STORIA DELLA LETTERATURA GRECA
di G.A. Privitera - G. Basta Donzelli - A. Masaracchia - R. Pretagostini-
F. Montanari.
A cura di Giovanni D'Anna.
ENCICLOPEDIA TASCABILE "IL SAPERE" EDITA DALLA NEWTON COMPTON
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI MARILENA MARCHINI
INDICE:
1) Introduzione.
2) La letteratura greca arcaica
3) La poesia greca del quinto e quarto secolo avanti Cristo
4) La prosa greca del quinto e quarto secolo avanti cristo
5) La letteratura greca dell'et ellenistica
6) La letteratura greca pagana di et imperiale

1) Introduzione.
La letteratura greca si svolge in un arco di tempo assai lungo: essa si 
apre, per noi, con i poemi omerici (le parti pi antiche dell'Iliade po-
trebbero risalire addirittura al nono secolo a.C.) e in genere la si con-
sidera finita col quinto secolo d.C., anche se per qualche studioso la 
letteratura bizantina comincia gi con la morte di Teodosio (395 d.C.), 
mentre per altri ci avviene soltanto con Giustiniano, che sal al trono 
nel 527, in pieno sesto secolo. Si tratta quindi di almeno tredici secoli 
di storia letteraria, una durata ben pi ampia di quella dell'altra grande 
letteratura classica, la latina, che terminando anch'essa, per convenzione, 
col quinto secolo, ha inizio assai pi tardi, nella seconda met del terzo
secolo a.C.: quando in Roma Livio Andronico e Nevio fanno rappresentare le 
loro prime fabulae scaenicae, in Grecia si era gi concluso non solo il 
periodo arcaico della letteratura, ma anche il cosiddetto periodo attico 
(secoli quinto e quarto) e c'era stata la prima, pi fiorente fase
dell'ellenismo, che va dalla morte di Alessandro Magno (323 a.C.) alla
fine dell'indipendenza dell'Egitto, l'ultimo grande regno ellenistico, in 
conseguenza della sconfitta subita da Cleopatra - e da Antonio - ad opera 
di Ottaviano, il futuro Augusto, nella battaglia di Azio del 31 a.C.
Ma vi  di pi: i poemi omerici che sono le pi antiche opere a noi giunte,
non rappresentano in realt l'inizio della poesia greca, ma costituiscono lo
splendido coronamento di una attivit creativa che durava da tempo. Lo
attestano le espressioni formulari e gli epiteti fissi, che presuppongono 
una lunga fase anteriore; la perfezione dell'esametro omerico regolato da 
precise norme, certamente fissate attraverso una non breve elaborazione; 
la natura di alcuni episodi specie dell'Iliade, che permette di pensare 
ad una loro genesi autonoma, precedente al loro inserimento, realizzato 
con evidenti difficolt di adattamento, nella trama del poema maggiore; 
infine la chiara testimonianza dell'attivit di aedi quali Femio a Itaca 
e Demodoco presso i Feaci che cantavano in tempi pi antichi nelle corti 
dei principi le gesta gloriose di di e di eroi, ci gli stessi argomenti 
dell'epos omerico.
La lingua omerica attesta anche una gi avvenuta differenziazione dialet-
tale: l'Iliade e l'Odissea sono scritte in ionico antico con presenza di nu-
merosi eolismi e di qualche forma dorica che peraltro potrebbe essere pe-
netrata nel testo in tempi successivi. In epoca arcaica non esiste un greco
comune, ma si distinguono, anche con limiti non perfettamente definibili
cinque dialetti: lo ionico-attico, parlato nell'Eubea, nelle Cicladi lungo 
le coste settentrionali del mar Egeo, in una vasta zona della costa del-
l'Asia minore e, con qualche caratteristica peculiare, nell'Attica; 
l'eolico meridionale o arcadico-cipriota; l'eolico settentrionale parlato 
in Tessaglia, in Beozia, a Lesbo e nella zona costiera dell'Asia Minore 
prospiciente la grande isola in cui sarebbero nati Alceo e Saffo; infine 
il dorico settentrionale, lingua di quasi tutta la Grecia centrale, e 
quello meridionale, parlato in tutto d Peloponneso tranne l'Arcadia, in 
alcune isole dell'Egeo e nella maggior parte delle colonie greche di oc-
cidente. In questa sede non  possibile trattare n delle diversit fone-
tiche e lessicali dei vari dialetti n della loro genesi che oggi viene 
ridiscussa alla luce della scoperta, fatta dall'inglese Ventris nel 1952, 
dell'affinit con lo ionico omerico della scrittura Lineare B, tramandata 
in tavolette cretesi del 15esimo secolo a.C. e micenee del 13esimo; in-
teressa invece rilevare il fatto, importantissimo per la storia letteraria, 
che i diversi generi di poesia rimasero connessi con l'uno o l'altro dia-
letto anche quando a coltivarli furono scrittori che non erano originari 
delle zone in cui quel dialetto era parlato. Cos l'epos conserv sempre 
una patina omerizzante, persino in un Apollonio Rodio, proveniente da area 
dorica e fiorito in et ellenistica; la lirica corale fu scritta prevalen-
temente in dorico, perch iniziata in Sparta da Terpandro e da Alcmane, 
anche quando la coltivarono l'eolico Pindaro o gli ionici Simonide e Bac-
chilide: forme doriche persistono anche nelle parti corali della tragedia 
attica. Del resto non soltanto il dialetto, ma il metro e altre norme re-
golavano rigidamente - secondo una precettistica antica che ebbe poi nella 
Poetica di Aristotele la pi autorevole formulazione - i generi letterari 
cio quelle categorie in base alle quali le opere venivano classificate 
per il loro contenuto, la loro natura drammatica o narrativa, il grado di 
coinvolgimento che suscitavano nello spettatore o nel lettore.
Solo molti secoli pi tardi col nascere dell'ellenismo, si verific la 
formazione di una lingua unitaria, il "dialetto comune" o koin, assai 
vicina allo ionico-attico, che produsse la graduale, anche se non completa, 
scomparsa dei dialetti locali (il dorico del Peloponneso non si oscur mai 
del tutto).
Alla formazione della koin contribu in modo determinante l'assoggetta-
mento di gran parte della Grecia al regno macedone di Filippo secondo e 
soprattutto la grande impresa di suo figlio Alessandro Magno che, abbat-
tendo il regno di Persia, costru un grande impero, che non sopravvisse 
integralmente alla sua prematura e repentina scomparsa (Alessandro mor 
a soli 33 anni nel 323 a.C.), ma una gran parte di esso, costituita dai 
regni di Egitto, di Siria, di Pergamo e da altri staterelli minori rimase 
stabilmente ellenizzata. A giudizio di Gennaro Perrotta, tra le varie di-
visioni in periodi proposte per la letteratura greca, la sola distinzione 
che valga veramente  fra quanto precede e quanto segue Alessandro Magno. 
Con l'inizio dell'ellenismo (questo termine fu coniato dal Droysen nel 
1878 per indicare la diffusione della letteratura e della civilt greca 
nel mondo in seguito all'impresa di Alessandro) si ha un profondo e radi-
cale cambiamento: si formano i grandi regni ellenistici; nascono le grandi 
citt con centinaia di migliaia di abitanti mentre l'Atene di Pericle aveva 
circa centomila cittadini; cambia il rapporto del privato con l'autorit; 
si raccolgono nelle grandi biblioteche migliaia di volumi e nasce la scienza 
della filologia (famose le scuole grammaticali di Alessandria e di Pergamo);
Atene perde il primato della vita letteraria, restando la capitale della 
filosofia, che per, dopo Aristotele, incentra i suoi interessi sull'etica 
anzich sulla metafisica. Nel campo delle lettere finisce la schiacciante 
prevalenza della poesia e la prosa, pur seguitando a trattare di filosofia, 
di storiografia e di oratoria, si allarga alla biografia, al romanzo, alla 
novella, alle trattazioni scientifiche, alle relazioni di viaggi.
Ma soprattutto cambia il rapporto fra l'autore e il destinatario, fra il 
poeta e il committente: nelle et pi antiche la poesia talvolta non era 
neppure scritta, ma tramandata solo oralmente, ed era cantata o recitata 
per un determinato personaggio o per un certo pubblico (si pensi per fare 
uno degli esempi pi importanti alla rappresentazione delle tragedie atti-
che, fatta per la cittadinanza ateniese nell'ambito di una cerimonia re-
ligiosa di carattere ufficiale). Invece nell'ellenismo lo scrittore diventa 
un letterato di professione, compone le sue opere perch vengano lette da 
tutti e ricerca la novit e l'eleganza formale, di cui si arriva a teoriz-
zare l'importanza preminente.
Il mondo greco, che fino ad allora era stato circoscritto alla penisola 
ellenica, alle isole dell'Egeo e dello Ionio, alle citt fondate dai coloni
greci in Asia Minore da una parte, in Sicilia e nell'Italia meridionale - 
la Magna Grecia - dall'altra, abbracci d'allora in poi tutto il bacino 
orientale del Mediterraneo. La lingua e la cultura greca penetrarono cos 
profondamente in queste zone, che quando Roma assoggett tutto il Mediter-
raneo e arriv a chiamarlo mare nostrum, non riusc a imporvi la lingua e 
la cultura latina, come invece pot ottenere in Gallia, in Spagna e nei 
paesi della costa nord-occidentale dell'Africa. Nel grande impero universale 
romano rimase sempre, pi o meno latente, il dualismo Grecia-Roma, che 
talvolta affior nel filellenismo di taluni imperatori quali Nerone e 
Adriano oppure nel fatto assai significativo che Marco Aurelio volle scri-
vere in greco i suoi Ricordi (pi esattamente A se stesso). Il tentativo di
"romanizzazione" del mondo ebbe successo quando Roma si sovrappose a civilt 
inferiori ma fall dove si scontr con la tradizione culturale greca, che 
era pi antica e certamente superiore alla latina. Gi in et augustea 
Virgilio in un celebre passo dell'Eneide (sesto, 847-53) aveva riconosciuto 
l'eccellenza dei Greci nelle arti figurative, nelle lettere e nelle scienze 
naturali rivendicando ai Romani la superiorit della forza militare, del 
diritto, dell'amministrazione dello Stato. Quando si arriv alla rottura 
dell'unit dell'impero, prima solo per suddivisione amministrativa col 
macchinoso meccanismo della tetrarchia instaurato da Diocleziano, e poi 
alla formazione di due compagini statali autonome, l'impero d'oriente e 
d'occidente, ci non fu altro che il riconoscimento formale della mancata 
fusione del mondo latino e del mondo greco. Ecco perch si pu seguitare 
a parlare di una letteratura greca di et imperiale (secoli primo-quinto
d.C.), vivente di vita propria, parallela ma spesso anche contrapposta alla 
letteratura latina dello stesso periodo.
Una letteratura che raccoglie la produzione di ben tredici secoli si presen-
ta quanto mai ricca e complessa; n va dimenticato che la nostra conoscen-
za  stata arricchita da numerosi ritrovamenti papiracei che nei tempi pi
recenti sono stati valorizati meglio che in passato grazie al perfeziona-
mento della tecnica di apertura e di lettura dei papiri: abbiamo recuperato
testi importanti di Alceo, Saffo, Alcmane, Pindaro, Bacchilide, Demoste-
ne e molti altri; un autore particolarmente favorito dalle scoperte papira-
cee  stato Menandro, del quale ci furono restituiti molti versi tra la 
fine dell'Ottocento e gli inizi del nostro secolo; inoltre nel 1958  stata 
pubblicata una commedia intera, il Misantropo o il Bisbetico, da un papiro 
appartenente ad un mecenate svizzero, il Bodmer, il quale non ha voluto 
rivelarne la provenienza.
Proprio considerando l'ampiezza e la complessit della letteratura greca,
si  preferito affidare la composizione della sintesi necessariamente breve,
che presentiamo ai lettori, a una quipe di studiosi ognuno dei quali  spe-
cialista del periodo che tratta: Aurelio Privitera, autore - tra l 'altro - 
della nuova traduzione completa di tutta l'Odissea, ha trattato la lettera-
tura arcaica da Omero alla fine del sesto secolo; la grande fioritura del 
cosiddetto periodo attico (quinto e quarto secolo)  stata divisa tra 
Giuseppina Basta Donzelli studiosa della tragedia e di Euripide in partico-
lare, che si  occupata della poesia, mentre Agostino Masaracchia, insigne 
conoscitore dell'Atene di Pericle e di Platone, ci parla della prosa dello 
stesso periodo. Roberto Pretagostini specialista dell'ellenismo, mette a 
frutto la sua grande competenza di questo momento cruciale della storia 
letteraria, e non solo tale, della Grecia, mentre Franco Montanari si  
sobbarcato all'impresa difficile di sintetizzare il lungo periodo dell'et 
imperiale e possiamo affermare che vi  riuscito molto felicemente.
Per motivi di spazio non  stata inserita la trattazione della letteratura 
cristiana, che, com' noto,  di fondamentale importanza giacch in greco 
furono scritti oltre ad alcuni degli ultimi libri dell'Antico Testamento, 
tutti quelli del Nuovo, a cominciare dagli stessi Vangeli e dalle epistole
paoline.
E anche per quanto riguarda gli apologisti e i padri della Chiesa, la produ-
zione greca non  inferiore alla latina. Contiamo di presentare una sintesi
della letteratura cristiana antica, greca e latina, in un altro volumetto 
di questa collana.
GIOVANNI D'ANNA.


G. AURELIO PRIVITERA
2) La letteratura greca arcaica.
a) Osservazioni preliminari
Non si pu capire la letteratura greca arcaica, se non si tengono pre-
senti almeno tre caratteristiche che la differenziano profondamente dal-
la letteratura greca successiva e dalle altre letterature europee: per tut-
ta l'et arcaica (ottavo-sesto secolo a.C.) la produzione letteraria fu 
composta in versi, fu diffusa oralmente, fu spesso connessa con la musica; 
in certi casi il poeta eseguiva egli stesso cantando e suonando, come un 
moderno cantautore, la poesia e la musica che egli aveva composto.
In prosa si cominci a scrivere nella seconda met del sesto secolo a.C. e
con la prosa cominci lentamente a diffondersi anche la lettura. Fino al
quinto secolo a.C. non vi fu nel mondo greco nessun vero commercio librario.
La scrittura alfabetica esisteva fin dall'ottavo secolo a.C., ma a possede-
re dei testi (che usualmente erano scritti su rotoli di papiro) furono so-
prattutto dei professionisti, quali per esempio i rapsodi, che si eserci-
tavano su di essi per recitarli poi a memoria davanti a un pubblico.  
significativo che ancora Socrate (morto nel 399 a.C.), apprendendo che il 
sofista Eutidemo di Chio possedeva tutto Omero, gli chiedeva se per caso 
voleva fare il rapsodo.
Proprio perch composta in versi, destinata all'esecuzione orale e ac-
compagnata spesso dalla musica, la poesia greca arcaica ebbe sempre
una struttura sintattica, lessicale e stilistica particolare, atta a fa-
cilitarne l'immediata comprensione da parte dell'uditorio: vi prevalevano i
nessi paratattici, le parole della tradizione poetica comune, lo stile enun-
ciativo, la composizione ad anello, che richiamando l'inizio del discorso
ne segnalava all'uditorio la conclusione.
b) La poesia epica
La poesia pi antica e pi diffusa in ogni parte del mondo greco fu
quella epica. L'aggettivo epico deriva da epos: con il plurale epe i Greci
indicavano sia le parole, sia i racconti, sia i versi dattilici tipici
dell'epica. La poesia epica raccontava soprattutto le storie degli di e
degli uomini: ma anche le origini del mondo, delle stirpi, delle citt, le
norme dell'agricoltura o della navigazione, i vaticini, le scoperte, le av-
venture in terra e in mare e quasi tutti gli argomenti che poi saranno
espressi in prosa. Inizialmente fu esposta in versi epici anche la specu-
lazione filosofica.
I Greci del quinto secolo a.C. possedevano un gran numero di poemi epici, 
intorno agli di (Teogonie, Titanomachie, Gigantomachie), alla storia di
Argo (Foronide, Danaide), alla storia di Tebe (Edipodia, Tebaide, Epi-
goni), alla spedizione degli Argonauti (Canti corinzi, Canti di Naupat-
to), alle imprese di Eracle e di altri eroi (le varie Eracleidi e Teseidi), 
alle tradizioni di singoli popoli (Meropide, Miniade). Tutti questi poemi 
sono andati perduti: essi testimoniano che l'epica era radicata in molti 
centri del mondo greco e s'era irradiata dappertutto nell'et arcaica. 
Soltanto l'Iliade e l'Odissea sono sopravvissute: la prima racconta alcuni 
episodi dell'ultimo anno della guerra di Troia, la seconda narra l'av-
venturoso ritorno di Odisseo a Itaca, dopo aver combattuto dieci anni a 
Troia e aver vagato per altri dieci anni in favolosi paesi stranieri.
I due poemi, attribuiti tradizionalmente a Omero, sono per noi i primi
testi della letteratura greca: in realt essi rappresentano non l'inizio,
ma il momento pi alto e quasi conclusivo di una lunga tradizione fiori-
ta nella Grecia continentale durante l'et micenea (16esimo-12esimo secolo
a.C.) e venuta a definitiva maturazione nelle colonie ioniche dell'Asia 
Minore durante i secoli bui (11esimo-nono secolo a.C.). Il dialetto dei 
due poemi  ionico, con forti venature arcaiche non-ioniche, di derivazione 
eolica e micenea:  una lingua d'arte, flessibile, variegata, ricca di
termini equivalenti e di formule, cio di segmenti con struttura metrica 
costante formati da due o pi parole sostituibili. Le formule, le scene 
tipiche e i moduli compositivi identicamente ricorrenti conferiscono alla 
varia e colorata poesia omerica quella ripetitivit rituale e quella 
ieraticit, che  tipica dell'epos.
L'aspetto formulare della dizione epica indica che la materia, prima di
esser fissata nell'Iliade, nell'Odissea e negli altri poemi epici perduti, 
fu composta, eseguita e tramandata oralmente dagli aedi, i quali cantava-
no non solo nelle regge e nelle case dei maggiorenti, ma anche nei san-
tuari e nelle piazze, davanti a tutto il popolo, sicch davvero si pu dire
che l'epica, sulla soglia dell'et arcaica, svolse nel mondo greco un ruo-
lo culturale panellenico, rendendo tutti i Greci partecipi delle stesse
memorie, delle stesse tradizioni e delle stesse conoscenze. Svolse il ruo-
lo di una enciclopedia tribale.
Nella storia dell'epica greca arcaica si distinguono chiaramente due
fasi: ma non altrettanto chiaramente si capiscono i motivi per cui si pas-
s dall'una all'altra.
In un primo tempo i cantori, detti aedi  o rapsodi cio genericamente 
cantori o cantori che compongono, cantavano o cantilenavano (tra canto 
e recitazione esiste anche oggi un registro intermedio: il recitativo) 
accompagnandosi con uno strumento a corda. In un secondo tempo il cantore 
depose lo strumento, impugn il bastone dell'oratore  e recit i versi 
epici senza accompagnamento musicale. La ragione di questo mutamento  
ignota.
Altrettanto ignota  la causa di una seconda e pi importante innovazio-
ne. Il cantore raccontava sempre per episodi: la lite fra due capi, le 
imprese di un eroe, l'episodio del cavallo di legno. E tuttavia a un certo 
punto si composero dei grandi poemi, come l'Iliade e l'Odisseo (rispet-
tivamente di 15.698 e di 12.007 versi), che un cantore non avrebbe mai 
potuto eseguire davanti a uno stesso pubblico. Infatti in un'ora si pos-
sono recitare solo 600 versi: prima dei cantori, si sarebbero stancati 
gli ascoltatori.
c) Il "ciclo" e i due "poemi omerici"
Agli occhi degli antichi, tutti i poemi epici concorrevano a formare un
ciclo, cio una serie completa di racconti sulle imprese memorabili,
dai primordi fino alla morte di Odisseo. Grazie al patriarca bizantino
Fozio, che ce ne ha tramandato il sunto redatto da Proclo, noi cono-
sciamo il contenuto dei poemi sull'impresa troiana (1).
Autore dei poemi ciclici tradizionalmente era considerato Omero: ma
presto si cominci a dubitarne. Nel quinto secolo a.C. Erodoto gli negava 
i Canti Cipri; nel quarto, Aristotele opponeva agli altri poemi, che rac-
contavano i fatti uno dopo l'altro, l'Iliade e l'Odissea, organizzati in-
vece intorno ad un'unica azione; nel terzo, Xenone ed Ellanico riconosce-
vano a Omero solo l'Iliade.
Chi fosse Omero, dove fosse nato e quando fosse vissuto era ignoto. Che
nella Ionia fosse esistito un poeta Omero non era messo in dubbio dagli
antichi e non lo  dai moderni, i quali pensano che gli sia stata attribuita
buona parte dell'epica antica perch era stato poeta pi grande degli altri.
Non si sa invece che cosa noi possediamo di autenticamente omerico.
La storia delle varie opinioni, cio la storia della critica omerica o que-
stione omerica, si  sviluppata schematicamente lungo cinque princi-
pali tendenze: a, tendenza unitaria, fatta valere da Aristarco (secondo se-
colo a.C.) il quale attribuiva a Omero i due poemi maggiori; b, tendenza 
analitica, inaugurata scientificamente da Wolf (nel 1795) e predominante 
fin oltre il 19esimo secolo, che puntando su contraddizioni interne e 
discrepanze tra i livelli stilistici, etici, socio-culturali, scioglie i 
due poemi in parti e ne giudica omeriche alcune, anteriori o posteriori 
altre; c, tendenza neo-unitaria, rappresentata da Rothe, Drerup, Bowra, e 
soprattutto da Schadewaldt (1938), il quale, in base al gioco di annunci 
e rimandi presenti nell'Iliade, ne ha difeso la sostanziale unit; d, ten-
denza neo-analitica, iniziata da Muelder (nel 1910), che deriva motivi e 
parti dei due poemi maggiori da ipotetici poemi preesistenti; e, tendenza 
oralistica, avviata da Parry (1928), che considera i poemi come il risulta-
to di una lunga tradizione orale.
Ma comunque e da chiunque siano stati composti,  incontestabile che i
due poemi continuano ad affascinare il lettore contemporaneo, come gi
commossero il pubblico antico. L'Iliade  il poema del valore guerriero.
Chi ha valore, ha onore e merita il giusto riconoscimento: il riconoscimen-
to pi alto  il canto, che diffonde nello spazio e nel tempo la gloria e 
rende immortale l'eroe. Figura paradigmatica di questa visione aristocratica 
 Achille: risentito, magnanimo, ardente di furore guerriero, selvaggiamen-
te inflessibile nella vendetta. Il poema  costruito intorno alla sua ira 
e alla sua vendetta. Offeso dal comandante supremo Agamennone, che gli ha
tolto Briseide, Achille non partecipa alle battaglie e causa cos agli Achei
lutti infiniti: ma quando il suo pi caro amico Patroclo, vestitosi delle
sue armi, va in vece sua in battaglia e cade, ucciso da Ettore, Achille
torna a combattere, uccide Ettore, ne strazia il corpo, onora con solen-
ni funerali Patroclo e infine, in un commovente confronto notturno con
Priamo, restituisce al vecchio re troiano il cadavere del figlio Ettore.
L'Iliade non illustra soltanto gli aspetti della guerra: l'assemblea, la
rassegna dell'esercito, il consiglio dei capi, l'arringa prima della batta-
glia, l'assalto, le armi, i guerrieri, l'agguato, il bivacco, il duello. 
Rappresenta anche la bellezza, l'amore, l'amicizia, l'ospitalit, l'ago-
nismo, la vita cittadina e rurale, l'esistenza felice degli di, appas-
sionati come gli uomini ma soprattutto immortali e sereni.
L'Odissea narra le dolorose avventure di Odisseo, che arriva a Itaca
dopo dieci anni, uccide i pretendenti della moglie e riacquista il domi-
nio sulla casa e sull'isola. L'Odissea  il poema della perseveranza, della
sopportazione, dell'intelligenza, della fedelt reciproca. Odisseo e la
moglie Penelope sono figure speculari: nessun pericolo, nessun ostaco-
lo, nessuna lusinga indebolisce in Odisseo la volont di tornare e in Pe-
nelope la volont di aspettare con pari tenacia il ritorno del marito.
Pi dell'Iliade, che ne esalta il valore in guerra, l'Odissea celebra tutte
le virt del nobile. Il protagonista  come gli eroi antichi, ma ha anche
doti nuove, indispensabili per guidare schiere di uomini in paesi stra-
nieri: sa affrontare tempeste e bonacce, giganti cannibali, dee che stre-
gano o ammaliano, mostri marini; sa costruirsi un'arma o una barca; sa
raggiungere le porte dell'Ade, interrogare i defunti e tornare.  tenace
nel perseguire il fine, ma flessibile nell'inventare i mezzi: prima di agi-
re, valuta la situazione. Manda qualche compagno a esplorare o va lui
stesso: per scoprire le intenzioni dell'interlocutore, si finge un altro, 
si sdoppia, manda in avanscoperta un altro se stesso.
Segno inconfondibile della nuova sensibilit che anima l'Odissea  il
ruolo che vi svolgono le donne, i ragazzi, i vecchi, i mercanti, che nella
societ eroica dell'Iliade erano marginali, subalterni o del tutto assenti.
Considerati insieme i due poemi rappresentano l'intero orizzonte di-
vino e umano. Gli di sono sempre presenti nell'Iliade: non vi  atto
inatteso o eccezionale che non sia ispirato da un dio. Poich gli di ome-
rici vivono, amano, odiano, ingannano come gli uomini, da qualcuno si
 negato al mondo omerico un vero sentimento religioso: ma  una con-
clusione errata. Diomede, che si slancia per la quarta volta contro Enea
bench lo veda difeso da Apollo e che ode la voce possente del dio
(Bada, Tidide, e cedi: non avere pensieri uguali agli di, perch non 
pari la stirpe dei numi immortali e degli uomini che s'aggirano in ter-
ra), sa perfettamente che cosa  il divino. L'uomo omerico sa che gli
di sono diversi: immortali, potenti e sereni. Sa che egli non pu nulla
contro di essi, ma pu molto con il loro favore. Sa che pu ottenerne
l'aiuto vivendo da uomo giusto e pio.
Giustizia e rispetto degli di sono un punto di riferimento e un metro
di valutazione costante nell'Odissea, dove spesso compaiono in coppia.
 certamente vero che nell'Odissea la presenza degli di  discontinua
e che in essa predomina l'azione di esseri del folclore provvisti di poteri
eccezionali: il Ciclope cannibale e immensamente forte, simile all'orco
delle favole; Eolo che pu dominare e imprigionare i venti; i gigante-
schi Lestrigoni antropofagi; la maga Circe, che muta gli ospiti in bestie;
le rovinose Sirene ammaliatrici; i mostri marini Scilla e Cariddi. Ma 
anche vero che queste figure sono inserite ogni volta nel sistema mitico
e religioso dei poemi: Polifemo  figlio di Posidone, Eolo ha il suo po-
tere da Zeus, Circe e Scilla sono esseri divini.
Bench teatro dell'Iliade sia la guerra, sulla sua scena sono rappresen-
tati, per mezzo di similitudini talora ampie, tutti gli aspetti della vita 
e della natura. Le similitudini sono meno numerose nell'Odissea, che ha
per scena il mondo e descrive direttamente il mare e la campagna, la
vita domestica dei nobili e degli umili.
L'Iliade e l'Odissea sono un occhio spalancato sull'universo.
L'universalit dei loro contenuti non  per la sola causa della loro
fortuna. Un'altra causa  l'organizzazione dei contenuti intorno a un
asse fondamentale. Diversamente dai poemi ciclici, che elencavano di
seguito gli episodi, l'Iliade e l'Odissea, come notava con ammirazione
Aristotele, li organizzano attorno a un'azione e li orientano verso un fine.
I due poemi rappresentano il primo geniale tentativo di costruire un'o-
pera organica.
NOTE:
1) 1. Canti Cipri (11 libri): cause della spedizione e avvenimenti 
anteriori all'Iliade; 2. Iliade; 3. Etiopide (5 libri): dopo avere ucciso
l'amazzone Pentesilea e Memnone, re degli Etiopi, sopraggiunti in aiuto 
ai Troiani, Achille  ucciso da Paride; 4. Piccola Iliade (4 libri): gli
Achei salpano e i Troiani, credendo finito l'assedio, abbattono un tratto
di mura per introdurre il cavallo di legno; 5. Distruzione di 
Ilio (2 libri): gli Achei escono dal cavallo di legno e, insieme agli 
altri tornati con la flotta, distruggono Troia; 6. Ritorni (5 libri): gli 
eroi partono, ma non tutti hanno un felice ritorno; 7. Odissea; 
8. Telegonia (2 libri): Telegono, figlio di Circe, sbarca a Itaca in cerca
del padre Odisseo e  l'uccide senza conoscerlo.

d) Esiodo
Nell'Iliade e nell'Odissea l'autore non parla mai di s: racconta gli even-
ti oggettivamente e fa parlare direttamente i suoi personaggi. Segnala
la sua presenza solo nei proemi, con un semplice pronome: ora
narratemi o Muse(Iliade secondo 484), narrami o Musa (Odissea primo 1). 
Nel proemio dell'Iliade manca anche il pronome, come se tra Musa e ascolta-
tori il rapporto potesse essere diretto: l'ira canta o dea. Questa esi-
genza di oggettivit ha suggerito ai teorici della letteratura un'opposi-
zione tra epica e lirica che, invalsa nell'et romantica, continua ad 
essere  condivisa dalla critica letteraria contemporanea: l'epica sarebbe 
una poesia narrativa e oggettiva, la lirica una poesia affettiva e sogget-
tiva.  un'opposizione di comodo e non ha un riscontro storico rigoroso 
nella letteratura.
Un'ispirazione affettiva e soggettiva si trova gi nella tradizione epica:
per primo Esiodo, per quanto ne sappiamo, narr in esametri, in dialet-
to epico e in prima persona, le vicende proprie e della propria famiglia.
Dal punto di vista formale non era una novit: anche Odisseo racconta
le sue peripezie. Ma Esiodo non era un personaggio fantastico: era un
pastore e un contadino-proprietario, che parlava di se stesso, raccon-
tando vicende personali tutt'altro che eroiche. Cos per la prima volta
compaiono nella poesia epica l'autobiografismo e l'antieroismo: com-
pare il rovescio dell'epica eroica.
Esiodo racconta nelle Opere e i giorni che suo padre, lasciata Cuma eo-
lica e i commerci per mare, s'era trasferito in un borgo della Beozia, ad
Ascra, alle pendici dell'Elicona. Racconta di quando, unica volta, varc
il mare da Aulide a Calcide, per partecipare alle gare in onore del pro-
de Anfidamante (dunque ai tempi della guerra combattuta da Calcide
contro Eretria per la piana del Lelanto, tra il 730 e il 700 a.C.): in quel-
l'occasione egli ottenne in premio un tripode, con un canto, che  forse
da identificare con la Teogonia. Racconta che il fratello Perse, dissipata
la propria parte di eredit, cercava di strappargli la sua.
La Teogonia  un poemetto di 1020 esametri sulla creazione del cosmo
e la genealogia degli di.  un tentativo poderoso di sistemazione teo-
logica, percorso da viva commozione religiosa e fantastica: l'universo vi
appare come un grande organismo divino, immenso e straordinaria-
mente possente. Le divinit sono antropomorfe, come nei poemi omeri-
ci: per alcune sono ancora elementi (il Cielo, il Mare), altre sono gi
astrazioni e la loro genealogia simbolizza i rapporti di causa ed effetto
(la Contesa genera il Travaglio, l'Oblio, la Fame, i Dolori, le Mischie e
una diecina di altri malanni).  una forma arcaica di riflessione. Diffici-
le dire quali fossero le fonti di Esiodo. Alcuni suppongono influenze
dell'Egitto e del Vicino Oriente: il mito dinastico Urano-Crono-Zeus e
la lotta finale di Zeus contro Tifeo hanno paralleli nei testi ittiti e 
babilonesi. Ma non bastano le somiglianze per provare la dipendenza: si
pu anche pensare a una remota origine comune dei vari filoni.
Nell'appassionato proemio alle Muse, lungo 115 versi, Esiodo ricorda
il giorno in cui esse gli apparvero, gli insegnarono il canto e gli donaro-
no lo scettro di alloro, mentre pasceva le greggi ai piedi dell'Elicona. 
interessante che Esiodo dica il suo nome, come per porre un sigillo di
autenticit all'opera. Ma ancora pi interessante  che le Muse dichia-
rino di saper dire sia parole mendaci, sia parole veraci: per la prima vol-
ta un poeta ammetteva che la poesia non  sempre verit e scorgeva
nella realt una polare ambivalenza. Esiodo torner nelle Opere e i gior-
ni su questo aspetto ambiguo della realt e dir che non c' una sola
Contesa, ma due: la Contesa buona (la gara) e quella cattiva (la lite).
La duplice qualit delle cose complicava il problema del bene e del
male e rendeva pi difficile la scelta. Per spiegare agli uomini il male,
Esiodo  ricorso al mito di Prometeo. Al tempo in cui uomini e di con-
vivevano, lo scaltro Prometeo spart le carni sacrificali di un bue in parti
disuguali. Zeus lo not, scelse apposta la parte peggiore e per punizio-
ne neg il fuoco agli uomini, che avevano avuto la parte migliore. Ma
Prometeo rub il fuoco e lo don agli uomini: allora Zeus form la pri-
ma donna e la mand tra gli uomini come loro rovina.
Pi del radicale misoginismo, che era insito nella tradizione prece-
dente,  interessante l'impalcatura ideologica del mito, perch Esiodo
ha fondato su di essa la sua predicazione successiva. Il male ha origine
dall'ingiusta e ingannevole distribuzione dei beni e dalla successiva inos-
servanza del divieto che, negando agli uomini la potenza del fuoco, li
collocava a un livello inferiore rispetto agli di. La doppia vicenda  re-
golata dalla legge generale dell'equilibrio: alla sua rottura segue la rea-
zione che lo ristabilisce. Poich gli uomini avevano ricevuto ingiusta-
mente pi carne, fu negato loro il fuoco: quando con l'inganno ricevet-
tero il fuoco, furono di nuovo puniti con l'invio in terra della donna. Il
male si configura come un effetto del bene ottenuto con l'inganno, al di
l della giusta misura. Il male  il segno della giustizia di Zeus.
Questa visione del destino umano, che nella Teogonia  presentata epi-
sodicamente, nelle Opere e i giorni  ulteriormente ampliata e appro-
fondita. Nel poemetto, che conta 828 esametri ed  composto anch'es-
so in dialetto epico, Esiodo si rivolge al fratello Perse, che attentava 
alla sua parte di eredit con la compiacenza di giudici corrotti, per consi-
gliargli, in luogo della Contesa cattiva, la Contesa buona, che spinge il
povero al lavoro per eguagliare il ricco: se nel petto il tuo animo vuole
ricchezze, agisci cos e su lavoro lavora lavoro.
Perno delle Opere e i giorni  l'etica del lavoro. Esiodo condanna la 
ricchezza mal procacciata, che  punita dagli di, e loda quella fondata 
sulla fatica. In una societ che riteneva ricco chi per vivere non
aveva bisogno di lavorare e che apprezzava solo un tipo di fatica, quella
gloriosa del guerriero, l'invito a non vergognarsi del lavoro per vivere
era un messaggio rivoluzionario.
Naturalmente qualunque lavoro, in battaglia o in campagna, era l'ef-
fetto di una giusta punizione. Gli uomini devono faticare e penare: solo
gli di vivono facilmente e felicemente. Voler vivere come loro, evitan-
do il lavoro, sarebbe stato un atto di hybris: il lavoro  inserito in un 
sistema morale con una forte connotazione religiosa.
Nelle Opere e i giorni Esiodo si domanda di nuovo per quale colpa gli
uomini siano stati puniti: e nuovamente accenna al mito di Prometeo.
Poi si dilunga su quello della prima donna: appena Pandora arriv tra
gli uomini, sollev il coperchio del vaso e lasci i mali diffondersi sulla
terra. Solo la Speranza rimase prigioniera nel vaso. Subito dopo, per
provare che la stirpe degli di e degli uomini  una sola, Esiodo raccon-
ta il mito delle cinque et: d'oro, d'argento, di bronzo, degli eroi, di 
ferro. L'inserzione degli eroi, di cui Esiodo non poteva negare l'eccellen-
za, interrompe la traiettoria discendente senza tuttavia raddrizzarla: il
movimento  dal meglio (stirpe aurea) al peggio (stirpe ferrea). A que-
ste seguir una stirpe ancora peggiore: genitori, ospiti e amici non sa-
ranno pi rispettati, prevarranno ingiustizia, spergiuro e inganno, mal-
vagi e violenti trionferanno sul giusto, Pudore e Riguardo scompariran-
no. Come terzo mito Esiodo racconta quello dello sparviero, che te-
nendo tra gli artigli un usignolo, gli spiega da quale principio il mondo
 governato: dall'arbitrio del pi forte.
Su questo cupo orizzonte di dolore, declino e violenza, Esiodo pone
come salvezza la vergine figlia di Zeus: Dike. Le opere e i giorni sono
una celebrazione di Dike: la Giustizia e il lavoro sono celebrati proprio
perch Esiodo intorno a s li vedeva insufficientemente rispettati.

