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LEO BAPTISTA ALBERTI

DE EQUO ANIMANTE

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Ce.S.M.E.T.
Neapoli MCMXXCI
LEON BATTISTA ALBERTI


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IL CAVALLO VIVO


testo latino a fronte
traduzione, introduzione e note di
ANTONIO VIDETTA
con una presentazione di
Charles B. Schmitt


Ce.S.M.E.T.

Napoli 1991




A tutta la mia partecipe famiglia.


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FOREWORD

by Charles B. Schmitt.



An evaluation of the true importance of Leon Battista Alberti as a leading force in the Quattrocento scientific thought is complicated by the fact that so much of his scientific writings has been lost. We are not so fortunate, as we are - for example - in the case of Leonardo, to have still extant masses of autograph notebooks from which to derive an interpretation. Though we still have his important and influential works on painting and architecture, we no longer have his "De motibus ponderis" and the many other writings of a scientifical or technical nature which he was preparing for publication at the time of his death. Those works mostly perished with him, so we retain only a very limited access to one of the most fertile and unusual scientific minds of the Quattrocento.

We should therefore be grateful to professor Videtta for making accessible once again what seems undoubtedly to be a genuine albertian work, though thus far it has not entered into the mainstream of interpretative literature. In spite of a good deal of recent study on Alberti and his many-sided career, few interpreters - either those engaged in studying him as an artist or those who view him as a scientist - have considered his "De equo animante", which is part of a long tradition of such treatises stretching from Xenophon through Iordanus Ruffus down to Alberti's own century.
Alberti's work survives in only tow fifteenth-century manuscript copies (one in the Vatican and the other in the Bodleian Library of Oxford), neither of them an autograph, though one was made during Alberti's life-time. It also survives in a very rare Basel edition of 1556; and in 1890 the distinguished Alberti scholar Girolamo Mancini included it in his edition of Alberti's "Opera inedita et pauca separatim impressa", tough he did not make full use of the material available to him. Not only does his edition not qualify as critical, but it lacks any attempt to put the work into the necessary context for a full unterstanding of how Alberti's work might fit into the previous tradition of hippiatric treatises.

Professor Videtta edition is based upon a full collation of all the known relevant materials, and it contains an italian traslation of his newly established text, as well as an extensive introductory and explanatory apparatus.
Therefore, this work of Alberti can now finally be brought into the mainstream of scholarly interpretation for the first time.
If the "De equo animante" has hintherto been too long neglected, there can now be no further reason for its not being taken into account by those wishing to study Alberti or the history of hippiatric treatises. It was not even mentioned in the article devoted to him in the authoritative "Dictionary of Scientific Biography", in spite of the fact that it should have been related to scientific aspect of Alberti's many-faceted genius.
His hippiatric treatise can make no claim to be one of Alberti's most original or important writings. Nonetheless, to have once again accessible - and in an edition more useful than any previous one - the "De equo animante" can have no other effect than to allow both Alberti scholars and those concerned with the Quattrocento scientific thought in general to relate the treatise to our present framework of knowledge.

PREFAZIONE ALLA SECONDA
EDIZIONE



Vorrei dire come Lazarillo de Tormes: "Io credo che sia bene che cose tanto singolari e forse mai udite n viste da alcuno vengano a conoscenza di molti e non restino sotterrate nella fossa dell'oblio: potrebbe infatti accadere che a leggerle qualcuno ci trovi qualcosa che gli piaccia..."(1). Cos deve essere infatti se la prima tiratura di questo lavoro and completamente esaurita in pochi mesi e molte richieste (segnatamente provenienti da biblioteche di tutta Europa e degli Stati Uniti d'America) dovettero a suo tempo rimanere inevase.
Oltre a questo, l'aver avuto l'opportunit di mettere a frutto le reazioni e i pareri di molti autorevoli colleghi di disparate discipline mi ha indotto a presentare questo libro di piccola mole, ma complesso e molteplice nelle sue componenti, in un nuovo assetto che spero estremamente pi agevole per la consultazione e per la lettura. Le moltissime note sono state abbreviate e trasposte a pi di ogni pagina, con gli ovvi vantaggi che questo sempre comporta; i brani pi estesi che ne facevano parte nell'altra edizione sono stati integrati in una rinnovata organizzazione concettuale dell'esposizione e fusi con il preesistente saggio introduttivo. La bibliografia  stata incrementata e aggiornata ed anche l'apparato filologico relativo al testo latino  stato completato e riepilogato da sintetici rendiconti che ne pongono in rilievo ogni possibile aspetto e ogni deducibile indicazione.
A tal riguardo per sottolineo ancora che non  stato mio intendimento dare saggio di improvvisazione in campi di ricerca non miei, ma solo di rendere disponibile, per cos dire, "su un piatto d'argento" - ossia tradotto in una lingua moderna e corredato di ogni pi immediato ausilio critico - questo difficile (come, con mio grande sollievo,  stato definito anche da altri(2)) testo per tutti gli studiosi delle svariate discipline alle quali pu essere agganciato (a cominciare dagli stessi storici dell'arte, sempre "tangenziali" ad esso); i quali potranno ora intervenire agevolmente (come scrive anche Charles B. Schmitt) su questo "recupero" e, se lo riterranno necessario, "approfondire le proprie ricerche, secondo la loro specifica competenza, sui vari aspetti dell'opera", per dirla con le parole che Mario Salmi(3) rifer a tutta la produzione dell'Alberti, in occasione del compiersi del quinto centenario della sua morte.
Certo, ho dovuto forzosamente allungare lo sguardo su cose evidentemente inusitate ed estranee alle competenze ed alle procedure abituali di uno studioso di critica d'arte. Era perci inevitabile - ed anche opportuno, mi pare - che lo facessi... con discrezione, ossia nella misura strettamente indispensabile a fornire al lettore qualche sussidio, per cos dire, "di pronto soccorso", atto a rendergli possibile la prima appercezione del testo.
Tuttavia il fatto fondamentale che questa piccola dissertazione albertiana (ancora in tempi non troppo lontani addirittura completamente fraintesa e tuttora - almeno fino alla prima pubblicazione del presente studio - non esattamente datata) non sia mai stata letta e commentata al di l del... proemio - come ha riconosciuto lo stesso Schmitt nella sua presentazione, cos come qualcosa di analogo Luigi Malerba(4) afferma che capiti a molta parte dell'opera scritta dell'Alberti -, mi porta a credere che solo la miope intransigenza normativa di un arcigno censore dagli "occhi di bragia" potrebbe fissare lo sguardo, impuntandosi, sui dettagli di una esteriore paradigmatica, e perdere invece di vista il quadro d'insieme e le prospettive culturali e il significato pi essenziale di un contributo siffatto.
D'altra parte, la difettosa distribuzione della quale fu oggetto la prima edizione, ha fatto s che si siano verificate strane "discrasie" bibliografiche.
Nel testo del Malerba, per esempio, ricorrono vari pensieri analoghi a quelli che io avevo espresso oltre tre anni prima, certo per una mera questione di plenitudo temporum, visto che il mio lavoro non vi  citato.
Ancora pi singolare il caso del Parronchi, il quale ha pubblicato, come ho gi precisato, il suo articolo nella miscellanea edita in onore di Roberto Salvini, ed avverte in nota che  ricorso alla collaborazione di altra persona, il dottor Giuliano Tanturli, per annettervi una traduzione della lettera dedicatoria premessa dall'Alberti al "De equo animante", ignorando evidentemente il fatto che esisteva gi la mia. Naturalmente non intendo dire che avrebbe dovuto servirsene, ma solo che avrebbe potuto tenerla presente, dato che il mio libro esisteva gi nelle biblioteche di Firenze(5) e che era anche ben noto al Salvini stesso e ad altri studiosi di quell'ambiente, come Alessandro Perosa (che me ne aveva fatto cordiale richiesta in una lettera che conservo gelosamente), o come Eugenio Garin o Paola Barocchi, i quali tutti nulla avevano eccepito circa la qualit della traduzione in italiano del trattato albertiano in esso riportato per intero.
Mi pare dunque opportuno sospingere ancora in pista questo "cavallo" per un nuovo giro, giusto ad un decennio dalla sua prima uscita (i cavalli di questa razza non invecchiano mai), e ad un secolo dalla edizione sansoniana di Girolamo Mancini.

Napoli, 25 novembre 1991.

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A. V.


INTRODUZIONE

di Antonio Videtta


I MOTIVI
Strani destini ci legano a volte col pi saldo dei nodi a cose imprevedibili, nei pi imprevedibili modi. Questa sonora e simpatica locuzione latina - de equo animante - mi sta negli orecchi e, quasi ormai posso dire, fa parte di me, da una vita.
Appresa gi di volata nei banchi del liceo(6), ne ricevetti una pi incisiva cognizione al mio ingresso in Istituto(7) per bocca di Valerio Mariani; il quale nel suo frequentissimo discorrere di cose del Rinascimento, non mancava mai di citarla ogni volta che se ne presentasse propizia l'occasione, affascinato dal peregrino testo albertiano che cos si intitola per implicazioni forse un po'mitizzate, quasi che il "Vitruvio moderno" fosse stato in quest'opera anche un rinato Virgilio e l'opera stessa una intatta e riposta ramificazione dell'oro delle Georgiche(8); ma pi ancora per un segreto trasognamento legato, questo, alle memorie della sua giovinezza, alla scuola di Adolfo Venturi, quando - a sentire i suoi racconti - sembrava quasi avere intravisto nel raro scritto albertiano qualcosa di ancestrale e di favoloso. Le due suggestioni - autobiografica e letteraria - probabilmente si confondevano nel ricordo, perch in realt egli non era mai pi ritornato su quel testo in maniera razionale e concreta. A volte infatti attraverso la vaghezza di quei discorsi faceva capolino - con una disposizione d'animo pi manageriale, da direttore di istituto universitario, appunto - una sorta di rimpianto anche un po'indispettito per non aver mai potuto disporre di una edizione "possibile" (ossia integrale e leggibile), e per non aver avuto egli stesso l'opportunit di propiziarne l'avvento. Rimpianto ingeneratosi probabilmente sul ricordo di qualche personale assaggio di sporadici passi dell'opera.
Cos, di anno in anno, egli instill in me la curiosit, e quasi - tanto per esprimermi in carattere - mi diede lo sprone, di tentare il cimento di una presa di contatto... ravvicinata.
Da allora, per un arco di anni davvero spropositato (ove lo si commisurasse meccanicamente alla consistenza materiale dell'opera, e non - per esempio - alle svariatissime e disparate problematiche alle quali sono connessi le sue origini ed i suoi effettivi contenuti; alle difficolt linguistiche e di decifrazione dei codici per frequenti tratti quasi insormontabili per un non- specialista di quel particolare campo di applicazione; ai tempi quasi obbligati di assuefazione e di maturazione che essa imponeva; ai protratti "sconfinamenti" in territori di ricerca a me estranei quali la storia della Medicina e della Veterinaria - anche della Mascalcia, specialmente di quelle di matrice bizantina, che al tempo dell'Alberti erano ancora il nucleo portante delle cognizioni e delle tecniche in atto -, o quali gli strumenti e le metodologie propri della filologia classica e umanistica e della paleografia, indispensabili per la corretta utilizzazione delle trascrizioni coeve nonch delle due edizioni succedutesi a quelle con amplissimi intervalli di tempo, come vedremo; ai diffusi equivoci - e tenaci - di cui  stata oggetto questa smilza ma difficile esercitazione albertiana nella sporadica ed evasiva bibliografia che la riguarda; almeno fino all'avvento della ricca fioritura di contributi specifici dedicati all'Alberti, nei vari aspetti della sua figura e della sua operosit, provocata dalla ricorrenza del quinto centenario della morte di questo poliedrico personaggio del nostro Quattrocento, nel 1972, e dintorni; oltre - com' ovvio, naturalmente, in un caso di ricerca in certo senso cos "anomalo" per me - all'inframmezzarsi e alle inelusibili pressioni, durante il mio impegno ad esso dedicato, di altri compiti pi pertinenti), questo testo  stato da me reiteratamente "attaccato", abbandonato e ripreso, a volta a volta, con curiosit, con interesse, con pena, con affezione, o "sospeso" con insofferenza, e per mai dimenticato, divenendo una specie di Leitmotiv, di contrappunto di ogni altra mia attivit: un sottofondo persistente, solo affettatamente ignorato in certi periodi, ma ormai profondamente radicato nella mia coscienza di studioso insieme alla tacita convinzione che prima o poi avrei mandato ad effetto il mio proposito.

Quando ormai, collazionati i manoscritti e le trascrizioni stampate grazie ad un piccolo finanziamento del C.N.R., mi ero reso edotto compiutamente ed esaurientemente dell'effettivo contenuto dell'opera, del tutto estraneo alla trattatistica figurativa, mi feci anche la convinzione che questa constatazione non vanificava una sua edizione critica(9), ma anzi la rendeva tanto pi opportuna quanto pi risultava necessaria la dimostrazione palpabile ed esauriente di ci che questo piccolo trattato veramente ; e che ormai era possibile offrirla compiutamente, dal momento che era stato eseguito ci che nessuno in Italia o altrove aveva fatto prima: la sua sistemazione integrale, con il problematico testo latino adesso emendato e leggibile, e con la versione a fronte in una lingua moderna. Il che - sia pure per esclusione - mi pare costituisca ugualmente un valido contributo alla "letteratura artistica",... almeno quanto lo erano per i neoplatonici - ai fini della esistenza e della percezione di Dio - le dimostrazioni della "teologia negativa".

Del resto, all'interesse specialistico di partenza si erano intrecciate altre motivazioni personali, diciamo pure "d'affezione": per esempio, l'aver io militato a Firenze sotto le nobilissime insegne del Secondo Reggimento di Cavalleria, "venustus et audax", il reggimento un tempo detto "della Regina", quel "Piemonte Reale Cavalleria" che all'epoca della mia appartenenza - parecchi anni gi dopo l'avvento della Repubblica -, i "vecchi" del Circolo Ufficiali ancora raccomandavano di chiamare "Piemonte, punto e basta".
E inoltre, commisti ai vecchi ricordi ed al mio persistente interesse per i cavalli, da una parte il sentimento di aver ormai contratto "un debito" col vecchio professor Mariani, sotto questo profilo; dall'altra anche una considerazione professionale per il patrocinio accordato a suo tempo dal C.N.R., che, sebbene fosse stato onorato esaurientemente - entro i limiti imposti alla ricerca - alla scadenza del contratto con la relazione scientifica del lavoro svolto, come richiesto, ugualmente mi pareva comportasse in qualche modo per me anche la presa di coscienza dell'impegno morale di fornire pure un frutto pubblicamente tangibile della ricerca esperita.

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I MANOSCRITTI E LE EDIZIONI
Lo stato dell'opera (in senso filologico) quando, dopo una prima lettura del testo (nell'edizione fornita da Girolamo Mancini della quale dar conto diffusamente pi avanti), mi accinsi alla collazione di tutte le stesure di esso, era il seguente (e non mi risulta che sia mutato nel frattempo): non esisteva un manoscritto autografo dell'Alberti. Esistevano invece due codici trascritti e due edizioni a stampa; tutti in lingua latina. Non esisteva n una edizione critica di essa, n una sua traduzione in una lingua moderna.
Dei manoscritti, uno  conservato nella Biblioteca Vaticana ove fa parte di un fondo definito "Ottoboniano" e, nell'ambito di questo, di un codice cartaceo contenente opere di vari autori. Dell'Alberti, quest'ultimo reca solo il presente breve trattato sul cavallo: la stesura fu eseguita - "rapidamente", come il copista stesso dichiara, ma evidentemente anche in una condizione di quasi totale ignoranza della lingua latina (...e questo non vi  precisato) - da un certo Giovanni Odone Covato il 7 marzo del 1468.
Il secondo manoscritto fa parte di un esteso codice della Bodleian Library di Oxford (che l'acquist nel 1817). Precedentemente aveva fatto parte della ricca collezione dell'ex gesuita Matteo Luigi Canonici, e perci gli studiosi lo indicano convenzionalmente come "codice Canoniciano". Esso contiene - oltre al "De equo animante" - parecchi altri scritti di Leon Battista Alberti e pare fosse stato redatto a Bologna;  contrassegnato da un titolo ("Opuscula Leonis Baptistae Alberti"(10)) e da una data posta dopo il primo gruppo di trascrizioni - che si conclude con il testo dell'intercenale "Anuli" - (le altre infatti pare siano state eseguite da "una mano" diversa): 30 luglio 1487(11).
Non sono in grado di dire se tale data sia attendibile, e nemmeno ho elementi per pensare che non lo sia, specie considerando il fatto che tutti gli studiosi albertiani la accolgono tranquillamente per buona. Certo  che ad una impressione visiva immediata (confortata anche dal parere di qualche specialista di paleografia e diplomatica da me consultato) la stesura ora in Oxford sembra pi antica di quella del Covato. Ma i filologi mi dicono che si tratta di una impressione esteriore da attribuire solo ad una differenza di stile grafico dovuta sia al diverso livello culturale dei due amanuensi, sia al fatto che probabilmente la raccolta bolognese voleva avere un carattere di definitivit. Cos l'ha definito anche il Grayson, secondo il quale questa silloge che "ha tutta l'aria di una raccolta postuma, di una bella copia tirata da un corpus ormai definitivo di opuscoli dell'Alberti" fa "pensare, se non alla preparazione di una eventuale edizione a stampa, almeno ad un opera omnia desiderato da qualche parente, amico o ammiratore dell'Alberti(12)"... "licet non satis accurate [...] exaratum" potremmo soggiungere con Iacopo Morelli(13), ove dallo stile grafico si passi a considerarne i contenuti, anche qui non esenti qua e l da quelle che Rosario Contarino definisce "sviste oppure omissioni del copista"(14).

L'editio princeps fu eseguita da Michele Martino Stella, in Basilea, l'anno 1556. Tale libro  - nel suo assetto originario - quasi introvabile (e il quasi ha valore meramente cautelativo). Ho avuto notizia di tre esemplari di esso: uno della Biblioteca Nazionale di Parigi, uno di Montecassino, uno della Biblioteca Universitaria di Basilea.
Il primo, censito nei correnti repertori internazionali delle biblioteche pubbliche,  risultato all'epoca inusufruibile per il suo cattivo stato di conservazione (o per altri motivi; comunque, inottenibile). Il secondo  menzionato da Girolamo Mancini (nella seconda edizione a stampa del trattatello albertiano, di cui dir pi avanti), il quale per soggiunse che glie ne era stato "mostrato humaniter" un "campione manoscritto" dal monaco Ambrogio Amelli.
Come si vede, la cosa  alquanto ambigua. Non si comprende se il Mancini abbia effettivamente visto con i propri occhi l'esemplare della edizione basilese - della quale poi gli sia stata fornita dall'Amelli una copia scritta a mano (in quell'"humaniter" sembra di cogliere una voluta e sottaciuta critica ad altre persone di quel convento: per certe faccende i tempi sono sempre uguali(15)) -, o se egli abbia potuto vedere soltanto una trascrizione a mano di propriet dell'Amelli o da questi eseguita - o fatta eseguire - apposta per lui (ipotesi secondo la quale il citato avverbio assumerebbe un valore ancora pi forte). Quel che  certo  che tale esemplare non esiste (o non  mai esistito, o non esiste pi) a Montecassino.
Io quindi ho lavorato sull'esemplare custodito a Basilea, del quale... humaniter mi aveva dichiarato l'esistenza e la disponibilit il personale di quella Biblioteca Universitaria.

Tale copia presenta due particolarit. La prima di esse  che il libro  carente della copertina originaria, essendo stato rilegato, secondo l'uso frequente (quanto esteticamente e scientificamente infausto) nelle grandi biblioteche pubbliche, cucito insieme ad altre due brevi opere di pari formato. Nel complesso quindi il volume (che reca la segnatura "Catalog C. C. VIII. 37." si presenta come una miscellanea di tre (compreso il "De equo") cinquecentine.
Preciso per utilit o curiosit del lettore che le altre due sono: un'antologia - della cui intestazione rimane solo la dedica - di componimenti latini in versi, di autori di varie epoche, i quali presentano fra loro il nesso contenutistico costituito dal comune riferimento agli animali, alla caccia, o a temi di carattere bucolico, curata da GEORGIUS LOGUS SILESIUS S.P.D., apud Seb. Gryphium, Lugduni 1537; e un Cynosophion seu de cura canum liber, PHAEMONIS ueteris Philosophi, interprete ANDREA AURIFABRO Vratislauiense, Medico, apud Johannem Lufft, Vitenbergae s. d. (ma 1545).

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La seconda particolarit potrebbe assumere un interessante significato per il fatto di essere proprio la copia conservata nella citt ove il libro fu stampato: essa infatti reca sulle sue pagine parecchie correzioni eseguite a penna. Su questa circostanza torner pi avanti.


La seconda edizione del trattato  compresa nel volume LEONIS BAPTISTAE ALBERTI, Opera inedita et pauca separatim impressa, HIERONYMO MANCINI curante, J. C. Sansoni, Florentiae 1890, anch'esso discretamente raro.
Cinque elementi di collazione, dunque, anche se di differente natura ed attendibilit, tutti da me direttamente e minutamente esaminati.


IL PROBLEMA DELLE "PARENTELE"
Fatto il necessario e inevitabile avvertimento che "non  mio ufficio" (n mio precipuo interesse culturale) affrontare una procedura del genere di quelle che un filologo delle letterature antiche auspicherebbe applicate nella misura pi rigorosa (anche quando - e quanto - questa renda omaggio a normative di esposizione conformi ad una consuetudine di casta pi che determinanti ai fini dell'indagine da condurre); e che fornisco le seguenti indicazioni solo per il desiderio di risultare quant' possibile esauriente ed esplicito a conforto dei lettori; cercher di fornire ugualmente tutti gli elementi sostanziali atti, se non a dirimere (cosa che credo obiettivamente impossibile) la questione, almeno a porre nel giusto rapporto i termini reali di essa(16).

Sul codice Ottoboniano (di cui a pag. 4. [cfr. I manoscritti e le edizioni]) c' da osservare ben poco tranne la qualit evidentemente incolta ed ingenua del copista. Pi importante  avvertire sbito che esso reca (oltre a molte diversit - che qui segnaler tutte puntualmente ai loro luoghi -) a volte qualcosa di pi e a volte qualcosa di meno rispetto al codice di Oxford.
Il codice di provenienza bolognese (di cui a pag. 4 [cfr. I manoscritti e le edizioni]), custodito alla "Bodleiana" di Oxford,  risultato prezioso per chiarire alcuni problemi sia di lezione che di integrit del testo i quali sulla base delle altre redazioni sarebbero rimasti - malgrado ogni sforzo interpretativo e la consultazione di qualche collega dalla indiscutibile competenza specifica - irrimediabilmente insoluti. Alcune differenze testuali in esso riscontrabili (che segnaler ai loro luoghi) si sono rilevate decisive ai fini della leggibilit dello scritto.
Ci esclude automaticamente che i due codici possano derivare l'uno dall'altro. In un caso del genere, infatti, se, in particolare, dei due manoscriti, quello di data posteriore reca lacune rispetto al pi antico, si pu pensare ad una distrazione del copista; ma, se - viceversa -  il pi recente a recare elementi non riscontrabili nell'altro, ci pu solo significare che esso non deriva da quello, ma da un terzo modello non pervenutoci o che ancora non conosciamo. Orbene, dalla collazione che presento qui di seguito emergono entrambe queste circostanze, ed altre combinazioni ancora, sicch di volta in volta disparate e talvolta contraddittorie ipotesi sembrano essere rispettivamente quella giusta.
Pur tuttavia, l'impressione complessiva  alla fine che entrambi i codici, nonch la terza (ipotetica) redazione della quale, come vedremo chiaramente, sembra essere portatore lo Stella, derivino (ciascuno con sviste e lacune sue proprie) da un modello comune; che non siano, cio, - come dicono gli specialisti - "di famiglie diverse". Ma , ovviamente, un interrogativo di difficile soluzione, quando - come in questo caso - manchino i prototipi o almeno dei parametri attendibili cui far riferimento e ci si propone invece una alternativa fra due sole varianti ed entrambe di seconda mano.
Circa le origini - ignote, che io sappia per altri versi - della redazione a stampa edita a Basilea, si pu intuire qualcosa dalla prefazione stessa, composta dallo Stella sotto forma di dedica a due suoi amici, come vedremo. Tale pubblicazione, se a rigor di termini filologici non dovrebbe trovare spazio in un prospetto del genere, essendo a prima vista non un "testimone", ma una trascizione a stampa e di oltre un secolo posteriore alla presumibile data di nascita del trattato, ad un esame pi approfondito si qualifica concretamente come elemento "attivo" del confronto fra le diverse lezioni. Essa infatti, intanto, non  in tutto e per tutto conforme n all'uno, n all'altro manoscritto. Oltre a ci, nei luoghi rivelantisi come oggetti di discussione, coincide pressoch nella totalit dei casi con la lezione del codice Ottoboniano, e quasi mai con l'altro. Nei luoghi nei quali  conforme alla lezione del codice ossoniense la circostanza  quasi sempre insignificante, perch in realt  quest'ultimo che risulta coincidente con quello vaticano in qualche situazione molto particolare, come si vedr. Soltanto pochissime volte insomma si riscontra lo Stella coincidente con il Canoniciano senza che lo sia anche l'altro codice. Oltre tutto, sia detto per incidens, tale circostanza non  certo un vantaggio dal punto di vista della correttezza linguistica, perch anche questo Stella non doveva essere un cultore di buon latino a giudicare dalla qualit della prefazione da lui scritta - di problematicissima interpretazione - che riporto pi gi.
C' poi l'altra alternativa a queste varianti, ed  quella, gi accennata, dei casi nei quali il testo dell'editio princeps differisce sia dall'uno che dall'altro manoscritto, e quindi appare chiaramente come portatore di una terza lezione rispetto ai due codici noti. Ma c' dell'altro.
Le correzioni manoscritte a penna che appaiono qua e l lungo i margini della copia dell'edizione dello Stella conservata a Basilea, che ho gi messo in evidenza a pag. 7 [cfr. I manoscritti e le edizioni], infatti, al contrario che la redazione stampata sono sempre conformi alle lezioni del codice Canoniciano. Esse risultano certamente coeve (o di non molto discoste sul piano cronologico), ed indicher il loro ignoto autore convenzionalmente con l'appellativo di "Chiosatore di Basilea".
Dalla curiosa circostanza che proprio la copia del libro conservata nella stessa citt di Basilea rechi quelle correzioni, ed il costante orientamento col quale la lezione del tipografo o  conforme all'Ottoboniano o sta per proprio conto, mentre quella del Chiosatore sta sempre col Canoniciano, si ingenera spontanea l'ipotesi che il "mio" Chiosatore di Basilea non sia altri che lo Stella medesimo (o persona vicina a lui) che qualche tempo dopo il 1556 abbia riguardato il testo avendo in animo la realizzazione di una ristampa "riveduta e corretta" e magari disponendo di un'altra trascrizione del testo (e sarebbe la quarta, visto che quella usata nel 1556 gi non era identica a quella dei due codici che conosciamo) diversa da quella usata per la prima (e poi rimasta unica) edizione. Ma di ci faccio appello agli specialisti.

Ancora peggiore  la qualit della redazione manciniana, e non per colpa del degnissimo studioso: i sistemi di lavoro dei quali disponeva certo non avevano il rigore metodologico e la scientificit di mezzi di quelli dell'odierna filologia, ma soprattutto ha molto peso la circostanza che egli ha eseguito la sua collazione non avendo sott'occhio nella sua reale concretezza nessuna delle trascrizioni alle quali faceva riferimento. Se infatti egli afferm altrove di conoscere (ma attraverso copia eseguita, ovviamente, a mano, come rivendica esplicitamente(17)) il codice di Oxford (allo stesso modo degli altri), risulta peraltro indubitabile che non disponeva di tale trascrizione al momento nel quale si dedicava alla edizione di brevi scritti latini dell'Alberti.
Del resto, egli stesso nella nota tecnica relativa al "De equo animante", che riporter testualmente a suo luogo, cita come sue fonti solo il codice Ottoboniano e l'edizione di Basilea. Aggiungasi peraltro che, come abbiamo visto per l'editio princeps, e come apparir chiaramente nei luoghi che segnaler di volta in volta, anche i codici egli poteva studiare, come  chiaramente affermato nei passi or ora citati, solo in (ulteriori) copie manoscritte, con quel che  facile intuire. Diverse volte perci, non avendo alcuna possibilit reale di controllo, e preoccupato per la comprensibilit del testo egli (forse supponendo inesattezze di chi gli aveva procurato le copie) interviene - come far notare - con varianti suggerite da sue congetture(18).
Mi pare evidente che in queste condizioni  impossibile seguire il principio canonico di operare una scelta definitiva ed attenersi invariabilmente ad un solo modello. Non esistendo una stesura di superiore attendibilit, non potrebbe essere che una scelta cervellotica e priva di un fondamento scientifico e costante.
Perch incaponirsi a voler seguire una lezione incomprensibile (la lectio difficilior) del passo quando (ma in quel determinato caso!) il testimone alternativo ne offre una pi piana dal punto di vista lessicale, grammaticale e sintattico; pi logica da quello concettuale; e in definitiva pi traducibile in un buon italiano (almeno, sempre che il vero scopo di un lavoro del genere non sia una mera esercitazione accademica - gradibile da un certo clan di iniziati -, ma il recupero soprattutto del senso culturale di un testo tuttora non ancora acquisito agli studi nella completezza del suo svolgimento)?
Meglio mi pare operare di volta in volta una critica serrata dei luoghi discordanti (dandone conto con la massima puntualit e limpidezza di metodo - anche se giustifiche di tal fatta mi dicono che non rientrino nel costume dei filologi autorevoli -), assumendosi la responsabilit di una ricostruzione dello scritto quanto pi convincente in relazione al contesto e al suo autore e quanto pi atta a dar luogo ad una lettura italiana rigorosa e aderente all'originale, ma scorrevole e coerente (certo non pi di quanto lo sia l'autore stesso!).
E quando ci risultasse proprio impossibile, commentare opportunamente la traduzione proposta, esponendo esplicitamente i termini e le difficolt del problema(19).

Passo quindi qui di seguito ad elencare - attingendo dalla collazione condotta dettagliatamente in calce alle pagine del testo latino - alcuni casi particolarmente significativi (raggruppandoli per specie) dei vari modi nei quali si configura il reciproco rapporto dei due manoscritti del Vaticano e di Oxford fra di loro, e della stesura stampata dallo Stella (e con questa delle correzioni del suo chiosatore di Basilea) con ciascuno di essi. Sono luoghi(20) nei quali:

- i due codici danno lezioni diverse e lo Stella appare conforme all'Ottoboniano = 84, 4 [18]; 88, 10 [46]; 90, 4 [52]; 172, 11 [635];
- i due manoscritti danno lezioni diverse; lo Stella  conforme al Canoniciano 86, 11 [31]; 86, 14 [35]; 132, 4 [364]; 174, 10 [645];
- i due codici danno lezioni diverse e lo Stella appare conforme all'Ottoboniano, ma il Chiosatore di Basilea interviene con una lezione che  conforme a quella del Canoniciano = 102, 10 [141]; 102, 14 [145]; 152, 3 [506];
- i due manoscritti danno lezioni diverse; lo Stella  uguale all'Ottoboniano; il Chiosatore  diverso da entrambi = 84, 2 [16];
- i due manoscritti e l'edizione danno tre lezioni differenti = 142, 4 [436]; 168, 8 [612]; 174, 1 [636]; 180, 5 [679]; 180, 6 [680];
- i due manoscritti danno la stessa lezione, lo Stella  diverso = 100, 8 [110]; 138, 14 [420];
- i due manoscritti danno la stessa lezione, lo Stella  diverso, il Chiosatore a sua volta diverso = 82, 6 [9];
- le tre stesure risultano tutte conformi essendo stato corretto l'Ottoboniano = 162, 5 [575];
- coincidenza di tutte le stesure nel dare una lezione molto inconsueta o "impossibile" = 126, 4 [332]; 140, 1 [424];
- caso uguale al precedente, ma con la correzione del Chiosatore = 118, 7 [272].

Un prospetto ancora pi schematico del reciproco configurarsi dei due manoscritti fra loro, e della posizione dello Stella, ora conforme ad uno solo di essi, ed ora diverso da entrambi, e quindi portatore indubbiamente di una terza lezione, si pu dare a proposito della non riscontrabilit in una delle stesure di una o pi parole o di un passo, che mi pare l'elemento di pi immediata rilevanza e significato(21):




luoghi	a	b	c	d	e

80, 3 [3]		.	.

82, 2 [5]					.

84, 3 [16]		.	.

84, 5 [19]	.		.

86, 8 [29]	.		.

86, 13 [34]	.		.

88, 4 [40]		.	.

88, 8 [44]		.	.

88, 10 [46]		.	.

88, 12 [48]					.

90, 9 [57]					.

90, 13 [61]					.

90, 17 [65]	.		.

94, 8 [82]	.	.			.

94, 10 [84]					.

94, 11 [85]		.	.

98, 3 [94]	.		.

98, 6 [97]		.	.

98, 19[110]		.	.

100,10[121]					.

100,12[123]	.		.

100,15[126]		.	.

100,20[131]	.		.

102, 5[136]		.	.

102,11[142]					.

104, 1[149]	.		.

104,14[162]		.	.

104,17[165]		.	.

106, 6[176]	.	.			.

110, 6[208]					.

116, 5[255]	.	.	.	.

116,11[261]					.

118, 1[266]	.		.

118, 6[271]	.	.			.

118,11[276]	.	.			.

120, 2[278]	.	.			.

120, 4[280]	.	.			.

120, 7[283]	.	.			.

120,10[286]	.	.			.

120,12[288]	.	.			.

120,13[289]	.	.			.

122, 4[293]	.		.

122, 6[295]					.

122,11[300]	.	.			.

124, 5[313]	.	.			.

124, 7[315]	.	.			.

124, 9[317]	.	.			.

126, 9[337]					.

128, 8[349]	.		.

128,16[357]	.		.

132, 1[361]		.	.

134, 9[383]		.	.

138, 2[408]	.		.

138, 5[411]	.		.

138, 9[415]					.

138,11[417]	.	.			.

142, 1[433]		.	.

142, 9[441]		.	.

144, 8[453]	.		.

144, 9[454]		.	.

144,12[457]		.	.

150, 9[496]	.		.

152, 9[512]		.	.

154, 4[522]					.

154, 5[523]	.				.

154,12[530]	.		.

158,11[555]	.	.			.

160, 2[559]	.				.

160, 7[564]	.		.

160, 9[566]	.				.

162, 8[578]		.	.

164, 5[589]		.	.

166, 3[596]	.		.

166, 5[598]	.		.

166,11[604]	.		.

172, 2[626]		.	.

172, 6[630]	.		.

174, 1[636]	.	.			.

174, 5[640]					.

174, 7[642]		.	.

174, 8[643]	.	.			.

176, 3[650]	.		.

176, 5[652]		.			.

176,12[659]	.		.

178, 4[664]					.

178, 6[666]	.	.			.

180, 6[680]	.		.





GLI ESTENSORI E GLI ALTRI CONNESSI
Su Giovanni Odone Covato, estensore della trascrizione compresa nel codice Ottoboniano, nulla risulta. Deve trattarsi evidentemente di un semplice copista il quale, secondo un uso sempre non infrequente, avr voluto... consacrarsi all'immortalit soltanto per questo(22). E ci a partire dalla data della trascrizione: 7 marzo 1468.
Null'altro all'in fuori della data della sua fatica (30 luglio 1487) posso dire intorno all'ignoto "Amanuense bolognese" estensore della prima parte della slloge albertiana del codice Canoniciano ora in Oxford.

Matteo Luigi Canonici (Venezia 1727 - Treviso 1805) fu gesuita, insegnante di grammatica a Ferrara, quindi di retorica a Parma, ove fu anche bibliotecario. Raccolse manoscritti ed opere a stampa, alcune delle quali provenienti dalla biblioteca veneziana di casa Soranzo. Le sue preziose collezioni passarono poi in parte alla "Marciana" nel 1779. Un altro fondo, dopo la sua morte, fu venduto dagli eredi alla "Bodleiana" di Oxford, nel 1817. Altre cose ancora andarono disperse. Al British Museum si conserva di lui un copioso carteggio.
Iacopo Morelli (Venezia 1745 - 1819), sacerdote, fu erudito e bibliotecario. Dal 1778 lavor alla "Marciana". Autore di numerosi saggi e di opere erudite, letterarie e bibliografiche, lasci i suoi manoscritti alla suddetta Biblioteca, della quale aveva descritto i codici ed ove  custodita anche una parte del suo archivio.

Nulla ho trovato intorno a Michele Martino Stella, editore dell'opuscolo di Basilea. Ma dal tono e da certe allusioni della lettera dedicatoria da lui premessa al testo della piccola opera albertiana sembra - se ho ben compreso - potersi intuire che si tratti di un italiano rifugiatosi in Svizzera. Che possa (e la scelta di quel Paese per il proprio esilio potrebbe risultare particolarmente significativa in tal senso) trattarsi di una vicenda collegata all'incipiente "caccia alle streghe" di marca controriformista?
Nulla per a tal riguardo emerge a proposito dei due amici destinatari della sua dedica, i cui nomi si rivelano l'uno non del tutto oscuro, e l'altro addirittura abbastanza prestigioso.
Di Niccol Stopio infatti so soltanto (sempre che si tratti della stessa persona) che esistono due stampe della carta geografica del continente africano da lui disegnate, incise e pubblicate da Paolo Forlani a Venezia nel 1566, dunque esattamente dieci anni dopo la prima composizione a stampa del "De equo animante". Esse si trovano riprodotte nell'Enciclopedia Italiana(23).
Arnoldo Arlenio, fiammingo, nativo della Campine (Brabante Settentrionale), apr a Firenze con Lorenzo Torrentino la nuova tipografia ducale, nel 1547, dalla quale uscirono eleganti edizioni di classici. Col Torrentino fond poi (e diresse insieme al figlio di lui, Leonardo), fra il 1564 e il 1572, un'altra tipografia a Mondov, per incarico di Emanuele Filiberto di Savoia.
L'Arlenio e il Torrentino nei sedici anni di attivit toscana riportarono ad un livello dignitoso l'arte tipografica fiorentina, che era molto decaduta intorno alla met del Cinquecento. L'"officina torrentiniana" esercit anzi nei riguardi di quella famosissima dei Giunti, allora in crisi, una concorrenza che la stimol ad una buona ripresa della sua attivit.
Ma la cosa pi interessante ai nostri fini che si possa notare a proposito di questi due  che Iacopo Morelli scrive(24) con riferimento alla dedica ad essi rivolta premessa dallo Stella alla sua edizione: "...quorum opera libellus fuit inventus". Una tale affermazione cos secca e precisa, non fatta in termini di ipotesi o di problematicit, non passa senza che ne sorga un importante interrogativo: con la parola "libellus" intende riferirsi al solo "De equo animante" - come sembrerebbe chiaramente - o ad un codice pi ampio, comprensivo di altri scritti (visto che il suo articolo appare incentrato proprio sul codice poi passato ad Oxford)? Sappiamo per che egli trae la notizia relativa ai due grafici amici dello Stella dal testo stesso della dedica da lui rivolta ad essi (che riporter pi avanti). Quindi il mio interrogativo pu esser facilmente trasferito dalla persona del Morelli a quella dello Stella. E se la parola "libellus" - come parrebbe evidente da tutto il contesto della citata prefazione - fosse da riferire al solo opuscolo ippologico, essa vale come dimostrazione della mia ipotesi (ma penso che si potrebbe parlare con sicurezza di constatazione sulla base della collazione eseguita) che lo Stella abbia fondato la sua trascrizione su un terzo archetipo, differente da quelli che oggi conosciamo, fornitogli appunto, come ha dichiarato egli stesso, dallo Stopio e dall'Arlenio.
Su colui che convenzionalmente ho chiamato Chiosatore di Basilea nulla posso aggiungere a quanto gi scritto a pag. 9 [cfr. Il problema delle parentele"]. Salvo a ribadire che a mio parere potrebbe trattarsi dello stesso Michele Martino Stella, "curatore" e tipografo della editio princeps.

