
      traduzioni telematiche a cura di

      Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo

      (casa di reclusione - Opera)



      LIBRO DI GIOBBE.



      Indice:

      1. Libro di Giobbe: pagina 2.

      2. Note: pagina 99.

      3. Commento di Ersnt Bloch al "Libro di Giobbe": pagina 100.











      LIBRO DI GIOBBE.


      PROLOGO.


      1.

      C'era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe (1): uomo  integro

      e retto, temeva Dio ed era alieno dal male.

      Gli erano nati sette figli e tre figlie;

      possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di

      buoi  e  cinquecento  asine,  e molto numerosa era la sua servit.

      Quest'uomo era il pi grande fra tutti i figli d'oriente.

      Ora i suoi figli solevano andare a fare banchetti in casa  di  uno

      di loro,  ciascuno nel suo giorno,  e invitavano anche le loro tre

      sorelle per mangiare e bere insieme.

      Quando avevano compiuto il turno dei giorni del banchetto,  Giobbe

      li mandava a chiamare per purificarli, si alzava di buon mattino e

      offriva olocausti secondo il numero di tutti loro.  Giobbe infatti

      pensava: "Forse i miei figli hanno peccato e hanno offeso Dio  nel

      loro cuore". Cos faceva Giobbe ogni volta.


      Un giorno i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore e anche

      Satana (2) era in mezzo a loro.

      Il  Signore  chiese a Satana: "Da dove vieni?".  Satana rispose al

      Signore: "Da un giro sulla terra, che ho percorso".

      Il Signore disse a Satana: "Hai  posto  attenzione  al  mio  servo

      Giobbe? Nessuno  come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme

      Dio ed  alieno dal male".

      Satana  rispose al Signore e disse: "Forse che Giobbe teme Dio per

      nulla?

      Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua  casa  e  a

      tutto quanto gli appartiene?  Tu hai benedetto il lavoro delle sue

      mani e il suo bestiame abbonda sulla terra.

      Ma stendi un po' la mano e  tocca  quanto  ha  e  vedrai  come  ti

      benedir in faccia!".

      Il Signore disse a Satana: "Ecco, quanto possiede  in tuo potere,

      ma  non  stendere  la  mano  su  di lui".  Satana si allontan dal

      Signore.

      Ora accadde che un giorno,  mentre i suoi figli e  le  sue  figlie

      stavano mangiando e bevendo in casa del fratello maggiore,

      un  messaggero venne da Giobbe e gli disse: "I buoi stavano arando

      e le asine pascolando vicino ad essi,

      quando i Sabei (3) sono piombati su di essi e li hanno  predati  e

      hanno  passato  a fil di spada i guardiani.  Sono scampato io solo

      che ti racconto questo".

      Mentre egli ancora parlava,  entr un altro  e  disse:  "Un  fuoco

      divino    caduto  dal  cielo:  si    attaccato  alle pecore e ai

      guardiani e li ha divorati.  Sono scampato io solo che ti racconto

      questo".

      Mentre  egli  ancora  parlava,  entr  un altro e disse: "I Caldei

      hanno formato tre bande: si sono gettati sopra  i  cammelli  e  1i

      hanno  presi  e  hanno  passato  a fil di spada i guardiani.  Sono

      scampato io solo che ti racconto questo".

      Mentre egli ancora parlava,  entr un altro e disse: "I tuoi figli

      e  le  tue  figlie  stavano  mangiando  e bevendo in casa del loro

      fratello maggiore,

      quand'ecco un vento impetuoso si  scatenato da oltre il  deserto:

      ha investito i quattro lati della casa, che  rovinata sui giovani

      e sono morti. Sono scampato io solo che ti racconto questo".


      Allora  Giobbe  si  alz e si stracci le vesti,  si rase il capo,

      cadde a terra, si prostr

      e disse: "Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo ci ritorner. Il

      Signore ha dato,  il Signore ha tolto,  sia benedetto il nome  del

      Signore!".

      In  tutto  questo  Giobbe  non pecc e non attribu a Dio nulla di

      ingiusto.


      2.

      Quando un giorno i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore,

      anche Satana and in mezzo a loro a presentarsi al Signore.

      Il Signore disse a Satana: "Da dove  vieni?".  Satana  rispose  al

      Signore: "Da un giro sulla terra che ho percorso".

      Il  Signore  disse  a  Satana:  "Hai posto attenzione al mio servo

      Giobbe? Nessuno  come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme

      Dio ed  alieno dal male. Egli  ancora saldo nella sua integrit;

      tu mi hai spinto contro di lui, senza ragione, per rovinarlo".

      Satana rispose al Signore: "Pelle  per  pelle;  tutto  quanto  ha,

      l'uomo  pronto a darlo per la sua vita.

      Ma  stendi  un  po'  la  mano  e toccalo nell'osso e nella carne e

      vedrai come ti benedir in faccia!".

      Il Signore disse  a  Satana:  "Eccolo  nelle  tue  mani!  Soltanto

      risparmia la sua vita".


      Satana  si  allontan  dal  Signore  e  colp Giobbe con una piaga

      maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo.

      Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo  alla

      cenere.

      Allora  sua moglie disse: "Resti ancora fermo nella tua integrit?

      Benedici Dio e muori!".

      Ma egli le rispose: "Come parlerebbe una stolta tu hai parlato! Se

      da Dio accettiamo  il  bene,  perch  non  dovremmo  accettare  il

      male?".

      In tutto questo Giobbe non pecc con le sue labbra.


      Intanto  tre  amici  di  Giobbe  erano venuti a sapere di tutte le

      disgrazie che si erano abbattute su di  lui.  Partirono,  ciascuno

      dalla sua contrada,  Elifaz il Temanita, Bildad il Suchita e Zofar

      il Naamatita (4), e si accordarono per andare a condolersi con lui

      e a consolarlo.

      Alzarono gli occhi da lontano ma non lo  riconobbero  e  dando  in

      grida,  si  misero  a  piangere.  Ognuno si stracci le vesti e si

      cosparse il capo di polvere.

      Poi sedettero accanto a lui in terra,  per sette  giorni  e  sette

      notti, e nessuno gli rivolse una parola, perch vedevano che molto

      grande era il suo dolore.


      PRIMO CICLO DI DISCORSI.


      3.

      Dopo, Giobbe apr la bocca e maledisse il suo giorno;

      prese a dire:

      Perisca  il  giorno  in cui nacqui e la notte in cui si disse: "E'

      stato concepito un uomo!".

      Quel giorno sia tenebra,  non se ne curi Dio dall'alto,  n brilli

      mai su di esso la luce.

      Lo  rivendichi  tenebra  e morte gli si stenda sopra una nube e lo

      facciano spaventoso gli uragani di giorno!

      Quella notte se la prenda l'oscurit,  non si aggiunga  ai  giorni

      dell'anno, non entri nel conto dei mesi.

      Ecco, quella notte sia sterile e non entri giubilo in essa.

      La  maledicano  quelli  che  imprecano  al  giorno,  gli esperti a

      evocare Leviatan.

      Si oscurino le stelle del suo crepuscolo,  speri  la  luce  e  non

      venga; non veda schiudersi le palpebre dell'aurora,

      poich  non  mi  ha  chiuso  il  varco del grembo materno e non ha

      nascosto l'affanno agli occhi miei!


      E perch non sono morto fin dal seno di mia  madre  e  non  spirai

      appena uscito dal grembo?

      Perch  due  ginocchia  mi  hanno  accolto,  due mammelle mi hanno

      allattato?

      S, ora giacerei tranquillo, dormirei e avrei pace

      con i re e  i  governanti  della  terra,  che  si  sono  costruiti

      mausolei,

      o con i principi, che hanno oro e riempiono le case d'argento.

      Oppure,  come aborto nascosto, pi non sarei, come i bimbi che non

      hanno visto la luce. Laggi i malvagi smettono d'agitarsi,  laggi

      riposano gli sfiniti di forze.

      I  prigionieri  hanno  pace  insieme,  non  sentono  pi  la  voce

      dell'aguzzino.

      Laggi  il piccolo e il grande,  e lo schiavo   libero  dal  suo

      padrone.


      Perch  dare  la  luce a un infelice e la vita a chi ha l'amarezza

      nel cuore,

      a quelli che aspettano la morte e non viene,  che la  cercano  pi

      d'un tesoro,

      che  godono alla vista di un tumulo,  gioiscono se possono trovare

      una tomba...

      a un uomo,  la cui via  nascosta e  che  Dio  da  ogni  parte  ha

      sbarrato?

      Cos  al  posto  del  cibo  entra il mio gemito,  e i miei ruggiti

      sgorgano come acqua,

      perch quel  che  temo  mi  accade  e  quel  che  mi  spaventa  mi

      raggiunge.

      Non ho pace, non ho requie, non ho riposo e viene il tormento!


      4.

      EIifaz il Temanita prese la parola e disse:

      Se  si  tenta  di  parlarti,  ti  sar  forse gravoso?  Ma chi pu

      trattenere il discorso?

      Ecco, tu hai istruito molti e a mani fiacche hai ridato vigore;

      e le tue parole hanno sorretto chi vacillava,  e le ginocchia  che

      si piegavano hai rafforzato.

      Ma  ora  questo  accade  a  te e ti abbatti;  capita a te e ne sei

      sconvolto.

      La tua piet non era forse la tua fiducia e l'integrit della  tua

      condotta, la tua speranza?

      Ricordalo:  quale  innocente    mai  perito  e  quando mai furono

      distrutti gli uomini retti?

      Per quanto io ho visto, chi coltiva iniquit,  chi semina affanni,

      li raccoglie.

      A  un  soffio  di  Dio  periscono e dallo sfogo della sua ira sono

      annientati.

      Il ruggito del leone e l'urlo del leopardo e i denti dei  leoncini

      sono frantumati.

      Il  leone   perito per mancanza di preda e i figli della leonessa

      sono stati dispersi.


      A me fu recata,  furtiva,  una parola e il mio orecchio ne percep

      il lieve sussurro.

      Nei fantasmi,  tra visioni notturne,  quando grava sugli uomini il

      sonno,

      terrore mi prese e spavento e tutte le ossa mi fece tremare;

      un vento mi pass sulla faccia,  e il pelo  si  drizz  sulla  mia

      carne...

      Stava  l ritto uno,  di cui non riconobbi l'aspetto,  un fantasma

      stava davanti ai miei occhi...  Un sussurro...,  e una voce mi  si

      fece sentire:

      "Pu  il  mortale  essere  giusto davanti a Dio o innocente l'uomo

      davanti al suo creatore?  Ecco,  dei suoi servi egli non si fida e

      ai suoi angeli imputa difetti;

      quanto  pi a chi abita case di fango,  che nella polvere hanno il

      loro fondamento, che cedono di fronte a un tarlo!

      Annientati fra il mattino e la sera: senza che  nessuno  ci  badi,

      periscono per sempre.

      La funicella della loro tenda non viene forse strappata?  Muoiono,

      ma non con saggezza!".


      5.

      Chiama, dunque! Ti risponder forse qualcuno?  E a chi fra i santi

      ti rivolgerai?

      Poich  allo  stolto  d  morte  lo  sdegno e la collera fa morire

      l'insensato.

      Io ho visto lo stolto mettere radici ma  rovinare  la  sua  dimora

      all'istante.

      I suoi figli sono lungi dal prosperare,  sono oppressi alla porta,

      senza difensore; l'affamato ne divora la messe e gente assetata ne

      succhia gli averi.

      Non esce certo dalla polvere la sventura n germoglia dalla  terra

      il dolore,

      ma  l'uomo che genera pene come le scintille che volano in alto.


      Io, invece, mi rivolgerei a Dio e a Dio esporrei la mia causa:

      a  lui,  che  fa  cose grandi e incomprensibili,  meraviglie senza

      numero,

      che d la pioggia alla terra e manda le acque sulle campagne.

      Colloca gli umili in alto e gli afflitti solleva a prosperit;

      rende vani i pensieri degli scaltri e le loro mani non ne compiono

      i disegni;

      coglie di sorpresa i saggi nella loro accortezza e manda in rovina

      il consiglio degli astuti.

      Di giorno incappano nel buio e brancolano in pieno  sole  come  di

      notte,

      mentre  egli salva dalla loro spada l'oppresso e il meschino dalla

      mano del prepotente.

      C' speranza per il misero e l'ingiustizia chiude la bocca.


      Felice l'uomo che  corretto da Dio: perci  tu  non  sdegnare  la

      correzione dell'Onnipotente,

      perch egli fa la piaga e la fascia, ferisce e la sua mano risana.

      Da  sei tribolazioni ti liberer e alla settima non ti toccher il

      male;

      nella carestia ti scamper dalla morte e in guerra dal colpo della

      spada;

      sarai al riparo dal  flagello  della  lingua,  n  temerai  quando

      giunge la rovina.

      Della  rovina  e  della  fame  tu  riderai  n  temerai  le bestie

      selvatiche;

      con le pietre del campo avrai un  patto  e  le  bestie  selvatiche

      saranno in pace con te.

      Conoscerai  la  prosperit  della  tua  tenda,  visiterai  la  tua

      propriet e non sarai deluso.

      Vedrai, numerosa, la prole, i tuoi rampolli come l'erba dei prati.

      Te ne andrai alla tomba in piena maturit,  come si  ammucchia  il

      grano a suo tempo.

      Ecco,  questo  abbiamo osservato:  cos.  Ascoltalo e sappilo per

      tuo bene.


      6.

      Allora Giobbe rispose:

      Se si pesasse bene il mio  cruccio  e  sulla  stessa  bilancia  si

      ponesse la mia sventura...

      certo sarebbe pi pesante della sabbia del mare!  Perci sconnesse

      sono state le mie parole,

      perch le saette dell'Onnipotente mi stanno infitte, s che il mio

      spirito ne beve il veleno e terrori immani mi si schierano contro!

      Raglia forse l'asino con l'erba davanti o muggisce il bue sopra il

      suo foraggio?

      Si mangia forse un cibo insipido,  senza sale?  O  che  gusto  c'

      nell'acqua di malva?

      Ci che io ricusavo di toccare, questo  il ributtante mio cibo!


      Oh, mi accadesse quello che invoco, e Dio mi concedesse quello che

      spero!

      Volesse Dio schiacciarmi, stendere la mano e sopprimermi!

      Ci   sarebbe   per   me  un  qualche  conforto  e  gioirei,   pur

      nell'angoscia senza piet,  per non aver rinnegato i  decreti  del

      Santo.

      Qual  la mia forza,  perch io possa durare, o quale la mia fine,

      perch prolunghi la vita?

      La mia forza  forza di macigni? La mia carne  forse di bronzo?

      Non c' proprio aiuto per me? Ogni soccorso mi  precluso?


      A  chi    sfinito    dovuta  piet  dagli  amici,  anche  se  ha

      abbandonato il timore di Dio.

      I  miei  fratelli  mi  hanno  deluso  come  un  torrente,  si sono

      dileguati come i torrenti delle valli,

      i quali sono torbidi per lo sgelo,  si gonfiano  allo  sciogliersi

      della neve,

      ma  al  tempo della siccit svaniscono e all'arsura scompaiono dai

      loro letti.

      Deviano dalle loro piste le carovane, avanzano nel deserto e ci si

      perdono;

      le carovane di Tema guardano l,  i viandanti di Saba  sperano  in

      essi:

      ma  rimangono  delusi d'avere sperato,  giunti fin l,  ne restano

      confusi.

      Cos ora voi siete per me: vedete che faccio orrore  e  vi  prende

      paura.


      Vi  ho forse detto: "Datemi qualcosa" o "dei vostri beni fatemi un

      regalo"

      o "liberatemi dalle mani di un nemico" o "dalle mani dei  violenti

      riscattatemi"?  Istruitemi e allora io tacer, fatemi conoscere in

      che cosa ho sbagliato.

      Che hanno di offensivo le giuste parole?  Ma che cosa dimostra  la

      prova che viene da voi?

      Forse  voi  pensate  a  confutare  parole  e  come sparsi al vento

      stimate i detti di un disperato!

      Anche  sull'orfano  gettereste  la  sorte  e  a  un  vostro  amico

      scavereste la fossa.

      Ma  ora  degnatevi  di  volgervi  verso  di  me: davanti a voi non

      mentir.

      Su, ricredetevi: non siate ingiusti! Ricredetevi, la mia giustizia

       ancora intatta!

      C' forse iniquit sulla mia lingua o il mio palato non  distingue

      pi le sventure?


      7.

      Non ha forse un duro lavoro l'uomo sulla terra e i suoi giorni non

      sono come quelli d'un mercenario?

      Come  lo  schiavo  sospira l'ombra e come il mercenario aspetta il

      suo salario,

      cos a me sono toccati mesi d'illusione e notti di dolore mi  sono

      state assegnate.

      Se  mi  corico dico: "Quando mi alzer?".  Si allungano le ombre e

      sono stanco di rigirarmi fino all'alba.

      Ricoperta di vermi e croste  la mia carne,  raggrinzita  la  mia

      pelle e si disf.


      I miei giorni sono stati pi veloci d'una spola, sono finiti senza

      speranza.

      Ricordati  che  un soffio  la mia vita: il mio occhio non rivedr

      pi il bene.

      Non mi scorger pi l'occhio di chi mi vede: i tuoi occhi  saranno

      su di me e io pi non sar.

      Una nube svanisce e se ne va,  cos chi scende agli inferi pi non

      risale;

      non torner pi nella sua casa, mai pi lo rivedr la sua dimora.

      Ma io non terr chiusa la bocca,  parler  nell'angoscia  del  mio

      spirito, mi lamenter nell'amarezza del mio cuore!

      Sono  forse  io il mare oppure un mostro marino perch tu mi metta

      accanto una guardia?

      Quando io dico: "Il mio giaciglio mi dar sollievo,  il mio  letto

      allevier la mia sofferenza",

      tu allora mi spaventi con sogni, e con fantasmi tu mi atterrisci.

      Preferirei  essere  soffocato,  la morte piuttosto che questi miei

      dolori!

      Io mi disfaccio, non vivr pi a lungo. Lasciami, perch un soffio

      sono i miei giorni.


      Che  quest'uomo che tu ne fai tanto conto e a lui rivolgi la  tua

      attenzione

      e lo scruti ogni mattina e a ogni istante lo metti alla prova?

      Fino  a  quando  da  me non toglierai lo sguardo e non mi lascerai

      inghiottire la saliva?

      Se ho peccato, che cosa ti ho fatto,  o custode dell'uomo?  Perch

      mi hai preso a bersaglio e ti sono diventato di peso?

      Perch  non  cancelli  il  mio  peccato  e  non  dimentichi la mia

      iniquit? Ben presto giacer nella polvere,  mi cercherai,  ma pi

      non sar!


      8.

      Allora prese a dire Bildad il Suchita:

      Fino  a  quando  dirai  queste  cose  e vento impetuoso saranno le

      parole della tua bocca?

      Pu forse Dio deviare il diritto  o  l'Onnipotente  sovvertire  la

      giustizia?

      Se i tuoi figli hanno peccato contro di lui,  li ha messi in balia

      della loro iniquit.

      Se tu cercherai Dio e implorerai l'Onnipotente,

      se puro  e  integro  tu  sei,  certamente  veglier  su  di  te  e

      ristabilir la dimora della tua giustizia;

      piccola  cosa  sar  la  tua  condizione  di  prima di fronte alla

      grandezza che avr la futura.


      Chiedilo   infatti   alle   generazioni   passate,    poni   mente

      all'esperienza dei loro padri,

      perch  noi  siamo di ieri e nulla sappiamo,  come un'ombra sono i

      nostri giorni sulla terra.

      Essi forse non ti istruiranno e ti parleranno  traendo  le  parole

      dal cuore?

      Cresce  forse  il papiro fuori della palude e si sviluppa forse il

      giunco senza acqua?

      E' ancora verde,  non buono  per  tagliarlo,  e  inaridisce  prima

      d'ogni altra erba.

      Tale  il  destino di chi dimentica Dio,  cos svanisce la speranza

      dell'empio;

      1a sua fiducia  come un filo  e  una  tela  di  ragno    la  sua

      sicurezza:

      si  appoggi alla sua casa,  essa non resiste,  vi si aggrappi,  ma

      essa non regge.

      Rigoglioso sia pure in faccia al  sole  e  sopra  il  giardino  si

      spandano i suoi rami,

      sul  terreno  sassoso  s'intreccino  le sue radici,  tra le pietre

      attinga la vita.

