MUSSOLINI
di PAOLO ALATRI
ENCICLOPEDIA TASCABILE "IL SAPERE" EDITO DALLA NEWTON COMPTON
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI MARILENA MARCHINI
Indice
1)  L'adolescenza
2)  In Svizzera
3)  Il servizio militare
4)  Insegnante
5)  A Trento con Battisti
6)  A Forl
7)  Contro la guerra di Libia
8)  Successo nel PSI
9)  Dalla "neutralit assoluta" all'interventismo
10) Gli appoggi al Popolo d'Italia
11) Sotto le armi
12) Nel primo dopoguerra
13) La fondazione dei Fasci
14) Bocciato alle elezioni
15) La strategia del doppio binario
16) La "marcia su Roma"
17) Il governo Mussolini
18) La creazione della Milizia
19) Le elezioni del 1924 e il delitto Matteotti
20) Le "leggi fascistissime"
21) Il bastone e la carota
22) Politica estera
23) Crescente bellicismo e tendenziale totalitarismo
24) Nel campo culturale
25) La sua vita privata
26) La "dottrina del fascismo"
27) Nuovo sistema elettorale
28) I Patti Lateranensi
29) Il decennale
30) Mussolini e Hitler
31) Le Corporazioni e l'autarchia
32) La guerra d'Etiopia
33) ...e le sue conseguenze
34) L'intervento in Spagna e l'alleanza con la Germania
35) L'Anschluss
36) La legislazione antisemita
37) Contro la Francia e l'Inghilterra
38) L'annessione dell'Albania e il Patto d'Acciaio
39) Il dittatore
40) La "non belligeranza"
41) Mesi tormentosi
42) La dichiarazione di guerra
43) Le operazioni in Africa e in Grecia
44) "Spezzeremo le reni alla Grecia"
45) Successo tedesco in Africa e perdita dell'Impero italiano
46) In Russia
47) El Alamein e Stalingrado
48) La riunione del Gran Consiglio
49) Il 25 luglio
50) La Repubblica di Sal
51) La fucilazione dei "traditori"
52) Le atrocit della RSI
53) Roma e Firenze liberate
54) Le farneticazioni di Mussolini
55) Gli ultimi giorni di Mussolini
56) La condanna a morte e la fucilazione
    Cronologia
   
1)L'adolescenza
La Romagna  terra di riottose fazioni e di accese passioni politiche.
L, nel villaggio di Dovia, frazione di Predappio, Benito Mussolini
nacque il 29 luglio 1883. Il padre Alessandro, fabbro ferraio, apparte-
neva a una famiglia di piccoli proprietari agricoli decaduti e perci ri-
dottisi senza terra. Alessandro Mussolini era stato tra i primi socialisti
italiani e aveva ricoperto la carica di consigliere comunale e di prosin-
daco a Predappio. Il suo socialismo era fortemente venato di anarchi-
smo, ed egli fu pi volte arrestato e processato, seppure senza serie
conseguenze. Impose al figlio i nomi di tre famosi rivoluzionari: Beni-
to Juarez, Andrea Costa e Amilcare Cipriani. La madre di Benito, Rosa
Maltoni, era maestra elementare, e, al contrario del marito, era di te-
naci sentimenti cattolici. Pi di Alessandro, che lavorava in maniera
irregolare, beveva e correva dietro alle donne, era Rosa che mante-
neva la famiglia. La quale viveva in una casa di due stanze concessa in
uso a Rosa per le sue mansioni. Poverissimo il vitto, anche se pi tardi
Benito esager le privazioni patite nella sua adolescenza.
Benito eredit la passione politica dal padre, il quale esercit su di
lui notevole influenza, anche se egli amava assai di pi la madre. Era
un ragazzo sfrenato, ribelle, egocentrico, e nel 1892 i genitori si vide-
ro costretti a inviarlo in un collegio di Salesiani a Faenza, dove vigeva
una disciplina assai rigida e il ragazzo sub molte umiliazioni a causa
della sua condizione sociale. Numerosi, per tutto quel periodo, gli epi-
sodi rivelatori del suo temperamento violento e vendicativo: e le pu-
nizioni erano frequenti. Per un colpo di coltello inferto a un compa-
gno, fu espulso dal collegio dei Salesiani. Di l, dopo un breve periodo
in cui studi a casa sotto la guida della madre, nel 1894 fu inviato al
Collegio Giosu Carducci a Forlimpopoli. A diciott'anni, nel 1901, pre-
se il diploma di maestro e nel febbraio dell'anno successivo ottenne
una supplenza nella scuola rurale di Gualtieri, in Emilia, che aveva
un'amministrazione socialista, incline a chiudere un occhio sulle ten-
denze del giovane insegnante. Ma il suo debole per l'alcool e le carte
da gioco turb alcuni genitori dei suoi alunni, e cos pure la sua rela-
zione con una donna il cui marito era sotto le armi. Pi tardi si vant
di esercitare sugli altri una volont e un fascino irresistibili. Continua-
va a essere violento, era solito portare un pugno di ferro e una volta
fer di coltello la sua amante.
Si era iscritto al Partito Socialista nel 1900 e cominci in questo pe-
riodo a collaborare alla Giustizia di Camillo Prampolini, sebbene fin
da allora si sviluppasse in lui una forte avversione per il riformismo le-
galitario. Uno dei capi dell'anarchismo italiano, Errico Malatesta, ri-
lev che Benito oscillava e passava da un'opinione all'altra. A Gual-
tieri cominci a esercitarsi come oratore e una volta improvvis un di-
scorso di novanta minuti in memoria di Garibaldi.

2)In Svizzera
Alla fine dell'anno scolastico, nel giugno 1902, per sottrarsi al servi-
zio militare and in Svizzera, dove, disse ai genitori mentendo, lo at-
tendeva un lavoro gi predisposto. Giunto alla frontiera, apprese che
il padre era stato arrestato: rimase poi in prigione sei mesi, e la madre
fu costretta a tirare ulteriormente la cinghia per provvedere a s e al
figlio lontano e privo di risorse.
In Svizzera Benito trascorse i due anni pi desolati della sua vita. Per
breve periodo lavor come manovale, come garzone in una macelle-
ria e presso un commerciante di vini; ma erano lavori che non gli pia-
cevano - del resto non gli piaceva nessun tipo di lavoro - e ben presto
li abbandon. Fu costretto a vivere nei dormitori pubblici, e perfino a
dormire sotto il Grand Pont a Losanna. Fu arrestato per vagabondag-
gio, anche se le fotografie lo mostrano non troppo malvestito n mal-
nutrito. Diede lezioni di italiano e cominci a svolgere propaganda
socialista, distinguendosi per il violento anticlericalismo. Rimase cele-
bre un suo comizio in cui sfid Dio, se esisteva, a fulminarlo all'istan-
te. Si veniva formando con letture di sindacalisti, anarchici e blanqui-
sti, prediligendo particolarmente Blanqui, Nietzsche, Stirner e Scho-
penhauer. Fu durante il soggiorno svizzero che conobbe la profuga
armena Angelica Balabanov, ardente e colta socialista, una delle due
donne ebree destinate a esercitare su di lui notevole influenza.
Un mese dopo il suo arrivo in Svizzera scriveva per un giornale so-
cialista e di l a poco divenne segretario di un sindacato di muratori,
distinguendosi tra gli emigrati italiani, quasi tutti analfabeti, per le
sue doti di oratore. Predicava la rivoluzione violenta del proletariato
e imprecava contro il socialismo riformista e contro i metodi demo-
cratici e parlamentari. Come agitatore, fu arrestato a Berna e poi a
Losanna, e nel luglio 1903 fu espulso dalla Svizzera e consegnato alla
polizia italiana, che per lo rilasci, limitandosi ad aprire un fascicolo
su quel giovanotto impulsivo e violento.
Nel gennaio 1904, dovendo rispondere alla chiamata della sua classe
alle armi, fugg di nuovo in Svizzera, falsificando i dati del suo passa-
porto scaduto. Nei primi mesi del 1904 trascorse qualche tempo in
Francia, dove fu nuovamente arrestato, quindi torn in Svizzera, ri-
cominciando a passare da un'occupazione all'altra (lavor per esem-
pio in una distilleria e in una fabbrica di macchine agricole), tra Gine-
vra, Losanna, Berna e Annemasse. Aveva la solidariet dei suoi com-
pagni socialisti, tra i quali lo stesso Giacinto Serrati, che lo aiutavano
a non morire di fame. Teneva per a farsi passare per un intellettuale,
e segu, sia pure irregolarmente, le lezioni all'Universit di Losanna di
Vilfredo Pareto, che per non conobbe personalmente.

3)Il servizio militare
Fu allora, nel 1904, che Mussolini si rese informatore del commissa-
rio di Annemasse, la localit francese pi vicina a Ginevra, sui sov-
versivi in Svizzera: il che doveva tornare utile alle autorit francesi
dieci anni dopo, quando esercitarono pressioni su di lui perch, come
vedremo, si trasferisse dal fronte neutralista a quello interventista.
Pesava su di lui la condanna a un anno di reclusione per diserzione,
comminatagli in un processo in contumacia nel 1904. Se ne salv ap-
profittando di un'amnistia elargita per la nascita del principe Umber-
to. Alla fine del 1904 torn quindi in Italia e prese servizio nel Decimo 
Bersaglieri a Verona, dove per la sua fama di rivoluzionario era guardato 
con sospetto dagli ufficiali. Ma egli tenne invece una condotta esemplare.
Il 19 febbraio 1905 mor la madre, che aveva 46 anni, e il triste avve-
nimento gli diede occasione di fornire la prima prova della sua inca-
pacit di resistere alle pressioni e alle suggestioni dell'ambiente, inse-
rendo - come ha scritto un suo accurato e acuto biografo, Paolo Mo-
nelli - una strana parentesi di patriottismo scolastico tra il feroce an-
timilitarismo del tempo svizzero e quello di poi: scrisse infatti al suo
capitano, che gli aveva inviato le condoglianze, una lettera privata
ispirata a fervidi sentimenti patriottici. Ma la verit - ha scritto De-
nis Mack Smith -  che per farsi avanti nel mondo Mussolini era dispo-
sto a orientare le sue vele secondo il vento; e in questo caso aveva si-
curamente tentato di ingraziarsi i superiori con un documento che
non sarebbe mai caduto sotto gli occhi dei suoi compagni socialisti.

4)Insegnante
Congedato nel settembre 1906, due mesi dopo and maestro a Tol-
mezzo, citt friulana vicina alla frontiera austriaca, dove trascorse
nove mesi, soggetto a vigilanza da parte della polizia. Non fu un'espe-
rienza felice: i suoi atteggiamenti politici non gli conciliavano le sim-
patie della popolazione locale, come insegnante si rivel scarsamente
capace di mantenere la disciplina tra i suoi allievi; inoltre beveva mol-
to e pare che contraesse allora la blenorragia da una donna sposata,
col marito della quale fece a pugni. Cos, alla fine dell'anno scolasti-
co, l'incarico non gli fu rinnovato. Perci raggiunse il padre nella sua
nuova casa di Predappio (aveva dovuto lasciare quella concessa alla
moglie come maestra), e per alcuni mesi prese lezioni di latino e fran-
cese: in quest'ultima lingua super nel novembre 1907 un esame, con-
seguendo il titolo di professore e l'abilitazione a insegnarla nella scuo-
la secondaria. Non gli riusc invece il tentativo, fatto in seguito, di ot-
tenere un'analoga abilitazione per l'insegnamento del tedesco.
Nel marzo 1908 assunse un incarico di insegnamento del francese a
Oneglia, in Liguria, dove ricominci a occuparsi di politica, scrivendo
articoli anticlericali e soreliani in un giornale socialista locale, 
La Lima.
Licenziato dalla scuola di Oneglia, torn a casa, dove ora il padre
gestiva un'osteria, e sub il suo primo processo per la partecipazione
attiva a uno sciopero di braccianti, trascorrendo quindici giorni in car-
cere (sebbene venisse poi assolto in appello) e cos mettendosi mag-
giormente in vista nell'ambiente socialista romagnolo.
A questo punto la sua posizione politica giovanile era gi sufficien-
temente delineata. Ha scritto in proposito Mack Smith:
"Malgrado la perdurante fedelt a Marx, nell'eclettico socialismo di
Mussolini non  riconoscibile un preciso corpus dottrinale. Egli si
disse talvolta sindacalista, ma in privato parlava poco gentilmente
della maggior parte degli altri socialisti, e ad alcuni conoscenti 
sembr pi che altro un anarchico. Angelica Balabanoff scrisse
che le sue opinioni erano pi il riflesso del suo ambiente originario
e del suo riottoso egoismo, che non il frutto della meditazione e della
convinzione. Il suo odio dell'oppressione non era quell'odio impersonale
di un sistema ch' proprio di tutti i rivoluzionari. Esso na-
sceva piuttosto dal suo senso di indegnit e di frustrazione, da un
impulso potente ad affermare il suo proprio io, da una accentuata
inclinazione alla vendetta personale".
Quel che non era mutato era la sua professione di violento
antilegalitario.
Radicale era la contrapposizione, che egli professava, tra proletaria-
to e borghesia e la sua esaltazione di una necessaria rivoluzione socia-
le cruenta. E la violenza gli appariva come la sola arma politica. Ma le
influenze da lui subte furono molteplici, ed egli, quando non rivendi-
cava l'originalit del proprio pensiero (che peraltro non esisteva), le
richiamava di volta in volta, a seconda di come gli faceva comodo.

5)A Trento con Battisti
Ma a Forl, dove i repubblicani erano pi forti dei socialisti, Musso-
lini non aveva, per allora, grandi possibilit di esercitare con successo
il giornalismo. Perci nel febbraio del 1909 emigr a Trento, allora sot-
to sovranit austriaca, dove assunse la carica di segretario della Ca-
mera del lavoro e la direzione del suo settimanale, l'Avvenire del lavo-
ratore. Venne cos a contatto con Cesare Battisti, il leader socialista
d'indirizzo riformatore che capeggiava la lotta contro i liberali e i cle-
ricali e le rivendicazioni irredentistiche. Per un mese Mussolini di-
venne redattore capo del quotidiano di Battisti, il Popolo; tuttavia le
differenze di temperamento tra Mussolini e Battisti erano troppo for-
ti perch i due potessero, alla lunga, andare d'accordo. Il primo non
condivideva l'irredentismo del secondo; n al fondo delle sue tenden-
ze poteva trovare accoglimento il gradualismo di Battisti.
Durante i sette mesi trascorsi in territorio austriaco, dove da una re-
lazione gli nacque un figlio, Mussolini fu pi volte arrestato per offese
al clero, diffamazione e attivit sovversiva; tra gli avversari da lui presi
di mira, in primo luogo Alcide De Gasperi, che dirigeva Il Trentino.
Nella Vita Trentina, supplemento del Popolo, Mussolini scrisse, a pro-
posito della Voce di Giuseppe Prezzolini, che bisognava avere il co-
raggio di creare la terza grande Italia, l'Italia dei pensatori.
Nel settembre 1909 i clericali riuscirono finalmente a farlo espellere
con un decreto che forse non dispiacque troppo neppure ai suoi com-
pagni socialisti, ai quali egli creava tanti grattacapi. Tra le tante po-
steriori falsificazioni promosse da Mussolini stesso e dai suoi esaltato-
ri, c' anche quella che l'espulsione fosse dovuta agli austriaci a causa
del suo patriottismo e della sua insistenza sull'italianit di Trento. La
realt  - come ha dimostrato Gaudens Megaro - che Mussolini rite-
neva che l'annessione del Trentino all'Italia fosse un'assurdit.
Nei mesi successivi all'espulsione dal Trentino Mussolini scrisse il
romanzo anticlericale Claudia Particella l'amante del cardinale (pi tar-
di da lui stesso definito un orribile libraccio) e il saggio Il Trentino
veduto da un socialista, relativo all'irredentismo, da lui osteggiato, che
 per un'operetta equilibrata.

6) A Forl
Nel 1910 Mussolini torn in Italia, a Forl, dove cominci a vivere
con Rachele Guidi, figlia dell'amante di suo padre, ora parzialmente
paralizzato, la quale non solo non provava alcun interesse per l'attivi-
t politica e giornalistica del suo convivente, ma era priva di qualsiasi
curiosit intellettuale. Il primo settembre 1910 nacque la figlia Edda,
alla quale si aggiungeranno in seguito quattro figli, tre maschi e una
femmina. Benito e Rachele vivevano in una sola stanza, in condizioni
finanziarie quasi disperate.
A Forl, dove si fermer a vivere per tre anni, dal 1910 al 1912, Mus-
solini, con l'aiuto dei maggiorenti socialisti locali, fond il settimana-
le Lotta di classe, un foglio di quattro pagine di agitazione e propagan-
da, di cui, nel giro di due anni, fece raddoppiare le vendite, ma di cui
dopo il 1922 fu fatta sparire la collezione dalle biblioteche locali. Egli
assunse anche la segreteria della Federazione socialista forlivese. Lotta
di classe era violentemente classista, anticlericale e antimilitarista 
(l'esercito vi era definito la scuola organizzata della criminalit che 
serve unicamente a proteggere i capitali e le rendite e la bandiera nazio-
nale  per noi uno straccio da piantare sul letame). I proletari non ave-
vano patria, e finch la maggioranza degli italiani restava analfabeta
era ridicolo battersi per l'italianit di Trento e Trieste. Inoltre Musso-
lini si diceva convinto che il sistema parlamentare, d'importazione dal-
l'estero, in Italia non potesse funzionare.
Chi lo conobbe in quel periodo, lo descrisse come un misantropo, che
amava fare lunghe passeggiate da solo, poco comunicativo, poco in-
cline a sorridere e ad apprezzare qualcosa di umoristico.
Nell'ottobre 1910 Mussolini si rec a Milano per partecipare al Con-
gresso nazionale del PSI. Il 23 di quel mese vi pronunci un discorso
contro il suffragio universale e la riforma sociale come mezzo per far
avanzare il socialismo; e poich la maggioranza dei delegati erano ri-
formisti, quel discorso fu accolto con dileggio. In seguito a ci, nel set-
tembre 1911 condusse la Federazione socialista di Forl a distaccarsi
dal partito e a proclamarsi autonoma, con la speranza di creare un
partito nuovo e pi rivoluzionario, speranza ben presto delusa perch
il suo progetto non riusc a conquistare adesioni su scala nazionale.

7)Contro la guerra di Libia
Dall'impasse in cui si trovava, lo fece emergere, nel settembre 1911
l'impresa di Libia, che Giolitti decise per dare soddisfazione alle spinte
nazionalistiche e riequilibrare la situazione sbilanciata con la conces-
sione del suffragio universale maschile. Contro quell'impresa, Mus-
solini si schier subito in modo radicale, prevedendo che la guerra sa-
rebbe stata lunga e costosa ed esprimendo la speranza che il proleta-
riato ne avrebbe approfittato per scatenare la guerra sociale. Si ado-
per per organizzare un'insurrezione, manifestazioni e sabotaggi. Ma,
arrestato il 14 ottobre 1911 (e con lui anche Nenni), mentre accusava
i forlivesi di codardia, al processo tent di diminuire le proprie respon-
sabilit e di far accettare dal tribunale una sottile distinzione tra sabo-
taggio morale e sabotaggio fisico, con quella tendenza a giocare
sulle parole che si manifester pi volte nel corso della sua attivit po-
litica (s ricordi per esempio l'argomento adoperato dieci anni dopo
al tempo dello squadrismo, secondo il quale la violenza fascista sa-
rebbe stata eroica e non meschina). Condannato il 23 novembre a
un anno di reclusione, il 19 febbraio 1912 la Corte d'Appello di Bolo-
gna gli ridusse la pena a 5 mesi e mezzo, che egli scont nel carcere di
Forl e in quello di Bologna, fino al 12 marzo, ingannando il tempo
con la stesura di un'autobiografia e di un pamphlet intitolato Giovan-
ni Huss il veridico, che era un nuovo attacco alla Chiesa e una difesa
della libert religiosa. Pietro Nenni, che aveva partecipato con Mus-
solini all'agitazione contro la guerra libica ed era in carcere con lui, 
lo ricorda come un detenuto modello (cos come era stato un soldato
modello).

8)Successo nel PSI
Il processo e il carcere avevano fatto di Mussolini una celebrit loca-
le. Fatta rientrare la Federazione di Forl nell'alveo del Partito Socia-
lista, Mussolini si prepar al Congresso nazionale di Reggio Emilia,
che si tenne nel luglio 1912, con una nuova strategia: riaffermare l'u-
nit del partito e strapparne la guida ai riformisti, che egli intendeva
far espellere dal PSI. La sua mira fu facilitata dal passo compiuto da
Leonida Bissolati, uno dei capi dell'ala riformista, che nel marzo 1912
si rec in visita dal re per felicitarlo di essere scampato a un attentato.
A Reggio Emilia Mussolini raccolse un grande successo personale; il
suo discorso, questa volta preparato accuratamente, produsse un'im-
pressione di sincerit oltre che di risolutezza. Il suo ordine del giorno,
che chiedeva l'espulsione dal partito di Bissolati, Bonomi, Cabrini e
Podrecca, rappresentanti dell'estrema ala destra del riformismo, fu
approvato a grande maggioranza. E Mussolini, insieme con la Bala-
banov, entr nella Direzione del partito. Quattro mesi dopo, all'inizio
del novembre 1912, assumeva la direzione dell'Avanti!, organo uffi-
ciale del PSI, al posto di Giovanni Bacci, che dopo il Congresso aveva
temporaneamente sostituito Claudio Treves.
Si trasfer quindi a Milano, dove conobbe Margherita Sarfatti, criti-
ca d'arte dell'Avanti!, la seconda donna ebrea cui abbiamo fatto rife-
rimento, che gli avrebbe insegnato un p di buone maniere, lo avreb-
be introdotto nell'ambiente intellettuale milanese e avrebbe esercita-
to su di lui una grande influenza nel senso - come ha detto G.A. Bor-
gese - di quella mistica socialista-nazionalista da lui poi sviluppata
alla vigilia dell'entrata in guerra dell'Italia. La Sarfatti fu anche, pi
tardi, l'autrice della biografia ufficiale di Mussolini, intitolata Dux,
uscita nel 1926, e contribu in prima persona agli orientamenti del fa-
scismo, nei primi anni del potere, in fatto di arti figurative.
Ma in questo periodo ci fu nella vita di Mussolini anche un'altra don-
na, Ida Dalser, con la quale egli ebbe una relazione per parecchi anni
e dalla quale ebbe l'unico figlio illegittimo da lui riconosciuto come
proprio, anche se abbandon poi madre e figlio a un'esistenza mise-
rabile e a una fine tragica: infatti, per evitare scandali, la fece ricove-
rare a forza in una casa per malattie mentali, dove ella mor nel 1937.
All'Avanti! Mussolini volle come vice-redattore capo la Balabanov
(della quale am far credere di essere anche l'amante) e precluse la
collaborazione a Claudio Treves - che del giornale era stato diretto-
re e aveva ancora un contratto - e ad altri riformisti. Nel 1913-14 Mus-
solini corteggi insistentemente Leda Rafanelli, anarchica e converti-
ta all'Islam: le diceva di aver bisogno di avere al suo fianco, come
amante ufficiale, una donna intelligente come lei. Come la Sarfatti e
la Balabanov, la Rafanelli, colta e anticonformista, aveva un carattere
pi forte del suo corteggiatore. E poich alla fine la sua vera situazio-
ne familiare, che egli le aveva tenuta nascosta, le si rivel, ed ella lo
scaric, Mussolini, diventato dittatore, la fece vessare dalla polizia. La
Rafanelli aveva osservato che Mussolini tendeva sempre a consentire
col suo ultimo interlocutore, ma fisso era in lui il pensiero che sarebbe
diventato un grand'uomo, pi ancora di Napoleone.
Poche settimane dopo la sua nomina a direttore dell'Avanti!, al prin-
cipio del 1913, alcune dimostrazioni contro le misere condizioni di
vita seguite da scontri con la polizia gli diedero l'occasione per riaf-
fermare le sue tesi: lamentando che molti italiani, specialmente nel
Mezzogiorno, vivevano in condizioni sociali primitive, perch i capi-
talisti preferivano costruire ferrovie a Tripoli che strade in Sardegna
sostenne che manifestare contro tali condizioni di vita era un elemen-
tare diritto umano, che tentare di reprimere le manifestazioni di pro-
testa con la polizia autorizzava a rispondere con la violenza, che il pro-
letariato aveva tutto da guadagnare da una rivoluzione, da un bagno
di sangue, che occorreva sterminare fisicamente la borghesia e
conquistare alla classe proletaria la totalit del potere. In caso di con-
flitto europeo, i soldati avrebbero dovuto ammutinarsi, animando la
guerra civile contro il governo. Alcune sue prese di posizione nella dia-
lettica interna del PSI scontentarono anche diversi militanti della sua
stessa corrente. Ma un tentativo di fargli perdere la direzione dell'A-
vanti! fall e Mussolini usc vittorioso dalla riunione della Direzione 
del partito nel luglio 1913 a Roma, raggiungendone il controllo.
Per le elezioni politiche generali dell'ottobre 1913 il suo nome fu in-
serito nelle liste del Partito Socialista; ma a Forl Mussolini fu battuto
dal candidato repubblicano Giuseppe Gaudenzi. Riusc invece, pochi
mesi dopo, a essere eletto consigliere comunale a Milano. Ma in quel-
le elezioni generali il Partito Socialista aveva riscosso un notevole
successo, e Mussolini, dalle colonne dell'Avanti!, ne trasse spunto per
convincersi che la sua propaganda estremistica pagava. Scrisse che si
stava dimostrando l'antitesi irriducibile fra democrazia e socialismo.
E non la ragione, ma la fede vinceva: L'umanit ha bisogno di un cre-
do.  la fede che muove le montagne perch d l'illusione che le mon-
tagne si muovano. L'illusione , forse, l'unica realt della vita.
Quando nel giugno 1914 scoppi nelle Marche la settimana rossa,
un milione di persone scesero in piazza e l'Italia sembr davvero alle
soglie di una rivoluzione, Mussolini cavalc la tigre del movimento;
ma, diversamente da Pietro Nenni, si limit a prendere parte a una di-
mostrazione, scrivendo articoli orientativi nel suo giornale, ma non si
gett nell'azione. Senonch il movimento era disorganico e disorga-
nizzato, e Mussolini ne trasse la lezione che non era coi tumulti popo-
lari che si poteva avanzare e che i suoi discorsi insurrezionali lasciava-
no il tempo che trovavano: bisognava individuare una via diversa.

9) Dalla neutralit assoluta all'interventismo.
Allo scoppio della guerra mondiale, nel luglio 1914, Mussolini, se-
condo la linea del Partito Socialista, s'impegn per la neutralit, anzi
per la neutralit assoluta, che sostenne ardentemente anche nella
riunione della Direzione del gruppo parlamentare del PSI a Roma il
21-22 settembre. Anzi, nell'ottobre lanciava dalle colonne dell'Avanti!
un referendum cos concepito: Volete la pace o la guerra?, accom-
pagnato dall'ammonimento: Chi vi spinge alla guerra vi tradisce!.
Ma un giorno la Balabanov lo sorprese a colloquio con Filippo Naldi,
proprietario dell'interventista Resto del Carlino, organo degli agrari
emiliani e fiduciario del ministro degli Esteri marchese di San Giulia-
no, che poi lo aiut attivamente nella fondazione del Popolo d'Italia.
Seccato dalla diffidenza che cominciava a diffondersi attorno a lui,
Mussolini organizz i suoi successivi incontri in Svizzera, finch il 18
ottobre, senza sentire il bisogno d'interpellare il partito, pubblic sul
giornale un articolo di fondo intitolato Dalla neutralit assoluta alla
neutralit attiva e operante, sostanzialmente favorevole all'intervento.
L'impressione nel partito fu enorme. Quando, subito dopo, la Dire-
zione del PSI fu convocata per esaminare la grave questione, il suo or-
dine del giorno fu respinto all'unanimit e Mussolini decise di dimet-
tersi dalla direzione dell'Avanti!, quattro giorni dopo fu espulso dal PSI
e il 14 novembre usciva il primo numero del nuovo quotidiano da lui
diretto, il Popolo d'Italia, per condurre la campagna interventista.
Questa brusca conversione di Mussolini, di capitale importanza nel-
la sua biografia, merita qualche considerazione. Molti e complessi do-
vettero essere i motivi che lo determinarono ad agire in quel modo e
a prendere quella decisione: prima di tutto, come in ogni circostanza
della sua carriera politica, il fiuto della direzione nella quale era pi
facile assumere posizioni di leadership con atteggiamenti da condot-
tiero, da duce; in secondo luogo, le lusinghe governative verso un
rientro nell'ortodossia sotto l'apparenza dell'eresia, la sicurezza dei
mezzi che gli furono offerti e assicurati. Ma forse, soprattutto, la con-
vinzione, cui dalla settimana rossa in poi era pervenuto, che mon-
tare il cavallo della rivoluzione proletaria non lo avrebbe condotto
lontano, che a dominare il panorama politico non era pi la sinistra
ma la destra, che, pur utilizzando il potenziale popolare, occorreva in-
dicare una strada di autoritarismo.
Proprio per la svolta del 1914, va tenuto particolarmente presente il
fatto che in Mussolini - sia per le sue caratteristiche psicologiche, sia
per la sua formazione politico-culturale - il socialismo non aveva mai
avuto un'impronta veramente marxista, ma piuttosto blanquista e
anarchicheggiante. Da ci, la particolare indeterminatezza e instabi-
lit del suo rivoluzionarismo, anche se ammantato di estremismo ver-
bale, e il pregiudizio che fosse rivoluzionario tutto ci che era violen-
to, senza alcun solido ancoraggio a una analisi obiettiva della struttu-
ra della societ. Nel 1910 aveva scritto nella Lotta di classe: Io ho del
socialismo una nozione barbarica. Io lo immagino come il pi grande
atto di negazione e di distruzione che la storia registri. Io penso ad un
socialismo che non "distingue", che non "patteggia" che non si "mor-
tifica". Cos, nel 1914, Mussolini pot anche pensare che il suo nuo-
vo atteggiamento fosse rivoluzionario, mentre esso veniva adoperato
da chi aveva interesse a presentare con una maschera socialistoide ef-
fettivi contenuti conservatori o reazionari, i quali caratterizzavano il
governo Salandra-Sonnino.
In ogni modo, nel revirement del 1914, il modo fu certamente tortuo-
so, e si comprende quale valore andasse attribuito alle parole che Mus-
solini disse ai suoi compagni di partito al momento in cui essi decreta-
vano la sua espulsione, cio che egli sarebbe sempre rimasto socialista.

10) Gli appoggi al Popolo d'Italia.
Resta il fatto che un cos repentino cambiamento di fronte, seguito a
soli quindici giorni dall'uscita del nuovo giornale, fece apparire Mus-
solini, agli occhi dei socialisti, come un vero e proprio traditore, accu-
sato di essersi lasciato corrompere per denaro. Quest'ultima accusa
era ingiusta.  vero che i mezzi con i quali Mussolini pot fondare il
Popolo d'Italia gli furono forniti - tramite Filippo Naldi - da alcune
tra le maggiori aziende capitalistiche italiane - la Edison, la Fiat, 
l'Ansaldo, l'Unione Zuccheri e gli armatori, nonch poi, da ambienti po-
litici francesi, interessati a che la sorella latina entrasse in guerra
accanto alla Francia, e anche, per motivi analoghi, dall'Inghilterra e
dalla Russia. Ma  giusto mettere in rilievo che non furono motivi d'in-
teresse finanziario, del tutto estranei al carattere di Mussolini, a spin-
gerlo e a determinarlo al cambiamento di rotta, che fu invece dovuto
esclusivamente a considerazioni di natura politica.
Il Popolo d'Italia, che cominci le sue pubblicazioni il 15 novembre
1914, bench aspramente polemico verso il PSI, continu a proclamarsi
socialista: la sua tesi era che la guerra avrebbe aperto la strada alla ri-
voluzione e che perci era una guerra rivoluzionaria. Ci nono-
stante, dal momento in cui si era schierato sul fronte interventista,
dominato dai nazionalisti, Mussolini non poteva ignorare le aspira-
zioni alla redenzione di Trento e Trieste e gli slogan della propa-
ganda patriottica. Cos, dopo aver in un primo tempo sostenuto che la
guerra non doveva avere per l'Italia scopi nazionalistici o imperialisti-
ci, che non si dovevano coltivare aspirazioni sulla Dalmazia, che non
si doveva pensare all'annessione di Fiume o al raggiungimento della
frontiera al Brennero, poco per volta, a partire dall'inizio del 1915, fu
indotto ad avvicinarsi ai nazionalisti e alle loro mire espansionistiche,
e qualche mese dopo chiedeva per l'Italia Trieste, Fiume e la frontie-
ra alpina, oltre a un immenso bottino nei Balcani e nel Medio Orien-
te. Particolarmente significativi i due articoli pubblicati nel Popolo 
d'Italia il 25 e 26 novembre 1916 sui rapporti con la Serbia e le aspira-
zioni italiane in Dalmazia.
La guerra doveva inoltre offrire agli italiani la possibilit di cancella-
re la leggenda che li voleva amanti dei piaceri e imbelli. Mussolini si
spinse anche oltre, minacciando un colpo di Stato antimonarchico se
la Corona e il governo non avessero deciso l'intervento. Il quale - dice-
va Mussolini - avrebbe aperto la strada a una guerra di breve durata,
cui l'esercito era ben preparato e le risorse economiche sufficienti.

