un sasso a nostra sepoltura inscritto e consignato. Dicea Ennio poeta: non mi piangete, non mi fate essequie, ch'io volo vivo fra le parole degli uomini dotti.
Ma non mi stendo in lodare l'affaticarsi in cose pregiate e degne. Solo ammonisco qui Battista quanto io stimo bisogni essercitarsi. Chi vive senza faccende, dicea Plauto quel poeta, ha pi che fare che chi  faccendoso; e'va su e va gi, e non sta qui n quivi, erra e combatte s stessi. E noi, produtti in vita quasi come la nave, non per marcirsi in porto ma per sulcare lunghe vie in mare, sempre tenderemo collo essercitarci a qualche laude e frutto di gloria. E giover imporre a noi stessi qualche necessit di cos essercitarci in virt. Io deliberai un tempo riconoscere tutto quello che scrisse Aristotile in filosofia. Chiamai alcuni studiosi e a me imposi legger loro ogni d due ore. Quella ascrittami quasi necessit mi fece assiduo pi ch'io forse non sarei stato. Scrive Solino che 'l cervo ausa e'suoi nati a correre e fuggire. E se el cervo e l'altre bestie da natura cognoscono e'suoi bisogni e utilit, noi nati uomini a che ne addestreremo? Adunque noi in ogni attitudine a bene vivere, ma in prima in quel che pi bisogna pi ne auseremo. E non sia chi dubiti che sopra tutto bisogna ausarsi ad odiare e fuggire ogni vizio prossimo molto. E molto giova darsi a meritare fama e immortalit di suo nome e memoria. Ma sopra ogni cosa conviensi ben curare e cultivare l'animo con buona instituzione e degna erudizione. E'vezzi del corpo infracidano l'animo e rendonlo vizioso. Per sar nostra precipua e assidua opera essercitarci a vita qual si contenti di cose e poche e facili a trovarle.
Scrive Iulio Capitolino che Marco Aurelio Antonino, rettore dello imperio di Roma, per imparare a sofferire se stessi dormiva in terra, e cose molte altre facea simili a Diogene filosofo, quale e'recitano che a mezzo inverno abbracciava le statue marmoree cariche di ghiaccio solo per ausarsi a sofferire le cose avverse. Appresso Silio poeta, Serano lodava Regulo in questi versi:

" Illuviem atque inopes mensas durumque cubile
et certare malis urgentibus hoste putabat
devicto maius; nec tam fugisse cavendo
adversa egregium, quam perdomuisse ferendo.
"
E'nostri maggiori Latini assuefacieno gli esserciti suoi a quel cibo militare e castrense quale era simplice e senza apparato, ed era non altro che lardo e cacio. Voleano questi essere espediti alle faccende virili e disoccupati da questi altri impacci servili. Cos noi avvezzeremo le nostre membra a esser contente del poco e a soffrire senza delicatezza, e coll'uso asseguiremo ogni gran cosa.
Scriveno che a Iulio Viatore, " eques " romano, e'medici proibirono le cose umide; e lui con ausarsi divenne che in senett bevea nulla. Qui Battista solea non potere senza gran molestia e perturbazione della sanit sua stare colla testa discoperta tanto quanto egli adorasse el sacrificio. Vedilo test che d'astate in astate avezzo non pu in mezzo dell'alpe e al nevischio soffrir coperto el capo; e quel che non potette l'arte e cura de'medici, pu lui col ridursi in questo suo uso. Ma quanto possa ne'mortali ogni uso altrove sar da recitarlo. Solo qui resti suaso che se l'uso pu, bisogna distorci da ogni uso per quale mancandoci quella e quell'altra cosa a noi venga perturbazione, e conferirci a qualunque uso ne aiuti poco chiedere cose da altri che da noi stessi. Diogenes filosofo non volle revocare el servo suo fuggitivo. Parsegli provarsi se forse fusse non da meno che 'l servo suo, quale se e'potea solo viversi senza Diogenes, molto pi dovea potere Diogenes vivere senza un servo e fuggitivo.
A molti insueti parrebbono cose dure queste qual io racconto. Non sono; e sono facili a chi cos dispone volere. E certo ben disse M. Varrone in " satyris" : "Se di tutta l'opera che tu ponesti in fare che 'l servo tuo fusse buon pistore, tu in adornare te stessi ne avessi esposta la duodecima parte, gi pi tempo saresti ottimo cittadino. Ora venderesti quel servo molti danari. Te chi mai comperasse per qualunque sia vile prezzo?". E questi essercizi a chi cos deliber, sono certo soavi provandoli, perch si sente di cosa in cosa pi su attingere a virt, e provandoli ancora adducono una felicit da volerla. E chi non volesse non aver bisogno alcuno di tante e s varie cose quante e'richiede? A chi pu tradur suo vita con poche cose, a costui bisognano poche cose. E parmi in prima libert degna d'uomo potersi senza fastidio e molestia vivere di ci che gli sia apparecchiato. Dicea Solon filosofo: fra'beni nel secondo luogo sar bisognarci pochissimo cibo, quando el primo bene sia al tutto nulla bisognarci. Nuoce forse che 'nsino a qui fummo educati in grembo della mamma e in delizie e vezzi del babbo, e ora a noi suppeditano abundante le fortune, n ci pare in tanta amplitudine convenirsi questa austerit del vivere. E qui bisogna provedere. Dissi: rammentati esser uomo esposto a ogni caso; sai ch'e'tempi succedono vari, le cose della fortuna sono inconstanti; bisognaci ne'tempi felici prepararci a potere contro la infelicit. E chi non impar soffrire, non sa, Niccola, non sa soffrire; e chi impar, sa e giovagli. Al fratello suo, sdegnato che non era fatto uno de'magistrati chiamati efori, Chilon filosofo, qual pi volte era stato in quel numero e luogo di diggnit, rispose: "O fratel mio, non ti maravigliare se teco non sono e'nostri cittadini tali quali e'sono verso di me. Tu non sai soffrire le ingiurie. Io imparai non le curare sofferendole". Ottavia, sorella di Brittanico, scrive Cornelio, impar persino da'teneri anni ascondere el dolore, la carit e ogni affetto; e giovgli, e fu degna instituzione e dovuta a uno principe in mezzo di tanta affluenza e licenza avvezzarsi a moderare e contenere se stessi. In Arabia dove sono e'pascoli lietissimi, scrive Curzio ch'e'pastori lievano e distengono le pecore da'prati, e questo fanno che per troppo cibo diventerebbono infette. E certo, come dicea Cesare appresso di Sallustio, fra'primi e massimi mali dobbiamo reputarci la troppa licenza. Interpelleremo adunque e comminuiremo a noi stessi quanta potremo licenza, volendo meno che noi non possiamo in ogni altra cosa che in acquistar virt e meritar gloria.
Dicea Solone che le ricchezze ingeneravano saziet; e la saziet produce contumelia, e dalle contumelie vediamo che arde el vendicarsi. Queste ricchezze e copia bisogna ausarsi a poco pregiarle, alienandole da noi con spenderle in cose degne e lodate, e in prima donandole e quasi deponendole presso de'buoni e degli studiosi; per che quello che desti non lo torr la fortuna, e quello ch'ella ti togliesse, non ti agraver. Aggiugni a queste che bisogna avvezzarsi sopra tutto a dimenticare le picciole ingiurie per in tempo potere e sofferire e dimenticarsi le maggiori. Ad Antistenes filosofo parea niuna disciplina migliore in vita che disimparare el ricordarsi delle offese. Aristotile negava essere opera d'animo grande e forte refricarsi a mente " presertim " quel che dispiace. Per questo desiderava Temistocle imparare da Simonide non quella sua arte del ricordarsi, ma pi tosto qualche altra arte del dimenticarsi.
Tutte queste racconte cose asseguiremo volendo e con modo addestrandoci di cosa in cosa e di tempo in tempo. E conviensi col tempo affaticarsi; e in le fatiche bisogna tolleranza, nella tolleranza fortezza, nella fortezza consiglio e ragione. E in ogni nostro consiglio conviensi adattare a iustizia e umanit con molta volutt d'ogni tuo acquisto in virt. Ditto d'Aristotile: la volutt dello affaticarsi d buon fine a ogni opera. Amasis re degli Egizi rispose esser facillima qualunque cosa si faccia con volutt.
Un ricordo non voglio preterire, che a ogni ottima instituzione, a ogni bene addutta ragione del vivere, a ogni culto e ornamento dell'animo nostro molto e molto giover darsi alle lettere, alla cognizione e perizia de'ricordi e ammonimenti quali e'dotti commendorono alla posterit. Come la mano compremendo radolca e prepara la cera a bene ricevere l'impressione e sigillo della gemma, cos le lettere adattano la mente ad ogni officio e merito di gloria e immortalit.
E che ti pare, Niccola, di ci che noi dicemmo insino a qui? Vedesti in che modo bisogni prepararsi e aversi in vita per escludere alle perturbazioni ogni addito onde possino importarsi e occupare gli animi nostri. Seguiterebbeci luogo d'investigare quali argumenti e arte di curarci perturbati ne espurgassero del seno ogni rancore e ansiet. Ma a tanta opera non mi sento atto. E quanto recitai, conosco bisognerebbe averci premeditato. Io raccontai ci che nel ragionare m'occorse a mente, sanza ordine e forse confuse. Fecilo nondimeno, e non ad altro fine se non per confutarti, che dicevi desiderare da'dotti qualche utile precetto a questa causa. Vedestigli tu in questo come nell'altre cose quali appartengano a bene e beato vivere, che furono non negligenti, e satisfecero a ogni nostro bisogno ed espettazione.
NICCOLA. Vidi e piacemi. Ma qui Battista e io in prima desideriamo e preghianvi seguiate mostrarci, come test dicevi, che arte e argumenti a noi lievi le gi concepute ansiet dell'animo.
AGNOLO. Vederemo.

