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Giuseppe Cesare Abba

Da Quarto al Volturno

Noterelle di uno dei Mille


[ALLA VIGILIA DELLA "GRANDE IMPRESA"]

Parma, 3 maggio 1860. Notte.

Le ciance saranno finite. Se ne intesero tante che parevano persino accuse. - Tutta Sicilia  in armi; il Piemonte non si pu muovere; ma Garibaldi? - Trentamila insorti accerchiano Palermo: non aspettano che un capo, Lui! Ed egli se ne sta chiuso in Caprera? - No,  in Genova. - E allora perch non parte? - Ma Nizza ceduta? dicevano alcuni. E altri pi generosi: - Che Nizza? Partir col cuore afflitto, ma Garibaldi non lascier la Sicilia senza aiuto.
I pi generosi hanno indovinato. Garibaldi partir, ed io sar nel numero dei fortunati che lo seguiranno.
Poco fa, parlavo di quest'impresa coll'avvocato Petitbon. Egli che l'anno scorso, nella caserma dei cavalleggieri d'Aosta, pregava con noi che nascesse la rivoluzione nel Pontificio o nel Napoletano, dacch Villafranca aveva troncata la guerra in Lombardia, non potr venire con noi, e si affligge. Ha la madre ammalata. Ci lasciammo colla promessa di rivederci domani, e se ne and lento e scorato, per via dei Genovesi. Mentre io stavo a guardarlo, mi venivano di lontano, per la notte, rumori d'ascie e di martelli. E li odo ancora. Ma i cittadini non si lagneranno della molestia, perch la fretta  molta. Si lavora anche di notte a piantare abetelle, a formar palchi, a curvar archi trionfali, per la venuta di re Vittorio. Verr dunque il Re desiderato fra questo popolo, che, ora sei anni, vide cadere Carlo terzo duca, pugnalato in mezzo alla via. Io era allora scolaro di quattordici anni, e ricordo il racconto che dell'orribile caso ci fece il padre maestro Scolopio. Frate raro, biasimava l'uccisore ma non lodava l'ucciso.
Che Carlo terzo fosse quel duca, che, prima del quarantotto, fu in Piemonte ufficiale di cavalleria? Se fu, vi lasci tristo nome. Intesi narrare che una notte, in Torino, due ufficiali burloni, di gran casato, amici suoi, lo affrontarono per celia. Pare che ne restasse cos atterrito, che i due dovettero palesarsi, tanto che non morisse dalla paura. E allora egli minacci che guai a loro, se un d fossero capitati a passare per i suoi Stati. - Se mai, rispose uno dei due, pianteremo gli sproni ne'fianchi ai cavalli, e salteremo di l da'tuoi Stati senza toccarli. - Povero Duca! Ora ne'suoi Stati viene Vittorio. Gran fortunato questo Principe! Chi vuol fare qualcosa per la patria, sia pure non amico di re, deve contentarsi di dar gloria a lui. Parma gli far grandi accoglienze, e noi non saremo pi qui.

Parma, 7 maggio. Alla stazione.

Gli ho contati. Partiamo in diciassette, studenti i pi, qualcuno operaio, tre medici. Di questi uno, il Soncini,  vecchio, della repubblica Romana. Dicono che nel treno di Romagna troveremo altri amici, fiore di gente. Ne verranno da tutte le parti.
Si fanno grandi misteri su questa partenza. A sentire qualcuno, neanco l'aria deve saperla. Ci hanno fatto delle serie raccomandazioni; ma intanto tutti sanno che Garibaldi  a Genova, e che andr in Sicilia. Attraversando la citt, abbiamo dato e pigliato delle grandi strette di mano, e avuto dei caldi auguri.

4 maggio. In viaggio.

Non so per che guasti, il treno s' fermato. Siamo vicini a Montebello. Che gaie colline, e che esultanza di ville sui dossi verdi! Ho cercato coll'occhio per tutta la campagna.  appena passato un anno, e non un segno di quel che avvenne qui. Il sole tramonta laggi. In fondo ai solchi lunghi, un contadino parla ai suoi bovi. Essi aggiogati all'aratro tirano avanti con lui. Forse egli vide e sa dove fu il forte della battaglia? Ho negli occhi la visione di cavalli, di cavalieri, di lance, di sciabole cavate fuori da trecento guaine, a uno squillo di tromba; tutto come narrava quel povero caporale dei cavalleggieri di Novara tornato dal campo due giorni dopo il fatto. Affollato da tutta la caserma, colla sciabola sul braccio, col mantello arrotolato a tracolla, coi panni che gli erano sciupati addosso, lo veggo ancora piantato l in mezzo a noi, fiero, ma niente spavaldo.
- Dunque, e Novara?
- Novara la bella non c' pi! Siamo rimasti mezzi per quei campi...
E narr di Morelli di Popolo, colonnello dei cavalleggieri di Monferrato morto, di Scassi morto, di Govone morto, e di tanti altri, lungo e mesto racconto.
- E i francesi?
- Coraggiosi! - rispondeva egli: - ma bisognava sentirli come i loro ufficiali parlavano di noi!
Io lo avrei baciato, tanto diceva con garbo.
Povero provinciale di quei di Crimea, richiamato per la guerra, aveva a casa moglie, figliuoli e miseria. Non amava i volontari: gli pareva che se fossero rimasti alle loro case in Lombardia, egli non si sarebbe trovato l, con trent'anni sul dorso e padre, a dolersi della pelle messa in giuoco un'altra volta. Del resto non si vantava di capire molto le cose: ci che piaceva ai superiori, piaceva a lui: tutto per Vittorio e pazienza. Avessimo due o tre centinaia d'uomini come lui, buoni a cavallo e a menar le mani, quando saremo laggi!

Nella stazione di Novi.

Si conoscono all'aspetto. Non sono viaggiatori d'ogni giorno; hanno nella faccia un'aria d'allegrezza, ma si vede che l'animo  raccolto. Si sa. Tutti hanno lasciato qualche persona cara; molti si dorranno di essere partiti di nascosto.
La compagnia cresce e migliora.
Vi sono dei soldati di fanteria che aspettano non so che treno. Un sottotenente mi si avvicin e mi disse:
- Vorrebbe telegrafarmi da Genova l'ora che partiranno?
Io, n s n no, rimasi l muto. Che dire? Non ci hanno raccomandato di tacere? L'ufficiale mi guard negli occhi, cap e sorridendo soggiunse:
- Serbi pure il segreto, ma creda, non l'ho pregata con cattivo fine.
E si allontan. Volevo chiamarlo, ma ero tanto mortificato dall'aria dolce di rimprovero con cui mi lasci!  un bel giovane, uscito, mi pare da poco, da qualche collegio militare; alla parlata, piemontese. Non so il suo nome e non ne chieder. Innominato, mi rester pi caro e desiderato nella memoria.

Genova, 5 maggio. Mattino.

Ho riveduto Genova, dopo cinque anni dalla prima volta che vi fui lasciato solo. Ricorder sempre lo sgomento che allora mi colse, all'avvicinarsi della notte. Quando vidi accendere i lampioni per le vie, mi si schiant il cuore. Fermai un cittadino che passava frettoloso, per chiedergli se con un buon cavallo, galoppando tutta la notte, uno avrebbe potuto giungere prima dell'alba a C..., al mio villaggio. Colui mi rispose stizzito, che manco per sogno. Quella notte fu lunga e dolorosa; e ora come posso dormire tranquillo, bench lontano dai miei e a questi passi?
Ieri sera arrivammo ad ora tarda, e non ci riusciva di trovar posto negli alberghi, zeppi di giovent venuta di fuori. Sorte che, lungo i portici bui di Sottoripa, ci si fece vicino un giovane, che indovinando. senza tanti discorsi, ci condusse in questo albergo, La gran sala era tutta occupata. Si mangiava, si beveva, si chiacchierava in tutti i vernacoli d'Italia. Per si sentiva che quei giovani, i pi, erano Lombardi. Fogge di vestire eleganti, geniali, strane; facce baldanzose; persone nate fatte per faticare in guerra, e corpi esili di giovanetti, che si romperanno forse alle prime marcie. Ecco ci che vidi in una guardata. Entravamo in famiglia. E seppi sbito che quel giovane che ci mise dentro si chiama Cariolato, che nacque a Vicenza, che da dieci anni  esule, che ha combattuto a Roma nel quarantanove, e in Lombardia l'anno passato. Gli altri mi parvero, la maggior parte, gente provata.

Pi sul tardi.

Stamane il primo passo lo feci da C... al quale far conoscere i dottori di Parma, che a lui, studente di medicina, sarebbero cari, se potesse venire con noi.
- Tu vai in Sicilia! esclam appena mi vide.
- Grazie! Tu non mi hai detto mai parole pi degne.
-  una grande fortuna! - soggiunse pensoso: e dopo lunghi discorsi prese la lettera che gli diedi per casa mia. Egli la porter soltanto quando si sappia che noi saremo sbarcati in Sicilia. Se si dovesse fallire, voglio che la mia famiglia ignori la mia fine. Mi aspetteranno ogni giorno, invecchiando colla speranza di rivedermi.
Mi abbattei nel signor Senatore, che mi conobbe giovinetto.
Egli mi ha detto che in Genova si  radunata una mano di faziosi, i quali oggi o domani vogliono partire, per andare a far guerra contro Sua Maest il Re di Napoli. Non sa pi in che mondo viva: e se il governo di qui non mette la mano sopra quegli sfaccendati perturbatori... Basta, spera ancora! Scaricava cosi la collera che gli bolliva; ma a un tratto si piant, domandandomi se per avventura fossi anch'io della partita. Io non risposi. Allora certo d'aver colto nel segno, cominci colle meraviglie, poi colle esortazioni. Come? Poteva essere che il mondo si fosse girato tanto, da trovarsi a simili fatti un giovane, uscito dal fondo d'una valle ignota, allevato da buoni frati, figlio di gente quieta, adorato dalla madre...? Poi pass alle minaccie. Avrebbe scritto, si sarebbe fatto aiutare da quanti del mio paese sono qui; mi avrebbe affrontato all'imbarco, per trattenermi... Ed io nulla. Ultima prova, quasi piangendo e colle mani giunte proruppe: Ma che cosa vi ha fatto il re di Napoli a voi, che non lo conoscete e andate a fargli guerra? Briganti!
Eppure un suo figlio verra con noi.

. . .

Desinammo in quattro, n allegri n mesti, e restammo a tavola pensando ognuno lontano, secondo il proprio cuore. Tacevamo. A un tratto il dottor Bandini, che m'era di faccia, si lev ritto, cogli occhi nella parete sopra di me. V'era un ritratto. Pisacane! Io lessi alto una strofa stampata a pi dell'immagine di quel precursore, una delle strofe della Spigolatrice di Sapri. Al ritornello, il dottor Bandini mi fu sopra colla sua voce potente e lesse lui:

Eran trecento, eran giovani e forti
E sono morti!

Torn il silenzio di prima. Ed, io pensai alla notte che si fece sulle due Sicilie, dopo l'eccidio di Sapri. Oh! allora, come deve essere parsa fuori di ogni speranza una ripresa d'armi, a quella povera gente laggi. Ai profughi si affacci il sepolcro in terra straniera, e il regno fu tutto un carcere.


[DA QUARTO A MARSALA]

Quarto, presso la Villa Spinola. 5 maggio, a un'ora di notte.

Ho bevuto l'ultimo sorso.
Strana coincidenza di date! Partiremo stasera. Chi fra quanti siamo qui non ripensa che oggi  l'anniversario della morte di Napoleone?

In mare. Dal piroscafo il Lombardo. 6 maggio mattino.

Navigheremo di conserva, ma intanto quelli che montarono sul Piemonte furono pi fortunati. Hanno Garibaldi. I due legni si chiamano Piemonte e Lombardo; e con questi nomi di due provincie libere, navighiamo a portare la libert alle provincie schiave.
Noi del Lombardo siamo un bel numero. Se ce ne sono tanti sul Piemonte, arriveremo al migliaio. Chi potesse vedere nel cuore di tutti, ci che sa ognuno della nostra impresa e della Sicilia! A nominarla, sento un mondo nell'antichit. Quei Siracusani che, solo a sentirli cantare i cori greci, mandarono liberi i prigionieri di Nicia, mi parvero sempre una delle pi grandi gentilezze che siano state sulla terra. Quel che oggi sia l'isola non lo so. La vedo laggi in una profondit misteriosa e sola. E Trapani?
Mi vibrano bene nella mente, in questi momenti, le parole di quel volontario che fu in Crimea. "Appoggiammo a Trapani, raccolta laggi su d'una punta squallida, citt colma di mestizia fin sopra i tetti. Venivano, sulle barche, dei poveri straccioni a venderci frutta, girando stupefatti attorno alla nostra nave. - Che cosa siete? ci chiedevano.
"Piemontesi.
"E dove andate?
"In Crimea, alla guerra.
"In Crimea, alla guerra!" ripetevano chinando il capo, e se ne andavano pieni di compassione.
Vedremo Palermo? Vedremo la piazza dove fu fatto l'Auto da f di fra Romualdo e di suor Gertrude? Il Padre Canata ce lo lesse nel Colletta in iscuola; e leggendo pareva che schiaffeggiasse la plebe e i grandi, che banchettarono cogli occhi sul rogo.
Ricordo pi dolce, mio padre narrava che l'anno della fame, 1811, essendo egli fanciullo, la gente si nutriva di certe mandorle grosse come un pollice, portate di lontano... di lontano... dalla Sicilia. - E che cosa  la Sicilia? - domandavamo noi fanciulli. E lui: - Una terra che brucia in mezzo al mare.
Nell'anno 1857, l'anno d'Orsini, d'Agesilao, di Pisacane, su per le colonne di via Po in Torino, lessi scritto col carbone: "Sicilia  insorta, all'armi, fratelli". Chi sa da qual mano furono scritte quelle parole? E se le scrisse un esule come sar felice se per avventura  con noi.

. . .

Genova nelle ore supreme fu ammirabile. Nessun chiasso: silenzio, raccoglimento e consenso. Alla Porta Pila, v'erano delle donne del popolo che, a vederci passare, piangevano. Di l a Quarto, di tanto in tanto, un po'di folla muta. A pie della collina d'Albaro alzai gli occhi, per vedere ancora una volta la Villa, dove Byron stette gli ultimi giorni, prima di partire per la Grecia: e il grido di Aroldo a Roma mi rison nelle viscere. Se vivesse, sarebbe l sul Piemonte, a fianco di Garibaldi inspiratore.
- Questo villaggio  Quarto? - S. - Dov' la villa Spinola? - Pi avanti.
Tirai avanti. Ecco la villa.
Biancheggiava una casina di l da un gran cancello, in un bosco oscuro, nella cui profondit, pei viali, si movevano uornini affaccendati. Dinanzi, sullo stradale che ha il mare l sotto, v'era gran gente e un bisbiglio e un caldo che infocava il sangue. La folla oscillava: Eccolo! No, non ancora! Invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che scendeva al mare, o spariva per la via che mena a Genova. Verso le dieci la folla fece largo pi agitata, tacquero tutti; era Lui!
Attravers la strada e per un vano del muricciolo rimpetto al cancello della villa, seguito da pochi, discese franco gi per gli scogli. Allora cominciarono i commiati. Ed io che non aveva l nessuno, mi sentii negli occhi le lagrime. Avviandomi per discendere, mi abbattei in Dapino, mio condiscepolo di sei anni or sono. Aveva la carabina sulla spalla. Fui l per abbracciarlo; ma gli vidi a fianco suo padre e un suo fratello, e mi cadde l'animo. Temei d'assistere ad una scena dolorosa, perch mi pareva che quel padre, che io so tanto amoroso, fosse venuto per trattenere il figliuolo; e due passi pi sotto v'erano le barche, e una turba silenziosa come di ombre sfilava gi in quel fondo. Invece ecco il padre e il fratello abbracciare l'amico mio, e... mi si fa un nodo alla gola.
Qui accanto dicono d'un altro che non conosco. Sono Veneti, giovani belli e di maniere signorili.
- Sapete che la madre di Luzzatto venne a cercarlo?
- Da Udine?
- O da Milano, non so. Corse di qua, di l, da Genova alla Foce, dalla Foce a Quarto, chiedendo, pregando e tanto fece che lo trov.
- E lui?
- E lui la supplic di non dirgli di tornare indietro; perch sarebbe partito lo stesso, col rimorso d'averla disobbedita.
- E la mamma?
- Se n'and sola.

. . .

Non si vede pi terra.
La barca sulla quale ieri sera mi tocc montare, dondolava stracarica. I barcaiuoli per farci stare che non si capovolgesse, ci pregavano di guardare, verso Genova, certe luci verdi e rosse che splendevano nella notte. Come fossimo bambini! Verso le undici da una barca gi in alto, udimmo una voce limpida e bella chiamare: "La Masa!". E un'altra voce rispose: "Generalel". Poi non s'udi pi nulla.
Intanto le ore passavano; eravamo cullati dall'onda e mi addormentai. All'alba fui destato, e vidi due navi maestose, l ferme dinanzi a noi. Tutte le barche furono spinte verso quelle. Mi volsi addietro. Genova e la riviera apparivano laggi incerte, in un velo vaporoso: ma l oltre, i miei monti esultavano alti e puri, dominando la scena!
Una brezzolina increspava le acque; sulle navi si faceva un gran vociare; era una tempesta di chiamate, di apostrofi e anche di sagrati, che lasciavano il segno nell'aria come saette. Fu una mezz'ora di gran furia a chi facesse pi presto a imbarcarsi; e anch'io potei finalmente agguantare una gmena e salire. Ho sempre negli occhi un giovane, che in quel momento vidi convulso dibattersi in fondo ad una delle barche, tenuto a stento da tre compagni. Che fosse pentito o il mal di mare l'avesse ridotto in quello stato?

. . .

Si odono tutti i dialetti dell'alta Italia, per i Genovesi e i Lombardi devono essere i pi. All'aspetto, ai modi e anche ai discorsi la maggior parte sono gente colta. Vi sono alcuni che indossano divise da soldato: in generale veggo faccie fresche, capelli biondi o neri, giovent e vigore. Teste grigie ve ne sono parecchie; ne vidi anche cinque o sei affatto canute; ho notato sin da stamane qualche mutilato. Certo sono vecchi patriotti, stati a tutti i moti da trent'anni in qua.
- Anche tu sei qui? esclamava uno abbracciando un amico: non eri a Parigi?
- Arrivai ieri sera.
- A tempo per venir con noi?
- E avreste voluto fare senza di me?
Mi parve una vantazione che stesse male: ma l'aria del giovanotto elegante era tanto semplice e sicura! Non domando mai d'uno chi sia, poi me ne pento. Fino ad ora non conosco che Airenta, dei nuovi. Egli, mentre scrivo, dorme lungo disteso, colla testa appoggiata alla sua sacca, vicino ai miei piedi.  un giovane d'oro. Ci conoscemmo ieri, ci trovammo qui, ci siamo promessi di star sempre insieme. I suoi maestri del seminario arcivescovile di Genova, quando sapranno il passo che ha fatto!
Che? Un uomo in mare?

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Fu un quarto d'ora d'angoscia. Indietro alla macchina! urlava il capitano, e il legno si ferm sbuffando. Ma l'uomo caduto in mare era gi lontano; appariva, spariva e lottava. Fu presto calata una lancia: la spingemmo cogli occhi, coi gesti, coll'anima, tutti. Il caduto fu raggiunto, agguantato, salvato. Dicono che sia un genovese.

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Mi si era fitto in mente che questo capitano del Lombardo fosse un Francese. L'aria, gli atti, il tono suo di comandare, lo mostrano uomo che in s ne ha per dieci. A capo scoperto, scamiciato, iracondo, sta sul castello come schiacciasse un nemico. L'occhio fulmina per tutto. Si vede che sa far di tutto da s. Forse in mezzo all'oceano, abbandonato su questa nave, lui solo, basterebbe a cavarsela. Il suo profilo taglia come una sciabolata; se aggrotta le ciglia, ognuno cerca di farsi piccino; visto di fronte non si regge al suo sguardo. Eppure, a tratti, gli si esprime in faccia una grande bont. Che capriccio fu quello di chiamarlo Nino? - Bixio! Ecco il nome che gli sta! Almeno rende qualcosa come un guizzo di folgore.
Si fa notte: il Piemonte tira innanzi pi veloce di noi. A quest'ora in casa mia si accende il lume, torna mio padre da fuori, la cena fuma sulla mensa; ma la famiglia tarda a sedersi... qualcuno manca.

In mare, 7 maggio,

Fu fatto fare silenzio. Da poppa a prora tacemmo tutti, e la voce potente d'uno che leggeva un foglio suon alta come una tromba. L'ordine del giorno ci ribattezza Cacciatori delle Alpi, con certe espressioni che vanno dritte al cuore. Non ambizioni, non cupidigie; la grande patria sovra ogni cosa, spirito di sagrificio e buona volont.
Conosco un altro ordine del giorno, che fu letto non so bene se nella ritirata da Roma nel 1849, o l'anno scorso ai volontari, prima che passassero il Ticino. Si sente sempre lo stesso spirito. Anche in quello, il Generale diceva di offrire non gradi n onori, ma fatiche, pericoli, battaglie e poi... per tenda il cielo, per letto la terra, per testimonio Iddio.

Talamone, 7 maggio.

Vedevamo lontano un villaggio, una torre svelta, sottile, lanciata al cielo; una bandiera su quella agitata dal vento. Bandiera italiana, villaggio toscano. Era questo di Talamone, sulle coste maremmane. Quando fummo vicini a terra, una barca venne a gran forza di remi verso di noi, portando il Comandante di questo castelluccio. Il valentuomo era mezzo sepolto sotto due spalline enormi, e aveva in capo una lanterna tutta galloni.
Che paese di povera gente! Carbonai e pescatori. La nostra discesa gli ha rallegrati.
- Come si chiama quel monte l in faccia?
- Monte Argentaro.
- E quelle case bianche, mezzo tuffate in mare?
- Porto San Stefano.
- Con una veduta come questa sempre dinanzi agli ocche, dovete fare una bella vita!
- S se si mangiasse cogli occhi. Ma... Basta... finch si campa!
Cosi mi diceva un giovane carbonaio, mentre seguitava a discorrere, per farmi dire a sua volta chi siamo, e dove andiamo; io pendeva, proprio pendeva, dalle sue labbra, bevendo il dolce della sua lingua e pensando al mio dialetto aspro.

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Lo rividi disceso a terra. Lento e sorridente se ne veniva su per la salita, vestito da generale dell'esercito piemontese. I lunghi capelli e la barba intera combinavano male con quei panni. Il capitano Montanari, che pare suo grande amico, gli veniva a fianco celiando, e gli diceva: "Cos vestito mi sembrate un leone in gabbia". Il Generale sorrideva.

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Son voluto entrare in chiesa. Una piccola chiesa disadorna e tranquilla, fatta proprio per pregarvi e null'altro. Mi sono seduto tra le panche, per respirare un po'di quell'aria fresca che era l dentro, e invece mi si riemp l'animo di malinconia. Uscito, ho subito scritto a casa mia, confessando d'esser qui, e dicendo con chi e dove vado.

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Mi sono tuffato in mare con una volutt indicibile. Le acque erano tiepide, per tutta la riva una festa di nuotatori, sui poggi, a brigate, si vedevano i nostri godere il fresco dell'erba. Lungo la strada che mena ad Orbetello un gran viavai.
Ma che cosa facciamo qui? Che cosa si aspetta? Stanotte dormiremo a terra, e i nostri legni staranno all'ncora. Dicono che furono menati via dal porto di Genova per sorpresa. Che colpo, se venisse una nave da guerra a ripigliarceli! Il meglio sarebbe tirar via. Ma forse il Generale attende notizie, o altra gente, o armi. Appunto, sino ad ora non abbiamo armi. Soltanto alcuni se ne vanno attorno, con certe carabine che si tengono care come spose. Le hanno sempre in ispalla. Sono genovesi, tutti tiratori da lunga mano, preparati a questi tempi con fede ed amore. Quell'uomo dai capelli grigi, non vecchio ancora ma neanche pi giovane,  un professore di lettere, amico di Mazzini, uscito di carcere l'anno scorso. V'era stato chiuso pei fatti di Genova del 1857. Si chiama Savi. Ho inteso dire che nel 1856, quando fu formata la Societ Nazionale, e Garibaldi vi si iscrisse uno dei primi, il Savi l'abbia rimproverato d'aver accettato l'iniziativa monarchica, lui capo militare del partito repubblicano uscito da Roma. Ma ora per l'Italia  venuto anche lui. Se ne sta in disparte modesto e taciturno; ma si vede che  amato e cercato. Chi non sa chi sia, gli passa vicino rispettoso e lo saluta.

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Ci siamo provati in quattro a mettere insieme un po'di erudizione. Uno disse che i Galli Gesati, armati di spiedi, e incamminati alla volta di Roma, devono essere stati pi qua e pi l a campo, nella pianura verso Orbetello, quando furono colti e distrutti dai Romani, sbarcati qui tornando dalla Sardegna. E qui Mario approd furtivo, reduce dall'esilio d'Africa, coll'anima traboccante degli odi, nati nella palude di Minturno e inaspriti dagli ossequi concessi a Silla. Qui, sul finire del secolo scorso, le schiere napoletane del conte di Damas videro per la prima volta le insegne dei repubblicani di Francia. E i posteri aggiungeranno che qui discese Garibaldi coi suoi, navigando verso Sicilia.

Talamone, 8 maggio.

Le compagnie sono formate, otto in tutto. lo co'miei amici siamo scritti alla sesta. La comanda Giacinto Carini, siciliano, che mi pare di trentacinque anni. Dicono che nel quarantotto fu colonnello di cavalleria; che stesse coll'armi alla mano sino all'ultima caduta della rivoluzione; e che da quei tempi visse in Francia, sperando e scrivendo. Siamo lieti d'aver per capo un siciliano, che ha fama di prode: eppoi  un cos bel tipo di soldato! Affabile, gentile, parla e innamora. E siciliani sono anche gli altri ufficiali della compagnia, salvo un modenese, che deve saper bene il mestiere, ed essere anch'egli uomo ardito e di franco coraggio.
Bixio, La Masa, Anfossi, Cairoli, ed altri bei nomi della nostra storia, comandano ognuno una compagnia: tutti gli ufficiali hanno qualche bella pagina di valore: parecchi sono ancora di quei di America, ne ho visti tre che hanno un braccio solo. Primo aiutante del Generale  il colonnello Turr ungherese, e Sirtori  il capo dello Stato Maggiore. Abbiamo con noi il figlio di Daniele Manin, e ho inteso parlare d'un poeta gentile che canter le nostre battaglie. Si chiama Ippolito Nievo.
Tutti i Genovesi che hanno carabina, forse quaranta, formano un corpo di Carabinieri. Il loro capitano Antonio Mosto chi lo volesse dipingere,  una bella testa di filosofo antico. Di modi e di fisionomia austero, pare uno che abbia fatto penitenza sino ad oggi, per affrettare la resurrezione d'Italia.  conosciuto per coraggiosissimo; e infatti come potrebbe non esserlo, se quei giovani lo tengono per primo?

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Ho riveduto quei due signori che hanno viaggiato con me da Parma a Genova. Sono qui anche loro; soldati nella prima compagnia. Il pi giovane, piemontese, si chiama Giovanni Pittaluga.  un fuoco. A Piacenza, per aver veduto alcuni soldati francesi andare a zonzo vicino alla stazione, si tir dentro gridando se quelli stranieri non se ne andranno mai pi. E il pi vecchio, che si chiama Spangaro ed  veneziano, e deve essere un uomo di conto, a vedere com' rispettato qui, disse con molto senno, che avremo grazia se ci riuscir di vederli andarsene colle buone. L'altro fremeva. Ora avranno agio di continuare la loro disputa sull'efficacia dei modi spicci che il giovane vorrebbe adoperati, a farla finita coi nemici d'Italia. Nella sua fisonomia vi  del Saint-Just. Guai a quel povero prete o frate che gli venisse a cascare fra le mani.

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Il povero Sartori era seduto sul ciglio di quello scoglio, col mare l sotto a picco. Si querelava tra s, ma ud il mio passo e si tacque. Gli chiesi che cosa avesse. Mi rispose che era stato l l per buttarsi da quell'altezza, offeso nel vivo da un capitano che gli impose di levarsi di capo il berretto da ufficiale, portato nell'esercito dell'Emilia. Deve essere stato un battibecco fiero. Sartori obbed, ma ha giurato di far parlare di s.

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Allegro che scoppiava nei panni, montato a bisdosso su d'un asinello, uno dei nostri cavalcava su per l'erta, tra le risa de'suoi amici. La povera bestia cadde, e il giovane and gi ruzzoloni, rimanendo malconcio. Fu messo a letto nell'osteria, e vi rimarr chi sa quanto. Poveretto, quando noi ripartiremo!

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Una mano dei nostri si staccheranno tra poco da noi. Passeranno il confine romano condotti da Zambianchi. Mi duole pei tre medici di Parma destinati a seguirlo. Diverse venture, comunque la meta sia una. Noi non ci siamo detti addio.
E mi hanno detto che sono partiti, o stanno per partire, non so quanti, che non vogliono pi seguire il Generale, perch al grido di guerra ha mescolato il nome di Vittorio Emamiele. Se ne parla, se ne giudica, ma non se ne sente dir male.

9 maggio. Dal Lombardo in faccia a San Stefano.

Ieri sera c'imbarcammo che il mare pareva volersi mettere in burrasca. Gli abitanti di Talamone ci salutarono dalla riva, accompagnandoci con auguri pietosi.
Sono venuti a bordo del Lombardo tre bersaglieri fuggiti da Orbetello. Uno ve n'era gi sin da Genova, Pilade Tagliapietre, trevisano. Se al Lamarmora, che cre questa sorte di soldati, e li condusse da Goito in Crimea, invincibili sempre, avessero predetto che un giorno quattro giovani vestiti de'suoi panni, guarderebbero dalla tolda di un bastimento alla Sicilia in rivolta, chi sa che rigonfiamento di cuore n'avrebbe avuto, e che sorta di esclamazioni avrebbe tartagliato. Oh la vecchia Sicilia di Vittorio Amedeo!
Ci deve essere gran fretta di partire, perch Bixio grida ai barcaiuoli che vanno e vengono portando acqua: "Venti franchi ogni barile, se me li portate prima delle undici!". I barcaiuoli fanno forza di braccia e le barche volano.
Intanto che si aspetta l'acqua, fanno la distribuzione delle armi. Ne ho avuta una anch'io, uno schioppo rugginoso che, Dio mio! E m'hanno dato un cinturino che pare d'un birro, una giberna, una baionetta e venti cartucce. Ma non si diceva a Genova che avremmo avuto delle carabine nuovissime? C' di peggio. Il colonnello Turr fu ieri ad Orbetello, e torn con tre cannoni e una colubrina lunga come la fame; roba che deve essere dei tempi quando quel lembo di terra l si chiamava lo Stato dei Presidii. Come faremo, tanto male armati laggi?
L'acqua  arrivata, si salpa l'ncora. Santo Stefano, addio. Girato quel promontorio, saremo di nuovo nel grande mare, e che Dio ci aiuti.

9 maggio. Sera.

Non una vela sull'orizzonte. Oltrepassata l'isoletta del Giglio, cominci una delizia di venticello che ristorava le vene. Il cielo  purissimo. Neppur pi uno di quei tanti smerghi che ci seguivano, librandosi alti, precipitando fulminei a tuffarsi, quasi per farci festa. Vedemmo molti delfini balzare allegri sull'acqua e tenerci dietro un pezzo.
Fra poco sar notte. Una voce armoniosa e robusta canta da poppa una canzone, che udiranno i nostri compagni del Piemonte.  il volo dell'anima alla donna del cuore. Adesso la canzone si muta in un coro di voci poderose... "Si vola d'un salto nel mondo di l!". Oh se fossimo presi in mare!

10 maggio.

Dall'alba fino ad ora fu un vero splendore. Si navig che pareva di andare al trionfo tranquilli, colla pace del mare e col cielo che pareva nostro. Ma venne il momento dell'angoscia. Uno dei nostri si  gettato in mare. Si dice che sia lo stesso dell'altra volta. Dunque allora non  caduto per disgrazia? Quando il legno si ferm, vedevamo lontana la testa del naufrago, e misuravamo spasimando la corsa della barca che volava a salvarlo. E vi riuscirono. Riportato a bordo, Bixio lo rimprover aspramente, poi si commosse e lo fece mettere in una cabina, dove  custodito. Gli hanno levato di dosso i panni fracidi, l'hanno vestito d'una tunica da ufficiale, e ora giace l dentro, fulminando cogli occhi attorno come un pazzo furioso.

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Il Piemonte ci precede di molte miglia. Quella nave corre superba, come avesse coscienza della fortuna e dell'uomo che porta. Si vede come un punto nero laggi; anzi non  pi che il suo fumo, lasciato addietro come la coda d'una cometa. Se si abbattesse nella crociera napoletana! Ormai siamo nelle acque del nemico. Gli ordini sono pi severi. Alcuni hanno indossato camicie rosse. Bixio grida, li chiama mussulmani, vuole che stiano rannicchiati. Nessuna vela sull'orizzonte. Sempre noi soli, fin dove la vista pu giungere.

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Il caporale Plona si lasci sfuggire non so che brutte, parole, e Bixio gi! gli scaravent un piatto in faccia. Ne venne un po'di subbuglio. Come un razzo Bixio fu sul castello gridando: "Tutti a poppa, tutti a poppa!". E tutti ad affollarsi a. poppa rivolti a lui, ritto lass che pareva l per annientarci. E parl:
"Io sono giovane, ho trentasette anni ed ho fatto il giro del mondo. Sono stato naufrago e prigioniero, ma sono qui, e qui comando io! Qui io sono tutto, lo Czar, il Sultano, il Papa, sono Nino Bixio! Dovete obbedirmi tutti; guai chi osasse una alzata di spalla, e, guai chi pensasse di ammutinarsi! Uscirei con il mio uniforme, colla mia sciabola, con le mie decorazioni e vi ucciderei tutti! Il Generale mi ha lasciato, comandandomi di sbarcarvi in Sicilia. Vi sbarcher. L mi impiccherete al primo albero che troveremo; ma - e misur collo sguardo lento la calca, - ma in Sicilia, ve lo giuro, vi sbarcheremo!".
Viva Nino Bixio! viva, viva, viva! E mille braccia si alzarono a lui, che stette lass fiero un poco; ma poi impallid, gli balenarono gli occhi e ci volse le spalle. Dall'alto dell'alberatura i marinai applaudivano. Allora di mezzo a noi si ud la voce quasi fioca d'uno, che ritto su d'una botte, coi capelli e la barba di un biondo scialbo, con una faccia fine e soave, non pi giovane n gagliardo, arringava, annaspando nell'aria colle braccia, parlando di Garibaldi e di Bixio con grandi lodi. Stiamo a vedere, pensai, che Bixio gli scarica addosso una pistolettata. Mi volsi, proprio temendo, ma Bixio non era pi sul castello. L'oratore tir innanzi un altro poco, poi dov discendere senza concluder nulla. Niuno badava a lui, perch le parole di Bixio avevano fatto sugli animi come il vento sulle acque. Tutti erano agitatissimi, ognuno avrebbe data per Bixio la vita. Ho chiesto il nome di quell'oratore che ha viso dolce di Galileo, e mi hanno detto che  La Masa.