11) Sotto le armi.
Le radiose giornate di maggio, con le manifestazioni interventiste
di studenti e borghesi contro la grande maggioranza dei neutralisti,
prevaricarono sul Parlamento e sul paese, mentre il governo Salan-
dra-Sonnino teneva un atteggiamento incerto e ambiguo. Il 24 mag-
gio 1915 l'Italia, stretto il Patto di Londra con la Francia, l'Inghilterra
e la Russia, entrava in guerra contro l'Austria-Ungheria (non ancora
contro la Germania).
Tre mesi dopo, vera o falsa la notizia di aver presentato domanda di
arruolarsi volontario, il 31 agosto 1915 Mussolini fu chiamato alle
armi con la sua classe. Assegnato all'11esimo Bersaglieri, fu promosso ca-
porale, ma a causa dei suoi precedenti politici non fu ammesso, come
chiedeva, al corso allievi ufficiali: prassi corrente allora, e per molto
tempo ancora (il leader del socialismo friulano, Giovanni Cosattini,
per le sue idee politiche fu addirittura degradato da ufficiale a solda-
to semplice!). Il 23 febbraio 1917, quando aveva raggiunto il grado di
sergente, Mussolini, nel corso di un'esercitazione, fu ferito abbastan-
za gravemente dallo scoppio di un lanciabombe, con numerose scheg-
ge che gli si conficcarono in corpo. Egli raccont poi di aver coraggio-
samente rifiutato l'anestetico mentre gli estraevano quelle schegge, e
anche che gli austriaci, saputo dove si trovava, avevano tentato di uc-
ciderlo bombardando l'ospedale. Evidentemente - commenta Mack
Smith - il narcisismo e l'autodrammatizzazione stavano divenendo
elementi importanti del suo carattere. Dichiarato inabile al servizio
attivo nel giugno 1917, Mussolini riassunse la direzione del Popolo
d'Italia, ora per in gravi difficolt economiche per essergli venute
meno molte fonti di finanziamento - lo scopo era stato raggiunto -, al
punto che all'inizio di quell'anno era circolata la voce che il giornale
stesse per chiudere. Dalle sue colonne Mussolini insist nell'esortare
le autorit politiche e militari a condurre la guerra con maggiore
energia, scagliandosi contemporaneamente contro la censura.
Poco prima di Caporetto, nel 1917, Mussolini, attraverso un carteg-
gio con Giulietti, si fece attrarre dal progetto di riannodare i rapporti
con i socialisti: un progetto, dice giustamente Renzo De Felice, am-
bizioso e difficile da realizzarsi, specie per un uomo come Mussolini,
portato naturalmente a esasperare e a personalizzare la polemica e il
cui giornale, nella sua foga interventista e per certe sue equivoche re-
lazioni, aveva pi volte finito per fare, invece che una lotta al Partito
socialista, una campagna sostanzialmente antisocialista tout court. E a
proposito di quel carteggio con Giulietti, ancora De Felice:
"Due preoccupazioni, due mentalit, due linguaggi che bene riassumono la
crisi dell'interventismo rivoluzionario, il vanificarsi, di fronte alla
dura realt della storia il mito della guerra rivoluzionaria, il suo
progressivo ridursi ad una concezione nazionale cio nazionalistica
della guerra stessa. Per Mussolini privo ormai sempre pi di veri
legami con le masse proletarie, il processo era pi rapido; per Giulietti,
che con un settore cospicuo di queste masse (i lavoratori manuali) aveva
ancora un legame organico, il processo sarebbe stato pi lungo
e complesso, ma non per questo molto diverso."
Comunque, Caporetto travolse, con le truppe italiane, anche quel pro-
getto mussoliniano. E dopo Caporetto, egli sostenne che ci che oc-
correva all'Italia era una dittatura, che imponesse il silenzio ai gior-
nali, perch ora il Paese aveva bisogno non di critica, ma di disciplina.
Quanto alla condotta della guerra, chiese un comando unificato con
gli alleati, l'invio sul fronte italiano di un maggior numero di soldati
inglesi e francesi, il passaggio da una strategia difensiva a una strate-
gia offensiva, il bombardamento terroristico delle citt tedesche e la
diffusione del convincimento che una vittoria della Germania avrebbe 
trasformato l'Italia in un paese di schiavi.

12) Nel primo dopoguerra.
Ed ecco il dopoguerra e la crisi della posizione politica di Mussolini.
La classe dirigente si era servita di lui per i suoi scopi; ora egli viene
abbandonato nell'ombra. E l'ombra lo riassorbe. Finita la funzione
dell'interventismo, Mussolini ne assume la difesa. Ma tira aria poco
propizia: l'Italia  percorsa da un violento alito rivoluzionario. Dal 1918
- anno nel quale abbandona esplicitamente la pretesa di essere rima-
sto socialista - a tutto il 1920, Mussolini sembra annaspare nel vuoto.
Invano si mimetizza nel generale clima rivoluzionario, perch  ai so-
cialisti veri che va il suffragio delle masse italiane.
Bisogna tuttavia riconoscere che Mussolini previde che a chiunque
avesse voluto far politica, prezioso sarebbe stato l'appoggio dei redu-
ci, ai quali fin da allora rivolse particolare attenzione e sui quali avreb-
be in gran parte costruito pi tardi le sue fortune politiche. Contem-
poraneamente si avvicinava sempre di pi ai nazionalisti; e dopo aver
in un primo tempo appoggiato i Quattordici Punti del presidente Wil-
son, che ponevano al centro della ricostruzione postbellica l'autode-
terminazione dei popoli e l'affermazione degli Stati nazionali, ben
presto si convert al programma imperialistico, chiedendo l'annessio-
ne del Sud-Tirolo (o Alto Adige, come poi venne chiamato), di Fiu-
me e della maggior parte della Dalmazia: un programma che non po-
teva non piacere a coloro che per tre anni e mezzo avevano combattuto
nelle trincee, per i quali - sosteneva Mussolini - Vittorio Veneto era
stata la pi grande vittoria della storia umana. Esagerazioni di que-
sto tipo erano fatte per alimentare il mito della vittoria mutilata,
che, lanciato da Gabriele D'Annunzio, fu fatto proprio da Mussolini.
Sotto l'abile e spregiudicata direzione mussoliniana, il Popolo d'Ita-
lia aument ora enormemente la sua diffusione, raggiungendo, sem-
bra, le 60 mila copie. Crebbe la pubblicit, le cui entrate, nei primi tre
mesi del 1918, aumentarono di otto volte. Nel marzo di quell'anno il
giornale lasci cadere lo slogan La rivoluzione  un'idea che ha tro-
vato delle baionette e il primo agosto il sottotitolo Quotidiano socia-
lista fu mutato in Quotidiano dei combattenti e dei produttori. Mussoli-
ni asser che l'abbandonare la pretesa di essere socialista gli procura-
va un autentico senso di sollievo e nell'editoriale del primo agosto
cos teorizz:
"Difendere i produttori significa permettere alla borghesia di compiere
la sua funzione storica - ci sono ancora due continenti quasi intatti che
attendono di essere travolti nel turbine della civilt moderna
capitalistica - e significa anche agevolare agli operai il conseguimento
del maggior benessere per il maggior numero e lo sviluppo di quelle ca-
pacit che possono a un dato momento sprigionare dalla massa lavoratrice
le nuove aristocrazie dirigenti delle nazioni."
Coerentemente con tale orientamento, Mussolini, in quel periodo,
strinse forti legami con l'Ansaldo dei fratelli Perrone: spregiudicato
cedimento per assicurare al suo giornale una sicura fonte di finanzia-
mento. Il giornale aveva una redazione mediocre, ma gli conferivano
forza gli editoriali del suo direttore, sempre polemici e aggressivi.

13) La fondazione dei Fasci.
Il 23 marzo 1919, in una sala concessa dall'Alleanza industriale e
commerciale, in piazza San Sepolcro a Milano, Mussolini raduna un
centinaio di seguaci - futuristi, anarchici, sindacalisti, ex socialisti di
sinistra, repubblicani, cattolici e liberali - e fonda il movimento fasci-
sta a tinta sindacalista, nazionalista e demagogicamente rivoluziona-
ria: nessuna assise socialista chiedeva allora una trasformazione cos
radicale dello Stato (non della struttura della societ, si badi) come
quella auspicata nel programma fascista del 1919. Intanto il Popolo
d'Italia era finanziato dalle grandi industrie. Precisandosi il program-
ma del nuovo movimento, emersero l'anticlericalismo, il repubblica-
nesimo e il libertarismo: si chiedeva di dare la terra ai contadini,
un'imposta progressiva sul capitale, l'espropriazione delle fabbriche,
l'inasprimento delle imposte di successione, la confisca dei sovraprofitti
di guerra, la nazionalizzazione dell'industria degli armamenti, l'aboli-
zione del Senato, il voto alle donne e il decentramento amministrativo.
Mentre delineavano un programma cos radicale, tutto spostato a si-
nistra, Mussolini e il suo movimento intraprendevano per un'azione
nettamente ostile al Partito Socialista. Il 15 aprile 1919 una spedi-
zione punitiva capeggiata da Marinetti e Ferruccio Vecchi, rispetti-
vamente capi del futurismo e dell'arditismo, che avevano partecipato
entrambi alla riunione di piazza San Sepolcro, devast la sede mila-
nese dell'Avanti! Mussolini non vi partecip, ma difese l'iniziativa
considerandolo il primo risultato materiale della rivoluzione fascista.
Formatosi nel giugno 1919 il governo presieduto da Nitti, Mussolini
lo combatt perch capeggiato da un uomo che non aveva voluto la
guerra e rappresentante di quel sistema parlamentare che egli inten-
deva soppiantare. Nel settembre dello stesso anno, di fronte all'im-
presa fiumana di D'Annunzio, Mussolini lo sostenne a parole, ma di
fatto fece il possibile perch il poeta-soldato non potesse mettersi a
capo di una trasformazione della marcia di Ronchi in una marcia su
Roma; inoltre distolse una parte del denaro raccolto dal Popolo d'Ita-
lia, mediante sottoscrizione, a favore dell'impresa di Fiume, utilizzan-
dola per la propria campagna elettorale. Poi, nell'ottobre 1920, man-
d praticamente all'aria un progetto insurrezionale dannunziano -
certo velleitario -, evitando anche di andare a Fiume per un incontro
col Comandante, non senza suscitare malcontento tra le sue stesse file
in cui le simpatie per D'Annunzio erano molto diffuse. Il successivo
colloquio Mussolini-D'Annunzio, il 5 aprile 1921, quando ormai il
Comandante si era ritirato sul lago di Garda, non comport pi alcun
sostanziale accordo sull'azione da svolgere insieme.

14) Bocciato alle elezioni.
Grandi speranze riponeva tutto il mondo dell'eversione, del quale
Mussolini era personaggio emergente, nelle elezioni del novembre
1919, da tenersi, per la prima volta, col sistema proporzionale. Come
primo risultato si attendeva un responso delle urne che provocasse la
caduta di Nitti. Mussolini si present candidato a Milano in chiave
decisamente anticlericale e antisocialista. Ma le cose andarono nella
direzione opposta. Grande fu il successo del Partito Socialista, oltre
all'affermazione del nuovo Partito Popolare d'ispirazione democrati-
co-cristiana. Nella sua candidatura Mussolini naufrag miserevol-
mente: i socialisti superarono di quasi cinquanta volte i fascisti.
All'indomani delle elezioni, il 19 novembre, in seguito a una disposi-
zione di Nitti e a una denuncia dei socialisti milanesi, fu perquisita la
sede del Popolo d'Italia, dove vennero rinvenute armi, bombe e muni-
zioni, e Mussolini venne arrestato (con lui anche Marinetti e Vecchi);
ma una sorta di contrordine di Nitti lo fece rimettere in libert quello
stesso pomeriggio. Era il primo atto di una politica di tolleranza pi o
meno attiva nei confronti del fascismo, che nei successivi due anni si
sarebbe sviluppata sempre pi nettamente. Bisogna per sottolinea-
re che allora, nel novembre 1919, il movimento fascista non si era
reso ancora responsabile di tutti gli atti di violenza di cui s'incaric in
seguito lo squadrismo, e l'arresto di Mussolini, oltre a essere politica-
mente inopportuno, poteva anche sembrare pretestuoso. Come con-
traccolpo della sconfitta elettorale, il movimento fascista perse molti
suoi seguaci, che alla fine del 1919 erano ridotti a quattromila, e il
loro capo sembrava finito. Per tutto il 1920 le condizioni economiche
del Popolo d'Italia rimasero vacillanti e la sorte del giornale precaria.
Ma quando, tra la fine del 1920 e il 1921, dopo il fallimento dell'oc-
cupazione delle fabbriche, si profil la reazione del governo e della
classe dirigente, Mussolini si accinse a sfruttarla a proprio vantaggio.
Il fascismo assunse allora la sua vera fisionomia, abbandonando ogni
lustra rivoluzionaria, si schier come punta avanzata della controri-
voluzione, seguendo tuttavia e non precedendo il movimento di re-
pressione antisocialista e antiproletaria. L'intervento in forze del fa-
scismo nella guerra civile avvenne infatti dal momento in cui il movi-
mento rivoluzionario e socialista era ormai nettamente nella fase di-
scendente, gi battuto dalla doppia trincea dell'opposizione interna
operata dai riformisti, e della politica, formalmente legale, della clas-
se dirigente, che chiam al potere, con tale funzione, Giolitti, Bono-
mi e Facta. Per cui fu sostanzialmente falso il vanto del fascismo di
aver stroncato il bolscevismo in Italia. Intanto diversi Fasci formatisi
nel 1920 si rivolgevano agli industriali offrendo loro protezione in
cambio di finanziamenti: una sorta di pizzo.
Uno dei problemi principali che Mussolini aveva dinanzi a s era co-
stituito dal suo stesso movimento: eterogeneo, con posizioni e carat-
teri diversi da localit a localit, e localmente capeggiato da ras che
comandavano pi dello stesso fondatore del fascismo. Con la sua tat-
tica di frequenti mutevoli atteggiamenti, dando di volta in volta sod-
disfazione a questa o a quella componente del suo movimento, Mus-
solini riusc, bene o male, a tenere insieme quella coalizione di forze
cos disparate, convogliandola verso una comune piattaforma, la cui riu-
sc il secondo Congresso dei Fasci, tenuto a Milano il 24 e 25 maggio 1920.
Mussolini vi rinneg il suo repubblicanesimo e vi difese la borghesia.
Nel dicembre 1920 la fine dell'occupazione dannunziana di Fiume,
estromessa da Giolitti con l'intervento dell'esercito, vede Mussolini
prendere le distanze dal Comandante battuto e approvare il Trattato
di Rapallo, con l'accordo diretto tra l'Italia e la Jugoslavia, negoziato
da Giolitti e dal suo ministro degli Esteri Sforza. S'inseriva cos nel
gioco politico-parlamentare a livello nazionale, mentre il fascismo
agrario si affermava nella valle padana.
Ed  Giolitti a concepire il piano d'inserimento dei fascisti nella vita
politica nazionale, con il compito di costituire la massa d'urto antiso-
cialista. A partire dagli ultimi mesi del 1920 e soprattutto durante il
1921 le file del fascismo s'ingrossano e il movimento capeggiato da
Mussolini entra in forze nel Parlamento e si dispiega nella lotta, orga-
nizzandosi in squadre, alle quali il governo fornisce, direttamente o
indirettamente, armi e protezioni, gli agrari e gli industriali procura-
no mezzi finanziari. Il nerbo delle forze fasciste si trova nella valle pa-
dana, dove  pi sviluppato il socialismo, per lo pi d'indirizzo rifor-
mista, e pi vincolative per gli agrari sono le sue conquiste.
Ci non impediva a Mussolini di ostentare opposizione al governo
giolittiano. Mentre a Trieste un gruppo di fascisti metteva in atto con-
tro gli slavi la tattica sanguinosa dello squadrismo, Mussolini attacca-
va Giolitti per la decisione di ritirare le truppe dall'Albania, qualifi-
candola come una sconcia esibizione di vigliaccheria nazionale.
E tuttavia, con una spregiudicatezza senza pari, Mussolini accett di
presentarsi alle elezioni politiche generali del maggio 1921 nei bloc-
chi nazionali in lista con i liberali e i democratici, dichiarandosi, del-
la coalizione, l'ala destra. Se i suoi seguaci pi intransigenti e radicali
non videro la mossa con favore, egli pot addomesticarli facendo loro
presenti i vantaggi che al movimento fascista sarebbero derivati dal-
l'appoggio, che in tal modo si sarebbe certamente assicurato, da parte
dell'esercito, della polizia, della magistratura e della burocrazia. Il che
puntualmente avvenne. Il segnale dato da Giolitti con l'inclusione dei
candidati fascisti nelle sue liste fu in tal senso deleterio per le sorti
dello Stato italiano. Il risultato delle elezioni, svoltesi tra innumere-
voli atti di violenza e di sopraffazione, premi la decisione mussoli-
niana: alla Camera dei deputati i fascisti ottennero 35 seggi e i nazio-
nalisti una decina. E, una volta ottenuto quello che desiderava, Mus-
solini, eletto in due circoscrizioni, dichiar che alla Camera il fasci-
smo si sarebbe schierato all'opposizione. Ma intanto nel suo primo
discorso parlamentare egli assunse una posizione da lui stesso defini-
ta reazionaria, contro la collettivizzazione e la nazionalizzazione del-
le imprese, chiedendo la privatizzazione delle poste e delle ferrovie
ed esprimendo l'opinione che di l a non molto l'Italia potesse trovar-
si nella condizione di abbandonare il sistema democratico e darsi una
dittatura, mentre con articoli e discorsi riesumava la tendenzialit
repubblicana del fascismo.
Mussolini, per, che non voleva compromettersi con Giolitti, subito
dopo le elezioni lasci che le violenze fasciste, invece di diminuire,
come il presidente del Consiglio aveva sperato, riprendessero e perfi-
no aumentassero. Pochi giorni dopo la riunione della nuova Camera
i fascisti aggredirono il deputato comunista Francesco Misiano, tac-
ciandolo di disertore in guerra e cacciandolo da Montecitorio, senza
che n il governo n le diverse correnti liberali e democratiche muo-
vessero un dito. Nel settembre 1921 i fascisti uccisero il deputato so-
cialista Giuseppe Di Vagno e le squadre di Italo Balbo occuparono mi-
litarmente la citt di Ravenna, spargendo il terrore durante la marcia
di avvicinamento. Qualche mese dopo l'exploit fu ripetuto a Bolzano
e a Trento, questa volta prendendo di mira non solo le organizzazioni
socialiste ma anche le istituzioni governative. Frattanto stava mutando il
gruppo dirigente del movimento fascista: tra i deputati eletti nel mag-
gio 1921 c'era un solo sansepolcrista e molti tra gli aderenti origina-
ri - compresi Marinetti, Vecchi e Toscanini - se ne erano distaccati.

15) La strategia del doppio binario.
Mussolini veniva dunque operando su un doppio binario: da una par-
te, dal suo quartier generale milanese, iniziava l'opera di aggancia-
mento delle forze politiche conservatrici e reazionarie; dall'altra, lan-
ciava le sue squadre all'attacco delle sedi socialiste, delle Camere del
lavoro, delle cooperative, delle Case del popolo, dei circoli proletari,
per distruggere la struttura e l'organizzazione politica, sindacale e as-
sistenziale del proletariato. Ed  questa politica del doppio binario
che diede luogo a qualche dissidio interno tra la corrente compromis-
soria e parlamentaristica del fascismo, che faceva capo agli industriali
e di cui erano tra i principali rappresentanti Cesare Rossi e Michele
Bianchi, e la corrente squadristica pi apertamente legata agli agrari,
in cui emergevano Grandi, Balbo e Farinacci e i capi del fascismo to-
scano. L'episodio saliente di questo contrasto interno al movimento
fascista si svolse all'indomani del cosiddetto patto di pacificazione
tra fascisti e socialisti, firmato sotto l'egida del presidente della Ca-
mera De Nicola il 3 agosto 1921. In tale occasione Mussolini dichiar
che il fascismo agrario rappresentava la difesa di interessi privati e
delle caste pi opache, sorde e miserabili che esistano in Italia.
Il patto venne sconfessato dai ras capeggiati da Grandi, e al terzo Con-
gresso nazionale dei Fasci, tenuto a Roma nel novembre 1921, Mus-
solini, che nel frattempo aveva dato le dimissioni dal Comitato cen-
trale del movimento, fu costretto a rinnegare l'indirizzo conciliativo
e, abbracciando teatralmente Grandi, si rappacific con la tendenza
estremista e riprese la direzione dell'intero movimento, secondo la
sua richiesta trasformatosi in Partito Nazionale Fascista, e in un par-
tito ben disciplinato, ormai decisamente orientato a destra.
Nel dicembre 1920 la fine dell'occupazione dannunziana di Fiume
aveva visto Mussolini prendere nettamente le distanze dal Coman-
dante battuto e approvare il Trattato di Rapallo. I motivi di questo at-
teggiamento erano di duplice ordine: la convinzione che il colpo di
Stato non fosse ancora maturo e - pare - gli accordi segreti, o almeno
taciti, con Giolitti, che in cambio della neutralit nella questione fiu-
mana, promise a Mussolini di aiutare l'organizzazione fascista, come
difatti fece.

16) La "marcia su Roma".
Tra i 1921 e il 1922 si assiste alla progressiva opera di abdicazione
dello Stato liberale, costituzionale e parlamentare. Ai primi del 22 fu
formato il pi debole dei governi liberali, presieduto da un giolittiano
quanto mai mediocre come Facta.
Quando ai primi di agosto del 22 i socialisti organizzarono uno scio-
pero legalitario contro le violenze, i fascisti si sostituirono alle auto-
rit nell'organizzare i servizi pubblici. Quello sciopero fu poi definito
la Caporetto dei socialisti. L'azione squadristica si scaten.
A questo punto Mussolini cominci a stringere i tempi per il colpo di
Stato. Messa nuovamente da parte la tendenzialit repubblicana (di-
scorso di Udine, 20 settembre), facendo qualche avance verso il mon-
do cattolico e il Vaticano, cercando di conquistare la fiducia del mon-
do economico, illudendo separatamente i capi liberali - Giolitti, Sa-
landra, Nitti, Facta - di essere disposto a entrare in un governo pre-
sieduto da uno di loro, il 16 ottobre 1922, in una riunione a Milano del
gruppo dirigente fascista, concord il piano insurrezionale; e dopo la
rassegna generale delle forze fasciste fatte affluire al Congresso fascista
riunito a Napoli (22-24 ottobre), dove disse o ci daranno il governo o
lo prenderemo calando a Roma, diede il via alla marcia su Roma.
Essa consist in un ultimatum lanciato contro la vecchia classe di go-
verno, ormai in gran parte connivente, rassegnata o prigioniera di fron-
te alla volont eversiva del fascismo. Soltanto all'ultim'ora, cio dopo
la mezzanotte tra il 27 e il 28 ottobre 1922, Facta si decise a convocare
il Consiglio dei ministri e a predisporre il decreto di stato d'assedio,
che passava all'esercito il compito di reprimere l'insurrezione degli
squadristi. Ma Vittorio Emanuele terzo, che alle due del mattino aveva
espresso il suo accordo con la decisione del governo, quando di prima
mattina ricevette Facta con il decreto (che era gi stato affisso nelle
strade della capitale), si rifiut di firmarlo. In quelle poche ore aveva
ascoltato il parere - naturalmente negativo - di Salandra e di altre per-
sonalit del suo gruppo e aveva cambiato opinione.
Da parte sua Mussolini, che aveva fatto credere, nei giorni preceden-
ti, di accontentarsi di far entrare i suoi in un governo presieduto da uno
dei capi liberali, scartata ormai una soluzione di compromesso, di fron-
te alla provata decisione di non resistere che veniva dall'establishment,
forz la situazione esigendo di essere convocato dal re per la forma-
zione di un suo governo. Il che avvenne il 28 ottobre.
Vi sono per alcuni retroscena che vanno messi in rilievo. Nella riu-
nione tenuta a Milano il 16 ottobre, nella quale era stata decisa la co-
stituzione di un quadrumvirato per la direzione della presa del pote-
re, formato da De Vecchi, De Bono, Balbo e Bianchi, la versione pi
verosimile  che l'impulso ad agire con decisione non venisse da Mus-
solini, ma da Balbo; e nella stessa giornata del 28 ottobre, quando
venne definitivamente scartata la soluzione di compromesso sotto l'in-
cubo delle possibili gravi conseguenze per il fascismo, Mussolini non
gioc la carta del duce, ma fu piuttosto al rimorchio degli altri capi
del fascismo. Attraverso queste giornate decisive vengono in luce due
caratteristiche del temperamento di Mussolini: la tendenza a perder-
si d'animo di fronte a grosse difficolt, e la capacit di recupero, che 
anche capacit di credere e far credere agli altri, a cose passate, che
lui, e solo lui, abbia spinto la situazione verso una determinata solu-
zione. Il fare e il dire di non aver fatto, o il non fare e il dire di aver
fatto, gli lasciava sempre aperte le vie della ritirata, come si vedr 
nuovamente dopo il delitto Matteotti.
Comunque, il modo in cui il fascismo, nel 22, era diventato un im-
portante movimento politico, attraverso l'appoggio dei ceti capitali-
stici; il modo in cui era andato al potere, sostenuto dalle forze conser-
vatrici nel Parlamento e presso la Corona; la stessa fisionomia politi-
ca di Mussolini, che aveva ormai spinto la propria posizione persona-
le verso le estreme punte dell'antisocialismo: tutto ci offriva alla
vecchia classe dirigente sufficienti garanzie che con Mussolini e con il
fascismo il pericolo del socialismo sarebbe stato decisamente scon-
giurato: ed  ci che per quella classe dirigente contava.
Nonostante la successiva mitizzazione della marcia su Roma, le
squadre fasciste giunsero nella capitale ventiquattr'ore dopo che Mus-
solini aveva ricevuto l'incarico di formare il nuovo governo; ed egli
stesso arriv a Roma in vagone-letto la mattina del 30 ottobre e la sera
sal al Quirinale per sottoporre al re la lista dei suoi ministri.

17) Il governo Mussolini.
Il governo formato il 29-30 ottobre 1922 da Mussolini - non ancora
quarantenne, fino ad allora il pi giovane presidente del Consiglio
nella storia d'Italia - era ancora, nonostante la carta bianca concessa-
gli dal re, un governo di coalizione, nel quale i fascisti non erano nep-
pure in maggioranza: ne facevano parte ministri e sottosegretari po-
polari, liberali, democratici, nazionalisti, cattolici, indipendenti, e i
due pi alti ufficiali dell'Esercito e della Marina, il generale Diaz e
l'ammiraglio Thaon di Revel. Ma la situazione del paese - in cui nelle
giornate decisive era emersa la mancata volont, dovunque, di resi-
stere - era ormai definitivamente nelle mani di Mussolini, e la sua
tendenza accentratrice lo spingeva a restringere il campo della coali-
zione, tanto  vero che, cogliendo il primo pretesto, si disfece della 
collaborazione del Partito Popolare.
A questo punto Renzo De Felice inserisce nella sua biografia di Mus-
solini una riflessione, che ci sembra da condividere: Mussolini non
era un capo. Per tre ragioni: perch non aveva un'idea precisa, che
gli fosse moralmente di sostegno e di guida nell'azione, degli obiettivi
finali alla realizzazione dei quali doveva tendere questa sua azione,
cosicch la grandezza, e il bene dell'Italia finivano per ridursi al-
l'esercizio del potere, inevitabilmente inteso come potere personale
perch nutriva una completa sfiducia nella capacit degli uomini di
sacrificarsi per la grande causa di uno Stato forte e rispettato nel
mondo, con punte di vero e proprio disprezzo; e perch non aveva la
capacit di valutare gli uomini, il che spiega in gran parte il fatto che
si circond di collaboratori di scarso valore o corrotti. E non fidando-
si di nessuno, voleva vedere e controllare tutto, perdendo una quanti-
t di tempo nella lettura dei giornali e nell'occuparsi di questioni mini-
me, esaurendosi nell'ordinaria amministrazione, raramente cimentan-
dosi con lo sforzo di elaborare una linea politica di carattere strategico.
Intanto inaugur un modo nuovo di trattare il Parlamento: nel suo
primo discorso alla Camera dei deputati come presidente del Consi-
glio, il 16 novembre 1922, disse che avrebbe potuto, se lo avesse volu-
to, ridurre quell'aula di Montecitorio sorda e grigia a un bivacco
di manipoli. Disse anche: Io non voglio, finch mi sar possibile,
governare contro la Camera, ma la Camera deve sentire la sua parti-
colare posizione che la rende passibile di scioglimento fra due giorni
o fra due anni. Parole cos oltraggiose - e anche ricattatorie - per
tutte le forze politiche non fasciste furono tuttavia applaudite da ogni
parte della Camera, a eccezione dei socialisti, dei comunisti e dei re-
pubblicani. E la Camera gli concesse i pieni poteri. Giolitti, Salandra
Bonomi e Orlando votarono a favore, Nitti lasci l'aula durante la di-
scussione, Amendola si astenne. Al Senato soltanto 26 senatori vota-
rono contro la concessione dei pieni poteri. Tra i votanti a favore,
Luigi Einaudi e Luigi Albertini, il quale scrisse nel Corriere della Sera
che il fascismo aveva salvato l'Italia dal pericolo socialista. Poco
dopo, il 18 dicembre 1922, fu compiuta a Torino, dalle squadre fasci-
ste, un'orribile azione punitiva con devastazioni di abitazioni e uc-
cisioni di avversari, nella completa inerzia delle autorit.
Una settimana dopo il suo insediamento, Mussolini si rec a Losan-
na, dove in un congresso internazionale si doveva discutere la pace
con la Turchia; ma vi si ferm soltanto un paio di giorni, mostrando
la faccia feroce ma senza dare il minimo contributo alla discussione
e soltanto esibendo atteggiamenti sprezzanti verso i delegati e i gior-
nalisti. E nell'azione diplomatica svolta a proposito dell'occupazione
francese della Ruhr all'inizio del 1923, Mussolini cominci, in fatto di
politica estera - come osservano Salvatorelli e Mira - a parlare a van-
vera, dimostrando il suo dilettantismo. Si rec anche, nel dicembre
1922, a un altro congresso internazionale a Londra per il problema
delle riparazioni tedesche, e vi rest tre giorni, e ancora una volta si
attribu falsamente un ruolo decisivo, che non vi aveva avuto affatto.
Nell'estate del 23, cogliendo al volo a pretesto l'uccisione in territo-
rio greco del generale Tallini, Mussolini ordin l'occupazione milita-
re dell'isola di Corf, previo un bombardamento della cittadella in
cui persero la vita numerosi bambini armeni ivi rifugiati. Ma nono-
stante le roboanti minacce all'Inghilterra e alla Societ delle Nazioni,
un mese dopo Mussolini fu costretto a ritirarsi dall'isola, e dovette ac-
contentarsi di cinquanta milioni di lire pagate dai greci.

18) La creazione della Milizia.
In Italia, mentre per tutto il 1923 continuavano gli incidenti provo-
cati dalle violenze squadristiche, dei quali alcuni molto gravi, Musso-
lini promulg un'amnistia per le migliaia di fascisti su cui gravavano
imputazioni di illegalit. Il 12 gennaio 1923, nella prima riunione del
Gran Consiglio del Fascismo, tenuta nel suo appartamento privato,
Mussolini trasform le squadre in una Milizia Volontaria per la Sicu-
rezza Nazionale, posta sotto la sua diretta autorit, ma al tempo stes-
so a carico dello Stato e costituzionalizzata. Precis poi che il Gran
Consiglio non interferiva con le funzioni del Consiglio dei ministri in
quanto il primo era un organo squisitamente politico, cos abbas-
sando il Consiglio dei ministri a organo puramente amministrativo o
tecnico. E quando vennero precisate le funzioni del Gran Consiglio,
esso fu legittimato perfino a pronunciarsi sulla successione al trono, le-
dendo cos in modo gravissimo le prerogative statutarie della Corona.
Nel marzo del 23 Mussolini decise l'ingresso nel partito fascista dei
nazionalisti, tra i quali vi erano uomini preparati e capaci, cos poco
presenti nelle sue stesse file. Per conciliarsi le forze conservatrici del
paese, nell'aprile 1923, come si  gi accennato, licenzi i ministri e i
sottosegretari del Partito Popolare e prese una serie di decisioni favo-
revoli al clero cattolico e al Vaticano, il quale ordin a don Sturzo, se-
gretario del Partito Popolare, di abbandonare quella carica e poi di
espatriare, incoraggiando il ralliement dei clericali al fascismo.
Violenze squadristiche, uso di parte della polizia, interventi censori
nei confronti dei giornali rendevano la vita impossibile agli oppositori.
Tutto ci si svolgeva nella passiva rassegnazione della maggior parte
dei capi liberali. Il solo che mostr un atteggiamento pi dignitoso fu
Nitti, che non mise pi piede alla Camera.
Con poco pi di una cinquantina di deputati, compresi i nazionalisti
entrati nelle sue file, Mussolini dominava il Parlamento e il paese; ma
era logico che intendesse avere una rappresentanza parlamentare pi
proporzionata alla sua forza. In vista di nuove elezioni, il 21 luglio 1923,
grazie alla passivit o alla connivenza degli altri gruppi, riusc a far 
passare - con 223 voti favorevoli e 123 contrari - la cosiddetta legge 
Acerbo, dal nome del sottosegretario fascista alla presidenza del Consi-
glio, legge che sopprimeva ogni serio criterio di proporzionalit: la lista
che avesse ottenuto un quarto dei suffragi avrebbe avuto alla Camera i
due terzi dei seggi. Contemporaneamente emanava norme restrittive
della libert di stampa.
Intanto all'interno del partito fascista favoriva di volta in volta l'ala
moderata o quella estremista, che faceva capo a Farinacci, il ras di
Cremona, quest'ultima scatenata in vista delle elezioni del 24, duran-
te la cui preparazione Nitti, il solo dei capi liberali e democratici che
avesse assunto una posizione antifascista, ebbe il villino romano inva-
so e devastato. Anche Giovanni Amendola fu fatto oggetto della vio-
lenza fascista mediante un'aggressione per strada.