LIBRO II

Qual convenga in noi essere premeditazione e instituzione d'animo per escludere e proibire da noi ogni perturbazione vedesti nel libro di sopra, e credo ti satisfece. Vedesti con quanta brevit e'ti raccolse molta copia d'ottimi ricordi e sentenze de'nostri maggiori uomini stati prudentissimi e sapientissimi in vita. In questo libro vedrai in che modo, se forse gi fussi occupato da qualche merore e tristizia, o da qualche altro impeto e agitazione d'animo, possi con ragione e modo espurgarla e restituirti ad equabilit e tranquillit d'animo e di mente. Qual cosa accadde che Agnolo Pandolfini, omo eruditissimo e disertissimo, disput insieme con Niccola di Messer Veri de'Medici, omo fra'primi litterati in Toscana non postremo, e fra'non ultimi umanissimi el primo in cui sia coniunta molta prudenza con molta affabilit. E cadde la cosa in questo modo, che la mattina dopo a'ragionamenti di sopra, Niccola e io eravamo nel tempio nostro massimo stati ad onorare el sacrificio, e vedutoci insieme ne accogliemmo per salutarci. Erano con Agnolo due messi da'magistrati massimi. Adunque giunto a noi Agnolo ci salut e disse: - Questi mi chieggono e instanno ch'io salisca su in Palagio a consigliare cogli altri padri la patria e curare el ben pubblico. Sia della mia volont e de'miei studi cognitore e testificatore Dio immortale e gli altri abitatori e moderatori del cielo, come cosa niuna tanto mi sta ad animo n tanto mi siede in mente quanto di conservare e amplificare l'autorit, dignit e maiest della patria mia insieme colla utilit e pregio di ciascuno privato buon cittadino. Ma che perversit sar la nostra se noi chiamati a consigliare ci converr dire non quello che forse a noi parer utile, onesto e necessario a'tempi, alle condizioni del vivere e della fortuna nostra, ma converracci dire quel che stimeremo grato a chi ne richiese? Natura degli uomini prepostera e in molti modi da biasimarla. Noi vediamo le fiere nate a essere impetuose, rapaci e al tutto indomite, che mai s'ametteranno ad iniuriarsi insieme se qualche furore non le eccita e concita. Noi vero uomini, nati per essere modesti, mansueti e trattevoli, par che sempre cerchiamo d'essere contumaci, molesti, infesti agli altri uomini. E questo se egli  furore, chiunque volesse aggiungervi consiglio, costui quasi vorrebbe, come dicea quel poeta, impazzar con qualche ragione. Iersera mi tenneno sino a molta notte, e ora mi rivogliono; n fie tempo d'essere al bisogno di qui a pi ore. E s'io vi giovassi, non aspetterei esservi richiesto. Adunque adopereremo questo tempo in altro, e forse a chi che sia gioveremo; dove dicendo lass quel ch'io sento, non gioverei a me, e dicendo quel ch'io non sento, non piacerei ad altri.
Cos disse Agnolo a noi; e poi si volse a que'due publici e mandnnegli a'superiori magistrati con buona scusa. E voltossi a Niccola, e sorrise e disse: - Dove eravate voi addritti? Forse ad essercizio, che? Ben fate. L'essercizio e la sobriet, due cose ottime, conservano la sanit, mantengono la giovent, producono la vita. E questi be'soli c'invitano a godere questa amenit di questi nostri prospetti lietissimi. Vorrebbesi test, Battista, esser laggi a quel nostro Gangalandi co'cani, o alle colline o a'piani, ed essercitarsi qualche ora, e poi ridursi agli studi delle lettere e a filosofia come  tua usanza, Battista. Ma se vi pare, Niccola, e se voi siete oziosi, passeggiamo per insino a'Servi. Gireremo da S. Marco, e restituiremoci qui. Piacevi? - Questo disse Agnolo.
Risposegli Niccola: - Nulla suol pari dilettar qui Battista quanto l'essercizio; e vidilo io non raro lo 'nverno, perch fuori piovea, uscire da'libri ed essercitarsi colla palla in ogni moto e flessione e agilit. Gli altri d asciutti raro fu che non salisse su erto a salutare el tempio di S. Miniato. E in villa quali siano e'suoi essercizi, ve gli vedete voi, Agnolo, che gli sete vicino. E certo s'io avessi edificio s atto e s magnifico in luogo s grato e s salubre come voi, Agnolo, non so dove traducessi molta parte de'miei d altrove che solo ivi. Adunque a Battista, a cui diletta lo essercitarsi, non dubito piace quel che a voi. Ed era nostro pensiero essere pure con voi ovunque a voi talentassi; e questo s per farvi compagnia, - ch a noi l'esser con voi, omo maturissimo e gravissimo, acquista reverenza e grazia, - s ancora ci diletta essere con voi per richiedere e impetrare da voi quanto poi ieri sera ne promettesti di narrarci oggi, quello che restava circa a moderar e assettare gli animi nostri per vivere liberi e vacui d'ogni perturbazione. A questo siamo non solo oziosi, ma in prima cupidissimi d'udirvi e insieme seguitarvi. Avvianci.
AGNOLO. Are'io forse, come e'dicono, levatomi di spalla un peso per pormelo in capo? I'mi levai quella molestia dalle spalle di que'che mi voleano in Palagio, e venni a voi per caricarmi d'una maggior soma. A quale vi prometto nulla mi succinsi e assettai con premeditarvi quanto io dovea. Ma di che possiamo noi ragionare pi accommodato a questi tempi e a questa nostra pubblica fortuna che solo di questa una cosa per quale ne rendiamo liberi e vacui d'ogni estuazione e turbidamento d'animo? E non recuso satisfarvi quanto in me sia. E sar el mio ragionare un quasi investigare e commentare con voi quel che giovi. Se ci abbatteremo pure a una cosa commoda e che ci attagli, sar buona opera la nostra, gi che el merore, le tristezze e gli altri crucciati dell'animo sono, come dicea Crisippo e come chi lo pruov el sa, molto maggiori e pi acerbi che que'del corpo. E per curare el corpo quante cose s'investigorono, quante tuttora si ripruovano? Per sanificare l'animo e restituirlo a sua naturale integrit chi sar che ne biasimi se investigheremo e accoglieremo ogni ragione di argumenti? Ma noi, - come e'dicono, " nihil dictum quin prius dictum" , - che potremo noi adducere cosa non spesso udita e racconta da molti altri? Referiremo quanto verremo di cosa in cosa ricordandoci; e forse in molte qualcuna ci si acconfar. E come alle infermit del corpo uno solo modo di curarlo basta, cos alla malattia dell'animo una qualche sola curazione forse baster.
Ma donde cominceremo noi? Investigheremo noi quante siano le perturbazioni dell'animo, opera n facile n picciolissima? Se, come si dice, ogni animo perturbato sente d'insania, e infinite sono le spezie della pazzia, saranno e infinite le perturbazioni. A Biante filosofo parea morboso quello animo quale appetisse le cose impossibili. Rido. E guardiamo, Niccola, ancora noi che questa nostra non sia manifesta infermit d'animo volere col nostro ingegno, a tanta opera debolissimo, trattar quello che sia impossibile pur connumerarlo.
NICCOLA. E'si legge appresso de'poeti che quel Sileno insegn a Mida non temer la morte. Non referisco Platone e gli altri simili quali con suoi ammonimenti e ricordi giovorono a chi forse gli ascolt. Cos voi, non dubito, con tanta vostra copia, quanta ieri ne esplicasti, pari potrete giovarci e satisfarci. N fie questa cosa a voi difficile e non atta. Vedemmo gi prove maggiori del vostro ingegno, e preghiamovi e aspettiamo ne satisfacciate.
AGNOLO. A che penso io test? A tutti quando siamo vacui di merore ci duole el dolore altrui; e quando siamo oppressi da dolore, ci agrata el dolore altrui, e ne'nostri mali pigliamo conforto da'mali altrui. Quinci el vendicare, el punire e rendere alle offese. Donde vien questo?
NICCOLA. E intendiamovi, Agnolo, e dilettaci. Seguite. Voi fate come fece Dario in Asia, qual dispargea qua e l fuggendo l'oro, le gemme e le cose preziosissime per meglio suttrarsi in fuga e per arrestare e ritardare chi lo perseguia. Cos voi, per distorci da quanto ci promettesti, ora interponete nuove quistioni, degne certo ma da considerarle altrove. Noi vi preghiamo; donateci questa opera. E quanto sino a qui motteggiasti, sia quasi come proemio a questa materia.
AGNOLO. Cos vi piace, e Dio ne aspiri. Su, convienci resummere una delle divisioni nostre d'ieri in questa materia; e diremo che le perturbazioni accorreno e insisteno ne'nostri animi o dalla commozione de'tempi, o dalla durezza della fortuna nostra, o da qualche sinistro caso, o da malignit e protervia degli uomini co'quali ne abbiamo in vita, o da qualche nostro detto o fatto con poca maturit e consiglio. Questa fu nostra divisione ieri. Aggiugninvi quest'altra, che alcuni sono rimedi che giovano a non pi una che un'altra perturbazione. Alcuni giovano a una e non pari a un'altra nostra commozione e perversione di mente e ragione. Addurremo adunque prima a ciascun morbo que'propri rimedi quali adattati e bene accommodati svelgano e diradichino ed espurghino da noi ogni concetto e infisso rancore. Poi accoglieremo insieme que'tutti rimedi quali stimeremo atti a sedare ed estinguere qualunque molesto agitamento e furore fusse eccitato e commosso in le nostre menti e pensieri. E cominceremo a curare quelle contusioni e punture d'animo quali import in noi la nostra imprudenza e temerit. Qui non bisogna preterire uno commune e grave errore di molti, quali si reputano constituti in vita quieta e tranquilla, succedendogli la fortuna e le cose grate secondo li suoi pensieri e voglie. E non s'avveggono costoro cos s essere in mezzo avvinti da veementissime oppressioni, e stimansi poi iniuriati dalla fortuna e affannati dalle avversit dove essi sono a s stessi gravezza e molestia. Ed eccovi come a colui, omo fortunatissimo, diletta la casa, la villa, gli ornamenti; stima l'amplitudine, la dignit, el potere in sue voglie e sentenze pi che altri; agradagli la moglie; gode vedersi fatto padre; gloriasi in ogni buona indole e speranza de'suoi nati. Oh inezia degli uomini! Oh ragione mal compensata! Questi sono, o mortali, questi a voi sono e'veneni dell'animo. Quinci insurge quello che corrumpe a'nostri petti la vera e degna virilit; onde poi effeminati non tolleriamo noi stessi e inculpiamo la innocenza altrui de'nostri errori. Fu el troppo amare quella e quell'altra cosa, fu el troppo ricevere a te questa e quest'altra volutt, seme e ignicolo di tanta e s importuna fiamma qual t'incende ad ira e a dolerti d'avere interlassato e perduto quello che tanto ti contentava.
Ad uno che volea fuggire la patria e irne in essilio, disse Socrate: "Pi tosto, per mio consiglio, fuggi questa morosit dell'animo tuo, qual fa che dovunque tu sia abbi te non bene". Voglionsi adunque in prima deporre queste affezioni e adempimenti d'ogni suo diletto, qual cose son radici e capo di tante nostre ansiet e tormenti. Deporremole consigliandoci col vero e ubbidendo alla ragione. Queste a te mostreranno onde tu possa riconoscere le volont e instituti di chi tu ami essere da natura volubile e inconstante; e mostrerannoti gli animi di chi ti si porge amico essere iunti a benivolenza teco solo tanto quanto fra voi durer quel vincolo quale vi strinse ad amarvi insieme. Ch se vi colleg a tanta coniunzione qualche utilit o qualche gratissima ragione di convivervi insieme con festa e sollazzo, non voglio ti persuada avere la fortuna tra voi sempre equabile e secunda. N dubitare, a te succederanno e'tempi tali quali per sua usanza e natura sino a questo d succedereno a te e agli altri mortali. E tu riconoscilo quanto d'ora in ora e'furono vari e mutabili. Onde conoscerai che queste tue fortune, questo fiore e grazia di vostra et e forma, quando che sia, voleranno fra le cose perdute e spente.
Adunque, non preporre alle espettazioni tue tanta speranza, che tu escluda ogni ragione e consiglio per quale possi dubitare e presentire in te quello che pu e suole avvenire ad altri con suo gravezza e tristezza. Eccoti padre a questi e questi figliuoli; eccoti fra'tuoi cittadini e altrove non rari amici, molti coniunti a familiarit, innumerabili conoscenze e commerzi; eccoti ricchezze pari a un re, amplitudine, autorit, dignit, quanto si pu desiderare fra'mortali. Oh! te uomo e infelice, se forse arai ogni altra cosa, e non arai te stessi. N pensare aver te stessi ove non possi moderarti molto pi in le cose seconde che in le avverse. E non sempre, no, rimane el figliuolo erede al padre; n so se molti pi furono padri e madre quali facessero essequie a'suoi minori che non furono figliuoli quali piangessero e'suoi maggiori. E questi nostri amici, chi affermer che ne apportino in vita pi piaceri che dispiaceri? Ben disse Valerio Marziale: " Nemini feceris te nimium sodalem: amabis minus, dolebis etiam minus."
Dico, Niccola, e dico a te, Battista: Oh perniziosissima peste a'mortali el troppo amore! Scrive Plinio che Publio Catineio Filotimo, lasciato erede in tutte le fortune di colui a cui e'fu servo in vita e molto amato, per troppo desiderio del padrone suo si gitt in mezzo del fuoco dove s'ardea e onorava el morto. Fu cosa questa d'animo impotente e furioso. Ma quali siano e'furori che tuttora traportino que'miseri mortali in quali arde troppo amore, altrove ne disputeremo. E queste nostre speranze e contentamenti quant'elle siano certe e stabili, lascio considerarlo a chi pi spera e gode che non si li conviene. Questo bene ricorderei a chi mi volesse udire, che in ogni suo accogliere suo ragione e summa in questa causa, soscrivesse insieme le durezze e maninconie qual sono aggiunte e asperse con tante sue volutt e letizie. E chi non vede ch'ogni umano piacere, altro che quello qual sia posto in pura e semplice virt, sempre sta pieno d'infinite suspizioni e paure e dolori, ora di non asseguire, ora di perdere quello che gli dilettava e satisfacea? Appresso di Virgilio, Eneas fuggendo da Troia suo patria incesa ed eversa col padre in collo e col figliuolo a mano, non e'suoi armati nimici, ma e'coniuntissimi lo perturbavano. Leggiadro poeta!, " namque inquit:

et me, quem dudum non ulla iniecta movebant
tela neque adverso glomerati ex agmine Grai;
nunc omnes terrent aure, sonus excitat omnis
suspensum et pariter comitique onerique timentem.
"
Ma non mi estender in demostrarvi che 'l gaudio e lo sperare sono per s all'animo perturbazione e morbo non meno che si sia la paura e insieme el dolore. Altrove sar da disputarne. Basti avervi, quasi accennando, mostrato che per vivere vita quieta e tranquilla, bisogna moderarci e frenarci in ogni nostra volutt e successo d'ogni nostra opinione ed espettazione. E se da qualche nostro o detto o fatto inconsiderato e immoderato, o da qualche passata desidia e inerzia nostra ne perturbiamo, siaci non ingrato quel pentimento per quale impariamo odiare e fuggire ogni immodestia e intemperanza. E se, come dice Catullo poeta, a ciascuno  attribuito el suo errore, ma niun vede quanto a lui sia magro el dorso, giovici qualche volta avere errato dove indi ne riconosciamo fragili e non pi divini che gli altri mortali. E cos indi a noi stia un certo eccitamento e stimolo a meglio meritar di nostra industria e solerzia: " Me dolor et lacrimae" , - dicea Properzio poeta, - " merito fecere disertum" . E quanti, perch fastidirono suoi brutti costumi passati, divennero ornatissimi di vita e virt! Scrive Elio Sparziano istorico che Adriano principe, beffato in Senato per una orazione quale e'pronunzi con troppa inezia, deliber emendarsi, e datosi con assiduit e diligenza agli studi divenne ottimo oratore. E non senza ragione Peto Trasea, presso a Cornelio storico, dicea che tutte le egregie leggi e onesti essempli quali sono infra e'buoni, nacquero da'delitti e mancamenti de'non buoni. Adunque si vuole non solo come dicea ....., presso a Terenzio, dalla vita altrui emendare la sua, ma in prima dal nostro proprio vivere e costumi si vuole di d in d prendere argumento e via a miglior stato di mente e d'animo, e succedere emendandoci e godendo in ogni nostro acquisto e accrescimento in virt e laude.
Dicemmo delle perturbazioni quale in noi insurgono non altronde che da noi stessi. Seguita test luogo da investigare in che modo rendiamo e'nostri animi quieti e tranquilli se forse da iniuria e improbit d'altrui fussimo concitati e vessati. Ma prima assolveremo quanto a questa parte bisogna intendere, che non raro crediamo nulla errare ed erriamo, che ne adduciamo in perturbazione e grave molestia col nostro inconsiderato discorso di ragione e imprudenza. E simile spesso ne stimiamo offesi da altri dove siamo d'ogni nostro dispiacere autori e apparecchiatori.
Che credi tu, Niccola, che sia facile a noi mortali schifare e non ricevere a s invidia quando ella si succenda e infiammisi da tante parti, or dalle cose quali in altrui vediamo e sentiamo, ora da cose quali in noi riconosciamo? Grave, hui! Grave perturbazione l'invidia! Ma quanto ella possi ne'nostri animi assai ne scrisse el tuo Leonardo tragico, omo integrissimo e tuo amantissimo, Battista, in quel suo " Hiensale" , quale egli apparecchi per questo vostro secondo certame coronario, instituzione ottima, utile al nome e dignit della patria, atta ad eccitare preclarissimi ingegni, accommodata a ogni culto di buoni costumi e di virt. Oh lume de'tempi nostri! Ornamento della lingua toscana! Quinci fioriva ogni pregio e gloria de'nostri cittadini. Ma dubito non potrete, Battista, recitare vostre opere; tanto pu l'invidia in questa nostra et fra e'mortali e perversit. Quel che niuno pu non lodare e approvare, molti studiano vituperarlo e interpellarlo. O cittadini miei, seguirete voi sempre essere iniuriosi a chi ben v'ami? E dovete s certo, dovete favoreggiare a'buoni ingegni e meglio gratificare a'virtuosi che voi non fate. Son questi e'frutti delle vigilie e fatiche di chi studia beneficarvi? Ma della invidia e degli incommodi quali sono in le lettere, altrove sar da disputarne. Tu, Battista, seguita con ogni opera e diligenza esser utile a'tuoi cittadini. Dopo noi sar chi t'amer, se questi t'offendono.
Per ora qui basti al nostro proposito constituire che la invidia in molti modi nuoce alle cose pubbliche e alle private: ed  un male occulto quale prima n'ha infetti e compresi che noi sentiamo le sue insidie. E nasce la invidia non tanto da quel che in altrui abbunda, quanto e da quel che in noi forse manca. E surge ancora l'invidia da quello che invero n qui manca n quivi abbunda, ma da quel che la nostra inetta opinione e immoderato appetito e libidine ne suade. E pu la invidia questo ne'petti ancora di quelli che si stimano savi e prudenti, che e'si reputano iusti e pii dove e'sono pure invidi, iudicano indegno di tante fortune colui quale appare sordido e troppo astretto a porgere beneficio di s e gratitudine; e credono el suo dolore essere iusto ove a s manchi quel che ad altri superabunda; n misurano e'suoi commodi con quel che si richiede, n pesano le sue copie col bisogno, ma terminan queste cose non colla ragione ma s con la volont e collo intemperato appetito; e vogliono non quel che a bene e beato vivere loro manchi, ma s quello che a loro pare, per qualsiasi o iusta o iniusta ragione, di volerlo; e sono queste cose volute le pi volte tali che elle n gioverebbono loro avendole n nuocono non le avendo.
Cos adunque ne avviene che, abbagliati dalle faci della invidia, non discerniamo in che modo questi nostri sinistri movimenti siano in noi non addutti da ragione ma commossi e impinti da perturbazione e perversit di mente. Udisti che non so chi Filippides in due d corse da Atene persino a Lacedemonia, spazio di stadi MCXL: e Filonio, corriere d'Alessandro, mosso da Sitione, in quel d giunse ad Elim, che furono stadi MCCCV. E quel Strabo leggesti presso a Varrone che da lungi spazio incredibile vide l'armata uscire del porto di Cartagine. E dicono che Erodes fu cacciatore e pugnatore tale che non era da poterlo sostenere, e che egli uccise in uno solo d fere circa XL. Vorresti e simile tu potere, e ancora a tuo posta forse vorresti come Icaro volare sopra l'acque, o come forse quella Pantasilea scorrere sopra alle somme spiche del grano. Se qui fusse la natura e proccurator delle cose apparecchiata a satisfarti in ogni tuo iusto desiderio, credo periteresti chiedergli simili cose immoderate e superchie. E se pur le chiedessi, ti risponderebbe: assai ti basta per viver lieto e contento quanto io ti diedi, e composi in te ogni loda e prestanza delle mie cose: a te el corpo formosissimo pi che agli altri animali; a te e'movimenti atti e vari pi che non sapresti desiderargli; a te ogni senso acutissimo, destissimo, nettissimo; in te ingegno, ragion, memoria, pari agli iddii immortali: quest'altre cose disoneste e non accommodate a beatitudine e felicit, in che parte potranno elle farti migliore e pi fermo in virt? E non ti rendendo migliore, che potranno elle mai ben contentarti?
Avvedianci adunque del nostro errore, e non insistiamo in questa perturbazione di compensare quel che in altrui ci pare male assettato, e desiderarlo a noi ove e'non bisogna credendoci eccitati non da invidia ma da iusto e libero sdegno. E cos riconosciuto in noi che 'l nostro male vien non altronde che dalla nostra male addutta opinione, facile ne emenderemo e rassetteremoci a pi quiete.
Succede ancora che non raro per esser troppo indulgenti a'nostri errori, induciamo a noi stessi gravezza e acerbit, e duolci se altri forse non si ritiene di narrare e predicare quello che noi non ci contenemmo dire o fare con poca ragione e precipitata volont. Se quel ch'altri referisce di te non  bello, incolpane te che a lui desti materia e istoria di cos ragionarne, e inculpane chi prima err, non chi ora dice el vero. Sentenza d'Agamenon presso di Euripide poeta tragico: tu che ardisti peccare, bisogna sostegni coll'animo non turbato molte cose ingrate. Aggiugni a questo che spesso la troppa cupidit d'essere lodato e il troppo studio di vedersi onorato e riputato, sta pieno di gravissima perturbazione. E certo bisogna qui non dimenticarci quel che e'prudenti dicono, che il volere piacere a molti non  altro che un volere dispiacere a'buoni e a'savi. Bastici tanto acquistar fama e asseguir gloria fra el vulgo con nostre fatiche e vigilie quanto intendiamo per noi essere satisfatto a'nostri ozii, e quanto conosciamo che chi ci loda e stima invero pu affermarci iusti e temperanti e virtuosi. E de'biasimi e favoleggiamenti qual forse venissero in nostro detrimento da'nostri emuli, invidi e inimici, vorrebbesi potere essere di tanta maturit che noi statuissimo in noi uno animo qual pi curasse essere in s e buono e dotto che parere apresso degli altri. Dicono che all'uomo savio la coscienza sua  un grande celeberrimo teatro. N cerca l'uom savio altri arbitri di suo vita e fatti che s stessi. E aggiugneva Bion filosofo a queste sentenze che all'uomo perfetto in virt era dovuto udire e'detti altrui verso di s iniuriosi, non con altro fronte e stomaco che se si recitasse una commedia in scena. E vorrebbesi, non niego, come e'dicono, dall'infestazione degli inimici imparar mansuetudine per sapere poi viver lieto e iocondo co'buoni amici. E certo quando e'sia opera d'animo forte pi el sofferire con mente equabile e non commossa e'detti acerbi d'altrui, che con animo turbato vendicarsi, lodere'io chi in questo frenasse s stessi e moderassi gl'impeti e movimenti dell'animo suo. Ma poi che oggi cos si vive come dicea quel poeta comico: lupo  l'uno uomo all'altro, - forse bisogna contro alle offese e sentirle e refutarle e vendicarle.
Vendetta si potr fare niuna maiore che coll'opere buone render bugiardo chi di te mal parli. E sar vendetta rara e massima se chi nulla vorrebbe, molto convenga lodarti, e chi molto vorrebbe, nulla possa biasimarti. Tu, voglio, scrisse Cicerone a Dolobella, coll'animo sia forte e saputo in modo che la tua moderanza e gravit infami l'iniuria altrui. E Planco a Cicerone scrive: "In questo piglio io volutt che certo quanto pi e'mi odiano questi miei nemici, tanto maggior dolore apporta loro el non potere biasimarmi". E Socrate, offeso da que'suoi poeti, ridea e dicea: "Voi con questi vostri motti illustriate ogni mia vita, e morsecchiandomi mostrate qual siano e'vostri lezi, e qual sia la mia virt. Tal porr or mente a'miei costumi che prima non mi curava; e tal mi amer che mi conoscer virtuoso, qual prima di me iudicava sol quello che egli udia. Io, come un scoglio a mezzo el mare, persevero sopportando le vostre onte, e sofferendo vinco, in modo che quanto pi arditi mi pettoreggiate, tanto pi infrangerete voi stessi, ed evvi tanto pi acerbo poi el pentirvene". Cos faremo e noi: colla pazienza e col soffrire la insolenza altrui vinceremo; e imiteremo Antonio oratore, qual dicono che col frenarsi e ritenersi facea che chi l'aizzava con parole immoderate parea al tutto furioso. Marco Ottavio ruppe colla tolleranza e'furiosi impeti di Tito Gracco. E appresso di Iosefo istorico, dicea quell'Agrippa re de'Ierosolomitani che chi  offeso e soffre, facile induce col suo soffrire a chi l'offende un vergognarsi di tanto perseverare in sua malignit. Numa re de'Romani, abducendo e'cittadini suoi dall'uso ed essercizio dell'arme al culto e osservanza della religione, gli rend meno infestati e meno molestati da'suoi finittimi e vicini, e acquist loro amore e reverenza. E vuolsi sapere perdere qualche volta quando il vincere sia non necessario; ed  in guadagno quella perdita onde pello avvenire segue che tu men perda.
Ma se forse questi tuoi avversari e inimici cominciassero pur aversi teco con loro ingiurie e malignit troppo infesti e molesti, non sono io quello qual voglia da uno animo umano cosa alcuna non umana. Scrive Iulio Capitolino che ad alcuni quali vetavano piangere un calamitoso in sua presenza, disse Antonino Pio: "Lasciatelo essere uomo, imperoch gli affetti dell'animo non si possono con imperio togliere n con alcuna filosofia in tutto distenere". Cos io non vieto che tu non senta le cose acerbe agli uomini quando e tu sia uomo. Proverbio antiquo presso de'Greci: chi non sente le iniurie, si  pi di sei volte bue. E come diceano, presso a Livio istorico, que'Tarquini: egli  cosa pur pericolosa vivere fra'mortali non con altro che colla sola innocenza. Conviensi alle volte mostrare che 'l tuo stomaco ha collera come quello del compagno. Un che avea l'occhio non sincero e netto, rispose a un zembo e zoppo: "Ben dicesti ch'io veggo male quando io ti stimai diritto ed equale". Cos noi. E per non lasciare oltre errare ad altri, e per non cadere, come dicea Laberio poeta, che la spesso offesa pazienza diventa furore, con modo scuoteremo e distorremo da noi chi troppo assiduo fusse mordace e petulante, per non abbatterci poi a rompere in qualche superchio cruccio; e piacerammi provegga di non esser sempre quel cantuccio dove ogni botolo scompisci. Ma voglio in questo servi modestia; e quel detto di Senofonte, qual dicea che del vincere molto mai fu da pentirsi, voglio interpetri in migliore parte che tu forse non stimi. Assai molto vince e'suoi malivoli chi nulla perde; e perderesti a te stessi ove tu te precipitassi ad immatura alcuna ira e cruccio. Non cedere all'iracundia, ma serbati a qualche attemperata e adattata occasione e stagione di satisfarti, dove tu in tempo possi spiegare le tue copie e forze. Intanto quasi come in insidie contieni, qual fece Socrate appresso di Platone in quel " Gorgias " morso di parole contumeliose da ....., non rispose allora, ma dopo molto ragionare, ove accadde gli rend suo merito e con bel modo gli rimprover ch'egli era temulento, e disse: "Tu che farai quando sarai vecchio, se ora giovane non ti ricordi di qui quivi?". Simile noi, dove bisogni non altro che parole, giover per una volta sfogarsi, versarvi quanto vorremo ogni impeto, qual fece Tullio " in Vatinium testem" . E poi, spenta quella vampa e evaporato l'incendio, sar da rivocarsi e raccogliersi. E dove forse bisogni altro che parole, Niccola, le ingiurie sono mala cosa; ma non conviensi stizza e subitezza, ma consiglio e maturit. Col tardo consiglio si fanno e'fatti presto. L'ira si  nimica d'ogni consiglio, per che l'ira  una breve insania; n condicesi l'insania col consigliarsi. E fie quella via brevissima a satisfarti qual sia sicura.
Que'buoni Sabini, spogliati con fraude da'Romani, per vendicare la ingiuria acerbissima ricevuta in loro moglie e figliuole, nulla con furore, nulla con ostentazione, ma con ragione e modo si preparorono; onde in tempo ruppono con tanto impeto d'animo e d'arme che chi gli offese gli conobbe uomini e virili e indegni di tanta ingiuria e contumelia. Cos noi non precipiteremo le nostre faccende, ma comporremole e porgeremole a miglior fine. E se il tempo e occasione non ci si presta come forse desideriamo, non per faremo come Iunone dea presso a Virgilio poeta, quale offesa serbava " eternum sub pectore vulnus" ; ma faremo secondo che ammoniva Fenix quel buon vecchio presso di Omero, qual dicea ad Achille: "Doma questo tuo animo sbardellato, quando gli dii, quali certo ti superano di virt e dignit, sono flessibili". Domeremo noi stessi, fletteremo pi a facilit e indulgenza che a severit e austerit. E forse non rarissimo giover fare come fece Agrippina, quale, avvedutasi in quella nave del suo pericolo sotto le macchine tese da Nerone per opprimerla e sfracellarla, iudic utile e solo rimedio de'suoi mali el mostrare di non le conoscere e dimenticarle. Ultimo e ottime fine di qualunque ingiuria sempre fu el dimenticarla. E quando pure el conceputo sdegno ne contamini in modo che a nulla ci sia lecito el dimenticarlo, almeno lo asconderemo o dissimuleremo. Presso a Curzio istorico, quello Eustemon, uno de'iiij M. presi e stagliuzzati da'Persi, quando e'si consigliavano insieme se dovessero ritornare in Grecia cos deformati, senza naso, senza occhi e senza mani, dicea: "Coloro sopportano bene le sue miserie quali le ascondono; agli afflitti la patria  solitudine; niuno ama chi e'fastidia; e la calamit si  querula, e la felicit  superba. Ciascuno si consiglia colla fortuna sua quando e'delibera della fortuna altrui. Se noi non fussimo insieme cos a un modo miseri, l'uno sarebbe fastidio all'altro. Che maraviglia se e'fortunati cercano e'pari a s fortunati". Parole degne di memoria; per le raccontai.
Ma quanto a noi bisogni, cos faremo: consiglierenci colla nostra fortuna, e in le calamit saremo non queruli, e in le buone speranze del vendicarci saremo non rigidi n superbi. E intanto asconderemo e'nostri mali aspettando qualche accommodata occasione e luogo di satisfarci. E faremo come presso a Silio poeta fece Annibal, udita la morte del fratello, quale:
"
compescit lacrimas... vincitque ferendo
constanter mala, et inferias in tempore longo
missurum fratri, clauso immurmurat ore.
"
E se pur ti duole n puoi sofferire te stessi, e forse te conosci tale quale conoscea Tibullo poeta s, ove e'dicea:

" Non ego firmus in hoc, non haec patientia nostro
ingenio, frangit fortia corda dolor,
"
farai come presso d'Omero fece Ulisses, quando quel citarista cantava in cena cose a lui forse iniocunde, che si coperse el capo e lacrim; poi, finito el cantare, si discoperse e mostrossi lieto bevendo a grazia degli dii. Cos noi cederemo alla nostra imbecillit quanto potremo occulto e coperto. Ma che cerchiamo noi in questi nostri ricordi? Onde possiamo noi accogliere altronde erudizione accommodatissima che da Omero, poeta certo divino, qual s atto e con tanta grazia esplic quello si debba in vita dove esso scrive in qual modo e con quanta ragione Ulisses tradusse e'casi suoi? Vide Ulisses costumi di molti uomini, e vide le consuetudine di molte citt; scorse lontani paesi, e sofferse varie e dure e molte fatiche in vita, fra l'arme, in mezzo l'onde e tempesta del mare, con tanto e s intero consiglio che egli acquist indi nome e immortale fama; e pertanto affermano che fu uno sopra tutti gli altri prudentissimo ed essercitatissimo. Riconosciamo adunque gli andamenti suoi per meglio sapere in tempo seguire e'suoi vestigi bisognando.
Doppo a tanti suoi naufragi Ulisses, tornato alle gente sue sconosciuto e mal vestito, vide la casa sua fatta quasi come una taverna pubblica, piena di gente lasciva e immodesta qual dissipava e consumava ogni sua domestica entrata. Addolor, e deliber vendicarsi; ma intanto si contenne e seco disse: o cuore che altrove gi tempo obdurasti nei tuoi mali, sostieni. Fu chi diede a Ulisses un calcio, e Ulisses quieto e muto, e per pi dissimulare, simile a un gaglioffo porgendo la mano preg a uno a uno chiunche ivi era in sala; in qual sala forse pi volte avea ricevuto e onorato e'principi di Grecia. Ancora di nuovo percosso con uno deschetto, e lui pur quieto e saldo, niuna parola, niuno atto, se non quasi come fusse un sasso; nulla pi che un poco mosse el capo. Vollono que'temerari pacchiatori che facesse a'pugni con quello Irone, omo abiettissimo, qual volea cacciar Ulisses di casa; e lui nulla ricus, e pugnando non volle quel che e'potea; ma per non impedire quello dove e'tendeva a maggior fatti, gli diede un pugno de'suoi lieve. Ancora di nuovo Ethisippus gitt uno stinco di bue per ferire Ulisses nel capo, e Ulisses, quieto, solo acclin el capo. Oh pazienza in uno uomo incredibile, fermezza inaudita e rarissima! Oh essemplo degno di memoria fra e'mortali! In casa sua da gente insolentissima e perfino da'gaglioffi mal ricevuto, svilito, percosso, ributtato, e lui n in parole n in gesti mai scoprirsi. Tutte le ubriachezze degli altri sofferse, con tutti dissimul el suo sdegno, a tutti si diede giuoco e strazio, a ogni altrui iniuria tacito e paziente, perch cos bisognava al suo instituto. Lui solo: quella brigata e molta e bestiale. Lui non atto per ancora a vendicarsi: coloro presti e pronti a superchiarlo d'iniurie. Lui n discoprirsi sanza estremo suo pericolo n partirsi sanza intollerabile tristezza e acerbit d'animo: loro e ivi lieti e pieni di vino, e altrove molti e pertanto quasi insuperabili. Adunque deliber soffrire e dissimulando aspettare se il tempo o la stultizia di chi l'offese aportasse occasione e luogo alcuno di rimeritarli e vendicarsi. Solo a quella Melancum, fanticella di Penolopes, quale infestava Ulisses con parole femminili e proterve, si rivolse col piglio grave e collo sguardo s terribile ch'ella impaur. Prudentissimo Ulisses non volle quella molestia quale e'potea deporre sanza interturbare suo incetto. Fece come amonia Plutarco, che non si vuole " ultro et sponte " offerirsi alle molestie e maninconie non bisognando. Ma dove cos attagli, fie nostro officio non recusare occasione alcuna per quale ne adopriamo in virt. Cos adunque fece Ulisses. Ultimo, quando fu tempo, quella brigata inzuppata di vino, stracchi del ridere, lassi dalla saziet e pienezza; e Ulisses pronto e sobbrio coll'arco in mano prima tenta le cocche, rivede la corda e ogni suo nervo, prepara e s e sue saette a quel che avvenne. Nulla volle preterire onde potesse per sua negligenza o precipitata voglia di vendicarsi avvenire che e'forse meno si satisfacesse in tanta impresa. Indi vedi con quanta virilit e'rende opera a chi da lui meritava male.
Simile faremo e noi. Se forse al tutto deliberiamo satisfare a'nostri sdegni, provederemo col maturo consiglio quel che bisogni, aspetteremo con sofferenza quel che attagli, useremo non stizza, non subitezza, ma virilit e fermezza d'animo dove e quando cos ci si presti luogo e tempo a satisfarci; e in ogni nostro discurso escluderemo ogni fretta e ardore di volont. Mai venne tardi quel frutto qual venne in tempo; e persino alle pine, frutto durissimo e tardissimo, hanno suo tempo e maturit. E piacciati bene sperare delle voglie tue quando elle sono giuste. Favoreggiano e'cieli alle iuste imprese. In questo mezzo seda te stessi, e non aggiugnere al tuo dolore nuovo stimolo e cruccio; ma ripensa una e un'altra volta quanto e'sia necessario teco statuire tanta impresa. Ci che tu potevi restare e ricusare di fare, questo fu non necessario. Ma tu forse stimi questa offesa, e misurila col viver tuo, e pesila co'tuoi costumi. Oh cosa dolce el viver nostro, se tutti e'mortali fossero e buoni e simili a te! Ma forse tu argumenti cos: questo mai feci io, n questo fare'io. Non torresti el suo capro a Dameta, n Dameta torrebbe el bracco ad Atteone, n Atteone torrebbe a Platone que'libri pittagorici tanto pregiati. " Trahit sua quemque voluptas" . E molto pi la necessit, e non meno la natura e consuetudine del vivere alletta e tira e'nostri animi a vari costumi e vita. Ma non ci stendiamo. Vuolsi tanto diminuire alla ricevuta offesa quanto a chi offese s'aggiunse o ragione o condizione di cos farti e cos trattarti. Era Codro povero; per tolse a Crasso. Era M. Celio formosissimo; per accedette a quegli amori di quella Clodia. E simile, in questo comparare e accogliere tutti e'calculi, forse t'occorrer che l'offesa ti si presenter maggiore fatta in quel tempo, fatta in quel luogo, fatta da costui quale tu amavi e di d in d obligavi ad amarti con assiduo beneficio e grazia. Non insistere quivi, per che ogni tempo  alieno, e in ogni luogo  indegno d'usarvi iniustizia. E se cosa niuna, come si dice, a noi sta acerba se non quanto la stimiamo, n stanno e'tuoi incommodi posti nella stultizia altrui, ma seggono in la tua opinione, a lui qual fu incontinente e immoderato se ne aggradi el biasimo non a te s'aggravi el dolore. E scopertasi occasione di vendicarti, qual sar maggiore vendetta che adducerlo a pentersi d'avere offeso chi e'non dovea? Questa vendetta fie pi facile essequirla col beneficare chi t' iniquo che col superchiarlo d'offese. E sar beneficio gratissimo e laude prestantissima donar questa nuova grazia alla amicizia antiqua; e sar officio d'animo degno d'imperio con questo rarissimo beneficio fundare nuova benevolenza. Ma qualunque siano e'tuoi pensieri, tanto ti rammento che in ogni tuo deliberare e statuire tua impresa, mai acceda dove la perturbazione t'alletta; ma come chi navica, se 'l vento preme questa banda, tu in quell'altra osta e offirmati. Non favoreggiar sempre alla causa tua, ma confirma teco ogni ragione e scusa di chi ti spiacque. Cos seguiranno tuo corsi in vita, sopra e'flutti e tempesta del vivere, equabili e sicurissimi.
Dicemmo de'dispiaceri quali in noi occorsero da noi stessi, e dicemmo de'dispetti e iniurie ricevute dagli altri uomini. Ora investigheremo ragioni e modo di sedarci e acquietarci dalle perturbazioni commosse in noi da'tempi communi, da'casi e fortune nostre. Ma qui prima interporr quanto mi si porge a mente che noi non rarissimo in nostre molestie e affanni incolpiamo forse e questo e quell'altro uomo di cose quali in prima surgono d'altronde che da chi noi le riputiamo. " Et tu" , dicea Valerio Marziale,

" sub principe duro,
temporibusque malis ausus es"  " esse bonus.
"
E quale imperitissimo non conosce quanto possano e'tempi e ragion pubblice negli animi de'privati cittadini? Quinci avviene forse che tu truovi costumi perversissimi e modi di vivere pieni di fizione e falsit. Pnsavi tu se mai fusti in terra alcuna ove quanti vi siano uomini, tante vi siano trappole, quante vi s'usano parole, tante vi siano bugie e periuri. E conviensi fra simili uomini pendere col viver pubblico. E che la fortuna possa in noi mortali, o Niccola, che in noi mortali possa la fortuna, tu, o Battista, riconosci. Riconosci e'tempi nostri, quanti buoni vivono vita misera e non degna alle loro virt. E contro, mira che monstri e quanto inauditi e incredibili crebbero nelle cose della fortuna; che dicea Iuvenale satiro poeta:

" Si Fortuna volet, fies de rhetore consul;
si volet haec eadern, fies de consule rhetor.
"
E se cos  che non pochissimo in noi possino e'cieli, fia nostra opera fare come chi giuoca: se gli avviene buono, vinca; se forse caddero sinistri partiti, moderigli con qual vi si adatti ragion migliore. E certo conviensi, secondo quell'ottimo proverbio antiquo, vivere oggi come si vive oggi. Dicono che ben consigliarsi e ben mantenersi son cose felicissime in vita. S; ma chi stimasse ben consigliato colui qual con dolersi de'suoi casi e fortune pur non volesse quel che a lui  necessit sofferire? Dicea Tales Milesio che la necessit vince. E qual si truova cosa che adduca necessit pari a'cieli? Onde ben disse Mannilio poeta:

" Heu nihil invitis fas quemquam fidere divis.
"
E che cos sia, vedi a Vergilio quel Laocon sacerdote, qual curando la salute della patria sua percosse col dardo quella macchina di quel cavallo di legno sacrato a <Pallade  e pregno d'armati. Erano e'tempi fatali in eccidio di Troia, e per non gli fu creduto. Non vorrei errare adducendo da'cieli in tutte le cose de'mortali necessit inevitabile, e quel ch'io al tutto niego essere. Forse come e'medici allo infermo danno per giovargli quel che nocerebbe a'sani, e quel che e'vietano in altri, come incanti e filaterie, aggiungono a s quando e'duole loro; cos e noi, in nostre perturbazioni e mala fermezza d'animo, non senza qualche utilit ascolteremo chi forse disse che ci che ora , mai potr non essere stato, e ci che avvenne, qualche " himarmones " e fatal condizione e cagione fu, onde e'non potea non avvenire. E poi che quella e quell'altra cosa accrebbe, ella durer non pi nulla se non solo quanto in lei potranno que'suoi cieli e fati quali sono volubili e instabili. Adunque saranno le cose n sempre in uno essere n continuo in una quadra. Dicea Properzio:

" Tempora vertuntur; certe vertuntur amores.
Et deus, et durus vertitur ipse dies.
"
Qual volubilit vediamo pari in le cose pubbliche come nelle private. Non fu sempre la fortuna pubblica de'Romani seconda e vittoriosa: trovorono Annibale quale in molta parte gli dom e distrinse. N fu sempre la fortuna propizia ad Annibale contro e'Romani: abbattssi a Marcello, qual mostr ch'e'cartaginesi esserciti si poteano vincere. Adunque facciamo colla fortuna come scrive Laerzio Diogene che facea quel Demofon in " mensis " prefetto d'Alessandro Macedone, quale al sole abrigidava e in umbra sudava. Quando e'tempi e successi delle cose appaiono gravi, si vuole opporvi consiglio e prudenza in evitare gl'impeti avversi; e dove forse le cose sinistre ti si presentano inevitabili, bisogna opporvi fortezza d'animo e pararsi a sofferirli, e non fare come alcuni enervati quali alla prima ombra avversa caggiono in tristezza e addolorati languiscono e giaciono perduti. In quel numero furono da biasimare que'Gallogreci racconti da Iustino, quali perch in loro sacrifici vedeano segni di fortuna prossima non lieta, timidi non cadere alle mani de'loro inimici, uccisero suo madri e suoi figliuoli, e perderono ogni sua cosa, e arsero casa e suoi beni e s. Furore immanissimo, per dubbio di male farsi male. Molte cose accennano da'suoi principi esser dure e dannose, qual poi riescono contro a ogni tua opinione a fine buono e commodo. Piacemi di quei tuoi cento apologi, Battista, a questo proposito, quello LXXXVIII, quando e'laghi credeano ch'e'nuvoli fussero montagne per aria e pendessero sopra loro in capo tuttora per cadere, e per questo e'laghi eran divenuti pallidi, squallidi, e tremavano; poi quando videro che que'nuvoli si colliquifaceano in pioggia e acqua, tutti si sullevorono e grilleggiorono di letizia. E come dicea colui in " Eunuco " presso a Terenzio, qualche volta el male suole essere cagione di molto bene. E intervenne a non rarissimi che chi volea loro fare male, gli fece bene. Qual caso avvenne a molti altri, e fra loro a quel Fedro Iasone, quale da'suoi nimici ricevette una ferita in luogo che per quella tagliatura e'guar da morbo prima non sanabile per cura de'medici.
Adunque a'nostri preveduti mali opporremo consiglio e ragione ad evitarli e a prepararci a bene soffrirli. E in prima sar utile preparare a se stessi buona espettazione delle cose che hanno a venire, ch quando bene avvenisse la cosa in male, almeno in quel mezzo viverai sanza quella sollicitudine e ansiet d'animo. Cos quando appaiono e'tempi lieti, interpognianci qualche suspizione di cose avverse quasi come temperamento di tanta letizia. E se alle tue iuste e lodate imprese ti si attraversa qualche sinistro intoppo, non abbandonare te stessi: fa come disse la Sibilla ad Enea:

" Tu ne cede malis, sed contra audentior ito,
quam tua te fortuna sinet. Via prima salutis,
quod minime credis, Graia pandetur ab urbe.
"
Dicono che nulla si truova fidissimo renditore quanto la terra. Ella ci che tu gli accomandasti rende, secondo el precetto di Esiodo, non a pari ma a maggior misura. Ancora pi troverai fedele la industria e vigilanza tua, " presertim " quella qual tu porrai a cose oneste e degne, quando in queste e'cieli e ogni fato si adopera in satisfare a'tuoi meriti. Mai fu la virt senza premio di lode e grazia. E gustate, priegovi, questo argumento: le cose di quaggi sono rette o da noi uomini o da altri che noi mortali. S'altri le regge che noi, lascinne la cura a chi gi tanto numero d'anni le resse e con ragione e bene. Ma se forse, come tu scrivi in una delle tue iocundissime intercenali, Battista, la fortuna di noi mortali non viene dal cielo ma nasce dalla stultizia degli uomini, ricevianle fatte come dagli uomini simili a te, proclivi e dati a ogni passione d'animo e inconstanza. Qual tua sentenza mi diletta, e confermola; gi che se Cesare non avesse tratto Ottaviano in tanta amplitudine, e que'suoi commilitoni non si fussero sottomessi a Cesare, sarebbe n questo n quello stati principi e ministri di tanto imperio. Anzi l'uno forse sarebbe stato simile al padre argentiero, e l'altro forse causidico. Adunque, se le cose di noi uomini conseguono contro a nostra volunt, elle succedono secondo el volere di chi cos le guida. E certo sarebbe intollerabile arroganza la mia, se io pur volessi ch'ogni cosa isse a mio arbitrio, e nulla uscisse del mio disegno e proponimento. Tante nostre volont adempiemmo altrove; ora lasciamo che altri ancora in qualcuna sua voglia si contenti.
Ma poi che giugnemmo a questo religiosissimo tempio, entriamo a salutare el nome e figura di Dio. E, quel che sopra tutti e'documenti e ammonimenti de'prudentissimi scrittori giova, preghianlo che e'non ci adduca dura alcuna condizione di vivere, e prestici buona sanit di mente e buon consiglio e intera fermezza a nostre membra, e concedaci animo virile e constante a sostenere e soffrire ogni impeto e gravezza delle cose avverse.