Di sul Lombardo, 11 maggio. Mattino.

Ieri, dopo il tramonto, i marinai delle antenne vedevano ancora come un'ombra del Piemonte. A prora, un giovane che pare nato alle grandi avventure, accendeva fiocchi di stoppa incatramata, e sempre per un verso li buttava in mare. Che fossero segnali? Il bagliore di quelle fiamme rossicce, dava a tratti uno strano risalto alla faccia d'adolescente di quel giovane, e la sua fronte pareva fuggisse sotto i ricci biondi. Io guardava le sue mani ben fatte, il suo petto ampio, il suo collo robusto e bello, cinto di un fazzoletto di seta ricadente gi per le spalle; e pensava ai mari d'oriente e al Corsaro di Byron.
Mi rannicchiai in un angolo, con un visibilio nel capo, e mi addormentai come un morto.
- Su! su! - mi disse Airenta, scuotendomi forte, non so a che ora.
Balzai. Tutti quelli che erano sul ponte stavano ginocchioni, curvi, sporgendo le faccie a sinistra. Non si udiva che, un sussurro; le baionette luccicavano inastate.
- Ma che c'?
E Airenta a me: - Una nave viene a furia verso di noi.
- Borbonica?
- Ha gi suonato la campana, e Bixio ha comandato di non rispondere.
La nave veniva dritta sul nostro fianco, e il rumore delle sue ruote era concitato e rabbioso. Mi pare che il suo camino gettasse fiamme. Bixio piantato sul castello la investiva cogli occhi. Certo si preparava a qualche tragedia; magari a far saltare in aria s, noi e la nave che ci era ormai quasi addosso. Non ho potuto capir bene quel che segu, per un po'di confusione che mi nacque vicino: solo intesi Bixio gridare: "Generale!". E poi fu una grande allegria.
Quella nave era il Piemonte. Il Generale che ci aveva preceduti, scoperta la crociera borbonica, torn indietro in cerca di noi; ci trov, si parlarono con Bixio, e ci riponemmo in via, mutando rotta.
Credo che ora siamo pi vicini all'Africa che alla Sicilia,

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Si torna a navigare verso Sicilia.
A poppa, i Lombardi cantavano le canzoni dei loro laghi. Non sono meste come quelle dei miei monti, non rendono le pene delle generazioni nate a patire all'ombra dei castelli, che ora, rovine senza gloria, coronano i poggi sopra i villaggi delle mie vallate; ma qualcosa di patetico vi  anche in esse, e toccano il cuore profondamente.
Ho qui vicino un Ungherese, che veggo da ieri girare in mezzo a noi. Non sa dire una parola. Mi guarda con quei suoi occhi piccini, aggrottati, verdi. Ha i capelli a lucignoli sulla fronte stretta, e il naso da Unno. Cuoce meditabondo e cupo, sdraiato a questo sole; e forse sta pensando alla sua patria, mentre viene a morir per la mia.

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Gran bella veduta d'isolette! Sembrano emerse ora dal mare. C' del verde di tutti i toni; c' della roccia splendente, c' un'aria azzurra che avvolge tutto; e le isole hanno una.zona d'argento al pied.
Sento che in quelle isole vi sono prigioni orribili. Il Re di Napoli vi tiene chiusi i prigionieri di Stato, e le famiglie che ve ne hanno qualcuno, dicono: "Meglio i morti!".

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La Sicilia! La Sicilia! Pareva qualcosa di vaporoso laggi nell'azzurro tra mare e cielo, ma era l'isola santa! Abbiamo a sinistra le Egadi, lontano in faccia il monte Erice che ha il culmine nelle nubi. Un siciliano che era meco sulla tolda, mi narrava le avventure di Erice figlio di Venere, ucciso da Ercole su quelle vette. Erano ameni gli antichi, ma quant' pure ameno l'amico mio, che trova ora tempo di parlare di mitologia! Ei mi disse che su quel monte c' un villaggio che si chiama San Giuliano, dove nascono le pi belle donne della Sicilia.

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Come si conoscono gli esuli siciliani! Eccoli l a prora tutti affollati. In questo momento non vivono che cogli occhi. Saranno una ventina, di tutte le et. Miracolo se il colonnello Carini sbarcher vivo, se non gli si romper il cuore dalla allegrezza.

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Il dottor Marchetti che ride sempre quando mi vede scrivere, non sa che ora scrivo del suo figliuolo. Compagno d'esilio, l'ha voluto seco sin qui. Il giovinetto pu avere dodici anni; eppure  di piglio s ardito! Fortunato lui, che ha un mattino cos splendido nella sua vita! Se la morte non lo coglier, sar un uomo levatosi per tempo nella sua giornata. Che c'? Tutti guardano da poppa...

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Due navi corrono a vista dietro di noi!
Si  messo un po'di vento in poppa. Tutte le vele sono spiegate, i marinai lavorano che sembrano uccelli. Bixio comanda, ubbidito a puntino. Ha gridato che chi gli sbaglia una manovra, lo far impiccare all'albero di maestra! Voliamo.

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Un piccolo legno veniva da terra. Bandiera inglese. Bixio prese un foglio vi scrisse sopra qualcosa, fece fendere un pane e nel fesso mise il foglio. Poi quando il legno pass quasi rasente a noi, gett il pane che cadde in mare. "Allora - grid facendo tromba colle mani, - dite a Genova che il generale Garibaldi  sbarcato a Marsala, oggi a un'ora pomeridiana!".
Sul piccolo legno fu un levar di mani, un battere di applausi, uno sventolare di fazzoletti, evviva, viva, viva!

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Eccola l Marsala, le sue mura, le sue case bianche, il verde de'suoi giardini, il bel declivio che ha innanzi. Nel porto poco naviglio; una nave da guerra sta alla bocca e si  tutta pavesata.
- Pronti, figliuoli - grida Bixio, tutto per noi; e se avesse la forza ci lancerebbe in un colpo alla riva. Ma siamo certi di sbarcare, sebbene le due navi ci inseguano sempre. Hanno guadagnato un bel tratto. Vengono sbuffando.



[DA MARSALA A CALATAFIMI]

Marsala, 11 maggio.

Siedo sopra un sasso, dinanzi al fascio di armi della mia compagnia, in questa piazzetta squallida, solitaria, paurosa. Capitano Ciaccio da Palermo, piange come un bambino dall'allegrezza: io faccio le viste di non vederlo. La compagnia chi qua, chi l, mezzi a cercar da mangiare. Ma al primo squillo, non ne mancher uno. Dal porto, tirano cannonate a furia contro la citt. Su molte case sventolano bandiere d'altre nazioni. Le pi sono inglesi. Che vuol dir questo?

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Il Lombardo  quasi sommerso. Il Piemonte galleggia maestoso sull'acqua. Le fregate che ci inseguivano arrivarono a tiro che noi eravamo quasi tutti sul molo. La terra ci mareggiava sotto i piedi; stentavamo a tenerci ritti. La citt non aveva ancora capito nulla; ma la ragazzaglia era gi l, venuta gi a turba. Alcuni frati bianchi ci salutavano coi loro grandi cappelli: ci spalancavano le enormi tabacchiere: e stringendoci le mani, ci domandavano: "Siete reduci, emigrati, svizzeri?".
Alle porte della citt, comparvero degli ufficiali di marina, in calzoni bianchi; e venivano gi al porto, verso la nave inglese, discutendo agitati. Noi intanto ci stavamo ordinando. A un tratto s'ode un colpo di cannone. Che ? Un saluto! dice sorridendo il colonnello Carini, vestito d'una tunica rossa, con un gran cappello a falda, piumato, in capo. Un secondo colpo, una grossa palla passa, rombando balzelloni, tra noi e la settima compagnia, e caccia in aria l'arena. I monelli si gettano a tetra; i frati fuggono come possono con quei gran corpi, camminando dentro i fossati. Una terza palla sfascia il tetto d'una casetta di guardie, l presso; una granata cade in mezzo alla mia compagnia, e fuma per iscoppiare. Beffagna da Padova vi corre addosso e ne cava la miccia. Bravo! Ma egli non sente o non bada.
E poi gi i colpi che non si contarono pi. Quale furore! Ora la citt  nostra. Dal porto alle mura corremmo bersagliati di fianco. Nessun male. Il popolo applaudiva per le vie; frati d'ogni colore si squarciavano la gola gridando: donne e fanciulle dai balconi ammiravano. "Beddi! Beddi!" si sentiva dire da tutte le parti. Io ho bevuto all'anfora d'una giovinetta popolana che tornava dalla fonte. Rebecca!
E quell'arco della porta per la quale entrammo in citt, come l'ho innanzi agli occhi! Mi parve l'ingresso d'una citt araba; e un po'mi parve anche di essere alle porte del mio villaggio, che hanno un arco come questo. Mi fermai a dare un'occhiata verso il porto. Venivano su correndo gli ultimi manipoli dei nostri: le due navi borboniche balenavano avvolte nel fumo; e quel nostro Lombardo, adagiato su d'un fianco, mi fece piet. Dicono che Bixio l'abbia voluto sommergere. Costui dove passa lascia il segno.


Di guardia sull'antico porto di Marsala. Sera.

Noi qui non vediamo che cosa avvenga dall'altra parte, dove siamo sbarcati; ma senza dubbio quel fuoco da cacciatori  fatto dai carabinieri genovesi. Forse le navi hanno gente da sbarco a bordo e tentano di metterla a terra. Purch non vi riescano nella notte, e non colgano i nostri rimasti in citt, alla sprovveduta o peggio! Vi  un certo vino traditore, e si  stati tanti giorni a digiuno! Ma i capi vi hanno pensato, e quasi tutte le compagnie son fuori. La mia  qui tutta intera. Vediamo una gran curva di lidi, e laggi all'orizzonte un promontorio nero. Forse  Trapani. Quelle barchette che si staccano col e pigliano il largo, sono cariche di gente che fugge. Intanto il fuoco dalle navi continua.


Marsala, 12 maggio, 3 ore ant.

Ieri sera alle dieci, il caporale Plona mi piant laggi a pi di uno scoglio, sentinella ultima della nostra fila, e mi ci lasci cinque ore. Feci dei versi alle stelle. Fu la mia veglia d'arme.


Mercoled. Durante il "grand'alt".

Alla punta del giorno venne uno a cavallo, parl col capitano, pigliammo gli schioppi, e rientrammo in citt. Per una via sonnacchiosa, passammo innanzi a certe casuccie, dove la miseria si ridestava nelle stanze terrene semiaperte e schifose, riuscimmo alla campagna dal lato opposto. L erano tutti i nostri gi ordinati e pronti; l un'allegrezza intera e sana che alzava il cuore. In alto mare, le due navi napoletane di ieri filavano di lunga, menandosi a rimorchio il Piemonte. Bella consolazione! Il Lombardo era sempre al suo posto; e quando spunt il sole, la parte della sua carena che era fuori dell'acqua, parve incendiarsi dallo splendore, per salutarci e augurarci fortuna.
Nell'aria era un profumo delizioso: ma quel campo l fuori le mura di Marsala, coi suoi grandi massi nerastri sparsi qua e l, con quei fiori gialli che lo coprivano a tratti, cominciava a darmi non so che senso di cose morte. Pass Bixio a cavallo. Fiero come gi sul cassero del Lombardo, diede una occhiata burbera laggi a quel povero legno, accenn brusco come a dire: "Siamo intesi!" e tir innanzi trottando. Dopo di lui vennero alcune Guide, gente che ha navigato sul Piemonte, bei cavalli, bei cavalieri, coll'uniforme leggiadra che avevano l'anno passato in Lombardia. Nullo caracollava bizzarro e sciolto; torso da Perseo, faccia aquilina, il pi bell'uomo della spedizione. Pare uno dei tredici che han combattuto a Barletta. Missori da Milano, vestito d'una tunichetta rossa che gli cresce l'aspetto di gran signore, ha in capo un grazioso berretto rosso, gallonato d'oro, e comanda le Guide. Dolce ma tutt'animo; lui e Nullo, Eurialo e Niso. Quell'altro, semplice Guida, colla faccia imbroncita e piena di bonta,  il pi vecchio del drappello. Avr quarant'anni?  Nuvolari da Mantova, un ricco campagnuolo che ha cospirato e combattuto umile e costante; tipo di puritano dei tempi di Cromwell. Gli altri tutti fior di giovani; carissimo un Manci da Trento, che mi fa pensare alla Fiorina del Grossi, tanto ha l'aria di fanciulla innocente.
Sempre sorridente e colla buona novella in fronte, arriv ultimo Garibaldi collo Stato Maggiore. Cavalcava un baio da Gran Visir, su di una sella bellissima, colle staffe a trafori.
Indossava camicia rossa e calzoni grigi, aveva in capo un cappello di foggia ungherese e al collo un fazzoletto di seta, che, quando il sole fu alto, si tir su a far ombra al viso. Scoppi un gran saluto affettuoso; ed Egli, guardandoci con aria paterna, si spinse fin in capo alla colonna. Poi le trombe suonarono e ci ponemmo in marcia.
Fatto un bel tratto della via consolare, si pigli la campagna, per una straduccia incerta e difficile tra i vigneti. I nostri cannoni venivano dietro a stento, su certi carri dipinti d'immagini sacre, tirati da stalloni focosi, che spandevano nell'aria la grande allegria delle loro sonagliere. Ci siamo fermati a questa fattoria; una casa bianca e un pozzo, in mezzo a un oliveto. Che gioia un poco d'ombra, e che sapore il po'di pane che ci han dato! E il Generale seduto a pi di un olivo, mangia anche lui pane e cacio, affettandone con un suo coltello, e discorrendo alla buona con quelli che ha intorno. Io lo guardo e ho il senso della grandezza antica.


Dal Feudo di Rampagallo. Sera.

Ripresa la via, dopo una buona ora di sosta, ci rimettemmo per l'immensa campagna. Non pi vigneti ne olivi, ma di tratto in tratto ancora qualche campicello di fave, poi pi nessuna coltura. Il sole ci pioveva addosso liquefatto, per la intermnabile landa ondulata, dove l'erba nasce e muore come nei cimiteri, E mai una vena d'acqua, mai un rigagnolo, mai all'orizzonte un profilo di villaggio: "Ma che siamo nelle Pampas?" esclamava Pagani, il quale da giovane fu in America.
Quelle solitudini dove l'occhio non trovava confine, a larghe distanze, erano appena animate da qualche capanna di pastori, o da branchi di cavalli sciolti, nella loro selvaggia libert. A vederci, galoppavano lontano, cacciati dallo spavento, e talvolta si arrestavano corvettando dall'allegrezza. Dopo mezzod, sul margine del nostro sentiero, trovammo un vecchio pastore. Vestiva pelli di capra, e la sua testa, fiera e quasi da selvaggio, era coperta da un enorme berretto di lana. Teneva le mani appoggiate sulle spalle di un giovinetto, che poteva avere quindici anni, ed osservava muto il nostro passaggio. Quando arriv a lui la mia compagnia, egli si rivolse al capitano gridando con voce sicura: "Principe Carini, reboldate la cabedale!" E spinse il giovinetto in mezzo a noi. Poi si asciug gli occhi, e volte le spalle, si allontan per quel deserto. Lontano, lontano all'orizzonte, vedevamo una capanna, forse la sua.
- Che  principe il nostro capitano? chiesi al tenente palermitano anche lui.
- No... Un principe Carini esiste, ma borbonico che ci avvelenerebbe l'aria.
Questo gran casone bieco e un antico feudo. Arrivammo che il sole andava sotto, e ci ponemmo qui sul pendio, sdraioni sull'erba soffice e lussureggiante. Fui mandato ad attinger acqua. Su d'un rialzo vicino al casone, stavano in crocchio alcuni dei nostri capi. Mentre passavamo uno di essi diceva: - Avete badato a quel deserto, tutt'oggi? Si direbbe che siamo venuti per aiutare i Siciliani a liberare la loro terra dall'ozio!
Del nemico non si sente dir nulla.


13 maggio. Salemi.
Da un balcone di convento, in faccia alla gloria del sole.

Stamane suonava la diana, e Bixio gi in sella veniva da chi sa dove. Se invece di quella uniforme di fanteria, vestisse un costume del cinquecento, ecco Giovanni dalle Bande Nere. Nella notte sono arrivati a squadre molti insorti, armati di doppiette da caccia e di picche bizzarre. Parecchi vestono pelli di pecora sopra gli altri abiti, tutti paiono gente risoluta, e si sono messi con noi.
Quando movemmo dal campo di Rampagallo, eravamo aggranchiti per aver dormito l senza tende, senza coperte, come capitammo, colla gran guazza che viene gi queste notti. Ma ci liberammo dal freddo assai presto e dopo mezz'ora di marcia si desiderava gi l'acqua. Passammo vicino a parecchie fonti, bevevamo cogli occhi; ma Bixio era sempre l inesorabile a far guardia, e non ci lasciava nemmen bagnar le labbra. Ha fatto bene. Uno dei nostri che riusc a bere, cadde a mezzo della gran salita che mena quass. Lo vidi dibattersi per dolori atroci, fra gli amici addolorati; un medico gli teneva il polso e tentennava il capo. Speriamo che non sia morto.
Quella salita scomunicata ci ha fatto rompere il petto, ma pazienza. Arrivando, fummo accolti da una folla d'uomini, di donne, di fanciulli strilloni; quasi non si sentiva la banda che ci suonava il trionfo.
Una donna, con un panno nero gi sulla faccia, mi stese la mano, borbottando.
- Che cosa? dissi io.
- Staio morendo de fame, Eccellenza!
- Che ci si canzona qui? - esclamai: e allora un signore diede alla donna un urtone, e mi offerse da bere, in un gran boccale di terra. Fui l per darglielo in faccia; ma accostai le labbra per creanza, poi piantai lui per raggiungere quella donna Non mi riusc di trovarla. Ma subito una giovane dagli occhi grandi, soavi, e smunta, malata, mi porse un cedro colla destra, e colla sinistra tesa mi disse: - Signorino! - Un cencio di gonnella le dava a mezzo stinco, e aveva i piedi ignudi. Le posi in mano due prubbiche, monetuccie di qui che paion farfalle; essa le prese e corse via. La veggo ancora, colle gambe scarne, battute dai brandelli della veste lurida e corta, fuggire non so se lieta o vergognosa.
Quando giunse il Generale, fu proprio un delirio. La banda si arrabbiava a suonare; non si vedevano che braccia alzate e armi brandite; chi giurava, chi s'inginocchiava, chi benediceva: la piazza, le vie, i vicoli erano stipati; ci volle del belloo prima che gli facessero un po'di largo. Ed egli, paziente lieto, salutava ed aspettava sorridendo.

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C'e qui un ufficiale vestito dell'uniforme Piemontese, che mi pare tutto quello del caso di Novi. Far di parlargli, e, se  lui, mi scuser di non avergli voluto dire quel che mi chiese. Dicono che sia disertore, che si chiami De Amicis, che sia di Novara.

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Ho fatto un giro per la citt. L'hanno piantata quass che una casa si regge sull'altra, e tutte paiono incamminate per discendere gi da oggi a domani. Avessero pur voglia di sbarcare i Saraceni, Salemi era al sicuro! Vasta, popolosa, sudicia, le sue vie somigliano colatoi. Si pena a tenersi ritti; si cerca un'osteria e si trova una tana. Ma i frati, oh! i frati gli avevano belli i conventi, e questo dov' la mia compagnia  anche netto. Essi se ne sono andati.
Gli abitanti, non scortesi, sembrano impacciati se facciamo loro qualche domanda. Non sanno nulla, si stringono nelle spalle, o rispondono a cenni, a smorfie, chi capisce  bravo.
Entrai stanco in una taverna, profonda quattro o cinque scalini dalla via. V'era una brigata di amici, che mangiavano allegramente i maccheroni in certe ciotole di legno che... Eppure ne mangiai anch'io. E bevemmo e chiacchierammo, e c'eravamo dimenticati d'essere qui a questi passi, quando venne Bruzzesi delle Guide, il quale ci disse che un grosso corpo di Napoletani  a poche miglia da noi. "Meglio! - sclam Gatti, - bisogner vedere che cera ci faranno".


Salemi, 14 maggio.

Il Generale ha percorsa la citt a cavallo. Il popolo vede lui e piglia fuoco: magia dell'aspetto o del nome, non si conosce che lui.
Il Generale ha assunta la Dittatura in nome d'Italia e Vittorio Emanuele. Se ne parla, e non tutti sono contenti. Ma questo sar il nostro grido. Alle cantonate si legge un proclama del Dittatore. Egli si rivolge ai buoni preti di Sicilia. Un rtore ha notato che, preti buoni, sarebbe stato meglio detto.
Le squadre arrivano da ogni parte, a cavallo, a piedi, a centinaia, una diavoleria. E hanno bande che suonano d'un gusto! Ho veduto dei montanari armati fino ai denti, con certe facce sgherre, e certi occhi che paiono bocche di pistole. Tutta questa gente  condotta da gentiluomini, ai quali ubbidisce devota.
Piove dirotto. Del nemico notizie diverse o contraddittorie. Sono quattromila; no, diecimila, con cavalli e cannoni. Si fortificano sui tali monti: no, sui tali altri: si avanzano, si ritirano rapidamente. Questa notte staremo ancora qui: e intanto finiranno d'allestire i carri per la nostra artiglieria.

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Grazioso! Ieri l'altro, appena sbarcati, alcuni dei nostri occuparono il telegrafo. L'ufficiale, fuggendo, aveva lasciato l un foglio, sul quale era scritto: "Due vapori sardi sbarcano gente". Era un dispaccio mandato al Comandante militare di Trapani. E da Trapani appunto: "Quanti sono? Che cosa vogliono?". Allora i nostri: "Perdonate, mi sono ingannato, i legni sbarcano zolfo". Da Trapani secco secco: "Imbecille!".
Poi un taglio dei nostri al filo telegrafico e silenzio.


Salemi, 15 maggio. 5 ore ant.

Ho spalancato le finestre di questa cella di monaco, e ho dato un'occhiata alla campagna, sonnacchiosa sotto i fumacchi che si levano dalle valli. Chi sa che via piglieremo, e in quale dei punti cui arriva la mia vista, saremo affrontati dai Napoletani? Chi sa per che via marciano a noi, o in qual gola stanno ad attenderci?
Margarita e Bozzani lunghi e distesi l su d'un tappeto verde, avuto non so da chi, dormono ancora. Raccuglia, il buon vecchietto Palermitano che non parla mai, si allaccia la calzatura, al lume della mia candela. Torna dall'esilio in nostra compagnia, come un popolano fuoruscito del medioevo.
- Sergente Raccuglia, che tempo avremo oggi?
- Bisogner vedere il Generale in faccia; ma sar bello, perch vedete l? Gatti si ravvia i capelli. Sempre lindo e attillato. lui!
L, fuori della porta, due milanesi stavano ragionando dei fatti nostri, uno pi dottore dell'altro, a dimostrare che sono seri, assai, da tutte le parti. "Nemico numeroso, provveduto di tutto: noi armi pessime, munizioni poche, un quindici cartucce per ciascuno, gli insorti peggio armati di noi".
- Ehi? tuon un vocione dal corridoio, che ci siete venuti per fare codesti conti?
I due si tacquero.
Suona la sveglia. E Simonetta viene a dirci che si parte. Gran giovane Simonetta! Non si cura di nulla per s, non vive che per gli altri. V' una guardia da fare? Simonetta si offre. Un servizio faticoso? Eccolo pronto lui, gracile e gentile. Si distribuisce il pane? Egli si presenta l'ultimo a pigliare il suo.
Ha lasciato a Milano il padre vedovo e solo.

. . .

Fra minuti si parte.
Il nemico  davvero a nove miglia. Abbiamo riposato due giorni e due notti su quest'altura, tra questa gente povera e rozza. Chi sa dove dormiremo stasera? I carri per l'artiglieria sono fatti; la colubrina allunga la sua gola; il corpo dei cannonieri  formato. Sono quasi tutti ingegneri.

15 maggio. 11 ore ant. Sui colli del Pianto Romano.

Un pensiero a casa, poich tutto e pronto. I nostri cannoni sono laggi, piantati sulla strada consolare a sinistra. Eccolo l il nemico. La montagna rimpetto a noi ne  gremita; saranno circa 5000 uomini. Noi siamo scaglionati per compagnie. Il Generale da quella punta osserva le mosse dei nemici. Fra le nostre posizioni e le loro, e una pianura non vasta ed incolta. La bandiera sventola sul poggio pi alto, in mezzo a noi. Il sottotenente che la porta, mand me dal Generale, e il Generale mi mand a lui comandando: "Ditegli che si porti sul poggio pi alto, colla bandiera, e che la faccia sventolare!". Dio, con qual voce me lo disse!
Al colonnello Carini si  impennato il cavallo. Egli  caduto. Non fa nulla. Rieccolo in sella. Dianzi vidi cadere anche il La Masa, che si deve essere fatto male. Mi sentii, come se avessi battuto del capo io stesso, contro quelle pietre.
I cacciatori napoletani discendono dalle alture. Che calma!... Che sicurezza nel loro movimenti! Fra poco... Ma le loro trombe, che suoni lugubri!


16 maggio. Dal convento di San Vito sopra Calatafimi.

Sar bello, se camper, rileggere fra molti anni questi sgorbi. Avessi avuto tempo, da ieri mattina ne avrei fatto cento pagine!
Tutta Salemi era fuori a salutarci. "Benedetti! Benedetti!": E quando da pi della discesa mi volsi a guardare in su, tesi le braccia alla citt e a quella gente, che avrei voluto stringere al petto tutta. Venivano gi le nostre compagnie di passo allegro e cantando. Garibaldi ad una svolta della via, veduto dal basso, grandeggiava sul suo cavallo nel cielo; in un cielo di gloria, da cui pioveva una luce calda, che insieme al profumo della vallata ci inebriava. E con noi, gi dal monte venivano le squadre dei siciliani; una processione che non vidi finire, perch la mia compagnia si inoltr per la campagna, bella, sempre pi bella, sino al villaggio di Vita, dove c'incontrammo colle nostre Guide che venivano indietro di mezzo trotto. Avevano scoperto il nemico. Non v'era che da salire il colle l presso, e l'avremmo avuto in faccia.
Intanto la gente di Vita fuggiva. Fuggivano portando le masserizie, trascinando i vecchi e i fanciulli, un pianto. Attraversammo il villaggio attristati, e quella povera gente ci guardava, ci faceva cenni di compassione, ci diceva: Meschini!
Dopo breve tratto sostammo. E allora vidi la nostra bella bandiera portata al centro della settima, quel centinaio e mezzo di giovani quasi tutti dell'Universit di Pavia, fior di Lombardi e di Veneti, la compagnia pi numerosa e pi bella.

A GIUSEPPE GARIBALDI
GLI ITALIANI RESIDENTI IN VALPARAISO
1855

Lessi queste parole, trapunte a caratteri grandi d'oro su d'un lato della bandiera. Sull'altro trionfava l'Italia, figurata in una donna augusta, che, rotte le catene, sorge ritta su d'un trofeo, cannoni, schioppi, tutt'oro e argento.
Io contemplava la bandiera, pensando che in quelle terre lontane dove fu fatta, tra quei patriotti donatori, vive un fratello del padre mio; e intanto vedeva un gran correre di ufficiali e di Guide. Poi comparve il Generale, le trombe squillarono, lasciammo la strada consolare, ci mettemmo pei campi e su per la collina brulla, una compagnia incalzando l'altra. Di lass scoprimmo il nemico. Il colle in faccia sfolgorava tutto armi, pareva coperto di diecimila soldati.
- Come? Calzoni rossi? I Napoletani hanno gi i Francesi con loro? - sclamarono alcuni sdegnati, vedendo il rosso nelle file nemiche: ma i Siciliani che udirono li quetarono, rispondendo che anche gli ufficiali napoletani portano calzoni rossi.
Ci ponemmo a giacere, ed erano quasi le undici. Mi parve che fossimo stati a guardarci coi regi pochi minuti, eppure la prima schioppettata non fu tratta che all'una e mezza dopo mezzod. I cacciatori napoletani scesi lunghi lunghi, gi per quelle filiere di fichi d'India, tirarono primi. Garibaldi gli aveva osservati a lungo da una balza, con Turr, Tukry, Sirtori ed altri molti che gli stavano intorno. Io lo vidi malinconico e pensoso. Credo che a quel primo incontro sperasse... sperasse in una ispirazione che ai Napoletani non venne. Eppure nostra bandiera sventolava lass nella luce!...
- Non rispondete, non rispondete al fuoco! - gridavano i Capitani; ma le palle dei cacciatori passavano sopra di noi con un gnaulo cos provocante, che non si poteva star fermi. Si ud un colpo, un altro, un altro; poi fu suonata la diana, poi il passo di corsa: era il trombetta del Generale.
Ci levammo, ci serrammo, e precipitammo in un lampo al piano. L ci copersero di piombo. Piovevano le palle come gragnuola, e due cannoni dal monte gi tutto fumo, cominciarono a trarci addosso furiosamente. La pianura fu presto attraversata, la prima linea di nemici rotta; ma alle falde del colle chi guardava in su!...
L vidi Garibaldi a piedi, colla spada inguainata sulla spalla,destra, andare innanzi lento e tenendo d'occhio tutta l'azione. Cadevano intorno a lui i nostri, e pi quelli che indossavano tamicia rossa. Bixio corse di galoppo a fargli riparo col suo cavallo, e tirandoselo dietro alla groppa, gli gridava:
- Generale, cos volete morire?
- Come potrei morire meglio che pel mio paese? - rispose il Generale, e scioltosi dalla mano di Bixio, tir innanzi severo. Bixio lo segui rispettoso.
Goro da Montebenichi e Ferruccio a Gavinana: pensai tra me, rallegrandomi del ricordo; ma subito mi trem il core; credei di indovinare che al Generale paresse impossibile il vincere, e cercasse di morire.
In quel momento, uno dei nostri cannoni tuon dalla strada. Un grido di gioia da tutti salut quel colpo, perche ci parve di ricevere l'aiuto di mille braccia. "Avanti, avanti, avanti!" non si udiva pi che un urlo; e quella tromba che non aveva pi cessato di suonare il passo di corsa, squillava con angoscia come la voce della patria pericolante.
Il primo, il secondo, il terzo terrazzo, su pel colle, furono investiti alla baionetta e superati: ma i morti e i feriti, che raccapriccio! Man mano che cedevano, i battaglioni regi si tiravano pi in alto, si raccoglievano, crescevano di forza. All'ultimo parve impossibile affrontarli pi. Erano tutti sulla vetta, e noi intorno al ciglio, stanchi, affranti, scemati. Vi fu un istante di sosta; non ci vedevamo quasi tra le due parti: essi raccolti l sopra, noi tutti a terra. S'udiva qua e l qualche schioppettata: i regi rotolavano massi, scagliavano sassate, e si disse che per sino il Generale ne abbia toccata una.
A quell'ora mancavano gi dei nostri molti, che intesi piangere dai loro amici: e vidi l presso, tra i fichi d'India, un giovane bello, ferito a morte, sorretto da due compagni. Mi pareva che si volesse lanciare innanzi ancora; ma udii che pregava i due fossero generosi coi regi, perch anch'essi Italiani. Mi sentii negli, occhi le lagrime.
Gi tutta l'erta era ingombra di caduti, ma non si udiva un lamento. Vicino a me il Missori comandante delle Guide, coll'occhio sinistro tutto pesto e insanguinato, pareva porgesse l'orecchio ai rumori che venivano dalla vetta, donde si udivano i battaglioni moversi pesanti, e mille voci, come fiotti di mare in tempesta, urlare a tratti "Viva lo Re!".
Frattanto i nostri arrivavano a ingrossarci, rinascevano le forze. I Capitani si aggiravano tra noi, confortandoci. Sirtori e Bixio erano venuti a cavallo fin lass.
Sirtori vestito di nero, con un po'di camicia rossa che usciva dal bavero, aveva nei panni parecchi strappi fatti dalle palle, ma nessuna ferita. Impassibile, colla frusta in mano, pareva non si sentisse presente a quello sbaraglio; eppure sulla faccia pallida e smunta io lessi qualcosa, come la volutt di morire per tutti noi.
Bixio compariva da ogni parte, come si fosse fatto in cento, braccio di ferro del Generale. Lass lo rividi vicino a lui un altro istante.
- "Riposate, figliuoli, riposate un altro poco; - diceva il Generale - ancora uno sforzo e sar finita!". - E Bixio lo seguiva per le file.
In quella il sottotenente Bandi veniva a salutarlo, l per cadere sfinito. Non ne poteva pi. Aveva toccate parecchie ferite, ma un'ultima palla gli si era ficcata sopra la mammella sinistra, e il sangue gli colava gi a rivi. - Prima che passi mezz'ora sar morto, pensai: ma quando le compagnie si lanciarono all'ultimo assalto, contro quella siepe di baionette che abbagliavano, stridevano, s che pareva di averle gi tutte nel petto, tornai a vedere quell'ufficiale fra i primi. "Quante anime hai?" gli grid uno, che deve essergli amico. Egli sorrise beato.
Il grande, supremo cozzo, avvenne mentre la bandiera di Valparaiso, passata da mano a mano a Schiaffino, fu vista agitata alcuni istanti, di qua di l, in una mischia stretta e terribile e poi sparire. Ma Giovan Maria Damiani delle Guide pot afferrarne uno dei nastri e strapparlo; gruppo michelangiolesco lui e il suo cavallo impennato, su quel viluppo di nemici e di nostri. Mi rimarr dinanzi agli occhi fin che avr vita.
In quel momento i regi tiravano l'ultima cannonata, fracellando quasi a bruciapelo un Sacchi pavese; e fu da quella parte un urlo di gioia, perch il cannone era preso. Poi corse voce che il Generale era morto; e Menotti ferito nella destra correva gridando e chiedendo di lui. Elia giaceva ferito a morte; Schiaffino, il Dante da Castiglione di questa guerra, era morto, e copriva la terra sanguinosa colla sua grande persona.
Quasi sulla vetta, vicino alla casina, mentre io passava, riconobbi ai panni pi che al viso il povero Sartori. Certo era morto fulminato, perch cinque minuti prima lo avevo visto salire, e mi aveva salutato a nome. Giaceva sul lato sinistro, tutto attrappito e coi pugni chiusi. Era stato ferito nel petto. Caddi sopra di lui, lo baciai e gli dissi addio. Povero morto! Negli occhi spalancati, nella fisonomia spenta, gli era rimasto come un desiderio di respirare una ultima fiatata di quell'aria di guerra. Mantenne da prode la sua parola di Talamone, e quanti conoscemmo Eugenio Sartori da Sacile, parleremo a lungo di lui.
I Napoletani morti, che piet a vederli! Morti di baionetta molti; quelli che giacevano sul ciglio del colle quasi tutti erano stati colti nel capo. L un mostricciattolo, che ai panni mi parve un villano di queste parti, inferociva su d'uno di quei morti. "Uccidete l'infame!" url Bixio, e spron su di lui colla sciabola in alto. Ma il feroce scivol fra le roccie e disparve, pi bestia che uomo.
Macchiette nel quadro grande, veggo quei francescani che combattevano per noi. Uno d'essi caricava un trombone con manate di palle e di pietre, poi si arrampicava e scaricava a rovina. Corto, magro, sudicio, veduto di sotto in su a lacerars gli stinchi ignudi contro gli sterpi che esalavano un odore nauseabondo di cimitero, strappava le risa e gli applausi. Valorosi quei monaci, tutti fino all'ultimo che vidi, ferito in una coscia, cavarsi la palla dalle carni e tornare a far fuoco.
Durante la battaglia, sulle alte rupi che sorgevano ntorno a noi, si vedevano turbe di paesani intenti al fiero spettacolo. Di tanto in tanto, mandavano urli, che mettevano spavento ai comuni nemici.
Quando questi cominciarono a ritirarsi protetti dai loro cacciatori, rividi il Generale che li guardava e gioiva. Gli inseguimmo un tratto; disparvero in una fondura! riapparvero fuori di tiro, nella montagna, in faccia, seguiti da un centinaio di loro cavalli, che stati in agguato sino a quel momento, li raggiunsero a briglia sciolta. Dal campo, stemmo a vedere la lunga colonna salire a Calatafimi, grigia lass a mezza costa del morite grigio, e perdersi nella citt. Ci pareva miracolo aver vinto. Si mise un vento freddo gelato. Ci coricammo. Era un silenzio mestissimo. Si fece notte in un momento, ed io con Airenta e Bozzani ci addormentammo in un campicello d grano, accarezzati dalle spighe curve sui nostri corpi.
Stamane, quando suonarono la sveglia, rompeva appena l'alba, ma qualche allodola cantava gi alta nell'aria. Credeva che si dovesse marciare all'assalto della citt, perch ieri sera intesi il Generale parlarne con Bixio. Ma nella notte era venuta gente da Calatafimi, ad annunziare che i regi partivano alla volta di Palermo. Allora volli fare un giro pel campo.
Ritrovai Sartori l ancora dov'era caduto. Nessuno lo aveva toccato, ma pareva morto da tre giorni. Le sue guancie erano divenute smunte, i suoi capelli tesi, la pelle d'un giallo che non si poteva guardare. Mi si strinse il cuore, e non ebbi forza di dargli l'ultimo bacio. Egli lo avrebbe fatto, egli mi avrebbe seppellito colle sue mani!
Ora, di qui, io veggo il colle quieto e deserto. Ieri fin le pietre parevano l vive ad aiutarci! I nostri morti che giacciono su quei dossi, sono pi di trenta. Gli ho quasi tutti dinanzi agli occhi, come erano due giorni or sono, baldi, confidenti, allegri. Ma un d'essi mi mette non so che sgomento nell'anima, quell'ufficiale che vidi a Novi, che rividi a Salemi, e non rivedr mai pi. Anche De Amicis  morto, e rimasto la nella gloria con nome non suo!
Meno da rimpiangere i morti, perch i poveri feriti, raccolti in quel misero villaggio di Vita, soffrono Dio sa come, soli, senza cure, senz'altra difesa che la loro impotenza. E se vi capitasse una colonna di questi soldati feroci, che hanno l'ordine di non dar quartiere.
Tramonta il sole. Gi nella citt le bande empiono l'aria di suoni. Mi narrano che vi fu cerimonia per la benedizione del Dittatore, fatta da un frate che ci segue fin da Salemi. Io non discender pi di qui: non mi staccher da questa bella veduta, finch non sia notte. In quel fitto di boschetti laggi veggo Alcamo, di qua a l una Tempe. Il Golfo di Castellamare chiude la scena e par che sfumi nel cielo, nel cielo libero al desiderio che vi si sprofonda. Quell'acque lontane hanno un sorriso di promessa, in cui l'anima si confonde, come negli occhi di una cara fanciulla. Un po'di spiaggia, un po'di spiaggia! Mi sembra che l sapremo qualcosa di noi e del mondo, che a quest'ora ci ha giudicati.
Stasera legger alla compagnia l'Ordine del giorno. L'ho trascritto nella cancelleria municipale di Calatafimi, dove il capitano Cenni tempestava rabbioso, non so perch. Legger:
"Soldati della libert Italiana, con compagni come voi io posso tentare ogni cosa". Che grido quando la compagnia udir quest'altro passo: "Le vostre madri usciranno sulla via, superbe di voi, colla fronte alta e radiante!".
Veggo su per l'erta il colonnello Carini, che se ne viene a cavallo di passo allegro. Che si parta?