19) Le elezioni del 1924 e il delitto Matteotti.
Le elezioni del 6 aprile 1924, in vista delle quali Mussolini aveva par-
lato di ludi cartacei avvertendo che anche in caso di sconfitta non
avrebbe abbandonato il potere, si svolsero in un clima di sopraffazio-
ne da parte dei fascisti e diedero il 65 per cento dei voti con 374 seggi
al listone nel quale erano entrati candidati liberali e democratici, e
179 seggi a tutte le altre liste.
Il clima di illegalit in cui erano state preparate e poi tenute le ele-
zioni diede il suo frutto pi amaro e pi clamoroso con l'assassinio del
deputato socialista unitario Giacomo Matteotti, compiuto da una
squadra di delinquenti abituali che Mussolini aveva sempre protetto.
Matteotti aveva pronunciato alla Camera un discorso in cui aveva
cercato di invalidare il risultato delle elezioni; continuamente inter-
rotto, aveva poi dichiarato che con quel discorso si era condannato a
morte. Ma egli intendeva prendere ancora la parola per denunciare,
pare, alcuni retroscena del torbido affarismo dei fascisti. Rapito il 10
giugno 1924 a Roma sul Lungotevere, Matteotti fu ucciso in automo-
bile dalla squadra agli ordini di Amerigo Dumini e il suo cadavere
venne nascosto nella campagna romana e ritrovato soltanto il 16 agosto.
Provare la diretta responsabilit di Mussolini quale mandante del
l'atroce delitto non ha particolare importanza. In molti altri casi ana-
loghi, per esempio quello di Piero Gobetti, bastonato a sangue tanto
da morirne poco dopo a Parigi, la responsabilit diretta e personale
di Mussolini  provata documentariamente, essendo stato ritrovato
l'ordine scritto di pugno di Mussolini.  certo che egli aveva detto pi
volte che quel fastidioso e tenace oppositore doveva esser fatto tace-
re, che dovevano toglierglielo dai piedi, e cose simili.  certo che que-
ste sue minacce furono messe in atto da collaboratori e arnesi di de-
linquenza a lui molto vicini.  anche certo che, compiuto il delitto
Amerigo Dumini, il capo della banda omicida, si rec da Mussolini
per informarlo di quello che era accaduto.  altrettanto certo che,
parlando con i suoi, Mussolini li incaric di spargere la voce che Mat-
teotti era fuggito all'estero, e il 12 giugno, con crescente cinismo, dis-
se alla Camera che ancora non gli risultava nulla di preciso circa la
sorte del deputato socialista. Quanto agli autori del delitto, essi furo-
no ancora una volta protetti in tutti i modi e le indagini vennero as-
sunte dal capo della polizia De Bono (uno dei quadrumviri fascisti,
pi tardi costretto a dimettersi da quella carica perch coinvolto egli
stesso nel delitto) invece che dalla magistratura, come la legge avreb-
be voluto. Pi tardi, nel marzo 1926, il processo contro gli uccisori di
Matteotti si risolse in una macabra farsa.
Il delitto Matteotti sembr la goccia in grado di far traboccare il
vaso: il paese, gi stanco di due anni di governo fascista caratterizzato
dalla violenza, dalla illegalit e dalla progressiva limitazione di tutte
le libert, s'infiamm in un'ondata d'indignazione e di rivolta. I mag-
giori uomini del liberalismo - Giolitti, Orlando, Salandra - lasciarono
passare ancora qualche mese,  vero, prima di passare all'opposizio-
ne, indebolendo cos il fronte della resistenza al fascismo. I veri oppo-
sitori attuarono il 27 giugno 1924 la secessione parlamentare detta
dell'Aventino. Perfino la grande maggioranza dei seguaci di Mussoli-
ni si sband, abbandonando la barca che sembrava affondare.
Mussolini fu allora preso da una crisi di sconforto, con ripercussioni
anche di carattere fisico, dalla quale si riprese per le pressioni eserci-
tate su di lui dai suoi collaboratori pi decisi, per il fatto che dalle 
opposizioni non venne alcuna reazione vigorosa, come ad esempio uno scio-
pero generale, e per l'appoggio e la solidariet che il re, mentre teneva a
bada l'opposizione con generiche promesse, gli andava esprimendo.
Anche il Vaticano diede una mano a Mussolini, dissociandosi dalla
decisione dei popolari di aderire all'Aventino. Il 30 giugno Mussolini,
licenziati tre ministri, nomin al loro posto due liberali e un cattolico
filofascista. Poi diede un altro giro di vite alla libert di stampa.

20) Le leggi fascistissime.
Dopo il colloquio decisivo avuto con Vittorio Emanuele terzo il 6 set-
tembre 1924, Mussolini inizi una resistenza passiva nei confronti
dell'opposizione, che la Corona contribuiva a rendere inoperante, spe-
rando che l'iniziativa promessa venisse dal Quirinale. Dopo numero-
se dichiarazioni di sprezzo per la libert e per l'opposizione, dopo che
Mussolini ebbe compiuto tra ottobre e novembre un giro propagandi-
stico, con numerosi discorsi, nell'Italia settentrionale, dopo che il voto
del 5 dicembre al Senato ebbe dato un risultato per lui positivo, anche
se non cos favorevole come in precedenza (vi furono 54 voti contrari
e 35 astenuti), e dopo che il 31 dicembre un gruppo di consoli della
Milizia, in un drammatico colloquio, posero a Mussolini l'aut-aut - o
egli abbandonava la politica incerta e possibilista o lo avrebbero scon-
fessato -, il segno che la tempesta era ormai superata Mussolini lo
diede col discorso del 3 gennaio 1925 alla Camera, al quale egli fu spin-
to anche dalla diffusione del memoriale con cui Cesare Rossi, uno dei
suoi pi intimi collaboratori, lo accusava di essere il responsabile dei
peggiori crimini del fascismo. Con quel discorso, giustamente consi-
derato come tale da segnare una svolta saliente nella storia del fasci-
smo e dell'Italia, Mussolini annunci le misure restrittive che infatti il
governo si accinse subito a prendere e che, susseguitesi nel corso del
1925 e del 1926, e chiamate leggi fascistissime, mutarono definiti-
vamente la struttura costituzionale e parlamentare dello Stato italiano
e attuarono in pieno la dittatura del fascismo e sempre di pi - entro
di essa - venne realizzandosi la dittatura personale di Mussolini.
Nel gennaio 1925 fu approvata alla Camera e al Senato la nuova leg-
ge elettorale basata sul ritorno al sistema uninominale. Nel febbraio
Mussolini fu costretto dagli estremisti a nominare segretario del par-
tito fascista Roberto Farinacci, che ne era il capo (rimase poi in carica
fino al 30 marzo 1926). Fu completamente soffocata la libert di
stampa, dapprima con i sequestri, poi, come diremo, con misure pi
radicali. Intanto la violenza contro gli oppositori si scatenava ancora
una volta in modo selvaggio: Amendola, principale capo dell'opposi-
zione dopo la morte di Matteotti, fu nuovamente aggredito, il 20 lu-
glio 1925, da una squadra guidata da Carlo Scorza, futuro segretario
del partito, e mor nell'aprile successivo in Francia; la famiglia Ros-
selli sub tre azioni punitive; Filippo Turati e Gaetano Salvemini fu-
rono forzati a seguire in esilio Sturzo e Nitti.
Dell'aggressione a Piero Gobetti si  gi detto. Il 4 ottobre 1925 si ri-
pet a Firenze una strage di antifascisti come quella del 18 dicembre
1922 a Torino (la notte di San Bartolomeo). Anche alla Camera dei
deputati - del resto chiusa per lunghi periodi - agli oppositori i fasci-
sti non permettevano praticamente pi di prendere la parola. Musso-
lini si esprimeva contro il parlamentarismo parolaio, che, diceva
gli faceva solo perdere tempo.
Approfittando dell'attentato progettato dal deputato Tito Zanibo-
ni, denunciato in anticipo da una spia (4 novembre 1925), Mussolini
fece occupare le logge massoniche, sciolse il Partito Socialista Unita-
rio e ne soppresse l'organo La Giustizia, s'impadron del Corriere del-
la Sera e della Stampa, sciolse centinaia di associazioni, decret il li-
cenziamento di migliaia di impiegati statali, tolse la cittadinanza agli
esuli politici, var la legge sulle attribuzioni del primo ministro e capo
del Governo (non pi presidente del Consiglio), potenzi la figura
del prefetto e abol l'elettivit dei sindaci.
Un altro attentato Mussolini sub il 7 aprile 1926 a opera di una squi-
librata zitella inglese, Violet Gibson; e il giorno dopo part, come prece-
dentemente stabilito, per la Tripolitania, per affermare il programma
coloniale del fascismo. Altro attentato l'11 settembre 1926, quando
contro la sua automobile l'anarchico Gino Lucetti lanci, nel piazzale
di Porta Pia a Roma, una bomba a mano. Lucetti sar poi condannato
a trent'anni di reclusione. Ricordiamo ancora, sia pure con un salto di
parecchi anni, i due episodi legati ai nomi di Michele Schirru e di An-
gelo Sbardellotto. Il primo, un anarchico sardo rientrato in Italia da
New York, nel 1931 fu arrestato e dichiar che aveva avuto l'intenzio-
ne di attentare alla vita del Duce: fu condannato a morte e fucilato. Il
secondo, arrestato l'anno dopo mentre si aggirava in piazza Venezia,
fece la stessa ammissione, e fu anch'egli fucilato.
In seguito all'attentato assai misterioso che venne attribuito al giovi-
netto Anteo Zamboni, linciato sul posto a Bologna il 31 ottobre 1926,
Mussolini sciolse tutti i partiti - a eccezione, naturalmente, di quello
fascista -, soppresse i giornali antifascisti, istitu la pena del confino,
introdusse la pena di morte, cre il Tribunale Speciale per la Difesa
dello Stato e la polizia segreta (OVRA), proclam la decadenza di 120
deputati d'opposizione accusati di aver disertato i lavori parlamentari
(come se si trattasse di reato punibile!), compresi per i comunisti
che a Montecitorio erano rientrati tentando di far sentire la loro voce
di opposizione. Tutti questi provvedimenti, che tra l'altro aumentava-
no i poteri dell'esecutivo sul legislativo, passarono in novembre alla
Camera e al Senato senza che fosse consentita la minima discussione.
Durissime condanne furono comminate agli oppositori (da 20 a 23 anni
di carcere a Gramsci, Terracini, Scoccimarro, ma furono centinaia gli
antifascisti che riempirono le carceri). Al processo, poi, Zaniboni e il
generale Capello furono condannati a 30 anni di carcere. In compen-
so Mussolini amava far mostra di umanit intervenendo talvolta col
graziare oppositori condannati: manifestazioni anche queste di una
concezione che faceva coincidere lo Stato con la sua persona. Le in-
vestigazioni e la repressione furono attuate soprattutto dagli uffici
speciali di polizia che costituirono l'OVRA, la cui sigla, sempre rimasta
misteriosa, fu inventata personalmente da Mussolini.
Col novembre 1926 si pu dire che si abbia in Italia la fine di ogni vita
politica e l'inizio del regime. Comincia la fascistizzazione di tutte
le istituzioni e di tutti i settori dell'attivit nazionale: stampa, scuola,
magistratura, diplomazia, esercito, organizzazioni giovanili e profes-
sionali. La soppressione di libere elezioni completa l'opera.
Come uomo di governo, Mussolini si rivel fin dall'inizio un grande
propagandista, grazie alla sua indubbia capacit giornalistica, ma an-
che un grande mistificatore, generoso di promesse mirabolanti, come
quando annunci che la questione meridionale sarebbe stata risolta,
e in Sicilia, dove arriv a bordo di una corazzata, dichiar che, perfet-
tamente informato di tutti i problemi dell'isola, avrebbe mutato la
sua povert in ricchezza. Nessuno di questi e altri consimili impegni
fu mantenuto, anche se in Sicilia la mafia fu affrontata con nuovo vi-
gore dal prefetto Mori, che per venne rimosso dall'incarico e trasfe-
rito quando stava per giungere ai vertici dell'organizzazione mafiosa.

21) Il bastone e la carota.
Nei confronti di qualsiasi forza che potesse rappresentare un perico-
lo, Mussolini alternava il bastone e la carota. La seconda fu ad esem-
pio impiegata per piegare D'Annunzio, il quale aveva mostrato vellei-
t di farsi rappresentante di un'alternativa al fascismo e godeva di no-
tevole seguito in Italia. Del poeta-soldato Mussolini sfrutt abilmen-
te sia la scarsa capacit di leader politico, che tra l'altro si manifestava
con continue incertezze e oscillazioni, sia la continua e inesauribile
sete di denaro: confinato a Gardone nella sontuosa villa denominata
il Vittoriale, e da lui continuamente abbellita, D'Annunzio ricevette
ogni sorta di favori e di elargizioni, sempre per vigilato affinch non
potesse assumere alcuna vera iniziativa politica. Dice molto bene Mack
Smith, riassumendo il rapporto tra i due uomini:
"Mussolini, personalmente non avido, sapeva come corrompere gli altri
adescandoli col denaro. Dal canto suo, D'Annunzio comprendeva bene di
essere in grado di ricattare i fascisti, forzandoli a comperare la sua
silenziosa acquiescenza. Il risultato fu che questi due uomini, ciascuno
dei quali a un tempo disprezzava e invidiava l'altro, mantennero
una singolare associazione basata sull'adulazione reciproca, della quale
beneficiarono entrambi".
Ispirato da grandi visioni avveniristiche di espansione imperialistica
dell'Italia, sul terreno internazionale Mussolini cominci ben presto
ad agire, oltre che facilitando la creazione di partiti fascisti nel mag-
gior numero possibile di paesi, cercando di creare dissensi tra le po-
tenze per potersi inserire nel gioco diplomatico in veste di arbitro
vantando continui supposti successi internazionali da far valere nella
politica interna per rafforzare la propria posizione. Dichiarazioni con-
traddittorie gli servivano a seconda che egli si rivolgesse all'estero o
all'interno: nel primo caso presentava l'Italia come garanzia di pace e
di collaborazione, nel secondo caso annunciava che l'Italia era desti-
nata a guidare la civilt del mondo e a dominarlo. Considerava la So-
ciet delle Nazioni come una specie di santa alleanza delle nazioni
plutocratiche, alla quale l'Italia, come gli altri paesi piccoli e poveri
non poteva non essere potenzialmente ostile.

22) Politica estera.
Concluso con la Jugoslavia, nel gennaio 1924, l'accordo col quale
Fiume veniva annessa all'Italia, e mentre il governo fascista, con Vol-
pi e poi con De Bono, conduceva a fondo la riconquista della Libia
iniziata nel 22 da Amendola, Mussolini guardava soprattutto all'Al-
bania come terra in cui si sarebbe esercitata l'egemonia italiana, fino
alla possibile annessione. Re Zog d'Albania, che assunse il potere ver-
so la fine del 1924, divenne un fantoccio del governo italiano largo di
sovvenzioni. Un successo indiscutibile fu per Mussolini il riconosci-
mento da parte della Russia sovietica, nei confronti della quale il suo
sentimento era bivalente: odio profondo per il contenuto della rivolu-
zione comunista, ma al tempo stesso una certa propensione a consi-
derare fascismo e comunismo come appaiati dalla comune avversio-
ne al liberalismo e una certa ammirazione per la forza di Stalin. So-
praffattrice fu la politica di italianizzazione del Sud-Tirolo o Alto
Adige, annesso al nostro paese dopo la prima guerra mondiale, nono-
stante il fatto che la sua popolazione era etnicamente e linguistica-
mente tedesca.
Quando nell'ottobre 1925 si riun a Locarno la Conferenza interna-
zionale per discutere come garantire la frontiera franco-tedesca sul
Reno, Mussolini vi arriv teatralmente in motoscafo, vi presenzi a
una sola seduta, ma poi fece scrivere nella stampa fascista che il suo
arrivo era stato il fattore cruciale per il successo della Conferenza.
La politica coloniale fascista fu inaugurata con la nomina di De Vec-
chi, uno dei quadrumviri, comandante della Milizia e autore di feroci
atti di violenza nella sua Torino, a governatore della Somalia, dove
egli instaur un regime di sopraffazione e di terrore nei confronti de-
gli indigeni, i cui villaggi ribelli vennero saccheggiati e i prigionieri 
fucilati in massa, a centinaia alla volta. La mira era di partire dalla So-
malia per instaurare in Etiopia un protettorato italiano di fatto, an-
che l, come in Albania, in vista di una possibile futura annessione di
quel grande paese all'Italia. Anche in Libia fu inaugurata una politica
di sistematica repressione, non senza l'espropriazione di terre di pro-
priet di arabi a favore dei coloni italiani. Nel 1926 Mussolini stesso,
come si  accennato, si rec in Libia, con due corazzate e quindici navi
da guerra; ma questa esibizione di forza non fece che acuire il ribelli-
smo arabo, sicch la colonia divenne teatro di una guerriglia perma-
nente, nonostante il fatto che nelle colonie (Libia, Somalia ed Eritrea)
il governo fascista avesse profuso molto denaro e avesse lottato con-
tro le epidemie e la schiavit.

23) Crescente bellicismo e tendenziale totalitarismo.
Via via Mussolini accentuava il bellicismo: dichiar che l'Italia era
assetata di gloria e di potenza, che il suo sogno era di creare in Ita-
lia la classe dei guerrieri, di aumentare fino ai limiti dell'impossibi-
le l'efficienza bellica della nazione. E tutto ci con la convinzione
che i due maggiori paesi democratici d'Europa, la Francia e l'Inghil-
terra, fossero paesi in decadenza, con i quali prima o poi si sarebbero
regolati i conti.
Dopo le leggi fascistissime del 1925-26, Mussolini, padrone asso-
luto del paese, lo govern per poco meno di un ventennio dimostran-
do crescente senso della propria illimitata grandezza e infallibilit,
egocentrismo, misantropia, tendenza a diffidare di tutti e quindi a sco-
raggiare la formazione di un gruppo di collaboratori efficienti, im-
provvisazione e dilettantismo. La subordinazione dell'apparato dello
Stato, in tutte le sue ramificazioni, al volere del partito fascista, e sem-
pre pi alla volont personale di Mussolini, fu effettuata mediante
una serie di leggi e disposizioni, tra le quali quella che autorizzava il
licenziamento di giudici per incompatibilit con le generali direttive
politiche del governo. Al Congresso del partito fascista nel giugno
1925, Mussolini parl di intransigenza assoluta, rivendic tutto il
potere a tutto il fascismo e la fascistizzazione di tutte le istituzioni
in modo che le parole italiano e fascista diventassero sinonimi
con l'aggiunta del disprezzo verso i cosiddetti intellettuali, delle cui
proteste non era il caso di curarsi. All'interno dello stesso partito non
doveva esserci pi posto per le critiche, le divisioni o le correnti, ma
soltanto per una rigorosa disciplina imposta dall'alto, di carattere
religioso. Farinacci, che fece un ultimo tentativo di salvaguardare
l'autonomia del partito fascista facendo leva sugli estremisti, fu licen-
ziato il 30 marzo 1926 dalla carica di segretario del PNF e sostituito da
Augusto Turati, che istituzionalizz il culto del capo, e rese il partito
disciplinato agli ordini di Mussolini, ma devitalizzandolo.
Alla fine del 1925 Mussolini era gi pervenuto alla conclusione che
ormai il fascismo non poteva pi essere allontanato dal potere che
con la forza. E Arturo Bocchini, per molti anni capo della polizia, fu
un elemento di moderazione nell'azione repressiva.
Anche i fedeli seguaci e collaboratori di Mussolini, pur se sostanzial-
mente moderati, come Bottai, contribuirono a creare il mito dell'on-
nipotenza e onniscienza del Duce e alla sua semidivinizzazione. Alla
fine del 1925 egli assunse il nuovo titolo di capo del Governo al posto
di quello di presidente del Consiglio, e una legge che definiva le pre-
rogative della nuova carica, approvata dalla Camera senza alcuna di-
scussione e al Senato con un solo oppositore, stabil che offendere
l'onore e il prestigio del capo del Governo costituiva un reato puni-
bile con pene fino a cinque anni di carcere. Il capo del Governo pote-
va legiferare senza l'assenso del Parlamento, il quale non aveva il di-
ritto di discutere qualsiasi questione senza esserne espressamente in-
vitato: il che metteva Mussolini al riparo dalla possibilit (anche se
solo teorica e remota) di un voto di sfiducia. Del resto, come egli disse
a un giornalista inglese, il sistema parlamentare era totalmente ina-
datto al carattere, all'educazione e alla mentalit del popolo italia-
no. Con un'opera di accentramento senza precedenti, alla carica di
capo del Governo Mussolini aggiunse quelle di titolare di numerosi
dicasteri. Inoltre deteneva la presidenza del PNF, del Gran Consiglio
del Fascismo e del Consiglio Nazionale delle Corporazioni, ed era il
Comandante generale della Milizia. A lui faceva anche capo una se-
rie di Consigli e Comitati, come ad esempio la Commissione suprema
di Difesa, il Consiglio di Stato, la Corte dei Conti e le Corporazioni. Il
principio che tutto regolava era quello della gerarchia, cio del pote-
re che discende esclusivamente dall'alto in basso. Mussolini temeva
la possibilit del sorgere di un rivale, preferiva i mediocri agli uomini
di valore, e comunque manovrava sempre gli uni contro gli altri, in
modo da dominarli tutti, non peritandosi di estendere tale metodo
anche agli alti gradi delle forze armate.
Nel luglio 1925 Mussolini aveva sostituito nei ministeri economici
De Stefani e Nava con Volpi e Belluzzo, facendo cos un grande favo-
re al mondo industriale. Di fronte alle difficolt economiche e finan-
ziarie attraversate nel 1926, Mussolini, col discorso di Pesaro del 18
agosto di quell'anno, si disse deciso a difendere la lira, fissandone il
valore a quota novanta, cio novanta lire per una sterlina. Quindi
la rivalutazione della lira, da lui fortemente voluta, prosegu, conse-
guendo buoni risultati nei cambi e di conseguenza nella considerazio-
ne internazionale dell'Italia fascista. All'interno, per, cre malumo-
ri negli industriali, ai quali la rivalutazione della lira rendeva pi dif-
ficili le esportazioni, fece aumentare i costi di produzione, anche se i
primi sacrifici imposti dalla politica deflazionistica colpivano le classi
meno abbienti, con la riduzione di salari e stipendi attuata nel 1927,
mentre la protesta dei lavoratori era diventata impossibile perch lo
sciopero era stato dichiarato un reato. Il primo dicembre 1930, in se-
guito alla crisi mondiale del 29, fu decretata un'ulteriore riduzione
del 12 per cento di tutti gli stipendi degli statali.
All'estero i conservatori lo applaudivano: nel gennaio 1927 Winston
Churchill, allora Cancelliere dello Scacchiere, venuto a Roma, si pro-
dig in lodi all'indirizzo di Mussolini per la sua lotta vittoriosa con-
tro i bestiali appetiti e le passioni del leninismo. Molti anni dopo si
sarebbe pentito di questi riconoscimenti e incoraggiamenti.

24) Nel campo culturale.
Mussolini pretendeva di essere un uomo di grande cultura e amava
molto le adulazioni di chi si riferiva a lui come a un grande scrittore.
Ostentava interesse e competenza in fatto, oltre che di letteratura e di
filosofia, anche di musica, di architettura, di arti e di cinema. Favor il
realismo e avvers ogni forma di astrattismo e di avanguardia, come
del resto gli altri due dittatori a lui contemporanei.
In fatto di architettura e di urbanistica prediligeva uno stile grandio-
so, scenografico e magniloquente, e l'architetto principe del regime,
attorniato da vari colleghi, del resto anch'essi tutt'altro che privi di
capacit (tra cui Morpurgo, Del Debbio, Foschini), fu Marcello Pia-
centini, che col gusto del Duce era in sintonia. Bisogna per dire che
l'urbanistica fascista non raggiunse le punte parossisticamente tea-
trali di quella nazista. Particolarmente impegnativo fu l'intervento di
Mussolini per fare di Roma una capitale degna del nuovo regime, di
tipo augusteo, non senza sventramenti che distrussero testimonianze
e tesori del passato: tra di essi, la via dell'Impero, che riassunse il 
senso urbanistico e politico del suo programma romano. Ma le borgate
periferiche furono lasciate in uno stato di abbandono e degrado.
Nel 1926 Mussolini cre l'Accademia d'Italia, che assorb l'antica e
prestigiosa Accademia dei Lincei, e gli serv per asservire tanti intel-
lettuali, attirati dai privilegi che la nomina ad accademico conferiva
loro. Ne furono presidenti Tommaso Tittoni per pochi mesi, poi Gu-
glielmo Marconi. L'Enciclopedia Italiana, in 36 volumi, diretta da Gio-
vanni Gentile, fu grazie a quest'ultimo uno strumento di cultura com-
plessivamente valido, a cui collaborarono anche studiosi non fascisti.
Tra il 1929 e il 1931 Mussolini collabor con Giovacchino Forzano
per due drammi storici, Campo di Maggio e Villafranca (pi tardi se ne
aggiunse un terzo, Cesare), da cui furono tratti anche due film, ma se
l'ispirazione fu di Mussolini, i copioni furono interamente di Forzano.
Il primo gennaio 1928, nel messaggio a Guglielmo Marconi, allora pre-
sidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Mussolini afferm:
"Nessun delegato ufficiale dell'Italia dovr recarsi all'estero a
rappresentarvi il nostro Paese nel campo della scienza e della tecnica,
se non nominato da me, su proposta del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Nessuno ha facolt di proporre riunioni, congressi internazionali
scientifici in Italia senza la mia esplicita autorizzazione".
Nel 1935 il Duce nomin ministro dell'Educazione Nazionale (gi
della Pubblica Istruzione) il quadrumviro De Vecchi di Val Cismon,
uomo rozzo e incolto, che tanto danno fece alla scuola e alla cultura,
immettendovi uno stile militaresco, riducendo l'autonomia didattica
e accentuando l'accentramento, fascistizzando il corpo insegnante e i
programmi di studio. A quel posto De Vecchi dur poco: l'anno ap-
presso fu spedito nel Dodecanneso come governatore.
Ostentando, come si  detto, grande cultura, celebre rimase una to-
pica di Mussolini, quando al Senato, nella discussione dei Patti Late-
ranensi, fece un riferimento sbagliato a un filosofo greco (Anassago-
ra per Protagora), aggiungendo: Scusate la mia erudizione. Ma il
record di grossolani strafalcioni storici lo raggiunse nel discorso pro-
nunciato alla Camera il 26 maggio 1927 e detto il discorso dell'A-
scensione, dalla festivit religiosa di quel giorno. A esempio, rife-
rendosi alla monarchia francese d'ancien rgime, parl di quaranta
milioni di francesi, che invece in quel periodo non superavano i venti
milioni, e invent una seconda repubblica romana. Ma in quel di-
scorso, che voleva essere un obiettivo bilancio dell'Italia fascista, fu-
rono numerose le contraddizioni politiche, e comunque Mussolini vi
pronunci parole di disprezzo per le opposizioni (disse tra l'altro che
l'opposizione non  necessaria al funzionamento di un sano regime
politico) ed esalt la polizia e le misure repressive. E concluse: Io
debbo assumermi il compito di governare la nazione ancora da 10 a
20 anni.  necessario. Non  ancora nato il mio successore; e pi in
generale enunci la formula, diventata famosa e pi volte ripetuta:
Tutto nello Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato.
Certo  che per un ventennio l'Italia, sotto il fascismo, rimase nel
complesso isolata dalle pi vive correnti culturali e artistiche europee
e mondiali, chiusa all'interno di una mediocrit provinciale che il re-
gime esaltava come propria virt (lo strapaese). N ci avveniva
per caso - ha osservato lo storico inglese Paul Corner. - L'abbassa-
mento del livello culturale faceva parte della strategia politica di un
regime che aveva sospinto la popolazione a credere nei miti piuttosto
che a ragionare, a scambiare la retorica con la realt, a delegare ogni
decisione al duce, dal momento che egli "aveva sempre ragione".

25) La sua vita privata.
Naturalmente col potere cambiarono anche le abitudini personali e
il modo di vivere di Mussolini. Intanto cur con sempre maggiore at-
tenzione la propria immagine, quale poteva risultare dalle fotografie
e dai cinegiornali, assumendo atteggiamenti ed espressioni di fierez-
za e spavalderia, anche se negli incontri con altre persone sapeva es-
sere affabile, affascinante e seducente (pure in ci ricordando D'An-
nunzio). Indubbiamente aveva carisma e magnetismo, sia di fronte
alle folle che a singoli interlocutori. In pubblico assunse pose pi gla-
diatorie, ruotando gli occhi, spingendo in avanti la mascella, impri-
mendo alla propria oratoria toni tranchants; via via abbandon gli
abiti borghesi per indossare sempre pi volentieri le diverse uniformi
di cui poteva fregiarsi. Amava mostrarsi sportivo, andava a cavallo, ti-
rava di scherma, nuotava, giocava a tennis, e a torso nudo si fece foto-
grafare a trebbiare il grano. Guidava l'automobile a forte velocit, pi-
lotava aerei. Le sue parole d'ordine furono vivere pericolosamen-
te, credere, obbedire, combattere e il Duce ha sempre ragione.
Trasfer la sua abitazione privata nella grandiosa Villa Torlonia in
via Nomentana, affittatagli per un canone mensile puramente nomi-
nale.  vero per che in privato amava vivere semplicemente, e l'arre-
damento di Villa Torlonia rimase sempre modesto.  anche vero che
fu sempre sobrio, anche perch evitava qualunque cibo o bevanda
che potesse essergli di nocumento alla salute, tutt'altro che saldissi-
ma. Va anche riconosciuto che Mussolini non fu mai avido di denaro,
anche se  vero che la sua carica gli dava ogni possibilit di soddisfare
tutte le sue esigenze personali e familiari. Comunque, fece ricostruire
gran parte del natio villaggio di Dovia, non senza una spesa conside-
revole; e fece del terreno agricolo che possedeva in Romagna un'a-
zienda modello, fornita di tutte le attrezzature pi moderne. I suoi ar-
ticoli per i giornali americani gli garantivano buoni compensi e la sua
seconda autobiografia, scritta dal fratello Arnaldo, cui il Duce affid
la direzione del Popolo d'Italia, gli frutt oltre un milione di lire nei
primi due anni (si tenga presente che lo stipendio del presidente del
Consiglio era di 32 mila lire al mese).
Mussolini si fece raggiungere a Roma dalla famiglia soltanto nel
1928; anche nella cerchia familiare la moglie Rachele si riferiva a lui
chiamandolo il Duce, termine di cui dal 1927 fu generalizzato l'uso.
Sua prediletta era la primogenita Edda, che ricevette un'ottima e raf-
finata educazione. A lei, nata nel 1910, si aggiunsero Vittorio, nato nel
1916, Bruno, nato nel 1918, Romano, nato nel 1927, e Anna Maria
nata nel 1929 e in et infantile colpita dalla poliomielite, che la lasci
per sempre inferma. Merita segnalare che ai figli del Duce furono fat-
te frequentare le scuole statali, senza godere di speciali privilegi.

26) La dottrina del fascismo.
In fatto di dottrina del fascismo, Mussolini pretendeva che essa
costituisse una novit, una terza via tra liberalismo e socialismo. In
realt, bench per la penna di Gentile il Duce affidasse in proposito
all'Enciclopedia Italiana un testo canonico, nel quale si leggeva tra l'al-
tro che il fascismo  totalitario, un'esaltazione della guerra e la con-
danna delle ideologie democratiche, la dottrina del fascismo ri-
mase sempre qualcosa di nebuloso, soggetta a ogni possibile interpre-
tazione e a ogni adattamento, salvo la decisa ripulsa del liberalismo,
del socialismo e della democrazia. Del resto lo stesso Mussolini aveva
sempre dichiarato che il fascismo era soprattutto un metodo, una tec-
nica per la conquista del potere, azione piuttosto che teoria, uno stru-
mento sufficientemente duttile ed elastico per potersi adattare alle
diverse situazioni via via che si presentavano. E poich il movimento
fascista era molto composito, e ci era nell'interesse di Mussolini per
poter raccogliere la maggiore quantit possibile di adesioni e consen-
si, egli non aveva remore o esitazioni nel pronunciarsi di volta in volta
nei modi pi diversi e perfino opposti. Nei suoi scritti e discorsi si tro-
va tutto e il contrario di tutto. Un punto, per, era in lui fermo: la con-
vinzione, pi volte ripetuta, che gli italiani non avessero n bisogno
n in fondo neppure desiderio di libert, poich ci che stava loro a
cuore erano valori pi concreti e tangibili, come il lavoro. La folla -
disse una volta - non ha bisogno di conoscere. Deve credere. E deve
piegarsi a essere forgiata. Ne derivava anche il suo tipo di oratoria,
nella quale si pu dire che in un certo senso era un maestro: un'orato-
ria fatta non per convincere con argomentazioni, ma per suscitare en-
tusiasmo e fede, con affermazioni apodittiche e domande retoriche
rivolte alle folle, cui egli chiedeva risposte corali dalla piazza.
Vale la pena di osservare che ci che Mussolini disse in varie occa-
sioni negli anni attorno al 1930 circa il carattere degli italiani (un po-
polo dal troppo facile ottimismo, dalla negligenza che segue talvolta
una troppo rapida ed eccessiva diligenza, portato a credere che tut-
to sia compiuto mentre non  ancora incominciato) si applicava per-
fettamente proprio al suo stesso carattere.
Una volta al potere, Mussolini si adoper per realizzare tutto nello
Stato, intendendo che lo Stato coincidesse col governo, mettendo
sotto controllo ogni struttura pubblica e ogni manifestazione della
vita nazionale. Tuttavia il totalitarismo fascista non fu mai assoluto,
non raggiunse mai la perfezione del sistema staliniano e di quello
hitleriano. Fu un totalitarismo approssimativo, che lasciava aperti di-
versi varchi, non foss'altro che per il fatto che in Italia c'era una mo-
narchia (anche se essa non fece quasi nulla per contrastare o almeno
frenare il regime) e soprattutto c'era la Chiesa cattolica, con le quali
Mussolini tendeva ad avere buoni rapporti, ma che obiettivamente li-
mitavano le sue possibilit di fare tutto quello che voleva, e col passa-
re degli anni egli divenne sempre pi insofferente di tali limitazioni.
Certo la costituzione italiana - lo Statuto carloalbertino del 1848,
che nella sua applicazione aveva subito in tre quarti di secolo una no-
tevole evoluzione in senso parlamentare - fu travolta e sconfessata
dal sistema istituzionale instaurato da Mussolini con la soppressione
dei partiti, la creazione del Gran Consiglio, la fine di libere elezioni,
pi tardi la sostituzione della Camera dei deputati con la Camera dei
Fasci e delle Corporazioni, l'istituzione della Milizia e del Tribunale
Speciale, e cos via. Vittorio Emanuele terzo, che nell'ottobre 1922 ave-
va legittimato e sanzionato lo strappo costituzionale rifiutando la fir-
ma al decreto di stato d'assedio per resistere all'assalto armato dello
squadrismo, non oppose alcuna sostanziale resistenza a tutte le novi-
t istituzionali in senso dittatoriale che gli vennero via via proposte da
Mussolini, il quale - almeno per molti anni - conserv con il re buoni
rapporti, anche se non proprio amichevoli.
Mussolini si illuse di riuscire a modificare il carattere degli italiani:
farne un popolo disciplinato, compatto, bellicoso. Perfino fisicamen-
te l'italiano doveva cambiare. Questa illusione era comune al fasci-
smo, allo stalinismo e al nazionalsocialismo, ma si rivel del tutto illu-
soria, e per gli italiani ancor pi che per i sovietici e i tedeschi.
Giornalista nato, nel che stava la sua forza ma anche la sua debolez-
za, perch tendeva a valutare i fatti politici, anche in politica estera, 
in quanto pi o meno suscettibili di essere clamorosamente intitolati,
Mussolini pose particolare attenzione e impegno nel raggiungere il pi
completo controllo della stampa. Ai suoi personali ordini c'era il Po-
polo d'Italia, diretto dal fratello Arnaldo (fino alla morte nel 1931),
ma anche tutti gli altri quotidiani - compresi il Corriere della Sera e la
Stampa - furono fascistizzati. Giorno per giorno il Duce seguiva le
pagine dei giornali, le cui direzioni e redazioni furono continuamente
imboccate sul modo di presentare le notizie, di commentarle, op-
pure di ignorarle. Famose divennero, in proposito, le veline inviate
dalla presidenza del Consiglio o dal ministero della Stampa e Propa-
ganda, poi divenuto della Cultura Popolare, per impartire tali dispo-
sizioni.
Contemporaneamente l'unico partito rimasto in vita, quello fasci-
sta, il cui segretario era nominato con decreto regio a sottolineare che
l'organismo era divenuto di Stato, perdeva gradualmente ogni auto-
nomia, malgrado le estreme resistenze opposte da Augusto Turati dal
1926, finch il 9 ottobre 1930 fu sostituito con Giurati sotto accuse in-
famanti di omosessualit, di tossicodipendenza e di squilibrio menta-
le, e inviato al confino nell'isola di Rodi.