Girolamo Mancini (Cortona 1832 - Firenze 1924) fu erudito, uomo politico (deputato per il collegio di Cortona durante la nona e la decima legislatura), patriota combattente partecip nel 1860 alla campagna per l'annessione dell'Umbria al costituendo Regno d'Italia, e nel '66 milit sotto le insegne di Garibaldi(25).
Libero da preoccupazioni di tipo economico, scrisse una biografia di Lorenzo Valla(26) e qualche contributo relativo alla cultura cortonese. Ma l'impegno precipuo e costante della sua vita furono gli studi albertiani, condotti dall'et giovanile fino ai suoi tardi anni, e che si concretarono, oltre che in una prima monografia(27), nelle due opere pi ampie e complesse che ho gi citate compiutamente; a proposito della seconda delle quali, data alle stampe quasi al compimento degli ottanta anni di et, riesce davvero toccante il periodo conclusivo della sua prefazione(28), ove scrive:
"Pur troppo sar caduto in sviste, ripetizioni ed errori. Vengano condonati al vecchio studioso che il 30 novembre prossimo entrer nell'ottantesimo anno. Ho finqui sopportato discretamente il peso dell'et, per quanto senta infiacchita la memoria, e sia disturbato da debolezze e doglie. Il lettore non sia troppo rigoroso con le deficienze che dovr lamentare.
Cortona, 25 luglio 1911."


GLI STRUMENTI
Non trattandosi di una monografia sistematica, non mi sento obbligato a metter su uno di quegli interminabili repertori che molto spesso derivano dal... lavoro altrui, e talvolta anche senza diretti controlli.  mio costume citare solo (ma anche tutto(29)) ci che riscontro in qualche modo funzionale al mio lavoro per precisi riferimenti. Per il resto, io rifuggo da certe "citazioni d'obbligo" fatte (anche quando non c'entrano nulla col mio discorso in quella determinata sede) solo in ossequio - anche... cautelativo - a questo o a quel personaggio "di rispetto", per un atteggiamento di sudditanza talvolta nemmeno richiesta, ma non per questo meno obbligante in certo costume italiano che la d per scontata(30). Lascio tranquillamente ad altri questa sorta di spocchioso conformismo, che riesce ad essere opportunamente ossequente ad un tempo e sussiegoso.

Per quanto attiene agli elementi della collazione, i relativi dati schematici sono:
- Codice Romano della Biblioteca Vaticana n. 70 Ottoboniano, da f  122 r. a f  135 v.(31);
- Codice Canoniciano misc. 172 della "Bodleian Library" di Oxford, cc. da 20 v. a 28 v.(32);
- Editio princeps: LEONIS BAPTISTAE ALBERTI, De equo animante [...] libellus, Michaelis Martini Stellae cura [...] editus, Basileae 1556.
L'esemplare di questa custodito a Basilea(33) reca
- alcune chiose manoscritte a penna.
L'edizione curata da Girolamo Mancini sta in
- LEONIS BAPTISTAE ALBERTI, Opera inedita et pauca separatim impressa, HIERONYMO MANCINI curante, J. C. Sansoni, Florentiae 1890, pagg. 238-256.

Per quello che era, ovviamente, l'impegno basilare, ossia la traduzione del testo dal latino umanistico, oltre ai migliori vocabolari correnti delle lingue greca antica, latina e italiana (che citer all'occorrenza), ho consultato:
- Thesaurus linguae latinae etc., in aedibus B. G. Teubneri, Lipsiae MDCCCCVII;
- ALFRED ERNOUT et ANTOINE MEILLET, Dictionnaire tymologique de la langue latine - Histoire des mots, "Librairie C. Klincksieck", Paris 1959 e
- Lexicon totius latinitatis, ab AEGIDIO FORCELLINI etc., curante JOSEPHO PERIN, Gregoriana edente, Patavii MDCCCCLXV.

Malgrado ci, problematica  rimasta la decifrazione di alcuni termini forse di gergo che con tutta probabilit l'Alberti aveva attinto dagli ippologi che egli stesso cita(34), quali "cascaliones", "columellares" e "pulvillos" che commenter uno per uno ai loro luoghi e per i quali ho dovuto rassegnarmi ad intuire un possibile significato giovandomi solamente del contesto stesso; o sporadici come la forma "collitescentibus". Altre notazioni saranno richieste da casi di palese preferenza per "citazioni" antichizzanti piuttosto che del tardo latino come "ipsus" per "ipse" e qualche altro. E in tal senso, anzi, quasi di nessuna utilit mi  stato (salvo che per l'etimologia di "columellares")
- CHARLES DU FRESNE sieur DU CANGE, Glossarium mediae et infimae latinitatis etc. etc., 10 voll. s.d. (ma 1883-1887), editio nova etc. a LEOPOLD, FAVRE ediz. anastatica da Akademische Druck - U. Verlagsanstalt, Graz 1954.

Evidentemente le forti difficolt interpretative che si incontrano talvolta nel latino dell'Alberti sono - mi pare - di natura affatto diversa da quelle che potrebbero eventualmente nascere dall'adozione di forme "volgari" o "tarde", e ci ben si accorda con i tratti della sua natura fortemente "aristocratica". Si tratta invece quasi sempre di questioni di sintassi (lontana da quella "canonica") e di uno stile abbastanza "disinvolto" dalle norme di una morfologia rigorosamente classica. Tali almeno sono state le impressioni da me ricevute durante lo svolgimento della "versione" di questo piccolo testo. Ma, naturalmente, sarebbe assurdo voler impostare un discorso del genere sulla sola base di un siffatto documento. N io avrei la specifica competenza e l'"autorit" per affrontarlo(35).
Quanto alla bibliografia albertiana, a parte quanto ho gi espresso in termini generici in fatto di metodi, mi sembrerebbe davvero fuori luogo impiantare in questa sede un repertorio sistematico relativo all'Alberti, alla sua cos ricca e molteplice operosit nel suo complesso ed alla quasi sterminata problematica che essa propone. E del resto sarebbe vana ripetizione: succose schedature di tal genere esistono gi in pubblicazioni di non difficile reperimento, come:
- Enciclopedia Universale dell'Arte, ed. usata: 16 voll., "Istituto Geografico De Agostini", Novara 1880-84; vol. I, 1980, ad vocem (36);
- JOAN GADOL, Leon Battista Alberti, universal man of the early Renaissance, "The University of Chicago Press", Chicago and London 1969, pagg. 245-258;
- GABRIELE MOROLLI, Saggio di bibliografia albertiana, in Omaggio ad Alberti della rivista "Studi e documenti di Architettura", num. 1, "Teorema Edizioni", Firenze dic. 1972, pagg. 9-56;
- Bibliografia albertiana, in "Bollettino della Biblioteca", num. 2-3, Facolt di Architettura dell'Universit di Roma, Roma 15 aprile 1973;
- FRANCO BORSI, Leon Battista Alberti, Electa Editrice, Milano 1975, pagg. 378-388;
- ROSARIO CONTARINO nel commento a LEON BATTISTA ALBERTI, Apologhi ed elogi, ed. cit., con indicazioni bibliografiche molto specifiche passim.

Per quanto attiene strettamente a questo lavoro basti qui citare quegli studi ai quali ho dovuto fare un particolare ricorso per i motivi che in queste pagine premesse al testo albertiano, o nell'ambito del mio commento, saranno di volta in volta precisati. (Altri riferimenti di pi specifico dettaglio saranno fatti direttamente ai loro luoghi e all'occorrenza.) Essi sono:
- GIROLAMO MANCINI, Vita di Leon Battista Alberti, ed. cit.
- ADOLFO VENTURI, Un'opera sconosciuta di Leon Battista Alberti, in "L'Arte", A. 17, Roma 1914, pagg. 153-156;
- CORRADO RICCI, Leon Battista Alberti architetto, Celanza, Torino 1917;
- ADOLFO VENTURI, Storia dell'Arte italiana, (25 voll. 1901-1940); L'Architettura del Quattrocento, Parte prima, Hoepli, Milano 1923;
- PAUL HENRY MICHEL, Un idal humain au XV e sicle: La pense de L. B. Alberti (1404-1472), "Le Belles Lettres", Paris 1930;
- MARIA LUISA GENGARO, Leon Battista Alberti teorico e architetto del Rinascimento, Hoepli, Milano s. d. (ma c. 1939);
- MARIA LUISA GENGARO, Umanesimo e Rinascimento (III volume della Storia dell'Arte classica e italiana, 5 voll., 1926-1956), UTET, Torino 1940;
- LIONELLO VENTURI, Storia della critica d'arte, 1945; ed. usata: a cura di NELLO PONENTE, Einaudi, Torino 1964;
- GIACOMO PRAMPOLINI, Storia universale della Letteratura (7 voll., 1949-1950), vol. III, UTET, Torino 1949;
- MARIO PETRINI, L'uomo di Leon Battista Alberti, in "Belfagor", vol. VI, D'Anna, Messina-Firenze 1951, pagg. 651-677;
- VASILIJ ZOUBOV, Lon Battista Alberti et les auteurs du Moyen -ge, in "Medioeval and Renaissance studies", "The Warburg Institute", London 1958, pagg. 246-266;
- BRUNO ZEVI, EUGENIO BATTISTI, EUGENIO GARIN, LUIGI MALL, Leon Battista Alberti, in Enciclopedia Universale dell'Arte, ed. cit., ad vocem;
- CECIL GRAYSON, in Dizionario biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana, Roma 1960, ad vocem;
- EUGENIO GARIN, La letteratura degli Umanisti, in Il Quattrocento e l'Ariosto (vol. III della Storia della letteratura italiana in 9 voll., 1965-1969), Garzanti 1966;
- VINCENZO FONTANA, Artisti e committenti nella Roma del Quattrocento - Leon Battista Alberti e la sua opera mediatrice, Istituto di Studi Romani Editore, Roma 1973;
- Convegno internazionale indetto nel V centenario di Leon Battista Alberti, atti in "Accademia Nazionale dei Lincei", A. CCCLXXI, quaderno num. 209, Roma 1974;
- FRANCO BORSI, op. cit.;
- GIOVANNI PONTE, Leon Battista Alberti umanista e scrittore, Tilgher, Genova 1981;
- LUIGI MALERBA, Presentazione e ROSARIO CONTARINO, commento a LEON BATTISTA ALBERTI, Apologhi ecc., ed. cit.(37).

Il complesso e "sfaccettato" problema dell'adozione da parte dell'Alberti della lingua latina o di quella volgare nella stesura delle sue trattazioni tecniche, e quello della versione in italiano dei relativi opuscoli redatti in latino, investe un vasto e vario corpus bibliografico che pu esser ricostruito compiutamente anche sulla base dei pochi titoli che cito qui di esempio (oltre a quelli gi ricordati a proposito dei caratteri del latino dell'Alberti a pag. 20, n. 1 [nota 32]):
- LEON BATTISTA ALBERTI, Della pittura, a cura di LUIGI MALL, Sansoni, Firenze 1950;
- GIORGIO FLACCAVENTO, Per una moderna traduzione del "De statua" di L. B. Alberti, in "Cronache di Archeologia e di Storia dell'Arte", num. 1, Catania 1962;
- JULIUS SCHLOSSER MAGNINO, La letteratura artistica, I ed. italiana: 1935; ed. usata (con aggiornamenti bibliografici di OTTO KURZ): "La nuova Italia", Firenze 1964, pagg. 121-128, 155 e 712;
- LEON BATTISTA ALBERTI, De pictura - De statua (On painting - On sculpture) the latin text edited with translation and notes by CECIL GRAYSON, Phaidon, London 1972;
- NICOLETTA MARASCHIO, Aspetti del bilinguismo albertiano nel "De pictura", in "Rinascimento", serie II, vol. XII dedicato a Leon Battista Alberti - Studi nel V Centenario della morte, Sansoni, Firenze 1972;
- LEON BATTISTA ALBERTI, De pictura, in Opere volgari, a cura di CECIL GRAYSON, Laterza, Bari 1960-1973, vol III, 1973, pagg. 7-110;
- MAURIZIO DARDANO, L. B. Alberti nella storia della lingua italiana, in "Convegno internazionale indetto ecc.", ed. cit., pagg. 261-272;
- EDOARDO VINEIS, La tradizione grammaticale latina e la grammatica di Leon Battista Alberti", ibidem;
- GIOVANNI PONTE, op. cit.;
- LEON BATTISTA ALBERTI, De pictura, testo latino con versione italiana a fronte a cura di CECIL GRAYSON, Laterza, Bari 1980.

I movimenti dell'Alberti al seguito della curia fuggita da Roma, durante lo svolgimento del concilio di Basilea (e Losanna) che in Italia ebbe le sue legittime sedi a Firenze, Bologna e Ferrara per concludersi poi a Roma dopo il rientro in sede del Papa e del suo sguito, hanno comportato un controllo storico e cronologico per il quale mi son servito di classiche opere specialistiche, ed anche di qualche schematico, ma non per questo meno valido repertorio cronografico:
- EDWARD GIBBON, The History of the declin and fall of the Roman Empire, 1776-1788; ed. italiana usata: a cura di PIERO ANGARANO e CELSO BALDUCCI, 6 voll., "Newton Compton Italiana", Roma 1973;
- LUDOVICO von PASTOR, Storia dei Papi ecc., 1885; ed. usata: a cura di CLEMENTE BERRETTI, vol. I, "Tip. Ed. Artigianelli dei figli di Maria", Trento 1890;
- DOMENICO FAVA, La Biblioteca Estense nel suo sviluppo storico - Con il catalogo della mostra permanente, Vincenzi e Cavallotti, Modena 1925;
- AUTORI VARI, Guida d'Italia - Roma e dintorni, T.C.I., Milano 1925;
- ADRIANO CAPPELLI, Cronologia, Cronografia e Calendario perpetuo ecc.; ed. usata: Hoepli, Milano 1960;
- AGOSTINO SABA e CARLO CASTIGLIONI, Storia dei Papi, 2 voll., s. d. (ma 1936); ed. usata: UTET, Torino s. d. (ma 1957);
- JOHANNES HARTMANN, Cronologia della Storia universale, Sansoni, Firenze 1972;
- AUTORI VARI, Cronologia universale ecc., Rizzoli, Milano 1987.

Altrettanto dicasi per le date in cui vanno collocate le vicende relative al monumento equestre eretto in onore di Niccol III a Ferrara, entro le quali va ricondotta indiscutibilmente anche la data di composizione del trattato, troppo oscillante e sempre errata anche nella migliore e pi recente bibliografia, ove  frequente il suo riferimento all'occasione della prima andata dell'Alberti a Ferrara, nel 1438, o a momenti molto vicini alla morte del marchese Niccol: 1441 (che  l'anno di essa) o 1442, o anche 1443.
Se  vero infatti che il trattato poco ha a condividere col monumento (al di l di un fuggevole - e tuttavia puntuale e circostanziato - riferimento contenuto nel proemio) e che nemmeno pu esser incluso fra i "trattati d'arte" (e torner pi puntualmente sull'argomento),  anche vero che sul piano della biografia dell'Alberti (e, ahim solo su questo(38)) esso nasce in concomitanza (se non con la realizzazione effettiva - 1451 - del monumento equestre ferrarese) giust'appunto con gli svolgimenti del concorso ufficiale bandito dalla cittadinanza ferrarese per attribuire l'allogazione della statua bronzea. Concorso il cui espletamento ebbe la sua conclusione ufficiale il 27 di novembre del 1444.
A tal proposito ci soccorrono fortunatamente alcuni documenti d'epoca estratti dagli archivi ufficiali ferraresi e opportunamente pubblicati gi moltissimo tempo fa, tanto che stupisce la perdurante incertezza degli autori a riguardo. Le pubblicazioni che li contengono sono:
- FERRANTIS BORSETTI, Historia almi Ferrariae Gymnasii in duas partes divisa, pars prima, Pomatelli, Ferrariae 1735;
- LUIGI NAPOLEONE CITTADELLA, Notizie relative a Ferrara per la maggior parte inedite ecc., Taddei, Ferrara 1864.

Di utile consultazione ho trovato anche:
- ANTONIO FRIZZI, Guida del forestiere per la citt di Ferrara, Pomatelli, Ferrara 1787; la quale contiene una pianta della citt eseguita con finezza e pregevole gusto grafico da Luigi Passega (disegnatore) e Luigi Ughi (incisore); poi anche i prontuari di cronologia che ho gi citati, ed infine
- AUTORI VARI, Guida d'Italia - Emilia e Romagna, T.C.I., Milano 1957.

Quanto ai contenuti pi strettamente tecnici di ippologia e di mascalcia riscontrabili nel trattato e provenienti direttamente dalla letteratura bizantina sull'argomento, pur senza propormi e pretendere di entrare in campi estranei ad uno studioso di Storia dell'Arte (...ancorch un tempo ufficiale di Cavalleria), ho ritenuto tuttavia imprescindibile fornire quel minimo di delucidazioni che possano consentire al lettore una fruizione del testo meno laboriosa e problematica di quanto essa  riuscita per me. A tal fine sono risalito a svariati testi di tali materie, attingendo sia a quelli pi specialistici e di valore, per cos dire, "storico", che a qualche titolo di una bibliografia relativa al cavallo divulgativa e "lussuosa", ma non per questo meno documentata, fiorente in questi anni non si comprende bene se pi per un rimpianto di tempi andati o pi per una attuale ripresa di interessi.
Cominciando dai testi pi specialistici,... e storici, una documentazione di essenziale importanza, anche per quanto vi  annesso dal curatore di deduzioni e di ipotesi scientifiche,  costituita dal volume
- CLAUDII HERMERI, Mulomedicina Chironis, edidit EUGENIUS ODER, in aedibus G. B. Teubneri, Lipsiae MCMI.
Due trattazioni generali di interesse storico e di profittevole lettura sono:
- ADALBERTO PAZZINI, Storia della medicina, 2 voll., "Societ Editrice Libraria", Milano 1947;
- VALENTINO CHIODI, Storia della Veterinaria, "Farmitalia", Milano 1957.
Ad esse ho affiancato due prontuari tecnici:
- STATO MAGGIORE REGIO ESERCITO, Nozioni d'Ippologia per i Corsi Allievi Ufficiali di Complemento, ed. "Le Forze Armate", Roma 194;
- NICOLA CHECCHIA, Il cavallo, Vallardi, Milano 1947.
All'altra categoria a cui ho accennato appartengono:
- LUIGI GIANOLI e UGO BERTI, Quel motore che si chiama cavallo, UNIRE, Milano 1962;
- NEREO LUGLI, Il romanzo del cavallo, Vallecchi, Firenze 1966;
- LUIGI GIANOLI, Il cavallo e l'uomo, Longanesi, Milano 1967;
- HANS HEINRICH ISENBART ed EMIL MARTIN B_RER, Il regno del cavallo, Mondadori, Milano 1970;
- AUGUSTO AZZAROLI, Il cavallo nella storia antica, "L. L. Edizioni Equestri", Milano 1975.


IL TITOLO E I CONTENUTI
Per la resa italiana del titolo dato dall'Alberti all'opera, ho preferito - con la locuzione "Il cavallo vivo" - porre l'accento sull'attributo "animante" - che con la mente a un buon latino convenzionale potrebbe anche esser ritenuto pleonastico (e perci non esser tradotto) - proprio per sottolineare il fatto che il trattatello non pertiene al cavallo in quanto forma figurativa (potremmo dire... natura morta(39)?), ma al cavallo proprio in quanto essere vivente, complemento e completamento dell'uomo, e perci stesso oggetto delle sue cure. L'Alberti medesimo, infatti, ci conforta in tal senso nei luoghi del trattato (e non sono pi di sei oltre al titolo(40)) nei quali ha ripreso il vocabolo e il concetto che esso contiene, intendendoli sempre in un unico senso: quello della vitalit e quasi della personificazione del cavallo; e specialmente in un bel passo, al principio della terza parte, sul quale a suo luogo - cfr. ivi la nota num. 6 [80] del testo italiano - attirer l'attenzione del lettore.
In altri termini questa "esercitazione" ("...mea pro consuetudine exercendi ingenij...") albertiana, pur avendo preso lo spunto dal concorso pubblico relativo alla creazione di un monumento equestre, non rispecchia minimamente i pensieri figurativi dell'Alberti: n quelli relativi alla scelta di natura critica alla quale era stato delegato a Ferrara (pi avanti esporr dettagliatamente i fatti connessi a tale circostanza); n quelli relativi al basamento marmoreo del monumento a Niccol III che era stato pregato di disegnare, sempre che corrisponda alla realt dei fatti, cos come si svolsero, l'attribuzione di tale progettazione all'Alberti proposta da Adolfo Venturi(41), pi o meno tacitamente accettata dai critici, almeno fino all'uscita della monografia di Franco Borsi(42), il quale - mi pare - non se ne mostra molto convinto, almeno per quel che appare dagli esiti cui  pervenuta, attraverso l'interpretazione di maestranze retrograde, l'eventuale idea dell'Alberti (certo inusitata per quei tempi e per quell'ambiente). Il quale, secondo il Venturi, concep la piccola costruzione come un adombramento dell'arco di trionfo romano. (E proprio questa particolare interpretazione tipologica rende scettico anche me, per i motivi che illustrer compiutamente a suo luogo.)
Tanto meno ci fornisce qualche indicazione circa la sistemazione della piazza principale di Ferrara. Pure per essa infatti - certamente per il campanile - l'ambito ospite dovette fornire ancora qualche idea, anche se molto problematica  qualsiasi indagine o ideale ricostruzione "stratificata" dei suoi assetti dopo la secolare serie di catastrofi (specie di natura bellica) che - fino all'ultimo conflitto mondiale compreso - li hanno reiteratamente sconvolti, con la distruzione, per esempio, in epoche disparate, proprio delle statue di Niccol e di Borso d'Este, come vedremo, e con quella - molto tempo dopo - del palazzo della Ragione(43).
In effetti mi pare che il trattatello si inserisca nella tradizione dell'enciclopedismo medioevale, in particolare della letteratura relativa alla mascalcia, pi di quanto non sia collocabile nella trattatistica rinascimentale.
Del resto anche alcuni fra i pi accaniti magnificatori del genio albertiano, nell'esperire la formulazione di definizioni delle ragioni connaturate ad esercitazioni come questa, assumono "tonalit" alquanto discordanti o non del tutto consone; dando rilievo, ora al gusto per l'erudizione (la quale, poich in genere si applica sulle fonti storiche,  rivolta al passato) - come fa un po'aprioristicamente il Grayson nel suo contributo al convegno dei Lincei(44), dalla cui posizione non si discosta molto Giovanni Ponte(45) -; ora a quello di un indagare pieno di curiosit a diretto contatto coi pi umili artigiani e bottegai per le strade di Roma, come fa il Fontana(46) - che vede tuttavia all'origine degli scritti dell'Alberti l'"incontro di una vasta erudizione con una esperienza pratica [...] varia e acutamente interpretata"; laddove per il Borsi(47), infine, "l'Alberti rifiuta un atteggiamento puramente estetico, un giudizio di "gusto", ma ricerca sul piano di una conoscenza scientifica dell'argomento la definizione di tipologie ottimali, di scelte precise".
Operando per una lettura completa e approfondita del "De equo animante" (almeno nelle condizioni testuali nelle quali ci  pervenuto), non si pu che rimanere perplessi di fronte a tutte queste affermazioni: l'esposizione vi  non molto accurata, non sempre rigorosamente coerente, priva di apporti personali (poich le cose che dice sono pi o meno scontate rispetto ad una disciplina dalle tradizioni addirittura millenarie, nell'ambito della quale certamente non poteva aggiungere o togliere nulla - il discorso procede infatti tra reiterati "statuunt", "comprobant", "affirmant"... -), non limpida nella indicazione delle proprie fonti (che in realt nella fattispecie sono da restringere molto probabilmente, nei tratti essenziali, al solo manuale di Giordano Ruffo, o quasi) e non pu non ingenerare - specialmente in relazione all'occasione ed al prncipe, cui era indirizzata - una invincibile sensazione di gratuit. Soprattutto colpisce piuttosto fastidiosamente il precettismo delle ultime due parti - in special modo della quarta - tanto velleitario quanto pomposo (forse volutamente, per amor di paradosso?).

In realt - specialmente nell'mbito della medicina, e della medicina veterinaria (e segnatamente dell'ippologia) - nel secolo Quindicesimo non si registrano progressi, e sono comunemente accettati i principi della scienza di marca aristotelica, sia essa di tradizione bizantina o araba; o anche, verso la fine del secolo, alessandrista; quando non si faccia ricorso a precetti di natura magica, alchemica o esoterica, che in un mbito pi ampio e di principi generali si andranno contaminando con le insorgenti motivazioni neoplatoniche.
Per quanto attiene alla fattispecie, dopo le grandi affermazioni dei tempi di Federico II e di Carlo d'Angi o di poco posteriori (Pier de'Crescenzi, Risio, Ruffo e il poco noto Bonifacio Calabro), bisogner attendere per qualcosa di valido fino al 1598, quando il libro "Dell'anatomia e delle infermitadi del cavallo" del bolognese Carlo Ruini (1530 ca.-1598) si avvier verso quella grande fortuna che l'ha fatto ritenere il primo trattato moderno di Veterinaria.
Evidentemente le energie innovatrici del secolo erano state tutte asservite alle esigenze filologiche, filosofiche e creative collegate alla riscoperta dell'uomo e del suo spazio vitale, cosicch ben diverso risulta l'atteggiamento dell'Alberti nel particolare settore scientifico di applicazione di cui si discute (nella fattispecie relativo allo studio e alla cura dei cavalli) da quello che egli stesso, illuminato dai grandi prospettici e innovatori suoi conterranei - le cui opere al suo arrivo a Firenze lo avevano lasciato stupefatto e sinceramente commosso ed ai quali (Brunelleschi e gli altri del gruppo dei protagonisti del momento) dedicher poi con devota ammirazione il trattato "De pictura" -, assunse con orgoglio nel campo dell'arte, passando da un atteggiamento di passiva e impotente ammirazione degli antichi (da lui stesso confessata nel famoso brano) ad uno razionale di studio e di analisi delle loro opere tsi a commisurarne con la propria esperienza i dati ancora deducibili ("Descriptio urbis Romae").
E tuttavia la preterizione che qui si ingenera con l'imprevedibile e illogica protrazione del discorso nella quarta parte, non pu non suscitare il sospetto che, nonostante tutto, anche nello "schivo" avvertimento di non poter trattare dell'argomento delle patologie (e relative terapie) equine senza rischiare di essere accusato o di plagio (degli scritti degli antichi) o di vaniloquio, il trattatista tributi ai classici un omaggio formale e di natura retorica, dietro al quale si nasconda in realt una ambizione - per quanto nella fattispecie oggettivamente velleitaria - di insinuare fra le righe una certificazione di originalit per i suoi "consigli" che - infatti - finisce col qualificare "adatti ed utilissimi [ ... ] non dati neppure dagli antichi", ma che in effetti sono per forza di cose attinti dalla precettistica ancora "istituzionale", potremmo dire, al suo tempo; la quale peraltro era pur stata gi registrata in formulazioni testuali - e per allora ancora non peregrine - dai "recenti" autori suddetti: il Ruffo, Pier de'Crescenzi, Bonifacio Calabro e Lorenzo Risio.
A un avvertimento tanto modesto - che sembra quasi ispirato ad una presa di coscienza della non molto felice chiusura della dissertazione - fa riscontro un altro, ben pi orgoglioso posto alla fine del proemio con le parole "Ceteri, dum nos legerint, velim sic deputent: non me ad fabros curatoresve pecudum, sed ad principem, eundemque eruditissimum scribere, eaque de re fuisse me parcum in scribendo, forte magis quam imperitorum vulgus exoptet..."
A dispetto di un latino cos scorrevole e sonoro e apparentemente di cos facile lettura... il brano  di problematica interpetazione.
Se, infatti, "vulgus imperitorum" debba essere inteso come riferimento agli uomini del mestiere ("maniscalchi e stallieri") compaiono sbito alcune incoerenze e impropriet: innanzi tutto, se riferito a quella categoria, il termine sarebbe improprio sia sul piano quantitativo (perch certo costoro non potevano costituire una "moltitudine"); sia sul piano qualitativo (poich sappiamo che a quei tempi i maniscalchi costituivano una categoria ben qualificata ed apprezzata(48)).
D'altra parte, proprio questi specialisti non potevano essere definiti "imperiti" o "inesperti" nel senso specifico, ma se mai in un senso pi lato, in quanto gente che, praticona del mestiere, ma di modesta levatura mentale, avrebbe avuto bisogno di una esposizione "terra terra", di una struttura sufficientemente divulgativa, diluita, particolareggiata e insomma da vero ricettario, quale avevano infatti tutti i testi tradizionali di tal genere. Se ne ha, per esempio, una puntuale testimonianza in Vegezio, il quale nella sua "Mulomedicina" confessa "di aver usato uno stile pedestre onde poter essere inteso dai contadini ..." ("...ex diversis auctoribus enucleata collegi, pedestrique sermone in libellum contuli. Cujus erit praecipua felicitas, si eum nec scholasticus fastidiat et bubulcus intelligat...")(49). Ma allora "parcus" nel significato proprio di "sobrio", "modesto", non avrebbe un senso coerente in opposizione a "imperitus", ch anzi tale caratteristica sarebbe appunto la pi confacente alle esigenze di persone siffatte. Perci l'aggettivo non dovrebbe essere inteso nel senso qualitativo suo proprio (= "modesto"), ma in un senso quantitativo (= "breve", "sintetico", appunto).
Resta per il fatto che l'autore ha escluso esplicitamente l'ipotesi che egli si rivolga a "maniscalchi o stallieri".
Tolti dunque gli stallieri e i maniscalchi, a chi pu riferirsi la locuzione "vulgus imperitorum"? Agli ignoranti della lingua latina? Ma in tal caso la precisazione sarebbe pleonastica e insensata: a cosa mai servirebbe avvertire... in latino che non ci si rivolge a chi non conosce tale lingua?!... E poi egli non fa la questione dei mezzi linguistici con cui si esprime, ma dei modi della sua espressione.
Rimangono infine due sensi possibili. Si pu intendere per "vulgus imperitorum" "tutti coloro che non si intendono gi di questa materia" (= "Ho fatto una esposizione troppo breve perch possa essere utile a coloro che sono inesperti di ippologia e di mascalcia."): in verit sembra una contrapposizione un po'strana in rapporto alle qualit di un prncipe... (quand'anche si voglia tener conto della tradizionale passione del luogo per i cavalli, testimoniata dal fatto che la "ferrarese" - con la "mantovana" e la "napoletana" - era una delle tre razze equine pi pregiate d'Italia(50), nonch del costume secondo il quale "...parlar di cavalli era materia piacevole e dotta, come parlar di libri, di quadri, di filosofia, ma soprattutto di genealogie, di cavalli prediletti, come oggi si discute di spider, di coup, di cilindrate..."(51);... la quale  una considerazione vanificata dalla circostanza che - a parte la caoticit concettuale e sintattica di questa "immagine" del Gianoli - sta di fatto che a rigor di termini la materia trattata dall'Alberti non  nemmeno questa).
Il secondo senso possibile  che "parcus" vada inteso nel significato particolare di "sintetico", e "imperiti" in quello di "ignoranti" nell'accezione pi lata e generica del termine; come dire (con quel certo tono sprezzante e aristocratico che pure apparteneva all'Alberti - riteneva per esempio che l'artista non dovesse impegnarsi con altri che con i prncipi e con le persone di altissimo rango; ed egli personalmente cos fece sempre, come fa notare la Gengaro(52)) che egli non si rivolge agli ignoranti, alla gente qualunque, non addestrata agli studi (cfr. in questo senso anche quel "ceteri" sul quale - per intenderci in termini di retorica -  fatto cadere fortemente l'accento in apertura di periodo), ma a persona erudita che con intuito sottile ed esercitato pu ben cogliere e gustare il procedimento ellittico e per concettose allusioni di una esposizione sintetica e stringata. Come per dire: "intelligenti pauca". E in tal senso, appunto, ho orientato la mia traduzione.
E per, a fronte di una tale difficolt e sottigliezza di concetti che vorrei dire "sprecata" per una dissertazione in definitiva cos oziosa, a prima riflessione vien fatto quasi di pensare che il curiale poligrafo abbia perso una grande occasione: se al posto di questo capriccioso sfoggio di competenza ippologica avesse fermato sulla carta gli aulici pensieri figurativi che di sicuro dovevano attraversargli la mente in dipendenza dei pareri richiestigli da Leonello d'Este in materia di urbanistica e di arti plastiche, ci avrebbe lasciato una preziosa testimonianza della propria poetica della romanit al momento stesso del suo primo configurarsi concretamente in ideazioni personali.

Sembra invece che le componenti estetiche del suo interesse, indipendentemente dalle sue stesse intenzioni, si siano tutte esaurite nella contemplazione delle opere esaminate, e che insensibilmente la curiosit per le tecniche ippologiche, rinfocolatasi nell'occasione forse sotto la spinta della sua nota passione personale per il nobile animale, inteso in quanto organismo vivo, funzionante, mirabile espressione della natura attiva, abbia finito col prevalere su ogni altro interesse ("...prendere in considerazione [...] non solo la bellezza formale..."), caratterizzando anche il contenuto del trattato, quale ideale prosecuzione del suo "estroso" informarsi sull'argomento ("...ho stabilito di esercitarmi secondo la mia consuetudine, e di scrivere [del cavallo] in questi giorni durante i quali mi trattengo presso di te. Ho consultato perci tutti gli autori che ho potuto...").
Senonch, le fonti di immediato soccorso delle quali si serv forse attingendo alla biblioteca stessa di casa d'Este e insieme la sua non inusuale tendenza a passare per citazioni di prima mano dei classici greci e latini le notizie mediate da autori di tradizione medioevale (come  stato dimostrato da Vasilij Zoubov nel citato saggio), lo trascinarono insensibilmente verso i portati di una cultura legata alla tradizione e in particolare (in questa occasione) a quella dell'ippiatria medioevale (che a sua volta discende dall'enciclopedismo bizantino), pi di quanto non lo spingesse verso aperture di rinnovati indirizzi teoretici che - nel campo della medicina veterinaria di sicuro - avrebbero tardato ancora di quasi un secolo e mezzo(53).

Ci che davvero non si poteva pretendere, per, dal "De equo animante"  che esso fosse un trattato canonico e proporzionale, perch la letteratura di questo tipo si sviluppa molto pi tardi: nel momento "scientifico" del Pacioli e di Piero essa  gi posteriore alla met del secolo, in quello "accademico" poi dei vari Armenini, Vasari, Danti e compagnia manierista(54), essa  tutta cinquecentesca. Nella famosa antinomia fra il concetto di ritrarre e quello di imitare, entro la quale gli studiosi hanno sintetizzato l'atteggiamento degli artisti dell'Evo Moderno di fronte alla natura, l'Alberti - la cui vita si svolse tutta ancora al di l della soglia del mondo nuovo, ma nel momento pi eroico e "fondamentale" della sua costruzione -  logicamente tutto dalla parte del ritrarre, avendo l'arte per fatto conoscitivo e la geometria per suo fondamento (quella naturalistica, non quella delle proporzioni ideali e "divine").
Del resto  gi stato dimostrato (per esempio da Vasilij Zoubov nel suo saggio(55) che non mi pare possa esser trascurato o ignorato) che nemmeno il primo nascimento del neoplatonismo fiorentino ebbe nell'Alberti una presenza partecipe, al di l del fatto che oggi diremmo "di cronaca". Sappiamo che egli fu molto probabilmente testimone (di certo per i suoi doveri d'ufficio) dell'arrivo dei Greci (a Venezia l'8 febbraio 1438), convocati a Firenze da Eugenio IV per il concilio indetto al fine di discutere sulle possibilit di unificazione delle due Chiese (una comitiva che comprendeva addirittura l'imperatore d'Oriente Giovanni VIII Paleologo e tutto il meglio della cultura bizantina con il famoso Giorgio Gemisto Pletone).
Ma negli anni che succedettero a questi fatti, fino alla fondazione dell'Accademia platonica fiorentina nel 1459, e dopo di essa, i suoi rapporti con questo ambiente rimasero sempre superficiali, e non solo per una questione di cronologia: sebbene, infatti, il Ficino avrebbe intrapreso la sua traduzione di Platone dal greco - secondo il desiderio di Cosimo de'Medici - solo nel 1463 e la traduzione di Plotino non avrebbe avuto luogo che nello stesso anno della morte dell'Alberti - 1472 -,  noto infatti che gi da molto prima di questi avvenimenti l'Alberti sapeva - per dirla carduccianamente - "legger di greco e di latino", che alcuni dialoghi di Platone erano gi stati tradotti da Leonardo Bruni che aveva appreso quella lingua da un altro famoso maestro, Emanuele Crisolora, il quale fin dal 1397 aveva introdotto il greco in occidente; e che, infine, certi precoci spunti di un platonismo italiano non l'avevano trovato n impreparato, n del tutto estraneo, almeno secondo il persistente, ma non sempre condiviso, parere di qualcuno(56).
Sta di fatto, comunque, che nella fioritura "istituzionalizzata" del neoplatonismo fiorentino non si avverte - se non vado errato - un "interesse attivo" dell'Alberti, mentre poi il trasferimento dei principi del neoplatonismo nella pratica e nella critica dell'arte  cosa ormai di molto posteriore al tempo della sua esistenza.

D'altro canto il professor Garin, in una sua comunicazione privata, appropriatamente richiama la mia attenzione sulle propensioni lucianesche dell'Alberti(57).  una propensione plausibile (anche Luciano nacque indigente e visse errabondo), che dovette sostenerlo nell'esigenza di indurre un po'd'ironia nella sua vita che non era cominciata sotto gli auspici migliori e non dovette essere mai molto lieve, a giudicare - intanto - dal suo connaturato pessimismo, ma poi per la sua intima solitudine (privo com'era di una famiglia propria), e poi ancora per aver dovuto vivere "aliorum ductu", sottoposto ad altri(58). Senza contare che era stato certamente soggetto a "respirare parecchia aria ecclesiastica" durante tutta la sua vita e chiss quanto protocollo curiale. "La lezione di Luciano", scrive il Mattioli, " soprattutto una lezione di libert"(59), di libert interiore, naturalmente. Anche se per c' qualcosa che li differenzia non poco, ed  l'impronta del moralista, che non abbandon mai l'Alberti, a fronte della costante inclinazione di Luciano ad irridere.

La sua prima formazione ebbe luogo in citt settentrionali. Nato a Genova, passato a Venezia, studi poi a Padova e a Bologna, e i suoi itinerari ancora giovanili toccarono anche citt e contrade d'oltralpe, come ci narra nella sua Vita il Mancini, non confutato dai successivi biografi(60) e compilatori di regesti.
Dunque, il suo approccio con l'arte classica, sviluppandosi - per cos dire - con un andamento erratico e periferico, ebbe un carattere particolare e con particolari mediazioni di partenza(61), prima del primo "scalo" romano.
Qui il suo "classicismo" - e il suo interesse per la figurazione - si fa a "presa diretta", ma  Roma, per l'appunto ("Descriptio urbis Romae", del 1432-34), non  Grecia, ed  l'esito di una folgorazione a livello di percezione visiva e di (conseguente) caratterizzazione del gusto. Quello poi che nelle sue opere successive  concreta classicit,  solo frutto autonomo del suo genio, del suo talento armonizzatore (si pensi solo al miracolo del completamento della facciata di "Santa Maria Novella" a Firenze, forse l'unico caso "a lieto fine" di tutta la storia delle facciate di chiese medioevali compiute fuori tempo). E ci  quello che io con me stesso uso familiarmente chiamare "l'occhio albertiano".
Ma il suo rapporto filologico con gli antichi (di ogni campo)  mediato dalla cultura corrente del suo tempo (quella di tradizione, non quella innovatrice(62)) e nel costante ossequio nei confronti dell'esperienza conclamata e legittimante. Cos come di ossequio  il suo atteggiamento nei riguardi "de li maggiori", a fronte dello spirito antagonistico e di emulazione dei fiorentini autoctoni del quale tanto era rimasto ammirato e stupito nel suo primo impatto con la sua citt d'origine. E in questo, secondo me  la radice del suo tendenziale accademismo.