[DA CALATAFIMI A PALERMO]

Alcamo, 17 maggio
Sulla sogla d'una chiesetta, quasi in riva al mare.

Da Calatafimi a qui fu una camminata allegra, per campagne fiorenti. Ma dappertutto vi era traccia della sconfitta che facemmo toccare ai regi: zaini, berretti, bende insanguinate buttate lungo la via. All'alba partendo si cantava; poi, tra per quella vista e per il sole che si alz a schiacciarci, si tacque e si tir innanzi come ombre. Verso le dieci, ci abbattemmo in certe belle carrozze, mandate ad incontrarci come gran signori. Alcamo era vicina. Nelle carrozze v'erano gentiluomini lindi e lucenti, che fecero le accoglienze al Generale; mentre, allo sbocco dei sentieri, si affollavano dai campi molte donne campagnuole, confidenti e senza paura di noi. Alcune si segnavano devotamente; una ne vidi con due bambini sulle braccia inginocchiarsi quando il Generale pass; e uno dei nostri ricord le Trasteverine d'undici anni or sono, che lo chiamavano il Nazzareno.
Entrammo in Alcamo alle undici.  bella questa citt, sebbene mesta; e all'ombra delle sue vie par di sentirsi investiti da un'aria moresca. Le palme inspiratrici si spandono dalle mura dei suoi giardini; ogni casa pare un monastero; un paio d'occhi balenano dagli alti balconi; ti fermi, guardi, la visione e sparita.
Prima che noi giungessimo, si diceva che i regi erano sbarcati numerosi e furibondi a Castellamare, ma che subito erano tornati a imbarcarsi. Non si parla pi di questa mossa, ma si vedono laggi in alto due navi. Potrebbero essere da guerra.

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Fummo in cinque da un signore che ci volle a forza in casa sua, e vi desinammo. Che gentilezza d'uomo in quest'isola solitaria: ma che ingenua ignoranza delle cose d'Italia! Egli non ci tenne nascoste le sue figliuole, che ci guardavano ansiose e ci parlavano come a conoscenti antichi.
- Di dove siete? chiedeva il loro babbo a Delucchi.
- Genovese.
- E voi? volgendosi a Castellani.
- Da Milano.
- Ed io da Como, - rispondeva senza aspettare d'essere interrogato Rienti, che ha la testa come uno di quegli angeloni ricciuti e paffuti, che si veggono scolpiti, coll'ali aperte, ai corni degli altari.
- Che bei paesi devono essere i vostri! Ma perch siete vestiti cos da paesani? Via, dite la verit, siete soldati piemontesi. No? E allora come avete fatto a vincere tanti Napoletani? Passarono di qui che era una piet a vederli. Non arriveranno a Palermo la met.
Poi il discorso cadde sulla guerra dell'anno scorso. Quel signore pareva nato ieri. Credeva appena che Vittorio Emanuele fosse davvero al mondo. Intanto s'era bevuto, e qualcuno menzion Ciullo d'Alcamo, e la dolce canzone, e si parl, anche di Bari, di Puglia, e della sfida di Barletta. L'ospite trasecolava a sentirci parlare di tante cose: non ci voleva pi lasciar uscire; e quando potemmo andarcene senza disgustarlo, le sue figliuole ci porsero la mano. Baciammo rispettosi e timidi, e ce ne venimmo via con un po'di scompiglio nel cuore.

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Il tuono brontolava cupo di l dai monti; tutti si affollavano gi al mare, credendo che fosse il rombo del cannone. "Palermo  insorta, corriamo a Palermo!". Ma poi sovra i monti si levarono certi nuvoloni scuri, un temporale che svan.

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Si diceva misteriosamente, dall'uno all'altro, che il Generale ha perduto la speranza di riuscire contro i trentamila soldati che il Borbone ha nell'isola; che la nostra colonna sar disciolta; che ognuno sar lasciato libero di cavarsi come potr da questo passo. L'annunzio fu un lutto. Ma era una falsa voce, o forse un gioco che ci viene dal nemico.

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Quel frate che ci segue sin da Salemi, vuole spandere un'aura di religiosit sopra di noi. Lo vidi poco fa partirsi per tornare a Calatafimi. - "Colonnello Catini, disse passando al mio Comandante, domani dir messa sovra un avello tricolorato! Dopo torner con voi".

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Alcuni che rimasero addietro, per ferite leggere toccate a Calatafimi, ci raggiunsero qui. Narrano le sofferenze dei nostri compagni ricoverati a Vita. Non si sa come, le piaghe ingangreniscono; i medici si struggono intorno ai sofferenti, ma la morte li toglie loro di mano. Francesco Montanari da Mirandola, quell'amico del Generale che celiava con lui a Talamone,  morto dei primi.
E se  vero, capisco le parole che disse il frate partendo per Calatafimi, fa un'ora. Mi fu detto che i nostri morti giacciono ancora insepolti sui colli del Pianto Romano!

18 maggio. Tra Partinico e Burgeto.

Era meglio rompersi il petto, ma varcare la montagna, scansare Partinico.
Si saliva l'erta su cui sorge il villaggio, e il po'di vento che rinfrescava l'aria ci portava gi a ondate un fetore insopportabile. Appena in cima, ci affacciammo alla vista della citt, arsa gran parte e fumante ancora dalle rovine. La colonna da noi battuta a Calatafimi s'azzuff cogli insorti di Partinico, gente eroica davvero. Incendiato il villaggio, i borbonici fecero strage di donne e di inermi di ogni et. Cadaveri di soldati e di paesani, cavalli e cani morti e squarciati fra quelli.


19 maggio. Passo di Renna.

Ieri Burgeto mi parve un agguato. Dalle case bieche, mezzo nascoste tra gli olivi giganti, i paesani ci guardavano muti, come una processione di spettri. Ho notato una cosa. Se un popolo ci accoglie con gioia, l'altro che troviamo subito dopo ci sta contegnoso e freddo.
Passammo.
Per una via scavata nella montagna arida, traversammo una gola, dove ci fu sopra il vento freddo del crepuscolo, a minacciarci una brutta nottata. Sul tardi riposammo su questa montagna. Un vero anfiteatro. Quando si giunse eravamo stanchi, stanchi assai. Da Alcamo a questo, che si chiama Passo di Renna, corrono molte miglia. Ma noi le abbiamo percorse senza contarle, anzi si cant sino a Partinico. L cessarono i canti e l'allegrezza.
Non ho pi dormito come stanotte, da quando lasciai le panche della scuola. La testa sulla sacca, la sacca sovra una pietra, il corpo supino lungo il margine della via. Ma stamane che gioia! Alla punta del giorno, la banda di non so che villaggio vicino venne a svegliarci, suonando un'aria dei Vespri siciliani. Io balzai, corsi sulla rupe pi alta, questa dove scrivo, e il mio sguardo si perd nella Conca d'oro. Palermo! Era laggi incerta tra la nebbia e il mare. Si vedevano le navi lungo la rada, tante come se vi si fossero date convegno tutte le marinerie d'Europa, per vederci il giorno in cui piomberemo improvvisi sulla citt. O cacciatori dell'Alpi benedetti!
Tutti corrono ad una grande cisterna l in fondo, e si lavano i panni e le persone. Come una scena della Bibbia, nelle valli della Giudea.

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Dimenticavo che ieri sera verso le dieci, mentre ci eravamo appena accampati e accendevamo i fuochi, alcuni signori palermitani, venuti traverso a chi sa quanti pericoli, capitarono quass. Io li vidi, quando si incontrarono col colonnello Carini. Egli che torna in patria, coll'armi in pugno, dopo dieci anni d'esiglio, e quei signori amici suoi d'antico, si abbracciarono d'affetto, dicendosi cogli occhi e coi singhiozzi un mondo di cose. Poi intesi da loro che in Palermo tutto  pronto che appena saremo alle porte, la cittadinanza irromper dalle case, a sopraffare i ventimila soldati che tengono la citt. E narrarono ancora che la polizia vuol dar a credere al popolo che noi siamo saccheggiatori, l'ira di Dio, come si dice qui. Parlavano dei birri. Ah! i birri di Palermo debbono essere una gran laidezza. A sentire quei signori, i birri si vantano che uno di questi giorni dovranno far un eccidio di patriotti; e le trecce delle dame palermitane, dicono di volerle a far cuscini per le loro mogli.
Dei soldati si sa che portarono da Calatafimi un'impressione profonda. Ne sono ancora sbalorditi, ma si tengono compatti e fedeli al Re. Di noi, del continente, di quel che fuori dell'isola si sa sulle operazioni nostre, sulla nostra vittoria, nulla.
Prima di partirsi da noi, quei signori ci vollero baciare, e ci diedero convegno a Palermo, nelle loro case. Benedini dottore tir fuori il taccuino, e alla luce del fuoco ne volle scrivere gli indirizzi.
- "Che fate? - esclam uno di loro afferrandogli la mano, - quelle cose l si tengono a memoria!".
Previdenti i Siciliani, ed esperti nelle cospirazioni.
Nessuno di noi avrebbe pensato al pericolo in cui uno pu essere posto, per un indirizzo trovato indosso ad un altro. Terremo a memoria quello di quei signori e li cercheremo; purch nel ritorno non siano caduti in mano dei regi.

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Il tenente colonnello Tukry cavalca su e gi per la strada, esercitando un morello, che non tocca la terra da tanto che  vispo. Giovanissimo per il suo grado, quest'ufficiale mi parve l'immagine viva dell'Ungheria, sorella nostra nella servit. La sua faccia, d'un pallido scuro,  fina di lineamenti e illuminata da un par d'occhi fulminei e mesti. Egli era a quelle battaglie di dieci anni or sono, i cui nomi strani ponevano a me fanciullo uno sgomento indicibile in cuore. Vide i reggimenti italiani al servizio dell'Austria dare il colpo di grazia alla patria sua. Ma l'amore di quella generosa nazione per noi sopravvisse. Soltanto non sappiamo quanto la nostra guerra fortunata dell'anno scorso, le sia stata funesta. Essa ha qui due rappresentanti degni, Tukry e Turr, oltre a due gregari; quel selvaggio che vidi a bordo e il sergente Goldberg della mia compagnia, soldato vecchio, taciturno, ombroso, ma cuore ardito e saldo. Lo vedemmo a Calatafimi!

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Ho saputo di Tukry che fu aiutante del generale Bem, che  un vero ingegno militare e che ha menato vita d'esule a Costantinopoli, dal quarantanove in qua, onoranda come quella di tutti i nostri fuorusciti del ventuno, primavera sacra d'Italia.

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Tra poco saremo alla pioggia. "Fortunato chi potr avere un cantuccio laggi, nel Ministero della guerra!", disse Giusti, un astigiano sempre gaio d'umore, come gli corresse pel sangue il vino de'suoi colli. Il Ministero della guerra poi,  una carrozza mezzo sconquassata, che ci viene dietro menando I'Intendenza, le carte e il tesoro militare, a quel che intesi un trentamila franchi. Ma in quella carrozza ve n'hanno due dei tesori; il cuore di Acerbi e l'intelletto di Ippolito Nievo. Nievo  un poeta veneto, che a ventott'anni ha scritto romanzi, ballate, tragedie. Sar il poeta soldato della nostra impresa. Lo vidi rannicchiato in fondo alla carrozza, profilo tagliente, occhio soave, gli sfolgora l'ingegno in fronte: di persona dev'essere prestante. Un bel soldato.

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E l cinque grandi botti di vino, e sigari a ceste, e un monte di ferraioli, mandati da non so che Municipio, per coprirci e scaldarci. Carit!


20 maggio. Passo di Renna.

Cadde acqua tutta la notte. Raccolti attorno a un gran fuoco, ci riparavamo alla meglio, ascoltando i racconti dei Siciliani, su questo luogo di mala fama. Un ammazzatoio. Chi arriva ad uno degli imbocchi del passo di Renna, prima di avventurarvisi si segni e pensi mesto a casa sua. La testa d'un masnadiero potrebbe apparire tra qualcuna di queste rocce irte, e tra le foglie dei fichi d'India balenare spianata una carabina. Sovente i malfattori fanno brigata, si piantano qui; e allora chi capita si raccomandi a Dio. Quelli sono giorni di grasso, l'oro non basta, vogliono il sangue.
Il colonnello Carini che parla con tanto garbo, narrava anch'egli le storie dei masnadieri cavallereschi, che tennero passo in questa Conca. Io mi sforzava per tenere gli occhi aperti, sebbene non potessi reggere dal gran sonno, ma i pi si addormentarono. Quando se ne avvide, Carini si tir il mantello sul capo e sorridendo disse: "Come Mazzeppa, nell'ultimo verso del poema di Byron".

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Odo dire che su d'un certo monte, di cui non mi riesce. scrivere il nome, si adunano a migliaia i Siciliani sotto il La Masa. Fosse vero! Perch sino ad ora siam pochi, e ancora mancano i buoni che abbiam perduti a Calatafimi.


21 maggio. Sopra il villaggio di Pioppo,

Grande allegrezza ieri sera verso il tramonto!
Ci fecero levare il campo all'improvviso, e si susurr che si andava a Palermo. Discendendo per la via che serpeggia, con isvolte strette, sin laggi dove comincia la Conca d'oro, femmo la pi gaia camminata che sia mai stata. Doveva venire una notte cos piena d'avventure! A un tratto ci fermammo. - Che c'? - Nulla. Si ha a dormire qui. - Come si chiamano queste quattro casupole? - Pioppo. - E seguitando per questa via, dove si va? - Prima a Monreale, poi a Palermo. - Tanto valeva restare al Passo di Renna - mugol Gaffini, che trova sempre a ridire su tutto. Ma entr anche lui colla compagnia sotto quel gran portico, dove fummo chiusi come una greggia. Ci coricammo e zitti.
Prima dell'alba, eravamo gi su, colle armi in ispalla.
Un'alba cos bella, che uno, avrebbe voluto disfarsi per andar confuso in quei colori di cielo e in quelle fragranze.
Alla nostra sinistra, avanti, verso Monreale, sui colli di San Martino, si udiva una moschetteria fitta, crescere, avvicinarsi; poi vedemmo il fumo, e i nostri combattere indietreggiando pei greppi. I borbonici usciti da Monreale gli avevano assaliti, e tentavano di girare la nostra sinistra, spingerci per i monti al Passo di Renna.
Riuscendo ci avrebbero schiacciati.
- Che oggi si debba avere la peggio? - dicevamo noi.
Passarono alcune Guide di galoppo, tornando di verso Monreale. - Che c' di brutto? - Nulla. -
Pass il Generale collo Stato Maggiore di mezzo trotto; e la moschetteria lass continuava. Quelli che si ritiravano pel monte, lenti, ostinati, erano i Carabinieri genovesi. Ma pi in l, anche oltre il colle, dove essi facevano quella bella resistenza, si combatteva. Chi era l? Qualche nostra compagnia staccata? O qualche squadra d'insorti? Non si sapeva nulla.
Intanto il sole era gi alto e cocente, e noi un po'avanti, un po'indietro, sostando, movendo, collo spettacolo negli occhi di una fila di muli tardi che portavano le barelle per i feriti, durammo un'ora in quel passo, finch tornammo qui allo sbocco del Passo di Renna, senza aver avuto molestia. Schioppettate non se ne sentono pi. Due dei nostri cannoni, piantati l sul ciglio, guardano Pioppo e il campo che i regi hanno messo laggi negli orti, numerosi e ordinati.
Di qui veggo Palermo e la mole immensa, verde, su Monte Pellegrino. Quelle linee bianche, sfumate su per quei dossi, devono essere muriccioli di riparo a qualche via che mena sul culmine. Vi  una pace in tutto quel che appare laggi, un silenzio cos profondo in tutta quella vita, che si indovina a guardare. Eppure siamo aspettati.

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Eccolo tornato il frate che partiva da Alcamo, per andare a dir messa sul campo di Calatafimi. Cavalca una vecchia giumenta, sicuro in sella, come uno che sotto la tonaca, vestisse da soldato:  lieto,  giovane, si chiama fra Pantaleo da Castelvetrano. Anche un frate non  di troppo tra noi; d risalto al nostro piccolo campo. Salvator Rosa avrebbe pagati un occhio que'sette, che combatterono a Calatafimi. Forse, buttata la tonaca, sono ancor qui.

. . .

Dianzi, mentre me ne andava gi, cantando un'arietta da cacciatori, a portare un ordine del mio capitano, incontrai un picciotto armato, che mi ferm gridando: - Qui si canta e lass si muore! - E mi narr, che nel combattimento di poche ore prima, era morto Rosolino Pilo lass; e mi additava i colli sopra Monreale. Morto d'una palla nel capo, mentre scriveva due righe per Garibaldi. Quel povero picciotto piangeva, narrandomi il fatto; e come capi alla parlata che io non sono siciliano, mi chiese mille perdoni per avermi fermato. Mi preg di alcune cartucce, ma io, delle undici che mi rimangono non ne volli donare, e lo lasciai la incerto e mortificato.


21 maggio. Parco.

Mentre i miei panni stanno asciugando al fuoco, scrivo colla testa intronata dalla gran fatica di questa notte. La padrona di casa, buona vecchierella, che ci accolse compassionandoci con atti e voci da madre, cuoce un po'di maccheroni per noi, sfiniti dalla fame.
Ieri, sino a sera, un tempo di Dio, bello e tranquillo: ma quando ripigliammo le armi, il cielo parve corrucciarsi. Il sole era tramontato. Si part. - Almeno questa volta si andr davvero a Palermo! - No, si va a San Giuseppe. - E dov' San Giuseppe? - Qui a destra, oltre i monti parecchie miglia.
Fatti pochi passi per la strada militare, si arriv ad una casetta solitaria, scura, mezzo ruinata, casa da ladri. L ci si faceva uscir dalla strada, a misura che si arrivava, e infilavamo un sentiero angusto e sassoso. Dinanzi alla casetta, due uomini si sbracciavano a cavar pani da grossi cestoni, e ne davano tre a ciascuno di noi che passava. Era come a ricevere tre punte nel cuore. Dunque dovremo camminare i monti deserti per tre giorni? E questi pani come portarli? Inastammo le baionette, e gli infilzammo l'uno sull'altro. Lo schioppo, cos equilibrato, rompeva le spalle.
In quel momento, mi tocc il dolore di vedere Delucchi da Genova seduto su d'una pietra, abbracciandosi le ginocchia, tormentato da un malore che gli toglieva le forze. "Torna indietro ai nostri carri, gli dissi, in qualche luogo ti meneranno. Che vuoi fare qui? Noi non ti si pu portare: fra mezz'ora saranno passati tutti, verr la notte e rimarrai solo". Lo aiutai a levarsi, e lento s'avvi verso la coda della colonna, guardando noi che pareva gli portassimo via il cuore. A pensare che potrebbe essere caduto in mano ai regi!.. Ma spero che avr raggiunto i carri e che sar in salvo.
Colla prima oscurit, cominci la pioggia a darci nel viso i suoi goccioloni grossi e impetuosi: parevano chicchi di grandine che ci si spezzasse sulle guancie. Il vento era freddo; dinanzi a noi, la terra e l'aria furono presto come a entrare in gola a un lupo. Tuttavia il tenente Rovighi camminava a cavallo da disperato. Ma un tratto una schioppettata, scaricatasi per disgrazia a uno della mia compagnia, lo fece rotolare a terra. La tocc appena come un gatto, e si rizz, balzando su senza dire una parola. Era illeso. Ma la sua povera bestia aveva una gamba spezzata. Passammo, lasciando Rovighi a dolersi sull'animale che strepitava nell'oscurit.
Ci avanzammo alla meglio, tastando la terra cogli schioppi, come una processione di ciechi. Il buio non poteva pi crescere; il sentiero veniva mancando; camminavamo da due ore, non si era fatto un miglio: e non uno che potesse dire di non aver ruzzolato in quel macereto.
- Animo! Issa! Da bravi!
Cos sentimmo susurrare, arrivando a un punto, dove un viluppo d'uomini si affaccendava con corde e stanghe. Volevano tirar su da un pantano quella colubrinaccia sciagurata che portammo da Orbetello. "O lasciatela a giacere l per sempre, che tanto, se capita di scaricarla, scoppia e ci ammazza mezzi!". Cos stava per gridare in un impeto di buon umore, ma la parola mi rientr. In quel gruppo v'era il Generale, vi era Orsini, vi era Castiglia, occupati a far portare a dorso d'uomini tutta la nostra artiglieria. Udii il Generale incaricare Castiglia di provvedere al trasporto di quella roba, a qualunque maniera; poi il gruppo si dirad, e tornammo a camminare per quelle tenebre.
Volgendoci a guardare addietro, vedevamo i fuochi del campo di Renna, vivi come se ancora vi fossimo stati noi a goderli: sulla nostra sinistra, gi nella profondit, splendevano altri fuochi allineati, il campo nemico presso Pioppo: dinanzi a noi, lontano, lontano, un gran disco di luce immobile, come un occhio sovrannaturale che ci guardasse, splendeva, forse acceso a posta, per dare la direzione alla nostra marcia.
E la pioggia non cessava. Eravamo fracidi fino alla pelle: e il vento colle sue buffe portava dalla testa della colonna un nitrito, che pareva uno scherno. Verso mezzanotte si ud un colpo d'arma da fuoco, che scosse tutti sino all'ultimo della fila. "Ah! almeno sar finita!" sclam qualcuno, immaginando che la vanguardia si fosse imbattuta nei nemici. Sarebbe stata una sventura, in quel buio, cos malconci. Ma va, va, tira innanzi, non si ud pi nulla, si cadeva, si tornava ritti, e nessuno si lagnava. Che cosa era stato quel colpo? Trovammo un cavallo disteso morto sul margine del sentiero, e si disse che era di Bixio: il quale irato, perch coi nitriti poteva scoprirci al nemico, gli aveva scaricata nel cranio la sua pistola. Byron, sempre Byron! Lara l'avrebbe fatto anche lui.
Verso l'alba passammo vicino a quel disco di luce, che era la bocca di una fornace. Dinanzi a quella bocca, una figura alta e nera stava a guardarci. Forse era un inconscio attizzatore; ma mi piace di immaginarmi che fosse uno messo a posta, a tenerci viva quella fiamma, come la colonna di fuoco agli Ebrei del deserto.
Alla prima luce la pioggia cess. E vedevamo Palermo l innanzi, e Monreale appena lontano quanto  larga la Conca d'oro. Guardandoci tra noi avevamo facce di spettri: i panni laceri e fangosi: molti erano quasi a piedi nudi. Stanchi, sfiniti, se ci fosse capitata addosso una compagnia ci avrebbe disfatti.
Discendemmo a questo piccolo villaggio che si chiama Parco.
I Carabinieri genovesi instancabili, si sacrificano e vegliano fuori negli orti, perch noi si riposi tranquilli. Per la piazza ampia, pare un incendio o un inferno. Tutti asciugano i loro panni stando mezzo nudi. Non una finestra aperta.
Non si sa dove sia il Generale, ma Egli veglia per tutti.


22 maggio. Ancora a Parco.

Mi son fatto un amico. Ha ventisette anni, ne mostra quaranta:  monaco e si chiama padre Carmelo. Sedevamo a mezza costa del colle, che figura il Calvario colle tre croci, sopra questo borgo, presso il cimitero. Avevamo in faccia Monreale, sdraiata in quella sua lussuria di giardini; l'ora era mesta, e parlavamo della rivoluzione. L'anima di padre Carmelo strideva.
Vorrebbe essere uno di noi, per lanciarsi nell'avventura col suo gran cuore, ma qualcosa lo trattiene dal farlo.
- Venite con noi, vi vorranno tutti bene.
- Non posso.
- Forse perch siete frate? Ce n'abbiamo gi uno. Eppoi altri monaci hanno combattuto in nostra compagnia, senza paura del sangue.
- Verrei, se sapessi che farete qualche cosa di grande davvero: ma ho parlato con molti dei vostri, e non mi hanno saputo dir altro che volete unire l'Italia.
- Certo; per farne un grande e solo popolo.
- Un solo territorio...! In quanto al popolo, solo o diviso, se soffre, soffre; ed io non so che vogliate farlo felice.
- Felice! Il popolo avr libert e scuole.
- E nient'altro! - interruppe il frate: - perch la libert non  pane, e la scuola nemmeno. Queste cose basteranno forse per voi Piemontesi: per noi qui no.
- Dunque che ci vorrebbe per voi?
- Una guerra non contro i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppressori grandi e piccoli, che non sono soltanto a Corte, ma in ogni citt, in ogni villa.
- Allora anche contro di voi frati, che avete conventi e terre dovunque sono case e campagne!
- Anche contro di noi; anzi prima che contro d'ogni altro! Ma col Vangelo in mano e colla croce. Allora verrei. Cos  troppo poco. Se io fossi Garibaldi, non mi troverei a quest'ora, quasi ancora con voi soli.
- Ma le squadre?
- E chi vi dice che non aspettino qualche cosa di pi?
Non seppi pi che rispondere e mi alzai. Egli mi abbracci, mi volle baciare, e tenendomi strette le mani, mi disse che non ridessi, che mi raccomandava a Dio, e che domani mattina dir la messa per me. Mi sentiva una gran passione nel cuore, e avrei voluto restare ancora con lui. Ma egli si mosse, sal il colle, si volse ancora a guardarmi di lass, poi disparve.

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 sera, e ancora non pare che il nemico sappia che sia stato di noi. Deve esservi gran confusione nel campo borbonico. Ci hanno perduti di vista, e nessuno dice loro dove siamo. Gloria a questo popolo; non ha dato ai nemici una spia!


23 maggio. Sopra Parco. Dopo mezzod.

Alla fine l'han saputo dove eravamo, e nella notte i borbonici si sono avvicinati. All'alba, in fretta in furia, fummo messi in movimento e salimmo quass. Un buon braccio potrebbe scagliare una pietra di qui sui tetti di Parco. Abbiamo sotto di noi il Calvario e il cimitero a mezza costa; veggo le pietre sulle quali sedemmo ieri, con frate Carmelo. Quel monaco mi ha lasciato un non so che turbamento; vorrei rivederlo.
Staremo a campo qui, tutto il giorno, e forse anche domani. Che cosa si attende? Che significa questo aggirarsi intorno a Palermo, come farfalle al lume?
Maestose le rupi che abbiamo a ridosso e a destra. Indescrivibile la vista di faccia. Chi nasce qui non si lagni d'essere povero al mondo, che anche con una manata d'erba  un bel vivere, se si hanno occhi per vedere e cuore per sentire.

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 giunto un giovane gentiluomo Palermitano, che all'aspetto crederei fratello del colonnello Carini. Alto, biondo, robusto come lui. Si chiama Narciso Cozzo. Venne ben armato e ci seguir, mettendosi nella mia compagnia. Anch'egli parla della citt impaziente,  pronta ad insorgere. Se la giovent di Palermo  del suo sentire, non v'ha dubbio che non ci attenda il trionfo.

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Coi cannocchiali si scoprono grossi drappelli di soldati, accampati sotto le mura di Palermo. A vederli muoversi in quel silenzio laggi, uno dice: "Ma non verranno essi un d o l'altro ad assalirci?".

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Una colonna di regi si avanza cauta, per la pianura, sino alle falde del monte che abbiamo a destra, diviso da noi solo dal letto asciutto d'un torrentello gramo. Dalla altissima vetta della montagna si ud uno straziante grido d'allarmi, e un gran fumo mont nero dal culmine nell'aria pura e calda del tramonto. Noi pigliammo le armi. Ed ecco laggi, laggi, dove la pianura finisce, cominciarono le schioppettate.
Una squadra d'insorti, appiattati tra le rocce, faceva testa ai regi, che tentavano guadagnare la falda del monte. Garibaldi stette un po'a guardare, poi fece discendere Bixio colla sua compagnia fino al cimitero l sotto a noi; e comand a Carini di occupare la vetta di questo colle, che, disse, sarebbe luogo di grande combattimento. Noi eravamo pronti; la scaramuccia laggi si faceva via via pi viva; sulla rupe lass quel fumo si alzava ancora, ma sottile e bianco.
Le schioppettate a un tratto si diradarono, e la colonna che voleva forzare quella squadra di insorti indietreggi per i campi; poi disparve nel fitto di aranci e di olivi che si stende fino a Palermo.

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Si fa notte. Sovra ogni vetta di questo immenso semicerchio, si accendono fuochi fino a Monte Pellegrino; tanti, che pare la notte di San Giovanni. E Palermo li vede, e forse spera che questa sia l'ultima notte della sua servit.


24 maggio. Piana dei Greci.