      Se lo si toglie dal suo luogo,  questo lo rinnega: "Non ti ho  mai

      visto!".

      Ecco la gioia del suo destino e dalla terra altri rispuntano.

      Dunque, Dio non rigetta l'uomo integro, e non sostiene la mano dei

      malfattori. Diffonder di nuovo sulla tua bocca il sorriso e sulle

      tue labbra la gioia.

      I  tuoi  nemici  saranno coperti di vergogna e la tenda degli empi

      pi non sar.


      9.

      Giobbe rispose dicendo:

      In verit io so che  cos:  e  come  pu  un  uomo  aver  ragione

      davanti a Dio?

      Se  uno  volesse disputare con lui non gli risponderebbe una volta

      su mille.

      Saggio di mente, potente per la forza,  chi s' opposto a lui ed 

      rimasto salvo?

      Sposta  le  montagne  e  non  lo  sanno,  egli  nella  sua  ira le

      sconvolge.

      Scuote la terra dal suo posto e le sue colonne tremano.

      Comanda al sole ed esso non  sorge  e  alle  stelle  pone  il  suo

      sigillo.

      Egli da solo stende i cieli e cammina sulle onde del mare.

      Crea  l'Orsa  e  l'Orione,  le  Pleiadi  e  i  penetrali del cielo

      australe.

      Fa cose tanto grandi da non potersi indagare,  meraviglie  da  non

      potersi contare.

      Ecco,  mi  passa  vicino  e  non  lo  vedo,  se ne va e di lui non

      m'accorgo.

      Se rapisce qualcosa,  chi lo pu impedire?  Chi gli pu dire: "Che

      fai?".

      Dio  non  ritira  la  sua  collera:  sotto  di lui sono fiaccati i

      sostenitori di Raab (5).


      Tanto meno io potrei rispondergli, trovare parole da dirgli!

      Se avessi anche ragione,  non risponderei,  al mio giudice  dovrei

      domandare piet.

      Se io lo invocassi e mi rispondesse,  non crederei che voglia dare

      ascolto alla mia voce.

      Egli come in una tempesta mi schiaccia,  moltiplica le mie  piaghe

      senza ragione,

      non mi lascia riprendere il fiato, anzi mi sazia di amarezze.

      Se  si tratta di forza,   lui che d il vigore;  se di giustizia,

      chi potr citarlo?

      Se avessi ragione,  il mio  parlare  mi  condannerebbe;  se  fossi

      innocente, egli proverebbe che io sono reo.

      Sono innocente? Non lo so neppure io, detesto la mia vita!

      Per   questo  io  dico:  "E'  la  stessa  cosa":  egli  fa  perire

      l'innocente e il reo!

      Se  un  flagello  uccide  all'improvviso,   della  sciagura  degli

      innocenti egli ride.

      La  terra    lasciata in balia del malfattore: egli vela il volto

      dei suoi giudici; se non lui, chi dunque sar?


      I miei giorni passano pi  veloci  d'un  corriere,  fuggono  senza

      godere alcun bene,

      volano come barche di giunchi, come aquila che piomba sulla preda.

      Se dico: "Voglio dimenticare il mio gemito,  cambiare il mio volto

      ed essere lieto",

      mi  spavento  per  tutti  i  miei  dolori;  so  bene  che  non  mi

      dichiarerai innocente.

      Se sono colpevole, perch affaticarmi invano?

      Anche se mi lavassi con la neve e pulissi con la soda le mie mani,

      allora  tu mi tufferesti in un pantano e in orrore mi avrebbero le

      mie vesti.

      Poich  non    uomo  come  me,   che   io   possa   rispondergli:

      "Presentiamoci alla pari in giudizio".

      Non c' fra noi due un arbitro che ponga la mano su noi due.

      Allontani  da  me  la  sua verga,  cos che non mi spaventi il suo

      terrore:

      allora io potr parlare senza temerlo,  perch cos non sono in me

      stesso.


      10.

      Stanco io sono della mia vita!

      Dar  libero  sfogo al mio lamento,  parler nell'amarezza del mio

      cuore.

      Dir  a  Dio:  Non  condannarmi!   Fammi  sapere  perch  mi   sei

      avversario.

      E'  forse  bene  per te opprimermi,  disprezzare l'opera delle tue

      mani e favorire i progetti dei malvagi?

      Hai forse tu occhi di carne o anche tu vedi come l'uomo?

      Sono forse i tuoi giorni come i giorni di un  uomo,  i  tuoi  anni

      come i giorni di un mortale,

      perch tu debba scrutare la mia colpa e frugare il mio peccato,

      pur  sapendo  che  io  non  sono  colpevole  e  che nessuno mi pu

      liberare dalla tua mano?


      Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno  fatto  integro  in  ogni

      parte; vorresti ora distruggermi?

      Ricordati  che  come argilla mi hai plasmato e in polvere mi farai

      tornare.

      Non mi hai colato forse come latte e fatto cagliare come cacio?

      Di pelle e di carne mi hai rivestito,  di  ossa  e  nervi  mi  hai

      intessuto.

      Vita  e  benevolenza  tu  mi  hai  concesso,  e  la tua premura ha

      custodito il mio spirito.

      Eppure,  questo nascondevi nel cuore,  so  che  questo  avevi  nel

      pensiero!

      Tu  mi  sorvegli,  se  pecco,  e  non mi lasci impunito per la mia

      colpa.

      Se sono colpevole,  guai a me!  Se giusto,  non oso  sollevare  la

      testa, sazio d'ignominia, come sono, ed ebbro di miseria.

      Se  la  sollevo,  tu  come  un leopardo mi dai la caccia e torni a

      compiere prodigi contro di me,

      su di me rinnovi i tuoi attacchi,  contro di me aumenti la tua ira

      e truppe sempre fresche mi assalgono.


      Perch  tu  mi  hai tratto dal seno materno?  Fossi morto e nessun

      occhio m'avesse mai visto!

      Sarei come se non fossi  mai  esistito;  dal  ventre  sarei  stato

      portato alla tomba!

      E non sono poca cosa i giorni della mia vita?  Lasciami, s che io

      possa respirare un poco,

      prima che me ne vada, senza ritornare verso la terra delle tenebre

      e dell'ombra di morte,

      terra di caligine e di disordine, dove la luce  come le tenebre.



      11.

      Allora Zofar il Naamatita prese la parola e disse:

      A tante parole non si dar  risposta?  O  il  loquace  dovr  aver

      ragione?

      I  tuoi sproloqui faranno tacere la gente?  Ti farai beffe,  senza

      che alcuno ti svergogni?

      Tu dici: "E' pura la mia condotta,  io  sono  irreprensibile  agli

      occhi di lui".

      Tuttavia, volesse Dio parlare e aprire le labbra contro di te,

      per manifestarti i segreti della sapienza, che sono cos difficili

      all'intelletto: allora sapresti che Dio ti condona parte della tua

      colpa.

      Credi  tu di scrutare l'intimo di Dio o di penetrare la perfezione

      dell'Onnipotente?

      E' pi alta del cielo: che cosa puoi fare?  E' pi profonda  degli

      inferi: che ne sai?

      Pi lunga della terra ne  la dimensione, pi vasta del mare.

      Se  egli assale e imprigiona e chiama in giudizio,  chi glielo pu

      impedire?

      Egli conosce gli uomini fallaci, vede l'iniquit e l'osserva:

      l'uomo stolto mette giudizio e da asino indomito diventa docile.


      Ora,  se tu a Dio rivolgerai il cuore e  tenderai  a  lui  le  tue

      palme,

      se  allontanerai  l'iniquit  che    nella  tua  mano e non farai

      abitare l'ingiustizia nelle tue tende,

      allora potrai alzare la faccia senza macchia e sarai saldo  e  non

      avrai timori,

      perch  dimenticherai  l'affanno  e te ne ricorderai come di acqua

      passata;

      pi del sole meridiano splender la tua vita,  l'oscurit sar per

      te come l'aurora.

      Ti  terrai  sicuro per ci che ti attende e,  guardandoti attorno,

      riposerai tranquillo.

      Ti coricherai e nessuno ti disturber,  molti anzi  cercheranno  i

      tuoi favori.

      Ma  gli  occhi  dei  malvagi  languiranno,  ogni scampo  per essi

      perduto, unica loro speranza  l'ultimo respiro!


      12.

      Giobbe allora rispose:

      E' vero, s, che voi siete la voce del popolo e la sapienza morir

      con voi!

      Anch'io per ho senno come voi, e non sono da meno di voi; chi non

      sa cose simili?

      Ludibrio del suo amico  diventato chi  grida  a  Dio  perch  gli

      risponda; ludibrio il giusto, l'integro!

      "Per la sventura, disprezzo", pensa la gente prosperosa, "spinte a

      colui che ha il piede tremante".

      Le tende dei ladri sono tranquille,  c' sicurezza per chi provoca

      Dio, per chi vuol ridurre Dio in suo potere.

      Ma interroga pure le bestie,  perch ti ammaestrino,  gli  uccelli

      del cielo, perch ti informino,

      o  i  rettili  della terra,  perch ti istruiscano,  o i pesci del

      mare, perch te lo facciano sapere.

      Chi non sa,  fra tutti questi esseri,  che la mano del Signore  ha

      fatto questo?

      Egli  ha  in mano l'anima di ogni vivente e il soffio d'ogni carne

      umana.

      L'orecchio non distingue forse le parole e il palato non  assapora

      i cibi?

      Nei canuti sta la saggezza e nella vita lunga la prudenza.


      In  lui  risiede  la  sapienza  e  la  forza,  a lui appartiene il

      consiglio e la prudenza!

      Ecco,  se egli demolisce,  non si pu ricostruire,  se  imprigiona

      uno, non si pu liberare.

      Se  trattiene  le  acque,  tutto  si  secca;  se le lascia andare,

      devastano la terra.

      Presso di lui c' potenza e sagacia,  a lui appartiene l'ingannato

      e l'ingannatore.

      Rende stolti i consiglieri, priva i giudici di senno;

      scioglie la cintura dei re e cinge i loro fianchi d'una corda.

      Fa andare scalzi i sacerdoti e rovescia i potenti.

      Toglie la favella ai pi veraci e priva del senno i vegliardi.

      Sui nobili spande il disprezzo e allenta la cintura ai forti.

      Strappa dalle tenebre i segreti e porta alla luce le cose oscure.

      Fa  grandi  i  popoli e li lascia perire,  estende le nazioni e le

      abbandona.

      Toglie il senno ai capi del paese e li fa  vagare  per  solitudini

      senza strade;

      vanno  a  tastoni  per le tenebre,  senza luce,  e barcollano come

      ubriachi.


      13.

      Ecco,  tutto questo ha visto il mio  occhio,  l'ha  udito  il  mio

      orecchio e l'ha compreso.

      Quello che voi sapete, lo so anch'io; non sono da meno di voi.

      Ma   io   all'Onnipotente  vorrei  parlare,   a  Dio  vorrei  fare

      rimostranze.

      Voi siete raffazzonatori di menzogne, siete tutti medici da nulla.

      Magari taceste del tutto! Sarebbe per voi un atto di sapienza!

      Ascoltate dunque il mio biasimo e alla  difesa  delle  mie  labbra

      fate attenzione.

      Volete  forse  in  difesa  di  Dio  dire  il falso e in suo favore

      parlare con inganno?

      Vorreste trattarlo con parzialit e farvi difensori di Dio?

      Sarebbe bene per voi se egli vi scrutasse? Come s'inganna un uomo,

      credete di ingannarlo?

      Severamente vi redarguir, se in segreto gli siete parziali.

      Forse la sua maest non vi incute spavento e il terrore di lui non

      vi assale?

      Sentenze di cenere sono  i  vostri  moniti,  difese  d'argilla  le

      vostre difese.

      Tacete,  state  lontani  da  me:  parler  io,  mi capiti quel che

      capiti.

      Voglio afferrare la mia carne con i denti e mettere sulle mie mani

      la mia vita.

      Mi uccida pure,  non me ne dolgo;  voglio solo difendere davanti a

      lui la mia condotta!

      Questo  mi  sar  pegno  di  vittoria,  perch  un  empio  non  si

      presenterebbe davanti a lui.


      Ascoltate bene le mie parole e  il  mio  esposto  sia  nei  vostri

      orecchi.

      Ecco,  tutto ho preparato per il giudizio,  sono convinto che sar

      dichiarato innocente.

      Chi vuol muovere causa contro di me? Perch allora tacer,  pronto

      a morire.

      Solo,  assicurami  due  cose  e  allora  non mi sottrarr alla tua

      presenza;

      allontana da me la tua mano e il tuo terrore pi non mi spaventi;

      poi interrogami pure e io risponder oppure parler  io  e  tu  mi

      risponderai.

      Quante sono le mie colpe e i miei peccati?  Fammi conoscere il mio

      misfatto e il mio peccato.

      Perch mi nascondi la tua faccia e mi consideri come un nemico?

      Vuoi spaventare una foglia dispersa dal vento e dare la  caccia  a

      una paglia secca?

      Poich  scrivi  contro  di  me sentenze amare e mi rinfacci i miei

      errori giovanili;

      tu metti i miei piedi in ceppi, spii tutti i miei passi e ti segni

      le orme dei miei piedi.

      Intanto io mi disfo come legno tarlato o come un  vestito  corroso

      da tignola.


      14.

      L'uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine,

      come  un  fiore  spunta e avvizzisce,  fugge come l'ombra e mai si

      ferma.

      Tu,  sopra un tale essere tieni aperti i tuoi occhi e lo chiami  a

      giudizio presso di te?

      Chi pu trarre il puro dall'immondo? Nessuno.

      Se i suoi giorni sono contati,  se il numero dei suoi mesi dipende

      da te, se hai fissato un termine che non pu oltrepassare,

      distogli lo sguardo da lui e lascialo stare finch abbia compiuto,

      come un salariato, la sua giornata!

      Poich anche per l'albero c' speranza: se viene tagliato,  ancora

      ributta e i suoi germogli non cessano di crescere;

      se  sotto  terra  invecchia  la sua radice e al suolo muore il suo

      tronco,

      al sentore dell'acqua rigermoglia e mette rami come nuova pianta.

      L'uomo invece,  se muore,  giace inerte;  quando il mortale spira,

      dov'?

      Potranno  sparire  le  acque  dal  mare  e  i fiumi prosciugarsi e

      disseccarsi,

      ma l'uomo che giace pi non s'alzer, finch durano i cieli non si

      sveglier, n pi si dester dal suo sonno.


      0h, se tu volessi nascondermi nella tomba, occultarmi, finch sar

      passata la tua ira, fissarmi un termine e poi ricordarti di me!

      Se l'uomo che muore potesse rivivere,  aspetterei tutti  i  giorni

      della mia milizia finch arrivi per me l'ora del cambio!

      Mi  chiameresti  e  io  risponderei,  dell'opera  delle  tue  mani

      mostreresti desiderio.

      Mentre ora tu conti  i  miei  passi,  non  spieresti  pi  il  mio

      peccato:

      in   un   sacchetto,   chiuso,   sarebbe  il  mio  misfatto  e  tu

      cancelleresti la mia colpa.

      Ohim!  come un monte finisce in una frana  e  come  una  rupe  si

      stacca dal suo posto,

      e  le  acque  consumano  le  pietre,  le  alluvioni portano via il

      terreno: cos tu annienti la speranza dell'uomo.

      Tu lo abbatti per sempre ed egli se ne va, tu sfiguri il suo volto

      e lo scacci.

      Siano pure onorati i suoi figli, non lo sa; siano disprezzati,  lo

      ignora!

      Soltanto i suoi dolori egli sente e piange sopra di s.


      SECONDO CICLO DI DISCORSI


      15.

      EIifaz il Temanita prese a dire:

      Potrebbe  il  saggio  rispondere  con  ragioni  campate  in aria e

      riempirsi il ventre di vento d'oriente?

      Si difende egli con parole senza costrutto e con discorsi inutili?

      Tu anzi distruggi la religione e abolisci la preghiera  innanzi  a

      Dio.

      S,  la  tua  malizia  suggerisce  alla  tua  bocca  e  scegli  il

      linguaggio degli astuti.

      Non io,  ma la tua bocca ti condanna e  le  tue  labbra  attestano

      contro di te.


      Sei  forse tu il primo uomo che  nato,  o,  prima dei monti,  sei

      venuto al mondo?

      Hai tu  avuto  accesso  ai  segreti  consigli  di  Dio  e  ti  sei

      appropriato tu solo della sapienza?

      Che cosa sai tu che noi non sappiamo?  Che cosa capisci che da noi

      non si comprenda?

      Anche fra di noi c' il vecchio e c' il canuto, pi di tuo padre,

      carico d'anni.

      Poca cosa sono per te le consolazioni di Dio e una parola moderata

      a te rivolta?

      Perch il tuo cuore ti trasporta  e  perch  fanno  cenni  i  tuoi

      occhi,

      quando  volgi  contro  Dio  il  tuo animo e fai uscire tali parole

      dalla tua bocca?

      Che cos' l'uomo perch si ritenga puro,  perch si dica giusto un

      nato di donna?

      Ecco,  neppure dei suoi santi egli ha fiducia,  e i cieli non sono

      puri ai suoi occhi;

      quanto meno un essere abominevole e  corrotto,  l'uomo,  che  beve

      l'iniquit come acqua.


      Voglio spiegartelo, ascoltami, ti racconter quel che ho visto,

      quello che i saggi riferiscono, non celato a essi dai loro padri;

      solo  a  loro  fu  concessa questa terra,  n straniero alcuno era

      passato in mezzo a loro.

      Per tutti i giorni  della  vita  il  malvagio  si  tormenta;  sono

      contati gli anni riservati al violento.

      Voci  di  spavento  gli  risuonano agli orecchi e in piena pace si

      vede assalito dal predone.

      Non crede  di  potersi  sottrarre  alle  tenebre,  egli  si  sente

      destinato alla spada.

      Destinato  in  pasto  agli  avvoltoi,  sa  che  gli  preparata la

      rovina.

      Un  giorno  tenebroso  lo  spaventa,   la  miseria  e   l'angoscia

      l'assalgono come un re pronto all'attacco,

      perch  ha  steso  contro  Dio  la sua mano,  ha osato farsi forte

      contro l'Onnipotente;

      correva contro di lui a testa alta,  al riparo del curvo  spessore

      del suo scudo,

      poich  aveva  la faccia coperta di grasso e pinguedine intorno ai

      suoi fianchi.

      Avr dimora in citt diroccate,  in case dove non  si  abita  pi,

      destinate a diventare macerie.

      Non  arricchir,  non  durer  la sua fortuna,  non metter radici

      sulla terra.

      Alle tenebre non sfuggir, la vampa seccher i suoi germogli e dal

      vento sar involato il suo frutto.

      Non confidi in una vanit fallace, perch sar una rovina.

      La sua fronda sar tagliata prima del tempo  e  i  suoi  rami  non

      rinverdiranno pi.

      Sar spogliato come vigna della sua uva ancor acerba e getter via

      come ulivo i suoi fiori,

      poich  la  stirpe dell'empio  sterile e il fuoco divora le tende

      dell'uomo venale.

      Concepisce malizia  e  genera  sventura  e  nel  suo  seno  alleva

      delusione.


      16.

      Allora Giobbe rispose:

      Ne  ho  udite  gi  molte di cose simili!  Siete tutti consolatori

      molesti.

      Non avranno termine le parole campate  in  aria?  O  che  cosa  ti

      spinge a rispondere cos?

      Anch'io  sarei  capace  di  parlare come voi,  se voi foste al mio

      posto: vi affogherei con parole e scuoterei il mio capo su di voi.

      Vi conforterei  con  la  bocca  e  il  tremito  delle  mie  labbra

      cesserebbe.

      Ma se parlo, non viene impedito il mio dolore; se taccio, che cosa

      lo allontana da me?


      Ora per egli mi ha spossato, fiaccato; tutto il mio vicinato mi 

      addosso;

      si    costituito  testimone  ed    insorto  contro di me: il mio

      calunniatore mi accusa in faccia.

      La sua collera mi dilania e mi perseguita; digrigna i denti contro

      di me, il mio nemico su di me aguzza gli occhi.

      Spalancano la bocca contro di me,  mi schiaffeggiano con  insulti,

      insieme si alleano contro di me.

      Dio  mi  consegna  come  preda all'empio e mi getta nelle mani dei

      malvagi.

