"Vecchio Galluppi" un liceo, una citt… a cura di Ezio Galiano RUBBETTINO EDITORE. /:/L'INVITO. Sono Ezio Galiano, dallo scorso settembre preside della scuola della Sua adolescenza e della Sua giovinezza. Qualche giorno prima di Natale ho aiutato i ragazzi che oggi occupano i banchi che furono anche i Suoi a ripiegare gli striscioni con i quali avevano chiesto ai responsabili della citta ci• che manca al loro liceo. Il "Galluppi" manca di auditorium, di biblioteca, di laboratori scientifici e linguistici e per tutto auesto i ragazzi dell'85 hanno protestato, ma io credo che a loro e alla loro scuola manchi anche qualcosa che solo cento e cento ex studenti, come Lei, possono donare al loro vecchio liceo e ai mille giovani che oggi lo frequentano. Il "Galluppi" manca della sua storia, di una storia scritta e testimoniata da chi l'ha vissuta, di una storia che dica quanto, dalla Grande Guerra al 1975, il Liceo ha dato alla citt… attraverso i suoi migliori ex studenti i quali si sono arricchiti di umanit… nelle aule buie di Corso Mazzini e poi quell'umanit…, esaltata dalle doti della loro personalit…, hanno irradiato ed irradiano nell'esercizio della loro professione, entro e fuori Catanzaro. Per i mille ragazzi che oggi frequentano la Scuola che fu Sua Le chiedo di rileggere nella memoria uno o tanti ricordi che legano la Sua giovinezza al "Galluppi" e di trascriverli in una o tante pagine da far confluire in un'opera che, tra l'altro, potrebbe offrire agli studenti di oggi modelli di vita e di professionalit… e potrebbe illuminare di speranza gli angusti spazi che i tempi lasciano alle loro prospettive di lavoro. La prego di autorizzarmi a pubblicare le pagine che cortesemente vorr… farmi recapitare perch‚ sono certo che se Ella e gli altri egregi professionisti ai quali ho rivolto la stessa preghiera racconteranno i loro incontri o scontri con le idee, gli uomini e le cose della citt… nel tempo in cui frequentavano il ginnasio ed il liceo, i loro incontri o scontri con i docenti, i bidelli, il preside, con le discipline pi— o meno amate, con i compendi di tutte le storie, con i manuali di tutte le regole, con le opere eterne del pensiero e dell'arte; se Ella e gli altri rievocheranno giorni di scuola trascorsi nel coro della classe attenta al fitto dialogo tra i banchi e la cattedra o nel gruppo dei pochi sussurranti e nascosti nelle viuzze pi— chiuse o nella massa dei molti vocianti per le strade aperte sulle piazze battute dal vento; se Ella e gli altri rivivranno amicizie e amori sognati o vissuti negli anni in cui, nel fluttuare del ®noiŻ, del ®voiŻ e del ®loroŻ, ciascuno inventa la solitudine dell'®ioŻ su cui poi cadono le responsabilit… di tutte le scelte, il Liceo Ginnasio "P. Galluppi" avr… la sua storia che, saldando il passato al presente, contribuir… a dare speranza per il domani ai giovani che frequentano la Scuola che Š stata ed Š Sua. Grazie, Catanzaro, 20 gennaio 1986 Ezio Galiano /:/Prefazione di Ezio Galiano. Nino Gimigliano vanta nei miei confronti un credito pari al debito di gratitudine che ho verso gli altri ex studenti del Liceo Ginnasio di Corso Mazzini che nel 1986 mi hanno donato i loro ricordi di giovinezza e di scuola per un libro di memorie o, forse, di storia. Nino Š avvocato anche al telefono: detta, intima, fissa termini perentori. Mi dice:... ®Tema: Il Galluppi personaggio principe di Catanzaro... Ż. ®Spazio: ...due... tre pagine... Ż. ®Tempo: ...dieci... quindici giorni... Ż. Aspetto la penale, ma lui conclude con la voce piena di sorriso: ® Ti abbraccio Ż. Ora il problema, per me, non Š quanta moneta sar… necessaria per pagare il debito; ne ho tanta, lucida e sonante, chiusa, ancora per poco, nel cassetto in cui ho raccolto il dono dei centododici ex studenti... Il problema Š separare, in ciascuno dei ricordi del Liceo e di Catanzaro d'altri tempi, storie ed immagini, giudizi e parole. Da moltissimi anni la mia vista stacca dall'Essere opachi frammenti che, rotolando a valanga nella memoria, inglobano spazi di solitudine, ombre di rimpianti, odori, suoni, sapori... e, solo quando ascolto la parola che esprime sentimenti, ricreo nella luce immagini nitide e ricche di forme, colori, voci e profumi. I ricordi densi di giudizi daranno corpo alla storia della citt… e del suo liceo; ora, per•, soltanto le parole che ingemmano quei ricordi mi potranno dare la possibilit… di scattare qualche istantanea sul ®Galluppi personaggio della citt…Ż. L'immagine della mia fanciullezza - il Galluppi, solenne edificio dal grande portone, dal quale i collegiali uscivano sul Corso, ciarlieri ed eleganti nelle loro divise, - Š perduta per sempre ma, per le parole dei doni, ritorna, non mia, sempre diversa e pi— bella. Ora Š, nella nostalgia di Francesco Saverio Tolone, umida zolla di terra natia che gli ispira dalla lontana Arizona il canto ®Amor ritorna e mentre tutto cambia il desiderio ancor si fa pi— forte... Ż. Ora Š ®il tempio della cultura catanzareseŻ che lascia l'ultimo colle e attraverso la porta nord della citt… ascende e trascina a s‚ la fiumana di giovinezza per consolare la ®solitudineŻ di Enzo Zimatore... Ora Š in Nicola Corradini ®il vecchio edificio con le sue persiane basse che si inseguono come i finestrini di un treno rimasto fermo ad attendereŻ il ritorno dei tanti, dei troppi emigrati che hanno portato un poco di Galluppi sugli scranni pi— alti dai quali giudicano uomini e leggi o sulle cattedre pi— prestigiose del pensiero, della storia e dell'arte. Sul racconto di Anna Silipo scatto la prima istantanea: due allievi del Galluppi alla Marina in una della primissime estati del secolo. Nell'aria vampante di luglio si attarda il grido dell'uomo che, a notte, Š sceso dai monti per vendere ai signori bagnanti ®acqua frisca da NuciddhaŻ. Dinnanzi alla botte di legno coperta di stracci e di frasche, tra i tanti ragazzi che offrono al sole nude solo le gambe e le braccia, ci sono Umberto Bosco e Corrado Alvaro. Chiamati dal grido, a gara, di corsa, sulla striscia di tavole cotte che unisce lo stabilimento alla strada hanno superato la sabbia che scotta lasciando alla riva, tra i ciottoli grossi, il loro discorso di scuola che parla di Giuseppe Isnardi, di Vincenzo Vivaldi e di don Sante Calabria. Ora, nelle mani bottiglie fasciate di paglia, aspettano il turno, ma Umberto non osa distrarre Corrado assorto a guardare i piedi infangati delle ragazze che alla vicina fontana di pietra riempiono di acqua salmastra ®vozze, varrili, quartareŻ e vede i piedi piagati della sua ®Gente in AspromonteŻ lontana... Il pozzo nel cortile del cadente palazzo Arceri (che quando fu ammasso di ruderi divenne sede del vecchio istituto magistrale) merita l'altra fotografia: non ha pi— l'artistico arco di ferro battuto, n‚ la cigolante carrucola, n‚ la lunga catena ed i secchi, n‚ la balaustra di pietra dei suoi tempi migliori; ora Š in disuso coperto di tavole grezze, ma... intorno gli fanno corona i ginnasiali copisti che, prima del suono della campanella d'ingresso del quasi dirimpettaio Galluppi, si contendono su quell'improvvisato scrittoio il posto per attingere dai quaderni dei compagni pi— bravi la versione latina e gli esercizi di greco. Nel racconto di Felice Teti il ® pozzo della sapienza Ż Š lo sfondo all'arguta figura di Giovanni Patari: tra i banchi, il poeta di ® Tirripitirri Ż controlla i compiti a casa e, col fiuto professorale affinato negli anni, scopre l'improvviso ®progressoŻ, individua il plagiaro, tentenna la testa, a lungo annusa il quaderno e poi esclama. ® ...Mi puzza di pozzo!... Ż. Su uno sfondo diverso Alda Morica ritrae il professore Patari, pi— stanco e paterno, il giorno del suo Santo Giovanni: l'ultima ® mpurnata Ż di allievi delle prime classi del ginnasio d… gli auguri al maestro di scuola e di vita. Per un fascio di fiori da mezza lira ha fatto colletta ed ora la nidiata, vestita a festa, le fanciulle coi fiocchi, sale le scale della ® vecchia casetta di via De Jessi Ż. La parola dipinge fondali, ridesta sapori e non vuole ritocchi. ® L'angusto studio del professore non consentiva a tutti di entrare e quindi i ragazzi rimanevano lungo le scale esterne. Ricordo ancora il tipico ambiente fine secolo, odoroso di tabacco, ricco di libri, riviste, cuscini, quadri, vecchie foto ed impossibili soprammobili polverosi e posti alla rinfusa. Faceva gli onori di casa la cara signorina Teresa, sorella nubile del professore e con lui convivente che, imbarazzata dalla nostra chiassosa presenza, mal reagiva alla insistente richiesta del festeggiato che voleva ci fosse servito il tradizionale rosolio di cui, sembra strano, ricordo ancora l'odore, il sapore dolciastro ed il colore verde smeraldo. Dopo la consumazione c'era per tutti un commosso ringraziamento, una stretta di mano ed, infine, il liberatorio commiato tanto atteso sia dagli ospiti e sia dagli ospitati che scendevamo a precipizio le scale, soddisfatti della felice conclusione del doveroso ®ritoŻ. Coi ricordi di Roberto Trovato ritorno al ® Galluppi Ż. Š un anno di guerra ed il ® Galluppi Ż Š anche mio per il diritto di chi, tra quelle antiche mura, si Š nutrito di Saffo e Catullo, di Petrarca e Leopardi. I corridoi sono tramezzati da alti muri di mattoni legati fra loro con ferro e cemento per dare riparo alle classi durante le incursioni nemiche. La guerra ora miete vicino. L'urlo della sirena minaccia dal cielo la morte ed Š morte, tra poco, e sangue e macerie per le strade di Catanzaro ferita. I ragazzi, all'allarme, in silenzio, raggiungono i precari rifugi che hanno ridotto gli spazi ai rapidi sguardi d'intesa ed hanno reso pi— corte le loro promesse d'amore. Roberto Trovato rivive quei giorni cosŤ: ® Era severamente vietato allontanarsi, ma io correvo da Lucia, che era in seconda liceo, e le stavo vicino fino al cessato allarme. Non so se davvero fossi convinto che tenere il mio braccio sulle spalle di lei (che mi appariva fragile) fosse misura idonea a proteggerla, ma non Š questo che conta. Conta che nessuno mi impedŤ di farlo; potrei dire, neppure i divertiti commenti, al mio ritorno, delle compagne di classe Ż. Š l'ultima immagine che ho del ® Galluppi Ż e forse mi Š cara perch‚ nel cuore del vecchio ® gigante di pietra Ż di Corso Mazzini, tra i muretti antischegge, rivedo Roberto scolpito nel gesto che dura pi— della vita e gli Š accanto la mia giovinezza. /:/IL SENSO DELLE RISPOSTE IN UNA LETTERA DELLO STORICO AUGUSTO PLACANICA. Carissimo Ezio, ............ Veniamo allo splendidissimo libro da te curato. E' veramente un esempio per tutti i licei d'Italia. Io te ne ringrazio con calore, e ti confermo la mia ammirazione. L'ho mostrato e lo mostro alle persone che vengono a casa, e addirittura giorni fa, l'ho portato con me a Roccamandolfi, dove si inaugurava una mostra di civilt… molisana, per mostrare cosa fa fare la buona, onesta e intelligente provincia italiana; ho proposto ai locali amici del Liceo "Tasso" di fare loro qualcosa del genere; e in tal senso ho spinto i colleghi della Societ… storica salernitana. Il tuo libro desta ammirazione non solo per come Š stato fatto, ma per l'intelligente struttura che ad esso presiede, che vede digradare le testimonianze dai tempi pi— lontani del nostro secolo fino a noi. E' un libro di storia, e di che storia! Io credo che non solo i catanzaresi, ma la Calabria intera ti debba moltissimo, ... E avendo appreso dal Dipartimento di Filosofia di Cosenza che essi non conoscevano l'opera gli ho detto di mettersi subito in contatto con te. Ti voglio ringraziare ancora e ancora. Per la copia del volume, ma anche per il grande contributo che hai dato alla conoscenza della nostra vita. A chi mi chiede chi abbia curato questo volume cosŤ affascinante, rispondo che Š stato un preside tenace, pieno di fantasia, che ha saputo trovare nell'amore al proprio lavoro, e nel gusto di farlo con trasporto, la risposta alle sfide della sua vita. Ti abbraccio affettuosamente. Augusto /./INDICE. INVITO PREFAZIONE IL SENSO DELLE RISPOSTE INDICE GAGLIANO ALFREDO BOSCO UMBERTO MANNARINO ENRICO PITTELLI DOMENICO LOMBARDI UMBERTO SGROMO BRUNO ZIMATORE VINCENZO TETI FELICE BARBIERI BONA PINNARO' SALVATORE CASALINUOVO ALDO MORICA ALDA BLASCO SALVATORE LE PERA LUIGIA TARSITANI ANTONIO NISTICO' GIUSEPPE CITRINITI VINCENZO PUCCI ERNESTO BATTAGLIA VITO AFELTRA GAETANO NICOTERA UGO BOVA FRANCESCO COMITO FILOMENA RIITANO FRANCESCO MASTROIANNI GIOVANNI ZINZI EMILIA AMODEI CARLO FERRARA ALDO CAFASI FRANCESCO CASALINUOVO MARIO CORASANITI ALDO LAURIA LAURA TOLONE FRANCESCO SAVERIO GIMIGLIANO NINO SANSALONE NICOLA PAPARO PASQUALE RIOLO MICHELE RIGGIO ANNA MARIA BRUNI DOMENICO TROVATO SALVATORE BORELLI MARIA ARMENTANO RAFFAELE BARLETTA FURIO TORCHIA DOMENICO CASTAGNA ALBERTO CAMPISI NOEMI ALBERTI ANTONIO CURCIO ACHILLE BORRA ANNA D'AMICO NICOLA CAPARELLO GIUSEPPE CONIDI FRANCESCO CARELLI EDOARDO LORIA LUIGI PACHI' ANTONIO PUDIA DOMENICO GIUDITTA ANTONIO VENTRICI ANNIBALE PORCELLI DOMENICO PLACANICA AUGUSTO SCARAMUZZINO ANTONIO CIRIACO LEOPARDI ALCARO PASQUALE ANTONINI VITTORIO ANZANI ANTONIO IANNUZZI MARIO CHIARAVALLOTI GIUSEPPE BRUNI GIOVANNI CARRATELLI DOMENICO DONATO ANGELO GASSI ANTONIO SALA ANNUNZIATA CARNOVALE ANTONIO BILOTTA ANTONIO CANTAFORA NICOLA NOTARANGELO RAFFAELE CRITELLI GIUSEPPE GIGLIO ROBERTO RUSSO MARIA LE PERA GIOVANNI CIPOLLINA GIUSEPPINA MIGLIACCIO GIANFRANCO ROTELLA MICHELE LEDONNE EMILIO CARBONE MARIA GIOVANNA IANNUZZI GIULIO FOLINO GALLO RAFFAELE NISTICO' GIAMPIERO ALCARO MARIO VERALDI DONATO CAFASI LUIGI NICOTERA MARIO LO RUSSO GIANPAOLO POLICICCHIO MICHELE CORRADINI NICOLA GALERA ROBERTO PIPERNO FRANCESCO VIVALDI AMALIA CORRADINI DOMENICO RIPEPE EUGENIO SICILIANI de CUMIS NICOLA TASSONE MARIO ANSANI ADOLFO GIOVANNI CICCARELLI FRANCESCO DONZELLI MARIA FURRIOLO MARCELLO BEVILACQUA PIETRO PAPARAZZO FRANCESCA SCARPINO WALTER RUBINO SERGIO PAPARAZZO AMELIA ZUMPANO BONAVENTURA MAZZOTTA RAFFAELE TETI RAFFAELE DAGA LUIGI REPICI LUCIANA DONZELLI CARMINE VASAPOLLO DOMENICO VITALE ARMANDO VECCHIO FABIO CATRICALA' ANTONIO SINGLITICO LUCIANA SOLURI GIUSEPPE DE MARCO ANTONIO COGNETTI GIUSEPPE CANNISTRA' ANTONIO GENNARO DE STEFANI FILIPPO GALIANO FAUSTO APPENDICE. DIDASCALIE DELLE FOTOGRAFIE LE RISPOSTE /:/Alfredo Gagliano di Vincenzo e di Angela Tinello nato a Tiriolo il 27 ottobre 1897 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1909/1910) Illustre Preside, ho frequentato il Liceo Ginnasio "Galluppi" nei lontani anni che vanno dal 1909 al 1918/19 e ricordo con grande piacere e commozione i miei professori, educatori di straordinaria tempra morale: don Sante Calabria, insegnante di latino e greco, un vero portento per la profonda conoscenza del mondo classico; Vincenzo Vivaldi, il dotto insegnante d'italiano, cultore e studioso appassionato della ®Divina CommediaŻ; il severo Luigi De Rosa, professore di lettere e filosofia; Orsini Begani, conoscitore profondo della storia; lo scrupoloso Cipriani, l'esigente Fortunato ed infine il preside Accettella, uomo comprensivo, umano, di grande bont…. Ricordo tutti con affetto, gratitudine, devozione. In quegli anni, pochissime erano le studentesse che frequentavano il liceo; nella mia classe ce ne erano solo tre; sedevano in banchi separati, non avevano alcun contatto con noi ragazzi ed erano ®discretamenteŻ tenute d occhio! Gli svaghi dell epoca erano pochi: primaverili passeggiate scolastiche verso la Fiumarella, Gagliano e Pontegrande o, quando ci riusciva, correre ad ascoltare, nel Foro di Catanzaro, le arringhe degli avvocati ed in particolare quelle (un vero godimento per noi ragazzi) dell'indimenticabile avvocato Peppino Casalinuovo, uomo di talento, giurista brillante, oratore e poeta. C'era un ®Circolo di CulturaŻ che ogni domenica organizzava delle conferenze che venivano tenute in una sala appositamente attrezzata presso il Palazzo Comunale. Venivano trattati, illustrati e discussi, argomenti di vario genere. Ogni anno poi, avvenimento che aspettavamo con ansia, nella Villa Comunale si teneva la cosiddetta ®KermesseŻ, una sorta di fiera. Vi intervenivano i notabili, le autorit…, i professionisti del luogo con le loro rispettive consorti, tra le quali la signora Casalinuovo e la signora Colao primeggiavano per avvenenza ed elegante bellezza. Era un brulichio gioioso di giovani donne con i lunghi capelli annodati sulla nuca, l'incarnato delicato del volto appena acceso da labbra e guance morbidamente rosate; rivelavano intensi sguardi, profondamente ammantati d'ombra, sotto gli estrosi cappellini; le loro figure erano sapientemente delineate dalle giacche, sotto le quali le velate camicette di tulle ed organzino lasciavano abbondantemente nudo il collo ed il petto, le gonne, sollevatesi un po' rispetto a quelle delle nostre mamme, lasciavano appena intravedere, per farci sognare, le caviglie velate da trasparenti sete Con la loro partecipazione, le signore contribuivano in modo efficace alla migliore riuscita della festa. In un'atmosfera trepida e festosa, il pubblico si divertiva moltissimo, osservando, acquistando ai banchi dei venditori, ascoltando le musiche che la banda intonava sul palco. Affluivano in gran numero, con la speranza a volte delusa di un incontro, i giovani; tra essi facevamo spicco, accompagnati dall'istitutore, i collegiali con le nostre bellissime divise blu notte, chiuse fin sotto il collo da bottoni dorati ed ornati sulle spalle da alamari; le iniziali sulla tesa del berretto d'oro o di argento - a seconda dei meriti scolastici - ci rivelavano appartenenti al Convitto Nazionale. Signore e giovani, spesso dopo la festa andavano a farsi fotografare dal cavalier Scarpino, il cui ®Stabilimento Artistico di Fotografia e Pittura con Sala di Posa e Giardino per Gruppi e Ritratti ArtisticiŻ era sito in via Monte. Tempi belli, di assiduo studio ma anche di serenit… e spensieratezza, violentemente interrotti dai drammatici eventi della Prima Guerra Mondiale. Verso la fine dell'anno 1914 ed ai primi del 1915, infatti, tutti gli studenti di Catanzaro, ed in prima linea gli studenti del "Galluppi", che non furono da meno agli studenti delle altre citt… d'italia, demmo corso a ripetute dimostrazioni interventiste al grido: ®Viva Trento e Trieste italianeŻ, allo scopo di creare le premesse per l'entrata in guerra dell'Italia a fianco degli Alleati contro gli Imperi Centrali. Organizzavano e capeggiavano i cortei compagni delle classi superiori tra cui Corrado Alvaro. Ci giungeva notizia che Gabriele D'Annunzio, al teatro Costanzi di Roma, aveva pronunciato un infuocato discorso a favore dell'intervento italiano e questo infervorava molti di noi giovani che inneggiavamo alla guerra come ad una sorta di festa della giovinezza, della virilit…, dell'energia fisica. I veri uomini, pensavamo, sarebbero stati giudicati col metro della capacit… di soffrire nelle trincee. Finalmente il 24 maggio 1915 l'esercito marci• verso il fronte, preceduto dalla ®storicaŻ illustrazione di Beltrame che immortalava sulla ®Domenica del CorriereŻ l'entrata in guerra dell'Italia. Pian piano anche le aule del liceo si svuotarono di tanti giovani e di molti di loro sarebbe rimasto per sempre nel "Galluppi" solo il nome scolpito nel marmo. Nel maggio 1917 anch'io, interrompendo gli studi, partii per il fronte, partecipando a tutte le azioni belliche fino a Vittorio Veneto. Fu cosŤ che si ruppe ogni contatto con i miei compagni di studio dei quali rimase, per• vivo il ricordo. Solo tre anni dopo, con animo profondamente mutato, tornai fra i banchi di scuola per frequentare la terza liceale e conseguire la maturit…. Ancora oggi di notte, pi— che i pericoli della guerra sogno, a volte di dover sostenere quei ®terribili esamiŻ: il risveglio, benefico, mi sottrae ad un pesante incubo. /:/Umberto Bosco. di Carmelo e di Ambrosia Provenzano nato a Catanzaro il 2 febbraio 1900 Iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1909/1910) Sono lieto che il preside Ezio Galiano abbia ritenuto parte essenziale del suo ufficio far sŤ che i suoi allievi prendessero diretta conoscenza della storia anche recente dell'Istituto. Ha perci• chiesto a noi vecchi allievi (vecchi anche per et…, non solamente ®antichiŻ) testimonianze vive degli anni da noi passati nella cara scuola. Io fui allievo del "Galluppi" nientemeno che dal 1909 al 1917, date che agli studenti di oggi sembreranno addirittura preistoriche. Ma per chi li visse, quegli anni non si perdono affatto nell'ombra ma appaiono miracolosamente attuali; ed attuali sembreranno i loro anni dopodomani, ai mille ragazzi che frequentano oggi il Liceo, se essi conserveranno dei loro studi, come auguro loro, la grata immagine che io conservo dei miei. Conservo anzitutto l'immagine delle vecchie e certo non tutte adatte aule, e dei maestri di allora, ormai tutti ombre. Ragazzetto di ginnasio, ebbi a maestro Vincenzo Sando, preciso, scrupoloso, affettuoso. Segue per me, al ginnasio superiore, un maestro di diverso genere, Alfonso Notarantonio, che aprŤ impetuoso le nostre anime alle nuove esigenze sociali che allora si affacciavano, anche in Calabria, con prepotente vitalit…. Non propriamente maestro di classe (insegnava nell'altra sezione) ma maestro di tutti noi ragazzi, un autentico apostolo della scuola e della vita, Giuseppe Isnardi, che abbattute tutte le barriere che allora ancora esistevano tra i maestri ed i loro scolari, ci portava in giro per la Calabria, insegnandoci, lui subalpino, a conoscere e ad amare la nostra regione. Insegnamento, questo, che per me liceale continu•, su altri binari, per opera del professore di storia, Orsini Begani, che ci illumin• su quella che poi imparammo a designare come ®questione meridionaleŻ, nei suoi aspetti soprattutto morali: insegnamento, questo, che mi ha poi sempre guidato e mi guida. Begani credeva suo dovere uscire dai cancelli strettamente considerati della sua disciplina ufficiale: spaziava nella vita e nella letteratura contemporanea. Ricordo ancora una sua lezione a commento del discorso tenuto a Quarto da D'Annunzio per propiziare l'intervento dell'Italia nella prima guerra mondiale. Eravamo giunti, infatti, al 1915. Dunque, un insegnamento aperto, al di l… dei ®programmiŻ, sui problemi pi— importanti della vita nazionale e della nostra esistenza personale, in quanto cittadini consapevoli dei nostri doveri. Esso non fu estraneo, s'intende, a chi ci insegnava filosofia (fu poi preside), Luigi De Rosa, maestro ed esempio d'intransigente rigore morale anche nel comportamento quotidiano; e nemmeno, persino, agli insegnanti di materie che sembravano da esso pi— lontane, la matematica e la fisica, Ernesto Fortunato e Luigi Talamo, specie al secondo. Ho lasciati per ultimi i primi nella venerazione di noi discepoli: don Sante Calabria, che tutti chiamavamo semplicemente don Sante e Vincenzo Vivaldi. Esempio il primo, di austerit… senza posa: avrebbe potuto, se lo avesse voluto scrivere proficuamente sui suoi classici greci e latini che invece preferŤ rileggere pazientemente con noi ragazzi, senza sussiego dottorale. Maestro, il secondo, di livello nazionale, i cui libri ancora consultiamo, al quale personalmente debbo l'avvio agli studi di letteratura italiana. Da questi maestri, per limitarmi solo ai miei anni, apprendemmo quel che era necessario, e pi— , per le professioni alle quali poi ci avviammo, tanto che molti di noi occuparono posizioni di primo piano: nella letteratura creativa (basti pensare a Corrado Alvaro), nella magistratura, nell'avvocatura, nell'esercito, nella cultura umanistica e scientifica. Ma pi— che essi mi Š caro ora rievocare, dall'ombra in cui Š immersa da settant'anni, la figura d'un mio fido compagno timido, gracile, si sarebbe detto infantile. Egli pass• direttamente, come tutti tra noi, tranne i pochi pi— giovani nati nel 1900, dai banchi del "Galluppi" alle trincee delle Alpi. Non rammento il suo nome, ed i ragazzi di oggi non lo potranno quindi distinguere tra tanti che gremiscono l'ampia lapide che nel Liceo raccoglie i nomi dei caduti nella prima guerra mondiale. Un nome dissolto nell'ombra. Eppure forse Š bene che sia cosŤ: quel che conta non Š il nome con cui visse ma l'istinto d'amore per cui morŤ. Sapemmo infatti in seguito che, dopo una giornata di sanguinosi combattimenti per la conquista e riconquista d'una inutile posizione, il timido compagno, ormai momentaneamente al sicuro nella sua trincea, ne uscŤ, una prima, una seconda ed una terza volta per recuperare i cadaveri dei caduti; e la terza volta una mitragliata lo abbatt‚ sul corpo del compagno che egli sperava di restituire, almeno quello, alla madre. In lui ricordo tutti i miei compagni che nel "Galluppi" impararono a combattere non risparmiandosi, quando fu necessario. A combattere senza odiare. /:/Enrico Mannarino. di Francesco e di Enrichetta Peronace nato a Catanzaro il 19 dicembre 1901 Iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1910/1911) Caro Ezio, la tua lettera mi ha fatto molto piacere perch‚ rappresenta per me un invito a rituffarmi negli anni ormai lontani della mia giovinezza. Fin dall'infanzia sognavo il momento in cui avrei cominciato a frequentare il ginnasio "Galluppi" dove aveva studiato mio zio, Ernesto Peronaci, mio fratello Saverio ed i miei cugini Luigi Mannarino ed Alberto Alberti. Iniziai il ginnasio inferiore a soli otto anni, nel 1909, un anno dopo che Saverio aveva conseguito la licenza liceale, mentre mio fratello Giuseppe era al secondo ginnasio, un anno avanti a me. Era preside il professor Pasquale Todeschini; mio professore di lettere fu un sacerdote Vito Vono, che mi avvi• allo studio del latino; anche al ginnasio superiore e nel liceo ebbi come professori di lingue classiche dei sacerdoti. Ricordo che il professore ci invitava a tradurre quante pi— proposizioni fosse possibile e che mi ostinavo a tradurle tutte, tra le proteste di mio fratello Peppino che avrebbe preferito cenare ed andare a letto presto. Allora le alunne erano pochissime; ricordo fra le compagne di ginnasio Italia La Rosa fra quelle del liceo Alba Giordano, mia compagna di banco, morta giovanissima, e le sorelle Maria ed Anna Sacchi, di Nicastro: in quegli anni, infatti, l'unico liceo della provincia era quello di Catanzaro mentre a Nicastro, Crotone e Monteleone, c'era soltanto il ginnasio. Altro compagno era Domenico Larussa con il quale eravamo sempre in cavalleresca competizione per il ®primatoŻ nella classe; Mico Larussa si ricord• sempre di questa gara ed ogni volta che mi presentava a qualcuno, ed alle volte anche quando assistevo a qualche suo comizio, non mancava mai di rammentare la nostra competizione di quei lontani anni. Mio fratello Peppino raccontava spesso che un giorno Larussa domand• a Domenico Foderaro chi fosse il primo nella sua classe e che il Foderaro ebbe a rispondere che nella sua classe non c'era n‚ primo n‚ secondo ma erano uno pi— cretino dell'altro. Naturalmente questa era solo una battuta perch‚ nella classe di mio fratello e di Foderaro c'erano uomini che si sarebbero distinti nell'insegnamento universitario come Umberto Bosco ed Ernesto Pontier; nella letteratura come Corrado Alvaro; nella professione come lo stesso Foderaro; nella vita militare come Bernardino Grimaldi junior; nella politica come Vincenzo Turco. Fra i miei compagni ricordo: Mario Marincola Cattaneo, Saverio Marincola Politi, Umberto Poler…, Ciccio Calabria, Guido Calzona; questi Š l'ultimo di cui abbia avuto notizie, avendolo incontrato un paio di anni fa. Miei professori di ginnasio furono Tito Laterza prima e Filippo Gemelli poi per la matematica, Tommaso Susanna per il francese; nel ginnasio superiore ebbi come professore di lettere Giuseppe Schiavello. Durante il mio quinto ginnasio (1914-15) iniziarono le manifestazioni per l'intervento dell'Italia nella Grande Guerra; io che, seguendo mio zio Enrico Mastracchi, ero socialista, ero contrario all'intervento; Peppino invece, repubblicano, era interventista. La scuola si chiuse in maggio ed all'inizio del nuovo anno l'edificio del "Galluppi" fu requisito dalle autorit… militari per cui frequentammo in locali di fortuna in via Filanda. Da una parte questo ci ricordava i tempi in cui Catanzaro era sede di una importantissima attivit… artigianale, dovevamo per• affrontare molti disagi in locali che oggi sarebbero definiti senz'altro inidonei. La presidenza, la segreteria ed i gabinetti scientifici erano invece rimasti nella sede centrale; le attrezzature non erano certo nelle migliori condizioni. Ricordo, fra l'altro, che la macchina pneumatica funzionava male e l'assistente di fisica Monteverde, quando presentava l'esperimento del ®crepavescicheŻ dava delle botte alla vescica per farla rompere, dato che la pressione atmosferica non ci riusciva. Un giorno il professore Vivaldi, irritato perch‚ non trovava un testo di Dante sul quale doveva tenere la sua lezione, lamentava che durante il trasloco delle suppellettili nei nuovi locali della Filanda erano stati dimenticati libri importanti, registri, gli attaccapanni e persino il gesso. In quel mentre una folata di vento fece oscillare il ritratto del re; egli si volse di scatto a guardarlo ed esclam•: ®A tia per• non ti scordaru!Ż. Oltre a Vincenzo Vivaldi, studioso noto in campo nazionale per le sue pubblicazioni ed i suoi studi insegnava nel Liceo don Sante Calabria, un sacerdote di Conflenti molto amato dagli alunni. Ricordo che tutti con profondo rispetto, lo chiamavano ®don SantoŻ; era molto esigente nello studio ma non rimand• mai nessuno. Devo senz'altro a lui se, pur avendo seguito altri studi, ricordai sempre bene le lingue classiche; fu per me e per i miei fratelli una grande gioia quando a mio nipote Franco fu affidata la cattedra d latino e greco nel liceo "Galluppi" dalla quale aveva insegnato il Calabria. Di don Sante Calabria si raccontava un gustoso episodio. Un giorno gli studenti abbandonarono le aule per una manifestazione; il preside (che nel momento della ®fugaŻ era rimasto prudentemente chiuso nel suo ufficio) rimprover• i professori per aver permesso tale atto di indisciplina; don Sante rispose pacatamente che egli non aveva permesso agli allievi di uscire, aveva anzi tentato di persuaderli a restare in classe, ma quelli non gli avevano dato retta; al che il preside esclam•: ®Io li avrei passare sul mio cadavere!Ż, ed il Calabria sempre bonariamente: ®Sa, signor Preside, Š questione di gusti!Ż. Come insegnante di storia c'era Orsini Begani; Alfonso Leonardi insegnava filosofi; Luigi Talamo fisica; nell'ultimo anno insegn• matematica e fisica il trentino Guido Battisti, parente del martire Cesare; professore di scienze naturali era Salvatore Rotella. Un altro episodio che mio fratello Peppino amava raccontare riguarda appunto questo professore. Peppino non brillava in scienze naturali ma, poich‚ andava bene nelle discipline umanistiche, alla fine dell'anno il Rotella gli disse che se avesse risposto bene almeno ad una domanda lo avrebbe promosso; la domanda fu: ®Come cristallizza la limonite?Ż. Una compagna che sedeva al primo banco gli fece un cenno di negazione e mio fratello, trionfante, rispose: ®Professore, la limonite non cristallizzaŻ, ed il professore: ®Bravo, e perch‚ non cristallizza?Ż, al che mio fratello replic•: ®Professore avete promesso di promuovermi se avessi risposto ad una domanda... questa Š la seconda!Ż. E cosŤ fu promosso anche nelle scienze naturali. Nel 1917 mio fratello Peppino conseguŤ la licenza, con qualche mese di anticipo e per semplice scrutinio, dato che la sua classe era composta in gran parte da ®ragazzi del 99Ż. Pensai allora di saltare il terzo liceo per poter partire insieme a lui per l'universit…, cosŤ, durante le vacanze estive, mi preparai per gli esami e, nella sessione autunnale, ottenni la maturit…, sebbene non avessi ancora compiuto i sedici anni. /:/Domenico Pittelli. di Francesco e di Rosa Ricca nato a Catanzaro il 15 aprile 1906 Iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1917-1918) Ezio, mio caro, erano gli anni della Grande Guerra: la piaga dell'anafalbetismo affliggeva tutta l'Italia meridionale ed in Catanzaro pochi erano i ragazzi che con la quinta e la sesta elementare, completavano i loro studi ed ancora meno quelli che li continuavano negli avviamenti professionali o negli istituti tecnici inferiori. Io che avevo frequentato le scuole elementari in aule allocate nel vetusto palazzo Arcieri di corso Vittorio Emanuele sognavo il ginnasio nel "Galluppi". Il "Galluppi" era, per•, in quegli anni, uno dei tanti ospedali militari lontani dal fronte che riceveva i soldati feriti per curarli e restituirli alle fangose trincee dei monti contesi. Finalmente nel 1917, fui alunno del "Galluppi" sŤ, ma fuori dalle sue antiche mura, infatti cominciai a frequentare il ginnasio in una casa privata, in un vicolo del rione ®MaddalenaŻ, in una stanza squallida. priva di luce, con le imposte esterne sconnese, le porte vecchie e cadenti. Dopo pochi giorni, le classi furono trasferite in via XX Settembre, in un edificio privato che era pi— confortevole; le aule erano luminose, ma freddissime: stavamo in classe con il cappotto e i guanti di lana, ma... ®trantulliavamu d'o fridduŻ!. La collaborazione scuola famiglia invent•... i riscaldamenti scolastici: il padre di un mio compagno di classe, che stagnava recipienti di rame, port• un vecchio calderotto con carboni, polvere di carboni, carbonella, polvere di carbonella; con pezzetti di ®dedaŻ accese la carbonella e fece maturare le braci; depose il tutto davanti alla cattedra e, salutando, and• via. Fu una viva e piacevole sorpresa per tutti noi bambini infreddoliti e particolarmente per l'intirizzito professore Patari che, ispirato dal braciere della scuola, improvvis• alcuni versi dialettali. Da quel giorno ®u vrasceriŻ fu sempre acceso nella nostra aula. Le altre classi e gli altri professori furono trascinati dal caldo e luminoso esempio e, a turno, i ginnasiali di via XX Settembre portavamo tutto l'occorrente affinch‚ il bidello, ogni giorno e per tempo potesse preparare i bracieri necessari a riscaldare tutte le aule. Sono ancora vivi nella mia mente i volti dei compagni dei tre anni di ginnasio e li rivedo tutti ai loro posti nei banchi: un certo numero di loro non proseguŤ gli studi, pochi frequentarono con me il "Galluppi" fino alla licenza liceale, di altri non seppi pi— niente, di alcuni ebbi notizia della loro morte. Ricordo i loro nomi: i gemelli Salsano, Alfonso Fiorentino che chiamavamo il ®vescovoŻ perch‚ portava un grosso anello d'oro con pietra viola, Jannelli (alto e magro), Bonaventura Casale e... i ®ripetentiŻ che, per il professore Patari, costituivano ®il senatoŻ della classe e ancora i due Sirianni, Giorgio Ascenti, Alfredo Canino, Colucci, Allegra (il cui fratello aviatore era caduto in guerra), Leucadito che fu nel 1944, cancelliere al processo di Verona. Tra gli insegnanti del ginnasio inferiore vivo ho il ricordo del professore di lettere Giovanni Patari e del professore di matematica Gemelli: due tipi assai diversi. Il primo estroverso, sempre allegro, gioviale suscitava l'interesse per la chiarezza con cui si esprimeva, e si conquist• l'amore ed il perenne ricordo di tutti noi con le battute scherzose e simpatiche e con i frequenti richiami, nel corso delle spiegazioni, a fatti, avvenimenti e personaggi della Catanzaro del passato e di quei tempi. L'altro introverso, di poche parole privo di comunicativa, merit•, tuttavia il nostro rispetto. Alla fine della guerra, tutte le classi del ginnasio e del liceo nonch‚ il Convitto Nazionale, poterono ritornare nei locali del "Galluppi" sul corso Vittorio Emanuele. Si realizzava il mio sogno anche se permaneva un netto distacco fra noi, alunni del ginnasio inferiore, e gli studenti del liceo i quali dandosi tutte le arie del loro ®rangoŻ, chiamavano "picciuni" i ginnasiali e raramente entravano in confidenza con loro. Solamente in occasione di scioperi si era tutti uniti per ®salareŻ le lezioni e scendere per le strade a far baldoria, resistendo compatti agli inviti pressanti dei ®questuriniŻ di... scioglierci. Protestavamo, per•, per cose serie: contro la debolezza del governo, contro gli ex alleati e contro il presidente Wilson che sembrava aver dimenticato l'enorme contributo di sangue pagato dall'Italia per la vittorla. Il delegato di P.S. Solari, un omone dall'aspetto burbero ma che godeva di molto rispetto per la sua bonomia e la sua comprensione per le intemperanze giovanili, interveniva personalmente per moderare la nostra protesta e preoccupato pi— che di scioglierci, di farci rientrare indenni a casa, prendeva per la collottola i turbolenti e la sua minaccia pi— pesante era: ®se non ti allontani ti accuso a pap…Ż, con simili ®drasticiŻ sistemi raggiungeva quasi sempre lo scopo, in quanto i nostri pap… erano assai diversi, per severit…, da come sono oggi i pap… dei nostri nipoti. Vivo in me Š anche il ricordo dei due anni di ginnasio superiore. Eravamo in pochi in entrambe le sezioni. Nell'aula della quarta A, adiacente alla presidenza, con me adolescente rivedo: Carmine Sirianni, Giorgio Ascenti, Antonio Miceli figliuolo del professore Domenico, Vincenzo Rubino, Francesco Silipo, Carlo Felicetti, Arturo Castagna, pi— grande degli altri e rosso di capelli che noi, facendo sfoggio delle prime nozioni dl greco, chiamavamo ®tricheritroŻ, provocando la sua pericolosa reazione, Ilario Niutta, Massimo Proto ed il piccolissimo quanto vivace Arnaldo Caiola. Ricordo gli insegnanti: ®Cristo di DioŻ era, per il suo intercalare, il professore di lettere Domenico Miceli, oltremodo preparato, scrupoloso al massimo, burbero, facile ad irritarsi, ma comprensivo; ®u nervosuŻ era il professore di scienze, Bisogni dall'arrabbiatura facile; ®MarianninaŻ era con riferimento alla Francia (Marianne) di cui parlava perfettamente la lingua, il professore di francese Tommaso Susanna che ci raccontava dei suoi viaggi a Parigi e a Bruxelles; ®u maestru 'e cozzutumbuliŻ (ma questo, allora, era il nome comune dato a tutti gli insegnanti di ginnastica) era il professore Luigi Marincola di San Floro, di illustre e nota famiglia catanzarese, piccolo di statura e con la faccia di cane ®bulldogŻ; sempre elegantissimo, sfoggiava cravatte ed abiti vistosi, ghette, scarpe luccicanti e l'immancabile ®tubaŻ di cui aveva un assortimento; fin nelle aule pi— lontane dalla palestra risuonavano gli appellativi con cui ci apostrofava gridando: ®polpettoni!... fannulloni!Ż. Gliene facevamo di tutti colori: al tiro alla fune tra squadre di classi diverse, abbandonavamo contemporaneamente la corda facendo ruzzolare a terra gli avversari, oppure mettevamo del sapone lungo la pertica per cui nessuno riusciva a raggiungere la cima. Lo scherzo pi— frequente, riservato a qualche professore che non godeva le nostre simpatie, era quello di bloccare la porta del minuscolo gabinetto: ci appostavamo e, quando lo sapevamo chiuso dentro, senza far rumore, facevamo scattate la maniglia esterna condannandolo ad una prigionia pi— o meno lunga a seconda della violenza dei pugni con coi tempestava la porta. In quinta eravamo pi— numerosi e passammo in una delle aule grandi: la prima del corridoio di destra con una bella finestra sul corso Vittorio Emanuele. Fu per tutti un anno di studio intenso perch‚ con il professore Miceli, che l'anno precedente aveva superato brillantemente il concorso per il passaggio al ginnasio superiore, anche noi avremmo dovuto subire una minuziosa ispezione ministeriale che avrebbe consentito al nostro docente di concludere positivamente il suo straordinariato solo se, con la nostra buona preparazione, avessimo dato prova delle sue capacit… didattiche. La collaborazione e l'impegno affettuoso fruttarono al professore il raggiungimento del suo obiettivo e a noi un facile passaggio al liceo. Nel primo e nel secondo liceo ancora due sezioni: la mia, la A, e l'altra dove c'erano anche le ragazze, la B. In terza liceo, invece, una sola sezione: ai superstiti della A si aggiunsero le signorine: Ester Zanotti, Lina Mancaruso e Anna Talarico con cui non c'erano altri rapporti se non quelli strettamente scolastici e alle quali davamo del ®voiŻ per educazione e non perch‚ fosse gi… stato imposto dal ®regimeŻ; c'erano sempre i convittori tra cui Alberto Cafasi, e i nuovi arrivati: Alfonso Gemelli, Enzo Malgeri, Saverio Aracri, Gioacchino Ranieri, Nino Mazzocca, Donato Furino, Luigi Valenziano, Salvatore Ferraro, Alfredo Rizzo, Domenico Bonelli, Dastoli, Manduca, Cuiuli, Stella, Mannarino, Vita, Chirico, Cavallo. I professori del liceo non ebbero pi— soprannomi ma, per l'affetto, la devozione, la stima, l'ammirazione ed il prestigio di cui godevano in tutta la Calabria erano chiamati ®donŻ prescindendo dal fatto che vestissero lo ®stiffeliusŻ oppure l'abito talare. ®Don VincenzoŻ Vivaldi, dantista di fama nazionale, critico letterario, autore di interessanti volumi, ci tenne lezioni veramente dotte, seguite con la massima attenzione e vivo interesse. Indossava sempre lo ®stiffeliusŻ caudato, ormai fuori moda, nella cui coda di rondine, dotata di tasche profonde, poneva i nostri compiti in classe che portava a casa per la correzione. Aveva una gran paura dei tuoni e nei giorni di temporale non veniva a scuola. ®Don SanteŻ Calabria, sacerdote, sommo latinista e grecista, aveva un modo particolare di interessare gli alunni alla letteratura ed ai classici greci e latini; era dotato di un bonario e sferzante umorismo che gli consentiva di raggiungere, specie con gli alunni pi— vivaci o pi— svogliati, assai pi— di quello che avrebbe ottenuto con le punizioni, delle quali, peraltro, non fece mai uso. Le rare volte in cui andava in collera si limitava a dire: ®siete tanti ®vastasiŻ e, subito dopo, sorridendo, aggiungeva: ®vastasu viene dal greco "bastazo" ed indica coloro che portano... pesi!Ż. Don Vincenzo e don Sante furono protagonisti nei primi anni del secolo, di un clamoroso episodio col quale dimostrarono che la loro benevolenza si associava allo spiccato e geloso spirito di indipendenza. Per sostenere gli esami di licenza liceale vennero a Catanzaro alcuni ®rampolliŻ di illustri famiglie romane e si presentarono con le... commendatizie del barone catanzarese Evelino Marincola di San Floro, amico dell'aristocrazia della capitale. I giovani patrizi, accolti a Catanzaro dai nobili locali (autentici o fasulli), presero alloggio al Grand Hotel Brezia: si interessarono di cavalli, carrozze, belle donne, svaghi e viaggi; frequentarono i salotti cittadini, sfoggiarono carrozze e cavalli lungo il Corso, considerato il ®grande salottoŻ della citt… e per nulla curarono l'italiano il latino il greco... Presentatisi agli esami, sicuri della promozione in considerazione del loro alto lignaggio, diedero, naturalmente, prova della loro impreparazione e furono tutti clamorosamente bocciati; lasciarono la citt… alla chetichella, sicch‚ di loro si pot‚ dire che furono costretti a discendere vergognosamente i colli che avevano scalato con orgogliosa sicurezza. Il vecchio e glorioso "Galluppi" diede cosŤ prova della seriet… degli studi, confermando le sue nobilissime tradizioni, fra il plauso della cittadinanza. Fra gli altri insegnanti del liceo ricordo: don Giuseppe Schiavello, Antonio Torchia, Vito Vono, Ernesto Pontieri (vincitore, giovanissimo, del concorso per il liceo e subito chiamato alla cattedra di storia dell'universit… di Napoli, divenuto poi preside della facolt… e Rettore dell'universit…, storico illustre ed Accademico dei Lincei), Ernesto Fortunato, Salvatore Rotella, Cesare Sinopoli, Vincenzo Giannelli, Emilio Minicelli, TaŤamo, Pugliese e la professoressa Rocchino che insegnava ginnastica alle ragazze. Il 1924 affrontammo il primo esperimento di esami di maturit… istituiti con la riforma Gentile: nessuno di noi ha potuto dimenticarli, nemmeno oggi dopo molti decenni. Non pi— gli stessi insegnanti del liceo, ma una commissione ministeriale composta da docenti provenienti da ogni parte d'Italia: Nicola Terzaghi, latinista e grecista di fama internazionale, dell'universit… di Torino, presidente; due liberi docenti dell'universit… di Napoli ed altri quattro docenti titolari nei licei, commissari. Faceva parte della commissione, quale membro estraneo all'insegnamento, don Luigi Costanzo, un sacerdote di vasta cultura, autore di pregevoli pubblicazioni, molto noto e stimato, anche a Roma, per la fervida e costruttiva attivit… da lui svolta nell'®Opera per il MezzogiornoŻ, creata da padre Semeria e continuata da don Minozzi, dei quali fu prezioso collaboratore. La sua presenza, il suo indimenticabile, bonario sorriso fu per tutti noi motivo per superare le preoccupazioni e le ansie. Gli ultimi mesi che precedettero gli esami furono dedicati alle studio intenso dalle prime ore del mattino fino a tarda sera: ci riunivamo in piccoli gruppi, a turno, nelle varie case. Fu un'estate calda, non spirava un alito di vento e si respirava a fatica. Il mio gruppo, di cui facevano parte Peppino Marini, Alberto Cafasi, Alfonso Gemelli e Giorgio Ascenti, nelle ore di caldo opprimente si fermava nelle ampie scale del palazzo De Nobili, dove io abitavo; il carissimo don Pippo, che ci trovava sui gradini ci rincuorava con consigli preziosi e con battute simpatiche e mordaci che ci facevano dimenticare l'incubo che ci tormentava. Nella prima sessione molti di noi superammo gli esami ed alcuni con elevata votazione; altri furono promossi nella sessione autunnale; pochi furono i respinti, quasi tutti provenienti da altri licei o privatisti che avevano frequentato con noi solo l'ultimo anno. Quale enorme differenza tra quegli anni e gli odierni! Gli studenti di allora non godevano delle comodit… e del tenore di vita di oggi: le aule scolastiche non erano riscaldate; i genitori o la cameriera tutto fare accompagnavano i piccoli a scuola e li riprendevano all'uscita, a piedi naturalmente, in quanto anche le famiglie benestanti della citt…, che gi… possedevano le prime rare automobili, si guardavano bene dall'usarle per accompagnare i figli a scuola per non essere tacciate di ostentazione. Divenuti pi— grandi, gli studenti andavano da soli a scuola e all'uscita si fermavano nelle piazzette, in spiazzi poco frequentati o, spesso, in ampi portoni aperti per giocare ®a lu strumbuŻ o ®a la singaŻ o ®a spingia spingiaŻ con i soidini o con i pennini. Eravamo molto affiatati fra di noi, sia quelli tranquilli che pensavano solamente allo studio e mantenevano una condotta irreprensibile a scuola e fuori, sia quelli che, pur studiando con impegno, erano irrequieti in classe e fuori. Io ero tra questi ultimi insieme con Peppino Marini, Giorgio Ascenti, Donato Furino ed altri; per le nostre intemperanze, per le proteste o per taluni atteggiamenti indisciplinati incorrevamo spesso in sospensioni dalle lezioni. Sfogavamo la nostra... esuberanza fuori, dando fastidio ad alcuni caratteristici personaggi della citt…, noti come ®i sustiŻ per il loro modo di vestire o per le fisime e l'insofferenza soprattutto nei confronti degli studenti ritenuti ®tutti vacabundi... futtuti e scustumatiŻ. Gli insegnanti erano, invece, comprensivi e tolleranti anche perch‚, spesso, padri di figli ®vivaciŻ volgarmente chiamati ®burdellariŻ (oggi ®casinariŻ) ma impropriamente, in quanto in quei tali locali non era assolutamente consentito fare chiasso o dare molestia. Conseguita la maturit…, poteva dirsi concluso il mio sogno ed era ormai necessario essere svegli per trovare la strada nella vita. Per qualche anno della giovinezza, per•, continuai ad avere rapporti quotidiani con il mio liceo. Prima, quale membro estraneo all'insegnamento, feci parte di una commissione, presieduta dal professore Santino Caramella, per gli esami di maturit… classica e vi interpretai il ruolo che, a favore della mia Terza A, aveva svolto don Luigi Costanzo. Successivamente, per la mia doppia laurea in legge ed in filosofia e per l'abilitazione che avevo conseguita all'insegnamento delle materie giuridiche ed economiche, ebbi l'incarico di insegnare, nel "Galluppi", storia, filosofia, economia politica e diritto corporativo. Tornai, da docente, nelle stesse aule che avevo freqoentate da studente. Fu l'esperienza di lavoro pi— interessante della mia vita ed ha lasciate in me il pi— vivo ed il pi— caro dei ricordi: c'era poca differenza di et… fra me e gli allievi per cui si stabilirono, fin dall'inizio, rapporti di simpatia reciproca, di comprensione, di affiatamento che mi consentirono di svolgere la mia attivit… di insegnante col massime impegno, in un clima di serenit…. Rivedo le tre aule, la disposizione dei banchi e della cattedra, i volti degli allievi: sono ragazzi e ragazze ed io sono poco pi— grande di loro. Si compie, per me, il miracolo della perenne giovinezza del docente. Ai miei allievi di allora lascio, ora il testimone perch‚, se chiamati come me dal caro preside Ezio Galiano a rivivere i loro giovani anni nel "Galluppi", forse ricorderanno, tra i loro maestri, anche un giovane docente. Io, rievocando gli anni del ginnasio e del liceo presso il vecchio, glorioso, indimenticabile "Galluppi", li ho rivissuti ed ho sentito pi— che mai... il sole nel cuore. /:/Umberto Lombardi. di Mariano e di Ester Lombardi nato a Capua il 22 ottobre 1906 iscritto per la prima volta alla prima liceale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1923/24) Illustre Professore, il periodo dal 1923 al 1926 da me trascorso al liceo Galluppi di Catanzaro Š stato il pi— bello della mia vita studentesca sia per l'ambiente, sia per i compagni, sia per i docenti. Fra i docenti ricordo il bravissimo professore Vincenzo Vivaldi, il professore Orazio Mottola, docente di storia, economia politica e filosofia, il professore Bellusci, insegnante di greco, poi preside a Crotone, il collega Rosario Rotella, finito professore a Crotone. Fra i compagni ricordo Enzo Zimatore, presidente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati, l'ex senatore Fausto Bisantis e tutti gli altri Il pi— caro ricordo per Nino Vercillo, referendario della Corte dei Conti, trucidato alle Fosse Ardeatine. Gli iscritti al Partito Fascista erano soltanto due. Fra le mie compagne di classe ricordo le tre ragazze, di cui una bellissima, Elisa Salonia. Gli insegnanti erano tutti molto severi e corretti. Ricordo il sacerdote professore Schiavello che dava la caccia a chi si recava nelle ritirate per fumare una sigaretta. Di tutto e di tutti conservo un gradito, bel ricordo. Gentili ossequi. /:/Bruno Sgromo. di Giovanbattista e di Concettina Serrao nato a Borgia il 30 ottobre 1907 Iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1919/1920) Da quel tempo lontano affiorano nel mio ricordo i visi dei miei condiscepoli curvi sui libri nelle ore di studio e, durante le lezioni, protesi nello sforzo di voler quasi assorbire le nozioni e i concetti che i docenti esprimevano col vivo della voce. In verit… opimi furono i frutti maturati in quella felice stagione scolastica, ch‚ di poi quasi tutti quegli studenti-studiosi hanno raggiunto nella societ…, che li ha accolti, affermazioni di primato professionale nei vari campi. Di ci• va sicuramente dato gran merito a quel corpo insegnante, che allora faceva del "Galluppi" il pi— ammirato ed agognato ateneo della Calabria. Nell'anno 1923 frequentavo la terza classe ginnasiale sotto la guida del mite prof. Giulio Aromolo, quegli che, in quell'epoca sentita come eroica, aveva composto il poemetto ®La Marcia di RonchiŻ, lavoro che s'ispirava all'impresa dannunziana su Fiume. In una mattinata buia e piovosa di marzo mi giunse in classe la ferale notizia dell'improvvisa morte del mio povero babbo e, da allora, solo l'impegno scolastico ed il conforto dell'affettuosa solidariet… dei miei compagni mi hanno potuto col tempo restituire sul volto rattristato il sorriso e la serenit… nella mia vita. Preside dei Liceo "Galluppi" era il prof. Tancredi e vice preside il prof. don Giuseppe Schiavello, che vigilava ai mantenimento dell'ordine e della disciplina nell'istituto. Proverbiale era la sua continua esortazione ai professori: ®Professore, punisca punisca!...Ż Era il prof. Schiavello un sacerdote, che vestiva abito talare, di statura piuttosto bassa, calvo, dal volto segaligno con due occhietti neri e mobilissimi. Nel corso degli anni '24 e '25, in frequenza del ginnasio superiore, l'ho avuto come insegnante di lettere; egli era intransigente nel metodo e quanto mai rigoroso nella valutazione dei meriti degli alunni. Il giovedŤ della settimana era destinato al compito in classe e mi sovviene, di un giovedŤ, li dettato di questo tema, di evidente lettura manzoniana: ®Fate del bene a quanti pi— potete e vi seguir… nella vita d'incontrar dei visi che vi mettono allegriaŻ. Nell'anno 1926, per me primo anno di liceo, teneva la cattedra d'italiano l'anziano ed eruditissimo prof. Vincenzo Vivaldi; teneva la cattedra di Storia e Filosofia il rigorosissimo prof. Orazio Mottola. Il Vivaldi, coperto il capo di folta capigliatura appena brizzolata e rigata nel mezzo, vestiva abito lungo e calzava lenti con laccio, mostrava nell'insieme un portamento austero, che esigeva rispetto. Ricordo che portando in classe i nostri compiti corretti li estraeva dalla tasca interna della lunga giacca caudata e li buttava con sussiego sulla cattedra, pronunziando delle battute che suscitavano ilarit… ed egli, di ci•, appariva compiaciuto. Questo illustre professore d'italiano spesso impegnava l'ora di lezione con l'esposizione del contenuto delle opere minori del pacifico novellatore Boccaccio e talvolta, per farci comprendere l'Estetica, esemplificava il suo dire mediante la recitazione di qualche passo poetico, per modo che chiaro balzasse agli occhi della nostra fantasia il fantasma creativo, che era segno dell'arte. A tal fine un giorno con sentita effusione ci recit• la poesia del Giusti, ®Affetti di una madreŻ, e balzava chiara e viva la rappresentazione dei soggetti in atto: ®Presso la culla in dolce atto d'amore/ Tacita siede e immobile; ma il volto/ nel suo vezzoso bambinel rapito,/ arde, si turba e rasserena in questi/ pensieri della mente inebriataŻ. Questo professore era pervenuto alle lettere da autodidatta, conseguendo un notevole apprezzamento nella letteratura dell'epoca, mercŠ la pubblicazione di opere ponderose e pregevoli come ®Le Fonti della Gerusalemme LiberataŻ; una Polemica linguistica del '500 ed altri studi leopardiani. La citt… di Catanzaro, orgogliosa di questo suo illustre figlio, ha a lui intitolato un grosso complesso scolastico in Catanzaro Lido. Il Mottola longilineo, piuttosto giovane, dall'aspetto precocemente rugoso e pensoso, si sentiva fortemente impegnato nel suo ministero e lo conduceva con rigore inappuntabile soppesando di ognuno di noi la capacit… e la preparazione; sapeva suscitare in tutti noi amore allo studio della storia ed interesse speculativo nell'assimilazione delle lezioni di filosofia. Un giorno, durante la spiegazione della ®Critica della ragien praticaŻ, estrapol• scrivendola alla lavagna questa massima: ®Dovere, parola grande e sublime che non hai in te nessuna lusinga ma esigi sottomissioneŻ. Fu a tutti noi chiaro il rigore dell'imperativo categorico e l'alto significato della morale kantiana. Iniziando l'excursus di questi miei frammentari ricordi ho affermate che quella fu una scuola non pur di sapere, ma ben anco di vita. Posso in chiusura, dire che per aver nel corso operoso della mia vita (quaranta anni di magistratura e quindici di ministero forense) informato il mio cemportamento interno ed esterno a quei dettami ora, da pensionato, mi accade appunto d'incontrar dei visi che mi mettono allegria. Per la continua inappuntabile osservanza dei miei doveri professionali e per l'attenta cura dei miei sentiti doveri familiari, ho conseguito, quasi al culmine della mia esistenza, quella serenit… in che consiste la felicitas vitae. All'illustre preside del Liceo Ginnasio "Galluppi" che mi ha richiesto la bozza di questi miei ricordi, non posso inviarli senza parlare di Franco Berardelli, che in maniera eccezionale come la sua genialit… comportava, ha compiuto i suoi studi in questo glorioso ateneo. Per due anni, nella prima compagnia del Collegio, ho vissuto fianco a fianco col Berardelli, al quale mi legava una certa affinit… spirituale. Era costui un giovane ben sviluppato nel fisico, dalle spalle larghe e collo incrinati in avanti, quasi curvi, capo efebeo con fronte spaziosa e due occhioni chiari, che parevano due pezzi di cielo in cornici iridate. Franco, familiarmente chiamato ®CiccioŻ, era un appassionato studiose delle letterature italiana, latina e greca alle fonti, particolarmente lo appassionavano il Leopardi, il Foscolo, il Carducci, il D'Annunzio e leggeva dei francesi Lamartine, Chateaubriand, Baudelaire, Verlaine; l'opera carducciana era il suo pabulo quotidiano e ne seguiva la metrica. Era costantemente preso da un fervore poetico, sembrava che le Muse si fossero in lui incarnate, perch‚ tutto ci• che apprendeva volgeva subito in versi. Di lui si Š scritto e detto in maniera anche talvolta aulica, ma io voglio ricordarlo in quella che era la semplicit… della sua vita quotidiana. Valga questo episodio rimasto ancor vivo nella mia memoria: in un primo pomeriggio ci eravamo trasferiti nella sala del biliardo, posta al piano superiore dell'istituto e contigua all'aula della seconda compagnia; Ciccio aveva seco il testo di storia moderna, era il Rodolico, e teneva altresŤ un quaderno di appunti; si era accostato ad una finestra, che dava sui cortile interno dell'istituto e, chiamatomi a s‚, lesse: ®Un uomo, Mirabeau si eresse/ dalle pupille sensitive e nere, sparso il volto/ di bionde efelidi leggere, e disse: cittadini/ fratelli di dolore,/ segnamoci tre volte con la croce!/ Tre volte per la libert… si muoreŻ. Aveva cosŤ poeticamente colto un momento rilevante della storia della Rivoluzione Francese, che egli allora stava studiando. Franco Berardelli morŤ a ventitrŠ anni stroncato da quei terribile male che allora mieteva vittime, e, forse per questa tal comunanza di morte precoce, Š stato letterariamente ritenuto un epigono del crepuscolare Gozzano, ma egli dei crepuscolari non aveva la ®indifferenza ed il metro discorsivo, che caratterizzavano lo stile di quelli, e particolarmente quella specie di abbandono del mondoŻ. Berardelli era fortemente attaccato alla vita che gli sfuggiva e, nello struggimento fatale dell'essere, invocava la vita perfino oltre la morte: ®Una pena/ nel cuore, infinita/ il desiderio di morire/ senza uccidere la Vita:/ CosŤ, finire/ per una breve vena/ spezzata nel cuoreŻ. Ricordo ancora: si accostava con fede al Nazareno dalle rosse chiome ed, a suo dire, dalla fronte di luce e, con ispirazione dantesca in una sublime sintesi dei Fioretti, cosŤ cant• del Serafico in ardore: ®Passava, tra il dileggio della gente/ per le strade d'Ascesi/ lungo la via che porta a S. Damiano/ lacero, muto, con la croce in mano/ il figlio del mercante Bernardone,/ per rifare la Chiesa, come il Cristo/ gli aveva detto, in una sua visione (...)/ E cresceva la gente poverella./ Ad Ascesi venivano sui monti/ dell'Alvernia, su quella/ altura solitaria, presso i fonti/ d'acqua limpida i frati cavalieri/ che altra arma non avean che il Cristo in croce/ ed altro non voleano scudo avere/ che l'oblio di s‚ stessi nel Signore./ /:/Vincenzo Zimatore. di Diego e Iole Alvano nato a Catanzaro il 21 settembre 1908 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1918/1919) La mia vita col ®GalluppiŻ Mio caro Ezio, cominciai a frequentare il Regio Liceo Ginnasio "Galluppi" nel 1918 quando la prima Grande Guerra non era ancora finita e sulla mia casa (in quel tempo all'angolo tra il corso Vittorio Emanuele e via Bellavista) era ancora piazzara una ingenua difesa antiaerea costituita da una mitragliatrice vegliata da un soldato della ®territorialeŻ che di notte, ogni quarto d'ora, gridava in un megafono: ®all'erta, sentinellaŻ, per sentirsi rispondere da un'altra sentinella, appollaiata con un'altra mitragliatrice sulla vecchia torre del Duomo, ®all'erta stoŻ. Ed ero da pochi giorni, studente del ginnasio quando la sera del 4 novembre 1918 mi trovai, con alcuni compagni pi— grandi di me, nel festante corteo che, preceduto da giovani in bicicletta e da tante bandiere tricolori, passava per le vie di Catanzaro cantando ®o Trieste, o Trieste del mio cuore...Ż Allora l'edificio del "Galluppi", quel nobile Palazzo che pu• chiamarsi il tempio della cultura catanzarese, era ancora occupato dal Regio Esercito. Costruito attorno al 1580 come Convento dei Gesuiti e Chiesa del Ges—, aveva per secoli ospitato il Collegio, retto prima dai Padri Gesuiti e poi, quando l'Ordine con l'editto del 3 novemhre 1767, fu espulso dal Reame, dagli Scolopi ed aveva ospitato le Scuole universitarie istituite a Catanzaro da Giuseppe Bonaparte e, dal 1826 al 1860, le Reali Scuole Pie. Per secoli, generazioni e generazioni di giovani avevano compiuto i loro studi nel palazzo che dopo il 1860 fu intitolato a Pasquale Galluppi. Giovani non solo di Catanzaro ma della intera nostra Provincia perch‚ nel Palazzo aveva sede anche il Convitto Nazionale che era frequentato da convittori e semiconvittori provenienti da molti paesi della Calabria. La sezione del Ginnasio alla quale venni assegnato era sistemata, alla men peggio, in un modesto edificio sito alla fine di un lungo e tortuoso vicolo del rione Maddalena, a picco sulla ®timpa di PraticaŻ, quasi sempre battuto da venti impetuosi, con pavimenti di cemento, infissi sconnessi, molti vetri rotti e naturalmente, senza ombra di riscaldamento (che allora, in verit…, mancava anche nelle case signorili perch‚ si viveva nel beato convincimento che a Catanzaro non faceva freddo e che per riscaldare le grandi stanze, alte cinque metri, poteva bastare un modesto braciere con la sua brava ruota). Cominciavano nel 1918 gli anni pi— inquieti della nostra storia recente. Ai problemi lasciati in eredit… dalla guerra altri se ne aggiungevano, tutti ardui e complessi. Nuove prospettive, nuove ideologie, nuovi bisogni. In tutti i campi tutto cambiava e con paurosa rapidit…. I nuovi fermenti che agitavano la societ… italiana erano pi— vivi e pi— attivi tra gli studenti e specie tra quelli del Liceo che costituivano la ®intelligentiaŻ di quel tempo. Il Liceo "Galluppi", ricco di antiche tradizioni e di grandi Maestri, era il fiore all'occhiello della cultura catanzarese; era l'officina dalla quale erano usciti e continuavano ad uscire, anno dopo anno, avvocati e magistrati, notai e medici, filosofi e letterati. Solo chi aveva frequentato il Liceo classico poteva aspirare (in un tempo che non era angosciato dal problema della disoccupazione intellettuale) alle professioni ed alle carriere pi— prestigiose. Frequentando il Liceo si acquistava il biglietto d'ingresso al notabilato borghese. La consapevolezza di questo comune destino e l'appartenenza alla medesima classe sociale, facevano degli studenti del Liceo (che erano pochissimi perch‚ in provincia esistevano solo altri due licei e quello di Catanzaro, il pi— importante, aveva meno di cento studenti) una specie di casta chiusa. A 15 anni, quando raggiungemmo le tre classi liceali, la nostra vita si svolgeva in gruppo. La mattina, dalle 8,30 alle 10,30 le prime due ore di lezione; poi mezz'ora di intervallo (che quasi sempre veniva impiegata in rapide visite ad una pasticceria, sita in un vicolo a lato dell'antico Teatro, dove ci attendevano grandi guantiere di sostanziosi ®buccunottiŻ di crema e cioccolato); poi dalle 11 alle 13 altre due ore di lezione. Nel pomeriggio, dopo qualche ora di studio, facevamo la nostra passeggiata sul Corso, da Santa Caterina al vecchio Teatro (il ®ComunaleŻ gi… Real Francesco, orgoglio della Catanzaro dell'800, col suo bel portico e col suo orologio che fece scrivere a Giuseppe Casalinuovo alcune fra le sue pagine pi— belle) e viceversa; due, tre, quattro volte, lanciando languidi sguardi alle fanciulle in fiore e salutando rispettosamente, cappello in mano, gli amici di famiglia. Catanzaro era allora una citt… umana e gentile, ospitale e serena nella quale (per ripetere le parole di Isnardi) un uomo non era mai solo. Una citt… densa di sapori, di odori, di colori, di suoni. Ogni vicolo della GrecŤa o del Carmine o della Stella ti offriva balconi fioriti di garofani e gerani multicolori, finestrelle incorniciate da festoni di peperoni rosso fuoco, da ®resteŻ violacee di cipolle di Tropea, da reti piene di mele rosse e gialle. Davanti alle porte dei ®bassiŻ stavano sedute pacchiane e popolane dai costumi sgargianti. Le strade, i larghetti, gli angiporti ombrosi erano intrisi dal profumo acuto dei garofani, da quello dolcissimo del gelsomino, da quello acre della conserva di pomodoro posta a seccare al sole, da quelli casalinghi dell'aglio del basilico, del rosmarino che evocavano fresche insalate e succulenti rag—e favolosi capretti al forno. Nell'aria fresca e pulita si inseguivano rintocchi di campane, squilli di trombe militari, melodie di bande cittadine, tamburi di processioni, urla di strilloni di giornali, ®gridaŻ di venditori ambulanti, note saltellanti di pianini. E su tutto dominava il canto degli artigiani, dei muratori, dei ciabattini, delle lavandaie; il canto del popolo catanzarese che lavorava cantando. La mattina mi svegliavano i rumori dei grandi traini tirati da tre muli bardati di sonagliere ed il tintinnio dei ferri delle teorie di asinelli che salivano in citt… per portare sabbia e mattoni, farina e verdure, ed il richiamo dei lattai che arrivavano in citt… con i loro piccoli greggi per portare fin sulla porta delle case il latte ®caldoŻ; venivano tutti dalla porta di mare, l'antica porta granara e passavano all'alba sotto la mia casa. E la sera mi addormentavo ascoltando le serenate che giravano per le strade ormai deserte per sostare sotto le finestrelle dalle quali occhieggiavano ragazze dai nomi semplici: Carmela e Lucia, Concettina e Marietta. I vicoli di Catanzaro non conoscevano ancora Patrizia e Monica, Viviana e Fiammetta. La sera ci ritrovavamo o in qualche camera vuota dell'ultimo piano dell'Albergo Brezia (sul corso, nel palazzo Vercillo che oggi ospita la gioielleria Sandoz) nel quale avevamo possibilit… di accesso perch‚ uno di noi, Pep‚ Sorrenti, era figlio di don Pasquale, gestore dell'Albergo, o, pi— spesso, nella sala interna del caff‚ di don Rosario Colacino, in piazza della Immacolata, in una casa che venne poi demolita assieme a Palazzo Serravalle. Nelle camere del Brezia si svolgevano lunghi ed accaniti incontri di tressette, scopone, briscola e stoppa, sempre con poste di pochi centesimi. Qualche volta, quando don Pasquale era lontano, PepŠ scendeva nelle cucine e ritornava carico di interi pani, pezzi di formaggio e di salami e qualche bottiglia di vino. Ed allora era festa. CosŤ come fu festa grande quando conseguita la licenza liceale (che nel 1926 fu prova davvero difficile perch‚ era entrata in vigore la riforma Gentile) ci riunimmo in una saletta del ristorante in un epico pranzo dalle innumerevoli portate che ebbe inizio con quella ®pasta chinaŻ, imbottita ed impreziosita da provola e formaggio, rag—ed uova sode, polpettine di carne e pezzi di salsiccia piccante; quella ®pasta chinaŻ che Š stata e rimane piatto principe della cucina catanzarese ed ha ancora (anche in questi tempi di diete e colesterolo, footing e macrobiotica) tanti e tanti nostalgici, come Š dimostrato dal fatto che alcuni anni or sono io ho avuto la gioia di trovare su un bianchissimo muro di Caminia anzicch‚ i soliti vota Tizio o vota Caio questa bellissima scritta davvero densa di buon senso e di buon gusto ®d'a sira a la matina viva, viva 'a pasta chinaŻ. Invece nel caffŠ Colacino parlavamo e parlavamo e parlavamo; per ore ed ore. Ogni tanto qualcuno di noi, sollecitato dal cameriere Felice che sentiva mugugnare don Rosario, prendeva un caffŠ o una gassosa o addirittura, quando nella sala vi era qualche graziosa fanciulla (naturalmente scortata da padre, madre, fratelli e zie), una tazza di tŠ che, a nostro avviso, ci qualificava come uomini di mondo. Felice era uno strano cameriere che di cameriere aveva solo i piedi piatti ed il frac; in realt… era un filosofo, un saggio che in quel tempo in cui ognuno cercava di magnificare i propri meriti guerreschi (o di inventarli, se non ne aveva) spiegava con un bonario sorriso, che gli era stata conferita una medaglia al valor militare (cosa difficilissima nella prima Grande Guerra, specie per un soldato semplice quale era stato Felice) ma che in realt… si trattava di un errore perch‚ egli era uscito dalla trincea non per andare a catturare ufficiali e soldati nemici, come poi aveva fatto, ma solo per soddisfare una personale necessit…. Nelle lunghe serate al Colacino parlavamo anzitutto di donne. Le nostre conoscenze in materia erano allora essenzialmente letterarie. Sapevamo tutto delle eroine della letteratura classica ma anche di quella moderna: Mila di Codro e Basiliola , Madama Bovary e Natascia non avevano misteri per noi; ed ancora meno ne avevano le eroine di serie B, le peccaminose, da quella MimŤ Bluette che aveva accompagnato in trincea i ®ragazzi del 900Ż, alle fanciulle di Beltramelli che sacrificavano la loro verginit… all'ombra dei mandorli in fiore, alle sofisticate donne di vita di Pitigrilli e di Dekobra, divoratrici di cocaina. In pratica le cose andavano maluccio perch‚ delle rigide categorie delle malefemmine di allora (le mantenute, privilegio di professionisti affermati e di ricchi commercianti, le cocottes e le ballerine, caccia riservata ai ricchi giovani del gran mondo; le puttane vere e proprie ospiti di Madama Miffi o di Maria a Longa; le servotte buone a tutto fare; le floride pacchiane che scendevano da Gagliano, da Tiriolo o da Gimigliano e si concedevano, di tanto in tanto, qualche distrazione) noi avevamo familiarit… (e neppure eccessiva) solo con le tre ultime pi— modeste categorie. E parlavamo di poesia. Chiss… quante volte in quella sala semibuia furono pronunciati i nomi di Carducci e di Pascoli, di D'Annunzio e di Baudelaire e di Verlaine e di Byron e di quelli a noi pi— intimamente vicini, Guido Gozzano e Sergio Corazzini e Vittorio Locchi. Chi pi— chi meno, eravamo tutti poeti. Ma i poeti ufficiali della mia classe erano due: Franco Berardelli e Giovanni de Angelis. Franco Berardelli a 12 anni, mentre era ancora al Ginnasio, aveva pubblicato la sua prima raccolta di versi: ®Penduli di mughettoŻ. Al Liceo mentre tutti gli altri ci affannavamo a tradurre dal greco, ogni settimana, un brano del Prometeo, Franco portava ogni settimana due traduzioni del brano: una dal greco in latino e l'altra in impeccabili versi italiani. Era sempre triste e taciturno e tra noi si sussurrava che era ammalato, che aveva quella cosa terribile, quel male che allora non perdonava, la tisi; che sarebbe morto presto. E presto morŤ, mentre era ancora studente universitario, a soli 23 anni, lasciando romanzi e raccolte di versi, opere teatrali, saggi, traduzioni. Alfredo Baccelli scrisse: ®sul mio tavolo non vi Š che una fotografia, quella di Franco Berardelli, ch‚ di poeti per me non c'Š che luiŻ. Giovanni de Angelis pubblic• la sua prima raccolta di versi, ®Larcobaleno della nostalgiaŻ, quando frequentavamo il primo liceo. Fui io il dattilografo che su una vecchia Adler scrisse le bozze da inviare alla casa editrice; e Giovanni per ringraziarmi volle dedicare a me una delle poesie del suo volumetto. Malgrado la rassegnata opposizione della famiglia egli volle cambiare nome e da Giovanni si mut• in Raoul Maria de Angelis e con questo nome divenne poi celebre come romanziere, come giornalista, come pittore. Ma non erano solo Franco e Giovanni tra i miei compagni coloro ai quali la vita aveva destinato la fama. C'era Nino Vercillo, il baroncino Vercillo piccolo, elegante, sereno. Non scriveva poesie e diceva di non credere ai grandi miti, ai grandi ideali che allora ci affascinavano. Si era acquistata tra noi la fama di cinico, di indifferente, di ®borgheseŻ. Ma il Destino aveva conservato per lui un posto tra gli Eroi perch‚ morŤ giovanissimo, trucidato dai tedeschi alle Fosse Ardeatine. C'era Gigi Pugliatti, silenzioso e distinto. Sulla sua nobile famiglia correva un epigramma: ®In casa Pugliatti, son duchi anche i gattiŻ. Ma Gigi non si atteggiava a giovane duca, Gigi con grande semplicit… e con grande coraggio dichiarava apertamente di essere socialista. Fu Gigi che nella sua casa (che oggi pi— non esiste e nella quale era severamente proibito fumare) ci inizi• ai segreti della letteratura russa. Pass• come una meteora Aldo Bozzi, figlio di un alto magistrato; Aldo Bozzi destinato a diventare uno dei personaggi pi— alti e pi— prestigiosi della vita politica italiana. E c'era Fausto Bisantis, destinato anche lui alla vita politica nazionale; e Felice Greco, il nipote del Prodittatore nella cui casa era custodita la prima bandiera italiana cucita a Catanzaro nel risorgimento; c'era Peppino Martelli, bello, aristocratico, idolatrato dalle donne, e Adolfo Sacchi che aveva il primato della bont… e che tale primato inestimabile seppe conservare anche quando raggiunse gli alti gradi della Magistratura; e Mariano Caligiuri che ogni anno ci invitava in una sua casa grande e buia, al rituale ®lutto del maialeŻ. Questi erano i miei compagni di classe; non tutti perch‚, purtroppo, di altri la vita mi ha fatto perdere le tracce ed il ricordo non Š pi— nitido e sicuro. E poi c'erano le Signorine, le mie tre compagne: Pittelli, Solonia e Corapi. Tre ragazze che furono mie compagne per tre anni e che per tre anni incontrai ogni giorno ma delle quali nulla posso dire perch‚ costituivano un mondo a s‚; un mondo chiuso col quale non era consentito avere contatti. Questo era il costume del tempo. Io avevo scambiato qualche innocente parola solo con la Pittelli, che incontravo di sfuggita nella sua casa paterna quando andavo a trovare i fratelli, MimŤ o Mario. Con Elisa, figlia del nobile cavalier Solonia, parlai una sola volta a Napoli quando la incontrai, accompagnata dal padre, nell'atrio della Universit…. Con la Corapi neanche una parola, tranne qualche timido ®buon giornoŻ. In passato il Liceo e le scuole universitarie avevano avuto docenti di chiara fama: Luigi Settembrini e Luigi e Bernardino Grimaldi, Liborio Menichini e Vincenzo Ciaccio, Francesco Acri e Carmine Vincenzi, l'abate Lupis e don Sante Calabria. Ma anche ai miei tempi non mancavano docenti famosi. Primo fra tutti Vivaldi, don Vincenzo Vivaldi, che pur avendo conquistato ufficialmente solo un modesto titolo di studio aveva continuato a studiare da solo, con infiniti stenti e privazioni, destando con le sue pubblicazioni tanto interesse da ottenere l'abilitazione all'insegnamento nei Licei. Era autore di eruditissime opere sulle origini della nostra lingua; sulla Gerusalemme Liberata, sul Leopardi, sul Monti, sui letterati calabresi. Don Vincenzo ancora nel 1925 portava la bombetta e lo stiffŠlius, quell'abito nero lungo che il popolo catanzarese chiamava ®a sciambergaŻ e che fu nell'800 il vestito abituale della borghesia intellettuale. Bombetta e stiffŠlius, occhiali e mezzo toscano. Ma ogni sua lezione ci incantava: era un fiume un limpido fiume di cultura e di saggezza che si riversava su di noi. Uno stiffŠlius (che per il lungo uso da nero trascolorava in verdastro) indossava anche il docente di scienze naturali, il professore Rotella; egli prediligeva alcune frasi che spesso ci ripeteva: ®in natura nulla si crea e nulla si distruggeŻ oppure ®in natura non esistono puzze esistono cattivi odoriŻ oppure ®Ovidio Nasone, che non era chiamato cosŤ perch‚ avesse il naso grossoŻ. Ogni qualvolta egli iniziava una di queste sue frasi un coro rombante la completava. Temutissimo per la sua severit… Orazio Mottola professore di storia e filosofia. Dopo pochi anni abbandon• l'insegnamento e si trasferŤ a Milano ove divenne uno degli avvocati pi— famosi. CecŠ Sinopoli, don Cesare, patrizio catanzarese, profondo conoscitore della storia della nostra citt…, autore di innumerevoli saggi, articoli, biografie; traduttore delle ®Cathacenses consuetudinesŻ del Paparo, commentatore degli Statuti dell'Arte della Seta. Da capitano aveva insegnato storia nel Collegio militare della Nunziatella, in Napoli; poi, tornato alla vita civile, la burocrazia ministeriale gli aveva assegnato come materia d'insegnamento la storia dell'arte che egli non conosceva e che trascurava tranquillamente illustrandoci, con nostro grande diletto, i monumenti della nostra citt…, i tesori scoperti in Calabria, le ricerche archeologiche che ancora si dovevano iniziare, le nostre antiche tradizioni la nostra civilt… contadina. Finanche il nostro professore di educazione fisica era notevole: piccolo, scattante, irritabilissimo. Era anche lui nobile: Marincola Pistoia. Ci trattava con la frusta; per lui eravamo tutti dei ®sacchiŻ; e, quando si ricordava di essere un gentiluomo specificava ®di patateŻ. Questi erano i personaggi. Ma poi c'era il Teatro nel quale i personaggi si muovevano, c'era il "Galluppi" con la sua austera facciata ed i suoi freddi corridoi e le sue lapidi e la sua storia. Io ero letteralmente affascinato da quel Palazzo tanto semplice e severo. Forse perch‚ don Pippo de Nobili (l'uomo che pi— di ogni altro illumin• la nostra giovinezza e che i ragazzi delle famiglie ®buoneŻ di Catanzaro chiamavano tutti zio Pippo) mi aveva detto che in un ala del Palazzo ormai demolita vi era stata la Chiesa del Ges—nella quale erano stati sepolti per secoli gli antenati di mia nonna Maddalena Marincola Politi o forse perch‚ da bambino avevo sentito narrare che Pasquale Galluppi, quando per qualche tempo si ferm• al Pizzo, amava trascorrere le sue serate conversando dottamente con Carlantonio Zimatore, dottore in sacra teologia ed uomo di vasta erudizione, o forse perch‚ tra i giovani che vivevano nel Convitto nazionale vi era un folto gruppo di miei cugini e parenti di vario grado. Certo Š che io nel vecchio Palazzo mi sentivo a casa mia. Quando ebbi la mia bella licenza liceale e partii per Napoli, che rimaneva sempre per noi calabresi la Capitale del Reame, mi rattrist• lasciare per sempre il vecchio Palazzo, lasciare il mio Galluppi nel quale avevo trascorso gli anni pi— belli della mia giovinezza. Ma mi ingannavo, perch‚ appena io ebbi conseguita la laurea in giurisprudenza, la mia famiglia si trasferŤ dalla casa sita accanto alla chiesa di San Francesco a Palazzo Franco, su corso Mazzini, palazzo che limita col cortile del Galluppi. Vissi cosŤ per molti anni ancora accanto al mio amato Galluppi, ascoltando ogni mattina il brusio, le voci, i canti degli studenti che si intrattenevano nel cortile prima di entrare dalla ®porta piccolaŻ. Poi i legami divennero pi— stretti perch‚ i miei figli, prima Attilio e poi Valerio, cominciarono a frequentare il Galluppi: scuole elementari, medie, ginnasio, liceo. Per tredici lunghi anni ogni mattina una parte del mio cuore, la parte pi— intima e pi— cara, quella che Š consacrata ai miei figli, visse nel Galluppi. Fino a quando (il tempo corre cosŤ veloce!) anche i miei figli non completarono gli studi. E fu allora che io pensai, con accorata tristezza, che i miei legami, la mia vicinanza col Galluppi erano davvero finiti, anche perch‚ nel frattempo mi ero trasferito dalla casa di corso Mazzini a quella dl via Buccarelli ben lontana dal nobile Palazzo. Non avevo pi— di fronte il mio Galluppi bensŤ un ampio spazio destinato alla espansione di villa Pepe, uno spazio libero con nello sfondo il panorama della citt…, i monti azzurrini, il mare. Ma anche questa volta mi sbagliavo. Forse il vecchio Galluppi ebbe piet… della mia solitudine e volle in qualche modo consolarmi: se Maometto non va alla montagna... Un bel giorno vidi che sullo spiazzo verde destinato a pubblico giardino cominciavano a costruire un enorme edificio. Allarmatissimo, chiesi spiegazioni e cosŤ appresi che in un breve volgere di anni avrei avuto di nuovo la fortuna di vivere vicino al Galluppi. E questo ritorno alle origini fu per me dolcissimo. Ed Š per me, ormai, terribilmente vecchio, cosa dolcissima vedere di nuovo ogni mattina una fiumana di giovani, tanto diversi ma anche tanto simili a quelli dei miei tempi, entrare nel Liceo. Un fiume di giovani un fiume di intelligenze ancora grezze ma limpide e vive ed incorrotte; lingotti di oro puro che attendono il paziente lavoro degli orafi. Un fiume di giovani che diverranno avvocati e magistrati, medici e notai, filosofi e letterati, poeti e scienziati. Un fiume che rappresenta il nostro domani; quel domani che tutte le generazioni, malgrado le amare esperienze, continuano sempre a sperare pi— bello, pi— giusto, pi— sereno. /:/Felice Teti. di Raffaele e di Rosina Piccinn‚ nato a Palermiti il 9 maggio 1912 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1923/1924) Anche se rievocare i tempi di una troppo lontana giovinezza genera pi— dolore che piacere, io la ringrazio, egregio preside, per l'opportunit… che mi d… di offrire i miei ricordi per una storia del nostro glorioso liceo che tanto ha contribuito alla formazione di illustri cultori di lettere, di scienze e di arte. Desidero iniziare con un devoto omaggio a tutti i miei insegnanti che, con la loro vasta cultura, con la loro esperienza di vita e, soprattutto con le loro doti intellettuali e morali, seppero dare a noi giovani studenti dei primi decenni del secolo, un'indelebile impronta di onest… e di rettitudine che ci ha guidato e sorretto in tutte le traversie della vita. Mi sono licenziato dal "Galluppi" nel 1931, quindi Š facile dedurre che i miei ricordi ginnasiali risalgono all'anno scolastico 1923/24. Frequentai le prime tre classi in un appartamento di Via Poerio dove noi della sezione C fummo ospitati per mancanza di aule nell'antico edificio di Corso Vittotio Emanuele II. I locali erano semibui, umidi, maleodoranti e molto freddi. Ricordo di avere avuto in quei primi tre anni, sempre perch‚ appartenente ad una sezione che allora non aveva un proprio sbocco nel ginnasio superiore, tre diversi insegnanti di lettere: nel primo il professore Rapisarda, siciliano; nel secondo il professore Russo, anche lui siciliano e solo al terzo, finalmente, la professoressa Vecchietti, la nostra indimenticabile professoressa Ada Vecchietti. Di lei serbo il pi— caro dei ricordi perch‚, oltre ad essere un'ottima insegnante, fu per noi una madre e ci tratt• con molta dolcezza ed amore. I miei ricordi diventano pi— chiari dalla quarta ginnasiale in poi. La terza C fu divisa tra le due sezioni in organico ed io fui assegnato alla quarta A che era ospitata in aule fredde e buie, forse quanto o pi— di quelle che avevamo lasciato, ma che a noi sembravano migliori, solo perch‚ protette dagli antichi e spessi muri del "Galluppi". In quei due anni il nostro insegnante di lettere fu il professore Domenico Miceli, che era anche vicepreside. Era un uomo molto colto, affettuoso, ma di carattere instabile, tanto che qualche volta ci gratificava di qualche scappellotto. Aldo Casalinuovo ed io fummo messi al primo banco perch‚ il professore voleva tenerci sott'occhio, dato che eravamo ritenuti fra i pi— irrequieti. Tra i miei compagni vi era anche Antonio Aracri, molto studioso fin d'allora, attualmente civilista di gran valore e dotato di straordinario acume giuridico. Oltre a questi due che hanno illuminato ed illuminano il diritto, devo ricordare un altro mio compagno che non Š pi— : Annibale Raffaelli, divenuto poi ottimo professore di lettere, capace di ripetere a memoria interi libri di greco. Il professore era sbalordito pi— di noi e, nel corso delle interrogazioni, tentava di fargli perdere il filo della risposta con trucchi e furberie, ma non riuscŤ mai a coglierlo in fallo. Studiai come lingua straniera l'inglese: in quarta ginnasiale con il professore D'Agostino, docente rigido e molto competente ed in quinta con il professore Antonio Cardamone che ebbe il merito di farci innamorare dei classici di quella letteratura. Rimase con noi fino al primo liceo, invece, il professore Antonio Battaglia, insegnante di matematica, laureato in ingegneria, colto, ma poco adatto a tenere la disciplina, anche per le conseguenze di una grave ferita riportata nella Grande Guerra che gli aveva indebolito il carattere. Il carosello degli insegnanti di tutte le discipline faceva perno intorno al preside Tancredi, che fu il mio primo preside. Egli govern• l'istituto con saggezza e giustizia. Fu dimesso, per raggiunti limiti di et…, quando io ero stato promosso alla seconda classe liceale e fu allora incaricato di reggere la presidenza il nostro vecchio insegnante di ginnasio, il professore Miceli. Ora un passo indietro. Superati gli esami ginnasiali, nel 1929 fui ammesso al liceo. La prima liceale fu molto tranquilla, anche se i professori erano tutti diversi dai precedenti. Il professore Alfredo Paravizzini ci insegnava italiano: era un uomo schivo, studioso e colto e viveva da solo. Professore di latino fu Fulvio Palmieri, al quale gli italiani devono la riorganizzazione dell'Ente radiofonico nazionale, che durante il Regime non fu solo il pi— potente strumento della propaganda fascista, ma anche canale di cultura, di arte, e (perch‚ no?) l'E.I.A.R. di Fulvio Palmieri fu una tappa decisiva verso l'unificazione linguistica degli Italiani. In quell'anno era venuto da Napoli e fu nostro insegnante di storia e filosofia, il professore Brunelli che, per la sua origine partenopea, era chiamato ®GennarinoŻ; aveva una eccezionale bont… e lo trovavamo schierato in ogni occasione a nostro favore. Il 1930 fu, invece, un anno molto travagliato sia per gli studi sia per i disordini che si verificarono. Molti professori furono cambiati. Il professore Paravizzini fu sostituito dal professore Giuseppe Cogliandolo, un uomo imponente tanto che lo chiamavamo ®il toreroŻ, ma a guardarlo in faccia ci si accorgeva subito di avere a che fare con un uomo di infinita bont…. Aveva vasta cultura, conosceva profondamente la letteratura italiana e quella latina, cosŤ come profonda era la sua conoscenza della filosofia: tenne, in quel periodo, parecchie dotte conferenze, tra le quali ancora oggi Š vivo in me il ricordo di quella su Giovanbattista Vico, davvero eccezionale. Al posto del professore Palmieri, per latino e greco, fu nostro insegnante alla seconda liceale, il terribile professore Giuseppe Morabito, gi… allora, sebbene molto giovane, celebre latinista e vincitore del pi— prestigioso premio internazionale per la poesia latina, premio nel quale mi pare abbia collezionato finora otto o nove medaglie d'oro e non Š detto che, malgrado la tarda et…, non possa arricchire ancora il suo medagliere. Per noi il professore Morabito fu... ®doloriŻ. Dolori che cessarono solo nell'ultimo anno quando il professore, che nel frattempo aveva fatto parte di una commissione per la maturit… ed aveva avuto modo di misurare il grado di impreparazione degli studenti di altri licei, cominci• ad apprezzarci e a gratificarci di qualche voto discreto, rendendoci pi— facile e persino piacevole l'apprendimento delle lingue che l'anno precedente ci avevano tormentato. Questo Š quanto i pi— benevoli di noi credettero intorno alla metamorfosi del professore Morabito. I meno teneri nei suoi confronti, invece, rinvennero la causa dell'ammorbidamento dell'intransigente professore in una prolungata e severa ispezione ministeriale, provocata da alcune agitazioni studentesche, alle quali io non avevo partecipato perch‚ fortemente influenzato. Altri professori del mio secondo liceo furono Letterio Toscano, grande matematico, che vedeva nei numeri e nelle formule una bellezza che noi non riuscivamo a cogliere e Manlio Pirrone, giovane molto dotato, proveniente dalla Normale di Pisa ed i cui insegnamenti di storia e filosofia erano un condensato di idee e di concetti che mai ci abbandonarono nel corso della nostra esistenza. Gli esami di maturit… classica erano allora una prova tremenda: vigeva la riforma Gentile e bisognava rispondere ad una commissione esterna su tutte le materie e su tutti i programmi degli anni del liceo. Per noi gli esami furono particolarmente difficili perch‚ i nostri insegnanti avevano svolto programmi molto vasti e non vollero saperne di ridurli anche di poco. La commissione si comport• secondo giustizia. Comunque, affrontammo l'esame nelle materie letterarie senza grandi difficolt…; l'intoppo capit•, invece, con la matematica, in cui la nostra preparazione era scarsa e per di pi— il professore che venne ad esaminarci proveniva da un liceo scientifico ed era particolarmente esigente. Quindi molti di noi - ed io fra questi - fummo rimandati. Ci salv• il professore Salvatore Morello - giovanissimo allora - il quale con eccezionale abilit… riuscŤ a metterci in condizioni di superare l'esame nella sessione autunnale. Conseguita la maturit…, tutti lasciammo, con rammarico, il "Galluppi" e ci disperdemmo nelle facolt… universitarie delle diverse citt… d'Italia. Io continuai a studiare con Giuseppe Diaco che frequent• la mia stessa facolt… nella stessa sede. Giuseppe Diaco e Luigi Galateria, ecco due fra i compagni pi— cari: l'uno inviato in Africa Orientale come ufficiale medico, continu• la carriera militare ove si distinse congedandosi da generale; l'altro, laureatosi in giurisprudenza, scelse la carriera universitaria e tenne in Roma, sino alla giubilazione, la cattedra di diritto amministrativo. Oggi, forse, ricorda con me gli anni della nostra giovinezza nel liceo "Galluppi". Non posso chiudere la schiera dei miei docenti senza ricordare il ®MaestroŻ, il maestro che non incontrai nelle aule dell'antico collegio che fu dei Gesuiti prima e degli Scolopi poi, ma che pur in quelle aule aveva distribuito, per decenni, i tesori immensi della sua sapienza e della sua bont…: il professore Vincenzo Vivaldi. Ero al secondo anno di liceo quando mio padre, che era stato suo alunno, insist‚ molto perch‚ lo conoscessi. Lo incontrai quando era gi… in pensione. Era un uomo rigido, dignitoso, riservato, che vestiva abiti lunghi e si imponeva per la sua personalit… e la sua dottrina. Rimasi fortemente impressionato e la sua austera figura mi Š ancora presente nella memoria. Mi prese molto a benvolere e mi aiut• parecchio nello studio dell'italiano, con un metodo d'insegnamento minuzioso e preciso da meravigliare. Dotato anche di non comune intuizione psicologica riuscŤ a scoprire nel mio carattere aspetti che io stesso ignoravo. Mi sono dilungato forse troppo nel rievocare gli anni di studio del ginnasio e del liceo, ma allora le ore della nostra adolescenza e della nostra giovinezza erano quasi tutte spese per lo studio, nelle aule la mattina, a casa il pomeriggio, e spesso, per alcuni, saltava anche la libert… delle vacanze estive per i frequenti rinvii alla sessione autunnale. Non diversa era la vita dei nostri insegnanti che al mattino tenevano lezione e il pomeriggio, con scrupolo ed assiduit…, correggevano i compiti e preparavano per noi le spiegazioni dell'indomani; anche loro, quindi, non avevano molte vacanze: con uno stipendio non pingue e poche lezioni private dovevano sbarcare il lunario, alimentare la loro cultura e condurre una dignitosa vita da professori di liceo. Fuori dalla scuola ci restavano quindi solo: la Biblioteca Comunale, il Corso, la Villa ed il Teatro; anche nella scuola, per•, ci distraevano dallo studio le ®ragazzateŻ, come allora venivano chiamate le trasgressioni. La biblioteca era frequentata per amore dei libri ma anche, e soprattutto, perch‚ ®don PippoŻ - Filippo De Nobili, ex studente del "Galluppi", nel pi— elegante italiano quando voleva, ma solitamente nel pi— espressivo catanzarese, educava al sapere; ci conquistava raccontando aneddoti piccanti sulla vita dei ®galantuominiŻ della citt… e su quella dei briganti della Sila e poi ci conduceva a profonde valutazioni critiche su poeti, filosofi, storici, e giuristi... antichi, medioevali e moderni. Filippo De Nobili, un'istituzione per Catanzaro, una sorgente perennemente fresca di cultura e di vita, il redattore di tanti o, forse, di tutti i discorsi dei podest… e, quando fu necessario, il faro di luce capace di orientarci sulle diverse vie per una libera e consapevole scelta politica. ®Catanzaro nel 1944Ż Š tutta nel suo CALEIDOSCOPIO ®Grave, De Franco ponza; scaltro. Madonna scruta, mentre il Pievano ronza, adocchia, origlia, fiuta. L'Aventinista ondeggia tra il dico ed il non dico; Giglio baritoneggia, com'Š suo vizio antico, e sopra un tavolino d'un pubblico CaffŠ, Silipo e Mannarino decapitano i re. Il callido Serrese, per colmo di prudenza, con un giurista inglese baratta la coscienza. Giamp…, che, per un giorno, propizio ebbe il Destino, gira - smarrito - intorno l'acceso occhio bovino e intima Cappa, onesto Nunzio di Libert…, l'immediato arresto a tutta la Citt…. All'ombra di un Giornale, l'impavida genŤa dei Paparazzo assale la grassa Borghesia. Rauty Fabricatore chiosa di Croce l'Etica, ma, ad ogni paio d ore, per troppo ardor farnetica, e il buon Milelli, intanto, sogna i caduti dŤ, quando sentŤa l'incanto di tutte le MimŤ. Che chiasso, che baldoria! Ognuno cova e muda, ognuno ascrive a gloria, l'essere stato Giuda. Purtroppo s'Š sdegnato contro di noi l'Eterno, che lascia, indisturbato, Lucifero al Governo e sprona al repulisti Ci... …, Di... Š, Gi... •, feroci antifascisti, ma ladri anziche no. Vecchia Catacio imbelle, che vivi sol d'inganno, mutando anima e pelle millanta volte all'anno, stai per tirar le cuoia e ancora non ti avvedi che ti Š vicino il boia e sei del prete ai piedi. Gi… pronta Š la tua buca nel mesto asil dei pi— ... carnefice Maruca, alza la scure. Gi—!... Sul ®CorsoŻ le carrozzelle con i maleodoranti cavalli la cigolante ®tranviaŻ che con il tintinnio del campanello chiedeva agli eterni passeggianti di sgombrare almeno quella parte di strada segnata dai binari; le automobili... rare: destava meraviglia, ed oggi sarebbe un autentico pezzo da museo, la fiammante Isotta Fraschini dell'avvocato Spizzirri. Spizzirri, sempre intento a parlare di macchine e motori, divenne famoso poi, durante la guerra per aver detto che in Italia l'olio era scomparso perch‚ era servito a lubrificare l'asse Roma-Berlino. La battuta per poco non gli cost• la galera, che scamp• solo perch‚ era molto anziano. La villa, allora ®Villa MargheritaŻ, era la meta di noi studenti quando non andavamo a scuola. Negli ombrosi viali fuori mano e nelle grotte organizzavamo gare e giochi di ogni genere e cosŤ trascorrevamo la mattinata. Le domeniche d'estate e le feste, in villa, si esibiva la musica cittadina, a volte la banda, a volte l'orchestra; tra i direttori ricordo il minuscolo maestro Fausto Griffo che, per essere visto dagli orchestrali, aveva bisogno di una pedana molto alta. Spesso, poich‚ usava passeggiare sul corso, a fianco del commendatore Enrico Talamo, altissimo, un gigante accanto a lui, il maestro Griffo prendeva il ruolo della "i" nell'articolo "il" e doveva sopportare gli scherzi, non sempre di buon gusto, dei ragazzi. Oltre all'elegante palco per la musica, il laghetto dei cigni, la gabbia delle scimmie, c'era nella Villa Margherita, nel luogo ove ora sorge la biblioteca comunale, un bar con i tavolini all'aperto intorno ai quali si radunavano le famiglie; le signore sfoggiavano i loro vestiti, allora rigorosamente lunghi, le braccia completamente nude ed i conturbanti decolletŠ mentre le piume ed i fiori che ornavano loro cappelli ondeggiavano al soffio del perenne vento. Il Teatro Comunale di quel tempo Š oggi visibile soltanto su qualche cartolina. Era un locale molto ben messo, con una acustica eccezionale ed aveva palchi e poltrone tappezzati di velluto rosso. Vi si rappresentavano opere liriche, che tutti andavamo a vedere, dato che i cinematografi erano ancora all'inizio e la televisione non esisteva. Attento osservatore e cronista della vita cittadina era, tanto per cambiare, un ex studente del "Galluppi", poi amato e stimato professore del ginnasio, Giovanni Patari, arguto non solo nel dirigere il giornale umoristico ®U MonachedduŻ, ma anche nelle battute improvvisate. Della sua satira, per qualche tempo, fece le spese anche uno zio di mia madre, l'avvocato Giovanni Piccinn‚. Costui viveva solo ed aveva delle manie, principalmente teneva molto alla sua casa ed all'abbigliamento personale. Della casa era molto orgoglioso e la mostrava a tutti. Aveva una dispensa ben fornita ove, fra l'altro, figuravano molte provole. Il professore Patari scrisse su "U Monacheddu" un articolo: ®I provuli 'e lignu de l'avvocatu Piccinn‚Ż. Le provole non erano di legno, ma erano pi— dure del legno perch‚ appese in dispensa da molto tempo. L'abbigliamento dell'avvocato era immancabilmente completato da un bastone: ne possedeva una collezione, tutti belli e con il manico d'argento, ma per il Corso apparve un giorno con un nuovo bastone munito di un pomo d'oro e all'indomani su ®U MonachedduŻ, l'articolo di fondo era intitolato: ®Il pomodoro dell'avvocato Piccinn‚Ż. Tra le battute del professore Patari rimase a lungo nella memoria degli studenti e dei professori del "Galluppi": ®...Mi puzza di pozzo...!Ż. Quasi di fronte all'entrata principale del liceo, al posto dove attualmente sorge il Teatro Comunale, esisteva una vecchia casa signorile, ormai abbandonata che, per qualche tempo, era anche stata sede dell'Istituto Magistrale. Nel cortile del cadente palazzo v'era un pozzo in disuso e coperto da tavole. Al mattino, prima di entrare in classe, gli studenti l… si davano appuntamento e coloro che non avevano svolto a casa i compiti erano soliti copiarli dai compagni e proprio su quel pozzo. Il professore Patari, che conosceva bene i suoi alunni, e che aveva l'abitudine di controllare, ogni mattina, i compiti fatti a casa, fingeva di ricorrere ad un trucco per scoprire i colpevoli. Si faceva consegnare i quaderni, li annusava e quando gli capitava tra le mani il compito di uno dei ragazzi sospettato di aver copiato, sentenziava: ®Questo quaderno... mi puzza di pozzo...!Ż. Concludo con alcune monellerie tra le tante che, nel corso dei miei otto anni tra ginnasio e liceo hanno avuto protagonisti i miei compagni. All'inizio del mio secondo anno di liceo fummo mandati, con la terza classe dello stesso corso, in due pianterreni del vecchio istituto magistrale, nell'antico palazzo di fronte al "Galluppi". Erano due locali molto umidi, senza porte e con banchi delle scuole elementari. Ci ribellammo ed ottenemmo dal preside la promessa che, finito il nostro turno, saremmo rientrati nel "Galluppi". Il turno era finito, ma il rientro tardava e fu durante la permanenza in quei locali che si verificarono due episodi tragicomici. Nella terza liceale due studenti, durante l'ora di filosofia con il professore Brunelli, finsero di litigare. Uno dei due, estratta una rivoltella, minacciava di sparare all'altro. Il professore terrorizzato, gridava: ®Non l'accidere, non l'accidere!Ż, ma lo studente spar• un colpo e l'altro cadde. Allora il professore con tutto il fiato che aveva in corpo url•: ®L'ha acciso, l'ha acciso!Ż. Noi della seconda accorremmo. Qualcuno si precipit• in presidenza per dare la ferale notizia e, dopo qualche minuto, trafelato, arriv• il preside che si rese subito conto di tutto e cominci• a distribuire botte con il suo bastone. Lo studente morto... si alz• e scapp• via pi— veloce degli altri, lasciando il professore sbalordito per l'improvvisa resurrezione. Nella mia classe, vittima fu, invece, il professore Battaglia al quale eravamo tutti sinceramente affezionati ma, per una di quelle inspiegabili contraddizioni dei giovani, proporzionale al bene che gli volevamo era il male che gli facevamo con i nostri scherzi. Egli non aveva una vista molto buona e un gruppo di miei compagni, approfittando di ci•, mise un filo elettrico molto sottile attraverso la lavagna e lo colleg• ad una presa di corrente. Il professore non lo vide e, mentre scriveva, ricevette una scossa elettrica abbastanza forte, tanto da sentirsi male. Un mio compagno, figlio di un farmacista, and• di corsa nella farmacia del padre, vicinissima al "Galluppi", e torn• con un enorme pacco di cotone idrofilo ed una bottiglietta di acqua di colonia. Bagnato un grosso batuffolo, lo pass• sul capo calvo del professore, il quale, sentendosi bagnato, si tocc• con la mano, poi avvicin• la mano al naso e, dando un sospiro di sollievo, cominci• a ringraziarci, risentendosi vivo e... profumato. Il secondo turno fu decisamente accorciato e presto ritornammo nelle aule del "Galluppi". Non eravamo cattivi. Forse le nostre ragazzate erano forme di protesta per diritti che ci sembravano conculcati, ma non eravamo cattivi, anzi, quasi sempre, ci schieravamo dalla parte dei pi— deboli, uomini o animali che fossero. Si aggirava, per strade e stradine della nostra citt…, un certo ®SantaredduŻ, di professione accalappiacani, che spingeva a mano un carretto, su cui era sistemato un cassone di lamiera, munito di un finestrino chiuso da sbarre di ferro: una cuccia-prigione insomma. D'estate e d'inverno, d'autunno e di primavera, dalla mattina alla sera, da Pontegrande a Catanzaro Marina, tutti i giorni era possibile incontrare ®SantaredduŻ, armato di una catena tesa da una robusta molla d'acciaio che, al momento opportuno, scattando, stringeva il collo del malcapitato cane, quasi strangolandolo. Adocchiata la vittima, ®SantaredduŻ, lentamente, con finta noncuranza, le si avvicinava: la mano destra nascondeva l'arma dietro la schiena, la sinistra cercava l'animale, come per carezzarlo. Noi fingevamo di osservare, con indifferenza, la scena, ma pochi istanti prima che la molla scattasse, volava una pietra o si levava un urlo che costringeva il cane a scappare. Il cane spesso era un randagio senza padrone; ®SantaredduŻ faceva, con onest… il suo lavoro, ma non sopportavamo che una polpetta avvelenata, nel canile municipale, mettesse fine ai giorni di un animale che aveva il diritto di vivere. /:/Bona Barbieri. di Giuseppe e di Marianna Bona nata a Napoli il 12 gennaio 1913 iscritta per la prima volta alla seconda ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1921/1922) Gentile professore Galiano, Le sono immensamente grata del suo ricordo e della sua lettera. Quanti ricordi e quanta nostalgia di tempi lontani e cari, di amicizie allacciate e perdute, di volti sfumati nella lontananza! Ed Š anche nella memoria dei vincoli che hanno unito le nostre famiglie che butto gi—due parole, come da lei desiderato, per rivedere insieme uomini e cose di allora. Ritrovo in quell'autunno del 1921, una bimbetta di poco pi— di otto anni, minuta ed insignificante, ma decisa, e la vedo camminare per mano dell'autorevole nonno verso la sua prima vera scuola: il I ginnasio al "Galluppi". Quanti palpiti, quanti timori, ma anche gioia e fierezza di essere allieva del vecchio e glorioso liceo. E poi il preside, imponente e bonario ed il bravissimo professore, severo ed imbarazzato da tutti quegli alunni, tra i quali cinque signorinette. Anche le donne alle prese con il latino! Comincia il cammino lento e sicuro con la soddisfazione di imparare, con quel nove al primo compito, con i compagni maschi che consideravano da pari a pari le compagne donne, pi— attente, pi— disponibili, pi— studiose di loro. Andando via via verso le classi superiori, si seguivano i professori cattolici e laici che si incontravano senza scontrarsi, dal prof. Schiavello (il prete piccolo di statura ma altissimo di sapienza) al caro e paterno prof. Sando, fino ad arrivare al Vivaldi, il sapientissimo docente di italiano. Che rivelazione sentire da quell'uomo scorbutico e distaccato una lezione su Dante o Leopardi che lo trasformava, trascinandoci! Ma ecco arrivare una ventata d'aria nuova, tra i vecchi sapientoni, un ®bigŻ, il pi— giovane professore di latino e greco d'Italia, bravo, disinvolto, mondano: un ventiquattrenne che faceva sognare le allieve diciottenni, tutte improvvisamente diventate appassionate di ®latino e grecoŻ: il prof. Fulvio Palmieri, di antica famiglia calabrese, ma in arrivo da Roma, quotatissimo, e stimato tanto che pochi anni dopo diventava direttore della RAI. Ed intanto il mondo intorno a noi si trasformava. Il fascismo, ormai saldamente insediato nella vita italiana, viveva anche in Calabria la sua stagione, ma con moderazione. I giovani per lo meno non avvertivano molti vincoli o soprusi e naturalmente, com'Š della adolescenza, erano affascinati dalle divise, dalle sfilate, dalle competizioni ginniche o intellettuali, dalla nuova oratoria ricca di amor di Patria. Il liceo rifletteva gli umori esterni ma tutti coesistevano con civilt… e rispetto reciproco, dal prof. Palmieri, inserito pienamente nel sistema, alla milanese prof. Ferrighi, severissima con se stessa e con gli altri ed oppositrice ferrea di ogni limite alla libert… nonch‚ divulgatrice delle sue idee che poteva comunicare dalla cattedra di filosofia con competenza e passione. I liceali cercavano anche altre palestre per informarsi ed erudirsi, e, a fianco della scuola, affollavano le conferenze del ®Circolo di CulturaŻ che, presieduto dall'avvocato e poeta Giuseppe Casalinuovo, faceva arrivare a Catanzaro il fior fiore dell'intelligenza nazionale avvicinando tutti ai movimenti e fermenti letterari ed artistici del Paese (ricordo una famosa conferenza di Marinetti!) E cosŤ arrivava la temuta ®licenza licealeŻ, secondo la riforma Gentile. Quanto studio appassionato e fervente, in una collaborazione strettissima tra docenti e discenti che affrontavano il programma di tre anni di studio in ben nove materie. Che passione e che impegno! Ed il "Galluppi" licenziava ogni anno giovani coscienti e preparati che partivano alla conquista dell'universit… e del lavoro col desiderio di affermarsi e primeggiare in ogni campo. Infatti gli studi seri e rigorosi sollecitavano una competitivit… efficace per spingere a traguardi che spesso sono stati prestigiosi. Quando, negli anni scolastici '41-'43, quella bimba del '21 torn• nel suo vecchio istituto per ricoprire la cattedra che era stata della terribile e bravissima signorina Ferrighi, con timore e preoccupazione grande, trov• gi… una scuola cambiata negli indirizzi e nelle dimensioni e piena di giovani diversi, meno idealisti e pi— vicini alla realt… quotidiana che la guerra stava cambiando, ma sempre pieni di speranza e volont… e sempre fieri dŤ appartenere ad una scuola ben nota per seriet… di impegno e preparazione di maestri. /:/Salvatore Pinnar•. di Domenico e di Concetta Colabraro nato a Borgia il 17 luglio 1913 iscritto per la prima volta alla seconda ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1923/1924) Nel rispondere al Suo cortese invito, mi consenta di ringraziarLa di una iniziativa che mi sembra altamente meritoria. Egregio preside, pur con tutti i problemi che quotidianamente dovr… risolvere, avvertir… il prestigio che Le deriva dal reggere un Istituto di grandi tradizioni, continuando nel magistero cui si dedicarono figure indimenticabili che tanto hanno contribuito alla formazione culturale e morale di migliaia di giovani calabresi. Come ex alunno del "Galluppi" ricordo che il Preside era per noi un simbolo cui confluivano meriti culturali e umani talmente apprezzati da indurci ad un rispetto non di maniera; la sua azione, solo apparentemente autoritaria, era in realt… stimolatrice nel quadro generale dei nostri studi e soprattutto saggiamente valutativa della nostra vivacit…, le cui manifestazioni, peraltro, non trasmodavano mai nella contestazione. Al rispetto verso il Preside si accompagnava la gratitudine verso i docenti, insigni professionisti, le cui lezioni aprivano, al nostro desiderio di apprendere, progressivi campi di investigazione. Per quel che mi riguarda, ricordo tra tutti la professoressa di scienze Bonsignore, il latinista Morabito, il brillante Palmieri, ormai da tempo scomparsi, ma che sono sempre presenti alla mia memoria per la profondit… della loro dottrina. Tra i compagni di scuola, poi, una gioiosa spensieratezza nel cui sottofondo, per•, erano vivissimi i traguardi da raggiungere e la prefigurazione di successi futuri. Alla triade che era ho menzionato (preside, docenti, compagni) e che, con parola di sintesi Š costituita dal "Galluppi", io debbo quel comportamento che mi ha accompagnato nell'esercizio di una lunga carriera di magistrato. Momento particolare era al Liceo la distribuzione di un giornalino ®Giovinezza nostraŻ; lo curava l'On. Prof. Aldo Casalinuovo, poi Presidente dell'Ordine Forense mentre redattore a noi sconosciuto era un certo ®caposcaricoŻ da identificare, forse, nel nostro amatissimo Prof. Palmieri. Era, soprattutto, un foglio di stornelli satirici che stimolava risate a non finire perch‚ la satira era spesso rivolta a ciascuno di noi ed era puntuale se non addirittura esaltatrice; erano versi in cui si tracciavano, con la lente della caricatura, profili dei quali, alle volte, si andava financo orgogliosi. Ho ricordato il giornalino a significare che i nostri rapporti, le amicizie, il chiacchierato si incentravano nella scuola e solo raramente si dlffondevano all'esterno del "Galluppi". Oggi la societ… Š mutata e lo studente non pu• uniformarsi al quadro che ho tracciato perch‚ diverse sono le esigenze ed i traguardi vanno scolorendo per lasciar posto alle preoccupazioni di una futura sistemazione. La conoscenza di un periodo, non confuso come quello attuale, ma pur sempre difficoltoso se si guarda ai mezzi economici nei quali le famiglie si dibattevano, dovrebbe servire come esortazione a stimare i docenti, ad amare i compagni di scuola, a collocare la figura del preside su un piedistallo che per noi, nel periodo che si aggira intorno al 1930, era altissimo. Con stima. /:/Aldo Casalinuovo. di Giuseppe e di Giuseppina Perricone nato a Catanzaro il 9 marzo 1914 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1924/1925) Complice Cio, il preside Galiano mi pesca telefonicamente in montagna, durante un breve periodo di relax. Mi dice che il libro Š pronto, non Š pervenuto soltanto il mio pezzo e lo attende: non pu• mancare. Ha espressioni molto cortesi e mi prega di scusarlo se insiste. Sono io a doverlo ringraziare, ribatto subito, per l'onore che mi fa, anche con l'insistenza, e sono io che gli debbo delle scuse per essere ancora inadempiente: comunque, provveder• subito. Gli taccio, per•, il motivo del ritardo: il vero Š che tante volte avevo preso la penna per assolvere il suggestivo impegno, ma non me l'ero sentita. SŤ, il ricordo Š dolcissimo, ma, sette decenni dopo il primo contatto, Š pure infinitamente triste e, nell'et… grave, occorre custodirle nel cuore, le memorie, evitando che l'indugio del pensiero incupisca l'esistenza. Comunque, ora debbo pur obbedire, scrivere subito e spedire... Ricordo vago e mal distinto, il primo richiamo del "Galluppi", si perde fra le immagini evanescenti dell'infanzia. Quel giorno, pap… mi disse che da domani, per andare al "Galluppi", occorrer… salire, non pi— scendere. Avevo frequentato per qualche anno l'asilo "Guglielmo Pepe"; uscendo dal portone di casa, la mattina, per immettermi su via Raffaelli, svoltavo a sinistra e la strada veniva in discesa; per il "Galluppi", occorreva svoltare a destra verso il corso, e San Nicola restava in salita; deserta, allora, e silenziosa, la rampa, sia nell'un senso che nell'altro: non esisteva il ®Centro MancusoŻ con la ®GalleriaŻ, fredda e ventosa, ma, al posto, un muro enorme e massiccio, negli ultimi anni abbellito, in alto, con dei merli, che recingevano il giardino degli amici Spasari; non l'autorimessa, che quotidianamente provoca, nella urgenza delle file per l'ingresso, rumore assordante, ma un piccolo settore roccioso ed incolto, dove, in occasione dell'ultimo conflitto, era stato poi creato un ®rifugioŻ, distrutto, con sacrifizio di vite umane, dalle incursioni che sconvolsero, a fine agosto del 1943, la nostra desolata citt…. Frequentatori abituali del pendio solo le capre di Ntoni e di Iesu, suo figlio, che giungevano, con puntualit… cronometrica, alle prime ore del mattino e ritornavano nel tardo pomeriggio: dopo che i due pastori avevano munto il latte e lo avevano distribuito, caldo e fumante, ai clienti della zona, si accosciavano per un disteso riposo. Al "Guglielmo Pepe" quasi sempre mi aveva accompagnato mamma; per recarmi al "Galluppi", dove iniziai a frequentare, ®semi-convittoreŻ nell'annesso collegio nazionale, le elementari, dopo il primo giorno, in cui pap… e mamma vollero venire per consegnarmi al rettore Buccaleri, venni invece affidato ad Alfonsino, il vecchio ®scrivanoŻ dello Studio paterno, che, pur solito ad alzare qualche sera, o tutte? un po' il gomito, era persona modesta, ma di assoluta fiducia e profondamente devota: tutti gli volevano bene, ed un giorno le sue azioni salirono molto nella considerazione generale, quando, notato, durante gli abituali quattro passi, vicino al ®negozio dl ParlatoŻ, un losco figuro dare fastidio a due magistrati, era intervenuto in loro difesa, per farlo desistere, e si era beccato una coltellata. Uno dei miei svaghi preferiti, che egli molto gradiva, era poter mettere le mani e frugare in un cassetto del suo tavolo, dove custodiva, alla rinfusa, le cose pi— svariate: pezzetti di carta... per appunti, matite senza punta, un temperino arrugginito, vecchi pacchetti con residui di tabacco ed un paio di cartine, scatole di cerini semi-vuote, una mezza candela, ritagli di giornali, un tagliacarte, qualche foto antica di persone care, un paio di piccoli calendari, custoditi in bustina trasparente, che, profumati, secondo il costume dell'epoca, a Natale offrivano in omaggio i barbieri, agende e blocchetti di varie dimensioni. CosŤ, con la presentazione dei genitori, feci il mio ingresso al "Galluppi"; il convitto era sistemato, al piano superiore, nello stesso palazzo dove aveva sede il Liceo-Ginnasio; i ®convittoriŻ, quasi tutti appartenenti a note famiglie della provincia, indossavano la divisa di collegiale; per i ®semiŻ - che, dopo avere partecipato a tutto il programma di quelli (lezioni, colazione, ore di studio), rientravano la sera a casa - era prescritto soltanto il ®berrettoŻ, che recava le insegne dell'istituto. La consegna di Alfonsino era di accompagnarmi, al mattino, fino all'ingresso del convitto e di farsi trovare, nello stesso posto, all'ora di uscita, per rilevarmi e riaccompagnarmi a casa; ben presto non gli riuscŤ pi— di osservarla scrupolosamente: avvenne che, muovendo dalla stessa zona, si avviava verso il "Galluppi" qualche altro semi-convittore, con cui stringemme subito alleanza e, dopo l'impacciato avvio dei primi giorni, fatti pochi passi, piantavamo la scorta, correndo e cantando, senza lasciarle fiato, avesse o no bevuto la sera precedente, per tenerci dietro: non le restava che raggiungere egualmente, ma da sola, l'ingresso e chiedere al bidello-portiere se fossimo regolarmente ®entratiŻ: pi— o meno, all'inverso, la stessa scena si verificava al ritorno: una sera, non so come, i nostri ®berrettiŻ si rinvennero su un grande e ombroso albero di edera, che veget• nell'androne della casa fino a quando, non molti anni addietro, un tremendo temporale notturno lo distrusse.... con esso facendo scomparire un pezzo della nostra vita. Entrato nel Palazzo, vi trascorsi undici anni: quattro per le elementari, cinque per le classi ginnasiali e due soltanto per il liceo, poich‚, promosso a luglio in seconda, sostenni nella sessione autunnale, come il regolamento consentiva, gli esami per la terza, cosŤ giungendo con un anno di anticipo alla maturit…. Agli undici anni, anzi, va aggiunto altro breve periodo. Conseguita la laurea in giurisprudenza presso l'Universit… di Roma, mi ero iscritto in filosofia a Bologna ed avevo gi… superato diversi esami, quando, essendosi resa vacante al "Galluppi" proprio la cattedra di filosofia, mi proposero la supplenza: ebbi non poche perplessit…, ma mi parve estremamente scortese declinare il tanto lusinghiero invito ed affrontai l'esperienza per alcuni mesi, che mi consentirono di conoscere ed apprezzare studenti assai bravi, come Vittorio Nistic•, poi giornalista brillante e per lungo periodo direttore de ®L'OraŻ di Palermo e Pietro Scuteri, che, entrato in magistratura, divenne presidente del Tribunale di Catanzaro. Un arco ultradecennale non pu• dimenticarsi, a maggior ragione quando, inquadrato nel periodo della formazione, crea, anzitutto, le basi fondamentali dell'honeste vivere e del rispetto per il prossimo, e non pu• essere obliato, specie da parte di chi ha avuto il dono di una sequenza di insegnanti di alto talento, tutti impegnati, con rigorosa dedizione, ad inculcare l'amore verso il bello e verso ogni elevato ideale dell'umana esistenza, facendo davvero della scuola missione di vita. Il primo omaggio, pertanto, permeato di gratitudine perenne e di venerazione, non pu• che essere per Loro: per il maestro Emilio Sacc… da Gerace Marina, ora Locri, il quale, pur avanti negli anni, continuava ad avviare i ragazzi delle elementari all'alfabeto ed ai calcolini con giovanile entusiasmo; per il precettore Francesco Aracri, che ho presente, come lo avessi visto ancor ieri, nella ieratica figura, guida saggia e paterna per i nuovi virgulti che affluivano al convitto. Le vicende della vita vollero che il suo figliolo, Antonio, divenisse mio compagno di classe fin dalla prima ginnasiale e mi Š tanto caro poter ripetere che Tot• Aracri si distinse sempre nello studio, come ho avuto occasione di sottolineare pochi anni or sono, quando, raggiunto assieme il traguardo dei cinquanta anni di esercizio professionale, il Consiglio dell'Ordine, secondo la tradizione, organizz• una commovente cerimonia per conferirci un riconoscimento: ringraziando, ebbi modo di dire di lui e del suo prestigioso curriculum, rievocando i pomeriggi e le serate trascorse, con altri carissimi compagni, in casa sua, per curare la preparazione e definire i compiti, che sua sorella, valente docente di lettere, ci aiutava a puntualizzare e ci rivedeva. Come ieri nella scuola, oggi l'avv. Aracri Š in prima fila fra i civilisti dell'insigne Foro del nostro capoluogo. Dalle elementari, al ginnasio, quando gi… avevo respirato tanta aria dell'ambiente: la memoria rivede il prof. Angelo Mileto, pure oriundo della vicina provincia di Reggio, che ci accolse con tanto entusiasmo nella prima classe; il prof. Vescio, proveniente dal Nord, che proseguŤ il suo insegnamento in seconda, ed ancora la prof. Ada Vecchietti, poi sposa del preside Campisi, che ci guid• agli esami di ammissione in quarta, suscitando negli allievi grande ammirazione per il sistema didattico e la fascinosa delicatezza del tratto: le volemmo bene come a maggiore sorella; quelli del ®ginnasio superioreŻ, quindi, che ci condussero agli esami di ammissione al Liceo, specie il prof. Miceli - che ebbi tanto autorevole Maestro di lettere in quarta e quinta, Sezione A, alla quale ero assegnato: il mio posto, al primo banco della fila di sinistra, a fianco di Felice Teti, poi stimato medico nella nostra citt…; nell'aula accanto, alla B, affidata ad altro Maestro d'identica levatura, il prof. Sando, pure diversi studenti assai vicini, fra i quali il nostro Tot•, che, conseguita la laurea in medicina e specializzatosi in chirurgia, emerse rapidamente nella professione: il dott. Antonio Tucci, sempre congiungendo all'alta inclinazione tecnica innata modestia e culto profondo dell'amicizia, Š oggi ben a ragione annoverato fra le eminenti personalit… del capoluogo -. I professori D'Agostino e Cardamone, che si alternarono nell'insegnamento della lingua inglese, moltiplicarono il loro impegno per supplire con la intensit… delle cure alla esiguit… del tempo allora riservato alla materia. CosŤ, finalmente, al liceo, verso la chioma candida e la barbetta bianca del preside Tancredi. Il "Galluppi" rappresentava, a met… degli anni Venti, il centro della vita culturale cittadina, ed ampliava austera rinomanza nella regione tutta. Correvano i nomi di grandi Maestri, che, anche di recente, gli avevano conferito fulgore: in ogni ambiente della citt… si parlava di don Sante Calabria e di Vincenzo Vivaldi. Non conobbi il primo: il secondo, quando venne il turno della mia classe, componeva la commissione per gli esami di licenza ginnasiale, ma quest'ultima operazione coincise con il raggiungimento dei limiti di et… e concluse il lungo arco della sua opera luminosa per la scuola. Al liceo, trovammo, come suo successore, il prof. Paravizzini, appassionato cultore di studi danteschi, che incontr• a Catanzaro l'anima gemella, e, dopo il matrimonio, rientr• con la sposa nella sua Sicilia. Da Roma, intanto, dove aveva condotto i suoi studi, era giunto, per il latino ed il greco Fulvio Palmieri. Il suo ceppo paterno traeva origine da San Vito sullo Ionio, lo stesso paese di mio padre: i rapporti di vicinanza e di parentela fra le famiglie si erano da poco intensificati per il matrimonio della sorella, Livia, con il fratello di pap…, Vincenzo. Quando ricevemmo da Roma la notizia che Fulvio aveva vinto il concorso per la cattedra ed aveva richiesto la sede di Catanzaro, in casa nostra fu festa; pap… ripeteva, entusiasta: ®A ventiquattro anni ordinarie di latino e greco al liceo!Ż. E quando Fulvio lo inform• che sarebbe giunto una certa mattina, dopo un viaggio che allora, pur con la ®vettura direttaŻ, richiedeva pi— di dodici ore, pap… volle condurmi con lui a rilevarlo alla stazione; l'orario di arrivo era previsto alle prime luci dell alba: di solito ®si scendeva alla SalaŻ con la ®funicolareŻ, in occasioni particolari con la ®carrozzaŻ: avvisato in precedenza, era gi… sotto casa, a buio fitto, il solito ®cocchiereŻ, che conoscevo, perch‚ pap… lo chiamava quando doveva recarsi alla stazione per accogliere e riaccompagnare De Nicola, Porzio, Bentini, De Marsico, nelle loro gite a Catanzaro per importanti processi e l'uso dell'automobile non era ancora all'orizzonte. Fulvio comparve lieto, sorridente: il suo aspetto conquistava immediatamente e gi…, lungo l'erta, quando, a certe curve, il cavallo arrancava, esordŤ con quelle sue battute, caratteristiche di arguzia e di spirito, che nell'ambiente nuovo lo avrebbero reso subito popolare: rimase nostro ospite per diversi mesi, fino a quando ebbe possibilit… di sistemarsi, in una casa vicina, a suo agio; io ero ancora al ginnasio, in quinta, ma raccolsi l'eco, attraverso la voce degli studenti pi— avanti, del fascino con cui aveva conquistato la simpatia affettuosa di tutti, ed ebbi poi modo, l'anno successivo, di constatarlo direttamente: non per nulla, conferenziere brillante e piacevolissimo conversatore, divenne ben presto un protagonista della vita cittadina. Il suo insegnamento si manifest• originale e prezioso: gli allievi, in uno alla guida sapiente, trovavano in lui l'amico, il fratello maggiore: quando, in pochi compagni, decidemmo di pubblicare un foglio che avesse maggiormente cementato la solidariet… e qualificato il nostro corso, fu lui ad indicarci il titolo - ®Giovinezza nostraŻ - e ci seguŤ con ogni consiglio, accompagnandoci finanche nei locali della Tipografia Abramo, al Rosario allora, per studiarne l'inquadratura ed il compaginato. Il foglio ®uscŤŻ puntualmente, per un certo periodo, palestra molto apprezzata dai professori: se ne fece un gran parlare anche fra gli studenti degli altri istituti. Qualche rubrica interess• particolarmente: suscitarono polemiche i versi, puntualmente presenti in ogni numero, firmati ®CaposcaricoŻ e l'assillo per scoprire chi si celasse sotto lo pseudonimo, rimase insoluto: lo stesso ignoto autore scrisse: ®A scoprire Caposcarico so che c'Š come una inchiesta e ciascun perde la testa per sapere chi sar…...Ż: ma, in definitiva, nulla si seppe e chi conobbe il segreto prese impegno di non rivelarlo. Nella sostanza i versi di Caposcarico esprimevano una satira, talvolta pungente, ma sempre corretta, tanto da tornare gradita anche ai professori: presentavano, per lo pi— , in rapida strofe, professori ed allievi. Mi sovviene, ad esempio, la presentazione del prof Ugo Sarpi, che per lungo periodo insegn• al ginnasio, ma non nella mia classe, e da Catanzaro, nominato preside, si trasferŤ in Sardegna, al Liceo de La Maddalena: scintillante ingegno e di larga cultura, era, nell'aspetto fisico, di proporzioni modeste; Caposcarico lo scolpŤ con una pennellata: ®In picciol vaso, molto pepe cape...Ż Anche di Silvia Ferrighi, la nostra insegnante di filosofia, rimane indelebile il ricordo: giunta da lontano, in un ambiente per lei dei tutto nuovo e sconosciuto, non tard• a stringere amichevoli rapporti con le famiglie degli allievi e fu circondata da generale stima. Al di l… dei programmi, ritenne doveroso, come prima presa di contatto, rendere omaggio a Pasquale Galluppi, intrattenendoci sulle opere di lui e spiegandoci attraverso un conciso exursus sulle ®lettere filosoficheŻ, sui saggi interno alla ®critica della conoscenzaŻ ed alla ®filosofia della volont…Ż, sulle meditazioni comparative ®dell'analisi e della sintesiŻ, come lo studioso calabrese avesse teso ad enucleare dall'approfondita indagine della coscienza nelle varie fasi delle sue meditazioni, il fondamento filosofico delle principali verit… metafisiche, onde risalire dall'esistenza dell'®ioŻ a quella del mondo esterno e di Dio: questa sua sensibilit… fu molto apprezzata dalla scolaresca che, tutto sommato, del Galluppi ancora soltanto aveva sentito dire che ®era un filosofo di TropeaŻ. Punto d'incontro fra il metodo del Palmieri e quello della Ferrighi fu indubbiamente il saper creare un'atmosfera di vicinanza con i giovani, sicch‚ in essi l'amore per la scuola trasse dall'indirizzo dei due Maestri motivi di rafforzamento e di entusiasmo: ospite in casa De Luca, un egregio funzionario della Prefettura, a Rione Milano, Silvia Ferrighi selezion• fra gli alunni elementi per una piccola filodrammatica e proprio dai De Luca, con la partecipazione delle figlie, pure studentesse al "Galluppi" - Anna, poi divenuta a sua volta prefessoressa di lettere e Silvia - rappresentammo un lavoro, scritto dalla stessa Ferrighi, ®Fra lupi e lupiŻ che, attraverso le vicende di un casato sardo, quello dei ®BardaneraŻ, sviluppava indirizzi ed indicava mete di alta valenza etica. Poco tempo dopo, la Ferrighi ottenne il trasferimento e ritorn• nella sua Milano; la lontananza, purtroppo, come sovente avviene, affievolŤ le relazioni, e, trascorso il primo periodo, nulla pi— sapemmo di lei e delle sue cose. Tre-quattro anni or sono Giuseppina, mia nipote, figlia di Mario, mi disse che Enzo Zimatore, l'amatissimo presidente del nostro Consiglio dell'Ordine Forense, le aveva donato una cartolina illustrata, da mamma inviata alla prof. Ferrighi, che gli era capitata fra le mani ed aveva acquistato ad un chioschetto di Fontanella Borghese: anche Enzo, Mario, Giuseppina - chi prima, chi dopo - tutti allievi del "Galluppi". Costretta, non pi— giovanissima, la prof. Bonsignore, di scienze naturali, a sopportare nel fisico, gli esiti di un processo morboso infantile, non possedeva il fascino dei primi due, e, pur adempiendo scrupolosamente il suo compito, il rapporto con gli alunni restava freddo, distaccato. Un giorno l'attendemmo invano per la lezione, il bidello comunic• che stava poco bene: pensammo ad una indisposizione e l'ora scoperta, che avremmo dovuto dedicare, restando in aula, allo studio, trascorse lietamente fra scherzi e frivolezze. La settimana successiva, per•, giunse notizia che le condizioni si erano aggravate, stava male. Da sprazzi di colloqui fra altri professori, captammo che vi era motivo di preoccupazione e ci parve doveroso farle visita, non pi— di tre alla volta, per non arrecare fastidio. Fu una pena: sola, sofferente, una squallida ®camera mobiliataŻ. Ci mettemmo a disposizione; per la prima volta notammo sulle sua labbra un abbozzo di sorriso e cerc• anche, rievocando qualche ora di scuola, un po' di celia: ®natura non facit saltusŻ, ®in natura nulla si crea e nulla si distruggeŻ. Qualche giorno ancora:... ed era morta; una mesta funzione alla chiesa del Monte, tutti presenti. Un congiunto, venuto dalla Sicilia, ripartŤ con la salma! Un grato omaggio pure a tutti gli altri Maestri - (durante i corsi ginnasiali avevamo anche avuto, per la matematica, mi pare in brevi periodi di supplenza, elegante, molto signore, bravo, l'ing. Emilio Minnicelli) -: il latinista Giuseppe Morabito, conoscitore profondo di Orazio ed egli stesso autore di ®odiŻ, che lo condussero a prestigiose affermazioni in campo nazionale; Antonio Battaglia, matematico di acutissimo intuito, che sapeva bonariamente perdonarci ogni marachella; Marcello Carino, cultore di storia dell'arte; Michele De Stilo, che per tanti anni diede sprone ai nostri saggi ginnici, con impulso costante e caustico umorismo. Ed ora, dai Maestri ai compagni! L'aver detto fin qui di persone scomparse, inevitabilmente con tanta malinconia, pu• rientrare nell'ordine normale degli avvenimenti, imposto dalla natura nel divario fra l'una generazione e l'altra. I compagni per•... ricordarli, gioiosi, vivaci, frenetici di vita, saldamente legati da fraternit…, in un orizzonte limpido, senza nube alcuna, con l'avvenire di fronte... ed ora, gi… da tempo!, tutto un cimitero d'intorno... Il primo a lasciarci, quasi appena giunto all'Universit…, Luigi Mannella (Gigino), figlio unico ed unica ragione di vita per i genitori; abitavano a Vico Preti, due passi da casa mia: da Napoli dove si era iscritto in giurisprudenza, la notizia raggiunse a Roma quelli che avevamo invece iniziato a frequentare "La Sapienza"; e fu tale da atterrire: tanto sembrava avvenimento impossibile, assurdo. Ma non era che il primo atto. Seguirono, dopo la laurea, Giuseppe Menniti (Ninnuzzo), avvocato ed Antonio Procopio (Tot•), il cui corpo si dissolse, scomparve, senza possibilit… di rinvenire neanche un indumento: in sosta a Civitavecchia, attendeva l'imbarco su un piroscafo per l'Africa, mobilitato come ufficiale medico, quando un'incursione aerea notturna rase al suolo l'Albergo delle Rose: nata con la guerra - eravamo tutti del 1913-14 -, la nostra generazione trascorse la fase pi— ardente della esistenza fra una conflagrazione e l'altra, fino alle funeste giornate della feroce lotta intestitta: sostavamo con riverenza, quasi in fondo al lungo corridoio d'ingresso, fra la Segreteria e la Presidenza, di fronte alle foto degli ex allievi, in tanti, caduti nel primo conflitto mondiale! Ed ancora, Luigi Petrucci (Gigino), ingegnere, che gi… in Africa era sfuggito alla morte, restando seriamente ferito. Si discuteva sempre se il pi— bravo della classe fosse lui o Aracri e generalmente convenivamo su un giudizio di parit…; poi, Annibale Raffaelli (Fof•), dotato di memoria poderosa: nelle interrogazioni di storia dell'arte, riportava il pensiero del Venturi citandone, della prosa elegante e fascinosa, ogni aggettivo, senza che gli sfuggisse una virgola ed il prof. Carino lo seguiva in estasi...: aveva conseguito la laurea in lettere e si era gi… dato all'insegnamento. E poi: Vittorio Colao! Anch'egli sulla scia dei prestigioso esempio paterno, conseguita la laurea in medicina, esercitava circondato da grande stima; amico dall'infanzia, eravamo stati tanto vicini, sempre, ed Orestino Massara, per il quale, tante volte, luogo di ritrovo con il gruppo era la ®farmaciaŻ del padre, sita nei pressi del Liceo... e Orlando Apa, partecipe assiduo ad ogni comune iniziativa del gruppo. Infine, Filippo Scorza (Pippo) e Saverio Barbieri, entrambi eredi e continuatori delle gloriose toghe paterne, da loro portate ancora pi— in alto, con i quali avevamo condiviso ansie e speranze, ore di studio e periodi di svago, - e con Saverio anche, a Torino, il tempo lieto del corso allievi ufficiali - e Luigi Corapi (Gigetto), giunto al vertice della magistratura calabrese e poi tragicamente scomparso: da ultimo, Gregorio La Torre, laureato in medicina, oculista come il padre, di nobilissimi sentimenti, gran signore al pari degli altri dianzi indicati. Spetta cosŤ ad uno dei pochi sopravvissuti dire di loro e scriverne, perch‚ il nome resti nel libro celebrativo di quel liceo dal quale essi hanno tratto linfa preziosa ma al quale hanno pur conferito luce novella, con la dirittura di vita e le affermazioni professionali. Quanto sarebbe stato bello se avessimo potuto, tutti, celebrare la nostra scuola con un lieto simposio! Ma soltanto pu• essermi consentito salutarli come allora, quando ci cercavamo fischiettando un motivetto - ®Lola, non sei andata a scuola, manco una parola...Ż - che ci consentiva anche nella folla di segnalare la presenza e di ritrovarci: essi lo risentiranno e ne saranno felici, ringraziando con me il chiarissimo preside Galiano per la tanto amabile iniziativa di rendere onore, assieme, al nostro vecchio, caro, indimenticabiie, glorioso "Galluppi". /:/Alda MorŤca. di Antonio e di Amelia Amelio nata a Catanzaro il 5 settembre 1914 iscritta per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1925/1926) Il solido legame affettivo fra me ed il glorioso Liceo Ginnasio "P. Galluppi" ha interessato tutta la mia vita di lavoro. Per pi— di cinquant'anni, infatti, dall'ottobre 1925 al settembre 1979, esclusi gli anni goliardici napoletani, ho fatto parte della famiglia liceale, prima da alunna e poi da insegnante. Nel campo scolastico c'era anche allora penuria di lavoro e, quindi, nei primi anni di insegnamento fino alla vincita della cattedra, ho avuto sempre delle ore al liceo ed il completamento nei diversi istituti della citt…. Questo spiega perch‚ io sia stata insegnante di due generazioni di ®galluppiniŻ e di molti altri alunni iscritti ad istituti superiori diversi. Non intendo qui ricordare i miei anni di lavoro, ma quelli di scolara: anni vissuti in una fanciullezza protetta, ovattata, ma ricca di certezze e di affetti nei circoscritti orizzonti della scuola e della famiglia, come si intendevano allora. L'edificio che fino ad alcuni anni fa ospitava il liceo "Galluppi" Š un antico convento degli Scolopi che, pur avendo conservato la sua struttura essenziale, ha subito nel corso degli anni alcune trasformazioni, guadagnando forse poco in funzionalit…, ma perdendo molto del suo antico fascino. Quando io ero ancora alunna, il piano terra dell'edificio ospitava le aule del liceo, la presidenza, la sala dei professori e la segreteria, nel piano sottostante trovavano posto la biblioteca ed i due gabinetti scientifici, mentre il secondo piano era occupato dal Convitto Nazionale. Sul cortile interno dell'edificio si affacciavano numerosi i grandi finestroni che illuminavano i tre ampi corridoi adiacenti, sulle pareti dei quali era murata sia la lapide che ricorda il docente, patriota, letterato Luigi Settembrini, sia quella che ricorda i tanti alunni che immolarono la loro giovane esistenza nella guerra 1914/18. Lungo gli stessi corridoi si aprivano le anguste celle nelle quali mal si adattavano a trascorrere lunghe ore di studio ragazzi bisognosi di spazio e di luce. Ricordo ancora le massicce porte di legno, fornite di spioncino e di "saliscendi" di ferro, porte fatte apposta per garantire il silenzio e l'isolamento dei buoni religiosi dei quali, con la mia fervida immaginazione infantile, alcune volte avevo la sensazione di percepire il lento salmodiare. A questo punto, con grande rammarico, non posso non constatare che, mentre la civilt… dei consumi e la tecnica moderna hanno fatto passi da gigante in tutti i campi, le strutture e le attrezzature scolastiche di quasi tutte le scuole italiane sono regredite. Come non ricordare con nostalgia il ben fornito gabinetto di scienze naturali il quale, a suo tempo, aveva ereditato il materiale didattico proveniente dalla ®Regia Scuola Universitaria di FarmaciaŻ che aveva sede proprio nella nostra citt…! Quante ore di lavoro degli insegnanti che, nel corso dei decenni, ci siamo avvicendati nel catalogare, classificare ed ordinare il materiale, cercando di salvarlo dall'usura e dall'ingiuria del tempo; ore trascorse al freddo e senza alcun compenso! Quante richieste verbali e scritte andate a vuoto! Poi... il colpo di grazia nell'estate del 1975 quando, durante il trasloco dalla vecchia alla nuova sede, mani inesperte disperdevano quella parte del patrimonio dello Stato che era stato l'orgoglio del Gabinetto di Scienze Naturali del Regio Liceo Ginnasio di Catanzaro. Il mio primo incontro con il "Galluppi" risale al primo ottobre 1925 quando, accompagnata dalla mia adorata mamma, la maestra Amelia Amelio (dalla quale ho ereditato l'arte di insegnare, perch‚ di vera arte si tratta) mi presentai davanti alla segreteria del liceo. Per motivi di statura, assai poco mutati nel tempo, non riuscii, neanche sollevandomi sulla punta dei piedi, a raggiungere lo sportello aperto nel vano della porta e fu attraverso detto sportello che si affacci• il viso sorridente ed accogliente dell'indimenticabile segretario Settimio Grilloni. Io portavo in cima ai capelli un grande nastro di seta rosa corallo e fu, afferrandomi proprio per il fiocco, che il segretario mi sollev• la testa e mi disse: ®Bambina e tu... che vuoi? Non sai che le scuole elementari sono in tutt'altro postoŻ? Disarmata da questo primo rude impatto con la nuova scuola, mi limitai a porgere a don Settimio i documenti che mi davano il diritto di essere iscritta al primo ginnasio inferiore e timidamente feci scivolare il certificato che attestava che Morica Alda aveva superato l'esame di ammissione. Fu cosŤ che conobbi il segretario Grilloni il quale, in seguito, accogliendomi sempre con tanta signorilit… e con tanto affetto, mi seguŤ per tutta la carriera scolastica facendomi alla fine un regalo che non ho mai, mai pi— , dimenticato. Infatti commise nei miei riguardi un'infrazione al suo naturale riserbo e, fidandosi della mia discrezione, mi tolse da un'ansia che ancora, di tanto in tanto, tormenta i miei sogni, rivelandomi con un certo anticipo che facevo parte dell'esigua lista dei maturati usciti indenni dai rigorosi esami di Stato 1932/33. Altri tempi! Mio professore di lettere nel ginnasio inferiore, fu il poeta dialettale, letterato e scrittore Giovanni Patari. Ormai avanti negli anni, era stanco e ci ripeteva che continuava a fare l'ottimo mestiere di insegnante solo per necessit…, ma che per fortuna, la nostra era l'ultima ®mpurnataŻ: cosŤ egli amava definire il triennio del ginnasio inferiore. Stare nella scuola, per•, non gli dispiaceva perch‚ aveva la gioia di veder sbocciare sotto i suoi occhi tanti bambini che passavano dalla fanciullezza all'adolescenza e con orgoglio, affermava che spettava a lui darci, in questo difficile passaggio, la prima impronta di vita e di carattere. La nostra aula era un immenso stanzone polveroso, gelido e poco illuminato perch‚ ubicato sotto il piano stradale. Prendeva luce da due ampi finestroni posti a grande altezza dal pavimento, attraverso i quali non vedevamo n‚ il sole n‚ il cielo, ma solo i balconi di ®zia PeppinaŻ, la gentile signorina Della Volpe, che abitava proprio di fronte al liceo ed era nota per il ricco ricevimento che, in occasione del suo giorno onomastico, offriva a tutte le signore della Catanzaro ®beneŻ. Eravamo separati da una fila di armadi, pieni di vecchi ®tomiŻ, dall'attigua spelonca adibita a biblioteca. Quando penso che i ragazzi di oggi scioperano per un giorno di mancanza di riscaldamento non posso non ricordare le nostre manine gonfie di geloni ed i piedini mezzo assiderati perch‚ spesso bagnati dalla pioggia contro la quale non esistevano stivali di nessun genere. Per il caro professore Patari non avevamo nome e cognome, ma nomignoli di cui ci gratificava, a seconda del suo estro poetico: c'era ®a pupaŻ, ®a mundicataŻ, ®a frittularaŻ, ®u ferru e cozettaŻ, ®a figghia do PupazzuŻ (un noto sindacalista ante litteram). Ricordo le sue belle lezioni di italiano, specie quando commentava i diversi brani dell'antologia o le sue poesie o quando discutevamo, ed in questo fu un precursore, sugli spettacoli che avevamo visto a teatro la sera precedente. Sapeva, infatti, che alcuni di noi, figli di genitori appassionati di lirica e di buona prosa, eravamo, nonostante l'et… ci proibisse severamente di fare le ore piccole, frequentatori abituali del Teatro Comunale, da tutti considerato ®una bombonieraŻ, rinomato per la sua ottima acustica e nel quale si cimentavano, prima di affrontare il pubblico delle grandi citt…, i migliori artisti del tempo. Il Teatro, una brutta notte e senza ragione, fu raso al suolo in un batter d'occhio per lasciare posto ad un'anonima costruzione che di teatro ha solo usurpato il nome. Maledetta sete di denaro e di potere! Il nostro caro professore esigeva, e riusciva ad ottenerlo, assoluto silenzio da parte della scolaresca perch‚ spesso provato da malferma salute e dall'et…. A proposito ricordo una famosa punizione di cui ancora sento la ferita perch‚ ha interessato me e la mia cara compagna Marini, l'attuale avvocato MemŠ Marini. MemŠ era una bimba molto intelligente e vivacissima ma che, data la sua tenera et…, era spesso ossessionata da alcuni pregiudizi tra cui, per esempio, la pronunzia della parola ®diavoloŻ. Eravamo d'accordo che, se lei o io l'avessimo udita, avremmo dovuto reciprocamente farci un segno di croce sulla fronte a mo' di scongiuro. Disgrazia volle che una mattina il nostro caro docente, nel corso del commento di non so quale brano letterario, incorresse nella necessit… di pronunziare tale satanico vocabolo. Al che, svelte come due saette, MemŠ ed io ricorremmo al convenuto segno esorcizzante. Apriti cielo! Il professore si sollev• dalla sedia ed, imitando il gesto di fra Cristoforo, alz• il dito indicandoci la porta e, in modo perentorio, ci allontan• dall'aula. Il preside aggiunse, alle nostre, la croce di un giorno di sospensione dalle lezioni. Fu una tragedia perch‚, a quei tempi, per una ragazza essere sospesa dalla scuola, sia pure per un giorno, era un disonore che mise in grande imbarazzo il mio povero pap… il quale, malgrado le parole consolatrici dello stesso professore, per molto tempo non riuscŤ a rassegnarsi a quella vergogna. Un altro episodio simpatico avvenne un giorno durante una prova scritta di latino. Ad un certo momento, nel silenzio pi— assoluto, udimmo in fondo all'aula un vivace bisticcio e vedemmo volare dei pugni. Il professore si alz• dalla cattedra per rendersi conto della situazione creatasi improvvisamente e la spiegazione lo lasci• di stucco: alla sua richiesta di chiarimenti, un ragazzino timidissimo, un certo Gigliotti, si giustific• dicendo: ®Professore... Sposato (uno dei collegiali pi— bravi) non mi fa ®ammogliare!Ż (cioŠ intingere la penna nel calamaio di triste memoria!) La vertenza non ebbe un seguito cavalleresco solo perch‚ fu risolta, seduta stante, da alcuni solenni ceffoni distribuiti equamente dall'adirato professore ai due improvvisati ®pesi piumaŻ. Un altro ricordo vivissimo, malgrado i sessant'anni trascorsi, Š la festa di San Giovanni Battista, giorno onomastico del nostro professore. Egli aveva un vero e proprio debole per tale ricorrenza e non faceva mistero della gioia che gli procurava la visita doverosa dei suoi scolari. Ad un apposito comitato dei pi— grandicelli e svelti veniva affidato l'incarico di raccogliere i fondi necessari (rappresentati dalla cospicua somma di mezza lira) per l'acquisto di un fascio di fiori, dopo di che la rumorosa brigata si dirigeva, con il cuore in gola per l'emozione, verso la vecchia casetta di via De Jessi. L'angusto studio del professore non consentiva a tutti di entrare e quindi i ragazzi rimanevano lungo le scale esterne. Ricordo ancora il tipico ambiente fine secolo, odoroso di tabacco, ricco di libri, riviste, cuscini, quadri, vecchie foto ed impossibili soprammobili polverosi e posti alla rinfusa. Faceva gli onori di casa la cara signorina Teresa, sorella nubile del professore e con lui convivente che, imbarazzata dalla nostra chiassosa presenza, mal reagiva alla insistente richiesta del festeggiato che voleva ci fosse servito il tradizionale rosolio di cui, sembra strano, ricordo ancora l'odore, il sapore dolciastro ed il colore verde smeraldo. Dopo la consumazione c'era per tutti un commosso ringraziamento, una stretta di mano ed, infine, il liberatorio commiato tanto atteso sia dagli ospiti e sia dagli ospitati che scendevano a precipizio le scale, soddisfatti della felice conclusione del doveroso ®ritoŻ. Se ci fossero state allora le telecamere di Tony Boemi, la gustosa scenetta che, puntualmente, si svolgeva ogni mattina nel breve tratto di Corso Mazzini, antistante la nostra scuola, sarebbe stata immortalata. La strada era animatissima, non certo per la presenza delle attuali rombanti automobili, ma per quella assai variopinta e vivace delle scolaresche del Liceo e del vicinissimo Istituto Magistrale "G. De Nobili". Noi altre liceali, ormai diventate signorinelle, insieme con le amichette future maestre, facevamo delle frettolose passeggiate fino ai portici del Teatro, scambiandoci innocenti pettegolezzi e trepidanti segreti, senza tralasciare la capatina nella allora ®chiesaŻ dell'Immacolata per chiedere alla Vergine protezione e lumi contro gli scogli delle ore di lezione. La scena vera, per•, si svolgeva nel cortile dell'antico palazzo Arceri, nel bel mezzo del quale troneggiava una grande cisterna coperta da una lastra metallica. Se questa avesse avuto, miracolosamente, il dono della parola, sarebbe stata certo preparatissima docente di latino, di greco, di lingua, di matematica... tante e tante erano le convulse, rapide copiature dei compiti delle diverse discipline che i ®braviŻ avevano l'obbligo ed il dovere di portare nel cortile alle ore otto precise, per dare una mano ai pi— svogliati o ai pi— sprovveduti nel tentativo di evitare qualche ben assestato voto di insufficienza. Poi, al primo suono della campanella vigorosamente agitata dal solerte custode, tutto tornava silenzioso e tranquillo sino alla fine delle lezioni. In una specie di sottoscala dello stesso palazzo Arceri c'era una piccola cartoleria, scarsamente illuminata da una lampadina di non pi— di dieci candele. Il gestore, un certo don Michele, per uno o due soldi vendeva a noi altri, assidui clienti mattutini, penne, gomme, matite e soprattutto fogli protocollo necessari per le prove scritte che si facevano in classe. Questo ometto era, non so perch‚, soprannominato ®VurpiceddaŻ, nomignolo da lui assai male sopportato e che lo faceva andare in bestia. Infatti, pur essendo il pi— pacifico ed indifeso degli uomini, quando qualche discolo, per stuzzicarlo, si affacciava sulla porta del negozio e, con innocente espressione gli domandava: ®Don Mich‚, avete una gomma marca "volpe?", perdeva le staffe e diventava un energumeno: con il viso paonazzo usciva dalla cartoleria gesticolando e tentava di inseguire il malcapitato impertinente lanciandogli addosso oggetti di ogni genere ed epiteti irripetibili! A questo punto interveniva qualcuno dei ragazzi pi— bravi e pi— autorevoli, e fra questi ®Giacchinuzzu MoricaŻ, che lo prendeva sottobraccio, lo rabboniva e lo riconduceva nel suo sgabuzzino. Voglio anche ricordare la tanto attesa mezz'ora di ®ricreazioneŻ, durante la quale i ragazzi, con qualsiasi tempo, erano costretti ad uscire dalla scuola, mentre noi ragazze avevamo a disposizione un vasto locale successivamente adibito a palestra. Era anche consentito passeggiare lungo l'antistante corridoio che, al contrario del cosiddetto ®spogliatoioŻ, era pieno di aria e di luce. Ricordo ancora il sapore delle soffici pagnottelle solcate nel centro che, anche se, come spesso accadeva senza imbottitura, ci riempivano la bocca e lo stomaco di uno speciale gusto mai mai pi— riassaporato. Quanti piccoli innocenti segreti, allora veramente tali, bisbigliati a fior dl labbra, dopo la rituale, sacrosanta, scambievole promessa di assoluta discrezione! Tutto ci•, si svolgeva sotto il vigile sguardo della cara signora Lembo. Chi era? La bidella? Non certo la persona alla quale oggi si attribuisce la qualifica di ausiliaria: era piuttosto l'ausilio, la custode, la saggia consigliera, spesso l'infermiera, l'amica che sapeva godere con noi per il conseguimento di un ottimo voto o consolare le nostre lacrime per una traduzione solcata di segnacci blu. Era una vera signora sia nel tratto sia nel modo di vestire, sempre pronta a difenderci ed a minimizzare le nostre birichinate; andava orgogilosa dell'amicizia che la legava ad ognuna di noi, e soprattutto, della fiducia con la quale le nostre mamme ci affidavano alla sua amorosa sorveglianza. La mia vita di studentessa si Š svolta nei primi decenni del secolo; allora, noi ragazze, ®evolute licealiŻ nella comune considerazione, avevamo in realt… una libert… assai limitata; solo alcune, essendo figlie di genitori di larghe vedute, potevano svolgere una certa attivit… extrascolastica abbastanza varia. Voglio, per•, ricordare che a quei tempi bisognava anteporre ad ogni altra cosa il doveroso disbrigo dei compiti da fare a casa. In questo lavoro io ero molto agevolata: la mamma si occupava delle ricerche e giornalmente sunteggiava per me i passi pi— lunghi e noiosi delle diverse discipline (lavoro intelligente e proficuo di cui usufruivano anche le mie compagne); lo ®zio professoreŻ, il maestro elementare Giovanni Mancaruso, enciclopedico, che si intendeva di tutto e che fu per lunghi anni scrupoloso direttore del locale orfanotrofio "Luigi Rossi", mi aiut• a superare i primi scontri con il latino; la gioiosa ed intelligente ®zia MariettinaŻ, la professoressa Maria Macri Nocera, docente di lingue straniere nel nostro liceo, mi inizi• al gusto del dolce idioma francese. Sbrigato il lavoro pomeridiano restavano alcune ore di ®tempo liberoŻ che, nei giorni dispari, erano impegnate dalle lezioni di ginnastica impartite in modo serio e scrupoloso dalla cara professoressa Rocchino e dal simpatico professore De Stilo. Inoltre alcune di noi facevano parte di una squadra che si allenava nella palestra "E. Scalfaro", nella allora "Casa del Soldato", sita in piazza Santa Caterina, nei locali attualmente occupati dalla Questura. Era anche a nostra disposizione la Biblioteca Comunale, sapientemente diretta dall'indimenticabile don Pippo De Nobili. Questo adorabile vecchietto, che di ®nobileŻ non aveva solo il nome, ma soprattutto l'animo ed il tratto, ci accoglieva sempre con il pi— tenero dei sorrisi e, con i suoi occhietti ammiccanti, guardava quelli dŤ noi che fra gli annosi e polverosi volumi cercavano una protezione discreta per i loro freschi amori. Nel fare ritorno a casa avevamo pure il permesso di entrare nella pasticceria di Ascenti o di PotortŤ per gustare qualche squisita pasta con la crema o con la cioccolata. Qui, forse fuori luogo, apro una parentesi dolorosa che riguarda il degrado che ha subito la nostra citt… nel corso del secolo. Quello di Ascenti e quello di PotortŤ erano ®CaffŠŻ elegantissimi, ricchi di specchi perfino nel soffitto, forniti di tavolinetti, poltroncine, luci... dove i civilissimi catanzaresi si incontravano non solo per consumare leccornie prelibate ma anche per scambiare idee sui fatti del giorno e per trascorrere qualche confortevole ora in compagnia di amici. Ora Š tutto sparito, nella nostra citt… non c'Š pi— un ritrovo decente! Ed Š inutile amareggiarsi con recriminazioni e nostalgie! Nella conclusione vorrei ricordare, ma Š impossibile, tutti i miei compagni tra cui la nutrita squadra dei simpatici collegiali che ogni mattina, alle 8,30 precise, scendevano allineati e silenziosi dal piano superiore nelle loro belle uniformi che avevano il solo difetto di essere, sempre di pi— , corte di maniche. Con alcuni di loro sono ancora in affettuosa corrispondenza altri, purtroppo, sono spariti nel tempo e nello spazio. Non posso, per•, non citare quelle che mi sono state compagne al principio della mia vita al "Galluppi", amiche nel corso della mia storia e certo saranno nei miei pensieri sino alla fine: MemŠ Marini che ho gi… ricordato, le due Minerve della classe, Ornella Amendola e Franca Rocca, e la dolce Ines Basile che dividevano con me il lungo ed ampio banco di legno davanti alla cattedra, ed ancora Maria Tucci ed Eva Cafasi. MemŠ era la pi— simpatica ed estrosa tra di noi e, rivelando sin da allora la sua forte tendenza per il ®ForoŻ, durante lo svolgimento della festa che concludeva il nostro ciclo liceale afferm•: ®Vado via dal liceo con un solo rammarico, quello di non aver potuto, in tanti anni, scontrarmi, almeno una volta, con la sempre conciliante e sorridente Alda MoricaŻ. Ornella Amendola, dottoressa in medicina e chirurgia in Roma, godeva della mia particolare tenerezza per la sua squisita sensibilit… e perch‚ sempre profondamente triste e bisognosa di affetto. Aveva, infatti, anzitempo perduto la sua bella e buona mamma ed il suo unico fratello Sino e viveva con le due sorelline Wanda e Fedra; il pap…, funzionario del Genio Civile, era sempre fuori per ragioni di lavoro; in casa c'era un'arcigna ed ottusa governante che non la capiva. Ines Basile, paziente, intelligente e silenziosa, mi Š stata pi— lungamente vicina perch‚ con lei ho diviso non solo le ansie degli anni di liceo, ma quelle ancor pi— profonde del corso universitario. Con Ines ho avuto la gioia di concludere tanti anni di sacrifici e di lavoro impegnativo discutendo la tesi sperimentale di laurea (relatore il celebre prof. V. Diamare) nello stesso giorno: il 2 luglio 1937. Maria Tucci, ora professoressa Tagliamonte, essendo anche allora longilinea, occupava un posto negli ultimi banchi. Con Maria eravamo e siamo ancora amiche per la pelle perch‚ il nostro rapporto riguardava anche le ore extrascolastiche ed era reso valido dalla fraterna amicizia che legava i nostri genitori e soprattutto le due mamme: le brave maestre Amelio e Traficante. Il ricordo pi— dolce ed amaro va, e non potrebbe essere diversamente, alle due colleghe, ottime sotto ogni riguardo, che tanto dolorosamente e precocemente ci hanno lasciato. Franca Rocca, gi… tanto malata, ha voluto con ferrea volont… e fiduciosa speranza nella guarigione, dividere con noi il trauma e la fatica dell'esame di maturit… allora particolarmente duro perch‚ le prove vertevano su tutte le discipline del triennio. Povera Franca! MorŤ durante l'estate e non fece in tempo a godere della gioia dell'iscrizione alla Facolt… di Medicina, suo grande sogno e traguardo! Eva Cafasi, gi… prossima alla laurea, finŤ tragicamente lungo i viali ombrosi e profumati della nostra Sila per l'urto violento di un carico di legname che un incompetente operaio aveva mal disposto su di un grosso camion. Sono questi gli avvenimenti che, specie quando feriscono in modo cosŤ lacerante la nostra splendida giovinezza, non si cancellano mai pi— e ci accompagnano per tutta la vita. Voglio infine citare l'ottima guida che, nella persona del saggio e valente professore Sando, abbiamo avuto nel ginnasio superiore ed il superbo ®castŻ di docenti che con competenza e serio impegno hanno profondamente arricchito il nostro patrimonio culturale nel triennlo del liceo. Il latinista professor Morabito ci port• con la sua bravura ad amare persino la grammatica greca e latina e a considerare i protagonisti delle opere classiche come eroi dei nostri giorni, rendendoceli addirittura familiari e tratt• entrambe le letterature con la passione e la vivacit… riscontrabile solo negli attuali cronisti sportivi. L'ottimo professore Paravazzini leggeva e commentava la Divina Commedia con tale musicalit… da procurarci vero diletto. Il burbero sacerdote Vono era professore di Storia, ma di lui ricordo di non averlo mai visto sorridere. Il caro Don Fragola, avendo l'incarico dell'insegnamento della Religione e della Storia dell'Arte, tratteggiava con lo stesso garbo e con la stessa emozione sia i Padri dell'Antico e del Nuovo Testamento sia gli artisti che, nel corso dei secoli, li avevano effigiati: NoŠ e Michelangelo, Abramo e Andrea della Robbia, San Giovanni e Leonardo, San Francesco e Giotto restano uniti nella mia memoria in virt—delle sue parole. Il professore Porcelli, bravo insegnante di Scienze naturali, venne a mancare immaturamente. Il professore Battaglia, docente di Matematica e Fisica, molto preparato, ma reduce dalla Grande Guerra con un brutta ferita alla testa, era nell'impossibilit… di mantenere la disciplina e di difendersi dagli scherzi di cattivo gusto dei pi— discoli, indisciplinati e poco sensibili fra di noi. Ed infine l'avvocato Domenico Pittelli il quale, pur essendo appena uscito dall'universit…, si cimentava con ottimo risultato nei meandri della filosofia, prima di impegnarsi nella sua vera carriera di valente avvocato. /:/Salvatore Blasco. di Domenico e di Serafina Chiliberti nato a Catanzaro il 2 giugno 1916 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1927/1928) Vecchio, caro "Galluppi". Non so transitare davanti a te, e mi capita pi— volte al giorno, senza volgere gli occhi alla tua facciata, alle finestre, al balcone, al grande portone e spingere lo sguardo nel corridoio della segreteria e delle lapidi. Tu fai parte della mia vita come un intimo familiare; bambino, ne sentivo parlare da mio padre, che ti aveva frequentato e che ricordava tra i suoi compagni Giuseppe Casalinuovo e Giovanni Patari; ragazzo, fui tuo allievo e per otto anni appresi di latino e di greco, di italiano, di filosofia e di storia e ®imparai per la vitaŻ, come era il titolo della nostra antologia di Carlo Calcaterra. Poi, divenuto sacerdote della dea Temi, continuai a venire da te, per ben dieci anni, quale padre di tuoi studenti, ed attualmente ti faccio frequenti visite nelle vesti di nonno di quattro nipotini, tutti tuoi allievi fin dalla primina. Una tradizione familiare di rapporti che dura, a mia memoria, da quattro generazioni e forse risale a tempi molto pi— lontani, a quelli degli Scolopi e pi— in l…, a quelli dei Gesuiti, che si succedettero nella guida del ®CollegioŻ, nato nel XVI secolo. Fu di certo la forza di questa tradizione, che ha tanta parte nella dinamica storica, a spingermi ad interessarmi delle tue glorie passate, fatte di maestri e di allievi che hanno lasciato orme indelebili nell'evoluzione del pensiero umano, di patrioti che sacrificarono cattedra e vita per educare i giovani agli ideali di libert… e d'indipendenza, di storici, di filosofi e di poeti che, anche non ascendendo vette di celebrit…, hanno portato lustro a questa buona Catanzaro: una citt… la nostra che, come scrive Umberto Bosco, non ha dato vita a grandi rivolgimenti storici, ma ha avuto sempre, lungo il fluire dei secoli, una sua dignit… civile e culturale. Ed anche per amore tuo mi sono strenuamente battuto, per oltre un decennio, allo scopo di far rinascere, sui tre colli, le scuole universitarie che, fondate da Giuseppe Bonaparte e potenziate da Gioacchino Murat, operarono tra le tue mura per tutto il secolo scorso fino al 1923. Ma oggi, caro "Gallupppi", tralasciamo le grandi cose e parliamo sommessamente delle nostre intimit… all'epoca della mia adolescenza, quando tu, austero e solenne, con la tua saggezza secolare mi accoglievi nelle tue aule, allievo fra gli allievi, infiorato di et… novella. Ero felice e non lo sapevo, preso come ero dallo studio, dalla preoccupazione degli esami, dall'ansia di arrivare ai vari traguardi. Possedevo le effervescenze fisiche e spirituali della giovinezza ma non mi rendevo conto del loro valore, cosŤ come non si apprezza l'aria fin quando non viene a mancare. Oggi, che sono verso la fine del viale del tramonto e gi… intravedo le ombre incalzanti della notte, l'entit… di quella ricchezza primaverile mi appare in tutta la sua grandezza e amaramente constato la verit… della concezione leopardiana del piacere che non Š mai presente, ma passato o futuro. Vecchio Ginnasio-Liceo quanti ricordi! Quante figure tu mi evochi di insegnanti dotti e mediocri, simpatici o invisi a noi studenti, maestri di vita o solo di grammatica e sintassi, nulla vedenti oltre agli aoristi deboli o forti. Dal bravo Carmelo Russo delle prime classi ginnasiali, un giovanissimo e pacioccone, alle prime armi con l'insegnamento, un neofita passionale che non riusciva a frenare le lacrime di fronte a nostre monellate, entro e fuori le aule, o alle catastrofi nelle versioni; ad Antonio Battaglia, tanto bravo nelle scienze matematiche quanto svaghito per via di una invalidit… psichica di guerra ed incapace di imporre la disciplina, tanto che la sua ora era utilizzata dagli abituali parassiti per la copiatura dei compiti delle materie successive, mentre gli altri intrecciavamo conversari o c'impegnavamo nei pi— svariati e chiassosi giochi. Fu cosŤ che arrivammo alle soglie della maturit… classica, anche i pi— bravi nelle altre discipline, senza saper risolvere un'equazione semplice, onde necessit• un'oceanica preparazione privata. Da Giovanni Miceli, buon latinista e grecista ma al termine della carriera e, per il peso degli anni e degli acciacchi nervosissimo, che ad ogni sbaglio immancabilmente esplodeva: ®Cristo della Madonna! Vi faccio tremare le vene ed i polsiŻ; al lungo e torvo Giuseppe Morabito, un latinista di fama internazionale, otto volte medaglia d'oro ad Amsterdam, per l'elegia latina ma che non rivolse mai lo sguardo sui nostri volti e mai ci disse una parola come uomini in fieri. Dal modesto Scalabrino che, avanzato per forza di legge dal ginnasio superiore, ove insegnava solo italiano, storia e geografia, al liceo a ricoprire la cattedra di latino, di questo possedeva solo le reminiscenze di uno studente di trenta anni prima, onde, quando lo si contestava per marchiani svarioni, diceva: ®Ne parliamo alla prossima lezione perch‚ domando al professore MorabitoŻ(!); a Muscolino, al quale la vasta cultura consentiva, prendendo spunto dalla letteratura greca, di fare ampie panoramiche su piano mondiale; gi… corridore automobilistico (onde il soprannome Taruffi) ma scapestrato e spregiudicato al punto da abbeverarsi al cuore, ma anche ai risparmi, della rotondetta, simpatica ed ingenua professoressa di chimica. Egli, trasferitosi da Catanzaro, finŤ a Firenze nelle patrie prigioni e non per... reati di opinione. Rivedo sovente il volto gioviale dell'aitante Prestipino, che ci insegnava filosofia, e strappava sospiri alle allieve delle ultime classi ormai sognanti amori e principi azzurri, e quello roseo, incorniciato da una nivea capigliatura, di Michele De Stilo che, per otto anni, ci fece fare flessioni e qualche salita alla fune nella vecchia palestra di S. Caterina. Ecco ancora stagliarsi nella mia memoria, dalla cintola in su, il professore di inglese Cardamone, di statura fisica e culturale imponente ma rigido ed inflessibile; il mite Carino, di storia dell'arte, che chiudeva ogni periodo con il lungo intercalare: ®Hai capito, dunque, non Š vero?Ż, che era la cosa pi— comprensibile del suo dire, sussurrato a fior di labbra, labbra inondate da abbondante salivazione. Su tutte sovrasta la figura, in abito talare, del professor Lanzo, che insegnava all'Universit… Teologica "Pio X", di cultura enciclopedica, che dilagava dalla filosofia cattolica alla storia, dalla letteratura all'arte, alle scienze, all'astronomia. Un vero scibile che, giovanissimo, fu elevato al soglio di arcivescovo di Reggio Calabria ove, immaturamente, chiuse la sua vita terrena. Egli fu il vero, grande, indimenticabile nostro maestro di vita e di sapienza. Nel mio cuore e nella mia mente sono poi indelebilmente scolpiti i nomi ed i volti dei miei compagni. Piango quando penso a loro, agli scomparsi: Gioacchino Morica, Mariano Cristallo, Agazio Traversa, Raffaele De Barberis, Luigi Diaco, Marcello Gualtieri, Andrea Talarico, Nino Felicetti. Con tutti ho sempre mantenuto uno stretto contatto e, nel novero stesso dei miei fratelli, ho sempre considerato Ernesto Pucci, Salvatore Guerrieri, Tonino Tarsitani, Giuseppe Raffaelli, Ciccio Di Tocco, Giuseppe Nistic•, Gaetano Bisantis, Antonio Passafari: una classe, la nostra, di cui la gran parte eravamo compagni fin dalle elementari e che si mantenne compatta fino alla terza liceale. I nomi che ho ricordato, di professionisti e politici ben noti, stanno a dire, caro "Galluppi", che nonostante alcune carenze didattiche (da me forse impietosamente non taciute), sapesti forgiarci adeguatamente nella mente e nello spirito. Una classe che per• si distingueva per la indisciplina, tanto che subŤ, per due volte, alla licenza ginnasiale superiore ed alla seconda liceale, decimazioni vistose. Dire V ginnasiale sezione A, significava dire il non plus ultra di inosservanza della deontologia dello scolaro di allora che si voleva, come i soldati, ciecamente obbediente: un automa azionato da genitori e docenti. E noi per una generalizzata maturit… psichica, eravamo invece animati da spirito di indipendenza e protestavamo, contestando programmi e libri di testo, quelle regole di comportamento vetuste come le tue mura, caro "Galluppi". Ma diciamolo pure: eravamo supervivaci e tendevamo a rompere sovente i silenzi glaciali in cui si svolgevano certe barbose lezioni o ad assentarci collettivamente. Furono tanti i provvedimenti disciplinari, in V ginnasiale, che non sortirono gli effetti voluti, tanto da pervenire alla determinazione di sterminarci agli esami condotti, con drastici sistemi alla tedesca, da tre professori di liceo di fresco arrivati: il gi… menzionato Morabito, Cogliandolo e Paravazzini: tutti fenomeni di sapienza ma anche di intransigenza. Fummo solo quattro i promossi a giugno, cinque i rimandati a settembre, tutti gli altri furono respinti. Il pi— fortunato fui io che, avendo conseguito la migliore media fra tutti gli esaminandi, mi guadagnai per premio un viaggio in Ungheria. I caduti, per•, recuperarono l'anno trasferendosi a Crotone od a Vibo e si ricongiunsero a noi in seconda liceale onde si ricompose la classe degli agitati, che riprese i vecchi ritmi di goliardica vivacit…. Ed avvenne che, durante un periodo di sospensione non so per quale marachella, si svolse in Catanzaro il solenne funerale di un console della milizia, con centinaia di corone, con rappresentanze di tutte le organizzazioni del Partito, di autorit… e di una folla di cittadini. I sospesi, al passare del carro funebre, ci trovammo proprio di fronte al "Galluppi" e scorgemmo, dietro il feretro, il Preside del tempo, un ometto pi— largo che lungo, con il capo chino, intento a sfoggiare una commozione che certamente non sentiva, poich‚ non conosceva neppure il defunto, ma esibiva a riprova della sua fede fascista. I capelli del Preside, pochi lunghi ed increspati, a causa della posizione, gli erano finiti sulla faccia come un mazzo di riccia verdura: feci questa battuta ed i miei compagni scoppiarono a ridere, qualcuno platealmente. Il Preside ci lanci• uno sguardo sdegnato e minaccioso ed il giorno dopo ci convoc• accusandoci, in buona od in cattiva fede, di antifascismo, per aver irriso la salma del console. Potevamo mai giustificarci confessando il vero motivo della nostra risata? Ne nacque un vero e proprio putiferio poich‚ ci si voleva radiare dalla scuola tanto che piomb• da Roma un ispettore. Io ebbi l'ardire di svelare a lui l'arcano, descrivendo pittoricamente l'atteggiamento compunto del Preside, strappando anche a lui un sorriso e... l'assoluzione. Ma il perdono del Preside e dei docenti non ci fu onde si ebbe un nuovo sterminio della classe agli scrutini. Fui ancora una volta fortunato sfuggendo all'uragano e conquistando la media dell'otto che mi dava diritto di presentarmi, nella sessione autunnale, agli esami di maturit…; ma rinunciai al beneficio per non lasciare i miei compagni con i quali (i bocciati come privatisti), affrontammo gli esami di maturit…, compattamente e spavaldamente, superandoli nella stragrande maggioranza, con tanta generosit… di aiuti da parte dei pi— bravi nei confronti degli abituali... copiatori. Anche tu, caro "Galluppi", hai quindi nella tua storia luci ed ombre, grandezze e miserie, bont… e cattiveria, come ogni istituzione. Ma tu, piantato sul Corso, nel cuore di Catanzaro con la tua mole imponente, hai assolto sempre, con costante dignit… nel volgere dei secoli, una funzione dl faro e di guida indicando ai catanzaresi che l'unica via dell'elevazione e del progresso Š la cultura. /:/Luigia Le Pera. di Giovanni e di Serafina Spizzirri nata a Catanzaro il 21 ottobre 1916 iscritta per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1926/1927) Lo sciopero in tempi senza scioperi Poche le ragazze che frequentano l'unica classe mista del liceo "Galluppi" nell'anno scolastico 1934-35; tra queste: Ondina Cafasi, Clelia Giordano, Luigia La Pera, Infinita Mustari. Il preside: Carlo Pane. Tra i docenti: prof. Veltri (italiano), prof. Schiavello (matematica), prof. Carpino (latino e greco), prof. Carino (storia dell'arte). I rapporti tra docenti ed allievi sono improntati al pi— freddo distacco. Anche tra giovani si usa tenere un comportamento non certo cameratesco, soprattutto tra sessi diversi. Un giorno qualsiasi, nella terza classe sez. A, il professore Veltri spiega ®Il passero solitarioŻ. Tutti in silenzio, la schiena ben dritta, gli allievi ascoltano. ®Primavera d'intorno brilla nell'aria e per li campi esulta...Ż. La voce del professore echeggia nel silenzio dell'aula. In alto, sulla parete alle sue spalle, il ritratto di Vittorio Emanuele III, quello del caporale d'onore cav. Benito Mussolini e tra l'uno e l'altro, la Croce di Cristo. Antonio Caristo, il pi— bravo ed il pi— diligente tra tutti, oggi rifiuta la tristezza leopardiana. Vive la sua primavera. Dalla finestra aperta su via De Grazia giunge un vociare di donne che tornano dalla piazzetta delle ®CocoleŻ con le braccia pesanti di verdure, frutta, pane... e chiacchierano fitto tra di loro. Si allontana l'ultima nota di un pianino di Barberia e sale il grido del pescivendolo: ®'u bianchinu... 'u bianchinu da Marina nostra...Ż. Nell'aria ormai tiepida della tarda primavera, si spande il profumo delle zagare in fiore nei giardini delle case padronali e sul rosseggiare di tetti ondeggiano i palmizi. Antonio, nel suo banco di terza fila, vaga con la mente e con gli occhi finch‚ questi si posano proprio davanti a lui, sui miei chiari capelli castani e vi notano qualcosa: una fogliolina, forse, o un pezzetto di carta. Allunga prontamente la mano e fa scivolare via quel qualcosa con un lieve movimento delle dita. Ma sobbalza improvvisamente all'urlo del professore: ®Caristo cosa sta facendo? ... E lei signorina Le Pera, perch‚ si fa toccare da Caristo?Ż. ®Ma... professore.... - balbettiamo lui ed io - ... Lei ha frainteso...Ż. ®Signorina Le Pera si vergogni! Non Š comportamento da tenere in classe!Ż. Ed io, di rimando, offesa e decisa: ®Professore, come si permette?