Ci si pu chiedere, infatti, quale sia per l'Alberti l'esperienza legittimante da lui frequentemente raccomandata. La risposta - mi pare ovvio - non potrebbe che essere: quella degli antichi: nel caso del "De equo animante", le sue fonti, che - come s' visto - sono in buona parte pure tramiti medioevali - e a volte contaminati(63) - di quelle originarie. E ci poich egli stesso esclude ogni altro possibile significato della parola esperienza quando pone il lettore esplicitamente in guardia dalle "continue variazioni di cura" e "dalla smania di sperimentare".
Cosicch, da una parte questa diffidenza nei riguardi di qualsiasi intervento diretto sulla natura appare tipica in quanto retaggio di una certa mentalit medioevale che vedeva nell'arte medica temibili portati del manifestarsi di potenze magiche; e tali connessioni erano in effetti tutt'altro che infondate in un'epoca in cui ancora, nel campo della medicina, allignava una farragine di elementi disparatissimi per intenti, qualit e livelli mentali e psicologici oscillanti fra la mera superstizione e le ricerche esoteriche, la cabalistica e l'astrologia, l'occultismo e la magia; dall'altra ("Vluta [...] i segni che siano apparsi; questi poni quanto pi diligentemente possibile in relazione con le cause; [...] ricerca a lungo piuttosto donde la causa derivi che il danno che ne consegue.") fanno evidentemente capolino le istanze di un approfondimento pi ponderato dei fenomeni, certo per influenza dei precetti di Giordano Ruffo, come abbiamo visto, e forse anche pi del suo felice intuito matematico (e perci metodologico). Ma forse erano regole della ragione pi di quanto fossero spontanee propensioni del suo sentire naturale. Il quale riemerge ancora e ancora con l'esortazione a preferire quei mezzi "che siano legittimati dall'esperienza" e l'invincibile diffidenza verso la "smania di sperimentare", in una disciplina che si fregiava del nome di magia naturalis, mentre i suoi cultori amarono - non senza gravi rischi - chiamarsi maghi essi stessi(64). In realt anche quella che sar la moderna chimica non si era ancora divincolata dalle pastoie e dalle ambiguit illusorie e spiritualistiche dell'alchimia (per esempio le teorie visionarie e le terapie fondate sulle "virt nascoste", i lapidari di pietre preziose, i talismani astrologici, gli abracadabra: tutte sopravvivenze di cultura bizantino-arabo-talmudica). E si ponga anche mente al fatto che uno dei maggiori alchimisti, Bernardo Trevisano, fu proprio contemporaneo dell'Alberti (1406-1440), e allo stesso secolo appartenne - se mai dobbiamo credere alla sua reale esistenza - anche il noto, ma misterioso, Basilio Valentino.
Forse a tutti costoro indifferentemente intendeva alludere l'Alberti, quando in un altro passo del suo piccolo trattato (pag. 46 ["Denique affirmant physici..."]) ha usato il termine "physici" invece di "mulomedici" o "ippiatri".
Quindi, la saggezza e l'esperienza dei maggiori; interpretate come una precettistica ed un punto di riferimento tanto sicuri da rendere quasi superflue o addirittura pericolose ulteriori indagini condotte direttamente sul vivo della realt naturale.

In tal senso l'Alberti mi pare pi vicino ad un atteggiamento "osservante" di marca aristotelica che, per esempio, a Leonardo, rispetto al quale costituisce l'altro termine di un paragone "classico" nella pubblicistica corrente e del quale viene comunque ritenuto un precursore. Mai due personaggi mi sono sembrati tanto diversi fra loro: per cultura, per "forma mentis", per atteggiamento di fronte alla vita e al mondo naturale. Anche Mario Salmi nel suo chiarificante contributo ai Lincei(65) incorse tuttavia in questo - pare - inevitabile accostamento scrivendo a proposito del "De equo animante" (che fu scritto traendo lo spunto dall'erigenda statua equestre): "...come Leonardo - ma per un fine pratico -, dopo l'allogazione del monumento equestre a Francesco Sforza, comporr con mirabili disegni il suo libro sull'anatomia del cavallo". S,... ma - bisogna dire - quanta differenza fra gli esiti ai quali pervennero i due artisti: quanta autonoma creativit e fervore operativo e curiosit e osservazione diretta della realt naturale in Leonardo, quanto conformismo e pacata attitudine erudita e di studioso lettore nell'Alberti. Dove l'uno sviscera la natura per poi ricrearne gli aspetti con la propria fantasia, l'altro si rif ai precetti degli "esperti" con assidua diligenza. E per questa via possiamo travalicare i ridotti limiti pretestuali del discorso relativo al cavallo per riferirci alla posizione albertiana di trattatista di fronte a tale argomento.
Quando afferma la sua fiducia e il rispetto per le forze, la vitalit e l'integrit della natura, infatti, l'Alberti si ricollega a quella componente del suo pensiero che  incentrata in una stoica accettazione delle cose, a volte fondata su una sorta di fatalismo, a volte su una fede nelle doti critiche e operative dell'uomo atte a trarre appunto da una pi vasta comprensione (o intelligenza) il superamento del fatalismo stesso inteso come assoggettamento passivo ai capricci della fortuna. In tal senso il suo rispetto per la natura  autentico.
Ma quando questo rispetto per la natura si trasforma in rispetto per la "saggezza" e per gli "exempla" degli antichi (divinizzati - miticamente - quasi come una "seconda natura", e non visti - storicamente - come gli autori, sic et simpliciter, di una primigenia sperimentazione), allora egli opera un rigetto della sperimentazione stessa in nome di un "rispetto per la natura" che non  pi schietto e omogeneo - e quindi di certa e pronta identificabilit -: ossia non  veramente tale e non  nemmeno ancora (per obiettiva impossibilit, come ho gi fatto osservare, anche sulla scorta delle precisazioni fornite dallo Zoubov(66)) l'imitazione ideale dei neoplatonici, ma  in realt una finzione intellettualistica, alonata da quella certa aura di classicismo un po'ampolloso, di perbenismo convenzionale, che pervade sempre il sentenziare albertiano; una conformistica abdicazione (si ricordi in proposito come estremamente significativo proprio in tal senso, a ben riflettere, quell'ammirato stupore espresso nella dedica del trattato sulla pittura al Brunelleschi, come di chi si trovi di fronte a cose e ad eventi che abbiano per lui quasi dell'incredibile), un "alibi" quasi, per non impegnarsi in una rinnovata sperimentazione. Dunque, quasi una premessa, ante litteram, di quell'"antirinascimento" che sar la sostanza del manierismo accademico. Anche in tal senso - e in quello degli "spunti" che proporr qui di seguito - mi conforta (passim) il citato saggio belfagoriano di Mario Petrini.
Dicevo dunque che egli, storicamente "pi moderno" di Leonardo (contro l'obiettivit dei dati cronologici), in quanto precursore dei rivolgimenti involutivi del secondo Cinquecento, risulta per questo, nella sostanza, veramente pi antico di lui che, per certi aspetti a sua volta "pi antico" perch ancora legato al momento "eroico" e sperimentale del primissimo Rinascimento, perci stesso si rivela pi moderno nella sostanza, in quanto che segnato da quell'eterna, intramontabile "modernit" che consiste nella creazione di nuove forme, artistiche e di civilt. In altri termini, al di l di ogni luogo comune, mi pare che ciascuno dei due confermi nell'essenza dei propri contenuti il dato anagrafico, che a prima vista invece sembrerebbe esser contraddetto dalle rispettive connessioni con momenti di civilt di un tempo diverso dal loro proprio e di "segno" invertito.
Se dunque Leon Battista Alberti  un precursore, lo  di atteggiamenti piuttosto retrivi che saranno tipici dell'accademismo classicista del secolo successivo. Se Leonardo  invece un "passatista" (e "homo sanza littere") lo  nel senso di un suo riaggancio all'insorgenza degli eroici slanci del primo Umanesimo figurativo (certamente la sua umanit  pi vicina a quella di Masaccio che a quella delle poetiche del suo tempo, gi tendenti al Manierismo). Alberti prelude a un tempo gi ripiegato in se stesso, Leonardo si aggancia a un tempo di ricerche e di scoperte: e perci  pi moderno. Ossia, ancora: l'Alberti prelude ad un tempo pi moderno (l'accademismo cinquecentesco: non a caso, anche in architettura, proprio al suo "S. Andrea" di Mantova si rifece il Vignola concependo quell'aula gesuitica e controriformistica che fu la chiesa generalizia di quell'Ordine, intitolata a Ges(67)); Leonardo  legato a un tempo pi antico (la ricerca umanistica e prospettica del primo Quattrocento che egli prosegue con la sua poetica dello sfumato e le sue ricerche sulla "prospettiva aerea"); ma dalla considerazione del particolare carattere di questa "antichit" e di quella "modernit" si ricava che in definitiva l'Alberti  effettivamente pi "antico" di Leonardo, nella sostanza oltre che nell'obiettivit dei rispettivi dati anagrafici. E tutto questo rientra bene nel quadro complessivo della sua intima contraddittoriet riconosciuta da molti suoi critici e forse - questa s - in linea con una certa concezione ermetica della "concordanza degli opposti" di marca neoplatonica.
Egli fu artista e critico; ideatore che non realizzava; classicista che sosteneva la validit letteraria dell'idioma "volgare"; umanista nutrito - suo malgrado(68) - di precetti scolastici; esaltatore del supremo potere della volont degli uomini e convinto assertore della comune soggiacenza ai capricci della fortuna, del fato contro il quale la virt nulla pu; teorizzatore della prospettiva, del fondamento matematico delle arti, che in definitiva si fidava ed appagava soltanto del giudizio dell'occhio; assertore - come diremmo oggi - della "forma chiusa", della simmetria e corrispondenza delle parti, che poi auspicava la "concinnitas", le piacevolezze della variet; orgoglioso proclamatore dell'indipendenza dagli antichi, sempre incline a farsi decoro e vanto della erudita citazione di essi, talvolta nel pi conformista, convenzionale e (gi quasi) "accademico" nei modi; precettista del governo della famiglia che una propria famiglia mai ebbe; esortatore ad amare nell'"Ecatonfilea" e ammonitore a non amare nell'"Amator"; uomo di tanto in tanto dichiaratamente anticlericale ("Nummus") e comunque del tutto alieno da sentimenti religiosi, e da "pensieri cristiani" in specie, che trascorse tutta la propria vita al servizio della curia pontificia e sostenne la necessit di magnificenza e mecenatismo ("Pontifex") nei prelati(69); spirito fiero dell'autonomia morale dell'uomo, eppure non alieno da certa pruderie da "osservante" ("...sempre si serva alla vergognia et alla pudicitia. Le parti brutte a vedere del corpo et l'altre simili quali porgano poca gratia si cuoprano col panno, con qualche fronde et con la mano(70)." che non saprei se ritenere precocissime anticipazioni di tempi ancora di l da venire o tardivi retaggi di quello gi andato.

Ho analizzato ogni possibile motivo per il quale il "De equo animante" non pot essere un trattato d'arte, e forse in ognuno c' una parte di vero ( sempre difficile fare la storia per illazioni). Ma l'ultimo (che per coincide con la mia prima riflessione sulla poetica della romanit di pag. 34 ["E per... ideazioni personali."], chiudendo il cerchio del ragionamento) rimane forse il pi significativo. Ed  che l'Alberti sicuramente non fece mente locale - evidentemente per la mancanza di un'opportuna prospettiva storica - o non diede peso(71) al fatto che il monumento equestre a Niccol III d'Este era un'iniziativa estremamente importante dei Ferraresi, perch esso sarebbe risultato secondo, in ordine di tempo, solo a quello effigiato a fresco da Paolo Uccello, con l'immagine di Giovanni Acuto, a Firenze; non solo, ma addirittura il primo, dai tempi di quello romano di Marc'Aurelio(72), concepito in forma plastica per incentrare coi suoi scultorei volumi lo spazio aperto, a glorificazione di una piazza che era il cuore e il simbolo di una grande signoria del suo tempo (e da questa mancata "mente locale" doveva derivar danno - formale e materiale - anche al monumento stesso, come dimostrer pi avanti).
Come che sia, si ricava facilmente l'impressione che forse proprio una rilettura a lavoro finito (e non so se questa fosse la stessa possibile per noi oggi, data la sensazione che paleser meglio a suo luogo che il testo pervenutoci sia tronco e perci incompleto - a meno che l'Alberti stesso, distolto da cure pi urgenti, non l'abbia abbandonato incompiuto -) della sua dissertazione dovette indurlo ad aggiungere all'intestazione dello scritto quell'"animante", come preciso avvertimento al lettore circa il carattere di questo studio e la materia in esso effettivamente trattata.
E, a ben pensarci, in tale attributo  racchiusa in sorprendente sintesi tutta la ragion d'essere del presente libro.
Questo scritto albertiano, infatti,  - per cos dire - nato raro; malgrado le due precedenti edizioni a stampa di Basilea (1556) e di Firenze (1890 - sebbene non autonoma, quest'ultima -); e, anche se non  stato divorato "tineis blattisque", quanto meno  stato fraintesto per lunghissimo tempo - fino agli anni Settanta del nostro secolo - da quasi tutti gli studiosi, tanto nell'ambito della Storia della Letteratura e della Filosofia che in quello della Storia dell'Arte. I quali (salvo rarissime eccezioni, fra le quali l'egregio Girolamo Mancini) o lo citavano senza conoscerlo o non ne hanno mai protratto la lettura oltre la lettera dedicatoria a Leonello d'Este. Lettera che la Gengaro, per esempio(73), accennando all'intervento dell'Alberti (di cui dir) nel giudizio dei bozzetti presentati al concorso per il monumento equestre di Ferrara, addirittura cita come "una lettera dell'Alberti", cos, genericamente, come se si trattasse di una vera e propria missiva e non della dedica di un libro (da lei, infatti, passato del tutto sotto silenzio). Altri introducono l'opera nella "famiglia" dei trattati albertiani dedicati alle arti figurative (oltre ad anticiparne la datazione, ma questo, come vedremo,  un equivoco ancora molto ricorrente nella bibliografia albertiana) come Luigi Mall(74) ed Eugenio Garin(75). Altri infine danno dell'opera resoconti nei quali il reale contenuto di essa appena appena sfiorato fa solo da spunto a divagazioni culturali abbastanza divergenti dal labile aggancio iniziale(76). Cosicch sarebbe quantitativamente pi breve enumerare le pochissime citazioni appropriate ed esatte che non la protratta serie di quelle sbagliate. Gi l'erudito MORELLI(77) scriveva: "...Vel praecipuis de Alberto scriptoribus libellus solo titulo innotuit, quanquam [...] an. 1556 editus fuerit ...". Situazione alla quale non pongono un esauriente rimedio gli sporadici ritagli dalla lettera dedicatoria che compaiono qua e l nella pi recente bibliografia, e talvolta in traduzioni alquanto "elastiche".
Era dunque tempo, proprio per colmare un "buco" negli studi albertiani, di trarre questo opuscolo dalla polvere degli scaffali pi riposti e meno frequentati delle biblioteche pubbliche, e insieme dalla penombra degli equivoci, anche a costo di lasciare i nostri repertori con un compendio di mascalcia in pi e un trattato d'arte in meno.


LE FONTI
Precisiamo sbito che l'Alberti menziona per due volte una serie di nomi di scrittori antichi e medioevali ai quali si sarebbe rifatto: una all'inizio dell'opera (a conclusione del proemio) ed una alla fine della trattazione. Va detto, per, che la prima serie di citazioni non  riscontrabile nel codice Canoniciano.
Nel primo gruppo di riferimenti sono nominati nell'ordine: Senofonte, Absirto, Chirone, Ippocrate, Pelagonio, Catone, Varrone, Virgilio, Plinio, Columella, Vegezio, Palladio, il Calabrese, Crescenzio, Alberto e Abate. Nella seconda serie appaiono citati: Absirto, Chirone, Pelagonio, Catone, Columella, Vegezio, il Calabrese, Palladio, Alberto, Ruffo, Crescenzio e Abate.
Senza voler "uscire dal seminato" e senza attardarmi vanamente sui nomi universalmente noti, e controllabili anche nella parte della loro produzione attinente all'argomento del trattato (per esempio: "L'equitazione" e "I memorabili di Socrate" di Senofonte; il "Liber de agri cultura" di Catone il Censore, il "De re rustica" di Varrone, le "Georgiche" di Virgilio - con particolare riferimento al libro III per richiami molto puntuali che ricorrono in diversi luoghi che indicher, e fra questi con speciale rilevanza per i versi 72-83 ove il poeta latino descrive le forme che determinano la bellezza del cavallo -, la "Historia naturalis" di Plinio il Vecchio, il "De re rustica" di Columella), cercher per comodit del lettore di fornire qualche delucidazione sugli altri.

ABSIRTO. Veterinario (medico militare secondo l'Oder(78)) nato a Clazomene (Lydia), ma vissuto la maggior parte del suo tempo in Bitinia, fra Prusia e Nicomedia. Prese parte sotto Costantino alla campagna contro i Sarmati e, sempre secondo l'Oder, anche a quella contro i Goti del 332-334. Scrisse due testi di veterinaria poi molto usati, e in parte pure tradotti nel IX libro della citata "Mulomedicina". Egli rievocava, oltre al grande filone della tradizione greco-romana, quelli terapeutici, degli abitanti della Sarmazia, della Cappadocia e della Siria.  il pi importante fra i diciassette autori (pervenutici) dell'antologia degli "Ippiatrica" (cfr. anche la nota num. 1 a pag. 153 [nota 85 della traduzione]). Secondo il Chiodi(79) non scrisse nessun trattato, ma form direttamente numerosi allievi e la sua opera - com'era nell'uso del tempo - si ritrova in lettere indirizzate a capi militari, agli ippiatrici suoi discepoli, ad allevatori e ad amici. Essa  veramente notevole e superiore a quelle dei suoi contemporanei, tanto che da qualcuno viene ritenuto il fondatore della Veterinaria.
CHIRONE. Mi sembra davvero fuori luogo dilungarmi in tutta la intricata filologia relativa a questo personaggio nominato anche da Virgilio(80), per met mitico (il famoso centauro maestro di Achille) e per met storico; per certi versi collegato a vari elementi di una particolare, peregrina, riposta cultura, mista di magia, di esoterismo, di scientifismo enciclopedico, di orientalismo bizantino e della secolare frizione - a volte antagonistica - fra un certo ascetismo mistico neopagano e il misticismo cristiano (cfr. le confutazioni di Ierocle di Caria a Eusebio e a Lattanzio nel suo "Discorso veridico contro i cristiani"). Tali elementi riguardano svariati personaggi di quei secoli, da Apuleio ad Apollonio di Chiana (contrapposto al Cristo in fatto di miracoli), da Claudio Ermrote al lessicografo Suida. Debbo necessariamente limitarmi a segnalare a chi ne fosse interessato che tutta questa problematica  disquisita dettagliatamente e con profondissima dottrina da Eugenius Oder(81).
In questa sede credo sia sufficiente registrare due ipotesi predominanti fra quelle che ricorrono in proposito: secondo una di esse si suppone che un ippiatra realmente esistito nel IV secolo abbia, per ovvi motivi assunto "come nome d'arte" quello del leggendario centauro terapeuta ricordato anche come maestro di Asclepio. Le testimonianze che lo riguardano sarebbero da ricondurre nella raccolta antologica indicata come "Ta ippiatrica", patrocinata nel sec. X da Costantino Porfirogenito (cfr. in proposito anche la nota num. 1 a pag. 153 [nota 85 della traduzione]) sebbene non sia compreso fra i diciassette autori dei quali sono sopravvisuti frammenti (l'Alberti, dunque - sia detto per incidens - non pu averlo consultato, salvo a supporre una ulteriore diminuzione di questi frammenti sopravvenuta dopo il suo tempo).
Secondo l'altra ipotesi, che riguarda il Chirone pi famoso, anche costui sarebbe realmente esistito: verso il XIII secolo a. C. in Magnesia. Il mito della sua doppia natura sarebbe ddovuto all'impressione mostruosa suscitata dagli uomini montati sui cavalli, secondo un costume importato in Tessaglia da trib immigrate da regioni danubiane o ucraine, in genti indigene che ancora non conoscevano quell'animale(82).
IPPOCRATE di Coo (460-375 ca.). Fondatore della medicina scientifica presso i Greci. Sotto il suo nome ci sono pervenuti 53 testi divisi in 72 libri, tra apocrifi ed autentici. Di lui scrive il Chiodi(83): "Molti considerano Ippocrate anche quale fondatore della veterinaria, soprattutto per aver creato una scuola sperimentale e per aver descritto negli animali ..." alcune tipiche forme patologiche.
PELAGONIO. Scrittore latino del IV secolo; secondo l'Oder, anch'egli - come i possibili autori della "Mulomedicina Chironis" (Chirone, Absirto e Claudio Ermrote) - anteriore a Vegezio, ma di non molto, e vicino a Columella. Autore di una "Ars veterinaria", raccolta di lettere a varie persone, dedicata ad un Arzigio, per la quale si valse di autori greci (Absirto, Eumelo) e latini (Cornelio Celso, Columella). La sua opera fu usata da Vegezio e tradotta parzialmente in greco dal compilatore degli "Ippiatrica" (ed  questo probabilmente il motivo per il quale l'Alberti fu erroneamente indotto a citarlo fra "i greci"). Le opere di Pelagonio sono scadenti ai fini della terapeutica e mescolate ad elementi di pratica superstiziosa e magica.  per ricordato perch d un lungo elenco di veterinari dell'epoca romana e di quella greca.
VEGEZIO. Flavio Vegezio Renato (ma in alcuni codici Publio e non Flavio). Scrittore latino di cose militari concernenti la cavalleria, attivo fra il IV e il V secolo. Secondo l'Oder  posteriore ai tre della "Mulomedicina Chironis".
Di lui si sa pochissimo: fu alto funzionario imperiale, e cristiano. Scrisse una "Epitome rei militaris" in quattro libri che gli procur la fama durante il Medioevo.
Col suo nome ci  stata tramandata anche una meno famosa opera concernente la veterinaria (che ho trovato citata con due titoli diversi: "Artis veterinariae, sive Mulomedicinae, libri quattuor" e "Digesta artis mulomedicinae") in quattro libri. Del suo valore discute l'Oder nell'opera citata. Nonostante la scarsa notoriet, essa era ed  molto importante per un particolare motivo. Costituisce l'unico documento antico che ci tramandi un elenco delle razze equine note al tempo dell'autore, per di pi limitandosi (e quindi con ci individuandole) alle sole razze pregiate: da combattimento, da corsa o da equitazione. Esse sono sedici e ciascuna di esse prende il nome dalla sua regione d'origine. Quindi, evidentemente ogni regione (nessuna dell'Italia peninsulare) produceva una sola razza di pregio, per distinguere la quale Vegezio mette a disposizione del lettore la sua esperienza personale. I cavalli pi adatti agli usi bellici erano gli unni; pi numerose le razze buone per le corse o semplicemente per fornire confortevoli cavalcature.
Vegezio  anche reiteratamente menzionato da Edward Gibbon. Pure l'Azzaroli si sofferma su di lui(84).
PALLADIO. Questo nome, e quello seguente (= Calaber), nel codice Ottoboniano sono scritti con iniziale maiuscola e scanditi da una virgola; nel codice Canoniciano (limitatamente alla seconda elencazione di fonti - poich la prima, come abbiamo visto, manca in quella radazione -) sono scritti con lettera minuscola (come tutti gli altri, del resto) e scanditi da una virgola. Nella versione dello Stella e del Mancini sono scritti in immediata consecuzione fra loro, ossia non separati dalla virgola; ed anzi il Mancini piglia decisamente partito scrivendo "calaber" con la lettera minuscola, come attributo di "Palladius". Io ho seguito la lezione del Covato, perch in realt si tratta di due persone diverse.
Di esse, se il Calabrese  un personaggio storicamente accertato - seppur noto a pochissimi e quasi in nessun luogo citato -, esattamente contraria  la situazione del nome Palladio. Esso, infatti,  comunemente riscontrabile, ma riferito a vari personaggi, diversi fra loro; quel che  veramente difficile  stabilire a quale di costoro intenda alludere l'Alberti.
Mi pare d'altra parte superfluo - per ovvi motivi - riferire qui sia pure sinteticamente tutti gli elementi che ho potuto raccogliere e mi limito ad accennare ai due casi pi pertinenti; avvertendo sbito, peraltro, che - se dobbiamo prestar fede all'accuratezza dell'Alberti come filologo - anche questi due personaggi risultano da escludere dall'mbito di una ipotetica serie di "probabili".
L'Alberti, infatti, quando alla fine del trattato ripete i nomi di coloro che afferma di aver avuti presenti, cita questo nome fra quelli di un gruppo di scrittori che definisce "recentissimi". Con ci gi si elimina la pi "pronta" possiblit di identificazione: quella relativa ad un Palladio ippiatra del IV secolo, autore di un "De veterinaria medicina", che - secondo il Chiodi(85) - va forse identificato con un certo Rutilius Taurus Aemilianus Palladius autore anche di un "De re rustica" (altrove citato come "Opus agriculturae") entro i cui 14 libri sarebbe compresa la suddetta trattazione veterinaria - in gran parte derivata da Columella - che fu assai nota in tutto il Medioevo.
Per la medesima difficolt: il non esser recentissimo; ed anche a causa della sua origine greca, e non latina come vuole l'Alberti, "cade" anche un Palladio della seconda met del VI secolo, scrittore di medicina, autore di commenti a Ippocrate e a Galeno.
Tutti gli altri presentano discrepanze ancora maggiori per poter essere identificati col Palladio albertiano. Salvo dunque a pensare ad una svista dell'Alberti, questo personaggio latino e recentissimo rimane avvolto nel mistero e non saprei proprio cosa dirne.
IL CALABRESE. Con questo nome credo debba intendersi denotato un certo Bonifacio Calabro attivo nella seconda met del sec. XIII, maniscalco di Carlo I d'Angi, il quale lo ebbe in grande stima. Di lui esiste un'opera inedita conservata in due codici manoscritti miniati, intitolati, l'uno: "Tesoro dei cavalli"; e l'altro: "Libro della Manescalcia de'cavalli". Il primo codice, pergamenaceo, recante il testo tradotto dal greco in volgare dal domenicano Antonio Da Pera,  conservato fra i manoscritti della Biblioteca palatina di Mannheim. L'altro, membranaceo, recante la traduzione dal greco in volgare eseguita dal prete Angelo Tarantino Delicio,  custodito a Napoli, come "Ms. C F II 7" della Biblioteca dei Gerolamini. I due codici furono studiati in una tesi di laurea in Storia della Miniatura da Giuseppe Cilento, allievo di Mario Rotili, nell'anno 1970; e ad essa rimando chi fosse bisognoso di dettagliati ragguagli.
CRESCENZIO.  certamente il longevo bolognese Pier de'Crescenzi (1230-1320 o -21), noto per un celebre trattato di agricoltura: il "Liber ruralium commodorum", scritto ai primi del Trecento (editio princeps in Augusta, 1471; prima traduzione in italiano di anonimo toscano pubblicata nel 1478, alla quale fecero sguito versioni in francese, inglese e tedesco). In esso il precettista attinge molto alle fonti antiche, ma anche utilizza la propria personale esperienza. Il libro, che parla anche delle piante mediche usate al tempo dell'autore, ebbe grande fortuna, come risulta evidentemente dai dati relativi alle sue edizioni e traduzioni.
ALBERTO. Il problema relativo a questo nome  analogo a quello concernente il nome "Palladio". Tralascio tuttavia un certo "maestro Alberto" detto Bertuccio, professore di anatomia all'Universit di Bologna forse durante il secolo XIII; e Alberto da Parma benedettino, attivo a Strasburgo "nel primo Medioevo"(86); perch mi sembrano meno inseribili in questo mbito. Penso invece che possa con maggior probabilit trattarsi di S. Alberto Magno (nome che del resto ricorre anche per altri versi nella bibliografia albertiana(87)). Questi, nativo di Ballstdt in Svevia (ma detto anche "di Colonia", 1195-1280), fu vescovo di Ratisbona, maestro di Tommaso d'Aquino a Parigi, introduttore di Aristotele nel mondo cattolico, divulgatore ed interprete di testi e di commentari greci, arabi ed ebraici. Scrisse fra l'altro 26 libri "De animalibus" - in cui tratt largamente di veterinaria - i quali vanno considerati pi che un contributo originale, un'opera di compilazione, ma importante, oltre tutto, perch fu la fonte di un altro famoso ippologo: Lorenzo Risio, sul quale dovr fermarmi pi avanti.
ABATE. Ancora un problema analogo a quello relativo a Palladio, anche in relazione alla variante dello Stella, il quale, nella prima citazione scrive senz'altro "Albertus abbas" (anche se poi nella seconda citazione i due nomi appaiono in tutte le trascrizioni nettamente separati dalla intercalazione di altri due nomi: Ruffo e Crescenzio).
Esiste un "Abbas antiquus" e un "Abbas modernus".
Il primo, canonista provenzale, scriveva fra il 1261 ed il 1275, ed  cos chiamato essendosi ignorato fino a pochi anni fa il suo vero nome, che era Bernardo di Monmirat.
Il secondo, nominato anche con gli appellativi di "Panormitanus" o "Siculus", si chiam in realt Niccol de'Tedeschi o Tudisco (Catania 1386 - Palermo 1445). Fu giureconsulto, insegn Diritto Canonico a Parma (1412-1418), a Siena (1418-1430) e a Bologna (1431-1432). Entrato a far parte dei Benedettini nell'anno 1400, fu canonico nella cattedrale di Catania (1415), abate di Maniaci (1425), referendario e uditore della Camera Apostolica (1433), arcivescovo di Palermo (1435) e cardinale (1440). Come tale, partecip al gi ricordato concilio di Basilea, ove rappresent Alfonso il Magnanimo re di Napoli, e sostenne la dottrina della superiorit conciliare in un "Tractatus de Concilio Basileense". Scrisse anche "Consilia", "Quaestiones", "Repetitiones".
Esiste infine un abate Teodorico (Borgognoni) vescovo di Cervia, il quale esercit anche l'arte del medico e del mulomedico, e che scrisse di chirurgia e di veterinaria nel suo "Pratica equorum composita a fratre Theodorico de ordine fratrum Praedicatorum Phisico et episcopo Cerviensi".
Sarebbe certo quest'ultima l'ipotesi pi convincente, ma non so se costui fosse chiamato antonomasticamente "Abate".
Come si vede, anche in questo caso risultano veritiere le deduzioni dello Zoubov che ho pi volte citate: la bibliografia fornita dall'Alberti salta da nomi di universale chiarezza, quali Senofonte, Virgilio, ecc., a nomi del tutto oscuri e peregrini, entro i quali quasi mimetizza - o tace del tutto - quelli degli autori che andavano per la maggiore ed avevano prodotto testi correnti al suo tempo, che avr potuto facilmente reperire anche nelle librerie degli Estensi dalle quali - credibilmente - avr attinto, mentre era a Ferrara, tutto il materiale necessario alla sua ricerca.
Alludo in particolare a Pier de'Crescenzi, a Giordano Ruffo e a Lorenzo Risio, notissimi autori medioevali. Del primo, citato come Crescenzio, ho gi detto. Il secondo  nominato soltanto nella seconda serie di citazioni alla fine della terza parte, quando l'autore torna sulla menzione delle sue fonti, mentre il terzo  del tutto tralasciato.
RUFFO. Cominciamo col precisare che il cognome di questo personaggio  scritto con una effe dal Covato, dallo Stella e dal Mancini; e con due effe dall'Amanuense bolognese. Differenza che risulterebbe filologicamente irrilevante - ove non vi fossero alternative al Ruffo calabrese - per i motivi che tra poco preciser. Ma che crea invece una certa problematicit nella fattispecie.
Entrambe le forme, infatti, Rufo e Ruffo, hanno una rispondenza storica ad un autore riscontrabile in questo campo particolare: una estremamente difficile e, per cos dire, "preziosa"; l'altra invece di facile ed universale accezione; tanto che si potrebbe anche pensare (e questa  gi una ipotesi) che l'amanuense della stesura ora in Oxford, avendo cognizione di questa chiara fama, e ignorando invece del tutto l'altra persona, abbia pensato bene di rettificare il nome, secondo l'ortografia da lui presunta come ovvia, con l'aggiunta di una -f- (abbiamo gi visto che per unanime parere dei filologi la redazione "bolognese" del testo ha carattere pi ricercato e consapevole, e che quindi  pi "indiziata" - secondo un comune principio degli specialisti - di aver subito interventi ortografici o piccole interpolazioni di natura logica).
Se cos fosse, il nome che risulterebbe dalla eventuale rimozione di questo arbitrario intervento tornerebbe ancora una volta coerente con la teoria dello Zoubov della tendenza dell'Alberti a tacere, per amor di erudizione, i nomi di pi ovvio riferimento a favore di quelli pi illustri oppure pi rari. Il nome ipotizzabile, infatti, sarebbe quello di Rufo di feso. Costui, medico greco della seconda met del primo secolo dopo Cristo, dimor in Egitto e per qualche tempo a Roma. Fu un importante studioso di anatomia sia esterna (osservata sugli schiavi) che interna (osservata sulle scimmie). Studi in particolare l'anatomia dell'occhio umano, di molti importanti organi interni e delle ossa, e la relativa nomenclatura, alla quale dedic uno dei dodici trattati da lui composti e non pervenutici se non in frammenti riportati da altri, tanto greci che arabi.
Questa supposizione troverebbe conforto nell'affermazione fatta dall'Alberti verso la fine del proemio quando, dopo la serie delle citazioni, aggiunge: "E perfino dai migliori studiosi di medicina ho desunto ci che mi  sembrato attinente alla materia." Ad essa si oppongono invece due circostanze: il non essere cio questo Rufo (di feso, appunto) n latino, n recentissimo.
Se invece prendiamo per buona la lezione del nome data dall'amanuense del Canoniciano (con due effe), emerge - costituendo una relativa "eccezione alla regola" - la figura, di comunissima accezione al suo tempo, del veterinario Giordano Ruffo. Vero  anche che pure nel primo caso tale identificazione non sarebbe da escludere a causa della corrente oscillazione nei documenti d'epoca tra le due (ed altre ancora) forme ortografiche di questo cognome calabrese. Di esse si interess minutamente Ernesto Pontieri. Fra l'altro in una sua nota(88) si legge: "Quanto al nome della casata in questione, troviamo indistintamente adoperato, sia negli scrittori che nei documenti cancellereschi del secolo XIII, le forme Ruffus e Rufus, Russus e Rusus, e ci per lo scambio, dovuto alla somiglianza della grafia, della f con la s. Qualcuno, smanioso di classicizzare, arriv a scrivere anche Rubeus...". Proprio per questo, poco pi su ho parlato di "fattispecie": in qualunque altro contesto non avrebbe messo conto di fermarsi pi di tanto su questa variante; sta per di fatto che qui, se la lezione giusta  quella con una effe, ci comporta l'alternativa fra i due personaggi (appunto perch anche il cognome calabrese - oltre al nome dell'antico medico di feso - pu esser riscontrato con tale ortografia); laddove, se la lezione giusta  quella con due effe, ci "taglia" - come sul dirsi - "la testa al toro" e non si potr pensare ad altri che al Ruffo calabro.
Ed ho scritto che "il caso costituirebbe una relativa "eccezione alla regola"" perch in rapporto alla sua importanza e alla "parte" che deve aver avuto nella ricerca condotta dall'Alberti, il suo nome (come quelli di Pier de'Crescenzi e di Lorenzo Risio - addirittura taciuto quest'ultimo -) non ha il rilievo che presumibilmente avrebbe dovuto avere (per esempio, completando la citazione con il nome di battesimo = Giordano Ruffo, cosa che avrebbe evitato qualunque possibile equivoco), ed anzi  come "occultato" fra tanti nomi cos sofisticati, ma - con tutta probabilit - di apprendimento soltanto indiretto.
Il Ruffo, dunque, (1190-1250) fu scudiero, amico e commensale di Federico II di Hohenstaufen alla corte siciliana. La sua cultura innestava esperienze dal vivo nel tessuto della tradizione ippiatrica. Egli costitu il fondamento di tutti gli studi di veterinaria, dal suo tempo fino all'avvento, nel XVI secolo, di Carlo Ruini. Il suo "Libro della marescialleria" fu edito in italiano, tedesco, francese, ed ebraico. Alcune coincidenze quasi puntuali ci dicono che con tutta probabilit egli proprio fu la vera fonte dell'Alberti: intanto l'articolazione della materia ("De creatione et nativitate equi", "De domatione et captione eius", "De custodia et doctrina", "De cognitione pulchritudinis corporis", "De infirmitatibus", "De medicinis ac remediis"); e poi alcuni argomenti particolari, come: il suggerimento di non arrestarsi ad una superficiale osservazione dei sintomi e, invece, di fondare ogni cura sull'accertamento delle cause delle malattie; le definizioni relative alla fluidit del sangue e all'"effusione dell'umidit del cervello"; le norme che suggerisce in materia di ferratura, morsi e finimenti.

A questa serie di nomi sarebbe naturale aggiungere quello di
LORENZO RISIO (1288-1347), che l'Alberti stranamente ignora. Questi esercit la professione di veterinario a Roma e scrisse una "Marescalciae" poi stampata a Roma intorno al 1490. Anch'egli, come tutti, si riferisce molto ai precetti della medicina antica (Galeno, Aristotele), attingendoli attraverso la mediazione di S. Alberto Magno. A questi commisur con metodo ed autorit le sue proprie esperienze. Fu familiare del cardinale Napoleone Orsini, e la sua fama travalic le Alpi.


IL MONUMENTO FERRARESE: SUE VICENDE - PROBLEMI DI FORMA DI URBANISTICA E DI CRONOLOGIA
Niccol III d'Este, marchese di Ferrara, mor il 26 di dicembre dell'anno 1441. La cittadinanza di Ferrara decise di onorarne la memoria con un monumento equestre e tale decisione fu ratificata (con la conseguente deliberazione) l'anno 1443. Fu bandito un pubblico concorso per l'allogazione dell'opera. Vi parteciparono due scultori fiorentini: Antonio di Cristoforo e Niccol Baroncelli.

[vedi figura06.gif e figura 07.gif]]


Un verbale d'assemblea del Consiglio dei XII Sapienti, in data 27 novembre 1444, documenta che detto Consiglio, con votazione segreta, fra il bozzetto di Antonio di Cristoforo e quello di Niccol Baroncelli, aveva scelto il primo.





Un documento di pagamento del 1449 (relativo a una pigione di casa decorrente dal I gennaio dello stesso anno) attesta per che anche il Baroncelli lavorava alla statua: "...fa el chavallo de bronzo..."(89). Era accaduto infatti - come  facile desumere dalle stesse parole dell'Alberti nel suo proemio - che il marchese Leonello, in deroga evidentemente alla votazione dei "Sapienti", aveva affidato al suo amico Alberti il compito di decidere, "quale giudice ed esperto", in merito alla preferenza da dare ad uno dei bozzetti presentati al concorso. Fu tale circostanza "assai gradita" a dargli lo spunto, come egli stesso afferma, per la stesura di questo curioso compendio... di ippologia. Trapasso logico invero abbastanza strano. Sarebbe stato certo pi facile aspettarsi che egli andasse annotando piuttosto gli elementi formativi del giudizio di cui era stato richiesto. Il quale infatti dov essere cos poco "impegnato" da non lasciare traccia alcuna, se non quella di dar luogo ad una "pacifica" spartizione della commessa fra i due concorrenti, dei quali - infatti - uno (Antonio) modell la figura del cavaliere, l'altro quella del cavallo (dal che, come capita nel mondo degli artisti, gli deriv un soprannome che gli rimase appiccicato addosso per sempre, passando poi addirittura a suo figlio!). Ma tant': abbiamo gi visto a pag. 43 ["Ho analizzato... pi avanti."], sulla scorta del Salmi, che i pensieri di natura meramente estetica non investivano la mente dell'Alberti, almeno in questi anni.