      Me ne stavo tranquillo ed egli mi ha rovinato, mi ha afferrato per

      il collo e mi ha stritolato; ha fatto di me il suo bersaglio.

      I suoi arcieri mi circondano,  mi trafigge i fianchi senza  piet,

      versa a terra il mio fiele,

      mi apre ferita su ferita, mi si avventa contro come un guerriero.


      Ho  cucito un sacco sulla mia pelle e ho prostrato la fronte nella

      polvere.

      La mia faccia  rossa per il pianto e sulle mie palpebre  c'  una

      fitta oscurit.

      Non c' violenza nelle mie mani e pura  stata la mia preghiera.

      O terra, non coprire il mio sangue e non abbia sosta il mio grido!

      Ma  ecco,  fin  d'ora  il  mio  testimone    nei  cieli,  il  mio

      mallevadore  lass;

      miei avvocati presso Dio sono i miei lamenti, mentre davanti a lui

      sparge lacrime il mio occhio,

      perch difenda l'uomo davanti a Dio, come un mortale fa con un suo

      amico;

      poich passano i miei anni contati e io me ne  vado  per  una  via

      senza ritorno.


      17.

      Il mio spirito viene meno,  i miei giorni si spengono; non c' per

      me che la tomba!

      Non sono io in balia di beffardi? Fra i loro insulti veglia il mio

      occhio.

      Sii tu la mia garanzia presso di te! Chi altro vorrebbe stringermi

      la destra?

      Poich hai privato di senno la  loro  mente,  per  questo  non  li

      lascerai trionfare.

      Come chi invita gli amici a parte del suo pranzo, mentre gli occhi

      dei suoi figli languiscono;

      cos  sono diventato ludibrio dei popoli,  sono oggetto di scherno

      davanti a loro.

      Si offusca per il dolore il mio occhio e le mie  membra  non  sono

      che ombra.

      Gli  onesti  ne  rimangono  stupiti e l'innocente s'indigna contro

      l'empio.

      Ma il giusto si conferma nella sua condotta e chi ha le mani  pure

      raddoppia il coraggio.

      Su, venite di nuovo tutti: io non trover un saggio fra di voi.

      I  miei giorni sono passati,  svaniti i miei progetti,  i voti del

      mio cuore.

      Cambiano la notte in giorno, la luce - dicono -  pi vicina delle

      tenebre.

      Se posso sperare qualche cosa,  la tomba    la  mia  casa,  nelle

      tenebre distendo il mio giaciglio.

      Al  sepolcro io grido: "Padre mio sei tu!" e ai vermi: "Madre mia,

      sorelle mie voi siete!".

      E la mia speranza dov'? Il mio benessere chi lo vedr?

      Scenderanno forse con me nella  tomba  o  caleremo  insieme  nella

      polvere!


      18.

      Bildad il Suchita prese a dire:

      Quando  porrai  fine  alle  tue  chiacchiere?  Rifletti bene e poi

      parleremo.

      Perch considerarci come bestie,  ci fai passare per bruti ai tuoi

      occhi?

      Tu  che  ti rodi l'anima nel tuo furore,  forse per causa tua sar

      abbandonata la terra e le rupi si staccheranno dal loro posto?

      Certamente la luce del malvagio si spegner e pi non briller  la

      fiamma del suo focolare.

      La  luce  si offuscher nella sua tenda e la lucerna si estinguer

      sopra di lui.

      Il suo energico passo si accorcer e i suoi  progetti  lo  faranno

      precipitare,

      poich  incapper in una rete con i suoi piedi e sopra un tranello

      camminer.

      Un laccio lo afferrer  per  il  calcagno,  un  nodo  scorsoio  lo

      stringer.

      Gli    nascosta  per terra una fune e gli  tesa una trappola sul

      sentiero.

      Lo spaventano da tutte  le  parti  terrori  e  lo  inseguono  alle

      calcagna.

      Diventer  carestia  la  sua opulenza e la rovina  l in piedi al

      suo fianco.

      Un malanno  divorer  la  sua  pelle,  roder  le  sue  membra  il

      primogenito della morte.

      Sar tolto dalla tenda in cui fidava,  per essere trascinato al re

      dei terrori!

      Potresti abitare nella tenda che non  pi sua;  sulla sua  dimora

      si sparger zolfo.

      Al di sotto,  le sue radici si seccheranno, sopra saranno tagliati

      i suoi rami.

      Il suo ricordo sparir dalla terra e il suo nome pi non  si  udr

      per la contrada.

      Lo getteranno dalla luce nel buio e dal mondo sar bandito.

      Non famiglia,  non discendenza avr nel suo popolo, non superstiti

      nei luoghi della sua dimora.

      Della sua fine stupir l'occidente e l'oriente ne prender orrore.

      Ecco qual  la sorte  dell'iniquo:  questa    la  dimora  di  chi

      misconosce Dio.


      19.

      Giobbe allora rispose:

      Fino  a  quando  mi  tormenterete  e  mi opprimerete con le vostre

      parole?

      Sono dieci volte che mi insultate e mi maltrattate senza pudore.

      E' poi vero che io abbia mancato e che persista nel mio errore?

      Non    forse  vero  che  credete  di  vincere   contro   di   me,

      rinfacciandomi la mia abiezione?

      Sappiate  dunque  che  Dio mi ha piegato e mi ha avvolto nella sua

      rete.

      Ecco, grido contro la violenza, ma non ho risposta,  chiedo aiuto,

      ma non c' giustizia!

      Mi  ha  sbarrato  la strada perch non passi e sul mio sentiero ha

      disteso le tenebre.

      Mi ha spogliato della mia gloria e mi ha tolto dal capo la corona.

      Mi ha disfatto da ogni parte e io sparisco; mi ha strappato,  come

      un albero, la speranza.

      Ha acceso contro di me la sua ira e mi considera come suo nemico.

      Insieme  sono  accorse le sue schiere e si sono spianata la strada

      contro di me; hanno posto l'assedio intorno alla mia tenda.

      I miei fratelli si sono allontanati da me, persino gli amici mi si

      sono fatti stranieri.

      Scomparsi sono vicini  e  conoscenti,  mi  hanno  dimenticato  gli

      ospiti di casa;

      da estraneo mi trattano le mie ancelle, un forestiero sono ai loro

      occhi.

      Chiamo il mio servo ed egli non risponde,  devo supplicarlo con la

      mia bocca.

      Il mio fiato  ripugnante per mia moglie e faccio schifo ai  figli

      di mia madre.

      Anche i monelli hanno ribrezzo di me: se tento d'alzarmi, si fanno

      beffe di me.

      Mi  hanno  in  orrore tutti i miei confidenti: quelli che amavo si

      rivoltano contro di me.

      Alla pelle si attaccano le mie ossa,  e non  salva che  la  pelle

      dei miei denti.

      Piet,  piet di me,  almeno voi miei amici, perch la mano di Dio

      mi ha percosso!

      Perch vi accanite contro di me,  come Dio,  e non siete mai  sazi

      della mia carne?


      Oh, se le mie parole si scrivessero, se si fissassero in un libro,

      fossero  impresse  con  stilo  di  ferro  sul  piombo,  per sempre

      s'incidessero sulla roccia!

      Io lo so che il mio Vendicatore (6)    vivo  e  che,  ultimo,  si

      erger sulla polvere!

      Dopo  che  questa  mia  pelle sar distrutta,  senza la mia carne,

      vedr Dio.

      Io lo vedr,  io stesso,  e i miei occhi lo contempleranno non  da

      straniero. Le mie viscere si consumano dentro di me.

      Poich  dite:  "Come  lo  perseguitiamo noi,  se la radice del suo

      danno  in lui?",

      temete per voi la spada,  poich punitrice d'iniquit  la  spada,

      affinch sappiate che c' un giudice.


      20.

      Zofar il Naamatita prese a dire:

      Per  questo  i miei pensieri mi spingono a rispondere e perci c'

      questa fretta dentro di me.

      Ho ascoltato un rimprovero per me  offensivo,  ma  un'ispirazione,

      dal mio interno, mi spinge a replicare.

      Non sai tu che da sempre, da quando l'uomo fu posto sulla terra,

      il  trionfo  degli  empi   breve e la gioia del depravato  di un

      istante?

      Anche se innalzasse fino al cielo la sua statura  e  il  suo  capo

      toccasse le nubi,

      come  lo  sterco  sarebbe spazzato per sempre e chi lo aveva visto

      direbbe: "Dov'?".

      Svanir come un sogno,  e non si trover pi,  si  dileguer  come

      visione notturna.

      L'occhio  avvezzo a vederlo pi non lo vedr n pi lo scorger la

      sua dimora.


      I  suoi  figli  dovranno  risarcire  i  poveri,   le   loro   mani

      restituiranno le sue ricchezze.

      Le sue ossa erano ancora piene di giovinezza, ma con lui giacciono

      nella polvere.

      Se alla sua bocca fu dolce il male, se lo teneva nascosto sotto la

      sua lingua,

      assaporandolo senza inghiottirlo, se lo tratteneva in mezzo al suo

      palato:

      il  suo  cibo  gli si guaster nelle viscere,  veleno d'aspidi gli

      sar nell'intestino.

      I beni divorati ora rivomita, Dio glieli caccia fuori dal ventre.

      Veleno d'aspide ha succhiato, una lingua di vipera lo uccide.

      Non vedr pi ruscelli d'olio, fiumi di miele e fior di latte;

      render i sudati acquisti senza assaggiarli,  come non  godr  del

      frutto del suo commercio,

      perch  ha oppresso e abbandonato i miseri,  ha rubato case invece

      di costruirle;

      poich non ha saputo essere pago dei suoi beni,  con i suoi tesori

      non si salver.

      Nulla    sfuggito  alla  sua  voracit,  perci non durer il suo

      benessere.

      Nel colmo della sua abbondanza si trover in miseria;  ogni  sorta

      di sciagura piomber su di lui.

      Quando  star per riempire il suo ventre,  Dio scaglier su di lui

      la fiamma del suo sdegno, e gli far piovere addosso brace.

      Se sfuggir all'arma di ferro, lo trafigger l'arco di bronzo:

      gli uscir il dardo dalla schiena,  una spada lucente dal  fegato.

      Lo assaliranno i terrori;

      tutte  le  tenebre  gli  sono riservate.  Lo divorer un fuoco non

      acceso da uomo, esso consumer quanto  rimasto nella sua tenda.

      Riveleranno i cieli la sua iniquit e la terra si alzer contro di

      lui.

      Un'alluvione travolger la sua casa, scorrer nel giorno dell'ira.

      Questa  la sorte che Dio riserva all'uomo perverso,  la  parte  a

      lui decretata da Dio.


      21.

      Giobbe rispose:

      Ascoltate  bene  la mia parola e sia almeno questo il conforto che

      mi date.

      Tollerate che io parli e, dopo il mio parlare, deridetemi pure.

      Forse io mi lamento di un uomo?  E perch non  dovrei  perdere  la

      pazienza?

      Statemi  attenti  e  rimarrete  stupiti,  mettetevi  la mano sulla

      bocca.

      Se io ci penso,  ne sono turbato e la mia  carne    presa  da  un

      brivido.


      Perch  vivono  i  malvagi,   invecchiano,  anzi  sono  potenti  e

      gagliardi?

      La loro prole prospera insieme con essi,  i loro rampolli crescono

      sotto i loro occhi.

      Le loro case sono tranquille e senza timori; il bastone di Dio non

      pesa su di loro.

      Il  loro  toro  feconda  e  non  falla,  la vacca partorisce e non

      abortisce.

      Mandano fuori,  come un gregge,  i loro ragazzi,  e i  loro  figli

      saltano in festa.

      Cantano  al  suono  di  timpani e di cetre,  si divertono al suono

      delle zampogne.

      Finiscono nel benessere i loro giorni e scendono tranquilli  negli

      inferi.


      Eppure dicevano a Dio: "Allontanati da noi, non vogliamo conoscere

      le tue vie.

      Chi    l'Onnipotente,  perch  dobbiamo servirlo?  E che ci giova

      pregarlo?".

      Non hanno forse in mano il loro benessere? Il consiglio degli empi

      non  lungi da lui?

      Quante volte si spegne la lucerna degli empi, o la sventura piomba

      su di loro e infligger loro castighi con ira?

      Diventano essi come paglia di fronte al vento o come pula in preda

      all'uragano?


      "Dio serba per i loro figli  il  suo  castigo...".  Ma  lo  faccia

      pagare piuttosto a lui stesso e lo senta!

      Veda   con   i   suoi   occhi   la  sua  rovina  e  beva  dell'ira

      dell'Onnipotente!

      Che cosa gli importa infatti della sua casa dopo di s  quando  il

      numero dei suoi mesi  finito?

      Si insegna forse la scienza a Dio, a lui che giudica gli esseri di

      lass?

      Uno che muore in piena salute, tutto tranquillo e prospero;

      i  suoi fianchi sono coperti di grasso e il midollo delle sue ossa

       ben nutrito.

      Un altro muore con l'amarezza in cuore senza avere mai gustato  il

      bene.

      Nella polvere giacciono insieme e i vermi li ricoprono.

      Ecco,  io  conosco i vostri pensieri e gli iniqui giudizi che fate

      contro di me!

      Infatti voi dite: "Dov' la casa  del  prepotente,  dove  sono  le

      tende degli empi?".

      Non  avete interrogato quelli che viaggiano?  Non potete negare le

      loro prove,

      che nel giorno della sciagura   risparmiato  il  malvagio  e  nel

      giorno dell'ira egli la scampa.

      Chi  gli  rimprovera  in faccia la sua condotta?  e di quel che ha

      fatto chi lo ripaga?

      Egli sar portato al sepolcro, sul suo tumulo si veglia

      e lievi sono per lui le zolle della tomba. Trae dietro di s tutti

      gli uomini e davanti a s una folla senza numero.

      Perch dunque mi consolate invano,  mentre delle  vostre  risposte

      non resta che inganno?


      TERZO CICLO DI DISCORSI.


      22.

      Elifaz il Temanita prese a dire:

      Pu  forse  l'uomo  giovare  a  Dio  se  il saggio giova solo a se

      stesso?

      Quale interesse ne viene all'Onnipotente che tu sia giusto  o  che

      vantaggio ha, se tieni una condotta integra?

      Forse per la tua piet ti punisce e ti convoca in giudizio?

      O  non piuttosto per la tua grande malvagit e per le tue iniquit

      senza limite?

      Senza motivo infatti hai angariato i tuoi fratelli e  delle  vesti

      hai spogliato gli ignudi.

      Non  hai dato da bere all'assetato e all'affamato hai rifiutato il

      pane,

      la terra ce l'ha il prepotente e ci abita il tuo favorito.

      Le vedove hai rimandato a mani vuote e le braccia degli orfani hai

      rotto.

      Ecco perch intorno a te ci sono lacci e un improvviso spavento ti

      sorprende.

      Tenebra  la tua luce e pi non vedi,  e la piena delle  acque  ti

      sommerge.


      Ma Dio non  nell'alto dei cieli?  Guarda il vertice delle stelle:

      quanto sono alte!

      E tu dici: "Che cosa sa Dio? Pu giudicare attraverso la caligine?

      Le nubi gli fanno  velo  e  non  vede  e  sulla  volta  dei  cieli

      passeggia".

      Vuoi  tu  seguire  il  sentiero d'un tempo,  gi battuto da uomini

      empi,

      che prima del tempo furono portati via,  quando un  fiume  si  era

      riversato sulle loro fondamenta?

      Dicevano  a  Dio:  "Allontanati  da  noi!  Che  cosa  ci  pu fare

      l'Onnipotente?".

      Eppure egli aveva riempito le  loro  case  di  beni,  anche  se  i

      propositi degli empi erano lontani da lui.

      I giusti ora vedono e ne godono e l'innocente si beffa di loro:

      "S,  certo    stata  annientata la loro fortuna e il fuoco ne ha

      divorato i resti!".

      Su, riconciliati con lui e tornerai felice, ne riceverai un grande

      vantaggio.

      Accogli la legge dalla sua bocca e poni  le  sue  parole  nel  tuo

      cuore.

      Se  ti  rivolgerai  all'Onnipotente  con  umilt,  se allontanerai

      l'iniquit dalla tua tenda,

      se stimerai come polvere l'oro e come ciottoli dei fiumi l'oro  di

      Ofir (7),

      allora  sar  l'Onnipotente  il  tuo  oro  e sar per te argento a

      mucchi.

      Allora s,  nell'Onnipotente ti delizierai e alzerai a Dio la  tua

      faccia.

      Lo supplicherai e lui ti esaudir e tu scioglierai i tuoi voti.

      Deciderai  una  cosa  e ti riuscir e sul tuo cammino splender la

      luce.

      Egli umilia l'alterigia del superbo,  ma soccorre chi ha gli occhi

      bassi.

      Egli  libera  l'innocente;  tu sarai liberato per la purezza delle

      tue mani.


      23.

      Giobbe allora rispose:

      Ancor oggi il mio lamento  amaro e la sua  mano  grava  sui  miei

      gemiti.

      Oh,  potessi  sapere  dove trovarlo,  potessi arrivare fino al suo

      trono!

      Esporrei davanti a lui la mia causa e avrei  le  labbra  piene  di

      ragioni.

      Verrei  a  sapere  le parole che mi risponde e capirei che cosa mi

      deve dire.

      Con sfoggio di potenza dovrebbe discutere con me?  No,  ma  almeno

      ascoltarmi!

      Allora  un  giusto  discuterebbe  con  lui  e  io per sempre sarei

      assolto dal mio giudice.

      Ma se vado in avanti,  egli non c',  se  vado  indietro,  non  lo

      sento.

      A  sinistra  lo cerco e non lo scorgo,  mi volgo a destra e non lo

      vedo.

      Poich egli conosce la mia condotta,  se mi  prova  al  crogiuolo,

      come oro puro io ne esco.

      Alle sue orme si  attaccato il mio piede,  al suo cammino mi sono

      attenuto e non ho deviato;

      dai comandi delle sue labbra non mi sono allontanato, nel cuore ho

      riposto i detti della sua bocca.

      Se egli sceglie, chi lo far cambiare? Ci che vuole, lo fa.

      Compie, certo, il mio destino e di simili piani ne ha molti.

      Per questo davanti a lui sono atterrito,  ci penso e ho  paura  di

      lui.

      Dio ha fiaccato il mio cuore, l'Onnipotente mi ha atterrito;

      non  sono  infatti  perduto  a  causa  della  tenebra,  n a causa

      dell'oscurit che ricopre il mio volto.


      24.

      Perch l'Onnipotente non si riserva i suoi tempi e i  suoi  fedeli

      non vedono i suoi giorni?

      I  malvagi spostano i confini,  rubano le greggi e le conducono al

      pascolo;

      portano via l'asino degli orfani,  prendono in pegno il bue  della

      vedova.

      Spingono  i poveri fuori strada,  tutti i miseri del paese vanno a

      nascondersi.

      Eccoli,  come asini nel deserto escono  per  il  lavoro;  di  buon

      mattino  vanno in cerca di vitto;  la steppa offre loro cibo per i

      figli.

      Mietono nel campo non loro; racimolano la vigna del malvagio.

      Nudi passano la notte,  senza panni,  non hanno da coprirsi contro

      il freddo.

      Dagli  scrosci  dei monti sono bagnati,  per mancanza di rifugi si

      aggrappano alle rocce.

      Rapiscono con violenza l'orfano e prendono in pegno ci che  copre

      il povero.

      Ignudi se ne vanno, senza vesti e affamati portano i covoni.

      Tra i filari frangono le olive, pigiano l'uva e soffrono la sete.

      Dalla  citt  si alza il gemito dei moribondi e l'anima dei feriti

      grida aiuto: Dio non presta attenzione alle loro preghiere.

      Altri odiano la luce,  non  ne  vogliono  riconoscere  le  vie  n

      vogliono batterne i sentieri.

      Quando non c' luce, si alza l'omicida per uccidere il misero e il

      povero;  nella  notte  si  aggira  il ladro e si mette un velo sul

      volto.

      L'occhio dell'adultero spia il buio e  pensa:  "Nessun  occhio  mi

      osserva!".

      Nelle  tenebre  forzano le case,  di giorno se ne stanno nascosti:

      non vogliono saperne della luce;

      1'alba  per tutti loro come spettro di morte;  quando schiarisce,

      provano i terrori del buio fondo.