Ż. Š la fine del mondo! Mai giovane allieva aveva osato rivolgersi con quel tono ad un professore del liceo! Viene convocato d'urgenza il Collegio dei Docenti per proporre al Superiore Ministero la mia espulsione da tutte le scuole del Regno. Ma qui esplode la solidariet… giovanile: tutte le classi, all'unanimit…, decidono di assentarsi dalle lezioni finch‚ non sar… modificata la decisione ingiusta ed eccessiva. Il braccio di ferro tra alunni e docenti dura diversi giorni; alla fine, la storia del nostro liceo segna un punto in favore della giovinezza: la proposta di espulsione viene commutata nella sospensione per quindici giorni e nella morente primavera del 1935, i giovani liceali riprendono le lezioni, nei lunghi corridoi del vecchio istituto sotto lo guardo benaugurante di Pasquale Galluppi, ritorna la tranquillit… e la pace. Per Antonio, ufficiale effettivo dell'Esercito Italiano in Libia, rimangono, per•, soltanto sei altre primavere. Il 15 giugno 1941, mentre a Sidi Ameida, alla testa della sua pattuglia di carri armati si appresta a partecipare ad una rischiosa operazione prevista per l'indomani, i rapidi colpi di una mitraglia inglese pongono fine, dal cielo, alla sua giovinezza. /:/Antonio Tarsitani. di Alberto e di Rosa de Nobili nato a Catanzaro l'1 gennaio 1917 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1927/1928) Illustrissimo signor Preside, non senza preoccupazione rispondo al suo cortese invito di esporre i miei ricordi del periodo trascorso frequentando il Liceo Classico in Catanzaro. Sono sicuro che miei compagni pi— autorevoli saranno necessariamente prescelti nella raccolta di avvenimenti di scuola da Lei desiderata. Sono passati ormai oltre cinquant'anni da quando, conseguita la licenza, ho abbandonato il "Galluppi" per affrontare gli studi universitari. Dei miei insegnanti credo siano in vita soltanto quello di storia e filosofia, avv. Domenico Pittelli, quella di chimica, professoressa Carnovale e quello di latino e greco, professor Morabito. Oltre ai molti docenti defunti, verso i quali rimane sempre viva una stima profonda ed una sentita riconoscenza, ricordo con immenso dolore i compagni che hanno cessato di vivere: dr. Luigi Diaco, notaio Marcello Gualtieri, dr. Gioacchino Morica, dr. Andrea Talarico, dr. Giuseppe De Stilo, dr. Agazio Traversa, dr. Raffaele De Barberis, ai quali, con sincera commozione, va il mio pensiero unitamente alle mie preghiere. Un particolare ricordo affettuoso conservo tuttora del professor Antonio Battaglia, insegnante di matematica negli otto anni di ginnasio-liceo; malgrado fosse palese un suo stato di esaurimento nervoso, dal quale qualcuno degli alunni traeva spunto per disattenzioni e divagazioni, per me, invece, la sua lezione era, oltre che chiara, interessante, e credo che ci• abbia contribuito alla scelta della mia professione. Volle rivedermi, dopo molti anni, quando ero dirigente dell'ENEL, e non posso dimenticare il nostro abbraccio e le parole affettuose di compiacimento da lui pronunciate nei miei riguardi. Per entrare in un raffronto fra la scuola di allora e quella di oggi, vorrei ricordare una iniziativa che giovava ad accrescere il nostro spirito di unione e di attaccamento: ogni anno si svolgeva il torneo di calcio tra i vari istituti scolastici della nostra citt… con la partecipazione in massa degli studenti e dei professori. Pur non essendoci le attrezzature sportive attuali, si praticava una attivit… molto intensa: atletica, nuoto, ginnastica, tiro a segno, ciclismo; erano gli sport che, oltre ad occupare il nostro tempo libero, ci tenevano uniti anche fuori dalla scuola. Posso assicurarLe che tutti quelli che conseguimmo la licenza liceale nel 1935 ci siamo trovati ai primi posti nelle rispettive carriere ed attivit… professionali. Mi Š d'obbligo menzionare gli alti magistrati: dr. Salvatore Blasco e dr. Giuseppe Raffaelli, che hanno raggiunto l'apice della magistratura regionale, l'on. Ernesto Pucci, sottosegretario di stato, il dr. Salvatore Guerrieri, ispettore regionale dell'INAIL e tanti altri che mi onorano della loro amicizia. Sarei veramente contento se la Sua iniziativa, proseguita per gli anni successivi, potesse dare un significato di rapporto continuato fra gli studenti del Liceo ed una dimostrazione del legame che rimane negli studenti tra di loro, e fra loro e la scuola. Io, ormai giunto ad un'et… avanzata, ritengo che la scuola rappresenti la base per la crescita di una societ… sempre migliore, consapevole che i giovani di oggi hanno qualit… superiori alle nostre e mi auguro solo che siano valorizzate ed indirizzate al maggior profitto della collettivit…. /:/Giuseppe Nistic•. di Giovanni e di Giuseppina Martelli nato a Cardinale l'1 gennaio 1917 iscrito per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1930/1931) Illustre e caro preside Galiano, la sua iniziativa di richiamare alla voce quanti, fra i banchi del vecchio liceo "Galluppi", ne ricordano qualcosa, per rammentarla agli studenti di oggi, mi riempie di gioia e di malinconia. Di gioia perch‚ il suo appello mi riporta a tempi per me lontani, dove il riandare Š come il dissetarsi ad una fonte amica; di malinconia, non tanto perch‚ il tempo Š passato, quanto perch‚ mi sembra di non saper cogliere l'incisivit… di un ricordo, fra tanti ricordi senza storia. E cosŤ la sua lettera mi ha trovato indifeso come ai tempi passati quando, spesso, non sincronizzati con le scadenze di registro del professore, noi alunni avvertivamo il disappunto della sua imprevista interrogazione. Comunque, per noi convittori del Collegio Nazionale, la scuola del "Galluppi" rappresentava un incontro quotidiano con una parvenza di libert… che i compagni esterni ci davano, per cui la scuola stessa era, per noi, come un'oasi di evasione. A rivivere quei tempi ora viene quasi da sorridere; ma il senso ed i sentimenti spesso non venivano percepiti dai compagni esterni di allora, cosŤ come possono apparire del tutto inverosimili agli studenti di oggi. Nell'affollarsi dei tanti ricordi, fatti di piccoli episodi sfaccettati di luci e di ombre, tra tanti volti rimasti appannati dal tempo e tante immagini sempre vive di compagni e di professori, viventi o scomparsi, con insistenza, mi torna alla memoria la figura esile, occhiali dorati a pinza sul naso, un cappello a lobbia anche in classe, d'inverno, un soprabito scuro al ginocchio, un inseparabile bastone nero col manico d'argento: era il mio professore di italiano, latino, greco, storia e geografia in quarta e quinta ginnasiale: il professore Miceli. Lo studio classico, a base soprattutto di latino e di greco, trovava in quelle due classi il punto nevralgico della formazione scolastica ed il professore Miceli Š stato un implacabile modellatore. Soprattutto le due ore del martedŤ, dedicate all'interrogazione di latino, costituivano la giornata campale della settimana, non tanto e non solo per i silenzi in classe, per i nostri volti sfuggenti e chinati sui banchi, quasi per sottrarci alla chiamata sotto il fatidico invito: ®Venga... venga...Ż, quanto soprattutto, per le spiegazioni, gli approfondimenti, le correzioni con i richiami agli anni precedenti, l'ampliamento in lungo ed in largo delle varie regole specie di quelle scritte piccole piccole sui libri, ed a ripetere, a ripetere... ritmando i composti dei vari verbi, cadenzando gli accenti, evocando inflessioni e musicalit… della metrica. Ogni martedŤ un'impresa che si ripeteva e si rinnovava sempre. E se in storia ed in geografia il professore Miceli era un cavaliere in letargo, in italiano era un cavaliere sveglio, in greco un cavaliere armato, in latino sembrava un cavaliere in arcione, a combattere contro i mostri dell'ignoranza, puntando ora il dito, ora il bastoncino col manico d'argento, per indicare la lavagna, e, alle eresie della risposta, la porta per uscire in castigo; ma tutto senza astiosit…, puntualmente, come un rito, facendo del professor Miceli ®un burbero beneficoŻ. Da allora, ed eravamo ai primi degli anni Trenta, Š trascorso circa mezzo secolo. La ringrazio, signor preside, se nella sua sensibilit… di apostolo della scuola, Ella mi ha dato l'occasione di ricordare con affetto e con gratitudine, un vecchio maestro della mia lontana giovinezza. /:/Vincenzo Citriniti. di Vitaliano e di Beniamina Tarantino nato a Pentone il 13 febbraio 1917 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1927/1928) Amarcord Ricordo speranze. Ricordo rimpianti. Ricordo gioie. Ricordo ambizioni. Ogni volta che la mente rinvanga indietro, scatta sempre una emozione. Non esiste il ricordo asettico, che non coinvolga immediatamente la sfera emotiva. Ogni ricordo non esiste mai come entit… unica, perch‚ l'improvviso rivivere di un fatto, di una persona o di una localit… si sviluppa in serie, come in un film, che riporta carrellate di episodi intieri, gruppi di personaggi spesso dimenticati e che si spezza solo quando si interpone una realt… immediata, che costringe la mente a porsi in una diversa dimensione, rispetto all'argomento del ricordo, il quale sfuma solo di fronte alla realt… del momento. Allorquando la garbata richiesta del caro Preside Ezio Galiano sul mio passato di antico studente del Ginnasio Liceo Galluppi - cose di tanti e tanti lustri orsono - mi ha magicamente riportato ai tempi della mia giovinezza, allora incosciente del tremendo futuro che ci si preparava, si Š risvegliato il mio amarcord ed Š cominciata la sfilata dei personaggi: preside, professori, compagni. Insieme ho rivisto i luoghi dove si svolgeva la nostra giornata: 'u Corsu, 'a galleria d'o Teatru, a' Villa ccu i centu metri, i' Coculi, 'a Madonuzza, Sant'Angiulu, u' viculu lordu, u' Viscivatu, u' Chianiceddu, i' GuccerŤ, a' GrecŤa, u' Cezu Jancu e cento altri luoghi, oggi simili ma non pi— identici, cambiati o spariti addirittura e soprattutto il nostro Liceo e le sue aule alte e gelate come frigoriferi, i bidelli, che nei giorni di maggiore freddo - allora nevicava tutti gli anni - portavano un braciere a carbonella, ben acceso, ma solo per i professori, che veniva spinto vicino alle loro gambe e non per noi alunni, che battevamo i piedi gelati per far circolare il sangue. I Presidi, allora, erano gli Dei sull'Olimpo. Poich‚ il Ginnasio sezione B mista non era presso il Galluppi, io avevo come capo di plesso il vice preside prof. Sando, che era anche il mio docente di lettere. In quella sezione, che era al secondo piano di un vecchio palazzo in via XX Settembre, rinasce vivido il ricordo del mio primo impatto con le associazioni segrete. Il portone da dove si entrava era noto come il portone dei Combattenti, ma solo perch‚ all'interno vi era allocata la omonima sezione. Per• al primo piano si trovava una grande porta sempre chiusa, che ci incuriosiva. Una mattina, nell'entrare a scuola, ci accorgemmo che quella porta era spalancata. Dentro si notava una gran confusione di carte bruciate e di mobili sottosopra. Ficcatici dentro ci trovammo, con stupore, in una grande sala con le pareti ed il soffitto affrescati con immagini varie. Tutto intorno colonne scanalate ed architravi. Nella parete di fronte all'entrata, sopra una predella con un gran tavolo e varie poltrone, era — dipinto un enorme occhio, che ci osservava severo da dentro un triangolo e poi tutto intorno cerchi, compassi, martelli, cazzuole, righelli, ghirlande e tanti altri simboli che ora mi si confondono. Quello che era il tempio della Massoneria, che proprio in quei giorni era stata dichiarata la nemica capitale del regime fascista e perci• le ®camicie nereŻ erano giunte in forze, durante la notte e l'avevano buttata in aria con l'intento di una completa distruzione. Poi la porta fu richiusa e pi— non si aprŤ, ma rest•, per noi, luogo di un rito misterioso e terribile, che faceva li verso difficile e composito di un aggettivo di moda: ®demoplutogiudaicomassonicoŻ. Un giorno venni chiamato per presentarmi dal Preside, anzi dal Sig. Preside, presso la sede del Galluppi. Era la prima volta ed avevo tanta paura, perch‚ di solito tali messaggi erano forieri di provvedimenti disciplinari. Il Preside era il professore Morelli, un uomo severo, alto, grosso che incuteva rispetto e paura. Mi presentai, abbozzai il saluto fascista di prammatica ed attesi che mi rivolgesse la parola. Si trattava di alcune assenze, che per la verit… erano ingiustificate. Dopo i miei balbettii, l'omone mi si avvicin•, ed ad un tratto poggi• il suo rispettabile piede sopra il mio, immobilizzandolo. Poi, alzata una mano, mi propin• un solenne schiaffone che mi fece traballare, ma non cadere, perch‚ trattenuto dal suo piedone. Io lo guardavo con gli occhi di fuori, e non sapevo se piangere per il dolore e la vergogna oppure protestare. Ma egli non mi lasci• tempo. ®Tu sei orfano di guerra, vero? Ebbene in questo momento io faccio le veci di tuo padre e continuer• a farle ogni volta che sar… necessarioŻ. Io, con voce molto ferma ed i lucciconi agli occhi: ®Sono sospeso?Ż. ®E bravo babbeo, cosŤ ti premio invece di punirti. Torna immediatamente a lezione e bada; per ogni assenza saranno ceffoni come questoŻ. Vi figurate uno sbarbino di oggi ed un Preside in un contesto simile? Denunzie penali, ricorsi al TAR, riunioni di consiglio d'Istituto, scioperi, articoli sui giornali ed interviste televisive. Io a quel Preside, alla mia non pi— tenera et…, ancora gli bacio le mani. Poi ricordo il preside Pane, buono come il suo nome e con la dentiera traballante, innamorato pazzo di una professoressa di chimica che per• gli preferŤ, sposandolo, un atletico professore, gi… ufficiale superiore dell'Esercito, alto, col petto in fuori e sorriso Durban's, diritto come un fuso e con la voce impostata. Povero Preside Pane! Non gli rest• che trasferirsi. Ed i professori: la materna ma severa signora Campisi; il raffinato professore Armando Carpino, che faceva lezione con i guanti sempre calzati e sempre intento a tagliare in due ogni sigaretta con la presunzione di fumare di meno, ineguagliabile docente, che mi fece prima capire e poi amare la storia di un amore che non ha mai avuto fine. La professoressa Marenduzzo, di spagnolo di cui noi maschietti eravamo tutti innamorati, il professore Giuseppe Patari, poeta dialettale, di cui ogni tanto si parla ed il professore Schiavello, sacerdote, piccolino di statura, ma grande di sapere, che salutava, forse invidioso della sua stazza, un suo altissimo collega con le parole: ®Ecce QuercusŻ al ch‚ l'altro: ®Tantillus Homo! AveŻ. Ma pur non potendo qui ricordare tutti, non possono esimermi dal citare il prof. Sebastiano Madia, grecista insigne, allora celebre per aver scritto un dramma in versi alessandrini nella lingua di Omero, unico lavoro del genere dall'antichit… al tempo dei miei studi, anche se dubito che qualche altro si sia avventurato successivamente a fargli concorrenza. Sebastiano Madia, con alcuni tic, ma tanta sapienza. Recentemente ho letto e riletto alcune sue poesie in lingua e sono rimasto ammirato e commosso, cosa che purtroppo non mi riuscŤ con i versi alessandrini. Tra i compagni coetanei non posso dimenticare Vittorio e Tot• De Franco, Osvaldo Pisani, il nostro compagno ®charmantŻ purtroppo perito nella gelida steppa russa; Enrico Sacchi dottore insigne ed amico del mio cuore e Giovanni Mastroianni di altra sezione, compagno di studi ed anche di armi, di cui ®tanto nomineŻ, non c'Š bisogno di accennare ai titoli. E Renata Cappa, la pi— bella del reame, Gilda Di Tocco, e l'indimenticabile Nicolina Cortese, alla cui memoria Š dedicato l'omonimo premio di cultura. Ed in mezzo ad una folla di visi, che nella mia mente si affollano per vivere o rivivere un attimo, lasciatemi ricordare un amico sfortunato. Ai suoi tempi era il pi— allegro e spensierato di tutti. Lo ricordo agli esami di maturit…. Arrivava alla sede degli esami in carrozzella. Di l… lo traevamo noi compagni, che dopo averlo sistemato su una sedia, lo portavamo a spalla fino all'aula d'esame. Egli diceva di non poter camminare perch‚ aveva male allo stomaco, ma in effetti non poteva camminare perch‚ la sua malattia ®causa VenerisŻ era localizzata in un organo posto pi— in basso. All'uscita nel rimetterlo in carrozzella, lo salutava sempre un applauso degno di un eroe omerico, contrappuntato da sonore pernacchie, che egli regalmente accettava, ringraziando con un nobile gesto delle mani. Al di l… di questi ricordi di allegra goliardia, la fortuna non gli fu benigna ed io l'ho ricordato con una breve poesia in dialetto, esprimendo l'amara sincerit… di chi riconosce, nel dolore per la perdita di un essere caro, forse inconscio ma sempre presente, un senso di egoismo, nel sentirci, noi, ancora vivi. Ma il mio film insiste per ora sulla prima giovinezza e sfilano i ricordi di come trascorrevano le giornate per noi giovani d'allora, nel pieno ventennio fascista, che ci risucchiava ogni momento libero con adunate in divisa, in borghese, sabati fascisti, inni e sfilate, magari a passo di parata sul Corso di Catanzaro. Certo, si studiava e tanto ed il tempo che rubavamo agli studi ed alle adunate, lo passavamo alla nostra maniera, davvero molto banale, facendo la corte alle ragazze, sempre da lontano o raccontando i nostri successi con donne quasi sempre inventate, mangiando qualcosa insieme. Ma mangiare cosa? I bar allora non erano fatti per i pi— giovani, anche per ragioni finanziarie. Consumare una pasta alla crema o un gelato non era cosa di tutti i giorni. Ma c'erano cibi o almeno cose da mangiare che erano buone solo se consumate in compagnia e non parlo n‚ di biscotti n‚ di cioccolato o caramelle, che in genere (quando se ne aveva qualcuna) venivano consumati in solitudine, ma mi riferisco a li ®stuzzicareddiŻ e cioŠ al reparto castagne, fresche o secche e tra queste ®turduniŻ e ®pastiddiŻ, a quelle infornate ®gaddoffiŻ e a quelle bollite ®gugghiuteddiŻ, fichi secchi, magari lupini e carrubbe dette ®sciuscelleŻ o quando era possibile nu ®morzeddu e trippa o dijuneddiŻ all'osteria. Ma il massimo era andare a lu ®pagghiaruŻ. E mi spiego. A Pratica, attuale via Carlo V, oppure Fuori le porte, nella stagione opportuna venivano costruiti i ®pagghiariŻ dentro i quali v'erano dei banchetti di legno per i clienti e cesti di fichi d'india, ®ficundianiŻ. Noi ci sedevamo ai banchetti ed il venditore con un tagliente coltellino ed indice e pollice sinistro coperti da due ditali di cuoio, cominciava a turno ad aprire la corteccia ed ognuno s'impadroniva del dolce frutto, mangiandolo in due bocconi. Il venditore, fino a quando le nostre finanze lo permettevano (costo: un soldo ogni ®ficundianaŻ quelle grosse, quelle piccole arrivavano fino a tre un soldo), continuava imperterrito a sbucciare i frutti, mettendo le cortecce da canto, che poi venivano contate al momento di pagare. Quelle scorpacciate che, in verit… a noi non davano nessun effetto ®restringenteŻ, diventavano momenti eccezionali ed ognuno poi ne vantava l'exploit che per essere accettabile doveva partire almeno da 20 pezzi. Cose umili e modeste, di cui allora ci accontentavamo, perch‚ il mondo nostro era fatto cosŤ, e che oggi ci sembrano preziose ed irripetibili, anche perch‚ se volessimo tornare a li ®ficundianiŻ l'exploit non supererebbe l'unit…. Stanno tornando di moda i ®gaddoffiŻ, cioŠ le castagne arrostite e quando mi capita nell'inverno di passare vicino ad una ®gaddoffaraŻ ed il profumo del frutto cotto mi coglie all'improvviso, vorrei fermarmi a chiedere come una volta ®damminda quattru sordiŻ, tanto costavano allora 20 ®gaddoffiŻ, mettermele in tasca, sentirne il calore su una coscia e sulla mano e poi andare in santa pace al cinema cioŠ al Massimo o all'Eden o magari al Masciari sgranocchiandomele, mentre Tom Mix o George o Brian o Buck Jones, sui loro cavalli splendidi, con cappellone da cow boy, bandanna al collo e speroni lucenti, caracollano nelle praterie del West in caccia di bisonti o pellerossa in attesa di tornare alla fattoria dalla loro donna. E ci• riguarda la prima giovinezza, che si pu• identificare con il Ginnasio, ma per completare fino all'abbandono del Liceo "Galluppi", per conseguita maturit…, invio la seguente lettera-ricordo, tramite la gentilezza del caro Ezio Galiano ad un professore che mi esamin• in greco e latino nell'anno scolastico 1937-38. Lettera aperta al latinista Giuseppe Morabito Caro maestro o Illustre professore. Come denominarla? Š un dubbio che m'ha fatto per un pezzo indugiare nello scrivere quanto appresso: Il carisma o il vecchio doveroso rispetto per il docente? Confermo tutti e due gli epiteti e li accolga come sono scritti, parte per l'ammirazione, che su ®Calabria LetterariaŻ ho coltivato nei suoi confronti, facendomela conoscere sempre pi— e meglio, numero per numero, e parte per rispetto ®timorosoŻ che un uomo, gi… in et… canonica, continua a prestare al professore di latino e di greco. Mi dir…: Perch‚ timoroso? Š sŤ, ®timorosoŻ. Dal 1937-38, almeno una volta all'anno, sogno di doverla affrontare per gli esami di maturit… classica, e al risveglio, mi sento rinato per non dovere ®tenzonareŻ con lei. In quella data sopra ricordata, mi trovai ad affrontare gli esami di maturit… classica al Liceo Galluppi di Catanzaro. Eravamo tutti, interni o privatisti, in spasmodica attesa di conoscere la composizione della commissione (allora tutta esterna) e ripassavamo giorno per giorno, stancamente, nervosamente, con vuoti di memoria paurosi, lo sterminato e stressante programma di ben tre annate di studio. Allora non c'erano radio e televisione che potessero darci fresche notizie ed ogni mattina, verso le 8, gruppi di studenti stazionavano in piazza Prefettura, in attesa che i giornali venissero esposti nella vetrina della rivendita di Italo Paparazzo accanto alla chiesa dell'Immacolata. Giorno per giorno, mattina per mattina, si attendevano le notizie, ed i nomi dei professori, che avrebbero dovuto essere i nostri giudici. E finalmente una mattina l'elenco venne alla luce e per il liceo classico in mezzo alla maggior parte di sconosciuti docenti provenienti da ogni angolo della penisola, oltre al solito Presidente Sabatini risaltava, come in un grande corsivo lampeggiante nella nostra immaginazione, un nome tremendo, pericoloso, intimidatorio: Giuseppe Morabito - latino e greco. Giuseppe Morabito era conosciuto in Catanzaro. Aveva insegnato latino e greco nel liceo classico ed aveva lasciato il ricordo di un professore di grande capacit… e di enorme, estrema severit…. Il morale di tutti noi, bravi e meno bravi, si sbriciol•, la paura cominci• a fare novanta. Il fatto Š che allora, preparati o no, meno poche eccezioni, Lei lo sa bene, ci si avvicinava agli esami di maturit… con timore panico. Forse il programma era troppo vasto. Forse si studiava tanto e quindi era pi— facile focalizzare le lacune, forse quell'esame che costituiva nella vita il passo o il trapasso, era troppo importante, anche se altre prove ci attendevano difficili da affrontare: universit… severe, concorsi insormontabili, destino, servizio militare, prodromi di guerra, necessit… economiche e cosŤ via. Comunque si giunse al'esame. Gli scritti abbastanza difficili e poi gli orali. Ricordo come ora l'aula del liceo, dove dietro un grande tavolo erano schierati i professori. Il Presidente entrava ed usciva, ascoltava, sussurrava qualche commento e poi via ed il capo bidello Russo entrava ed usciva portando acqua e caffŠ, per i professori, beninteso. Da met… aula all'indietro v'erano una decina di banchi, dove insieme a qualche genitore attendevano gli studenti in ansiosa attesa delle domande e delle risposte degli altri colleghi in corso d'esame, che davano di volta in volta la misura della nostra ignoranza o lo sguardo d'invidia per l'interrogazione considerata, a misura della preparazione di ognuno facile, facile, facile. Ed erano lunghi esami, estenuanti, faticosi anche per le decine di volumi che ognuno doveva portare con s‚. Ogni mattina sulla porta dell'aula veniva attaccato un biglietto con i nomi dei candidati della mattina e del pomeriggio. E giunse il mio turno: ultimo interrogando della mattina. Io ero bravino in italiano, discretamente bravo in latino, sufficiente in greco. Del greco avevo una paura matta, figurarsi di Lei professore Morabito, di cui la leggenda di terribilit… aumentava di giorno in giorno, fino al timore-panico. La ricordo alto, severo, vestito di scuro. Ai miei occhi e nella mia immaginazione la vedevo come l'angelo sterminatore pronto a buttare sulla bilancia il peso della mia scarsa preparazione in greco. Lo studente che mi precedeva lasciava molto a desiderare in tutte le discipline, fu un lungo esame fatto di tante domande, forse nell'intento di aiutarlo, e di tanti silenzi. Al greco Lei aprŤ un libro, lo sfogli• a lungo e poi, scelta una pagina, la consegn• all'alunno: ®Traduci questi pochi versi di SaffoŻ. Al silenzio che seguŤ, Lei continu•: ®Ma almeno parlami di questa poetessaŻ. Silenzio! Io ero morto di paura. Anche a me Saffo ricordava ben poco e come traduzione l'avevo trascurata. Ma qui avvenne la grande battaglia. Il mio angelo custode ingaggi• la lotta con l'angelo vendicatore Morabito e lo sconfisse. Lei seccato, forse sdegnato del silenzio pervicace del povero mio collega, si alz• e rivolto agli altri professori esclam•: ®Per questa mattina, bastaŻ. E rivolgendosi a me: ®Tu sarai il primo del pomeriggioŻ. Ed ecco il miracolo. Mi buttai su Saffo, cercai il collega pi— bravo in greco, mi feci spiegare, lessi, commentai, accarezzai le pagine, feci un fioretto alla Madonna e poi... all'avventura. Bene l'italiano, abbastanza bene il latino e poi con il cuore che batteva furiosamente attesi la prova. La solita pausa, la solita ricerca del brano da sottopormi e poi... Saffo. Avevo indovinato. La memoria del docente non aveva fallito e neanche la mia. Com'Š lontano quel tempo e com'Š vicino e preciso il ricordo. Ora mi sembra di averla ingannata in quel momento, ma poi penso che me la sarei cavata anche con un altro classico. Non si arrivava agli esami di maturit… senza prepararsi. Anche l'alunno che mi aveva preceduto non era impreparato. Era solo terrorizzato. Meglio allora? Meglio ora? Non so. Io, ancora con orgoglio, racconto d'avere superato l'esame di Maturit… Classica nientemeno che con il Professore Morabito. Intanto la saluto e l'attendo al prossimo sogno. /:/Ernesto Pucci. di Cesare e di Emma Spasari nato a Chiaravalle Centrale l'8 aprile 1917 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1927/1928) Carissimo Ezio, gli anni vissuti al "Galluppi": veramente i pi— belli della mia vita. Irripetibili, colmi di entusiasmo e di spensieratezza, che neppure la dura seriet… degli esami finali riusciva a scalfire L'insieme dei compagni, dei professori, dei bidelli, degli ambienti riscaldati solo dall'afflato umano che trasudava dalla folla di partecipi ad una esperienza comunitaria intensamente vissuta, tornano alla mia mente evocati dalla tua cortese richiesta che assai volentieri assecondo. In una sequenza che si ripeteva quotidianamente e pi— volte alla lettura dell'appello ad ogni lezione, sento ancora risuonare i cari nomi dei miei compagni di classe (Sez A anni '27-'35) e ne ho vivo ancora il ricordo negli atteggiamenti sbarazzini di tanti fra loro che sapevano coniugare felicemente la seriet… nello studio e l'allegro anticipo di una goliardia che io, da studente lavoratore, non ho poi conosciuto; ma ne ho consumato la vigilia, fase pi— esaltante nel liceo, assieme a tanti che ho poi avuto la fortuna di incontrare, come veri amici, quasi tutti nel mondo del lavoro, della politica, nella vita cittadina. Molti ci hanno lasciato prematuramente, alcuni caduti in guerra: Francesco Capilupi e Giacomo Rispoli, altri lungo il percorso di una vita intensamente vissuta nel lavoro: Gioacchino Morica, Agazio Traversa, Raffaele De Barberis, Peppino De Stilo, Mariano Cristallo, Andrea Talarico, tutti valorosi medici, e Gigino Diaco e Salvatore Fratto. Ricordo sempre con gratitudine e simpatia i presidi Tancredi, Miceli, anche nostro insegnante di lettere nel ginnasio superiore, Battistrada e Morelli; l'insegnante di religione mons. Antonio Lanza (professore di Teologia Morale al Pio X), poi Arcivescovo di Reggio Calabria e autore di un documento sociologico sulle condizioni del Mezzogiorno nel dopoguerra, ancora attuale; e i professori: Morabito (latino e greco), grande latinista di fama europea; Domenico Pittelli, l'avv. Pittelli, che insegnava filosofia e che continua, nell'impegno culturale intensamente coltivato, ad essere punto di riferimento di tanti suoi ex alunni. E tanti altri docenti: Scalabrino (Italiano e storia), Prestipino (filosofia), Muscolino (greco) che ci spiegava la metrica facendoci recitare danzando i classici, e la professoressa Valente (scienze naturalŤ), bella e tanto giovane da sembrare nostra coetanea, e il professore Carino di storia dell'Arte. Un ricordo sempre pi— caro serbo per il professore Battaglia che insegnava matematica e fisica: generoso, sanguigno (ho ancora viva la scossa che mi ha provocato un suo solenne ceffone ben meritato) e mi tornano alla memoria tante scenette che la sua bont… tollerava e che rendevano meno pesante l'insegnamento delle sue materie. L'allegra brigata nella quale ho vissuto quegli anni dal ginnasio al liceo (1927-1935) si Š sempre pi— assottigliata, sono scomparsi i compagni che ho citato e tanti altri, anche la compagna della mia vita che ho conosciuta alunna del I ginnasio B nell'anno scolastico 1927-28 e poi tornata al Galluppi come insegnante nell'ultimo anno di esistenza del ginnasio inferiore. Il rimpianto per quelli che non sono pi— si traduce in gioia quando ho la fortuna di incontrare Salvatore Blasco, sempre il pi— bravo di tutti, Salvatore Guerrieri, il pi— serio, Francesco Di Tocco il pi— gentile, Peppino Nistic•, fervente cattolico che ha guidato i miei primi passi in politica, Antonio Tarsitani, allegro e generoso che spendeva con noi l'argent de poche che settimanalmente riceveva dallo zio don Pippo De Nobili; e Antonio Peta, sempre ansioso, e Gaetano Bisantis, che coltivava con me il sogno, poi non realizzato, di seguire la via delle armi in aeronautica o in marina; Gigino Leonetti carducciano appassionato, e Domenico Manno, sindacalista a Napoli e deputato al Parlamento, e Guido Mazzone, valoroso avvocato. Ieri i miei figli, che vedevo con gioia compagni dei figli dei miei ex compagni, oggi i miei nipoti hanno continuato e continuano a nutrire il nostro amore per il Galluppi nel quale si Š formata e si forma tanta parte della classe dirigente del Paese. A te, che riprendi cosŤ nobilmente l'antica tradizione, il mio grato, cordiale, augurale saluto. /:/Vito Battaglia. di Leonardo e di Angela Failla nato a Napoli il 16 luglio 1917 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1928/1929) Ezio Galiano, preside del Liceo Galluppi, mi ha pregato di scrivere, attingendo ai miei ricordi di ex alunno ed ex insegnante del liceo "P. Galluppi", qualcosa che sia una testimonianza su questa doppia esperienza, nel modo in cui l'ho vissuta. Eccomi dunque, ad un'et… non pi— verde, nella veste insolita, non prevista n‚ desiderata, di scrittore. Per la verit…, se dicessi che non ho mai scritto nulla, non sarei sincero. Ouale uomo vi Š, di una certa cultura, che a furia di strofinarsi coi grandi non si sia sentito la vocazione di scrittore, che in qualche circostanza della sua vita, in qualche momento di vera od illusoria ispirazione, non abbia abbozzato qualche poesia o novella, o qualche altra cosa per la quale si sentiva portato? Anch'io, homo sum, confesso di aver ceduto a questa tentazione, e non credo che ci sia niente di male, tanto pi— che in un secondo momento, rivedendo a mente fredda quello che mi era caduto dalla penna, ho avuto il buon senso di strapparlo, o meglio di consegnarlo ai censori pi— severi, ®emendaturis ignibusŻ; o, quanto meno, di buttarlo in qualche cassetto, in attesa di tempi migliori. CosŤ ho fatto sempre, e non ho voglia di riprendere la penna; ma di fronte alle ripetute insistenze mi son reso conto che il mio ostinato rifiuto potesse essere interpretato come cattiva volont…, o falsa modestia. CosŤ ho deciso di fare un tentativo, affinch‚, se l'esito dovesse essere quello che mi aspetto, il mio collega ed amico debba riconoscere che almeno ci ho provato. Ebbene, se ripenso al tempo in cui ho frequentato come alunno il "Galluppi" dalla I ginnasiale fino alla II liceale, dal 1928 al 1935, che cosa mi viene in mente, come caratteristica saliente di quella scuola, in confronto a quella attuale? Non ho bisogno di una lunga meditazione per rispondere: era una scuola dura e severa ma non ingiusta n‚ inumana. Ricordo che dopo aver conseguito la maturit…, con un anno di anticipo, per un lungo periodo ho sognato quasi ogni notte di essere stato bocciato, e mi svegliavo ogni volta terrorizzato, in un bagno di sudore. Era una scuola seria ma non ingiusta, ripeto; non era certo una scuola di classe in cui i figli di pap… fossero privilegiati rispetto agli altri; al contrario ricordo che in tutte le classi di cui ho fatto parte i migliori alunni, i pi— studiosi, i pi— bravi, eravamo i figli delle famiglie pi— disagiate, i diseredati, che nella scuola vedevamo il mezzo per sollevarci al di sopra della condizione di partenza e colmare il dislivello, o addirittura l'abisso, che ci divideva dai pi— fortunati. E cosŤ la scuola adempiva di fatto ad un'altissima missione di giustizia sociale, innalzando i capaci ed i meritevoli e rigettando nell'ombra quanti erano stati privilegiati dalla fortuna e non avevano saputo approfittarne. Ricordo che tanti miei compagni, ben pasciuti e ben vestiti, rampolli di famiglie agiate, importanti od anche illustri, erano bocciati senza piet… se non avevano voglia di studiare, o se, avendola, non ce la facevano. Alcuni miei condiscepoli, bocciati in prima ginnasiale, anche due anni di seguito, cambiavano scuola, iscrivendosi alla prima classe dell'Istituto Tecnico e facevano il giro delle scuole, finch‚ approdavano all'Istituto Magistrale (refugium asinorum senza offesa per nessuno e specialmente per quelli che lo sceglievano liberamente dal principio, e non come ripiego per aver fatto fiasco altrove), e qui finalmente, con parecchi anni di ritardo, conseguivano una ®scartoffiaŻ. Ricordo che nel '35, l'anno in cui conseguii la maturit…, si present• agli esami con me una specie di Marchesino Eufemio (era proprio marchese, e non dico il suo nome, perch‚ ancore vive, credo, e non gli farebbe piacere), si present•, appunto, questo illustre rampollo, per la settima volta. Quell'anno, o perch‚ fosse pi— preparato, o perch‚ i professori si fossero stancati di vederselo davanti, fu dichiarato maturo; ma la mattina, quando andammo a vedere i quadri, qualche burlone aveva cancellato la parola ®maturoŻ in corrispondenza del nome del nobile giovane ed aveva scritto ®spattoŻ. I professori erano preparati ed esigenti, ma di solito umani e comprensivi, con poche eccezioni. Erano circondati di rispetto, e per lo pi— lo meritavano. E quelli che non lo meritavano erano rispettati lo stesso, solo perch‚ erano professori. E avevano sempre ragione. Di questo principio una volta io feci le spese. Un giorno, frequentavo la IV ginnasiale, entr• nella mia aula un insegnante di un'altra sezione, per leggere una circolare; ad un certo punto, non so come, cominci• a parlare dei suoi atti di eroismo compiuti nella I guerra mondiale; aveva ricevuto, a sentir lui, tante ferite e tutte onorevoli: ®una al petto, una alla gamba destra, una al braccio sinistro...Ż. A questo punto il mio compagno di banco, Giuseppe Basile, che adesso dovrebbe essere prefetto in qualche citt… d'Italia, se non Š in pensione come me (spero che sia vivo e legga queste righe) disse a bassa voce, ma non tanto che io non sentissi: ®... ed una al sedere...Ż. Io scoppiai a ridere ed allora quel grande eroe mi si avvent• contro e cominci• a picchiarmi con lo stesso furore con cui aveva combattuto contro gli Austro-Ungarici. Fremevo sotto quelle busse che sentivo immeritate ed avevo una gran voglia di reagire (allora, a 14 anni, ero abbastanza forte da suonarle a quel sacco di patate), ma il buon senso prevalse e mi sorbii passivamente quella dura punizione, perch‚ capivo che se avessi alzato un dito contro quell'intoccabile, mi sarei giocata la carriera. Quello che mi faceva pi— rabbia era che non potevo neppure parlare del fatto a mio padre affinch‚ andasse a protestare dal preside. Ero sicuro che, invece di prendere le mie difese, mi avrebbe dato il resto; cosŤ inghiottii il rospo. Ma non ero uno stinco di santo; qualche mese dopo, in una circostanza simile, non mi comportai con altrettanta remissivit…. Un pomeriggio di domenica ero al campo sportivo che allora si chiamava "Piazza d'Armi". Dopo la partita, all'uscita delle automobili con i giocatori della squadra ospite, mentre con altri ragazzi mi sporgevo per vedere da vicino i giocatori che avevo ammirato nell'incontro col Catanzaro, mi sentii arrivare due tremendi ceffoni. Stordito e sbalordito mi volto e vedo un uomo alto, vestito di nero, che mi guarda con aria beffarda. Preso da furore omicida, senza dire una parola, mi chino a terra e, afferrata una manciata di pesanti ciottoli (allora le strade non erano asfaltate), li scaravento con tutta la forza di cui ero capace, contro quel gaglioffo. Non mancai un colpo, a cosŤ breve distanza, e credo di avergli fatto qualche bella bua; forse anche gli ruppi qualche costola, e se cosŤ fu, allora non me ne dispiacque, e, lo confesso, nemmeno ora. Mentre quello si piegava su se stesso comprimendosi l'addome, io mi preparavo ad afferrare altre pietre per la seconda bordata, quando un ragazzo del rione del Baraccone mi tir• per la giacca: ®Scappa scappa, che quello Š un brigadiere di Questura; vienimi appressoŻ. E cosŤ corremmo insieme per un viottolo dietro il campo sportivo, scendemmo fino alla Fiumarella, e dopo un lungo percorso sul greto del torrente, risalimmo verso la citt… spuntando davanti al vecchio Ospedale Civile, l'unico che ci fosse allora, in via F. Acri. E ricordo che per parecchi giorni rimasi nascosto in casa, finch‚ le acque furono calmate. Non si pu• immaginare come questo fatto mi abbia sollevato il morale tanto pi— che, quando si riseppe nella cerchia dei miei compagni ed amici, diventai ai loro occhi una specie di eroe, quasi un redivivo Balilla. L'anno appresso, doveva essere il 1933, frequentavo la V ginnasiale; Š la classe che ricordo di pi— , perch‚ avevo un compagno carissimo, Carletto De Vita, col quale eravamo inseparabili, e gli altri erano quasi tutti bravi ragazzi. Uno di questi si chiamava Enzo Capialbi, ed anche a lui volevo molto bene, sebbene fosse pi— bravo di me a scuola. Forse non era pi— dotato ma godeva di qualche vantaggio che gli veniva dalla nascita. Era un rampollo dei conti Capialbi di Vibo Valentia, cioŠ di una famiglia dove la cultura aveva solide radici da molte generazioni. Voglio anzi ricordare che di un suo antenato, Vito Capialbi, insigne archeologo e storico, scrisse nientemeno Teodoro Mommsen che, se le antichit… di Roma fossero state studiate e descritte da lui ®la storia di Roma antica andrebbe riscrittaŻ. Ora una volta, parlando con questo mio compagno che, pur discendendo da magnanimi lombi non si dava arie con noi di pi— modesta estrazione sociale, gli dissi che sentivo in me la capacit… di ®imitareŻ gli antichi scrittori greci e romani. Dissi ®imitareŻ perch‚ non trovavo altra parola per dire quello che sentivo confusamente, ma che allora non riuscivo ad esprimere: pensavo di poter parlare agli antichi scrittori nella loro lingua, come se potessero capirmi e rispondermi (il che era una bella presunzione per un ragazzo di 15 anni). Ma ci• che mi era oscuro allora, doveva diventare pi— chiaro qualche anno dopo, quando cioŠ ero appena laureato ed insegnavo come supplente di latino e greco al liceo "Galluppi". Tutto cominci• in una chiara e fresca mattina di luglio, quando, in una cittadina di provincia dove mi ero recato come commissario di maturit… classica, uscito dal modesto albergo dove avevo preso alloggio la sera prima, fatti pochi passi mi trovai di fronte al locale liceo classico che, con le sue linee severe e la facciata restaurata di fresco, faceva una bellissima veduta. ®Che magnifico soggetto per un epigrammaŻ, pensai. La mia mente si mise in moto e dopo un tempo relativamente breve, scodellai questo epigramma: ®Egregie facies splendet, renovata, Lycei, turpe sed intus: qui rexerat ante, regitŻ. Naturalmente conoscevo il preside, che era in fondo una buona pasta d'uomo, e non meritava certo tanto fiele; in seguito me ne pentii, ed ora gli chiedo sinceramente perdono, se mi sente, dov'Š. L'epigramma piacque molto al mio amico e collega Mauro Nicotra, il quale mi incoraggi• a scriverne altri mentre io credevo che sarebbe stato il primo e ultimo. Prima non avevo mai scritto nulla; solo una volta, parlando con Nicotra avevo detto che scrivere epigrammi latini era una cosa che avrei potuto fare, e che un giorno o l'altro l'avrei fatto. Lui mi guard• scettico o per lo meno perplesso, e mi domand• come potessi presumere di fare una cosa che non avevo mai fatto, e di farla bene. Risposi che non lo sapevo, ®ma me lo sento dentro, e chi vivr… vedr…Ż. Ouell'epigramma sul liceo sembr• poi darmi ragione, ed aument• la considerazione del mio amico verso di me, e, da lui divulgato, mi procur• in breve una certa notoriet… nella citt… piccola e sonnolenta dove non succedeva e non succede mai nulla. Per farla breve, epigrammi ne scrissi parecchi, per lo pi— ispirandomi al mondo della scuola, raramente per pura malignit…, il pi— delle volte per essere stato ®lacessitus aut laesusŻ. Ad esempio una volta un collega, non ricordo se reggino o messinese, mi accus•, nei confronti del preside, di aver marinato la scuola: me la legai al dito! Un giorno di esami di ammissione al liceo, era da dettare il testo della traduzione dal latino. La mattina alle 8 gli alunni erano seduti in una fila di banchi in quel tratto di corridoio che andava dalla presidenza ai gabinetti. Siccome la fila era molto lunga, riusciva difficile per chi dettava, farsi sentire da tutti. Proposi allora di fare una specie di staffetta: un professore avrebbe cominciato a dettare da un capo della fila, un altro, a poca distanza, avrebbe ripetuto il testo frase per frase, e cosŤ di seguito fino all'altro estremo della fila. Quel professore cui ho accennato prima, subito volle far parte della squadra, ed occup• il secondo posto, dopo il prof. Nicotra che cominci• a dettare da una estremit… del corridoio. Io stavo seduto su una cattedra per vedere se l'idea funzionava, Nicotra, dopo il titolo, cominci• a dettare il testo latino: ®Hnnibal, ad vastandam....Ż e subito l'altro ripet‚, a pochi passi: ®Hannibal, ab bastandam...Ż. Balzai in piedi: ®BravoŻ, mi dissi, ®ab con l'accusativo, e poi verbo basto, as etc., senza contare l'accento di Hannibal. Che idea brillante che ho avuto!Ż. Mi precipitai verso il collega dello stretto: ®Corri in presidenza: sei desiderato urgentemente!Ż, e continuai a dettare al suo posto. Dopo un po' torn• inviperito dicendo che nessuno lo voleva in presidenza e gli risposi che ormai lo sostituivo io, che si riposasse. A questo episodio ne seguŤ un altro che mi ispir•, assieme al resto, il secondo epigramma. Dovete sapere che questo collega si piccava, fra l'altro, di essere poeta. Una mattina se ne venne a scuola con una rivista e, porgendola aperta alla giusta pagina, mi disse: ®Guarda un pochino questa sciocchezzuola che mi hanno pubblicatoŻ. Era una poesia che cominciava cosŤ: ®Sei come la capretta: le carni hai di burro, e vergine l'anima...Ż Riuscii a mantenermi serio fino alla fine e gli resi la rivista. ®Che cosa te ne pare?Ż ®Mi viene l'acquolina in boccaŻ, risposi, ®quando sento parlare di caprettiŻ mentre pensavo dentro di me che il personaggio meritava certo di essere immortalato. Dopo qualche ora di cancellature, correzioni e limature, venne fuori il seguente epitaffio, preceduto dal titolo: ®Fictum epitaphium C.S., postquam carmen edidit, cuius est initium: "Sei come la capretta"Ż Ed ecco l'epigramma: ®Clarus doctrina iaceo, vatesque capellam qui cecini teneram, maximus ipse caper!Ż. Anche questo distico era cattivello e forse neppure una gran cosa, ma fu felice l'idea dell'epitaffio fittizio, e mi servŤ in seguito per molti altri epigrammi. Fin da allora capii che, per giudicare un uomo compiutamente in un epigramma, od anche bollarlo in una maniera efficace e definitiva, bisogna immaginarlo morto; perch‚ un uomo finch‚ Š vivo, se Š buono pu• diventare cattivo, (almeno in teoria), e viceversa, mentre il morto (o quello che si immagina morto) rimarr… sempre quello che Š detto nell'epitaffio, e il giudizio Š senza appello, come se per quella persona fossero suonate le trombe del giudizio. E qua sorge appunto il problema arduo: se sia giusto giudicare un uomo ancora in vita come se fosse morto, e non potesse pi— dannarsi o redimersi. In realt… io credo (e qui si manifesta il mio inguaribile pessimismo, alimentato da lunga ed amara esperienza) che, nella stragrande maggioranza dei casi, gli uomini non cambiano: se son buoni restano buoni, se cattivi cattivi, e soprattutto se stupidi, stupidi. Le eccezioni sono quasi sempre apparenti. Se hai avuto dei compagni di scuola e li hai giudicati esattamente allora, quando era molto pi— facile perch‚ eravamo molto pi— sinceri e spontanei, se dopo tanto tempo li rivedi e ti sembrano cambiati in meglio, bada che in realt… non lo sono, ma sono sempre quelli di allora, e magari peggiori; e se ti sembrano cambiati ci• Š solo perch‚ si sono messa una maschera. Ma ognuno pensi come vuole. Io concludo che, se si vuole giudicare un uomo in un epigramma, bisogna immaginare la sua vita compiuta, e cosŤ l'epigramma diventa epitaffio, e quel che poteva essere un giudizio soggettivo ed opinabile diventa una sentenza definitiva ed inappellabile, ®quel che in eterno rimbombaŻ. Ma non per questo bisogna essere maledici, e tanto meno calunniatori, basta cogliere l'essenziale della natura umana e metterlo bene in evidenza. Una volta un amico, Antonio Amelio, commerciante molto facoltoso, parlando di se stesso si diceva orgoglioso di essere salito dal nulla ad una invidiabile ricchezza e rispettabilit…. ®Mi sono arrampicato sugli specchiŻ, diceva, ®Da giovane per fare quattrini ho anche cantato nelle chiese. Avevo una bella voce e mi pagavano bene, anche 500 lire per sera, ed erano bei soldi alloraŻ (parlava del primo dopoguerra). Mi venne in mente di fargli un epigramma per ammonirlo che il successo nella vita non Š poi una gran cosa a guardarlo bene, specialmente se consiste solo nel diventare pi— ricchi. CosŤ gli feci un epitaffio fittizio. dedicato... ®Ad Antonium A. hominem novumŻ. ®Qui pretio cecini in templis, Antonius, olim, factus de nihilo dives et amplus homo, postquam quae potui, carpsi iam praemia vitae, hic iaceo pulvis, nunc, iterumque nihilŻ. Quando Tot• seppe, non da me, ma da un amico comune, di questo epigramma non se la prese, anzi mostr• molto pi— spirito di quanto credessi, disse che gli piaceva, ed avrebbe disposto nel testamento che gli fosse scritto sulla tomba, ®tra cent'anniŻ. Ma quando morŤ, parecchi anni dopo non se ne fece nulla, non so perch‚. La maggior parte degli epigrammi mi era ispirata dal mondo della scuola. Š incredibile quanti siano i professori presuntuosi, pieni di s‚, che nel loro intimo non si ritengono inferiori ai grandi personaggi che sono la materia del loro insegnamento. Mi divertivo a sfotterli, con epigrammi e senza. Una mattina mi imbattei in due di loro, insegnanti di latino e greco. Uno stava scrivendo una tragedia in greco antico: l'altro aveva composto una monografia su Catullo ed i poeti nuovi, opera che, diceva, aveva suscitato l'interesse di Benedetto Croce. Tutti e due erano sicurissimi di passare ai posteri, ed io, che ero al corrente di queste loro speranze, li colpii a tradimento nel punto pi— debole, salutandoli con queste due parole greche: ®chairete, ef‚meroi: salute, effimeriŻ. Se prima non mi volevano bene, dopo questo saluto me ne vollero alquanto di meno. Ma il mio bersaglio favorito fu un collega che non solo era presuntuoso in un grado estremo, ma anche di natura malefica. Non c'era nulla di cui non si ritenesse degno, compresa naturalmente l'immortalit…. Diceva di non essere un insegnante di nozioni ma un maestro di vita e volentieri lo immortalai come tale: ®Hic non doctrinae, vitae solet esse magister, exemplisque docet plurima, quae fugiasŻ. Diceva che molti vedevano in lui una straordinaria rassomiglianza con Gerolamo Savonarola, specialmente negli occhi, ed io assecondai questa sua pretesa con tutta l'autorit… del seguente epigramma: ®Lumina sunt moresque simillima Savonarolae. Quis neget? Est certe dignus et ipse rogo!Ż. Vorrei avere tanti soldini quante risate si fecero alle sue spalle gli altri colleghi. Ma se le meritava. Presumeva tra l'altro di essere un grande poeta e pubblic• una raccolta di poesie che doveva essere il suo testamento spirituale. Sul frontespizio era stampata una fotografia di lui a testa bassa, in atteggiamento di profonda meditazione; non potei passare sotto silenzio una cosa cosŤ interessante e pertanto gli dedicai un altro epigramma in cui interpretai, fedelmente credo, ci• che gli passava per la mente quando si fece fotografare in quella posa. L'epigramma, come al solito, era preceduto da una appropriata introduzione: ®Ad A.C. qui in fronte libelli qui "Aureola" inscribitur, se pronum effigendum curaverat, multa et alta meditantemŻ. ®Pronus multa tua meditaris, imagine captus: quam miserum membrum visere languidolum!Ż. Effettivamente dovete convenire che Š una cosa molto triste! Infine completai l'opera facendo una poetica recensione al suo capolavoro, a quel canzoniere che lo avrebbe innalzato al livello dei pi— grandi poeti di tutti i tempi: ®Ad A.C.. postquam "Aureolam" edidit, fungum pestilentemŻ: ®Felix qui versu potuisti dicere fungum. Putris et ingenio res erat apta tuo. Tu quoque serpentem potuisti dicere docte: lubrica erat res et moribus apta tuis. Merda manet nunc te: quid te merdosius ipso? Ah quam materies ista erat apta tibi!Ż. Per una pi— agevole intelligenza degli improbabili lettori, ®AureolaŻ era il titolo del libro ed Š un fungo velenoso, ®materiesŻ significa tanto materia in senso concreto, quanto il soggetto di qualsiasi opera letteraria o figurativa; quanto a ®merdaŻ, credo che qualsivoglia persona istruita, anche se non ha studiato il latino, di leggieri la intenda. Ne scrissi allora pochi altri, che non vale la pena di citare, e poi mi fermai, sebbene la Musa mi tentasse ancora spesso. Sono pigro di natura e conosco i miei limiti. Se fossi vissuto ai tempi di Cesare, forse sarebbe valsa la pena di assecondare la mia inclinazione, e se avessi rivolto i miei strali contro i grandi personaggi dell'epoca, qualche cosa di me sarebbe sopravvissuta. Una volta feci un sogno, strano ma significativo. Mi sembr• di essere trasportato lontano in una famosa taberna di Roma antica e di trovarmi insieme al mio Catullo ed agli altri poeti nuovi, tutti rimpinzati di trippa e di vino di poco prezzo, tutti in bolletta nera, con le tasche piene di ragnatele. Mi sembrava di essere uno della brigata e che mi trattassero familiarmente, anche se con una certa aria di superiorit…, il che mi sembrava pi— che giusto; con voce avvinazzata mi recitavano i loro versi ed apprezzavano i miei giudizi. Poi mi accingevo a recitare qualcuno dei miei epigrammi, e loro mi ascoltavano prima distrattamente e con degnazione, poi con interesse crescente, infine nell'euforia della vinolenza, mi davano pacche sulle spalle e brindavano alla mia salute gridando: ®eugeŻ e ®hacteŻ e ®nostris erisŻ: non stavo pi— nella pelle dalla gioia. Sul pi— bello arrivava Giulio Cesare in persona, con gli amici pi— fidati, a dimenticare per un'ora le sue gravi cure, e si univa alla compagnia. Ascoltava i feroci epigrammi di Catullo e degli altri, ridendo da gran signore. Notata la mia presenza domandava discretamente, con gli occhi, ®chi Š questo sconosciutoŻ e Catullo gli rispondeva che ero un nuovo arrivato, un Bruttius ma, nonostante questo, ero una brava persona ed un ®poeta probabilisŻ. Facendo appello a tutto il mio coraggio, mi rivolgo direttamente al sommo uomo e vorrei dire: ®vagliami il lungo studio ed il grande amoreŻ, ma intuisco che non capirebbero. La musa vola in mio soccorso e traduco ®ex abruptoŻ, guardando quegli occhi grifagni con umilt…, ma anche con dignit…: ®Veni ex longinquo, magno perductus amore; hoc utinam valeat, nec breve mi studiumŻ. Lui mi guarda benevolmente e subito risponde da par suo, rivolto a me ed agli amici, parimenti improvvisando: ®Est operae pretium veterem cognosse poetam. Credite: barbaro in hoc ingenium est aliquodŻ. Questo sogno mi rivel• finalmente la pi— segreta aspirazione della mia vita, e capii cosa volevo dire veramente quando dissi a Enzo Capialbi tra i banchi della V ginnasiale, che sentivo di poter imitare gli antichi. Mentre sentivo pi— acuta la mia nostalgia, il mio ®amore di terra lontanaŻ, provavo anche un gran sollievo, come se un cerchio si chiudesse, e la mia vita, che ho sempre sentito inutile e vana, giunta al suo termine avesse finalmente trovato un valore ed un significato, per cui si potesse conchiudere ormai pi— serenamente. Se qualcuno dicesse che quattro epigrammi, anche se scritti bene e con un po' di sale non bastano a giustificare un'esistenza, risponderei che ho fatto poco, certamente, ma infiniti altri hanno fatto anche meno; che i miei quattro epigrammi contengono qualcosa di nuovo, che merita di essere conosciuto, cioŠ frammenti di un mondo rappresentato da un uomo, ®dicendi peritusŻ, che lo vede con gli occhi propri e non con quelli altrui. Questi epigrammi, che sono in realt… una sessantina, a giudicare dalle impressioni di chi li ha letti, fanno ridere, alcuni, altri sorridere, che Š un'arte pi— sottile, e qualcuno perfino riflettere. Questo forse basta perch‚ di una persona si possa dire che non Š vissuta inutilmente; tanto che una volta mi son chiesto, un po' per scherzo ed un po' sul serio, se qualcuno un giorno si ricorder… di me (ecco che anch'io ci casco): ®Quid dices de me, quid de me, postere, dices? Immo aut, quod de me dixeris estne aliquid? "Parvum me in parvis", dices fortasse. Iuvabit. Dic me etiam minimum, dummodo ne taceas. Dixeris at si nil, plane totusque peribo si dices aliquid, postere, non moriarŻ. Con questa speranza, certo ardita ma perdonabile all'umana debolezza, abbiamo finito; tanto pi— perdonabile in quanto i miei ®ludicraŻ sono in fondo una testimonianza di riconoscenza e di affetto per quella scuola in cui fui prima alunno, poi docente; quella scuola che mi ha insegnato ci• che so, che mi ha formato ed ha fatto di me, in bene ed in male, quello che sono. E di questa formazione il latino Š stato gran parte, diventando sangue, ossa e nervi della mia personalit…, del mio essere uomo. Spero che sotto questo aspetto i pochi versi che ho citato ed ho imposto al lettore (del resto li pu• anche saltare) siano accettati con indulgenza se non con benevolenza, come umile e sincero omaggio ®donum fictileŻ, di piet… filiale. /:/Gaetano Afeltra. di Cesare e di Antonietta Martuccelli nato a Catanzaro il 25 maggio 1919 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1929/1930) Operazione nostalgia Il ricordo pu•, a volte, tramutarsi in rimpianto: di amici lasciati lungo la strada e non pi— ritrovati, di compagni perduti per la feroce calamit… della guerra o per il naturale destino della vit,. di cose che potevano essere e non sono state. Ma quando, invece, il ricordo si manifesta col richiamare alla mente ed al cuore - soprattutto a questo - persone, cose, episodi che hanno nel bene segnato la nostra vita, allora par quasi assurdo parlare di rimpianto perch‚ tutto ci• fa parte di noi stessi ed Š, contemporaneamente, passato e presente, vita vissuta che ti aiuta in quella attuale in una continua opera di rigenerazione. Nostalgia sŤ, ma in chiave stimolante ed ottimistica, come ideale colloquio sempre possibile, sintonizzando il cuore, con gli amici e con le cose di allora per un continuo bilancio della nostra vita. Questo mio scritto Š diretto ad un ipotetico ragazzo dell'85, che vive la realt… del suo tempo, troppo convulso per lasciare, di norma, spazio ad un po' di sogni e di idealit…. Per noi, invece, alla stessa et…, il tempo scorreva lento ed eguale, ed il cuore e la mente avevano tutta la possibilit… di inseguire chimere e sentimenti, poesie ed irrealt…. E non vado pi— oltre perch‚ dovr… essere, appunto, l'ipotetico ragazzo dell'85, di cui nulla conosco, a giudicare se eravamo e siamo degli sciocchi idealisti o se, invece, eravamo e continuiamo ad essere persone vere cui la scuola, la nostra scuola, e cioŠ il Liceo Galluppi, ha saputo dare fondamenta salde e sicure per l'impervia scalata della vita. Ignoro se il mio giovine amico sappia che, allora, non esisteva la scuola media e che gli istituti ad indirizzo classico avevano tre classi di ginnasio inferiore, due di superiore e tre di liceo per cui, immediatamente dopo le elementari, si cominciava subito a balbettare rosa, ae, lego, is, amo, as. Trascurer• volutamente i ricordi delle prime tre classi perch‚ troppo venati di fanciullezza e, perch‚, scevri di particolare interesse. Ma non posso non volgere un grato pensiero alla memoria della professoressa Ada Vecchietti che ci fece amare il latino come lingua viva per cui tuttora non disdegno di rileggere qualcosa nell'originale trasmessoci daŤ nostri progenitori. Quante volte si soffermava a spiegarci il profondo significato delle favole di Fedro (Superior stabat lupus, iferior agnus) o, per l'italiano, a farci gustare la bellezza di un'immagine poetica o, spiegando la storia, a farci comprendere che ogni avvenimento ha la sua genesi in altri precedenti e costituisce prodromo per altri successivi. Partir• quindi, dal ginnasio superiore, la cui sede era, allora, a Via XX Settembre. Per raggiungere la scuola avevo due possibilit…: o attraversare Piazza Grimaldi e incamminarmi per Via Duomo oppure raggiungere la successiva piazzetta di fronte ai Magazzini Parlato e da lŤ Via Duomo. E poich‚ in questa piazzetta abitava un compagno (Lombardi) preferivo sempre tale ultima soluzione. Lungo il vicolo (allora mi pare si chiamasse Vico Vinci) vi era un piccolo, fornito emporio, gestito da Gaetano Tangari, il quale sapeva muoversi nell'apparente disordine che vi regnava con la certezza di chi ha nelle sue mani fluidi particolari che permettono il rintraccio di ogni cosa. Vi si trovava di tutto: dalle penne ai topolini di cartapesta, dalle boccette di inchiostro ai bottoni, dalle caramelline alle carrube. E proprio dinanzi alla porta, su un tavolinetto, una grande scatola con tanti rotolini di carta e con su un cartello: ®Pesca reale - Chi pesca bene e chi pesca male - un soldino per ogni pescaŻ. E non v'era mattina che non ci si fermasse a spendere due soldini: uno per le cose necessarie, (il pennino, la carta uso bollo...) e l'altro per tentare la sorte perch‚ noi ragazzi pensavamo che bastasse solo tentare. Invece, con tanta delusione, che si reiterava di giorno in giorno, ci accorgevamo che era pi— facile pescare male che bene. Alla fine del vicolo ci apparivano in tutta la variet… dei loro colori le vetrine della pasticceria Saraco: un mondo di delizie dolciarie a noi inŤbite perch‚ il nostro ben modesto peculio (i nostri genitori ci dicevano che bisognava risparmiare per pensare a domani e non sapevano con che sottile ironia la sorte riservava loro un domani di... svalutazione) non ci consentiva di entrare in questo mondo di leccornie se non per comprare al massimo una liquerizia. Le paste le comprava il babbo e l'acquisto diventava un rito perch‚ doveva essere fatto la domenica, dopo la messa, per potere poi tornare a casa col pacchetto in mano. Superata la pasticceria si entrava in Via Monte e, dopo l'omonima chiesa affidata ai frati, si apriva Via XX Settembre. LŤ, in un palazzo privato, il Comune aveva preso, credo in fitto, due appartamenti grandi e li aveva destinati al Ginnasio Sez. B. Come si vede di anni ne son passati tanti, ma di carenza di aule si parla ora come si parlava allora. La nostra classe non era numerosa; non raggiungevamo la ventina, in maggioranza maschi e soltanto quattro ragazze ma eravamo un gruppo omogeneo e con alta resa per quanto riguardava lo studio. Del ginnasio vi parler• dei due professori pi— vivi nel mio ricordo: il professore di materie letterarie (Sando) e quello di lingua straniera. Non alto di statura, rotondetto, il professor Sando vestiva sempre di scuro, come si usava allora per gli uomini di una certa et…. Egli aveva in media tre ore al giorno di lezione nella nostra classe. Aveva l'abitudine di spiegare camminando su e gi—per l'aula, con le mani incrociate dietro la schiena e sotto la giacca aperta, mostrando cosŤ il panciotto (o, se vi piace di pi— , il gilet) su cui si intrecciava la catena dell'orologio da tasca che ogni tanto consultava non perch‚ avesse fretta di andar via ma per meglio suddividere il tempo tra spiegazione ed interrogazioni. Queste ultime, invece, le faceva rimanendo seduto alla cattedra per evitare di disturbare l'allievo che egli guardava con occhio cosŤ paterno ed incoraggiante che l'eventuale errore non ti pesava come colpa grave ma dava lo spunto a brevi supplementi di spiegazione. Per lui, Manzoni non aveva segreti e ce ne rese partecipi: dal significato non solo letterario di quel grande affresco che sono ®I Promessi SposiŻ, all'impegno civile delle ®OdiŻ, all'afflato religioso degli ®Inni SacriŻ. Nel latino ci inizi• e ci condusse per mano nel mondo difficile della sintassi, curando anche che approfondissimo prosodia e metrica. Con lui iniziammo il greco e lo imparammo veramente. Egli non era un professore ma un Maestro. Se aveste voglia di aprire un dizionario enciclopedico constatereste che Maestro deriva da magis (pi— ) ed Š cioŠ colui che conosce cosŤ profondamente una o pi— discipline da possederle integralmente e da poterle insegnare agli altri nella maniera pi— proficua. E queste doti vi assicuro erano sue, accoppiate alla innata virt—di saperle dispensare con davvero rara modestia. Non meno incisivo fu per noi l'insegnamento della lingua straniera (lo spagnolo) per merito del docente che, a quanto avevamo saputo, proveniva da un corso di specializzazione di alcuni anni effettuato direttamente in Spagna. Essendo noi al IV Ginnasio, egli pretese che attingessimo direttamente alle fonti e per questo riteneva fosse utile lo studio in spagnolo della Storia del Paese di cui stavamo imparando la lingua (®Resumen historico de la civilization espanolaŻ ricordo esattamente il titolo del testo) e la lettura e traduzione di un classico come il Don Quijote di Cervantes. Di questo stupendo personaggio, epigono della cavalleria, egli seppe farci valutare appieno tutti i lati del complesso carattere, i contrasti della sua ®santaŻ pazzia con la pretesa saggezza dei comuni mortali, gli slanci generosi verso chi soffriva per ingiustizie o per destino. Il nostro professore (non ne ricordo il nome e ne sono davvero rammaricato) seppe farci comprendere quanta umanit… e quanta idealit… vi fosse in questo preteso ®locoŻ (pazzo), tanto da far riflettere tutti noi sulla considerazione che val pi— un pizzico di idealismo (che si traduce, poi, in altruismo, bont…, fraternit…) che non una grossa dose di positivismo. Si parla sempre della funzione della scuola come formatrice del carattere dei giovani. Ai miei tempi posso dirvi che era senz'altro cosŤ perch‚ ho constatato che le parole entusiaste del professore di spagnolo per questo eterno innamorato di Dulcinea del Toboso ebbero a convertire parecchi di noi ad una visione idealistica della vita che non Š mai scomparsa. Promossi al Liceo, finalmente noi nella B potevamo entrare al Galluppi per raggiungere il quale, io, che abitavo a Largo Zinzi, dovevo cambiare percorso e fare Corso Vittorio Emanuele (ora Corso Mazzini) nel senso opposto a quello che facevo negli anni precedenti. Uscendo dal cosiddetto Vicolo di Sandoz, vi era prima il caffŠ di Rosario Colacino con i suoi divani di velluto rosso nelle cui sale interne uomini solenni (o, almeno, cosŤ ci apparivano) prendevano posto ogni sera sorbendo una cioccolata od un caffŠ di inverno ed una granita (genere ormai credo scomparso) di estate. E li vedevi occupati a discutere con gravit… dei destini della nostra citt… ed a perpetuare anche lŤ i pettegolezzi di ufficio. Noi studenti ci entravamo raramente anche se il buon Rosario e la sua signora, dal sorriso aperto e materno, ci usavano, senza rimarcarlo per non mortificarci, un trattamento pi— consono alle nostre sparute finanze. Poi, sempre sulla destra, il ®Premiato Studio Fotografico di Ilario DanieleŻ, la chiesa dell'Immacolata con l'annesso palazzo che, forse, una volta era stato un convento, e che allora ospitava uno sparuto drappello di vigili del fuoco ed una tutt'altro che folta rappresentanza di vigili urbani. Ricordo ancora con tanta simpatia uno di questi vigili, di servizio davanti alla caserma, con bianco crine per antico pelo. Egli, molto ligio alle direttive dell'epoca, ma con poca propensione verso il Melzi, non appena vedeva che due o tre di noi ci attardavamo a discutere (ovviamente di cose futili) soleva dirci con voce bonaria: ®Circolare, circolare: Š vietato l'assembramento di una o pi— personeŻ. Accanto a tale caserma il Teatro Comunale, vagamente arieggiante dal punto di vista architettonico il San Carlo di Napoli e che, pare, fosse molto bello all'interno ed avesse ospitato le migliori ®vociŻ dell'epoca, Caruso compreso. Dico ®pareŻ, perch‚ da molti anni era chiuso per cui noi giovani non abbiamo avuto, finch‚ era in piedi, la possibilit… di vederlo e, poi, ci pensarono le bombe ad abbatterlo. Del Teatro ricordo il porticato che era un po' il nostro regno dove i nostri compagni meno solerti, verso sera, avevano modo di copiarsi i compiti scritti per l'indomani. Dopo il Teatro il Vico Preti che portava gi—a Via Poerio e, pi— su ancora, (grosso, modo dove ora c'Š la Galleria Mancuso) un grande edificio con un largo cortile interno su cui si affacciavano le porte di diversi appartamenti. Sull'altro lato, sempre venendo dal Vicolo di Sandoz, la Prefettura con la libreria Mauro e pi— su il lungo palazzo della Provincia. E poi finalmente maestoso e solenne, l'edificio in cui aveva sede il ®Regio Liceo Ginnasio P. GalluppiŻ con annesso Convitto Nazionale (o viceversa, a giudicare dal fatto che ora l'edificio Š rimasto assegnato al Convitto). Il Galluppi occupava tutto il piano rialzato che era assai vasto perch‚ l'edificio arrivava, cosŤ come arriva, sino in cima alla leggera salita che porta a San Giovanni. L'album dei miei ricordi Š assai pi— documentato per il Liceo. Comincio col professore di italiano. Alto, dinoccolato, bohemien, scanzonato, il professor Veltri era tutto l'opposto del cattedratico ampolloso e pieno di s‚. Fraternizzava con noi anche fuori scuola. Si informava dei nostri crucci e delle nostre gioie, era diventato per noi il fratello maggiore cui chiedere consigli sia in materia scolastica che personale. Ma quando iniziava le sue spiegazioni si capiva subito che la cattedra gli competeva di diritto. Sembrava quasi distaccato dal mondo che lo circondava e parlava senza accorgersi del tempo che passava. Noi rapiti da tale insegnamento, avevamo avvertito i bidelli di non venire a disturbare e qualche volta ci siamo anche permessi di pregare il professore della materia successiva se ci concedeva la sua ora per non interrompere l'interesse destato in noi dalla lezione del professor Veltri. Dante, Petrarca, Boccaccio, Macchiavelli, l'Arcadia e tutto il resto furono da lui esaminati, sviscerati e donati a noi con profondit… di pensiero e semplicit… di esposizione onde comprendere appieno l'importanza di ognuno nella storia letteraria del nostro Paese e nella formazione del nostro pensiero civile. I nostri quaderni erano pieni di appunti: bastava scorrerli per ricordarsi quanto il professore Veltri ci aveva detto, a volte concordando con le correnti tradizionali della Storia della letteratura italiana (leggi De Sanctis ed i suoi seguaci), a volte discostandosene ed esponendoci teorie pi— moderne. Egli incise parecchio su di noi. Basti, perch‚ emblematico, questo episodio. Spronati dal giudizio lusinghiero di qualche professore, alcuni di noi pensammo seriamente sin dall'inizio del secondo liceo a ®saltareŻ il terzo, per cui si trattava di andare incontro ad un anno di sacrifici notevoli. Bisognava, innanzi tutto, conseguire la promozione al terzo con la media di 8 in ciascuna materia (solo cosŤ, non avendo l'et… si poteva essere ammessi all'esame) e poi, studiare contemporaneamente tutte le materie del terzo e ripassare quelle del primo. La maturit… classica non Š uno scherzo neppure ora; immaginarsi allora quando bisognava presentare tutte le materie col programma svolto in tutti e tre gli anni. La commissione era presieduta da un professore universitario ed era composta da commissari venuti tutti da fuori. L'unico, per cosŤ dire ®localeŻ era il rappresentante dell'Istituto. Tentammo la scalata in quattro. Ad uno di noi il commissario d'italiano ebbe a chiedere di parlare su Umanesimo e Rinascimento. Fino a quando il candidato si limit• ad esporre le teorie tradizionali tutto and• liscio, ma quando cominci• ad affermare le nuove tesi insegnateci dal Veltri, l'atmosfera fu subito incandescente perch‚ il commissario non tollerava che si dissacrassero le antiche tesi. Il candidato, sicuro della sua preparazione, insistette, ma il risultato fu che, per l'italiano, dovette ritornare alla sessione autunnale. La sorpresa fu, poi, che il commissario non aveva per nulla dimenticato l'episodio e torn• a fare la stessa domanda forse pensando che il candidato era disposto ad andare a Canossa. Quello, ancor pi— cocciuto, ripet‚ le sue tesi di giugno per cui l'esame si chiuse con un secco ®pu• andareŻ che non presagiva nulla di buono. Quale fu la lieta sorpresa quando vedemmo, all'uscita dei quadri, che il candidato era stato dichiarato ®maturoŻ. Sapemmo dopo dal membro interno che in commissione vi era stata una grossa battaglia perch‚ al giudizio, gelidamente negativo, del commissario d'italiano il presidente e tutta la restante commissione avevano fatto fronte unico sostenendo che, se per maturit… s'ha da intendere formazione globale della preparazione scolastica e del carattere dell'alunno non vi era alcun dubbio che quel candidato era pienamente maturo. Era arrivato da Roma all'inizio dell'anno, quale vincitore di cattedra, il nuovo professore di filosofia. Il suo cognome era Capurso ed il suo nome mi pare fosse Marcello. Alto, elegante nel vestire e nel parlare, aveva subito conquistato tutti noi per la vastit… della sua preparazione ma aveva anche posto in crisi sentimentale tutte le ragazze del liceo alle quali i romanzi rosa di Liala suggerivano che non era impossibile ®conquistareŻ il proprio docente. Liquido subito l'argomento dicendo che egli in due anni di permanenza pass• indifferente tra tutti quegli sguardi possessivi. In primavera avanzata, quando cioŠ avevamo svolto buona parte del programma, egli ebbe l'idea di solleticare il nostro amor proprio ed indisse una gara tra tutti noi. La prima manche fu ad eliminatoria attraverso le risposte scritte in classe ad una specie di questionario filosofico (oggi lo chiameremmo quiz) ed attraverso di essa venimmo selezionati in quattro. Ognuno di noi scelse un tema da svolgere anche attraverso ricerche specifiche - ci• che in linguaggio universitario si chiamerebbe una tesina - ed il vincitore avrebbe avuto la soddisfazione di esporre i risultati della propria ricerca dinanzi alla classe ed al preside. I quattro selezionati fummo tre ragazzi e una ragazza. Ed allora cominci• quella che ci sembrava una impresa difficilissima: conciliare lo studio di ogni giorno con questo lavoro extra. Poi ci accorgemmo che bastava sacrificare un po' di tempo, sapersi organizzare, e tutto diventava possibile. Non vedere in questo il lato formativo dell'insegnamento sarebbe proprio da sciocchi. Comunque, in tutto il nostro lavoro ci fu di enorme aiuto don Pippo de Nobili, figura ieratica di studioso, bibliotecario comunale, ed indomito lottatore politico sia in giovent—che nella maturit… e nella tarda et…. Ricordo di avere scelto un tema che il Vostro Preside vi potr… dire quanto fosse impegnativo: ®L'arte in Platone ed in AristoteleŻ. Perch‚ lo scelsi? A distanza di tanti anni non vi so dire il perch‚ ma ebbi certo felice intuizione dato che, tra le quattro tesine, la prescelta fu proprio la mia per cui ebbi l'onere (non ho scritto sbagliato) di esporre le mie tesi alla presenza del Preside. Dirvi che ero emozionato Š poca cosa; ma tutto fu cominciare perch‚ il professore mi mise subito a mio agio con una sua breve introduzione, per cui, rasserenato, riuscii ad esporre, tra il consenso del Preside e dei miei compagni, tutto l'oggetto della mia ricerca. Il professor Capurso l'ho ritrovato nel dopoguerra a Roma, gi… docente universitario ed autore di diverse pubblicazioni: si era meritatamente affermato come noi, nel salutarlo quando and• via, gli avevamo con sincero affetto augurato. Anche per le scienze naturali quell'anno vi fu un cambiamento: era arrivata la titolare. Si chiamava Angelica Curiale e veniva dalla natia Sicilia. Non bella in verit…, ma nemmeno brutta, di media statura, si muoveva in quei primi giorni con un certo impaccio, forse intimidita dal nuovo ambiente di cui non conosceva usi ed abitudini. Ma si sentiva che voleva essere stimata dagli alunni e voluta bene dai colleghi e lo si arguiva dal suo prodigarsi con i primi e dalla sua disponibilit… verso i secondi. Nelle materie che insegnava (Scienze era l'omnicomprensivo vocabolo per indicare Biologia, Zoologia, Botanica, Mineralogia, Chimica e Geografia) sapeva il fatto suo e noi sentivamo di trar frutto dalle sue lezioni. Ma ci• non ci impedŤ, per quella contraddittoriet… permanente che Š in tutti i ragazzi, di farla oggetto di uno stupido scherzo che poteva avere per tutti noi gravi conseguenze. Devi sapere, mio caro amico, che i laboratori di Scienze (enfatico nome con cui venivano indicati due stanzoni in cui vi erano pochi armadi a vetri con qualche uccello imbalsamato, qualche vasetto con dentro delle polveri per elementari esperimenti, un paio di fornelletti a spirito ed altri aggeggi del genere) erano allogati nel piano interrato del Convitto, quello a cui si accede scendendo le scale dopo la porta a vetri a sinistra nel corridoio centrale. In questo piano interrato vi erano a sinistra le due stanze di cui ti ho fatto cenno e pi— avanti altre due stanze adibite a biblioteca dove il volume pi— recente risaliva ad almeno trent'anni prima. A destra vi erano, invece, le cucine del Convitto per cui non credo ci voglia una grossa dose di fantasia per immaginare il supplizio di Tantalo cui eravamo sottoposti quando, avendo il laboratorio tra le dodici e le tredici, il nostro olfatto veniva colpito dalle fragranze culinarie che provenivano dal lato opposto. Comunque siamo riusciti a sopravvivere. Tornando al fatto devo dire che l'unico oggetto veramente importante del laboratorio era uno scheletro a grandezza naturale con tutte le ossa mobili. Esso troneggiava nella stanza in cui vi erano i banchi (nell'altra vi era una specie di anfiteatro ed era dedicata agli esperimenti di chimica, non molti in verit…, proprio per mancanza di materiale didattico) ed era posto davanti ad una finestra a fianco della cattedra. Tra di noi c'era qualcuno che fumava, ovviamente non durante le lezioni. Non ricordo davvero chi di loro scoprŤ un giorno che, spostando opportunamente lo scheletro e mettendogli una sigaretta accesa tra le mascelle, la stessa ®tiravaŻ come si dice in gergo fumatorio. Fare la scoperta ed organizzare uno scherzo alla professoressa fu tutt'uno. Alla successiva lezione, profittando del fatto che noi si scendeva qualche attimo prima, fu operato lo spostamento dello scheletro (di poco per cui nessun sospetto poteva avere l'ignara professoressa). Si attese che ella entrasse, che si sedesse alla cattedra e che facesse l'appello. Poi uno di noi, con la scusa di farle controllare una formula, la intrattenne in discorso distraendola da quanto stava avvenendo. Nello stesso tempo un altro compiva l'operazione sigaretta accesa. Tornati ai posti ed iniziata la spiegazione, la professoressa ad un certo momento si volse verso la finestra (forse le dava noia un leggero spiffero) e... vedere il sottile fil di fumo proveniente dalla mascella dello scheletro, dare un piccolo grido, spalancare gli occhi e, splash, accasciarsi sulla cattedra fu tutt'uno. In quel momento capimmo tutta la gravit… del nostro gesto. Qualcuno di noi corse in cucina a farsi dare un bicchier d'acqua, qualche altro si precipit• a farle vento con un quaderno e qualche altro si preoccup• di fare sparire la sigaretta incriminata. Ed in quella occasione la nostra professoressa fu veramente Angelica, perch‚ non solo non ci punŤ, come ognuno di noi si aspettava ma quanto trasse lo spunto per spiegarci, cosa che noi ignoravamo, per quale gioco di piccole correnti lo scheletro aveva potuto... fumare. E quel perdono elargito con tanta semplicit… fu, credimi mio giovane amico, assai pi— educativo di una esemplare punizione che pure sapevamo di meritare. La professoressa Curiale, senza alcuna parola, ci insegn• per la vita che non bisogna mai prendere decisioni ab irato perch‚ potrebbero rivelarsi pi— dannose dell'azione che si vuole punire. E quando, alla fine dell'anno, ella riprese il treno per la natia Sicilia, gi—, a Catanzaro Sala, la nostra classe era lŤ al completo per salutare in lei non solo la docente ma l'amica che aveva saputo donarci, oltre alle nozioni tecniche, anche tanta saggezza di vita. Non posso, in questo modesto quadro della mia giovinezza, dimenticare il professore De Stilo, nostro insegnante di educazione fisica. Ormai sulla sessantina, dai capelli precocemente bianchi, era sempre scattante e di buon umore. Viveva con animo giovanile la vita di noi ragazzi e fraternizzava con noi. Significativo, infatti, Š l'episodio che sto per raccontare. La lezione di educazione fisica per la nostra classe si svolgeva normalmente alle ore 16 di due giorni che ora non rammento; il che significava che, di inverno, alla fine della lezione, e cioŠ alle 17, era gi… notte. A quell'epoca il nostro Liceo era in palese antagonismo con un altro istituto della citt… specie per quanto riguardava le attivit… sportive. Era una lotta aperta per il primato che si svolgeva attraverso la segreta preparazione di esercizi di massa da mostrare al saggio annuale e attraverso gli allenamenti anch'essi segreti, ®di campionciniŻ da far partecipare alle gare individuali. Qvviamente questo clima competitivo si riverberava su tutti noi studenti per cui spesso avveniva che opposte fazioni si gratificassero (senza mai, in verit…, degenerare), di motteggi e sfott• pi— o meno salaci. In questo clima si Š inserita l'iniziativa di un gruppo dei nostri avversari di venire a disturbare le nostre lezioni di ginnastica. Š opportuno a questo punto chiarire che esse si svolgevano in quell'edificio che Š dietro la fontana di piazza Santa Caterina e che era chiamato ®La Casa del soldatoŻ. Si entrava salendo pochi gradini lungo la discesa che da quella piazza porta al mercato e dentro vi era un'amplissima palestra che i militari avevano fornito di quelli che allora si ritenevano gli attrezzi necessari: tre corde e tre pertiche (mie acerrime nemiche perch‚ non sono mai riuscito ad alzarmi pi— di un metro dal pavimento e poi subito scivolavo gi—), un cavallo con maniglie ed uno senza, due sbarre di equilibrio e il necessario per il salto in alto. Su uno degli archi vicino all'entrata un motto: ®qui si convien ch'ogni vilt… sia mortaŻ. Tornando all'iniziativa dei nostri avversari devo dire che per ben due o tre sere questi vennero a disturbarci con urla e rumori fatti con la bocca. Tentammo di sorprenderli ma essi erano sempre pi— veloci di noi e riuscivano a sparire. Il professore De Stilo, cui nessuno si poteva permettere di fare alcunch‚ contro il ®suoŻ Liceo, pens• di organizzare la ®vendettaŻ. Oliammo ben bene i cardini della porta e cercammo di svolgere gli esercizi nei pressi di essa. Il professore, mostrandoci il motto scritto sull'arco, ci aveva raccomandato di muoverci in punta di piedi ad un suo segnale con la mano e che, quando egli avrebbe aperto all'improvviso la porta gridando ®urr…Ż dovevamo metterci a correre per inseguire i nostri disturbatori. Una sera il disturbo si ripet‚, condito da rumori labiali cosŤ lunghi e sonori che, in confronto, quello eseguito dal grande Edoardo nell ®Oro di NapoliŻ impallidisce. In quel momento vedemmo alzarsi la mano del professore: era il segnale convenuto e questo manipolo di eroi (non pi— di una diecina), con alla testa il suo condottiero, si mosse in punta di piedi. Poi l'apertura improvvisa del portone, l'urr… del professore e la fuga disordinata di quella sparuta armata Brancaleone dei nostri avversari che correvano con la velocit… di un esperto centometrista. E li vedemmo risalire in vergognosa ritirata la china di Santa Caterina che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. E da quel giorno nessuno ci disturb• pi— . Ho raccontato l'episodio non per compiacimento verso la bench‚ minima violenza, perch‚ da entrambe le parti non ve ne fu mai, ma soltanto quale espressione di sentito orgoglio (sia da parte nostra che del professore) di appartenere al Liceo Galluppi. Mi accorgo che la piena dei ricordi mi ha preso la mano e che ho abusato della tua pazienza, mio giovane amico. Mi auguro che anche voi sentiate l'orgoglio che sentivamo noi (e che, come vedi non si Š attenuato) di essere stati alunni del Galluppi. E se cosŤ Š, perch‚ non esteriorizzare questo orgoglio come fanno gli inglesi e gli americani attraverso un oggetto personale (molto spesso essi portano una cravatta con i colori della scuola) che ci faccia riconoscere tutti: anziani e giovani? Sappi che non sono un feticista della mia idea: se non ti convince... cestinala. /:/Ugo Nicotera. di Domenico e di Concetta MolŠ nato a Linguaglossa il 1 agosto 1919 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1930/1931) Il cortese invito del preside Ezio Galiano a rammentare i tempi, ahim‚ tanto lontani, in cui ebbi la ventura di frequentare il liceo ginnasio "P. Galluppi", ha scatenato, nella mia mente di quasi settantenne, un turbinoso vento di ricordi che mi sommerge di immagini, richiamando in vita quanto, per irreversibilit… del pregresso, non dovrebbe essere pi— . Vorrei mettere ordine ma non trovo una moviola che possa aiutarmi a disporre convenientemente il magma di fotogrammi in cui mi sento sommerso. Di certo so che correvano gli anni Trenta, che abitavo in via Tripoli, ®a lu CarminuŻ, che frequentavo il liceo ginnasio "Galluppi" vicino alle Magistrali dove c'erano tante belle ragazze, una delle quali lasci• un segno particolare nel mio cuore. E proprio per vedere le belle ragazze delle Magistrali, noi del Classico assistevamo ogni giorno al loro ingresso a scuola e, quando l'orario ce lo consentiva, anche alla loro uscita, per seguire fin casa, ben s'intende a debita distanza (cosŤ allora si corteggiava) ®la bella del cuoreŻ. Quelli erano anche gli anni centrali dell'®era fascistaŻ ma, ad essere sinceri, al "Galluppi" non ce ne accorgevamo troppo, se non per la mascherata con le divise da Balilla e da Avanguardista alla quale, come Š capitato per qualche anno a me, non era difficile sotttarsi con un compiacente certificato medico di esenzione dalle lezioni di educazione fisica. Ma in classe, ripeto, nessuna opera di indottrinamento che turbasse l'asetticit… e la serenit… dell'ambiente nel quale il colloquio era aperto, vivo, frizzante ricco di contenuti umani e culturali ed ispirato a sostanziale e profonda onest…. In questo clima il dissenso politico, se pur ovviamente non ammesso, trovava tacita tolleranza: quando sul banco di un mio compagno, notoriamente appartenente a famiglia di antifascisti, fu scoperta l'incisione di una ®falce e martelloŻ, l'episodio fu minimizzato e chiuso senza conseguenze per nessuno. Minore era, invece, la tolleranza per ci• che oggi si definisce sesso; ci• a cagione di un puritanesimo di maniera assai diffuso, per il quale il disegno di un nudo di donna, fonte di tentazione demoniaca, poteva costare allo sfrontato autore l'espulsione da tutte le scuole del Regno per un intero anno scolastico. Ma a parte tutto, in classe si stava veramente bene. Ricordo, con struggente nostalgia, le suggestive letture del professor Veltri, che riusciva a farci commuovere fino alle lacrime quando ci declamava il mito di Orfeo ed Euridice; il simpatico e certamente voluto ®anche pureŻ del professor Scalabrino; la familiarit… e, soprattutto la generosit… del professor Battaglia per i numerosi, irriducibili nemici delle armonie pitagoriche ed in particolare per me che ero rimasto muto come un pesce, quando mi capit• la mai dimenticata sventura di essere interrogato in matematica da un ispettore ministeriale. Su uno dei fotogrammi della mia memoria scorgo la caratteristica figura del preside Pane; era veramente buono come un... pezzo di pane! Non aveva il cipiglio del capo ma possedeva il pi— importante pregio della comprensione e dell'amore. Nel '35-'36, con la guerra d'Africa, le occasioni per fare ®scioperoŻ, cioŠ per non andare a scuola (il che per gli studenti Š la stessa cosa), non mancarono: ogni pur piccola avanzata delle nostre truppe era valido pretesto per disertare le aule ed il povero preside non sapeva come porre rimedio a tanto ®patriottismoŻ dei suoi allievi fin quando non gli venne la malaugurata idea di scendere anche lui in strada per agguantare uno ad uno, i ®ribelliŻ e ricondurli a scuola. Fu un fuggi fuggi generale tra la gente che guardava attonita a divertita. I frutti della caccia furono assai modesti ed il preside, tutto trafelato per gli affannosi inseguimenti, dovette accontentarsi delle pochissime prede catturate. Ho ricordato questo episodio non per ridere come risi allora n‚ per suscitare ilarit…, bensŤ per rendere il pi— rispettoso omaggio, che la maturit… degli anni mi sollecita, alla memoria del preside Pane, al suo profondo sentire, all'affetto paterno che Egli, che non aveva figli, volle anche in quell'occasione testimoniarci. Tante e tante altre care immagini passano davanti ai miei occhi: quella del professor Russo che nei primi due anni di ginnasio seppe farci intendere la bellezza dell'apprendere; quella di Mariannina Giordano, professoressa di lettere della terza ginnasiale che, con il suo rigore e l'assillante controllo quotidiano dei compiti svolti a casa, ci insegn• come non possa esservi successo senza sacrificio; quella del professor Cardamone: il ®burbero beneficoŻ. E ci sono anche i miei compagni di quell'avventura meravigliosa che ci prepar• ad affrontare, sia pure per vie diverse, la ben pi— difficile esistenza di uomini: Ascenti, Bova, Colangeli, Catanzaro, Cristallo, De Franco, FranzŤ, Nistic•, Riitano, Scicchitano, Scozzafava e tanti altri. Su quegli stessi banchi che furono, negli anni Trenta, i nostri banchi, intravedo le figure dei ragazzi del '85, in tutto simili a noi, se pur angustiati dall'incertezza dell'avvenire pi— di quanto, per la diversit… dei tempi, noi lo fummo. Ad essi mi sento vicino nel segno della continuit… di una gloriosa tradizione, la tradizione del "Galluppi", scuola di alto sapere ma, ancor di pi— , fucina di uomini onesti e responsabili. /:/Francesco Bova. di Ferdinando e di Clementina Pugliese nato a Catanzaro il 21 marzo 1920 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1930/1931) Un mio primo incontro con il Galluppi avvenne nel giugno 1930, a 1O anni, quando mio padre, gi… alunno per tanti anni dello stesso Istituto, mi accompagn• per mano, per l'esame di ammissione al I Ginnasio. Ho finito di frequentarlo pochi anni fa, all'epoca, cioŠ, in cui la figlia di mio figlio era alunna delle elementari presso quel convitto. Quattro generazioni della mia famiglia hanno vissuto in quelle mura. Ricordo quel giugno 1930, gli esami sostenuti, in un lungo corridoio, assieme al figlio dell'allora ufficiale sanitario del comune, dott. Riitano, a sua volta compagno di scuola di mio padre nello stesso Istituto. Le preferenze dei bidelli, sempre padroni dell'Istituto (chi non ricorda l'influenza del bidello Russo?) verso chi poteva ricambiare le cortesie, erano comuni anche in quell'epoca per cui, insieme ad altri figli di pap…, io entravo dal portone principale, dove mio padre mi lasciava all'altezza della sede del custode; ricordo ancora la preghiera che leggevo perch‚ Dio mi aiutasse nel compito, sul retro dell'immaginetta che la mia povera nonna mi aveva messo nel vocabolario d'italiano. Gli altri alunni entravano, invece, dal cancello secondario. Mio padre era cassiere della Banca d'Italia, e aveva, come tale, possibilit… di incontrare ogni mese i professori che allora ritiravano lo stipendio direttamente presso la Tesoreria della Banca. La professione di mio padre era il mio incubo, perch‚ nei primi anni ogni professore non tralasciava occasione per ricordarmi che non aveva bisogno di scrivere note sul diario perch‚ mio padre (che amorevolmente mi seguiva nello studio fino al sacrificio di fare con me i compiti a casa quando la sera ritornava dall'ufficio) fosse messo al corrente mensilmente del mio comportamento. In genere a scuola andavo bene ed i primi tre anni di Ginnasio (pesanti perch‚ erano tempi in cui si studiava molto seriamente) passarono senza problemi. Erano gi… gli anni dei ®BalillaŻ e degli ®avanguardistiŻ. Erano i primi anni del fascismo affermato come forma di governo stabile e per noi ragazzi che non conoscevamo le sofferenze di tanti democratici al confino, era pi— che naturale che Mussolini governasse l'Italia. Appartenendo ad una famiglia antifascista (mio nonno non volle iscriversi mai al Fascio e mio padre vi fu costretto quale funzionario di banca), ero al corrente di qualche malumore e di qualche insofferenza per alcuni aspetti di quella dittatura. Familiarizzai subito con un amico che proveniva dallo stesso ambiente: Vittorio Paparazzo, oggi noto avvocato a Roma e per molti anni avvocato dell'Unit…, che aveva un fratello pi— grande comunista che ci intratteneva spesso sui principi di libert… e di democrazia, che nessuno a scuola ci insegnava. Ci leggeva passi della Rivoluzione Francese e frequentava la biblioteca comunale dove mio zio, Filippo De Nobili, anche egli antifascista e popolare in citt… soprattutto tra i giovani, faceva il bibliotecario. Tra tutti i professori che ricordo con affetto, ve n'Š stato uno, anch'egli d'idee liberali, il professore d'inglese Cardamone che dopo la guerra si trasferŤ a Napoli, per insegnare credo alla Nunziatella. Non si impegnava molto nell'insegnarci l'inglese, anche perch‚ allora lo studio delle lingue non seguiva un metodo moderno, ma la grammatica ®GrassoŻ veniva approfondita ed il ®Giulio CesareŻ di Shakespeare veniva tradotto con entusiasmo soprattutto nella parte che inneggiava alla libert… ed alla liberazione di Roma dal tiranno. Il professore di italiano-latino-storia era nei primi anni il prof. Russo, che non so che fine abbia fatto. Il terzo anno fu sostituitO dalla professoressa Mariannina Giordano, ottima insegnante, tra le prime donne che insegnavano a quei tempi. Tra i professori pi— noti perch‚ insegnavano da pi— anni ricordo: Turrisi al quarto, quinto ginnasio, sezione A e Sando alla sezione B dove erano le donne, il prof. Scalabrino che al Liceo insegnava italiano e De Stilo professore di ginnastica. La lezione di ginnastica consisteva in una passeggiata marciando nel cortile della scuola. Imperava su tutti un pezzo di pane di professore, che conosceva la matematica ma non sapeva tenere la disciplina, il prof. Battaglia, che con nostro diletto trasformava la sua ora di lezione in leggeri conversari tra gli alunni, in qualche commento salace sulle colleghe, quando la classe divenne mista, in qualche problema risolto alla lavagna ed in un otto a fine trimestre quasi per tutti. Era tanto pieno di umanit… quell'uomo che quando per gli esami di licenza liceale ho dovuto ricorrere a lezioni private, dissi al prof. Cosco (fratello di un carissimio mio amico negli anni successivi, assessore al comune quando io divenni sindaco) che in matematica non ero molto ferrato, ma che il prof. Battaglia mi aveva insegnato molte cose, forse pi— importanti. In tutti gli otto anni di ginnasio liceo insegn• Religione il prof. Don Fragola, che ricordo con molto affetto. Era amante della sua citt… e dei suoi problemi e molto aperto verso i giovani tanto da divenire, quando conobbi a 16 anni la ragazza che divenne poi mia moglie, il mio confidente ed in seguito un consulente valido nella mia vita politica. Il primo approccio con lui non fu tra i pi— felici. Al secondo Ginnasio, nell'intervallo, con il cassino della lavagna, sporcai tutta la poltrona sulla quale avrebbe dovuto sedersi dopo la preghiera che si recitava in piedi. Accortosi del fatto, chiese subito chi era stato l'autore, che era sua intenzione redarguire, perch‚ considerava quel gesto come offesa all'abito talare che lui indossava. Mi feci avanti, senza esitazione, mi accollai la birichinata, lo pregai di non farmi la nota sul diario perch‚ avrebbe fatto soffrire mio padre e fui accontentato. Nella foto che unisco e che si riferisce all'anno della licenza liceale o a quello del secondo liceo, mancano compagni carissimi, quali Riitano, Nicotera, Maiorana etc. tutti personaggi noti nel dopoguerra in Calabria, trasferiti chi sa dove. Per mancanza di alunni furono a quell'epoca fuse la sezione A e B ed io non divenni compagno di classe di mia moglie, che era un anno indietro a me, perch‚ ella insieme a due compagne si ritir• dal primo liceo, si prepar• privatamente e salt• due anni, conseguendo la licenza liceale in due sezioni giugno-ottobre a meno di 17 anni. Questa svolta le permise di laurearsi a 21 anni e di poter insegnare in una scuola media durante il tragico periodo di guerra, a Roma, nel 1941-42 e fare domanda a Catanzaro al Liceo per una supplenza nel 1944 in febbraio. (Le scuole erano rimaste chiuse dopo l'Armistizio del settembre 1943). Cominci• un secondo periodo per la mia famiglia ed il Galluppi: la partecipazione di mia moglie come insegnante, l'amicizia con il prof. Fornari, nostro Preside fin dal periodo fascista ed il mio interesse per l'Istituto ed il Convitto nella mia qualit… di sindaco di Catanzaro. Fu quello il periodo del rifacimento esterno del Galluppi, del trasferimento del Ginnasio inferiore ancora non scuola media, alla Maddalena. Ricordo con tanta tenerezza quando accompagnai mia moglie, poco pi— grande delle stesse sue alunne e che aveva ottenuto una supplenza di latino e greco al ginnasio superiore nel 1944, incinta del primo mio figlio e che divenne successivamente anche lui, con il fratello alunno del Galluppi. Fu la sua abilit… e seriet… e l'aiuto del prof. Fornari per tanti anni Preside a consentirle di poter tenere in pugno l'anno successivo una classe liceale nell'immediato dopoguerra, quando iniziavano i fermenti nella scuola e le contestazioni fra i giovani. I miei figli al Galluppi furono seguiti pi— dalla mamma che insegnava nell'istituto che da me che ero occupato in politica. I contatti con l'Istituto in questione furono ripresi da me dopo decenni negli anni 1975-76 quando accompagnavo la mia nipotina alle elementari nel Convitto. Questa sua partecipazione al Galluppi mi obbligava con il pensiero ad andare indietro nel tempo al mio periodo di ragazzo. Un gruppo di ex alunni si rese in seguito promotore di una cerimonia di commiato allorquando il prof. Fornari fu collocato a riposo come Preside. Fu quella una occasione per incontrare molti amici della fotografia acclusa e legati da vincoli di vero affetto che va al di l… di ogni interesse. A Lei prof. Galiano, che con tanta nobilt… di animo ha voluto ricostruire una storia dell'Istituto, che regge con autorit… e competenza, un grazie, come ex alunno, con le mie scuse per non sapere esprimere tutto l'affetto che sento per quelle mura a cui Š legata tanta storia della nostra Catanzaro. /:/Filomena Comito. di Antonio e di Elisa Moniaci nata a Catanzaro il 10 ottobre 1920 iscritta per la prima volta alla seconda ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1932/1933) Ricordi Il Galluppi per me non Š solo la scuola dove sono stata alunna, sia pure per poco, ed insegnante per parecchi anni. Š, nonostante la sua apparenza un po' austera e cupa, un sottofondo musicale che mi riporta agli anni forse pi— positivi della mia vita. Il primo impatto non fu tra i pi— favorevoli. Mi ero iscritta al primo liceo nel lontano 1937. Era una classe mista, molto numerosa. Non mi piacque e mi ritirai per presentarmi, privatista, per l'ammissione al terzo liceo. Poi, siccome in quell'anno la cosa era possibile e dei motivi familiari mi spingevano ®alla folle impresaŻ, decisi di tentare addirittura la licenza liceale. ®Non ce la far• ma debbo tentare, sŤ, tenter• ma non ce la far•...Ż, rosa dall'inquietudine, affettavo all'esterno una certa sicurezza tanto che persuasi a seguirmi due mie care amiche; Franca Corigliano ed Anna Cesareo. A noi si aggiunse un altro componente della classe: De Luca. Quando seppero della nostra decisione, compagni e professori per poco non ci inviarono al manicomio. Furono mesi di studio tremendi. Io avevo assunto un aspetto tutt'altro che piacevole. Sui miei sedici anni pesavano degli occhi spenti e arrossati, una pelle giallastra ed una incipiente gobbetta. Fu in quel periodo che incontrai l'amore: Ciccio Bova, che sarebbe diventato mio marito. Vedermi ed innamorarsi fu tutt'uno, vero Š che l'amore Š cieco. Petulante, insistente, frenetico: una specie di ciclone. Mi inviava lettere di fuoco, piccoli doni quotidiani, accompagnati sempre da una pillola ricostituente che avrebbe dovuto sostenere il mio cervello affaticato. Scolasticamente la sua situazione era molto pi— chiara della mia; era un alunno della seconda classe del liceo. La sua aula si affacciava sulla parte posteriore del Galluppi che dava su una stradetta secondaria che io attraversavo ogni giorno per recarmi dal professore privato. Generalmente passavo quando nella classe di Franco, (io lo chiamo cosŤ) c'era Battaglia, un bravo professore che aveva il difetto di non sapere tenere la disciplina. Franco si appostava vicino alla finestra e guardava gi—. Appena mi vedeva mi faceva grandi cenni di saluto. Io procedevo impettita ed impassibile. Dovevo essere molto antipatica ma non me ne accorgevo, immersa nel mio latino e greco. Un giorno la sua foga lo port• non a sporgersi ma quasi "a catapultarsi" fuori dalla finestra. Sarebbe certamente caduto gi—se una brunetta simpatica, Nicolina Cortese, non l'avesse trattenuto fermamente per i calzoni. I bottoni del pantalone saltarono ma la vita di Franco fu salva. L'episodio pass• di bocca in bocca, giunse alle mie orecchie, colpŤ il mio cuore. Capitolai. Il Galluppi assunse ai miei occhi proporzioni gigantesche. Quando gli passavo davanti dalla parte del corso, il cuore tremava per la paura degli imminenti esami, quando gli passavo dalla parte opposta salutavo il mio Franco, ormai affacciato compostamente e sorridevo all'avvenire. Immaginavo la mia futura casa, una vita tranquilla, accanto a quel biondino magrolino, dall'aria dolce dal sorriso accattivante. Non immaginavo certo che nel futuro sarebbe diventato un uomo di potere. Franco, non potendo fare altro per me, proveniente da una famiglia cattolica, fece un fioretto: non si sarebbe tagliata la barba sino a quando io non fossi stata promossa. Barba! si fa per dire. Gli crescevano sulle guance gruppetti di peli rossicci in ordine sparso, come le margherite sul prato a primavera. A me non piacevano e a lui neppure, ma i voti son voti. Il giorno che fui promossa ebbi tra l'altro la gioia di vedere il mio ragazzo finalmente sbarbato. Ma non precediamo i tempi. Prima di ottenere la promozione c'erano gli esami da sostenere. La Commissione era formata tutta da professori che venivano da altre citt…. Avevo studiato sino allo sfinimento ma non era possibile finire il programma. Trascuratissima la storia dell'arte. Avevo preparato un solo argomento: ®GiottoŻ. La mia compagna Anna Cesareo, bravissima in disegno ed abile a cogliere i lati umoristici delle cose, aveva fatto le caricature di tutti i componenti la Commissione. Io, sempre distratta, le avevo infilate nell'atlante di storia dell'arte. Quando venne il mio turno mi avviai tremante davanti agli esaminatori e me la cavai. Dovevo solo sostenere l'esame d'arte. Il professore mi chiese di parlargli di Cimabue. ®Cimabue... Cimabue - cominciai esitante - ... era molto bravo e poi ... fu maestro di Giotto. Giotto - e qui, aggrappandomi all'unico argomento preparato, stavo per illustrarne la figura, quando il professore un po' seccato, mi interruppe, dicendo: ®Cimabue!Ż e chiuse un po' irritato il mio album. Non l'avesse mai fatto! Le caricature della Commissione, che sino al momento se ne erano rimaste quatte quatte, vennero fuori precipitosamente e caddero per terra. Mi vidi perduta. Le pareti dell'aula, il pavimento, la sedia stessa su cui stavo seduta mi pareva che urlassero: ®Bocciata, bocciata!Ż Tenevo la testa bassa, una risata corale me la fece rialzare. I professori avevano raccattato le caricature e si divertivano un mondo nel riconoscersi. ®Vada e coltivi questa sua tendenzaŻ - mi disse paternamente il presidente della Commissione. Promossa! Ero riuscita con le mie due compagne nell'intento. Al maschio and• male. Non mi pareva possibile. Io, timida ragazzina dal carattere introverso, che aveva un po' paura di tutto e di tutti, ero riuscita in quello che ad altri pareva follia! CosŤ acquistai una maggiore sicurezza in me stessa e chiusi affettuosamente i miei rapporti con il Galluppi, come alunna. Quando, anni dopo, varcai di nuovo la soglia del Galluppi, questa volta come insegnante, avevo i capelli ritti in testa. Amavo il vecchio istituto, ero felice di tornare, ma mi sentivo in trappola. Mi ero da poco laureata e dovevo insegnare al ginnasio superiore! Eravamo nel 1944. Dalla mia licenza liceale erano capitate grosse cose nel mondo e nella coppia Bova - Comito. Nel mondo c'era stata una terribile devastatrice guerra. La coppia Bova - Comito aveva fatto l'universit…, si era laureata, si era, incosciente! sposata nonostante che la sua sognata casa fosse stata semidistrutta dalle bombe su Catanzar, aveva, sempre pi— incosciente! procreato pure un figlio che a mesi avrebbe visto la luce. La coppia non era ricca. Lui cercava ancora la sua strada, a lei era capitata una tegola in testa: l'insegnamento al superiore perch‚ al ginnasio inferiore erano andate le titolari e lei non aveva avuto ancora il tempo di diventarlo. Il tipo di insegnamento era impegnativo: italiano, latino, greco, storia, geografia! Preparazione discreta, esperienza nessuna. Il primo giorno entrai in classe con lo stesso animo dell'incriminato che si reca in tribunale, sussurrando a mio figlio ancora tanto piccolo dentro di me ®Aiutami tu, in fondo Š soprattutto per assicurarti una certa tranquillit… finanziaria che lo faccioŻ. And• tutto liscio - ®prima di ogni altra cosa - dicevo a me stessa - vestirsi d'autorit…Ż. Mi era toccata una classe femminile e le ragazze avevano provato un'immediata simpatia per quella professoressa tanto giovane da sembrare una loro sorella maggiore e che, per di pi— , aspettava un bambino. Desiderosa di insegnare bene, incoraggiata dall'ambiente amichevole, cominciai a sciogliermi e, buffa coincidenza, fu ancora una volta una caricatura che mi diede la via. Le ragazze mi osservavano, notarono pure la mia facilit… a cambiare umore. Un giorno sulla cattedra trovai due disegni che mi rappresentavano. In una apparivo con i capelli tirati, il viso duro, con passi lunghi e fermi cercavo di guadagnare la cattedra, con il registro ben stretto sotto il braccio. Sotto un commento ®Burrasca aprire l'ombrello!Ż Nell'altro avevo i capelli sciolti sulle spalle e l'aria sorridente. Sotto un commento ®possibilit… di piacevoli conversazioniŻ. Ricordai le caricature della licenza liceale, risi e mi sciolsi del tutto. Cominciai ad amare le mie alunne, anzi cominciai ad amare tutto e tutti. Il Galluppi mi pareva la pi— bella scuola del mondo, ne amavo le mura, gli alunni, i colleghi. Convinta di svolgere bene il mio compito mi sentivo un tassello di quella scuola, tassello messo nel punto giusto. Unico neo: il mio bimbo sarebbe dovuto nascere qualche giorno prima che io compissi il minimo del periodo stabilito perch‚ l'anno di insegnamento mi venisse considerato valido e mi venissero cosŤ pagate le vacanze estive. Avevo messo a parte di questo cruccio le mie alunne. Scaduti i nove mesi il mio bimbo, resosi conto della situazione, non nacque. Qgni giorno che passava tiravamo, classe ed insegnante, un sospiro di sollievo. Mancava un giorno solo perch‚ la validit… del fatidico anno scattasse allorch‚, all'alba, mi sopraggiunsero le doglie. Per fortuna, verso le otto, invece di incalzare, si attenuarono. Riunite le mie superstiti forze, corsi verso la scuola, entrai nel portone appena in tempo per vedere la mia classe che, mogia, se ne stava uscendo. Sui visi un'espressione triste; mi videro, urlarono di gioia, si precipitarono nell'aula. Le vacanze erano assicurate ma io stavo male e mi mordevo le labbra. Una delle pi— decise si alz• dicendo ®Io vado a dirlo al PresideŻ. Preside era allora Giuseppe Fornari, la migliore pasta d'uomo. Nell'apprendere che il suo istituto si stava trasformando in una maternit… arriv• di corsa con la fronte imperlata di sudore, mi fece mettere la firma di presenza e ci rimise tutte in libert…. La vita procedeva. Amavo sempre la scuola, mio marito aveva intrapreso la carriera politica e portava in questa sua attivit… tutta la forza della giovinezza, l'entusiasmo del suo carattere esuberante, la purezza di ideali non ancora contaminati dalla brama di potere. Io amavo la scuola sempre di pi— ma mi annoiava, a volte, ripetere le stesse cose. Naturalmente non potevo cambiare gli aoristi n‚ altre regole grammaticali o sintattiche. Cercavo allora di cambiare metodo di insegnamento introducendo un sistema di gare e nominando un ispettore che sorvegliasse che tutti avessero fatto i compiti. Colpita dal suo garbo nello scrivere e dalla sua spigliatezza, conferii un anno tale carica a Maria Folino, oggi moglie del senatore Murmura. Mal me ne incolse: distratta io, distratta lei. Io dimenticavo il registro nella sala dei professori, lei dimenticava i compiti a casa, la classe sogghignava soddisfatta. Per fortuna era composta da elementi di primo piano. Fu mentre insegnavo al ginnasio superiore che mio marito divenne sindaco della citt… ed io cominciai a perderlo. Era un giovane sindaco, forse il pi— giovane d'et…: aveva 28 anni. Immerso nella sua attivit… era diventato poco incline ad interessarsi a ci• che non la riguardasse. Aprendo il mio cassetto nella sala dei professori spesso vi trovavo infilato, nei primi tempi, un sottile foglietto con la sua caricatura. Ora era disegnato come un infante ben fasciato con su scritto ®MunicipioŻ e con un poppatoio in bocca, ora era un ragazzino in calzoni corti con un cono gelato in mano che guardava compiaciuto Palazzo Santa Chiara. Sempre la scritta: ®Abbiamo un sindaco bambinoŻ. Glielo riferivo ma lui neppure sorrideva: inseguiva i suoi sogni; una Catanzaro pi— moderna, pi— pulita, pi— bella. La citt… si estendeva in lunghezza; percorrerla a piedi era poco agevole. Un vecchio tram, arrancando penosamente, ne congiungeva le varie parti. Egli decise di mandarlo a godersi il meritato riposo e di sostituirlo con moderni autobus. Lott• come un torello infuriato ed alla fine l'ebbe vinta. Superato questo scoglio, veniva alle volte a prendermi a scuola ed annusando mi diceva disgustato: ®Questa citt… puzzaŻ. Abbracci• la nuova causa. Venne inaugurato in Catanzaro un moderno servizio di nettezza urbana con dei netturbini che ostentavano tute nuove di zecca con lo stesso sussiego di generali in alta uniforme. Sorsero nuovi quartieri popolari. Franco era molto amato ed io fiera di lui. Volevo solo che la sua attivit… non lo allontanasse dalla famiglia e dal poetico passato che avevamo avuto. CosŤ quando mi riusciva di chiacchierare con lui, facevo spesso cadere il discorso sul mio, sul nostro Galluppi, rinfocolando i ricordi comuni, narrando gli episodi buffi o emotivamente toccanti della mia vita di insegnante. Veramente commosso fu Francesco, anzi commossi perch‚ io lo ero quanto e forse pi— di lui, fummo quando, qualche anno fa, nella nostra scuola abbiamo accompagnato la nostra nipotina Francesca: compendiava il passato, era simbolo di speranza. /:/Francesco Riitano. di Giuseppe e di Giovanna Salerno nato a Guardavalle il 19 dicembre 1920 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1930/1931) Una compagna del ®GalluppiŻ: Nicolina Cortese ... nell'anno scolastico 1935/1936 fu deciso l'abbinamento della prima liceale sezione A con la sezione B. La conseguenza che percepimmo fu una soltanto: avremmo avuto in classe le ragazze che solo pochissimi di noi avevano avuto fin dal primo ginnasio come compagne di scuola vere e proprie. Sul banco di prima fila, alla destra del docente, si insediarono Renata e Nicolina. Fui felice di capitare al secondo banco con il mio compagno di sempre; felice perch‚ Renata aveva fama di bravissima e Nicolina era molto vivace ed allegra. Si conferm• inoltre quanto si diceva in giro: avevano sempre una ®pogliaŻ di cioccolato da dividere con tutti, ed in parti uguali, con i pi— vicini. Ricordo che al primo tema in classe (di cui non rammento la traccia), Nicolina pretese che io rileggessi il suo compito per aiutarla. Non ne avevo mai letto uno cosŤ ben fatto; il mio, che era modesto, mi apparve modestissimo! Comunque, un po' per vanit…, un po' per interesse, mi permisi di criticare qualche passo e di darle qualche consiglio. Fu l'inizio di una vera e propria forma di sfruttamento. Lei mi nutriva e mi aiutava validamente in latino ed io le davo... inutili consigli in italiano. Forse le servivano per sentirsi pi— sicura. Cresciuti, diventati da compagni amici, le ho confessato tutto. Non mi ha creduto: ha voluto continuare a ritenermi pi— capace di Lei in italiano. Ora da tempo non ha pi— importanza chi fosse il pi— bravo. La vita non ci aveva allontanati; ridevamo, incontrandoci, dei nostri ricordi di liceo: il liceo "Galluppi". Lunghi, freddi, monacali corridoi, dove vegliavano con i mille occhi di Argo i bidelli Gallo e Russo; dove non appresi solo a coniugare ®rosa rosaeŻ, ma anche a pensare criticamente. Dicevo: la vita non ci aveva allontanati, eravamo rimasti vicini, nella stessa citt…, tra gli stessi amici. Il ricordo di Lei ora diventa sofferenza per la necessit… di usare i verbi al passato, perch‚ al presente, di Lei, resta solo il ricordo. /:/Giovanni Mastroianni. di Francesco e di Giovanni Chiric• nato a Catanzaro il 15 gennaio 1921 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1931/1932) Caro Ezio, per aderire alla tua richiesta, io non devo solo tornare con la memoria a tanto tempo fa. Al "Galluppi" aveva studiato mio padre, e lo hanno in seguito frequentato, oltre a mio fratello, mio figlio e le mie figliole. Dei cinquantacinque anni che sono passati da quando cominciavo il ginnasio, ben ventisette li ho poi vissuti lŤ dentro come insegnante. Tutto questo Š ora mescolato nel mio cuore. E come non sono sicuro di prescindere davvero, nel passarlo in rassegna, dai casi capitatimi in altre scuole e fuori della scuola, mi Š difficile separare i compagni dagli alunni, i professori dai colleghi, il preside Pane dal preside Fornari, i bidelli e gli impiegati conosciuti da ragazzo dai collaboratori del periodo successivo, la povera Agnese Fabiani da Franco mio. Tut—Longo, l'amico dell'adolescenza, da chi morendo come lui poco pi— che trentenne, mi aveva lasciato ad affrontare con l'impacciato sostegno di mia madre, i gradini solenni e le lapidi del vecchio istituto, e gli occhi burberi e divertiti attraverso lo sportello, del segretario Grillone. Per fortuna, i destinatari dei nostri ricordi non nanno interesse alle personali malinconie dei loro antenati in Pasquale Galluppi. Pu• magari servirgli una testimonianza, del modo (e della misura) in cui al liceo fummo aiutati ad orientarci, di fronte ai fatti grandi e terribili fra le due guerre. Nel 1936, quando l'impero fece di nuovo capolino sui colli fatali di Roma, io avevo quindici anni. Le dimostrazioni (come allora si chiamavano) durarono tre giorni. Tre giorni di sfilate per il corso, dietro ad una maschera del Negus... al quarto, nessuno aveva pi— voglia di smettere. Al quinto, nemmeno. CosŤ la sera giravano bigliettini, chi sa da chi ispirati: ®La conquista di un impero dev'essere degnamente festeggiata. Domani tutti alla villaŻ. Poi, per spiazzare la polizia: ®tutti al DuomoŻ. In classe, la celebrazione doveva essere tenuta dall'insegnante di Lettere, Miceli. Gi… anziano, sempre vestito di scuro, gli occhiali a pincenez e la lobbia, non so proprio se sotto sotto fosse d'accordo col regime. Del resto, l'ultima cosa che potesse passarci per la testa, era che esistesse in Italia un dissenso. Cresciuti sotto il fascismo, vedevamo in esso l'unica dimensione della politica. Miceli pot‚ comunque evitare di prendere posizione. Si offrŤ di sostituirlo uno degli alunni, forte della sua qualit… di figlio di un amico di Badoglio. Due anni dopo morŤ D'Annunzio, e ci furono manifestazioni in tutti gli istituti. Alla principale, che era la nostra, intervennero le autorit…. Dopo che tutti quei signori furono sistemati alla sua destra nel corridoio d'ingresso, e noi, in piedi, nel corridoio interno, l'oratore cominci•. Era un giovanissimo professore di Filosofia, Gabriele Porchi, dalla parola straordinariamente facile e suggestiva. Solo che ci si aspettava il solito discorsetto sul poeta-soldato, e non una conferenza di due ore, di taglio pi— critico che elogiativo. Il federale e gli altri a un certo punto se ne andarono. Ci volle tutta l'abitudine al compromesso e agli aggiustamenti allora dominante, perch‚ lo scandalo rientrasse. Al termine dello stesso anno scolastico, sostenni in anticipo gli esami di maturit…. Tanta era la fretta, di andare incontro ai tempi che premevano (e della cui vera natura avrei dovuto invece informarmi, rifacendo per intero la mia educazione intellettuale al rientro dal fronte). Ero stato io, sordo? O i maestri, quando non peggio, erano stati troppo prudenti? O date le condizioni generali del paese, le cose non potevano andare altrimenti? Fra i compagni che lasciavo a completare regolarmente il corso, il secondo dell'elenco, Mimmo Badolato, non sapevo ch'era figlio di un sovversivo, nientemeno di un comunista. Anche per questo non prevedevo che sarebbe diventato partigiano, lui cosŤ quieto e pacioso, e i tedeschi lo avrebbero fucilato. La sua vicenda e la mia sono in qualche modo rispettivamente esemplari. /:/Emilia Zinzi. di Vittorio e di Matilde Valentino nata a Catanzaro il 15 aprile 1921 iscritta per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1932/1933) Caro Ezio, un equivoco dovuto in massima parte al mio distacco da Catanzaro in questi ultimi anni ed alla mia vita di continuo movimento, mi ha impedito di farti avere il contributo a suo tempo richiestomi per la tua iniziativa editoriale, che documenta splendidamente vita e presenza del nostro ®GalluppiŻ nella citt…. Il volume mi ha riportato, non senza emozione, ricordi e immagini dei miei primi anni di lavoro, attraverso il pensiero affettuoso, caldo, vivo, di allievi e compagni. Ho ritrovato talora, nelle loro parole, il senso dei valori in cui credevo e su cui s'intesseva, giorno per giorno, il mio dialogo coi ®ragazzi del GalluppiŻ. Ai quali avevo fatto divieto di usare le espressioni ®bellezzaŻ e ®belloŻ, impegnandomi a cercare con loro nelle immagini, nei contesti, in tutto ci• che avremmo imparato a cogliere come figurazione, verit… ed autenticit…, densit… di valori umani, chiarit… e mistero. Nel tempo, fra gli uomini, cogli uomini. Idee che parvero rivoluzionarie in quel lontano 1956/57, mio primo anno d'insegnamento ma anche di primi istituzione in Italia d'una cattedra di Storia dell'arte, limitata ai Licei classici e con necessit… di preparazione specialistica per un serio avvio concorsuale. Erano idee e valori che, nell'addormentata Calabria di quel tempo, solo i giovani avrebbero potuto comprendere. Furono pochi anni, ma illuminati da momenti di gioia, di scambi, di speranze. La mia memoria visiva (portato professionale!), avvivata forse anche da un grande affettuoso interesse per i giovani, i loro problemi, la loro vita, mi suscita tanti e tanti volti, sŤ da far torto a citarne solo alcuni. Un torto indispensabile, che mi si perdoner…. Mentre scrivo, ho dinnanzi gli occhi stupendi e ricchi e intensi di Domenico Corradini e di Franco Piperno, nelle ore in cui cercavo con loro e seguivo l'arco della ricerca formale e umana di Michelangelo dal David alla Piet… Rondanini. E tanto pensiero, storia, esperienza del vivere erano al fondo della comune riflessione. O lo sguardo vivo, partecipe, inquieto di Carlo Felicetti e di Grazia Ruga, un giorno in cui avevo avviato un discorso di urbanistica, di formazione dei contesti urbani, di rapporto fra comunit… e spazio costruito, di linee di lettura per i luoghi del vivere, di ®segniŻ e diritti della comunit…, di partecipazione sociale e scientifica. E tanti momenti e persone dovrei ricordare da un mondo di ricchezze che ho esperito nelle aule del vecchio Liceo. Voglio dire ai ®miei ragazziŻ che ho ricevuto molto da loro, anche - e forse soprattutto - quando i pur cari professori di vecchio stampo apparivano abbastanza stupiti di quanto facevo, sino a considerare talora pericoloso e deviante il mio insegnamento. Ho dato quanto ho potuto. Sono stati anche per me anni di crescita perch‚ io, come persona umana e parte operante d'una comunit… sociale, che avrebbe avuto ampio raggio, sono nata nel ®GalluppiŻ. Ne sono stata allieva dal 1932 al 1939 (un anno in meno per un ®saltoŻ fra quarta ginnasiale e prima liceale). Ero molto giovane quando entrai per la prima volta nell'aula di prima ginnasiale della sezione di Via Venti Settembre, ma portavo gi… in me un'oscura e poi sempre pi— consapevole non accettazione d'una societ…, d'un mondo di cui avrei dovuto esser parte. Ero nata in una famiglia sensibile e aperta a sensi umani del vivere, ma anch'essa vittima dominata da strutture sociali impietose e fatiscenti. Ero forse la prima donna quaggi—, di una certa fascia sociale, salva dalle ®dande moraliŻ dei colleghi per-ragazze-di-buona-famiglia, dall'iter soffocante che secolari consuetudini destinavano a gran parte delle donne meridionali, tra falsi privilegi e smisurate rinunzie. La scuola segn• per me l'incontro con un mondo autentico, vero anche se difficile: un gruppo di ragazzi intelligenti e simpatici, che studiavano per costruire la loro vita, cosŤ come volevo fare anch'io. Mi furono tutti cari ed io a loro. I professori (Carpino, Marasco...) c'insegnavano a pensare, ad allargare i nostri orizzonti, rispetto al quieto grigiore d'una piccola provincia meridionale, con un passato robusto ma un presente sempre pi— esangue... Poi fu il Liceo. Le parole di Gabriele Porchi, cui devo soprattutto la maturazione d'una capacit… critica nei confronti della vita e degli altri, sostanziata da un senso profondo d'umanit…. Un senso che si arricchiva e non aveva barriere di tempo, di cultura, di credo filosofico o religioso nelle lezioni straordinarie sul dramma greco che, alle 15,30 del venerdŤ ci vedevano tutti vicini a Giacinto Gualtieri, docente di lettere classiche. Forse le due esperienze, queste, che pi— avrebbero inciso sul mio cammino, sulle mie scelte, sul mio rapporto cogli altri, allievi e colleghi, studiosi ed uomini comuni, deboli e potenti, asceti e consumisti. Al ®GalluppiŻ devo la forza, il coraggio, la chiarezza con cui - in bene o in male - ho realizzato giorno per giorno, il mio cammino. Al mio Liceo devo la ricchezza della mia vita di donna e di professionista. /:/Carlo Amodei. di Tullio e di Marianna Mantelli nato a Catanzaro il 6 ottobre 1921 iscritto perla prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1931/1932) Invitato e sollecitato dall'amico Ezio Galiano a ricordare qualcosa del caro Liceo "Galluppi", devo dire anzitutto di aver provato una commozione intensissima per l'affettuosa sollecitudine che Ezio mostra nel suo attaccamento a questa scuola che fu anche sua in giorni in cui si compendia l'intera vita di ogni studente, nei giorni cioŠ, degli esami di maturit… che affront• nel "Galluppi" per poter proseguire gli studi di filosofia che in quell'epoca erano preclusi ai provenienti dal Liceo Scientifico. La mia commozione si Š poi dilatata gi… per il semplice invito rivoltomi perch‚ si sono risvegliati molti ricordi nel mio animo memore del "Galluppi" amatissimo, che ho frequentato dal 1931 al 1938. Vado sull'onda di care memorie, ad anni lontani, vissuti intensamente piuttosto in raccoglimento e con sensi di doverosa e stimolante attestazione dell'impegno scolastico, della frequenza, dello studio assiduo ed ordinato. I ricordi sono tanti: del severo edificio di corso Mazzini, allora corso Vittorio Emanuele, di compagni sempre a me cordialmente cari, di maestri che ho amato e stimato ed ai quali va la mia vivissima gratitudine; sono anche ricordi di eventi, di episodi vari, di consuetudini di vita scolastica, memorie che necessariamente si colorano nell'anima di evanescenti tinte nostalgiche. Dico che ho amato ed amo il caro "Galluppi" dove entrai, impaurito e smarrito, appena decenne, per la prima volta nel giugno del '31 per sostenere gli attesi esami di ammissione. Li affrontai nei locali della vecchia biblioteca, gi—nel piano-terra: pi— giorni di prove scritte, tra cui la prova di disegno, per la quale tracciai il profilo di tre ciliegie, servendomi di una moneta di 10 centesimi, e poi il gran giorno dell'orale, presso un gran tavolo antico, davanti a professori e professoresse che mi incoraggiavano ma che a me ragazzetto parevano persone di un altro mondo, rappresentanti della verit… assoluta ed indiscutibile. Superata la gran prova, in ottobre di quel lontano anno, entrai nella prima ginnasio sezione A, tutta maschile. Nel ginnasio c'era pure la sezione B, ma forse nemmeno per tutte le cinque classi; ma quello ®della BŻ, per noi della A, era un altro mondo, straniero e lontano; la B era ®al MonteŻ, cioŠ in un locale di via XX Settembre. La sezione B accoglieva in classi miste pure le ®femmineŻ, le studentesse che mai vedevamo, gentili creature immaginate e lontane, affatto separate dalla nostra frequenza della scuola. Nei successivi anni ginnasiali fui sempre nella sezione A, con i miei compagni, nello stesso edificio del corso; poi per•, nella prima liceale... il gran balzo in un diverso ambiente umano, in una nuova esperienza di comunit…: arrivarono nella mia classe anche parecchie studentesse della B. Si form• una numerosa scolaresca di oltre quaranta alunni ed alunne. Stavamo in un'aula grande, quella che nel vecchio Galluppi era di fronte al vasto ingresso secondario; ma quell'affollamento non dur• molto perch‚, assai presto, parecchie di quelle gentili e generalmente cordiali compagne, se ne andarono (sette o otto): si ritirarono dalla scuola per prepararsi in pochi mesi, cosa che pareva pazzesca (!), per la maturit…, e poi tra luglio ed ottobre del 1937 il liceo per loro finŤ. Poi frequentai la seconda liceale, ma imitammo, io ed i miei compagni Giovanni Mastroianni e Francesco Bona, le coraggiose colleghe dell'anno precedente, e saltammo la terza classe: conseguimmo la maturit… nel luglio del 1938. Ma nel mio animo rimase un vuoto, ed ancora non so dire se fosse dovuto al non poter pi— entrare quotidianamente nel caro "Galluppi" o all'essermene andato via prima del tempo previsto, lasciando i miei amati compagni, che poi furono i ®maturiŻ del 1939. Voglio ricordare almeno qualcuno dei miei insegnanti, che vedo ancora, con la mente commossa, nelle aule dalle bianche pareti, seduti sulle poltroncine di legno e di lucida pelle nera, dinanzi alla scura cattedra elevata su di una massiccia predella. Ero affezionato sinceramente a loro e li stimavo assai, ed ero ingenuamente orgoglioso di avere loro e non altri. Non ho mai dimenticato l'insegnante di lettere dei primi tre anni di ginnasio, la signora Ada Vecchietti, colta, austera, ferma, per me esemplare; sempre l'ammiravo e la stimavo per l'ordine, l'assiduit…, l'efficacia del suo insegnamento. Per me era la bocca della verit…, il modello che avrei dovuto imitare nella scuola e nella vita; mi giudic• un buon alunno e forse fu consapevole di quanto la stimassi. N‚ mai ho dimenticato un altro apprezzato, stimato ed amato maestro che certamente molti catanzaresi ricordano con simpatia: il professor Cardamone, docente dalla seconda alla quinta ginnasiale di lingua inglese. Metodico e rigoroso, ma sensibile e buono, non ci fece mai perdere una lezione o una pur piccola parte di un'ora; tutto si svolgeva con ordine perfetto, con lui imparammo sempre e solidamente. Dopo quattro anni avevamo acquisito un buon patrimonio lessicale ed una razionale conoscenza della struttura morfologica e sintattica dell'inglese; particolarmente in quarta e quinta ginnasiale l'esercizio del leggere, del tradurre, dell'accostarci ai massimi scrittori fu intenso, ordinato, faticoso ma che si faceva con intima e perdurante soddisfazione. Stimavo molto il professore Cardamone, che era parco nelle lodi, ma ce le faceva schiettamente quando le meritavamo; in quei casi quando me ne tocc• qualcuna, mi sentivo il convinto destinatario di un responso oracolare. Negli anni che seguirono il caro professore mi onor• della sua amicizia, di cui godetti a lungo, anche dopo che si trasferŤ nel collegio militare della Nunziatella. Per la quarta e quinta ginnasiale insegnante di lettere fu il professor Domenico Miceli gi… anziano allora, quasi al termine di una lunga carriera; anche di questo maestro conservo un ricordo commovente e devoto soprattutto perch‚ mi ha fatto imparare molto e bene; era un uomo di vasta e solida cultura filosofica, letteraria, storica. Era, a dire il vero, poco esigente in fatto di compiti, di studio personale, ma in classe non passava un minuto senza che imparassimo qualche cosa. Le lezioni erano tutt'altro che aride e nozionistiche, potrei dire che non c'era confine fra le varie discipline: si spaziava liberamente, si passava dalla frequente citazione della ®Divina CommediaŻ, alla storia della civilt… classica, dalla figura dei grandi scrittori a fatti memorabili dell'epoca antica, medioevale, moderna, contemporanea; si collegava continuamente tra storia e geografia. Talvolta passavano ore intere, anche fino a tre di seguito, a tradurre frasi dall'italiano al latino o dal latino al greco, uno di noi alla lavagna (egli la chiamava con enfasi ®la tavola neraŻ) e gli altri scrivendo su un quaderno. Ma non era un attivit… arida e monotona, come poteva apparire esteriormente, perch‚ il colto e autorevole maestro vivificava continuamente quelle traduzioni, oltre che col presentarci le relative questioni linguistiche, col citare testi antichi e moderni, col ricordare problemi di critica e di ricostruzione storica, col richiamare momenti, figure, caratteri culturali di ogni et…. Il latino si imparava solidamente, cosŤ pure il greco, con uno studio parallelo; per la lingua italiana la cura del professore era continua; non gli sfuggiva la minima impropriet… lessicale e si doveva stare bene attenti quando si parlava, qualunque fosse l'argomento: occorreva usare vocaboli esatti ed appropriati, strutturare bene i periodi, e guai ad incorrere in qualche ®barbarismoŻ o neologismo, secondo lui riprovevoli e da escludersi. Di tutti gli errori od impropriet… in cui si incorresse ci faceva una chiara spiegazione, e ampliava in modo interessante il suo discorso con citazioni di testi, con vari richiami di elementi culturali, con sobrie delineazioni di questioni critiche, con motivazioni storiche e filosofiche; ma non mancava di inframmezzare qualche battuta rilassante, scherzosa, bonariamente ironica, indimenticabile. La prosodia e la metrica latina, con tutte le questioni connesse, sotto la sua guida da noi alunni della quinta ginnasiale furono imparate veramente bene. L'errore che si facesse nell'accento delle parole latine era oggetto di una spiegazione approfondita e limpida. Credo di poter giudicare che l'insegnamento del professor Miceli fece maturare in noi una consapevole e riverente stima delle nobili tradizioni culturali del mondo classico e della civilt…. Commosso e sempre pi— trasportato sull'onda dei ricordi, vorrei rammentare altri insegnanti ed i miei cari compagni, ed il vecchio liceo "Galluppi" del Corso, carico di memorie con i suoi muri massicci e le sue antiche porte con serrature enormi di ferro, chiss… di quanti anni... Scriverei troppo, forse, e potrei non interessare nessuno. Il caro "Galluppi" Š pure visto da me ancora nel ricordo dei presidi dei miei anni, il preside Morelli, settentrionale, indimenticabile (mio esaminatore, nel '38 in commisione di maturit…), il preside Pane, infine (per un anno) il preside Fornari; e vedo il "Galluppi" anche nei volti dei miei compagni di scuola, di cui alcuni sono scomparsi. Altri sono spariti dal mio orizzonte; ma tutti, tutti sento a me vicini come una volta, fermati nella mia mente, fuori dal tempo, con le sembianze fresche e serene di allora. Li vedo ancora come li vedevo quotidianamente in quegli anni lontani, nelle aule un po' chiassose, per i lunghi corridoi del vecchio "Galluppi" o nel cortiletto dell'entrata secondaria dove ci si intratteneva spesso per chiacchierare, scherzare, organizzare una partita di pallone da giocarsi alla "Fiumarella" o una passeggiatina collettiva con le biciclette che allora si noleggiavano. Ancora penso, a distanza di tanto tempo, che io ed i miei compagni immutabilmente in tutti quegli anni sentimmo un orgoglio, sereno e non malizioso, di essere studenti del glorioso "Galluppi", anche se singolarmente ognuno di noi poteva avere i suoi amici che frequentavano altre scuole o altri ambienti. Tutti sentivamo che la pi— autentica e gratificante comunit… era la nostra classe ed il nostro "Galluppi". Di questo sentimento ricordo una convincente manifestazione nel fatto che nell'anno 1937-1938 nella mia classe, due giornaletti scolastici, pazientemente ricopiati con la macchina da scrivere, ebbero vita per pi— mesi e furono diffusi per il liceo. Si scriveva un po' di tutto, anche scherzosamente, con sincerit… e schiettezza, ma prevalentemente di cultura e di esperienze di scuola, e non si attingeva materia dai copiosi temi della ®cultura popolareŻ di allora, il che sarebbe stato pi— facile e meno impegnativo. In quei modesti fogli si parlava della nostra classe, del "Galluppi", di cose imparate o studiate, di ricerche personali, non senza qualche battuta di critica reciproca fra i gruppi dei due giornaletti. In quelle carte apparve anche qualche delicata poesia di una nostra compagna di scuola che poi sarebbe stata benemerita nel progresso culturale calabrese: Emilia Zinzi. /:/Aldo Ferrara. di Francesco e di Rosaria Romano nato a Serra San Bruno il 18 dicembre 1921 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1931/1932) Ho passato nelle aule del vecchio Liceo-Ginnasio "Galluppi" ben otto anni della mia giovane et… ed esattamente dal 1931 al 1939, anno in cui conseguii la maturit…. Riandare a quegli anni di studi Š un affollarsi di ricordi, di speranze ed anche di certezze, che restano indubbiamente le cose pi— belle di tutta la mia vita. Fui allievo di grandi maestri di sapere e di formazione, a cui debbo tutte le soddisfazioni ed i successi registrati in tutta la mia esistenza, contraddistinta soprattutto da quello che ho imparato sui banchi del "Galluppi". Sono solito dire che la maggior parte della mia formazione di base, che mi consentŤ grandi onori ed immense soddisfazioni nella vita attiva, sono da ascrivere a quanto io ho appreso negli anni dei miei studi medi, che ricordo come il periodo pi— bello che mi sia stato possibile vivere. Ho attinto grandi mete: basti citare che sono stato Vice-Presidente e Presidente della Provincia, successivamente Presidente della Regione ed in ultimo Sindaco di Catanzaro fino a quando gravi malattie fisiche mi costrinsero al riposo forzato. Certo la mia mente va ai miei vecchi professori, l'uno migliore dell'altro, che hanno lasciato orme indelebili nel mio modo di concepire la mia posizione nella realt… sociale. Fra tutti i professori credo di dover dare il primo posto al mio docente di Storia e Filosofia alla seconda liceale. Si chiamava Gabriele Porchi ed a ventitr‚ anni era titolare di cattedra nei Licei. Giovane, alto, slanciato, fisicamente bellissimo, aveva una preparazione che trasfondeva negli alunni, forgiandone cultura e carattere. Era un antifascista autentico ed era anche ateo: sotto questo secondo profilo aveva con me frequenti discussioni, subendo io l'influenza degli insegnamenti del professore di Religione, Monsignor Pietro Fragola, al quale rendevo note tutte le teorie del professor Porchi. Le discussioni fra me ed il professore di Filosofia si mantenevano sempre sul piano del rispetto reciproco, tanto che, malgrado le differenti posizioni, il professor Porchi mi diede allo scrutinio finale della seconda Liceo nove in Storia e nove in Filosofia. Oltre il professore Porchi, poi trasferitosi in Turchia, non posso fare a meno di ricordare i miei insegnanti di Lettere, la professoressa Ada Campisi alle prime tre classi del Ginnasio ed il professor Domenico Miceli alla quarta e quinta ginnasiale e poi di nuovo quest'ultimo di Latino e di Greco alla seconda liceale. L'episodio che pi— mi inorgogliva a suo tempo fu quando mi venne affidato l'incarico di tenere una conferenza a tutti gli alunni del Ginnasio e del Liceo su un argomento storico: la conferenza veniva diffusa in tutte le classi a mezzo di un impianto centralizzato che era stato realizzato pochi mesi prima. Un altro episodio che ricordo benissimo fu quello riguardante l'affidamento al professore Porchi, che era, ripeto, antifascista, dell'incarico di parlare su Gabriele D'Annunzio. La conferenza si teneva nel corridoio centrale del Liceo: lascio a voi immaginare cosa successe quando il professor Porchi, invece di esaltare la figura del D'Annunzio, la demolŤ, tanto che ad un certo punto gli fu tolta la parola dal Preside e la conferenza ebbe termine tra gli schiamazzi generali. Si trattava allora di un Preside rigorosissimo ed intransigente, professor Giuseppe Fornari, di cui ricordo la figura imponente, l'estrema severit… e senso di disciplina che aveva riportato nell'ambito del Liceo, dopo un certo periodo di lassismo dovuto al Preside che lo aveva preceduto, che si chiamava Pane e che come il pane era buono. Io avevo la stima di tutti i professori e dei colleghi, ai quali ultimi, quando ne avevano bisogno, prestavo il mio aiuto ed il mio suggerimento, pur trovandomi in una classe in cui brillavano intelligenza e preparazione. Tra gli allievi di quel periodo basti ricordarne due fra tutti, Giovanni Mastroianni ed Emilia Zinzi, attualmente docenti universitari. Tra gli alunni della classe che veniva dopo la mia si sono fatti onore tutti, massime Aldo Corasaniti, attualmente altissimo magistrato di Cassazione e Mario Casalinuovo, uno dei pi— noti avvocati del Foro calabrese; oltre che a tale Vaccaro, che mori in giovanissima et… quando era gi… lanciato verso le pi— alte conquiste. Tutti gli alunni del Galluppi dei miei tempi raggiunsero mete altissime, grazie alla preparazione ricevuta in quelle vecchie aule, sfornite di tutte le strutture, tranne della struttura indispensabile ed universale costituita dal corpo dei docenti. /:/Francesco Cafasi. di Vincenzo e di Carmela Camandolese nato a Catanzaro il 2 febbraio 1922 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1932/1933) Egregio Preside, parlare della scuola dove si sono vissuti gli anni forse pi— importanti della vita scolastica e dove si sono maturate le esperienze che hanno portato al forgiamento della propria personalit…, non solo professionale, risulta certamente un compito assai gradito ma anche un ritorno nostalgico ad anni ormai lontani, se pur indimenticabili, e, forse, non tanto lontani da non poter rivivere quelle esperienze incorniciandole nel quadro critico di una maggiore consapevolezza e maturit…. Caro vecchio Liceo di Corso Mazzini... ancora pi— struggente Š il ricordo per chi, come lo scrivente (allievo coll'abitazione pi— vicina alla scuola), vive ormai da pi— di un trentennio lontano dalla citt… che fu dei tre V... Se chiudo gli occhi, in un flash-back ideale, rivedo le fisionomie dei compagni: i Mario, i Nicola, i Ciccio,i Tot• e poi Giulio, Aldo, Arnaldo, Italo ecc., i ®cittadiniŻ e quelli che venivano dai paesi "marini" e "silani"... in tutto, se non erro, in numero di ventuno - Corso A - pervenuti... all'ultima classe nel 1940. Ricordi... tanti. Molti sfumano nella memoria, altri riaffiorano, gli indimenticabili. Qualcuno: una pallata di neve sulla testa del Preside del contermine Istituto Magistrale "De Nobili" (persona nota per il suo rigore), lanciata da uno studente che oggi regge la Procura della Repubblica di un'industriosa citt… lombarda. Pallata che diede luogo ad un inchiesta interna per individuare il... colpevole, ma che pur il Preside del liceo prof. Fornari, cercava di mitigare: ®Era neve molleŻ - diceva al suo collega - che invece ribatteva: ®Era pietra duraŻ. L'episodio di un certo docente di matematica e fisica chiuso a chiave... nel sotterraneo laboratorio di fisica. L'interpretazione dei versi di una nota poesia ®O Mosa errante/ o tepidi lavacri d'Asquigrano...Ż da parte di uno studente (per me compagno di vita) oggi alacre parlamentare nonch‚ principe del foro, per il quale la Mosa, fiume, divenne Musa, con grande meraviglia ed... ira di un docente (caro alla memoria per la sua coerenza morale e politica) ®dagli occhi storti ma dall'anima dirittaŻ (u' papinu), come amava definirsi. L'interrogazione di storia di uno 'studente' oggi avvocato di Stato, interrotta spesso dal docente perch‚ la... veloce esposizione non dava tempo al professore di... voltare la pagina del testo. E un particolare ancora sullo stesso 'studente'. Appena suonava la campanella dell'ultima ora il nostro studente si... eclissava velocemente... lo ritrovavi nei pressi del Grande Albergo Mancuso. Era un mistero? Che ci faceva alla 'contr'ora' oltre S. Giovanni? Qualcuno volle pedinarlo... si scoprŤ che corteggiava una ragazza che... abitava a Rione Milano. Qualche mattina entrava in classe con noi un... sosia. Era il fratello gemello di un compagno, oggi notaio nella citt… del Giglio. Noi lo sapevamo ma i docenti tardarono ad accorgersi, tale era la rassomiglianza dei gemelli monovulari. In classe si incrociavano (oltre i pernacchi) i soprannomi; cosŤ c'era 'il lottatore' (o l'atleta) di S. Sostene, oggi giudice costituzionale; poi 'l'alfiere' o il 'contabasole' o 'impiegato' al pubblico calpestio... che in seguito scal• Palazzo S. Chiara; il 'ganimede' oggi giudice a Padova; il 'filosofo Rousseau' normalista e docente universitario che la Parca purtroppo ghermŤ nel fiore degli anni; il 'pitorro' venuto dalla vicina Pentone, oggi stimato avvocato del foro catanzarese; 'capo 'e vacca' a cui faceva riscontro 'capo 'e cardiddu', il 'pitaro' frequentatore del Pio X; il 'camorrista' oggi medico... Poi il crogiuolo della guerra c'inghiottŤ e ognuno di noi visse a suo modo i tragici eventi... la fine ingloriosa della dittatura, l'Otto Settembre, l'impatto colle democrazie d'oltr'alpe, la resistenza... Ma diversi di noi, proprio dai banchi del Liceo, per merito dei suoi insegnanti, trassero l'energia morale che fu di grande aiuto nel tormentato dopoguerra, che pur ebbe i suoi momenti di lotta nella citt… di Carlo V, quando si operava sperando che la ®questione meridionaleŻ (che oggi pare, purtroppo, sia in preminenza calabrese) trovasse una via d'uscita attraverso la dialettica democratica. E qui la memoria corre ai nomi di docenti. Gabriele Porchi-Diano, Arturo Massolo (in modo particolare quest'ultimo, che il caso volle compagno d'arme oltre l'Otto Settembre, nel Mugello toscano) dai quali imparammo, come ebbe a dire un grande storico della scuola bolognese, ®a denudare i fatti storici dalle apparenze menzognere con cui gli interessi e i sentimenti li rivestonoŻ. Le lezioni di Arturo Massolo avevano eco nella citt… anche perch‚ il professore frequentava la Biblioteca Comunale, unica oasi di libert…, allora, in una citt… paludata di nero, nella quale, com'Š noto, convergevano i ®dissidentiŻ e dove don Pippo De Nobili, la cui figura penso non abbia bisogno d'essere 'illustrata', teneva 'cenacolo di varia umanit…' pur educandoci alla seriet… della cultura e al culto della libert…. Penso, caro Preside, d'aver ottemperato ai suoi desiderata: quanto scritto Š dettato dal cuore per il mai dimenticato Liceo e per la citt… di Catanzaro, della quale mi sento sempre... figlio, e forse non degenere. /:/Mario Casalinuovo. di Giuseppe e di Giuseppina Perricone nato a Catanzaro il 18 maggio 1922 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1932/1933) Gli anni del Liceo: 1937-1940 Al primo liceo arrivammo decimati. L'esame di licenza ginnasiale, come sempre in quei tempi, era stato difficilissimo. Difficili le prove scritte, difficili le prove orali: sintassi latina e sintassi greca mozzavano il respiro e rendevano le notti insonni. Pochissimi superarono gli esami a giugno e pochi quelli di riparazione a settembre: soltanto una pattuglia della nostra affollatissima quinta ginnasiale. A parte la scrupolosa ed impegnata preparazione per gli esami orali, anche con mesi e mesi di lezioni private, fu determinante, per alcuni, alle prove scritte di latino e greco, l'aiuto di un indimenticabile nostro compagno: Nicola Vaccaro, strappato alla vita nella pienezza della sua maturit…. A Lui desidero dedicare, anzitutto, questo mio ricordo dei tempi lontani del "Galluppi". Ed a Lui perch‚ era il migliore di noi: non soltanto per la forza della sua intelligenza, del suo pensiero e della sua preparazione; ma anche e soprattutto per la sua bont…, che in concreto si estrinsecava nell'affetto sincero che portava ai compagni, prodigo sempre di consigli e di aiuti. Quando morŤ, la scuola e la societ… persero un uomo che avrebbe certo portato ancora alla evoluzione dell'una e dell'altra un grande contributo, come aveva fatto negli anni della vita, fino a quel momento vissuta in maniera tanto impegnata. La sua vocazione ®filosoficaŻ era stata ampiamente manifestata negli studi liceali. Si laure• in filosofia alla ®NormaleŻ di Pisa e si diede all'insegnamento, insistendo sempre nei suoi approfondimenti scientifici gi… largamente apprezzati su piano nazionale. Non penso che ®la politicaŻ, che pur concepŤ come un dovere, lo distraesse del tutto dai suoi studi. MorŤ improvvisamente, su un treno, mentre tornava ad Arezzo (dove risiedeva e dove nel 1968 era stato eletto senatore per il PCI), da Roma, dopo aver partecipato alle sedute settimanali del Senato. Io Lo conoscevo profondamente. Alcuni compagni eravamo sempre insieme. Prima della scuola, a scuola, nel pomeriggio, a sera. Studiavamo anche insieme. Com'era possibile, si intende. E fu cosŤ che, ormai studenti liceali, il nostro desiderio di ®sapereŻ e di ®comprendereŻ si and• dilatando. Eravamo cresciuti all'ombra del regime. I tempi delle ®conquisteŻ in terra etiopica, con le ®consentiteŻ evasioni scolastiche, vere giornate di vacanza, e con i lunghi chiassosi inneggianti cortei, erano passati da poco ed erano alle nostre spalle. Nicola Vaccaro ci fu di grande aiuto. Penso che sia stato il primo di noi a capire, e non solo per gli orizzonti culturali ai quali, al di l… della scuola, era interessato; ma anche per i rapporti di fiducia e di studio che aveva contratto con il nostro insegnante di filosofia, oppositore, in verit… con altri, del fascismo imperante. Erano, i nostri, evidentemente i primi passi verso una realt… sconosciuta; anche per chi, come me, aveva vissuto e viveva in una casa in cui l'esempio di una voce libera e democratica non mancava. Fu cosŤ che gli anni del liceo andarono avanti, in un'alternanza di avvenimenti: da una parte, le manifestazioni ufficiali che ci coinvolgevano; dall'altra le nostre interminabili discussioni per capire cosa andava accadendo. Tra le manifestazioni ufficiali, ricordo la nostra partecipazione, con una larga rappresentanza della scuola catanzarese, al campo ®RomaŻ di Centocelle, in occasione della prima visita di Hitler a Mussolini che si risolse, in definitiva, in una settimana di vacanza e in un viaggio a Roma; e ricordo, ancora, la nostra partecipazione, anche a livello nazionale, ai ludi iuveniles della cultura e dello sport. Ma anche quelle manifestazioni erano occasioni di incontri, di discussioni, di scambi di idee e, quindi di attente riflessioni. Frequentammo il liceo dal 1937 al 1940. Era gi… nato l'Impero. Ed erano gli anni in cui la illusione della propria forza e la solidariet… italo - tedesca, che port• poi al patto d'acciaio ed all'asse Roma-Berlino, spianavano la via al nuovo conflitto mondiale. All'interno, avvenimenti gravi ed eccezionali, come la campagna antiebraica e le leggi razziali, stimolavano il desiderio di conoscenze, di raffronti e di termini di comparazione che, purtroppo, ci mancavano. Avevamo certamente una classe vivace. Alla pattuglia, che aveva superato la licenza ginnasiale, si unŤ un'altra pattuglia di altri cari e bravi compagni provenienti dall'istituto salesiano di Soverato. L'ultima volta, la ricordammo con il prof. Livio Cancellieri (recentemente scomparso, alla cui memoria elevo ancora il mio commosso pensiero), nostro apprezzato insegnante di italiano al secondo ed al terzo liceo, alcuni anni or sono, in un casuale incontro nella parte alta della nostra citt… di Catanzaro. Vivemmo, insomma, anni intensissimi che per gli avvenimenti che li caratterizzarono finirono con l'assumere tanta importanza nella storia d'italia. Essi certamente pesarono sulla nostra formazione culturale e spirituale. Eravamo spensierati, ma responsabili. Ci avviammo, cosŤ, verso la maturit… classica con un serio programma di studi che alla fine, sul piano pratico, si rivel• inutile. Il 10 giugno del 1940 il popolo italiano fu convocato in tutte le piazze d'italia per apprendere, dalle parole del capo, la dichiarazione di guerra alla Francia e all'Inghilterra. A scuola, gli annunzi e le sollecitazioni, per la grande ®adunataŻ del pomeriggio in piazza Stocco, oggi piazza Matteotti, furono tanti. Il Preside Fornari, persona carissima (che aveva voluto tra l'altro affidarmi la dirigenza dell'attivit… sportiva del "Galluppi", che io svolsi da organizzatore e da ®cestistaŻ in tutti e tre gli anni che videro il nostro Liceo piazzarsi al primo posto nei tre campionati studenteschi di pallacanestro) ed assai scrupolosa nell'osservanza delle disposizioni che arrivavano da ®RomaŻ, raccomand• il pi— compatto intervento alla manifestazione che si annunziava carica di storica importanza. C'eravamo anche noi ed ascoltammo, attraverso gli altoparlanti sistemati nei punti strategici della piazza, la voce roboante dell'oratore che parlava, al solito, dal balcone di piazza Venezia. Non so fino a qual punto ci rendemmo conto della gravit… di quanto andava accadendo. Ma certo, l'inizio della guerra, con tutto ci• che ne conseguŤ non soltanto sul piano nazionale, ma anche per ognuno di noi che avevamo pi— o meno compiuto i diciotto anni, rappresent•, per tanti aspetti sui quali non mi pare sia il caso ora di indugiare, una svolta importante della nostra vita. Continuammo a studiare in vista degli esami di maturit…. A sera, con l'oscuramento della citt… ormai in atto, unico indizio concreto della guerra che altrove muoveva i primi passi, il nostro gruppo guidato da Nicola Vaccaro, in casa dell'uno o in casa dell'altro, proseguiva nella complessa preparazione, com'era quella che allora si richiedeva. Ma le interruzioni dello studio e le divagazioni sui gravi avvenimenti gi… accaduti, ma soprattutto sulle prospettive, divennero sempre pi— frequenti e tali da far passare del tutto in secondo piano la necessit… della nostra preparazione. Non passarono molti giorni ed arriv• l'annunzio, in parte previsto: gli esami tradizionali furono soppressi e gli scrutini finali ci consegnarono, sostanzialmente, alle forze armate per l'avventura che pi— tardi doveva tanto tragicamente concludersi. Un salto di pochi anni ed un'ultima annotazione: quando venne il momento, fummo consapevolmente pronti alla via democratica e sapemmo imboccarla. E qui mi sembra giusto fermarmi. Il resto appartiene alla vita di ognuno di noi. Parlarne ad altri, oggi, nelle tante esperienze di quegli anni, forse non avrebbe senso. Ne parlammo, invece, l'estate scorsa (del 1988), in un incontro tra vecchi compagni, ad iniziativa di Antonio Talerico, tanto caro a tutti per il suo grande cuore, avvocato e componente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati e procuratori presso la Corte di Appello di Catanzaro. Ci ritrovammo in pochi, per le difficolt… che ad altri, ormai da tempo lontani dalla Calabria, avevano impedito di raggiungerci. Desidero ricordare i presenti al convivio, oltre me e Talerico, in una calda sera di agosto di fronte al nostro azzurrissimo mar Jonio: Giulio Bossi, avvocato in Catanzaro; Aldo Corasaniti, magistrato di Cassazione, giudice della Corte Costituzionale; Nicola Corigliano, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Brescia; Pantaleone Froio, notaio in Firenze; Italo Iannoni, ingegnere in Catanzaro; Arnaldo Menniti Ippolito, Presidente di Sezione della Corte di Appello di Venezia; Ezio Romano, Presidente del Tribunale per i minorenni di Messina; Gregorio Staglian•, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione. Ci fecero pervenire la loro adesione: Francesco Belmonte, Avvocato Generale presso la Corte di Appello di Catanzaro; Francesco Cafasi, professore di storia dell'agricoltura presso la facolt… di Agraria dell'Universit… di Bologna; Nicola Crisafi, Preside del Liceo di Todi; Mario Ranieri, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Salerno; Cesare Vincelli, avvocato in Crotone. Fu una serata indimenticabile. A raccentar tutto quel che ci dicemme di quegli anni lontani intensamente vissuti non basterebbe il volume che sta per dare alle stampe il prof. Ezio Galiano, prestigioso Preside del Liceo, al quale si deve la iniziativa del ®ricordoŻ di quel che fu e di ci• che tuttora rappresenta il "Galluppi" di Catanzaro. A Lui giungano le espressioni del mio pi— vivo compiacimento e della mia personale gratitudine, con i sentimenti della nostra antica amicizia e della pi— profonda stima. /:/Aldo Corasaniti. di Giuseppe e di Margherita Scicchitani nato a San Sostene il 9 novembre 1922 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1932/1933) Illustre signor Preside, aderendo al suo cortese invito, cercher• di descrivere l'esperienza da me realizzata con la frequenza dei corsi del "Galluppi" nella fase avanzata degli studi medi, esperienza certamente importante per la mia formazione. Gli anni precedenti erano stati soprattutto di attesa, di approccio entusiastico (ma un po' retorico e permeato da barbarica curiosit…) al mondo della cultura. E tuttavia non li rinnego, anzi li considero anch'essi fondamentali, soprattutto per quell'oscura spinta di barbarie, tra forza vitale e ®libido sciendiŻ. CosŤ il "Galluppi", dopo avermi richiamato come un miraggio di elevatezza culturale, mi cattur• con la sensazione immediata, che seppe darmi, di concretezza e seriet…. Crollarono molti dei miei miti. Fui invitato a non indulgere in fantasie, vale a dire in approssimazioni. Il latino ed il greco mi furono presentati quasi come scienza esatta. Mi fu ispirato il rispetto del testo, il senso di rigore filologico. Successivamente, tuttavia, in concomitanza con le prime, incantate letture crociane, recuperai, ma con maggior sicurezza, dovuta appunto alla salutare ®ristrutturazioneŻ subita, il gusto della critica estetica dei classici. Ricorder• certe scoperte virgiliane, cui mi indussero le eleganti e suggestive indicazioni di un docente dal mite sorriso, del quale non ho saputo pi— nulla. Ricorder• la quasi stupefacente plasticit… di un'ode oraziana - Vides ut alta stet nive candidum - rivelatami, durante una supplenza, da un altro docente dal dolce parlare, del quale purtroppo dovevo poi apprendere la scomparsa. Ma la grande, sognata avventura fu l'incontro con la filosofia: momento magico della vita spirituale forse per ogni uomo, certo per ogni giovane meridionale. E non posso non ricordare il docente che all'esperienza filosofica mi persuase: alto, ieratico, dall'acuto ed esaltante argomentare, che ho perso di vista. Pi— che con la ricostruzione del pensiero filosofico, peraltro proposta come quotidiano invito all'attuale riflessione, egli vi riuscŤ con la lettura, alla scolaresca attonita e trascinata, del canto dantesco di Ulisse; con la trasfigurazione che quel canto opera, dell'ultimo viaggio di un uomo nel segno della vocazione dell'uomo; con l'appello, che quel canto esprime, al destino di ricerca cui l'uomo deve la sua dignit…. Maturava cosŤ per me, con l'aiuto anche degli altri professori del Liceo, in quegli anni, una nuova attesa, che avrebbe trovato sfogo nell'accesso alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Mi Š dato cosŤ collegare la fase degli studi filosofici pisani, che Š stata per me centrale, alla fase del "Galluppi". Resterebbe da chiedersi perch‚ e come, tutto sommato, le vicende che ho descritto appaiono contrassegnate dall'impronta della solitudine, dall'aspirazione ad un contatto con l'assoluto tramite la rivelazione quasi messianica dei docenti (o, se vogliamo, tramite il loro maieutico intervento), piuttosto che dalla tendenza alla socialit…. Si pu• forse ritenere che solitudine e socialit… siano momenti di attivit… spirituale suscettivi di alternarsi, idealmente o anche temporaneamente. Il primo dei due momenti prevale in ragione dell'esigenza di prepararsi a produrre o di produrre, quasi traendo da s‚, per meditazione o decifrazione di messaggi remoti. Si accetta, allora, o addirittura si sceglie l'itinerario (che figuratamente nell'oceano, o nel deserto, o nello spazio, Š realmente) in s‚ medesimi. Mentre pu• apparire ostativo o recludente il luogo sociale in cui ci si trova ad esistere, compresa la famiglia. L'altro momento prevale quando si avverte la necessit… di propiziare la produttivit… altrui, di mettersi al servizio degli altri. Ma occorre vigilare a che tale atteggiamento non degeneri in chiusura, o in promozione di chiusura, istituzionale o corporativa. Al ®folle voloŻ di Ulisse pu• alternarsi validamente non l'immobilit… del seguace di una religione castale, ma il sofferto andare del pellegrino, votato a raccogliere ed a propagandare messaggi prossimi: ad infittire cosŤ la terra di quel dialogo ®apertoŻ, di quella socialit… ®diffusaŻ, in cui consiste l'altro aspetto essenziale del destino di ricerca proprio dell'uomo. /:/Laura Lauria. di Paolo e di Ermelinda Chiapperini nata a Salerno il 23 gennaio 1923 iscritta per la prima volta alla prima ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1933/1934) La mia compagna di banco: Clara Trovato Tutto cominci• con un inaspettato, violento scroscio di pioggia che mi colse all'improvviso. Per non bagnarmi troppo e rovinarmi la pelliccia, cercai rifugio nel primo portone vicino, appunto quello del liceo "Galluppi". Da quanto tempo non ne varcavo la soglia? Anni, tantissimi anni, ma non abbastanza perch‚ quelle scale, quei muri, quella luce cosŤ grigia e smorta, non mi sembrassero conosciute ed amiche. Fuori continuava a diluviare ed il fruscŤo delle macchine ed il gocciolŤo della pioggia sull'asfalto erano gli unici rumori che riempissero l'androne. Ma ad un tratto, non so per quale strana fantasia, mi sembr• che il fruscŤo divenisse uno scalpiccŤo e che ad esso si unissero voci e risate e parole e richiami e che dalle scale si riversassero nell'androne tanti ragazzi: visi giovani, spensierati; visi conosciuti e cari... Canino, Aversa, Mantelli, Bruzzese, Capalbo, Laurenza, Guzzi, De Franco, Casalinuovo, Bossi, Ceniti, Battaglia, Greco, Mancuso, Mastroianni... e tanti tanti altri. E fra tutti questi visi ecco apparire il tuo viso, Clara Trovato, mia indimenticabile compagna di banco. I tuoi grandi occhi, la cui immensa cornea bianca racchiudeva un cerchietto pieno di pagliuzze d'oro, i tuoi occhi mi cercarono, mi trovarono, mi sorrisero. Come una volta dicevano: ®AndiamoŻ. Quante volte siamo andate e venute per quelle scale di grigio cemento, scambiandoci l'ultimo risultato del problema, chiarendo l'ultimo dubbio di una traduzione non ben capita, confessandoci le nostre ansie e le nostre gioie? Poi ci accoglieva il secondo banco a sinistra, e sembrava essere una cornice alla nostra amicizia, sembrava che in esso i nostri caratteri perdessero le loro caratteristiche opposte —tu cosŤ dolce, pacata, femminile; io cosŤ irruenta, polemica, sportiva - in una specie di osmosi che dava e riceveva solo le cose migliori. E come dividevamo fraternamente ogni cosa! Ricordo ancora le ore passate a ritmare metricamente i versi di Virgilio e di altri autori latini, cosa alla quale teneva moltissimo il professore BattagŤia, quel professore allora cosŤ giovane, quasi un ragazzo come noi, al quale poteva essere perdonato di farsi distrarre dalle difficolt… dell'Anabasi dalla dolce curva di un ginocchio apparso tra il nero severo di qualche grembiule. Ricordo le grida di indignata protesta e di repulsione per la vivisezione di una rana che un nostro compagno eseguiva sotto gli occhi compiaciuti della professoressa Caputo. Le corse affannose fino al terzo piano di quello che allora si chiamava ®Grand Hotel ModernoŻ, dove ci attendeva la figliuola dell'allora federale di Catanzaro, la tizianesca Flory, che tutte invidiavamo ed odiavamo un po' per gli enormi cappelli di feltro che portava e per quei suoi vestiti che sapevano lontano un miglio di alta moda fiorentina. Era arrivata a scuola quasi alla fine del secondo trimestre ed al professore Caputi - anticipatore ed assertore della superiorit… del ®giudizio sull'alunnoŻ di fronte alla ®votazioneŻ del medesimo - era venuta la magnifica idea di incaricare noi due per ficcare in quella testa rossa ma, ahim‚, digiuna di ogni filosofia tutto il programma che fino allora era stato svolto, spiegandoci con un sorrisetto, che la Varalli sarebbe stata interrogata, sŤ, a fine trimestre, ma che il voto sarebbe stato dato a noi due. Quell'indimenticabile professore Caputi che ci aveva uniti in un terzetto con Aversa (oggi stimatissimo e valente notaio, allora vittima di entrambe) per leggere fuori programma enormi volumi del Michelet ed incomprensibilissimi brani di Benedetto Croce. Ricordo Clara, la tua pazienza sorridente, la tua perseveranza placida e quel tuo incoraggiarmi con un sorriso quando mi sentivo stanca o stufa, quello stesso sorriso con cui mi dicevi ®Forza!Ż dietro la rete del campo di pallacanestro dove, amichevolmente e pazientemente, assistevi alle mie evoluzioni ginniche, magari pregando in cuor tuo che i miei sforzi avessero come coronamento la sconfitta della squadra del Professionale per la soddisfazione ed il gaudio del nostro amato e tifosissimo preside Fornari. Ed i nostri sogni, Clara? Quanti ne facevamo e tutti luminosissimi perch‚ ci sembrava che la vita non potesse non risolversi in grandi quantit… di soddisfazioni, successi, felicit…, onori. Non sapevamo invece, che non avresti potuto realizzarli. Tu ed io non sapevamo che una malattia improvvisa e rapida ti avrebbe portara via da chi ti voleva bene e che il posto accanto, nel banco, sarebbe rimasto vuoto fino alla fine dei miei studi. Ad un tratto, come era incominciata, la pioggia finŤ. Ma nell'avviarmi verso uscita, voltandomi ancora una volta verso le scale vuote e silenziose, mi parve di vederti ancora, Clara, nel solito angolo dove sempre mi aspettavi, stretta nel tuo grembiule nero, con i libri sotto il braccio. E mi parve che, in quel tuo sorriso, in quell'androne un po' oscuro ed un po' umido del mio vecchio, caro liceo "Galluppi", fosse rimasta molta parte della mia giovinezza: forse la migliore. Francesco /:/Francesco Saverio Tolone. di Giuseppe e di Cecilia Azzariti Bova nato a Girifalco il 24 febbraio 1923 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1933/1934) Il 1933 all'et… di dieci anni, io andai come convittore, nonch‚ studente di prima ginnasiale, al Galluppi di Catanzaro. Mio padre pens• fosse bene ch'io mi cominciassi ad ambientare al Convitto alcuni giorni prima dell'apertura delle scuole. Alcuni giorni passarono ed io mi cominciavo a sentire un po come di casa quando una sera arriv• un nuovo convittore. Il ragazzetto, decenne come me bello e gentile d'aspetto, aveva capelli ondulati castani e occhi azzurri. Mi avvicinai a lui ®Mi chiamo Tolone - dissi - e tu come ti chiami?Ż ®CiccioŻ - fu la risposta. CosŤ cominci• un'amicizia che rimane, 53 anni dopo, e le molte leghe che ci separano, calda e schietta come negli anni della giovinezza. ®CiccioŻ era ed Š Franco Donato Di Paola, che poi si laure• in medicina specializzandosi in malattie polmonari, diventando uno dei pi— eminenti specialisti della materia. Docente universitario, per alcuni anni incaricato della cattedra di malattie polmonari all'Universit… di Padova, ben noto in circoli medici calabresi e nazŤonali, ma non soltanto come medico: noto anche per la bont…, generosit… e signorilit… che gli sono caratteristiche. Durante quel primo anno, il Convitto aveva un ginnasio proprio, quindi autonomo, non sotto la direzione del Ginnasio-Liceo Galluppi che per• occupava lo stesso edŤficio del Convitto. Ricordo con affetto la mia prima insegnante di ginnasio, la buona gentile e cara professoressa Primo-Primiero. Altre Professoresse, che conobbi negli anni successivi e che ricordo con rispetto e gratitudine, furono la signora Daffin…, insegnante di scienze e le sorelle Barbieri, una insegnante di storia e filosofia, l'altra di storia dell'arte. Dal secondo ginnasio in poi, noi convittori ci aggiungemmo alle schiere dei ragazzi e ragazze del Ginnasio-Liceo. Quanti ricordi riaffiorano a tanti anni di distanza! Le mura grandi e solide che allora mi sembravano quelle di una fortezza medioevale, i corridoi lunghi ed ampi, le aule piuttosto buie, fredde d'inverno, calde d'estate, i banchi duri e un po' scomodi, e poi le lezioni interminabili, la severit… di alcuni insegnanti ma la bont… di altri, la preoccupazione dei compiti dell'indomani e quella assillante degli esami prossimi, il desiderio delle vacanze, e poi, il vociare di noi tutti, il ridere ed a volte il piangere - non tutti i giorni sono felici nella vita, anche nella vita dei giovanissimi. Ma intanto amicizie si formavano e si cementavano per rimanere intatte un'intera vita. Dei cari compagni di quel tempo ricordo con piacere particolare, assieme a Donato, Aldo Paparo, Nino Gimigliano, Angelo Caglioti, Aldo Vero, Aldo Sestito, BebŠ Bova, Nino Sabatino, Antonio Pallone, Ciccio Abiusi, Piccino Teti, Nicola Manfredi, Roberto Colao, Peppino Arcadi, Tonino Caroleo. Tutti si affermarono come professionisti valorosi, alcuni restando a Catanzaro, altri trasferendosi altrove. Purtroppo alcuni di loro non ci sono pi— . Benedetta e cara la loro memoria. Uno dei nostri compagni era Natalino Gemelli. Un po' timido, quasi un po' scontroso, non era uno dei ragazzi pi— popolari nel nostro gruppo. Ma quando rideva - e rideva piuttosto di rado - la sua risata era fragorosa e si sentiva a un miglio di distanza. Dopo il liceo, Natalino ed io ci ritrovammo a Napoli, studenti del primo anno d'universit…, io iscritto in Medicina, e lui in Legge. Da liceali non eravamo stati intimi, ma ritrovandoci nuovi nella grande citt…, dove conoscevamo ben poche persone, diventammo molto pi— amici. C'incontravamo di sera e passeggiavamo su e gi—per la vecchia via Roma, a volte chiacchierando, a volte in silenzio. Spesso parlavamo degli anni a Catanzaro, dei vecchi amici, magari ripetendo le stesse vecchie storie. Andavamo spesso al cinema insieme. Ricordo alcuni films del grande comico Tot•, e ricordo ancora di pi— le fragorose risate di Natalino che esplodevano d'improvviso nei saloni dei cinema. Tutti si voltavano a guardare quando Natalino rideva in quel suo modo tutto particolare, e tutti non potevano fare a meno di ridere anche loro. Era il 1941. La guerra infuriava, Natalino era un paio d'anni pi— grande di me. Un giorno mi venne a trovare. Aveva ricevuto la cartolina di precetto; partŤ come allievo ufficiale; torn• a Napoli per una breve licenza alcuni mesi dopo, splendente ed elegante nell'uniforme di sottotenente dell'esercito. Aveva ricevuto l'ordine di partire per la Iugoslavia. Quella sera lo accompagnai alla stazione ferroviaria. Ci abbracciammo. ®Arrivederci - io gli dissi - arrivederci alla tua prossima licenzaŻ. Lo rivedo ancora affacciato al finestrino del treno. Sorrise, mi salut• con la mano: Arrivederci. Ma il rivederci non venne mai. Natalino morŤ in guerra in Iugoslavia, una delle tante vittime di quella esecrabile guerra. Chi sa dove egli riposa, in quella terra straniera, probabilmente in una fossa comune con altri che non conosceva ma accumunati a lui da quel triste destino. Possa la tua anima vagare nelle praterie del cielo, Natalino, inebriata d'infinito, eternamente giovane, e possa tu ancora ridere come facevi allora, possa tu far ridere con te altre anime gentili, vaganti nello spazio e nel tempo! Possa tu essere l…, a ricevere ad uno ad uno noi tutti, i tuoi vecchi compagni di quella vecchia scuola, e rendere la nostra ascesa meno difficile! Non era facile per me, a Catanzaro, seguire le orme di mio fratello Salvatore, che, dieci anni pi— grande di me, mi aveva preceduto, come convittore e studente del Ginnasio-Liceo, lasciandosi dietro di s‚, dieci anni dopo, una scia interminabile di affetti e d'amicizie. Al Convitto, quando il Rettore Romano seppe chi ero: ®Fratello di Salvatore?Ż mi domand•. ®SŤ, signor RettoreŻ. Il professore Cardamone: ®Fratello di Salvatore?Ż. ®SŤ, ProfessoreŻ. E cosŤ tanti e tanti altri, Salvatore, anche chiamato ®Tolone il belloŻ, era uno dei pi— noti studenti della citt…, editore e scrittore del giornaletto della sua scuola (quanto pagherei per ritrovarne una copia! - egli scriveva con lo pseudonimo di Erio Neanio), uno degli organizzatori di tutte le attivit… scolastiche, di tutti gli agonali di cultura, perfino uno degli organizzatori di una gita di studenti al Portogallo: cosa rarissima a quell'epoca - si era al 1929 o 1930. Giovane di carattere brioso, brillante, generoso, trovava facile creare amicizie dovunque andasse. No, non era facile per me seguire le sue orme. Io non ero eloquente, non ero bello. Fra l'altro, durante quel tempo di adolescenza, fui afflitto da alopecia areata, per cui perdevo i capelli a chiazze, e tanto and• avanti per anni. Mi sentivo un poco minorato, avevo voglia di nascondermi. Solo facendo appello a tutta la mia forza, a tutto il mio orgoglio, riuscivo a mettermi avanti con gli altri ragazzi. Salvatore si fece medico. Ebbe l'incarico di assistente universitario alla Clinica Neurologica dell'Universit… di Napoli all'et… di appena 24 anni, e divent• ordinario a meno di 27. Immediatamente dopo la guerra, quando ricominciarono i concorsi, conseguŤ la libera docenza in neurologia, affermandosi come uno dei pi— noti specialisti di Napoli. Potrei scrivere molto di pi— in quanto a quel caro fratello. Egli mai dimentic• il Convitto ed il Ginnasio-Liceo. Anche quando aveva raggiunto l'apice della sua carriera di medico e docente universitario, gli piaceva sempre ricordare gli anni trascorsi a Catanzaro, le vecchie amicizie, le birichinate di giovinezza, i Professori, gli istitutori, tutti. Anni passarono. Io emigrai, prima in Svezia poi dalla Svezia negli Stati Uniti di America. Vivevo a Chicago. Era l'anno 1955, ed era il giorno di Thanksgiving - la giornata di grazie - una festa tipica d'America. Io ero preoccupato giacch‚ una lettera di mia madre mi aveva informato che mio padre, allora settantaquattrenne, era a letto con disturbi cardiaci. Un telegramma mi arriv• dall'italia, ed era un messaggio di condoglianze. Ma non mi diceva chi era morto, ed io pensai al mio vecchio padre. Mi attaccai al telefono. Le comunicazioni internazionali a quell'epoca lasciavano molto a desiderare. Telefoni a Girifalco, mio paese nativo e dove i miei genitori abitavano, non ce n'erano. L'unica persona a cui pensai di poter telefonare era mio fratello Salvatore a Napoli. Ad onta dell'aiuto degli ®operatorsŻ del centralino, cercai invano, due giorni e due notti, di ottenere la comunicazione col numero di telefono di mio fratello. Fu due giorni dopo, con due giorni di ritardo, che un secondo telegramma mi arriv• dall'italia. Chi era morto era proprio mio fratello, quello a cui non riuscivo a telefonare, ucciso all'et… di 42 anni in un incidente di macchina, in una fredda sera di autunno, su una strada di campagna a pochi chilometri da Napoli. CosŤ finŤ quell'uomo di intelligenza e nobilt… senza pari, che fra l'altro era stato uno dei pi— brillanti studenti del Liceo-Ginnasio Galluppi. L'altra macchina - e l'autista - coinvolti in quello scontro, non si trovarono mai. Š possibile che l'altro autista non fosse pi— responsabile dello scontro che mio fratello stesso, tuttavia egli non ebbe il coraggio di fermarsi su quella strada deserta e cercare di soccorrere quell'uomo morente. Se ne and• portandosi con s‚ l'angoscia di quel momento e forse il ricordo della sua vilt…, probabilmente a pesargli addosso come una cappa di piombo per il resto della sua vita. Alcune settimane dopo quella triste ®giornata di grazieŻ io partecipai a un raduno di medici dell'Universit… di Chicago, dove allora facevo l'istruttore di radiologia. Fui presentato, fra gli altri, al Dr. George Gomori, un ebreo ungherese professore di patologia all'Universit…. ®Tolone... - disse, quando sentŤ il mio nome - Italiano, naturalmente...Ż. ®SŤ, - dissi io - ItalianoŻ. ®Aspetta, - disse Gomori - ho letto proprio alcuni giorni fa un lavoro italiano in tema d'istochimica del sistema nervoso, e l'autore Š appunto, mi pare, un ToloneŻ. ®SŤ, - io risposi - Salvatore Tolone: era mio fratelloŻ. ®Lei dice - era? - fece Gomori. ®SŤ, - dissi io - era. Mio fratello Š morto alcune settimane fa in un incidente di macchinaŻ. Gomori non disse pi— niente. Il prof. Gomori, un'autorit… internazionale in patologia ed istochimica, morŤ egli stesso, all'et… di 48 anni, un paio d'anni dopo. Egli lavorava a quell'epoca con Huggins e, se fosse rimasto vivo, avrebbe probabilmente condiviso il premio Nobel che fu dato a Huggins pochi anni dopo. Quella notte Gomori si svegli• con dolori atroci al petto. Chiam• la moglie, fece la propria diagnosi: infarto del miocardio. ®Telefona a un'ambulanzaŻ - disse alla moglie. Come la signora cercava di aiutarlo: ®Il mio polso si affievolisce - disse - sento che sto per andare in shock. Addio, cara, pensa tu ai figli.Ż MorŤ momenti dopo. Catanzaro era, anche ai miei tempi, il centro della Provincia, politico, economico, culturale. E come i Romani ®de RomaŻ guardavano un po' dall'alto in basso i provinciali, come i Napoletani veri chiamavano ®cafoncelliŻ quelli dei paesi vicini, cosŤ anche i Catanzaresi catanzaresi si sentivano superiori a chi, dalla provincia sonnacchiosa, si recava al capoluogo. ®Gi…, gente 'e paisaŻ dicevano, ma senza cattiveria, i buoni Catanzaresi, giustamente orgogliosi della loro citt… che aveva di gi… a quell'epoca, cose come una funicolare, un cinema il cui tetto (meraviglia) si apriva automaticamente per lasciare andar via il fumo e far vedere le stelle, ecc. ecc. Le ferrovie Calabro-Lucane, che alcuni chiamavano, ma ingiustamente, Calabro-lumache, erano gi… in esistenza a quei tempi. Carrozze a cavalli e traini abbondavano ancora e automobili ed autocarri erano relativamente rari. I signorotti di paese venivano a Catanzaro magari per dieci minuti di affari all'ispettorato Agrario, e poi dovevano passare un'intera mezza giornata aspettando il postale ®del pomeriggioŻ che li riportava a Maida o a Iacurso, o a Girifalco. Andavano a far pranzo in uno dei buoni ristoranti della citt…, un po' cari: un pranzetto con primo, secondo, pane, vino e frutta non costava meno di cinque lire. La pasta costava 3 lire al chilo. Una ®BalillaŻ della Fiat di quell'epoca costava intorno alle diecimila lire. Una canzonetta in voga era quella del sogno modesto e borghese: ®Se potessi avere... mille lire al mese...