Il monumento fu sistemato in un punto della piazza che non siamo pi in grado di individuare con precisione, e inaugurato nel 1451, il 26 di giugno, festa dell'Ascensione.
Il 17 agosto 1451 Antonio di Cristoforo riceve il saldo "...de soa merzede ne fare 1 mazene del Ill. N. S. Messer lo Marchexe Nicholo pasado..."(90): risulta dunque accertato che entrambi gli artisti furono impegnati nell'esecuzione dell'opera; mentre nessun documento obiettivo ci conforta nella dimostrazione di interventi di qualsiasi genere da parte di Leon Battista Alberti.
Nel 1472 Ercole I d'Este, in occasione di alcune modifiche apportate al complesso del palazzo Ducale, fece spostare le due statue di Nicol III e di Borso (che era stata aggiunta alla prima nel 1454, probabilmente per celebrare l'avanzamento del titolo gentilizio da marchese a duca, concesso nel 1452 a Borso - succeduto a Leonello nel 1450 - dall'imperatore Federico III d'Absburgo) dalle prime collocazioni ad altre adiacenti all'edificio principale.
Al tempo dei moti giacobini conseguenti alla occupazione della Lombardia da parte di Napoleone, il 19 ottobre 1796, cio all'indomani(91) della proclamazione della Repubblica Cispadana, le due statue di bronzo furono abbattute e fusa la materia di cui erano costituite per farne cannoni.
Nel giugno del 1864 furon poi riscoperti l'arco e la colonna che le avevano sostenute, i quali nei tempi successivi alla distruzione delle sculture, erano stati occultati da una superfetazione di piccole botteghe. Su di essi furono collocate nel 1926 nuove statue dei due prncipi "fedele rifacimento di quelle quattrocentesche"(92), eseguite da Giacomo Zilocchi(93).


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La problematica concernente la prima collocazione della statua equestre nella piazza di Ferrara - nonch la forma originaria di essa e quella del suo marmoreo basamento attribuito da Adolfo Venturi nel citato articolo all'Alberti stesso - si articola nei seguenti termini.
Il documento pi antico  costituito dallo stesso scritto albertiano oggetto di questo studio, nel proemio del quale si legge: "...cum instituissent cives tui parenti tuo equestres [...] ad forum statuas ponere...". Tralasciando per ora il problema di questo strano plurale ("statuas"), sul quale mi fermer a suo luogo (cfr. pag. 83, n. 5 [nota 7 della traduzione]), c' innanzi tutto da chiedersi perch l'Alberti abbia scritto "ad forum" e non "in foro". Se tale quesito per  da considerarsi di natura prettamente morfologica, esso non presenta qui alcun interesse.

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Una importanza non trascurabile esso assume invece se nella locuzione albertiana possa esser intravista una sia pur vaga indicazione atta a far supporre che egli all'epoca avesse avuto sentore del fatto che la statua del defunto Marchese sarebbe stata posta (e magari propro dietro suo consiglio) in un certo luogo nei pressi o ai margini della piazza. Purtroppo per nessun altro elemento ci soccorre ai fini di tale possibile interpretazione.
Anche il Borsetti(94), quando rammenta la deliberazione del 1443 (con la quale si stabiliva di erigere un monumento in onore di Niccol III d'Este, morto due anni prima), non precisa se essa contenesse una qualche indicazione di luogo; e - per proprio conto - d notizia che la statua fu eretta nel 1451 "in Foro prope Palatium Communis, supr (sic) marmoreas columnas duas". Anche qui non si pu che rimanere incerti circa l'esatto significato della locuzione "prope Palatium".
Il Cittadella(95) in un primo tempo afferma senz'altro che l'arco fu innalzato "in mezzo alla piazza rimpetto alla Cattedrale sopra due colonne di marmo" e che la statua di Borso fu "innalzata presso il palazzo della Ragione sulla piazza istessa nel 19 dicembre 1454".
Secondo tale indicazione i due monumenti sarebbero venuti a trovarsi in luoghi nettamente distinti, se si abbia presente la planimetria della piazza e la posizione dei due palazzi in questione: quello Comunale e quello della Ragione.
Pi avanti(96), egli riporta - e commenta - un documento del 13 dicembre 1453 relativo ad un vitalizio concesso agli eredi di Niccol Baroncelli - autore, come abbiamo visto, con Antonio di Cristoforo, della statua equestre - che era morto a Ferrara tra il 24 e il 29 ottobre (date dal Cittadella stesso dedotte) del medesimo anno. In tale documento si legge: "Pro labore immenso, quem passus fuit quondam Magister Nicholaus Baroncelli de florentia (sic) circa constructionem fabrice lapidis et fundamenti colone posite in platea comunis ferrarie (sic) juxta logiam Illm. Dmi. supra qua deputata fuit et est imago Illmi. D. Nostri Dn Nicolai Marchionis Estensis...".
Il Cittadella sbito di sguito collega inspiegabilmente tutto questo passo con la colonna destinata a ricevere la statua assisa di Borso. Da tale connessione dovrebbe dedursi che l'espressione "juxta logiam" dovesse significare un punto della piazza presso il palazzo della Ragione, vista la precedente affermazione di pagina 415.

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Ancora oltre(97), egli invece connette il medesimo passo con l'arco che sosteneva la statua equestre di Niccol, visto che assume la medesima espressione "juxta logiam" come prova che l'arco stesso dovesse trovarsi in mezzo alla piazza.



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Sappiamo per, da quanto affermato dal Cittadella stesso a pag. 415, che i due monumenti si trovavano, nell'amplissima piazza, in due punti disparati (uno "rimpetto alla Cattedrale", l'altro "presso il palazzo della Ragione"); e dunque non si pu supporre che nel citato documento l'indicazione "juxta logiam" sia riferibile ad entrambe le opere tanto da potersene servire ora per l'una, ora per l'altra come appunto mostra chiaramente di aver fatto il Cittadella.  certo, dunque, che l'elaborazione delle fonti da lui operata arriva a conclusioni ambigue.
Egli infatti non precisa da che cosa ha ricavato che l'arco dovesse trovarsi "in mezzo alla piazza rimpetto alla Cattedrale" e la colonna con la statua di Borso invece "presso il palazzo della Ragione" e sembra sorvolare sul fatto che nel documento, alla locuzione "juxta logiam" segue la specificazione "Illm. Dmi." che allude chiaramente al palazzo degli Estensi, mentre abbiamo visto che il Borsetti collocava la statua equestre "in Foro prope Palatium Communis". Qual era dunque questa loggia? E perch il Cittadella fa riferimento al palazzo della Ragione, il quale si trovava (ora non esiste pi) in tutt'altro lato della piazza?
Del resto lo stesso documento del 13 dicembre del 1453  incoerente e contraddittorio, poich nello stesso capoverso cita la "constructionem [...] fundamenti colone" (e dunque al singolare, come se si trattasse della colonna sulla quale era sistemata la statua di Borso) e poi precisa "supra qua deputata fuit et est imago [...] Nicolai Marchionis", come se invece si trattasse dell'arco recante la statua equestre.
D'altra parte, non disponiamo di altre possibilit per chiarire con certezza il vero significato topografico e l'esatto riferimento delle parole "juxta logiam" alle quali la contraddittoriet del contesto e l'impossibilit di sapere quale fosse la citata loggia (data la quasi totale alterazione e ricostruzione dei luoghi verificatesi in vari tempi, a partire da quelli di Ercole I - 1471-1505 -, e segnatamente durante gli ultimi cento anni circa) tolgono quel valore di fondamentale indicazione che avrebbero potuto avere. Abbiamo in verit svariate notizie, attinenti a veroni, loggiati, poggioli marmorei, passaggi pensili; ma tutte si riferiscono a date poteriori a quella del citato documento relativo agli eredi del Baroncelli. Il pi antico documento utilizzabile al fine di ottenere elementi di fatto non equivoci  molto pi tardo: cio del 1591. Si tratta di un atto di acquisto di una delle bottegucce agglomeratesi malamente nella piazza. Nell'indicarne esattamente la collocazione, com' di prammatica, l'atto notarile si esprime fra l'altro con le parole "sub imagine olim Ser. Ducis Borsii"(98). Da queste parole si ricava che l'immagine di Borso non poteva trovarsi che sulla fronte del palazzo, perch a questa erano addossate le botteghe in questione; e ci concorda bene con la circostanza certa che Ercole I d'Este nel 1472, avendo apportato vari abbellimenti al palazzo, aveva fatto anche collocare le due statue presso l'arco d'ingresso, quindi in una situazione che possiamo ben ritenere analoga o identica a quella attuale, se appunto colleghiamo questi due fatti: lo spostamento delle statue e la documentata esistenza delle botteghe al di sotto di esse. Il tutto  anzi avvalorato da una circostanza ancor pi significativa: quando nel 1796 i due bronzi furono abbattuti e fusi dai giacobini, i rispettivi basamenti di marmo rimasero intatti con tutta probabilit proprio perch erano diventati invisibili essendo stati sommersi dalla proliferazione delle botteghe (essi furono poi riscoperti soltanto nel 1864 e in sguito riutilizzati per le statue "rimpiazzate" da Giacomo Zilocchi nel 1926; dal che consegue che i monumenti cos come si presentano oggi, in quel luogo che i Ferraresi indicano come il "vlto del cavallo", hanno i marmi autentici e i bronzi rifatti).

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In conclusione, nulla sappiamo di sicuro circa la primitiva collocazione dei due monumenti. Possiamo per tranquillamente presumere, almeno con riferimento al lungo lasso di tempo che dal 1471 (con un "terminus ante quem" nel 1591) va al 1796, che essa sia stata pi o meno analoga a quella attuale; mentre per il periodo che dal regno di Ercole I risale fino alle rispettive date della prima erezione dei due manufatti, nulla di preciso e di certo pu dirsi, potendosi solo ipotizzare che la colonna con l'immagine di Borso sia stata sempre a ridosso della parete di uno dei palazzi che delimitavano la piazza (la magione degli Estensi? Il palazzo Comunale? Il palazzo della Ragione?), mentre il monumento equestre a Niccol III, col suo basamento marmoreo a forma di arco trionfale romano, pare si sia trovato da principio anche se non proprio "in mezzo alla piazza", almeno isolato in uno spazio pi ampio, di fronte alla Cattedrale.
Fin qui l'esegesi delle fonti.


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Vediamo quant'altro si pu logicamente rilevare dall'osservazione diretta del monumento equestre.
Il suo presumibile trasferimento da un punto all'altro della piazza dovette forzosamente comportare (se le due collocazioni succedutesi erano una isolata e l'altra a ridosso di una parete) una certa alterazione strutturale: mentre prima infatti il monumento doveva essere stato concepito come tale da poter essere osservato da tutti i lati, all'atto dello spostamento, doveva essere stato "cucito" nel muro di appoggio, risultandone cos eliminato - come tuttora  - il profilo architettonico di uno dei lati minori. Eliminazione che risulta denunciata, con sufficiente evidenza, dalla diversa situazione dei due tondi inscritti nei pennacchi dell'arco. Di tali tondi, infatti, quello pi vicino alla parete di appoggio, ortogonale ai lati maggiori del basamento, al contrario dell'altro,  a stento contenuto nel disegno complessivo, ed anzi va proprio a toccare la superficie della parete stessa ove il marmo si innesta nel corpo dell'edificio.
Deriva da ci un taglio netto il quale, privando il basamento della statua (come ancora oggi  facile osservare) della simmetria dei suoi elementi costitutivi, ne ltera la concezione in maniera non irrilevante, specie in rapporto agli ideali tipici dell'Alberti, romaneggianti e vitruviani.
Si aggiunga a questa considerazione formale, condotta sul piano teorico della poetica albertiana, una curiosa risultanza di tipo materiale. Questa  la diversit delle pietre di cui son fatte le due colonne (e i rispettivi capitelli), le quali - secondo il riconoscimento gi operato dal Cittadella(99) - sono l'una (ossia quella rimasta integra) di marmo di Verona, l'altra invece (ossia quella tagliata) di pietra d'Istria. Queste due fondamentali osservazioni (quantunque la seconda rimanga in ogni caso quasi inspiegabile, specialmente in rapporto allo splendore di quella corte) avvalorano l'ipotesi che una manomissione ci fu e che l'attuale situazione, cos come ci si presenta, non corrisponda di certo all'originaria progettazione dell'Alberti, se mai questa ci fu.
Il Cittadella, esaminando la questione, propone un'alternanza di ipotesi: o che il monumento non sia mai stato isolato nella piazza (per il fatto che non  pensabile che in tale situazione avesse... una colonna e mezza!), oppure che esso abbia subito delle modifiche all'atto dello spostamento. Egli sostiene l'attendibilit di questa seconda ipotesi come dell'unica che concilia le prove documentarie con la forma che in effetti presenta l'arco.
In realt l'alternativa proposta dal Cittadella  solo "retorica", perch non esiste in concreto la possibilit che l'arco sia stato sempre appoggiato al muro, in quanto, se  vero che solo tale situazione giustifica l'esistenza della mezza colonna,  vero anche che - come lo storiografo stesso ha messo in rilievo - le pietre delle due colonne e dei relativi capitelli sono di diversa natura ed  logicamente inconcepibile che l'arco sia stato costruito cos, e tanto pi ove si accetti l'attribuzione di esso a Leon Battista Alberti. D'altra parte il Cittadella stesso ci ha dato notizia dell'avvenuto spostamento al tempo di Ercole I (per quanto di tale notizia non abbia citato le fonti), e dunque non si comprende perch la questione gli appaia tanto dubbia quanto  mostrato dal suo tono perplesso.
Mi pare ovvio supporre che durante lo spostamento e la manomissione del 1472 una colonna sia rimasta danneggiata ad un punto tale da dover esser sostituita (molto meno ovvio rimane comunque, come ho gi notato, che nel ripristino dell'opera nella nuova sede si siano usate delle pietre differenti da quelle originarie). Per il resto,  chiaro che l'inserzione dell'arco nel muro doveva comportare il taglio (da intendersi almeno come risultanza visiva, dato che senza un opportuno sondaggio non si pu sapere quanta parte del basamento sia rimasta conglobata dentro al tessuto murario) di una parte delle sue profilature, pur rimanendo alquanto strano, in rapporto alla perizia artigianale del tempo di Ercole I, che il lavoro sia stato condotto con tanta poca cura. Il Cittadella riscontra nella semicolonna scolpita in pietra d'Istria "un lavoro meno finito e meno gentile". D'altro canto secondo Adolfo Venturi(100) la colonna non originale sarebbe quella "non addossata al muro". Ipotesi che invero appare non priva di logica ove la si confronti con l'analisi dei fatti che stiamo qui conducendo. E ci, sia considerando i due diversi momenti storici (del 1444-50 e del 1472) e la mediocre esecuzione materiale dell'eventuale progetto albertiano, gi notata dal Venturi stesso e dal Borsi (come abbiamo gi visto a pag. 29 ["... l'attribuzione di tale... trionfo romano."]); sia perch, se  possibile supporre che, una volta avvenuto il guasto, e dovendo provvedere al ripristino della colonna destinata a rimanere tutta a vista, la signoria ferrarese abbia voluto usare per questa una pietra pi nobile di quella gi esistente, molto meno convincente sarebbe l'ipotesi opposta, e cio che nel rifare la colonna si sia voluto risparmiare comprando una pietra pi vile e ci a scapito di un'opera allora tanto insigne.
Sta di fatto per che il Venturi non connette la sua idea al tipo di problematica che qui stiamo analizzando, la quale egli anzi passa del tutto sotto silenzio, tanto che dal suo contesto si ricava l'impressione che egli intenda alludere ad un rifacimento avvenuto in una imprecisata epoca moderna, che possiamo presumere dovrebbe corrispondere alla data del ritrovamento dei due basamenti marmorei, individuata dal Cittadella con precisione (addirittura al livello del mese: cio giugno) come immediatamente precedente a quella della pubblicazione del suo lavoro, avvenuta nel 1864. Ma se cos fosse, l'opera di sistemazione e - diciamo - di "restauro" dell'arco sarebbe avvenuta sotto i suoi occhi, nel breve periodo di tempo intercorso fra il ritrovamento dei due marmi e la pubblicazione del libro. E dunque il Cittadella non avrebbe potuto mostrare stupore "scoprendo" con quali sistemi e con quali materiali era stata realizzata l'impresa, come invece mostra di fare, e tanto meno collocare questo evento (ossia il ripristino del basamento) in un epoca imprecisata. Perci il fatto non pu aver avuto luogo in quella occasione.
Esclusa la quale, soltanto altre due sono le circostanze nelle quali risulta certa una manomissione del monumento: la sua ultima sistemazione con la statua equestre eseguita dallo Zilocchi nel 1926, la quale per  posteriore sia allo scritto del Cittadella (1864) che a quello di Adolfo Venturi (1914); e la prima, la quale invece ebbe luogo al tempo della signoria di Ercole I d'Este.
Sembra quindi doversene necessariamente ricavare che l'analisi formale esposta dal Cittadella trovi conferma in quella del Venturi per quanto concerne la qualit esecutiva delle due colonne, ma non invece per quanto attiene alla loro rispettiva collocazione cronologica.
Come che sia, ai fini del ragionamento che stiamo conducendo, la sostanza del nostro problema non cambia, consistendo essa nella diversit (e di epoca, e di materia, e di qualit esecutiva) che differenzia le due colonne: la quale rimarrebbe inspiegabile ove si escludesse l'avvenuto spostamento dell'arco dalla sua primitiva collocazione.
Ma mi pare che nel contesto di questa problematica vada necessariamente inclusa anche qualche considerazione di carattere estetico.

Adolfo Venturi nel suo citato articolo, afferm che mentre i primi monumenti equestri dipinti o scolpiti nel Quattrocento non si discostavano "dall'idea funeraria, quale si era determinata a Firenze in duomo con i simulacri dei condottieri Giovanni Acuto e Niccol da Tolentino" - ma si noti che l'effigie eseguita da Andrea del Castagno viene oggi comunemente assegnata ad un tempo posteriore (1456) -, a Ferrara "quello di Niccol III era ideato sopra un arco trionfale", e pi avanti soggiunge: "L'arco su cui si impostava la statua equestre di Niccol III  un vivo ricordo degli archi trionfali di Roma, dei quali pu considerarsi una riduzione nelle proporzioni, e come un estratto dell'insieme grandioso. In quelle prime forme della Rinascita, l'architettura aveva timidezza di aggetti e semplificazione di linee, esilit di sagome, ma qui, nell'elegante arco ferrarese, la riduzione nulla toglie alla pienezza romana delle forme."
Eppure non si pu non avvertire - specie ove si cerchi di immaginare il monumento isolato nella piazza e con ampi spazi tutt'intorno - qualcosa di strano nella inversione di termini che sussiste nel rapporto proporzionale fra due elementi costitutivi - l'arco di trionfo e la statua equestre -, ciascuno dei quali, per proprio conto tipologicamente legato ad una metrica gi ampiamente e validamente canonizzata.
Sovvertire i canoni o meglio tralasciarli e inventarne di nuovi in funzione anche della perenne mutazione del gusto,  proprio dell'autentica creazione artistica. Ma questa operazione non pu risolversi col fermarsi ad una fase iniziale che potremmo dire di alterazione dei dati di partenza, con una mera disorganizzazione o disarmonizzazione o disarticolazione degli antichi termini tuttavia assunti come tali, ma deve - per essere valida - consistere nella organizzazione di nuovi termini, ossia nella creazione di una nuova metrica, cio - in definitiva - nella creazione di nuove forme. Qui, al contrario, i due suddetti elementi si riallacciano ciascuno con gusto quasi archeologico agli antichi modelli, ma ciascuno secondo una scala diversa, che  estremamente ridotta soltanto nell'arco trionfale assunto come piedistallo, s che le due parti ne risultano pi giustapposte che armonizzate, pi accostate che fuse:  quasi come aver messo una testa di gigante sopra un corpo di nano.
Questo non pu certo essere addebitato all'Alberti, il quale - al contrario - aveva vivissimo il senso dell'armonia, dell'ambientazione e perfino della mimetizzazione, come  ampiamente dimostrato dalla sua opera architettonica in episodi salienti, dei quali uno proprio coevo e topograficamente vicinissimo: il campanile della stessa piazza di Ferrara, secondo l'attribuzione ormai generalmente accettata; tanto che proprio sull'atteggiamento del critico restauratore, Bruno Zevi ha impostato nel suo citato contributo la propria interpretazione dell'architettura albertiana.
Evidentemente, se l'intervento dell'Alberti vi fu - cosa di cui sono convinto - non dovette trattarsi di una vera e propria collaborazione. L'opera nel suo complesso non dovette esser concertata fra l'architetto e i due scultori; e ciascuno dovette badare al proprio lavoro del tutto autonomamente. E si ha l'impressione che l'Alberti, da che aveva rivolto la propria fantasia all'arco di trionfo romano (e l'idea sar ricorrente durante la sua carriera) se ne sia innamorato al punto da assumerne il concetto come una specie di "divertissement", senza punto preoccuparsi della funzione alla quale esso era destinato e senza tener conto di altro all'in fuori, forse, delle misure imposte dalle esigenze contingenti.
In tale atteggiamento confluivano due motivazioni tipiche del suo carattere e della sua poetica. La prima di queste fu la tendenza a interpretare, in opposizione con i grandi maestri che lo avevano immediatamente preceduto, la creativit artistica come puramente intellettuale e sganciata da qualsiasi materialit (nonostante la sua spiccata attrazione per i problemi e ritrovati tecnici - sempre peraltro in termini di studio teorico e non di manualit brunelleschiana -); cosa che lo indurr a definire le proprie visioni formali nella pi assoluta indifferenza per qualsiasi concreto condizionamento od aggancio organizzativo (fatto questo che con altri suoi tipici atteggiamenti - ai quali ho gi accennato - costituir a mio avviso un non tracurabile precorrimento del formalismo proprio di certi settori - accademici e classicisti - della Rinascenza). La seconda fu il suo gusto per la miniaturizzazione delle forme architettoniche (la quale conseguir il suo capolavoro oltre un ventennio pi tardi nel "tempietto del Santo Sepolcro" a Firenze) che riscatta e fissa nella preziosit dello scrigno ogni eventuale riferimento all'inconsistenza e alla provvisoriet del plastico modellino in scala.

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Ma per quanto attiene alla stranezza - o, se si vuole, alla spregiudicatezza - che mi  sembrato di dover rilevare nell'arco ferrarese, c' dell'altro.




Intendo riferirmi alla reciproca posizione dell'arco e del cavaliere. La poetica dell'arco trionfale  prettamente legata ad una concezione urbanistica. Ed  ovvio che si trattasse di una concezione scenografica. Nella sua assoluta mancanza di funzionalit pratica, nella sua qualit di edificio "inutile", tutto rivolto all'esterno, quasi privo di spazi interni e nato invece per investire uno spazio, l'arco celebrativo serviva solo a definire e puntualizzare una meta topografica (ma che diveniva anche una meta emblematica per chi aspirasse a tali glorificazioni), il punto conclusivo di un lungo corso trionfale, l'accesso ad un ampio spazio da parata, o quello ad una citt rivolto verso la lunga strada provinciale.
Esso era destinato a celebrare un personaggio e pi ancora a glorificare un'Idea. Nella pretta tipologia classica, al di sopra del suo attico, sul piano orizzontale corrispondente alla base superiore del monumento (specificamente in quelli che l'Alberti poteva aver osservato a Roma) non era disposta alcuna figura. Ma quand'anche volessimo immaginarcelo un trionfale coronamento di tal genere (come quelli di cui si avr qualche atipica invenzione in epoca neoclassica - per esempio nell'arco delle Vittorie a Milano) esso, rappresentando l'apoteosi di quei personaggi e di quelle gesta a cui l'opera era dedicata, e che talvolta erano descritte nelle sculture e nei rilievi sottostanti, necessariamente non avrebbe potuto esser disposto altrimenti che incontro a chi stesse per attraversare il fornice sacro, e perci stesso dovevano necessariamente esser orientate secondo l'asse longitudinale del passaggio.
A Ferrara, invece, se  vero che l'arco fosse isolato nella piazza, doveva verificarsi una triplice assurdit: quella costituita dalla sproporzione gi commentata fra l'arco e la statua equestre; quella rappresentata dal rapporto esiguo di tutto il monumento nel suo insieme rispetto all'ampio spazio urbano che avrebbe dovuto investire; e per terza il fatto che, mentre il fornice dell'arco doveva giustamente esser disposto secondo l'asse del corso che rasentava la fronte del castello estense conducendo alla piazza della Cattedrale, il gruppo scultoreo era invece ruotato di novanta gradi e mostrava ai sopravvenienti il proprio fianco... E non avrebbe potuto essere altrimenti se sul basamento si voleva posare gli zoccoli e non il ventre del monumentale cavallo.
Se dunque il duca Ercole I dispose lo spostamento dell'arco al limite della piazza, dobbiamo idealmente congratularci con lui per la sua intelligenza e cultura. Egli , fra tutti coloro che misero effettivamente mano all'impresa, quello che ha dimostrato la pi acuta sensibilit critica e di gusto (ci del resto non stupisce, ben nota essendo la sua competenza urbanistica: si pensi alla collaborazione con Biagio Rossetti e alla cosiddetta "addizione erculea" di Ferrara, primo esempio moderno di espansione urbana programmata). L'arco infatti, appoggiato ad uno dei palazzi, dovette acquistare un minimo di logica formale. Uscendo dal muro, esso investiva uno spazio pi modesto e molto pi proporzionato alla sua mole. E l'effigie del Marchese, quand'anche guardasse (come quella modellata nella statua tuttora in opera) da un'altra parte, poteva finger che egli venisse fuori dall'edificio per recarsi magari ad una cerimonia in Cattedrale; con minore spirito di glorificazione, certo, ma con una misura di realistica concretezza in qualche modo pi appropriata alle tradizioni di pragmatica intraprendenza espresse - come ci ricorda Mario Petrini nel suo citato saggio - da queste casate ancora al tempo di Niccol.
Si tratta certo di una "lettura" ipotetica che l'attuale sistemazione non molto conforta: la reciproca posizione dei due monumenti, qual' oggi, decisamente priva di una logica formale, esclude in pratica qualsiasi opportunit "tecnica" di passare sotto l'arco e riduce questo ad una gratuita sporgenza che non sta "in mezzo alla piazza" e nemmeno travalica il marciapiede e in definitiva offre solo un appoggio "pronto" per l'inseparabile bicicletta a qualche indaffarato ferrarese.
Tornando all'Alberti, l'episodio rappresenta un altro esempio - oltre quello costituito dal problema delle fonti della sua trattatistica - del suo duplice atteggiamento: di stretta osservanza nei riguardi dei classici, e di condiscendente spregiudicatezza verso i suoi contemporanei.

Rimane ora da discutere un ultimo - ma tutt'altro che trascurabile - aspetto della problematica che  stata oggetto di questo lavoro: il problema della collocazione temporale del monumento equestre a Niccolo III, del connesso "De equo animante" e - come sembra pacificamente ipotizzabile - di tutto il "blocco" dei contributi ferraresi dell'Alberti.
Alcuni studiosi (Mall, Garin), nelle opere citate, connettono tale blocco alla prima sosta ferrarese dell'artista impegnato nel suo ufficio curiale, che ebbe luogo nel 1438. Altri l'hanno fatta scorrere di qualche anno: fino al 1441 (Grayson) o '42 (Fava, Morolli, Borsi), e di ci in verit non afferro un fondamento logico(101) - se non quello che essi si sono rifatti alla (del resto preziosa) "Vita" scritta dal Mancini (il Morolli lo dichiara esplicitamente alla pagina 11 del suo citato regesto, poi riportato tal quale nella monografia del Borsi)(102) -, anche perch questo "momento" - albertiano e ferrarese -  trattato sempre molto di volata. Ho rilevato tuttavia con soddisfazione che Mario Salmi, nel riferire anch'egli nella sua citata relazione ai Lincei(103) questa data, 1442, vi appose un bel punto interrogativo. Lo Zevi la sposta ulteriormente: al 1443.
Cominciamo dunque con lo stabilire i termini cronologici estremi ("post quem" e "ante quem") entro i quali pu esser compresa la questione: da una parte, la morte del marchese Niccol, avvenuta il 26 dicembre 1441 (e conseguente ascesa di Leonello al trono della signoria il 29 dicembre); dall'altra l'effettiva erezione della statua equestre: il d dell'Ascensione, 2 giugno, dell'anno 1451.
Tale periodo pu gi esser ristretto considerando la data della deliberazione di erigere il monumento in onore del defunto Marchese (1443, come riscontrabile nelle citate fonti documentarie) e la data della morte di Leonello (I ottobre 1450), com' ovvio, essendo questi il prncipe al quale l'Alberti dedic tutti i suoi lavori "estensi".
Altre due date ancora pi vicine fra loro (e quindi atte a restringere ulteriormente l'arco cronologico "dell'incertezza") sono: quella della votazione dei XII Sapienti (27 novembre 1444) relativa ai bozzetti presentati da "ottimi artisti" come poi li defin l'Alberti, con la quale si concludeva il concorso per l'allogazione del monumento; e quella del 7 agosto 1445, di apertura a Roma dell'ultima sessione del Concilio che, partito con la sede e il nome di Basilea, diventato per via Concilio di Firenze, ebbe a Basilea e a Losanna solo la sua "controparte", mentre la parte ufficiale e legittima si svolse nelle sedi di Firenze, di Bologna, di Ferrara, nuovamente di Firenze, infine di Roma, dopo il rientro del Papa - che ne era fuggito nove anni prima - con due sessioni, la penultima delle quali aveva avuto luogo il 30 ottobre del 1444.
Entro questo ristretto periodo compreso fra il 27 novembre 1444 e il 7 agosto 1445 - contrariamente a quanto affermato dalla maggioranza degli studiosi (anche da specialisti di cose ferraresi, come Domenico Fava) - deve necessariamente cadere la seconda permanenza dell'Alberti a Ferrara (la prima era stata nel 1438, quando vi ebbe sede il Concilio; e in quella data il Garin(104) e il Mall(105) posero insostenibilmente le opere estensi dell'Alberti, compresa la stesura del "De equo animante").
Non  infatti logicamente supponibile che il Prncipe estense affidasse alcun incarico attinente al monumento prima ancora che "il Senato e il Popolo", secondo l'espressione del Borsetti, di Ferrara decretassero l'erezione di esso, il che - come abbiamo visto - avvenne solo nell'anno 1443. E nemmeno nel tempo medesimo nel quale i XII Sapienti, in commissione, giudicavano i bozzetti presentati: chi doveva giudicare? L'Alberti o la commissione? Quando poi l'Alberti stesso afferma nel suo proemio: "per tuo comando scelsero quale giudice ed esperto me che mi diletto alquanto di pittura e scultura".

Nulla osta invece a supporre che il Prncipe inducesse i membri del collegio dei Dodici a rivolgersi per consiglio all'Alberti, visti i rapporti di cordiale amicizia che lo legavano sia a Meliaduse che a Leonello, al quale ultimo - proprio in nome dell'amicizia del primo - aveva gi dedicato il "Filodosso", e pi tardi - alla data della morte del marchese Niccol, appunto -, quasi a titolo di consolazione, dedicato ed inviato il "Teogenio", dichiarando nella relativa lettera(106): "...aspetta di d in d quanto mi richiedesti ricevere da me simili argumenti e segni dell'amore, quale io a te porto. Ubbidirotti: comunicher teco le cose mie per l'avvenire con pi larghezza...".
Non  invece facilmente supponibile che l'Alberti, il quale aveva seguito il Papa in tutti i suoi spostamenti di questi anni di esilio da Roma, potesse allontanarsi dal suo ufficio curiale nei momenti "caldi" dello scisma basilese. Ma proprio nel 1443, col rientro del Papa a Roma - il 28 di settembre - e con la deposizione dell'antipapa Felice V (Amedeo di Savoia) - il 4 di novembre -, si avviava alla composizione ogni vertenza e le cose prendevano una piega sostanzialmente favorevole al Papa legittimo. Il 30 ottobre 1444 si sarebbe aperta la prima sessione romana (penultima in assoluto) del Concilio; mentre l'ultima avrebbe avuto luogo il 7 agosto 1445, dopo circa una decina di mesi. L'anno ancora successivo, 1446, l'Alberti risulta gi preso da impegni diversi per una serie molto importante di opere immediate e di progetti imminenti: a Roma, a Firenze ed a Rimini. Considerati tutti questi fatti e tutte queste date, mi pare ragionevole dedurre che le cose si siano svolte come passo ad esporre.

Essendo la votazione dei Sapienti a Ferrara riuscita quasi in parit (dovendosi mettere in conto un'assenza - o piuttosto un'astensione -, dal momento che i Sapienti erano 12 e i voti scrutinati 11: cinque per l'uno e sei per l'altro concorrente; cosa che peraltro si pu spiegare con la facile supposizione che colui il quale ricopriva la carica di "Giudice dei XII Savi", e al quale spettava l'ufficio di riferire le decisioni al prncipe, per norma non prendesse parte alle votazioni, risaultandone cos garantita l'impossiblit di un verdetto di parit), e avendo la commissione verbalizzato la generale ammirazione per entrambi i bozzetti, risultati somigliantissimi al defunto Marchese e tanto pregevoli che solo agguerriti competenti d'arte avrebbero potuto esprimere una ragionata preferenza(107), Leonello, il quale ricordava l'assoluta disponibilit e devozione preclamata dall'Alberti nel passo del "Teogenio" che ho citato, e che forse aveva gi in mente di affidare a lui la sistemazione del progettato monumento sulla piazza, abbia conluso che forse era giusto che fosse lui stesso a dire l'ultima parola anche circa la scelta del bozzetto. Di qui il suo "suggerimento" di rivolgersi all'illustre ospite. Il termine suggerimento , credibilmente, eufemistico. Pi rispondente a verit sembra l'espressione "tuo iussu" usata dall'Alberti, che sul piano testuale presenta qualche problema del quale esporr i termini dettagliatamente a suo luogo. Questa analisi dei fatti, anzi, ha un peso anche ai fini di quella questione perch la presenza nel testo delle parole "tuo iussu" risulta alla luce di essa del tutto attendibile sia sul piano della concatenazione cronologica dei fatti, sia su quello della loro logica interna(108).
L'Alberti, a sua volta, nell'intervallo fra le due tornate romane del Concilio ormai rasserenato, avr potuto pi facilmente chiedere al Papa la licenza di allontanarsi per qualche tempo dal suo ufficio di "abbreviatore apostolico". E nell'arco di alcuni mesi pu aver soddisfatto ogni richiesta del Marchese amico: sia col fornirgli disegni per il basamento necessario alla collocazione della statua equestre, e per il campanile della Cattedrale, sia col dargli il suo consiglio circa la scelta dell'artista fra quelli concorrenti all'ambita commissione.
Per quest'ultima faccenda, egli, o per solidariet con entrambi gli artisti - fiorentini come lui(109) -, o per compiacere ciascuno dei due gruppi - numericamente non molto disuguali - nei quali si erano divisi nella votazione i XII Sapienti, o per intima coerenza con la sua filosofia della "tranquillit dell'animo" e della "composizione dei contrari", o perch in definitiva anch'egli ammirava entrambi i bozzetti, o piuttosto perch la cosa non lo tangeva eccessivamente, espresse quel giudizio (che Corrado Ricci(110) defin "alquanto salomonico"), promuovendo la spartizione della commessa fra i due artisti.
A Niccol Baroncelli (che nella votazione aveva ottenuto cinque preferenze) tocc di modellare il cavallo. Glie ne deriv, per quell'eterna arguzia che caratterizza l'ambiente degli artisti, il nomignolo di Niccol del Cavallo, che equivale a dire "colui che pot fare il ritratto soltanto... al cavallo". E gli rimase cos bene appiccicato da essere ereditato, come un secondo cognome, da suo figlio, se  vero che in documenti pi tardi troviamo quest'ultimo citato come "Giovanni dal Cavallo"(111).
Va da s che la permanenza di alcuni mesi nello splendore della corte estense, con impegni di lavoro non gravosi e che erano anzi per lui pi un piacere che una fatica, perch oltretutto gli schiudevano gli orizzonti e suscitavano in lui gli estri della creativit figurativa, se dobbiamo avallare (come io credo) le diffuse supposizioni relative alle sue possibili progettazioni ferraresi, che - ove fossero certe - rappresenterebbero il suo esordio nel campo dell'arte; ed in pi offertagli dopo tanti affanni e dispiaceri anche per fatti strettamente personali (se  vera la storia dell'attentato alla sua vita di cui parla l'anonimo biografo suo contemporaneo, che alcuni vogliono fosse egli stesso(112)) e tanto girovagare al seguito di Papa e prelati per il suo ufficio e specialmente durante lo svolgimento delle drammatiche vicende dello scisma; dovette essere per lui come una meravigliosa, distensiva e proficua vacanza, come crede anche Bruno Zevi(113), e come si ricava pure - con plausibile rispondenza - dalle importanti osservazioni di tipo socio-economico e ideologico fatte da Mario Petrini(114).
Forse proprio questo stato d'animo, pi di ogni altra considerazione, pu farci comprendere come egli abbia voluto dare libero sfogo alla sua estrosit e alla sua "abitudine di esercitare l'ingegno", improvvisando questa peregrina dissertazione sulla vita del cavallo.


LA CONCLUSIONE E I RINGRAZIAMENTI
Credo in verit che questo libro, prima presunto da molti come pertinente agli studi di Storia dell'Arte, poi - da me - a momenti lasciato perdere come estraneo ai miei interessi, abbia finito con l'acquistare - attraverso reiterate ricerche e approfondimenti - una validit molteplice.
Se da una parte infatti esso pur sempre rappresenta un utile contributo alla sistemazione della bibliografia albertiana e alla "letteratura artistica" in genere, specialmente per quanto attiene alla storia del monumento equestre ferrarese, dall'altra parte pu esser proposto senza tema che rimanga negletto, anche ai molti studiosi e appassionati della storia del cavallo; mentre mi pare che possa ugualmente esser fatto presente anche agli studiosi di letteratura e di filologia umanistica - i quali non si erano mai proposti di divulgarlo salvo che per qualche passo del proemio - nonch a quelli di Storia della Veterinaria.
A tal proposito, anzi, mi vien fatto di riconsiderare i quesiti posti dallo studioso Charles B. Schmitt, del "Warburg Institute" a conclusione di un ciclo di conferenze tenute da noi, nell'"Istituto italiano per gli studi filosofici" sul tema dell'aristotelismo nel Rinascimento, e le risposte da lui sollecitate con l'auspicare contributi di ricerca da condurre nell'mbito di una problematica entro la quale tutte queste discipline trovano - a suo dire - una connessione particolare. Mi sembra infatti che questo lavoro possa, con felice coincidenza(115), costituire proprio un contributo di tal genere.
Lo studioso sollecitava incrementi della registrazione di informazioni e della sistemazione di fonti bibliografiche d'epoca; e poneva altres l'accento sulla necessit - per migliorare le conoscenze relative al secolo Quindicesimo - di chiarire i rapporti fra l'istruzione letteraria e - per esempio - lo studio della medicina, per il quale la prima (insieme alle ricerche astrologiche ed astronomiche, matematiche e filosofiche) pare fosse assunta come imprescindibile (ma anche strumentalizzata) formazione, propedeutica alla ricerca scientifica.
Fatto questo che lo Schmitt poneva in rapporto con la singolare simbiosi di esoterismo, scolasticismo e "ideologia", tipica di quel momento storico di frizione fra aristotelismo e neoplatonismo, configurabile al tempo stesso come "l'autunno del Medioevo" e la primavera dei tempi nuovi.

Ringrazio vivamente il professor Fernando Gritta, da sempre mio carissimo e riconosciuto maestro di lingua latina, per l'incoraggiamento e il sostegno che, in fase di ricostruzione e di interpretazione del testo albertiano, mi sono venuti dalla sua gratificante e disponibile consulenza, prestata sempre con serena e partecipe affettuosit.
Un riconoscente pensiero debbo esprimere anche al caro amico avvocato Francesco Mammalella per la liberalit e la sollecitudine - sempre arricchita di clti pensieri - con le quali ha voluto far s che in ogni momento potessi avvalermi delle opportunit offerte dalla sua doviziosa e preziosa biblioteca umanistica.
Particolari ringraziamenti, naturalmente, vanno indirizzati ai funzionari della Biblioteca Universitaria di Basilea, della Bodleian Library di Oxford, della Biblioteca Vaticana e della Biblioteca Estense di Modena per la straordinaria disponibilit da essi dimostrata.