LIBRO III

Ne'duo libri di sopra investigammo vari e utili rimedi a non ricevere a s perturbazione alcuna; e vedesti non pochissimi particulari e succinti rimedi atti a sedare e'sinistri movimenti dell'animo, quando forse insurgessono in noi o da nostro errore, o da vizio altrui, o dalla condizione de'tempi e volubilit della fortuna e durezza de'casi nostri. Restavano ora certi ammonimenti generali accommodati ad espurgare qualunque fusse in noi insita e obdurata grave maninconia, - materia certo utile e degna, qual vederai disputata in questo terzo libro dal nostro Agnolo e dal nostro Niccola, uomini civilissimi e peritissimi, non forse con quanta dignit si converrebbe alla autorit e prestanza loro, per che in me, confesso, non  tanta eloquenza n tanto ingegno ch'io possa imitare la gravit e maturit d'Agnolo Pandolfini in miei scritti e sentenze, e affermo non potrei esprimere la suttilit d'ingegno e prestezza d'intelletto quale io conosco essere in Niccola. N mi sento essercitato in modo ch'io possa coniungere e conchiudere con arte e ordine tanta esquisita dottrina e maravigliosa erudizione qual ciascuno de'nostri cittadini sente e gi pi tempo conobbe essere in ciascuno di que'due. Ma saranno e'documenti raccolti e referiti da costoro per s s approbatissimi che non dubito ti diletter riconoscerli presso di noi, qualunque sia in me eloquenza e adattezza a dire. E udirai da questi due uomini dottissimi cose degne, grate e utilissime. Leggimi, come sino a qui facesti, con avidit e attenzione, e proponti quasi essere quarto fra noi a questi ragionamenti del nostro Agnolo, omo integrissimo e prudentissimo, quale alle disputazioni prossime di sopra, usciti che noi fummo di chiesa e iti due e due altri passi, si ferm, e prese a mano di qua e di qua Niccola e me, e commovendo qualche poco el capo disse: - Io mi credea avervi assoluta e prefinita questa impresa, e stimava restasse nulla altro in questa causa che l'ultimo epilogo e breve enumerazione delle cose recitate da noi. Ma ora m'avveggo in pi modi del mio errore, e vorrei non aver cominciato quello ch'io non seppi con ordine e via conducere sino a qui. N qui so dirizzarmi a tradurlo dove io da lungi scorgo bisognerebbe tragettarlo. Dissi cose assai, e forse non inutili; ma e'mi intervenne come a chi truov nella vigna quasi el cucuzzolo d'un gran sasso, e parsegli da scoprirlo, ma poi si pent del sudore e tempo perdutovi sino a qui, ove e'lo scorge maggiore e men da poterlo muovere e transportarlo che e'non si fidava.
Cos disse Agnolo, e poi di nuovo tacendo oltre s'avvi passeggiando. Adunque Niccola, uomo acutissimo, verso me ritenne el passo e disse: - Concederemo noi, Battista, qui ad Agnolo quel che e'dice che 'l suo disputare sino a qui sia stato senza ordine? E tanta copia di varie, degnissime e rarissime cose accolte da lui, diremole noi non esposte in luogo e porte e assettate dove bello si condicea e convenia? Molti appresso de'nostri maggiori Latini e ancor molti presso de'Greci, Agnolo, scrissero simile parte e luoghi di filosofia. Non per vidi in tanta frequenza alcuno di loro pi che voi composto e assettato. E notai in ogni vostra argumentazione e progresso del disputare esservi una incredibile brevit, iunta con una maravigliosa copia e pienezza di gravissimi e accommodatissimi detti e sentenze. E quello che a me pare da pregiare in chi scrive o come voi qui disputa e ragiona di queste dottrine dovute a virt e atte a viver bene e beato, Agnolo, si  quello che in prima in voi mi parse bellissimo. Non so se fu Cipreste, del quale Vitruvio scrive tanta lode, o se fu altro architetto inventore di questo pingere e figurare, come oggi fanno, el pavimento. Ma costui qualunque e'fu trovatore di cosa s vezzosa, forse fu a quel tempio ornatissimo di <Efeso , quale tutta l'Asia construsse in anni non meno che settecento; e vide costui a tanto edificio coacervati e accresciuti e'suoi parieti con squarci grandissimi di monti marmorei, e videvi di qua e di l colonne altissime; e videvi sopra imposti e'travamenti e la copertura fatta di bronzo e inaurata; e vide che dentro e fuori erano e'gran tavolati di porfiro e diaspro a suoi luoghi distinti e applicati, e ogni cosa gli si porgea splendido; e miravavi ogni sua parte collustrata e piena di maraviglie: solo el spazzo stava sotto e'piedi nudo e negletto. Adunque, e per coadornare e per variare el pavimento dagli altri affacciati del tempio, tolse que'minuti rottami rimasi da'marmi, porfidi e diaspri di tutta la struttura, e coattatogli insieme, secondo e'loro colori e quadre compose quella e quell'altra pittura, vestendone e onestandone tutto el pavimento. Qual opera fu grata e iocunda nulla meno che quelle maggiori al resto dello edificio. Cos avviene presso de'litterati. Gl'ingegni d'Asia e massime e'Greci, in pi anni, tutti insieme furono inventori di tutte l'arte e discipline; e construssero uno quasi tempio e domicilio in suoi scritti a Pallade e a quella Pronea, dea de'filosofi stoici, ed estesero e'pareti colla investigazione del vero e del falso: statuironvi le colonne col discernere e annotare gli effetti e forze della natura, apposervi el tetto quale difendesse tanta opera dalle tempeste avverse; e questa fu la perizia di fuggire el male, e appetire e conseguire el bene, e odiare el vizio, chiedere e amare la virt. Ma che interviene? Proprio el contrario da quel di sopra. Colui accolse e'minuti rimasugli, e composene el pavimento. Noi vero, dove io come colui e come quell'altro volli ornare un mio picciolo e privato diversorio tolsi da quel pubblico e nobilissimo edificio quel che mi parse accommodato a'miei disegni, e divisilo in pi particelle distribuendole ove a me parse. E quinci nacque come e'dicono: " Nihil dictum quin prius dictum" . E veggonsi queste cose litterarie usurpate da tanti, e in tanti loro scritti adoperate e disseminate, che oggi a chi voglia ragionarne resta altro nulla che solo el raccogliere e assortirle e poi accoppiarle insieme con qualche variet dagli altri e adattezza dell'opera sua, quasi come suo instituto sia imitare in questo chi altrove fece el pavimento. Qual cose, dove io le veggo aggiunte insieme in modo che le convengano con suoi colori a certa prescritta e designata forma e pittura, e dove io veggo fra loro niuna grave fissura, niuna deforme vacuit, mi diletta, e iudico nulla pi doversi desiderare. Ma chi sar s fastidioso che non approvi e lodi costui, quale in s compositissima opera pose sua industria e diligenza? E noi, Agnolo, che vediamo raccolto da voi ci che presso di tutti gli altri scrittori era disseminato e trito, e sentiamo tante cose tante varie poste in uno e coattate e insite e ammarginate insieme, tutte corrispondere a un tuono, tutte aguagliarsi a un piano, tutte estendersi a una linea, tutte conformarsi a un disegno, non solo pi nulla qui desideriamo, n solo ve ne approviamo e lodiamo, ma e molto ve ne abbiamo grazia e merito. Aggiugni che non tanto el tessere e connodare in un sieme vari detti e grave sentenze appresso di voi fu cosa rara e maraviglia, ma fu e in prima quasi divino el concetto e descrizione di tutta la causa agitata da voi, qual compreendesti faccenda da niuno de'buoni antiqui prima attinta, e mostrasti in che modo si propulsino e in che modo si escludano le maninconie. E confessovi in ogni vostro successo del ragionare troppo mi dilettasti e tenestimi di cosa in cosa continuo sospeso e attentissimo, e ogni vostro detto molto mi si persuase. E ricordommi di quello che e'referiscono di Alessandro Macedone, quale essendogli presentato un forzerino bellissimo lavorato, non sapea che imporvi cosa preziosissima e condegna d'allogarla in s maravigliosa cassetta. Pertanto comand vi riponessero e serbassono entro e'libri di Omero, quali certo, non nego, sono specchio verissimo della vita umana.
Ma che volle Omero fingendo s inaudita e ostinata pazienza in quel suo Ulisses? Se la pazienza  quella quale rende noi simili a chi nulla curi le offese, non sar e'pi lode al tutto nulla curarle e lasciarne altrui non solo el giudicio e determinazione, ma e ancora la fatica di punire e punendo render migliore chi teco mal visse? E se la pazienza sar in noi quale fu in Ulisses in dissimulare di sentire quello che lo accuori, non io sono colui che tanto appruovi e preferisca questo instituto di vendicarsi in vita ch'io, per valermi di una onta, sostenga pi e pi strazi di me e di mia dignit. N seppi mai meco s adattarmi a non curare e sopportare la temerit e protervia altrui, che a me non paresse in quel tanto essere omo servile e da biasimarmi. Questi la lodano e prepongonla alle prime virt, e dicono che la pazienza col starsi cortese vince le squadre delle Furie armate. Se egli  vittoria el ricevere assidui fastidi e trovarsi oppresso da gravissime e intollerabili molestie, essi dicono el vero. Io veggo e provo questo in me tutto el d, che 'l mio essere sofferente a me frutta non altro che solo iniurie. El soffrire apre via e alletta la insolenza altrui esserti noioso: el soffrire d'ora in ora t'adduce e oppone nuove traverse e dure offese: el soffrire mai non fu utile se non quanto el mostrarsi e libero e uomo era periculoso. E quanto e'sia insuave, molesto, difficile e tedioso el sopportare la stultizia altrui, altrove sar da disputarne. Ma giovi, quando che sia, fra 'l vivere e conversare della moltitudine questo dissimulare di nostre volunt e questo negligere noi stessi e trascurare ogni nostra dignit, qual cosa voi chiamate pazienza. Dite, qual virt sar quella che noi sollievi oppressi da e'nostri casi avversi e dalle ruine de'nostri tempi? Diranno que'savi: non curare e'tuoi dolori. Facile precetto a dirlo, facile a dirlo. Ma colui el quale perdette e'noti a s, domestici, coniunti, amici, e perdette l'altre sue commodit e onestamenti, e perdette sue fortune domestiche, amplitudine, autorit publica e luogo di dignit, e ora si truova in solitudine, assediato da ogni necessit, abietto, destituto, e forse malfermo e poco intero in suoi nervi e membra, come aiter e soverr a s stessi? Voi forse a costui adducerete que'detti vulgatissimi e notissimi: non ti dispiaccia la cecit tua, non ti aggravi la surdit. Quando molte cose test non vedi e non odi quali soleano adolorarti, assai vedi quando tu discerni le buone cose dalle non buone, le degne dalle non degne, e assai odi quando tu odi te stessi in quelle cose che faccino a virt e laude. E bene hassi la notte in s ancora e'suoi diletti. Le fortune, el nome, lo stato, la felicit del vivere, direte che siano cose caduce e fragili. Ed elle pur sono quelle per quali tutti e'mortali contendono col ferro e col fuoco, e per quali espongono suo sudore e sangue e vita; e voi vorrete ch'io non le curi n desideri? E pure mi duole, Agnolo, e duolmi non le avere. E bench'io mi disponga coll'animo e al tutto m'affermi a non curare e non desiderare quello che a me sia vetato e perduto, pur quando spesso ora vedo e'luoghi e cose, quando odo e sento questo e quest'altro, quando nel mio pensare trascorro di cosa in cosa, allora, come non solo dicea Dido presso a Virgilio: " agnosco veteris vestigia flammae" , ma e in prima mi si rinnuovano mie triste memorie e raccendonmisi insieme e'miei dispiaceri oltramodo; e dico anche io:

" dulces exuviae, dum fata deusque sinebant;
"
e viemmi lacrimato prima ch'io m'avegga del mio o volete errore o volete dolore. Diresti: e perch piagni? Rispondere'ti come rispose Solone filosofo: piango perch sento che 'l pianger nulla giova al mio dolore. Ma in questo chi mi ripreendesse? Noi vediamo natural desiderio fino alle fere silvestre intorno a'nidi e presso a'covili suoi dar segni manifesti de'loro incommodi. E prudentissimo fu quel detto del figliuolo di Nestorre presso del nostro Omero: io non lodo el piangere. E piangere nulla e'morti suoi mi par biasimo, quando questo solo onore si debba a'miseri mortali usciti di vita. Vedi che Priamo, re prudentissimo, alle essequie del suo Ettor, fortissimo figliuolo, comand si celebrassero e'pianti interi nove d, poi el decimo d si sepellisse e facessonsi le essequie, e l'undecimo d ordin se gli construisse el sepolcro onoratissimo. Ed ebbe in queste funerali cerimonie chi con modi e canti e versi piangiosi eccitava mestizia e sospiri a chi udiva e vedea. Simile lodano Marco Fabio che, perduto el fratello, recus la grillanda, insigne publico onoratissimo. Ma che raccontiamo noi essempli de'principi mortali, o donde meglio compreenderemo quel che in questo s'appruovi presso de'dotti e famosissimi scrittori, quando la Dea degl'iddii, presso a Omero, prese el velo nero nel suo merore e cordoglio?
AGNOLO. Or cos fa, Niccola; tu omo qual sopra gli altri sempre fusti in ogni tuo vita sempre pazientissimo, segui meco argumentando e dissuadendo la pazienza. S'io volessi mostrarti quanto el sapere, come e'dicono, vorare la inezia del volgo e piegarsi alle temerit de'venti e aure populare sempre fu cosa commodissima, e s'io volessi esplicarti quanto l'essere non subito, non precipitoso, non aventato in suoi movimenti d'animo e volont, sia cosa necessaria in vita, atta a virt, conveniente a bene e beato traducere ogni suo et piena d'officio, piena di frutto, piena di merito, nulla difficile, nulla iniocunda, nulla disconveniente a chi sia ben confirmato con ragione e bene instituito ad onest, e dato ad acquistar lode e buona grazia fra i mortali e posterit, non mi basterebbe el d; tanta copia d'ottimi argumenti mi si inondarebbe e suppeditarebbe. Forse altrove a tuo posta ne disputaremo. Per ora, quanto accade al nostro proposito, a me nulla dispiacer ti consigli colla necessit e colla opportunit de'tempi tuoi. Che dici tu? E'mi dolgono le offese. Io desidero le cose pregiate. Che adunque? E che faremo? Al primo impeto ne scopriremo e ostaremo armati. Guarda, Niccola, quanto sia utile questo consiglio. Dirai: e a te, Agnolo, che ti pare? Vedi quanto io mi ti dia facile e largo. Non vorrei essere udito da questi miei filosofi. Dico, Niccola, e tu, Battista, della sofferenza si vuole avere o nulla o troppo. Nell'altre cose giovi usare mediocrit. In questa, dove tu non puoi presentarti e averti libero, ubbidisci a chi pi pu. Ad Euripide poeta parea la inobbidienza della moltitudine pi che 'l fuoco valida, e pi atta a destruere e consumare le cose. E dicono che la moltitudine sempre fu insuperabile. Omero dicea che 'l male sempre vince; ma quanto e dove e a chi bisogni cedere t'insegner la necessit. E iudica necessario el cedere sempre dove tu cedendo non peggiori tuo stato; e quello che per ora si pu mutare se non in peggio, iudicalo ottimo. Nel resto ti concedo che dove a te sia lecito, mostrati uomo non al tutto sanza stomaco. Spegni, attuta l'arroganza di qualunque te incende ad ira. E cos adunque a me non dispiacer ti consigli colla necessit e colla opportunit de'tempi tuoi in ogni tua impresa e faccenda. N ti distolgo da'tuoi sensi e proclivit umane; n ti interdico che a te non dolga perdere e non avere tuo care cose e amate. Ben ti rammento non perseveri col dolerti, n pur seguiti essere e a te grave e a'tuoi bisogni inutile e sinistro, e che desideri e che chiedi quel che e'mortali pregiano e prepongono, e per quale s'espone el sudore, el sangue, la vita. Questo, s'egli  possibile acquistarlo e recuperarlo col dolerti e col piangere, come molti fanno, segui; vivi in assiduo e profondissimo dolore tanto che tu a te satisfaccia e asseguisca e'tuoi desideri ed espettazione. Fa come fece quel M. Livio, uomo onoratissimo in Roma, quale sperava e a s stessi promettea el consolato, ma poi repudiato dal populo e caduto dalle sue espettazioni in quella petizione del consolato se lo reput ad ignominia, e per questo si commise in solitudine, e fugg piazza, teatri e templi, e fugg ciascuno luogo pubblico e celebre, e fugg la patria, e visse anni otto in villa vita cordogliosa e squallida. E se tu pur vedi che 'l tuo lagnarti, e questo tuo condolerti entro a te e questo tuo vivere in tristezza e merore nulla t'apporti d'alcuna di tante cose qual tu vorresti, che stultizia sar la tua non abdicare da te quel che ti strazia e atterra? Nulla si truova grave e molesto a'nostri animi quanto l'attristarsi dell'altre perturbazioni. La libidine ha in s un certo ardore, la immodesta letizia ha in s una inetta levit, la paura ha in s non so che diffidarsi e troppo umiliarsi. Ma questa egritudine d'animo qual chiamano tristezza, questo dolersi e vivere tedioso a se stessi, ha in s maggior mali insiti e infissi. Dicea Omero che la miseria presto c'invecchia. E tu cos vedi e'cordogliosi deformati, languidi e fedissimi contorcersi ne'loro intimi crucciati, e simile a un trave annoso e corroso da tarli putrirsi e insordidirsi. Adunque e che insania fie la tua pur nutrire in te quel che ti seduce e distiene da ogni tua speme ed espettazione? Che pur segui tu ove nulla giova e molto nuoce el condolerti e attristirti? Non senti tu che questo tuo involgerti e sospignerti col pensiere in questa ortica di tuo triste e ingrate memorie ti rende inabile a discernere e distinguere quel che al bene a te s'acconfaccia in vita, e rendeti inutile ad escogitare e preordinare le cose buone e opportune e abili per evitare e propulsare e'pericoli e difficolt quale tuttora incorsano e da molte parti noi urtano in vita. Se a te dolgono e'tuoi incommodi, tu a te stesso in questo ne dai cagione quale dolendoti male curi e'fatti tuoi. Se a te dolgono le tue volutt perdute, riconosciti omai in colpa, ove tu non fughi da te ogni tristezza, e te dai ad altri nuovi diletti e amenit e piaceri. S'e'tuoi onestamenti e gradi perduti ti perturbano, tu in questo rimanti di sinestrar te stessi ove dimostri non esserti per tua prudenza persuaso gi pi tempo che tu eri non dissimile dagli altri mortali, e sentivi e riconoscevi te subietto ed esposto a'casi vari e volubilit della fortuna. E che giustizia fie la tua se tu pure obdurerai recusando in te alcuna delle condizioni dovute a chi vive? E che officio di prudenza sar la tua non riconoscerti uomo? E che modestia sar la tua non por, quando che sia, fine e termine alle tue querele? E che lode d'animo grande e fermo sar la tua, se tu nato a imperare e regger gli altri, non saprai moderare te stessi? E se in cose alcune bisogna moderazione e ragione e virt, certo bisogna contro al dolore. Oreste per dolore divenne furioso. Cleobolo filofoso, estinto da sue grave maninconie, usc di vita. Eccuba fingono che per acerbissimi morsi de'suoi dolori divent cane e arrabbi. Niobe fingono che addolatara si convert in sasso. Adunque se pel dolore si diventa e furioso uomo e arrabbiata bestia e insensato sasso, qual sar che non curi con ogni sua opera e forza lunge propulsare da s questo dolersi? Ma tu, Niccola, in ogni mia argumentazione vedi tu come io a te nulla vieto che tu non sia in tue opinioni e volont uomo s, ma proibisco non diventi efferato e immanissimo. E tu pur quivi t'affolti, e come la coturnice rinchiusa nella gabbia pur vorrebbe uscire per quel poco che a lei pare non bene intero, tu cos quinci forse vorresti uscire in maggior disputazione ed estenderti in pi lati campi d'argumentare contro a'detti miei. Oh! egli  cosa molesta e veemente el dolore, e vince: egli  cosa difficile e dura el non sentire e non cedere a'mali suoi. Eschilo poeta tragico, quando egli adduce uno e uno altro degli dii venuti a consolare Prometeo relegato e alligato a quel sasso al Caucaso, non diceano: O Prometeo, non curare e'tuoi mali e non gli sentire; ma diceano: Quello che a te  imposto dal summo Iove, quello che tu non puoi recusare, quello che a te  necessit soffrire, soffrilo con quanto men puoi agitare e infuriare te stessi. E Prometeo pur si lagnava con parole immoderate, e dicea: Io pur feci ch'e'mortali mai pi morranno. Io imposi loro molta speranza e molto cieca; e insieme aggiunsi quel vivo e celeste ardore. E qui l'Occeano, massimo degli dii, li rispondea: "Tu, o Prometeo, lascia questo tuo fasto ed elazione antiqua. Usurpa test nuovi costumi quando el cielo serve a nuovi tiranni, e al tutto modera a questa tua lingua e procacit. L'ira di chi pu tanto in te quanto tu pruovi, si seder colla tua summissione molto pi che coll'alterezza. L'ira che ti incuoce si spegne e medica colle umili parole; e gioveratti non raro parere men savi e men dotti che noi non siamo. Della Necessit sono ministri e'Fati triformi e le mai dimentiche Erine".
Cos dicea l'Occeano a Prometeo. E appresso di Euripide, pur greco poeta e tragico, dicea Ulisses ad Eccuba quando e'gli nunziava che l'essercito de'Greci constituiva per utile e salute del nome di Grecia sacrificare agl'iddii la sua figliuola: "Pensa tu, o Eccuba, ora non pi lungi a'tuoi mali, e d senza contumacia quello che tu non puoi denegare a'casi tuoi". Sempre fu opera di savio usare senno ancora in le cose non buone. E noi che faremo in le nostre avversit? Nulla udiremo questi ottimi ammonimenti degnissimi di mandarli e osservlli a perpetua memoria? Anzi, come el puledro, pur ne combatteremo e straccheremo subagitando e resteggiando qua e qua, obdurati in nostra contumacia contro a chi ne osserva a regge? E non ci mitigheremo n sosterremo chi ci contiene legati e frena? Indi e come reputeremo noi, disposti a nulla desiderare quello che fia irrecuperabile, costui a cui da ogni minima favilla di sue gi estinte memorie si raccendono maggiori cure al petto, n s'avvegga del suo errore altronde che dalle sue proprie lacrime? E che piangi, uomo effemminato? Perdetti; non ho; vorrei. E'fanciugli vezzosi imparano piangere dalla troppa indulgenza della mamma, e quando e'non impetrano da lei quello ch'essi chieggono, allora giova el piangere per satisfarsi. E noi in questo siamo e pi leziosi e con men senno ch'e'fanciugli, dove pur perseveriamo contorcendoci e singhiozzando in nostri convenevoli e piagnisteri, e vediamo e conosciamo che nulla giova. Quando a casa di Febe convenirono molti dii per confortarlo nel caso di Fetonte suo figliuolo, piacque a Febo convitarli, e apparecchi loro secondo el costume antiquo quello epulo e lettisternio consueti. Erano infra que'divi el Pianto e ancora el Riso, fratelli gemini e nati in un solo parto, figliuoli nati della dea Mollizie e di quello Fauno quale e'chiamano Stolidasperum. Pirteo, ordinatore dello apparecchio, procedeva disponendo a'convivati loro luoghi e seggi. Quando e'divenne a questi duoi fratelli, e'si ferm, ch non potea non maravigliarsi mirando quanto e'fussero in ogni loro effigie e liniamenti troppo simili; n appena discerneva indizio alcuno per quale e'riconoscessi l'un dall'altro, che stavano ambedue simili colla faccia straformata dagli altri dii. Vedevigli colla bocca di qua e di qua inversata, collo ciglio contratto e innodato, con gli occhi lucciolosi e rappresi, colle mani e petto e umeri implicati e discommessi. Solo una differenza vi s'aggiugneva: questo  che l'uno di loro ti si porgea tutto bavoso e tutto muccilutoso; l'altro era non in tutto quanto costui a vederlo sozzo e iniocundo. Miravagli Pirteo e dicea: "Non saprei chi mandarmi di voi inanzi a sedere; ma qualunque di voi si move prima, l'altro lo seguiti". E questi due stavano pur quasi stupidi, n cosa favellavano, ma rompevano in voce e gesti inettissimi e disonestissimi. Pirteo, vedendogli cos osceni e transformati, si maravigli che 'nfra 'l numero degli dii ottimi e massimi fussero due s osceni e iniocundissimi monstri. E nel maravigliarsi, quando esso guardava fiso costui, gl'intervenia che fingeva per maraviglia in s viso simile a chi e'pendea col guardo e colla mente. E quanto summirava quest'altro, simile imitava quest'altro. Gli dii chi surrise della inezia loro, chi forse si condolse di tanta loro disadattaggine, ed esclusongli dicendo: "N tu hai viso da onorare un simile convito, n tu hai faccia da consolare e'calamitosi". E certo pur s, chi vedesse se stessi quando e'piange, o befferebbe tanta svenevolezza o dorrebbegli tanta sua bruttezza. Dirai: e chi pu tenere le lacrime nei suoi mali? Natural desiderio. Vedi sino alle bestie pe'boschi e pe'diserti danno segni manifestissimi del loro furore. Forse come per altre molte cose, e per questo ancora in prima sono bestie, se desiderano quello ch'elle nulla possono trovare, o se credono col suo urlare e accanirsi trovar pi tosto e con men fatica quello ch'elle siano forse per asseguire. E tu, uomo, che piangi? Se tu avessi altro che fare, certo non piangeresti. E'Ierosolimitani in quel suo ultimo eccidio in quale perirono pi di secentomilia conosciuti ebrei oppressi dalla fame, non solo non piangeano, ma si dimenticavano sepellire e'suoi cari e amati. Ulisses presso a Omero, - non senza volutt rammento spesso el nostro Omero, quando anche a te e'pare specchio della vita umana, - in cena, a chi chiedea da lui che recitasse e'casi suoi, preg che lasciassino prima ch'e'satisfacesse alla fame e sete sua quando la fame fa dimenticarmi ogni altro merore. E que'compagni di Ulisses non prima che doppo cena appresso l'isola Hyperionis cominciorono a piangere e'suoi perduti cari e amici. E chi troverai tu a chi non superabbundino tuttora cose maggiori e pi necessarie e utili e pi degne che 'l piangere? E se pur questa insania del piangere ti diletta, almeno fuss'ella con qualche scusa.
Lasciamo a dietro l'altre cose in pronto esposte e manifeste quale, quando che sia, onesterebbono le nostre lacrime. Chi  che mai pianga pur uno di tanti suoi d perduti oziosi o adoperati in vizio e vituperio? E qual ti pare mal maggiore o perdere quello che mai si possa, non dico recuperare ma n ristorare, o perdere quelle cose quali siano e nate per perdere e atte a riaverle? Non voglio stendermi in amplificare e coadornare questo luogo. Tanto dico che se pur lice el piangere a noi uomini tinti di lettere, sar quando o perderemo tempo o commetteremo qualche errore. Ma n qui ancora voglio teco essere rigido e austero. Come in la battaglia el fortissimo milite, ove e'si sente stracco e oppresso, cos tu cedi alquanto " ad secundos, at non inter triarios ordines" , e ivi astergi el sudor e priemi fuori el sangue circumpresso a quella scalfittura ricevuta in te dove tu non eri bene armato. E ancora non ti inculper se tu darai qualche lacrimetta delle tue all'uso e l'oppinioni degli altri, quasi segno e testificazione della umanit tua. Ma in questo odi e tu el tuo Omero dove Ulisses dicea: conviensi por modo a'nostri pianti acci che di queste femminelle qualcuna vedendoci col viso madido e mezzo non ci reputi forse ebbri. E certo sar alienissimo d'ogni constanza virile porgersi tale che sia o simile alle femminelle o simile a chi sia poco sobbrio e continente. E sar nostro officio e proprio d'uomo far non pi che solo come fece Enea presso a Virgilio, quale in tanti pericoli suoi e circumstanti mali solo " ingemuit et palmas ad sidera tendit" . Le molte lacrime, gli acerbi pianti, l'urla e stridi femminili, a nulla sono degni d'uomo.
Appresso de'Litii, populi civilissimi, era una legge che chi pur volesse piangere si vestisse con veste di qualche femmina. Ma tu, se pure a que'gemiti virili forse v'aggiugni una e un'altra lacrima, e sfoghi qualche intimo sospiro, ponvi modo. Numa re de'Romani, omo religiosissimo e piissimo, vet ch'e'morti si piangessero pi mesi a numero che fussero gli anni quali que'morti erano stati in vita; n volse ch'e'fanciugli da anni tre in gi punto si piangessero. Il Senato di Roma, ricevuta la clade " apud Cannas " gravissima e da viverne tutta quella et adolorati, comand si sedasse ogni lutto in Roma, n pi si protraessero e'pianti loro che sino al trigesimo d. Cesare dittatore el terzo d impose fine a ogni lutto domestico e pubblico con qual si degnasse e onestasse le essequie della sua morta figliuola. Cos e noi, quanto potremo subito, porremo fine a queste inutilissime inezie.
N pero tanto mi fastidia questa levit femminile del piangere e scalfirsi le guance e pelarsi el capo, quanto mi pare da odiare e fuggire quella insania di molti quali per loro concette maninconie sviano el sonno, interlassano el cibo, perdono se stessi, fuggono e vedere ed essere veduti dagli altri uomini, e in sua solitudine e umbra stanno stupidi e quasi stolidi, dolgonsi e predicano essere s sopra tutti e'mortali miseri e infelicissimi; n per restano aggiugnere a s stessi continua infelicit e miseria mentre che cos si crucciano e tormentano con sue triste memorie e conceputi dispetti e dispiaceri.
Ma noi siamo e imprudentissimi ove male conosciamo lo stato nostro. Se, come dicea Socrates, tutti accumulassimo in un sieme e'nostri mali, a ciascuno parrebbe men peso riportarsi que'suoi antichi incarchi quali e'port quivi, che di nuovo entrare sotto a questo inusitato peso e molestia quale a lui converrebbe se tutta la summa de'mali universi de'mortali si distribuisse per sorte equale a tutti. E quanto sarebbe somma pi abile quella di Priamo, di cui si cantano que'versi troppo teneri e molto veementi ad eccitarci a compassione de'mali altrui, e a contenerci e ritrarci da ogni nostro inconsulto discurso in nostri effetti e immoderata volunt:

" Haec finis Priami fatorum; hic exitus illum
sorte tulit, Troiam incensam et prolapsa videntem
Pergama, tot quondam populis terrisque superbum
regnatorem Asiae..."