      Fuggono  veloci di fronte al giorno;  maledetta  la loro porzione

      di campo sulla terra,  non si volgono  pi  per  la  strada  delle

      vigne.


      (Avvertenza  del  curatore: il brano che ora segue  qui messo per

      un probabile errore di trascrizione dei manoscritti. Esso pertanto

      non va attribuito a Giobbe ma a Zofar,  e  andrebbe  collocato  al

      capitolo  27,   dopo  "Questa    la  sorte  che  Dio  riserva  al

      malvagio...")


      Come siccit e calore assorbono le acque  nevose,  cos  la  morte

      rapisce il peccatore.

      Il  seno  che l'ha portato lo dimentica,  i vermi ne fanno la loro

      delizia,  non se ne conserva memoria ed  troncata come un  albero

      l'iniquit.

      Egli  maltratta  la  sterile che non genera e non fa del bene alla

      vedova.

      Con la sua forza trascina i potenti,  sorge,  quando non  pu  pi

      contare sulla vita.

      Anche Dio gli concede sicurezza ed egli sta saldo, ma i suoi occhi

      sono sopra la sua condotta.

      Salgono in alto per un poco,  poi non sono pi sono abbattuti come

      tutti i mortali, falciati come la testa di una spiga.

      Non  forse cos?  Chi pu smentirmi e  ridurre  a  nulla  le  mie

      parole?


      25.

      Bildad il Suchita prese a dire:

      C'  forse  dominio  e  paura  presso  Colui  che mantiene la pace

      nell'alto dei cieli?

      Si possono forse contare le sue schiere?  E sopra chi non sorge la

      sua luce?

      Come  pu  giustificarsi  un uomo davanti a Dio e apparire puro un

      nato di donna?

      Ecco,  la luna stessa manca di chiarore e le stelle non sono  pure

      ai suoi occhi:

      quanto meno l'uomo, questo verme, l'essere umano, questo bruco!


      26.

      Giobbe rispose:

      Quanto  aiuto  hai  dato  al debole e come hai soccorso il braccio

      senza forza!

      Quanti  buoni  consigli  hai  dato  all'ignorante  e  con   quanta

      abbondanza hai manifestato la saggezza!

      A  chi  hai  tu  rivolto la parola e qual  lo spirito che da te 

      uscito?


      (Avvertenza del curatore: seguito del discorso di Bildad:)


      I morti tremano sotto terra, come pure le acque e i loro abitanti.

      nuda  la tomba davanti a lui e senza velo  l'abisso.

      Egli stende il settentrione sopra il vuoto, tiene sospesa la terra

      sopra il nulla.

      Rinchiude le acque dentro le nubi e  le  nubi  non  si  squarciano

      sotto il loro peso.

      Copre la vista del suo trono stendendovi sopra la sua nube.

      Ha  tracciato un cerchio sulle acque sino al confine tra la luce e

      le tenebre.

      Le colonne del cielo si scuotono,  sono prese da stupore alla  sua

      minaccia.

      Con forza agita il mare e con intelligenza doma Raab.

      Al  suo  soffio  si  rasserenano i cieli,  la sua mano trafigge il

      serpente che sfugge.

      Ecco, questi non sono che i margini delle sue opere;  quanto lieve

       il sussurro che noi ne percepiamo! Ma il tuono della sua potenza

      chi pu comprenderlo?


      27.

      Giobbe continu a dire:

      Per  la  vita  di  Dio,  che  mi  ha privato del mio diritto,  per

      l'Onnipotente che mi ha amareggiato l'animo,

      finch ci sar in me un soffio di vita, e l'alito di Dio nelle mie

      narici,

      mai le mie labbra diranno falsit e mai la mia  lingua  pronuncer

      menzogna!

      Lungi  da  me  che  io  vi  dia  mai ragione;  fino alla morte non

      rinuncer alla mia integrit.

      Mi terr saldo nella mia giustizia senza cedere,  la mia coscienza

      non mi rimprovera nessuno dei miei giorni.

      Sia  trattato  come  reo il mio nemico e il mio avversario come un

      ingiusto.

      Che cosa infatti pu sperare l'empio,  quando finir,  quando  Dio

      gli toglier la vita?

      Ascolter  forse Dio il suo grido,  quando la sventura piomber su

      di lui?

      Porr forse  la  sua  compiacenza  nell'Onnipotente?  Potr  forse

      invocare Dio in ogni momento?

      Io  vi  mostrer  la  mano  di  Dio,  non  vi  celer  i  pensieri

      dell'Onnipotente.

      Ecco, voi tutti lo vedete; perch dunque vi perdete in cose vane?


      (Avvertenza del curatore: inizio  del  terzo  discorso  di  Zofar,

      malgrado  la  sua  collocazione  nel  manoscritto  al  seguito del

      discorso di Giobbe:)


      Questa  la sorte che Dio riserva al malvagio e la porzione che  i

      violenti ricevono dall'Onnipotente.

      Se  ha molti figli,  saranno per la spada e i suoi discendenti non

      avranno pane da sfamarsi;

      i superstiti li seppellir la peste e le loro vedove  non  faranno

      lamento.

      Se ammassa argento come la polvere e come fango si prepara vesti:

      egli le prepara, ma il giusto le indosser e l'argento lo spartir

      l'innocente.

      Ha costruito la casa come fragile nido e come una capanna fatta da

      un guardiano.

      Si corica ricco,  ma per l'ultima volta,  e quando apre gli occhi,

      non avr pi nulla.

      Di giorno il terrore lo assale, di notte se lo rapisce il turbine;

      il vento d'oriente lo solleva e se ne va,  lo strappa lontano  dal

      suo posto.

      Dio lo bersaglia senza piet; tenta di sfuggire alla sua mano.

      Si  battono le mani contro di lui e si fischia su di lui dal luogo

      dove abita.


      28.

      (Avvertenza  del  curatore:  il  testo  ebraico  non  precisa  chi

      pronuncia il brano che segue sull'elogio della sapienza).


      Certo, per l'argento ci sono miniere e per l'oro luoghi dove lo si

      raffina.

      Il ferro si cava dal suolo e la pietra fusa libera il rame.

      L'uomo  pone  un  termine  alle  tenebre  e fruga fino all'estremo

      limite le rocce nel buio pi fondo.

      Forano pozzi lungi  dall'abitato  quelli  che  perdono  l'uso  dei

      piedi: pendono sospesi lontano dalla gente e vacillano.

      Una terra, da cui si trae pane, sotto  sconvolta come dal fuoco.

      Le sue pietre contengono zaffiri e oro la sua polvere.

      L'uccello  rapace  ne  ignora  il sentiero,  non lo scorge neppure

      l'occhio dell'aquila,

      non battuto da bestie feroci, n mai attraversato dal leone.

      Contro la selce l'uomo porta la mano, sconvolge le montagne:

      nelle rocce scava gallerie e su quanto  prezioso posa l'occhio:

      scandaglia le sorgenti dei fiumi e quanto vi  nascosto porta alla

      luce.

      Ma la sapienza da dove  si  trae?  E  il  luogo  dell'intelligenza

      dov'?

      L'uomo  non  ne conosce la via,  essa non si trova sulla terra dei

      viventi.

      L'abisso dice: "Non  in me!" e il mare dice: "Neppure  presso  di

      me!".

      Non  si  scambia  con  l'oro pi scelto,  n per comprarla si pesa

      l'argento.

      Non si acquista con l'oro di Ofir,  con il prezioso berillo o  con

      lo zaffiro.

      Non  la  pareggia l'oro e il cristallo,  n si permuta con vasi di

      oro puro.

      Coralli e perle  non  meritano  menzione,  vale  pi  scoprire  la

      sapienza che le gemme.

      Non  la  eguaglia il topazio d'Etiopia;  con l'oro puro non si pu

      scambiare a peso.

      Ma da dove viene la sapienza? E il luogo dell'intelligenza dov'?

      E' nascosta agli occhi di ogni vivente ed   ignota  agli  uccelli

      del cielo.

      L'abisso e la morte dicono: "Con gli orecchi ne udimmo la fama".

      Dio solo ne conosce la via, lui solo sa dove si trovi,

      perch  volge lo sguardo fino ai bordi della terra,  vede quanto 

      sotto la volta del cielo.  Quando diede al vento un peso e  ordin

      le acque entro una misura,

      quando impose una legge alla pioggia e una via al lampo del tuoni,

      allora la vide e la misur, la comprese e la scrut appieno

      e disse all'uomo: "Ecco,  temere Dio, questo  sapienza e schivare

      il male, questo  intelligenza".


      29.

      Giobbe continu a pronunciare le sue sentenze e disse:

      Oh, potessi tornare com'ero ai mesi di un tempo,  ai giorni in cui

      Dio mi proteggeva,

      quando  la  sua  lucerna  brillava  sul  mio  capo e alla sua luce

      camminavo in mezzo alle tenebre;

      com'ero ai giorni del mio autunno,  quando Dio proteggeva  la  mia

      tenda,

      quando l'Onnipotente era ancora con me e i miei giovani mi stavano

      attorno;

      quando mi lavavo i piedi nel latte e la roccia mi versava ruscelli

      d'olio!

      Quando  uscivo verso la porta della citt e sulla piazza ponevo il

      mio seggio:

      vedendomi,  i giovani si ritiravano e  i  vecchi  si  alzavano  in

      piedi;

      i  notabili  sospendevano  i discorsi e si mettevano la mano sulla

      bocca;

      la voce dei capi si smorzava e la loro  lingua  restava  fissa  al

      palato.

      Con  gli  orecchi ascoltavano e mi dicevano felice,  con gli occhi

      vedevano e mi rendevano testimonianza,

      perch soccorrevo il povero che chiedeva aiuto,  l'orfano  che  ne

      era privo.

      La  benedizione  del  morente  scendeva  su di me e al cuore della

      vedova infondevo la gioia.

      Mi ero rivestito di giustizia come di un abito;  come  mantello  e

      turbante era la mia equit.

      Ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo.

      Padre ero per i poveri ed esaminavo la causa dello sconosciuto;

      rompevo  la  mascella  al  perverso  e dai suoi denti strappavo la

      preda.

      Pensavo: "Spirer nel mio nido e moltiplicher come sabbia i  miei

      giorni.

      La mia radice si stende verso le acque e la rugiada cadr di notte

      sul mio ramo.

      La  mia gloria sar sempre nuova e il mio arco si rinforzer nella

      mia mano".

      Mi ascoltavano in attesa fiduciosa e tacevano  per  udire  il  mio

      consiglio.

      Dopo  le mie parole non replicavano e su di loro scendevano goccia

      a goccia i miei detti.

      Mi aspettavano come si aspetta la pioggia e aprivano la bocca come

      ad acqua primaverile.

      Se a  loro  sorridevo,  non  osavano  crederlo,  n  turbavano  la

      serenit del mio volto.

      Indicavo loro la via da seguire e sedevo come capo,  e ci rimanevo

      come un re fra i soldati o come un consolatore d'afflitti.


      30.

      Ora invece ridono di me i pi giovani di me in et,  i  cui  padri

      non avrei degnato di mettere neppure tra i cani del mio gregge.

      Anche  la  forza  delle loro mani a che mi sarebbe giovata?  Hanno

      perso ogni vigore;

      disfatti dall'indigenza e dalla fame, brucano per l'arido deserto,

      da lungo tempo regione desolata, raccogliendo l'erba salsa accanto

      ai cespugli e radici di ginestra per loro cibo.

      Cacciati via dal consorzio umano,  a loro si grida dietro come  al

      ladro;

      tanto  che dimorano in valli orrende,  nelle caverne della terra e

      nelle rupi.

      In mezzo alle macchie urlano e sotto gli arbusti si adunano;

      razza ignobile,  anzi razza senza nome,  sono calpestati pi della

      terra.

      E ora io sono la loro canzone, sono diventato la loro favola!

      Hanno orrore di me e mi schivano e non si astengono dallo sputarmi

      in faccia!

      Poich lui ha allentato il mio arco e mi ha abbattuto,  essi hanno

      rigettato davanti a me ogni freno.

      A destra insorgono ragazzacci;  smuovono i miei passi e contro  di

      me appianano la strada per perdermi.

      Hanno  demolito il mio sentiero,  cospirando per la mia disfatta e

      nessuno si oppone a loro.

      Avanzano come attraverso una larga breccia,  sbucano in mezzo alle

      macerie.

      I terrori si sono volti contro di me;  si  dileguata, come vento,

      la mia grandezza e come nube  passata la mia felicit.

      Ora mi consumo e mi colgono giorni d'afflizione.

      Di notte mi sento trafiggere le ossa e i dolori che mi rodono  non

      mi danno riposo.

      Con  grande  forza  lui  mi  afferra per la veste,  mi stringe per

      l'accollatura della mia tunica.

      Mi ha gettato nel fango: sono diventato polvere e cenere.

      Io grido a te,  ma tu non mi rispondi,  insisto,  ma tu non mi dai

      retta.

      Tu  sei  un  duro  avversario verso di me e con la forza delle tue

      mani mi perseguiti;

      mi sollevi e mi metti a cavallo del vento  e  mi  fai  sballottare

      dalla bufera.

      So bene che mi conduci alla morte, alla casa dove si riunisce ogni

      vivente.

      Ma  qui  nessuno  tende  la  mano  alla  preghiera,  n per la sua

      sventura invoca aiuto.

      Io non ho forse pianto con chi aveva i giorni duri e non  mi  sono

      afflitto per l'indigente?

      Eppure aspettavo il bene ed  venuto il male, aspettavo la luce ed

       arrivato il buio.

      Le  mie  viscere  ribollono  senza  posa  e  giorni  d'affanno  mi

      assalgono.

      Avanzo con il volto scuro, senza conforto,  nell'assemblea mi alzo

      per invocare aiuto.

      Sono diventato fratello degli sciacalli e compagno degli struzzi.

      La mia pelle si  annerita,  mi si stacca,  e le mie ossa bruciano

      dall'arsura.

      La mia cetra serve per lamenti e il mio flauto per la voce di  chi

      piange.


      31.

      Avevo  stretto  con  gli occhi un patto di non fissare neppure una

      vergine.

      Che parte mi  assegna  Dio  di  lass,  che  porzione  mi  assegna

      l'Onnipotente dall'alto?

      Non    forse la rovina riservata all'iniquo e la sventura per chi

      compie il male?

      Non vede egli la mia condotta e non conta tutti i miei passi?

      Se ho agito con falsit e il mio piede si   affrettato  verso  la

      frode,

      mi  pesi  pure sulla bilancia della giustizia e Dio riconoscer la

      mia integrit.

      Se il mio passo  andato fuori strada e il mio cuore ha seguito  i

      miei occhi, se alla mia mano si  attaccata sozzura,

      che  io  semini  e un altro ne mangi il frutto e siano sradicati i

      miei germogli.

      Se il mio cuore fu sedotto da una donna e ho spiato alla porta del

      mio prossimo,

      che mia moglie macini per un altro e altri ne abusino;

      difatti quello  uno scandalo, un delitto per i giudici,

      quello  un fuoco che  divora  fino  alla  distruzione  e  avrebbe

      consumato tutto il mio raccolto.

      Se ho negato i diritti del mio schiavo e della schiava in lite con

      me,

      che farei,  quando Dio si alzer,  e, quando far l'inchiesta, che

      risponderei?

      Chi ha fatto me nel seno materno,  non ha fatto anche lui?  Non fu

      lo stesso a formarci nel seno?

      Mai  ho rifiutato quanto brama il povero,  n ho lasciato languire

      gli occhi della vedova;

      mai ho mangiato da solo  il  mio  tozzo  di  pane,  senza  che  ne

      mangiasse l'orfano,

      poich Dio,  come un padre mi ha allevato fin dall'infanzia, e gi

      dal ventre di mia madre mi ha guidato.

      Se mai ho visto un misero privo di vesti o un povero che non aveva

      di che coprirsi,

      e non hanno dovuto benedirmi i suoi fianchi,  o con  la  lana  dei

      miei agnelli non si  riscaldato;

      se contro un innocente ho alzato la mano, perch vedevo alla porta

      chi mi spalleggiava,

      mi  si  stacchi  la  spalla dalla nuca e si rompa al gomito il mio

      braccio;

      infatti mi incuteva timore il castigo di Dio e  davanti  alla  sua

      maest non potevo resistere.

      Se  ho  riposto  la mia speranza nell'oro e all'oro fino ho detto:

      "Tu sei la mia fiducia";

      se godevo perch grandi erano i miei beni e molto aveva guadagnato

      la mia mano;

      se vedendo il sole risplendere e la luna chiara avanzare,

      si  lasciato sedurre in segreto il mio cuore e con la  mano  alla

      bocca ho mandato un bacio,

      pure  questo  sarebbe  stato  un delitto da tribunale perch avrei

      rinnegato Dio che sta in alto.

      Ho forse gioito della disgrazia  del  mio  nemico  e  ho  esultato

      perch lo colpiva la sventura,

      io  che  non ho permesso alla mia lingua di peccare,  augurando la

      sua morte con imprecazioni?

      Non diceva forse la gente della mia tenda:  "A  chi  non  ha  dato

      delle sue carni per saziarsi?".

      Non passava la notte all'aperto lo straniero e al viandante aprivo

      le mie porte.

      Non ho nascosto,  alla maniera degli uomini,  la mia colpa tenendo

      nascosto il mio delitto in petto,

      come se temessi molto la folla,  e il  disprezzo  delle  trib  mi

      spaventasse, cos da starmene zitto senza uscire di casa.

      Se  contro  di  me grida la mia terra e i suoi solchi piangono con

      essa;

      se ho mangiato il suo frutto senza pagare  e  ho  fatto  sospirare

      dalla fame i suoi coltivatori,

      che  in  luogo  di  frumento,  getti  spine,  ed erbaccia al posto

      dell'orzo.


      0h, avessi uno che mi ascoltasse!

      Ecco qui la mia firma!  L'Onnipotente mi  risponda!  Il  documento

      scritto dal mio avversario

      vorrei  certo  portarlo  sulle  mie  spalle  e  cingerlo  come mio

      diadema!

      Il numero dei miei passi gli manifesterei e mi presenterei  a  lui

      come sovrano.


      I QUATTRO MONOLOGHI DI ELIHU (8).


      32.

      Quando Giobbe ebbe finito di parlare,

      quei  tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe,  perch egli si

      riteneva giusto.

      Allora si accese lo  sdegno  di  Elihu,  figlio  di  Barachele  il

      Buzita,  della  trib  di Ram.  Si accese di sdegno contro Giobbe,

      perch pretendeva d'avere ragione di fronte a Dio;

      si accese di sdegno anche contro i  suoi  tre  amici,  perch  non

      avevano  trovato  di che rispondere,  pur avendo dichiarato Giobbe

      colpevole.

      Per Elihu aveva aspettato,  mentre  essi  parlavano  con  Giobbe,

      perch erano pi vecchi di lui in et.

      Quando  dunque vide che sulla bocca di questi tre uomini non c'era

      pi alcuna risposta, Elihu si accese di sdegno.


      Presa dunque la parola,  Elihu,  figlio di  Barachele  il  Buzita,

      disse:

      Giovane io sono di anni e voi siete gi canuti;  perci ho esitato

      per rispetto a manifestarvi il mio pensiero.

      Riflettevo: Parler l'et e i canuti insegneranno la sapienza.

      Ma   certo   essa      un   soffio    nell'uomo;    l'ispirazione

      dell'Onnipotente lo fa intelligente.

      Non  sono  i  molti  anni  a dare la sapienza,  n sempre i vecchi

      distinguono quel che  giusto.

      Per questo io  oso  dire:  Ascoltatemi;  anch'io  esporr  il  mio

      sapere.

      Ecco,  ho  atteso  le vostre parole,  ho teso l'orecchio ai vostri

      ragionamenti. Finch andavate in cerca di argomenti,

      su di voi ho fissato l'attenzione. Ma nessuno ha potuto convincere

      Giobbe, nessuno tra di voi risponde ai suoi detti.

      Non dite: Noi abbiamo trovato la sapienza, ma lo confuti Dio,  non

      l'uomo!

      Egli  non  mi  ha  rivolto parole,  e io non gli risponder con le

      vostre parole.

      Sono vinti, non rispondono pi, mancano loro le parole.

      Ho atteso,  ma poich non parlano  pi,  poich  stanno  l  senza

      risposta,

      voglio anch'io dire la mia parte, anch'io esporr il mio parere;

      mi sento infatti pieno di parole, mi preme lo spirito che  dentro

      di me.