27) Nuovo sistema elettorale.
Nel 1928, per le elezioni che nel 29 dovevano dar vita alla 28esima legi-
slatura del Parlamento, venne sovvertito il sistema elettorale, con l'i-
stituzione di una lista unica di 400 candidati formulata dal Gran Con-
siglio, che l'elettore poteva accettare o respingere in blocco. Alla Ca-
mera l'unico che si lev a far sentire la sua voce di dissenso fu Giolitti
anche se disse di parlare a nome di altri senatori. Nella lista governa-
tiva fu compreso un certo numero di cattolici, dato che le elezioni si
svolgevano all'indomani della Conciliazione (di cui diremo poco pi
avanti): ci serv al regime, che pot godere dell'appoggio dei parroci,
i quali consigliarono ai loro fedeli di votare a favore. Il risultato del
plebiscito del 24 marzo 1929, come fu definito dai fascisti, fu del 98,4
per cento in favore della lista unica. In vari modi Mussolini aveva di-
chiarato che il risultato delle elezioni non avrebbe avuto comun-
que alcun effetto sulla permanenza del fascismo al potere e torn a
definire con disprezzo ludi cartacei le precedenti libere elezioni.
Tutto un rituale di esaltazione del Duce invase sempre pi ogni isti-
tuzione, ogni organizzazione, ogni manifestazione. Alla Camera e al Se-
nato i discorsi di Mussolini erano sistematicamente accolti con vere e
proprie ovazioni. Nel settembre 1929 egli trasfer la sua sede di capo
del Governo da Palazzo Chigi a Palazzo Venezia, il cui balcone, che si
affacciava sulla piazza, doveva diventare celebre per le apparizioni
del Duce in occasione delle adunate oceaniche e dei suoi discorsi.
A Palazzo Venezia la sala del mappamondo, in cui il Duce lavorava,
risultava accesa anche di notte per creare il mito del Duce insonne.
I ministri venivano convocati, chiamati a rapporto e licenziati senza
preavviso, e spesso in modo capriccioso, e apprendevano la loro mu-
tata sorte dalla radio o dai giornali. Con espressione militaresca i mu-
tamenti nelle cariche ministeriali e in tutte le altre cariche venivano
definiti cambi della guardia.
Si  detto che uno degli slogan pi diffusi dal regime, dipinto su tutti
i muri, era Il Duce ha sempre ragione: per assicurarsi i favori del re-
gime era necessario uniformarsi a questo assioma. Le espressioni pi
smaccate di esaltazione del Duce, di servilismo, di adulazione erano il
viatico per ottenere vantaggi nella carriera. A un certo punto, per di-
sposizione del ministero della Cultura Popolare, il titolo di Mussolini
si dovette sempre scrivere a lettere tutte maiuscole (DUCE). La tesse-
ra del PNF fu popolarmente ribattezzata la tessera del pane, tanto era
necessaria per lavorare e, quindi, per vivere.
Naturalmente questi comportamenti, continuamente incoraggiati dal-
lo stesso Mussolini, lo isolavano sempre di pi dalla conoscenza dei
problemi, dalla sensibilit per le necessit del paese e della gente, dal
contributo che sarebbe potuto venirgli dai collaboratori pi esperti e
competenti... quando c'erano. Malgrado un certo favore che dimostr
verso Costanzo Ciano (che doveva diventare suo consuocero, perch
il 24 aprile 1930 il figlio Galeazzo spos Edda Mussolini), il Duce non
volle mai prendere in seria considerazione il problema della sua suc-
cessione. Si pu dire che, almeno da questo punto di vista, egli fece suo
il motto attribuito a Luigi 14esimo: Dopo di me, il diluvio.

28) I Patti Lateranensi.
Da giovane, come si  detto, Mussolini era stato ferocemente anti-
clericale e perfino ateo, e non solo non aveva nascosto questi suoi
sentimenti, ma anzi li aveva ostentati, non senza manifestazioni cla-
morose e volgari. Ma una volta al governo, gir di 180 gradi. L'appog-
gio della Chiesa gli era prezioso per solidificare il suo potere, ed egli
non esit sia a manifestare opinioni personali lontanissime da quelle
giovanili, sia a fare vistose concessioni politiche al Vaticano, ripagato
con la sconfessione del Partito Popolare e l'esilio comminato a Stur-
zo, sia con la benedizione dei gagliardetti e dei labari fascisti da parte
di vescovi e sacerdoti, specialmente in occasione della guerra d'Etio-
pia e dell'intervento in Spagna. Alla Santa Sede piaceva l'estensione
e il rafforzamento dell'insegnamento religioso nelle scuole, la politi-
ca demografica per l'aumento della natalit (obiettivo che per non
fu affatto raggiunto, l'Italia seguendo in materia il trend comune ai
paesi pi sviluppati), la modifica dei codici per colpire l'aborto e l'a-
dulterio (pi duramente della moglie che del marito), le norme per
scoraggiare l'ingresso delle donne nel mondo del lavoro e confinarle
nell'ambito familiare e casalingo, per fare della bestemmia un reato
penale, per combattere l'alcolismo.
E con la Santa Sede Mussolini punt a raggiungere un accordo isti-
tuzionalizzato nei cui tentativi avevano fallito, nel primo dopoguer-
ra, i governi liberali.
Per alcuni anni furono condotti i negoziati segreti, finch l'11 feb-
braio 1929 si giunse alla firma dei Patti Lateranensi, comprendenti un
Trattato, che regolava la questione romana (la Conciliazione), un Con-
cordato, che regolava i rapporti tra Stato e Chiesa, e una Convenzio-
ne finanziaria, con cui lo Stato italiano versava alla Santa Sede una in-
gente somma per ripagarla delle ferite a essa inferte con i provvedi-
menti presi in seguito al 20 settembre 1870. Con i Patti Lateranensi la
Chiesa abbandon la sua ostilit verso lo Stato italiano nato dalla
spoliazione del 70, ottenne il riconoscimento di un piccolo territorio
(lo Stato del Vaticano) sotto la propria sovranit, e il riconoscimento
della giurisdizione ecclesiastica in materia matrimoniale e familiare.
Criticato dai liberali e anche da una parte degli stessi fascisti per le
concessioni del Duce al Vaticano giudicate eccessive, l'accordo costi-
tu un indubbio successo di Mussolini, che rafforz enormemente il
suo potere, il suo controllo sul paese e il suo prestigio. Preciso e luci-
do il giudizio di Salvatorelli e Mira: Facendo un bilancio, possiamo
dire che nel trattato prevaleva il vantaggio dell'Italia, nel concordato
quello della Santa Sede. Riguardo al concordato, invano Mussolini si
sforz di "minimizzare" le concessioni fatte alla Chiesa: esse - quale
che sia il giudizio intrinseco su ciascuna - appaiono assai notevoli, ma-
terialmente e moralmente, soprattutto se si ha riguardo alle tradizio-
ni storiche dello Stato italiano e ai princpi ideali del Risorgimento.
L'unico discorso di opposizione ai Patti Lateranensi fu quello pro-
nunciato al Senato da Benedetto Croce.
Tuttavia, poco dopo la firma dell'accordo, Mussolini, anche per rea-
gire alle critiche di chi gli rimproverava eccessiva arrendevolezza, in-
tese ristabilire in qualche modo l'equilibrio, lanciando una campagna
sia teorica che pratica contro la Chiesa. Nel discorso alla Camera del
13 maggio 1929 afferm che in conseguenza del Concordato la Chie-
sa non era pi libera, ma subordinata allo Stato, che il cristianesimo
da piccola setta che era in origine, aveva potuto diffondersi oltre i
confini della Palestina soltanto innestandosi sull'organizzazione del-
l'Impero romano, che era stato opposto un rifiuto alla richiesta d'in-
trodurre l'insegnamento religioso anche nelle universit. Proprio nei
tre mesi successivi alla firma dell'accordo con il Vaticano, Mussolini
ordin anche numerosi sequestri di giornali e fogli cattolici e soprat-
tutto rivendic alle organizzazioni del regime il diritto di educare,
esse sole, la giovent italiana, delegittimando e ostacolando le orga-
nizzazioni cattoliche. Alla tempesta, attraverso la quale Mussolini si
era rivelato per il Vaticano un osso pi duro del previsto, succedette
la tregua e l'armistizio. Nel febbraio 1932 la pace ristabilita fu sanzio-
nata dalla visita che Mussolini fece a Pio 11esimo, il quale ebbe a di-
chiarare che il Duce era un uomo inviato dalla Provvidenza.
Nel 1929, dopo la firma dei Patti Lateranensi, Mussolini abbandon
sette degli otto dicasteri di cui era titolare, conservando solo quello
dell'Interno e promuovendo a ministri sette sottosegretari, tra i quali
Grandi, Bottai, De Bono e Balbo. Questo atto non diminu in nessun
modo il suo potere, e due giorni dopo il rimpasto del Gabinetto, nel
rapporto alle gerarchie fasciste tenuto il 14 settembre 1929 a Palazzo
Venezia, disse che le sue decisioni nessuno le conosceva in preceden-
za, nemmeno gli interessati. Un uomo solo - aggiunse - tempesti-
vamente  informato, il capo dello Stato, la maest del re, dove  da
notare che il re era informato, niente di pi, il potere esecutivo non
era pi esercitato dal re sotto la responsabilit di Mussolini, ma da
Mussolini in proprio. E in quel 1929 minacci pi volte di piombo
gli avversari del fascismo, in Italia e fuori d'Italia.
Nel discorso tenuto a Napoli il 28 ottobre 1931 Mussolini, con for-
mula paternalistica, disse che bisognava andare verso il popolo e in
proposito riafferm che il fascismo costituiva la terza via lontana
dalle aberrazioni monopolistiche del bolscevismo, ma anche dalle in-
sufficienze dell'economia liberale.

29) Il decennale.
Il decennale della marcia su Roma fu celebrato da Mussolini il 23 ot-
tobre 1932 con un discorso a Torino che si concluse con questo slogan
esortativo: Camminare, costruire, e, se necessario, combattere e vin-
cere. Non si pu negare che nella creazione di formule icastiche egli
aveva facile inventiva. Poi, nel discorso di Milano due giorni dopo,
annunci il trionfo europeo del fascismo:
"Quando in Piazza Belgioioso io dissi che il regime fascista aveva dinanzi
a s sessant'anni, erano i primi tempi. Oggi con piena tranquillit di
coscienza, dico a voi, moltitudine immensa, che il secolo ventesimo sar
il secolo del fascismo. Sar il secolo della potenza italiana, sar il
secolo durante il quale l'Italia torner per la terza volta a essere la
direttrice della civilt umana, poich fuori dei nostri princpi non c'
salvezza n per gli individui, n tanto meno per i popoli. Tra un decennio
l'Europa sar fascista o fascistizzata! L'antitesi in cui si divincola
la civilt contemporanea non si supera che in un modo: con la dottrina e
con la saggezza di Roma!"
Il decennale fu anche commemorato con la Mostra della Rivoluzio-
ne Fascista, inaugurata al Palazzo delle Esposizioni a Roma il 27 otto-
bre 1932, di cui divenne praticamente obbligatoria la visita e a cui si
prestarono come guardie d'onore illustri personalit della cultura ita-
liana. Nell'ottobre di quell'anno Mussolini dichiar che occorreva fa-
scistizzare ancora di pi quelli ch'egli definiva gli angolini morti del-
la vita nazionale. A duemila intellettuali allora convenuti disse: Non
vi crediate infallibili: in Italia uno solo  infallibile. In generale, 
diceva, per gli italiani ci voleva bastone, bastone, bastone.
Per in occasione del decennale eman una vasta amnistia.
Ma, osserva De Felice, sebbene negli ultimi quattro anni Mussolini
fosse stato a contatto diretto con la politica estera, non solo non ne
aveva tratto quel senso della realt internazionale che Grandi aveva
sperato potesse dargli, ma, al contrario, aveva moltiplicato ed esaspe-
rato i suoi precedenti limiti: l'egocentrismo, l'affidarsi alla sicurezza
delle sue intuizioni piuttosto che a una meditata analisi della realt e
delle varie possibilit che da essa potevano scaturire, l'impazienza di
vederle realizzate e, dunque, l'insofferenza e il disprezzo per il nego-
ziato, la sfiducia nei suoi ambasciatori, l'incapacit di accettare persi-
no l'idea di uno scacco, l'irritabilit quasi isterica e spesso sfociante
nella ritorsione per l'incomprensione di cui la sua politica era og-
getto e per le critiche e gli attacchi che gli venivano mossi.
Ora, tutta la costruzione dello Stato dittatoriale e tendenzialmente
totalitario era per Mussolini in funzione, oltre che del proprio onni-
potere e della propria autoesaltazione, anche di una politica estera
fin dall'inizio annunciata come espansiva e, al limite, aggressiva; e pro-
prio da siffatta politica estera si aspettava la vera gloria. E vero che,
portato per il suo egocentrismo a far coincidere gli interessi del paese
con quelli ideologici del fascismo e ancor pi con quelli suoi persona-
li, assommanti nell'orgoglio e nel puntiglio, Mussolini non ebbe fino
al 1935-36 un'unica direttiva in fatto di politica estera, oscillando tra
societarismo e antisocietarismo, tra filogermanesimo e antigermane-
simo, tra ricerca di un equilibrio europeo e iniziative atte a rompere
tale equilibrio. In politica estera non meno che in quella interna, e
forse ancora di pi, aveva sempre il sopravvento in lui il temperamen-
to del giornalista, amante degli effetti, dell'uomo pi sollecito delle
forme che della sostanza. Ma la sua politica era fatta, nel fondo, di ri-
vendicazioni che non sarebbero state realizzate se non attraverso la
guerra: guerra che per diversi anni dopo la sua presa del potere Mus-
solini non poteva e quindi non voleva fare.
Anche senza giungere a dover impegnare l'Italia in una vera e pro-
pria guerra, Mussolini aveva il suo daffare con la guerriglia in Libia. 
I guerriglieri arabi non erano molto numerosi, ma - come  tipico di
ogni guerriglia - impegnavano un gran numero di truppe italiane. Lo
scontro si accentu e inacerb nel 1929, dopo un fallito tentativo, con-
dotto dal governatore Badoglio, di giungere a una tregua con il capo
dei guerriglieri arabi, Omar el Mukhtar. Furono allora prese misure
terribili nei confronti della popolazione locale, come la confisca di 200
mila ettari di terre dei Senussi e il loro trasferimento coatto in campi di
concentramento. Omar catturato, venne impiccato pubblicamente.
Data anche da allora un'accentuazione della propaganda fascista e
mussoliniana all'estero, e soprattutto all'interno, per far credere agli
italiani che Mussolini fosse dovunque considerato un genio, come il
pi grande uomo politico e statista dei suoi tempi, e magari di tutti i
tempi: anche se  vero che fuori d'Italia, e specialmente in Inghilter-
ra, gli ambienti conservatori, come si  detto, non vedevano di mal oc-
chio la dittatura italiana, considerata, oltre che adatta a un popolo
inferiore come quello italiano quale lo ritenevano, anche e soprattut-
to come un argine efficiente al pericolo comunista. E Mussolini sape-
va sfruttare assai bene le numerose udienze e interviste che concede-
va a giornalisti e scrittori stranieri, per dare di s un'immagine uma-
namente e politicamente accattivante.
D'altra parte, per, alla diplomazia internazionale non sfuggiva che
Mussolini e il fascismo rappresentavano una minaccia per la pace eu-
ropea. Di fatto, piani per una guerra contro la Francia vennero allora
approntati dallo Stato Maggiore, su ordine di Mussolini. Il quale, nei
confronti delle grandi democrazie, alternava minacce con tentativi di
distensione, che si realizzarono pi concretamente quando sulla sce-
na europea comparve un nuovo astro, quello di Hitler.

30) Mussolini e Hitler.
I rapporti tra Mussolini e Hitler sono importanti sia per definire un
ritratto del primo, sia perch in essi si riassumono le relazioni tra l'I-
talia e la Germania, e quindi tra l'Italia e l'Europa, e in definitiva i de-
stini stessi del nostro paese. Prima del 1933, data dell'ascesa del nazi-
smo al potere in Germania, i contatti di Mussolini col nazismo non fu-
rono gran cosa. Nel novembre 1922 Hitler aveva ricevuto il consiglio
di Mussolini, che il futuro dittatore tedesco considerava con ammira-
zione e rispetto, circa la possibilit di una rivoluzione di tipo fascista 
in Germania, e l'anno successivo aveva tentato di procurarsi l'aiuto ita-
liano per una marcia su Berlino. Ma, come  noto, Hitler, in quegli
anni, fino alla vittoria del 1933, non fu fortunato nei suoi tentativi di
impadronirsi del potere. Dopo il 33 la situazione cambi radicalmen-
te: in Germania si costruiva un regime dittatoriale e totalitario analo-
go a quello italiano, e la questione non si poneva pi in termini di rap-
porti tra i due movimenti, quello fascista e quello nazionalsocialista,
ma in termini di rapporti tra i due Stati.
Dal punto di vista della Realpolitik, vi era ampia possibilit di accor-
do: si trattava di elaborare piani per una suddivisione di zone d'in-
fluenza in Europa. Vi si frapponevano tuttavia alcuni ostacoli. Il pri-
mo di essi era costituito dalla nota aspirazione hitleriana di annettere
alla Germania l'Austria, il che avrebbe annullato per l'Italia la pi
grande conquista ottenuta con la prima guerra mondiale, cio il fatto
di avere ai suoi confini alpini una piccola potenza che fungeva da cu-
scinetto tra il nostro paese e la grande Germania. Inoltre la politica
dichiaratamente razziale e antisemita di Hitler non trovava riscontro,
per allora, nell'Italia fascista. Vedremo pi avanti quanto si deve dire
degli orientamenti di Mussolini in materia. Intanto la minaccia tede-
sca sull'Austria incombeva sui rapporti italo-tedeschi. L'Italia fasci-
sta, mentre incoraggiava Dollfuss a dar vita in Austria a un regime di
tipo fascista (ci che il Cancelliere austriaco attu, almeno in parte,
nel febbraio 1934, sopprimendo l'opposizione socialista), lo appog-
giava per nella sua resistenza alle mire hitleriane. Nel 1933 Dollfuss
fu convocato tre volte a Roma, dove ricevette promesse di appoggio
sostanziale, anche militare, contro un'eventuale invasione tedesca.
Il 7 giugno 1934, nel corso della riunione dei rappresentanti delle
quattro grandi potenze europee, fu firmato il Patto di Roma, che ven-
ne presentato come una garanzia di pace per il prossimo decennio,
anche se poi non venne ratificato e quindi non entr in vigore.
Nel 1932 Mussolini aveva riassunto la titolarit del ministero degli
Esteri, da cui era stato dimesso Grandi, e nella seconda met del 1933
il Duce torn a riunire nelle proprie mani i tre dicasteri militari: in
tutto sette dicasteri su quattordici. Era in qualche modo un segnale
delle intenzioni, pi o meno a breve scadenza, della volont di Mus-
solini di dare inizio a una fase pi attiva della politica estera italiana,
in senso, se non bellicista, certo espansionistica. Nel 1934 Mussolini
sent il bisogno d'incontrarsi con Hitler. Il 14 giugno i due dittatori si
trovarono di fronte nella villa reale di Stra lungo il Brenta e prosegui-
rono poi i loro colloqui a Venezia. Pi che un incontro, fu per uno
scontro a causa della durezza e intransigenza di Hitler, che poi egli
avrebbe sempre esercitato con tutti, e anche a spese di Mussolini e
dell'Italia. In quel periodo i giudizi del Duce sulla personalit del
Fuhrer, considerato come un mezzo pazzo, furono quanto mai nega-
tivi e sprezzanti. Cos, invece di migliorare, i rapporti tra i due paesi
peggiorarono e quando l'anno appresso, nel luglio 1934, avvenne a
Vienna il putsch nazista contro Dollfuss, che fu assassinato, Mussolini
invi al Brennero due divisioni, mostrando che per quella volta intende-
va tener fede alle garanzie ripetutamente offerte all'Austria e ufficial-
mente sancite dai trattati internazionali, e che non avrebbe consentito
l'Anschluss. In conseguenza di questo urto, Mussolini promosse quel
Convegno di Stresa tra Italia, Francia e Inghilterra che si svolse dal-
l'11 al 14 aprile 1935 e che ebbe per tema la situazione europea creata
dal riarmo germanico e per scopo la costituzione di un fronte antitede-
sco. Intanto, contraddittoriamente, Mussolini appoggiava il riarmo
della Germania, cui severe restrizioni erano state imposte nel 1919.
Fu in questa situazione che Mussolini, non valutando le prospettive
che la sua iniziativa apriva al fascismo e all'Italia, cominci a prepara-
re la guerra di aggressione all'Etiopia. Una capillare campagna inter-
na fu intesa a fare dell'Italia un paese militarista, e soprattutto a pre-
sentarlo come tale. L'addestramento premilitare e militare fu reso ob-
bligatorio per gli italiani dagli otto ai trentadue anni d'et, e il 16 giu-
gno 1935 fu istituito il sabato fascista, da dedicare alle esercitazioni.
Nel 1931 Mussolini aveva detto ai seguaci che dovevano tenersi pronti
a entrare in guerra nel 1935. Numerose truppe erano state allora am-
massate in Eritrea e in Somalia e fin dal 1932 il generale De Bono
aveva avuto il compito di preparare i piani di guerra contro l'Etiopia.
Intanto, all'interno, c'era stato il cambio della guardia nella guida
del PNF: nel dicembre 1931 al posto di Giovanni Giuriati era stato no-
minato segretario del partito Achille Starace, un fanatico del duci-
smo, poco intelligente ma fidatissimo e adatto a promuovere un'ul-
teriore escalation nel culto di Mussolini e nella militarizzazione degli
italiani, anche con misure esteriori e formali, come l'imposizione di
uniformi agli impiegati statali, del voi al posto del lei (per dispo-
sizione pi tarda, emanata il 27 maggio 1938 dal ministero dell'Edu-
cazione Nazionale) e del saluto romano a braccio alzato in luogo
della stretta di mano. L'8 ottobre 1931, con decreto legge, fu imposto
ai professori universitari il giuramento di fedelt al regime fascista,
che gi era obbligatorio per gli altri insegnanti. Prestarono giuramen-
to 1200 professori, lo rifiutarono in 13, che persero la cattedra.
Seguendo le dichiarazioni dello stesso Mussolini, i corifei del regime
lo paragonavano sempre pi spesso a Cesare e a Napoleone, dando
per a lui la palma rispetto agli altri due. Era soprattutto a farsi rico-
noscere come un capo militare che il Duce aspirava.

31) Le Corporazioni e l'autarchia.
Nella preparazione della guerra era essenziale organizzare a tal fine
l'economia nazionale. Nel 1926, Mussolini, come si  detto, aveva ri-
valutato la lira su quota novanta, una misura, come anche si  det-
to, che favor il fascismo nella considerazione, ma sfavor le esporta-
zioni e danneggi i lavoratori. Comunque essa serviva propagandisti-
camente a dimostrare l'energia delle decisioni del Duce. Negli anni 30
cominci la costruzione dello Stato corporativo, sulla base della Car-
ta del lavoro elaborata da Giuseppe Bottai e promulgata dal Gran
Consiglio il 21 agosto 1927.
Nel 1931 furono istituite, almeno sulla carta, 13 corporazioni, di cui
sei di datori di lavoro, sei di lavoratori e una di coloro che esercitava-
no una libera professione o un'arte. Il Consiglio Nazionale delle Cor-
porazioni, istituito il 20 marzo 1930 come organo costituzionale, era
presieduto da Mussolini o, per sua delega, dal ministro delle Corpo-
razioni; i suoi disegni di legge dovevano essere sottoposti all'approva-
zione del Gran Consiglio del Fascismo. Ma con la nuova legge del 5
febbraio 1934, quando il Duce dichiar che le Corporazioni erano
nate, esse erano salite da 13 a 22.
Al nuovo sistema, che doveva inquadrare tutta l'economia italiana
sotto direttive di carattere politico e che nella concezione di Bottai
avrebbe dovuto costituire un ministero della programmazione, furo-
no apportati ritocchi continui; e tuttavia, non solo il sistema non fun-
zion mai secondo quanto stava scritto sulla carta, ma nessuno fu mai
in grado di dire che cosa esattamente le Corporazioni fossero e come
funzionassero o dovessero funzionare. Nella pratica quel tanto di cor-
porativismo che venne attuato ebbe carattere autoritario-burocratico
e valse come principio di reazione alle sane regole del mercato e so-
prattutto di asservimento dei lavoratori alla dittatura e al grande capi-
talismo finanziario. La disoccupazione oscill negli anni 1932-33 da
un milione a un milione 158 mila unit (diminu poi con i grandi lavo-
ri pubblici del 1937-39 e con le guerre). La crisi mondiale del 1929 Si
ripercosse in Italia a partire dal 1930 e il regime reag con un'intensa
statizzazione dell'economia, in cui prese posto tra l'altro la fondazio-
ne nel gennaio 1933 dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI)
con il quale si ebbe in gran parte la socializzazione delle perdite e la
privatizzazione dei profitti.
Alla legislazione sociale il regime fascista diede indubbiamente un
certo impulso, pur tenendo conto - il che vale anche per il processo di
ammodernamento del Paese - del fatto che si trattava di tendenze co-
muni a tutti gli Stati civili; inoltre  privo di fondamento il vanto del
fascismo di aver inventata quella legislazione, poich il regime conti-
nu un'opera che era stata iniziata molto prima. La Cassa di previ-
denza per l'invalidit e la vecchiaia degli operai aveva mosso i suoi
primi passi fin dall'Ottocento. L'assicurazione obbligatoria per l'in-
validit e la vecchiaia era stata istituita nel 1919, l'assicurazione con-
tro la disoccupazione nel 1917-19, la Cassa nazionale di assicurazione
per gli incidenti sul lavoro aveva iniziato la sua vita nel 1883, e i rego-
lamenti a essa relativi emanati dal regime a partire dal 1926 ebbero
un'impronta nettamente statalistica e di regime. La Cassa nazionale
per le assicurazioni sociali fu trasformata nel 1933 in Istituto naziona-
le fascista della previdenza sociale (INPS), e nello stesso anno la Cassa
nazionale infortuni fu trasformata in Istituto nazionale fascista per
l'assicurazione infortuni sul lavoro (INAIL). La Cassa nazionale di ma-
ternit, con assicurazione obbligatoria, era stata creata nel 1910. Nel
1925 il fascismo cre l'Opera nazionale per la protezione della mater-
nit e dell'infanzia, che nel 1935 assisteva 1.740.000 persone, la mor-
talit infantile scese dal 12,79 per cento dei nati vivi nel 1922 al 9,99
nel 1934-35. Uniformandosi alla Convenzione internazionale di Wa-
shington, il 10 marzo 1923 il governo fascista decret la limitazione
delle ore di lavoro giornaliere a otto. Il 3 aprile 1926 furono emanati
i regolamenti per i contratti collettivi del lavoro. L'Opera Nazionale
Dopolavoro fu istituita nel 1925 e nel 1937 contava 3.180.000 iscritti:
era un organismo dispensatore di facilitazioni per il tempo libero, ma,
al tempo stesso, anche per il controllo del modo in cui i lavoratori uti-
lizzavano il loro tempo libero e per indirizzarli verso l'accoglimento
della propaganda del regime.
Un cenno meritano le bonifiche, anch'esse iniziate sessant'anni pri-
ma del fascismo, ma indubbiamente dal regime portate avanti con ben
altro impegno. A esse fu dato impulso con la cosiddetta legge Mus-
solini del dicembre 1928. La maggiore opera di bonifica "integrale",
- come venne chiamata - fu quella attuata nell'Agro Pontino a parti-
re dal 1931, che tra l'altro comport la creazione di cinque citt (la
maggiore e pi conosciuta fu Littoria, fondata nel 1932 e seguita da
Sabaudia, Pontinia, Aprilia e Pomezia) e una spesa di oltre otto miliar-
di di lire (a quel momento, su 9.750.000 ettari di terreno da bonifica-
re, ne erano stati bonificati oltre sei milioni). Le bonifiche, pero, fini-
rono in gran parte per costituire un miglioramento della propriet
privata a spese del bene pubblico; inoltre solo dal 10 per cento della
superficie bonificata furono in pratica tratti - come ha giudicato un
tecnico, Mario Bandini - frutti cospicui. La battaglia del grano,
per rendere l'Italia autosufficiente in fatto di cereali, ebbe notevole
successo, anche se si semin in terre che sarebbero state adatte a col-
ture diverse e pi variate e comport costi di produzione esorbitanti.
Nel 1928 un grande economista liberale, Umberto Ricci, scriveva:
"Io credo fermamente che un uomo di Stato debba conoscere i principali 
dettami della scienza economica; o per lo meno saper ascoltare coloro che 
tali dettami conoscono. Quando essi ignorano tali dettami, commettono 
grandi errori: costringono gli agricoltori a coltivare prodotti comparati-
vamente pi costosi e si aspettano poi che il prodotto netto dell'agri-
coltura nazionale aumenti. Ingiungono agli industriali di scemar con ogni
mezzo il costo dei prodotti della loro industria e proibiscono loro di 
acquistare anche all'estero materie prime, macchine e altri strumenti. 
Sottraggono con imposte il risparmio da impieghi che dan lavoro agli 
operai,  lo usano per sussidiare i disoccupati o per erigere opere pub-
bliche inutili."
Era una condanna di tutta la legislazione economica del regime mus-
soliniano, che infatti condann il suo autore alla perdita della cattedra
universitaria e lo indusse a esiliarsi e a insegnare al Cairo e a Istanbul.
Un secondo plebiscito fu organizzato nel 1934. I votanti dovevano
semplicemente rispondere con un s o con un no alla seguente do-
manda: Approvate voi la lista dei deputati designata dal Gran Con-
siglio del Fascismo?. La scheda del s era tricolore, in modo che il
voto non era pi segreto. Inutile dire che i s furono oltre dieci mi-
lioni, i no quindicimila - quindicimila temerari.
Sul corporativismo s'innest l'autarchia. Gi nel 1925 Mussolini come
si  detto, aveva impostato la battaglia del grano che aveva caratte-
re e scopi autarchici. Ma la spinta decisiva all'autarchia, se non in tutti
i rami della produzione, almeno in quelli essenziali, fu determinata
dalla congiuntura economico-politica in cui l'Italia fascista si trov in
seguito alle sanzioni decretate contro di essa dalla Societ delle Na-
zioni a causa della guerra d'Etiopia. I princpi dell'autarchia furono
indicati da Mussolini con i due discorsi del 23 marzo 1936 e del 15
maggio 1937 rispettivamente alla seconda e alla terza Assemblea nazionale 
delle Corporazioni. Dell'autarchia l'Enciclopedia Italiana dava la se-
guente interpretazione: Suo fine principale  quello di rendere la na-
zione economicamente autonoma per tutto ci che riguarda i prodotti
essenziali alla vita e alla difesa in caso di guerra (la sottolineatura 
 nel testo). Nel 37 il Gran Consiglio, udita una relazione del Duce, 
stabil che si dovesse compiere il sacrificio anche totale, se necessario,
delle esigenze civili a quelle militari. La politica autarchica comport 
una serie di divieti in fatto di alimentazione e soprattutto l'aumento dei
costi di produzione interna rispetto alle importazioni. E vero per
come ha rilevato De Felice, che la politica autarchica avvenne al di
fuori dell'ordinamento corporativo, il quale cess cos di avere qual-
siasi incidenza attiva sulla vita economica e sociale del paese, ridu-
cendosi a un organismo burocratico di collegamento.