Ż. Non c'era a quell'epoca l'universit… a Catanzaro, ed il liceo classico rappresentava allora l'istituzione massima del sapere provinciale. Gerarchi fascisti, funzionari, signorotti locali e della provincia, intellettuali e pseudo-intellettuali centellinavano interminabili tazzine di caffŠ sedendo all'aperto sul marciapiede del caffŠ Colacino, intenti a guardare chi andava e veniva, additavano l'uno all'altro: ®Quello - vedi - Š il preside del Galluppi; quell'altro - vedi - Š il professore di storia e filosofia...Ż Senza dubbio, le pi— alte personalit… delle Scienze e delle Lettere locali. Ricordo due presidi durante quegli anni: il preside Pane, gi… vecchietto a quell'epoca, piccolo, grassetto, brizzolato, buono come le montagne della sua Sila, paterno nel suo atteggiamento e nel suo modo di parlare. Dopo Pane venne il preside Fornari, pi— giovane ma anche lui brizzolato, un intellettuale, alto, severo nell'aspetto. Lo tememmo da principio, ma poi, come imparammo a conoscerlo, ne apprezzammo l'onest… e la rettitudine ed il sincero interesse per la scuola e gli studenti. Fra i professori ricordo particolarmente Cardamone, insegnante d'inglese. Mi resi conto molti anni dopo che la pronunzia inglese il prof. Cardamone non la sapeva, o la sapeva molto male, ma in quanto a grammatica e probabilmente anche in quanto a letteratura Š chiaro che egli conosceva quella lingua quasi alla perfezione. Burbero e a volte quasi violento, si faceva per• ben volere da tutti, colleghi e studenti. Il prof. Robustelli (matematica) era uomo di grande gentilezza e signorilit…. Il prof. Miceli (lettere, al ginnasio superiore) era gi… molto anziano e malandato ai tempi nostri. Una delle sue espressioni preferite era: ®Hai tu forse vaghezza d'andar fuori?Ż Da generazioni di studenti che ci avevano preceduti, il prof. Miceli, allora pi— giovane, era addirittura considerato il ®terroreŻ della scuola. Ma io ricordo quando, ormai in ritiro, vecchio e sofferente, andai a salutarlo a casa. Fu una sorpresa per lui. Parlammo un po' del pi— e del meno, cerc• di mostrarsi come al solito un po' burbero, un po' distante, poi m'accompagn• alla porta e al momento d'andarmene m'abbracci•. Fu quello forse il suo unico momento di debolezza di fronte ad un allievo. Fu quella l'ultima volta che io lo vidi. Il prof. Cancellieri (italiano, al liceo): giovane a quell'epoca, probabilmente sui trent'anni, bonario, sincero, quasi affettuoso coi suoi ragazzi, una perla d'uomo. Brav'uomo ed ottimo insegnante anche lui il prof. Di Rosa (latino e greco). Entusiasta, gentile il prof. Gualtieri, anche lui insegnante di latino e greco al liceo. Mi ricordo quando una volta mi vide nascondere sotto il banco un piccolo quaderno. Monellerie non mancavano in quella classe, e il professore pens• probabilmente che io nascondessi della letteratura proibita. Niente di scandaloso. La pornografia a valanghe non esisteva a quei tempi. Quelli fra noi veramente fortunati riuscivano a mettere le mani su edizioni non purgate del Decamerone di Boccaccio, o delle novelle di Bandello. E in quanto a droghe, neanche se ne parlava. Droghe erano sostanze di cui leggevamo soltanto vagamente a proposito del misterioso e lontanissimo Oriente. Ma i nostri maggiori non volevano che noi ci distraessimo, neanche coi romanzi di Salgari o con quelli a fumetti. Il prof. Gualtieri mi ordin• di portargli quel quaderno. Lo feci un po' a malincuore, ma il professore fu piacevolmente sorpreso quando vide di che si trattava: mi ero sforzato di tradurre, in poesia, in italiano, i lirici greci: Saffo, Anacreonte e gli altri. Mi buscai un ®noveŻ in greco che veramente non meritavo. Il prof. Gabriele Porchi: storia e filosofia, giovane, brillante, bello, intelligentissimo, coltissimo, quasi geniale. L'ammirazione degli studenti. Ma, ahim‚!... Porchi era anti-fascista. Non erano quelli tempo e luogo per antifascisti. Pochi mesi soltanto e il Porchi poi sparŤ dalla circolazione. Non se ne seppe pi— niente. FinŤ probabilmente al confino politico o peggio. Porchi era di Reggio Calabria, ma quando anni dopo Nicola Manfredi, uno dei nostri ragazzi, reggino anche lui, cerc• di rintracciarlo, non riuscŤ a sapere nulla. Pensammo - e il cruccio mi rimane vivo dopo tanti anni - che forse Porchi morŤ in carcere. Erano tempi turbolenti. Erano quelli gli anni dell'apogeo del potere fascista, e si potevano vedere, a caratteri grandissimi, su fianchi di colline lontane, scritte che dicevano: ®Viva il DuceŻ o ®Mussolini ha sempre ragioneŻ. Mussolini navigava allora sulle onde del dolce successo. Lui era l'uomo che aveva ristabilito l'ordine nel paese dopo il caos che seguŤ la prima guerra mondiale. Lui era quello delle bonifiche, quello della battaglia del grano, quello dei balilla, degli avanguardisti, delle piccole e delle giovani italiane, l'uomo che con pompa e magnificenza diceva a noi tutti: ®Ricordate le glorie del passato, quelle dell'antica Roma, quelle del Rinascimento, quelle del RisorgimentoŻ. Poi anche: ®Ricordate l'onta d'Adua... e quella va vendicataŻ. CosŤ Mussolini s'imbarc• nell'impresa d'Africa, ed il popolo che aveva fede in lui lo seguŤ, quella volta, con sincero entusiasmo. Quando lui disse: ®Date oro e ferro alla PatriaŻ, il popolo rispose con slancio ammirevole. Quando lui ci ricord•, come Foscolo aveva detto, che sacro Š il sangue per la Patria versato, noi gli credemmo e ci sentimmo fieri. Ricordo la scena quando uno dei nostri reggimenti ritorn• vincitore dall'Africa e sfil• per le vie di Catanzaro: il saluto del popolo a quei soldati fu spontaneo, commovente, entusiastico. Ma poi, dopo la guerra d'Africa venne quella di Spagna. Quella era una guerra che il popolo non capiva poi tanto. Perch‚ mandare i figli d'Italia a morire col…? E molte altre cose il popolo non riusciva a capire, o non poteva accettare. Erano quelli, tempi di stivaloni neri e lucenti, di aquile romane, di metalli fiammeggianti. Infiniti nastrini e medaglie a dozzine adornavano le giubbe di gerarchi, gerarchini e gerarchetti marcianti impettiti. Non era poi tanto un problema di corruzione, sopruso e abuso (ma perch‚ no, ripensando al Porchi?): era certamente un problema di stravaganza, vanit… ed inettitudine. Erano tempi di retorica vana, di discorsi vani di grandezza che non c'era, mentre mendicanti abbondavano per le strade di citt… e paesi, e contadini e braccianti, pur lavorando dall'alba al tramonto vivevano spesso come bestie fra le bestie, vestiti di stracci, spesso non avendo abbastanza pane per sfamarsi. Ma - diceva la propaganda fascista - Š ritornato l'impero sui colli fatali di Roma; che volete di pi— ? E poi Mussolini si lanci• a capofitto nella tragica avventura della seconda guerra mondiale, scatenata dalla follia di Hitler, ma a cui non poco Mussolini stesso contribuŤ. Se Mussolini aveva conquistato l'Etiopia, ad onta dell'opposizione della Francia, dell'Inghilterra, e della Societ… delle Nazioni, Hitler pensava di poter conquistare l'intero mondo. Mussolini andava dicendo che aveva al suo comando otto milioni di baionette. Quello che voleva dire era che la popolazione dell'Italia era tale che, all'occorrenza otto milioni d'uomini si potevano chiamare alle armi. Ma egli non aveva, in realt…, n‚ otto milioni di baionette, n‚ otto milioni di camicie, n‚ otto milioni di paia di scarpe da dare a tanti soldati. I fanti italiani furono mandati a marciare a piedi nelle steppe infinite della Russia e nei deserti infiniti della Tripolitania, a volte con scarpe rotte e divise a brandelli. Non guanti, non scarponi, non giubboni per affrontare i rigori dell'inverno russo: un litro d'acqua al giorno a persona da bere nel caldo infernale del deserto del Nord Africa. Le steppe gelide di Russia risuonarono del grido: ®Avanti Savoia!Ż, quando la Cavalleria italiana s'avventava a sciabole sguainate contro i carri armati russi. Ma la cavalleria stessa non era pi— di attualit… a quell'epoca che le lance e gli scudi di Giulio Cesare. I fantaccini morenti di sete nelle dune deserte di Libia si difesero contro i mezzi meccanizzati e gli aeroplani degli Inglesi coi vecchi moschetti che ricordavano l'altro secolo. Quale miracolo li poteva far vincere? Questi erano i tempi durante quegli anni. Questo l'ambiente di Catanzaro, della provincia - malgrado tutto - addormentata: dell'Italia e poi del mondo in tumulto. Il Ginnasio-Liceo continuava a funzionare, un po' miracolosamente, un po' per forza d'inerzia, ad onta di tutto. Ad onta delle parate, ad onta dei molti giorni di festa che per una ragione o per l'altra, non mancavano mai, ad onta delle giornate di dimostrazioni ®oceanicheŻ quando ci si recava ad udire i discorsi del Duce trasmessi via radio a tutte le piazze italiane e ad onta delle guerre. La seconda guerra mondiale port• l'oscuramente, port• il razionamento del pane e di tutti i viveri, dei vestiti e delle scarpe, port• i bombardamenti e la quasi completa distruzione di molte citt… italiane, port• gli innumerevoli telegrammi alle innumerevoli famiglie dei caduti in guerra, port• infine l'invasione e gli stranieri in Italia. Quelli di noi che sopravvissero continuarono ad imparare; noi, i reduci di quella generazione bruciata, continuammo prendendo il nostro posticino nel mondo, grati fra l'altro a quella vecchia scuola per quanto ci aveva dato. Ed ora che sono vecchio e molto lontano, mentre ripenso a quegli anni della giovinezza, a quella terra, a quella scuola, mi echeggiano nella mente, per associazione d'idee, i versi del Carducci: ®Addio, cipressi, addio, dolce mio piano!...Ż. Ed altri versi: ®S'io vi vedr•, colline, vi chieder• di chiudermi nel vostro senoŻ. SŤ, addio, dolce mio piano, mie colline, e addio mia vecchia scuola. Ma come il tempo passa, tu, vecchia scuola, non muori. Tu rimani, come allora, ad echeggiare ancora del vocŤo dei giovani, a dare ancora ai giovani sapere e speranza, ad additare loro la via da seguire nella vita. No, nulla Š finito: ®Amor ritorna e mentre tutto cambia il desiderio ancor si fa pi— forte e quell'amore in s‚ si specchia eterno come la terra come la morteŻ. C'Š amore e c'Š fiducia nell'avvenire: Rinasce in sulla fossa del padre il fiore della speranza e lo raccoglie desioso il figliuolo. E sŤ fidente la vita tumultuosa si rinnova...Ż /:/Nino Gimigliano. di Beniamino e di Beatrice Pellegrini nato a Catanzaro il 3 marzo 1923 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1933/1934) Muta. Nastri di piombo con andare torto di briaco corrono a scacchi il cubo edificio opaco. La polvere vi ha tesi i ragnateli e spento il vetro. Sento che lŤ dietro stan vasi di mattoni vuoti senza pi— limoni o viole senza sbalzi di verde verso il sole senza ebbrezza perch‚ so che la Giovinezza gi… da tempo ha sgorgati gli origialli dei frutti che qualche mano li ha colti tutti e qualche bocca li ha divorati. (I versi sono tratti da: ®VetrateŻ di Massimo Bontempelli) Š quello che Ezio ci ha chiesto di recuperare dei ricordi, con una carrellata fino al primo piano, al dettaglio, su fatti e persone dimenticati nel buio di profondit… abissali, lontani poco meno di mezzo secolo: operazione irreale non diversa dallo sceneggiare ed interpretare, cinematografare sogni che furono in gran parte realt…. Š l'ultimo ®compitoŻ d'italiano. RE BOMBA Mio padre volle accompagnarmi al ®GalluppiŻ quel mio primo giorno di scuola, affinch‚ comprendessi l'importanza di potermi chiamare studente ginnasiale. Ero spaurito e le mie preoccupazioni aumentarono quando vidi sulla soglia dell'edificio un pancione alla Oliver Hardy (moderna versione di Caronte pronto a traghettare un immaginario Acheronte, a vigilare l'ingresso di un mondo sconosciuto e misterioso), in livrea gallonata e berretto guarnito da severa visiera che con solennit… mista a bonomia distribuiva agli studenti che passavano davanti a lui, vera e propria iniziazione, pacche e sorrisi di incoraggiamento. Compresi che l'imponente personaggio aveva a che fare con la Scuola, lo ritenni il padrone dello stabile o forse il Preside, ma non mi riuscŤ d'immaginare come potesse passare se non in virt—di poteri soprannaturali dalla porticina, una pusterla intagliata in uno dei battenti del pesante portone brunito che non ricordo mai entrambi aperti avendoli il tempo forse saldati per sempre. Invece si trattava del portiere. Resomi conto delle sue effettive mansioni, non esitai ad attribuirgli, per via della somiglianza ad una mina, il nomignolo, ben presto ratificato a maggioranza dall'intera classe, di Re Bomba. Avevano anche riportato voti i soprannomi: Falstaff n. 7; Bombolo n. 4; Pantagruel n. 2; Capitan Del Borro n. 1. Non allarmatevi: non intendo, sul filo sottile ma tenace della memoria, raccontarvi la mia vita di ginnasiale prima e di liceale poi. Lo far• solo per questa breve sequenza iniziale con la mano forte e possente di mio padre (ne sento ancora il calore e la protezione mentre mi conduce a scuola, e poi per tutto il resto della vita, fino al giorno in cui divenne rigida e fredda) e termina con le parole rivolte al custode: - Ricorda questo Š mio figlio! con cui mi affidava alla protezione del portinaio, che, non insensibile alle raccomandazioni, mi risparmi• lo schiaffo alla nuca e mi sospinse nella penombra dell'androne. LE OPERE DI DIFESA (I due colonnelli). Omissio medio, non altrettanto breve la sequenza finale dell'ultimo anno di liceo, che si pone agli antipodi, otto anni dopo, il 1941 - XX E.F., secondo anno di guerra. Oltre al profumo di primavera dei diciotto anni, c'erano nell'aria inconfondibili i segni premonitori di quanto le demoplutocrazie d'oltre mare si preoccupassero per l'oscura indecifrabile potenza rappresentata dal "Galluppi", ed ordissero, nell'ombra (com'Š uso del nemico) una qualche clamorosa sortita. Ma il nostro Istituto vigilava. Squadre di operai (particolarmente inesperti in opere belliche) iniziarono la costruzione di poderose fortificazioni, elevando lungo i quattro magnifici corridoi che davano sul cortile interno adibito a palestra scoperta, una ventina di muri zigzaganti dell'altezza di poco meno di tre metri e di pari larghezza. In pratica, il vetusto glorioso edificio fu trasformato in una via di mezzo tra il labirinto ideato da Dedalo per Minosse ed un ®percorso di guerraŻ dove esercitare all'occorrenza, le non proprio spiccate nostre attitudini militari. Il prof. Salvietti, colonnello d'artiglieria in s.p.e., docente di cultura militare di indiscussa autorit…, ebbe l'incarico di verificare la consistenza e la bont… dell'opera, anche nella sua qualit… di Capo dell'UNPA. Era codesta una potente organizzazione semiclandestina, nel senso che ben pochi ebbero mai modo di accorgersi della sua esistenza, specie in occasione dei bombardamenti. Ad essa competeva la protezione antiaerea della cinta urbana, e nelle sue file militavano (non so per quali motivi e meriti) un Roberto Trovato sognatore e fascinoso pi— che mai, ed un azzimato "soign‚" Ezio Galiano. A quest'ultimo, oggi Preside del nuovo Liceo "Galluppi", corre l'obbligo di dare plausibile giustificazione, per la storia, di una siffatta compromettente affiliazione. Completato il fortilizio, il Colonnello ne verific• la consistenza con lo stesso piglio di Cesare quando nel 55 a. C., dall'alto del ponte lanciato sul Reno in dieci giorni, si compiacque coi suoi genieri, o come Adolf nella recente ispezione della linea ®SigfridoŻ. In esito al collaudo delle nostre fortificazioni egli lasci• intendere che da quel lato potevamo stare tranquilli, senza apertamente pronunziarsi quanto ai rimanenti lati. In cuor mio ho sempre sospettato che, nonostante la divisa grandiosamente indossata (con tanti di quei gradi e di mostrine policrome da farmelo ricordare somigliante ad un ®generaleŻ di Baj) egli, non diversamente dal celebre Walter Schnaffs, nutrisse un odio feroce istintivo e meditato per quanto malauguratamente avesse potuto (carri armati, mitragliere, aerei da bombardamento e soprattutto le lunghe vitree baionette) attentare all'integrit… della sua epa. E se non pi— a praticare, era tuttavia costretto a soffocare l'istintiva repulsione e predicare l'arte della guerra come scienza morale. Il professor Salvietti portava come patronimico il termine abitualmente dato agli usberghi che proteggono la divisa dalle vermiglie macchie nelle gladiatorie lotte contro enormi scodelle di pastasciutta, il che non impediva comunque alla maggior parte di noi, degni allievi, di considerarlo l'italo Von Clausewitz per la grande competenza nella incandescente ed esplosiva materia. E qui si impone un entracte, una parentesi. Per soddisfare tanta ansia di nozioni belliche, ad un Istituto di prima linea come il nostro non poteva bastare un solo docente di quella basilare materia ch'era la cultura militare. Ed infatti ne aveva due. Secondo un distorto nostro modo di vedere, al sullodato erano state affidate le opere di difesa del ®GalluppiŻ non gi… in qualit… di ingegnere, ma quale autore di ben altre ®opere d'arteŻ, due favolose fanciulle esili bionde flessuose come spighe di grano maturo, la pi— grande dal nome beneaugurante di Vittoria. Egli, in verit… soltanto capitano, fu promosso all'unanimit… ®maggioreŻ allorch‚ facemmo conoscenza con la prima figliola e, avuta occasione di rimirare la seconda elevato a ®colonnelloŻ. L'altro, che chiamavamo ®Altol…Ż, era colonnello per davvero. Il miglior uomo del mondo e, cosa piuttosto rara per i colonnelli anche di tutti i tempi, godeva di una cultura non solo militare. Una bella figura di soldato, tutto d'un pezzo; dotato dell'occorrente ®phisique du roleŻ: per l'andatura possente, lo sguardo fiero, il batter secco dei tacchi come schioppettata, la compassata rigidit… della schiena e del collo, ricordava vagamente l'ufficiale prussiano interpretato da Erich Von Stroheim ne ®La grande illusioneŻ pur senza il collare ingessato. Vedovo, aveva superato da un pezzo la cinquantina, era ancora galante come un damerino, voglioso come uno studente, focoso come un torero, oltre che ricercato nell'abbigliamento. E s'innamor• di lei che insegnava scienze naturali, di ®Madama ScienzaŻ (questo l'appellativo) e non vantava somiglianza, neanche la pi— lontana, con attrici n‚ di primo n‚ di secondo piano, se si eccettua forse Bette Davls, com'Š oggi per•. Quando si sparse la voce di quel tardivo idillio, senza neanche indire l'assemblea, l'esecutivo del III liceo Sez. A, arrogandosi i poteri della stessa, retrocesse il colonnello a ®maggioreŻ. E dopo il matrimonio lo degrad• a ®capitanoŻ. Accadde cosŤ che dei due docenti di cultura militare, a chi era capitano fu, per due meriti speciali gi… considerati, riconosciuto il grado di colonnello, mentre il vero colonnello fu, per egual numero dl demeriti degradato a capitano. Ma torniamo alla nostra storia. Ultimate le opere militari bisognava ora saldamente presidiarle. In una lunga e snervante riunione del Consiglio dei professori prevalse, all'interno di quell'illuminato consesso, la tesi che i due ufficiali superiori, signori della materia, avevano mirabilmente sintetizzato nella frase: ®La fanteria Š la regina delle battaglieŻ, apoftegma di sicuro effetto anche se piuttosto bizzarro; si trattava di un evidente ripiego dal momento che il Liceo non possedeva n‚ artiglierie n‚ forze corazzate o tanto meno aeronavali. L'altoparlante di classe c'irradi• la voce del Preside (gi… all'ascolto diretto caratterizzata dal fatto che egli masticava appetitosamente ed inghiottiva con avidit…, come fossero polpette, una buona met… delle parole) che nella versione radiofonica vide scomparire altra percentuale di fonemi intellegibili. Fu un nostro compagno, Giusti Enzo, studioso della lingua presidese, il solo capace di tradurla all'impronta, ad informarci che venivano istituiti turni di guardia e vigilanza notturna. Era ormai chiaro che il nemico ci temeva, manovrava per tentare l'assedio, ma le misure del Governo erano immediate quanto efficaci. Sulla parete in miglior luce di ogni aula furono appese istruzioni formato 100 x 70 elegantemente a colori dal titolo AVVISTAMENTO E REAZIONE ALL'ATTACCO AEREO NEMICO e sotto in cinque campiture (®partito-seminquartatoŻ), le descriverebbe un araldista) una sequenza di eventi cui tenersi pronti all'evenienza: una campagna all'italiana, ricca di colline ridenti attraversare da strade serpeggianti per come avrebbe illustrato ®Il GiornalinoŻ o ®Il Corriere dei PiccoliŻ e nel cielo un nugolo di moscerini che nelle successive locandine si trasformano in bombardieri nemici pronti a sganciare il loro carico di morte se la nostra antiaerea intercettandoli non glielo impedisse. Prova documentale di siffatto efficace intervento volto a neutralizzare il nemico, si ha in una foto del Cav. Uff. Ilario Daniele pubblicata a pag. 366 di ®Cara CatanzaroŻ, (Rubbettino Editore, 1987) datata 1936(!) e riferita con altrettanta leggerezza all'Istituto Tecnico Industriale della nostra citt…, laddove invece Š ben riconoscibile il Preside Fornari accanto al prof. Mario Pasquale Colosimo (padre del mio carissimo Pier Paolo, che con ben diverse indicazioni ha fornito la fotografia) durante la lezione di ®esercitazioni tecnicheŻ. Ad ogni cantone dei corridoi furono collocati imponenti estintori ®futuristiŻ, a forma di cono fortemente allungato; e venimmo in possesso delle maschere antigas del tipo P.C., in commercio al prezzo di L. 32,20 per la popolazione civile in grado di spendere la somma, e rimanendo affidati alla divina provvidenza quanti non disponessero dell'occorrente numerario. Secondo quanto poteva leggersi nelle istruzioni, quegli arnesi dovevano essere utilizzati non solo in presenza di aggressivi chimici, ma anche quando si avvertissero nell'aria (cosa non infrequente durante le veglie notturne) odori pesanti. L'assedio del Galluppi era iniziato. LA GUARDIA ARMATA Libri di storia come di narrativa, ®chansons de gesteŻ fumetti e trame di numerosi film traboccano di assedi. Dall'assedio di Corinto a quelli di Calais, di Firenze, Roma, Parigi, fino all'Alcazar. Il qual ultimo, nell'avvincente narrazione di Valerio Pignatelli (la cui prosa merit• l'apprezzamento di Antonio Gramsci), ci sembrava tra tutti il pi— significativo. Temo tanto che a prima vista quello del ®GalluppiŻ non possa presentare episodi della stessa epicit…. Specie in considerazione dei tanti nostri camerati, di appena qualche anno pi— anziani, che si apprestavano chi nei Balcani a spezzare le reni alla Grecia, chi in Africa Settentrionale a veder le Piramidi sotto il comando di Graziani e lo sguardo ammirato di Rommel, chi ancora si preparava alla campagna di Russia ed alla presa di Mosca. Ma a ben pensarci non eravamo da meno. Ognuno aveva il dovere di servire la Patria con fedelt… ed onore, come poteva ed in umilt…, nei limiti di quanto gli era stato affidato. Alla nostra classe (terza A) fu consegnata la piazzaforte del Liceo Galluppi con gli attrezzi necessari per resistere, se del caso, fino all'ultimo respiro: oltre alle maschere antigas, ricevemmo in dotazione un elmetto carenato della guerra '15-'18 (per confondere il nemico pensai, del quale allora eravamo alleati) due pale, un piccone, sacchi di sabbia, quattro barelle. Questo materiale il bidello-capo Russo chiuse per• subito a doppia mandata in un locale inaccessibile, rifiutandoci la chiave col dire che potevamo farci male con quella roba, e poi chi le avrebbe sentite le nostre madri che a lui ci avevano affidati e non al Signooor Preeeside, strascicando con palese ironia le ultime due parole. Non Š possibile lasciare nell'ombra un personaggio come il bidello Russo, non certamente di secondo piano, se era ritenuto custode dei penetrali del Galluppi: ricordava a memoria lari e penati di quella scuola che, volta a volta, indicava nei cinque magnifici germani Pellegrini (Antonino, Francesco, Panti, Pellegrino ed Ottorino); o in Alvaro Corrado ®convittoreŻ dalla faccia di massaro appena ingentilita da precoci ®pince-nezŻ; o nei ®politiciŻ Chimirri Bruno e Grimaldi Bernardino (che erano stati Ministri) e MolŠ Enrico (che Ministro sarebbe divenuto); o nei ®poetiŻ Berardelli e Casalinuovo primo; o nei ®giovani filosofiŻ Lombardi Antonio, Vaccaro Nicola e Mastroianni Giovanni; o nei ®giuristiŻ Sabatini Gugliemo, Corasaniti Aldo, Casalinuovo secondo e terzo; o in Anile Antonio, De Nobili Filippo, Gironda Veraldi Giuseppe, Bosco Umberto e in tanti vividi ingegni. Tra le divinit… non amava annoverare i professori, almeno i viventi, forse per uno strano riguardo, o chiss…!, al contrario, per malcelata ostilit… verso i diretti superiori, o sol perch‚ dai giovani, pensava, c'era da attendersi un mondo migliore. Ed allora, riallacciando il filo pi— volte interrotto del discorso, gli attacchi anglo-americani (ragionammo secondo gli schemi della Scolastica) potevano venire da terra, da cielo o da mare. Per le insidie dal cielo e dal mare fu abbastanza agevole predisporre contromisure, che consistettero in strisce di robusta carta traslucida che le ragazze provvidero a trasformare in sagome di graziosi pupazzetti da incollare sui vetri delle finestre, al duplice scopo di rallegrare gli ambienti e rendere inoffensive le schegge di eventuali bombardamenti aerei o le bordate che la Home Fleet avesse deciso di concentrare sulla cittadella del ®GalluppiŻ. Quanto alle offensive da terra, pi— d'ogni altro temevamo gli uomini-talpa, soldati americani cosŤ chiamati, non tanto per la minorazione intellettuale (data per scontata dalla propaganda ufficiale), quanto per la loro attitudine di scavare lunghissime gallerie, che li rendeva simili al piccolo grazioso mammifero nero-azzurro, e capaci quindi, con procedimento non dissimile nel metodo, ma inverso nella direzione, da quello dell'abate Faria quando evase dall'isola delle Capre (o di Montecristo), di penetrare nel nostro fortilizio. Il nemico, insomma, poteva comparire all'improvviso, silenziosamente, negli scantinati del Galluppi. Si procedette allora all'ispezione degli stessi nel fondo della notte. Al lume di pestilenziali torce controllammo il pianterreno del fabbricato senza trovare traccia di penetrazione angloamericana, ma in compenso, scoprendo il magazzino viveri del Convitto Nazionale (discretamente fornito di latticini, carne insaccata e gallette) che fu dichiarato preda bellica e saccheggiato senza piet… sia per la voracit… tipica dei diciott'anni aggravata dalle privazioni autarchiche, sia perch‚ (e questa fu la motivazione ufficiale) in malaugurato caso di resa non cadesse in mani nemiche. Gli autori delle sottrazioni, nonostante accorate indagini cui fummo chiamati a dare il contributo di incaricati di pubblico servizio, non furono mai identificati e contro gli stessi i nostri compagni convittori Tolone Saverio, Donato di Paola Francesco e Sabatini Tommaso (che cominciarono a deperire rapidamente essendo stato ridotto quasi alla met… il gi… scarso vitto giornaliero) lanciarono irripetibili e sanguinosi insulti che ci tocc• ascoltare con vergognosa indifferenza. LA CASTELLANA In epoca come quella di cui la fortuna ci aveva chiamato testimoni, durante un assedio, sia pur largo (per com'Š detto quando l'assediante si mantiene a debita distanza dall'oste assediata) che ci vedeva arroccati nella salda massiccia roccaforte del ®GalluppiŻ, non poteva mancare una storia d'amore, la struggente tenerezza verso una dolce castellana, incantevole fanciulla alla quale dedicare pensieri ed imprese, secondo le regole mai desuete del codice cavalleresco. La forma d'un bel viso a che mi sprona? Ch'altro non Š che al mondo mi diletti Ascender vivo tra gli spirti eletti. Intanto con l'approssimarsi del diciottesimo anno di et… si andava verificando una decisa inversione di tendenza. Si allontanava cioŠ il sogno della fanciulla eterea (impersonata sullo schermo da Assia Noris o Alida Valli, Deanna Durbin o Irasema Dilian) fragile ed idealizzata, virt—e perfezione, che traeva remote origini dallo stil novo e dalla Beatrice dantesca ed aveva gi… esaurita la sua missione. S'imponeva vieppi— all'attenzione la donna corporea, con ®braccia, mani e visoŻ, (elencazione cauta ed alla rinfusa, per esigenze di rima che non risparmiavano neppure il cantore di Laura), di alcuni attributi femminili omettendone altri degni di maggiore considerazione, superfluo indicarli, ma che, proprio essi, principalmente, ®solean fare in terra il paradisoŻ. Un accenno al terzo stadio dell'evoluzione, in cui il nuovo poeta conduttore (prima dell'approfondita conoscenza dell'amore-maledizione di Boudelaire) Š Catullo che dissolve il mito della romanit… nella disperata ricerca, nel buio degli angiporti, dei fugaci piaceri di Lesbia, appare superfluo. La castellana, oggetto dei miei desideri, per una pura coincidenza si chiamava Laura della III B. Dal viso pareva una Madonna del Giambellino, ma nel personale, vistoso ed esuberante, faceva concorrenza alle signorine ®Grandi FirmeŻ del Boccasile, e lasciava dubitare potesse appagarsi unicamente nel premere ®col suo candido seno un verde cespoŻ. Alla pregevole fattura facevano cornice una intelligenza non comune ed una buona cultura, anche se le opinioni di eminenti scienziati dell'epoca, tra cui Nicola Pende, non conferivano grande peso a quei dettagli, la donna essendo chiamata solo alla cura del fanciullo, della casa e dei lavori femminili. Mi capitava sovente d'incontrarla, per via dei camminamenti obbligati nei corridoi che le mura interne avevano creato. Pi— raramente per strada, dalle parti di Via Indipendenza, a Rione Milano dove il destino aveva ubicato i miei amori pi— goffi e vertiginosi. Non osavo levare gli occhi su di lei, n‚ ella li abbassava verso di me, anche considerato il dislivello di statura. Nelle lunghe vigilie, quando nelle ore notturne la Scuola restava saldamente in nostra mano, ci veniva incontro una lunga fila spettrale, i neri grembiuli delle ragazze appesi a fronte alle rispettive classi. Per ragioni di sicurezza quegli indumenti venivano attentamente, voluttuosamente perquisiti, pensando al loro abituale contenuto, palpati e - confessiamolo - anche annusati. Forcine, fazzoletti profumati, rossetti e quant'altro rinvenuto nelle tasche: piccola bigiotteria, mezze sigarette, qualche cioccolatino con l'oroscopo amoroso fatto di sentenziose e stucchevoli frasi famose, era implacabilmente confiscato. Il mio problema fu quello d'individuare la sua sopravveste, per lasciarvi un vibrante messaggio d'amore. La III B era classe mista sita nell'ultima aula, la pi— vicina alla Presidenza, e facilmente accessibili si presentavano i grembiuli. Ma erano tutti eguali; solo pochi portavano segnato, con refe bianco, il monogramma della proprietaria. Mi chiedevo come facessero le ragazze a distinguere la propria sopravveste. Forse da qualche segno caratteristico, per l'usura, il tipo di stoffa od altro, come ubicazione e foggia. Ebbene davanti alla porta della Presidenza, proprio alla fine della teoria di attaccapanni, penzolava un indumento di proporzioni superiori alla norma. Dalla lunghezza, dall'ampiezza delle spalle ed anche da qualche capello (risultato biondo all'esame della pi— potente lente di ingrandimento che ci offriva il gabinetto di fisica) non fu dubbio che contenesse, durante le ore scolastiche, le giunoniche forme di Laura. Scrissi allora la pi— appassionata lettera d'amore della mia vita, attingendo spudoratamente al ®Jacopo OrtisŻ, all'®AdolpheŻ di Benjamin Constant ed al meno noto epistolario di costui con Madame R‚camier, alle pagine pi— piagnucolose dei romanzi di Luciano Zuccoli ed alle meno indecenti di Guido da Verona, non disdegnando la trascrizione di interi brani (assai poco qualificati, ma di sicura efficacia), tratti da quel Pechenino dei verbi dell'amore che era le ®Cento lettere alla fidanzataŻ in vendita a L. 1,27 presso la libreria di don Guido Mauro. L'epistola, una volta composta con grafia minutissima, ridotta e contenuta in una striscia di carta lunga circa un metro, debitamente arrotolata, fu legata con un nastrino rosso e devotamente riposta poi nel grembiule. Ed inizi• l'attesa. La notte seguente, con il cuore in gola, mi accostai all'attaccapanni. Il messaggio era giunto a destinazione: la tasca era vuota. E tale la trovai all'indomani di ogni qual volta imbucavo altre composizioni, prova evidente ch'erano giunte a destinazione. Che ella poi fosse interessata alle mie manovre sentimentali era, a ben considerare, confermato dal suo atteggiamento quando m'incontrava. Sempre pi— incantevole, il viso di lei era divenuto anche pi— attento e vivace. Gli occhi pi— luminosi, l'espressione soddisfatta, anche se appena garbatamente ironica, come sanno le ragazze colte e sensibili, incoraggiante perfino, come per dire: - Quando ti farai avanti?... Non nutrivo alcun dubbio, ormai, che se le avessi apertamente chiesto: - Creovvi Amor pensier mai nella testa/ d'aver piet… del mio lungo martire? ella senza indugio avrebbe risposto con altre rime dello stesso poeta: - ®Mai diviso/ da te non fia il mio cor n‚ giammai fiaŻ. Non ritenni tuttavia di potere tanto presto rompere (dopo soli pochi mesi) gli indugi, e m'imposi la norma di una condotta svagata e distratta (quasi avessi altre donne) sŤ da tenerla sulla corda. Comportamento questo in contrasto, peraltro, con l'ardente mio epistolario. I volumi da cui trarre lettere d'amore erano praticamente inesauribili, e da perspicace libraio don Guido si rese conto del genere delle mie ricerche, e non del tutto disinteressatamente me ne faceva trovare a pacchi riassumendomi la trama e segnalando i passi dai quali attingere il materiale occorrente. L'anno scolastico volgeva al termine, e bisognava stringere i tempi. Il giorno che Laura mi parve fermarsi con qualche pretesto e dirmi qualcosa, trattenuta poi da innata pudicizia e dalla grande timidezza che tanto le si convenivano, decisi il gran passo, audacissimo. Nel farlo mi sentii dello stesso conio di Casanova, di D'Annunzio ed altri grandi amatori che non si fermarono davanti a verun ostacolo: firmai le lettere fino allora anonime, con lo pseudonimo di ®FrancescoŻ, con chiaro riferimento al sommo Petrarca. Nonostante i miei prodotti letterari di quel tempo (qualche elzeviro o raccontino pubblicato su giornaletti) fossero d'infimo ordine, negli ambienti culturali della GIL e del GUF godevo fama di ®giovane promessaŻ. L'anno successivo (1942-XXI E.F.) nei giorni 11 e 12 maggio, al Politeama Italia in Catanzaro, con la collaborazione nella stesura del testo di Mariano Gallo e di Roberto Trovato e di quest ultimo nella regŤa, avrei messo in scena con un certo successo uno spettacolo teatrale ®Dieci passi tra le nuvoleŻ avvalendomi della scenografia di Mimmo Rotella e di Luciano Perrone su progetto del prof. Busoni; con l'assistenza degli universitari Aldo Paparo, Antonio Garofalo, Lino Amalfitani, Nino Greco, Francesco Spataro e di Gigino Caiola e dell'interpretazione di Clelia Pellicano, Elena Perri, Lina Binni, Lina Vaiti, Armando Colacino, Armando Vanni, Edoardo Salatti, Manlio Ferri, Nino Mancaruso, Sas… Pelaggi, Italo Iuli, Raffaele Tirinato, Lello Arceri, Franco Cosentino, Giuseppe Ciampa e Pasquale Calogero; Nicola Monizza concertatore e direttore d'orchestra. Una sera di quel 1941, dopo un'accesa e vibrante riunione politica nella sede del Gruppo Rionale ®Luigi RazzaŻ, ebbi occasione d'intrattenermi con dei giovani universitari, capeggiati da un noto goliardo ®fuoricorsoŻ, dai capelli prematuramente brizzolati, non privo per la verit… d'ingegnaccio, temuto per imprevedibilit… e spregiudicatezza, ma pi— di tutto per la tendenza a risolvere le questioni, secondo un certo insegnamento, con le maniere forti: da ci• l'epiteto di ®Asso di bastoneŻ. Da oltre un lustro ®studiavaŻ lettere a Napoli e per mettermi alla prova pretese un saggio della mia confidenza con le Muse. Mi sottopose cosŤ vari quesiti, nei quali me la cavai dignitosamente. Ad un tratto declam• estasiato, leggendo da un foglietto di appunti: ®Ti super• la luce in un alba marmorea di rugiada il tempo che rinnova isole azzurre pensili sull'acquaŻ. E m'invit• a riconoscerne l'autore. - Montale! - dissi sicuro di centrare il bersaglio. - Acqua... - comment• Asso, come se giocassimo a nascondino. - Ungaretti! - tirai ad indovinare. L'altro scosse la testa in senso di diniego. - Bontempelli? - arrischiai prima di dare forfait. L'allegra brigata d'intorno mi pareva sua complice per l'espressione divertita e burlesca. Dopo qualche altro vano tentativo, ®Asso di BastoniŻ decise di svelarmi il nome del poeta: - Edoardo Bruzzese classe 1926, liceo Galluppi, cugino di Ezio Galiano. Conserva quaderni zeppi di versi come questi ed anche pi— belli. Ma chi lo conosce sa quanto Š riservato e geloso. Sono tuttavia riuscito a copiare un'intera raccolta. Edoardo, tre anni pi— giovane di me e grande amico di Mario Garofalo, mi era in verit… noto pi— come figlio del Vice Federale che in qualit… di poeta. Timido e schivo, sembrava spaurito per l'ostentazione di rispetto che troppi gli portavano, pi— che altro per l'alto grado del genitore. Fra questi non figurava certo Mario, l'amico aperto e sincero che oltre tutto riteneva stranamente fosse pi— stabile e rassicurante l'avere un padre in ferrovia (come egli vantava di avere) che non in federazione. Riflessione della quale il tempo s'incaric• di dimostrare la saggezza. Ancora pi— disorientato, per non dire sconvolto, rimase Edoardo quando, nel settembre di due anni dopo, il padre venne arrestato per quella sua ®qualit…Ż; e furono pochi a non evitarlo per strada, pochissimi, oltre Mario, a mantenergli immutata amicizia. Lasciamo Edoardo Bruzzese per la sua via (che l'avrebbe portato alla cattedra di radiologia presso l'Universit… di Napoli e, quale Generale, al comando della Divisione Sanitaria per l'Italia Meridionale) non senza un'amara e spero significativa riflessione: quella espressa nell'inquietante interrogativo su quanti siano i veri poeti che nel riserbo e nell'oblio rimasero per sempre sepolti. E per converso quanti quelli assurti alla notoriet… e celebrati come tali, che meglio avrebbero fatto a mantenere il silenzio. Ed allora rimasi tanto preso, affascinato, dalla poesia di Edoardo che cercai a mio modo di trarne profitto, e proposi ad Asso la permuta dell'intero quaderno con ben tre pacchetti di sigarette ®ZaraŻ. Era un'ulteriore tentativo di conquistare la fanciulla, passando dalla prosa alla poesia, come del resto aveva secoli prima fatto l'altro cantore di Laura. Quei versi, anche se di fattura aliena, furono giornalmente spediti con il solito mezzo, nella certezza che avrebbero lasciato un segno su quell'anima sensibile e delicata. Si trattava non soltanto di componimenti ispirati e sinceri; ®segretiŻ e quindi non noti, ma anche dalla rara carica persuasiva. Ed accadde quel che l'imperscrutabile destino aveva deciso dovesse accadere. Stavo per intascare l'ennesimo messaggio d'amore in rima, quando mi accorsi che nell'adorato grembiule c'era qualcosa. Senza fiato con mano inquieta estrassi una busta bianca, profumata al bergamotto, ed al tatto sentii che dentro c'era la sua fotografia. Se mi Š consentita altra breve digressione, ritengo pertinente ed opportuno rammentare che la consegna della fotografia era momento significativo della nostra educazione sentimentale, il passaporto per quel mondo ancora in gran parte ignoto e ricco di suggestione e mistero che era un rapporto amoroso. Ognuno portava nella borsa, tra le pagine di un libro, la migliore immagine di s‚, scattata nello studio all'angolo del CaffŠ Colacino, il laboratorio pieno di drappi funerei di Ilario Daniele, oppure in quello, qualche diecina di metri pi— avanti, di Pietro Monteverde detto Il Mago. Immaginavamo quest'ultimo intento di notte in pratiche negromantiche fra le storte e gli alambicchi del gabinetto di fisica e chimica (ritenuto appendice di quello fotografico ed allogato negli scantinati del Galluppi del quale era assistente e geloso custode) compiere riti propiziatori, e far camminare a comando ®CecŠŻ, il grazioso scheletro che adornava l'aula, proprio come nel celebre ®Das Kabinett des Doctor CaligariŻ. Le nostre sembianze, in atteggiamento di profondo ebetismo, erano rese ancor meno riconoscibili da disumananti ritocchi praticati dal Daniele e dal suo ®aiutoŻ Toraldo. I due operavano di concerto sul negativo in modo che sul positivo le vittime somigliassero a manichini di cera affetti da forme avanzate di mongolismo. Siffatto documento (in cui era quanto mai arduo riconoscersi) doveva essere consegnato direttamente o per interposta persona alla ragazza desiderata e serviva a mettere le cose in chiaro: - Ecco questo sono Io. Segnatelo bene in mente. Servitene in caso di incertezza o di dubbio! La fotografia che quella notte d'amore stringevo con passione sul cuore era ancor chiusa in una busta pi— piccola. Vergato su carta rosata da mano tremante: ®Charo Francesco...Ż incominciava, e con sempre maggiore consumo di passione proseguiva facendo scempio dell'ortografia pi— elementare. L'effige che emergeva dall'altro plico valse ad eliminare gli ultimi dubbi: era lei a lasciare il grembiule di lavoro fra quelli delle alunne della III B, lei, ®PetronillaŻ, la bidella: un donnone dai capelli rossi, irsuta e pelosa friulana, nel cui ancor tenero cuore, dopo tante romantiche implorazioni, i versi di Edoardo avevano aperto una vistosa breccia. L'OPERAZIONE RECUPERO Trascorrevamo le notti di guardia su delle brandine approntate nel passetto che a destra conduceva alla sala dei professori e dalla parte opposta menava alla stanza del Preside. Il nostro riposo di consumati e sfiniti guerrieri fu a lungo tormentato e reso insonne dal desiderio (lo stesso che spinse per mare il Laerziade), di allargare e completare la conoscenza del pianeta ®GalluppiŻ che si era fermata davanti ad un baluardo insormontabile, inaccessibile pi— delle colonne d'Ercole: la porta della ®sala dei professoriŻ chiusa da catena con ermetico lucchetto di fabbricazione tedesca. L'attenzione si concentr• sul modo come aprire il chiavistello. Furono sperimentati tutti i mezzi: l'uso di chiavi che si presentavano acconce allo scopo, il tentativo di effrazione mediante forbici e coltelli, delicati maneggi di forcine tipo ®rififŤŻ ed altro ancora. Ma quell'arnese cinico e testardo rimaneva sordo a lusinghe, minacce, implorazioni, rifiutava qualsiasi forma di apertura nei nostri confronti. In una ulteriore ripresa dei tentativi utilizzammo cera calda per fare un calco approssimativo da affidare per la riproduzione a provetto ed industre magnano che, a peso d'oro, ci consegn• una serie di chiavi-ipotesi. Per mezzo di esse i tiretti ancor non violati delle nostre case non ebbero pi— segreti, ma non aprimmo quel lucchetto. Eravamo rassegnati ormai ad abbandonare l'impresa di espugnare quella che oggi si direbbe la stanza dei bottoni, quando, dopo una notte di riflessione collettiva e di pensosi travagli, utilizzando a nostro uso e consumo i principi della ®Critica della ragion praticaŻ tratti dallo studio di Kant, pervenimmo all'enunciazione di questo singolare concetto: IL NON APRIRE UNA SERRATURA NON IMPEDISCE DI APRIRE UNA PORTA, cosa che i fatti dimostrarono non fosse affatto n‚ banale n‚ stravagante. Š sempre la metafisica a dispetto dei numerosi detrattori, che sovrasta il destino degli uomini. Come Odisseo aveva accanto a s‚ Athena nei momenti pi— gravi, cosi noi, ultimi ulissidi, ottenemmo l'assistenza di Mercurio (venerato come dio di ladri e scassinatori) che ci apparve sotto le mentite spoglie di un cacciavite dalle notevoli dimensioni. Fu enunciato allora l'altro principio: IL CACCIAVITE NON APRE I LUCCHETTI MA Š FUNZIONALMENTE IDONEO AD ESTRARRE LE VITI. E poich‚ il chiavistello in questione era legato ad una robusta catena che attraversava due manopole verticali (una all'estremit… di ogni battente) ciascuna delle quali infissa alla porta con quattro viti, non fu difficile smontare una maniglia e vedere immediatamente aprirsi il battente sul quale insisteva. Ovviamente lo stesso Mercurio-Giravite fu poi usato per ricomporre lo status quo antea senza lasciar traccia dell'effrazione. Forse bisogner… sottolineare qualcos'altro per una pi— completa intelligenza della nostra condotta: il nemico vero e proprio, quello da vincere, vincere ad ogni costo, anche col sacrificio della vita, era sŤ la perfida Albione ed il Paperone americano, ma v'erano anche dei nemici pi— prossimi coi quali lo stato di belligeranza non poteva mai cessare: i signori professori. Nel loro covo, ancora inesplorati dal micidiale lapis rosso-blu, trovammo gli ultimi compiti di latino, dai quali, eccettuati quelli dei soliti quattro sapientoni che disonorano ogni classe, traspariva in pieno la nostra approssimativa conoscenza della lingua di Lucrezio e di Cicerone. Un gruppetto di compagni rimasti isolati, tagliati fuori dalla poliziesca spietata repressione del professore, ai quali la copia della traduzione non era pervenuta, avevano coniugato il verbo colere piuttosto oscenamente, in modo che il supino fosse culum anzicch‚ cultum: e la cosa avrebbe sicuramente comportato qualcosa in pi— della ®disapprovazioneŻ, cioŠ la non-approvazione (leggi: la bocciatura) degli sciagurati. La pietosa e saggia penna di Aldo Paparo intervenne a sanare chirurgicamente espugnando gli orribili strafalcioni. La sala conquistata ci appariva a tratti come un freddo obitorio, a tratti uno scorcio delle catacombe di San Callisto; avrebbe deliziato Mornau e Lang. Il lungo tavolo di mogano massiccio, sempre pronto per la dissezione delle nostre ignoranze, un vecchio mobile di uguale colore somigliava ad una edicola mortuaria con i loculi in cui i professori tenevano compiti, libri e registri. L'atmosfera era resa pi— angosciosa dal fioco lume delle torce ad azione manuale, dette cicale (delle quali solo potevamo servirci causa l'oscuramento) in quell'occasione, per adattarsi al clima, stridenti come pipistrelli. Il thrill raggiunse il suo acme quando la nostra attenzione si port• sui registri nei quali risultava in modo avvilente il bassissimo tenore del profitto scolastico della gran parte di noi. Non c'era altra via di scampo se non dar pratica attuazione alla OPERAZIONE RECUPERO che i nostri docenti avevano proclamato nell'ultimo trimestre, secondo la quale, in poco meno di ottanta giorni, avremmo dovuto apprendere quanto era stato oggetto di disinteresse se non di dileggio per circa otto anni perduti fra i banchi. Ben due professori dubitavano della mia qualifica di studente, tenendomi perci• costantemente nel mirino. Debbo dire per•, ad onore e merito della classe docente, che dovettero rapidamente ricredersi, subire la crisi di avermi confuso con qualche altro, allorquando nel rettangolo ove veniva incasellato il voto delle interrogazioni, rinvennero un tornito e splendido sei evidentemente per qualche interrogazione sfuggita alla loro memoria. Intanto entravo di pieno diritto nel personaggio del ragazzo ®serioŻ: vestii con pi— cura, mi presentai coi capelli all'Alberto Rabagliati, misi un'ignobile cravatta marca braccio acquistata dall'ineffabile serafico Choo, il cinese profugo da Pekino che stazionava tra piazza Grimaldi ed il Banco di Napoli (ma sospettammo fosse figlio di Charly-Chan e spia di Chiang Kai-Shek), e mi feci sorprendere, perfino negli intervalli, severamente e pensosamente ripiegato sui libri. Ci• valse a convincere i professori di quanto frettoloso ed erroneo fosse stato il loro primo giudizio, come dimostrato dai voti di piena sufficienza (per lo pi— clandestinamente conquistati) che continuavano a fioccare sui registri in tutte le materie. Ben presto la III A fu indicata come esempio di come, con l'applicazione e lo studio intenso, il senso di disciplina e lo spirito di abnegazione tipici dell'Era Fascista, nonch‚ quello di sacrificio che la solennit… dello stato di guerra imponeva, si fosse potuto, in brevissimo tempo, recuperare il tempo perduto. SACRO E PROFANO (i professori) Da una cassetta in legno della ®Davide Campati & CŻ, confezionata per le Colonie, come indicava il macilento cammello targato ®Addis Abeba '36 XIVŻ riprodotto sul coperchio, e che forse aveva attraversato due volte il Mediterraneo, ho dissepolto unitamente a quinterni spaginati del mio vecchio "Lipparini", cara indimenticata antologia della giovinezza, un vecchio ed ingiallito quaderno di poesiole dedicate ai docenti pi— temutl del Liceo Galluppi. Una almeno voglio rischiare di trascrivere: la filastrocca su Livio Cancellieri, il nostro professore di lettere. Nonostante la dichiarata scarsa mia propensione per gli studi ®regolariŻ, non nascondeva egli un certo favore per i miei componimenti d'italiano, che pur costellava di stupiti punti interrogativi ed angosciosi punti esclamativi. ®All'ore nove/ greco e latino/scritte le prove./ Alle ore dieci:/lirici greci./ Le classi accanto:/ bionde da schianto/ brune d'incanto/ da tenere a vile/ le grandi firme/ di Boccasile:/batticuori/ dei primi amori./ Piange, malata/ di tibicŤ/ con complicazioni/ lŤ fuori/ la fontana di Palazzeschi/ mescolandosi ai cori/ dai toni guerreschi/ delle adunate oceaniche/ e delle tragedie di Manzoni./ Da Stecchetti gi—, gi—, fino/ a Marinetti / tentato assassino/ del chiaro di luna/ salvato a stento/ da Leopardi/ all'ultimo momento/ con la spada / dell' Aleardi./ Di tanta Musa/ l'imbonitore/ in tutte l'ore:/ formato tessera/ su fondo bianco/ da ogni banco/ si pu• ammirare/ (son cose rare!)/ gli occhi severi/ ®e' cavaleriŻ / (ma siamo seri!)/ i baffi neri/ - bersaglieri - / (sembrano veri!)/ di CancellieriŻ. Verecundia celabitur auctor! Pingue e piccoletto, il professore di storia e fliosofia portava occhiali di corno nero su di una espressione svogliata e distratta, e per queste caratteristiche s'era guadagnato il nomignolo di ®Coc•Ż ed il sottotitolo di ®Boule de SuifŻ, con riferimento al personaggio del celebre racconto di Maupassant, peraltro del tutto diverso per sesso fascino e coraggio. Privo dl qualsivoglia pregio letterario, era soltanto la sintesi di ®Capitan Cocoric•Ż che compariva settimanalmente in una striscia del ®Corriere dei PiccoliŻ. Egli compendiava l'uomo di cui non si riesce a dir male, ma del quale Š altresŤ proibito in modo assoluto dir bene in qualsiasi occasione. Un tipo solitamente definito al negativo: ®Non Š un'aquilaŻ, ®Non Š una cimaŻ, ®Non brillaŻ; bizantinismi da cui traspare un giudizio ben pi— severo. Un ®SavonarolaŻ era invece l'insegnante di religione, non tanto per le idee riformatrici, tutt'altro! (integralista ed intransigente come teneva ad apparire) quanto per spirito combattivo, voce suadente e ieratica, compiacimento per la predicazione. I suoi occhi ci scrutavano incessantemente da farci temere che nel chiuso di un contessionale, qualora ci avesse interrogati a lungo, saremmo stati indotti a confessate anche i pochi peccati non ancora commessi. Nonostante il soprannome da perseguitato, avrebbe, novello Torquemada, presieduto di buon grado una nuova sessione del Tribunale dell'Inquisizione. Tra i due docenti, accomunati da un perenne scontento, non correva tuttavia buon sangue; e la cosa era risaputa. Il primo quell'anno si era trovato ®tra i piediŻ i ®Prolegomeni ad ogni futura metafisica che voglia presentarsi come scienzaŻ, scelto come ®classicoŻ dal prof. Porti, che due anni prima lo aveva preceduto sulla stessa cattedra con ben diversa autorit… e prestigio. Il malcapitato si dibatteva disperatamente in quell'opera, come coniglio nella tagliola, mentre la scolaresca svogliata (ma nel complesso non sprovveduta) era spettatrice impietosa del suo dramma. Prendeva la sua rivincita professandosi ®mangiapretiŻ e non risparmiando sarcasmi sul soprannaturale; collocava la religione tra le branche della letteratuta fantastica e d'evasione, non dissimilmente dai ®Viaggi di GulliverŻ o le ®Avventure del Barone di MunchausenŻ. Con ci• si poneva, pi— per imprudenza che per ribellismo, in pericoloso contrasto con le direttive della ®riforma GentileŻ di non turbare la coscienza religiosa degli allievi. Altra sua debolezza, quella di raccontare aneddoti tra cui prediligeva quello da tutti risaputo degli ®esami di Pasquale GalluppiŻ. Almeno una volta alla settimana qualcuno, per cattivarsene la benevolenza lo interrogava: - Professore come avvenne l'esame di Pasquale Galluppi...? Ed egli, dopo essersi fatto pregare, dedicava un quarto d'ora almeno all'episodio prima di concludere immancabilmente con la frase famosa sprezzantemente rivolta dal barone di Cirella al Ministro napoletano: - E cu c'Š a Napoli che po' esaminari Pasquale Galluppi? L'aneddoto era tratto dalle ®RicordanzeŻ, ma il Nostro si guardava bene dal dichiararne la fonte, anche se spesso si compiaceva nell'ammonirci ch'egli sedeva sulla stessa cattedra che era stata di Luigi Settembrini. Molto pi— dotato il suo antagonista, professore di religione, tentava senza molta fortuna di avviare un colloquio con un uditorio indifferente e disinteressato, sordo alle sue istanze, che avrebbe preferito ostile non foss'altro per affrontare, se del caso, il martirio. Secondo l'idea che mi ero fatta, alla base di tutto c'era un errore, uno scambio di vocazioni: il professore di filosofia avrebbe dovuto fare il prete e quello di religione il fllosofo. Decidemmo di inasprire il rapporto tra i due fino alla ®guerra totaleŻ, usando metodi che avrebbero scandalizzato e fatto arrossire l'alleato Goebbels. Iniziarono a circolare durante l'ora di religione i libri di Giuseppe Garibaldi che una ignota quanto sconsiderata casa editrice aveva ristampato. L'®Eroe dei due mondiŻ occupa una parte di primo piano nella nostra storia risorgimentale, ma non si pu• dire abbia recitato un ruolo di pari importanza nell'altro campo. Il nizzardo credeva che le tenzoni letterarie si conducano con lo stile delle battaglie campali, per cui vi metteva la foga ed il garbo che usava negli assalti all'arma bianca. Fu autore di romanzi d'appendice (che avrebbe dovuto saggiamente non scrivere; e posto fosse incontenibile il suo ®raptusŻ letterario, non dare almeno alle stampe) nei quali figurano legioni di mandrilli in abito talate e crapulani in saio monacale, e dove possono leggersi frasi del genere: ®Il prete ha avuto il merito di educare gli italiani all'umiliazione ed al servilismo. Mentre lui si faceva baciare la pantofola dagli imperatori, chiedeva agli altri che esercitassero l'umilt… cristiana; mentre predicava l'austerit… della vita, egli sguazzava nell'abbondanza, nella lascivia e nel vizio. Inchini e baciamani: ecco la ginnastica insegnata dal prete al popolo. Per Dio, lo dobbiamo a lui se la met… di noi porta il gobbo ed ha la spina dorsale curvata...Ż. Savonarola si interess• a quei libri esibiti diligentemente sui banchi da parte di chi raramente portava quelli di testo e li squadr• manifestando comprensibile e giustificato disgusto, ma gli fu opposto che trattavasi di lettura raccomandata dal professore di filosofia. Con una piega amara sulla bocca accus• il colpo senza replicare, perch‚ a quel tempo men che mai era consentito parlare male di Garibaldi neppure accusandolo di avere indossato la camicia rossa. Nel proseguimento delle ostilit…, il sacerdote un giorno si vide degnato, al suo apparire in aula, da un silenzio che non sarebbe mai riuscito ad imporre, quasi prodigioso. In questo inconsueto clima da monastero trappista echeggi•, come per caso, la straordinaria novella che un nostro compagno (estratto a sorte per la ®parteŻ) aveva deciso, stanco della vita e delle sue tentazioni, di farsi religioso e dedicarsi all'ascesi ed alla contemplazione. La cosa fu presentata con un contorno di voci dispari, qualcuno lodava il coraggio della scelta, la maggior parte invece non risparmiava toni di aperta derisione, quasi il candidato neofito avesse in mente di passare al ®comunismoŻ. Riuscimmo a dare credibilit… all'evento mentre l'interessato manteneva atteggiamento compunto di cristiana rassegnazione e perdono nei confronti dei persecutori, simile ad una vittima di Diocleziano nella fossa dei leoni. Monsignore non fiut• la trappola, anzi vi cadde di peso. Commosso, elenc• i vantaggi dello stato sacerdotale, non escluse la castit… e l'astensione in genere dai piaceri della carne. Nel culmine dell'apologia una voce dal fondo, senz'altro di un occulto messo infernale, lo gel•: - Ma il professore di filosofia... Gli occhi del pastore di Dio adusi a levarsi per impetrare grazie e che avrebbero dovuto brillare solo d'amore comprensione o piet…, s'incupirono e per qualche attimo lanciarono fiamme incandescenti, pi— consuete ai demoni infernali. La frase che si era aperta con un'inquietante particella avversativa rimase cosŤ in sospeso. Savonarola riannod• allora pazientemente il filo del discorso, portandosi sul tema preferito, quello dell'immortalit… dell'anima, come se la questione riguardasse i preti soltanto e non l'intera umanit…. Le ®proveŻ dell'immortalit…, non affidate alla rivelazione ma ad una rigorosa dimostrazione (vennero immancabilmente chiamati in ballo il ®grandeŻ Platone, il ®dubbiosoŻ Aristotele, ®l'arabo maligno AverroŠŻ ed i ®sommiŻ San Tommaso e Sant'Agostino), erano numerose anche se di non eccezionale consistenza ed egli ne fece la solita puntigliosa elencazione. Gli orologi segnavano gi… la fine dell'ora, e con essa quella della magnifica perorazione condotta con commozione crescente, quando, quasi allo squillare della campanella, la stessa voce dal fondo semin• nuovamente il dubbio e l'incertezza negli ascoltatori facendo vacillare la faticosa edificazione del teologo: - Ma il professore di filosofia... Quasi fosse stato per medianiche virt—evocato, il professore di filosofia in persona, rotondetto ed ondeggiante, apparve nel riquadro della porta, innocente ai nostri occhi come un cherubino, non per• a quelli del collega che si allontan• in fretta facendo frusciare ostilmente la nera tonaca. Nell'affronto vi fu un cenno di saluto (o di sfida?) appena percepibile. Nell'ora che seguŤ, la pantomima, improvvisata alla maniera della commedia dell'arte, fu recitata alla rovescia. Con ogni pretesto un volontario entrava in scena a portare con eccezionale tempismo la contraria opinione del professore di religione indispettendo l'interlocutore con frasi provocatorie che mai quello s'era sognato di pronunziare, quali: - N‚ la storia si muove n‚ nasce la filosofia senza il fiat dell'onnipotente che tragga dal buio la luce! - Cento filosofie non valgono un segno di croce! - Dante nel Convivio: La filosofia Š amoroso uso di sapienza lo quale massimamente Š in Dio! E tra esse la pi— atroce, iettatoria, fortemente intimidatrice da annuncio escatologico, che gli fece perdere quel poco di ben dell'intelletto di cui disponeva ed inturgidire le vene jugulari: - I filosofi finiscono con un crocifisso in petto e la coroncina tra le mani...! Il rapporto tra i due era saturo di gas esplosivi e velenosi: bisognava solo accendere la miccia. Durante la guardia armata, in una notte di luna violammo con il solito sistema la stanza dei professori, e sui registri dei due antagonisti effettuammo misteriosi maneggi. Il professore di filosofia, nell'aprire il dŤ seguente con la morte nel cuore i ®ProlegomeniŻ, e prima di pronunziare ®Il noumeno Š inconoscibile!Ż, (la solita frase introduttiva ed anche conclusiva della sua lezione, intervallata dalla pedestre lettura di qualche pagina dell'opera) trov• la figurina di San Francesco di Paola con il cuore di Ges—in mano e nelle pagine seguenti ebbe occasione di rinvenire anche quelle di Santa Rita da Cascia, San Vitaliano, San Rocco ed altri. In altra aula, il prete, inseguito da una scia di equivoco e dozzinale olezzo sin da quando aveva preso le sue carte dalla sala dei professori, cercava di svariare ancora sull'immortalit… dell'anima confutando aspramente il Pomponazzi, quando scivol• fuori dal suo registro la figura ammiccante di una donnina completamente nuda in posa lasciva che si vide costretto a far sparire. S'era appena spento il mormorio di stupore degli astanti che altre immagini di femmine discinte cadevano ad ogni voltar di pagina: in pose audacissime, erano state inconfondibilmente tratte dal tipico regalo natalizio dei barbieri, il profumato calendarietto a colori debitamente scompaginato. Per osservazione diretta (e per il nostro godimento perverso) constatammo che loro non si guardarono pi— in faccia e quando non poterono evitarlo lo fecero torvamente. EPILOGO Alla fine dell'anno conseguimmo, come si usa dire, la ®maturit…Ż. La guarnigione lasci• con l'onore delle armi la piazzaforte del Galluppi, teatro di queste ed altre memorabili imprese. Le susseguenti vicende storiche fanno supporre che i nostri eredi non siano stati all'altezza della situazione, e di ci• approfitt• il nemico, dopo qualche anno, per sbarcare in Calabria e vincere la guerra, cosa certamente irrealizzabile se il ®GalluppiŻ fosse rimasto nelle nostre mani. Mi rendo conto che, nonostante l'enfasi, da questa storia difficilmente potrebbe trarsi un soggetto per un ®colossalŻ tipo ®Ben HurŻ o ®Quo Vadis?Ż e neanche un altro ®Scipione l'AfricanoŻ, n‚ un film eroico quale ®La carica dei 600Ż o ®Luciano Serra pilotaŻ. Tuttavia mi pare giusto, qual che ne sia il valore, chiudere con il cast delle ®canaglieŻ che l'hanno interpretato, gli alunni del III liceo A 1940-1941 XX E.F. che scorra lentamente su una vecchia foto del Liceo ®GalluppiŻ. Quanto alla colonna sonora sono incerto tra la marcetta de ®Lo studente passaŻ e le note di ®GiovinezzaŻ. Ma Š possibile operare un sapiente ®mixageŻ. ABIUSI FRANCESCO BOVA CASIMIRO CAROLEO TONINO DONATO DI PAOLA FRANCESCO FODERARO FRANCESCO GIUSTI ENZO LONGO GIUSEPPE GUZZI ERNESTO LEONETTI RENATO MONTORO ANTONIO PALLONE ANTONIO PAPARO ALDO SCOTTO ENRICO SABATINI TOMMASO SESTITO ALDO STAGLIAN• DOMENICO VERO ALDO La pianta forte e rigogliosa. I frutti sani e graditi. Alcuni caduti, abbattuti dalle intemperie o dal tempo. Ma per amorosa memoria, tornati prodigiosamente sull'albero per suggerne ancora la meravigliosa linfa vitale. /:/Nicola Sansalone. di Salvatore e di Giuseppa Fiamingo nato a Catanzaro il 21 giugno 1924 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1934/1935) Gentile Preside Galiano, consenta anche a me, sia pure con tanto ritardo, di raccogliere il cortese e veramente apprezzabile invito a ricordare, da ex alunno, il Galluppi che ho frequentato dal 1934 al 1942. Forse per pigrizia, certo per pudore, non avevo creduto di partecipare all'impresa, cosŤ felicemente riuscita, di raccogliere tante testimonianze e tanti ricordi con affetto e riconoscenza per il vecchio Galluppi. Ed invece, parlandone proprio con Michele Riolo nei periodici trascorsi silani, l'invito Š valso a riandare agli anni lontani, con le ansie giovanili e le necessarie illusioni della vita, ed a riaccendere immagini di volti ed episodi dimenticati. Eccomi allora, pentito, a rendere il mio ®amarcordŻ. L'approccio con il Galluppi fu in verit… avventuroso. La maestra elementare, Anita Rotella, che mi preparava nel salto della quarta per l'ammissione al ginnasio, propugnava, con pratica intuizione, che io andassi alle scuole tecniche, che mi avrebbero assicurato un titolo abilitante alla professione (ragioniere o geometra) senza necessit… di accedere alla universit…, certamente dispendiosa per le possibilit… economiche della mia famiglia. Al fondo, penso, c'era un certo scetticismo sulle mie capacit… scolastiche o comunque di adattamento alla frequenza di scuole riservate a ceti abbienti. Mio padre (un modesto impiegato statale) s'impunt• invece, non so con quanta saggezza, a farmi frequentare il ginnasio, sostenendo che ci sarebbe stato sempre tempo per cambiare indirizzo scolastico. Certo non ebbi n‚ la possibilit… n‚ la capacit… di potere scegliere, con discernimento, il tipo di scuola pi— conveniente, ignorando addirittura quali fossero le varie strutture scolastiche e le relative prospettive di studio. Il primo impatto col Galluppi fu quindi l'esame di ammissione svolto con ansia ed incertezza, in un lungo corridoio disseminato di banchi. Non ho dimenticato, nella prima impressione, il buio degli ambienti e l'odore acre (di cui non ho capito mai l'origine) che fuorisciva dal portone, come si avverte in alcune stazioni ferroviarie. La successiva frequenza del ginnasio fu effettuata sotto la guida della professoressa Ada Vecchietti, di lunga esperienza scolastica, che mi impartŤ le prime lezioni dell'analisi logica e delle declinazioni del latino. Non ho dimenticato le difficolt… e la fatica incontrate nello studio (ahi i sunti dell'Odissea!) e sopratutto le corse, accompagnato da mio padre, per raggiungere dalla ®MaddalenaŻ il Galluppi, prima che il bidello Russo chiudesse il portone. Ostica trovai la matematica (cosa che mi ha perseguitato per tutta la vita), che mi lusingo attribuire alla gran baldoria che si faceva nell'ora del prof. Antonio Battaglia (peraltro bravissimo professionista) e, sulle prime anche l'inglese, insegnato dal Prof. Cardamone, un omone alto e burbero, che mi incuteva una gran paura (lo chiamavamo, con riferimento omerico, Polifemo). L'educazione fisica era svolta da un distinto e amabile signore con gli occhiali a pinzetta e avanti negli anni, il prof. De Stilo, che tutto aveva fuorch‚ la figura del ginnasta. Il tutto sotto la guida del preside Pane, rotondo e pacioso. Avvertii, comunque, la differenza di ceto poich‚ il Galluppi, allora, era veramente la scuola dei ricchi e della buona borghesia cittadina, sŤ da crearmi quasi un complesso di inferiorit…. Mi sentivo diverso rispetto a molti compagni, che mi sembravano trattati con maggior riguardo e ben altre considerazioni. Ebbi per• l'amicizia del caro Peppino Alberti, purtroppo scomparso. Appresi infine la necessit… delle adunate in divisa di balilla e delle dimostrazione di giubilo per la impresa abissina; al canto di ®Faccetta neraŻ era l'occasione buona per non andare a scuola. Nella parte della classe era stata sistemata una carta geografica dell'Etiopia e con le bandierine veniva segnata quotidianamente l'avanzata delle truppe vittoriose. La mia formazione culturale e la mia maturit… studentesca debbo attribuirle con vera gratitudine, per•, a Marianna Giordano, mia professoressa in quarta e quinta ginnasio. Era una insegnante esigente e rigorosa, ma di grande capacit… professionale, che svolgeva con impegno e grande senso di responsabilit… la funzione di educatrice. Appresi allora come apprezzare criticamente i testi letterari, capire e amare la poesia (anche se essa preferiva Carducci anzichŠ il mio Leopardi), conoscere la razionalit… delle lingue classiche, avvertire la seriet… dell'impegno civile nella vita. Ma soprattutto appresi che non valevano, nelle priorit… della societ…, il censo o la nobilt… dei natali, ma piuttosto il valore della persona, quale riconoscimento del sapere e dell'impegno civile. Mi sentivo, attraverso l'insegnamento di siffatta educatrice, sicuro o capace di affrontare la ulteriore vita studentesca. Un po' svincolato dall'influenza paterna (Michele Riolo aveva inventato la storiolla che ogni sera mi veniva inflitta la lettura di una pagina del vocabolario), frequentavo i compagni di scuola e scoprivo le loro abitudini nella variegata diversit… dei caratteri, provavo le prime emozioni della vita, conoscevo le insidie e i pericoli. Una mattina, prima di entrare a scuola, alcuni studenti pi— grandi, mi chiesero il favore di comprare in una cartoleria che sorgeva proprio innanzi al Galluppi, una gomma marca Volpe: non l'avessi mai fatto, che il vecchietto mi inflisse un sonoro ceffono da lasciarmi tramortito. Seppi poi, fra le risa degli amici, che ora soprannominato ®VurpiceddaŻ (o gi—di lŤ) e si arrabbiava profondamente se qualcuno (come facevano gli scolari del Galluppi) accennasse a tale epiteto, ritenuto evidentemente ingiurioso. Conobbi altresŤ il sentimento dell'innamoramento perch‚ innanzi al Galluppi era posto l'istituto magistrale De Nobili (nel luogo ove oggi Š il Teatro Comunale) frequentato in massima parte da ragazze. Era facile allora incontrare l'amata (nel profondo del cuore) e camminare, a sera, sotto la sua casa ad immaginarne la presenza dietro la luce di una finestra (allora si faceva cosŤ la corte). Ma il centro di raccolta ora in casa di Ciccio Spataro, che era allevato dai nonni materni, fra cui un austero e signorile magistrato della nostra Corte di Appello, D'Agostino. Questi auspicava la mia frequentazione, ritenendo che la mia buona riuscita negli studi fosse di sprone e di aiuto nei confronti del nipote. Ma la mia buona volont… era sopraffatta dalla presenza di una nutrita schiera di altri compagni, che s'impegnavano lungamente nel gioco delle carte (era allora di moda la ®stoppaŻ) e in grandi schiamazzi. Ciccio Spataro era un tipo pittoresco e vestiva alla maniera dei grandi, con una cravatta a fiocchetto, che lo faceva sembrare molto pi— avanti negli anni. Volle cimentarsi, d'improvviso, nel suono della chitarra o il nonno lo accontent• richiedendola ad una ditta di Catania. Finalmente una sera fu ricevuta con grande giubilo o impazienza e Ciccio impar• a strimpellare. Ci accompagn• per vari anni nelle prodezze canore di ®VivereŻ (ma poi si disse che era iettatoria) e soprattutto della famosa ®Mille lire al meseŻ. Gli esami si susseguivano poich‚ allora erano richiesti sia per l'ammissione alla quarta ginnasio sia per l'accesso al liceo. Divenni capoclasse, non so per quale ragione, ma credo perch‚, essendo straordinariamente miope, occupavo da sempre il primo banco per vedere la lavagna. La mia funzione era di inquadrare la classe e salutare romanamente all'ingresso della scuola, ove ci attendeva il preside Fornari attorniato dai vari professori, uno dei quali ci accompagnava in aula. Il rituale si ripeteva un po' diverso all'uscita, quando squillava la sospirata campanella. Prima sfilavano, sempre inquadrate per classi, le ragazze che, percorsi i lunghi corridoi, uscivano dal portone principale nel corso Mazzini (allora Vittorio Emanuele). I maschi aspettavano raggruppati sulla porta della propria aula e assistevano, incuriositi e ammirati, al passaggio di tante belle figliole, fra cui primeggiavano quelle della seconda liceo B. Dopo le ragazze uscivano i maschi, ma questa volta scomposti e vocianti, avidi solo di guadagnare velocemente l'uscita laterale, nonostante i miei vani tentativi di mantenere l'ordine. Ritornati sul corso, volevano almeno di sfuggita rivedere e magari avvicinare le compagne. La funzione di capoclasse non si restringeva a tanto. Era infatti a me affidato l'incarico di raccogliere i compiti fatti in classe (magari approfittando per passare la copia a qualche ritardatario), di chiamare l'attenti della scolaresca all'ingresso dei professori o di qualche autorit…, di custodirla piccola biblioteca formata con i libri di noi studenti. Caratteristica era infine la consegna delle pagelle con i voti riportati in ciascuno trimestre. Li leggeva, compunto e serioso, il preside Fornari il quale incitava chi aveva avuto un cinque o un quattro a migliorare, avvertendo l'ignaro che, oltre il cinque, c'era il sei, il sette e addirittura l'otto. Compagno di banco fu dalla quarta ginnasio alla seconda liceo Michele Riolo, bravissimo anche allora e miopissimo come me. Vestiva la divisa del soprastante Convitto Nazionale e per tale condizione portava lui i libri, allegerendo la mia cartella. Insieme a lui formammo un giornaletto (dal titolo ®Leggetemi!Ż) scritto a macchina e che suscit• la curiosit… e l'apprensione del preside e dei professori, i quali indagarono con aria sospetta sull'innocente contenuto degli scritti. Il 24 maggio era dedicato al saggio ginnico con l'intervento di tutte le scuole cittadine al campo sportivo, ove, alla presenza del federale e delle autorit… scolastiche, si svolgevano gli esercizi, che avevamo preparato con monotona ripetitivit… per tutto l'anno. I professori di educazione fisica tenevano moltissimo a ben figurare, ma per l'emozione o per storditezza qualcuno finiva per sbagliare. Ricordo che, in calzoncini e maglietta, pativamo il freddo per il vento pungente che, nemmeno a farlo apposta, spirava proprio il 24 maggio. I genitori ci buttavano addosso qualche maglione, che veniva per• rifiutato per la vergogna di apparire deboli e malaticci. Fra i professori liceali (il sornione Cancellieri di italiano, l'arguto Rotella di storia e filosofia, la mite Caputo di Scienze, il serafico Robustelli di matematica) ricordo, con particolare simpatia, Sante De Rosa, esigente ma profondo conoscitore delle lingue latine e greca. L'esercizio che pi— lo appassionava era la lettura del testo greco e la traduzione estemporanea da parte degli alunni. La nostra classe vi riusciva bene e di ci• menevamo vanto nei confronti della sezione B. Singolare l'interrogatorio del professore Rotella. Venivano chiamati contemporeneamente cinque o sei alunni, ognuno dei quali doveva rispondere sulla lezione assegnata passando poi, ad un cenno dell'interrogante, al malcapitato vicino con disperazione di quest'ultimo quando, finito ormai l'argomento, doveva pur parlare e non restare a bocca chiusa. Motivo di soddisfazione e di malcelato orgoglio fu l'assegnazione della borsa di studio ®BorattoŻ (in memoria di un alunno scomparso) per la migliore media delle classi alla seconda liceo. Mi fu consegnata in una cerimonia, che voleva essere solenne, alla presenza del preside, dei professori, di mio padre e degli altri studenti nei locali della presidenza. Per me fu motivo di grande gioia perch‚, con le 2000 lire della borsa (somma che allora mi appariva favolosa), mi premurai di comprare i primi due vestiti nei migliori negozi, permettendomi di pavoneggiare agli occhi delle alunne del liceo. La nostra classe A, di soli maschi, era stata all'inizio formata da circa 35 alunni (se ben ricordo), ma si ridusse gi… al secondo anno a poco pi— di 15 perch‚ molti preferirono continuare gli studi presso altri istituti o prepararsi da privatisti. In seconda liceo fece l'apparizione anche una bella ragazza, Diana Benincasa, sola e sperduta fra i ragazzi, e distaccata dalla sezione B ove insegnava filosofia un suo parente, il professore Caputi. Naturalmente la cosa, per noi insolita, ci cre• non poco imbarazzo e suscit• l'ammirazione e l'innamoramento di molti compagni: la spunt• CecŠ Lamberti detto Catoncino per l'incedere del suo discorrere. Oltre allo studio, il Liceo Galluppi era impegnato, per l'onore della scuola, nei giochi della giovent—(Ludi Iuveniles) che si svolgevano ogni anno a cura della GIL (Giovent—Italiana del Littorio) fra tutti gli istituti della provincia. Era un impegno ineluttabile, in cui era in gioco il primato cittadino e che stava molto a cuore del preside Fornari sŤ da farne una questione di incontroversa supremazia scolastica. I giochi attenevano a gare di atletica, campionato di calcio, di pallacanestro (allora gi… in voga e che richiamava una gran folla di studenti nello spiazzo della villa comunale Margherita) e quindi di cultura. Io gareggiavo nella competizione culturale e riuscii a primeggiare con grande plauso del preside, che si congratul• con me per aver tenuto alto il buon nome dell'istituto. Nella classifica complessiva e finale risultavamo quasi sempre primi, ma i maligni sostenevano che il Galluppi vinceva perchŠ era raccomandato essendo a capo della GIL l'avvocato Mancusi, padre di una bella e brava alunna del liceo. La situazione urbanistica intorno al Galluppi aveva intanto subito radicali mutamenti in ossequio all'imperante e dissennata politica dello sventramento. Scomparivano la caratteristica piazza Rossi e sopratutto il magnifico Teatro Comunale con il suo elegante frontone e col bel porticato, che ci riparava dalla pioggia all'entrata e all'uscita de1la scuola. Cadeva anche il vecchio orologio, che con i suoi rintocchi aveva segnato per tanti anni la vita dei catanzaresi e ci avvertiva, al mattino, se eravamo in ritardo sull'inizio delle lezioni. Venne la guerra con l'oscuramento delle vie e delle case e con la costruzione dei rifugi antiaerei. Anche i vetri delle finestre del Galluppi vennero rinforzati e oscurati con le striscie di carta blu. Il nonno di Ciccio Spataro (che sottotono con la chitarra suonava le note della Marsigliese) sosteneva, inorridito, che sarebbe stata la fine dell'Italia per essersi messa contro le Nazioni pi— forti del mondo. A noi giovani- ignari del corso della storia - la cosa incuriosiva: l'oscuramento per le strade evocava desideri e propositi pruriginosi e i rifugi, in cui si accorreva al suono delle sirene, erano motivi di incontro con qualche bella ragazza. Non sapevamo che sarebbero poi venuti, con le bombe degli aerei, lutti e rovine anche per Catanzaro. In classe venivano comunicati, a mezzo dei diffusori radio installati in ogni aula, i bollettini di guerra. Si annunciavano le prime sconfitte militari, ma il maggiore Salvetti (che insegnava cultura militare) ci assicurava trattarsi di ritirate strategiche e che l'Asse con una manovra a tenaglia dall'Europa e dall'Africa (che disegnava sulla carta geografica) avrebbe presto avuto ragione del nemico. La guerra comunque ci evit•, in terza liceo, gli esami di maturit… al cui posto ebbero validit… i risultati dello scrutinio finale. La notizia l'apprendemmo in anticipo, credo a marzo 1942. Venne a Catanzaro in visita ufficiale il ministro dell'educazione nazionale Giuseppe Bottai, il quale era amico del colonnello Morisciano, suo compagno d'armi in Africa e padre di Peppino, mio caro compagno di classe. Lo incaricammo appunto di appurare, tramite il padre se gli esami si sarebbero effettuati e alla notizia negativa ci fu gran festa per essere scampati alla fatica della preparazione. In terzo liceo eravamo rimasti ben pochi (ricordo Tavernese, Tirinato, De Cerce, Morisciano, Lamberti, Benincasa, Leo, Calabretta, Costantino). Michele Riolo aveva fatto il salto nella seconda liceo ed era approdato brillantemente alla Normale di Pisa, sicch‚ mio compagno di banco era divenuto CecŠ Lamberti. Allo scrutinio finale mi fu conferita, certamente per benevolenza la media del nove, compreso per• otto in greco e dieci in educazione fisica (ove ero una schiappa). Il professore Di Rosa, premesso che in vita sua non aveva mai dato nove in latino, mi disse che l'aveva fatto per incoraggiarmi a studiare di pi— ed iscrivermi al corso di laurea in lettere. Lo tradii per giurisprudenza. Il preside Fornari, pi— veridicamente, mi riferŤ che la votazione era stata accordata, oltre per riconoscenza nei risultati raggiunti nei Ludi Iuveniles, per ottenere la dispensa totale dalle tasse di frequenza all'universit…: cosa poi non avvenuta perch‚ il dieci in educazione fisica non valeva a compensare l'otto in greco. L'ultima volta che ebbi accesso, diciamo in via ufficiale, al Galluppi fu ne l'ottobre 1942, alla cerimonia di apertura del nuovo anno scolastico ed a cui assistevano anche gli alunni maturati nell'anno decorso. La cerimonia si svolse nel cortile interno dell'istituto, con l'intervento del federale dell'epoca (mi pare Barracu) che fece un discorso di incitamento per l'immancabile vittoria: ormai si parlava solo di guerra. Mi trovai quasi sperduto, perch‚ i compagni erano ormai tutti lontani o assenti, sicch‚ ebbi la sensazione che il Galluppi non mi appartenesse. Il mondo non era pi— quello dei compagni di scuola ma piuttosto la societ… in cui entravo. Per un certo tempo, nelle passeggiate serali sul corso, ritornavo a vedere il Galluppi ed a sentire l'odore acre e pungente che fuoriusciva dal portone. Lo guardavo con nostalgia per gli otto anni passati nelle sue mura e con riconoscenza insieme: ero entrato debole e impacciato, ero uscito fortificato nel sapere e nel carattere. Era stato il Galluppi a conferirmi l'inclinazione allo studio, l'amore del bello, la perseveranza negli ideali del bene, la religiosit… della vita. Senza di esso forse sarei stato una persona diversa. Caro Galiano, sar… rimasto deluso dalle mie righe disadorne e prolisse. Il mestiere (quello asciutto e curiale dello scrivere sentenze) ha ormai preso il sopravvento sull'immaginazione e sull'esposizione. Ha saputo solo ripiegarmi, per un attimo e grazie alla sua iniziativa, su me stesso nel ricordo degli anni lontani della giovinezza. Per avventura la mia abitazione Š posta a ridosso della nuova sede del Galluppi, una costruzione moderna e certamente confortevole ma, mi sembra, meno fascinosa della sagoma un po' ®baroccaŻ del vecchio Galluppi. Mi capita spesso di attraversare Via De Gasperi proprio all'ora di uscita degli alunni, nei quali cerco invano di ritrovare immagini di volti antichi e di sogni infranti. Certo sono diversi da come eravamo. Sono alti, belli, maturi, sicuri anzich‚ timidi e impacciati come ai miei tempi. Mi trovo preda di una infinit… di motorini che sfrecciano veloci, zigzagando, nella strada intasata, mentre sotto gli alberi qualche coppia si bacia teneramente senza ombra di peccato. Allora mi accorgo di provare invidia perch‚ vorrei vivere ora con loro, con la stessa ansia e la stessa trepidazione di un tempo, ma con gli stimoli e la ricchezza ideale dell'oggi. /:/Pasquale Paparo. di Cosimo e di Antonietta Spadea nato a Gasperina il 10 luglio 1924 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1935/1936) La morte di Domenico Bruni, ®MicoŻ per noi compagni di scuola e per gli amici, mi ha profondamente colpito e, pur se convinto che i sentimenti vanno gelosamente custoditi nel proprio intimo, mi Š gradito approfittare dell'invito del preside Ezio Galiano, che ringrazio per l'occasione che mi offre, per tentare del caro estinto una breve rievocazione sull'onda dei ricordi, con l'animo sospeso tra il sorriso e il pianto. Compagno di classe per otto anni, dalla prima classe del ginnasio (cosŤ si chiamava allora l'attuale prima media) alla terza del liceo, grassoccio e bonario, pacato e sereno sempre, con i pollici nelle tasche dei pantaloni e le altre dita all'esterno durante le interrogazioni, aperto alla pi— cordiale amicizia e all'ospitalit… (la dispensa della sua casa in via Sensales, 16, rifornita dal fondo ®il BaroneŻ, fu a completa disposizione, durante gli anni di guerra 1941-43, del gruppo dei suoi pi— intimi amici e compagni di scuola). Gi… dai primi anni si delineava, e prendeva ogni giorno di pi— forma e consistenza, la sua ®vocazioneŻ giornalistica, attento com'era, sempre, a tutto quello che gli succedeva intorno, a scuola o a casa, in privato o in pubblico, e che traduceva, con la sua amabile parlata, in ®pezziŻ incisivi ed efficaci. Che, puntualmente, cominciarono ad avere espressione grafica, come egli stesso ricorda, ®a diciassette anni, poco menoŻ, quando inizi• la sua collaborazione al ®Corriere CalabreseŻ. E su quel foglio cominciarono a comparire sempre pi— spesso, fino alla quotidianit…, articoli sportivi, di calcio soprattutto, di quello giocato sui vari rettangoli di gioco o su quello, tutto casalingo, costituito dal tavolo da pranzo, per incanto trasformato in campo di calcio: quattro spilli da parato costituivano i pali delle due porte, un bottone di madreperla fungeva da pallone, le pedine della dama, nere e grigie, rappresentavano i giocatori. E ogni volta, dopo aver preparato con cura il tutto, si fregava, soddisfatto le mani, piccole e tozze, con un movimento celere e avvolgente, tutto suo, che suscitava il nostro sorriso. Naturalezza e semplicit…, elementi costitutivi di un carattere alieno da ogni atteggiamento ampolloso ed enfatico sia nell'azione che nella scrittura, alla quale si dedicava con ®cultoŻ disinteressato e senza ambizioni irrequiete. E tali qualit… mantenne sempre, anche quando, divenuto giornalista professionista dopo la laurea in legge, si trasferŤ a Messina dove lavor•, fino ai livelli pi— alti, presso la Gazzetta del Sud, prevalentemente come corrispondente sportivo, senza disdegnare, per•, argomenti di pi— significativo valore sociale. Da allora, per tanti anni, non avemmo opportunit… di rivederci; mi telefon• un pomeriggio dell'agosto del '90, a Copanello; mi chiese, sempre con quel suo modo di fare bonario, se ®indovinavoŻ chi era; al mio ®noŻ si qualific•: ebbi un sussulto, gli chiesi dove si trovava e andai a trovarlo. Era sempre grassoccio, e camminava sostenendosi con un bastone; mi inform•, con sconcertante serenit…, dell'incidente occorsogli e delle tante peripezie passate; ma volle subito cambiare discorso, chiedendomi di tutti e di tutto: volle le pi— puntuali informazioni, gioŤ o si dispiacque per quello che gli dicevo. Riesum• molti e lontani ricordi, tanti e tanti episodi, tanto che, ad un certo punto, quasi per non essere da meno, gli rammentai l'episodio di una versione di greco dal titolo: ®vuoi vincere i giochi olimpici?Ż che, dopo l'elencazione dei vari sforzi e sacrifici che l'atleta doveva affrontare, si concludeva al dodicesimo rigo, con un ®....Ż; a tutti gli altri sembr• ovvio, e quasi logico, tradurre con ®vincereŻ; ma lui, sempre pacato e tranquillo, tradusse con ®essere vintoŻ. Ed aveva ragione: l'autore aveva presentato un paradosso. Si schermŤ e mi accenn• un sorriso, con un po' di rossore in viso, come gli succedeva ogni volta che provava una qualche emozione. Furono le ultime ore trascorse insieme. Le condizioni di salute si aggravarono rapidamente e il 17 novembre morŤ. A me piace ricordarlo nella ricca vitalit… della sua sensibilit…, nell'immutata costanza del suo senso dell'amicizia, nella passione dell'attivit… giornalistica, nel suo aperto sorriso di quell'ultimo incontro. /:/Michele Riolo. di Antonio e di Noemi Caizzi nato a S. Pietro di Carid… il 7 febbraio 1924 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1934/1935) DA ®Faccetta neraŻ a ®IllusioneŻ Due motivi popolari hanno, in certo senso, accompagnato il mio ingresso e la mia uscita dal ®GalluppiŻ come studente e come convittore. All'ingresso erano le note vivaci e romanesche di ®Faccetta neraŻ che alludevano (prima della postuma fiammata razzista del regime) a facili fraternizzazioni con le ®moretteŻ dell'altopiano etiopico. Ma alla fine degli studi furono le tristi e profetiche strofette della canzone ®lllusioneŻ, che - secondo una barzelletta dell'epoca - il maestro Angelini per errore aveva eseguito dopo il fatidico ®VincereŻ che conchiudeva di solito i suoi programmi. Ecco, caro Ezio, l'incipit e l'explicit della mia prima esperienza di ®GalluppiŻ. Quanti ricordi tra le due canzoni! Intanto l'emozione di studiare da convittore nello stesso collegio in cui aveva studiato il mio nonno materno, che poi - da ingegnere capo della provincia - avrebbe rifatto la facciata neoclassica della vecchia scuola degli Scolopi, e quella di frequentare un glorioso liceo, dove avevano studiato i miei amatissimi zii, Adolfo e Roberto Caizzi. Avevo frequentato il primo anno da ®esternoŻ, avido di conoscere e di inserirmi nella citt… in cui era nata mia madre e vivevano i miei pi— cari parenti. Poi una borsa di studio mi aprŤ le porte di un posto gratuito nel Convitto Nazionale. Non era una prospettiva molto gradita ed anche per questo mi decisi a ®saltareŻ la terza liceale per uscirne almeno un anno prima. Sette anni di Ginnasio-liceo e sei di Convitto Nazionale: quante esperienze, quante amicizie, quanti ricordi! Il Convitto mi consentiva di allargare enormemente le conoscenze personali: nella stessa camerata (la stessa ®squadraŻ) avevo compagni pi— grandi (Azzariti-Bova, Placida, Arcadi, Tolone, Donato di Paola, ecc.) e altri pi— giovani (i Pacileo, Cerra, Tomaino...) e parecchi erano quelli che, invidiati da noi liceali che avevamo la scuola in casa, uscivano ogni giorno per frequentare il magistrale, l'istituto tecnico, lo scientifico. Il primo impatto fu, nel Ginnasio inferiore e superiore, con insegnanti preparati ed amorevoli: da Maria Consarino, neosposina del dott. Salvatore Rotella, all'indimenticabile Armando Carpino, grande maestro e gran signore; dalle sorelle Greco e la signora MacrŤ che ci insegnavano il francese ai professori di matematica Battaglia, Schiavello e Robustelli, alla determinante ed insostituibile Mariannina Giordano, che ci guid• nei due anni fondamentali del ginnasio superiore. A tutti io e la mia generazione dobbiamo molto. Dalla vita collegiale riafflorano spesso alcuni ricordi ed impressioni: la paura per il leggendario fantasma del Rettore che sarebbe stato aggredito ed ucciso all'uscita di un bagno da un dipendente licenziato, al suono della campanella di sveglia (alle 6 anche d'inverno) inutilmente esorcizzato con la testa sotto il cuscino, al rintocco delle ore scandite dal vecchio bellissimo orologio monumentale posto accanto alla sala del vice Rettore... E poi le lezioni domenicali di scherma del maestro Altomare (sempre fornito di vistosissimo fiocco nero al collo ed a cui invidiamo le triple suole di cuoio che ne rafforzavano le scarpe - quando gi… dovevamo ricorrere per le nostre al sughero o al cartone...) e le timide lezioni di ballo maschile al suono, dell'unico disco disponibile (®Non dimenticar le mie parole.../Un giorno ti dir•...Ż). Ma anche le scorazzate - nei giorni di libera uscita - nel grande giardino dei miei zii a rione Milano, dove a cavallo o in bicicletta gareggiavano tra amici di infanzia: Maria e Tonino e i pi— piccoli Colosimo, Teresa e Peppino Morisciano, Ezio Galiano, Silvano Mancuso e tutti tra innumerevoli nipoti ®affettiviŻ di zio Adolfo. Altre occasioni di fuoriuscita il cinema settimanale (sabato pomeriggio), le passeggiate pomeridiane (un'ora e mezza per la quale l'alternativa era di andare da piazza Bianchi per via Acri a Bellavista, o da Bellavista per via Acri a piazza Bianchi), e poi le manifestazioni (si chiamavano ®dimostrazioniŻ e non scioperi): ogni villaggio etiopico conquistato, ogni citt… di Spagna, comportavano sfilate rumorose sul corso e ®saltoŻ delle lezioni; ed infine nel '39 -'40 le grandi invettive contro la Francia che - se non era una troia - ci doveva dare Nizza e Savoia! Intanto nel marzo 1938 (facevo la quinta ginnasiale) moriva il grande Vate D'Annunzio ed improvvisamente se ne affid• la commemorazione al prof. Gabriele Porchi, giovane docente di filosofia. Alla solenne presenza in orbace del Federale, del Provveditore e del Preside ed in cappa magna del buon Vescovo Fiorentino, schierati in piedi nei corridoi ascoltammo un esame critico e spietato dell'opera letteraria e della vita del grande poeta. Ad un certo punto le Autorit… sospesero sdegnosamente il discorso allontanandosi tempestosamente: noi fummo rinviati in classe. La settimana successiva fummo convocati tutti in divisa al Politeama dove il camerata D.P., giovane e colto avvocato fascista, presentato dal Federale, ripristinava l'onore, l'orgoglio e la dignit… del poeta-soldato. Pi— modestamente ma con maggiore seriet…, nel giornaletto ciclostilato che compilavo, disegnavo, dattilografavo e distribuivo, l'eroe era rievocato in una bella pagina da Nicola Sansalone, mio caro compagno di studi e di banco. Quando il regime aggredŤ la Grecia (ottobre '40) facemmo trovare canagliescamente sulla lavagna un grosso ®abbasso Euripide!Ż al prof. Di Rosa, che ne rimase profondamente turbato. Nel pi— bello delle lezioni un ®clicŻ dell'altoparlante, seguito da un poderoso scatarramento, annunciava spesso un appello del preside Fornari (magari per comunicare date ed orari dei ®Ludes juveniliŻ, come gli scapp• detto qualche volta). Si sussurrava (ma poi negli anni successivi controllammo che era vero) che quegli altoparlanti erano anche microfoni da cui il Preside poteva ®spiareŻ o ®controllareŻ quel che avveniva nelle classi. Ma nonostante tutto ho un buon ricordo di Fornari, che mi fu Preside quand'ero alunno (venne dopo il buon Pane, un signore gentile che rievocava spesso la Grande Guerra) e quando fui insegnante (e feci parte del Comitato per festeggiarne il pensionamento). Dovevano essere anni di feroce selezione. Eravamo in 36 nella prima liceale, ci riducemmo in 19 nella seconda. Tra le figure pi— care di quei due anni di liceo restano, nelle consuetudini e nei ricordi, quelle di Peppino Alberti, Gaetano Gallerano, CecŠ Lamberti, Mico Tavernese, Nicola Sansalone e, naturalmente, Diana Benincasa. Con loro e con molti altri mi sono rivisto spesso riscontrando affetto e nostalgia. Poi ci fu la terza liceale, ulteriormente ridotta; ma io non c'ero pi— , avevo lasciato il ®GalluppiŻ ed i compagni per passare a Pisa. Dove mi avevano preceduto due bravissimi studenti e fraterni amici, Aldo Corasaniti (che aveva anch'egli saltato la terza liceale) e Nicola Vaccaro. Li conoscevo bene da Catanzaro. Aldo era famoso (oltre che per ragioni molto serie di cultura, valore scientifico e morale) per un epico duello sulle rive della Fiumarella col condiscepolo Francesco Belmonte. Chi avrebbe mai detto che i due eroi del poemetto ®AldocicciomachiaŻ, elaborato in ottave tassoniane dal povero Guglielmino, sarebbero poi diventati massimi esponenti e glorie della Magistratura italiana? Pi— sfortunata la sorte del caro Nicola Vaccaro. Brillante e generoso nel Liceo (si era sobbarcato a sintetizzare e volgarizzare per i suoi compagni i ®ProlegomeniŻ di Kant e l'®EnciclopediaŻ di Hegel, testi che erano stati preadottati da quel prof. Porchi vittima dannunziana e non gradevolmente accettati dal docente successivo), affettuoso, cordiale e stimato da tutti nella Normale, era una gloria ed una promessa della filosofia e del movimento operaio. Ci fu portato via da un ictus mentre era in viaggio fra Arezzo dove viveva ed insegnava e Roma dove era senatore comunista. A Pisa mantenemmo, i tre ®galluppiniŻ, solidariet…, amicizia e... orgoglio del nostro liceo di provenienza. Dei tre, a me Š toccato tornare a Catanzaro ed al ®GalluppiŻ. Ci tornai volentieri. Mi pareva di non averlo mai lasciato. Ci ritrovavo molti dei miei ex compagni e diversi ex docenti. Non pi— lo stimato prof. Santi Di Rosa (cui rester• sempre devoto per quanto di filologia e di umanesimo mi ha insegnato); ma ci ritrovai il caro Cancellieri, maestro di generazioni, il simpatico ed affettuoso Morello, l'esemplare Abigaille Giglio e tanti altri pi— giovani amici e colleghi legati da affetto e stima: Ezio Galiano, Nicola Coscia, Giovanni Mastroianni e Federico Procopio, per nominare solo quelli pi— vicini. Era una famiglia, una grande famiglia tra docenti ed alunni. Quando si seppe del mio fidanzamento, i miei alunni in un giornaletto si divertirono a coniare un nuovo slogan: ®RAFFREDDORI? CATARRO? INFLUENZA? RIOLEINA? CON RIOLEINA SI STA BENINCASA!Ż Ci sono stato bene nel mio secondo ciclo di ®galluppinoŻ. E sono anche lieto di essere stato determinante per la costruzione della nuova sede quando, da assessore comunale, chiesi al ministro Mancini, che subito provvide, lo stanziamento necessario. Debbo per• confessare che non riesco a passare davanti alla facciata del vecchio Convitto senza commuovermi per i ricordi che mi assalgono. Vedi, caro Ezio, la tua iniziativa salda il passato col futuro, celebrando una delle pi— valide istituzioni della citt…. Nel ®GalluppiŻ si Š identificata per pi— di cento anni la parte pi— valida, la spinta pi— creativa, la funzione pi— costruttiva dei cittadini non solo catanzaresi, ma in un certo modo dell'intera provincia. Tra le sue mura si son formati i quadri dirigenti, i cervelli, le volont… di gran parte del popolo calabrese. Crollato mezzo castello, sconvolto il centro cittadino, mutate usanze e mentalit…, la tradizione migliore della citt… e la fiducia nel domani si possono rintracciare nel ricordo del vecchio ®GalluppiŻ e di quel suo grande maestro extra-moenia che era don Pippo. /:/Anna Maria Riggio. di Pasquale e di Angelina di Bianco nata a Siderno il 10 settembre 1924 iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1938/1939) Frequentai il Ginnasio Liceo "Galluppi" di Catanzaro dall'anno scolastico 1938/39 al 1942/43 e furono quegli anni, nella loro severa serenit…, che dettero una impronta formativa alla mia coscienza scolastica, portandomi alla consapevolezza del dovere compiuto e, soprattutto, alla mia intima soddisfazione di compierlo. E ricordo: il vetusto edificio, solenne e maestoso, in cui mi aggiravo adolescente, tremante e spaurita, come se la sua grandiosit… gravasse su di me; l'alternarsi degli insegnanti cosŤ consci della loro missione, e mi rivedo giovinetta fra quelle mura e non esiste il tempo trascorso e le vicende ora tristi ora liete della vita e tutto, rievocando, mi sembra sereno, come allora, come in quel tempo. Felicit… fatta di nulla, di piccole cose che formavano il nostro mondo che oggi mi sembra una favola, tanta Š la dolcezza che essa mi d… al cuore. E quanti episodi ritornano alla mente: una versione andata male, un problema errato, un rimprovero immeritato, un severo monito del preside: egli pur tanto buono che, ancora oggi, ricordo con senso di gratitudine e di rispetto. Furono quelli, anni di severa, seria responsabilit… ed io, come tanti altri miei compagni, dobbiamo proprio a quell'ambiente che ci vide crescere, la formazione prima di quello che sar… la base del nostro futuro e che oggi Š uno stato di vita. Cosa dire delle materie studiate? Esse hanno favorito senz'altro la formazione umana non solo del mio essere ma di noi giovani dell'epoca, rappresentando il sostegno di ogni attivit… autonoma e responsabile. L'insegnamento di allora (che dovrebbe essere quello di oggi e di sempre) tendeva non soltanto a trasmettere determinate conoscenze, sia teoriche che pratiche, pur necessarie nel processo di apprendimento, ma anche e specialmente a disporre l'alunno a riflettere su fenomeni e problemi in modo che la sua personalit… potesse svilupparsi nella massima autonomia possibile. Ed a proposito mi Š caro e doveroso ricordate le figure dei miei professori di matematica: prof. Salvatore Morello e prof. Santi Greco. Essi, negli anni del Ginnasio prima e nelle classi liceali dopo, mi hanno avviato verso una cultura prettamente scientifica, atta a promuovere in me quella formazione che mi ha permesso non solo di operate una giusta e consapevole scelta professionale, quanto di arrivare dove non avrei mai sperato. Entrambi detti docenti sono state persone eccellenti sia sotto il profilo didattico che umano. Il pericolo che si corre quanto ricordiamo persone che non sono pi— con noi Š sempre quello di non essere capaci di cogliere i momenti concreti del loro operato e di cadere invece nella retorica. Sicuramente questo sarebbe un modo sbagliato di ricordate le figure dei miei professori Morello e Greco, uomini che alla straordinaria intelligenza accomunavano la rara capacit… di conoscete gli allievi avviandoli ed orientandoli verso precise scelte future. E cosŤ fu specialmente il prof. Santi Greco (insegnante serio, severo, metodico, puntualissimo nell'assolvimento dei suoi compiti di educatore) che durante i miei anni di liceo scoprŤ in me doti di logica e di razionalit… e mi indirizz• con una visione concreta e precisa verso la pratica realizzazione di quel progetto scientifico che ha permeato poi tutta la mia vita. Per il prof. Greco ero una allieva modello! Sempre attenta, assidua nella frequenza (ricordo che per alcuni anni fui additata tra gli alunni che non avevano mai fatto sia pure un'assenza a scuola), scrupolosa nell'assolvere i doveri scolastici. Ma un pomeriggio, ahimŠ, era il 13 novembre 1942 (venerdŤ) mi recai assieme ad alcuni compagni frequentanti la terza liceale sez. A (io frequentavo la sezione ®BŻ) ed alcune compagne di classe, a ®Villa MenichiniŻ per assistere ad una partita di tennis tra alunni di terza ®BŻ e terza ®AŻ. Io tenevo tanto ad andare e cosŤ, destando la meraviglia dei miei familiari, uscii presto da casa e sul tram in partenza da piazza indipendenza, mi ritrovai con i miei compagni. Anzich‚ una partita di tennis ne furono giocate tante e pur facendo molto freddo (ricordo!) restai assieme agli altri fino alla fine. Ci attardammo un po' durante il rientro a casa anche perch‚ per strada comprammo delle ®caldarrosteŻ che mangiammo tra una battuta, una risata, uno scherzo. Erano circa le ore 19 quando rincasai. In verit… mi sentivo un po' emozionata, contenta ed in uno stato d'animo tutto particolare per cui quella sera non riuscii a studiare nulla, andando l'indomani a scuola impreparata anche in fisica che avevo alla prima ora di lezione. Il prof. Greco incominci• a puntare il dito sul registro per interrogare ma, visto che ognuno di quelli sul cui nominativo cadeva il fatidico indice rispondeva ®impreparatoŻ, chiam• me alla lavagna sicuro che avrei potuto rispiegare alla classe la lezione. Mi sentii gelare: non sapevo proprio nulla! Il professore si meravigli• del mio ®fiascoŻ completo ed incredulo mi diede un ®5Ż e non un ®2Ż (come avrei meritato), forse in considerazione dei miei precedenti del tutto ottimali. Questo episodio che ha costituito l'unico insuccesso riportato in campo scientifico, da me privilegiato, Š rimasto scolpito nella mente e nel cuore tanto che lo ricordo nei minimi particolari come se fosse accaduto ieri e non ben 44 anni fa. Ho tratteggiato sommariamente le figure illuminanti dei miei docenti di matematica e l'incisivit… del loro operato sul mio abito mentale, mi Š doveroso, per•, anche aggiungere che essi sono stati gli artefici di quel processo interiore che ha arricchito il mio linguaggio logico e razionale in riferimento alle tematiche pedagogiche e didattiche. Debbo inoltre confessare che al momento di chiedermi cosa avrei potuto scrivere tra i tanti ricordi di giorni di scuola che legano la mia giovinezza al Liceo Galluppi me ne Š tornato uno, forse il pi— significativo per il raggiungimento dell'obiettivo proposto: ®offrire agli studenti di oggi modelli di vita e di professionalit…Ż. Era sul finire dell'anno scolastico 1938/39 e facemmo una passeggiata scolastica: meta l'istituto tecnico agrario di Catanzaro. Quel giorno, in quella sede si era tentato un esperimento zootecnico e la scuola aveva importato (se non ricordo male) capi bovini direttamente dall'estero. Ad accompagnarli in quella trasferta, in un gesto che, pi— che pratico mi parve affettivo, fu lo stesso proprietario allevatore: un ragazzo biondo, poco pi— di vent'anni. Dopo un giorno ed una notte passati nel vagone bestiame, il ragazzo puzzava come Š logico che odori un bovaro, eppure non aveva l'aria di vergognarsene. Salut• molto cordialmente tutte noi ragazze in buon italiano e scomparve. Di lŤ ad un paio d'ore lo rivedemmo: vestiva un elegante completo ed incominci• a conversare con noi: scoprimmo che, oltre alla sua lingua e alla nostra, parlava correttamente altre lingue straniere. Confesso che, se mai ho provato un senso di inferiorit… in vita mia, Š stato proprio davanti a quel bravo bovaro che portava la sua qualifica con dignit… pari a quella di un diplomatico e che, con la sua personalit…, apriva ai miei occhi un orizzonte insospettato per il mondo contadino. E concludo con l'asserire che la scuola da me frequentata, oltre a fornire a noi giovani quell'abito mentale che ci ha portati a riflettere e a risolvere responsabilmente i problemi che via via si sono presentati nei rapporti professionali e sociali, ci ha abituati a divenire operatori consapevoli secondo i livelli prefissati da ogni indirizzo. La stessa scuola Š stata in grado di promuovere un armonico sviluppo della personalit… di ogni utente, personalit… atta a soddisfare le esigenze di quel progresso che Š alla base di ogni evoluzione sociale, economica, professionale. Al lume della mia esperienza posso affermare che per poter percorrere nella vita un cammino lusinghiero, bisogna avere serenit… di intenti, rigore nell'opera, per tutto quello che si compie e si fa. Dalla mia adolescenza ad oggi ho seguito tali principi che sono diventati cardini essenziali della mia vita di donna e di educatrice. Grazie Liceo "Galluppi". /:/Domenico Bruni. di Giovanbattista e di Annina Bonelli nato a Catanzaro il 10 marzo 1925 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1935/1936) Liceo "Galluppi": non solo momento di studio ma anche sede e fucina di mille iniziative nate dai sogni e dagli entusiasmi degli anni pi— verdi. Avevo diciassette anni, poco meno, e alle mie prime armi giornalistiche (allora soprattutto nel campo sportivo), collaboravo col ®Corriere calabreseŻ, edito dal comm. Sala; direttore Orazio Carratelli; redattore a tutto campo GegŠ Greco. Il giornale Š in lotta (si fa per dire) col ®RinnovamentoŻ, di Giovanni Paparazzo, e non tralascia occasione per cercare il ®colpoŻ ai danni dell'avversario. L'idea Š di GegŠ: si disputa a Bari Italia-Cecoslovacchia di calcio, la formazione azzurra imperniata sul grande Torino, con Bacigalupo, Ballarin, Moroso, Loich, Valentino, Mazzola, Ossola, ecc., i gloriosi ®granataŻ che, qualche anno dopo, il maledetto muro di Superga doveva schiantare. Quale migliore occasione per ®bucareŻ Paparazzo? Il ®Corriere calabreseŻ sarebbe uscito il giorno dopo la partita, al pari del ®RinnovamentoŻ e Greco Š sicuro che il rivale non pubblicher… nulla, mentre vuole, per il suo giornale, addirittura un servizio da inviato speciale. ®Per prestigio, dice, ma anche per dare ai catanzaresi un'eccezionale prova (per quei tempi) di funzionalit…Ż. E continua, rivolto a me, il buon GegŠ: ®Sarai tu l'inviato. Ti chiuderai in casa a doppia mandata almeno per un giorno e mezzo ed aprirai soltanto a me e Carratelli che ci faremo riconoscere con tre parole: "Italia, azzurri, gol". Intanto, seguirai alla radio Nicol• Carosio e subito scriverai due cartelle sul primo tempo e tre sul risultato finale, cartelle che prenderemo noi stessi a casa tua portandole immediatamente a comporre dal buon Izzo in tipografiaŻ. L'occasione sembra buona; accetto; e, come complice, ecco la mia povera mamma che, nell'occasione, deve svolgere il ruolo di ®smistamentoŻ. Tutto va secondo i piani, anche se a malincuore sono costretto a disertare l'insostituibile passeggiata sul corso, e quindi a rinunciare alle ®22 occhiate 22Ż con la ragazza del cuore (undici in salita ed undici in discesa). Quella sera non potr• nemmeno gustare il ®gelato duroŻ al Colacino, n‚ ascoltare l'orchestra diretta dal maestro Monizza, con le canzoni di Manlio Ferri e, qualche volta, anche di Italo Juli. Non solo, ma il giorno dopo la partita (allora non c'erano aerei per tornare subito da Bari; detto per inciso, non ci sono nemmeno oggi) sono obbligato a ®salareŻ la scuola, il Liceo "Galluppi", dove frequento l'ultimo anno. Ogni cosa pare funzioni alla perfezione: giustificazione (falsa) pur se accolta dal preside prof. Fornari, con una certa incredulit…; nessun sospetto fra i carissimi compagni, Pasquale ed Alfredo Paparo, Dino Concolino, Azaria Tedeschi, Federico ed Enrico Costa, Giorgio Robustelli, figlio del professore di matematica (l'ing Vincenzo), il povero MimŤ Parisi, Gino Guarnieri, Pelaggi, Comi, Giamelli, Alcaro, Notaro, Frontera, Alberti, Franco Elia ed un certo Mario Modugno, nemmeno lontano parente del ®Mimmo nazionaleŻ. Un certo? SŤ, perch‚ Š proprio con lui, o meglio con la sua cameriera, che non ho fatto i conti. La ®colfŻ del Modugno Š di Isola Capo Rizzuto ed Š sorella gemella di una ragazza che spesso aiuta mia madre nei lavori di casa. La faccenda Š ovvia: le due sorelle si confidano ed il ®segreto di BariŻ, almeno per Modugno, non Š pi— tale. Eppure tutto si aggiusta: un allora costosissimo pacchetto di sigarette ci va di mezzo, galeotto, e Modugno promette di non parlare. Non parler…. Del resto l'afflato fra i compagni di liceo era a prova di bomba e nessuno di noi credo che dimenticher… mai quella Terza ®AŻ, anche per la signorilit… e l'umanit… dei professori, tutti eccezionalmente preparati, che avemmo la fortuna di trovare: dal gi… citato Robustelli, all'umanista Cancellieri, dallo storico Rotella, al ®siciliano veraceŻ Di Rosa, insostituibile colonna per il latino ed il greco. Dalla signora Daffin…, di chimica, al compianto prof. De Stilo per l'educazione fisica. E non la dimenticher… nemmeno perch‚, accanto allo studio, eravamo riusciti a creare un ambiente da ®tempo liberoŻ ben caratterizzato, con frequenti gite e seratine danzanti, alle quali partecipavano perfino i professori e le loro famiglie. Ma la simbiosi pi— significativa fu quella con la prima liceo B, in cui studiavano parecchie nostre sorelle che sapevano esprimere appieno la loro gioia di vivere tipica delle quindicenni coinvolgendo anche le loro compagne in questo nostro ®volereŻ stare insieme. Ancora oggi le rivedo tutte con grande affetto: mia sorella Annita, Maria Robustelli, le due cugine Concolino (Maria e Raffaella), Rosetta e Liliana Gimigliano, Stellina Paparo, Lidia Binni, Lina Alcaro, Teresa Giglio, Liliana Valia, Gisella Migliaccio, Iolanda Cappa, Zina Romiti, L. Cirillo ed ancora la Scalfaro, la Talarico, la Perri. Di queste gite conservo gelosamente alcune foto che, almeno per me, sono ancora preziose. Qualcuna di esse si trova in questo volume. /:/Salvatore Trovato. di Giovanni e di Carmela Castaldo nato a Vibo Valentia il 10 marzo 1925 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1938/1939) Carissimo Preside, il rievocare porta sempre con s‚ una confusa capacit… di malinconia ed il rischio, nel sovrapporsi delle immagini e nel riflettersi indietro nel tempo, di sostituire alla memoria dei fatti, sentimenti abbelliti. Ho lasciato il liceo "Galluppi" senza affrontare gli esami di maturit…, soppressi per le esigenze della guerra, nel 1943: l'anno che resta come una linea spezzata nella mia generazione. Non ci fu per nessuno di noi, la consueta ordinata sequenza di vita ed uscimmo dal Liceo per entrare, per diverse vie, nella catastrofe che seguŤ. Se scendo lentamente verso quell'ultimo anno di scuola ci• che mi viene incontro, emotivamente, Š soprattutto il confuso senso di disorientamento: non mio, ma dei professori di allora verso di me. Ero di leva e, diciottenni, andavamo verso l'inconoscibile e volevamo andarci spavaldi come in una grandiosa avventura. La mia sezione era mista (la III B) e loro, i professori, man mano che passavano i giorni, sembrava che rinunciassero progressivamente nei miei confronti a quella severit… di giudizio cui eravamo abituati e che mantenevano, intatta, per le mie compagne. Era un loro procedere in questo senso che si svolgeva senza spiegazione; una consapevolezza, che allora mi appariva placida e che oggi intendo quanto fosse sofferta, della incoerenza dei ruoli e della provvisoriet… del quotidiano che ci sopravanzava. CosŤ tutti: la Daffin… e Caputi, Greco, Nicotra giovanissimo ed il vecchio, veneraibile Sando. Nell'ultimo trimestre le mie interrogazioni si risolsero Ťn un disordinato colloquio: che si trattasse di Foscolo o di un aoristo, di Hegel, di logaritmi o della formula dell'acido solforico, era solo pretesto di inesplicabili, sorridenti complicit… per un voto non meritato. Non mi occorre frugare nella memoria: ricordo il professore Greco, severo, introverso, che mi interrogava sulla portanza dell'ala e me stesso dirgli che intendevo arruolarmi nei paracadutisti ed i suoi occhi andare da me alla finestra e poi tornare a me e le poche parole accumulate agitatamente: ®Abbi cura di teŻ. Le udivo per la prima volta e mi sono rimaste nel cuore. Profittavo di tutto questo? Sul piano della disciplina certamente. Allora i corridoi del Liceo erano tramezzati da muri antischeggia e l'allarme aereo imponeva ad ogni classe di portarsi nel corridoio e di sostare nello spazio protetto assegnato. Era, cosŤ diceva il preside Fornari, severamente vietato allontanarsi, ma io correvo da Lucia, che era in secondo liceo, e le stavo vicino fino al cessato allarme. Non so se davvero fossi convinto che tenete il mio braccio sulle spalle di lei (che mi appariva fragile) fosse misura idonea a proteggerla, ma non Š questo che conta. Conta che nessuno mi impedŤ di farlo: potrei dire, neppure i divertiti commenti, al mio ritorno, delle compagne di classe: amate amiche ed ancor pi— amate nel tempo. Sono trascorsi pi— di quaranta anni e, nel nostro liceo, Lucia ora insegna e vi hanno studiato tre figli, alcuni con i nostri stessi professori. Non so, Ezio, se ricevendo i ricordi degli ex alunni del "Galluppi", hai il senso di una frase iniziata e mai condotta a termine perch‚ continuamente arricchita di parole nuove o di un insieme di fogli volanti, di notazioni brevi come brevi sono gli anni del liceo o i frammenti di uno spazio vuoto. Š che il testo della nostra vita si Š ricomposto altrove: e non richiede lettori. Ti ringrazio per ci• che hai scritto e Ti abbraccio fraternamente. /:/Maria Borelli. di Luigi e di Teresa Cabbia nata a Nicastro il 27 aprile 1925 iscritta per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1935/1936) Nell'anno 1935, superato l'esame di ammissione, cominciai a frequentare il ginnasio inferiore al "Galluppi". Non c'era posto per noi nella sede principale di corso Vittorio Emanuele e quindi fummo mandati in un antico palazzo di via XX Settembre. Stanze grandi, con soffitti altissimi, tutto abbastanza vecchio e trascurato. Accanto a me, il primo giorno di scuola, sedette una bambina con un vestito bŤeu alla marinara, che sarebbe stata poi la mia compagna ed amica pi— cara fino all'universit…. Non ricordo con chiarezza i miei primi professori, anche perch‚ in quei tre anni furono cambiati spesso. Ricordo invece con affetto il professore Vincenzo Sando che, nella nostra sezione staccata, fungeva da preside. Gi… anziano, piccolo di statura e grassotto, con una faccia da buono che rispecchiava il suo animo sensibile e paterno. Doverci punire era per lui un dispiacere grande. Lo riebbi poi, quale professore di latino e greco nel liceo ed in quegli anni mi accorsi che latinista e grecista di valore egli fosse! Lo vidi tante volte leggere nella lingua originale commedie e tragedie greche, via via ridendo o commuovendosi fino alle lacrime delle vicende dei vari personaggi. In quarto e quinto ginnasio, la nostra insegnante di lettere fu sua figlia Teresa che poi morŤ per le ustioni riportate durante il bombardamento che Catanzaro subŤ nell'agosto del 1943. Anche lei preparata nelle sue materie, simpatica e buona. Ed ancora la signorina Primicerio, insegnante di spagnolo, che arrossiva continuamente per la grande timidezza e di cui noi seguivamo con curiosit… e trepidazione la storia d'amore con il professore di filosofia della sezione A maschile. Il professore Morello di matematica fu l'unico con il quale studiai con piacere e capendola, la materia che mi riusciva pi— ostica. Non poteva del resto essere altrimenti: la sua chiarezza nello spiegare era pi— unica che rara. E nel liceo il professore Caputi, insegnante di filosofia, sordo come una campana, ma in compenso con degli occhi che si muovevano di qua e di l… con una tale rapidit… che, se solo aprivi bocca, ti sorprendeva ed allora... erano guai! Il silenzio assoluto regnava durante le sue ore! Il professore Cancellieri ed il professore Nicotra, in anni diversi, furono gli insegnanti di italiano. Il primo, ferrato nella materia ma terribilmente monotono nelle spiegazioni, tanto che ad un certo punto quasi nessuno pi— seguiva. Quindi, in terza, l'allora giovanissimo Nicotra port• una ventata di risveglio e di novit…. Magro, di colorito pallido, si acquist• l'appellativo di ®Jacopo OrtisŻ. Ed il professore Battaglia che, per richiamarci all'ordine, ci tirava, facendoci male, le trecce che allora avevamo quasi tutte. Ed ancora il professore Busoni di storia dell'arte, il professore Fragola di religione e tanti altri, alcuni gi… scomparsi, altri ormai vecchi ed in pensione. Il preside Fornari, il preside Cancellieri e poi il bidello Russo, l'altro preside, quello che ogni tanto ci faceva entrare di nascosto quando arrivavamo in ritardo, quello a cui ci rivolgevamo quando avevamo bisogno di aiuto e di consigli. Non ne ho saputo pi— niente! Questi i personaggi, alcuni pi— chiari nel mio ricordo, altri pi— sbiaditi, che popolarono la mia giovinezza ed il mio mondo scolastico. Sono passati tanti anni, ma essi fanno parte per sempre della mia vita. /:/Raffaele Armentano. fu Fedele e di La Terza Filomena nato a Mormanno il 25 giugno 1926 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1936/1937) A tutti i compagni della I C, nel ricordo di quelli che non sono pi— fra noi. Il tempo perduto Nella calda estate del '43, in previsione o a causa dei due avvenimenti tanto significativi per la storia d'Italia - la caduta del Fascismo e lo sbarco degli Alleati in Sicilia - quasi tutti avevamo gi… lasciato Catanzaro, per soggiorni temporanei e che si speravano pi— sicuri. Io mi trovavo nel paese nativo, dove andavo ogni anno ad estivare, (la fuga aveva per me coinciso con le abituali vacanze - anticipate quell'anno per la precoce chiusura della scuola a causa della piega che andavano prendendo gli eventi bellici) quando mi colse la notizia dell'improvviso mutamento di regime politico, che parve svolgersi tranquillo, pur tra tripudi, sconcerti, meraviglia, amarezza e tristi presentimenti, ma che si sarebbe rivelato drammatico nel suo epilogo, data la presenza dell'esercito tedesco in Italia. Il mio paese non offriva tanta sicurezza, posto com'Š lungo il tracciato della statale 19, di murattiana memoria, arteria allora principale che congiungeva la Calabria a Napoli, sicch‚ alla flne di agosto, dopo che ci era giunta notizia del bombardamento subito da Catanzaro, si decise in famiglia, come tutti, di rifugiarci nelle campagne, in alloggi di fortuna, dopo aver murato le cose di maggior valore al riparo del sacco che avrebbero potuto effettuare i ®LanzichenecchiŻ di turno: alleati avanzanti o tedeschi in ritirata; in una rilettura pi— matura del Manzoni avrei poi rivissuto quei momenti! Il famigerato ®8 settembreŻ ci distolse dall'ultima fuga; il passaggio dei Tedeschi in ritirata fu rapido, determinato dallo sbarco degli alleati a Salerno. E poi la fuga del Re, il primo Governo a Salerno e i seguenti a Bari, Napoli, Cassino. La situazione nel meridione si era assestata, la luce era tornata nelle strade, riprendeva la vita in contrasto con il martirio che avrebbe subito il resto dell'Italia nell'ultimo atto della tragedia! Ad autunno inoltrato, fra la confusione che regnava nella nostra mente per tanti avvenimenti che si erano susseguiti in tanto poco tempo, dei quali difficilmente si riusciva a darsi una ragione, si cominci• a pensare al ritorno nel luogo di abituale dimora, dove avrei terminato gli studi liceali. Con un rocambolesco viaggio fatto in parte con mezzi di fortuna, raggiunsi Catanzaro con un adeguato carico di derrate alimentari che avrebbero dovuto sopperire alla esiguit… di ci• che spettava con le ®tessere annonarieŻ. A proposito dell'avventuroso viaggio e del ®caricoŻ, come tacere il fatto che mia madre aveva pensato a trasportare in un cesto di vimini finanche una gallina che, tenuta in casa in un'adeguata gabbia di legno, avrebbe dovuto fornire ai pi— bisognosi della famiglia un uovo fresco quasi ogni giorno; la gallina riuscŤ a fuggire dal cesto mentre, a met… del viaggio, ci trovavamo in sosta a Cosenza, in pieno Corso Mazzini, e fu inseguita e miracolosamente catturata in un provvidenziale portone di una traversa dell'arteria cittadina...! Le prospettive circa l'approvvigionamento alimentare si rivelarono inferiori ai bisogni della famiglia, sicch‚ nella primavera del '44, verso maggio, i morsi della fame si fecero sentire pi— del canto degli uccelli, e si arriv• a mangiare le bucce delle fave, a mo' di fagiolini, fritte... nell'acqua! Per non parlare delle privazioni in fatto di vestiario: vecchi indumenti di antenati, opportunamente ristrutturati, scarpe di tela e di legno e cosŤ via, per non entrare in intimit…... Insomma, la nostra giovinezza fu fatta veramente di ®nienteŻ, oltre che d'amore ®innocenteŻ, di albe e tramonti! E che dire dei nostri grandi vizi: sigarette confezionate a mano con cicche disfatte, arrotolate in pezzi di carta velina che si usava normalmente per scrivere a macchina! Eppure eravamo felici e da compiangere meno dei giovani di oggi, tanto infelici e sbandati, oggi che l'amore significa sessuomania, la musica rumore e al fascino della scienza, delle lettere e delle arti si Š sostituito quello, spesso alienante e perverso, della tecnologia e della chimica! Nel ritornare a Catanzaro ebbi una strana sensazione. La lunga permanenza nel paese natio, gli amici dell'infanzia ritrovati non solo, come di solito, nei giuochi e passatempi dell'estate, all'ombra dei boschi e sulle rive dei ruscelli, ma in momenti quasi dimenticati (le vendemmie, la ricerca dei funghi, le caldarroste, i brevi e dolci meriggi autunnali, il focolare e persino l'accenno di qualche zampogna), le voci, i rumori, gli odori di un tempo ormai ontano, tutta questa inattesa esperienza mi faceva sembrare il ritorno una cosa anormale, pi— di quella che era stata quasi una fuga. Io, poi, avevo dei motivi particolari che giustificavano tale sensazione e quasi il desiderio di fuggire di nuovo; ma Catanzaro era pur sempre la mia seconda patria... dove c'erano i miei pi— grandi affetti, dove avevo fatto tutti gli studi pi— importanti, dove avevo trascorso la mia adolescenza, dove l'animo era maturato attraverso le prime esperienze di vita, pur nella tristezza di quello che, dopo molto tempo, avrei chiamato ®il mio esilioŻ, al cui inizio, per•, questa citt… mi aveva offerto quel ®divino sorrisoŻ che di lŤ a poco sarebbe diventato il grande amore della mia vita! Al mio arrivo, gi… percorrendo le strade deserte di notte, avevo subito pensato ai miei compagni di scuola, alcuni veramente amici, e questo mi aveva emozionato; fra le macerie provocate dai bombardamenti avevo rivisto in piedi ed indenne il vecchio e glorioso ®GalluppiŻ, rimasto quasi ad indicare la vittoria della cultura e la necessit… della sua continuit… sulla barbarie e la violenza della guerra! C'erano gi… dei ricordi nel mio animo che si affacciava appena alla giovinezza: la prima liceo sezione C! Era stata la prima sezione C nella storia del liceo ®GalluppiŻ... che tempi e che classe! Comunit… di sentimenti, di gusti, di desideri, di passioni, di intenti, di sogni avevano amalgamato quasi alla perfezione tante esistenze nel loro momento pi— critico e pi— genuino, nell'anno scolastico 1941-42. I versi del Pascoli erano riaffiorati spontanei nel mio pensiero e i volti che rivedevo nella mia mente erano pi— veri di quelli ritratti nella fotografia ricordo che avevamo fatto alla fine dell'anno - come allora si usava - nella romantica Villa Margherita, fra tanto verde macchiato qua e l… di ciuffi multicolori, insieme con i professori allora giovani! Oggi, alle soglie della vecchiaia, spesso mi soffermo a guardare quei volti: quasi tutti si sono trasformati, come il mio, e sono ancora presenti, giunti ormai al traguardo finale, elevato per alcuni, o modesto e normale, come il mio, per i pi— ; ma qualcuno Š rimasto come era e non invecchier… mai, perch‚ dove Š andato - chi poco dopo, chi pi— tardi, ma sempre presto - non si invecchia! Rammento: Aldo Nicotera, sempre contegnoso, Raffaele Barberio, nella sua impeccabile divisa di convittore, e il tanto caro Masino Montesanto, cosŤ gaio, cosŤ pronto all'ironia bonaria, il cui volto conosceva solo il sorriso, nonostante l'animo fosse stato toccato dal mio stesso dolore, e del quale, in quel fatale 27 agosto 1943, fu ritrovata la catenina che portava al collo e... i resti del corpo che non sarebbero stati utili - da soli - all'identificazione...! In seconda liceo la classe era stata divisa tra le sezioni A e B ed io avevo frequentato la seconda A, con alcuni compagni della prima con i quali avrei finito gli studi in quel '44, nella stessa sezione. Mi abituai al ritorno! Tornammo tra i banchi ai primi di febbraio, frequentando a giorni alterni, per ospitare altre scuole prive di locali distrutti dagli eventi bellici; la scuola, quando avremmo avuto pi— bisogno di essa, purtroppo, per diversi motivi, era una madre smunta che non poteva darci il nutrimento necessario! Gli insegnanti furono tutti paterni e comprensivi, coinvolti anch'essi nella crisi del momento, che non era solo edilizia e alimentare, ma anche di tanti valori e certezze caduti traumaticamente e che ormai, culturalmente, non potevano essere pi— contrabbandati impunemente. Continuarono a darci quello che potevano, nel senso del tempo a disposizione, con abnegazione e fede nella cultura della quale tutti, anche i pi— svogliati, subivamo volentieri il fascino, mentre si faceva strada nella nostra mente, sia pur con timidezza, un nuovo senso critico. Ci avrebbero poi sostenuti anche in quello che fu il primo sciopero degli studenti del vecchio ®GalluppiŻ, nel rinato clima di libert…, sciopero indetto in un'assemblea tenuta nel Palazzo Comunale, durante la quale ognuno di noi si sentiva un novello Marat, Danton o Robespierre, e durato per tutto il mese di giugno per ottenere, contrariamente alle improvvide disposizioni del ministro Omodeo, che si era lasciato andare ad un inspiegabile ed inopportuno massimalismo culturale, che gli esami di maturit… si facessero con una sola prova scritta di italiano e con gli stessi insegnanti di classe, date tutte le anomalie dell'ultimo anno scolastico. Nella societ…, al di fuori della scuola in senso stretto, ci fu maestra in questa crescita la generazione pi— vecchia, ®ante marciaŻ, in senso opposto a quello per cui tale termine era stato usato fino ad allora. In quella primavera - della nostra vita, della natura e di un nuovo corso storico - in contrasto con le condizioni materiali tanto mortificanti, rifiorirono, unitamente agli alberi della Villa Margherita, attivit… politiche e culturali; le angolazioni diverse da cui ogni problema od ogni tematica erano visti, ci facevano partecipare con avidit… ad ogni occasione d'incontro con quelli che consideravamo i ®saggiŻ risorti; e nella vecchia sala del Consiglio Provinciale, dal bel soffitto di cristalli policromi liberty, risuonarono gli ultimi messaggi di cultura, di sapienza e di impegno civile e politico di tanti che perdemmo troppo presto! Purtroppo, dunque, del vecchio e glorioso ®GalluppiŻ erano rimasti in piedi i muri ma, nel rinnovato clima di libert…, bisognava ricostruirne con visioni diverse la funzione culturale; sicch‚ i nostri studi non ebbero fine nella scuola nella quale erano iniziati, ma dove trovammo altro linfe vitali che, comunque, illuminarono di nuova luce anche ci• che di durevole la scuola ci aveva pur dato. In sostanza gli eventi ci fecero maturare molto presto: ma forse anche per questo il pensiero e l'animo, per riposare dalle bufere e dalle disillusioni della vita, tornano spesso a quella scuola, a quei volti, a quelle voci, a quel linguaggio, a quei muri, a quei banchi come ad un momento di irripetibile felicit…. /:/Furio Barletta. di Emilio e di Teresina Bruno nato a San Marco Argentano il 2 gennaio 1928 iscritto per la prima volta alla seconda ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1939/1940) Caro Ezio, rievocare per quanto possibile ricordi personali e soprattutto soggettivi che diano modo di formare una storia, vissuta e testimoniata, Š per me motivo di grande onore ed immensa gioia. Scrivere di quel sacrario della cultura, ove Luigi Settembrini, nel lontano 1835, prese possesso della cattedra di ®EloquenzaŻ, Š voler penetrare in profondit…, non solo nelle mie povere, piccole, conoscenze ma, soprattutto nel mio carattere, nella mia personalit… che in quella scuola si Š formata. Mi ritorna in mente un'eterna primavera; volo nel vento del passato e, come per incanto, mi ritrovo giovine spensierato ed esuberante, in attesa di entrare nella mia aula e prendere possesso del mio banco che condividevo con Franco Maria Conidi; accanto vi era Serafino Colosimo, dai capelli di un biondo cosŤ biondo che sembravano d'oro; vicino a questi uno dei due fratelli Cubello e poi Aldo Capilupi, Cardiano, Carnovale, Pino Minicelli, Lello Panaro, Italo Foderaro, il nobile Franco Abbati Marescotti e, infine, sul lato sinistro, le compagne: Alma Cicero, Rosetta Pellegrini, Anna Maria Longo, Barilaro, Rachele Amantea, Lilia Cianta e tanti, tanti altri, dei quali molti ingoiati anzitempo, nell'eterno buio della notte. Quei volti! Quelle aule! Quelle risate argentine e fresche come la fonte di un ruscello silano! Quei severi ed austeri professori che, come tali, non possedevano soltanto il titolo, bensŤ l'orgoglio di far parte integrante di un Liceo sorto nel 1811 e noto in tutta l'Italia come uno dei quattro Licei pi— illustri del Napoletano, quelle pareti ove le voci ritornano ancora come in un nastro magnetico, e, di colpo, l'assurdo silenzio:... entrava il professore. ®Che scuola frequenti?Ż ®Il liceo Ginnasio ®P. "Galluppi"Ż rispondevo con orgoglio, commisto ad una certa enfasi! Ed ecco che, come per incanto, ognuno ti guardava con pi— rispetto. Ricordo che, persino dal barbiere, il taglio dei capelli mi si faceva con pi— attenzione. ®Sapete!... - diceva agli astanti il cronista barbiere che tutto della citt… sapeva - Š un allievo del Liceo Galluppi!Ż e tutto finiva quasi sempre col ®bravo, ma bene, ma bene!Ż. Anni a cavallo di grandi tragedie, di lotte cruente, di guerra mondiale culminante con veri e propri massacri ed, insieme, di giorni radiosi pieni di sole e sempre cadenti in tramonti tenui e dolcemente colorati. Il Cristianesimo, la Rivoluzione Francese, il nazismo, la Russia Sovietica e la Cina popolare oltre che i primi dischi di Frank Sinatra e la tromba di Henry James negli ultimi anni; all'interno di quella esperienza, variegata e mobile, ho vissuto la mia prima consapevolezza di cittadino cosciente dei tanti rimbalzi e delle tante spirali che la storia, insieme alla disciplina imposta dalle arti classiche, hanno pi— volte reso la mia notte giorno. Il professore di filosofia - ero al primo anno di Liceo - mi chiese (erano i primi giorni di scuola, la disciplina era per me del tutto nuova o perlomeno tale, se si prescinde dai vecchi nozionismi paterni): ®Ti Š piaciuto il film che hai visto ieri sera?Ż. Mi limitai a rispondere: ®Molto bello!Ż. ®Cosa c'era di bello?Ż - mi domand• - ®L'autore ha raggiunto il suo scopoŻ - risposi immediatamente, senza naturalmente avventurarmŤ nella materia del soggetto o del suo messaggio esteriore - FinŤ lŤ, mi rimand• a posto e, quasi dimentico di quel breve intermezzo verbale, continu• la sua lezione con la voce un po' roca. Prese una pasticca e la voce ritorn• del tutto normale. Poi, rivolto di nuovo a me: ®Ha ottenuto il suo scopoŻ - mi disse - ®quindi Š bellaŻ. Compresi che non potevo dire ®la pasticca Š bellaŻ e che, pertanto, ogni risposta doveva avere una sua stringente logica ed una considerazione pi— attenta sull'uso degli aggettivi. Mi commiserai alquanto sull'accaduto che, fra l'altro, aveva provocato l'ilarit… dei compagni e, soprattutto, delle compagne; mi sentii di profondamente odiare quel professore ma bast• che questi mi desse l'incarico di andare a chiedere un testo di filosofia al bidello, perch‚ tutto quell'odio si tramutasse in amore: essere l'incaricato del professore, per determinate commissioni, era motivo di grande privilegio tanto che, appena rientrai in classe, gli occhi sgranati dei compagni erano posati su di me con un non so che di invidia. In quel momento avevo scelto la mia materia prediletta. Il mio Liceo era ubicato al centro di Catanzaro, incastonato come una perla in un diadema. Grande Liceo Ginnasio in una piccola citt… ma con la caratteristica delle grandi metropoli. Tram, funicolare, numerose carrozzelle, sfilze di eleganti negozi, commercialmente ed esteticamente bene attrezzati, ornavano il cosiddetto ®centro storicoŻ, che era uno splendido strettoio ove all'imbrunire si potevano incontrare tutti gli abitanti della citt… che facevano la loro consueta passeggiata sul Corso. E non ho finito! In quel fantastico cunicolo, alla distanza di poche centinaia di metri, due caffŠ ®chantantŻ che, oltre ai rituali rinfreschi, offrivano orchestre e cantanti che gareggiavano per superarsi in bravura. Io, unitamente ai miei compagni di classe, che allora erano i soli veri amici, spesso sedevo presso uno di quei caffŠ stante il fatto che, essendo studente del Liceo, avevo il privilegio, mal tollerato dai burberi proprietari, di consumare solo acqua corrente. Ma anche in quei caffŠ, il pi— delle volte, la festa era interrotta dall'accostarsi di qualche professore che, senza darlo a vedere, notava i volti degli allievi che, trasognati romantici, in quel momento presi dalla melodia di una dolce canzone d'amore, avevano gli occhi socchiusi per meglio concentrarsi. AhimŠ!... Il giorno dopo, appena finito il rituale appello, il ®romanticoŻ, che non aveva fatto a tempo a ripararsi in uno dei numerosi vicoli che intersecavano Corso Mazzini, veniva chiamato alla cattedra per riferire sulla lezione del giorno. I professori: Di Rosa, Cancellieri, Caputi, Morelli, Morica, Battaglia, Robustelli che, per primo in Italia, aveva costruito nell'aula di fisica un treno elettrico, oggetto di desiderio di noi tutti, ed ancora, successivamente, Fiorita, Sirago, vero e proprio topo di biblioteca che in fatto di letteratura latina era veramente un mostro, e Chiodo il dantista che, su un verso della ®Divina CommediaŻ, era capace di soffermarsi per intere settimane: ed infine, ®dulcis in fondoŻ (si fa per dire) il preside Fornari, amante della pi— rigida disciplina e tenace seguace della riforma Gentile; ed ancora Russo, il capo bidello, sempre in divisa, sempre all'erta, considerato - non a torto - il vice-preside, in considerazione che era proprio lui che ogni anno redigeva l'orario delle lezioni e talvolta giustificava, in nome e per conto, qualche assenza non del tutto dimostrata ed, assieme a lui, il buon Carvetta e l'estrosa Polizzi, custode diuturna della palestra coperta. Il mio Liceo, i miei compagni, i miei amici, dove ognuno rappresentava la pluralit…, uno per tutti tutti per uno: Franco Conidi, per gli amici ®CiccioŻ, il mio eterno compagno di scuola ®usque ad finemŻ; ha scritto un libro interessante su Catanzaro e credo che fra quelle pagine di ricordi velati, talvolta, da una malinconica speranza di ritorno agli ideali di un tempo, i cittadini che stanno ®al di l… dello ZaroŻ, potrebbero trovare qualche pagina utile e non solo per un fatto culturale, ma vieppi— per un impegno sociale ed umanistico che da sempre costituisce l'orgoglio di quelli che, come me, amano la propria citt…. I ricordi del Liceo si affollano sempre di pi— nella mia mente ed io li intravedo in un lungo, infinito corteo di volti, di voci, di nomi, di piccoli grandi amori, di lettere copiate da quelle di ®Iacopo OrtisŻ, di liriche inebrianti come quelle di Guido Gozzano, Sergio Corazzini che, a quei tempi, rappresentavano il Gotha delle note romantiche. ®Amo le rose che non colsi, le cose che potevano essere e non sono stateŻ. Rivivo inebriato, senza rimpianti, mai dimentico, quei radiosi giorni che, senza volerlo, potrebbero essere per gli allievi di domani la loro storia, il proponimento di nuovi ideali o, forse, di nuove illusioni. /:/Domenico Torchia. di Anselmo e di Maria Costanza Caparrotti nato a Miglierina il 22 marzo 1928 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1938/1939) La Presidenza del Liceo Galluppi ha chiesto ai tanti ®discepoliŻ del "Galluppi" di partecipare alla ricostruzione della storia e della funzione del liceo scrivendo del loro periodo di frequenza nell'Istituto e dei loro ricordi. Io ho interpretato tale richiesta (o tento di interpretarla) non in senso personale, a nulla o poco rilevando episodi che possono riguardare la carriera di ciascuno di noi come studenti, ma tentando, attraverso la memoria personale di costruire una memoria oggettiva dell'Istituto. Vale a dire, e chiedo perdono della forma non ortodossa di questo scritto costruito forse con lo stile di una ®comparsaŻ, piuttosto che con quello di vera narrazione letteraria, che i miei ricordi esprimeranno o tenteranno di esprimere la funzione formativa che il Liceo ha avuto per una generazione che, uscita dal Fascismo, dovette trovare in se stessa i nuovi punti di riferimento e gli orientamenti affinch‚ i giovani non diventassero sbandati ma fossero pronti per la direzione del Paese e delle sue istituzioni, nell'equilibrio di una societ… fondata sul sistema parlamentare. Quando io venni al Ginnasio (la scuola media non era ancora stata istituita) il Liceo Ginnasio Galluppi, sistemato nel vecchio edificio di Corso Mazzini, gi… non bastava pi— a contenere tutti i suoi studenti e qualche classe, come la mia prima C, trovava sistemazione in altri locali: frequentavo la prima C in Via XX Settembre ed ebbi come docente il prof. Armando Carpino. Ricordo in quell'anno un episodio che mi colpŤ profondamente. Morto D'Annunzio, si ®disposeŻ la celebrazione del Personaggio che fu affidata ad un giovane ed assai fecondo professore di filosofia che insegnava al Liceo, Gabriele Porchi, mentre era Preside il buon Fornari. Fummo riuniti tutti, ginnasiali e liceali, nel grande corridoio del Liceo e, presenti i gerarchi dell'epoca, in un grande e scomodo assembramento, parl• lungamente il prof. Porchi e parl• criticamente del poeta-soldato, rilevandone i limiti e dissacrando il mito. I gerarchi si allontanarono e l'assemblea (come si direbbe oggi) si sciolse. Non avevamo afferrato chiaramente il messaggio di chi, con lo strumento della critica al personaggio, mirava a colpire pi— in alto e forse a far sentire ai giovani che lo ascoltavano un significativo messaggio. Ma la conferenza fu oggetto di considerazioni postume da parte di tutti e di ciascuno: la dissacrazione aveva gettato un seme! I miei compagni di allora ed io non abbiamo mai dimenticato l'episodio che ci colpŤ profondamente: il D'Annunzio venne cosŤ ridimensionato, nelle nostre coscienze, ®come eroeŻ e come poeta, ma, soprattutto, capimmo che i miti non sono realt…. Venni poi, negli anni successivi, trasferito alla Sez. A, nei locali centrali dell'istituto, insegnante in seconda e terza ginnasiale la sig.ra Vecchietti-Campisi e poi, in quarta ginnasiale il prof. Sando ed in quinta il carissimo prof. Ugo Giordano, il quale sar… poi Presidente della Commissione di maturit… classica quando mia figlia Luisa sosterr… tale esame. Non pu• essere dimenticato il professore Cardamone, docente di inglese e maestro di vita: va ricordato il suo metodo di insegnamento che ci mise in condizioni di leggere e tradurre correttamente la lingua di Albione: ci faceva tradurre interi libri, costringendoci cosŤ ad imparare i vocaboli e ad apprendere la letteratura. L'impatto era con Dickens, con Milton, o con Kipling il cantore dell'impero. Ed imparammo a conoscere la tolleranza come metodo di convivenza sociale. Al liceo ebbi la fortuna di avere docenti che io oggi considero maestri di cultura e di vita: Cancellieri, Di Rosa, Rotella ed infine Giovanni Mastroianni che sar… poi il maestro di intere generazioni e di giovani che, fuori dalla matrigna terra di Calabria popoleranno le Universit… Italiane. Non va sottaciuto, criticamente, come la formazione (la scuola media ha natura e funzione formativa a differenza dell'Universit… che ha funzione informativa) dei liceali risentisse della carenza dell'insegnamento scientifico e specialmente dell'insegnamento sperimentale per la mancanza di attrezzature e laboratori; - quasi che le scienze umane fossero le uniche da insegnare e diffondere - e di tale carenza soffrir… poi tutta la formazione delle generazioni che sono passate nel Liceo. Impareremo, con le letture gramsciane, l'importanza della specificit… della preparazione culturale. La lingua italiana veniva insegnata da Cancellieri che ci costringeva ad imparare e conoscere nei minimi particolari la storia della letteratura e cosŤ ci insegnava il metodo della puntuale conoscenza dei dati, lasciando alla fantasia di ciascuno la elaborazione critica, mentre Di Rosa mi affascinava con insegnamento della lingua e della letteratura greca, insegnando cosŤ non solo gli aoristi ma anche ad essere buoni cittadini. Il suo rigore era solo stimolo ad imparare ed a lavorare, il suo metodo di insegnamento comparato del greco e del latino ci insegn• a coordinare, organizzare ed utilizzare le cognizioni acquisite. Egli fu Maestro grande ed ineguagliabile e ci• perch‚ era animato da grande passione per lo studio della cultura greca e per l'insegnamento di essa: i giovani lo temevano, ma lo rispettavano e lo amavano, intuendo quanto profondi fossero i suoi sentimenti umani. Rotella ci propose i primi approcci con la filosofia e con la filosofia greca in particolare, mentre fu Giovanni Mastroianni, al suo primo anno di insegnamento a farci conoscere i grandi filosofi, ad affascinarci con la prospettazione dell'idealismo e ad introdurci, criticamente, nello studio del materialismo dialettico. Apprendemmo un metodo di lavoro e di studio legato alla puntuale conoscenza del dato ed alla sua elaborazione logica. Ricorder• sempre i pomeriggi, in casa Mastroianni, occupati a ®tradurreŻ le lettere di Croce, con il quale il professore era in corrispondenza. Il Grande filosofo scriveva con una grafia minuta, tanto da essere quasi incomprensibile, e lo scritto iniziava normalmente da sinistra per finire poi, come una scala capovolta all'estremit… destra della fine del foglietto da lettera. Avevamo scoperto cosŤ che il filosofo non stava nel cielo delle idee, ma era persona vivente ed agente nel mondo di tutti. Occorreva la lente di ingrandimento e la lettera cosŤ tradotta costituiva motivo di spiegazione di ardui concetti e di riflessione ed era anche questa una lezione indimenticabile. Ed intanto il fascismo era caduto e bisognava orientarsi, capire, intendere la societ… e la sua organizzazione, trovare in s‚ la propria collocazione nel mondo e ciascuno di noi ha trovato tale collocazione sempre nel bene, mai nel male, talvolta (od anche spesso) sbagliando, ma senza mai venire meno al rispetto di se stesso e degli altri, lottando per trovare possibilit… di vita e costruendo se stesso con l'approfondimento della propria professionalit… e scontando sempre le conseguenze del proprio cattivo carattere. Al liceo dunque ci formammo ed apprendemmo le ragioni ed i principi su cui costruire e fondare la nostra vita personale, familiare, professionale. Mai dimenticher• gli approcci con l'Idealismo di Croce ed anche di Gentile, anzi l'Idealismo, che ci fece conoscere i grandi orizzonti del pensiero umano. Bisogna dire che il Liceo operava in una societ… di provincia e ®provincialeŻ (con tutte le implicanti significazioni di questo termine) e tuttavia si trattava di una ®provinciaŻ che manteneva i legami con i grandi filoni della cultura nazionale. Š venuto poi il disastro completo e la provincia (la nostra ®provinciaŻ) Š divenuta un concentrato di disgregazione sociale e culturale, sulle cui cause non ci si pu• qui attardare sia per ragioni di spazio che di argomento. Il Galluppi fu uno dei fili con cui si teneva il legame con la cultura nazionale, non tanto e non solo per la forza dei suoi docenti, ma per la funzione che l'Istituto aveva nella societ… piccolo-borghese del nostro tempo. Oggi, con la scolarizzazione di massa, Š riuscito il Galluppi a mantenere ed esplicare la sua funzione di formazione ed orientamento? Š una domanda alla quale dovranno rispondere i giovani delle generazioni successive alla nostra e quelli del '68 in particolare. I dissacratori delle Istituzioni spiegheranno il loro impatto ed il loro rapporto col "Galluppi". Io credo che dovranno rispondere almeno con qualche autocritica. Anche noi, presagendo la novit… dei tempi, tentammo di esprimerci con la pubblicazione di un giornale di classe, di cui non ho conservato copie: ricordo che dialetticamente in tal modo si esprimevano posizioni diverse, anche se confuse, che erano manifestazione di ansia e volont… di essere, di trovare una propria identit… e nel contempo di interpretare il senso del mondo. Grandi ambizioni che confusamente si agitavano in ciascuno di noi, cercando di realizzarsi e realizzarci. E tutto ci• nel Galluppi e nel senso che i maestri del Galluppi ci avevano proficuamente insegnato. Io non so n‚ voglio n‚ posso dire se ciascuno di noi si Š realizzato, ha trovato la propria identit…: certo Š che la formazione del Liceo Š stata per ciascuno di noi decisiva ed Š perci• che l'iniziativa alla quale ho risposto mi trova consenziente: la cronaca, i fatti dei singoli, concorrano a formare la memoria storica che Š essenziale per la convivenza sociale e civile! /:/Alberto Castagna. di Giuseppe e di Berta Meloncini nato a Catanzaro il 12 luglio 1928 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1937/1938) Ieri, Oggi, Domani Abitavo ed abito, a pochissima distanza dal vecchio Liceo "Galluppi" che incombeva, alto e grigio, sul Corso. Iscritto al ginnasio, mi avevano mandato, per•, alla sezione staccata, che aveva sede in via XX Settembre, con ingresso da un largo portone in fondo al quale lavorava, con grande strepito di rotative, una tipografia. Una delusione cocente, quella destinazione alla sezione ®CŻ, chiamata ®legione stranieraŻ dai coetanei delle altre sezioni, la ®AŻ e la ®BŻ. La selezione, durissima, fece confluire i superstiti della ®CŻ (e me, tra questi) nelle altre due. E le porte del paradiso parvero schiudersi: sezione ®AŻ nel vecchio liceo. Ci sistemarono in un'aula vasta, con una parete a vetri che dava sul cortile, pomposamente chiamato ®palestra scopertaŻ, dal quale provenivano passi cadenzati e militareschi comandi urlati. Pare che il ®passo romano di parataŻ voluto dal duce ad imitazione di quello tedesco (peraltro definito dai popoli latini ®passo dell'ocaŻ!) non riuscisse ad entrare nel nostro comprendonio. Inde ire dei docenti di ginnastica, a quell'epoca ribattezzata ®educazione fisicaŻ, tutti, per definizione, fascistissimi tra i fascisti. Il caso volle che il lunghissimo banco per quattro scolari in cui io presi posto, portasse inciso profondamente il nome di mio padre e quello dell'avv. Arnaldo Pugliese. Il banco risaliva, quindi, ai remoti anni 10 del secolo, almeno. La luce filtrava nell'aula, verdina, stemperando la consecutio temporum e la matematica. Noi poverelli che venivamo dalla legione straniera avevamo cominciato a studiare francese, gli originari della sezione ®AŻ inglese. La lingua provocava traumatiche scissioni: noi andavamo via, a raggiungere la professoressa MacrŤ, mentre nell'aula restavano gli altri col prof. Cardamone. Ma, lungo il percorso, si passava innanzi alle aule della sezione ®BŻ. Che a noi non parevano aule, ma scrigni di gioielli splendenti: le ragazze della ®BŻ. E la visione costituiva rivincita nei confronti di quelli che restavano per l'inglese, una rivincita che vanificava ogni tentativo di britannico self control. Un giorno (ormai la nostra permanenza in ®AŻ era consolidata) clangore di trombe e tamburi: la scolaresca era convocata per assistere, auspice il preside Fornari, all'abbattimento della lapide marmorea dedicata ad Antonio Jannoni. Rea, la povera lapide, di inneggiare alle civiche libert… ed alla democrazia, croll• sotto i colpi di un mazzapicchio roteato da un robusto ®avanguardistaŻ in panni grigioverdi e camicia nera, con fez e fiocco regolamentari. Il docente di greco che aveva sostituito il titolare chiamato alle armi era il venerando professore Sando. Un pozzo di scienza che per• era andato in pensione a 70 anni, dieci anni prima. Aveva insegnato greco a mio padre. Figurarsi! Gli aoristi ed i piucheperfetti restarono oggetti misteriosi, aggirantisi tra i muri paraschegge che, intanto, erano stati eretti nei corridoi del Liceo, dato che, scoppiata la guerra, sŤ temevano i bombardamenti. Che, puntualmente, si abbatterono su Catanzaro a scuole chiuse, distruggendo innocenti case d'abitazione, ma rompendo al Liceo soltanto i vetri, e qualche tegola, immagino. Poi: la strana sensazione che tutto fosse cambiato o stesse per cambiare. Aquile littorie abbattute da un popolo ormai consapevole della ritrovata libert…, giacevano, letteralmente, nella polvere dell'assolato luglio '43. Se il popolo era consapevole della ritrovata libert…, noi fummo, subito e sgradevolmente, consapevoli della scarsa dimestichezza con la lingua di Omero. Professore di latino e greco era Santi Di Rosa. Conoscitore raffinato dell'una e dell'altra lingua non tard• un'ora a valutare le paurose lacune che ci affliggevano. E fu un uragano devastatore, quello che si abbatt‚ su di noi. Le lezioni di Di Rosa erano contemporaneamente seducenti per la profondit… e la chiarezza della esposizione, e repellenti per la durezza con la quale pretendeva che noi capissimo, e ricordassimo. Aveva un atroce calepino formato da due sciagurati grecisti, tali Cataudella e Capuzzello (di non lieta memoria), con brani tratti dagli scrittori della Grecia antica. Ma quali brani! Cercati col lanternino tra i pi— astrusi per sintassi ed argomento, i due bravi grecisti avevan offerto al prof. Di Rosa uno strumento torturatorio degno di Torquemada. Ed il buon Professore ne affibbiava uno per ciascuno a noi poverelli. Da tradurre. Inutile dire che le traduzioni erano sovente senza capo n‚ coda simili a oracoli della Sibilla. Di Rosa se la rideva sotto i sottilissimi baffi. Con un lieve sadismo. Ma vinse lui. Eccome, se vinse! Schiacciata ogni residua resistenza, abbandonata zavorra in prima liceale, ci port• alla maturit… con una conoscenza del greco almeno dignitosa. Un'impresa altissima, se si pensi che andammo a scuola a giorni alterni, per tutta la prima liceo. Nel vecchio Galluppi erano, infatti, ricoverati i ®senza tettoŻ. Non credo che il prof. Di Rosa si sentisse un eroe per gli sforzi che andava compiendo. Immagino li ritenesse suo stretto dovere di pubblico impiegato. L'esperienza degli anni successivi mi porta a dire che, davvero, lui ed i suoi colleghi erano eroici. Il Liceo ci port• anche alla filosofia (con la quale e senza la quale, si diceva, si rimane tale e quale!). Stranamente i docenti di filosofia (e storia) erano, o sembravano, a loro agio nel nuovo clima di libert… seguito alla caduta del fascismo. Sembrava che avessero passato la loro vita professionale a discutere con gli allievi con una sorta di parit… ombrosa superba ed umile nel contempo. E noi discutevamo. Dio! quanto discutevamo! Da adulto compresi che il fascismo non aveva potuto inquinare del tutto la scuola (e la magistratura, del resto), per la dignit… altissima dei docenti (e dei giudici) formati dalla grande stagione culturale dell'italietta democratica del primo dopoguerra. Poi, anche la scuola (e la magistratura) furono inquinate dai processi degenerativi della nostra democrazia imperfetta. Li ricordo tutti, questi miei professori, questi miei maestri. Molti con affetto. Tutti con rispetto. Anche quelli che, oggi, so essere stati meno dotati culturalmente ed umanamente degli altri, giganteggiano nel mio ricordo, e nella mia stima, come numi al di sopra di noi mortali. Sono debitore a tutti loro, se nella vita, nel mestiere che mi sono scelto non sono, poi, rimasto troppo indietro. Giovanni Mastroianni, fresco di studi, di passione crociana, circonfuso dell'aura del reduce di guerra (veniva dal fronte russo), ci disse cose, ci spieg• fatti ed avvenimenti, corse con noi le pi— folli avventure del pensiero. Non condividevo (non convivido) nulla della sua posizione politica, ma certamente la mia formazione intellettuale sarebbe stata meno ricca e puntuale se Mastroianni non mi avesse insegnato a ragionare in astratto, ed a valutare in concreto. Sarei felice se i miei allievi, quelli dell'Universit… e quelli dell'Istituto Tecnico, potessero dire di avere avuto da me la met… di quello che Mastroianni ha dato a tutti noi. In tutto questo ribollire di novit… e di atteggiamenti, il vecchio liceo era lŤ, sempre grigio, sempre un po' tetro, compassato. Chiuso a difesa della sua missione formatrice. Facile ricordare Settembrini che in quelle mura tenne cattedra, men facile ricordare altri che avevano tenuto ben alto il profilo della cultura catanzarese. Don Sante Calabria, grecista di cui ancora mio padre ricorda le lucidissime lezioni, Giovanni Patari, maestro e poeta dolcissimo, tanti altri il cui ricordo si Š perso, ma non il seme fatto germogliare nella mente degli allievi. I tempi urgevano: noi seguivamo le lezioni in aule dai vetri rotti e dalla luce fioca, chi ci ha seguito aveva bisogno di riscaldamento e di luce piena. Alla, forse sbagliata, cultura del sacrificio si era sostituita quella del benessere. Il vecchio "Galluppi" era ormai sopravvissuto a se stesso ed alle sue stesse glorie. Nuovo, luminoso, modernissimo nelle strutture il nuovo liceo sorgeva nei nuovi quartieri alti. Per uno strano gioco del destino, ultimo Preside del ®vecchioŻ liceo fu un grande, tipico rappresentante della cultura umanistica: il prof. Livio Cancellieri mancato di recente all'affetto di quanti avevano avuto il privilegio di essere suoi allievi. Ricordo le sue mani, curatissime, tracciare aerei percorsi alle avventure di Angelica, gli occhi un po' stanchi seguire improbabili sentieri popolati di dame e cavalieri. Ricordo la sua voce, convintamente elevantesi nel descrivere, illustrare quartine e settenari, serafini, cherubini, troni e dominazioni ®... perch‚ Croce ha detto... e De Sanctis negato... ma Sapegno obietta...Ż. Cancellieri lasci• il vecchio liceo, ma riuscŤ, forse, a riallacciar il filo di quel che era stato di quel che Š stato, con il nuovo. Ed il "Galluppi" (Galluppi, diceva Mastroianni, un conte filosofo calabrese dalla fama forse maggiore di quanta ne meritasse) Š ancora lŤ. Grigio, ancora, nella facciata ripulita, nel dignitoso classico grigio di chi tutto ha visto, capito, razionalizzato. I miei nipoti non hanno studiato sui banchi, patinati dallo scorrere lento del tempo e dal passare delle generazioni, che, lignei e duri mi avevano accolto al mio ingresso al ginnasio. Hanno studiato su banchi moderni, probabilmente pi— comodi, certo meno ®elegantiŻ. In uno stabile pi— igienico e funzionale. Ma io so che il vecchio conte filosofo calabrese ha trasferito lari e penati tra le nuove vetrate e le sedie di plastica, ed anima ancora la sola Scuola con la ®SŻ maiuscola che resti, a malgrado di tutto e di tutti, a formare menti e coscienze. La scuola che ci ha insegnato lo scetticismo della ragione e la passione degli ideali, la scuola che spero continui ad essere vera formatrice di libere menti, di liberi cittadini. Questo nostro sempervirens Liceo Classico. /:/Noemi CampŤsi. di Giuseppe e di Ada Vecchietti nata a Catanzaro il 26 maggio 1929 iscritta per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1938/1939) Il "Galluppi", il mio liceo (mio perch‚ io, forse, sono stata la pioniera di coloro che hanno cominciato a frequentare il ginnasio nove mesi prima di nascere), il nostro liceo, mio e di Vincenzo, mio marito; il liceo di due dei miei tre figli, ormai trentenni e professionisti. Il mio cuore Š lŤ, nel mio liceo. Che dolce urto al cuore provo ogni volta che passo per corso Mazzini e vedo il "Galluppi", pi— o meno lo stesso di quello della verde et… della mia adolescenza e dell'et… un po' meno verde ma smagliante della mia giovinezza, quando i miei figli erano ragazzi! Adesso il tempo ha messo una patina sugli splendori passati ed in questa dolce maturit… come non provare commozione e nostalgia per quell'adolescenza che ci faceva sembrare il mondo tutto nostro: un giardino incantato di cui assaporare i frutti, tutti belli, tutti ricchi di promesse. SŤ, perch‚ la nostra adolescenza, protetta da certezze che poi il '68 scalz• inesorabilmente e che ora si cerca, anche da parte dei giovani, di ritrovare per essere un po' meno tristi, un po' meno insicuri, un po' meno amari, la nostra adolescenza prima e la nostra giovent—, poi, malgrado le angustie del fascismo, gli orrori del secondo conflitto mondiale e la povert… del dopoguerra, furono veramente felici. Come Š dolce riandare con il cuore e con il pensiero al tempo in cui i miei figli, ragazzi, varcavano la soglia di quella scuola e collezionavano successi e consensi che noi genitori eravamo felici di raccogliere dalla voce compiaciuta di insegnanti e compagni! Ma pi— dolce Š riandare al tempo in cui noi, mio marito ed io, ragazzi, entravamo trepidanti in quella scuola cosŤ seria come impostazione di studio, per intenderci, dove insegnava quel terribile e bravissimo docente che fu il professore Di Rosa. Era molto bravo, ma cosŤ... sadico che in tanti anni non mi interrog• mai n‚ in lessico, n‚ in classico (sapendomi, senza modestia, brava e preparata), senza fare accenni vistosi alla letteratura dove io avrei potuto essere meno sicura (dico avrei potuto perch‚ sulla mia preparazione vegliavano i miei cari genitori che avevano riposto in me, unica figlia, tutti i loro sogni). Ancora pi— sadico era il professore Di Rosa con mio marito che frequentava una classe avanti alla mia. Il poveretto - ricorda ancora - era sempre interrogato in lessico ed in classico, mai in letteratura perch‚ lŤ, e il professore lo sapeva, si sarebbe difeso pi— facilmente ed avrebbe potuto fare miglior figura. Avevamo i nostri piccoli affanni, che allora ci sembravano grandi, ma il pi— grosso di tutti (com'Š dolce ripensarci in questi tempi in cui ogni libert… Š concessa ed immediatamente goduta!) era quello di vederci, io e Vincenzo, che ci volevamo gi… da allora tanto bene, un momentino da soli per scambiarci qualche, direi ingenua, effusione non altrimenti consentita, anche se le rispettive famiglie speravano nel coronamento del nostro sogno d'amore. Ed avevamo risolto il nostro problema in modo accettabile. Vincenzo arrivava a scuola per tempo e si nascondeva dietro la vetrata che immetteva nel corridoio dei gabinetti di fisica e chimica, deserti a quell'ora. Io arrivavo... quando potevo, scortata da mia madre che mi accompagnava fino al corridoio del liceo per poi imboccare le scale e raggiungere il piano superiore dove era l'aula dei suoi alunni ginnasiali. Con un gran batticuore, assicuratami che lei fosse gi… lontana, invertivo la marcia e raggiungevo il mio ragazzo. Erano solo pochi attimi rubati alla sorveglianza affettuosa ma intransingente dei miei, ed a noi sembrava di fare chiss… che. Era un misto di colpa e di delizia, di timore che, essendo la vetrata aperta, ci vedesse qualcuno: un bidello, un professore, un compagno... e fosse scoperto il nostro piccolo inganno. Ogni volta che passo davanti al mio liceo mi vengono in mente con tenerezza ed affetto i miei figli ragazzi, ma ripenso con struggente nostalgia a quei due liceali di tanti anni fa che, tremanti d'amore e di paura, in quell'angolo buio del "Galluppi", riuscivano a scambiarsi un bacio e tante promesse, promesse consacrate sull'altare e poi rinnovate ogni giorno nella vita dal desiderio dell'uno e dell'altra di continuare a viverle insieme. C'Š ancora un tenero e buffo ricordo che Š legato alla mia scuola: riguarda i miei genitori. Era il tempo del fascismo. I miei erano insegnanti: mia madre, Ada Vecchietti, era professoressa di lettere al ginnasio; mio padre Giuseppe Campisi, professore di ragioneria all'Istituto Tecnico Commerciale ed anche loro, quindi, dovevano riunirsi con tutti gli altri docenti delle scuole medie e medie superiori per celebrare il ®sabato fascistaŻ con una o pi— ore di ginnastica nella grande palestra scoperta. Ovviamente dovevano tutti indossare la divisa ed esibire una ®perfettaŻ (si fa per dire) forma fisica perch‚ allora agli insegnanti era richiesta sŤ una buona preparazione ma anche, e senza limiti di et…, di peso o di acciacchi, una gagliardia che, se non poteva certo eguagliare le prestazioni e le esibizioni del Duce, doveva esserne un'almeno sufficiente imitazione, nel culto della romanit… e della forza fisica allora imperante. In quanto a forma ed a prestanza, il mio pap…, che si vantava di aver militato nei Bersaglieri e di aver fatto, appena diciottenne la guerra del 1915-18, era perfettamente d'accordo. Un po' meno d'accordo erano il venerando professore Miceli, a cui il fez andava di traverso nell'arrancare della corsa, ed il simpatico e grassoccio professore Sando, al quale la robusta complessione toglieva rapidamente il fiato ed ogni velleit… sportiva. Su una cosa il dissenso di mio padre al regime era totale: si rifiutava di indossare la camicia nera della divisa perch‚ era fisicamente incapace, per motivi di igiene - diceva -, di mettere il nero a contatto della pelle. Solo per le insistenze della mia povera mamma, la quale a ragion veduta temeva ritorsioni e beghe se pap… si fosse nettamente rifiutato di indossare la famigerata camicia nera, era venuto ad un compromesso che era per lui la massima concessione. Sulla camicia bianca di lino, o di battista di cotone secondo le stagioni, piazzava, con un gioco di elastici, un davantino con colletto e polsini neri che indossava borbottando e che sistematicamente gli andava di traverso durante le varie evoluzioni ginniche. Ricordo che io cercavo di non perdere la buffa scena che immancabilmente veniva rappresentata ogni sabato dinnanzi al grande specchio nella camera da letto dei miei genitori. In verit…, io provavo un senso di pena per quegli insegnanti anziani, abituati ad un lavoro sedentario ed appagante, costretti a fare gli atleti, loro malgrado, e forse pena mi faceva anche il viso triste di pap… nel momento in cui accettava il compromesso. Ero una ragazzina, ma gi… da allora riflettevo su come la libert…, particolarmente di coloro che sono costretti a guadagnarsi il pane con un lavoro onesto e dignitoso, pu• essere violata e violentata. Un'altra scena alla quale, per•, non ho personalmente assistito ma che mi Š rimasta impressa in seguito al vivace e colorito racconto che ne fece mia madre, si svolse anch'essa nell'ampia palestra del "Galluppi" e si riferisce all'arrivo del federale Candrilli al quale le donne fasciste (strana denominazione per dire le insegnanti di quella scuola!) davano il benvenuto. Le signore, all'ordine ®Saluto al DuceŻ, risposero con un ®A noi!Ż cosŤ delicato e gentile che non sembr• abbastanza energico ed esultante al federale, il quale non esit• a dire: ®Donne, questo "A noi!" non mi piace, ripetete il saluto!Ż. E le signore, al nuovo ordine, furono costrette a strillare un ®A noi!