      Ecco,  dentro  di  me  c'  come  vino senza sfogo,  come vino che

      squarcia gli otri nuovi.

      Parler e mi sfogher, aprir le labbra e risponder.

      Non guarder in faccia a nessuno, non aduler nessuno,

      perch io non so adulare: altrimenti il mio creatore in  breve  mi

      eliminerebbe.


      33.

      Ascolta dunque,  Giobbe, i miei discorsi, ad ogni mia parola porgi

      l'orecchio.

      Ecco, io apro la bocca, parla la mia lingua entro il mio palato.

      Il mio  cuore  dir  sagge  parole  e  le  mie  labbra  parleranno

      chiaramente.

      Lo  spirito di Dio mi ha creato e il soffio dell'Onnipotente mi d

      vita.

      Se puoi, rispondimi, preparati davanti a me, sii pronto.

      Ecco,  io sono come te di fronte a Dio e anch'io sono stato tratto

      dal fango:

      ecco, nulla hai da temere da me, n graver su di te la mano.

      Non hai fatto che dire ai miei orecchi e ho ben udito il suono dei

      tuoi  detti: "Puro son io,  senza peccato,  io sono mondo,  non ho

      colpa;

      ma egli contro di me trova pretesti e mi stima suo nemico;

      pone in ceppi i miei piedi e spia tutti i miei passi!".

      Ecco,  in questo ti rispondo: non hai ragione.  Dio  infatti  pi

      grande dell'uomo.

      Perch ti lamenti di lui, se non risponde a ogni tua parola?

      Dio parla in un modo o in un altro, ma non ci si fa attenzione.

      Parla  nel  sogno,  visione notturna,  quando cade il sopore sugli

      uomini e si addormentano sul loro giaciglio;

      apre allora l'orecchio degli uomini e con apparizioni li spaventa,

      per distogliere l'uomo dal male e tenerlo lontano dall'orgoglio,

      per preservarne l'anima dalla fossa e  la  sua  vita  dalla  morte

      violenta.

      Lo  corregge con il dolore nel suo letto e con la tortura continua

      delle ossa;

      quando il suo senso ha nausea del pane,  il suo appetito del  cibo

      squisito;

      quando la sua carne si consuma a vista d'occhio e le ossa, che non

      si vedevano prima, spuntano fuori,

      quando  egli  si avvicina alla fossa e la sua vita alla dimora dei

      morti.

      Ma se c' un angelo presso di lui,  un protettore solo fra  mille,

      per mostrare all'uomo il suo dovere,

      abbia  piet  di lui e dica: "Scampalo dallo scendere nella fossa,

      ho trovato il riscatto";

      allora la sua carne sar pi fresca che in  giovent,  torner  ai

      giorni della sua adolescenza:

      supplicher  Dio  e questi gli user benevolenza,  gli mostrer il

      suo volto in giubilo, e render all'uomo la sua giustizia.

      Egli si rivolger agli uomini e dir: "Avevo peccato e violato  la

      giustizia, ma egli non mi ha punito per quel che meritavo,

      mi ha scampato dalla fossa e la mia vita rivede la luce".

      Ecco, tutto questo fa Dio, due volte, tre volte con l'uomo,

      per  sottrarre  la sua anima dalla fossa e illuminarla con la luce

      dei viventi.

      Aspetta, Giobbe, ascoltami, taci e io parler:

      ma se hai qualcosa da dire, rispondimi, parla, perch vorrei darti

      ragione;

      se no, tu ascoltami e io ti insegner la sapienza.


      34.

      Elihu continu a dire:

      Ascoltate,  saggi,  le  mie  parole  e  voi,  sapienti,  porgetemi

      l'orecchio,

      perch  l'orecchio distingue le parole,  come il palato assapora i

      cibi.

      Esploriamo noi quel che  giusto,  indaghiamo fra di noi quale sia

      il bene:

      poich  Giobbe ha detto: "Io sono giusto,  ma Dio ha trascurato il

      mio diritto;

      contro il mio diritto passo per menzognero,  inguaribile  la  mia

      piaga bench io sia senza colpa".

      Chi  come Giobbe che beve, come l'acqua, l'insulto,

      che  fa la strada in compagnia dei malfattori,  andando con uomini

      iniqui?

      Giacch egli ha detto: "Non giova all'uomo essere in buona  grazia

      con Dio".

      Perci  ascoltatemi,  uomini  di  senno: lungi da Dio l'iniquit e

      dall'Onnipotente l'ingiustizia!

      Poich egli ripaga l'uomo secondo il suo operato e  fa  trovare  a

      ognuno secondo la sua condotta.

      E  in  verit  Dio  non  agisce  da  ingiusto  e l'Onnipotente non

      sovverte il diritto!

      Chi mai gli ha affidato la  terra  e  chi  ha  disposto  il  mondo

      intero?

      Se  egli  richiamasse  il suo spirito a s e a s ritraesse il suo

      soffio,

      ogni carne morirebbe all'istante e l'uomo ritornerebbe in polvere.

      Se hai intelletto, ascolta bene questo,  porgi l'orecchio al suono

      delle mie parole.

      Pu mai governare chi odia il diritto? E tu osi condannare il Gran

      Giusto?

      Lui che dice ad un re: "Iniquo!" e ai principi: "Malvagi!",

      Lui  che  non  usa  parzialit  con  i potenti e non preferisce al

      povero il ricco perch tutti sono opera delle sue mani?

      In un istante muoiono e nel  cuore  della  notte  sono  colpiti  i

      potenti e periscono; e senza sforzo rimuove i tiranni.

      Poich  egli tiene gli occhi sulla condotta dell'uomo e vede tutti

      i suoi passi.

      Non  c'  tenebra,  non  c'  densa  oscurit,   dove  si  possano

      nascondere i malfattori.

      Poich non si pone all'uomo un termine per comparire davanti a Dio

      in giudizio:

      egli  fiacca i potenti,  senza fare inchieste,  e colloca altri al

      loro posto.

      Poich conosce le loro opere,  li  travolge  nella  notte  e  sono

      schiacciati;

      come malvagi li percuote, li colpisce alla vista di tutti;

      perch  si  sono  allontanati  da lui e di tutte le sue vie non si

      sono curati,

      cos da far giungere fino a lui il grido  dell'oppresso  e  fargli

      udire il lamento dei poveri.

      Se egli tace, chi lo pu condannare? Se vela la faccia, chi lo pu

      vedere? Ma sulle nazioni e sugli individui egli veglia,

      perch  non  regni  un  uomo perverso,  perch il popolo non abbia

      inciampi.

      Si pu dunque dire a Dio: "Porto la  pena,  senza  aver  fatto  il

      male;

      se ho peccato,  mostramelo; se ho commesso l'iniquit, non lo far

      pi"?

      Forse,  secondo le  tue  idee,  dovrebbe  ricompensare  perch  tu

      rifiuti il suo giudizio?

      Poich tu devi scegliere, non io, di', dunque, quello che sai.

      Gli uomini di senno mi diranno con l'uomo saggio che mi ascolta:

      "Giobbe  non  parla  con  sapienza  e  le sue parole sono prive di

      senno".

      Bene,  Giobbe sia esaminato fino in fondo,  per le sue risposte da

      uomo empio,

      perch aggiunge al suo peccato la rivolta, in mezzo a noi batte le

      mani e moltiplica le parole contro Dio.


      35.

      Elihu riprese a dire:

      Ti  pare  di  avere  pensato una cosa giusta,  quando dicesti: "Ho

      ragione davanti a Dio"?

      quando hai detto: "Che te ne importa?  Che utilit avrei  dal  mio

      peccato"?

      Risponder a te con discorsi e ai tuoi amici insieme con te.

      Contempla il cielo e osserva,  considera le nubi: sono pi alte di

      te.

      Se pecchi, che gli fai?  Se moltiplichi i tuoi delitti,  che danno

      gli arrechi?

      Se  tu  sei  giusto,  che cosa gli dai o che cosa riceve dalla tua

      mano?

      Su un uomo come te ricade la tua malizia,  su un figlio d'uomo  la

      tua giustizia!

      Si grida per la gravit dell'oppressione, si invoca aiuto sotto il

      braccio dei potenti,

      ma  non  si  dice:  "Dov' quel Dio che mi ha creato,  che concede

      nella notte canti di gioia;

      che ci rende pi istruiti delle bestie selvatiche,  che ci fa  pi

      saggi degli uccelli del cielo?".

      Si grida, allora, ma egli non risponde di fronte alla superbia dei

      malvagi.

      Certo    falso  dire: "Dio non ascolta e l'Onnipotente non presta

      attenzione";

      pi ancora quando tu dici che non lo vedi,  che la tua  causa  sta

      davanti a lui e tu in lui speri;

      cos  pure quando dici che la sua ira non punisce n si cura molto

      dell'iniquit.

      Giobbe  dunque  apre  invano  la  sua  bocca  e  senza  cognizione

      moltiplica le chiacchiere.


      36.

      Elihu continu a dire:

      Abbi un po' di pazienza e io te lo dimostrer, perch in difesa di

      Dio c' altro da dire.

      Prender  da  lontano  il  mio  sapere  e render giustizia al mio

      creatore,

      giacch non  certo menzogna il mio parlare: un uomo  di  perfetta

      scienza  qui con te.

      Ecco,  Dio  grande e non si ritratta,  egli  grande per fermezza

      di cuore.

      Non lascia vivere l'iniquo e rende giustizia ai miseri.

      Non toglie gli occhi dai giusti, li fa sedere sul trono con i re e

      li esalta per sempre.

      Se talvolta essi sono avvinti in catene, se sono stretti dai lacci

      dell'afflizione,

      gli  fa  conoscere  le  loro  opere  e  i   loro   falli,   perch

      s'insuperbirono;

      apre   loro  gli  orecchi  per  la  correzione  e  ordina  che  si

      allontanino dalla iniquit.

      Se ascoltano e si sottomettono,  chiuderanno  i  loro  giorni  nel

      benessere e i loro anni nelle delizie.

      Ma   se  non  vorranno  ascoltare  di  morte  violenta  periranno,

      spireranno senza neppure saperlo.

      I perversi di cuore accumulano l'ira;  non invocano aiuto,  quando

      Dio li avvince in catene:

      si  spegne  in giovent la loro anima,  e la loro vita all'et dei

      dissoluti.

      Ma egli libera il povero con l'afflizione, gli apre l'udito con la

      sventura.

      Anche te intende sottrarre  dalla  gola  dell'angustia:  avrai  in

      cambio un luogo ampio,  non ristretto,  e la tua tavola sar colma

      di vivande grasse.

      Ma se colmi la misura con giudizi da empio,  giustizia e  condanna

      ti verranno addosso.

      La   collera   non   ti  trasporti  alla  bestemmia,   la  gravit

      dell'espiazione non ti faccia fuorviare.

      Pu forse farti uscire dall'angustia il tuo  grido,  con  tutti  i

      tentativi di forza?

      Non sospirare quella notte, in cui i popoli vanno al loro luogo.

      Bada  di  non  volgerti  all'iniquit  Poich per questo sei stato

      provato dalla miseria.

      Ecco, Dio  sublime nella sua potenza; chi come lui  temibile?

      Chi mai gli ha imposto il suo modo d'agire o  chi  mai  ha  potuto

      dirgli: "Hai agito male"?

      Ricorda  che  devi  esaltare  la  sua opera che altri uomini hanno

      cantato.

      Ogni uomo la contempla, il mortale la mira da lontano.

      Ecco,  Dio  cos grande che non lo comprendiamo:  il  numero  dei

      suoi anni  incalcolabile.

      Egli  attrae  in  alto le gocce dell'acqua,  scioglie in pioggia i

      suoi vapori, che le nubi riversano e grondano sull'uomo a dirotto.

      Cos sostenta i popoli e offre alimento in abbondanza.

      Chi inoltre pu comprendere la distesa delle nubi, i fragori della

      sua dimora?

      Ecco, espande lass la sua luce e copre le profondit del mare.

      Arma le mani di folgori e le scaglia contro il bersaglio.

      Lo annuncia il suo fragore, riserva d'ira contro l'iniquit.


      37.

      Perci mi batte forte il cuore e mi balza fuori dal petto.

      Udite, udite, il rumore della sua voce,  il fragore che esce dalla

      sua bocca.

      Il lampo si diffonde sotto tutto il cielo e il suo bagliore giunge

      ai lembi della terra;

      dietro  di  lui  brontola  il  tuono,  mugghia  con il suo fragore

      maestoso e nulla arresta i fulmini da quando si    udita  la  sua

      voce;

      mirabilmente  tuona Dio con la sua voce,  opera meraviglie che non

      comprendiamo!

      Egli infatti dice alla neve: "Cadi  sulla  terra"  e  alle  piogge

      dirotte: "Siate violente".

      Rinchiude   ogni   uomo  in  casa  sotto  sigillo,   perch  tutti

      riconoscano la sua opera.

      Le fiere si  ritirano  nei  loro  ripari  e  nelle  loro  tane  si

      accovacciano.

      Dal mezzogiorno avanza l'uragano e il freddo dal settentrione.

      Al  soffio  di Dio si forma il ghiaccio e la distesa dell'acqua si

      congela.

      Carica di umidit le nuvole e le nubi ne diffondono le folgori.

      Egli le fa  vagare  dappertutto  secondo  i  suoi  ordini,  perch

      eseguiscano quanto comanda loro sul mondo intero.

      Le manda o per castigo della terra o in segno di bont.

      Porgi  l'orecchio  a  questo,  Giobbe,  soffermati  e considera le

      meraviglie di Dio.

      Sai tu come Dio le diriga e come la sua nube produca il lampo?

      Conosci tu come la nube si libri in aria,  i prodigi di colui  che

      tutto sa?

      Come  le  tue  vesti  siano  calde quando non soffia l'austro e la

      terra riposa?

      Hai forse tu disteso con lui il firmamento solido come specchio di

      metallo fuso?

      Insegnaci  che  cosa  dobbiamo  dirgli.   Noi  non  parleremo  per

      l'oscurit.

      Gli si pu forse ordinare: "Parler io"?  O un uomo pu dire che 

      sopraffatto?

      Ora diventa invisibile la luce,  oscurata in mezzo alle  nubi:  ma

      tira il vento e le spazza via.

      Dal  nord  arriva  un  aureo  chiarore,  intorno  a Dio  tremenda

      maest.

      L'Onnipotente noi non lo possiamo raggiungere,  sublime in potenza

      e rettitudine e grande per giustizia: egli non ha da rispondere.

      Perci gli uomini lo temono: a lui la venerazione di tutti i saggi

      di mente.


      INTERVENTO DI DIO.


      38.

      Il Signore rispose a Giobbe avvolto nel turbine:

      Chi     costui  che  vuole  offuscare  il  consiglio  con  parole

      insipienti?

      Cingiti i fianchi  come  un  prode,  io  t'interrogher  e  tu  mi

      istruirai.


      Dov'eri tu quando io ponevo le fondamenta della terra?  Dillo,  se

      hai tanta intelligenza!

      Chi ha fissato le sue dimensioni se lo sai,  o chi ha teso  su  di

      essa la misura?

      Dove  sono  fissate  le  sue  basi  o  chi  ha posto la sua pietra

      angolare,

      mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i

      figli di Dio?

      Chi ha chiuso tra due porte il mare,  quando erompeva uscendo  dal

      seno materno,

      quando  lo  circondavo  di  nubi per veste e di densa caligine per

      fasce?

      Poi gli ho fissato un limite e gli ho messo chiavistello e porte e

      ho detto: "Fin qui giungerai  e  non  oltre,  e  qui  s'infranger

      l'orgoglio delle tue onde".


      Da quando vivi,  hai mai comandato al mattino e assegnato il posto

      all'aurora,

      perch essa afferri i lembi della terra e ne scuota via i malvagi?

      Si trasforma come creta da sigillo e si colora come un vestito.

      E' sottratta ai malvagi la loro luce ed  spezzato il braccio  che

      si alza a colpire.

      Sei  mai giunto alle sorgenti del mare e nel fondo dell'abisso hai

      tu passeggiato?

      Ti sono state indicate le porte della morte e hai visto  le  porte

      dell'ombra funerea?

      Hai  tu  considerato le distese della terra?  Dillo,  se sai tutto

      questo!

      Per quale via si va dove abita la luce  e  dove  hanno  dimora  le

      tenebre

      perch  tu  le conduca al loro dominio o almeno tu sappia avviarle

      verso la loro casa?

      Certo,  tu lo sai,  perch allora eri nato e il  numero  dei  tuoi

      giorni  tanto grande!

      Sei  mai  giunto ai serbatoi della neve,  hai mai visto i serbatoi

      della grandine

      che io riserbo per il tempo della sciagura,  per il  giorno  della

      guerra e della battaglia?


      Per  quali vie si espande la luce,  si diffonde il vento d'oriente

      sulla terra?

      Chi ha scavato canali agli  acquazzoni  e  una  strada  alla  nube

      tonante,

      per  far piovere sopra una terra senza uomini,  su un deserto dove

      non c' nessuno,

      per dissetare regioni desolate e squallide e far germogliare  erbe

      nella steppa?

      Ha forse un padre la pioggia?  O chi mette al mondo le gocce della

      rugiada?

      Dal seno di chi  uscito il ghiaccio e la brina del cielo chi l'ha

      generata?

      Come pietra le acque induriscono e la  superficie  dell'abisso  si

      raggela.


      Puoi  tu annodare i legami delle Pleiadi o sciogliere i vincoli di

      Orione?

      Fai tu spuntare a suo tempo la stella del mattino o  puoi  guidare

      l'Orsa insieme con i suoi figli?

      Conosci tu le leggi del cielo o ne applichi le norme sulla terra?

      Puoi  tu  alzare  la  voce  fino  alle  nubi e farti coprire da un

      rovescio di acqua?

      Scagli tu i fulmini e partono dicendoti: "Eccoci!"?

      Chi ha elargito all'ibis la  sapienza  o  chi  ha  dato  al  gallo

      intelligenza?

      Chi  pu con sapienza calcolare le nubi e chi riversa gli otri del

      cielo,

      quando si fonde la polvere in una massa e le  zolle  si  attaccano

      insieme?


      Vai  tu  a  caccia  di  preda  per  la leonessa e sazi la fame dei

      leoncini

      quando sono accovacciati nelle tane o stanno  in  agguato  fra  le

      macchie?

      Chi  prepara  al  corvo  il suo pasto,  quando i suoi nati gridano

      verso Dio e vagano qua e l per mancanza di cibo?


      39.

      Sai tu quando figliano gli stambecchi e  assisti  al  parto  delle

      cerve?

      Conti  tu  i  mesi  della  loro  gravidanza e sai tu quando devono

      figliare?

      Si curvano e depongono i figli, mettono fine alle loro doglie.

      Robusti sono i loro figli,  crescono in campagna,  partono  e  non

      tornano pi da esse.


      Chi lascia libero l'asino selvatico e chi scioglie le sue briglie,

      dandogli la steppa per casa e per dimora la terra salmastra?

      Del  fracasso  della citt se ne ride e gli urli dei guardiani non

      ode.

      Gira per le montagne,  sua pastura,  e va in  cerca  di  quanto  

      verde.


      Il bufalo si lascer piegare a servirti o a passar la notte presso

      la tua greppia?

      Potrai legarlo con la corda per fare il solco o fargli erpicare le

      valli dietro a te?

      Ti fiderai di lui,  perch la sua forza  grande e a lui affiderai

      le tue fatiche?

      Conterai su di lui, che torni e raduni la tua messe sulla tua aia?


      L'ala dello struzzo batte festante,  ma  forse penna e  piuma  di

      cicogna?

      Abbandona  infatti  le  uova  alla terra,  nella polvere le lascia

      riscaldare.

      Dimentica che un piede  pu  schiacciarle,  una  bestia  selvatica

      calpestarle.

      Tratta  duramente  i  figli,  come se non fossero suoi,  della sua

      inutile fatica non si affanna,

      perch Dio gli ha negato la saggezza e non gli ha  dato  in  sorte

      discernimento.

      Ma  quando  giunge il saettatore,  fugge agitando le ali: si beffa

      del cavallo e del suo cavaliere.


      Puoi tu dare la forza al cavallo  e  vestire  di  fremiti  il  suo

      collo?

      Lo  fai  tu  balzare come una locusta?  Il suo alto nitrito incute

      spavento.

      Scalpita nella valle giulivo e con impeto va incontro alle armi.