32) La guerra d'Etiopia...
Negli anni 30 Mussolini aveva fatto una serie di discorsi violente-
mente bellicisti, scagliandosi contro le democrazie e la Societ delle
Nazioni, ma delegando a Grandi, ministro degli Esteri, il compito di far
invece apparire l'Italia fascista come un paese moderato e pacifista.
Fu nel pieno della crisi dei rapporti tra l'Italia fascista e la Germania
nazista provocata dal putsch di Hitler contro Dollfuss e mentre Mus-
solini formava il fronte di Stresa in funzione antitedesca che egli
decise la guerra contro l'Etiopia. Essa non aveva alcuna motivazione
razionale: nonostante le affermazioni dei propagandisti del regime
che ne vantarono i grandi giacimenti di metalli preziosi e le possibilit
di colonizzazione, l'Etiopia era un immenso territorio povero e arre-
trato, che, come poi l'esperienza dimostr, sarebbe costato all'Italia
scarsa di capitali, sacrifici ben maggiori dei possibili vantaggi. Ma per
Mussolini si trattava di coronare il suo astratto sogno imperiale.
La preparazione militare dell'impresa fu attuata, in un primo tem-
po, con l'invio di forze che si rivelarono assai inferiori a quelle neces-
sarie per la conquista integrale dell'Etiopia, alla quale, forse, Musso-
lini non aveva dapprima pensato; alla fine si dovette portare il contin-
gente italiano a oltre mezzo milione di uomini. Le direttive impartite
da Mussolini ai generali dichiaravano esplicitamente che si doveva an-
che fare uso di gas asfissianti.
La preparazione diplomatica vide, nel gennaio 1935, la firma di un
trattato con la Francia, che fu una sorta di commedia degli inganni, a
causa della diversa interpretazione che le due parti diedero poi di
quanto in quel trattato si era stabilito. Intanto il governo italiano ten-
deva a rassicurare gli altri paesi d'Europa con dichiarazioni di pacifi-
smo, soprattutto in direzione dell'Inghilterra, che era la dominatrice
del Mediterraneo, ma di cui l'ambasciatore Grandi, per adulare Mus-
solini, dava un ritratto falso, come di una nazione tutta piegata al-
l'ammirazione del Duce, il quale a Stresa aveva manovrato in modo
che non si parlasse dell'Etiopia, senza peraltro che ci bastasse a evi-
tare l'ostilit britannica a un'impresa militare italiana in Africa.
Ma di fronte ai pericoli provenienti dagli altri paesi d'Europa, Mus-
solini si esaltava all'idea di muovere in guerra contro tutti, senza tene-
re conto degli avvertimenti che pur gli venivano dagli ambienti milita-
ri interessati. Era proprio la guerra che egli voleva, disprezzando ogni
possibilit di soluzioni concordate e pacifiche del contenzioso (del re-
sto artificialmente montato) con l'Etiopia. Cosicch, non contento
dei piani contro l'Etiopia, egli diede disposizioni perch se ne allestis-
sero anche contro le colonie africane della Gran Bretagna, mentre la
stampa italiana cominciava perfino a parlare di possibili attacchi con-
tro Suez, Gibilterra e Malta. Al Duce piaceva molto l'idea di muover-
si contro la Societ delle Nazioni.
Dopo aver provocato una serie di incidenti di frontiera, il 2 ottobre
1935, dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini annunci che la guer-
ra contro l'Etiopia era incominciata (Abbiamo pazientato quarant'an-
ni! Ora basta!), sebbene fosse stata evitata la dichiarazione di guer-
ra. Le operazioni ebbero inizio il giorno dopo.
L'aggressione all'Etiopia fu presentata come una guerra di difesa. La
Societ delle Nazioni non si lasci ingannare da queste pretese e di-
chiar che l'Italia aveva violato il patto, e 52 Stati decretarono le san-
zioni economiche contro il nostro paese. Tuttavia la loro applicazio-
ne, per lo pi cos poco netta da lasciare ampi squarci nella rete (nes-
sun embargo fu imposto ai prodotti petroliferi, che erano quelli es-
senziali), non provoc grandi danni per lo sforzo bellico italiano, e
costitu invece un grande vantaggio per Mussolini, il quale se ne serv
per infiammare la reazione degli italiani contro le inique sanzioni.
Il comando dell'impresa era stato affidato al vecchio generale De
Bono, sotto la diretta autorit di Mussolini, senza la mediazione dello
Stato Maggiore. A combattere nell'aeronautica Mussolini invi in
Africa orientale il genero Galeazzo Ciano e il figlio Bruno, che aveva
allora soltanto diciassette anni, oltre a vari ministri e gerarchi: essi si
divertirono - come poi scrissero - a bombardare dai loro apparecchi
le popolazioni civili inermi. De Bono si rivel ben presto impari al suo
compito e nel novembre 1935 venne sostituito, con il contentino della
nomina a maresciallo, dal maresciallo Badoglio, al quale fu comanda-
to di adoperare i metodi terroristici pi drastici anche contro la popo-
lazione civile, non escluso l'uso dei gas tossici.
La guerra prese concretamente il via al principio del 1936, con Ba-
doglio che con il grosso dell'esercito si muoveva da nord, mentre Gra-
ziani, dal marzo 1936, comandante del corpo coloniale della Somalia,
avanzava a sud, contro forze militari etiopiche clamorosamente infe-
riori, soprattutto come armamento e in modo particolare per quanto
riguarda l'aviazione, praticamente inesistente dalla parte dell'impe-
ratore Hail Selassi. La conquista dell'Etiopia realizzata facilmente
- il 5 maggio 1936 Badoglio occup Addis Abeba -, fu poi contrasse-
gnata dalla politica terroristica, con vere e proprie stragi, instaurata da
Graziani, rimasto sul posto, dopo che ebbe subito un attentato. Negli
anni 1936-37 continu aspra la repressione, per la quale Mussolini au-
torizz Graziani a iniziare e condurre sistematicamente (una) politi-
ca del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni com-
plici.
Ma del suo successo Mussolini (che fu insignito dal re della Gran Cro-
ce dell'Ordine militare di Savoia) divenne doppiamente prigioniero:
perch da allora in poi ebbe da provvedere a un impero che, invece
di fornire un aiuto all'economia nazionale, ne costitu un continuo
depauperamento (mentre se ne arricchivano privatamente parecchi
imprenditori e speculatori); e perch, messosi in urto frontale con l'In-
ghilterra e con la Societ delle Nazioni, dovette forzatamente accet-
tare le profferte di amicizia di Hitler, che costituirono un vero cavallo
di Troia. In parte egli ebbe la percezione dell'impasse in cui, da que-
sto punto di vista, si era cacciato. A un ex ministro francese ebbe a di-
chiarare che, venutagli meno la sicurezza della Francia e dell'Inghil-
terra, non gli rimaneva che indirizzarsi a Hitler, aggiungendo: Io va-
luto perfettamente ci che succeder se io m'intendo con Hitler. In-
nanzi tutto sar l'Anschluss a breve scadenza. Poi, con l'Anschluss,
sar la Cecoslovacchia, la Polonia, le colonie tedesche, eccetera. Per dire
tutto,  la guerra inevitabilmente.
Perci appare paradossale che, mentre una delle cause della cata-
strofe europea va ricercata nell'impresa d'Etiopia, Mussolini abbia
ottenuto per essa le pi ampie solidariet che gli fosse mai riuscito di
raccogliere. Fu questo, tra l'altro, il periodo delle migliori relazioni
con il Vaticano, il quale, dopo le riserve espresse in un primissimo mo-
mento, si schier dalla parte dello Stato cattolico che conduceva una
crociata per la redenzione di un paese copto come l'Etiopia. Anche
presso la massa del popolo italiano, alla quale non potevano non sfug-
gire i termini reali del problema dell'equilibrio internazionale, i rapi-
di e vistosi successi militari in Africa, che l'oratoria del Duce seppe
abilmente valorizzare, sfruttando anche il mito della riapparizione
dell'Impero sui colli fatali di Roma, come disse nel trionfale discor-
so del 9 maggio 1936 da Palazzo Venezia, determinarono e segnaro-
no il punto pi alto nella parabola della fortuna politica di Mussolini
e del consenso che pot assicurarsi.

33) ...e le sue conseguenze
Questo successo fu per gravido di conseguenze non soltanto sul pia-
no internazionale, ove provoc un capovolgimento delle alleanze che
il Convegno di Stresa era riuscito faticosamente a realizzare, ma an-
che per quel che concerne la persona stessa di Mussolini. Infatti, dopo
il trionfo ottenuto nella campagna d'Etiopia, da lui personalmente vo-
luta pi di ogni altro suo collaboratore e in qualche caso contro altre
forze istituzionali (sebbene di fatto tutti, a cominciare da Badoglio,
fossero stati pronti a prestare disciplinatamente i loro servigi), Mus-
solini fin col convincersi che il suo fiuto era infallibile, fin col 
perdere completamente il senso delle proporzioni e della misura, si 
persuase di essere dotato di una particolare genialit strategica, mili-
tare e politica, e accentu ulteriormente la sua solitaria dittatura perso-
nale - anche se alle sue pose gladiatorie faceva poi riscontro incertez-
za e abulia, accentuata dalle peggiorate condizioni fisiche. Invece di
ritenersi soddisfatto della vittoria riportata, concentrarsi su come ri-
parare all'enorme salasso di mezzi che la guerra d'Etiopia era costata
all'Italia e provvedere ad allentare la morsa concedendo agli italiani
almeno qualche briciola di libert, Mussolini indur ulteriormente la
pressione sul paese, irrigid e accentu la repressione del dissenso e
cominci subito a pensare a nuove imprese belliche. A Ottavio Dina-
le, suo vecchio collaboratore al Popolo d'Italia, disse:
"La conquista dell'Etiopia non  un punto d'arrivo,  un primo passo che
resterebbe senza senso se io non avessi la netta visione degli altri
passi che dovr per forza fare e far fare."
Come osserv il diplomatico Roberto Cantalupo, ormai Mussolini,
anche nei colloqui con una sola persona, parlava come se stesse rivol-
gendosi a una grande folla. Tutti avvertivano che egli si isolava dal
mondo circostante ancor pi di prima. Sono numerose le testimonian-
ze in tal senso di uomini del regime, che pi avevano ammirato Mus-
solini ma che ora cominciavano a vederne i limiti e i difetti. E natural-
mente cresceva in tutti quelli che gli erano vicini la tendenza a starse-
ne con la bocca cucita per non incorrere nella collera del Duce.
Nel suo Diario, in data 29 luglio 1940, Bottai parla di due Mussoli-
ni: uno geniale, tutto fiuto, intelligenza smisurata e intermittente,
astro che guida il cammino; l'altro furbo, piccolo, meschino, con
le minime gelosie e invidie degli uomini comuni, pronto alla bugia, al-
l'inganno, alla frode, dispensatore di promesse non mantenute, slea-
le, infido, vile, senza parola, senza affetti, incapace di fedelt e 
d'amore, capacissimo di sbarazzarsi calcolatamente dei suoi seguaci pi 
fidi. Guido Leto, capo dell'OVRA, ha scritto:
"La tendenza di Mussolini a non prendere mai una decisione propria e a   
imporla quando si trovava di fronte a tesi contrastanti si aggrav sempre 
pi col tempo, tanto che molti ritenevano che fosse causata un p dalle 
sue condizioni di salute che non furono mai brillanti e che gli toglievano
l'energia per affrontare recriminazioni, proteste o altro."
Notiamo che sulle condizioni di salute del Duce, che furono sempre
segrete, circolarono infinite voci, che avevano una base di verit, ma
anche molto di fantasioso o di inventato. Comunque, le sue crisi peg-
giori il Duce le pass nel 1924 (dopo il delitto Matteotti) e nel 1942-
43 (quando la guerra volgeva al peggio). Sembra abbastanza plausibi-
le che sui suoi guai fisici - sostanzialmente un'ulcera duodenale - s'in-
nestarono fatti di carattere psicosomatico.
Dalla guerra d'Etiopia fino alla seconda guerra mondiale, per ordi-
ne di Starace ma sotto la suprema regia di Mussolini, il conformismo
dilag e divenne pi imperante che mai e la censura ancora pi oppri-
mente di prima. Dopo la conquista dell'Etiopia e la proclamazione
dell'Impero, le riunioni e le adunate a cui partecipava Mussolini veni-
vano aperte da Starace, il quale esclamava: Salutate nel Duce il fon-
datore dell'Impero!. Nel giugno 1937 il ministero della Stampa e
Propaganda cambi denominazione e divenne ministero della Cultu-
ra Popolare, detto volgarmente Minculpop, che trasform i suggeri-
menti ai giornali in veri e propri ordini, la maggior parte dei quali 
minutissimi e quanto mai ridicoli.
Durante e subito dopo l'impresa d'Etiopia, non fu Hitler a fare avan-
ces a Mussolini, ma questi a quello: avances accolte dapprima con un
certo distacco, ma poi sempre pi accettate per quanto potevano es-
sere sfruttate. Hitler colse infatti il momento propizio per introdurre
truppe tedesche nella Renania smilitarizzata. Il primo aprile 1936 Mus-
solini ordinava alla stampa italiana di assumere un tono nettamente
filotedesco, mentre il capo della polizia Arturo Bocchini firmava un
patto segreto con il suo omologo Himmler ed ebbero inizio conversa-
zioni tra gli Stati Maggiori dei due eserciti.
Nel giugno 1936 Mussolini nomin ministro degli Esteri Galeazzo
Ciano, che era allora - contrariamente a come diverr pi tardi, del
resto tra ripetute oscillazioni - fanaticamente filotedesco. A 37 anni il
genero del Duce diventava il secondo uomo del regime e, come ha
scritto Grandi, l'effettivo padrone d'Italia.
Segnaliamo anche, a questo punto, che data dal 1936 l'inizio della re-
lazione di Mussolini con Claretta Petacci, lei, allora, ventiseienne, lui
cinquantatreenne: fu, da una parte e dall'altra, una passione ardente
l'unico vero amore nella vita del Duce. Dei favori che derivavano loro
da quella relazione approfittarono largamente i parenti di Claretta
personaggi ambigui se non addirittura loschi: il padre Francesco, me-
dico, il fratello Marcello, affarista, la sorella Myriam, attricetta cine-
matografica, in arte Myriam di San Servolo.

34) L'intervento in Spagna e l'alleanza con la Gerrmania.
Abbandonata dunque la prudenza che nel complesso aveva caratte-
rizzato la sua politica estera fino al 1935, Mussolini, dopo la conquista
dell'Etiopia, si gett nella guerra civile spagnola. A Ciano fu affidato
l'impegno di organizzare l'intervento italiano a favore di Franco, in-
tervento che, attuato dapprima con pochi aeroplani, assunse gradual-
mente un peso sempre maggiore. Migliaia di volontari, che tali per
lo pi non erano, furono inviati a combattere dalla parte di Franco
che aveva iniziato il pronunciamento contro il governo legittimo della
Spagna. All'inizio dell'intervento italiano, furono occupate le isole Ba-
leari, dove venne inviato come proconsole Arconovaldo Bonaccorsi,
un capo della Milizia rozzo e brutale, che instaur un regime di vero e
proprio terrore (oltre che di corruzione). Incomparabilmente maggio-
re l'impegno italiano rispetto a quello della Germania, che si limit a
inviare alcuni aeroplani.
I passi preliminari per la costituzione di un'alleanza italo-tedesca
cominciarono nell'autunno del 1936. In ottobre Ciano si rec a Berli-
no e a Berchtesgaden, dove vant la potenza militare dell'Italia fasci-
sta, in grado, disse, di battere contemporaneamente la Francia e l'In-
ghilterra. Furono in linea di massima stabilite le due zone d'influen-
za: alla Germania l'Europa orientale e il Baltico, all'Italia il bacino
mediterraneo. Ciano torn a Roma molto soddisfatto, affermando di
aver trovato i tedeschi assai pi arrendevoli e malleabili di quanto
avesse immaginato; mentre il ministro degli Esteri di Hitler, von Neu-
rath, disse ai suoi che se l'era messo in tasca con facilit.
Mussolini cominci a pensare concretamente a quella che immagi-
nava sarebbe stata una guerra lampo, da risolvere nel giro di sette
settimane. Concepiva un grande disprezzo per gli inglesi, che conside-
rava imbelli e decadenti, illusione in lui favorita dall'esperienza della
guerra d'Etiopia, durante la quale l'Inghilterra, con un governo con-
servatore, aveva effettivamente temuto di spingere a fondo l'ostilit
contro l'Italia. Sottovalutava per anche il potenziale militare della
Francia e della Gran Bretagna, mentre la realt era che proprio le
forze armate italiane erano state esaurite da due guerre consecutive,
in Etiopia e in Spagna, come pi tardi, nel messaggio inviato a Hitler
per spiegare le ragioni della non belligeranza dell'Italia allo scop-
pio della seconda guerra mondiale, Mussolini stesso sar costretto a
riconoscere. Inoltre egli faceva gran conto del fattore demografico,
cio del basso tasso di natalit dei paesi democratici, inclusi gli Stati
Uniti, che vedeva, nel giro di pochi anni, ridotti a una popolazione di-
mezzata; anche se la sua idea di poter pianificare e dirigere l'anda-
mento demografico italiano, con una politica di incentivi che ne fa-
cesse aumentare rapidamente la popolazione, era destinata a riceve-
re una dura smentita dalla realt. Con le idee di Mussolini sulla demo-
grafia si legava la sua concezione del ruolo della donna nella societ:
niente parit tra l'uomo e la donna, quest'ultima confinata entro le
mura di casa, soprattutto a far figli e a occuparsene. Non poteva tut-
tavia, soltanto con un atto di volont e con un wishfull thinking, impe-
dire che in Italia le nascite decrescessero e che anche in Italia aumen-
tasse il numero delle donne lavoratrici, poich si trattava di tendenze
proprie di qualsiasi paese moderno.
Con mossa caratteristica del suo modo di procedere contradditto-
riamente nella politica estera, o forse per calcolo di prudenza, il 2
gennaio 1937 Mussolini fece firmare un patto italo-britannico detto
Gentlemen's agreement, in base al quale i due governi dovevano rinun-
ciare a qualsiasi modificazione dello status quo nel Mediterraneo. Per
togliere un ostacolo a questo atto diplomatico, Mussolini negava osti-
natamente che gli italiani continuassero a combattere in Spagna, e i
rappresentanti italiani sedevano nel Comitato del non intervento so-
cietario. Ma proprio in Spagna l'Italia fascista incorse in un grave in-
cidente di percorso, quando, nel tentativo di avanzare in fretta affin-
ch fossero gli italiani a vincere la corsa per Madrid, nel marzo 1937
esse furono sconfitte nella battaglia di Guadalajara, dove si trovarono
di fronte altri italiani delle brigate antifasciste. Per arginare la perdita
di prestigio che gliene derivava, Mussolini manovr la stampa italia-
na, contemporaneamente bloccando o limitando l'ingresso della stam-
pa britannica in Italia. Ora, pi ancora che alla Francia, pensava di
muovere guerra alla Gran Bretagna. E si nutriva dell'illusione che la
forza militare italiana, in terra, in mare e nell'aria (egli era ministro
della Guerra, della Marina e dell'Aeronautica) fosse di molto supe-
riore a quella inglese. L'Italia - disse - possedeva otto milioni di ba-
ionette. Ma la realt era che l'Italia poteva mettere in campo, al mas-
simo, un milione di soldati.
Nello stesso periodo, cio nel giugno 1937, per ordine che attraverso
i servizi d'informazione militare (SIM) discendeva da Ciano, vennero
assassinati in Francia, a opera di cagoulards francesi che ne avevano
appaltato l'esecuzione, i fratelli Carlo e Nello Rosselli (i due cadaveri
furono scoperti due giorni dopo): il primo era attivissimo nell'antifa-
scismo e nella guerra di Spagna, e rappresentava un incubo per Mus-
solini - come a suo tempo lo era stato Matteotti; il secondo, un valen-
te storico, fu ucciso perch in quel momento si trovava insieme al fra-
tello. Rimane dubbio se Mussolini fosse personalmente consenzien-
te, ma, come nel caso Matteotti, la responsabilit morale del delitto
risaliva certamente a lui. L'andamento della guerra di Spagna ossessio-
nava Mussolini, che diede anche ordine di silurare senza preavviso navi
neutrali sospettate di trasportare rifornimenti per i repubblicani spagno-
li, e in queste azioni vennero impiegati una quarantina di sottomarini.
Nel novembre 1936, in un discorso a Milano, il Duce adoper per la
prima volta la fatale parola Asse per indicare la concordanza di ve-
dute tra Roma e Berlino e il proposito di svolgere un'azione interna-
zionale comune. Nel 1937 egli era ormai deciso a fare dell'Asse lo
strumento di una guerra, trasformandolo in una vera e propria al-
leanza italo-tedesca. Nel marzo di quell'anno si rec in Libia, dove, a
cavallo, impugn teatralmente la spada dell'Islam. In agosto il ge-
nerale von Blomberg, ministro della Guerra tedesco, assist alle ma-
novre militari italiane, e nonostante le vanterie nostrane ne riport
un'impressione negativa sulle condizioni dell'armamento e dell'ad-
destramento delle truppe italiane. Nel settembre Mussolini accett
l'invito di Hitler a recarsi in Germania, dove i tedeschi fecero sfoggio
di manovre militari grandiose. La visita si concluse con un discorso
pronunciato da Mussolini, in tedesco, in un raduno di massa a Berli-
no. L'accoglienza era stata senza dubbio tale da lusingare la vanit del
Duce. Ciano lo incoraggiava a osare fino in fondo, anche se occorreva
attendere la fine della guerra civile in Spagna, dove intanto l'aviazio-
ne fascista compiva bombardamenti terroristici sulle citt e la popo-
lazione civile. Quanto agli antifascisti fatti prigionieri, Mussolini or-
din che fossero passati per le armi.
Nel dicembre 1937, in una riunione del Gran Consiglio durata pochi
minuti e senza discussione, fu decisa l'uscita dell'Italia dalla Societ
delle Nazioni, che Mussolini annunci la sera dell'11 dal balcone di
Palazzo Venezia. Contemporaneamente l'Italia firmava con la Ger-
mania e il Giappone un patto tripartito contro il comunismo, questa
volta senza neppure riunire il Gran Consiglio. Sempre alla fine del 37
l'Opera Nazionale Balilla e i Fasci giovanili furono fusi nella Gioven-
t Italiana del Littorio, che inquadrava cos tutti gli italiani dalla pi
tenera et fino all'et sufficiente per entrare nel PNF.
All'inizio del 1938, oltre all'abolizione del lei sostituito dal voi e
della stretta di mano sostituita dal saluto col braccio levato, comincio
l'imitazione della Germania: nell'esercito fu introdotto il passo del-
l'oca, ribattezzato passo romano, che Mussolini disse mutuato dal-
le antiche legioni romane, e soprattutto il Duce cominci a pensare a
introdurre anche in Italia una legislazione antisemita.

35) L'Anschluss.
Il 12 marzo 1938 Hitler proced all'Anschluss, l'invasione e l'annes-
sione dell'Austria, senza preliminari consultazioni con Roma. Mus-
solini dov inghiottire l'amara pillola senza fiatare, ma non senza ri-
sentimento, accresciuto dal fatto che la Germania stava sostituendo
largamente l'Italia nel commercio dell'Europa sud-orientale, taglian-
do fuori Trieste da quella sua tradizionale attivit. Dopo l'Anschluss
Mussolini ebbe occasione di dire, naturalmente in privato, che l'Italia
avrebbe potuto mutare rotta, e in tal caso, aggiunse, metteremo a ter-
ra la Germania per almeno due secoli. Queste oscillazioni tra ade-
sione entusiastica all'alleanza con la Germania e scoppi di ira e di ri-
sentimento erano destinati a punteggiare tutta la storia dei rapporti
italo-tedeschi negli anni successivi, fino alla catastrofe finale; ma gli
impegni presi pubblicamente e solennemente impedivano al Duce,
anche se lo avesse veramente voluto, di compiere un giro di valzer.
In vista del conflitto mondiale che appariva sempre pi probabile,
perch Mussolini faceva tutto per affrettarlo, egli, convinto di essere
dotato di genio strategico, si preoccup di ottenere il comando supre-
mo delle forze armate, che per costituzione spettava al re. A tale sco-
po il Parlamento istitu il grado di Primo Maresciallo dell'Impero e il
30 marzo 1938 egli se lo fece attribuire per acclamazione, senza la mi-
nima discussione, dalla Camera e dal Senato, ma fu costretto a farlo
decretare anche per Vittorio Emanuele terzo, il quale si mostr adirato
per questo strappo allo Statuto, ma - come sempre - non os tenere
testa al suo primo ministro e si pieg. Nella stessa giornata del 30
marzo Mussolini dichiar al Senato: In Italia la guerra, come lo fu in
Africa, sar guidata, agli ordini del re, da uno solo: da chi vi parla.
La mattina in cui le truppe tedesche entravano in Austria, il Duce ri-
cevette dal Fuhrer una lettera in cui gli spiegava le ragioni della sua
decisione. In quel momento i rapporti tra i due dittatori s'impostava-
no nel modo che avrebbero conservato fino alla fine: da parte di Hi-
tler estrema decisione, effettiva supremazia, concreta direzione degli
affari comuni; da parte di Mussolini una parvenza di superiorit in
prestigio e intelligenza, che Hitler non manc mai di accarezzare a pa-
role, ma una sostanziale posizione di inferiorit e di subordinazione.
Nel maggio 1938 Hitler, restituendo la visita di Mussolini, venne in
Italia. I preparativi per l'accoglienza al dittatore tedesco furono accu-
ratissimi, ma ci nonostante Hitler non ne rimase molto soddisfatto,
perch a quel punto il governo fascista non mostr alcuna fretta di
procedere a una vera e propria alleanza formale tra i due paesi. Mus-
solini continuava infatti a essere combattuto tra l'aspirazione a cimen-
tarsi in guerra e il timore di spingersi troppo innanzi. Non poteva tra
l'altro ignorare, anche se preferiva non pensarci, che per le importa-
zioni l'Italia dipendeva in grandissima parte dal passaggio delle navi
attraverso lo Stretto di Gibilterra, controllato dall'Inghilterra.

36) La legislazione antisemita.
Fu in questo momento che, contraddicendo tutte le sue precedenti
affermazioni, Mussolini annunci l'introduzione in Italia di una legi-
slazione razziale.  vero che egli aveva pi volte alluso a una presunta
purezza della razza italiana (che in realt, data la storia della peniso-
la, era una delle pi miste d'Europa), e alla volont di difenderla; ed
 vero che negli anni precedenti vi erano sempre stati filoni di razzi-
smo e di antisemitismo fascisti; ma Mussolini aveva sempre operato
perch rimanessero minoritari e non ricevessero alcun sostegno. Non
pi tardi di un anno prima aveva affermato che i circa settantamila
ebrei italiani non potevano costituire un problema.
 stato dimostrato che non vi furono pressioni tedesche su Mussoli-
ni perch si affiancasse ai tedeschi nella persecuzione degli ebrei. La
sua iniziativa va dunque ascritta, oltre che al suo autonomo desiderio
di stringere vieppi l'alleanza con la Germania, anche e soprattutto a
uno dei miti tipici del Duce, la convinzione che si dovesse rendere il
popolo italiano, anche sul piano interno, duro e bellicoso, e che l'indi-
cargli un nuovo nemico - gli ebrei - servisse a questo scopo. Nell'ani-
mo di Mussolini si fece nuovamente strada un sentimento di violenza,
ch'egli nutriva in s fin dall'adolescenza e che ora voleva infondere
anche nell'animo degli italiani. Nel luglio 1938 il Duce eman la Carta
della Razza, in cui si affermava che arabi, etiopici ed ebrei costitui-
vano razze inferiori a quella ariana, cui appartenevano gli italiani,
che da allora in avanti dovevano proclamarsi francamente razzisti.
La campagna razziale, che dal punto di vista legislativo ebbe inizio
nell'autunno del 1938, che priv gli ebrei dei loro diritti civili e che in-
nest le pi turpi speculazioni su discriminazioni e arianizzazio-
ni, incontr netta ostilit nella maggior parte degli italiani, abituati a
sentimenti di tolleranza e di umanit, e forti riserve da parte del Va-
ticano, che per ufficialmente furono limitate al vulnus inferto ai Pat-
ti Lateranensi in quanto proibivano i matrimoni tra cattolici ed ebrei,
anche se questi ultimi convertiti al cattolicesimo. Comunque, l'oppo-
sizione della Santa Sede, per quanto circoscritta alla questione dei
matrimoni, irrit Mussolini, che si disse intransigente, alimentando in
lui una ripresa dell'antico anticlericalismo. La bonifica antisemita
si estese alle biblioteche e ai libri. Da notare che per quanto riguarda
la cultura e la scuola il mite Bottai fu il pi duro e intransigente in
senso antisemita, influenzando lo stesso Mussolini, il quale per, pri-
ma della riunione del Gran Consiglio del 6 ottobre 1938, dedicata alla
questione ebraica, aveva detto a Ciano: Anche se stasera sar conci-
liativo, sar durissimo nella preparazione delle leggi.
Il 1938, anno in cui fu iniziata la politica antisemita, fu anche quello
in cui Mussolini si scagli in varie occasioni contro la borghesia, di-
chiarata - il 25 ottobre al Consiglio nazionale del PNF- nemica del
regime, e anche contro la religione e la Chiesa. Era una ripresa dei
suoi antichi furori nel quadro del suo utopistico progetto di rendere
gli italiani bellicosi, e perfino di ottenerne una mutazione genetica.

37) Contro la Francia e l'Inghilterra.
Nel 1938 Mussolini non solo aveva abbandonato la sua precedente
ostilit all'annessione dell'Austria da parte della Germania, ma inco-
raggiava addirittura quest'ultima a rivolgere il suo espansionismo ver-
so la Cecoslovacchia. Era questo, dopo l'Anschluss, il progetto di
Hitler, il quale appront un piano d'invasione di quel paese. La diplo-
mazia britannica si adoper per scongiurare il conflitto che pareva gi
imminente, e Mussolini si offr come mediatore in un incontro tra i
capi di governo inglese, francese, tedesco e italiano, che si tenne il 29
e 30 settembre 1938 a Monaco di Baviera. Le proposte avanzate da
Mussolini, che prevedevano l'annessione alla Germania di una parte
della Cecoslovacchia (i Sudeti), non erano altro che le richieste tede-
sche. Daladier e Chamberlain, sostenitori dell'appeasement, piegaro-
no la testa e accettarono. Al rientro in Italia, il Duce fu salutato come
il salvatore della pace. Al balcone di Palazzo Venezia, da cui pronun-
ci un breve discorso, fu richiamato pi volte e fatto segno di ripetuti
e insistenti applausi. Quelle dimostrazioni, se da una parte molceva-
no la sua vanit, dall'altra lo irritavano, perch dimostravano che gli
italiani ritenevano come bene supremo la pace, non erano ancora
quel popolo bellicoso che egli voleva che fossero. Ma va sottolineato
il fatto che, in cambio dell'aiuto dato a Hitler, Mussolini non riceveva
niente. La sua convinzione era che con le intimidazioni si poteva otte-
nere ci che si voleva, senza il vero rischio di dover combattere una
guerra europea, sebbene considerasse attraente questa prospettiva
Nell'ottobre 1938 Mussolini indic al Gran Consiglio le sue vedute:
bisognava prima porre termine all'intervento in Spagna, ma successi-
vamente dovevano essere ripresi i piani di imprese militari. Di fronte
all'incapacit dei francesi e degli inglesi di impegnarsi in un conflitto
con italiani e tedeschi, il successo non poteva mancare. Io sono nato
- disse - per non lasciare mai in pace gli italiani.
Nell'autunno del 1938 le sue ire si concentrarono sull'Inghilterra e
sulla Francia, alla quale pensava di poter sottrarre Nizza e la Corsica
mentre dava ordine di prepararsi ad attaccare Gibuti. Quando, dopo
una lunga interruzione, fu convocata la Camera, il 30 novembre 1938,
una ben orchestrata sceneggiata dei deputati li fece levare in piedi al gri-
do di Nizza, Corsica, Tunisi! o, secondo altre versioni, Tunisi, Gibuti
Corsica! o Tunisi, Corsica, Nizza, Savoia!. Mussolini si gioc cos
in brevissimo tempo, la reputazione di saggezza e di moderazione
che si era guadagnata a Monaco. Si cominci a vedere in lui il per-
turbatore sistematico della pace in Europa, e ci valse a incrinare il
fronte dell'appeasement e a far s che a Parigi e a Londra si comincias-
se a pensare che si sarebbe anche potuta creare una situazione in cui
sarebbe stato necessario resistere.
All'interno Mussolini procedette alla trasformazione della Camera
dei Deputati in Camera dei Fasci e delle Corporazioni: deliberata dal
Gran Consiglio il 14 marzo 1938, fu realizzata per legge nel gennaio
1939. Si diventava automaticamente membri della nuova Camera in
base alle cariche ricoperte nelle due istituzioni da cui essa traeva la 
denominazione. Veniva cos cancellata ogni parvenza di elezioni, com-
prese quelle da burla che erano ancora in vigore.
Nel gennaio 1939 il premier inglese Neville Chamberlain, il pi emi-
nente rappresentante della politica dell'appeasement, si rec a Roma
in un estremo tentativo di staccare l'Italia dall'Asse, accolto da applausi
popolari, questa volta veramente spontanei. Le conversazioni con Mus-
solini si risolsero in un nulla di fatto e al ritorno a Londra Chamber-
lain autorizz l'inizio di conversazioni segrete tra gli Stati Maggiori
inglese e francese. Da parte sua, Mussolini consider il premier bri-
tannico con sovrano disprezzo, affermando che "un popolo che porta
l'ombrello non pu fondare un impero" e che i popoli mercantili e bor-
ghesi non sanno amare la suprema e inesorabile violenza dalla quale
procede la storia del mondo: la solita creazione di formule e slogan
astratti, privi di fondamento storico e logico, ai quali, dopo averli in-
ventati, finiva col credere. Dell'America aveva detto a Ciano, il 6 set-
tembre 1937, che era un paese di negri e di ebrei.
Il risultato dei comportamenti di Mussolini in quei mesi fu che egli
era ormai impegnato a muoversi contro la Francia, se necessario an-
che con una guerra; ma quest'ultima eventualit non lo preoccupava,
sempre convinto che l'Italia avrebbe battuto la Francia con la massi-
ma facilit. E contro la Francia, tra la fine del 38 e il principio del 
39, enunci propositi di distruzione totale.
Intanto, nel marzo 1939, fu sorpreso dall'invasione tedesca di ci
che rimaneva d'indipendente della Cecoslovacchia, senza che Hitler
si fosse preoccupato d'informarlo. Per qualche giorno ebbe un'altra
delle sue rabbiose reazioni antitedesche, ma tale stato d'animo dur
poco. Subito dopo, riacquistata la calma, dichiar al Gran Consiglio
che non c'era alternativa a un'alleanza con la Germania, ma aggiunse
anche che l'Italia poteva battere la Francia senza l'aiuto dei tedeschi.
Cond queste dichiarazioni con affermazioni di natura ideologica e
circa la propria determinazione a procedere sulla via della conquista,
per l'Italia, del suo spazio vitale. In ci, disse, la mia volont non
conosce ostacoli. E la parola d'ordine impartita ai gerarchi fu: Pi
cannoni, pi navi, pi aeroplani. A qualunque costo, con qualunque
mezzo, anche se si dovesse fare tabula rasa di tutto quello che si chia-
ma vita civile.
Alla fine del marzo 1939, con l'entrata di Franco a Madrid, ebbe ter-
mine la guerra di Spagna. Gli aspetti negativi dell'impegno militare
profuso da Mussolini in Spagna furono due: in primo luogo esso con-
tribu a isolare l'Italia dal concerto delle nazioni e ad accentuare
l'ostilit delle democrazie; inoltre l'Italia non ricav alcun beneficio
dall'aiuto prestato a Franco, il quale non dimostr gratitudine verso
Mussolini e lo lasci a bocca asciutta, fino al punto che, quando scop-
pier la guerra europea, il dittatore spagnolo ne rester fuori, senza
intervenire a fianco della Germania e dell'Italia come Mussolini ave-
va sperato e come Hitler insist ripetutamente su quest'ultimo per-
ch a sua volta facesse pressioni sul Caudillo (col quale il Duce s'in-
contrer il 12 febbraio 1941 a Bordighera) a che, appunto, la Spagna
intervenisse nel conflitto a fianco delle potenze dell'Asse.