Ż pi— vibrante, ma certo meno sentito. Non eravamo antifascisti, ma quelle esagerazioni ripugnavano a gente di cultura, di educazione e di buon gusto. Mio padre, poi, in casa e nella scuola, era un democratico nel vero senso della parola, un democratico puro, prima che lo diventassero tutti al tempo di De Gasperi, un democratico che sognava e sperava che la libert… non fosse licenza e che la Patria, l'Italia, si potesse amare anche nella libert…. /:/Antonio Alberti. di Alberto e di Rosina Melia nato a Catanzaro il 18 settembre 1929 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1938/1939) Non so come sia fatto il nuovo liceo, quello dal quale Ezio Galiano periodicamente, con cadenza trimestrale, mi telefona per scuotere la mia pigrizia e costringermi a scrivere qualche ricordo da inserire in un volume dedicato alla storia del Liceo. Lho visto di fuori: Š un bell'edificio ed immagino che abbia ampi corridoi ed aule luminose; ma non riesco a vederci studenti seduti ai banchi e professori in cattedra intenti a far lezione. Io ho conosciuto l'altro, il Regio Liceo Ginnasio "Pasquale Galluppi", quello che stava su Corso Mazzini, che all'ingresso, dopo la vetrata, esibiva una lapide altissima, rispetto al mio metro e venti di altezza, a ricordo di Luigi Settembrini, grande patriota e letterato che aveva onorato il Liceo del suo insegnamento un secolo prima; ed inoltre godeva dell'incondizionata gratitudine della citt… per via di quel suo giudizio straordinariamente positivo, e certamente meritato, sull'intelligenza dei Catanzaresi. La scrivania di Russo, posta opportunamente davanti, provvedeva a ridimensionare la monumentalit… della prospettiva. La Cannata era una insegnante fra le pi— stimate; l'iscrizione alla sua sezione, la ®AŻ, era contesa dai genitori, quale segno distintivo di ®statusŻ. Aveva fama d'essere rigorosa; e doveva essere vero perch‚ dei quaranta allievi del primo ginnasio, figli di gente dabbene, solo in venti arrivammo in terza e ci saremmo licenziati ancora in meno se il figlio del Federale non fosse stato l'ultimo della classe. Aveva una figura alta e slanciata che certamente avrebbe suscitato l'interesse di Modigliani, per via di quel collo lungo; ai ragazzi, pi— disponibili alla beffa che alle contemplazioni estetiche, suggeriva l'immagine di un trolley da cui il soprannome di ®tranviaŻ. Ma non c'era malignit…, ch‚ anzi gli allievi la stimavamo ed avevamo di lei estremo rispetto. Del resto i ragazzi eravamo semplici e disciplinati; camminavamo sempre in fila e c'era sempre qualcuno che chiamava il passo, e qualche altro che ci passava in rivista, anche quando entravamo ed uscivamo dalla scuola; salutavamo i professori alzando il braccio teso e nessuno si meravigliava che essi rispondessero facendo lo stesso gesto con uguale seriet…. Gli adulti, certo, dovevano essere un po' pi— fessi di cento anni prima se facevano le stesse cose dei ragazzini; ed anche un po' pi— tristi, se trovavano naturale vestirsi di nero almeno una volta la settimana; vivevano delle loro certezze e si accontentavano di nascere e di morire di morte naturale; e non sospettavano nemmeno che da qualche parte era gi… nato Barnard e che di lŤ a poco avrebbero dovuto adattarsi a vedere con quale rapidit… potevano mutare le idee, e cuori e visceri cambiare di domicilio. Di Benito sapevamo tutto: che era nato a Predappio e che era figlio del fabbro, che si era tirato su da solo, e che aveva perfino fondato l'Impero, ma non l'avevano preso troppo sul serio quando aveva proclamato che quell'Impero il popolo italiano avrebbe dovuto ®difenderlo con le sue armiŻ. E fu cosŤ, per questa semplice sottovalutazione, che io ed i miei compagni ci ritrovammo a vivere gli ultimi anni di scuola nell'ancora per poco ®RegioŻ Liceo Ginnasio Galluppi in poche tristissime aule, gomito a gomito con i sinistrati. Non ho molti ricordi di quel periodo o forse li ho rimossi dalla mia memoria; o pi— semplicemente sono intrecciati ad altri, esterni alla vita scolastica e capaci di suscitare passioni pi— ardenti, e di lasciare ricordi pi— vividi: erano gli anni del referendum, repubblica o monarchia, della Costituente, dei comizi tutti religiosamente ascoltati. A Mastroianni, il professore, al suo primo anno di insegnamento, tocc• il compito di affrontare il nostro analfabetismo politico; ci mise in mano i giornali e ci insegn• come andavano letti. Era di pochi anni pi— vecchio di noi, ma aveva fatto la guerra in Russia e si capiva che quell'esperienza l'aveva fatto maturare pi— della delusione della guerra perduta; ma era chiaro che la sua indiscussa autorevolezza non gli derivava dall'aspetto un po' da ufficialetto che gli era ancora rimasto appiccicato, se tutti eravamo preoccupati a guadagnarci la sua stima. Per molti di noi rimase il Professore. Don Luigino Costanzo era il nuovo provveditore agli studi; era prete e veniva da Roma dove aveva insegnato lettere nel liceo ®TassoŻ. Aveva fama di essere sensibile ai problemi dei giovani ma sembrava molto attento ai loro umori; per questo era solito avere colloqui con delegazioni di studenti, che egli stesso sollecitava ad ogni stormir di foglie per sentire le loro ragioni. Avevamo messo su un giornale d'istituto e partecipavo spesso a quei colloqui, da lui stesso invitato. ®Satura lanxŻ (Piatto di primizie) era il nome, classico ovviamente, di quel foglio, e don Luigino ne divenne lo sponsor, offrendoci carta, inchiostro, l'uso del ciclostile e alla fine anche la sua autorevole tutela. Fu infatti in quell'epoca che il Liceo ricevette la visita del Ministro della Pubblica istruzione, l'onorevole Enrico MolŠ, che era stato per otto anni alunno del "Galluppi", una visita in tono minore, nulla a che vedere con quella di qualche anno prima, fastosa e solenne, tamburi e divise, del ministro Bottai. Ricordo che Fornari aveva rimesso in funzione i suoi altoparlanti, comunque poco usati da quando non trasmettevano pi— bollettini di guerra e discorsi del Duce, ma nel darne l'annuncio non si sottrasse alla tentazione di aggiungere una disposizione: che tutti gli studenti si presentassero a scuola al mattino seguente, giorno della visita del signor ministro, vestiti in modo decoroso e decente. Una raccomandazione inutile visto che noi eravamo vestiti con le ultime risorse di famiglia, pantaloni ricavati da coperte, camicie militari, scarpe rattoppate, cappotti ereditati dai padri e dai fratelli gi… sdruciti. Ma a noi parve una provocazione ed una offesa, per cui la mattina ci presentammo a scuola vestiti in abiti da cerimonia, anch'essi vecchi e certamente non a misura; era una scena che non poteva passare inosservata, e forse per questo la visita nella nostra classe, guidata da Don Luigino dur• solo qualche minuto senza alcun rilievo. Nel pomeriggio incontro con il Ministro e richiesta di una intervista subito concessa, per intercessione di don Luigino, che si offrŤ anche a fare da interprete tra noi ed il Ministro. Forse noi fummo troppo prudenti a porre le domande o forse il Ministro fu un po' reticente; fatto sta che non riuscimmo a sapere se gli esami di maturit…, i primi del dopoguerra, si sarebbero fatti con le commissioni interne e che cosa il Ministro pensava della riforma Bottai. L'intervista fallŤ e con essa anche il giornale. Scelsi di fare il medico e non ebbi pi— modo di incontrare Don Luigino. Lo rividi dopo molti anni quand'era gi… molto malato. Una sera mi telefon• se potevo fargli visita a casa sua, ad Adami, non si sentiva di venire a trovarmi in ospedale. Lo trovai aggravato e dovetti praticargli cure d'urgenza. Ouando si sentŤ un po' meglio, mi preg• di aiutarlo ad alzarsi: avrebbe voluto mostrarmi una cosa che mi riguardava; in una busta conservava tutti i numeri del giornale, raccolti in ordine e tutti chiosati. Lo ringraziai e feci per portarli via, convinto che avesse pensato di farmene omaggio; mi ferm• con un gesto: desiderava trattenerli con s‚; per ricordo, disse. /:/Achille Curcio. di Salvatore e di Romilda Zolea nato a Borgia il 20 maggio 1930 iscritto per la prima volta alla quarta girnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946) Un segno della memoria Fu nel primo giorno di scuola che mi fu fatto di sapere che quel Ginnasio-Liceo era stato nell'Ottocento sede dei Padri Scolopi. Quella prima notizia suscit• in me un senso di profonda amarezza, quasi di prostrazione, riandando col ricordo alla squallida vita scolastica vissuta nel Seminario di Squillace negli anni della seconda guerra mondiale. Sentire parlare ancora di preti, anche se questa volta si presentavano col nome di Padri Scolopi, accresceva il mio confuso turbamento, causato dalla timidezza di ragazzo venuto dalla provincia. Quella dei Padri Scolopi era stata soltanto una citazione storica fattami da un compagno ®cittadinoŻ, ma in pochi attimi mi resi conto di quanto diversa era la realt… del presente. La guerra era finita da poco ed anche Catanzaro mostrava macerie, ancora non rimosse, e tutti i segni di una violenza che non aveva risparmiato nessuno. Ero giunto dalla provincia con la mia bisaccia stracolma di timidezza ed avevo negli occhi la curiosit… di guardare intorno e scoprire cose mai viste: il corso Mazzini, immenso e luminoso come non erano mai state le stradine di Montauro che avevo abbandonato a malincuore, i ristoranti, le donne dalle labbra carnose e dipinte, i manifesti che nelle bacheche istoriavano scene di films E poi il fabbricato del liceo "Galluppi", imponente e solenne come una cattedrale, rappresentava per me qualche cosa d'immenso: mai prima di allora mi ero imbattuto in un edificio monumentale come quello, che ora mi suscitava un sentimento di soggezione e di rispetto timoroso. Lo stesso portone rappresentava la soglia arcana attraverso cui avrei conosciuto un mondo nuovo che mi avrebbe lasciato prima sbigottito e poi curioso di scoprire ed apprendere. Quei marmi incisi e posti alle pareti, per rammentare ai presenti le gesta ed i sogni di giovani studenti ardimentosi o per eternare nel ricordo la dottrina di educatori, proprio quei marmi furono i miei primi grandi maestri. Non era quella la scuola di paese o il Seminario vescovile, dove tutto era regolato dalla improvvisazione di docenti adattati alla bisogna: il ginnasio "Galluppi" era una grande scuola ed una lapide mi ricordava che lŤ aveva insegnato Settembrini; un'altra ancora mi ammoniva che da quelle aule era venuto fuori il filosofo Fiorentino e tanti altri illustri uomini. Tutte quelle testimonianze lievitarono il mio smarrimento, ma accesero in me la curiosit… di conoscere tutto ci• che quegli uomini avevano scritto e fatto, ed il desiderio d'interiorizzare la loro dottrina, intessuta di religioso amore verso la patria e la famiglia. La sezione B della quarta ginnasiale, alla quale era stato assegnato, era formata in gran parte da ragazzi venuti dalla provincia; l'altra, la A, aveva invece accolto i figli di pap…: i rampolli della Catanzaro bene, eleganti, profumati, spocchiosi. La nostra era la sezione del ®terzo mondoŻ, vuoi perch‚ di estrazione piccolo-borghese o popolare, vuoi perch‚ eravamo cosŤ magri da suscitare interesse per il problema della fame nel mondo. Eravamo i frutti genuini della guerra che si era conclusa da poco: secchi, magri in grado estremo, con gambe e braccia che richiamavano una nudit… spettrale e squallida; visi pallidi ed occhi immensi, rimasti forse spalancati per l'intensa e sconvolgente paura delle bombe. Il pi— magro di tutti era Mumoli, ma occupava spazio quanto un obeso per via degli orecchi grandi e sporgenti: due battenti di finestra su di un viso minuto e smunto. La sezione A si differenziava anche perch‚ i suoi componenti usavano esprimersi solo in lingua, magari dialettizzando l'italiano e rendendolo ridicolo. Noi, invece, usavamo l'espressione dialettale, orgogliosi di quella parlata che faceva parte del nostro mondo e che ci faceva sentire vicini alle persone care che lontane usavano quel nostro linguaggio con straordinaria dignit…. E poi nel dialetto anche le cose pi— grandi, pi— monumentali, ci apparivano di buon aspetto e ci infondevano fiducia; la nostra parlata ci restituiva confidenzialit… anche nelle affermazioni pi— serie, ed il dialetto le riconduceva ad un tono amichevole, ad un livello di esperienza pi— casalinga. I figli di pap… si comportavano con atteggiamento di distaccata superiorit… e sufficienza, con ostentazione di presunta distinzione o raffinatezza. Per queste indiscusse qualit…, qualcuno usava definirli ®ricchioniŻ; per le stesse caratteristiche furono inclusi in una classe mista, con delle ragazze stupende che suscitavano in noi vogliosi desideri. Nella nostra sezione la presenza femminile era assicurata, a giorni alterni, dalla partecipazione straordinaria dell'anziana signora MacrŤ, insegnante di francese. Il profumo di giovinezza delle ragazze dell'altra sezione produceva in noi un abbandono stupito e incredulo di fronte ad una realt… gradevole e un desiderio svagato d'immagini eccitanti e a noi precluse. Lo stesso profumo di giovinezza ci faceva riflettere sul modo settario di concedere agli uni e negare agli altri. Tutto ci• ci dava l'esatta misura di una scuola che non rispondeva affatto alle vitali esigenze del processo di democratizzazione che stava per avviarsi nella societ… italiana. Col trascorrere degli anni mi appaiono sfumati i volti ed i tratti dei professori di quel tempo; ma nessuno riuscir… mai a cancellare dal ricordo di quei giorni l'immagine del professore di lettere. Era tornato da poco tempo dalla prigionia; aveva partecipato all'ultima guerra e mostrava sul volto i segni della sofferenza. Portava delle lenti spesse e pesanti, miracolosamente imprigionate in una montatura sottile e malferma. Indossava un vestito dal colore indefinibile e, fedelmente fino a primavera inoltrata, un maglione verde a girocollo che sostituŤ con una camicia alla Robespierre, sempre verde. Quell'indumento col passare dei giorni, mut• colore fino a raggiungere toni grigio-verde, che restiturono al legittimo indossatore le tinte del suo passato militare. La cattedra presso il ginnasio "Galluppi" fu forse il suo primo incarico civile. C'era in noi un sentimento di meraviglia, associato a riverenza per quell'uomo misterioso e poco socievole, che aveva fatto la guerra e, in un certo senso, aveva difeso anche la nostra vita. Aveva nello sguardo una certa espressione di pensosa gravit…, che rendeva poco sereno il suo volto. Non aveva saputo stabilire con noi un rapporto umano: forse la guerra lo aveva incattivito, ed era ora sadico nel ridicolizzare l'alunno impreparato o il timido che si esprimeva a fatica. Era in continuo conflitto con Tot• Grillo, del quale non tollerava neppure il saluto e del quale, per•, doveva sopportare le palline di carta che - miope com'era - scambiava per mosconi. Fumava le Alfa, non certo per doveroso omaggio alla lingua di Aristotele, ma perch‚ erano le sigarette a prezzo infimo, che gli procuravano risparmio e a noi nausea e violenti colpi di tosse. La porta dell'aula aveva un'apertura circolare provvista di vetro; ogni tanto qualche ®ricchioneŻ della sezione A si affacciava per osservare e tendere l'orecchio per curiosare. Si beccava immancabilmente la ®vrazzataŻ del mio inseparabile compagno di banco e di sogni. Durante i mesi invernali la nostra aula si trasform• in succursale della Siberia: mancavano i vetri ed i cartoni non riuscivano a contenere la gelida aria che penetrava dalle finestre; dai piedi saliva su per il corpo un freddo di morte che ci lasciava immobili. A gennaio il preside Fornari si prodig• per prolungare le vacanze natalizie; ma al rientro il freddo era ancora vivo come non mai. Il professore di lettere continuava a fumare, calato nel suo maglione verde ed intento ad insegnarci cose per le quali mostrava scarso entusiasmo. Il suo greco, il suo latino, ma in modo particolare il suo modo di porgere ci lasciavano delusi. Ogni tanto qualcuno (era sempre Elio Pelaggi a farlo) si poneva a chiedere delucidazioni; piovevano allora apprezzamenti poco piacevoli sullo sviluppo mentale dell'interlocutore, che faceva le sue domande con finalit… di sfottere il docente e mai per arricchire il suo bagaglio culturale. La guerra con Grillo continuava, ma si era inserita una terza potenza a dare man forte al collega in difficolt…: PepŠ Marcello! Il professore accus• il colpo per quell'inaspettato intervento che avrebbe fatto guadagnare alla santa causa altre adesioni. Marcello era specialista nell'emettere pernacchie ®non oraliŻ: le produceva schiacciando le palme delle mani e mantenendo un'espressione seria, dignitosa e composta. La classe, fin dall'inizio dell'anno, si era divisa a gruppi non per finalit… didattiche, ma secondo la provenienza territoriale. Il gruppo pi— numeroso era quello del quadrilatero Sorbo-Taverna-Crichi-Soveria e comprendeva: Benito Pudia, Iginio Vero, Gaetano Sanzi, Tot• Merante, Gaetano Greco, Ciccio Russo, Tot• Grillo, pi— il sottoscritto quale volontario. Quello proveniente dal crotonese annoverava Alfonso Noce, Gentile e qualche altro. Il gruppo dei catanzaresi era capitanato da Elio Pelaggi, la cui personalit… svettava su Geppino Martino, Cesare Scalise, Toscano, Maisetto ed altri sempre in guerra. Nelle conversazioni cominciammo a formarci alla vita in comune, ad esprimere il nostro punto di vista, ad ascoltare e a prendere in considerazione il punto di vista degli altri: incominciammo, finalmente, a vedere la realt… non pi— in modo egocentrico, ma obiettivo. Scoprimmo molto presto che ci eravamo saldamente uniti in un rapporto di affetto e di stima; mentre i ®ricchioniŻ continuavano a godere del profumo delle ragazze. Š passato tanto tempo ed i fantasmi poetici di quei giorni mi inseguono ovunque. Come Settembrini ho amato questa strana citt… che mi accolse ragazzo e dalla quale non mi sono pi— allontanato. Ogni giorno attraverso corso Mazzini ed il mio sguardo si posa sul monumentale edificio del liceo "Galluppi". Resto sempre attonito a guardare il grande portone, a ricordare immagini di giorni spensierati. Sbiaditi ritratti di ragazze, inseguite ed amate fuori dalla sezione A, colleghi perduti, altri ancora a me vicini nella vita quotidiana. Grillo continua a lanciare, ma dal cielo, palline di carta per richiamare in noi il suo ricordo. In questo repertorio di cose vecchie e fuori moda, resto a gestire la mia bottega di rigattiere degli affetti e dei ricordi. C'Š di tutto: nessuno, fortunatamente, ha comprato finora qualcosa. Tutto Š rimasto intatto per l'arcano e silente piacere di creare e ricostruire il passato, che diviene presente quando la mia anima vibra di desiderio e di amore. C'Š ancora un sorso d'acqua nella brocca della mia giovinezza: la serber• per rinfrescare le labbra, screpolate dal tempo, prima del viaggio senza fine, nel momento in cui chiuder• per sempre la mia bottega di rigattiere. /:/Anna Borra. di Alfredo e di Assunta Politelli nata a Catanzaro il 16 marzo 1930 iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1944/1945) Erano gli anni duri del dopoguerra: tutto era distrutto come la nostra Cattedrale che solo all'inizio degli anni Cinquanta sarebbe risorta dalle rovine, ma quella guerra, anche nello citt… di provincia, ci aveva provati o fortificati insieme: a quattordici, quindici anni eravamo gi… maturi come se ne avessimo diciotto ed il nostro vecchio Liceo, in specie tra il quarantacinque, quarantasetto, cinquanta, fu ricettacolo di belle menti e cuori generosi. Mentre a Roma si preparava la Costituzione della Repubblica noi stavamo a sedere su quegli scuri vecchi banchi del ®GalluppiŻ e studiavamo su libri appartenuti ad altri, che avevano gi… una loro storia. Ricordo ancora una grammatica ®RubrichiŻ spaginata, ingiallita, ma utilissima, in un momento in cui le Case Editrici, a fatica, sorgevano - anche loro - dalle rovine. Ci studiavamo in quattro o cinque e poi parlavamo di tutto, di niente. Tanti ricordi galleggiano, affiorano da un mare in tempesta, vengono sommersi mentre ®deduche men a selanna kai PleiadesŻ. Invece tutto Š riaffiorato o nulla Š stato tralasciato dagli ex studenti che hanno risposto all'appello di Ezio Galiano, attuale preside del Liceo che, nell'85, mand• una lettera a tutti noi perch‚ componessimo un originalissimo mosaico, fusi tutti nel presente/passato per tornare insieme ai sereni momenti dell'arcobaleno, su un prato pieno di luce: la prima giovinezza. Ed Š nato, a qualche anno di distanza un grande libro, quasi un'enciclopedia di Ezio Galiano: Vecchio Galluppi, un liceo, una citt…, pp. 398, Rubbottino Editore, (Collana: Immagini della memoria diretta da A. Panzarella). Mentre sfoglio queste grandi pagine, apprezzandone l'ottima veste editoriale, sono stupita dai nomi, dalla miriade di nomi che compaiono nel volume: ognuno narra la sua storia dell'adolescenza, qualcuno si sofferma su tutti i compagni dando pure notizie sull'attuale professione di ciascuno, altri narrano attraverso una lente d'ingrandimento, pochi polemizzano, pochissimi deformano la realt… decodificandola. Da Afeltra a Mastroianni, da Campisi a Iannuzzi, da Torchia a Castagna, a tanti altri validissimi ex studenti del glorioso Galluppi, tutti hanno risposto alla lettera di Ezio in modo originale e appassionato: il libro Š la storia di una citt… e di una Scuola che abbraccia buona parte del nostro secolo, Š la testimonianza di studio tenace o accanito, di poca spensieratezza, di pochi svaghi ma della volont… di riuscire, malgrado tutto. Qui innesto un mio ricordo dato che io sono ®assenteŻ in quell'affresco: anno scolastico 1943-44 ho tredici anni e mezzo ma le scuole cominceranno a febbraio del '44. Dal novembre con Giuliana Blois, vado dalla nipote di un'amica di Mamma: Nicolina Cortese (non ancora Siciliano) per iniziare la grammatica greca e ripetere quel po' di latino fatto alle medie. Inoltre svolgiamo qualche tema su autori moderni. Per me, principalmente, Galluppi significa ®ginnasioŻ e, ripensandoci, mi fa ingigantire proprio i detti nomi: Giuliana fu la compagna pi— cara, Nicolina la giovane professoressa che, in quinta, mi dava voti altissimi in italiano e che m'incit• a scrivere e scrivere con quella sua rara umanit…, con quella speciale sensibilit… che me la rendono indimenticabile. C'Š, nel grande volume di Ezio Galiano, una testimonianza del mai troppo compianto Roberto S. Trovato, da cui sento il dovere di stralciare una magnifica affermazione che ha molto di poetico: ®il rievocare porta sempre con s‚ una confusa capacit… di malinconia e il rischio, nel sovrapporsi delle immagini e nel riflettersi indietro nel tempo, di sostituire, alla memoria dei fatti, sentimenti abbellitiŻ. In effetti alcuni ex studenti nel ricordare, hanno trasformato, abbellendo... Se mi soffermo su alcune delle innumerevoli fotografie pubblicate, se vedo, quasi all'inizio del volume, il viso dolce, intenso, di Nicolina, al liceo, insieme con Carmelita Cosco e tante altre sue compagne di scuola, se osservo l'espressione serena di Giuliana fermata nel tempo vicino a me, fermata nella vita a meno di ventitr‚ anni, io penso che un lacerto della mia memoria Š stato inesorabilmente distrutto, si Š sfioccato come una nuvola di maggio, ritorna in altra forma, in altra successione, magari Š alquanto abbellito - come ricomposto - ma non Š pi— quella realt…, quella Verit…. Eravamo gi… maturi, al ginnasio e le ®cose pazzeŻ erano poche ma vorrei risentire per un attimo i calci negli stinchi di Annamaria che la finiva solo quando le ®passavoŻ il compito in classe di latino e rivedere quei vestitini che ci scambiavamo in palestra o le vecchie scarpe rosse riverniciate per i primi balli al ®ModernoŻ. Se gli anni volano, quegli anni sono volati. Al Liceo nuove amicizie, nuove esperienze, maggiore studio e non pi— ®noveŻ o ®dieciŻ in italiano (e latino), ma, con Cancellieri, sette era gi… troppo e con Di Rosa il greco fu un osso duro... Dal primo al secondo liceo fummo promosse, mi pare, solo in cinque: fu un trauma perch‚ trovammo nuovi compagni e molte tra le pi— care dovettero ripetere la prima... Comunque ho un buon ricordo di Di Rosa e delle sue figlie Glene e Aglae, a cui detti i miei primi acquerelli alla Disney per la loro cameretta. Continuavano i balli al Moderno e ci vedevamo tutti lŤ; con altri, pi— grandi e pi— piccoli, parlavamo durante la ricreazione in quel lungo buio corridoio e, qualche pomeriggio, ci radunavamo in un prato immenso, oltre la curva di San Leonardo, dove adesso sorgono decine e decine di palazzi: parlavamo d'arte, di filosofia, di politica; con Maria Froncillo scrivevo a due mani, un quaderno-diario su quelle giornate, su quegli amici: Lucia, Mario, Ezio, Luciano, Mara, Adele, Velella, Marisa, Ennio, chi altri? Siamo tutti lŤ, magicamonte uniti in quella luce ed uno di loro Š fautore ed ideatore di questo libro che ha gi… una storia... Per• non sono molto d'accordo sulla frase di Porcelli: ®...Pensando alla libert… di oggi mi rammarico perch‚ il tempo della mia giovinezza ci ha defraudato anche di questoŻ. Se lo vogliamo siamo tutti degli esseri liberi, in qualunque tempo, in qualunque modo. E non Š che i giovani di oggi siamo molto diversi da quelli di ieri, basta osservare attentamente le fotografie, bellissimo di ®Vecchio GalluppiŻ; si nota uno spiccato senso del gruppo, una serenit… che trascende luoghi e tempi, che va oltre le piccole cose quotidiane. Nel quarantotto gi… l'inizio della ricostruzione, dell'assestamento in politica, del rinnovamento in arte e letteratura. Ci crescevano - fulve - le ali della prima giovinezza e, con le ali, il desiderio del volo... Forse perch‚ le citt… di provincia erano chiuse come in un ghetto, mentre al Centro-Nord iniziava il ribaltamonto di tutto ci• che era stato fatto in campo culturale e ideologico, gestendo una nuova visione della vita sociale, politica. letteraria. Tra i pochi professori all'avanguardia si distingueva il giovanissimo Mastroianni, altri restavano aggrappati all'…ncora dell'anteguerra. Infatti, in letteratura si arrivava appena a D'Annunzio... Quindi volare a Roma, a Firenze,a Milano, per iscriverci alle facolt… pi— congeniali. Ci chiamarono i poeti della diaspora. Figli di una terra generosa di doni intellettivi, ricchi di una certa esperienza culturale, (Don Pippo de' Nobili contribuŤ ad accrescere la mia smania di ricerca e mi dette i primi preziosi consigli per dei pezzi folkloristici che scrivevo su ®Il TempoŻ), partimmo con valigie zeppe di libri e di speranze non sempre realizzate. Il Vecchio Galluppi restava lŤ, (sempre pi— grigio, mentre davanti avevamo il rosso della gioia), ma fu sempre il nostro entroterra morale, qualcosa che ci sorresse nelle difficolt… fino al sessantotto e ci spinse verso traguardi che sembravano irraggiungibili, ma le ali si irrobustirono col volo... Eravamo tanti ragazzi, biondi, neri, fulvi; sfogliando questo grande volume me li ritrovo tutti vicini e invece ne ho perduto tanti a causa delle vicende della vita o della mia eterna diaspora o, peggio, della morte di alcuni di loro. Eravamo tanti ragazzi, ne ho incontrato alcuni: hanno i capelli bianchi e, talora, le spine della vita sono intorno ai loro occhi; ognuno ha raccolto quel che ha voluto o potuto. Carezzo con le dita qualche fotografia, ferm…ti su carta patinata quei gruppi gioiosi, ignari del futuro, chiusi in questo Libro della giovinezza. Tutto ci• si deve al Vostro Preside, ragazzi dell'attuale Liceo Galluppi, alla titanica volont… che lo ha distinto per tutta la sua vita operosa, alla consapevolezza della sua missione. All'inizio di un nuovo anno scolastico auguro a tutti voi una pari volont… ed un avvenire migliore di alcuni Grandi che vi hanno preceduto fin dall'inizio del secolo. Questo volume, fra l'altro, vi sia di sprone per affrontare le difficolt… e superarle e vincere avendo costanza e fiducia in voi stessi. E non cessate mai di lottare per la giustizia nella libert…. Mi piace chiudere questa mia tardiva testimonianza con le parole di un medico: Antonio Gassi, ex studente, che svolge quotidianamente una missione encomiabile presso il vostro Ospedale; estrapolo qui poche righe dai suoi ricordi editi su ®Vecchio GalluppiŻ: ®... Š quell'umanit… respirata nel Galluppi che ci accomuna ed Š quella stessa umanit… che mi fa capire che bisogna regalare la professionalit… ai giovani e guidarli verso i valori umaniŻ. Š quello che noi docenti dovremmo cercare di fare, sempre. Anche se l'edificio Š diverso e la vostra sede Š moderna, computerizzata, con personale efficientissimo; non dimenticate mai quel nostro vecchio Liceo che ci sprona e vive, e VIVE. /:/Nicola D'Amico. di Giacomo e di Anna Luise nato a vibo valentia l'1 gennaio 1931 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1943/1944) Carissimo Preside, ripercorrere con la memoria gli anni del Liceo significa proiettarmi in un passato alquanto lontano, i cui ricordi mi appaiono sfuocati, tanti sono stati gli avvenimenti che si sono succeduti a partire dal quel 1949-50. E, come da una diapositiva sbiadita, ricostruisco la I C del liceo "Galluppi": rivedo alcuni compagni: Franco, Alfredo, ma solo la figura del professore di latino e greco si staglia definita, chiara nella mia mente, tanto autorevole era la sua cultura, tanto perfetto e completo il suo metodo di insegnamento. Il docente era Vito Sirago che ci condusse nello studio delle sue materie con perizia e passione pur essendo ai primissimi anni del suo insegnamento. In particolare, ricordo il modo in cui ci faceva svolgere le prove scritte, per le quali non concedeva pi— di un'ora, in maniera che l'impegno raggiungesse il massimo della concentrazione evitando le pause e le distrazioni. Il professor Sirago, allievo prediletto del professore Arnaldi dell'Universit… di Napoli, gi… da allora curava numerose pubblicazioni che lo portarono poi a conseguire la libera docenza. La sua successiva carriera conferm• a tutti noi le sue grandi doti, il suo valore; lasciato infatti il liceo "Galluppi" di Catanzaro, pass• all'insegnamento nei Licei italiani all'estero (Bruxelles) fino a coprire la cattedra di docente nell'Universit… di Salerno e, tutt'oggi, quella di Bari. Ricordarlo oggi per me Š un segno di affetto e di un doveroso ringraziamento per quello che ha rappresentato per tutti noi. /:/Giuseppe Caparello. di Ottavio e di Elena Caligiuri nato a Catanzaro il 9 gennaio 1931 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1943/1944) Mi posso considerare un ®fedelissimoŻ del Galluppi di Catanzaro, in quanto vi ho frequentato non solo le cinque classi del Ginnasio-Liceo, ma anche quelle della scuola elementare e della scuola media, che all'epoca erano pure sistemate (salvi temporanei spostamenti) nel medesimo edificio di Corso Mazzini. Di conseguenza tutta la mia carriera scolastica s'Š svolta quasi senza soluzione di continuit… - in quelle aule vecchie, ma austere, e sempre nello stesso clima di seriet… e di disciplina, che traeva origine, a mio parere, sia dalla statura intellettuale e morale dei vari Docenti e dal livello di preparazione e di educazione dei ragazzi, sia soprattutto dal particolare ®stileŻ da cui era caratterizzato l'intero ambiente dell'Istituto, quale che fosse il corso di studi frequentato. Diffondersi oggi, a distanza di tanti anni (ho conseguito la maturit… classica nel 1948), e sia pure limitatamente al corso di studi del Ginnasio-Liceo, nella rievocazione dei professori, dei compagni di scuola e dei tanti episodi di vita scolastica, con l'intento di parlare di tutti, costituirebbe uno sforzo di notevole impegno, e nel contempo destinato ad inevitabili omissioni. Mi limiter•, quindi, a qualche spunto, soffermandomi principalmente sulle persone e sui fatti (fra i tanti di cui conservo il ricordo), che pi— degli altri potranno evidenziare il tipo d'ambiente scolastico nel quale mi sono formato; fermo restando, ovviamente, che questa necessaria selezione non va interpretata come segno di una minore affettuosit… o addirittura di totale dimenticanza, nei confronti di coloro che non avr• menzionato, o per i quali il richiamo sar… stato pi— fugace. Parler•, dunque, di alcuni professori, di qualche compagno di scuola e naturalmente, anche di me stesso: e lo far• in maniera semplice, quasi discorsiva ed obiettivamente distaccata, o con sorridente indulgenza, garantendo sin da ora che tutti i fatti che andr• a riferire rispondono assolutamente a verit… (la deformazione professionale comincia subito a farsi sentire...). Ritengo doveroso, nel parlare dei miei professori, accomunarli innanzi tutto in un unico globale giudizio: erano preparati (molti ad un livello eccezionale), erano umani e comprensivi, ma erano anche esigenti, specie verso i ragazzi che si dedicavano con impegno allo studio (ed io ero tra questi). Si verificava, quindi, che tu studiavi ed il professore ti dimostrava tutto il suo apprezzamento, ma nel contempo pretendeva da te un rendimento sempre maggiore, per cui eri costretto a non concederti distrazioni o battute a vuoto: c'era, insomma, un'immagine da conservare e da rispettare, ed era un'immagine che non era limitata alla tua persona di studente, ma che coinvolgeva anche la classe nella quale ti distinguevi, ed in via pi— generale l'Istituto cui appartenevi. Naturalmente questa esigenza di essere sempre ®se stessiŻ non riguardava il solo profitto, ma si estendeva anche al tuo comportamento nella scuola, sicch‚ anche un piccolo ®sgarroŻ da parte tua veniva censurato con maggiore intransigenza. Ricordo, infatti, che quando frequentavo il secondo o il terzo Liceo fu organizzato uno sciopero in tutto l'Istituto: i motivi erano alquanto pretestuosi (come del resto accade per la quasi totalit… degli scioperi studenteschi), ma l'astensione fu totalitaria e, quindi, anch'io ed i miei compagni di classe vi partecipammo, pur sapendo che avremmo suscitato le ire del nostro Professore di latino e greco, Vito Sirago, docente allora giovane, ma di grande preparazione umanistica, rigido e nel contempo affettuoso verso i suoi allievi. Ebbene, quella mattina, mentre io ed altri due o tre compagni stazionavamo nei pressi della Villa Trieste, intenti a leggere un giornale sportivo, avvistammo a distanza il prof. Sirago che veniva verso la nostra direzione; ci rifugiammo nel vano di un portone, nascondendoci dietro il giornale, ma il professore ci aveva gi… visti, venne risolutamente verso di noi, ci strapp• il giornale dalle mani e ci riprese aspramente ad alta voce, incurante delle persone che passavano, mentre noi, confusi ed a capo chino, eravamo incapaci di tentare una qualsiasi giustificazione. Eppure egli aveva davanti a s‚ i tre o quattro migliori alunni della sua classe che, in fondo avevano avuto il solo ®tortoŻ di aderire ad uno sciopero generale...! Un'altra brutta figura la rimediai, questa volta a titolo esclusivamente personale ed anche se non del tutto meritatamente, al secondo Liceo, col prof. Giovanni Mastroianni, docente di storia e filosofia. Il prof. Mastroianni era notoriamente uno dei professori pi— brillanti e preparati, era molto cordiale con noi, ma ci• malgrado ci incuteva una certa soggezione. Un giorno, a seguito di una parola d'ordine diffusa dai reparti arretrati della classe, per evitare l'assegnazione di qualche capitolo di filosofia da studiare, ricorremmo al sotterfugio di dirgli che nessuno di noi aveva portato il libro di testo. Senonch‚, a distanza di alcuni minuti un mio compagno, che di solito stava con la testa in aria e che non si era neppure reso conto della ®congiuraŻ ordita, ebbe la brillante idea di mettere le mani sui miei libri (depositati sotto il banco) e di estrarne proprio il testo ®incriminatoŻ; ponendolo in bella mostra sul suo banco, che era in prima fila e, soffermandosi (non capisco per quale motivo), a contemplarne la copertina. Io non mi ero accorto di nulla. Se ne accorse, invece, il professore, il quale si fece consegnare il libro e vi trov• il mio nome segnato all'interno. Mi apostrof• con una frase gelida: ®Ti sei comportato come una comare da basso quartiereŻ e non aggiunse altro. Farfugliai che in buona fede ero convinto di aver dimenticato il libro a casa, ma la giustificazione faceva acqua da tutte le parti e, quindi, le mie parole finirono col rendere ancora pi— pesante l'atmosfera di disagio che s'era creata nella classe. Oggi, forse, un episodio del genere non avrebbe provocato nessuna crisi di coscienza; per me, invece, ebbe allora l'effetto di una scudisciata...! Questi professori, peraltro, sapevano anche essere magnanimi al momento opportuno. Al secondo Liceo ebbi come docente d'italiano il prof. Mauro Nicotra, al quale sono stato sempre affezionato per le sue doti intellettuali e di umanit…. Di carattere gioviale (era famoso per l'epiteto di ®sciancatoŻ con cui gratificava scherzosamente chi non andava bene), era per• anch'egli severo ed esigente. Un giorno redarguŤ duramente un mio compagno che non si era preparato adeguatamente per l'interrogazione. L'altro cercava naturalmente di addurre delle giustificazioni, ma non riusciva ad esporle in maniera compiuta perch‚ veniva messo a tacere dalle contestazioni del professore. Ad un certo momento questo mio compagno sbott• nella seguente frase: ®Sapete come si dice al mio paese? Ccu patri e ccu patruni non si po' mai aviri raggiuni!Ż. Quelle parole, che a noi tutti parvero irriverenti, determinarono nella classe un imbarazzante silenzio. Tememmo una reazione del professore quanto meno sotto forma di una nota sul registro. Il prof. Nicotra invece, non si scompose; invit• il nostro compagno a parlare, ne ascolt• le giustificazioni senza interromperlo ed alla fine le ritenne valide. Ma subito dopo aggiunse: ®Come vedi, per•, il detto del tuo paese Š sbagliato, perch‚ ccu patri e ccu patruni si po' puru aviri raggiuni!Ż. Ridemmo tutti e la cosa finŤ lŤ. Eppure un giorno abbiamo avuto modo di vedere alcuni di questi stessi professori in una versione inedita, mentre, cioŠ giocavano come veri e propri ragazzini. Infatti, quando frequentavo il I Liceo, fu organizzata nell'Istituto una passeggiata scolastica fuori citt…. Ci recammo in una campagna dopo Pontegrande, portando colazioni e vino. Nel clima euforico determinato dalle copiose libagioni, il mio professore di matematica (molto popolare tra gli studenti) ed un professore di latino e greco di una sezione diversa dalla mia (e che era molto meno benvoluto per la sua particolare severit…), cominciarono scherzosamente a lanciarsi qualche schiaffetto. Immediatamente si formarono (o meglio, si finse di formare) due opposte coalizioni fra gli studenti, a sostegno di ciascuno dei due... avversari. I contendenti vennero, quindi, issati sulle braccia dei rispettivi sostenitori e diedero luogo a reiterati scontri frontali fra di loro: i due gruppi prima si ponevano ad una certa distanza, poi avanzavano velocemente l'uno verso l'altro, trasportando gli sfidanti, i quali, quando si avvicinavano, cominciavano a scambiarsi i colpi. Accadeva, per•, che in forza di una tacita intesa, fulmineamente creatasi fra i due gruppi di studenti, il professore di matematica veniva ogni volta lasciato libero nei suoi movimenti e poteva perci• colpire agevolmente l'avversario, mentre quest'ultimo veniva in vario modo ostacolato o trattenuto dai suoi stessi sostenitori, divenendo cosŤ un comodo bersaglio dei suo antagonista. FinŤ, quindi, che il prof. di latino e greco si prese quel giorno tanti di quei ®buffettoniŻ, che se pure gli venivano materialmente ®mollatiŻ dal suo collega, costituivano, in realt… una forma mediata (e simpatica) di vendetta da parte dei suoi studenti. E non Š del tutto da escludere che in quel confuso gesticolare, accompagnato da schiamazzi e risate, qualcuno di loro vi abbia pure aggiunto qualcosa di suo... Non posso chiudere queste rievocazioni sui miei professori senza aver menzionato il prof. Reclus Mustari, docente di storia e filosofia al terzo liceo. Era un autentico galantuomo, affettuoso, paterno e professionalmente molto preparato. Quasi si disperava quando un mio compagno di scuola che per la storia non aveva molta attitudine, faceva nascere Carlo Alberto da Vittorio Emanuele II ed Umberto I da Vittorio Emanuele III; ma non era capace di rimandare o bocciare nessuno. Ho rivisto il prof. Mustari nel 1955 o nel 1956, quando ero Uditore giudiziario presso la Pretura di Catanzaro: era affettuoso come sempre, ma sono rimasto imbarazzato ed anche dispiaciuto nel notare che egli mi si rivolgeva dandomi del ®VoiŻ e chiamandomi ®giudiceŻ. Inutili sono state le mie insistenze perch‚ mi trattasse come quando eravamo a scuola: quello era lo stile dell'Uomo e del Docente! Prima di parlare dei miei compagni di scuola, vorrei dire qualcosa su di me, anche per lumeggiare i miei rapporti con l'ambiente scolastico in cui ho vissuto. Come ho gi… accennato prima, ho sempre studiato con impegno: un po' per naturale predisposizione, un po' per il clima di seriet… dell'Istituto che frequentavo; ed anche perch‚ in famiglia c'era mio fratello Ottaviano, poco pi— grande di me, che frequentava pure il Galluppi, una classe prima della mia, con ottimo profitto e costituiva, quindi, un valido modello da imitare. Mentre, per•, mio fratello era abbastanza disinvolto (stando, almeno, a quanto diceva lui), con i professori e con le ragazze, io invece ero un timido incorreggibile: incapace di presentarmi impreparato alle interrogazioni, di marinare la scuola, di commettere atti di indisciplina, ero anche piuttosto impacciato nel corteggiare qualche allieva dell'Istituto. Mi piacevano molto il latino e il greco (tanto che il prof. Sirago mi voleva far iscrivere alla scuola Normale di Pisa) ma studiavo volentieri anche le altre materie. Ero, invece, pessimo in educazione fisica, e durante la scuola media avevo inoltre dimostrato una penosa inettitudine per il disegno e le applicazioni tecniche, non essendo stato mai capace di far passare con precisione tre linee per un punto, o di levigare ®a squadroŻ un tassello di legno. Non ero peraltro, e ci tengo a dirlo, uno ®sgobboneŻ e neppure rappresentavo il modello perfetto di alunno, ®primo ad entrare ed ultimo ad uscireŻ. Anzi, per quanto riguarda il rispetto dell'orario di entrata, sono stato spesso un impenitente ritardatario, specie durante gli anni della scuola media e del ginnasio superiore. Ricordo che c'era un bidello, di cui non rammento oggi il nome, che era la mia persecuzione; bastavano pochi minuti di ritardo, ed anzich‚ farmi entrare, o mi mandava dal Preside per giustificarmi o, addirittura, mi faceva aspettare (mandandomi poi sempre dal Preside) fino all'inizio della seconda ora. Per colpa (o per merito) di questo bidello, cominciai a ricorrere anche a qualche piccola astuzia che nessuno si sarebbe potuto aspettare da me: infatti, un giorno, per giustificare in maniera attendibile il mio ritardo, mi recai da un farmacista che mi conosceva e mi feci applicare sulla fronte un po' di tintura di iodio, per simulare gli esiti di una caduta. Un'altra volta, per porre fine a questa situazione, presi la drastica decisione di usare la sveglia, il cui rumore Š stato per me sempre insopportabile: misi la lancetta intorno alle 7,40 (almeno cosŤ credetti) e la mattina dopo, quando la sentii suonare, mi affrettai a prepararmi. Dopo circa mezz'ora ero pronto e, quindi, mi avviai a passo svelto verso la scuola, che distava da casa mia circa 6-700 metri. Mentre mi avvicinavo, cominciai per• a preoccuparmi perch‚, come tutte le altre volte in cui ero arrivato in ritardo, non sentivo la presenza degli alunni nei pochi minuti di attesa prima dell'ingresso. Infatti, quando giunsi davanti all'Istituto, mi accorsi con sgomento che ancora una volta davanti al portone non c'era nessuno degli studenti: c'era invece, il solito bidello che mi guardava col solito ghigno ironico... Indispettito per il fallimento del mio tentativo, e per non chiedergli per l'ennesima volta di farmi entrare in classe, esclamai con aria rassegnata: ®Pazienza vuol dire che anche oggi entrer• alla seconda oraŻ... Il bidello mi guard• sorpreso e mi disse: ®Ma che stai contando che sono ancora le 7,25!Ż. E mentre io lo guardavo un po' incredulo e un po' risollevato, aggiunse sarcasticamente: ®Tu, o arrivi ali sette, o arrivi ali decia!...Ż. Con i miei compagni di scuola ho sempre mantenuto, in generale, rapporti di affettuosa colleganza e con alcuni anche di stretta amicizia. Con molti di loro ho poi perso per anni i contatti, ma quando abbiamo avuto occasione di rivederci, il nostro incontro Š stato sempre festoso e cordiale: segno che, malgrado il lungo tempo trascorso, era rimasto in ciascuno di noi verso l'altro, un ricordo simpatico e costante. Naturalmente non sono mancati all'epoca, i litigi e i dispetti tra me e qualcuno di loro; ma si Š trattato sempre di fatti banali, in cui, peraltro, ragioni e torti reciproci sostanzialmente si equivalevano, sicch‚ in definitiva, i conti... rimanevano in pareggio. Solo con uno di loro, a ben pensarci, sono rimasto decisamente in debito, nel senso che ad una sua buona azione non ho risposto nella maniera dovuta: mi riferisco a Ciccio Conidi, ora Avv. Francesco Conidi Via de Grazia 37 Catanzaro. Accadde che, all'uscita della scuola, mi accorsi di aver lasciato in classe il mio impermeabile nuovo che avrei dovuto mantenere e custodire, secondo le raccomandazioni fattemi a casa mia, con la massima cura. L'aula era stata, nel frattempo, chiusa a chiave ed i bidelli erano andati via. Cominciai a piagnucolare perch‚ non volevo presentarmi a casa senza l'impermeabile. Il buon Ciccio Conidi si mosse allora a compassione, attraverso una porta secondaria raggiunse, sempre seguito da me, un cortile interno su cui si affacciava il finestrone della nostra aula, con le ante socchiuse, ma ad una altezza non trascurabile rispetto al pavimento ed allo stesso piano del cortile. Il Nostro, per•, riuscŤ ad arrampicarsi sino al finestrone (cosa di cui io non sarei stato minimamente capace, per le mie note carenze atletiche) e da lŤ salt• sui banchi, facendosi male, fra l'altro ad un ginocchio (cosa che anch'io, invece, avrei saputo fare, ed ancora meglio di lui...) ma non riuscŤ a trovare l'impermeabile. A questo punto presi a disperarmi perch‚ ero convinto di averlo ormai perso; Ciccio, al contrario, ebbe un'improvvisa intuizione: ®Ma sei sicuro, disse, di averlo portato stamattina? A me sembra di non avertelo visto addossoŻ. Respinsi sdegnosamente questo suo dubbio, e senza neppure ringraziarlo, me ne tornai a casa. L'impermeabile era lŤ, appeso all'attaccapanni!... Non ebbi per• il coraggio di dire la verit… a Ciccio; gli dissi che non avevo pi— trovato l'impermeabile, e naturalmente dovetti rinunciare a portarlo a scuola per non farmi scoprire. Quando l'avv. Conidi legger… queste note si sentir… prudere le mani; ma assieme alla mia confessione, vi trover… pure le mie umilissime scuse; con alcuni decenni di ritardo, per•, sempre sentite...! Passer• ora in rapida rassegna (per mantere nei limiti della decenza queste rievocazioni), alcuni dei tanti miei compagni del Ginnasio-Liceo, scegliendo quelli che, o per qualche caratteristica o per qualche episodio, mi sono rimasti pi— in mente. Comincer• col menzionare Lorenzo Sansalone, fratello dell'ottimo mio collega Nicola Sansalone (il quale ai miei tempi, aveva gi… ultimato gli studi lasciando per• nell'istituto il ricordo della sua bravura). Con Lorenzo siamo stati assieme al quarto e quinto ginnasio ed al primo liceo, sempre gareggiando per impegno e profitto negli studi (era bravissimo in italiano e scriveva i temi in maniera stupenda). Tra i compagni del secondo e terzo liceo ricordo sempre con simpatia: Bruno CarŠ, anch'egli serio e studioso; Giulio De Luca da Sersale e Peppino Riccio da Girifalco che, durante le ore di compito scritto, nel silenzio generale della classe, preferivano rispettivamente imitare, ed in maniera felice, lo speaker del giornale radio, ed il radiocronista sportivo Niccol• Carosio; Fof• Correale (oggi avv. Adolfo Correale Santacroce), capocomico della classe, un giorno vittima sfortunata ed incolpevole del nostro Preside Fornari. Il Preside era molto attaccato alla disciplina, ed una mattina, durante una sua visita nella nostra classe, diede tre giorni di sospensione a Giulio De Luca reo di avergli dato una risposta solo un po' seccata. Inflitta la punizione, lo stesso Preside si rivolse subito dopo a Fof• Correale (e non saprei dire perch‚ proprio a lui), chiedendogli: ®Ti piacerebbe che qui ognuno facesse i suoi comodi?Ż. Poich‚ la domanda gli era stata posta in maniera quasi scherzosa, Fof• si sentŤ forse autorizzato a rispondere nello stesso tono e disse con aria sorridente: ®Certo che mi piacerebbeŻ. Sembrava un'innocente battuta, tanto che tutti ci mettemmo a ridere; e sulle prime rise anche il Preside, il quale, per•, all'improvviso mut• espressione e con tono severo gli ordin•: ®Vai fuori, sei sospeso per due giorniŻ. Non dimenticher• mai la faccia allibita di Fof• Correale, mentre ancora incredulo e frastornato, si allontanava dall'aula... Un'altro compagno del secondo e terzo liceo che ricordo sempre Š Tot• Leo, oggi valorosissimo Magistrato presso la Corte di Cassazione e libero docente di diritto. Tot• era buono ed affettuoso, ma era di carattere suscettibile, e per nulla si faceva venire la mosca al naso. Un giorno venne nella nostra classe una supplente molto giovane, chiaramente inesperta ed impacciata, la quale cominci• a chiederci ad uno ad uno le generalit…, rivolgendosi a ciascuno di noi con il ®leiŻ. Quando giunse il turno di Tot• gli chiese: ®Come si chiama lei?Ż: ®LeoŻ, rispose il Nostro. Quel bisticcio di parole, peraltro, provoc• in lui ed in qualcuno di noi un accenno di risata, subito represso, che diede alla supplente la sensazione di una presa in giro, per cui ella, con tono seccato, replic•: ®Non faccia lo spiritoso e mi dica come si chiama leiŻ. ®LeoŻ, ripet‚ a sua volta, con voce gi… alterata Tot• tra l'ilarit… di tutta la classe. A questo punto la professoressa s'infuri• e l'invit• ad uscire: ne nacque tra i due un battibecco, e solo a stento riuscimmo a chiarire l'equivoco, ma Tot• rimase nervoso per tutta l'ora di lezione, lanciando occhiatacce furibonde contro di noi sol perch‚, con le nostre risate, gli avevamo fatto rischiare l'espulsione. Voglio chiudere questa mia veloce carrellata sui compagni di scuola, col ricordo di quello che avrebbe dovuto essere il nostro primo giorno degli esami di maturit… classica: dico ®che avrebbe dovuto essereŻ perch‚ quell'anno (1948), la prova d'italiano era stata fissata per il 5 luglio; senonch‚ quella mattina (o la notte precedente) s'era verificata in altra citt… la sottrazione della traccia dei temi e, quindi, gli esami vennero sospesi in tutta Italia e rinviati di una settimana. Apprendemmo la notizia la stessa mattina del 5 luglio, quando giungemmo a scuola, e per noi tutti fu un trauma perch‚, dopo tante notti insonni, si profilava la prospettiva di un altra settimana, ancora di tensione e di ansia. Eravamo tutti ragazzi sostanzialmente bene educati, ma le imprecazioni che uscirono quel giorno dalla nostra bocca avrebbero fatto invidia ad un reggimento di turchi! Uno dei miei compagni estrasse dalla camicia un calendario pieno di immagini sacre, che la mamma gli aveva consegnato, invece, a ben altri fini, e cominci• a bestemmiare nell'ordine tutti i Santi, giorno per giorno, mese per mese dall'1 gennaio al 31 dicembre ad alta voce, imperterrito, davanti al portone dell'Istituto, per cui, come era inevitabile, la sua reazione finŤ con l'assumere toni di comicit… e con l'attenuare la nostra esasperazione. A completamento di quanto finora ho riferito vorrei aggiungere adesso alcune mie riflessioni. Non Š certo un caso che dei tanti giovani usciti dal Galluppi di Catanzaro, moltissimi siano poi divenuti apprezzati e valorosi professionisti in tutti i campi. Tra i miei soli compagni di scuola posso gi… annoverare un gran numero di avvocati, medici, alti funzionari etc. Quasi nessuno, insomma, Š venuto meno alle aspettative, sicch‚ molti di noi abbiamo finito col ritrovarci di nuovo in contatto attraverso il ruolo e la posizione che nel frattempo avevamo raggiunto nella Societ…. Penso allora che sia doveroso riconoscere il merito di questa nostra ascesa, non soltanto all'impegno ed alle capacit… personali di ciascuno di noi, ma anche all'Istituto in cui s'Š verificata nella sua fase pi— importante, la nostra formazione intellettuale e culturale: un Istituto qualificatissimo per il corpo dei docenti, per le gloriose tradizioni, per la seriet… degli studi, dove si eccedeva un po' troppo nel nozionismo, ma non si faceva politica, n‚ si ricorreva con frequenza agli scioperi... Io personalmente sento di aver appreso, attraverso quel corso di studi, alcune regole di comportamento a cui ho poi sempre cercato di adeguarmi nella vita, quali: mantenere sempre vivo il senso del dovere nei rapporti con la famiglia, con l'Ufficio e con la Societ…; adottare il massimo impegno nello svolgimento di ogni attivit…, in modo da espletarla nel miglior modo possibile secondo le capacit… proprie; affrontare tutti i problemi solo dopo una preventiva, scrupolosa preparazione, senza mai affidarsi al caso ed all'improvvisazione; portare il dovuto rispetto verso le Istituzioni in genere; instaurare un clima di solidariet… e di affettuosa collaborazione con i colleghi di lavoro che sono, in definitiva, e sia pure a diverso livello, dei nuovi compagni di scuola accomunati da uguali impegni e responsabilit…. Sono rimasto sempre soddisfatto, nel mio intimo, per aver seguito questi principi e corrispondentemente mi sono dovuto pentire quando non ho preteso - con la dovuta necessaria fermezza - il rispetto di alcune di dette regole da parte di chi di dovere. In termini pi— espliciti mi ritengo in colpa per aver talvolta consentito ad alcuni dei miei figli (ai quali non mancherebbe certo l'intelligenza per fare ancora meglio di me negli studi), di prefiggersi, a scuola, il conseguimento solo di un risultato minimo. Quando, infatti, si parte con questi programmi ridotti, succede spesso quel che si verifica nei campionati di calcio: se una squadra si potenzia per conseguire lo scudetto o la promozione alla serie superiore, o quanto meno il raggiungimento della zona Uefa, anche se poi non centra l'obiettivo, rimane per• (salvi i casi di sfortuna), sempre con una classifica tranquilla; se invece si prepara solo per raggiungere la salvezza, s'impantana quasi sempre in zona retrocessione, con tutti i pericoli connessi... E nel mio caso si Š dovuto pi— volte ricorrere a spareggi sotto forma di esami autunnali di riparazione. Il destino ha voluto, per di pi— , che a rimandare per la prima volta (ed aggiungo meritatamente) mio figlio, fosse proprio la mia ex professoressa di greco del quinto Ginnasio che ancora conservava di me un tanto buon ricordo! Concludo queste rievocazioni esprimendo il mio pi— vivo plauso per la sua brillante iniziativa, all'illustre Preside Ezio Galiano al quale rivolgo anche un cordiale ringraziamento per avermi cosŤ consentito di esternare ricordi, sentimenti e riflessioni che da tanti anni custodivo entro di me. /:/Francesco ConŤdi. di Vincenzo e di Angelina De Rosis nato a Catanzaro il 22 marzo 1931 iscritto per la prima volta alla terza liceale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949) Il segnale d'inizio delle lezioni venne accolto con un sospiro di sollievo da quanti erano in attesa di entrare stando in strada senza la possibilit… di ripararsi dal freddo intenso di un inverno che, quell anno, sembrava fosse pi— rigido del solito. Ma quando d'inverno fa freddo, tutti si pensa che l'anno precedente facesse meno freddo. Non Š vero: Š solo un modo di dire, un'ingannevole espressione. Ogni dolore attuale sembra pi— grande solo perch‚ il tempo ha attenuato la sofferenza che ci ha tormentati prima che il nuovo trauma fosse intervenuto sconvolgendo la riacquistata rassegnazione. Gli alunni si diressero verso le aule con ordine ed in silenzio. Prima i pi— piccoli, quelli che salivano le scale che portano al Convitto poi, via via, gli altri. Quelli della licenza entrarono nelle aule per ultimi. Sebbene si fosse in molti, ci si conosceva tutti. Ginnasiali e liceali erano tutti "del Galluppi" e si pronunciava questo nome con orgoglio e non senza un pizzico di vanteria perch‚ si era consapevoli di essere allievi di una delle pi— serie e gloriose scuole del mezzogiorno. Erano in molti a sostenere che il liceo ginnasio "Galluppi" fosse uno dei migliori d'Italia. Ma bisognava essere degni di frequentarla quella scuola altrimenti, presto o tardi, si era costretti alla rinuncia. ®Quelli del GalluppiŻ sapevano che per ottenere un diploma da quella scuola era necessario, prima di ogni altra cosa, meritarsi la stima e la fiducia di quanti all'insegnamento dedicavano tutte le proprie risorse ed energie con assoluto rigore morale e con uno scrupolo che aveva dell'incredibile. Era impossibile che una indisposizione di modesta entit… inducesse all'assenza. E questo valeva per tutti. Si prese posto nei banchi, vecchi banchi dai piani intagliati, scarabocchiati con le teste dei chiodi arrugginiti: nomi, iniziali, cuori trafitti: sofferenze scolpite in nome del ricordo, inflitte all'arido legno da innumerevoli sconosciuti. Ogni volta che sedeva sul suo banco, veniva preso da un vago senso d'inferiorit… di fronte al suo silente, dignitoso ospite. Pensava: chiss… se il banco sente, a suo modo. Un modo sconosciuto agli uomini, chiss… se apprende, ricorda. Come doveva essere saggio un banco del liceo "Galluppi", quante cose aveva imparato, quanti destini si erano seduti su di lui e poi lo avevano abbandonato per partire per sempre, senza pi— poter ritornare. Slacci• i libri dalla cinghia che li teneva stretti e li depose sul ripiano sottostante, pos• la penna stilografica, regalo di sua madre, nell'incavo a monte del piano inclinato, soffi• nelle mani l'alito per scaldarle un po' e cominci• a sfogliare ®l'assegnoŻ: il librettino sul quale, quotidianamente, venivano ricordati i compiti e le lezioni. Peppino Caparello stava facendo altrettanto un banco pi— avanti. Mario Marasca aveva una penna nuova con il pennino dorato e la pompetta per l'inchiostro che si riempiva azionando una levetta centrale e ne faceva bella mostra fingendo di scrivere cose importanti. Nello Daffin… vestiva come al solito di blu scuro e ricordava vagamente un ufficiale di marina con il suo comportamento ispirato ad una rigida disciplina militaresca. In realt…, inconsciamente, imitava il padre, il colonnello dell'Esercito in servizio attivo. La giornata era dura: prima ora latino e greco con Sirago; seconda ora italiano con Chiodo: la signorina Morica dava lezione di scienze alla terza e, alla quarta ora, Giovanni Mastroianni avrebbe cominciato a parlare di Emanuele Kant e della sua ®Critica della ragion puraŻ. Constat• con sollievo che alla quinta ora c'era il parroco Nesci per l'insegnamento religioso. Forse sarebbe stato possibile, in quest'ultima ora, calmare gli stimoli della fame con le tanto prelibate castagne infornate e con le carrube di cui sempre Furio Barletta era fornito. Glielo chiese proprio mentre Sirago stava entrando richiudendosi dietro la porta. Tutti scattarono in piedi in silenzio e lui pens• che quelle castagne e le carrube, che solitamente venivano date in pasto ai maiali per l'ingrasso, tutto sommato erano buone e servivano ottimamente al suo scopo. L'ora di lezione, la prima, come sempre, vol• via rapidamente interrompendo bruscamente il commento dei versi dell'Alcesti di Euripide. Sirago complet• l'assegno in fretta, raccolse i testi ed il suo registro, ripulŤ con il fazzoletto le lenti degli occhiali e si alz•. Nello Daffin… scatt• sull'attenti per primo seguito da tutti gli altri. Il professore aprŤ la porta e nell'aula entr• un concitato vociare proveniente dalle altre aule. Accompagnandolo con un cenno della mano mormor•: ®comodiŻ e tutti si mossero nei banchi prendendo a chiacchierare. Il preside Fornari in fondo al corridoio, a destra, discuteva concitatamente con alcuni professori. Aveva in mano alcune carte e quando le leggeva si poneva sul naso i piccoli occhiali a pinza cerchiati d'oro per toglierli subito quando si rivolgeva ai suoi interlocutori. Puccio, il bidello, suon• la campanella: erano finiti i cinque minuti di intervallo e tutti cominciarono a rientrare nei banchi. Qualcuno aveva scritto sulla lavagna: ®Fornari, per te siamo tutti somari!Ż e si affrett• a cancellarlo stropicciandosi le mani per ripulirle dal gesso. Poi entr• la Morica, piccola, minuta a tal punto da far sembrare sproporzionato il registro che tratteneva sotto il braccio. Una lunga treccia raccoglieva i capelli neri dietro la nuca separati al centro del capo da una riga; la bocca piccola era appena segnata dal rossetto. Rosina buss• interrompendo la chiamata dell'appello portando un bracierino con carbonella accesa che sistem• sotto la cattedra. Nell'aula si diffuse un gradevole odore di bruciato che attenu• falsamente il freddo. La lezione and• avanti, regolamente, sui ®nitritiŻ e sui ®nitratiŻ. Nel silenzio, Franco Parisi imit• il verso del cavallo e si procur• un giorno di sospensione. Non si nitrŤ pi— . Nell'ora di religione l'attenzione non era plenaria. Sgranocchiando una castagna infornata si distrasse anche lui e, dall'ultimo banco in cui aveva preso momentaneamente posto, si mise ad osservare l'aula: la lavagna, il crocifisso in legno, la carta geografica, la pedana consumata dallo stropiccŤo delle suole, i sedili dei banchi lucidati quotidianamente dai tessuti dei pantaloni. Quante persone avevano preso posto in quei banchi, quante lezioni avevano ascoltato. Chiss… com'erano gli alberi che avevano fornito il legname per costruirli?! Che destino curioso per quegli alberi finire in una scuola! Banchi, tavole segate e tenute assieme da incastri e chiodi con tanti, tanti e tanti uomini seduti su di loro ad ascoltare insegnamenti con loro. Tanti banchi uguali, tantissimi destini diversi. Destini in parte influenzati da quei banchi che li avrebbero voluti tutti eguali, felici, radiosi. Non per tutti era stato cosŤ. Alcuni che quei banchi avevano ospitato, non sarebbero sopravvissuti al legno stesso. Š la vita. E la scuola fa parte della vita, Š il destino. Tutti per•, prima o poi, presto o tardi, avrebbero dovuto dire a quei poveri, scarni banchi: grazie. Gli venne in mente, nel suo fantasticare, che forse anche per i banchi, veniva chiamato l'appello ogni giorno, ogni lezione. Se era cosŤ, un giorno nel futuro, ogni banco si sarebbe ricordato di ogni alunno ospitato. Sarebbe stato curioso poterlo ascoltare, quell'appello: consigliere di Cassazione Giuseppe Caparello, avvocato Mario Marasca, generale Nello Daffin…, avvocato Franco Parisi, avvocato Furio Barletta. I banchi, in coro, avrebbero risposto: ®Presente!Ż. /:/Edoardo Carelli. di Alberto e di Marietta Martelli nato a Torre Ruggiero il 26 marzo 1931 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1943/1944) Chiarissimo Preside, chiedo anzitutto scusa per il ritardo con cui rispondo alla sua lettera, ma i molteplici impegni di lavoro e soprattutto la complessit… della tematica da Lei proposta mi hanno fatto rinviare ci• che per rispetto ed educazione avrei dovuto fare da tempo. Desidero congratularmi per la sua iniziativa che non pu• non commuovere chi ha vissuto la sua prima giovinezza tra i banchi del "Galluppi": cio dimostra una sua estrema sensibilit…, al di l… di una mera ricerca storiografica sul nostro istituto. Penso di essere ben piccola cosa comparato a tanti altri studenti che il nostro Liceo ha ®sfornatoŻ. Debbo confessare che non sono stato mai un ottimo allievo, n‚ per quanto riguarda la condotta n‚ per il profitto e ci• mi induce ora, con i capelli grigi, ad amare ancora di pi— quelle persone che, con spirito di puro sacrificio, hanno cercato di inculcarmi, al di l… della nozionistica, i pi— puri e nobili valori della vita. Il loro esempio Š stato il primo insegnamento; poi il loro valore come uomini e come professionisti. Š una lunga sfilza di nomi che non segnalo per timore che qualcuno possa ingiustamente sfuggirmi: so comunque di averli rispettati tutti da studente e di averli amati tutti da adulto. Ancora oggi le loro frasi ed il loro esempio ritornano in mente nei momenti difficili o quando, senza pi— alcuna protezione paternalistica, devo prendere decisioni che possono costare la salute o la vita dei miei pazienti. Non saprei descrivere episodi particolari perch‚ ogni giorno di scuola per noi era un'esperienza tutta da vivere, con le paure per le impreparazioni, le gioie per i bei voti riportati, la soddisfazione per un particolare apprezzamento dei docenti. Anche le sezioni che ho frequentato non si potrebbero portare ad esempio di buona condotta degli allievi; ci• non toglie che tutti noi studenti siamo venuti fuori dal Liceo veramente formati, forgiati nello spirito e nella mente con chiare idee di che cosa si voleva ottenere dagli studi ulteriori e dalla vita e, soprattutto, coscienti di quanto sarebbe stata dura la lotta per conquistare il nostro posticino al sole. Non voglio qui criticare i vari metodi di insegnamento che si sono susseguiti nel tempo dopo la mia licenza liceale, non mi sento di giudicare se i torti sono dei docenti, dei discenti, delle famiglie, della societ… pi— permissiva. Certamente la giovent—seguita al '68 non Š quella di quando io occupavo i banchi del "Galluppi": non c'Š pi— quella ferrea preparazione nozionistica, ora considerata inutile, ma ingiustamente, in quanto Š dimostrato in maniera incontrovertibile che il cervello del giovane deve essere variamente e fortemente sollecitato per poter poi rendere al massimo. Se non altro quelle ®caricheŻ di compiti son servite a farci capire che lo studio Š una cosa seria e che nella vita, per ®sfondareŻ, bisogna metterci sempre lo stesso impegno: ci hanno insomma abituati a pensare che per riuscire nella vita bisogna lavorare almeno dieci ore al giorno! Eppoi anche la nozionistica ha un suo fascino quando a tener cattedra sono docenti eruditi che hanno maturato la propria materia cosŤ profondamente da poter dare una loro personale interpretazione di ogni argomento trattato. Non equivale certamente alla lettura di una pagina di un arido libro perch‚ essi riescono ad appassionare gli allievi a materie che gi…, solo per il fatto di essere scolastiche, non sono gran che amate. E sempre parlando della scuola dei miei giovani anni non posso non fare un riferimento alle famiglie degli anni Quaranta: non ricordo mai che qualche genitore dei miei compagni di scuola si sia recato dai professori per tacciarli d'ingiustizia nei confronti del figlio o per criticare la loro preparazione culturale o didattica. I genitori, consci della seriet… professionale dei docenti, erano consapevolmente convinti che, quando i figli fallivano in qualche materia, la colpa non era mai dei professori ed il giusto castigo, prima che dalla scuola, veniva dalla famiglia. Questo mi sembra importante perch‚ ci ha insegnato a non scaricare mai sugli altri la nostre responsabilit… e a non dover mai contare su un appoggio paternalistico da parte di nessuno. Forse la seconda guerra mondiale, per i disastri e le atrocit… a tutti noti, aveva inculcato in tutte le famiglie, ragazzi compresi, un estremo senso di responsabilit… ed una presa di coscienza dei veri valori della vita. Veramente non invidio i giovani di adesso ed ancor meno quelli che qualche anno fa avevano la pretesa di stabilire il loro personale piano di studio senza alcuna conoscenza delle materie di cui si trattava, pronti a criticare programmi definiti da docenti che avevano una visione panoramica degli studi e che con la loro maturit… potevano formulare un critico giudizio di cosa poteva essere utile per lo sviluppo dell'intelletto e per la vita: come se un medico potesse curare una malattia senza conoscere la diagnosi od un ingegnere costruire un ponte senza conoscere i calcoli del cemento armato! E poi nella vita non si vive solo di tecnologia a fini di lucro, ma soprattutto di umanit… e di conoscenze globali di ci• che Š stato. Ci• purtroppo, al di l… di ogni facile polemica, dimostra la scarsa seriet…, l'impreparazione, l'improvvisazione e la superficialit… che ha investito negli anni passati non i docenti, ma gli allievi e le rispettive famiglie. Non Š nostalgia del passato od il tenero ricordo di una giovinezza ormai andata che induce a cosŤ amare considerazioni. Š la maturit…, la lotta sostenuta ogni giorno per la vita, il gusto per ogni gioia, pur piccola, conquistata, la corazza per ogni avversit…: Š tutto ci• che induce alle considerazioni prima espresse. Š vero, i tempi cambiano: noi degli anni Quaranta dovevamo ricostruire materialmente e psicologicamente una nazione e l'abbiamo fatto e di questo ci vanteremo sempre. Speriamo che le generazioni future si dimostrino degne di questa eredit…: ma perch‚ possano formarsi Š necessario, a mio giudizio, che la scuola torni ad essere la Scuola, la famiglia la Famiglia, ed in parte i docenti i Docenti. E quando saranno adulti anche gli studenti di oggi avranno la gioia di ricevere una lettera da un preside del "Galluppi", come quella splendida che mi Š pervenuta. E come noi e tanti altri a me noti che ci hanno preceduto e seguito nell'occupare i banchi del "Galluppi", potranno rispondere che quell'istituto per loro Š stato culla di sogni, maestro di vita, forgia di menti e di animi nobili, limpida sorgente che ha maturato germogli e li ha protesi verso la luce. /:/Luigi Loria. di Giovanni e di Elvira Gabriele nato a Roma il 13 giugno 1931 iscritto per la prima volta alla prima liceale sez. D (Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946) Quella primavera del '46. I mesi invernali del 1946 erano trascorsi quieti e sonnacchiosi nella Catanzaro di quel primo anno postbellico, in un grigiore gradevole dopo la convulsa barbarie della guerra appena terminata le cui distruzioni erano visibili in tutta la citt…. Unico rumore in quei mesi freddi e piovosi sembrava lo sferragliare del tram che attraversava lentamente il Corso Vittorio Emanuele II, infastidendo i cittadini che puntualmente adempivano il solenne rito della passeggiata serale. Il glorioso Liceo "Galluppi", fiero delle sue tradizioni, con le lapidi che esaltavano antichi avvenimenti locali, mi accoglieva nella Prima D insieme ad una trentina di altri ragazzi, quasi tutti come me provenienti da altre citta o da altri istituti; avevamo quasi tutti quindici o sedici anni; solo pochi erano pi— adulti, sfiorando qualcuno i vent'anni. I professori avevano avuto qualche iniziale difficolt… di sistemazione. Ricordo soprattutto, forse perch‚ insegnavano le materie a me pi— congeniali, la signora Bova, professoressa di latino e greco, moglie di un avvocato che doveva divenire importante uomo politico, il professore Chiodo, di italiano, di grande erudizione dantesca, ed il professore Mastroianni, giovanissimo insegnante di storia e filosofia, ricco di cultura e, soprattutto, di fascino e di simpatia. La scarsa omogeneit… di noi studenti, in una con le difficolt… ambientali e strumentali dovute alla guerra appena finita, creavano continui, grossi problemi oggi difficilmente immaginabili; mancavano, ad esempio, i libri di testo ed i quaderni ma con forza di volont… ed entusiasmo ogni difficolt… veniva superata. Precoce e gradevole, come sempre nel Sud, arriv• anche quell'anno la primavera portando col sole ed i fiori nuovi umori e nuove tensioni che agitarono la vita di tutti: di noi liceali e degli altri abitanti della citt…, microcosmo nel pi— vasto mondo italiano. Si cominci• dapprima col Campionato Studentesco di Calcio che, da occasione di gara fra le squadre dei vari istituti scolastici della citt…, divenne motivo di aspre sfide che coinvolsero tutto il mondo giovanile catanzarese; in particolare, noi del Liceo Classico, ritenuti snob ed elitari, fummo subito al centro di sgradevoli polemiche e di antipatici episodi che non ci videro certo nella parte di vittime sacrificali. In un ambito pi— strettamente calcistico avvenne che ogni squadra esaltava la bravura dei suoi componenti, ogni volta che si scontrava con la squadra del Galluppi sulla cui maglia era disegnata una torre alla cui base erano le parole dantesche ®come torre fermaŻ, forse non del tutto adatte per un gioco che ha il suo canone nella velocit… e nell'agilit…. Forte della milizia di uno o pi— giocatori del ®CatanzaroŻ, che allora militava in Serie C, vinse il Campionato la squadra dell'Istituto Agrario, dopo una partita aspramente combattuta con la nostra compagine. Era intanto iniziata la campagna elettorale per le elezioni comunali; dopo oltre vent'anni si votava per eleggere democraticamente, in piena libert…, i consigli comunali; le varie liste, pur rifacendosi chiaramente a precisi schieramenti politici, avevano come simboli distintivi non i classici simboli dei partiti in lizza ma oggetti di uso comune quali una tromba, una scala, etc. Moviment• la lotta politica la lista di un partito appena fondato, il Fronte dell'Uomo Qualunque, sulla scia delle arguzie verbali del suo fondatore. La competizione elettorale si svolse con grande civilt… e dopo tanti anni il Comune di Catanzaro, come quelli di tutt'Italia, ebbe reggimento democratico. Evento pi— importante della primavera del '46 fu per• la campagna elettorale per il Referendum istituzionale sulla scelta fra Monarchia e Repubblica; i Comizi ebbero inizio verso il 10 maggio e, cosŤ come le altre citt… italiane, anche la quieta Catanzaro s'infiamm• d'entusiasmo per l'uno o l'altro schieramento. Ovviamente anche il piccolo mondo della Prima D del "Galluppi" non sfuggŤ all'eccitazione del momento storico. Eravamo tutti giovanissimi e non potevamo certo esprimere cosŤ come avremmo voluto il nostro voto ma manifestavamo tutti con giovanile passionalit… le nostre preferenze verso l'una o l'altra forma istituzionale al pari di quanto facevano con maggiore moderazione i nostri professori ed il nostro preside Fornari. In classe noi ragazzi svolgemmo un referendum interno; ricordo che prevalse la Monarchia cosŤ come in quasi tutte le citt… del Centro-Sud; all'esterno del Liceo partecipammo attivamente talvolta freneticamente, a comizi, adunate, manifestazioni, incontri, sfilate, portando dappertutto il nostro disinteressato ed appassionato entusiasmo. Solo in un'occasione, un gruppo di noi fu violentemente caricato dalla Polizia nel punto allora pi— stretto del Corso, davanti al Caff‚ Guglielmo; molto vivacemente avevamo tentato di intervenire ad un comizio di Palmiro Togliatti in Piazza della Prefettura, per esprimere le nostre idee, non del tutto in linea con quanto esposto dall'oratore. Tutto, per•, si concluse senza significativi danni per nessuno. In quella tornata elettorale prestava servizio d'ordine un reparto del nuovo esercito italiano, con soldati non pi— in grigio-verde e senza moschetto calibro '91 ma armati e vestiti all'inglese; coadiuvava la Polizia un reparto di ausiliari che furono sciolti poco tempo dopo e che erano stati quelli che avevano caricato i giovani ®vandeaniŻ. Il 2 giugno le elezioni si svolsero senza incidenti; nei giorni seguenti le edizioni straordinarie dei giornali e le voci incontrollate che percorrevano in un lampo il Corso dettero risultati sempre diversi e contrastanti; il giorno 11, sulla scorta dei risultati, fu proclamata la Repubblica. Noi studenti ritornammo a scuola, dopo la tenzone elettorale e le brevi vacanze dovute all'utilizzazione delle aule da parte della macchina elettorale, con contrastanti sentimenti, alcuni pi— lieti, altri con l'amarezza della sconfitta della parte politica per cui avevamo giovanilmente lottato e sperato. Era intanto finito l'anno scolastico e gli scrutini, con una severit… oggi forse inconsueta, videro la bocciatura di pi— della met… di noi. Ormai, per•, incalzava la calda estate calabrese; terminati insieme la contesa elettorale e l'anno scolastico, noi ragazzi tornavamo alle nostre passeggiate per il Corso, ribattezzato intanto col nome di Giuseppe Mazzini, ed organizzavamo gite per la vicina spiaggia di Catanzaro Marina. /:/Antonio PachŤ. di Francesco e di Teresa Rotella nato a Catanzaro l'11 settembre 1931 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1944/1945) Caro Preside, mi consenta anzitutto, pur non conoscendola di persona, d'indirizzarLe questa mia iniziando con ®Caro PresideŻ, il che mi d… l'immediata sensazione di conoscerLa gi… da tempo o meglio che il rapporto con il preside del mio Liceo, il "Galluppi", non si sia mai interrotto, nonostante il trascorrere di circa quattro decenni. In quegli anni era preside il prof. Giuseppe Fornari. Noi comunemente lo chiamavamo ®PeppinuzzoŻ, non con tono dispregiativo per•, come potrebbe sembrare, ma piuttosto con un indice di affetto, quasi per avvicinarci di pi— a lui, prima autorit… del Liceo. Ed i pi— bravi di noi, nell'imitarne la voce ed il dire, ne rifacevano perfettamente il verso con un parlare un po' soffiante ed aspirato, un po'... ®scilinguatoŻ. Non era calabrese e lo si capiva subito. Lo ricordo perfettamente, alto ed eretto, robusto, con i capelli completamente bianchi, gli occhialini sulla punta del naso o tenuti fra due dita; lo trovavamo immancabilmente all'ingresso ed all'uscita della scuola e gli sfilavamo tutti innanzi, ossequiandolo, mentre lui ci rispondeva sempre sorridente. Era difficile sorprenderlo in atteggiamento severo e teso: anche quando era adirato ed inarcava le sopracciglia, la sua espressione non riusciva mai a diventare burbera. Era cosŤ anche quando ci convocava in presidenza per un richiamo o, pi— raramente, una sospensione. Ho continuato ad informarmi di lui per diversi anni dopo aver conseguito la maturit… e quando ho appreso della sua morte me n'Š molto dispiaciuto. Š stato come se qualcosa della mia adolescenza fosse finita. Accanto al preside, ®Capo dell'IstitutoŻ, come lui stesso spesso amava definirsi, rivedo chiaramente le figure di due persone che, per noi studenti, rivestivano un ruolo molto importante e facevano, anche loro, parte dei nostri affetti: i bidelli: il signor Russo e la signora Rosina. Il mio ricordo del signor Russo Š un po' offuscato dal tempo. Lo rivedo comunque sempre distinto, in abito scuro, sempre con qualche carta in mano e, pi— che un bidello, aveva l'aspetto di un segretario. S'interessava sempre al nostro andamento in profitto, ci sgridava bonariamente e ci incoraggiava a studiare di pi— ; sua preoccupazione maggiore era di tenerci tranquilli nei cambi dei professori o quando uno di essi tardava a giungere. Molto pi— nitido Š il mio ricordo della signora Rosina: alta, slanciata, con i capelli raccolti sulla nuca e l'accento ®nordicoŻ. Era la confidente delle ragazze. Le proteggeva, e ci chiamava affettuosamente... ®ragazzacciŻ quando noi, nell'intervallo fra un'ora e l'altra, ci affollavamo sulla porta dell'aula per vederle passare e fare i nostri commenti su quelle pi— carine. Cose d'altri tempi che, penso, oggi non hanno pi— significato! Infine un ricordo del periodo bellico, quand'io ancora frequentavo il ginnasio, sempre al "Galluppi": i muretti ®antischeggiaŻ che erano stati innalzati nei corridoi della scuola e che ci costringevano a seguire un percorso obbligatoriamente tortuoso la cui utilit…, nella nostra mente di giovani proiettati nel futuro, rimaneva incomprensibile, nonostante le stranezze cui la guerra ci aveva abituati. Complimenti, signor Preside, per l'idea che ha avuto. Le ho scritto cosŤ di getto le prime cose che mi sono venute in mente dopo aver letto la Sua lettera. Tante, tantissime altre cose potrei dire sul "Galluppi": cinque anni trascorsi tra le mura sono lunghi se rapportati all'eta in cui sono stati vissuti ma io sono un medico non aduso a scrivere a lungo, ed altri ricordi eventualmente potr• raccontarglieli a voce, un giorno, se avr• modo, come spero, di conoscerLa di persona. Auguri per il Suo lavoro, ed un abbraccio ideale a tutti gli attuali studenti del "Galluppi". /:/Domenico Pudia. di Eugenio e di Elvira Canino nato a Sorbo San Basile il 24 dicembre 1931 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1946/1947) Illustrissimo Signor Preside accolgo il suo invito e mi accingo a rispondere nella speranza di portare un modesto contributo alla sua iniziativa. Avrei molti ricordi, lieti ed un po' meno, degli anni del "Galluppi", ma non mi pare interessante scendere nei particolari o attardarmi nell aneddotica. Preferisco tenermi sulle generali nel tentativo di fornire un quadro complessivo, sia pure schematico, del Liceo dei miei tempi, il pi— obbiettivo possibile. Sar… Lei a decidere della utilit… o validit… delle mie note ed a stabilire se e quali siano stati i cambiamenti da allora ad oggi. Mi muover• su tre direttrici l'insegnamento, il corpo docente, gli allievi. Sul primo punto devo segnalare deficienze vistose. Lunghe ore venivano dedicate ad inutili traduzioni di classici. Secondo me era un modo astratto di fornire ed apprendere notizie; non vi era discussione, non vi era attualizzazione dell'argomento, anche quando questo si prestava ad esperimenti di tale tipo, il metodo era generalizzato e riguardava tutte le discipline. Potrei fare una lunga serie di esempi di classici attualissimi anche oggi, ma la cui validit… universale non veniva non dico sottolineata, ma neanche segnalata. Me ne astengo per rispetto verso di Lei che queste cose conosce meglio di me. Sento comunque il bisogno di citarle il particolare della matematica, della quale mai nessuno ci spieg• le applicazioni pratiche, perch‚ nel discutere da adulti con altri colleghi, abbiamo scoperto di avere capito questa fondamentale disciplina, paradossalmente, dopo che siamo usciti dal liceo e quando abbiamo smesso di studiarla. Nelle altre discipline, alcuni autori erano decisamente banditi e la loro eliminazione (volontaria secondo me) ha lasciato profondissime lacune nella nostra formazione. Ho parlato di eliminazione ®volutaŻ perch‚ sono noti a tutti casi di insegnanti perseguitati per la violata consegna, a causa della loro fede nella libert… nell'insegnamento. La mia impressione Š che si trasmettesse istruzione, con le modalit… di cui sopra, ma non ®culturaŻ; che anzi, spesso, la superbia di appartenere alla futura classe dirigente, instillata forse anche in modo inconscio, recideva le radici culturali del giovane allievo con danni incalcolabili. Altro punto dolente era il corpo docente che per• non mi pare offrisse un quadro diverso dall'attuale: vi erano infatti insegnanti ottimi, altri al di sotto della mediocrit… ed altri addirittura di statura morale ed intellettuale infima. Gli allievi, di diversa estrazione sociale, appartenevano a tutte le categorie: dotati, mediocri, furbi, insignificanti. A me per la verit… gli studenti come classe sembrano sempre uguali, pur costituendo l'elemento pi— mutevole e fluttuante di ogni scuola in ogni tempo. Sono per• certo che Š una impressione errata perch‚ Š solo apparenza; la sostanza Š, e non potrebbe essere, diversa. Un ricordo amaro Š quello della discriminazione di cui erano sempre vittime gli allievi con minimo peso sociale o con minime aderenze. C'era chi poteva scegliere il corso e gli insegnanti e chi invece veniva, ineluttabilmente, relegato nella categoria dei numeri e dei separati. La selezione, durissima, non avveniva, purtroppo, sempre in danno dei peggiori. Ma l'amarezza Š ancora nulla in confronto al fatto terrorizzante dell'interrogazione, almeno per quanto mi riguarda: era sempre in agguato, inaspettata, sempre a sorpresa; il nome pronunciato dall'insegnante era come una mazzata. Per quanto riguarda i rapporti tra docenti e discenti non vi era alcun dialogo, con le dovute eccezioni, s'intende. Certamente per i pi— timidi il discorso della comunicabilit… era chiuso in partenza. Mi rendo conto di non avere offerto un quadro originale della vita scolastica perch‚ non vi era. Onestamente non posso escludere di essere stato, forse, non del tutto obbiettivo. Se Š cosŤ, se cosŤ lei ritiene, la prego di credere nella mia buona fede. Le posso assicurare, tra l'altro, che pur parlando ovviamente dal mio punto di vista devo ammettere di non avere mai avuto particolari problemi scolastici e quindi non v'Š nulla di personale nelle mie critiche. Lei ed i mille ragazzi dell'85 giudicherete quali e quanti cambiamenti siano avvenuti in questi anni. Io non sono in grado di stabilirlo. Noto soltanto con tristezza che si lotta ancora per le cose di oltre trent'anni fa, le aule, le attrezzature, i riscaldamenti. E che si fa per la riforma della scuola? Le risse governative hanno mai tentato di risolvere il problema? E la professionalit… degli insegnanti? Ha mai sentito parlare di elementi che optano per il superiore perch‚ ivi gli studenti scioperano di pi— e quindi pi— numerosi sono i giorni di vacanza? E gli organi collegiali dove sono? Di fronte a tanto squallore ed a tanto sfacelo che cosa dire ai ragazzi dell'85? Io dico: i responsabili, si fa per dire, della scuola credono di placare le loro cattive coscienze, di attenuare le loro pluridecennali inadempienze verso di voi con le promozioni facili, che non vi servono e non vi serviranno mai. Lottate per le riforme di struttura e ricordate che senza lotte (naturalmente civili, serie e responsabili) non otterrete mai nulla da una classe dirigente cinica, spregiudicata, opportunista e corrotta. Fatelo prima che vi contaminino e vi guastino definitivamente. Fatelo con fermezza, senza retorica e senza strumentalizzazione. Fatelo anche per i vostri fratelli minori. Questo dico ai mille ragazzi del "Galluppi" ed aggiungo di imparare a conoscere questo Illustre di cui la loro scuola porta il nome. Noi, nel liceo, nel mio liceo, non riuscimmo mai a conoscerlo. Che fosse uno di quelli messi all'indice? Illustre signor Preside, non mi ritenga lamentoso perch‚ le ho gi… spiegato che personalmente non ho particolari giorni neri da ricordare, almeno per quanto riguarda la scuola. Non mi giudichi pessimista perch‚ non lo sono: pessimista Š soltanto chi si Š arreso ed io non l'ho fatto mai. A lei voglio dire ancora con tristezza che i miei figli hanno respinto l'idea di entrare nel liceo classico con la motivazione che trattasi di scuola vecchia e superata dai tempi. Š una decisione che hanno preso da soli, che non ho mai ostacolato e che mi ha fatto sempre riflettere. Ragazzi come questi meritano una risposta che deve essere la riforma da anni elusa. Non siamo al passo con i tempi. Lo dicono i ragazzi che sono i padroni del presente e del futuro. I grandi non riescono a capire che negli ultimi cinquanta anni la vita dell'uomo Š cambiata pi— che nei precedenti diecimila. O non vogliono! Ma questo discorso non vale soltanto per il liceo classico, anche se questa scuola ha subito i guasti pi— evidenti in termini di degenerazione e di mancato sviluppo. Il fenomeno Š generalizzato e bisogna porvi rimedio subito perch‚ Š gi… tardi. Non so esattamente se sono rimasto nel tema e se ho risposto con aderenza alle sue sollecitazioni; mi auguro di sŤ. Mi chiede di autorizzarla a rendere eventualmente pubbliche queste mie note ed io l'autorizzo sempre che Lei ritenga ne valga la pena. Le invio i segni della mia stima anche per la lodevole iniziativa e cordialmente la saluto. /:/Antonio Giuditta. di Raffaele e di Venera Musumeci nato a Catanzaro il 19 marzo 1932 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946) Caro Preside, ho bisogno di fermarmi un momento e di pensare, con lo sguardo che attraversa i vetri della finestra, per recuperare le immagini e i sentimenti della mia vita di studente liceale. Š l'effetto del tempo che passa e dissolve le memorie, ma Š anche il risultato del mio coinvolgimento integrale con la vita di oggi e con le sue attivit…. Forse Š una triste considerazione questa, perch‚ anche allora la vita era ricca di coinvolgimenti e di problemi, sembrava racchiudere tutto, non lasciava spazio al distacco o all'esame dall'esterno: era la mia vita, cosŤ come lo Š quella di adesso. Eppure, di tutto quel travaglio, ora non restano che memorie difficili da inquadrare nella loro vera misura. Sar… quindi lo stesso della mia vita attuale? Tra non molto i dettagli del presente spariranno ed i ricordi pi— intensi si andranno affievolendo, nonostante sia proprio io il protagonista della mia vita. Certamente sar… cosŤ, ma non Š ironia riflettere che continuer• ad agitarmi e a farmi trascinare da quello che mi interessa, a dispetto di questi pensieri che sembrano sottolineare la sostanziale vanit… dei nostri coinvolgimenti. Non c'Š contraddizione, infatti. Ad ogni epoca il suo travaglio, sia essa la storia degli uomini, sia essa la storia del singolo. Non ci si pu• occupare seriamente del presente se si pensa troppo al passato. CosŤ il cammino di ognuno di noi somiglia a quello di una barca che lascia dietro di s‚ una scia vistosa e spumeggiante, destinata per• a confluire subito dopo nel mare di sempre. Ma Š proprio cosŤ? O la schiuma che solleviamo camminando Š soltanto l'aspetto pi— vistoso e magari a volte affascinante delle nostre vicende, ma non per questo il pi— durevole? Non c'Š proprio niente di altro che resta, oltre il nostro ricordo ed il ricordo degli altri che camminavano insieme a noi? Io sono convinto del contrario. Penso che ogni nostra azione, ogni pensiero, ogni movimento lasci una traccia che ci modifica, anche impercettibilmente, facendoci diversi o confermandoci in quello che gi… siamo. Le nostre esperienze diventano per cosŤ dire carne della nostra stessa carne, atteggiamento e predisposizione che si fondono nei nostri atteggiamenti e nelle nostre predisposizioni. Io credo in altre parole ad un nostro continuo ricrearci, ad una persistente riprogrammazione se volete, ad opera di quello che ci succede dentro, sia esso alla luce della coscienza o nell'ombra dei meccanismi del corpo. Non Š certo un processo di addizione o di sottrazione a cui mi riferisco, ma un meccanismo pi— complesso e necessario di integrazione sempre rinnovata che ci lascia unit… e mai mosaici disgregati, qualunque sia l'impatto del nuovo. Per fare un'analogia umanistica, Š come se ognuno di noi avesse il suo piccolo ma ben pi— efficiente Proust nascosto da qualche parte, un Proust non loquace ma chiuso come una sfinge, un Proust attento e tutto sommato implacabile. Per fare d'altra parte un'analogia in chiave moderna, Š come se ognuno di noi avesse al suo interno un calcolatore personale a cui nulla sfugge e che tutto pesa, integra e distribuisce per far sŤ che il passato sia fonte di vera esperienza per il futuro. Per questo non Š molto triste che si affievolisca il ricordo. Š pi— importante che non si affievolisca la vita e il desiderio di fare e di cercare. Quello che Š stato ci ha fatti quello che siamo, e noi siamo il miglior ricordo del nostro passato. Tuttavia in noi non c'Š soltanto un meccanismo oscuro di vita che ci sostiene e ci fa crescere. Fa parte della nostra natura sentire il desiderio di allungare lo sguardo su quella nostra scia per scoprirne le origini o per lo meno per ritrovare, anche per un momento, gli stati d'animo e le tensioni di un tempo. C'Š molta tenerezza in questo andare indietro. Ritornano alla mente i sogni di una volta ed i proponimenti, ed Š inevitabile che faccia capolino il paragone tra quello che si voleva e quello che si Š riusciti a realizzare. I conti possono non tornare o tornare solo in parte. Dipende dalle ambizioni iniziali, da qualche impostazione sbagliata che il piccolo Proust interno non Š riuscito a correggere, dipende anche dalla fortuna e dall'ambiente in cui ci si Š trovati. Certo ognuno parte come una forza buona. Allora, la guerra era appena finita, vissuta da qualcuno dei giovani in modo drammatico, ma tutto sommato come se fosse stata un gioco messo in atto per dar fuoco a mille inventive e permettere interessanti esperienze. Sono soprattutto gli adulti che prendono le cose veramente sul serio e fanno da scudo ai pi— giovani. La fiducia e l'alacrit… dei ragazzi sono difficilmente scalfite dagli avvenimenti, anche da quelli che li toccano da vicino. Il senso ®veroŻ delle cose viene poi, con gli anni, quando ci si rende conto che il male pu• giungere a lambirti e che esso Š fatto quasi sempre dagli uomini ad altri uomini. Dopo la guerra, la societ… si riprendeva lentamente senza immaginare quanto sarebbe cambiata di lŤ a poco. Le regole di prima erano tuttora valide, ineccepibili, immortali, fondate sulla tradizione e sul rispetto dei tempi andati. Andare a scuola faceva parte di quelle regole ed era la cosa pi— naturale del mondo, come rispettare i professori, avere amici e fare ogni sera interminabili passeggiate avanti e indietro sulla via principale della citt…. Ci si incontrava in molti la sera, si parlava di tanti argomenti, si squadravano ad ogni incontro le ragazze che camminavano per conto loro, si definivano gli interessi, si compivano le prime scelte, si paragonavano i modelli di comportamento presi a prestito dalle letture e dai contatti coi compagni e col mondo dei grandi. Ricordo che nella scuola media lo studio dell'Iliade aveva fornito a molti di noi lo spunto per identificarci con qualcuno di quegli eroi, a cui ci si sforzava di somigliare e per cui si faceva il tifo, come per la squadra del cuore. Il mio era Diomede, non ricordo pi— perch‚. Forse, per ricordarlo dovrei rileggere l'Iliade, cosa che mi farebbe certamente bene ma che non Š probabile avvenga nell'immediato futuro. A quei tempi ero anche tifoso della Juventus, ma mi erano presto venute a noia certe interminabili discussioni sui meriti di questa o di quella squadra di calcio e naturalmente dei vari giocatori. Esse mi sembravano del tutto sproporzionate alla rilevanza che il gioco del calcio avrebbe dovuto avere nella vita di un individuo. Almeno, io e qualche altro la pensavamo cosŤ. Ed avevamo gi… in mente un certo modello di uomo a cui volevamo somigliare. Le influenze maggiori, allora, erano colorate di umanesimo. L'ideale quindi non era diventare manager o scienziato, ma uomo di grande cultura, soprattutto in arte e letteratura, capace di scrivere bene e di capire a fondo filosofia e storia. In qualche misura si valorizzava l'erudizione. Io condividevo questo atteggiamento fino a un certo punto. Sapevo scrivere meno bene di altri, non avevo letto tanti libri come alcuni di loro, ma mi dilettava l'introspezione, il cercare di capire le molteplici sfaccettature dei miei stati d'animo, influenzato in ci• da un precoce amore per la psicoanalisi. A ripensarci, quell'amore non nasceva a caso. Piano piano, infatti, le mie letture e l'esperienza meno ricca ma pi— diretta della vita mi avevano convinto che al centro di tutte le vicende umane bisognava collocare lo spirito e che ad esso, cioŠ alla sua definizione e conoscenza, valeva la pena di dedicare tutte le energie disponibili. Ricordo una volta l'esaltazione che mi prese pensando che la storia dell'uomo poteva essere scritta come evoluzione di atteggiamenti e disposizioni dell'uomo nei riguardi dell'uomo e del resto del mondo. Era una storia dello spirito che volevo si realizzasse, non so bene in che forma, ma certamente per andare alla sostanza delle cose. Mi era anche passato per la mente che toccasse a me cominciare a scrivere, cosa che naturalmente non avvenne. Nutrito di queste idee non avevo molta propensione e neanche molta stima per l'erudizione fine a se stessa, con la sua inevitabile esibizione di robuste doti di memoria. Piuttosto, nonostante le perverse suggestioni che ci venivano involontariamente somministrate da qualche insegnante, la cultura aveva cominciato ad apparirmi come qualcosa di vivo, qualcosa che altri uomini avevano costruito con inventiva e sforzo, qualcosa che naturalmente bisognava conoscere ma da cui non bisognava lasciarsi sopraffare. Mi sembrava chiaro che ciascun uomo avesse quasi il dovere di controllare la bont… di quelle costruzioni, di verificare la loro aderenza al reale e nell'ambito delle sue possibilit…, di continuare a costruire nel campo dei suoi interessi. Con questo fondo di speranza e di determinazione, ma anche con una certa angoscia per un fallimento che consideravo pi— che possibile, mi ero deciso a intraprendere lo studio della medicina e delle malattie mentali. Volevo diventare psichiatra, perch‚ la medicina mi pareva la strada migliore per conoscere quanto si sapeva sull'uomo e anche perch‚ il trafficare con l'oscurit… di quelle malattie mi avrebbe avvicinato, cosŤ ritenevo, alle sorgenti misteriose dell'anima umana. Le cose non andarono precisamente per quel verso, ma neanche per una strada sostanzialmente diversa. Facendo dei conti grossolani si potrebbe perfino dire che le variazioni di programma hanno portato pi— bene che male. /:/Annibale Ventrici. di Francesco e di Concetta Elia nato a Catanzaro il 6 aprile 1932 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946) Caro Ezio, Š passato un bel po' di tempo da quando ho avuto la tua ®circolareŻ con la quale chiedi, a noi che fummo, ricordi, fatti e testimonianze d'epoca. La richiesta, ti confesso, mi ha colpito ed allettato anche perch‚, come dici, dai nostri ricordi gli studenti di oggi dovrebbero trarre modelli di vita e di professionalit…. E, quindi, mi sono sorpreso ad accarezzare, ignobilmente, la tentazione di esaltare, a mio vantaggio, la diversit… tra allora ed ora. Quale piacevole sensazione poter affermare, ricordando, e su richiesta formale del Sig. Preside, ®Oh! ai miei tempiŻ. E sono tornato indietro, pi— volte, a cercare nei ricordi le prove della superiorit… o, almeno, della diversit…. Ma gli avvenimenti, gli entusiasmi e le delusioni, le angosce e le gioie, le risate e le ire di quel tempo mi appaiono confusi in un unico tempo, come sogni fatti di musica e colori che, al mattino, non possono essere descritti, e dei quali resta un senso di dolorosa felicit…. Oggi, come per un esorcismo, ho preso a rileggere, con attenzione, la mia pagella della maturit…. Primo trimestre: cinque in condotta! Ed ecco che si mettono a fuoco, nitidi e netti, alcuni avvenimenti che possono avere un significato e - perch‚ no? - una morale. Bene: stammi a sentire. La storia non Š lunga: credo di essere stato la prima vittima della ritrovata libert… di stampa della citt…! Io sono stato al liceo "Galluppi" tra la fine degli anni '40 e gli inizi degli anni '50. La fine della Guerra aveva lasciato un enorme senso di sollievo per un'angoscia finalmente superata, che dava a tutti, e noi ragazzi ne eravamo i pi— partecipi, una rinnovata ansia di vita. Ma erano anche anni di grandi contrasti: il fascismo politico sembrava finito, ma tutto intorno se ne avvertiva una sostanziale presenza. Alcuni di noi colsero il significato dell'evoluzione culturale e sociale che derivava dal contrapporsi delle diversit… d'opinione. Partecipammo con ingenuo entusiasmo, non per idealit… partitiche, ma come per una naturale prosecuzione dei modelli letterari e filosofici che andavamo studiando: ®libert… va cercando ch'Š sŤ cara...Ż Personalmente, poi, ritrovavo tra i sollecitatori della mia formazione culturale ed intellettuale i vari aspetti positivi che una reale analisi critica deve considerare. Le figure pi— incisive si ricompongono in una ideale galleria: Livio Cancellieri, Abigaille Giglio, Salvatore Morello, Giovanni Mastroianni... Tutti maestri in cui riconoscersi, che si offrivano con assoluta onest… intellettuale; ognuno depositario e portatore di un aspetto della verit…, presentato anche in maniera diversificata in funzione della propria personalit…: chi liberale, colto, sereno e puntiglioso; chi radicale, appassionato ed entusiasta ma insieme dissacrante con la battuta dialettale sempre pronta; chi positivo, concreto, con un tocco elegante, moderno e finto nostalgico; chi analitico, razionale eppure romantico, proiettato con lucidit… verso il rinnovamento. Accadeva, quindi, che lo stesso fatto, non importa se storico, letterario o di attualit…, ci venisse presentato sotto varie angolazioni e si prestasse, quindi, a diverse considerazioni e conclusioni: come Š giusto e necessario in una palestra di formazione puramente culturale qual Š il liceo classico. La cultura non pu• portare a certezze assolute sui fatti umani, ma alla considerazione che di essi possano coesistere diverse interpretazioni, purch‚ onestamente supportate. In questo contesto, ritenemmo naturale far sentire anche la nostra opinione: fondammo cosŤ il giornale del liceo. Il nostro ®direttoreŻ era Renato Mantelli, che ha poi continuato, nella vita, a sviluppare la sua vocazione. Non avevamo un programma o una linea precisa; l'importante era per noi poterci esprimere sui temi pi— vari. Il direttore mi affid• una rubrica fissa ®QuadranteŻ in cui trattare, con tono leggero ed inflessioni umoristico-satiriche, fatti e fatterelli di varia attualit…. Inoltre, ebbi l'incarico di tracciare, pi— o meno con le stesse caratteristiche, profili di personaggi che presentassero qualche aspetto peculiare. E vennero, cosŤ, alla luce i profili del professore che si portava a scuola in bicicletta, di quello che quando spiegava si sbracciava agitandosi e contorcendosi sulla cattedra e... qualche altro sullo stesso motivo. A me pareva che fossero affettuose caratterizzazioni di aspetti, tutto sommato, gradevoli. Non fu dello stesso parere la Scuola: le Istituzioni erano in pericolo! L'istituzione ®professoreŻ veniva minata nel suo decoro! E cosŤ vi fu la riunione del Collegio dei Docenti, il processo, la condanna... senza nemmeno sentire l'imputato. Soltanto i miei buoni precedenti mi consentirono di avere appena quindici giorni di sospensione. Il giornale cess•. E io, che tanto amore e stima avevo per la mia scuola e per i miei professori, cominciai a riflettere su come e perch‚ da un consesso di uomini di cultura e di assoluta libert… intellettuale potesse venir fuori tanto conformismo. Poi vennero gli esami, l'universit…, il lavoro, la famiglia. Oggi, come tu dici, i ragazzi protestano perch‚ al loro liceo mancano tante cose (biblioteca, auditorium, laboratori...), ma aggiungi ®io credo che manchi ancora qualcosaŻ. Sono d'accordo con te: ai ragazzi, ora come allora, manca ancora la possibilit… di esprimersi ma viene, in pi— , concessa quella di protestare. Ai miei tempi la ®celereŻ, metteva rapidamente a posto tutte le proteste. Una morale? No, meglio un auspicio: che tutti i giovani che via via si succedono sui banchi di questo liceo mantengano sempre la volont… e la capacit… di esprimersi e non cessino mai di interrogarsi su come e perch‚ una societ… di uomini liberi esprima ancora tanta violenza, tanta arroganza, tanto amore per il potere. Cordialmente tuo /:/Domenico Porcelli. di Filippo e di Maria Concetta De Pino nato a Soriano Calabro il 19 luglio 1932 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946) Ogni mattina passo davanti al Liceo Classico, presso a poco quando si avvicina l'ora dell'entrata, e mi confondo tra la moltitudine di studenti rumoreggianti che si accalcano. Talvolta, in orario diverso, vedo i loro visi alle finestre, con lo sguardo illanguidito dal desiderio necessariamente represso di essere altrove e di partecipare alla libert… dell'esterno. I locali non sono pi— gli stessi: la mia memoria torna alla struttura del vecchio convento dei Gesuiti dove era allogato il Liceo-Ginnasio di corso Mazzini e vi torna perch‚ quella che avrebbe dovuto essere la mia migliore et… si Š consumata in quelle aule buie, in quei corridoi che mi sembravano enormi, nei calcinacci delle inesauribili opere di ristrutturazione e di manutenzione, che trovai iniziate e lasciai incompiute. Mi sembra, tuttavia, di riconoscermi in quei giovani che, come me quando avevo la loro et…, aspettano che suoni la campanella dell'entrata. Era il capo bidello Russo, ai miei tempi, che dava quel segno a cui ci sottomettevamo anche noi senza entusiasmo e mi chiedo chi sia ora a scandire alla stessa maniera quel segnale del tempo, che batteva anche i ritmi della nostra giovinezza. Mi sembra di riconoscermi nella ineludibile contraddizione di questa giovinezza piena di fremiti protesi al domani, ma che per raggiungerlo distrugge se stessa nello studio e sui banchi. Mi sembra di riconoscermi nella loro spensieratezza, nella loro allegria, nelle arie scanzonate e spesso provocatorie, che anche ai miei tempi mascheravano sovente l'insicurezza di personalit… in crescita. Vedo all'esterno del liceo pi— ragazze di quante ce ne fossero ai miei tempi. Noto tra ragazzi e ragazze una colleganza ed una amicizia che a noi sono state precluse, perch‚ ®non stava beneŻ che ci intrattenessimo insieme. Le ragazze entravano da un ingresso, i ragazzi da un altro e solo quando suonava la campanella e ci riceveva il preside, alto, grigio, severo, circondato dai professori che ci accompagnavano in classe. E cosŤ le vedevamo passare, scambiavamo un saluto, un segno di intesa quando ci univa un sentimento di amore, le ritrovavamo tra i banchi: le donne da una parte ed i maschi dall'altra. E pensando alla libert… di oggi, mi rammarico perch‚ il tempo della mia giovinezza ci ha defraudato anche di questo. Perch‚ noi, quelli della mia generazione, a pensarci bene, la giovinezza non la abbiamo avuta: al pi— , e nonostante tutto, abbiamo avuto sprazzi di giovinezza, abbiamo sentito alitare nell'aria il suo profumo. Certo, anche noi abbiamo riso, cantato, giocato: ma la giovinezza - che non Š un dato anagrafico ma una stagione del cuore - a noi non Š stata interamente concessa. La mia Š stata la generazione della guerra e, peggio, del dopoguerra. I sogni di grandezza della Patria, di superiorit… del nostro destino, di invincibilit… - che ci avevano instillato sin dall'infanzia - crollarono di schianto, annientati dallo sgomento della sconfitta. Una generazione che non ha saputo esprimere slanci ideali autentici - che sono la espressione e la forza della giovinezza - perch‚ quella stagione del cuore fu immeschinita e turbata da diversi sentimenti e necessit… materiali: paura per l'incolumit… fisica, preoccupazioni per il domani e per chi stava lontano e ancora non tornava, privazioni, sacrifici. Perch‚ eravamo malnutriti e malvestiti, perch‚ con la razione della tessera annonaria sopravvivevamo, ma fu peggio dopo, quando dovemmo confrontarci con il mercato nero in una economia tornata quasi alle leggi del baratto. Per anni mia madre - come certamente tutte le mamme - non mangi• pane. Ci diceva che non le piaceva e quella spiegazione ci appagava. Solo da grande compresi —e mi commuovo ancora - che non ne mangiava perch‚ divideva la sua razione ai figli. Eppure anche una condizione, che pareva accomunare tutti in un unico denominatore, riusciva ancora ad esprimere gli ultimi bagliori di una albagia di classe che rifiutava di confrontarsi con la realt… e la mentalit… nuove, che la guerra e la sconfitta avevano prepotentemente fatto emergere. Il Liceo Classico era considerato una scuola di elite e non faceva nulla per smentire tale fama, perch‚ solo a malincuore si apriva a chi non condivideva tale provenienza dal ceto elitario. Vi erano tre sezioni: la sezione B femminile, la sezione A, dove erano concentrati i figli delle persone abbienti e dei notabili cittadini, e la sezione C in cui erano relegati gli altri: i figli di chi non contava, i ripetenti, quelli che venivano dai paesi e che erano espressione, appunto, delle nuove classi sociali che si affacciavano alla storia. Le sezioni A e B avevano i professori pi— bravi —o, quanto meno, pi— noti anche se talvolta per fama usurpata - la sezione C accoglieva gli sconosciuti, gli avventizi, i reduci che, spesso, pi— che conoscerlo, il latino e il greco lo balbettavano. Le sezioni A e B avevano le aule migliori vicino alla presidenza, la sezione C faceva i turni pomeridiani quando le aule non bastavano. Io, per chi sa mai quali motivi, ero stato ammesso al privilegio di frequentare il ginnasio nella sezione A e fu consequenziale che per il primo anno di liceo venissi iscritto nella stessa sezione. Bench‚ sia passato tanto tempo, mi brucia ancora ci• che mi colpŤ come uno schiaffo, che avvertii come la pi— grande delle mortificazioni: il trasferimento di ufficio alla sezione C per il motivo, neanche tanto velato, che dovevo cedere il posto al figlio di un personaggio in vista, trasferitosi da poco a Catanzaro. Mi sentii degradato alla condizione di paria, ma questo sentimento dur• fino a che non conobbi ed apprezzai i miei nuovi compagni, che furono per me esempio e stimolo. Š facile emergere quando si ha la sicurezza di qualcuno che ti tiene per mano e ti spiana la strada. Ma Š eroico riuscirci quando si Š soli e si manca di tutto. Ricordo un mio compagno della sezione C - bravissimo in una classe di bravi - il cui padre era lavorante in un panificio e tutta la famiglia abitava in un basso, dove si vedevano solo letti. Egli, rannicchiato su un lettuccio, riusciva a studiare - e come studiava —e faceva lezioni private per contribuire a far quadrare il bilancio familiare. Ora Š primario in un grande ospedale del nord Italia e non ne faccio il nome perch‚ non so se in lui prevalga un sentimento di rigetto del ricordo di quegli anni duri o piuttosto l'orgoglio di averli vissuti. Ricordo un altro compagno della stessa classe, oggi primario ospedaliero anch'egli, che era arrivato da poco da un paese della provincia e abitava con la famiglia in locali angusti: era costretto ad uscire di casa e interrompere lo studio ogni qualvolta la madre, che era sarta, riceveva qualche cliente. E ricordo i tanti altri, in una commossa carrellata della memoria, venuti dai paesi anch'essi, che abitavano in camere ammobiliate prive di ogni confort e mangiavano per settimane intere, a pranzo e cena, come unici alimenti, pane di casa, castagne infornate e salsicce: e proseguirono per la loro strada con la determinazione di chi ha una meta da raggiungere, perch‚, oltre a tutto, non potevano ripagare, che raggiungendola, i sacrifici fatti da chi consentiva loro di avere quelle possibilit… di crescita sociale. E quella discriminazione di classi, non avendo altra possibilita di espressione, si manifestava in una accesa e inestinguibile rivalit… calcistica. Noi della C disponevamo del campo del ®BersaglioŻ alla Fiumarella, perch‚ Tot• Mazzacoco, che abitava in pensione e non doveva dare conto a familiari apprensivi, alle cinque del mattino andava ad occuparlo e quella presa di possesso, per antica consuetudine universalmente accettata, non poteva essere contestata. Quelli della A avevano il pallone: magari era vecchio e fatto pi— di toppe che di cuoio, ma sempre pallone era. Le nostre partite non duravano novanta minuti: erano duelli all'ultimo sangue e guai a chi sbagliava e consentiva all'altra squadra di vincere! E vincevamo quasi sempre noi o, almeno, Š questa la verit… che mi rimane dopo il filtro del tempo e della memoria. Ma la rivincita pi— bella la ottenemmo alla licenza liceale, quando noi i paria, noi gli emarginati, noi che per ragioni di condotta rischiavamo in blocco di non essere ammessi agli esami, avemmo l'orgoglio di tenere alto il nome del liceo. Perch‚ noi della gloriosa terza C fummo in diciassette ad essere promossi alla prima sessione, contro le due ragazze della B e l'unico della A. Dicevo, pero, che eravamo una scuola povera ed era questa una verit… inconfutabile. Il primo segnale di tale stato lo dava il preside, pur nella sua autorit… che nessuno allora osava disconoscere: e lo dava con il rumore dei suoi salvatacchi. Perch‚ scarpe non ce ne erano e non vi era cuoio per risuolarle, e, quindi, per non consumarle, punte e tacchi venivano muniti di puntali di ferro che erano ovviamente rumorosi e pi— rumorosi diventavano quando i chiodi di fissaggio si consumavano e perdevano aderenza. E l'avvicinarsi del preside era, provvidenzialmente, preannunziato dal rumore dei suoi inconfondibili salvatacchi, sempre consumati. E quel preavviso sonoro era particolarmente gradito al nostro professore di storia dell'arte, grande nella bravura ma anche nella bont… che, non riuscendo a controllare la nostra esuberanza, non trovava partito migliore che mettersi sull'uscio a far da palo, per controllare che non arrivasse il preside. Ricordo che quando, in tempi in qualche modo migliori, il preside dismise i salvatacchi, su un giornalino scolastico, tirato con tanto entusiasmo e tanta fatica in ciclostile, offrimmo una lauta mancia a chi li avesse ritrovati. Ed erano poveri i banchi: rottami di magazzino rabberciati alla meglio, sui cui pianali erano incisi e stratificati i graffiti di generazioni di studenti. Ricordo che, quando mi tocc• il turno pomeridiano, altri graffiti incisi pure io per comunicare con la ragazza che occupava quel banco di mattina e ritrovavo puntualmente i graffiti della risposta. Ed erano poveri i nostri abbigliamenti. I pantaloni lunghi oggi sono un indumento d'uso sin dall'infanzia. Ai miei tempi erano una conquista, che si poteva realizzare non prima del secondo o terzo liceo: ma era sorte comune e nessuno poteva avere motivo per farsene meraviglia. I miei primi pantaloni lunghi li indossai al terzo liceo ed erano formati da tre pantaloni corti della stessa stoffa ricuciti insieme. Un giorno doveva venire in visita al liceo un ministro, mi pare della pubblica istruzione, che era catanzarese. Il preside fece il giro delle classi per raccomandare agli alunni di presentarsi ben vestiti per l'occasione. E qualche bello spirito, l'indomani, si present• con il tight del nonno, riesumato dalla soffitta, suscitando l'ilarit… di tutti e dello stesso ministro quando gli fu spiegato il perch‚ di quell'abbigliamento. Ed espressione della povert… dei tempi era la bidella Rosina, alta, allampanata, settentrionale trapiantata chi sa per quali vicissitudini nella nostra terra, sempre speranzosa, ma altrettante volte delusa, di ottenere da noi studenti, per le feste o per la promozione, una mancia che non eravamo in grado di darle. Ed era manifestazione di povert… anche la sigaretta, l'unica di cui riuscivamo a disporre, e che fumavamo insieme nel gabinetto nei cinque minuti di intervallo, facendola girare per l'unica boccata consentita a turno e che sfruttavamo fino all'inverosimile, infilando nella cicca uno spillo per non ustionarci le dita. Dividevamo tutto, perch‚ la pi— assoluta solidariet… esprimeva la purezza dei nostri cuori ed un tradimento a questa reciprocit… di rapporti, ancora oggi, a distanza di tanti anni, mi fa guardare con diffidenza due compagni di quegli anni, che pure sono oggi affermati professionisti ed addirittura medici entrambi, per una qual legge del contrappasso. Era successo che uno dei due, spalleggiato dall'altro, si present• in classe, teso e disperato dicendoci che aveva contratto una malattia venerea, che non osava chiedere l'aiuto dei familiari, che non aveva i soldi per curarsi. La sua preoccupazione divent• angoscia di tutti, che ci facemmo in quattro, aggiungendo privazione a privazioni, per raggranellare la somma necessaria per medico e medicine. Quando scoprimmo, per•, che era tutta una messa in scena fraudolenta, non avemmo bisogno di intese per scagliarci loro addosso, come un solo uomo, per infliggere la meritata punizione. Ma pi— povere ancora erano le passeggiate scolastiche: le donne dirette a Siano, i maschi per la vecchia nazionale per Tiriolo a giocare a pallone. Ci incolonnavamo, professori in testa, uomini e donne ognuno per la sua strada. E non c'era volta che i professori addetti alla sorvcglianza dei maschi non si ritrovassero soli al primo cantone. E ci inseguivano e ci raggiungevano trafelati per la strada di Siano, dove ci eravamo ricongiunti con le nostre compagne. Ed erano rimbrotti, minacce, rappresaglie, voti bassi in condotta. Ma era ormai una costante che si rinnovava ogni volta e, in fondo in fondo, credo che gli stessi professori sarebbero rimasti delusi se non avessimo ripetuto la nostra fuga. Parigi, Londra, Atene? per noi erano solo puntini sulla carta geografica, entit… irraggiungibili, non certo meta di gite, come oggi. Villaggio Mancuso sŤ: fu quello l'orizzonte di maggior respiro che ci fu dato raggiungere quando, per intercessione di non so chi, furono messi a disposizione del liceo alcuni camions. Erano camions scoperti su cui non era possibile neanche sedersi: la strada era tortuosa e dissestata e, ad ogni curva, si aveva la sensazione di poter precipitare nel vuoto: partimmo abbastanza presto e faceva freddo. Ma eravamo ricchi della nostra giovinezza che scaldava, ci accomunava il miraggio di una meta pi— lontana che schiudeva orizzonti pi— aperti. Le canzoni che sgorgavano dal nostro cuore erano voci di ottimismo nel presagio di un futuro migliore e, forse, anche di tristezza per un anno scolastico che si chiudeva, per i compagni che si lasciavano, per una fase della nostra vita che si concludeva. E il tutto finiva alla sera, prima del rientro, con la quadriglia che comandava il professore Morello nel salone dell'Albergo delle Fate, a cui partecipavamo tutti inebbriati, con un senso di esaltazione ma anche di languore. Ora io vedo i ragazzi di oggi, ne scruto ogni mossa, mi sforzo di intuirne i sentimenti e le aspirazioni ma, se analizzo il tutto, mi confronto ogni volta con qualcosa che io non ho avuto. Cerco solo di immaginare che essi siano quello che io avrei voluto essere e non sono stato. Tristezza? e chi ha detto che il mio bilancio Š in rosso? quegli anni mi hanno dato la compagna della mia vita e un legame che non poteva essere pi— bello: e non per niente, anche lei era una studentessa del Liceo! /:/Augusto Placanica. di Umberto e di Concetta Cinnante nato a Catanzaro il 20 settembre 1932 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946) Amarezza e trasgressione Fui iscritto alla IV classe ginnasiale del liceo "Galluppi" per l'anno scolastico 1945-46, e incardinato nella sezione C. A quel tempo, di licei classici, a Catanzaro, ce n'era sempre uno solo, ma con poche sezioni: queste ultime, per•, erano assai chiaramente caratterizzate. La sezione A (prevalentemente maschile) accoglieva i figli della buona borghesia di Catanzaro, e in essa vi insegnavano, per tradizione, i professori ritenuti pi— valorosi (anche se, per le circostanze del confuso dopoguerra, ancor vive e pesanti, non mancavano incursioni episodiche di docenti assai meno affidabili). La vecchia borghesia delle professioni e della possidenza si aspettava molto da una preparazione adeguata dei propri figli, e i genitori seguivano con trepidazione gli spostamenti dei professori, e s'impostavano strategie di lungo periodo, con pressioni pi— o meno efficaci sulle autorit… scolastiche, ffinch‚ il massimo di concentrazione di buoni docenti privilegiasse la sezione A. La sezione B, femminile, era chiamata a fare il paio con la A. Non Š che, per•, nel variegato esercito degli studenti dell'A, in questa sorta di centuria privilegiata, non s'inserissero elementi della media e piccola borghesia: si trattava dei figli di quelle famiglie di livello pi— modesto, ma catanzaresi anch'esse, che usavano spendere tempo, energia e fantasia per ottenere ai propri figli sia l'apprendistato sotto buoni docenti, sia la frequentazione di compagni ®per beneŻ (secondo l'antico, e mai smentito, adagio delle nostre mamme: ®Va' ccu 'i megghiu 'e tia e p…gaci i spisiŻ). Per il valore dei docenti, per la buona estrazione sociale degli alunni, per la fissit… e l'attaccamento al lavoro - anche rigoroso e intollerante —da parte di professori che potevano fregiarsi della docenza nella sezione A, questa sezione (e un po' anche la B) erano il meglio del "Galluppi" (o si presumeva che fossero il meglio). La C era la terza e l'ultima sezione (la D venne qualche tempo dopo, la E solo negli anni Cinquanta). Vi insegnavano professori giovani - pi— buoni o meno buoni - che non risultassero gi… da lungo tempo ben collaudati, e quindi non ancora promossi all'esame dell'opinione pubblica, che contava assai in citt…. In questa sezione trovavano posto, per una parte, i figli della piccola e media borghesia catanzarese, e, in genere, i figli di famiglie non eccessivamente preoccupate dell'immediato destino (o successo) scolastico dei propri rampolli: figli di impiegati, di artigiani, di piccoli professionisti. Una buona porzione degli alunni della C, per•, era costituita da provinciali: in genere abitavano precariamente o presso parenti dimoranti in citt… o, pi— spesso ancora, in piccole stanze a pensione, in piccole e sacrificate case del centro storico, dei vicoletti del corso ecc. Piccole stanze disadorne, quelle dei miei piccoli amici e compagni, con armadi e letti che si tenevano su per miracolo, con poche sedie impagliate e alcune grosse valigie lasciate per terra, da cui occhieggiavano - e l'odore se ne spargeva greve nella stanza - calzini, maglie, maglioni, ®pezzeŻ di formaggio, ®stocchiŻ di salame, forme enormi di pane casereccio. A me quel tanfo dava fastidio, e mi sembrava che ®tenesse ancor del monte e del macignoŻ, quando andavo a trovare qualcuno di questi compagni paesani. Non potevo capire, allora, quanto sacrificio ci stesse, dietro a quei pani e formaggi e valigie: e, quanto amorosamente, oscure mamme di oscuri paesi avessero preparato quel bagaglio e quei vestiti per i loro figli partiti all'avventura cittadinesca: ragazzi tozzi e rozzi e impacciati, ma con due pomelli rossi in viso e con una testardaggine, e con certi muscoli violentemente esibiti all'occorrenza, che mettevano paura. C'era qualcosa, in questi miei compagni di paese, che li rendeva - al contempo - migliori e diversi. Erano taciturni, e ostinatamente disciplinati, studiosi e assidui, senza brillare ma senza demeriti. Come tutti quelli che sono - e purtroppo si sentono - estranei, erano sempre sulla difensiva: non erano nemmeno permalosi, forse, ma gelosissimi della loro dignit…, questo sŤ: e ogni volta che volessero rintuzzare la facile invadenza di qualcuno di noi, per prima cosa contrattaccavano rispondendo nel loro pi— puro dialetto, quasi fosse, tutt'insieme, uno scudo, un'arma d'offesa e una consacrazione rituale. E, quando eravamo fuori, a fare a pugni, o ancor pi— , a sassate, lanciandoci violentemente addosso (e con un'irresponsabilit… che oggi mi lascia esterrefatto) grosse pietre (®mazzacaniŻ), bŠ, era certo che ne uscivano vincenti. Allora, diversamente da oggi, l'amicizia tra compagni si cementava in questi giuochi terribilmente rudi e aggressivi, e la Villa e Pratica e Rione Milano erano teatro di duelli, scontri e scazzottature da levare il pelo. Poi, pi— amici di prima. In questa forma di iniziazione, i buoni provinciali difficilmente restavano secondi: dimostrata la forza, era facile andare d'amore e d'accordo. La citt… era conquistata. In quegli anni, a ben pensare, si metteva in movimento, con velocit… mai fino ad allora conosciuta, quel processo di integrazione e di inurbamento che avrebbe contraddistinto i decenni successivi. Quei giovani paesani erano le prime pattuglie della futura invasione: per me che venivo dalla media "Mazzini" (una scuola media tutta ®catanzaresŻ allogata all'ultimo piano dello stesso edificio del "Galluppi", a contatto immediato coi locali dell'omonimo Convitto Nazionale), fu una bella scoperta venire a conoscere i nomi di paesi calabresi ignoti e figure sociali tra le meno pensabili. A quei tempi, all'inizio dell'anno, i professori di classe - cioŠ quelli di italiano, latino, greco, storia e geografia - dovevano accertare la presenza degl'iscritti e, uno per uno, col giornale di classe in mano, invitarli a declinare coram populo le proprie generalit… complete: padre, madre, data e luogo di nascita, e finanche l'attivit… lavorativa del padre (domanda crudele per non pochi costretti a rivelare mestieri umili). Quel giorno di inizio d'anno al IV ginnasio, uno degli alunni interpellati, un MuzzŤ, disse d'esser nato ad Am…roni (dove mai poteva trovarsi? mi domandavo io) e, alla precisa richiesta dell'insegnante circa il mestiere del padre, rispose con alterezza: ®Costruisce orologi da torre!Ż. Rimasi ammirato. Com'era grande il mondo! Sentii che ora, con gente cosŤ diversa (Am…roni! orologi da torre!), io mi trovavo in una dimensione pi— grande di quella lasciatami dietro pochi mesi prima: solo pochi compagni erano rimasti delle classi precedenti: Franco Critelli, Gaetano Sanzi, Elio Pelaggi, qualche altro che ora non ricordo. Sanzi era fra i primi, Critelli il primo. E io? No: io non ero bravo. Io credo che, ancor oggi, il risultato scolastico (intendo ®il votoŻ) abbia un grande valore ai fini dell'idea che un ragazzo si fa di se stesso. Ma allora, quando la vita di un quattordici-diciottenne si svolgeva tra casa, strada e scuola, senza altri interessi o punti di riferimento, questo valore era ingigantito e reso esclusivo. Per un voto in pi— o in meno - proprio o altrui - il ragazzo e la famiglia facevano una malattia o facevano una festa, ma pi— spesso la prima che la seconda. Io, purtroppo, non ero tra i migliori - se non per l'italiano scritto - n‚ la mia famiglia vi faceva gran caso. Ricordo che, ai primi giorni del IV ginnasio, la professoressa di lettere, giovanissima ancora, un po' inesperta ma instancabile ed assai esigente e orgogliosa (la povera Nicolina Cortese Siciliano, tragicamente scomparsa poco tempo fa), avendo saggiato soltanto il mio valore nei temi d'italiano, mise a studiare con me il fratello, Mario Cortese, a cui ero attaccato da simpatia (e da un comune atteggiamento di allegra ironia verso i compagni di classe); ma subito dovette correre ai ripari. In realt… io studiavo poco o niente, perdevo il tempo in altri interessi e finanche andavo frequentando i comizi pro o contro la monarchia per l'imminente referendum istituzionale (con Mario - ricordo - andammo a un affollatissimo comizio di Lucifero, a Piazza dei Caduti). Mario, dunque, non venne pi— a studiare con me: primo di una breve serie di tentativi di studio in comune - lungo gli anni del ginnasio e del liceo -, sempre rapidamente abortiti per legittima insoddisfazione degli altri verso di me. C'era in me qualcosa che non andava, qualcosa che n‚ allora n‚ mai potŠ conciliarmi con la scuola, rendermela in qualche modo gradevole, almeno parte non totalmente estranea di me stesso. Io avevo vissuto —quasi da sempre - in una dimensione di assoluta indipendenza. Almeno fino al 1940, cioŠ fino ai miei otto anni, mio padre - ufficiale di carriera - si spostava spesso in varie sedi italiane, e mia madre spesso lo seguiva: io restavo affidato ai nonni di Catanzaro, nel grande caseggiato in vicoletto I Maddalena: erano 15 stanze su tre piani (con un grandissimo giardino, lavanderia, una cisterna) abitata dal nonno, dalla nonna, dalla zia Edvige e da me: una casa piena di mille ripostigli e di centomila oggetti; in essa si andava consumando, in dimensioni sempre pi— modeste, la tarda et… di mio nonno, l'avvocato Federico Cinnante, un dŤ noto e facoltoso professionista di Catanzaro (era stato il legale dei baroni Barracco e Berlingieri di Crotone, patrizi fra i pi— ricchi della Calabria), e che ora, dopo anni trascorsi nell'isolamento (aveva rifiutato, a suo tempo, l'iscrizione alla Corporazione fascista degli Avvocati), viveva di memorie: ricordi del foro, ricordi dell'alcova, ricordi del tempio massonico (mi pare che fosse stato venerabile di una delle due logge catanzaresi). Dalla seconda elementare alla terza media, poi, la mia solitudine s'era aggravata: c'eravamo fissati per sempre in casa dei nonni, ma ormai pap… era da anni in guerra - prima in Africa e poi prigioniero in Asia -, e mia madre non faceva che essere triste e piangere. Io la guardavo, e non sapevo che fare; era rigorosa, e si sforzava d'essere arcigna, pensando di dovere anche supplire all'assente figura paterna; i nonni non interferivano mai, anche se io mi sentivo assai legato a nonno Federico, mio unico, dolce compagno d'infanzia. Ognuno pensava ai casi suoi, e io - che non aveva n‚ fratelli n‚ sorelle, e che solo come in un sogno ero costretto a ricordare mio padre - continuai a vivere da solo e a giocare da solo, spesso correndo in giardino e giocando alla guerra con un grande e indomabile cane lupo: un giardino denso d'aranci e limoni e con rare zone soleggiate, diviso con alti muri dalla citt… circostante e dove trascorrevo ore bellissime a leggere romanzi di Salgari e Verne, e poi Dickens e via dicendo. La citt… m'era ostile, perch‚ spesso i ragazzi, miei coetanei, mi davano la baia perch‚ ero grasso, e quella era ancora una societ… insulsa e crudele; n‚ avevo ragazzi, della mia stessa classe sociale, che abitassero vicini - se non Elio Pelaggi, figlio d'un medico, dal quale prendevo libri in prestito -. Mi si form•, cosŤ, quella propensione alla solitudine che non avrei mai pi— lasciata nella vita successiva (magari abilmente mascherandola), e forse acuita dopo il ritorno di mio padre (ero ormai alle soglie del ginnasio). E con essa vennero accentuandosi due disposizioni gi… da tempo mie: la malinconia, e il grandissimo amore per i libri. L'amore dei libri lo avevo avuto sempre: nella biblioteca comunale di Catanzaro, dove il nonno mi conduceva quasi ogni giorno, avevo mandato gi— non so quanti libri di Verne e romanzi d'avventure e libri di viaggi, e contemplato non so quante illustrazioni di Dor‚, mentre il nonno, qualche altro professionista catanzarese e Don Pippo De Nobili sfogavano la loro rabbia contro il regime; e a casa, sempre nella biblioteca del nonno, avevo letto - e non sempre capito - i libri pi— diversi, riviste ecc., e finanche apprezzato il vocabolario dialettale calabrese del Rohlfs - allora inviato a dispense in abbonamento a mio nonno, che era uno dei tre ®sottoscrittoriŻ di Catanzaro, con Don Pippo De Nobili e Vittorio Butera -: un dizionario che, con mia grande meraviglia e soddisfazione, registrava anche le ®parolacceŻ, rigorosamente assenti negli altri vocabolari. Ora, l'accesso al ginnasio e il ritorno di mio padre in famiglia quasi coincisero: da una parte c'erano pi— materie, e dall'altra c'era mio padre che, con prediche estenuanti, esigeva pi— lunghi tempi di studio e meno libert… (anche nel leggere). Fu cosŤ che la scuola cominci• a diventare per me veramente una sofferenza. Non abituato alle lunghe prediche, restŤo alle imposizioni che mi sembravano infondate, finii col prendere in odio tutto. Leggevo assai di notte, e la mattina dovevo svegliarmi manu militari, magari con qualche schizzo d'acqua in faccia. La presenza a scuola divenne una mera finzione e cominciai a marinare le lezioni. Il disadattamento era acuito dal costatare che, per davvero, io ero un fallimento. Nella contesa per il primato in classe tra Franco Critelli e Rar… Chirillo, io ondeggiavo - passivamente - tra le due ®croscheŻ: Tot• De Laurenzi da una parte, Sanzi e Sorrentino dall'altra. Vedevo come riuscissero a organizzarsi bene, e a studiare con profitto, quasi tutti; ma io non ce la facevo, e mi rifugiavo nella lettura. Spesso mi trovavo in compagnia di questi amici: loro studiavano per bene per l'indomani e io stavo con loro - senza nemmeno distrarli -, e non capivo nemmeno perch‚ stessi lŤ. Poi me ne tornavo a casa e, tra una lettura e l'altra, m'accorgevo di quanto fossi disutile. A scuola, poi, erano umiliazioni frequenti, solo attenuate dal fatto che - almeno nell'italiano scritto - non avevo rivali (solo Luciano Consarino, settentrionale, scriveva bene e parlava meglio); ma le materie erano troppe, troppa l'applicazione che si richiedeva, ed io non ce la facevo, per il semplice motivo che tutto mi risultava estraneo e noiosissimo e, per colmo di sventura, tutti mi imponevano di annoiarmi. Perdevo tempo, magari, facendo un giornalino di classe battuto a macchina (esemplare unico), e, nella mia pretesa di scrivere cose serie, cercavo la collaborazione di un compagno di classe, Peppino Lombardi, figlio del custode della palestra della Villa: era un ragazzo emaciato e pensoso, e a casa sua parlavamo a lungo, e non mi ricordo nemmeno di che: finch‚ - non ricordo quanto tempo dopo - seppi che era morto: cosŤ, tra l'indifferenza di tutti, come era vissuto. Anch'io, forse avrei voluto morire. Non andavo pi— d'accordo con nessuno, n‚ a casa - dove il nonno non stava pi— a lungo con me - n‚ a scuola, dove mi sentivo pi— solo e inutile che mai. Rimandato a ottobre, nel bel mezzo dell'estate contrassi il tifo, che mi tenne a letto per due mesi. Che settimane stupende! Non obbligato a studiare, cominciai a leggere tante biografie della biblioteca del nonno e di mio padre: lo Schliemann di Ludwig, Con l'®AquilaŻ verso il Polo (il diario degli esploratori Adre‚, Strindberg e Fraenkel), La Storia delle esplorazioni di Errera; e poi vite di santi, la cronaca del processo di Norimberga, antologie italiane dei primi del Novecento (Pagine gaie e pagine forti), e ancora i Miserabili, le Ricordanze di Settembrini, e cosŤ via. A ottobre feci gli esami nella sessione degli ammalati. Fui promosso in quinta. Ma la situazione peggior•. Mi chiudevo sempre pi— in me stesso. Ammiravo e invidiavo i compagni, ma non sapevo imitarli. Che io avessi sensibilit… e - se si vuole - una ®culturaŻ che andava al di l… dei programmi, era una cosa che - forse giustamente - non interessava nessuno. Io ne ero consapevole. Ma ero altrettanto consapevole che quelle cose da imparare a scuola non interessavano me, e forse non interessavano nessuno. Quegli autori, quel Senofonte, quel Cicerone, quella storia romana, quei periodi ipotetici - lo sentivo -, cosŤ come eravamo costretti a studiarli, non avevano alcun senso, erano solo strumenti di intimidazione per noi ragazzi. La matematica poi!... In quei due anni del ginnasio, che furono gli anni pi— brutti e infelici della mia vita di studente, io sentii come non mai un odio implacabile verso la scuola e verso chi l'aveva voluta o la rendeva cosŤ terribilmente noiosa. Alcuni amici continuavano a volermi bene, ma tutti o quasi, erano ben impegnati nello studio. Io ero, e mi sentivo, tenuto in disparte e, per me, gli imminenti esami di licenza ginnasiale sembravano non riguardarmi. Vi arrivai per forza d'inerzia. Ma, nonostante tutto - e n‚ pecco n‚ peccavo di superbia o di presunzione - ero consapevole che almeno in italiano scritto (e forse anche in italiano orale) non avrei avuto rivali. Consolazione assurda, d'accordo, che mi faceva sentire ancora pi— diverso tra gli altri compagni. Il mio odio per la scuola - poi - arriv• al massimo quando seppi che anche il tema d'italiano non era piaciuto ai commissari. Pu• darsi: ma vorrei proprio capire che cosa potesse dire, di autentico e di profondo, un povero giovane quindicenne obbligato a commentare il passo dantesco ®Seggendo in piume / in fama non si vien, n‚ sotto coltreŻ. Comunque sia, non furono sufficienti n‚ il famigerato Pechenino (scorciatoia per individuare i verbi irregolari greci) n‚ la preparazione degli ultimi giorni. Fui bocciato inesorabilmente. Unica consolazione il fatto che anche il mio cugino pi— caro, Federico Giglio, anche lui della V (ma sezione A), avesse subito la stessa sorte. A casa, come sempre, non so se la cosa fu presa come naturale. N‚ prima avevo goduto di raccomandazioni (ripeto, in famiglia il disinteresse era generale, e gli stessi mugugni predicatori di mio padre s'erano attenuati), n‚ dopo ci furono troppe recriminazioni. Avevo voluto tanto bene ai miei compagni (Critelli, Sanzi, De Laurenzi, Consarino, Sorrentino, e altri ancora); ma il fatto che da ora in poi, finalmente, potessi non subirne il confronto, mi faceva sentire libero come una rondine. E forse anche felice, finalmente, dopo un incubo di due anni: quell'estate, senza pi— curarmi della scuola, lessi romanzi di gran mole, Resurrezione, Guerra e Pace, altri di Hugo, Dumas e finanche libri di cultura calabrese, storie di patrioti e di briganti, e addirittura un'edizioncina Sonzogno dei Pensieri di Leopardi, senza alcuna nota: di quella prosa non capii molto, ma ci sentivo dentro un'anima in pena, e se finora quel grande mi aveva dato l'immagine di un pessimista di maniera, buono per affliggere gli studenti delle medie e del ginnasio con i tristi finali del Sabato o della Quiete o del Passero ora capivo che Leopardi era stato non solo un poeta ma anche un uomo, un sofferente come tanti. Fu il primo grande amore letterario della mia vita; e, come tutti i primi amori, dolcissimo e indistinto. Intanto, per•, ero felice d'aver superato quei due tristissimi anni del ginnasio; ancor oggi non posso non ricordarli come bui, tetri, infelicissimi. Adesso ne ero fuori. Ma io non ero lo stesso? Che cosa m'apprestava il futuro? E invece fui fortunato, il professore di lettere del mio ®secondo V ginnasioŻ fu Silverio Marasco. Fu, per me, il professore che veramente mi ci voleva. Verso nessuno al mondo ho i doveri di gratitudine come verso questo che considero veramente il mio primo e pi— affettuoso maestro. Credo di non averglielo mai detto, anche se verso di lui ho sempre attestato filiale venerazione. Marasco era un giovane professore dal carattere sanguigno, ribelle, forse anche disordinato, ma avvincente. Veniva dall'universit… di Firenze e nelle sue lezioni tutto si mescolava: memorie personali (la sua militanza al ®FrontespizioŻ), rovelli interiori, divagazioni letterarie d'ogni sorta (il greco, il latino, l'ebraico), aggressive imposizioni di terminologie tedesche, qualche accenno os‚, pugni sulla cattedra, ma - soprattutto —una carica umana intensissima, un desiderio passionalissimo di coinvolgere in un'avventura non solo scolastica, ma culturale e civile, tutti i suoi alunni (o -meglio - il suo pubblico, il suo uditorio). Ci parlava della sua tesi sulle lettere di Cicerone a Quinto, rivendicava la dignit… del libero pensiero contro i sacrestani d'ogni tempo, ci additava la morale assoluta e citava Kant, le sue opere e i loro titoli in tedesco. Ovidio o Cicerone o Parini o Manzoni diventavano personaggi vivi. La classe oscillava tra un silenzio attentissimo e un'atmosfera di baldoria, in cui Marasco la faceva da protagonista, con le sue risate fragorosissime, parlando e celiando di tutto e di tutti. Questo professore, dalla cultura e dall'eloquenza torrenziale e appassionata (e forse guardato con qualche sospetto dai molti tartufi circolanti), era la negazione vivente del docente tradizionale: rigoroso nella presenza e nell'adempimento dei doveri, era per• ribelle alle formalit… stupide. Soprattutto voleva bene a tutti noi, e a ciascuno di noi. Consentiva che dessimo libero sfogo alla nostra fantasia, al bisogno di libert…, alla nostra esuberanza. Le interrogazioni erano assai rare, e da tutti vissute come una sorpresa e mai prese sul serio. In compenso, il nostro professore spiegava e spiegava e spiegava, dialogava, s'entusiasmava, si esaltava: finalmente, grazie a lui, capivo che la cultura e gli studi non necessariamente dovevano essere tristi e uggiosi e inutili, e, anzi, la cultura stessa (che lui inseriva in ogni discorso, ricavandola dai settori pi— peregrini) diventava una forma di vita intensa, appassionata. E io non fui pi— lo stesso. Quella mia stessa diversit… consapevole, che era stato il mio cruccio dolorante, ma anche l'origine di una sorta di aristocratico distacco dagli altri, raggiunse un equilibrio e una serenit… che non avrei mai sperato e volli pi— bene a tutti, a me agli altri, quasi riconciliato con la vita. Con Marasco, finalmente, aver letto e pensato in proprio non era un delitto ma, al contrario, un titolo di benemerenza: egli riusciva a cavare da ognuno tutto il buono che c'era dentro, e a valorizzarlo. Tutti, in classe, ci sentivamo uguali davanti a lui: nessuno era umiliato, nessuno esaltato; non c'erano n‚ primi n‚ ultimi della classe. Š strano che, allora, a quindici-sedici anni, nascesse la mia prima ®operaŻ? Scrissi - su un quadernino a righe - un Trattato di stangologia un'opera (si fa per dire) in cui una pornografia innocente e manierata veniva ridotta a trattazione pseudoscientifica, con un registro tutto ironico giocato sulle reminescenze letterarie a cui l'insegnamento di Marasco dava continua occasione e in cui trovavano posto anche satire su compagni, professori, bidelli. ecc.: questa fusione di elementi culturali e di utilizzazione umoristica era -in definitiva - sintomo dell'accettazione di quella cultura come un referente vitale. Negl'intervalli leggevo ai miei compagni, uno per volta, a mano a mano che li scrivevo, i capitoli del Trattato e tutti a ridere, mentre Marasco fingeva di non sentire. Non so dove quell'incunabolo sia andato a finire. Il bello, poi, era che la cordialit… del rapporto col maestro durava anche fuori dalla scuola: nelle strade lo prendevamo in mezzo, di mattina o di sera, e via con entusiasmi, spiegazioni, risate, in un'atmosfera degna della pi— vera tradizione dei clerici vagantes (che non piaceva a tutti i genitori). Ricordo come tifavamo per lui allorch‚ - tra lo scandalo dei benpensanti - Marasco os• sfidare, in pubblico dibattito, dei frati che erano venuti a tenere una serie di conferenze alla sala della Provincia: una sera, quando, sull'onda della polemica, Marasco apostrof• il malcapitato contraddittore, scaricandogli un'accusa, ai nostri occhi tremenda: ®Lei confonde trascendente con trascendentale!Ż, noi applaudimmo con vivacit…, bench‚ - naturalmente —non ne capissimo niente. E quando il nostro professore scagliava sull'uditorio interi titoli e frasi in tedesco, noi ci guardavamo intorno soddisfatti. Arrivai agli esami di licenza ginnasiale senza molti traumi e li superai con difficolt… ®normaliŻ (un paio di materie a ottobre). Ricordo che allora ebbi, per la prima volta, la sensazione dell'estremo rigore di un altro docente, severissimo, Giovanni Mastroianni, mio esaminatore. Mi chiese, in storia, di parlare delle origini del cristianesimo. Esordii: ®La prima testimonianza iconografica del Cristianesimo rappresenta un uomo davanti a un asino e, sotto, la scritta ®Anassamene adora il suo DioŻ (lo avevo letto sull'®enciclopediaŻ del Melzi). Mi interruppe e mi chiese, con sguardo inquisitore: ®Che significa 'iconografico?'Ż. Io risposi bene e con propriet…. E lui ®Bravo. E ricordati di non dire mai parole di cui non conosci il significatoŻ. Fu quello l'unico rapporto studente-professore tra me e Mastroianni: poi, nei decenni successivi, io ho mantenuto una stima immensa per questo docente, cosŤ tremendamente serio e impegnato, incapace di approssimazione, mirante a isolarsi e a rinchiudersi, e tuttavia cosŤ bisognoso di affetto e di espansione. Spesso mi ha rimproverato (rammaricandosene?) di non essere stato suo alunno: e in quell'accusa puoi leggere la stima e l'affetto per l'altro, e anche (certamente) la grande coscienza di s‚. CosŤ arrivai al primo liceo finalmente pacificato. La mia attivit… di ®scrittoreŻ non si arrese davanti alla perdita della prima stesura del trattato, e ne avviai subito, fin dai primi giorni, negli intervalli delle lezioni, una seconda edizione, dedicandola proprio a Marasco: naturalmente, questa seconda edizione non aveva niente a che fare con la prima, trattandosi di scombinate (ma simpatiche) scorribande rapsodiche su tutto lo scibile umano, trasfigurato e ridicolizzato more pornografico e sintetizzato in una quarantina di pagine. Ma Mauro Nicotra - il docente di filosofia del primo liceo - mi colse sul fatto e mi sequestr• il manoscritto, con quel suo atteggiamento tipico, tra il serio e il sornione, che per due anni riuscŤ ad avvincermi e a tenermi buono, almeno nella sua ora. (Mi avrebbe restituito, trent'anni dopo, nel corso di una mia conferenza a Catanzaro, quel vecchio caro quaderno). Trascorsi il triennio del liceo senza traumi, e non perch‚ fossi diventato di migliore preparazione, ma perch‚ sempre pi— percepivo con distacco il mio stesso curricolo scolastico. Dir• di pi— , anzi. In quegli anni, favorito dalla franchezza assicuratami dall'esperienza con Marasco, attuai una sorta di mutazione profonda, riuscendo a farmi pienamente accettare dal gruppo dei miei compagni di classe, in posizione se non di leader, certo non subalterno n‚ a individualit… n‚ a gruppi. Sia chiaro: bench‚ continuassi ad andare molto bene in italiano scritto, nelle altre materie non brillavo, e una buona met… dei compagni di classe - e forse anche di pi— - si preparava e rendeva meglio di me. Io, per•, mi ero riservato un angolino di supremazia, alimentando, negli altri verso di me, pi— o meno consapevolmente, una sorta di mito di ®genio e sregolatezzaŻ, in virt—di una mia sistematica e incorreggibile indisciplina in classe: accorgimento - forse una spontanea forma d'autodifesa - che, allora e per sempre, mi salv• dai complessi di un tempo. Non Š che fossi considerato, dai professori o dai compagni di classe, un maleducato o uno scortese, e meno che mai un arrogante o un saccente. (Ho sempre ascoltato con noia avvilita le barzellette e con imbarazzo - addirittura - quelle volgari o blasfeme; e ho avvertito sempre fastidio per i primi della classe). Era dunque, esattamente l'inverso. Solo che io non potevo rinunciare al bisogno di attirare l'attenzione su di me (e in questo, credo, confluivano le frustrazioni della sofferta solitudine e della mia debellata malinconia). Ottenevo questo effetto col classico espediente del motto di spirito, giocato nel momento pi— opportuno: vizio o debolezza, o forma di civetteria, che mi son portato dietro negli anni - e che n‚ dismetto n‚ mi sforzo di dismettere -, ma del quale tuttavia sono prigioniero impenitente: e non di rado in una posizione di debolezza allorch‚, intenzionato ad affrontare una questione in modo ®serioŻ, con gente che mi conosca solo nella dimensione ludica del Witz, improvvisamente devo o fingere una durezza che non ho o correre l'alea di apparire eccessivamente incostante. E ad accorgersi del mio pi— vero essere, forse fu, probabilmente tra i primi e fra i pochi, il preside Giuseppe Fornari: questi tante volte mi aveva duramente rimproverato e con piglio energico mi aveva sospeso dalle lezioni al tempo del mio studentato: ma poi, qualche anno dopo, allorch‚ tornai al "Galluppi" in veste di professore, ai miei nuovi colleghi professori che mi conoscevano come il classico ®bordellaroŻ della sezione C, e che al mio primo ingresso nella nuova veste sembravano volermi trattare solo come ®personaggioŻ da simpatico intrattenimento, seppe replicare, un giorno, e con una chiarezza e un rigore di cui mi sento ancor oggi in debito, che io ero non solo quello, ma anche ben altro, e diverso da quel che essi si immaginassero. E la cosa mi confort• e mi spron• assai, e in quel solo anno di docenza sotto Fornari (1959-60), ultimo della sua carriera, quel vecchio preside - che tante volte m'aveva mandato a casa piangente - non fece che attestarmi fiducia e stima assai grandi. Ma torniamo ai miei anni di studente al liceo: e chiedo scusa per la digressione. Nel triennio ebbi buoni o mediocri professori. Di Vito Antonio Sirago - che poi avrei avuto collega all'universit… di Salerno - ricordo la profonda cultura (la spiegazione della questione omerica, con i sempre graditi riferimenti ai grandi critici tedeschi, dur• un trimestre!). L'incredibile rigore e addirittura la spietatezza (ci rimand• a ottobre quasi tutti; ma io mi preparai senza ®lezioni privateŻ a casa mia, in compagnia di Franco Liguori, e fummo gli unici ad aver 7 alla riparazione autunnale), e la improvvisa irascibilit… (®strozzeremo l'ultimo re con le budella dell'ultimo prete!Ż): io non ero abituato a un docente del genere, ma la sua grande cultura mi fece accettare di lui tutto, rinvio ad ottobre incluso. Altro docente per me importantissimo il professor Fragomeni, anche lui di un rigore irrefrenabile e ai limiti dell'intrattabilit…: ma si pu• dire che quello che so - di fisiologia umana e di chimica organica -, gelosamente conservato nella memoria e anche ben usato come conoscenza nella vita successiva, lo devo tutto a lui, che in tutti i suoi alunni riusciva ad instillare una grande curiosit… per tutto cio che avesse attinenza con le scienze naturali: quell'anno - eravamo ancora al II —tutti sognavamo di diventare medici o chimici. E per il resto cosŤ cosŤ. Tra l'altro mi tocc• una sfortuna imprevedibile: il mio docente di lettere del triennio era stato, ai suoi tempi, ufficiale, in subordine a mio padre quando questi era capitano, e ora era portato a dimostrargli (forse incosciamente, e non so se per levarsi qualche antica soddisfazione) che io riuscivo a sopravvivere in scuola solo per merito di lui, mio docente. Per colmo di sventura, questi miei angeli custodi —il professore e pap… - si facevano la barba, un pomeriggio sŤ e un pomeriggio no, al medesimo Salone centrale, al corso Mazzini. Che croce! A giorni alterni mio padre veniva sistematicamente informato: a) delle mie continue malefatte; b) del mio scarso rendimento. Le malefatte consistevano nei miei mots d'esprit che, sapientemente distribuiti nelle varie ore di lezione, alla fine, arrivati a un certo livello di saturazione quantitativa, si concludevano con la trasmissione della mia persona —prelevata d'imperio dal bidello Pucci - direttamente alla presidenza, per il di pi— a praticarsi e per i provvedimenti del caso. Questi provvedimenti dopo una lavata di testa dal preside, da me ascoltata con sincerissima compunzione, si concretavano con la mia sospensione dalle lezioni, a conclusione della quale - immancabilmente - mia zia Edvige veniva incaricata di riaccompagnarmi a scuola. (Veramente - obiettavo fra me e me -, a voler essere coerenti, era la scuola che, prima, avrebbe dovuto giustificare verso la mia famiglia quell'assenza: ma ero dalla parte del torto, e sottilizzare era fuor di luogo). Si faceva di tutto perch‚ mio padre non ne sapesse niente; ma quegl'incontri dal barbiere erano una disdetta! Meno male, per•: perch‚ mio padre - rigoroso e predicatorio in astratto, ma rimasto sempre incapace di farsi di me un'idea chiara, in concreto - finŤ con l'abituarsi a queste lamentele e quasi non le ascoltava; e forse lo stesso docente preferŤ continuare ad affliggere me senza pi— interessare mio padre. Quanto al fatto che io non andassi bene, a giudicarmi, in assoluto, devo forse essere d'accordo, giacch‚ io ero bravo solo in italiano scritto, anche se ero uscito, nelle altre materie, dalla morta gora di un tempo; ma, sempre a dirla papale papale, come in confessione, c'erano tre o quattro autentiche teste di rapa, autentici lacch‚, ai quali veniva tributata ogni primazia in classe (non credo che leggessero altri libri che non fossero quelli di scuola). Bravo per davvero era Benito Pudia, studioso e serio, e bravissimo in matematica Pasquale Alcaro: gli altri, i primi della classe ufficialmente intesi come tali, erano frutto non direi tanto delle raccomandazioni ma dell'assidua attaccaticcia presenza dei relativi genitori presso professori e istituzioni scolastiche. Per giunta, per quanto io sentissi di valere in italiano, quel docente di lettere ce la metteva tutta per non darmi soddisfazione di sorta (se possibile, nemmeno allo scritto) e io mi vendicavo come potevo. Il mio motto di spirito - che scaturiva sempre da una situazione ®creataŻ preliminarmente, istantanea e irripetibile - non era mai maligno: per me, allora - e poi sempre, in seguito, mi pare - consisteva nell'inventare un fatto o un riscontro o una situazione che avesse i caratteri del paradosso o del nonsense: ma solo in quel precisissimo contesto e - altro elemento essenziale - giocato con inesorabile seriet… in viso, possibilmente in un momento di transitorio silenzio. La faccia seria, l'uso affettuosamente preliminare dell'appellativo (®profess•Ż, ®signoŻ, ®signorŤŻ), e del dialetto catanzarese leggermente sfumato da un tono assai familiare e dimesso, coronavano il mio motto di spirito, che scatenava immediatamente risate omeriche tra i miei compagni (E ho notato, e noto ancor oggi, che i bambini e i ragazzi hanno una predisposizione particolare a cogliere la finezza del paradosso e del nonsense: come ho notato pure, che il ®giocatoreŻ di paradossi s'allegra solo delle proprie creazioni, e difficilmente s'adegua all'umorismo comune o alle battute altrui, e in questo, anzi, fa intervenire una sorta di riserbo geloso, che quasi lo assomiglia all'artista). Se il docente - com'era giusto - reagiva rimproverandomi, io replicavo mantenendo una seriet… di viso ancor pi— accentuata e quasi rattristata, e, fingendo meraviglia e ripetendo con voluta ingenuit… la frase, moltiplicavo l'occasione di disordine. Analogo effetto ottenevo concludendo per mio conto le frasi del professore, con una parola, stravagante ma paradossale, detta a mezza voce e a bruciapelo, approfittando delle consuete pause retorico-didascaliche. (Tendenza rimastami anch'essa connaturata, e grazie alla quale ancor oggi alleggerisco, a me e ai colleghi, le noie dei consigli di facolt… e di consimili rotture d'anima). E questo era il mio rapporto quotidiano con la scuola. Š inutile spiegare come andasse a finire. Ma l'assurdo mi piaceva. La mia specialit…, per•, erano i temi ministeriali di circostanza, da svolgere in classe, imposti a comando, in quei tempi di feroce conformismo, a tutti gli studenti di tutta Italia (sulla Croce Rossa, sulle Forze armate, sulla Festa di questo o di quello). Gli elaborati non venivano valutati ai fini della carriera scolastica, ma giudicati non so da chi, selezionati in vista di un premio, e infine mandati non so dove. In quell'occasione, finalmente, io potevo scrivere quello che volevo, e raccontare le cose pi— assurde senza la paura di un voto cattivo. Tutto sommato avrei potuto concorrere ai premi con fondate speranze, ma io coglievo l'occasione per piegarla alle mie particolari vocazioni ®artisticheŻ: mi ha sempre reso felice il fascino di una occupazione inutile, purch‚ liberamente creata, e mi ci sono sempre attaccato con ardore maniacale. Tanto per fare un esempio, quando ci fu imposto lo svolgimento di un tema su un'iniziativa assistenziale denominata ®Il ponte della bont…Ż, io mi lanciai sull'argomento e scrissi pagine su pagine: nel tema sostenevo che quel ponte c'era per davvero, ed era un manufatto costruito nei paraggi di una citt… non meglio identificata, un vero capolavoro d'ingegneria che costituiva una soluzione definitiva a un vecchio drammatico problema, giacch‚ - sostenevo -, prima che venisse costruito il Ponte della Bont…, tutte le persone, credendo che ci fosse, andavano dritte per la loro strada e cadevano nel vuoto. Oppure fingevo di fraintendere e parlavo dell'opportunit… di distruggere boschi e piante per fare la ®Festa agli alberiŻ. Il tutto in uno stile molto alto e molto serio. Frutto significativo di quei giorni dell'ira Š la poesia dialettale Laudator, mia vera prima opera a stampa, apparsa su un ormai introvabile numero unico della III liceale A, il ®GurpignalŻ, del 22 dicembre 1950, in cui scrissero altri miei cari amici (Pep‚ Sigill•, Vittorio Antonini ®storicoŻ del "Galluppi", Mario Parisi con una irriverentissima radiocronaca di una presunta partita di calcio, giocata tra professori e professoresse del presente liceo, con sottintesi evidenti, ecc.); poesia che io ripropongo pari pari al lettore, anche con gli accenti e i segni grafici caparbiamente pretesi in quel mio primo amore con la tipografia e con la carta stampata. Laudator... U bossu dŤcia: ®SŤ, a li tempi mei si studijava forta e ccu cchi—cora. Mo mi faciti tutti i cicisbei, ma 'e studiu 'on c'Š paura ca si moraŻ. I professori, poi, mancu li cani. Iddi pigghiaru trenta cu lla lodi; sapŤanu lu grecu sup'i mani; parravan' 'u latinu 'n tutti i modi. ®Vu' siti sulu superficjiali - dŤcianu iddi - Chissu Š lu progressu? ParŤti 'na carrata d'animali. V'avŠramu de stara semp'appressu!Ż. Ma i libri loru, u sai ch'eranu, caru? 'Na vrancata de babbi ccu i mustazzi, comu chiddi de 'nu vocabolaru chi nc'era prima 'e Mestica e Palazzi. 'Na regula cull'acqua de li rosi; cinqu o se' dati 'e storia; 'e geografia non jŤanu cchi—pp‚ dda de chiddi cosi chi sapa pur 'a cambarera mia. Nu', mb‚cia, 'e scienza simu 'na minera. Sapimu certi cosi cchi non dicu; canuscŤmu perfinu lu parera d''o ziu d''o nunnu 'e Giambattistavicu. Lamanna, Pierantoni, Lizier, Penna; c'Š ma ti minti i mani a li capiddi. Lachman, Croce, Nillson, Avicenna; mancu ch'av‚ram 'e cuntar 'i stiddi! Energia nucleara, Momiglianu: chissi, ppe nnui, sunnu d'a famigghia. Si Orazio i noti i vida de luntanu, u traduttora renda la parigghia. E 'ntantu chiddi, privi de cuscienza, ni carric…nnu sacchi de lezzioni; era megghiu, parrandu ccu decenza, 'a tribbunala de l'inquisizzioni. Ma i professori si vendicarono, alla fine di quello stesso III liceo. A pensarci bene, forse nemmeno avrebbero potuto, dato che io non avevo accumulato troppe sanzioni disciplinari. Certo Š che a giugno, per esplicita deficienza nel voto di condotta, non fui ammesso agli esami di stato (Nicotra non c'era pi— per difendermi). Con me vennero impallinati altri cari compagni e amici: mi pare Nino Ansani e Mario Parisi, certamente Pasquale Alcaro. Mio padre finse di svenire alla notizia. Per evitare spese, mi preparai da solo, aiutato un po', in trigonometria, da Ubaldo Procopio, del quale dir• a momenti. A ottobre, fu solo per merito del presidente della commissione —il prof, Ghersi, dell'Universit… di Messina, a me del tutto sconosciuto - che finalmente ebbi un bel 9 in italiano. Io non ne sapevo niente, perch‚ - come sempre - disdegnavo di interrogarmi sugli esiti delle mie prove, sentendomene fatalisticamente distaccato, e a comunicarmelo fu, passeggiando sul Corso Mazzini, il professore Mastroianni, che per• era estraneo alla mia commissione d'esame, e che lo aveva saputo non so come: ricordo che mi chiam• e mi diede quella notizia, e io per la contentezza mi misi a correre per la strada come un bambino. E cosŤ si chiuse la mia avventura liceale. Bene, tutto sommato: e, come sempre, da allora in poi, per merito di persona estranea a me, alla mia famiglia e alla mia citt…, incontrata lungo il mio cammino per puro purissimo accidente. Di quegli anni ricordo i molti amici anche non compagni di classe, rimasti sempre cari: Giovanni Foresta, Pasquale Alcaro, Ottavio Ruffo, Bernardo Principato, Benito Pudia, Tot• Anzani, Franco Liguori, Nino Ansani, Pep‚ Sigill•, Tot• Cutruzzul…, Vittorio Antonini, Mario Parisi e poi Ezio Giancotti, Peppino Negro, Gaetano Sanzi, Franco Critelli, Tot• De Laurenzi, una classe avanti rispetto a me, per via di quella vecchia bocciatura. Per la verit…, andavo d'accordo con tutti, e addirittura mi invitavano, ogni tanto, anche a certe festicciole da ballo, a cui io partecipavo in assoluta passivit…, goffo e invidioso perche non sapevo ballare; ma appena c'era da far baldoria o da trasgredire, riprendevo la grinta: triste recupero d'un ragazzo che si sentiva solo. Ricordo che, quando marinavamo la scuola, bastava che facessimo quattro passi e gi… respiravamo la libert… della campagna catanzarese, perch‚ la citt… finiva a via Crispi e a Rione Milano, alla Porta Marina e a Pratica: arrivati alla stazione della ®Calabro LucanaŻ, o ci mettevamo addirittura a cantare nei vagoncini in disarmo, giocando a carte sulle porte levate dai cardini e poggiate sulle gambe, oppure, lungo le gallerie, arrivavamo a Gagliano-stazione, a Cavor…, e via e via, lungo i binari. E andando lungo i sentieri e i viottoli verso Pontegrande, incontravamo le coppiette degli studenti catanzaresi: lui e lei, teneramente abbracciati e finalmente sicuri e appartati (anch'essi avevano salato la scuola), si godevano quelle tre-quattro ore di libert… invigilata: e c'era una grande complicit… nella trasgressione, perch‚ nessuno di noi osava disturbarli. Oppure scendevamo sotto il famigerato ponte di Siano, a vedere se, per caso, ci riuscisse di ®pigliare lo spiritoŻ, cioŠ di subire l'incarnazione di anime in pena, rimaste laggi—, povero triste avanzo di quei molti suicidi - quasi sempre giovani e infelicissimi - che s'erano lanciati nel vuoto per raggiungere l'unica possibile liberazione; o andavamo a giocare, con una palla di pezza, al ®BersaglioŻ, o alla Sala, magari percorrendo la lunga e ripidissima galleria della funicolare; e sempre gi—per viottoli e scorciatoie, e a correre. E io, grassotto e tombolotto, via dietro agli altri, felice come un dio. Ma al di sopra di tutti, un amico, in modo particolare, mi resta impresso nella memoria: Ubaldo Procopio, tanto pi— alto e serio di tutti noi e non so se - negli anni successivi - meno fortunato di tutti noi. Era della sezione A, sobrio e puntuale come nessun altro, e io e lui ci vedevamo solo fuori della scuola (della quale per tacito accordo non parlavamo mai). Anche con lui ridevamo, fino a piangere, di fronte a situazioni create da me, o leggendo Jerome e Campanile, Guareschi o Metz. Ma Ubaldo era, soprattutto, l'amico fraterno e l'interlocutore quotidiano dei miei momenti ®seriŻ, che erano - poi - le molte ore del pomeriggio e della sera, ogni santo giorno. A Marasco devo la mia rinascita, a Ubaldo devo il passaggio alla dimensione politica e storica (donde l'immediato mio trasferimento da Lettere a Filosofia, al secondo anno d'Universit…). Io avevo una grande sensibilit… letteraria, e Ubaldo mi ascoltava leggere - quasi sempre a casa sua - brani di Shakespeare, Cechov, Lee Masters; ma poi lui mi parlava di politica, di economia, di scienze. Leggeva una quantit… enorme di giornali, conservava una massa incredibile di ritagli, progettavamo un'enciclopedia per i giovani della nostra et…, passavamo dal vecchio ®SapereŻ di Hoepli al ®Calendario del PopoloŻ; e poi continuavamo a parlare per strada, sul corso, nell'androne di Palazzo Fazzari, fino a tarda sera. Ubaldo era d'una precisione maniacale (riusciva a ritirarsi, d'estate, ogni sera un minuto prima, in modo da non trovarsi disarmato - diceva lui - davanti alle pi— corte giornate dell'imminente autunno): religiosissimo, purissimo, sanissimo, coerentissimo. Entr• nel Partito Liberale, prima di me, ma io ne uscii un po' prima di lui: Ubaldo mi convertŤ al rigore e alla disciplina, io gli donai il senso della libert… e anche un po' d'intolleranza, e di sregolatezza; mi diede maturit… e seriet… (lui, che era di un anno pi— giovane di me), io gli diedi umanit… e sensibilit…. Non ho mai visto un rapporto cosŤ saldo e costante, e cosŤ utile, tra due persone cosŤ diverse. Lo ritenevo allora - e ancora oggi lo ritengo, dovunque si trovi - un essere superiore; da ammirare, ma anche da amare e da comprendere, in questa societ… che cosŤ presto condanna alla solitudine chi, per desiderio o per un gioco del destino, si trova a procedere contro corrente. Alla scuola non devo molto: solo un gran senso di oppressione e il ricordo dell'imposizione inutile. (Un'esperienza che non ho mai dimenticato, e che, quando sono stato a mia volta professore - alle scuole superiori o all'universit… -, ho cercato di ribaltare, pretendendo molto dai miei ragazzi, ma anche dando molto, in termini di cultura, discussioni, divagazioni, liberta, gioia, risate, allegria). Ricordo: mantenevo sempre un disprezzo appassionato per quella scuola; e quando venne quello che per me sarebbe stato l'ultimo giorno trascorso da studente nelle aule del "Galluppi", cioŠ il mio turno all'orale della maturit…, osai dirlo a quel mio - gi… sopra ricordato - docente di lettere, che era rimasto membro interno. Gli dissi che tutto quel latino e quel greco e quella letteratura e quella filosofia, per noi che ignoravamo che cosa fosse la vita politica e come si vivesse nel mondo, e che cosa fosse un conto corrente e come si parlasse in inglese, era tutta roba inutile, assolutamente inutile, disastrosamente inutile; e aggiunsi che finanche Leopardi era convinto, ai suoi tempi, che la scuola italiana fosse crudele e non servisse a niente. Ero felice di potermi sfogare dopo tanti anni di mortificazioni subŤte (pur essendomi comportato sempre da persona sostanzialmente per bene ed educata). Ricordo come egli rimase sorpreso, dispiaciuto, deluso: ora che, per la prima volta in tre anni, mi aveva dato (se pure per spinta altrui) una grande soddisfazione al tema d'italiano, egli era costretto a costatare con enorme stupore che, proprio adesso e davanti agli altri commissari, io lo ricambiavo dando voce a un rancore antichissimo. Ora, senza che ci fosse pi— l'alibi della intemperanza e dell'indisciplina (che m'avevano causato la non ammissione agli esami, col pericolo di farmi perdere ancora un altro anno e di spingermi chi sa a quale gesto), io m'accorgevo - forse per la prima volta nella mia vita scolastica - che finora ero stato umiliato e offeso (io, pur cosŤ buono e mite): la mia rabbia era lucida e serena, ma incontenibile, perch‚ non poteva essere che rabbia. E nemmeno per un attimo pensai che in quei momenti potevo correre dei rischi, ledendo la suscettibilit… di un professore. Non ci fu polemica, non un rimprovero non un'obiezione, in un'atmosfera - lo ricordo benissimo, campassi mill'anni - diventata improvvisamente dura, triste, cattiva, in quella grande aula del "Galluppi" che si apriva davanti al portone posteriore, con quel verde sepolcrale tinteggiato alle pareti e reso pi— plumbeo dalla mancanza di banchi e dalla presenza di poche sedie e tre cattedre in fila per la commissione. Quel professore accett• tutto, come un boccone amaro. Non so se in quegl'istanti io sentissi che gli stavo arrecando un dolore, forse anche ingiusto, certo ormai inutile; ma era un colpo arrecato senza vilt…, perch‚ io ero ancora lŤ, nelle loro mani, con tutti gli esami sul groppone, con un solo 9 a un solo scritto, che non sapevo quanto potesse pesare, tanta era la mia inettitudine nelle strategie scolastiche. La mia carriera liceale, dunque, si chiuse con un atto di rancore, e, per la prima volta in vita mia, non riuscii ad essere controllato e modesto e simpaticamente rispettoso, come sempre mi ero sforzato di essere. Forse quel professore seppe perdonarmi, perch‚ forse dovette comprendere, nel chiuso della sua coscienza, quanto ingiustamente fossi stato trattato fino ad allora e quanto male mi avesse fatto la scuola, magari contro le sue intenzioni, e contro le intenzioni di tanti suoi colleghi, e con quali pericoli. Qualche anno dopo, quando mi sposai, egli mi mand• in regalo un servizio di tazzine. Io ormai avevo le mie responsabilit… d'uomo diventato adulto assai anzi tempo, e mi arrabattavo con qualche lezione privata, e - almeno provvisoriamente - avevo perduto quell'antica mia giovialit… e non mi restava niente di quell'antica rabbia. Quel dono mi commosse, mi fece pensare. Nel mio cuore avevo gi… perdonato a quel professore, e cosŤ aveva fatto pure lui: e non a caso suggerŤ il mio nome per delle lezioni private alla famiglia di un suo alunno. Andai a casa sua e lo trovai assai invecchiato: non ci vedevamo solo da sei anni, ma tante cose erano cambiate in noi: come altri suoi colleghi, egli era passato, ope legis, dal liceo alla media, e forse aveva sentito e sentiva questa nuova dimensione come una sconfitta; ed io gli stavo ora davanti, con l'imbarazzo e la timidezza di sempre, ma in atto grato per quella sua scelta, perch‚ avevo famiglia e avevo bisogno. Una lezione privata era un regalo: non me lo fece pesare, e fu come se noi due ci conoscessimo quella sera per la prima volta, lui ed io incerti sul futuro pi— profondamente nostro e personale. Ci scambiammo poche parole, e forse un po' di tristezza. Passati i giorni dell'ira appassionata, potevamo offrirci ormai una reciproca piet…, perch‚ entrambi anche di questo avevamo tanto bisogno: alla fin fine, anche lui era vittima di quella inutilissima e spesso perniciosissima e crudelissima istituzione che era - e sotto certi aspetti ancora resta - la scuola italiana. So che oggi le cose vanno meglio, dappertutto, e tanto pi— in quel mio vecchio glorioso "Galluppi": il mondo Š andato avanti, e tanto i giovani quanto i loro maestri respirano un'aria meno greve e meno triste e meno povera, in cui c'Š pi— libert… e pi— gioia. Certo: quelle di quei tempi furono le poche gioie e le molte tristezze di alcuni ragazzi, e forse di tanti ragazzi: e anche - perch‚ no? - di qualche professore che gi… la vita, la guerra, la famiglia e gli stenti avevano reso apatico o ignavo o cattivo, e a cui nessuno - n‚ colleghi n‚ alunni - risparmiava le crudeli occasioni della quotidiana convivenza a scuola. Fuori, nel grande mondo, la tempesta era passata, tanto pi— alta sulle nostre teste (anche se non pochi ragazzi, compagni di quei giorni, recavano ancora nelle carni le tracce di qualche ferita, e nell'anima la paura di un'infanzia aggredita dai tristissimi tempi della guerra e del dopoguerra); ma, per di pi— , noi giovani eravamo costretti a subire le laceranti contraddizioni di una societ… al tramonto, e a scontrarci con adulti che, spesso, non avevano alcuna vera gioia di vivere, e che non potevano darci n‚ quella n‚ altro. Dolori piccoli, infelicit… piccole, e da ragazzi, lo so: ma per noi ragazzi, allora, erano tutto; e che meraviglia c'Š se qualcuno di noi cercava di crearsi da solo una vita, e di difendersela con le unghie e con i denti? Sono passati ormai dodici anni da quando mi sono allontanato dalla mia citt…, dove ho trascorso i primi quarant'anni della mia vita e dove ho visto crescere (prima come professore nelle superiori e poi come direttore della Biblioteca Comunale ®De NobiliŻ) alcune generazioni di studenti. E spesso, quando torno a Catanzaro, mi scopro a guardare con curiosit… i ragazzi e le ragazze che escono a frotte dalla scuola, da quel mio "Galluppi" di un tempo. E mi domando tante cose. Vanno ancora a marinare la scuola, su, verso Siano e Jan• e Gagliano, a maggio e a settembre soprattutto, quando la natura Š cosŤ dolce, e cosŤ limpida l'aria, e gli alberi svettano ancora contro il cielo azzurro? o a rinchiudersi in casa di qualcuno, a ®fare la nottataŻ a studiare, per poi salare l'indomani, e sempre lŤ a giocare a rimpiattino con la scuola e con la vita? Oppure - ed Š cosa che temo - anche il gusto della trasgressione Š finito, assorbito e deviato dal tifo sportivo e dall'imbonimento di massa? Non lo so e non ci voglio pensare. Le gioie e i dolori di quel tempo o non esistono pi— o sono pi— equamente distribuiti: e - nel ®beneŻ come nel ®maleŻ - pare che non decenni, ma secoli siano trascorsi da allora, da quegli anni Cinquanta, quando, nella vita normale d'ogni giorno, c'era qualche tono crudo in pi— . A me, un giorno - ero al II liceo -, accadde di marinare la scuola, con Giancotti, Ruffo e qualche altro compagno: andavamo pei campi di grano e di fave, lungo la linea della ®CalabroŻ, e io, ad un tratto, dimentico, mi tolsi la giacca, perch‚ c'erano i primi calori dell'avanzata primavera: e di sotto la giacca comparve, goffamente indossata, una povera, triste, improvvisata camicia bianca, fatta di chi sa quali resti di antichi indumenti, su cui spiccavano il petto e i polsini a strisce verdine, ricavati da qualche altra vecchia camicia in disarmo: misero patetico inganno, ormai disvelato. Me ne vergognai come un ladro. E nemmeno per un istante pensai - io, nato e cresciuto in una famiglia cosŤ per bene, nella quale il dovere, l'onest… e il rispetto erano innanzi a tutto -, nemmeno per un istante pensai che il mio povero padre, dopo una vita durissima, spesa al servizio di quella che egli si ostinava a chiamare Patria, era adesso soltanto un ex tenente colonnello dell'esercito, alle prese con le conseguenze dello ®sfoltimentoŻ degli ufficiali di carriera, e con le relative difficolt… economiche. So soltanto che in quel momento, in quella bellissima mattinata di sole goduta tra i campi, io mi sentii improvvisamente un nulla, un povero patetico nulla, ed ebbi un misto di piet…, di rancore e di rabbia verso di me e verso i miei; e so che queste cose pesano, e pesano assai, sulla sensibilit… d'un ragazzo. Solo dopo, negli anni successivi, avrei riflettuto su quanti, e quanto a lungo, in quegli stessi tristi anni, avevano gi… saputo approfittare di tutto (e continuavano tranquillamente a farlo), in mezzo alla indifferenza della gente, ma a spese della gente, pigliandosi della vita le gioie, la spensieratezza e il dolce far niente, e lasciando agli altri il dovere, la sofferenza e la malitia diei (che per alcuni non sufficit mai). E ne ho tratto una repulsione irrefrenabile e un rancore aspro verso quel mondo di inetti felici e di mediocrit… soddisfatte sulle cui fortune si regge - da tanto tempo! - il destino del nostro paese. Sentimento ingiusto, forse, ma nato in quegli anni lŤ, quando grandi gioie e grandi mortificazioni s'ottenevano con nulla, ed erano a portata di mano. Un'amarezza rimasta irrisolta, come una persuasione profonda, e che nessuna soddisfazione personale, nella vita e nella professione, Š valsa a placare. E non c'Š pi— niente da fare, proprio niente: e me ne accorgo quando, nel bel mezzo d'una festa o d'una gioia, sento imperiosa risorgere la malinconia d'un tempo. Quando, tornando a Catanzaro, rivedo i vecchi amici del "Galluppi", insieme rievochiamo le gioie e le marachelle di quei giorni: le tristezze - ed erano tante, e diverse, per non pochi di noi - le ricacciamo indietro, nel fondo dell'anima, con abile complicit…, con la stessa dignit… amara con cui i genitori tentavano di celarle a noi e noi ragazzi, disperatamcnte, cercavamo di celarle agli amici: ora con pi— , ora con meno fortuna. Dunque, quel po' di gioia che ci prendevamo - magari contro tutti - era un diritto sacrosanto di quell'et… ancora verde. Perci•, vorrei chiedere con Brecht ai ragazzi d'oggi, ai miei figli d'oggi: Voi che sarete emersi dai gorghi dove fummo travolti, pensate, quando parlate delle nostre debolezze, anche ai tempi bui cui voi siete scampati. Ma voi, quando sar… venuta l'ora che all'uomo un aiuto sia l'uomo, pensate a noi con indulgenza. /:/Antonio Scaramuzzino. di Giuseppe e di Giuseppina Apicella nato a Palermo il 1O ottobre 1932 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro Generale dell'anno scolastico 1946/47) Si era appena usciti dal secondo conflitto mondiale e la citt… si presentava sempre nel suo tortuoso aspetto anche aggravato dai resti degli edifici colpiti dal cruento bombardamento del 27 agosto 1943. Ma, nonostante le distruzioni della guerra, l'edificio ®GalluppiŻ che sorge nel cuore della citt… si presentava nella sua tradizionale maestosit…, esponendo una sua nobile tradizione particolarmente nei confronti della popolazione studentesca dell'epoca. Quando noi, usciti dalle scuole medie, abbiamo ottenuto l'ammissione alla quarta ginnasio, sentivamo l'orgoglio di frequentare il vecchio e storico palazzo Galluppi nel quale trovavano sede il ginnasio ed il Liceo Classico che a tutti ricordavano i vecchi maestri Vivaldi, Patari e Luigi Settembrini che os• pensare ed operare per l'Indipendenza d'Italia. Entrando, la prima nostra conoscenza non poteva non essere che quella del bidello Russo che, provenendo dal Convitto Nazionale, era diventato capo di tutti i bidelli della scuola. Altra simpatica conoscenza Š stata quella del segretario Settimo Grillone che ricordava sempre il suo servizio militare prestato quale ufficiale di artiglieria durante la I guerra mondiale. N‚ si pu• dimenticare la figura del preside Giuseppe Fornari che, alla fine di ogni trimestre, veniva a leggere le pagelle e quando le suddette presentavano espressione di tanti ®5Ż, egli bonariamente e con autorit… commentava: ®questa pagella non Š n‚ carne e n‚ pesceŻ. I corridoi erano ampi ma poco luminosi e vi si notavano diverse lapidi, fra le quali quella dedicata a Nobile Accettella Preside-rettore del Galluppi di Catanzaro. Tale ricordo marmoreo era collocato accanto a un riquadro che riproduceva le immagini degli studenti del Galluppi che avevano sacrificato la vita in guerra per la Patria e noi guardavamo tali ricordi come cose superiori alla nostra condizione di alunni e di fanciulli quali eravamo. Lasciando da parte tale aspetto descrittivo della scuola non possiamo non ricordare la figura del prof. Ugo Giordano che, col suo rigore accompagnato da innata bont…, tanto teneva a che la nostra classe fosse migliore delle altre. La classe era mista e perci• noi alunni avevamo le nostre preoccupazioni di non fare brutta figura con le compagne di scuola mentre ognuno di noi poteva sentire qualche particolare simpatia verso qualcuna delle compagne di classe che avevano sempre ®l'altaŻ protezione del prof. Giordano. Di quel tempo ricordiamo una nostra gita, faticosamente conquistata, a Copanello Lido durante la quale, anche se non era ancora incominciata la stagione estiva, tutti ci siamo affrettati ad indossare un costume da bagno. In tale occasione la nostra maggiore preoccupazione Š stata quella di vedere le nostre compagne in costume da bagno, ma il prof. Giordano, sempre con il suo amabile rigore, ci ha saputo tener lontani da qualsiasi atto che potesse essere suggerito dalla nostra condizione di quasi fanciulli e cosŤ, solo a distanza dovuta, abbiamo potuto manifestare la nostra attivit… visiva verso le diverse Franca, Silvia, Anna Maria, Antonella. Durante la frequenza del ginnasio ogni nostro comportamento era improntato a quasi infantilit…, ma quando siamo passati al Liceo ci siamo sentiti pi— maturi per cui i nostri contatti con il corpo insegnante dell'Istituto erano improntati a questo senso di maggiore maturit… che veniva percepita dagli insegnanti stessi. Chi pu• dimenticare il prof. Mario Corace che noi sottoponevamo a distrazione dalle discipline scolastiche sollecitandolo a raccontarci le sue vicende guerresche; il prof. Mauro Nicotra il quale amava denominare ®pesciŻ il punteggio ®unoŻ che poteva attribuire ad un alunno; il prof. Silverio Marasco, il prof. Aldo Fiorito che tutti insieme si preoccupavano non solo dell'insegnamento cui erano preposti, ma principalmente a portarci ad una condizione di maturit… dacch‚ tutti avevamo come nostro fine l'Universit…. Al liceo la nostra fratellanza di compagni di scuola non aveva, con dispiacere di tutti, una soluzione di continuit… dacch‚ quegli alunni che avevano la residenza nei vari paesi (Chiaravalloti, Giorla, Gigliotti, De Septis, Russo etc.), quando le lezioni dell'anno scolastico avevano termine, raggiungevano i loro genitori e noi, in questa nostra Catanzaro, rimanevamo in pochi dedicandoci durante le vacanze alla frequenza di qualche lido che ancora aveva le caratteristiche di deficienti attrezzature balneari ed alle passeggiate lunghissime attraverso il tortuoso Corso Mazzini che una volta costituiva, con i suoi negozi e con i suoi caffŠ, il salotto della citt…. Alla fine del triennio del liceo alcuni eravamo stati convocati dal prof. Mario Corace per la formazione del programma e nello stesso tempo, altri, mai identificati, si sono dati ad un atto di ®liberazioneŻ per il quale hanno danneggiato alcuni banchi e suppellettili della scuola. Una inchiesta interna coordinata dal preside Fornari con l'assistenza anche di mons. Pietro Fragola, insegnante di religione, condotta con senso di comprensione verso detto atto di indisciplina, si Š conclusa con la mancata individuaziono di coloro che avevano tanto fatto. Š stato questo ®l'ultimo attoŻ di quel periodo studentesco e perci• l'atto stesso, come tutte le precedenti cose, sono passate fra il numero delle mancanze attuate nel segno di quella giovinezza che per noi non pu• tornare pi— . /:/Leopardi Ciriaco. di Antonio e di Vincenzina Greto nato a Maida il 19 gennaio 1933 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez.E (Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948) Agli inizi degli anni '50 ero uno sbarbatello emigrato a Catanzaro da qualche anno. Tempi durissimi; venivamo da una guerra che aveva portato, soprattutto in noi ragazzini, pi— che un tipo di educazione, sofferenze fisiche inenarrabili. La fame Š una brutta bestia. Ebbene, allora si faceva la fame, ma si sperava tanto nel cambiamento radicale di situazloni contingenti. L'impatto, dopo il ribaltone del '46, con una nuova scuola, aveva significati diversi a seconda della sfaccettatura del problema sul tappeto. Ci si trovava di fronte ad una edilizia scolastica paradossale: banchi rotti, finestre senza vetri, doppi turni, elettricit… mancante, riscaldamenti neanche a parlarne; avevamo di fronte professori che avevano acquisito questo loro tipo di professionalit… in tempo fascista. Ed in tempo fascista, pi— che il bravo, andava avanti colui che aveva la tessera. Ricordo, a tal proposito, un episodio delle elementari: vi era un maestro che arrivava impettito con tanto di divisa della Milizia. La sua unica attivit… era quella di pestare i tacchi degli stivaloni e chiedere ogni giorno agli alunni: ®Chi ci sugnu io?