      Sprezza la paura, non teme, n retrocede davanti alla spada.

      Su di lui risuona la faretra,  il  luccicar  della  lancia  e  del

      dardo.

      Strepitando,  fremendo,  divora  lo spazio e al suono della tromba

      pi non si tiene.

      Al primo squillo grida: "Aah! ..." e da lontano fiuta la battaglia

      gli urli dei capi, il fragore della mischia.


      Forse per il tuo senno si alza in volo lo sparviero  e  spiega  le

      ali verso il sud?

      O  al  tuo  comando  l'aquila  s'innalza  e pone il suo nido sulle

      alture?

      Abita le rocce e passa la notte sui denti di rupe o sui picchi.

      Da lass spia la preda, lontano scrutano i suoi occhi.

      I suoi aquilotti succhiano il sangue e dove ci sono  cadaveri,  l

      essa si trova.


      RISPOSTA DI GIOBBE.


      40.

      Il Signore riprese e disse a Giobbe:

      Il censore vorr ancora contendere con l'Onnipotente? L'accusatore

      di Dio risponda!

      Giobbe rivolto al Signore disse:

      Ecco,  io  non conto niente: che ti posso rispondere?  Mi metto la

      mano sulla bocca.

      Ho parlato una volta, ma non replicher, ho parlato due volte,  ma

      non continuer.

      Allora il Signore, avvolto nel turbine, rispose a Giobbe e disse:

      Cingiti  i  fianchi  come  un  prode:  io  t'interrogher  e tu mi

      istruirai.

      Oseresti proprio cancellare il mio  giudizio  e  darmi  torto  per

      avere tu ragione?

      Hai  tu un braccio come quello di Dio e puoi tuonare con voce pari

      alla sua?

      Ornati pure di maest e di sublimit,  rivestiti di splendore e di

      gloria,

      diffondi  i  furori  della  tua  collera,   mira  ogni  superbo  e

      abbassalo,

      mira ogni superbo e  umilialo,  schiaccia  i  malvagi  ovunque  si

      trovino;

      nascondili  nella  polvere tutti insieme,  rinchiudi le loro facce

      nel buio;

      anch'io ti loder perch hai trionfato con la destra.


      Ecco, l'ippopotamo, che io ho creato al pari di te,  mangia l'erba

      come il bue.

      Guarda, la sua forza  nei fianchi e il suo vigore nei muscoli del

      ventre.

      Rizza la coda come un cedro, i nervi delle sue cosce s'intrecciano

      saldi,

      le  sue  vertebre,  tubi  di bronzo,  le sue ossa come spranghe di

      ferro.

      Esso  la prima delle opere di Dio;  il suo creatore lo ha fornito

      di difesa.

      I monti gli offrono il pascolo e l tutte le bestie della campagna

      si trastullano.

      Sotto  le  piante  di loto si sdraia nel folto del canneto e della

      palude.

      Lo ricoprono d'ombra i loti selvatici,  lo circondano i salici del

      torrente.

      Ecco,  si gonfi pure il fiume: egli non trema  calmo, anche se il

      Giordano gli salisse fino alla bocca.

      Chi potr afferrarlo per gli occhi, prenderlo con lacci e forargli

      le narici?


      Puoi tu pescare il Leviatan (9) con l'amo e  tener  ferma  la  sua

      lingua con una corda,

      ficcargli  un  giunco  nelle  narici e forargli la mascella con un

      uncino?

      Ti far forse molte suppliche e ti rivolger dolci parole?

      Stipuler forse con te un'alleanza, perch tu lo prenda come servo

      per sempre?

      Scherzerai con lui come con  un  passero,  legandolo  per  le  tue

      fanciulle?

      Lo metteranno in vendita le compagnie di pesca,  se lo divideranno

      i commercianti?

      Crivellerai di dardi la sua pelle e con la fiocina la sua testa?

      Metti su di lui la mano: al ricordo della lotta, non riproverai!


      41.

      Ecco, la tua speranza  fallita, al solo vederlo uno stramazza.

      Nessuno  tanto audace da osare eccitarlo e chi  mai  potr  stare

      saldo di fronte a lui?

      Chi  mai  lo  ha  assalito e si  salvato?  Nessuno sotto tutto il

      cielo.

      Non tacer la forza delle sue membra: in fatto  di  forza  non  ha

      pari.

      Chi  gli  ha  mai aperto sul davanti il manto di pelle,  e chi pu

      penetrare nella sua doppia corazza?

      Chi ha mai aperto le porte della sua bocca?  Intorno ai suoi denti

       il terrore!

      Il suo dorso  a lamine di scudi saldate con stretto suggello;

      1'una  con  l'altra  si  toccano,  cos che l'aria fra di esse non

      passa:

      ognuna  aderisce  alla  vicina,   sono  compatte  e  non   possono

      separarsi.

      Il  suo starnuto irradia luce e i suoi occhi sono come le palpebre

      dell'aurora.

      Dalla sua bocca partono vampate, sprizzano scintille di fuoco.

      Dalle sue narici esce fumo come da caldaia, che bolle sul fuoco.

      Il suo fiato incendia carboni e dalla bocca gli escono fiamme.

      Nel suo collo risiede la forza e innanzi a lui corre la paura.

      Le giogaie della sua carne sono ben compatte, sono ben salde su di

      lui, non cascanti.

      Il suo cuore  duro come pietra,  duro come  la  pietra  inferiore

      della macina.

      Quando  si  alza,  si  spaventano i forti e per il terrore restano

      smarriti.

      La spada che lo raggiunge non vi  si  infigge,  n  la  lancia  n

      freccia n giavellotto;

      stima il ferro come paglia, il bronzo come legno tarlato.

      Non  lo  mette in fuga la freccia,  in pula si cambiano per lui le

      pietre della fionda.

      Come stoppia stima una mazza e si fa beffe del vibrare dell'asta.

      Al disotto ha  cocci  acuti  e  striscia  come  erpice  sul  molle

      terreno.

      Fa  ribollire  come pentola il gorgo,  fa del mare come un vaso da

      unguenti.

      Dietro a s produce una bianca scia e l'abisso appare canuto.

      Nessuno sulla terra  pari a lui, fatto per non aver paura.

      Lo teme ogni essere pi altero; egli  il re su tutte le fiere pi

      superbe.


      42.

      Allora Giobbe rispose al Signore e disse:

      Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa  impossibile per te.

      Chi   colui  che,  senza  avere  scienza,  pu  oscurare  il  tuo

      consiglio?  Ho  esposto  dunque  senza  discernimento  cose troppo

      superiori a me, che io non comprendo.

      "Ascoltami e io parler, io t'interrogher e tu istruiscimi".

      Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono.

      Perci mi ricredo e ne provo pentimento su polvere e cenere.


      Dopo che il Signore ebbe rivolto queste parole a Giobbe,  disse  a

      Elifaz  il Temanita: "La mia ira si  accesa contro di te e contro

      i tuoi due amici,  perch non avete detto di me cose rette come il

      mio servo Giobbe.

      Prendete  dunque  sette  vitelli  e sette montoni e andate dal mio

      servo Giobbe e offriteli in olocausto per voi; il mio servo Giobbe

      pregher per voi, affinch io, per riguardo a lui,  non punisca la

      vostra stoltezza,  perch non avete detto di me cose rette come il

      mio servo Giobbe".

      Elifaz il  Temanita,  Bildad  il  Suchita  e  Zofar  il  Naamatita

      andarono  e  fecero  come loro aveva detto il Signore e il Signore

      ebbe riguardo di Giobbe.




      EPILOGO.


      Dio ristabil Giobbe nello stato di prima, avendo egli pregato per

      i suoi  amici;  accrebbe  anzi  del  doppio  quanto  Giobbe  aveva

      posseduto.

      Tutti i suoi fratelli, le sue sorelle e i suoi conoscenti di prima

      vennero   a   trovarlo   e  mangiarono  pane  in  casa  sua  e  lo

      commiserarono e lo consolarono di tutto il  male  che  il  Signore

      aveva mandato su di lui,  e gli regalarono ognuno una piastra e un

      anello d'oro.

      Il Signore benedisse la nuova condizione di Giobbe pi della prima

      ed egli possedette  quattordicimila  pecore  e  seimila  cammelli,

      mille paia di buoi e mille asine.

      Ebbe anche sette figli e tre figlie.

      A una mise nome Colomba, alla seconda Cassia e alla terza Fiala di

      stibio.

      In tutta la terra non si trovarono donne cos belle come le figlie

      di Giobbe e il loro padre le mise a parte dell'eredit insieme con

      i loro fratelli.

      Dopo  tutto  questo,  Giobbe visse ancora centoquarant'anni e vide

      figli e nipoti di quattro generazioni. Poi Giobbe mor,  vecchio e

      sazio di giorni.

      NOTE:

      NOTA  1:  Giobbe  significa "il perseguitato",  egli  uno di quei

      capi nomadi o seminomadi che avevano fama di  saggezza:  "i  figli

      dell'Oriente".  Viene  cio   presentato come un non israelita che

      vive nel deserto arabo che circonda la Palestina meridionale.

      NOTA 2: "Satana"  cio presentato come  una  creatura  non  umana

      (quale  i  "figli  di  Dio")  che  ha il ruolo di accusatore degli

      esseri umani davanti a Dio.

      NOTA 3:" Sabei ": nomadi e razziatori dell'Arabia settentrionale.

      NOTA 4: Teman, Suchn e Naama sono in Arabia.

      NOTA 5: "Raab"  un mostro, simbolo del caos primordiale.

      NOTA 6: il "goel" designava un parente  prossimo  dell'ucciso  che

      doveva vendicare il sangue,  suscitare una discendenza alla moglie

      dell'ucciso, riscattare i suoi beni.

      NOTA 7:  "Ofir":  paese  dell'Arabia,  probabilmente  sulla  costa

      occidentale.

      NOTA 8: I discorsi di Elihu sembrano aggiunti in un secondo tempo,

      per  ridimensionare la violenza di quelli di Giobbe.  La redazione

      finale cerca dunque  di  giustificare  l'inatteso  intervento  col

      fatto che bisogna prima lasciar parlare i pi vecchi.

      NOTA  9:  Il "Leviatan",  mostro del caos primigenio,  diventa qui

      temporaneamente un coccodrillo.

      COMMENTO DI ERSNT BLOCH AL LIBRO DI GIOBBE.

      (da "Ateismo nel cristianesimo" - Francoforte, 1968)


      LIMITE DELLA PAZIENZA: GIOBBE OVVERO L'ESODO NON DENTRO  MA  FUORI

      DELLA   STESSA   RAPPRESENTAZIONE   DI   JAHVE';   INTENSITA'  DEL

      MESSIANISMO.


      A) Giobbe denuncia.


      Un uomo buono che agisce onestamente  ben  disposto  a  confidare

      negli  altri.  Ma  se  lo  si  inganna  violentemente,  allora  di

      improvviso gli si aprono gli occhi,  e guarda lontano.  Giobbe  si

      trova in questo caso e dubita e nega che Dio sia giusto.  L'albero

      cattivo fiorisce,  il fedele pu seccare: questo vede Giobbe in se

      stesso.  Soffre  indicibilmente e accusa Jahv: ora egli non cerca

      pi la causa della sua sfortuna solo  nella  propria  debolezza  o

      nella  propria  colpa.  Sogna  fuori  e al di sopra di s un'altra

      vita,  un disporre e governare migliori di quelli che appaiono  ai

      suoi  occhi  poich  non  comprende  pi la miseria del mondo.  La

      questione di Giobbe  quella che da allora  non  ha  pi  taciuto:

      dove    qui  Dio?  Cos la sofferenza rese forse meno nobili,  ma

      tuttavia diritti e carichi di interrogativi.

      Egli non dimentic affatto il mormorare e l'intelletto non  stette

      succubo.  Conosciamo  il  mormorio  dei  figli di Israele che ci 

      penetrato nella carne attraverso il testo dei sacerdoti.  Il libro

      che  andato pi a fondo al riguardo,  quello di Giobbe,  dovrebbe

      essere nato fra il 500 e il 400,  ma il quadro  certamente  molto

      pi antico, e risale al cosiddetto libro popolare di Giobbe con la

      tentazione  di  Satana  e  la  buona  fine.  Il poeta di Giobbe ha

      elaborato il suo libro all'interno di quello popolare, come Goethe

      ha tratto il suo Faust dal teatro dei burattini.  Che questo libro

      popolare  conservato solo nei primi due e nell'ultimo capitolo sia

      molto antico lo  dimostra  il  fatto  che  i  Caldei  (Giobbe,  1)

      appaiono  ancora  come  beduini  predatori  (quando  invece questo

      popolo di  astrologi  non  lo  era  pi  da  lungo  tempo).  Anche

      Ezechiele  gi  duecento  anni  prima  della presumibile redazione

      della poesia di  Giobbe  nomina  quest'ultimo  come  un  nome  ben

      conosciuto dal tempo antico, insieme con Mos e con un Daniele per

      cos  dire arcaico (Ezechiele,  15,  14 e 20).  Giobbe,  lo stesso

      della  poesia,   fu  raramente  ricordato  dai   rabbini.   Alcuni

      sostenevano  che  egli  era  vissuto  al  tempo  di Abramo,  altri

      indagavano per sapere se fosse uno dei servi del Faraone  timorosi

      di  Dio,  nominati  in 2 Mos,   9,  20.  Tutto ci avvenne con la

      manifesta intenzione di far apparire  lo  scomodo  uomo  come  non

      giudeo,  anche  se  religioso.  Tuttavia  il  "Talmud"  babilonico

      attribuisce sorprendentemente a Mos la paternit  del  "Libro  di

      Giobbe";  soltanto R. Jochanaan e R. Elieser giunsero pi prossimi

      alla  verit  dichiarando  che  Giobbe  era  uno  dei  prigionieri

      ritornato  da  Babilonia;  cos  essi  datarono il libro - primo e

      stupefacente caso di "critica biblica" - ai tempi dopo  Ciro.  Del

      resto  il  libro  in  ogni  epoca  fu  considerato  pericoloso dal

      giudaismo legale,  nonostante il fatto che Mos ne fosse  ritenuto

      l'autore;  insomma  uno scritto da cui era meglio tenersi lontani.

      Esso appartiene  certamente  all'illuminismo  giudaico  del  tempo

      tardo,  un illuminismo che non tratta dell'uomo con superficialit

      ma lo comprende tutto,  non limitandosi all'intelletto scettico  e

      pessimistico.  Il  poeta deve aver elaborato il suo testo,  il suo

      linguaggio  il pi ricco dell'Antico Testamento,  appaiono parole

      non  abituali con radici accadiche e arabe e non comuni squarci di

      intuizione della natura.  Un "Novum" della  forma    il  dialogo,

      quantunque  esso  sia  stato  immediatamente  ricavato  dalla vita

      giudaica e dal discorso religioso. Esso non procede per obiezioni,

      ma ha la forma di  una  conversazione  tesa  a  cercare,  come  in

      Platone;  esso  consiste  di  attacco  e  difesa,  e  i  contrasti

      elaborati sono sempre pi duri.  La  difesa    quella  di  Jahv,

      perch  la  sua  giustizia   costretta con violenza a difendersi.

      "Perch vivono gli scellerati e diventano vecchi  e  accrescono  i

      loro beni?" (21). E perch i poveri hanno fame? Essi non sono tali

      perch sono empi ma perch i ricchi li opprimono e li angariano, e

      Dio sta a vedere.  "Essi li costringono a spremere olio sulle loro

      mole e assetati a pigiare l'uva nei  loro  tini:  dalle  citt  si

      sentono  gemere  i morenti,  e le anime degli uccisi gridano e Dio

      non   rovescia   i   potenti".    La   predica   per   cos   dire

      anticapitalistica la troviamo gi prima di Giobbe nei profeti,  ma

      senza il dio che non resiste al male:  di  qui  inizia  la  fatale

      necessit  della  teodicea.  E  il suo significato  lo stesso dei

      tragici greci,  ma proprio  nel  "Libro  di  Giobbe"  comincia  lo

      straordinario   rovesciamento   dei  valori,   la  scoperta  della

      possibilit utopica all'interno della sfera religiosa: l'uomo  pu

      essere migliore,  pu comportarsi meglio del suo dio. Giobbe non 

      uscito solo dal culto ma anche dalla  comunit;  noi  ci  troviamo

      dinanzi ad un attacco pubblico.


      Soprattutto  fu  la  grascia  della  tradizione  che gli si oppose

      vedendosi disturbata  dalle  novit.  I  tre  amici  esibiscono  i

      prescritti "clichs" convenzionali, irreali, oppongono a Giobbe la

      tradizione  ma  non  lo riducono al silenzio.  Non ci riesce n il

      mite  e  impettito  Elifaz  con  la  dovizia  delle  sue  prediche

      epigonali,  n il prosaico Bildad n il rozzo Zofar.  Dapprima gli

      amici sono solo  solleciti  anche  nell'attesa,  tuttavia,  quando

      Giobbe continua testardo a combattere il re, gli si fanno ostili e

      lo  trattano  da  abietto peccatore.  L'uomo freme contro Dio e la

      rivolta gli schiuma alla bocca;    la  fine  della  pazienza,  la

      critica  del dio tradizionale del diritto.  Giobbe allude alla sua

      miseria,  alle sue ulcere,  al suo stato di  abbandono:  "Sappiate

      dunque  che  Dio  mi  opprime  e che mi ha avvolto nella sua rete.

      Ecco, io grido gi: 'violenza!', ma non sono ascoltato, io grido a

      gran voce, non c' giustizia" (19). Peggio ancora Jahv non dirige

      nemmeno la giustizia, poich egli  come un delitto che non guarda

      in volto la persona: "Egli fa morire entrambi,  il pio  e  l'empio

      (9).  Nella sua onnipotenza, e a causa di essa, il tiranno  privo

      di responsabilit: "Se si tratta  di  forza,  egli    gi  troppo

      forte;  se  si tratta di un diritto,  chi vuole citarlo?" (9).  La

      Magna Charta della giustizia comune non vale: "Infatti egli non  

      un  uomo  a  cui  io  possa  rispondere,  per poter andare insieme

      dinanzi al tribunale; egli non  un arbitro tra noi,  che ponga la

      sua  mano  su noi due" (9).  Terribile  apparsa la contraddizione

      tra il dio profetico della provvidenza etica e  la  realt  di  un

      caso brutale o di un demonio.  Canaan stessa si era trasformata in

      Egitto, cui solo il nome era stato mutato,  Israele riaveva la sua

      antica  miseria.  Il  legame tra colpa ed espiazione,  giustizia e

      salvezza era divenuto in tal modo problematico,  e non  dava  pi,

      anche  fuori  del  "Libro di Giobbe",  nessuna consolazione;  tale

      appare nel salmo 88,  una delle poesie pi prive di  speranza  che

      siano  mai  entrate  nel  Credo.  In essa il peccato non  neppure

      nominato come possibile motivo di miseria;  sazio  della  promessa

      esso  sfocia  nella  pura  domanda  di  Giobbe:  "Chi  narrer nei

      sepolcri la tua clemenza e la tua fedelt tra  i  morti?  Potranno

      dunque  le tue meraviglie essere conosciute nelle tenebre e la tua

      giustizia  nella  terra  dell'oblio?"  (Salmo  88,  12).   E  alla

      tradizione  che  considera il peccato idoneo a stabilire un legame

      fra la disgrazia da un lato e la  pena  e  la  sferza  dall'altro,

      Giobbe  si oppone con la domanda risolutrice: "Se ho peccato,  che

      cosa faccio a te protettore di uomini?  Perch mi hai  posto  come

      tuo  bersaglio,  s  che io sia a me stesso di peso?  E perch non

      perdoni il mio delitto e non cancelli il  mio  peccato?".  (Giobbe

      7).  Ma  i  tre amici,  gli avvocati di Jahv,  a tutto questo non

      hanno da opporre altro che il dogma del compenso  colpa-espiazione

      nella  sua  forma  pi rigida.  Il loro Jahv si ammanta in questo

      logoro velo e il  giovane  Elihu  apparendo  alla  fine,  torna  a

      sottolineare  Jahv  come  negazione  e  nemico,  anzi  (in 37) si

      presenta come il precursore del tiranno che infatti subito appare.