38) L'annessione dell'Albania e il Patto d'Acciaio.
Fu in gran parte per parare il colpo ricevuto con l'occupazione tota-
le della Cecoslovacchia da parte della Germania che Mussolini, nella
primavera del 1939, decise d'impadronirsi dell'Albania, sebbene quel
paese fosse gi stato ridotto a una specie di protettorato italiano. For-
se per nessuna delle iniziative di politica estera del fascismo vi fu tan-
to autoinganno. Ciano - che fu il protagonista dell'impresa - sosteneva
che l'Albania era un paese ricco, mentre era uno dei pi poveri d'Eu-
ropa. I comandanti militari che avrebbero dovuto dirigere l'impresa
furono avvertiti non pi di una settimana prima dell'inizio delle ope-
razioni e i preparativi furono precipitosi e quanto mai confusi e disor-
dinati. Malgrado tutto ci, l'Albania, date le sue quasi inesistenti for-
ze di resistenza, all'inizio di aprile 1939 fu occupata e annessa 
all'Italia.
Vittorio Emanuele terzo, che era gi re d'Italia e imperatore d'Etiopia, 
divenne anche re d'Albania. Ma il risultato politico generale fu negati-
vo, perch, mentre nulla guadagnava dall'annessione che gi non
avesse in precedenza, l'Italia vedeva sorgere un grave ostacolo, di cui
avrebbe pesantemente pagato le conseguenze, sulla via di ulteriori
passi innanzi nel suo espansionismo: le democrazie occidentali, infat-
ti, fornirono alla Grecia e alla Turchia garanzie militari contro even-
tuali aggressioni di cui avessero dovuto essere vittime.
Quest'ultimo atto affrett la decisione di Mussolini di accettare la
proposta di Hitler di dare all'Asse una sanzione formale mediante la
firma di un vero e proprio trattato di alleanza. Dopo che, in seguito
all'invasione della Cecoslovacchia, il Duce aveva temporeggiato, al-
l'improvviso, il 6 maggio 1939, impart a Ciano, che si trovava a Mila-
no in un incontro con Ribbentrop, l'ordine di stipulare un trattato di
alleanza tra l'Italia e la Germania. Lo aveva indotto a questa decisio-
ne il fatto che alcuni giornali francesi avevano dato notizia delle tiepi-
de accoglienze riservate a Milano al ministro degli Esteri tedesco, pro-
va del diminuito prestigio personale di Mussolini. Cos il Duce pren-
deva le pi gravi decisioni in fatto di politica estera!
Firmato da Ciano e Ribbentrop il 22 maggio 1939 a Berlino, il trat-
tato trasform l'Asse nel Patto d'Acciaio, come lo stesso Mussolini lo
defin. Non solo l'alleanza aveva un carattere offensivo e non mera-
mente difensivo, ma Mussolini lasci che il trattato fosse redatto dai
tedeschi, cosicch l'Italia si trov impegnata a dover appoggiare mili-
tarmente la Germania in modo automatico nel caso che quest'ultima
fosse venuta a trovarsi in guerra. E Hitler gi meditava l'aggressione
alla Polonia, e Mussolini non lo ignorava. Per di pi le forze italiane
in Etiopia dovevano fronteggiare l'attiva resistenza abissina ed erano
ridotte a vivere asserragliate nei fortini. Nel suo Diario Ciano, a pro-
posito della situazione disastrosa degli armamenti, annotava:
"Ma il Duce che fa? Si concentra piuttosto in questioni di forma:
succede l'ira di Dio se il presentat'arm  fatto male, o se un ufficiale
non sa alzare la gamba nel passo romano, ma di queste deficienze che
conosce a fondo non sembra preoccuparsi oltre un certo limite (...)
Si fa un'inflazione di nomi. Si moltiplica il numero delle divisioni,
ma in realt queste sono cos esigue da aver poco pi della forza di
un reggimento. I magazzini sono sprovvisti. Le artiglierie sono vecchie.
Le armi antiaeree ed anticarro mancano del tutto. Si  fatto molto bluff
nel settore militare e si  ingannato lo stesso Duce: ma  un bluff
tragico."
D'altra parte Mussolini non si preoccupava dell'iniziativa tedesca
alla frontiera polacca perch pensava che in una generale guerra eu-
ropea egli avrebbe avuto mano libera nei Balcani e avrebbe potuto ri-
volgersi contro la Grecia, la Romania e la Turchia. Ritenendosi assai
pi grande politico di Hitler, mulinava grandiosi piani planetari di ca-
rattere strategico e ideologico: incoraggiare e appoggiare un movi-
mento autonomista in Alsazia, Bretagna, Corsica e Irlanda; nessun ti-
more per un intervento degli Stati Uniti, che non avrebbero salvato
dalla sconfitta e dal disastro la Francia e l'Inghilterra; idem per quan-
to riguardava un intervento dell'Unione Sovietica, che anzi, se ci fos-
se stato, avrebbe favorito le potenze fasciste con la diffusione del ba-
cillo comunista in tutta l'Europa. Malgrado tutto questo, Mussolini
non ignorava completamente le reali condizioni dell'Italia nella pro-
spettiva di una guerra mondiale. Nonostante le sue smargiassate, alla
fine del maggio 1939 scrisse a Hitler che avrebbe preferito rinviare la
loro guerra al 1943. Hitler si limit a non rispondere.

39) Il dittatore
Gi all'indomani di Monaco la statura politica di Mussolini aveva
cominciato ad apparire per quel che essa era realmente anche ai suoi
pi diretti collaboratori. La tensione degli eventi, la presunzione del-
la propria infallibilit che i suoi collaboratori non facevano niente per
attenuare, forse anche i disturbi fisici, accompagnati peraltro dall'in-
fiammata passione per la giovane donna che per la prima volta occu-
pava un posto importante nel suo animo oltre che nei suoi sensi: tutti
questi fattori accentuavano ora i naturali difetti di Mussolini, in cui
cozzavano elementi psicologici contrastanti. Appariva un volitivo, un
decisionista, ma cadeva facilmente in crisi di abbattimento e d'indeci-
sione: riteneva di essere una personalit superiore in grado di impor-
re e dettare le grandi linee direttive, valide anche per Hitler, ma in
realt sarebbe riuscito piuttosto un buon esecutore, se non fosse stato
poi per l'ambizione, che a un certo punto interveniva a farne un im-
provvisatore e un dilettante, impetuoso e pericoloso.
In nessun altro settore Mussolini, supremo capo delle forze armate,
dimostra tanta incompetenza quanto in quello militare. Confusione,
lotte intestine tra gruppo e gruppo, tra generale e generale, tra gerar-
ca e gerarca, caratterizzano sempre di pi la situazione italiana via via
che la guerra si avvicina, e poi ancor pi durante la guerra. Se una del-
le qualit di un capo  quella di sapersi scegliere i collaboratori, Mus-
solini non  un capo, e la pi tarda polemica sul tradimento com-
piuto ai suoi danni dai membri del Gran Consiglio lo confermer.
Mussolini non vuole avere accanto a s uomini di valore, che potreb-
bero insidiargli il primato e magari il posto. La nuova classe dirigente
che Mussolini si vanta di aver formata  composta da uomini per lo
pi mediocri,  dominata dalla corruzione (che dilaga con la specula-
zione ai danni degli ebrei colpiti dalle leggi razziali), dalle lotte inte-
stine, da gelosie, ripicche e timori personali. Lo stesso partito fascista
non  pi che una larva: il segretariato di Augusto Turati, poi quello
pi lungo di Achille Starace, ne hanno mutato le basi politiche e so-
ciali e trasformato la fisionomia, per inserirlo nel compromesso con-
servatore perseguito da Mussolini, rendendolo borghese, inerte, bu-
rocratico, privo di iniziativa; perci, invece di essere strumento di vi-
talizzazione e di mobilitazione,  sentina di vizi e palla di piombo ai
piedi sia del paese che dello stesso fascismo.
Il corpo diplomatico italiano  lasciato dal Duce alla deriva: gli am-
basciatori restano all'oscuro delle sue intenzioni, anche quello accre-
ditato a Berlino.
Ma anche a quelli dei suoi collaboratori che avvertono l'inadegua-
tezza dell'uomo di fronte agli eventi da lui stesso evocati sfugge la lo-
gica insita nel fallimento di Mussolini, perch essi sono pi o meno in-
seriti nel suo stesso sistema e perch, una volta messa in moto la spi-
rale della deificazione del Duce, non hanno pi la forza o il coraggio
di sottrarsi alla sua logica. Sfugge loro la concatenazione tra le prime
imprese da essi stessi accettate con entusiasmo e le loro conseguenze
sfugge loro che il prossimo intervento in guerra accanto alla Germa-
nia  il portato fatale del Patto d'Acciaio, che questo  il risultato del-
la svolta impressa alla politica estera italiana con l'impresa d'Etiopia
e con la partecipazione alla guerra civile in Spagna, che queste sono a
loro volta le conseguenze di una impostazione prevalentemente ideo-
logica e non realistica della politica estera stessa e della assidua e
martellante propaganda nazionalistica e imperialistica, e che tale im-
postazione e tale propaganda, infine, derivano dal contenuto stesso
del fascismo, trionfato in Italia con il colpo di Stato del 1922, l'ever-
sione dello Stato costituzionale e le leggi del 1925-26.
Ai primi di giugno 1939 Mussolini declina l'invito di Hitler a incon-
trarsi per discutere gli obiettivi comuni, in vista della guerra ormai
chiaramente imminente; ma in una conversazione segreta col Fuhrer
che Mack Smith dice essere stata intercettata dagli inglesi, gli comu-
nica che, sebbene egli preferisse un rinvio della guerra, se il Fuhrer
ritiene sia veramente giunto il momento opportuno per una guerra,
l'Italia  disposta ad acconsentirvi al cento per cento. Subito dopo
per, invia Ciano a Berlino per spiegare che sarebbe stato meglio at-
tendere quattro anni ad accendere la miccia. Ma Hitler e Ribbentrop
abbacinano il ministro degli Esteri italiano, convincendolo che la
Germania, e con essa l'Italia, avrebbero vinto facilmente, perch n
l'Inghilterra n l'Unione Sovietica sarebbero intervenute. Quanto al-
l'Italia, avrebbe potuto incamerare la Grecia e la Jugoslavia.
Mussolini era ormai legato fino in fondo a Hitler anche se di tanto
in tanto perfino in lui affiorava il dubbio che, per ii futuro dell'Italia,
non fosse per caso auspicabile una vittoria inglese: ci risulta dal Dia-
rio di Ciano. Ma non osava avanzare a Berlino alcuna protesta per il
modo in cui era trattato. In preda a emozioni contrastanti, cambiava
opinione pi volte al giorno. Era ossessionato dalla prospettiva di
realizzare finalmente quell'impresa bellica di cui aveva continuamen-
te parlato, ma al tempo stesso ne temeva l'eventualit, e d'altra parte
temeva di passare per codardo se si fosse tirato indietro. Si aggrappa-
va alla speranza che le democrazie cedessero oppure che i tedeschi
ottenessero la vittoria senza che, quanto a lui, dovesse impegnarsi in
operazioni belliche.
Proprio in quel giugno 1939, esattamente il 23 di quel mese, i gover-
ni italiano e tedesco firmarono l'accordo per il trasferimento degli al-
logeni dell'Alto Adige, che lo desiderassero, in territorio germanico.
Era l'accedere di Mussolini a una richiesta dell'alleato, ma non era
certo una decisione piacevole da prendere. Ancor meno piacevole per
l'Italia fascista fu il risultato del referendum: 180 mila altoatesini op-
tarono per trasferirsi in Germania e soltanto 31 mila per restare in
Italia, anche se poi, entro il termine stabilito (31 dicembre 1942), sol-
tanto 72 mila si erano effettivamente trasferiti, e allora e in seguito, di
fronte all'esperienza di come gli optanti venivano trattati dalle auto-
rit tedesche, molte opzioni vennero sconfessate. La firma dell'accordo
Ribbentrop-Molotov, il 23 agosto 1939, tra la Germania di Hitler e la
Russia di Stalin riaccese le speranze e l'ottimismo di Mussolini. Da
parte sua Hitler disse ai suoi generali che la certezza della vittoria 
sulla Polonia si basava in gran parte anche sull'appoggio dell'Italia 
fascista.
Il 25 agosto 1939 la Gran Bretagna rinnov la garanzia alla Polonia
in caso di guerra. Hitler, cui veniva cos a mancare una pedina impor-
tante del suo scacchiere, insist con Mussolini perch si decidesse in
un senso o nell'altro. Allora Mussolini si disse pronto ad affiancarsi
alla Germania, ma a condizione di ricevere 17.000 treni carichi di ma-
teriali necessari al riarmo italiano. Era una richiesta assurda, impossi-
bile da esaudire, ed era stata gonfiata proprio a questo fine.

40) La "non belligeranza".
Il primo settembre 1939, con l'invasione tedesca della Polonia, ave-
va inizio la seconda guerra mondiale.
Mussolini aveva vantato l'esistenza di centocinquanta divisioni per-
fettamente armate e appoggiate da dieci milioni di riservisti, ma la
realt era che soltanto dieci divisioni erano atte al combattimento.
Perfino l'aviazione, vanto e fiore all'occhiello dell'Italia fascista, 
era assai meno efficiente di quanto si voleva far credere, e probabilmente
di quanto Mussolini stesso credeva. Egli era infatti vittima di se stes-
so: ministro della Guerra, della Marina e dell'Aeronautica, aveva
sempre presieduto le commissioni per il riarmo; ma gli uomini di cui
si era circondato, si erano adeguati all'andazzo di dirgli non la verit
ma quel che poteva fargli piacere. Allo stesso modo si comportava ii
capo della polizia. N alle Camere era mai stato permesso di discute-
re della politica estera o del bilancio militare. Lo stesso Gran Consi-
glio del Fascismo era stato ammutolito. Il risultato di questo sistema
era che egli ignorava in gran parte la realt del paese, delle forze ar-
mate, dell'opinione pubblica. Nel Diario di Ciano si legge: Non biso-
gna contraddirlo, perch allora  peggio.
Iniziata l'invasione tedesca della Polonia, Mussolini inform i suoi
ministri che aveva deciso, almeno per il momento, di non intervenire
nel conflitto. Scartando il termine neutralit, che gli sembrava vile
e rinunciatario, coni l'espressione non belligeranza. Per lui le pa-
role avevano pi importanza dei fatti. Richiese e ottenne da Hitler un
messaggio nel quale l'Italia era esentata dall'intervento in guerra. Ma
fu per lui una decisione che lo depresse, lo prostr e lo rese pi irrita-
bile che mai. Imprecava: La razza italiana  una razza di pecore.
Non c'era logica in quella imprecazione, perch il popolo italiano non
c'entrava affatto nella dichiarazione della non belligeranza.
La quale provoc nel paese sollievo, ma al tempo stesso apr a molti
gli occhi sulla realt dell'Italia fascista, per il divario ora manifesto 
tra le parole e i fatti, tra le intenzioni dichiarate (che erano sempre 
state di estrema decisione bellicista) e le deliberazioni prese.
In un momento cos delicato, Mussolini, nell'ottobre-novembre 1939
attu un vasto cambio della guardia. Badoglio rest a capo dello
Stato Maggiore Generale, ma a capo dello Stato Maggiore dell'Eser-
cito fu nominato il maresciallo Graziani, gi Vicer d'Etiopia (carica
lasciata nel novembre 37 al Duca d'Aosta), quel Graziani che era adatto
alla guerra e alla guerriglia coloniale, ma non lo era nella prospettiva di
una guerra europea. Una vasta rotazione invest i ministri, e anche il se-
gretario del PNF Starace fu esonerato (aveva ingannato Mussolini sul-
l'orientamento degli italiani a favore dell'intervento) e, nominato Capo
di Stato Maggiore della Milizia, venne sostituito da Ettore Muti, che
diede pessima prova: un'altra delle scelte infelici di Mussolini.
Non che la neutralit italiana, del resto filotedesca, non fosse di aiu-
to alla Germania: la minaccia di un intervento diretto teneva impe-
gnate truppe francesi sulle Alpi; inoltre Mussolini prometteva di pas-
sare ai tedeschi le informazioni che gli riusciva di avere da fonti occi-
dentali. Ma al tempo stesso la neutralit lasciava a Mussolini la possi-
bilit di passare nel campo occidentale nel caso che le cose si fossero
messe male per la Germania. Insomma, nella situazione drammatica
in cui l'Italia e l'Europa si trovavano di fronte all'aggressione tedesca
alla Polonia, i sentimenti di Mussolini erano pi che mai contraddit-
tori. Faceva sfacciatamente il doppio gioco, per esempio incoraggian-
do la Germania ad attaccare il Belgio neutrale, e contemporaneamen-
te informando il governo belga delle intenzioni di Hitler; minacciava
fuoco e fiamme contro la Francia, ma continuava a fortificare la fron-
tiera con la Germania. Hitler venne a sapere di queste iniziative mus-
soliniane. La sua fiducia nell'alleato n risent, sebbene fino all'ulti-
mo restasse nel Fuhrer un fondo di solidariet con il dittatore italiano.

41) Mesi tormentosi.
I mesi che intercorsero tra la dichiarazione di non belligeranza e
la dichiarazione di guerra furono per Mussolini tormentosi. Si era
adattato alla neutralit malvolentieri, sembrandogli vergognoso re-
stare fuori del conflitto, dopo aver predicato la guerra per vent'anni;
ma i fatti, cio l'impreparazione militare ed economica, avevano fini-
to per imporsi. La sua volont di precipitare la situazione cozzava con-
tro i dati della realt, ed egli, da cui solo dipendeva di prendere le
estreme decisioni, passava pi volte da un proposito all'altro nel mas-
simo dell'indecisione. Uno dei problemi pi gravi era quello dei rifor-
nimenti di carbone, che gi cominciava a scarseggiare, tanto da para-
lizzare l'industria degli armamenti. Ma, mentre era in discussione l'al-
leanza con la Germania per fare la guerra insieme, l'Italia forniva armi
alla Francia e alla Russia. Mussolini pensava che l'Italia, una volta en-
trata in guerra, dovesse condurre quella che egli definiva una guerra
parallela, dovesse cio avere una strategia propria, indipendente da
quella della Germania, per rivolgersi contro la Jugoslavia e la Grecia
e nel bacino mediterraneo.
Il 3 gennaio 1940 il Duce scrisse al Fuhrer una lunga lettera con la
proposta che la Germania concludesse la pace con le democrazie oc-
cidentali in modo che i due alleati potessero unire le loro forze contro
la Russia. Era nell'URSS, secondo Mussolini, che la Germania doveva
trovare la soluzione del suo spazio vitale. Esortava Hitler a non ab-
bandonare la bandiera antisemita e antibolscevica. Dichiarava che
l'Italia, non potendo sostenere una guerra lunga, sarebbe intervenuta
soltanto al momento decisivo. Hitler non si cur neppure di rispondere.
Il 25 febbraio il sottosegretario americano Sumner Welles giunse a
Roma dove s'incontr con Ciano e Mussolini, al quale ultimo conse-
gn un messaggio personale di Roosevelt, con l'invito a incontrarsi
alle Azzorre. Ma i successivi sondaggi di Sumner Welles a Berlino, a Pa-
rigi e a Londra dimostrarono che la via della pace non era percorribile,
data l'intransigenza tedesca e la volont anglo-francese di resistere.
Furono i grandi successi militari tedeschi e il crollo della Francia a
trascinare Mussolini nella determinazione rovinosa di precipitare l'I-
talia in guerra, per non arrivare troppo tardi, a conflitto terminato e
quindi senza la possibilit di spartirne il bottino. Questa inclinazione
fu rafforzata in Mussolini dal quadro ottimistico che il ministro degli
Esteri tedesco Ribbentrop gli dipinse quando il 10 e 11 marzo 1940 fu
a Roma, consegnandogli la risposta di Hitler alla sua lettera del 3
gennaio (erano passati oltre due mesi). Da parte sua Mussolini assi-
cur che la Marina e l'Aviazione italiane, pi efficienti che mai
avrebbero avuto facilmente la meglio sui nemici. Queste posizioni fu-
rono ribadite il 18 marzo in un incontro diretto tra il Duce e il Fuhrer
al Brennero: un altro di quei colloqui in tedesco, in cui Mussolini si
trovava anche linguisticamente in condizioni d'inferiorit. Come egli
spieg ai suoi pi intimi collaboratori, per l'Italia si trattava di un 
calcolo sottile: intervenire non troppo presto n troppo tardi. Ancora il
31 marzo 1940 conferm che egli avrebbe ritardato l'intervento il
pi a lungo possibile. Isolato e solitario per sua stessa scelta, attese
fino ai primi di aprile per comunicare agli Stati Maggiori dell'Eserci-
to e della Marina che la dichiarazione di guerra si avvicinava. Mentre
per le forze militari di terra indicava una guerra difensiva, per la Ma-
rina dava disposizioni di carattere offensivo; ma non ordin che fos-
sero approntati piani particolareggiati per un attacco contro Malta, la
Corsica, Biserta o l'Egitto. Per i tedeschi, Malta e l'Egitto erano i ber-
sagli naturali dell'azione italiana; ma, sebbene l'Italia avesse concen-
trato in Libia grandi masse di soldati, nulla era stato studiato e tanto
meno predisposto per adattare i mezzi a una guerra nelle condizioni
del deserto. Nonostante ci, Mussolini, nel suo orgoglio, declin l'of-
ferta di Hitler di fornirgli per l'Africa duecentocinquanta carri armati
pesanti (quelli italiani erano poco pi che giocattoli). In compenso
accett la richiesta tedesca di inviare in Germania venti divisioni ita-
liane per un attacco congiunto contro la Francia; ma poi non diede al-
cun seguito a questa forzata decisione.
Nell'aprile del 1940 l'invasione tedesca della Norvegia e della Dani-
marca convinse Mussolini che era ormai giunto il momento d'interve-
nire per non perdere, disse, l'appuntamento con la storia. Inutili gli
appelli di Reynaud, del papa, di Roosevelt, di Churchill tra aprile e
maggio. La propaganda bellica fu accentuata, la guerra fu ancor pi
di prima presentata agli italiani come gloriosa e vantaggiosa, e la vit-
toria era sicura, indiscutibile. L'occupazione tedesca del Belgio e l'a-
vanzata in Francia completarono il quadro; anche quelli tra i gerarchi
che erano stati critici sulle prospettive della guerra si allinearono
adesso sui piani del Duce. Alla fine di maggio, nel momento peggiore
per la Francia e per l'Inghilterra (che aveva cominciato da Dunker-
que il ritiro delle truppe britanniche dal suolo francese), mentre l'of-
fensiva tedesca travolgeva il Belgio e l'Olanda, Mussolini inform i
capi militari che aveva deciso di dichiarare la guerra la settimana suc-
cessiva. Roosevelt defin quella decisione una pugnalata alle spalle
inferta alla Francia ormai in ginocchio. Mussolini disse che gli occor-
revano mille o duemila morti italiani per sedersi al tavolo della pace,
dettare le sue condizioni e ottenere la sua parte del bottino (e proprio
questo termine adoperava). Per questo motivo aveva lasciato cadere
le proposte francesi e inglesi di qualche concessione in Africa in un
pacifico negoziato: era la guerra che egli voleva, dalla quale sarebbe
uscito con l'aureola di grande capo, oltre che politico, anche militare.
Si era convinto che, nel quadro generale del conflitto in Europa, con
la Germania che travolgeva ogni resistenza, all'Italia sarebbe bastato
restare sulla difensiva per comparire anch'essa come vincitrice.
In vista dell'entrata in guerra, Mussolini, pur di ottenere dal re la
cessione del comando supremo delle forze armate, lo affront a muso
duro. Vittorio Emanuele terzo tergivers per due settimane, ma infine,
ancora una volta, cedette.

42) La dichiarazione di guerra
Il 10 giugno 1940 Mussolini, senza neppure informarne il Gran Con-
siglio e il Consiglio dei ministri, dichiar guerra alla Francia e all'In-
ghilterra e la sera dal balcone di Palazzo Venezia ne diede solenne an-
nuncio al popolo italiano. Tuttavia di operazioni militari non ci fu per
il momento neppure l'ombra, e Malta, la Corsica e l'Egitto non furo-
no bersaglio di alcun attacco. Soltanto il 17 giugno, quando la Francia
in ginocchio chiese l'armistizio, il Duce diede l'ordine di abbandona-
re sulle Alpi la posizione difensiva e di attaccare. Contemporanea-
mente, in un incontro a Monaco con Hitler il 19 giugno, avanz la ri-
chiesta delle conquiste territoriali per concedere l'armistizio: la Fran-
cia meridionale, la Corsica, la Tunisia e la Somalia francese.
L'offensiva sul fronte alpino si dimostr un mezzo disastro (tra l'al-
tro i soldati italiani combattevano a quelle quote con scarpe dalle
suole di cartone e vi furono oltre 2100 congelati). Una piccola avan-
zata delle truppe italiane si ebbe soltanto lungo la costa, fino a Men-
tone. Il 21 giugno Ciano annotava nel suo Diario: Mussolini  molto
umiliato dal fatto che le nostre truppe non hanno fatto un passo avan-
ti. Ma a salvare l'esercito di Mussolini da ulteriori scacchi, dopo quat-
tro giorni di combattimenti intervenne il 25 giugno la firma dell'armi-
stizio, mentre egli imprecava contro gli italiani, razza non sufficiente-
mente guerriera. Tuttavia, malgrado l'accordo con Hitler, che aveva
accettato le condizioni comunicategli per l'armistizio, poche ore pri-
ma dell'arrivo della delegazione francese per la firma Mussolini di sua
iniziativa decise di abbandonare quelle richieste. Difficile dire perch.
Ma ora la guerra continuava contro l'Inghilterra, guerra sostenuta
per soprattutto dall'alleato tedesco. Mussolini esprimeva sentimen-
ti di disprezzo anche verso la razza anglosassone per le supposte
sue scarse capacit militari (nel 42 arriver a definire gli inglesi 
iene in sembianze umane, barbari, bruti). Chiese pertanto all'allea-
to di affiancarlo con truppe italiane nella progettata invasione della
Gran Bretagna: Hitler rispose con un rifiuto, addolcito - ma non agli
occhi di Mussolini - con la giustificazione che gli italiani potevano es-
sere meglio utilizzati e impiegati nel bacino mediterraneo. Progett al-
lora un duplice attacco, contro la Jugoslavia (per conquistare la Croa-
zia e la Dalmazia) e contro le forze inglesi in Egitto; e mostr di non
tenere alcun conto delle obiezioni dei suoi generali per una siffatta
iniziativa, tutt'altro che preparata. Le battaglie navali di Punta Stilo e
di Capo Spada, al largo delle coste calabresi, il 9 e il 19 luglio 1940, e
poi quella di Capo Teulada il 27 novembre, furono caratterizzate dal-
lo scarso o nullo coordinamento tra la Marina e l'Aviazione. Nessun
attacco fu invece effettuato contro Malta, chiave di volta del sistema
di sicurezza inglese nel Mediterraneo.
Per queste mosse - o non mosse - contraddittorie agiva in Mussolini
da una parte la volont di sbrigarsela da solo, senza l'aiuto delle forze
armate tedesche, per condurre la sua guerra parallela, dall'altra la
sua indecisione nell'esporre le navi da guerra italiane al rischio del
combattimento. Perci il Duce declin l'offerta tedesca, avanzata in
maggio e rinnovata in luglio, di carri armati da impiegare in Egitto, e
anche di due divisioni corazzate tedesche perfettamente attrezzate
per la guerra nel deserto, per la quale, invece, le truppe italiane non
erano affatto equipaggiate. D'altronde egli continuava a ritenere che
gli inglesi sarebbero stati facilmente battuti.

43) Le operazioni in Africa e in Grecia
Il 28 giugno Mussolini impart a Balbo, governatore della Libia, l'or-
dine di attaccare; ma proprio quel giorno l'aereo di Balbo fu abbattu-
to dalla contraerea italiana (l'incidente suscit la voce, infondata, che
esso fosse stato provocato a bella posta). Fu allora inviato a sostituir-
lo il maresciallo Graziani, che era il Capo di Stato Maggiore dell'E-
sercito, con l'ordine di avanzare. Tra lui e Mussolini si apr una scher-
maglia polemica, perch Graziani sapeva quali erano le condizioni
delle sue truppe, e il 5 agosto, a Roma, lo fece presente al Duce e a Ba-
doglio. Infine Graziani dovette cedere e in settembre lanci l'offensi-
va lungo la costa libica, realizzando una rapida avanzata fino a Sidi el
Barrani. Sembrava che ancora una volta Mussolini avesse avuto ra-
gione. In preda all'euforia causatagli da questo successo, mentre il 4
ottobre 1940, in un incontro con Hitler, Mussolini declinava ancora
una volta l'offerta di aiuti tedeschi, ordin a Graziani di riprendere
l'offensiva per raggiungere Marsa Matruk, e intanto chiese all'alleato
di partecipare alla battaglia d'Inghilterra con una importante parteci-
pazione di aerei italiani, cos sfornendo di tale prezioso strumento il
fronte africano. Dopo qualche mese, fallito il progetto tedesco d'in-
vadere l'Inghilterra e rivelatasi insufficiente l'autonomia degli appa-
recchi italiani per bombardare Londra, essi furono riportati in Italia.
Il 27 ottobre 1940 Ciano firmava a Berlino, con Ribbentrop e l'amba-
sciatore giapponese, il Patto tripartito, che abbozzava la spartizione
del mondo fra le tre potenze. Segu, il 4 ottobre, un lungo colloquio al
Brennero tra il Duce e il Fuhrer.
Ora Mussolini riprese il progetto di attaccare nei Balcani, incorag-
giato da Ciano, ansioso di estendere il suo potere sulla Grecia: il tutto
sempre all'insaputa dei Capi di Stato Maggiore affinch la gloria del-
le future attese vittorie potesse essere attribuita soltanto al Duce e a
suo genero. Il proposito di attaccare e occupare la Grecia fu rafforza-
to in Mussolini dall'invasione tedesca di parte della Romania, dopo
che il caloroso appello di Hitler alla Gran Bretagna in un discorso al
Reichstag il 19 luglio 1940 era caduto nel vuoto e l'Inghilterra, al con-
trario, ribadiva in vari modi la sua determinazione a lottare. Mussoli-
ni non tenne conto della raccomandazione del Fuhrer di abbandona-
re i progetti contro la Jugoslavia e la Grecia per concentrare ogni
sforzo contro la Gran Bretagna. Ma la battaglia d'Inghilterra volgeva
a favore di quest'ultima e vane risultarono le insistenze italiane e te-
desche su Franco perch la Spagna si unisse in guerra all'Asse.
Il maresciallo Graziani apprese dell'attacco iniziato contro la Gre-
cia da un notiziario ascoltato alla radio. La faciloneria e il dilettanti-
smo con cui fu preparata l'offensiva contro la Grecia ebbero dell'in-
credibile: non si tenne conto della reale ricettivit dei porti adriatici
in cui sarebbero dovute sbarcare le truppe italiane, n delle difficolt
create dall'imminente stagione delle piogge, n erano disponibili car-
te topografiche di quell'aspra regione montagnosa, n i soldati erano
dotati di uniformi pesanti, adatte a quelle temperature. Ancora una
volta, come gi al tempo dell'invasione e dell'annessione dell'Albania,
ma quella volta con successo e questa volta no, fu fatto affidamento
sull'opera di corruzione del nemico, per la quale erano state profuse
ingenti somme. Poich nessun motivo valido poteva giustificare l'attac-
co italiano alla Grecia, vennero organizzati incidenti di frontiera tra
l'Albania e la Grecia in modo da poter sostenere che l'Italia era mi-
nacciata da un attacco greco e doveva perci difendersi.

44) Spezzeremo le reni alla Grecia
Il regista dell'operazione fu Galeazzo Ciano, il quale era troppo va-
nesio e chiacchierone per tenere per s la data dell'attacco, fissata al
28 ottobre 1940, all'insaputa dei tedeschi: quella data fu conosciuta in
anticipo dai greci, perdendosi cos il fattore della sorpresa, e anche,
con una settimana di anticipo, dai tedeschi. Hitler si affrett a calare
in Italia, ma giunse, anche se di pochissimo, troppo tardi: l'avventura
italiana in Grecia era cominciata. Il Fuhrer giunse in Italia accompa-
gnato dal Capo di Stato Maggiore della Wehrmacht maresciallo Kei-
tel, ma Mussolini non volle accanto a s, per le conversazioni militari,
il proprio Capo di Stato Maggiore Badoglio, che non fu neppure in-
formato di quell'incontro. Risulta che, al di l dei suoi sforzi per non
ferire la suscettibilit di Mussolini, Hitler era furioso per quella ini-
ziativa italiana, che, in caso d'insuccesso, avrebbe danneggiato l'Asse
agli occhi degli Stati neutrali e dato agli aerei inglesi una base in ter-
ritorio greco per i bombardamenti dei campi petroliferi di Ploesti.
Un mese dopo, il 18 novembre, con frase poi divenuta tristemente
famosa, il Duce dichiar: Spezzeremo le reni alla Grecia.
Ma l'insuccesso paventato da Hitler si avver a usura. Nel giro di una
settimana i greci respinsero le truppe italiane in territorio albanese e
nei successivi tre mesi esse si trovarono a dover combattere, tra la
neve e il fango, una disperata guerra difensiva. Per di pi, l'11 novem-
bre alcune tra le maggiori corazzate italiane furono messe fuori com-
battimento da un attacco aereo inglese nel porto di Taranto.
Il giorno prima, cio il 10 novembre, Mussolini, in una riunione a
Palazzo Venezia con Badoglio e i capi delle tre armi, disse, dopo i pri-
mi insuccessi sul fronte greco-albanese, che bisognava disorganizza-
re la vita civile della Grecia, seminando il panico dovunque. Quindi
voi dovete scegliere, chilometro quadrato per chilometro quadrato,
la Grecia da bombardare. E ancora: Tutti i centri urbani superiori
ai 10.000 abitanti devono essere distrutti e rasi al suolo. Nei suoi Diari
Goebbels commentava con aperto disprezzo l'umiliazione e l'igno-
minia di cui si coprivano gli italiani e definiva l'impresa in Grecia
una spaventosa orgia di dilettantismo, rincarando ancora la dose
con la frase: L'Italia sta diventando il nostro tallone d'Achille.
Di fronte al bruciante scacco in Grecia, il maresciallo Badoglio tro-
v il coraggio di dire la verit sulle condizioni dell'esercito italiano,
sull'impreparazione dell'impresa, sul dilettantismo di chi s'intestardi-
va a voler tutto dirigere e comandare. Il 4 dicembre 1940 fu allora di-
messo dalla carica di Capo di Stato Maggiore Generale e sostituito dal
generale Ugo Cavallero, che assunse anche il comando in Albania.
In Grecia (o per meglio dire in Albania, poich le truppe italiane,
partite per conquistare la Grecia, si erano dovute ritirare in territorio
albanese) il generale Ubaldo Soddu considerava la situazione cos di-
sperata da consigliare di chiedere ai greci un armistizio. Ma Mussoli-
ni non cedette, ordin che i soldati morissero sul campo piuttosto che
cedere un altro metro di terreno. Dovette per riconoscere - lo si ap-
prende dal Diario di Ciano - che gli italiani del 1914 erano migliori
di questi di oggi. Non  un bel risultato per il regime, ma  cos. Cos
egli scaricava le sue responsabilit su altri, e magari su tutto il popolo
italiano. E si sfogava minacciando una terza ondata.
In quel gennaio 1941 Mussolini invi al fronte numerosi ministri e
gerarchi, tra i quali Ciano, Grandi, Bottai, Ricci, creando cos una si-
tuazione ancora pi caotica nella pubblica amministrazione.
Il 19-21 gennaio 1941 il Duce s'incontr con il Fuhrer a Berchtesga-
den, dove quest'ultimo annunci l'invio di forze tedesche sia sul fron-
te greco che in Libia.
Il 2 marzo 1942, dopo aver concentrato in Albania ben seicentomila
uomini, e nel momento in cui Cavallero gli assicurava che era matura-
ta la possibilit di una offensiva vittoriosa, Mussolini si rec personal-
mente in Albania, dove rimase tre settimane, sempre nella speranza
di essere lui il grande comandante supremo, il vincitore. Ma la pro-
spettiva della vittoria si rivel insussistente: l'offensiva per suo ordine
scatenata il 9 marzo cost enormi perdite e cinque giorni dopo dovet-
te essere sospesa. Alla fine il Duce dov tornare a Roma con la coda
tra le gambe, mascherando per il nuovo scacco con frasi roboanti
quanto false sulla vittoria ormai ottenuta sull'esercito greco.
Alla fine di marzo 1941 la Marina italiana sub una sconfitta nelle
acque della Grecia al largo di Capo Matapan, in cui gli inglesi adope-
rarono i pi moderni e sofisticati congegni, e ancora una volta, mal-
grado le pesanti perdite subite dalle navi italiane, Mussolini tent di
far passare quella sconfitta per una vittoria.
A questo punto non fu pi possibile rifiutare l'aiuto tedesco. Nell'a-
prile 1941 i tedeschi attaccarono in Grecia, e in due settimane ne li-
quidarono la resistenza. Ultima beffa per Mussolini, i greci si arrese-
ro ai tedeschi e non agli italiani, i quali, del resto, erano ancora fermi
alla loro frontiera, sebbene il Duce affermasse che l'esercito greco era
gi in rotta, a opera degli italiani, quando l'attacco tedesco era comin-
ciato. Il prestigio dell'Italia fascista e di Mussolini come suo capo po-
litico e militare sub un colpo mortale, da cui non pot pi riprendersi.
L'armistizio fra italo-tedeschi e greci, firmato a Salonicco il 24 aprile
1941, pose fine alle ostilit.
Per non ferire ulteriormente l'orgoglio di Mussolini, i tedeschi la-
sciarono che l'amministrazione della Grecia occupata fosse affidata
agli italiani. L'ordine di Mussolini fu di usare il pugno di ferro, ma ci
non fece che inasprire l'ostilit della popolazione greca, far insorgere
una endemica resistenza e obbligare oltre cinquecentomila soldati a
logorarsi in una guerriglia, in cui da parte italiana furono messe in atto
misure di estrema crudelt, preludio di quelle che i tedeschi avrebbe-
ro usato in futuro nell'Italia da essi occupata.