Ż, e mostrava i gradi sulla giacca; l'alunno, timoroso, rispondeva: ®TinentiŻ, e lui di rimando: ®Bravu, primossuŻ. E si andava avanti. I presupposti al "Galluppi" non erano quindi dei pi— felici. Arrivati al liceo, si incominciava a discriminare con la divisione in sezioni: nella sezione A c'era la gente ®beneŻ, cittadina; nella sezione B vi erano le ragazze; nella sezione C i disperati e gli emigrati. Ecco, io ero uno di questi. Eravamo in tanti, in moltissimi nella classe; una classe compatta, di ragazzi intelligenti, una classe che studiava poco, ma aveva gran voglia di primeggiare sempre e nei confronti di tutti. I nostri professori non erano gran che. Ma ci si adattava comunque. Per il professore di greco, ad esempio, l'aoristo del verbo ®oraoŻ era quello detto da Tot• Ameduri, da me, da Caviano, da Tomaino, e cosŤ dagli altri venti; ed ognuno era diverso dall'altro: tutti giusti! Compito in classe di latino: Michele Rotella aveva scoperto la rivista dalla quale il professore tirava fuori la traccia; naturalmente, accanto, era la traduzione. Ebbene; copiavamo tutti la stessa traduzione ma i voti poi erano diversi, a seconda se si trattava di uno dei pi— bravi e studiosi o di uno dei pi— irrequieti. La famosa II C; e chi non ricorda l'episodio del topo? Incredibile. Da Catanzaro Lido, ogni mattina arrivava, stracarico, un treno che, per la salita della Sala, era stato spinto a fatica da una locomotiva esausta; in esso era Achille Tomaino con una tagliola per topi; dentro una sventola di quelli da fogna. Ce n'erano tanti allora. Ad un cenno, dall'ultimo banco dove era situato, Tomaino alz• la porticina ed il topo fil• via. Ognuno di noi si munŤ di regolare tavoletta e gi—botte da orbi a quel povero animale; qualcuno, in posizione strategica, aprŤ la porta ed il topo fil• nel corriodio: un caos, una confusione indescrivibile. Trionfante il professore mise un piede sul topo ormai ridotto un cencio per le botte ricevute e disse, rivolgendosi alla bidella: ®Da domani, Rosina, porta un gattoŻ. Il colpo del topo poi divenne abitudinario anche se talvolta mancava la materia prima. Riuscito con il topo, la scelta cadde su di un uccellino; anche qui la confusione fu enorme. Ma la scuola, il nostro liceo, non fu questo e solo questo. Allora, senza denominazione di ®ragazzi del '50Ż, cosŤ come si fece di quelli del '68 e quelli dell''85 in una qualificazione strumentale e quanto mai pericolosa per l'eccessivo protagonismo cui siamo soggetti giornalmente, l'argomento principe per lo sciopero non era la mancanza di riscaldamento od i doppi turni o altro; c'era da risolvere il problema di Trento e di Trieste; e lŤ eravamo tutti d'accordo, tranne la polizia di Scelba che allora picchiava veramente forte. Quante manganellate in testa! Quante volte il ritorno a casa era un dramma: i vestiti strappati per la furia dei poliziotti che, ancora oggi me lo chiedo senza riuscire a comprendere, per il solo fatto di vedere incolonnati gli studenti in piazza, picchiavano con i loro manganelli. C'erano anche gli agit-prop comunisti, ma non ci pensavamo neanche. I fatti politici, se pur stuzzicanti, non ci interessavano gran che salvo nell'associazionismo esterno alla scuola e nel quale, chi pi— chi meno, eravamo impegnati. Il Galluppi. C'era Peppino Fornari come preside; aveva difficolt… di pronuncia e figurarsi in che modo riuscivamo a fargli il vezzo, In verit…, c'era anche qualche versaccio di troppo, all'insegna della goliardia, ma poi, tutto sommato, gli volevamo bene. Il 19 marzo, festa di San Giuseppe, spenti i microfoni della sezione A, noi della C, con un mazzo di fiori, gli facevamo dei discorsi lunghissimi di augurio; ed a lui luccicavano gli occhi dalla commozione. Avevamo solo un cruccio col nostro beneamato preside: lo scrivemmo su un diario la cui responsabilit… era affidata alle mie mani; naturalmente mi riferisco a quel che restava del diario di classe. Dopo circa una decina di note dei vari professori contro le nostre malefatte, scrivemmo testualmente: ®La II C Š indignata per i mancanti provvedimenti del sig. Preside nei suoi confrontiŻ. Un atto di sfida che veniva capito e perdonato; come tutte le nostre cose. Interrogatorio del povero Michele Rotella: era uno di quelli che sgobbava e molto; ci mettevamo davanti in due o tre, e, mentre Michele rispondeva puntualmente alle domande del professore, noi scuotevamo la testa in segno di diniego: ®Vai a posto, RotellaŻ, - sbottava improvvisamente il professore - ®non hai studiato affatto!Ż ed era vero il contrario. In classe qualche volta veniva fuori l'argomento politica; ed il professore di rimando: ®La politica fuori la porta!Ż. Ora di filosofia: Rosario Caviano, oggi avvocato, non voleva essere interrogato e, per evitarlo, o meglio per evitare il puntino nero della professoressa Varano, si nascondeva sotto il banco su cui erano accatastati i cappotti di tutti. ®Caviano, vieniŻ - gridava la professoressa che non ci vedeva gran che; e mentre qualcuno mormorava che il Caviano era assente, qualche altro - pure io mi ci metto - con dei calcioni ben assestati scopriva il segreto. Ed anche Caviano non poteva sfuggire al puntino nero. Che lotta quel giorno nell'intervallo: Ciccio Sacco, oggi professore, e Giovanni Maccarone, un prodotto del vibonese e precisamente di Calimera, nome greco ben augurale, oggi avvocato, facevano la lotta e tutti noi intorno a parteggiare chi per l'uno chi per l'altro. Arriva il professore e partecipa a quella battaglia; naturalmente mena pure lui senza ritegno. E poi tutto finŤ lŤ. La mattina eravamo la disperazione del capo-bidello Russo; aveva il compito di aprire il portone; si entrava dall'ingresso sul cortile perch‚ dal portone principale vi era l'ingresso di altre scolaresche: elementari, medie, ginnasio etc. Ebbene, bastava un ®Fesso il primo...Ż e la nostra classe rimaneva fuori anche dopo l'ingresso di tutti. Poi qualcuno rompeva questa solidariet… e via a valanga con l'appellativo che, come un testimone, passava dal primo all'ultimo; non eravamo contenti: fesso il primo sŤ, ma anche l'ultimo. Studiare? Be', sŤ. In questa baraonda si riusciva anche a studiare come si poteva. Lo facevamo in collaborazione; vi era il bravo Tot• Ameduri, ad esempio, e c'eravamo gli altri... Molta intelligenza e poca disposizione allo studio; bastavano poi quei due o tre mesi finali ed il risultato era positivo. I ricordi si accavallano; anche le nostalgie. E chi non ne ha!? Per• le difficolt… dei professori in un periodo in cui bisognava rieducarli ad un insegnamento corretto e democratico, l'ansia di libert… e di conoscenza degli alunni, cose quest'ultime di gran lunga pi— veloci delle esigenze dei primi, la necessit… di partecipazione ai problemi politici del momento, la volont… di sfuggire alla logica tremenda del sacrificio per ribaltare in un'unica componente arretratezze sociali e culturali da una parte ed economiche dall'altra, furono le vere realt… del Galluppi. Ecco perch‚ da quella scuola venne fuori la classe dirigente che fece l'Italia del futuro; quella del boom economico i pi— precoci, quella di transizione negli anni '70, l'attuale. I paragoni non possono far testo perche i momenti e le storie sono diversi. Ma la nostra felicit… Š che noi, ragazzi del '50, abbiamo fatto una rivoluzione: in silenzio e senza protagonismo di sorta; a poco prezzo, naturalmente, perch‚ le rivoluzioni si fanno con poco. Siamo diventati adulti con le nostre responsabilit…, grosse per aver operato in quel modo, e ci siamo trovati dinanzi ai ragazzi del '68: un compromesso tra rivoluzione e riforma. Ma anche lŤ vi Š un punto di riferimento ben preciso nella storia della seconda met… del secolo. Ora ci troviamo con i ragazzi dell''85 ad un processo di riforma esclusivamente tale, che comporta perci• stesso una enorme spesa. Ma questo processo Š necessario perch‚ si va verso il duemila con una tecnologia ed una mentalit… diverse: l'era del computer, quella dei servizi, Š un'era pi— di consumo che di piattaforma produttiva. La nostra felicit… Š che il consumo di oggi Š nato dal sacrificio, dalla scuola, dalla rivoluzione, dal Galluppi del 1950. Questa Š una nota di merito che abbiamo effettivamente conquistato. Io insieme ad Ameduri, Caviano, Gallelli, e via via Maccarone, Rotella, e gi— fino a Tomaino, Turco. Gente che vale. /:/Pasquale Alcaro. di Antonio e di Rosa Ardito nato a Napoli il 6 maggio 1933 iscritto per la prima volta alla prima liceale sez. E (Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949) ....i muri, i compagni La mia teoria la conoscete tutti, tanto che la enuncio solo per i pochi forestieri di passaggio. Sono arrivato al Liceo Classico crudo, proprio crudo. Vi ho trovato il preside, pardon, il Signor Capo di Istituto, leggermente rimbambito oltre che professore di matematica. I professori, tolte due o tre eccezioni: ignoranti, vagabondi o disonesti o tutte e tre le cose assieme. Io studiare non studiavo e sono uscito maturo, credetemi sulla parola. Saranno stati i muri del vecchio Liceo a maturarmi o i compagni di scuola. Questa la teoria e, popperianamente, tanto pi— scientifica quanto pi— falsificabile. Andiamo a dimostrar: Che sia arrivato crudo non c'Š dubbio, tutti possono testimoniare. Perch‚ possiate giudicare anche voi forestieri: arrivato al primo liceo classico non avevo mai sentito pronunciare il sostantivo Shakespeare e tanto meno l'aggettivo shakespeariano. Arrivo al vecchio "Galluppi", di fronte al "Guglielmo"; in effetti muri spessi, sostanziosi; interni in penombra diffusa, claustrale, procurata da alte, sbarrate persiane di settembriniana austerit…. Dentro un vociare ed un caos di conseguenza, cioŠ da case chiuse, I E, 27, tutti maschi. Anni fine '40. Il professore di greco si faceva correggere i compiti da un suo collega pi— bravo: farlo di persona non era cosa sua, e spesse volte mostrava imbarazzo a dover rendere conto dei segni rossi e blu. Gli citavamo (iniziammo noi, giovanotti di ora che credete di essere originali) il Sorhensen, ala sinistra dell'Atalanta o il Pallaoro, equivalente di destra della locale squadra di calcio, tra la bibliografia sui classici greci, con il suo compiaciuto, anche se leggermente critico, assenso. Il professore di scienze del secondo anno era molto bravo e lavorava sodo; con la ®suaŻ chimica organica ho campato di rendita all'universit…, ma apparteneva alla...terza categoria. Per essere promossi bisognava andare a lezioni private da un suo collega giovane, distinto e sfatigato, del reggino pure lui. Privata per modo di dire: 10-12 ragazzi per volta. La lezione era simbolica: 20-30 minuti di chiacchiericcio; il pedaggio alla fine del mese no. La professoressa di storia e filosofia era buona con noi, ci voleva troppo bene; ragazzacci sŤ, ma tutti maschi, ricordate? E noi ricambiavamo l'affetto intonandole un coretto di una sola parola che descriveva sue supposte virt—amatorie, non strettamente finalizzate alla prosecuzione della specie (non era bolognese), il giovedŤ all'ultima ora quando, ordinati, ci accompagnava all'uscita. Un coretto ben intonato e ben scandito. E riuscŤ bene il coretto pure all'uscita dalla chiesa, quella di Montecorvino, il giorno del suo matrimonio. Le stava bene il velo bianco; lei era tutta commossa. Il Signor Capo di Istituto veniva ogni tanto a sostituire qualche professore mancante; chiedeva un volontario alla lavagna ed i compagni spingevano me. Mi irritava la sua ostinazione a non volersi capacitare, a non voler ammettere che la mia dimostrazione del teorema era pi— semplice, con meno passaggi e pi— lineare della sua; tanto che alla fine, stizzito, mi costringeva a sgridarlo: ®o c..., non dire di no!Ż. Io non studiavo per niente, ve l'ho detto, ma chi inferse il colpo di grazia alla mia residua ed esigua voglia di studiare fu un ®figurativiŻ. Vi racconto: II liceo; II trimestre. Professore di latino era uno di tutte e tre le cose assieme, pace all'anima sua. ®Alcaro, preparati che prossimamente ti interrogoŻ. Ed io, per amore di mio padre, studiai sodo per due settimane. Mi interroga, un'ora intera, su tutto il programma fatto; vado bene, rispondo su tutto, a puntino. ®Pap…, se vuoi andare a chiedere...Ż ®Maresci…, iu propriu bonu, non me l'aspettavo da lui, sapia tuttu... FIGURATIVI che gli ho messo 5 meno menoŻ. Quel ®figurativiŻ, che ancor mi brucia, fu il mio alibi e la mia salvezza. Da quel giorno alla villa, quasi sempre! Ma torniamo alla teoria, questo da me vi attendete. 27, I E, appena formata. Di questi, 17 provenivamo dall'Istituto Salesiano; due o tre da altri ginnasi, di Santa Severina forse, o comunque presilani; gli altri, ripetenti, da altre sezioni. La selezione non era naturale ma predeterminata come nella genetica moderna. Io ero abituato cosŤ: V ginnasio, professore di lettere Don B.., voce nasale: ®Scrivete: il capitolo 4ř dei "Promessi Sposi", per quanto riguarda i contenuti si divide in unoromano, dueromano, treromano; unoromano si pu• a sua volta suddividere - devo andare pi— piano? - in agrande, bigrande, cigrande... Agrande si divide in alfa, beta, gamma, delta...Ż Ed all'interrogazione, il giorno dopo: ®Tu, dimmi cosa narra il Manzoni in treromano-agrande-deltaŻ. Una vera battaglia navale letteraria. CosŤ ci trovo, al "Galluppi" il professore di filosofia al suo entrare in classe, ma forse non se ne rese subito conto. Ieratico e paglierino tornava da anni di fronte, e si vedeva. Le ore erano di 50 minuti, a scuola di pomeriggio a trimestri alterni. Spiega per le prime cinque lezioni, noi tutti zitti non perdevamo una parola; al 6ř giorno interrog•. Chiam• il primo, si rese conto alla seconda, terza domanda che non aveva capito niente. Lo rimand• al posto ed, aiutandosi col registro: sotto un altro: Nisba! Al terzo abbass• un poco il tiro, non solo domande ma avvii, incoraggiamenti, mettere sulla strada, ma anche cosŤ niente; diventando ancor pi— comprensivo... ®fine a se stesso, figlio mio, che vuol dire? Lo sai bene...Ż. Lui non lo sapeva per quanto i tempi di attesa e la pazienza del professore si fossero allungati. ®Dillo tuŻ, interrogando dal posto quello del primo banco, e poi un altro, ed un altro ancora. L'avrete capito, nessuno di noi, su 27, sapeva che cosa volesse significare la frase ®fine a se stessoŻ. Il professore si fece serio, non divent• pi— pallido perch‚ non poteva. E, dopo un po' di riflessione, ®BastaŻ, chiuse il libro, ®non si fa pi— scuola, non far• pi— lezioni... Che romanzi avete in casa?Ż. Io scelsi, ricordo, ®Storia di San MicheleŻ di Axel Munthe, ma poi ripiegai, non so perch‚, su ®Due prigionieriŻ di Zilahy: era un po' pi— eccitante. ®Fra una settimana ne riparleremo in classe... VenerdŤ sera alle 6 tutti davanti al Politeama-Italia a vedere insieme "Ladri di biciclette" ... Domani tu porta il "Corriere della Sera", lo leggeremo in classe...Ż Mantenne la parola, non fece pi— ®scuolaŻ. In pochi mesi ®ni rivotauŻ! ...i muri, i compagni. ...Poi all'ospedale, molti anni dopo, trovai il professore Spadea, ma questa Š un'altra storia, ve la racconter• un'altra volta o forse ve l'ho gi… raccontata. Salve. /:/Vittorio Antonini. di Luigi e di Laura Peronaci nato a Catanzaro il 31 maggio 1933 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948) Sono Vittorio Antonini, ex allievo del liceo ginnasio "Galluppi" di Catanzaro. Il cortese invito, rivoltomi dal preside Ezio Galiano, di collaborare alla stesura di un libro, destinato a raccogliere i ricordi di ex alunni di quella scuola che fu la nostra, mi ha lasciato in un primo momento perplesso e scettico sulle mie possibilit… di rievocare, fra i tanti, piccoli, quotidiani e banali fatti rimasti nella mia memoria, episodi degni di interessare veramente nel contesto del tipo di pubblicazione che si vuole, con pregevoli intenti, preparare. Poi il riferimento che il preside (il ventiquattresimo della serie, secondo la mia ricostruzione storica, certo il primo che ha conseguito la maturit… classica nello stesso "Galluppi") ha fatto espressamente nella sua lettera all'opportunit… che il nostro liceo abbia ®la sua storia saldando il passato al presenteŻ mi ha riportato alla mente un mio modesto lavoro dei tempi in cui frequentavo la terza liceale. In quell'epoca, per collaborare ad un giornale pubblicato periodicamente dalla mia classe, la terza A, con nomi sempre diversi (Megafono, Aziopirical, Gurpignal, Festivissimal 1951, Rapinantal), effettuai delle ricerche presso la Biblioteca Comunale, allora diretta dall'indimenticabile don Pippo De Nobili, proprio per rintracciare le origini e lo sviluppo del liceo "Galluppi". CosŤ fu pubblicato a puntate sul giornale gran parte del risultato di quelle mie ricerche, condotte certo con diligenza e buona volont…, approfittando anche di qualche suggerimento di don Pippo, ma con la scarsa esperienza della mia condizione. Sono riuscito a ritrovare il vecchio materiale oggetto di quel mio lavoro ed Š questo che invio al preside Galiano il quale, se vorr…, lo potr… pubblicare eventualmente a conclusione dei pochi ricordi personali che accludo. La mia sommaria, ed inevitabilmente lacunosa, storia del "Galluppi" si ferma al 1937, anno in cui assunse la presidenza del liceo il professore Giuseppe Fornari che fu il mio preside dall'ottobre 1946 al luglio 1951, il preside Peppino Fornari che ancora spesso ci viene simpaticamente ricordato dalle perfette imitazioni che del suo singolare modo di parlare fa un noto e brillante personaggio catanzarese, Pino Chiaravalloti, mio carissimo collega ed amico. Dei miei professori, che ricordo con affetto ma che non nomino perch‚ furono molti e correrei il rischio di dimenticarne qualcuno, non posso assolutamente non menzionare, tuttavia, il professore Giovanni Mastroianni, col quale sono rimasto sempre in contatto, anche se la sua docenza universitaria, negli ultimi tempi, ce lo ha sottratto alquanto. Tutti noi, suoi allievi, siamo debitori della nostra formazione culturale di base a lui che, in un periodo in cui l'insegnamento era ancora astratto, autoritario e cattedratico, aveva anticipato di decenni i tempi nuovi scendendo dalla cattedra, abbandonando le strettoie dei libri di testo ed insegnando filosofia col dialogo e con il costante riferimento al concetto che gli uomini vanno inquadrati e capiti nei tempi in cui vivono. (Mi capit• pi— tardi, all'universit…, quando sostenni con successo l'esame di filosofia del diritto, di sentirmi chiedere dal professore a mo' di congratulazione chi fosse stato al liceo il mio insegnante di filosofia). Con il professore Mastroianni ci abituammo ad integrare lo studio dottrinario con l'osservazione della realt… che ci circonda. A lui Š anche legato un simpatico episodio erotico-sportivo che allora, per la verit…, fu tragicomico e che, forse, vale la pena di ricordare. In uno di quei famosi nostri giornali, un mio compagno, Mario Parisi, che attualmente esercita la professione di ingegnere in Bari, fece la descrizione di una partita di calcio tra docenti di ambo i sessi, assegnando a ciascuno il ruolo a lui o a lei pi— confacente, secondo il suo insindacabile giudizio ®tecnicoŻ. Al professore Mastroianni diede il ruolo di centravanti e alla professoressa di filosofia di un altro corso, Emilia Pignato, quello di portiere avversario. Il resoconto dell'incontro culminava con una brillante azione d'attacco di Mastroianni il quale, abilmente, riusciva a segnare una rete facendo ®passare la palla fra le gambe della PignatoŻ. Orbene, quest'ultima frase, allora maliziosa ma che oggi, dopo ®La ZanzaraŻ, farebbe appena sorridere, fu intesa, nell'anno di grazia 1951, dall'Autorit… Scolastica costituita come un attentato all'onorabilit… della docente violata da quell'incauto passaggio di palla e come un brutale richiamo alla sessualit…. Il fatto fu considerato particolarmente grave, anche perch‚ la professoressa Pignato era figlia del provveditore agli studi del tempo ed il professore Mastroianni, notoriamente comunista, era ritenuto, all'epoca, un uomo di... punta. Certo Š che Mario Parisi, per effetto di quella sua pubblicazione, fu sospeso dalla sessione estiva degli esami di maturit… e dovette sostenerli, su tutte le materie, nella sessione autunnale. Prima di chiudere, mi corre l'obbligo di ricordare che il "Galluppi" fu anche il luogo in cui mi innamorai di mia moglie, Liliana Maraziti, mia compagna di classe nel secondo e terzo liceo. Dopo la maturit… classica le nostre strade parvero dividersi definitivamente per la diversit… delle rispettive facolt… universitarie e pi— tardi perch‚, mentre ella insegnava matematica a Catanzaro, io facevo il magistrato altrove. Senonche, trascorsi quattordici anni dalla maturit…, ci rincontrammo e, in pochi mesi, ®saldando il passato al presenteŻ - come dice nel suo invito il preside Galiano -, convolammo a giuste nozze. Ora, in occasione di qualcuno di quegli inevitabili banali litigi nel corso di una serena vita matrimoniale ormai protratta oltre quattro lustri, ci capita talvolta di chiederci scherzosamente se, in fondo in fondo, l'aver frequentato il liceo "Galluppi" non sia stato per noi... un danno. I giovani studenti di oggi ne traggano insegnamento perch‚ dal "Galluppi" si pu• arrivare... anche all'altare! DA ®MEGAFONOŻ ®AZIOPIRICALŻ ®GURPIGNALŻ ®FESTIVISSIMAL 1951Ż ®RAPINANTALŻ IL COLLEGIO DEI GESUITI La fondazione di quello che sar… il liceo classico di Catanzaro risale al sedicesimo secolo, quando i padri Gesuiti svolgono la loro opera per la soppressione delle eresie e per l'educazione della giovent—. Uno di questi padri, Niccol• Alfonsi detto il Bobadilla, capita a Catanzaro e vi tiene delle prediche in occasione della quaresima del 1553. Vi ritorna dopo cinque o sei anni ed incontra molte simpatie per il vigore della sua oratoria e per i suoi modi affabili. Nasce cosŤ l'idea di fondare un collegio e di affidarne la direzione e l'amministrazione ai Gesuiti: il che avviene il giorno 1 febbraio 1563. Per ospitare tale collegio si costruisce un nuovo edificio sul suolo occupato dalle case De Cumis, Malacuvo, De Nobili, Lioy che vengono, perci•, abbattute; a sovvenzionarlo si provveder… con lasciti di privati e concessioni pontificie. Le materie d'insegnamento sono: lettere italiane, latine e greche, filosofia, teologia morale e dogmatica ed, in seguito, medicina e diritto. Primo rettore Š il padre gesuita Giuseppe Biondo. Tra gli insegnanti di rilievo vanno ricordati: il catanzarese Decio Strivieri (poi recatosi in Polonia e mandato, nel 1696, dal re Sigismondo come ambasciatore a Mosca per indurre il granduca Boris ad allearsi con lui contro Carlo Di Svezia), il napoletano padre Costanzo Bulgarelli, latinista ed insegnante di filosofia, Desio Vincenti da Lecce, Giovanni Maria Santoro, Luca Pinelli, professore di umane lettere, il napoletano Alfonso Caracciolo, insegnante di letteratura latina. Alunni da menzionare sono: De Cumis, Francesco Susanna, Luigi Marincola, Marco Ferrari, Antonio Schipani. IL REAL COLLEGIO Quando i Gesuiti vengono cacciati dal regno di Napoli, sono costretti a lasciare anche il collegio nella notte tra il 29 ed il 30 novembre 1767. Il Collegio dei Gesuiti in Catanzaro dur•, quindi, 204 anni. Il ministro napoletano Bernardo Tanucci, nell'editto del 6 febbraio 1768 ®De regimine studiorumŻ, dichiara che i Gesuiti hanno approfittato dell'incarico loro affidato per tornaconti personali e che si sono arricchiti con le rendite assegnate per l'amministrazione del collegio. Dopo la cacciata dei Gesuiti, quello che sar… il nostro liceo prende il nome di Real Collegio. Vengono nominati, come insegnanti, sei laici per le lettere e la filosofia e quattro sacerdoti per la religione. La scelta degli insegnanti viene affidata al preside (titolo corrispondente a quello attuale di prefetto). Tra i professori di questo nuovo periodo vi sono: Giovanni Bianchi che insegna matematica, Francesco Saverio Barberi, Antonio Bagnati, Tommasino Susanna, Bernardo De Riso (chiamato poi dai catanzaresi ®Padre della PatriaŻ), l'abate Jerocades che istituŤ a Catanzaro la prima loggia massonica ed Orazio Lupis, scrittore, che insegn• per quarantasette anni. Insigne alunno del Real Collegio Š Giuseppe Poerio barone di Belcastro, oratore ed uomo politico, propugnatore della Repubblica partenopea, partigiano di Napoleone e pi— volte condannato per le sue idee. Altro celebre studente di quell'epoca Š Guglielmo Pepe che, com'Š noto, combattŠ dapprima in difesa della Repubblica partenopea contro gli uomini del cardinale Ruffo, poi al servizio di Murat, indi sotto i Borboni e nei moti del 1821 fu a capo dei rivoltosi. La nomina a generale nella rivoluzione italiana contro gli Austriaci e l'eroica difesa di Venezia aggiungono nuova gloria a questo ex alunno del nostro liceo. IL REAL LICEO Il nome di Real Collegio dura dal 1769 al 1812, quando il re di Napoli, Gioacchino Murat, decide di chiamarlo Real Liceo. Sotto il regno di Murat vengono istituite le prime scuole universitarie catanzaresi. Le facolt… sono: diritto, farmacia, ostetricia ed i primi quattro anni di medicina. Fra i primi docenti dell'istituita universit… sono degni di particolare menzione: Francesco Aracri, Giuseppe Fajelle, Raffaele Larussa. Nel Real Liceo insegna anche, dai primi di ottobre 1835 all'otto maggio 1839, Luigi Settembrini, l'insigne letterato e patriota che ci ha lasciato, fra l'altro, nelle note sue ®RicordanzeŻ, i ricordi del suo processo di perseguitato politico e del quale il De Sanctis, commemorandolo in Senato, disse: ®sereno nel martirio quando la Patria era schiava, quando Essa fu liberata nulla volle, nulla chieseŻ. Con decreto reale del 9 ottobre 1849 il liceo viene affidato ai padri Scolopi i quali, mirando ad istillare nei giovani l'amore per la propria terra e per la libert…, tendono a considerare la scuola come formatrice del cittadino pi— che del letterato astratto. Notevoli insegnanti di questa nuova fase sono: Giuseppe Vincenzo Ciaccio, destinato ad affermarsi come scienziato di fama europea, e Francesco Acri per le lettere e la filosofia. Si hanno in quel periodo scolari che poi saranno illustri statisti come Giovanni Nicotera (due volte ministro dell'Interno), Bernardino Grimaldi (due volte ministro delle Finanze, poi ministro dell'Agricoltura Industria e Commercio ed ancora ministro del Tesoro nel governo Giolitti), Bruno Chimirri (giurista, deputato, poi senatore e ministro dell'Agricoltura Industria e Commercio, di Grazia e Giustizia, delle Finanze); o saranno illustri filosofi come Felice Di Tocco e Francesco Fiorentino. IL REGIO LICEO GINNASIO ®PASQUALE GALLUPPIŻ Nel 1861, alla costituzione del Regno d'Italia segue la laicizzazione scolastica e gli Scolopi consegnano la scuola, il 13 ottobre di quello stesso anno, al Commissario di Governo avvocato Liborio Menichini. Si mantiene il convitto per gli alunni interni e convitto e liceo vengono intitolati al filosofo calabrese Pasquale Galluppi. Š la fine dell'intromissione ecclesiastica, ma anche l'inizio della crisi delle scuole universitarie catanzarcsi, le quali erano sovvenzionate dai Borboni per impedire che gli studenti del meridione affluissero insieme all'universit… di Napoli e provocassero disordini rivoluzionari. Gi… nel settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, arrivato a Napoli e considerata la nostra universit… come espressione della tirannide borbonica, stabilisce che, alla morte dei professori, essa sia abolita. Successivamente, con un decreto del 1890, vengono soppressi tutti i corsi, tranne quelli di farmacia, ostetricia e notariato. Un tentativo di Bruno Chimirri, che chiede nel 1910 il ripristino della vecchia normativa, ottiene il voto favorevole della Camera dei Deputati, ma la questione Š destinata a rimanere irrisolta negli archivi del Senato. L'abolizione definitiva dell'universit… catanzarese, ove svolse il suo insegnamento di diritto anche il professore Antonio Iannoni (cospiratore, processato nel 1848 e nel 1852 per attentato al governo e condannato ad otto anni di ferri, dopo l'unit… d'Italia consigliere ed assessore del comune di Catanzaro, deputato, vicepreside della Provincia), sopravviene con la riforma Gentile. Il primo preside rettore del "Galluppi" dal 1861 Š il piemontese Antonio Ghiglione, destinato a perire tragicamente per mano di un folle alunno dello stesso liceo. Nel cimitero di Catanzaro gli studenti posero, a suo ricordo, un monumento marmoreo che tuttora esiste. Primi professori del liceo ginnasio sono: Pasquale Serravalle, Domenico Torchia, Luigi Tamburini, Domenico Marincola, Carlo Tarantino, Mauro da Gioia, Antonio Tarzia, Giacomo Correa, Giovanni Capparelli, Francesco Cardamone, Carlo Marcantoni. I presidi rettori che succedono a Ghiglione fino alla conclusione del 1800 sono: Filippo Patella, Nicola Stranieri, Pietro De Bellis, Paolo Pavesio, Luigi Cobau, Pietro De Zotto, Luigi Moschettini. Nel 1900 il preside rettore Š Pietro Malusa che resta appena un anno. Infatti dal 1902 al 1906 svolge le funzioni di preside rettore Pellizzari. Nel 1907 ricopre la suddetta carica Nobile Accettella di cui ci rimangono alcune pubblicazioni su elementi di chimica. I dati della sua vita e i discorsi pronunziati per la sua morte, avvenuta il 4 febbraio 1910 furono raccolti dal professore Giovanni Patari. A Nobile Accettella Š dedicata una lapide nel nostro liceo, lapide che lo ricorda per quella figura integra e nobile che veramente fu. Š l'ultimo preside rettore, perch‚ dopo di lui le cariche si dividono. Dal 1910 al 1918 troviamo il preside Pasquale Todeschini; dal 1918 al 1924 Luigi De Rosa; dal 1924 al 1931 Giovanni Tancredi; dal 1931 al 1932 dopo la breve supplenza affidata al professore Domenico Miceli, Š preside Mario Battistrada, mutilato di guerra. Fra i tanti illustri professori che insegnarono negli ultimi anni del 1800 e fino al 1932 Š opportuno menzionare almeno coloro che pi— profondamente contribuirono alla formazione umana della maggior parte dei professionisti catanzaresi. Va ricordato Sante Calabria, nato il 18 gennaio 1848 e morto nel 1938. Dopo aver insegnato dal 1866 al 1873 nel ginnasio di Scigliano e dal 1876 al 1879 latino e poi italiano e greco nel ginnasio superiore e nel liceo dell'ateneo ®Galileo GalileiŻ di Napoli, il 29 novembre 1888, in seguito a concorso, ottiene la cattedra di latino e greco nel nostro liceo. Come illustre professore di italiano va ricordato Vincenzo Vivaldi, incaricato in questo liceo dal marzo al luglio 1891 e poi titolare nell'anno 1901. Mario Corbino, nato ad Augusta il 30 aprile 1876, Š nominato reggente di fisica con decreto dell'ottobre 1896. Alfonso Notarantonio, dopo aver insegnato lettere nel ginnasio superiore durante il 1901, passa all'insegnamento nel ginnasio superiore. Giuseppe Schiavello da Sorianello, insegnante durante il 1901 nel ginnasio inferiore, diviene ordinario di ginnasio superiore nel 1906. Nei due ginnasi insegna anche Antonio Torchia, nato il 30 marzo 1874 e morto il 6 dicembre 1950. Non si pu• omettere il nome di Giovanni Patari, anch'egli insegnante nei due ginnasi, poeta e scrittore, particolarmente amato dai catanzaresi, collocato a riposo il 2 novembre 1933. Tra i professori di lettere ricordiamo ancora: Vincenzo Sando, Arangio Ruiz trasferito nel ginnasio superiore nel 1916, Francesco Bellusci del periodo 1925/1926 e Domenico Miceli collocato a riposo l'1 ottobre 1941. Tra i docenti di latino e greco vanno menzionati: Felice Greco, poi provveditore agli studi di Napoli, e Giuseppe Morabito, vincitore di vari premi ®AmsterdamŻ di composizione latina. Gli alunni che in questo periodo lasciano ricordo di s‚ sono numerosissimi. Simbolicamente, per brevit…, basti ricordare: Giuseppe Casalinuovo, avvocato di altissimo livello e grande cultore di lettere e poesia, egli stesso autore di poesie raccolte ne ®La lampada del poetaŻ, Corrado Alvaro che nel 1913 consegue qui la maturit… classica, Ercole Scalfaro che generosamente immola la giovane esistenza sul campo di battaglia durante la guerra 1915/1918 con azione eroica riconosciuta degna del conferimento di medaglia d'oro. Dal 1932 al 1934 viene nominato preside Giuseppe Morelli e nei successivi tre anni (l934-1937) Carlo Pane. Nel 1937 a capo del nostro liceo troviamo Giuseppe Fornari. /:/Antonio Anzani. di Mario e di Nicolina Capilupi nato a Crotone l'11 settembre 1933 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez A (Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948) Caro, vecchio "Galluppi" Š assai difficile, per i ragazzi di oggi, perfino immaginare la Catanzaro degli anni 1946-1951, ed, in quegli anni, la ®centralit…Ż del ®GalluppiŻ. Una centralit… che, forse, aveva anche qualche risvolto classista, almeno nel senso che frequentare il liceo classico, allora, significava necessariamente dover proseguire gli studi all'Universit… e, viceversa, la gran parte degli altri Istituti secondari la precludevano. Ma, sicuramente, v'era una centralit… culturale del liceo ®GalluppiŻ, un tipo di studi sui generis, mirante ad una formazione culturale generale, di fronte agli Istituti Tecnici, al Magistrale, ai Professionali che miravano ad una cultura specifica, per un immediato inserimento nel mondo del lavoro. Di questa diversit… di ®taglioŻ avevamo coscienza, fors'anche un po' di giovanile orgoglio; e i nostri professori ce lo evidenziavano per ottenere da noi il massimo impegno. Una schiera di docenti, alcuni dei quali ormai non vivono pi— se non nel ricordo di noi, ragazzi di allora, consapevoli di dover loro l'impostazione della nostra cultura, il metodo di studio che ci ha consentito di affrontare agevolmente studi pi— severi. Mi sembra ingeneroso citarne alcuni omettendone, per ovvie ragioni di brevit…, altri. Ma tutti, tutti, erano docenti impegnati, colti e, in conseguenza, avevano grande ascendente su noi giovani, su tutti i giovani, pi— o meno studiosi che fossimo. Erano tempi nei quali le distrazioni erano pochissime e le possibilit… economiche assai modeste: il cinema e una passeggiata sul corso il sabato, l'opera lirica sul loggione del Politeama una volta l'anno, la gita scolastica di un giorno in Sila o a Mater Domini (allora era campagna) sui traballanti camion del CRAL o sul trenino sbuffante della Calabro-Lucana. Frequentavamo le due librerie di allora, Mauro e Bottega del libro, acquistavamo i volumetti della BUR a cinquanta lire l'uno, che spesso rappresentavano l'alternativa al cinema. Le ragazze erano assai meno abbordabili di oggi; con le compagne di scuola il rapporto era cameratesco e... nulla pi— . A scuola si andava in giacca e cravatta e le ragazze ermeticamente chiuse in grembiuli neri lunghi fino al polpaccio: divise inderogabili, tanto che —ed Š l'unica eccezione che faccio al mio impegno di non fare menzioni personali - la Professoressa Giglio, di venerata memoria, apostrof• un incauto ragazzo presentatosi un giorno senza cravatta, col collo della camicia aperto: ®Tu cchi ti cridi, ca sŤ a la putica e mastru Santu (noto ®morzellaroŻ)? v… a la casa e cangiati!Ż. Ho spesso rivisto alcuni compagni e compagne, almeno quelli che hanno intrapreso la carriera dell'insegnamento; altri li ho persi di vista; ma li ricordo tutti, nei banchi anteguerra delle aule severe, un po' tetre, del vecchio ®GalluppiŻ. Ho rivisto molti dei miei docenti, taluni divenuti presidi. Mi Š capitato, in quanto Provveditore agli Studi, di pronunciare, per qualcuno, il discorso di commiato; per qualcuno, purtroppo, l'elogio funebre. Quanta malinconia a volte, ma quale tuffo nella giovinezza nel ricordare quegli anni! Anni duri, difficili, ma sereni perch‚ ci accontentavamo del poco che avevamo e vivevamo intensamente e gioiosamente quella ®dolce stagioneŻ. /:/Mario Iannuzzi. di Francesco e di Ester Concolino nato a Catanzaro il 3 gennaio 1934 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948) Caro Ezio, no, non posso dire che noi studenti degli anni '50 al liceo "Galluppi" amassimo molto l'istituzione. Del resto come si poteva amare una struttura che non ci forniva una biblioteca appena decente o un laboratorio didattico, che riduceva molto spesso l'attivit… sportiva ad una passeggiata ai giardini pubblici, che ci si presentava quasi sempre con provvedimenti burocratici senza incisivit…? Ma allora, da dove ricavavamo quegli stimoli ideali e culturali che ci hanno permesso di seguire, sia pure da lontano, gli avvenimenti nazionali con l'ansia di essere informati e di capire, con l'aspirazione a fare da adulti qualcosa di significativo in Calabria o lontano dalla Calabria? Penso che ci• che ha contato sia stata la struttura umana dell'istituzione, cioŠ i professori e gli amici della stessa classe e delle altre classi, che incontravamo anche fuori dal liceo, arricchendo di tante cose la nostra giornata. Col professore di storia e filosofia, Giovanni Mastroianni, i rapporti continuavano nel pomeriggio, durante interminabili passeggiate lungo il Corso fino all'ora di cena. Era durante queste passeggiate, di due o tre o quattro studenti a fianco del professore, che la storia e la filosofia diventavano cose vive, direttamente collegate agli avvenimenti del tempo. Ed il professore di italiano, Livio Cancellieri, ci suggeriva letture di alcuni romanzi appena editi, ci prestava il suo libro, e voleva poi conoscere le nostre reazioni, discutendole sempre con rispetto, guardandoci con quella sua espressione sempre imbronciata. In questo modo la scuola ci ha offerto un terreno di rapporti interpersonali e sociali che ha condizionato le nostre stesse scelte di vita adulta. Š questo, ad esempio, l'humus culturale che, al di l… della povert… delle istituzioni, ha motivato la mia scelta di lavorare nella ricerca di fisica, a quei tempi materia astronomicamente lontana da ogni realt… locale. Per altri la scelta Š stata quella del disinteressato impegno politico e sociale, vissuto in maniera totalizzante, in Calabria o lontano dalla Calabria. Per tutti, gli anni del liceo furono importanti. Per questi motivi, ancora oggi, dopo circa trenta anni, quando un giovane studente di Catanzaro, su suggerimento di qualche vecchio amico o conoscente, viene a chiedermi consiglio prima dell'iscrizione all'universit… o durante gli studi post-liceali, sento subito che parliamo lo stesso linguaggio, come se tutti questi anni fossero cancellati in un istante. /:/Giuseppe Chiaravalloti. di Domenico e di Caterina Chiaravalloti nato a Satriano il 26 febbraio 1934 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. E (Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948) La sera andavamo da Colicchia (1950-1952) Questa Š la piccola cronaca di alcune insignificanti vicende accadute migliaia di anni fa, nel piccolo liceo di una sonnacchiosa citt… di provincia, saltuariamente frequentato da improbabili figuri dal cuore gonfio di paura e di fantasia, poi cresciuti, forse troppo in fretta, e smarritisi mano mano per i mille impervi sentieri di una vita troppo pi— grande e troppo pi— complicata di quei loro sogni di allora. Vagamente oppressi da un contesto cittadino che sentivano inadeguato alla loro sconfinata ansia di vivere, si ritrovavano a sera a celebrare l'orgia innocente e sapida del morzello nella vecchia osteria di Colicchia, gonfia anch'essa di umori, di fumo, di speranza. Fu certamente una stagione fresca e ruggente. I mattini erano chiari e come pervasi da una grande febbre di pensieri, di progetti, di desideri... L'aria era verde-azzurra e gli sguardi delle fanciulle rivelavano abissi profondissimi ed insondabili. A primavera, quando cominciava a farsi sentire la stanchezza dei lunghi pomeriggi d'inverno trascorsi sui libri, giungevano dai prati e dai burroni intorno alla citt… ventate di odori, ora inebrianti ora inquietanti, e nessuno aveva un progetto che non fosse meraviglioso. GAETANO - SŤ, facciamo sciopero! facciamo sciopero perch‚ vogliamo tornare a Trieste - disse Gaetano, l'occhio scintillante di eroici furori, alta nel pugno la bandiera gualcita, arrotolata sul manico di scopa. Il Preside ci guard• accigliato ed apparentemente perplesso dietro gli autorevolissimi occhiali cerchiati d'oro. - Ma per ®tornareŻ in un posto bisogna esserci andati almeno una volta - disse, con lapalissiana, ferrea logica - ed io a Trieste non ci sono stato mai! Ci guardammo negli occhi smarriti, mentre Gaetano sembrava annaspare. Eravamo preparati a sostenere la discussione sul piano ideologico e sindacale: ad impegnarci sul buon diritto della Patria a far sventolare il tricolore sul Castello di S. Giusto e sull'®italianissimaŻ Dalmazia, sull'Istria, su Mogadiscio ecc. Ma questo sleale spostare la discussione sul piano grettamente lessicale ci trovava francamente disarmati. - Ma tornare... noi... l'Italia - balbett• confusamente Gaetano —perch‚... Il Preside, nonostante tutto, si era reso conto dell'insperato vantaggio dialettico: - E voi, meschinello, credete d'essere l'Italia? Voi siete soltanto un cattivo ragazzo che non vuole studiare. Andate in classe, subito. In classe, o comincio col dare, proprio a voi, venti giorni di sospensione...! Gaetano si liquefece completamente e cominci• a masticare amaro: venti giorni di sospensione da portare a casa proprio in quel momento, dopo la disastrosa pagella del primo trimestre, rappresentavano una prospettiva inquietante ed insopportabile. Pens• subito a fughe disperate da casa, a lunghe notti da trascorrere in fienili disabitati sulle alture; lo folgorarono orribili visioni di collegi tenuti da gesuiti intransigenti... - Ragazzi, andiamo - disse tra i denti - qui non capiscono proprio niente. Tornammo mogi tra gli altri, che aspettavano fuori rumoreggiando. Capirono a volo che avevano scelto male i loro rappresentanti diplomatici e presero a fischiare, non risparmiando graziosi complimenti a certe nostre parentele, per lo pi— di genere femminile. - Beh, forse per noi, oggi, Š meglio entrare - Gaetano tentava di ammorbidire la pillola - tanto abbiamo solo quattro ore e forse non interrogano. Ci avviammo verso il portone d'ingresso, mentre molti maturavano, rapidamente, la decisione di una ferma intransigenza, sorretta da motivazioni strettamente personali. AUGUSTO Augusto guardava, inferocito e sprezzante, deciso fermamente a non entrare. All'angolo si profil•, lenta e corposa, la figura del padre, ufficiale in congedo. Calmo e taciturno, fiss• il figlio con un suo sguardo gelido, e che a noi parve di inaudita ferocia. Capimmo subito che tra quei due lo sguardo faceva parte di un sistema di comunicazioni convenzionale ed eloquente, che non aveva bisogno di parole. Ed infatti Augusto rest• muto, mentre due lacrime rabbiose gli si facevano strada sulle gote, sbucando da dietro gli occhiali spessi da miope. Slacci• la cravatta e l'annod• coscienziosamente sull'impermeabile abbottonato fino al collo; poi, aperse l'ombrello - e malgrado il sole avesse definitivamente debellato ogni minaccia di pioggia - lo spieg• in orizzontale davanti a s‚, avviandosi verso il portone. Venimmo apprendendo, cosŤ, che, nei momenti difficili, l'insopprimibile libert… dello spirito pu• ancorarsi anche ad un ombrello incongruamente aperto o ad una cravatta annodata in maniera impossibile. Augusto entr• cosŤ, con l'ombrello aperto in avanti, accompagnato dal coro tambureggiante dei compagni della terza C, che battevano sui libri e scandivano l'urlo semplice e disperato di tutte le nostre grandi battaglie: - Eh-Oh!... Eh-Oh!... Eh-Oh!... Il preside controllava accigliato e severo il faticoso processo di entrata dei ragazzi: accanto a lui: Morello, autoritario e grintoso, con l'immancabile bavero di pelliccia; Mastroianni con l'eterna smorfia di disgusto di cui continuavano a sfuggirci le motivazioni ed i destinatari; poi Ciccio Talarico, ilare e chiassoso: lui, la cosa, la vedeva sotto l'aspetto sportivo: professori-scioperanti 2-0. Si, avevamo perso, infatti! FEDERICO Anche Federico si avvi•, pigro e malinconico, verso l'entrata. - Per• non Š giusto! - mi grid•, rovesciandomi addosso strali d'invidia e d'odio - Non e giusto! La dottrina Federico era che poich‚ le sezioni entravano nell'ordine, prima la A, poi la B, poi la C, lui che era della terza A era costretto ad entrare ogni giorno almeno quarantacinque secondi prima di ciascuno di noi della terza C, il tutto per un totale - secondo i suoi calcoli - di circa ben centocinquanta minuti di scuola in pi— all'anno. - E pensare - continu• - che all'Istituto Agrario fanno addirittura un intero giorno di vacanza in pi— , per la festa degli alberi! C'era qualche vuoto nei banchi - le strategie solitarie si erano sovrapposte alle ragioni comuni - e l'appello fu abbastanza rapido. Poi, subito, esplose il primo incidente: dagli ultimi banchi venne un cupo tramestŤo, infiorato di urla gutturali, culminanti nella pittoresca bestemmia profferita dalla voce inconfondibile di Peppino. - Fuori...! - url• la professoressa di scienze, rivolta a Peppino - Fuori... immediatamente! Peppino aperse rassegnato la porta ed uscŤ nel corridoio fidando nella contumacia del Preside per evitare la solita, tragica, sospensione. Aveva appena richiuso la porta che Federico si alz• grave e si avvi• alla cattedra: - La mia coscienza non mi consente di tacere. Sono responsabile dell'incidente almeno quanto il mio amico Peppino. - Fuori... anche tu, allora - esplose esasperata la professoressa - fuori... e subito. Federico coperse con passo lento e lo sguardo levato in alto i pochi passi che lo separavano dall'uscita e richiuse la porta alle sue spalle. Dal corridoio giunse agghiaggiante l'urlo di Peppino: - Se non avevi neppure mezza sigaretta... che sei uscito a fare? Cretino! No, la riconoscenza non abitava al "Galluppi". Del resto Š notorio: i ragazzi dei licei non sono ingrati, sono spietati. PEPPINO L'approccio con le ragazze era uno dei nostri drammi quotidiani. Avessimo almeno saputo che era un dramma anche per loro...! Ed invece no, niente: vestite dei colori smaglianti e acerbi della giovinezza, ‚lleno parevano sicure ed inaccessibili: ad ogni loro rapido schiudersi di ciglia, ad ogni loro scarto per ricacciare indietro l'onda dei capelli, corrispondeva un nostro privato inferno, quasi senza speranza, specie per quelli di noi che venivamo dai paesi vicini, ed eravamo, perci• pi— impacciati e pi— sensibili al ®gapŻ sociale, pi— profondi erano la suggestione ed il tormento. All'uscita di scuola, o la sera, al pomeriggio, le nostre ragazze usavano incedere a gruppetti di due o tre, cicalando tra loro ed ostentando assoluta indifferenza per noi che le incrociavamo, famelici ed imbranati, come reclute al C.A.R. Per segreto calcolo o per concorso meccanico di cause inesplorate - usavano raggrupparsi in formazioni omogenee: le leggiadre assieme alle leggiadre, quelle pi— scialbine con le loro simili. Quel giorno - eravamo usciti da scuola alla terza ora ed il sole ancora caldo del nostro dolce autunno ci pioveva addosso, sfacciato ed impietoso - quel giorno, ce ne trovammo, pochi passi avanti, tre delle pi— belle: due bionde e una rossa, tutte e tre col passo flessuoso, gli occhi splendenti, lo sguardo altero... Peppino acceler• il passo per raggiungerle. Le sorpass• di scatto, trascinandoci nella sua scia e, girandosi verso la pi— vicina, le esplose in viso: - MatalŠ, MatalŠ! Cangiati a giarrettera ca ti cala a cazetta. Poi, rivolto a noi, ci incit• ad accelerare ancora il passo: - Avanti mirisci…! (Sempre cosŤ: Peppino, noi, ci chiamava tutti ®miriscialliŻ e le ragazze ®MatalenaŻ o ®MmecolataŻ). Vedemmo per la prima volta, finalmente, lo smarrimento ed il panico disegnarsi sul volto della nostra collega bionda, mentre tutte e tre abbassavano velocemente lo sguardo a controllare la tenuta delle calze. Peppino ci stava insegnando a vendicarci. Incrociammo, che risaliva in senso contrario al nostro, la madre di un'altra delle nostre compagne. - Sign•, sign• - le grido Peppino - duva l'aviti a cambarera, ah?! PASQUALE Il professore Nicotra era entrato nervoso. - Oia ni 'ncriscimu - disse - perci•, interrogamu...! Poi chiam• alla cattedra Ciccio Moraca: - Morachio, parlami di Laibnizio! Pasquale si alz• dall'ultimo banco sollevando la mano col ditino teso nel gesto classico di chi chiede il permesso di uscire. Pasquale, d'incerta origine bolognese, due o tre anni pi— di noi altri, era alto 1,92 ed aveva le braccia lunghe in proporzione. Col ditino per aria giungeva praticamente a pochi centimetri dal soffitto. Nicotra lo guard• inferocito per l'interruzione e perch‚ osava chiedere di uscire. La dottrina Nicotra, a proposito del soggiorno dei ragazzi in classe, era che ciascuno, prima di venire a scuola, doveva coscienziosamente provvedere ad esaurire tutti i suoi bisogni attuali e prevedibili per un futuro di almeno quattro o cinque ore, in maniera da non dare fastidio durante la lezione con postulazioni di sorta. Questa dottrina era stata da lui addirittura codificata in una strofetta a rima baciata non scevra di piacevolezze goliardiche. Alla muta richiesta di Pasquale il professore scatt• subito con l'attacco della strofe: ma Pasquale lo blocc• con il suo largo sorriso di uomo maturo e disincantato: - Professore, non Š per la pipŤ... e per via di quella mezza sigaretta, capisce? Per la prima volta, dunque, qualcuno ammetteva a voce alta, che a gabinetto si andava, vivaddio, per fumare e non per debolezze renali o enterite cronica. Passando un colpo di spugna su una consolidata tradizione di ipocrisia di rapporti, Pasquale parlava finalmcnte da uomo. Restammo costernati; ma rest• preso in contropiede pure il professore. - Non pi— di cinque minuti - sibil• a denti stretti, e poi, rivolto al povero Moraca - Allora Morachio, sto Laibnizio? dui su i cosi: o ollu sai o ollu voi dire... a posto. Due in filosofia! Un cruccio feroce di Pasquale era rappresentato dall'alfabeto greco (®Questi geroglifici sono una canagliata!Ż soleva dire l'amico - ®la traduzione qualche secchione che te la passi lo trovi, ma i geroglifici come fai a copiarli? Va a finire che per l'esame di maturit… dovr• almeno imparare l'alfabeto...Ż). Oltre che dell'ignoranza completa del greco e del vizio del fumo Pasquale era titolare anche di due graziose sorelle, mica-male, il cui fascino aveva subito steso Gaetano (non si era capito - e per la verit… non lo aveva capito neanche lui - se si trattava del fascino dell'una o dell'altra o di tutt'e due). Gaetano era sostanzialmente furbo e si credeva furbissimo. - Perch‚ - propose ilare a Pasquale —perch‚ non proviamo a studiare insieme? Oggi alle tre sono a casa tua. - Vieni figliolo - acconsentŤ Pasquale con l'occhio umido di gratitudine e di commozione - ti aspetto alle tre. Gaetano arriv• in anticipo azzimato e scalpitante. Pasquale lo aspettava dall'alto dei suoi 1,92, bovino e paterno. In cucina si sentivano cinguettare le leggiadre sorelline. - Figliolo - disse Pasquale sornione, buttando a Gaetano un vecchio paio di guantoni da boxe e calzandone egli stesso un altro paio - penso che un po' di sport, prima di attaccare a studiare, sia proprio una cosa santa: scarica e predispone, vieni, figliolo, che ci scambiamo quattro pacche salutari. Fu una pestata epica. E salutare: a Gaetano venne una gran voglia di studiare da solo. ®Si assimila meglio - spieg• al suo compagno di banco - e si risparmia tempo...Ż CICCIO La professoressa di filosofia aperse il registro e cominci• a scorrere l'elenco dei nomi per cercare chi interrogare: era uno dei rari attimi di silenzio della III C, il silenzio della paura, del rimorso, dell'angoscia. - SignorŤ, signorŤ! perch‚ non interrogate Gigliotti? - la voce di Ciccio tranquilla e beffarda ruppe il magico incanto di quel momento. Il mite Gigliotti lo guard• disperato ed implorante. Ed il Dio dei deboli lo risparmi•, la professoressa non mostr• di avere sentito il perverso suggerimento e si rivolse invece a Nicola. - Venite voi in Storia. Siete stato interrogato una volta sola, all'inizio, ed il trimestre Š quasi finito... Nicola impallidŤ. Era la prima volta in vita sua che veniva colto impreparato. Cerc• riparo in qualche modo, muovendosi verso la cattedra: - Veramente Š meglio se posso venire la prossima volta; io, per oggi, avevo capito male l'assegno, credevo che ci fosse ripetizione... - SignorŤ, signorŤ! interrogatelo sulla ripetizione - propose implacabile Ciccio e poi subito cerc• di farsi piccolo piccolo sotto lo sguardo apertamente omicida di Nicola. Al lunedŤ, dopo quella di filosofia, veniva l'ora di matematica. Il professore Corace, ex ufficiale di marina, era ancora valido come calciatore - aveva detto - e noi lo avevamo subito portato al campo della Fiumarella. Giocava all'ala sinistra, e si mostr• per la verit… piuttosto in gamba. Aveva praticamente soffiato il posto a Ciccio Russo che cominciava a scoprirsi una vaga vocazione di centrattacco. Il professore Corace era forse un po' individualista e gli piaceva assaporare l'ebbrezza del goal: - Profess•! passate! profess•, passate la palla! Corace tirava, fuori! - Eh, guarda che professore! - borbottava qualcuno. Oltre il goal sui prati della Fiumarella, Corace amava anche inseguire il fatidico ®come volevasi dimostrareŻ alla lavagna, in esito agli astrusi teoremi ed agli assurdi segni che vi tracciava. (Ogni tanto la dimostrazione era pi— laboriosa del previsto ed allora dai banchi di fondo giungeva la sottolineatura beffarda: ®Ti 'nda si gghiutu ntre ciciari!Ż) Il professore Corace sembrava sempre stupirsi del nostro esser giovani ed immaturi. Chiss… perche pretendeva che ci comportassimo come si comportavano i suoi subalterni. A fronte delle nostre indisciplinatezze e dei nostri schiamazzi ci ricordava sempre: - Ma io, sotto le armi comandavo un cacciatorpediniere. Ad un mio cenno quattrocento uomini si piombavano sull'attenti; ed ora un branco di mocciosi come voi... Poi scrollava il capo sfiduciato e ritornava alle formule ed agli esercizi. Quel giorno, ormai verso la fine dell'anno, eravamo stanchi, nervosi per l'approssimarsi degli esami, inquieti delle nostre inquietudini adolescenziali. Serpeggiava per l'aula quell'elettricit… incontenibile che rende ingovernabile qualsiasi scolaresca. Il professore Corace scatt•. - Ma io, sotto le armi... - Profess•, profess•, ce la raccontate quella del cacciatorpediniere... ah!? Vedemmo l'ira sbollirgli e lasciare il posto ad una sdegnata disperazione. Si avvicin• alla lavagna ed a voce bassa, incurante se qualcuno lo stesse veramente a sentire: - Ripetiamo la formula della prostafŠresi - disse - chi vuol venire? La carrellata in flash-bacK sfuma ormai in una dissolvenza non pi— ricomponibile. So per certo che il quadro non andr… pi— a fuoco; che le immagini non torneranno pi— nette, n‚ i contorni appariranno ben disegnati e nitidi sul fondale. So per certo che Š questa l'ultima volta che abbiamo scostato un poco il sipario dei ricordi per gettare indietro il nostro sguardo tenero ed inquieto, timoroso e commosso. Ed Š bene che sia stata l'ultima volta. Perch‚ ho il sospetto grave che questi ricordi non servano davvero pi— a nessuno. Sono grato al Preside Galiano che ha voluto, con generosa piet…, regalarci l'illusione di poter recuperare qualcosa della nostra esperienza per questi strani, incomprensibili giovani che ci passano svelti e vogliosi davanti, senza, per fortuna, dar segno di averci notato pi— che tanto. In realt… noi non abbiamo nulla da dar loro, all'infuori forse di quello che le canaglie potrebbero averci gi… rubato, senza accorgersene e senza farcene accorgere. Siamo noi per la verit… che abbiamo bisogno che ci si racconti la loro esperienza: per capirli, per capirci. Ed allora, Preside, La prego: l'anno venturo lo faccia scrivere a loro, ai ragazzi, il libro dei ricordi. Poi, di soppiatto, ci chiami ad uno ad uno per consegnarci una copia ciascuno di quel bellissimo libro. Di nascosto per•. Mi raccomando! Che non si accorgano di essere spiati. Che non abbiano la sensazione di avere paura o piet… di noi. /:/Giovanni Bruni. di Guido e di Elena Catizone nato a Roma il 28 ottobre 1934 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948) 1. La lapide Ed una mattina del lontanissimo ottobre 1944 (Dio mio, quanti anni sono passati...) feci il mio ingresso, quale iscritto alla prima classe media, nell'androne del liceo ginnasio "P. Galluppi". Calzoncini corti e gambe gelate (per i calzoni ®da grandeŻ bisognava ancora attendere), andatura rassegnata, salii, con la mano, anch'essa gelata per l'emozione, in quella di mia madre, la breve scalinata che segue il portone principale. E poi, nel grande corridoio, vi fu la fermata d'obbligo dinanzi al... monumento che avrebbe pesato, per gli otto anni di frequenza nel "Galluppi", sulla mia ®carrieraŻ di studente: mia madre lev• il braccio ad indicarmi la lapide murata, posta ®addŤ XXX gennaio 1895Ż, che cosŤ esordiva: ®Ad Antonio Jannoni che in queste scuole universitarie dettava lezioni di diritto...Ż. ®Vedi - disse mia madre - non vorrai certo venir meno alle tradizioni di famiglia. Ricorda quello che ha saputo fare il tuo bisnonno e sappi esserne degnoŻ. Per un ragazzino di dieci anni, tremante di freddo e di emozione, quello fu un colpo micidiale. Anche perch‚ il mio bisnonno occhieggiava, ed occhieggia, severo dal grande quadro del salone di casa, sicch‚, in quel momento, mi parve quasi che uscisse da quella lapide ad accertarsi di come e quanto avrei saputo perpetuare le tradizioni ®glorioseŻ della famiglia. Non ci crederete ma per otto anni, i cinque di ginnasio ed i tre di liceo, non ci fu giorno che, passando per l'ampio corridoio, non abbia guardato quella lapide. Qualche volta con soddisfazione, la maggior parte delle volte, purtroppo, consapevole di aver tradito le speranze riposte in me dal bisavolo (che certo, ai suoi tempi, avr… immaginato dei posteri meritevoli) e le illusioni della mia povera mamma. E dopo oltre trenta anni, sono tornato adesso, per poter scrivere queste poche righe, a rileggere quella lapide: l'emozione Š stata la stessa di allora. Ma, nel 1944, era emozione che nasceva dagli anni verdissimi e traspariva dal mio viso imberbe; oggi, Š duro dirlo, nasce dalle tempie grigie e dagli anni che cominciano a pesare. 2. La partita La rivalit… tra le due sezioni maschili della prima liceale del 1950 - la sezione A e la sezione C, visto che la B era tutta femminile —era di duplice natura: una, diciamo cosŤ, intellettuale, l'altra sportiva. La sezione A, cui mi gloriavo di appartenere, aveva senza dubbio una netta preminenza dal punto di vista del rendimento scolastico: tra ragazzi davvero svelti ed intelligenti e tradizionali ®secchioniŻ si riusciva a fornire un rendimento globale apprezzato da Livio Cancellieri (italiano e latino) da Giovanni Mastroianni (storia e filosofia), da Salvatore Morello (matematica e fisica), mentre la sezione C, che raccoglieva, pensate un po', anche i ripetenti, su questo piano non poteva assolutamente concorrere. Dove per• i rivali della sezione C primeggiavano incontrastati era nel settore sportivo - che allora, in fondo, si riduceva solo al calcio - tanto che scontri ad ®alto livelloŻ avvenivano tra quella sezione, che rappresentava tutto il "Galluppi", e gli altri istituti scolastici. Sicch‚, quando giunse il tradizionale ®guanto di sfidaŻ, noi della sezione A ci sentimmo sprofondare. Non accettare ci avrebbe dato la patente di codardi ®in aeternumŻ; accettarla significava certo esporsi ad una figuraccia memorabile anche perch‚ quelli della sezione C annoveravano tra le loro file, quale centravanti, un certo Franco Maiorino, terrore di tutti i portieri di Catanzaro. Dopo lunghe ed infuocate discussioni, si decise di accettare la sfida e, visto che tutti facevano a gara per limitare le proprie responsabilit…, and• a finire che alla guardia del temutissimo Maiorino, nel ®delicatissimoŻ ruolo di stopper, venisse destinato il sottoscritto. Inutile raccontare delle notti insonni trascorse ad immaginare gli ®sfracelliŻ che sarebbero nati da uno scontro che si annunciava decisamente impari. Ma il grande giorno, sul fondo ghiaioso della Fiumarella, finŤ miracolosamente sul pareggio: uno ad uno; ed il famoso Maiorino non riuscŤ a segnare. Alla fine della gara, ancora incredulo, sentii il loro allenatore, mi pare il padre di uno di quelli della sezione C, inveire contro il mancato cannoniere con questa testuale frase: ®La colpa Š tua, ti sei fatto annullare da un Bruni Giovanni qualsiasi!Ż. Quel ®qualsiasiŻ, che mi catalogava inesorabilmente tra quanti non avrebbero mai avuto speranza nel mondo del calcio, in un certo senso mi offese. Ma, finalmente, giunse una notte di quiete completa, di sonno profondo, nell'immagine dell'unica, vera prodezza calcistica della mia vita. 3. La diaspora Luglio del 1952: siamo tutti lŤ, noi della III A, ad affollarci dinanzi ai ®quadriŻ della licenza liceale, alla ricerca del ®passaporto" verso l'Universit… che significa anche addio alla citt…, scelta di professione, dividersi dopo tanti anni trascorsi assieme, sugli stessi banchi. C'Š tanta felicita, naturalmente: ci si allontana da casa, si comincia ad essere indipendenti, potremo cominciare a valutare noi stessi. Le frasi sono le solite: ®Ci vediamo ad agosto al mare... Ci incontreremo a Roma... Vieni con noi a Pisa...Ż. Le stesse che sempre si ripetono, nella stessa occasione, ad ogni anno. Eppure, molti di noi gi… sapevano che, dopo quella mattina di luglio, in ben pochi ci saremmo ritrovati... La verifica la faccio oggi, dopo 35 anni. E mi accorgo che di quelle amicizie che sembravano dovessero restare eterne, poche ne son vissute; in quanti siamo rimasti qui a Catanzaro, in quanti ci incontriamo ancora, frettolosamente, con la solita battuta sul tempo che passa e sui figli che crescono? Peppino Marincola, avvocato, la cui figlioletta, guarda caso, Š oggi alunna di mia moglie; Federico Giglio, preside, e Manlio Bevilacqua, ingegnere, con cui gli incontri si limitano alle riunioni conviviali del Rotary; Gianni Mazzuca, veterinario, che ora ha in cura la trib—di gatti allevati da mia figlia; Sergio Tarantino, avvocato, e poi Mimmo Agosto, Cesarino Scalise, che qualche volta intravedo di sfuggita. E gli altri, tutti gli altri? Raccolgo, ogni tanto, notizie confuse, lontane, che rendono ancora pi— sfuocata l'immagine ed i ricordi di tanti anni passati assieme. So che Gigi Carpino e Natino Giancotti vivono a Roma, ottimi medici; Filippo Giubilei (una volta secco ed allampanato, oggi chiss… quanto cambiato), Š ingegnere a Trieste; Mario Iannuzzi, il primo della classe, si interessa di fisica ed ingegneria nucleare a Roma; Peppe Morabito, ingegnere non so dove, mi ha telefonato mesi fa per conoscere come vendere bene la sua vecchia casa di Catanzaro; Mimmo Caratelli ha coronato il suo sogno d'infanzia di fare giornalismo, prima a Napoli, oggi a Bologna; NinŤ Pingitore vive lontano, in Svizzera, mentre Nicola Stinchi, a Bologna, Š addirittura pensionato! Sento pi— spesso Pierino Gallerano, il ®colonnelloŻ del nostro liceo, che colonnello Š diventato davvero e comanda la Capitaneria di porto di Ravenna e mi telefona spesso alla ricerca di ®fumettiŻ degli anni Trenta. A Roma sono anche Nando Lomanno, avvocato, e Camillo Turco, pezzo grosso del Credito Fondiario. Non ho pi— saputo nulla di Franco Ricciardulli e Mario Repice; di altri non ricordo pi— il nome Anche Bruno Bruni, mio fratello-cugino, ha avuto il coraggio di spezzare ricordi ed abitudini ed andare via, a Bologna. Chiss… con quanti di loro mi incontrer• ancora un giorno: in trentacinque anni pochi ne ho sentiti, pochissimi ne ho visti. Chi certo non vedro pi— e Tony Silipo, sfortunato amico e compagno della mia infanzia, oltre che degli anni di liceo, scomparso anni fa. Facile dire ®Š la vita!Ż, pi— facile cercare di non pensare a quegli anni che sono stati anche gli anni delle illusioni e delle speranze. Perch‚, se ci ripensi, ti accorgi che assieme agli amici di un tempo, sono anche svanite quelle illusioni e quelle speranze. /:/Domenico Carratelli. di Orazio e di Enrichetta Monaco nato a Fiumefreddo Bruzio il 3 aprile 1934 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948) Quel gigante di pietra che era il ®GalluppiŻ tra amori, bocciature e i ®filoniŻ alla Fiumarella. Si entrava da un cancelletto laterale perch‚ l… c'era lo spazio giusto dove aspettavamo che suonasse la campanella dell'inizio delle lezioni. Il portone principale del "Galluppi" dava sulla strada leggermente in salita. Non c'era, in quell'inizio degli anni Cinquanta, un gran traffico di macchine. Passavano gli autobus che salivano a Pontegrande. Nessuno di noi vestiva alla marinara ma non c'erano ancora neanche i jeans. La scuola aveva una severit… da non farla amare troppo. Ma c'erano almeno due professori che amavamo. Uno era Cancellieri, il professore d'italiano. Uomo robusto, era la sua robustezza a dargli un tono di grande severit…. In realt…, era un uomo burbero che sapeva nascondere, sotto la sua maschera scolastica, un sorriso ricco di comprensione e generosit…. L'altro professore che amavamo era Mastroianni, magrissimo, con un paio di baffetti, credo, e gli occhiali. Era il professore di storia e filosofia. Diceva che ero un ragazzo pi— vicino alle nuvole che alla Terra. Non ricordavo mai le date di storia, mi ®arrampicavoŻ in filosofia. Aveva una gran pazienza con tutti. Il liceo classico sembrava una cosa molto seria. Non credo che studiassimo nel modo migliore, ma era una scuola che ci faceva maturare. I professori, quei due che ho detto, ci aiutavano molto a diventare ®grandiŻ. Il loro giudizio non si soffermava sulle lacune del nostro nozionismo, ma valutavano la nostra capacit… di cominciare a stare al mondo in un certo modo. La professoressa di scienze aveva una voce flebile e una grande passione per la sua materia. Nelle ore di botanica a noi sembrava che lei stessa fosse una pianta. Sapeva cose che le invidiavo. Oggi faccio fatica a distinguere gli alberi l'uno dall'altro. Il latino fu una buona esercitazione per arrivare a scrivere in italiano, ma non c'era gran che di tempo per leggere, tradotte, le opere pi— belle, e ce ne sono tante. Il preside, se ben ricordo, era un uomo piccolo. Beccai una sospensione pesante perch‚ sul giornalino scolastico misi una foto che non piacque: una ragazza nuda che si copriva con un tavolo. Non era l'ultimo tango a Catanzaro. La foto era bella e anche la ragazza. Non capivo come non fosse piaciuta al preside. Si andava al cinema per vedere i musical americani a colori. Due film mi affascinarono: ®Il postino bussa sempre due volteŻ e ®Accadde in settembreŻ. Mi innamorai in entrambe le occasioni. Una volta di una biondina che era la figlia di un orologiaio; poi di una ragazza che si chiamava Annamaria, di cui cercavo di disegnare il volto bruno e il caschetto dei suoi bellissimi capelli. Ci riuscivo a stento. Detti la colpa al professore di disegno del ginnasio. Innamorandomi, fui rimandato due volte. Quando facevamo ®filoneŻ, andavamo alla Fiumarella per giocare al calcio. Erano i tempi della Catanzarese. In porta giocava un certo Masci. Scrivevo cronache sportive avviandomi al bellissimo mestiere che faccio oggi, il giornalista. Vicino al "Galluppi" c'era la UPIM: coi libri sotto al braccio, vi andavamo a sussurrare parole dolci alle commesse. Ma erano fondamentalmente tempi di timidezze. In classe avevamo una ragazza un po' intellettuale. Naturalmente lei era innamorata del primo della classe che si chiamava Iannuzzi. Abitava in una casa di grandi stanze. Quand'era malata andavamo tutti a trovarla, Mi dava l'idea che fosse per noi come una giovane Gertrude Stein. Aveva i capelli lunghi e la pelle olivastra. Io ero indeciso se fare il calciatore come Pallaoro, che era il bello della Catanzarese, o l'inviato speciale come Egisto Corradi, che era il mio ®dioŻ sul ®Corriere della seraŻ. Avevamo in classe una meravigliosa ragazza alta e bionda, avrebbe potuto fare basket. Quando mi invit• a casa sua a bere un caffŠ tremai di emozione. Questi erano i tempi. Io mi sentivo molto romantico, pi— vicino alle nuvole che alla terra, come diceva Mastroianni. Il "Galluppi" a giorni mi sembrava come un'immensa prigione, altre volte come un grande castello in cui potevano nascere amori fantastici. Avrei potuto studiare di pi— o avere un migliore metodo di studio. Erano i tempi di ®Trieste italianaŻ: sotto l'emozione vera intrigava l'opportunit… di saltare le lezioni per un corteo con le ragazze in cui agitare amori profani e l'amore di patria. Non conservo un buon ricordo dei muri possenti del "Galluppi": mi sembravano troppo ®grossiŻ e la nostra giovinezza era cosŤ fragile. Lasciai Catanzaro dopo il secondo liceo per andare a vivere a Napoli. Tornando nella citt… dei miei anni liceali trovai tutto pi— ®piccoloŻ, le strade e i posti dove avevo vissuto. Ma il "Galluppi" conservava la sua maestosit…, con quel bugnato di base, la vasta facciata bianca, le finestre incorniciate di rilievi in grigio. Avrei voluto rivedere Cancellieri e Mastroianni per dirgli grazie: non solo ai professori che erano stati, ma agli uomini che mi erano apparsi con le virt— della saggezza e di una giusta ironia. A Catanzaro cominciai a fare il giornalista con i Greco, con Ansani, con Fabiani, con i fratelli Paparazzo, con MimŤ Bruni cronista sportivo, con mio padre che mi ha trasmesso il mestiere, con Mario Procopio. Erano tempi magici. GegŠ Greco era bello come Gregory Peck. Si passeggiava lungo il corso, di sera, avanti e indietro, su e gi—. Fu quella la mia seconda scuola. Il ®morsedduŻ e il buon vino di Cir• erano mastici sufficienti per serate di grande amicizia e di scherzi. Milano e i grandi giornali del nord ci sembravano immensi e lontani. Crescevamo nel vento. BebŠ Greco, che ora non c'e pi— , aveva una sorella bellissima. Andavo presto a scuola per poterla salutare davanti al "Galluppi". A Catanzaro vidi la prima lynotipe. Il "Galluppi" era sempre l…, come un gigante di pietra addormentato. Lo facevano ®vivereŻ i nostri cuori di ragazzi ed eravamo orgogliosi di questo. I ricordi sono tanti attorno a quel gigante di pietra. /:/Angelo Donato. di Domenico e di Barbara Donato nato a Chiaravalle Centrale il 12 aprile 1934 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948) Avevo tredici anni e mezzo quando arrivai a Catanzaro, nel 1947, per frequentare la quarta ginnasiale presso il liceo ginnasio ®GalluppiŻ. Venivo da Chiaravalle Centrale, un paese allora eminentemente agricolo, e da una famiglia di piccoli coltivatori diretti. Mi accompagn• mio padre nel viaggio che non finiva mai in un pullman a muso lungo, tipico di quei tempi, che partiva da Fabrizia ogni mattina alle ore 3 per arrivare a Catanzaro intorno alle 8. Non finiva mai quel viaggio perch‚ io avevo fretta di vedere la citt… per la quale ero pieno di curiosit…. Da un paesino delle pre-Serre (pure non disprezzabile) ero andato immaginando o desiderando notevoli estensioni abitate, con edifici disposti regolarmente in modo da formare vie di comoda transitabilit…, selciate o lastricate o asfaltate, percorse continuamente da mezzi pubblici e ricche di tutto il necessario per favorevoli condizioni di vita sociale. Una volta arrivato, la mia aspettativa non rimase delusa. Era tutto diverso da quello che, all'alba, avevo lasciato al mio paese; ora, nella luce del mattino, le differenze mi apparivano n‚ piccole n‚ poche. Mio padre rimase con me due giorni e mi guid• in lungo e in largo per Catanzaro che non conosceva bene, ma nella quale si muoveva con disinvoltura per la sua esperienza di emigrato vissuto nelle grandi citt… degli USA. La funicolare, il tram scampanellante, gli strilloni che percorrevano il corso facendo a gara tra di loro e gridando il nome del giornale che ciascuno teneva sul braccio e i titoli delle notizie pi— clamorose, la villa comunale, le grandi chiese, i grandi palazzi della Prefettura, del Tribunale, le tante carrozzelle ferme e viaggianti, la tanta gente per la strada, i tanti bar con tante buone cose, i gelati del ®Polo NordŻ furono le meraviglie mai viste prima. Mi colpŤ il palazzotto con una splendida targa all'ingresso ®Corte dei ContiŻ. Non ne parlai a mio padre ma segretamente, in cuor mio, mi riproposi di appostarmi, prima o poi, per vedere entrare i conti che sicuramente lŤ avevano il loro circolo. Non lo feci, in verit…, mai perch‚, prendendo alla larga il discorso, mi feci dire pi— tardi dal mio padrone di casa, ®don LuigiŻ, di che si trattava e si trattava —egli mi disse - ®di un ufficio dello StatoŻ. Quei due giorni felici passarono velocemente ed io piombai in una sorta di malinconia. E fu quando mio padre se ne torn• al paese. Allora, per la prima volta, pensai che abitavo in una casa non mia: ero ospite in una pensione. La citt… mi si strinse addosso come mi si strinse nella tristezza il cuore. Mi accorsi che mia madre non c'era; mi mancavano i fratelli, i miei compagni di sempre, i luoghi abitualmente frequentati per passare il tempo libero, i volti tutti noti dei miei concittadini. Dalla finestra di una casa, sita in Vico VI n. 1 in via Bellavista, guardavo lontano verso il golfo di Squillace e cercavo invano i segni del mio paese che, pero, non vedevo, nascosto com'era dalle alte colline. Fu storia di pochi giorni. Nella famiglia ospitante trovai molta comprensione e fui trattato subito come uno di loro; a scuola cominciarono a nascere le prime amicizie e le prime solidariet… fra ragazzi che, dopo tutto, erano nella maggior parte nelle mie stesse condizioni. La scuola era allora su Corso Mazzini, nel vecchio edificio del ®GalluppiŻ. Nel primo giorno di frequenza me ne stetti circospetto: guardai tutto, osservai tutto. L'edificio mi apparve immenso ed io vi entrai come in un tempio dedicato a Pasquale Galluppi, un tempio dove aveva tenuto cattedra Luigi Settembrini e dove insegnavano maestri come Sirago e Di Rosa (tutti insigni per i quali, per quel poco che mi aveva detto mio fratello, portavo venerazione). Trovai senza difficolt… la quarta C a cui ero stato assegnato; me la indic• laconicamente con due parole, accompagnate da un gesto della mano, un bidello anzianotto e segaligno con i piedi piatti, di cognome Alfieri e meglio conosciuto (lo seppi qualche giorno dopo) come ®il pi‚ veloceŻ. Non fummo in molti in aula in quel primo giorno e la cosa fu positiva perch‚ mi consentŤ di avere un rapporto meno rarefatto con i compagni e di legare con loro in maniera pi— stretta da subito. Assieme agli altri e sotto la sorveglianza di un bidello che andava e veniva, impegnato com'era a custodire altre classi, attesi l'arrivo di qualche professore. Arriv•, infatti, una signora piuttosto anziana, elegante e finemente truccata, bruna e bruttina. Disse subito di chiamarsi Giuseppina Lacca e di essere insegnante di francese. Le apparenze che la davano per aristocratica e forse cattiva ci avevano ingannati. Volle sapere tutto di noi, specie di quelli che venivano da fuori; manifest• per ognuno tanta comprensione e ci diede dei consigli sul modo di vivere in citt…. Capimmo che ci si trovava di fronte a persona profondamente umana. Il giorno successivo fummo di pi— gli studenti in classe e furono di pi— i professori. Venne anche il preside, Giuseppe Fornari. Era chiamato ®don PeppinoŻ ed era un bell'uomo: alto, capelli brizzolati, passo svelto, qualche caratteristico difetto di pronuncia, ma deciso nelle affermazioni: ®questo Š il Galluppi; qua si studia; voglio ragazzi preparati; chi non Š d'accordo pu• tornare a casaŻ. Il desiderio della casa era grande, ma la minaccia non mi impression• perch‚ avevo intenzione di fare sul serio (intimo impegno era che, con me e con un altro mio fratello, la mia famiglia si affacciasse per la prima volta nel mondo della professione con laurea). Durante la velocissima visita del preside era presente la professoressa Filomena Comito in Bova. Giovanissima, la professoressa di lettere era di una bellezza che colpiva: su di un corpo slanciato, tornito se ne stava il suo volto splendido. E pi— tardi vedemmo che dentro quel corpo albergava un animo nobile, ricco anche di una seria preparazione professionale e di un grande spirito di dedizione all'insegnamento. Era moglie del primo cittadino di Catanzaro, del sindaco della citt…. Non era poco per quei tempi; era molto, moltissimo per me, ragazzo di paese; era un motivo di ulteriore considerazione e di rispetto. Non sto a dire degli altri professori conosciuti man mano che i giorni di scuola avanzavano. Dico subito, invece, che in quella quarta C stetti bene fra coetanei garbati, volenterosi e intelligenti che nell'anno successivo ritrovai tutti nella quinta C. La vita scorreva tranquilla fra poche cose: lo studio, una partita di pallone ogni tanto, una passeggiata sul corso lungo il quale risuonavano le musiche e le canzoni di un'orchestra che allietava le serate delle famiglie e degli amici raccolti intorno ai tavolinetti del Bar Colacino. A scuola il rigore e l'austerit… del ®GalluppiŻ non consentivano grandi cose, almeno per uno come me assai tranquillo e di carattere riservato; perci• non ho aneddoti interessanti da raccontare. Qualcuna la feci anch'io e mi presi la puntuale nota sul registro e la conseguente inesorabile punizione di qualche giorno di sospensione. Dopo il quinto ginnasio andai via da Catanzaro e passai a frequentare il liceo appena avviato presso l'Istituto Salesiano di Soverato. Fu una sorta di rimpatriata nel senso che mio padre volle che fossi pi— vicino a casa e per pi— ragioni fra il sentimentale e l'economico. Mi cost• non poco e devo dire che ne soffrii. Catanzaro e il ®GalluppiŻ erano stati la mia prima vera palestra di vita, il mio primo vero incontro, in campo aperto, con nuovi modi di essere e di confrontarmi con gli altri. E sicuramente in Catanzaro, durante i miei primi studi superiori, cominciarono a covare, senza che io me ne accorgessi, quelle forze intime che poi mi avrebbero spinto ad interessarmi della cosa pubblica fino a farmi divenire senatore della Repubblica. E, forse, l'ammirazione per quella giovane professoressa, arricchita dal fascino di essere la moglie del giovane sindaco di Catanzaro, mi avevano, inconsapevolmente, fatto porre la domanda se mai un giorno durante il percorso della mia vita, avrei potuto anch'io aspirare ad essere primo cittadino di quella citt… che mi aveva accolto bambino. /:/Antonio Gassi. di Donato e di Rosa Masotti nato a Noicattaro il 9 maggio 1934 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949) Egregio preside, sono Antonio Gassi e sono di fronte alla sua graditissima lettera con le stesse emozioni, gli stessi tremori di quando, tanti anni fa, sedevo nei banchi di scuola. Sensazioni queste di ora fatte, per•, pi— di nostalgia e di rimpianto che di paura e di timore. Rivedo come in un film le immagini ora nitide, ora sfocate e fugaci, di quegli anni; non mi chiedo quanti: il tempo sembra essersi fermato, Il vociare allegro di noi tutti, alunni della terza C, stanchi di sedere nei banchi, ma felici di ritrovarci insieme, di ridere di nulla. La voce di un professore che scandisce, con tono severo ma pacato, la traccia del tema e quella di un altro docente che detta lentamente il testo della versione latina. Il nostro incubo, ma anche il segno della nostra amicizia, del nostro aiutarci. In latino non eravamo delle cime ed i nostri compiti, dopo la correzione, sfoggiavano segnacci rossi che si inseguivano e si intrecciavano con segnacci blu. Un giorno il professore, il terribile e strano quanto bravo e giusto professore Sebastiano Madia, arriva in classe portando sotto braccio un fascio di compiti legati con dei nastrini colorati e, con la consueta severa seriet…, ci annunzia: ®Andando a casa potrete dire ai vostri genitori di aver fatto un compito coi fiocchiŻ. Un esempio questo, tra i tanti, che ha il sapore della barzelletta ma che fu vero nella realt… di quegli anni spensierati ed un po' incoscienti. Il suono della campanella alla fine di ogni ora! Quel nostro riversarci liberi nei corridoi, fuori dall'aula, oscuro pozzo di declinazioni, formule, versi e teorie, per andare nei bagni e fumare qualche ®mozzoneŻ e lungo il percorso sussurrare brevi parole d'amore ad una bella ragazzina, sempre inseguiti dalle occhiate sospettose e vigili dei bidelli: il cavalleggiero pie' veloce Alfieri, la gentile signora Rosina dal candido colletto di piquet sul grembiule nero, il ligio all'autorit… costituita Puccio dal dito d'oro, tutti e tre, ormai avanti negli anni, ospiti della mia divisione ospedaliera, curati da me personalmente come familiari di quella famiglia del ®GalluppiŻ in cui erano stati custodi della mia adolescenza, e confortati sino alla fine dai ricordi comuni che, a volte, schiudevano le loro labbra stanche al sorriso. Erano quelli del nostro liceo aule e corridoi bui, eppure, ripensandoci e rivedendo con gli occhi della memoria, come mi appare bello e luminoso il ®GalluppiŻ di Corso Mazzini! E quelle spiegazioni, quei libri, quei compiti, quei lunghi esercizi, allora tanto odiati e bistrattati, hanno creato l'uomo che sono oggi. Quell'Io tanto cercato e poi trovato Š nato proprio l…, tra quelle mura. E se oggi sono contento di quel che sono, non per le cognizioni scientifiche su cui fondo il mio lavoro, non per l'esperienza che ho accumulato negli anni, non per i traguardi raggiunti, ma per quello che, quotidianamente, riesco a dare di me aiutando e confortando chi soffre, mi e facile capire di chi Š il merito. All'ospedale ®PuglieseŻ, con me, nella divisione di geriatria, aveva iniziato il suo lavoro un giovane e valente neurologo, il figlio del professore Mauro Nicotra. A me sembrava, in quei giorni, di aver l'occasione, guidando i primi passi di Salvatore verso la professione, di poter restituire al figlio almeno una parte di quello che avevo ricevuto dal padre tra i banchi del ®GalluppiŻ, ma Salvatore, falciato nel fiore degli anni da un male incurabile, ha abbandonato la vita che tanto amava ed il mio debito nei confronti del professore Nicotra si Š accresciuto perch‚ egli, pur nel suo strazio di padre, ha saputo darmi un'altra lezione di vita. Sono passati degli anni, ma quando incontro il professore Nicotra entrambi desideriamo restare insieme e parliamo di ricordi lontani ed entrambi troviamo conforto pensando al solo ricordo sul quale, volutamente, taciamo. Ed Š quell'umanit… respirata nel ®GalluppiŻ che ci accomuna ed Š quella stessa umanit… che mi fa capire che bisogna regalare la professionalit… ai giovani e guidarli verso i valori umani. Quante volte, passando di corsa, tra un impegno e l'altro, davanti al liceo che, pur nella nuova sede, resta sempre mio, ho sentito il desiderio di entrare, di riprovare le stesse sensazioni di un tempo! Ma l'incoscio timore di non ritrovare la stessa atmosfera e gli stessi colori, forse la martellante consapevolezza di constatare che il tempo Š passato, mi ha impedito di farlo. Vigliaccheria? No. Solo puerile tentativo di fermare il tempo, di trovare nell'oggi il passato intatto ed immobile. Forse un giorno trover• questa forza, torner• a sedere nei banchi e, come allora, risentir• la voce di chi, con tanta passione ed amore, ha utilizzato la propria esistenza per forgiare una generazione matura, consapevole e, soprattutto umana. Š questo il resoconto di un bilancio che, se pur fatto pi— con il cuore che con la mente, risponde a verit…. Ed Š questo l'augurio che faccio a chi ora ha preso posto in quegli stessi banchi, a chi oggi trema, ma non tanto visti i tempi, davanti agli insegnanti che si alternano alla cattedra. Š vero: i tempi sono cambiati, forse il vociare delle manifestazioni e degli scioperi Š pi— incalzante di allora, ma mi auguro, anzi sono convinto, che i sentimenti, le emozioni, i tremori, i dubbi, la ricerca di qualcosa di stabile e di duraturo degli odierni liceali siano gli stessi dei nostri perch‚ la giovinezza, con tutto il bello ed il brutto che essa comporta, Š la stessa sempre, ieri come oggi, come domani. Grazie, signor preside, per avermi dato l'occasione di poterle scrivere che la professione umile e dura che esercito con tranquillit… mi Š stata insegnata nelle aule del suo, del nostro liceo ®GalluppiŻ. Ai giovani del 1985 tengo solo a ricordare che il giovane medico del 1968, quale io ero, Š divenuto nel 1980 giovane primario di una specialit… medica molto difficile e scarsamente remunerativa, ma moltissimo apprezzata anche presso gli altri Stati con cui siamo vicini con relazioni congressuali, solo perch‚ non Š stato pragmatico. /:/Annunziata Sala. di Luigi e di Emanuela Fabiani nata a Maida il 15 giugno 1934 iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949) Precluso il ritorno al giardino del passato, rintraccio varchi nella memoria per spiare luci, cogliere profumi della stagione che fu mia. E ascolto il vento, insonne cerimoniere del tempo, e odo voci ed echi: richiami. Il vento... in Piazza Indipendenza, a Catanzaro, si misurava con la nostra giovanile baldanza: andavamo come polene di prua. Pi— avanti... il liceo "Galluppi". Ora qui, non posso che sostare, raccogliere esche di immagini: non vestivamo alla marinara, noi ragazze del "Galluppi" anni Cinquanta, ma gli abiti smessi delle sorelle maggiori, quando, addirittura, non era un vecchio cappotto di pap…. Solo pi— tardi avremmo scoperto la seduzione delle vetrine di Mazzocca. I capelli, per•, erano sempre lavati di fresco, asciugati al sole, gonfi di aria. Il "Galluppi" e il Corso: grigi, bui, l'uno e l'altro. Ma c'erano gli sguardi di velluto dei ragazzi, c'era la nostra giovinezza di smeraldo. Ora battono i ricordi: sono nomi da tempo non pi— pronunciati eppure mai scordati, richiami di primavere andate, carezze lievi di mani che appena si sfioravano. Dietro la cortina degli anni, a volte scanditi con tenacia ossessiva di gocce, riaffiorano le voci: la poesia greca acquistava trasparenza sacra se spiegava Madia e noi continuavamo a soffrire con Saffo quando Nicotra leggeva Leopardi e ci diceva che ella contemplava la natura prima di gettarsi nel mare dalla rupe di Leucade. Noi odiavamo Faone e pensavamo, rabbrividendo, al ponte di Siano. Platone bandiva i poeti dalla sua repubblica, ma Caputi scriveva poesie ed intitolava la sua raccolta ®AmanitaŻ, il fungo, a volte, insidiosamente velenoso. Anche la vita, diceva, Š miele e veleno. Robustelli spiegava i logaritmi - noi, per•, gli avevamo fatto giurare che non ci avrebbe mai interrogati su questa parte del programma - e poi, nel suo studio, dipingeva palpitanti marine e giovani donne con gli occhi pieni di lusinghe. Ci apparivano sicuri i nostri professori, detentori della luce della sapienza e della forza della pazienza, ma erano anche loro visitati dalle incertezze. L'ho capito dopo e li ho amati di pi— . CosŤ, interrotta la corsa del tempo, respinto il dolore presente, ho ripercorso la strada che mi portava al "Galluppi", l'ho ripercorsa, in un aroma di lontananza, con le mie compagne della sezione B: Lina, Anna, Mila, Mirella, Irene, Jole, ridando vita a immagini tracciate in filigrana nel taccuino della mia esistenza dove annoto perdite e acquisti, disinganni e attese. E mi accorgo che nel lungo intrigo della vita, nella diaspora sentimentale che sempre ci insidia, della durata memoriale del passato, i miei anni del liceo ginnasio "Galluppi" rimangono come un punto fermo, un reddito sicuro, perch‚ fu certo lŤ che cominciai a capire che profondo Š il respiro della vita. /:/Antonio Carnovale. di Francesco e di Margherita Marincola nato a Soverato il 10 febbraio 1935 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949) Quella terza liceo del 1953 Quando, tempo fa, dopo moltissimi anni, rimisi piede nel vecchio Liceo "Galluppi" per accompagnare mio figlio alunno di prima elementare, fui preso da una stranissima sensazione di tristezza e allegria insieme che derivava dalla constatazione di trovarmi irrimediabilmente invecchiato proprio nel momento in cui ero spinto a rivivere un passato di spensierata giovinezza. Ai soliti ricordi che ciascuno prova in queste situazioni, uno si sovrapponeva agli altri: l'ultimo giorno di scuola nella mia terza liceo sezione A del 1953. Proprio quel giorno, n‚ prima n‚ dopo, il Ministero della Pubblica Istruzione, con la solerzia che nel nostro Paese hanno sempre avuto le amministrazioni statali, aveva mandato in dono a noi studenti un libretto di Luigi Salvatorelli ®1920-1945: Venticinque anni di storia italianaŻ. La lettura sommaria di alcune righe del libretto aveva suscitato in molti di noi un vivissimo senso di disappunto in quanto le interpretazioni di alcuni fatti ci sembravano eccessivamente faziose. A quel punto il prof. Mastroianni, che pure non condivideva le nostre critiche, ci disse pi— o meno queste parole: ®Vi prego, non lasciate la scuola protestando. Prendete questo libro, al di fuori di quello che esso scrive, come un piccolo e affettuoso invito che la Scuola vi d… a proseguire sempre nello studioŻ e poi, rivolto a me che avevo assunto la funzione un po' rumorosa di capo del gruppetto contestatore: ®So che tu vuoi fare il medico; ti auguro di riuscire bene ma ricorda che prima di prendere posizione contro occorre approfondire le coseŻ. Inutile dire che la discussione cess• d'incanto sostituita da una intensa commozione che mi prende anche oggi, a distanza di oltre trent'anni. Quando gli studi professionali mi portarono per lungo tempo lontano dalla Calabria e in situazioni non sempre all'inizio favorevoli, spesso mi ricordai di quell'episodio apparentemente banale ma che aveva contribuito a dare una impostazione alla mia vita. Era stato l'episodio conclusivo di una vita scolastica che ci aveva offerto altri esempi significativi e formativi per cui, negli anni successivi della contestazione, mi convinsi sempre pi— del fatto che molti aspetti di quella problematica noi, nel "Galluppi", l'avevamo in parte risolti 10 anni prima, a modo nostro. Che dire infatti dell'impronta non cattedratica, ma profondamente umana oltre che umanistica, che il prof. Cancellieri dava alle sue lezioni d'italiano! E non erano didattica moderna, efficace e concreta le spiegazioni di matematica e fisica che il prof. Morello ci faceva in dialetto catanzarese infarcito di proverbi gustosissimi? Non rappresentavano forse una vera forma di democrazia nella scuola le discussioni che ci permetteva il prof. Mastroianni sugli argomenti pi— vari e che ci vedevano e mi vedevano spesso in aperto contrasto con lui? Tutto questo e anche altro che sarebbe troppo lungo ricordare ci formarono sia come cittadini sia come uomini. Perci• quel giorno che accompagnai mio figlio e mi venne di dirgli la frase di rito: ®Vedi, qui pap… ha studiatoŻ, quelle parole mi uscirono non solo con nostalgia ma con una, per me stesso imprevedibile, carica di orgoglio. E oggi che per il preside Galiano ho scritto queste poche righe, mi perdonerete se, pur avendo cinquant'anni, mi viene spontaneo di concluderle come se ne avessi ancora diciotto; cosŤ: ®Viva la terza liceo A, Viva il "Galluppi"!Ż. /:/Antonio Bilotta. di Domenico e di Maria Griffo nato a Soriano Calabro il 23 novembre 1935 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale Sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1949/1950) Caro Professor Galiano, anche se con ritardo, rispondo con piacere alla Sua lettera in quanto gli anni passati nelle aule del Liceo Galluppi sono per me un ricordo vivo sia per alcuni punti fermi che mi hanno aiutato a vivere, sia per una singolare nostalgia che sempre pi— frequentemente mi assale. Proprio a Lei (o a Voi?), Professore, devo il ®Conosci te stessoŻ e l'ammonimento socratico ®Impara ci• che non saiŻ ed Š vero che l'autoeducaziono non ha mai fine; ad essa ci si sottrae soltanto con la morte. I Docenti del Liceo Galluppi mi hanno fatto capire che educarsi significa allenare quotidianamente la propria intelligenza nella soluzione dei problemi e superare l'egoismo nobilitando i sentimenti ed attingendo, cosŤ, quelle virt—che nel loro insieme formano il carattere ed abituano gradatamente la volont… a vincere difficolt… sempro maggiori; la vita mi ha insegnato, poi, che l'uomo senza carattere Š nulla. A Lei devo ancora il senso della Storia che mi ha aiutato a capire come non solo i popoli, ma anche i singoli hanno costantemente bisogno di sprofondare nel passato le proprio radici per succhiare la linfa che aiuta a risolvere per s‚ e per gli altri, i problemi del presente. Quando cerco di conoscere pi— profondamente me stesso mi accorgo che a nulla sarebbero servite le nozioni o le tecniche, che via via nel corso degli anni ho dovuto assimilare, se non si fossero innestate su quella struttura che il Galluppi o Lei (o Voi?) Maestro di vita e non solo di scuola, anche se allora giovanissimo Maestro, mi avete dato. Ebbene, tutta la mia vita di manager Š stata guidata da questo concetto e tutti i cambiamenti che ho provocato od ai quali ho comunque partecipato hanno sempre tenuto conto della realt… nella quale operavo. Š proprio vero: la storia ci consente di valutare meglio l'uomo e le sue azioni; ci consente di valutare i suoi vizi e le sue virt—, i suoi mali ed i suoi beni e quindi di procedere meglio nel cammino della vita, la quale altro non Š che superamento e creazione ed esige pensiero, visione della realt…, comprensione, caratteristiche tutte indispensabili allorch‚ siamo chiamati a decidere. Oggi, dopo un decennio trascorso a Genova, vivo a Roma, sposo felice con un ®vecchio amoreŻ incontrato nel Galluppi, padre di tre splendidi ragazzi e lavoro in un grande gruppo assicurativo. Ogni anno, quando posso, ritorno tra i miei ulivi di Calabria, saluto i parenti e sento il desiderio di andare per le strade - Corso Mazzini... quante passeggiate, quanti discorsi, quanti progetti! - Non conosco quasi pi— nessuno; non riesco a capire. I vecchi amici stentano a riconoscermi ed anch'io mi smemoro nell'osservare i loro visi. Apprendo che NinŤ Mannella Š morto; mi dispero, poi penso che in fondo Š la vita; forse il destino. Parlare di morte e sentirla incombente significa conquistare gli elementi biologici della vita. Ricordo che tanti anni fa NinŤ mi disse che Catanzaro era una brutta citt… di provincia dove per• era viva la cultura. Sono parole lontane. La sua morte diventa un fatto mio; penso alla sua camminata dondolante, alla nostra gita in ®vespaŻ nella vecchia casa di paese dove l'anziana zia ci cuoce al camino cose buone della nostra terra; ne sento l'odore, il sapore; nella chiesa lŤ vicino si prepara la grande festa di Pasqua: la Resurrezione. Š un mistero o Š storia? Per me Š storia. Guardo il vecchio ®GalluppiŻ dove passeggiano le ombre di Corrado Alvaro, Umberto Bosco, Vincenzo Vivaldi, Don Sante Calabria. Poi sono venuti gli altri; siamo venuti noi che non abbiamo amato abbastanza la nostra terra per dedicare ad essa l'impegno, lo studio, la volont… di crescere e migliorarla. Perduta la speranza di amare e di soffrire, non rimane che la giungla. Forse Š una forma di saggezza per uscire dalla congiura ossessiva dei sentimenti. Si dice che i vecchi semplificano i sentimenti e i rapporti con gli altri per la saggezza di essersi liberati dalle passioni. Il pensiero torna l… nell'ombra degli ulivi: una fetta di pane raffermo, un pezzo di formaggio pecorino, un sorso d'acqua dalla ®vozzaŻ e l'alba sul mare. Diventare vecchi senza aspirazioni; vivere cosŤ, come un fatto naturale. Sono solo: il dolore si Š trasformato in pazienza e la pazienza mi riporta al reale. Š mezzanotte, in casa tutti dormono, penso a domani che sar… un altro giorno. Nel rinnovarLe il mio grazie per il buon viatico che tanti anni fa ebbe a darmi cordialmente La saluto. /:/Nicola Cantafora. di Alfredo e di Francesca Votta nato a Catanzaro il 19 gennaio 1937 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1950/1951) Sono passati molti anni dal tempo in cui frequentavo il nostro liceo "Galluppi". Essere assaliti da una intensa nostalgia ripensando quei tempi e quell'et…, Š ben immaginabile, cosŤ come Š dolcemente inevitabile. Tempi, oramai, lontani sŤ; ma tempi, ore, giorni, momenti, fermi nel misterioso e grandioso ingranaggio che si chiama memoria. Chi sa far funzionare questo ingranaggio tanto bene da produrre poesia, narrativa, musica, pittura si chiama artista. Io non sono un artista e in me la memoria Š solo uno strumento per ricordare e, naturalmente, ripensare. Questo piccolo quadro nostalgico che ho, modestamente, evocato rappresenta persone e fatti, a cui mi sento fortemente e sempre legato, anche se lo scorrere impetuoso della vita ha, ma sempre invano, fatto di tutto perch‚ le une e gli altri si dissolvessero quasi in una sorta di nebbia invincibile e impenetrabile. Di l… da tutto ci• che ho fin qui detto, per•, mi pare giusto e onesto esternare la mia gratitudine verso maestri e colleghi che, in quel tempo ormai lontano, mi consentirono, in condizioni oggettive sempre precarie, di costruire le fondamenta di quella che, forse genericamente, si chiama cultura, che Š fatta di studi, di conoscenze, di giudizi, in una parola, di vita degna di questo nome, cioŠ adeguata e in armonia con i tempi in cui essa si svolge e si consuma. Non mi solletica la rievocazione aneddotica, che Š la parte certamente meno notevole di un periodo cosŤ intensamente vissuto e tanto formativo. Se la pensassi diversamente, facile mi sarebbe contare e raccontare. Š invece l'attenzione al presente che viene pungolata dalla vostra lettera, caro signor preside, cosŤ che io, riflettendo sulla notizia che voi comunicate e cioŠ sulla protesta dei ragazzi di oggi che chiedono, forse invano, laboratori scientifici e linguistici, non mi sento ottimista e, quindi, di credere (come voi mostrate di sperare e di credere nel vostro scritto) che noi studenti di ieri possiamo donare in alternativa ci• che gli studenti di oggi inutilmente chiedono. Ci• che voi dite, questa Š la verit…, Š la dimostrazione che la scuola non sta in cima ai pensieri di chi ha il potere di decidere nel nostro Paese, perch‚ la scuola Š un mezzo ritenuto pericoloso da chi non vuole il vero progresso sociale del Paese. Un tale discorso diventa addirittura penoso e drammatico, se si pensa al mezzogiorno d'Italia e, quindi, alla nostra Catanzaro. La questione meridionale Š stata, Š, e sar… sempre e soprattutto, una questione di cultura. Chi non la vuol veder risolta vorr… sempre che nella nostra societ… domini la mediocrit… ignorante, con tutto ci• che le Š concesso e che ad essa consegue. /:/Raffaele Notarangelo. di Libero e di Maria Squillace nato a Catanzaro il 4 luglio 1937 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1950/1951) Notarangelo: Presente! Confesso che man mano che gli occhi scorrevano le righe della lettera, la curiosit… mista alla sorpresa per una missiva del tutto inaspettata, andava rivestendosi di una certa incredulit… ed alla fine, mi si perdoni, venne insinuandosi anche un pizzico di orgoglio. Certo chi mi stava davanti avr… notato il sorrisetto di autocompiacimento, di cui immediatamente mi vergognai, uso come sono ad una buona dose di razionale autocontrollo che non mi concede mai di dare la stura ad atteggiamenti di presunzione: cattiva qualit… che, senza falsa modestia, riconosco e mi riconoscono di non possedere. D'altro canto, n‚ la polvere degli anni, n‚ l'appannarsi di personali ricordi potrebbero mai trasformare d'incanto i modestissimi miei risultati scolastici per sempre fissati nei registri d'archivio. Ma la lettera mi chiedeva qualcosa che fa parte del tanto di cui ciascuno di noi dispone e che e il connettivo stesso (mi sia concesso l'uso di termini familiari) del nostro essere oggi: la Memoria di s‚. Per la prima volta per•, devo concretizzare sulla carta gli estemporanei e improvvisi flash che rimescolano nel flusso della nostra coscienza visi e fatti e suoni e atmosfere di tanti ieri fa, attraverso quel meccanismo automatico di analogie, di contrasti, di consonanze di situazioni che ripropongono esperienze passate a sostegno e talora a disdegno di esperienze presenti. Allora devo fare il punto e mi accorgo, con una certa sorpresa, di non provare rammarico per gli opachi risultati nel profitto scolastico. Una certa convinzione di non colpevolezza si Š via via, col passare degli anni, andata rinforzando in quel simulacro di processo che ognuno di noi allestisce per conto suo, di tanto in tanto, sottoponendovi il proprio passato. Per quel che mi riguarda, se qualcuno dovesse essere costretto a sedere sul banco degli imputati questa Š proprio la Scuola, non il mio Liceo, ma la Scuola che la mia data di nascita mi impose di frequentare e quel tipo di classe docente che mi tocc• in sorte, non il mio antico e pure lucido vecchio caro Liceo Galluppi, con i suoi ampi corridoi, la cui pavimentazione mi ricorda una enorme, non regolamentare, scacchiera di marmo bianco e nero, con quella fila di alte porte chiuse, da cui si sciamava al suono di quella adorata campanella, dotazione esclusiva del bidello Alfieri detto ®Achille dal piŠ veloceŻ (sfido chiunque a usare la dantesca legge del contrappasso con la stessa incisivit… di un giovane studente!). Talvolta per•, si sortiva del tutto impunemente anche dai bassi finestroni attraverso cui ci giungevano i rauchi clacson delle vecchie ®TopolinoŻ e delle nuove ®giardinetteŻ, rinforzando l'impressione spiacevole di essere dei reclusi in detenzione preventiva e in perenne attesa di giudizio. La qualit… dell'ora successiva: storia e filosofia con la zia Bianca, alias Prof. Varano, o latino e greco, era il motivo principe della mia fuga del tutto temporanea, perch‚ attraverso lo stesso pertugio rientravo prima del termine delle lezioni. Ricordo poi una breve introduzione di tipo modulare per una qualsivoglia interrogazione di letteratura italiana e storia dell'arte e che immancabilmente suonava: ®Spirito veramente irrequieto fu quello dell'Alfieri (o di Leonardo, di Leopardi o di Michelangelo) non tanto per quanto...Ż e gi— con le alte qualit…, sempre le stesse, che solo gli uomini illustri sembra posseggano. Del resto, le continue e mai scoperte fughe servivano da stimolatore cardiaco, erano autentiche boccate di ossigeno per il periodico ®redde rationemŻ delle interrogazioni alla cattedra o alla lavagna che certo non mi davano scampo e la cui prognosi era pi— spesso infausta. Una rassegnazione che aveva del sublime, in fondo, mi assicurava una resistenza feroce alle soˇferenze scolastiche, perch‚ ero convinto che la mancanza di un qualsiasi pedigree familiare mi avrebbe pur sempre proibito di stazionare negli stalli dei cavalli di razza per far parte di quella fauna scolastica che andava, senza distinzione di specie, dalla ®crapaŻ al ®ciuccioŻ e talvolta nella confusione dei Regni, mi toccava di essere perfino apostrofato ®vrocculuŻ o ®petra e timpaŻ! Sar… stata forse questa mia simultanea appartenenza agli Animali, ai Minerali e ai Vegetali a permettermi di aumentare le mie capacit… di resistenza nel lungo braccio con la prof. di scienze che tanto a malincuore fu, una volta, costretta a trasformare un brillante originale due in un grigio anonimo sei. Intanto per•, la mia infaticabile attivit… extra scolastica, intendo quella sportiva, (sŤ perch‚ la palestra esisteva ma solo per ®l'un - due - passoo! fianco destr - destrŻ), mi aveva permesso di collezionare allori: colmo dei colmi ero diventato Campione Nazionale di lotta Greco-Romana, a dispetto della mia insufficiente conoscenza delle lettere classiche! Credo proprio che il mio iter scolastico si sia, malgrado tutto, svolto al positivo grazie alla mia resistenza fisica e psichica; la lotta sul tappeto corroborava quella vissuta tra i banchi. Ricordo, per esempio, che appena approdato in IV ginnasio e uscito da una precedente ®incomprensioneŻ piuttosto malconcio all'interno, risolsi di spianare le difficolt… di inserimento con una serie di scontri di tipo non propriamente dialettico. L'ultimo gong suonava di solito a mio favore e il gioco fu fatto. Le continue immancabili sospensioni, le scazzottate fra compagni avevano convinto professori e preside che ero un cattivo soggetto, mentre la mia analisi logica mi faceva ritenere di essere l'oggetto sul quale si scaricava l'azione insistente e corrosiva del verbo ®docereŻ. Fra le tante, definite di tutti i colori, ci fu quella che portammo a segno assieme ad altri compagni quella volta che, esasperato per i continui richiami comparativi col meno nobile fra gli equini, architettammo di introdurre nella scuola l'asinello che ogni mattina, di ritorno dai mercati dove aveva trasportato le solite rape, stazionava presso il cancello sul retro del Galluppi in paziente attesa del padrone che, intanto, si faceva un bel ®morzelloŻ col solito quartino in qualche osteria della zona. La cosa non ci sembr• infamante o diffamatoria o smitizzante: erano questi concetti che mal si adattavano agli studenti di allora; una volta le ragazzate erano niente altro che ragazzate, oggi Š d'uso rivestirle sempre di misteriosi intenti. Ci sembrava del tutto naturale che l… dove c'erano tanti ciucci uno in pi— passasse inosservato. Aspettammo che le petulanti e civettuole compagne entrassero dal portone principale e i maschi dall'entrata secondaria (il femminismo non era ancora alle porte), appunto quella che immetteva nel lato pi— corto del corridoio, accanto alla palestra, per mettere in atto il nostro piano. Restammo per ultimi e ci tirammo dietro la consenziente ed ignara bestia, ma avevamo sbagliato i tempi di manovra. La confusione non si era del tutto placata all'interno della scuola, la seconda campanella non era ancora suonata e le porte erano aperte nell'attesa di alunni e professori ritardatari. Lo zoccolŤo sul marmo produsse il suono di mille nacchere e per giunta il dannato cominci• a scalciare e ragliare cosŤ spudoratamente che fuggimmo terrorizzati abbandonando le redini. Furono giorni di grandi promesse di redenzione fatte a me stesso, di grandi batticuori ogni volta che tentavo di leggere sul viso di mio padre un qualche sintomo di consapevolezza delle bravate del figlio. Questo mi faceva davvero star male. Mio padre continuava ad essere l'unico ad avere piena, illimitata fiducia nel poderoso quoziente intellettivo del figlio, e nella sua grande, tenerissima ingenuit… non riusciva a capire perch‚ il concetto che lui aveva di me non collimava mai con quello dei miei professori. La sua ostinazione era pi— forte della mia: suo figlio doveva uscire da quella scuola! SŤ, mi sarebbe dispiaciuto addolorarlo ancora una volta. Feci tante scorpacciate di sole e alla fine rientrai. Erano trascorsi due soli giorni, un mio compagno si divertiva a ripetere il verso di un uccello con un richiamo di metallo nella bocca, in fila tutti allineati e coperti all'uscita.... chi poteva essere lo screanzato? Notarangelo Raffaele, II liceo sezione C anno scolastico 1953/54. Giorni tre di sospensione! Ma la Scuola non era una snervante partita a scacchi fra la cattedra ed il mio banco, era anche tante altre cose: travasi di umana solidariet…, sfoghi di libert… fra compagni, scoppi di allegria prorompente, sboccio di amori sconvolgenti ritmati dal pulsare scombinato del cuore per uno sguardo pi— intenso, o una carezza rubata di soppiatto, messaggi segreti fra le pagine di un libro imprestato per finta, convinte promesse di eterna fedelt… (una perfino mantenuta!), attese snervanti di scrutini, assalti al prof. di Religione, il quale di segreti manteneva solo quelli confessionali, e rimaneva impunito per la violazione del segreto professionale. Il dipanarsi confuso di questi miei ricordi non puo certo permettermi di vestire i panni di Catone il Censore, faccndomi assumere atteggiamenti di falso paternalismo con gli studenti di oggi. Penso che la Scuola in quanto tale non sia mai stata molto amata dai giovani se non dopo che questi ne sono usciti per sempre. I motivi di sciopero sono certo cambiati, e al fatto patriottico di Trento e Trieste dei primi anni '50, si sono sostituite le richieste di svecchiamento dei contenuti e di compartecipazione degli alunni alla vita della Scuola che hanno caratterizzato gli anni '70. E ora eccoci alle istanze di ammodernamento delle strutture da parte dei ragazzi dell'85, alla loro pressante richiesta di una scuola finalizzata all'inserimento nel mondo del lavoro. Ai giovani potrebbe sembrare artificioso ed incongruente studiare le lingue ®in vitroŻ pi— di quelle ®in vivoŻ e, comunque, ritengono giusto sostituire i logoranti calcoli mentali e le razionali deduzioni con il semplice ticchettio digitale del computer. Personalmente non ho riserve di alcun genere, anzi sarebbe auspicabile che i giovani non perdessero quest'ultimo treno, ma sono anche dell'avviso che l'insostituibile strumento TESTA possa evitare un probabile degradante condizionamento del tipo ®1984Ż prossimo venturo, per cui mi auguro che saldamente resistano e Latino e Greco con Storia dell'Arte e Filosofia, perch‚ continuino a dare alle generazioni che si inseguono il senso ed il valore della tradizione che non consente la perdita di quella identit… culturale e storica che, saldando ognuno di noi alle proprie radici, fissi nel cuore e nella mente l'indelebile ®imprintingŻ del popolo cui appartiene. Š per questo che, tutto sommato, riconosco che i miei cinque anni di Liceo sono il punto chiave della mia formazione umana, ancorch‚ non culturale. Ma quanti altri meno resistenti sono stati costretti dalla Scuola a perdersi la Scuola stessa! Certo la Scuola non potrebbe esaurirsi nella interpretazione di una terzina di Dante o nella soluzione di un problema. Andare a scuola Š imparare a vivere a proprie spese, e imparare a discriminare fra varie possibilit…, Š apprendere la costanza della lotta per, e talvolta contro, la qualit… di vita che ®LoroŻ ti offrono, Š assaporare il successo che ®tuŻ lentamente hai raggiunto senza barare, Š continuo confronto con s‚ e con le proprie capacit…, Š infine non demordere mai e comunque. La Scuola Š l'inesauribile vivaio da cui, attraverso inspiegabili metodi, la vita operer…, (molto spesso senza la firma dei professori) il suo inappellabile scrutinio finale. /:/Giuseppe Critelli. di Raffaele e di Maria Custo nato a Tiriolo il 14 settembre 1937 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1950/1951) I miei studi ginnasiali e liceali, compiuti nel Liceo Ginnasio "P. Galluppi" di Catanzaro, risalgono al periodo 1951-1955. Erano gli anni della ®ricostruzioneŻ e dei sacrifici, ma anche gli anni dell'entusiasmo e delle speranze. Il ricordo, ora triste ora lieto, Š sempre vivo. Nel clima di generale disagio proprio del tempo, un sentimento di mestizia suscitavano in me quei compagni ®pendolariŻ che raggiungevano tutte le mattine la scuola da un paesino lontano, dove facevano ritorno nel tardo pomeriggio o in serata. Costretti a svegliarsi all'alba, arrivavano in classe infreddoliti e stanchi, dopo un viaggio di ore in treno o in corriera. Il loro pranzo consisteva in una merenda consumata alla stazione ferroviaria o dell'autobus; il loro studio si svolgeva in gran parte durante il non comodo tragitto. Quei ragazzi, dall'aria spaurita e con i libri unti, costituivano per me - privilegiato dall'abitare con la famiglia a qualche centinaio di metri dalla scuola - un mirabile esempio di sacrificio e di volont…. Altri disponevano di una fredda camera in una pensione; qualche fortunato alloggiava nel Convitto annesso all'Istituto, privo comunque del calore familiare. I ricordi lieti sono legati alle amicizie profonde nate fra quei banchi, alle gite al mare o in Sila, alle emozioni di un ®flirtŻ. L'atmosfera era austera: i professori incutevano rispetto (se non timore) e le rare visite del preside in aula generavano - non soltanto in noi ragazzi, ma sovente anche nel professore - una tensione quasi mistica. Gli stessi bidelli, con l'eccezione della solita vittima delle nostre ®cattiverieŻ, erano guardati con diffidenza in quanto potenziali ®delatoriŻ. Il rapporto con i professori, ben lontano dal cameratismo che cosŤ spesso caratterizza l'odierna relazione docente-discente, era difficile: il dialogo, pressoch‚ inesistente, era condizionato dall'atteggiamento di costante distacco del primo e dal conseguente stato di soggezione del secondo. L'autorit… del preside e dei professori veniva riconosciuta per dogma e le manifestazioni di intemperanza erano eccezionali. Il profitto era l'obiettivo del corpo docente, il giudizio dei professori la maggiore preoccupazione del ragazzo e della famiglia, la raccomandazione pressoch‚ sconosciuta, il compagno raccomandato bollato come sleale. A prescindere dal solito irritante ®secchioneŻ, i pi— brillanti godevano del riconoscimento e dell'ammirazione generale ed un sano spirito di emulazione stimolava a far meglio. Ovviamente, importanza preminente veniva attribuita alle discipline classiche, non essendo stata ancora coniata l'espressione ®lingua mortaŻ. La scelta degli studi classici - a quel tempo considerati studi di ‚lite - era generalmente motivata dalle tradizioni familiari. I liceali degli anni cinquanta non mostravano certo l'emancipazione degli studenti delle generazioni successive ed accettavano supinamente l'impostazione rigorosa, caratteristica della scuola di quel tempo. Non esistevano, in compenso, le degenerazioni manifestatesi parallelamente alla emancipazione del giovane: l'autogestione dei programmi didattici, il sei politico, gli scioperi abusati, la violenza erano, infatti, sconosciuti. I soli scioperi di cui ho mcmoria trovavano una motivazione patriottica, essendo relativi alla questione di quel territorio di Trieste, la cui amministrazione era affidata agli anglo-americani. Risale al 1954, infatti, il ®memorandum d'intesaŻ che annetteva alla Italia la zona ad ovcst della ®linea MorganŻ. In occasione di quegli scioperi la partecipazione era corale, il tricolore il simbolo dci cortei, ®Trieste liberaŻ lo slogan. La disciplina era ferrea e durissime erano le sanzioni per qualsiasi manifestazione di intemperanza. Ricordo, a tale proposito, un episodio che pu• dare contezza dell'autoritarismo di quella scuola: un episodio che l'ingiustificato rigore trasform• da semplice espressione di vivacit… in un atto da punire severamente. Si era in palestra ncll'ora di educazione fisica; alcuni di noi, approfittando di un momento di distrazione dell'insegnante, accerchiarono un compagno con il proposito di privarlo degli indumenti. Era, insomma, un gioco innocente che sicuramente non sarebbe stato portato a compimento, ma che la reazione emotiva del malcapitato finŤ con il conferirgli i connotati dell'atto violento e indecoroso. Si tennero numerose riunioni del Consiglio dei professori e si minacci• un severo provvedimento disciplinare per l'intera classe. Dopo una settimana di clima da inquisizione, i tre autori del ®fattaccioŻ, rei confessi, subirono una sospensione di ben 15 giorni. A parte questo limite, nella scuola di allora si respirava aria di seriet… e di impegno. La continuit… delle lezioni era garantita, le strutture erano adeguate alle esigenze, i professori, erano, in generale, degni del ruolo che ricoprivano. Il senso del dovere, a quel tempo diffuso, era comune nella classe docente, e la specifica preparazione dei singoli professori era stata sottoposta al vaglio di un concorso nazionale altamente selettivo. Non meno di due lustri ci separavano dall'ondata di demagogia e dalle cosiddette sanatorie, che avrebbero portato alla immissione in ruolo ®ope legisŻ, di docenti non sempre all'altezza del compito. E fu motivo di sgomento - per me che serbavo il ricordo di una scuola seria e severa - l'esperienza vissuta nei primi anni settanta, quando, designato a presiedere una commissione per gli esami di Stato, toccai con mano la scarsa preparazione della stragrande maggioranza dei maturandi (che peraltro tutti conseguirono il diploma in una unica sessione) e il clima di lassismo che si era andato affermando. Š auspicabile che l'esigenza - fattasi strada di recente - di recuperare i perduti valori e di restituire alla scuola la sua nobile quanto vitale funzione trovi presto uno sbocco concreto, nonostante le difficolt… derivanti dalle ormai radicate abitudini da una parte, dai complessi problemi che la realizzazione di una scuola moderna comporta dall'altra. Codesta esigenza trova chiara espressione nella protesta dei ragazzi dell'85, fenomeno che tuttavia induce ad amare considerazioni. Non Š certo rasserenante che una scuola efficiente e funzionale, quale la classe politica non Š stata in grado di dare, venga rivendicata dal senso di responsabilit… dei giovani; ed Š sconcertante la tiepida posizione assunta nella circostanza dagli Organi di Governo, se paragonata alla strumentalizzazione che caratterizz• la contestazione sessantottesca degli studenti universitari. In quella occasione, in cui la protesta era fondamentalmente intesa a distruggere, l'atteggiamento della classe politica, improntato al permissivismo quando non alla complicit…, fu il determinante primario della crisi nella quale l'Universit… italiana tuttora si dibatte; le rivendicazioni dei ragazzi dell'85, ancorch‚ genuine e legittime, non sembrano, al contrario, aver trovato adeguate risonanza e risposta. L'industria libraria di quegli anni, stante le modeste risorse economiche e tecniche, non era certo fiorente. I libri di testo non sempre erano disponibili, e non di rado il medesimo volume, ®ereditatoŻ dal fratello maggiore o ricevuto in prestito, veniva utilizzato da pi— generazioni di studenti. Traevano vantaggio, da tale situazione, i ragazzi pi— intraprendenti i quali puntualmente, all'inizio di ogni anno scolastico, davano vita nel piazzale antistante la Scuola al baratto e alla vendita clandestina di libri usati, il prezzo era tanto pi— alto quanto meno reperibile il volume e quanto pi— importante la materia in esso trattata, il ricavato, che i meno abbienti investivano nell'acquisto di un nuovo libro, veniva spesso impiegato in spese futili, il tutto all'insaputa dei genitori, essendo considerato un ®delittoŻ disfarsi dei ®sacri testiŻ. Codesta nota di colore, che sta a testimoniare le non floride condizioni del tempo, spinge a riflettere sulla situazione odierna, contrassegnata dalla abbondanza di testi scolastici. Š infatti legittimo sospettare che l'adozione di testi sempre pi— nuovi, pur giustificata dalla necessit… di un costante aggiornamento dei metodi di insegnamento, possa non tanto essere motivata da effettive esigenze culturali e formative, ma rispondere ad una logica meramente consumistica, finendo col soddisfare l'interesse dell'industria piuttosto che quello dello studente. D'altra parte, la tumultuosa immissione di nuovi testi nasconde l'insidia della non attenta valutazione della qualit… del testo stesso, autorizzando a volte a rimpiangere i tempi andati, quando un volume, ®pietra miliareŻ delle biblioteche familiari e scolastiche, costituiva un riferimento imprescindibile nella formazione culturale di pi— generazioni di giovani. Quanto a noi ragazzi, certamente meno maturi dei liceali di oggi, non possedevamo la moto elegante o altri emblemi della societ… opulenta. Credevamo fermamente, tuttavia, nella funzione culturale e formativa di una Scuola che, a sua volta, mostrava di meritare tutto il rispetto che si deve ad una istituzione capace di assolvere il proprio compito. /:/Roberto Giglio. di Antonio e di Ida Pinto nato a Catanzaro il 16 novembre 1937 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1951/1952) Il tempo, si sa, sbiadisce i ricordi, ma alcuni di essi, nitidi nella memoria, resistono al naturale invecchiamento, anzi si tingono di colorazioni pi— vivide ed allora riviviamo, attraverso i figli, momenti e situazioni dei nostri 15-20 anni con la insinuante sensazione, calda e raggelante, che si siano verificati solo ieri. Š il momento del: ®come eravamoŻ! Il primo ottobre era, ricordo, un appuntamento irrinunciabile; dovevo essere puntuale all'apertura del vecchio portone: dal tempismo mio e di pochi altri dipendeva la riuscita di quella sollevazione quasi generale che sfociava nella invocazione collettiva: ®Pa-sse-ggia-ta, pa-sse-ggia-ta!Ż. Dal sincrono, dal tono e dal volume, dipendevano i tempi di capitolazione del preside: invariabilmente cedeva; blaterava, ®surmuniavaŻ, ma cedeva. Se il buon giorno si vede dal mattino, si pu• capire che quel giorno era il primo di una serie non certo esaltante dal punto di vista scolastico. Fra l'altro sulle mie spalle, di per s‚ esili, gravava la responsabilit… del nome (mio padre e mia zia professionisti affermati, quest'ultima per di pi— gi… docente severa ed inflessibile nello stesso liceo e poi preside dell'Istituto Magistrale) e quindi il pericolo di comprometterne l'immagine; da qui la necessit… di evitarlo (secondo me) nell'unico modo possibile: aggirare l'ostacolo ®salandoŻ la scuola. Era un p• la tattica dello struzzo, o meglio la tattica di chi il coraggio non se lo ®vuolŻ dare. Evidentemente, per•, una volta le assenze furono tante che il professor Peppino Scalzo si vide costretto ad ingiungermi di tornare a scuola accompagnato. Scartata l'ipotesi di informare i genitori (con loro come con gli insegnanti il rapporto era lo stesso: paura e timore riverenziale), decisi di rivolgermi al cocchiere di mio padre al quale chiesi di accompagnarmi e di presentarsi come mio zio. L'espressione del professor Scalzo, gi… titubante, si aprŤ in un sorrisetto significativo e mortificante non appena il suddetto aprŤ bocca. Quel ®Vai a posto, mascalzone!Ż, che sferzante gli uscŤ di bocca, fu pi— incisivo di qualsiasi altro provvedimento. Perch‚ allora le parole non ci scivolavano addosso: erano, ma ancora non lo sapevamo, la guida ad un futuro tutto da costruire quando fosse arrivato il momento di chiudere quella parentesi di scanzonata goliardia e di entrare a far parte dell'universo serio degli adulti. Come gi… accennato, i rapporti con gli insegnanti non erano dei pi— idilliaci, n‚, tanto meno, potevano esserlo tra loro e me, tutt'altro che alunno modello. Il professor Mastroianni aveva l'abitudine di chiedere, a fine anno scolastico, come noi stessi pensassimo che sarebbe andata a finire. Quando, interpellato a mia volta, risposi al suo: ®... e tu, Giglio?Ż, con ® ...filosofia!Ż, mi guard• con sussiego e disse: ®Ti prendi solo filosofia?, ed io: ®Mi resta solo filosofia!Ż. Ferito nell'onore resistetti ai suoi reiterati, seppur tardivi tentativi di farmi riparare e, naturalmente, mi portai ad ottobre filosofia. Da quel braccio di ferro, da quelle parole pi— sottintese che dette, doveva scaturire un rinnovato rapporto di reciproca stima che si consolid• nei restanti anni di scuola e dura ancora oggi, intatto, a dispetto dei capelli bianchi di entrambi. Fallita la prima volta la maturit… classica, devo dire non solo per colpa mia ma soprattutto di una commissione a dir poco proibitiva che l'allora commissario interno non riuscŤ a neutralizzare pi— di tanto, dopo un'estate trascorsa faticosamente, preoccupato pi— che altro di nascondermi alla vista degli altri, ignorando il ®CorsoŻ e privilegiando i vicoli, mi ritrovai, l'anno successivo, in una classe formata esclusivamente da ripetenti. Oggi un simile serraglio sarebbe irrazionale ed inammissibile, allora era quasi scontato, come filtrare il vino buono e raccogliere tutti i residui che potrebbero inquinarlo in un unico contenitore dove, immancabilmente, diventer… aceto. Fu cosŤ che io e gli altri diventammo la ®legione stranieraŻ. Di quell'anno mi resta chiarissimo il ricordo del professore Mazzei: era arrivato a sanare una situazione ai limiti dell'impossibile, era riuscito ad appassionarci alla sua materia e mi aveva regalato la sua stima. Per tutti questi motivi non avrei mai voluto che quel giorno il gessetto, lanciato durante la spiegazione al compagno del primo banco, lo cogliesse in piena fronte nell'attimo in cui si girava. Fu un momento penoso che ancora oggi inconsciamente vorrei rimuovere; la traiettoria di quel gesso fa parte dei miei interrogativi rimasti senza risposta se si pensa che, tuttora, con quattro arance o quattro mele lanciate in aria ed afferrate al volo, riesco a catturare l'attenzione dei figli, spettatori esigenti, abituati come sono agli stimoli ed alle meraviglie di questi anni. E finalmente mi congedai dalla scuola, ignaro che, di lŤ a poco, avrei ripreso a frequentarla, e questa volta con assiduit… quasi meticolosa, per accompagnare e prelevare quotidianamente, per cinque lunghi anni, quella che poi sarebbe diventata mia moglie. L'unico modo che avevo di starle accanto e parlarle mi veniva proprio dal vecchio liceo, un tempo teatro ed oggetto di lotta, ora alleato e complice, addirittura paraninfo. Se oggi mi imbatto, dopo quasi trenta anni, in qualcuno di quei ®legionariŻ, mi accorgo del loro disorientamento nel ritrovarmi in toga e tocco; io stesso non l'avrei detto: eppur succede! /:/Maria Russo. di Giuseppe e di Domenica Carmela Castorina nata a Catanzaro il 27 novembre 1937 iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1950/1951) Socrate e la verit… Annunciato dall'inconfondibile passo che egli stesso, con una punta di compiacimento, suole definire ®marzialeŻ, entra in aula il prof. Sebastiano Madia, docente di Latino e Greco nel corso B. Ripete con una sorta di rituale, i gesti di ogni giorno: appena varcata la soglia, alza il braccio destro e preme l'interruttore della corrente elettrica, ci sia o no bisogno di luce, si accomoda dietro la cattedra, apre la borsa, ne estrae una penna stilografica anni 40, nera, firma con molta foga il giornale di classe e, guardandoci con quell'aria tra l'ironico e il sarcastico, si accinge a consegnarci i compiti svolti in classe, i nostri ®lavori,.. pardon... capolavori che, essendo legati col fiocco, sono con i fiocchiŻ. E slega religiosamente il laccetto che tiene uniti i fogli in questione. Restiamo tutti con il fiato sospeso: prima silenzio assoluto, poi qualche timido borbottŤo, quindi qualche commento pi— percettibile, a voce bassa. Venuta in possesso del compito, con molto stupore non vi leggo il solito, ingombrante giudizio, ma un ®Cfr. SpinosoŻ, che non mi convince affatto. Chiamo Giovanna, le chiedo il suo compito e qui leggo un giudizio completo, non un ®Cfr. RussoŻ, come, per amor di giustizia, mi aspetterei. Sento che sto per esplodere, perch‚ so in piena coscienza, di non aver scambiato una sola parola con Giovanna e quel ®Cfr. SpinosoŻ ha il sapore di una condanna ingiusta, di una violenza che non sono assolutamente disposta a subire. Chi Š della mia generazione e ha come me frequentato il ®GalluppiŻ ricorder…, senza dubbio, il prof. Madia e sa bene come non si avesse modo o possibilit… di contestarlo; offesa nell'orgoglio, io non mi lascio intimorire e, gi… sulla barricata di un '68 avvenire, col foglio in mano esco dal banco e mi avvio verso la cattedra. Con voce non molto ferma chiedo al professore il perch‚ del sibillino giudizio, gli spiego, con tutta l'eleganza possibile, che forse ha preso... un abbaglio, che non ho copiato, che, per favore, riveda un po' il suo parere. Sono disposta - gli dico - a rifare un compito da sola, chiusa in un'aula, dichiaro che, modestamente, con il latino ho una certa dimestichezza (e i risultati, sino ad ora, possono confermarlo!); il professore mi guarda, rosso in viso, strabuzza gli occhi, alza la voce, batte i pugni sul tavolo, minaccia, mentre la classe trattiene il respiro e assiste alla scena, interrogandosi su come andr… a finire. Mi sento tanto una Giovanna d'Arco, non disposta, per•, a perire tra le fiamme del rogo. E urlo pure io, pi— del professore, al quale grido con solennit…: ®Lei parla, stando in cattedra, di giustizia, onest…, diritto; ebbene, Š proprio sulla cattedra che Lei calpesta e diritto e verit… e giustiziaŻ. Š una frase che mi piace, che pronuncio con tutta me stessa, perch‚ credo di colpire nel vivo il mio avversario. Oggi quel ®calpestaŻ, detto con tanta foga, mi fa sorridere, ma, allora, mi pareva rendesse bene la misura dell'uomo e della situazione. Espulsa dall'aula, con gravi minacce di sanzioni disciplinari ®mai arrivate!Ż, esco fuori dalla porta e me ne sto eroicamente nel corridoio, esibendo, davanti a bidelli, studenti, professori di passaggio, il mio coraggio e la mia determinazione. Qualche giorno dopo, lezione di greco: solita scena, soliti gesti, c'Š aria di interrogazione... ma, inaspettatamente, il prof. Madia detta un tema di letteratura, da svolgere in meno di un'ora. Si tratta - dice - di dare una prova di intelligenza, sensibilit…, velocit…, preparazione; il migliore lavoro sar… premiato. La traccia Š: ®Socrate e la verit…Ż. Comincio a scrivere di getto, difendendo, nella verit… socratica, la mia verit…, sottolineando nella prepotenza dell'accusatore Anito, quella, pi— contingente, di cui io sono vittima. Consegno il lavoro in silenzio, senza degnare di uno sguardo il mio nemico. Il giorno dopo, in un'atmosfera solenne da premio Viareggio, il prof. Madia comunica alla classe che Š entrata nella rosa dei vincitori, aggiudicandosi il primo premio, l'alunna Russo che ha dato prova di sensibilit…, preparazione, intelligenza, velocit… etc. etc. e, quindi, mi consegna il premio: un suo saggio intitolato: ®La fonte del Cantico delle CreatureŻ, su cui appone il suo inconfondibile autografo. In quel momento sono felice, sento che ho vinto, non la prova di letteratura, ma la guerra col prof. Madia. Pi— tardi, con maggiore serenit…, capir• meglio il senso di quel premio, anche se, leggendo pi— di una volta il saggio, non sono mai riuscita a comprendere come Omero possa essere stato la fonte di S. Francesco d'Assisi. Oltre al senso del premio ho per• capito, col passare degli anni, tante altre cose del prof. Madia, per esempio i suoi deliri su Catilina, i suoi appassionati sfoghi contro i reazionari di ogni tempo che definiva ®critici maligni che, come uccellacci di cattivo augurio, se ne stanno appollaiati in sulle cime degli alberi...Ż Erano i tempi difficili della ricostruzione, dei perbenismi, delle note scomuniche: parlar chiaro poteva essere un suicidio. Da qui l'andare, apparentemente senza senso, per metafore, per lazzi, per sfoghi incontrollati: un modo non certo ortodosso di educare, ma unica alternativa per non correre il rischio di dover ingurgitare la cicuta! La rievocazione di un momento importante della mia giovinezza mi richiama alla memoria altre situazioni, altri momenti, legati a quel magico Liceo ®GalluppiŻ, che mi Š rimasto sempre nel cuore. Rivedo la mia classe, le mie compagne, come me in grembiulone nero e colletto bianco di piquet, i compagni in giacca e cravatta, che, alla fine delle lezioni, passeggiando sul corso Mazzini, ci davano con galanteria la destra. E rivedo, tra i primi banchi, Veva Giordano, che da qualche anno non Š piu tra noi. Molti, ex liceali di quel tempo, viviamo ormai da decenni lontani da Catanzaro e abbiamo fatalmente perso ogni contatto. Con la scomparsa di Veva ci siamo miracolosamente ritrovati, risentiti dalle varie citt… d'Italia, riuscendo a riallacciare i fili interrotti di una trama che Š parte di noi. La stessa trama che mi ha dato il coraggio di trascrivere questi ricordi. /:/Giovanni Le Pera. di Alfonso e di Iole Menichini nato a Catanzaro il 6 gennaio 1938 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1952/1953) Ottimo preside, tra i tanti temi, tutti suggestivi, della sua lettera agli ex studenti del "Galluppi" scelgo, non senza il Kierkegaardiano sacrificio del non scelto, quello dei ®giorni di scuola trascorsi... nella massa dei molti vocianti per le strade aperte sulle piazze battute dal ventoŻ. La generazione di studenti degli anni dell'impero e della guerra aveva fatto risuonare, anche nelle strade e nelle piazze di Catanzaro, gli inni e i cori che celebravano i fasti del regime, ma forse allora tutto si concludeva sostituendo, per un'ora, al docente pi— o meno convinto, che dalla cattedra, con flebile voce, dispensava il verbo, il gerarca in divisa che, dal balcone di Casa Littorio in via Cappuccini, tuonava la sua fede. La generazione di studenti, che seguŤ la mia, ebbe anche le sue masse vocianti che, prima di contestare, chiesero di pi— , lungo il corso e sotto il balcone di palazzo Santa Chiara per poi sciogliersi rapidamente, chiamate dalla troppo vicina Villa Trieste ad una breve vacanza. Noi della met… degli anni '50 ci ritrovammo insieme, con il consenso dei professori ed anche del preside, nelle strade e nelle piazze per un'indimenticabile lezione che non veniva dalla cattedra, che non si esaurŤ in una giornata di non scuola, che non ebbe docenti e discenti, ma che da tutti fu assimilata e condivisa come lezione di vita. Il "Galluppi", in quei giorni, ci insegn• ad amare di pi— la nostra libert… e a solidarizzare con il popolo d'Ungheria in lotta per conquistare la sua. Quell'autunno del 1956 era iniziato benissimo, non soltanto perch‚ questa stagione Š la pi— splendida nella nostra regione, l'aria si riempie di colori, di immagini nuove dopo il sole infuocato di settembre, ma anche perch‚ era l'ultimo autunno di liceo per noi del ®terzoŻ; poi, ci sarebbe stata la meravigliosa avventura dell'universit…, il cuore pieno di promesse, probabilmente anche di illusioni, ma non importava. Intorno a noi serenit…, gaiezza, speranze, quanti ricordi suggestivi! Poi, improvvisamente, questa atmosfera in quei primi giorni di scuola si turb•. No! non per il tempo che continuava ad essere splendido, ma per notizie minacciose, per nuvole di inquietudine che si addensavano nell'aria. I primi comunicati radio (non c'era ancora la televisione); gli strilloni sul corso Mazzini (ce n'erano allora) si udivano nelle aule specie quelle pi— austere, profonde, poste vicino alla ®gran viaŻ: ®L'Ungheria Š in fiamme... gli insorti ungheresi si ribellano...! I sovietici lasciano Budapest...Ż. In quegli stessi giorni la Francia e l'lnghilterra con un colpo di coda del morente colonialismo avevano mandato truppe aviotrasportate nella zona di Suez per colpire l'Egitto di Nasser che aveva nazionalizzato la Compagnia che gestiva il canale. Sembrava imminente la guerra, quante apprensioni! Gruppi di curiosi, cittadini lungo la strada, i pi— numerosi davanti al negozio di Gigino Mustari, un mago degli elettrodomestici, che aveva installato un grosso amplificatore sul marciapiedi adiacente il suo negozio accanto al ®ColacinoŻ (angolo di indiscussa catanzaresit…) per poter sentire meglio i comunicati radio, ormai frequenti. Ma l'attenzione era pi— concentrata sui fatti di Ungheria, c'era una scelta di libert…. Ecco uno dei primi comunicati: ®MartedŤ, ore 18, a Budapest alcune migliaia di studenti hanno organizzato una manifestazione in onore di ®PetoefiŻ (l'eroe nazionale). La dimostrazione, come si seppe pi— tardi, era stata tutt'altro che pacifica. Gli studenti avevano gridato ®Via i russiŻ e ®vogliamo Nagy al governoŻ, per poi prendere subito le armi! Comunicati sempre piu drammatici, migliaia di morti, decine di migliaia di feriti. La repressione durissima. La solidariet… fu immediata, ma espressa come poteva essere manifestata da noi, distanti migliaia di chilometri, con dimostrazioni spontanee. Parteciparono tutti, studenti e docenti, di tutte le componenti intellettuali e politiche. Anche i comunisti. Per questi, quale sia stato il primo colpo, in ordine cronologico Š difficile dire, perch‚ in realta non mancarono fatti ed episodi, che ad un vaglio critico anche sommario apparissero poco in armonia con il quadro che le sinistre ancora ®frontisteŻ ci venivano dipingendo della vita sovietica o della vita dei satelliti di Mosca (allora cosŤ si diceva). Ma come? Operai e studenti, che avevano avuto la fortuna di essere sottoposti all'illuminato governo di Piek, e vivevano in un Paese liberato dalle vergogne e dallo sfruttamento capitalistico, si ribellavano con le armi in pugno ai loro governanti, in uno stato di evidente esasperazione, che li spingeva a sfidare la morte affrontando i carri armati sovietici? Non si era mai inteso di sollevazioni del genere in Paesi come l'Inghilterra e gli USA, gli Stati del Nordeuropa, nei quali pure l'oppressione dei ceti privilegiati sulle masse lavoratrici era, a detta di radio Mosca, spietata e pesante. Milioni di spiriti semplici avevano creduto veramente che i consensi di cui appariva circondato Stalin fossero davvero spontanei e genuini, che Stalin non fosse un dittatore nel senso classico della parola, che il regime staliniano fosse il regime pi— alto e perfetto di democrazia che fosse mai esistito. Poi vi fu il rapporto Kruscev con le rivelazioni delle ignominie trentennali dello stalinismo. Tuttavia, se il colpo della destalinizzazione fu grave, non manc• un tentativo di riparo indubbiamente grossolano, ma non privo di efficacia su masse popolari poco educate all'esercizio delle facolt… critiche. Fu coniata la teoria del regime che migliora se stesso, senza esservi spinto da nessuno, per intima organica capacit… di emendare i propri difetti. Fu un altro errore. Perch‚ nelle drammatiche giornate di Ungheria, che ci avevano allontanati dalle aule scolastiche per pi— giorni protesi in incessanti cortei di protesta, si era visto un governo comunista isolato in mezzo ad un popolo irriducibilmente nemico e deciso a tutto; non aveva trovato operai, n‚ contadini, n‚ studenti disposti a difendere quello che chiamavano ®il potere popolareŻ: un potere tanto poco popolare, tanto impopolare, che sarebbe stato sommerso a furore se in suo soccorso non fossero intervenute le forze militari sovietiche. Sinceramente in quei giorni cosŤ drammatici ricordammo Kossuth, Teleki, Stefano Turr, Tukory, ed altri ancora patrioti magiari dell'800 che tanto avevano contribuito all'Unit… d'Italia, versando il loro sangue. Alcuni indicavano che a Roma una ®testa calda di destraŻ tal Gentili arruolava volontari che avrebbero dovuto aiutare gli Ungheresi con le armi! Qualcuno di noi sogn•, solo sogn• la romantica avventura. Indro Montanelli scriveva da Budapest, ormai assediata da carri armati russi ed in preda alle fiamme, che ®i sogni muoiono all'albaŻ. Fu poi il titolo di un suo lavoro teatrale che ebbe molto successo. Poco dopo svanivano anche le nostre emozioni e la Perestrojka era ancora tanto lontano. /:/Giuseppina Cipollina. di Domenico e di Adriana Marani nata a catanzaro il 26 marzo 1938 iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1951 1952) Š un perentorio quanto tenero invito alla memoria quello di Ezio Galiano, preside del ®nuovo GalluppiŻ!. Un invito a cui, per misteriose quanto non approfondite ragioni del cuore, non avevo finora aderito, quasi, la mia, inconsapevole difesa dalla liturgia dei ricordi e dal loro dolciastro sapore di cose passate, finite. Soffermarsi a ricordare Š ritrovare, dolente, il sentimento della perdita, dello scacco, della sconfitta; cosŤ come inevitabile Š, nel ricordare, il rischio di scivolare nella retorica del sentimento e lasciarsi invischiare nella nostalgia di quello che fu l'irripetibile periodo nell'et… biologica del sogno. Pure, a volte, superando disagi e pena, necessita guardare indietro nel tempo e farlo con uno sguardo obiettivo, proprio per non castrare la memoria ®...castrare la memoria Š negare la storia. Š reinventare segni al di l… delle regole del gioco... Š facile sorridere di radici-memorie delle fotoricordo - subiamo ancora il fascino di false ricorrenze: date cannibali e noi tenero pasto. Fotoricordo: imbarchi clandestini; montare pezzo a pezzo ci• che ci fu espropriato. Castrare la memoria Š esorcizzare pena con pena. Š indurre a improbabili esche di vento con promesse di mari tardivi. Solo l'analisi spietata propone alla ragione lo spazio aperto per un consuntivo: rispolveriamo quindi gli schedari i ritratti le veglie tempi luoghi reati ed orme minuziose. E parliamo di noi: realizzeremo un senso di concreto anche se il cielo si rovescia su povere pedine malgiocateŻ. Ed allora, c'era una volta il vecchio ®Liceo GalluppiŻ. E c'erano una schiera di vecchi ragazzi, o meglio di ragazzi oggi invecchiati, allegri esuberanti, alcuni, timidi introversi, altri. Ma tutti aperti, proiettati ®a una avventura assorta ad aironi compagni gentile concessione alla piet… di vivereŻ. Oggi che ®la luna mansueta rinnova messi e date tocca le corde di chitarra e il midollo del legno buffoni saltimbanchi ed eroi hanno elmi di carta fieri cuori di latta... Contabili e profeti gi… tirano le somme danno inizio al processo...Ż Ho davanti a me - letto riletto con tenerezza con dolore, con allegria con rabbia - questo ®Vecchio GalluppiŻ con la sua lunga storia di memorie e lunghe avvolgenti ondate di nostalgia. Ed Š inutile negarla ormai l'aggressione dei ricordi, inutile rifiutare di guardarsi in questo specchio ambiguo con le sue ripulse e i suoi richiami: la memoria Š una sirena dalla voce ammaliante. Il rischio Š che il cuore non regga al suo richiamo. Gi… dalla copertina del volume - edito nel '91 da Rubbettino, un'opera ponderosa gi… nella mole - occhieggia il vecchio portone di quello che fu un edificio storico, posto nel cuore vecchio della vecchia citt…. Il centro aggiutinante di ogni riferimento culturale e sociale, baricentro, per noi giovani allievi aperti a ben poche altre esperienze, di ogni umana scoperta. Ed Š facile rivedersi adolescente laddove fermentava l'attesa e l'allegria. Š facile ridiscendere in un inferno caldo che la ragione nega e che il cuore recupera con strazio felice. Felicit… Š strazio, dolore e allegria: sembrerebbero degli inconciliabili ossimori se la memoria non fosse una diade solo apparentemente oppositiva, capace di portare con s‚ questa delirante selvaggia gloriosa voglia di vivere e, assieme, questo senso doloroso e perverso del tempo. Povera adolescenza, la nostra, Catanzaro quieta, dimessa, qua e l… segnata ancora dalle ferite di un post-guerra austero. Una adolescenza vissuta in tempi non certo consumistici: adolescenza tenera, per certi versi aspra e dolorosa - como sa solo esserlo a volte l'adolescenza - i cui spazi furono occupati, a parte la naturale, direi biologica allegria del cuore, dalla personale necessit… di ®costruirciŻ: inventarci ogni giorno alla vita. Una vita misteriosamente lasciata intravedere alla scoperta e al coraggio individuali. (Allora non si viveva in gruppi - al singolo erano lasciati spazi e riflessioni - e le mode non coinvolgevano intere generazioni come oggi intruppate da quell'autentico feroce mostro di segnali comunicativi che Š la televisione). I soli libri, tanti tantissimi libri, letti, divorati con avida ansia di penetrarla la vita, di conoscerla, seppure con cartacea sapienza, e per alcuni di noi il cinema che era allora il grande cinema italiano del neorealismo e la grande commedia sulla societ… italiana dei primi anni Sessanta, ci aprirono squarci favolosi sull'esistenza e sul mondo, lasciando intravedere e ipotizzare barlumi di altre feste. Qggi so che, inguaribile cinefila, pi— che dagli stessi amatissimi libri - e la carta stampata Š ancora oggi il mio avido indispensabile pane quotidiano - fu dalle immagini del cinema splendida finestra aperta sul mondo, che appresi insopprimibile l'amore per le libere trame del pensiero, per i giochi aperti della mente, squisita resa all'invenzione e alla fantasia che avrebbe poi occupato e conformato l'intera mia esistenza. Un modo di vivere e di esserci condizionato da quello che fu l'assunto di Borges, poi fatto mio, divenuto carne e sangue di una esistenza votata alla parola: ®la vita reale non esiste: la nostra storia e la nostra memoria sono popolate di sogni che fanno parte della realt…Ż. Dunque memorie e sogni quali realt… fittizie o forse quali invenzioni reali: un discrimine sottilissimo che la riflessione a cui mi costringe questo mio ritorno tra le mura del ®vecchio GalluppiŻ rende pi— sottile, quasi inesistente. Adolescenti ignari - dicevo - ma non spauriti di fronte alla vita, evento misterioso, bellissimo, tutto da rivelare e scoprire nel gioco delle intuizioni e dello attese (il primo jeans, il primo bacio, il primo ballo, la prima gita scolastica nel sapore nuovo di una libert… del tutto immaginata). Oggi so che molte intuizioni e molte attese erano illusorie se non false. La nostra fu una generazione sottoposta a prove durissime: l'autoritarismo degli adulti (professori e genitori indiscutibili detentori di ogni verit…), le chiusure, le proibizioni, i divieti, i tab—. Oggi scopro che fummo allora espropriati di qualcosa che era nostro, che ci apparteneva e che non avremmo pi— ritrovato con la libert… e la capacit… a riflettere degli anni a venire. Parlo della libera esplosione del cuore, dell'allegria di una distesa avventura della mente e dell'anima, della disponibilit… a godere appieno una stagione che non sarebbe pi— tornata. Oggi, forse, non ci condanna tanto la nostalgia del tempo passato quanto quella del tempo perduto. ®Non fu una guerra santa la nostra che ci propose i morti senza voce (e i vivi senza voce). Fu solo una difesa a morsi silenziosi. Rivoluzione non Š il muro di calce su cui leggemmo dogmi e lezioni impegni e condizioni - criteri di buona convivenza - Non alziamo la testa temendo di vederli dissanguati i sacri postulati in cui credemmo e affrontammo la guerra a mani nude senza decorazioni col solo passaporto del cortile d'asfalto sotto casa Sotto i massi calcinati dal sole siamo la lunga fila nera di formiche straziate dai passi del gigante. Pi— straziate quanto pi— condannate a una purezza inerme - feroci castit… precostruite di cinture tab—-. ®E chi ci render… i cappelli di pioggia e canti nella notte la luna sui fossati e il sangue caldo all'alito del fieno oggi che fecondiamo sotto giri di lune accomodanti radici incancrenite di un amore spinoso e seppelliamo foglie e fiori disseccati nelle pietre tombali?Ż Adolescenza fervida quanto improvvida. E mi chiedo se quelle ®assenzeŻ non siano ancora lŤ a gridare la pena della rinuncia. ®...Il gioco. SŤ giocammo a invertire le parti capovolgendo simboli coltivammo allegre ferite sul ramo del ciliegio e una spudorata voglia di vivere. Ora non c'Š alchimia che ci ridia lo scatto, il gioco-rischio riproponga l'azzardo di una estate da eroi-protagonisti, salvacondotto a nomi e segni della Terra promessa...Ż. E parlo di quella Terra promessa che era per noi avventura da vivere. Era la vita stessa. Fiducia ed energia erano forze vive. Possedevamo il mondo proprio perch‚ non avevamo nulla. Š questa la verit… esaltante quanto amara che lo sguardo all'indietro verso il portone del vecchio ®GalluppiŻ mi rivela. Allora era difficilissimo porsi domande critiche, darsi delle risposte: l'osservanza, il rispetto, fors'anche il timore verso chi rappresentava ®l'autorit… costituitaŻ erano istintivi e profondi, anche se una naturale e sana ironia spesso ridimensionava circostanze e figure. E mi chiedo, costretta da questo mio ®ritornoŻ, se i professori fossero allora in effetti tutti all'altezza del compito immane della formazione di giovani coscienze a loro interamente affidate. Tra i ricordi degli insegnanti campeggia l'immagine di Cancellieri, il tenero, solido, validissimo insegnante di italiano del triennio del liceo, poi preside dello stesso istituto e mio preside, con le sue belle, ampie, intense lezioni di letteratura, con le sue serene lezioni di vita. Fu Cancellieri (amo chiamarlo cosŤ, come un vecchio amico con cui avrei voluto intrattenere altri rapporti, altre riflessioni al di l… del sempre formale rapporto scolastico) che predisse il mio destino di scrittura. Fu lui a stupirsi e indignarsi della mia scelta ®scientificaŻ quando, dopo soli quattro anni dalla maturit…, tornai da Firenze, giovanissima insegnante di biologia e chimica al suo liceo. Fu lui a rallegrarsi, come di un destino compiuto, quando seppe del mio ritorno alla ®parolaŻ e alla ineludibile fatica della scrittura. A Cancellieri devo molti dei valori etici e culturali appresi sui banchi del liceo, anche se tanti di quei capisaldi su cui avevamo fondato motivi di esistenza si rivelarono, poi, all'assalto dei tempi nuovi, fragili e talvolta utopici. ®...pietosamento ci descrissero i tempi dell'inverno; noi li adornammo di vischio e bacche rosse. Ed il suono del flauto propose un rituale scontato di proverbi. Antiche profezie sulle tracce gi… segnate dal carro disposero le favole bruciate sugli altari di veglie crocifisseŻ Š risaputo che molti di noi, nati a cavallo della guerra, a successive e pi— attente riflessioni, furono costretti a rivedere e ricostruire buona parte del proprio universo sensibile. ®Mi riconosco. Ci riconosciamo (n‚ ci basta la maschera). Le ombre rannicchiate lungo i muri a correggere date cancellare proclami. Ci restano mani colme di crediti reperti di innocenza. Invecchiamo indocili e confusi. Eppure il nostro tempo conserva fresche spiagge aromi di terre dissodateŻ (......) E cosa ne facciamo dei passi irrispettosi della Storia? Bollati a fuoco da ®non appartenenzaŻ noi fummo i ®non eroiŻ, i non partecipanti: fummo esclusi da tutte le bandiere. Negati agli epici furori della guerra e agli incendi catartici sui crolli e le macerie, persino il ®sessantottoŻ ci trov• accovacciati sul cuore del sistema: famiglia, postofisso, perbenismo. Il ®sessantottoŻ - bruciato dai suoi sogni velleitari - ci rotol• alle spalle dissanguato. Non ci appartenne. Eppure erano in mano nostra le carte e i documenti. In disparte - banali osservatori - ci giunse appena l'eco dei santi, dei notabili dei banchi capovolti. La nostra rabbia tiepida (ma fu davvero rabbia o indifferenza?) non si fece coraggio non coagul• mai scelte. La colpa (o la condanna?) fu non cogliere il senso della Storia. Avvertimmo soltanto sottopelle il prurito del tuono che esplodeva sul cuore delle torriŻ. Il senso della Storia e del tempo. Il tempo che inesorabilmente macina e consuma lasciando a pietoso retaggio la memoria. E il sottile brivido del tempo, lungo una sua inavvertibile linea di fuga, Š la sensazione dolceamara che pi— avverto alla lettura del ®Vecchio GalluppiŻ, un libro che si dipana come una lunga autentica pagina di storia. Il volume di memorie legate al vecchio liceo attraversa, in effetti, quasi per intero, questo nostro secolo, osservato e scandagliato nei fatti e negli eventi attraverso una angolazione solo apparentemente ristretta, quale pu• apparire l'ottica di piccoli personali accadimenti di giovani allievi in una sonnolenta cittadina di provincia, tra le mura di un antico liceo. Eppure proprio tra le mura di quel liceo quei giovani hanno letto e raccontato la Storia per mezzo della cronaca minuta, passo passo, lungo le grandi linee di una storiografia autentica e attraverso i grandi eventi, i piccoli e grandi sconvolgimenti, le piccole e grandi rivoluzioni che hanno segnato un secolo di straordinari sommovimenti. E trovo edificante e costruttivo che la grande Storia si faccia leggere anche cosŤ raccontata con immediatezza, con verit… da protagonisti che l'hanno vissuta minutamente nei suoi grandi eventi: la prima guerra mondiale, il dopoguerra, l'avvento e gli anni del fascismo, la seconda grande guerra, la lenta e faticosa ricostruzione, gli anni della piccola ma significativa rivoluzione consumistica, fino alla problematica e sconvolgente rivoluzione del ®sessantottoŻ. Il libro si ferma a quella data, quasi in involontario segnale, quasi fosse quello il discrimine tra un'era e un'altra, tra un modo di vivere ed altro vivere, tra un modo di intendere e concepire i rapporti con gli altri, col mondo esterno intendo, aperto ormai a infiniti problemi pronti alle coscienze gi… lucide dei giovani, e altro modo. Tutto ci• emerge dal libro con grande chiarezza, quasi una naturale linea di snodo del tempo proprio attraverso la vita e l'esperienza di generazioni che si sono susseguite tra le mura del vecchio ®GalluppiŻ. Problemi diversi, altro modo di affrontarli. La vita che corre e lascia indietro chi non sa seguirne il passo. Io stessa ho vissuto, vivo questo alternarsi di generazioni che dai banchi seguono e chiudono epoche diverse: ho frequentato il ginnasio e poi il liceo ®GalluppiŻ verso la fine di quegli anni Cinquanta solo apparentemente placidi ma in realt… gi… preparatori di un'epoca nuova; e successivamente ho visto su quegli stessi banchi ma nel nuovo istituto, quello che - per distinguere - Š il ®nuovo GalluppiŻ, uno dopo l'altro i miei tre figli. Ed Š bello qui rilevare come l'intero mio nucleo familiare (mio marito frequent• il liceo ®GalluppiŻ negli ultimi anni Quaranta) abbia in fondo legato a un unico istituto che poi fu, pi— che una istituzione scolastica, un modo d'essere e di vivere, la sua formazione culturale e umana. Un'alternarsi generazionale evidenziato nel libro anche dalle foto, straordinaria testimonianza di tempi e cose in perenne fluire. Ma chiarita e illuminata in modo estremamente efficace soprattutto dal modo diversissimo - nei toni, negli accenti, nella stessa struttura letteraria - che gli allievi del liceo dei vari periodi, delle varie generazioni hanno usato per raccontarsi e raccontare. Emblematicamente, a tal fine, oltre che assai efficaci e interessanti, le ultime testimonianze (i tempi ormai maturi per riflessioni ed approcci anche di natura politica e sociale). Parlo delle testimonianze di Franco Piperno, di Carmine Donzelli, di Piero Bevilacqua, di Giuseppe Cognetti dalle cui parole spira gi… un'aura di tempi nuovi, fervidi di entusiasmi e di attese. Sono pagine da cui si evidenzia chiaramente quel particolare clima (siamo gi… alla fine degli anni Sessanta) che segn• il periodo pi— vivo della nostra storia pi— recente, felice temperie poi destinata ad essere snaturata dagli eccessi. E mi pare che il valore storiografico del volume, non quello emozionale, non quello legato al nostro singolo ®ritrovarciŻ, ma proprio il rapporto collettivo col mutare dei tempi, sia il dato saliente di un'opera destinata a restare quale testimonianza viva del fluire degli anni cosŤ come di grande spessore resta il fatto che un'opera nata come libro di memorie, come forse inconsapevolo operazione di nostalgia, si carichi dell'impegno e del pregio di diventare uno straordinario documento storico dell'inquieto mutare di un'epoca. E le foto - mi si permetta di soffermarmi sulle foto che corredano il testo - danno, forse pi— delle parole, questo senso inarrestabile del tempo. Vecchie fotografie, lontane negli anni, volti che in quella fissit… ottusa delle cose passate tornano a inquietare, forse perch‚ propongono il riscatto della memoria e del passato in una epoca che sembra votata a una irrevocabile futuribilit…. Le vecchie foto (e quanto diversi gli atteggiamenti, gli abiti, le fogge, le stesse espressioni dei volti, man mano che il tempo avvicina le date!) si ripropongono ad un immaginario pronto a disseppellire evocazioni e sogni, ricche come sono di quello straordinario potere di vitalit… e di esorcismo, di contro ai silenzi e alle dimenticanze. E se quasi un senso di morte pare aleggiare da quelle vecchie foto - ch‚ niente Š pi— inerte, morto, fisso, vitreo di un volto fermato sulla carta - al contempo, niente Š pi— vivo di quei volti se ad essi Š concessa l'immortalit… di una seduzione immutata nel tempo. Un tempo che si fa momento presente in s‚, tempo senza tempo, atemporalit… assoluta perch‚ disposto fuori dalla sua essenza e cristallizzato in una immagine. (E quanti, quanti cari volti appartengono ormai solo al ricordo, ultimo quello di Anna Borra che, se mi precedette al vecchio liceo di un decennio, fu poi ®collega in poesiaŻ, legata a me dal comune strazio della parola). Le guardo le vecchie fotografie e la memoria recupera memoria. Ed Š proprio nel nome di una memoria non rinnegabile che vorrei concludere questa mia totale, dolcissima e assieme dolente riimmersione nel tempo e nella nostalgia con la riscrittura della ®Lettera a VannaŻ, una poesia che rappresenta il commiato da quell'irripetibile periodo dell'esistenza che il liceo ®GalluppiŻ compendia e lega. Vanna (che Š poi Vanna Schettini, a me vicina dai banchi della Media alla maturit…, complice e compagna delle prime fughe mentali, dei primi orditi del pensiero, delle prime confidenze ansiose) compiva, come me allora, quarant'anni - et… del primo improvvido bilancio - e rappresentava il simbolo stesso di una generazione, la nostra che, pur povera ed espropriata, conserva ancora la capacit… e il coraggio di inventarsi altri viaggi e altre rotte per nuove migrazioni. Š, questo mio, un omaggio al vecchio ®GalluppiŻ che resta simbolo e segno di quei lontani progetti di allegria. ®Qui febbraio stende inquieto le sue nuvole, Vanna e rari passeri gridano sotto un cielo fatto cenere e quiete piume stinte e memorie. Mi piacerebbe scriverti le scorrerie d'estate - le nostre, d'altri tempi: le lunghe spiagge bianche primavere ventose a profumo di glicini e i luoghi di altri inverni a bacche rosse e canzoni d'amore che scavarono nicchie calde e ferite come unghie di gatto. Scrivo invece di passeri sopra un cielo di cenere e quanto sia guerriero un giorno di febbraio che lapida gli sguardi e incenerisce ceppi. Incide il mio ricordo il pallore del giorno mutevole, impietoso e tu mi corri incontro con la tua gonna rossa (e nuvole si incrociano alla fonte sul retro dello specchio: storie antiche: la luce che si sfrangia e una gara di stelle sul torrente) Il coraggio Š ritrovare ancora quel tanto di magia che permetta di vivere e seppellire gli anni nelle pietre e nel muschio. Non mi va di invecchiare. Ma se ti so lontana non rischio di riflettermi allo specchio di profili scomposti su questo cielo stinto. E mi torna - con la tua gonna rossa - una giovane ansia di avventura ed allodole e vento migrazioni inventate e mai vissute. L'amore gi… delira alla croce dei venti e rinnegarlo Š facile gi… dalla prima ruga che incide come scheggia. Ci piange odore d'erba sulla pelle e lo stupore lieve della notte ci sorprende sfinite sopra l'orma impazzita della lepre inseguita dalla ciurma dei cani. L'erba nuova (si avverte gi… il profumo del rifluire zingaro di marzo) non nasconde le crepe sopra i muri. Il nocciolo dell'anima quasi affiora dal frutto macerato. E la ferita potrebbe farsi acuta mostrare antichi segni (a parole graffiamo pareti di granito). Ma se febbraio - Vanna - potesse trascinare di questa radicale solitudine i giochi di parole le sapienze del dopo e ricordi di cicale bruciate su quegli agosti torridi che ci videro correre alla fonte con occhi di cerbiatto, forse un improvviso accordo di chitarra potrebbe dilatare anche il pallido grido di un febbraio nebbioso. Scriverti Š declinarti questa fede E non Š gi… ulissismo? (quell'ansia verde tenera del viaggio) se ancora so che il tempo della luna programma le maree. /:/Gianfranco Migliaccio. di Beniamino e di Ideale Mustari nato a Catanzaro il 30 settembre 1938 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1951/1952) "Sono Ezio Galiano, dallo scorso settembre Preside della scuola della Sua adolescenza e della Sua giovinezza". L'esordio della lettera che inizio a scorrere, curioso di sapere cosa vogliono da me dal ®GalluppiŻ (il primo dei miei figliuoli lo ha lasciato ormai da due anni e la seconda ha superato gli esami di maturita l'anno scorso), Š - e d'altro canto non pu• che essere - burocratico e protocollare, ma e sufficiente leggere quelle due righe - senza andare avanti, senza essere stimolato ai ricordi che quella lettera si prefigge di evocare in me - per fare, come d'incanto, un balzo nel passato di trent'anni. Perch‚ Ezio Galiano non Š solo l'attuale Preside della scuola della mia adolesccnza e della mia giovinezza - il che bastercbbe a renderlo a me assai caro —ma Š anche il mio professore di storia e filosofia della ®terza liceoŻ, colui che, succeduto al professore Vincenzo Caputi, strappato anzitempo alla vita da una malattia pi— forte del suo disperato desiderio di vivere, riuscŤ in pochissimo tempo a conquistare i nostri cuori e a stringere con noi alunni un rapporto di cordiale e affettuosa collaborazione, del tutto diverso da quello che in due anni si era creato col professore Caputi, perch‚ del tutto diverse erano le personalita dei due, ma ugualmente saldo e sincero. I PROFESSORI DEL GINNASIO: TOMMASO BENINCASA E da Caputi e Galiano il ricordo vola ancora pi— indietro, evoca in me l'immagine dei tanti altri professori che hanno lasciato un'impronta indelebile nella mia vita, che hanno contribuito in maniera determinante, forse quanto i miei genitori, a formare la mia personalit…, a fare di me quello che sono, nel bene e nel male. A cominciare dal primo, il professore di quarto ginnasio, Tommaso Benincasa. Era di San Giovanni in Fiore e degli abitanti di quella bella e fiera citt… aveva conservato la particolare, intensa cadenza dialettale (tanto che noi alunni dicevamo che tutte le parole, pronunciate da lui, diventavano ®proparossitoneŻ). Era rude e burbero, almeno all'apparenza, ma infinitamente buono. Andava in collera facilmente, ma altrettanto facilmente le sue collere svanivano. Quando alcuno ne combinava una pi— grossa delle altre o mollava qualche clamoroso strafalcione, afferrava una borsa di cuoio che teneva sempre, ripiegata, sulla cattedra e partiva veloce per assestare qualche colpo sulla testa di chi aveva provocato la sua ira (ma si assicurava sempre, prima, che la borsa non calasse sulla testa dalla parte in cui c'era una pesante borchia metallica). Una volta, aveva dato un colpetto in testa ad un compagno che, in quinta ginnasio, leggendo un brano in greco, aveva portato l'accento della congiunzione ®caiŻ sulla i e stava tornando alla cattedra, quando i pantaloni gli s'impigliarono nello spigolo di un banco e gli si sbottonarono. Maliziosi e sciocchi sorrisi comparvero sulle nostre facce (anche su quelle delle ®donneŻ della classe, ed egli, tutto rosso in viso per la vergogna, fece pagare al malcapitato storpiatore di accenti, con una razione supplementare di colpi di borsa, il suo... incidente di percorso. Molto bravo in tutte le materie, era particolarmente suggestivo nelle lezioni di italiano: e, pur non sacrificando il dato nozionistico (allora - e giustamente - ritenuto di grande importanza), riusciva, con parole chiare e semplici, a svelarci le bellezze - anche le pi— nascoste - delle poesie e dei brani di prosa. Certo, alcuni suoi insegnamenti diedero i loro frutti molto pi— avanti nel tempo, perch‚ non era facile a ragazzi di ginnasio, nonostante egli veramente ci portasse per mano, intuire, ad esempio, la pacata bellezza di alcune pagine dei ®Promessi SposiŻ, ma si tratt• indubbiamente di semi preziosi. Verso la met… del quinto ginnasio si trasferŤ a Roma (per motivi connessi ad una particolare non felice situazione familiare), provocando in tutti (anche in quelli che pi— frequentemente ricevevano colpi di borsa in testa) grandissimo dolore, Racimolammo i soldi per acquistare una penna d'oro e gliela consegnammo il giorno dell'addio. Egli non voleva assolutamente accettarla (dicendo che un professore non poteva ricevere regali dagli alunni) e cedette solo per non offenderci, quando si rese conto che non riuscivamo assolutamente a capire quanto radicati fossero in lui i principi che lo spingevano a non accettare. Quando i primi lucciconi cominciarono ad affiorare negli occhi dei ®maschiŻ e le donne si misero a piangere senza alcun ritegno, egli, per evitare che l'emozione lo travolgesse, ci lanci• un brusco e frettoloso saluto collettivo e si allontan•, quasi di corsa, dall'aula. ROBERIO CANNISTR… Il suo posto fu preso da Roberto (®Bob•Ż) Cannistr…, allora giovanissimo. Le ore di lezione si fecero, per la verit…, pi— interessanti e pi— piacevoli, perch‚ si cre• con il nuovo professore una cordialit… maggiore di quella possibile con l'anziano professore Benincasa. Molto pi— numerosi erano, d'altra parte, in considerazione della vicinanza di et…, gli interessi - alcuni culturali - comuni: e, siccome la giovane et… del professore ci stimolava ad essere pi— arditi, spesso divampavano infuocate discussioni per stabilire se fosse vero, ad esempio, che Wagner era un genio e Verdi, al suo cospetto, un ciabattino, come egli amava ripetere, provocando in noi patriottici risentimenti (allora sentimenti patriottici e nazionalistici pervadevano un po' tutti i giovani: Trieste era, per la verit…, non solo un pretesto per non andare a scuola, ma anche un simbolo ed un mito, vivamente sofferti) o per stabilire se Gershwin e la sua musica ritmico-sinfonica fossero senz'altro da preferire, come parimenti egli sosteneva con decisione, ad altre espressioni di musica allora in voga o, ancora, per stabilire se Niccol• Machiavelli fosse veramente cosŤ grande come egli diceva (e guai se qualcuno continuava a dire Nicol• Macchiavelli, dopo che Canistr…, nella prima delle numerosissime conversazioni dedicate allo scrittore fiorentino - il suo era proprio un ®pallinoŻ - aveva premesso, a mo' di ammonizione, che ®si chiamava Niccol• Machiavelli e non Nicol• MacchiavelliŻ). A simili piacevoli —e certo assai educative - discussioni si inframezzavano anche - e frequentemente - esibizioni del professore Cannistr…, anch'esse educative, ma in senso molto pi— tradizionale. I colpi di borsa erano, infatti, cessati con la partenza del professore Benincasa, ma il loro posto era stato preso da sonori ceffoni, che il professore Cannistr… imparzialmente distribuiva a tutti coloro che superavano con la loro esuberanza, a loro rischio e pericolo, certi limiti che erano stati da lui fissati e che ben conoscevamo (ritengo che il ricordo pi— vivo lo conservi Elio: un violento ceffone lo fece trovare nel corridoio, da dove lo riport• faticosamente in aula, trascinandosi insieme con lui, il bidello Alfieri, significativamente nominato ®il piŠ veloce AchilleŻ). Una volta sola uno di noi risparmi• alle proprie gote le dolci carezze di Cannistr…: una sua rumorosa risata, che niente, almeno apparentemente, giustificava, indusse il professore a proporgli una stringente alternativa, anch'essa almeno apparentemente ineludibile: ®o ridi per te e sei un fesso o ridi per me... e allora ti rompo il musoŻ. Egli ebbe, per•, indicando un compagno, la prontezza di rispondere: ®Professore, rido per luiŻ. E Cannistr…, apprezzandone la furberia, benignamente s'astenne dal colpire. LE NOSTRE ATTIVIT… PREFERITE Furono anni felici e spensierati. Nel pomeriggio, cercavamo di ridurre al minimo le ore di studio, mettendo in comune i vari talenti e applicando, sia pure in maniera rudimentale, embrionale, i principi della divisione del lavoro: chi portava il traduttore ®a musicaŻ; chi l'elaborato corretto dal professore privato; chi la soluzione del teorema intuita dal parente bravo in matematica. Poi ci dedicavamo ad attivit… ®ludicheŻ le pi— varie, alcune forse - a giudicare ora... col senno di poi - anche da sempliciotti, ma tutte per noi assai divertenti: organizzavamo tornei di dama e di ®braccio di ferroŻ (e Sandro, mai rassegnato a perdere, pretendeva sempre che tra il suo avambraccio ed il piano di appoggio ci fossero almeno tre o quattro volumi, sŤ da annullare l'®handicapŻ costituito per lui dalla bassa statura: solo quando gareggiava con Michele - alias ®SottotracciaŻ o ®Rasoterrao ®Don LurioŻ - con il quale esisteva un annoso ed aspro contenzioso, mai definito, concernente le rispettive... bassezze, rinunciava, per evidenti motivi, a tale pretesa); gare ciclistiche, di velocit… lungo le strade dei rioni San Leonardo e Villa Menichini (allora fortunatamente deserti di autovetture, o di ®cronoscalataŻ per le ®salite della SalaŻ; lezioni di ballo (ed il maestro era, nell'ovvia mancanza di istruttori di sesso femminile, l'agile ed elegante Minuccio; sfide per il primato nell'ingollare fichi d'India, che si svolgevano nei ®pagliaiŻ di cui allora era ricca la citt… e che avevano, poi, sempre, nei giorni seguenti, i noti... strascichi). Organizzavamo anche semplici ed innocue beffe, che ci vedevano di volta in volta protagonisti o vittime: si consumavano per lo pi— , assai velocemente, nel tempo in cui bighellonavamo davanti alla scuola in attesa che iniziassero le lezioni, forse perch‚ servivano a scaricare (anche se non ne eravamo consapevoli) la tensione che il pensiero delle imminenti probabili interrogazioni accumulava in noi. Una di queste piccole beffe mi piace ricordarla. LE VOGLIE DI SANDRO E LA SUA GIUSTA PUNIZIONE Sandro ha notato, in una rivendita di giornali sita nei pressi del liceo (che era allora in corso Mazzini), la copertina di una rivista ®per adultiŻ molto allettante (intendiamoci, niente di eccezionale, ove si tenga conto di quello che c'Š in circolazione adesso, ma erano tempi in cui le ballerine della televisione - allora c'era solo quella di Stato e c'era un solo canale - indossavano, sembra per ordini provenienti d'oltre Tevere, severe e castigate calzamaglie). Desideroso di venire in possesso della rivista, ma vergognoso di entrare nella rivendita per acquistarla (anche lui come molti di noi indossava ancora i pantaloni corti, dice che offrir… un cono gelato a chi di noi andr… a comprargliela. Basta un rapido e furtivo sguardo d'intesa per concordare il piano: callido e sfrontato si offre alla bisogna Franco, il quale, per•, appena in possesso del danaro, si d… a velocissima fuga attraverso un vicino vicoletto, seguito da tutti noi. Quando, poco dopo, ci ripresentiamo, ciascuno con un gigantesco cono gelato in mano, le reazioni di Sandro sono quelle che tutti possono facilmente immaginare e la sua ira aumenta quando Franco gli porge il cono che... generosamente abbiamo acquistato per lui. Ma tant'Š, ormai non c'Š pi— niente da fare e non gli resta che leccare il cono per non perdere anche quello. L'OPERAZIONE CINEMA Avevamo trovato anche il sistema di andare al cinema ®a prezzi stracciatiŻ. Dario era il figlio di un'Autorit…, ed aveva, perci•, la possibilit… di entrare gratuitamcnte nei vari cinematografi della citta (che erano pi— numerosi di ora) e di condurre con s‚ altre persone. Non ricordo come ebbe origine l'affare, ma certo Š che concordammo con Dario che, dietro modico compenso (anche su questo punto non ho un ricordo preciso, ma si trattava di qualche diecina di lire ®pro-capiteŻ), egli avrebbe fatto entrarc, a turno, gruppi di compagni nei cinema. L'iniziativa decoll• un po' in sordina, ma ben presto Dario decise di trarre maggior profitto dalla sua nuova attivit…: nello stesso pomeriggio, egli accompagnava un primo gruppetto (non pi— di tre o quattro pcrsone... per non dare all'occhio!) in un cinema; vi si tratteneva (sempre... per non dare all'occhio!) un quarto d'ora; poi usciva, rilevava un altro gruppetto, che depositava in un altro cinema; e cosŤ via, fino a completare il giro dei cinema della citt…. La cosa and• avanti tranquillamente - con vantaggio reciproco nostro e di Dario - fino a quando il padre di questi venne trasferito: nessuno si accorse di niente (evidentemente neanche il nostro compagno di classe Pino, figlio di uno dei titolari di tre dei cinema allora esistenti)... o, forse, il rispetto per l'®Autorit…Ż tenne chiuse le bocche di tutti. I PROFESSORI DEL LICEO L'impatto con il liceo fu alquanto traumatico per la presenza nel corpo insegnante di due professori, diversissimi tra di loro, ma entrambi di incisiva e forte personalit…: Vincenzo Caputi e Sebastiano Madia. Si vide subito che con loro ci sarebbe stato ben poco da scherzare, tanto che alcuni, che avevano chiesto di venire nella nostra sezione, la ®AŻ (considerata, forse non del tutto a torto, la sezione dei ®figli di pap…Ż, anche se ovviamente molti di noi non erano tali), si diedero a precipitosa fuga e tornarono, dopo pochissimi giorni, alla sezione di origine (allora ve ne erano solo altre due, la ®BŻ e la ®CŻ). VINCENZO CAPUTI Vincenzo Caputi era il professore di storia e filosofia. Era di statura piuttosto bassa, magrissimo, i tratti del viso asciutti, quasi essiccati; la voce, roca e bassa, sembrava consumata dalle sigarette che fumava in continuazione. Capimmo presto che era uomo di grandi simpatie e di altrettanto grandi antipatie (anche se la sua onest… morale ed intellettuale lo portava sempre, al momento finale, a giudicare secondo criteri di obiettivit… anche coloro che, magari per un anno intero, erano stati tra i ®reprobiŻ), egocentrico, desideroso d'instaurare con quelli che riteneva meritevoli della sua fiducia e della sua amicizia un rapporto esclusivo, a tal punto da ingelosirsi se non vedeva ricambiati con uguale intensit… i suoi sentimenti. Ma capimmo che era anche uomo di grande generosit… in tutti i sensi (aiut• discretamente, ma costantemente qualcuno che versava in disagiate condizioni economiche, ben attento a che nulla trapelasse), sempre pronto a venire incontro alle nostre esigenze, disposto a spendere molto del suo tempo per aiutarci a risolvere i nostri problemi, anche quelli pi— squisitamente personali. Le ore di lezione avevano uno strano e, per certi versi, un po' bizzarro andamento, dovuto ad una contraddizione di fondo che era in lui: tendenzialmente cattedratico (nel particolare significato che si sarebbe dato a questo termine qualche anno dopo) ed autoritario (in alcune cose addirittura maniacale: ci proibiva di prendere appunti durante le sue spiegazioni e s'irritava profondamente se solo qualcuno di noi si muoveva un poco mentre egli spiegava), non gradiva molto gli interventi degli alunni, specie quelli che contenevano critiche alle sue affermazioni, e rispondeva dapprima in maniera brusca e, appunto, autoritaria, ma, ogni volta, la sua curiosit… intellettuale, il suo ®habitusŻ di filosofo avevano in lui il sopravvento e le discussioni si avviavano e proseguivano senza veramente, che vi fosse distinzione tra alunni e professore. E continuavano, spesso, nelle ore pomeridiane, nella sua casa (nella sua bella, vecchia casa borghese di scesa del Rosario, sempre in penombra, piena di silenzio), dove egli amava riceverci per parlare delle cose pi— varie. I problemi dei quali maggiormente dibattevamo concernevano la religione, la filosofia, la politica. Catanzaro era allora, sotto il profilo culturale, una citt… assai neghittosa e sonnolenta (troppo lungo e, comunque, ®fuori temaŻ sarebbe il discorso sulle attuali condizioni di cultura della citt…) e quegli incontri costituirono per noi (che la sera non andavamo, come Eugenio Scalfari, in via Veneto, ma su corso Mazzini) l'unica palestra per esercitare e vivificare le nostre forze mordli ed intellettuali: fu certo grazie all'opera di professori come Caputi (e, poi, come Galiano) se approdammo alle universit… meno impreparati a cogliere e ad assimilare le mille idee ed i mille fermenti di cui era permeata la societ…. Il profondo rispetto che avevamo per lui non c'impediva, per•, di cogliere ogni occasione buona per ®provocarloŻ. Ateo e anticlericale (almeno tale si professava), ci ripeteva insistentemente che in sede filosofica non esistono n‚ santi n‚ divinit…, ma noi, incuranti delle sue raccomandazioni, dicevamo in continuazione Sant'Anselmo d'Aosta, San Bonaventura da Bagnoregio, Sant'Agostino di Tagaste, San Tommaso di Aquino ed eravamo particolarmente felici quando l'argomento ci consentiva di snocciolare, quasi a mo' di rosario, il nome di cinque o sei filosofi preceduto dall'appellativo santo. E continuavamo imperterriti in questa sottile opera di provocazione, anche se essa ci costava appellativi certo meno edificanti di quello che noi usavamo per i filosofi e, a volte, anche qualche voto in meno (inutile dire che in maniera diametralmente opposta ci comportavamo col professore di religione, Mons. Pietro Fragola, parlando con il quale omettevamo scrupolosamente di far precedere la parola santo al nome dei detti e di altri filosofi: le conseguenze erano per•, fortunatamente per noi, ben diverse, perch‚ Mons. Fragola si limitava a farsi il segno della croce; o, tutt'al pi— , se ne faceva tre o quattro, quando gli riferivamo, che, secondo il professore Caputi, la concezione della vita che avevano Socrate e Cristo era assai simile e che l'unica differenza tra di loro era che Cristo era pi— parsimonioso nelle presenze ai banchetti e non amava accompagnarsi alle pubbliche peccatrici). Il professore Caputi aveva il pallino dell'®autodisciplinaŻ. Non era ben chiaro come intendeva che noi praticassimo questa difficile arte, anche perch‚, per la verit…, come risulta da quanto ho prima accennato, risolvette lui, per noi, ogni problema, imponendoci la sua di disciplina, che era alquanto ferrea. In un'occasione, tuttavia, sperimentammo in maniera assai favorevole la pratica dell'autodisciplina, anche se ne facemmo un uso - lo debbo pur dire - un po' canagliesco. Ecco l'episodio. Ci hanno messi da qualche giorno in un'aula costruita di recente, ancora priva di termosifoni ed abbiamo iniziato un'azione di protesta, variamente modulata, che Š sfociata, dopo che per alcune mattine siamo entrati a scuola in ritardo (e dopo che il Preside non ha trovato di meglio, per convincerci a desistere dalle nostre rimostranze, che raccontarci del freddo molto pi— intenso che faceva in una scuola, dove egli ha insegnato a lungo e dove, nel periodo invernale, la saliva neanche toccava terra... che era gi… ghiaccio) nella decisione di ®scioperareŻ. Per ribadire a controparte - in modo che non sussistano dubbi - i motivi dell'astensione, ci piazziamo, dopo che tutte le altre classi sono entrate, davanti al portone d'ingresso (allora si entrava, nel vecchio Galluppi, attraverso un portone laterale) e iniziamo a ritmare in coro non l'usuale ®pa-sse-ggia-ta!