.Michele Martino Stella, nella sua edizione del trattato, antepose al testo albertiano la seguente lettera dedicatoria:

ARNOLDO ARLENIO
PARAXYLO ET NICOLAO STOPIO,

uiris doctissimis solertissimisque, amicis
suis charissimis: Michael Martinus
Stella, Salutem dicit.


Quandoquidem sui ipsius satis superque magnus praeco, cum alijs in libris, tum hoc in opusculo, De Equo animante factus LEO BAPTISTA ALBERTUS: haud operae precium facturus uideri moroso cuipiam possum, si mea qualicunque diligentia, lucis nonnihil decorisue operi tam polito tamque claro addere gestiam; quasi qui id temere pertentet, prorsus aut operam ludat, aut in syluam ligna, quod aiunt, aut saltem alienam in messem immittere falcem, uelle uideatur. Ego uero qui eiusmodi morionum nenias (quorum bona pars boni nihil sed mali plurimum cum nusquam non faciat, tum alios ad bonam frugem ut sese exerant emergere non sinit) iam inde a pueris flocci feci: non putaui mei esse officij, uirum insignem, exiguo licet opusculo, si situ perire, aut tineis blattisque male exedendum permittere, sed primo quoque tempore, et typographiam nactus, et ocij nonnihil, mox in lucem ut dare. Itaque statim atque a mutuo discessu, Italia relinquere debui, nihil appetetius Superos omnes deprecatus sum, quam amoris optimi bonum aliquod, haud spernendi muneris, nostris monimentu sequacibus, ut extaret. Nunc quia inuenti libelli huius authores fuistis, uolui quoque et laboris huius, et typographiae nouae meas primicias uobis cosecrare. Vestri nuc
igitur officij fuerit, quod amico animo oblatu est, animo no dissimili, exertis ulnis
excipere. Hoc si feceritis, ut uos facturos sperare uolo, et alia
aeque ut emittam, optimi fautores eritis, et quem alij
miru in modum extinctu cupiunt,
os conseruatu optate.
Valete.



[vedi figura17.gif e figura 16.gif]]


LEONIS BAPTISTAE ALBERTI


AD LEONELLUM FERRARIENSEM PRINCIPEM ET
HUMANI GENERIS DELICIAS(1)

DE EQUO ANIMANTE
LIBELLUS(2)



Cum istuc(3) Ferrariam appulissem, visendi salutandique tui gratia, Princeps illustrissime, non facile dici potest quanta(4) fuerim detentus voluptate, urbem tuam pulcherrimam, civesque tuos modestissimos, teque(5) ornatissimum humanissimumque Principem intuens. Intellexi quidem quanti intersit in ea republica(6) vitam degere, in qua per ocium(7) et animi tranquillitatem, optimo et legum morumque observantissimo Patriae Patri(8) obtemperetur(9). Sed de his(10) alias.
Accessit ad voluptatem hanc, quod istic pergratam, mea pro consuetudine exercendi ingenij(11), praestitam occasionem offendi: quam quidem libentissime tua meaque(12) causa(13) suscepi. Nam cum instituissent cives tui parenti tuo equestres, magnificentissimis impensis(14), ad forum statuas ponere et(15) in ea re optimi artifices contendissent, me qui(16) pingendo(17) fingendoque nonnihil delector(18), tuo iussu(19), arbitrum cognitoremque delegere(20).
Mihi idcirco iterum atque iterum opera ipsa, miro artificio facta, spectanti, in mentem incidit ut non de pulchritudine(21) modo et lineamentis, verum et de omni equorum natura et moribus diligentius(22) cogitarem.
Occurrebat(23) quam essent equi ad omnes hominum publicos privatosque usus, ad vim bellorum una et pacis ornamenta accomodati(24): namque(25) sive ex agro quaeque(26) ad tecta aedesque constituendas(27), quaeve(28) ad educandam familiam pertineant(29) deducuntur, sive ex castris acieque gloriae amplitudo libertatisque decus parantur, profecto in his(30) rebus exequendis horum animantium ope et opera homines plurimum utuntur: ita ut salutem dignitatemque sine equorum adminiculo obtineri posse non arbitrer. Quid, quod(31) est(32) hoc(33) unum(34) animans ipsis etiam(35) superis usui atque(36) ornamento?

Non Phoebus (37) picto igniculis curriclo (38),
Non tridenti gaudens Neptunus (39)
Pater sceptro (40) ad Oceanum (41),

non ferme(42) ceteri omnes dij satis pro eorum maiestate(43) ornati aut pro rebus agendis compositi viderentur(44), nisi suos in primis(45) ad currus equi advocarentur(46).
Gratum aspectu animans, in quo admirere tantas adesse et corporis robur, et animi vires coniunctas incredibili quadam cum mansuetudiune, tamque concitatis in pectoribus, tam placidum docileque considere ingenium. Tenui ductatur(47) loro is(48) quo quidem irati hostis ferreum pectus proteratur(49). Quin et didicit equus in acie(50) ad symphoniam et cantum, coaequatis gradibus tota(51) cum phalange progredi, et nullum praeter unicum herum(52) sessorem perferre, et huic tela ex humo collecta porrigere, quo(53) victor ovans(54) ad suos redeat(55).
Longum esset recensere quanta in suos(56) principes equi(57) beneficia contulerint(58) ut profecto(59) equis(60) non immeritus honos tumuli(61) a divo Augusto et a civibus Agrigentinis(62) pyramidum(63) insigne et a Caesare dictatore statua apud aedem Veneris et ab Alexandro Macedone maxima exequiarum pompa et pro tumulo tituloque in suum nomen condita urbs fuerit retributa.
Itaque mihi(64) haec et huiusmodi pleraque omnia, cum in mentem venissent, quod non indigna videretur matetria, in qua ingenium experirer, quod item viderem te meis rebus legendis(65) vehementer delectari quodque et ipse essem ociosus, institui per eos dies(66), dum istic apud te adfui(67), his rebus conscribendis pro mea consuetudene exerceri(68). Ea de re quos potui auctores nobiles et ignobiles, qui quidem quippiam(69) de equo scriberent, multa industria collegi; atque ex singulis, quicquid(70) elegans dignumque adfuit, in nostris libellis transtuli. Hi fuere auctores, qui quidem ad manus nostras pervenere: Graeci Xenophon, Absyrtus(71), Chiron(72), Hippocrates(73) et Pelagonius(74); Latini Cato, Varro, Virgilius(75), Plinius, Columella(76), Vegetius, Palladius, Calaber(77), Crescentius, Albertus, Abbas(78); Gallici praeterea, et(79) Etrusci(80) complurimi(81), ignobiles quidem(82), verum utiles atque experti(83). Quin et ex optimis medicorum ea deduxi, quae quidem ad rem ipsam(84) facere viderentur(85).
Ceteri, dum nos legerint, velim sic deputent: non me ad fabros curatoresve pecudum, sed ad principem, eundemque(86) eruditissimum scribere, eaque(87) de re fuisse me parcum in scribendo, forte magis quam imperitorum(88) vulgus exoptet. Ex qua re, Princeps, dum nos legeris(89), velim tibi persuadeas nihil me omnibus nostris lucubrationibus studuisse magis quam ut tibi, quacumque in re possimus, sumus(90) in dies gratiores. Sed rem ipsam aggrediar(91).

[vedi figura19.gif figura18.gif]




LEONIS BAPTISTAE ALBERTI

[vedi figura20.gif]

DE EQUO ANIMANTE TRACTATULUS(92)






Quos esse gregis parentes atque procreatores voles, conquirito ut sint forma decenti, aetate probata atque ad eam rem apta. Patrem(93) in primis esse(94) seligendum hunc, qui corpore sit multo et membris(95) omnibus ad robur, quoad possit, absoluta quadam pulchritudine(96) compactis, qui de his rebus conscripsere admonent(97).
Pulcherrimum eum esse equum(98) statuunt, qui quidem sit huiusmodi: capite modico(99) siccitateque insigni, auribus admodum applicatis atque gracilibus, fronte inter utrumque supercilium prolata, oculis prominentibus et nigricantibus(100) atque perpuris(101); nares(102) probant praeturgidas(103) atque propatulas(104), buccam non occlusam(105), sed arcuatim(106) praescissam(107). Juba, si erit angusta crista, si erit(108) subcrispa(109) ac deinceps modice(110) immodica(111) in dextram(112) propendens partem, perplacet. Perplacet et collum oblongum atque propter(113) cervicem gracile; quod ipsum subinde ad scapulas comminantius(114) declinet.
Tum et equum probant scapulis ossuosis; spina non extanti(115), non depressa, sed aequabili et, ut(116) volunt, perquam(117) duplici; cauda multa, profusa atque undanti(118) eademque fixa, firma et nervosa; pectore superbo(119) totisque thoracibus(120) valido: item(121) spatijs(122) inter utrumque armum mutuo(123) distantibus(124). Ventrem veteres probavere si modicus sit(125); qui vero posteriores his de rebus conscripsere, eum probavere ventrem, qui sit(126) oblongus et(127) qui eas alvi partes quae inter(128) coxas(129) sunt plenas extantesque(130) habeat; testiculos nec turgidiores, nec propendulos(131), sed libratos et pariles.
Coxarum omnino(132) modus adsit, ut cum musculorum densitate ac plenitudine ad robur faciant tum(133) et ad reliqui corporis gratiam conveniant(134). Genua non incurva, non tumentia, sed bene firmo globo innodata; crura levia et pura et nusquam subtuberosa.
Internodia quae ad pedes(135) insident non directa ad perpendiculum (uti sunt caprarum)(136), non gracilia nec(137) in hanc aut in illam(138) partem plus satis obducta, sed expedita et teretia. Ungula tornatili et aequabiliter(139) acclivi, bene cornea, incava, sonanti, obfusca(140), solida et perquam sublenta(141).
Toto in(142) equo, colorem(143) alij subcinericium(144) spina, a cervice ad caudam, fusca(145) comprobant; alij fuligineum(146), qui subrufus(147) nigro commixtus sit; alij candidum gyris(148) inscriptum, praeferunt.
Itaque huiusmodi formam in patre gregis(149) optavere; voluere et ipsum hunc(150) coronarum(151) gloria insignem et certaminum victoria laudeque celebrem.
Matrem(152) gregis eo ducunt honestiorem, quo(153) forma et moribus prope accesserit ad mares. Ceterum hanc ipsam volunt pectore et scapulis esse patentibus omnibusque membris exertis(154) et lacertosis, modo ne corpore quidem sit(155) immani, vasto(156), crasso, sed decenti atque in primis clunibus(157) ventreque latis. Reliquis in rebus aetate et omnium(158) membrorum habitudine parem(159).
Utrimque(160) sint(161) integri et ad integram procreandam sobolem maturi. Ea(162) aetas(163), quae ab cuiusque parentis ortu(164) intra annum tertium usque ad(165) decimum sit, ad operam procreandae(166) sobolis dandam perapta(167) est. Sunt et(168) qui affirment ad annum usque tertium et trigesimum equos mares ad usum veneris fore non inutiles.
In his aetatem(169) cognosci dentium descriptione(170) affirmant. Nam ad mensem trigesimum primum geminos aiunt excidere medios dentes qui quidem superiores sunt(171); paulo(172) item post, et geminos qui illis respondeant inferiores. Quadrimi(173) vero cum fuerint, itidem geminos atque geminos, hinc atque hinc, illis proximos quos amiserint excidere, et exinde(174), nasci eos quos maiores "columellares"(175) appellarunt. Ad annum quintum itidem binos(176) et binos perinde amittere. Sexto vero anno equos, cum et finem excrescendi peregisse, tum(177) et dentibus admodum(178) esse oppletos; hos tamen anno septimo factos esse firmiores. Post id temporis, dentibus nulla esse certa(179) aetatis indicia, ni forte quod bronchi(180) atque buxacei(181) fieri incipiant, unaque et canescere supercilia, et cavari tempora(182), et colla flaccescere(183), et ungues(184) cariosi apparere occipiant. Quod signi cum aderit, longe plus decimum vixisse annum prae se fert. Anno duodecimo, aiunt medijs in quibusque dentibus nigricantem(185) omnino medullam increscere.
Aliorum ratio in vetulis noscendis equis haec est. Nam pellem quae tendit supra maxillam digitis praehensam contrahunt ad se atque illico relaxant. Ea si confestim pristinam redierit ad aequalitatem, iuvenem indicat; eademque si perstiterit rugosa, tunc pro rugarum multitudine et(186) profunditate vetulum demonstrat(187). Aliorum item alia est ratio. Namque labijs aetatem inscriptam putant, ut, quot(188) adsint(189) ad oris supremam(190) scissuram rugae, tot equum vixisse annos ferunt(191).
Atque(192) vivere equos aiunt annum usque quinquagesimum; inventosque et equos natos annum quintum(193) et septuagesimum. Itaque de parentum forma et aetate hactenus.
Sunt praeterea quae nonnihil faciant ad rem. Namque et seligendi quidem sut foecundi et ad venerem pleni et nequicquam defessi aut exhausti, ne qua inde gracilis imbecillave proles suscipiatur. Et negant mares quidem equos, continuos quindecim per annos tolerare(194) singulas admissuras(195). Sunt praeterea et tempora captanda quibus in venerem coniuges cogantur. Namque providendum ne tum(196) in lucem prodeat soboles, cum aut nudis arentibusque pratis, aut aestu algoreve fiat(197), ut et succus matri et nato non desit(198) lac. Et de reliquo(199), menses quidem undenos praegnitiem ferunt(200), duodeno gignunt(201). Ad coitum verno aequinoctio(202) iungendos admonent.
Verum ad connubia(203) ita parandos, ut sponte, volentes, potentes et(204) propere appetentes, ultro citroque(205) adhinniant(206). Ergo, quasi in legitimis(207) nuptijs administrandum cibum, qoad vires pro foetura(208) suffundenda(209) abunde sufficiant. Quod, si frigidiores fuerint, provocantibus(210) venerem excitandi sunt. Squilla(211) enim urtica pipereque tunso(212) atque mordicantibus huiusmodi eum locum, ubi voluptas expletur(213), attrectandum(214); manuque istiusmodi venerijs(215) libamentis illita(216) nares alternas novis coniugibus subterfricandas(217). Fieri enim hinc ut, quasi igniculis admotis, conflammetur(218) spiritus: eaque de re sint ad explendam cupidinem atque libidinis faces extinguendas appetentiores. Cavendum praeterea ne ad voluptatem prorumpat(219) temere, ne connubij divitias et precium(220) operae aegre(221) aut faciliter deperdat(222) neve per discordiam aut litem(223) superet neve in satietatem incidat(224). Modum enim his rebus tum haberi(225), cum tantum(226), atque item alternis diebus, vespere, non aestuoso(227) neque sordido, sed amoeno et umbratili(228) in loco admittantur.
Solere quidem primis connubijs foemellas asperiores(229) esse; ideoque, ne sectandi quoque laborem petenti marito addat, sine iniuria manu loroque ad veneris opus continendas. Quod, si omnino aspernari venerem maritumque dedignari, consummatis matrimonij legibus(230), vehementer(231) occeperit, ingratam illico expeditioris(232) assiduitatem amovendam. Si vero in amore fuerint(233) femellae ardentiores, iuba detonsa animis refrigescent(234).
Praegnans(235) ut fuerit cumque pullum enixa educabit, reliquo secerni a grege(236) iubent. Id quidem ne collascivientis(237) inter iumenta aut colluctantis(238) impetu proles periclitetur. Curandumque ne in otio, algore fameque(239) marcescat(240), sordibusve scabrescat, neve profuso matris ubere pituita(241) obesior fiat. Orbus(242) si remanserit pullus aut mater in nutricatu si fuerit invalida, curandum ut ferarum aliqua pullum(243) ipsum educet. Huic item praebendum subinde et pabulum ut(244) ipsum ad decoquendum sit facile. Quo in genere sunt furfures trititij et(245) farinae hordeaceae(246) tenerrimaeque(247) herbarum frondes. Praebendum(248) praeterea ad cibum praegnanti optima quaeque et quae illi gratiora esse(249) perpenderis quoad, sine(250) eius rei fastidio, plane satura fieri et succi esse continuo referta possit(251).
Adulescentes(252) deinceps pullos, quamdiu minores sint, habendos in delitijs iubent, non duriter tractandos(253), non ad(254) ardua pellendos, non per(255) difficilem, salebrosam aut atro(256) corruptam luto viam cogendos(257), ne ungues teneros durior illisa silex debilitet(258) aut aegre(259) cornea proteratur; aut genibus procidens, aut tibijs nervisque prolabens(260), quippiam vitij casus importet.
Modice igitur roranti in(261) pratulo, mane plusculis(262) spatijs, matre iter praescribente, ad agilitatem et motum adhortandi(263).
Aetate(264) vero quo firmiores fieri coeperint, eo(265) ad quam potissimum laudem quisque natus videatur, cum ineunte aetate consuefaciendos. Namque non omnibus idem a natura ut possint contributum est. Alij enim rebus bellicis acriores(266), alij ad Olympias(267) coronas promerendas promptiores, alij ad usum domesticum ad resque civiles rusticanasve operas accomodatiores.
Atqui(268) eos tum optimae fore indolis putant, cum praesto sunt omnem ad motum; corpore admodum vibratili; pedibus substrepitantibus(269); auribus cupidis, suspiciosis, micantibus; supercilio torvo; oculo pervigilanti; caudaque, ubi(270) sese ad vires ostentandas ornet, erecta(271); una et reliquis membris pronis et agentibus, cum vero idem in saltum cursumve irrumpat(272), prope connitescentibus(273). Itaque hos(274) quidem qui ita affecti sunt(275) modo(276) equos generosissimae indolis, et ad tuendam ab hoste patriam et propagandum imperium ad principumque delitias natos affirmant: eoque magis ad gloriam promerendam prope accessuros, quo institutoris educatorisque industria et ars ad virtutis usum informandum accesserit.
At enim equos, tametsi ad belli martisque(277) usum ab ipsa natura generi hominum commendati videantur, his tamen in primis artibus imbuendos instituendosque(278) ducunt, quae quidem ocij atque pacis sint(279).
Namque ut in civibus quisque, aut commilitonum exemplo aut laudis aemulatione aut imperatorum impulsu aut casu ipso rerum ac temporis necessitate sic trahente, etiam(280) tiro et collectitius miles fieri(281), momento(282) in arma vocari(283) concitarique(284) potest; quae vero ad bene institutos mores, ad officium, ad civilem dignitatem pertineant, non sine sapientum praeceptis imbuuntur, neque sine studio et diligentia obtinentur; sic et ipsis in equis. Ergo ut mitis, mansuetus, tractabilis et iustis imperijs parens, atque hero non ingrate obtemperans sit(285), omni cura in primis(286) assiduitateque esse(287) maxima(288) enitendum censeo(289).
Instituendi quidem(290) ad virtutem equi tempus idoneum aderit ubi(291) annus aetatis tertius peractus esse occeperit: qua aetate(292) ab omni lascivia et a(293) vage dissoluteque vivendi licentia atque omni veneris et libidinis labe cohibendi(294). Nimium enim exhaustos reddi aiunt, atque immature inveterascere, non plenos et firmiores ad venerem adolescentes, si quid per aetatem libidini servierint. At non uno quidem momento et repente omne(295) in tyrone(296) imperium experiendum(297) omnemque servitutis molestiam imponendam(298): sed primo lorum, post fraenum(299) ac(300) post pulvillos; quibus instrati, ad usum(301) subiguntur.
Atque(302) ad ea quidem suscipenda insuetum aetatisque indulgentia delitiosum(303) haudquaquam ulla cum acrimonia(304), sed quasi per voluptatem illectandum(305) atque in officium deducendum. Teneras primum quibus assueverat in pratris herbas(306) stabulo ad praesepe accumulandas; subinde foenum(307) praebendum unaque et hordei(308), quasi obsonium, mane seroque plenas volas subiciendas(309); manducantem(310) inde, quasi furtim, belle loris illigandum. Ea ne sint dura, neve adeo brevia ut nulla relicta sit et(311) sui corporis movendi et solo dulce(312) quiescendi potestas, neve adeo oblonga, ut sit quasi malum iniectum laqueum(313) ad deprehensos aegre(314) pedes(315) obligandos cruraque(316) item(317) obstringenda(318). Cui rei ut tutius provideatur(319), iubent lora altera in dexteram(320), altera in sinistram esse partem commendanda. Quin et compedes, eius rei gratia, molles habendas iubent, quo magis illigatorum inquietudini(321) provideatur(322).
Ergo intus(323) subministranda(324) quae sint(325) grata(326) istiusmodi fore et(327) ingrata abigenda(328). At manu plurima, quasi amicitiae ineundae foederisque iungendi, pectora demulcenda(329) omneque denique corpus; et praesertim pedes tractandos, iterum atque iterum levandos, suppoliendos(330), perfricandos.
Cum ad lorum per quietem depasci assueverint(331), fasciculos herbarum duriores aut surculum ligneum fraeni instar, hodie(332) paululum postridie plusculum(333) ac nudio tertio(334) item plusculum, adhibendum(335). Hinc(336) fraenum ferreum melle saleque illibutum loris adiciendum(337) manuque per chortem(338) perque conviciniam ductitandum. Unos(339) et item alteros spectatores et manibus tractatores(340) et quasi plausibus hortatores acciendos, vulgoque et foro et theatris et hominum inter frequentiores coetus ostentandum(341). At fraeni quidem ratio et modus sit eiusmodi, non ut faucibus tumentibus(342), non ut naribus quasi sursum fractis(343) pendeat, sed eiusmodi ut, cum(344) immissa(345), servitutem modice et modeste ferens, laeta(346) et procera cervice insignis extet, tum visus ad gressus suos temperandos perstet(347).
Pari deinde lenitudine et indulgentia pulvillos(348), quibus insternendus sit, demostrandos; post id grate dorso imponendos, iterumque deponendos iterumque reponendos(349), deinde insternendos et fascijs connodandos; eoque ut puerum modo procumbentem(350) modo insidentem(351), atque interea conscendentem(352), interea desilientem, sine molestia perferat(353), edocendum(354). Verum animadvertendum ne qiud dorso arctius urgeat neve pressius obstringat: namque ex eadem(355) quidem iniuria, non scapulis modo et dorso fit(356) grave(357) incommodum(358), verum et fit(359) ut


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primoribus(360) pedibus retortis indecenterque iactatis obambulet.



Quo pacto ad belli usum
instituendus sit equus(361)


Ceterum his(362) instructum(363) moribus, ad bonas reliquas artes, ad tolerandos(364) pro patriae dignitate et gloria labores, ad civem servandum, ad profligandum(365) hostem, ad reliquumque omnem similem(366) usum laudemque instituendum(367).
Quo quidem in opere curanda haec(368) sunt(369): modestus(370) et obtemperans ut sit; ad aciem instruendam progressio, quieta inter insidias statio; pernix occursatio, repens diversio, firma constansque irruptio; agilis prosilitio, multa natatio(371); acris feroxque(372) ac(373) temperata(374) oppugnatio; laeta in triumphi pompa gratulatio et festivitas atque hilaritas(375). Fortasse et illud in primis curandum est, quod assolent Sarmatae(376): namque equos illi ita istituunt, ut famem(377) perpeti et tantum potu esse contenti possint.
His rebus magna ex parte peragendis duo perpulchra(378) adiumenta(379) sunt(380): fraenum, quo fiat ut, si quid forte inconsiderate et(381) temere aut non dato signo aut iniquo loco hostem impetat aut forte per animi imbecillitatem aut(382) metum diffugiens stationem deserat, sub imperium contineatur; item et contra inventos esse stimulos quibus, desidiosus et cessator si forte fuerit, ad officium concitetur. Itaque et(383) sessoris manu et calce condocefaciendum(384), adeo ut, si quis(385) morosior sit, primo nudo calce et leni ferula, subinde stimulis adactis, excitetur. Quod si, praeter imperium, istuc aut illuc(386) progrediendi modum(387) inierit(388), illi(389) ad(390) cuiusque gradus motum nonnihil(391) manu excussis loris, fraenum minutatim ac modeste ori percutiendum(392). Ut primum(393) vero obtemperarit, illico ab irritamento istiusmodi desinendum, quo inde contumax deputet suo sibi indecenti motu(394) evenire ut fraeno eo pacto illidatur. Quod, si(395) fraenum morsu prehendere fortasse ob pervicaciam(396) instituerit(397), quattuor(398) primos deciduos dentes inferiori e maxilla, quos vulgo "cascaliones"(399) dicunt, evellendos.
Iuvare item ad disciplinam perdiscendam(400) si veteranos aliquos equos asciveris(401) comites, quorum exemplo, conferente usu, taedium(402) dediscat in dies(403) sui probatorumque virtutem imitari assuescat(404). Apud quos quidem et sequi et praecedere et quasi per phalangem mediam pervadere, atque interea consistere(405), interea ardua asperaque appetere, mox longum diffugere ediscat.
Sunt qui iubeant tetras aliquas horrentesque truncorum formas(406) obijciendas(407) atque, ut probe ipsum id(408) quodcumque sit(409) recognoscat(410), propter circumque belle ductitandum iuxtaque sistendum. Interdiu et loco alligandum(411). Tum et palearum acervos medio in curriculo(412) interiectos habendos, ut multo prosilire absque periculo assuescat(413). Denique sine iniuria conandum ut inanes(414) omnes metus aut strepitus(415), aut turmarum(416) motus(417) non metuere assuescat. Sed his rebus utendum(418) temperate; cavendumque in primis ut, cum(419) valetudini(420) consulatur, tum(421) ne quid malorum morum et quasi petulantia refertorum imbuatur. Cavendum(422) praeterea(423), ne quid continuo expavescere et refugere ac fraena dedignari et sua velle abuti licentia perseveret: fieri enim asseverant si forte ipsus(424) idem sempiterne eodem in loco aut cursitandi aut prosiliendi aut divertendi servetur modus; aut si nimium dura et insueta obstinatione(425) invito imperes. Ea de re nunc modicum, nunc paulo maiorem exequi oportere cursum, sursum deorsum; nunc frequentiorem in hanc, nunc in alteram partem diversionem habendam, ac praecipue observandum ne qua pervicacia(426) superior victorque insolentius evadat.
Atque(427) ea in re iracundiae magistrum suae temperasse oportet ut cunctando insuetus suo in metu fieri rerum illic horrendarum certior possit. Et providendum ne quid molestiarum ad conceptum terrorem accumulandum, per durum sessoris imperium, accedat. Providendum item iterum atque iterum ut non modo his rebus, quarum(428) usus futurus sit, probe et praeclare instructus evasisse videatur adolescens, verum et in primis eadem ipsa, laboriosa et difficilia(429), integre et fortiter(430), ut per aetatem, possit. Animadvertendum(431) id quidem fieri si veletudinem integram servaverimus(432).

Quae in equis adversas plerumque
valetudines procreent(433)


Valetudini adversa haec commemorantur(434): ocium, satietas, sordes(435); item et contraria(436): fessitudo, fames nimiaeque(437) fortassis(438) delitiae. Namque ab his complurimas(439) graves emanare(440) aegrotationes in promptu est.
Etenim ex fame spirituum incensio, virium inanitio, inde imbecillitas virtutumque casus animique tristitia, inde et caecitas(441): quod(442) sui corporis membra, ieiunia et inania, non satis decoctum ad se succum praeripuerint, fit ut stomacho(443) fervor resistat(444) et venis urens insurgat sanguis et ad cutim abrodens emanet humor. Inde scabies et ignis persicus et foedae(445) istiusmodi(446) valetudines. Ex fessitudine, humorum colliquefactio, inde obduritio et ad nervos maculae(447) et dura internodia. Ex ocio quidem et cruditate atque oppletione(448), multo item plura eveniunt. Nam obstructio(449) omneque ferme(450) apostematum genus, ex nimio venis concepto cruore exque immodica(451) vasculi oppletione(452), prodeunt vi ebullientis et intra viscera(453) tumultuantis chymi. Ex sordibus, quasi ex(454) contagione aliqua, corrumpitur purus et integer humor: praesertim putens(455) fimi intra stabulum vapor(456), quod(457) caliditate(458) humorem provocet, quod(459) acuitate penetret, quod humectando maceret, vehementer iumentorum tibijs atque pedibus obnoxius est(460). Idque maxime ubi, de calenti loco ad auram deducto, putens(461) imbibitus vapor concretius durescit frigore. Quin et si quid impluat aiunt iumenta fieri scabra. Itaque his rebus complurimae gignuntur aegritudines(462). Neque hoc loco illud praetereundum(463) est - quod ex re ipsa perpendimus -: omne(464) iumentum, si quid stabulo praesertim obscuro ociosum diutius astiterit(465), omnino reddi desidiosum et, ad omnes levissimos rumores ad omnesque obiectas(466) - suam praeter speciem(467) - formas, meticulosum, pavidum atque attonitum.
Denique affirmant physici, ut moderata attemperataque membrorum exercitatione augeri firmarique robur et omni in aetate florere bonamque servari valetudinem, sic et permaximi interesse quonam quidem(468) tempore locove(469) quantumve et quemadmodum ad ipsam exercitationem accomodentur. Exercitij ineundi tempora tum apta et quam(470) saluberrima esse, cum non per aestum(471), non per duram hiemem, neque atram per noctem, sed laeta suavique aura, ad primam auroram mane, et sero ad cadentem usque solem, praeter(472) crepusculum, exaequatur.
Loca pro exercitij genere et exercitium aetate(473) esse accomodata oportere. Non enim eadem omnibus, sed alia pullis et tenerioribus, alia adolescentibus(474) et firmioribus esse captanda. Nam conferre quidem si pullos equiculos ab ipsis teneris unguiculis ad exercitationis fructus(475) illectes(476). Id percommode ut fiat, sic(477) iubent: matrem quasi metam e regione haud(478) quaquam(479) longissima(480) a pullo, humecto et viridanti in pratulo, monstrandam, et mediocri gradu, quasi ad fugam, ab insequenti nato paulo abvetandam(481). Demum per festivitatem et ludum ut ad gratos cum coaequalibus fontes praeoccupandos(482) advolent, levi, si opus fuerit, ferula admonendos. Post haec, per aetatem, ad maiores labores perferendos sensim usu durandos, non ad fessitudinem, non ad ultimum usque sudorem. Sed quando hoc unum animans ambitiosi et gloriosi existat pectoris, per voluptatem ad aemulationem quamdam praeripiendae laudis totis pene venis(483) subincensum reddendum: hac semper lege in omni(484) edocendi progressu servata, ut minutis additamentis in dies assuetior usu reddatur.
Sunt et ea loca eaque tempora deligenda quae quidem et exercentibus sint non periculosa et, post peractam exercitationem, defessum ac desudantem non male accipiant. Nocuos quidem exercitio calentibus ventos; nocuam et noctis frigentis(485) umbram; nocuos et, in primis, lunae radios. Idcirco(486) non longe a laribus et requiescendi sedibus ad exercitationem prodeundum. Quo exequuto(487) officio, non frigentis noctis umbra aut gravi borea(488) recipiendi sint, ne defesso periclitandum, neve novus adijciendus(489) ad defatigationem sit labor.
His addendum, quod aiunt, quos velis equos cursu longe maxime excellere, hos castrari(490) oportere, quo, inde(491) effecti frigidiores, acri motu nervis(492) non arescant(493). Quos vero pugnaciores atque adversus sectantium obsistentiumque vim esse ferociores velis, hos per annuos autumnos(494), quo tempore venis referti multo seminum succo sunt, non plus semel ad venerem admittendos(495), sed in utrisque considerandum qua sint aetate, viribus ac denique omni corporis(496), ad eam quam studeas rem, praediti habitudine.
Ne hoc(497) loco quidem illud praetereundum est, quod aiunt, non in arenam aut curriculum ad exercitationem deducendos, ni prius grave alvi onus posuerint; neque ab exercitatione redeuntes pascendos aut potandos ni(498) prius minxerint(499).
Tum et admonent obesis et nimium refertis, praesertim(500) insuetis, repentinam fore exercitationem nocuam. Idcirco(501) iubent ad primum ver, quo(502) novellis surgentibus herbis sanguinem(503) purgatiorem instaurent, post decem dierum sumptam farraginem(504), venam ad ventrem basilicam(505), plus satis(506) aquoso(507) sanguine oppletam, adaperiendam. Item et per aestatem, ne ebulliens aestu sanguis mala in apostemata(508) concrescat; item et per autumnum(509), ne pabuli seminumque recentium(510) voluptate et succositate admodum refertus redundantibus venis periclitetur(511), venam eamdem(512) ipsam(513) esse adaperiendam. Hac tota in re sic iubent: venam defatigatis macilentibusve ne aperito. Castratis etiam sanguinem, aiunt, non temere imminuendum(514) esse. At post flebotomiam(515) negant ad multas horas dandum pabulum aut potandos. Item iubent ne frigenti in loco neve ad auram neve ad aquas(516) detineas. Haec de exercitatione hactenus.
Sordes ne obsint, maiorem in modum providendum admonent. Ergo ab arena(517) abque(518) hippodromo redeuntes sic excipiendos iubent: primo vestibus contegendos(519) ac mollissima deambulatione per angiportum ductitandos, quoad venis refrixerint(520); post id procumbere(521) stramentis et volutari paululum, si volet, libere laxandum; post et(522) strigili stergerariave sordes omni ab(523) dorso, omni ab alvo atque lateribus decutiendas. Sunt qui oleo perungi post sudorem oportere(524) tradant. Post id manipulis stupeis(525) omne caput tibiasque in primis, perfricanda(526). Frictionem vero esse oportere huiusmodi, ut non crebra, non gravis, non teneriorem ad cutem(527) assidua et molesta, nedum etiam fluxa et lenitudine desidiosa, sed quoad sordes ab incutaneis sui sedibus discutiat distergatque. Nam eo iuvat quidem frictio, quod ea fiat ut, cum humorem ab ipsis musculis ad supremam(528) cutem advocet, tum et amotis(529) sordibus quae quidem ariditate sua liquentem humorem prodeuntem sibi aegre imbibissent, ad humorem ipsum expromendum atque sistendum faciat.
His peractis, pedes multa aqua, et ea quidem minime(530) arenosa, nam vitium afferret(531) unguibus, abluendos. Postremo ad praesepe(532) et stabulum bene lautum, omni fimo expurgatum, omni tetro nidore(533) vacuum, illigandos(534).
Quin et longuriis interiectis(535) a consortium(536) lite et rixa discretos abendos iubent. Pari lautitia(537) mane diluculo utendum. Sordes excutiendas(538), deplendos a fimo noctu concepto ungues; si quid inquinamenti fuerit, loco(539) depurgandum. Postremo ad perdiscendi officium exercendique(540) operam(541) perducendum. Cum vero redierit, lautitia(542) qua diximus in stabulum recipiendum.
Praeter id, interdiu, per aestatem praesertim duro tantum in solo nudo, nullis(543) substrato paleis, continendum(544).
Dehinc(545) famescentibus sitientibusque iumentis, haud(546) quidem quoquam(547) calentibus, sed cum demum refrixerint, aquam(548), primo non frigentem, non crudam, non foedissimam et putridam(549), sed crassam, sole decoctam et subtepentem, abunde(550), affatimque exhibendam(551). Atque(552), quo aquae plurimum desumant(553), sale ad potum incitandos. Id enim vehementer ad membrorum magnitudinem augendam afferre. Nam et non alibi quam(554) mari, ob copiam salsi(555) humoris(556), immanium(557) corporum belluas excrescere affirmant.
Proxime(558), libras non plus treis(559) purgatissimi ordei in singulos(560) equos exhibendas, infimam in scrobem, quo anterioribus tibijs totisque pectoribus, ad voluptatem laborans, reddatur firmior(561). Paleas, contra(562), obtritaque(563) stramenta depurata, excussis pulveribus, apponi(564) superne ut pendeant iubent: quo attollendae(565) cervicis usu, equus capite agilior et summo collo gracilior evadat. Sero item bene epoto libras item ordei treis(566) et palearum plurimum ministrandas(567). Ac omnino advertendum(568) ne saturatior(569) oppletiorque(570) reddatur. Praebendis pabulis providendum admonent, ne quid non commode(571) et sine indecenti inflectione protensioneque(572) membrorum cibum a profundo aut a sublimi(573) desumant(574).
Ceteris in rebus una omnes sententia multo conferre affirmant(575), si minus(576) atque in dies minus delitiarum addent(577), quo frigora et vigilias et(578) famem et aestus ventosque atque pulverem(579) fortiter ferre assuescant(580).
Ea de re et tardius ferreas pedibus subiungendas(581) soleas, quo, si quid forte acciderit, ut nuda ungula(582) ineundum(583) sit, ea usu pristino per callum obdurata, minus conteratur(584). At meminisse quidem decet quam sit intenta quaeque(585) pars membrorum nostrorum ad eos usus ad quos accommodentur, ut profecto equos turpe sit(586), per nostram impatientiam aut negligentiam, et desidiam, ulla esse affectos iniuria(587).
Quod si quis roget quid omni in(588) equorum educatione(589) primum sit: primum quidem apud me est ut equum bene exerceas. Equo(590) enim maiores nostri nullas dandas esse(591) ferias edixerunt. Quid secundum? Ut equum laute tractes. Sordibus enim duro factae ex elephante(592) atque aere statuae putrescunt. Quid tertium(593)? Ut pascas.
Maiores nostri instar mancipiorum(594) fore iumenta statuerunt, quibus quidem praebenda sint quae sint(595) necessaria et imperanda quae honeste possint. Haec omnia una tantum re pulchre(596) effici(597) posse affirmant: et ea(598) est patrisfamilias diligentia. Vetus proverbium(599) apud Xenophontem: "oculo domini multo pingues(600) reddi equos". Illud(601) iterum atque iterum admonuisse iuvet, quod aiunt, perpetuo cavendum ne quid per durum imperium saevamque castigationem vitij ad contumaciam desumant. Nullam enim(602) rem pervicaces, calcitrones cessatoresque solere eos reddere, magis quam(603) immite intemperantis heri imperium.
Institueram et(604) de cura aegrotantium equorum aliquid conscribere, sed cum tam multos(605) auctores, tamque(606) optimos: Absyrtum, Chironem(607), Pelagonium, Catonem, Columellam(608), Vegetium(609); tum et novissimos(610) bonos utilesque hac in re scriptores: Palladium, Calabrum(611), Albertum, Ruffum(612), Crescentium, Abbatem(613) et eiusmodi, docte et eleganter(614) scripsisse animadverterem, decrevi non meas esse partes in ea re operas perdere, quandoquidem(615) neque aliter scribere atque(616) a veteribus scriptum(617) est, servata dignitate, neque ita scribere uti a veteribus scriptum(618) est(619), furti calumnia(620) evitata, posse me intelligam. Nonnullas tamen commonefactiones(621), quae sint ad equorum curam accomodatae(622) atque utilissimae(623), ab ipsis veteribus non perscriptas hoc loco exposuisse(624) condecet. Ea sunt huiusmodi.