e) L'et della lirica
I Grammatici alessandrini, consideravano poeti lirici solo gli autori di 
poesie cantate sulla lira o su un altro strumento simile. Invece nell'ac-
cezione moderna - adottata anche in queste pagine - sono detti lirici 
tutti gli autori di poesie con forte contenuto affettivo e soggettivo: 
non solo, dunque, gli autori di poesie cantate, ma anche gli autori di 
poesie giambiche (che non erano cantate, ma recitate) e gli auto-
ri di poesie elegiache (che originariamente erano accompagnate dal-
l'aulo, uno strumento ad ancia doppia come l'oboe).
Comune alla poesia melica, giambica ed elegiaca  una medesima ca-
ratteristica: l'autore parla quasi sempre in prima persona e fa riferi-
mento a fatti, sentimenti e idee individuali. Da questi riferimenti sono
stati ricavati in passato dei dati biografici intorno ai vari autori: gli 
studi pi recenti hanno messo in guardia contro questa impostazione e han-
no dimostrato che non sempre il poeta dicendo io parla veramente di
s, cos come non sempre un autore moderno di canzoni, dicendo in esse
di amare una donna, conosce e ama veramente una donna con quel
nome. In entrambi i casi l'autore non vuole affatto informare il pubbli-
co delle sue vicende private. Egli per lo pi vuole esprimere una condi-
zione affettiva e individuale condivisa dagli ascoltatori. L'io del poe-
ta , insomma, rappresentativo e paradigmatico, non biografico. La vi-
gorosa fioritura della lirica, dal settimo secolo a.C. fino a met del 
quinto, non significa dunque che in luogo degli eroi diventarono protago-
nisti della poesia in quei secoli i poeti: significa solo che accanto ai 
temi eroici di Omero, interessavano ormai ai poeti e al pubblico altri temi, 
afferenti alla sfera individuale, riguardanti il costume, la vita quoti-
diana, l'amicizia e l'amore, l'impegno militare e politico, le convinzioni 
etiche e religiose.
Temi in parte antichi e in parte nuovi, che nella nuova societ in forma-
zione acquistarono una centralit che non avevano avuto in passato.
Il nuovo orientamento espressivo coincise, infatti, con una rapida e ra-
dicale trasformazione della societ. Nella prima met del secolo ottavo a.C.
era iniziato un grande movimento migratorio verso occidente e nel giro
di alcuni decenni erano sorte nuove citt nell'Italia meridionale e in Si-
cilia. Le colonie venivano fondate dagli abitanti di una citt (Calcide
Eretria, Corinto, eccetera): ma spesso con essi partivano anche abitanti di
altre citt pi o meno affini per tradizione e dialetto. Il vecchio mondo
si frantumava per ricostituirsi altrove secondo nuovi parametri.
La spinta fu impressa da fattori economici negativi, che minarono l'e-
gemonia politica delle vecchie aristocrazie fondiarie e scatenarono
aspre lotte tra le varie famiglie e le varie consorterie. Al lavoro del suo-
lo, poco e avaro, si affianc presto l'avventura mercantile sui mari, che
produsse nuova ricchezza e sospinse i nuovi ceti sulla ribalta politica. 
In parecchie citt arriv al potere un nuovo tipo di reggitore, il tiranno,
che impose con la forza la sua mediazione alle varie componenti politi-
che. I valori antichi entrarono in crisi e dovettero essere verificati, 
cambiati e riformulati.
Nel giro di tre secoli (ottavo-sesto) lo spazio geografico e culturale del 
mondo greco si dilat fino alle pi lontane coste del Mediterraneo e del
Mar Nero e richiese nuovi mezzi di scambio e di comunicazione: lenta-
mente cominciarono ad affermarsi la moneta e la scrittura, che permet-
tevano uno scambio delle merci e dei messaggi differito nello spazio e
nel tempo. Col passare degli anni le due tecniche influenzeranno sem-
pre pi l'economia e la cultura.

f) I poeti giambici
Poeti giambici sono detti gli autori di versi ingiuriosi, faceti od osceni.
Il nome deriva da giambo, il metro usato di solito, ma non esclusivamente, 
per esprimere appunto la maldicenza , il ridicolo e l'oscenit.
Il giambografo pi famoso fu Archiloco di Paro, il primo poeta greco
di cui conosciamo una data: in un suo componimento egli accenna, in-
fatti, all'eclisse totale del 648 o 647 a.C., che probabilmente egli vide 
a Taso, una colonia di Paro in cui s'era trasferito e per cui combatt. Fu
soldato e poeta (sono servo del Signore Enyalios e delle Muse cono-
sco il dono che innamora): visse combattendo e mor in battaglia per
difendere Paro contro gli abitanti di Nasso. Famosi furono i suoi attac-
chi contro Licambe, che gli aveva negato la mano della figlia Neobule:           I   
un papiro di Colonia ha restituito un lungo frammento in cui il soggetto         I  l
racconta come aveva sedotto la sorella minore di Neobule. Se il soggetto
 Archiloco e se l'esperienza  reale, si pu capire perch le figlie
di Licambe, per vergogna degli attacchi subiti, si sarebbero data la
morte: ma a raccontare pu anche essere un soggetto diverso dall'autore
e la scena raccontata pu anche essere una fantasia.
Crizia, il politico e scrittore ateniese del quinto secolo a.C., accus
Archiloco di aver parlato male di tutti: dei nemici, degli amici e
di se stesso. Se non lo avesse detto lui, gli rimprovera, noi non sa-
premmo che era figlio della schiava Enip, che emigr a Taso perch
povero, che era adultero, lascivo, prepotente, e peggio ancora che
gett via lo scudo in battaglia per salvarsi. Le parole di Crizia pos-
sono indurre in errore. La condizione di Archiloco fu meno umile di
quanto Crizia dedusse dai suoi versi: suo nonno era stato uno
degli ecisti di Taso, suo padre Telesicle portava un nome aristocra-
tico e la furiosa maldicenza, che gli avrebbe inimicato anche i Tasi,
era una caratteristica del genere poetico.
La poesia giambica, come fu notato da Jaeger, conteneva una forte ca-
rica normativa: biasimando, distoglieva dai modelli negativi, cos
come la poesia celebrativa, elogiando, proponeva dei modelli posi-
tivi. In questa prospettiva non meraviglia che il "maledico" Archiloco
abbia anche riflettuto sul significato della vita umana e, in occasione
della scomparsa in mare di molti concittadini eminenti, abbia con-
sigliato a tutta la citt - in una elegia - di smettere il lutto e il
pianto, di opporre alla sventura la sopportazione e di riflettere che
anche la sventura  limitata e non colpisce sempre le medesime persone.
Egli sapeva che l'uomo  soggetto al ritmo proprio della condizione
umana,  esposto al destino che ogni giorno Zeus gli impone,  un essere 
limitato e deve agire perci con misura. In questo quadro riflessivo
e parenetico si inquadrano funzionalmente i motivi favolistici
presenti nei frammenti.
Contemporaneo di Archiloco fu Semonide di Amorgo, di cui restano una
quarantina di frammenti, in trimetri giambici, con tutte le caratteri-
stiche proprie della giambografia arcaica: attacchi a ghiottoni,
cinedi e indovini, metafore sconce, scene di sesso. Il componimento
pi lungo e famoso  la satira contro le donne, suddivise in dieci
categorie e derivate ciascuna da un animale o da un elemento ( scrofa,
volpe, cagna, terra, mare, asina, puzzola, cavalla, scimmia, ape):
tutte cattive, eccetto l'ultima. Il componimento contiene il biasimo,
ma anche la lode: demolisce i modelli negativi per proporre quello
positivo.  una conferma della funzione normativa della poesia giambica.
Presenti, come in Archiloco, sono anche i motivi favolistici e le
riflessioni sulla vita umana, animate da cupo pessimismo. Citando una
frase dell'Iliade, Semonide ripete che la vita degli uomini  come
quella delle foglie. E conclude: i giovani hanno il cuore pieno di
gioie e di speranze e non pensano che la giovinezza  breva e va goduta.
Con Ipponatte, fiorito verso la fine del sesto secolo a.C., la giambo-
grafia assume aspetti che anticipano la commedia. Nei circa 180 fram-
menti superstiti, il numero delle persone nominate e schernite diventa
una piccola folla: lo scultore Bupalo, il fratello Atenide, l'impudica
Arete, il pittore Mimne, il ciarlatano Cicone coi suoi compari Codalo
e Babi. Alcuni hanno solo un soprannome che  un'ingiuria parlante:
cos per esempio la dama Kyps, il cui nome richiama la ninfa omerica
Kalyps ma anche l'avverbio kybda "a capo chino", con allusione a
una pratica oscena.
Ipponatte fu il genio della parodia: per esprimerla deform anche il
trimetro giambico, allungandone la penultima sillaba e creando il
cosiddetto coliambo o giambo zoppo. Gli individui loschi e sordidi che
popolano la sua scena, caratterizzata da furti, risse, atti osceni,
imbrogli, minacce, urla e processi, rappresentano grottescamente quel
settore intermedio della societ che ribolliva alla ricerca di una
ricchezza diversa da quella fondiaria posseduta dalle vecchie aristo-
crazie: rappresentano i falliti della borghesia artigiana e mercantile
che da qualche tempo si andava formando nelle citt.
Per impressionare  e colpire, Ipponatte deforma e capovolge: anche egli,
mostrando il rovescio, predica il dritto; dilatando e caricando
l'errore, indica la forma corretta di pensare e di agire. Non pu
dunque stupire che il severo filosofo Senofane, vissuto almeno fino
al470 a.C., abbia scritto ben 5 libri di Silli, componimenti esametrici
con inserzioni giambiche, in cui per mezzo della parodia e della sa-
tira demoliva in primo luogo Omero e Esiodo, per avere attribuito agli
di "tutto ci che tra gli uomini  vergognoso e riprovevole".
La tradizione defin "giambi" i Silli di Senofane: e tali essi sono,
se alla radice della giambografia fu l'intenzione di individuare ed
eliminare, attaccandoli, gli aspetti deformi di un'azione e di un
comportamento.

g) I poeti elegiaci
Poeti elegiaci sono detti gli autori di componimenti in distici (due ver-
si) formati, il primo, da un esametro dattilico e, il secondo, da un pen-
tametro elegiaco (2 hemiepe maschili). Nel linguaggio contemporaneo si 
suole definire elegiaco il tono mesto e sognante con cui il poeta espri-
me la pena per eventi dolorosi, per passioni infelici, per lontananze no-
stalgiche.  bene chiarire subito che l'elegia greca arcaica non ebbe que-
sto tono e questi contenuti.
Callino di Efeso, vissuto nel settimo secolo a.C., esorta virilmente i cit-
tadini ad amare e a difendere la patria. Il contemporaneo Tirteo che oper 
a Sparta al tempo della seconda guerra messenica, esamina la costituzio-
ne della citt, celebra la morte per la patria, esorta i cittadini al 
combattimento, li incita durante la marcia, propone nuovi modelli di eroismo
diversi da quelli dell'epica: non pi fondati sulle gesta individuali, ma
sull'azione disciplinata richiesta dalla tattica oplitica; non pi volti 
alla gloria personale, ma alla salvezza e alla vittoria comune.
Il tono di queste elegie  fermo, alto, severo: esse sono strumento di ri-
flessione e di incitamento. Da una analoga inclinazione meditativa ed
esortativa sono animate le elegie in cui l'ateniese Solone incita i concit-
tadini a riconquistare Salamina e, con forte passione civile, profondo
sentimento religioso e senso esiodeo della giustizia, espone il suo
equilibrato ideale di vita e difende il suo programma politico e il suo
operato di arconte (594-593 a.C.). Da una analoga inclinazione medita-
tiva ed esortativa sono animate le pur diversissime elegie di un poeta
poco pi anziano di Solone, le elegie di Mimnermo, il quale riflette sul
senso della vita, ripete con Omero e con Semonide che gli uomini sono
come le foglie e si fa portavoce di una nuova sensibilit collettiva, pi
sollecita della felicit personale, pi incline ad apprezzare la giovinezza
e l'amore e tuttavia non dimentica della storia cittadina: Mimnermo
compose anche una Smirneide, in cui cantava le antiche vicende della
colonia di Colofone con tanta partecipazione da far sospettare agli stu-
diosi che egli stesso fosse di Smirne e non di Colofone.
La fuga nel privato, che ispira l'elegia di Mimnermo,  conseguente a
quella crisi dei valori tradizionali che sar espressa in tono energico e
risentito dal megarese Teognide nella seconda met del sesto secolo a.C. 
Come Callino e Tirteo, come Mimnermo e Solone, anche Teognide vuole con-
sigliare ed esortare. E perci osserva il mondo che lo circonda, registra
con amarezza i mutamenti economici e sociali, lamenta il decadimento
dei vecchi valori aristocratici, ne esalta il perenne primato etico e ad
essi ispira le norme che dovrebbero regolare i rapporti pubblici e priva-
ti. Nella diffusa incertezza, Teognide difende due valori che avevano
svolto un ruolo coesivo all'interno dei gruppi aristocratici e che nella
mutata situazione sociale sopravvivevano come difesa e rifugio privato:
l'amicizia leale e l'amore sincero tra adulti e ragazzi.
Attribuiti a Teognide sono giunti molti versi non suoi. Nel corpus teo-
gnideo si notano tuttavia delle costanti che ribadiscono gli orientamen-
ti autentici e originari. Esse confermano che l'elegia arcaica ebbe un'i-
spirazione meditativa e parenetica, mir a integrare nella societ l'a-
zione e il comportamento del singolo e fu eseguita e diffusa soprattutto
nei simposi.

h) I melici monodici
Poeti melici monodici sono detti gli autori di odi cantate da una sola
persona con l'accompagnamento di uno strumento a corda. A chi con-
sidera globalmente la poesia greca arcaica, nessun genere letterario
sembrer esprimere i sentimenti dell'autore con tanta sincerit come la
melica monodica: e tuttavia anche essa non fu solo espressione indivi-
duale. Non fu poesia esistenziale, come  spesso la lirica europea, in cui
il poeta fa i conti con se stesso e coi suoi sentimenti. E ancor meno fu
poesia sociale, come la coeva poesia giambica ed elegiaca, in cui il poe-
ta si rivolgeva ai concittadini o per attaccarne e ridicolizzarne gli 
aspetti deformi o per meditare e incitare a comuni comportamenti positivi. 
La melica monodica fu poesia di gruppo.
Saffo canta i vari aspetti dell'amore all'interno di un gruppo di ragaz-
ze, il thiasos, da lei diretto sotto il segno di Afrodite: la sua poesia 
non fu soltanto sfogo personale, ma espressione individuale di una sensibi-
lit comune ai membri del gruppo, i quali dalle sue canzoni mutuavano
nozioni e moduli espressivi. Una ragazza che avesse conformato la sua
mente e il suo animo alla legge di Afrodite, avrebbe acquistato nei gusti
e nei gesti, nello sguardo e nel dire, nell'ornarsi e nel vestire, nel 
sentire un impulso o una passione, la grazia elegante, l'ardente dolcezza, 
l'amorosa suasivit, di cui Afrodite era la perfetta, divina personificazio-
ne. Saffo si propose di formare secondo questo ideale le sue allieve, per
mezzo della parola e delle azioni, ma soprattutto per mezzo della poe-
sia, che era canto, musica, danza, e dunque disciplina dell'animo e del
corpo. Svelando il suo amore per un'allieva o cantando l'amore di una
ragazza per un'altra del thiasos, Saffo introduceva le allieve nel mondo
di Afrodite e creava una cultura di gruppo.
Un discorso analogo si pu fare sulla poesia di Alceo, vissuto come
Saffo a Mitilene, nell'isola di Lesbo, verso la fine del settimo e il 
principio del sesto secolo a.C. Alceo lamenta la situazione politica, 
esulta per la morte del tiranno, esorta alla lealt, denuncia il tradimento
dei patti, ricorda il suo esilio, esalta i valori aristocratici, invita al 
rituale simposio, che era un momento di comune solidariet, cantando 
all'interno della propria consorteria, tra i compagni della fazione poli-
tica.  Anche la sua  poesia di gruppo ed  intessuta di termini e di im-
magini che solo il gruppo poteva compiutamente capire.
Una situazione sociale, politica e culturale diversa  alla base della poe-
sia di Anacreonte, che oper nella seconda met del sesto secolo a.C.: era
anche essa poesia di gruppo, ma si rivolgeva anche alla citt.
Dopo il declino dell'aristocrazia e dinanzi al veloce sgretolarsi della com-
pagine tradizionale, per l'emergere di una nuova classe artigiana e mer-
cantile, i tiranni tentarono una restaurazione, su basi nuove, della coe-
sione cittadina, organizzando feste e agoni, rivalutando tradizioni indi-
gene e invitando a corte uomini di cultura e poeti, i quali nel simposio
conversavano e cantavano con la consapevolezza di rivolgersi non solo
al loro ospite e ai presenti, ma a tutti i cittadini che vedevano nella 
corte un modello culturale. Anacreonte frequent questi ambienti. Fu a Samo
presso il tiranno Policrate, ad Atene presso il pisistratide Ipparco, proba-
bilmente in Tessaglia presso Echecratida signore di Farsalo.
Convinto che unica regola efficace dell'umana convivenza fossero la
cortesia e la misura, cant la mitezza e la temperanza quali fondamenti
dell'amore, del simposio e della vita politica: tre livelli (erotico, simpo-
siaco e civile) che egli consider (per usare una terminologia moderna)
strutturalmente omologhi e dei quali elesse ad arbitro e a simbolo Dio-
niso, spogliato dei suoi aspetti orgiastici e associato ad Eros e Afrodite.
Saffo e Alceo usarono il dialetto eolico. Anacreonte, che era di Teo, si
espresse in ionico. Saffo compose anche epitalami e Anacreonte parte-
ni, entrambi cantati da un coro. Anacreonte compose inoltre in metro
giambico ed elegiaco e tratt argomenti solitamente espressi in quei
metri: ma allo staffile giambico prefer l'ironia, alla riflessivit 
elegiaca la suasivit.

i) I melici corali
Poeti melici corali sono detti gli autori di odi, redatte in metri diversi,
cantate all'unisono da un coro con l'accompagnamento musicale di uno
strumento a corda o a fiato. Poich il coro rappresentava l'intera comu-
nit, l'ode corale esprimeva i valori che la comunit riconosceva come
propri e che non intendeva criticare, ma solo affermare e celebrare.
La melica corale ebbe carattere elogiativo e svolse una funzione forte-
mente coesiva a livello cittadino e panellenico. Essa fu cantata in occa-
sione di feste pubbliche e private ed ebbe come destinatari gli di o gli
uomini: furono cantati dal coro inni per le divinit, peani per Apollo, di-
tirambi per Dioniso, canti verginali o parteni, canti processionali o pro-
sodi, canti per danza o iporchemi, canti in lode di uomini o encomi, canti
per una vittoria o epinici, canti funebri o treni, canti per nozze o epita-
lami. La lista dei lirici redatta dai Grammatici alessandrini comprende-
va tre poeti monodici e sei corali (Saffo, Alceo, Anacreonte; e Alcma-
ne, Stesicoro, Ibico, Simonide, Pindaro, Bacchilide). Delle loro odi leg-
giamo pochi frammenti: solo gli epinici di Pindaro ci sono giunti quasi
integralmente.
Il frammento pi lungo di Alcmane, che oper a Sparta nel settimo secolo 
a.C. e fu autore famoso di parteni (nell'edizione alessandrina occupavano
due dei sei volumi),  di un partenio restituito da un papiro egiziano del
Louvre: ed  un frammento pieno di lodi per due fanciulle del coro, Agi-
do e Agesicora. Questo carattere elogiativo  confermato dal breve fram-
mento papiraceo di un altro partenio, in cui  celebrata Astimelusa.
Pi problematico  il giudizio su Stesicoro, nato a Matauro (una colo-
nia locrese dell'Italia meridionale) intorno al 630 a.C. e vissuto a Imera
(in Sicilia). I titoli delle sue opere si riferiscono a temi epici (Ritorni,
Presa di Ilio, Elena, Orestea, Caccia al cinghiale calidonio, Giochi funebri
per Pelia, Cicno) che egli avrebbe cantato in odi liriche, sicch a ragione
Quintiliano pot definirlo maxima bella et clarissimos duces et
epici carminis onera Lyra sustinentem. Ma queste odi erano citarodie co-
rali o monodiche? I frammenti della Gerioneide trovati a Ossirinco e il
recente papiro di Lille sembrerebbero avvalorare la seconda ipotesi:
vero  per che il soprannome Stesicoro istitutore di cori (il nome
vero sarebbe stato Tisia) e la sua collocazione nel canone alessandrino
assicurano che fu famoso soprattutto per le sue odi corali.
Considerazioni analoghe suggerisce Ibico di Reggio, che a Samo fu ospi-
te, come Anacreonte, del tiranno Policrate e che cant, come Stesicoro,
miti e argomenti epici. Il frammento pi lungo, su un papiro di Ossirin-
co, nomina gli eroi dell'impresa troiana e celebra alla fine la bellezza di
Policrate, destinato come loro a una gloria immortale. L'ammirazione
di Ibico per i bei ragazzi era nota agli antichi e traspare da altri 
frammenti, in cui la sua passione  espressa con accesa e densa sensibilit
descrittiva e coloristica. Sono frammenti, per, destinati al simposio, 
non al coro.
Meglio informati siamo sulla poesia corale di Simonide di Ceo (557-
467 a.C. circa). Intellettuale moderno e spregiudicato, curioso di mne-
motecnica e di altri problemi poi cari alla sofistica, Simonide dibatt pro-
blemi antichi e nuovi, tipici dell'ambiente simposiale: sulla verit, sulla
bellezza, sull'aret, sui rapporti tra pittura e poesia, sul destino umano
incerto e stretto dalla necessit, sull'uomo come polo di rapporti psico-
logici, sociali e politici, sulla citt come scuola degli uomini. Oltre a 
epinici, peani, ditirambi, encomi e scoli, scrisse epigrammi e canti 
funebri o treni, per i quali fu famoso.
Di un suo treno Dionisio di Alicarnasso ha conservato un frammento
abbastanza ampio, in cui Danae, trascinata dentro l'arca dai flutti, si ri-
volge al figlioletto Perseo addormentato, che nella notte tempestosa bril-
la come una sorgente serena di luce. Di un encomio a Skopas ha con-
servato parecchi versi Platone. Dei numerosi epinici, per, possediamo
frammenti insignificanti e dei ditirambi, con cui vinse spesso negli ago-
ni, conosciamo solo un titolo: I Centauri.
La nostra conoscenza della poesia corale si basa, in realt, su Pindaro
e Bacchilide. Naturalmente, non bisogna pensare che anche la melica
corale dei secoli precedenti fosse come la loro. I due poeti operarono
nella prima met del quinto secolo a.C., in condizioni storiche molto 
mutate: e del resto furono diversi anche tra loro.
I canti corali di Pindaro sono formalmente simili: epinici, peani o diti-
rambi, presentano tutti uno stile costante e inconfondibile. Diversi, se-
condo la destinazione, sono per l'ispirazione e i contenuti: gli epinici
esaltano i valori agonistici (forza, coraggio, abilit, speranze di gloria);
i peani, i valori apollinei (misura, tranquillit, buon governo); i ditiram-
bi, i valori dionisiaci (spontaneit, entusiasmo, movimento, colori, suo-
ni). Pindaro voleva che i vari generi fossero ben distinti e caratterizzati
ciascuno doveva corrispondere alla specifica occasione, che egli consi-
derava carica di segni: stava al poeta interpretarli correttamente.
Ricca di segni era anche la vittoria agonale: essa indicava che il dio del
relativo agone (Zeus a Olimpia e a Nemea, Apollo a Pito, Posidone al-
l'Istmo) aveva favorito il vincitore, consentendogli di mostrare le doti
(forza, coraggio, abilit), concesse dagli di sia a lui sia spesso ad altri
membri della sua famiglia e della sua citt (doti dunque innate e spesso
ereditarie in una famiglia e in un popolo). Conseguentemente la vitto-
ria era luce e gloria non solo per il vincitore, ma anche per la sua fami-
glia e per la sua citt. La vittoria era il massimo a cui un uomo potesse
aspirare: volere di pi, sarebbe stata tracotanza. Solo in un modo il vin-
citore poteva estendere la sua gloria oltre i limiti dello spazio e del tem-
po: facendola celebrare dal poeta. E Pindaro (che veniva remunerato,
come un architetto dei nostri tempi) lodava il committente (e con lui la
famiglia e la citt) con la stessa liberalit che il committente usava 
verso di lui.
La vittoria suggeriva una valutazione, un'interpretazione, una gnome.
La gnome richiedeva di essere dimostrata e illustrata da un esempio noto
a tutti, paradigmatico, assoluto: da un mito. Lode, gnome e mito costi-
tuiscono gli elementi costanti di ogni epinicio. Solo raramente il mito 
tralasciato o raccontato diffusamente: di solito  rapidamente accenna-
to. Tralasciato, all'interno di ciascuna sezione,  talora qualche anello
logico: ma l'uditorio capiva ugualmente, perch conosceva il codice di
lettura, la scala dei valori e il significato dei miti.
Pindaro riteneva che tra campo di battaglia e campo di gara vi fosse una
stretta analogia. Per dimostrare il suo valore, un uomo deve vincere sen-
za l'aiuto di nessuno: in battaglia il duello era stato sostituito dalla 
tattica oplitica, sul campo di gara invece sopravviveva. Pi dell'oplita, 
l'atleta era come l'eroe antico. L'agone aveva qualcosa di eroico e di 
sacro: il vincitore dimostrava sul campo il favore degli di.  una con-
cezione aristocratica e religiosa dell'esistenza, ed  espressa da Pindaro 
in uno stile commosso, nobilmente celebrativo, sublime, musicale e sfolgo-
rante di termini ad alta caratura simbolica ed espressiva.
In Bacchilide, di cui un papiro egiziano ha restituito nel 1896 epinici e
ditirambi, la tensione ideologica, morale ed espressiva di Pindaro  as-
sente. Nei suoi epinici lode, gnome e mito sono elementi tradizionali,
che egli impiega senza preoccuparsi della loro articolazione. A Bacchi-
lide interessa soprattutto raccontare distesamente il mito: la sua voca-
zione potrebbe dirsi epica, se non vi prevalesse il lirismo e la compo-
nente patetica. Le storie di Creso e di Meleagro, rispettivamente nel terzo
e nel quinto epinicio per le vittorie riportate da Ierone di Siracusa a 
Olimpia col carro e col corsiero, si svolgono in crescendo fino a un ver-
tice emotivo: fino all'immagine commovente di Creso sulla pira, con moglie 
e figlie, che chiede ad Apollo dov' la gratitudine degli di?, e fino 
alla scena straziante di Meleagro che narra a Eracle nell'Ade il momento 
in cui sent venir meno la vita, perch la madre aveva ingiustamente e cru-
delmente consumato nel fuoco il tizzo della sua esistenza.
Negli epinici di Bacchilide - come nella tragedia coeva - il mito eroico
non  pi un esempio indiscutibile e glorioso, ma una storia problema-
tica, che invece di spiegare la realt, richiede di essere esso stesso 
spiegato: perch cade il regno di Creso? perch Meleagro muore anzitempo?
Il mito, che  la parte pi significativa di alcuni epinici, appare prota-
gonista assoluto di alcuni ditirambi: dei Giovani o Teseo, del Teseo. Ode
corale, accompagnata dall'aulo, il ditirambo divenne ad Atene nel quinto
secolo a.C. un grande spettacolo musicale: una sorte analoga tocc anche
al nomos, ode accompagnata dalla cetra, monodica e perci pi adatta
a realizzare le geniali innovazioni della musica e del canto. Ditirambo e
nomos divennero i canti principali con argomenti epici. Ma gi verso la
met del secolo la musica in entrambi prevalse sul racconto. La parabo-
la della poesia arcaica era giunta alla fine.

l) Osservazioni conclusive
Se ora si guarda indietro, per definire i caratteri della poesia greca ar-
caica, si noter subito che essa - se si eccettua l'epica - fu legata a 
occasioni specifiche, si rivolse a un pubblico definito e svolse una fun-
zione pragmatica: poich era eseguita oralmente, teneva conto delle idee e
dei sentimenti dell'uditorio di cui sollecitava il favore.
Irridendo o sollecitando un comportamento, discutendo o proponen-
do una visione della vita, esaminando o affermando gli ideali del grup-
po, i poeti giambici, elegiaci e monodici svolsero una funzione norma-
tiva. Una funzione analoga svolsero l'epica e la lirica corale, celebran-
do le gesta degli eroi. Ma con una differenza. L'epica non era legata al-
l'occasione e ripeteva il racconto di gesta gloriose e immutabili, perch
considerate vere. Invece la melica corale si riferiva all'occasione, la va-
lutava secondo i parametri del mito e la celebrava come una sua riat-
tualizzazione, rinsaldando cos nell'uditorio la fiducia nei propri valori
e i legami col passato comune a tutti gli Elleni.