Ż con cui martellavamo le orecchie di tutti, ai primi tepori primaverili, fino ad essere accontentati (a proposito: i miei amici mi chiamavano ®il motivo in mascheraŻ, titolo di una rubrica radiofonica allora in voga, perch‚, secondo loro, riuscivo ad essere stonato anche quando lanciavo la richiesta di ®passeggiataŻ o canticchiavo ®la SvizzeraŻ), ma l'inedito... ®te-rmo-si-fo-niŻ. Accorre un primo gruppo di professori e non raccogliamo le loro esortazioni ad entrare, continuando nel nostro coro pre-sessantottesco. I professori si ritirano. Una staffetta, che, approfittando della complicit… dei bidelli, fa la spola tra il portone ed i corridoi della scuola, ci informa, poco dopo, che i professori stanno tornando alla carica e che tra di essi questa volta c'Š Caputi. Rapida e canagliesca (eh, sŤ, lo debbo ripetere!) scatta l'operazione autodisciplina: qualcuno dice: ®guagli•, guagli•, mintimuni in fila c… Caputi si 'nda va e capuŻ, e subito ci troviamo - e ci trovano, i professori accorsi - in fila per due, davanti al portone, idealmente pronti ad entrare, sotto i primi fiocchi di neve che incominciano a cadere. Caputi ci osserva con un lampo di gioia negli occhi, parlotta brevemente con gli altri professori e poi ci invita ad entrare, dicendo che saremo accontentati e che, inoltre, non saranno adottati provvedimenti disciplinari nei nostri confronti. Apprendemmo dopo (avevamo costituito un ®commandoŻ incaricato di seguire da posizione strategica - e, ovviamente nascosta - le riunioni dei professori che pi— ci interessavano) che nel corso dell'apposita riunione Caputi si era strenuamente battuto affinch‚ nessuna sanzione ci venisse irrogata, sostenendo appunto che avevamo dimostrato di essere ®autodisciplinatiŻ. E la cosa finŤ lŤ: solo Salvatore Morello, il professore di matematica e fisica, che aveva fatto parte del primo e del secondo gruppetto di professori che erano venuti a parlare con noi e che non aveva gradito molto la nostra ®sccneggiataŻ, ci tenne a notificarci (scusatemi se lo scrivo ®papale papaleŻ, ma altrimenti non ha sapore, che ®lui se ne fotteva se eravamo in fila per due o per quattro e che noi potevamo prendere per fesso Caputi, ma non certamente luiŻ. Quando Caputi, nel maggio del 1955, morŤ, lo piangemmo con grande vivo dolore. E vegliammo la sua salma nella notte tra la morte ed i funerali, nello studio della sua abitazione, ricordando in un bisbiglio le tante ore che avevamo passato con lui, anche in quella stessa stanza, nel corso di un rapporto certo non sempre idilliaco, ma sempre intenso e sincero. SEBASTIANO MADIA Astratta, rarefatta, quasi irreale, ma piena di fascino, era l'atmosfera che caratterizzava le ore delle lezioni di greco con Sebastiano Madia. Contribuiva a creare tale atmosfera il suo periodare aulico e solenne, ricco di un linguaggio ®cultoŻ, ben diverso dal ®volgareŻ parlato da noi tutti. Ma la matrice vera di quel clima suggestivo che si creava era nell'assoluta mancanza in Madia di ogni artificio (al quale pure un superficiale osservatore avrebbe potutto pensare), nella profonda sincerit… che lo ispirava, allorch‚ riviveva per noi mondi e miti dell'antica Grecia. Aveva detto, in una delle sue prime lezioni, battendo ritmicamente i pugni sulla cattedra come se facesse un accompagnamento musicale, che alla fine dell'anno scolastico anche le mura dell'aula avrebbero conosciuto la metrica. E riuscŤ veramente a trasmetterci questa sua passione, a contagiare anche i pi— riottosi all'apprendimento del greco: dopo qualche mese anche quelli che non ritenevano di dover perdere tempo ad imparare le regole della metrica, erano in grado di leggere metricamente, quasi ad orecchio, i versi dell'®OdisseaŻ. Ma la musica cambia bruscamente quando dalle spiegazioni si passa alle interrogazioni ed alle attivit… connesse. Novello dott. Jekyll, il professore Madia abbandona il suo mondo irreale e fantastico (che era popolato non solo dagli abitanti dell'Olimpo e dintorni, ma anche da un numero sterminato di strani personaggi, che sembravano usciti da un libro di Achille Campanile, protagonisti di mirabolanti avventure, che egli ci raccontava a scopo dichiaratamente ®gnomico-sentenziosoŻ) e diventa un pericoloso e temibile Mr. Hyde. Le interrogazioni sono precedute da un allucinante rituale sempre identico: Madia impugna una massiccia penna stilografica di colore verde (ci sembrava immensa) e, pronunciando lentamente (e minacciosamente) le parole: ®oggi sentiamo... sentiamo...Ż, la fa volteggiare in aria ripetutamente finch‚ essa cala - implacabile giustiziera - sul registro, in corrispondenza del nome di uno di noi. Ed il prescelto dal caso (che viene per• spesso manipolato da Madia, come riusciamo ad intuire da certe brusche, volute deviazioni della penna in fase di atterraggio appena diventiamo cosŤ temerari da tenere gli occhi sollevati nel momento in cui aleggiano nell'aula le sue minacciose parole), mentre si avvia al rito sacrificale, sa bene che l'attende una prima insuperabile insidia, quasi un assaggio delle ulteriori delizie che lo rallegreranno durante l'esame; Madia gli squaderna davanti agli occhi e subito gli ficca velocemente in mano (vincendo ogni ritrosia, un'edizione dell'®OdisseaŻ, ciascuna pagina della quale contiene almeno cento versi, stampati fitti fitti uno dopo l'altro, dicendogli: ®leggi da verso... quello che suona... tenendo presente che i numeri dei versi sono segnati a piŠ paginaŻ. Immancabilmente, i versi cominciano a ballare davanti agli occhi di tutti, anche di quelli che li hanno resi miopi esercitandosi a lungo nella lettura: allora Madia, finalmente placato, pronuncia la fatidica frase: ®dai a me, ch‚ questo per te Š come il mare: ti ci perdi dentroŻ; piazza il suo grosso e tozzo dito indice sul verso da cui deve iniziare la lettura e lo toglie solo quando si Š assicurato che il dito dell'interrogando ha preso il posto del suo. Non dissimile Š il suo comportamento, quando c'Š compito in classe: egli stesso scrive alla lavagna il testo da tradurre (riccamente e variamente manipolato ed interpolato, come hanno modo di constatare amaramente coloro che hanno copiato qualche traduzione predisposta) e, ogni volta, appena finito di occupare con lo scritto la lastra, cancella rapidissimamente, ricominciando a scrivere velocemente, rendendo addirittura difficile avere a disposizione l'intero testo. Tali comportamenti —e tanti altri dello stesso genere che potrei raccontare - non sono per• espressione di cattiveria d'animo, come potrebbe sembrare, ma solo manifestazioni di uno spirito strano e bizzarro, forse anche un po' balzano. Bizzarrie e stranezze (anche quelle di cui avvertivamo di pi— il peso!) erano per• solo aspetti esteriori della sua personalit…. L'uomo era, nella sostanza, degno di incondizionato elogio: di profondo rigore morale ed intellettuale, integro ed onesto fin nei minimi comportamenti, giusto, insensibile alle adulazioni ed indifferente ai favori, senza timori reverenziali nei confronti di alcuno, pronto a mettersi contro tutti e contro tutto pur di perorare una causa che a lui appariva degna e meritevole di difesa. SALVATORE MORELLO Salvatore Morello, il professore di matematica e fisica al quale ho avuto gi… l'occasione di accennare, ci accompagn• per tutto il corso del ginnasio e del liceo. Di lui credo che si possa dire senza esagerare che Š stato per il Galluppi una vera e propria istituzione. Ha insegnato la matematica e la fisica a pi— generazioni, a migliaia di giovani, rendendosi a tutti gradito per le sue doti di viva e calda umanit… e per la sua grande simpatia. Aveva un frasario ricco e colorito, che adattava alle varie circostanze, servendosene ugualmente per rivolgere elogi e rimproveri. Ed alcune sue frasi sono veramente entrate nell'uso comune: spesso ci ritroviamo a chiedere all'amico, al vecchio compagno di scuola se abbia nella testa ®lippi di fiumaraŻ o ®ferri di cazettaŻ. Ma questi - che, comunque, ce lo rendevano gradevolissimo - erano solo tratti esteriori di una personalit… che aveva altri e ben pi— sostanziosi titoli per imporsi alla nostra ammirazione: era d'intelligenza vivacissima, vulcanica, di preparazione profonda, sia in matematica che in fisica (ritengo che alcuni suoi testi si usino ancora nel nostro liceo) e le sue lezioni erano veramente a livello universitario. Ed anche l'impostazione che dava alle sue ore di lezione era di stampo universitario: spiegava quasi sempre per settimane e settimane, inframmezzando alle spiegazioni rapide, brucianti domande, che rivolgeva a questo o a quello e che gli erano sufficienti per formulare un giudizio, sicch‚ raramente, poi, aveva bisogno di ricorrere alle interrogazioni di tipo tradizionale. Era un'arma a doppio taglio, perch‚ in tal modo non esistevano fame che si potessero ritenere acquisite e consolidate una volta per tutte e le verifiche erano continue e pi— efficaci di dieci interrogazioni. Apprezzava molto gli alunni che studiavano, ma apprezzava ancora di pi— quelli che erano intelligenti. Lo ricordo, come se fosse ora, arrestarsi una volta, davanti alla lavagna, col gesso in mano, a met… di una equazione e chiedere ad alcuni dei pi— bravi di risolverla. Ripetute ®defaillancesŻ lo fanno esplodere nei suoi pittoreschi commenti sull'intelligenza degli interpellati, ben pi— brucianti dei formali e paludati rimbrotti di altri professori e poi in una offerta stizzosa: ®nove, per-dio, nove a chi viene alla lavagna e scrive la soluzioneŻ. Inaspettato ®out-siderŻ Peppino, smentendo clamorosamente il detto che attribuisce a quelli del suo paese, Borgia, una ben precisa connotazione, risolve l'equazione e si pappa il suo bel nove. Alcuni aspetti del suo carattere - e ci• stupiva molto in un uomo di cosŤ elevate intelligenza e cultura - erano curiosamente fanciulleschi e noi ne approfittavamo per stuzzicarlo affettuosamente. Era convinto giustamente - e lo diceva a chiare note - di essere molto pi— bravo di un altro insegnante di matematica e fisica. Ma il bello Š che aveva la pretesa di sostenere come cosa che non potesse essere assolutamente messa in dubbio che anche la sua ®600Ż era migliore della ®600Ż di quel professore (eh, sŤ, il poveretto aveva la sfortuna di possedere anche lui una ®600Ż). E quando noi contestavamo la fondatezza di siffatte affermazioni, magnificando le prestazioni della ®600Ż avversaria, inventando magari che l'avevamo vista sfrecciare come un bolide lungo una strada in salita, s'adirava e s'adirava veramente. Ogni anno allestiva nella sua abitazione un gigantesco presepe, che occupava quasi met… di una stanza. Ed ogni anno, molto per tempo, cominciava a decantare la maestosit… e la bellezza del suo presepe, finch‚, ben sapendo cosa s'aspettava da noi, gli chiedevamo se potevamo andare a vederlo. E ogni anno, puntualmente, ci portavamo nella sua casa di Bellavista (sulla cui porta d'ingresso troneggiava una targa con un ricco ®Comm. Prof. Dott Salvatore MorelloŻ che provocava ogni volta che l'ammiravamo, sussurrate irriverenti considerazioni). Il presepe era veramente bello e ricco di ingegnosi artifici che lo rendevano vivace e vario. Ma guai se qualcuno, tra le espressioni di meraviglia e di ammirazione (che erano sincere, anche se gaglioffamente un po' caricate), si lasciava andare a qualche battuta scherzosa: era peggio che con la ®600Ż del professore antagonista. Una volta che uno dei visitatori (un pochettino pi— figlio di... buona madre degli altri) osserv•, con riferimento ad una cucina in miniatura che faceva bella mostra di s‚ nel presepe, che non sapeva che al tempo di Ges—c'era gi… il gas, Morello, al quale certo, in condizioni normali, non sarebbero mancate le parole per mettere a posto l'impertinente, si limit• —pi— permaloso dell'eduardiano Luca Cupiello - a fulminarlo con una rapida occhiataccia, facendo chiaramcnte intendere che non era affatto disposto ad accettare scherzi sul suo presepe. Incontravo frequentemente Morello per le strade della citta, anche dopo aver lasciato il liceo. Per un invincibile senso di timidezza, mi limitavo a salutarlo, anche se ogni volta avrei desiderato scambiare qualche parola: era lui che, pero, spesso, si fermava e mi lanciava qualcuna delle sue salaci battute. Una volta ebbi nuovamente modo di trascorrere assieme con Morello una mezza giornata: quando, non ricordo pi— in quale anno, fu festeggiato in occasione del suo pensionamento. Pronunci• allora un magnifico discorso, in cui senza false modestie (ma l'uomo non aveva mai nascosto di avere un'alta considerazione di se stesso, anche se la sua simpatia rendeva addirittura gradevole perfino questo aspetto non certo positivo della sua personalit…), rivendic• con orgoglio i meriti che aveva acquisito in tanti anni di insegnamento al Galluppi. Continuai ad incontrarlo anche dopo tale cerimonia ancora per molti anni: sempre eretto nel portamento, elegante nel tratto, cordiale ed affabile, vivace e caustico, sempre, fino a poco tempo prima che ci lasciasse, nonostante l'et… ormai assai avanzata, lo stesso ®TuruzzuŻ Morello dei lontani anni del Liceo. Mi accorgo, nel rileggere queste notarelle che ho scritto, che forse sono venuto meno alle aspettative espresse nella sua lettera dal professore Galiano (mi piace continuare a chiamarlo cosŤ) e che ho solo raccontato fattarelli, che interesseranno poco o niente coloro che non li hanno vissuti, ed ho solo parlato dei miei sentimenti di stima e di affetto nei confronti dei miei professori. Ma, anche se cosŤ e, non ne sono pentito: aggiungo, anzi, che, se non temessi di annoiare i lettori, continuerei per pagine e pagine, a parlare di compagni, di professori e di personaggi del mio vecchio liceo. Cento e cento figure continuano ancora ad affollarsi davanti alla mia mente. Masino Negro, il carissimo compagno nella cui casa di Vico Telegrafo trascorsi tante belle giornate, che ormai da molti anni, vittima di un destino crudele, non Š pi— tra noi. Russo (il nome non lo ricordo perch‚ lo abbiamo sempre chiamato Russo e basta), bidello - capo per moltissimi anni, anche lui una vera e propria istituzione del liceo, rispettoso e cordiale amico di tutti, prezioso collaboratore del Preside e della segreteria, insuperabile compilatore di orari, nell'armonica elaborazione dei quali si dispiegava la sua ordinata intelligenza. Giovanni Mastroianni, di cui rimpiango ancora adesso di non essere mai stato alunno, ma che ha costituito ugualmente per me, in momenti cruciali della mia vita scolastica, prima come esaminatore in quinta ginnasio e poi come commissario interno agli esami di licenza liceale, una presenza determinante perch‚ da essa ho tratto fiducia e sicurezza. Pasquale Paparo, professore d'italiano in terza liceo, dall'oratoria torrentizia ma chiara e piacevole, che, dopo avere minacciato pi— volte di ritornarsene al ®suoŻ liceo scientifico, opt• ben presto, travolto dal nostro affetto, per la definitiva permanenza tra di noi. ®GoriŻ Greco, appassionato, instancabile professore di educazione fisica, con il quale c'era gradito favoleggiare di ®recordsŻ e di primati nei riposi tra un esercizio e l'altro, nell'intervallo di una partita di pallone o di pallacanestro. Pasquale Buffa, che certo nelle sue ore di lezione s'appassionava di meno, ma che di tanto in tanto si produceva in rapide ®performancesŻ, dimostrando di essere ancora un grande atleta e consentendoci di imparare qualche ®segretoŻ. E poi alcuni cari professori scomparsi anzitempo, nel ricordo affettuoso dei quali voglio chiudere queste notarelle. Antonio Sanzi, il professore di religione del ginnasio, affettuosamente chiamato ®SansicedduŻ, dal quale apprendemmo come anche un prete possa essere di idee aperte e aggiornate e possa avere un linguaggio schietto e franco. Enrico Focarelli, che prese il posto di Caputi, in seconda liceo restando tra di noi per un tempo brevissimo, ma sufficiente perch‚ ne apprezzassimo la bravura e la signorilit… (consentitemi dire di questo professore che era anche bello, di una bellezza severa e serena). Carlo Cosentino, il professore di scienza della terza liceo, l'amico caro che partecip• anche alle nostre festicciuole, agli ultimi balli prima degli esami di maturit…, il professore quasi nostro coetaneo al quale fu del tutto normale dare il "tu" quando ci incontrammo per la prima volta dopo la chiusura dell'anno scolastico. /:/Michele Rotella. di Alfonso e di Olga Marazzo nato a Catanzaro l'11 ottobre 1938 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1951/1952) Il Preside ed io In vent'anni di carriera c'Š da vederne e sentirne di tutti i colori. Specie a stare in mezzo a centinaia di studenti, i quali, - si sa - singolarmente considerati sono irreprensibili figli della buona borghesia cittadina, rispettosi ed educati con l'impronta che ciascuna famiglia Š riuscita a dare; ma in collettivit… diventano un gregge scanzonato e difficile da guidare. Per quante ne avesse gi… viste, evidentemente al nostro Preside non era ancora capitato che gli asportassero la maniglia di un uscio. Era il primo giorno di scuola di tanti anni fa, e a noi del quarto Ginnasio si imponevano quattro parole di benvenuto e di augurio e otto o anche pi— di raccomandazioni alla disciplina, alla correttezza e all'autocontrollo perch‚ ®oramai - ci disse —siete grandicelli e dovete sentire il peso della vostra responsabilit…. Qui - continu• - se studia perch‚... se studia e perch‚ un domani sarete voi a formare la classe dirigente di questa societ… che ha bisogno di uomini preparati... ecc...ecc... Dopodicch‚, cari ragazzi, io ve f• i miei migliori auguri affinch‚ ci• che oggi seminate possa dare un buon raccolto domani. Ma ricordate! L'erbaccia cattiva verr… eliminata; noi - concluse con aria improvvisamente minacciosa e levando il dito contro l'eventuale colpevole - non consentiremo a nessuno di ostacolare il cammino di chi vuol seriamente lavorareŻ. E cosŤ dicendo, dopo un'ultima frase di saluto, guardando ancora verso di noi e camminando all'indietro, cerc• con gesto naturale di guadagnare la porta. Rimanemmo impressionati non tanto dalle parole, pronunciate per la verit… non molto chiaramente - il Preside parlava come se avesse in bocca una grossa polpetta - quanto dalle dimensioni di chi le aveva dette: un omone alto e grosso da incutere immediatamente timore e rispetto. Ci alzammo in piedi per salutare il Preside che usciva... Ma il Preside non uscŤ, almeno non subito. Perch‚ alla porta mancava la maniglia interna e non si poteva aprire. ®A d• sta a maniglia!Ż domand• sorpreso e adirato, mentre in noi gi… svaniva l'effetto del predicozzo. E siccome nessuno rispondeva e d'altra parte non si poteva tenere pi— a lungo il Preside sotto... sequestro, su richiesta del professore, uno di noi si adoper• per richiamare l'attenzione di chi si trovava nel corridoio. Finalmente libero, il Preside volle subito vicino a sŠ il fido Russo per essere coadiuvato nelle indagini. Giunto con tutta calma, il bidello sdrammatizz• subito l'episodio: la maniglia mancava gi… perch‚ se l'erano smontata i ragazzi l'anno scorso; anzi si erano preso anche il campanello. Il Preside divenne furioso e nell'ira del momento minacci• cose terribili ®Per evitare - come disse lui stesso —che un domani, assieme alla maniglia e al campanello, questi briganti se portino via pure i professoriŻ. Per qualche tempo i miei rapporti col Preside continuarono in modo, per cosŤ dire, indiretto e si limitarono all'usuale, rispettoso saluto nei corridoi. L'incontro del primo giorno aveva per• fatto scattare in me qualcosa, sicch‚, tralasciando un poco le discipline scolastiche tradizionali, dedicai parecchio tempo e scrupolo a carpirgli il segreto del suo parlare, di quel modo unico di arrotolare le parole fra denti e lingua prima di farle uscire dalle labbra assieme a qualche spruzzo di saliva. Agevolato da un'innata predisposizione, ben presto fui in grado di imitarlo perfettamente e la mia voce, identica alla sua anche nella tonalit… e nelle inflessioni dialettali che infioravano il suo dire, fece trasalire generazioni di studenti sorpresi a fumare nei gabinetti. Ma un giorno... avevamo latino. Ero gi… stato interrogato e quindi per me quell'ora poteva considerarsi, come si dice in gergo, un buco: e, dato che non lo avevo ancora fatto, decisi di dedicarmi all'incisione del mio nome sul banco. Era importante per me come lo Š tuttora per qualsiasi studente di qualunque scuola. Solo che il mio professore avrebbe preferito che io seguissi la lezione e mi rese partecipe di questo suo del resto legittimo desiderio assestandomi qualche pacca bene azzeccata. Poi, bench‚ mi fossi reso perfettamente conto di aver fatto male, pens• ugualmente di informare il Preside di questa mia improvvisa e, secondo lui, inopportuna e inutile vocazione per l'intaglio e cosŤ descrisse il tutto particolareggiatamente in una nota di due facciate. A questo punto avrei preferito morire. Era la prima volta che mi capitava una cosa del genere e conoscevo mio padre talmente da capire che sarebbe stata anche l'ultima. Basta! La sentenza fu e voleva essere esemplare: fui riconosciuto colpevole di aver mancato di rispetto al mio insegnante distraendomi mentre era in corso la lezione e di aver danneggiato il patrimonio scolastico incidendo indelebilmente il mio nome sul banco. Accanto ad altri duemila. La pena: tre giorni di sospensione dalle lezioni con effetto immediato e la condanna al pagamento di lire cinquecento a titolo di risarcimento danni. Piombai nella pi— cupa disperazione: tornare a casa sospeso e con una multa significava prenderne tante da andarci comodo per gli altri anni che sarei rimasto al liceo. Bisognava trovare un rimedio e nella mia mente di quattordicenne sospeso per la prima volta balen• un'idea, cretina quanto si vuole, ma che in quel momento sembrava l'unica, sia pure parziale, via d'uscita. La sospensione e la multa erano state ormai decretate e non c'era pi— nulla da fare, ma forse dato che le cinquecento lire bisognava pagarle in risarcimento del banco danneggiato... il banco sarebbe diventato mio e avrei potuto portarlo a casa per darlo in pasto a mio padre e rabbonire cosŤ la sua ira furente. Le case con i termosifoni erano rare a quei tempi e la nostra stufa di terra refrattaria sarebbe stata a posto per un paio di giorni. Strinsi i denti e feci la proposta al Preside: ®Ma il banco... me lo porto a casa?Ż. Dall'espressione del viso del mio interlocutore capii di averne combinata un'altra. Mi feci piccolo piccolo e la mole gi… ragguardevole del Preside si moltiplic• divenendo ai miei occhi grande quanto una montagna. Poi una mano enorme cal• dall'alto a posarsi sulla mia spalla mentre la cima imbiancata si illuminava di un bonario sorriso. Il Preside ed io riprendemmo le nostre consuete, umane proporzioni: io avevo compreso quanto balorda fosse stata la mia richiesta, lui da quale animo fosse stata dettata... IO E I MIEI COMPAGNI Pierino non aveva l'ernia. Non l'aveva e non l'aveva mai avuta. Si capisce perci• come reagisse quando, senza alcun riguardo, chiunque fosse presente, lo chiamavamo ®GualleraŻ. Sandro no. Lui non era alto, non lo era mai stato e, avendo ormai inutilmente superato l'et… dello sviluppo, c'era da ritenere che non lo sarebbe stato mai. Si capisce di meno perci• il motivo del suo risentimento quando lo chiamavamo ®BassottoŻ. La verit… e che noi eravamo pesanti. Avremmo portato chiunque al suicidio. Potevamo andare avanti per anni sullo stesso tema. Punzecchiando con fare distratto ma disumanamente coordinato, oppure sferrando spossanti attacchi frontali. Potevamo andare avanti per anni e siamo andati avanti, perch‚, ancora oggi, quando incontro Piero, lo abbraccio fraternamente dicendogli ®Ciao gualleraŻ e resto in attesa di un affettuoso ®Ciao LurioŻ. Lurio sono io. La vecchia, cara Domenica del Corriere, quella, per intenderci, con le tavole a colori disegnate da Beltrame e da Molino, quella che si presentava con una pagina verde in copertina, piena di barzellette e di pubblicit…, fu la involontaria ispiratrice dell'intrigo. Due fra gli annunci avevano attirato la mia attenzione: una nota casa di cinti erniali lanciava un nuovo ritrovato ®senza molle e senza cuscinettiŻ e prometteva immediato sollievo con modica spesa; un'altra ditta garantiva un aumento di statura ®fino a sette centimetriŻ a chi avesse acquistato un miracoloso apparecchio ortopedico. Provare per credere. I compagni di allora, fraterni amici di oggi, aderirono - v'era dubbio? - entusiasti all'idea e assieme, a nome di Piero c/o liceo Galluppi Catanzaro (a quei tempi non usava l'88100) chiedemmo alla ignara ditta il catalogo delle morbide cinture ®con vere illustrazioniŻ. E a Sandro no? E come no: solo un momento di pazienza. Anzi un paio di settimane di pazienza, in attesa del materiale pubblicitario richiesto per Piero. Lunghe, ansiose settimane, piene di timori: vuoi vedere che non gli mandano niente! Forse abbiamo sbagliato a mettere l'indirizzo della scuola: avranno capito che si tratta di uno scherzo. Ma le preoccupazioni lasciarono il posto a una mal celata eccitazione il giorno in cui, durante l'ora di greco, il messaggero alato, il pie' veloce Alfieri (per via dei suoi vistosi piedi dolci) si present• in aula con una grossa busta a sacchetto pervenuta a mezzo posta, da consegnare a Piero. ®Gliela do ioŻ, si offerse servizievole il presidente di sezione del Tribunale Penale ®Stanga di legnoŻ (presidente oggi, non allora) e quasi strapp• di mano il plico al povero bidello. Sembrava il pozzo di San Patrizio! Tirammo via via fuori da quella busta: una miriade di foglietti reclamizzanti le miracolose cinture, con tanto di foto-gratitudine della clientela soddisfatta anche se in abito necessariamente discinto; un catalogo illustrato, con tutte le spiegazioni; una serie completa di lettere di ringraziamento che numerosi beneficati, sebbene anonimamente, avevano sentito il bisogno di scrivere. Piero era paonazzo, ma non c'era modo di opporsi a quello scempio, Quei foglietti turbinarono nell'istituto come i coriandoli di un ventoso carnevale, fra commenti e risatine. Ci avvicinammo a Piero appena possibile e con i dovuti subdoli modi per dimostrargli la nostra solidariet…: a tutti noi piace scherzare, ma non cosŤ! E che diamine! Adesso lo sa tutto il liceo, anche le ragazze. Povero Piero, questo Š il peggiore difetto di Sandrino: non conosce limiti. Ha voluto vendicarsi per le volte che lo hai chiamato ®BassottoŻ. I tempi erano maturi per chiedere a nome di Sandro l'altro materiale pubblicitario, quello della ditta che prometteva ®di far crescere in sole due settimaneŻ. Avrebbe potuto far sfoggio del nuovo fisico durante la prossima estate. Quando arriv• soffrimmo molto, da star male. Perch‚ avremmo voluto ridere, ridere, ridere e non potevamo. Andammo avanti, come di consueto, per settimane, per mesi... fino a quando il ®TrelegnoŻ, detto cosŤ perch‚ non ci si poteva fidare, giusto per tenere fede al suo personaggio, non and• a spifferare tutto. La cosa ebbe pi— tardi, quando ormai non ci pensavamo pi— un seguito imprevisto e non voluto: Piero ricevette dalla ditta l'invito a recarsi il tale giorno presso l'Albergo Moderno, dove sarebbe stato adeguatamente assistito da un esperto rappresentante viaggiatore ®di passaggio nella Sua citt…Ż. COMMANDO Ne avevamo rotto uno per prova, fuori, ai giardinetti, e subito si era diffuso per l'aria un fetore disgustoso; io che mi piccavo di essere bravo in chimica, colsi subito l'occasione per sentenziare: ®Š il tipico olezzo dell'anidride solforosaŻ. Se ci avessi azzeccato non lo sapremo mai; sta di fatto che la puzza era insopportabile e ci dovemmo allontanare. In un ambiente chiuso sarebbe stato micidiale! Mimmo aveva trovato una quindicina di quelle uova tremende in un posto nascosto della sua campagna. Capita infatti ogni tanto che una gallina gelosa abbandoni il pollaio e vada a nidificare altrove. E questo certamente era avvenuto nel nostro caso, ma tanto tempo fa, sŤ che le uova si erano trasformate in armi chimiche vietate perfino in guerra da qualunque convenzione. A quell'et… si hanno molti diritti e pochissimi doveri; fra i doveri sicuramente c'era quello di non sprecare la straordinaria circostanza che si presentava - quando ci capita pi— una cosa di queste! - e di studiare il modo di appestare la scuola. Elaborammo un piano e decidemmo di metterlo in atto. Col cuore in gola, ma con la consapevolezza di chi rischia per una grande causa, ci avviammo verso l'obbiettivo accompagnati dalle parole d'augurio e dagli sguardi di ammirazione degli altri. Ci eravamo mossi all'imbrunire per poter agire col favore delle tenebre. Solo che purtroppo di tenebre vere e proprie non si poteva parlare perch‚ alla fin fine eravamo su Corso Mazzini e non in piena giungla. Comunque meglio che niente. Entrammo nel portone con una scusa pronta per chiunque avessimo incontrato: andavamo dal nostro amico figlio del rettore del Convitto Nazionale. Infilammo la porticina sempre aperta che d… nel cortile e la chiudemmo adagio dietro di noi. Ora veramente era buio e silenzio: i rumori del centro cittadino giungevano lontani da oltre le grosse mura dell'antica costruzione. La finestra della nostra classe era lŤ a due metri dal suolo; ultimo ostacolo, gi… previsto, le maglie della rete, tanto strette da non consentire il passaggio di... un uovo. Carlo, in bilico sul davanzale, si muoveva felino per tagliare la rete con il trincetto; Carmine, poco distante, era in buona posizione per sventare qualunque intervento esterno. Il cuore mi batteva forte forte mentre la pinza del guastatore lavorava sugli esili fili di ferro e tuttavia mi sorpresi a pensare che a quel punto il verso di un coiote o almeno il gracidare di una rana avrebbe dato alla nostra impresa il tocco finale, da film americano. Finalmente: plaff, plaff, plaff... le uova, uno dietro l'altro si spiaccicarono sul pavimento, sui banchi, sulla cattedra, liberando nell'aria il loro mortale carico inquinante. Fuori, a pochi metri, la citt… ignara consumava l'ultimo atto del rito serale. Gli irriducibili della passeggiata su Corso Mazzini, dopo oltre centoventi salite e discese, lungo il tratto S. Caterina-Immacolata, si apprestavano malinconicamente a rientrare a casa: ®Buona notte, a domani, ti telefono...Ż. Anche noi ci salutammo, ma con l'ordine perentorio di non telefonare a nessuno per non correre rischi. La notte trascorse alla meno peggio, lunga e insonne, ma proficua: ciascuno di noi aveva elaborato sofisticati piani e teorie di discolpa, inattaccabili alibi da sciorinare al minimo tentativo di incriminazione. Al mattino seguente ci ritrovammo davanti alla scuola prima del solito: non ci furono ritardatari, anzi ognuno, rendendosi conto che era prestissimo, si concesse di temporeggiare dal giornalaio, o di soffermarsi a guardare lo spazzino che a quell'ora puliva il sagrato della Chiesa dell'Immacolata. Nessuno fece parola sull'accaduto e tuttavia c'era un traffico intenso di occhiate complici e ciascuno ostentava non si capisce che cosa, e tutti facevano a gara per dimostrare non si sa che... Insomma, il pi— distratto e ignaro dei passanti che si fosse fermato un attimo a guardarci avrebbe capito che avevamo combinato qualcosa. Alle 8,35 entrammo. La finestra della nostra classe era aperta; era stata fatta una prima sommaria pulizia, ma la puzza era insopportabile. Il Preside, il bidello Tropeano e il professore di italiano ci guardarono mentre insolitamente disciplinati raggiungevamo i nostri posti. Attendevamo timorosi e ansiosi la bufera che stava per abbattersi sulle nostre teste; quella bufera che sarebbe stata insieme il nostro castigo per la malefatta e il nostro premio per la coraggiosa impresa. ®PresideŻ - disse Tropeano - ®Vi assicuro che ieri, quando sono usciti i ragazzi qui non c'era niente di tutto questo. Devono essere stati quelli delle Elementari che vengono di pomeriggioŻ. ®Š cosŤ Signor PresideŻ - aggiunse il professore di italiano - ®c'ero anch'io e sono uscito per ultimoŻ. Alla finestra non guard• nessuno, nessuno si accorse del buco che c'Š ancora oggi. Gli Eroi di questa vicenda si scambiarono un'altra occhiata carica di compiacimento per lo scampato pericolo. O forse di delusione. IL GREMBIULE Di lui ci avevano detto che era bravissimo e ci avevano anche detto che era un tipo strano. ®BravissimoŻ e ®StranoŻ sono due contenitori nei quali puoi versare tutto ci• che in quel momento ti suggerisce la fantasia e ciascuno di noi, prima di conoscerlo, si sbizzarrŤ a immaginarlo non tanto come avrebbe potuto veramente essere, bensŤ come ognuno avrebbe voluto che fosse. Per esempio, l'identikit elaborato da me somigliava moltissimo al professore di latino e greco del quarto e quinto ginnasio, al quale ero rimasto sinceramente affezionato nonostante mi avesse fatto sospendere per quella sciocca faccenda del banco inciso. CosŤ che, quando quella mattina entr• in classe senza attendere la fine dell'intervallo, accese la luce nonostante il bel sole che inondava la stanza e prese possesso della cattedra senza dire una parola, capimmo di avere infilato nel contenitore delle ®stranezzeŻ, tante cose inutili perch‚ completamente lontane dalla realt…, che era ben peggiore. Scoprimmo via via, infatti che lui, ogni giorno, entrando, non accendeva la luce: girava semplicemente l'interruttore e se la luce per caso era gia accesa, peggio per tutti. Ci accorgemmo presto che si esprimeva in un italiano aulico, classico, molto elegante, ma assai dissimile dal comune linguaggio corrente e che spesso usava la congiunzione latina ®etŻ al posto della ®eŻ. Notammo la sua robusta stilografica dal pennino spuntato, con cui scavava un solco nel registro di classe ogni volta che con gesto rapido vi apponeva la firma. Capimmo che era un uomo che non scendeva a compromessi. Neanche con se stesso: nella buona come nella cattiva salute, con il sole o con la pioggia, era sempre al suo posto, dal primo all'ultimo giorno di scuola. Anche l'altro recipiente, quello che avrebbe dovuto... contenere la sua preparazione, ci accorgemmo col tempo di averlo pensato troppo piccolo per quest'uomo che conosceva i classici e la letteratura italiana alla perfezione, il latino meglio ancora dell'italiano e il greco, la mitologia, i personaggi e gli eroi, gli dei e gli uomini dell'antica Ellade come uno che, prima di capitare per caso in un'aula del Liceo Galluppi di Catanzaro, avesse vissuto a lungo nella Grecia di Omero. Traduceva direttamente dal greco e dal latino e quando leggeva metricamente i versi dell'Odissea, con un'espressione beata dipinta sul volto, passeggiando, forse danzando per l'aula, a noi - che pure non capivamo niente - sembrava musica. Era musica! Suonata da un interprete straordinario, da un uomo che stava cantando in versi gesta e avventure alle quali forse aveva partecipato durante un'altra vita. Piccolo, tozzo, dall'aspetto decisamente paesano, demolŤ subito le nostre speranze di poter supplire all'impreparazione con le scritte microscopiche ai margini del libro. Ai suoi occhi furbi e mobilissimi niente sfuggiva durante il compito in classe: meticoloso osservatore e dotato di umor sottile e tagliente, egli, dopo averli corretti, legava i compiti con un fiocco colorato ®Perch‚ - spiegava - anche i meno dotati fra di voi possano, tornando a casa, dire: mamma, oggi ho fatto una prova coi fiocchi!Ż Poi, prima di distribuirli, faceva i suoi commenti, senza mai riferirsi direttamente a qualcuno: ®Conosco una fontana per chi non ha fortuna che miracoli fa quando a bere si va sotto il chiaro di lunaŻ. E questo certamente era uno che aveva copiato. Oppure: ®E chiudendo la schiera ivano al paro i prenci Guglielmo ed AdemaroŻ. Voleva dire che quei due avevano molto collaborato nella traduzione e li ammoniva per la prossima volta, sottolineando la fine misera dei due personaggi omerici accoppati sotto un enorme masso scagliato dal possente Diomcde. Nell'allegoria non era difficile capire chi potesse essere il novello Diomede. Per ci• che riguarda il grembiule la disposizione era chiara, perentoria e, credo, di provenienza ministeriale: le studentesse devono indossare un camice nero durante le ore di lezione. Ogni anno, all'inizio, era una lotta; non che qualcuno si sognasse mai di disattendere l'ordine, questo certamente no. Ma, tra una scusa e l'altra, le pi— coraggiose fra le nostre compagne cercavano di resistere fino a sotto Natale: la sarta Š ammalata, non si trovano bottoni, lunedŤ lo porto di sicuro... e via di questo passo fino ad esaurire la pazienza dei professori. CosŤ trascorrevano i giorni e ogni giorno qualcuna finiva per capitolare e si imbucava irrimediabilmente dentro quell'orribile sacco nero che appiattiva tutto e rendeva anonima e scialba perfino la giovinezza. Ridotte, verso la fine di novembre a uno sparuto gruppo, le nostre compagne ®ribelliŻ anticipavano di quattro o cinque lustri i movimenti di opinione che avrebbero giustamente rivalutato la donna nella societ… e che hanno avuto, quando lo hanno avuto, il solo torto di perdere di vista che obiettivo sacro della lotta era dare appropriata collocazione alla ®DonnaŻ e non anche quello di alterarne i preziosi tratti caratteriali, mascolinizzandoli con il pretesto di fortificarli. Senza minimamente sospettare di essersi assunte un compito cosŤ elevato, le nostre eroine resistevano il pi— a lungo possibile e, con i loro vestitini semplici, sembravano fiori colorati in mezzo a tanto nero: gli ultimi fiori d'autunno, prima che l'uggioso inverno, ormai alle porte, coprisse tutto di un manto scuro e uniforme. Poi, come sempre, si arrivava alla stretta finale, all'ultimatum del Preside e allora non c'era pi— niente da fare. Ma nessuno, per la verit…, voleva fare niente di pi— . Il Preside irruppe nella nostra classe durante l'ora di greco. Era visibilmente fuori dalla grazia di Dio, come poteva intuirsi osservando i suoi occhiali, sistemati obliquamente proprio alla fine del capace naso. Non salut• quasi e introdusse direttamente con voce dura il concetto: ®Dunque, sia ben chiaro, da lunedŤ tutte le ragazze devono indossare il grembiule se no vi f• vedere io. Lo sto dicendo in tutte le aule per l'ultima voltaŻ. Poi, rivolgendosi all'insegnante per sollecitarne la collaborazione, continu• tra poderosi spruzzi di saliva: ®Lo stesso vale per voi, Professore!Ż. Lui aveva capito benissimo ci• che il Preside aveva inteso dire, ma... il soggetto quello era: figuriamoci se gliela lasciava passare. Facendo uso, e non certo per modestia, del plurale, stringendo gli occhietti furbi e atteggiando l'espressione del viso a grande sorpresa, ma con un sorrisetto ironico appena accennato esordŤ piegando la testa all'indietro: ®Et ancorch‚ viviamo in mezzo ai giovani, onde siam detti docenti, pur tuttavia una ben magra figura ci faremmo se dovessimo indossare il grembiule... Non so se...Ż. Il Preside non riuscŤ neppure a parare il colpo; imbarazzatissimo tent• di farfugliare qualcosa con l'unico apprezzabile risultato di riempire di saliva il primo banco. Noi, pure colti di sorpresa, non facemmo in tempo a ridere di cuore. Uscito il Preside in tutta fretta, il nostro Professore riprese immediatamente la traduzione dei versi dell'Odissea. ®E allora Atena, la dea dagli occhi di smeraldo, squarci• le nubi e la terra apparve...Ż. Di smeraldo, si badi, non glauchi o cerulei, come traducono i pi— . UNA PERSONA CHE NON DIMENTICHER• MAI Fummo compagni di classe al primo liceo. Lui era alto, col viso sorridente, capelli folti e ondulati, un corno sulla fronte. No, non si tratta di un animale preistorico; gli Š che effettivamente aveva sulla fronte una piccola protuberanza che costituiva il suo orgoglio e che si lisciava continuamente, quasi avesse paura di perderla. Si chiamava Giuseppe, ma noi preferivamo chiamarlo Peppazzo perch‚ era alto pi— del giusto. Aveva innato un portamento marziale e si intuiva subito in lui quella predisposizione allo studio che doveva farne una delle figure leggendarie del Liceo "Galluppi". Allora Peppazzo aveva soltanto sedici anni ed era alle prese con la Filosofia e il Greco, suoi studi prediletti, ma il suo linguaggio schietto, la sua scanzonata irriverenza e l'aria di saperla lunga lo facevano considerare un veterano. ®Sono davvero un veterano - diceva con un sorriso - Gli uomini in gamba invecchiano prestoŻ. Questo giovinotto ridanciano e pittoresco che non riusciva mai a tenere le lunghe gambe ferme, mi riuscŤ subito simpatico. Man mano che ci addentravamo nell'anno scolastico, Peppazzo ne combinava delle sue. In classe ogni tanto si sentiva il rumore di un cataclisma: Peppazzo aveva cambiato repentinamente posizione e ormai le sue gambe arrivavano fin sotto la cattedra. Un giorno, sul Corso, gli chiesi una sigaretta (lui aveva sempre quelle buone); disse di non averne e tiro dritto. Poco dopo sentii la sua voce gracidante e familiare che mi chiamava dal Colacino (io ero nel frattempo arrivato sotto il semaforo). Peppazzo, incapace di dire no, ci aveva ripensato e mi sventolava dall'alto del suo metro e ottanta una Turmak profumata. Oggi tutto questo Š molto lontano. Se penso a quei giorni lo rivedo entrare in classe, dopo l'intervallo, col viso ancora bagnato e le tasche fuori dal pantalone: se ne serviva sempre per asciugarsi le mani. Oppure mi pare di incontrarlo quando, subito dopo pranzo, attraversava la citt… per andare a bere alla fontana di San Rocco. Pare che lo aiutasse a digerire. Non si sa bene se l'acqua o la lunga camminata. Pi— tardi Peppazzo mi diede un gran dolore. Lo diede a tutti noi andandosene giovanissimo, senza potersi difendere da una malattia che lo aveva colpito e facendoci riflettere su una cosa che fino a quel momento non avevamo considerato: uno di noi poteva anche morire, uno di noi poteva anche andarsene e non essere pi— con noi... Per la prima volta un compagno era andato via portandosi un po' della nostra spensieratezza. La prima avvisaglia che la scuola era finita e cominciava la... vita. /:/Emilio Ledonne. di Pasquale e di Maria Paonessa nato a Zagarise il 5 dicembre 1938 iscritto per la prima volta alla prima liceale sez. D (Registro generale dell'anno scolastico 1957/1958) Ci chiamavano la ®Legione StranieraŻ perch‚, nel primo anno di formazione in quel liceo (1957-58), molti di noi provenivano da sezioni diverse del ginnasio o addirittura da altri istituti. Potevamo dare effettivamente l'impressione di elementi raccogliticci; formavamo la sezione D. Eppure non eravamo da buttar via. A parte una certa irregolarit… negli studi, riuscimmo ad avere il nostre momento di gloria allorch‚, al secondo liceo, tutti conseguimmo la promozione. Tutti meno uno: Sergio Giordano, al quale la professoressa Zinzi, docente di storia dell'arte, non aveva attribuito la sufficienza, nonostante gli inviti alla comprensione formulati da tutti noi che avevamo intuito per tempo la possibilit… di una promozione generale. A Giordano la Zinzi rimproverava, tra l'altro, di non aver capito abbastanza di ®effetti policromiŻ e di ®chiaroscuriŻ. Giordano cercava di difendersi ribadendo che non aveva alcuna predilezione per ®i muri vecchiŻ, qualificando con tale espressione l'intera materia. Per la Zinzi, valente docente, simile apprezzamento era troppo e costituiva la riprova del disinteresse dell'alunno per quella disciplina. Rimandarlo ad ottobre non era poi ingiusto e lo avrebbe comunque costretto a rivedere i suoi concetti sulla materia. Tutti promossi, quindi, ad eccezione del povero Giordano. In sede di riparazione and• tutto bene: l'esame venne superato ma, conoscendo Giordano, sarei pronto a giurare che non cambi• per nulla parere sulla storia dell'arte. Alla professoressa Zinzi Š legato anche un altro ricordo: Peppino Panza, oggi affermato avvocato, mio compagno di banco per un certo periodo, aveva una pronuncia caratterizzata da una simpaticissima e marcata ®erre mosciaŻ. Quando la Zinzi lo chiamava alla cattedra per l'interrogazione, noi tutti facevamo malignamente notare che Peppino era un appassionato cultore di Andrea del Verrocchio. La presenza di pi— ®erreŻ in quel nome assicurava la riuscita dello scherzo. La professoressa, nel compiacersi per questo interesse del Panza verso l'autore del monumento a Bartolomeo Colleoni, invitava l'alunno ad essere molto particolareggiato nell'esposizione; in quel momento gli occhi di Peppino, rivolti verso i provocatori, mandavano ®bagliori di guerraŻ. Ma il ricordo di quei tempi non pu• essere disgiunto dalla umanit… dei nostri insegnanti, dalla loro benevolenza e da quello che noi eravamo: ragazzi piuttosto vivaci! Ed i bersagli della nostra esuberanza erano spesso costituiti dagli insegnanti pi— tolleranti o da quelli alle loro prime esperienze didattiche. Tra i pi— insofferenti alla disciplina scolastica ricordo, oltre me stesso, Agostino Macrina, Albertino Tronca, Giovanni Spadea, Franco Giglio e Franco Villani. L'occasionale riferimento al nome di Villani mi fa venire in mente un episodio che mi cost• una severa punizione: durante una lezione di filosofia, alla quale non partecipava quel giorno Villani e che, se ben ricordo, riguardava Herbart, il totale disinteresse della classe verso quell'autore aveva indispettito a tal punto l'insegnante che pi— volte era intervenuta per richiarmarci ad un minimo di attenzione. La nostra indifferenza ai ripetuti richiami ed il continuo rumoreggiare avevano esasperato la professorcssa che, perduta la pazienza, incomincio ad inveire contro di noi chiamandoci: ®Villani, villani...Ż. Dal terzo banco, dove mi trovavo, avevo ancora la sfrontatezza - Š il caso di riconoscerlo - di aggiungere ®Š assente, professoressa!Ż Un urlo accompagn• le mie parole: ®Ledonne... fuoriiii!Ż. Raggiunsi subito la porta d'ingresso e di lŤ il corridoio. Poco dopo, avvertita da qualche compagno di classe che stazionava all'esterno dell'aula, mi raggiunse dalla quinta A la mia ragazza, Maria Opipari, ora mia moglie, la quale, non appena mi vide, disse: ®Di nuovo...!?Ż. L'interrogativo di Maria, ed il timore che lo accompagnava, aveva riferimento ad una precedente sospensioni dalle lezioni. La rassicurai dicendole che non era il caso di preoccuparsi. Ma mi sbagliavo: il buon preside Fornari, applicando rigorosamente il concetto di recidiva - istituto giuridico la cui conoscenza fu per me anteriore agli studi universitari ed alla professione —mi sospese dalle lezioni per un giorno. Quell'anno avremmo entrambi lasciato il liceo: io per il naturale completamento del corso di studi, il preside per raggiunti limiti di et…. Nel corso della bella festa di saluto che si tenne verso la fine dell'anno scolastico, ricordai al preside quell'episodio e feci timidamente osservare che la punizione era stata forse eccessiva. Il preside, senza scomporsi, replic• dicendomi: ®Ragazzo, dura lex, sed lexŻ. Š proprio il caso di dire che, prima che interprete, fui soggetto passivo di una norma applicata con un certo rigore. Sono passati ventisei anni. L'uomo si Š sostituito al giovane, il professionista allo studente. La vita non pu• essere quella di prima ma il ricordo di quei tempi, quando le poche pause di distensione lo fanno riemergere, Š sempre molto bello. L'occasione per una rilettura pi— attenta mi Š stata offerta dal Preside Galiano che voglio ringraziare per i momenti che mi ha regalato. /:/Maria Carbone. di Tommaso e di Luigia Le Pera nata a Cellara il 10 aprile 1939 iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1952/1953) Caro Ezio, penso che il tempo possieda, come l'arte classica, la grande magia dell'armonia. Nel ricordo si attenuano gioia e dolore, sfumano le passioni, si disperdono le sofferenze nel pi— vasto sentimento di nostalgia, che Š insieme tristezza, rimpianto, struggimento dell'irripetibile. Š quasi un ®trasumanarŻ che, com'Š noto, ®significar per verba non si porŤaŻ. La tua sollecitazione, che fa appello alle testimonianze personali di ciascuno, riferita all'illustre protagonista, lo storico Liceo-Ginnasio ®P. GalluppiŻ, ci pone improvvisamente in un contesto alto e solenne. Si passa dalla sfera privata a quella pubblica, mentre sembrava che il riflusso ci avesse ormai costretti a chiudere le porte in faccia al mondo esterno. Evocare tempi remoti Š come togliere la polvere sui vecchi scaffali, forse nella speranza di trovarli ancora nuovi e lucenti, mentre compaiono comunque i segni del passato e, sui tarli, le ferite, gli errori, i volti scomparsi. Ma poi lo schermo si ingrandisce e al ®flash backŻ dell'Io si sostituisce un ®flash backŻ complessivo, in cui l'Io Š sovrastato da una folla incalzante di volti, sulla prospettiva di una citt… nella collocazione storica di quegli anni. Il confronto perci• diventa anche socio-economico e culturale e ci si accorge che la nostalgia Š solo dato personale, forse anche ingiusto, se posto come desiderio di fermare quello che Š l'incessante fluire della vita. CosŤ la resistenza al ricordo lascia il passato ad una serie di considerazioni pi— generali. Fra queste, la considerazione dell'avvenuto superamento di posizioni elitarie, una pi— giusta distribuzione del reddito, un allargamento culturale di base, una pi— diffusa partecipazione dei giovani alle problematiche del paese. Perci• ti ringrazio di avermi spinto a percorrere il mio viaggio nella memoria, perch‚ se il segmento verticale non Š sempre vincente, quello orizzontale Š certamente motivo di speranza per tutti. Le calze di nylon Abitavo a pochi passi dal Galluppi. I vicoli della citt…, a quei tempi, erano ancora ®una croce di case, che si chiamano piano...Ż. Dalla finestra di Via Raffaelli vedevo il mare luccicare da lontano, mentre le rondini, incrociandosi basse sui tetti antichi, sembravano frecce nere contro l'azzurro limpido del cielo. Il venticello leggero, tipico della nostra citt…, trasportava le voci dei bimbi che si rincorrevano per strada seguendo il loro cerchio di latta. Le donne, sedute sulla soglia di casa, chiacchieravano tra loro snocciolando, nel grembiule aperto sulle gambe, fave e piselli. Nei ®bassiŻ umidi, privi di aria, spesso situati sotto il livello stradale, si accatastavano letti grandi e piccoli, armadi, sedie, tavolo, fornelli, lavamano, cesso e persone. La giornata perci• si svolgeva all'aria aperta, per strada: una partecipazione costante di ciascuno alla vita degli altri. Per le feste, come per i lutti, per una malattia, come per una lettera giunta da lontano, era sempre un accorrere di gente, un parlare fitto, un abbracciarsi e comprendersi. Altre volte le liti scoppiavano violente e tutti accorrevano a separare i contendenti o, pi— spesso, le contendenti. Da piccola, notavo con meraviglia, che molte famiglie nei ®bassiŻ si identificavano col nome della donna: i figli di Angelina, i figli di Rosetta. La donna, stanca e affaticata, divideva il suo tempo tra i suoi lavori domestici e quelli che prestava in casa dei signori. L'uomo sempre assente: alcune volte emigrato, qualche volta sconosciuto, altre volte visitatore serale perch‚, di giorno, occupato con il lavoro, con la moglie e i figli legittimi. Tra i ®bassiŻ c'erano anche tante botteghe artigiane, quelle che oggi vediamo solo nel Presepio, a Natale. Fabbri, falegnami, ciabattini, seduti sulla soglia della bottega, al tavolo di lavoro, mentre le mani operavano, gli occhi seguivano il viav…i della strada, i giochi dei bimbi, o soltanto i pensieri. Gli artigiani erano molto spesso anche poeti dialettali e sapevano raccontare tante cose: fiabe, proverbi, leggende. Alcune volte scendevo da casa a chiaccherare con loro, affascinata da quella antica saggezza: Mastro Carmine, Mastro Rosario... Isolando i ricordi, quello che emerge pi— chiaramente nel mio pensiero Š una citt… senza macchine, con l'aria limpida e chiara, con l'odore del mare e dei campi, con una vita intensa e frizzante come l'aria. I confini della citt… erano molto pi— ristretti, circoscritti a quello che oggi Š centro storico. Chi abitava ®fuori le porteŻ stava proprio lontano! Ma, forse per questo, la partecipazione alla vita cittadina era pi— ®coraleŻ anche se diversificata nelle forme a causa delle rilevanti differenze sociali ed economiche. Nell'animazione che nasce dal ricordo, risento il fischio di Michele Rotella - imitatore ufficiale del preside Fornari - che, insieme ad Adriana Bruno, - bella e settentrionale - alle otto del mattino passa a prendermi per andare a scuola. Ci arrampichiamo sotto il peso dei libri, per una piccola salita, stretta tra vecchie case, che sbuca a Piazza Prefettura. Un attimo in chiesa ®Dio mio, fa' che non mi interroghi in greco!Ż e poi una sbirciatina al vecchio orologio dei Sandoz, esposto in vetrina. Dal vicoletto ad arco, abbracciato a Palazzo Serravalle, giungono altri amici. Dal basso del Corso, arrivano i ®grandiŻ: Emilio Rocca, Carlo Folino, Antonio Carnovale. Emilio perso d'amore per Adriana, forse anche Carlo (un giorno si busc• un sonoro ceffone per le sue avances). Antonio gira lo sguardo intorno per vedere giungere, dai quartieri alti, Flavia Procopio insieme ad Alba Olanda. Dal vicolo della Questura, esce piccolo e magro, Pino Pavone ®a muscaŻ, i suoi occhi chiari gi… esprimevano musica e poesia. Accanto a lui, corrucciato come un duce (soprattutto di primo mattino), Elio Colosimo. Avevamo formato un piccolo clan: ®la SdangaŻ ed era tutto un fitto scambio di allegria, risate, amori. Ma... Š tardi la campanella delle donne sta per suonare. Alcuni entrano un attimo nella Libreria Masciari per acquistare il foglio protocollo per il compito in classe. Poi, di corsa, il grande, severo portone accoglie le ragazze, che entrano frettolosamente sotto gli occhi austeri dei busti commemorativi in marmo. Fermo, anche lui come una statua, alto e solenne, sulla soglia della presidenza, il preside Fornari. Accanto a lui, pi— piccolo e molto meno imponente, il professore Giordano, con le mani dietro la schiena e la sigaretta tra le labbra. I maschi schiamazzano fuori nel cortile in attesa del loro turno di ingresso. In classe noi ragazze tiriamo fuori il grembiule dalla cartella e lo indossiamo, badando bene di lasciarlo sbottonato in modo da fare intravedere, le belle forme del tempo... Un calpestio di bisonti impazziti annuncia l'arrivo dei maschi. Uno spintone ti costringe a cedere il quaderno con la versione bella e pronta da copiare. La IV A: aula lunga e stretta, unica classe mista dell'Istituto, quella dei raccomandati di ferro: Annamaria Pallini (nipote del preside), Mimmo Giordano (figlio del professore di lettere), Brunetto Carpino (idem), Tonio Scopelliti (idem) e cosŤ via: Luigi Costantino, Gimmi Mussari, Angelo Alcaro, Alberto Talarico, Giulia Pavone, Giulia Marini, Lucia Bisantis... Tutti ragazzi bene, nessun infiltrato. Il professore Giordano, calmo e indifferente, con l'eterna sigaretta tra le dita, ripete con incessante monotonia la quotidiana routine: Eneide: leggi e commenta; latino: leggi e traduci; greco: i verbi... L'intervallo delle dieci e venti Š liberatorio per tutti. Il grembiule si sbottona ancor pi— per la passeggiata al bagno: i maschi accalcati sulla soglia delle classi. Le pi— fortunate hanno gi… i tacchi a spillo e le calze lunghe di nylon. Status symbol del tempo. Io purtroppo no. Ho solo una lunga, bionda coda di cavallo oscillante sulla mia risata. I calzini, per imposizione familiare, sono bianchi e le scarpe basse. Un giorno per•... nel portone di casa indosso le calze lunghe che Adriana mi ha furtivamente regalato e nascondo i calzini bianchi - mortificanti per me - tra i libri, nella cartella. Ondeggio come Marilyn in ®NiagaraŻ. Aspetto pi— che mai l'intervallo. Ma ... ®Carbone alla cattedraŻ! Incedo, pensando alle mie gambe velate di nylon. Apro l'®EneideŻ bene in vista sulla cattedra, sotto gli occhi del professore e... spuntano i calzini bianchi. La risata dei compagni copre il fuoco del mio viso. Il professore Giordano, indeciso e perplesso, sbircia tutti tra gli occhiali e il fumo della sigaretta. Il mio cuore batte forte, mentre cerco affannosamente plausibili motivazioni ed eventuali quesiti. Ma questi non verranno. Il nostro benevolo docente di lettere - dolce nel ricordo - ripone paternamente tutti gli interrogativi. Il suo viso rotondo si distende in un ampio sorriso, i denti ingialliti ammiccano con indulgente complicit…. /:/Giulio Iannuzzi. di Francesco Alberto e di Ester Concolino nato a Catanzaro il 4 ottobre 1939 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1953/1954) Quei soliti della terza B Dopo oltre 25 anni sto rileggendo in questi giorni ®I Promessi SposiŻ. Š curioso come dietro ad ogni rigo di percorsi manzoniani vi sia per me un ricordo di banchi e persone di una scuola cosŤ lontana e diversa: quei cinque anni al liceo "Galluppi" hanno costituito la base culturale di ogni mia esperienza successiva. Non eravamo un gruppo di ®bravi ragazziŻ. Quella parte della citt… che viene considerata importante, a causa del suo ruolo dirigente, ci sopportava con malcelato fastidio. Costituivamo un elemento di rottura sociale e politico e vivevamo un modo di essere diverso, rispetto alla realt… locale. Il nostro impegno, per•, era fuori dalle regole e perci• da criticare. Antonio, Mario, Enzo, Franco, Gianpaolo, Giulio della sezione B, liceo classico, ed in pi— Alfonso, un ®anomaloŻ del liceo scientifico; anni 1956/59. Professori universitari, medici, dirigenti industriali negli anni '80 ed un'amicizia formata su quei banchi di corso Mazzini, mai superata dal tempo e dalle vicende. Continuiamo a vederci ed a parlarci, incontrandoci ovunque, provenendo da luoghi lontani, a discutere di tante cose, come allora e, come allora, al centro c'Š ancora la giornata scolastica, con i compagni e gli insegnanti, amici o nemici. Perch‚ in quella scuola noi avevamo le occasioni vere di confronto e di scontro. I dibattiti violenti fra il professore di matematica e fisica ed Antonio e Giulio (ora matematico l'uno, fisico l'altro); l'ironia costante e spietata di Mario ed Enzo, futuri letterati; l'attenzione psicologica di Franco e Gianpaolo, adesso medici. Ma lŤ, fra quei banchi, c'erano anche i pochi che sapevano guardare oltre e sapevano parlare con noi: professore Di Rosa, vorrei che tu sapessi di avere avuto ragione! Lasciare quel liceo non era cosa da poco, e noi dovevamo far vedere che il momento era importante. Fu per ci• che, quella mattina di luglio, ci presentammo agli esami di maturit… a bordo di una carrozza a cavallo. Il cocchiere fece il giro della citt… e si ferm• alle nostre sei porte. Ciascuno di noi aprŤ l'uscio e salŤ sulla carrozza portando lo Zingarelli sotto il braccio. Il suono degli zoccoli sull'asfalto si confondeva con quello delle nostre risate, comodo paravento per una emozione dissimulata. Credo che Gianpaolo (peccato che non abbia fatto del cinema, sarebbe stato un grande regista!) ricordi quella scena senza voci e col solo suono degli zoccoli. Quando giungemmo dinanzi al liceo, Mario ed Enzo salutarono allegramente l'incredula folla di esaminandi intimoriti per l'incombente impegno. Tutti saltammo gi—dalla carrozza e ci avviammo spavaldamente verso l'aula d'esame. ®I soliti della III BŻ, comment• qualcuno. Ma quel ®solitiŻ stavano vivendo l'atto del definitivo distacco dalla loro citt…, tutta compresa in quel vecchio edificio noto come liceo ginnasio ®P. GalluppiŻ. /:/Raffaele Folino Gallo di Francesco e di Natalina Pallone nato a Villa S. Giovanni il 21 aprile 1940 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1953/1954) Sono nato a Villa San Giovanni ma, trapiantato fin dalla prima infanzia a Catanzaro, ho abitato per trenta anni in via Bellavista n. 10, all'ultimo piano del palazzo del marchese Eugenio De Riso. Ho frequentato le scuole medie inferiori presso la "Mazzini", ai tempi del preside Scopelliti. Degli anni della scuola media ricordo soprattutto i libri della biblioteca di classe che, distribuiti settimanalmente dall'insegnante, leggevo in cucina, seduto intorno al braciere insieme ai miei familiari. Passato, quattordicenne, al liceo ginnasio, che si fregia del glorioso nome di Pasquale Galluppi, ho continuato con serenit… i miei studi ma i professori, giustamente, data la mia carenza nella elaborazione delle idee, ritennero, all'esame di ammissione al liceo, di dovermi rimandare a settembre per l'italiano. Dovevo scegliermi un professore privato che mi aiutasse a colmare le mie lacune, e le mie preferenze si indirizzarono verso il professore Carlo Amodei che allora abitava in corso Mazzini. La scelta fu veramente felice; infatti, dopo il biennio del ginnasio, nel triennio del liceo, svolgevo temi che venivano giudicati, non solo sufficienti, non solo discreti, ma anche buoni. Degli anni del liceo ho vari ricordi, che cercher• di esporre con ordine. Grande impressione mi fece, al primo liceo, la filosofia, che, insegnata dal maestro, professore Ezio Galiano, studiavo con grande continuit…. A partire dal secondo liceo numerose ed accese, ma sempre disciplinarmente e moralmente corrette, si fecero le mie discussioni col professore Galiano, alle cui spiegazioni - da interlocutore privilegiato - attinsi concetti che ho utilizzato tra l'altro in opere come ®La storia nella filosofia dello spirito di Benedetto CroceŻ ed in ®Kant e la filosofia tedesca postkantianaŻ e nell'opera della mia vita intitolata ®Teoria della conoscenzaŻ. Quando frequentavo il secondo liceo venne a visitarci l'ispettore Pedicino e l'insegnante di italiano di allora, signorina Pisani (oggi signora Salerni), mi chiam• alla cattedra. L'interrogazione si incentr• sul pensiero politico del Machiavelli e sulla differenza tra ®moraleŻ ed ®immoraleŻ che, per chi come me non aveva ancora studiato Kant n‚ Benedetto Croce, era un rebus di difficile soluzione ma, nel complesso, col sostegno dell'insegnante, riuscii a cavarmela egregiamente. In terza liceale si present• a noi studenti come docente di letteratura italiana, il professore Sutera (poi preside) di cui ricordo con piacere la grande cura ed il grande amore con il quale ci spieg• Foscolo e Leopardi. Il sole tramontava e ®l'aere bruno toglieva gli animai che sono in terra dalle fatiche loroŻ, quando io, in un giorno imprecisabile del mio diciottesimo anno di et…, nella penombra di una stanza lessi tutto d'un fiato i ®SepolcriŻ di Foscolo e, leggendoli, mi commossi tanto che piansi di mestizia sul dolore della morte e delle tombe. Degli anni del liceo ricordo anche professori che non insegnavano nel mio ma in altro corso: ad esempio. il professore Giovanni Mastroianni (oggi docente di filosofia morale presso l'universit… della Calabria). Fu lui il rappresentante di istituto agli esami di maturit…, da me sostenuti nel luglio del 1958. Prima dell'esame il professore Mastroianni riunŤ noi studenti ammonendoci ad operare con (cartesiano) ®buonsensoŻ. Per me questo fu un consiglio prezioso. Svolsi con ®buonsensoŻ il tema sul Leopardi correlando interdisciplinarmente letteratura italiana e filosofia. Il ®buonsensoŻ fu veramente tanto che gi… durante la prova successiva di latino, il presidente della commissione, il preside Maresca, mi si avvicin• e mi domand• quale facolt… avrei scelto nell'universit…. Scelsi medicina ma compiuto il primo biennio, seguendo la mia irresistibile vocazione, passai a filosofia, materia nella quale mi sono laureato col massimo dei voti e che attualmente insegno. I professorl del liceo (quelli che ho nominato e quelli che non ho nominato: Emilia Zinzi, ad csempio) mi hanno aiutato a formarmi una personalit… ed un'ideologia ed io umilmente li ringrazio tutti, ma il mio ringraziamento va anche ai compagni ed agli amici di quegli anni che, anch'essi, hanno contribuito a fare di me quello che sono attualmente. Il mio pensiero va ad Antonio Ameduri (oggi valente docente di italiano e latino nel liceo Galluppi di Catanzaro) ed a Rosario Maida, allora ispiratore del giornaletto studentesco ®Il SentieroŻ al quale collaborai per anni. Con una punta di orgoglio ricordo il nostro crescere insieme dentro e fuori il "Galluppi" e pubblicando ®Il SentieroŻ, che monsignore Francesco Olgiati in ®Vita e pensieroŻ del marzo 1957 definŤ ®un giornale studentesco splendidamente redatto, che pu• essere additato a modello per i suoi criteri di seriet… e per la sua freschezza giovanileŻ. E con ®Il SentieroŻ mi torna alla mente la citazione di un mio articolo apparso nel numero del 4 febbraio 1957 che l'ardente e combattivo uomo di fede volle fare virgolettando, nel suo saggio su ®Gli intellettuali ed il comunismoŻ, le mie parole: ®O Concetto Marchesi, dove hai sepolto quel tuo Appello agli studenti di Padova, che scrivesti durante la nostra gloriosa Resistenza e in cui parlavi di libert… e di giustizia?Ż. Ringrazio tutti coloro che prima ho ricordato, ma soprattutto ringrazio con infinita umilt… Dio onnipotente ed eterno alla cui volont… in ultima analisi ci dobbiamo sottomettere e fiduciosamente rimettere nell'espletamento dei compiti che la Vita ci assegna sia che si sia discepoli (come io sono stato), sia che si sia maestri (come anch'io con grande fatica cerco ogni giorno di diventare). /:/Giampiero Nistic•. di Giuseppe e di Marcella De Settomini nato a Trieste il 24 novembre 1940 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955) Sono tornato nel "Galluppi" (inutili gli attributi di glorioso, etc.) a dodici anni di distanza dalla tanto agognata maturit… classica: quella volta (i locali erano ancora quelli di Corso Mazzini, dell'ex convento che io avevo lasciato) non col patema d'animo d'allora: quella volta ero ®dall'altra parteŻ. Lo scrivo cosŤ, tra virgolette, perch‚ ho trovato di fronte a me, Commissario di Stato per la Maturit… classica al ®mioŻ "Galluppi", circa ottanta Giampiero Nistic• in attesa con i propri genitori che si aprisse il fatidico portone per far affluire i candidati per la prima prova, ovviamente di italiano; circa ottanta Giampiero Nistic• con cui ho ®pirandellianamenteŻ vissuto oltre un mese e, guarda caso, proprio nell'aula in cui avevo trascorso i tre anni di Liceo... O, forse, sono troppo egocentrico: quegli ottanta e passa ragazzi e ragazze, alle prese con la prima impegnativa prova della loro vita, assumevano, a seconda dei casi le sembianze di Aldo Pittelli, di Tot• Nania, di Silvia Parisi... Tutti i miei ex compagni di Liceo, e me stesso, vedevo riflessi nei miei occhi! Sempre nella stessa veste, sono tornato altre volte al "Galluppi", nella sua nuova sede di Via De Gasperi, ma l'impressione fu di molto mitigata: sŤ, il "Galluppi" era sempre il ®mioŻ Liceo, ma non trovava in me quella stessa rispondenza, quel fascino misterioso che mi avevano colpito la prima volta. Ero approdato a Catanzaro dal mio paese, a 55 chilometri di distanza, quando ancora non era maturato un decennio dalla fine della seconda guerra mondiale. Strappato alla mia ®roussoianaŻ liberta di vita, all'inizio dell'adolescenza, non c'era altra strada che il Convitto Nazionale: era naturale (ma, allora, come potevo capirlo?) che l'impatto fosse traumatico. I giovani della nuova generazione difficilmente potranno comprendere il perch‚: portavamo da casa, quando i nostri genitori non provvedevano o direttamente o, pi— spesso, per il tramite di ®corrieriŻ, le scatole di cioccolato in polvere, da diluire nel tazzone di caffŠ-latte mattutino, dopo l'inesorabile sveglia delle 6.30, tanto pi— gravosa ed opprimente nelle giornate invernali, con alle spalle, o di fronte, il ®giardinoŻ del Convitto, un centinaio di metri quadri con due alberi eternamente senza foglie che sottolineavano l'uggia di una mattinata dopo l'altra, sempre uguali, inesorabilmente uguali: sveglia, colazione, scuola, seconda colazione, ®giardinoŻ, studio, ricreazione, studio, pranzo, camerate... E gli istitutori! Solo dopo tanti anni capii che quegli ®aguzziniŻ altro non erano che studenti di universit… che, con quell'ingrato compito, cercavano di tirare avanti in quei tempi tutt'altro che facili...! Ma, oggi che sono anch'io Preside di un Liceo, ricordo sempre ai miei Docenti una frase che il professore Morello, quando non ci gratificava del consueto ®andate a cogliere "vermit—ri"Ż, ci ripeteva: ®Quando uscirete da qui, qualsiasi cosa facciate, qualunque sia la vostra professione non vi dimenticate mai di essere stati studenti!Ż. L'altro giorno i ragazzi del mio Liceo ne hanno combinata, in occasione del Carnevale, un'altra delle loro: avrei dovuto avere la mano pesante, perch‚ ®la normativa Š la normativaŻ, e non si discute! Ma io, davanti a quei trenta paia d'occhi dei rappresentanti di classe, in attesa di conoscere la sorte dei rispettivi proprietarŚ, ho ricordato quel 17 marzo di 27 anni fa, antevigilia dell'onomastico del signor Preside che si benignava, quasi con sovrano decreto, di concederci met… orario il giorno precedente la fausta ricorrenza. Eravamo in terza Liceo: si respirava gia aria di Universit… e, per darne prova, convincemmo un paesanotto di non so dove a prestarci un ciuco carico di legna per l'esorbitante somma di 500 lire (!). E quel ciuco, ahim‚, entr•, nel "Galluppi", tutto alle prese, la povera bestia, con problemi di equilibrio fisico che neppure il professore Morello avrebbe, in quei frangenti, potuto spiegargli. Tutti un ridere a crepapelle nell'ala dell'Istituto teatro di cotanto spettacolo; ridevano anche (se pur con contegno) i professori delle altre classi. E noi, a gridare ®arrŤŻ, a far caciara finch‚... Finch‚ in fondo al corridoio, pi— gigantesco ed imponente che mai, non apparve il signor Preside. Silenzio assoluto; immediato rientro nelle classi da parte degli spettatori e, come spesso avviene, non sapendo ognuno di noi a chi affidare la cavezza asinina, ci trovammo tutti l…, isolati... Il signor Preside avanz• inesorabilmente verso di noi e, come l'Apollo della montiana traduzione dell'Iliade, rivolto al ®pie' veloceŻ Alfieri cosŤ saett•: ®Alfieri! Faccia accomodare il signore - e mostr• l'asino —in classe, e faccia subito uscire questa massa di ciuchi!Ż. Detto e fatto: ma, il giorno dopo, fu lo stesso met… orario per tutti, anche se non ci pareva verosimile che, una volta rientrato in Presidenza, il signor Preside potesse aver abbozzato un minimo cenno di riso. Come potevo, Preside, dimenticare quest'®epicaŻ impresa (ch‚, allora, epica era per davvero) nell'emettere la mia sentenza? Ho concesso ai miei ragazzi il condono, l'indulto, l'amnistia (i ®pentitiŻ, forse, non possono esistere anche nella Scuola?) con un atteggiamento ringhioso che, per la verita, non convinse neanche me stesso. Ma tra gli abeti circostanti, ben visibili dalla finestra della Presidenza, fu come se rivedessi il professore Morello annuire sorridente... La domenica era festa grande: la sveglia pi— tarda, il cibo pi— vario, il dolce, il cinema o la partita di calcio pomeridiani; tutto sottolineava il giorno nuovo, il giorno ®diversoŻ. Solo la sera, rientrando nelle nostre camerate, volavamo col pensiero ai nostri paeselli e noi, i pi— giovani, quelli della Camerata B, piangevamo quasi con un sadico gusto: oggi, si direbbe ®un normale mezzo di attenuazione della tensione interioreŻ. Sar…: ma quel pianto, per me, era una sorta di consolazione, di ritempramento per la settimana successiva. Allora, Convitto e Ginnasio-Liceo erano praticamente un tutt'uno e, discesa la scalinata, dalla interna porta a vetrate opache ci si immetteva nella Scuola vera e propria. Le grandi targhe marmoree, con le loro significative scritte, sembravano volerci ogni mattina ricordare, all'ingresso ed all'uscita, chi eravamo; che eravamo studenti del "Galluppi", con tutte le conseguenti responsabilit… che sembravano (e talvolta erano!) troppo pesanti per le nostre gracili spalle. Ricordo la professoressa Ottolino, una piemontese che, credo, insegn• solo per un anno a Catanzaro; la professoressa MacrŤ; la professoressa Pisani; il professore Comito che, forse perch‚ insegnava matematica, vedevamo nella nostra immaginazione immenso, sempre scuro in volto, con una calvizie pur essa presaga di minacce...; e, poi, superato l'esame di ammissione, il triennio liceale nella gloriosa (questa sŤ, e ci tengo...!) sezione B, dove il prof, Cancellieri (poi Preside) ci avviava con mano sicura sul sentiero della critica letteraria; dove il prof. Morello ®ci porgeva col cucchiainoŻ matematica e fisica; dove la prof.ssa Zinzi, senza che ce ne accorgessimo, ci introduceva all'apprezzamento critico della bellezza e don Sanzi sembrava preannunciare i tempi del Concilio Vaticano II... E il signor Preside! Il signor Preside Giuseppe Fornari, maestoso nell'imponenza fisica sottolineata dalla leonina capigliatura candida, che noi, nella nostra piccolezza biologico-culturale vedevamo ancor pi— ingigantito! E i bidelli: Alfieri ®pie' veloceŻ, custode e (benevolo) cerbero dell'ala dell'istituto che ci ospitava, copia ante litteram del ®CapannelleŻ gassmaniano; e Russo, dall'impeccabile chioma alla Mascagni, doviziosamente imbrillantinata... Oh! dove siete care figure della mia adolescenza e della mia giovinezza (che, evidentemente riconoscimento pari alla toga virile, mi promosse dal Convitto alla pensione)! Qualche contatto ancora l'ho mantenuto, pur se frammentario; ma Š troppo poco! Non sono pi— questi (n‚ si rimpiangono) i tempi della cattedra troneggiante sui tre fatidici scalini della pedana in legno, n‚ della inaccessibile Presidenza! Allora, questa Š veramente storia del "Galluppi": una storia che continua in ognuno di noi che, nel nostro piccolo, abbiamo contribuito a crearla e, cosa molto pi— importante, col nostro modo di vita, col nostro stile d'essere continuiamo a perpetuare. Io non so, oggi: ma allora, nel "Galluppi", si entrava con franco spirito reverenziale; l… aveva studiato, prima di me, mio padre insieme con tanti altri miei consanguinei. E mio padre mi aveva parlato, tanti anni fa, di un Franco Berardelli, poeta morto giovanissimo, pur egli frequentante il "Galluppi". Quello stesso Berardelli su cui, ad otto lustri dalla morte, proprio io, scrivevo uno dei miei libri che, per benevolo detto altrui, ancora fa testo; probabilmente perch‚ non conosco altri che si siano dedicati alla straziante e pur dolce poesia, per farne un saggio critico, del tenero poeta di Martirano Lombardo, spentosi di tisi a soli ventiquattro anni... Ed il "Galluppi" era il capolinea, di partenza e di arrivo, della passeggiata serale su Corso Mazzini dove, in genere tra le 19.00 e le 20.30 noi studenti ci riversavamo per smaltire lo stress della giornata e, s'era sabato e non c'era l'alternativa del cinema (cosa poco rara, in verita!), quello della settimana. Ci si trovava tutti, in maniera quasi corporativistica (Istituto per Istituto, sezione per sezione, classe per classe), a lanciare dal marciapiede opposto trepide occhiate alle ragazze, a porgere deferente ossequio ai professori che, pure loro, a gruppi passeggiavano, commentando forse il ®pingueŻ stipendio di cinquantamila lire mensili generosamente elargite dallo Stato per il loro lavoro. Le carrozzelle erano ancora dominatrici incontrastate; ma gi… era affermata la Fiat 1100, e non mancavano le stupende apparizioni di Lancia Aurelia e Flaminia, o delle neonate Giuliette, tra un'ancora arzilla ®TopolinoŻ e un taxi dalla patetica freccia a scatto. Ma, il sabato sera, la nostra ®febbreŻ era sempre il cinema, nei ristrutturati locali del Supercinema o nei nuovissimi locali dell'Odeon; ed anche il vecchio Politeama e, se pur di meno, il Masciari, non erano disdegnati. Era il nostro premio settimanale, che automaticamente saltava, spontaneamente, se qualche dentato 4 (vero pirana della coscienza) non faceva quadrare i nostri conti con l'impegno profuso... E se cosŤ era, anche la domenica non si andava oltre la rituale visita a Villa Trieste, senza prospettiva di partite pomeridiane allo Stadio e con l'unico beneficio di poter ascoltare Carosio, alla gigantesca ®Allocchio-BacchiniŻ della pensione, che ci inchiodava con le sue pause, le vibrazioni improvvise della sua voce sul secondo tempo di una partita di serie A. Comunque, giunta la sera, machiavellianamente ci spogliavamo dei nostri panni di quel povero e tanto ricco week-end per tornare a riguardare libri ed appunti, controllare la versione di greco o di latino, rivedere questo o quel canto della ®CommediaŻ: perch‚ il giorno dopo cominciava un'altra settimana, e guai a restare indietro affidandosi alla sorte o alla generosit… dei ®volontariŻ! Vita da schiavi! dir… oggi qualcuno; ma se avesse assaporato l'attesa del sabato e della domenica, cosŤ come capitava a me, e, come me, a quasi tutti gli altri, si renderebbe conto che cosŤ non era. E me ne sono accorto dopo, anch'io; molto dopo aver conseguito la Maturit… ed essermi iscritto all'Universit…. Ed ora, che a parte la mia professione di Preside mi dicono essere un'autorit… nel campo della critica letteraria; ora che ho scritto tanti libri, articoli, recensioni; ora che il mio nome ha un senso sulla bocca di Moscati, Brandi, Gassman, Quilici, Pomilio e via via dicendo, ora quegli anni pi— che mai per me hanno un senso! Qualche anno fa, in occasione di un premio letterario dedicato proprio a Berardelli, a Catanzaro, ho rivisto il professore Cancellieri; me lo sono trovato fianco a fianco, il mio vecchio professore d'ltaliano, ad esprimere giudizŚ, impressioni, valutazioni...: severi ma giusti, come si conviene a chi ha avuto la spina dorsale adeguatamente raddrizzata in anni ed anni di studio vivificati dall'amore, che ora tutto pienamente riconosco, di chi ci ha seguiti passo passo, comprendendo come, realmente, noi costituivamo per i nostri Docenti la proiezione del loro valore nel futuro. No! vecchio, caro "Galluppi" di una Catanzaro ormai profondamente cambiata: sulle tue mura potresti ben porre una targa marmorea, come quelle che nella tua vecchia sede ricordavano le tue glorie e additavano la strada! Una targa su cui ci potrebbe incidere, senza presunzione alcuna, almeno questo brano della stupenda ode del Poeta venosino: ®Exegi monumentum aere perennius, regalique situ pyramidum altius, quod non imber edax, non Aquilo impotens possit diruere, aut innumerabilis annorum series et fuga temporum. Non omnis moriar, multaque pars mei vitabit Libitinam...Ż. Š la proposta di un ex studente del "Galluppi", ma non importa che sia accolta o meno: nei fatti, questi versi ci stan tutti. /:/Mario Alcaro. di Antonio e di Rosa Ardito nato a Catanzaro il 16 dicembre 1940 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955) Il Liceo "Galluppi", negli anni in cui lo frequentai, la seconda met… del decennio '50, era l…, su corso Mazzini nei locali riadattati di un vecchio convento dei Gesuiti dove (lo appresi pi— tardi dalla voce di uno dei personaggi piu interessanti che Catanzaro abbia mai avuto: Don PippO De Nobili), si erano tenuti i corsi universitari di Notariato e Procuratore, di Farmacia ed Ostetricia. Vi avevano insegnato insigni giuristi come Luigi e Bernardino Grimaldi, chimici famosi come Giuseppe Mamone Capria, professori di scienze naturali come De Leon. Noi ragazzi entravamo da un ingresso laterale (quello centrale era riservato alle ragazze ed ai professori), in un angusto cortile che alle 8,30 si riempiva di studenti. Al centro, quasi tutte le mattine, in circolo, un folto gruppo di ®anzianiŻ intonava le ®osterieŻ e tante altre sconce canzoni. Un giorno, questo stesso gruppo port• nel cortile un ®ciuccioŻ e lo fece entrare nei corridoi della scuola. Il preside Fornari dovette mobilitare tutti i bidelli per riportarlo fuori! Erano quelli della III C. Io, studentello del IV ginnasio, li guardavo con occhi stupiti ed ammirati. ®Chiss… se un giorno sapr• fare cose di questo tipoŻ, mi chiedevo con un po' di incredulit… e scetticismo. Il rapporto col ginnasio non fu facile, specie all'inizio. Venivo dalla scuola media ®PascoliŻ, dove ero stato studente fra i piu bravi. Al ginnasio mi ero sentito improvvisamente ridimensionato, declassato. Dubitavo di me, delle mie capacit… quando sentivo il professor Ugo Giordano, docente di lettere, pronunciare quelle terribili parole: ®Ma vai a mangiare cipolline sotto aceto!Ż, ogni qualvolta qualcuno di noi sbagliava l'aoristo di un verbo greco o dimenticava che nella seconda declinazione della lingua latina ci sono anche i nomi in ®rŻ come ®puerŻ. Questa specie di complesso and• presto scomparendo. Nell'anno successivo il professor Carmelo La Rosa, siciliano, giovane, intelligente, amico del pi— spregiudicato prete di allora, don Antonio Sanzi, aveva avviato con noi un rapporto diverso. Gi… si andava formando un gruppo di amici dentro il quale ognuno prendeva coscienza della propria individualit… e cominciava a costruire la propria identit…. Una identit… che si andava formando al di fuori della scuola attraverso esperienze comuni, interminabili discussioni e letture di libri come ®Gli indifferentiŻ, ®Il mestiere di vivereŻ, ®La nausea, i romanzi di Dostojevskij e degli autori americani degli anni '20 e '30, ®Il manifesto del partito comunistaŻ, etc. Si cresceva culturalmente cosŤ; si andava a cinema a vedere i primi film di Antonioni e della ®Nouvelle vagueŻ francese e ci si ®emancipava, per dir cosŤ, rispetto alla scuola sempre immobile ed invecchiataŻ (ieri come oggi). Ed il rapporto con essa divenne, col passare degli anni, sempre pi— conflittuale, di ®contestazione prepoliticaŻ, di ironica sopportazione. Come descrivere tale rapporto? Con qualche esempio, con qualche episodio che scelgo fra i tanti. Ecco, ad esempio, Franco Giglio che, quando veniva interrogato in filosofia, si alzava dal banco, andava sino alla cattedra, estraeva dalla tasca una monetina e rivolto alla professoressa (da noi detta Zia Bianca), diceva: ®Se esce croce vengo a conferireŻ (sŤ, parlava cosŤ; era forbito, elegante, distinto; lo chiamavamo, anche per i suoi occhiali gialli, Franco Giglio Antinebbia per distinguerlo dall'altro Franco Giglio il quale aveva un vocione fragoroso, come quello del padre, il famoso avvocato Giglio, che faceva trasalire il povero cancelliere quando, alla fine della sua arringa, con un tono di voce impressionante, diceva: ®Chiedo che l'imputato sia assolto!Ż; ®...se esce croce, dunque, vengo a conferire; se esce testa, noŻ. Dopo di che eseguiva il gesto, la monetina si librava nell'aria, poi cadeva sulla cattedra. ®Tcsta; mi creda, professoressa, mi dispiace molto; sar… per un'altra volta!Ż, diceva, e se ne tornava sorridente e soddisfatto fra di noi. O Enzo De Nardo che riusciva a farsi uscire le lacrime dagli occhi, a gonfiarsi di commozione ed a singhiozzare a lungo quando la professoressa di storia dell'arte gli mostrava un dipinto di Giotto o del Beato Angelico per farglielo commentare. La Zinzi si commuoveva anch'essa per la fine sensibilit… di cui De Nardo dava prove sŤ visibili, e senza che costui proferisse parola, gli appioppava un voto non inferiore ad 8. O ancora Giulio Iannuzzi che, avvalendosi della consulenza del fratello che studiava fisica alla Scuola Normale di Pisa, contestava al professore di matematica, Salvatore Morello, l'impostazione strettamente euclidea che dava al suo insegnamento di geometria. Un giorno giunse a mettergli in discussione la validit… del quinto postulato della geometria di Euclide ed a sostenere che non Š detto che per un punto esterno ad una retta, passi ®unaŻ ed ®una solaŻ, parallela. Morello rimase senza parole. Fu chiaro a tutti che non riusciva a dire quel che provava in quel momento. Guard• Iannuzzi come pu• guardare un folle, poi estese a tutti uno sguardo di compatimento, fece intendere che era del tutto inutile tentare di insegnarci qualcosa, e se ne and•. Col passare degli anni il ®gruppoŻ di amici cresceva. Alla seconda liceo era ormai al completo. C'erano tutti (Pino Cappiello, Gianpaolo Lo Russo, Tonino Greco, Enzo De Nardo, Franco Chiodo, Giulio Iannuzzi ed io) quelli che pi— tardi, il primo giorno degli esami di maturit…, si ritrovarono a piazza Matteotti e con una carrozzella attraversarono corso Mazzini, raggiunsero il liceo e si apprestarono ad entrare mettendo bene in evidenza la spugna di cui, in caso di necessit…, avrebbero fatto lo stesso uso che ne fa il pugile suonato quando abbandona il combattimento. Non era un gruppo impegnato sul piano politico, allora. N‚ poteva in alcun modo competere con gli allievi del professor Mastroianni (Paolo Butera, Domenico Corradini, Franco Piperno, Bruno Sirianni etc.) o con quelli del professore Ezio Galiano, che aveva il merito, fra l'altro, di contornarsi di discepoli fra i quali spiccava sempre qualche bella ragazza. Tra i docenti del liceo ricordo con simpatia e con affetto Livio Cancellieri, professore di lettere e poi preside. Era persona dotata di grande umanit…, ma andava letteralmente in bestia (chiss… poi perch‚!), quando ®percepivaŻ che qualcuno dell'ultimo banco durante la lezione cantava a squarciagola ®Con un po' di fantasia...Ż. Ricordo la professoressa di filosofia, la quale nel corso delle sue spiegazioni a volte si infervorava d'improvviso ed usava espressioni forti del tipo: ®La cavalla impazzita della rivoluzione franceseŻ, che suscitavano in noi entusiasmi incontrollati e ci inducevano a fragorosi applausi tanto che in pi— occasioni accorreva il preside, affannato, per chiedere: ®Che Š? che Š successo?Ż. Ricordo la professoressa di scienze naturali che minacciava gravi sanzioni disciplinari a chi chiedeva perch‚ mai non si dovesse studiare il capitolo del libro di anatomia sulla riproduzione sessuale. Che dire poi della citt…, della Catanzaro del tempo? Anzitutto che, negli anni in cui ero al ginnasio, non aveva ancora conosciuto la televisione. La ®svolta epocaleŻ, inaugurata da ®Lascia o raddoppia?Ż di Mike Bongiorno e poi dal Festival di Sanremo, da noi sarebbe avvenuta soltanto qualche anno pi— tardi, nei miei anni liceali. Ma quale era l'atmosfera di quel periodo? Non potendomi dilungare mi limito, anche questa volta, a fornire qualche esempio, qualche segno dei tempi. Ricordo il Circolo Unione, gi… Circolo dei Nobili e ®Biancarosa come un giglioŻ; era questo il titolo di un servizio giornalistico comparso sul settimanale ABC, nel quale Biancarosa era presentata come una figura emblematica del perbenismo tradizionale della citt…, cui si contrapponevano le prime forme di ®scapigliaturaŻ femminile catanzarese, vera anticipazione del futuro movimento femminista. Ricordo alcune conferenze tenute da noti professionisti catanzaresi nella sala del Palazzo della Provincia. Una volta uno di essi, per invocare una pi— rigida vigilanza del censore cinematografico e per illustrare il degrado etico in cui era caduta la cinematografia del tempo, lesse con puntigliosit… tutte le parolacce che aveva rinvenuto nei copioni dei films di Pasolini e compagni. Fu per i presenti, e specialmente per le gentili signore intervenute, la pi— scurrile conferenza cui avessero mai assistito. Poi c'erano le figure degli innovatori. Sarino Maida, infaticabile organizzatore culturale, Tot• Ameduri condirettore del ®Il SentieroŻ, Mario Garofalo avvocato dello Stato, Michele Riolo dirigente socialista, il gia ricordato professore Mastroianni, i quadri storici del partito comunista e vari altri. E c'era il corso con i suoi bar, i giardini non ancora affollati di San Leonardo, il lido dorato di Copanello (ricordo ancora lo scoglio attorno al quale si raccoglievano i giovani bene della citt…: erano i figli delle maggiori ®autorit…Ż cittadine i quali, dopo non pi— di un decennio, sarebbero subentrati ai padri divenendo ®le nuove autorit… cittadineŻ), il ®Gelso biancoŻ e ®Case arseŻ, il cui nome, assieme allo scoglio di Copanello, mi pare il simbolo emblematico del destino un po' amaro di una citt…, vivace ed intelligente ma frustrata dai suoi amministratori e costretta a subire la perdita di tanta parte dei suoi giovani migliori. Ma la figura che mi Š rimasta pi— impressa, forse perch‚ consente una rilettura in chiave parodistica delle vicende della citt…, Š quella del professor Zaccone, maestro di vita e di cultura. Lo si incontrava frequentemente per le vie di Catanzaro nord, con la sua ®giacca da cameraŻ e la sua canna che usava a mo' di bastone. Era costantemente impegnato a scrivere esposti, ricorsi e pubbliche denunce contro i principali dirigenti politici della citt…. Erano piccoli trattati, che si distinguevano per l'eloquio fluido e soprattutto per l'aggettivazione estrosa e pesante ed in cui si elencavano gli scempi e le ®malefatteŻ degli amministratori del tempo. Non posso riferire qui gli improperi che riversava su quegli amici che noi, per stuzzicarlo un po', gli presentavamo come nipote del sindaco o figlio dell'ingegnere capo del Comune o futuro genero dell'assessore ai Lavori Pubblici. Descriveva cosŤ la decisione dell'Amministrazione Comunale di tagliare gli alberi di piazza Matteotti: ®Il giorno in cui fu perpetrato il delittuoso eccidio dei platani nella piazza accanto alla fontana-abbeveratoio della citt…Ż. Definiva il cinema comunale, che aveva il torto di essere il cinema del comune, ®quel deposito di paccottiglia e di fichi secchiŻ. Quando poi riusciva a prescindere per un momento dai misfatti dei dirigenti politici locali, si addentrava nelle questioni dottrinarie. Era divenuta famosa la sua definizione della politica: ®La politica - diceva - non Š n‚ scienza n‚ arte, ma polarizzazione di interessi, che convoglia nel fiume tormentato della storia passioni, bisogni, desideri, paure, speranze, ambizioni, complessi, timori...Ż - ed a questo punto proseguivamo noi in coro - ®...nanti, panti, spatuli, sguerrimazzi, lippi 'e fiumara, ferri 'e cozetta...Ż e chi pi— ne ha pi— ne metta! /:/Donato Veraldi. di Francesco e di Rosina Mannarino nato a Soveria Simeri il 12 gennaio 1941 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955) Non Š facile, dopo tanti anni, prender penna e rivestirsi d'adolescenza alla ricerca di graffiti, del ®noi come eravamoŻ, delle sensazioni, spesso inenarrabili, che hanno costellato quegli anni. Se in una relazione politica si pu• fare ricorso al mestiere, alla circonlocuzione amica, alla terminologia invalsa, alla concettualit… stereotipa, qui no, qui bisogna essere se stessi, bisogna raccontare. E la cosa pu• far sentire nudo chiunque abbia paura della propria nudit…. Ma veniamo al fatto. Era l'anno non importa quale e, dopo un inverno particolarmente piovoso, del quale conservo ancora il ricordo sbiadito di rossi bracieri e caldarroste, a scuola ci comunicarono che si sarebbe fatta in classe la celebrazione ufficiale del 25 aprile. Gi… all'annuncio ci furono i primi brusii e la cosa non manc• di meravigliarmi. Alcuni compagni, addirittura, formarono un capannello e si misero a parlarne quasi sottovoce, manco fosse il compleanno della biondina dell'ultimo banco, quella carina, e si profilasse una festa da non perdere. Eravamo stati posti, noi alunni, di fronte ad un fatto completamente nuovo; sembrava dovessimo coniugare in un avvenimento unico il passato ed il presente, le opinioni e la storia. SŤ, perch‚ allora la storia contemporanea a scuola non andava molto di moda e, per un ragazzo di prima liceale come me, la seconda guerra mondiale e la liberazione dal fascismo erano solo due paragrafi, appena accennati, in un libro delle medie. Entrai anch'io nel capannello e, dopo alcune battute, qualcuno, pi— ®scafatoŻ, ci spieg• che c'entrava la politica... la politica? Ma quella, pensai tra me, Š una cosa per grandi... E fu cosŤ che mi accorsi che anch'io diventavo adulto, man mano che le questioni degli adulti penetravano nel mio microcosmo. Ma non era la sola cosa di cui mi sarei accorto in quella occasione. Dopo queste premesse, quasi iniziatiche, la curiosit… di vedere che cosa sarebbe successo suscit• in me una sorta di ipertensione. Volevo sentire, capire cosa dividesse ancora, dopo tanti anni, gli italiani nel giudizio sugli avvenimenti che avevano portato il Paese dalla dittatura alla democrazia, dalla monarchia alla repubblica. E fu in questo clima che, nel giorno fatidico, il nostro professorino Dario Sutera Sardo, imberbe, elegante ed impettito, dimesso Tacito e zittito l'implacabile Cicerone, cominci• a raccontarci come e da chi il Paese era stato liberato, a quale prezzo ed in nome di quali idealit…. Il vigore con il quale le argomentazioni venivano addotte, cosŤ distante dalla pacata lucidit… con cui lo stesso docente ci illustrava i classici latini, produssero in me il primo stupore. Ma ci• che mi lasci• pi— attonito fu la rissa furibonda (si fa per dire) che, dopo l'amen del professore, scoppi• in classe tra i favorevoli ed i contrari alla versione cauto-progressista che con molto garbo, per la verit…, ci era stata esposta. Battibecchi e clamori che sino al giorno prima erano appannaggio del lunedŤ calcistico o della valutazione di talune grazie muliebri, imperversavano nell'aula, non pi— aula scolastica ma succursale di una improvvisata tribuna politica. Persino la mia vicina di banco, quella con la quale ero pi— in confidenza, mi guardava con aria di sfida, quasi a dirmi: ®Non oserai pensarla diversamente!Ż. Non osai. Sono per natura un riflessivo e mi permisi solo di abbozzare delle generiche perplessit…. Nel mezzo di questo tumulto entr• in aula, per la normale lezione, il professore di filosofia, Ezio Galiano. Chiese, naturalmente, il motivo del chiasso in corso e, zittite le unisoniche risposte dei pi— esagerati, prese, pazientemente, ad illustrare il rovescio della medaglia. Le certezze di poc'anzi, nel suo racconto, diventavano interrogativi; la sua versione non propiziava enfatici entusiasmi ma problematici risvegli da quella che, probabilmente, era stata una ubriacatura, il sogno collettivo di una generazione: la potenza imperiale. Era l'altra verit…, quella di coloro che si sentivano vinti e non riuscivano a trasformarsi, opportunisticamente, in filovincitori. Non un rumore nell'aula, non un sospiro. Solo il suono di quella voce, alcune pause, e di nuovo la voce, a tratti incrinata, del professore. Era riuscito, quantomeno, a meritarsi il rispetto anche di noi che, pur non condividendo le sue idee, coglievamo l'estrema dignit… e l'onest… intellettuale di chi le professava. Il rispetto per il diverso e lo stile nel porgere le proprie idee furono, quella mattina, la prima lezione di politica che i due docenti impartirono a tutti noi. L'altra scoperta, quasi traumatica, fu quella delle multiverit…. Sino al giorno prima quanto proveniva dalla cattedra era verit… rivelata, era sapere da assimilare, nozione da ripetere, ora scoprivo che la verit… non sta da una parte sola, non Š sempre scritta sui libri o su un libro solo. La verit… Š quella che ognuno di noi costruisce attraverso il confronto delle opinioni e la loro interiorizzazione critica. Non vorrei esser definito eretico se affermo che ognuno di noi, in fondo, professa una sua verit…. Da quel giorno in poi ho rivisitato la funzione della scuola; pi— che un numero limitato od illimitato di nozioni, la scuola, gli studi in generale, potevano darmi la capacit… di scegliere, di distinguere il vero dal falso, il buono dal cattivo, l'utile dall'inutile. Forse in quel momento ho scoperto la politica, il suo fascino, la sua forza di suggestione. FinŤ anche l'ora di filosofia ma non finirono (e non lo sono ancora oggi) le polemiche sul 25 aprile. Ci• che finŤ forse quel giorno, e perci• lo ricordo con malinconia, fu la beata incoscienza della mia adolescenza. /:/Luigi Cafasi. di Luca Alberto e di Antonia Zinzi nato a Catanzaro il 26 marzo 1941 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D (Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955) Il preside del "Galluppi", per mezzo di mio figlio, anche lui infatti Š alunno del liceo che fu il mio, di mio padre, di mio nonno, del mio bisnonno, mi chiede di inviargli alcuni ricordi relativi agli anni del liceo da poter pubblicare per onorare la storia della nostra antica scuola creata dai Napoleonidi. ®Cosa ci vuole?Ż - mi dico - e mi accingo a tirar fuori volti, nomi, avvenimenti, curiosit…. La questione si dimostra subito molto pi— difficile: perch‚, tra una cosa e l'altra, e fatti i debiti conti, sono gi… trent'anni che ho lasciato il liceo. - Un cartoccetto da cinque lire di farina di castagne comprato vicino alla scuola? - No! - quello Š un ricordo delle scuole medie, ma all'epoca mia le scuole medie erano allogate al primo piano dell'edificio che ospitava il liceo ginnasio "Galluppi" e l'omonimo Convitto Nazionale e noi ci sentivamo della famiglia con la sola differenza che, col passaporto di bambini, entravamo dal portone principale su Corso Mazzini insieme con le ragazze del ginnasio e del liceo, mentre i gi… maschi entravano dalla porta di dietro vicina alla palestra. Ricordo i primi pantaloni lunghi comprati per andare al ginnasio, ma... dopo una bella discussione (si era nel dopoguerra e le spese si facevano con molta oculatezza e poi... i pantaloni corti facevano crescere pi— forti e robusti e si rompevano con minore facilit…). Le lapidi con incisi i nomi dei caduti nella Grande Guerra ed il Bollettino della Vittoria? Quelle sŤ che erano cose legate alle visite in presidenza ed in segreteria, alla lettura dei quadri degli ammessi agli esami, all'entrata ed all'uscita dalla scuola e, forse, proprio quei nomi ci avevano convinti, all'epoca di Trieste zona A e B, a recarci con i ®grandiŻ del liceo a portare una corona di alloro al Monumento ai Caduti e a chiedere che non si lasciasse agli altri un pezzo d'Italia solo in virt—di un Trattato che, tra l'altro, all'epoca non sapevamo neanche che cosa fosse. E fummo caricati dalla Celere e dispersi in meno di un secondo e tornammo a casa trepidanti e certi di aver fatto qualcosa di sicuramente glorioso, ma ignari che saremmo passati alla storia, del "Galluppi" s'intende. E dopo c'e stato il sessantotto e dopo ancora abbiamo visto sui giornali ed in televisione visi di persone che erano al liceo con noi, bellissime intelligenze, coinvolte con gli anni di piombo. ®Cafasi Luigi, Francesco, Salvatore, Maria... cosa ci fa questo singolare con tutti questi plurali?Ż. Il preside Fornari, con la sua caratteristica inflessione, veniva con il grande libro a leggerci le medie: il librone lo portava il bidello piccolo e scuro, il terribile Gigino Pucci, con i capelli pieni di brillantina e, mentre il preside leggeva, ci guardava con occhi feroci neanche fosse stato il provveditore agli studi in persona. ®Dovete andare meglio, dovete andare meglio, anche la condotta lascia a desiderareŻ - concludeva il preside. ®Siete bestioni, siete tutti bestioni - ci diceva pacato il professore Cancellieri - vi metto due meno, meno, menoŻ - e si mangiava, parlando, la esse della parola bestioni e, deposto il sigaro toscano, si puliva il naso con un fazzoletto che ripiegava poi sempre, asciugandosi i baffi almeno dodici volte. Il guaio pi— grosso che poteva capitarci nell'ora di italiano era di essere interrogati dal ®bonzoŻ insieme alla figlia, Leda Cancellieri. Infatti, essendo il professore un po' duro di orecchi, riteneva che i mormorii che udiva o il rumore del traffico fossero suggerimenti agli interrogati e, scrupoloso e corretto com'era, metteva ®cinqueŻ alla figlia che per noi avrebbe meritato ®noveŻ, e ®quattroŻ al compagno di sventura che ®seiŻ lo avrebbe preso sicuramente con qualsiasi altro professore. Cancellieri era sempre stato incerto se i presunti suggerimenti fossero fatti per mettergli in cattiva luce la figlia o perch‚ lei ne avesse veramente bisogno. Questo lo angustiava molto ed era l'unica cosa che gli faceva perdere la sua calma orientale: purtroppo lo scoprimmo solo dopo la maturit… e, per la verit…, nessuno suggeriva a Leda Cancellieri che era sempre molto preparata, pi— o meno di quanto soffiasse agli compagni. ®Il fatto Š che nella testa avete lippi 'e jumaraŻ - ci comunicava il professore Morello quando beatamente ed incoscientemente gli sbagliavamo le sue adorate formule e i teoremi. ®Non ci sar… tanta piet…, per voi, agli esamiŻ - ci minacciava la professoressa Petrucco di francese (ma questo Š un ricordo del ginnasio), mostrandoci un pezzettino di indice segnato con il pollice, dopo che l'avevamo fatta adirare ben bene approfittando che aveva sempre mal di testa, che aveva paura delle automobili e delle ®vespeŻ e che era piccola piccola. Una volta venne in classe felice e ci mostr• un libretto di sue poesie che le era stato pubblicato in quei giorni (fu subito acquistato da tutti i genitori ma mai letto, credo, da nessuno). I nostri commenti le fecero riporre immediatamente il piccolo tesoro nella grande borsa che si portava dietro e dalla quale ogni tanto spuntavano pacchettini della spesa. Chiss… di quanto amore sarebbe stata capace quella piccola donna non bella, non alta, non elegante, e di quanti sogni ed ideali si circondava nel chiuso della sua casa, dopo aver smesso i panni e l'obbligo di sopportarci per tirare innanzi la sua vita di insegnante precaria! Nessuno di noi, penso, si rese conto, e neppure i suoi colleghi, che Teresa Petrucco non era solo quello che lasciava trasparire all'esterno. E tutti questi professori ora non ci sono pi— , eppure quanto ci hanno dato e quante cose ci hanno insegnato! La passeggiata scolastica: le classi si snodavano per le vie della citt… senza traffico, come si stava bene allora!, per andare a Siano, in campagna, e i primi corteggiamenti con mazzetti di fiori di campo raccolti lŤ per lŤ. Una volta si and• a Casciolino nella propriet… dei Larussa e fu bellissimo, con Michele Rotella che al microfono imitava la voce del preside Fornari e gli arancini di riso e le frittate di pasta portate da casa nei cesti. I balli del liceo a fine d'anno: i primi profanando timidamente con le danze la sacralit… dell'aula magna e l'ultimo, nel 1959, fatto al Grande Albergo Moderno con l'orchestra di Nick Monizza che suonava i pezzi americani dell'epoca e fuori pioveva, pioveva tantissimo, ma che importava?, tanto avevo gi… la macchina comodamente parcheggiata davanti alla scala del Moderno per poter riaccompagnare a casa, eventualmente, qualche gentile fanciulla che ne avesse sentito il bisogno. Il distintivo del liceo...:lo devo ritrovare, ci tenevo tantissimo: uno scudetto rosso e blu con sopra un compasso, un libro, ... che altro? Deve essere ancora attaccato al mio cappello universitario insieme alla medaglia dei campionati studenteschi (facevo il lancio del disco con mediocri risultati). E poi sono andato all'universit… e davanti al mio liceo "Galluppi" sono tornato per incontrare mia moglie all'uscita dalla scuola e per passeggiare con lei e di fronte al liceo c'era il Bar Mantella e vi andavamo a prendere il gelato l'estate e la cioccolata l'inverno, all'interno per•, perch‚ ci potevano vedere i professori. Ora il mio liceo Š diventato di nuovo convitto ed il liceo Š andato a Villa Menichini con i vetri dell'auditorium rotti a colpi di pietra e ogni volta che lo vedo mi viene la tristezza e la nostalgia. /:/Mario Nicotera. di Giuseppe e di Amalia Provenzano nato a Catanzaro il 18 giugno 1941 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955) Carmelo La Rosa professore e... uomo Il suono della campana che annunciava l'inizio dell'ora di matematica era seguito da un silenzio profondo. Di lŤ a poco, assieme ai miei compagni di sventura, avremmo ascoltato atterriti ed imponenti il minaccioso tintinnio dei numeri di legno agitati impietosamente dal prof. Morello nel suo famoso sacchetto. Poco votato alla ®comprensioneŻ delle nostre intemperanze giovanili e ciecamente fiducioso (era un matematico!) nella Legge dei Grandi Numeri, affidava al ®destinoŻ, alla ®cabalaŻ il compito crudele di smascherare e colpire le nostre debolezze. Illustre epigono del Divino Marchese, lo vedevo accompagnare con un ghigno di soddisfazione le reazioni di stupore e di prostrazione del malcapitato di turno ed il respiro di sollievo del resto della classe solo momentaneamente sottratto dalla fortuna alle mani del ®carneficeŻ. Forzati della risata, tuttavia, i miei compagni ed io, una volta beneficiati dal destino, ci alleavamo alle espressioni di scherno e all'ironia con cui venivano commentate le esitazioni dell'interrogando per esorcizzare la paura che ci coglieva nel pensare che, tanto, prima o poi, ®sarebbe toccato anche a noiŻ. Carmelo La Rosa, invece, si presentava con nient'altro se non col suo faccione tondo e ben rasato. L'imponenza della persona e la statura elevata di quell'uomo di mezza et… venivano nascoste alla percezione dalla presenza, sul volto, di due occhi dolci e chiari, attenti e vivaci, inequivocabile espressione di una rassicurante propensione a ®capireŻ. Poco disponibili a passare inosservati o a farsi irretire dalle due grosse gote sottostanti, quegli occhi apparivano, altresŤ, inesorabili custodi degli stati d'animo pi— profondi. La bocca, ben disegnata, ma piccola, non faceva tuttavia fatica ad aprirsi un varco fra il pannicolo adiposo delle guance, se si trattava di aprirsi ad un sorriso; sembrava soccombere, invece, sotto il peso dei tessuti soprastanti, quando doveva serrarsi alla fermezza o al disappunto per non cedere alla riprovazione o alla rabbia. Da un piccolo spiraglio, allora, penetrava un sospiro, lungo e potente cui veniva chiamato a sostegno tutto l'imponente torace fino al punto in cui l'aria insufflata non avesse dato completo respiro alle cellule cerebrali, normalit… al rossore, lucidit… alla mente. I tessuti del volto, allora, temporaneamente sconvolti dall'accesso, si ricomponevano obbedienti e si ridisegnava progressivamente la solita e rassicurante espressione. Il suo modo di fare, anacronistico - forse - per quei tempi dominati da ®tomboleŻ e ghigni satanici, tradiva il suo profondo amore per gli studenti. Usava accompagnarsi a noi nella tradizionale passeggiata serale e accettava di buon grado che, in piccoli gruppi, andassimo a portargli a casa conforto e assistenza, se era malato. In classe o fuori, sapeva farci apparire importante tutto quello che apprendevamo, scoprivamo, discutevamo, in un clima disteso che non offriva nessuna suggestione all'indisciplina, n‚ concedeva soddisfazioni alla negligenza. Eppure, - mi ricordo - incuteva soggezione. Aveva, infatti, un modo tutto suo di orientare e dirigere il processo di apprendimento quando qualcuno di noi appariva esitante e dubbioso dei suoi insegnamenti: raccontava una storiella in perfetto dialetto di Sicilia, sua terra d'origine. Trattava della disavventura occorsa ad un venditore ambulante di una di quelle fiere paesane che costituiscono la tradizionale cornice della festa del patrono. Ad un impertinente acquirente di una delle sue statuine raffiguranti il santo in questione e che continuava ad avere da ridire sul prezzo richiesto, il venditore rispondeva senza scomporsi e con aria sorniona: ®'un ggnnŠ pupu...: Š San Calojero...Ż. E se il compratore insisteva che fossero troppe cento lire per un pupo, lui ripeteva sempre e soltanto la solita frase. Come il venditore, anche il professor La Rosa, in quel magico 1954, usava rispondere cosŤ a quelli come me che stentavano a capire fino in fondo il valore della ®qualit…Ż, nell'apprendere. Verso la fine dell'anno di quella meravigliosa quinta ginnasiale ci dette da fare un tema (lo ricordo ancora!) sulla Scuola e sul valore formativo di ogni disciplina. Mi dette un voto molto vicino al dieci, ma non dieci, e mi spieg• perch‚. Avevo usato nel corso del componimento la parola ®scibileŻ, grossa, imponente, pomposa, proprio come quel Monumento che da qualcuno si voleva che fosse la Scuola. Non so come sia adesso che ci vivo fuori, ma a quei tempi la Scuola mi appariva distante, ostile per molti aspetti, ma, soprattutto poco disponibile ad accogliere e capire l'eterno dilemma del giovane ®adultoŻ, quello che oggi chiamerei l'impossibile equilibrio di compromesso fra valori ed istanze contradditorie quali il piacere e il dovere, la passione e la rinuncia, il desiderio e la delusione, la speranza e la rassegnazione, il sogno e la realt…. Era giusto che mi rimproverasse, dunque, dopo che per un anno ci aveva impegnati, al di l… della retorica, a verificare le molte potenzialit… di un'et… difficile: l'adolescenza. E fu giusto che restasse solo, di lŤ a poco, a difendermi nella drammatica sessione d'esame che mi vide, in piena crisi, svolgere un tema di italiano insulso e sconnesso, meritevole, solo, della umiliazione della riparazione ad ottobre. Seppi che si affann• a spiegare alla Commissione esaminatrice la sua ipotesi su quel mio transitorio insuccesso, che tent• a lungo di evitare la mia riprovazione, che invoc• insistentemente considerazione per il mio passato di studente-modello, ma mi piace ricordarlo solo mentre accetta con fermezza anche se con un po' di commozione il ®verdettoŻ. Si sa, nella Scuola, sono i risultati che contano! Ci rincontrammo alla prima liceo: fu ancora lui il professore di lettere di quel gruppo di ragazzi che stava diventando una classe-modello, ma alla fine dell'anno ci lasci•. Forse esagero nel pensare che fu questa la causa, ma quella classe non fu mai pi— la stessa. Diventammo turbolenti, cattivi, svogliati e lasciammo tutti quanti il liceo per andare all'Universit… con un grande rimpianto, quello di un'occasione perduta. Š difficile spiegare senza ricorrere al linguaggio della scienza ci• che possa essere successo in ognuno di noi; credo, tuttavia, che tutti possano comprendere che lo sviluppo dell'individuo ed il suo equilibrio dipendano dal riuscire a mantenere un buon contatto con gli ®oggettiŻ interni dell'infanzia che rappresentano i corrispettivi delle persone che siano state per loro significative. Il professor La Rosa divent•, suo malgrado, l'oggetto cattivo dell'infanzia, e tutti ci facemmo distruggere da dentro dalla sua immagine di genitore che abbandona. Torn• a salutarci un anno dopo e quella fu l'occasione per lasciarci l'ultimo insegnamento: quello che ci aiut• a ricominciare a lavorare per la nostra vita futura. Ci disse che se ne era andato per stare vicino ai suoi cari, per prender moglie e farsi una famiglia e a me che stavo accennando una reazione di rabbia, che stavo per accusarlo di tradimento, riserv• per l'ultima volta quella sequenza di movimenti del volto e delle labbra che conoscevo bene. Quando ogni traccia di rossore scomparve dal suo volto, ferm• il mio stupido e rabbioso dire e mi rispose: ®Nicotera, Š bene che lei sappia, che per un uomo debbano avere uguale valore nella vita tutti gli affetti...Ż. Non ricordo se aggiunse altro e non giurerei che disse proprio cosŤ; posso solo dire che non ho mai pi— smesso di guardare sempre pi— profondamente in me stesso prima di guardare negli altri. /:/Gianpaolo Lo Russo. di Tommaso e di Amelia Cannistr… nato a Palermiti il 21 settembre 1941 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D (Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955) L'espulsione Quando nei primi giorni di ottobre dell'ormai lontano '54 mi iscrissi al liceo ginnasio ®P. GalluppiŻ di Catanzaro, la strada che si inerpicava dolcemente verso la scuola era fiancheggiata, qua e l…, da qualche casa semidiroccata con imposte grigie, spalancate fino a sera. La strada si apriva poi di lato, quasi all'improvviso, su un piazzale di terra battuta in mezzo a case basse dai colori stinti. La IV D fu sistemata nel seminterrato, lontana dal ®cuoreŻ del liceo e dall'ufficio di presidenza, in una specie di scantinato alto, quasi dirimpetto alle cucine dell'attiguo Convitto, vicino ai laboratori di chimica e fisica. La luce raggiungeva l'aula dall'alto attraverso finestroni che portavano, assieme ai rumori della strada principale della citt…, un po' di malinconia. In una mattina di quell'autunno fui preso di mira da un burbero professore siculo di lingua francese e mi ritrovai fuori dall'aula, nel corridoio ampio e poco illuminato. Presi a camminare lentamente lungo il muro verso la luce che filtrava da una porta della grande cucina del Convitto. I buoni odori mattutini delle minestre tenute in caldo mi incoraggiarono e presi ad osservare, attraverso lo spiraglio, i movimenti lenti, senza passione, di una cuoca nostrana. Immaginavo di pane accompagnato a zuppa di fagioli all'olio allorquando un rumore di passi ed un chiacchierio sommesso, subito interrotto, attirarono la mia attenzione. Con passi rapidi raggiunsi la balaustra della scala che porta al piano superiore, mi appoggiai con tutto il corpo cercando di nascondermi in silenzio. La vergogna di trovarmi fuori dalla mia aula, da solo, perch‚ espulso, mi faceva trattenere il respiro... Davanti a me, su, in cima alla scala, una professoressa magra e slanciata, dal volto serio e senza stupore, precedeva una scolaresca disposta in fila per due. Erano liceali diretti, con apparente solennit…, ai laboratori di chimica e fisica. In qualche secondo sarebbero passati tutti ad un palmo dalla mia testa, ognuno di loro mi avrebbe scrutato a lungo, per un tempo infinito; qualcuno avrebbe chiesto o commentato attirando l'attenzione della impassibile professoressa. Invece sfilarono tutti in silenzio con sguardi seri verso l'ora di lavoro che li attendeva. Due anni dopo la I D trov• sede nel ®cuoreŻ del liceo. Alle 13,30 la scuola chiudeva, lasciandoci soli con la citt…. In quegli anni le occasioni culturali erano rare e meste e l'Aula Magna del Liceo quasi sempre deserta nei pomeriggi di ogni stagione. Le impalcature che nascondevano il Teatro Comunale stimolavano l'immaginazione di chi sognava spettacoli futuri. Un tardo pomeriggio si proiett• a scuola un film ®neroŻ allora celebre: ®Il terzo uomoŻ (anche a distanza di anni Š rimasto sconosciuto il promotore di quell'iniziativa). L'Aula Magna si riempŤ tutta ed ogni classe si raccolse in gruppi su sedie senza braccioli. Nelle interminabili ore di scuola la lettura di Dante ed il dolce tepore dell'aula favorivano silenzi profondi; un giorno che si ascoltava il canto decimoterzo, quello di Pier delle Vigne, alzai la mano fiaccamente per chiedere specifiche delucidazioni sul ®significato intrinseco della parola meretriceŻ. La giovane professoressa d'italiano aveva mani agili e nervose, viso angolato e capelli corti. Rossa in volto, sorpresa, nel silenzio tiepido del primo mattino, mi indic• la porta che imboccai incredulo. Non finŤ lŤ. Un'ora dopo, la nota del preside sotto il rapporto della mia malefatta, sanciva il mio allontanamento dalla scuola per cinque giorni. Ricordo che era l'inizio della primavera, quando le giornate a Catanzaro si inteneriscono. Fu allora che, per la prima volta, attraversai in lungo ed in largo la citt…. Non compresi mai la ragione di quel rigore; sicch‚ nel tempo successivo, quando alzavo la mano nell'ora d'italiano, usavo tenere le cinque dita ben aperte e distese!... /:/Michele Policicchio. di Domenico e di Maria Tavano nato a Borgia il 26 settembre 1941 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D (Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955) Qualche tempo fa mi sono dovuto recare presso il liceo classico per giustificare con il preside la decima assenza di mia figlia. Il preside, professore Ezio Galiano, esaurito l'oggetto della mia visita, ha colto l'occasione per consegnarmi una lettera diretta ad ex allievi del liceo ginnasio "Galluppi" per invitarli a rileggere nella memoria e a scrivere qualche pagina di ricordi degli anni trascorsi al "Galluppi". L'inaspettato ®compitoŻ mi richiama alla mente un episodio del mio quarto ginnasio. Dopo la fine dell'anno scolastico, durante le vacanze estive (precisamente verso i primi di agosto), gli alunni della quarta ginnasiale sezione D, che eravamo stati promossi, ricevemmo dal nostro insegnante di materie letterarie, professore Mario Barberio, una lettera circolare con alcuni allegati, nella quale il docente ci invitava a svolgere dei compiti riguardanti il programma dell'anno successivo. Fu una lettera inaspettata, giunta quando ormai avevamo assaporato pienamente le vacanze e la scuola era lontana dai nostri pensieri. Il leggerla mi produsse una sensazione di disagio, cui subentr• ben presto una serie di concrete preoccupazioni: tra l'altro, ero in villeggiatura senza libri di testo e senza vocabolari. Mi guast• certamente il pieno godimento delle meritate vacanze, ma non era questa l'intenzione del buon professore, il quale si era lasciato prendere la mano ®fuori stagioneŻ dal suo inarrestabile zelo, che durante il periodo scolastico avevamo tanto apprezzato: tutti i giorni, infatti, arrivava di buon mattino da Nicastro e quando noi entravamo nell'aula trovavamo, su tutta intera la lavagna, nutriti schemi di grammatica latina o greca, scritti con grafia minutissima - regole ed eccezioni evidenziate con tutti i tipi di segni grafici e con prevalenza di parentesi graffe, quadre e tonde -. Analoga sensazione di disagio, analoghe preoccupazioni mi hanno assalito, quella mattina, rivarcando la soglia dell'ufficio di presidenza, con in tasca la lettera del preside. Abituato, ormai da anni, per la professione che esercito, al carattere scientifico dei provvedimenti giudiziari, che per di pi— sono gli unici miei elaborati scritti, e considerato che ho un'innata ritrosia a parlare in pubblico e a scrivere per il pubblico, fui colto addirittura da un senso di ®panicoŻ: non avevo ricordi di particolare interesse, non avevo la capacit… di esporre in maniera da rendere piacevole la lettura. Camminando per strada, mi rilassai e, senza accorgermene, riandai con la mente a quegli anni ormai lontani: fine del 1955 e poi 1956-1957-1958-1959 e l'estate del 1960. Allora la sede del liceo non era in via De Gasperi; era l'austero edificio di Corso Mazzini a pochi passi dalla basilica dell'Immacolata. Andando a scuola, entravo immancabilmente in quella chiesa il tempo di recitare velocemente dinnanzi all'immagine dell'Ecce Homo, posto nella navata destra, la preghiera stampata sul lato sinistro dell'immagine ®O Ges—, io adoro il vostro ultimo sospiro...Ż. Era questa una abitudine che avevamo molti studenti del liceo e che, a parte il valore religioso, ci offriva l'opportunit… di incontri fuggevoli e silenziosi con compagni e compagne di tutte le classi. Dopo appena un minuto, noi maschi ci trovavamo radunati nel cortile adiacente all'entrata secondaria della scuola a cantare canzonette oscene, le famose ®osterieŻ, in attesa del suono della campanella per poter entrare. Le ragazze, invece, entravano dal portone principale, man mano che arrivavano, accedendo alle rispettive aule. Era questo un sistema per realizzare la separazione dei sessi fin dall'inizio delle lezioni. Ed ecco... un altro ricordo: a noi, alunni della sezione D che era esclusivamente maschile, questo sistema precludeva totalmente il contatto con le compagne di istituto, all'infuori di qualche saltuario incontro nei corridoi. La sezione D era l'ultima come formazione ed era la pi— trascurata e deficitaria sotto tutti gli aspetti. Gli insegnanti, essendo non di ruolo, erano diversi ogni anno (i compiti assegnati ad agosto dal professore di lettere nessuno li lesse mai perch‚ l'anno successivo ci fu un altro insegnante) e venivano nominati verso novembre; ma questo inconveniente dipendeva dall'alto e, peraltro, era forse inevitabile. Invece, quello che pi— ci rammaricava, perch‚ frutto di un deliberato proposito e non di impossibilit… pratica, era l'ingiusta discriminazione di cui fu oggetto la nostra sezione che rimase sempre, esclusivamente maschile mentre le altre sezioni erano tutte miste. Ci• oggi mi appare addirittura un sopruso di cui fummo oggetto, considerata la fondamentale importanza educativa della familiarizzazione fra i due sessi. E, come ho appreso di recente, fu forse anche questo uno dei motivi che persuase genitori accorti a favorire l'esodo dei propri figli dalla nostra sezione verso quelle privilegiate, la A e la B. Comunque, fummo una bella classe, composta di ragazzi dotati di ottime qualit… tra le quali l'affettuosit… e la generosit… che ci permisero di diventare sempre pi— affiatati di anno in anno, malgrado i continui avvicendamenti dei professori. L'unica docente che abbiamo avuto la fortuna di avere per tutti i tre anni di liceo fu quella di storia dell'arte, professoressa Emilia Zinzi: alla profonda conoscenza della materia accoppiava un grande entusiasmo per l'insegnamento, voleva trasmetterci, ad ogni costo, l'amore per l'Arte, dedicava l'intera ora a spiegare mostrandoci e commentandoci numerose fotografie che portava da casa, rimaneva sinceramente dispiaciuta quando qualcuno di noi, sottovalutando l'efficacia formativa e culturale della disciplina da lei insegnata, si distraeva. Invece, con nostro sommo ed unanime rammarico, rimase con noi solo l'anno del secondo liceo la giovane insegnante di filosofia, la professoressa Nunzia Sala, fresca di preparazione e di bellezza, di carattere molto aperto e dotata di grande umanit…, sempre pronta al dialogo anche su problemi di attualit…, ma non a scapito delle lezioni che venivano svolte con regolarit… e profondit…. Si limit• al solo anno del terzo liceo anche la presenza tra di noi di un valoroso docente di latino e greco, il professore Michele Riolo, il cui modo di esporre era semplice ed efficace per cui si verificava un naturale travaso dal suo al nostro cervello senza necessit… di sforzi di attenzione e di concentrazione. Per ricordare qualche episodio che meriti di essere raccontato dovrei fare un certo sforzo, perch‚ la vita scolastica, cosŤ come la vita, Š costituita in prevalenza, quotidianamente, di fatti normali, direi di ®routineŻ, e ci• che serve a caratterizzarli sono le sensazioni che li accompagnano e che sono dipendenti da un particolare e contingente stato d'animo. Perci•, a distanza di tempo, non si ricordano i singoli avvenimenti, ma si conserva un'impressione totale (piacevole o spiacevole) per un tempo trascorso, frazionandolo tutt'al pi— in aspetti piacevoli ed altri spiacevoli; c'Š da aggiungere che questa impressione totale, a distanza di molti anni, spesso Š falsata perch‚ gli avvenimenti spiacevoli perdono il loro lato amaro e lasciano il posto ad un complessivo, struggente rimpianto per un periodo lontano nel tempo. /:/Nicola Corradini. di Rocco e di Assunta Nicotera nato a Catanzaro il 16 ottobre 1941 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956) Il ritorno. Bac—lo prese sottobraccio e cominci• a camminare. Parlava allegramente ed in fretta, com'era sua abitudine, mangiandosi le parole o incespicando per la troppa precipitazione. - Come la trovi - disse - cambiata? E senza attendere la risposta, continu•: - Qui a Zaro non cambia mai niente. Š sempre la stessa musica. Erano arrivati ormai ai giardinetti di San Leonardo, un'area trapezoidale con aiuole, qualche albero e le panchine di plastica verde. Pi— in l… il cinema Odeon, gli stessi negozi di un tempo, il bar, la scalinata verso la chiesa. E sul marciapiede opposto, le case dell'Incis, poi il Jolly Hotel, la saletta da biliardo. LŤ si avviarono i due amici. - Ecco Rocco, ovvero ®chi non muore si rivedeŻ - disse Bac—al gestore. E aggiunse: - Scommetto che non lo avevi riconosciuto. - Come stai? - disse quello - Hai un'espressione diversa, ora. Devono essere passati vent'anni. - Di pi— - rispose Rocco, stringendogli la mano. - Quanto ti fermi? - chiese il gestore. Ma Rocco, trascinato da Bac—, era gi… uscito dal locale. I due attraversarono la piazza e si ritrovarono a scendere con passo svelto verso il centro della citt…. A Rocco piaceva ripercorrere quella strada, proprio uguale a quella della sua giovinezza, sentire come allora, sotto il palmo della mano, il ruvido parapetto di pietra che si affacciava sulla ferrovia, saltare i gradini a due a due, alzare lo sguardo verso le finestre dell'Istituto Magistrale nella speranza di scorgervi il sorriso di una ragazza. Confondere passato e presente non lo soffocava, come aveva sempre temuto. Al contrario, il dolce affiorare della memoria, che sembrava dissolvere tanti anni di lontananza, gli conferiva uno stato di euforia e di benefica esaltazione. - Te la ricordi —disse Bac—- la III B? E prese a recitare: - Autuori, Bertucci, Blandini, Blasco, Borelli, Butera, Cafasi, Cama, Corradini, Corradini, Del Campo, D'Elia, Fabrizi, Fantasia, Fiorenza, Gariani, Infelise, La Nigra, Mazzocca, Mazzotta, Nicotera, Pallone, Paparazzo, PatanŠ, Piperno, Polizzi, Pucci, Ranieri, ScamardŤ, Sirianni, Smiraglio, Stranges, Tassoni, Tripodi. Non aveva scordato nessuno. Era una sorta di litania che Bac—confess• di ripassare a mente ogni sera prima di addormentarsi e che tirava fuori nelle grandi occasioni. Rocco, che per anni, dopo la partenza da Zaro, quei nomi aveva ritenuto a s‚ estranei e volutamente cancellati, si accorse con stupore di rammentarli tutti. E subito not• che l'elenco completo scandito dall'amico suonava come una formula magica, propiziatrice, quasi un gioco di parole, una cabala dal fascino misterioso. C'era, in effetti, ben pi— della semplice evocazione di personaggi che avevano vissuto insieme nelle aule del "Galluppi"; perch‚ dalla voce cantilenante di— Bac—usciva non una pattuglia di figure che si annullavano l'un l'altra, man mano che un nome sostituiva il precedente, quanto una formazione compatta e solidale, una catena animata di elementi interdipendenti, collegati da un ordine ®naturaleŻ pi— che dal vincolo della progressione alfabetica. La strada intanto si era fatta pi— larga, pronta a sfociare nella grande piazza segnata dal Palazzo di Giustizia e dal Grande Albergo. Nuovi palazzi erano sorti a ridurre lo spazio aperto ed arioso di un tempo, ma Rocco non se ne avvide. Seguendo il percorso che era abituato a fare da ragazzo, cercava un riscontro ai particolari che dal fondo della memoria emergevano con ritmo crescente: il grande orologio elettrico (quante volte aveva dovuto accelerare il passo ed iniziare la corsa affannosa verso la scuola, perch‚ le lancette si avvicinavano troppo alle otto e trenta!), la farmacia con il suo arredo in noce e il bancone di marmo, il bar Moniaci, il portone sormontato da un arco, la panetteria. - Guarda quella casa! - disse Bac—, indicando il fabbricato sulla destra - Š la casa di Moretta. Fu felice Rocco di sentire quel nome che lo riportava indietro, ad un amore sognato tra i banchi del Liceo. E la felicit… si rivel• tanto pi— grande, perch‚ inaspettata. Anche Moretta, infatti, apparteneva a quei luoghi che la coscienza e la volont… di Rocco avevano sempre rifiutato, quasi scorie di un passato disconosciuto o mai venuto ad esistenza. Perci•, improvvisamente, attraverso il ricordo gioioso della compagna di classe, cominciava ad incrinarsi la soglia che Rocco con tanta determinazione aveva posto tra la giovent—e l'et… adulta. E lentamente svaniva la barriera che, sino a quel momento, divideva la sua vita in due tronconi separati, come se essi facessero capo a distinte entit…. Era ormai prossima la salita del Carcere, e Rocco, non pi— abituato alle strade di Zaro, vere e proprie montagne russe, prese fiato e pens• soltanto a tenere il passo dell'amico. Il quale, avendo compreso che un varco s'era aperto nel cuore di Rocco, tentava, ma inutilmente, di coinvolgerlo, accennando al ritornello di una canzonaccia tante volte gridata all'ingresso della scuola: - Palle, palle. Palle rosse e gialle. Noi siamo i rompipalle del III liceo B -. Oltrepassate le mura del carcere e la chiesa di S. Giovanni, restava ancora un breve tratto da percorrere prima che la via riprendesse a scendere. E fu al culmine del pendio che Rocco vide il vecchio edificio del liceo "Galluppi" adagiato sul lato destro, con le sue persiane basse che si inseguivano come i finestrini di un treno rimasto fermo ad attenderlo. Ora sŤ che avvertiva di essere tornato ragazzo ed allegro. E correndo a ritroso nel tempo, e stanando episodi sepolti o vicende rimosse, Rocco era pronto a riaprire un sipario per lunghi anni serrato. Giunti davanti all'entrata della scuola, quella riservata ai maschi, vicino alla palestra, Bac—ripropose il motivo da caserma precedentemente suggerito. E questa volta Rocco non si fece pregare. Anzi, integr• il refrain con strofe ancora pi— triviali, che l'amico volentieri accompagn• con l'armonica a bocca. Non era tuttavia il contenuto volgare della canzone a prevalere, quanto l'atmosfera che quelle note suscitavano. Le parole, infatti, sembravano perdere significato di fronte al ritmo incalzante che consentiva a Rocco di recuperare una parte fondamentale della propria esistenza. Ed accadde che il suono cadenzato di quella marcetta (®Signore e signori, Si apre il cancello, Si vede il signor Preside...Ż) anim• come per incanto sul marciapiede del "Galluppi" un carosello festoso di immagini, un corteo di personaggi in preda ad una danza inebriante. C'erano tutti: il capo d'istituto, Forni, ed il segretario: il bidello pie' veloce e quello ruffiano, lo sprovveduto compagno che si ostinava a cercare Bergson sulle pagine della letteratura greca, e l'insegnante di matematica, De Feo, sin troppo indulgente nei riguardi di Rocco e di suo fratello Damiano; poi, G. Mastorna, il professore di filosofia, e Stella, Clelia, Moretta, con una rosa al seno, Berto, Lila, Anna, Mino. - Signore e signori, Si apre il portone... Ed ecco scendere, con passo felino, stretta in vita e svettante, la Casagrande, insegnante di latino e greco, perennemente in ritardo sul suono della campanella; quindi l'amabile Zizzi, romanica ed amica delle cupole, panneggiata a dovere e fortemente chiaroscurata; ed ancora il professor Cavalieri, dall'udito debole, la piccola, cara signorina Silico, Giaggi… Rotunno, ottocentimetri di tacco per sembrare pi— alto, ed Amelia, Patrizia, Bruno, Rosella, Damiano. Infine: l'attrice e il ®sovversivoŻ, Repulo con Nico, Beppe, Millo, Mattia e il figlio dell'onorevole. Rocco si trov• d'un tratto in mezzo agli altri, sopra una giostra che non era possibile fermare. Abbracci• tutti e pianse. Avrebbe voluto spiegare le ragioni che lo avevano spinto a dimenticare, ma i canti coprivano la sua voce. Allora, a dimostrazione che l'oblio non era stato totale, sventol• alcuni fogli di quaderno con i disegni fatti sui banchi del Liceo, che gelosamente aveva custoditi. - Pa-sse-ggia-ta, Pa-sse-ggia-ta - gridarono in tanti. E Rocco si unŤ al coro. /:/Roberto Galera. di Giovanni e di Rosaria Silipo nato a Catanzaro l'1 giugno 1941 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956) Fuori nevica nonostante la primavera inoltrata, quando un commesso della dogana del Brennero mi recapita un pacco ben richiuso. Lo apro e con somma meraviglia, mista a stupore, sbircio sulla copertina del volume la fotografia del vecchio ®GalluppiŻ. Incuriosito, incomincio a sfogliare scorrendo rapidamente le pagine alla ricerca di qualcosa che ricordi la mia Terza B. Mi fermo alla pagina trecento e da lŤ incominciano i miei ricordi. Tutti li riconosco i miei compagni con i quali ho percorso gli anni di liceo. Soprattutto rivedo con tenerezza le mie care compagne, tutte bellissime allora, da richiamare continuamente alla classe un codazzo di compagni di altre classi. I cosiddetti ®lapuniŻ come li definiva in gergo il professore Morello. Come posso dimenticare le interrogazioni di matematica di Mariuccia allorquando il professore Morello, poste le domande, si spazientiva in attesa di risposta e di rimando incalzava: ®Ciu mandamu a dire?Ż - ®A chi?Ż - rispondevamo in coro. ®... a Giampaolo Pistuna!Ż, che nella sua fertile mente non si sa chi volesse intendere. O che dire dell'agitazione e delle vampate di calore che letteralmente impedivano a Rosellina, Bice, Annamaria o Nada di bisbigliare parola o di ®arrunzareŻ una formula? Scioccate, si aprivano in tutta la loro semplicit… ed arrendevolezza al punto da disarmare il prof. Morello che teneramente si rivolgeva loro con dolci parole come: ®mi pare na madonnuzza e critaŻ. Continuano i ricordi e mi sembra di vedere Aldo che, non riuscendo quasi mai ad ®azzeccareŻ risposte precise al professore Galiano, divagava nell'intento di offrire altre risposte su altrettanti filosofi, come farebbe un cameriere di classe che, non potendo soddisfare precise richieste, offre al cliente una variet… di altri prodotti con la speranza di convincerlo. Oppure il vocione di Andrea, sempre caro e comunque quello ancora a me tanto vicino. Ma un particolare mi ha colpito di quella fotografia e precisamente l'affetto con cui tutti noi stringevamo le nostre mani in quelle di Nicola quasi a renderlo garante di un'amicizia che sarebbe andata al di l… degli anni di liceo. Nicola non c'‚ pi— . La notizia di quella tragica scomparsa mi indusse a chiedere il come ed il quando fosse avvenuta. Scrissi ai genitori ma non mi fu data risposta. Li cercai l'anno successivo a Soverato, ma nulla, come se si fossero dileguati. Quello che bonariamente i professori di classe chiamavano ®il gigante buonoŻ non l'avrei pi— visto. Mi rimane il ricordo della sua generosit… e disponibilit… verso tutti noi. C'era da pulire la lavagna? e Nicola era lŤ pronto a cancellare oppure ad offrirsi come cavia all'interrogazione di matematica evitandoci il trauma della chiamata con "u sgrusciulamentu dei numeri da tumbulaŻ. Mi riporta alla realt… una telefonata con cui mi si chiede di intervenire per festeggiare, quale ospite, i ventidue anni di maturit… di Daniela, mia moglie. Qui nonostante le differenze etnico-linguistiche, si sente la necessit… di incontrarsi e parlarsi. Peccato! Farei volentieri 1400 Km. pur di rivedere tutti insieme i miei compagni della Terza B, e perche no? spendere una parola su quel ®Gigante BuonoŻ che non c'Š pi— . /:/Francesco Piperno. di Rosario e di Maria Nicola Russo nato a Catanzaro il 5 gennaio 1942 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956) Quando abbandoniamo una casa in cui abbiamo vissuto a lungo, ci capita di sostare un'ultima volta in quelle stanze, scrutando attentamente tutto intorno alla ricerca di qualcosa di cui stranamente avvertiamo la presenza senza riuscire a riconoscerla. Partiamo senza venirne a capo, portando via ugualmente ci• che oscuramente cerchiamo; e ricominciamo altrove con esso. Sono vissuto per qualche tempo in altri paesi; e mi Š accaduto pi— e pi— volte che qualcosa, un nonnulla, mi riportasse alla mente la citt… in cui sono nato, la scuola, l'adolescenza, gli amici di un tempo - e mi son ritrovato posseduto dall'attivit… spontanea della nostalgia come da un sogno. Ricordavo allora la citt…; la sentivo cosŤ come si sente l'odore di una madre, il tocco di una carezza, l'aria che abbiamo respirata, la luce di un sorriso; mi risentivo per quei vicoli e quelle strade, perch‚ l… vi crebbi, malinconico e fantasioso, d'una fantasia appassionata che non ritrover• pi— . Quando siamo in balŤa di quell'onda ch'Š la memoria involontaria, ci accade talvolta di confondere la rappresentazione mnemonica con la percezione sensibile; viviamo allora il ricordo con una pienezza di senso di cui non c'eravamo accorti la prima volta. Il desiderio del ritorno si mostra come un rincasare, un ritorno nello spazio; laddove, a ben vedere, si tratta di un desiderio di risalire a ritroso nel tempo. E questo non significa desiderio del passato, perch‚ conosciamo bene il tedio di cui grondava a suo tempo ci• che non Š pi— . Nell'attivit… spontanea della nostalgia il desiderio mira a dilatare il presente per accogliervi il passato; e cosŤ facendo si volge verso la pienezza dell'essere, al di fuori del tempo. Questa pienezza o, se si vuole, felicit… Š una delle poche che possiamo coltivare senza dovere preventivamente rivendicare. Si desidera ci• che si Š perduto e che non conosciamo se non come un arcano, ma verso cui non potremmo, seppure involontariamente, orientarci se gi… in qualche modo non l'avessimo esperito. La memoria involontaria Š una attivit… spontanea come il sogno - essa non si lascia comandare dalla coscienza. CosŤ, nello scrivere per rammentare, i ricordi, evocati a comando, appaiono freddi, astratti ovvero non allietati dal senso; sŤ che l'unico ordine che possa aggregarli Š quello cronologico, del prima e del poi. V'Š, tuttavia, anche per la memoria volontaria, un modo, se non di sfuggire al tempo, di toccarne per cosŤ dire l'estremo limite, la natura paradossale. Questo modo si svolge ricercando nel passato ci• che non Š concluso e promette ancora un futuro. La memoria cerca i tratti di ci• che sarebbe avvenuto, i segni che anticiparono il futuro che intanto e divenuto esso stesso passato. Cercare nel passato il futuro anteriore Š il tentativo che unisce questi tre ricordi del liceo Pasquale Galluppi. Trasalimento. Nella sala dei professori del liceo la conferenza volgeva alla fine. Ero seduto nell'ultima fila da pi— di un'ora; dritto e rigido come un fiammifero, accanto ad una compagna di classe bella e tenebrosa come una capra. Quel mattino, nell'intervallo tra una lezione e l'altra, avevo ardito parlarle, metterla a parte del fatto che era entrata inavvertita nella mia vita, insomma farle la dichiarazione d'amore seguita da regolare richiesta di fidanzamento. Lei era arrossita; guardandomi con qualche imbarazzo mi aveva risposto che non poteva dirmi ®sŤ o no, cosŤ, su due piedi; aveva bisogno di pensarci un po' e mi avrebbe dato una risposta il giorno stesso, nel pomeriggio durante la conferenza del professor Mastroianni su ®Montale ed il negativoŻ. Il professore recitava ormai, a mo' di chiusa, i celebri versi ®ci• che non siamo, ci• che non vogliamoŻ accompagnandoli con un sobrio avvertimento sullo strazio che si prepara nel definire la vita al negativo. Fu in quel punto che, quasi un trasalimento, la mano di Rosetta cerc• la mia al tatto e vi indugi• un momento. Appunto lŤ, e per la prima volta, quella carezza mi anticip• l'esperienza di ci• di cui solo pi— tardi imparai il nome: amore. Cultura e menzogna. Il grande portone del liceo s'era ormai chiuso. Erano le nove, mezz'ora dopo l'orario regolamentare. E noi non eravamo entrati. In settanta, ottanta forse, avevamo disertato le lezioni contro il decreto Medici, la disposizione del ministro dell'Istruzione Pubblica che ampliava, d'improvviso e di un bel po', le prove d'esame per la licenza liceale. Avevamo appreso la notizia per radio la sera prima ed avevamo deciso di reagire quella mattina stessa quando, attendendo d'entrare, c'eravamo raggruppati per capannelli. Avevamo trovato cosŤ un'opinione comune: chiedere che ci fosse consentito di discutere sul decreto ministeriale nelle classi durante le ore di lezione. Una delegazione s'era formata per riferire la richiesta all'autorit… scolastica, ma era ritornata in istrada quasi subito: il preside si rifiutava di riceverla. CosŤ, quando la campana del liceo suon• per annunciare le otto e trenta, in tanti, quasi tutti, ci rifiutammo di varcare il grande portone; e cominciammo a scandire slogan contro il ministro. Dopo alcuni minuti sul portone apparve il preside, il professor Fornari, attorniato dal manipolo dei professori autorevoli. Parlarono brevemente, a turno, prima il preside e poi i professori autorevoli. Alternavano l'irrisione sulla vacuit… della protesta all'ordine di rientrare in classe pena sanzioni. Noi restavamo in silenzio; poi, uno tra noi, con una voce un po' rotta ma dall'argomentare pacato, si mise ad esporre le richieste e le relative ragioni. Il preside lo interruppe con un gesto rabbioso ed intim• a tutti di rientrare in classe entro dieci minuti pena la sospensione dalla scuola. Nei minuti che seguirono, molti, la gran parte di noi varc• il portone. Restammo fuori settanta, forse ottanta in tutto. Quel portone che si era chiuso davanti al naso aveva come scoperto, per la coscienza, un varco, aperto in verit… da tempo, tra istruzione ed educazione. Impartire un ordine usando la minaccia come argomento, privava di senso l'argomentare stesso, l'opera della riflessione alla quale la scuola aveva il compito di iniziarci. Attraverso quel varco vedemmo come in un baleno, per un attimo e illuminato a giorno, la trama su cui era tessuta la vita morale della citt…: riti sociali che non intrattenevano pi— alcun rapporto col desiderio collettivo salvo che nell'esercizio dell'ipocrisia; la noia come esperienza propria a quel realismo gretto che svaluta le idee e, pensandosi gran furbo, consegue l'esito di mutilare la vita urbana rendendola dimentica di tante belle parole. La povert… della citt… c'era apparsa quel mattino come penuria di desiderio, di speranza. Si era quella mattina in qualche punto dell'inverno, dopo le vacanze di Natale, a secondo trimestre inoltrato, a febbraio forse. In quell'epoca manca nell'aria della nostra citt… il tepore quieto che annuncia la primavera. Abbiamo invece un'aria vorticosa e gelida, dove spira un vento a raffica che rovista la via principale come i vicoli pi— sinuosi, riempendo la citt… di polvere in sospensione e male di vivere. Bruno. Bruno ed io c'eravamo incontrati sui banchi della scuola media, gi… nelle aule del ®MazziniŻ. La nostra amicizia non era nata subito. Vedevamo cose diverse - perch‚ Bruno guardava dall'alto come un uccello, io dal buco della serratura come un recluso. Solo pi— tardi, al liceo, scoprimmo che correva tra di noi una complicit… per complementariet…: insieme eravamo pi— ricchi, vedevamo pi— cose. Bruno ed io camminavamo molto, su e gi—per la citta. E solevamo conversare rincasando insieme alla fine delle lezioni. Ci inerpicavamo da Corso Mazzini su su verso San Leonardo ed oltre. Era un bel tratto, certo sufficiente a ch‚ la parola potesse scandagliare le nostre coscienze. Bruno ed io abbiamo preparato insieme la licenza liceale. Ridevamo, incupiti per troppo poco sonno, di quell'esame che doveva attestare l'acquisizione della capacit… un po' bizzarra, che peraltro gi… possedevamo, di costruire sistemi sull'universo-mondo a partire da scarne e minimali certezze sensibili e da un numero spropositato di nozioni. Bruno ed io abbiamo redatto le tesi di laurea in uno scantinato sotto il Lungarno a Pisa, giocando a scacchi - scantinato ribattezzato, da candidi provinciali, ®pied … terreŻ, trappola tesa a donne e mai scattata. Bruno amava conversare. E lo spirito del Pernod lo aiutava grandemente. In qualche misura era propriamente versato nell'arte del conversare, nell'attivit… di associare liberamente i concetti senza alcun limite che non sia la logica, il rispetto delle regole del gioco linguistico. Ad ascoltare Bruno si era colti, talvolta, dallo stupore di scoprire qualcosa che era lŤ e di cui non c'eravamo accorti perch‚ non ne conoscevamo il nome. Nelle parole di Bruno, qualche volta, risuonava l'eco dell'atto intellettivo, evocare ci• che latente dorme attorno a noi. Ogni volta che una associazione mentale gli riusciva, Bruno rideva, pago. Rideva perch‚ aveva capito, e per ci• stesso aveva saziato un desiderio. Bruno Š morto una mattina d'estate, nella sua 'Cinquecento' piena di libri, lontano, su una strada provinciale della pianura padana. Bruno Š morto ed il mio mondo ha perduto qualcosa che l'aiutava a tenersi insieme. Non per questo Bruno Š nel passato; perch‚ la distinzione tra passato, presente e futuro Š un'illusione della coscienza anche se tenace. /:/Amalia Vivaldi. di Edmondo e di Francesca Passanti nata a Catanzaro il 27 maggio 1942 iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956) Mio nonno: Vincenzo Vivaldi Mio caro Professore Galiano, sŤ, lo so, oggi siete Preside e nella qualit… di Preside del "Galluppi" mi avete chiesto di fissare su un foglio di carta un ricordo cercato tra quelli del periodo in cui fui una delle tante studentesse del ®GalluppiŻ, ma allora io fui una vostra alunna e voi il mio Professore di Storia e Filosofia! Ed Š al mio Professore che oggi rispondo, se mi consentite, perch‚ con lui si instaur• il rapporto d'affetto che dura da oltre trent'anni. Come fermare su una pagina molti ricordi che, nonostante il tempo, restano incisi nella memoria con la vivezza del presente, profumati di giovinezza e colorati di struggente nostalgia? Potrei parlare di Voi e delle Vostre lezioni su Socrate, Platone, Kant e Nietzsche, i filosofi che amavamo di pi— perch‚ Voi eravate riuscito a staccarli dalla Storia per renderceli pi— vicini ed amici. Ancora oggi lo sono per me che perseguo i valori dell'Essere, mentre ignoro quelli dell'Avere e disprezzo quelli dell'Apparire. Ricordo con quanta velocit… e con quali cervellotiche abbreviazioni riuscivo a prendere appunti nel corso delle Vostre spiegazioni. Riuscivo, senza conoscere la stenografia, ad essere pi— svelta della pi— veloce stenografa. Ma a casa dovevo riportare il mio lavoro in ®bellaŻ e in lingua italiana e decifrare gli incomprensibili geroglifici! Era faticoso, ma ne valeva la pena! Il mio quaderno con le lezioni su Kant fu conteso e servŤ a tanti e tanti alunni del Liceo. Chiss… in quali mani Š finito! Mi piacerebbe riaverlo, anche se per un'ora soltanto, per confrontare i miei ricordi. Potrei parlare della Professoressa Velia Critelli che io ebbi la fortuna di conoscere nelle vesti di mia insegnante prima, e poi di insegnante di mia figlia. Mi colpirono subito, trent'anni fa, il suo forte carattere e la sua personalita che rifiutava qualsiasi forma di debolezza e di compromesso, la sua preparazione sicura. Quanto avrei voluto somigliarle! Dopo quasi trent'anni l'ho ritrovata al suo posto di combattimento, quale insegnante di mia figlia. Stesso metodo, sempre pi— vivo e profondo l'interesse e l'amore per le sue materie, mai una battuta d'arresto o un segno di stanchezza o un'assenza... Se qualcosa Š cambiato in trent'anni Š la mia ottica... Soprattutto in relazione alle sue mancate assenze! E potrei parlare di chi non risponde pi— all'appello perch‚ ci ha lasciati, di quel burbero benefico di cui, in tre anni, imparammo a conoscere i risvolti dell'anima. Caro Professore Morello! Quando entrava in classe senza levarsi il cappello e con il dito della mano destra ci indicava che il suo copricapo era ancora l…, sulla sua testa, tornavamo mogi mogi ai nostri banchi. Quel giorno ci avrebbe ®spennatiŻ e agli interrogati avrebbe detto che nel loro cervello non c'era materia grigia, ma ®ferri 'e cazetta, lippi 'e hjumara, pampini 'e cucuzzara e finocchieddri 'e timpaŻ. Fra le risate dei pi— fortunati, protetti nei loro banchi...! Sembrava disprezzarci tutti, in classe, ma guai a chi avesse osato toccarci. A distanza di un anno dalla maturit…, un pomeriggio, lo trovai ad attendermi, a Napoli, all'uscita dall'Universit…. Era con mio Padre! L'affetto di entrambi per me li aveva portati, quella sera, a superare e vincere quell'orgoglioso puntiglio che, nato alcuni anni prima per uno sciocco equivoco, aveva impedito loro di rivolgersi la parola, pur nella stima reciproca, per tutto il periodo del mio liceo; quell'orgoglio aveva funestato quei miei tre anni, perch‚ volevo bene ad entrambi! Potrei parlare di due baffi giganti in doppiopetto, di un ®tappatevi- perentoriamente - la boccaŻ, urlato dal mio buon Professore Alberto Voci che, forse pi— degli altri, lasci• in me un segno perche riscatt• l'immagine dell'insegnante di ginnasio che mi ero fatta in precedenza con una Vostra collega sulla carta, ma quanto - ahimŠ! - indegna del nome di insegnante e di Vostra collega, e soprattutto di insegnante del Liceo ®P. GalluppiŻ. Per fortuna, il nostro Liceo opera delle selezioni naturali e i meno atti al nobile compito di plasmatori di anime svaniscono come meteore. Potrei parlare dei miei esami di Stato, dell'incubo che mi accompagna ancora prima di una prova particolarmente difficile; della magra figura fatta quando, dopo aver esposto un programma di Italiano di tre anni ed aver sciorinato tutte le mie conoscenze in fatto di scapigliatura lombarda, non seppi rispondere alla domanda: ®Cosa sa dirmi di Vincenzo Vivaldi?Ż. Il mio mutismo, con mio Padre seduto alle mie spalle, non sarebbe passato inosservato, ma chi mi esaminava volle infierire e, urlando come un pazzo, mi disse cosa pensava dei miei studi sulla scapigliatura e di me che, con un tale letterato in casa, perdevo il mio tempo ad ®inseguire fandonieŻ. Quanto piansi quel giorno! Avevo sbagliato tutto. La mia maturit… mi aveva dato la coscienza della mia limitatezza, della mia inutilit…. Avevo deluso mio Padre e tutti i miei, e le loro parole di conforto cadevano nel vuoto! Perch‚ il liceo ®GalluppiŻ era sempre stato per me qualcosa di importante, di grande! Se i ricordi di cinque anni lontani restano scolpiti ancora oggi nella memoria, ci• Š perch‚ a vivere quegli anni io ero preparata fin dalla nascita, perch‚ in quel vecchio, monumentale ®Liceo GalluppiŻ aveva insegnato un uomo, un Professore, la cui viva voce avevano ascoltato altri allievi, altri discepoli. Ed io, nell'entrare in quel Liceo, a tredici anni appena, cercavo l'eco di quella voce che non potei mai udire; e nei momenti, a volte lunghi, di disattenzione, cercavo di immaginare come sarebbe stato diverso ascoltare quelle stesse lezioni di Italiano se ad esporle fosse stata la voce autorevole, sapiente, paterna, amica, la voce di Vincenzo Vivaldi, mio Nonno, quel Nonno adorato che non conobbi e che amai attraverso le parole di mia Nonna, i ricordi di mio Padre, gli scritti di Lui e quelli dei suoi discepoli. Ed oggi, priva di quegli affetti conosciuti e sicuri e di quella tradizione che Š nutrimento per l'anima, mi rifugio nel mio studio e ripercorro a ritroso un cammino. E quando mi chiedo chi io sia e quale misterioso compito mi abbiano affidato da svolgere, nel corso di mia vita, gli imperscrutabili disegni divini (en attendant Godot?), ritrovo il mio equilibrio tra le carte polverose ed ingiallite, tra vecchi giornali che paventano la luce, tra ritagli di lettere e di appunti di chi non Š pi— . E, per chiss… quale oscuro sistema di classificazione (ne trovo sempre uno migliore che, al momento opportuno, non funziona!), tra queste vecchie carte occhieggia qualche testimonianza, anello di congiunzione tra me e un'ipotesi di passato, raggio di luce che mi consente di immergermi in ci• che non mi Š stato dato di vedere. E vivo! Con legittimo orgoglio vivo... chi mi ha preceduto, quasi ectoplasma emerso dai ricordi fissati nel tempo dalla penna sublime di uomini veri, scevri di invidie, alieni da ipocrisie, numerosi e grandi. Scaturisce ora la figura del Maestro, ora quella del letterato, ora quella del critico, ora quella di un uomo, di un padre, con tutte le sue debolezze, con tutta la sua grande, grandiosa umanit…. Da questi ricordi che custodisco gelosamente ne scelgo alcuni e Ve li offro per testimoniare la storia di un Uomo che, per decenni, si identific• con il "Liceo Galluppi". Luigi Marsico Lo ricorda cosŤ: ®La scena si ripeteva ogni giorno di scuola e quasi sempre allo stesso modo. Qualcuno stava di guardia alla porta e... ad un tratto... concitato, lanciava un messaggio: ®Arriva!Ż. Seguiva, a quella parola, un fuggi fuggi generale, un silenzio improvviso; ognuno, acceso in faccia, andava ad occupare il proprio posto. Varcava la soglia un signore distinto, di media statura, attempato; vestiva impeccabilmente e portava bombetta ed occhiali; si scattava, al suo apparire, tutti all'impiedi e si stava dritti ed impalati fino al consueto ®sedeteŻ. Poi aveva inizio la lezione. Correvano gli anni immediati al 1920; la classe era una seconda liceale, il signore distinto era il professore Vincenzo Vivaldi, ordinario di lettere italiane nel ®Liceo GalluppiŻ. Gloria e lustro dell'Istituto, Vincenzo Vivaldi era, ormai, agli ultimi anni del suo insegnamento, stava per conchiudere la sua carriera. Aveva, per circa quarant'anni, istruito ed educato le generazioni di tutta la provincia e le fatiche della scuola sembrava non avessero lasciato in lui traccia di stanchezza. Appariva ancora vegeto e forte come una vecchia quercia e teneva le sue lezioni con l'impegno di sempre, senza dimostrare fastidio o abitudine. Sentirlo era un vero diletto. Incominciava il suo dire pacatamente, quasi distaccato da quanto andava esponendo, poi, a poco a poco, si animava, si entusiasmava; aveva la parola facile e, nutrito com'era di vasta e profonda cultura, faceva sforzo, e non sempre riusciva, a contenere l'argomento nell'ambito richiesto dalla lezione. Era chiaro ed ordinato nell'esporre, sintetico, acuto, spesso caustico nel giudicare. Si capiva subito: il suo posto non era il liceo, pi— in alto sarebbe stato meglio e degnamente. Le fatiche di Vincenzo Vivaldi, tuttavia, non erano circoscritte al nudo e puro insegnamento; la sua scuola era, sŤ, palestra di cultura, ma era palestra di educazione morale ed in essa la personalit… dei giovani si formava e si plasmava. Tante volte, nel corso della lezione, con opportunit… e deliberatamente, egli divagava: lo spunto a queste divagazioni gli era dato ora da un avvenimento storico, ora da un personaggio letterario, ora da un qualsiasi fatto contingente. Dimenticava, allora, la letteratura e i poeti, le chiose e le postille, metteva da parte ogni forma di erudizione e diventava maestro di vita; parlava di quei doveri che sono obbligo di tutti, della libert… che Š ®sŤ caraŻ e che bisogna difendere, degli ideali che sono il ®solo veroŻ e che bisogna perseguire, della Patria che Š necessario amare. La sua parola, in quelle occasioni, diventava vibrante e commossa, il suo dire concitato; scomparso il sapiente, parlava con energia e vigore, al cuore dei giovani, il cittadino, l'educatore, quello che Vincenzo Vivaldi volle essere e fu, principalmente e sopra ogni altra cosaŻ. Giuseppe Casalinuovo scrisse di Lui: ®E mi viene in cuore come un bisogno di ricordarlo e di rievocarlo... Comincia in Catanzaro la vera scuola di Vincenzo Vivaldi che, assieme a Battista Caruso e a don Sante Calabria, rimase come a rappresentare la continuit… di una tradizione che usciva dalla scuola e penetrava nella vita, e faceva del maestro un docente ed un padre, un esempio ed un simbolo! E noi, i discepoli, gli volevamo gran bene. Assai gliene volemmo nella scuola; assai gliene continuammo a volere dopo la scuola. E lo ricorderemo negli anni che verranno, lo ricorderemo sempre, grande, caro, buono, Maestro nostroŻ. Il Provveditore agli Studi Felice Greco dett• la seguente epigrafe: ®Vincentio Vivaldi magistro - ex opere diuturno quiescente - omnes qui eius colunt - insignem litterarum vim - discipulorum disciplinaeque studium - vitae incorruptum decus - Catacii, anno VI a Fascibus receptisŻ. Nicola Cupi, dopo aver ricordato il Maestro con le parole: ®I discepoli del Vivaldi sono una legione. Molti... lo hanno preceduto al suono di fanfare reggimentali... Quei suoi discepoli erano Arcangeli con le spade sguainate e luccicanti tra gli zaini dei fantaccini. Quei suoi discepoli, poi, camminarono sugli scrimoli delle trincee, spavaldamente... Patriota, espressione di una romantica grandezza che incontrava il nemico come i cavalieri della Gerusalemme sui quali aveva tanto scritto quel nostro ®Don VincenzoŻ, padre e maestro di tutti noi. Aveva preparato alcune generazioni alla grandezza, alla lealt…, all'onore; ed Š bene che Egli sia morto prima che tali sentimenti decadessero. Sono sicurissimo che i discepoli suoi, superstiti di un mondo che ebbe il privilegio del ®pensare grandeŻ, protagonisti di glorie che l'ottusit… delle fazioni invano tenta di avvilire e di piegare, vorranno, onorando il Maestro, celebrare nel suo nome intemerato i valori incorruttibili di una tradizione che fu continuatrice del Risorgimento e non Š macchiata di sangue fraterno e di orrori...Ż. nel 1956 scriveva su ®Il Grido della CalabriaŻ: ®...Ora Alfonso Frangipane coglie l'occasione del centenario della nascita per ristampare la commossa pagina scritta da Peppino Casalinuovo per Vincenzo Vivaldi. Leggo con molta commozione le parole del Poeta... E mi chiedo perch‚ mai questi due uomini che onorarono la nostra regione debbano essere a poco a poco dimenticati. Debbano, cioŠ, emergere dal limbo dell'oblio soltanto quando generosamente Frangipane se ne ricorda o quando, nel disordine spirituale di questi tempi, chi li conobbe nelle opere e nella vita ne fa uno sterile documento di nostalgia. Se i giovani non si piegano alla religione delle memorie, la colpa e un po' nostra per la mancata consegna di una tradizione...Ż Umberto Bosco, dopo aver delineato la vita e l'opera del venerato Maestro, scrive: ®... una delle ultime figure d'altri tempi, quando uomini di valore si accontentavano di una cattedra di liceo provinciale, e vi insegnavano successivamente a padri, figli e nipoti; e facevano venti ore di treno per raggiungere la pi— vicina biblioteca e per acquistare un libro saltavano qualche pasto; e insegnavano otto ore al giorno, e studiavano altre otto; e stampavano a loro spese, ogni facciata di stampa una dura lezione privata; e trovavano anche il modo di servire il loro paese, nelle modeste cariche localiŻ. Rosario Rotella ricorda: ®... Qualche mese prima della morte mi avvicinai anche io a quell'uomo, cui tanto affetto e tanta venerazione mi legavano; era ormai una larva umana, un fil di voce, a stento, usciva dal petto debolissimo e si traduceva in un biascichio di parole brevi ed incomplete che esprimevano un pensiero sempre lucidissimo. Ci commovemmo entrambi, ricordammo qualche episodio dei tempi lontani; aveva Egli presente nella memoria me e i miei compagni... e nella rievocazione di un passato, cosŤ vivo nel cuore e nella mente, il volto del Maestro si animava di una vita insolita. Quante volte nell'incontro anche fugace di conoscenti, venuti dal suo insegnamento, ritornando pensosi agli anni della giovinezza, trascorsi sui banchi della scuola, sentiamo che il cuore si gonfia di commozione...; riconosciamo, in quella scuola, un nido caldo di memorie, perch‚ la scuola del Vivaldi era fermento di vita. E gli autori da Lui preferiti erano anche i nostri diletti: Dante, Foscolo, Leopardi; quante volte sorprendevamo nella voce del Maestro un'ondata di commozione, che ci faceva attenti e docili tutti. Ammiravamo in Lui la vasta cultura, ma soprattutto la sua umanit…; e gli scatti d'impazienza mal repressa erano quasi sempre cancellati, pi— tardi, dal pi— paterno dei sorrisi e i giudizi seri che dava di molti compiti scadenti, ®faggiolateŻ li chiamava, si attenuavano in parole di conforto e consigli d'incoraggiamento sempre che un pensiero, un rigo gli facessero intuire un elemento positivo e rivelatore. Chi di noi non ricorda con quanta cura e passione commentava la ®CommediaŻ; e come ci toccava le corde pi— intime del cuore alla piet… dei due cognati, al tormento di Farinata, al monito grave di Ulisse, al rapimento di Casella, al serafico ardore di Santo Francesco. E quanti mandammo a memoria, ®senza assegnoŻ, i Sepolcri, che nel commento del Maestro ci rivelavano il mondo poetico del Foscolo! Attratti dalla sua parola sentivamo tutti la grandezza della Fama immortale, il profondo ed eloquente silenzio di Santa Croce, il contenuto umanamente tragico della preghiera di Elettra, l'ammirazione per l'eroismo sfortunato di Ettore. E non apprezzavamo il Monti, perch‚ ®Don VincenzoŻ ci ammoniva che il poeta deve avere personalit…, senza di che la forma sonora e scorrevole non pu• avere contenuto; quante volte, nel commento dei versi tormentati del cantore di Silvia, di Nerina e di Saffo, notavamo il singhiozzo appena dissimulato del Maestro che, fuori dalla cattedra, tra i banchi, si confondeva coi suoi allievi, e la lezione diventava intimo colloquio di anime. Sono anch'io un insegnante di liceo, vivo nella scuola che, oggi pi— che mai, va in cerca di un contenuto e di una forma... ma... qualsiasi riforma, perch‚ abbia efficacia, deve operare con un presupposto essenziale: la personalit… dell'insegnante, che deve sentirsi plasmatore di anime, centro propulsore di vita e, perch‚ sia tale, deve possedere requisiti non comuni e, soprattutto, onest… di sentire e disciplina interiore; ebbene, Vincenzo Vivaldi ebbe in sommo grado questi pregi; in tempi oscuri, quando la scuola era sbandata e incerta fra le pi— mortificanti controversie, sotto l'influsso delle pi— disparate correnti ideologiche di una politica suicida che, spesso, ignorava la Nazione e la Patria, Egli inculcava nella mente e nel cuore dei suoi giovani il culto pei sacri valori dello spirito e della dignit… umana e, in specie, la fede incrollabile nell'ascesa dell'Italia, al cui risorgimento Egli partecipava con la passione di studioso e di convinto divulgatore del pensiero e dell'opera dei pi— grandi artefici...Ż. Angelo Vaccaro ne ripercorre rapidamente la vita e l'opera scrivendo: ®Non siamo soverchiamente teneri con i cosiddetti ®deificatoriŻ delle glorie campanilistiche; ma siamo del pari duri e guerrieri verso quanti dei nostri uomini e delle nostre glorie amino, come Š uso, scemarne e misconoscerne il valore per il bel gusto di farci passare, a qualsiasi costo, come gente inferiore da colonia. Vincenzo Vivaldi... quello che fu nella vita lo dovette... alla sua volont… e alla sua intelligenza; e fu tale l'affetto meraviglioso di questo sforzo e di questo amore agli studi che, a sedici anni, gli consentirono di dare lezioni ai ragazzi del ginnasio e, poco dopo, anche a quelli delle classi pi— elevate. Con una preparazione formidabile che pi— tardi vi riveleranno, con l'accentuato acume critico, una pi— chiara visione e consapevolezza della nostra coltura e della nostra letteratura in special modo. Con altri giovani amici fond•, allora, il giornale ®Il VentilabroŻ che divenne come il campo delle sue prime battaglie e che ne rivelarono al pubblico le eccezionali virt—di studioso e di critico. Poi, l'aquilotto apprest• le ali per maggiori trionfi. Si diplom• maestro, come per crearsi una sicura base di volo per le incognite della vita. Allora, l'essere maestro non poteva diminuire il valore di un uomo ma l'accresceva. Oggi, la gran parte dei maestri sono professori, ma Š problematico se siano degni del gran nome di ®maestroŻ, l… dove i vecchi nostri, come il Vivaldi, senza chiederlo, per il loro intrinseco valore, venivano elevati all'onore di una cattedra nei licei. Sostenne un concorso per titoli e si ebbe l'abilitazione all'insegnamento nelle scuole tecniche, aiutato, in questo, da Giovanni Bovio che delle prime prove dell'aquilotto era rimasto pi— che entusiasta e che vi vedeva anzi la buona stoffa per pi— sicuri trionfi. Aveva 25 anni appena. Fu mandato ad insegnare nel ginnasio di Monopoli e, nel 1886, gli veniva conferita l'abilitazione all'insegnamento nei licei ed istituti tecnici superiori. Venne assegnato a Catanzaro, titolare di due cattedre: liceo ed istituto tecnico; insegnamento questo che proseguŤ, ininterrottamente, fino alla morte. Non crediamo di esagerare affermando come questo suo spirito di campanile costituŤ l'ostacolo per il suo pi— certo avvenire. Se avesse ceduto alle affettuose insistenze di Francesco Fiorentino, non gli sarebbe mancato il degno posto di una cattedra universitaria. Ma, rimanendo a Catanzaro, Vincenzo Vivaldi non si fossilizz•, e visse la ragione e le regioni dello spirito con quell'attaccamento che gli era ormai connaturato, come necessit… dell'esistenza. Solo per questo potŠ onorare i suoi giorni di indefesso studio e di accurate ricerche che valsero a dargli quella giusta e degna fama che gli sopravvive. Scrisse molte opere e... sin dalla prima pubblicazione, gli erano pervenute lodi e consensi che potevano renderlo bene orgoglioso, anche se egli fosse, per sua natura, modesto ed umile pi— che non si dica. Zumbini, Graf, Mazzoni, Cocchia, Flamini, Croce... furono consensi bene apprezzabili dei quali, dicevo, non se ne impettiva punto. Quando si ritir• dall'insegnamento, il Liceo ®GalluppiŻ volle devotamente offrirgli una pergamena e, a sue spese, pubblicare il volume ®Calabresi illustriŻ. Una nota scordante e ricca di incomprensione certamente: alla sua morte, il prefetto del tempo neg• il permesso di tributargli, come era stata volont… del podest…, onori solenni, sotto il piccolo pretesto che ®non era stato fascista tesseratoŻ. I buoni fascisti se ne dolsero e disapprovarono. E la sana critica, quella che non Š fatta per gli spulciatori di sillabe ma per i discernitori sereni dell'altrui pensiero, gli ha concesso la fama in una serena somma di virt—nelle quali non sapremmo se meglio ammirare l'uomo o lo scrittore e, nello scrittore, se la chiarezza dello stile o la poderosit… delle argomentazioni. Mente elevata e cuore generoso, sentŤ tutta la bellezza di quei divini palpiti che sanno veramente eternare le opere dei grandi ingegni. Dalla organicit… del pensiero alla serena visione delle cose, sino all'intimo approfondimento del sentimento e delle visioni, Š tutta la lucente sua operosit… di scrittore e di critico. Nella critica, specialmente, la sua anima lascia la tradizionale scoria dell'erudizionismo per sfociare in quella vitalit… operante che costruisce ed innamora. I pi— ricordano, a proposito delle sue ricerche, la nota frase con la quale il Carducci volle onorarlo: ®Mi trovo di fronte a chiaro topo di bibliotecaŻ. E, come dicevo, tutto quanto fu e divenne lo dovette unicamente a se stesso: alla sua forza costruttiva ed alla sua intelligenza di autodidatta. E, direi, che la sua migliore opera resta nella buona e sacra memoria che gli sopravvive nei suoi tanti discepoli spersi nel mondo. Opere viventi, che di Lui portano le tracce luminose, nell'afflato di quel cosciente insegnamento che fece bene assurgere la sua scuola a palestra di pensiero e di virt—Ż. E la sua fu vera cultura, fu bisogno profondamente sentito di studiare e di conoscere. Spesso rimaneva per due o tre giorni chiuso nel suo studio, ignaro, pi— che incurante, dello scorrere del tempo, immerso in una dimensione diversa, tutta sua, in un colloquio costante con muti ma sapienti interlocutori. E a mia nonna, che dopo tre giorni osava penetrare nel suo sacrario, diceva accorato: ®Non mi fate leggere neanche un minuto...!Ż. Considerava la scuola, il ®GalluppiŻ, il ®TempiO del SapereŻ, il luogo pi— importante che vi fosse. E il pi— caro e sacro, e mai lo consider• con l'ottica del lavoratore scontento e sfruttato; e per andare a scuola indossava il suo abito migliore, il pi— adeguato alla solennit… del sito, la ®redingoteŻ. Con dignit… e correttezza svolse la missione affidatagli in seno al Comune e mai giunse a compromessi od ostent• ipocrisie. Ne Š prova un biglietto cosŤ concepito: ®Gentilissimo Signor Sindaco, Š meglio parlar chiaro. Abituato ad operare sempre in coerenza a quello che penso, non posso stamattina venire ad ostentare idee e convinzioni che sento di non avere. Mi abbia quindi per iscusato e mi creda. Vincenzo Vivaldi. Casa, 16 luglio 1906-CatanzaroŻ. Sino alla fine lucidissimo, cosciente e sereno. Agli amici che erano venuti a fargli visita e che si accomiatarono da Lui, quella sera del 4 febbraio 1940, promettendogli di ritornare il giorno successivo, disse pacatamente. ®La nostra giornata terrena Š finita!