Sulla porta d'un convento, come un mendico! La citt sembra desolata dalla pestilenza. Qualche cencioso gironza per le vie e chiede l'elemosina a noi. Il nostro campo  l fuori, ma oggi non allegro come gli altri giorni.
Stamane mi destai che tutti si alzavano, e in quella luce crepuscolare, pareva la risurrezione dei morti.
In fondo all'orizzonte quietava il mare plumbeo. Palermo accennava appena d'essere, contro la massa scura di Monte Pellegrino; e in faccia a noi una nebbiolina bianca da Palermo al Pioppo. Quando spunt il sole alle nostre spalle, rovesciando lunghe per il pendio del monte l'ombre dei nostri corpi, tutto parve provasse un fremito, e ci abbracciavamo tra noi.
La nebbia sfum. Allora si vide uscire da Monreale una colonna di soldati; avanzare densa e sicura per la via che mena a Pioppo; occuparla tutta quanta  lunga. E non finiva mai, sebbene la testa fosse gi entrata nei boschi, per venire a Parco.
A questa volta verranno davvero! si diceva; e intanto i nostri del genio cominciarono a lavorare frettolosi, per costruire una batteria. Le compagnie furono schierate sulla strada.
Si aspettava in silenzio, e pareva di sentire il passo di quella schiera infinita, lontana.
La moschetteria cominci laggi sotto Parco. Sostennero il primo urto i Carabinieri genovesi: ma mentre tutto pareva preparato per tener fermo l dove eravamo, pass il Generale collo Stato Maggiore, colle Guide, di galoppo, un turbine, e noi subito dietro di loro a passo di corsa.
Si camminava cos a rotta un tratto, poi si rallentava un poco, poi si ripigliava. Vidi molti per l'affanno buttarsi a terra disperati, altri piangevano dal dolore: qualcuno narrava che i borbonici, incendiato Parco, e rotti i Carabinieri genovesi, ci venivano alle spalle furiosi colla cavalleria, e che presto ci sarebbero stati addosso. S'aggiungeva che il nerbo di quella colonna sono Bavaresi, mercenari briachi, che vogliono farla finita. La ritirata era un lutto, e quasi pareva una fuga.
La strada che da Parco conduce qui alla Piana dei Greci, serpeggia lungo tratto in mezzo a montagne scoscese. Divorammo quel tratto sin dove, cessando di salire, la strada porta piana a scoprire questa citt in seno alla valle. Trafelati, sfiniti dal digiuno, arsi dal sole, riposammo cogli occhi in questo fondo; ma a un punto stavano tre Guide a cavallo, piantate in mezzo alla via, e arrivando l ci fecero pigliare a destra il monte grigio, squallido, a petto. Altre Guide appostate su per i greppi, gridavano, per animarci, che il Generale era in pericolo: e noi a salire, a salire verso la vetta, donde s'udiva una tromba suonare la diana con angoscia.
Arrivammo a cinque, a dieci, come si poteva: il Generale era lass da un pezzo. In faccia, su d'un altro monte, quello che sovrasta il nostro campo di ieri, i cacciatori napoletani schierati sparavano contro di noi, e i loro proiettili ci fischiavano sopra come serpenti. Alcuni Carabinieri genovesi rispondevano a quel fuoco; noi, coi nostri schioppi inutili, stavamo a guardare.
Dur quel gioco di schioppettate forse un'ora; poi i cacciatori napoletani cominciarono a ritirarsi, e sparirono di l dalla cresta della montagna.
Allora ci ritirammo noi pure, per la stessa via fatta a salire, augurando a monte Campanaro che possa sprofondare tanto gi nell'abisso, quanto sorge alto e sfacciato nell'aria.
Si dice che il generale nemico avesse ideato di varcare i due monti, sperando di far a tempo, occupare Piana dei Greci prima che noi vi arrivassimo, e di qui ributtarci, perseguitandoci fino a Palermo. Ma Garibaldi lo prevenne con miracolosa prontezza. Ora si pensa che smessa l'idea, ci verr dietro, per la strada militare, percorsa da noi quasi fuggendo.
Ho inteso che alcuni dei nostri rimasero prigionieri al Parco, e che uno d'essi  Carlo Mosto, fratello del Comandante dei Carabinieri. Pare che sia anche ferito, e si teme che tutti saranno fucilati!


Marinco, 25 maggio.

I frati della Piana dei Greci furono cortesi. Ci diedero pane, cacio, vino e sigari, ne avessimo voluto. E ci fecero visitare il convento, e le sale dove i loro morti se ne stanno addossati alle pareti, come gente che dorma, o preghi sprofondata nel pensieri dell'altra vita. Da quei luoghi lugubri udimmo suonare a raccolta, e volando fummo al campo. Le compagnie erano gi in fila, e l'artiglieria si era mossa la prima. "Arrivano i regi, saranno diecimila!". Cos si diceva dall'uno all'altro, e si capiva che la nostra ritirata era decisa di nuovo. Dove si finir?
- Ma... forse a Corleone dove ci porter la strada percorsa dall'artiglieria. - Con questi discorsi ci ponemmo in marcia che il sole andava sotto.
Era gi quasi notte, quando, abbandonata la strada militare, ci posero per sentieri angusti, in mezzo, a un bosco, zitti, umiliati, pieni di malinconia. Verso le dieci fummo fermati, e ci si comand di coricarsi ognuno dove si trovava; vietato il fumare, il parlare, il muoversi. Mi coricai accanto ad Airenta, guardando un gran fuoco che brillava lontano nei monti; e quella vista mi ridest la memoria dei fuochi, che s'accendono nelle mie valli, la vigilia delle sagre. Provai una passione dolcissima, e in essa mi addormentai.
Quando mi destai era l'alba. Le compagnie si ordinavano silenziose. Seppi che nella notte i regi che c'inseguono, passarono poco discosti, per la strada militare, e che le nostre sentinelle gli hanno veduti. Vanno innanzi sicuri e fidenti di raggiungerci, e ci hanno alle spalle. Ora si comincia a capire la nostra ritirata di ieri e l'allegrezza rinasce.

. . .

Mezzo nudo e mezzo coperto di pelli come un selvaggio, smunto, colla fame nelle guance e colla passione negli occhi, il povero giovinetto ci moriva addosso di voglia stando a guardarci schierati fuori del sobborgo.
- Come ti chiami?
- Ciccio.
- Che cosa fai qui?
- Sono venuto con voi dalla Piana dei Greci.
- E dove vai?
- Con voi.
- Cos scalzo e malandato?
Si mise a sedere e non rispose. Gli trovammo da coprirsi e da calzarsi, e cos rifatto lo pigliammo con noi. Allora, allegro che parve un altro, avrebbe voluto uno schioppo; dopo mezz'ora conosceva gi tutta la compagnia e ci chiamava a nome.
- T'insegneremo a leggere e a scrivere.
- Oh!... signorino, non ne sono degno.


25 maggio. Sui monti di Gibilrossa.

Questo nome di Gibilrossa mi si accozza alla mente con quello di Gelboe mi fa parere tragico tutto quanto veggo d'intorno. Vorrei avere una Bibbia, per leggere quel canto dove  pregato, che mai pi rugiada bagni i colli di Gelboe maledetti.
Malinconie fuori di luogo, perch le nostre venture volgono a bene, e queste alture dovremmo benedirle. Tuttavia sar prudenza non istarvi a lungo. Ci finiremmo tutti o disseccati dal sole, o pazzi. Pare d'avere in capo una cuffia di fuoco.
Dov' andato il venticello fresco di ieri sera? Partimmo da Marineo all'improvviso che erano le sei. Sulla montagna suonavano le voci dei pastori, che raccoglievano le capre.
Eravamo fuori del borgo ad aspettare di essere messi in marcia. Pass il Generale a cavallo, e il capitano Ciaccio comand di presentare le armi. Il Generale fece un atto di stizza, come a far capire che non era tempo di cerimonie.
Pigliammo la via che scende da Marineo nella valle profonda. Si camminava lenti e quetamente; alcuni gruppi cantavano a mezza voce. Solo un Friulano, confuso nella settima compagnia, cantava alto con una voce d'argento, quattro versi d'un'aria affettuosa e dolente, che andavano al cuore.

La rosade da la sere
Bagna el flor del sentiment,
La rosade da mattine
Bagna el fior del pentiment.

Uscii dalle file e mi avanzai fino a quel cantore, immaginandomi che dovesse essere un Osterman da Gemona, amico mio dell'anno scorso. Invece era uno studente di matematica, che si chiama Bertossi da Pordenone.
- Bertossi! Era a San Martino in un reggimento piemontese?
- S, - mi rispose il compagno che interrogai.
- Allora deve essere quello, che pel suo valore fu fatto ufficiale, sul campo di battaglia?
-  quello, ma non lo dire; perch se lo sapesse se ne avrebbe a male.
- Perch?
- Perch  fatto cosi!
Guardai quel giovane che ha vent'anni, e, alla barba nera e piena, pare di trenta. Stentava a credere che con quella fisionomia severa fosse stato lui a cantare, ma i versi del canto non erano indegni di lui.
Che tesori di giovani in quella settima compagnia!
A un tratto, mentre era gi buio da un pezzo, la colonna si ferm. Eravamo nel punto pi basso della valle; si bisbigli che la vanguardia aveva incontrato il nemico; ma per fortuna non era vero, che se mai eravamo schiacciati. Ripresa la via, uscimmo presto dalle sinuosit paurose di quel terreno, e innanzi a noi, in alto, vedemmo una miriade di luci. Era Missilmeri illuminato, a quell'ora, per farci festa. A mezzanotte vi entrammo. Non vi era casa che non avesse un lume ad ogni finestra, ma gente per le vie poca. Si seppe di La Masa e delle squadre da lui raccolte quass numerose, e ci parve di poter riposare tranquilli.
All'alba ci raccogliemmo, e ci fu detto che entro un'ora si sarebbe pigliata la montagna, per venire qui a campo.
Entrai in un bugigattolo per bere una tazza di caff e vi trovai Bixio d'un umore s nero, a vederlo, che me ne tornai indietro. E andai sulla piazza, dov'era un acquaiolo che andava dondolando la sua botticella come una campana, e vendeva bevande ai nostri che gli affollavano il banco. Egli guardava quei che bevevano con certi occhi, con certo riso, che mi pareva volesse avvelenare i bicchieri. M'allontanai anche di l, e incontrai il giovanetto, che conducemmo con noi da Marineo, trionfante con una scodella di latte per me. Mi porse quel latte, colle mani che gli tremavano dal piacere di avermelo trovato.
Uno squillo di tromba fece saltar fuori da ogni banda i nostri, dispersi per le case; ci mettemmo in marcia e si venne qui. Si vede a destra un formicolio di gente: sono le squadre di La Masa. A dar un'occhiata intorno, scopriamo tutti i luoghi visitati dacch partimmo dal Passo di Renna, un giro che par nulla e che ci  costato tanta fatica. Marineo  la, e la sua rupe, a vederla di qui, pare pi minacciosa che da vicino. Se si staccasse dal monte rotolerebbe gi sul borgo, sventrandolo come un mostro.

. . .

Alfine sappiamo che il mondo esiste ancora! Eravamo nel Limbo da quindici giorni e un po'di notizie ci parvero luce.
Dunque il Governo di Napoli ci ha battezzati Filibustieri; le sue Gazzette hanno scritto che fummo battuti a Calatafimi; che uno dei nostri capi  stato ucciso; che siamo dispersi e inseguiti, affinch non ci possiamo buttare alle strade ad assassinare.
Queste notizie ce le hanno portate alcuni ufficiali delle navi americane e inglesi ancorate nel porto di Palermo. Un atto di amicizia che ci ha fatto gran bene. Hanno parlato col Generale, poi si sono messi a girare pel campo. Che strette di mano franche e fraterne!
Uno di loro, giovanissimo, con un par d'occhi d'azzurro marino e due mani rosee di fanciulla, schizz alla lesta tre o quattro figure dei nostri e quella del colonnello Carini. Aveva gi nell'album un capo-squadra di Partinico, che io conobbi e che mi parve un modello da farne uno Spartaco. Gli altri si mescolarono a noi raccogliendo e dando notizie. E si mostravano lieti d'averci trovati gente civile e colta.
Gli abbiamo caricati di lettere, di foglietti strappati qua e l e scritti a matita; saluti, gridi d'affetto, che essi faranno capitare alle nostre famiglie, col primo legno che salper da Palermo. Si trattennero un'ora. Dissero che la citt  una caserma, ma ci hanno fatto sperare nella buona riuscita. Si sa che hanno portato al Generale la pianta di Palermo, co'segni dove sono barricate o posti di regi. Ora che se ne sono andati, il Generale sta a consiglio coi Comandanti delle compagnie.

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Non pi a Castrogiovanni, per attendere rinforzi dal continente: pochi o assai, fra mezz'ora si partir per Palermo. Bixio lo ha detto: "O a Palermo o all'inferno!".
Il colonnello Carini ha parlato alla compagnia. Ha detto che domani l'alba sar gloriosa, ma ci raccomand di non romperci se saremo caricati dalla cavalleria. Intanto tutte le altre compagnie erano raccolte a circolo, intorno ai loro capitani. Si sciolsero rallegrandosi con alte grida.
Di qui al campo delle squadre, che  pi innanzi, un andirivieni di cavalieri continuo. Si dice che i siciliani hanno chiesto d'essere fatti marciare i primi.



[LA BATTAGLIA DI PALERMO]


31 maggio. Palermo. Nel Convento di San Nicola.

Tre giorni dur la bufera infernale, che scatenammo sopra Palermo; pi di tre giorni! Chi non fu nella lotta deve essersi sentito al punto di venir pazzo. E noi eravamo partiti da Gibilrossa allegri, come ci fossimo incamminati a portar qui una festa!
Ho riveduto, da Porta Sant'Antonino, la montagna da cui scendemmo la sera del 26: e a un dipresso seppi dire il punto dove sostammo, per aspettare la notte. Fu un'attesa solenne. L'allegrezza si era mutata in raccoglimento; pareva che sopra di noi soffiasse uno spirito dall'infinito. Io mi era coricato tra due rocce calde ancora della grande arsura del giorno; e mi sentiva nelle membra un tepore cos dolce, che, stando in quella specie di bara, colla faccia rivolta l dove il sole se n'era andato, mi colse un malinconico desiderio d'essere bell'e morto. Poi mi invase una gioia fanciullesca e soave, a pensare che l'indomani doveva essere il giorno della Pentecoste; e mi torn a mente, confuso ricordo di cose lette da giovinetto, che i Normanni assalirono Palermo appunto la vigilia di quella festa. Gli immaginai giganti coperti di ferro, scintillanti nella tenebrosa antichit, pronti a marciare come eravamo noi, pochi, fidenti, condotti bene; deliziosa mezz'ora di fantasticherie.
Potevano essere le sette pomeridiane, quando ci riponemmo in via, e a notte chiusa, uno dietro l'altro, ci trovammo a scendere gi per un sentiero, appena tracciato di balza in balza. Poco prima, avevamo gridato: "O a Palermo o all'inferno!" e quella ne pareva senz'altro la via. Il cielo era sereno e quieto; vietato il parlare; si aveva fame e sonno. Qualcuno, scivolando, precipitava sul compagno che aveva di sotto, questi sopra un altro, e via, tanto che, otto o dieci, ci trovammo talvolta in un fondo; e fortuna se non ci offendevamo colle nostre armi. Dopo la mezza notte eravamo nella pianura, lontano poche miglia da Palermo. I cani latravano dai casali sparsi per la campagna, e sulla nostra destra sentivamo il rumore del mare. Alcuni lumi apparivano oltre il fitto d'olivi antichi, che spandevano i rami contorti come provassero tormenti; forse erano lumi di pescatori. A sinistra, sulle alture di Monreale, splendevano fuochi innumerevoli; dinanzi a noi, nell'oscurit, udivo il passo pesante della colonna che ci precedeva. "Chi sar all'avanguardia?" ci domandavamo a vicenda; e pregavamo che fossero i migliori tra noi, i pi rotti alla guerra, affinch potessero giungere improvvisi sui primi posti del nemico e sopraffarli.
A un tratto la colonna li, dov'ero io, si commove. Si grida: "La cavalleria!". Infatti il suolo ghiaioso ripercuote un galoppo di cavalli. Ci risovvenimmo delle raccomandazioni fatteci nel partire dal campo; ma s...! uno, due, tre si sgomentano: balenammo, rompemmo le file, e ognuno si gett come pot nei campi, a ridosso dei muriccioli che facevano riparo alla via, o rimase cavalcioni su quelli. E nella confusione furono sparate alcune schioppettate contro un cavallo bianco, che veniva verso di noi come un fantasma. Povera bestia! portava il capitano Bovi, il quale si fece riconoscere alle grida! Cessammo quello scompiglio; ci rimproverammo tra noi, tremando che quei colpi fossero per mandare guasta ogni cosa; e tirammo innanzi vergognosi del silenzio severo del colonnello Carini.
Per quei colpi i latrati dei cani crebbero vicini, lontani, infiniti.
Passammo presso un casone immenso, addormentato o deserto; e, di l a pochi passi, entrammo nella strada grande che mena a Palermo. L'aria cominciava a rinfrescarsi per l'alba imminente.
Dai gruppi di case man mano pi frequenti, si affacciava la gente paurosa, guatando il nostro passaggio. Ci fu comandato di camminare a quattro a quattro; di tenerci a destra rasente i muri degli orti; poi accelerammo il passo... dalla testa della colonna s'ud una schioppettata, e un all'armi! gridato con disperazione: e allora fu un urlo terribile, un fuoco improvviso; un corri corri: "Avanti! Avanti!" entravamo nel combattimento.
Urtammo in una calca di picciotti: li rovesciammo parte negli orti, e parte li trascinammo con noi. Uno di questi, signore, forse capo squadra, accusava quelli furente, e veniva via agitando la spada. Ma in quell'ira url: "Dio!" gir sopra se stesso, fece tre o quattro passi di fianco come un ubbriaco, e cadde l nel fossato, a pi di due pioppi altissimi, vicino a un cacciatore napoletano morto; forse la prima sentinella sorpresa dai nostri. Li vedo ancora. E odo quel genovese, che in quel punto dove il piombo grandinava, grid nel suo dialetto: "Come si passa qui?". Gli rispose una palla, cogliendolo in fronte e stendendolo l col cranio spezzato.
Si guadagn un bel tratto rapidamente, ma al ponte dell'Ammiraglio trovammo una resistenza quasi feroce.
Sulla via, sugli archi, sotto il ponte e negli orti circostanti, strage alla baionetta. L'alba spuntava, tutti si aveva non so che di selvaggio nel volto. Padroni del ponte vi fummo trattenuti da un fuoco terribile, fulminato da un muro, sul quale, nel fumo, biancheggiavano i budrieri incrociati d'una lunga fila di fanteria. L un cacciatore ferito dava del capo contro al muricciuolo del ponte per fracellarselo: ma Airenta pietoso lo tir discosto, poi, colla sua calma che non cambia mai, continu a sparare contro a quella fila. La quale, assalita forse di fianco, spariva; mentre un po'di cavalleria caricava i nostri a sinistra, e n'era respinta e ricacciata per la campagna. Faustino Tanara, quell'ufficiale dei bersaglieri, pallido, ardito e bello, veniva tempestando con un manipolo da quella parte; con lui, incalzati, incalzando, ci addensammo al crocicchio di Porta Termini, spazzato dalle cannonate d'una nave che tirava a rotta, e dal fuoco d'una barricata di fronte a noi.
Come turbine lo avevano gi attraversato i pi audaci dei nostri, sotto gli occhi di Garibaldi, che vidi l a cavallo, mirabile di sicurezza e di pace in faccia. Gli stava accanto Turr. Tukry era caduto poco prima ferito; ed io lo avevo udito dir con dolcezza a due che volevano trasportarlo in salvo: "Andate, andate avanti, fate che il nemico non venga a pigliarmi qui". Nullo era gi dentro con una mano di bergamaschi, balzato di l dalla barricata col suo cavallo poderoso tra i regi fuggenti; a Porta Sant'Antonino l'assalto riusciva pure: ma noi pi fortunati fummo d'un lancio alla Fieravecchia. Allora una campana cominci a suonare a stormo, e fu salutata con alte grida di gioia, come una promessa tenuta.
- Ma che cosa fanno i Palermitani, che non se ne vede? - chiesi ad un popolano che sbuc da una porta armato di daga.
- Eh, signorino, gi tre o quattro volte, all'alba, la polizia fece rumore e schioppettate, gridando viva l'Italia, viva Garibaldi. Chi era pronto veniva gi, e i birri lo pigliavano senza misericordia.
- Oh!... E i Palermitani ora han paura d'un nuovo tranello?...
Con quel popolano demmo entro pei vicoli sino a via Maqueda. L, solitudine e cannonate dall'un dei capi, tirate forse contro un giovinotto che si sfogava a calpestare un'insegna reale strappata gi dal portone d'un gran palazzo. Passammo in un altro vicolo... Dio, che visione!
Aggrappate colle mani che parevano gigli, a una inferriata poco alta ma ampia, sopra un archivolto cupo, tre fanciulle vestite di bianco e bellissime ci guardavano mute.
Ci arrestammo ammirando.
- Chi siete?
- Italiani. E voi?
- Monacelle.
- Oh poverette!
- Viva Santa Rosalia!
- Viva l'Italia!
Ed esse a gridare: "Viva l'Italia!" con quelle voci soavi da salmo, e ad augurarci vittoria. Le vedr sempre cosi come gli angeli dipinti dal Beato di Fiesole.
Entrammo in piazza Bologni, gi occupata da un centinaio dei nostri. Il Generale, sulla gradinata d'un palazzo, stava interrogando due prigionieri, che piangevano come fanciulli.
- Volete tornare coi vostri? Tornate pure!... - diceva loro il Generale: ed uno fece atto d'andarsene, l'altro rest. Quello tentenn un poco, poi volle rimanere anche lui. Erano Calabresi, giovani; parevano stupiti di non essere stati fatti a brani.
Appena Garibaldi sed nell'atrio del palazzo, rimbomb l dentro una pistolettata. "L'hanno assassinato!" urlammo noi dalla piazza, e ci affollammo alla porta. Non era nulla. Gli si era scaricato un colpo della pistola che portava a cintura, e la palla gli avea sforacchiato i calzoni, sopra il collo del piede. Ci rassicurammo. In quel momento arriv Bixio.
Lo avevo visto poco prima lanciarsi tempestando addosso ad uno che, vedendolo ferito, aveva osato pregarlo di ritirarsi: e buon per colui che trov una porta da ripararvisi. Era fuoco in faccia, impugnava un mozzicone di sciabola, si piant dinanzi a noi e: "Su! venti uomini di buona volont... tanto tra mezz'ora saremo tutti morti; andiamo al Palazzo Reale!". E cont i venti che gi partivano con lui. Senonch fu chiamato dal Generale, obbed, ed entr nell'atrio a consiglio. V'erano gi alcuni signori palermitani e un prete; la citt cominciava a scuotersi, a ruggire sordamente; da Castellamare si ud uno scoppio; la prima bomba romb nell'aria e cadde, e fu una imprecazione che parve riempire il cielo.
Da quel momento campane a stormo per tutto, e una bomba lanciata ogni cinque minuti, pausa funebre e crudele. Verso le tre pomeridiane, i cittadini cominciavano a rovesciarsi per le vie! Noi, un po'scorati nelle prime ore, pigliavamo animo. Sorgevano le barricate: uomini e donne lavoravano arditamente; cadeva una bomba, tutti a terra; scoppiava: "Viva Santa Rosalia!" e tutti su a lavorare da capo. Cos venne notte. Il castello cess di tirare: i regi occupavano la parte alta della citt; noi il resto; a Palazzo Pretorio s'era piantato il Quartiere Generale; i donzelli del Municipio, colle giubbe rosse, si affaccendavano, giovani e vecchi, per il Dittatore. Intanto nuove squadre entravano da Porta Termini, ne vennero tutta la notte; e noi la invocavamo lunga, per riposarci e prepararci all'evento.


Segue, 31 maggio.

Ma l'alba arriv che l'ore parvero minuti, e la sveglia del secondo giorno fu data dai regi di Castellamare, che ricominciarono colle bombe. Le lanciavano misurate sul Palazzo Pretorio, sperando forse di schiacciarvi il Quartiere Generale. Ma le bombe piombavano sul convento di Santa Caterina, a un angolo della piazza. E il Generale se ne stava a pi d'una delle statue della gran fontana, dinanzi al palazzo. L riceveva le notizie dai punti combattuti della citt; di l partivano i suoi ordini: l lo vedevamo noi di tanto in tanto, passando sbalestrati ora da una parte ora dall'altra, dove ci chiamava il bisogno.
In uno di quei momenti che non ne potevamo pi dalla sete, Bozzani ed io traversavamo una piazza. "Vediamo se in questa casa ci danno un sorso d'acqua?" dissi io: e battei a un gran portone sul quale era scritto "Domicilio inglese". Fu scostato un battente, e vedemmo nel cortile una folla costernata. Entrammo. Ci venne incontro un signore che non sapeva quale accoglienza farci; ma pareva l l per pregarci di tornare indietro. Per sentendoci parlare, subito si mostr cortese, ci tir in mezzo a quella folla, fece portar acqua e vino. Bevemmo, ringraziammo e volevamo partire. Ma tutta quella gente, signore e signorine, ci furono attorno, ci prendevano le mani, ci pregavano di star l a proteggerle; alcune piangevano dalla compassione per noi. Vollero i nostri nomi, e noi li scrivemmo su d'un foglietto; gran meraviglia per loro, che due soldati sapessero far tanto. Ci tempestavano di domande; e per la citt che c'? e chi vince? e quanto durer? Santa Rosalia che spavento! "Perdonate se non vi ho fatto subito buon viso, ci diceva il signore venutoci incontro, avevano detto che eravate mostri feroci, che bevevate il sangue dei bambini, che scannavate i vecchi... Invece siete gentili".
E noi a ridere. E le donne: "E Garibaldi dov'?  giovane,  bello, come  vestito?". Rispondevamo in quella confusione amorevole; e intanto i giovinotti ci pigliavano di mano gli schioppi, discorrevano tra loro, si accendevano in faccia, ci invidiavano; ma il vecchio con un'occhiata li teneva a segno.
Uscimmo di la colla promessa di tornare, e appena fuori vedemmo una turba alla porta d'un fornaio. "Il forno dei Promessi Sposi! - dissi a Bozzani - bisogna correre che non lo saccheggino". E corremmo. Ma quella gente non faceva tumulto; pigliava i pani, pagava e se ne andava, facendo posto ad altra gente che sopravveniva. Un signore ci disse che dal giorno innanzi la sua famiglia non aveva mangiato, colta dalla rivoluzione senza provviste in casa. E soggiungeva: "Siete arrivati cos di sorpresa!".
- Per siete contenti? - gli chiesi.
- Santo Diavolo; siete i nostri liberatori!
Ce n'andammo, avviandoci ai Benedettini, dove era la nostra compagnia e ci abbattemmo nel cavallo del capitano Bovi, steso sotto un androne; quel povero cavallo che gi aveva rischiato d'essere ucciso, la notte della discesa da Gibilrossa.
- Questo  il cavallo, che quello sia il padrone? - disse Bozzani, inoltrandosi verso un morto che giaceva pi in l. - Oh... vedi... vedi...  quel povero ragazzo che nella prima marcia da Marsala, fu messo in mezzo a noi da quel vecchio...!
Doveva essere proprio quel giovinetto. Io non lo avevo pi riveduto da quella prima volta, e a trovarlo l mi si mescol il sangue con disgusto indicibile. Avessi potuto volare sulla capanna di quel vecchio, che in quel momento vidi nella pace lontana dell'orizzonte, a sentire se il cuore non gli diceva nulla!

. . .

Per le vie pareva giorno pieno. Le notizie che venivano di bocca in bocca, da tutte le parti della citt, ci consolavano; i regi erano respinti sempre su tutti i punti. Le barricate, moltiplicate in ogni via, rendevano loro impossibile di rompere e tornare dentro. Sulle gronde, sui balconi, erano ammonticchiati tegoli, sassi, suppellettili d'ogni sorta; al punto in cui si era non rimaneva al nemico che incenerir la citt, o lasciarla libera a noi.

. . .

Si diceva, il mattino del ventinove, che il Corpo consolare avesse protestato, e che le navi da guerra raccolte nella rada minacciassero di mandare in aria Castellamare, se il barbaro lanciar di bombe non fosse cessato. Chiacchiere. Il castello tirava pi rabbioso che mai, e gi centinaia di case erano ruinate, seppellendo gente chi sa quanta. Sar lungo il pianto che terr dietro alla febbre di questi giorni. Ripiegammo a Porta Montalto, dove stava a guardia il colonnello Carini. Quel bastione l'avea preso d'assalto Sirtori, con pochi della sesta e della settima compagnia: e i regi giacenti l attorno morti erano tanti, che ancora non so capire chi gli abbia potuti uccidere.
Il Carini mi mand al Palazzo Pretorio per munizioni. Vi trovai il Sirtori. Munizioni non ve ne dovevano essere, perch egli mi disse di rispondere al Carini, che il bastione si doveva conservarlo difendendolo all'arma bianca.
A Palazzo Pretorio mi parve regnasse un po'di sconforto. Chi sa che notizie v'erano? Eppure la citt oramai era tutta sollevata e risoluta a ogni estremo, piuttosto che a rivedere nel proprio seno il nemico. Me ne tornai al Carini colle mani vuote: egli cap e tacque. Pi tardi mi rimand. In Piazza Pretoria v'era tal folla che, come dice il Manzoni, un granello di miglio non sarebbe caduto a terra. Il Dittatore dal balcone a sinistra, quasi sull'angolo di via Maqueda, finiva un discorso di cui colsi le ultime parole: "... Il nemico mi ha fatto delle proposte che io credei ingiuriose per te, o popolo di Palermo; ed io sapendoti pronto a farti seppellire sotto le ruine della tua citt, le ho rifiutate!".
Non vi pu essere paragone che basti a dare un'idea di quel che divenne la folla, a quelle parole. I capelli mi si rizzarono in capo, la pelle mi si raggrinz tutta all'urlo spaventevole e grande che proruppe dalla piazza. Si abbracciavano, si baciavano, si soffocavano tra loro furiosi; le donne pi degli uomini mostravano il disperato proposito di sottoporsi a ogni strazio. "Grazie! Grazie!" gridavano levando le mani al Generale; e dal fondo della piazza gli mandai anch'io un bacio. Credo che non sia mai stato visto sfolgorante come in quel momento da quel balcone: l'anima di quel popolo pareva tutta trasfusa in lui.
Ma alla sera, verso le dieci, lo rividi cupo, agitato, l a pi di quella statua dove passava le notti. Mi aveva chiamato il tenente Rovighi, per mandarmi a portare un ordine. Il Generale mi pose colle proprie mani un foglietto, tra la canna e la bacchetta dello schioppo, mi comand di farlo leggere a tutti i Capi-posto che avrei trovati sino a Porta Montalto, e che giunto l lo lasciassi al colonnello Carini. Mi avviai col cuore stretto. Il primo Capo-posto che trovai fu Vigo Pelizzari. Gli porsi il biglietto. Egli lo lesse, si turb un poco, me lo ridiede; ma senza dir nulla a'suoi che gli si affollarono intorno. Tirai innanzi, bruciando dal desiderio di conoscere il contenuto di quel foglio, potevo leggerlo, non osai. Dal colonnello Carini cui lo rimisi per ultimo, seppi poi che v'era scritto: "Dicesi che siano sbarcati ottocento Tedeschi, ultima speranza del tiranno. In caso d'attacco da forze soverchianti, ritiratevi al Palazzo Pretorio". Carini non si mostr guari commosso per la notizia; mi rimand colla ricevuta del foglio; ed io me ne rivenni pensando con dolore, come una mano di stranieri potessero mettere in forse le sorti della citt e nostre. Ma, arrivando al Palazzo Pretorio, trovai il Generale gi mutato d'umore. Discorreva con Rovighi dicendo che sperava di farla finita l'indomani; che al Palazzo Reale i regi non avevano pi munizioni da bocca, che non potevano pi comunicare n col castello n colla marina.
Mi rallegrai fino in fondo all'anima, e stanco morto mi rannicchiai l vicino, col picchetto di guardia.
Ieri, finalmente, verso mezzod, ricevemmo a Porta Montalto l'ordine di cessare il fuoco. Subito corsi al Palazzo Pretorio, dove trovai che l'armistizio era concluso per ventiquattr'ore, tanto che si potessero seppellire i morti. Era bell'e sottoscritto il foglio, quando capit un prete, che mi parve quello venuto sin dal mattino del giorno 27 in piazza Bologni. Gridava al tradimento, annunziando che i Bavaresi entravano da Porta Termini. "Che Bavaresi?" gridavamo noi. "Quelli di Bosco, che tornano da Corleone!".
Ci rovesciammo a quella volta quanti eravamo l attorno, e arrivammo a Porta Termini che gi i Bavaresi avevano oltrepassata una barricata. Si arrestarono vedendo un parlamentario avviarsi a loro; cessarono il fuoco; ma uno dei loro ultimi colpi sciagurati colse nel braccio sinistro, presso la spalla, il colonnello Carini. Egli cadde e fu trasportato al Palazzo Pretorio come in trionfo.
Laggi, in fondo alla via, in mezzo a quelle facce torve di stranieri, si vedeva il colonnello Bosco aggirarsi furioso, come uno scorpione nel cerchio di fuoco. Oh s'egli avesse potuto giungere mezz'ora prima! Entrava difilato, e se ne veniva al Palazzo Pretorio quasi di sorpresa, con tutta quella gente, che aveva la rabbia in corpo della marcia a Corleone, fatta dietro le nostre ombre. Chi sa che fortuna sfuggiva di mano a questo Siciliano, giovane, ardito e ricco d'ingegno?
Nel tornare a Porta Montalto, passai con Erba dalla piazzetta della Nutrice, per vedere se vi fosse ancora quella povera morta di ieri l'altro. Non v'era pi. Mentre ne parlavo ad Erba, un colombo venne a posarsi pettoruto su d'una gronda l sopra.
- Gli tiro?
- Tira pure...
Meraviglioso! Il colombo venne gi senza testa, come un cencio. "Bravo!" sentimmo gridare, e vedemmo cinque ufficiali napoletani che venivano verso di noi. "Bravo tiratore!" dicevano stringendo la mano ad Erba e a me, mortificato del tiro felice. Ma Erba: "Oh! non  nulla, noi codesti tiri li facciamo a volo...".
- Anche a volo! - esclamarono gli ufficiali, - ma allora siete davvero bersaglieri piemontesi?
- Che bersaglieri! - rispondemmo noi, e sempre tempestati di domande, ci lasciammo tirare da quei cinque a visitare la piazza del Palazzo Reale.
Vedemmo non so quante migliaia di soldati accampati sulla piazza. Mangiavano lattuga a manate come pecore, e ci guardavano da ammazzarci cogli occhi. Credo che se non fossimo stati cos bene accompagnati, il pezzo pi grosso che poteva avanzare di noi era l'orecchio. Ci inoltrammo in mezzo ad un nugolo d'ufficiali. Un vecchio colonnello, con certa barba sulle guance che pareva cotone appiccicato, rubizzo, adusto, bell'uomo, ci accolse cortese. Anch'egli voleva a forza, farci confessare per soldati di Vittorio Emanuele.
- Eh! diceva, farebbe meglio il vostro Re, se pensasse, a'casi suoi. Non avr sempre, come l'anno scorso, i Francesi.
- Oh! meglio certamente, mille volte meglio se vi eravate voi; - disse pronto Erba - gli Austriaci li avremmo fatti andar via anche dalla Venezia.
- Che Venezia! che Austriaci! - sclamava il colonnello guardandosi attorno, accendendosi e non volendo parere.
- E se un altr'anno e voi e noi uniti riprenderemo la partita contro l'Austria, vedrete...
Il colonnello parve uno che sia l per isdrucciolare e cerchi d'agguantarsi...
- Vedrete... vedrete voi, che domani sarete tutti morti! - tronc bruscamente. - Meritereste miglior fortuna, ma vi siete cacciati in questa Palermo che vi lascier schiacciare...
- Per sino ad oggi dobbiamo lodarcene di Palermo...
- Bene, bene, lodatevene pure! - E come vide che i soldati si affollavano, temendo forse per noi, si mosse e ci fece accompagnar via.


31 maggio.

Eravamo pronti. Solenne ora questo mezzod! Ma l'armistizio fu prolungato. Fino all'alba del tre giugno potremo riposare, lavorare, prepararci, e se sar per soccombere, la citt lascier una pagina che commover tutto il mondo per il bene d'Italia.

. . .