GIUSEPPINA BASTA DONZELLI
3) La poesia greca del quinto e quarto secolo a.C.
Tra i generi letterari dei secoli quinto e quarto a.C. domina il teatro, 
tragico e comico, che  essenzialmente teatro ateniese. Non a caso. In 
Atene infatti le istituzioni politiche democratiche, assegnando al popolo 
il potere decisionale, promuovevano parimenti la civilt del dibattito e 
della persuasione mediante la parola. E in una societ come quella del 
secolo quinto a.C., in cui il libro era ancora riservato a ristrette 
lites, la parola parlata era il pi efficace strumento di comunicazione 
di massa, di creazione del consenso, di ideologizzazione. I luoghi erano 
non solo gli spazi delle assemblee politiche, ma anche quelli delle ceri-
monie religiose e fra queste, importantissime, le Grandi Feste Dionisiache, 
nell'ambito delle quali ogni anno, tra marzo e aprile, si celebravano gli 
agoni drammatici.
Legato al culto di Dioniso, lo spettacolo teatrale era un momento di
un rito celebrato da tutta la polis, organizzato e gestito dallo Stato (le
opere drammatiche erano sottoposte all'esame preventivo dell'arconte
eponimo, che curava anche il reclutamento degli attori). L'esperienza
teatrale antica, a differenza della moderna, aveva dunque un carattere
essenzialmente religioso e politico, pi che di puro intrattenimento. Ave-
va anche una funzione educativa nei confronti dell'intera collettivit
dei cittadini.
I temi tragici erano desunti per lo pi dall'antica storia sacra del popo-
lo greco, il mito; protagonisti ne erano i grandi eroi celebrati tradizio-
nalmente dalla poesia epica e lirica. Ma la tragedia nasce quando il
mito comincia a essere sottoposto a verifica secondo i modi di pensiero
e le esperienze giuridico-politiche della comunit dei cittadini; quando
il presente della polis democratica, con la sua ideologia tendenzialmen-
te egalitaria, si confronta col passato eroico, espressione di una diversa
organizzazione sociale e ideologica. Allora il mito si carica di ambiguit
e antinomie e l'eroe, immerso nell'universo tragico, viene rimesso in di-
scussione, problematizzato e scopre i connotati inquietanti dell'uomo a
contatto con una realt ostile e indecifrabile.
Nulla di pi lontano dal trattamento del mito elaborato nella grande
lirica corale, specialmente pindarica, funzionale alla celebrazione del-
l'ideologia aristocratica. Poesia di elogio, destinata istituzionalmente a
preservare dall'invidia degli uomini e del tempo le imprese gloriose dei
grandi signori della committenza, aristocratici e tiranni, la lirica corale
appare piuttosto poesia di conservazione che di discussione; essa rifiu-
ta all'occorrenza, come avviene in Pindaro, i tratti del mito dissonanti
dal luminoso e idealizzato cosmo di valori costruito dal poeta di corte,
quasi per necessit professionale. Ma la produzione tragica non cele-
bra grandi famiglie, non conferma certezze e tradizioni nobiliari, non
esalta individui eccezionali per diritto divino, ma affronta il problema
dell'uomo e del suo destino nell'implacabile corso del tempo, ne de-
nunzia gli errori, le colpe tragiche, ne mette a nudo le miserie, lo pone
a confronto con un universo divino ora severo dispensatore di giustizia
e ammaestramento, ora crudelmente e indecifrabilmente ostile. E tut-
to questo in un luogo, la scena, che presuppone le emozioni e le reazio-
ni dei destinatari del discorso teatrale, i cittadini della polis: la co-
munit le cui istanze sono rappresentate nell'orchestra dal Coro. Il Coro 
infatti colloca l'evento tragico in un pi ampio contesto politico-sociale,
in una prospettiva di passato e di futuro che supera il presente e ne pre-
cisa il significato; soprattutto verifica l'azione dell'individuo in un qua-
dro di valori condivisi dalla comunit civica. Teatro essenzialmente po-
litico, non perch della contingenza politica rispecchi meccanicamente
uomini ed eventi, ma perch nel discorso teatrale si annodano le linee
di forza della cultura della polis, che  progettualit politica e struttura
di istituzioni, tradizione religiosa e riflessione laica, processo di cono-
scenza e autoconoscenza di una societ che del logos, il dibattito, aveva
fatto la pietra angolare del proprio stile di vita.
La stagione pi splendida del teatro tragico coincise con quella del pri-
mato imperiale di Atene, che prese slancio dal felice esito delle guerre
persiane (480) e si concluse con l'infausto esito della guerra del Pelo-
ponneso (fine del secolo quinto). E con Eschilo (525-456) e i Persiani (472) 
comincia per noi la storia del teatro tragico (ma le prime rappresentazio-
ni tragiche si datano al 535 a.C. e gli esordi drammaturgici di Eschilo
agli inizi del secolo quinto).  questa una delle sette tragedie pervenute-
ci integre dei circa ottanta drammi composti da Eschilo. Tratta della scon-
fitta dei Persiani e del loro sovrano Serse nella battaglia navale di Sa-
lamina del 480 ed  quindi una delle non molte tragedie di argomento storico
di cui si abbia notizia. Pi corretto sarebbe dire che l'argomento  de-
sunto dalla storia recente, ch anche il mito per gli antichi Greci era sto-
ria. Lungi dal fare opera di celebrazione nazionale (Salamina fu vitto-
ria tutta ateniese) con i toni trionfalistici che spesso i vincitori usano 
nei confronti dei vinti, il poeta ci presenta dell'evento storico una sua 
interpretazione etico-religiosa, che ravvisa nella sconfitta dei Persiani 
la punizione, voluta dal dio, dell'arroganza ed empiet di Serse. Questo 
messaggio Eschilo affida a Dario (il morto re, padre di Serse), compiendo
un'operazione che altera la verit storica, giacch proprio il re Dario
era stato storicamente il promotore delle imprese persiane contro la
Grecia. Il fatto  indicativo del modo di porsi del poeta tragico nei con-
fronti della sua materia, che egli non esita a ritoccare pi o meno pro-
fondamente, ai fini di una propria interpretazione dei fatti: il poeta tra-
gico non era uno storico, ma un maestro di verit per il suo popolo. Suo
proposito non era restituire fedelmente una pagina di storia, ma svelar-
ne il senso in una dimensione che trascendesse la storia. Nel dramma
domina il progetto di spiegare l'evento doloroso e imprevedibile (l'im-
mane sconfitta di un potentissimo impero) e l'ansia di reperire un prin-
cipio d'ordine che doti la realt di significato, ne renda comprensibile
l'apparente indecifrabilit, e indirizzi il comportamento umano secon-
do norme etiche di universale valore. Cos alla concezione arcaica e tra-
dizionale di una incomprensibile ostilit divina si oppone quella di un
dio, Zeus, che vigila e punisce la colpa, giudice severo, e della punizio-
ne  sottolineata una funzione di ammonimento per le future genera-
zioni. Questa lettura che accanto all'azione divina valorizza la responsa-
bilit dell'uomo e che presuppone autorevoli tradizioni culturali (Esio-
do, Solone), ma anche una civilt giuridica matura,  uno dei temi ritor-
nanti della drammaturgia eschilea che spesso affronta (e non sempre
risolve in modo univoco) il problema dell'intreccio inestricabile di una
fatale forza al di sopra dell'uomo e della determinazione appassionata e
colpevole dell'uomo.
Lo si ritrova nei Sette contro Tebe (467), ultimo dramma di una trilogia
i cui primi due (Laio, Edipo) sono perduti. Eteocle e Polinice, figli di 
Edipo, nipoti di Laio, sono la terza generazione di una stirpe segnata dalla
colpa antica di Laio, che trasgredendo il comando di Apollo (salvare la
citt di Tebe morendo senza figli) ha generato Edipo. Questi diventer
assassino del padre e sposo della madre e imporr ai figli la terribile ma-
ledizione di doversi spartire col ferro la terra paterna: nel comando del
dio  un'alternativa che oppone i diritti del genos a quelli della polis. 
La tragedia  dunque il momento finale di un dramma di tre generazioni:
lo scontro fratricida degli ultimi eredi di una stirpe che non doveva mai
nascere  il prezzo da pagare per la salvezza di Tebe. Ma  nel protago-
nista Eteocle, insieme difensore della patria e figlio maledetto di Edi-
po, che si intrecciano in nesso indissolubile volont umana e necessit
fatale, a tal punto che la maledizione di Edipo sembrerebbe non impor-
si dall'esterno, ma germogliare dalle radici stesse dell'anima di Eteocle,
dalla sua volont di salvare la patria e di difenderla con onore sino al-
l'uccisione dell'odiato fratello e all'estinzione totale della stirpe male-
detta. Ma difendere la patria, battersi con onore sono per un sovrano
condizionamenti altrettanto potenti di una fatale maledizione. Ed Eteo-
cle  stato sfidato esplicitamente da Polinice, l'aggressore di Tebe; sot-
trarsi alla sfida recherebbe onta al suo onore. La maledizione del genos
coincide fatalmente con ci che l'onore impone a un sovrano difensore
della patria, secondo l'etica aristocratica. Eteocle non pu sottrarsi a
questo potentissimo condizionamento.
Il tema dei condizionamenti e dei pericoli che si impongono all'uomo
nel momento di decidersi all'azione emerge ancora nelle Supplici (forse
del 463), prima tragedia di una trilogia le cui ultime due (Egizi e Danai-
di) sono perdute. Le Supplici, le cinquanta figlie di Danao, sono fuggite
dall'Egitto per sottrarsi alle forzate nozze con i cugini, gli Egizi. Giunte
ad Argo implorano la protezione del re Pelasgo, che  posto di fronte al
dilemma di accordare protezione alle Supplici, trascinando cos la sua
citt in una guerra, o di rifiutare tale protezione, incorrendo allora nel-
l'ira di Zeus protettore dei supplici. Entrambe le alternative sono dolo-
rose e qualunque di esse sceglier Pelasgo non potr venirgliene se
non danno. Prevarr la riverenza per Zeus.
Nell'Agamennone, prima tragedia dell'unica trilogia del teatro greco
pervenutaci integra, con Coefore ed Eumenidi (458), uno dei nodi dram-
matici  costituito dall'angoscioso dilemma di Agamennone di fronte
all'alternativa di sacrificare la figlia Ifigenia, perch possa partire 
la spedizione dei Greci contro Troia, o di risparmiarla e di rinunziare 
quindi alla spedizione di cui egli  capo supremo. Ancora un sovrano co-
stretto ad una scelta, che sar comunque fonte di mali, tra due condizio-
namenti entrambi potenti e ineludibili. Se per al sovrano guerriero si 
impone come necessaria la scelta dell'impresa bellica in cui generazioni 
di Greci avevano ravvisato i valori pi alti della loro identit culturale,
 tuttavia una tale scelta parimenti rimessa in questione in nome di una 
cultura che (se ne fa portavoce il Coro) condanna gli orrori della guerra 
e del sacrificio umano che l'ha propiziata. E una ferma condanna di ogni ec-
cesso (di fama, di ricchezza, di passioni) percorre il dramma e ne costi-
tuisce la trama profonda. A ci fa riscontro il fatto che da una parte la
spedizione greca  giudicata come una punizione, giusta e conforme ai
voleri di Zeus, della colpa di Paride, ma dall'altra  condannata e rite-
nuta meritevole della punizione divina. In questa antinomia si coglie il
travaglio del poeta ateniese nel rileggere il patrimonio mitico tradizio-
nale alla luce di quella norma etica (e politica) di moderazione, di so-
phrosyne, che apparteneva all'ideologia della polis: moderazione ed equi-
librio contro eccesso e trasgressione. A quest'ordine di idee si ricollega
la riaffermata interdipendenza tra colpa e pena e la fondamentale no-
zione della sofferenza come ammaestramento, violento favore con-
cesso dagli di agli uomini per il conseguimento della saggezza.  il ver-
tice dello sforzo intellettuale compiuto da Eschilo per spiegare la pre-
senza del male e del dolore nel mondo, addebitandola alla colpa uma-
na e associando al divino la nozione di giustizia: una visione che tende
a superare (pur senza eliminarla interamente) quella arcaica e tenace-
mente diffusa di una divinit invidiosa e inspiegabilmente ostile. In que-
sta trilogia che  ancora la storia di una grande famiglia, in cui ogni 
membro  erede di una colpa ancestrale e insieme segnato da una colpa per-
sonale (l'atroce odio e le contese per il potere dei fratelli Atreo e Tie-
ste, il sacrificio di Ifigenia voluto dall'atride Agamennone, l'assassinio
di questi perpetrato dalla moglie Clitemestra, il matricidio vendicatore
di Oreste), le luttuose vicende del genos eroico trovano composizione
all'interno delle strutture della polis. Del tribunale ateniese dell'Areo-
pago, che giudica il matricida Oreste,  nel finale esaltata la funzione di
baluardo della giustizia e dell'ordinato convivere sociale. Passato miti-
co e presente della polis si conciliano nel cosmo socio-politico ed etico-
religioso raccomandato da Eschilo ai suoi concittadini.
Del Prometeo incatenato (unico dramma superstite di una trilogia su
Prometeo, di incerta, forse tarda datazione) il tema  l'irriducibile op-
posizione tra Prometeo, il Titano amico degli uomini che ha donato loro
il fuoco e le arti, e Zeus, il dio olimpico ostile alla razza umana, che pu-
nisce in Prometeo il ribelle al suo dominio assoluto. Ma proprio la rap-
presentazione di uno Zeus tirannico, cos apparentemente dissonante
dal sommo dio di giustizia tipicamente eschileo,  il principale dei mo-
tivi che hanno indotto alcuni studiosi (sempre pi frequentemente in
tempi recenti) a contestare la paternit eschilea del dramma. Quanti lo
credono eschileo seguono per lo pi l'ipotesi (formulata nel secolo scor-
so dal Dissen) di una modificazione in senso positivo di Zeus nelle ulte-
riori fasi della trilogia. Il dramma  forse quello tra gli eschilei che 
pi ha avuto fortuna nella cultura europea (Goethe, Shelley eccetera), che 
ha identificato in Prometeo l'eroe positivo, l'indomito ribelle alla tiran-
nide e a tutto ci che limita lo slancio del progresso umano.
Se nell'universo tragico di Eschilo il tema della colpa e del rapporto del-
l'uomo col dio  centrale, per contro nel teatro sofocleo il mondo divi-
no appare come un dato misterioso, insondabile e non  su questo che
ruota l'interesse del drammaturgo, come neanche sul problema di col-
pa e pena, ma sulla risposta dell'uomo al male che lo aggredisce (quale
che ne sia la causa), sul suo nobile e implacabile resistere ad un mondo
che egli sente ostile e ingiusto. Sino all'autodistruzione.  questa impla-
cabile coerenza con se stesso, e cio con la propria interiore valutazio-
ne della realt, il connotato eroico del protagonista sofocleo, che alla di-
smisura dei mali da cui  colpito oppone una passione smisurata. E la tra-
sgressione della norma, il rifiuto del compromesso, l'incapacit di ade-
guarsi ai canoni della sophrosyne, la suprema virt etico-politica della
polis, colloca l'eroe sofocleo al di fuori della comunit, per un processo
di emarginazione che  soprattutto di autoemarginazione. Questo tema
 ricorrente nei sette drammi superstiti, degli oltre 120 composti da So-
focle (496-406; l'esordio risale al 468). Nell'Aiace (circa 450-440) il 
protagonista, un grande eroe dell'epica, reagisce a un torto che egli sente
smisurato (le armi di Achille sono state assegnate non a lui ma a Odis-
seo) con smisurata volont di vendetta: l'uccisione dei suoi nemici. Que-
sto progetto non si realizza per l'intervento di Atena, che gli ottenebra
la mente: egli fa strage non di uomini ma di greggi. Tornato in senno, il
dolore per aver fallito la vendetta e la certezza di aver perduto il patri-
monio di onore dovutogli dal suo gruppo sociale, sola ragion di vita per
un eroe guerriero secondo l'etica aristocratica, gli impongono il suici-
dio. In un mondo in cui tutto  soggetto a mutamento e il nemico pu
diventare amico e l'amico nemico, in un mondo in cui il porto dell'ami-
cizia non  sicuro non sembra esserci spazio per Aiace e per il suo do-
lore senza conforto per i propri ideali traditi.
Disperata solitudine anche nell'Antigone (forse del 442), la cui prota-
gonista si oppone all'empio editto di Creonte (il cadavere di Polinice,
nemico della patria, dovr essere privato della sepoltura) e difende i di-
ritti del fratello morto e le leggi non scritte degli di. Solitudine nei 
confronti del potere che la schiaccia, del Coro che la disapprova, della pa-
vida e saggia sorella Ismene, degli di che non la proteggono: non
vanto di gloria, ma lamenti e rimpianto per tutto ci che della vita ha per-
duto, quando si avvia alla morte. Se la piet perde Antigone,  l'empie-
t che perde Creonte, detentore di un potere legittimo, delegittimato
da una concezione totalitaria del potere politico sino alla violazione del
divino. La rovina colpisce Creonte non solo come padre e marito, ma lo
annienta anche come sovrano.
Nelle Trachinie (datazione incerta) opera una catena di errori di giu-
dizio: di Deianira che inconsapevolmente causa la morte del marito,
Eracle; di Illo che maledice la madre credendola consapevole assassina
del padre; di Eracle che addebita a Deianira il suo atroce destino e ne
reclama vendetta. Tardi ciascuno scopre la verit. Deianira si uccide, Illo
 sconvolto dal rimorso per la morte della madre, Eracle prende coscien-
za del suo destino: la vaticinata liberazione dalle famose fatiche altro 
non era che la morte.
Il dramma di un'implacabile ricerca della verit  l'Edipo Re (circa 430-
420), il cui protagonista, l'uomo che ha sconfitto la Sfinge con le risorse
della sua intelligenza,  impegnato nella ricerca dell'assassino del so-
vrano Laio. La ricerca, intrapresa per salvare Tebe, condurr Edipo ad au-
toriconoscersi autore dei pi tremendi delitti (ha ucciso il padre Laio, ha
sposato la madre), delitti che egli ha compiuto proprio mentre angosciosa-
mente cercava di evitarli e di sfuggire cos alle predizioni dell'oracolo. 
 la sconfitta dell'uomo che aveva proclamato con orgoglio il valore dell'u-
mana intelligenza, revocando in dubbio la validit degli oracoli divini.
Nell'Elettra (circa 420-410)  trattato il mito della vendetta di Oreste e
Elettra su Clitemestra ed Egisto, il famoso mito degli Atridi che  an-
che argomento delle Coefore di Eschilo e dell'Elettra di Euripide. Men-
tre per nelle Coefore e nell'Elettra euripidea il peso drammatico con-
verge sul matricidio e sul rimorso dei figli, nel dramma sofocleo invece
l'attenzione  concentrata su Elettra, divenuta protagonista dell'evento
drammatico, sulla sua appassionata volont di pianto, di ricordo del pa-
dre morto, di vendetta sugli assassini con cui  costretta a convivere.
Elettra sa anche che il suo desiderio di vendetta la colloca in uno spazio
di trasgressione e di empiet; sa di non poter essere n moderata n pia
nei confronti della madre ch quando si  nel male  necessario anche
far del male. L'estrema piet nei confronti del padre la costringe all'e-
strema empiet nei confronti della madre.
Un dramma dell'emarginazione anche nel Filottete (409). L'eroe  sta-
to abbandonato nella deserta isola di Lemno dai Greci, per una ferita
che ne rende insopportabile la convivenza. Dopo dieci anni Odisseo pro-
getta di condurlo a Troia che, secondo un vaticinio, poteva essere con-
quistata solo da Filottete e dal suo arco portentoso. Nel piano Odisseo
coinvolge il giovane Neottolemo, perch lo aiuti a condurre a compi-
mento il suo inganno ai danni di Filottete. L'atroce sofferenza fisica, la
lunga solitudine ai limiti della sopravvivenza, il dolore per l'oltraggio
patito con l'abbandono hanno maturato in Filottete un odio inestingui-
bile per i Greci e i loro capi: suo solo desiderio  il ritorno in patria 
o la morte. N il miraggio della guarigione, n quello della gloria possono 
indurlo a rientrare nel gruppo sociale che lo ha tradito; non possono per-
suaderlo nemmeno le parole di Neottolemo che di fronte al dolore di
Filottete si dissocia dall'inganno. Nel sentimento di amicizia e di uma-
na solidariet che lega i due uomini, pi che nel comando finale di Era-
cle deus ex machina di recarsi a Troia, il dramma trova la sua soluzione.
Nell'Edipo a Colono (rappresentato postumo nel 401) Sofocle ripren-
de il tema di Edipo. Scacciato da Tebe, assistito da Antigone, il vecchio
cieco  giunto in Attica, la pia terra che protegge gli oppressi: qui Edipo
concluder la sua vita con vantaggio di Atene, ch secondo gli oracoli il
suo corpo (e la sua tomba) assicurer potere e vantaggi alla terra che lo
ospiti, rovina invece ai nemici. Perci anche i figli che si contendono la
signoria di Tebe vorrebbero ora averlo ciascuno dalla propria parte:
Eteocle, di cui  portavoce Creonte, e Polinice. Ma Edipo, protetto da
Teseo, si rifiuta fieramente a entrambi e, sempre uguale a se stesso,
maledice quei figli che lo avevano scacciato da Tebe e che al padre ave-
vano preferito il potere, lasciando alle sorelle il compito di assistere 
l'esule sventurato. In un'atmosfera di mistero si conclude la vita di 
Edipo: non redenzione da colpe che egli sa di aver commesso senza sapere, 
senza volere; non ricompensa divinamente preordinata per i mali ingiusta-
mente patiti. Unico risarcimento a tanto soffrire un trapasso ineffabile
e l'aver potuto scegliere finalmente almeno il luogo in cui morire. La
tragedia si chiude sul pianto delle figlie.
Di Euripide (484-406) i drammi pervenutici (18 dei circa 90) sono gros-
so modo contemporanei a quelli pervenutici di Sofocle: Alcesti 438, Me-
dea 431, Eraclidi forse 430, Ippolito 428, Andromaca Ecuba Supplici Elet-
tra circa 427-417, Troiane 415, poco anteriore o posteriore Eracle, 
Elena 412, poco anteriore o posteriore Ifigenia tra i Tauri e Ione, 
Fenicie circa 411-408, Oreste 408, Ifigenia in Aulide e Baccanti postume; 
di autenticit contestata Reso; Ciclope  un dramma satiresco di data in-
certa (l'esordio di Euripide risale al 455). E tuttavia il teatro euripideo, 
in confronto al sofocleo, d l'impressione di una maggior modernit, per 
la pi viva attenzione che vi ricevettero le problematiche culturali e so-
ciali della seconda met del secolo quinto, che  il tempo di Anassagora, 
dei Sofisti, di Socrate, della evoluzione della democrazia verso forme 
radicali, della lunga, atroce guerra del Peloponneso. Ma soprattutto il 
personaggio mitico  sottoposto ad un processo di verifica secondo i moduli 
di un pensiero laico e anticonformista, che mentre ne riduce la dimensione 
eroica ai livelli di una comune umanit, ne fa anche il portavoce dei di-
sagi, dei sentimenti e risentimenti di larghe fasce sociali dell'Atene 
storica. Non  un caso che persino l'unico personaggio di statura veramente 
eroica (spesso paragonato all'Aiace sofocleo), Medea, rappresenti anche 
le ragioni dell'universo emarginato (della donna, dell'intellettuale, del 
non-cittadino) sicch l'atroce vendetta che essa prende su Giasone (l'uc-
cisione dei figli) finisce per apparire come l'esplosione incontrollabile 
di oscure forze represse quando esse siano sollecitate oltre i limiti. 
E di tali forze che urgono nei sotterranei dell'anima Euripide indag 
spesso il potenziale distruttivo e la pericolosit sociale: l'eros di Fedra 
nell'Ippolito, la superbia e la gelosia di Ermione nell'Andromaca, il 
rovente furore materno nell'Ecuba, la degradazione sociale e la femmini-
lit frustrata nell'Elettra, le incoercibili pulsioni del naturale nelle 
Baccanti. Cos come mise a nudo le miserie o anche solo le debolezze e le 
contraddizioni umane dei grandi eroi mitici quando impigliati nella trama
di una socialit quotidiana: gli egoismi contrapposti di Admeto e di Fe-
rete nell'Alcesti, l'utilitarismo e l'ingratitudine di Giasone nella Medea, 
l'opportunismo di Menelao nell'Oreste, le esitazioni e le ambiguit di A-
gamennone nell'Ifigenia in Aulide. E come se il favoloso mondo mitico non 
potesse resistere all'impietoso fascio di luce che lo esplora e che rivela 
una realt in cui l'uomo comune finisce per riconoscere le sue proprie 
miserie, debolezze, ambiguit. Non c' uomo che sia libero; ognuno  infat-
ti schiavo o delle ricchezze o della sorte o  la massa dei cittadini e le 
leggi che gli impediscono di regolarsi secondo il suo giudizio, cos com-
menta Ecuba il comportamento di Agamennone nell'Ecuba. Sulle forze che lo
condizionano il personaggio euripideo non cessa di ragionare o con gli
altri (come Elettra che chiede ai Dioscuri quali forze l'abbiano spinta
all'assassinio della madre e come Fedra che tenta di rappresentare le cau-
se della sua passione) o con se stesso (come Medea che  consapevole
dell'ira che domina i suoi propositi): una ossessiva lucidit esplora le
cause di un male che appare insediato nell'uomo stesso pi che impo-
sto dall'esterno. E nondimeno la passione, pur installata nell'interiorit
dell'uomo, non per questo perde la sua carica di invincibile misteriosa
pericolosit. Essa non  governabile (come l'etica socratico-platonica
avrebbe amato immaginarsela) e si impone coi modi imperativi di una
forza che determina l'agire umano, implacabilmente, al punto che il di-
vino potrebbe apparirne l'espressione metaforica, come  dell'Afrodite
dell'Ippolito e del Dioniso delle Baccanti. Ma sarebbe affrettato conclu-
dere che il cielo euripideo  vuoto. Gi la contestazione degli di della
tradizione poetica  motivo troppo frequente, perch non debba nasce-
re da una concezione pi alta e pi pura del divino. Era questa una li-
nea culturale che risaliva almeno a Senofane e che trova nell'Eracle espli-
cita formulazione. E talora la speculazione euripidea si avvale delle teorie
naturalistiche nel tentativo di intendere lungo vie nuove la dimensione
del divino (come nella preghiera di Ecuba nelle Troiane). C' un'ansia
che percorre tutta la drammaturgia euripidea, un disperato bisogno di
reperire un principio d'ordine nel disordine delle cose umane. E tutta-
via la ricerca non approda mai alle certezze, alla salda fede di Eschilo:
dietro all'incomprensibile succedersi dei casi umani non si riesce a scor-
gere un disegno di superiore eticit (nonostante i molti dei ex machina
che concludono spesso i drammi in funzione eziologica), non un dio che
punisca con giustizia, che ammaestri, che dia un senso agli eventi. La
realt appare troppo disorientante per sperare di ravvisarne le ragioni
ultime in un principio che non abbia i connotati irrazionali e crudeli de-
gli di tradizionali, troppo simili agli uomini: del Dioniso delle Baccan-
ti, dell'Afrodite dell'Ippolito, dell'Era dell'Eracle. Persino l dove la 
divinit sembrerebbe essere all'opera per punire una hybris umana alla
maniera eschilea, l'azione divina assume i connotati di una vendetta
personale, pi che di un'opera di giustizia, e come tale  sentita da chi
ne  vittima.
 nell'uomo stesso che invece sono all'opera le possibilit di salvezza
e di riscatto di fronte al male che travolge: nella solidariet che lega
alla fine il figlio al padre nell'Ippolito, nell'amicizia fraterna di Teseo 
e di Eracle nell'Eracle, nel sentimento di giustizia di Teonoe nell'Elena, 
nella volont di salvezza dei protagonisti dei drammi d'intrigo come Elena
e Ifigenia tra i Tauri, nella donazione totale della sposa nell'Alcesti, nel
sacrificio generoso di tante giovani vite come Macaria negli Eraclidi, Ma-
careo nelle Fenicie, Ifigenia nell'Ifigenia in Aulide. Nel rapporto affetti-
vo coi propri simili l'eroe euripideo pu trovare le ragioni della propria
sopravvivenza e da questo punto di vista l'Eracle euripideo che con
l'aiuto dell'amico Teseo accetta di vivere la propria degradazione si
pone al polo opposto rispetto all'Aiace sofocleo.
Pur nella profonda diversit che caratterizza la drammaturgia euripi-
dea rispetto alla sofoclea, c' tuttavia una consonanza di fondo che le
accomuna: la polis non  pi il punto di riferimento privilegiato; il co-
smo etico-politico eschileo  entrato in crisi e nuove realt emergono
che reclamano attenzione, certo anche sotto la spinta degli eventi stori-
ci che incisero sulla polis negli ultimi decenni del secolo quinto. Non
casuale sembra il diverso atteggiamento nei confronti del tema della guerra
presupposto in alcune tragedie: negli Eraclidi e nelle Supplici il bellum 
giustificato perch iustum, intrapreso cio da Atene in quanto protet-
trice dei deboli e degli oppressi, paladina del diritto, secondo il ben
noto tema propagandistico. Nelle Troiane invece il dramma della scon-
fitta  visto dalla parte dei vinti, come nei Persiani di Eschilo, ma non
per spiegare e dare un senso al dolore all'interno di un disegno di giusti-
zia divina, ma per denunziare l'insensatezza e gli orrori della guerra, e
alle vinte nessuna speranza si offre se non di vagheggiare l'approdo in
terre lontane, paesaggi sognati e idealizzati. E il desiderio di evadere
dal presente doloroso, magari di staccarsi dalla terra e di librarsi su in
alto nel cielo  motivo ricorrente nella lirica euripidea, segno di un di-
sagio esistenziale che cerca ormai lontano dalla polis l'estremo consola-
torio ubi consistam. Nelle Fenicie la guerra nasce dalla egoistica volont
di potere di due individui (Eteocle e Polinice) che travolgono nei lutti
l'intera comunit. Analogamente nell'Ifigenia in Aulide la guerra  de-
terminata da meschine passioni che i protagonisti si rinfacciano impie-
tosamente.
Anche nei confronti del logos, il dibattito che determina il consenso
mediante la persuasione, emerge nel teatro euripideo (e sofocleo) una
linea fortemente polemica, perch l'arte della parola pu essere usata
per sostenere cause ingiuste. Di fronte all'uso distorto del logos pi vol-
te il personaggio euripideo protesta, sino al desiderio utopistico di Ip-
polito di eliminare la parola umana (schermo alla verit, non pi stru-
mento di comunicazione), per lasciar parlare le cose stesse. Della cultura
della persuasione (democrazia, sofistica)  denunziato il limite e l'uso
perverso: con la celebrazione della persuasione e della parola si erano in-
vece concluse le Eumenidi eschilee.
L'uguaglianza giuridica e politica della polis democratica celebrata da
Teseo nelle Supplici  ancora esaltata da Giocasta nelle Fenicie, ma or-
mai  solo un nobile principio travolto dai contrapposti egoismi di par-
te; e che cosa sia diventata la civilt del logos lo mostra l'assemblea del
popolo nell'Oreste, dove una plebe tumultuante  manovrata da un de-
magogo sfrontato e che fa un uso perverso della libert di parola.
Nello Ione il protagonista fa un confronto tra la vita densa di pericoli
della competizione politica in Atene e la vita semplice e tranquilla del-
l'uomo comune, aliena da ambizioni e paga di gioie modeste, ed  que-
sta che egli vorrebbe scegliere, continuando il suo servizio nella pace
del santuario delfico. Qui trova spazio quell'elogio della vita modesta e
della gente umile che  motivo ritornante in una drammaturgia che per
la prima volta riconosce dignit letteraria a servi e nutrici, pedagoghi e
contadini e ne ascolta con rispetto le giudiziose, talora nobili, rifles-
sioni.
Il teatro tragico euripideo lungi dall'additare ai cittadini modelli sovru-
mani di tempra eroica, svelava le contraddizioni, le sofferenze, le nobil-
t, le miserie della tempra umana, dell'uomo, quale che ne fosse la con-
dizione sociale. Fu un teatro provocatorio che non piacque agli Atenie-
si del tempo. Solo l'avvenire avrebbe rivalutato un teatro presago d'av-
venire.
Il Ciclope euripideo  l'unico esemplare pervenutoci integro del dram-
ma satiresco, un genere drammatico che deformava in chiave farsesca il
fosco mondo mitico rappresentato nelle tragedie.
Per noi la grande tragedia greca si identifica con Eschilo, Sofocle ed
Euripide. Dei molti altri autori tragici dei secolo quinto e quarto non 
ci restano che frammenti o titoli o giudizi di autori antichi. Non sembra 
per che la produzione del secolo quarto sia stata all'altezza del secolo
quinto. Pi lunga e duratura fortuna ebbe l'altro grande genere teatrale 
attico, la Commedia. Di quel filone di essa che si suole definire politico, 
perch profondamente impegnato nelle problematiche della polis, fu esponen-
te geniale Aristofane (445-circa 380), il solo autore di questa fase della 
Commedia Attica detta Antica di cui ci restino commedie intere (11 su 40: 
Acarnesi 425, Cavalieri 424, Nuvole 423, Vespe 422, Pace 421, Uccelli 414, 
Tesmoforiazuse e Lisistrata 411, Rane 405, Ecclesiazuse 392, Pluto 388; 
l'esordio di Aristofane risale al 427). Gli agoni comici erano stati in-
trodotti ufficialmente nelle Feste Dionisiache nel 486 a.C.
Struttura costante dell'azione comica  il tentativo di superare una si-
tuazione iniziale di disagio per instaurare condizioni di benessere e di
felicit; motore dell'azione  per lo pi un individuo che con la freneti-
ca energia della sua volont, con la prodigiosa capacit d'invenzione
fantastica riesce a superare tutti gli ostacoli che gli uomini e la natura
gli oppongono. La soluzione si colloca negli spazi del paradossale e del-
l'utopia: un cittadino attico stipula un trattato di pace personale con
Sparta (Acarnesi); un vecchio imbecille (il Popolo d'Atene) plagiato
dal furfante Paflagone (il demagogo Cleone) alla fine, ad opera di un
furfante anche peggiore, ridiventa giovane e rinsavisce (Cavalieri); un
vecchio padre oberato dai debiti del figlio fa ricorso a un sapientone
(Socrate) per difendersi dai creditori con la nuova scienza, l'arte della
parola, e il figlio la apprende cos bene che bastona il padre e gli dimo-
stra di aver ragione; il padre d fuoco a quella scuola (Nuvole); un figlio
guarisce il padre, giudice popolare, dalla mania dei processi, organiz-
zandogli un tribunale casalingo (Vespe); un contadino vola in cielo in
groppa a uno scarabeo alato, per ricondurne in terra la sospirata pace
(Pace); una coppia di amici evade da Atene e fonda tra terra e cielo una
citt (Uccelli); il tragediografo Euripide riesce a placare la sete di ven-
detta delle donne che si ritengono da lui calunniate (Tesmoforiazuse);
una donna ateniese convince le donne greche a mettere in atto uno scio-
pero del sesso per costringere gli uomini a far la pace (Lisistrata); Dio-
niso, il dio degli spettacoli teatrali, scende nell'Ade per riportare sulla
terra Euripide appena morto; ma, dopo una gara poetica tra Euripide
ed Eschilo, sar quest'ultimo ad essere ricondotto ad Atene, perch
suoi consigli sono pi utili alla citt (Rane); le donne, malcontente del
potere maschile, fondano un sistema politico in cui tutti godano in co-
mune di tutti i beni (Ecclesiazuse); il dio della ricchezza guarisce dalla
cecit e tutti possono vivere nell'abbondanza (Pluto).
L'ambientazione in un contesto noto e vissuto sollecita la risposta sim-
patetica del pubblico; che nell'eroe comico ravvisa colui che fa le sue
vendette, satura il bisogno di cambiamento in meglio, rimette a posto le
cose comunque, sia pure nel reame dell'immaginazione e della fantasia
che  sempre il luogo privilegiato dei risarcimenti. In questo reame l'im-
possibile diventa possibile: l'uomo virtuoso pu ottenere il privilegio di
vivere una seconda vita o  possibile vincere le leggi della natura e vola-
re, distruggere i potenti uomini politici con l'arma del ridicolo, trattare
con schernente familiarit il dio degli agoni drammatici e persino strap-
pare al sesso maschile il suo potere (politico e sessuale) e al dio supre-
mo la stessa regalit.
A differenza del tragico, l'eroe comico non subisce mai sconfitte: la sua
vitalit  inesauribile e non c' limite alla sua condizione umana, per-
ch egli tutti i limiti trasgredisce nell'infrenabile gioco della fantasia.
Della polis non c' problema che non affronti, dalla gestione politica
alla conduzione della guerra, al trattamento degli alleati, dal problema
dell'educazione e dei nuovi maestri di pensiero, cui si addebitano i gua-
sti e il decadimento dell'antica tempra morale, al problema della mi-
glior tragedia che  anche questione letteraria, ma soprattutto ancora
una volta di educazione del cittadino, ch i poeti sono per i giovani, ci
che il maestro elementare  per i fanciulli. E come Eschilo nelle Rane
 giudicato miglior poeta, perch pi utili sono i suoi consigli alla citt
cos Aristofane non ha cessato di dare buoni e utili consigli alla citt.
Ha assolto il suo dovere di cittadino. Da poeta.
Accanto alla commedia politica rappresentata da Cratino, Eupoli e
Aristofane, fior in Atene nel secolo quinto anche una commedia che rinun-
ziava agli aspri e violenti attacchi personali per trame disimpegnate dalla
contingenza politica, intrecci di fantasia in cui predominavano i temi
dell'utopistico paese di Bengodi ed emergeva l'attenzione per certi tipi
umani. Di questo filone furono rappresentanti Cratete e Ferecrate: Ari-
stotele vi ravvisava una linea di continuit col precedente teatro dorico
di Epicarmo, fiorito in Sicilia tra il secolo sesto e il quinto e carat-
terizzato sia dall'attenzione per gli aspetti pi dimessi e umili della 
realt quotidiana, per certi tipi umani di bassa condizione (per esempio 
il parassita), sia dalla parodia di temi e personaggi mitologici.  questo 
un filone che ebbe fortuna in Atene nel secolo quarto a.C., nel corso del 
quale dovettero anche evolversi certi aspetti formali, come la progressiva 
riduzione dell'elemento lirico, gi visibili nell'ultima fase del teatro 
di Aristofane. Questa evoluzione tematica e formale, correlata con le mu-
tate condizioni socio-politiche di Atene, culmina nella cosiddetta Commedia 
Nuova di cui fu esponente Menandro (342-291), il solo autore di essa di 
cui ci sia pervenuta una commedia intera Il bisbetico (del 317), oltre ad 
ampi brani di poche altre, tra cui ricostruibili nel disegno generale sono: 
La donna di Samo, La donna tosata, Lo scudo, L'arbitrato (ne aveva com-
poste oltre 100; l'esordio risale al 322). Solo frammenti si hanno invece 
degli autori comici contemporanei di Menandro, come Filemone e Difilo, da 
cui i comici latini attinsero per le loro opere. Rispetto ad Aristofane 
il teatro di Menandro presenta la novit di un'attenzione concentrata sul 
mondo degli affetti e delle relazioni familiari: padri e figli, marito e 
moglie fratello e sorella, innamorato e innamorata, un piccolo mondo dome-
stico i cui protagonisti sono giovani bene, padri benestanti, ma anche
soldati di mestiere (una tipica professione di et ellenistica), contadini
e mercanti, circondati da servi, cuochi, etere, parassiti. I personaggi
non agiscono pi in uno spazio grande quanto la polis (o il cosmo), non
cercano pi soluzioni per s e la collettivit, ma per s e il loro mondo
privato e all'interno di questo mondo. E naturalmente questo riflusso
nel privato  stato letto in rapporto con la grande crisi che ha investito
la polis (non pi autonoma creatrice di progetti politici), a seguito degli
eventi storici messi in moto dalle imprese di Alessandro Magno e dal
formarsi dei regni ellenistici.
La trama  ancora quella, canonica nella drammaturgia comica, di un'a-
zione che tende a superare una serie di ostacoli per il raggiungimento
di un traguardo finale di felicit, in cui matrimoni si celebrano, vincoli
familiari messi a rischio si consolidano, ignorate identit personali per
fortunate coincidenze si svelano, con la conseguente reintegrazione di
bastardi e fanciulle traviate nel cosmo sociale che loro compete.
Anche gli ostacoli da superare si inscrivono nell'orizzonte domestico:
talora sono dati caratteriali, come la misantropia del vecchio Cnemone
(Il bisbetico), l'avarizia del vecchio Smicrine (Lo scudo); talaltra tutto
nasce da un errore di giudizio dovuto a difetto di informazione: Demea
crede la propria concubina, donna di Samo, colpevole di aver sedotto il
giovane Moschione, figlio adottivo di Demea, che  invece legato ad
una giovane vicina di casa (La donna di Samo); il soldato Polemone 
accecato dalla gelosia perch la donna amata  stata baciata da un gio-
vanotto, che  per fratello della donna (La donna tosata); Carisio si al-
lontana offeso dalla moglie, perch questa ha partorito un figlio illegit-
timo, che  per il frutto della violenza usata dallo stesso Carisio nei
confronti della moglie prima delle nozze (L'arbitrato); un sospetto in-
fondato sembrerebbe potersi intravedere anche ne L'odiato. Si  spesso
sottolineato che la trama menandrea che gioca sull'esposizione di un
bimbo e sulla agnizione finale ha il suo archetipo nello Ione euripideo,
ma anche altri autori del secolo quarto, attivi anteriormente a Menandro, 
avevano sfruttato la stessa trama (per esempio Anassandride). Da rilevare 
 invece che in Menandro, come in Euripide, ci che conta  il dramma di
anime che il sospetto, l'errore di giudizio, l'ignoranza della realt metto-
no in moto. A proposito dello Ione (in cui Creusa e Ione, madre e figlio,
ignorano ciascuno la vera identit dell'altro ed entrambi ignorano i
progetti di Apollo), la critica ha spesso usato una parola-chiave: agnoia,
l'ignoranza, che potrebbe essere usata anche per i drammi menandrei e
che non a caso appare come una divinit ne La donna tosata. E quando
il riconoscimento tra madre e figlio  avvenuto, Ione sottolinea la po-
tenza della tyche, artefice di mutamenti di sorte per i mortali. In questa
tragedia euripidea, in realt, al di sopra degli eventi umani  indicata la
volont del dio Apollo, promotore del buon esito finale da cui dipendo-
no i futuri destini di Atene, come assicura Atena dea ex machina. Nel
mondo di Menandro invece non ci sono di prestigiosi che rassicurino
prestigiosi protagonisti, ma appunto divinit di nuovo conio come Agnoia
e Tyche.
Ma sarebbe sbagliato ritenere che il mondo menandreo sia retto da queste 
divinit:  ancora l'uomo che risolve i nodi dell'esistenza. Ne L'ar-
bitrato  la presa di coscienza di Carisio (egli ha scoperto di aver com-
messo la stessa colpa che rimprovera aspramente alla moglie, mentre la
moglie lo tratta con dolcezza) ad avviare veramente al lieto fine, cos 
ne Il bisbetico dove un gesto di solidariet scioglie la misantropia di
Cnemone; ed  il sacrificio altruistico della donna di Samo (ha fatto cre-
dere che il figlio di Moschione sia suo) a creare e poi a sciogliere il 
nodo, spingendo il timido Moschione a rivelare la verit; ed  l'amore 
fraterno della fanciulla tosata che, scatenando la gelosia di Polemone, 
mette in moto il meccanismo che condurr all'agnizione finale, e nello 
Scudo l'inganno del fedele Davo, che mira alla salvezza della erede dalle 
mire del tutore Smicrine, sarebbe stato risolutore, se non fosse intervenuto 
il ritorno del fratello della fanciulla creduto morto. La partita si gioca 
sul piano umano, prima che la tyche intervenga per il perfetto lieto fine, 
ed  la sofferenza di queste anime, la loro disponibilit a comprendere e
perdonare, la loro generosit il vero motore dell'azione. Persino chi 
mosso da interessi egoistici, come l'etera Abrotono de L'arbitrato, cede
pur sempre a impulsi generosi e nella stessa commedia la giustizia del
vecchio Smicrine e l'altruismo del carbonaio Siro lavorano in difesa del
bambino.
Di fronte alla pena del vivere, alle trappole dell'equivoco, alle debo-
lezze e agli egoismi umani sono mobilitate le difese della solidariet e
della bont che sembrano i connotati fondamentali dell'uomo menan-
dreo. Certo, si sa bene che nella realt le cose vanno spesso diversamen-
te; ma nella scelta menandrea di dichiarare vincente la generosa solida-
riet dell'uomo verso l'uomo  un messaggio etico e consolatorio insie-
me, che poteva comunicare una rassicurante visione della vita umana
agli smarriti cittadini ateniesi dell'et di Alessandro Magno e non solo
a loro.
Tra il quinto e il quarto secolo a.C. la poesia lirica, segnatamente il 
ditirambo (canto corale con accompagnamento di aulos) e il nomos (canto 
a solo con accompagnamento di cetra), si evolve verso forme in cui si 
realizza il predominio della musica sul testo; i papiri ci hanno restituito 
un ampio brano dal nomos di Timoteo di Mileto I Persiani (forse anteriore 
al 408 a.C.), che tratta lo stesso argomento dell'omonima tragedia di 
Eschilo. Quanto alla poesia epica, vanno segnalati tentativi di rinnovamento
tematico e formale operati tra il quinto e il quarto secolo da Cherilo di 
Samo e Antimaco di Colofone.