      Ci che gli amici  ripetono    ancora  una  volta  il  dogma  del

      compenso   dall'alto,   e   invero  affatto  privo  del  carattere

      condizionale che aveva assunto nei profeti.  La forza del  fattore

      soggettivo  e  della  moralit  nel  corso  del destino,  tutta la

      profondit  della  scelta  e  della  decisione,   la   particolare

      partecipazione  al  governo del mondo: tutto ci era stato rimesso

      agli uomini a cominciare da Amos gi fino a Isaia e a Malachia; ma

      nulla di questo  rimasto  nella  bigotteria  dei  quattro  gretti

      borghesucci  della fede.  Tuttavia la coscienza morale di Giobbe 

      un  sostegno  pi  che  sufficiente  contro  Jahv,   il   giudice

      discutibile,  e contro gli amici,  giudici come lui.  E se ci non

      dovesse bastare, ha pur sempre valore la tesi che un dio che abbia

      meritato questo nome non deve punire ma salvare; meno che mai deve

      giudicare ci che   nascosto  nell'uomo  in  cui  non  c'  alcun

      inganno. Un uomo supera, anzi risplende sopra al suo dio: questa 

      e  resta  la  logica del "Libro di Giobbe",  nonostante l'evidente

      resa finale. La categoria originaria dell'esodo continua a operare

      qui nella pi potente delle sue trasformazioni.  Dopo  l'esodo  di

      Israele dall'Egitto,  di Jahv da Israele, avviene ora un esodo di

      Giobbe da Jahv; certamente: e verso dove?


      E' cosa sicura che l'uomo tormentato desidera allontanarsi da  ci

      che  lo  colpisce.  Egli attacca,  poich vuole essere lasciato in

      pace, e teme senza portare pi alcun rispetto.  "Affida al Signore

      i tuoi cammini e cos i tuoi piani si realizzeranno" (Proverbi 16,

      3):  ormai  non  lo  si  crede pi.  Giobbe domanda ragione al suo

      straordinario nemico: "Ecco,  la mia firma  posta sotto  all'atto

      di accusa; l'Onnipotente mi risponda" (31). E Jahv risponde dalla

      tempesta, e risponde in maniera singolare giustapponendo domanda a

      domanda,  settanta  di  numero.  Egli  intercala  le questioni con

      descrizioni selvagge, del pavone, del cavallo, dell'aquila,  della

      bufera,  delle Pleiadi,  dell'Oceano,  selvaggio bambino in fasce,

      delle nubi,  del Behemot e del Leviathan.  Giobbe ha  posto  nella

      critica  del  mondo  presente,  il  presentimento di uno migliore;

      Jahv risponde con enigmi continui  che  ricava  dalla  parte  non

      mediata  della natura e della potenza naturale dell'esistenza,  da

      un settore perci che Giobbe,  nonostante il tono  della  critica,

      non  voleva  intendere nelle sue domande,  e non toccava nelle sue

      accuse.  "Chi  colui che manca cos nella sapienza?"   la  prima

      questione   di   Jahv  (38),   la  domanda  intimidatrice  di  un

      caposcuola.  "Dove eri tu quando io fondai la terra?"  la seconda

      domanda  di Jahv (38),  domanda assolutamente stroncatoria di una

      maest  irritata,   seguita  dal  salmo  di  se  stessa:   "mentre

      giubilavano  in  coro  le stelle del mattino ed esaltavano tutti i

      figli  di  Dio".   Si    detto  che  le  domande  di  Jahv  sono

      sarcastiche,  ma  erano  state  precedute  dal  sarcasmo di Giobbe

      quando questi aveva gridato: "Che  mai  l'uomo,  che  tu  ne  fai

      tanto  conto e che tu ti prendi cura di lui?" (7).  Nel momento in

      cui Giobbe cita cos un passo del salmo,  un passo che  nel  testo

      (Salmo  8,  5) esprime la venerazione pi grata della creatura nei

      confronti del suo creatore,  nel  momento  in  cui  egli  lo  cita

      beffardamente  come  chi  dubita,  dibattendosi  sotto  i  dolori,

      scaturisce un sarcasmo pi prezioso di quello cui pu ricorrere un

      dio nei confronti di un verme. Un parallelo retorico degno di nota

      corre tra la enumerazione delle opere di Giobbe nel capitolo 31  e

      di Jahv del capitolo 38; dove il registro di Giobbe supera quello

      dell'altro,  ponendo moralit dove Jahv pone natura. Le questioni

      di Jahv,  che come tali sono nulla pi che questioni  di  scienza

      naturale,  non  hanno  in  s  l'eternit  che  in altri scritti 

      propria della parola di Dio.  Pochi secoli dopo  Giobbe,  gi  con

      Plinio  e Plutarco,  una parte delle meraviglie naturali che Jahv

      presenta non sarebbe risultata pi cos stupenda.  Un  ricercatore

      della natura,  A. von Humboldt, questo esalta appunto del capitolo

      37,   del  preludio  di  Jahv  fatto  da   Elihu:   "I   processi

      meteorologici che succedono nella coltre di nubi,  la formazione e

      la scomparsa dei vapori a  seconda  della  diversa  direzione  dei

      venti,  il  loro gioco di colori,  la generazione della grandine e

      del  tuono  che  rimbomba  vengono  descritti  in  tutta  la  loro

      evidenza;  ci vengono anche presentate delle domande che la nostra

      fisica  odierna    in   grado   di   formulare   in   espressioni

      scientifiche,  ma non di risolvere in modo soddisfacente" (Kosmos,

      Cotta, 3, 35). Tuttavia queste non erano preoccupazioni di Giobbe,

      e manca un corretto collegamento.  Jahv risponde a domande morali

      con  domande  fisiche,   con  un  colpo  che  proviene  dal  cosmo

      incommensurabilmente   tenebroso-sapiente   contro   il   limitato

      intelletto  da  servi.  E' indubbio che le immagini naturali siano

      potenti,  e che sia singolare l'innegabile respiro di un panteismo

      per  cos  dire demoniaco (preformato o contemporaneo ai due salmi

      65 e 74).  Natura non  pi  il  supporto  o  il  semplice  teatro

      dell'evento umano,  come  nel capitolo primo della Genesi,  ma un

      vestito,  o almeno una cifra della divina sublimit.  Le opere  di

      Jahv  non  sono  pi  antropocentriche.  La  teleologia  umana si

      spezza, sopra di essa stanno il firmamento e i colossi. E cos, in

      contraddizione con Genesi 1,  10 e 14,  le stelle  esistono  prima

      della  creazione della terra (Giobbe 38);  e manca nelle parole di

      Dio ogni teleologia umana,  ogni promessa di  una  umana  salvezza

      dietro  al  tramonto  della  natura  (come accade nelle apocalissi

      profetiche);  Jahv  a  dimostrazione  della  sua  maest  sceglie

      persino esempi assurdi o sanguinosamente brutali o mostruosi tolti

      dal  mondo  stesso  degli  animali,  e  anche  qui  mancano  scopi

      razionali.  Il pavone "non bada al fatto che  lavora  per  niente,

      perch  Dio  lo  ha  creato stupido" (39);  "i piccoli dell'aquila

      bevono sangue e  dove  c'  una  carogna,  essa    l"  (39);  di

      Behemoth,   l'ippopotamo   "si   pu  presumere  che  egli  voglia

      prosciugare il Giordano con la sua bocca'' (40);  e non dell'uomo,

      ma del Leviathan, una sorta di drago marino viene detta la parola:

      "sulla  terra  non c' nessuno a lui pari;  fatto per essere senza

      paura"  (41).   Gli  inni  a   Behemot   e   al   Leviathan   sono

      presumibilmente inserimenti tardivi nel libro di Giobbe;  tuttavia

      essi riproducono in maniera affatto giusta e pittoresca lo spirito

      di  tale  non-umanit.  E  questo  Jahv  fa  rovinare  con  piena

      malvagit  il  discorso  dei  profeti sulla sua provvidenza etica-

      razionale,  centrata intorno al latte e al miele;  gettando,  come

      una  carta  vincente,  la dichiarazione eteronoma,  "che piove nel

      paese, in cui non c' nessuno,  nel deserto,  in cui non c' uomo"

      (38).  Il tutto  una teofania talmente estranea alla Bibbia,  che

      qui ci sta dinanzi un dio diverso,  un dio che  non  ha  nulla  in

      comune neppure col pericoloso vulcano Jahv. Egli ricorda una Isis

      fatta  demonicamente  o  un  Baal-natura  in  senso assoluto;  c'

      qualcosa in  lui  che  ricorda,  "mutatis  mutandis",  in  maniera

      sbalorditiva,  il  dio di Spinoza.  Come se si ascoltasse di nuovo

      per cos dire il linguaggio di Jahv estraneo a ogni fine e  senso

      nell'assicurazione  di  Spinoza: che Dio conduce la natura secondo

      leggi universali,  non secondo le particolari leggi  e  intenzione

      degli uomini ("adeoque Deus non solius humani generis,  sed totius

      naturae rationem habet"). Allo Jahv di Giobbe manca,   naturale,

      completamente  la  "ratio" e l'autarchia della "ratio" che Spinoza

      intendeva;  tuttavia il contatto antiteleologico    sorprendente.

      Non  cos escluso che una delle primissime fonti per la religione

      di Spinoza scaturisca dagli ultimi capitoli di Giobbe, in un Pan a

      dire  il  vero,  per quanto riguarda Spinoza,  totalmente privo di

      demoni.

      Ma perch sembra che Giobbe ora salti  il  fosso  o  sia  convinto

      quando  dice:  "Io voglio porre la mano sulla bocca" (40)?  Rudolf

      Otto,  nel suo libro "Il sacro"  ha  voluto  vedere,  proprio  nel

      deserto al di l del bene e del male che questo Jahv apre come il

      suo  al  di  l,  una soluzione.  Jahv darebbe immagini mostruose

      squisitamente edificanti;  ovvio anche il ricordo dell'undicesimo

      canto dei Bhagavad-Gita,  dove Krischna  appare  ad  Ardiuna  come

      atroce monumentale fiume di morti e di parti.  Tuttavia Giobbe non

      avrebbe saltato il fosso,  non si sarebbe lasciato convincere,  ma

      ancora  una  volta  sarebbe  rimasto solo colpito,  spiritualmente

      annientato,  dalla "metabasis eis allo genos",  cio gettato nella

      demonia preprofetica,  anzi precananitica.  Il poeta di Giobbe pu

      aver sentito pi ricca di consolazione  questa  demona  di  Jahv

      dichiarata, o meglio l'annuncio schietto (in particolare con tutta

      la  strumentazione del sublime cosmico) della presente ingiustizia

      sotto la maschera del dio del diritto. Comunque il poeta di Giobbe

      non  un precursore di Rudolf Otto ovvero degli amici sconsiderati

      della notte di sangue di oggi sotto la maschera della mistica.  Il

      suo  eroe  disperato  era  costruito  come  ribelle ed egli appare

      invero,  come ci divenne chiaro,  come un Prometeo biblico,  a cui

      non  s'adatta  il  passo "Io voglio porre la mia mano dinanzi alla

      bocca" (40).  La scena conformistica finale richiama soltanto alla

      vecchia  maniera  la conclusione del libro popolare che ci  stato

      tramandato e che parla  della  guarigione  di  Giobbe,  della  sua

      riconciliazione con Dio;  la scena costituisce appunto il trapasso

      a tale riconciliazione.  Forse essa  stata aggiunta dal poeta per

      poter  esprimere  la  sua eresia senza pericolo,  e ci  riuscito.

      Oppure la scena naturale della tempesta   stata  interpolata  pi

      tardi;  il  che,  a causa della sua unit linguistica con le parti

      precedenti  come  a  causa  della  sua   forza   poetica,   appare

      improbabile.  O forse nell'autore di Giobbe hanno avuto vita nello

      stesso tempo due pensieri inconciliabili: quello umano-ribelle  ed

      un altro appartenente ad un ordine diverso,  extraumano,  cosmico-

      eteronomo (una scissione del punto  centrale  che  non  troverebbe

      quasi  riscontro nei grandi poeti).  Di conseguenza in questo caso

      difficile non ci rimane che interpretare la scena  della  tempesta

      nel primo senso: come copertura delle eresie, la cui dichiarazione

      era qui soprattutto un gioco.  La grandezza di Dio a partire dalla

      natura (di cui la poesia dei salmi aveva gi dato potenti esempi),

      e il suo valore dipesero dall'antica immagine del mantello di  cui

      narrava  il  libro  popolare;  un  mantello  che  fu poi ornato di

      stelle.  Ma  importante e decisivo in tutto ci quello che    il

      pi  delle  volte  trascurato  e cio che l'autore gi lungo tempo

      prima aveva posto un'altra soluzione,  generata genuinamente dalla

      profondit  della  ribellione.  Questa  soluzione   stata privata

      della sua assoluta chiarezza,  del suo sale,  attraverso il  testo

      del   passo   irrimediabilmente   corrotto,    e   inoltre   dalla

      armonizzazione cristiana ecclesiastica che la traduzione di Lutero

      vi ha aggiunto.  Giobbe dice gi nella Vulgata,  come  pure  nella

      Bibbia  di  Lutero:  "Ma  io so che il mio Redentore ('redemptor')

      vive ed egli mi sveglier poi dalla terra;  e  dopo  ci  io  sar

      cinto  con  questa mia pelle e vedr Dio della mia carne.  E io lo

      vedr per me,  e i miei occhi lo vedranno,  lui che  non  sar  un

      estraneo" (19). Quindi una quantit di teologi protestanti o anche

      di filologi dell'Antico Testamento ha tentato delle congetture sul

      testo corrotto originario;  cosi Duhrn nel suo "Kommentar zu Hiob"

      (1897), e Bertholet dopo di lui. Ma anche la parola ebraica "goel"

      nel testo senza dubbio tramandata  non  pu  essere  tradotta  con

      redentore,  cio con il significato cristiano mitigato che essa ha

      assunto  da  allora.   Essa  non  significa  nemmeno  Jahv   come

      redentore,  secondo  l'interpretazione  giudeo-ortodossa di questo

      passo;  infatti il senso di "goel" : prossimo parente  ed  erede,

      che  ha il dovere di vendicare un assassinato,  anticamente inteso

      come "goel had-dam", come vendicatore del sangue (4 Mos,  35,19).

      Il  testo stesso che ci sta davanti nella sua corruzione sconnessa

      suona letteralmente cos: "E io so che il mio vendicatore  vive  e

      che  da  ultimo (ultimo) si alzer sulla polvere (star da presso,

      fermo,  sussister).  E dopo che  la  mia  pelle  frantumata  sono

      questo,  e  dalla  mia carne io vedr Dio.  Quando (quello che) io

      vedo per me (a me),  e i miei occhi  videro  e  nessun  estraneo."

      Bertholet  ("Teologia  biblica dell'Antico Testamento",  volume 2,

      1911) ordina questo testo caotico utilizzando delle congetture,  e

      azzarda:  "Ma io lo so,  il mio vendicatore del sangue  in vita e

      per buon ultimo si alzer sopra la polvere. Il testimone della mia

      innocenza sar presso di me e io vedr per me  il  mio  liberatore

      dalla  colpa,  con  i  miei occhi lo vedo ed egli non  estraneo".

      Certamente nell'ebraico pi tardo,  dunque  anche  in  quello  del

      "Libro  di  Giobbe"  (presupponendo che ci non privilegia in tali

      passi solenni nessun significato arcaico),  "goel" significa  per

      pi  generalmente anche il difensore;  tuttavia questo significato

      indebolito non  in nessun caso  in  accordo  con  l'animosit  di

      Giobbe,  con la guerra di Giobbe contro Jahv. Essa non si accorda

      con il delitto che egli sente compiuto su di s e  che  egli  poco

      prima  cos  potentemente  denuncia: "O terra,  non coprire il mio

      sangue, e nulla arresti il mio grido. Fin d'ora io ho nei cieli un

      testimone e il mio vendicatore"  (16).  Ogni  significato  rimanda

      cos al vendicatore, al vendicatore di Giobbe, di lui che si sente

      annientato,   e   il   cui   sangue   grida   al  Cielo,   rimanda

      all'innominato, allo sconosciuto, che con reale giustizia persegue

      ed elimina  l'assassinio  di  un  innocente.  E'  chiaro  che  con

      "vendicatore del sangue" al posto di "redentore" non  data ancora

      nessuna  "profezia"  di Cristo;  ma il capretto non pu fungere da

      giardiniere cos come il nemico non   il  difensore  dell'ucciso.

      L'AMICO  CHE  GIOBBE  CERCA,  IL PARENTE,  IL VENDICATORE NON PUO'

      ESSERE LO STESSO JAHVE',  CONTRO CUI GIOBBE CHIAMA IL VENDICATORE.

      Non  pu essere quello Jahv che egli subito dopo attacca di nuovo

      opponendogli il codice di un giusto.  Certamente la voce,  per  lo

      meno  lo stato d'animo dei tre amici di Giobbe,  dei tradizionali,

      nell'esegesi altrettanto tradizionale di 19,  non si  finora  mai

      estinto.  Anche  l  dove  il "vendicatore del sangue"  divenuto,

      perlomeno flologicamente,  insopprimibile;  l'armonizzazione  nel

      senso della invariabile teocrazia vince di nuovo sull'altra Bibbia

      sebbene  essa  emerga ancora in un modo non corrompibile dal testo

      corrotto.   Dunque  su  Giobbe  e  sul  suo   atteggiamento   cos

      inequivocabile si continua a operare con costanza un rovesciamento

      di  significati  che   per noi un segno,  divenuto cos mostruoso

      dopo Auschwitz,  di come esso sia  necessario  alla  rassegnazione

      alla  volont  divina.  Ma  i  tre amici hanno seguaci ancora dopo

      millenni,  "ad minorem gloriam" del  neologo  Giobbe:  "Anche  nel

      grido  in  cui  egli  fa appello a Dio (!) come al vendicatore del

      sangue, egli si  rifatto ad un'antichissima (!) rappresentazione:

      Dio  il padrone di ogni vita;  in tutti i casi in cui la  vita  

      minacciata da una qualsiasi azione violenta,  allora vi  in gioco

      un interesse immediato di Dio;  ci sa (!) Giobbe e perci egli si

      richiama  solennemente  a  Dio  -  contro  Dio"  (dunque  non allo

      stesso).  "Nella straordinaria tensione della  sua  lotta  la  sua

      immagine di Dio rischia di lacerarsi. Gi nel capitolo 14 qualcosa

      del   genere  si    aperta  la  via,   ma  Giobbe  cerca  l  una

      dissociazione nel senso  di  una  successione  temporale  dall'uno

      all'altro:  in  primo luogo comanda il dio dell'ira" (anche contro

      un giusto?) "poi quello che ama la sua creatura.  A tal  punto  il

      dio  protettore  della  tradizione  si  separa dal dio distruttore

      della sua esperienza,  che ogni coincidenza  diventa  impossibile.

      Anche se Giobbe  divenuto cosciente,  in modo improvviso e che lo

      rende felice,  della esistenza di un dio amico,  egli  non  ha  la

      capacit (!) tuttavia di cancellare la realt del dio nemico. Egli

      si  appella solennemente (!) passando dall'uno all'altro,  ed egli

      sa che il dio garante, il dio che scioglie,  condurr la sua causa

      alla  vittoria  contro il dio nemico" (quantunque entrambi debbano

      essere  paralleli  solo  nell'eternamente-uguale).  "Ogni  lettore

      sentir  entrambi  i  passi  (capitolo  16,  verso  19 e seguenti,

      capitolo 19,  verso 23 e seguenti) - l'ultimo  appunto quello  in

      cui  appare il vendicatore del sangue "come culmini nella lotta di

      Giobbe,  e in nessun luogo come qui  viene  avvolto  da  una  tale

      certezza,  da  una  tale  consolazione" (Confronta RAD,  "Teologia

      dell'Antico  Testamento"  -  "Theologie  des  Alten   Testaments",

      volume  primo,  pagina 413).  A dire il vero anche questa certezza

      del lettore o meglio dei tre amici di Giobbe deve  riconoscere  in

      maniera  pi  conforme  al  testo  che  "noi  non  possiamo ancora

      indicarla come la  soluzione,  e  infatti  anche  il  dialogo  non

      finisce  qui...;  un segno sicuro che la faccenda (!) non  ancora

      liquidata con queste consolanti rotture" (esegesi  pi  deviante).