Ż. Quegli stessi furono richiamati, pochi minuti dopo quel sibillino saluto, sulla strada del ritorno alle loro case perch‚ Egli era morto. Mio nonno - sono convinta - seppe leggere sempre e soprattutto in se stesso ed avvertŤ l'ala della Morte, quella sera, perch‚ la rettitudine con la quale aveva sempre operato gli impediva di temerla. CosŤ Egli fu ed Š in coloro che lo conobbero e lo amarono. I consensi di chi ne studi• le opere, prestigiosi senz'altro, ma anche impersonali ed ®asetticiŻ, sono riportati nella storia della letteratura e saranno riportati in avvenire... dagli studiosi di buona volont…. Freddi ed obiettivi. I suoi discepoli gli vollero bene e scrissero di Lui, non per puro esercizio accademico, ma per rendere testimonianza di ci• che Egli rappresent•. Inconsapevolmente aggiunsero ai loro cospicui diademi la pietra preziosa di un articolo in pi— . Nel ricordo la sua figura vibra ancora ed ancora addita, a chi sa ascoltare, i veri valori della vita. Era nato in Catanzaro il... /:/Domenico Corradini. di Rocco e di Assunta Nicotera nato a Catanzaro il 4 novembre 1942 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956) Giulia Š una parola Nao sei, mas meu ser Tornou-se-me estranho. E eu sonho sem ver Os sonhos que tenho. Non so, ma il mio essere mi si rese estraneo, e io sogno senza vederli i sogni che ho. Pessoa, Abdicacao (Abdicazione) Un quartiere della citt… vecchia attraversato dalla via Tripoli, a quel tempo passaggio dell'arcivescovo in visita all'Educandato. E noi bambini a corrergli incontro per baciargli l'anello, nascondendo le spade di legno dietro la schiena. Quando nacqui c'era ancora la guerra. Mi piacevano le patate fritte, suonavano in bocca. La pianola la chiamavano organino, andava a manovella. Dalle finestre e dai balconi, palchi di un teatro povero, gi—a buttar monetine, uno scroscio, e l'omino a raccoglierle una alla volta, grazie grazie dicendo. I nonni, dai denti come giunchi, ci raccontavano che il regno dei cieli Š poggiato sull'acqua e per arrivarci bisogna prendere una barca e fare croc croc coi remi. Costruivamo il nostro mondo in un sogno di secoli. Sognavamo il cielo sospeso sull'acqua. Sulle barche si poteva mangiare, si poteva dormire. Ma quando era freddo nemmeno il pi— esperto marinaio avrebbe saputo come difendersi. C'erano noci sugli alberi. E gli alberi erano tanti, quanti erano gli uomini, vivi e morti. Non rest• che capovolgere una barca e metterla su un'altra diritta. Ogni noce, a tagliarla nel mezzo, dava due barche. Le case furono gusci di noce. Si entrava da una porticina. Di sera la porticina si chiudeva e si stava bene al caldo. I bambini crescevano. Sui mari delle pozzanghere giocavamo alla carica dei centomila girando intorno al palazzo del marchese. Il marchese aveva perso un occhio durante i bombardamenti. Il suo occhio lo rivoleva di diamante. Un giorno partŤ per l'America. Glielo rimisero di vetro. Una barca capovolta su un'altra diritta. Ancora una barca capovolta su un'altra barca diritta. E sulla cima del monte pi— alto dieci gusci di noce conficcati obliquamente, in modo che le punte di ciascun guscio si toccassero come lance dopo una battaglia vinta. Sulle punte dei dieci gusci altri otto. Poi sei e quattro e due. Sulle punte degli ultimi due gusci, un guscio bello e saldo. La torre ci sembrava toccare il cielo. Fu lŤ al Gelso Bianco, che trascorsi una parte della mia vita. Un giorno, da una grande stazione ferroviaria, partii per Dublino. Ci rimasi a lungo. Nevic• il primo di maggio e in una vetrina vidi le albicocche secche. Al mercato, nell'ora di chiusura, vidi mele marce rotolare nei bidoni della spazzatura. C'era un vecchio nel mio quartiere, e tutti lo chiamavano Principe perch‚ suo nonno entrava senza permesso nella reggia dei Borbone. Frugava tra i bidoni con guanti grigi. Frugava pezientemente. Appena gli pareva di aver trovato una mela buona, se la strofinava al cappotto. La mela splendeva, trapunta di macchioline nere. Il Principe pensava che anche le belle dame hanno qualche neo. Riprendeva il cammino con la sua mela in mano. E c'era il mondo in quella mano. Sapevamo del Caos, che all'origine dei tempi occupava tutto come la polpa di una mela dentro la buccia. La polpa aveva la compattezza di una pietra dura e liscia, nemmeno un forellino dove potesse nascere qualcosa. Il Caos voleva un figlio. Mancava il posto. Il Caos voleva amici che lo togliessero dalla sua solitudine. Mancava il posto. Il Caos si sarebbe accontentato di un verme che gli rosicchiasse l'anima. Anche per il verrme mancava il posto. Marcire era l'unico rimedio. E il Caos cominci• a marcire. Quando morŤ, la buccia della mela rassomigliava alla pancia di un agnello squartato in mezzo ai prati. Le vene del Caos si aprirono e ne uscŤ sangue raggrumato. CosŤ nacque la terra dei campi. Le ossa del Caos picchiarono l'un contro l'altro finch‚ non ebbero trovato una posizione di quiete. Dal midollo nacquero gli oceani e sugli oceani i continenti. Dagli occhi del Caos nacque la volta celeste. Un occhio per il giorno e uno per la notte. Dalla testa del Caos sprizzarono i suoi mille pensieri. Dai pi— complessi nacquero gli dŠi, dai pi— semplici gli uomini. Prima di separarsi, dŠi e uomini si preoccuparono che gli occhi del Caos rimanessero perennemente in alto. Fecero girare un cerchio di ferro per le pareti interne della mela, che torn• a gonfiarsi. Conficcarono chiodi lunghi e robusti nel cerchio, saldandolo al centro della mela e lasciando che la met… di ogni chiodo sporgesse a raggiera. La volta celeste si appoggi• mite sopra le punte della raggiera. E gli occhi azzurri del Caos, uno chiaro e uno scuro, brillarono per sempre di lass—. Tornai da Dublino portando alla pi— piccola delle mie sorelle un pupazzetto di maiolica, il pescatore di salmoni. Dove lo avr… sepolto? Da tanto volevo chiederglielo. Il pescatore di salmoni mi ostino a cercarlo nella sua casa. Invano lo cerco nelle cassettiere che confondono l'odore di spigo e di lino. Š affondato in un mare d'azzurro. Sembra un bambino tra i pesci. A scuola non trovai mai liete sorprese. Il mio unico amico si chiamava Giulia, la figlia maggiore di Gaetano Mascaro e della signora Emma. Giulia faceva lunghe assenze, finch‚ non si assent• per sempre. Yo el Rey, mi firmavo. E lei ricopriva il banco di arabeschi, ricami su un tombolo di lacca nera, sorridendo debolmente come si guardasse in uno specchio graffiato dalla sua tristezza. Mi dissero che al manicomio Giulia non riconosceva nessuno, ed era inutile provarci. Quel giorno scrissi sul diario: ®Giulia Š una parola, regina della sua BabeleŻ. I tram, allora, smettevano a mezzanotte e all'alba riprendevano. Solo nelle ore del sonno non si viaggiava. Il tram di mezzanotte chiudeva la giornata. Dove conduceva l'ultimo viaggio? Dai merli del palazzo del marchese, attraverso il lucernario, arrivava di sera il segnale per Salvatore, conosciuto come don Turi el conquistador perch‚ aveva navigato nel Golfo di Biscaglia. Salvatore cercava subito un amico e gli metteva in mano un paio di nacchere: ®Vamos a castanetearŻ. E andavano. L'amico batteva le nacchere con l'aria di chi stesse suonando lo scacciapensieri. Per non fare rumore, don Turi usava scarpe ricavate da un copertone d'automobile. Era esperto in rasoi e tre volte alla settimana insaponava e radeva quelli di casa che ne avevan bisogno. I marchesi dormivano. La cameriera aspettava timorosa sulla porta. Il battitore di nacchere continuava indomito senza badare al tempo. Si sentiva sollevato da ogni incombenza non appena el conquistador ricompariva per strada. Cinque centesimi per il servizio. Il servizio finŤ quando la cameriera rimase incinta. Salvatore prese il rasoio e ridusse in pezzettini le scarpe di copertone. Spos• la cameriera in modo che il figlio nascesse con tutte le regole. Il giorno stesso del matrimonio partŤ per Napoli. E si seppe che da lŤ si era nuovamente imbarcato. Il figlio nacque e venne tenuto a battesimo dal marchese, col nome di Rosario. All'eta di quindici anni, Rosario ebbe l'onore di insaponare e radere il marchese afflosciato sul letto con entrambi gli occhi freddi. Giovanni era fratello di don Turi. Dopo circa un anno d'assenza ritorn• dalla collina con una giovane moglie. Maddalena aveva i capelli lunghi e ricci, li pettinava al mattino con un pettine d'osso a denti strettissimi e diceva che era pi— facile pettinare una pecora. Di aspetto florido, prometteva figli in abbondanza. Al suo paese la consideravano stramba per essersi messa con Giovanni, sifilitico. I primi tre parti andarono bene. Al quarto, Maddalena pianse. Giovanni tagli• col coltello il cordone ombelicale e lo leg• con una lenza da pesca. Raccolse da terra una massa informe di carne che si gonfiava e sgonfiava come un polmone. La stese sopra un cesto, cal• il cesto nel pozzo dell'aia e spieg• a Maddalena che aveva partorito un pesce, che il pesce non sarebbe morto nell'acqua del pozzo, che il padrone del pozzo era lui e che i falchi non si azzardassero ad avvicinarsi al pozzo, gli avrebbe strappato il collo con le sue mani. L'acqua del pozzo brulicava grigia. Giovanni la fissava per ore spiando se si dondolava in un movimento pi— fondo. Una vita abbozzata che non aveva chiesto di nascere. Di tanto in tanto il Principe si offriva di fare qualche servizio presso la famiglia di Gaetano Mascaro. Ci guadagnava il pranzo. Una mattina, dopo la scuola, accompagn• ai giardini pubblici la seconda figlia dei Mascaro, la piccola Maria. Raccolsero pinoli, gettarono sassi nel lago dei pesci e si misero a giocare con un mazzo di carte sopra un muricciolo. Cadde una carta e Maria cadde nel vuoto per afferrarla. Il Principe strinse tra i suoi guanti grigi le mani di Gaetano Mascaro e lo implor• con occhi febbricitanti, altrimenti ci avrebbe pensato lui: possedeva una pistola con canna lunga e l'impugnatura di noce lavorato. Gaetano Mascaro rispose che non era pi— tempo di pistole, semmai si procurasse una pistola ad acqua per divertire la piccola Maria quando fosse guarita. Con le pistole ad acqua, mentre Giovanni e Maddalena se ne stavano muti a guardarci, cercavamo nel pozzo il pescebambino inseguendone i giri. E intorno si formavano paludi, paludi. Intorno c'era un mondo dove il fare dava luce ad un sogno, nel ronzio dei secoli. Avevamo graffiato le rocce con le punte dei nostri coltelli. Sulle rocce i cerchi indicavano isole. Le croci segnalavano i pericoli. Un alfabeto di pietra eravamo riusciti a creare. Occorreva un nocchiero che se lo ricordasse. E il nocchiero eri tu, Giulia. La moglie aveva partorito otto volte e ogni volta una femmina. Altieri era un avvocato di grido con la passione per l'astrologia. Perse la pazienza e da un suo cliente imputato di omicidio si fece consegnare la pistola. ®Se sparo Š per legittima difesaŻ diceva. Spar• in aria dinanzi alla levatrice mentre fumavano le pentole d'acqua a bollore e la governante preparava la stanza del parto ricoprendo il mobilio con lenzuola di bucato. Il nono figlio fu un maschio. L'avvocato Altieri si affacci• al balcone annunciando che il raccolto era stato buono, propiziato da stelle benigne. Spar• ancora. ®Una terra che ha prodotto sempre cipolle produrr… sempre cipolleŻ, pens•, ®a meno che non venga fecondata da un'altra seminagioneŻ. La moglie dormiva. Non si accorse di niente. Neppure la strada si era accorta di niente, chiusa in un sonno bianco come il gelso. Aveva cinque piani l'albergo in cui cominci• a lavorare dopo la fine delle scuole elementari. E c'era un ascensore ingabbiato nella tromba delle scale. Rosario, il figlio di don Turi el conquistador, pigiava i bottoni e gli sembrava di comandare una mongolfiera. La madre di Rosario, morta anche la marchesa, si era fatta sarta. Mandava l'ago in su e in gi—con velocita sorprendente. Un incendio distrusse l'albergo. Rosario divenne disoccupato. Cerc• qualcuno che l'assumesse. E parendogli di aver trovato una via perch‚ un giorno il direttore di una banca, ex cliente dell'albergo, si era premurato di chiedergli se sapesse manovrare ancora gli ascensori, torn• a casa pieno di speranza. La madre gli disse che quella del direttore non era una via. Rosario impar• il mestiere del falegname. Una volta alla settimana girava per le case raccogliendo olio fritto in un coppo di latta. L'olio fritto serviva in bottega. Solo la domenica, lungo la gradinata della Scesa della Misericordia, a due passi dal Gelso Bianco, guidava ascensori. Prendeva una larga tavola dura e l'insaponava col grasso di sugna. Dal primo all'ultimo gradino si reggeva in equilibrio seduto sulla tavola, con le braccia e le gambe rannicchiate all'altezza del petto. Poi rimontava la gradinata portandosi a spalla il suo ascensore di legno. Rosario smise di chiedere olio fritto quando venne la moda del tek. Chiuse la bottega e riuscŤ a farsi assumere come spazzino comunale. Non butt• via il coppo. Lo mise su una mensola dinanzi all'immagine dell'Addolorata e lo riempiva coi fiori ancora buoni che trovava nei bidoni della spazzatura, dove il Principe continuava a frugare sferzato dal vento mattinale. Sulla mensola, accanto all'Addolorata, tra vetri incorniciati col nastro isolante, c'erano le fotografie di don Turi e del marchese. Giovanni e Maddalena abitavano quasi uscio a uscio con Rosario e la madre. Ma non misero mai un fiore nel coppo. Appoggiati al pozzo, sicuri che i falchi non si sarebbero azzardati a venire, guardavano con mestizia l'acqua nel fondo tremolante. L'acqua rispecchiava un cerchio di cielo. E nel cerchio passava la luna. Giovanni non sopportava che il fratello, lui che per morire era ancora troppo giovane, stesse insieme a un morto, insieme al marchese dall'occhio di vetro. La madre di Rosario invecchi• cucendo dalla mattina alla sera. Solo da vecchia, come se il suo passato appartenesse a un'altra, il pensiero che Rosario era figlio del marchese non le gel• pi— il cuore. Giovanni e Maddalena invecchiavano intorno a quel pozzo. Nel pozzo vedevano gelare e fiorire le stagioni. La casa di pietra del pescebambino era la loro casa. Al sesto giorno della luna nuova recidevamo un ramo di noce. E cominciava il sacrificio delle mosche che avevamo preso con le nostre abili mani. Infilzavamo le mosche con un lungo spillo. Poi appoggiavamo lo spillo su due forcelle. Alle estremit… dello spillo attaccavamo due lacci, e i due lacci a due cuscinetti a sfera. I cuscinetti giravano e girava lo spillo. Sotto c'era il fuoco. Le mosche arrostivano. A furia di sacrificare mosche, il cielo si era popolato di bestie. Qui il Toro e l'Orsa e il Capricorno, l… il Sagittario e il Leone e anche i Pesci tra le stelle. Tutti gli animali si inseguivano nell'acqua del pozzo e al centro danzava il pescebambino. Bisognava mandare qualcuno in cielo a far piazza pulita. Lo dicemmo a Giulia e lei promise di rendere terso il cielo. La chiamammo regina e l'aiutammo a salire. Sorrise mentre saliva, e ilare era il fumo che avvolgeva lo spillo delle mosche arrostite. Saliva la regina dell'alfabeto sulla torre costruita con gusci di noce. Saliva sull'ultimo guscio bello e saldo, come una nave mercantile che lascia maestosa il porto. Salpava verso il buio eterno. Giovanni e Maddalena vegliavano la notte. Quel giorno che nevic• a Dublino il primo di maggio, nevic• anche sulle croci celtiche. Le croci celtiche hanno cerchi tra le braccia. Sul mare diventano zattere. Lasciando il porto di Dublino, accanto alla maiolica del pescatore di salmoni avevo in valigia un bardo di stoffa. Si copriva la testa con le mani, impaurito. Temeva che da un momento all'altro potessero spezzarsi i fili che tengono sospeso il cielo. Le croci celtiche, che spuntavano numerose da ogni villaggio, anche dalle aspre scogliere sull'Atlantico, reggevano cosŤ bene il cielo che i gabbiani volavano come dentro un vetro soffiato. Tra i rododendri e i cespugli di biancospino era gi… estate alla mia partenza. Il sole aveva sciolto la neve sui colli, l'aveva sciolta sui tetti delle case, sulle palizzate che recintavano i campi, sui becchi degli uccelli di lago, sugli occhi di ferro dei soldati alla dogana. Faceva freddo nel buio della galera. Ma l'avvocato Altieri non si curava di niente. Aveva la coscienza tranquilla, si considerava vittima dell'ipocrisia. Continuava i suoi studi astrologici con una lampada ad acetilene. I gendarmi lo canzonavano. ®Che fai con quella carta del cielo?Ż. ®Ho scoperto che nell'universo i corpi cadono verso il basso. Ve li sospinge la forza dell'aria, la forza di repulsione. E se si potesse togliere tutta l'aria da questa cella, io affermo che il mio corpo galleggerebbeŻ. ®E il compasso a che ti serve?Ż ®Rovescio la terra di centottanta gradi, l'emisfero boreale lo metto al posto dell'australe. Poi prendo ago e filo. Ogni meridiano lo cucio al meridiano accanto, ogni parallelo al parallelo accanto. Alla fine mi ritrover• con due capestri per il vostro boia. E per completare l'opera taglier• la striscia di cuoio che avvolge la terra lungo l'equatore. Ne far• una cintola per mia moglie, se la sua pancia dovesse gonfiarsi ancora di un figlioŻ. Andai a trovarla col padre e la madre. Gaetano Mascaro e la signora Emma portavano negli occhi una leggenda di guerra. La piccola Maria aveva preferito restarsene a casa, una rara tenerezza univa le due sorelle. La stanza era stretta e lunga. Dava su un corridoio stretto e lungo. E su questo corridoio davano altre stanze simili a un tunnel. I medici indossavano camici bianchi. Biancovestite anche le suore. Solo le malate in abiti variopinti. Tra loro si chiamavano madamigelle. Madamigella Giulia chiedeva ogni mattina che preparassero il suo cavallo di razza per guidare i centomila nella carica decisiva. Ogni mattina felice, perch‚ mille cavalli erano partiti all'attacco. Di notte, come una cicala nella calura, singhiozzava fino al tormento. Lungo una fiumara prosciugata, bianca sotto il sole estivo, io correvo per raggiungerla. In mezzo alla fiumara, una casa con figure senza volto. E Giulia era l…, bionda. Guardava nel vuoto, lo sguardo fermo come il bianco della fiumara. La guardavo ma non mi guardava. Le dicevo: ®Uno sguardo, uno sguardo soltantoŻ. Mi rispondeva: ®Š inutile, non posso guardarti. Vengo da un lungo viaggio. Vengo da un guscio di noce. Guai a toccarmi, rabbrividirei come le foglie secche quando le agita il vento o il fuoco le bruciaŻ. Le dicevo ancora: ®I sassi ti soffocano. Anche d'inverno, con la fiumara in piena, l'acqua scivola sui sassi, non ti dissetaŻ. E ancora mi rispondeva: ®Presto me ne andr• sulla Montagna GrandeŻ. Gamarro era venuto da lontano. Lo chiamavano Gamarro lo spagnolo, o pi— semplicemente il forestiero. Tra i denti radi e luminosi, come da una grotta di stalattiti e stalagmiti vive, la voce gli usciva insieme alla tosse. Da bambino, Gamarro aveva avuto una febbre altissima e il fuoco nei polmoni. Ma era guarito. Forte nelle spalle e nelle mani, riusciva a sollevare un torello di dieci mesi e a rompergli l'osso del collo torcendolo per le corna. Sul fianco sinistro, all'altezza della milza, un elastico di pelle bluastra. La cicatrice gli ricordava il padre, il tono delle sue parole dopo il colpo di trincetto: ®E non toccarle, le moneteŻ. Pi— in gi—, sulla coscia, una macchia da ustione. Era da un'amica per un po' di festa, con una bottiglia di porto. All'improvviso le fiamme su ogni cosa. Gamarro vuot• la tinozza d'acqua e anche il paiolo con la minestra al prosciutto. Accorse il marito dell'amica, richiamato dalle grida. Prese un tizzone ardente e si scagli• contro Gamarro. ®Difendimi, mio Dio, difendimiŻ, diceva Gamarro. E ammazz• il marito dell'amica con un calcio al basso ventre. Spieg• poi che quell'uomo meritava di tornare nella pancia della madre. Gamarro aveva la sua dimora all'aperto, nel cimitero. Dormiva accanto alle reliquie di San Giacomo. E ogni volta che si girava per cambiar posizione, pensava che anche le ossa di San Giacomo si muovessero. Dopo San Giacomo, Gamarro era il padrone del cimitero. Suo il campo, e sua la stella che brillava come per trafiggere la notte. Quando la sua stella gli sembr• una cometa con la testa volta a Oriente, Gamarro capŤ che doveva lasciare l'estrema regione della Spagna dove il sole muore. Le ossa di San Giacomo avrebbero continuato a muoversi. Col freddo si sarebbero ritirate di qualche millimetro, col caldo allungate nuovamente. PartŤ con un cintolone a cui aveva fatto una tacca col trincetto, in ricordo del marito dell'amica. PartŤ e trascorse cinque anni da randagio. Vedeva una capanna di pastori e la conquistava. Pretendeva che lo servissero, il letto gli piaceva caldo di donna. E chi non ubbidiva, un'altra tacca nel cintolone. Si imbarc• clandestinamente su una nave. Fece amicizia con don Turi. E don Turi gli consegn• un pacchetto per Rosario. Giunto sulle rive del Tirreno, torreggiando su una scaletta secondaria della nave come un ammiraglio sulla plancia, Gamarro si dette un'aggiustata al cintolone e cont• ventitr‚ tacche. Attese la sera fumando foglie secche. Il sole tramont• sul mare. Gli sembr• di essere ancora nel cimitero accanto a San Giacomo. Riprese il viaggio inerpicandosi su una montagna. E sulla cima, mentre lo Jonio si allargava per tutto l'orizzonte, si ferm• dinanzi a un tabernacolo della Madonna. Sul marmo del tabernacolo c'era scritto che la Madonna aveva resuscitato un uomo dopo diciassette giorni. La notte fu fredda e caldo il mattino. Gamarro si convinse che la Madonna, per compiere il suo miracolo, aveva esposto il corpo del morto per diciassette mattini al sole violento. La Madonna poteva forse resuscitare anche i ventitr‚ del cintolone. Per• Gamarro non sopportava di rivedere tra i vivi colui che l'aveva ustionato con un tizzone mentre spegneva l'incendio. SŤ, la casa non era sua. E nemmeno la donna. Ma era stato lui a riverniciare la casa. E a lui la donna voleva bene. Al Gelso Bianco, Gamarro lo spagnolo consegn• il pacchetto di don Turi. Rosario ne fu meravigliato. Il padre lo conosceva solo in fotografia. E adesso, chiss… da dove, gli mandava un regalo. Fu indeciso se legare il pacchetto a una lenza e calarlo nella casa di pietra del pescebambino, per giocarci come alle giostre. Poi lo aprŤ senza entusiasmo. Avvolto tra giornali, c'era un piccolo diamante lavorato. Rosario lo strinse tra le dita e pens• al marchese. Se lo meritava dopo tanta attesa. Giovanni vide splendere il diamante sull'altare bislacco. Il diamante era del fratello e Rosario non era figlio del fratello. Smont• l'altare lasciandovi solo l'immagine dell'Addolorata. Disse a Maddalena che sicuramente il fratello stava ancora navigando in buona salute. Infine strapp• il diamante dalla fotografia del marchese e lo gett• nel pozzo al sorgere della luna nuova. Il pescebambino si dondol• nel cerchio della luna. Tornato al Gelso Bianco, don Turi si mise a commerciare in generi alimentari. Gli affari procedevano a meraviglia. Don Turi comprava la roba senza curarsi di dazi e ufficiali sanitari. Una parte la vendeva al dettaglio, un'altra l'ammassava in un garage aspettando che i prezzi aumentassero. A chi lo chiamava strozzino, spiegava che per comprare la roba ci vogliono ore di contrattazione, ore per caricarla e scaricarla, ore per difenderla da topi e insetti. Un giorno mont• sul camion col tendone ben chiuso e dentro un puledro della sua stalla. Gli amici gli chiedevano dove andasse, se a Napoli per imbarcarsi nuovamente o a Valverde in cerca della signora Bella. Don Turi prima nitriva, e nitriva nel tendone il puledro, poi diceva che andava a Roma per portare la bestia in dono all'esercito. A Roma le ragazze scesero dal camion e puzzavano di puledro. Anche per questo costavano meno delle altre. Dopo circa un mese, don Turi accompagn• le ragazze alla stazione perch‚ tornassero a casa. Rimont• sul camion e rifece da solo la strada all'indietro. Il puledro l'aveva legato a un paletto, vicino a una caserma. Pens• alla serva del marchese, che l'aveva tradito. Pens• alla signora Bella, al marito grasso che masticava peperoncini pizzicanti per sentire meglio il sapore del vino fresco. Penso alle notti passate a Valverde quando il marito della signora Bella era in giro per le fiere. Pens• al regalo che le avrebbe portato per il Natale. Il vento mandava bianco nel cielo, aria fredda nel freddo. La strada per Valverde correva tra abetaie e paesini. Don Turi era indeciso se tornare indietro, ridiscendere la schiena del monte verso la citt…. Ma la neve lo inseguiva e gli dava solo la possibilit… di perdere. Come a quel pastore che perse la casa perch‚ il padrone l'aveva affittata a un industriale del burro, e lui era rimasto tre mesi al pascolo sicuro che il giorno del suo rientro sarebbe stato un sabato. Come a quel contadino che era alla finestra aggiustandosi le unghie col coltello da potatura e gli spararono una fucilata. Non voleva vendere le sue arance a uno stabilimento di confetture e gli si schiantava il cuore immaginandole tra gli ingranaggi delle macchine, impastate nello zucchero, peggio del latte e miele che era costretto a bere caldo per la sua bronchite. Il cavallo di don Turi, il cavallo che preferiva per le grandi occasioni, si impenn• ed emise un urlo. Sembrava che dalla sua gola uscisse una cascata d'acqua. Penetr• il vento nella sua gola e la cascata continu• a scendere. Il muso del cavallo non si chiuse pi— . La signora Bella era stata soffocata dal marito nel bagno. Don Turi si dedic• esclusivamente al commercio di grassi animali. Diceva che se le patate fritte fanno croc croc in bocca, Š per il grasso buono e non per i denti. Mise su un capannone con molti barili di grasso. I barili glieli costruiva un artigiano con legno di rovere e di castagno. Nei barili di rovere c'era il grasso pi— costoso, quello di balena e di foca. Quando si ricordava della signora Bella nella cascata d'acqua, del cavallo sgozzato dal vento, don Turi avrebbe preferito che tutto il suo grasso imputridisse pur di tornare a Valverde come un tempo o di navigare nel golfo di Biscaglia. I binari sapevano di pazienza, sopportavano la notte. Agitando la torcia elettrica, il capostazione dette il via. Dalla finestra della sua stanza, al quarto piano del manicomio, Giulia seguiva lo sfilare dei vagoni contro gli alberi. Nell'alba che tardava, il suo respiro si perdeva in un cuore vuoto. Il treno andava sulla Montagna Grande. L'ultima stazione si trovava in un paesino di boscaioli, un centinaio di persone fiere nel portamento come aquile reali. Giulia aveva un paio di scarpe strette, troppo strette. Ci stava male. Ed era un modo per sentire male solo ai piedi. Quando il treno scomparve, Giulia si accarezz• i capelli e le sembr• di accarezzare la piccola Maria. Bianche e lisce, le mani di Giulia assomigliavano a fazzoletti di lino dopo il bucato. Il viaggio pi— lungo che feci con Giulia fu per andare alla marina, curve a scendere e a salire, su una bicicletta a motore noleggiata un giorno senza voglia per la scuola. Mi disse: ®La tua Giulia partir… per tre bianchi giorni, la luna mi chieder… perch‚ ho perduto tanto tempo e le risponder• che sono stata sopra la bianca rocca della Montagna Grande e ho perduto il mio tempo a contemplare il midollo delle mosche infilzate con lo spilloŻ. Il viso di Giulia era come una mela incastonata nella curvatura del cielo. E mi sentivo piccolo nella via lattea, e piccola era la mosca che all'alba tormentava il lattaio sugli scalini della mia casa. Mi disse anche: ®La tua Giulia finir… con l'ultima palata di neve, ultimo cesto di fiori freschi. C'Š un gelo eterno sulla rocca della Montagna Grande. Il mio midollo si Š ghiacciato, annacquato il mio sangue. Avvolgetemi in un telo, rimarra impresso del mio pallore. E poi portatemi tra le figure senza volto, laggi—nella fiumaraŻ. Al ritorno dalla marina, Giulia volle fermarsi davanti alla casa dove era morto il nonno ed era nato il padre, una casa ormai abbandonata ai racconti di guerra. AprŤ l'uscio e la luce primaverile si rassegn• subito al buio della stanza d'ingresso. Sull'erba che circondava la casa, come tra le onde il passaggio veloce dei pesci, si muoveva un esercito di ricordi. Giulia aveva i capelli color del giunco secco. Sui libri di scuola, ai margini o tra le righe, dovunque trovassi una strisciolina buona, scrivevo per lei un libro e per lei disegnavo. Scrissi che l'ultima arca non salp• dal mare. Scese da una montagna di fumo. E poich‚ c'era aria di zolfo, per paura che la ciurma si ammutinasse e gli animali non figliassero, le porte e le finestre dell'arca vennero sigillate. Scrissi che il fumo dur• giorni infiniti nel cielo, rossastro, velenoso. Scrissi che il mondo era rimasto chiuso in quell'arca. Il libro dei miei racconti e dei miei disegni avrei dovuto regalarlo a Giulia alla fine dell'anno, l'ultimo giorno. Le dicevo che un giorno Š lungo, con le sue ore e i suoi minuti. Mi rispondeva che avrebbe aspettato l'ultimo secondo nel soffio di un bacio. Nell'ultimo bacio che detti a Giulia, fu come se un lembo della sua pelle volesse rimanere attaccato alla mia. Ma ormai Giulia non aveva pi— pelle per me. Se n'era servita per cucire le vele al suo bastimento, ad una falce che da poppa a prua scivolava sul ghiaccio. Doveva arrivare nell'estrema regione delle acque, dove il cielo indulgente si adagia. Il libro di Giulia si perse tra i banchi di scuola. E non potei suonare a distesa tutte le campane che vi avevo disegnato. Anche i bicchieri li disegnavo a forma di campana. Per bere bisognava rovesciarli, altrimenti nascevano dei laghi tra il pane bianco e l'insalata di radicchio. La gabbia che mio padre mi aveva comprato di bamb—, con dentro un passerotto, era una campana nella tinozza da bagno. La mandavo in su e in gi—con la mia mano liquida. E in quell'ultimo bacio Giulia mi disse: ®Io sono la luna dei tuoi sogni di ragazzo. Per• la luna non si lascia prendere. Pi— ti avvicini e pi— ti sfuggeŻ. ®Ascoltami, o SignoreŻ, ripetevo tra me,®ascoltami e non farla morire, non su questo palco addobbato con lenzuola d'ospedale, non su questo letto che pare un antico castello e non si capisce se sia un trono di piume o un circo o un'escrescenza, ascoltami Signore, e la croce che si porta addosso non metterla sul coperchio della sua arcaŻ. Il nonno di Giulia era anarchico. Lo chiamavano Spaccamontagne perch‚ lavorava nella fiumara a rompere le pietre che poi sarebbero servite ai muratori. In chiesa ci andava due volte l'anno. La notte di Natale gli piacevano i canti dei bambini che annunciavano la nascita di un bambino come loro, sotto il cielo blu attraversato dalla stella cometa, quasi una scimitarra appesa alle altre stelle. La domenica di Pasqua gli piaceva il suono delle campane dopo due giorni che non suonavano. Era coi preti che Spaccamontagne non se l'intendeva. Li considerava superflui. Solo per don Pietro aveva rispetto. Si incontravano sempre al sabato sera. Spaccamontagne scherzava: ®Voi avete fatto il voto del celibato e non quello di castit…, perci• potete andare liscioŻ. Scherzava pure don Pietro: ®Voi sognate la carica dei centomila, son bastati quattro fantocci e la lupa Š diventata un agnelloŻ. Quando in citt… arrivava qualche gerarca, Spaccamontagne lo mettevano in prigione il giorno prima e ce lo tenevano finch‚ non si fosse spenta l'eco dell'ultima adunata. Una volta, uno di questi gerarchi si ammal• e dovette rimanere in Prefettura per tre settimane. Anche Spaccamontagne allung• di tre settimane la permanenza in prigione. E a don Pietro che era andato a trovarlo, disse: ®Loro non vanno liscio, purganoŻ. Un'altra volta ci furono grandi preparativi per un gerarca pi— importante. Spaccamontagne si accorse che i preparativi erano cominciati non appena il gendarme lo svegli• di buon mattino. Presero insieme il caff‚ accanto al braciere. Il gendarme fece per leggere un foglio. Spaccamontagne l'interruppe: ®Lasciate, il vostro foglio lo conosco a memoria. Ma prima o poi arriveranno i centomila e saranno centomila assi di spadaŻ. Chiamato per l'occasione a dare una mano all'arcivescovo, don Pietro non pot‚ visitare Spaccamontagne. Gli invi• un biglietto: ®Adesso comanda il re di bastoniŻ. Gaetano Mascaro fu battezzato da don Pietro all'insaputa del padre. Quel giorno don Pietro sollev• il calice col vino e l'ostia come se stesse rivolgendosi a Spaccamontagne: ®Ecco la coppa offerta per l'eterna alleanza tra i poveri del mondoŻ. Ma un altro battesimo, Gaetano Mascaro doveva ricevere. Aveva diciassette anni e da almeno dieci gli ronzava nelle orecchie la frase di Spaccamontagne: ®Arriver… la carica dei centomila assi di spadeŻ. Un pomeriggio, mentre la radio suonava marce militari, Gaetano Mascaro uscŤ in fretta. Attravers• tanti vicoli serrati da due file di case, ciascuna casa con il suo colore, quasi per rispetto delle case vicine. E finita la Scesa della Misericordia, sbuc• dove comincia il burrone e si vede il mare. Un uomo martellava il cuoio a piano terra. Senza smettere di martellare, fiss• a Gaetano Mascaro un appuntamento per l'indomani. Ci sarebbero stati anche altri e lo avrebbero messo alla prova. Via di corsa. Ormai il figlio di Spaccamontagne, in una strana vigilia di festa, sentiva che il distintivo dei centomila era attaccato al suo maglione con uno spillo di sicurezza. Sentiva dentro di s‚ la forza della vita. E immaginava i giorni avvenire caldi e gonfi. Giunse il momento di don Pietro. Con due valigioni in mano, senza voltarsi, don Pietro salŤ sulla corriera. Sapeva che non c'era nessuno a salutarlo, neppure Spaccamontagne che per via della guerra era dovuto sfollare presso alcuni parenti boscaioli, lui che amava le fiumare. Per le continue lamentele del podest… e del prefetto, l'arcivescovo aveva trasferito don Pietro in una parrocchia sperduta, a Serrafiorita. Sul camino della nuova canonica don Pietro fece mettere un targone con scritto ®Solo il pensiero luceŻ. Pass• molti mesi accanto al fuoco che si alzava come battiti irregolari da ciglia. Poi la sua vita si moviment• con l'arrivo in canonica di due ebrei, un professore e la moglie. A don Pietro parve che grazie a loro, venuti a Serrafiorita per paura dei tedeschi, fosse tornato in campo contro l'arcivescovo e il podest…. Lo sbattessero anche in galera quei buffoni vestiti da corvo, lo accusassero anche di cospirazione, meglio la galera della solitudine. Il professore leggeva libri di latino e di greco. La moglie curava la sua pelle. Gir• tutta Serrafiorita in cerca di saponette profumate. Dovette accontentarsi del sapone di grasso animale. Mentre il grasso bolliva, lasciava cadere nel pentolone scorze d'arance. I due ebrei si adattarono presto alla gente di Serrafiorita. Comprarono una casa e da lŤ pi— non si mossero. Stordito dalla noia, don Pietro sogn• qualche volta soldati in processione. Sogn• di conquistare una croce uncinata e di attaccarla a una pertica per tirar gi—le nespole dall'albero. Un giorno che Gamarro lo spagnolo si partŤ dal Gelso Bianco per andarlo a trovare, don Pietro gli chiese se i centomila erano arrivati e di altro non chiese. Gamarro rispose che stavano arrivando. E don Pietro tir• fuori la sua collezione di carte di spada. La teneva nel comodino, insieme alla fotografia di Spaccamontagne. Era una vecchia fotografia. Spaccamontagne aveva un cappello a tese larghe e un fazzoletto al collo. I suoi occhi somigliavano alle banderiglie del torero, come se stesse preparandosi per scalare il cielo e prendere la scimitarra che a Natale pende tra i monti. Gaetano Mascaro ebbe appena il tempo di scendere dal treno e di consegnare la sua valigia al deposito bagagli. Ritir• lo scontrino, un foglietto rosa con un numero, lo mise in una tasca della giacca, dove pi— tardi avrebbe faticato a trovarlo, e corse sulla piazza della stazione. Avvertiti del suo arrivo, c'erano alcuni amici ad abbracciarlo. Attesero che il sole calasse, parlando in dialetto. Poi presero la strada dei monti e cantarono canzoni tristi di guerra. Una sera Gaetano Mascaro scese dai monti. Al teatro davano la Cavalleria Rusticana. Durante lo spettacolo, Gaetano Mascaro ripens• al Gelso Bianco, al grammofono sul tavolo vicino la finestra, al suo letto da cui vedeva un rettangolo di cielo attraverso la finestra, alle tendine di pizzo attaccate ai vetri, al vetro che aveva rotto tirando il pallone contro il palazzo del marchese. Ripens• a suo padre Spaccamontagne, a don Pietro che smagriva accanto al fuoco del camino, a don Turi che si era messo in casa Rosario e lo teneva come un figlio perch‚ dopotutto portavano lo stesso cognome, all'avvocato Altieri che non riusciva ad aver figli maschi, ai figli che forse un giorno lui avrebbe avuto, al Principe in guanti grigi, all'acqua grigia in cui si perdevano gli occhi di Giovanni e Maddalena. Il Gelso Bianco sembr• a Gaetano Mascaro tremendamente ordinato nella sua selvatica volont… di vivere. Ma era lontano, un'ombra. In sala si accesero le luci. Gli attori vennero avanti sul palco levando in alto le braccia. Tra lo scrosciare degli applausi, Gaetano Mascaro incontr• lo sguardo di una ragazza. Le fece un cenno e l'aspett• all'uscita. ®I compagni mi chiamano FrecciaŻ. ®Io sono EmmaŻ. I tedeschi bombardavano senza sosta. La linea del fronte passava a pochi chilometri dalla casa di Emma. Bastava attraversare un bosco di faggi e si era dall'altra parte. Una mattina d'aprile cominci• una gran festa. Freccia scese dai monti con un plotone. Emma capŤ che era lui il comandante e ne fu felice. La stessa mattina, Emma era pronta a partire. Aveva infilato i suoi vestiti e le sue cose in uno zaino. Pens• di essere in ritardo e si tranquillizz• solo quando Freccia le corse incontro. ®Tua madre ti ha fatto gli occhi belliŻ. ®Mia madre Š morta sotto le macerie della chiesa, mio padre Š in Russia, se c'Š ancora, mio fratello era podest…, mia sorella Š scomparsa nel bosco di faggi, dissero che aveva con s‚ un messaggio per i partigiani e che mio fratello poteva salvarla e non volleŻ. Presero il primo treno in partenza. Era stracolmo. La gente si agitava, sventolava fazzoletti e bandiere, passandosi di mano in mano la bottiglia del vino. C'era Zapata alla stazione, un contadino che tutti chiamavano cosŤ. Salut• col pugno chiuso, in spalla il fucile e la zappa. Alla ricerca di un posto, Gaetano Mascaro e Emma arrivarono in un vagone che trasportava paglia. Sembrava di stare in aperta campagna, tra i rumori del vento. Bisogn• attraversare uno dei ponti sulla fiumara. Giulia era morta in manicomio. Il medico aveva detto che era morta ma dovevano passare ventiquattro ore per portarla via. Dopo ventiquattro ore il medico aveva acceso un cerino vicino al naso di Giulia. La fiamma non si era messa a danzare. E il medico aveva ordinato di portar via Giulia. La portarono nella sua casa. Gaetano Mascaro disse alla signora Emma e alla piccola Maria che negli occhi di Giulia era rimasta la storia di una lunga guerra, e che nessuno dimenticasse quegli occhi. La casa di Giulia stava sulla parte pi— alta del Gelso Bianco, accanto alla Chiesa. Il luogo le piaceva, il suono delle campane non le dava fastidio. Dal guscio in cima alla torre, la regina dell'alfabeto se n'era andata. Si era disfatta nel vuoto, oltre il chiarore della luna tonda che tremolava nel pozzo del pescebambino. Si era disfatta nella tenerezza dell'acqua. Il cerchio di ferro, coi chiodi piantati a raggiera, continuava a sostenere le pareti della mela marcita per il saggio pensiero del Caos. Ma in quella rotondit… brulicante di gente un vuoto si era prodotto. Forse per colpa degli dŠi che si erano addormentati. O forse perch‚ gli dŠi erano morti con l'ultima morŤa di pesci. Nei fondali marini, dove la sabbia rendeva l'acqua torba come il nerofumo su uno specchio, le anguille smisero di scivolare e non c'erano pi— dimore di cristallo. Enormi uccelli dalle ali nere e dal becco appuntito, abbandonando il carro dell'Orsa maggiore in cui altri uccelli enormi mandavano luce stellare dagli occhi, volarono dalla sorgente alla foce dei fiumi. I fiumi si gonfiarono, e parevano guerrieri che avessero preso gusto a combattere. Travolsero ogni cosa, e parevano cavalcare. S'inoltrarono per i prati, e pareva che desiderassero lasciare il loro cattivo umore ai piedi delle rocce. Nessuno si cur• dei massi sollevati dall'acqua. Si sgombrarono gli alberi dai detriti, e coi detriti ci si fece pietrisco da muratura per i vivi e i morti. La luna continu• a galleggiare tonda, tuffandosi e rialzandosi dietro ai monti. Poco dopo croll• la torre di noce, in silenzio. E nacque il quotidiano. Fu una giornata di croce. Mi sembr• che l'universo fosse fatto di barche, alcune piene di morti e altre in attesa di altri morti. Giulia era legata all'albero maestro, con una spada di legno in mano. L'albero maestro era una travatura dentata come il cintolone di Gamarro. L'elica girava come una stella filante. Le barche senza elica accompagnavano Giulia col croc croc dei remi. Giulia era partita dal Gelso Bianco con la trepidazione di un antico crociato. Sulla camicia le avevano messo una croce perch‚ le proteggesse il cuore. Col viso sull'arca di Giulia, pregavo: ®Ascoltami Signore, questa volta ascoltamiŻ. Pregavo perch‚ Giulia potesse tornare al Gelso Bianco trascinando un carretto con sopra un'armatura e dentro l'armatura il padrone della fiumara dove lavorava Spaccamontagne. L'armatura in chiesa. E don Pietro, con l'aspersorio e i paramenti sfarzosi, a calarla nella terra dicendo: ®Anche senza il padrone. Spaccamontagne si sarebbe guadagnato da s‚ solo la settimanaŻ. Cadeva pietrisco mescolato a calce sull'ultimo bastimento di Giulia. La luce del faro era lontana. Forse il guardiano del faro osservava i pescatori che si preparavano a prendere il largo, e forse i pescatori avevano acceso gi… le lampare. Dalle caverne, guizzando tra gli scogli, venivano i tonni. E dalla Montagna Grande scendevano i lupi, dalle colline le giovenche. Poi l'alba sul gelso del mio quartiere, sul tronco pieno di lattice, sui frutti dolciastri, sulle foglie di color verde tenue. Questo scritto Š l'alfabeto di una giovinezza. Forse. Nel ricordo di quando anch'io vivevo in una terra stretta tra il mare e i monti, lo dedico a tutti i miei compagni del Ginnasio-Liceo ®Pasquale GalluppiŻ di Catanzaro. E nel pi— tenero ricordo di ci• che volevamo essere e non fummo (mai divisi per le strade della vita), lo offro in dono a Nino Autuori, e la radio a galena l'aspetto ancora, a Franco Bertucci, ed era senza tempo il nostro spazio, a Ennio Nicotera, e al 2921 rispondevi ®a prestoŻ, e a mio fratello, e il nonno ci diceva ®il 6 NicolaŻ. (Dimore del Vento, Cascina, 6 marzo 1986) /:/Eugenio Ripepe. di Pasquale e di Bianca Rubino nato a Nicastro l'1 febbraio 1943 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1956/1957) L'incipit Š un interrogativo: e che c'entro io con tanti ex liceali chiamati a illustrare in un mosaico la storia del "Galluppi", presumibilmente per averne tenuto alto il nome? Non sar… la mia presenza qui dovuta ad una qualche forma di nepotismo-rectius: cuginismo - e cioŠ ai rapporti di parentela, oltre che di affetto, che mi legano ad Ezio Galiano? O il fatto di condurre oscuramente un oscuro mestiere (sempre meglio che lavorare, comunque) vale davvero a farmi scambiare per uno di quelli che hanno avuto successo nella vita? Non che solleticarmi, la cosa un po' mi preoccupa. Certo, l'invito a partecipare a questa specie di (auto)biografia del "Galluppi" non si pu• propriamente equiparare all'assegnazione del premio Nobel; e, sebbene la precisazione possa sembrare superflua, io non sono Montale. Nondimeno, di fronte all'invito, la mia reazione fu all'incirca quella attribuita a Montale all'epoca del Nobel ricevuto. Avrebbe infatti detto Montale (e comunque mi sono detto io): ®Ho sempre pensato che nella vita il successo arrida ai cretini. Non sar• per caso diventato un cretino?Ż. Per• Ezio mi ha poi pazientemente spiegato che scopo dell'iniziativa non era quello di mettere in vetrina ex allievi del "Galluppi" in qualche modo arrivati chi sa dove (per ritenersi ®arrivatiŻ, in effetti, bisogna proprio essere ®partitiŻ), ma semplicemente quello di raccogliere testimonianze e ricordi sul liceo dei loro tempi e sui loro tempi al liceo, da parte di rappresentanti delle varie generazioni di ex liceali: ma rappresentanti la cui rappresentativit… deriva dal loro sentirsi ancora e sempre legati alla propria generazione liceale, e magari dalla profondit… delle radici che continuano ad unirli - sia pure sotterraneamente, come Š ovvio, trattandosi di radici - agli anni decisivi della loro formazione culturale ed umana. E allora, se le cose stanno cosŤ, come farsi sfuggire l'allettante occasione di riandare ancora una volta col pensiero ai tempi del ®GalluppiŻ? I tempi del "Galluppi" (Galluppi Times appunto, si chiamava il giornalino che pubblicammo ®a quei tempiŻ, in uno spirito per la verit… del tutto disimpegnato e magari spiritoso solo nelle intenzioni; ma d'altronde perfettamente in linea con quello che era allora lo ®spirito del tempoŻ, o Zeitgeist che dir si voglia)... I tempi del "Galluppi", per ognuno di noi, sono naturalmente una cosa sola col "Galluppi" dei suoi tempi: col suo "Galluppi". Non Š difficile ritrovarli, quei tempi, per chi non abbia bisogno di mettersi alla ricerca di un tempo perduto che non ha mai perduto perch‚ se l'Š portato dietro, se l'Š portato dentro (ma forse chiunque avverta la necessit… di andare alla ricerca del tempo perduto, in realt… quel tempo lo ritrova in se stesso, e dunque non l'ha mai veramente perduto). Basta tornare ancora una volta a quello che Š per ognuno di noi il suo ®villaggio nella memoriaŻ, per rifarsi al bel titolo di un bel libro di Luigi Lombardi Satriani e Mariano Meligrana, a sua volta tratto dal passo di Ernesto de Martino che fa da epigrafe al libro (®alla base della vita culturale del nostro tempo sta l'esigenza di ricordare una patria e di mediare, attraverso la concretezza di questa esperienza, il proprio rapporto col "mondo". Coloro che non hanno radici e sono cosmopoliti, si avviane alla morte della passione e dell'umano: per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l'immagine e il cuore tornano sempre di nuovo...Ż). Ma il villaggio nella memoria Š spesso, o forse sempre, un villaggio della memoria. Non solo perch‚ le strade, le piazze, le chiese, le case vi acquistano dimensioni e suggestioni ben diverse e maggiori di quelle effettive (come diventano piccoli e squallidi i luoghi favolosi che ci portiamo dentro, allorch‚ ci accade di rivederli fuori di noi, attorno a noi!), ma perch‚, oltre all'estetica, anche la topografia, le distanze, le condizioni ambientali, tutto, insomma, Š come ricreato dalla memoria, che ne fa un collage di immagini, situazioni, stati d'animo intimamente connessi e unitari pur se appartenenti a luoghi, a stagioni, a tempi diversi e distanti tra loro. Questo insieme, irreale perch‚ non corrisponde ad alcuna precisa realt…, ha tuttavia una sua verit…, pi— piena di qualsiasi realt… storica o geografica: una verit… che Š la sola a contare per chi se l'Š inconsciamente costruita pezzo a pezzo sulla base delle esperienze e delle impressioni per lui pi— profonde e vive, dunque per lui pi— autentiche. Ma se l'Š poi costruita davvero lui, a sua immagine e somiglianza, o non Š piuttosto lui ad essere stato fatto da essa a sua immagine e somiglianza? Il villaggio della memoria, dunque. Nel mio, luoghi, immagini, persone, sentimenti si armonizzano in un ordine forse oggettivamente discutibile, ma non del tutto arbitrario, se dalle dissonanze nasce un'armonia. N‚ l'armonia Š determinata solo dall'azione selettiva e manipolatrice della memoria, che pietosamente attenua, compone, rimuove, sceglie fior da fiore. Prima ancora di sorgere come tale nel mondo della memoria, quello che sarebbe diventato il villaggio della memoria gi… forse ci appariva diverso da quello che era davvero allora, quando rappresentava il nostro presente, e non ancora il nostro ®mondo di ieriŻ. Perch‚ era in realt… il sabato del villaggio quello che noi vedevamo e vivevamo: la vigilia, e come un'illusoria prova generale della domenica della vita. Il villaggio della memoria... Il monte di Tiriolo visto dal marciapiede che costeggia il muro del castello-carcere (un castello non kafkiano: nessun agrimensore anel• mai ad entrarvi, per quanto lo meritasse; eppure ugualmente un castello-simbolo, oggi: il simbolo dello sfascio, dell'impotenza di una citt… che si lascia divorare dai vermi nati nelle sue stesse viscere) il monte di Tiriolo visto dal marciapiede che costeggia il muro del castello-carcere, si diceva, in un normalissimo giorno di vento, andando verso il vento ancora pi— gagliardo di piazza Matteotti, un vento che non Š un vento, ma una zuffa furibonda di venti diversi che vengono da Pratica, da via Indipendenza, da via Acri, da via Nazionale per Tiriolo; o forse non litigano, quei venti, ma giocano a far mulinelli di carte, di polvere, di foglie... Poco pi— avanti la salita di Mauro, un formicolare di folla la domenica sera dopo la partita: e i compiti ancora da fare... E a piazza Matteotti, la conclusione dell'®accompagnamentoŻ che nessuno avr… pi— : il corteo delle corone ai due lati del Corso, le verginelle in fila indiana, il carro funebre, la folla dei dolenti scortati dai condolenti (certo, qualche discorso fuori tema ci scappava, e magari qualche maldicenza. Ma che efficace immagine di una comunit… degna di questo nome dava l'®accompagnamentoŻ! La gente si fermava sui marciapiedi, si toglieva il cappello: nessuno era tanto preso dalle sue cose, o da se stesso, da negare un attimo di rispetto, se non al morto, alla Morte che passava. I negozianti abbassavano simbolicamente la saracinesca, il barbiere interrompeva il suo lavoro e rimaneva immobile sulla soglia finch‚ il corteo, o almeno il carro funebre non fosse passato. Chiunque fosse a morire, la citt… non poteva non accorgersene: nessuna morte poteva rimanere veramente inosservata; e nessuna vita, del resto. Il rintocco della campana a morto aveva davvero il significato datogli da Donne, che noi scoprimmo attraverso Hemingway)... Natale e il trionfo di frasche e di muschio a San Rocco e a Santa Caterina: sugheri, pungitopo, pastori di terracotta (ci sembravano brutti! Preferivamo, ahim‚, gli sdolcinati pastori e pastorellerie dell'Upim)... Il trenino della Calabro-lucana, l'arrivo alla stazione, la coda variopinta in marcia verso il ponte di ferro, fichi d'India reclamizzati come ®gelati! gelati!Ż, e di l… dal ponte e dall'odore greve di frutta avviata a marcire nel mercato sottostante, bizzarria della memoria, non la gloriosa spiaggia di quella che fu la marina di Catanzaro, oggi trasformata in Lido, come una qualsiasi Ostia, ma la tranquilla bellezza di Copanello non ancora stuprata, e un motivetto, quando struggente, quando solo languoroso, ripetuto all'infinito dall'altoparlante: uno ed uno solo per ogni stagione: Petit f1eur o Scandalo al sole: a ciascuno il suo; e sempre troppo presto la tromba del pullman dell'una meno dieci... La balconata di Bellavista, invece, chi sa perch‚, in un giorno di pioggia, oltre che, beninteso, di vento: con gli ombrelli strappati di mano e gocce sfcrzanti che colpiscono di traverso... E una serata di luglio, e tutta la citt… sul Corso; ma tutta davvcro, e non solo il ragazzume di oggi: famigliole col cono, anziane coppie, bambini, vecchi, signore e signori, signorine e giovanotti, occhiate, occhiatine, occhiatacce, occhiolini, sguardi diretti, di sguincio, in tralice, di sottecchi, di trionfo, saluti, sorrisi, indifferenza ostentata, ostentata cordialit…, rapidi appunti a futura memoria presi da osservatori apparentemente distratti... Il cimitero in un'azzurra giornata dell'estate di san Martino: quasi una festa (la disperazione, il raccoglimento sono di altri giorni pi— cupi, di altre visite pi— appartate): la citt… intera va a trovare i suoi morti... E poi, e poi la ®VillaŻ, la villa per antonomasia, assorta nel silenzio d'una mattinata invernale sottratta alla scuola... O l'odore dei forni sotto Pasqua, le ®landeŻ che vanno e vengono, portate sulla testa... basta, basta cosŤ, per non scendere sempre pi— gi—con questa rimpatriata nel cuore fino a crogiolarsi col folclore pi— trito, magari fino all'abiezione di rievocare l'immancabile morzeddru che diffonde i suoi effluvi da ben noti locali... Basta cosŤ, certo: ma d'altronde perch‚ uno dovrebbe vergognarsi se l… sua madeleine Š una cuzzupa, se le sue ®intermittenze del cuoreŻ sono legate non ad una frase di violino, ma alla cantilena vagamente levantina dello stagnino ambulante o del compratore di roba vecchia, alluminio vecchio, maglie di lana vecchie? Ecco: nel villaggio della memoria, al centro di tutte queste cose, e di tante altre ancora, sta un edificio grigio chiaro, di dignitosa bruttezza, le persiane eternamente chiuse, il portone d'un'incredibile vernice marrone, situato all'incirca l… dove aveva luogo, poco pi— su, poco pi— gi—, uno dei due dietro-front della passeggiata sul Corso (l'altro dietro-front era al limitare di piazza Santa Caterina): il liceo; anzi: il "Galluppi". Dovessi dire che cosa Š per me il "Galluppi" (che Š precisamente quel che mi era stato in sostanza chiesto e perci• dovrei decidermi a dire) direi che esso, innanzi tutto, Š per me Catanzaro. Catanzaro d'altri tempi? Forse, ma pi— ancora la continuit… di Catanzaro attraverso i tempi. Non solo il "Galluppi", certo, ma comunque anche il "Galluppi" ha costituito un ideale trait-d'-union tra le generazioni, oltre che tra gli appartenenti ad una stessa generazione: il denominatore comune di esperienze di vita per altri versi lontanissime tra loro, un patrimonio di famiglia che nessun figlio scapestrato avrebbe potuto dissipare; e nemmeno patrimonio soltanto di chi al "Galluppi" aveva studiato (o non studiato) del resto, ma dell'intera citt…. La piccola borghesia umanistica che costituiva e costituisce il nerbo della societ… cittadina, infatti, vedeva proprio nel "Galluppi" il simbolo, o addirittura il tempio di tutto quanto essa collocava al vertice della sua scala dei valori; e magari anche - perch‚ non dirlo? - il passaggio obbligato per potersi arrampicare su per un'altra scala, quella delle gerarchie sociali. Di questo non esaltante nesso tra il liceo e le esigenze di una societ… fortemente gerarchizzata - che non riguardava peraltro solo il "Galluppi" e solo Catanzaro, perch‚ era il presupposto fondamentale, neanche troppo implicito della riforma Gentile - qualche traccia innegabilmente rimaneva ancora alla fine degli anni Cinquanta. Il "Galluppi" antica destinazione naturale dei figli dei ®galantuominiŻ, a cui i ragazzi delle classi medio-inferiori potevano accedere solo a condizione di essere in possesso di qualit… eccezionali (dunque a condizione di garantire un apporto di linfa nuova all'‚lite che graziosamente, ma non per questo gratis o a braccia aperte si degnava di accoglierli), aveva gi… subito negli anni Cinquanta un'evoluzione che lo aveva condotto ad avere ben quattro corsi completi o ®sezioniŻ, in sintonia con l'evoluzione che consentiva a strati sempre pi— ampi della piccola o minima borghesia, umanistica e non, di aspirare alla laurea per i propri rampolli. Quattro corsi significavano oltre 600 studenti: in una citt… come Catanzaro, praticamente una scuola di massa. Eppure - questo, a ripensarci, il piccolo miracolo - una scuola di massa che per diventare tale non aveva rinunciato ad essere una scuola abbastanza seria. Perch‚ la citt… stessa, all'epoca, e prima di tutto la piccola borghesia umanistica di cui si Š detto, non avrebbe sopportato la truffa, cioŠ un'evoluzione a scapito della seriet… degli studi, che si sarebbe tradotta nel togliere con una mano quel che si donava con l'altra. Naturalmente qualche residuo della vecchia mentalit… non poteva mancare, e perci• alla fine degli anni Cinquanta, c'erano al "Galluppi", accanto a due sezioni per cosŤ dire ®misteŻ, una sezione riservata ai figli di pap…, ed un'altra alla quale finivano con l'approdare i figli di nessuno (oggi, se Dio vuole, parecchi di quei figli di pap… non sono nessuno; ma per converso parecchi di quei figli di nessuno, purtroppo, sono diventati padri di figli di pap…). Al di l… di questo, comunque, il liceo era ancora e sempre il tempio di quei valori che a Catanzaro erano sacri. Ecco perch‚ non Š strano che nel villaggio della memoria il luogo della cattedrale sia tenuto dal "Galluppi". In una citt… non solo piccolo-borghese, come ogni altra citt… del Sud, ma piccolo-borghese al quadrato, se cosŤ si puo dire, per l'assoluta preponderanza dell'elemento burocratico, il latino, il greco, la filosofia non erano solo la cultura: erano anche il legame nobile della citt… col resto d'Italia, e quindi col mondo (l'altro legame non meno nobile, il lavoro dei nostri emigrati, non costituiva motivo d'orgoglio perch‚ conseguenza e simbolo insieme di una condizione di arretratezza e di inferiorit… economica). Il "Galluppi" significava l'appartenenza a pieno titolo alla comunit… nazionale in una condizione paritaria. Fiorivano anzi antiche leggende a riprova di una tale ragione d'orgoglio: questo o quel professore del "Galluppi" era stato intimo amico e sodale di Pascoli o di Croce; poche frasi di circostanza in un biglietto, una corrispondenza epistolare di cortesia, diventavano un'investitura ufficiale per il destinatario, che la reverenza popolare immediatamente innalzava a personaggio illustre alla stregua delle varie celebrit… nazionali pro tempore. Anche questo ingenuo campanilismo conferma la centralit… del "Galluppi" come cattedrale laica a Catanzaro: in mancanza di campanili da ingrandire con l'immaginazione... patriottica, i bravi catanzaresi ingrandivano la risonanza nazionale di alcuni loro professori del liceo. Non gi… che costoro, ed altri con loro, non fossero meritevoli di ogni stima, e certo di molta pi— stima di tanti personaggi di notoriet… nazionale, ma il fatto Š che, forse appunto perch‚ meritevoli davvero di stima, essi alla notoriet… nazionale non tenevano affatto, perch‚ nella loro superiore saggezza sapevano che essa non vale nulla, se tanto spesso spetta a gente che non vale nulla; o comunque non ci tenevano abbastanza, perch‚ si guardavano bene dal sacrificare sull'altare dell'ambizione le cose pi— care. E nonostante i loro rituali ®A Mosca! A Mosca!Ż non vollero mai rinunciare alla passeggiata quotidiana sul Corso, ai cannoli di sanguinaccio, al profumo delle ®merendelleŻ - o semplicemente alle nuvole rosse di un tramonto visto dalla strada di Pratica - per andare a caccia di (vana) gloria nei luoghi frequentati dai cacciatori di (vana) gloria. I nostri anni al "Galluppi" - gli ultimi anni '50, i primi anni '60 - furono, per quanto riguardava il piccolo mondo antico di Catanzaro, anni tranquilli. Eppure proprio allora maturava e covava non dir• il terremoto, ma l'inesorabile cataclisma connesso con la trasformazione di un modo di vivere che era l'indiretto riflesso d'una civilt… agricola che si svolgeva altrove, in un modo di vivere che Š l'indiretto riflesso d'una civilt… industriale che si svolge altrove. La disgregazione della vita comunitaria, la perdita d'identit… erano ancora di l… da venire; ma forse erano l… per venire. La Calabria non era ancora divenuta quel capolavoro alla rovescia toccato da un re Mida alla rovescia che Š ora (e tra parentesi: grazie di cuore a questo Re Mida che trasforma l'oro in spazzatura, grazie a nome di tutti gli emigrati calabresi. Per merito suo la lontananza non li ha privati di nulla di cui non sarebbero stati privati ugualmente se fossero rimasti, e di cui infatti non siano stati privati anche coloro che sono rimasti. Visto che non diventer… inno nazionale, Va' pensiero potrebbe diventare l'inno dei calabresi, di quelli che sono rimasti non meno che di quelli che se ne sono andati, perch‚ gli uni e gli altri ben potrebbero intonare: O mia patria sŤ bella e perduta!). Catanzaro stessa non univa, come oggi, quasi tutti i difetti della piccola citt… a quasi tutti i difetti della grande. Al contrario ci sembrava unire, e forse univa davvero, quasi tutti i pregi della piccola citt… a quasi tutti i pregi della grande. E tra questi era il nostro caro "Galluppi". Non tardammo ad accorgercene dopo averlo lasciato. Sbarcati dai treni del Sud, mentre i nostri fratelli ignoti proseguivano il viaggio andando a vivere la triste epopea dell'emigrazione, ci portavamo dietro anche noi, nelle rispettive sedi universitarie, mille ragioni di insicurezza e di timore, e la sensazione d'essere, come del resto irrimediabilmente eravamo, ®fuor di luogoŻ, e spaesati. Ci portavamo dietro il nostro colorito olivastro, la voce nasale, le dure inflessioni della nostra parlata, un complesso d'inferiorit… che qualcuno pi— sprovveduto degli altri trasformava in una finta sicurezza, in un'aggressivit… che accresceva il nostro disagio. Ma non ci volle molto a capire che nelle mille ragioni di insicurezza, novecentonovantanove potevano anche essere fondate, forse, ma sicuramente una non lo era: la nostra preparazione, la nostra formazione culturale non comportavano nessun handicap rispetto a quelle degli altri. Gli altri potevano vantare - ed in effetti non omettevano di vantare - vari titoli di superiorit… in vari campi: ma i loro anni di scuola non erano stati impiegati meglio dei nostri; il loro liceo non era stato (perch‚ non era) meglio del nostro. Nessuno poteva dirsi avvantaggiato nei confronti di un giovane di Catanzaro per aver fatto un liceo diverso da quello di Catanzaro. E voglia il cielo che sia ancora cosŤ; voglia il cielo che lo sfacelo, lo sfasciume della citt…, se ci sono (e come ci sono!) non coinvolgano il "Galluppi". In fondo Š solo questione di quello che una volta si chiamava il ®materiale umanoŻ. Conta che ad insegnare siano professori che non siano tali solo per sfuggire alla disoccupazione, o alla noia, ma al contrario, proprio per poter essere professori abbiano consapevolmente rischiato la disoccupazione: e questi ci sono ancora, non solo al "Galluppi", ma certo anche al "Galluppi". Quando fecero la loro scelta di vita, gli altri naturalmente si meravigliarono: studenti cosŤ bravi, tra i migliori (e spesso proprio i migliori), scegliere facolt… che li avrebbero esclusi dai posti al sole, da ogni possibilit… di arricchimento o di potere... Non capivano, gli altri che dietro quella scelta c'era proprio l'essere stati tra i migliori studenti, l'avere studiato appassionatamente, l'avere inteso la crescita culturale come un fine e non come un mezzo, l'aver visto in chi gli trasmetteva l'amore per il sapere un modello di vita. La rinuncia ai quattrini, al ®lei non sa chi sono ioŻ che in una citt… di provincia diventa l'ancora pi— meschino ®lei sa chi sono io...Ż, in cambio di che cosa? Ma: in cambio di molto! E per esempio in cambio d'una qualche sopravvivenza del legame col mondo dei loro anni giovani, in cambio d'una (quasi) eterna giovinezza il cui prezzo non Š stato vendere la propria anima, ma al contrario non venderla al dio uno e quattrino dell'argent. I suoi professori al liceo, chi li dimenticher…? Pu• anche accadere che uno non li riveda pi— , che non si faccia pi— vivo con loro. Ma non certo per dimenticanza... Non una visita, non una telefonata, e un senso di colpa quando Š ormai troppo tardi: perch‚ mai, se non per misteriose ragioni che affondano nell'inconscio? Pudore esasperato, assurdo timore di essere stati dimenticati (esorcizzato ®dimenticandoŻ in anticipo chi ci potrebbe dimenticare), fors'anche un astio inconsapevole quanto irragionevole nei confronti di chi passa ad occuparsi di altri allievi, quasi questi usurpino ai veri figli l'affetto di mamm…. Insomma, roba da psicologia del profondo. Poi l'imbarazzo crescente nel tempo, finch‚ non Š troppo tardi, finch‚ non vieni a sapere da qualcuno che l'anno scorso... che due mesi fa... Ma nel cuore nessuna croce manca; e restano vivi l'indimenticabile professore Morello, i nostri cari don Antonio Sanzi e don Giorgio Bonapace. Baster… a farci rimettere il nostro debito il fatto che analoghi debiti noi di buon grado li rimettiamo ai nostri debitori? Come che sia, nella coscienza non c'e stata nessuna ®cancellazione dei debitiŻ e volentieri li dichiaro ai relativi creditori con l'affetto d'un alunno solo apparentemente ingrato: le mie care professoresse Cannata, Critelli, Giglio, Morica, Zinzi, i professori Sutera, Torchia, Chiappini, Calaminici. E poi c'Š il mio debito col professore di storia e filosofia, un giovane professore che Š rimasto mio maestro anche oggi che sono ben pi— vecchio di quanto egli allora non fosse: un allievo che si porta dentro un maestro pi— giovane di lui! Spiegava tutta l'ora, quel professore, gironzolando tra i banchi, elegante nei suoi abiti impeccabili, e fumando fino alla fine, fino alla feccia ogni sua sigaretta (nazionale sŤ, ma esportazione). Spiegava, e i suoi occhi chiari cercavano i nostri occhi come per leggerci dentro, e i nostri occhi cercavano i suoi per dirgli che sŤ, capivamo, avevamo capito, e ci sembrava che nuovi mondi ci si aprissero. Andavamo a casa a trovarlo, e si parlava di tutto, e si scherzava, anche; e scoprivamo che cosa significasse essere un filosofo sul serio. Non significava imbrattare carte, o recitare la parte del genio fuori dal mondo, secondo un vetusto clich‚, e nemmeno ostentare puzza al naso o mutria ®filosoficaŻ. Significava essere, come era il nostro professore, un uomo vero: e scusate se Š poco. Chi era quel professore? Per me una specie di innominato: ®professoreŻ non mi andava di chiamarlo perch‚ mi pareva ipocrita chiamare cosŤ mio cugino, che quando ero piccolo mi faceva fare le giravolte; e per nome nemmeno, perch‚ mi pareva irriguardoso. Il debito che ho con lui non glielo ho mai dichiarato: me lo vietava il pudore di entrambi. Ma questa volta tacere equivaleva a mentire (perci• caro Ezio non censurare queste righe: taglia tutto quello che vuoi, ma queste righe, no). E ora quel professore, il professore Galiano, il preside Galiano mi chiede un po' di rimembranze della mia vita legate al "Galluppi". Ma ho in mente Napoli milioraria, e gli inutili tentativi del reduce di raccontare le sue avventure. Di avventure ognuno ha le sue, e le sue per ognuno sono le pi— interessanti. Per ogni reduce la guerra pi— guerra Š stata la sua. Non racconter• le mie storie di... guerra. Preferisco dire che cos'Š per me il "Galluppi" se chiudo un attimo gli occhi. Il "Galluppi"? Due grandi corridoi (ma erano davvero grandi?), uno pi— ridente e, come dire?, pi— prestigioso, l'altro un po' pi— tetro, il pavimento di marmo (ma era davvero marmo?) su cui Alfieri (lui sŤ, era davvero Alfieri) passava eternamente della segatura... Le aule del ginnasio, come alla periferia di un impero: scale da scendere, qualche altra da salire, una specie di limbo in attesa di essere ammessi in alto loco... Il grembiule nero lucido (raso?) di Rosina, e il suo bel colletto fatto all'uncinetto... L'aula magna/sala dei professori: un certo batticuore per chi la vedeva per la prima volta con l'importante compito di recuperare il cancellino personale del professore Morello; un certo batticuore anche le volte successive, quando capitava che ci radunassero l… per qualche ragione, e due occhi un po' da pesce lesso incontravano altri occhi ridenti e fuggitivi; e un certo batticuore anche quando vi si tenne la festa d'addio del preside Fornari: abiti da sera, le ragazze, abiti scuri (e fuori stagione), noi, scarpe lucide (e, confessiamolo, a punta), l'orchestra Monizza... Insomma qualcosa di simile al gran ballo finale del Gattopardo, ma molto pi— in grande, racconteranno un giorno ai nipoti quelli che possono dire ®Io c'ero...Ż E poi coretti, versi sciolti detti da cani sciolti (ma c'era anche chi ci sapeva fare), imitazioni del festeggiato una pi— riuscita dell'altra (la peggiore imitazione della voce del preside, naturalmente, la fece, forse per l'emozione, lui medesimo nel discorsetto finale). Il "Galluppi"... L'entrata dei ragazzi dall'ingresso secondario, quasi un rito quotidiano, coi professori schierati... Aule di vario genere: grandi, piccole, buie, semi-buie, qualcuna perfino luminosa, qualcuna con banchi a tre o a quattro posti (per far passare l'ultimo si dovevano alzare tutti gli altri, e gli davano una pacca di incoraggiamento, ch‚ quello andava a farsi interrogare, mica a divertirsi)... Se si apriva la finestra, i rumori del mondo erano rumori familiari: qualche ®Totar‚‚‚Ż o qualche ®Cicciar‚‚‚Ż, qualche fischio di richiamo, il motore imballato dei pullman che allora potevano risalire corso Mazzini, la voce degli strilloni il lunedŤ: ®La vittoria dei giallorossi!Ż, o, a seconda dei casi: ®La partita dei giallorossi!... Il portone principale spalancato nei giorni di pioggia... Pucci sussiegoso e compenetrato nel ruolo di capo-bidello, che bussa con le nocche di due dita, latore di misteriose circolari... Le ®discussioniŻ in classe sul processo Eichmann, sulla Dolce vita, su Peccatori in blue-jeans... E, a proposito, la temeraria comparsa in classe dei primi blue-jeans, quasi una profanazione per qualcuno (che non aveva idea di quello che sarebbe venuto dopo), e la loro immediata esecrazione in quanto ®pantaloni da peperonaioŻ da parte di un professore facilmente identificabile... I cosiddetti ®scioperiŻ, forse per ®Trieste all'ItaliaŻ, forse per i fatti d'Ungheria: tutti ammassati tra la ®MedicalŻ e l'edicola-libreria Paparazzo, qualcuno che urlava slogan ormai dimenticati (non si usavano ancora le rime baciate)... I finti, ma pi— convinti scioperi al grido ®Passeggiata, passeggiata!Ż e i tentativi di dissuasione, finti anch'essi —ma noi non lo sapevamo - messi in atto da qualche professore al quale certo veniva da ridere all'idea della ferrea argomentazione del preside (®I campi sono bagnatiŻ: e magari non pioveva da tre mesi)... Qualche passeggiata ottenuta davvero: alla Fiumarella, a Siano, a Madonna de' cieli, e noi lŤ a giocare a pallone tetragoni per quattro ore, disprezzando quei pochi che facevano i bellimbusti con le ragazze esattamente come avremmo voluto fare noi... Oppure, ma gia in terza (da noi veramente si diceva, e forse ancora si dice, ®terzoŻ), qualche gita vera: la Calabria prima dell'era volgare della cementificazione turistica suicida, il cielo azzurro, gli ulivi della Roccelletta o i pini di Serra San Bruno, le fanciulle in fiore, arancini e frittate di pasta che passavano di mano in mano: e che si poteva volere di pi— dalla vita? Che si poteva volere di pi— dalla vita quando si faceva l'ultimo anno del liceo, si era amici di met… del "Galluppi" e si era guardati con compunta deferenza dall'altra met… (la stessa deferenza con cui a suo tempo noi avevamo guardato quelli dell'ultimo anno, e che, sia pure in minima parte, ci si porta dietro. Sfido qualunque grand'uomo a non provare un po' di soggezione, sia pure per un attimo, di fronte a chi faceva l'ultirno anno quando lui era al ginnasio)? Anche per noi quell'anno fatale culmin• con la festa di chiusura, il ®balloŻ del liceo che ci vedeva finalmente protagonisti e non solo comprimari. Allora sŤ che pi— d'uno avrebbe voluto poter dire faustianamente all'attimo fuggente: ®Fermati, sei bello!Ż; e forse non si sarebbe pentito. Ma gli attimi fuggenti fanno il loro mestiere: fuggono... A festa finita scesi in strada dal ®ComunaleŻ, ci salutammo davanti al "Galluppi" con allegria sfacciata e un po' troppo sopra le righe. Poteva sembrare l'inevitabile residuo-prolungamento di una festa riuscita; ma era ben altro, e forse nient'altro che la simulazione di una baldanza che non c'era, il tentativo inconscio di farsi coraggio, come il bambino che canticchia nel buio. Ce ne andammo a casa ad uno ad uno, in quella notte di giugno splendida come poteva essere splendida una notte di giugno a Catanzaro nel 1961, quando Catanzaro era Catanzaro. Nel silenzio sentivamo il rumore dei nostri passi come se fossero stati i passi di un altro: un ritmo regolare, ma stranamente lento... forse per l'inconsapevole proposito di prolungare una situazione difficilmente ripetibile (perch‚, quando ci vuole ci vuole, dolce e chiara era la notte, e senza vento!)... O forse per rinviare il pi— possibile il momento in cui, chiusa la porta di casa, andando a letto, nel toglierci le scarpe lucide (un po' meno a punta di quelle dell'anno prima, ma pur sempre a punta) avremmo capito che il ben noto cammino compiuto per l'ennesima volta dal "Galluppi" a casa nostra era stato qualcosa di diverso dal solito: una metafora, ed anzi gi… l'inizio, dell'inevitabile diaspora. In chiusura, naturalmente, Š d'uopo il pistolotto, il ®cappelloŻ all'inizio e il pistolotto alla fine: non si faceva cosŤ nei temi del liceo? Concludere senza pistolotto ci sembrava inurbano, come andarsene senza salutare. Il pistolotto: un qualche surrogato della piroetta con la quale nei tempi che furono il saltimbanco metteva fine alla propria performance in piazza chiedendo con gli occhi allo spettabile pubblico: ®avete visto come sono bravo?Ż... Quante cose non si fanno e non si scrivono se non per chiedere: ®Avete visto come sono diventato bravoŻ? allorch‚ il saltimbanco della metafora Š un ex genio incompreso divenuto profeta in terra straniera ma pur sempre alla ricerca di una rivincita in patria! L'assenza di antiche frustrazioni, veramente, mi priva di una simile molla: semmai a qualche amico, a qualche maestro o maestra che per affettuosa sopravvalutazione si aspettavano forse qualcosa di meglio da me, mi toccherebbe dire: ®Avete visto come non sono diventato bravo? Avete visto che invece di affermarmi m'Š capitato di fermarmi, di fermarmi alla tecnica del ®cappelloŻ e del pistolotto?Ż. Ma che genere di pistolotto concluder… il mio temino di ex liceale? Una frase liricheggiante e ben tornita, un abbandono alla piena travolgente dei ricordi, all'empito dei sentimenti? Mah... di mercanzia simile ce n'Š anche troppa nelle pagine precedenti, e comunque abbastanza per i gusti di chi, come il sottoscritto, non trova molto elegante parlar di s‚, ed ha l'impressione di essersi spinto gi… troppo oltre nel mettere a nudo sentimenti ed emozioni, contravvenendo ad un'antica avversione per questo particolare genere di nudismo. Ricorrere a qualche ben tornita espressione tipo alma tellus, omnia tempus edax ecc. ecc., e magari a un po' di greco messo lŤ per insinuare l'ipotesi che il mondo avrebbe potuto avere un grande umanista di pi— ? O non sarebbe di maggiore effetto una bella sventagliata di citazioni a sensazione, oltre che a senso, o magari prive di senso, alla ricerca d'un'aura da grand'uomo con cui far colpo sulle brave persone che immaginano debba essere ammirato tutto ci• che risulta privo di senso? Fare cosŤ? Mi basta pensare ai miei presumibili lettori, pochi ma tutti a me noti e a me cari, oltre che nient'affatto sprovveduti, per farmi vergognare in anticipo di una soluzione del genere, il fondato sospetto di far venire alle labbra, o comunque alla mente anche ad uno solo dei miei amici d'antan la ben nota paroletta-parolaccia corrente ai nostri bei dŤ galluppeschi per designare quel tipo d'uomo che a Roma chiamano ®fanaticoŻ (ma la paroletta-parolaccia in questione fa rima con ministro) vieta a priori un pistolotto del genere (d'altra parte, si ammetter… che, sia pure con una certa qual nonchalance la sua brava esibizione culturistica questo mio scritto gi… la contiene: prego notare che, scherzando scherzando, tra citazioni, criptocitazioni, allusioni, l'autore Š riuscito ad infilare riferimenti, oltre che ad autori ®licealiŻ, anche a Queneau, Cechov, Goethe, Proust, Kafka; e pi— avanti ci sar… anche Joyce, a completamento della triade che le attrici, per ordine dell'addetto stampa, giuravano di adorare fino a qualche tempo fa. Mi sar• gi… irrimediabilmente meritata la rima con ®ministroŻ?). Basta col culturismo, quindi. Accantoniamo immediatamente l'ipotesi di altri pistolotti a base di termini come l'®odiosamataŻ usato da Joyce (eccolo qua) per la sua citt…, e che parrebbe fatto apposta per esprimere il nostro rapporto con la vecchia Catacio imbelle, o di espressioni come il ®lamento d'amore senza amoreŻ di Quasimodo. Oltre tutto, non certo il villaggio della memoria Š odiosamato, e tanto meno il nostro "Galluppi": e qui del villaggio della memoria e del "Galluppi" si tratta. Del resto, la stessa Catanzaro d'oggi non ispira in realt… lamenti d'amore senza amore: se la si maledice non Š per mancanza d'amore, ma per troppo amore. E poi, confessiamolo: come il suo natio borgo per quel tale poeta della saudade, anche per noi Catanzaro ormai non Š che una vecchia fotografia appesa a una parete (®Ma come duole!Ż, sempre per rifarsi a quel poeta). E si pu• forse odiare qualcosa che non c'Š pi— , o non Š pi— come era prima, solo perche non c'Š pi— , o non e pi— come era prima? Dunque, perch‚ maledirla, questa povera citt… che fu la nostra, come direbbe Cioran, e ora non Š di nessuno? Quanto al pistolotto, potrebbe essere forse il caso di attingere proprio al repertorio liceale. Quale miglior suggello, per una dichiarazione di debito (e d'amore) verso il proprio liceo, di quello offerto dai versi di qualche autore ammannitoci appunto al liceo, e da allora rimasto in soffitta in qualche angolo della memoria? L'aquilone? L'aquilone andrebbe benissimo... se non fosse che il morticino noi non l'avemmo, e per quanto infantili fossimo col nostro giocare imperterriti a pallone durante le ®passeggiateŻ, con gli aquiloni francamente non giocavamo (e nemmeno con lo ®strumboŻ), e per la verit… non avevamo pi— neanche balocchi da portarci nella tomba. Niente Aquilone perci•, e niente Zvanin, sebbene qualcosa di Zvanin venga pur in mente quando si parla del villaggio della memoria: viene in mente il paese che sempre mi ride al cuore (o piange) Severino... Ma se Š per questo, forse non viene in mente anche un po' di Carducci quando, come ora, ci si volta indietro a guardare? ®Oh, quel che amai, quel che sognai, fu invano; e sempre corsi, e mai non giunsi il fine...Ż. Trovato dunque il pistolotto? Macch‚. Questo Carducci, questo Carducci insolitamente crepuscolare e pur sempre Carducci, anzi il Carducci: e come identificarsi veramente con lui? Come dimenticare, in quella stessa poesia lo sguardo commosso a un verde piano che non ci appartiene, e magari Š quello stesso che si specchia nel pio occhio bovino? E le colline, le colline di Carducci sono forse le mie, le nostre colline? Infine, chi ha mai corso? Tra le cose non dir• imparate, ma respirate al "Galluppi" ci fu proprio la consapevolezza che non avesse senso mettersi in corsa: per niente, e con nessuno. L'importante non Š vincere, Š non partecipare. Mica facile, insomma, il pistolotto. Se lo strip-tease dell'anima inteso a mettere a nudo i propri sentimenti Š certo indecente, neppure Š decente ammantare quei sentimenti con la veste elegante che altri, e sia pure un poeta, ha cucito su misura per s‚. Sarebbe come scrivere una lettera d'amore copiandola dal Segretario galante: meglio non scriverla affatto. E d'altronde, che senso avrebbe andare a spigolare nell'opera dei poeti laureati se anch'io (sar… una (megalo)mania) come Montale ®per me preferisco l'odore dei limoniŻ? Niente poeti laureati, dunque. Meglio, piuttosto, qualche poeta... diplomato, o addirittura diplomando, e meglio ancora se neppure poeta. Ma ce ne sono? Uno veramente ci sarebbe, che poeta non era di certo (cosa abbastanza comune), e neppure credeva di esserlo (cosa un po' meno comune), ma in compenso era proprio diplomando. In quella tale festa del liceo di cui si Š detto prima delle bellurie sulla notte di giugno a Catanzaro (quando Catanzaro ecc. ecc.), costui, che era tra i maturandi, si esibŤ in una specie di madrigale - sia detto col dovuto rispetto per i madrigali - composto alternando a famosi versi rubacchiati alle due sacre Trimurti liceali (Foscolo-Manzoni-Leopardi e Carducci-Pascoli-D'Annunzio) altri versi che a quelli facevano appunto il verso, e spesso anche il versaccio. Dopo una serie di varie amenit… (sempre in quel tale spirito del tempo o Zeitgeist di cui sopra, che se mi si passa un ritorno di fiamma in quella stessa chiave, si potrebbe definire Kartoffengeist) la composizione improvvisamente cambiava tono in sul finale per evidenti esigenze pistolottiere: ®Addio liceo. Tra i banchi, chi sa dove, ho lasciato qualcosa, chi sa dove. Š un pacchettino che ti tieni tu. C'Š dentro, guarda, un po' di giovent—Ż. Pu• valere come pistolotto di oggi il pistolotto di ieri? Un certo imbarazzo, veramente, quei versucci lo provocano. Col loro patetismo scontato (e forse anche un po' cinico, all'epoca), la loro cacofonia (ti-tieni-tu: vengono in mente i nomi cinesi delle barzellette), l'immagine irrimediabilmente idiota (il ®pacchettinoŻ!) farebbero anche del pi— efferato paroliere dedito alla circonvenzione d'incapace a danno dei teen-agers un paroliere pentito. Per•... per• il sentimento di fondo era genuino, e la sensazione che lasciare il liceo significava perdere qualcosa era fondata. Fondata: ma non per questo adeguata. Perch‚, col senno di poi, si pu• dire che in quel famigerato ®pacchettinoŻ non rimaneva solo ®un po' di giovent—Ż, ma tutta, proprio tutta la mia (la nostra?) giovent—: la parte migliore della mia (della nostra?) vita, cioŠ; e forse, anche, la parte migliore di me stesso (di noi stessi?). /:/Nicola Siciliani de Cumis. nato a Catanzaro il 2 luglio 1943 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1958/1959) Carissimo Preside, grazie davvero di quest'invito a rileggere nella memoria i ricordi che, come ex studente liceale (dal '59 al '62), variamente mi legano al "Galluppi". La Sua idea di costruire una specie di test collettivo in cui ritrovarci un po' tutti, vecchi e giovani, per una riflessione ulteriore di tipo pi— propriamente storico, mi sembra di grande interesse: e a maggior ragione lo sara, se - come Lei vuole - toccher… proprio ai Suoi mille scolari di oggi, con l'aiuto dei loro professori, di tirare le somme in un dossier non solo retrospettivo ma anche e soprattutto operativo, da utilizzare nell'immediato nella specificit… del loro lavoro didattico normale. Ricordo che ai miei tempi riuscivamo a fare qualche volta dei giornaletti in cui confluivano tanto i frutti pi— acerbi di un'affrettata ricerca di noi stessi, quanto il meglio delle nostre esperienze culturali - nel senso che ce la mettevamo tutta a scrivere di politica e di letteratura, a recensire libri e a gareggiare in umorismo, a registrare le cronache della scuola e a fare esercizi di critica del mondo circostante ecc. Ebbene, io non so se sar… mai obiettivamente possibile ritrovare e mettere assieme i fogli periodici degli studenti del Liceo; ma Š a questo livello che i miei ricordi della scuola cominciano ad acquistare un certo spessore, che non Š soltanto individuale ma di gruppo: un gruppo che esce dall'ambito ristretto della classe, Š in qualche misura rappresentativo di pi— classi o della scuola, e si rivolge alla citt… nell'insieme. Ecco perch‚ il ricordo di quei giornalini s'abbina ora a quest'ipotesi di partecipazione al recupero di una memoria collettiva; mentre l'eventualit… di un risultato documentativo apprezzabile (quante testimonianze, quanta storia, quante critiche e autocritiche si concentreranno in un punto solo!) si spezza nell'uso diversificato, diretto o indiretto, positivo-negativo che ciascuno ne far…. Non facciamoci illusioni quindi, caro Preside, di offrire noi vecchi, agli studenti di oggi, modelli di vita e di professionalit… diciamo replicabili. Il contesto Š di una fluidit… incredibile, non c'Š testo o pretesto che tenga, le regole che pure dobbiamo cercare per sopravvivere, e far valere come tali, sono solo relative. Proprio in prima liceo, senza aspettare lo svolgimento del programma di seconda e di terza, conobbi Montale (tifavo per lui, anzich‚ per Ungaretti, perch‚ avesse il Nobel). Cerco alcuni suoi versi, pi— recenti rispetto ad allora, che mi pare rendano meglio l'idea: La storia non si snoda / come una catena / di anelli ininterrotta. / In ogni caso / molti anelli non tengono / ... / La storia non e magistra / di niente che ci riguardi / ... / Lascia sottopassaggi, cripte, buche / e nascondigli. C'Š chi sopravvive. / La storia Š anche benevola: distrugge / quanto pi— pu•: se esagerasse, certo / sarebbe meglio, ma la storia Š a corto / di notizie, non compie tutte le sue vendette... Difficile pertanto, praticamente impossibile, ritenere che i propri ricordi di scuola possano assumere una valenza sicuramente pedagogica. E ci• a maggior ragione se, per mestiere, ti trovi a fare il... pedagogista. Se poi, come studente, ti fosse capitato di frequentare i tre anni del liceo solo per intervalla insaniae (devo al professor Cancellieri, l'anno prima che diventasse preside, la spiegazione della formula), allora la prudenza metodologica diventa niente altro che riconoscimento di una necessit… di fatto: sicch‚ il "Galluppi" che ora mi ritrovo nella memoria, per come venivo pensandolo da liceale, Š pi— un ®esternoŻ che un ®interno", pi— un ®lontanoŻ che un ®vicinoŻ - nel senso che, dal '60 al '62, attraversai un periodo zeppo di malanni e di assestamenti organici, che mi costringevano a stare per mesi e mesi fuori dalla routine della scuola. Ecco perch‚ i dati che la memoria mi fornisce somigliano piuttosto alla rimozione di uno stato generale di emergenza, che alla acquisizione di un'esperienza scolastica complessivamente omogenea. Un po' per farmi coraggio, un po' per darmi un tono culturale ®altoŻ (cui non era estranea una certa dose di pedanteria), ricordo che interpretavo il mio stato attribuendomi il ruolo di un Emilio roussoiano dei nostri tempi... ®in diciottesimoŻ, ovvero sentendomi ®miglioreŻ di Hanno Buddenbrook (giacch‚ io avevo potuto leggcre Thomas Mann, dopo aver letto le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci). Il "Galluppi" restava nell'insieme fuori dai miei veri pensieri attorno ad esperienze e letture disordinate, passioni bambinesche, tentativi di interagire con il mio prossimo, una faticosa ricerca della politica e la certezza ingenua di averla per intanto trovata nello stesso gusto di leggere libri e giornali, nelle discussioni ora patetiche ora confuse, ma sempre oneste, che avevamo con Gianni Amelio o con Maria Donzelli (e con Andrea Pisani, Gigetto Fantasia, Guido Raffaelli, Luisa Citriniti, Aldo Rapex della classe avanti ecc.), ed infine nella lezione diversa, per rigore e ricchezza di prospettiva, del professore Mastroianni. Mastroianni Š stato innanzi tutto questo per il me liceale (e faccio uno sforzo di obiettivit…, per non essere influenzato dall'altra immagine del professore, mio maestro ed amico senza una pausa che io ricordi da allora ad oggi): una specie di tramite o filtro o procedura critica intermedia tra quello che sentivo di essere per mio conto, e quello che avrei voluto essere a scuola; tra coltivazione privata di interessi per libri, riviste, autori di varia umanit…, e inquadramento storico di ciascun tema e problema; tra la politica immaginaria di chi Š portato per la giovane et… a stravolgere i termini reali di una situazione, e una dimensione del vivere sociale e politico che tenga conto delle ®carte che ci sono state distribuiteŻ in questo gioco in s‚ peculiare in cui ci sentiamo coinvolti... Come studente di liceo costretto a barcamenarsi tra la salute cagionevole e i programmi da svolgere, tra le difficolt… di un inserimento personale a scuola e le complicazioni che derivavano degli avvicendamenti e dai mutamenti nel corpo insegnante, i discorsi di Mastroianni erano un punto fermo e un aiuto concreto. La morale che ne derivava era sŤ ®a buchiŻ, cioŠ nella forma del problema, un po' come la cultura che mi venivo costruendo; ma mi consentiva di andare avanti, di attaccarmi agli aspetti positivi di una situazione che vedevo negativa, e di valorizzare insomma soprattutto i frammenti, i margini, la pause della didattica di ciascuno dei miei professori, ed un po' tutti i canali con cui riuscivo a raggiungerla. Che voglio dire con ci•? Pi— o meno questo: che per me erano maggiormente essenziali le interminabili telefonate che facevo con i miei compagni pi— diligenti e pi— disponibili per aggiornarmi sulle lezioni, che non le lezioni stesse; che erano assai pi— costruttivi i colloqui sulla porta della classe, con i miei professori (specialmente quando tornavo da un periodo di assenza, avevo la precedenza sugli altri compagni), che non le penose interrogazioni alla cattedra; che le stesse lezioni di storia e filosofia (le sole materie dove ebbi dei sette, sulla fiducia) si concentrano piuttosto negli appunti che mi passavano i compagni, che non in una diretta acquisizione sistematica degli argomenti: ricordo quindi come provvidenziali le ricapitolazioni storico-filosofiche della domenica mattina in Terza, ed un po' tutte le altre occasioni orali che mi permettevano ora di tappare qualche buco (le lacune caratterizzavano un po' tutto quanto il mio paesaggio scolastico), ora di praticarne di nuovi. Certo Š che arrivai alla maturit… con un mucchio di vuoti didattici pregressi (quello, in particolare, era stato l'anno del tifo e del paratifo e di una fastidiosa febbretta residua, che mi fece tornare a scuola a marzo inoltrato): ed ha forse un qualche valore di compensazione o espiazione protratta, il fatto che io sogni, ancora oggi, dopo circa un venticinquennio, gli esami di Stato nella forma di un incubo ricorrente e cumulativo, che si aggiorna via via alla luce delle mie nuove esperienze: e che proprio l'altra notte metteva in discussione tutto da allora in qua, a partire dall'immeritato sei in matematica e dalla connessa dichiarazione di maturit…, fino a coinvolgere negativamente, perch‚ costruite sul nulla o quasi, laurea, perfezionamento, abilitazioni, concorsi, carriera... Di qui, forse, la ragione segreta di una tendenza che sembra paradossalmente contraddistinguere i miei ricordi del "Galluppi": nel senso cioŠ di ricordarmene, per cosŤ dire, al futuro. Faccio alcuni esempi. Di quando la mattina, poniamo, vado all'edicola dei giornali e ritrovo pi— o meno la stessa tensione che provavo uscendo dal Liceo per entrare nell'edicola di Paparazzo e rovistare fra riviste e giornali. O quando nella biblioteca di Villa Mirafiori, lo studente che mi chiede di aiutarlo nella ricerca di un libro mi fa ricordare il professore Procopio che, nella ferrea biblioteca del "Galluppi", mi spiegava come fare a reperire un libro, ®perch‚ servir…Ż. O quando, occupandomi del cinema di Gianni Amelio per ragioni professionali, il ricordo di uomini e cose del Liceo (e addirittura del primo cortometraggio con Franca Paparazzo, Enzo Papaleo, e con la macchina di Gianni Anzani) mi aiuta a precisare un giudizio e a intravedere il senso genetico di questo o di quell'altro film dell'autore, da La citt… del Sole a Colpire al cuore, da La fine del gioco a I ragazzi di via Panisperna ecc. Ovvero quando, leggendo Il filosofo e la catastrofe di Placanica (Einaudi 1985), quella lettura mi rimanda ad una lezione del supplente Placanica in cui accenna ai terremoti del Sud e consiglia di leggere Cristo s'Š fermato a Eboli di Carlo Levi (e, se non ricordo male, Il futuro ha un cuore antico, dello stesso Levi). O ancora quando, scrivendo una recensione, mi tornano alla mente le ®regoŤe di GramsciŻ su come si legge un libro che gi… scoprivo al Liceo, e che sperimentavo su Il Sentiero discorrendo dell'enaudiano Lettere di condannati a morte della Resistenza (il libro me lo aveva imprestato don Giorgio Bonapace). O infine quando, mentre faccio lezione su Dewey o Labriola e spiego il Kant che ad essi sta dietro, mi Š tuttora utile servirmi di ci• che ricordo di aver imparato a lezione a mia volta, allora: compreso il criterio di massima, di provenienza leopardiana e di controversa interpretazione, che non c'Š niente di meno filosofico che il volere filosofica tutta quanta la vita... Caro Preside, a rispecchiarmi cosŤ nella selva dei ricordi, potrei certo andare avanti per un pezzo: e risulterebbero in realt… numerosi gli scampoli di memoria da verificare alla luce delle esperienze complessive, quantunque dimezzate, di allora. Il dossier che viene preparando, soprattutto se riuscir… ad essere la base per un ulteriore lavoro di documentazioni, di approfondimenti di ricerca, di considerazioni critiche d'insieme, da parte degli studenti di tutte le generazioni che hanno avuto a che fare con il nostro Liceo, dar… certo a tutti gli ex scolari qualcosa che Š mancato loro durante gli studi, e che forse non sono riusciti a trovare dopo. Quanto a me, non posso che ringraziarLa fin d'ora dell'occasione che, in tal senso, mi offre. /:/Mario Tassone. di Ernesto e di Rosa Durante nato a Castrovillari l'8 agosto 1943 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D (Registro generale dell'anno scolastico 1957/1958) Parlare della mia esperienza sui banchi del Liceo Classico "P. Galluppi", non Š una cosa semplice n‚ facile. Ricordi, sensazioni, si affollano alla mia memoria. Sono ricordi che il tempo non ha disperso, ma che ritornano vivi e forti e mi provocano tanta dolcezza ma anche un pensiero struggente per un tempo ormai lontano che ha coinciso con la mia maturazione, con gli anni della mia formazione, col mio faticoso incamminarmi verso la vita. Desidererei che tutto questo ritornasse, e con l'esperienza di oggi, per assaporare la genuinit… dei momenti vissuti con gli altri, per cogliere i nostri gesti, fatti di piccole cose, che allora apparivano immense. Certo in quel tempo non ero in grado di capire in pieno il significato che potevano avere per me il confronto con gli altri, il misurarmi con i docenti, il travaglio dello studio e la difficolt… di raggiungere i risultati. Non avevo piena contezza che tutto questo era addentrarsi nel circuito della societ…, una societ… che per essere vera e pi— giusta deve fondarsi sulla solidariet… con gli altri, sull'impegno e, perch‚ no, sul sacrificio. E gli insegnanti del Liceo Classico ebbero la capacit… e l'intelligenza di prepararci in questa direzione, di avvertirci in ogni momento che ogni conquista, per essere tale, doveva essere il risultato di un impegno, di una ricerca insieme agli altri. Si delineava cosŤ il formarsi dell'uomo con i suoi sentimenti e con le sue debolezze, ma con una umanit… che nasceva forte, senza riserve, senza compromessi, senza cedimenti. Noi studenti eravamo pieni di entusiasmo e ci esaltavano le piccole cose; venivano fuori, cosŤ, varie iniziative come quella dei giornaletti studenteschi. Erano proprio i momenti di solidariet… fra i compagni che molte volte ci spingevano ad avere diversificazioni, se non contrapposizioni con gli stessi docenti. Certo la persuasione di questi aveva significato se si andava a riconoscere anche le nostre tensioni, i nostri aneliti di giustizia che pure erano presenti, soprattutto nella mia classe, sez. D, che noi, a torto ritenevamo essere considerata di terza o di quarta serie. Ma quello che pi— ricordo Š l'impegno che profondevo nell'organizzare i compagni mediante la testata de ®Il SenticroŻ, il giornale del Movimento Studenti di Azione Cattolica, di cui ero capo-redattore, mentre direttore responsabile era l'indimenticabile don Giorgio Bonapace, attraverso il Centro Turistico Giovanile nella cui attivit… riuscimmo a coinvolgcre un caro amico di recente scomparso, il prof. Nicola Coscia, e poi con l'A.I.S.L.C. (Associazione Indipendente Studenti Liceo Classico). Quello fu il fiore all'occhiello mio e di molti amici; Federico Ferrara, Dino Garcea, Cesare Pucci, Ercole Amelio, Sergio Rocca, Mimmo Vallone e tanti altri. Riuscimmo a creare quasi una struttura nella struttura e con la nostra carica giovanile portammo avanti tante iniziative: incontri sulla musica, sull'antifascismo con Alberto Castagna, sulla scuola con la prof. Wanda Pagliusi e poi cineforum e giornali. Questa attivit… fu guardata con bonomia dal preside Livio Cancellieri, tollerante, paziente e affettuoso, un uomo di grande cultura ed umanit…, dai sentimenti fini e dai tratti che esprimevano una ricchezza spirituale enorme. Ma vi erano anche altri professori che ci guardavano con qualche sospetto e perplessit… ed erano, di fatto, coloro che arricchirono con la loro presenza una stagione impegnativa ed esaltante della storia del Galluppi. Noi li consideravamo i padri-padroni che si imponevano non solo all'interno del liceo, ma anche della societ… catanzarese per il loro ingegno, per la loro cultura e per la loro autorevolezza. Erano Salvatore Morello, Ezio Galiano, Giovanni Mastroianni, Mauro Nicotra, Natalino Palermo, Michele Riolo, Abigaille Giglio. Essi determinavano in noi sentimenti diversi, a volte di reazione e di contrapposizionc, ma la loro autorevolezza si accompagnava ad un fascino che alla fine ci vinceva. Certo una cosa io non potr• mai dimenticare ed Š che nel Galluppi imparai a fare battaglie per una maggiore giustizia e conobbi anche la censura, infatti alcune nostre canzoncine per la festa di fine anno furono eliminate perch‚ ritenute offensive nei confronti di qualche insegnante. Ci fu la reazione da parte nostra, ma l'autorit…, che allora noi non comprendevamo, ancora una volta vinse, e, a mio avviso, immotivatamente, anche se oggi devo riconoscere che era molto pagante, per noi che ci formavamo, il senso del rispetto che gli altri ci imponevano in confronto allo sbandamento fuorviante di oggi. Si delineava gi…, in quegli anni, un aspetto della mia personalit… che proprio fra le mura del Galluppi Š cresciuto e si Š imposto con tale forza e chiarezza da determinare la scelta fondamentale della mia vita: quella del mio impegno politico. Si evidenziava, infatti, il mio desiderio di ascoltare le istanze degli altri, di farle mie, di portare avanti confronti e dibattiti, di coordinare le attivit… dei vari gruppi senza restare chiuso nell'ambito della mia classe, ma sensibilizzando e incoraggiando all'impegno tutti, in modo che le battaglie e le conquiste fossero patrimonio comune. Dunque il Liceo Classico Š stato per me un mondo fatto di passione, di generosit…, di rabbia ma non di rancore, un mondo in cui noi inconsciamente ci appropriavamo di valori che dovevano essere a fondamento del nostro impegno e io e tanti altri colleghi dobbiamo molto a questa esperienza. Fin da allora, infatti, abbiamo imparato a comprendere il significato della solidariet…, della lealt…, e la soddisfazione dello stare insieme che ci dava forza nei confronti di chi era pi— grande di noi. Non so se i giovani di oggi hanno queste sensazioni, non so se gli altri che son venuti dopo di noi ricordano gli anni del Liceo con uguale dolcezza, non so se essi si considerano debitori di fatti e dati irripetibili. Io sŤ e anche la mia generazione, perch‚ i risultati che ciascuno di noi pu• avere raggiunto nella vita non ci sono stati regalati, ma sono il prodotto di un impegno che Š passato anche attraverso i banchi un po' scomodi e consumati del liceo "Galluppi" di Corso Mazzini, attraverso i rimbrotti di Pucci, di Rosina, di Alfieri, attraverso i racconti guerreschi di Mercurio, attraverso, dunque, fatti e uomini che avevano vissuto esperienze importanti e a noi davano anche la testimonianza del loro sacrificio e della loro grande umanit…. /:/Adolfo Giovanni Ansani. di Mariano e di Concetta Fam… nato a Catanzaro il 22 agosto 1943 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1956/1957) I sordi colpi dei primi trenta numeri di una vecchia tombola, sapientemente agitati in una scatoletta metallica, aprono questa ennesima giornata scolastica del mio terzo liceo; la classe rischia un cardiopalmo collettivo mentre, con un'espressione facciale ironicamente sadica, il professore Morello pesca nel suo scatolino di latta: lui ®scava, scavaŻ, e i nostri battiti cardiaci acquistano un ritmo sempre pi— convulso, per poi cessare quasi completamente in una sensazione liberatoria quando il numero quattordici, abbinato al nome di un compagno, viene estratto. Il malcapitato va alla cattedra in un olocausto a lungo temuto; ha studiato, Š vero, ma l'emozione insidier… la sua preparazione. La classe riprende lentamente le sue forze infiacchite dalla precedente paura, mentre l'interrogazione ha inizio: al primo errore nell'espressione algebrica alla lavagna, il professor Morello impone l'alt con un fischio perentorio e d… avvio al suo repertorio ameno che serve a tirar su completamente il morale di tutti noi, ormai rassicurati per lo scampato pericolo, il nostro compagno, Š ovvio, Š come ®l'ovu a lu focuŻ ed ha in testa ®lippi 'e fiumaraŻ, meriterebbe di essere ®acchiappatu do' 'nchiaccacaniŻ o dovrebbe andare a raccogliere ®vermit—riŻ, piuttosto che continuare nell'impresa di capire la matematica e la fisica ®classicaŻ. Gi…, perch‚ al liceo - ci tiene a ricordare il professore - a differenza delle altre scuole, non si impara ®comu s'acconzanu i campaneddiŻ, ma i sacri principi della matematica e della fisica pura. Ognuno vedendo l'andamento disastroso dell'interrogazione ricomincia a temere per s‚; il compagno va a posto accompagnato dalle frasi di rito e dal sorriso satanico del nostro professore-carnefice. Deve ancora venire il ®'68Ż, e non ha, la vittima, a sua disposizione esperienze di contestazione, n‚ sei politico da pretendere; anzi conquista a volte il sei aritmetico, con un malcapitato compagno di sventura, estratto insieme a lui, o con l'amico del primo banco che ha tentato di suggerirgli qualcosa: con tono serio ed apparentemente soddisfatto il professor Morello annuncia che la sufficienza Š stata raggiunta, ma aggiunge subito, con un ineffabile sorrisetto, che devono dividerla tra loro: tre ad ognuno dei due. La classe Š sottilmente coinvolta nelle divertite trovate del vastissimo repertorio morelliano mentre il solo malcapitato di turno si limita a rimuginare qualcosa; quel malumore represso si concreter… forse nelle vicende scolastiche del fratellino pi— piccolo che, solo qualche anno dopo, forte anche dei racconti del nostro, sbandierer… cartelli dall'inferocito contenuto davanti l'atrio del Liceo, pretender… interrogazioni di gruppo, in cui ad esporre sar… soprattutto il professore, ed esiger…, appunto, il sei politico sotto gli occhi esterrefatti, increduli o a volte giocoforza compiaciuti degli insegnanti. Certo quei professori nessuno li temer…, ma saranno amati? Perch‚ il prof. Morello, incredibile ma vero, Š amato da tutti noi. Egli, finita l'interrogazione-supplizio, continua ad essere, anche per le sue vittime, il carismatico professore dal fascino tutto particolare: sar… il suo abbigliamento eccentrico, sia pure sul ®classicoŻ, i suoi gessati marrone, le sue scarpe bicolore, il suo cappotto di cammello autentico con collo di persiano; saranno i suoi ricordi narrati con accento nostalgico; sar… il suo eloquio forbito, inframmezzato da coloritissime espressioni dialettali e la galanteria con cui si complimenta con una compagna per il vestito che indossa, salvo poi ad usarle il solito trattamento in sede di interrogazione; certo Š che il professor Morello Š amato. La giornata continua, i professori si alternano nelle quattro ore successive; essi sono altrettanto temuti, ma le loro interrogazioni, con un accorto calcolo delle probabilit…, si possono prevedere. Abbiamo la tranquillit… di pensare alla gita mille volte promessa, nientemeno che alla Roccelletta. Bisogner… esigere che prima della fine dell'anno sia fatta, ma come? L'accordo Š raggiunto, dell'assemblea di classe si fa a meno, non Š stata ancora inventata. In una richiesta corale, l'indomani, davanti il portone del vecchio Liceo, invocheremo con energia ®gi-ta; gi-taŻ e se il Preside si dimostrer… evasivo nelle promesse, sar… sciopero. La presidenza accoglie prematuramente le nostre richieste e lo sciopero previsto, pregustato quasi pi— della gita preambolo ideale di ogni pretesa studentesca, pi— o meno legittima, non ci sar…. Š la gita. Una luminosa giornata di maggio ci vede tutti pronti ad assaporare, attimo per attimo, quell'evento a lungo voluto. Le ragazze portano per l'occasione i pantaloni; la libert… di movimento Š un ottimo alibi per indossare un capo che in qualche modo le fa sentire emancipate; noi ragazzi teniamo ben stretti i nostri sacchi pieni di cibarie di ogni genere accuratamente confezionate dalle mamme (non Š ancora venuta l'epoca dei paninari) con prevalenza di frittate gustose e sostanziose cotolette che, ahim‚, diventeranno inevitabilmente secche. Ognuno di noi si guarda intorno per vedere se la ragazza che gli interessa Š riuscita a strappare l'agognato permesso ai genitori. Anch'io d• uno sguardo in giro per vedere se c'Š lei. Eccola; anche lei in pantaloni; lei, come le altre, con un viso radioso pieno di gioia di vivere. Ci star… alla mia corte? L'espressione dei suoi occhi e l'incrocio di qualche sguardo di troppo mi lascia ben sperare e comunque Š gi… bella questa attesa. Allegri cori nel pullman, interrotti a volte dalla censura del professore che ci accompagna perch‚ licenziosi e movimenti strategici per stare vicino a qualcuno. Si arriva, e la giornata trascorre nel migliore dei modi all'aperto con fragrante odore dei campi che ci inebria come la libert…, sia pur vigilata, che stiamo assaporando. Zittiscono, a tratti, il vociare intenso di tutti noi, le note delle canzoni di Paul Anka, divo dell'ultim'ora; si aprono allora le danze, in un matin‚e inventato al momento, disertate dai timidi che mascherano fra un panino ed uno sberleffo il loro imbarazzo. Prima dell'imbrunire finisce la nostra bella avventura; i pi— intraprendenti e fortunati stringendo per mano una ragazza; tutti, comunque, pi— affratellati, appagati e felici. Ma alla luce seguono le tenebre; alla gita la ®maturit…Ż. Studio intenso, sveglie che ci strappano dai sogni pieni di incubi, ripetizioni ossessive, ed affannose ricerche dei nomi dei commissari d'esame e delle scuole da cui provengono. La commissione Š pi— rigorosa ed intrattabile di quanto non ci avessero gi… informato; durante i compiti scritti la sorveglianza Š strettissima, ma non tale da impedire i preordinati contatti tra compagni di una classe affiatatissima come la mia; il compito di greco si presenta oscuro pi— dei responsi della Sibilla Cumana anche al direttorio dei primi della classe, ma per fortuna, quando ormai si dispera di dare un senso compiuto alla versione, arrivano i provvidenziali lumi del commissario interno che, con un abile stratagemma, riesce a metterci sulla buona strada: il professore Galiano fa in modo che l'ostica frase, che nessuno riesce a decifrare, appaia, tradotta in italiano, come un'esortazione per noi, che cogliamo a volo l'ancora di salvezza che ci offre. Questo e tanti altri complici interventi del nostro professore-amico, portano la sua III B del 1961 allo strabiliante risultato (forse un record assoluto) di circa il novanta per cento di maturati a luglio. Perci•, l'illustre promotore di questo collage rievocativo sappia che, se qualcuno oggi si dorr… delle mie sentenze, la responsabilit… Š anche sua. /:/Franco Ciccarelli. di Filippo e di Rosaria Pellisanti nato a Fermo il 26 gennaio 1943 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell' anno scolastico 1956/1957) Il primo approccio con ®Vecchio GalluppiŻ l'ho avuto (o subŤto) in casa di un collega solo di qualche anno pi— anziano di me. Il Soggetto, dopo avermi mostrato a distanza di sicurezza (tipo: guardare, ma non toccare) il bel volume, certamente orgoglioso di possederlo, mi ha chiesto a bruciapelo in quale anno mi ero diplomato. Una rapidissima ricerca (che mi ha fatto sospettare che la cosa fosse preparata: quanto tempo sottratto allo studio di una complessa questione giuridica, o alla redazione di una intricata ®comparsaŻ per ricercare sadicamente, tra le sbiadite foto, le vecchie fisionomie?) ed ecco la perentoria e perfida domanda: ®Tu, dove sei?Ż. Non ho pudore nell'ammettere che non ho saputo indicarmi. Ho annaspato tra i volti noti, scartandoli, soffermandomi su quelli cui non riuscivo a dare un nome e che potevano, tutto sommato, almeno uno, passare per me. E, come in un flash-back, ho rivissuto le angosce e le mortificazioni subite durante le interrogazioni di geografia, quando mi veniva richiesto di indicare con il dito la capitale di uno sconosciuto (per me) Stato del Terzo Mondo. (Un mio carissimo amico, molto pi— furbo e navigato, si destreggiava con il palmo della mano che era, buon per lui molto pi— grande del normale, sperando di azzeccarci). Pago, alfine, del supplizio inflittomi, il collega mi ha mostrato, in terza fila, la parte superiore di un viso: appena la fronte, niente capelli, perch‚ tutt'uno con lo sfondo scuro della stampa, e due occhi quasi poggiati sulla testa di ®quello della seconda filaŻ. Mi sono subito identificato con enorme sollievo e malcelata soddisfazione, visto che non ero poi male. Ripensandoci, per•, non credo di aver fatto la figura del solito imbranato. In fondo, le fronti a quell'et… si somigliano tutte. Ma ormai anche in me era scattata la curiosit… di riscoprire come eravamo, e non solo fisicamente, e di verificare attraverso i pezzi dei vari Autori che avevano celebrato il vecchio liceo, quanto della loro semplicit… avessero conservato. Ho voluto procurarmi l'opera, ed Š stata la graditissima occasione per rincontrare il caro prof. Galiano. L'ho ritrovato cosŤ come l'avevo lasciato appena trent'anni fa: stesso fisico di un tempo, immutato lo spirito arguto. Non so se sia la Filosofia a mantenerlo giovane. Non ho, purtroppo eccessiva dimestichezza con questa disciplina e non posso affermarlo. Š certo che vivere con i giovani e per i giovani aiuta a rimanere tale. Confesso di non aver letto tutto il volume. Non Š un romanzo che si manda gi— d'un fiato. Š piuttosto una raccolta di emozioni personali rivissute da scrittori estemporanei e non per mestiere e per ci• stesso gelosi dei propri sentimenti. Una lettura non dico affrettata, ma senza pause e soprattutto non in sintonia con gli umori degli Autori, finirebbe per far torto agli stessi. Volendo ritrovare i vecchi amici del tempo che fu, come erano e non come sono oggi, dato che la maggior parte di loro posso incontrare a mio piacimento per la strada o nelle aule del Tribunale, ho dato la precedenza, come era poi doveroso, ai miei compagni di corso. RIPEPE. Smentendo quanto appena affermato, devo ammettere di non vederlo da allora. Ma non ignoro le tappe della sua prestigiosa carriera e i lusinghieri successi conseguiti. Le sue pagine, magistralmente tracciate sembrano ricordare alle nuove generazioni che la Memoria Š Patrimonio dell'uomo e non un software, come qualche ginnasiale di oggi, allevato in tempi di esasperata tecnologia, potrebbe essere indotto a credere. Ma leggendo quelle pagine condite con dotte citazioni abilmente dosate, non sempre sono riuscito a star dietro al pathos logico, esile come una delicata antica trama che lega le une alle altre. Il mio pensiero riandava ostinatamente a quello che era stato per tutti noi Eugenio Ripepe: un monumento vivente alla Cultura e alla Intelligenza Superiore. Alla Diligenza e all'alto senso del Dovere. Benevolmente ci spiegava che il nome che gli avevano imposto era solo un riferimento ai suoi nobili natali; ma per noi rimaneva un segno del Destino. Š un Genio. Quelli del corso B che come me, hanno avuto il privilegio di essere suoi compagni di classe, non si sono mai mostrati irriconoscenti per tanta fortuna. Con il carissimo Enzo Fera (l'esperto in capitali del Terzo Mondo, l'altra parte del binomio che per anni fummo) non ho avuto alcuno scrupolo ad attingere direttamente alla fonte del Sapere (che Š un eufemismo per dire che entrambi ®copiavamo da LuiŻ). Pi— di una volta, per essere sicuri di avere qualcosa di prima mano e appena sfornata (e, quindi, di assicurarci un sia pure piccolo vantaggio sugli altri), lo abbiamo raggiunto, di sera, nella sua casa di Via Bellavista dove, solo dopo penosi tentativi di mantenere la conversazione sui pi— svariati argomenti, come si usa tra persone civili e bene educate, esponevamo il vero motivo della nostra visita. Capitava spesso che, mentre eravamo intenti a svolgere la nostra delicata missione, consistente nel verificare accuratamente la sua preparazione per il giorno seguente, ci raggiungesse la signora Bianca per chiederci, con trepidazione tutta materna, come andava il figlio a scuola. A quel punto era un coro (anche se eravamo solo in due, ma senza saperlo avevamo inventato gli effetti sonori speciali) di lodi sperticate quanto sincere, una gara a chi raccontava gli episodi in cui il Nostro aveva meglio mostrato la sua valentia, riportando, a conferma, l'altissima stima di cui godeva, tra i suoi compagni e gli stessi professori, anche quelli pi— esigenti e di palato difficile. Caro Eugenio, l'arrivederci che ci siamo scambiati in quella notte di giugno, che Tu hai da par tuo ricordato, Š stato effettivamente uno degli ultimi. Dopo le fatiche degli esami e la agognata (ma per Te fu solo una formalit… burocratica) promozione non ci siamo pi— incontrati. Ma da allora una domanda, anzi due, vorrei ancora rivolgerTi: ®Sei venuto a scuola, una tantum, impreparato?Ż. (Qualche volta, lo ricordo, hai ®salatoŻ con noi, e ci• ancora oggi Ti fa onore: hai anche partecipato ai nostri scioperi, e questo rafforzava ancora di pi— la Tua immagine e rendeva pi— giusta la nostra causa). E ancora: ®C'Š stata una materia alla quale Ti sei accostato non dico con difficolt…, ma solo con un impercettibile senso di fastidio e insofferenza?Ż. Sii pur certo che se queste mie domande ottenessero una improbabile risposta di segno positivo, non per questo l'idea che conservo di Te risulterebbe minimamente offuscata. Continuerei a ricordarTi come un monumento vivente alla Cultura, alla Intelligenza Superiore ecc. Per me, come per il resto dei comuni mortali l'esame di maturit… non fu una formalit… burocratica. Fu dapprima, in un'affannosa lotta contro il tempo, iniziata a met… anno scolastico, il folle tentativo di abbuffarmi delle materie che avrei dovuto saggiamente centellinare in tre anni; la sovrumana impresa (per fortuna portata a compimento) di imparare a memoria non solo la traduzione letterale di trecento versi dell'Eneide, ma di ciascuna parola ostrogota (rectius greca) la relativa sintassi; le caldi notti di luglio passate a immaginare in che modo potessero svolgersi le interrogazioni orali. Per quanto volessi essere ottimista e infondermi coraggio, immancabilmente mi figuravo i Membri della Commissione come i Componenti il Collegio di una Corte Marziale in tempo di guerra (scene tratte da pellicole dell'epoca, opportunamente personalizzate), tanto che finii col convincermi che sarebbero venuti in divisa. Un solo particolare non quadrava: accanto a me non vedevo nessun difensore (nei films un avvocato non si nega nemmeno al pi— abbietto dei disertori); e questo non migliorava certo le cose! Gli esami dal vivo furono meno brutti del previsto (d'altra parte, peggio di come li avevo immaginati non sarebbero potuti essere... a quel punto anche Torquemada avrebbe fatto la sua prima brutta figura) e anzi, addirittura, scanditi da attestazioni di umana solidariet…. E poi il difensore (e non d'ufficio) noi l'avemmo nel prof. Ezio Galiano, Commissario Interno. Il caso, abilmente pilotato, volle che anche in quella circostanza l'uomo giusto si trovasse al posto giusto. L'episodio ricordato da Ansani (pardon, dal Giudice Ansani) Š sacrosanto. Mi corre l'obbligo, per•, di precisare, per amore di verit…, essendo anche abbondantemente decorso ogni termine di prescrizione, che non ci venne suggerita soltanto la frase particolarmente ostica del brano di greco; ci• avrebbe aiutato quelli che avevano stretto rapporti di calda amicizia con la lingua di Eschilo, lasciando gli altri, ed eravamo la maggior parte, nella disperazione pi— nera. Avvenne, invece, e non fu un miracolo (o forse Dio parl• a noi per bocca del Commissario Interno), che anche chi per anni aveva mantenuto un atteggiamento di dichiarata ostilit… con quella disciplina, improvvisamente ne scoprŤ tutti i misteri e, perch‚ no?, anche la bellezza. Ho raccontato questo piccolo grande episodio al mio primogenito che quest'anno frequenter… la quarta ginnasiale. Mi ha ascoltato sorpreso e, anzi, sbalordito. Evidentemente un comportamento del genere non rientra (ancora) nei suoi schemi mentali. Per lui un Esaminatore che sta dalla parte degli esaminandi deve essere qualcosa di molto simile a un traditore della sua gente. Ma ho ritenuto giusto parlargli di chi, tra pochi giorni, sar… il suo Preside, non come una persona di grande cultura e intelletto, perch‚ non lo avrebbe apprezzato, ma come l'uomo buono che ha a cuore la sorte dei suoi ragazzi (e questo sŤ l'ha capito). Nella sagra del ®Vecchio GalluppiŻ non potevano mancare le trionfali rievocazioni dei professori. Nessuno si Š sottratto a tale obbligo e tutti hanno celebrato i propri. Ma io credo che i professori non vadano ricordati nelle grandi occasioni come un pezzo del nostro passato. I professori, ma Š riduttivo chiamarli cosŤ, ce li portiamo dentro e affiorano continuamente, anche se non ce ne accorgiamo. Rivivono in quel particolare atteggiamento che noi crediamo cosŤ naturale; in quel gesto che ci Š abituale; forse anche in quell'improvviso atteggiarsi del volto; in quella frase che, con studiata indifferenza, gettiamo lŤ per risolvere una situazione difficile. Non la dotta citazione, che Š solo nozionismo, reperibile in ogni testo, ma proprio quella frasetta semplice semplice pronunciata tanto tempo fa da Lui (o Lei) di cui non ricordiamo nemmeno il nome e che abbiamo miracolosamente memorizzato. I professori non sono pezzi del nostro passato. Fanno parte di noi. Fra qualche giorno, ripetendo il gesto che fu di mio padre, far• compagnia a mio figlio dinanzi al portone ancora chiuso del Liceo. Gli augurer• di affrontare questo nuovo capitolo della sua vita con animo ben disposto; di non chiudere la sua mente agli insegnamenti che gli sembreranno pi— difficili, di essere uno studente migliore di quanto non lo sia stato io (e questo, per fortuna, dovrebbe riuscirgli facile) e di provare un giorno gli stessi sentimenti di riconoscenza verso questa Scuola che io qui ho maldestramente cercato di nascondere. /:/Maria Donzelli. nata a Catanzaro il 21 maggio 1944 iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1957/1958) Ho frequentato il Liceo "Galluppi" dal 1957 al 1962 nella sezione A. Non cosŤ vecchia da considerarli ®i pi— belli della vitaŻ, n‚ cosŤ giovane da darli per ®scontatiŻ, gli anni del mio ginnasio-liceo mi tornano alla memoria come un periodo ricco di esperienze, importante per la mia formazione, ma anche molto ®faticosoŻ. Allora la scuola, in una citt… di provincia come Catanzaro, era l'unica ®finestraŻ sul mondo. La televisione era ai suoi primordi e la trasmissione ®culturalmente pi— impegnataŻ era ®Lascia o raddoppia?Ż. La distribuzione delle pellicole cinematografiche era assai male organizzata: molti films non arrivavano a Catanzaro. Il teatro era praticamente assente ad eccezione di qualche compagnia di second'ordine; non ricordo di aver assistito a spettacoli di prosa, di rivista o di opera lirica di un certo rilievo. I libri e le riviste culturali nazionali circolavano a fatica: per avere qualcosa di interessante bisognava fare un'ordinazione alla libreria ®MauroŻ, ma prima di ordinare bisognava informarsi e l'informazione faceva difetto. L'associazione ®Gli Amici della MusicaŻ riusciva ad organizzare, nella sede della Prefettura, qualche concerto di musica classica, ma anche questa attivit… and• smorzandosi con gli anni. La biblioteca cittadina era poco organizzata e comunque nessuno dei miei insegnanti mi ha mai consigliato di frequentarla. Non esistevano centri sportivi: palestre, campi da tennis, campi di calcio, od altro. Non restava dunque che la scuola, con tutti i limiti e le carenze di una struttura gi… all'epoca invecchiata. Al quarto ginnasio la mia classe, priva di un'aula propria, fece lezione per buona parte dell'anno nel laboratorio di fisica, che (sia detto per inciso) i miei compagni ed io non avemmo mai pi— il piacere di rivisitare e di utilizzare nella sua specifica funzione. Ma la scuola era tutto ci• che avevamo: a scuola si incontravano gli amici, a scuola si intrecciavano i primi amori, con i compagni di scuola e nelle gite scolastiche si organizzavano i primi balli, nei gabinetti della scuola si cominciavano a fumare le prime sigarette, attraverso la scuola si entrava in qualche modo in contatto con la vita della citt… e, soprattutto, si incontrava il ®mondo della culturaŻ, considerato ancora come il ®sancta sanctorumŻ di cui bisognava necessariamente possedere le chiavi se si voleva ®riuscire nella vitaŻ. La scuola era anche il luogo dove le ragazze scoprivano e creavano la moda: le calze lunghe, la gonna stretta, il trucco, i tacchi alti, acquistavano la loro importanza solo se esibiti ®a scuolaŻ e se ne scrutava timidamente l'effetto negli sguardi dei compagni od anche nei ®rimproveriŻ dei professori: ®Come ti sei combinata!? Vatti a lavare la faccia!Ż. Attirare su di s‚ un ®rimproveroŻ del genere significava acquistare la certezza di ®aver fatto colpoŻ. L'oppressione delle studentesse era l'uso del grembiule nero, a cui la maggior parte degli insegnanti teneva molto indicandolo come segno di ®ordineŻ, indispensabile per delle brave scolare. ®Per dare l'esempioŻ alcune insegnanti lo indossavano abitualmente e, naturalmente, lo ®esigevano legittimamenteŻ, dalle loro alunne. Il grembiule nero, simbolo della pudicizia, avrebbe dovuto probabilmente fare da schermo alle fobie sessuali delle nostre insegnanti e da deterrente agli eventuali appetiti dei compagni e professori di sesso maschile. Dal grembiule nero sembrava in realt… dipendere la possibilita di entrare - noi pure, bench‚ donne! - nel tempio della cultura. Naturalmente ci• era ®permessoŻ a patto di nascondere i nostri attributi sessuali di giovani fanciulle. Al Liceo "Galluppi" i primi sintomi di ®femminismoŻ si ebbero proprio nell'uso a met… o nell'eliminazione del grembiule. Questo importante indumento all'epoca veniva generalmente confezionato dalla sarta di famiglia, le pi— emancipate e danarose lo compravano, gi… confczionato, nei loro viaggi estivi a Roma, a Milano od in altre citt…. Il modello ed il tessuto venivano accuratamente scelti anche perch‚ ®doveva durareŻ per molto tempo. Le ragazze pi— pulite ne facevano confezionare due per evitare di rimanerne prive al momento del lavaggio. Le giovani ®galluppineŻ, al passaggio dal ginnasio al liceo, costruivano la loro timida battaglia al grembiule cercando di renderlo pi— ®gradevoleŻ: lungo al ginocchio, adornato spesso di cinture ben strette in vita; la sua funzione veniva cosŤ esorcizzata. Al secondo liceo il grembiule fu lasciato in classe: si tratt• di una grande conquista nei confronti della bidella Rosina, donna di grande dignit… e di morigeratissimi costumi, degli insegnanti e del preside. Ogni fanciulla sperava di non ritrovare il proprio indumento il giorno dopo o di giustificare l'assenza con: ®Mi dispiace, professoressa, l'ho trovato sporco!Ż, oppure ®Š entrato un gatto dalla finestra e ci ha dormito sopra!Ż. In terza liceo il grembiule veniva infilato, lasciato completamente aperto e fatto svolazzare soprattutto negli spostamenti nei corridoi. Le pi— ®ribelliŻ, alla fine del terzo liceo, non lo portavano pi— . Nella primavera dell'ultimo anno i giovani liceali - fanciulle e ragazzi - usavano organizzare una festa da ballo con orchestra ed annesso spettacolino nel quale era permesso prendere garbatamente in giro tutto il corpo docente ed il personale della seuola. Nel 1962 noi della III A, insieme a tutte le terze, organizzammo il ®ballo della ginestraŻ. Ricordo con quale emozione ci recammo in delegazione dal preside Livio Cancellieri, chiedendo nientemeno che ®l'aula magnaŻ. La festa aveva valore per noi solo se fatta nella scuola, trasportata in una sala pubblica avrebbe perduto di significato. L'assenso del preside ci rese euforici. Organizzammo subito una squadra di fanciulle che doveva recarsi a Pontegrande per raccogliere la ginestra. Per tre o quattro giorni la scuola divenne finalmente ®nostraŻ. L'addobbo dell'aula magna, l'organizzazione dello spettacolo, gli inviti, il rinfresco, le prove, ci videro per• impegnati per pi— di dieci giorni. La festa riuscŤ benissimo o, almeno, questa fu la percezione degli organizzatori, e finŤ in un numero imprecisato di twists, rock-and-rolls, cheek-to-cheeks. Solo la preparazione dell'esame di maturit… riuscŤ a smorzare l'euforia determinata da questo ®trionfaleŻ avvenimento. Ma il Liceo "Galluppi" non era, e non lo fu per me, solo un luogo di costume. Dicevo prima che ricordo questo periodo della mia vita come uno dei pi— faticosi. La fatica era determinata non solo dallo studio intenso di materie come il greco ed il latino, rese talvolta oppressive dai metodi di insegnamento, ma anche dal tentativo di aprirsi alle esperienze culturali pi— attuali e di collegarsi agli avvenimenti della citt…. C'era, in alcuni di noi, il desiderio di contribuire, nel nostro piccolo, a colmare dei vuoti culturali, od almeno, considerata la sostanziale assenza di iniziative cittadine, di creare delle occasioni di confronto e di esperienza fuori dalla scuola anche se ad essa collegate. Questo spirito ®pionieristicoŻ derivava da un bisogno profondo di espressione e di confronto con gli altri in una forma libera dalle regole scolastiehe. Noi studenti di allora non sentivamo la scuola come veramente nostra: essa ci apparteneva solo in minima parte e solo in quanto luogo del nostro apprendimento. All'epoca non pensavamo di poter partecipare alla ®gestioneŻ della scuola. Eravamo calati completamente nel nostro ruolo di ®discentiŻ, un ruolo che certamente ci Š servito ma che molti di noi hanno fatto fatica a modificare in senso creativo e che ha dunque rischiato di soffocare delle energie. Quelli che sentivano di possedere queste energie le esercitavano in genere, ed in modo naturale, fuori dalla scuola: era il caso dei giovani comunisti ed era il caso dei giovani cattolici, la maggior parte dei quali non era iscritta alla Democrazia Cristiana. L'attivit… di questi giovani non si configurava come protesta aperta nei confronti della scuola anche se talvolta assunse i toni della denuncia. Era l'epoca in cui Togliatti ®tendeva la mano ai cattoliciŻ ed era anche l'epoca in cui la Chiesa, attraverso Papa Giovanni e la preparazione del Concilio Vaticano II, sembrava vivere una ventata di giovinezza. Noi "galluppini" di allora abbiamo vissuto, come era possibile in una citt… chiusa come la nostra, gli echi di quelle aperture, di quelle polemiche, di quei nuovi fermenti e li abbiamo ovviamente riempiti dei nostri contenuti e dei nostri problemi. I giovani comunisti avevano una loro struttura organizzativa istituzionale che era il Partito e trovammo all'interno del "Galluppi" una guida ideologica soprattutto nella figura di Giovanni Mastroianni, professore di storia e filosofia in quegli anni. I giovani cattolici, tranne alcuni, non si riconoscevano nella DC, che anzi criticavano e gi… consideravano in qualche modo ®corrottaŻ, avevano per• il cuore aperto alle speranze del nuovo indirizzo della Chiesa, volevano anch'essi vivere da protagonisti il confronto-scontro-incontro con i comunisti che del resto, ormai, era nei fatti, ma avevano bisogno di una guida e di un minimo di organizzazione che desse legittimit… ai loro interventi. Don Giorgio Bonapace, giovane insegnante di religione nel nostro liceo, divenne quella guida ed intorno a lui si form• un gruppo di giovani, quasi tutti del "Galluppi" che diede vita al ®MovimentO StudentiŻ. L'espressione, oggi ormai logora, a noi dava allora una sensazione di novit…, di dinamismo che ci metteva finalmente ®al passo coi tempiŻ. Cominciammo a reclutare, all'interno del liceo, gli aderenti al ®MovimentoŻ e creammo un giornale che intitolammo ®Il SentieroŻ. In questo titolo c'erano tutte le nostre speranze, ma anche la vaga consapevolezza delle difficolt… che ci aspettavano. Imparammo cosŤ a costruire un giornale, ad impaginarlo, andammo in tipografia ed apprendemmo i metodi di stampa dell'epoca, ci ponemmo problemi di gestione e di distribuzione, cominciammo a renderci conto dell'importanza e del valore del danaro, della sostanziale non disponibilit… dei politici locali, del consenso dell'opinione pubblica, e soprattutto toccammo con mano l'assenza di iniziative per i giovani nella nostra citt…, l'indifferenza della classe dirigente ai problemi dei giovani, le difficolt…, le paure, i sŤ, i ma, i per• della Chiesa istituzionale, a fronte di una energia giovanile enorme, disponibile e generosa, ma anche desiderosa di ottenere e di fare esperienza. Organizzammo anche un cineforum. Ritiravamo le pellicole attraverso la libreria delle suore di San Paolo: all'epoca non c'erano alternative. Ricordo com'era difficile formulare un programma ®serioŻ con il materiale a nostra disposizione, ma ricordo anche l'enorme successo di pubblico e la vivacit… dei nostri dibattiti. Riuscimmo in ogni modo a farci qualche idea sul neorealismo italiano ed a discuterne in forma critica: in quelle condizioni non era poco. Nella sede del cineforum cominciarono i nostri confronti diretti e gli scontri verbali con i giovani comunisti, nella maggior parte gi… nostri compagni di scuola. Dal giornale, al cineforum, ai dibattiti pubblici, nelle sedi che riuscivamo a trovare. Uno dei nostri problemi pi— assillanti era infatti il reperimento del luogo per i nostri incontri. La scuola era una sede difficile da ottenere: ®La politica deve rimanere fuori dalla scuola; studiate e non perdete tempo!Ż, ripetevano ostinatamente molti dei nostri professori. Ma noi eravamo convinti dell`importanza della nostra attivit…, dei bisogni che essa veniva a soddisfare e della vitalit… che questa attivit… contribuiva a portare al nostro studio scolastico. I temi dei nostri incontri-dibattito riguardavano la famiglia, la societ…, la Chiesa, l'importanza ideologica della politica e molti altri argomenti. Uno degli incontri pi— vivaci fra giovani comunisti e giovani cattolici, si ebbe sul messaggio sociale dell'enciclica ®Mater et MagistraŻ di Papa Giovanni pubblicata nel 1961. Le nostre letture si allargavano: dai giornali quotidiani nazionali ai documenti del Concilio, dalla letteratura contemporanea alle riviste di cinema che riuscivamo a trovare solo presso l'edicola "Paparazzo", di fronte al liceo. Tutto ci• credo abbia fornito ad ognuno di noi, al di l… degli schieramenti ideologici dell'epoca, le coordinate storiche contemporanee nelle quali collocare anche la materia scolastica. Questo intreccio tra l'attivit… scolastica e l'attivit… cittadina ha comunque lasciato il segno nella nostra formazione. All'interno della scuola i contenuti che ci venivano proposti dipendevano quasi esclusivamente dalla sensibilit… culturale dell'insegnante. C'era spesso un forte squilibrio fra le lezioni: i metodi di insegnamento erano assai diversi e certamente i nostri professori non avevano l'abitudine di coordinare tra loro i programmi. Alcuni avevano un progetto, altri insegnavano ®alla giornataŻ. Questa mancanza di coordinamento era gi… allora avvertita come dispersiva per noi studenti ma l'autorit… dell'insegnante in genere non veniva messa in discussione. Ricordo che l'aggressivit… accumulata verso l'uso, talvolta esagerato, di quell'autorit…, veniva da noi studenti scaricata su qualche povero malcapitato supplente di turno che, a causa della sua oggettiva precariet…, diventava facile bersaglio della scolaresca. Il segno della protesta era in genere l'indisciplina ®spicciolaŻ - dare fastidio in classe -, tendente ad impedire il normale svolgimento della lezione. C'erano poi momenti pi— ®costruttiviŻ in cui, su invito del preside, una delegazione di studenti andava a spiegare ®le ragioni di quell'indisciplinaŻ; considerata la debolezza di quelle ragioni le nostre piccole ®rivolteŻ rientravano rapidamente con soddisfazione generale. Pi— volte, dopo aver lasciato il liceo, ho rimpianto di non possedere una solida preparazione scientifica: oscuro mi Š sempre rimasto il senso e l'uso della trigonometria, delle formule chimiche e di altro; grande fatica mi Š costato in seguito, colmare almeno qualche lacuna di algebra e soprattutto di fisica teorica. Anche i libri di testo non davano molto aiuto: essi erano in relt… un supporto alla presunta spiegazione dell'insegnante. Ricordo gli sforzi che dovemmo compiere per affrontare l'esame di maturit…. Allora si sosteneva l'esame in tutte le discipline, sul programma del terzo anno e sui riferimenti ®ai programmi degli anni precedentiŻ. La preparazione alla maturit… fu una delle prove pi— dure di quegli anni. Tra gli insegnanti della nostra sezione, il nostro punto di riferimento era Giovanni Mastroianni che, oltre a darci una adeguata ed ampia preparazione nelle sue materie, ci fornŤ un metodo di studio. Su nostra richiesta, al momento della maturit…, ci diede anche qualche lezione extra su temi di discipline affini, come l'italiano. L'insegnamento di Mastroianni, oltre ad interessarci, ci appassionava. Molti di noi, dopo le sue lezioni, si incontravano per discutere sui temi da lui trattati. La storia e la filosofia, per un gruppetto della III A, divennero le materie privilegiate allora e le materie professionali poi. Un'altra insegnante che mi piace ricordare Š Emilia Zinzi che, con la sua finissima sensibilit…, ha avuto il grande merito di accostarci ai capolavori dell'arte. Non potr• mai dimenticare la gita scolastica da lei organizzata a Firenze e l'entusiasmo col quale ci fece scoprire il patrimonio artistico di quella citt…. Don Giorgio Bonapace fu la guida ma anche il compagno di tutte le nostre esperienze giovanili di quegli anni. La sua figura di insegnante, il suo esempio di vita, la sua gioiosa solidariet… e la sua speranza sono rimasti in ognuno di noi profondamente custoditi. Si aggiungono oggi il rimpianto e la commozione per la sua recente scomparsa. La vita di ciascuno di noi ha subŤto profonde o superficiali modificazioni a seconda delle circostanze, delle occasioni, delle volont… e delle predisposizioni di ciascuno al cambiamento, ma il segno delle esperienze, delle illusioni e disillusioni dei tempi del liceo, Š comunque un segmento della nostra storia che conviene serbare nella memoria cosŤ come Š stato, nel bene e nel male, ®in ricchezza ed in povert…Ż. /:/Marcello Furriolo. nato a Catanzaro il 26 maggio 1944 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1957/1958) Coriandoli di celluloide - Alfa Uno, Alfa Uno da Centrale. - Qui Alfa Uno. Avanti Centrale. - Le passo il Comandante... Signor Sindaco le volevo ricordare che alle dodici Š fissata la riunione per la nuova ordinanza sul traffico. Veniamo nel suo ufficio? - Certo, ci vediamo alle dodici da me. Grazie. Comandante, io le volevo dire che sto salendo verso il Liceo e gi… mi sono imbattuto in tre autocarri di ambulanti di frutta, ai soliti posti. Io non so pi— che cosa fare per far capire che devono sparire. Ma i vigili dove sono? - Signor Sindaco, Lei lo sa... Stamattina abbiamo 25 assenze su un organico di 80 persone. Comunque provvedo subito. Comandi. - Faccia qualcosa. Grazie! - Avvoc…, questo problema non si risolve se Voi non gli fate una bella strigliata, come al Vostro solito, e poi dovete chiamare questi ambulanti e dirglielo che hanno il posto davanti allo Stadio e devono stare lŤ o nei mercatini rionali. - Caro Nicola, hai ragione, ma io mi sto proprio stancando di ripetere sempre le stesse cose. Io non so se il Sindaco di Milano si deve preoccupare pure degli ambulanti... Siamo sul viadotto Kennedy, all'altezza dell'ANAS, d• uno sguardo a sinistra e, con un certo orgoglio, dico a Nicola: - Vedo che i lavori dell'Auditorium proseguono con impegno. Siamo ora a Villa Menichini. Solita ressa di giovani di leva militare dinanzi alla Caserma Pepe. Auto in sosta, in curva, da ambo i lati. La giornata Š bella e non mi va di fare altre polemiche con i Vigili Urbani. Presto dovremmo attivare la nuova disciplina della circolazione e del traffico, con una serie di sensi unici rotatori, soprattutto nella parte alta della Citt… e spero che le cose, anche se non si risolveranno radicalmente vadano un p• meglio. - Nicola, fermati a questo ingresso. Scendo e, appena al portone in vetro e alluminio anodizzato, mi si fa avanti un signore anziano molto premuroso. Non lo conosco, ma lui certamente conosce me. - Buon giorno, Signor Sindaco. Vi aspettavamo. Anzi... Scusate se ne approfitto. Sapete, ho tre figli... Tutti e tre disoccupati. So che dovete fare delle chiamate al Comune. Si voliti Vui... - Il fatto Š che, io vorrei... Ma ormai le assunzioni si fanno solo per concorso o tramite l'Ufficio di Collocamento. - Avvoc…, Vi prego... Almeno uno. Il grande che ha pure deciso di sposarsi. Pure per tre mesi... - Ma Š iscritto all'Ufficio di Collocamento? - SŤ, Š da due anni iscritto. - Con quale qualifica? - Impiegato. - Eh... Impiegato! Non Š facile liberarsi dalla morsa del mio accompagnatore. - Avvoc…, si voliti vui... Almeno uno, il grande... - Sentite- Cercando di svincolarmi dalla presa sempre pi— stretta del bidello del Liceo, che Š padre di uno dei diecimila giovani disoccupati che affollano l'Ufficio di Collocamento di Catanzaro. - Fatemi avere un promemoria con tutti i dati del giovanotto. Vediamo a che punto si trova nella graduatoria dell'Ufficio di Collocamento.. - Grazie avvoc…, lo so, ca si voliti vui. Mo' glielo dico al Preside che siete arrivato. Bussa con decisione. Entra e mi sbatte la porta dinanzi al viso. Proprio come ai bei tempi: Maggio 1963. Gigino Pucci Š entrato per avvertire il Preside che c'Š uno studente della III B, il solito Furriolo, per quella nota del professore Vassalli. I rapporti con Vassalli sono... agrodolci. Come lo possono essere con un professore di Latino e Greco, che si ritrova ad insegnare nel pi— irnportante Liceo Classico della Calabria, ma a distanza di circa 1200 Km. dalla sua residenza. Anche lui Š giovane e, forse, non perdona a Walter e a me quella rimostranza che gli abbiamo inscenato in occasione della morte di Papa Giovanni, quando pretendeva che si svolgesse il compito di greco il giorno dei funerali del ®Papa buonoŻ. Certo i funerali sono stati a Roma, ma con quale serenit… di spirito potevamo affrontare la traduzione di un brano dell'Anabasi? Š vero: il mio approccio con il Greco, nei cinque anni di Liceo, non Š mai stato troppo agevole, anche se devo dire che mi affascina molto la lingua di Sofocle, Eschilo ed Euripide... Vassalli, come la Tiengo (®Jo tiengo una munecaŻ per i suoi fans) sono come due corpi estranei rispetto alla grande famiglia dei professori del Galluppi. La Tiengo in particolare ha dovuto assumere la grandissima e difficile eredit… di Lila Zinzi, impareggiabile poetessa della Storia dell'Arte, ultima espressione di una generazione di intellettuali catanzaresi che hanno progressivamente e, purtroppo, tagliato i ponti con la citt…. Anche la Tiengo, rappresentante della pi— genuina razza subalpina, ha un rapporto non facile con la classe, anche se si sforza di rendere accessibile il linguaggio architettonico di Brunelleschi, di Vanvitelli ecc. Lei che sembra uscita direttamente da un Carosello dei formaggini svizzeri. Le sue lezioni, poi, capitano sempre all'ultima ora quando la... trasfigurazione artistica della realt… ci proietta gi… fuori dalla Scuola al Bar, al biliardo del ®MarescialloŻ per incontrare la pattuglia dei colleghi che, come ogni giorno, non sono ®entratiŻ o al portone principale per aspettare l'uscita della II B. Ieri sera a cinema, al Politeama, abbiamo fatto un casino del diavolo. Il film era ®L'eclisseŻ di Michelangelo Antonioni. Era bello, ma difficile e fino a quando siamo riusciti a concentrarci sulla vicenda ce ne Š voluto. Siamo entrati, come al solito, a luci spente, a film iniziato, dopo aver fatto la solita manfrina sui biglietti. Eravamo in cinque, abbiamo fatto tre biglietti. Don Angiolino molto carinamente ha fatto finta di non vedere o era distratto dalla cassiera. Appena entrati, Federico, molto educatamente, ha salutato ad alta voce nel generale silenzio: ®BuonaseraŻ! Risata generale. Solo qualcuno non ha gradito e ha sottolineato con una sonora ®pernacchiaŻ. Altri hanno risposto al saluto sicch‚ si e scatenato un crescendo di ®BuonaseraŻ ®BuonaseraŻ mentre sullo schermo una splendida Monica Vitti, travestita da negra, accennava conturbanti movimenti di danza. Abbiamo fatto appena in tempo a sederci che gi… don Angiolino si era affacciato assieme al fido Tommaso proprio in direzione nostra apostrofando Federico: - Avvoc…, avete bisogno di qualcosa? Federico Š per la gente gi… ®avvocatoŻ forse in virt—del suo aspetto serioso e rassicurante, quasi come lo zio Federico, parroco di Montecorvino. Siamo usciti che erano le 12 passate. Avevamo tutti fame e siamo entrati da Fulciniti ®il GasperinotoŻ, alla salitina in Corso Mazzini. Abbiamo dovuto attraversare una nube di fumo dalla quale uscivano, come da un girone infernale i baffi all'ins—, su due gote paonazze all'interno del viso ad uovo rovesciato di Peppino Papaleo che veniva colpito come da dardi balenanti dagli occhi intelligenti di BebŠ Greco, impegnati in una animatissima discussione sul futuro della Citt…. Abbiamo preso posto assieme a Vito, anche nella speranza che, essendo il nipote del ®GasperinotoŻ ci facesse pagare poco o magari niente. Ma, con la sua vocina bianca, Fulciniti non si commuove tanto facilmente Vito Š sempre polemico con Ceravolo per la squadra. Certo non Š un periodo molto fortunato, per• Vito scrive sempre polemicamentc, non gli va bene mai nulla. Siamo usciti dopo quasi un'ora. La serata era di quelle memorabili a Catanzaro. Di quelle che preannunciano un'estate anticipata, che racchiudono tutti gli umori della campagna, ed il profurno dei gelsomini frammisto a zagare ed oleandri. Questa citt… di notte Š di una bellezza struggente. Il Corso con le sue luci a mezzi toni, i palazzi segnati dal tempo e da stretti vicolctti semibui in cui si rannida la gente come inghiottita in un retropalcoscenico. Per riapparire all'indomani alla ribalta della passeggiata serale. Qua e l… molte finestrelle basse con le grate e dietro i vetri la pentola per gli spaghetti e le collane di aglio e peperoncini secchi. Peccato che il traffico assurdo delle auto e dei pullmans rendano scomposto questo rito delle sette, in cui ormai sono specialisti alcuni noti pcrsonaggi come l'avv. P. e il dott. F. che di professione ®contano le basoleŻ. Il Sindaco Morisciano ha promesso che quest'anno chiuder… il Corso, ma non si vuole capire che bisogna fare dei parcheggi fuori Citt… e poi riattivare la vecchia Funicolare. Certo che il Sindaco che riuscir… risolvere il problema del traffico a Catanzaro lo metteranno al posto di Stocco o addirittura del Cavatore. Di questo passo, per•, tra vent'anni a Catanzaro non si riuscir… a camminare neanche a piedi. Mimmo non aveva voglia di ritirarsi. La serata meritava un seguito e, allora, non c'era di meglio che andare a prendere un'acqua tonica al Centrale. Pasquale Crudo si era addormentato sulla poltrona di vimini davanti alla televisione. Filippo era molto vispo e pi— sveglio del solito perch‚ in serata c'era stato un grande movimento su e gi—per i piani. Verso le due meno un quarto Š sceso l'avvocato S... che aveva gli occhi lucidi ed un sorriso soddisfatto. Solo la cravatta, regimental col classico nodo alla ®scarpinaŻ era un po' allentata e ribelle sul panciotto sbottonato. L'immancabile sigaretta al lato della bocca. Ha salutato Filippo, che ha replicato con un sorriso compiacente ®A posto, Avvoc…?Ż L'avvocato Š uscito confermando con un cenno di mano. A giudicare dalle parole di Filippo e dall'aria trasognata dell'avvocato ci sarebbe stato da concludere molto degnamente la serata, ma siamo in un momento di grande ristrettezza finanziaria. Mimmo aveva pure cercato di eludere la guardia di Filippo e salire al secondo piano, ma lo stesso Filippo, accortosi della fuga, lo ha richiamato all'ordine: ®guagli• non mi fate...Ż Lino e Walter ci ricordano che dobbiamo anticipare un po' di soldi per pagare la SIAE per i biglietti del ballo e non possiamo fare spese extra. Quest'anno dovremmo fare un incasso notevole, superiore di gran lunga a quello dell'anno scorso. E poi a dividere saremo anche di meno. Certo le spese ci sono, soprattutto per gli addobbi. Le caricature stanno venendo proprio bene. Il Prof. Morello Š molto orgoglioso del disegno che gli ho fatto: un po' gangster e molto latin lover, con camicia a righe bianche e verdi, polsini con gemelli d'oro, cravatta verde a fiori, sotto un pied-de-poule grigio-verde, cappello alla Humphrey Bogart con larga fascia bianca, scarpe Duilio bianche, garofano rosso all'occhiello. E poi l'orchestra Monizza. A proposito stasera alle sei ci sono le prove delle parodie a casa dell'intramontabile Nicola Monizza. Il vecchio Nick con quel viso da Budda indiano non ti fa mai capire quando sbagli e quando no, anche se poi te ne rendi conto dalle ®cazziateŻ che fa al povero Pino ®ditoneŻ al contrabasso, mentre Riccardo alla batteria ha un'aria sempre sorniona e sognante che mal si concilia con il ritmo e la forza che riesce a sprigionare su quei piatti; Sas… sudando riesce a far ®parlareŻ il suo sax, mentre Elio Murgano languidamente si ispira al grande Frank. Ma quanto sono bravi questi Monizza! Quest'anno, per l'addio al Liceo, i testi che abbiamo elaborato per le parodie sono molto simpatici. Per la verit…, con Walter, Fabrizio e Vittorio avevamo preparato delle cose un po' pi— pepate, ma dopo l'esperienza dei ®Quattro Cavalieri dell'ApocalisseŻ abbiamo preferito non rischiare censure molto pesanti e ci siamo limitati a sfott• pi— accettabili. Almeno speriamo che sia cosŤ - Riolo e Galiano sono molto soddisfatti. E questo Š buon segno. Quest'anno siamo riusciti a riportare la Festa nell'Aula Magna, dopo varie consultazioni al vertice. Devo dire che ha avuto peso decisivo l'opinione del prof. Galiano che ci ha molto sostenuti in questa richiesta. Non c'Š dubbio che il fascino di questo edificio Š notevole e riuscire ad aprirlo anche la sera, per una grande festa, tra suoni, luci, colori e canti crea un'atmosfera assolutamente irripetibile in qualsiasi altro ambiente della citt…. Per non dire di quel pizzico di ®trasgressivoŻ che significa ballare, cantare, corteggiare liberamente negli stessi posti, nelle stesse aule, negli stessi corridoi dove quotidianamente si consuma la nostra vicenda umana di studenti. Š sicuramente da ricercarsi in questa sensazione ®eccitanteŻ il notevole successo che accompagna tutte le iniziative extrascolastiche che si svolgono all'interno del Galluppi. Io credo, anzi, che la Scuola debba aprirsi sempre di pi— al quotidiano, alla vita normale. Pi— si apre alle problematiche della vita reale, pi— la Scuola diventa parte decisiva del processo di sviluppo civile e culturale dell'Uomo, come Persona e come Essere Sociale. Devo dire che professori come Michele Riolo, Ezio Galiano, Augusto Placanica, Giovanni Mastroianni contribuiscono molto, nel nostro Liceo, a realizzare questo obiettivo di integrazione tra Scuola e Societ… per aprire le finestre della Scuola sul mondo esterno, per capire la societ…, ma anche per contribuire a trasformarla. Da qui l'importanza proprio delle strutture fisiche della Scuola da ®utilizzareŻ, da parte della citt…, anche per fini non squisitamente didattici e forse anche ®effimeriŻ. Alla prima ora la ®MolecolaŻ ha spiegato ed io non ho capito niente, anche perch‚ con Walter abbiamo cercato di fare un po' di conti. Forse abbiamo sbagliato a non aumentare il prezzo del biglietto. Comunque ci resta sempre la possibilit… di fare... un giro per i negozi. A chiedere un contributo - serve per arrotondare. Ho visto un bellissimo vestito scuro da Ettore Mazzocca. Vorrei proprio comprarlo. Glielo posso pagare dopo la Festa. Š proprio bello. Stamattina la sveglia Š stata ancora pi— travagliata del solito. La mia lotta con la sveglia ha dell'epico. Credo che difficilmente un uomo possa soffrire il distacco dal letto la mattina quanto me, che pure sono un impenitente cittadino delle tenebre. Mia mamma, con tanta dolcezza e comprensione, cerca di rendere meno traumatico il mio risveglio, con la tazza di caffŠ, che non ha mai portato neanche a mio padre, che per la verit… con la sua navigata filosofia della vita non se la prende pi— di tanto. Credo che questa notte abbia trovato molto da ridire con mia mamma al mio rientro. Erano quasi le tre. Mio fratello ovviamente dormiva e non mi ha sentito. Lui ha, per fortuna, un approccio pi— confidenziale con il giorno anche perch‚ in ufficio deve essere per le otto. Credevo perci• di fare pi— tardi del solito, ma ho fatto le scale di Bellavista di corsa e sono riuscito ad arrivare all'Immacolata alle 8 e 20. M. era appena uscita dalla Chiesa assieme a Cio. Ho fatto giusto in tempo a chiederle di aspettarmi all'uscita. Sulla porta di Guglielmo c'era Walter che litigava con P. della III A per l'®incidenteŻ di sabato scorso in occasione della conferenza dell'AISLC sulla Storia del Jazz. Effettivamente l'abbiamo combinata grossa. L'oratore aveva appena esordito: ®Cominciamo col dire che si pronuncia Jazz e non Jezz...