Il Generale ha fatto un giro per la citt, dove ha potuto passare a cavallo. La gente si inginocchiava, gli toccavano le staffe, gli baciavano le mani. Vidi alzare i bimbi verso di lui come a un Santo. Egli  contento. Ha veduto delle barricate alte fino ai primi piani delle case; otto o dieci ogni cento metri di via. Ora s che possiam dire d'aver tutto il popolo dalla nostra! Siamo perduti in mezzo a questa moltitudine infinita che ci onora, ci d retta, ci scalda d'amore.

. . .

Non v' pi dubbio. Simonetta  morto. Abbiamo incontrato un picciotto con una camicia a riquadri rossi e bianchi... Margarita lo ferm.
- Dove hai preso codesta camicia?
- L'ho levata ad un morto.
- Dove?
- Ai Benedettini.
- Vieni con noi!
Un buco nella camicia mostrava che il povero amico nostro fu colpito al cuore. Mor quel candido e forte giovane, senza uno di noi vicino, da dirgli: "Ne parlerai a mio padre!"
Corremmo ai Benedettini, cercammo: nulla. Non si sa nemmeno dove l'abbiano sepolto!
Mancano tanti altri di tutte le compagnie, che non sappiamo se siano morti, o feriti in qualche casa. Giuseppe Naccari, quel giovane alto con quella faccia da dipingere, che in marcia era la delizia della mia squadra, ha combattuto sino all'ultimo, senza andar a vedere i suoi, che l'aspettavano dall'esilio, qui in Palermo, chi sa da quanto. E ieri l'altro una palla lo colp di sotto in su, mentre faceva fuoco da un campanile; gli entr in un fianco, gli travers dentro il petto, gli usc da una spalla. Dicono che ne morr.  venuto a cadere sulla soglia di casa sua.


2 giugno.

Di quei Bavaresi ricondotti da Bosco, ne sono passati gi molti dalla nostra parte. Narrano che in quella marcia del ventiquattro, erano certi di raggiungerci e di finirci. Ma quando si accorsero di averci lasciati addietro, e seppero che eravamo entrati in Palermo, Bosco fu per impazzire. Li cacci a marcie forzate sin qui, promettendo sacco e fuoco, non badando a chi cadeva sfinito per via. "Oh! dicono, se non si arrivava troppo tardi!". E fanno certe faccie che sembrano gatti, quando si leccano le labbra dinanzi a una ghiottoneria. Gente torva questi mercenari! Li chiamano Bavaresi; ma sono Svizzeri, Tedeschi e perfino Italiani. Promettono di battersi contro i loro commilitoni, con millanteria disgustosa.


3 giugno, mattina.

Immensa gioia! Non si pensa pi alle case cadute, alle centinaia di cittadini sepolti sotto. I regi se ne andranno, la capitolazione  come fatta. Incrociamo le braccia sul petto e diamoci uno sguardo attorno. Ma si  potuto far tanto? Mi par di sentire qualche cosa nell'aria, come il canto trionfale del passaggio del Mar Rosso.


6 giugno.

Questi marinai della squadra inglese, ci fanno cera pi che i nostri del Govrnolo e della Maria Adelaide. Verso sera quando andiamo barcheggiando, i Francesi, gli Austriaci, gli Spagnuoli, i Russi, persino i Turchi ci sono! tutti ci guardano curiosi, ma zitti. Invece gli Inglesi ci chiamano, ci tirano su a occhiate sulle loro navi, e noi si sale, accolti come ammiragli. Non hanno bottiglia che non vuotino con noi; non han gingillo che non ci offrano; non c' angolo della loro nave che non ci facciano vedere. Stiamo con essi dell'ore; belli o brutti ci vogliono ritrarre a matita; e non ci lasciano venir via senza essersi fatto dare il nome da ognun di noi, scritto di nostra mano. M' nato un sospetto. La Sicilia  bella,  ricca, e un mondo. Oramai tra tutti l'abbiamo, o quasi, staccata dal Regno... Se non si riuscisse a fare l'unit, gioco che la mano per pigliarsi l'isola sarebbero visi di stenderla gli Inglesi... - Non ci han qui nel porto la nave ammiraglia che si chiama Hannibal?...


7 giugno.

Nella gran sala della Trinacria si desinava una allegra brigata, a festeggiare un drappello d'animosi venuti da Malta, su d'una barca peschereccia. Scesero a Scoglietti, e camminando a furia di sproni e di oro vennero difilati a Palermo.
Lo sciampagna fiottava dai bicchieri e dal cuore la gioia; gioia della vostra, o anime lombarde! Siete leggiadri e prodi.


9 giugno.

Gli abbiamo visti partire. Sfilarono dinanzi a noi alla marina, per imbarcarsi, una colonna che non finiva mai, fanti, cavalli, carri. A noi pare sogno, ma a loro!... Passavano umiliati, o baldanzosi. Superbi i cacciatori dell'ottavo battaglione che combatterono a Calatafimi e qui, lasciando qualche morto in ogni punto della citt! Certo li comandava un valoroso.
Se ne vadano, e che ci si possa rivedere amici! Ma di qui a Napoli come  lunga la via!


10 giugno.

Tukry  morto. Non in faccia al sole, non sotto gli occhi nostri nella battaglia, l'anima sua non  volata via sulle grida dei vincitori. Egli si  spento a poco a poco, in letto, vedendo la morte venire lenta, egli che soleva andarle incontro, galoppando baldo colla spada nel pugno. Gli avevano tagliata la gamba, rottagli da una palla al ponte dell'Ammiraglio; si diceva che l'avremmo visto ancora a cavallo dinanzi a noi; ma venne la cancrena e lo uccise. Goldberg, il mio vecchio sergente ungherese, che giace per due ferite toccate la mattina del 27, quando seppe morto il suo Loyos si tir le lenzuola sulla faccia e non disse parola. Cos coperto pareva anch'egli morto; ma forse pensava al d che i proscritti magiari torneranno in Ungheria senza quel bello e sapiente Cavaliere, venuto pel mondo cos prodigo dell'anima sua. O forse lo vedeva col pensiero galoppare in Armenia, fra gli arabi del Sultano contro i Drusi ribelli; dove chi sa quante occhiate bicche avr date alla spada non fatta per servire i tiranni. Ma di quel dolore Tukry si pag poi nel sangue dei Russi, quando dai bastioni di Kars pot fulminare l'odio suo, contro quella gente che aveva aiutato l'Austria a rovinargli la patria.


11 giugno.

Per la via che facemmo da Marsala al Pioppo, e poi essi dal Pioppo in una volata, sono giunti qua sessanta giovani condotti da Carmelo Agnetta. Navigarono da Genova a Marsala, su d'un guscio che si chiama l'Utile, dove avran dovuto stare pigiati peggio che i negri menati schiavi. Che senso quando sbarcarono a Marsala, dopo essere stati col cuore a un filo per tanti giorni; e poi quando passarono vicino ai nostri colli di Calatafimi! Avranno pensato ai morti che vi lasciammo, con la malinconia di non averli conosciuti vivi. Ma quando arrivarono a questa Palermo mezza rovinata, debbono aver sentito l'animo crescere irato, e avranno tesa la mano ognuno guardando innanzi e dicendo a qualcuno laggi: "Ci vedremo!".
Hanno portato due migliaia tra schioppi e schioppacci, e munizioni da guerra e i loro cuori. C' Odoardo Fenoglio veneto da Oderzo amico mio, sfolgorante ufficiale della brigata Pavia, che ho visto e abbracciato ai quattro Cantoni; c' Cavalieri, c' Frigerio, tutti valenti e gentili e colti, arrivati in tempo, per onorare la salma di Tukry che oggi porteranno a seppellire.

. . .

C'eravamo tutti, fino i feriti che hanno potuto venir fuori dalle case, dagli spedali, tutti! Turr, figura tagliata nel ferro, non fatta a mostrar dolore, camminava alla testa del corteo, dimesso, accorato, parea condotto a morire. Dalle finestre piovevano fiori sul feretro, su noi; e dai fiori e dalle foglie di lauro veniva un odore che mi faceva il senso di un soave morire. Si aggiungevano il silenzio della folla, e gli atti delle donne bianche, inginocchiate sui balconi e piangenti. Era uno sgomento che pareva avesse pigliato fin le pietre. Vidi certi dei nostri, duri e invecchiati a ogni sorta di prove, andar innanzi con faccia sbigottita, spenta. Rodi e Bovi, due mutilati antichi, parevano sonnambuli. Maestri, che ebbe un braccio troncato a Novara, e che pur da Novara corse a Roma dov'ebbe il moncherino spezzato un'altra volta da una scheggia francese, il povero mio Maestri da Spotorno, semplice e prode come i popolani delle nostre marine liguri, piangeva. E piangevo anch'io. Un momento che mi si strinse pi il core, mi pregai con certa volutt acre, non mai provata, mi pregai d'essere chiuso in quel feretro abbracciato col morto. Oh! star nella bara con tanto ancora di vita da sentirsi portato lentamente, indovinando le vie, le finestre sotto cui si passa, le faccie di quei che guardano e accompagnano fin dove possono con gli occhi e poi col pensiero! La folla fa ala... parlano a voce bassa... che diranno? cade qualcosa... saranno fiori.
Ma la marcia funebre prorompe alta nell'aria, e vien sin fra i quattro assi, con certi acuti stridori di trombe, con certi gemiti di flauti che si mutano in lacrime.
Anche Adolfo Azzi mor son sette giorni! Come stava l sul Lombardo nelle ultime ore del mare, colle braccia potenti al timone, con gli occhi in Bixio che di sul cassero fulminava l'anima tra Marsala vicina e le navi che ci inseguivano nere come leonesse nel deserto! Lo veggo ancora e lo vedr finch io viva, con quella faccia sfidatrice e quieta, con quelle spalle ampie, scamiciato ed erto i pettorali fatti per ricevervi la morte da eroe. Invece fu colto in una coscia. Gli entr la palla e ruppe, e in cinque giorni il povero Azzi mor!


Notte.

Non nelle notti travagliate dei combattimenti, ma ora che abbiamo una certa quiete, pensando alle barricate ho sentito venir su dal core un'onda della malinconia rimastami da quella sera del quarantotto; una sera di marzo che noi fanciulli, tutti raccolti a sentir la novella da nostra madre, stavamo al focherello allegro che pareva anch'esso uno della famiglia. Suon un'ora di notte e il Deprofundis dal campanile. Nostra madre ci fece pregare pei morti. Ma i soliti rintocchi si mutarono in un di quei doppi, che lass da noi annunziano pel domani la commemorazione di qualche morto degli anni andati. Nostra madre alz i suoi grandi occhi in su, forse a cercare di qual morto de'suoi ricordi cadesse l'anniversario; e noi muti ad aspettare che ripigliasse il racconto. A un tratto entr da fuori nostro padre, e venne malinconico a sedersi al fuoco.
- Che c'? gli chiese nostra madre.
- Nulla!
- Giusto! Han suonato a funerale; chi sa per chi?
- Pei defunti delle barricate di Milano.
Guardai nostro padre tremando. Defunti, barricate, Milano, tre schianti al mio core di nove anni, mi parevano tre parole sonanti da un altro mondo. Quella notte non dormii: da quella notte mi rimase nell'anima una tristezza cara, che di quando in quando assaporai, venendo su cogli anni, senza poterle dare un nome fin che non ebbi trovato nel Sant'Ambrogio del Giusti quello sgomento di lontano esiglio...


Tornando da Monreale, 14.

Deve essere stato un gran vivere nei tempi che su questo ceppo della Sicilia venivano a innestarsi i Saraceni, i Normanni e poi quegli altri d'alta ventura, che portavano l'aquila sveva sul pugno!
Pgliati colla fantasia in quell'et una parte, guerriero, rimatore o fraticello, ed entra; ecco la Cattedrale famosa. Tant', s'ha bel disporsi, ma noi sentiamo che non si riesce a star nelle chiese come quella l, con animo che risponda. Disse un di noi: "Bisognerebbe non osar d'entrarvi calzati...". Fu tutta l'espressione della sua maraviglia! Un altro, quando ebbe guardato un poco attorno le colonne e laggi il gran mosaico, si lasci andar ginocchioni con gli occhi in su, facendo colle braccia e a mani giunte un arco sopra la testa, verso quelle volte; e l'atto gli parve preghiera.
E s'esce di l che uno si sentirebbe potente a far qualche cosa degna; ma no, quello che per capirci chiamiamo coda del diavolo, gli si ficca tra piedi. Noi, per esempio, appena fuori avemmo una mezza rissa.
Benedini da Mantova, nostro medico, tutta la via aveva brontolato che a Monreale ci andava di malavoglia, perch sapeva esservi stato detto di noi, che siamo venuti a mangiarci l'isola, e che bisognerebbe sonarci le campane addosso.
E noi a dirgli: "Chetati, son cose da celia..." non ci sognando che cosa gli frullasse. Ma lui? In chiesa s'era stizzito di pi; e uscendo, al primo che gli capit di vedere con aria non di suo genio: "Sei tu che ci vuoi fare i vespri?".
Colui che pur non era uno zotico, tra il capire e il no, sembr viso di voler dir di s. E Benedini gli men. Oh che guaio! Se non capitava pronto un prete, addio!
Venendo via, ne dicemmo a Benedini...! Ma egli tranquillo, gli pareva d'aver fatto l'obbligo suo.


Convento della Trinit, 15.

Ho visitato il colonnello Carini in una cameretta lass e dell'albergo alla Trinacria. Dove se n' andata tutta quella floridezza di carni? Tenendomi per la mano mi chiese del Dittatore, della compagnia, degli amici; poi d'improvviso: - C'eravate ai funerali di Tukry? - Colonnello, s. - Egli guard intorno e mi strinse pi forte la mano.
Due giovinetti gli stanno in camera senza lasciarlo mai, tutti lui negli occhi brillanti di lagrime, rattenute appena mentre egli m'aveva chiesto se ero stato ai funerali. Quando egli part esule nel quarantanove, quei suoi figliuoli dovean essere bambini affatto. Vennero da Messina coll'agonia di abbracciarlo, di trionfare con lui vincitore, e lo trovarono inchiodato da quella maledetta palla bavarese.
Per le stanze va lenta, mesta, una signora che deve aver molto sofferto. E quando s'incontra con gli occhi negli occhi del colonnello, pare che la pigli il singhiozzo, stenta a non farsi scorgere. In verit egli  molto gi della vita. Oh che storie, che lutti, che vedovanze del core!
Venni via afflitto. E per contrasto trovai che correva su quel frullino del figliuolo di Ragusa, sempre nelle nostre gambe vispo, felice. Suo padre, che conduce l'albergo da gran signore, ne'giorni del bombardamento tenne corte bandita per noi, chi avesse voluto passar da lui a ristorarsi. Ma c'era ben altro da fare, e pochi vi possono essere capitati: tuttavia ce ne furono, ed io so d'uno che ci deve aver fatto la figura di Margutte.

. . .

Curvetto, piccino, tarchiato, passo da marinaio, capelli bianchi e lunghi, barba fatta, indovinata per parere quella del Generale; Gusmaroli, il vecchio parroco mantovano, pu dare un'idea di quel che sar Garibaldi fra una ventina d'anni.
L'ho ben guardato,  proprio cos. Ed egli che sa di somigliargli un poco, ne gode e si riscalduccia in tale compiacenza; egli nei tre giorni si atteggiava. I picciotti che lo vedevano comparire sulle barricate qua e l, gli gridavano: Evviva Garibaldi! E sotto gli occhi di lui combattevano e morivano volentieri, credendolo il Dittatore.


16 giugno.

Ippolito Nievo va solitario sempre guardando innanzi, lontano, come volesse allargare a occhiate l'orizzonte. Chi lo conosce, viene in mente di cercare collo sguardo dov'ei si fissa, se si cogliesse nell'aria qualche forma, qualche vista di paese della sua fantasia. Di solito s'accompagna a qualcuno delle Guide: Missori, Nullo, Zasio, Tranquillini; ed oggi era con Manci, a cui veggo negli occhi i laghi del Tirolo verde, ov'ei nacque. Quando incontro costoro, vestiti ora d'un uniforme di garbo un po'ungherese, bello, gi illustrato nel quarantanove dalla cavalleria di Masina in Roma, io mi sento nascere di dire: "Uno di voi mi vorrete in groppa quando galopperete per i campi nella battaglia?". Vorrei provare a un di quei cuori il mio. E sceglierei Manci, che mi pare un cavaliero non ancora vissuto in nessun poema. Non  l'Eurialo di Virgilio, non quell'altro dell'Ariosto;  un non so che di moderno, nemmeno:  una gentilezza dell'avvenire.
Con Manci veggo sovente quel Damiani, che, se fossi scultore, getterei in bronzo, lui e il suo cavallo, alti, piombati sopra un viluppo di teste e di braccia, quale mi rimase impresso a Calatafimi nel momento della bandiera. In Palermo, nel secondo giorno del bombardamento, lo vidi appoggiato a uno stipite d'un gran portone del palazzo Serra di Falco in Piazza Pretoria, forse l pronto pel Generale, perch nel portico scalpitava il suo cavallo sellato. - Quella era la faccia di Calatafimi. Mentre che io passai, egli parlava tra s. E mi parve che guardasse ora il palazzo dov'era il Dittatore, ora il convento di Santa Caterina l allato, che ardeva dal tetto e vi cadevano le bombe. Forse pensava come avrebbe potuto salvare Garibaldi, se uno di quei mostri fosse piombato pochi passi pi oltre...


Palermo, 17 giugno.

Non gli ho visti, ma so che da giorni sono venuti dalla Favignana sei o sette di quei di Pisacane, scampati all'eccidio di Sapri. Dunque erano in quelle Egadi, che pareano scoppiate su dal mare improvvise a festeggiarci? Erano nelle prigioni sottomarine. Che fremito, se, per uno di quei sensi misteriosi, che talora si rivelano in noi come guizzi d'una vita di natura diversa dall'umana, avranno indovinato che l fuori, sull'onda che rumoreggiava spruzzando le loro inferriate, passava Garibaldi e la libert.
O precursori nostri, quante lacrime, quanto fantasticare dopo il vostro infortunio, dopo Sapri, pi bello, pi glorioso della nostra Marsala! Tre anni! pareva un secolo; e di lass dalle Alpi era un volo dell'anima sitibonda verso queste terre delle Due Sicilie, che sin col nome invogliavano e coi mari e coi cieli e coll'istoria loro e con quel canto della Spigolatrice messa dal poeta sull'orme vostre, a veder gli occhi azzurri e le chiome d'oro di Pisacane! Dopo i Bandiera, Corradino, Manfredi, biondi tutti e belli e di gentile aspetto, lui.

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Mi dice Antonio Semenza, che tra le carte del Palazzo Reale fu trovato l'ordine dato da Napoli alla flotta, se ci avesse incontrati. - Colarli a fondo salvando le apparenze. - Sar vero? Infatti saremmo stati troppi alle forche e agli ergastoli; ma che nella marineria napoletana ci sarebbe stato un cuore da obbedire e annientarci?


18 giugno.

E colui dalla faccia tagliente, d'occhi e d'atti che pare il falco reale; grigio, castagno, grinzoso, fresco, che ha tutte le et; chi , quanti anni porta in quelle sue ossa d'atleta, in quelle sue carni segaligne? L'ho sempre veduto da Marsala in qua e osservato con certa reverenza. E ho immaginato che debba essere qualcosa come zio o fratello maggiore di Nullo. Ma oggi ne chiesi. E noto perch mi sia d'insegnamento, che Alessandro Fasola da Novara ha sessant'anni fatti; che dal 1821 ne ha spesi quaranta a lavorare, a sperare, a combattere; che sempre da Santorre Santarosa a Garibaldi fu visto comparire alla chiamata, giovane, ardente e sicuro.

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Anche i carabinieri Genovesi come sono usciti belli nelle loro divise! Un farsetto e un berretto d'un azzurro delicato che rialza la espressione di quelle facce signorili, non so se sciupate o abbellite dal bronzeo che dan questi soli penetranti nel sangue.
Tutti vorrebbero farsi carabinieri, ma non tutti si  Genovesi. Si capisce. V' una certa aristocrazia del valore, e quelli l che se la sentono nel cuore, e degnamente, vorrebbero star soli. E non ho inteso un della mia compagnia, e non dei migliori, dire che il Dittatore dovrebbe tenerci tutti senza che altri potesse mescolarsi con noi di Marsala; e mandarci sempre avanti, avanti, avanti, finch uno ne fosse vivo?


[DA PALERMO A MILAZZO]


18 giugno.

Partire non condotti dal Dittatore! Eppure egli ha sulle braccia la rivoluzione, la guerra, tutto, anche gli arruffapopoli, e deve star qui. Con lui lavora Francesco Crispi, un ometto che quando lo veggo mi fa pensare a Pier delle Vigne potente. Ma lontani da Garibaldi saremo ancora con lui. "Andate di buon animo, ci disse, andate figliuoli, che vi ho dato Turr. Se avr bisogno di voi, egli vi condurr volando da me". Eppoi, messosi a parlare genovese con alcuni di noi liguri, parve pigliasse un piacere fanciullesco in quel dialetto che parlano Bixio e i Carabinieri.


21 giugno.

Medici  arrivato con un reggimento fatto e vestito.
Entr da Porta Nuova sotto una pioggia di fiori. Quaranta ufficiali, coll'uniforme dell'esercito piemontese, formavano la vanguardia.
La mia brigata  partita per l'interno dell'isola, condotta da Turr. Noi della spedizione dispersi nell'onda dei sopravvenienti, porteremo con noi le memorie dei venticinque giorni vissuti come nella solitudine, faticando, combattendo e credendo. E tireremo innanzi visitando l'isola, facendo gente e pellegrinando, finch ci arresti il nemico e si torni al sangue, o si finisca fondendoci tutti nelle sorti e nell'onore d'Italia.


Da Palermo a Missilmeri, 22 giugno.

Due cavalli bianchi e baliosi che starebbero bene tra le gambe di due dragoni, ci portano via, tirando questa carrozza da prncipi. Romeo Turola sonnecchia, io noto.
Ho riveduto Porta Sant'Antonino, il Convento e quella muraglia che all'alba del 27 maggio, quando venimmo, balenava e tuonava come una nuvola tempestosa. I due grandi pioppi, a pi dei quali quel mattino vidi il primo napoletano morto, tremolavano sino all'ultima foglia con un sussurro allegro quasi consapevole. Passandovi sotto, pensai raccapricciando a quel morto, a quella povera montanara della Calabria o dell'Abruzzo che si far sulla soglia della capanna, con una paura confusa della guerra che c' pel mondo, dove forse crede ancora di avere il suo figliuolo soldato. E pensai anche ai prncipi di Casa Borbone, che sino ad ora non se n' visto uno a cavar la spada.
Mi volgo indietro. Palermo  laggi, laggi come la vedevamo da Gibilrossa, dal Parco, dal Passo di Renna, ma ora libera nella sua gloria fra le sue rovine, di giorno e di notte tutta un festino. Partendo, ho inteso che gi sono arrivati certi armeggioni a guastare. Ve ne erano forse fino dai primi giorni della capitolazione. Quella sera che ci raccolsero in fretta e in furia e ci tennero sotto l'armi delle ore, in via Maqueda, che cosa era stato? Mi disse Rovighi che si parlava d'una alzata di La Masa, per togliere a Garibaldi la Dittatura e assumerla lui gridato dal popolo. Era una calunnia: ma il fine?


Missilmeri, 22 giugno.

Questo popolo che ci ha fatta la luminara la notte del 25 maggio, quando eravamo pochi e con poche speranze, adesso non ci riconosce pi. Ma che cosa abbiamo fatto? Non lo dicono e non si pu indovinarlo. Parlano, sorridono, sono gai; discorrono con noi, ma a gesti impercettibili se la intendono tra loro. Che abbiano dentro parecchie anime?

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Ora si va pigliando davvero un bel fare da soldati. Il gruppo d'ufficiali che ho visto in piazza sarebbero l'onore del primo esercito del mondo. Tutti nel bello dai venti ai trent'anni, persone salde, faccie che vi si legge il coraggio semplice e franco; medici, ingegneri, avvocati, artisti. Ma se fossero tutti come Daniele Piccinini! Che addio deve essere stato quando si part dal padre suo! Immagino il vecchio austero sulla porta della sua Pradalunga, intento a guardare il figlio che gli ha dato le spalle, e se ne viene gi verso Bergamo, con passo da Clefta. Non l'hanno guasto n l'ozio n i vizii costui: la storia della sua giovinezza l'ha in fronte; forse pi che caccie e corse su in alpe non ebbe altri spassi. A Calatafimi fu visto coprire il Generale mettendoglisi dinanzi, perch, come indossava camicia rossa, era fatto segno alle schioppettate. E in uno dei momenti che la battaglia parea volgere a male, egli tenne alto l'animo dei suoi vicini, gridando parole potenti come d'arcangelo.


Missilmeri, 22 giugno.

Il generale Turr gli si  riaperta la ferita, e ha dato sangue dalla bocca. Da quando entrammo in Palermo, quest'uomo ha fatto tanto che si e ridotto un'ombra. La brigata  afflitta, perch si teme che egli debba lasciarci. Lo vidi un istante, smunto, pesto negli occhi, le labbra pallide, il petto che pare schiacciato. Ma che sia davvero quel sottotenente degli Ungheresi passati nel mio villaggio l'anno quarantanove, dopo la battaglia di Novara? Li ricordo come li vedessi ora. Erano forse cento bei giovani, che portavano una gran bandiera tricolore; le loro persone alte s'avanzavano mezzo nascoste nel polvero della strada al sole di marzo, e quando imboccarono il ponte gridarono: Elien Elien! alla gente corsa ad incontrarli. Quel sottotenente in mezzo a quei soldati mi pareva tanto allegro, e tuttavia mi si stringeva il cuore sentendo dir da mio padre: Sono Ungheresi, gente che l'Austria fa patire!


Villafrati, 24 giugno.

Passavano baldi su certi stalloni neri, carboni accesi gli occhi, le criniere che davano sui petti. Tenevano alte le teste guardandoci appena, avevano gli schioppi a tracolla, pistole e pugnali a cintola, nastri essi ai cappelli e all'arnese delle cavalcature. Il capo che camminava innanzi non mi tornava nuovo. I Villafratesi che discorrevano con noi li guardavano incerti tra il salutarli e non badarli; ma mi accorsi che qualcuno ammicc, qualche altro scambi con essi quei certi cenni, raggrinzamenti della fronte, d'una guancia, del mento, diavolerie, che a costoro bastano per un discorso.
- Chi sono quei sette? chiesi ad un signore.
- Patriotti, signorino, non avete visto? Hanno i tre colori.
Un altro lo guard bieco: un lampo.
Intanto quei sette giunti in capo al borgo misero i cavalli a trotto serrato.
Ma dal quartiere del Generale usc fuori un tenente spronando dietro di loro, e presto lo vedemmo tornare con quei sette disinvolti, beffardi, accigliati. Il tenente gli aveva presi colla pistola alle tempie del capoccia, pronto se non avessero obbedito...
Ci affollammo in quella casa dov'era gi un gran brusio, e potemmo udire la voce del generale Turr corrucciato pronunciare il nome di Santo Mele.
- Santo Mele? dissi io, ma costui  quel birbante che avevamo prigioniero al Passo di Renna, e che gli riusc a fuggire. Berrebbe il sangue, ladro, assassino!
A quest'antifona il signore che aveva detto bene di quei sette spar senza neanche dirmi: Bacio la mano.
Udimmo bisbigliare: Consiglio di guerra subitaneo; e comparve il maggiore Spangaro, un uomo d'et seria, gi brizzolato capelli e barba, ufficiale nella difesa di Venezia. Presieder il Consiglio.


Villafrati, 26 giugno.

Ho visto partire in gran fretta il battaglione Bassini. A Prizzi, che deve essere un villaggio poco lontano, vi  gente che si  messa a far sangue e roba, come se non vi fosse pi nessuno a comandare. Il padre Carmelo sapeva quel che diceva quando ci parlammo al Parco. Quaggi vi sono beni grandi, ma goduti da pochi e male. Pane, pane! Non ho mai sentito mendicarlo con un linguaggio come questo della poveraglia di qui.
Bassini si  messo in marcia, ma non dell'umore suo di quando odora il pericolo, Questo brontolone gaio, senza gingilli, di corteccia grossa, ha un cuore che parla dalla faccia burbera e bonaria. Agita la testa rasa, grigia, nocchiosa come una mazza d'armi da picchiare sul nemico. Avr forse un mezzo secolo ormai, eppure  pi giovane di noi, e a Calatafimi tenne la sua compagnia come a una festa. I suoi ufficiali, tutti signori di Lombardia, gli stanno sotto come un padre. Se in Prizzi gli occorrer di dover parlare di legge, ha nel battaglione i dottori a dozzine; se vorr fare un'arringa, i letterati gli stanno attorno; ma egli breve e tagliente parler colla spada. Chi laggi ha le mani lorde badi ai fatti suoi.


Villafrati, 26 giugno.

E non ci  stato verso di trovar uno che abbia voluto dire la verit! Il testimonio che abbia detto pi male di Santo Mele, dinanzi al Consiglio di guerra, fu Santo Mele.
"Io brigante? Eccellenza! Ho combattuto contro i borbonici, ho dato fuoco alle case dei realisti, ho ammazzato birri e spie, dai primi d'aprile servo la rivoluzione: ecco le mie carte!".
E ne butt l un fascio, bollate dai Municipi dov' passato, tutte che ne dicono gloria come fosse Garibaldi. Ma il Consiglio non lo mand libero. Costui puzza troppo di sangue, e a Palermo, dove sar condotto, qualcuno gli far empire il cranio di piombo.


Villafrati, 27 giugno.

 arrivato il colonnello Eber, d'aria tra soldato e poeta. Si sa che  Ungherese, e che il 26 maggio venuto da Palermo a Gibilrossa per veder Garibaldi, volle essere dei nostri a tornar a Palermo, quel bello e terribile mattino del 27. - Viaggiatore di gran lena, egli ha corso l'Asia per ogni verso, scrivendo pel Times. Ora eccolo nostro comandante, perch Turr se ne va malato rifinito.


Rocca Palomba, 28 giugno.

Che veglia deliziosa a pi del Maniero di Morgana! Stanchi della camminata d'otto ore, i soldati dormivano, pei campi, in un silenzio che mi parea d'esser solo.
Queste campagne come hanno fatto a diventar deserte?
Si va delle ore senza vedere una casa. Contadini? Non ve ne sono. I coltivatori stanno nei villaggi, grandi come da noi le citt; vi stanno in certe tane gli uni sugli altri, con l'asino e le altre bestie men degne. Che tanfo e che colpe! All'alba movono pei campi lontani, vi arrivano, si mettono all'opera che quasi  l'ora di tornare; povera gente, che vita!
Rocca Palomba  come tutti gli altri borghi, ma a vederla da lungi adagiata su questo fianco del monte, mezzo nascosta nei boschi di mandorli, con quella strada che si curva dolce per farvi arrivare la gente senza fatica, promette di pi. Trovammo gli abitanti in festa. Avevano mandato ad incontrarci un nugolo di cavalieri, che vennero innanzi drappellando bandiere, levando grida, salute fratelli! Parevano gente del medioevo rimasta viva proprio per aspettarci. Quei signori ci fecero gli onori del paese, con modi non da persone accostumate a vivere cos solitarie. Ma certe gentilezze s'hanno nel sangue. Per sempre quella storia! Se un borgo ci accoglie bene, quello che viene dopo ci tiene il broncio, poi l'altro appresso torna a farci festa. Qui c'erano i preti e il Municipio alle porte; la banda suonava l'inno; sulle alture ardevano fuochi di gioia, i signori si contendevano gli ufficiali; i soldati ebbero pane, cacio, vino, carezze, il paese in capo, se l'avessero voluto.
Io poi cpito sempre in casa di preti. Questo ch' qui mi ha voluto far toccare il vangelo. Ma io, aperto il volume, lessi due versetti e glieli voltai tradotti l l. Allora il prete mi si butt al collo, e fece correre tutta la famiglia a conoscere il gran cristiano che aveva in casa. Desinai con loro. Vi erano delle donne, delle fanciulle, dei bambini, dei vecchi e dei giovani, una trib. Pareva il d del Natale. Mi lasciarono venir in camera a malincuore; in questa camera allegra dove  un letto che pare di gigli. E tu coi tuoi peccati, oseresti andare fra quelle lenzuola?
Bassini ci ha raggiunti, mortificato lui, gli ufficiali e i soldati. Furono accolti a Prizzi come prncipi. Luminare, cene, balli e le belle donne che gridavano ancora da lungi "benedetti! beddi!".


Alia, 29 giugno.

Da Rocca Palomba ad Alia una marcia breve, attraverso una ricchezza che va dal piano sino in cima ai colli, dorati ancora da messi che si curvavano, quasi a riverire la nostra rosseggiante colonna.


30 giugno, 4 ore antim.

Si parte. Ah! questa volta la marcia sar lunga, e pare che il cielo si vorr fare di fuoco. I soldati vanno e vengono per le vie sudicie, cittadini se ne veggono pochi, scamiciati, indifferenti, alle finestre. Passano due preti salutando; se ne andranno in chiesa. Ecco la tromba. Chi l'avr trovata questa bella diana dei bersaglieri piemontesi? Certo un musico d'animo allegro e ardito: c' un pensiero cos sano! Forse  del colonnello Lamarmora. Scuote di dosso il sonno e la pigrizia, fa correre pei nervi un gran bisogno di fare. La intesero gli Austriaci tante volte, la intesero i Russi in Crimea, noi l'abbiamo portata qui nell'isola vecchia di Vittorio Amedeo, dove gi i monelli la cantano come cosa loro.


Valle lunga, 30 giugno pom.

Ci hanno raggiunti parecchi amici da Palermo, e dicono che vi arriva gente da'porti di Liguria e di Toscana ogni giorno. Vi furono quasi dei guai per certa fretta messa ai Palermitani di darsi al Piemonte; ma il Dittatore tiene a segno tutti.
Scrivo in una cameretta dove mi par d'essere un grillo in gabbia. Ma se mi affaccio, veggo tutta la via grande, e una allegria di soldati rossi, e gli ufficiali che fumano e bevono seduti innanzi al casino di compagnia. Come si fa presto a pigliar l'aria di questi signori, che forse stanno l tutto l'anno a tirar gi dal cielo il tempo e la noia, a ridere e a giuocare! E mentre che la terra frutta, essi fanno idillii e tragedie per donne. Ho inteso di bellissime storie verseggiate dal popolo che qui  tutto poeti; storie d'amore e di sangue versato per gelosie tremende.


Santa Caterina, l luglio.

Eber sa condurre una colonna senza affaticarla. Divide la marcia in due: nelle ore di sera si va, si accampa dopo un bel tratto, si riprende la via prima dell'alba e si arriva dove si deve nel bello della mattinata, quando il sole non s' ancora avventato. Cos la notte scorsa ci riposammo nei campi della Cascina Postale, con un tempo dolce, con un sereno che mi parea di vedere mille volte pi lungi nelle profondit del cielo.
Stamane mentre il sole spuntava camminavamo gi da un par d'ore. Le compagnie cantavano canzoni popolari lombarde e toscane; i siciliani gareggiavano con un loro canto d'aria che cercava il core.