AGOSTINO MASARACCHIA
4) La prosa greca del quinto e del quarto secolo a.C.
La prosa letteraria appare in Grecia dopo la poesia: le sue pi antiche
manifestazioni risalgono al sesto secolo. Durante tutto il corso della let-
teratura classica essa non  riuscita mai a liberarsi totalmente dalla sog-
gezione verso la sorella maggiore, onde il vario intrecciarsi di poesia e
prosa costituisce uno dei tratti pi caratteristici della letteratura greca
dei secoli quinto e quarto. Vivissima  stata sempre la consapevolezza che
poesia e prosa si contrappongono radicalmente. Esemplare  al riguardo la 
distinzione operata da Isocrate. 
L'eterogeneit dei due mezzi espressivi  significativamente presentata 
come il contrasto tra il poeta che canta dall'alto del carro delle
Muse e il prosatore che procede a piedi.
 implicita la convinzione che la poesia  pi nobile e pi elevata della 
prosa (cosa leggera, alata e sacra  la poesia dice Platone nello Ione) 
e realizza addirittura in modo pi produttivo il fine della conoscenza: 
scrive Aristotele nella Poetica  che la poesia   pi filosofica della 
storia perch suo oggetto non  ci che accade, ma ci che pu accadere 
secondo verosimiglianza e necessit. Le ragioni di questa superiorit, di 
questa autentica egemonia della poesia vanno cercate in ambito antropolo-
gico. In una civilt di tipo orale, quale quella greca arcaica, l'unica 
tecnologia verbale disponibile per garantire la conservazione e la stabili-
t della tradizione era quella del discorso ritmico, organizzato ispirata-
mente in moduli verbali e metrici tanto unici da conservare la loro forma 
(E.A. Havelock). La poesia  quindi il luogo di elaborazione, di trasmis-
sione e di conservazione della cultura del gruppo. In questo senso un poema 
come l'Iliade  un poema tradizionale (G. Murray). La prosa presuppone in-
vece un deciso orientamento verso la civilt della scrittura: il fatto che
in epoca classica sia stata costantemente egemone la poesia  dovuto so-
prattutto al protrarsi della prassi e della mentalit oralistiche. Ovviamen-
te la crisi di trasformazione che investe la tecnologia della comunicazione
 coeva al progressivo formarsi di strutture politiche sempre pi com-
plesse e articolate, di uno spettro di status sociali sempre pi ampio e
diversificato, di moduli di sviluppo economico sempre pi variegati.
Il sostanziale radicarsi della prosa classica nella poesia pu essere con-
statato sia nella presenza pervasiva della poesia nella prosa, sia nei sus-
sulti dialettici in cui affiora il bisogno di liberarsi da quell'ingombran-
te presenza.
Le Storie di Erodoto sono la prima grande opera in prosa nella grecit.
Esse, secondo Aristotele, hanno il loro modello nell'antica logografia 
ionica, la quale a sua volta  geneticamente legata alla poesia catalogica 
di ascendenza esiodea. L'opera di Erodoto ha il suo punto d'arrivo nella 
pubblicazione come opera completa e conchiusa, ma questo punto d'arrivo 
presuppone una lunga vicenda di pubblicazione orale di singole parti, 
di cui la tradizione ha conservato il ricordo, trasmettendoci l'immagine 
dello storico itinerante che recita davanti al pubblico (sia esso quello 
di una citt, sia quello panellenico di Olimpia) parte della sua opera. 
Di questa preistoria orale delle Storie sono prova la tendenza di Erodoto 
a parlare come dinanzi a un uditorio attento e capace di risentite reazioni, 
nonch le insistenze ripetitive di vibrato tono polemico. Particolarmente 
istruttiva  in proposito l'alta stilizzazione letteraria della lingua, 
uno ionico misto in cui si trovano ionismi omerici, forme e locuzioni 
poetiche, atticismi. Ma il pi prezioso segnale del legame di Erodoto con 
la cultura arcaica e le sue forme espressive  la sua omericit,  
che va intesa soprattutto sul piano dei contenuti e dei topoi narrativi.
Nel confronto con Erodoto, consapevole e netto appare il rifiuto tucidi-
deo della cultura arcaica. Nella sua severa impietosa condanna 
sono accomunati i poeti con la loro tendenza a ingrandire e abbellire la
realt  e i logografi con la loro vocazione a manipolare in vista del 
consenso. E la prosa concentrata e scabra di Tucidide segna la pi
grossa distanza dalla norma classica dell'assoggettamento della prosa
alla poesia. Tucidide rappresenta un punto di rottura episodico, tanto
pi clamoroso perch isolato. Il dialogo platonico,  in realt, se pure 
in prosa, un genere della poesia drammatica e come tale  presentato da 
Aristotele. L'oratoria attica nei suoi vari generi non si libera mai in 
modo totale e definitivo dall'influsso di Gorgia e dalla sua aspirazione 
a una prosa che sia ornata di figure retoriche, che si avvicini alla 
poesia e che sia ritmica (E. Norden).
Il percorso della cultura greca, nel corso del quinto e del quarto secolo, 
 caratterizzato dal progressivo inevitabile emergere di Atene come centro 
pulsante ed egemone. Niente illustra meglio questo fenomeno quanto le
vicende della filosofia. Eraclito da una parte, Parmenide dall'altra ope-
rano alla periferia, orientale per l'uno, occidentale per l'altro, del mon-
do greco. Ad Abdera opera Democrito, la mente pi universale del mon-
do tardo-arcaico. In ambiente asiatico (Cnido) o insulare (Cos) opera-
no le grandi scuole di medicina. Ad Atene invece vive, e fa sentire la sua
influenza sulla cultura ateniese, l'asiatico Anassagora, uno dei pi co-
spicui intellettuali della cerchia di Pericle. Lo stesso orientamento si 
coglie nell'ambito della cosiddetta Sofistica. Provenienti da tutte le 
zone del mondo greco, da Abdera Protagora, da Leontini Gorgia, da Ceo 
Prodico, da Elide Ippia, tutti operarono in modo pi o meno continuo in 
Atene. Ateniese  per altro Critia e ateniese  Antifonte. Del resto,  
decisivo il fatto che il filtro attraverso il quale l'opera dei Sofisti  
passata per fecondare il pensiero europeo  rappresentato da Platone:  
attraverso l'opera critica di Platone nei loro confronti che i Sofisti 
sono diventati protagonisti e iniziatori di problematiche fondamentali 
del pensiero europeo. Il tratto pi cospicuo della filosofia presocratica, 
quale  stato elaborato dalle speculazioni platoniche e post-platoniche, 
 l'ideale della vita dedicata alla ricerca del vero, libera dai fastidi 
e dagli impacci della pratica. La ricerca pura, libera dagli assilli e 
dalle distrazioni della vita quotidiana, non condizionata dalla soggezione 
ad una fede religiosa e alle prescrizioni di una classe sacerdotale, im-
placabile nel perseguire i suoi fini, disinteressata, trova nei grandi 
pensatori di epoca tardo-arcaica e proto-classica i suoi campioni. Ma, 
accanto ad essa, nato probabilmente in ambito peripatetico (Dicearco), 
sviluppando e maturando premesse platoniche, sorge e si afferma l'ideale 
delle figure di antichi filosofi visti come legislatori, uomini
di Stato, inventori di espedienti pratici (W. Jaeger): l'esempio pi cla-
moroso  dato dai Sette Savi. La tensione che corre in tutta l'opera pla-
tonica tra l'amore appassionato ed esclusivo della ricerca, in un impe-
gno totale che non ammette compromessi, e l'impulso, altrettanto impe-
rioso, dotato di una uguale carica morale, a operare nella realt per modi-
ficarla adeguandola alla norma, viene rifratta nelle immagini composite,
spesso contraddittorie, dei pensatori del passato.
Il linguaggio di Eraclito  denso e ambiguo. Scrive Diogene Laerzio:
talora le sue espressioni sono chiare e distinte, cos che anche il pi
stupido pu facilmente capire e trarne elevazione dell'anima; la brevit
e densit della sua esposizione  incomparabile. Ma Aristotele osservava 
che  difficile interpretare gli scritti di Eraclito, perch non  chiaro 
qual  il rapporto tra le parole, se una parola si deve legare con ci che 
precede o con ci che segue. Questo linguaggio rapido e oracolare, il cui 
effetto  certamente moltiplicato per noi dal fatto che l'opera  conservata 
in frammenti,  continuamente solcato da violenti sussulti polemici (si 
veda  il frammento 121 contro gli Efesii che hanno esiliato il suo amico 
Ermodoro). Essi mostrano la forte carica dei suoi interessi politici e 
culturali. (Non si conoscono le date della sua vita e della sua morte. 
Visse comunque a cavallo del sesto e del quinto secolo. Importante e sug-
gestivo  il rapporto che lo lega alla grande filosofia classica ateniese: 
un suo discepolo, Cratilo, sembra sia stato maestro di Socrate. Una
linea diretta lo lega quindi a Platone).
Anassagora(1) appare chiaramente presentato come esempio del filoso-
fo disinteressato alle questione pratiche. Nell'Ippia maggiore di Platone
 ricordato come uno degli antichi che si sono tenuti lontani dalla poli-
tica (281 C) e come uno di quelli che non sono capaci di affrontare e di
risolvere le questioni pratiche: avendo ricevuto una grande eredit, non
se ne cur e la mand in malora (283 A). Ancora pi significativo  il
fatto che egli apre la schiera dei filosofi trascinati in tribunale sotto 
l'accusa di empiet: come campione della libert di pensiero e come vitti-
ma della superstizione sua nemica egli precede Socrate e Aristotele.
La figura pi gigantesca di pensatore dell'epoca preplatonica  certa-
mente Democrito. Fu all'incirca contemporaneo di Socrate e proba-
bilmente visit Atene. Non sono per indicabili sicuri contatti con
l'ambiente socratico-platonico ed  sconcertante il fatto che nelle ope-
re di Platone egli non sia mai nominato. Ma pi tardi egli fu posto ac-
canto a Platone e ad Aristotele per eccellenza di stile. Dionisio di Ali-
carnasso lo pone accanto a questi due grandi filosofi per l'ec-
cellenza nello stile medio. Egli impersona nel modo pi completo l'i-
deale del ricercatore puro. In un frammento tramandato da Clemente Ales-
sandrino, di dubbia autenticit, ma significativo per l'immagine del filo-
sofo che presenta, gli  attribuita la seguente dichiarazione: io ho vi-
sitato pi terra dei miei contemporanei, e ho svolto pi indagini, ho visto 
il pi grande numero di zone del cielo e della terra, ho ascoltato il pi 
gran numero di dotti; nessuno mi ha superato nelle costruzioni grafiche 
con prova.... Qui appaiono compresenti gli interessi descrittivi, astro-
nomici e geografici dell'ellenismo maturo. La sua  una lingua limpida ed 
elaborata, povera di neologismi, diversa in questo dallo stile dei Sofisti 
suoi contemporanei, ed  forte la tentazione, provocata dallo stato fram-
mentario di conservazione dell'opera, di vedere in lui l'autore di brevi 
espressioni sentenziose allineate senza un ordine rigoroso. Ma ci che  
pi caratteristico, e stupefacente,  il fatto che egli  il primo filosofo 
che ha scritto una gran quantit di opere specialistiche. La perdita 
della sua opera non  facilmente spiegabile. La sua patria Abdera, dove 
egli per lo pi oper, non era attrezzata per una seria attivit filologica 
di edizione e di conservazione. 
 del resto improbabile che egli avesse tenuto una scuola filosofica che 
fosse poi impegnata a difenderne la memoria e a tramandarne gli scritti. 
L'universalit e la vastit dei suoi interessi speculativi si espresse in 
una produzione paragonabile per estensione e ricchezza a quella di Aristo-
tele. Non bast a salvarla dalla rovina l'attivit editoriale di Trasillo 
(primo secolo d.C.), che ordin in tetralogie le sue opere, come fece per 
Platone. La sua opera fu risucchiata e dispersa nei rivoli delle discipline
specialistiche da lui curate. 
Avversari e falsificatori fecero il resto. Se Platone e Aristotele lo 
trascurarono, forse perch videro in lui un compilatore popolare
(ma la critica moderna va trovando sempre pi cospicue tracce di De-
mocrito nel tardo Platone), l'orientamento platonizzante e spirituali-
stico della cultura filosofica tardo-antica, nutrito di nuova linfa dall'in-
tolleranza e dalla vocazione deformatrice dei cristiani, ebbe non poca
efficacia nel soffocare la voce del grande pensatore materialista.
Il quinto secolo vede la nascita della medicina scientifica. Essa  legata 
soprattutto al nome di Ippocrate e alla scuola di Cos, che non fu peraltro
l'unica: basti ricordare la rivale scuola di Cnido che non fu per all'al-
tezza della prima n per rigore speculativo n per rilevanza di acquisi-
zioni. La raccolta di scritti di medicina che va sotto il nome di Corpus
Hippocraticum  ci che rimane di quel che originariamente era appun-
to la biblioteca della scuola di Cos. Essa comprende opere autentiche
di Ippocrate e, accanto a esse, scritti pre-ippocratici, di autori scono-
sciuti contemporanei di Ippocrate, di discepoli pi o meno lontani, non-
ch di membri della scuola di Cnido. Immenso  il significato del Cor-
pus nella cultura greca e immensa la sua influenza sulle epoche succes-
sive. Questa antica medicina greca ha il merito di avere fondato lo sta-
tuto operativo e professionale della scienza medica e di averne definito
l'autonomia nei confronti della superstizione religiosa e della filosofia.
L'enfatica insistita affermazione dell'origine naturale delle malattie
(esemplare  al riguardo il De morbo sacro), la teoria che ne fa risalire
la causa a un'alterazione nel rapporto tra i componenti del corpo, l'i-
dentificazione del fine della medicina nella collaborazione con la ten-
denza della natura a restaurare la normalit costituiscono la premessa
della lucida e severa illustrazione dell'ambito della professione medica
e della sua etica (si pensi al famoso Giuramento). Gli autori del Corpus
si rivolgono talora ai medici, ma pi spesso ad un pubblico generico di
persone colte: l'impegno alla discussione e all'apprendimento dei temi
tecnici e professionali si sposa con l'esigenza d'intervenire in un dibat-
tito culturale vivacissimo, in cui la dignit e lo statuto della professione
medica sono messi in discussione. Alcune opere attestano il tentativo
di mettere la medicina sotto il controllo di una teoria filosofica (di Era-
clito o di Anassagora o di Diogene di Apollonia), altre contengono vi-
vaci reazioni a questa tendenza, e rivendicano la necessit di liberare la
medicina dalle pastoie e dai paraocchi che possono impedirle il contat-
to diretto con l'esperienza attraverso l'osservazione attenta e spregiu-
dicata. Importante per illustrare la forte vocazione scientifica della scuo-
la  la presa di distanza dalla superstizione religiosa. Esemplare  al ri-
guardo l'inizio del De morbo sacro: Sul cosiddetto morbo sacro, la mia
opinione  che esso non sia pi divino o pi sacro di altre malattie, ma
che ha una sua causa naturale; gli uomini pensano che sia di origine di-
vina per la loro inesperienza e per la sua singolarit, che lo fa diverso
dagli altri. Il rigore scientifico degli ippocratici, la freschezza della 
loro passione scientifica, la ricchezza dei temi culturali e pi propria-
mente medici trattati fanno del Corpus una delle eredit pi feconde che la
cultura greca abbia consegnato ai posteri. La circolazione di problema-
tiche e temi di provenienza medica nella cultura classica mostra quanto
forte sia stato l'influsso di Ippocrate sulla cultura posteriore. Platone
dir che l'anima si cura con i bei discorsi, i discorsi filosofici 
e giustamente  stato detto che l'ideale di cultura greca fu l'i-
deale della salute (W. Jaeger).
Niente esprime meglio i fermenti e i vivaci moti di pensiero della gre-
cit classica quanto quel complesso di uomini di cultura che, per con-
venzione antica e moderna, si suole denominare Sofistica. I Sofisti sono
per un verso gli eredi della grande speculazione naturalistica (i cui ulti-
mi grandi rappresentanti, Anassagora e Democrito, sono del resto loro
contemporanei); per un altro essi rappresentano un tipo nuovo di cultura
e d'intellettuale. Per parlare dei Sofisti dobbiamo in buona misura ser-
virci di quanto dice Platone. Ma gli schemi che Platone applica alla cul-
tura della sua giovinezza e immediatamente precedente sono condizio-
nati dal suo giudizio e dai suoi intenti. Il principale rischio di frain-
tendimento deriva dal fatto che Platone trasferisce alla generazione dei 
Sofisti le tematiche e i conflitti che sono caratteristici del suo tempo. 
Nella costruzione platonica la cultura del quinto secolo sarebbe carat-
terizzata dal radicale contrasto tra i Sofisti e Socrate. L'empirismo, lo 
scetticismo, l'assenza di una seria teoria morale e il conseguente disin-
volto utilitarismo ed edonismo, l'assenza di una seria prospettiva di co-
noscenza sarebbero le caratteristiche negative dei Sofisti, alle quali 
avrebbe reagito Socrate con la sua ansia razionalistica, morale e religiosa, 
Socrate il cittadino radicato nella sua citt, opposto al cosmopolitismo 
senza radici istituzionali e storiche dei Sofisti. Ma esiste una diversa 
prospettiva, che si  fatta strada nella cultura moderna, nella quale i 
Sofisti e Socrate sono accomunati in un grande movimento di liberazione 
umana, i cui tratti distintivi sono la teorizzazione della natura e origine 
umana della lingua, del costume, della legge (onde deriva la totale re-
sponsabilit dell'uomo in fatto di cultura, di morale, di istituzioni po-
litiche e civili), l'affermazione del principio dell'uguaglianza degli 
uomini di fronte alla legge e la difesa dei diritti dell'individuo, l'av-
versione alla schiavit, l'antinazionalismo, la fede nella ragione umana. 
Si tratta di un quadro nel quale rientrano uomini come Pericle, Democrito, 
Antifonte, Licofrone, Alcidamante, Socrate, Antistene. Sono gli uomini che 
sono stati felicemente chiamati la Grande Generazione (K.R. Popper).
Di fronte ad essi Platone rappresenterebbe la reazione tribale e autorita-
ria, repressiva, religiosa, nazionalistica, e al limite razzistica. Il 
tratto pi generale e caratteristico dei Sofisti  il loro saper andare
incontro alla crescente domanda di quella capacit intellettuale che po-
teva permettere di controllare e orientare le assemblee dove si decidevano 
gli orientamenti politici della comunit. Ci comportava sia un addestra-
mento retorico degli aspiranti oratori, sia un complesso di conoscenze 
specialistiche e di impostazioni epistemologiche e concettuali che  
certamente errato ridurre al livello di contenuti indifferenti, perseguiti 
solo a scopo di esercizio dialettico. Rientrano in questo ambito l'atteg-
giamento cinicamente scettico di Protagora di fronte agli di e il suo mo-
dello di nascita e sviluppo della societ umana, la teorizzazione delle 
difficolt decisive che si oppongono alla conoscenza, che la tradizione 
attribuisce a Gorgia, la drammatizzazione delle scelte morali dell'uomo 
(l'apologo di Eracle al bivio di Prodico), la vastit degli interessi e 
delle conoscenze di Ippia, il rigoroso giusnaturalismo che in forma pi
o meno esplicita affiora nella tradizione su personaggi quali Antifonte, 
Callicle, Trasimaco, Alcidamante e che appare saldo e compatto nella sua 
armatura teorica e nella variet delle sue diverse formulazioni. Non va 
taciuto, perch  un elemento di grande modernit, il carattere profes-
sionale della cultura sofistica e il suo sostanziale cosmopolitismo, tanto 
pi sorprendente se si considera che il centro di raccolta e la cinghia 
di trasmissione di questa cultura  Atene (ateniesi sono peraltro insigni 
personaggi quali Antifonte e Critia).(2)
La storiografia nasce in Grecia nel quinto secolo. Le sue opere sono esem-
plari per tutta la tradizione europea, e non solo per la grandezza di per-
sonaggi quali Erodoto o Tucidide, ma perch fu in quest'epoca che ven-
nero approntati i modelli di tutta la storiografia europea. La storia di
Erodoto  universale non solo per quanto riguarda i contenuti (e cio
le vicende della civilt mediterranea dal momento in cui la storia emer-
ge dal mito fino al tempo dell'autore), ma perch essa  dominata dal-
l'impegno, enunciato nel proemio, di salvare dall'oblio le opere e le azio-
ni del passato, conservando la memoria non solo delle citt grandi, ma
anche di quelle piccole. Il riconoscere nel ritmo della storia l'alternarsi
delle egemonie e delle sudditanze e il dedurne per lo storico il dovere
professionale di conservare di tutte imparzialmente la memoria fonda-
no e definiscono la caratteristica fondamentale della storiografia e de-
lineano lo statuto professionale dello storico. Il processo delle vicende
 in Erodoto concepito nella successione di momenti decisivi. Egli
scrive che nel corso delle tre generazioni di Dario, di Serse, di Artaser-
se ci furono pi mali nella Grecia che nelle venti generazioni prima di
Dario, mali provocati dai Persiani e dalle lotte tra le potenze greche. In
questa valutazione  contenuto il senso della storia come dramma, con
l'annesso virile pessimismo che connota ogni grande opera storica, e la
consapevolezza della continuit dell'accadere storico, onde ogni fase
contiene i presupposti e i germi della fase successiva. Il campo di visio-
ne dello storico  libero da impegni e tentazioni limitative, onde l'arco
dei suoi interessi spazia dai grandi ritmi generazionali alla microstoria:
l'antropologia moderna ha le sue premesse nella storia erodotea. L'o-
mericit di Erodoto va cercata nel sagomarsi delle sue narrazioni se-
condo i modelli epici: si ricordino l'uso dell'intervento psichico per
spiegare le scelte e gli orientamenti dei personaggi, il gusto per le ari-
stie, la tendenza del flusso narrativo ad aggregarsi e coagularsi in gran-
diose emblematiche immagini. La disposizione curiosa e attenta verso
tutti gli aspetti della vita umana permette di livellare nella grandiosa 
tela generale i vari momenti celebrativi: se  legittimo parlare di una 
visione ellenocentrica di buona parte dell'opera, sarebbe riduttivo so-
stenerne un'ispirazione atenocentrica. Figlia della cultura orale, la 
storia di Erodoto, nella vastit della sua tela, nella freschezza del 
suo dettato narrativo, costituisce la summa della cultura tardo-arcaica. 
Della sua preistoria orale, documentata dalla tradizione delle letture 
pubbliche di singole parti, essa conserva la risentita istintiva vivacit 
dialettica. (3)
La fastosa disarticolazione erodotea, la gioiosa disponibilit a tutti gli
aspetti della vita cedono il passo in Tucidide a severi rigorosi paradigmi
razionalistici, a impietose chirurgiche delimitazioni del tema, a un tono
di tesa e schiva monotonia. Se la storia di Erodoto fonda per i posteri il
modello della storia universale, quella di Tucidide costituisce il primo
esempio di monografia storica. La guerra degli Ateniesi e degli Spar-
tani ne  l'oggetto, scelto nella convinzione che si tratti del pi grande
evento storico e che la sua contemporaneit lo renda leggibile perch
ne garantisce l'autenticit e la credibilit di fronte alle deformazioni
consapevoli e inconsapevoli a cui sono esposte le vicende umane nella
memoria. Nella visione tucididea la storia  un meccanismo inesauribi-
le che si snoda lungo un percorso dotato di sue leggi. L'umanit tende
al suo utile e per la realizzazione del suo fine usa l'arma
dell'intelligenza e della ragione. Nella spinta verso rapporti
sempre pi intricati e complessi, conseguenza del progressivo amplia-
mento dei mezzi di produzione e del conseguente progresso economi-
co, i conflitti umani si aggravano e si complicano con l'aumentare delle
risorse e l'allargarsi del teatro dei contrasti. Limite irrisolto di questo 
lucido gioco razionale  l'ineliminabile presenza della...... che intervie-
ne continuamente a mutare le premesse e a istituire nuovi imprevisti sce-
nari. Lo scontro di contrapposti interessi umani, il traboccare della bi-
lancia verso i pi abili e i pi forti, la ferrea logica che domina il 
nascere e il tramontare degli imperialismi si trovavano gi a livello di 
spunti in Erodoto, onde si  a ragione parlato di un Erodoto tucidideo. 
Ma il quadro  nella sostanza alterato da nuovi decisivi veicoli ideologici. 
Intanto la storia di Tucidide  figlia consapevole della tecnologia della
scrittura. Al posto dell'immagine erodotea dello storico cantastorie che
parla ad un uditorio fisicamente presente e reattivo subentra lo storico
che opera nella solitudine del suo gabinetto di lavoro per un pubblico
astratto di lettori senza volto e senza nome: la storia non  pi una pro-
va agonale volta al successo immediato, ma possesso per l'eternit.
D'altra parte, Tucidide recide decisamente i legami dell'accadere uma-
no con il mondo divino e ne costruisce la struttura sulla base di leggi im-
manenti che sono la griglia per intenderne il ritmo: la storia respinge
fuori di s tutto ci che non  ...., diventa storia prammatica. All'u-
niversalit orizzontalmente estesa di Erodoto subentra l'universalit
trascendentale delle leggi storiche. E infatti il carattere monografico del-
la storia di Tucidide si rivela in realt un ricercare teso e concentrato
negli avvenimenti delle leggi immanenti della storia. L'opera dello sto-
rico ateniese  densa di tensione dialettica e drammatica. Pericle
costituisce la pi felice e completa incarnazione dell'ideale umano tuci-
dideo. La sua superiore intelligenza mette in atto le regole della politi-
ca e realizza il felice risultato di un disegno storico perseguito con 
ferma volont e sorretto da sicura conoscenza degli elementi in gioco. 
Ma la ..., con la peste che provoca la morte dello statista, interrompe 
brutalmente il disegno pericleo e tutta la successiva storia ateniese si 
configura come un continuo disperato sforzo di recuperare quell'altezza 
irrimediabilmente perduta. La ricca galleria di uomini politici che si 
dispiega nell'opera di Tucidide appare come una successione di frammenti 
di uno specchio in cui l'immagine originaria si rifrange pi o meno de-
formata e sconciata. E qui sta forse il pi segreto, pi personale motivo 
del virile pessimismo che circola in tutta l'opera:
il rammarico per una eccellenza perduta e non pi raggiungibile. (4)
Il panorama storiografico muta con Senofonte, lo storico che con le El-
leniche volle continuare la narrazione tucididea. Ma la storia non  pi
prestazione esclusiva che assorbe e annulla in s tutti gli interessi uma-
ni, bruciandoli nel fuoco di una grande tensione razionalistica e ideolo-
gica. Essa diventa un elemento di un articolato e policromo panorama;
coesiste con la memorialistica, col romanzo storico, con l'interesse per
le tecniche agricole, belliche, economiche, con le curiosit geografiche,
antropologiche, antiquarie. Da un certo punto di vista abbiamo il ritor-
no all'universalismo erodoteo, ma la robusta tela di Erodoto si  lacera-
ta liberando le sue componenti ed esaltandone l'autonomia. Alle spalle
di questo mutamento c' la nascita in Atene della prima grande civilt
metropolitana di tipo moderno. L'economia si  diversificata, la citt 
diventata un grande centro di produzione e di scambio, pi forte  la
spinta alla specializzazione professionale, appare (ed  il dato pi mo-
derno) la teorizzazione della figura dell'intellettuale, pensato e defini-
to come un tipo umano unitario oltre la variet e la diversit delle sin-
gole competenze e specializzazioni. Senofonte costituisce un calzante
esempio di questo tipo di intellettuale, che non ha ancora rotto total-
mente i fili che lo legano al passato, ma  gi impetuosamente orientato
verso il nuovo. Il suo legame con Atene esiste ancora, ma  fragile e si
rompe, salvo poi a riannodarsi. Nella sua produzione occupa un posto
centrale la famiglia, cellula essenziale della nuova civilt borghese. Il
culto dell'individuo e della sua personalit accentua i toni particolari-
stici, psicologici, sentimentali, romanzeschi della narrazione storica,
nella quale non sfilano pi in primo piano le idee-forza della storia che
gli uomini impersonano, ma personaggi presentati a tutto tondo, nella
coesistenza di pubblico e privato, quali Agesilao, Ciro il Grande, Ciro il
Giovane, Senofonte stesso, Socrate. Tutta l'opera di Senofonte  per-
vasa da fermenti e inquietudini che preannunziano la grande stagione
dell'Ellenismo.(5)
Niente introduce in modo pi efficace nella vita quotidiana della col-
lettivit, nei suoi problemi, nelle sue tensioni quanto l'oratoria. Condi-
vide col teatro la caratteristica di essere la manifestazione culturale pi
popolare e pi praticata nell'Atene classica. La tradizione caratterizza
la tragedia e la commedia antica come proprie del quinto secolo e l'orato-
ria del quarto, ma in realt la loro coesistenza  verificabile per tutto 
il periodo.
Se nel canone degli oratori soltanto i primi tre (Antifonte, Andocide,
Lisia) appartengono al periodo pi antico, ci  dovuto al fatto che il bi-
sogno di conservare le orazioni si sviluppa tardi, soprattutto per gli in-
teressi delle scuole di retorica e per la necessit quindi di utilizzare 
le pi prestigiose prestazioni oratorie come modello e materia d'insegnamen-
to. Non v' dubbio, ad esempio, che l'oratoria di Pericle godette di al-
trettanto prestigio di quella di Demostene. L'orientamento verso il di-
battito politico, sempre pi prepotente col passare del tempo, dissecca
progressivamente il teatro e ne fa un fenomeno marginale nel quarto seco-
lo. Teatro e oratoria si configurano quindi idealmente come momenti suc-
cessivi della stessa civilt espressiva. Le rappresentazioni teatrali sono
eventi agonali e l'oratoria  tutta pervasa di spunti drammatici. Tutta la
civilt dell'Atene classica  una civilt del dibattito. Le prestazioni 
teatrali ateniesi miravano a risolvere i contraddittori valori sociali 
dell'intensa competizione e dell'unit politica... Le reazioni dell'Ateniese 
medio ai litigi nelle cause civili e ai contrasti politici nei processi 
pubblici o nell'assemblea erano influenzate dalle loro esperienze come 
membri del pubblico teatrale e viceversa (J. Ober). Si tratta, sia per il 
teatro che per l'oratoria, di esperienze di una civilt rimasta sostan-
zialmente orale. Il greco medio era educato ad ascoltare. Il leggere era 
l'eccezione pi che la regola. Gli scrittori raggiungevano le masse del 
popolo non con la pubblicazione, ma col dare recitals pubblici delle loro 
opere. In epoca moderna l'orecchio  diventato pigro. Noi impariamo pi rapi-
damente con l'occhio e stiamo perdendo gradualmente l'arte di ascol-
tare... Il greco era costretto ad ascoltare e ad affidare alla memoria tut-
to ci che desiderava conservare... Come la recitazione era in gran par-
te retorica, l'oratoria era in gran parte istrionica e si basava molto pi 
di oggi sulla sollecitazione emozionale (P.D. Arnott). La vocazione ago-
nale trionfa sia negli agoni drammatici che nei grandi dibattiti proces-
suali. Il suo impatto sulla coscienza collettiva  favorito da una struttu-
ra statale in cui lo scontro degli opposti gruppi e individui non  media-
to e attutito dalla presenza di forti e autorevoli strutture amministrative
professionali. L'esperienza oratoria, praticata nelle assemblee politiche,
nei tribunali o nelle grandi occasioni collettive di celebrazione o di lutto
(l'oratoria si distingue in politica, giudiziaria, epidittica) si configura
come esperienza radicale e totale. Il pubblico  egemone sul privato, an-
che se questo si ritaglia uno spazio sempre pi ampio mano a mano che
si avvicina la fine dell'et classica. Il corpus delle orazioni di Iseo 
un'importante spia del sempre maggiore spazio che gli interessi indivi-
duali occupano nel corso del processo del sempre pi accentuato im-
borghesimento della societ. Non c' diversit qualitativa tra oratoria
politica e oratoria giudiziaria: la prima trionfa nelle assemblee delibe-
ranti di tutti i livelli, la seconda vive nei tribunali, che altro non 
sono che il popolo giudicante, sia sul piano pragmatico che su quello 
ideologico. Il processo  per l'ateniese un'esperienza totale. Il Filo-
cleone delle Vespe di Aristofane proclama che il suo potere di giudice 
popolare non  secondo a nessun potere. Si consideri che nel processo at-
tico il potere dei magistrati  limitato all'istruzione dei processi e
che questi hanno sempre e soltanto carattere individuale (non esistono
azioni giudiziarie di iniziativa pubblica). Nella grave povert di quanto
rimane dell'oratoria si conserva comunque un complesso di opere che
non solo sono essenziali per la conoscenza storica dell'Atene classica,
ma rappresentano pietre miliari nella formazione della coscienza cul-
turale e civile dell'Europa. Lisia dispiega l'arte somma della rappresen-
tazione dei caratteri (l'oratore consegna il suo testo al cliente che deve
difendere in prima persona le sue tesi), ma almeno in un caso esempla-
re (la Contro Eratostene) drammatizza se stesso e la sua decisiva vicenda
personale. Il grande maestro dell'oratoria epidittica, Isocrate, grande
soprattutto come maestro di una prestigiosa scuola di retorica, testimo-
nia il legame vitale che unisce l'umbratile vita della scuola con la politi-
ca. Anche se in pi di un caso il rapporto delle sue opere con un'occasio-
ne determinata appare posticcio e fittizio, nulla di quanto egli propone
nel paludato e organico fluire della sua prosa  gratuito e insignificante.
Emergono dalle pagine di Isocrate i grandi interrogativi sull'orientamento 
da dare alla politica estera, i problemi di una societ in rapida tra-
sformazione anche nelle sue strutture economiche, la prospettiva dell'al-
largarsi della sfera dei rapporti a dimensione extracittadina. Anche in Iso-
crate vivissimo  il presentimento dell'Ellenismo. Se dalla sua opera emer-
ge una disposizione a riflettere sul passato e sul presente da un punto
d'osservazione distaccato ed elevato, con le orazioni di Demostene sia-
mo invece tuffati nell'incandescente calore della polemica quotidiana,
del dramma che nasce dalla necessit di decisioni pragmatiche immediate,
dall'imperioso dovere d'intervenire con ferma volont nel tumulto e
nell'angoscia della crisi per indicare la soluzione necessaria, traumatica
e rapida sul piano operativo, ma capace insieme d'innestarsi nel solco
di una tradizione che va conservata a tutti i costi perch con essa si di-
fende l'identit e la coesione culturale e civile di un organismo lacera-
to, alle soglie del collasso. Con gravit e passione di accenti tucididei
Demostene costruisce nella sua opera l'immagine drammatica dell'uomo 
politico di fronte alla necessit di decisioni e scelte vitali, ne costrui-
sce un modello saldato nella sua compagine da rigorosi e obbligati im-
perativi morali: il gioco tucidideo non appanna l'impegno a fare ci che 
si deve, accada quel che accada.  in questa inquieta, ma inesorabile 
tensione morale, in questa capacit di bruciare l'abilit, la furbizia, 
la duttilit, i giochi dialettici pi astuti e pi complicati nel fuoco 
di un ethos egemone e sovrano che Demostene vince il confronto con il suo 
grande rivale, Eschine, nei grandi dibattiti conservati dalla tradizione, 
Sulla corrotta ambasceria e Per la corona. (6)
La vicenda filosofica che parte da Socrate e culmina in Aristotele illu-
stra ottimamente il percorso della cultura greca dall'oralit alla civil-
t del libro, cui corrisponde sul piano politico e sociale il passaggio dal-
la polis alla metropoli, dalla citt-stato all'ecumenismo ellenistico. Si
tratta di una vicenda che nasce nel solco della Sofistica e ne prosegue,
dilatandoli, gli interessi e i problemi. Il suo motore d'alimentazione  il
problema educativo: Socrate si pone come antagonista della Sofistica,
come nella generazione successiva Platone si pone come l'antagonista
di Isocrate, il discepolo e l'erede di Gorgia. Dalla rifondazione del pro-
cesso educativo dell'uomo si muove all'obiettivo di rifondare lo Stato e
al connesso progetto di rifondazione della cultura, che sbocca nel gran-
dioso disegno enciclopedico del Peripato. Strumento letterario privile-
giato del nuovo corso  il dialogo socratico che ha il suo eroe fonda-
tore in Socrate con la sua leggendaria vocazione dialettica. Esso trionfa
tra quinto e quarto secolo come modello della ricerca conoscitiva a fine 
paideutico. Della sua immensa fortuna nella cerchia socratica, scomparse le
opere di Antistene, di Eschine di Sfetto, di Aristippo, di Euclide, rima-
ne soprattutto l'opera immensa di Platone. La sua ultima gloriosa tap-
pa  rappresentata dal dialogo aristotelico, coltivato dallo stagirita ne-
gli anni giovanili e poi soppiantato dalla trattatistica esoterica caratte-
rizzata da una scabra prosa tecnica di robusto impianto scientifico. L'o-
pera di Platone  per un verso il grande scrigno di raccolta delle eredit
vitali della tradizione greca (omerica, arcaica e classica) e per altro ver-
so il bacino di fermentazione di tutta la successiva storia della cultura
europea. Il platonismo sopravvive fino alla fine della civilt greca, ma
centrale e decisiva  la sua presenza nel cristianesimo, nel razionalismo
nell'idealismo; vistose sono le sue tracce anche nelle correnti e nei mo-
vimenti che nasceranno in dissenso e in rottura con esso. Si pu dire che
la cultura europea antica e moderna, religiosa o laica, democratica o au-
toritaria, materialista o spiritualista  un colloquio permanente con Pla-
tone, sia esso quello dei dialoghi esaltato da Schleiermacher, sia quello
metafisico della tradizione indiretta proposto da H.J. Kramer e della
scuola di Tubingen. L'Apologia di Socrate  il pi grande manifesto del-
la libert di coscienza e della fiera rivendicazione dei suoi diritti contro
l'autoritarismo politico e la superstizione religiosa. Il Fedone  la pi
alta meditazione sulla morte. La Repubblica  il primo grande disegno
di un progetto educativo globale affidato alla comunit pubblica. E nel-
la nostra esperienza storica sono presenti anche i germi della societ
clericale e repressiva che  disegnata nelle Leggi, drammatico punto
d'arrivo di una complessa e sofferta esperienza, esempio perfetto di
una societ chiusa, secondo la teorizzazione del Popper. L'opera pla-
tonica  figlia della civilt della polis, dei suoi problemi, delle sue ten-
sioni, della sua inesauribile carica culturale e civile. (7)
L'opera di Aristotele conclude gloriosamente la civilt classica, ma se
la lascia gi alle spalle per la sua vocazione scientifica e individuali-
stica.
L'orma lasciata dallo stagirita  vasta e profonda. La Poetica  un p il
riferimento obbligato, e talora il breviario, della meditazione successi-
va sulla poesia e sulla letteratura. Aristotele  per noi il primo cittadino
dell'internazionale degli scienziati, ma saldo  ancora il suo ancoraggio
alla polis e ai suoi valori. La sua concezione della virt come del risulta-
to di un continuo sforzo, di una continua tensione volta a realizzare e
difendere uno stabile equilibrio che permetta di evitare gli errori e i di-
fetti,  il punto d'arrivo di una civilt che dell'operosit serena e fecon-
da ha fatto il suo ideale. Essa  la pi luminosa e nobile esaltazione del-
l'umanesimo classico e del suo virile e tranquillo rapporto col mondo.
L'Etica Nicomachea  lo strumento pi prezioso che noi possediamo per
conoscere l'uomo greco. Ma  anche il pi cospicuo, il pi fortificante
omaggio all'uomo, alla sua capacit di conoscere, alla sua fede nell'a-
zione illuminata e tenace. La serie dei caratteri aristotelici, sia nel-
l'ardua versione teoretica dell'Etica, sia nella vivace galleria costruita 
da Teofrasto, ha finito per costituire per l'uomo europeo un'essenziale 
griglia di conoscenza del proprio prossimo e di se stesso. (8)
NOTE:
(1)Anassagora visse tra il 500 e il 427 (le date sono problematiche). La 
sua opera Sulla natura  nota solo in frammenti. Oper per una trentina di 
anni in Atene, dove ebbe un rapporto intenso con Pericle. Il filosofo delle 
omeomerie (cos Aristotele chiam gli spermata anassagorei) rappresenta un 
momento decisivo del radicarsi del pensiero filosofico in Atene.
(2)  molto difficile liberare le immagini dei singoli Sofisti dall'involu-
cro rappresentato dalla tradizione socratico-platonica. In qualche caso 
si pu legittimamente sospettare che un determinato Sofista sia un'inven-
zione di Platone:  il caso di Callicle, protagonista del Gorgia. Non  
facile, e neppure produttivo, dare del movimento una caratterizzazione 
univoca o definire in modo sicuro la fisionomia di un pensatore. Valga 
come esempio la famosa frase di Protagora, l'uomo  la misura di tutte 
le cose, che pu essere interpretata o come una estrema teorizzazione 
del soggettivismo gnoseologico (la conoscenza  relativa al singolo uomo), 
o viceversa come l'affermazione della capacit illimitata dell'uomo di 
conoscere tutto.
(3) Erodoto nacque ad Alicarnasso nel 485 a.C. e mor a Turi nella Magna 
Grecia circa il 425. Esule dalla sua patria a seguito di vicende politiche
(combatt contro il tiranno Ligdami), viaggi in tutto il mondo allora 
conosciuto. Si stabil poi ad Atene, dove fu in contatto con Pericle. A 
questo rapporto si deve la sua partenza per Turi, di cui assunse la cit-
tadinanza. La sua opera (Storie) fu divisa in 9 libri dai Grammatici ales-
sandrini. Essa racconta le vicende dei rapporti tra Greci e barbari fino
al 478, ma giunge ad abbracciare con gli excursus, la guerra deceleica. 
Si discute se sia completa o sia stata interrotta dalla morte del suo autore.
(4) Tucidide, ateniese, visse tra la met e la fine del quinto secolo. 
In seguito a una sfortunata vicenda militare, stette in esilio per venti 
anni e rientr ad Atene poco prima della morte. La sua opera, in 8 libri, 
sicuramente incompiuta, doveva arrivare alla fine della guerra del Pe-
loponneso (404), ma si arresta al 411. Le Elleniche di Senofonte ne 
vogliono essere la prosecuzione. I tempi e i criteri di composizione sono 
oggetto di discussione (questione tucididea"). Il proemio dell'opera  
fondamentale per la teorizzazione del metodo e dei fini della ricerca 
storica.
(5) Senofonte visse tra il 430 circa e poco dopo il 353. Il lungo elenco 
delle sue opere e la variet dei loro argomenti rivelano una figura di 
poligrafo ricco di vari interessi, in cui il gusto dell'avventura intel-
lettuale nasce dallo stesso impulso che ha ispirato una vita erra-
bonda e densa di vicende varie e complesse. Storia, romanzo, biografia, 
encomio, specializzazione tecnica coesistono nell'opera di Senofonte, vi-
talmente ancorata alle vicende e alle problematiche del suo tempo. 
L'Anabasi racconta il ritorno in patria di mercenari greci che avevano 
combattuto con Ciro il Giovane contro il re di Persia Artaserse, cui
Ciro intendeva togliere il regno: l'intento autoelogiativo (Senofonte 
sarebbe stato il capo dei Greci, dopo la morte dello stratego spartano) e 
la minuta narrazione di una vicenda avventurosa in un ambiente sconosciuto 
e ostile sono i tratti distintivi di un'opera che apre le affascinanti pro-
spettive dell'incontro della Grecia con l'Oriente, che si realizzer
a partire dall'impresa di Alessandro Magno. Le Elleniche vogliono essere 
la continuazione dell'opera di Tucidide. I suoi 7 libri mostrano il pro-
gressivo allontanarsi di Senofonte dalle strutture tucididee fortemente 
presenti all'inizio, in direzione di una struttura disarticolata, dominata 
dal gusto dell'aneddoto e del romanzesco. La Ciropedia  un vero e
proprio romanzo storico, in cui sono disinvoltamente disattesi i dati bio-
grafici e storici: il suo intento va cercato negli interessi pedagogici di 
Senofonte, di chiara ascendenza aristocratica, e nel suo sincero interesse 
per il mondo persiano, nutrito per altro di conoscenze concrete e dirette. 
Opere come l'Ipparchico e Sull'equitazione sono radicate nel mondo aristo-
cratico della cavalleria, e dallo stesso ambito di interessi sono ispirate 
opere quali il Cinegetico (sulla caccia, di autenticit per altro contesta-
ta), lo Ierone, dominato dalle forti propensioni senofontee verso la mo-
narchia, l'Economico, che  una specie di manifesto degli ideali familiari 
ed economici della borghesia aristocratica agraria, i Poroi, un vero e 
proprio trattato di economia politica dominato da tendenze moderate, la
Costituzione degli Spartani, esaltazione del cosmo politico spartano, ido-
lo della classe sociale cui Senofonte appartiene. Senofonte  autore anche 
di una nutrita serie di opere socratiche. Di esse fanno parte il gi 
citato Ierone, i Memorabili in 4 libri, il Simposio, L'Apologia di Socrate 
 invece sicuramente non autentica. Con le opere socratiche Senofonte  
stato il grande concorrente di Platone nella ricostruzione moderna della 
figura del Socrate storico: a lungo si  pensato che egli fosse un testimo-
ne pi attendibile di Platone.
(6) Cecilio di Calatte, un retore di et augustea, ha elencato in un "canone"
i dieci migliori oratori attici: Antifonte, Andocide, Lisia, Isocrate, 
Iseo, Licurgo, Eschine, Demostene, Iperide, Dinarco. Di Antifonte, fiorito 
nel quinto secolo, che non  sempre facile distinguere dall'omonimo Sofista, 
sono conservate alcune orazioni giudiziarie riguardanti cause di omicidio. 
Di esse, tre si riferiscono a processi effettivamente svolti. Abbiamo poi 
le cosiddette Tetralogie, tre gruppi di quattro discorsi ciascuno, con gli 
interventi delle parti in causa e le relative repliche, che si riferiscono 
a cause fittizie. Di Andocide sono conservate quattro orazioni. La pi fa-
mosa  quella Sui misteri, interessante documento delle polemiche e delle 
tensioni che si ebbero nella vita pubblica ateniese dopo la restaurazio-
ne democratica del 403, nonch specchio singolare e vivace di una persona-
lit disinibita e senza scrupoli. Lisia  uno dei pi grandi della serie. 
La sua produzione nasce su un terreno di solida specializzazione profes-
sionale. La sua influenza sulla retorica e sull'oratoria dei secoli suc-
cessivi fu immensa. Trentaquattro sono le orazioni pervenute del corpus
lisiano. Di esse 2 sole sono epidittiche (l'Epitafio, di cui si discute 
l'autenticit, e l'Olimpico di cui  conservato solo l'inizio). Le altre 
sono tutte orazioni giudiziarie. Il loro incalcolabile valore documentario 
e la loro eccellenza artistica ne fanno una delle pi significative eredit 
della cultura greca. Sorprende la capacit dell'avvocato di calarsi nella
persona del cliente e l'eccellenza della narrazione dei fatti. Lisia visse 
all'incirca tra il 445 e il 378, e inaugura quindi la serie degli oratori 
del quarto secolo. Isocrate  il pi grande rappresentante dell'oratoria 
epidittica. Visse tra il 436 e il 338. Dopo aver in giovent esercitato
la professione di avvocato, trov l'attivit a lui pi congeniale nella 
direzione di una scuola, che si contrappose a quella di Platone, con il 
fine di formare a mezzo della disciplina oratoria l'uomo politico. Di questa 
scuola l'orazione Contro i sofisti, forse incompleta, rappresenta il ma-
nifesto. Ad ambito squisitamente retorico appartengono l'Encomio di Elena 
e il Busiride, nelle quali l'abilit del retore si dispiega nella difesa 
di tesi paradossali. Il resto della produzione conservata mostra come Iso-
crate sia fortemente impegnato nella problematica politica del suo tempo: 
esse disegnano un arco significativo delle reazioni dell'autore ai grandi 
temi ideologici e pragmatici, componendo una nitida linea di evoluzione. 
Le pi significative sono il Panegirico, manifesto per la concordia tra
i Greci sotto la guida di Atene (di cui si rivendica la supremazia politica 
e culturale) e per la lotta contro i barbari; il Filippo, una vera e propria 
lettera aperta al re di Macedonia per convincerlo a guidare la lotta dei 
Greci contro i barbari; il Panatenaico, il cui fine, la promozione 
dell'alleanza tra i Greci e la Macedonia, risulta mascherata dalla 
rielaborazione effettuata dall'autore dopo una lunga malattia che ne aveva 
interrotto la stesura definitiva. Va ricordata almeno anche l'Antidosi, 
che sotto forma di una autoapologia in un processo fittizio, teorizza le 
posizioni e i contenuti dell'attivit della scuola isocratea e ne ripensa 
la validit e l'eccellenza nel quadro della paideia contemporanea. 
All'incirca allo stesso periodo appartiene Iseo, le cui 11 orazioni con-
servate, tutte del genere giudiziario e pertinenti a cause di eredit,
sono un prezioso documento del diritto privato attico. In pieno quarto se-
colo fior Licurgo, di cui  conservata l'orazione Contro Leocrate, attac-
co a un cittadino ateniese fuggito a Rodi dopo la sconfitta di Cheronea, 
che l'autore accusa con veemenza di tradimento e di diserzione. Eschine e 
Demostene sono i protagonisti ateniesi della drammatica vicenda che con-
trappose Atene alla Macedonia e che si concluse con la sconfitta di Atene 
nelle battaglie di Cheronea (338) e di Crannone (322). Di Eschine sono 
conservate tre orazioni, tutte pronunziate in processi che lo contrappone-
vano a Demostene. Famose sono quella Sulla corrotta ambasceria, che risponde 
all'accusa di Demostene nell'orazione omonima, secondo la quale egli sarebbe 
stato un infedele difensore degli interessi ateniesi perch corrotto dal-
l'oro macedone, e quella Contro Ctesifonte, che contesta la legalit della 
proposta di assegnare a Demostene una corona d'oro per i suoi meriti pa-
triottici. Demostene  il pi grande degli oratori attici ed  il testi-
mone appassionato e geniale della drammatica crisi che contrappose Atene 
a Filippo di Macedonia. Tutta la sua produzione  caratterizzata dalla to-
talit del suo impegno politico e civile, colorito da una profonda amarezza 
e da una inesausta volont di lotta. Il vasto corpus trasmesso dall'anti-
chit  formato da orazioni giudiziarie e da orazioni politiche, ma, a 
parte quelle pronunziate nel corso della lunga controversia che lo contrap-
pose ai suoi tutori nel tentativo di recuperare l'eredit paterna, e quelle 
che sono il frutto della sua attivit di logografo, esse sono tutte cariche 
di tensione politica. Vanno ricordate almeno quella Contro Androtione, le 
Filippiche (4, di cui l'ultima di sospetta autenticit), le Olintiache (3) 
e soprattutto le due che lo contrapposero a Eschine, Sulla corrotta amba-
sceria e Per la corona. Quest'ultima, che  certamente il capolavoro del-
l'oratoria di tutti i tempi,  una difesa appassionata dell'opzione politica 
dell'autore nelle turbinose vicende del rapporto con la Macedonia: la vit-
toriosa sottigliezza delle argomentazioni polemiche  sempre sorretta da 
un'ardente fede morale e politica che misura la qualit dell'azione umana 
sul metro dei doveri e delle conseguenti scelte invece che sul successo. 
Al partito antimacedone di Demostene appartenne Iperide. Della sua vasta 
produzione avanzano, grazie a fortunate scoperte papiracee, l'orazione 
Contro Euxenippo, quasi completa, e consistenti brani di almeno altre 5 
orazioni. Iperide non esit a schierarsi contro Demostene nel processo 
arpalico: purtroppo l'orazione Contro Demostene, pronunziata nella
circostanza,  pervenuta in stato disperatamente frammentario. L'ultimo 
oratore del canone  Dinarco, di cui possediamo 3 discorsi, tutti pro-
nunziati in occasione del processo arpalico, caratterizzati da un linguaggio 
ingiurioso e scabro. Degli oratori non nominati nel canone va ricordato 
almeno Demade, famoso soprattutto come improvvisatore.
(7) Dell'immensa produzione platonica (34 dialoghi pi l'Apologia e il 
corpus delle Lettere), pervenuta a noi nelle cosiddette Tetralogie (9), 
opera di Trasillo di Alessandria di et tiberiana, molte sono le opere spu-
rie e di dubbia autenticit. L'indagine moderna, sulla base di criteri 
linguistici e di contenuto,  pervenuta faticosamente a ricostruire un ordi-
ne cronologico relativamente saldo, che permette di disegnare il cammino 
del filosofo dal suo giovanile apprendistato presso Socrate alle sue ultime 
complesse teorizzazioni. Precede quindi un periodo socratico, che appare 
ispirato dal desiderio di difendere la memoria di Socrate (Apologia di So-
crate, Critone, Carmide, Liside, Lachete, Eutifrone, Ippia minore, Prota-
gora). Segue il periodo della piena maturit di pensiero e di stile (Gor-
gia, Menone, Fedone, Simposio, Repubblica, Teeteto e da ultimo Fedro). Il 
terzo periodo, denso di ripensamenti e di ardue costruzioni speculative, 
comprende Sofista, Politico, Filebo, Timeo, Critia, Leggi.  una clas-
sificazione incompleta, certo esposta a dubbi e passibile di vistose cor-
rezioni.
(8) La produzione aristotelica era divisa in due grandi gruppi di opere, 
quelle cosiddette exoteriche, destinate a un pubblico vasto di lettori e 
dotate quindi di forte impegno letterario, e quelle cosiddette esoteriche, 
destinate alla scuola e svolte in uno stile denso e scabro, carico di 
espressioni gergali e di passaggi arditi e spesso oscuri. A seguito di vi-
cende romanzesche, e non sempre ricostruibili con sicurezza, noi possediamo 
solo frammenti del primo gruppo, cui si deve aggiungere la Costituzione 
degli Ateniesi, restituita da una fortunata scoperta papiracea. Invece ab-
biamo la grande serie di opere del secondo gruppo, di cui vanno ricordate 
almeno gli Analitici primi e gli Analitici posteriori, i Topici, la
Fisica, la Metafisica, l'Etica Nicomachea, la Poetica. I Caratteri del 
discepolo Teofrasto sono una serie di 30 piccoli schizzi che traducono in 
una nervosa serie di ritratti le teorizzazioni dell'etica aristotelica.