      Il  vendicatore  del sangue a cui Giobbe fa appello non solo non 

      il demone dell'ira,  che sparge lo stesso sangue,  ma meno che mai

      quello  che  appare  alla  conclusione  del "Libro di Giobbe",  il

      demone-cosmo che non  pieno nemmeno di ira o di redenzione e  che

        totalmente disparato nei confronti della sofferenza umana,  del

      suo sguardo al Salvatore.  Gi lungo tempo  prima  Giobbe  l'aveva

      rifiutato: "Egli mi spezzer con un turbine e moltiplicher le mie

      ferite senza motivo" (9).  Giobbe desiderava appunto che Jahv non

      volesse  apparire  cos  per  schiacciarlo.  Che  il  mondo  possa

      sussistere anche senza l'uomo,  che esso non gli sia legato: non 

      questa la dottrina che Giobbe attende.  Piuttosto  il  vendicatore

      sta  vicino  allo  Jahv  dell'Esodo,  lo  Jahv  "del  tempo  del

      fidanzamento d'Israele",  ma in maniera che lo spirito  dell'esodo

      non avrebbe nulla in comune con la creazione e il governo presente

      del  mondo.  Dunque:  la  piena  intensit  del messianismo appare

      totalmente antitetica  a  una  data  disposizione  del  mondo.  La

      risposta  alle domande di Giobbe,  alle sue disperazioni come alle

      sue speranze di un mutamento del suo essere,  viene DATA NEL REGNO

      DEL VENDICATORE,  CHE E' CONGIUNTO CON LA PROPRIA BUONA COSCIENZA;

      solo l e altrimenti in nessun altro luogo.  Questa    dunque  la

      soluzione vagheggiata dal poeta di Giobbe, ed essa spezza la scena

      di  Jahv  e la sua deviazione in una natura in cui l'uomo non  o

      non vale nulla.  "Se un uomo potesse disputare  con  Dio  come  un

      figlio dell'uomo con il suo amico!" (16): questo "tu" massimamente

      desiderato non  certamente nel caos del destino, ma non  nemmeno

      in un "tremendum" della natura meramente rappresentato.


      B)  Il  Paziente o il Prometeo ebraico?  Anche una volta scomparso

      Jahv le questioni di Giobbe non sono risolte.


      Ora sappiamo che l'uomo pi irritato ci fu presentato come il  pi

      paziente.  Addirittura messo in mostra;  Giobbe dovrebbe riportare

      in scuderia i dubbiosi. Il libro del popolo ha vinto sul poeta; il

      ribelle sta qui ecclesiasticamente come un placido  paziente.  "Il

      Signore ha dato,  il Signore ha tolto", queste parole dell'inizio,

      "il Signore bened Giobbe dopo pi di prima," queste parole  della

      fine,  hanno  spento  tutto ci che ribolle in mezzo.  Cos Giobbe

      divenne il modello della pazienza e Spengler lo  chiama  il  Faust

      arabo  perch  non  lo   affatto.  Poich ci che occidentalmente

      sarebbe diventato Faust  diviene,  pensa  Spengler,  nella  "anima

      magica",  una  lotta  della capitolazione,  un abitare puramente e

      semplicemente nella cupola che ci avvolge.  Il ribelle  Giobbe  in

      Oriente  divenne  realmente  proverbiale per il suo contrario,  in

      modo tale che qui sotto i molti nomi maginifici del  cammello  c'

      anche  questo:  "abu  Eyyub",  padre di Giobbe.  Il Corano celebra

      Giobbe, ridotto a uomo paziente e niente altro, come un modello di

      capitolazione,  che sorprende nello stesso Islam,  e la nona  sura

      esprime  in maniera quietistica la sua lotta pi profonda: "Non vi

       nessuno scampo lontano da Dio che ritornando in  lui".  E'  vero

      che per gli ebrei ortodossi il presunto uomo della pazienza di Dio

       sempre stato uno scandalo;  per la chiesa invece esso diviene il

      "princeps" di  tutti  coloro  che  onorevolmente  si  sottoposero.

      Comunque  Giobbe  nel "Talmud" massimamente sospetto,  menzionato

      come "ba'at" - egli si rivolt -,  secondo il  giudizio  generale;

      certamente  secondo  un  passo  del  "Talmud"  Mos stesso che ha

      scritto il "Libro di Giobbe",  ma egli  potrebbe  essere  solo  il

      Giobbe  delle  acque  litigiose o della ribellione contro l'angelo

      della morte di Jahv, di cui l'Agad racconta.  La chiesa di nuovo

      scambia Giobbe troppo spesso con i suoi tre amici, con le banalit

      convenzionali,  del  tipo  di quelle che ogni clericalizzazione sa

      procurare facendole fungere da museruola.

      Essa riduce Giobbe al banale Elifaz,  almeno  al  vincitore  della

      tentazione  del  libro  popolare;  cos  esso  serve  come modello

      dell'obbedienza messa alla prova. Questo dovrebbe essere lo stesso

      uomo che chiam Jahv assassino,  "Egli  fa  morire  entrambi,  il

      religioso e l'ateo" (9); questo  colui che sfida titanicamente la

      divinit.  Questo   l'uomo che non present e non ebbe bisogno di

      nessun semidio per questa opposizione titanica, come avviene nella

      tragedia greca contro Zeus,  ma che us e  impegn  tutto  il  suo

      proprio soggetto per far fronte come uomo alla creduta onnipotenza

      del  nemico.  Giobbe sta nel suo insieme in un mondo dove il dogma

      morale  del  compenso  attraverso  terribili   esperienze   si   

      dimostrato vano;  egli non ne soffre soltanto, anzi egli protesta.

      Anche la connessione di condizioni fra decisione morale e destino,

      che i profeti desideravano annunciare,  era  da  moltissimo  tempo

      sparita  nel  semplice  dogma  del  compenso  dei  tre amici,  nel

      meccanismo per cos dire di  pena  e  salario.  Nulla  del  genere

      indicava  la  realt,  e  neppure lo faceva la buona provvidenza e

      meno di tutti infine quello Jahv che dalla  tempesta  abbatte  al

      suolo l'uomo abbassandolo a frazione del mondo.  S,  questo Jahv

      corregge in tale scena anche l'ideale di provvidenza  che  di  lui

      hanno fatto gli amici di Giobbe;  con profondissima ironia investe

      perci persino Elifaz dicendo: "La mia  collera  si    infiammata

      contro di te e i tuoi due amici; voi non avete parlato giustamente

      di  me  come il mio servo Giobbe" (42).  Ma l'invito alla resa che

      Giobbe potrebbe ricavare da questo tipo di insegnamento di Dio non

      sarebbe  mai  un  gioioso   annuncio.   Essa   strapperebbe   mera

      rassegnazione e nessuna consolazione;  anche il futuro  sbarrato,

      lo Jahv  della  scena  finale  parla  come  se  si  rivolgesse  a

      un'ordinata  natura demoniaca e non dice parole messianiche.  Egli

      non riprende affatto la  speranza  di  Giobbe  in  19  che  a  lui

      chiaramente  si  riferisce,  al contrario: ogni speranza  e resta

      fondata nella buona coscienza di Giobbe e nella  ribellione  fuori

      di  lui,  ribellione  che  cerca un vendicatore.  L'apparizione di

      Jahv e le sue parole confermano  appunto  che  Giobbe  non  crede

      nella divina giustizia;  esse sono, invece che rivelazione del Dio

      del diritto,  qualcosa  come  l'ateismo  di  un  Dio  anche  nella

      considerazione  e nell'oblio dell'etica.  C' quasi,  nella poesia

      della scena di Jahv, uno splendore della pi paradossale di tutte

      le visioni,  di quella a cui Jean Paul diede il titolo:  "Discorso

      del  Cristo  morto  dall'alto dell'edificio del mondo,  secondo il

      quale non  c'  alcun  Dio".  Quanto  meno  si  conclude  che  c'

      capitolazione,  tanto pi sicuramente la presunta teodicea diviene

      il suo contrario: esodo dell'uomo da Jahv,  immaginazione  di  un

      mondo che si eleva sopra la polvere.  Questo mondo di Giobbe non 

      per nulla quello di una vita che continua dopo  la  morte  in  cui

      tutto viene,  a posteriori, perfettamente pareggiato. Il giudaismo

      ignorava tali cose al tempo di Giobbe,  e faceva scendere il corpo

      nella  terra,  nel  paese  delle ombre.  Giobbe pensa piuttosto un

      mondo che  egli  pu  vedere  con  i  propri  occhi  conservati  o

      ristorati,  portato  dal vendicatore e dal liberatore dalla colpa,

      che fa il processo al principio dell'ingiustizia.  Egli pensa  che

      l'uomo  e la sua moralit percorrono una strada che attraversa sia

      la natura sia Dio. Mancano ancora tutti i pretesti, che proprio si

      resero necessari teologicamente col crescere  delle  esperienze  e

      dei  pensieri  di  Giobbe;  mancano  tutte le apologie e gli alibi

      ricavati dalla teodicea che solo  da  questo  momento    divenuta

      inevitabile.  Manca  il  peccato  originale come dottrina formata,

      secondo la quale la creazione malvagia viene sgravata  dall'errore

      di  Adamo  e  dai  demoni  che  sono intervenuti.  Manca ancora il

      concetto  definitivo  di  Satana,   questo  mostruosissimo   capro

      espiatorio   di   Jahv   su   cui  bisognava  caricare  tutta  la

      depravazione dell'esistenza;  nel libro  popolare  di  Giobbe  c'

      infatti un angelo dell'accusa,  nel peggiore dei casi un invidioso

      scettico, che nella poesia di Giobbe non viene in genere nominato.

      Nel tempo pi antico quell'angelo ebbe forse valore  di  seduttore

      maligno  ("E  Satana  si  alz  contro  Israele  e incit Davide a

      numerare gli Israeliti", 1 Cronache,  21,  1),  tuttavia anche qui

      non  affatto un promotore. Persino l'evidente motivo della caduta

      di Lucifero, che si trova nel primo Isaia ("Come sei tu caduto dal

      cielo,  tu bella stella del mattino!", Isaia 14, 12), fu pi tardi

      adattato  alla  Satanologia;   proprio  qui  Isaia   si   richiama

      unicamente  al  re di Babele.  E Giobbe a partire dalla profondit

      della sua ribellione avrebbe gi opposto a tutte  queste  teodicee

      dell'esonero: Jahv non pu essere onnipotente e buono insieme, se

      permette  Satana.   Egli  pu  essere  solo  onnipotente  e  anche

      malvagio,  ovvero buono e debole: nell'onnipotenza e  nella  bont

      insieme  c'  cosi poco spazio per il diavolo come prima ce ne era

      per  il  male  che  non  fosse  personificato  e  non  avesse   un

      prestanome.  A  dire  il  vero  i profeti hanno talvolta,  come le

      interpolazioni da loro influenzate  nel  Pentateuco,  un  tipo  di

      dualismo  quasi mai preso in considerazione e questo venne colpito

      meno dalle obiezioni di  Giobbe.  E  gi  per  il  motivo  che  il

      contrasto non oppone qui bene e male, Ormuzd e Arimane, ma l'amore

      e  l'indifferenza per cos dire.  I profeti che perseverano ancora

      nel "topos" Jahv insegnarono  talvolta  fuori  dalla  infelicit,

      come  mezzo  per  la  pena  e  la  prova  di un giusto padre,  una

      infelicit che  scorre  di  per  se  stessa,  cio  attraverso  un

      semplice  volgersi  di  Jahv  via  dagli  uomini.  Nel  pi tardo

      Deuteronomio Jahv ne parla cos:  "Io  nasconder  il  mio  volto

      dinanzi  a  loro  ed  essi saranno abbandonati alla rapina e molti

      mali e calamit li colpiranno.  Essi diranno in questo giorno:  se

      questi  mali  ci  hanno raggiunti non  perch il Signore non  in

      mezzo a noi?" (5 Mos,  31,  17).  Mali e calamit appaiono dunque

      qui come certe speciali essenze che fioriscono nella lontananza da

      Dio e in forza di essa;  esse non vi appaiono come volute da Jahv

      o  da  un  anti-dio.   Esse  sono   destino   sfrenato,   sfrenato

      nell'indifferenza  e  operante pure con indifferenza nei confronti

      delle richieste umane,  ossia il demonio naturale nella chiusa del

      "Libro  di  Giobbe".  L'onnipotenza  di  Dio  e il bene cessano in

      questi punti dunque allo stesso  modo:  Egitto  o  Assur  possono,

      nella  assenza di Dio,  produrre un cattivo destino come quello di

      un ciclone che si costruisce da s.  Con questa svolta  i  profeti

      hanno tentato una teodicea senza peccato originale e senza Satana;

      ed  essa  risuona  ancora in Agostino quando egli nonostante l'uso

      ricchissimo di Satana annota: il male viene da una  privazione  di

      Dio,  Dio  non   per il male nel mondo una "causa efficiens",  ma

      soltanto una "causa deficiens". Certamente la ribellione di Giobbe

      non si placherebbe neppure contro  tali  teodicee  ricavate  dalla

      lontananza  divina  e diverse da quella dei suoi tre amici,  tanto

      meno quando egli vede Jahv come disparata natura demoniaca. Anche

      l'alibi di Jahv non pu servire da pretesto per  la  miseria  del

      mondo e da surrogato di responsabilit;  reale onnipotenza e bont

      non diventerebbero indifferenti e non  affaticherebbero.  Non  nei

      confronti  del peccatore e non veramente,  come per la prima volta

      il realismo di Giobbe incessantemente  stabilisce,  nei  confronti

      del giusto. Da allora ogni teodicea, misurata sulle dure questioni

      di Giobbe,   una disonest. Il "Libro di Giobbe" ha messo in moto

      gli avvocati della onnipotenza e dell'infinita bont di Dio,  e ne

      ha  impedito  nello stesso tempo A LIMITE tutte le armonizzazioni.

      Per uomini che sono usciti  in  maniera  cos  fondamentale  dalla

      rappresentazione di un Jahv Dio creatore o anche Dio del diritto,

      cosicch esso non esiste affatto, la sua giustificazione non  pi

      un  problema  o,  almeno,    un  puro  problema  di  storia delle

      religioni.  L'illuminismo francese ha pronunciato la pi  semplice

      soluzione  della teodicea,  ed essa suona: "que dieu n'existe pas"

      (che dio non esiste). Se dunque all'ateismo etico, e come tale pu

      venire intesa tutta la teofania che chiude il "Libro  di  Giobbe",

      si  aggiunge  quello  ontologico,  allora  tutto il problema della

      teodicea come apologetica opera da buon ultimo senza "causa  sui".

      S  -  e  questo   importante - anche le questioni e le accuse di

      Giobbe,  tutta la sua ribellione appaiono,  una volta soppresso un

      essere divino troneggiante, prive di oggetto.

      Ma  stanno le cose veramente cos per quanto riguarda il suo amaro

      interrogare? Il "Libro di Giobbe" non possiede anche per un comodo

      ateismo nessun'altra realt che la storica  o  la  psicologica  o,

      come  naturale,  la poetica? Non resta molta crudele-natura anche

      senza Jahv,  una natura che  si  disinteressa  dell'uomo,  che  

      insensibile?  Non restano malattia,  disordine,  stranezza, spalle

      fredde nell'esserci,  non resta quel qualcosa nell'esserci - anche

      senza reificazione o ipostasi trascendente - di cui proprio Giobbe

      dice:  "Giusti  e ingiusti,  li fa perire tutti e due" (Giobbe 9)?

      Non resta la morte,  su  cui  Giobbe  appone  le  parole  seguenti

      atrocemente  senza tempo: "La mia speranza  d'abitare lo 'scheol'

      e di distendere il mio letto nelle tenebre.  Io grido al sepolcro:

      'Tu  sei  mio  padre'  e  ai  vermi:  'Voi  siete  mia madre e mia

      sorella'.  Dove  dunque la mia speranza e chi vede tutta  la  mia

      felicit?   Esse   discenderanno   con   me   nello   'scheol'   e

      sprofonderanno nella stessa polvere" (17).


      Resta un universo insensibile,  un universo che non  media  ancora

      ulteriormente  la  serie degli scopi umani: e la reazione che ci 

      rimasta,  se non  suona  come  un'accusa    tuttavia  pur  sempre

      un'immensa  domanda,  una  immensa  meraviglia negativa?  S,  per

      quanto riguarda quello  che    pensato  sotto  la  teodicea,  ora

      ridotto  al problema di un significato immanente,  del tutto senza

      apologie  e  superstiziose   paure   di   una   massima   autorit

      trascendente e del suo interessato perdono: i sogni del desiderio,

      che  hanno  la vita cos difficile non hanno bisogno di consolarsi

      pensando che per essi nonostante tutto sia previsto  qualcosa?  Le

      opere  che  vengono  innalzate  contro  l'inumano,  le  utopie che

      vogliono essere concrete, le progettazioni di ci che non  ancora

      divenuto non hanno bisogno di un correlato nel nucleo  del  mondo?

      Non deve essere compreso il duro amalgama di miseria e di tendenza

      a  superarla,  di  sfruttamento  e di progressiva dialettica nello

      sfruttamento? La stessa dialettica materialistica, quella cio che

      abbisogna di un tale lungo, complicato, atroce processo,  non deve

      anch'essa   venire  giustificata?   Donde  viene  il  regno  della

      necessit, regno che cos a lungo opprime? come mai il regno della

      libert non  qui d'un sol colpo? perch esso deve elaborarsi cos

      sanguinosamente attraverso la necessit?  che cosa  giustifica  il

      suo  indugio?  Tutte  queste  sono  faccende  che permangono anche

      nell'ateismo,  in quanto esso non  ottimismo privo  di  storia  e

      irreale,  ottimismo  demente.  E non  neppure nichilismo privo di

      storia,  con gli uomini  come  ridicoli  generatori  di  illusioni

      (questi  stessi  uomini  che  poi  invece appartengono tuttavia al

      mondo presente),  con intorno a noi il solo  paese-straniero-morte

      in  s,  con quel gorgonico-cosmico essere-non-uomo in s,  in cui

      deve essere sempre di nuovo incapsulato nulla che ci riguardi.  Le

      questioni  di  Giobbe  non trovano in tal modo,  con il loro esodo

      dallo Jahv di un'apparente giustizia, una risposta completa. Esse

      permangono trasportate,  trasformate anche di fronte alla tempesta

      che  immobilizza,  anche di fronte al silenzio del mondo del tutto

      senza Jahv. La soluzione pi semplice della teodicea non  dunque

      solo quella "que dieu  n'existe  pas";  giacch  poi  emergono  le

      questioni sullo stesso corso del mondo del tutto insensibile verso

      di noi,  tenebrosamente maculato, e sulla materia difficile che in

      esso si muove. La risposta pi semplice  quella che nel mondo c'

      sempre di nuovo un esodo,  che conduce  fuori  dallo  "status"  di

      volta in volta,  e una speranza che si lega con la rivolta,  che 

      fondata sulle possibilit concretamente date di un  nuovo  essere.

      Come  un appoggio nel futuro,  con un processo che non  per nulla

      frustrato,   anche  se  non    per  nulla  acquisito,   perch  

      irremissibilmente  gravido  della  sua  soluzione,   della  nostra

      soluzione.  L'esodo dalla rappresentazione di  Dio  cesareo,  come

      Giobbe  lo  cominci  ponendo l'uomo sopra ogni tipo di tirannide,

      quella problematica di una giustizia  dall'alto,  e  anche  quella

      neo-mitica  di  una maest naturale in s: QUESTO ESODO CHE NON E'

      ANCHE UN ESODO DALL'ESODO STESSO. Al contrario: proprio il ribelle

      possiede fiducia in Dio senza credere in Dio; cio egli ha fiducia

      nello Jahv specifico dell'esodo dall'Egitto,  anche  quando  ogni

      reificazione  mitologica    stata penetrata,  ogni proiezione dei

      signori verso l'alto viene meno. Il Dio di cui si parla in Giobbe,

      conosciuto dai suoi frutti,  domina e schiaccia col suo strapotere

      e la sua grandezza e lo fronteggia dal Cielo solo come un Faraone;

      tuttavia Giobbe  religioso proprio perch non crede. Non crede in

      nulla,  meno  che  nell'esodo  e nel fatto che umanamente l'ultima

      parola non  stata ancora  pronunciata  da  colui  che  viene  per

      vendicare il sangue e per fermarlo,  in breve dal figlio dell'uomo

      stesso, invece che dal gran signore. Una parola, da cui ora non vi

       pi esodo, ma che introduce senza alcun terrore nell'alto negato

      e conservato.

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