La palombella bianca
Si mangia la racina.

Ma a tratti quella melodia scoppiava in versi di odio al Borbone, di spregio alla regina Sofia.
Alla testa della colonna i Genovesi cantavano l'inno alato di Mameli. A un tratto ruppero il canto, e lo cessavano tutti man mano che arrivavano a un certo punto della via. Quando, v'arrivai anch'io capii. Da quell'apparita si vedeva laggi, laggi, nero sterminato, crescente all'occhio e alla fantasia, l'Etna, che coll'ombra sua si protendeva su mezza l'isola e sul mare.

. . .

Il povero maggiore Bassini l'hanno pigliato pel giustiziere. Egli dovr partire di nuovo per un villaggio chiamato Resotano, dove alcuni tristi fanno tremare la gente.


Caltanisetta, 2 luglio.

Si calunniano tra loro borghi e citt come godessero gli uni del mal degli altri. A sentire, qui dovevano essere schioppettate. Invece trovammo tutto un parato di bandiere e di verde. Ci tocc passare sotto un arco trionfale noi, le autorit, la Guardia Nazionale venuta ad incontrarci. I giovinetti volevano ad ogni costo lo schioppo dai nostri soldati, tanto per alleggerirli l'ultimo tratto: ma i soldati rifiutarono la cortesia. Forse qualcuno si ricord di quando eravamo pei campi nei primi giorni dopo lo sbarco, che si dormiva collo schioppo tra le braccia e le gambe incrociate, e alcuni se lo legavano al corpo, dalla paura di svegliarsi disarmati. Sicuro! Allora v'erano dei contadini che per avere un'arma si arrischiavano nei bivacchi a rubarla.


3 luglio.

Che quella festosa accoglienza di ieri fosse una lustra? Oggi la citt  silenziosa; pare che noi non ci siamo pi; la gente attende alle cose sue come dicesse: Ho fatto il dover mio e basta.

. . .

Quei di Bassini sono tornati, rotti dalla marcia di quattro giorni, per vie da lasciarvi le polpe. Narrano che capitati a Resotano intorno alla mezzanotte, vi trovarono il popolo in armi risoluti a non lasciarli entrare. Bassini, uomo da dar dentro a baionetta calata, proced cogli accorgimenti, e pot mettere le mani addosso a undici scellerati, rei di mille prepotenze e di sangue. Uno riusc a fuggire, ma un siciliano come un demonio, lo cacci,  lo arriv e l'uccise.


5 luglio.

Fatti i conti, dei siciliani che ci seguirono da Palermo in qua, un mezzo centinaio se ne sono gi andati, alcuni portando via anche le armi. Sono contadini che si accendono come paglia e presto si stancano. Il Consiglio di guerra li condanna a morte; si appiccano le sentenze come lenzuola alle cantonate, ma si lascia che i condannati se ne vadano alla loro ventura, purch lontano. I buoni sono quelli delle citt e i Palermitani, giovani colti, amorosi, pieni di rispetto. Malveduti sono alcuni ufficiali che paiono chierici. Quando le compagnie vanno agli esercizii, le accompagnano portando le spade come torcetti poi si tirano in disparte e par loro d'essere sciupati nel dover assistere a quelle bassezze dell'imparare come si maneggia un'arma, come si muova ordinati. Se fossero stati l'anno scorso in Piemonte! Giovani dei migliori di tutta Italia si lasciavano strapazzare da quei caporaloni grigi che parlavano di Goito, di Novara, della Crimea, e insegnando lanciavano insolenze peggio delle guanciate. Pur d'imparare, sopportavano tutto quei giovani. Ricordo d'un Conte veneto che caricava su d'una carretta lo strame, della scuderia. Pass il caporal Ragni con la gamella in mano.
- Bestie tutte come voi nel vostro paese? Chi v'ha insegnato a maneggiare il bidente?
Il Conte rispose sorridendo non so che, in italiano.
- Ah! siete un volontario? Allora che cosa  questa?,
- Una gamella.
- La patria! url beffardo il caporale, battendo le nocche su quell'arnese di latta. Il Conte sorrise ancora. E il caporale:
- Stasera farete il sacco, e passerete a ridere in prigione..
- Sissignore.


Caltanisetta, 7 luglio.

Feste da fate. I viali del giardino parevano di fuoco; il verde degli alberi e delle spalliere luccicava di splendori metallici; le donne di Caltanisetta coi mariti, coi fratelli, con noi, parevano una famiglia innumerevole che si rallegrasse l dentro di qualche lieta avventura. Rinfreschi, vini e dolciumi, tanto da satollare per una settimana tutti i poveri della citt.


Castrogiovanni, 10 luglio.

Ma perch ci hanno fatti camminare traverso i monti, per sentieri che  miracolo se nessuno vi lasci la vita? Vero  che abbiam veduta la pingue campagna, una coppa d'oro. Quei bovi che pascolavano per le praterie, fiutavano nell'aria il nostro passaggio, e la fila interminabile di rosso dava loro negli occhi spaventati. Un toro insegu due dei nostri sbrancati e vaganti forse in cerca d'acqua. Li vedemmo correre su per un'erta, colla formidabile testa del furioso animale due passi dalle reni. Un d'essi pot arrampicarsi a un albero, l'altro tirava sempre a correre su d'una ripa dove il toro lo avrebbe arrivato. Senonch un boaro, galoppando curvo che la sua testa era tutta nella criniera del cavallo, giunse coll'asta calata e vibr nel fianco alla bestia come un lanciere. Il toro fugg muggendo, lanciando zolle, flagellando l'aria colla coda rabbiosamente.

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Io pensava che quando eravamo a Gibilrossa, ora un mese e mezzo, furori messi i partiti d'assaltare Palermo o di ritirarsi qui su quest'amba, per ordinarvi la rivoluzione, farsi forti e ripigliare la guerra. Quasi tutti i capitani propendevano per questo, ma Garibaldi no. Volle Palermo. Forse indovinava che ritirati quass avremmo avuto tempo a languire un po'ogni giorno, finch la rivoluzione si sarebbe spenta, e noi con essa.

. . .

Scrivo a pi d'un castello che un tempo dominava la citt. Ora  carcere dove fu chiuso un sergente della compagnia di Agesilao Milano, che n'usc cavato dalla rivoluzione, ma canuto, curvo, spentosi senza la forza nemmeno di potersi rallegrare del suo paese. Cos mi hanno narrato ed io noto. E noto che veggo il lago Pergusa a un cinque miglia da qui. Pare un pezzo di cielo caduto in mezzo a praterie fiorite. Circa lacus lucique sunt plurimi et laetissimi flores omni tempore anni: dice Cicerone parlando d'Enna, l'antica citt ch'oggi  Castrogiovanni. Lo lessi, saran sei anni, nelle Verrine. Chi m'avrebbe detto allora: Vedrai quei luoghi?

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In faccia a Castrogiovanni, Calascibetta sicura, cupa, sul monte che par tutto basalti, rotto d'anfratti, fulminato.
Nella valle il fondaco della Misericordia, lugubre nome che fa luccicare lame di pugnali agitate nella notte da masnadieri.
Veggo laggi la nostra artiglieria, i carri, le sentinelle e un bruso di soldati rossi. Non vi deve essere un alito. Quass invece una brezzolina che sfiora la guancia soave.

. . .

Notizie di Bixio. Conduce la sua brigata per l'isola sulla nostra destra. Ha riveduto il Parco, la Piana de'Greci, Corleone; prosegue alla volta di Girgenti. L i compagni nostri vedranno le ruine dei templi che piacquero a Byron, nella squallida landa sotto cui dorme un gran popolo. Il mandriano guarda indifferente quelle file di colonne silenziose, e il navigante si inchina ad esse da lontano.


Leonforte, 11 luglio.

Il capitano Faustino Tanara solo, ritto su d'un poggiolo, guardava co'suoi piccoli occhi l'orizzonte largo; pareva un aquilotto che stesse cercando una direzione per provarsi a volare. Sulla sua faccia ride l'anima franca e ardita, ma non v' mai allegrezza piena. Eppure la certezza d'essere amato da tutti dovrebbe fargli gettare sprazzi di luce dal core. Che dolce natura! Il pi meschino soldato gli  carissimo, persin Mangiaracina, un siciliano di non so che borgo dell'Etna, testone che pare un maglio in una parrucca fatta di pelle d'orso, e ha gli occhi sotto certe grotte, da dove guardano come due malandrini appostati. Un d vidi Tanara in collera, stanco di Mangiaracina che butta le gambe come un ippopotamo e fa rompere il passo alla compagnia. Gli prese l'orecchio e pizzicando gli disse: "Ma tu perch ci sei venuto con noi; e l'Italia che se ne deve fare della carnaccia tua?". Mangiaracina gli si empirono gli occhi di lacrime, e guardando il suo Capitano come fosse stata la Madonna, umile e dolce rispose: "Cabedano, ci aggio 'no core anch'io". Tanara gli strinse la mano.
Egli ha trent'anni. In battaglia si trasforma. La sua persona nervosa guizza, scatta, squarcia come saetta nelle nubi. Allora tutti lo ammirano; si teme di vederlo l'ultima volta: dopo si rincantuccia malinconico; non gli si pu cavare una parola.


San Filippo d'Argiro, 12 luglio.

Partimmo da Leonforte col fresco delle due dopo la mezzanotte e camminammo lenti sino alla levata del sole. Allora ognuno diede una scossa come fanno gli uccelli, e vol coll'anima per gli orizzonti dell'isola. Le solite vedute. Boschi di mandorli come da noi i castagneti; terreni che dovrebbero gettar oro; qua e l gruppi di contadini che ci guardavano accidiosi e pensando chi sa che cosa di noi.
San Filippo  una cittadetta gaia, e ci si dice che di qua al mare sia la pi bella parte dell'isola. Arrivammo che una processione rientrava in chiesa da non so che giro fatto per chieder pioggia.
Corre voce che una colonna di regi usciti da Siracusa ci attendono verso Catania, Dev'essere vero perch si partir fra poche ore. Una battaglia l dove pugnarono gli Ateniesi di Nida; o a'piedi dell'Etna dove si svolsero tanti drammi delle guerre servili? E Garibaldi non  con noi! Ma se nel forte del combattere arrivasse da Girgenti Bixio, come un uragano?


Adern, 14 luglio. Pomeriggio.

Ho fatto tutta la marcia con Telesforo Catoni che sin da Marsala desideravo d'aver amico. Egli era della compagnia Cairoli e studiava leggi a Pavia. Ha nella persona qualche cosa che attrista; non si sa perch, ma si sente certa compassione di lui. Una capigliatura nera lussureggiante; un par d'occhi che saettano, grandi, eloquenti; una testa che potrebbe essere piantata su d'un atleta; e invece una esilit di membra, un torso tenue che a un soffio dovrebbe piegare. Eppure non  stato addietro un passo, mai. Sta quasi sempre solo; adora Foscolo e il carme dei Sepolcri che sa a memoria, e se ne pasce come d'un cibo leonino. Camminando meco recitava i versi di Maratona, che detti da lui, nella notte, in mezzo alla colonna che marciava, mi parvero i pi belli, i pi forti da Dante in qua. Cantoni ha molto del foscoliano, e chi ponesse il suo ritratto per frontespizio nell'Ortis, ognuno direbbe che certo il povero Jacopo fu cos. Ha diciannove anni,  Mantovano come Nuvolari, come Gatti, come Boldrini, tutta gente bizzarra e valente, che hanno un po'del Sordello.


Patern, 14 luglio.

Da Adern a Patern, una camminata in faccia all'Etna, che da Santa Caterina non si  pi perso di vista. Per la falda che par si rigonfi infinita, trionfano boschi di verde cupo, dai quali si libera e si lancia il gran monte, brullo fino alla cima, bianco di neve, alto che il fumo del cratere vi galla sopra accidioso, come se non potesse salir di pi. Dorme il gigante che conta gli anni dalle sue furie e dai popoli che ha disfatti. Sono tanti e che storie! Eppure spesseggiano nelle macchie i villaggi, lasciando indovinare da lungi la gente felice che deve abitarli.


Catania, 15 luglio.

Credeva d'entrare in una citt di Ciclopi, ma appena oltre la porta minacciosa per i massi di cui e formata, ecco la via lunga fino al mare, ampia, lavata, fresca come vi dovesse passare la processione del Corpus Domini. Eravamo un drappello che precedemmo la brigata e i primi fiori gli avemmo noi. In piazza dell'Elefante una sentinella chiam la guardia, dieci o dodici giovinotti balzarono a schierarsi, presentarono l'armi facendo le faccie fiere. Sono gente del paese intorno, raccolta da Nicola Fabrizi.

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Entr la brigata. Eber cavalcava alla testa, le compagnie camminavano franche, con gli schioppi che uno non passava l'altro, con una cadenza di passo da vecchi soldati; davano piacere a vederle.
Staremo qua riposando alcuni giorni. I borbonici di Siracusa e d'Agosta non si sono mossi; ma bisogner vegliare perch siamo in mezzo ad essi e a quei di Messina.


17 luglio.

Ho bell'e visto; questi per noi sono gli ozi di Capua, Catania ha dei profumi che addormentano. Siede come Venere nella conchiglia, spossata dal godimento d'un cielo, d'una campagna, d'un mare, che sembrano fondersi insieme in una sola vita per farle delizia. Si sente una soavit d'aura anacreontica, su, vino e rose! Lampeggiano gli occhi delle donne uscenti dai templi come Dee, colle vesti bianche, i manti neri di seta fluttuanti dalle trecce per le spalle. E noi guardiamo, noi beviamo l'incanto ammirando.


[DA MILAZZO A MESSINA]

Dov', che cosa  Milazzo? Sono corso a vedere la carta; eccolo tra Cefal e il Faro, una lingua sottile, che si inoltra e par che guizzi nel mare.
D'oggi in l quel po'di terra scura, col castello di cui sento parlare, non mi verr mai vista con la fantasia tra l'acque azzurre, senza che la visione si mescoli di file rosse correnti come rivi di sangue in mezzo al verde dei fichi d'India, pei canneti, nel letto secco dei torrenti, sulla riva del mare torrida e bianca. Medici, Cosenz, Fabrizi, profili austeri balenarono qua e l: non li conosco, ma ormai gli eroi so immaginarli, so come Garibaldi li fa. E vedr passare, quasi fuga di forsennati in mezzo ai nostri, un gruppo di cavalli napoletani. Che vogliono, dove vanno? Intorno al Dittatore appiedato si fa un cerchio di quei cavalli, un arco di spade, di lancie turbina su di lui, suona fino ai pi lontani del campo un urlo di gioia, di ferocia borbonica; ah quello pu essere il momento che salvi la corona a Sofia! Ma Missori e Statella sentono che nel gran poema questo sar il loro canto: e dalla pistola girante del Lombardo gentile, dalla spada del Siracusano cavalleresco, esce la morte meravigliosa. Fuggite, o lancieri! Il vostro capitano vi condusse da Messina promettendo la testa del Leone, ma non lo vedrete pi. Cadde dal suo cavallo colla gola tagliata dal Dittatore. Egli  nella polvere. E Garibaldi dal Veloce che venne fulminando per l'alto mare ad offrirsi, torna a mettersi nella battaglia colle sue grandi ispirazioni di marinaio.
Il canto del poema finir narrando del vecchio castello, dei fuggenti a ricoverarvisi, di Bosco, inutile prode, che avr per grazia del Dittatore spada e cavallo, mentre che ne uscir patteggiato. E al Veloce, sopraggiunto, come fosse stata l'anima del morto Magiaro, si dar il nome di Tukry, l'eroe di Porta Termini.


Catania, 24 luglio.

Parte la Compagnia straniera di Volf. La conduce verso Taormina il capitano Giulio Adamoli, un giovinotto lombardo tutto delicatezza e bravura. Vanno a vedere se da Messina si  mossa gente borbonica per affrontarci, e domani partir la brigata.


27 luglio.

Arrivarono polverosi, ma abbaglianti; la banda in testa suonava una marcia guerriera. Bixio, su d'uno stallone pece che gli brillava sotto leggero come una rondine, la faccia bruna incorniciata dal capperuccio candido, pareva un Emiro che tornasse da una spedizione misteriosa nel deserto. Volteggi spigliato cogli ufficiali che aveva dietro, si piant in un punto della piazza in faccia all'elefante di pietra che sta l sonnolento: a un suo comando la fila si spezz, i battaglioni piegarono, voltarono rapidi, giusti, attelati, e si fermarono in un bell'ordine di colonna che parea fatto di soldati messi l uno alla volta. Questo  un reggimento da presentargli le armi i pi vecchi del mestiere. Ne parlai con gli amici, e mi hanno detto che attraverso l'isola Bixio non gli ha lasciati riposare un istante. I soldati per le marce forzate, furono pi d'una volta sul punto d'ammutinarsi: ma s! chi oserebbe essere il primo con quest'uomo che non mangia, non dorme, non resta mai?
Non saprei perch, ma egli entrando in Catania non pareva guari contento. Anzi gli cresceva quella minaccia che ha sempre tra ciglio e ciglio.
Chi sa come vada d'accordo con quel capitano che gli vidi a lato e che dev'essere suo Capo di Stato Maggiore? Colui sta a cavallo colle gambe spenzolate come fossero di cenci ma nella vita pare corazzato. Ha i capelli a lucignoli scialbi come la pelle, guarda che pare l per addormentarsi. Ma sotto i mustacchi, uno pi lungo dell'altro e cadente, la bocca ride sempre d'un riso sprezzatore, mentre l'orecchio pare teso ad ascoltare rumori misteriosi, lontani. Mi dicono che sia un alto ingegno venuto su dall'esercito piemontese. V'era sottotenente dei bersaglieri sin dal quarantotto; ma per non so che sdegno patriottico ne usc, quando avvennero i fatti di Milano nel cinquantatre. Tutti mi hanno l'aria di star in guardia da lui; buon compagno d'armi ma derisore che dove tocca scotta o leva il brano. Prenderebbe in canzonatura magari il Dittatore; ed io lo chiamo Mefistofele in camicia rossa.  Giovanni Turbiglio.


Giardini, 28 luglio.

Aci Reale, Giarre, Giardini, tre cittadette che il mare le vuole e l'Etna le tira a'suoi piedi come schiave. Si va, si va e sempre questo monte che non finisce mai di mutare aspetti, sempre quelle sue falde fresche d'ombre che uno le gode con gli occhi, tirando innanzi a camminare divorato dal sole, nella strada gialla, polverosa di lava, sulla quale danza un calore che a stender la mano par di palparlo, rete d metallo infocato.
A destra, fin dove pu l'occhio, un azzurro di mare che non somiglia punto a quel di Liguria, n a quello l di Marsala.  il nostro bel mare, per tutto, ma qui ha trasparenze profonde, lontane, direi successive come i cieli di Dante. Forse ha senso di godimento sotto questo sole che gli penetra sin nel fondo; perch in quest'ora di mezzod ha quasi un'aria di infinita bont. Mi fiderei di dire che vi si pu camminare sopra a piedi asciutti, e a guardarlo m'entra nell'anima la soavit squisita di cose intese da fanciullo, i cieli, i laghi, le buone genti di Galilea.
Ma l, oltre quell'ultima linea che altrove par finire in un balzo pauroso alla fantasia, s'indovinano terre come queste e pi deliziose. La Grecia non pot, non potrebbe essere che laggi. Par di sentire un profumo d'antico e un suono da quella parte venuto in qua nell'aria, nell'acque; dolce oggi come allora quando Virgilio cantava gli amori dell'Alfeo con l'Aretusa.

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E Sant'Alessio  un fortino l sulla via, fatto anticamente per dar da ridere ai barbareschi. Non v' una guardia, ma quel vecchio cannone da quella balestriera come parca che ammiccasse! Raveggi, passando meco a pi del forte, mi disse: "Ecco il mio sogno! Aver quarant'anni e pi ed esser messo qui con quattro veterani slombati. Me ne starei sdraiato ora su d'uno spalto ora d'un altro, guardando il mare attento attento, invecchiando adagio adagio, bevendo a sorsi la vita, il vino e le fantasticherie della mia testa".


In riva al mare.

Comincio a vedere chiara l'ultima punta di Spartivento. Quando da giovanetti dicevamo in versi: Dall'Alpe a Spartivento! io questi azzurri gli aveva indovinati, veduti, respirati. Ma ora non mi proverei neanche a descriverlo il digradarsi di tinte turchine, tante sfumature quanti sonvi piccol promontori sin laggi dove troveremo Messina. E quelle linee l oltre lo stretto che paiono guizzi nell'aria, tutti monti della favolosa Calabria, dove chi pose piede coll'armi in pugno sempre mor?
Silenziose, gravi, fumose come avessero Pensieri tristi, le navi napolitane vanno e vengono per lo Stretto. Passare all'altra riva, ecco il problema. Ma il Dittatore vive.


Messina. 27 luglio.

Sul piano di Terranova, tra la citt e la cittadella, stanno due file di sentinelle, borboniche e nostre. Tra le due file una ventina di passi, terreno neutrale. Le sentinelle si guardano, appiccano discorso, tirano innanzi un pezzo, poi o si fanno il broncio, o qualcuna dalla parte borbonica piglia la corsa e si rifugia di qua, gridando viva l'Italia, gettando berretto, budrieri, ogni cosa; mentre una turba di fruttaiole e di pescivendoli si fanno addosso al disertore per divorarselo a baci. Ma alle volte i nostri tentano gli altri invano, e scappa detta qualche impertinenza. Allora uno, due, tre borbonici lasciano andare la schioppettata, i nostri rispondono; ed ecco un allarme generale, un suon di tamburi e di trombe da noi e nella cittadella. Sui bastioni spuntano le teste dei cannonieri, le miccie fumano. Ma corre un ufficiale di Stato Maggiore, nostro, uno borbonico esce dalla cittadella; si incontrano, si parlano, si stringono la mano, poi danno di volta e tutto  finito. Commediole che fanno ridere, ma che a qualcuno costano care. Stamane la cittadella tir persino una cannonata. La palla enorme sfor netto un casotto da doganieri, e and rotolando lontano lungo il molo. I nostri corsero furiosi da tutte le parti, e vidi un mutilato giovane saltellare colla sua gamba di legno per tener piede ai pi pronti. Agitava uno schioppo colla baionetta inastata, e gridava che era tempo di dar l'assalto.


Messina. Tornando da Torre del Faro. 28 luglio.

Sino a Torre del Faro  una deliziosa passeggiata. Per un tratto villaggi puliti anche assai; dopo, una landa sabbiosa via via fin dove balza la Torre bianca su da un mucchio di casupole grame. Poco verde l intorno; ma splende nel fondo il mare, poi la lontananza dove non si vede pi che colla fantasia, chi n'ha.
In faccia a Torre del Faro, di l dallo Stretto, tira l'occhio una riga di verde cupo, a'pi delle montagne, che paiono incalzarsi e venir gi rovinando per colmare i fondi del mare tra le due terre. Qua e l quel verde  interrotto da villaggi biancheggianti; sulla spiaggia move gente; file di armati luccicano di continuo di su di gi per una strada che deve menare a Reggio. In mare, le navi della crociera, che guardano qua dove si lavora di zappa e di badile, a piantare certi cannoni! Riconobbi tra quei ferravecchi la colubrina che portammo da Orbetello. La civettona sta l in batteria, allunga il collo verde fuori della gabbionata, un bel d far la rota come una tacchina. Ha una storia essa! Ma se i cannonieri che le fanno la guardia e la lisciano, sapessero le eresie che ci ha fatto dire da Marsala a Piana de'Greci, la butterebbero in mare.

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Il Dittatore se ne sta chiuso in una cameruccia a tetto l nella Torre, e intorno a quella accampano i Carabinieri genovesi. Non sono pi i quarantasette di Calatafimi, drappello insuperabile per coscienza, ardimenti, virt militare. Ma quelli hanno formato il quadro d'un battaglione che a Milazzo corse il campo come un uragano, e lo tenne dovunque apparve. N sono tutti liguri. Le loro file si sono aperte a giovani d'ogni parte d'Italia; e quei cinque o sei sopravvissuti all'eccidio di Sapri, che appena liberati dalle fosse della Favignana vollero vestirne l'uniforme, portarono nel battaglione un alito della grande anima di Pisacane.


Fiumara della Guardia, 9 agosto.

Ieri sera quando fu ben buio, venti barche si staccarono dalla riva di Torre del Faro, la prora diritta alla Calabria. Portavano ognuna dieci o dodici uomini armati, sull'ultima, ritto, gli accompagnava il Dittatore. Si innoltrarono nel silenzio dello stretto e presto furono perdute di vista. Le navi da guerra borboniche erano state sino a sera incrociando l in faccia; alcune si erano poi andate a porre dietro il promontorio di Sicilia, in quell'ombra vaporosa che, di giorno, veduta di qui, mi pare un sogno sereno avuto da fanciullo. Ma due erano rimaste nel bel mezzo del canale. I nostri in folla alla riva, stettero coll'agonia di sentire fra momenti l'urlo dei compagni sommersi: o forse qua e l per lo stretto sarebbero scoppiati gli incendi delle navi nemiche. Ma verso le undici il forte di Scilla balen, una cannonata dest tutti i campi delle due sponde; poi si intesero delle schioppettate l nell'oscurit lontana; dopo, un silenzio come quando  calato il coperchio d'una sepoltura.

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Ora si sa quel che avvenne. A mezzo lo stretto, il Dittatore, accertato che le barche non avevano pi nulla a temere delle navi borboniche, lasci che andassero innanzi, designandone per guida una dalla vela latina. E torn di qua. Su quelle barche navigavano Alberto Mario, Missori, Nullo, Curzio, Salomone, il fiore dei nostri con un dugento volontari scelti, comandati dal capitano Racchetti della brigata Sacchi; capo dell'impresa Musolino da Pizzo.
Due barcaiuoli che v'erano mi narrarono, e narrando tremavano ancora che quando si avvidero del passo cui i nostri si andavano a mettere, essi non volevano pi remare. Ma costretti, piangendo, pregando Maria e i Santi, tirarono innanzi con quei demonii. Nel buio alcune barche si staccarono dal gruppo e si smarrirono verso Scilla. I napoletani dal Forte avendole scoperte tirarono quella maledetta cannonata, appunto mentre il resto della spedizione toccava il punto designato, vicino all'altro Forte di Torre Cavallo e sbarcava scale, corde, arnesi d'ogni fatta per darvi la scalata. Nacque un po'di confusione; le barche pigliarono il largo veloci, lasciando i nostri sull'altra sponda, nelle tenebre, senza guide, e alle prese colle pattuglie napoletane uscite dal Forte.

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La nostra brigata era venuta qui per essere trasportata in Calabria se l'operazione di ieri notte riusciva. Occupiamo il greto d'un torrente, allo sbocco d'una vallicella allegra e ben coltivata. Nessuno ha mosso una pietra; non si vedono quei lavoretti che fanno i soldati per accomodarsi il campo dove sanno d'aver a stare: tutti si tengono come uccelli sul ramo pronti a volar via.

Fiumara della Guardia, 10 agosto.

Fra noi e i trecento nostri, il mare, le navi, e i borbonici dell'altra sponda!
Sono l in faccia, su quella costa di monte in quel verde pallido, sopra Villa San Giovanni, ma lontani, in alto. Vediamo del fumo che cresce, si allarga, si fa fitto; si sentono le schioppettate sorde. S'indovina col cuore che i nostri assaliti si difendono, superbi di combattere, trecento al cospetto di tutti i reggimenti accampati di qua, da Messina al Faro!

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Ebbi un lampo nell'anima. Il desiderio di questa Sicilia che mi tirava a s da tanto tempo, empiendomi la fantasia di delizie e il core di pene misteriose; quella certezza che aveva di trovare nell'isola, non sapeva chi, ma qualcuno conosciuto, caro, un amico; tutto mi veniva dall'aver letto, anni sono, il Dottor Antonio di Giovanni Ruffini. Me ne sono avveduto dianzi udendo rammentare questo libro, che mi tenne sull'ali tanti giorni dopo che l'ebbi letto. E fui l per inginocchiarmi sull'arena, a ringraziare a mani giunte lo scrittore che dall'Inghilterra rivel all'Italia questa parte delle sue terre, questo popolo qual , o qual sar, non importa.


11 agosto.

Una sfilata d'ufficiali. Quel colonnello quadrato, che camminando tentenna la testa grigia come minacciasse qualcuno dinanzi a s,  un inglese che colla carabina coglie dove vuole. Si chiama Peard. Non ha un comando, ma tiene sempre dietro al corpo pi vicino al nemico. Porta i suoi cinquant'anni come noi i nostri venti, fa la guerra da invaghito, tira in campo come a una caccia di tigri, ed ama l'Italia. L'altro che gli somiglia un po' il maggiore Specchi. Artista e soldato, ha sparso del proprio sangue dovunque si  combattuto per la libert, in Italia e fuori, Non  mai stato al fuoco che non abbia toccata una ferita. L'ultima l'ebbe a Milazzo. Il Dittatore gli vuol bene come a un fratello; perch hanno vissuto insieme pel mondo, dopo la caduta della Repubblica romana, adorando e sperando. Quello con gran barba, un po'curvo, vestito di scuro, era De Flotte. Camminava a lato di Specchi, e come vecchi amici parlavano tra loro. De Flotte  una di quelle persone la vita delle quali si indovina alla mestizia serena, che hanno in tutto l'essere: e la fantasia vede la croce sotto il cui peso camminano stentando. Egli, rappresentante del popolo quando il colpo di Stato si gett sopra Parigi, stette fino all'ultimo della resistenza, poi esul. Credo che fosse ufficiale di marina. Qui non  che un uomo di buona volont che rispose alla chiamata d'Italia come i Polacchi, gli Ungheresi, tutti i generosi d'altre patrie, che ci hanno portato le loro spade gloriose.
Vidi Nicola Fabrizi, una figura da Condottiero biblico. Se quest'uomo fosse comparso in un congresso di Re, a domandare giustizia per l'Italia, i Re si sarebbero alzati a riverire in lui il popolo che pu dare un cittadino della sua sorte. Semplice, non mai accigliato, pare che spanda intorno un'aura di benevolenza; passa, e si vorrebbe mettersi a camminargli dietro, sicuri d'andar con lui a buona meta. Se un fanciullo gli si abbracciasse alle ginocchia in un momento che per Fabrizi fosse di vita o di morte, egli si chinerebbe a carezzarlo. Dai tempi di Ciro Menotti, va innanzi costui! Ha creduto, gli  cresciuta la fede ogni d; non si  mai volto addietro; gli anni non gli han fatto cadere le penne, ed ebbe sempre certezza di vedere il gran giorno d'Italia. Ora che si comincia a sapere come il Dittatore pot lanciarsi a questa impresa, si sa che Fabrizi da Malta, Crispi e Bixio in Genova, gli hanno messo nella coscienza che l'Italia si deve farla in quest'anno o forse mai pi.

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Ho riveduto il maggiore Vincenzo Statella con un taglio di traverso nel naso, che rialza la fierezza impressa sulla sua faccia. Un ufficiale ungherese trottava da Torre del Faro, portando non so che ordini del Dittatore. A un certo segno si ferm a pi d'una batteria, chiedendo qualcosa a Statella che era lass. Statella, o non badasse o non capisse, l'Ungherese grid, Statella rispose stizzito. Quattro e quattr'otto, fu combinato l per l, di scambiare due colpi di sciabola; Statella ne tocc, l'Ungherese tir avanti al suo destino.
Questo figlio di prncipi, che ha il padre generale borbonico dei pi vecchi e dei pi devoti, capit anelando a Palermo ad abbracciare il Dittatore, il suo vecchio capitano del 1849, venuto a liberargli l'isola. Chi l'avrebbe sognato?  di Siracusa. La sua nobilt l'ha scritta in fronte; ma il suo coraggio!... Ne parleranno i lancieri borbonici potuti scampare a Milazzo da Missori e da lui.


15 agosto.

Il Veloce che nel 1848 era un legno da guerra della Rivoluzione siciliana, preso poi dai Borboni, fu ricondotto alla Rivoluzione da un Anguissola, e ribattezzato col nome di Tukry. A Milazzo lavor da buono; e l'altra notte il Piola, ufficiale della marina sarda, lo condusse a un'impresa che se riusciva!... Si voleva spingersi a Castellamare, impadronirsi del Monarca, vascello borbonico da ottanta cannoni, e a rimorchio menarlo qui, per piantarlo al Faro come una fortezza. Il Tukry arriv a Castellamare senza incontri. Era mezzanotte: il Monarca giganteggiava nero sull'acque. Pareva cosa fatta. Alcuni dei nostri bersaglieri del battaglione Bonnet, si calarono nelle lance per tagliare le gomene del Monarca; altri davano gi la scalata; ma ecco l'allarme, le trombe, i tamburi, tutta la guarnigione di Castellamare corsa a far fuoco; e cannonate, e schioppettate a grandine. Fu forza rinunciare alla presa. Il comandante del Tukry stim inutile stare a farsi cogliere e si ritir; ma lento come Ajace, a suo agio, lasciando i Napoletani a mitragliare le tenebre.

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Spira un'aria di mistero che pare venga fuori da non so che antro. Non si  pi visto il Dittatore da parecchi giorni, e chi dice che  via, chi vuole che se ne stia chiuso nella Torre del Faro. Come il Corrado di Byron, se ci fosse Gulnara!