Pauca quaedam ad equorum aegritudines(625)
pertinentia(626)


Nam equum quidem non recte valere signis quibusdam ediscimus. Id erit cum quid praeter pristinam, dum recte suis ad officium membris utebatur, consuetudinem se habeat. Ut puta: si quid plus obdormiscat, si quid minus agitetur, si quid rapacius(627) manducet(628), si quid ingurgitantius ebibat, si quid fastidio potum cibumve respuat, si quid plus minusve urinae(629) emittat, si quid alvo sit deiectorior aut astrictior(630), si quid cervice humili et depressa desideat, si quid male odoratum spiret, si quid gracilior aut tardior(631) factus, si quid anhelitu laboret, si quid ventre malum ad crepitum(632) foetitudinis(633) det, si quid et auribus frigeat(634), si quid per ocium desudet(635), si quid macrior aut turgidior factus(636). Itaque his signis non recte valere animantem intellegimus.
Ergo quae apparuerint signa, pro cuiusque morbi ratione, in primis iterum iterumque(637) pensitato; ea(638) causis(639) perquam diligentissime comparato(640) omnique ingenio longe prius unde id emanet(641), quam ipsum quid sit quod emanet(642) detrimenti, disquirito. Ad morbi fontes derivandos et(643) exhauriendos(644) omni studio contendito. A nobiliori membro ad ignobilius malam vim trahito: quae effluxerint, ne resistent(645), curato; quae haeserint(646), ne putrescant; quae putruerint, ne purum corrumpant, eximito. Quae loca(647) plus satis obduruere(648), mitescant(649); quae deflagrent, tepescant; quae tepent, incalescant; quae laxa, consistant(650); quae additamentis(651) nimia facta sunt, decrescant ac(652) quae desiderantur(653), recrescant, curato.
Tamen(654) ad medicamenta exhibenda(655) ne properato, sed interim, ut viribus contra morbum(656) consistat, quo adiuta(657) sit natura(658), omnia subministrato. Naturam ipsam, si quid expurgare uberius coeperit, non ad(659) opus praecipitandum concitato(660).
At natura si videbitur fortasse tardior, non quasi vi adhibita, acri medicamento virus(661) per impetum(662) trahito, sed levius(663) ad officium instaurandae valetudinis illectato.
His omnibus in rebus(664) ne quid experiundi libidine medendo in horas inconsulte commutes, caveto. Verissima(665) quaeque quae(666) videantur ad medendum(667) deligito; quae tamen experimento comprobantur(668), prius desumito(669). Curando, et tempora et modum et ipsas quibus assueveris(670) res, usque dum convaluerint, servato. Cura eousque progreditor(671), non(672) quoad funditus omnem extirpatam(673) esse mali causam aperte sentias. Namque(674) id quidem esset male: perpetuo aegrotum habere, sed(675) inchoata(676) in cura tamdiu(677) perseverato, quoad(678) suis(679) prope(680) integris viribus non pessume(681) valere animantem animadvertas(682).

[vedi figura22.gif e figura 23.gif]


NOTE

. Il professor Charles B. Schmitt, del Warburg Institute dell'Universit di Londra, forn questa presentazione pregando di provvedere a tradurla in italiano. La sopravvenuta impossibilit di sottoporre al benestare dell'Autore la versione italiana - perch nel frattempo l'illustre studioso ci  venuto a mancare - ci costringe a proporre il testo nella sua stesura originaria.
[Nota dell'Editore]

NOTE PREFAZIONE E INTRODUZIONE

(1) ANONIMO, La vida de Lazarillo de Tormes y de sus fortunas y adversidades, sec. XVI. Ed. italiana usata: ANONIMO, Vita di Lazarillo de Tormes e delle sue fortune e avversit, a cura di ROSA ROSSI, Editori Riuniti, Roma 1980. Il passo citato  a pag. 3.
(2) Per esempio: ALESSANDRO PARRONCHI in Il busto bronzeo di Giovane del Bargello. Scritti di Storia dell'Arte in onore di Roberto Salvini, Sansoni Editore, Firenze 1984, pagg. 301-307; cfr. la n. 16 a pag. 307.
(3) MARIO SALMI, La prima operosit architettonica di Leon Battista Alberti negli atti del Convegno internazionale indetto nel V centenario di Leon Battista Alberti, in "Accademia Nazionale dei Lincei", A. CCCLXXI, quaderno num. 209, Roma 1974, pagg. 9-20. Le parole citate sono a pag. 9.
(4) Cfr. LUIGI MALERBA, Introduzione, in LEON BATTISTA ALBERTI, Apologhi ed elogi, a cura di ROSARIO CONTARINO, Costa e Nolan, Genova 1984, pagg. 5-14. L'osservazione citata  a pag. 6.
(5) Senza dubbio alla "Nazionale".
(6) Non credo sia opportuno impostare una indagine per appurare quali e quanti siano i manuali per i licei che menzionano il "De equo animante", anche se la cosa non mancherebbe di presentare un certo interesse, almeno da qualche particolare punto di vista. Ci non per tanto, io di certo ne conosco uno: ROSARIO TOSTO, Compendio di Storia della Letteratura italiana, Vallecchi, Firenze 1958. Nel quale peraltro a pagina 131 si legge a proposito dell'Alberti: "...nel De equo animante si occup della statua equestre che i Ferraresi volevano innalzare al marchese Niccol III". Dunque, anche prescindendo dallo strano "imperfetto" "volevano" del quale non  chiaro il senso, appare chiaro invece che anche questo autore era partecipe di tutti gli equivoci correnti su questo soggetto, sui quali mi fermer esaurientemente pi avanti.
(7) Intendasi l'Istituto di Storia dell'Arte Medioevale e Moderna della Facolt di Lettere e Filosofia, attualmente annesso al Dipartimento di Discipline storiche dell'Universit "Federico II".
(8) Cfr. VALERIO MARIANI, Equo animante (sic), in "Idea", A. II, num. 34, Roma 3 sett. 1950, pag. 3.
(9) Uso, beninteso, questa parola nel senso culturalmente pi lato.
(10) Cfr. L. B. ALBERTI, Apologhi ed elogi, a cura di R. CONTARINO e con una presentazione di L. MALERBA, Costa e Nolan, Genova 1984: in Nota al testo, pag. 198
(11) Cfr. Opuscoli inediti di L. B. ALBERTI, "Musca" - "Vita S. Potiti", a cura di CECIL GRAYSON, Olschki, Firenze 1954; in Prefazione, a pag. 10.
(12) Ibidem.
(13) IACOPO MORELLI, Operette, 3 voll., "Tipografia di Alvisopoli", Venezia 1820, vol. II, pag. 255.
(14) Cfr. R. CONTARINO, op. cit., pag. 200.
(15)  ben noto e sempre vivo il diffuso costume per il quale amministratori e conservatori dei beni culturali ritengono le collezioni a loro affidate come personali "riserve di caccia", entro le quali nessun altro che essi stessi devono poter mettere le mani; naturalmente a comodo, senza fretta, quando ne abbiano voglia, tempo e convenienza: l'importante  nel frattempo (...un "frattempo" che pu comportare dei decenni) che il minor numero possibile di "estranei" (da tener lontani con gli atteggiamenti e i metodi pi speciosi) vi "ficchi il naso".
(16) In definitiva io mi intrometto in questa particolare problematica da storico dell'arte, non da filologo umanista. Potr darsi che in questo lavoro non siano - sul piano meramente schematico - applicati certi formulari nella maniera e nella misura pi rigorosamente convenzionali (talvolta criptici per i non "iniziati", laddove io vorrei poter esser letto da chiunque) che uno specialista potrebbe attendersi. D'altra parte era una intromissione fatale e plausibile, visto che in tutto il tempo intercorso da quando nelle nostre universit si parla italiano nessun filologo si era assunto il cmpito di rendere questo piccolo testo - ma problematico e dalle molteplici connessioni - disponibile per gli studiosi di ogni altro campo di ricerca.
. Nell'edizione elettronica Manuzio, ai rimandi relativi all'edizione cartacea faremo seguire, tra parentesi quadra, l'indicazione dei passi o delle note corrispondenti nell'e-text.
(17) Cfr. GIROLAMO MANCINI, Vita di Leon Battista Alberti, Carnesecchi, Firenze 1911; ed. usata: Bardi Editore, Roma 1967, pagg. III (in particolar modo), e 178 n. 5.
(18) Debbo avvertire, peraltro, che in alcuni casi anche il supporto delle stesure vere e proprie non rende giustizia al testo. E che perci gli interventi del Mancini appaiono ragionevoli (pur a dispetto dell'ortodossia filologica), e talora inevitabili. Anche questi casi saranno, com' ovvio, puntualmente segnalati.
(19) Certo, suppongo che un impegno del genere debba risultare tanto pi arduo quanto pi alto sia il livello del testo trattato; per esempio quando invece che di un trattatello di ippologia si trattasse di una personalissima e preziosa creazione di poesia (penso, fra l'altro, alla enorme e dibattutissima filologia dantesca, per nulla scevra, mi pare, da procedimenti congetturali).
(20) I luoghi sono contrassegnati con due numeri, dei quali il primo ndica la pagina di questo volume, il secondo la nota relativa alla parola o al passo in questione.
(21) Nel tabulato le lettere a, b, c, d ed e scritte in cima alle colonne indicano le seguenti cinque combinazioni: sotto a sono elencati i casi in cui nel codice Ottoboniano si riscontra qualche parte in meno rispetto all'altra stesura; sotto la b sono elencati i casi (contrari) nei quali  il codice Canoniciano a presentare qualche lacuna testuale rispetto all'Ottoboniano; sotto la c sono elencati i casi nei quali la lezione data dallo Stella nella sua edizione risulta conforme a quella del codice vaticano; sotto la d i casi nei quali la lezione dello Stella risulta coincidente con quella del codice di Oxford; sotto la e, infine, i casi nei quali la lezione data dallo Stella risulta terza rispetto a quella dei due manoscritti, ossia  differente da quelle di entrambi.
(22) Nella prima edizione di questo lavoro avevo lasciato tal quale il suo secondo nome, Odo, per rispettarne la singolarit. Ora mi sembra preferibile tradurlo regolarmente in Odone, sebbene anche la forma trasposta invariata non manchi di qualche documentazione significativa: si pensi al trecentesco poeta della scuola siciliana Odo delle Colonne (si trovano invero anche due santi menzionati con questa forma del nome: Oddone di Cluny - 880 c.- 942 -, che viene chiamato talvolta anche Odo, e Odo - detto anche Oda di Canterbury - del secolo Decimo; ma ritengo che nella fattispecie non sia da tenerne conto, vuoi per l'epoca di molto precedente a quella del Covato, vuoi perch si tratta di nomi espressi in lingue straniere). Inoltre, siccome oltre alla forma Oddone viene registrata anche quella con una sola -d-, ho preferito proporre quest'ultima, meno distante dal nome originario.
(23) Enciclopedia Italiana, vol. I, Treccani, Roma 1929, pagg. 732 e 733.
(24) Nell'op. cit., vol. II, a pag. 271.
(25) Cfr. PIO RAJNA, G. Mancini, commemorazione scritta in occasione della morte dello studioso; in "Il Marzocco", A. XXIX, num. 7, Firenze 17 febbr. 1924, pagg. 1-2.
(26) G. MANCINI, Vita di Lorenzo Valla, Sansoni, Firenze 1891.
(27) G. MANCINI, Vita di Leon Battista Alberti, Sansoni, Firenze 1882.
(28) G. MANCINI, Vita di Leon Battista Alberti, ed. 1911 (cit.), pag. IV.
(29) Gi, perch, in controparte con le cosiddette "citazioni d'obbligo", vi sono quelle che "assolutamente non vanno fatte", perch relative a titoli non consacrati, o non peregrini e sofisticati, o non prestigiosi e difficili tanto da costituire attributi di distinzione per chi mostra di praticarli, ma invece appartenenti ad una pubblicistica di piana acquisizione per ciascun determinato argomento, e che perci non d lustro. In tal caso, anche se poi ci  stata in qualche modo utile,  convenuto che si debba ripagare tale utilit con l'ingratitudine del silenzio.
(30) Voglio sperare che non si confonda questo discorso con un qualunquistico inno ad una "orgogliosa ignoranza".  chiaro che talune cose debbono costituire un indispensabile patrimonio - che deve essere comunque "a monte", di volta in volta, dei lavori che si intraprendono -. Ma ci - a mio avviso - non vuol dire che se ne debba fare l'elenco completo in ogni occasione in cui si metta penna su carta, anche, cio, quando manchi una connessione diretta e funzionale col discorso in atto.
(31)  menzionato in PAUL OSKAR KRISTELLER, Iter italicum etc., 2 voll., "The Warburg Institute" e E. J. Brill, London e Leiden 1967, pag. 423 b, come "De equo animanti"; ma si tratta certamente di un accidente tipografico, visto che nel codice questa desinenza in -i non compare in nessun luogo.
(32) Cfr.: I. MORELLI, op. cit., vol. II, pagg. 255-256; HENRY O. COXE, Catalogi codicum manuscriptorum Bibliothecae Bodleianae, pars tertia, "The Bodleian Library", Oxford 1854, pag. 553; C. GRAYSON, Prefazione a Opuscoli inediti, ed. cit., pag. 10; JOHN BAPTIST MITCHELL, Trevisan and Soranzo: Some Canonici manuscripts from tow eighteen-century Venetian collections, in "The Bodleian Library Record", vol. VIII, Oxford 1969, pagg. 125-135 (con ulteriori interessanti indicazioni bibliografiche specifiche passim); R. CONTARINO, op. cit., pagg. 198 e 200.
(33) Nella locale Biblioteca Universitaria (Universitts Bibliothek, Basel) con la segnatura: "Catalog C.C. VIII. 37.".
(34) Un parere analogo si trova espresso da C. GRAYSON, in Il prosatore latino e volgare in Convegno internazionale ecc., ed. cit., a pag. 280 n. 21; e da GIOVANNI PONTE, in Leon Battista Alberti umanista e scrittore, Tilgher, Genova 1981, a pag. 135.
(35) Dagli anni del "centenario" in poi, per, sono apparsi vari studi relativi a questo problema e ad altri ad esso connessi. Posso segnalare - oltre ai gi citati studi del GRAYSON (al convegno dei Lincei), del PONTE (in varie parti della sua monografia), del MALERBA e del CONTARINO (passim) - le relazioni di MAURIZIO DARDANO (L. B. Alberti nella storia della lingua italiana) e di EDOARDO VINEIS (La tradizione grammaticale latina e la grammatica di Leon Battista Alberti) al medesimo convegno accademico.
(36) Si badi per che ai fini di una storiografia della bibliografia albertiana tale voce va fatta risalire fino al 1958 (data della prima edizione - da "Istituto per la collaborazione culturale", Venezia, Roma, Firenze - dell'opera) poich la ristampa qui citata non  stata in alcun modo modificata o aggiornata, per cui ne restano fuori, per esempio, tutti gli studi fioriti nell'occasione del quinto centenario della morte dell'Alberti (1972) e intorno ad esso.
(37) Della lista degli studi apparsi in occasione del "centenario" fanno parte anche: gli atti del convegno mantovano dedicato a Il Sant'Andrea di Mantova e Leon Battista Alberti, Citt di Mantova e Accademia Virgiliana, Mantova 1974; e la Miscellanea di studi albertiani curata dal Comitato genovese per le onoranze a Leon Battista Alberti ecc., Tilgher, Genova 1975. Tutti questi contributi alle problematiche albertiane furono preceduti di un buon decennio dall'uscita del primo volume (1960) della edizione delle Opere volgari in 3 volumi curati dal GRAYSON, Laterza, Bari, protrattasi peraltro fino al 1973.
(38) Intendo alludere all'assoluta mancanza, in questa piccola dissertazione sul cavallo, di contenuti teorico-figurativi, che - come ho gi scritto all'inizio di questa introduzione, nel paragrafo "I MOTIVI", alle pagg. 1-3 ["Strani destini... il mio proposito"] - erano proprio il "bersaglio" che di primo acchito uno storico dell'arte, anzi "della critica d'arte" poteva sulla linea di partenza proporsi per questo lavoro. Che era poi il tipo di curiosit che mi esprimeva anche Carlo Pedretti, il quale, durante una conversazione privata successiva all'uscita della prima edizione di esso, mi chiedeva fra l'incuriosito e il rammaricato, lumi a proposito di questa per noi deludente constatazione.
(39) Anche se le opere d'arte possono renderne i soggetti ritratti pi vivi che mai, fino a rivelarne (secondo i neoplatonici) l'essenza stessa delle cose (ma gi prima, proprio al tempo dell'Alberti ed anche per influenza di lui, si tendeva a concepire la figura dell'artista mago, come scrive L. VENTURI nell'op. cit. a pag. 96) e fino a giungere all'"esagerazione" romantica secondo la quale " la natura che imita l'arte".
(40) Il participio ricorre esattamente due volte a pag. 86 ["... horum animantium ope..."; "... quod est hoc unum animans..."], e poi alle pagg. 88 ["Gratum aspectu animans..."], 148 ["... Sed quando hoc unum anomans..."], 174 ["... non recte valere animantem..."] e 180 ["... non pessume valere animantem..."].
(41) In Un'opera sconosciuta ecc., citato.
(42) Cfr. op. cit. pag. 25.
(43) Cfr. AA. VV., [...] Emilia e Romagna, ed. cit., pagg. 618-619.
(44) Il quale infatti scrive: "...contentandomi dell'osservare che la ricerca delle fonti [...] rivelerebbe ancora di pi la vasta erudizione dell'Alberti...", dunque anteponendo le conclusioni alla ricerca... Cfr. Il prosatore latino e volgare, ed. cit., pag. 280.
(45) Nell'op. cit., a pag. 135.
(46) Nell'op. cit., a pag. 23.
(47) Op. cit., a pag. 25.
(48) Cfr. L. GIANOLI, op. cit., pag. 408 b.
(49) In V. CHIODI, op. cit., pag. 134.
(50) Cfr. L. GIANOLI e U. BERTI, op. cit., pag. 43.
(51) L. GIANOLI, op. cit., pag. 85 a.
(52) In Umanesimo e Rinascimento, ed. cit., pagg. 71 e 72. ("In questo suo atteggiamento v' certo qualche superbia nobiliare e accademica, ma v' anche un'elevatissima coscienza dell'arte..." e "...non ultimo dei suggerimenti che l'Alberti d al suo ideale architetto  quello di avvicinare soltanto mecenati d'alto lignaggio.")
(53) Cio fino all'avvento del grande CARLO RUINI (1530-1598). La cui opera "Della anatomia et delle infermitadi del cavallo" fu pubblicata a Bologna l'anno stesso della sua morte.
(54) Cfr. per tutta questa problematica: J. SCHLOSSER MAGNINO, op. cit.; AUTORI VARI, Trattati d'arte del Cinquecento, 3 voll. a cura di PAOLA BAROCCHI, Laterza, Bari 1960-1962; LUIGI GRASSI, Teorici e storia della Critica d'Arte, 3 voll., Multigrafica Editrice, Roma 1970-1979; ELISABETH G. HOLT, Storia documentaria dell'arte - Dal Medioevo al XVIII secolo, Feltrinelli, Milano 1972; L. GRASSI e MARIO PEPE, Dizionario della Critica d'Arte, 2 voll., UTET, Torino 1978.
(55) Op. cit., pag. 256, ove si contesta in particolare la validit di quella testimonianza di Cristoforo Landino nelle "Disputationes Camaldolenses", sulla quale alcuni, come il Kristeller, fondano il loro convincimento relativo ad un Alberti platonico.
(56) Possiamo individuare nello Zoubov e nel Kristeller due significativi esempi di questa tipica contrapposizione di opinioni.
(57) Un "motivo" che ha gi avuto un suo specifico sviluppo in una monografia di EMILIO MATTIOLI: Luciano e l'Umanesimo, Istituto Italiano per gli Studi Storici, Napoli 1980.
(58) L. B. ALBERTI in De commodis litterarum atque incommodis, citato dal MANCINI nella Vita ecc., ed. cit., a pag. 85 e ivi nella n. num. 5.
(59) Op. cit., pag. 77.
(60) Cfr. fra i testi gi indicati a pag. 22 [cfr. Gli strumenti].
(61) Cfr. M. L. GENGARO, Leon Battista Alberti teorico ecc., ed. cit., pag. 12.
(62) Su questo concetto si era gi soffermato acutamente e innovativamente - mi pare, almeno sul piano della critica figurativa - Mario Salmi nel citato saggio, alle pagg. 10 e 11, ponendo chiaramente in rilievo un legame culturale e di gusto - di certo tuttora sussistente nell'Alberti all'epoca dei suoi primi contatti fiorentini - con il mondo medioevale. Forse, a ben pensarci, proprio questa interiore e radicata consentaneit dovette giovargli nella sua cos armoniosa ed immedesimata interpretazione di quanto gi esisteva della bella facciata fiorentina che ho test ricordato. E se cos , si tratt di una propensione durevole ove si consideri la collocazione cronologica di tale opera, che  gi nella seconda met del secolo (la facciata fu compiuta nel 1470).
(63) Cfr., V. ZOUBOV, op. cit., pag. 254.
(64) Si vedano le interessanti pagine dedicate a tale argomento da N. PAZZINI nell'op. cit., vol. I, alle pagg. 382-385 e 391 e segg.
(65) ...E si consideri che questo modo di vedere le cose si protrasse perfino oltre la durata della vita stessa dell'Alberti, con figure molto meno mitiche di quelle or ora menzionate, e - invece - storicamente certe, nelle quali tale tendenza e il relativo filone di pensiero sussistevano ancora ben dentro al secolo successivo. Si pensi per esempio al medico e filosofo tedesco Heinrich Cornelius, meglio noto come Agrippa von Nettesheim (1486-1535), il quale port avanti la tradizione magico-astrologica fino ad agganciarla a quella cabalistica di matrice spagnola nelle opere "De occulta philosophia" (1510) e "De incertitudine et vanitate scientiarum" (1527).
(66) Nell'op. cit., a pag. 256.
(67) GIULIO CARLO ARGAN, L'Architettura barocca in Italia, Garzanti, Milano 1957, pag. 19.
(68) Significativa in tal senso la sua rinuncia agli studi bolognesi per la laurea in Diritto Canonico (quando aveva conseguito solo un titolo intermedio in "Decreti"). Cfr. G. MOROLLI, op. cit., pag. 11.
(69) Cfr. M. PETRINI, op. cit., pagg. 666-669.
(70) Il passo  tolto dal De pictura, ed. a cura di L. MALL, cit., pagg. 92-93. Non pare di presentirvi gi i precetti del Gilio e del "pentito" Ammannati, o le reprimende di Biagio da Cesena?...
(71) Acutamente il Salmi, nel citato saggio (alle pagg. 10 e 11), rileva la prevalenza nell'Alberti di questi anni, degli interessi tecnici su quelli estetici, supponendo che una delle principali motivazioni della toccante ed entusiastica lettera dedicatoria del "De pictura" stia nella "commossa ammirazione con cui l'Alberti (a Firenze nel 1434, al seguito di Eugenio IV) aveva seguito il sorgere della cupola di Santa Maria del Fiore.", ma ponendo altrettanto in rilevo che nella lettera stessa "manca ogni giudizio di ordine estetico sulla cupola...".
(72) All'epoca di questi fatti sussisteva ancora nella piazza di Pavia la statua equestre bronzea di imperatore romano chiamata "Regisole" (che poi fu distrutta anch'essa, proprio come questa di Ferrara, durante gli eventi rivoluzionari della fine del Settecento). Ma essa non era posteriore al tempo degli Antonini. Le trecentesche arche di Verona, d'altra parte, presentano materia, caratteri e intenti di differente natura.
(73) In Leon Battista Alberti teorico ecc., ed. cit., pag. 47.
(74) Nella sua scheda I trattati d'Arte della Enciclopedia [...] dell'Arte, ed. cit., vol. I, col. 216.
(75) In La letteratura degli Umanisti, ed. cit., pag. 266.
(76) Come V. MARIANI, nel citato articolo.
(77) Nell'op. cit., vol. II, pag. 271.
(78) Nell'op. cit. di CLAUDIO ERMROTE.
(79) Nell'op. cit. a pag. 121.
(80) Georgiche, III 550.
(81) Nelle parti di sua pertinenza annesse all'op. cit. di CLAUDIO ERMROTE.
(82) Interessante in proposito quanto narra A. AZZAROLI (nell'op. cit., a pag. 56) a proposito degli Sciti.
Del resto la storia si  ripetuta ancora tanti secoli dopo, all'epoca dei conquistadores spagnoli degli imperi precolombiani, quando tanto tragicamente si affrontarono da una parte l'ingenuit dei sudditi di Montezuma e di Atahualpa, e dall'altra l'astuzia sleale e l'avido e sanguinario cinismo di Corts e di Pizarro.
(83) Nell'op. cit., a pag. 73.
(84) Cfr. E. GIBBON, op. cit., I, II e III volume, passim. L'AZZAROLI, nell'op. cit. dedica a questo esperto due pagine (116 e 117) con notizie (dalle quali ho attinto quanto ho qui riportato sul suo "catalogo" delle razze equine) abbastanza dettagliate.
(85) Nell'op. cit., a pag. 112.
(86) Sic in A. PAZZINI, op. cit., vol. I, pagg. 434-435.
(87) Cfr. PAOLA TESTI MASSETANI, Ricerche sugli "Apologi" di L. B. Alberti, in "Rinascimento", vol. Studi nel V Centenario ecc., ed. cit., passim.
(88) In Ricerche sulla crisi della monarchia siciliana nel secolo XIII, II ediz., Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1950, n. 3 della pag. 8.
(89) L. N. CITTADELLA, op. cit., pag. 417.
(90) Ibidem.
(91) Cfr. A. CAPPELLI, op. cit., pag. 383.
(92) AA. VV., [...] Emilia e Romagna, ed. cit., pag. 618.
(93) Per Antonio di Cristoforo, Niccol Baroncelli e Giacomo Zilocchi cfr. ULRICH THIEME und FELIX BECKER, Allgemeines Lexikon der bildenden Kunstler ecc., 37 voll., Selmann, Leipzig 1907-1950, ad voces.
(94) F. BORSETTI, op. cit., pag. 40.
(95) L. N. CITTADELLA, op. cit., pagg. 415-416.
(96) A pag. 419.
(97) A pag. 421.
(98) Cfr. L. N. CITTADELLA, op. cit., nota 1 della pag. 322.
(99) Nell'op. cit., a pag. 421.
(100) In Un'opera sconosciuta ecc., ed. cit., pag. 155.
(101) A parte infatti ogni pi dettagliata considerazione, se il marchese Niccol mor allo scadere dell'anno 1441 (il 26 dicembre), com' possibile porre gi nell'anno immediatamente successivo tutti gli avvenimenti che ho gi esposti e in particolare la circostanza che fossero gi presenti a Ferrara i due bozzetti da esaminare?
(102) Sennonch - va notato - il Mancini stesso, in questo caso (op. cit., pagg. 178-180) pecca alquanto in analiticit e in rigore logico. Egli stesso infatti racconta che Leonello "aveva rimessa la scelta" del bozzetto al "collegio dei XII Sapienti", e che la votazione di questi ebbe luogo il "27 novembre del 1444". Nella pagina precedente aveva scritto che "dopo dedicato il Teogenio a Leonello, Battista si rec a Ferrara". La dedica del "Teogenio", era stata motivata dalla morte di Niccol III avvenuta il 26 dicembre 1441. Queste due connessioni, autorizzano evidentemente gli studiosi a datare la visita dell'Alberti fra il 1441 e il 1442. Il Mancini per aggiunge che "forse gli [= all'Alberti] deferirono l'arbitrato [della scelta fra i bozzetti proposti al concorso] i rappresentanti del municipio ferrarese incerti sul merito de'modelli...".
Allora, due sono i casi: se il parere dell'Alberti aveva avuto gi luogo nel 1442 (e i fatti ci dimostrano che esso fu decisivo, vista la spartizione della commessa) non si vede la ragione logica della votazione dei XII Sapienti che ebbe luogo soltanto due anni dopo - 27 novembre 1444 - (e si noti che essi non classificarono alla pari i due artisti, poich preferirono il bozzetto di Antonio di Cristoforo). Se invece, come in realt  stato, il verdetto dei XII Sapienti  rimasto disatteso, ci pu significare soltanto che l'intervento dell'Alberti ebbe luogo solo in un momento successivo alla sua emanazione, e che ne modific i termini. Il 27 novembre 1444 costituisce dunque un non ignorabile "terminus post quem" per tutti gli avvenimenti che qui ci interessano.
(103) A pag. 12 dell'opera citata.
(104) In La letteratura degli Umanisti, ed. cit., pag. 266.
(105) In I trattati d'arte, ed. cit., col. 216.
(106) Cfr. G. MANCINI, Vita ecc., ed. cit., pagg. 139 e 171.
(107) "Utraque ipsarum assimilatur dicto principi: per pulite ambe sunt: adeo ut non nisi summo cum labore et a peritissimis picture de eis que aptior et melior sit judicium fieri possit..." in L. N. CITTADELLA, op. cit., pag. 416.
(108) Cfr. le note 5 a pag. 84 [nota 19] e 1 a pag. 85 [nota 8 della traduzione].
(109) "Fiorentinit" che doveva sentire molto viva, come cpita a tutti gli esuli; e specialmente negli anni successivi alla "riscoperta" - vissuta, come sappiamo, con grande orgoglio - della sua patria d'origine. D'altra parte, per, egli manifest anche, da buon diplomatico, di possedere un grande senso dell'opportunit, perch in definitiva mostr in qualche modo di rispettare anche il verdetto dei XII Sapienti col far eseguire - se la decisione part da lui - la parte certo (segnatamente in rapporto alla civilt umanistica) pi importante dell'opera, la figura del Prncipe, dall'artista che aveva riscosso pi voti dagli autorevoli Ferraresi membri della commissione.
(110) Nell'op. cit., a pag. 29.
(111) Cfr. L. N. CITTADELLA, op. cit., pag. 421.
(112) Cfr. G. MANCINI, Vita ecc., ed. cit., pagg. 167-169; e E. GARIN, La letteratura degli Umanisti, ed. cit., pag 261.
(113) Nell'op. cit., vol. I, col. 192.
(114) Nell'op. cit., alle pagg. 651-677.
(115) Naturalmente la "coincidenza" va collocata nel tempo in cui usciva la prima edizione di questo volume. Ma ho voluto conservare inalterati i termini di questo discorso, un po'per amore di "storicizzazione", ma soprattutto per affezione alla memoria di Charles B. Schmitt e per il ricordo della sua pronta cordialit e della sua sincera ed effettiva disponibilit.

NOTE "DE EQUO ANIMANTE"