Non mi estendo in raccontarti le calamit sue. Felice lui, se di tutta quella summa qual dicea Socrate, non pi a lui fusse stata imposta dalla fortuna sua che solo la parte sua.
Appresso ..... era una consuetudine che gl'infermi giaceano fuori a'vestibuli e intrate del tempio. Chi entrava a salutare Iddio, vedea e udia ogni progresso di quella infermit, e dicea: questo medesimo intervenne al tale, e intervenne a me: fecivi quello e quell'altro rimedio, e sanificammo. Contrario uso mi pare el nostro ch'e'medici, onde impariamo sanificarci, stanno a'vestiboli de'temp nostri. Quanto mi sollievano, Niccola, questi afflitti e lassi dalla sua fortuna e morbo, quali tu vedi nudi, sauciati, in et stracca, imbecillissimi, sedere e giacere su dove tu poni e'piedi, e pregarti limosina e piet. Indi, Battista, indi prenderemo ottimi e salutiferi rimedi. Colui povero e priegami; io ricco, e dono: colui ogni suo membro nudo; io persino alle mani e molta parte del viso (membra da volerle espeditissime) tengo vestite e obinvolute: colui scabbioso, leproso, immundissimo, tutto carco di malattie e lutoso di fetido e virulento umore; io nitido splendido e tutto vezzi. Di tanta oscenit e fedit toccherebbe parte a me, se ogni cosa si distribuisse per sorte; e non si distribuendo, io pur sono lungi molto pi felice che costui. O costui  poltrone, gaglioffo, e piacegli essere non altri che e'si sia omo; e pure  di quel medesimo luto che tu. E tanto pi debba moverti a piet, e insieme tanto pi debba muoverti a riconoscere la tua sorte e la sua calamit, quanto in lui sono e membra e mente men sane che in te. E appresso dimmi: quello antiquo Mecenas nobilissimo, " editus atavis regibus" , quello amico e nutritore di tutti e'buoni studiosi, quanto ti parse egli per tanta sua nobilt degno della sua assidua molestia? Costui molta sua et sostenne in s perpetua febbre, sanza dormire solo uno minimo momento d'ora. Troppo sarebbe cosa troppa divina non esser gaglioffo, se solo quella generazione di uomini soffrissero gli ultimi mali.
Ma non mi stendo, gi che in recitare le miserie dei mortali mancherebbe el d. Tanto dico che non solo riconoscerci uomini e pensare alle sorte e condizioni umane, come ieri dicemmo, fanno escludere le maninconie, ma e ancora giovano a espurgare le gi concepute e al tutto infisse miserie entro all'animo. E non solo questo riconoscere te stessi, ma insieme qualunque cosa propulsa e distiene da noi le perturbazioni; questa medesima le evacua, e risanifica l'animo nostro gi contaminato e corrutto. E massime quei luoghi d'argumentare, quali tu usurparesti in consolare altrui, que'tutti adduceranno a te stessi molta utilit. Quali forse saranno questi: se uno de'mortali fu quello da cui tu ricevesti ingiuria, - mala cosa la ingiuria, perch mai fu ingiuria sanza vizio, n vizio sanza colpa, - ma el vizio e la ingiuria rimane a lui, ed  non tua, ma sua di chi la fece. Se il male  d'altrui, non bisogna ch'e'dogga a te; e se forse furono e'cieli e que'ministri della volont di Dio, quali e'teologi antiqui appellavano dii, quelli che cos t'addussero in calamit, accettalo in miglior parte, quando tanti beni ricevesti da loro, quali per loro natura sempre furono benefici e liberali e cupidi di vederti migliore. Aggiugni che sempre fu officio de'prudenti provedere a s che nulla gli oppressi. E simile sempre fu officio d'animo forte soffrire qualunque cosa avvenga avversa. Voglio ne'tuoi mali invochi aito da Dio. Ma non voglio in questo t'abbandoni e diati a intendere non potere in te di te quello che tu puoi. Resta, quando che sia, sollicitare gli dii con tanti tuoi voti e chieste. Eccita in te la tua virt: " Sat sit mens sana in corpore sano" . La mente nostra sar sana quanto la vorremo esser sana. La fortuna buona ben possiamo appetere dagli dii. Ma da noi conviensi chiedere la virt, da noi, dal nostro studio, da nostra diligenza impetreremo sapienza, ornamenti d'animo e lode di ben composta mente. Chiederai ne'tuoi casi avversi forse dagli dii sapienza e virt, subito ti si presentar la prudenza, quale a te veter perseverare in questo tuo condolerti, onde a te niuno resulti profitto; ed eccoti colla prudenza insieme la temperanza, a quale null'agrada ogni tuo fatto e detto immoderato e non maturissimo. E in prima la giustizia, lume e splendore di tutte le virt, e accusa e appellasi deserta da te, dove tu cos quasi in pruova degeneri dalla virilit e dal giusto e retto stato di ben vivere, abbandonando te stessi e tuo officio. E alla fortitudine, a cui fastidia ogni tua imbecillit, e vilipende qualunque sia cosa non eccelsa ed erta, come sarai tu bene accetto, mentre che tu giacerai in solitudine e in umbra, marcendo te stessi? Sollievati adunque omai, e aita te stessi, e adattati a vincere, e vincerai per tua virt quando vorrai, e aiteratti a vincere chi tu meno credi. Questa tua fortuna avversa t'insegner essere paziente; la pazienza confermer la virilit, e colla virilit si vince, e vincendo in ogni milizia si diventa fortissimo e insuperabile.
La fortuna per s, non dubitare, sempre fu e sempre sar imbecillissima e debolissima a chi se gli opponga. Ma tu, non aggiugnere a'reflui e ritrosi della fortuna e'sinistri impeti di te stessi. Pure intraversandoti contro a te e contro all'ozio tuo, e contro a ogni dovuta quiete dell'animo tuo, fuggi combattere contro a te, e resta ferire assiduo ivi dove tu ti senti pi debile e men provisto e armato. Fuggi in ogni tuo ragionamento, quale tu hai fra te, ogni parola in condolerti e ogni gesto e ogni gratificazione a te stessi, quale tu, presente gli amici e inimici tuoi, altrove non useresti. E come in mare l'ancora, cos in ogni estuazione tua d'animo e mente fondavi e affermati con integra ragione e virilit. E a questo molto insieme a te giover consolar te stessi con qualche lieta memoria delle cose passate o qualche grata espettazione delle cose che siano per avenire, contraponendo a'mali tuoi ogni tuo bene e lode quale a te sia o dalle tue fortune addutto o alle membra tue aggiunto o imposto nel tuo ingegno. E gioveratti far come Eneas, quale ne'duri suoi casi ed errori: " fatis (inquit) fata rependo meis. " A tanti espettati beni, non ingiuria, si debbono queste e maggior fatiche. Quanti meno sono che potessero soffrire coll'animo non rotto ed equabile queste durezze, tanta sar lode maggiore la mia bene averle sofferte. E quanto bello assett Virgilio, ottimo poeta, in pi luoghi questa ragione di consolarsi afflitto e mestissimo. Sono versi qui di Battista in suoi poemi toscani in quali imit Virgilio:

Grave pi cose gi soffrimmo altrove,
e dar el tempo a queste ancor suo fine.

Ed Eneas presso a Virgilio:

" Forsitan (inquit) et haec olim"  " meminisse juvabit.
"
In tanto suo furore e ultima immanit Dido adiudicatasi e precipitosa in morte non potette quinci non consolarsi:

" Urbem praeclaram statui, mea moenia vidi.
"
Appresso d'Omero, Ettor ferito a morte consolava s stessi con sperare a s gloria immortale ed eterna fama; e dicea: "satisfeci al mio fato, esco di vita forse in et non matura, ma esco non sanza qualche piena e bene appresa gloria quando feci pi e pi cose degne di memoria e posterit". E Ulisses, sofferti a s molti oltraggi da Alcinoo re Feicorum, quando e'vide seco reconciliati gli dii e secundargli commodi e'venti al suo principiato corso in mare, dimenticava seco stessi ogni cosa avversa passata, e molto seco si consolava con tanta presenza d'ogni bene.
Cos a noi converrebbe e castigarci con giuste amonizioni, e confirmarci con vere e integrissime ragioni, e consolarci con buona speranza, ioconde memorie e dolci contentamenti d'animo. Ma noi desidiosi e ignavi, quali tante ragioni e ammonimenti addutti da me sino a qui, e tanti modi di vendicarci in libert e sottrarci dalle ingratissime nostre molestie, non attagliano forse, giacendo e gemitando desideriamo a'nostri sconci aver chi con sua qualche arte e senza alcuna nostra opera e diligenza noi restituisca ad integrit e a fermo stato d'animo e di mente. Vorrebbesi aver quaggi fra noi quel Peion medico degli dii, qual mai si parte dalla presenza di Giove, e assistegli continuo in cena; e costui non per so se e'potesse in noi quello che non potemo noi in noi stessi, se gi quella Elena, figliuola di Giove, presso ad Omero, non gli porgesse quella pozione con quale ella inducea oblivione d'ogni male a chiunque ne bevesse. Questa sarebbe cosa utile fra noi mortali; bench Diodoro, greco istorico, dice trovarsi una certa spezie di farmaco chiamato elena, composto dalla moglie di Tono medico, qual farmaco spegne le lacrime ed estingue il merore. Ma voglio ridere con voi, Niccola; n per dir cosa non accommodata a questi ragionamenti, quando dagli dii ministri della natura e compensatori della condizione umana interviene, come dicea Ulisse ad Achille, che a'nostri mali d'animo non  chi per ingegno o per impiastri o medicamenti alcuni possa rimediarvi. Dianci a qualunque aito e amminiculo ci sollievi fiacchi e afflitti da sinistri incarchi. Rido. E'dicono che Bacchus fra 'l numero degli dii si chiamava " Liber pater" , po'che e'liberava l'animo dalle cure e sedavagli el dolore e rendevalo ringiovanito. E questo facea solo col vino, frutto della terra alacre e iocundissimo. Molti impongono a Flacco, poeta lirico, calunnia quale s'ascrive a tutti noi vecchi, e accusanlo che fu bevitore; e questo arguiscono perch in molte sue ode e'loda el vino. Certo, come e'dicono di noi stracchi omai del vivere, " aquilae senectus. " Pertanto non vorrei in mie parole parere men sobbrio ch'io mi sia sempre stato in ogni mia vita. Voglio in questa causa da me essere preiudicato e preconstituito questo, che io in ogni altro uso del vivere biasimo la immodestia del vino. E vidi e notai in molti altrove robusti e vivacissimi uomini che la intemperanza del vino gli atterr e abbrevi loro vita e privogli di sanit. E non mi estender di raccontargli in quanti modi l'essere poco sobbrio oppressi e'nostri corpi di gravissime infermit. Ma Omero chiama el sonno domatore d'ogni acerbit, e introduce che ad Ulisses, dopo quel suo miserabile naufragio, giunto che fu el terzo d al lito, la dea Atena, qual una sempre lo sovenne in ogni sua avversit, sopragiunse e trovollo giacere in su un suo quasi covile quale e's'avea fatto di frasche e di frondi; e forse lo trov repetendo e'suoi mali condolersi della sua calamit. Per questo mossa a piet la dea Atena, non come in quel suo naufragio, gli sustese el velo o la vesta ove e'posasse el petto e le sua membra; ma solo gl'indusse, per suttrarlo alquanto da tante miserie, el sonno, e adormentollo. Stratonices presso a Iesippo istorico, presa da'nemici vincitori, deliber uscire di servit e uccidersi; ma in quel curare e procacciare quanto forse ella cercava per satisfarsi con men dolore e con pi degnit, fu interpellata e compresa dal sonno. Dorm, e in quel dormire si spense tanto suo furore e immanit.
Bene adunque dicono che 'l sonno  dolce dimenticatore d'ogni male. Allettatore ottimo del sonno pare pure a me, il dir, Niccola, el vino. Consiglio di Diomede: bei e mangia; poi dormendo ti racconsolerai. Bench appresso del nostro comico, Cherea dica in le sue cure amatorie: "Io in villa mi straccher facendo qualche opera, tanto che lasso poi dormir". Omero trov a questo nuovi rimedi, dove egli introduce quella Tetis che suade al figliuolo suo adolorato cosa quale io non voglio dire, ch sapete gli dice: "Figliuol mio, trastullati con qualche tenera fanciulla stanotte". E altrove afferma el tuo gravissimo Omero che 'l coito introduce sonno dolcissimo e innocuo. E'Greci chiamano le cure dell'animo " acidos" . Indi nominorono Venere acidalia, ditta che lievi le cure dell'animo. Ma che diremo del vino? Rammentati in quanti luoghi egli adoperi el vino a sollevare le triste gravezze dell'animo. Iunone si lagnava non essere stata, quanto ella desiderava, accetta a Iove, e Vulcano, pincerna degli dii, gli diede el vino col quale ella dilavasse ogni tristezza. E Laodices, moglie di Elicanore, al figliuolo stracco in fatti d'arme diede el vino dolce, e disse: "el bere restaura le forze e rafferma l'animo". Scrive Iulio istorico che Massimino, uno de'successori a Cesare moderatore dello imperio romano, quel che solea in un d mangiare quaranta libre di carne lui solo e bere una anfora di vino, e solea ricevere in certe tazze el suo sudore quando e's'affaticava, e spesso monstrava tre sestari vasi pieni del suo sudore, - costui iudicato inimico della patria dal Senato, essarse in tanta ira che percosse per furore el capo al parete e corse per cavar l'occhio al figliuolo. Solo uno ottimo rimedio giov a tanta sua estuazione: inebbriossi. E quanto io, non ardisco a biasimare questo rimedio, qual pur giova, bench a me e'non sia bello. Molte cose fatte piacciono quali sono non belle mentre ch'elle si fanno.
E ancor veggo che questo uso del vino non in tutto dispiacque a pi e a pi ottimi e degnissimi uomini. Solone e Archelao, nominatissimi e filosofi e principi, e Catone, vivo simulacro di severit e austerit in Roma, soleano lassare le cure dure e acerbe dell'animo e ammezzarle col vino. Piaccia questo rimedio del vino a chi e'forse s'attagli. A me aggradono alcuni altri rimedi forse non dissimili da questi, ma pi degni e pi convenienti a uno uomo moderato e constantissimo. E in prima mi piace quello omerico Achille, quale per requiescere dalle molte sue faccende militari solea sedare l'animo cantando insieme col plettro e colla lira, instrumento musico. Quinci credo el nostro Virgilio introdusse quel suo Polifemo in antro, " quem