45)Successo tedesco in Africa e perdita dell'Impero italiano
In Africa, intanto, nel dicembre 1940 il corpo d'esercito inglese, nu-
mericamente inferiore a quello italiano, ma tecnicamente molto su-
periore, inferse alle nostre truppe una grave sconfitta, con la caduta
successiva di Sidi el Barrani, Bardia e Tobruk, costringendo Graziani,
invece di avanzare come chiedeva insistentemente Mussolini, a una
precipitosa ritirata. L'armata della Cirenaica fu praticamente distrut-
ta, malgrado episodi eroici di resistenza, come a Giarabub. Cos, an-
che in Africa Mussolini dovette accettare l'aiuto e l'intervento tede-
sco, che nel febbraio 1941 si concretizz nell'invio del generale Rom-
mel, il quale assunse il comando delle operazioni. Vero genio della
guerra nel deserto, Rommel (che col grado di capitano si era messo in
luce nel lontano 1917 durante la battaglia di Caporetto) utilizz le sue
divisioni corazzate ben munite di carri armati (che Mussolini aveva
detto inutili in un terreno sabbioso) e realizz una spettacolare avan-
zata fino ai confini dell'Egitto. Questo notevole successo, per tutto
da attribuire ai tedeschi, fu controbilanciato, nell'aprile 1941, dalla
resa di Addis Abeba e di Massaua di fronte a una forza alleata mista
e dalla perdita immediatamente successiva, dopo l'estrema difesa
sull'Amba Alagi, che cadde a met maggio, di tutto l'Impero italiano
nell'Africa orientale a cinque anni dalla sua conquista. Si avverava
cos il giudizio di chi aveva previsto che in caso di guerra quella con-
quista avrebbe costituito per l'Italia pi un peso che un vantaggio.
In presenza di fatti concreti cos negativi, i rapporti tra Mussolini e i
suoi ministri, i suoi gerarchi, i suoi collaboratori divenivano sempre
pi difficili. Nessuno osava contrastarlo apertamente, ma tutti si ac-
corgevano della sua caparbia volont e al tempo stesso della sua inca-
pacit di tutto comandare, della imprevedibilit delle sue sempre
cangianti opinioni e decisioni, del suo vizio di badare soltanto alle ap-
parenze e mai guardare alla sostanza, della sua abitudine di mentire
per salvaguardare il proprio prestigio, esponendo per l'Italia a una
continua perdita di credibilit.

46) In Russia
Il 19-20 gennaio 1941, nel momento in cui le sorti dell'esercito italia-
no in Albania volgevano al peggio, si era avuto un nuovo incontro
come si  detto, tra il dittatore italiano e quello tedesco. All'inizio di
giugno i due s'incontrarono nuovamente al Brennero. Fu quello il
momento in cui il disperato bisogno che Hitler intervenisse per salva-
re la situazione costrinse Mussolini ad accettare l'intervento delle for-
ze armate tedesche sul fronte greco-albanese, ponendo termine alla
sua guerra parallela e sancendo definitivamente la subordinazione
politico-militare dell'Italia rispetto alla Germania.
Il 22 giugno 1941 Hitler attacc inaspettatamente l'Unione Sovietica.
Mussolini si affrett a offrire truppe italiane - non richieste dal Fuhrer
- per la guerra su quel nuovo fronte, perch si trattava di un'impresa
che ai suoi occhi si presentava relativamente facile, in quanto - pen-
sava - i russi erano una razza inferiore. E il corpo di spedizione italia-
no in Russia fu aumentato gradualmente di numero. Il 25 agosto 1941
Mussolini si rec ancora una volta in Germania per incontrarsi con
Hitler presso il suo quartier generale e discutere sulle prospettive del-
la pace, che il Fuhrer riteneva imminente. In quella occasione il Duce
visit le truppe italiane impegnate in quel lontano fronte. Durante
quel viaggio, Mussolini, sempre vanitoso, chiese e ottenne di pilotare
personalmente l'aereo di Hitler e volle che il fatto fosse annunciato nel
comunicato ufficiale dell'incontro. Di mese in mese continu ad aumen-
tare il numero dei soldati italiani inviati e impiegati sul fronte russo.
La collaborazione italo-tedesca in Russia accrebbe la reciproca ge-
losia e diffidenza tra i due alleati. I tedeschi si fidavano sempre meno
degli italiani, ai quali comunicavano i loro piani all'ultimo momento
per non vederseli svelati dalle indiscrezioni italiane; gli italiani si ve-
devano trattati come subalterni poco affidabili. Personalmente, Mus-
solini era sballottato tra pulsioni contrastanti e contraddittorie, ora
sognando una vittoria-lampo, ora addirittura auspicando che i tede-
schi fossero umiliati sul fronte russo come gli italiani lo erano stati sul
fronte greco e su quello africano. Nel 41 giunse ad augurarsi che la Ger-
mania non stravincesse e, con una guerra il pi possibile lunga e spos-
sante, fosse costretta a una pace di compromesso, per salvare l'indi-
pendenza italiana. E durante quell'anno fece proseguire i lavori di
fortificazione al Nord, verso la Germania. La condizione subordinata
degli italiani era sottolineata anche dall'impiego in Germania di lavo-
ratori italiani, che raggiunsero il totale di 350 mila: adoperati non sui
fronti di guerra ma nelle retrovie.
Un duro colpo fu per Mussolini la morte del figlio Bruno, caduto il 7
agosto 1941, all'et di 22 anni, mentre collaudava un quadrimotore
da bombardamento. Il Duce gli dedic un libro liricamente commos-
so, intitolato Parlo con Bruno, cos come al fratello Arnaldo, morto
dieci anni prima, aveva dedicato la Vita di Arnaldo. Il fratello e Costan-
zo Ciano erano state le due sole persone a cui Mussolini avesse voluto
veramente bene e di cui si fosse fidato incondizionatamente.
Nell'ottobre 1941 Hitler invi una potente forza aerea in Sicilia, agli
ordini del feldmaresciallo Kesselring, per tentare un attacco su Mal-
ta, dato che era sempre pi grave il problema dei rifornimenti delle
truppe in Africa, insidiati dall'aviazione britannica. Si pose allora la
spinosa questione del comando: Hitler voleva che a Kesselring fosse
riconosciuto il titolo di Comandante supremo del Sud, ci che Mus-
solini non era disposto a concedere. Il risultato di questa diatriba tra
i due dittatori fu che, se Kesselring esercit di fatto quel comando,
non pot averne il titolo, tra continui attriti tra lui e i generali 
italiani: il che non facilitava certo l'efficienza delle operazioni 
militari.
Alle difficolt militari si aggiungevano quelle economiche. Nel 1941
fu imposto il razionamento del pane: centocinquanta grammi a per-
sona al giorno. Altri generi alimentari si trovavano con difficolt, e
perci fioriva la borsa nera a prezzi lievitanti. Prima le Corporazioni,
poi il PNF tentarono di imporre un calmiere dei prezzi, ma senza ap-
prezzabili risultati. Di tutte queste difficolt, mentre attribuiva la col-
pa alla borghesia, Mussolini credeva di vedere anche un lato positivo:
i sacrifici imposti agli italiani servivano a renderli pi virili, pi 
forti.
Il 7 dicembre 1941, con l'attacco devastante a Pearl Harbour, i giap-
ponesi si misero in guerra con gli Stati Uniti. Mussolini aveva sempre
nutrito un grande disprezzo per gli americani, paese di negri e di ebrei,
e aveva dichiarato la propria assoluta certezza che non sarebbero mai
entrati in guerra. Ne sottovalutava anche in misura pressoch incre-
dibile le potenzialit economiche, industriali e militari. L'11 dicem-
bre si affacci ancora una volta al balcone di Palazzo Venezia per an-
nunciare che l'Italia era in guerra anche con gli Stati Uniti.
In Africa, reagendo all'attacco britannico cui inizialmente, come si 
detto, aveva arriso nel novembre 1941 grande successo, il maresciallo
Rommel, sbarcato a Tripoli nel febbraio 1941, lanci il primo aprile
1942 una grande offensiva, che ebbe a sua volta un grande successo. Il
3 luglio 1942 infatti, le potenze dell'Asse, riguadagnando i territori
della Libia precedentemente perduti e spingendosi in territorio egi-
ziano, erano alle porte di Alessandria. Per Mussolini quest'ultimo
fatto, se da una parte lo rincuorava sulle sorti del conflitto, dall'altra
gli dispiaceva e lo irritava, perch erano ancora una volta i tedeschi a
prendere l'iniziativa e a mietere vittorie. Dei tedeschi si lamentava
inoltre perch, diceva, non gli avevano inviato i rifornimenti promes-
si. La realt era che in tre anni gli avevano fornito quaranta milioni di
tonnellate di carbone. Il 10 giugno 1941 si era cos sfogato con Ciano:
"i tedeschi, disse, sono canaglie in mala fede e vi 
dico che cos non potr durare (...). 
Io del resto, ho la nausea dei tedeschi da quando List fece l'armistizio 
con la Grecia alle nostre spalle ed i fanti della divisione Casale - 
forlivesi che odiano la Germania - trovarono al ponte di Perati un soldato 
germanico, a gambe larghe, che sbarrava loro il cammino e rubava il frutto 
della vittoria. E personalmente ne ho le tasche piene di Hitler e del suo 
modo di fare. Questi colloqui preceduti da una chiamata col campanello non 
mi piacciono: col campanello si chiamano i camerieri. Poi che razza di 
colloqui sono? Debbo per cinque ore assistere ad un monologo, abbastanza 
noioso ed inutile (...). Io intanto continuo le fortificazioni del Vallo 
alpino. Un giorno serviranno. Per il momento, non c' niente da fare. 
Bisogna urlare coi lupi. Ed  cos che oggi alla Camera far una sviolinata
alla Germania. Ma il mio cuore  pieno di amaro."
E il 6 luglio, ancora a Ciano:
"Segna nel tuo diario che io prevedo come inevitabile una crisi tra Italia 
e Germania. Ormai  evidente che si preparano a chiederci di portare il 
confine a Salorno e forse anche a Verona. Il che produrr una formidabile 
crisi in Italia, anche per il regime. La superer, ma sar la pi dura di 
tutte. Sento ci nel mio istinto da animale, ed ormai mi pongo seriamente 
il quesito se, per il nostro futuro, non  pi auspicabile una vittoria
inglese che una vittoria tedesca."
Il 29-30 aprile 1942 Mussolini e Ciano si incontravano a Klassheim
presso Salisburgo con Hitler e Ribbentrop, i quali davano ai partner
italiani una valutazione molto ottimistica della situazione; in quella
occasione stabilirono anche una prossima offensiva in Libia, che fu quel-
la di cui abbiamo appena detto, condotta dall'inizio di aprile all'inizio
di luglio 1942.
Tornato in patria, Mussolini accanton per il momento il progetto
di attaccare Malta, per concentrare le sue forze in appoggio all'offen-
siva in corso in Africa, nella quale, come si  detto, Rommel si sareb-
be di l a poco spinto fino a El Alamein, al confine con l'Egitto. In vi-
sta dell'occupazione del Cairo, il Duce si rec personalmente in Afri-
ca, dove rimase dal 29 giugno al 20 luglio (senza che Rommel si de-
gnasse di andare a salutarlo), in attesa dell'evento che voleva sfruttare
ma che non giungeva. Dato che tutto era concentrato nelle sue mani,
queste sue prolungate assenze da Roma paralizzavano tutti i rami del-
l'amministrazione e creavano un caos ancora maggiore di quello che
normalmente dominava il potere in Italia.
Ma forse il maggior rovello era per Mussolini il fronte russo, in cui i
tedeschi, dopo i primi clamorosi sfondamenti e le velocissime avanza-
te, segnavano ora il passo, senza riuscire ad andare oltre, anzi comin-
ciando a subire le prime sconfitte. Ora Mussolini, come gi si  detto,
aveva stimato che la Russia sarebbe stato un boccone facile da in-
ghiottire; ma di fronte alla resistenza sovietica affermava che l'aver
iniziato l'attacco tedesco sul fronte orientale mentre non era ancora
vinta la battaglia d'Inghilterra era stato un grave errore, che lui aveva
sconsigliato. Intanto continuava ad aumentare il corpo di spedizione
italiano in Russia.

47) El Alamein e Stalingrado
Nell'autunno del 1942, al confine tra la Cirenaica e l'Egitto comin-
ci la grande battaglia che  passata alla storia come la battaglia di El
Alamein, che in tre mesi avrebbe condotto gli Alleati a occupare Tri-
poli. Le truppe italo-tedesche si trovavano in una situazione difficile,
perch si erano spinte molto avanti, lontane dalle basi di rifornimen-
to; ma Hitler e Mussolini avevano respinto la richiesta di Rommel di
essere autorizzato a ripiegare su una linea pi facilmente tenibile. Dal-
l'altra parte, con una manovra a tenaglia, l'8 novembre 1942 gli anglo-
americani iniziavano lo sbarco in forze in Marocco e in Algeria, pren-
dendo alle spalle le truppe italiane, dopo che la battaglia di El Alamein
aveva aperto a quelle britanniche la via per la conquista della Libia,
mentre a Stalingrado le sorti della titanica battaglia volgevano ormai
contro la Germania, cosicch si pu dire che da quello scorcio del 1942
l'iniziativa passava dalle forze dell'Asse a quelle degli Alleati. Alla fine
di gennaio 1943 la Libia era perduta e in Russia l'ARMIR era distrutta
(le truppe italiane, comandate dal generale Messe, dovettero ritirarsi in
Tunisia, dove poi si arresero in maggio). Cavallero fu rimosso dalla cari-
ca di Capo di Stato Maggiore Generale, sostituito il primo febbraio 1943
dal generale Vittorio Ambrosio, meno legato ai tedeschi e di pi alla
Corona, sebbene anche Cavallero si fosse ormai convinto che Musso-
lini avrebbe dovuto rinunciare al ruolo di comandante supremo.
Il mese di gennaio 1943 segn anche, per Mussolini, una ricaduta in
una delle sue crisi fisiche, probabilmente, come si  gi ipotizzato, di
carattere prevalentemente psicosomatico. Ma di fronte a tanto sface-
lo, egli reagiva con affermazioni di tipo apodittico, niente pi che slo-
gan, come di essere matematicamente certo che l'Asse stava vin-
cendo e che vincere era fondamentalmente una questione di volont.
Come nuovo Segretario del PNF nomin Carlo Scorza, che era stato
un violento squadrista.
Intanto alla Conferenza di Casablanca, dal 14 al 24 gennaio 1943, Roo-
sevelt e Churchill adottavano la formula della resa incondizionata da
imporre alle potenze nemiche e approvavano i piani per l'invasione del-
la Sicilia, da effettuare nell'estate.
Il 5 febbraio 1943 Mussolini riassunse il ministero degli Esteri, desti-
nando Ciano all'ambasciata presso il Vaticano e allontanando Gran-
di dal governo; quasi tutti gli altri dicasteri cambiarono di titolare.
Nella seconda settimana di aprile 1943 Mussolini fece una nuova vi-
sita a Hitler nel castello di Klassheim e gli prospett la possibilit di
concludere una pace separata con l'Unione Sovietica. Ma ancora una
volta fu il Fuhrer a dominare l'incontro, mentre Mussolini era pi pro-
strato che mai. In maggio e giugno le sue condizioni di salute peggio-
rarono nuovamente. Le sue affermazioni sulle prospettive della guer-
ra e della pace erano le pi contraddittorie che si possano immagina-
re; ma in generale ostentava una fiducia che era totalmente priva di
basi. E poi agitava lo spauracchio della sorte che attendeva gli italiani
in caso di sconfitta: Churchill e Roosevelt li avrebbero ridotti in schia-
vit, l'Italia sarebbe stata distrutta, confiscata, razziata, gli italiani 
deportati in massa, se non addirittura sterminati.
Ormai, in quella primavera del 1943, gli Alleati cominciavano a strin-
gere d'assedio la penisola. L'11 giugno cadde Pantelleria, che Musso-
lini aveva dichiarato essere assolutamente inespugnabile. Constatan-
do la crescente inaffidabilit del Duce, il conte Vittorio Cini, da poco
ministro delle Comunicazioni, si dimise, unico esempio tra i seguaci
di Mussolini. Aumentavano le pressioni su di lui perch si decidesse a
sganciarsi dalla Germania, ma egli tergiversava e rinviava ogni presa
di posizione.

48) La riunione del Gran Consiglio
Il 9-10 luglio 1943 gli Alleati (inglesi, americani e canadesi) sbarca-
rono in Sicilia, incontrando - salvo che a Catania - scarsa resistenza.
Mussolini aveva predetto che, se si fosse verificato lo sbarco, le trup-
pe anglo-americane sarebbero state annientate sulla linea del bagna-
sciuga (termine che aveva tutt'altro significato di quello che Musso-
lini gli attribuiva).
Mentre Hitler faceva preparare i piani per una eventuale occupazio-
ne dell'Italia, all'interno si studiava la possibilit di defenestrare le-
galmente il Duce, adoperando a tale scopo il Gran Consiglio. Non pi
riunito dal 1939, questo supremo organo costituzionale del fascismo
poteva riassumere le sue funzioni e procedere quanto meno a una ri-
duzione dei poteri del dittatore. Il 16 luglio 1943 un gruppo di gerar-
chi guidato da Farinacci e da Scorza sottopose la proposta di riunire il
Gran Consiglio allo stesso Mussolini, che l'accett, mentre il re final-
mente si muoveva nella stessa direzione.
Pochi giorni dopo, il 19 luglio, Mussolini e Hitler s'incontrarono a
Feltre: al solito il Fuhrer parl lui soltanto per un paio d'ore, accusan-
do l'altro per le deficienze dello sforzo bellico italiano. Mussolini, ta-
cendo, diede l'impressione di accettare tali accuse. In pari tempo,
per, Hitler dipinse una prospettiva ottimistica sulle sorti del conflit-
to. Episodio caratteristico: durante una pausa della riunione il gene-
rale Ambrosio e il sottosegretario agli Esteri Bastianini tentarono di
far intendere a Mussolini che egli aveva il dovere di convincere l'in-
terlocutore che l'Italia non era pi in grado di combattere; Mussolini
si disse d'accordo, promise che l'avrebbe fatto, ma, tornato a collo-
quio con il Fuhrer, non se la sent e rimase nuovamente in silenzio. Di
fronte alle contestazioni di Ambrosio e di altri del seguito per il suo
rinnovato silenzio, Mussolini reag trincerandosi dietro la difesa del
regime, che in caso di sganciamento sarebbe stato distrutto: era il de-
stino del partito e del regime fascista, non quello dell'Italia, che nel
suo animo si poneva in primo piano.
Durante il colloquio con Hitler, Mussolini fu informato che in quel
momento si stava effettuando il bombardamento di Roma da parte
degli aerei alleati: un bombardamento che fece vittime e danni nel
quartiere popolare di San Lorenzo e acceler la crisi finale del regime.
La convocazione del Gran Consiglio presenta alcuni problemi, o me-
glio alcuni interrogativi. Perch Mussolini l'accett? Come mai essa
fu chiesta, in una riunione di gerarchi presso Mussolini il 16 luglio, sia
da Bottai che da Farinacci, che erano su posizioni opposte, il primo
antitedesco, il secondo filotedesco? Si possono azzardare alcune ri-
sposte. Al primo quesito, ipotizzando che Mussolini, ormai stanco e
sfiduciato, non avesse pi la forza di opporsi a una richiesta che gli ve-
niva, appunto, da fazioni opposte del regime, ma sperasse anche di
poter assumere un alleggerimento delle sue responsabilit, senza pe-
raltro cadere dal piedistallo; e poi non temeva troppo da uomini che
non avevano mai osato contrastarlo. Quanto alla coincidenza tra i due
gruppi contrapposti, essa si spiega probabilmente col fatto che il mal-
contento si era ormai diffuso in tutte le alte sfere del partito, senza pi
distinzione di posizioni specifiche circa la posizione da assumere nei
confronti della Germania. Fatto sta che alla vigilia della riunione del
Gran Consiglio fissata per il 24 luglio, Grandi, Bottai, Ciano e altri
alti gerarchi ebbero intensi colloqui e misero a punto un ordine del
giorno, limato e reso definitivo il pomeriggio del 24 luglio. Tal ordine
del giorno chiedeva l'immediato ripristino di tutte le funzioni statali,
attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al governo, al parlamen-
to, alle Corporazioni, i compiti e le responsabilit delle nostre leggi
statutarie costituzionali; chiedeva anche che il re fosse invitato ad
assumere, con l'effettivo comando delle forze armate di terra, di
mare e dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del regno, quella
suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribui-
scono.
La seduta del Gran Consiglio ebbe inizio alle ore 17 di sabato 24 lu-
glio 1943. Parl per primo Mussolini, il quale disse di aver convocato
il Gran Consiglio non per discutere della situazione in Italia, ma solo
per informarlo sugli avvenimenti in Sicilia e prendere una decisione
militare. Parl due ore, facendo la storia degli avvenimenti militari,
gett la colpa delle sconfitte su tutti, meno che su se stesso. Ma di-
chiar anche di essere in possesso di importanti segreti di carattere
militare, che al Fuhrer e a me non fanno dubitare un solo momento
della vittoria.  prossimo il giorno nel quale i nostri nemici saranno
inesorabilmente schiacciati. Io ho in mano la chiave per risolvere la
guerra. Ma non vi dir quale. Presero poi la parola De Bono, che di-
fese l'esercito italiano, Farinacci, che accus i capi militari, Bottai
che impost la questione fondamentale - pace o guerra? -, Grandi,
che per pi di un'ora fece l'esposizione pi ampia e pi severa nei
confronti di Mussolini. Il popolo italiano - disse tra l'altro - fu tradi-
to da Mussolini il giorno in cui l'Italia ha cominciato a germanizzar-
si; Quest'uomo - aggiunse con espressione che nessuno avrebbe mai
osato adoperare prima - ci ha ingolfati in una guerra che  contro l'o-
nore, gli interessi e i sentimenti del popolo italiano; e termin con
questa impressionante apostrofe: Voi credete ancora di avere la de-
vozione del popolo italiano? La perdeste il giorno che consegnaste l'I-
talia alla Germania. Vi credete un soldato: lasciatevi dire che l'Italia
fu rovinata il giorno che vi metteste i galloni di maresciallo. Vi sono
centinaia di migliaia di madri che dicono: "Mussolini ha assassinato
mio figlio". Il Duce era sbalordito. Ciano, che parl dopo Grandi, fece
la storia diplomatica dell'alleanza con la Germania (che egli aveva tan-
to patrocinato), sostenendo che i traditori non erano gli italiani nei
confronti dei tedeschi, ma i tedeschi nei confronti degli italiani. Infine
Farinacci difese i tedeschi e propose un suo ordine del giorno tenden-
te ad affidare a loro l'alto comando militare. De Marsico e Federzoni
presero la parola per appoggiare l'ordine del giorno Grandi.
Respinta per l'indignata opposizione di Grandi la richiesta di Mus-
solini di aggiornare la seduta al giorno successivo, e dopo una pausa
di mezz'ora durante la quale il Duce cerc con Scorza di allestire una
qualche linea difensiva, alla ripresa della riunione Mussolini inizi di-
cendo: Vi ho lasciato parlare liberamente questa notte; avrei potuto
interrompervi e farvi arrestare. Ma disse anche che non avrebbe la-
sciato il posto di comando: Il re e il popolo - afferm - sono con me.
Scorza propose un altro ordine del giorno, concordato con Mussolini
per la resistenza a oltranza; Farinacci ribad il suo punto di vista. Ma
Grandi, appoggiato da Federzoni e da Bottai, insistette perch la sua
mozione venisse posta in votazione per prima. Cos fu fatto alle 3 anti-
meridiane del 25 luglio. L'ordine del giorno Grandi ebbe 19 s, 7 no
e un astenuto. Mussolini tolse la seduta.
Che cosa indusse Mussolini a tenere per tutta la seduta del Gran Con-
siglio un atteggiamento nel complesso passivo? Due ne furono proba-
bilmente gli elementi determinanti; l'illusione iniziale che fosse in
causa la sola restituzione al re della delega dei poteri militari, e la fi-
ducia che egli nutriva nell'amicizia di Vittorio Emanuele terzo. Soltanto
dopo che in tanti si erano espressi in modo cos severo nei suoi con-
fronti e con l'esito della votazione sull'ordine del giorno Grandi, il
Duce dovette rendersi conto - ma ancora fino a un certo punto, come
dimostr il giorno dopo nel colloquio con il sovrano - che le cose era-
no andate molto al di l del previsto, tanto  vero che, chiudendo la
seduta, esclam: Voi avete provocato la crisi del regime.

49) Il 25 luglio
Nella mattinata di domenica 25 luglio Mussolini chiese udienza col
re, che venne fissata per le ore 17. Nel colloquio, svoltosi a Villa Savoia
sulla via Salaria, che era la residenza privata del sovrano, Mussolini, 
che si aspettava al massimo il ritiro della delega del comando su-
premo (come aveva detto a Scorza durante la breve interruzione del-
la seduta del Gran Consiglio e sostenne che il voto della notte prece-
dente non aveva valore deliberativo, si vide invece defenestrato:
Badoglio era gi stato nominato al suo posto capo del Governo, e l'ex
Duce, mentre chiedeva E che sar di me? e della mia famiglia? e il
re gli rispondeva che avrebbe preso a cuore la sua incolumit perso-
nale e quella dei suoi, fu fatto salire dai carabinieri in un'autoambu-
lanza e condotto nella caserma Podgora in Trastevere, e dopo un'ora
nella caserma degli Allievi carabinieri in via Legnano, dove fu tratte-
nuto fino alla sera del 27 luglio.
Col giornale-radio delle ore 22,45 fu data notizia che il re aveva ac-
cettato le dimissioni di Mussolini e nominato Badoglio. Fu, quella
notte, un'esplosione collettiva di gioia: le strade e le piazze d'Italia 
si riempirono di folle tripudianti. Badoglio proclam: Nessuna devia-
zione pu essere tollerata, nessuna recriminazione pu essere con-
sentita. E poi: Per ordine di Sua Maest il re e imperatore assumo
il governo militare del paese con pieni poteri. La guerra continua (frase
suggerita da Vittorio Emanuele Orlando). L'Italia mantiene fede alla
parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni.
Dopo la caduta di Mussolini sembrava che l'Italia fosse composta
soltanto di antifascisti. Perfino il Popolo d'Italia mostr di accettare il
cambiamento di regime, limitandosi a sostituire in prima pagina la fo-
tografia di Mussolini con quella di Badoglio. Nessuno tent un gesto
di resistenza, neppure nella Milizia. Starace scrisse a Badoglio una let-
tera di congratulazioni. Lo stesso Mussolini gli scrisse una lettera of-
frendo ogni possibile collaborazione (pi tardi avrebbe considera-
to simili atti, da parte dei suoi ex collaboratori, come tradimento pu-
nibile con la morte). Il regime cadde come un castello di carta.
Poich questa  una biografia di Mussolini e non una storia d'Italia
nel periodo fascista, di cui non si parla se non per quanto ha riferimen-
to diretto alle decisioni e ai comportamenti del Duce, nulla si dir qui
n dei quarantacinque giorni badogliani, n delle confuse trattative
con gli Alleati per l'armistizio, n dell'8 settembre, della mancata di-
fesa di Roma e della fuga di Vittorio Emanuele terzo e di Badoglio a Pe-
scara e a Brindisi: tutti eventi nei quali Mussolini non ebbe - e non
poteva avere - alcuna parte.
Nella caserma in cui era stato portato in autoambulanza la sera del
25 luglio, Mussolini ricevette una lettera di Badoglio, con la quale il
suo successore gli chiedeva dove avrebbe desiderato essere trasferito,
ed egli rispose che avrebbe gradito di sistemarsi alla Rocca delle Ca-
minate. Invece, dopo tre giorni trascorsi nella caserma, quando lo
prelevarono e lo fecero salire in macchina, si accorse che non si stava-
no dirigendo verso nord ma verso sud. Senza dargli le spiegazioni che
egli chiedeva, lo trasportarono a Gaeta, e di l a Ponza, dove egli com-
p sessant'anni e dove trov alcuni di coloro che egli aveva confinato
nell'isola, tra i quali Zaniboni. A Ponza Mussolini rimase dieci giorni
e il 7 agosto fu trasferito nell'isola della Maddalena, presso l'estremi-
t settentrionale della Sardegna. Durante quel trasferimento disse al-
l'ammiraglio Maugeri, il quale lo assicurava che il suo trasferimento
era stato dettato dal timore di un colpo di mano tedesco per liberarlo:
Questa  la pi grande delle umiliazioni che mi si pu infliggere. E si
pu pensare che io possa andarmene in Germania e tentare di ripren-
dere il governo con l'appoggio tedesco? Ah, no davvero!. Che fu poi
esattamente quello che fece. In quei giorni temeva di venir avvelena-
to e si nutriva principalmente di frutta e latte.
Infine il 28 agosto fu ritrasportato in idrovolante nella penisola e in
autolettiga a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, a 2100 metri.
In tutto il periodo della sua detenzione Mussolini attravers stati d'a-
nimo e umori alterni, molto per riflettendo sul proprio passato, pa-
ragonandosi a Cristo, anche lui tradito, e affermando che gli italiani
lo avrebbero rimpianto. Da parte sua Hitler - che fino all'ultimo conti-
nu nonostante tutto a considerare Mussolini un grande uomo politi-
co e i due destini, il suo e quello del Duce, tra loro legati - fu ossessio-
nato dall'idea di liberare l'ex dittatore italiano caduto in disgrazia.
Nella disgrazia, Mussolini si preoccupa di tramandare ai posteri un'im-
magine di s che lo avvicini per quanto  possibile al clich napoleoni-
co. Del resto, questa preoccupazione napoleonica lo aveva assillato fin
dagli anni dell'ascesa e del trionfo. Sebbene tutta la sua opera - della
quale nei momenti propizi aveva tenuto ad assumere per s solo il
merito e l'onore - sia ora completamente fallita (e di ci riversa ades-
so la responsabilit su tutti, eccetto che su se stesso); bench si consi-
deri, come dichiara, politicamente defunto,  ancora convinto di es-
sere superiore a Hitler, il suo grande segreto antagonista, almeno come
genialit politica. Si vanta di aver tanto insistito col dittatore tedesco
per una pace separata con l'Unione Sovietica, ma dimentica di averlo
fatto quando nessun compromesso era pi possibile, e di essere stato
proprio lui, in precedenza, a incitare il Fuhrer sulla via della rottura
con Mosca (nella lettera del 5 gennaio 1940 gli aveva scritto tra l'altro
che in Italia l'unanimit antibolscevica, specie tra le masse fasciste, 
assoluta, granitica, inscindibile, che Hitler non doveva abbandona-
re la bandiera antisemita e antibolscevica, esortandolo a cercare in
Russia il Lebensraum germanico); dimentica di aver approvato l'attac-
co tedesco a Est scrivendo a Hitler di esserne lieto, di aver voluto in-
viare centinaia di migliaia di soldati italiani a combattere con i tede-
schi in Unione Sovietica, dopo che aveva sempre pensato che l'URSS
costituisse un nemico potenziale da non lasciare indisturbato mentre
si preparava. Ora afferma di non aver mai sollecitato il conferimento
del comando supremo delle forze armate in guerra, ma dimentica la
grave tensione provocata con la Corona nell'aprile-maggio 1939, quan-
do era entrato in aspro dissidio col re, il quale su questa innovazione,
che gli sembrava, come era, lesiva dei propri diritti statutari, non vo-
leva cedere.