(1) Oth.: delitias. Il Mancini annota a questo punto: "Ferrariae princeps, cui Albertus libellum nuncupavit, est Leonellus Estensis Nicolai filius, principatum obtinens a die 26 februari 1441 ad diem 1 octobris 1450. - Nemo eximias laudes etiam inferius Leonello tributas censeat scriptas assentationis gratia: conveniunt enim cum sententiis ab annalium scriptoribus prolatis quum de Leonello jam defuncto ipsi ex animo dicebant.".
(2) Can.: L baptistae - alb - ad leonellum principem - ferrarien - de - equo - animante. Oth.: L
Baptistae. ALberti ad Leonellum Ferrariensem principem et humani generis delitias: de equo animante (le ultime tre parole sono scritte nel margine destro del foglio e parallelamente ad esso.). Manc. (in LEONIS BAPTISTAE ALBERTI | OPERA INEDITA | ET PAUCA SEPARATIM IMPRESSA | HIERONYMO MANCINI | CURANTE | FLORENTIAE | J. C. SANSONI, EDITOR | 1890): AD LEONELLUM FERRARIENSEM PRINCIPEM | ET HUMANI GENERIS DELICIAS | DE EQUO ANIMANTE.
Seguo la lezione dello Stella, nella quale la parola libellus, sebbene non riscontrabile nei manoscritti pervenutici, mi pare sintatticamente plausibile. Il frontespizio dell'editio princeps appare cos composto: LEONIS | BAPTISTAE | ALBERTI, VIRI | doctissimi, | de | EQUO ANIMANTE: | ad Leonellum Ferrariensem | principem libellus: | MICHAELIS MARTINI STELLAE | cura ac studio inuentus, & nunc demum | per eundem in lucem editus. | BASILEAE, | 1556. |\
Il titolo in cima al testo, poi,  - nella medesima edizione - cos composto: LEONIS BAPTISTAE | ALBERTI, AD LEONELLUM | Ferrariensem Principem, & huma- | ni generis delicias, de Equo | animante, libellus.
Secondo il Mancini, lo Stella compone quest'ultima parola con la elle maiuscola (L), ma non  vero.
Il Mancini fa seguire il titolo dalla seguente annotazione tecnica, scritta in caratteri piccoli: "(Ex codice Romano bibliothecae Vaticanae n. 70 Othoboniano, f. 122, conlato cum opusculo Basileae anno 1556 edito.)"; e ad essa appoggia la seguente nota: "Qunamvis Michael Martinus Stella, libelli De equo editor, in epistula nuncupatoria profiteatur non putavisse sui esse officii Albertum virum insignem exiguo licet opusculo si situ periret aut tineis blattisque male exedendum permitteret, res tamen non ex sententia obtigit, nam opusculum perquam rarissumum est. Ipse enim potiores Italiae bibliothecas perquirens tantum in Montis Cassini scriniis inveni, et Ambrosius Amelli Benedictinus monachus humaniter manuscriptum exemplum mihi ostendit. Exemplum vero codicis Othoboniani Joannes Odo Covatus ad nonas martias MCCCCLXVIII raptim exaravit, ut ille in calce opusculi notavit."
(3) In Can. manca.
(4) In Oth.  aggiunto in margine con un segno di richiamo..
(5) In St. manca.
(6) Manc.: repubblica..
(7) Manc.: otium.. Nel codice di Oxford e in quello Ottoboniano questa parola e i suoi derivati sono scritti sempre con la c; lo Stella riporta ora l'una ora l'altra forma; il Mancini scrive sempre con la t minuscola. Io adotter costantemente - e senza ulteriori annotazioni - la lezione dei due manoscritti.
(8) Can. e Oth.: patri patriae.
(9) Can., Oth. e Manc.: obtemperes; St.: obtemperet. Il Chiosatore di Basilea corregge, invece, convincentemente in obtemperetur.
(10) Can.: hijs; forma frequente in tale codice: non sar pi annotata.
(11) St.: ingenij mei; Manc.: ingenii mei.; mi pare invece opportuno conservare questa particolarit, comune ai due codici. Resta stabilito che non annoter ulteriormente tale correzione operata costantemente dal Mancini.
(12) Can.: tui meique.
(13) Manc.: caussa.. Il Mancini opera tale correzione in tutto il testo. Io invece adotter sempre - senza ulteriori annotazioni - la lezione dei manoscritti.
(14) Can.: magnificentissime impense; Oth.: magnificenissimae impensae. Va notato che in realt la lezione del codice di Oxford  identica a quella data dal Covato, poich nel manoscritto di Oxford nei luoghi ove sono richiesti i dittonghi ae ed oe quasi sempre si riscontra la semplice e; non si tratta dunque di un errore occasionale, ma di una caratteristica ortografica particolare di quel codice. Tale variante quindi non sar pi annotata.
(15) St. e Manc.: tum..
(16) Oth. e St.: meque.; Can.: me quod. La lezione me qui del Mancini trova avallo nella correzione operata dal Chiosatore di Basilea.
(17) In Can. manca.
(18) Can.: delecter.
(19) In Oth., in St. e in Manc. manca. Il Mancini (Vita di Leon Battista Alberti, Carnesecchi, Firenze 1911; ed. usata: Bardi Editore, Roma 1967, pag. 178 e n. 5) afferma: "Il MORELLI, Operette, Venezia 1820, II, 270, dice che nel Cod. adesso in Oxford si legge: me TUO IUSSU arbitrum cognitorem delegere; ma nella copia inviatami di l mancano le due parole tuo iussu." In effetti il Morelli non precisa alcunch a proposito dell'inciso tuo iussu: semplicemente lo riporta nel brano citato, giustamente bisogna dire: perch - al contrario di quanto affermato dal Mancini - proprio il codice di Oxford  l'unica trascrizione nella quale si leggono le due parole in questione.
Esatta  invece la individuazione del codice. Scrive infatti il MORELLI (Operette, 3 voll., "Tipografia di Alvisopoli", Venezia 1820; vol. II, pagg. 255-256): "Jam vero cum ante annos undevigenti (sic) expenderem codices manuscriptos Matthaei Aloysii Canonici Veneti, in Societate Iesu olim sacerdotis, qui locupletissimam codicum eiusmodi collectionem in patria instruxerat, unum longe pretiosum, licet non satis accurate, anno 1487. Bononiae exaratum, offendi, qui Leonis Baptistae Alberti opera varia continebat, studiose illum excussi, potiora in adversariis, uti solebam, adnotavi: quod omine sane bono feci, anno siquidem superiore et is cum meliori maiorique collectionis illius parte ad augendam bibliothecam Achademiae Oxoniensis jure emptionis translatus est." Pi avanti, a pag. 270, il Morelli parla in particolare del "De equo animante", e, trascrivendo un passo del proemio: quello che va da "Nam cum instituissent cives" a "natura et moribus diligentius cogitarem", include semplicemente le parole "tuo iussu", ma senza farle in alcun modo oggetto di una particolare segnalazione.
Rimane da notare che il Covato, trovandosi con la parola delector quasi alla fine del rigo, prolung l'asticella della -r con una barretta uncinata che si allinea col suo trattino verticale al margine destro del foglio. Non so se ci possa essere interpretato come segnalazione di lacuna, forse perch l'estensore non riusciva a leggere nel suo archetipo per l'appunto le due parole tuo iussu.
(20) Can. e Oth.: cognitorem delegere: il Mancini annota a questo punto: "Mense novembri 1444 equestri statua Nicolao Estensi Ferrariae publice decreta magna erat inter civitatis rectores contentio quaenam inter formas ab artificibus oblatas esset seligenda. Leonellus Nicolao in principatu successor a Baptista Alberto petiit quae ei videretur ceteris praeferenda. Cum apud Leonellum moraretur Baptista elegantissime de equis scripsit; peritia et affectu quibus in animante regendo, exercendo ac flectendo cunctis ipse praestabat.".
(21) Manc.: pulcritudine..
(22) Nel codice Ottoboniano la desinenza  indecifrabile..
(23) Can.: occurrebant.
(24) Can., Oth. e Manc.: accomodati.. La variante con una sola m si riscontra costantemente nei manoscritti e nel Mancini nei luoghi ove ricorrono commodus e derivati. Non sar pi annotata.
(25) Oth., St. e Manc.: Nam.
(26) Can.: queque.. Il Chiosatore di Basilea cancella il -que.
(27) Manc.: conferenda.
(28) Oth., St. e Manc.: quae; il Chiosatore di Basilea corregge in quaeque.
(29) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(30) Can. e Oth.: his ipsis rebus. Il Mancini annota erroneamente l'ipsis del Covato come sostitutivo dell'his.
(31) Can.: Quo.
(32) Can., St. e Manc.: sit.
(33) Can.: ho.
(34) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(35) Oth.: et.
(36) Can.: et.
(37) Manc.: Phaebus..
(38) Can.: curriculo.
(39) Can.: Neptupnus.
(40) In Can. manca.
(41) Per quanto nelle precedenti redazioni le parole comprese in questa citazione siano presentate come versi (anche se il Covato le trascrive tutte di seguito a mo'di prosa ma indicando i singoli versi mediante il punto fermo seguito da lettera maiuscola - indicazione che peraltro tralascia fra il secondo e il terzo verso -), sembrerebbe che di versi non debba trattarsi: la loro composizione infatti non corrisponde ad alcuno schema della metrica regolare latina.
Anche per questo non si  riusciti (alludo agli specialisti da me consultati a riguardo) a riconoscerne la fonte; ma potrebbe trattarsi di una citazione fatta dall'Alberti a memoria e quindi in qualche modo inesatta.
Anche l'espressione ad Oceanum appare tronca perch la frase  evidentemente priva di un verbo di moto probabilmente contenuto nella parte non riportata del testo citato. La traduzione di ad Oceanum come complemento di stato in luogo mi  sembrata tuttavia opportuna per dare un senso compiuto alla citazione.
(42) Oth.: forme..
(43) Manc.: majestate.. Il Mancini usa la -j- in tutti i casi di -i- intervocalica; forma che per non  riscontrabile nelle stesure antiche. Per cui ripristino l'ortografia delle trascrizioni antiche; e cos far anche in tutti gli altri casi che si presenteranno da questo punto in poi, senza ulteriori annotazioni.
(44) In Can. manca (cfr. la nota num. 10 [46]); Oth., St. e Manc.: videntur; la forma mi sembra impossibile e perci correggo in viderentur supponendo una corruzione del testo.
(45) Nel codice di Oxford (prescindendo dalla lacuna annotata consecutivamente)  scritto sempre imprimis; in Oth. in primis. o inprimis; in St. sempre in primis.; in Manc. sempre inprimis. Ovviamente, scriver sempre in primis senza ulteriori precisazioni.
(46) Nel codice Canoniciano mancano tutte le parole da non ferme a currus (comprese) e al posto di advocarentur si legge admoneantur.
(47) Oth. e St.: ductantur.; la variante apportata di sua iniziativa dal Mancini, la quale comunque si raccomanderebbe per palesi motivi stilistici e sintattici, va curiosamente a coincidere con la lezione del Canoniciano, che - come si ricorder - egli all'epoca non conosceva.
(48) Il Covato sostituisce in margine is con un hi che risulterebbe coerente con il precedente ductantur ma incoerente con il seguente quo; in St. e in Manc. manca.
(49) Oth.: proteratur o proteretur; St. e Manc.: proteritur.
(50) Can.: aciem.
(51) Can.: tecta.
(52) Oth. e St.: horum. L'inspiegabilit di questa lezione giustifica la congettura del Mancini, la quale anzi trova poi una stupefacente conferma nel codice di Oxford, ripetendosi cos il caso rilevato nella nota 11 di pag. 88 [nota 47].
(53) Can.: quae.
(54) Can.: ovansque.
(55) Per quanto favolosa possa risultare quest'immagine, la lezione unanime dei codici e delle edizioni non sembra consentire interpretazioni diverse da quella proposta.
(56) Can.: uos.
(57) In St. e in Manc. manca.
(58) Can.: contribuerint.
(59) St.: perfecti.
(60) Oth., St. e Manc.: equi.
(61) In St. manca.
(62) Tutti (anche il Mancini), ad eccezione dello Stella, scrivono agrigentinis.
(63) Can. e Oth.: piramidum..
(64) Oth. e St.: multi; Manc.: multa. Il Chiosatore di Basilea sostituisce mihi. Tale correzione mi pare ovvia.
(65) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(66) Oth.: diem.
(67) Can.: affui; siffatte assimilazioni non saranno pi annotate.
(68) Manc.: me... exercere; il me  inserito fra coscribendis e pro.
(69) Can.: quidpiam.
(70) Can.: quicquid.
(71) Il Covato, dopo aver scritto Absyrtus, lo ha corretto in Apsyrtus.; St.: Apsyrtus..
(72) St.: Chyron..
(73) St.: Hyppocrates..
(74) Oth.: pellagonius..
(75) Questa forma certo meno usitata (e non registrata in tutti i vocabolari) del classico Vergilius  comune sia ai due codici che alle due edizioni: perci ritengo opportuno conservarla.
(76) Oth.: Collumella..
(77) St.: Palladius Calaber.; Manc.: Palladius calaber..
(78) St.: Albertus abbas..
(79) Lo Stella omette et.
(80) Oth.: aetrusci; St.: Aetrusci., corretto poi dal Chiosatore di Basilea in Hetrusci. Il Mancini scrive entrambi i nomi di popolo con l'iniziale minuscola (gallici e etrusci).
(81) St.: cumplurimi..
(82) In Oth. manca.
(83) Per tutti i nomi contenuti in questo periodo cfr. la nota num. 1 del corrispondente testo italiano.
(84) In St. manca.
(85) Nel codice Canoniciano mancano questi due ultimi periodi, a partire da Hi fuere fino a viderentur.
(86) Manc.: eumdemque..
(87) Can.: atque.
(88) St.: imperitum.
(89) Can.: legens.
(90) Can.: possimus esse in dies simus; Oth., St. e Manc.: possemus, simus in dies.
(91) Can.: aggrediamur; Manc.: aggredior..
(92) Can.: L bap al de equo animante; Oth.: L. Bap. Alberti, de equo animante tractatulus; in St. il titolo manca; Manc.: L. BAP. ALBERTI | DE EQUO ANIMANTE TRACTATULUS.
(93) Il Covato, dopo aver scritto di seguito la P. di Patrem, si  pentito, l'ha lasciata isolata ed  andato a capo, ponendo la parola in capoverso.
(94) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(95) Oth.: moris, poi corretto, ma in maniera insufficiente..
(96) Manc.: pulcritudine..
(97) Nel codice di Oxford mancano tutte le parole da qui (compresa) alla fine del periodo.
(98) Can.: equm. A questo punto il Chiosatore di Basilea segna in margine: "Equi pulchri notae".
(99) VIRGILIO: "Illi ardua cervix | argutumque caput..." (Georgiche, III 79-80).
(100) Can.: nigrantibus.
(101) St.: purpureis.
(102) Oth.: Narres..
(103) Can.: returgidas.
(104) Can.: patulas; Oth.: de patulas.
(105) Can.: obclusam.
(106) Can.: ad hyatum; Oth. actuatum.
(107) Oth.: perscissam.
(108) Cfr. la nota num. 20 [111].
(109) Can. e Manc. subscrispa..
(110) In Can. manca.
(111) L'aggettivo immodica, cos come le precedenti parole crista, si erit (alle quali si riferiva la precedente nota num. 17 [108]) appaiono sottolineate dal Chiosatore di Basilea, il quale aveva inteso sostituirle in margine con altre poi a loro volta cancellate e - perci - di problematica decifrazione.
(112) Can.: dexteram. VIRGILIO: "...densa iuba et dextro iactata recumbit in armo..." (Georgiche, III 86).
(113) Can.: prope.
(114) Can.: comminantius; St. cominancius; -m- raddoppiata dal Chiosatore.
(115) Can.: obstanti.
(116) Can. e Oth.: uti.
(117) Il Chiosatore in margine trasforma in plerique seguito da una virgola, con ci mutando completamente il senso del passo (che bisognerebbe intendere "come vogliono i pi"), dimentica per di spostare a prima di ut l'altra virgola, posta dallo Stella dopo volunt.
Quanto al concetto espresso, lo si riscontra anche in VIRGILIO: "...duplex agitur per lumbos spina..." (Georgiche, III 87).
(118) Nel codice Ottoboniano si riscontra qui una virgola; anche lo Stella ce la pone, ma il Chiosatore di Basilea la cancella. Nel Mancini c'.
(119) St.: nervoso.
(120) Can.: conatibus.
(121) In St. manca.
(122) Can. e St.: spacijs.. L'uso della c al posto della t in casi consimili  frequente nel codice Canoniciano e nell'edizione dello Stella.: tale variante non verr pi registrata.
(123) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(124) Distantibus deve intendersi - penso - come amplis, con riferimento alla distanza fra gli omeri, la quale determina la larghezza del petto.
(125) Can. e Oth.: siet.
(126) Nel codice di Oxford mancano qui e sit.
(127) Can., St. e Manc. frappongono una virgola tra oblongus ed et; il Chiosatore di Basilea interviene cancellando l'et.
(128) Can.: quae ad inter.
(129) Can.: cossas
(130) Nella copia basilese dell'edizione dello Stella si rileva che la x  stata scritta a penna dal Chiosatore.
(131) Can.: ne turgidiores, ne propendulos; Oth. e St.: ne turgidiores; Manc.: non turgidiores. In Oth., in St. e in Manc. manca dunque ne propendulos. Mi  parso indispensabile correggere i due ne del codice di Oxford in nec, e d'altra parte accogliere il propendulos in quanto che il ne dell'Ottoboniano e di Stella avalla l'ipotesi della presenza, nel testo, di un secondo termine.
(132) Can.: omnido; Oth.: omnio..
(133) Oth.: cum.
(134) St. conveniunt, corretto a penna in modo indecifrabile (convenient?).
(135) Can.: pedem.
(136) In Can. manca.
(137) Can. e Oth.: et.
(138) Can., Oth. e Manc.: alteram.
(139) Can. e Oth.: coaequabiliter.
(140) Manc.: offusca..
(141) Can.: subsoleata; Oth. e St.: subsolenta; il Chiosatore di Basilea corregge in subsoleata. Accetto la correzione operata dal Mancini perch essa determina una lezione pi coerente con il contesto. In caso contrario (accettando cio la lezione subsoleata - poich l'altra, ossia subsolenta,  del tutto inaccettabile -) dovrebbe intendersi "ben ferrata" (o qualcosa del genere, dato che "quasi ferrata" o "ferrata sotto" non avrebbero alcun senso), che - mi pare - mal concluderebbe la precedente elencazione di qualit, che sono tutte proprie del cavallo; fra le quali gi VIRGILIO aveva annoverato la durezza e la sonorit: "...solido graviter sonat ungula cornu..." (Georgiche, III 88).
(142) In St. e in Manc. manca..
(143) Il Covato, pur non andando a capo, scrive le parole da Toto a colorem per intero in caratteri maiuscoli grandi e le fa precedere da un contrassegno grafico (che si ritrover in parecchi altri punti della stesura), come per dare particolare rilievo a questa notazione sui manti, conclusiva della descrizione di uno stallone ideale..
(144) Can.: cinereum.
(145) Oth., St. e Manc.: fuscam; il Chiosatore di Basilea ha corretto in fusca venendo cos a coincidere con il codice Canoniciano.
(146) Can. e Oth.: filigineum; St.: fuliginium.; il Mancini registra solo la variante del codice Ottoboniano.
(147) Oth.: subruffus..
(148) Can. e Oth.: giris..
(149) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(150) Oth.: huc..
(151) Il Mancini attribuisce in nota allo Stella la lezione coronatum, ma si tratta di un'asserzione non corrispondente al vero.
(152) Anche questa parola  scritta dal Covato interamente in maiuscolo grande..
(153) Can.: qo.
(154) Can. e Oth.: excretis.
(155) Can.: sint.
(156) Can.: vaste.
(157) Indecifrabile in Can.
(158) Can.: omni.
(159) Can.: parentes; Oth.: parentem..
(160) St. e Manc.: utrinque.. Il Chiosatore di Basilea ha corretto la lezione stampata in utrique che, per quanto inusitato, forse risulterebbe pi convincente sul piano della logica.
(161) Oth.: sunt..
(162) In Can. manca.
(163) Nel codice di Oxford al posto di ea aetas si legge: tactas.
(164) Can., Oth. e St.: ad... ortum. La variante  stata operata dal Mancini, ed appare indispensabile.
(165) In Can. manca.
(166) Oth.: preandae.
(167) St.: per apta..
(168) St.: item.
(169) Il Covato non va a capo, ma scrive le tre parole iniziali del capoverso tutte in maiuscolo grande.. A questo punto il Chiosatore di Basilea ha scritto nel margine sinistro del foglio il titolino: "Equi Dentes"..
(170) In Oth.: cognitione poi sostituito in margine con descriptione scritto con diversa calligrafia..
(171) Can.: sint.
(172) Manc.: paullo.. Tale variante, tipica del Mancini per questa parola e per i suoi derivati, non sar pi annotata.
(173) Can.: Quatrimi; Oth.: Quatrinni.
(174) Can.: subinde.
(175) Can.: collumelares; Oth.: collumellares.
(176) In Can. e in Oth. manca.
(177) Can.: cum.
(178) Oth.: admodom.. Oth.: admodom..
(179) Oth.: certe.; St. e Manc.: certae.
(180) Can. brochi.
(181) Can., Oth. e St.: bussacei., vocabolo non riscontrabile in tale forma, e del resto di non comune reperimento anche nella ortografia con la x adottata dal Mancini e da me forzosamente accettata.
(182) Can.: timpora.
(183) Can.: falescere; Oth.: flacessere..
(184) Oth.: unguens.
(185) Can. nigrantem.
(186) Can. e Oth.: atque.
(187) Il Covato qui va a capo..
(188) Can.: qot.
(189) Can.: assint.
(190) Oth.: supprema..
(191) Can.: ferant.
(192) Can.: atqui.
(193) Oth.: anum quntum..
(194) Can. e Oth.: tollerare..
(195)  il termine corrispettivo di admissarius [equus] che vuol dire stallone (cfr. L. GIANOLI, op. cit., pag. 34).
(196) Can.: cum.
(197) St.: aestus algoresve fiant.  necessario supporre in questo periodo notevolmente involuto un hoc che regga il fiat; preferendo invece la lezione data dallo Stella, si sarebbe dovuto supporre un verbo da riferire a pratis.
(198) Can. e Oth.: adsit.
(199) Can.: ea de re quod; Oth.: ea de re quae.
(200) Can.: ferant.
(201) Can.: gignant.
(202) Nel codice Ottoboniano la -c e la -t risultano saltate e poi aggiunte nell'interlinea..
(203) Can.: conubia. Nel codice Canoniciano questo vocabolo risulta sempre scritto con una sola n. Non sar pi annotato.
(204) St. e Manc.: ac.
(205) Can.: mutuo; Oth.: mutuoque.
(206) Oth.: ad inniant.
(207) Oth.: legiptimis.; poi la -p-  stata cancellata e sostituita - pare - con una inutile seconda -t-.
(208) pro e foetura mancano in Stella.
(209) Oth.: suffudenda; St.: suffundendae.
(210) Manc.: provocationibus ad.
(211) Il Chiosatore di Basilea sostituisce con Scilla (pianta delle Liliacee della quale esistono in Italia una decina di specie). Una siffatta alternativa  comprensibile poich si pu supporre il verificarsi di una facile confusione tra queste due parole (sulla quale, del resto, pongono l'accento sia A. ERNOUT e A. MEILLET in Dictionnaire tymologique de la langue latine - Histoire des mots, 1932; IV d.: Klincksieck, Paris 1959, pagg. 602 e 645; sia F. CALONGHI in op. cit., col. 2472) data la loro originaria comunanza fonetica dovuta alla derivazione di scilla dal greco skilla.
Anche nella sostanza le due parole, pur essendo obiettivamente molto diverse (squilla in latino e in italiano  il nome di un piccolo crostaceo marino commestibile detto anche cicala di mare - Squilla mantis -; scilla in latino e in italiano  il nome di una pianta da bulbo) hanno entrambe delle credenziali per far parte di questo contesto: per la prima, infatti,  ben noto il luogo comune (ancorch privo di fondamento scientifico) che ha sempre attribuito a taluni generi di animali marini (molluschi e crostacei, appunto) propriet afrodisiache; per la seconda v' un luogo di VIRGILIO ("...et spumas miscent argenti et sulpura viva | Idaeasque pices et pinguis unguine ceras | scillamque elleborosque gravis nigrumque bitumen.": Georgiche, III 451) che ne cita un uso - se cos pu dirsi - "dermatologico" (nell'mbito di una serie di ritrovati atti a prevenire le infezioni negli ovini tosati), che  comunque una testimonianza della presenza di questa pianta nella farmacopea veterinaria degli antichi.
In tali condizioni una soluzione filologica del problema  praticamente impossibile. La soluzione pu essere solo di tipo interpretativo, e la lascio a chi sia pi fornito di specifica esperienza a riguardo. Per conto mio, su un piano prettamente pratico, preferisco attenermi, con buona pace del Chiosatore di Basilea, alla lezione unanime dei codici. Del resto, il curatore dell'edizione di Vallecchi (Firenze 1974) del citato poema virgiliano, R. GHERARDINI, in una voce di glossario, a pag. 210, annovera come attribuibile alla pianta scilla anche la forma squilla.
(212) St. e Manc.: tonso..
(213) Can., Oth. e St.: expleatur.: mi pare lecito accogliere la variante operata dal Mancini.
(214) Oth.: attratandum..
(215) Can. e Oth.: veneris; Manc.: venereis..
(216) Can. illitam; St. e Manc.: illitas.
(217) Oth.: subterficandas..
(218) Can.: conflammentur.
(219) Can.: prerumpant; Manc.: prorumpant..
(220) Manc.: pretium..
(221) Oth.: egre.
(222) Can., Oth. e Manc.: deperdant.
(223) Oth.: lite..
(224) Il Mancini volge al plurale: superent.... incidant..
(225) Oth.: haberis.
(226) In Can. e Oth. al posto di cum tantum si legge si mane tantum. che potrebbe dar luogo alla seguente interpretazione: "...se siano accoppiati soltanto di mattina e parimenti, a giorni alterni, di sera".
(227) Can.: extuoso; Oth.: ex tuoso, con in pi una interpolazione (eno) che rende il tutto indecifrabile; il Mancini, in nota, vi legge enocuoso.
(228) Oth.: umbratilj..
(229) Can.: aspernatiores; Oth. asperatiores.
(230) Can. e Oth.: consumatis. matrimonijs, che risulta incoerente con il contesto.
(231) Can.: vehementius.
(232) Can.: expetioris; Oth.: expeditoris; il Chiosatore di Basilea e il Mancini: expeditionis. Il Mancini attribuisce erroneamente la lezione expeditioris (che attingo dallo Stella) anche al codice Ottoboniano.
(233) Oth., St. e Manc.: fiunt.
(234) Can.: refrigessent.
(235) Oth.: Pregnans., in caratteri maiuscoli grandi e con richiamo grafico..
(236) Can.: a reliquo [...] grege.
(237) Can.: collascinientis.
(238) Can.: collactantis.
(239) Can.: fame ve.
(240) Oth. e Manc.: macrescat.
(241) Nel codice Ottoboniano  sostituito nell'interlinea ad altra parola poco chiara..
(242) Can.: orbis.
(243) Can.: pollum.
(244) Can.: quod.
(245) Can.: triteatice; Oth.: et. triteaticae; St.: et. trititij. et; Manc.: triticei et.
(246) Can.: ordeacie. In Can. la parola  scritta senza l'h; cos anche in Oth. e in St...
(247) St.: tenerremaeque., corretto poi a penna dal Chiosatore di Basilea.
(248) Il Mancini corregge in Praebenda., d'altra parte tutte le precedenti stesure sono uniformi e la correzione non appare indispensabile.
(249) Can.: pregnanti queque illi esse gratiora; Oth.: pregnanti. quaeque illi gratiora esse.
(250) Cfr. la nota num. 1 a pag. 116 [nota 251].
(251) Can. e Oth.: saturae. fieri et succi esse continuo referta possit (nel secondo con la virgola dopo fieri); St.: saturae fieri, et succi esse continuo refertae esse possunt. Mi attengo alla lezione del Mancini il quale segue quella del Covato, ma corregge saturae in satura.
Il secondo esse (prima di possunt) della lezione dello Stella  stato cancellato dal Chiosatore di Basilea.
Il Mancini in nota asserisce erroneamente che il sine al quale si riferisce la mia precedente nota e il succi di questa proposizione si leggano nello Stella rispettivamente fine e succis.
(252) Oth.: Adulescentis; St.: Adulescenteis. Tali varianti legittimano la correzione in Adoloscentes. operata dal Mancini. Rimane ancora da notare che il Mancini scrive la parola con la -o-, e nella successiva nota riporta - erroneamente - la variante dello Stella con la medesima ortografia (adolescenteis).
(253) Can. e Oth.: attrectandos.
(254) Can. e Oth.: in.
(255) In Can., in Oth. e in St. manca. Accolgo l'integrazione operata dal Mancini.
(256) St. e Manc. in atro.
(257) Oth.: cogendum.
(258) Can. e Oth.: delibet.
(259) St.: egre, segnalato dal Chiosatore, ma in modo graficamente impreciso.
(260) Can.: prolabans.
(261) In St. manca.
(262) Can. pluscalis.
(263) Can.: ad ortandi; Oth.: ad hortandi.; Manc.: abhortandi..
(264) Oth.: Etate..
(265) I due manoscritti e l'editio princeps sono uniformi nella lezione eo. Il Mancini corregge con un eos. che mi pare non giovi affatto alla comprensibilit del testo.
(266) In Oth., in St. e in Manc. manca del tutto la proposizione Alij... acriores che riporto dal codice Canoniciano.
(267) Can. e Oth.: olympias; Manc.: olympicas.. Il Mancini annota la variante del codice Ottoboniano, ma non l'altra dello Stella, da me invece seguita.
VIRGILIO: "Ergo animos aevomque notabis | praecipue; hinc alias artis prolemque parentum, | et quis cuique dolor victo, quae gloria palmae." (Georgiche, III 100-102).
(268) Can.: At qui. Il Covato pone la parola a capoverso.. Il Chiosatore di Basilea pone nel margine sinistro del foglio il titolino: "Equi boni motus".
(269) Can.: subtrepidantibus.
(270) Can.: tibi.
(271) In Can. e in Oth. manca.
(272) Il Mancini corregge in irrumpunt. Per quanto riguarda il modo, la manomissione da lui operata non mi pare indispensabile; per quanto riguarda il numero, mentre i due codici sono concordi nel dare il singolare, il Mancini corregge incoerentemente dal momento che lascia invariato il precedente ornet. Mi pare di poter semplicemente tradurre al plurale, senza perci intervenire sulla lezione dei manoscritti.
(273) Can., Oth., St. e Manc.: collitescentibus. Malgrado che in entrambi i codici e nella edizione di Basilea si legga collitescentibus e che il Mancini accetti tale lezione, ho riscontrato il verbo collitesco (dal participio presente del quale questo termine dovrebbe derivare) soltanto nel Thesaurus linguae latinae, etc., in aedibus B.G. Teubneri, Lipsiae MDCCCCVII, e nel Lexicon titius latinitatis, ab AEGIDIO FORCELLINI etc., ed. cit. (in entrambi ad vocem), i quali, mentre non appaiono consoni riguardo all'etimologia della parola, risultano per tali nel non fornire una esplicita significazione. Il secondo, anzi, addirittura scrive: "Vox a lexico expungenda: occurrit tantummodo in Not. Tir. p. 94". Perci mi sfugge come e in qual senso questo vocabolo possa stare nel contesto in questione. Ho preferito dunque supporre che il testo abbia qui subito una corruzione e che il vocabolo fosse in origine connitescentibus. D'altronde questa mia ipotesi  confortata dal fatto che nell'esemplare di Basilea da me visionato proprio il gruppo consonantico -ll- appare sottolineato a penna - e il segno  ripetuto in margine - dall'ignoto chiosatore, anche se questi poi tralasci di proporvi - oltre a tal richiamo - una qualche concreta alternativa.
(274) Oth. e St.: hoc.
(275) Can.: sint.
(276) In Oth. e in Can. manca.
(277) St. e Manc.: Martisque; ma qui il termine ha evidentemente significato generico, e preferisco seguire la lezione dei due codici (a quello Ottoboniano il Mancini attribuisce in nota, erroneamente, una lezione mortisque) anche per analogia col termine venus scritto sempre con lettera minuscola.
(278) In Can. e in Oth. mancano imbuendos e -que.
(279) In Oth., in St. e in Manc. sta prima di ocij.
(280) In St. la virgola segue etiam; in Can. e in Oth. manca. Preferisco sistemare la virgola prima di etiam (come nel Mancini) perch il particolare valore che ne acquista la congiunzione rende - a mio avviso - pi plausibile la lezione data. Cfr. anche la corrispondente nota del testo italiano.
(281) Il Mancini aggiunge un solet..
(282) A momento in Can. segue un atrox; in Oth. un atrorum..
(283) In Can. e in Oth. manca.
(284) Can. e Oth.: concitatusque..
(285) Oth.: sint..
(286) In Can. e in Oth. manca..
(287) In Can. al posto di esse v' un et, poi cancellato; in Oth. c' un est.
(288) In Can. e Oth. manca; Manc.: maxime.
(289) In Can. e Oth. manca.
(290) Lo Stella, seguito dal Mancini, aggiunge un igitur..
(291) Can.:...aderit: annus ubi...; Oth.:...aderit. Annus ubi...; St. e Manc.:...aderit annus, ubi... Pur accogliendo la struttura del periodo riscontrabile in Stella e in Mancini, mi  parso opportuno sopprimere la virgola dopo annus e anteporre a questa parola l'ubi.
(292) Can.: grate.
(293) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(294) L'estensore del codice ora in Oxford e il Covato aggiungono sunt.
VIRGILIO: "Sed non ulla magis vires industria firmat, | quam Venerem et caeci stimulos avertere amoris..." (Georgiche, III 209-210).
(295) In St. e Manc. manca.
(296) Can.: thyrone.
(297) Can.: experiundum.
(298) Oth.: imponenda..
(299) Can. e Oth.: frena. Il Covato scrive sempre questa parola senza dittongo. Mi esimer dall'annotarlo ulteriormente.
(300) In Can. e in Oth. manca.
(301) Oth.: usus..
(302) Can.: at qui.
(303) Can.: deliciosum; Manc.: desidiosum.
(304) St.: cerimonia.
(305) Manc.: allectandum..
(306) Oth.: harbas..
(307) Oth.: fenum..
(308) Oth.: ordei.; Manc.: hordeum..
(309) Can., Oth. e St.: plenas volas. subigendum.; Manc.: plenis volis. subjiciendum.
Il Mancini (cfr. anche la nota precedente) ha trasformato la lezione uniforme dei due copisti e dello Stella da hordei... plenas volas subigendum in hordeum... plenis volis subjiciendum. Di tale manipolazione mi pare indispensabile solo la sostituzione del verbo, del quale tuttavia correggo la desinenza - concordandola con plenas volas - e l'ortografia - adottando quella che nei composti di iacio  pi comune -.
Rimane ancora da rilevare che il Mancini non annota hordeum come una sua variante rispetto alla lezione degli amanuensi e dello Stella; che attribuisce plenas volas al solo Stella come una di lui variante, laddove questa  la lezione comune a tutte le precedenti trascrizioni; e che, infine, attribuisce allo Stella una lezione subigendam in realt non riscontrabile in quel testo.
(310) Oth. e St.: manducante.. Qui la correzione operata dal Mancini appare pienamente legittima, tanto  vero che essa viene a coincidere con la lezione del codice di Oxford.
(311) Can., Oth. e St.: ad. Mi pare indispensabile accettare la correzione del Mancini.
(312) Oth.: dure o duce; St.: duce sottolineato, ma non sostituito, dal Chiosatore; in Manc. manca.
(313) In St. dopo malum si riscontra un collo, e dopo laqueum un aut che in Can. e in Oth. mancano e che il Mancini accoglie. Io preferisco attenermi alla lezione dei manoscritti.
(314) Can.: aegrius; St.: egre..
(315) In Can. e in Oth. manca..
(316) Can. e Oth.: cruribusque.
(317) In Can. e in Oth. manca..
(318) Can. e Oth.: obstringendos.
(319) St.: providiatur., poi corretto dal Chiosatore di Basilea in provideatur.
(320) Oth.: dextra..
(321) Oth.: inquietudine.
(322) Oth.: provideantur.
(323) Can.: inter.
(324) Can., Oth. e St.: subministrandum. La lezione proposta dal Mancini mi pare accettabile, sia perch  indubbiamente pi corretta, sia per coerenza con il subigenda che segue nello stesso periodo. Da notare l'inesatta affermazione del Mancini che in nota attribuisce allo Stella una lezione subministrandam inesistente.
(325) Oth.: sit.; St. e Manc.: esse..
(326) Oth.: gratia.
(327) Nel codice di Oxford al posto di et v' un segno indecifrabile.
(328) Can. e Oth.: adigenda. Qui il Covato va a capo..
(329) Can.: fedus pectora demulcenda; Oth.: fedus pectora demulgenda. Preferisco per la logica del discorso accettare la lezione data dallo Stella e dal Mancini, pur se essa comporta di supporre che vi sia sottinteso un causa o un gratia.
VIRGILIO: "...tum magis atque magis blandis gaudere magistri | laudibus et plausae sonitum cervicis amare." (Georgiche, III 185-186).
(330) Can., Oth. e St.: supplodendos. Opportunamente il Mancini corregge in suppoliendos.
(331) Can.: assueverit.
(332) Can., Oth. e St.: lori. Il Mancini dovette evidentemente supporre - e non a torto - che la parola dovesse essere hodie.
Una corrispondenza puntuale di tutte le trascrizioni antiche in una svista tanto caratterizzante costituisce - a mio avviso - una riprova particolarmente significativa - fra le tante pi generiche che uno specialista potrebbe facilmente isolare scorrendo tutti gli altri luoghi da me reperiti e collazionati in queste note - della mia impressione (da studioso non addetto - e non precipuamente interessato - a questo tipo di indagini) che le tre trascrizioni stesse, non derivando l'una dall'altra, si rifacciano per ad un modello comune.
(333) Nel codice Ottoboniano le parole postridie e plusculum sono reintegrate nel margine destro del foglio, con un segno di richiamo.; sembra peraltro che alla seconda manchi la -m.
(334) Manc.: nudius tertius,... e invero tale dovrebbe essere la forma secondo il latino classico. Tuttavia, non essendovi dubbi circa l'interpretazione, ho preferito attenermi alla lezione comune alle stesure antiche.
(335) Can.: accinende; Oth. e St.: accinendum, che il Chiosatore di Basilea corregge in acciendum.
Al contrario di quello citato nella notazione precedente, questo  uno di quei casi nei quali non si pu non tener conto della variante operata dal Mancini.
(336) Oth. e St.: Hic; il Chiosatore di Basilea corregge in Hinc.
(337) Can. e Oth.: loris adigendum; in St. mancano; il Mancini corregge giustamente l'adigendum in adjiciendum: lo accolgo, con la sola consueta modifica dell'ortografia (cfr. la nota num. 1 a pag. 124 [nota 309]).
(338) Can. e Oth.: cohortem.
(339) Can.: hos.
(340) In St. e Manc. stranamente si riscontra un inesistente trectatores.; il Chiosatore di Basilea corresse la e in a.
(341) Can., Oth. e Manc.: ostentandos; tuttavia tale lezione darebbe luogo a difficolt quasi insuperabili sul piano della logica.
(342) Can., Oth. e Manc.: hiantibus.
(343) Can. e Oth.: tractus.
(344) Manc.: non.
(345) Can.: in missam; Oth.: in missa..
(346) Manc.: sed. laeta. L'arbitraria interpolazione del sed si connette alla variante non per cum (cfr. la nota num. 3 [344]) come logica conseguenza della sua interpretazione di immissa come "oppressa", "costretta"; laddove questo aggettivo pu essere inteso nell'uso classico anche nel senso di "sciolta", "lasciata libera" (cfr. VIRGILIO: "Sic fatur lacrimans, classique immittit habenas"; Eneide, VI 1).
(347) Can.: prestet.
(348) Oth.: pulvellos.
(349) In Oth., in St. e in Manc. mancano iterumque deponendos iterumque reponendos.
(350) Oth.: procubente; il Mancini gli attribuisce erroneamente in nota la forma procumbente.
(351) Manc.: insilientem: oltre ad essere arbitraria, la sostituzione non giova alla chiarezza del testo. Il Mancini inoltre attribuisce la lezione insidentem al solo Stella, laddove essa  comune a tutte le trascrizioni (cfr. la nota num. 13 [354]).
(352) Oth.: consedentem. Il Mancini attribuisce in nota al Covato anche la variante della desidenza, in questo e nel successivo participio. Il Covato quindi avrebbe scritto - secondo lui - consedente e desiliente, ma ci non  vero.
(353) Oth.: perferrat.
(354) Il periodo  di difficile interpretazione. Meglio certo sarebbe, sul piano logico, poter collegare il tutto al precedente - e seguente - discorso intorno alle briglie, al morso e ai cuscinetti, intendendo puerum come "puledro" anzicch come "mozzo di stalla" e riferendo perferat ad un sottinteso pulvillos. Ma per rendere possibile ci, occorrerebbe intervenire sul testo sostituendo puer a puerum e ponendo al nominativo le desinenze del gerundivo e dei quattro participi... ed ancora rimarrebbe la difficolt lessicale di riferire questi ultimi (e in particolare l'insidentem - salvo ad accogliere l'arbitraria manipolazione operata dal Mancini, di cui alla nota num. 10 [351] -) al cavallo anzich all'uomo. E probabilmente proprio per tale motivo il Mancini aveva operato la sostituzione di cui alla nota n. 10 [351], tanto pi arbitraria, peraltro, in quanto che egli aveva lasciato immutato il contesto.
(355) Can.: ea.
(356) Manc.: sit..
(357) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(358) Oth.: in comodum..
(359) Il Mancini in nota attribuisce al codice Ottoboniano ed allo Stella la lezione sit, ma erroneamente.
(360) Oth.: primioribus..
(361) In Can. il titolo manca. Lo Stella scrive Equus, con la iniziale maiuscola., come del resto fa in tutti i titoli della sua edizione.
(362) Can.: hijs.
(363) Manc.: instructus..
(364) Can. e St.: tollerandos..
(365) St. e Manc.: profligendum.. Il Chiosatore di Basilea corresse la e in a.
(366) Can. e Oth.: civilem..
(367) Manc.: instituendus..
(368) Oth.: hac..
(369) Nell'elencazione che segue il Covato stranamente pens bene di staccare ciascun fattore col punto e la (susseguente) lettera maiuscola. Tale idea peraltro gli deve essere venuta solo dopo che aveva gi trascritto i primi due; n si cur di uniformare il gi fatto..
(370) Can.: modesta; Oth.: modeste..
(371) In Manc. un inspiegabile nutatio, laddove tutte le stesure precedenti sono uniformi nel dare natatio. Non si pu pensare ad un semplice errore di stampa perch il Mancini annota la variante.
(372) Can.: ferox.
(373) Can.: ad.
(374) Can.: temperataque.
(375) Oth.: illaritas.
(376) Oth.: Sarmate..
(377) Can.: inediam. Oth.: inaediam, che l'autore della trascrizione concessa al Mancini interpret come un (inesistente) insediam; lezione che lo studioso infatti segnala come una variante del codice vaticano.
(378) Can.: perpulchre; Manc.: perpulcra..
(379) Can. e Oth.: adiuventa. Il Mancini nella relativa nota attribuisce inesattamente anche al codice Ottoboniano l'ortografia con la -j- da lui costantemente adottata.
(380) Nel codice di Oxford  anteposto ad adiuventa (cfr. la nota num. 5 [379]).
(381) Can.: ac.
(382) Can.: et.
(383) In Can. manca.
(384) Oth.: condocefaciendu..
(385) Oth., St. e Manc.: quid.
(386) Can.: istunc aut istunc; Oth.: istunc. aut stunc.; St.: isthinc. et isthinc; Manc.: istinc aut istunc; peraltro tali lezioni appaiono tutte inaccettabili per tre motivi: a) l'estrema stranezza della forma istunc; b) l'identit dei termini contrapposti in una presunta alternativa che proprio per questo non sussiste; c) l'illogicit - rispetto al contesto - dell'uso di avverbi di moto da luogo.
(387) Oth.: modu; St.: motu; Manc.: motum.
(388) St.: hinnierit.
(389) Can.: illic; Oth.: illis..
(390) Can.: ac.
(391) Can.: non mihil.
(392) Oth.: per incutiendum..
(393) St. e Manc.: primo.
(394) Can.: mota.
(395) Nel codice Canoniciano  scritto due volte.
(396) Can.: pervicatiam.
(397) La -u- appare cancellata dal Chiosatore.
(398) Oth., St. e Manc.: quatuor.
(399) Can.: castaliones; St. e Manc.: lascaliones.
(400) Can.: prediscendam.
(401) Il Mancini corregge inutilmente in adsciveris..
(402) Oth.: dedium; St.: tedium.. Il Mancini giustamente corregge in taedium.
(403) Can.: per dies, e lo pone prima di dediscat; St.: indies..
(404) Can.: asuescat; tale ortografia, frequente nel codice Canoniciano per le voci del verbo assuescere, non sar pi registrata.
(405) Can.: persistere.
(406) Oth.: foras..
(407) Can. e Oth.: obiciendas.; Manc.: objiciendas..
Nei casi nei quali i composti di iacio sono varianti apportate dal Mancini e da me accettate, ho preferito adottare l'ortografia corrente (cfr. la nota num. 7 [43] del proemio e quella num. 1 [309] della parte successiva, rispettivamente alle pagg. 88 e 124). In casi come questo, invece, nei quali il vocabolo  riportato dai due codici, attuo il principio di conservargli - quando  possibile - la forma che si riscontra in esse.
Nella fattispecie, tuttavia, preferisco attenermi all'ortografia dello Stella nonostante la sua difformit da quella dei due manoscritti, perch essa  pi coerente con l'ortografia generalmente adottata (diversamente che in questo caso) in tutte le trascrizioni antiche del testo ove ricorre il digramma costituito da due i, e nelle parole composte del genere di quella qui considerata.
(408) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(409) L'ipsum id non ha un chiaro riferimento; inoltre, quodcumque sit risulta molto strano considerando che l'autore ha gi definito come tronchi d'albero le forme spaventose da mostrare. Ho preferito perci intendere questo "qualunque cosa sia" come "qualunque cosa sembri essere".
(410) St. e Manc.: cognoscat.
(411) In Oth., in St. e in Manc. questo periodo manca. Il Covato pone il successivo Tum a capoverso.
(412) Can. e Oth.: medium ad curriculum; St.: medium curriclum; la lezione data dal Mancini  da preferire per la sua coerenza con il contesto.
(413) Oth..: assuescant..
(414) Oth.: innanes..
(415) In St. aut strepitus manca.
(416) Can.: formarum; St.: turbarum.
(417) In Can. e in Oth. manca.
Anche VIRGILIO esprime reiteratamente questo concetto: "...nec vanos horret strepitus..."; "...si qua sonum procul arma dedere, | stare loco nescit..."; "...primus equi labor est, animos atque arma videre | bellantum lituosque pati tractuque gementem | ferre rotam et stabulo frenos audire sonantis..." (Georgiche, III, rispettivamente: 79, 83-84 e 182-184).
(418) In Can. v' una a fra utendum e temperate.
(419) Il Mancini modifica la lezione delle trascrizioni precedenti in tum.
(420) Can. e Oth.: valitudini.. Tale variante ortografica  normale nei due manoscritti; in seguito non l'annoter pi.
(421) In Can. e Oth. v' un et fra tum e ne.
(422) Can.: At cavendum.
(423) Can. e Oth.: item.
(424) La lezione  unanime nei due manoscritti e nelle due edizioni. Nel codice Ottoboniano era data una stesura ipsius che appare poi corretta e riportata alla lezione ipsus., la quale peraltro non sta per ipsius, ma per ipse. L'Alberti, evidentemente, si  compiaciuto di questa forma (documentata, per esempio, in PLAUTO: "Immo ipsus illi dixit conductam esse eam..." (Epidico, 417; cfr. in proposito A. ERNOUT, Morphologie historique du latin, Klincksieck, Paris 1945, pagg. 143-145) come di un vezzo antichizzante.
(425) Can., Oth.. e St.: obstinatio; il Chiosatore di Basilea corregge in obstinatione.
(426) Can. e Oth.: in pervicatia..
(427) Can.: atqui.
(428) Can., Oth. e St.: quorum; il Mancini ha corretto giustamente.
(429) Oth.: dificilia.; St.: difficillia..
(430) Can.: fortiterque.
(431) Oth.: animadvetendum.. In Oth., St. e Manc. questo verbo conclude il periodo precedente, la qual cosa lo rende pressoch intraducibile. Mi pare molto pi probabile che, nel testo originale, con esso iniziasse il periodo successivo; ipotesi in parte confermata dal codice Canoniciano, ove animadvertendum  posto fra due virgole.
(432) Can.: servarimus.
(433) In Can. il titolo manca. In Oth.  aggiunto di lato alla stesura, nel margine destro. In St. la prima sillaba della parola valetudines era stata scritta erroneamente con la -e- (=ve-). Il tipografo si ferm e riscrisse l'intera parola correttamente, ma attaccata alla sillaba inesatta; la quale poi appare puntualmente cancellata dal Chiosatore di Basilea.
(434) Oth., St. e Manc.: commemorant.
(435) In Can. sta prima di satietas.
(436) Can.: contra. Nel codice Ottoboniano al posto di questa parola v' un segno indecifrabile che il Mancini, per una strana coincidenza (ricorderemo infatti che all'epoca della sua edizione egli non conosceva il codice di Oxford), non solo interpreta proprio come un contra, ma anche preferisce alla chiara e piana lezione dello Stella.
(437) Can.: nimie, et.
(438) Oth.: fortasis..
(439) Oth., St. e Manc.: quam plurimas.
(440) Can.: manare.
(441) In Can. mancano le parole inde et caecitas; Oth.: cecitas..
(442) In Can. segue un -ve; in Oth. segue un ne.
(443) Can. e Oth.: stomaco..
(444) Can., Oth. e St.: resistet ovviamente corretto dal Mancini in resistat. Il Chiosatore di Basilea avanza in margine una ipotesi (fa precedere infatti la variante da un "fortasse") existat.
(445) Can.: fidae.
(446) Oth.: istimodi..
(447) Oth.: macule..
(448) Can. e Oth.: obpletione, registrata in nota dal Mancini come un presunto obplatione e corretto inopportunamente in oppilatione.
(449) Can. e Oth.: obstrusio..
(450) Oth.: forme..
(451) Can.: in modica.
(452) Can. e Oth.: obpletione, registrato erroneamente dal Mancini in nota come obplatione.
(453) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(454) In Can. manca.
(455) Can. e Oth.: putrens..
(456) Can.: vaporque.
(457) In Can. manca.
(458) Can.: calliditate.
(459) Nel codice Canoniciano prima di quod esiste un segno indecifrabile, forse un quidem.
(460) St. e Manc.: sit.
(461) Can. e Oth.: putrens.
(462) Can.: egrotationes.
(463) Can.: preterendum.
(464) Oth., St. e Manc.: omneque.
(465) Il Mancini corregge in adstiterit..
(466) Il Mancini corregge in objectas., evidentemente in relazione alla sua abituale preferenza per la forma ortografica objicio (cfr. la nota num. 1 a pag. 138 [nota 407]).
(467) Can. e Oth.: spem.
(468) Can.: quidque.
(469) Can.: tempora et loca.
(470) Can.: per-.
(471) Oth.: estum..
(472) Oth.: preter..
(473) Can.: etati.
(474) Can.: adolescentulis.
(475) Can.: fructum.
(476) Il Mancini sente il bisogno di correggere in illicias; tuttavia, a parte che i due manoscritti e l'editio princeps danno uniformemente illectes, rimane anche da osservare che il verbo illecto esiste (cfr. A. ERNOUT et A. MEILLET, op. cit., pag. 347, sotto la voce lax) ed  tipico degli autori ecclesiastici (cfr. F. CALONGHI, op. cit., col. 1300, sotto la voce illectamentum) che certo non dovevano essere inconsueti per l'Alberti: non appare dunque strano che egli possa aver assunto qualche particolarit lessicale da tali autori.
(477) Oth.: sit..
(478) Can.: aut.
(479) Can.: quamquam.
(480) Can., Oth. e St.: longissime.. Indubbiamente pi corretta  la lezione suggerita dal Mancini, il quale peraltro non segnala la variante.
(481) Manc.: abvertendam, lezione che, in verit, sebbene non indispensabile,  certo pi corretta. La correzione poi dovette apparire addirittura inevitabile al Mancini, considerando che egli erroneamente attribuisce ai suoi modelli un impossibile abuentandam.
(482) Can. preocupandos.
(483) St. e Manc.: nervis.
(484) Oth. omne..
(485) Can.: frigentem.
(486) St.: Iccirco..
(487) Manc.: exsecuto; preferisco peraltro conservare al testo le particolarit che sono comuni a tutte le trascrizioni antiche, specialmente quando esse non impediscano la sua comprensibilit.
(488) St. e Manc.: graves boreae; sintatticamente impossibile.
(489) Can.: addiciendus (cfr. la nota num. 1 a pag. 138 [nota 407]).
(490) St.: castrare.
(491) Oth., St. e Manc.: tamen.
(492) Nell'Ottoboniano e nelle edizioni, dopo nervis, si riscontra un acti.
(493) Oth. e St.: arescunt.
(494) Can.: aut umpnos. St.: authumnos.; l'errore appare corretto dal Chiosatore di Basilea qui e poco pi gi, dove la stessa parola ricorre all'accusativo singolare.
(495) Inspiegabilmente, tanto i due manoscritti che le due edizioni danno admittendi. Mi  parso inevitabile intervenire col ristabilire l'ovvia concordanza. Del resto in tal senso era intervenuto anche il Chiosatore di Basilea.
(496) In Oth., in St. e in Manc. mancano le parole omni e corporis.
(497) Can.: hic.
(498) Can.: nisi.
(499) Nel codice di Oxford fra prius e minxerint si riscontra un altro segno che sembra una m, ma  sormontato da due puntini. Inoltre l'amanuense aveva scritto iunxerint; su tale parola poi fu aggiunto nell'interlinea .minxerint. fra due puntini, senza alcuna cancellazione.
(500) Oth.: presertim..
(501) Oth.: Id circo.; St.: Iccirco., come altrove.
(502) St.: quod..
(503) Can.: saguinem.
(504) Can.: ferraginem. Questa forma (per la quale VARRONE avanza l'ipotesi di una etimologia di tipo popolare da ferrum in alternativa ad una di tipo pi aulico da far, onde si giustificano entrambi i fonemi - cfr. A. ERNOUT et A. MEILLET, op. cit., pag. 216 b, sotto la voce far -)  tipica dei mulomedici della tarda latinit, quali Pelagonio o Vegezio. Esempi probanti (per la scientificit dell'edizione moderna, di reperimento anche relativamente facile) sono riscontrabili in CLAUDII HERMERI, op. cit., passim.
(505) In St. con la B- maiuscola..
(506) Oth., St. e Manc.: basilicam, cum plus satis; il Chiosatore di Basilea cancell il cum dando luogo cos ad una lezione coincidente con quella del codice Canoniciano. Qualora si potesse ipotizzare che la lezione stampata a Basilea e quella che si riscontra nel codice di Oxford siano derivate da un prototipo comune, la presente circostanza potrebbe avvalorare la congettura che il correttore della copia dell'opuscolo conservata a Basilea (che io qui indico convenzionalmente con l'appellativo di "Chiosatore") possa essere stato l'editore stesso; ma cfr. quanto ho gi scritto a tal proposito nell'introduzione a pag. 10 ["Dalla curiosa... agli specialisti."].
(507) Oth.: aqoso..
(508) Oth.: appostemata..
(509) Cfr. la nota num. 7. a pag. 150 [nota 494].
(510) Oth.: recentum.
(511) Il Mancini volge al plurale (referti... periclitententur)..
(512) In Can. manca.
(513) Oth.: ipsa..
(514) Oth.: in miniendum..
(515) Can.: flebotoniam. Oth., St. e Manc.: flebotomum, ma in tal caso si creerebbe una evidente confusione di termini: la lezione del codice Canoniciano  quindi la pi convincente, e per  indispensabile rettificarne la forma sostituendo la -m- alla -n-.
(516) Can.: aquam.
(517) Oth.: harena.
(518) Ancora un'ipotesi sostitutiva del Chiosatore (in atque) fatta precedere, in margine, da un fortasse.
(519) Oth.: contingendos..
(520) Oth.: refrinxerint.
(521) Oth.: percumbere.
(522) In St. manca.
(523) Can.: de; in Oth. manca..
(524) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(525) Can.: stuppeis.
(526) Can., Oth. e Manc.: perfricandas; St.: perfricando. Ho preferito accogliere la correzione a penna del Chiosatore di Basilea perch consente di riferire il verbo anche ad omne caput. Resta comunque il carattere palesemente problematico e poco coerente del passo, che perci supporrei corrotto.
(527) Can. e Oth.: cutim.
(528) Can.: suppremam.
(529) Can.: ab motis.
(530) In Oth., in St. e in Manc. manca. L'ausilio del codice Canoniciano risulta in questo caso particolarmente prezioso, perch la mancanza di questo avverbio avrebbe determinato una difficolt sul piano interpretativo quasi insolubile.
(531) Oth.: nam... afferrent.; St.: ne... afferatur; Manc.: nam... afferet.
(532) Oth.: presepe..
(533) Can. e Oth.: odore..
(534) Can.: illigandum.
(535) Can. e Oth.: longonibus interiectis; St.: solo longonibus; Manc.: solo longuriis. Accolgo interiectis dai codici, e seguo il Mancini nella sostituzione del sostantivo che non mi risulta riscontrabile nella forma data dagli stessi. Il vocabolo longonibus  segnalato dal Mancini in nota con riferimento al codice Ottoboniano ed all'edizione di Basilea.
(536) Can., Oth., St. e Manc.: consortiorum. Accolgo l'opportuna correzione annotata dal Chiosatore di Basilea.
(537) Can. e Oth.: lautitie.; St. e Manc.: lautitiae.; mi  parso inevitabile correggere in lautitia.
(538) St.: excutiendos. Il Mancini erroneamente attribuisce in nota al codice Ottoboniano la lezione excuriendas.
(539) Manc.: lotu.. Non si comprende perch il Mancini si sia discostato dai suoi modelli sostituendo loco con un lotu in verit tanto meno probabile, anche se non inesistente (esso infatti  citato - da CELSO - in A. ERNOUT et A. MEILLET, op. cit., pag. 345 b, sotto la voce lauo). In realt il verbo depurgare si trova usato anche nel senso di "rimuovere da".
(540) Oth.: exerscendique..
(541) Can.: opera.
(542) Oth.: lautitie.; nel codice Canoniciano  posto dopo diximus.
(543) Oth: noillis..
(544) L'estensore del codice ora in Oxford e il Covato fanno seguire praeter id a recipiendum senza alcun segno di interpunzione.
Il brano alla lettera si rivela di non limpida strutturazione. Appare inevitabile ipotizzare un noctu sottinteso accanto a continendum, supposizione che nasce dalla evidente necessit di evitare l'impropria correlazione fra "giorno" ed "estate", cosicch ne risulti chiaro il pensiero dell'autore, nella sostanza facilmente intuibile, anche tenendo conto delle caratteristiche di questa esercitazione albertiana, la quale - da un punto di vista precipuamente ippologico -  pi intessuta di luoghi comuni che di apporti originali.
In verit, negli allevamenti del nostro tempo, non mi risulta che in alcun caso il cavallo - giorno o notte, inverno o estate che sia - venga tenuto "sul nudo suolo, non ricoperto di paglia". Al contrario  prescritto che il suolo del suo recinto, nella scuderia, sia sempre ricoperto da un consistente spessore di strame che, in alcuni allevamenti, si usa sostituire (almeno in parte) giornalmente, in altri, con una periodicit pi ampia; e che a sua volta, anzi,  posato su un congruo strato di torba destinata ad espletare i suoi compiti..."istituzionali" di elemento assorbente, antifermentativo, antisettico e deodorante.... "specialmente d'estate"!
Ma, qualora si possa ipotizzare che al tempo dell'Alberti si usasse tenere i cavalli in scuderia per alcune ore sul nudo suolo,  senz'altro pi logico pensare che ci avvenisse durante la notte. A parte, infatti, la considerazione che l'Alberti stesso poco pi su ha appena affermato che alla fine dell'esercitazione il cavallo "procumbere stramentis et volutari paululum, si volet, laxandum", sta di fatto che durante la notte l'animale  meno soggetto alla sorveglianza e potrebbe ingozzarsi di paglia correndo cos il rischio, in particolare nei mesi caldi, di buscarsi una colica (che potrebbe risultare anche letale), o quanto meno esser trovato il giorno successivo gonfio ed appesantito durante le esercitazioni. Negli allevamenti moderni, per, quando si tratta un soggetto che indulge a tale vizio, si usa sostituire alla paglia, come strame, un diverso materiale che sia non appetibile; o, addirittura, applicare al cavallo una museruola.
(545) St.: De hinc.; poi regolarmente corretto dal Chiosatore di Basilea.
(546) Can.: haut; Oth.: haud haud..
(547) Can., Oth., St. e Manc.: quaquam, che non pu essere inteso come ablativo femminile singolare di quisquam non avendo alcun riferimento ad altri termini, e che - d'altra parte - non esiste come forma avverbiale. Era quindi inevitabile intervenire sul testo come ho fatto.
(548) Oth.: aqua..
(549) Can.: putidam.
(550) Can.: habunde.
(551) Oth. e Manc.: exibendam..
(552) Can.: atqui.
(553) Can.: desummant.
(554) Oth.: qua..
(555) In Can. e in Oth. manca.
(556) Can.: huomoris.
(557) Can.: imanissimorum.
(558) Oth.: Proxima..
(559) Nel codice Canoniciano si riscontra dopo treis un segno indecifrabile. In quello redatto dal Covato esso manca, e per l'amanuense lasci al posto di questa parola uno spazio in bianco. Sembrerebbe lecito, dunque, dedurre da tale coincidenza una derivazione del codice Ottoboniano da quello ora in Oxford, e supporre che anche il Covato non sia riuscito ad interpretare il segno tracciato nel codice Canoniciano e che si ripromettesse di reintegrare il testo in un secondo momento.
A tale ipotesi si oppongono per due elementi. Il primo di essi  costituito dalle date che si riscontrano nei due manoscritti, stando alle quali il codice vaticano sarebbe pi antico dell'altro. Il codice Canoniciano, infatti, che oltre al "De equo animante" comprende altri testi dell'Alberti,  datato pi avanti (alla fine dell'intercenale "Anuli"): 30 luglio 1487; mentre il Covato data in calce la sua trascrizione dell'opuscolo dedicato al cavallo: 7 marzo 1468.
L'altra difficolt  costituita dalla circostanza che alcune parti del testo, riscontrabili nel codice Ottoboniano, non appaiono nella stesura di quello Canoniciano.
Non vedo allora quale possa essere la logica spiegazione della coincidenza in questione, se non quella di ipotizzare l'esistenza all'epoca di un archetipo o di un antigrafo comune.
Il Mancini sostituisce con tres. la lezione data dallo Stella; la forma treis  per riscontrabile, in COLUMELLA e nei GROMATICI (cfr. F. CALONGHI, op. cit., col. 2784, sotto la voce tres), il che costituisce ancora un'utile indicazione riguardo al problema delle fonti alle quali l'Alberti potrebbe aver attinto.
(560) Manc.: sinlos., evidentemente per accidente tipografico.
(561) Oth.: fermior..
(562) St. e Manc.: contortas.
(563) St. e Manc.: obtritasque. Il Mancini attribuisce erroneamente al Covato una lezione obritaque.
(564) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(565) Can. e Oth.: attolendae..
(566) Nel codice Canoniciano ritorna il segno di cui alla nota num. 2 [559]. Nell'Ottoboniano manca ed anche a questo punto  stato lasciato lo spazio in bianco. Lo Stella scrive nuovamente treis. Manc.: tres. Cfr. tutto quanto gi osservato nella gi citata nota. Dunque non  un caso: o lo Stella - al contrario del Covato - fu in grado di decifrare il modello (al quale fa riferimento anche l'amanuense bolognese con un segno convenzionale) o disponeva di un antigrafo differente e pi chiaro. Si noti comunque che in questo caso la stesura dello Stella appare diversa da quella del codice Ottoboniano.
(567) St.: ministrandum.
(568) L'estensore del codice Canoniciano stava per scrivere advertendum, ma poi si interruppe - dopo le lettere ad, che cancell - e scrisse animadvertendum.
(569) Can.: saturior.
(570) Oth.: obpletiorque.
(571) La lezione, che si presenta uniforme tanto nei due manoscritti che nelle due edizioni, risulta di difficile interpretazione per l'evidente contraddittoriet riscontrabile fra questo concetto di agevole assunzione del cibo da parte dell'animale e il consiglio - espresso nel periodo precedente - di disporre il cibo stesso in modo tale da costringere il cavallo ad attingerlo con un certo - utile - sforzo. Questa, peraltro, pu ben rientrare nel novero delle "disattenzioni" che caratterizzano qua e l tutta l'opera.
(572) Can.: portensioneque; St. e Manc.: protensioneque..
A questa parola nel codice Canoniciano  fatto seguire un reddatur che , evidentemente, solo una meccanica ripetizione di quello precedente.
(573) Can.: sblimi.
(574) Can.: desummant.
(575) Il Mancini trascrive dal codice Ottoboniano: affirmant multo conferre senza peraltro tener conto delle letterine a, b, c dal Covato stesso sovrapposte alle tre parole e mediante le quali questi ne rettificava l'ordine. Secondo tale rettifica, la disposizione delle tre parole risulta conforme a quella riscontrabile tanto nel codice di Oxford che nella lezione dello Stella..
Questa circostanza, in s del tutto trascurabile ai fini della interpretazione del testo, mi interessa invece non poco quale conferma della mia ipotesi che il Mancini non abbia lavorato direttamente sulle stesure originali (intendo, ovviamente, quella ottoboniana e quella stampata a Basilea, ch dell'altra gi s' detto).
Se infatti si possa ipotizzare che anche il testo contenuto nel codice vaticano (come quello dell'editio princeps) gli sia stato fornito in copia, sar facile supporre anche che in questo luogo colui che trascrisse il trattatello (forse alla svelta) per favorire il degno studioso - o magari egli stesso - non abbia fatto caso a quella di certo non molto risaltante rettifica grafica.
(576) Can.: siminus.
(577) Can. adent (o aderit?); Manc.: addant.
(578) In Can. manca.
(579) Can.: pulveres.
(580) Can.: asuescat.
(581) Can.: sbigendas.
(582) Oth.: ungulam, rettificato poi con un frego sulla m..
(583) Can.: meandum; il Covato, dopo aver scritto inerendum, tracci un doppio frego sulla r, trasformando la parola in ineendum, cos come aveva rettificato con lo stesso sistema la parola di cui alla nota precedente..
(584) Qui il Covato va a capo.
(585) Al posto di sit intenta quaeque nel codice Canoniciano si legge: sint iumenta prope; nell'Ottoboniano invece: sit iumenta prope.
(586) Oth.: at..
(587) Can.: in iuria.
(588) In Can. manca.
(589) St.: aeducatione..
(590) Oth.: Ex quo.
(591) Nel codice di Oxford sta prima di dandas.
(592) Al posto di duro factae ex elephante (comune ai due manoscritti) si legge in St.: dentes, factae ex elephante; in Manc.: duro factae ex elephantis dente., ov' una palese contaminazione delle due stesure da lui collazionate.
(593) Oth.: tercum..
(594) Nel codice Canoniciano al posto di instar mancipiorum si legge in mancipiorum loco.
(595) St. e Manc.: sunt.
(596) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(597) Nel codice di Oxford sta dopo posse.
(598) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(599) Oth.: prolibium..
(600) Can.: pigues.
(601) Il Covato inserisce fra illud e iterum un item..
(602) Nel codice Ottoboniano al posto di questa parola si riscontra una N. maiuscola.
(603) Dopo quam il Covato va a capo. V' anche un accenno di capoverso poi cancellato..
(604) In Oth., in St. e in Manc. manca.
(605) Can.: mltos.
(606) Oth. e St.: tanquam.. Il Mancini attribuisce erroneamente al Covato. (nel testo) la lezione tamque (che ho accolto dal codice Canoniciano e dalla sua edizione) ed allo Stella (in nota) una lezione tamquam.
(607) St.: Chyronem.
(608) Oth.: Collumellam..
(609) Nel codice Canoniciano questo nome  trascritto in maniera indecifrabile (forse uerecium). Per tutti questi nomi cfr. le corrispondenti note relative al testo del proemio, a pag. 94 [note 71-78].
(610) St.: nouissimo., corretto in nouissimos dal Chiosatore di Basilea.
(611) Can.: palladium, calabrum; St.: Palladium Calabrum; Manc.: Palladium calabrum.. Cfr. la nota num. 3 del proemio a pag. 94 [nota 77].
(612) Can.: albertum, ruffum; Oth.: Albertum, Rufum; St. e Manc.: Albertum Rufum. Dunque, Albertus nella prima citazione (cfr. la nota num. 4 a pag. 94 [nota 78]) viene connesso all'Abbas - specialmente dallo Stella che omette la virgola fra i due nomi e scrive il secondo con la lettera minuscola -; qui invece Albertum viene connesso a Rufum, specialmente dallo Stella e dal Mancini ancora per il medesimo motivo della omissione della virgola. , questo, ancora uno dei casi nei quali la lezione del codice Canoniciano appare particolarmente chiarificatrice. Se  vero infatti che l'ortografia di questo nome con una sola f non escluderebbe la possibilit di identificare nel personaggio citato il Ruffo calabro (secondo i termini pi ampiamente discussi nell'introduzione),  vero altres che la lezione con due f eliminerebbe (e perci la preferisco) ogni ambiguit escludendo l'alternativa costituita da una possibile identificazione con il Rufo di Efeso.
(613) La prima citazione di questi nomi, come si ricorder (cfr. la nota num. 11 del proemio a pag. 94 [nota 85]), manca nel codice ora in Oxford, perch essa  compresa in una parte in cui quella trascrizione  lacunosa. Nella seconda citazione, nel codice Canoniciano tutti i nomi sono scritti con lettera minuscola (nonch senza interpunzione nella prima serie - da absyrtum a vegetium -, e con una scansione meccanica costituita da un puntino messo fra nome e nome nella seconda - da palladium ad abbatem -) e perci sul piano ortografico tale trascrizione non offre alcun utile elemento ai fini del problema che qui si pone.
Rimane infatti da osservare che nella edizione dello Stella, nella prima citazione abbas era dato come apposizione di Albertus (come  dimostrato dalla mancanza della virgola fra i due nomi e dalla iniziale minuscola del secondo); in questa seconda citazione, Abbatem  accostato a Crescentium sempre senza virgola, ma con l'iniziale maiuscola (e v' da aggiungere che il Chiosatore di Basilea inser la virgola fra i due nomi). In tale situazione  quasi impossibile capire se questo "abate"  la qualifica del nome che lo precede o se sta ad indicare un altro personaggio: fatto - questo - che rende ancor pi difficile il riconoscimento dei nomi citati.
(614) St.: eliganter..
(615) Oth.: Quam quidem; St. e Manc.: Quam quidem rem; nel codice Canoniciano  scritto: quam quid, ma nell'interlinea al di sopra di queste due parole risulta aggiunto: quando quidem, e - sebbene le prime due parole non siano cancellate - tutto lascia supporre che l'estensore del codice intendesse operare una sostituzione di parole che mi pare logica e che, perci, accolgo.
(616) Oth.: adque.
(617) In Can., Oth., St. e Manc.: scripta; nel codice di Oxford per la desinenza  rettificata in -um qui ed ove la parola ricorre, poco pi gi.
(618) Cfr. la nota precedente.
(619) Fra est e furti il Covato inserisce nuovamente servata dignitate..
(620) Manc.: calunnia..
(621) St.: commonefaictones., corretto dal Chiosatore di Basilea.
(622) Can. e Oth.: accomodate..
(623) Can.: utillime; Oth.: utilissimae..
(624) Can.: posuisse.
(625) Oth.: aegritudinem..
(626) Nel codice Canoniciano il titolo manca.
(627) Can.: rapatius.
(628) St.: manducat.
(629) Can.: urinam; Oth.: urina.
(630) La proposizione si... astrictior manca in Oth., in St. e in Manc. Rimane ancora da avvertire che ho corretto in deiectorior un impossibile deiectior del codice Canoniciano.
(631) St.: rarior; il Mancini attribuisce erroneamente tale lezione anche al Covato.
(632) Il Mancini attribuisce erroneamente allo Stella una lezione adcrepitum.
(633) Oth.: fetitudini.
(634) Il Mancini afferma erroneamente che lo Stella abbia omesso le parole si quid et auribus frigeat.
(635) Oth. e St.: desidet.; Manc.: desidat.. La correzione operata (e non dichiarata) dal Mancini  giusta in rapporto alla lezione delle trascrizioni a lui note perch il verbo ne risulta chiaramente in linea con quelli delle proposizioni coordinate. La questione tuttavia non sussiste ove si riveda la lezione sulla scorta del codice Canoniciano, nel quale si riscontra addirittura un verbo diverso e che a mio avviso risulta meglio connesso al contesto.
(636) Nel codice Canoniciano dopo desideat il periodo si presenta come segue: "siquid hanelitu laboret, si quid ventre maliam ad crepitum fetidissimi det, si quid et auribus frigeat si quid per ocium desudet si quid male odoratum spiret, si quid gracilior, aut turgidior factus sit".
C' ancora da notare che nel Covato le due proposizioni "siquid male odoratum spiret". e "siquid gracilior aut tardior factus". risultano a questo punto scritte di nuovo: la prima tale e quale, la seconda con la sostituzione di turgidior a tardior, ossia "siquid gracilior aut turgidior factus".. Ora, per quanto riguarda questa seconda proposizione,  vero che la lezione con turgidior apparirebbe pi opportuna sul piano logico, cos come pi opportuno sarebbe nella lezione precedente un aggettivo che risultasse meglio in correlazione con tardior; ma, d'altra parte, non la potevo preferire perch il concetto che essa avrebbe espresso appare poco dopo nella proposizione "Si quid macrior aut turgidior factus" la quale, pure se manca nei due codici.,  tuttavia riscontrabile nella redazione dello Stella.
Tutto quanto suddetto conferma ancora una volta l'impressione di una diffusa corruzione del testo o - in caso contrario - di una scarsa cura posta dall'Alberti nella esposizione dei concetti, specie quando essi siano articolati per correlazioni od opposizioni di termini; ma soprattutto la ricorrente difformit della lezione dello Stella da quella dei due manoscrittti.
(637) St. e Manc.: in primis iterumque. Il Mancini attribuisce erroneamente al Covato una lezione inprimis iterum item laddove l'item non esiste e la lezione  (sia pure grazie all'interpolazione, successiva alla prima stesura, di iterum) conforme a quella del codice Canoniciano da me riportata.
(638) St. e Manc.: Itaque..
(639) Manc.: caussas.
(640) In St. manca; Manc.: comperito.
(641) St.: unde dimanet.
(642) Le parole quam ipsum quid sit quod emanet mancano nel codice Canoniciano. Questa circostanza, mi pare, "taglia la testa al toro" per quanto concerne la sequenza cronologica ed una eventuale connessione diretta dei due manoscritti: pu infatti capitare a colui che copia di tralasciare qualche parte per un qualsiasi accidente, ma... come potrebbe verificarsi il caso contrario, che - cio - egli intrpoli il testo del suo modello con una aggiunta cos lunga?
(643) In Can. e in Oth. manca.
(644) Can.: exhauriendosque; Oth.: ex auriendos..
(645) Can. e St.: restitent; Manc.: restent; il Mancini attribuisce in nota erroneamente la lezione restitent anche al Covato, il quale invece scrive - da me seguito - resistent.
(646) Oth.: heserint..
(647) I due manoscritti e le due edizioni danno unanimemente loco; tuttavia l'estrema difficolt di interpretazione mi induce a supporre anche qui una corruzione del testo.
(648) Can.: ob duruere; Oth.: abduruere..
(649) Oth.: mitescat..
(650) In Oth., in St. e in Manc.: quae tepent, incalescant e quae laxa, consistant mancano; nel codice Canoniciano queste due proposizioni sono inserite (senza le virgole e in ordine di successione inverso a quello da me adottato) fra decrescant e quae (mancando l'ac). Come in casi precedenti, accolgo dal codice Canoniciano quanto reca di pi rispetto alle altre redazioni. In questo caso, peraltro, supponendo ancora una corruzione del testo originale, alla quale fa pensare la lacuna riscontrata nelle altre trascrizioni, ritengo opportuno inserire le due proposizioni in un luogo diverso e invertendone l'ordine di successione, per non alterare la logica concatenazione dei concetti suggerita anche dal successivo ac delle altre stesure, il quale infatti nel testo di Oxford manca.
Cfr. le osservazioni critiche gi fatte a proposito di un caso simile a conclusione della nota num. 1 a pag. 174 [nota 636].
(651) Can.: aditamentis.
(652) In Can. manca; Oth.: a. (sopra la lettera v' un segno simile ad un apostrofo, ma non  possibile capire se si tratti di una rettifica). Cfr. la nota num. 3 [650].
(653) Can.: desiderentur; Oth.: desyderentur..
(654) Can.: Tutamen.
(655) Oth.: exibenda..
(656) Oth.: morbus.
(657) Can.: ad inte; Oth..: ad inte o ad iuta.
(658) Can. e Oth.: naturae..
(659) In Oth., in St. e in Manc. manca; Can.: adopus.
(660) St. e Manc.: concitatione.. Nel codice Ottoboniano dopo concitato v' un insieme di segni. dei quali solo il punto fermo appare chiaramente decifrabile: degli altri, alcuni (sbiaditi) sembrano l'ultima traccia di una sillaba abrasa e sostituita dalle lettere -to di concitato, mentre dei rimanenti due (una virgola ed un cerchietto) non afferro la significazione.
(661) Can. e Oth.: unum.
(662) Can.: Impetium, successivamente rettificato; St.: impitum., poi corretto dal Chiosatore di Basilea.
(663) Oth., St. e Manc.: levibus.
(664) In St. manca in rebus.
(665) Nel codice di Oxford un terzo puntino dopo quelli delle due i comprese in questa parola (scritta in maniera piuttosto confusa) crea la possibilit di leggere verissinia.
(666) In Can e in Oth. manca..
(667) Oth.: mendendum.
(668) Can.: comprobentur.
(669) Can.: desumitto; Oth.: desumicto..
(670) Can.: severis, ma nell'interlinea  stato poi aggiunto (forse da altra mano) assueveris, evidentemente con intenzione sostitutiva.
(671) Can.: progreditur.
(672) Il Mancini omette il non.. Tale manomissione (non segnalata in nota) gli dovette apparire indispensabile in relazione alla strana posizione del non nel periodo. Questa, infatti - a rigor di termini -, dovrebbe condurre ad una diversa interpretazione di tutto il passo. Secondo la quale in esso risulterebbe affermata l'opportunit di "non estirpare il male dalle radici". Dal che si evincerebbe sul piano logico una fede dell'Alberti nella possibilit di un recupero naturale. A tale ipotesi, per, si oppone l'affermazione successiva secondo la quale "questo sarebbe male: avere un cavallo sempre ammalato" ("namque id quidem esset male: perpetuo aegrotum habere").
Tuttavia, il fatto che il non appare in entrambi i manoscritti ed anche nella trascrizione dello Stella induce a rispettare la testualit, sia pure con tutti i problemi che essa comporta. I quali trovano un'unica possibile soluzione atta ad evitare una interpretazione abbastanza capziosa del passo, quale sarebbe: "Cura il soggetto finch non cominci a migliorare, non fino a quando risulti evidente che ogni causa del male sia stata estirpata dalle radici.". Tale soluzione sta nell'intendere il non come collegato non a quoad, ma a sentias, e con valore abbastanza pleonastico. Cfr. anche la nota num. 6 a pag. 180 [nota 680].
(673) Ho conservato questa forma poco regolare (quale voce del verbo exstirpare) perch si riscontra unanimemente nei due manoscritti e nelle edizioni e d'altra parte non compromette la comprensibilit del testo; ci secondo il criterio gi adottato negli altri casi di tal genere.
(674) Can.: nam. Il Chiosatore di Basilea pone fra parentesi le parole "Namque.... habere".
(675) Oth.: sm..
(676) Can. e Oth.: in coata, ma il Covato ha poi rettificato almeno la seconda parte della parola sovrapponendo la h, peraltro fra la o e la a, dando luogo ad una forma diversa, che tuttavia  riscontrabile: da incoho..
(677) Can.: tam diu; Oth.: tan diu.; St.: tam diu..
(678) Can.: quo ad.
(679) Le parole "perseverato: quo ad suis" (cos nel codice Canoniciano) mancano nelle redazioni dello Stella e del Mancini. Di esse si riscontra nel codice Ottoboniano solo il per- di perseverato, ma cancellato.
(680) Lo Stella e il Mancini presentano fra prope e integris un'espressione "persistendum, dum". Il Mancini postilla la prima parola affermando che nel codice Ottoboniano appare cancellato il per- della voce verbale persistendum della citata espressione. In realt, ne mancano l'intero persistendum, la virgola ed il successivo dum. Il per- cancellato, che si riscontra alla fine del rigo, precede il prope, come s' gi rilevato nella nota num. 5 [679], e suggerisce perci l'ipotesi - gi avanzata in quella nota stessa - che esso sia parte della parola perseverato e non di persistendum (concordando, in tal caso, il codice Ottoboniano con quello di Oxford e non con le stesure dello Stella e del Mancini). Secondo tale ipotesi, il Covato evidentemente andando a capo tralasci il completamento della parola, e la parola successiva. Il per-, dunque, rimasto inspiegabile, in una successiva lettura, fu cancellato.
L'errore di collazione del Mancini lascia, comunque, perplessi; e costituisce una delle prove di maggiore spicco a favore della mia supposizione che anche per quanto riguarda la trascrizione del Covato - cos come nel caso dell'edizione dello Stella - egli non abbia in realt lavorato direttamente sull'originale (in tal caso il codice vaticano). Pi volte, infatti, come gi rilevato nei rispettivi luoghi, si riscontrano siffatte discrepanze fra le varianti da lui attribuite al codice Ottoboniano e la vera lezione di tale manoscritto.
(681) Can.: pessime.
(682) Nel codice Canoniciano  aggiunto finis a centro di un rigo, in caratteri grandi e seguito a destra da una piccola decorazione grafica. Il Covato aggiunge: "Bap. Albertus de animante equo li opusculum suum explicuit. Quod Joannes Odo couatus ad nonas martias. MCCCCLXVIII raptim exarauit." La sillaba li (probabilmente l'inizio di un libellum al quale subentr opusculum) e tutte le parole del secondo periodo ("Quod.... exarauit") appaiono cancellate. Lo Stella aggiunge al centro Finis.
Per quanto il Covato e lo Stella abbiano a questo punto apposto tali formule conclusive e l'estensore del codice ora in Oxford abbia aggiunto alla fatidica parola anche un elaborato campione di ornamentazione grafica, non si riesce a vincere l'impressione - suscitata da vari elementi (quali: la sproporzionata brevit dell'ultimo paragrafo; la sostanziale inconsistenza della trattazione in esso contenuta; il tono dimesso dell'ultima pagina inadeguato a quello quasi entusiasta dell'inizio; la palese mancanza di una clausola retorica conclusiva, corrispondente alla aulicit del proemio dell'opera) - che il trattato ci sia pervenuto o incompiuto o incompleto. Si noti quanto l'Alberti stesso scrive nel periodo conclusivo dell'"elogio" "Musca" (cito la traduzione del Contarino: "Dovrei aggiungere un epilogo e in esso diffondermi in grandi espressioni [...].") e il relativo commento che ne d il CONTARINO stesso (op. cit., pag. 194, n. 32) sulla scorta del "De oratore" (II 332) di CICERONE.