Lanigerae comitantur oves; ea sola voluptas
solamenque mali de collo fistula pendet.
"
E certo in questo convengo io colla opinione de'pittagorici quali affermavano che 'l nostro animo s'accoglieva e componeva a tranquillit e a quiete revocato e racconsolato dalle suavissime voci e modi di musica. E provai io non rarissimo questo in me, che in mie lassitudini d'animo questa dolcezza e variet de'suoni e del cantare molto mi sullevorono e restituirono. E proverrete questo voi, se mai v'accade: mai vi s'avvolger pell'animo e mente alcuna s cocente cura che subito ella non si estingua ove voi perseverrete cantando. E non so come a me pare che 'l cantare mio qualunque e'sia, pi a me satisfaccia e pi giovi che 'l sonare di qualunque altri forse fusse ottimo ed essercitatissimo musico. N fu senza commodo instituto quel costume antiquissimo, qual poi interdisse el concilio arelatense, che le escubie funerali si vegghiassero cantando. Credo io cos faceano que'buoni antiqui per distorre l'animo da que'tristi pensieri del morire. Ma a questi nostri religiosissimi forse parse pi utile el ricordarsi d'essere uomo simile a quel morto; e parsegli officio pi pio riconoscersi mortale e d'ora in ora caduco che darsi ad alcuna levit e lascivia. Ma el disputare di questo poco sarebbe a proposito. Tanto affermo, che qualunque cosa faremo per recrearci qual sia fatta senza iniuria di persona, sar non indegna d'uomo studioso. Dice Plutarco: el trasferirsi qua e qua si  quasi come imitare chi fugge. E certo giova pigliare nuovi spassi in vari luoghi e sollazzi; correre, saltare, lanciare, sibillare alla caccia, e fra la giovent in luogo e tempo atto non mi dispiace. N mi dispiacerebbe el convivare, el motteggiare, el perdurre la notte co'lumi e giucando con tuoi amici e con la giovent, e ancora cantare danzando. Quel nostro poeta gridava:

" Non placet iste ludus, clamo et diludia posco.
"
A me non in tutto dispiacerebbe se qualche giuoco alquanto lascivo piacesse a chi e'bisognasse per dimenticarsi la sua mala sanit d'animo. L. Silla cantava non rarissimo, e Cimon, quel celebratissimo ateniense, doppo cena cant appresso di Laumedonte. Scipione, qual fu lume non solo dell'arme e impeto romano, ma lume in prima illustrissimo d'ogni civilt latina, solea con molta grazia spesso danzare. E Appio Claudio, uomo che trionf, sendo grave e maturo, persino in ultima sua et danz molto volentieri e con molta iocondit. Augusto, quel primo successore a Cesare, quale tre volte chiuse el tempio di Iano Quirino, non pi che una o due volte prima veduto in Roma non aperto, scriveno che per suo trastullo solea pescare coll'amo, e non raro giucare alle nocciuole in mezzo di pi fanciugli quali fossero d'aspetto dolce e di parole arditi. Ed Eraclito filosofo simile non fue pi volte veduto appresso al tempio di Diana giucare alle murelle co'fanciugli? E Socrate, principe d'ogni modestia e gravit, non soleva egli per ricrearsi giucare a que'simili giuochi puerili insieme co'fanciugli? Lelio e Scipione sul lito presso a Gaeta soleano simile trastullarsi co'calculi e fargli balzellare sopra l'acque e a maraviglia insieme rinfanciullire. Referirovvi a questa similitudine ci che a me verr in memoria. Publio Muzio iurisconsulto giucava per darsi ozio a quel giuoco quale e'chiamavano " duodecim scripta" ; e Claudio Cesare giucava a quel giuoco chiamato alea, e scrissene un libro non solo per esplicare che artificio vi bisogni per vincere, ma forse in prima per pigliarsene diletto scrivendone. E simile C. Macio e M. Ambivio, patrizi romani, dice Columella, scrissero que'duo libri " Quocum et Pistorem" , dove e'comandano a questi che venendo a mescolarsi con qualche femmina tocchin nulla se prima e'non si lavin le mani in fiume. E scrissero costoro non per insegnare cuocere el pane e fare la cucina, ma credo solo per imitare Solone, prestantissimo principe e filosofo in Grecia, quale recita Plutarco che per recrearsi dalle fatiche delle sue faccende solea darsi a scrivere versi lascivi. Penolopes, presso ad Omero, tenea in sue delizie venti oche, credo io, bionde bionde, e gratificavagli intanto dimenticarsi el suo Ulisses quanto ella curava quella sua domestica greggia e famigliuola. Alessandro, quello ottimo principe romano nimico de'ladri, quale talvolta con tanto stomaco si versava contro a'rapaci cittadini che la collera si li rompea e fuori in terra traboccava, costui, principe ottimo e constantissimo, dicono che per suo sollazzo e vezzi tenea colombi paia ventimila, e pasceagli del frutto de'loro pippioni: godea vedergli volare, e, come dicono e'poeti, godea sentirgli gemere ne'suoi amori e applaudere e festeggiare coll'ale a chi ben gli nutriva. Racconta Suetonio istorico che Tiberio Cesare principe romano pigliava sollazzo in mezzo al bagno natare con pi e pi tenerucci fanciugli, e ridea dicendo: questi sono e'mia pesciatellini. Ulisses solea presso a Circes lavarsi co'bagnuoli odoriferi. Catone, quel buon romano si levava dalle fessitudini delle sue faccende e tessea paneruzzole. Vidi io alcuni di natura duri, bizzarri, inessorabili, a cui bisognava quasi come per escludere e pignere fuori quel piuolo rotto del pertuso infiggervi uno altro intero piuolo, e per trargli la bizzarria bisognava litigar seco di qualche cosa ed eccitar seco qualche rissa tanto che si sfogasse, e poi era mansuetissimo e facilissimo e flessibile in ogni parte. A Pirro Eliensis filosofo, figliuolo di Plistarco, scrive Laerzio istorico, fu trastullo tenere una sua scrofa ben munda dal loto e ben pulita, e forse se la tenea, qual fanno le mamme, in collo per sua bambina. Cos molti simili essempli e modi da espurgare la erumna e gravezza de'duri pensieri e atti a restaurarci, s'io vi pensassi, potrei esporveli, co'quali e'nostri maggiori soleano recrearsi. Ma questi per ora bastino a quanto intendiamo.
Adunque e noi, quando forse ci si presentassero triste alcune memorie e insurgessero in noi turbulenti pensieri e agitazione di nostra mente, e gi cominciassero opprimerci grave alcune e dure sollicitudini, subito in que'principi osteremo prima che l'animo sia convinto, per che l'animo non pu mai poi imperare a se stesso. A que'primi insulti adunque subito usurperemo simili remedi; e con ogni arte e diligenza cureremo vendicarci in tranquilla ed espedita libert d'animo e di mente. E vuolsi, come si dice, se un solo non giova, molti forse gioveranno, vuolsi provarne pi e pi, tanto che tu senta da qualche uno l'animo tuo acquietato e pacificato con teco stessi.
Restano alcuni ultimi e ottimi ricordi a questa materia quali non voglio preterirli, e sono questi: non repetere all'animo tuo e'passati sinistri; ragiona e con teco e con altri d'ogni altra cosa che de'casi e infortuni tuoi. In Roma el simulacro della dea Angeronia aveva la bocca legata e suggellata, e a costei faceano e'sacerdoti sacrificio nel sacello della dea Voluppia; qual misterio interpetra Macrobio significare che soffrendo con taciturnit le angustie dell'animo tornano poi in volutt. Ma perch pare, quando siamo soli, meno possiamo non repetere e'nostri mali, e quando siamo non soli pi troviamo da consolarci co'e'ricordi e ammonimenti di chi ne ascolta, per mi piace quel precetto antiquo che in tue infelicit e miserie sempre fugga la solitudine. E a questo lodano trovarsi co'cari noti e amici in teatro, ne'tempi, e dove siano feste e giuochi privati e pubblici. E simile lodo io el tradursi colla giovent in villa a quello aiere libero, suso que'lieti colli, fra que'culti e prati amenissimi. E per divertere l'animo da ogni trista memoria e duro pensiero, dicovi questo: nulla troverete utilissimo quanto occupare le membra e occupare l'animo vostro ad altre varie o grate o ingrate faccende ch'elle siano. Que'di Pompeio, quando e'lo viddero ucciso e tronco giacere in sul lito, tanto restorono di condolersi quanto essi attesero a fuggire. Converrassi adoperare coll'uccello, co'cani alle caccie, tendere alle fere, a'pesci. Sar non disutile intrapreendere qualche patrocinio in la causa del tuo noto o vicino. Cos con altri e con simili essercizi sar utilissimo al tutto lungi fuggire ogni ozio e solitudine. E non vi tacer quel ch'io provai in me. Parravvi forse cosa lieve, ma ella porta seco ottimo e presentaneo rimedio. Cosa niuna tanto mi disdice da mia vessazione d'animo, n tanto mi contiene in quiete e tranquillit di mente, quanto occupare e'miei pensieri in qualche degna faccenda e adoperarmi in qualche ardua e rara pervestigazione. Soglio darmi a imparare a mente qualche poema o qualche ottima prosa; soglio darmi a commentare qualche essornazione, ad amplificare qualche argumentazione; e soglio, massime la notte, quando e'miei stimoli d'animo mi tengono sollecito e desto, per distormi da mie acerbe cure e triste sollicitudini, soglio fra me investigare e construere in mente qualche inaudita macchina da muovere e portare, da fermare e statuire cose grandissime e inestimabili. E qualche volta m'avvenne che non solo me acquetai in mie agitazioni d'animo, ma e ancora giunsi cose rare e degnissime di memoria. E talora, mancandomi simili investigazioni, composi a mente e coedificai qualche compositissimo edificio, e disposivi pi ordini e numeri di colonne con vari capitelli e base inusitate, e collega'vi conveniente e nuova grazia di cornici e tavolati. E con simili conscrizioni occupai me stessi sino che 'l sonno occup me. E quando pur mi sentissi non atto con questi rimedi a rassettarmi, io piglio qualche ragione in conoscere e discutere cagioni ed essere di cose da natura riposte e ascose. E sopratutto quanto io provai, nulla pi in questo mi satisfa, nulla tutto tanto mi compreende e adopera, quanto le investigazioni e dimostrazioni matematice, massime quando io studi ridurle a qualche utile pratica in vita; come fece qui Battista, qual cav e'suoi rudimenti di pittura e anche e'suoi elementi pur da'matematici, e cavonne quelle incredibili preposizioni " de motibus ponderis" . Non voglio estendermi in recitarvi di me quello che in me possano queste arti matematice; n voglio insistere a persuadervi quel che io stimo per miei detti di sopra esservi persuaso. Tanto solo v'affermo: cosa niuna pi giova a espurgare ogni tristezza che immettersi in animo qualche altra occupazione e pensiere. Confesserovvi di me stesso, a me non rarissimo intervenne ch'io, posto in mezzo dove erano alcuni invidi, procaci e temulenti, de'quali pi d'uno con vari stimoli e aculei di parole per incitarmi ad ira di qua e di qua mi saettavano, stetti parte s occupato ad altre mie investigazioni, parte ancora s disposto a nulla curarli pi che se fussero quel corvo che salutava Cesare, o quel psittaco che gridava chere, chere, che io nulla udiva, nulla vedea, nulla sentiva altri che me stessi; meco ragionava, meco repetea miei studi e vigilie, e a me stessi intanto promettea buona grazia e posterit. Quinci pensate voi quali siano gli animi pi pieni che 'l mio di maravigliosa investigazione. M. Marcello presso a Siracuse comand a'suoi armati che in tanto eccidio di s nobile terra servassero quello Archimede matematico, quale difendendo la patria sua con varie e in prima non vedute macchine e instrumenti bellici, aveva una e un'altra volta perturbato ogni ordine suo e rotto l'impeto di tanta sua ossidione ed espugnazione. Trovoronlo investigare cose geometrice quale e'disegnava in sul pavimento in casa sua; e trovoronlo s occupato coll'animo e tanto astratto da ogni altro senso che lo strepito delle armi, el gemito de'cittadini quali cadeano sotto le ferite, le strida delle moltitudine quali periano oppressi dalle fiamme e dalle ruine de'tetti e de'tempi, nulla el commoveano. Cosa per certo mirabile che tanto fracasso, tanta caligine del fumo e del polverio non lo stogliesse da questa una sua investigazione e ragione matematica a quale egli era tanto occupato e adiudicato.
Cos, non dubitate, se instituiremo in noi buona ragione di vivere, se ci daremo a lodati essercizi, se insisterremo in pervestigazioni di cose degne e prestantissime, se ci adempieremo di virt e constanza, certo potremo, con nostra pace e lieta quiete e degna tranquillit d'animo, quanto vorremo contro a'casi avversi, contro le ingrate lassitudini e fatiche, contro al dolore, e contro ogni avversit e ingiuria de'tempi e della fortuna, e contro ogni malizia e malvagit di qualunque sia omo in vita perfido e iniquissimo.

- Fine -