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Ho voluto dare una corsa fino a Giardini. Quella costa, quelle cittadette mi erano rimaste tanto nel cuore! Trovai per via molti amici della brigata Bixio, che tutti hanno ormai qualcosa di lui nel fare, nel dire, sin nella guardatura. Questo generale pare fatto per tempi come questi e per noi. Piglia la gente, la rimpasta, la rif: con lui o fare, o rimanere spezzati in mezzo alla via. Uno sguardo, una parola; non basta? gli scatta via magari una sciabolata: e questa  la sola deformit del suo essere. Se ne lagnano tutti; ogni poco i suoi volontari vorrebbero abbandonarlo.  violento,  insopportabile! "Ebbene? Sotto chi preferireste servire? Sentiamo". "Ma!... eh!... sotto Bixio!". Infatti non ci sono in Italia trenta come lui. Se una palla lo toglie di mezzo, sarebbe come ad avere le nostre forze scemate a un tratto un bel poco: e se il Borbone avesse un ufficiale come Bixio, forse... ma no, non voglio scrivere questo pensiero. Dicono che Bosco vale lui? Eresia!
Bixio in pochi giorni ha lasciato mezzo il suo cuore a brani, su per i villaggi dell'Etna scoppiati a tumulti scellerati. Fu visto qua e l, apparizione terribile. A Bronte, divisione di beni, incendi, vendette, orgie da oscurare il sole, e per giunta viva a Garibaldi. Bixio piglia con s un battaglione, due; a cavallo, in carrozza, su carri, arrivi chi arriver lass, ma via. Camminando era un incontro continuo di gente scampata alle stragi. Supplicavano, tendevano le mani a lui, agli ufficiali, qualcuno gridando: Oh non andate, ammazzeranno anche voi! Ma Bixio avanti per due giorni, coprendo la via de'suoi che non ne potevano pi, arriva con pochi: bastano alla vista di cose da cavarsi gli occhi per l'orrore! Case incendiate coi padroni dentro; gente sgozzata per le vie; nei seminari i giovanetti trucidati a pi del vecchio Rettore. "Caricateli alla baionetta!". Quei feroci sono presi, legati, tanti che bisogna faticare per ridursi a sceglier i pi tristi, un centinaio. Poi un proclama di Bixio  lanciato come lingua di fuoco: "Bronte colpevole di lesa umanit  dichiarato in istato d'assedio: consegna delle armi o morte: disciolti Municipio, Guardia Nazionale, tutto: imposta una tassa di guerra per ogni ora sin che l'ordine sia ristabilito". E i rei sono giudicati da un Consiglio di guerra. Sei vanno a morte, fucilati nel dorso con l'avvocato Lombardi, un vecchio di sessant'anni, capo della tregenda infame. Fra gli esecutori della sentenza v'erano dei giovani dolci e gentili, medici, artisti in camicia rossa. Che dolore! Bixio assisteva cogli occhi pieni di lagrime.
Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma niuno os pi muoversi. Sia pur lontano quanto ci porter la guerra, il terrore di rivederlo nella sua collera, che quando si desta prorompe da lui come un uragano, baster a tenere quieta la gente dell'Etna. Se no, ecco quello che ha scritto: "Con noi poche parole; o voi restate tranquilli, o noi, in nome della giustizia e della patria nostra, vi struggiamo come nemici dell'umanit".
Vive chi ricorda d'una sommossa avvenuta per quei paesi lass, sono quarant'anni. Un generale Costa v'and con tremila soldati e quattro cannoni, ma dov dare di volta senza aver fatto nulla.
E sul finire del secolo passato, il titolo di duca di Bronte, fu dato a Nelson. Bixio che titolo gli daremo? Non questo che fu di chi strozz Caracciolo!

Messina, 18 agosto.

Il Dittatore non  pi a Torre del Faro, n a Messina, n in Sicilia: si sente da tutti come qualcosa che sia venuto meno nell'aria, nella natura, in noi: ma nessuno osa dire n chiedere che sia stato di lui. Pare che ognuno temerebbe di sentirselo galoppare addosso gridando: "Tu che vuoi sapere?",
Intanto s'odono dei discorsi cozzanti come sciabole. C'entra l'Imperatore di Francia, c'entra Vittorio Emanuele, e una lettera che si dice egli abbia scritta al Dittatore, per intimargli di astenersi d'ora in poi da qualunque passo contro il re di Napoli.
- Lustre per tener a bada l'Europa! dice uno.
- Scrivano e leggano, dice un altro, noi intanto una di queste notti passeremo lo Stretto.
Ma quelli che vorrebbero andare pi alla lesta, dicono addirittura che Vittorio farebbe meglio a mandar Persano col Govrnolo e colla Maria Adelaide, a piantarsi in mezzo al Canale per farci far largo.


20 agosto, mattino.

Cannonate laggi in mare verso il Capo dell'Armi! Che poesia di nomi! Ma che sgomento pensar che ogni colpo spegne la vita a tanti, tra i quali pu essere qualche amico che non vedremo mai pi. Gente che viene da Catania dice che nella notte arrivarono a Giardini due vapori, che tutti quei di Bixio vi montarono, ma non sanno altro...
Bixio  in Calabria, Bixio! Col Dittatore! Dunque  ricomparso improvviso un'altra volta su la spiaggia nemica, quest'uomo che un po'pare appena vivo, un po'si trasforma arcangelo che spiega l'ali e rota la spada come un raggio di sole! Marsala e Melito, due nomi, due sbarchi; Garibaldi e Bixio due volte nello stesso cielo di gloria; e noi qui che si vorrebbe tutti gettarsi in mare e nuotando arrivar di l. Non ho mai sentito com'ora l'avidit fusa da Virgilio nell'ombre del sesto canto:

..... Stavan pregando,
E le mani tendean pel gran desio
Dell'altra sponda....

E poich tanto romanticismo portato da Garibaldi nell'arte della guerra, non fa dimenticare la gentilezza classica di Virgilio; io, immaginando la Corte di Napoli quale deve essere all'annunzio del Dittatore in Calabria, al rumor d'armi crescente, odo ancora la nota malinconica dell'Eneide che mescola di lutti diversi la reggia. Oh quella Regina, che pianti! Si capisce come il generale Bosco bello e prode, preso da tanto dolore si sia tutto votato ad essa dopo Milazzo. Ma Garibaldi indovino l'ha vincolato a non tornare in campo prima di sei mesi. E Francesco secondo perch non monta a cavallo e non viene a piantarsi ai passi di Monteleone? Eccolo! Perire l; o ricacciandoci, affogarci tutti in questo mare, che di notte o di giorno vogliam passare.

22 agosto 1860. Al Faro.

E ora mi pare di aver pi profondo, pi intero, anche il sentimento di quei versi del Manzoni: Dolente per sempre chi Dovr dir sospirando: io non v'era!  un patimento, un dolore squisito, che non somiglia a nessun altro dolore. I nostri sono di l, hanno combattuto, e noi non c'eravamo!
O frate Calasanziano maestro mio; cosa fai, in questo momento, nella tua cella, donde, in quello scoppio del quarantotto che noi sentimmo appena da fanciulli, l'anima tua di trovatore si lanci fuori ebra di patria? E quasi voleva andarsene dalla terra, quel giorno del quarantanove orrendo, quando dalla cattedra dicesti ai tuoi scolari: Fummo vinti a Novara!
Ci narravano i pi grandi, che il padre maestro, dicendo cos, era caduto sfinito: e noi mirandolo per i corridoi del collegio, rapido, sempre agitato, fronte alta, capelli bianchi all'aria, e l'occhio in un mondo ch'egli solo vedeva; ci sentivamo mancar le ginocchia e pensavamo a Sordello di cui, leggendoci Dante, ci voleva infondere la gentilezza, la forza e lo sdegno.
Fu lui, gran frate, che del cinquantatre ci lesse, nella scuola, l'ode: Soffermati sull'arida sponda. Non disse il nome dell'autore, ma promise il primo posto a chi lo avesse indovinato. Indovinammo tutti! Non avevamo gi letto il Coro del Carmagnola?
Ora di quell'Ode mi torna l'ultima strofe e l'accento con cui il padre leggeva: Dovr dir sospirando: io non v'era! E a lui, in questo momento, ritornano forse le immaginazioni di noi sette od otto suoi scolari che siam qui; forse ricorda come ci faceva raggiar di collera quando ci leggeva nel Colletta la morte del Caracciolo, o gli eccidi dei Napoletani del novantanove; forse dice che alle guerre di Sicilia ci prepar egli stesso.


25 d'agosto. Spiaggia del Faro.

A Bagnara, l in faccia, sulla sponda Calabrese, gran lutto. Ieri, mentre sbarcavano quelli del Cosenz, fucilati dai Napoletani del general Briganti, cadde morto La Flotte nella sua camicia rossa di colonnello garibaldino. Narrano che mentre s'imbarcavano qui al Faro, il maggiore Specchi volle dargli una rivoltella, e ch'egli sorridendo e ringraziando avrebbe voluto non accettarla; perch, disse, al primo colpo che avesse tirato contro un uomo, un altro avrebbe ucciso lui. Dunque voleva andar tra i nemici come il vecchio eroe dell'Henriade, che si cacciava nella mischia, sempre esposto a morire senza ammazzare mai? - La Flotte mor. Ma il Dittatore lo fa vivere per la gloria della Francia e dell'umanit, gridandolo nell'ordine del giorno con parole che valgono ben pi d'ogni vita.
Dormir La Flotte nella poetica terra di Calabria, che tanto ora  sua pi che nostra: lo nomineremo noi, tutta la guerra, perch dicono che da lui sar chiamata la compagnia di quei dugencinquanta francesi, venuti a portarci il fiore del loro coraggio.

26 d'agosto.

A segno di stella.
Il campo era cos. Gi nelle bassure, e sulla riva del mare la brigata del general Briganti; su in alto come spettatori sulle gradinate d'un teatro antico, i nostri. Ma se i Napoletani non si arrenderanno, tutta quella nostra gente roviner loro addosso e li affogher nel mare. Si aspetta;  notte, Garibaldi li vuole prima dell'alba; e agli avamposti.
- Tenente, avete orologio?
- Generale, no.
- Non fa nulla! Coricatevi qui, cos: guardate quella stella, quella pi lucente, l: e guardate anche quell'albero. Quando la punta di esso vi nasconder la stella, saranno le due. Allora su, e all'armi!
Cos, con la semplicit d'un Re pastore, con l'eleganza d'un eroe Senofonteo, meglio ancora! cos come egli stesso nelle foreste vergini Riograndesi de'suoi giovani anni, Garibaldi diede l'ora a segno di stella.
Ma d'assalto non ce ne fu bisogno. Dicono che il general Briganti si vide col Dittatore, e che patteggi la sospensione dell'armi. Me l'hanno descritto. Che spettacolo tutta quella brigata ridotta a nulla, quei soldati mandati sciolti! Non li vidi, ne godo; devono essere cose da rompere il cuore.


27 d'agosto.

Altre nuove! Pare il marzo, quando i ghiacci si rompono, e vanno via a grandi pezzi portati dalla corrente. Il generale Melendez, con un'altra brigata, circondato dai nostri, la sciolse e se n'and. I comandanti borbonici si lavano le mani di tutto l'uno su l'altro, da grado a grado; non c' pi disciplina, tutto si squaglia. Gli  che la Reggia e piena d'imbelli; e la Rivoluzione avvolse l'esercito come di un'aria che non si pu respirare.
Ma si dice che, ier l'altro, il general Briganti se ne andava solo soletto a cavallo, verso chi sa dove, per far chi sa che cosa, e che arrivato a Mileto si imbatt nel quindicesimo reggimento napoletano, accampato, tra gli urli: Al traditore! Allora egli smont e, a piedi, si avanz in mezzo ai soldati. La sua maest di vecchio e la calma del volto potevano vincere; ma un tamburo maggiore gli si avvent con una puntata del suo bastone, e lo pass fuori fuori a morte. Altri dicono che fu ucciso con una schioppettata a bruciapelo.
Quando traverseremo quella campagna tragica, mi parr che l'aria tremi ancora del truce fatto. Tutte tragiche queste rupi della Calabria! L presso devono essere stati uccisi i Romeo; non lontano di l dev'essere il passo dell'Angitola dove, nel quarantotto, caddero i Calabresi e la gente dei Musolino. Passo passo c' tutta la storia dei francesi di re Giuseppe e di re Gioacchino...; e non sorge re Gioacchino stesso, tragica ombra su quel Pizzo laggi?
Ma di quel povero general Briganti non me ne posso dar pace! Ho inteso dire che in Palermo, quel giorno che Garibaldi c'entr da Porta Termini, egli comandava nel forte di Castellamare, e che non sapeva risolversi a dar l'ordine di bombardare la citt. Sussurrano pure che allora, tra gli ufficiali, ci avesse un figlio, ma di tutt'altro cuore. Che misteri sotto le tuniche dei soldati, quando sul trono v' Nerone o Augustolo, e di mezzo fra trono e soldati c' la patria che geme!


[MARCIA TRIONFALE VERSO NAPOLI]


30 d'agosto.

Viaggiamo sul Carmel, vapore postale francese che viene dai porti della Siria, e ci pigli a Messina, un centinaio, quasi tutti feriti o malati che se ne vanno a casa un po'di giorni. C' il Medici di Bergamo, furioso per nostalgia, che vorrebbe uccidere il Comandante, perch gli pare che il vapore non voli come bramerebbe lui. Sul castello di poppa vi sono delle signore che ci fanno un'aria di primavera soave. Bellissime due giovinette catanesi che paiono fatte di sogni.
Tutta gente felice, tranne quella bella donna francese, alta grigia, che forse avr quarant'anni. Dice un capitano di fanteria francese ch'essa fu nella Siria, donde torna anche lui, e che vi fu a cercar il sepolcro di un suo figliuolo, sottotenente, che vi mor. Il capitano parla dei cristiani del Libano e delle armi di Francia laggi: par sin che gli dolga della nostra guerra, perch non lascia badare alle cose di quella parte cos bella e cos poetica della terra. Ma quei di Calabria e di tutto il Regno non sono cristiani che gemono peggio che sotto i Turchi?


Nel porto di Napoli, 31 d'agosto.

Il cielo, il golfo, l'isola, il Vesuvio che esulta nell'azzurro ardente, e tutta la campagna che si ammanta di colori fini, sempre pi fini, via via sin laggi dove sfuma nell'aria; nulla, sa nulla di quel che avviene? Ma! l'immensa citt che sgomenta a vederla, bolle di passione che si indovina. Quella  la Reggia. Dunque da quei balconi, mostrando loro i galeotti nel bagno, Ferdinando secondo diceva ai figli suoi che quelle catene erano l'alfabeto dei giovani prncipi?
Lontano, lungo una via a mare, si vede una colonna di soldati che vanno, vanno, vanno. Chi sa cosa sar di loro tra pochi giorni? Guardo il mare qui attorno. Forse il Carmel galleggia nel punto dove, improvviso, venne su dall'acqua il cadavere del Caracciolo, son sessant'anni. Tra questi vecchi barcaroli che vengono intorno al Carmel, vi potrebbe essere chi lo vide: eppure a noi il fatto d un senso di antichit buia buia. Le barche della polizia ci rondeggiano intorno, ma dei signori napoletani son venuti a bordo lo stesso, e si son lasciati vedere a parlare con noi. Garibaldi, Garibaldi;  il loro spasimato desiderio, la loro agonia. Quando verr?
Un signore nostro compagno di viaggio che fece un giro per la citt, torna e dice che vi si parla d'una gran cosa avvenuta in Calabria. A Soveria Mannelli, Garibaldi avrebbe fatto deporre le armi ai quindicimila soldati del general Ghio! Ma allora che far il re di Napoli? Si stenta a non lasciarsi prendere da un certo sentimento di compassione.


Salpando da Civitavecchia, lo settembre 1860.

Il capitano Lavarello, vecchio lupo di mare, livornese, ci chiam in disparte e ci disse una bella cosa. "Ecco l. Quella goletta da guerra pontificia  l'Immacolata. Chi ci sta a un bel colpo da corsari? Tutti? Allora si aspetta un altro poco, si dice a tutti questi garibaldini di badare a noi, si salta sul Comandante del Carmel e sui suoi, si mettono gi sotto coperta senza toccar loro un capello, ma chi si muove guai! Un po'di voi si calano dal vapore con una gomena, balzano sulla goletta del papa, spazzano nella stiva quei pochi mozzi che vi sono sopra, poi si legano a noi, io prendo il comando del Carmel e a tutto vapore rimorchio via l'Immacolata. Quando ne avranno accese le macchine, vi monto su io, lasciamo che il Carmel se ne vada al suo destino, e noi navighiamo verso la Calabria, a far della goletta un presente a Garibaldi".
Pareva cosa fatta. E si pregustava gi non so che gioia, come a leggere Byron. Chi sa che strida le signore, chi sa il capitano francese che abbiam con noi, e il soldato francese che era l in sentinella sulla punta del molo! E poi chi sa che fuga gi pel mare, e che pericoli, e che misteri! Ma a un tratto il Carmel si mise a salpar l'ncora e addio. Mentre ci allontaniamo, guardo laggi i monti del Lazio. Da quest'acque, Garibaldi giovinetto pens la prima volta a Roma.


Napoli, 14 settembre 1860.

Dieci o dodici giorni sono, quando vidi Napoli dal porto, mi sarei lanciato gi dal Carmel per arrivarvi a nuoto. Ora che ci sono, non mi par pi... Forse  stordimento. Grande, immensa, varia da perdervisi, e fastosa fin nello sfoggio della miseria. Non vidi mai sudiciume portato in mostra cos! Ho dato una corsa pei quartieri poveri; c' qualcosa che d al cervello come a traversare un padule. La gente vi brulica, bisogna farsi piccini per passare, e si vien via assordati. Ma su tutte quelle faccie si vede l'effusione di un'anima che si  destata e aspetta... Chi sa cosa vogliono, cosa sperano, chi sa? E se una notte si scatenassero, a furia, urlando Viva chi sa che Santo, che sarebbe di noi, che cosa del Dittatore? Eppure egli se ne sta sicuro nel palazzo d'Angri. Dubitosi siam noi piccini e di poca fede: egli ne ha da movere le montagne, e si sente dentro l'anima di tutto il popolo. Forse che non fece tutto quello che volle? E cosa avremmo potuto noi poche migliaia se alla testa non avessimo avuto lui? E messi tutti in un solo con tutte le loro virt, avrebbero potuto quel che egli pot tutti i generali d'Italia? Bisognava il suo cuore, e forse quella sua testa, quella sua faccia che fa pensare a Mos, a un Ges guerriero, a Carlomagno. E chi lo vede  vinto.

14 settembre. Nei Granili di Napoli.

Ritrovo la mia brigata. Nulla, nulla! Il senso che d questo sentirsi assorbito nella vita d'un gran corpo di giovinezza, d'amore e valore, non c' nulla che lo possa dare! Li ho riveduti tutti! Catanzaro, Tiriolo, Soveria, Rogliano, Cosenza, la brigata Eber cammin per tutto quel tratto della Calabria, tenda il cielo, letto la terra, ma senza tirare una schioppettata. Mi descrive tutto Daniele Piccinini, il pi bel capitano della brigata.
A Cosenza si trovarono quasi tutti i Corpi delle nostre Divisioni, a un tempo, come se ci si fossero data la posta. Fu un pensiero di Bixio? Schierate sul terreno, dove sedici anni
sono caddero fucilati i Bandiera, le Divisioni fecero una commemorazione eroica. Bixio incendi l'aria cos: "Soldati della rivoluzione italiana, soldati della rivoluzione europea; noi che non ci scopriamo se non dinanzi a Dio, ci inchiniamo alla tomba dei Bandiera che sono i nostri Santi!". - E le Divisioni ascoltavano mute il discorso breve, vibrato e tempestoso come il mare su cui Bixio visse mezza la vita. Dice Piccinini che se ad ognuno fosse stato detto: Vorresti essere uno di quei morti? ognuno avrebbe risposto che s, che s. Perch Bixio li fece passar vivi e trionfanti dinanzi a tutti, s che la loro morte parve pi bella delle nostre vittorie. Certo il martirio ha molto pi di divino che il trionfo.
E mentre la cerimonia si compiva nel Vallo di Crati, il Dittatore entrava in Napoli quasi solo, salutato dalle milizie lasciate qui da Francesco secondo; acclamato da un popolo che dev'essere parso quello di Gerusalemme il d delle Palme. Cose da dar le vertigini, da far allungar la mano per pigliar la corona. Ma Garibaldi pass, sorrise, e alla Reggia non diede nemmeno uno sguardo.


Napoli, 15 settembre.

Per Caserta, a furia! Ieri i regi uscirono di Capua... chi sa? Si sente che da Capua a qui c' un passo, e di mezzo quasi nulla, poche camicie rosse. Cosa sarebbe un improvviso ritorno. Ruffo, Fra Diavolo, l'orgia del novantanove!


Caserta, 15 settembre.

Quella dei borbonici di ieri non fu che una ricognizione, ma grossa. Gli ungheresi della legione, dove si piantano, nessuno li pu muovere pi. Ebbe un bel caricarli, la cavalleria napoletana; si ruppe contro i loro gruppi come onda contro gli scogli. Allora venne avanti la fanteria. Ma i bersaglieri del Tanara con quei del Corrao le si avventarono alla baionetta, e via, via, la fecero voltare, dandole poi dietro quasi fin sotto le mura della cittadella. A tornare fu un guaio. L'artiglieria dei bastioni li fulminava.

. . .

Bravissimo e mite il generale Turr! Non si crederebbe a mirare quella sua faccia fiera. Egli a soffocare le reazioni, poco o punto sangue. Non ne vers in Avellino, non in Ariano, dove fu quasi solo e mise la pace. Ieri l'altro spacci il maggior Cattabene a Marcianise, grosso borgo poco lontano di qui, dov'era scoppiata la reazione al vecchio grido borbonico di Viva Maria! - Cattabene  tornato, dopo aver quetato tutto, con due soli morti di quattordici che n'aveva condannati. "Ma vogliamo tutti morti, anche gli altri dodici!" grida la gente di Marcianise, e viene una deputazione a domandar a Turr questa grazia. No, no, dice Turr, perdno, oblo, concordia: noi non siamo qui per le vostre piccole vendette.

. . .

16 settembre.
Non venisse a saperlo nemmeno l'aria! Garibaldi parte per la Sicilia, chi sa che cosa avviene col? Ma chi sa cosa potrebbe accadere qui, se i borbonici di Capua venissero a sapere ch'egli non c'?


20 settembre.

Ieri grande dimostrazione contro Capua, dicono per dar agio ad altri nostri di prendere Caiazzo che  una grossa terra di l dal Volturno. Dicono ancora che fu per conoscere una buona volta tutto il nemico, quanto n' rimasto fedele al Re fuggitivo. Ma si sprec del gran sangue! Troppo ardore negli ufficiali, troppo nei soldati.
Si cominci dall'estrema sinistra, poi fu l'inferno su tutta la linea. Noi d'Eber, sulla via di Sant'Angelo, fummo i meno combattuti. Ma abbiamo ben visto cacciatori e fanteria e artiglieria volerci venir addosso, se una parte dei nostri, con due cannoni, non cominciava. Il loro fuoco fu cos ben diretto e nutrito che quella colonna, non osando avanzarsi, ripieg. Allora fu inseguita, e i cannoni furono tratti fino in faccia alla fortezza. L, sfidando quaranta pezzi, fecero fuoco fin che vi fu un artigliere in piedi; poi come si vide che i cacciatori volevano venirseli a pigliare, corsero i bersaglieri della brigata Milano e li trasportarono in salvo.
Appunto in quel momento s'ud gridare dalla nostra destra: Egli  qui, egli viene, il Dittatore, il Generale! - E apparve dalla parte di Sant'Angelo Garibaldi bello e raggiante. Noi sotto i suoi occhi, fummo fatti piegar a sinistra, per rintuzzare un nuovo assalto di borbonici usciti freschi da Capua. Piombammo sul fianco di quella colonna, una cosa che mi parve un lampo, e quella spar. Ma ne caddero dei nostri! Il capitano Marani di Adria giaceva l tra gli altri con un braccio spezzato; bel biondo, chi sa come rimarr mutilato!
Ora si dicono le glorie dei morti. Non conobbi il colonnello Puppi, che fu sventrato dalla mitraglia quasi sulla porta di Capua. Mi piglia una gran tristezza, mi par quasi un torto di non averlo visto mai.
E il povero capitano Blanc da Belluno? Lasci il suo grado d'ufficiale dei Granatieri e se ne venne a perder qui una gamba. Ma Cozzo, Narciso Cozzo, quel barone palermitano, che pareva un gentiluomo degli Altavilla rimasto vivo per saggio della stirpe. Ebbene, cadde di palla tra i Carabinieri genovesi, quei gloriosi veliti che si son fatti un obbligo di essere sempre primi.


28 settembre.

Da cinque giorni, ogni mattina, ci si mette sotto l'armi, e ci stiamo dell'ore. Cos s'esercita il cuore. Perch  una gran prova quella di prepararsi a morire, e poi no, sentir dire che non  ancor tempo, tornarsene e pensare: sar per domani. Ma qualcosa di tragico si avvicina. C' nell'aria un gran gonfiore di tempesta. L'ordine del giorno di alcune sere sono, parlava vagamente di assalti serii, e diceva dei se mai che facevano tremar le viscere. Non di paura, no, di sgomento patriottico. Se mai concentrarsi tutti a Maddaloni. E poi? Poi, verrebbe a dire che tutto sarebbe perduto, e che l si dovrebbe finir tutti.


30 settembre. Sera. Quartiere di Falciano presso Caserta.

Il cannone di Capua si  fatto sentire tutto questo pomeriggio; ora con l'avemaria tace. Non v' pi dubbio; i napoletani usciranno e saranno molti. I loro scorridori tentano qua e l i nostri lungo tutta la linea del Volturno, e stamane si provarono a passarlo alla scafa di Triflisco. Ma quei di Spangaro li hanno respinti.
So che il Generale  stato da Bixio, qua oltre, nella gola di Maddaloni: so che si son detti delle parole solenni e che Bixio sent Leonida in s. "Fin che sar vivo, nessuno passer!". Lo disse, e sar Vangelo.


1 ottobre, 3 antimeridiane.

Che malinconia dopo il primo sussulto del cuore! Un galoppo, una Guida: Colonnello Bassini! Colonnello Cossovich! E poi le trombe. Come  rauca quella della guardia, e di malaugurio! Ma questa che si mette a suonar la sveglia nel nostro cortile, con trilli di allodola montanina, questa  di Viscovo, e sveglierebbe i morti. Egli sa mettere l'anima sua nel suo strumento, e quando l'ha imboccato, egli non c' pi, se ne va tutto in note. Pare che dica: Morire, morir cos! Povero trovatello, raccolto da noi sulla gran via della patria, non so in qual punto della Sicilia, venne con quell'ombra di corpicciuolo a sedici anni; ma cosa, cosa venne cercando? Pi che la morte no. Tale dove essere nel pensiero di Virgilio Miseno l'eolide, di cui niuno fu pi potente a spingere colla tromba i prodi.


[LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO]

1 ottobre. Caserta. Nella piazza del Palazzo Reale.

Eccoci qui di riserva, quasi tutta la Divisione Turr. La battaglia infuria, su d'una tratta, che a segnarla ci vuole tutto il gesto del braccio largo quanto si pu farlo. Noi qui non si muore ancora, ma si provano delle angoscie come a essere nel Limbo. Veggo delle faccie d'un pallore mortale, ne veggo d'allegre, di pensose, di fatue; chi sa come  la mia?
In un canto della piazza v' un battaglione di Savoia, ora brigata Re. I soldati stanno sotto le tende, e gli ufficiali si aggirano intorno ad esse, forse temendo che qualcuno ne sgusci via e venga con noi. Ma ci guardano, e c'invidiano: noi da un momento all'altro possiam essere chiamati, essi no. No? Ma allora cosa ci son venuti a fare? Vedo un capitano, Savoiardo vero, certamente ancor di quelli del quarantotto. Volge verso noi i suoi occhi chiari, nei quali par la visione dei suoi compatriotti passati alla Francia. Forse gli piange il cuore, perch pensa che erano dei migliori; e che alla guerra quando si grider: Savoia! Savoia non vi sar pi.

. . .

Ed ecco un altro capitano dell'esercito di Vittorio, ma dell'artiglieria. Giovane quanto me e gi capitano, io lo credeva uno dei nostri, di quei vanesii che per pompa si fanno far la divisa. Ma dietro lui venivano stretti degli artiglieri, proprio di quei di lass, qualcuno colla medaglia della Crimea. Vengono da Napoli, vanno in cerca di Garibaldi, vogliono darsi col loro capitano che si chiama Savio, nobile piemontese. - "Cosa ci vengono a fare? - ha detto un ufficiale dei nostri: - poi vorranno aver fatto tutto loro, aver gli onori e tutto...?" - "Ahi, amico, diamo loro dei cannoni e poi lasciali andare... Vedrai che Garibaldi non dir come te".
Una carrozza da Santa Maria, una donna dentro, viso di fuoco. capelli di fuoco, gesti di fuoco, e un angelo, e una Furia, che cos'? Parla con un colonnello ungherese, si mette le mani alle tempie, deve dire cose orrende; o che i feriti e i morti sono gi a centinaia, o che di Capua vien fuori la nostra rovina. Ohim! perch non  italiana? Si chiama Miss White,  moglie del Mario, uno dei nostri migliori, forse la pi bella testa che possa essere spezzata oggi da un misera palla di soldato ignorante.

. . .

E da Maddaloni una Guida volando... "Dov', dov' il generale Turr". Bixio domanda aiuto! - Aiuto Bixio? Dunque dev'essere agli estremi. O sole che vedesti tante cose orrende nel mondo, o Dio, non lasciate perir l'Italia, oggi... qui...

. . .

Primo battaglione, prima e seconda compagnia, pigliate l'armi, fianco destr, via. Tocca a noi. Portiamo a Bixio questi quattro petti; sgriccioli che andiamo in aiuto dell'avvoltoio.


1 ottobre. Ore 2 pom.

E poi venimmo salendo il monte, volgendoci sgomenti a guardare dietro di noi Caserta, e pi lontano Santa Maria e la campagna, tutto fumo e scompiglio. Dal di l dei monti Tifatini venivano dei rimbombi che parevano echi ed erano battaglia. E ben presto, sul versante opposto a quello per cui salivamo, avremmo scoperto il campo di Bixio. Al tuonar dei cannoni pareva ch'egli indietreggiasse. Ma arrivati alfine in cima, allora che vista! Gi gi per i pendii a sinistra, sul gran ponte, sotto ed oltre, un formicolo di rosso fra nembi di fumo e delle grida che parevano di centomila. Pi basso delle tinte nere che s'allontanavano; borbonici vinti, passi amari di fuga. Nello stradone, fuor del tiro dei nostri pi avanzati, stava serrato un grosso squadrone di cavalli; due cannoni da lontano lanciavano ancora delle granate qua e l, contro di noi; tiri da Parti.
Bixio tornava indietro e il suo sguardo diceva: Vittoria! - Cosa siete voi? - domand al Capitano Novaria. E Novaria: - Gente della brigata Eber. - Correte per di l su Valle, e fate presto: mettetevi agli ordini del colonnello Dezza.


1 ottobre. 3 pomeridiane.

La mia dolce terra delle Langhe, quasi sconosciuta all'Italia, l'ho sentita, vista, goduta un momento, qui, cos lontano, su questi greppi di Monte Calvo.
Passavo attraverso quelle vepraie lass, per quel sentieruolo dove non pass forse mai persona buona ad altro che a patire, sudare e pregare. E mi salt fuori come di sottoterra un ufficiale tutto sanguinante in faccia e lacero la camicia, con un mozzicone di sciabola in mano. Mi chiam: O tu, dove vai? - Alla mia compagnia sopra Valle. - E da dove vieni? - Dal quartier generale. - E Bixio? - Trionfa! - Con queste e poche altre parole, mi parve di parlare con uno delle mie parti. - E tu, chi sei? domandai gi pieno di gioia per quell'incontro con un mio compatriota, in camicia rossa: - Io sono Sclavo di Lesegno. - Ed io il tale. - E allora ci abbracciammo, ci baciammo. Non ho mai compreso il paese natio come in quel momento. Le nostre Bormide, il nostro Tanaro, le nostre belle montagne, quei borghi, quelle terricciole, dove c' della gente cos modesta, buona, contenta di poco, e semplice! Poi mi narr come si trovasse l, cos solo e maltrattato. Poche ore prima, in uno degli ultimi assalti, rimasto in mano dei Bavaresi, questi se lo trascinavano via caricandolo di oltraggi; ma gli era riuscito di liberarsi, e se ne tornava a quel modo per imbattersi in me suo paesano. Eppure forse non gli pass per la mente che io potr dir le sue lodi, nelle nostre vallate.


Verso sera.

Si principia ad aver delle notizie, ma vaghe. Non si ode pi il cannone. A Santa Maria, a Sant'Angelo, a San Leucio, su tutta la linea, vittoria, dopo dieci ore di battaglia. Qua, a sinistra, tra quelle gole di Castel Morrone, il maggior Bronzetti, con un mezzo battaglione, tenne la stretta contro i borbonici, sei volte pi numerosi dei suoi. Mor, morirono, ma il nemico non pot passare. - Ora come si devono sentire uomini quelli che hanno fatto tanto, e si mettono a giacere per un po'di riposo! Ma chi sa dove sono andate l'anime dei nostri morti? Come si farebbe a credere che esse non siano pi, pi, assolutamente pi? Vero  che sul campo la morte non par nemmeno morte! - Qui  proprio un trapasso.


Sopra Valle. 2 ottobre. Mattino.

"Ma finita la battaglia, allora avresti veduto quanta audacia e quanta forza d'animo...". A chi faremo l'onore delle parole di Sallustio? Ci sono dei Bavaresi saliti a morire fin sulla vetta di Monte Caro, in mezzo ai nostri; vi sono dei garibaldini che rovinarono, inseguendo a farsi ammazzare, fin quasi laggi alle case di Valle. Questi morti bavaresi che giacciono nelle loro divise grigie, sono ancora pieni di ferocia nelle faccie mute. Omaccioni quadrati, non pi giovanissimi, alcuni con delle grinze. Le loro fiaschette, chi le tocca, sono ancora mezze d'acquavite. Dovevano aver mangiato e bevuto bene, poche ore prima di venir alla battaglia, contro i nostri quasi digiuni. Lass, proprio sul cocuzzolo di Monte Caro, un d'essi trov un piccolo recinto, fatto d'un muricciuolo a secco, forse per gioco, da pastorelli. Egli vi si mise dentro e non ci fu pi verso a scacciarlo, neppur quando, fuggiti i suoi, rimase solo. Lo dovettero finire come una belva in rabbia, perch di l dentro avventava baionettate tremende. Nel suo libretto si trov che egli si chiamava Stolz, di non so qual paesello della Baviera. Chi sa? Egli si sar creduto di salvare, su quel cocuzzolo eccelso, il trono della bella Sofia, figlia dei suoi Re, venuta dal suo paese a regnar qui nella dolce terra d'Italia. Tranquillo com'uno che ha compito tutti i suoi doveri, ora giace sulla parte del cuore e par che dorma, o guati di sottecchi e ascolti. A vederlo c' una processione. Ebbene,  ancora una gran fortuna finir cos, piuttosto che di vecchiaia in un letto, forse sulla paglia, dopo aver fatto patir chi sa quanti! E piace vedere che tutti lo guardano con rispetto, dolendosi soltanto di tanto valore sprecato.
Ma stanotte, in sentinella a quattro passi dal morto, un siciliano di Bivona, quasi fanciullo ancora, nobile di non so che grado, chiamava ogni tanto: Caporale! faceva una voce che pareva gli uscisse dal recesso di tutti i dolori. E il caporale correva. Cos'era? Nulla. Ma un'ultima volta il caporale comprese, perch il giovinetto tremava e guardava quel morto l a quattro passi. - "Ah! Hai paura di lui?" - "Caporale, s!".
Fantasia!

. . .