CRITERI TECNICI DELL'EDIZIONE

Il testo latino fornito scaturisce dalla collazione delle cinque componenti filologiche gi menzionate, eseguita cercando di non attenermi rigidamente, per partito preso, al principio della "lectio difficilior", e invece tendendo ad attuare, quanto pi semplicemente, un criterio di logica comprensibilit, sintattica e di contenuto.
Nella trascrizione del testo latino mi sono discostato dalle stesure pi antiche senza avvertimento solo per quanto attiene alla punteggiatura (e in particolare all'uso convenzionale delle virgolette - "inglesi" per dare un rilievo od un senso particolare alle parole, "francesi" per contenervi intitolazioni e parole o brani citati -; uso ugualmente adottato nelle parti di mia pertinenza del libro) e ad altri segni tipografici d'uso; ai criteri di distinzione pertinenti alle iniziali maiuscole o minuscole (particolarmente in relazione a quelle dei nomi propri, spesso minuscole nei codici) e all'adozione dei caratteri corsivi; infine all'articolazione delle pagine in capoversi (sempre allo scopo di attribuir loro, nei limiti del possibile, agilit e limpidezza di lettura).
Nella traslitterazione delle particolarit ortografiche delle trascrizioni pi antiche (per esempio della -u- consonantica in -v-, del resto gi costantemente operata dal Mancini)  stata fatta, una volta per tutte, una scelta definitiva, puntualmente giustificata. Quando non si trattasse di "particolarit", ma di veri e propri errori, questi sono stati conservati quando la lezione risultasse uniforme in tutti i testimoni, salvo che nei casi di assoluta "impossibilit"; in ogni caso, per, questi "problemi" sono stati segnalati e discussi ai loro luoghi. Per il resto, ogni variante, anche minima,  stata debitamente segnalata e documentata.
Al testo della prefazione dello Stella all'editio princeps, essendo piuttosto marginale all'opera per quanto concerne i suoi contenuti, e quindi non determinante ai fini della comprensibilit di essa, ho creduto di poter conservare, anche dal punto di vista ortografico, tutto il suo particolare carattere, anche se ci risulta alquanto a discapito della sua approcciabilit.

Il testo italiano, che forse da una traduzione pi libera (cfr. quanto osservato a pag. 45 ["Era dunque tempo...]) avrebbe potuto trarre i vantaggi di qualche eleganza in pi,  stato tenuto invece quanto possibile aderente alla lezione dei testimoni, proprio per non dissimilarne a buon mercato la problematicit.

Le note al testo latino hanno carattere prettamente filologico, prevalentemente in rapporto ai termini della collazione delle trascrizioni esaminate, od a questioni di terminologia, ove occorra porre il lettore in una pi agevole condizione di comprensione del testo. I cinque termini di riferimento della collazione vi sono indicati come segue:

Oth.	indica il	codice vaticano (codex Othobonianus), 1468;
Can.	indica il	codice di Oxford (codex Canonicianus), 1487;
St.	indica la	editio princeps (da Stella, Basilea 1556);
Chiosatore di Basilea	indica	colui che appose le correzioni a penna riscontrabili sull'esemplare dell'editio princeps conservato a Basilea;
Manc.	indica la	edizione curata dal Mancini (da Sansoni, Firenze 1890).

Le varianti segnate con l'asterisco (. o .) sono quelle che il Mancini non annota. E ci limitatamente ai "modelli" costituiti dal codice vaticano e dalla edizione di Basilea (come da lui stesso dichiarato in calce alla prima pagina della sua trascrizione), rimanendo esclusa da tale tipo di segnalazione (oltre - ovviamente - alle correzioni del "Chiosatore") la redazione del codice di Oxford, dal momento che  stato acclarato una volta per tutte che questa non  stata collazionata dal Mancini, il quale all'epoca evidentemente non la conosceva ancora.
Le note al testo italiano contengono, invece, il commento all'opera nel senso pi lato.

Quanto all'articolazione della materia, essa nei manoscritti  indicata in maniera disordinata ed ineguale. Non esiste una distinzione numerica.
Il primo capitolo successivo al proemio non ha un titolo: tutte le redazioni ripetono a quel punto l'intestazione dell'opera.
Gli altri tre capitoli hanno un proprio titolo, il quale per nel codice di Oxford  del tutto omesso, mentre in quello vaticano  inserito nel contesto per quanto riguarda la seconda e la quarta parte, ma all'inizio della terza parte  scritto in margine. Il Covato ha poi qua e l, nel corso della stesura, dato un particolare rilievo grafico (o scrivendo una o pi parole con caratteri maiuscoli grandi, o facendo precedere le stesse da un particolare contrassegno grafico, o cumulando le due cose) ad alcuni inizi di periodo ove gli sembrasse opportuno porre in rilievo i singoli argomenti (per esempio: il colore dei mantelli, la femmina incinta, ecc.).
Lo Stella pone i titoli a centro pagina regolarmente, dimentica per quello che segna l'inizio della prima parte.
Anche il Chiosatore di Basilea, come gi il Covato, pone in rilievo determinati argomenti. Lo fa apponendo qua e l dei titolini in apice.
Il Mancini sistema i titoli a centro pagina come di regola.
La presente edizione riprende, per questo riguardo, la sistemazione data dal Mancini.
Non esistendo, come si  detto, una distinzione numerica, nei rimandi interni sono indicati i vari capitoli come segue: proemio, prima parte, seconda parte, terza parte e quarta parte.



REFERENZE FOTOGRAFICHE


Numeri da 1 a 4 e 16, 17, 19, 20: Antonio Videtta, Napoli.
Tavola in copertina e num. 5: Biblioteca Estense, Modena.
Numeri da 6 a 15: Ce.S.M.E.T. Editrice srl, Napoli..
Numeri 18 e 23: Bodleian Library, Oxford.
Numeri 21 e 22: Biblioteca Vaticana, Citt del Vaticano

. ...che ringrazia per la cortese disponibilit il personale della ditta "Ioris Ferraris Illumotecnica" di Quartesana (Ferrara).

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