ROBERTO PRETAGOSTINI
5) La letteratura greca dell'et ellenistica
Al tempo di Tolomeo secondo Filadelfo, sovrano del regno di Egitto dal 283
al 246 a.C., la Biblioteca di Alessandria, parte integrante del Museo,
l'edificio che costituiva ad un tempo il luogo di lavoro e la residenza pri-
vilegiata di poeti, dotti, eruditi e scienziati, richiamati presso quella
corte dalla munificenza del re, raccoglieva quasi 500.000 rotoli papira-
cei. Qualsiasi considerazione sulla letteratura greca del periodo elleni-
stico, denominato anche alessandrino dal nome del centro culturale
allora pi importante, la citt di Alessandria, periodo i cui limiti crono-
logici vengono convenzionalmente fissati tra la fine del quarto secolo a.C.
con la morte di Alessandro Magno (323 a.C.) e la fine del primo secolo a.C.
con la conquista romana del regno di Egitto (30 a.C.), non pu prescin-
dere da questa semplice e, almeno in apparenza, secondaria notizia.
Essa rappresenta, invece, il segno pi concreto della radicale trasforma-
zione che, a partire dalla seconda met del quinto secolo, aveva interessato 
il sistema della comunicazione letteraria con il progressivo imporsi del-
l'uso del libro, ovviamente inteso come rotolo papiraceo, e con il conse-
guente sviluppo di una circolazione libraria che, pur non essendo neppure 
confrontabile, nelle dimensioni del fenomeno, con quella a cui siamo oggi 
abituati, nei tratti peculiari ne presenta gi alcune caratteristiche fon-
damentali. In sostanza nell'et ellenistica si assiste alla conclusione di 
quel processo graduale per cui da un sistema di pubblicazione e di trasmis-
sione orale della cultura, ancora imperante nell'Atene e nelle poleis greche 
del quinto secolo, si passa ad un sistema di composizione e di trasmissione 
scritta dell'opera letteraria o scientifica: la pubblicazione e la diffusio-
ne di un qualsiasi testo non  pi affidata alla recitazione o al canto da 
parte dell'autore o dell'esecutore, come avveniva nelle pubbliche perfor-
mances in occasione delle feste religiose, durante gli spettacoli teatrali 
e gli agoni poetici o nell'ambito del simposio arcaico e tardoarcaico, ma 
alla sua redazione scritta sul rotolo di papiro, destinato a circolare fra 
amici e colleghi dell'autore o, anche, ad alimentare un primo embrione di 
commercio librario.
Il definitivo imporsi del sistema della composizione e della fissazione
per iscritto del testo, destinato quindi ad un pubblico non pi di uditori
ma di lettori, determina una vera e propria rivoluzione nel sistema del-
la comunicazione letteraria sia sul versante dell'autore, in riferimento
alla creazione stessa dell'opera d'arte e al suo rapporto con i precedenti
letterari, sia sul versante del fruitore, che connotandosi sempre pi come
lettore invece che ascoltatore, diventer progressivamente pi sensibile
agli artifici della parola scritta rispetto a quelli della parola parlata. 
Una rivoluzione che sostanzialmente rende il sistema culturale dell'et 
ellenistica pi simile, almeno nei suoi aspetti essenziali, al nostro, che 
pure dista da esso pi di due millenni, di quanto lo sia nei confronti del 
sistema della cultura greca arcaica e tardoarcaica, che in termini tempo-
rali  ancora vitale due secoli prima del periodo ellenistico. In altri 
termini il nostro complesso sistema culturale, soprattutto per quanto at-
tiene all'aspetto della comunicazione letteraria, trova la sua origine nel-
l'et ellenistica.
L'autore alessandrino, libero dai condizionamenti che in et arcaica e
classica si determinavano in conseguenza del rapporto diretto, simpa-
tetico, che ciascun autore-esecutore instaurava con il pubblico di uditori
e, al tempo stesso, consapevole delle nuove possibilit espressive proprie
del sistema della composizione scritta, pu realizzare un'opera letteraria
che certo risulta, per usare un termine moderno, libresca, nel senso di
apparire pi meditata e individualistica, pi raffinata e idonea all'elabora-
zione stilistica, ma anche meno tradizionale, pi innovativa, aperta ad ogni
sorta di sperimentazione sia sul piano della forma che dei contenuti.
Infatti il rapporto con gli autori precedenti, che nell'et ellenistica di-
ventano oggetto di una rigorosa analisi critica e filologica da parte dei
poeti-eruditi alessandrini in vista della preparazione e della realizzazio-
ne di vere e proprie edizioni miranti a costituire e a fissare per iscritto 
il testo di quegli autori, si configura in modo del tutto diverso rispetto 
al passato; un rapporto non pi fondato sul rigoroso rispetto dei confini
segnati dalla tradizione per quanto concerneva la composizione e la de-
stinazione del componimento, ma piuttosto su una volont di differen-
ziazione e di ricerca di nuovi itinerari contenutistici e formali. L'aspetto
pi rilevante di questa tendenza  non solo la trasformazione dei generi
letterari tradizionali, ma soprattutto la loro contaminazione, la loro mi-
stione nell'intento di creare un'opera che risultasse originale e trasgres-
siva rispetto ai canoni del passato; un'innovazione che in qualche modo  
favorita proprio dal passaggio dalla pubblicazione orale a quella scritta di 
un qualsiasi componimento. Infatti in et arcaica e tardoarcaica la divi-
sione per generi letterari, certo non codificata sul piano teorico, ma co-
munque operante su quello pratico, era in qualche modo favorita, se non de-
terminata, dalla pubblicazione orale del componimento in una ben determi-
nata occasione: nel caso di componimenti lirici la performance presupponeva
l'accompagnamento musicale (ed eventualmente orchestico). Ad esem-
pio, un carme dedicato ad Apollo, un peana, si distingueva da un carme
dedicato a Dioniso, un ditirambo, oltre che per i contenuti, anche per la
musica che lo accompagnava; ma quando con la pubblicazione scritta del
componimento si pot prescindere completamente dall'occasione e dal-
l'accompagnamento musicale, venne meno uno degli elementi distintivi
dei generi: non solo un peana poteva essere identico a un ditirambo, ma
entrambe queste forme poetiche, in arcaico cantate, non differivano
pi da un inno religioso, in arcaico destinato alla recitazione.
D'altra parte una situazione nuova si verifica anche per quel che con-
cerne il pubblico. Nel periodo arcaico e classico esso era costituito o da
tutti i cittadini della polis, come accadeva per esempio in occasione del-
le rappresentazioni teatrali e della celebrazione di un epinicio, o, nel 
caso della lirica monodica e della poesia giambica ed elegiaca di ambiente 
simposiale, da una determinata consorteria socio-politica: in un caso un pub-
blico composito e soprattutto non selezionato dal punto di vista culturale
nell'altro una sorta di club i cui interessi preminenti non erano certo 
quelli inerenti alla cultura; nell'epoca ellenistica, invece, si assiste
ad una drastica riduzione del numero dei fruitori dell'opera letteraria, 
anche se il pubblico diventa molto pi omogeneo e finisce con l'identifi-
carsi con quanti operavano nell'ambito della corte o di un determinato 
circolo culturale: il sovrano, i poeti, gli eruditi, gli scienziati, una 
vera e propria lite socio-culturale. In sostanza, per dirla con una felice 
formulazione di Gregorio Serrao, la cultura acquista in profondit quanto 
perde in estensione.
Ma accanto a questa cultura ufficiale, dotta, raffinata e scritta, quella,
per intendersi, della classe dirigente, nel periodo ellenistico continu
ad avere ampio spazio anche una cultura popolare, tradizionale e orale,
quella del resto della popolazione.  la cultura delle pubbliche perfor-
mances dei cantori, dei recitatori dell'epica tradizionale e degli attori
itineranti, che si esibivano in occasione degli agoni e delle feste civili 
e religiose. Nel periodo alessandrino si assiste dunque per la prima volta 
al fenomeno per cui la cultura, che finora era espressione e patrimonio di 
tutta una comunit, si scinde in due culture: l'una, quella della classe 
dirigente innovativa ed elitaria, l'altra, quella delle classi subalterne, 
tradizionale e di massa; anche per questo aspetto l'et ellenistica ri-
sulta omogenea, almeno per quanto attiene alla realt culturale, con l'et 
moderna.
La figura pi significativa della cultura ellenistica fu senza dubbio Calli-
maco di Cirene, sia per la sua attivit di poeta sia quale principale teo-
rizzatore di una poetica nuova, che oltre a registrare l'adesione convinta
di molti suoi contemporanei, per esempio Teocrito ed Euforione, go-
dette di notevole fortuna anche a Roma presso i poetae novi e gli elegia-
ci dell'et augustea. Il luogo della poesia callimachea in cui la nuova
poetica viene presentata nel modo pi completo e articolato  il cosid-
detto prologo dei Telchini, composto quando il poeta era ormai anziano 
e collocato, nell'edizione definitiva dei suoi scritti da lui stesso curata, 
all'inizio degli Aitia, l'opera che costituiva il pezzo di apertura del-
l'intera raccolta, quasi fosse il manifesto del suo modo di fare poesia. 
Scagliandosi contro gli avversari della sua concezione poetica - sprez-
zantemente chiamati con l'appellativo di Telchini, nome che nell'isola di 
Rodi era riservato ad alcuni demoni malvagi -, i quali rifacendosi alle 
teorie aristoteliche, gli rimproveravano di non aver mai composto un 
unico poema continuato... /... in molte migliaia di versi, Callimaco ri-
conosce con orgogliosa superiorit che certo egli  autore di carmi di 
pochi versi, ma ribadisce allo stesso tempo la sua tesi che i componimenti 
brevi sono preferibili a quelli lunghi, come dimostra del resto il confronto 
fra opere brevi e opere lunghe di poeti del recente e del lontano passato, 
quali Filita e Mimnermo: l'abilit del poeta non si giudica dalla lunghezza 
dei suoi carmi, simboleggiata dalla pertica persiana, un'unit di misura 
che presuppone un criterio meramente quantitativo, ma dal loro valore arti-
stico-letterario, cio secondo un criterio qualitativo. Ma la poesia non 
deve essere solo breve; come lo stesso Apollo gli aveva raccomandato quando 
Callimaco muoveva i primi passi come poeta, essa deve essere sottile, 
raffinata, e deve ricercare comunque l'originalit, anche a costo di ap-
parire una poesia difficile: si deve muovere lungo itinerari non calcati 
da altri, poco battuti, che magari proprio per questa ragione risultano 
impervi. Del resto l'ambizione del poeta  quella di comporre poesia per 
un pubblico che ama l'armonioso frinire / della cicala, non il frastuono 
degli asini, cio un pubblico competente e colto. Per dirla in estrema sin-
tesi, Callimaco auspica una poesia breve, raffinata, originale ed elitaria;
una scelta poetica la cui teorizzazione non  affidata solo al Prologo dei
Telchini, ma si ritrova anche in altri luoghi della poesia callimachea, 
come per esempio nel finale dell'Inno ad Apollo, dove il poeta, ricorrendo 
all'ardita metafora dell'acqua che simboleggia la poesia, ribadisce la sua 
ostilit per il componimento lungo e la sua preferenza per quello breve e 
ricercato, facendo pronunciare al dio della poesia queste parole: Grande 
 la corrente del fiume assiro, ma molte / impurit della terra e molto 
fango trascina nell'acqua. / Non da ogni parte a Demetra portano acqua le
api, / ma quella che pura e incontaminata / sgorga da una sacra fonte,
piccola stilla, limpidezza estrema; o nell'epigramma 28 in cui ancora una 
volta si teorizza: Odio il poema ciclico, n mi piace una via / che porta 
molti qua e l; / odio anche l'amasio di tutti, n alla fontana pubblica / 
bevo: disprezzo tutte le cose popolari.
Callimaco si dimostr coerente con le sue teorie letterarie anche nella
prassi poetica. La predilezione per il componimento breve ed erudito,
ad esempio,  il tratto peculiare della sua opera pi significativa, i quat-
tro libri degli Aitia, le Cause:  una raccolta, priva di un qualsiasi 
criterio ordinatore, di elegie, prevalentemente brevi, che hanno come tema 
comune quello di investigare le origini di usi, costumi, feste, tradizioni, 
istituzioni, nomi, ancora attuali al tempo del poeta. Con questa sua scelta 
di fare della ricostruzione della vera origine di un qualsiasi evento 
l'argomento centrale dell'opera che egli doveva considerare la sua pi 
importante, tanto da sistemarla al primo posto nell'edizione da lui curata, 
Callimaco vuole presentarsi come poeta della verit, cos come in epoca 
arcaica era stato Esiodo, a cui le Muse, nel momento di procedere alla sua 
investitura poetica - episodio non a caso ricordato da Callimaco proprio 
negli Aitia -, si erano presentate come ispiratrici della poesia che canta 
la verit rispetto all'epica che canta le menzogne simili alla verit.
Il desiderio di rivisitare l'esperienza poetica del passato nell'evidente
intento di rinnovarne forme e contenuti traspare soprattutto dal libro
dei Giambi, che doveva contenere non solo i tredici componimenti in
metro prevalentemente giambico, ma anche i successivi quattro carmi
in metro lirico. Infatti pur riallacciandosi, dal punto di vista formale e
del genere letterario, alla tradizione della poesia giambica arcaica, Calli-
maco ne sancisce definitivamente la completa evoluzione dei tratti specifi-
ci e peculiari, rinunciando alla categoria del biasimo e alla virulenza 
degli attacchi personali, che erano stati caratteristica dei giambi soprat-
tutto di Archiloco, e focalizzando invece il suo interesse sugli elementi 
che sono pi propri di quella che con terminologia mutuata da Bachtin si 
suole definire la categoria del serio-comico. In questa ottica di rinnova-
mento e di ampliamento delle tematiche della poesia giambica non desta 
alcuna meraviglia che l'intero Giambo 13 affronti tematiche di carattere 
letterario: Callimaco si impegna a difendere sul piano teorico la scelta 
della variet (polyeideia) contenutistica e formale che sta alla base 
del libro dei Giambi; agli assertori della necessit di dedicarsi ad un 
unico genere letterario il poeta replica: Chi disse [...] /tu devi com-
porre pentametri [cio elegie], tu esametri [cio poesia epica], / e tu 
dagli di hai ottenuto di comporre tragedie? / Nessuno, credo. In modo 
del tutto coerente con questa scelta teorica, Callimaco ha fatto del libro 
dei Giambi una sorta di piatto ricolmo di molti e svariati ingredienti, 
una vera e propria lanx satura, un'opera che a giusto titolo  stata con-
siderata come il precedente immediato della satira romana arcaica rap-
presentata da Lucilio.
Persino l'Ecale, l'unico componimento di carattere epico - il genere
certamente pi tradizionale - scritto da Callimaco, risente delle nuove
teorie letterarie propugnate dal suo autore. Non pi un poema epico se-
condo i canoni aristotelici, per i quali l'opera letteraria presupponeva una
notevole estensione, unitariet e compiutezza, cos da risultare un tutto
organico con un inizio, una parte centrale e una conclusione tra loro stret-
tamente connessi, ma un carme di poche centinaia di versi, che ha come
unico tema un episodio del tutto secondario e marginale nel contesto del
mito di Teseo uccisore del toro di Maratona: l'ospitalit che una vec-
chietta di nome Ecale offre a Teseo prima della sua impresa. L'intento
eziologico del componimento appare evidente nel finale: quando com-
piuta l'impresa, l'eroe torna dalla vecchietta per ricompensarla, la tro-
va morta; non pu fare altro che dare il nome di Ecale ad un demo di nuo-
va fondazione e consacrare un tempio al culto di Zeus Ecalio.
La volont di innovare, di differenziarsi rispetto al passato appare evi-
dente anche da come Callimaco tratta un altro genere poetico per cui si
era venuta consolidando una lunga tradizione, l'inno cultuale. Tra i sei
componimenti del libro degli Inni, l'unica opera del poeta di Cirene che
ci  giunta per intero, quelli in cui la frattura nei confronti della tradi-
zione innodica  pi marcata sono senza dubbio il quinto, Per i lavacri di
Pallade, e il sesto, l'Inno a Demetra . In questi due Inni Callimaco, per 
quanto riguarda la forma, in luogo del consueto dialetto ionico, impiega una
lingua letteraria con una spiccata coloritura dorica, una innovazione che
nell'Inno 5  accentuata dall'uso del distico elegiaco invece dell'esametro
dattilico, il verso tipico del genere innodico. Sul piano della struttura 
e dei contenuti il poeta rinunzia alla predicazione di tutte le qualit 
e le attivit del dio e al ricordo di tutti i luoghi legati al suo culto; 
focalizza invece il suo interesse su un solo episodio specifico della saga 
del dio, episodio che  narrato con estrema cura stilistica e con minuziosa 
attenzione ai particolari, anche quelli meno conosciuti. L'inno diventa 
quindi occasione per raccontare una vicenda ben determinata, breve, meglio 
se marginale, che riguardi la divinit dedicataria dell'inno; e il tono 
del racconto si arricchisce di coloriture inedite, quelle tratte dalla 
vita di tutti i giorni.
Un convinto seguace delle teorie che sono alla base della nuova poe-
tica callimachea deve essere certamente considerato Teocrito, al quale
dobbiamo l'enunciazione pi cosciente e convinta di quella che a ragio-
ne  stata definita la poetica della verit (Serrao). Nell'Idillio 7, 
le Talisie, al momento di descrivere la scena in cui avviene la consacra-
zione a poeta pastorale di Simichida, pseudonimo sotto cui si cela lo stesso 
Teocrito, da parte del capraio Licida, quest'ultimo, nel contesto di una 
dichiarazione in cui afferma che gli   assai odioso il costruttore che 
tenti di realizzare / una casa alta quanto la vetta dell'Oromedonte, / e 
gli uccelli delle Muse che, in gara con l'aedo di Chio, / cantando si af-
faticano invano, esalta Simichida come rampollo di Zeus tutto plasmato 
sulla verit.  chiaro il significato della metafora: si rifiuta il poema 
lungo, di molte migliaia di versi (la casa elevata come l'Oromedonte), cio 
il poema ciclico di tipo omerico; di Omero (l'aedo di Chio) si riconosce 
l'indiscussa e irraggiungibile superiorit, e quindi non bisogna neppure 
tentare di imitarlo, ma piuttosto cercare itinerari poetici nuovi, che 
prendendo spunto dalla realt di tutti i giorni risultino appunto fondati 
sulla verit. Teocrito  ritenuto a giusto titolo l'inventore della poesia 
bucolica come forma letteraria, nel senso che a lui si deve la trasforma-
zione e la promozione di questo tipo di poesia da poesia popolare e folklo-
rica a genere letterario; in sostanza egli nei suoi Idilli bucolici ha tra-
sferito nell'impianto linguistico colto e raffinato, tipico di un poeta ales-
sandrino, e nella struttura dell'esametro, il nobile verso dell'epos, le
gare verbali a botta e risposta, i motteggi e i canti bucolici dei pastori 
siciliani e dell'isola di Cos, operando un connubio nuovo e originale tra
realt campestre e stilizzazione letteraria.
Teocrito non fu autore solo di carmi bucolici; come altri poeti alessan-
drini, volle impegnarsi anche in altri generi poetici, dall'epillio al mimo,
dal carme encomiastico al paidikon, componimento d'amore per fan-
ciulli. La sua adesione alla nuova poetica dell'et alessandrina  evi-
dente soprattutto nel modo in cui egli affronta la tematica epica nei co-
siddetti epilli (Idilli 13, 22, 24). La predilezione per il componimento 
breve, che non superi di molto i duecento versi, non  minimamente messa in
discussione da questa scelta tematica; come e anzi pi di Callimaco, Teo-
crito tratta l'epos guardandolo di scorcio (Perrotta), selezionando al-
l'interno di una qualsiasi saga epica l'episodio specifico e circoscritto 
che egli vuole cantare. Sul piano dei contenuti l'elemento di novit che 
affiora con tutta evidenza nell'epillio teocriteo  la profonda umanizza-
zione della figura dell'eroe e, nel contempo, l'imborghesimento degli am-
bienti in cui egli opera e delle situazioni di cui  protagonista.
Se i protagonisti degli epilli, siano essi Eracle o i Dioscuri - Castore e
Polluce -, per quanto umanizzati, mantengono comunque le caratteri-
stiche proprie dell'eroe mitico, i protagonisti assoluti dei mimi letterari
teocritei (Idilli 2,14,15) sono persone, problematiche e ambienti picco-
lo-borghesi, dalle amiche siracusane con i loro pettegolezzi sui rispetti-
vi mariti e il loro stupore naif di fronte alle bellezze della reggia di 
Alessandria alla povera fanciulla innamorata del bellimbusto un p mascal-
zone, che, disperata, non pu fare altro che esternare alla luna le sue pene
d'amore e affidarsi alla magia per cercare di riconquistare l'amato.
Personaggi, ambienti e tematiche presenti nei Mimiambi di Eroda sono
sostanzialmente gli stessi: mezzane, lenoni, maestri di scuola, calzolai.
Ma se questo era il mondo da cui Eroda prendeva ispirazione, non era
certo quello a cui i suoi mimi letterari erano destinati, come invece si
dovrebbe ammettere se si accettasse l'ipotesi che i Mimiambi fossero
scritti per essere rappresentati sulla scena. Al contrario la loro struttura
cos poco drammatica, la lingua letteraria, i numerosi riferimenti cul-
turali fanno pensare che essi fossero destinati alla lettura o, al pi, ad 
una recitazione, quasi in forma di oratorio, di fronte ad un pubblico dotto 
e selezionato. Anche Eroda, quindi, proprio come Teocrito, trasfonde la
vita quotidiana di una societ piccolo-borghese in una dimensione let-
teraria fruibile da un pubblico di lite.
Ma non tutti i poeti e letterati che facevano capo alla corte di Alessan-
dria accolsero con favore la nuova poetica propugnata da Callimaco;
Apollonio Rodio, per esempio, con le sue Argonautiche, l'unico ampio
poema epico rimastoci del primo ellenismo, rest fedele all'ideale del-
l'epica tradizionale o, per meglio dire, al tipo di epica teorizzata da 
Aristotele. Nella struttura, infatti, le Argonautiche si presentano come 
un poema unitario, in s concluso, cio un poema ciclico nel senso let-
terale del termine: la narrazione dell'impresa degli Argonauti inizia e 
si conclude a Iolco, citt della Tessaglia, dopo aver spaziato per gran 
parte del mondo allora conosciuto. La stessa articolazione dell'opera in 
quattro libri, il pi breve (il secondo) di 1285 versi, il pi lungo (il 
quarto) di 1781, sembra essere un riflesso della teoria aristotelica secondo 
cui la lunghezza ideale di un poema epico  pressappoco quella di una te-
tralogia tragica. Con Apollonio si assiste, dunque, ad una riproposizione 
dell'epica tradizionale, rivisitata per, per quanto riguarda dimensioni e 
struttura unitaria dell'opera, alla luce della grande esperienza del teatro 
del quinto secolo e della riflessione teorica aristotelica. L'intenzione 
del poeta di riallacciarsi alla grande tradizione epica traspare gi al-
l'inizio del primo libro: il catalogo degli Argonauti altro non  che la 
riproposizione di uno dei motivi topici dell'epos, ovviamente presente 
anche nell'Iliade omerica, nel secondo libro, con il celebre catalogo delle 
navi.
Neanche Apollonio, tuttavia, fu immune dall'aria di rinnovamento
che circolava fra poeti ed eruditi della corte di Alessandria. Una traccia
significativa di questo atteggiamento si pu scorgere nel modo nuovo
di delineare la figura del protagonista, Giasone; un protagonista che
per riuscire nella sua impresa deve ricorrere all'aiuto di una donna, Me-
dea, e agli strumenti di cui ella  maestra, la magia e l'inganno, adottan-
do un comportamento che lo rende di fatto un non eroe, se confrontato
con le caratteristiche pi significative dell'eroe epico tradizionale. La
migliore qualit del nuovo eroe dell'epica ellenistica non si manifesta
nell'arte della guerra o nell'esercizio fisico, cio nella pratica del-
l'agire, ma piuttosto nell'arte della parola, cio nella pratica del per-
suadere e dell'ingannare. Dunque anche nell'epica apolloniana  presente, 
pur se in modi e con strumenti diversi, quel fenomeno di umanizzazione dei
personaggi e delle situazioni che si riscontra nei componimenti di Cal-
limaco e di Teocrito. Il momento pi alto di questo processo Apollonio
lo raggiunge nella caratterizzazione della figura di Medea, un perso-
naggio tragicamente umano, la cui vicenda  in fondo la storia tutta in-
teriore della drammatica e sofferta evoluzione dalla dimensione di fan-
ciulla fortemente legata alla sua famiglia a quella di donna pronta al-
l'inganno e al delitto per aiutare l'uomo di cui si  innamorata.
Del resto che Apollonio  figlio del suo tempo, che cio  espressione
autentica dell'ambiente e della cultura alessandrini,  dimostrato dalla
scelta del viaggio attraverso terre lontane e sconosciute come tema cen-
trale ed elemento strutturante della sua opera. Questa scelta gli consen-
te una serie continua di digressioni mitologiche, geografiche, antropo-
logiche, in cui egli pu dimostrare tutta la sua cultura e il suo sapere 
di poeta erudito. Paradossalmente le Argonautiche, per larga parte del poe-
ma, non sembrano differire molto da una sequela di aitia; solo che qui
essi sono legati insieme in maniera organica dal filo conduttore costi-
tuito dall'espediente narrativo del viaggio.
Accanto alla poesia epica, notevole fortuna ebbe in questo periodo la
cosiddetta poesia didascalica, un genere il cui inventore era conside-
rato gi dagli antichi Esiodo, un autore particolarmente amato, come
abbiamo avuto modo di accennare in precedenza, dagli Alessandrini. A
questo filone  senz'altro riconducibile Arato di Soli (met del terzo se-
colo a.C.), autore di un poemetto di 1154 esametri intitolato i Fenomeni:
al proemio in forma di inno a Zeus unico e sommo, concezione che ri-
sente dell'adesione giovanile di Arato alla filosofia stoica, fanno segui-
to prima la descrizione delle costellazioni, poi l'analisi dei segni premo-
nitori di variazioni meteorologiche. Il poemetto, il cui stile risulta ele-
gante e raffinato, ma eccessivamente freddo e accademico, godette di
enorme fortuna soprattutto presso i Romani, tanto che Varrone Ataci-
no, Cicerone, Germanico e Avieno ne proposero una versione, o quan-
to meno una rielaborazione, in lingua latina.
In precedenza, illustrando l'opera di Callimaco, si  insistito sull'im-
portanza dei suoi quattro libri di elegie, gli Aitia. Ma nell'et elleni-
stica egli non fu l'unico autore di elegie; anzi molti furono i poeti che 
si cimentarono con questo genere, componendo interi volumi di elegie. Ri-
spetto a quella arcaica e tardoarcaica, che, oltre all'originario lamento
trenodico, presenta svariate tematiche, come la parenesi bellica, le ri-
flessioni etico-politiche, la celebrazione dell'amore e del simposio, l'e-
legia ellenistica  caratterizzata da un intento prevalentemente narrati-
vo incentrato su temi oggettivi, quali i miti, le leggende, le antiche
tradizioni, e finalizzato o all'individuazione dell'origine di particolari
usi e costumi, come accade negli Aitia, o alla redazione di lunghi catalo-
ghi di storie d'amore dedicati alla persona amata dal poeta, come  il
caso per esempio della Bittide di Filita, della Leonzio di Ermesianatte, o
degli Amori o i belli di Fanocle. Di Ermesianatte di Colofone e di Fano-
cle possediamo un certo numero di frammenti che ci permettono di
ipotizzare quale doveva essere la struttura complessiva delle loro ope-
re; doveva trattarsi di una raccolta di elegie che cantavano vicende amoro-
se: quelle di Ermesianatte, tutte infelici, avevano il fine di illustrare 
la potenza di Eros, capace di imporsi a chiunque, dal pastore al principe,
dal poeta al filosofo; quelle di Fanocle, di argomento omoerotico, can-
tavano l'amore di vari personaggi per i bei ragazzi.
Nell'ambito della poesia elegiaca una menzione speciale merita un com-
ponimento di Filita di Cos, che apparteneva ai Paignia (Carmi giocosi), 
in quanto, se  giusta l'interpretazione che di recente ne  stata ripro-
posta sulla base di una nuova documentazione e di pi convincenti argomen-
tazioni, costituisce una anticipazione di alcuni tratti fondamentali della 
nuova poetica callimachea: Non prender me, ricavata da un ontano, / - 
afferma il locutore, quasi certamente la personificazione di una tavoletta 
per scrivere - un rozzo contadino sceso dai monti, levando la zappa; / ma 
chi  esperto nell'arte dei versi e conosce, dopo lunghe fatiche, / la via 
di ogni tipo di racconto.
Pi ancora dell'elegia, la forma letteraria maggiormente coltivata nel
periodo ellenistico fu l'epigramma, che i poeti alessandrini promossero
definitivamente al rango di genere letterario, ridefinendone e amplian-
done la destinazione e la funzione originarie. Del resto la caratteristica
formale peculiare dell'epigramma, cio la sua brevit, ben si adattava
al nuovo gusto alessandrino per il componimento conciso, ma estrema-
mente elegante, che nello spazio di pochi versi fosse in grado di rivelare
la capacit artistica, la profonda erudizione e, specie nella pointe finale
il senso dello humour del suo autore. Nato in et arcaica come breve
iscrizione sepolcrale in distici elegiaci dal contenuto gnomico con fina-
lit pratiche e di riflessione etica, l'epigramma divenne nel periodo tar-
doarcaico e classico il mezzo comunicativo cui affidare sia l'esternazio-
ne dei sentimenti suscitati dalla figura del defunto sia l'apprezzamento
estetico del monumento funebre. I poeti alessandrini svilupparono al
massimo questa tendenza; pur conservando in molti casi, in omaggio alla
tradizione, la finzione dell'occasione e della destinazione funeraria am-
pliarono la gamma dei temi che potevano essere oggetto di canto nell'epi-
gramma la rappresentazione di quadretti di vita bucolica, l'attenzione per
i mestieri pi umili e popolari, la descrizione di opere d'arte, la po-
lemica letteraria, ma soprattutto l'esaltazione delle due tematiche che nel
passato erano strettamente correlate con il simposio, il vino e l'amore
l'epigramma ellenistico diventa cos l'erede pi immediato della gran-
de tradizione dell'elegia e della lirica monodica arcaica e tardoarcaica.
A partire dal Reitzenstein, con una divisione forse eccessivamente sche-
matica, ma che permette di evidenziare tutta una serie di motivi tema-
tici che senza dubbio accomunano alcuni autori, distinguendoli invece
da altri, la vasta produzione epigrammatica tra la fine del quarto e il 
primo secolo a.C. suole essere distinta in due grandi scuole, quella
peloponnesiaca e quella ionico-alessandrina. La prima  caratterizzata 
dall'attenzione riservata sia alla natura, cantata sempre in chiave idil-
lico-bucolica, e ai sentimenti di serenit e di pace che essa ispira, sia 
alle classi sociali pi umili: pescatori, marinai, pastori, contadini, 
piccoli artigiani; la seconda, invece, dalla celebrazione del vino e del-
l'amore, in quanto consentono un'esistenza all'insegna della gioia e del 
piacere di vivere, valori che nella nuova concezione esistenziale propria 
dell'uomo ellenistico, individualistica e in un certo senso disimpegnata, 
hanno sostituito gli ideali tradizionali dell'impegno etico-politico.
Notevoli differenze fra le due scuole si riscontrano anche a livello for-
male: mentre gli epigrammisti della scuola peloponnesiaca, in special
modo Leonida, prediligono uno stile ampolloso e ridondante, ricco di
immagini di gusto per cos dire barocco, quelli della scuola ionico-ales-
sandrina privilegiano una forma pi misurata e lineare, quasi in prepa-
razione dello humour della pointe finale.
Figure di spicco della prima corrente sono Anite di Tegea, Nosside di
Locri Epizefiri e, soprattutto, Leonida di Taranto; della seconda, oltre
a Callimaco, Asclepiade di Samo e Posidippo di Pella.
Fra gli epigrammi di Anite particolarmente interessanti risultano gli
epitaffi, reali o fittizi, per giovani fanciulle  o per animali e le sug-
gestive descrizioni di paesaggi bucolici; pi varia la produzione di Nosside, 
di cui ci restano fra gli altri, un epigramma in cui si esalta l'amore 
come maggiore felicit nella vita e due componimenti di argomento letterario 
su Saffo e su Rintone.
Sostanzialmente diversa la personalit poetica di Leonida. Poeta povero, 
si fece cantore degli umili; molti dei suoi epigrammi hanno per protagoni-
sti gli appartenenti alle classi sociali pi basse, da quelli di de-
dica degli attrezzi di lavoro da parte di piccoli artigiani giunti al ter-
mine della loro attivit a quelli funerari per poveri pescatori. 
Ma non mancano epitaffi fittizi per i poeti del passato (per esempio per
Omero e per Ipponatte), dai quali traspaiono sensibilit critica e acutezza 
di giudizio, e componimenti in onore del dio Priapo, i primi ad inaugurare 
la tradizione dei Carmina priapea.
La produzione epigrammatica di Asclepiade , come si  detto, quasi tut-
ta incentrata su tematiche erotico-simposiali. Dell'amore per le donne e
per i ragazzi vengono cantati gli aspetti pi vari: la delusione per un 
incontro non avvenuto, l'amarezza per una passione non corrisposta, la 
celebrazione dell'essere perennemente innamorato. Fedele imitatore della 
vena poetica di Asclepiade fu Posidippo; i temi, per lo pi, sono gli 
stessi, amore e simposio, magari trattati con voluta variatio rispetto al 
modello: se il poeta di Samo aveva pregato gli Amori di ucciderlo piuttosto 
che ferirlo ancora, Posidippo incita gli Amori a colpirlo perch egli non 
li teme.
Nell'et ellenistica anche nel campo della filosofia, accanto al perdu-
rare delle tradizionali correnti di pensiero legate all'Accademia e al Pe-
ripato, si assiste al sorgere e al fiorire di nuove scuole, principalmente
quelle epicurea e stoica, due filosofie che, pur presentando molte e im-
portanti diversit, sono accomunate dalla minore attenzione per le te-
matiche legate alla speculazione teoretica e dall'interesse, invece, tutto
particolare per i problemi connessi con il comportamento dell'uomo
nel suo vivere quotidiano.
Per Epicuro di Samo la ricerca della felicit  lo scopo della vita. Poi-
ch per natura l'uomo tende al piacere e rifugge dal dolore, il piacere 
un bene, il dolore un male. Il piacere, tuttavia, non consiste nel soddi-
sfacimento incontrollato degli istinti (il piacere cinetico, in movimen-
to), ma nel godimento moderato di ci che la natura concede, quindi
in una pace tranquilla e serena, non turbata dalle passioni, in un godi-
mento insomma che deriva dall'assenza del dolore (il piacere cataste-
matico, in riposo). Per raggiungere questa pace  indispensabile libe-
rarsi soprattutto dalle paure: la paura degli di, che vivono in un mondo
loro e si disinteressano, nel bene e nel male, degli uomini; della morte,
che in quanto liberazione definitiva non deve essere temuta; del male,
che  facilmente sopportabile con il coraggio. In questa sua ricerca di li-
bert, presupposto della felicit, il saggio epicureo non dovr parteci-
pare al governo dello Stato, ma dovr vivere appartato nella calma del-
lo spirito - il lathe biosas -, precetto, questo, che rivelando agli uomini
il senso della vita interiore e facendo di essa il centro dell'esistenza se-
gna molto chiaramente il distacco che sul piano etico si  determinato
fra i Greci dell'et ellenistica e quelli dell'et arcaica e classica.
Se la scuola epicurea non ebbe, tra i successori di Epicuro, pensatori
originali, con il conseguente cristallizzarsi di questa dottrina in una sor-
ta di dogmatismo favorito anche dal precetto del Maestro ai propri di-
scepoli di imparare a memoria i suoi scritti, lo Stoicismo, che prende il
nome dal fatto che il suo primo rappresentante, Zenone di Cizio, era
solito radunare i suoi seguaci nella Sto Poikle (Portico Dipinto, in
quanto adornato da pitture di Polignoto), presenta uno sviluppo molto
pi articolato, tanto che si  soliti distinguere, nella sua storia, tre 
periodi: Stoa antica (terzo secolo a.C.), rappresentata, oltre che da 
Zenone, da Cleante di Asso e da Crisippo di Soli; Stoa media (secondo e
primo secolo a.C.), i cui esponenti pi prestigiosi furono Panezio di Rodi 
e Posidonio di Apamea; Stoa tarda (primo e secondo secolo d.C.), cui sono 
riconducibili, fra gli autori in lingua greca, Epitteto e Marco Aurelio.
Il concetto centrale del sistema stoico  il Logos, la ragione, o anche
Dio, intelletto universale, costituito da materia ignea, dal quale si di-
parte il Pneuma, soffio vitale che penetra nel mondo e in tutte le for-
me di vita, ma soprattutto nell'uomo: la parte dominante dell'anima 
puro Logos, porzione del Logos universale. Nel singolo uomo, in quan-
to partecipe del Logos, si ripresenta in microstruttura l'organizzazione
del cosmo, un tutto dotato di ragione. Se la ragione  l'elemento che ca-
ratterizza e allo stesso tempo accomuna tutti gli uomini, per la filosofia
stoica non ha pi senso che l'umanit sia divisa in nazioni e citt; tutti
gli uomini si debbono considerare connazionali e concittadini secondo
una visione cosmopolita che sembra risentire dell'evoluzione storica
che ha portato, dopo il sogno dell'impero universale di Alessandro Ma-
gno, alla formazione dei grandi regni unitari dei diadochi. L'uomo va-
lente, secondo Zenone,  quello che vive secondo natura, perseguendo
l'unico bene, la virt, e rifuggendo il male, il vizio. La virt, per gli 
Stoici, si identifica con la phronesis, un misto di intelligenza e di sag-
gezza. Il vero saggio deve sapersi liberare dalle passioni e aspirare al-
l'apatheia; ma questo non significa che egli deve astenersi dalla vita 
pubblica, anzi egli deve impegnarsi in essa, sempre in osservanza della 
legge universale del Logos. Il moralismo di Zenone  assoluto: la virt  
una e perfetta. Allontanarsi da essa anche di poco equivale a distaccarse-
ne del tutto; non c' gradualit nelle colpe, sono tutte uguali.
Nell'ambito della scuola stoica particolare rilievo assumono, non tan-
to sul piano specificamente filosofico quanto piuttosto su quello pi ge-
nericamente culturale, Panezio e Posidonio, che operarono una sorta
di revisione del pensiero stoico e, soprattutto, ne favorirono la diffusio-
ne nel mondo romano. Panezio promosse un ridimensionamento del
moralismo assoluto del primo Stoicismo con l'ammissione che vivere
secondo natura significa vivere secondo la natura individuale di ciascun
uomo, che non  perfetto, ma tendente alla virt; e teorizzando che
essa non si pu raggiungere se non attraverso l'impegno civile e l'unit
politica di tutti gli uomini di fatto forn una legittimazione dell'egemo-
nia e dell'imperialismo romano. Posidonio, allievo di Panezio, fu scrit-
tore fecondo e versatile; i suoi interessi scientifici e la sua curiosit 
di conoscenza lo indussero a compiere lunghi viaggi in terre del mondo occi-
dentale allora ancora poco conosciute, quali la Gallia, la Spagna e l'A-
frica settentrionale. L'esperienza accumulata serv in qualche modo a
soddisfare i suoi vastissimi interessi che spaziavano dalle cosiddette 
scienze esatte alla storia, intesa non solo come storia pragmatica alla 
maniera polibiana, ma come analisi e valutazione anche del dato antropologi-
co, etnologico e geografico, come risulta, per esempio, dai frammenti
della sua opera storica pi importante, le Storie in 52 libri, sugli avveni-
menti dal 145 a.C. alla pace tra Silla e Mitridate (85 a.C.). La decaden-
za morale e politica che cominciava ad affiorare nella classe dirigente
romana di quel periodo non sfugge all'analisi di Posidonio, che tuttavia,
secondo i dettami stoici, coltiva la convinta speranza che grandi perso-
nalit illuminate dal Logos e aiutate dalle strutture politiche ormai con-
solidate assicureranno nel futuro un governo nuovamente giusto e fon-
dato sul consenso dei cittadini. Sollecitato dalla vastit stessa dei suoi
interessi, Posidonio si impegn nel tentativo di ricondurre ad unit il
sapere cercando di conciliare la filosofia con le altre scienze grazie ad
una visione veramente enciclopedica e universale della cultura.
Quanto detto dell'opera storica di Posidonio va naturalmente inqua-
drato all'interno di un discorso pi ampio sulle correnti storiografiche
del periodo ellenistico, e pi specificamente su Duride di Samo e su Po-
libio di Megalopoli. Polemizzando con Eforo e Teopompo, due storici
allievi di Isocrate, ai quali rimproverava di non essere stati all'altezza
dei fatti da loro narrati perch condizionati dallo stile freddo e piatto
della pagina scritta, Duride si fa teorizzatore di una storiografia dram-
matica, che ricerchi la verit storica attraverso un racconto di tipo mi-
metico, capace di coinvolgere emotivamente i lettori, come se gli avve-
nimenti narrati si svolgessero davanti ai loro occhi. Secondo Duride il
fine della storia  quello di suscitare il piacere del lettore: di qui l'ab-
bondare, nella sua pagina, di descrizioni di situazioni ricche di pathos,
di storie d'amore, di pettegolezzi piccanti, di scene ad effetto.
Del tutto diverso  il metodo storiografico seguito da Polibio nello
scrivere le sue Storie, in cui esamina le vicende comprese tra l'inizio del-
la seconda guerra punica (220 a.C.) e la distruzione di Cartagine e di Co-
rinto (146 a.C.), gli anni che vedono l'affermarsi della potenza egemo-
nica di Roma. Polibio vuole scrivere una storia che sia universale e
pragmatica. Universale in quanto nella valutazione polibiana degli
eventi la storia dello Stato romano nel periodo da lui preso in esame si
identifica con la storia del mondo; pragmatica perch la sua storia non 
narrazione di genealogie e di mitiche fondazioni di citt oppure racconto
fantasioso e finalizzato al piacere del lettore, ma  esposizione di azioni
(praxeis) politiche e militari;  storia fondata sull'esperienza personale 
che lo scrittore ha dei fatti. Impegno specifico dello storico, infatti,  
quello di ricostruire la verit oggettiva degli eventi attraverso un ap-
proccio quasi scientifico che presuppone tre fasi: il lavoro sulle fonti 
scritte, l'informazione geografica basata sull'autopsia, la conoscenza 
dell'azione politica.
Per Polibio scopo della storiografia non  quello di procurare diletto
ma di risultare utile. Questa concezione della storia mirava a fornire in-
segnamenti concreti agli uomini politici amici di Polibio, che nel loro
agire potevano trarre profitto dalla corretta conoscenza del passato.  in
questa ottica che nel sesto libro Polibio inserisce la discussione teorica 
sugli aspetti positivi e negativi dei vari meccanismi politico-istituzio-
nali e il conseguente riconoscimento della superiorit della costituzio-
ne romana, una costituzione mista che nei consoli, nel senato e nel po-
polo presenta fusi insieme elementi della monarchia, dell'aristocrazia e
della democrazia. Cos teorizzando, Polibio, lo storico pragmatico per
eccellenza, paradossalmente cade in un'astrazione; non si rende conto
che la costituzione da lui celebrata, che andava bene al tempo delle
guerre puniche, al tempo in cui egli scrive gi cominciava a mostrare
tutti i suoi limiti e la sua inadeguatezza.
Lo stile di Polibio risente naturalmente delle sue scelte programmatiche: 
dalla sua pagina  totalmente bandito qualsiasi artificio retorico, la
lingua  quella fredda e burocratica dei documenti ufficiali dei quali
egli si serve; la costruzione sintattica complessa e involuta rispecchia 
la concettosit del suo pensiero.
L'opera di Polibio costitu un punto di riferimento per molti storici 
dell'et immediatamente successiva: il gi citato Posidonio non solo fece 
iniziare le sue Storie l dove finiva la trattazione di Polibio, ma, come 
Polibio, affronta la problematica della corretta gestione del potere da 
parte della classe dirigente romana. L'opera storica di Strabone di Amasea, 
anch'essa continuazione delle Storie di Polibio,  andata perduta; ma ci 
resta la sua Geografia in 17 libri. La geografia  per Strabone disciplina 
filosofica in quanto, al pari della storia, ha per oggetto l'uomo: la 
storia studia l'uomo nel tempo, la geografia l'uomo nello spazio; dunque 
una geografia che si pu definire antropica, con finalit eminentemente 
pratiche come, per esempio, in campi diversissimi, la corretta interpreta-
zione delle opere letterarie o la felice conduzione delle campagne militari.
Nel concludere questo breve profilo della letteratura greca dell'et el-
lenistica, necessariamente schematico e non esaustivo, una menzione
specifica merita Dionigi di Alicarnasso soprattutto per la sua produzione 
retorica e critico-letteraria. Nella sua opera pi significativa, il trat-
tato Sulla disposizione delle parole, egli studia la struttura del periodo
nei maggiori poeti e prosatori greci attraverso un'analisi formale atten-
ta all'ordine delle parole, alla successione dei suoni, al ritmo e alla 
musicalit della frase, secondo un metodo critico che contiene in nuce 
un'estetica della ricezione (Gentili). L'ideale stilistico di Dionigi  
la medietas che lo porta a teorizzare il rifiuto di ogni eccesso e a 
privilegiare, fra le armonie o gradi di elocuzione (austera, fiorita, 
mista), quella mista.