50) La Repubblica di Sal
Il 12 settembre 1943 Mussolini venne liberato da un reparto d'assalto 
tedesco comandato dal capitano Skorzeny, calato su Campo Impe-
ratore con alcuni alianti, senza incontrare la minima resistenza da
parte dei carabinieri posti a guardia del prigioniero, i quali del resto
avevano ricevuto dal governo Badoglio ordini e contrordini estrema-
mente confusi e contraddittori. Con un piccolo aereo da ricognizione
Mussolini fu portato al quartier generale germanico nella Prussia orien-
tale, dove ebbe un colloquio col Fuhrer e si mise subito al lavoro per
ricostituire il fascismo e un suo Stato. Tra il 15 e il 17 settembre ema-
n sei ordini del giorno, tutti diramati dall'agenzia tedesca d'informa-
zioni, per informare i fedeli camerati di aver ripreso la suprema di-
rezione del fascismo in Italia, per annunciare la ricostituzione del
partito fascista ribattezzato Partito Fascista Repubblicano, per ri-
pristinare le organizzazioni del partito e la Milizia, per sottoporre a
esame la posizione dei membri del partito in rapporto al loro conte-
gno di fronte al colpo di Stato della capitolazione e della vergogna.
Nomin Alessandro Pavolini segretario del partito e Renato Ricci co-
mandante della Milizia.
In quegli stessi giorni si rec a Monaco di Baviera, dove pronunci il
suo primo discorso dopo la liberazione, denunciando come delitti gli
atti del re e di tutti coloro che gli si erano mossi contro.
Il 23 settembre annunci la costituzione del nuovo governo (che fu
detto il governo degli spettri), assumendo per s il ministero degli
Esteri, con Buffarini-Guidi all'Interno e Graziani alla Guerra. La sede
del governo della Repubblica Sociale Italiana (RSI) fu stabilita a Sal
sul Lago di Garda (donde la denominazione, che assunse un signifi-
cato di dileggio, di Repubblica di Sal), perch i tedeschi non gli
permisero di stabilirla a Roma, come egli avrebbe voluto, con i vari
dicasteri dislocati in varie localit del nord. Mussolini - dopo pochi
giorni di permanenza alla Rocca delle Caminate - si sistem nella lus-
suosa Villa Feltrinelli a Gargnano. In quel periodo il suo nuovo medi-
co tedesco, il dottor Zachariae, lo descrisse come attanagliato da do-
lori cos forti da sembrare quasi perdere la padronanza di s. Era an-
che diventato molto miope, tanto da dover usare una macchina da
scrivere con caratteri molto pi grandi di quelli normali.
Programma iniziale della Repubblica di Sal era: Costituente, ri-
conciliazione, socializzazione. Nessuno di questi tre punti program-
matici fu realizzato: i primi due perch non lo si volle, il terzo perch
non si pot, in quanto i lavoratori del nord non vollero neanche pren-
derlo in considerazione e non caddero nella trappola.
La costituzione del nuovo esercito repubblichino (come fu chia-
mato, anche in questo caso per dileggio) avvenne tra grandi difficolt,
sotto la direzione di Graziani, che aveva anche assunto il comando del-
le forze armate e che si rec al quartier generale del Fuhrer per ac-
cordarsi, tra l'altro, sull'armamento e l'addestramento in Germania di
quattro divisioni italiane, per met composte di volontari raccolti nei
campi d'internamento tedeschi. Quindi Graziani, al Teatro Adriano
a Roma, esort tutti gli ufficiali a riprendere servizio accanto ai tede-
schi, ma furono molti quelli che non risposero all'appello e tra essi as-
sai numerosi quelli che si unirono alle bande partigiane, che intanto si
andavano formando. D'altronde ai tedeschi appariva rischioso far ri-
sorgere un esercito italiano, sia pure agli ordini di Mussolini, e pi
conveniente avere invece molti italiani - almeno un milione - come
lavoratori nelle loro industrie. Il risultato di tutto ci fu che un vero e
proprio esercito fascista non riusc mai a formarsi, mentre vi furono
varie formazioni autonome, sorte per iniziativa di singoli comandan-
ti, caratterizzate dalla indisciplina e dalla prepotenza verso la popola-
zione civile (la pi nota di questa sorta di bande fu la x Mas di Valerio
Borghese). Vi erano poi, dipendenti non da Graziani ma da Pavolini,
le brigate nere e altre consimili bande. Dal comandante della Mili-
zia, Renato Ricci, dipendeva poi la Guardia Nazionale Repubblica-
na. Infine agli ordini del ministro dell'Interno Buffarini-Guidi opera-
vano le formazioni poliziesche. Salvo queste formazioni irregolari,
tutto era controllato dai tedeschi, che a Mussolini, pur lasciandogli la
parvenza del potere, non concedevano alcuna autonomia. La villa che
egli occupava a Gargnano era presidiata da reparti delle ss. In tanta
impotenza, l'unica sua consolazione era la presenza di Claretta Pe-
tacci, sistemata in una casa vicina alla sua villa, anche lei sotto la sor-
veglianza delle ss. Pare che ella passasse ai tedeschi informazioni se-
grete e copie delle lettere private del suo amante.

51) La fucilazione dei "traditori".
A met novembre 1943 si riun a Verona il primo Congresso del Partito 
Fascista Repubblicano, che eman un manifesto programmatico,
il cui primo punto annunciava la convocazione di una Costituente,
che viceversa non fu mai realizzata. Si concedeva qualcosa al ripristi-
no del principio elettorale, ma con una formula quanto mai equivoca,
perch si affermava che il metodo di nomina doveva contemperare
il sistema gerarchico (nomina dall'alto) col sistema popolare (nomina
dal basso). Si presupponeva la formazione di un partito unico, forma-
to soltanto da una minoranza sceltissima di puri e onesti, la cui tesse-
ra non sarebbe stata richiesta per alcun impiego o incarico. Si punta-
va - almeno a parole - su una politica sociale che avrebbe dovuto ri-
guadagnare al fascismo il favore delle masse proletarie, e una politica
giudiziaria pi garantista di quella che era stata adottata dal regime,
ma gli ebrei venivano definiti nemici. Due mesi dopo, il 13 gennaio
1944, il Consiglio dei ministri di Sal svilupp i punti del Manifesto
di Verona, soprattutto per quanto riguardava l'economia.
Per processare i membri del Gran Consiglio che il 25 luglio avevano
votato l'ordine del giorno Grandi, dei quali soltanto sei (Ciano, De
Bono, Marinelli, Cianetti, Pareschi e Gottardi) erano stati arrestati,
mentre altri tredici erano sfuggiti alla cattura (e tra essi Grandi, Bot-
tai e Federzoni), si riun a Verona, l'8 gennaio 1944, il Tribunale Spe-
ciale, che due giorni dopo concluse quella tragica farsa di processo
con la condanna a morte degli imputati (presenti e in contumacia), a
eccezione di Cianetti, che ebbe trent'anni di reclusione. Vana era sta-
ta la loro difesa, basata sull'argomentazione che la legge sul Gran Con-
siglio attribuiva ai suoi membri il compito di esprimersi sulle pi alte
e gravi questioni del regime e che perci essi avevano soltanto adem-
piuto al loro dovere ed esercitato il loro diritto. La domanda di grazia
da essi inoltrata pare che a Mussolini non sia mai pervenuta; ma la
questione  rimasta misteriosa e controversa. Certo  che le pressioni
per la condanna non vennero dai tedeschi, ma dai gerarchi fascisti che
circondavano Mussolini, soprattutto Pavolini e Buffarini-Guidi. Cia-
no, De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi furono fucilati a Verona
la mattina dell'11 gennaio 1944.
Il caso pi drammatico fu quello di Galeazzo Ciano, che era il gene-
ro di Mussolini, marito della sua figlia prediletta, la quale si adoper
in tutti i modi per la salvezza del marito, ma inutilmente, e per molto
tempo avrebbe riservato al padre una tenace e aspra ostilit. Per ordi-
ne di Mussolini furono anche fucilati due ammiragli, e quattro gene-
rali vennero condannati a lunghe pene detentive per aver obbedito
agli ordini del governo Badoglio.

52) Le atrocit della RSI
I pi diretti collaboratori del Mussolini di Sal - Pavolini, segretario
del partito, Buffarini-Guidi, ministro dell'Interno, Renato Ricci, co-
mandante della Milizia, Tullio Tamburini, capo della polizia - erano
tra gli arnesi pi violenti e pi screditati dell'antico regime fascista: 
il primo era un fanatico della maniera forte; Ricci era stato uno squa-
drista picchiatore e aveva poi speculato sui marmi di Carrara abbon-
dantemente imposti negli edifici pubblici del regime; Buffarini-Guidi
si era specializzato in una speculazione pi turpe, il commercio delle
discriminazioni e delle arianizzazioni degli ebrei pi facoltosi. Dif-
ficile dire come con questi uomini si sarebbe potuta affermare quella
politica di pacificazione che era stata annunciata nel Manifesto di
Verona. Al contrario, furono essi che spinsero la Repubblica di Sal
verso una politica di feroce repressione e ne fecero uno Stato di poli-
zia, che fu allora - e rimase poi nella memoria degli italiani - circon-
dato da un alone di terrore e di odio. Eccidi e torture divennero crona-
ca quotidiana. Alcuni covi per queste operazioni - come via Tasso a
Roma - divennero luoghi di inaudite sofferenze per gli antifascisti.
Salvo qualche caso eccezionale, i tedeschi - a parte la lotta antipar-
tigiana - non interferivano e non intervenivano per frenare queste atro-
cit; ma nelle cose importanti erano soltanto loro a comandare. Oltre
all'occupazione militare di tutta la parte della penisola che non si tro-
vava sotto il controllo degli Alleati, cio nell'Italia centro-settentrio-
nale, i tedeschi attuarono una vera e propria annessione della Vene-
zia Giulia e della Venezia Tridentina col Cadore e l'Alto Adige. Con-
tro queste annessioni Mussolini protest scrivendo a Hitler, il quale
non si cur neanche di rispondergli. Quando il 21 marzo 1944 Musso-
lini si rec a Strasburgo per un incontro col Fuhrer, non os neppure
sollevare l'argomento. Poi Mussolini si rec in Baviera a passare in
rassegna le truppe italiane che vi si stavano addestrando.
Nel gennaio 1944 lo sbarco alleato ad Anzio fall il suo obiettivo -
Roma -, per l'eccessiva prudenza del comandante americano, che la-
sci a Kesselring il tempo per organizzare l'afflusso di truppe per la
difesa, in un primo tempo totalmente mancanti.
Il primo marzo scoppi al Nord un grande sciopero degli operai, che
paralizz i pi importanti centri industriali dell'Italia occupata dai te-
deschi: bench si presentasse come uno sciopero per rivendicazioni di
carattere economico, fu, in realt, una manifestazione politica antifa-
scista dei lavoratori, i quali non si erano fatti abbacinare dalla socia-
lizzazione promessa dalla Repubblica di Sal.
In seguito all'attentato eseguito il 23 marzo dai Gruppi di azione
partigiana (GAP) a via Rasella contro un reparto di militari tedeschi
che attraversavano Roma, ufficialmente dichiarata citt aperta, il
comando germanico ordin la strage delle Fosse Ardeatine, in cui fu-
rono trucidati 335 detenuti nel carcere di Regina Coeli e nelle came-
re di tortura di via Tasso, e tra essi numerosissimi ebrei. Le autorit
fasciste collaborarono all'operazione.
Quando nella primavera del 1944 riprese in Italia l'offensiva alleata,
e insieme riprese pi vigorosa l'azione partigiana, anche la controf-
fensiva fascista si accentu, anche perch il decreto che offriva il con-
dono agli sbandati che si fossero presentati alle armi non riscosse al-
cun successo. Il 21 giugno Mussolini eman questa disposizione:
"Decido che a datare dal primo luglio si passi dall'attuale struttura 
politica del partito a un organismo di tipo esclusivamente militare. Dal 
primo luglio tutti gli iscritti al partito fascista repubblicano di et 
tra i diciotto e i sessanta anni e non appartenenti alle forze armate 
della repubblica costituiscono il corpo ausiliario delle camicie nere 
composto dalle squadre d'azione. Il segretario del partito attua la tra-
sformazione dell'attuale direzione del partito in uffici dello stato mag-
giore del corpo. Il corpo sar sottoposto a disciplina militare e al 
codice militare "del tempo di guerra.
Nel luglio 1944 Mussolini si rec in Russia a visitare le sue divisioni,
poi nella Prussia orientale al quartier generale tedesco, dove raggiun-
se Hitler poche ore dopo che il Fuhrer si era salvato per un soffio da
un attentato dinamitardo. Da quel viaggio il capo della Repubblica di
Sal ritorn in Italia rinfrancato nelle sue speranze che almeno la
Germania - e quindi l'Asse - vincesse la guerra.
Sotto le cure del dott. Zachariae, che tra l'altro gli proib il latte, 
di cui era giunto a bere tre litri al giorno, Mussolini miglior le sue 
condizioni di salute e torn ad apparire quasi come era stato prima del 25
luglio. Ma non per questo le sorti della guerra migliorarono.

53) Roma e Firenze liberate
Il 4 giugno 1944, dopo una dura battaglia a Cassino, nella quale and
distrutto il celebre monastero, e dopo che per nove mesi i cittadini ro-
mani avevano patito, con le retate, le deportazioni, la caccia agli ebrei,
la strage delle Fosse Ardeatine, anche la fame, gli Alleati liberarono
Roma, donde i tedeschi si ritirarono senza ingaggiare battaglia, cosa
che Mussolini deplor, anche perch voleva vendicarsi dei romani
per le manifestazioni antifasciste del 25 luglio e sperava che, se batta-
glia ci fosse stata, essi ne sarebbero stati, numerosi, le vittime.
Il giorno dopo gli Alleati sbarcavano in Normandia.
In agosto i tedeschi persero anche Firenze, duramente provata dalle
distruzioni, e il fronte si stabilizz lungo la linea gotica, dove la guer-
ra avrebbe ristagnato fino alla primavera del 1945. Intanto la guerri-
glia partigiana e antipartigiana, alla quale ultima partecipavano atti-
vamente, con i tedeschi, i vari reparti fascisti (in modo particolare le
famigerate Brigate Nere), si faceva sempre pi aspra, con scontri
aperti tra le parti opposte, rastrellamenti tedeschi e fascisti, stragi di
popolazioni inermi, compresi vecchi, donne e bambini, in varie loca-
lit italiane (basti ricordare Marzabotto e Sant'Anna di Stazzena).
Mussolini approvava le rappresaglie.
C' stato chi ha sostenuto che forse la Repubblica di Sal costitu un
diaframma tra i tedeschi e gli italiani nelle zone occupate dai primi,
diaframma che sarebbe valso ad attenuare la loro crudele ferocia. Ma
questa tesi  smentita dai fatti: i repubblichini - come con significa-
tiva deformazione linguistica venivano chiamati gli aderenti al fasci-
smo di Sal - collaborarono con i tedeschi nella lotta antipartigiana,
nelle terribili repressioni, nelle rappresaglie e nelle stragi; e in qual-
che caso andarono perfino al di l degli stessi tedeschi. Del resto la
cosiddetta Repubblica Sociale Italiana contava ben poco: la somma e
la sostanza dei poteri erano in Italia nelle mani dei comandi tedeschi.
Ai camerati italiani essi affidavano il compito pi odioso, quello del-
le funzioni poliziesche di basso rilievo e l'attiva partecipazione alla
lotta contro il movimento partigiano. Ma se la Repubblica di Sal con-
tava poco, entro di essa Mussolini contava pochissimo. Chi comanda-
va, semmai, era Pavolini, e Mussolini era sempre pi succubo del par-
tito. La sua non era nemmeno pi una figura decorativa, poich egli
non si faceva pi vedere se non molto raramente, sempre rinchiuso
nella sua villa a Gargnano.
La sua famiglia non gli era pi d'aiuto. La moglie Rachele gli faceva
terribili scenate di gelosia per la sua ormai notoria relazione con Cla-
retta Petacci. La figlia Edda, ostilissima; il figlio maggiore, Vittorio
pur aderendo calorosamente alla Repubblica di Sal, s'interessava
soprattutto di cinema, l'altro figlio, Romano, di jazz. Lui, il Duce, era
diventato pi dimesso, aveva abbandonato le pose di un tempo, si
apriva di pi con i pochi interlocutori, coi quali si mostrava pi affabi-
le. Sembrava rendersi conto di quanto lo avesse danneggiato l'adula-
zione da cui era stato circondato, del resto da lui, in passato, sempre
incoraggiata. Politicamente, anche se in modo del tutto astratto, tor-
n al programma socialista della giovent: ma esso rimase velleitario
e confinato nei suoi pensieri. Difficile dire quanto fosse reale il suo ri-
torno alla fede cattolica, ma siamo inclini a pensare che, nelle condi-
zioni di disperazione in cui si trovava, fosse sincero nell'invocare Dio.

54) Le farneticazioni di Mussolini
Le sue contraddizioni erano senza fine. Mentre ebbe a riconoscere
che le leggi antisemite potevano essere state un errore, ad ammini-
strarle, nella Repubblica di Sal, mise Giovanni Preziosi, un ex prete,
il pi fanatico antisemita esistente in Italia, colui che, anche durante
gli anni in cui di antisemitismo del regime ancora non si parlava nep-
pure, aveva cercato di issare quella bandiera e di farla trionfare.
Insieme con le contraddizioni, persistevano in Mussolini, ora se pos-
sibile ancora pi accentuate, le incertezze, l'incapacit di prendere
decisioni, il farsi convincere dall'ultimo che gli parlava, per poi cam-
biare subito dopo opinione. La questione sulla quale era maggior-
mente oscillante riguardava l'alternativa: rigore e severit, oppure li-
bert e tolleranza. Arriv anche ad autorizzare Edmondo Cione (che
era stato un pupillo di Benedetto Croce) ad aprire un giornale indi-
pendente, ma fu un esperimento al quale fu posto termine dopo po-
chi giorni. Ebbe cinquanta colloqui col giornalista socialista Carlo Sil-
vestri, per consegnargli, anche con un memoriale, un'immagine di s
a giustificazione della propria carriera politica e al tempo stesso per
sostenere che il vecchio fascismo era morto e che ora il nuovo fasci-
smo si avviava verso un regime basato sul socialismo. Mussolini scris-
se anche, sul Corriere della Sera, diciassette articoli sul periodo 1940-
43 (poi raccolti in volume intitolato Il tempo del bastone e della caro-
ta). Vi sosteneva tra l'altro di aver fatto il possibile per impedire lo 
scoppio della guerra, ma al tempo stesso, anche, che la guerra era l'unico
modo per rendere l'Italia ricca e potente e che solo la battaglia com-
pleta l'uomo. Se le cose erano andate male, la colpa era soltanto del
re e dei generali, non sua. Gli italiani, poi, erano dipinti come ingrati
per tutto ci che egli aveva fatto per loro.
Quando la linea gotica parve stabilizzarsi, tedeschi e fascisti riprese-
ro fiato. Mussolini stesso si mosse per la prima volta (a parte i due
viaggi per incontrarsi con Hitler) e il 16 dicembre 1944, nel Teatro Li-
rico di Milano, tenne un discorso, in cui apparve nuovamente - e per
l'ultima volta - rinfrancato, in grande forma, annunciando che le armi
segrete tedesche avrebbero condotto le potenze dell'Asse alla vitto-
ria. Fece per anche qualche apertura: oltre a ribadire il progetto di
riunire una Costituente (ma a guerra finita), e pur conservando il par-
tito unico, si sarebbero ammessi altri gruppi col diritto di controllo e
di critica sugli atti della pubblica amministrazione: Gruppi - disse -
che partendo dalla accettazione leale, integrale e senza riserve del tri-
nomio Italia, repubblica, socializzazione, abbiano la responsabilit di
esaminare i provvedimenti del governo e degli enti locali, di control-
lare i metodi di applicazione dei provvedimenti stessi e le persone in-
vestite di cariche pubbliche. Nel gennaio 1945 furono decretate le
prime socializzazioni di imprese industriali d'interesse nazionale, che
continuarono poi nel marzo per molte industrie siderurgiche, mecca-
niche, chimiche, cartarie, grafiche, giornalistiche, come la Fiat, la
Montecatini, l'Alfa Romeo, la Dalmine, la Burgo e molte altre. Ma
dalle votazioni alle quali gli operai erano chiamati per la formazione
delle loro commissioni i pi si astennero. Ormai la liberazione era im-
minente e il tentativo fall miseramente.
In quei primi mesi del 1945 Mussolini, comprendendo ormai che la
guerra, per l'Italia, era comunque persa, e che si trattava soltanto di
vedere se sarebbe diventata schiava della Germania, dell'Inghilterra
o della Russia, provava una crescente ammirazione per l'Unione So-
vietica e per Stalin. Sempre sull'altalena, si chiedeva di volta in volta
se non sarebbe stato possibile formare con l'URSS un blocco di poten-
ze proletarie contrapposte alle democrazie capitalistiche dell'Oc-
cidente; oppure se non sarebbe stato possibile convincere le potenze
occidentali ad allearsi con il fascismo per evitare la bolscevizzazione
dell'Europa. Quanto all'Inghilterra, contava sul suo amico Chur-
chill, anche se continuava a ritenere che proprio gli inglesi fossero i
peggiori nemici suoi e del popolo italiano.

55) Gli ultimi giorni di Mussolini
Nell'aprile 1945 gli Alleati ripresero l'offensiva oltre la linea gotica
mentre l'insurrezione antitedesca scoppiava in tutte le citt italiane
del Nord. Il 25-26 aprile le truppe tedesche avevano dovuto sgombra-
re o arrendersi a Genova, a Milano e a Torino.
Mentre la fine si avvicinava, Mussolini andava farneticando di difen-
dere la Repubblica Sociale palmo a palmo, sino all'ultima provincia,
sino all'ultimo villaggio, sino all'ultimo casolare. In questo panorama
s'inseriva, fin dal settembre 1944, l'ordine di preparare l'estrema resi-
stenza in Valtellina. Per prese anche in esame l'eventualit di una fuga
all'estero, tanto che vendette segretamente la sede e lo stabilimento
del Popolo d'Italia per una grossa somma, da pagarsi in franchi svizzeri.
Di fronte al crollo militare, Mussolini, il cui destino  ormai legato
indissolubilmente a quello delle truppe tedesche, non ha pi via di
scampo. Dal marzo all'aprile aveva tentato di arrivare alla cessazione
unilaterale delle ostilit e al trapasso dei poteri senza la minima in-
surrezione popolare, e di tali tentativi si era fatto mediatore il cardi-
nale arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster, cui il 13 marzo il capo
della RSI aveva scritto una lettera proponendogli accordi circostan-
ziati tra il governo fascista repubblicano e il comando alleato; ma un
mese dopo, l'11 aprile, il cardinale fu informato che gli Alleati non in-
tendevano entrare in trattative con Mussolini ed esigevano la resa in-
condizionata. Di tale risposta Mussolini non venne informato, e forse
neppure del fatto che i tedeschi, per loro conto, trattavano con il nemi-
co per un accordo. Certo  che tutti tramavano alle spalle degli altri.
Il 17 aprile Mussolini decise di abbandonare Gargnano e di trasfe-
rirsi a Milano, dove il 20 aprile radun ancora il Consiglio dei mini-
stri, riproponendo un fantastico piano, gi prospettato alcuni mesi
prima, di trasferirsi col governo e con le forze armate in Valtellina,
per farvi l'ultima difesa. Il 25 aprile tent di negoziare offrendo al Co-
mitato di Liberazione Nazionale un'inesistente eredit e la succes-
sione della Repubblica e della socializzazione in cambio dell'incolu-
mit per s e per i fascisti. Mentre i partigiani entravano in citt, Mus-
solini si rec all'arcivescovado per incontrarvi, alla presenza del cardi-
nale Schuster, i capi della Resistenza: il generale Raffaele Cadorna,
Riccardo Lombardi del Partito d'Azione e Achille Marazza della De-
mocrazia Cristiana. Mentre si discuteva, arriv la notizia che le forze
tedesche presenti a Milano avevano deciso di arrendersi agli anglo-
americani. Mussolini ne fu indignato e usc, riparando in prefettura,
donde decise di partire subito per Como e la Valtellina. Si attaccava
alla speranza di radunare attorno a s i fedeli dell'ultim'ora, garanti-
tigli da Pavolini, i cui cinquantamila uomini non arrivarono mai.
Mussolini giunse a Como la sera del 25 aprile e ne ripart la mattina
del 26 verso la Valtellina. Pass la notte a Menaggio, e la mattina del
27 ripart verso il nord. Con i suoi pochi seguaci, si accod a una auto-
colonna tedesca, lui stesso camuffandosi con un cappotto e un elmet-
to della Luftwaffe e rannicchiandosi in fondo all'autocarro. Mai
come in questa estrema sua ora Mussolini  stato cos carico di risen-
timento e di odio verso i nazisti. Eppure, per un'amara fatalit,  co-
stretto adesso a vestire un'uniforme tedesca per tentare di sottrarsi alle
ricerche e alla cattura da parte dei partigiani.
A pochi chilometri da Menaggio la colonna viene fermata dai parti-
giani, i quali acconsentono a che i tedeschi proseguano, a condizione
che rilascino e consegnino i fascisti. Mussolini, scoperto, viene porta-
to al vicino borgo di Dongo, dove fa salire Claretta Petacci nell'auto-
mobile con cui lo trasportano indietro, per una ventina di chilometri,
fino alla frazione di Bonzanigo nel comune di Mezzegra, dove i due
amanti vengono rinchiusi in una modesta casa di contadini, vigilata
da due partigiani.

56) La condanna a morte e la fucilazione
Nel pomeriggio del giorno seguente, 28 aprile, arriv a Bonzanigo
un ufficiale del Comando generale Volontari della Libert, colonnel-
lo Valerio secondo il suo nome di battaglia, Walter Audisio secondo
lo stato civile, con l'ordine di arrestare il dittatore fuggiasco. Un de-
creto del Comitato di Liberazione Alta Italia emanato il 25 aprile
comminava la pena di morte per i membri del governo fascista e per
i gerarchi del fascismo colpevoli di aver contribuito alla soppressione
delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libert popolari, crea-
to il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di aver-
lo condotto all'attuale catastrofe.
Il colonnello Valerio convoc il comando della brigata partigiana in
funzione di tribunale di guerra, il quale, dopo rapidissimo processo,
pronunzi la condanna a morte di Mussolini e dei diciassette gerarchi
che erano rimasti rinchiusi nel municipio di Dongo. Poi il colonnello
Valerio and in automobile da Dongo a Bonzanigo, fece uscire Mussolini 
insieme alla Petacci che non volle separarsi dal suo amante, e
avviatisi per la strada comunale, a Giulino di Mezzegra fece scendere
dall'auto i due, lesse la condanna a morte di Mussolini e uccise lui e la
donna con una scarica di mitra. Erano le 16,30 del 28 aprile 1945. 
Mussolini aveva 61 anni.
Questa che abbiamo narrato  la versione ufficiale di quanto avvenne 
in quelle ultime ore di Mussolini. Ma bisogna dire che su di esse si
sono accavallate tante differenti versioni, con particolari differenti,
tra memoriali, presunte testimonianze e rivelazioni, cos che una luce
assolutamente accertata e sicura non si  mai potuta stabilire.
A Dongo vennero fucilati i gerarchi che l erano rimasti, tra i quali
Pavolini, Mezzasoma, Bombacci e Marcello Petacci. Finirono fucilati
anche Buffarini-Guidi, Farinacci e Starace, catturati nelle vicinanze
del Lago di Garda o a Milano.
I cadaveri di Mussolini e della Petacci, trasportati a Milano, furono
appesi per i piedi a Piazzale Loreto, dove qualche mese prima erano
stati uccisi alcuni partigiani. Ivi rimasero esposti al ludibrio della 
folla per tutta la giornata del 29 aprile.

Cronologia
1883. Nasce a Dovia di Predappio (Forl).
1892-1894. Compie i primi studi presso il Collegio salesiano di Faenza,
poi a Forlimpopoli nel collegio laico Giosu Carducci
1900. Si iscrive al partito socialista.
1901. Prende il diploma di maestro.
1902. Emigra in Svizzera per sottrarsi alla chiamata alle armi. Viene
condannato a un anno di carcere per diserzione.
1905. Rientra in Italia dopo l'amnistia.
1906. Presta servizio militare nei bersaglieri sino a settembre.
1906-1908. Lavora come insegnante a Predappio, Tolmezzo e Oneglia.
1908. Diviene segretario della Camera del lavoro di Trento e dirige il
settimanale socialista L'avvenire dei lavoratori.
1909. Collabora per un mese come caporedattore al Popolo di Cesare Battisti.
1910. Incomincia a convivere con Rachele Guidi e nel settembre ha
da lei la figlia Edda.
1911. A settembre guida manifestazioni contro la guerra italo-turca. 
Arrestato passa cinque mesi in carcere dove conosce Pietro Nenni.
1912. Partecipa al Congresso nazionale socialista di Reggio Emilia. Il suo
ordine del giorno, che chiede l'espulsione di Bonomi, Bissolati e Cabrini,
viene approvato. Trasferitosi a Milano assume la direzione dell'Avanti!
1914. Hanno inizio le pubblicazioni del Popolo d'Italia. Mussolini, 
divenuto interventista,  espulso dalla sezione del partito socialista.
1915. Viene arruolato e nel dicembre sposa civilmente Rachele Guidi.
1916. Nasce il figlio Vittorio.
1917. Viene ferito al fronte.
1918. Nasce il figlio Bruno.
1919. Il 23 marzo in piazza San Sepolcro a Milano fonda i Fasci italiani 
di combattimento. Pochi giorni dopo viene assalito l'Avanti! e la sua sede 
devastata.
1920. D'Annunzio occupa Fiume.
1921. Viene eletto alla Camera per la lista del Blocco nazionale formato
da liberali di destra e da fascisti. Il movimento si trasforma
in Partito Nazionale Fascista.
1922. Sciopero generale in seguito a una spedizione punitiva fascista.
Intensifica l'attvit squadrista e il 28 ottobre realizza la Marcia su Roma.
Il 30 ottobre  incaricato di formare il nuovo governo.
1923. Istituisce il Gran Consiglio del fascismo. Viene investito dei pieni
poteri per la riforma della pubblica amministrazione. Nasce la Milizia
volontaria per la sicurezza nazionale. Il 18 novembre viene emanata una
legge elettorale maggioritaria (legge Acerbo) intesa a garantire al partito
di maggioranza relativa circa i due terzi dei seggi della Camera.
1924. Aprile. Elezioni che, condotte in un clima di violenze, assicurano
alla lista fascista (il listone) il 64 per cento dei voti. Il 10 giugno 
viene assassinato a opera di squadristi il deputato socialista Matteotti. 
I partiti di opposizione lasciano la Camera (secessione dell'Aventino) ma 
il re conferma la fiducia a Mussolini.
1925. Il 3 gennaio Mussolini con il suo discorso alla Camera inaugura la 
fase dittatoriale e totalitaria del regime fascista. Viene lanciata la 
battaglia del grano. Fallisce l'attentato alla sua vita da parte di Tito 
Zaniboni. Sposa con rito religioso Rachele.
1926. Approvate le leggi speciali e istituito il Tribunale speciale.
 introdotta la pena di morte. Attentati a Mussolini di Violet Gibson 
(aprile) e dell'anarchico Lucetti (settembre).
1927. Fa emanare una circolare per la normalizzazione dell'estremismo
fascista. Viene promulgata la Carta del lavoro, base dell'ordinamento
corporativo, e avviata una politica demografica.
1928. Il Tribunale speciale fascista condanna Antonio Gramsci, che sar
tenuto in carcere, poi al confino fino alla morte.
1929. Febbraio. Conclusi i Patti Lateranensi tra l'Italia e la Santa Sede.
Obbligatorio nelle scuole lo studio della religione cattolica.
1930. Arriva il contraccolpo della grande crisi. Interventismo a oltranza.
1931. Michele Schirru attenta alla vita di Mussolini. Mussolini fa emanare 
un decreto legge che impone ai docenti universitari il giuramento di 
fedelt al regime. Muore Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. Starace 
 segretario del Partito Nazionale Fascista.
1932. Alla fine di luglio assume direttamente il ministero degli Esteri.
1933. Hitler va al potere in Germania: Mussolini si congratula. Nasce 
l'IRI. Pubblica una raccolta dei suoi scritti.
1934. Giugno. Incontro con Hitler. Legge istitutiva delle corporazioni. 
Luglio. Dollfuss  assassinato dai nazisti e Mussolini d vita a una 
campagna di stampa contro la Germania.
1935. Accordi italo-francesi siglati a Roma da Laval e Mussolini. Mano 
libera al fascismo in Etiopia. Ottobre. Truppe italiane al comando di 
Del Bono e Graziani invadono l'Etiopia. Pochi giorni dopo la Societ 
delle Nazioni delibera le sanzioni economiche contro l'Italia fascista.
1936. Processo al gruppo antifascista torinese (Bobbio, Ginzburg, Mila,
Pavese eccetera). Marzo. Inizio di una politica filo-tedesca. Luglio. 
Mussolini e Hitler appoggiano la rivolta franchista in Spagna. Ottobre. 
Nasce l'Asse Roma-Berlino. Galeazzo Ciano ministro degli Esteri.
1937. Adesione al Patto AntiComintern con la Germania. In Francia vengono
assassinati i fratelli Rosselli. Dicembre. L'Italia esce dalla Societ 
delle Nazioni.
1938. Vieta l'uso del lei che  sostituito dal voi.  nominato primo
maresciallo dell'impero. Nel luglio  promulgato il Manifesto della razza.
Leggi razziali. Settembre. Conferenza e patto di Monaco.
1939. Patto d'acciaio tra Italia fascista e Germania hitleriana. Settembre.
Dichiara la non belligeranza. La Camera dei deputati  sostituita dalla
Camera dei fasci e delle corporazioni. Fine della guerra civile spagnola.
Mussolini collabora all'istituzione della dittatura militare franchista.
Aprile. L'Italia occupa l'Albania.
1940. Dichiara guerra alla Francia e all'Inghilterra. Ottobre.
Campagna di Grecia.
1941. Incontro con Hitler. Aprile. Accodandosi a Hitler dichiara guerra
alla Jugoslavia e, nel giugno, dopo l'invasione tedesca dell'URSS, invia
un corpo di spedizione guidato dal generale Messe. Dicembre. Dichiara
guerra agli Stati Uniti.
1942. Insieme alle forze armate tedesche le truppe italiane occupano la 
Tunisia.
1943. Marzo. Scioperi operai nell'Italia settentrionale. Luglio. Sbarco
alleato in Sicilia su proposta di Dino Grandi nella notte dal 24 al 25 
viene votata al Gran Consiglio del fascismo una mozione di sfiducia a 
Mussolini. Il 25 viene fatto arrestare dal re che affida il governo al 
maresciallo Badoglio: il partito fascista  disciolto. Il 12 settembre, 
trasferito a Ponza poi alla Maddalena e al Gran Sasso, viene liberato da 
un comando di paracadutisti tedeschi guidato dal maggiore delle SS Otto 
Skorzeny e portato in volo in Germania da dove annuncia alla radio la 
creazione della Repubblica sociale italiana. 19 ottobre. Fa arrestare il 
genero Galeazzo Ciano.
1944. Processo di Verona. I gerarchi traditori sono fucilati nel
forte Procolo. 22 gennaio. Sbarco alleato ad Anzio. 4 giugno. Gli alleati
entrano a Roma Vittorio Emanuele trasmette i poteri a Umberto secondo. 
6 giugno. Sbarco anglo-americano in Normandia.
1945. 18 aprile. Mussolini fugge dal lago di Garda a Milano e il 25 cerca
senza risultato di trattare la resa con il Comitato di liberazione. 
27 aprile. Fuga verso la Valtellina. 28 aprile. Mussolini e Claretta Petacci
sono giustiziati a Giulino di Mezzegra.
FINE.