Ieri visitai ad uno ad uno i piccolissimi altipiani che si digradano gi pel monte, dove un centinaio e mezzo d'uomini del Boldrini contesero il passo ai due battaglioni di Bavaresi che assalivano da Valle. E li trattennero tanto che poterono arrivare, ma un pugno, quei di Menotti. Non bastavano. Boldrini era ferito, feriti e morti molti ufficiali; dunque si doveva perdere una posizione cos forte? Avanti, Menotti, avanti Taddei! Colonnello Dezza, guai se il nemico spunta quest'ala. Si caccia tra Villa Gualtieri e Caserta, in un'ora  nel piano, e getta per tutta la Terra di Lavoro il grido della riscossa borbonica, alle spalle dei nostri che combattono sul Volturno, e in faccia a Napoli che da lungi aspetta... Chi sa? Oggi pu rimorir l'Italia!
Che gloria di picciotti, in quel momento! Due mesi fa erano riottosi a imbarcarsi pel continente: pareva che non avessero idea d'altra Italia, fuori del triangolo della loro isola: ma marciando per la Calabria trovarono i loro cuori, qui si son fatti ammirare. Caricarono come veterani!
Gi sugli altipiani, tra i pochi alberi tristi che non possono sbozzacchire in queste sassaie, quante camicie rosse che non si mossero pi! Ne contai una ventina qua e l, qualcuno si riconosceva ai tratti mezzo moreschi, per volontario del Vallo di Mazzara, dove Bixio pass e raccolse gente. Ma vi sono delle testine bionde di settentrionali che paiono di fanciulle. Mi fermai vicino a un morto che avr avuto sedici anni, e parlando per lui e per me, gli dissi delle cose che se le sapessi scrivere sarebbero un capolavoro. Dalla bisaccia gli usciva un pezzo di biscotto.
Odo dire che i perduti furono molti, e che gli ufficiali, tra feriti e morti, passarono la ventina, solo qui, su cos poco spazio, e con s pochi soldati. O allora a Villa Gualtieri, al Ponte, al Molino, e via poi sulla lunghissima linea, sino all'ultima sinistra nostra, fronte di tante miglia, curva strana cos che Maddaloni  l'estrema destra e insieme stava alle spalle di quei che combattevano sul Volturno? - Quando se ne sapr il numero vero sar un pianto.


2 ottobre verso le 11 antim.

Gran caccia da Re, veduta da questo cocuzzolo di Monte Caro! Un nugolo di borbonici, forse quelli che ieri dovettero passare sul petto di Bronzetti, si vanno aggirando di qua e di l, di su di gi, per quelle alture di Caserta Vecchia, e pare che non sappiano dove andare a dar del capo. Ma da tutte le parti spunta il rosso dei nostri e fa cerchio. Quelli si raccolgono, forse vogliono piantarsi e difendersi tra quelle rovine che danno al paesaggio quel tono lamentoso di grandezza morta e di desiderio. Cosa valgono quelle schioppettate? Tra momenti ci arriva anche Bixio. Se ne vede di qui la fila lunga su pel monte, e la testa tocca gi l'altipiano. Partendo di qui disse ai suoi: Non mangerete finch coloro l non saran presi. - Pare che i borbonici si siano accorti di lui: c' un poco di scompiglio... un loro cavallo parte; corre, torna; ora hanno la via rotta anche alle spalle. Si movono, vanno verso Sant'Angelo: retrocedono... ora discendono verso Caserta nuova; no, rimontano... Bandiera bianca! Che senso quest'urlo che riempie tutta l'aria col! Pare un fremito della terra, tutto si muove... i nostri corrono da tutte le parti... Un gran silenzio...
Si sono arresi!


3 ottobre.

Aspetta e aspetta, i vinti di ieri l'altro non son pi tornati. Cos avessimo avuto della cavalleria da lanciar sulle lor code, che si poteva farlo senza crudelt. Erano tutti stranieri del soldo. Ma quei di ieri presi a Caserta Vecchia erano italiani, proprio della colonna che s'azzuff con Bronzetti a Castelmorrone e non pot passare. Guai se riusciva!


4 ottobre.

Ieri Telesforo che vive divorando tutto con l'anima, forse perch sente d'aver la morte dentro, venne da Santa Maria a trovarmi qui e mi disse: - Vieni? - Dove? - A veder cosa c'e In co del ponte presso a Benevento, - Andiamo pure.
Era quasi notte. Discesi da Monte Caro, passammo per quella bicocca di Valle, dieci casacce che parevano vecchie cenciose. Ma ieri l'altro, mentre i borbonici venivano alla battaglia, le donne di quelle case urlavano dalle finestre come Furie: Viva lo Re, e morte.... si sa, a noi. Dice che si udivano sin da mezzo il monte, e che le loro grida facevano pi senso che l'avanzarsi dei battaglioni.
Via per la strada grande andammo, andammo, andammo. Ma insomma dov' questo ponte? Sempre un po'fanciulli, si crede che tutto sia l a due passi; ma Benevento era molto lontano. Non incontrammo anima viva; solo a tratti, nei campi lungo la via, si vedevano dei morti, forse soldati feriti ieri l'altro, poi spirati tra via e gettati dai carri.
Il ponte non si trovava. - "Pure andando ancora, pi qua, pi l si dovrebbe udir l'acqua... Vorrei vederla passare, al lume delle stelle, sentir il ponte sotto i nostri piedi, lasciar cadere una pietra dalla spalletta di esso, e immaginarmi d'essere un soldato angioino, e che l sotto giacesse Manfredi. Per me l'antico, quel che non  pi  tutto. Quello che vive  nulla. Io stesso mi sento nulla; e se Garibaldi non fosse un'antichit non lo avrei seguito". - Cos diceva Telesforo e m'attristava.
In quel momento udimmo un trotto di cavalli che venivano dal Volturno. Ci siamo! Saranno scopritori borbonici, discendiamo nei campi. Passarono veloci tre cavalieri, e allora venne anche a me il soffio dell'antichit. Mi corsero per la mente quelli mandati da Carlo d'Angi, sulle peste di Manfredi, creduto fuggitivo dalla battaglia: ma i vivi erano delle nostre Guide, giovent ardita, fin temeraria. Andarono parlando allegramente lombardo. E noi, tornati sulla strada, tirammo avanti ancora un bel tratto fantasticando. - "Manfredi? Carlo d'Angi? - seguitava Telesforo. - Il Re d'ora s,  un Re da fuga! Ieri l'altro Francesco era in mezzo al suoi trentamila soldati: poteva mettersi alla testa di un migliaio di cavalli, tentar un punto della nostra linea, rompere, passare, galoppare a Napoli, trionfarvi! O cos, o rimaner ammazzato, passato fuor fuori da uno dei pi valorosi nostri, per esempio da Nullo. Non seppe fare n l'una n l'altra cosa, e cos  finito. Quanto a Carlo d'Angi, ora viene Vittorio Emanuele. Seicento anni tra loro: e invece d'un Papa che dica: Va, pigliati il Regno; v' Garibaldi che dice: Venite! Vorrei vederli quando s'incontreranno Dittatore e Re".
Tornammo ragionando come due frati; ma ogni tanto Telesforo tossiva e diceva d'aver freddo. Con quel suo mantelluccio si stringeva le spalle, e se ne teneva i lembi nelle mani sul petto. Quando ci trovammo tra le nostre sentinelle pareva gi l'alba. Dei focherelli morivano su pei greppi di Monte Caro e della Villa Gualtieri; le camicie rosse nel grigio delle sassaie, nel verde ferrigno degli olivi mettevano un rilievo, una vita, quasi dei sentimenti. Sul ponte del Vanvitelli passavano delle file rosse, quete quete allora, andando forse a cambiar le guardie; ma lass a un certo momento della battaglia s'erano incontrati i bavaresi e i nostri e da quell'altezza n'eran caduti. Dio! fa raccapriccio dirlo. E pensare che ieri l'altro, a quell'ora, il mio caro Traverso si svegliava baldo, e baldi come lui si svegliavano l'altro Traverso e lo Stella, tutti e tre di Marsala, e che prima del mezzod eran morti e nell'eternit, gi antichi come i pi antichi defunti!


Caserta, 7 ottobre 1860.

Dissi all'amico Sclavo: tu, quello che vedesti ai Ponti della Valle, me l'hai da scrivere qui, tra le mie note. Egli prese il taccuino e scrisse.
"Garibaldi, tre o quattro giorni prima del fatto d'armi, era venuto a trovar Bixio e gli aveva detto: Mi fido a voi; queste sono le nostre Termopili.
"Tale fu la consegna: tutti sapevamo che l si doveva stare o morire. Aspettavamo.
"Il mattino del 13 d'ottobre, eccoti la divisione von Meckel, otto o nove mila uomini, avanzarsi da Ducenta, mirando al passo dei Ponti della Valle per Maddaloni. La testa della colonna era formata da uno squadrone di dragoni con elmo e rivolte rosse; seguivano due cannoni e un battaglione di cacciatori. Giunta a Valle quella testa di colonna spieg i cacciatori sulla sua destra, e questi cominciarono a tentar l'altura dov'ero con la mia compagnia. Tiravano da settecento metri, lentamente, con quelle loro buone carabine, alle quali noi non potevamo rispondere. Intanto il grosso della colonna continuava a marciare accennando ai Ponti, centro della nostra linea.
"Mandai subito certo Calogero messinese, che avevo meco per guida, avvisando con un biglietto il maggior Boldrini che eravamo assaliti. Ebbi in risposta che badassi bene a non prendere lucciole per lanterne. E male ce ne incolse, perch quel battaglione di cacciatori gi invadeva il bosco a sinistra e cominciava ad avvolgerci incalzando con fuoco ben nutrito.
"Allora il maggiore Boldrini vol a noi con due compagnie, e senz'altro dove vide spuntar le canne dei fucili, tra gli alberi fitti, l si slanci, gridando: Alla baionetta, Viva l'Italia!
"Non aveva ancor detto che gi una palla entrata nel petto gli usciva per la scapola destra. Cercai di sorreggerlo e di tirarlo via, giacch il nemico irrompeva dal bosco e dovevamo ritirarci, ma egli non volle, mi respinse. - Lasciatemi, che ormai sono un uomo inutile! - Disse, cosi, e dove cadde rimase. Noi indietreggiammo sopraffatti, e poi tornammo rinforzati da una cinquantina di bersaglieri Menotti. Guardai; il povero maggior Boldrini non v'era pi. Seppi poi che i Bavaresi lo avevano trascinato testa e piedi gi per i dirupi, sino a Valle, dove lo abbandonarono, e fu poi raccolto morente dai nostri, dopo la vittoria.
"Caddero in quel nostro ritorno molti dei nostri, morti e feriti, tra gli altri Evangelisti e Carbone, genovesi dei vostri di Marsala. Ma non era ancor nulla, eravamo appena al principio. Sai come il tempo vola. Continuavano gli assalti. Verso le undici, o poco dopo, ecco i Bavaresi sulla posizione di Menotti. Cominciavano ad avvolgere il poggio della Siepe, contrafforte di Monte Caro. Quivi li ricevevano a schioppettate e a baionettate, e li rintuzzavano le compagnie di Bedeschini e di Meneghetti, dirette da Dezza e da Menotti e da altri ufficiali che in quel momento facevano da capi e da soldati.
"Intanto altri Bavaresi apparivano sulla vetta del monte Calvo e vi si piantavano, e si vedeva che volevano postarvi due cannoni da montagna, per coprir di granate e di mitraglia noi pi bassi e da quella posizione spingere forse qualche colonna alle spalle di Bixio. Sarebbe bastata ben poca gente a tagliargli le comunicazioni col quartier generale di Caserta, e a portar l'incendio borbonico nella Terra di Lavoro. Era un momento angoscioso. Tutti, anche i meno esperti, indovinavano il gran pericolo.
"Ma ecco spuntare lass un battaglione: Son nostri? - son nostri! - Improvviso, dritto, marcia verso il cocuzzolo di monte Calvo. Maraviglioso! Il Comandante si vedeva dinanzi a tutti, col berretto in cima alla spada, e pareva di sentirlo gridare; gli altri correvano dietro a lui, per quell'erta, a gran passi, serrati.
"Era Taddei!
"Quel fare, quell'affronto, impone ai Bavaresi che oscillano un momento, ma si difendono, resistono, uccidono: poi si rompono, abbandonano la posizione, i morti, i feriti e fuggono in rotta.
"Noi, combattendo gi, vedevamo e ammiravamo quei vincitori lass, e guardavamo pure l'attacco che in quel momento faceva la grossa, serrata colonna borbonica del centro, ai Ponti della Valle, dov'era Bixio coi picciotti. Era una cosa da far tremare. Se rompono, dicevamo noi, se passano sul corpo di Bixio, quelli stasera entrano in Napoli, e ricomincia l'orgia del 1799. Li vedevamo a mezza falda tra il piano e i muriccioli a secco della via trasversale che si allinea con l'acquedotto; e dietro quei muriccioli rosseggiavano i nostri quatti quatti, senza far fuoco, incantati. Noi pativamo, fremevamo; udii sin bestemmiare: Cosa fanno? Ma quando i borbonici arrivarono quasi al ciglio di quei muriccioli, allora quelle camicie rosse scoppiarono, 49 e su quelle teste di colonna si rovesci un torrente, un uragano... urla feroci, baionettate. Si gelava, si infuocava il sangue a vedere. - I borbonici non ebbero agio n spazio di spiegarsi, e si volsero in fuga una sezione sull'altra, via, via, rovinando, e tutta la colonna scompigliata fuggiva alla meglio verso Valle.
"Di dove eravamo noi si dominava lo spettacolo, e si capiva che l'anima di tutta quella massa eroica di picciotti era l'anima di Bixio. Dunque Bixio e Taddei, eroi!
"La sera, ne contammo di morti! Ma le pi gravi perdite le sofferse il mio battaglione. Mor Innocenzo Stella, colpito nella testa da una palla, furono feriti Herter, anch'egli, come Stella, vostro di Marsala, e Rambosio e Rugerone. Povero Rugerone! Colpito nel ventre da una scheggia di granata che gli usc per la schiena, lo trovarono la sera in un burrone, lo trasportarono a Villa Gualtieri, dolor diciotto ore, e alla fine la morte lo liber. Antonio Traverso, della mia compagnia, and a morire, non si sa come, nel boschetto, presso il battaglione Menotti, dove io lo trovai l'indomani mattina, trapassato il petto da una palla, con un fazzoletto bianco alla bocca, tutto insanguinato. Delle tre compagnie Boldrini, soltanto una ventina d'uomini col tenente Baroni di Lovere, ferito nel capo, si unirono alla sera a Menotti, e servirono a riformare il battaglione disfatto".
Ecco quel che l'amico scrisse.


Caserta, 8 ottobre.

I nomi non li scriverei neanche se li sapessi. E non ne domando. Li ricorderanno purtroppo quelli che videro, e per tutta la vita li udiranno nell'anima, come furono detti dalla voce tremenda del Dittatore.
Nel primo cortile a sinistra di chi entra nel palazzo reale, i battaglioni di Taddei, Piva, Spinazzi, Menotti, Boldrini col resto della Divisione Bixio, aspettavano Garibaldi, che voleva salutarli per la loro vittoria di Maddaloni. Quattro schiere, davano le fronti ciascuna a un lato del cortile.
- Microscopica Divisione, fronte indietro! - grid Bixio ai battaglioni, e non  mica uomo da aver detto per celia. Quei battaglioni si chiamavano Divisione prima del combattimento, cos, forse per far la voce grossa, ma non era neppur una brigata: ora si potrebbero dir compagnie.
Entrava allora Garibaldi. Teneva in mano il cappello all'ungherese, e appena fu in mezzo al quadrato, parl:
- Eroi della diciottesima Divisione, in nome dell'Italia io vi ringrazio!
Poche altre cose, orazion piccola, come sa far lui, poi subito i nomi di quelli che si segnalarono nel combattimento. Pareva che l dentro l'aria lampeggiasse di gloria. Ma poi il volto di Garibaldi si oscur, e la sua voce divenne fiotto di tempesta.
- Ora che ho ricompensato i valorosi, punir i vili!
Fu un fremito. Tre ufficiali, chiamati a nome in mezzo a quel quadrato, uscirono dalle file, trovarono la forza di far quei pochi passi senza cader fulminati; e l, sotto gli occhi di Lui, furono spogliati delle loro insegne da un Aiutante maggiore. E non morirono! Finito quello strazio, il Generale, continuando come uno che d un addio a gente morta, disse:
- Andate, inginocchiatevi davanti al vostro Comandante, pregando di darvi uno schioppo, e al primo incontro morite!


Nel convento di Santa Lucia. 9 d'ottobre.

A Napoli? C' troppa gente che briga. Non andare a farti levar la poesia; sta qui, filibustiere; per noi son buone queste celle di frati; cosa vuoi di pi?
Io do molto retta al capitano Piccinini, sebbene abbia soltanto otto o nove anni pi di me: anzi gli sto sotto come se fosse il gran Nicol in persona. Ieri l'altro lo trovai sotto
quell'ulivo, allegro e raggiante tanto, che mi parve d'indovinare la visione che aveva dinanzi agli occhi. Egli leggeva una lettera a mezza voce, e appena mi vide mi venne incontro dicendo: - Le mie montagne ridono, mio padre le riempie della sua gioia. Sa che suo figliuolo Daniele  capitano!
E allora la voce gli si fece soavissima, e negli occhi lucenti gli si disfecero due lacrime. Poi mi abbracci. E contro quel petto mi sentii come un'ombra. Che respiro largo e che colpi di cuore! Per essere puri e prodi come lui, bisognerebbe avere quel petto. E poi la sua modestia! Che seccature, per lui, certe cose! Ieri, a Caserta, era da Garibaldi, mentre alcuni ufficiali della marineria americana entravano a visitare il Washington d'Italia. - Ecco il modello de'miei ufficiali: disse il Generale mostrando il Piccinini a quei marinai. - Non si darebbe la vita per una mezza parola di queste, detta da Lui? Eppure il Piccinini quasi quasi usciva mortificato. Ma gi; egli non sa d'essere quello che tra tutti somiglia di pi a Garibaldi. Semplice come Lui, bello, buono e fiero come Lui: saprebbe anch'egli vivere nel deserto, crearsi un mondo, e dimenticare questo degli uomini. Mi pare gi di vederlo. Quando tutto sar finito, in quattro o cinque passi, egli torner alle sue Alpi, nella solitudine della sua Pradalunga. E se gli diranno: Ebbene? Egli risponder come se venisse da far una passeggiata. Ma a suo padre, oh! a suo padre narrer tutto.


13 d'ottobre.

Nullo, Zasio, Mario, Caldesi, con una diecina di Guide comandate dal nostro Candiani, ieri partirono alla testa d'un battaglione, per luoghi lontani, che son di l dal Volturno, chi sa quanto, dov' il Sannio, il tremendo Sannio. Nullo il braccio, Zasio la bellezza, Mario il pensiero, Caldesi la bont. C' tutto. Ma cosa vanno a fare? Chi dice che a incontrar Vittorio Emanuele, chi che a sedar una rivolta. A me par gente che va nel buio.


14 d'ottobre.

Ora sono proprio contento. Ho veduto l'uomo che per la semplice vita  forse ancor pi intero di Garibaldi. Faccia quasi giovanile a settant'anni, persona quadrata che n fatiche, n stenti, n rovine d'ogni sorta non poterono fiaccare: berretto, soprabito, calzoni, tutto nero e assai vecchio, nulla di soldatesco. Ecco il general Avezzana. Tale fu forse il Vicario di Wakefield.  di quella trib d'uomini che vanno avanti, con lo sguardo sempre fisso in certi punti lontani, che il mondo non vedr mai. Eppure per essi quell'ideale lass lass,  realt di vita interiore. Quanto all'esteriore e presente, sono come il Figlio dell'uomo che non sapeva dove posar il capo per dormire. Da mangiare n'avranno domani anch'essi, poich n'hanno gli uccelli dell'aria. Per oggi basta fare il bene. E cos ogni giorno. Sui laghi di Galilea, quando vi fiorivano le parabole di Ges, gli uomini dovevano essere tutti come Avezzana. Vederlo con qual noncuranza cinge quella spada d'onore che gli fu data, chi sa per qual gloria delle tante sue d'America! Dicono che arriv appunto di l, in tempo per correre a Caserta, incontrar Garibaldi nel momento pi vivo della battaglia sul Volturno, salutarlo e entrar a combattere. Aver cercato continenti e mari, andando randagi, dalla giovinezza alla vecchiezza; aver amato, creduto, giurato di far l'Italia prima di morire; essersi raggiunti in un giorno di battaglia come quella del Volturno, l'uno gi ministro della guerra in Roma, l'altro allora sotto di lui e ora Dittatore qui; cosa mi parlano della vecchia Cavalleria? Questa  storia romana, ma di quella antica, antica...


15 d'ottobre.

Stamattina s'ebbe un gran fatto. Per la prima volta, i soldati di Vittorio Emanuele combatterono davvero a canto dei Volontari di Garibaldi. Dico davvero, perch gi il due d'ottobre quel battaglione della brigata Re che avevamo lasciato nella piazza del palazzo reale il giorno avanti, fu adoperato con pochi bersaglieri a far prigioniera quella tal Colonna borbonica di Caserta Vecchia. Ma quello fu un fatto senza poesia. Invece, stamattina, i borbonici uscirono da Capua baldanzosi, marciando verso Sant'Angelo, dove trovarono i bersaglieri e la fanteria regolare che li soffiarono via come pagliuzze. Gareggiarono con essi i volontari del colonnello Corte, a chi facesse meglio; cos la voglia d'uscir di Capua i borbonici potranno averla; ma l'ardimento forse mai pi.


20 d'ottobre.

Pettorano, Carpinone, Isernia, meritereste che su voi non venisse pi n pioggia n rugiada, fin che durer la memoria dei nostri, ingannati e messi in caccia e uccisi pel vostri campi e pei vostri boschi!
Tornano gli avanzi della colonna di Nullo; non si regge ai loro racconti; non sanno dire che morti, morti, morti! Par loro d'avere ancora intorno l'orgia di villani, di soldati, di frati che uccidevano al grido di Viva Francesco secondo e Viva Maria.
Povero Bettoni! La sua Soresina non lo vedr pi. Se ne veniva indietro ferito su d'una carrozza; cavalcavano a'suoi lati Lavagnolo e Moro, pensando di poterlo porre in salvo a Boiano, e tornar poi a spron battuto dove Nullo combatteva, e i nostri morivano qua, l, a gruppi, da soli, sbigottiti dalle grida selvaggie. Poveri cavalieri! Il giorno appresso il tenente Candiani li trov morti sulla via. Ah! quel Sannio, quel Sannio! Mi sento passar sul viso un soffio gelato come quel giorno che la spedizione part: sin d'allora mi suon nella memoria il nome delle Forche Caudine.


25 d'ottobre.

Sopra queste contrade deve essere passato non so che spirito. Gli abitanti ingrandiscono o impiccoliscono le cose per vezzo di dire. Il Volturnus celer  ancora sonante come nei versi di Lucano, una maest d'acque verdi, che s'incalzano clamorose. Eppure a un guado di esso fu dato il nome di Scafa di Formicola. Quando vi passammo si rise del nomicino strano; sebbene si mettesse il piede sul ponte di barche che il Dittatore fe'gettare dal colonnello Bordone in quel luogo; e sentirsi oscillar sotto, crescere, scemare quelle tavole mal connesse, desse sgomento. Eravamo noi di Eber, quei di Bixio quei di Medici, la brigata Milano; e vengono pure gli Inglesi della legione, gente bella, vestita come noi; camicia rossa, divise verdi ma di panno finissimo, cinture lucide come se tornassero dall'India.
Il giorno  nefasto.
Cadde il cavallo del generale Bixio, e l'eroe, rotta la testa e una gamba, si lasci trasportare a Napoli, guardandoci con invidia. Non  che un uomo, ma senza lui, par che manchi qualcosa nell'aria.

. . .

Ci siamo accampati sull'orlo d'un bosco in cui potrebbe cavalcare Angelica fuggente; eppure lo chiamano Caianello, come se fosse un cesto di granetto fatto nascere per ornare il Presepio.
Intanto, che ci siamo venuti a fare? L c' Capua. i Calabresi che abbiamo trovato qui, ci dicono che i borbonici fanno delle apparizioni in quei fondi laggi. A destra, lontano, abbiamo Gaeta. Quelli devono essere i monti di cui mi parlava il vecchio Colombo, quando raccontava d'essere stato nell'ottocentocinque, all'assedio fatto da Massena. E mentre io penso a lui che fu pure soldato della legione di Garibaldi in America, egli parla forse di questi luoghi con mio padre, che glie ne domander chi sa con qual cuore.
Oh! io vorrei esser quel falco, gettarmi da un capo all'altro del cielo, mandando strida per l'aria che imbruna! Ora a quella campana...! Di dove suona? "Era gi l'ora che volge il desio...".

. . .

Chi dice che siam qui per dare l'ultima battaglia, e che mentre combatteremo contro i cinquantamila borbonici che ancor tengono per Francesco secondo, arriveranno i soldati di Vittorio Emanuele con lui in persona, discendendo dall'Abruzzo per la via di Venafro. Chi ribatte che da Venafro potrebbero venire delle buone anfore di vino, di quello antico che piaceva a Orazi, ma che battaglie di campo, dopo quella del primo d'ottobre, non se ne possono pi avere. Allora si marcier per incontrare il Re!


[L'INCONTRO DI TEANO]


26 d'ottobre.

Non lo dimenticher mai, vivessi mille anni, ma non sapr mai ridirlo preciso e lucido, come mi guizz nella mente, il pensiero che gi ebbe Catoni, conversando con me, quella notte l, vagabondi, per la campagna oltre Maddaloni. Sono quasi seicento anni, Carlo d'Angi veniva in qua da Roma segnato e benedetto dal Papa, e si pigliava la corona di Manfredi, tra i morti di Benevento. Il papa gliela aveva data, purch se la fosse venuta a prendere. Ma oggi un popolano, valoroso come... cos'importa dirlo? un popolano generoso come non sar mai nessuno, semplice come Curio Dentato, delicato come Sertorio, anche fantastico come lui e sprezzatore come Scipione, in nome del popolo strappa quella corona al re di Napoli e dice a Vittorio Emanuele:  tua! -

. . .

Ho quasi un capogiro. Sono ancora pieno di quel che ho vedute, scrivo...
Una casa bianca a un gran bivio, dei cavalieri rossi e dei neri mescolati insieme, il Dittatore a piedi; delle pioppe gi pallide che lasciavano venir gi le foglie morte, sopra i reggimenti regolari che marciavano verso Teano, i vivi sotto gli occhi, e nella mente i grandi morti, i romani della seconda guerra civile, Silla, Sertorio, che si incontrarono appunto qui, figure gigantesche come quei monti del Sannio l, e che forse non erano nulla pi di qualcuna di quelle che vedo vive. Cosa ci vorrebbe a fare lo scoppio d'una guerra civile?
A un tratto, non da lontano, un rullo di tamburi, poi la fanfara reale del Piemonte, e tutti a cavallo! In quel momento, un contadino, mezzo vestito di pelli, si volse ai monti di Venafro, e con la mano alle sopracciglia, fiss l'occhio forse a legger l'ora in qualche ombra di rupi lontane. Ed ecco un rimescolio nel polverone che si alzava laggi, poi un galoppo, dei comandi, e poi: Viva! Viva! Il Re! Il Re!
Mi venne quasi buio per un istante; ma potei vedere Garibaldi e Vittorio darsi la mano, e udire il saluto immortale: "Salute al re d'Italia!". Eravamo a mezza mattinata. Il Dittatore parlava a fronte scoperta, il Re stazzonava il collo del suo bellissimo storno. Forse nella mente del Generale passava un pensiero mesto. E mesto davvero mi pareva quando il Re spron via, ed Egli si mise alla sinistra di lui, e dietro di loro la diversa e numerosa cavalcata. Ma Seid, il suo cavallo che lo port nella guerra, sentiva forse in groppa meno forte il leone e sbuffava, e si lanciava di lato, come avesse voluto portarlo nel deserto, nelle Pampas, lontano da quel trionfo di grandi.


Sparanise, 27 ottobre.

Ma allora, se cos fosse come si susurra, ogni cosa sarebbe spiegata! Re Vittorio fu freddo nell'incontro con Garibaldi? Gli  che Francesco secondo  suo cugino, e che egli lo aveva invitato alla gran guerra contro i nemici d'Italia, ammonendolo. Anche si aggiunge che esista una lettera. Francesco non volle o non pot dargli ascolto. Fortuna d'Italia! Ostinato e impotente continu la storia di suo padre, e ora paga per lui.
Dunque certo contegno di Vittorio Emanuele nell'incontrarsi col Dittatore sarebbe stato un delicato riserbo? O han ragione quelli che pensano che allora egli meditasse le strane sorti dei Re? Per noto che questi sono discorsi: passano come venticelli che non lascian nulla. Non si sente che la grandezza di Garibaldi, sinora! non si conosce che vi sia chi mira il sole nascente.

. . .

Ieri il Dittatore non and a colazione col Re. Disse di averla gi fatta. Ma poi mangi pane e cacio conversando nel portico d'una chiesetta, circondato dai suoi amici, mesto, raccolto, rassegnato. A che rassegnato? Ora si ripasser il Volturno, si ritorner nei nostri campi o chi sa dove; certo non saremo pi alla testa, ci metteranno alla coda. Dicono che il Generale lo disse a Mario. E questa deve essere la spina del suo gran cuore che voleva un milione di fucili da dare all'Italia, e l'Italia non diede che ventimila volontari a lui.


Napoli, 2 novembre.

Tuona lontano il cannone. Bombardano Capua, e noi non vi siamo pi. Gli artiglieri di Vittorio Emanuele non avranno gran da fare, perch la guarnigione non aspetta che un motivo onesto, per arrendersi. Gi il Griziotti, colonnello nostro, lo aveva detto: - Generale, lasciatemi lanciar due bombe sulla cittadella, e si arrender. - No, se un fanciullo, una donna, un vecchio morisse per una bomba lanciata dal nostro campo, non avrei pi pace! disse Garibaldi. - E Griziotti: - Ma i nostri giovani si consumano di febbri in questo assedio: ogni giorno si assottigliano, muoiono. - E Garibaldi a lui: - Ci siamo venuti anche a morire. - Arriveranno i Piemontesi, Generale; essi non avranno riguardi; con poche bombe faranno arrendersi la citt, poi diranno che tutto quello che facemmo sino ad ora, senza di loro non avrebbe contato nulla. - Garibaldi allora: - Lasciate che dicano; non siamo mica venuti per la gloria!...


Napoli, 3 novembre.

Il giorno dei Santi, poi quello dei Morti, poi quello delle medaglie a noi, terza festa nella malinconia della stagione.
L in faccia alla reggia, dove tutto dice che i Borboni non torneranno pi, la piazza di San Francesco di Paola era parata di bandiere. In mezzo, un seggio, delle dame, dei generali, dei grandi intorno al Dittatore che ancora aveva il cappello di Marsala. Vidi il Carini, ora generale, balioso, ringiovanito, col braccio al collo, pareva felice. La legione ungherese faceva scorta d'onore, e vi erano i Granatieri schierati che facevano scorta anch'essi. Noi davamo le spalle alla Reggia, aspettando. A un certo Punto il Dittatore si alz, e venne verso noi dicendo con la sua voce limpida ed alta: - Soldati della indipendenza italiana, Veterani bench giovani dell'esercito liberatore, vi consegno le medaglie che il Municipio di Palermo, decret per voi. Comincieremo dai morti, i nostri morti...
E allora un ufficiale cominci a chiamare a nome i morti che rispondevano in noi, con l'improvviso ritorno della loro visione. Ma passato questo giorno non saranno ricordati solennemente mai pi? Furono da cento nomi d'umili ignoti o d'illustri, e a ogni nome un fremito correva tutta la nostra fila. Meglio morti o vivi? Si diffondeva una malinconia cupa che pur pareva entusiasmo.
Quando tocc a noi, si and chiamati ad uno ad uno dinanzi al seggio, dove una giovinetta, alzandosi sulla punta dei piedi, ci metteva la medaglia sul petto, e intanto guardava di sotto in su con due grandi occhi gioiosi. Chi fosse non so, n chiesi di lei. Che giova il nome? Udii il Generale che volgendosi a una dama vicino a lui, diceva: - Vede? Quelle facce le conosco tutte, le vedr finch vivr.
Intanto le bande suonavano, e quella dei Granatieri pareva dicesse: Basta, ora basta, andate!


Caserta, 9 novembre. Sera.

Oggi il Palazzo reale guatava il viale che gli si protende dinanzi lontano lontano, e pare che voglia arrivare sino a Napoli; guatava le file dei battaglioni rossi distese sotto i grandi alberi immobili e cupi sotto il cielo basso. Doveva venire il Re a passare in rassegna tutto l'esercito garibaldino, un dodicimila che stavamo con l'armi al piede, in ordine di parata. Si aspettava! Il Re sarebbe arrivato verso le due, lo avrebbe annunziato il cannone. E intanto nelle file si parlava, e passavano delle novelle bizzarre, motti, arguzie, cose da poema e da commedia. Udii persino delle volgarit. Ma non v'era allegrezza. Anche le nuvole, calando sempre pi, mettevano non so che freddo, e l'ora, passando, portava stanchezza. Certi Veneti del mio battaglione dicevano sottovoce che quando fosse passato il Re, sarebbe stato bello circondarlo, pigliarselo, menarlo nei monti, e di l fargli dichiarar la guerra per Roma e Venezia. Che fossero visi da farlo? Alcuni s; i pi dicevano per dire. Ma nel pi vivo di quei discorsi s'udirono le trombe dalla destra della lunga linea. Attenti... il Re!
I battaglioni si composero, si allinearono, i cuori battevano, chi amava, chi no. Poi venne gi una cavalleria trottando... Ah! quello che cavalcava alla testa non era il Re: era Lui col cappello ungherese, col mantello americano, e insieme a Lui tutte camicie rosse. Quel cappello calcato gi sulle sopracciglia segnava tempesta. Vennero, passarono, lasciando un grande sgomento, arrivarono in fondo al viale, diedero di volta, ripassarono come un turbine, sparirono. E poco appresso i battaglioni furono messi in colonna di plotoni.... pareva che si dovesse marciare a qualche sbaraglio, tutti si era pronti... Cos si and verso il Palazzo reale, a sfilare dinanzi al Dittatore piantato l sulla gran porta, come un monumento. E si sentiva che quella era l'ultima ora del suo comando. Veniva la voglia di andarsi a gettar a'suoi piedi gridando: Generale, perch non ci conducete tutti a morire? La via di Roma  l, seminatela delle nostre ossa! - Ma la guerra civile? Ma la Francia?... L'anno scorso fummo cos amici con la Francia!
Il Generale, pallido come forse non fu visto mai, ci guardava. S'indovinava che il pianto gli si rivolgeva indietro e gli allagava il cuore. Non so neppur uno di quelli che stavano vicino a lui. Che cosa contavano in quel momento? Lui, lui solo: non vidi nulla. Ora odo dire che il Generale parte, che se ne va a Caprera, a vivere come in un altro pianeta; e mi par che cominci a tirar un vento di discordie tremende. Guardo gli amici. Questo vento ci piglier tutti, ci muliner un pezzo come foglie, andremo a cadere ciascuno sulla porta di casa nostra. Fossimo come foglie davvero, ma di quelle della Sibilla, portasse ciascuna una parola: potessimo ancora raccoglierci a formar qualcosa che avesse senso, un d; povera carta! rimani pur bianca... Finiremo poi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .




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