FRANCO MONTANARI
6) La letteratura greca pagana di et imperiale (ogni data senza indica-
zione si intende dopo Cristo)
Introduzione
La periodizzazione tradizionale distingue l'et ellenistica dall'et im-
periale, indicando il discrimine nel periodo augusteo (dalla battaglia di
Azio del 31 a.C., vinta da Ottaviano contro Antonio e Cleopatra, alla
morte di Augusto nel 14 d.C.). L'incisione cronologica appare a noi si-
gnificativa, perch Roma da Repubblica diventa Impero e soprattutto
perch avviene il passaggio dall'epoca prima di Cristo a quella dopo
Cristo: nel concreto sviluppo delle forme letterarie l'articolazione risul-
ta, come sempre, convenzionale e in questo senso utile, ma non intacca
la sostanziale continuit evolutiva.
Comunemente, nella definizione di et imperiale o et romana della
letteratura greca si comprendono i primi cinque o sei secoli d.C.: funge
da limite l'et giustinianea, che inizia con Giustino primo (nel 518) e si 
identifica con il fiorente regno di Giustiniano (527-565), intesa come 
ultimo periodo della letteratura greca antica o come inizio della lette-
ratura bizantina o greco-medievale. Un'ulteriore distinzione parla di pe-
riodo tardoantico per i secoli quarto-sesto, da Costantino (312-337) a 
Giustiniano, segnato dal progressivo prevalere della cultura cristiana.
I secoli dell'et imperiale furono caratterizzati dal radicarsi della cul-
tura greca nell'universale Impero romano e dalla fusione della tradizio-
ne antica greca e latina con il Cristianesimo. Gi in et ellenistica la
crescita di Roma aveva prodotto effetti sempre maggiori in ambito sia
politico che culturale: la letteratura in lingua latina aveva assunto un'im-
portanza tale da renderla valida concorrente di quella greca; la storio-
grafia in lingua greca (che con Timeo aveva dapprima volto lo sguardo
a Occidente e imparato a conoscere l'importanza della nuova potenza
che vi si sviluppava) da Polibio a Dionigi d'Alicarnasso aveva avuto
Roma al suo centro, Roma diventava progressivamente sempre pi il
polo di attrazione per letterati, artisti e filosofi. Il mondo della 
cultura non poteva pi essere considerato come ellenocentrico. La lettera-
tura latina si era nutrita di modelli greci fin dalle sue origini e con-
tinu a farlo, ma in et imperiale la cultura divenne di fatto bilingue. 
Non fu pi solo l'influenza di modelli: storici, retori, scienziati e fi-
losofi greci scrivevano in greco per un pubblico sia greco che romano; la 
cultura greca era organicamente radicata nella compagine dell'Impero. Roma 
sempre pi grecizzata e la Grecia sempre pi romanizzata vuol dire che la
convivenza non era solo una realt acquisita, ma una base culturale
operante, per cui lo stesso Impero romano era nella realt culla e ga-
rante della produzione culturale greca, il mondo era greco-romano.
Alla pubblicistica antiromana di et ellenistica aveva dato un'ideale ri-
sposta sul piano storiografico Dionigi d'Alicarnasso, che presentava
un'idea di Roma come vera forza nutrice del recupero e della conserva-
zione dei valori tradizionali e pi profondi dell'ellenismo. La via per
l'integrazione era aperta e nei secoli seguenti non mancarono di batter-
la uomini di cultura, di pensiero e di azione nella vita intellettuale, 
politica e sociale.
Questa tendenza non significa una sempre idillica armonia: cambiano
uomini e situazioni, diversa era per molti intellettuali l'atmosfera sotto
il dispotismo di Domiziano o durante il fiorente periodo di Adriano e
degli Antonini. Il rapporto con l'Impero cristiano, a partire da Costan-
tino, rientrava nella storia delle differenti forme di sincretismo fra cul-
tura pagana ed ebraico-cristiana: una storia, iniziata con Filone di Ales-
sandria e San Paolo, di assorbimenti e conciliazioni in nuovi amalgami
ma che nel suo corso produsse nelle coscienze non poche angosce. Si-
gnificativo contraltare di una rappresentazione pacifica del mondo in-
tellettuale greco sotto Roma  dato dal fiorire di movimenti religiosi e
misterici (in genere provenienti dall'Oriente), il sorgere di tendenze
mistiche e superstizioni occulte (spesso in problematica confusione con le 
dottrine filosofiche), l'aggirarsi per le citt di sedicenti asceti e tau-
maturghi, la pratica della magia e divinazione: svariati fenomeni di ri-
corso all'irrazionale che testimoniano, anche in una loro letteratura, il
brulicare non sotterraneo di un'epoca piena di tormenti e inquietudini.
Voci critiche, posizioni non integrate o semplicemente appartate non
mancano mai di fronte a qualunque potere, specie se assoluto e diffuso
in un'area enorme. Resistenze antiromane potevano crearsi intorno ai
templi delle zone orientali, in cui lites politico-sociali organizzavano 
il consenso e che i Romani cercarono di condizionare. Particolare  il caso
del mondo ebraico, sempre inquieto tra collaborazione e opposizione,
anche negli intellettuali che scrivono in greco: se Filone di Alessandria
credette nella saggezza dell'imperatore, Flavio Giuseppe (che parteci-
p all'insurrezione contro Roma del 66) concepiva l'Impero come ba-
sato sulla violenza e nella sua Guerra giudaica aveva toni polemici con-
tro la storiografia filoromana. Serpeggianti aspettative antiromane tro-
vavano talora espressione nella letteratura apocalittica; tendenze con-
trarie a Roma avevano spazio nell'apologetica cristiana del secondo seco-
lo, pi vicina a strati popolari. Frequente  la dichiarata avversione nei 
confronti dei Cinici popolari, dipinti come figure rozze e volgari, la cui 
predicazione contestataria si diffondeva fra il popolo dando voce a mal-
contenti: cos i Cinici, talvolta accomunati ai Cristiani, possono assumere
i tratti dei difensori dei ceti poveri e oppressi o quelli dei sobillatori 
ipocriti.
Invece per un intellettuale come Dione di Prusa l'ostilit nei confronti 
del dispotismo di Domiziano  una parentesi in una linea di ottimi rapporti
con gli imperatori, Vespasiano, Tito e poi Traiano, celebrato come figura
saggia e illuminata; e l'Encomio di Roma di Elio Aristide, nel pieno se-
condo secolo, dipinge Roma come una classica polis greca e mostra il punto 
pi alto di accordo fra intellettualit greca e Impero. Per quando Luciano 
(Come si deve scrivere la storia) ridicolizza la storiografia partigiana 
della guerra di Lucio Vero contro i Parti e insiste sul valore dell'obiet-
tivit di uno storico libero da condizionamenti, non si pu non avvertire 
un lucido e intelligente fastidio nei confronti di un potere poco illuminato.
Tipico della cultura greca di et imperiale  il classicismo: un insieme
di fenomeni letterari, soprattutto in ambito retorico, linguistico e stili-
stico, ma dotato anche di una pi ampia portata culturale e con chiari
risvolti ideologici. Almeno sul piano stilistico-formale, la rinascenza
di et augustea trova il suo tratto fondamentale nell'atticismo, orienta-
mento per cui si ritiene di prendere a modello di lingua e di stile gli au-
tori attici del quinto e quarto secolo a.C., con differenze nei gusti e 
nelle scelte individuali a proposito appunto dei modelli da scegliere. 
Dionigi d'Alicarnasso e Cecilio di Calatte sono i due personaggi principali 
indicati come iniziatori dell'atticismo nelle lettere, ed  Dionigi a par-
lare di una salutare e rapida inversione di tendenza, che chiude la lunga 
parentesi di decadenza del gusto iniziata con il periodo di Alessandro 
Magno. Tali forme di classicismo trovano naturale sviluppo nell'ampio e 
variato movimento (diffuso a partire dal tardo primo secolo, nel secondo 
e nei primi decenni del terzo) per cui si usa il nome, dato da Filostrato, 
di Seconda sofistica.
Tutto questo insieme di fenomeni, centrati in vario modo sulla volont di 
ritorno ai modelli letterari di et classica (in prevalenza gli oratori)
e agli ideali che essi rappresentavano, appare sul piano culturale come
una palese forma di rivendicazione da parte dei Greci della propria tra-
dizionale identit di cultura, che ebbe una cospicua valenza politica. Se
si considerano le personalit pi di spicco fra i retori e i sofisti, i 
filosofi, gli storici, si vede come prestigio culturale e posizione poli-
tico-sociale fossero spesso in stretta relazione: ai Greci doveva sembrare 
che l'antico ideale del sapiente alla guida della societ trovasse una 
qualche forma di realizzazione, se pur sotto cieli assai lontani da quelli 
platonici. Questa tendenza era incarnata in prevalenza dalle classi alte 
delle province greco-orientali: ben inserite nella compagine imperiale e 
spesso operanti nel centro del potere, si riconoscevano nell'Impero di Roma,
nel quale vedevano la funzione storica di garante della situazione che
permetteva loro di coltivare e sviluppare la propria cultura. Cos non 
tanto paradossale che a un massimo di integrazione corrispondesse, da
parte degli uomini di cultura originariamente e tradizionalmente greca
un massimo di rivendicazione della propria autonoma e orgogliosa iden-
tit culturale. Dello stesso segno, infine,  anche l'appello al passato 
come fonte di sicurezza, evidente nello sviluppo delle varie scuole filo-
sofiche, dove si continuano le dottrine tradizionali e i generi letterari 
in cui esse si erano espresse, in una superfetazione di riletture e rein-
terpretazioni del pensiero dei grandi filosofi di et arcaico-classica ed
ellenistica, e dove prolifera una lussureggiante letteratura dossografica 
ed esegetica. Filosofia e retorica procedevano dunque concordi, fra l'altro, 
nel comune rivolgersi al passato come modello perenne e fonte della impre-
scindibile conoscenza. Continuava fra le due discipline il tradizionale
dibattito (ma erano lontani i toni conflittuali del quarto secolo a.C.) e 
forse si pu dire che il rapporto era diventato di cooperazione integrativa: 
la figura del sofista era spesso quella di un retore-filosofo o di un fi-
losofo- retore (a prescindere dall'elaborazione di un pensiero originale). 
Fra oratoria e filosofia operano personaggi come Dione di Prusa, Luciano, 
anche Plutarco o Elio Aristide (la distinzione dei generi letterari, dunque,
 spesso proprio solo di comodo, e di comodo sar anche quella che fa-
remo qui di seguito), che in modi diversi, talvolta con fastidi, critiche e
rifiuti o con un'integrazione totale, esplicano comunque la loro attivit
nel grande alveo della vita dell'Impero. Grande dominatrice e informa-
trice di ogni attivit intellettuale che fa uso della parola resta l'on-
nipotente retorica, vera impronta allo spirito del tempo.
Legato a questi aspetti, in modo che appare intrinseco e capillare,  il
forte sviluppo preso dall'attivit di interpretare gli antichi autori, cio
corredare i modelli basilari della cultura di un apparato filologico-ese-
getico essenziale per una fruizione il pi possibile consapevole, appro-
fondita, ricca. Le basi fondamentali di questa attivit erano state poste
in et alessandrina, ma  in et imperiale che essa esplica il pi grande
sforzo di raccolta, con la creazione delle grandi sintesi, commentari e
repertori d'ogni genere, cominciando in et augustea (basti pensare alla
poderosa attivit di Didimo) e proseguendo con abbondanza fino al pe-
riodo tardoantico e protobizantino, esercitando un influsso decisivo
sulla trasmissione del materiale nei secoli futuri.
Un'altra caratteristica del periodo  il diffondersi ampio e differenzia-
to di quella che si pu definire letteratura d'intrattenimento. A parte il
romanzo vero e proprio (di cui parliamo in un apposito paragrafo), c'
una ricca produzione di storie romanzate e avventurose, raccolte di car-
teggi fantastici, opere di amena lettura o d'evasione, in una parola ap-
punto letteratura d'intrattenimento e di puro diletto, prevalentemente
in prosa ma anche in talune manifestazioni della poesia e soprattutto nel-
le forme di spettacolo volte al puro divertimento epidermico.
Uno spazio nel quale in epoche passate un ruolo di spicco poteva essere
giocato da una larga fascia della produzione storiografica (ovviamente
non quella rientrante nella linea tucididea-polibiana di storiografia
pragmatica) e che in et imperiale si arricchisce e diversifica, evidente-
mente rispondendo a richieste del pubblico e mutate situazioni sociali.
Grazie ai regni ellenistici, il greco si era largamente diffuso nell'area
orientale (ora romanizzata) col formarsi di quella lingua letteraria co-
mune detta appunto koin dilektos, diventata il naturale mezzo di espres-
sione delle aree decentrate, spesso portatrici di istanze proprie nel qua-
dro politico-culturale complessivo. Era normale che, soprattutto nelle
province orientali, la lingua e la cultura greca diventassero una compo-
nente fondamentale dell'identit culturale e anche politica: moltissimi
letterati e filosofi provenivano da aree periferiche, soprattutto dell'O-
riente, ma questo non comportava problemi di comunicazione e inter-
scambio, data la globale circolazione di opere e idee, garantita dalla va-
stissima portata dell'Impero. Dopo Augusto, invece di una rafforzata
preminenza dell'Italia, si verific un processo di avvicinamento delle
province all'Italia, con il risultato di una sempre maggiore omogeneit fra
centro e periferia. Per lo pi le aree decentrate non sembrano in con-
trapposizione provinciale con Roma, ma in relazione politicamente
e culturalmente stretta e organica: questo vale soprattutto per le regio-
ni orientali greche o grecizzate, paesi di antichissime e raffinate cultu-
re, che mai sentirono il rapporto con Roma conquistatrice come neces-
sit di assimilazione o di adeguamento culturale (a differenza della ro-
manizzazione di molte aree occidentali), ma semmai capovolsero il
rapporto in quello di una influenza culturale efficace e profonda sul
conquistatore.
La letteratura greca mostra una fioritura nei secoli primo-secondo e 
grosso modo fino alla met del terzo, con una punta nei decenni di Adriano 
(117-138) e degli Antonini (138-180). Segue un periodo meno felice, che 
lascia il posto alla nuova fioritura di et giustinianea nel sesto secolo. 
In et imperiale la letteratura greca mostra un netto prevalere della 
prosa sulla poesia: la presenza dei generi poetici  frutto pi del con-
tinuare di una tradizione che dell'emergere di rilevanti originalit, 
mentre i generi della prosa offrono una notevole ricchezza di personalit 
di rilievo.

a) Storiografia
Il tema centrale, pi o meno esplicito e sviluppato, di buona parte del-
la storiografia greca di et ellenistica, dopo Polibio, era stato l'espan-
sione e il dominio di Roma nel Mediterraneo. Le connesse problemati-
che politiche ed etiche, la legittimit del potere e della pretesa romana
di egemonia, la comprensione e giustificazione di questo fenomeno im-
ponente (diritto dei pi forti o diritto dei migliori? e in questo caso, chi
e perch sono i migliori?), erano le tematiche principali della storiogra-
fia in lingua greca, sia filoromana che copertamente o apertamente an-
tiromana: l'orizzonte degli storici era sempre pi romanocentrico. Nel-
l'ultimo secolo dell'et ellenistica avevano trovato espressione temi come
la decadenza morale e la corruzione della classe politica, la cupidigia di
potere e di ricchezze, lo sfruttamento delle province con malgoverno e
vessazioni che portavano rivolte antiromane: riflessioni sui modi in cui
Roma esercitava il potere, ma anche ragioni per una pubblicistica anti-
romana (come quelle filomitridatica e filopartica), cui non mancavano
motivazioni politiche. Alle tendenze antiromane aveva reagito Dionigi
d'Alicarnasso, nella cui interpretazione storica la tesi dell'originaria
grecit dei Romani permette di ritenere la storia di Roma come parte
integrante di quella dei Greci e di cogliere nell'Impero una nuova unit
culturale avente al centro i valori della grecit classica.
La visione positiva e universalistica dell'Impero (conquistato con le armi
ma poi esercitato con la persuasione e costruito sulla conciliazione, la
pace e la stabilit sociale), fondata primamente sulle realizzazioni di Au-
gusto, era condivisa negli aspetti essenziali per esempio da Nicola Da-
masceno (politico e storico, consigliere del re Erode di Giudea) e da Fi-
lone di Alessandria (filosofo ebreo, anch'egli impegnato nella vita poli-
tica). In seguito essa si consolida nei pensatori greci (ne sono testimo-
nianza i discorsi Sul regno di Dione di Prusa e l'emblematico Encomio
di Roma di Elio Aristide) e sar sempre pi alla base della storiografia
greca pagana dei secoli secondo e terzo, che in linea di massima riflette 
gli orientamenti dei ceti pi elevati, consapevoli di appartenere a un'uni-
ca classe dirigente imperiale. L'importanza di questa storiografia greca 
su Roma nasce anche dal fatto che la storiografia latina dopo Tacito 
(morto intorno al 117) a lungo non produce opere di rilievo.
Sui fondamenti ideologici indicati, si poteva ripensare e scrivere la sto-
ria come pure vivere la politica: i maggiori storici su Roma del periodo
provengono per lo pi dalle province orientali di cultura greca, hanno
spesso esperienza politica personale e conoscenza concreta dei proble-
mi della vita dell'impero. Il modello storiografico prevalente  dunque
nella linea pragmatica tucididea-polibiana, saldamente legato alla real-
t contemporanea e all'azione esercitata su di essa.
I personaggi pi significativi sono Arriano, Appiano, Cassio Dione ed
Erodiano. Flavio Arriano (secondo secolo) era di Nicomedia in Bitinia: 
come uomo politico ricopr le cariche di console e di legato romano in 
Cappadocia; poi termin la sua vita ad Atene, dove divenne arconte; era 
stato discepolo del filosofo Epitteto, di cui raccolse e pubblic le dot-
trine. Scrisse opere su diversi argomenti (sulla caccia, sulla tattica, 
un Periplo del Ponto Eusino), ma l'attivit principale fu quella di storico, 
di cui rimane l'Anabasi di Alessandro e la Storia dell'India (perdute 
sono altre opere, come la Storia della Bitinia, la Storia dei Diadochi e 
la Storia dei Parti). Appiano di Alessandria (secondo secolo), avvocato 
e alto funzionario dell'amministrazione romana della sua citt, ammiratore 
dell'Impero degli Antonini, si dedic in vecchiaia a stendere una Storia 
romana dalle origini a Traiano, di cui sono conservati alcuni libri. 
Cassio Dione Cocceiano (secondo-terzo secolo) di Nicea in Bitinia, figlio 
di un senatore che era stato console e governatore, aveva una profonda 
conoscenza di prima mano della politica imperiale: fu alto magistrato, 
poi cadde in disgrazia e infine fu console nell'arco di tempo che va da 
Commodo (180-192) ad Alessandro Severo (222-235). Scrisse un'imponente 
Storia Romana dalle origini al 229 d.C., pervenutaci in parte. Di Erodiano 
(secondo-terzo secolo) il luogo di nascita  ignoto, forse proveniva dalla 
Siria: anch'egli rivest cariche pubbliche, anche se non elevate, la sua 
Storia dell'Impero dopo Marco va dalla morte di Marco Aurelio (180) alla 
salita al trono di Gordiano terzo (238).
Facciamo un passo indietro cronologico per parlare di Giuseppe Fla-
vio (primo secolo) di Gerusalemme, uomo politico ebreo che scrisse in greco,
oltre a una autobiografia, due importanti opere storiche, la Guerra giu-
daica e le Antichit giudaiche (storia degli Ebrei fino all'et di Nerone),
cui si ricollegano le pagine apologetiche del Contro Apione. Aveva avu-
to un posto di rilievo nell'insurrezione ebraica contro Roma, conclusa
con la distruzione del tempio nel 70 e la diaspora: dalla sua esperienza
si rendeva conto che il prevalere di Roma era ineluttabile, anche se l'Im-
pero si basava sul terrore e la violenza, e cercava di indicare agli Ebrei
la via per una sopravvivenza quanto possibile tranquilla della loro iden-
tit etnica e culturale. Svilupp il tema della priorit del popolo e della
cultura ebraica rispetto ai Greci, che sar ripreso da autori cristiani.
Tra il quarto e sesto secolo la storiografia in lingua greca d frutti
cospicui in un genere iniziato da Eusebio di Cesarea (terzo-quarto secolo) 
e definito Storia ecclesiastica: dopo Eusebio, esso fu coltivato da 
Socrate di Costantinopoli (quarto-quinto secolo), Sozomeno di Gaza (quarto-
quinto secolo), Teodoreto di Antiochia (quarto-quinto secolo), Filostorgio 
(quarto-quinto secolo), Teodoro Anagnoste (sesto secolo), e infine 
l'epigono del genere, Evagrio Scolastico (sesto secolo).
La linea della storiografia pagana  rappresentata invece da Dexippo,
Eunapio e Olimpiodoro, dei quali restano solo frammenti. Dexippo di
Atene (terzo secolo) occup cariche di rilievo: la sua Cronaca arrivava 
fino al 270, la sua Storia dei Diadochi era sostanzialmente estratta da 
Arriano. L'esposizione storica fu continuata fino al 404 da Eunapio di 
Sardi (quarto-quinto secolo), che si dedic anche a retorica e filosofia: 
abbiamo le sue Vite dei sofisti, dedicate soprattutto ai neoplatonici del 
quarto secolo. L'egiziano Olimpiodoro di Tebe (quinto secolo) prosegu la 
trattazione fino al 425 negli Hypomnemata, dedicati a Teodosio secondo. 
Completa ci  giunta l'opera di Zosimo, vissuto fra quinto e sesto secolo, 
che ricopr incarichi nella burocrazia statale e scrisse la Storia nuova, 
prendendo a modello Polibio.
Le due grandi personalit di storici del sesto secolo focalizzano entrambe 
la loro storiografia sul periodo di Giustiniano: Procopio di Cesarea scris-
se la Storia delle guerre di Giustiniano (e anche Sugli edifici e Storie 
inedite); a essa si ricollega l'opera incompiuta Sul regno di Giustiniano 
di Agazia di Mirina (che ritroveremo come autore di epigrammi). Il mo-
dello tucidideo resta ancora il punto di riferimento cui si richiama que-
sta, che si pu a buon diritto definire come l'ultima storiografia greca
antica, ormai alle soglie del Medioevo bizantino.

b) Letteratura filosofica e scientifica
Il naufragio della letteratura filosofica ellenistica fa risaltare quanto 
 conservato di quella di et imperiale, che invece per le dottrine si muo-
ve nei solchi tradizionali senza produrre una vera nuova corrente di
pensiero. Continuano la loro vita le due grandi scuole di Platone e Ari-
stotele, cio rispettivamente l'Accademia e il Peripato, e le altre scuole
di pensiero, come il Cinismo, lo Scetticismo, lo Stoicismo e l'Epicurei-
smo. Bisogna sottolineare la tendenza della filosofia a presentarsi so-
prattutto nelle vesti di guida e terapia dell'anima, da cui si doveva es-
sere eticamente migliorati, di aiuto per affrontare la vita nel mondo: ad
avere dunque spesso un carattere esortativo o consolatorio. La ripro-
posizione del pensiero antico  concepita come continuazione o riscoperta
del contenuto autentico, ma non di rado spezza le unit dottrinali in cor-
renti o in forme sincretistiche. La letteratura filosofica si accresce di 
prodotti tipici dell'epoca, quali le raccolte dossografiche e i commentari 
alle opere dei maestri: fra i nomi di una copiosa letteratura tardoantica 
e protobizantina di esegeti platonici e aristotelici, ricordiamo Alessandro 
di Afrodisia, il grande commentatore di Aristotele vissuto fra secondo e
terzo secolo.
Si aggiungono a questo le tendenze filosofico-religiose con esiti misti-
ci. Il Neopitagorismo era nato in et ellenistica con l'apparire di opere
apocrife attribuite a Pitagora (la pi nota sono i Versi aurei, di datazio-
ne assai incerta, probabilmente rielaborati in et imperiale): nel primo
secolo ebbe una figura di rilievo in Apollonio di Tiana; si svilupp ul-
teriormente dal secondo secolo in poi e il pensatore forse pi significa-
tivo fu Numenio di Apamea. Il Neoplatonismo fu, almeno dal terzo secolo, 
la pi florida corrente di pensiero della tarda antichit, divisa grosso 
modo in una tendenza scettica e una nettamente teologizzante. Neopitagori-
smo e Neoplatonismo mostrano facilmente reciproche influenze e frequenti 
commistioni. In questo alveo rientra il corpus degli Scritti ermetici, 
raccolta di testi filosofico-religiosi attribuiti a Ermes Trismegistos 
(cio tre volte grandissimo, corrispondente greco dell'egiziano Thoth), 
redatti forse fra i secoli secondo e terzo: l'Ermetismo rappresenta una 
tradizione dottrinale mistico-ascetica, che si rifaceva all'Egitto come 
luogo d'origine di antiche conoscenze.
In una posizione chiave oper Filone di Alessandria (primo a.C.-primo d.C.),
teologo e filosofo ebreo, che comp un importante e produttivo sforzo
di conciliare in un sincretismo organico il pensiero greco e quello ebrai-
co, aprendo cos la strada alle successive tappe della fusione fra tradi-
zione classica pagana e Cristianesimo, che sar la cifra culturale del fu-
turo periodo tardoantico.
Di Epitteto (primo secolo) di Ierapoli in Frigia parte dell'opera  stata 
salvata dal suo discepolo Arriano: si tratta dei quattro libri di Dia-
tribe e del Manuale, che conservano il carattere quotidiano di un filoso-
fo che preferiva affidarsi alla conversazione non sistematica e non scrit-
ta. La sua adesione fondamentale allo Stoicismo, cui l'aveva guidato
Musonio Rufo, non gli impediva di accogliere altri influssi. Una parti-
colare figura di imperatore filosofo fu quella di Marco Aurelio Antoni-
no, morto nel 180: anch'egli seguace dello Stoicismo, si distingue per la
ricerca del dialogo interiore in un periodo in cui la filosofia tendeva
piuttosto all'apertura verso l'esterno. Nel tempo libero dalla vita politi-
ca e militare, egli scrisse in greco un'opera in dodici libri di brevi e 
incisive riflessioni A se stesso.
Preziose informazioni ci offre l'enorme iscrizione che un entusiasta se-
guace di Epicuro, Diogene (secondo secolo) di Enoanda in Licia, fece in-
cidere nella propria citt, contenente estratti della dottrina epicurea. 
Bench nel mondo romano prevalesse l'adesione allo Stoicismo, anche lo Scet-
ticismo aveva le proprie fortune. Scettico era Sesto Empirico (secondo 
secolo), il cui soprannome sembra dovuto a un legame con la scuola medica 
empirica: oltre agli Schizzi pirroniani (dedicati al fondatore dello 
Scetticismo, Pirrone di Elide), scrisse Contro i matematici in undici libri, 
in cui confutava le pretese scientifiche delle varie discipline e poi 
tutte le pretese di validit filosofica nei campi della logica, della fi-
sica, dell'etica, approdando alla sospensione del giudizio.
Meritano attenzione gli sviluppi del Cinismo, con modalit assai diffe-
renti e a diversi livelli. Altro  il fondamento cinico-stoico di una perso-
nalit come Dione di Prusa, altro la predicazione fra le masse dei cosid-
detti Cinici popolari. Il richiamo alle antiche figure di Diogene e 
Antistene, il fondersi con elementi stoici e il fatto di assumere aspetti 
e interessi scopertamente politici, sono tratti caratterizzanti di un 
fenomeno spesso ricordato nelle fonti. Cos una diffusa base cinica
(o cinico-stoica) in certe personalit contribuiva alla teorizzazione del-
la figura del buon re, altre volte forniva linfa (anche in personalit non
sempre limpide, in bilico fra il filosofo e il cialtrone parassita) a forme
di propaganda politica fra i ceti popolari e di contestazione sociale, che
talora furono vicine a quelle cristiane.
Del Neoplatonismo fu praticamente fondatore e ispiratore Plotino
(205-270; discepolo di Ammonio Sacca), che aveva lasciato il Cristiane-
simo per la filosofia platonica. La sua rielaborazione del pensiero di
Platone, dal cui testo prendeva le mosse, finiva per discostarsi molto
dal punto di partenza. Inizi a scrivere in et avanzata e i suoi scritti 
circolavano per lo pi nella cerchia degli allievi: il suo scolaro Por-
firio (234-305 circa) di Tiro ne fece un'edizione completa, dividendoli 
in sei gruppi ciascuno di nove opere, da cui il titolo Enneadi. Porfirio 
scrisse moltissime opere: trattazioni filosofiche, retoriche ed erudite 
varie, commenti a Omero, Platone, Aristotele e altri, una biografia di 
Pitagora. Nella linea neoplatonica ci resta da menzionare Proclo (410-
485 circa) di Bisanzio, che ad Atene fu capo dell'Accademia e produsse 
opere filosofiche e scientifiche, commenti e una raccolta di Inni. 
Diversa dalle precedenti, ma tutt'altro che unica in et tardoantica, 
una figura come quella di Giamblico (275-330 circa) di Calcide: in lui la
filosofia e la religione, intesa nei suoi aspetti misterici e magico-super-
stiziosi, si fondono e confondono in una forma di Neopitagorismo che
trae spunti anche da rivisitazioni di Platone e Aristotele.
Un breve cenno dedichiamo anche a Sinesio di Cirene (370-413 circa),
retore e filosofo pagano (neoplatonico della scuola di Ipazia in Ales-
sandria) convertito al Cristianesimo, autore di lettere e opuscoli e di 
nove Inni. Una delle figure pi interessanti dell'epoca tardoanti-
ca fu l'imperatore Giuliano (nato nel 331, imperatore dal 360 al 363),
che i cristiani definirono l'apostata per il suo abbandono del Cristia-
nesimo. Il suo utopico programma di restaurazione del paganesimo
trovava nutrimento in una sincera e profonda passione per l'antica cul-
tura della Grecia e in una generosa volont di continuazione. Impera-
tore filosofo e retore, lasci operette di vario genere, fra cui numerosi
discorsi: solo frammenti rimangono del trattato polemico Contro i Ga-
lilei, che recava il suo messaggio ideologico contro i cristiani.
A una sostanziale mancanza di vera originalit di pensiero fa riscontro
una presenza pi capillare, soprattutto nell'ambito della retorica e del-
le scienze: la filosofia diventa meno professionale e meno ristretta nella
sua cerchia (nei casi deteriori anche dilettantesca) e di conseguenza, gra-
zie anche ai mezzi forniti dalla retorica, parla a un pubblico pi ampio
occupa spazi molto pi larghi e spesso meno profondi. Diversi intellet-
tuali operano tra filosofia e oratoria, come Plutarco, Dione di Prusa e
Luciano, e ancora Sinesio e Giuliano imperatore; o fra filosofia e scien-
za, come Tolomeo e Galeno (su cui torneremo subito). Plutarco era ani-
mato da un fondo di platonismo, che poteva ben accogliere anche altri
influssi, ma lo portava a polemizzare soprattutto con le concezioni teo-
logiche dello Stoicismo e dell'Epicureismo. In Dione gli elementi della
diatriba cinico-stoica (nella quale anche Socrate giocava un ruolo, ac-
canto al principale modello rappresentato da Diogene) erano utilizzati
soprattutto in funzione del discorso pubblico. Luciano si presenta so-
stanzialmente come un eclettico, che dirige il suo sarcasmo razionalisti-
co anche contro la petulanza e pochezza dei filosofi contemporanei.
Seguace del Platonismo, non senza elementi eclettici,  pure Massimo
di Tiro (tardo secondo secolo), retore e sofista di cui abbiamo una 
quarantina di orazioni.
Le discipline scientifiche ebbero in et imperiale un importante svi-
luppo, ma non  sempre agevole separare una letteratura scientifica
da quella filosofica. L'astronomia si illustra nel secondo secolo di 
Claudio Tolomeo, la cui opera interessa anche la matematica, la geometria 
e la geografia, e inoltre l'armonia, l'ottica e altro ancora. Nel campo 
della matematica, l'opera di Pappo di Alessandria (probabilmente del terzo
quarto secolo) rappresenta un prezioso tesoro del materiale precedente. 
Si impegnano molte energie, anche in questo campo, a commentare e conser-
vare le opere della tradizione, ora che la matematica, specie in ambiente 
neoplatonico, si avvicina spesso alla dialettica o addirittura alla teo-
logia, discostandosi dalla matrice scientifica euclidea.
La gloriosa tradizione della geografia greca, spesso in stretta connes-
sione con la storiografia, culmin nei 17 libri della Geografia di Strabo-
ne (63 a.C.-30 d.C. circa), rimasti quasi per intero (mentre sono perduti i
47 libri dei Commentari storici). L'antico genere letterario della perie-
gesi, cio descrizione delle cose viste con funzione di guida, fu colti-
vato in et ellenistica e imperiale, spesso anche da storici. Alla periege-
si in versi accenneremo parlando della poesia didascalica: in prosa, l'o-
pera pi importante  la Periegesi della Grecia in dieci libri di Pausania
(secondo secolo), forse originario della Lidia, che offre una grande 
quantit di preziose notizie antiquarie, spesso di importanza decisiva 
soprattutto nel campo artistico-archeologico.
Anche l'ambito della medicina registra una fioritura rilevante. La tra-
dizione farmacologica greca si riassume nell'opera di Pedanio Diosco-
ride (primo secolo) di Anazarbo in Cilicia. Medici e autori di scritti di 
medicina sono Areteo (primo secolo) di Cappadocia, Rufo di Efeso (primo-
secondo secolo) e Sorano di Efeso (primo-secondo secolo); ma il culmine 
si raggiunge con l'opera di Claudio Galeno (secondo secolo) di Pergamo, 
forse dopo Ippocrate il pi importante medico dell'antichit (assai noto 
anche ai suoi tempi), la cui personalit multiforme e la vastissima pro-
duzione hanno rilevanza anche per la storia della filosofia e della filo-
logia. Molti medici postgalenici si dedicarono alla produzione di compendi 
e manuali tratti dagli scritti dei predecessori, ma la maggior parte delle 
loro opere  perduta: va ricordato per Oribasio (quarto secolo) di Pergamo, 
medico personale dell'imperatore Giuliano, le cui opere godettero di 
grande fortuna nel Medioevo.

c) Oratoria, retorica, critica letteraria, erudizione
Se si deve indicare un'attivit intellettuale che in epoca imperiale ha
una larga prevalenza ed esercita una specie di dominio, informando di
s praticamente tutta la sfera creativa umana che si serve della parola,
questa  la retorica, intesa come disciplina istituzionalizzata, formaliz-
zata e normativa, con le sue scuole e correnti di gusto. C' tuttavia una
singolare discordanza fra l'immagine della produzione oratoria e reto-
rica che ricaviamo da quanto  conservato e quella che ci  presentata
da fonti antiche: la selezione dei secoli ha operato con orientamenti di-
versi da quelli degli antichi interpreti. Le Vite dei sofisti di Flavio 
Filostrato ci offrono tra l'altro la denominazione di Seconda sofistica
evidentemente dettata dalla volont di rinnovare i fasti della sofistica
classica. Il quadro di Filostrato non comprende Luciano, fa uno spazio
piuttosto limitato a Dione di Prusa, Favorino ed Elio Aristide, mentre
gratifica del ruolo di rinnovatori della sofistica Niceta di Smirne (et 
neroniana) e il suo discepolo Scopeliano, ed  poi dominato dalle lunghe
biografie di Polemone (88-144 circa) e di Erode Attico (secondo secolo), 
personaggi di grande fama e influenza nella loro epoca, dei quali per il 
tempo ha inghiottito quasi tutto. Ma oltre a questo, la principale espres-
sione della retorica imperiale  indicata da Filostrato nella melete, 
quell'esercizio di declamazioni fittizie originariamente scolastico e poi 
diventato una vera forma di esibizione-spettacolo, che ai nostri occhi ha 
invece un valore abbastanza relativo e semmai documentario. Anche se pos-
siamo ritenere opportuno ridimensionare o correggere il quadro offer-
toci da Filostrato, non possiamo pensare di negarne in tutto il valore,
malgrado la selezione diversa che ci viene presentata dalla nostra tradi-
zione. Ricordiamo anche gli aspetti sociali e politici della Seconda so-
fistica, per quanto i personaggi siano eterogenei: la valenza pubblica
del sofista di successo, famoso, ammirato, corteggiato, produceva facil-
mente delle conseguenze anche politiche, nel senso di cariche nelle isti-
tuzioni, vicinanza ai potenti, posizioni di privilegio.
Lasciando perdere la dibattuta questione delle origini e dei fondatori
dell'atticismo, ricordiamo in Dionigi d'Alicarnasso e Cecilio di Calatte 
due promotori importanti, in et augustea, di un orientamento che diventer 
assai vasto e comprensivo: esso si configur essenzialmente come un problema 
di scelta dei modelli da imitare, identificati negli scrittori attici del 
quinto e quarto secolo (l'uno o l'altro o un insieme eclettico), e costitu 
un elemento primario del classicismo del tempo (sviluppando anche una 
vera dottrina linguistica: basti pensare alla fioritura della les-
sicografia specificamente atticista). Bisogna guardarsi dall'identificare
atticismo e Seconda sofistica e anche dal vedere in quest'ultima una
specie di gruppo omogeneo nelle scelte stilistiche e nel gusto: il dibatti-
to era articolato e le scelte differenziate e personali. Modelli come Lisia
o Demostene venivano contrapposti alla retorica sviluppatasi in tempi
pi recenti soprattutto nelle citt d'Asia e vista come teatrale, esibizio-
nista, patetica, ricercatrice di gonfi effetti psicagogici, stilisticamente 
ridondante: la contrapposizione fra atticismo e asianesimo  dunque da
vedersi fra diversi orientamenti del gusto retorico-stilistico, avendo il
secondo una specifica tendenza allo stile declamatorio ereditato dalla re-
torica ellenistica (se ne indicava l'iniziatore in Egesia di Magnesia, 
terzo secolo a.C.), laddove il primo intese spezzare questa continuit, 
scavalcando all'indietro l'et ellenistica (giudicata una parentesi nega-
tiva) con un ritorno ai modelli attici.
Per molto tempo si  creduto di poter interpretare larga parte della re-
torica del primo secolo sulla base della controversia fra Apollodoro di 
Pergamo e Teodoro di Gadara, maestri di retorica a Roma, e fra le rispet-
tive scuole (Apollodorei e Teodorei), drammatizzata per successive gene-
ralizzazioni fino alle dimensioni di un conflitto ideologico che avrebbe
contrapposto la libera ispirazione naturale (Teodoro) alla rigida nor-
mativit scientifica ma fredda (Apollodoro). Fu una divergenza assai
pi limitata, su alcuni punti precisi del sistema retorico e dello schema
del discorso, nel quale Apollodoro ammetteva meno libert di Teodo-
ro: un contrasto tecnico, che con ogni probabilit non usciva dal contesto
di un classicismo atticista gi in via di consolidamento.
Un grosso spazio occupa la pi o meno secca precettistica delle Te-
chnai, i manuali legati all'insegnamento dei maestri di retorica, il cui
ruolo sociale era diventato importante per la preparazione professio-
nale che forniva, suscettibile di portare al successo. Quanto abbiamo 
per lo pi il resto depauperato e semplificato, spesso in forma di vero e
proprio riassunto, di un'ampia produzione di scuola, per la quale era es-
senziale disporre di strumenti normativi, complessivamente inquadrati
in uno standard didattico e terminologico, in un periodo in cui l'inse-
gnamento e l'apprendimento di questa arte conobbero forse la massi-
ma diffusione. Abbiamo da Quintiliano un'idea del corso completo di
istruzione, in greco possediamo solo dei segmenti. Un cenno almeno va
dedicato a: Elio Teone (fine primo secolo), di cui abbiamo in buona parte 
gli Esercizi preparatori; Alessandro figlio di Numenio (secondo secolo), 
autore di un trattato Sulle figure conservato in riassunto; Apsine (terzo
secolo) di Gadara, maestro di retorica in Atene; l'importante Techne del 
cosiddetto Anonimo Segueriano (inizio del terzo secolo?); Cassio Longino 
(terzo secolo), della cui Retorica abbiamo solo frammenti; Menandro retore
(fine terzo secolo), sotto il cui nome sono giunti due trattati sull'ora-
toria epidittica, esempio di cosa era utile agli oratori pubblici. Ermogene 
(secondo-terzo secolo) di Tarso  l'autore importante di cui abbiamo opere 
intere: gi nella tarda antichit e in et bizantina era ritenuto un punto 
di riferimento, se la sua Techne era il manuale che tutti hanno fra le 
mani (Suda). Con lui vediamo un mutamento di prospettiva, per cui la dot-
trina retorica diventa una scienza rarefatta in una totale astrazione, 
svincolata dal ricorso all'esemplificazione concreta dei testi: una nor-
mativa essenziale con volont onnicomprensiva e suscettibile di essere ap-
plicata come un'arte combinatoria degli elementi di una griglia prefissata.
A parte il pi tardo approdo della tecnografia scolastica, retorica e
critica letteraria sono compenetrate ed  impossibile tracciare fra loro
una linea di demarcazione: se la retorica non poteva fare a meno dell'a-
nalisi degli autori, quest'ultima non poteva non impiegare gli strumenti
della retorica. Tutta l'erudizione grammaticale, filologica, lessicogra-
fica rientra nello stesso grande alveo intellettuale e culturale,
volto ad approfondire con ogni mezzo la comprensione dei grandi scrit-
tori del passato. Anche la biografia cospira nello stesso senso, almeno
per quella parte che  ricostruzione della vita degli autori, fondata 
sulle notizie ricavabili dall'interpretazione dei loro testi.
Problematico da collocare  il trattato Sullo stile pervenutoci sotto il
nome di un Demetrio di incerta identificazione: esso mostra influenze
della tradizione peripatetica e cita molti autori, ma presenta una pro-
pria teoria degli stili, basata su una classificazione senza paralleli. 
La datazione pi probabile oscilla fra i secoli primo a.C. e primo d.C.
La forma mutilata in cui  pervenuto l'anonimo Del sublime non impe-
disce di apprezzarne le qualit. Oggi lo si colloca bene nel contesto della
cultura di et augustea e immediatamente successiva, per cui il proble-
ma dell'identit dell'autore (nel manoscritto: Dionisio Longino) ha
perso molto della sua drammaticit. Il tema (cosa veramente rende gran-
di le opere grandi? come si raggiunge il sublime nella letteratura?) era
dibattuto e l'autore polemizza con un'opera analoga di Cecilio di Ca-
latte: si identifica dunque come uno degli intellettuali greci che parlano
al mondo romano; appartiene a un ambiente retorico (e a una cerchia
ebraica) dai contorni definiti, di cui condivide temi, modelli e strumen-
tazione tecnica. Egli vede nel sublime il frutto di alte qualit morali e
spirituali, di un'elevata coscienza etica, di una naturale aspirazione alla
grandezza sostenuta da studio assiduo, da una tecnica retorica sorve-
gliata e sicura. La precettistica  sostanziata da molte citazioni da poeti
e prosatori del passato classico, materiali spesso di comune utilizzazio-
ne ma rivisitati in contesti personali e con commenti talora folgoranti.
L'opera pervenuta di Dione (40-120 circa) di Prusa in Bitinia, detto Cri-
sostomo (cio dalla bocca d'oro), rappresenta l'unico caso di orazio-
ni pronunciate nella vita pubblica e conservate, e offre un esempio con-
creto di questa oratoria politica. Filosofo e retore integrato, uomo di cul-
tura impegnato a perseguire la concordia nella politica, compose anche
orazioni di contenuto letterario, etico-filosofico, descrittivo. Il suo 
stile semplice e piacevole, frutto di attenta lima, prende a modello 
Platone e Senofonte e divenne a sua volta un esempio.
Favorino (primo-secondo secolo) di Arelate (attuale Arles) fu discepolo 
di Dione a Roma: vi tenne scuola e ricopr alte cariche, ma viaggi molto
come oratore di successo. Della sua vasta opera rimane solo qualche ora-
zione e cospicui frammenti del discorso Sull'esilio (fu esiliato verso la 
fine del regno di Adriano, ma torn a Roma sotto Antonino Pio). Non molto 
rimasto di Antonio Polemone (primo-secondo secolo) di Laodicea in Frigia, 
la cui opera principale erano le Declamazioni, perdute salvo due; e di 
Erode Attico (secondo secolo), discepolo di Favorino, uomo politico e 
maestro di retorica ad Atene e a Roma: il suo atticismo esercit parecchia 
influenza, ma possiamo leggere solo un'orazione Sullo stato.
Uno dei personaggi di maggior rilievo  Elio Aristide (secondo secolo) di 
Adriani in Misia. L'eccezionale padronanza di elaborazione stilistica e 
di imitazione perfetta dei modelli antichi gli permetteva una versatilit 
inusitata, ma nemmeno lui  un tipico rappresentante della Seconda sofisti-
ca, perch rifiut l'improvvisazione virtuosistica che era propria del
conferenziere di successo (anche se Filostrato lo annovera fra i grandi
del movimento). La sua fama era tale che Marco Aurelio non disdegna-
va una lunga attesa per ascoltarlo: si sorprende il legame col potere im-
periale dell'uomo che scrisse il gi citato Encomio di Roma. Ci restano
55 orazioni, fra cui hanno un valore particolare i sei Discorsi sacri su
temi religiosi.
Un posto in questo quadro ha anche Claudio Eliano (170-235 circa) di
Preneste, dunque un laziale che si impadron impeccabilmente della
lingua greca ed esercit la retorica a Roma: di lui restano opere miscel-
lanee di carattere compendiario. Abbiamo notizie confuse a proposito
di quattro Filostrati, che non  sempre facile distinguere l'uno dall'al-
tro: il pi importante  Flavio Filostrato (secondo-terzo secolo), detto 
anche il maggiore, a cui abbiamo gi fatto riferimento, autore della Vita 
di Apollonio di Tiana, delle Vite dei sofisti e delle Immagini (descri-
zioni di quadri). Due personalit di primo piano sono Plutarco e Luciano. 
Di Plutarco (45-125 circa) di Cheronea in Beozia possediamo una raccolta 
miscellanea di 78 scritti, i Moralia, e 23 coppie di Vite parallele, che 
accostano le biografie di un personaggio greco e di uno romano, chiuse 
con un breve confronto. Condusse vita relativamente appartata nella sua 
citt, dove riceveva in casa amici e discepoli; occup funzioni ammini-
strative a Cheronea, fu sacerdote di Delfi, ma non partecip mai alla vita 
politico-sociale centrale dell'Impero. Abbiamo gi detto del suo fondamen-
tale platonismo, non privo di altri influssi: la sua concezione del signi-
ficato della tradizione ellenica si riassume nell'ideale della filantropia, 
l'accento posto sulla dignit dell'uomo, sul suo valore essenziale e sul-
l'importanza dei rapporti umani. Scriveva molto e volentieri e molto si  
perduto.
Se le Vite presentano una galleria di grandi personaggi storici, i Moralia
trattano un'infinit di temi, da quelli etici e pedagogici a quelli politi-
ci, dalle polemiche ed esegesi filosofiche alla religione e alle scienze na-
turali, dall'erudizione antiquaria e filologico-letteraria alle declamazioni
retoriche. Una molteplicit di interessi cui corrisponde un sostanziale
eclettismo, che aderisce alla realt senza impennate.
Luciano (120-180 circa) di Samosata in Siria  un osservatore scanzonato 
della realt dei suoi tempi, capace di scrivere su temi diversi e con il
distacco ironico e razionalista dell'intelligenza acuta, per cui tutto  se-
rio senza esagerare e tutto pu essere oggetto di garbato sorriso. La sua
opera rivela, attraverso il filtro dell'ironia anche tagliente, l'osserva-
tore curioso e penetrante della realt multiforme. Abbiamo detto sopra del
suo eclettismo filosofico, ma Luciano  un personaggio tipico del perio-
do anche per altri aspetti: un provinciale nell'Impero romano che as-
sorb la cultura e la lingua greca cos a fondo da diventarne uno dei mag-
giori esponenti del suo secolo, che percorse svariate regioni come reto-
re di successo, senza rinunciare a dare un'immagine quasi sempre ironica
o addirittura sarcastica del mondo che aveva sotto gli occhi, che ricopr
un'importante carica nell'amministrazione della giustizia in Egitto pri-
ma di tornare a stabilirsi definitivamente ad Atene. Di lui ci sono giunti
oltre ottanta opuscoli (qualcuno non autentico) su temi disparati: meri-
ta attenzione il suo particolare uso del dialogo, che combina la tradizio-
ne del dialogo filosofico con quella della commedia. La sua scrittura 
di semplicit apparente, dietro la quale sta una lingua di grande ricchez-
za e un raffinatissimo uso delle risorse retoriche.
L'ultima retorica pagana nel quarto secolo si identifica nelle scuole 
(Atene, Alessandria, Costantinopoli, Gaza, Antiochia), divenute il centro 
conservativo della tradizione. Imerio (310-390 circa) di Prusa insegn 
retorica ad Atene con successo: abbiamo 23 orazioni, sei delle quali sono 
declamazioni fittizie su temi storici classici. Di Libanio (314-393) di An-
tiochia, celebre maestro di retorica nella sua citt, rimangono oltre 60
orazioni e una raccolta di lettere. Temistio (317-388 circa) veniva dalla
Paflagonia e tenne scuola a Costantinopoli: retore con particolare pro-
pensione filosofica, fu esegeta di Platone e Aristotele e ha lasciato 33
orazioni. Filosofi e retori, dei quali abbiamo gi parlato, furono anche
Giuliano Imperatore (fra i discorsi ricordiamo quelli Alla madre degli
di e A Helios, di notevole vigore religioso) e Sinesio (che propone Dio-
ne di Prusa come proprio modello). Rimane infine la scuola di Gaza:
Procopio (465-530 circa) di Gaza, autore di orazioni, esercitazioni retori-
che, lettere, opere teologiche ed esegetiche; e i suoi concittadini, il 
contemporaneo Enea e il discepolo Coricio.
Un capitolo importante  costituito dalla letteratura erudita: la filolo-
gia, la grammatica, la lessicografia, sillogi antiquarie e dossografiche e
raccolte varie di materiali. La grande stagione creativa della filologia e
dell'interpretazione dei testi si era svolta in et alessandrina, nei secoli
successivi ci si dedic soprattutto al lavoro di conservazione, raccolta e
compendio: commentari e opere erudite di vario genere venivano rias-
sunti e sintetizzati in prodotti miscellanei, riunificati in compilazioni
manualistiche, ridotti in annotazioni dossografiche talvolta ricche, tal-
volta scarne. Nell'arco dell'et imperiale e poi di quella tardoantica si
svolgono le prime fasi decisive di preludio alla formazione delle raccol-
te scoliografiche bizantine.
Anche la lessicografia, dopo gli inizi alessandrini, ebbe in et imperia-
le uno sviluppo enorme: lessici dialettologici, sinonimici, etimologici, 
di singoli autori (come quello omerico di Apollonio Sofista, primo secolo) 
o generi (tragici, comici, storici, eccetera), lessici atticisti, onomasti-
ci (come quello di Giulio Polluce, secondo secolo), compilazioni su argo-
menti particolari (come il lessico etnico-geografico di Stefano Bizantino, 
sesto secolo). Si realizzano grandi raccolte lessicali: celebre quella 
enorme di Panfilo (primo secolo), usata da Diogeniano (secondo secolo) 
come base per il suo lessico; Diogeniano a sua volta fu utilizzato da 
Esichio di Alessandria (quinto-sesto secolo), il cui lessico ci 
pervenuto in forma non completa e interpolata. Accenniamo appena,
per finire, alle grosse preziose raccolte di et bizantina, come il lessico
di Fozio (nono secolo), la Suda (decimo secolo) e i maggiori Etimologici.
In et imperiale romana si svolge il massimo lavoro di sistemazione e
consolidamento del pensiero e della normativa grammaticale: dalle an-
tiche radici stoiche e alessandrine alla Techne grammatik attribuita a
Dionisio Trace (secondo secolo a.C.), si arriva ai due colossi della 
grammatica greca, Apollonio Discolo e suo figlio Elio Erodiano (secondo 
secolo), dell'opera dei quali possiamo leggere resti considerevoli.
L'epoca dell'erudizione  anche quella dei compendi, delle sillogi anti-
quarie ed enciclopediehe, delle raccolte dossografiche. Sotto questa luce
si possono vedere opere come la Periegesi di Pausania e le Vite dei 
filosofi di Diogene Laerzio; come la Storia varia di Claudio Eliano 
(secondo-terzo secolo) e l'analogo scritto, perduto, di Favorino. E in 
questa categoria possono rientrare ancora: i Sofisti a banchetto di 
Ateneo di Naucrati (secondo-terzo secolo), miscellanea di materiale let-
terario e antiquario; l'opera di Giovanni di Stobi in Macedonia (quinto
secolo), che raggrupp per argomenti citazioni da vari autori in una rac-
colta dal titolo Anthologion.
Opere rappresentative della tendenza di un'epoca assiduamente volta
a studiare, raccogliere, riassumere, conservare tesori di dottrina che
rappresentavano una gloriosa eredit intellettuale e culturale.

d) Romanzo
Il romanzo in prosa  forse la maggiore novit della letteratura greca
di et imperiale. Il genere esisteva dal secondo secolo a.C. e in et 
ellenistica aveva gi avuto una considerevole crescita: brevi estratti 
di un romanzo d'avventure scritto nel secondo secolo a.C. dal siriano 
Iambulo; frammenti del cosiddetto Romanzo di Nino, datato intorno al 100 
a.C. Tuttavia in et imperiale sembra da collocarsi la maggiore fortuna 
e diffusione di questa narrazione di intrattenimento.
La questione delle origini del romanzo greco fu tanto dibattuta, che fi-
niva quasi per far passare in secondo piano lo studio dei testi romanze-
schi per se stessi. Oggi il problema genetico  guardato con assai meno
tensione e si preferisce indagare i diversi ingredienti che hanno in modi
diversi influito sulla formazione del genere narrativo romanzo greco
(facendo attenzione a non cadere nella tentazione di vedere in esso una
sorta di preforma ancora imperfetta del romanzo borghese moderno o
addirittura una manifestazione pi o meno valida di una categoria del-
lo spirito identificata come il romanzesco). Le teorie formulate in
passato si fissavano su un'origine orientale o sulla nascita del genere
nell'ambito dei misteri religiosi o indicavano come luogo di formazione
le scuole di retorica: elementi che possono aver giocato un ruolo e che
ancora  opportuno chiamare in causa, ma insieme a diversi altri. Non
si pu trascurare l'influsso, per quanto lo si ritenga indiretto, di un 
genere lontano dal romanzo come la commedia nuova, con il tipico cano-
vaccio che vuole due giovani innamorati felicemente riuniti dopo esse-
re stati sballottati per varie peripezie da un destino, o meglio dalla Ty-
che, che li vede protagonisti passivi di traversie e avventure. Deve poi
essere sottolineato il rapporto con l'antica tradizione epica, il cui in-
flusso sulla formazione di una narrazione romanzesca  innegabile a li-
vello di strutture del racconto e di materiali; e non bisogna dimenticare
infine sia la presenza in vari ambiti letterari di materiale novellistico
(segnatamente la cosiddetta novella milesia, che esercit il suo in-
flusso anche su Petronio e Apuleio), sia una certa storiografia con ca-
ratteri pi d'intrattenimento che pragmatici.
Dobbiamo distinguere i romanzi trasmessi per intero attraverso i ma-
noscritti bizantini da quelli noti solo parzialmente per altre vie, soprat-
tutto ritrovati in frammenti papiracei la cui conservazione  casuale:
ci che abbiamo perduto  davvero molto. La tradizione manoscritta ci
ha conservato i seguenti romanzi: Caritone di Afrodisia (primo secolo), 
Le avventure di Cherea e Calliroe; Senofonte Efesio (secondo secolo), 
Ephesiak (Racconti efesii di Anzia e Abrocome); Achille Tazio (secondo
secolo), Le avventure di Leucippe e Clitofonte; Longo Sofista (secondo-
terzo secolo), Romanzo pastorale di Dafni e Cloe; Eliodoro (terzo o quarto
secolo), Storie etiopiche. Solo un riassunto, contenuto nella Biblioteca 
di Fozio, abbiamo del romanzo di Antonio Diogene (primo secolo), Le me-
raviglie al di l di Tule (di cui qualche estratto  anche nella Vita di 
Pitagora di Porfirio), e delle Storie Babilonesi del siriano Giamblico 
(secondo secolo). Frammenti papiracei ci fanno conoscere parti del gi 
citato Romanzo di Nino (secondo-primo secolo a.C.), di autore ignoto; dei
Phoinikik di Lolliano di Efeso (secondo secolo); e ancora di: Romanzo di 
Metioco e Partenope (primo secolo a.C.?), Romanzo di Sesoncosi, Romanzo di
Iolao. Molti frammenti adespoti poi attestano l'ampia diffusione del genere
in diversi strati di lettori, da quello colto e raffinato a quello popo-
lare e di gusti semplici. Almeno il re assiro Nino e il faraone Sesoncosi 
mostrano che, forse soprattutto in una fase pi antica, protagonisti del 
romanzo potevano essere anche personaggi storici. Un precedente che
pu aver giocato il suo ruolo sar stata allora la tradizione di storia ro-
manzata fiorita intorno alle imprese di Alessandro Magno: e proprio al
primo degli storici di Alessandro fu falsamente attribuita quella cu-
riosa opera che va sotto il titolo di Romanzo di Alessandro (normalmen-
te detto lo pseudo-Callistene), pervenuta in diverse recensioni (e
molte traduzioni) risalenti a un romanzo epistolare: una sua origine in
et alessandrina  pressoch sicura, ma diverse redazioni e traduzioni
si diffusero in et imperiale.
Il motivo prevalente  quello dell'eros, un innamoramento lecito pri-
ma contrastato e infine vincitore, fedele e dunque tenacemente casto du-
rante le peripezie prima della conclusiva riunificazione. Lo schema nar-
rativo  dato dal racconto d'amore e d'avventura, spesso con il ricorso
alla struttura del viaggio: una coppia di giovani innamorati viene forza-
tamente separata ed  vittima di una serie di ostacoli e traversie in vari
luoghi, prima dell'inevitabile lieto fine. Gli eroi appaiono in bala di 
una sorte un p capricciosa e un p tiranna, ma non tanto crudele da im-
pedire la conclusiva felicit. La capacit del narratore si esercita su 
una vasta gamma pi o meno topica (non c' alcuna volont di realismo,
semmai la cifra  quella delle situazioni idealizzate) di accadimenti che
movimentano la narrazione. Tuttavia l'amore non  l'unico tema di tut-
ti i testi in qualche modo conosciuti: specie se teniamo conto di quelli
non pervenuti per intero, troviamo anche il caso del romanzo fantasti-
co d'avventura e di viaggio, in cui la tematica erotica  assente o in-
cidentale. Sembra chiaro che la selezione del tempo e della tradizione, 
per qualche via e qualche ragione, ha poi privilegiato un tipo di romanzo,
con sacrificio per una assai maggiore articolazione del genere: e questo
non solo per i contenuti, ma anche sul piano dello stile e del pubblico.
Pervenuto fra le opere di Luciano, ma probabilmente spurio, Lucio o
l'asino  un breve romanzo in cui un tale Lucio, per uso maldestro di
filtri magici, si trasforma in asino invece che in uccello e dopo varie 
traversie recupera la forma umana. Lo stesso tema raccontava in pi libri
un'opera perduta di un tale Lucio di Patre e fu ripreso da Apuleio nelle
Metamorfosi o Asino d'oro: ne  sorta una complessa questione filologica
oltre che sulla paternit del Lucio o l'asino, sul rapporto di tale ope-
retta con Lucio di Patre (semplice riassunto, conciso rifacimento pi o 
meno originale?), sull'identit di quest'ultimo e sui rapporti con Apuleio.
Accenniamo anche ai romanzi sul tema della saga troiana, scritti sulla
formula del testimone oculare, di Ditti Cretese (Efemeride della guer-
ra di Troia) e Darete Frigio (Storia della caduta di Troia), per molto tem-
po noti solo nella versione latina e di cui  ora accertata l'esistenza 
di un originale in greco, probabilmente del primo secolo. Ditti afferma
di aver tenuto un diario durante la guerra; Darete, sacerdote troiano, 
presenta la vicenda dal punto di vista degli sconfitti.

e) Poesia
Il genere poetico pi significativo  l'epigramma: tematica e stile dei
grandi modelli ellenistici vengono ripresi in una ricca produzione, per
lo pi in distici elegiaci. I maggiori rappresentanti sono: Crinagora di
Mitilene e Antipatro di Tessalonica in et augustea; Marco Argentario
Lucillio e Filippo di Tessalonica nel primo secolo; Stratone di Sardi e 
Rufino nel secondo secolo; Pallada di Alessandria, nel quarto o quinto
secolo. Al tempo di Giustiniano, Paolo Silenziario (autore anche di 
ekphraseis in versi) e Agazia (anche storico) segnano l'ultima fioritura 
di questa poesia.
La maggioranza degli epigrammi greci ci  giunta nella celebre Anto-
logia Palatina. La produzione epigrammatica ellenistica fu raccolta nel-
la Corona di Meleagro di Gadara (primo secolo a.C.): a essa seguirono 
la Corona di Filippo di Tessalonica (primo secolo) e pi tardi il Ciclo 
di Agazia (sesto secolo); ma vanno ricordate anche l'Anthologion di 
Diogeniano di Eraclea (secondo secolo) la raccolta di Stratone di Sardi 
dedicata all'amore omosessuale (secondo secolo), la Pammetros di Diogene 
Laerzio (terzo secolo), gli epigrammi cristiani di Gregorio di Nazianzo 
(quarto secolo). Queste fonti furono utilizzate fra l'895 e il 900 da 
Costantino Cefala per la sua Antologia: verso la fine del decimo secolo
un ignoto cultore utilizz l'opera di Cefala come base per la pi ampia
Antologia Palatina, circa 3700 epigrammi divisi in quindici libri secondo
il contenuto: il vero corpo dell'antologia comincia con il libro quarto 
formato dai proemi delle raccolte di Meleagro, Filippo e Agazia; abbiamo
poi gli epigrammi erotici (libro quinto), dedicatori (sesto), sepolcrali 
(settimo), di Gregorio di Nazianzo (ottavo), epidittici (nono), parenetici 
(decimo), simposiali e satirici (11esimo), sull'eros omosessuale (12esimo). 
Qualche tempo dopo, negli anni 1299-1301, il monaco Massimo Planude fece 
una sua raccolta in sette libri, che ci d circa 388 epigrammi assenti 
nella Palatina.
Anche l'epica continu a essere coltivata. Quinto di Smirne (in Asia
Minore), vissuto probahilmente nel terzo secolo, racconta nei Posthomerica
gli avvenimenti posteriori all'Iliade. La pi svigorita ripresa omerica
produce giochi come l'Iliade senza una lettera (in ogni canto mancava la
corrispondente lettera dell'alfabeto) di Nestore di Laranda (secondo-terzo
secolo), autore anche di Metamorfosi, Alessandreide e poemi didascalici: 
suo figlio Pisandro di Laranda aveva scritto le lunghissime Teogamie 
eroiche in 60 libri. L'epos eroico-mitologico annovera ancora Scopeliano di
Clazomene, del primo secolo, e un certo Dionisio vissuto forse poco pi 
tardi: il primo scrisse una Guerra dei Giganti; del secondo abbiamo fram-
menti di due poemi, Gigantiade e Bassarica. Poesia d'occasione e poemi 
mitologici e storici produsse Soterico di Oasi (terzo-quarto secolo). 
Anche Claudio Claudiano (365-404 circa), peraltro poeta in lingua latina, 
scrisse una Gigantomachia in greco.
In un gruppo di poeti di provenienza egiziana, la figura di maggior
spicco  Nonno di Panopoli, da collocarsi probabilmente nel quinto sec., 
autore delle Dionisiache, in 48 libri: si narra la storia del dio Dioniso, 
dai fatti precedenti alla nascita fino alla giovinezza, per arrivare al-
l'episodio della vittoriosa spedizione del dio in India contro il re De-
riade; seguono le imprese successive fino all'accoglimento di Dioniso fra 
gli di Olimpi. Probabilmente alla seconda met del terzo secolo va datato 
Trifiodoro, anch'egli di Panopoli, autore di un poemetto sulla Presa di 
Ilio; nel quinto secolo visse Pamprepio di Panopoli, autore di poesia 
d'occasione e degli Isaurica; posteriore a Nonno  invece Colluto di Li-
copoli in Egitto, vissuto fra quinto e sesto secolo e autore di un poe-
metto sul Rapimento di Elena. Pi interessante  Museo, forse vissuto fra 
quinto e sesto secolo: abbiamo l'epillio Ero e Leandro, sulla delicata 
storia di amore e morte del giovane Leandro, che ogni notte attraversava 
a nuoto l'Ellesponto da Abido a Sesto per incontrare l'amata Ero.
L'esametro  usato anche dalla poesia didascalica: un genere di nobili
origini (fatto risalire a Esiodo), che in et imperiale fu coltivato con ri-
sultati per lo pi abbastanza mediocri. Il pi interessante  forse Dioni-
sio Periegeta (secondo secolo), autore di una Descrizione della terra; 
Oppiano (secondo-terzo secolo?) di Anazarbo in Cilicia scrisse un poema 
sulla pesca, il suo omonimo Oppiano (terzo secolo) di Apamea in Siria  
autore di uno sulla caccia. Nella stessa tradizione metrico-formale rien-
trano gli esametri della tarda innografia, cui si dedicarono Sinesio di 
Cirene e Proclo di Bisanzio (anche filosofi). Sinesio lasci una singolare 
raccolta di Inni su temi filosofico-religiosi mischiati a contenuti neo-
platonici e cristiani. Gli Inni di Proclo, dedicati alle divinit dell'an-
tico pantheon ellenico, sono l'ultimo prodotto dell'innografia religiosa 
pagana, la cui tradizione risale agli Inni omerici. Con alcuni degli inni 
per divinit pagane di Mesomede (secondo secolo) si conserva la notazione 
musicale, una delle poche testimonianze sulla musica antica.
Incerta  la cronologia di componimenti che rientrano nell'ambito della 
poesia orfica: possono risalire a nuclei assai antichi, ma  difficile
che la redazione conservata sia anteriore al secondo secolo, pi probabile 
 che sia posteriore. Devono la loro fortuna alla reviviscenza in et 
tardoantica di tendenze mistiche e misteriche di orientamento neoplatonico 
e neopitagorico, di cui abbiamo parlato. Si tratta di due poemetti in esa-
metri: Argonautik (sul mito degli Argonauti) e Lithik (sulle propriet
magiche delle pietre); e di una raccolta di 87 Inni in esametri costituiti
da un elenco di epiteti della divinit racchiusi fra un'invocazione inizia-
le e una supplica finale.
Nell'ambito della letteratura oracolare abbiamo gli Oracoli sibillini
anonima raccolta di profezie redatta probabilmente nel quinto secolo, ma 
con stratificazioni che sembrano risalire, per certe parti, fino al se-
condo secolo a.C. e che non sono facili da sceverare: contiene testi di 
oracoli e detti della Sibilla, con elementi ebraici e cristiani, il cui 
contenuto riguarda la vita pubblica, catastrofi naturali, attese mes-
sianiche. Alle spalle di questo testo sta la lunga storia della Sibilla, 
venuta ai Greci dall'oriente e poi passata in Italia, di cui si impadron 
infine la propaganda ebraica e cristiana. Invece gli Oracoli caldei rien-
trano principalmente nell'alveo del Neopitagorismo: un poema fatto di 
sentenze esametriche, composto al tempo di Marco Aurelio (forse da Giu-
liano il Teurgo), i cui frammenti superstiti mostrano un sincretismo di 
elementi platonici, stoici e orientali, oltre che neopitagorici.
La favola esopica di antica memoria (Esopo, figura dai tratti leggen-
dari, sarebbe vissuto nel sesto secolo a.C., ma le radici della favola 
si perdono nel passato pi remoto), originariamente in prosa, che nella 
letteratura latina aveva trovato la rivisitazione poetica di Fedro, go-
dette di larga fortuna e lasci diverse tracce nella letteratura greca. 
In et imperiale essa rifiorisce nelle composizioni di Babrio, di cui 
rimangono 123 favolette: la cronologia pi probabile  nel secondo secolo, 
lo stile e la lingua sono semplici se non addirittura dimessi, la breve 
narrazione gradevolmente limpida. L'opera di Babrio (come quella di Fedro) 
si  per cos dire dissolta in raccolte anonime di favolistica esopica 
circolanti nel Medioevo ma come autore egli fu riscoperto solo in et 
moderna. La produzione teatrale da tempo non ha pi alcuna vitalit: in 
quest'epoca, ancor pi che in et ellenistica, ci si limita alle riprese 
dei testi antichi (con una predilezione per Euripide), con larga prevalenza 
della forma antologica e sotto l'aspetto del recital d'attore. Spettacolo 
molto apprezzato  invece il mimo, che consisteva nella messa in scena, 
sulla base di un canovaccio anche scarno, di situazioni di forte effetto, 
apprezzate soprattutto dal pubblico popolare.
FINE.