Ż PRRRRRRRRRRRRRR. Fragorosa, lanciante irrefrenabile pernacchia che, dall'esterno, dietro le finestre dell'Aula Magna, nel cortile, squarciava l'aria, scuotendo l'uditorio incredulo che, quasi per liberarsi dallo sbigottimento, esplodeva in una colossale risata che finiva per contagiare tutti. Tranne il povero conferenziere evidentemente in preda ad un attacco di bile, con lo sguardo disperso nel vuoto, alla ricerca di un qualsiasi appiglio per riprendersi dal violento K.O. Walter si era esibito nella pi— riuscita pernacchia della sua pur luminosa carriera nel ®settoreŻ. Trattenendoci a mala pena da una esilarante risata, saltando i gradini d'un colpo raggiungevamo trafelati il Bar di fronte sotto lo sguardo sbigottito di clienti e camerieri che, per•, avevano capito che ne avevamo combinato qualche altra delle nostre. Agli amici della III A non perdoniamo, tra l'altro, quell'aria di pseudo intellettuali che assumono molto spesso. Tra noi e loro c'Š, per•, una vecchia ruggine sull'effettivo ®controllo del LiceoŻ, anche se ormai non dovrebbero sussistere dubbi sulla nostra presenza decisamente maggioritaria all'interno del Galluppi, supportata in tutte le iniziative che abbiamo assunto nel tempo, dai Giornali, alle Feste, alle gite, agli scioperi. Š stato sempre un successo riconosciuto. Forse siamo pi— simpatici o forse siamo socialmente, e quindi mentalmente, pi— vicini al modo di essere e di sentire, di vivere della stragrande maggioranza degli studenti della pi— gloriosa Scuola della citt…, della Provincia e forse della Regione. Checch‚ se ne possa pensare, la base sociale degli studenti del Galluppi non Š l'alta borghesia della citt… e della periferia, ma Š fatta per lo pi— dai figli della piccola e media borghesia impiegatizia ed artigiana, dai figli degli ex studenti del Liceo, di moltissimi giovani dotati per lo studio. Certo ci sono anche moltissimi figli di pap…. I figli dei professionisti, medici, avvocati ed ingegneri, alti funzionari dello Stato o delle Banche. Ma, diciamolo francamente, la struttura portante del Liceo Š costituita proprio da quelli come me, figli delia piccola borghesia artigiana e commerciale. Credo che in nessuna scuola come in questo Liceo Classico si realizzi la pi— ampia mobilit… sociale sia verticale che orizzontale. Quanti figli di operai sono diventati professionisti affermati trascorrendo la propria giovinezza sui banchi neri e sui pavimenti di legno di questo glorioso Galluppi. In questo senso quella che apprendiamo quotidianamente nelle aule e nei corridoi di questa Scuola Š, prima di tutto, una autentica lezione di democrazia. Con la guida discreta, sottile, sempre vigile di tutti i professori, anche di coloro i quali politicamente si rifanno ad ideologie di destra, se non proprio fasciste. Š questo il grande patrimonio culturale che qui viene tramandato, attraverso gli studi umanistici e classici; il privilegio intellettuale prima che sociale, cioŠ una sostanziale meritocrazia che speriamo che la societ… non mortifichi attraverso meccanismi di selezione clientelari. La massima consolatoria ®Primi nella scuola, ultimi nella VitaŻ non pu• significare che gli ultimi nella scuola devono diventare i primi nella vita, attraverso l'uso di privilegi sociali che sovvertono i principi dell'impegno e delle capacit… intellettuali e professionali. Anche da questo punto di vista, giunto ormai alla conclusione del mio quinquennio liceale, devo dire che gli studi classici, pur con le larghe parentesi goliardiche e spensierate che mi sono concesso in questi anni, mi hanno consentito di sentirmi parte integrante della societ… e del tempo che sto vivendo, comprendendone le dinamiche ed i cambiamenti. Certo la mia grande passionaccia per il disegno, la pittura, il cinema e la musica, per qualsiasi forma o espressione d'arte mi spinge ad intraprendere gli studi d'Architettura, anche per corrispondere al grande sogno di mio padre, ma credo che potrei intraprendere qualsiasi altro indirizzo universitario (tranne ovviamente quelli a spiccato indirizzo matematico, anche per non deludere il mio stimatissimo professore Morello che Š sempre pi— convinto che la mia testa sia piena di ®finocchi di timpaŻ). Franco Mastellone e Peppino Frangipane stamattina erano pi— spiritosi del solito, mentre CecŠ Mantella aveva un cavolo per ogni capello (in verit… ne ha pochi su quella testa simpatica, dallo sguardo buono e dal corpo ad arancino). Questo Bar Guglielmo credo che un giorno dovr… essere sottoposto a vincolo da parte della Sovrintendenza ai Monumenti. Non perch‚ abbia particolari valori architettonici o artistici. Anzi, al contrario, quelle controsoffittature e quei pannelli murali in legno sono abbastanza discutibili e posticci, anche se quell'enorme specchio nella sala interna d… luce e spazio all'ambiente, al di l… della sua reale dimensione. Questo bar, assieme all'Ascenti ed al Colacino della Prefettura conservano i segreti, le ansie, le gioie, i piccoli drammi, i piccoli grandi amori della nostra generazione. Ma anche i nostri pensieri, le nostre idee, le grandi bevute, i giochi, gli scherzi a volte atroci, le bravate, le grandi discussioni impegnate su cultura ed impegno politico eccetera. E poi quanto affetto per Donna Teresa Colacino, Maria, Anna, Ornella, Mario e Umbertino. Quanti balli a casa loro con le note dei Paul Anka, Percy Sladge, Otis Reddiny, Ray Charles, Gino Paoli, Ferrante e Ticher, le grandi orchestre di Percy Faith e Ray Connif, ma soprattutto loro, i leggendari Beatles. La pi— bella musica degli anni '60 a fare da sottofondo ai nostri innamoramenti, alle nostre avventure ingenuamente esistenzialiste. Certo la nostra generazione non ricorda il mitico Caff‚ Imperiale, oggi un po' in degrado, in cui sono state scritte pagine memorabili della storia civile di Catanzaro e che viene evocato con tanto orgoglio dai nostri genitori. Io credo che la storia di Catanzaro, quella recente voglio dire, si sia scritta e si scriva proprio in questi locali. Ecco perch‚ credo che il Sindaco dovrebbe fare qualcosa per preservarli nella loro integrit… fisica ed ambientale. Dovrebbe impedire che vengano manomessi, per essere conservati come simbolo per le nuove generazioni. In fondo questa citt… se riuscir… a conservare, a difendere la propria identit… pu• essere indicata come un modello positivo per le altre realt… della regione. Il nostro Liceo Š un esempio di come la storia Š un ®continuumŻ, Š un grande libro che, come dice Galiano, non pu• essere letto alla rovescia o, come un romanzo giallo, direttamente all'ultima pagina per scoprire subito l'assassino. Su questi banchi si Š consumata una parte importante della storia dell'ultimo secolo della citt… e credo che anche il futuro di Catanzaro continuer… a trovare in queste aule precisi riferimenti dal punto di vista culturale e civile. Anche se del tutto insufficienti per spazi, servizi, biblioteca, laboratori, palestra, sala riunioni. Ma meglio tenersi questo vetusto ma prestigioso edificio che tentare di realizzarne uno nuovo, anche se pare che proprio verso un nuovo Liceo si voglia andare. Š un errore gravissimo! Come non capire che non Š possibile ricostruire ®questoŻ Liceo, sia pure pi— grande, pi— spazioso, pi— funzionale. Il Galluppi non Š solo un prestigioso edificio, espressione di una ®buonaŻ architettura ottocento. Š molto di pi— e di diverso. Š un insieme di atmosfere, di sensazioni, di marmi in cui sono incise assieme ai nomi le speranze, le giovanili illusioni di intere generazioni che hanno fatto la Storia di Catanzaro e forse della Calabria. Ci sono angoli di questo castello dei nostri sogni, ma anche dei nostri incubi, delle nostre gioie e delle nostre delusioni, a cui sono legati momenti irripetibili, come Š irripetibile la giovinezza in una stagione memorabile della nostra vita. Eppure Š facile ritrovare se stessi proprio su quei banchi, su quei muri, in quei bagni da caserma, in quella palestra cosŤ poco sportiva, e gi—lungo quel corridoio buio che porta, tra archi e tavolati, nella stanza dei misteri, i laboratori di Fisica e di Chimica, che hanno sempre eccitato la mia fantasia (solo quella perch‚ purtroppo non li abbiamo mai visti in funzione) perch‚ sembrano usciti proprio dal film ®Il Gabinetto del dottor CalligariŻ. Ma va bene cosŤ, perch‚ il Galluppi non Š un edificio scolastico, ma Š un pezzo di citt… in cui sono vissuti e vivono pezzi importanti di societ…, nel periodo pi— delicato della vita di ogni individuo, sia esso alunno o professore. E un pezzo di citt… non pu• essere trapiantato puramente e semplicemente. Lo si pu• solo abbandonare, per costruire qualcosa di altro, di sicuramente diverso. Un edificio a cinque piani, con lunghi corridoi grigi, con mattonelle di granito, porte di abete beige, banchi di tubolari metallici rivestiti di formica, lavagne verdi, pareti sempre scritte con nomi accanto a cuori trafitti, ma soprattutto con molti slogans politici, invettive, parolacce, molta scurrilit… e poco humor, ampie vetrate, molto spesso in frantumi, con molta luce. Da qui si perde la vista verso il mare e su un groviglio di antenne televisive disseminate sui tetti di mille palazzi disordinati, entro cui si intrecciano le viuzze di una citt… in espansione, alla ricerca di un ruolo e di una dimensione regionale. Una citt… in cui il tempo Š molto spesso ritmato dal suono assordante dei clacsons delle macchine, mentre un tempo era ancora cadenzato dalle campane delle innumerevoli chiese, intorno a cui sono sorti i rioni della citt… a dimensione d'uomo. Il Galluppi, in fondo, pu• essere considerato una specie di Tempio, intorno a cui si Š creata una comunit…, un centro vitale di cultura e di pensiero e dal quale si Š irradiata una luce che ha illuminato per decenni tutta la citt…. - Avvoc…, il Preside vi aspetta. Accomodatevi... Un forte sussulto, un'improvvisa agitazione. Una morsa alla bocca dello stomaco. Quella porta Š divenuta improvvisamente bianca, liscia, informe come quelle degli ospedali. Dove sono? E chi sono io? Ma sŤ, il Preside Š lui, Galiano. Il mio professore di Filosofia. Š sempre lui. In fondo quel grigio dei capelli si Š sempre confuso con un biondo indefinito e quasi paglierino. Gi…, nulla Š cambiato. Solo che questa volta mi viene incontro per un abbraccio, che ad un tempo mi carica di affetto e di responsabilit… sotto il peso dei ricordi. In questo momento capisco che sono passati oltre 25 anni, un quarto di secolo. Una vita. Una generazione. Un altro mondo. Un altro Liceo. Per fortuna mio figlio Gian Paolo sta frequentando la prima media proprio nel vecchio Galluppi e credo proprio in una delle aule, nella stessa Sezione B, in fondo al corridoio di fronte. Mi auguro che anche mio figlio Alessandro, che ha solo qualche mese di vita, possa varcare quel mitico portone e salire i fatidici nove gradini. Su ognuno di essi si appuntavano, ogni mattina, pensieri, speranze, piccole preoccupazioni mentre nella mente ritornavano confuse le lezioni affrettatamente imparate nella notte o nella sera precedente, prima di andare al Cinema, nel vecchio Politeama, dalle poltrone di legno e dal tetto stellato, nel cui cortile alberato ricercavo, bambino, misteriosi coriandoli di celluloide. - Carissimo Marcello, come stai? - Bene, professore. Vi ritrovo in perfetta forma. Mi fa veramente piacere. Il tempo si Š magicamente fermato per Voi. - Ti pare. Il tempo Š passato e per fortuna tu hai fatto parecchia strada. Non sai quanto ne sia contento... Guarda, per•, che stamattina a parlarti Š sempre il professore e non il Preside del Liceo al Sindaco di Catanzaro. E come il professore che parla all'alunno, nel modo come io ho sempre parlato a voi ed a te in particolare, devo rappresentarti una serie di problemi di questi ®tuoi colleghiŻ del 1989... L'incantesimo si Š subito ricreato. Quella voce, quella cadenza. Quel ragionare logico, lucido ed insinuante come una lama, avvolgente e fascinoso mi ha subito riportato indietro di oltre 25 anni. I ragazzi dell'89 si chiamano, oggi come ieri, Walter, Fabrizio, Vittorio, Federico, Lino. I laboratori per• sono perfettamente funzionanti, la biblioteca Š finalmente arredata e fruibile non solo dagli studenti (ce n'Š voluto, ma alla fine ci siamo riusciti), per l'Auditorium, che rischiava di diventare l'ennesima incompiuta di questa citt…, sono riuscito, forzando i tempi, col sostegno della Giunta a far partire i lavori, che mi auguro per fine anno dotino la citt… di una delle pi— moderne strutture culturali della Calabria, capace di ospitare oltre 600 persone. Nel Liceo Classico di Catanzaro hanno fatto la loro comparsa, quanto mai opportuna, i computers, che il Preside Galiano ha voluto con tenacia e attraverso alcune amabili telefonate mattutine a casa mia. Certo bisogner… in qualche modo risolvere il problema di questa imbarazzante convivenza con il secondo Istituto Commerciale, che, tra l'altro, crea non pochi problemi di circolazione e di traffico in una zona nevralgica della citt…. Ma non era la stessa cosa su corso Mazzini, all'entrata ed all'uscita del Galluppi, quando le pi— belle ragazze della citt… bloccavano il traffico normale e quello di richiamo dalle altre scuole, che qui confluivano provocando in noi non pochi risentimenti e gelosie? Quanti litigi, pianti e tenere riconciliazioni per uno sguardo innocente tra clacson e sgommate di auto! Gi…, ma allora la citt… sembrava vivere tutta su Corso Mazzini, all'altezza del Liceo. E poi... io non ero Sindaco. /:/Pietro Bevilacqua. nato a Catanzaro l'1 giugno 1944 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. E (Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962) Una scelta ®di classeŻ Cominciai molto presto ad avere familiarit… con i vecchi e un po' solenni locali del Liceo "Galluppi". L'edificio infatti, nel suo lato posteriore, sorge quasi a ridosso del quartiere dove sono nato, Sant'Angelo: un luminoso spiazzo circondato da bassi, ora in gran parte chiusi e un tempo vocianti di famiglie numerose, a cui si confluiva da stradine e vicoli laterali. Sant'Angelo era un animato quartiere popolare, nel cuore della citt… vecchia - seppi da grande che per secoli era stato un Fondaco di mercanti amalfitani - da cui partivano cospicui contingenti di bambini che al pomeriggio occupavano, per frequentare le scuole elementari, le aule del Liceo. Anche io diedi il mio personale contributo a questa - allora crescente - popolazione scolastica che per ben cinque anni fu costretta a trascorrere bui e sonnolenti pomeriggi in diverse aule dell'ex Collegio dei Gesuiti. Non ho un felice ricordo di quei primi anni del mio rapporto con quelle che chiameremmo oggi le strutture logistiche dell'istituzione. Forse perch‚ non amavo molto le costrizioni, l'immobilit… forzata delle lunghe ore passate fra i banchi. Forse perch‚ amavo troppo a ruga, la vita libera nella strada, in mezzo ai compagni di gioco del mio quartiere: dove sicuramente stanno le mie pi— profonde radici in questa citt…, e a cui debbo forse il nucleo pi— genuino del mio modo di essere e di mettermi in rapporto con gli altri. Questi vaghi ricordi non sono delle pure divagazioni, ma hanno un legame necessario con la mia particolare esperienza di studente del Liceo. Io sono nato a Sant'Angelo, ho ricordato, ma la mia vicinanza spaziale alla sede del "Galluppi" non mi predestinava, per questo, ad una sua futura frequentazione da liceale. La mia origine popolare, infatti, mi assegnava un destino scolastico alquanto diverso. Non a caso, ai primi degli anni '60 - quando io cominciai a frequentare il Ginnasio - il grosso degli studenti affluiva al "Galluppi" meno dai vecchi quartieri popolari del centro che dalle zone alte della citt…. Proprio allora le zone residenziali dell'area nord di Catanzaro - San Leonardo, Bellamena, ecc. - che avevano conosciuto un primo avvio di crescita nel periodo fascista, incominciavano ad espandersi e ad ospitare ampie fasce sociali di piccola e media borghesia impiegatizia e professionale. Da lŤ arrivavano in crescente numero gli studenti del "Galluppi" in quegli anni. Quasi a rimarcare, persino nelle ripartizioni urbanistiche della citt…, la nuova provenienza sociale, relativamente pi— larga rispetto al passato, degli studenti del Liceo: che ora non affluivano pi— solo, come un tempo, dai quadri del vecchio notabilato cittadino insediato nei palazzi del centro storico. Mandare un figlio al Liceo, per una famiglia dai magri redditi, non era scelta da poco nella Catanzaro di allora. In Calabria non esisteva ancora l'Universit…, e imboccare la strada del Liceo significava, per una famiglia, non solo rinviare di 4-6 anni la redditivit… del lavoro di un proprio membro, ma dovere affrontare la spesa supplementare di una frequentazione universitaria pi— o meno lunga, fuori di casa. La mia destinazione sociale era perci• l'Istituto Industriale, dove io difatti frequentai i primi tre anni dell'Avviamento. Una serie di circostanze fortunate - su cui non mi posso qui soffermare - mi diedero la possibilit… di invertire la rotta e di mostrare, a me stesso e agli altri, che ormai si cominciava a forzare, in qualche punto, il rapporto di necessit… fra ceto di provenienza e carriera scolastica. Debbo ad Anna Maria Di Lieto, allora laureanda e mia professoressa supplente al III Avviamento, l'idea di tentare la strada del liceo, e ad Augusto Placanica - uomo fondamentale per il mio destino di studioso e ora mio fraterno amico - il merito di averla resa possibile. I timori riverenziali della vigilia, e qualche preoccupazione per le difficolt… che mi avrebbe preparato il futuro, si dispersero alquanto, non appena io misi piede nel Liceo come studente di quarta Ginnasio, sezione E. Era allora nostro insegnante di lettere l'indimenticato e indimenticabile Ciccio Tallarico e fu lui, sebbene involontariamente, a farmi capire che le mie preoccupazioni, e il mio eccesso di seriet…, nell'affrontare quella nuova esperienza, erano francamente esagerati. Su Ciccio Tallarico e sulle sue esperienze di insegnante Š fiorita una ricca letteratura su cui sarebbe troppo lungo soffermarsi: n‚ saprei dire, oggi, se sia o no giusto, generoso o ingeneroso, sottrarla all'inevitabile oblio di ogni letteratura affidata alla pura trasmissione orale. Certo, qualcosa bisogna tuttavia pur ricordare, se si vuole in qualche modo restituire il clima, o comunque il senso delle circostanze che di volta in volta venivano a determinarsi all'interno della classe. Poteva infatti capitare di tutto in quella quarta E, sistemata in un'ala sotterranea dell'edificio - da noi definita le catacombe - che ospitava, insieme alla cucina del Convitto, il laboratorio di fisica: un luogo, quest'ultimo, rimasto ignoto a pi— di una generazione di studenti. Una volta capit• addirittura che nel chiuso della nostra angusta aula si arrivasse ad una constatazione stupefacente e terribile: in Africa non esistevano pi— animali. Era infatti ci• che poteva capitare nelle interrogazioni di geografia, condotte con vigile attenzione e cipiglio dal buon Tallarico, per il quale importante non era il contenuto della risposta data dall'alunno, quanto la prontezza di questi nel fornire una risposta qualunque. Sicch‚, quella volta, alla maligna domanda se esistesse o no fauna in Africa, l'interrogata - che non aveva probabilmente avuto il tempo di tradurre in dati concreti e plurali il ®nome collettivoŻ - rispose prontamente e orgogliosamente di no. Era andato tutto liscio, e si era gi… passati ad altri argomenti, quando dai circuiti mentali un po' pigri di uno dei compagni dei primi banchi (il caro MemŠ Valentini, per l'esattezza, ora avvocato in citt…) esplose il costernato stupore di vedere decretata, con tanta leggerezza, la desertificazione animale di un intero continente. All'obiezione risentita, e non certo priva di convinzione, dell'oppositore, Ciccio, visibilmente turbato, reagŤ - come sempre faceva in simili circostanze - chiedendo all'interrogata cosa ne pensasse dell'obiezione del compagno. CosŤ l'oggetto della disputa si trasferŤ in un contenzioso fra i due, per poi facilmente degenerare in una chiassata generale, che Tallarico sed• con fatica, come sempre, ma salvando in qualche modo la faccia (e quella che era la sua ®autorit…Ż in classe). L'amico Rino Zumpano, che oggi insegna diritto a Catanzaro, gi… allora cineamatore, ha immortalato alcuni frammenti di vita scolastica con Ciccio Tallarico. Un suo filmino in super-otto riprende una tranquilla partita di briscola che si disputava agli ultimi banchi, mentre sullo sfondo dell'aula, dietro la cattedra, si intravede il volto sparuto - ma sempre nobilmente atteggiato - di Ciccio, che gesticolando spiegava qualcosa al resto della classe, fintamente attenta o perdutamente svagata. Nella sezione C Credo che molti di noi, non pochi dei tanti professionisti della citt…, debbano molto della loro preparazione scolastica ad una piccola donna, che allora insegnava al Ginnasio, Velia Critelli. Ricordo un quinto Ginnasio frequentato nella sezione C - avevo abbandonato nel frattempo Tallarico e i miei vecchi compagni - come un lungo e intenso periodo di fatiche scolastiche. L'allora signorina Critelli non ci risparmiava mai la dose quotidiana di una versione di latino e di greco, il riassunto scritto di un capitolo dei Promessi Sposi ed altre incombenze del genere. Si faceva spesso tardi la sera a smaltire tanta mole di compiti, in cui ero impegnato in completa solitudine; solo per gli esercizi di matematica infatti - materia nella quale arrancavo non poco - era previsto il ®lavoro di gruppoŻ. L'amico Sergio Bruni, che aveva testa per queste cose, s'incaricava di trascinare me e il latinista di classe, Michele Vonella, in questo sforzo di astratte combinazioni al quale recalcitravo per blocco psicologico, per difetto di motivazioni plausibili, e perci• anche per assenza di un insegnamento pi— ricco di stimoli. Ma in classe - nelle tantissime ore di lettere consumate fra le quattro pareti di una strana succursale del Ginnasio che stava presso la chiesa del Monte, - in quella quinta C di Velia Critelli, non ho mai sopportato una attimo di noia. Tutto era argomento di discussione: dalla sintassi greca agli ultimi problemi del giorno. Mi ricordo ancora di una animata discussione sui personaggi dei Promessi Sposi nella quale demolii - quasi per una ®premonizioneŻ desanctisiana - e non senza foga argomentativa, il personaggio di Lucia Mondella, troppo povera di carne e di sangue per apparirmi una figura credibile. La Critelli si difendeva bene, anche in queste circostanze, dove io sfogavo - grazie alle assolute certezze di cui si gode a quell'et… - il mio giovanile gusto di essere logicamente implacabile, di non lasciare scampo all'interlocutore. Ma lei aveva soprattutto il merito di lavorare straordinariamente tanto insieme a noi, e di aver trasformato una classe - in cui per la verit… gi… si segnalavano tante belle intelligenze o gi… rilevati caratteri, da Dino Vitale a Paolo Sirianni, da Ugo Maida a Enrico Paparazzo, a Massimo Larussa - in un vero e proprio collettivo di lavoro. Gli anni del Liceo li ricordo meno per l'intensit… e la produttivit… degli studi, che per le esperienze umane che feci in quel periodo: dai tanti compagni conosciuti e diventati amici inseparabili, ad alcuni professori come Mauro Nicotra ed Alda Morica, fino ad Eugenia Cassar, studentessa di prima Liceo, sezione C, incontrata nei solenni corridoi della scuola e poi diventata mia moglie. Certo, non mancarono anche allora i momenti di crescita e di impegno. Rammento ancora alcune splendide lezioni di Tot• Ameduri sulla cultura greca, venuto da noi in prima come supplente, e rimasto quanto bastava per farmi rimpiangere di non averlo pi— avuto come insegnante. E cosŤ ogni tanto, dal fondo della sua intelligenza realistica e disillusa, Mauro Nicotra tirava fuori, con zampata da vecchio leone, vasti affreschi di storia moderna e contemporanea o qualche incisivo ritratto di filosofo: il tutto condito da ironie e da battute spesso memorabili. La classe ne era affascinata. E ritrovavamo, per quel giorno, un rinnovato gusto per gli studi e per le avventure dell'intelligenza. Ma non ho per la verit… dimenticato le ore di noia tormentosa sofferta nell'immobilit… dei banchi, mentre da dietro la cattedra qualche insegnante riusciva a non dirci nulla che avesse per me e per gli altri un qualche interesse. Si sopravviveva stuzzicando il compagno vicino, incidendo nel legno del banco qualche nudo di donna, perdendosi con la testa dietro fantasticherie che profumavano di libert… e di aria aperta. Rammento a questo proposito le mie prime discussioni col professore Mastroianni - che non ho avuto la fortuna di avere come insegnante e che mi ha sempre annoverato, con bonaria ironia, tra i suoi alunni ®di complementoŻ - il quale mi richiamava al principio che c'Š sempre da imparare qualcosa ascoltando gli altri. Principio eroicamente cristiano, soprattutto in quel caso, che mi voleva obbligato a onorare puntualmente e sistematicamente il calendario scolastico. E infatti spesso - specie in terza liceo - la mia presenza a scuola presentava, in alcuni periodi, larghe e talora vistose smagliature. Ma ancora oggi resto dell'ostinata convinzione che spesso, a stare seduto in quelle aule, c'era poco e in qualche caso nulla da imparare. Ed era forse per una pi— o meno consapevole vendetta - certo per una sorta di ritorsione irriguardosa - che per un certo periodo, dopo aver disertato le lezioni, verso mezzogiorno, io mi affacciavo nel vecchio portone del "Galluppi" insieme ad altri compagni per consumare un vecchio rito. Tiravo fuori dal deposito dell'ingresso il bidone della spazzatura, stracolmo per lo pi— di carte, lo ponevo al centro del grande androne e vi appiccavo un fuoco torbido che con l'aiuto del vento riempiva di fumo i corridoi e arrivava sino agli usci delle aule. Un'ara che accesi diverse volte con perverso divertimento fra la rabbia indicibile - nel senso di irriferibile - del bidello di turno. Al centro del mondo Essere studenti del Liceo ancora allora dava un profondo e orgoglioso senso di appartenenza. Non era solo e semplicemente un fatto sociale e di classe. Le ®classiŻ, d'altra parte, si erano gi… allora riprodotte all'interno dell'istituzione. Era cresciuto il numero delle sezioni, arrivate sino alla lettera E, e alcune di queste, come ad esempio la C, di cui facevo parte, rappresentavano senza dubbio l'ala proletaria dell'intero schieramento scolastico. Anche dalla piccola borghesia di provincia gli afflussi al Liceo erano continui e io ne sperimentavo la novit…: Franco Marino da Zagarise (ora insegnante a Genova), Franco Falvo da Amato (ora urologo all'ospedale "Pugliese" della citt…), Tonino Carnevale da Squillace (ora ginecologo al suo paese e rivisto recentemente dopo oltre 20 anni), Tut—Severino da Santa Caterina Jonica (ora sindaco del suo paese) e tanti altri i cui nomi oggi hanno forse per me solo un valore particolare: segni che rievocano volti, espressioni, timbri di voce legati a una stagione della vita che nessuno, in fondo, pu• ricordare senza nostalgia e tenerezza. Š vero, non mancavano in quegli anni coloro i quali anche all'interno del Liceo cercavano, per comportamento e modo di essere, di segnare una linea di confine, sociale e di classe, dai provinciali e dai ®nuovi arrivatiŻ. Ricordo ancora la spocchia di alcuni di questi rampolli della borghesia bene di Catanzaro, non particolarmente dotati di visibili attitudini intellettuali. Per quanto io sappia, nessuno di costoro Š arrivato lontano. Ma il senso di appartenenza ad una dimensione alta e privilegiata veniva soprattutto, a noi studenti del Liceo, dalla coscienza di vivere un'esperienza culturale unica nella citt…. Eravamo i soli, allora - il Liceo Scientifico era ancora una realt… minore - a permetterci il lusso di studiare materie ®inutiliŻ, il greco e il latino: discipline non sospette di possibili applicazioni strumentali, destinate a una formazione culturale umanistica disinteressata. Ed eravamo noi, i soli, a correre la straordinaria avventura di imbatterci e misurarci colle vicende secolari del pensiero speculativo, senza altro fine che di plasmare di cultura la nostra giovane intelligenza, elevata ginnastica per il nostro cervello indagatore... Per noi infatti la maturit… classica significava la conclusione di un alto apprendistato culturale, che non poteva avere nessuno sbocco operativo e di lavoro, e che rinviava al compimento della carriera universitaria il suo finale esito: l'esercizio di una qualche professione liberale. Ometterei un dato storico importante - soprattutto per gli studenti liceali di oggi - se non ricordassi un altro elemento che rendeva possibile l'orgoglio di quella appartenenza, e che ne costituiva in fondo il supporto materiale. Ai tempi in cui frequentavo il Liceo (ne sono uscito nel 1966) laurearsi e trovare lavoro era un fatto automatico. Dovevamo certo impegnarci in lunghi e faticosi studi, affrontare l'avventura dell'Universit…, ma poi il lavoro, una dignitosa professione, era un risultato spontaneo e inevitabile. Di sicuro, il futuro ci apparteneva. Š una sensazione che ricordo assai bene, che noi respiravamo nell'aria, dai tanti segni che esprimeva la societ… italiana di allora. Da noi arrivavano a quel tempo, con un po' di ritardo le novit… culturali e di costume di un Paese che era ormai dentro una fase di grande crescita economica e sociale. Ma anche la citt… era in crescita, Cresceva urbanisticamente (secondo i criteri di scempio che tutti oggi possiamo vedere), ma cresceva anche in redditi, condizioni di vita, attitudini mentali, vivacit… culturale. Il Liceo era per noi la base di lancio per giornali e rivistine ma anche per attivit… di propaganda politica. La presenza di un vivace gruppo di giovani cattolici che si raccoglieva intorno al giornale ®Il SentieroŻ ispirato da don Giorgio - su cui il lettore potr… avere pi— ampie e dirette informazioni da altre testimonianze —diede a me ed altri militanti nella sinistra ragioni ulteriori di dibattito e di iniziativa politica. Nel 1964 fondammo il circolo culturale "P. Gobetti", e demmo vita a due numeri di una vera e propria rivista - quanto meno per formato e caratteri di stampa - che si chiamava, nientemeno, ®Il ManifestoŻ. Ci sentivamo dunque, in qualche misura, al centro del mondo. Ed era forse quella l'ultima stagione in cui era possibile quell'illusione. O, quanto meno, una delle ultime stagioni. Pi— in l…, sul finire del decennio, ci attendeva, ma ormai come universitari la pi— grande esperienza di coinvolgimento collettivo e di impegno ideale vissuto dalla mia generazione. /:/Francesca Paparazzo. nata a Catanzaro il 27 marzo 1945 iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1958/1959) I forestieri Nell'anno in cui frequentavo la prima classe del Liceo "Galluppi", il tranquillo ritmo scolastico fu interrotto dall'arrivo di due docenti che provenivano dal nord: avevano vinto il concorso a cattedra ed erano stati nominati nel nostro liceo. Uno di loro divenne insegnante di latino e greco nella mia classe, l'altra era una insegnante toscana molto gentile e simpatica che cercava con impegno di districarsi tra la nostra organizzazione scolastica. I loro nomi mi sfuggono ma ricordo il loro aspetto, la voce, il modo di parlare. Il professore era alto, con un viso largo, i capelli ricci di color rosso ed un grosso paio di occhiali su di un naso importante, che nascondevano due occhi azzurri ed una espressione un po' svagata. Ma ci• che mi colpŤ maggiormente furono le sue calzature: veri e propri scarponi da montagna di foggia militaresca che usava quotidianamente anche col sole splendente. Era originario di Cuneo e quelle scarpe gli erano indispensabili per muoversi tra la neve ed il ghiaccio delle sue montagne, cosŤ diverse dal luogo in cui ora si trovava a lavorare. Il trapianto di questi due docenti nel nostro mondo non deve essere stato facile: si trattava di una emigrazione in senso opposto al flusso che in quegli anni sconvolgeva la realt… meridionale, ed il confronto col modo di vivere, le tradizioni, i valori del nostro ambiente, era spesso vivace. Sin dal primo giorno il professore cerc• di conoscerci indagando sulla realt… sociale che c'era dietro di noi. Scorrendo l'elenco dei nostri nomi, accanto ai quali era indicato il nome ed il tipo di lavoro svolto dai nostri genitori, not• che l'unica a non essere figlia di professionisti ero io. Mio padre era un commerciante ed il professore mi chiese cosa mai commerciasse. La risposta fu un po' seccata; ®in culturaŻ, dissi pensando di nobilitare la piccola cartoleria-edicola dei miei genitori. In quel periodo quasi tutti in classe avevano cominciato a fumare le prime sigarette, e frequenti erano le richieste di uscire per ritrovarsi nei servizi a compiere questa modesta trasgressione. Il professore stabilŤ che sarebbe stato molto meno dispersivo dare il permesso di fumare in classe e decise di destinare gli ultimi cinque minuti della lezione a tale operazione. Al momento opportuno, il professore accendeva la propria sigaretta: subito dopo, pi— o meno tutti tiravano fuori le proprie ed, in silenzio, iniziava il rito collettivo del fumo in classe. La cosa dur• per qualche giorno con reciproca soddisfazione. Tutti ci sentivamo pi— liberi, evoluti, ed un senso di complicit… ci univa. Ad interrompere bruscamente ®l'esperimento didatticoŻ pens• il preside che, un giorno, piomb• in aula nel bel mezzo di una fumata di gruppo e ci riport• al rispetto del regolamento d'istituto. /:/Walter Scarpino. nato a Catanzaro l'8 giugno 1945 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1958/1959) Tra pochi giorni lascer• l'incarico di presidente del Consiglio d'Istituto; lascer• per la seconda volta il liceo classico ®GalluppiŻ. Debbo proprio confessarlo: ho fatto di tutto per poter tornare al MIO liceo dopo 26 anni, e non per protagonismo e per megalomania, ma per rivivere e rievocare dall'interno emozioni e sensazioni antiche. per rinsaldare un legame che non si Š mai dissolto, per respirare quell'aria di giovinezza e di goliardia, per essere nuovamente a contatto con alcuni dei miei professori di allora: anni vissuti intensamente non tanto per profitto, ma certamente in un rapporto esaltante di amicizia e di rispetto che non si esaurisce nello studio e nelle ore scolastiche: un rapporto che andava oltre, soprattutto oltre; la maturit…, la sensibilit…, la solidariet… non si acquisiscono soltanto con i testi scolastici. In fondo questa Š la valenza dell'opera di Ezio Galiano: tante testimonianze di ricordi, di riflessioni, di fatti, di episodi, rivissuti da tanti protagonisti di una storia sempre viva, accomunati dal desiderio di un salto nostalgico, ma piacevole, in quella parte del nostro passato maggiormente interessata alla formazione della personalit…. Per poter essere eletto ho dovuto organizzare una vera campagna elettorale: non Š facile vincere le resistenze e l'apatia dei genitori sulla validit… dei decreti delegati. Anche la prima volta nel lontano '64 il distacco dal mio liceo non era stato semplice; invece dei cinque anni regolamentari ne ho fatto sei: colpa di un ®4Ż in condotta peraltro meritato per intero, che non mi ha consentito l'ammissione a giugno. A settembre i professori si erano mobilitati a pregarmi a supplicarmi per fare gli esami: mi avrebbero, in tutti i modi, aiutato a superarli. Pi— di uno avr… pensato. ®Š meglio regalargliela, la maturit…, che averlo ancora un anno al LiceoŻ. Non mi Š sembrato giusto approfittare: infatti ho ripetuto. Š proprio un destino: anche l'incarico nel Consiglio d'Istituto ha subito la proroga di un anno. Ma chi l'ha detto che i decreti delegati sono nati nel '74? Al liceo Galluppi esistevano anni prima: era unanimemente riconosciuto una specie di direttorio per il controllo del liceo e per l'organizzazione di tutte le iniziative, composto da pochi eletti della sez. B coordinati dal professore Galiano. Tutti avevano finito per accettarlo, alunni e professori; lo stesso preside Cancellieri era costretto a tollerarlo proprio per la presenza rassicurante del prof. Galiano. L'organizzazione delle gite in un liceo non era cosa semplice: occorrevano giorni di lavoro, di preparazione, di ricognizione dei luoghi da visitare, qualche volta non tanto vicini. E chi lavora, si sa, deve essere retribuito. Ma c'era sempre lo spiritoso di altre sezioni che riteneva di poter chiedere, alla fine, la verifica dei conti. Era sempre il prof. Galiano a toglierci dall'impaccio tagliando corto: sono usciti alla pari. L'attivit… giornalistica era uno dei punti di forza. Molti imprenditori, in verit…, ci finanziavano la stampa in cambio di pubblicit…. Il ricavato delle vendite era tutto da dividere. Il nostro editore, don Egidio Trapasso, era spesso incredulo per la quantit… delle copie che riuscivamo a piazzare. Ricordo che lanciammo anche una edizione speciale a pi— fogli: ®I 4 cavalieri dell'ApocalisseŻ. Conteneva un articolo dal titolo irriverente: ®Liceo di Notte n. 1Ż. Erano i tempi di Mondo di Notte, Europa di notte. Volevamo fare una parodia con i personaggi del liceo e con i vizi della notte. Ammetto: forse era un po' spinto. Riunione dei professori promossa dal prof. Morello. Divieto di vendita e di diffusione. Censura per l'articolo. La maggior parte delle copie erano ormai stampate in tipografia. Don Egidio minacciosamente aspettava di essere pagato. Fra l'altro l'edizione era a colori, quindi particolarmente costosa. Un lampo, un baleno: le copie ancora da stampare poche in verit…, avrebbero portato la scritta ®edizione censurataŻ ed in pi— sarebbe stato eliminato l'articolo incriminato. Ufficialmente sarebbero circolate solo le copie censurate, ma si rivel• un vero ®businessŻ: vendemmo le copie non censurate sotto banco e a prezzo maggiorato. Nel vecchio edificio del Galluppi sito su Corso Mazzini riuscimmo, con la complicit… del prof. Galiano, a realizzare un grande sogno. Fu l'ultima volta il 15 giugno 1963: riportare nel liceo la festa di fine anno e riservarla ai soli liceali. Eravamo orgogliosi ma gelosi del nostro liceo, delle nostre tradizioni, delle nostre feste e... delle nostre ragazze! Erano molti ®i tamarriŻ desiderosi di introdursi nell'ambiente del liceo che avrebbero pagato chiss… quanto, ma rimasero a decine fuori dal portone. A fine festa, all alba, dovetti rientrare a casa scortato dai Carabinieri. Non era semplice all'indomani delle ®salateŻ trovare dei volontari adulti per poter essere accompagnati e giustificati dal preside Cancellieri. Spesso bisognava ®assicurarseliŻ con qualche giorno d'anticipo. Io ero fortunato: mio fratello pi— grande assolveva a questo compito egregiamente e addirittura forniva al mio amico Marcello anche uno zio. Quella volta il preside non fu come al solito sbrigativo nel cerimoniale, ma volle intrattenersi in una predica piuttosto prolungata, anche per la recidivit… dei soggetti ed i suoi toni furono cosŤ convincenti, il suo discorsetto cosŤ incisivo che riuscŤ a coinvolgere a tal punto l'improvvisato zio di Marcello nella sua alta funzione educativa che lo stesso, forse per dimostrare di aver recepito appieno la morale, fece partire un violento ceffone che and• a stamparsi sul volto dell'esterrefatto Marcello. Fortuna che il preside Cancellieri non era tanto lesto d'udito! L'incredulo Marcello non seppe trattenersi, sia pure a denti stretti, dal ricordare al provvisorio zio il mestiere, forse occasionale della di lui madre. ®Presidente deve firmare le convocazioni - la segreteria del ®GalluppiŻ mi rincorre nei corridoi - Š l'ultima seduta del Consiglio. Occorre nominare la commissione elettorale che inizi i lavori per il rinnovo degli Organi CollegialiŻ. Š finito il mio mandato. Non so proprio quale sar… il pretesto negli anni futuri, ma sono sicuro che ritorner• ancora nel mio Liceo. /:/Sergio Rubino. nato a Catanzaro il 24 febbraio 1946 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D (Registro generale dell'anno scolastico 1960/1961) Che strano! Non mi ero concesso ancora una battuta di respiro su questa strada che vado percorrendo da 43 anni; non mi sembrava molto il percorso gi… fatto e credevo pi— lungo quello ancora da fare. Ed invece, questa richiesta garbata di Ezio, questo tocco leggero sulla spalla mi ha svelato per la prima volta, e di colpo, un mucchio sonnacchioso di ricordi che non sapevo di avere nascosto da qualche parte in un cantuccio in fondo al cuore. Non c'Š, comunque, bisogno di fare ordine: i ricordi emergono a catena, vigorosi, chiari, limpidi e concreti. Non Š la stessa via che percorre mio figlio, alunno della quarta ginnasiale; scarso era il mio impegno nello studio come il suo, ma io andavo in gi—per essere inghiottito dall'edificio grigio, lungo ed appiattito di corso Mazzini che, negli anni Sessanta, mi annover• fra i tanti allievi della sezione D. In quarta ginnasio, per un po', mi incusse timore la professoressa Morisciano: fra di noi, appena usciti dalle medie, si diceva soprattutto che era... nientepopodimenoche... la figlia di un generale il quale era stato anche sindaco della nostra citt…; ma poi, ... cosŤ materna la giovane signora Bitonti! niente affatto guerriera, caparbia sŤ, assente purtroppo mai, ad alzare la voce abituata solo di quel tanto da non dar fastidio alle classi adiacenti. Ci si aspettava una donna rigida e, invece, una signora dolce, comprensiva che ti apriva alla stima ed al rispetto tenero ed affettuoso. Superati gli esami ginnasiali, quelli ancora feroci per intenderci, la classe si smembr•: andarono via, ma solo spostandosi di qualche aula e restando sempre pi— che amici, i vari Gianni Trovato, Ciccio Miceli, Raffaele Teti, Francesco Raffaelli e tanti altri, in quanto i loro genitori ritennero che le sezioni ambite —la A e la B —offrissero un corpo docente da strabiliare: Galiano, Mastroianni, Riolo, Procopio, Morello, Morica erano essi stessi Numi di inenarrabile sapere. La D era la ®cenerentolaŻ; era sorta da pochi anni e non aveva avuto, fino ad allora, un corpo docente, per cosŤ dire, stabile ed affermato. Ed io rimasi, quindi, alla D fra i superstiti ®un poco vagabondiŻ e con i nuovi arrivati ripetenti delle varie sezioni e mi intruppai in quella ®Armata BrancaleoneŻ, cosŤ poco gloriosa ma pur tanto divertente, ignaro che, proprio l'anno del mio primo liceo, sarebbero piombati come falchi su quei poveri ragazzi due docenti temibili e terribili: Giglio, di nome Abigaille, gi… prestigiosa docente dell'istituto magistrale, e la professoressa di latino e greco, fresca vincitrice di concorso, Ugolini di Firenze. ®HIC SUNT LEONESŻ era scritto nelle antiche mappe per indicare terre sconosciute; ebbene, io ricordo il primo giorno e quella prima ora di una esploratrice che, al primo sguardo, riconobbe entit…, posizione e armamento del reparto nemico... Mi sembra di rivivere al ®Piccolo TeatroŻ un atto unico, una piece che fu un vero dramma, ma a lieto fine. Scena prima (e unica) Chiasso, anzi schiamazzo. Un ragazzo seduto, ma sul banco; un altro in piedi, frasi sconnesse e sconce, per quei tempi, intento ad inventare alla lavagna. Entra una donna anziana, vestita di scuro, secchissima e, per di pi— , piccolina, dal viso grifagno. Un attimo di stupore indispettito. Riprende il baccano. Lei, con calma, si siede. Tace, il registro spalanca, controlla, e ancora Š chiasso. Ci guarda di nuovo, uno per uno: per incanto il rumore si affievolisce di poco. Con uno scatto felino sbatte il nero librone, inspira, inspira ancora aria, si gonfia fin quasi a scoppiare: il rumore diventa un sordo brusŤo. Lei si protende fin oltre la cattedra, gonfia pi— che mai. Tende in alto una mano verso la finestra e l'altra verso la porta e, con voce acutissima e stridula, erompe sinistra: ®Chiuditi a porta e apriti a finestra ca aiu e gridaraŻ Fine della scena. Da allora, e per tre anni, durante le ore di storia e di filosofia, ho davvero sentito volare le mosche nella sezione D. Abigaille Giglio: questo il suo nome, fuori del comune come lei. Anni dopo, giovane medico, la vidi in ospedale, ancora pi— piccola e rugosa. Si ricordava di me e lessi negli occhi uno sguardo di tenerezza verso uno di quei tanti suoi alunni di cui aveva stimato l'intelligenza, punto l'orgoglio e, spesso, punito la negligenza. Le baciai la mano e la vidi morire. Mi sembr• impossibile. Gli studenti del "Galluppi", quello nuovo, quello grande e tondo, funzionale non l'hanno conosciuta. Abigaille Giglio nulla aveva del sussiego professorale di un docente di liceo, ma ha contribuito, pi— di altri, a mutare la faccia della Scuola. Chi era, dunque, questa piccola, brutta donna, sempre accigliata e nervosa? Era una seduttrice. Seduceva per l'intelligenza, la fantasia, la prontezza della battuta, la sicurezza del giudizio, la capacit… di individuare il comunque dotato. Sicuramente era anche gratificata dal successo e dalla devozione che riscuoteva, ma altrettanto sicuramente ne sentiva il peso, la responsabilit…, la fatica. Era una donna giusta, non forse una dei 36 giusti silenziosi che, conducendo una oscura esistenza, impediscono, col potere della loro virt—, che il mondo venga distrutto dall'ira divina, ma certamente una dei 360, o dei 3.600, o dei 360.000 la cui parola, la cui testimonianza ed il cui impegno frenano la folle corsa del mondo per una china verso la quale i suoi vizi d'origine, l'egoismo, la sopraffazione, la furberia lo vorrebbero portare. Tutto questo di lei lo capimmo subito e subito la rispettammo. Capimmo pure perch‚ voleva che ciascuno di noi le restituisse, secondo le proprie capacit…, almeno una parte del molto che ci dava. E perci•, man mano che avanzavamo da Talete di Mileto verso Heidegger e ci muovevamo dalla caduta dell'Impero Romano verso la liberazione di Roma, sempre pi— raramente ebbe occasione di ripeterci: ®de na trava nda facisti nu mandalicchiuŻ o ®... mi renducisti a filosofia comu na coppula 'e nottaŻ. Capimmo pi— tardi, ed io lo capii, forse, solo alla fine, quando incontrai il suo sguardo pieno di solitudine, quanto Ella ci aveva amati. SŤ! perch‚ Abigaille Giglio ci aveva amati e amava ancora ciascuno degli scanzonati dell'®Armata BrancaleoneŻ. Leggo Spoon River Antology ed Š la sua voce che ancora ci cerca, mi cerca: ®Dov'Š il mio ragazzo, il mio ragazzo - in quale parte del mondo? il ragazzo che amavo pi— di tutti nella scuola? - io, la maestra, la vecchia zitella, il vergine cuore, che di tutti avevo fatto miei figliŻ. Ecco: ora con i tanti La ringrazio anch'io, perch‚ Ella ha insegnato cose che non sono sui libri di testo, perch‚ a tutti noi ®un poco vagabondiŻ, ai superstiti del ginnasio —sezione D -, ha dato fiducia, perch‚ ci ha fatto studiare e - direi quasi - sudare, con gioia, da grande, grandissima Maestra qual era. Quei tre anni di liceo con lei, con la professoressa Ugolini (il primo anno, su 27 ben 21 meritatamente rimandati in latino e greco), con il professore Borrello di matematica, con i compagni, con Daga il fuoriclasse, furono tre anni di metamorfosi: quelle di Ovidio e le nostre. L'®Armata BrancaleoneŻ super• gli esami di maturit…, ancora quelli feroci, classificandosi alla pari, se non prima, della sezione dei riconosciuti ®braviŻ da sempre. E non mancarono mai i momenti di goliardica freschezza, come quando ci impadronimmo dell'ingessatura della gamba di un signore incidentato. Egli l'aveva depositata, a mo' di ex voto, al santuario della Madonna di Porto e noi, all'occorrenza, ed a turni di quindici giorni, la usavamo all'uopo come ottima ed inconfutabile scusa per eludere l'interrogazione di scienze. O come l'attenzione programmatica che noi ponevamo, una tantum, all'insegnante di scienze, per poi trafiggerla con domande cattive, alla fine della lezione. Era l'adolescenza stessa, e per fortuna lo Š ancora: la Terra dei Leoni; tanti Achille e Alarico e Sigfrido (leoni e biondi, per di pi— ). Penso agli anni Sessanta: lotta, estraneit…, conflitto, disperazione, incertezza, imprevedibilit…, cambiamento... e sento oggi le stesse parole, o quasi: rifiuto, rivolta, incomunicabilit…, estraneit…... Parole che mal si adattano alla routine della vita. Ormai lontani da quella terra, continuiamo a sognarla come un campo da esplorare, forse da ®occupareŻ e, invece, essa deve rimanere Terra di Nessuno, di Leoni o, almeno, di animali selvatici che non vogliono appartenere a nessuno. E noi parliamo, parliamo, facciamo i democratici, i protettori del Naturale e del Selvaggio, i rispettosi delle altrui libert… e delle altrui scelte, del diritto di maturare autonomamente e giudichiamo, giudichiamo... Dentro di noi, invece, c'e l'istinto paterno, normalizzante, che addomestica. Lasciamo, dunque, che i Leoni vivano le loro contraddizioni, perch‚ l'adolescente di oggi, come quello di ieri, Š colui che interiorizza, una per una, le figure guida che incontra, Š colui che elabora schemi di comportamento sui modelli che gli vengono proposti e che condensa nella sua crisi di sviluppo il film della sua storia. Egli Š l'immagine di noi stessi, e il rapporto con lui non pu• che risvegliare i pi— o meno sopiti conflitti della nostra giovent—che ci porta a valutare il presente con gli occhiali del nostro passato. Offriamogli allora quel filo di protezione che lui desidera, pur rifiutandolo, e nello stesso tempo specchiamoci nei suoi occhi per scoprirvi i nostri torti, le nostre ragioni, le risposte tardive ai nostri perch‚. /:/Amelia Paparazzo. nata a Catanzaro l'8 agosto 1946 iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962) Forse perch‚ abitavo al centro della citt… o forse perch‚ l'edicola dei miei genitori era posta proprio di fronte al liceo, prima ancora di iscrivermi, i docenti e gli studenti del liceo classico "Galluppi" mi erano noti, ne conoscevo vicende e problemi. Allora, comunque, la vita della citt… si intersecava con quella del liceo: la collocazione stessa dell'Istituto nel corso principale permetteva e favoriva un rapporto continuo fra liceo e citt…. CosŤ alcuni momenti della vita degli studenti divenivano motivo di commenti, i pi— vari, da parte di quanti di quell'istituzione scolastica non facevano parte. Venivano raccontati, con pi— o meno simpatia, le ®malefatteŻ degli studenti, gli scherzi da essi organizzati. Si conoscevano i bravi e i ®perturbatoriŻ, chi era stato sospeso e per quanto e chi si era maturato con tutti dieci (Eugenio Ripepe, ad esempio). La stessa uscita dei ragazzi dal liceo era divenuto un momento rituale per la citt…: genitori, amici, fidanzati, ex liceali, curiosi, ecc., prendevano posto dalle dodici e un quarto alle tredici meno venti davanti al portone dell'Istituto. E cosŤ, in maniera del tutto naturale, cominci• anche per me l'esperienza del liceo. La mia sezione era la B. Allora la A e la B erano le sezioni migliori aperte ovviamente ai figli della buona borghesia cittadina e delle famiglie pi— in vista, anche se con qualche eccezione. I primi due anni, quelli del ginnasio, furono noiosi e deludenti. Le ore sembravano non passare mai fra la voce monotona della professoressa di lettere e le estrazioni con la tombola per le interrogazioni del professore di matematica (introdotte con nostra angoscia successivamente anche dalla gi… citata professoressa). Gli unici momenti di distensione e di divertimento erano costituiti dal passaggio di qualche topo nell'aula e dall'espressione di circostanza che la professoressa di lettere era costretta ad assumere per nascondere il suo visibile imbarazzo. Eravamo stati messi in un'aula vicino a quello che ottimisticamente si chiamava gabinetto di fisica, al di fuori dei locali veri e propri del liceo: ci sentivamo cosŤ separati dal resto dell'Istituto e dagli stimoli che esso sembrava offrire. Solo la squadra di pallacanestro riusciva ad avvicinare me e qualche altra ragazza della IV B alle pi— grandi della scuola. La nostra squadra era forte e con buone tradizioni di vittoria nei vari campionati femminili provinciali e regionali; l'avversaria di sempre la squadra composta dalle ragazze del liceo scientifico. Vincemmo ancora una volta il campionato regionale e la nostra foto finŤ incorniciata nella stanza del preside Cancellieri, il quale negli anni successivi ogni qualvolta andavo in presidenza mi guardava meravigliato e mostrandomi la foto mi diceva: ®Quella sei tuŻ, e rideva. Incontravo spesso allora, dentro e fuori il liceo, Gianni Amelio. Gianni frequentava la III A ed era una delle eccezioni ammesse a frequentare le classi destinate alla formazione dei figli della Catanzaro-bene. Avevo avuto modo di conoscerlo all'edicola dove mio padre gli aveva dato l'autorizzazione a sfogliare le terze pagine e quelle dedicate al cinema di tutti i quotidiani. Si aggirava per il liceo e fuori sempre in compagnia di Nino Siciliani (non ho mai capito cosa legasse quelle due persone, l'uno estroso e imprevedibile, l'altro metodico e ben educato). Gianni proveniva da un paesino del catanzarese, aveva pochi soldi e modi il pi— delle volte bruschi. Amava il cinema (Gianni Š ora regista apprezzato: il suo ®Piccolo ArchimedeŻ Š stato premiato al Festival cinematografico di San Sebastiano in Spagna e l'ultimo suo film ®Colpire al cuoreŻ ha avuto molti riconoscimenti) e tutto ci• che di esso faceva parte, ed era innamorato, allora, di mia sorella Francesca, che per i lunghi capelli biondi e la voce un po' afona ricordava i personaggi femminili dei films di Michelangelo Antonioni. Canticchiava sempre, a bassa o ad alta voce a seconda del suo umore, la canzone ®Brigitte BardotŻ e mi dava in prestito le sceneggiature di molti films - diceva lui fondamentali - che non potevo vedere perche vietati. Un giorno, quando io gi… facevo il primo liceo e Gianni si era iscritto all'Universit…, venne nella mia classe quale docente - aveva avuto una supplenza in storia dell'arte - e, fra l'ironico e il divertito, ci illustrava dipinti e prospettive con commenti che a dir poco disorientavano e scandalizzavano i pi— e facevano ridere quanti gi… lo conoscevamo. Il liceo, quando ci arrivai, mi apparve molto differcnte dal ginnasio. Era tutto un altro mondo: continuo movimento nei corridoi, gabinetti che si riempivano costantemente di fumo, ragazze, le pi— grandi, con indosso grembiuli neri pi— o meno aderenti o ricchi e sapientemente sbottonati, liti interminabili con Rosina la bidella della palestra. Non ritrovai nel primo liceo molti dei compagni del ginnasio: la classe era formata da elementi molto vari per provenienza ed esperienze passate. All'inizio non ci capimmo neanche molto e stentammo a decollare. Non eravamo una classe particolarmente studiosa, n‚ c'era fra noi qualcuno che potesse presentarsi come il bravo tout-court: c'era chi emergeva in greco e latino e chi in filosofia, chi sapeva tutto di chimica e chi di matematica o italiano o chi con molto coraggio studiava sufficientemente tutte le materie. Il primo impatto col professore di filosofia, Giovanni Mastroianni, lo ricordo come disastroso: spesso il professore si lamentava di noi dicendoci che mai si era trovato di fronte una classe cosŤ distaccata e disincantata. E disincantati lo eravamo davvero. Non eravamo la classe di bravi a cui il professore si era abituato; nessuno di noi si sognava di emulare le gesta e i successi di una Butera, di una Infelisi, di un Domenico Corradini o di Bruno Sirianni; n‚ eravamo la classe dei cosiddetti perturbatori e chiassari. Raramente ci assentavamo, ma come per tacito accordo alcune discipline erano da noi rimosse, su altre ci impegnavamo senza per• mai strafare. Io ero seduta al primo banco dalla parte laterale della cattedra e avevo una visuale d'assieme dei miei compagni: Jasmine Aprile che sembrava sempre per sbaglio seduta dietro un banco; Maurizio Placanica che parlava imitando alla perfezione la voce e i gesti del professore di italiano; Sergio Bruni, sempre in preda al fervore mistico della militanza cattolica, che riusciva a riconquistare se stesso solo in presenza di Mastroianni; Dino Vitale che, costantemente allungato su un banco, alzava la mano stancamente anche quando doveva dire cose interessanti (la barba che con tenacia cercava di far crescere sul suo viso destava sempre l'ira del professore di filosofia); e cosŤ via. I tempi stavano cambiando e con essi la citt…, il liceo e noi; la dimensione politica faceva irruzione nella nostra vita quotidiana, nei discorsi di tutti i giorni. Il terzo liceo fu un anno abbastanza denso di avvenimenti. Alcuni erano riusciti finalmente a conquistare la fiducia del professore Mastroianni, la classe si era arricchita di altri elementi fra cui Carmine Donzelli e Gaetanino Lamanna, un nuovo preside, Guma, dirigeva il liceo, due nuovi professori erano arrivati, la mia compagna di banco attese un bimbo. Gi… in secondo liceo si era verificato un caso analogo nella nostra classe: Pucci si era sposato ed era divenuto padre continuando normalmente a frequentare la scuola. L'anno successivo per• la situazione si presentava al giudizio dei ben pensanti in forme pi— scabrose: era una donna-alunna ad aspettare un figlio, le condizioni di futura maternit… sarebbero state sempre pi— visibili, e cosŤ via. La decisione, si pens• da parte del consiglio dei professori, spettava in ultima analisi alla classe e fu delegato don Giorgio a mediare un eventuale dibattito-scontro delle diverse posizioni che potevano fra di noi emergere. Non ci furono n‚ scontri n‚ dibattiti aspri: la nostra posizione unanime fu che bisognava ammettere in classe la ragazza cosŤ come l'anno prima era stato ammesso il ragazzo. Il tutto finŤ lŤ. La nostra compagna ricominci• a frequentare le lezioni; il mio ed il suo banco ebbe progressivamente bisogno di pi— spazio, mentre quello di Gaetanino, dietro di noi, fu sempre pi— sacrificato. In compenso per• Gaetano veniva confortato dall'apporto di Dino che gli si sedeva vicino e spesso intonava per noi tre - durante l'ora di matematica - la Cavalcata delle Walkirie con sottolineatura dei fiati e dei tamburi. Quell'anno scoprimmo anche la storia dell'arte. Era stata una tradizione degli studenti liceali quella di relegare la storia dell'arte al livello della religione e dell'educazione fisica e i vari docenti della disciplina a questo stato di cose si erano sempre adeguati. E anche per noi, in prima e in seconda liceo, le ore di storia dell'arte erano di tutto riposo e dedicate al nostro privato. In terza per• arriv• un'anziana signorina bionda, non so pi— da quale regione d'Italia, gentilissima e intelligente. Ci disse fin dalla prima lezione che Longhi era stato il suo maestro e che lei ne seguiva in pieno metodi e criteri interpretativi. Mi stupŤ e incuriosŤ molto il fatto che dichiarasse di far parte di una ®scuolaŻ in una situazione in cui la neutralit… del giudizio ci veniva presentata come la forma pi— scientifica di apprendimento. Alcuni di noi decidemmo di seguirla. Ben presto per• la signorina Leli, cosŤ si chiamava, si rese conto della nostra scarsa conoscenza della storia dell'arte e cerc• di aiutarci - in vista degli esami - introducendoci e spiegandoci temi che si riferivano ai programmi degli anni passati. Suscit• ancor di pi— il mio interesse quando dopo aver visto Giulietta degli spiriti di Federico Fellini venne in classe entusiasta invitandoci a vedere il film e spiegandoci a quali pittori (Cavallina, Bosch) il registra si era ispirato per la creazione di alcune scene. Quell'anno fu anche caratterizzato da una lunga contestazione nei confronti della nuova professoressa di greco e latino che non solo conosceva poco le discipline che insegnava, ma aveva l'abitudine di pontificare dalla cattedra, di esprimere giudizi avventati e di proteggere un nostro nuovo compagno (che si era portato dietro da non so dove), suo amico, a dir poco limitato, ma geniale secondo lei in greco e latino. Ci furono numerose riunioni fra di noi, furono decise azioni di ostruzionismo e scioperi bianchi, investimmo gli altri docenti e il preside, minacciammo articoli sui giornali. Il tutto si concluse con una mediazione del preside Guma che, convinto delle nostre ragioni e per non far perdere il posto alla docente, propose a noi di ignorarla e a lei di non pretendere alcunch‚ da noi, promettendoci di far presente alla futura commissione degli esami di maturit… la situazione in cui eravamo venuti a trovarci. Andammo quasi tutti a lezione privata di latino e greco. Arrivammo cosŤ anche noi agli esami di maturit…. E poi, ci disperdemmo, come da sempre avveniva, nelle varie sedi universitarie. Rincontrai ben presto alcuni dei miei compagni l'anno successivo (maggio 1967) a Firenze nella manifestazione che segn• la nascita del movimento studentesco in campo nazionale; a organizzare un gigantesco sit-in in piazza del Duomo c'eravamo proprio noi, gli ex liceali di Catanzaro, io, alcuni miei compagni, ma anche molti che prima di noi si erano maturati, Mario Alcaro, Franco Piperno, tutta la famiglia Sirianni (Bruno, Gloria, Paolo, Maria Teresa), Giulio Iannuzzi, Francesca mia sorella, Piero Bevilacqua, ecc. Il '68 si avvicinava e quanti di noi frequentavano stabilmente le sedi universitarie erano sempre lŤ, di fronte al portone del liceo - con un atteggiamento diverso per• - a distribuire volantini contro la scuola di classe, per il diritto allo studio, contro la guerra nel Vietnam. /:/Bonaventura Zumpano. nato a Catanzaro il 2 gennaio 1947 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. E (Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962) Vides ut alta stet nive candidum Scavalcando l'inciampo alla base della pusterla, aperta nel pesante portone di legno, entrai, e per un lungo istante gli occhi mal s'adattarono alla chiusa penombra, dopo la luce vibrante di quella mattinata di primavera. Mi accostai d'istinto alla pi— vicina parete, e la mano carezz• l'alto zoccolo di destra, quasi a cercarvi con le dita i disegni ad encausto imitanti le marezzature d'un improbabile marmo brecciato, che in tempi lontani i miei occhi avevano sfiorato ogni volta con rinnovato stupore, intravedendovi sempre nuovi profili di ninfe, draghi, ippogrifi ed altre figure mitologiche, uscite dagli incubi notturni per mal digerito poema di turno, ma molto pi— vive delle illustrazioni dei libri di testo. Sentii battere pi— forte il cuore, e non gi… per la breve salita che porta all'atrio. E prima di affrontare l'altra rampa per l'aula del secondo piano, indugiai a placare la piena di emozioni e ricordi che urgeva alla mente ed al cuore, accompagnata dall'effluvio di minestrone che, da sempre, avvolse di rassicurante ospitalit… generazioni di convittori: hospes comesque, ancora una volta. E quasi a misurare il diramarsi di corridoi e di scale, mi accostai, senza varcarla, alla vetrata che accedeva alla segreteria ed alla presidenza, imponente solo nei miei ricordi, e mi fermai a rileggere le lapidi che affidano per l'eternit…, ad edificazione dei posteri, a borchie consunte di bronzo il ricordo di figure austere, indimenticabili maestri quale Nobile Accettella (Carneade, chi era costrui? Mi sovvenne ancora una volta, con una sfumatura di vacuo compiacimento, la lezione manzoniana). L'eco ovattata di passi lontani proveniente da qualcuno dei tanti ambulacri, m'indusse ad abbandonare frettolosamente il posto: un solo impellente motivo potendo spiegare (senza convincere) agli occhi di chiunque quel mio circospetto sostare in un angolo semibuio... E per associazione di idee - vero volo pindarico -, nel passare davanti alla porta che conduce al disadorno cortile, solitamente preferito alla palestra coperta nelle ore di ginnastica, lo sguardo and• alla ricerca di quel mal pertugio che, in un lontano mattino d'aprile mi fu comodo ritenere un reperto, ancora funzionante, d'et… imperiale vespasianŠa. E qual fu allora la divertita mia meraviglia nel vedere, poco dopo, in quella giornata senza nuvole e senza pioggia, riemergere dagl'inferi di quei locali caldaia, madido grondante per l'inatteso acquazzone un incazzatissimo cuoco! Ed ancor pi— spassosa la convinta difesa d'ufficio dell'inconsapevole quanto inflessibile professor Calaminici, al suo ritorno dalla galeotta telefonata, per negare l'evidenza, mentre io fra me e me escludevo che quell'incolto si sarebbe potuto appagare dello splendido accostamento con Pindaro: ®…riston estŤ t• men iudor... ottima Š l'acqua e l'oro scintillante come il sole...Ż, con l'altro ammonimento: ®Pindarus quisquis studet aemulariŻ che in quel momento mi ispirava. E quella maschera (persona, soleva appresso a Fedro richiamare il buon Ciccio Tallarico) ancora in un'altra circostanza m'era apparsa in tutto l'originario significato ®drammaticoŻ della parola quando, a mezzo di un giorno stregato, un vassoio di quaranta e passa polpette ancora fumanti si dissolse nel nulla, quasi sotto i suoi occhi. A noi sembrava rivivere una delle tante imprese galliche, a danno delle salmerie nemiche (intercl—dere hostes commŠatu...). Guadagnai immalinconito il piano superiore ov'ero atteso, e mi unii al resto della commissione esaminatrice; ma per tutta quella giornata una strana sensazione m'accompagn• nel giudicare i compiti di aspiranti all'insegnamento, quando ogni angolo di quel luogo mi pareva ancora teatro di tanti ricordi, nei quali il mio ruolo si svolgeva costantemente dall'altra parte del tavolo. Nei giorni a venire, per diversi mesi, ogni mattina avrei ripercorso quei corridoi con ritmi scanditi come ai vecchi tempi, sol meravigliato di non sentire il lento passo del ®piŠ veloceŻ Alfieri, il suo vanto antico di aver servito in cavalleria, e le tante volte che aveva alternato nel maneggio le figure a terra, a cavallo - a terra, a cavallo, mentre il destriero procedeva al piccolo trotto. O le vanterie meno cavalleresche dell'altro bidello, il corposo Mercurio di quando, volontario nell'Africa Orientale Italiana, soleva cogliere (a suo dire) sull'alto di palme ondeggianti, fior di negrette in fiore...! Altre volte, meravigliato di non sentir le grida del vice preside, il professor Salvatore Morello, (®pulizzativi 'u mussu!Ż Š l'intimazione che mi aspetterei ancor di sentire dalla sua ombra!) per la supposta inefficienza dei collaboratori. E provai ancora un tuffo al cuore al ricordo del rituale che precedeva l'interrogazione di matematica, affidata al sorteggio dei numeri della tombola: il rumore di quelle pedine agitate sadicamente prima dell'estrazione entro una vecchia scatola di latta litografata (che in tempi felici aveva contenuto pregiato theobroma, come inequivocabilmente mostrava l'effigie dei due vecchi intenti a sorbire quel nettare degli Dei) mi raggelava non meno del gracchiare del CORVO di Poe. Il malcapitato di turno veniva apostrofato, senza scampo, con termini botanici che, nel parlar comune, suonavano come ®finocchi di timpaŻ e che nei casi pi— disperati invadevano il regno inanimato minerale, diventando ®cuticchie di jiumaraŻ, riferendosi a quei detriti geologici che abbondano nel letto del Corace. Qualche spirito pi— intraprendente fece sparire, un giorno, dalla scatola infernale i numeri 33 e 34, per come ebbe ad accertare la ricognizione della sua gentile consorte, ma per fortuna di Mimmo Vasapollo e mia non pot‚ asseverarsi a quale classe si dovesse addebitare l'ammanco. Perdurava ancora ai miei tempi (era l'inizio degli anni sessanta) il mito della ®Sezione AŻ, guardata con invidia ed ammirazione, ed alla quale, dopo due anni di ®dissoluzioneŻ in altra sezione, ottenni, non senza fatica, di essere trasferito, per libare tra i privilegiati (e figli di pap…) alle incontaminate sorgenti del sapere. Fui cosŤ affidato ai pi— prestigiosi docenti del pi— prestigioso liceo di Calabria, che si pregiava di essere ospitato nelle antiche mura dell'altrettanto glorioso Convitto Nazionale, anche se l'uno e l'altro ridimensionati dall'inarrestabile fioritura di nuovi licei e convitti, anche dove prima, a stento, avresti trovato una scuola dell'obbligo. Quanto a condiscepoli, onestamente debbo ammettere nessuna sostanziale differenza tra quei figli di pap… e quelli del secondo ceto che avevo sdegnosamente lasciato (in ®serie EŻ). Talvolta, Š vero, affiorava qualche frivolezza favorita dal censo maggiore, cui non sempre corrisponde un pari esprit de finesse. Mi tornano cari alla memoria, tra gli altri, il povero Nicola Iozzo (la cui spensierata vitalit… si sarebbe infranta, dieci anni or sono in terra di Toscana in un incidente ferroviario) e Mimmo Vasapollo, fido e scanzonato compagno di banco, Ciccio Benincasa, Rino Mazzuca e Renato Rubino, tutti oggi valenti professionisti. Ed ancora Luciana Repici, che dopo tre anni di cattedra in condominio col professore Galiano quale sua assistente, ne ha ora, mi dicono, finalmente una - tutta sua - di filosofia antica nell'ateneo di Torino; o la brillante Maria Giovanna Riitano e l'ottimo Ugo Fantasia, entrambi docenti universitari; e Serenella Siciliano, Rossana Pittelli e la conturbante Liana Rabissi (le cui scollature - altro che rondini! - annunciavano quelle lontane primavere); o infine il problematico e tenebroso Paolo sirianni ed il mite Giovanni Zafarana al quale, giuro, mai facemmo pesare il grave handicap d'esser figlio di Sua Eccellenza il Prefetto di Catanzaro... Prossima al ®GalluppiŻ, in vico III San Giorgio, la casa dei miei nonni materni era nostro punto abituale d'incontro: vi convenivano amici anche di altre classi (soprattutto del corso C col quale, a quei tempi, noi della ®AŻ avevamo stretto una sorta di gemellaggio, fervido e tenace) tra i quali Pierino Bevilacqua e Raffaele Teti. sin d'allora Bevilacqua, oggi docente alla ®SapienzaŻ, mostrava la predestinazione ad una vita di studi e di ricerca: covava con gli occhi una fiammante enciclopedia regalatami da mio nonno in quarta ginnasiale, e sovente, nella stanza pi— riparata di quell'antica casa (che un tempo dava liberamente sulle mura occidentali della citt… fin sulla ®TorrettaŻ) si appartava ad assecondare la sete inestinguibile di conoscenza e di approfondimento. Per tutti, zia Ninna serviva una tazza, sana e ristoratrice, di orzo appena torrefatto. L'odore di quell'umile surrogato non era disdegnato neanche dallo ®sciampagnunŻ Raffaele Teti (oggi pugnace consigliere comunale della nostra citt… e docente nella facolt… giuridica pisana) che conveniva con egual trasporto a quelle riunioni dove si decidevano i destini di un fine settimana o una salata estemporanea. Ad una certa ora ci attendeva per il tradizionale ®passeggioŻ il Corso, allora meno soffocato dagli scarichi di tante auto, momento di aggregazione ed occasione per dibattere quegli interessi culturali e sociali che nelle ore di scuola potevano aver trovato meno spazio: volavano discorsi alati, abbondantemente infarciti di Hegel, Croce e Marx; alla fine, comunque, tutti d'accordo attorno alla ®coddaraŻ ribollente della signora Grillo, ad assaporare (con frequenti bis) un ardente ®morzelloŻ e, pi— tardi, dulcis in fundo, alla pasticceria Colosi per un inebriante bab…. Nelle giornate pi— tetre, invece, cinema a passoridotto. Un vecchio proiettore, rumoroso e traballante, restituiva sul muro, in bianco e nero, le mute immagini di quella irripetibile, effervescente ®et… dell'oroŻ che andavo fissando per sempre su metri e metri di pellicola Ferrania, con una Bolex regalatami da mio padre. Frammiste alle sequenze di ordinaria quotidianit…, si susseguivano scene mirabolanti nel gabinetto di fisica (dove il professore Morello sperimentava come un uovo sodo, immerso in acconcia soluzione salina, inconfutabilmente galleggi) ed altre ancora, come l'annuale corsa campestre o lo sciopero per i caloriferi spenti, e quelle, storiche, del primo comizio del professore Michele Riolo, in una piazza Grimaldi strabocchevole di attenzione. Fu proprio durante il mio primo anno di liceo che il professore Riolo (ora tornato all'insegnamento in Roma dopo aver per tanti anni presieduto autorevolmente il ®Regina ElenaŻ) fece il grande passo, gettando alle ortiche gli austeri panni del docente. Per celebrare la sua ascesa al seggio di eletto al consiglio municipale, Lillo Pavia ed io improvvisammo, in un passabile volgare del Trecento, una ballata che chiudeva fervidamente la volta col pistolotto: ®Or ch'in Sancta Clara hai skanno Scior dŠi li cataci casi senza danno Et schole, regulatore urbe et aque ductu Chi da Kalende greche esta ruptu!Ż Due anni pi— tardi, nella terza liceo, quel professore ci avrebbe impietosamente abbandonati, privandoci di uno dei migliori e pi— stimati docenti. Non ci lasci• mai, invece, neppure per un giorno, il professore Federico Procopio, del quale, invero, soprattutto dopo l'uscita dai banchi di scuola ho iniziato ad apprezzare la profonda umanit… del sapere e la ricchezza di connotazioni della cultura. In quegli anni, forse, prevaleva in noi la soggezione evocata dal nome di Procopio di Cesarea, tanto legato ai terrori della guerra greco-gotica... E pare ch'egli non fosse alieno dall'alimentare segretamente quelle nostre paure, come avrebbe poi confidato a qualcuno, misurando da consumato attore gli ®effettiŻ dello studiato cipiglio e del severo incedere, al suo ingresso - come in iscena - nell'aula ®sorda e grigiaŻ in trepida attesa. Se ora mi sorprendo a scandire metricamente una strofa alcaica, o uno scazonte, ovvero un ipponatteo (secondo gli umori...) trovandone un intimo inesprimibile appagamento, e a lui che lo debbo, al miracolo della sua burbera figura e dei toni vocali che, abbandonati i consueti timbri perentori, a noi tanto ingrati, si faceva d'un subito dolcissima... ®Vides ut alta stet nive candidum Soracte, nec iam sustineant onus silvae laborantes geluque flumina constiterint acutoŻ. Ero ormai laureato, quando mi capit• fra le mani un grosso volume del professore Vincenzo Recchia, che per tanti anni dal vicino Istituto Salesiano era venuto al nostro ®GalluppiŻ da commissario per la maturit…, sul ®Carmen de lunaŻ di Sisebuto da Toledo. Le pagine erano fitte nella minuta e meticolosa scrittura, per le innumerevoli chiose a margine che il professore Procopio aveva annotato, preparatorie ad una sua dotta recensione (apparsa sulla bella rivista ®Regione CalabreseŻ che tra i suoi condirettori annoverava una folta schiera di ex allievi del ®GalluppiŻ: Roberto Trovato, Nino Gimigliano, Augusto Placanica, Franco Scalzi, Pier Paolo Colosimo, Luigi Tranquillo, per ricordarne solo alcuni). E quanta padronanza dell'argomento - che in realt… Š accessibile solo ad una ristretta aristocrazia della cultura - e quanta dottrina erano racchiuse in quelle dense sue annotazioni! Mi sono quasi fatto uno scrupolo di avere talvolta eluso una non prevista sua qualche interrogazione, con improvvisati colpi di scena, alla maniera plautina (sinanche simulando la prematura scomparsa di un caro zio... inesistente), o per non avergli, magari, voluto dar conto di cose molto pi— doverose e piacevoli, le vicende del ®Miles gloriosusŻ o quelle dell'®AmphitruoŻ... Ancora pi— grato m'Š, forse, il ricordo del professore Ezio Galiano di quando fingeva non accorgersi della nostra commedia per scansare un'interrogazione non desiderata quando, con interesse peloso, gli sollecitavamo l'approfondimento del problema gnoseologico o dell'ecceit… o dell'empirio-criticismo, oppure ancora, quando ripiegavamo a colpo sicuro sulla questione dei Balcani, che finiva per impegnare l'ora intera di lezione. Anzicch‚ rilevare la nostra sfrontatezza, ci assecondava nelle richieste, elevandoci in regioni dello spirito dove - a dirla con Heidegger (se mal non ricordo) - ®l'uomo Š unico e solo nel silenzioso universoŻ. Maestro di vita quant'altri mai fu egli per noi, e ricordo ancora un giorno di primavera del nostro secondo liceo quando, dopo aver conclusa l'ardua fatica di farci intendere l'estetica e la dialettica trascendentale della ®Ragione puraŻ, introdusse la ®Ragione praticaŻ. Avverto ancora la vertigine delle altezze cui ci sollev• nel dissertare sulla norma che in uno ci fa liberi ed uomini, su come il filosofo di K"nigsberg non la faccia derivare da una metafisica ascientifica, n‚ la voglia grazioso dono elargito sul Golgota dal Dio crocifisso, ma ne cerchi il saldo fondamento nella coscienza. Un silenzio assoluto era nell'aula, come sempre quando sentivamo che la lezione lo avrebbe particolarmente impegnato, allorch‚ esordŤ con una quartina di Omar Kayyam (il musulmano poeta che nel Medio Evo la Persia aveva dato alla poesia universale): ®L'anima mia mandai negli alti spazi,/ i misteri a svelar del mondo eterno/ ed ella a me torn• cosŤ dicendo:/ "io sono il paradiso io son l'inferno;Ż. Le parole erano di quel poeta, ma la voce, incrinata da tanto sofferta condizione esistenziale, era la sua, mentre creava immagini nuove in cui risuonava l'eco delle battaglie che, nell'ombra, nell'incertezza, nel dubbio, aveva dovuto sostenere per liberarsi dai giudizi di plauso o di biasismo: e a noi preannunziava le lotte che ciascuno, nella luce della consapevolezza della legge morale, avrebbe dovuto affrontare per conquistare se stesso e non dipendere dalle perdite o dai guadagni contingenti. Con commozione mista ad orgoglio, ebbi modo pi— di recente di leggere, in anteprima, una sua commemorazione del vecchio liceo ®GalluppiŻ. Fu nello studio dell'avvocato Gimigliano (che con Pier Paolo Colosimo coordinava e curava la parte redazionale del volume di immagini e brani letterari ®Cara CatanzaroŻ), che una grigia serata d'inverno mi s'illumin• davanti a quel suo gesto d'amore. Uno strano contrasto faceva la prosa, scintillante e struggente di eleganza antica, del mio vecchio professore, con la moderna scrittura della stampante ad aghi... Quel suo scritto, che figura tra i pi— belli dell'intero volume dedicato alla nostra citt…, anticipava l'impegno assunto di rendere omaggio al nostro glorioso liceo, che ora scioglie col presente florilegio fatto dei nostri ®ricordi di giovinezza e di scuola per un libro di memorie o, forse, di storiaŻ. Anch'io avrei avuto il privilegio d'esser chiamato dall'antico professore e, con prontezza, rispondo ora a quest'ultima interrogazione: questa volta sui miei ricordi di scuola. Quando ci siamo per l'occasione rincontrati, a distanza di tanti anni segnati da mille vicende che hanno fatto maturare e forse un po' inaridire il fanciullo di ieri che sedeva al terzo banco della sezione ®AŻ, il mio sguardo (che s'era rinfrancato nel cogliere nel suo i segni d'una imperitura vivacit… giovanile) si sofferm• sul capo ormai imbiancato, ed il pensiero vol• allora alla cima innevata del monte cantato dal Poeta, mentre il mio animo scandiva metricamente, forse per fugare una lagrima... ®Vides ut alta stet nive candidum / Soracte...Ż. /:/Raffaele Mazzotta. nato a Catanzaro il 29 Luglio 1947 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1960/1961) Non posso esimermi dal confessare che, dopo aver ricevuto la sua cortese ed affettuosa missiva con la quale chiedeva anche a me di ®ricordareŻ per iscritto qualcosa degli anni trascorsi sui banchi del ®GalluppiŻ, ho molto esitato. Alieno dalla retorica, ho temuto di scivolare inevitabilmente in una facile rievocazione nostalgica e ®commemorativaŻ. Preferisco, quindi, con molta semplicit…, rammentare il suddetto periodo della mia giovinezza essenzialmente come anni di serio e gravoso impegno nello studio e posso obbiettivamente riconoscere di essermi reso conto, per la prima volta nella mia esistenza, frequentando le austere aule del ®GalluppiŻ, che, per ottenere effettivi e validi risultati, occorre un costante sacrificio personale. E, in tal senso, la mia mente corre subito alle tante ore di lezione, nonch‚ a quelle trascorse sui libri. Come pure, nonostante l'impegno profuso nello studio, non posso dimenticare la trepidazione che mi prendeva allorquando stavo per essere interrogato da docenti affettuosamente severi, quali i professori Procopio e Riolo, ed anche da lei, caro professore Galiano. E soprattutto ricordo come voi docenti vi sforzavate di infonderci la capacit… di recepire non gi… in modo meramente passivo i vari insegnamenti, e di farci acquisire un idoneo senso critico tale da consentirne un'assimilazione connessa alla riflessione ed all'approfondimento personale. Elementi questi che sono, poi, l'essenza della vera maturit…. Ma i miei ricordi degli anni del ginnasio e, successivamente, del liceo non si limitano a questo. Non posso, infatti, dimenticare i numerosi e vari compagni che ho avuto accanto in quegli anni e le ore di gioiosa esuberanza giovanile trascorse con loro. E balzano immediatamente alla mia memoria ®immaginiŻ di amici carissimi quali Fabio Blasco, Sas… Iofrida e, in particolar modo, Franco Mastroianni. Di quest'ultimo, del caro Franco, prematuramente scomparso durante gli anni del ginnasio, mi sia consentito sottolineare l'acutezza d'ingegno e l'eccezionale maturit…, permeate, peraltro, da un allegro entusiasmo in cui la giovanile gioia del presente era la sicura premessa di un futuro che sarebbe stato, per lui, certamente prodigo di soddisfazioni. Futuro che, invece, un avverso destino gli precluse. Ed infine desidero esprimere la mia commozione perch‚, mentre stendo questo breve ricordo, mio figlio Giuseppe siede, quale studente ginnasiale, su quegli stessi banchi e rinnova, nello spirito della continuit… familiare e con il medesimo impegno, quella mia felice esperienza. /:/Raffaele Teti. nato a Catanzaro il 9 agosto 1947 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1960/1961) La voce tonante di Mercurio, il bidello (da noi soprannominato con crudele ironia - era infatti zoppo - come l'omonima divinit…: ®l'alatO messaggero degli deiŻ) che apostrofava i ritardatari: ®Entrati dentro, vacabondi!!!Ż segnava l'inizio della giornata scolastica. Cinque lunghissime, interminabili, ore che noi avremmo saputo (o pensavamo di essere in grado di) utilizzare meglio. A distanza di tanti anni, ormai sono venti, dalla fine degli studi liceali mi chiedo ogni tanto dell'utilit… di quelle ore trascorse ad ascoltare (o a parlare quando interrogato) di Callimaco e di Properzio. Sarebbe forse stato pi— opportuno, invece del latino e del greco, apprendere bene l'inglese senza la conoscenza del quale oggi Š problematico anche aprire una lattina di birra; o forse quelle ore sarebbero state utilizzate meglio per acquisire quelle conoscenze tecnico-scientifiche che oggi mi permetterebbero di avere dimestichezza con le nuove tecnologie alle quali guardo con un misto di stupore e di imbarazzo? Non riuscir• mai a dare una risposta a questa domanda - avrei bisogno di una seconda vita per verificare l'esattezza dei miei dubbi -; so soltanto che la scelta di ®fareŻ il Liceo era, per un giovane della mia generazione che avesse un poco di ingegno ed una dose sufficiente di ambizione, una scelta obbligata. Gli studenti erano divisi in due categorie: quelli del ®LiceoŻ (ovviamente classico) e gli ®altriŻ considerati quasi una ®razza inferioreŻ non avendo accesso, come noi, a tutte le facolt… e destinati, quindi, ad un futuro professionale modesto. E poi, senza latino e senza greco, gli ®altriŻ erano, nella nostra considerazione, quasi dei sub-normali. Studiare al ®LiceoŻ (ovviamente classico, il liceo scientifico era una scuola di serie B) era di per s‚ segno di distinzione sociale ed intellettuale. Naturalmente la nostra spocchia di liceali era ripagata con adeguata moneta: per gli ®altriŻ eravamo ®quei figli di pap…Ż del Liceo, sprovveduti, incapaci di affrontare la vita ed anche ®ricchioniŻ (sŤ, cari amici della sezione C, che eravate considerati un po' i paria del Liceo e che gratificavate noi della sezione A con gli stessi epiteti- ®figli di pap…Ż e ®ricchioniŻ - anche voi eravate accumunati agli occhi degli studenti degli Istituti tecnici a noi della sezione A...). Ma ritorniamo alle ore di scuola. Il ricordo va anzitutto ai professori. Ve ne erano di bravi e di meno bravi (di qualcuno ho sospettato che fosse pi— ignorante di noi studenti...) e noi studenti comprendevamo subito il valore del docente che ci stava dinnanzi: Š, infatti, regola generale, - che ho avuto tante occasioni di verificare da studente e da docente - che il professore pu• sbagliare nel valutare gli studenti, ma gli studenti non sbagliano mai nel giudicare i propri professori. Potrei dilungarmi a ricordare i professori bravi, quelli che mi hanno insegnato tante cose (e soprattutto il gusto di studiare con rigore, di non dare mai nulla per scontato), potrei ricordare lezioni che ancora oggi ricordo, ma sarebbe inutile: i miei ideali interlocutori conoscono personalmente questi professori, se ancora in esercizio, o ne hanno certamente sentito parlare. Mi preme piuttosto evidenziare una circostanza: gli anni durante i quali frequentavo il Liceo erano gli anni che immediatamente precedettcro i tempi della grande ®contestazioneŻ (ho conseguito la maturit… classica nel 1965, tre anni prima del fatidico 1968). E non credo di sbagliare se affermo che, confusa ed incerta, non espressa mai chiaramente, negli anni del ®mioŻ Liceo spirava gi… aria di ®contestazioneŻ che si manifestava con un senso di profonda irrequietezza, con la voglia di discutere su tutto di giudicare e criticare anche (anzi soprattutto) gli insegnanti che provenivano dall'alto di una cattedra. E debbo riconoscere a distanza di tanti anni che di fronte a questa nostra irrequietezza i nostri professori (quelli bravi, ovviamente) non si comportarono mai da ®vecchi tromboniŻ, non opposero mai alla nostra voglia di discutere (e criticare) un atteggiamcnto di chiusura dogmatica. Anzi non solo accettarono il dialogo (quante volte il professor Galiano dedic• le ®sueŻ ore di lezione a discutcre, anche vivacemente, con noi di politica e varia umanit…?), quanto ci fornirono indicazioni importantissime per guardare in maniera non certo tradizionale le materie di studio. Non posso non ricordare che la prima volta che scntii parlare di Freud e della psicanalisi ne sentii parlare da Michele Riolo durante una lezione di letteratura italiana; che il professor Procopio - che sembrava cosŤ ®tradizionalistaŻ, preoccupato com'era dell'esatta coniugazione e declinazione dei verbi e delle parole - ci consigliava sovente letture (ma purtroppo i suoi consigli spesso cadevano nel vuoto) e tra queste quanto di pi— ®modernoŻ, meno ®tradizionalistaŻ esistesse nella critica letteraria dell'epoca: i saggi di Auerbach; che don Ezio Galiano ci diede da leggere, come classico della filosofia per la terza liceo, gli scritti di un esistenzialista. Una volta il professore Galiano ci impose una inversione di ruoli: assegn• a ciascuno di noi una tesina di storia (a me diede da studiare la storia della Calabria dalla caduta dell'impero romano all'alba dell'et… moderna) sulla quale avremmo dovuto relazionare ai compagni: per un giorno si saliva in cattedra! Tranne alcuni prevedibili episodi di plagio (tesine copiate integralmente; ma non c'Š da scandalizzarsi: avviene anche nelle pi— prestigiose universit…), ricordo bene che la maggior parte di noi si impegn• con entusiasmo: era un modo di essere protagonisti dei nostri studi. Anzi fra alcuni di noi vi fu una vera e propria gara, maliziosamente fomentata da Galiano, a chi riuscisse a redigere il lavoro migliore, ma siccome gli argomenti erano diversi, con diverse difficolt… anche nel reperimento della bibliografia, la gara molto banalmente diventava la gara a chi scriveva pi— pagine (e neanche di questo c'Š da meravigliarsi: anche nei concorsi per le cattedre universitarie talora conta il numero delle pagine...); io tentai di entrare in competizione con Raffaele Mazzotta, la cui tesina era sul pensiero politico medioevale, e fui miseramente sconfitto di almeno trenta-quaranta pagine, ma ebbi la magra soddisfazione di presentare la mia tesina in migliore veste tipografica... Ma non tutti i professori erano bravi, l'ho gi… detto. Ed Š proprio sugli insegnanti ®asiniŻ che l'aneddotica potrebbe essere quasi infinita. Una supplente di storia dell'arte spiegava tutto, dalla Piet… di Michelangelo alle tele del Caravaggio, combinando insieme sempre le stesse parole: ®plasticit…Ż, ®formeŻ, ®masseŻ, ®staticit…Ż e poche altre. Era sufficiente trovare l'esatta combinazione; ®plasticit… delle formeŻ, ®tenuit… dei coloriŻ, ®staticit… delle masseŻ, ad esempio, per superare brillantemente l'interrogazione. Ma la pi— patetica nella sua ignoranza era una supplente di scienze naturali: sembrava una diva sfiorita degli anni Trenta; con una voce nasale resa pi— sgradevole dal suo accento forestiero ci richiamava disperatamente all'ordine interrompendo le sue incomprensibili spiegazioni. La nostra crudelt… nei suoi confronti era illimitata. Una volta spiegava un argomento complicatissimo di astronomia, credo si trattasse dello spettro delle stelle, e se ne uscŤ con la poco felice espressione: ®...pOi ci sono le aranciate...Ż. Dal banco un compagno, non certamente il pi— irriverente: ®No grazie, mi porti un chinottoŻ. In un'altra classe, interrogando sul corpo umano, si lasci• sfuggire la domanda: ®A che serve l'orina?Ż; pronta e fulminante fu la risposta: ®Ma ti pisciŻ. La poveraccia mentre spiegava la legge di gravit… veniva puntualmente interrotta da qualche studente che affermava di aver letto di recente un libro dell'astronomo tedesco Ghersetich (era il nome di un giocatore del Catanzaro), tradotto dall'astronomo Altafini per le edizioni ®Pro PatriaŻ, dal suggestivo titolo ®Le palle di GalileoŻ nel quale si dimostrava che Galilei aveva nel famoso esperimento dalla torre di Pisa truccato le palle, aveva buttato gi— palle di identico peso, perch‚ altrimenti la pi— pesante sarebbe dovuta arrivare prima al suolo. E lei di rimando, imbarazzata: ®Che vuoi, sono tutte teorie, tutte teorie...Ż Ricordando questa professoressa me ne viene in mente un'altra sempre di scienze naturali, anziana, questa sŤ brava e competente, che ci tormentava con la classificazione delle piante e degli animali. E pensando a lei ricordo un episodio che mi sembra molto significativo del clima che si viveva in quegli anni. In seconda liceo si studiava il corpo umano; il libro di testo era ben fatto, con molte fotografie e tavole anatomiche, si dilungava su tutti gli organi ed apparati con dovizia di particolari, ma conteneva una significativa omissione: al capitolo dedicato alla riproduzione descriveva come si riproducono gli esseri unicellulari, gli uomini come le amebe! La cosa ci colpŤ non poco ed aspettavamo con ansia (e soprattutto con malizia) il giorno in cui la professoressa fosse giunta a spiegare la riproduzione; cosa ci avrebbe detto? che gli umani si riproducono per partenogenesi? Non si disse nulla: in virt—dei nostri studi avremmo dovuto sapere che gli uomini non si riproducono. Questo episodio mi fa rivivere il senso pi— profondo, radicato pudore che era diffuso in quegli anni. A scuola con i professori, con le compagne (dei rapporti con l'altro sesso dovr• parlare in seguito) era vietato non dico parlare, ma soltanto accennare ad argomenti scabrosi, utilizzare frasi o espressioni ®sconvenientiŻ. Il professore Procopio stava spiegando appassionatamente Saffo e per diversi minuti si dilung• a difendere la divina poetessa dalle accuse che le erano state rivolte da comici e male lingue dell'epoca; la difendeva con trasporto e quasi con commozione, come se difendesse un parente stretto da una ingiuria infamante, ma ometteva di dire di quale mostruoso vizio fosse incolpata. Una mia compagna, vicina di banco, che non capiva, nella sua dolce ingenuit…, mi chiese delucidazioni ed io risposi senza mezzi termini: ®Era lesbicaŻ. Procopio che aveva sentito mi guard• con occhi feroci, non mi disse nulla, ma il suo pensiero era facilmente intuibile: avevo profanato con la mia volgarit… il luogo sacro. Era questa l'atmosfera pudica che aleggiava. Quasi per reazione noi, parlo dei ragazzi, eravamo degli erotomani, quasi al limite della perversione. Tra di noi parlavamo spessissimo di sesso con linguaggio da scaricatore di porto, conoscevamo tutte le barzellette sporche ed i pi— beceri doppi sensi; ognuno di noi aveva nel portafogli o un calendarietto profumato (di quelli che regalavano i barbieri per le feste natalizie) con immagini di donnine nude o qualche foto pornografica. Alcuni di noi compivano di tanto in tanto una sorta di rito - per omnia vicula viculorum - girare per i vicoletti (e qui Š necessario evidenziare una circostanza singolare della nostra citt…: case di tolleranza e prostitute sono state sempre relegate nei vicoletti pi— nascosti; la nostra citt… ha sempre voluto, anche negli spazi, distinguere i vizi privati dalle pubbliche virt—) per vedere le poche prostitute in esercizio: la Zagaritana, la Sardignola, Maria... Erano donne bruttissime, segnate dagli anni che vivevano in tuguri maleodoranti, spesso con piccoli mocciosi che piangevano: erano indiscutibilmente repellenti nella loro volgarit…. Avvertivamo un profondo schifo nel vederle adescare clienti sulle porte dei loro bassi, ma riuscivano a procurarci un oscuro e turbato desiderio: rappresentavano l'unico volto con il quale si manifestava, prendeva corpo il peccato carnale. La scuola era anche il luogo privilegiato per scherzi di ogni genere: l'insofferenza per l'istituzione, l'esuberanza giovanile e la voglia di dissacrare trovavano cosŤ sfogo. Ne voglio raccontare qualcuno. Gianni Trovato ed altri un giorno portarono, chiuso in una scatola, un enorme topo di fogna che fu liberato durante l'intervallo con comprensibile terrore di studentesse e professoresse; una professoressa fu colta da un attacco di panico e gridando salŤ sulla cattedra, proprio come nelle vignette umoristiche. Geniale fu lo scherzo ideato da Rino Zumpano, che in materia aveva una inventiva inesauribile. FornŤ diversi di noi di fialette puzzolenti, quelle che si usano per carnevale, con l'accordo che durante l'intervallo ad ora convenuta, come in una azione di commando, in luoghi diversi fossero rotte. Tutto l'istituto fu invaso da un odore nauseabondo, di fogna. Ed il preside, il professor Cancellieri che non si scomponeva per nulla (non a caso lo avevamo soprannominato ®il bonzoŻ, immagin• che si fossero rotte le fogne ed allarmatissimo telefon• all'ufficio tecnico comunale perch‚ fossero presi urgenti provvedimenti: si profilava l'eventualit… graditissima di una chiusura per motivi igienici; purtroppo l'efficientissimo Pucci, capo-bidello, scoprŤ con sagacia da Sherlock Holmes una fialetta puzzolente ®inesplosaŻ. Š luogo comune sulla bocca di chi non Š pi— giovanissimo dire, apostrofando un giovanissimo: ®Ai miei tempi sŤ che ci sapevamo divertire, riuscivamo ad esser felici con pocoŻ. Nessuno precisa che quel poco del quale ci si accontentava era il massimo che era offerto dai tempi; n‚ tanto meno nessuno ha il coraggio di confessare che ®ai propri tempiŻ se non proprio infelice era insoddisfatto, insoddisfatto com'Š doveroso esserlo da adolescenti. Consapevole di ci• non mi lascer• andare ai luoghi comuni nel raccontare come ci si divertiva ®ai miei tempiŻ. I nostri divertimenti erano quelli offerti dalla nostra citt… in quegli anni: lunghe passaggiate sul corso (il motorino non era ancora un consumo di massa), qualche festa da ballo a casa di amici (non esistevano a Catanzaro n‚ altrove le discoteche; esistevano nelle grandi citt… i night luogo di ritrovo per ricchi gaudenti e per fascinosi avventurieri come l'indimenticabile Rick-Bogart del film Casablanca), tanto cinema - erano gli anni d'oro della cinematografia italiana dei Rossellini, dei Fellini, degli Antonioni e, perch‚ no, della commedia all'italiana - e qualche serata al bigliardo. Ma la maggior parte del tempo libero era impiegato a stare insieme a stare insieme con gli amici, a passeggiare e a discutere. Discutevamo di tutto: dalla politica internazionale alla letteratura, dal centro-sinistra all'ultimo film visto, discutevamo di religione e di arti figurative, di argomenti che padroneggiavamo e di argomenti che conoscevamo appena, di cose vicine che ci appartenevano e di cose che non ci appartenevano, ma che eravamo sicuri di poter raggiungcre. Discutevamo tra amici ed in pubblico: non penso ci sia stata settimana di quegli anni durante la quale non vi sia stato almeno o un dibattito o una conferenza o un cineforum. E si discuteva anche sulla carta stampata: dal ®SenticroŻ alla ®Voce dei giovaniŻ —di ®areaŻ cattolica, si direbbe oggi - al pi— ambizioso ®ManifestoŻ che raccoglieva i giovani di sinistra (e che ovviamente non aveva nulla a che vedere con il giornale che alcuni comunisti ®ereticiŻ iniziarono a pubblicare nel 1969), fino ai giornaletti di classe che, disinvoltamente, affiancavano articoli dotti e insipide barzellette, era un continuo discutere, polemizzare, spiegare, voler capire. Ed Š proprio in questa voglia di discutere e capire che mi sembra vada rintracciato il dato pi— saliente di quegli anni. Probabilmente (e spero mi si scuser… questo superficiale tentativo di spiegazione) avvertivamo, pi— o meno consapevolmente, una profonda frizione tra il nostro mondo - il mondo nel quale affondavano le nostre ®radiciŻ, che era ancora un mondo contadino ma in via di dissoluzione - ed il nuovo mondo - il mondo della societ… industriale che non era ancora il nostro mondo (n‚ forse lo sarebbe mai diventato) - e dalla consapevolezza di questa frizione nasceva la voglia di capire, di discutere. Non sono in grado di giudicare (n‚ spetterebbe a me farlo) se e fino a che punto riuscissimo a capire il mondo che ci circondava e le profonde trasformazioni in atto, certo che ne discutevamo tanto... Sembrer… paradossale ma si discuteva in pubblico anche di amore e di sesso: se ne parlava nei circoli parrocchiali - aperti per• anche al contributo degli estranei - con una veemenza inimmaginabile. Da un lato, infatti, il saccrdote di turno che sfoggiando nozioni di sociologia e di psicologia riaffermava i pi— tradizionali precetti della morale cattolica: la masturbazione Š peccato (e fa male alla salute), i rapporti pre-matrimoniali sono illeciti e causa di decadenza della societ…, la contraccezione Š paragonabile, nella sua gravita, ad un genocidio. Dall'altra parte alcuni di noi (soltanto alcuni, perche vi erano i giovani dell'Azione cattolica che credevano profondamcnte a quei precetti) che difendevano le ragioni della libert… dell'uomo e della donna di vivere liberamente la propria sessualit…. E la contrapposizione tra un sacerdete che aveva fatto voto di castit…, ma che si piccava di fissare precetti e dare suggerimenti sull'amore carnale, e noi giovani che predicavamo il libero amore, ma in che in fatto di sesso eravamo inesperti ed impacciati sarebbe apparsa ad occhi disincantati decisamente ridicola: due interlocutori che si scaldano per argomenti che non li toccano da vicino. Ma per noi quelle discussioni erano serissime e ci impegnavano. Ed anche quelle discussioni erano altamente significative della frizione tra vecchio e nuovo: da una parte una morale, ancora radicata, ma che appariva in via di superamento (e bastava leggere un libro o andare a vedere un film per accorgersene), dall'altra parte dei modelli di comportamento che non erano i nostri, ma che alcuni di noi avevano accettato perch‚ li consideravano ®moderniŻ, giusti, consoni ai propri bisogni. Se qualche storico del costume si cimenter… a scrivere di quegli anni nel Mezzogiorno dovr…, almeno credo, evidenziare il violento trapasso da una societ… contadina, con i suoi valori ad una societ… con i valori della societ… industriale (senza per• industria...), dovr… ricordare la colonizzazione culturale del sud d'Italia, attraverso l'imposizione di modelli nati in altri contesti e qui importati dai mass media. Non voglio certo rubare (tra l'altro non ne sarei capace) il mestiere a questo ipotetico storico del costume, voglio soltanto evidenziare che questo violentissimo processo avvenne sulla nostra pelle (e noi giovani avvertivamo drammaticamente la tensione tra il vecchio ed il nuovo), che noi forse non percepivamo razionalmente quanto stava avvenendo, ma certamente ne soffrivamo le contraddizioni (vorrei chiedere ai miei coetanei: quanti di noi hanno avuto la propria storia personale duramente segnata dalle vicende di quegli anni?). Ricordando i dibattiti di quegli anni la memoria va a don Giorgio Bonapace professore di religione al Liceo, ma soprattutto animatore instancabile di attivit… giovanili. Don Giorgio ogni anno curava un ciclo di cineforum, era il direttore del ®SentieroŻ, seguiva i giovani universitari della F.U.C.I., organizzava e presenziava ad ogni tipo di attivit…. Ma non era l'attivismo la dote che di don Giorgio ci affascinava di pi— , era la sua tolleranza. Mai don Giorgio rifiut• il suo decisivo aiuto organizzativo ad attivit…, anche se la proposta proveniva da chi a lui ed alla sua fede non era vicino. Non ricordo una sola occasione, durante le feroci discussioni che ci dividevano, nella quale don Giorgio intervenisse per ®ristabilire la Verit…Ż, per catechizzarci; al pi— quando qualcuno di noi superava la misura del buon gusto (e della tolleranza), don Giorgio interveniva ma senza voler imporre nulla, richiamando bonariamente all'ordine, al rispetto degli altri. Basti soltanto un episodio: nel corso di un cineforum il discorso scivol• in politica e si tradusse ben presto in un violento alterco tra me ed un professore cattolico che attaccai al limite dell'insulto; il malcapitato (era una persona mitissima) tent• una risposta, ma alle prime battute, sprezzantemente, con i miei amici abbandonai la sala. Il giorno successivo don Giorgio - l'episodio si era svolto in una sala della sua parrocchia - vedendomi mi disse soltanto: ®Non ti sembra di avere esagerato?Ż. Don Giorgio, e per ci• piaceva anche a chi cattolico non era o era indifferente alla religione, era un prete ®diversoŻ, dai preti che eravamo abituati a conoscere. I preti della nostra giovent—o erano santi e pii uomini, dediti al culto ed alle opere di bene, ma assolutamente incapaci di parlare con il prossimo se non attraverso le frasi stereotipate del catechismo; oppure, peggio ancora, erano uomini intolleranti, beceri moralisti pronti a giudicare e a condannare ogni comportamento ®devianteŻ, e dei quali per• si raccontavano (e quasi sempre la vox populi era veramente vox dei) vicende private tutt'altro che adamantine. Don Giorgio era ®diversoŻ: dalla vita privata ineccepibile, di una profonda e sentita religiosit… e dotato di una grande capacit… di comunicare, non si poneva mai come obiettivo di imporre la propria ®Verit…Ż alla quale peraltro aveva votato integralmente la propria esistenza. Il suo sacerdozio non si limitava ad un diligente compimento di attivit… liturgiche o caritatevoli, n‚ si traduceva in una religiosit… intollerante (e come tale profondamente ostile per il non credente); il suo sacerdozio era ®testimonianzaŻ (era una parola che usava spesso) della sua fede; il suo ministero era ®servizioŻ prestato agli altri. E poi don Giorgio aveva una capacita ®naturaleŻ di amare gli esseri umani, e soprattutto i giovani, di amarli di un amore ®veroŻ, quello che ha per presupposto l'incondizionata accettazione dell'altro. Voglio raccontare un episodio recente. Lo scorso anno, in occasione del battesimo del figlio di un amico, ebbi l'opportunit… di rincontrare don Giorgio e di parlargli dopo tanti anni; lo avevo, infatti, rivisto in precedenti occasioni, ci eravamo salutati ed abbracciati, ma non avevamo mai avuto l'opportunit… di parlarci come venti anni prima. In quell'incontro parlammo a lungo del presente e ricordammo, com'era naturale alcuni episodi di un tempo. Ad un certo punto mi venne da dire: ®Ma perch‚ non facciamo, venti anni dopo, un cineforum, come ai bei tempi, invitando gli assidui di allora?Ż. Gli occhi di don Giorgio brillarono di gioia, si infervor•, inizi• a progettare, a pensare al film da proiettare, ad elencare gli amici che avremmo potuto invitare (parl• anche del necessario ®morzelloŻ che avrebbe coronato l'incontro di venti anni dopo). Probabilmente per don Giorgio (e sono sicuro che lui se ne rendesse perfettamente conto) quel progettato incontro sarebbe stato ragione di amarezza: avrebbe constatato quanti giovani a lui vicini avevano preso altre e divergenti strade; si sarebbe reso conto - constatazione per lui certamente pi— triste - dalle molte immotivate assenze che tanti giovani di allora si sono nel frattempo sclerotizzati intellettualmente e che, a dispetto delle tensioni ideali di un tempo e degli stimoli ricevuti (anche da don Giorgio), menano una grama esistenza, paghi delle insulse gioie che d… la banalit… del quotidiano. Ma nonostante ci•, don Giorgio avrebbe voluto realizzare quel cineforum di venti anni dopo. So che qualche giorno prima di morire si interess• fattivamente per realizzare l'idea del cineforum ®dei ricordiŻ. E mi procura una commossa e profonda tenerezza pensare che uno degli ultimi pensieri della sua attivissima vita terrena don Giorgio lo abbia dedicato ad organizzare l'incontro - quasi un simbolico abbraccio - con i ®suoiŻ giovani di venti anni fa. Per rivivere il clima di quegli anni Š indispensabile parlare anche dei rapporti con le compagne di scuola e pi— in generale con l'altro sesso. Anzitutto le compagne di scuola. Nella mia classe, lo posso affermare senza tema di essere smentito, vi erano le pi— belle ragazze del Liceo. Solo per ricordarne qualcuna, le prime che mi vengono in mente: Teresa Arena, alta, di una bellezza statuaria, ricordava vagamente la divina Ava Gardner; Serenella Masillo, alta, bionda, lineamenti dolcissimi, occhi e carnagione chiari, sembrava quasi l'incarnazione della fata buona delle favole e dei sogni infantili; Vittoria Amantea dal corpo armonioso o con gli occhi sempre sorridenti ed intelligentissimi; ed ancora Rossella MacrŤ, Pina Fregola, Marinella Nisco. E poi le mie compagne di scuola sfatavano un mito diffuso del maschilismo che vuole che le donne belle siano necessariamente oche. Fu proprio dalla frequentazione quotidiana delle mie compagne di scuola che inizi• in me a vacillare la granitica convinzione, all'epoca diffuso luogo comune, della inferiorit… intellettuale del sesso femminile. I rapporti, per•, con le compagne di scuola erano in genere soltanto meramente formali: certo erano lontani i tempi in cui tra compagni di scuola di sesso diverso ci si dava del ®leiŻ, ma fra di noi non c'era intimit…, amicizia. Una storia d'amore tra coetanei era pressocch‚ inimmaginabile (fra i banchi della III A nacque una sola storia d'amore che, a quanto mi risulta, dura ancora con un felice matrimonio): agli occhi delle nostre compagne apparivamo probabilmente infantili ed immaturi; cosŤ come le nostre compagne apparivano a noi ®grandiŻ ed inavvicinabili. La ®differenza di et…Ż (e di maturit…) tra coetanei di sesso diverso era ovviamente soltanto immaginaria (anche se taluno tirava in ballo improbabili leggi della fisiologia umana per giustificarla) e serviva a legittimare l'idea che l'unico possibile destino per una donna fosse un precoce matrimonio (ma per fortuna nella mia generazione in tante rifiutarono di assoggettarsi a questo che sembrava un ineluttabile fato): ed allora si doveva ®inventareŻ la ®differenza di et…Ż fra coetanei, differenza che all'epoca noi consideravamo del tutto ®naturaleŻ. Ci• non escludeva per• che ognuno di noi in grandissimo segreto non amasse una propria compagna, o che le nostre compagne non ci stimolassero desideri tanto violenti quanto repressi (ricordo ancora il forte, emozionante desiderio che mi provocava l'intravedere (o, forse meglio, l'immaginare) il seno di una mia compagna di scuola sotto una camicetta nera a fiori colorati. E mi ha sempre incuriosito sapere - e lo chiedo alle mie compagne che leggeranno queste pagine: non vi Š mai successo che uno di noi, uno qualunque, vi stimolasse sensazioni e sentimenti che non fossero soltanto quelli di una cameratesca amicizia tra compagni di scuola?). Ma prendevamo atto della ®realt…Ż della ®distanzaŻ con le nostre compagne di scuola e, assecondando fittizie leggi di natura, rivolgevamo la nostra attenzione a ragazze pi— giovani, simmetricamente alle nostre compagne che si legavano ad uomini pi— grandi. Gli approcci, i primi contatti erano scanditi da un rituale che non lasciava spazio all'estro ed all'inventiva individuali. Con le occasioni ridottissime per incontrarsi (le famiglie mantenevano ancora uno strettissimo controllo sulla vita privata dei figli, soprattutto se femmine) era di fondamentale importanza il rito dello ®accompagnamentoŻ. Bisognava andare ad aspettare la ragazza sotto casa un poco prima delle 8, avvicinarsi, prendere i suoi libri ed accompagnarla fino a scuola. Alle 13.30 stesso rituale e passeggiata da scuola a casa (la prima ragazza che corteggiai abitava dalle parti di Pontepiccolo, io a corso Mazzini, per cui ero costretto a lunghissime passeggiate, oberato dai libri, i miei ed i suoi, - lei diligentissima o, forse, sadica portava anche il libro di religione e quello di educazione civica - ed il mio amore finŤ distrutto dal peso del Rocci e del Ghorghes-Calonghi). Dopo un periodo pi— o meno lungo di corteggiamento - quando si credeva di aver ricevuto segnali inequivocabili di interesse - bisognava ®stringereŻ, passare alla ®dichiarazione d'amoreŻ, genere letterario ancora di moda all'epoca per comunicare i propri sentimenti ad una donna. Come si facesse una ®dichiarazioneŻ non l'ho mai saputo: i miei amici erano abbastanza reticenti sul punto, ed io al pensiero di ®dovermi dichiarareŻ ero assalito dall'angoscia di apparire ridicolo (solo dopo, ma gli anni del Liceo erano gi… finiti, compresi che i sentimenti, a differenza degli atti notarili, non hanno bisogno, per essere espressi, di una ®dichiarazione formaleŻ...). I pi— fortunati (e disinibiti), dopo lungo corteggiamento, e rituale ®dichiarazioneŻ, iniziavano un ®fidanzamentoŻ, fatto anch'esso di tanti rituali, e soprattutto quasi sempre castissimo e destinato quasi immancabilmente a rompersi con il sopraggiungere della maturit…. Come si sar… capito da questi brevi flashes, non serbo certamente un gradevole ricordo dei ®possibiliŻ rapporti sentimentali di quegli anni. La nostra adolescenza, la nostra prima giovinezza venivano ®espropriateŻ, in nome di tante false idee (e veri tab—), della possibilit… di vivere liberamente la nostra affettivit… e la nostra sessualit…. I rapporti con i coetanei dell'altro sesso erano scanditi da inutili rituali (che uno psicologo non esiterebbe a definire ®di difesaŻ), erano rapporti tra persone ®distantiŻ, ogni forma di ®intimit…Ż, anche la piu ingenua, impedita o limitata. Certo, i tempi erano quelli che erano e sarebbe stato impossibile nella Catanzaro degli anni Sessanta per un giovanissimo costruirsi un ®privatoŻ diverso da quello imposto dalla ®morale pubblicaŻ, dalla famiglia ed anche dalla scuola. SŤ, anche dalla scuola. A scuola, l'ho gi… detto, non si parlava di argomenti ®scabrosiŻ e sarebbe assurdo recriminare, con l'iniqua sentenza del poi, sul fatto che non ci fossero date lezioni di ®educazione sentimentaleŻ, materia, peraltro, non prevista nei programmi ministeriali. Ma ricordo benissimo che ogniqualvolta la discussione scivolava, e capitava spesso, su argomenti ®privatiŻ, anche innocui - ad esempio sulla funzione ed organizzazione della famiglia - i nostri professori, anche quelli pi— ®apertiŻ, ®moderniŻ ed ®anticonformistiŻ, ci facevano cadere dall'alto gli stessi usati luoghi comuni, gli stessi insulsi moralismi che ci propinavano quotidianamente i nostri genitori, i nostri parenti, gli amici pi— grandi ed ®esperti delle cose del mondoŻ. E ci• mentre erano visibili i segni di un profondo cambiamento della societ… italiana (nel 1966 o '67, non ricordo bene, invece, in un liceo di Milano il giornale d'istituto ®La zanzaraŻ pubblic•, con l'avallo dei docenti, una spregiudicata inchiesta sulle abitudini sessuali dei giovanissimi). In ci• gli anni del Liceo furono profondamcnte ®diseducativiŻ, se per educazione, ovviamente, si intende la trasmissione di quegli strumenti adeguati per comprendere ed affrontare la realt…, in tutte le sue sfaccettature. Il Liceo aveva il compito di plasmare le classi dirigenti future per questa nostra citt… ed in questo suo compito poteva (anzi, doveva) formare giovani culturalmente ®moderniŻ, se non proprio ®anticonformistiŻ; ma non si poteva permettere di contribuire a minare le basi della ®morale correnteŻ. Il Liceo aveva soltanto il compito di insegnarci le ®pubbliche virt—Ż; sarebbe stato compito di ciascuno apprendere dalla ®vitaŻ che possono - anzi devono - esistere i ®vizi privatiŻ e che gli uomini hanno il dovere, come impone la morale di una citt… di provincia, di ostentare le une e vivere con discrezione gli altri. Non ci fu insegnato che ci• che Š ®privatoŻ non Š necessariamente ®vizioŻ e che ci• che Š ®pubblicoŻ non Š quasi mai ®virt—Ż. In questa mancata lezione il vero limite di una scuola, di una cultura, di una generazione. /:/Luigi Daga. nato a Catanzaro il 26 agosto 1947 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D (Registro generale dell'anno scolastico 1960/1961) Rispondere alla richiesta di partecipare alla stesura di una ®storia testimoniataŻ del Galluppi: voglia di farlo subito, ed insieme un senso di disagio, come di chi Š costretto a far ordine in una stanza abbandonata da troppo tempo. Il pensiero di dover scrivere un sia pur minimo e frammentario diario di quegli anni mi costringe a ritornare sui ricordi con maggiore chiarezza, ad un tentativo di ricostruzione razionale di un materiale che non pu• che essere emotivo e soggettivo. Ma il foglio bianco deve essere riempito con un ordine che non Š quello della conversazione tra vecchi amici (le in fondo tristi rimpatriate tra vecchi compagni di scuola che non si vedono mai e non sanno parlar d'altro che di fatti antichi che appartengono, ormai, ad altre vite e ad altre persone) a base di ®ti ricordi...Ż. E l'ordine rimette a posto le cose nella prospettiva della storia personale di ognuno. E ci fa sentire inevitabilmente vecchi. Catanzaro, primi anni '60: uno sciopero contro l'atomica, tutti noi del quarto ginnasio in fila - composti come i ragazzi dell'85 - fin gi—al Comune, e poi dispersi, verso i ®cento metriŻ di Villa Trieste, dopo aver comprato un ®piccantinoŻ alla bottega quasi di fronte alla villa o qualche mentola, nella bustina di carta, dal paziente tabaccaio. Pochi anni ci dividono dal '68, e sono secoli. Non ricordo altri scioperi 'politici' - se pure quello pu• essere definito tale - ma ricordo bene le tecniche tentate per avviare le ®astensioni collettiveŻ dallo studio: lo spostarsi davanti al portone principale (l'entrata delle donne), a rischio di esser presi per le orecchie e trascinati dentro dai professori anziani, amici e gi… compagni di scuola (inevitabilmente, "Galluppi") dei nostri genitori, in un rapporto 'paterno' (mai paternalista) e personale che Š poi quel che pi— mi resta dell'esperienza del liceo "Galluppi". I professori: difficile nella scuola d'oggi, soprattutto nelle grandi citt…, trovare una continuit… di insegnamento, una ®tradizioneŻ, una seriet… nei corsi quale quella che ricordo viva nella stragrande maggioranza dei docenti d'allora. Parlo dei Cancellieri, dei Galiano, dei Procopio, dei Mastroianni, dei Giglio, e cito questi per tutti. Ho avuto la ventura di frequentare il "Galluppi" anche dall'altra parte, perch‚ vi ho insegnato da incaricato di storia e filosofia agli inizi degli anni settanta, e so che insegnare non Š facile e al "Galluppi", poi. Eravamo abituati bene e quando capitava un supplente - o docente - inadeguato e anche all'epoca ce n'erano, eravamo in effetti capaci delle azioni peggiori. Noi volevamo - come gli studenti di oggi vogliono - avere una scuola di qualit…; ricordo, per la 'contestazione' vivace conseguente alla incapacit… di tenere la disciplina, una giovane professoressa piangere 'ex cathedra'. Sapevamo essere feroci. Qualit… degli uomini, squallore delle strutture: neanche allora in effetti il "Galluppi" brillava per attrezzature. La ginnastica fatta in classe, il gabinetto di fisica fornito di strumenti dell'epoca preindustriale. Tant'Š, era una scuola 'classica'... mi piaceva molto andarci, nell`aula di fisica, perch‚ c'erano i banchi alti ad anfiteatro di vecchio buon legno dipinto di nero facile da intagliare col temperino. Tutta un'altra cosa rispetto i banchi di metallo e formica che si installavano nelle aule in quel periodo. La biblioteca: per qualche tempo mi incaricarono di seguire i prestiti ed ebbi la possibilit… di frcquentarla per bene. C'erano tesori sconosciuti pi— adatti ad una biblioteca storica che a sussidiare gli studi di liceali; comunque anche allora mi pare, un enorme ritardo nella acquisizione di opere recenti. E nessuna 'politica' di incentivi per la fruizione. Le feste del liceo. In una certa epoca gruppi di studenti - spesso non particolarmente brillanti in partecipazione scolastica o 'politica' - si trasformavano improvvisamente in manager efficientissimi, e organizzavano feste memorabili con apparati iconografici (manifesti, caricature) e piccoli cabaret, per la chiusura dell'anno scolastico, carnevale et similia. Credo che quasi tutto il loro patrimonio di fantasia e creativit… si esaurisse per tali occasioni ludiche, che costituivano per noi una anticipazione degli sperati futuri riti goliardici - spazio di tempo 'liberato' in cui si potevano impunemente sfottere i professori - riti che, forse non sfortunatamente, la mia ®generazioneŻ non ha quasi conosciuto, perch‚ noi nelle universit… abbiamo praticamente messo piede assieme alla Celere. Al primo morto a Roma - mi pare si chiamasse Paolo Rossi - dedicai, da liceale, un pezzo su una rivistina che pubblicavamo - ®la voce dei giovaniŻ - in cui mi proclamavo in sostanza stupito della violenza e della stupidit… che mi sembrava permeare il sistema di far politica con le spranghe, all'epoca monopolio di una certa fazione. Tale scandalo credo mi sorgesse proprio dalla frequentazione con la cultura classica e dalla ovattata atmosfera priva di tensioni propria della buona borghesia catanzarese, che Š un po' il pilastro storico del "Galluppi" (per scrivere la storia del liceo bisognerebbe scrivere la storia di quella borghesia e forse Š proprio questo che si e fatto, in forma di autobiografia). Con ben altra violenza e ben altra follia avrei dovuto convivere, assieme agli altri italiani, negli anni cupi del sonno della ragione che ci attendevano. Una scuola classista, dicevo, e non poteva non essere tale; ricordo per• che i miei compagni non lo erano, con i pochissimi che - provenienti dal mondo contadino, ad esempio - frequentavano il liceo, per formare la 'prima generazione' di professionisti. Ho molto imparato da loro, che si svegliavano all'alba per raggiungere Catanzaro con i pullman e le strade d'allora, e non marinavano mai la scuola. Per loro era una conquista, e quindi non potevano perdere un apice delle spiegazioni dei professori, perch‚ per quelle i genitori facevano a meno anche delle scarpe. Soldi, comunque, all'epoca ne maneggiavamo pochi, tutti noi. D'altra parte le esigenze erano incommensurabilmente diverse, rispetto ad oggi. Una aranciata costava da De Nardo, vicino alla funicolare, venti lire, e la mattinata al Masciari cento. Quel cinema era una soluzione in caso di ®salataŻ, a scuola, assieme al morsello o/e fagioli e rape dietro la posta, a lunghe passeggiate a Pratica (per inciso: tra noi si facevano anche discorsi che, per la media odierna, erano un vero e proprio parlar tra filosofi) o ad una corsa a Copanello con qualche compagno pluriripetente fornito di macchina (e patente). All'epoca tali soggetti, in genere residuati di altre lontane scuole, erano invidiatissimi, perch‚, avendo la macchina, si accreditavano di mirabolanti avventure a sfondo sessuale (in un ambiente che pi— represso non si pu•), schizzando noi poveretti infradiciottenni che dovevamo arrangiarci alla meno peggio nelle gite scolastiche o nelle feste in casa (®spegnete la luceŻ, ecc...). Confesso il mio profondo sollievo quando, rivisto uno di quei play boy, non molto tempo fa, ne ricevetti la candida confessione che, in effetti, erano tutte balle, quelle raccontate all'epoca. L'avevo inutilmente odiato per anni. Nel "Galluppi" non c'era molta attivit… di gruppo (le assemblee erano di l… da venire) e le uniche che ricordo passavano attraverso ditte esterne: ricordo il ®Centro turistico giovanileŻ di cui mi occupavo, e una mostra fotografica (ci deve essere ancora una scritta a pennarello fatta da me sul vetro superiore della porta dell'aula che la ospit•, almeno c'era ancora dieci anni fa). CosŤ ricordo la prima volta che parlai in pubblico, (sulla conservazione dei beni culturali e dell`ambiente, mi pare,) nell'aula magna del "Galluppi", con vicino Don Sanzi, buon'anima. Grande organizzatore di gite scolastiche, lui, e uomo buono. E don Giorgio Bonapace, che ci ha lasciato troppo presto, vicino alla cui parrocchia mi dicono il "Galluppi" si sia trasferito. LŤ si organizzavano i cineforum con la ®intelligenziaŻ del liceo, i Rauty, i Donzelli, e l'amico Mimmo Rafele, che ora si occupa professionalmente di cinema, con cui condividemmo la passione per il passo ridotto. CosŤ come il popolo del Galluppi si mescolava a gruppi e iniziative nate fuori dal liceo, anche all'interno si sconoscevano le rivalit… e le fazioni tipiche dei college: sŤ, Š vero, c'era la lotta quotidiana tra le classi per la conquista dei bagni in fondo, vinta sempre - o quasi - incruentemente dalla mia sezione - la D - contro gli abatini della A (e spero in un contributo storico sulle diverse strategie e modalit… di lotta da parte di qualche coetaneo), ma in generale si era amici al di l… delle sezioni. E parlo di amici come lo si pu• essere da adolescenti, una dimensione integrale ahimŠ irripetibile. Adolescenti che ascoltavano - a volte attoniti - i racconti del grasso bidello claudicante, ricchi di pittoreschi episodi di guerra e amori africani. Al di l… della scuola, erano tempi di formazione culturale intensiva: forse non ho mai letto tanto come allora, e tanto disordinatamente, da Nietzsche a Salinger, da Maupassant a Calvino. Bisogna per• ricordare che i messaggi 'culturali' erano meno numerosi e violenti di oggi: si poteva scegliere, e i ritmi di vita erano quelli della Catanzaro degli anni sessanta. Confesso che non ho mai studiato molto: prima di occuparmi di varie attivit… associative, seguivo il rito quasi quotidiano, verso le cinque del pomeriggio, dell'appuntamento coi compagni al flipper o al calciobalilla. Quei circoli erano luoghi da educande, a confronto con l'oggi. Ma mi accorgo di cadere nella trappola del sentimento, che ci fa vedere sempre migliori i tempi della nostra giovent—. Studiammo invece molto per la maturit…: ricordo nel salotto di mia nonna le incredibili tirate sui classici, due, tre a tavolino e uno sdraiato sul tappeto a dormire. Ed il posacenere carico di cenere di nazionali, di un bel blu carico. E cosŤ ci preparammo a salutare il liceo, e a dividerci. La radioattivit… nell'aria era forse superiore a quella di oggi —scrivo nei giorni della nube di Chernobyl - perch‚ le atomiche esplodevano nell'atmosfera, nei paesi della Calabria i bambini andavano scalzi, Ordine Nuovo era la associazione giovanile pi— affermata al liceo, stava per scoppiare la tragedia del Vietnam: ognuno di noi imparava il mestiere di vivere, dentro e fuori le grigie mura del "Galluppi", nei vicoli senza tempo di Catanzaro fin gi—, sugli aperti panorami della Fiumarella. Non capivamo che stavamo gi…, una volta per tutte e irrimediabilmente, costruendo il nostro proprio, unico, modo di essere uomini. /:/Luciana Repici. nata a Catanzaro il 27 gennaio 1948 iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962) Sono stata allieva del liceo "P. Galluppi" negli anni tra il 1961 ed il 1966, quando la sede della scuola era ancora sul corso Mazzini. Ricordi? Tanti. Ormai tutti belli perch‚ privi del pathos del momento ed addolciti dal tempo tra le pieghe della memoria. Come su un palcoscenico si affollano, brulicando alla mia mente, volti, circostanze, gesti impacciati, sguardi timidi, il riso dei compagni, le corse del mattino per essere in classe in tempo e poi l'allegria, i piccoli drammi ingigantiti dall'et…, le delusioni, le lacrime, l'attesa della pagella, l'ansia per il futuro. Come si fa a dimenticare ®come eravamo?Ż. Ora, a distanza di tempo, so che nulla Š andato perduto di quegli anni e per questo il passato non ha lasciato nostalgie, ma voglia di vivere per il presente. Molte prove che allora sembravano insormontabili hanno temprato il mio carattere ed arricchito il mio tessuto umano: Š cominciata allora la consapevole ricerca di me stessa e la mia serenit… di donna oggi non sarebbe quella che Š senza quegli anni di formazione. Soprattutto, ho avuto la fortuna di avere ottimi insegnanti. Da loro ho appreso lezioni che vanno al di l… delle ore di scuola e per le quali sono ancora in debito: la curiosit… di sapere, il piacere delle letture, l'interesse per la ricerca nel campo degli studi umanistici, i primi rudimenti del mestiere, l'impegno nel lavoro e nel contatto con gli altri, il rispetto della vita. Conservo ancora gli appunti di metrica che l'insegnante di latino e greco, professore Federico Procopio, ci faceva studiare. Ma da lui ho imparato non solo come si leggono i classici, ma anche il gusto di leggerli nella lingua originale e di capire il loro modo di pensare. E come dimenticare le ore che l'insegnante di storia e filosofia, professor Ezio Galiano, dedicava alla spiegazione di avvenimenti, processi culturali, idee di pensatori pi— lontani o pi— vicini nel tempo? Š stato nelle sue lezioni che ho imparato che cosa sia la libert… da ogni pregiudizio o condizionamento in ogni settore della ricerca. In questo ambito sono nati i miei primi interessi per lo studio del pensiero antico, quegli stessi interessi che avrei avuto modo di sviluppare pi— tardi e che mi hanno portato oggi ad insegnare Storia della filosofia antica all'Universit…. Quel che cerco di trasmettere ai miei allievi Š l'eredit… preziosa dei miei anni di formazione liceale: il metodo nello studio e l'amore per la ricerca. /:/Carmine Donzelli. nato a Catanzaro il 19 ottobre 1948 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962) Un liceo una citt… 1. Il cognome del Larosa La professoressa Leli, storia dell'arte, riccioli biondi su un volto appesantito dalla mezza et…, preparazione raffinatissima, bravura mostruosa, quasi quanto il suo sembiante da colonizzatrice artistica, si era fatta mandare in Calabria per poterne studiare le bellezze. Entr• per la prima volta nella III B il 6 ottobre del 1965. La classe aveva avuto in precedenza esperienze diverse con la materia: professoresse maggiormente rispettose del nostro senso estetico (decisamente pi— belle) e per• meno pretenziose e rigorose in fatto di tuttotondi e nonfiniti. In pi— , per uno strano vezzo, che ora mi accorgo essere tipicamente meridionale, la storia dell'arte aveva presso di noi una brutta fama, di materia secondaria e un po' inutile. Non proprio come la ginnastica —cui ci rifiutavamo sistematicamente, con disperazione di Calaminici - ma quasi; e comunque assai distanziata, nella nostra gerarchia di valori, dalla letteratura, dalla storia, dalla filosofia. Entr•, la Leli, e lesse nell'iconografia dei nostri volti queste cose: decise immediatamente di attuare una controreazione preventiva. Si sedette in cattedra e si mise a fare l'appello, guardando fisso in faccia ciascuno di noi che a turno si alzava per rispondere. ®Aprile, Belmonte, Bruni, d'Amico, Dell'Olio, De Vinci, Donzelli, Invidia, Lamanna, Lanzo, Larosa...Ż. Anche Larosa rispose ®presenteŻ, con un impercettibile surplus di indolenza che era connaturato al suo carattere, ma che alla Leli dovette sembrare provocatorio: ®Larosa, il suo cognome non mi piace; e neanche lei mi Š simpatico; cerchi di tenerne conto, se vuole che andiamo d'accordo per il resto dell'annoŻ. ®Non c'Š problema, professoressa - il tono della risposta era mutato, ancora impercettibilmente, dall'indolenza all'ironia appena risentita - non si preoccupi. Vorr… dire che per non disturbarla, d'ora in avanti quando entra lei esco io; va bene?Ż. Larosa di alz• e uscŤ; lo fece sistematicamente per tutto l'anno, con una costanza priva di risentimento o di rancore: doveva pur difendere - pensavo io ogni volta - il suo bel cognome. Fu ammesso agli esami con 2 in storia dell'arte. 2. Quattordici firme Di Dino Vitale avevo - ed ho - una stima intellettuale grandissima; di sicuro era tra di noi il pi— bravo, e non tanto nel senso del rendimento scolastico. Aveva una speciale capacit… di ragionamento, un modo originale e solitario di costruire i nessi e le relazioni tra i vari oggetti delle sue letture e dei suoi studi. Il suo rapporto con la cultura aveva pochi tramiti esterni: era piuttosto un rapporto diretto, un lavorio mentale continuo, assai vicino a forme di implosione leopardiana (gli piaceva e gli piace molto Leopardi). Chiss… da dove aveva imparato quell'uso asciutto delle parole, quella retorica talmente ben costruita e sapientemente dosata da non possedere alcun elemento di ridondanza, quella sicurezza di giudizio che in altri giovanotti come lui sarebbe sembrata pura presunzione. La scrittura era il suo regno; la parola parlata gli usciva fuori contorta e smozzicata, nervosa, incredibilmente sarcastica e provocatoria, esagerata. La scrittura no: era precisa, concettosa, densa. Lo avevamo inseguito e corteggiato molto, nella nostra piccola guerra di cattolici impegnati a contrapporci ai comunisti, ma anche genuinamente preoccupati di smuovere le persone dalle secche dell'individualismo, di coinvolgerle in una dimensione forte della socialit… e dell'impegno civile. Per molto tempo questa dimensione collettiva lo aveva interessato poco; aveva preferito le sue letture, tra esistenzialismo, letteratura e psicanalisi; per il nostro giornale, ®Il SentieroŻ, aveva recensito ˇl male oscuro di Berto; aveva scritto, per un altro giornale studentesco di area cattolica, ®La voce dei giovaniŻ, una pesante scheda critica sulla Noia di Moravia, ®scrittore che pecca di originalit… e di inventivaŻ. E certamente il disagio esistenziale dei personaggi di Moravia gli sembrava esaminato ®dal lato pi— superficiale e contingente e perci• meno passibile di sviluppiŻ, e comunque ®in nessun modo preceduto da quel lento logorio interno che consuma con la forza di una macina i personaggi di DostoievskijŻ. Dopo queste letture, e quelle di Kierkegaard, di Nietzsche, di Freud, venne anche Marx, il Manifesto, la passione, nuova e difficile in lui all'inizio, per la politica e la dimensione collettiva della liberazione umana. In terza liceo si iscrisse alla federazione giovanile comunista: era perduto per la nostra causa. Fu un giorno di gennaio di quell'anno che una insipida insegnante di latino e greco, capitataci inopinatamente quell'anno da non so pi— dove, alla fine di una vivace discussione in cui erano stati palesemente messi a nudo i suoi errori e le sue impudiche ignoranze, mand• fuori dalla classe Vitale e rifiutandosi lui, lo sospese. Non credo di aver agito per solidariet…, o almeno non fu quella la molla pi— importante: era una questione di credibilit… e di prestigio: un compagno sbattuto fuori in nome dell'ignoranza; un ®nemicoŻ ideologico, troppo importante per noi, colpito da una patente ingiustizia; un concorrente in fatto di solidariet… e di impegno, punito per aver saputo difendere l'esattezza del suo punto di vista. Non lo potevo lasciare solo. Quando arriv• il bidello col registro in cui era stata ratificata la proposta di sospensione, mi alzai e uscii dalla classe, dichiarando di condividere la protesta di Vitale. Lo trovai di fronte all'uscita del liceo, seduto sul gradino della farmacia. Mi andai a sedere vicino a lui e stetti in silenzio per un po'. Lui, che era pi— cupo del solito, accenn• ad un impercettibile sorriso. Il pomeriggio organizzammo la protesta: volevamo cacciarla, quella professoressa. Scrivemmo una lettera al preside e al provveditore, e cominciammo a fare il giro dei compagni per chiedere loro di sottoscriverla. Non tutti per• se la sentivano di firmare, e secondo il nostro ®democraticoŻ punto di vista occorreva almeno superare la met… per dare alla richiesta la necessaria autorevolezza e ottenere l'effetto sperato. Nel tardo pomeriggio avevamo solo 13 firme su 26. Ce ne voleva almeno un'altra. Allora decidemmo di andare da una nostra compagna che abitava a Gagliano, oltre il ponte nuovo. Era questa persona assai strana; pi— grande di noi, troppo grande e troppo bella allora per noi, si aggirava per la nostra classe come il negativo di un fantasma (perennemente vestita di nero): a giorni alterni, per•, perch‚ spessissimo non veniva a scuola, firmandosi poi da sola le giustifiche, dall'alto della sua maggiore et…. Era compagna di banco di Vitale, ma i due sembravano chiusi in due palloni differenti. Quasi mai si guardavano, comunicavano poco e sempre a monosillabi: solo in una cosa si assomigliavano; la lunghezza delle minigonne di lei era assolutamente identica a quella (abnorme) dei maglioni di lui. Lei, a cui piaceva darsi arie da stravagante e svampita, e scandalizzare un poco la provincia pudorosa, faceva la comunista, con non so quanto interesse e costrutto. Andammo a chiederle di firmare la nostra lettera, ma lei tergiversava: non Š che non volesse firmare, ma non le interessavano quelle cose, non capiva, quel giorno non c'era, non aveva voglia... Vitale mi guard• e mi fece segno di uscire un momento. Mi allontanai con una scusa. Dopo pochi secondi uscŤ dalla stanza anche Vitale, trionfante, con la lettera firmata. Inforcammo la sua lambretta e ce ne andammo veloci sotto una pioggia torrenziale. Sul ponte gli gridai: ®Mi spieghi come hai fatto?Ż Gir• un po' la faccia e mi rispose: ®Mi sono appellato alla disciplina di partito, ma non potevo farlo davanti a te, perci• ti ho chiesto di uscireŻ. 3. Una riga ogni cinque Facevo parte, allora, del Movimento Studenti, una diramazione dell'Azione cattolica, e tutte le nostre molteplici attivit… di allora ruotavano attorno a un giornale studentesco che era il nostro orgoglio, il nostro fiore all'occhiello. Stampavamo ®Il sentieroŻ alla Tipomeccanica, una tipografia che stava proprio sotto le finestre posteriori del "Galluppi", quelle delle nostre aule, che davano appunto su via Carlo V. La tipografia aveva una dotazione problematica: una sola linotype, un paio di centinaia di clich‚ con qualche fotografia di pini silani, di contadine in costume, di onorevoli locali, tra cui bisognava scegliere le illustrazioni. Pochi i caratteri per i titoli, tutti da comporre a mano. Ogni numero era un'avventura: si doveva stare lŤ coi tipografi a impaginare pezzo a pezzo tutto quanto, tagliando, allungando, spostando le linee dei piombi e legandole poi con delle cordicelle perch‚ non si dividessero, il padrone, don Ciccio, chiedeva costantemente almeno qualche ®anticipoŻ, ma intanto ci regalava in dosi massicce bicchieri di latte che era prudente bere quando si stava per ore vicini alla linotype, per evitare di intossicarsi di piombo. Era bello, ®Il sentieroŻ; la gabbia grafica rispondeva al semplice ma sacrosanto principio di non eccedere con le parti scritte, e di lasciare molti ®bianchiŻ; la testata aveva le lettere disordinatamente infilzate da una lunga penna che spandeva inchiostro; il formato, dapprima grande, era cambiato quando il giornale aveva compiuto dieci anni, e si era ridotto al tabloid che veniva di moda: anche noi avevamo voluto la nostra piccola rivoluzione grafica. Facevamo il giornale con Sergio Bruni, amico e fratello di tutta una vita. Forse perch‚ in tante cose siamo cosŤ assolutamente diversi, forse per questo ci siamo costruito un rapporto di cosŤ stretta consuetudine, che resiste ad ogni prova del tempo e dello spazio, se Š possibile rafforzandosi ancora. Certo, molti suoi caratteri erano e sono agli antipodi coi miei: intelligenza precisa e analitica, rigore esasperante, fino alla pignoleria, mai un soprassalto di iracondia, mai un fiotto di bile ideologica, sempre il tentativo, lento, pervicace, implacabile, di ragionare; e poi un'ironia sottile, un understatement tagliente, capace di scarnificare le nostre, le mie megalomanie. Nel '64, a sedici anni, si interessava alla crisi economica (la famosa ®congiunturaŻ), si occupava di storia della Resistenza, di rapporti Est-Ovest, di sviluppo e terzo mondo. Il tutto senza soverchie preoccupazioni ideologiche: studiava queste cose per capirle, non per prendere partito; e simile disposizione mentale un po' mi sorprendeva, un po' mi faceva rabbia. Amava pi— la storia che la filosofia, e questo ne faceva un allievo ®anomaloŻ, nella classe di Mastroianni. Insieme facevamo quasi tutto; arrivavamo persino a contrattare preventivamente i nostri interessi e le nostre avances sentimentali: ®allora con questa ci provo io... quest'altra forse interessa pi— a teŻ. Naturalmente insieme, e sotto lo stesso banco, facevamo anche i titoli, gli articoli, le bozze del ®SentieroŻ. Poi arrivava il giorno della chiusura in tipografia e allora, a turno, uno dei due ®salavaŻ la scuola. L'altro si teneva pronto dalla finestra, ai cambi di ora, all'intervallo. E in quella condizione logistica, uno alla finestra, l'altro sotto per strada, si discuteva: questo titolo Š lungo, la fotografia della quarta non va bene, ecc. Una volta avevamo deciso di pubblicare un paginone centrale di poesie, e avevamo lanciato l'idea tra i compagni tramite il giornale: chiss… perch‚ la gente, che Š in genere cosŤ contenuta, e addirittura restia, verso la scrittura in prosa, Š invece fluvialmente disponibile alla poesia. Ci trovammo con una ridondanza di materiali francamente imbarazzante. C'era una sola cosa da fare: abbattere la nostra malcerta scure filologica su quei poveri versi, d'altro canto previggentemente redatti senza rime, per fortuna. Una di queste poesie - un amore enigmaticamente disperato, tanto per cambiare - non c'era verso di farcela stare, nella pagina. ®Con questa, cosa faccio?Ż - gridai a Sergio sulla strada. ®Quante righe ci sono in pi— ?Ż - mi chiese lui dalla finestra. ®SeiŻ. ®E quante sono in tutto?Ż ®Una trentinaŻ. ®Allora cacciane una ogni cinqueŻ, mi rispose. Non ho mai trovato un criterio pi— equilibrato ed equanime per fare a pezzi una poesia. 4. Don Giorgio Veniva da lontano, ®Il sentieroŻ; era nato nel 1954 per iniziativa di don Giorgio Bonapace e di un gruppo di studenti dell'Azione cattolica. Come in ogni giornale studentesco che si rispetti, vi erano state varie ®redazioniŻ, che si erano avvicendate per motivi anagrafici e anche ideologici. Il primo nucleo era stato quello di Sarino Maida, di Tot• Ameduri, di Umberto Tropiano; molti di loro avevano preso poi strade diverse, avevano abbandonato il fervore cattolico, o lo avevano applicato a contesti politici e ideali differenti. Don Giorgio, che ne aveva sofferto oltre ogni dire, non si era perduto di coraggio. Aveva continuato a chiamare a raccolta, attorno al giornale, gli studenti delle generazioni successive. Strano e un po' amaro destino, il suo: questo autentico intellettuale e grandissimo prete vide progressivamente allontanarsi dalla fede, dalla religione, dall'ideologia per cui tanto intensamente militava, alcune delle persone su cui aveva pi— puntato, di cui era stato amico fino alla condivisione fraterna della stessa esperienza quotidiana. E tutti quelli che, come me, hanno modificato in seguito le proprie idee, che si sono schierati sotto altre bandiere, non hanno mai dimenticato la lezione di tolleranza, di apertura mentale, di senso critico, venuta da questo sacerdote rigoroso, ortodosso, a tratti integralista, anche duro nella polemica ideologica, ma portatore di un senso profondo della solidariet… umana. Non credo di parlare cosŤ sotto la spinta di una emozione recente e di un dolore bruciante, quali pure sono quelli che mi stringono il cuore, a pochi mesi dalla sua morte. Don Giorgio Š stato in tutti questi anni una delle pi— grandi, delle pi— significative figure intellettuali della nostra citt…. Ha tessuto nel corso di una vita di lavoro, una rete fittissima di raccordi culturali, di scambi di esperienze, di vicinanze di vita. Nessuno, forse, vi ha dato il giusto peso: ma Š proprio su una iniziativa come quella del ®SentieroŻ (e di tutto ci• che attorno al giornale ruotava) che si Š basata per anni, a Catanzaro, la possibilit… di un dialogo civile e di una tensione intellettuale. Oggi quei tempi sono incredibilmente lontani nella memoria, e sembra prevalere il tratto della disgregazione. C'era un segno comune, un luogo di riferimento intellettuale preliminare, che ci faceva cosŤ intensamente discutere tra noi, che ci portava a litigare con tanto accanimento coi nostri compagni-nemici comunisti: la dimensione dell'impegno collettivo, il rifiuto dell'individualismo gretto e filisteo. Era una sfida continuamente aperta sul terreno dei valori, della competizione ideale. Il dato di partenza era il rispetto per la cultura, la convinzione che bisognasse vincere con le idee, e non con le volgarit… o con la propaganda. E poi, su questo in particolare insisteva don Giorgio, il fatto che le idee potevano essere sbagliate, ma gli uomini che le sostenevano meritavano sempre il massimo rispetto. CosŤ il prete che ha costruito con maggiore accanimento e dedizione l'associazionismo cattolico studentesco a Catanzaro Š stato anche tra i maggiori dispensatori di questo senso profondamente laico dei valori umani: e tutto ci• nel massimo rispetto delle sue gerarchie, delle sue ®fedelt…Ż, senza mai proporsi o farsi strumentalizzare come il prete d'opposizione, l'utile idiota, lo sgabello dei comunisti. Si capisce allora perch‚ ci tenesse tanto al suo posto di professore al Liceo classico. Aveva intuito la centralit… strategica di quella posizione, il ruolo di riconosciuta primazia di quella scuola dentro la citt…, nel formare gli embrioni di una ‚lite dirigente. Aveva capito che era quello uno dei livelli essenziali per la determinazione di un orientamento delle personalit…, di un governo delle coscienze. Svolgeva questo suo ruolo con una confidenza e umanit… particolari, schierandosi dalla parte di una sensibilit… giovanile, ma senza giovanilismi. Era proprio questo piglio aperto, e anche vagamente trasgressivo, a fissare in tutti noi una forte impressione positiva. E poi, per quelli che gli stavano pi— vicini, il senso di libert… e d'apertura della sua casa, vero e proprio porto di mare, dove si andava a tutte le ore; il modello di gestione democratica di una famiglia numerosissima e multiforme, di cui si era trovato a capo suo malgrado, orfano precoce e primogenito di undici fratelli; sopra ogni altra cosa, il senso dell'allegria della vita, il distacco da ogni moralismo piagnone, l'inguaribile, ottimistica, voglia di giocare, di divertirsi. In quanti siamo stati insieme nella sua provatissima ®R 8Ż? In dodici, o in quindici? E quante volte gli abbiamo accarezzato ridendo il pancione da ®prete incintoŻ, prima che il terribile primo infarto lo smagrisse cosŤ drammaticamente? Scriveva, nel decennale del ®SentieroŻ, ricordando i motivi che avevano portato alla scelta di quel titolo, che esso ®stava ad indicare sommessamente e con molta umilt… quello che il modesto gruppo di studenti che lo aveva costituito intendeva raggiungere: indicare agli amici una via da percorrere insieme, e, per non spaventare troppo i pusillanimi, la indicava come un sentiero agevole e difficile, sicuro ma anche arduo. Si trattava di lanciare un'idea, dopo averla provata e vissuta ed attirare ad essa la comunit… studentesca perch‚ diventasse pi— cosciente e prendesse posizione di fronte alle grandi scelte della vita con spirito di responsabilit…Ż. I pusillanimi non si sono spaventati troppo; l'idea, provata e vissuta Š stata lanciata; per molti anni don Giorgio ha agito con la soddisfazione rarissima di riuscire a mettere davvero in atto le cose che pensava: e pazienza se non sempre gli Š riuscito di farlo nella direzione in cui avrebbe voluto. Pu• davvero riposare in pace con se stesso, adesso. A noi tocca, come minimo, discuterne la lezione, e non affievolirne la memoria. 5. La seicento verdebottiglia Quelli della C erano i pi— discoli. Relegati nella classifica delle gerarchie di sezione (che allora, come una legge non scritta, sancivano il prestigio e la provenienza sociale degli iscritti al liceo) in una posizione un po' secondaria, non erano per questo i meno intelligenti o preparati. Tra loro, anzi, qualche talento sicuro e genuino si raccomandava gi… decisamente alla considerazione - e alle preoccupazioni - della scuola. Dico preoccupazioni perch‚ era innegabilmente presente, nei pi— bravi tra quelli della C, una sorta di irridente sarcasmo, di denigratoria sicurezza, una voglia non di sovvertire le gerarchie della provincia piccolo-borghese, ma di sottolinearle per quello che erano: segni effimeri di un'angustia tutto sommato subalterna. Talvolta il sarcasmo sconfinava nella goliardia, come nel caso di questo episodio, cui assistetti da spettatore neutrale (non so se pi— compiaciuto o scandalizzato: anch'io avevo un senso preciso dei valori e delle gerarchie sociali, seppur mitigato da una robusta propensione polemica e da una certa vocazione trasgressiva). Il professor Morello, ordinario di matematica e arcigno vicepreside della scuola, nume tutelare della Disciplina, aveva una seicento verdebottiglia. Quella seicento era un simbolo di prestigio e potere degno di uno studio di antropologia: non solo veniva custodita e lustrata come una cristalleria di— famiglia dai bidelli della scuola (Mercurio, in specie, detto ®il messaggero alatoŻ per via del nome, ma anche per la scarsa velocit… di spostamento della sua andatura claudicante); la seicento veniva sistematicamente parcheggiata nello spazio angusto compreso tra il portone centrale e la rampa dei gradini interni, proprio in mezzo al passaggio. Non credo che vi fosse alcuna cattiva volont… di prevaricazione o di sopruso nel lasciare lŤ in mezzo quell'oggetto traslucido, che costringeva a qualche contorsione chiunque volesse passare. Era solo una ®comodit…Ż, un piccolo privilegio che il vicepreside del liceo classico immaginava di sua spettanza. Quelli della C ce l'avevano con Morello: loro ne combinavano di tutti i colori, e lui li castigava, comminando ammonizioni e sospensioni. Una volta la tensione dovette arrivare a un punto critico, perch‚ quel giorno la seicento, la lucida seicento verdebottiglia, venne ignominiosamente profanata: al tergicristallo del parabrezza fu appeso uno di quegli oggetti che ®servono a fare bene l'amoreŻ (come recita l'attuale, edulcorata pubblicit…), riempito per l'occasione di latte. L'effetto che si pot‚ contemplare, dal marciapiede di fronte, fu di un crudo, esasperato realismo. Tocc• a Mercurio lavare l'onta; e per qualche giorno la seicento non fu parcheggiata dentro il portone. 6. Il professore Il nostro professore Š stato Giovanni Mastroianni, non se ne abbiamo a male gli altri. Era una presenza incombente, enorme, sistematica, che ti costringeva continuamente a fare i conti con te stesso, perch‚ ti metteva addosso la voglia e il bisogno di pensare, di ragionare. Irreprensibile, colto, elegante in tutto ma specialmente nella parola, era dotato di una capacit… professionale che doveva addirittura risultare irritante ai suoi colleghi, perch‚ insinuava continuamente imbarazzanti, impliciti paragoni. Tra l'altro non nascondeva in nulla la sua scelta ideologica di opposizione, anzi, senza mai ostentarle, riconosceva alle sue idee - al suo marxismo - una capacit… di primizia intellettuale, una forza egemonica che era (ed Š) l'origine vera del suo carisma. Mi sono chiesto spesso quanta fatica gli sia costato e gli costi impersonare una parte cosŤ difficile, imporsi per una vita intera livelli cosŤ rigorosamente elevati di coerenza. Mi sono chiesto anche (ce lo siamo chiesti in molti tra i suoi allievi) se il suo acume e la sua cultura non fossero compressi, anzi schiacciati, dalle angustie intellettuali della provincia calabrese. Certo Mastroianni ha anche avuto grandi soddisfazioni, ha vissuto in un contesto di generale e costante gratificazione della sua persona e del suo ruolo. Il professionista e il notabile, il professore e lo studente, il funzionario di partito e la signora della Fidapa, hanno infatti consolidato nel tempo l'idea secondo cui Š proprio lui il vero depositario della funzione intellettuale in questa citt…. Per molti versi, e per molto tempo, hanno perfino accettato l'idea di delegargliela, questa funzione intellettuale, ®condonandogliŻ il suo marxismo e il suo comunismo, quasi fossero qualcosa di diverso dall'anima stessa del suo lavoro intellettuale e della sua cultura. CosŤ Š sempre stato facile per tutti, a Catanzaro riconoscere che ®quel Mastroianni ha un grande cervelloŻ. Pi— difficile per il professore Š stato trovare in questa citt… interlocutori veri, capaci di discutere con lui per davvero, disposti ad affrontare i suoi argomenti senza dargli o delegargli la ragione. Difficile Š anche discutere con lui da parte dei suoi stessi allievi, persino da parte di quelli pi— cari. Si potrebbe definire, il suo, un atteggiamento iperpedagogico, nel senso che a Mastroianni interessa molto di pi— farti capire le cose che non capire ci• che ne pensi tu. Forse proprio per questo tanti di noi hanno subito il fascino della sua vocazione intellettuale fino a volerne in un modo o nell'altro riprendere la lezione, seguire le orme? La verit… Š che Mastroianni Š stato per tutto un lungo periodo l'emblema stesso della funzione formatrice della scuola nella nostrta citt…. Ha nobilitato il ruolo della cultura in una societ… a scarsa o nulla vocazione produttiva, in cui, in un certo senso, pensare non aveva sbocchi, non serviva a nulla, se non appunto... a pensare. Anomalo Š il numero dei suoi studenti che hanno scelto di continuare a studiare filosofia all'Universit… (nella mia classe di liceo almeno 7 su 23). Anomalo Š anche il numero di quelli che hanno ottenuto esiti brillanti negli studi - normalisti, professori universitari, intellettuali di prestigio. Quasi tutti, per•, se ne sono andati, hanno redistribuito altrove l'alto tasso di concentrazione intellettuale che il professore si era saputo creare intorno. Lui no; lui Š rimasto. Ha fatto il preside, Š andato a insegnare all'Universit… di Cosenza, ha continuato a lavorare ai suoi sofisticati progetti di ricerca accettando di stare in Calabria, ha sopportato le angustie della provincia con un non completamente disdegnato cilicio, consapevole com'era che le sue doti intellettuali e la sua cultura avrebbero potuto assicurargli ben altri uditori, e interlocutori ben altrimenti impegnativi. Io, che ai tempi del liceo ho avuto con lui un rapporto teso e dialettico, che ho cercato spesso in quegli anni nella mia mente le ragioni che potessero motivare nei suoi confronti anche contrapposizioni e dissenso, col passare del tempo mi vado avvicinando a lui sempre di pi— . N‚ credo che ci• sia dovuto in misura primaria al fatto di avere nel frattempo maturato idee e sensibilit… culturali pi— vicine alle sue. Mi pare di avergli voluto bene sempre, ma di capirlo meglio ora, adesso che la forza del suo eccezionale carisma non disdegna di lasciar trapelare qualche sprazzo (solo qualche sprazzo) della sua finissima, contraddittoria, malinconica umanit…. 7. Una citt…, un liceo La memoria tradisce, nel doppio senso per cui tramanda e insieme deforma: modifica le proporzioni, ingigantisce o rimpicciolisce gli episodi, soprattutto seleziona le cose arbitrariamente. Quando mi sono accinto a scrivere questi ®ricordi di liceoŻ ne ero perfettamente consapevole; e so altrettanto bene che l'immagine del liceo classico di Catanzaro che uscir… dagli scritti dei suoi ex-allievi sar… fortemente distante, sicuramente ®miglioreŻ, rispetto alla realt… evocata. Nessuno - credo - parler… delle cose brutte, delle meschinit…, delle mediocrit… e delle inculture, che pure vi sono certamente state, se non per contrapporvi un qualche elemento positivo. Del resto, questo ci viene domandato: non una neutra e asettica ricostruzione ®oggettivaŻ e nemmeno un esercizio di critica storica, ma un'operazione di memoria che contribuisca a rinverdire e restaurare la tradizione del "Galluppi". Ora Š noto che tutte le tradizioni, a partire da quelle pi— nobili, hanno in s‚ una gran parte di invenzione, nascono esattamente da operazioni della memoria che esaltano e valorizzano elementi marginali, ne tacciono o mortificano altri essenziali, proiettano, insomma, verso il passato bisogni, tensioni, aspettative del presente. Sono per questo meno legittime le tradizioni? Servono esse meno, per il fatto di essere poco ®veritiereŻ? Io non credo. Alla fine di questa operazione di esercizio della memoria - e della retorica - collettiva, forse non si sapr… che cosa sia stato nel corso degli anni il Liceo Galluppi, ma certo se ne sapr… di pi— su quello che tutti noi vorremmo fosse stato, sui compiti, il ruolo, la funzione che l'immaginazione collettiva di una citt… ha assegnato e assegna al suo liceo nel corso del tempo. Un liceo classico in una citt… meridionale - specie in assenza di una Universit… - non Š una scuola qualunque: Š precisamente il luogo deputato di formazione delle ‚lites dirigenti locali, la sede di riconferma o di stravolgimento delle gerarchie urbane, il termometro ideale della temperatura sociale di un aggregato umano. Il Liceo Galluppi Š stato tutto questo, nei lunghi anni della sua storia. Solo di recente questa sua funzione si Š fortemente attenuata, Š anzi decaduta. Perch‚ questa decadenza? Qui il discorso si farebbe lungo, ma baster… osservare che tra le molte cose che sono cambiate nel Mezzogiorno negli ultimi anni vi Š proprio questa: si Š verificata una perdita di identit… dei vecchi ceti dirigenti urbani, vi Š stata una conquista della citt… da parte dei ®provincialiŻ, si Š realizzato un aumento della viscosit… sociale. In questo contesto, ricchezza potere e fortuna delle famiglie e dei singoli passano sempre meno per la porta della affermazione di uno status intellettuale. Ecco allora che il liceo ®decadeŻ. Decade - si badi bene - nell'immagine, nella memoria. Non Š affatto detto che decada nella realt…, che una volta fosse pi— qualificato e oggi lo sia meno. Š diminuito il grado di interesse, la quantit… di aspirazioni, il concentramento di aspettative collettive da riversare intorno a questo catalizzatore urbano. Chi abbia almeno la mia et… pu• ancora ricordare che cosa volesse dire quel quarto d'ora dalle dodici e trenta all'una meno un quarto davanti alla porta del "Galluppi". Vi si svolgeva un rito quotidiano della ®Catanzaro-beneŻ. Universitari in attesa delle ragazze, padri ®importantiŻ nell'espletamento della stessa funzione, professori, attivisti politici, notabili, preti: c'erano tutti. La stessa collocazione fisica della sede del Convitto Liceo Galluppi, dentro le anguste geometrie urbane della citt… non si potrebbe definire altro che ®centraleŻ. LŤ di fronte si prendeva l'aperitivo (al bar Guglielmo); lŤ di fronte si compravano i giornali e le riviste di cultura (all'edicola di Paparazzo); lŤ dentro, nella sua Aula magna, la citt… consumava i suoi rituali di iniziazione culturale, fossero le sofisticate e difficili conferenze di Mastroianni e le lezioni sul jazz - con ascolto guidato - tenute dal giovane Papaleo - guance di porpora. Era buono tutto questo? Soprattutto, era meglio? Questo libro Š stato pensato esattamente perch‚ ciascuno di noi potesse rispondere a questa domanda con un appassionato ®sŤŻ. Non sar• io, dopo le pagine che ho scritto, a rispondere di no, anche se mi pare d'obbligo, se non altro, adottare la cautela dell'autoironia. /:/Domenico Vasapollo. nato a Catanzaro il 22 aprile 1948 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962) L'austero Liceo Galluppi a Catanzaro, la frustrazione per me studente non bravo ma consapevole e poi, l'Universit… a Perugia. Uscire finalmente dal guscio, dalla protezione familiare e sociale, dal rigore scolastico per assaporare l'indipendenza, la contestazione, quella vera del ®SessantottoŻ, ma anche per cimentare le sopite ed intrappolate energie intellettive nel campo della medicina. Periodo universitario bellissimo, superato di slancio, con l'entusiasmo delle nuove conoscenze, pi— confacenti alle personali attitudini. Esplosione di sapere, di studio, di amori. E poi la turrita e fredda Bologna, l'insegnamento universitario, la brillante attivit… professionale, negli ultimi tempi proiettata nell'ambito della medicina sportiva ed il contatto con un mondo che, magicamente, mi riporta alle origini, alla passione giovanile per il calcio. Il filo del ricordo si dipana: Catanzaro, la famiglia, gli amici di infanzia pi— cari, la scuola, il Ginnasio Liceo Galluppi da cui ero letteralmente scappato, forse intimorito e deluso. La lettura del recente volume del tenace prof. Galiano, ®Vecchio GalluppiŻ, i piacevoli ricordi dei cari amici Piero Bevilacqua e Rino Zumpano mi hanno permesso di rivivere con rara efficacia l'atmosfera di quegli anni cosŤ lontani, filtrati da tante altre vicende personali accumulate in quasi trenta anni. E gi…, i ricordi del Ginnasio, il preventivo slancio, subito sedato da problemi fisici legati ad uno stress sportivo e la rinuncia, a causa della stupida insipienza del medico di famiglia che ebbe a dire ai miei: ®Š meglio che smetta di giocare al calcioŻ. Poi la paura di rimanere ®fuoriŻ o ®indietroŻ (all'ultimo banco, sempre!), avvalorata sul campo, negli anni del liceo pur sempre con la recondita convinzione, la tenace convinzione di potercela fare. Gli amici, alcuni esempi da seguire. Gli studi, per me pesanti, difficili, noiosi, lontani millenni! dalle mie attitudini forse pi— pratiche, l'incredibile rigore, il blocco del libero sfogo, della esuberanza, ma anche i numerosi ®dribblingŻ che con tempismo e scelta tecnica impeccabile mettevamo in opera l'amico Zumpano ed io. Il capolavoro di sagacia, di temperamento, di equilibrio e di equilibrismo, veniva da noi messo in opera in occasione del compito di greco. Rino ed io venivamo ®scaraventatiŻ nella mischia, lontani dalla protezione reciproca, dall'austero Procopio. Che fare? Di volta in volta bisognava pensare, ®studiareŻ gli stratagemmi pi— impensabili, come quella volta della carta carbone, per copiare il compito, tentativo miseramente fallito (quella sola volta!), perch‚ scoperti, e quindi sconfitti, dall'onnipresente Federico. E posso assicurare, a scanso di equivoci, che il numero 33 e 34 non furono mai estratti dal compianto prof. Morello, non perch‚ da noi sottratti, tant'Š che, durante le estrazioni — (poi, a distanza di anni, durante un piacevole incontro casuale nei giardini di San Leonardo, in un assolato pomeriggio estivo, il caro professore mi disse che era stato un bluff, dal momento che, a volte, chiamava chi voleva lui), ci munivamo dei pi— classici e potenti amuleti della fortuna, dai corni al gobetto, che venivano da noi lungamente strofinati e che, puntualmente, ci portavano fortuna. Ed i grilli, faticosamente recuperati tra le zolle prospicienti la Scuola Agraria e poi riversati in piena classe per sollecitare lo spirito protettivo del claudicante Ciccio Tallarico, od anche il fazzoletto macchiato ad arte di rosso con pennarello, per simulare una tempestiva epistassi, in modo da evitare una scorbutica interrogazione di greco o di latino. Eppure furono anni formativi, certamente non noiosi o monotoni, in una citt… peraltro statica. La voglia di fare, sembrerebbe strano, era in me presente gi… da allora. La spinta alla cinematografia, sollecitata dall'amico Rino, in un cenacolo di primissimo piano, da cui avrebbe preso poi il via, uno del gruppo, Gianni Amelio, ora affermato regista; la spinta culturale di Ugo Fantasia, di Paolo Sirianni o le dinamiche politiche di Piero Bevilacqua. Il ®maledettoŻ Piero, a cui invidiavo la capacit… di scrivere in modo impeccabile, seppur semplice, ma per me affascinante. Il nostro mondo era cosŤ permeato da tante cose, banali, frivole, ma anche da tante spinte culturalmente valide, che hanno certamente rappresentato una base di approfondimento nel periodo universitario e nella attivit… professionale. Certo sapere che tanti cari compagni di classe si sono affermati nel campo umanistico Š, sinceramente, motivo di vanto per il nostro ®GalluppiŻ e per i tanto amati-odiati insegnanti di allora. Gi…, il temuto gruppo docente della sezione A, a cominciare dallo smagrito e severo Michele Riolo che ebbe la malaugurata idea di abbandonarci in terza liceo e a cui non perdoner• mai di avermi interrogato sullo spettacolo teatrale a cui la classe aveva partecipato il giorno precedente, al florido e rigoroso Federico Procopio che, abitando al centro, in via Indipendenza, in posizione strategica, impediva a noi di Catanzaro alta di accedere indisturbati al rituale passeggio lungo il Corso Mazzini, dal dinamico, sanguigno e brioso Salvatore Morello al comprensivo Ezio Galiano. Diciamo la verit…: era un gruppo di docenti altamente qualificato e preparato troppo, ahim‚, per uno spaurito studente a cui quel modo di fare e di insegnare non andava gi—, a cui quel mondo classico cosŤ lontano non interessava, ma altrettanto temuto. Ricordo, come fosse ieri, che prima che iniziasse l'ora di scienze, il solito Zumpano distribuŤ le solite fialette lacrimogene, senonch‚, subito dopo che le avevamo frantumate, fece capolino Procopio che, per nostra fortuna, mentre ci guardavamo sgomenti, riuscŤ, beato lui, a non versare nemmeno una lacrima. Da quel lontano 1966 non l'ho pi— visto o incontrato; certo, la sua presenza cosŤ viva, vitale ed educativa ha rappresentato una testimonianza di rara cultura e seriet… a cui ho cercato di attingere nella mia vita professionale, oltre che universitaria, anche se nei suoi confronti (ora finalmente riesco a capirlo) maturavo una sorta di ribellione, di contestazione, attraverso un rifiuto corretto ed educato. Ugualmente non ho pi— avuto notizia di tanti e tanti compagni di classe, dal piccolo Afeltra al biondo Giordano, dai poderosi Carnevale e Benincasa, al simpatico Lillo Pavia, dalla sanguigna Mandino alla gradevole Rotiroti e all'enigmatico De Benedetti, dal chiassoso Masillo all'evanescente Zafferana, dalla brava e quadrata Serenella Siciliano alla tranquilla Gabriella Papaleo, amica d'infanzia, che tutti vorrei incontrare. Purtroppo la malaugurata sorte mi ha concesso di vedere, esanime, su di un freddo tavolo marmoreo dell'obitorio dell'Ospedale Maggiore di Bologna, uno di noi, Nicola Iozzo, carissimo amico spentosi in una drammatica vicenda. Lo ricordo con tanto affetto perch‚ spensieratezza, gioia di vivere ci accomunavano. Un ricordo particolare, direi ®fraternoŻ, tra i docenti va ®all'amicoŻ prof. Galiano, dalla carica umana intensissima che, unico tra tanti eccelsi ptofessori, mi ha saputo incoraggiare e spronare, puntando su di un cavallo che certamente non era tra i favoriti. Le ragazze, gli amori: ahim‚, poco da raccontare. Pochi di noi, ricordo, allora i pi— temerari si lanciavano con le coetanee, cosŤ come schiettamente ricordato dall'amico Raffaele Teti. E pensare che non eravamo poi da buttare via. Rappresentava certamente un freno il mondo culturale della Catanzaro degli anni Sessanta, tant'Š che l'unica volta che ebbi modo di uscire con una compagna di scuola, marinando insieme, al rientro a casa, dopo una piacevole gita al mare, i miei erano gi… a conoscenza del ®fattaccioŻ. Smisi lŤ, rifacendomi poi, lontano, a Perugia. E sŤ che eravamo contornati da bellissime compagne: Rossana Pittelli, Luciana Repici, Maria Giovanna Riitano, Liana Rabissi... Ora da adulto, di tutto ci• conservo un magico ricordo anche se il lavoro impegnativo, la famiglia, il contesto sociale in cui opero mi ha profondamente cambiato. Spero per• che in tutti voi, compagni del liceo e nuovi giovani allievi, accanto al maturo e tormentato ®adultoŻ, ci sia sempre posto per quel ®fanciulloŻ che non dobbiamo, a nessun costo, dimenticare o perdere nel corso della nostra vita. P.S. Di una cosa sono personalmente convinto: che, se i nostri docenti di allora, fossero stati consapevoli della problematica dell'®Io sono okey. Tu sei okeyŻ vi sarebbe stato il massimo e totale coinvolgimento in una avventura culturale ed umana senza pari. Ma, approfondire ora questa tematica ci porterebbe lontano. /:/Armando Vitale. nato a Catanzaro il 7 novembre 1948 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962) Alla ricerca del tempo perduto? Non credo che Ezio Galiano abbia voluto costruire un'augusta galleria di memorie, sollecitare la rievocazione nostalgica di uomini e cose. La domanda che pone mi sembra un'altra, pi— densa: si pu• guardare, nella controluce di oggi, al Liceo come crocevia di esperienze e pensieri, decisiva stazione di un cammino, luogo di svolte e ricco di futuro? Il presente che viviamo Š straordinario per la velocit… dei cambiamenti: mutano le forme di vita, il costume, le culture, i modi del lavoro; si spezzano antichi equilibri e viaggiamo verso il duemila carichi di speranze e incognite drammatiche il Liceo Galluppi degli anni '60, osservato dalle vertigini del nostro tempo, sembra precipitare ancora pi— lontano negli anni, ritagliarsi tutto dentro i confini di una provincia appagata e sonnacchiosa, rispondere pi— al richiamo degli affetti che alla curiosit… forte della mente. La messa a fuoco obbliga per• a un giudizio pi— attento, dialettico; il palazzo severo di corso Mazzini riacquista un fascino e lo studente di vent'anni addietro, che ripensi a quanto vi accadeva, si trova a comporre frammenti significativi di una storia non banale. Il ginnasio: davvero oltre l'infanzia Il ginnasio ho cominciato a frequentarlo, lievemente contraddicendo mia madre: sola e inabile amministratrice di una scarna eredit… avrebbe forse preferito un solido diploma e il lavoro a breve termine. Velia Critelli, di forte carattere, era la rigorosa insegnante di lettere; debbo riconoscere che pur nelle sue durezze riusciva a mettere un soffio di vita negli arcaici programmi ginnasiali. Non poche lezioni, qualche lettura non manualistica in classe, gi… stimolavano la discussione di adolescenti vogliosi di maneggiare le idee. Senza sconvolgimenti apparenti, i due anni passati tra le esercitazioni di latino e greco e il lento rituale dei Promessi Sposi contengono gi… l'inizio di uno svolgimento. Si consuma il distacco dal quartiere e dalle sue strade, cambia il paesaggio degli affetti e delle amicizie, si perde l'infantile sicurezza nell'ordine delle cose e nella buona provvidenza. Un prete arguto ed estroverso, che non c'Š pi— faceva a scuola da ironico contraltare ai discorsi ispirati di un bravo e dotto religioso dell'Universit… Pontificia di Pio X che curava le anime giovani di un drappello di militanti dell'Azione Cattolica presso l'antica e popolare parrocchia di S Francesco. Accensioni devote e dubbi inquieti allora si alternavano: ricordo un'atroce confessione prepasquale e il tono ammonitore dell'uomo in tonaca nera dietro la grata: gli avevo naturalmente raccontato di innocenti curiosit… per l'altro sesso. Venne la crisi di angoscia e poi il salto liberatorio; e la fine delle credulonerie e di tante oneste convinzioni. Paolo Sirianni e Piero Bevilacqua, compagni di ginnasio, mi hanno aiutato, senza saperlo, nell'approdo al disincanto laico. Il primo, rampollo di una famiglia della borghesia impiegatizia cittadina, sapeva civettare con le idee, aveva il gusto della polemica e modernit… di vedute. Piero era gi… un personaggio, una sorta di leader, per la precocit… delle conoscenze e la spregiudicatezza dei comportamenti. L'estrazione popolare ne esaltava lo spirito provocatorio e ribaldo, le consistenti letture lo facevano capcace di un discorso fine e costruito. In classe insorgeva contro la pavida morale di un certo Manzoni; sul corso cittadino intratteneva un gruppo di fedelissimi su argomenti di varia umanit…: dalle donne ai raffinati poeti del decadentismo francese. Il liceo passagio al mondo in ®ideaŻ Il passaggio al liceo apre nuovi orizzonti: maturano posizioni ideali e scelte di vita. I ricordi sono vivaci e puntuali, una folla di personaggi ed episodi mi torna davanti senza fatica, per l'incidenza che hanno avuto e per i rapporti che durano. La distanza e le poche cose buone imparate impongono per• anche l'esercizio della cattiveria critica. Non ricordo una sola, autentica lezione sulla grande realt… del mondo antico: negli insegnanti di discipline classiche dominavano sovrani la retorica e il formalismo. L'unzione accademica di qualcuno era pari allo sconsolante vuoto di idee e di cognizioni effettive. La storia, i conflitti, le culture di straordinarie societ… sparivano nella grigia sequenza di opere ed autori mai penetrati nel loro linguaggio e nei loro intenti pi— profondi. Confesso, a mio danno, che ancora oggi, davanti a un solido brano di latino, fatico a cogliere subito il pensiero centrale, la linea d'argomentazione. Se penso a qualche documento recente della Direzione Classica del nostro vecchio Ministero della pubblica istruzione, trovo le mie ragioni confermate persino dalla burocrazia e dalla cultura ufficiali. Dov'era mai, negli stanchi e tediosi sermoni di qualche abbottonato e accigliatissimo professore di latino e greco, l'imponente costruzione giuridica dei romani, la loro sapienza agronomica, l'intelligenza dei loro urbanisti? Gli stessi filosofi e letterati, nello scadimento di ogni discorso, rimanevano nudo oggetto di torturanti esercitazioni scolastiche. Credo peraltro che i soli allievi del prof. Procopio abbiano allora nel "Galluppi" appreso gli strumenti, le tecniche di decifrazione delle lingue classiche. Il vuoto di messaggi e stimoli si riempiva, nella sezione B, con l'attenzione passiva degli scolari diligenti, l'indolenza dei pi— e gli esercizi in libert… di ®ereticheŻ, ristrette minoranze. Arceri, Marani, Righini, giocavano con mosse felpate lunghe briscole o impegnate battaglie navali; io ascoltavo musica armato di transistor e di un lungo auricolare. Š come ripassare una scena dell'®AmarcordŻ felliniano: in seconda liceo un giorno l'auricolare si stacca e la minuscola radio manda in onda per una classe esilarata, davanti all'attonito docente di latino, la ®CavalcataŻ fragorosa delle Walkirie di Wagner. CosŤ l'adolescenza crudele si risarciva delle inutili ore perdute. L'orgoglio della citt… per il suo "Galluppi" non era interamente fondato: dentro le mura mediocrit… e intelligenza si mescolavano, stanche tradizioni e fermenti critici coabitavano. Sar… pure schematico sociologismo: ma il liceo era deputato, da un lato, a riprodurre una pigra e altezzosa classe dirigente locale o l'onesto ceto professionale cittadino; a liberare, dall'altro, energie intellettuali e forze innovatrici. Tanti, tra i migliori, che hanno assorbito i succhi pi— forti e vitali del vecchio "Galluppi", hanno trovato poi stretto l'abito della citt… e hanno altrove investito intelligenza, competenze e voglia di cambiare. Il libro pensato da Galiano fornir… sicuramente impressionante testimonianza delle risorse che abbiamo perduto. Catanzaro intanto continua a mutare, sempre pi— moderna e anonima, terreno di scorreria di gruppi politici rampanti, deturpata senza rimedio, con una giovent—disorientata che tace. Il mio debito col liceo resta comunque grande: in quei tre anni c'Š stata la conversione mentale. la rottura con le aspirazioni del ragazzo cresciuto fra decoro piccolo-borghese e svaghi popolani. Fare l'avvocato, sedere sullo scanno del magistrato perde di fascino; la curiosit… per il libro diventa gusto per la lettura della realt… e la comprensione delle cose. Decisivo Š l'incontro con un "padre" intellettualmente generoso: Giovanni Mastroianni. La traccia dei miei interessi Š stata segnata dal confronto con lo straordinario insegnante di filosofia e l'appassionato uomo di scuola. La comparsa in classe fu una sorta di rivelazione. Nel silenzio rispettoso dei pi— e concentrato di pochi prendeva corpo e assumeva contorni un discorso sulla societ… e sugli uomini, sulla storia delle idee e l'incidenza loro nella vita del mondo. Tutto passava attraverso l'antica lezione dalla cattedra, dal lessico piano, lontana da false e atteggiate profondit…, sobria e densa di domande. Il personaggio aveva e mantiene le sue ®civetterieŻ: l'elegante compostezza, la puntualit… pignola, l'intelligente maldicenza. Anche l'ironia lo rendeva diverso da altre compunte figure professorali; agli adolescenti introversi insegnava il distacco dai compiacimenti esistenziali e dall'autistica contemplazione di s‚. Senza nulla concedere ai giovanilismi il ®professoreŻ aveva con gli alunni un rapporto moderno, felicemente socratico. Come altri ho considerato pure io un privilegio accompagnarlo qualche sera nella passeggiata sul corso Mazzini per l'antica strettoia ancora integra. Il gruppo si infoltiva a volte di studenti universitari, intellettuali gi… impegnati e pronti a misurarsi, e la conversazione scorreva sui binari ardui della filosofia e della politica, ma anche sui vizi e sulle virt—della gente comune. Ho conosciuto cosŤ Nicola Siciliani, oggi giovane cattedrattico, allora appena laureando ma carico di letture e di curiosit…. ®NinoŻ era gi… un interlocutore maturo, intelligente, accreditato. I pi— giovani, assistendo al confronto, ci sentivamo pulcini, ansiosi di crescere, di padroneggiare anche noi gli strumenti di quella discussione. La classe restava naturalmente il laboratorio da Mastroianni privilegiato. Allora non c'era il gran discutere di oggi sulle didattiche e sulle metodiche dell'insegnamento; il testo di filosofia era il vetusto e compatto Lamanna, il manuale di storia era il bellissimo Spini in carta patinata. Eppure ogni lezione costituiva un appuntamento da sfruttare, un'occasione per provarsi nel giuoco delle idee. Gli studenti lamentano ancora una scuola lontana dalla vita e dalle domande della societ…: dipende certo dai ritardi delle istituzioni e dalle riforme mancate, ma resta al fondo la povert… di chi fa scuola senza trasmettere conoscenze e impulsi a pensare. L'ora di filosofia che teneva invece avvinti me e un gruppo di amici si svolgeva senza alcun cedimento giornalistico agli stimoli del quotidiano o dell avvenimento; dalla cattedra veniva un esempio di rigore, nel rispetto della logica di autori e testi, ben lontano da tentazioni imbonitrici o da banali furori dottrinari. Passioni e rabbie venivano cosŤ piegate all'esigenza dell'esame razionale e del vaglio critico. Il cammino non Š stato per• limpido: ricordo momenti di lungo torpore spirituale e di drammatico ripiegamento; ho superato la stretta della ®coscienza infeliceŻ imparando a guardare al ®mondo grande e terribileŻ e alle sue ragioni. Adesso comprendo l'amore ereditato per la ®GinestraŻ di Leopardi e la Fenomenologia del grande Hegel. C'Š un forte recupero, tra filosofi e giornalisti, nel costume diffuso, dei temi dell'individuo e della felicita, dei bisogni e del godimento ricco della vita. Š una reazione liberatoria alla disciplina coatta degli organismi collettivi e all'ingenuo globalismo della cultura del sessantotto; c'Š anche per• la preoccupante rinuncia ai disegni di solidariet… nuove tra gli uomini e a progetti di cambiamenti possibili. Questa prospettiva, guadagnata al Liceo, resta invece per me salda. Il messaggio di Leopardi Š ancora alto: rinunciare agli egoismi di ceto e nazione per costruire la ®social catenaŻ contro le minacce incombenti Š compito di un'umanit… adulta. E come pu• sembrare una suppellettile filosofica l'idea che stiamo comunque dentro un processo, dentro una storia che ha punti critici da riconoscere? In terza liceo fu perci• suggestivo l'incontro col linguaggio densamente ispirato della Prefazione alla Fenomenologia. C'Š un brano, pi— volte riletto, che veniva incontro alla voglia di futuro di un diciottenne inquieto: ®A quel modo che nella creatura, dopo lungo nutrimento, il primo respiro, in un salto qualitativo, interrompe un lento processo di solo accrescimento quantitativo, e il bambino Š nato; cosŤ, lo spirito che si forma, matura lento e placido verso la sua nuova figura e dissolve brano a brano l'edificio del suo mondo precedente. Lo sgretolamento che sta cominciando Š avvertibile solo per sintomi sporadici; la fatuit… e la noia che invadono ci• che ancor sussiste, l'indeterminato presentimento di un ignoto, sono segni forieri di un qualcosa di diverso che Š in marcia. Questo lento sbocconcellarsi che ancora non altera il profilo dell'Intero, viene interrotto dall'apparizione che, come un lampo, d'un colpo, mette innanzi la piena struttura del nuovo mondo (Hegel, Fenomenologia dello spirito. Firenze, 1963, p. 9). Hegel sa che pu• essere male interpretato, si rifiuta di essere letto in chiave profetica, avverte che il lavorio della storia Š lungo e complicato: ®l'inizio del novello spirito Š il prodotto di un vasto sovvertimento di molteplici forme di civilt…, Š il premio di una via molto intricata e di una non meno grave faticaŻ (ibidem). Sicuramente, pi— che oggetto di attento scavo, il passo acuto di Hegel fu, mentre si compiva l'esperienza liceale, il luogo di riconoscimento di una personale avventura: la conversione a un modo nuovo di percepire le proprie contraddizioni, lo spostamento dell'interesse verso l'esterno, la societ… e i suoi problemi. In quell'anno straordinario, per come sempre lo rivivo, il disagio del mondo, che esprimevo con l'ingenua passione per ®La NauseaŻ di Sartre, diventa giudizio politico sulle cose e scelta di campo. L'insegnante di filosofia era sempre stato cauto e discreto, immune da ogni predicazione ideologica; la filigrana del suo discorso era per•, nel senso pi— alto, tutta politica, orientata sul tema centrale della storia, del ruolo degli uomini e delle loro possibilit…. Ero dunque preparato a un passaggio, mentalmente predisposto a raccogliere una spinta. Anche nella vicenda nostra di individui operano tendenze profonde e congiunture; c'era per me bisogno che una linea di svolgimento gi… matura diventasse esplicita attraverso il giuoco delle circostanze e delle relazioni umane. La politica a scuola. Cattolici e comunisti Come accade ancora oggi, nell'autunno maturo scendemmo in piazza per gridare la protesta del liceo contro le ®celle monacaliŻ che ci ospitavano: il vecchio stabile era angusto e un p• bucato dalle piogge. Improvvisato leader mi ritrovai a dirigere il corteo e ad arringare la folla dei compagni. Nell'immaginazione di noi ragazzi l'episodio si trasfigurava, assumeva il rango di una storica battaglia contro le incurie e i peccati di una classe dirigente. Per giorni e giorni un pezzo della mia 3 B si trasferŤ dai banchi ai tavoli delle lunghe, appassionate, a volte inconcludenti discussioni, dove bisognava decidere le strategie e le tattiche. Dentro quest'esperienza si venivano delineando posizioni, schieramenti; la simulazione della lotta politica portava ad assumere un punto di vista, a rompere con la neutralit… critica del puro osservatore. Il Partito comunista Š il mio approdo. La cosa non era affatto naturale. Tre anni prima, studente ginnasiale perbene e ancora timorato, avevo assistito con oscuro panico a un comizio catanzarese di Palmiro Togliatti: L'®ordaŻ contadina che avanzava verso piazza Prefettura, la voce tagliente e la limpida requisitoria del segretario generale del PCI, erano evocatrici di un futuro possibile di disordine e di distruttiva anarchia. Sono convinto che ancora oggi, nell'istinto profondo di tanta gente del Mezzogiorno, abbiano residue ma forti radici paure cosŤ antiche. In me si esprimeva l'educazione religiosa e codina, l'irrazionale rifiuto del piccolo modesto proprietario abituato, dentro e fuori la famiglia, a guardare ai meno fortunati come bisognosi di sola carit…. In secondo Liceo la lettura del ®ManifestoŻ di Marx ed Engels mi metteva invece davanti al grande e potente affresco della storia delle classi e del loro scontro per la direzione della civilt…. Un lungo tratto di strada era compiuto. Perci•, nelle passioni e fra i contrasti suscitati dalla battaglia per un maggior decoro dell'Istituto, finii per ritrovarmi in casa Lamanna, accanto a comunisti impegnati e di spicco: Giovanni, il padre, ex proprietario terriero del crotonese, travolto dalla passione politica, deputato al parlamento, colto e di grande vena oratoria; Gaetano il figlio, compagno di classe dell'ultim'ora, gi… rodato dirigente della Federazione giovanile di Crotone, privo di fanatismi, attrezzato di discrete letture e di pungente umorismo. La famiglia abitava in casa d'affitto a V. Turco; in una stanza minuscola preparavamo volantini, documenti, piani di guerra. I risultati furono scarsi, ma c'era stata la prova, il cimento collettivo, il battesimo politico. Nel giro di poche settimane divenni militante e dirigente della giovent—comunista, non certo per le doti straordinarie, ma per la penuria di forze dell'organizzazione. La rassicurante ironia di Gaetano contribuŤ a sdrammatizzare l'impatto con un ambiente profondamente diverso dal mondo fino ad allora frequentato; cominciavo a conoscere severi e provati funzionari di partito, i personaggi umanissimi e pittoreschi della ®baseŻ ancora devoti al culto di Stalin, giovani contadini orgogliosi di battersi per un'altra societ…. Era davvero un tempo molto dissimile dal nostro; nelle sezioni comuniste si respirava ancora il clima della fortezza assediata; il settarismo dei pi— era il segno di una diversit… impotente, ma anche di una tensione forte verso un mondo migliore e giusto. Il rancore di classe, il sogno socialista, la dura lotta politica, l'esercizio spregiudicato del mestiere: tutto si mescolava, in casa comunista, in un quadro a tinte forti, primitivo e affascinante. Una piccola schiera di comunisti ®pensantiŻ fu poi un metro di misura e di conferma; attraverso di essi diventava esplicita la possibile prospettiva storica e politica di proletari di paese e artigiani di citt…. Nello spaccato modesto della provincia, prima che sui Quaderni carcerari, si poteva apprendere la gramsciana lezione sul ruolo degli intellettuali chiave di volta del blocco progressista e rivoluzionario. Ricordo lo sguardo assorto e la figura alta di Giovanni Di Stefano, allora segretario del Partito calabrese, da alcuni anni scomparso; Sarino Maida con la sua passione ragionata e l'ardore della iniziativa, che ho il rammarico di non sentire pi— per le ®terreneŻ polemiche della piccola vicenda politica, Quirino Ledda col suo impeto battagliero; e ancora Piero, con una barbetta alla Lenin, tutto preso dalle sue diagnosi rigorose. Quell'esperienza l'ho vissuta come un grande arricchimento; fu invece un trauma per la famiglia e una sorpresa per amici carissimi. Preoccupata fu la reazione di Sergio (Bruni) e Carmine (Donzelli), due degli intelligenti animatori del dibattito in classe, impegnati su un altro versante, col gruppo cattolico cementato dalla vivace iniziativa di don Giorgio Bonapace. Un giornale studentesco e il Cineforum erano i canali d'espressione culturale e politica dei giovani ®conciliaristiŻ della parrocchia di don Giorgio. Sergio e Carmine, diversi e complementari, l'uno accorto e prudente, l'altro appassionato e generoso, sostenevano con le idee e la fatica organizzativa un progetto d'intervento nella realt… giovanile aperto al confronto e libero da angustie confessionali. ®La voce dei giovaniŻ e ®Il SentieroŻ, fogli agili e succosi, che non disprezzavano contributi laici ed esterni, tentavano dalla provincia di aprire una finestra sulle cose del mondo. Le rassegne di Films, sapientemente introdotti dai due giovani dioscuri della cultura cittadina o da un versatile e umorale Raffaele Teti, consentivano a molti di noi di misurare le ancora fragili concezioni della vita e della societ…. Io non ero pi— conquistabile ad un'altra prospettiva: in un lungo scambio telefonico con Carmine riconfermai l'irrevocabilit… della scelta compiuta. La milizia in campi diversi ebbe per• uno strano effetto: dopo i primi stupori si consolidarono i legami affettivi e la reciproca stima; i comunisti Vitale e Lamanna, i cattolici Bruni e Donzelli riuscivano a parlarsi nel pubblico e nel privato, a intendersi su questioni di fondo, a intraprendere battaglie comuni. C'era naturalmente una ricca materia di contesa e non mancavano gli scontri; ho in mente un numero del ®SentieroŻ col resoconto del dibattito svoltosi, a cura della FGCI di allora, su ®Marxismo e cattolicesimoŻ. L'aveva introdotto l'®ortodossoŻ divulgatore di Marx, Luciano Gruppi; io venivo rimbeccato per un intervento dottrinario, da comunista di sacrestia. Da tutte e due le parti si erano comunque sfoderate le armi della tenzone ideologica; partiti dall'esigenza di trovare il punto d'incontro, avevamo fatto emergere le visioni alternative, il diverso orizzonte ideale. Che cosa allora ci teneva insieme e profondamente ci univa? Forse la schiettezza delle posizioni e l'onest… intellettuale, la volont… di scuotere la palude della vita cittadina, il gusto per le idee e la coerenza nel sostenerle. Sui nostri tavoli, in fondo, non c'erano i soli manuali di scuola, ma anche qualche giornale e libri di vario impegno, dal classico Pavese per adolescenti a volumi di maggiore ®dottrinaŻ. La discussione in aula si giov• del nostro impegno: divenne pi— intensa e motivata, pi— esplicita e meno acerba e scolastica. Il tavolo dei partecipanti era abbastanza largo; spunti e osservazioni venivano anche da Franca Invidia e Amelia Paparazoo, da Ugo Marani e Gigi Larosa. Tuttavia la polarit… e la corrispondenza tra comunisti e cattolici finŤ per costituire il filo d'oro del dibattito di un intero anno. La lezione di filosofia e storia era ovviamente un momento forte di aggregazione e di lavoro analitico; lŤ riversavamo le nostre poche cognizioni e venivamo chiamati a ridiscutere ogni cosa, a rinunciare alle certezze della propaganda e ai convincimenti ultimi e definitivi. Non voglio per• scordare il prof. Voci, colle sue estasi per il Paradiso di Dante e i suoi crucci di cattolico osservante per le deviazioni ideologiche di allievi da lui considerati. Ricordo un rimbrotto per aver parlato di Verga con spirito di ®bottegaŻ, sostituendo sociologia a letteratura. Convinta faziosit… e paterna bonomia nel personaggio si confondevano; ma lo ricordiamo in tanti con affetto perch‚ sapeva stimare gli altri e accettava il confronto e la discussione. Ancora materia da macinare ci veniva dall'ora di religione con don Giorgio. Senz'avere con lui un rapporto diretto e pieno, lo seguivo con interesse; era uomo di talento e di forte presa sulla giovent—. Poco davvero abbiamo invece spremuto nella sezione B dalle discipline scientifiche: scarse le idee e le teorie, mai avviata la pratica di laboratorio; il liceo "Galluppi" era un piccolo spaccato dell'Italia scolastica la pi— ignorante di cose scientifiche. La ®contestazioneŻ per la buona didattica. Gli esami. In terza liceo ci fu una drammatica precipitazione nel rapporto con la neoincaricata di Latino e Greco. Questa era la persuasione maturata nel gruppo degli amici: il personaggio aveva un indigesto tratto di arroganza senza masticare a dovere quanto pretendeva di insegnare. Non so pi— quali carte aveva imbrogliato traducendo Epicuro. C'era in classe parecchia irritazione; non avevamo uno splendido rapporto con le lingue classiche, ma potevamo ragionevolmente ricostruire i pensieri del filosofo sulla vita e la morte, a nostro giudizio tanto scandalosamente equivocati. Pensavamo che il brutto voto per la traduzione non toccasse a noi. Io affrontai con durezza e spavalderia l'insegnante sulla porta della classe; il consiglio di presidenza si riunŤ il giorno dopo per studiare le misure contro la provocazione impertinente. L'episodio, abbastanza comune, accese per• la rivolta che nel profondo covava; la punta avanzata della 3B organizz• la protesta, predispondendo in affannosi incontri un quaderno di ®doglianzeŻ da inviare al Provveditore agli Studi. Vivemmo un lungo quarto d'ora di passione, giorni concitati: in fondo, era stato aperto un conflitto con l'istituzione. Ci sentivamo trasgressori e carichi di ragione; c'era un vago sapore di '68: la cattiva qualit… della scuola non era oggetto di satira soltanto o di goliardica ferocia, ma di contestazione dichiarata e formale. Non tutta la classe riuscŤ a reggere l'urto: mancava la piena maturit… dei tempi e si opponevano timidezze e paure. Nacque cosŤ un controdocumento di sostenitori della signorina incriminata, a conferma di quanto contrastato sia il cammino di ogni ®rivoluzioneŻ. La docente in questione scomparve per circa un mese. Rientr• abbastanza mutata, almeno per la mansuetudine e la disponibilit… ostentate. Altro non si poteva pretendere. Il bilancio della battaglia sostenuta fu comunque assai pi— ricco delle modeste correzioni di comportamento strappate. Tenne, in quella circostanza, il fronte degli impegnati; si stabilŤ un'intesa cordiale vincente fra cattolici e comunisti che permise di costruire consenso e di rendere egemonica la ragione dei contestatori. Tra i docenti fecero giusta presa i nostri buoni argomenti. Ci fu un consulto in casa Mastroianni, e, Voci, don Giorgio, l'inflessibile e pungente signorina Morica, guardarono con simpatia all'azione di rottura avviata. I legami umani si erano intanto infittiti; stavolta i piani li avevamo maturati e decisi a casa Donzelli in un clima di solidariet… e di comprensione. Il ®giudiceŻ e la signora, pur esprimendo la tradizione del professionismo cittadino restio ai clamori, avevano intuito che la materia era delicata e il nostro sforzo non privo di nobilt…. Chiusa la vicenda, la ®sinistra militanteŻ, io, Gaetano e Amelia Paparazzo, con Sergio e Carmine, ci ritrovammo per tanti pomeriggi a casa di Tot• Ameduri a rifarci la bocca con un p• di buon greco, in vista dell'esame di Stato. In quegli stessi pomeriggi abbiamo continuato tante conversazioni di letteratura e politica, abbiamo malignato e sognato. C'era il giusto interlocutore: il giovane professore di lettere, col viso fresco da ragazzo, nella vecchia stanzina di via Montecorvino, piena di libri accatastati pure sul pavimento, aveva una grande capacit… d'ascolto, lasciava dire intervenendo al momento giusto, correggendo un'approssimazione, moderando un'intemperanza, componendo un contrasto di vedute, restituendoci il senso profondo di un testo. Frequentandolo abbiamo imparato una lezione di seriet… e di umilt… intellettuale, ma anche a capirci di pi— oltre le diversit… delle nostre esperienze e dei caratteri. Ritemprati anche nelle lingue classiche, ci accingemmo alla prova finale; l'esame di Stato aveva ancora il vecchio impianto e costituiva un impegno rilevante. Ha ragione Giorgio Amendola: bisognerebbe comunque rimpiangerlo per la costrizione felice che sapeva esercitare; era un duro ostacolo, un prezzo da pagare per il passaggio fra gli adulti. Nel luglio torrido del '66 si chiuse un'intensa stagione di vita con qualche incontro felice. Il genovese commissario di matematica e fisica era un grande conoscitore delle sue cose: capŤ, al di l… delle notizie che lasciavamo sul suo tavolo, che l'impreparazione era profonda e si rese ben conto delle ragioni. Il Barnabita, che mi leggeva Orazio come un umano del mio tempo, aveva occhi acuti e astutamente sorridenti; per un tratto volle discutere della filosofia di Agostino assolvendomi da altre lacune. Il minuto prof. De Rosa rimase invece appagato dalla varia e nutrita discussione che spazi• da Vico ai contemporanei: era di mente agile e uomo senza pregiudizi. Perci•, se gli esami sono tornati negli incubi notturni, restano il luogo di utili memorie, per le fatiche sopportate e il confronto sostenuto. E la vita, il quotidiano, lo scherzo, il giuoco, i conati d'amore? M'accorgo d'avere scritto un modesto romanzo di formazione tutto sbilanciato sulla storia della mente. Verrebbe allora voglia di raccontare altro: i vagabondaggi sul corso; gli accattonaggi per rimediare i denari dei morzelli serali, le escursioni nei paesi, in motocicletta, coi pendolari come Salvatore De Vinci, le lunghe e— ingarbugliate telefonate colle ragazze. E dovrei parlare a lungo, con struggimento, delle ore felici vissute sui campi di Basket con l'indimenticabile Maurizio Placanica. Lo rivedo ancora mentre tornavamo inebriati a sera dalle partite, in tuta e cantando. La mala sorte se l'Š portato via giovanissimo, ed io, Sergio, tanti altri ancora, abbiamo perso un amico buono e la sua umana arguzia. Com'eravamo allora? Non so se migliori della giovent—che popola a sciami i giardini delle delizie di S. Leonardo. Gli adolescenti di oggi sembrano pi— liberi e appagati, meno inibiti e frustrati, pi— laici e positivi. Noi guardavamo al mondo cogli occhi pieni, con la convinzione che vivere non basta, ma Š necessario capire per cambiare. Ingenui ®ideologiŻ di provincia pensavamo di avere trovato il grimaldello per aprire le porte del mondo nuovo. Meglio cosŤ che il disincanto precoce e il realismo scettico di oggi. Al Liceo "Galluppi" di allora, pur con le sue angustie di uomini e di culture, col suo bagaglio di presunzioni castali, si pu• lasciare il suo merito: spingeva pur sempre a pensare, e magari in grande. Aspetto di trovarmi nel volume pensato da Galiano cogli amici che mantengono per le ragioni del mestiere il privilegio dello studio e della ricerca. Penso che, fra le tante diversit… maturate, trover• nei loro racconti il comune luogo ideale guadagnato al Liceo: che il nostro non Š affatto il migliore di mondi possibili. /:/Fabio Vecchio. nato a Catanzaro il 14 ottobre 1951 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1964/1965) ®La cultura Š tutto ci• che resta quando si Š dimenticato tutto quello che si Š imparatoŻ. Avevo diciassette anni quando il mio professore, Ezio Galiano, dalla sua cattedra di filosofia della sezione A, proponeva alla attenzione della classe questa massima gentiliana e spiegava come la cultura non fosse il mero possesso di nozioni o di vacua erudizione, ma fosse legata alla capacit… di riflettere su tutto quanto si era appreso secondo l'esperienza e la sensibilit… individuale. La cultura Š il lavoro dello spirito che cresce solo cancellando il dato nella sua singolarit… per essere pi— agile, pi— disponibile a cogliere i sensi pi— profondi ed oscuri del sapere. Ricordo che per me, allora, cultura significava soprattutto capacit… di capire ed in quel momento, era il 1968, di cose da capire ce ne erano tante: c'era la protesta o ®contestazione studentescaŻ nelle universit… di mezza Europa; c'era stata la ®primavera di PragaŻ con la successiva ®normalizzazioneŻ imposta dai sovietici ed a Citt… del Messico, qualche giorno prima dell'inizio delle Olimpiadi, la polizia aveva aperto il fuoco contro una manifestazione studentesca. Tutti questi avvenimenti, amplificati dai mass-media, scuotevano anche la tranquilla e sonnacchiosa atmosfera di una cittadina di provincia, ponendo interrogativi ai quali era difficile trovare risposte adeguate anche se gli studenti si riunivano in assemblea nelle scuole e nelle piazze per dibattere e discutere. In questo sforzo di capire, la scuola che frequentavo, il Liceo Classico, ci offriva valide chiavi di lettura ed in un momento nel quale si annuciavano profonde trasformazioni e si prospettava la ®contestazione globale del sistemaŻ, gli studi classici si ponevano come un logico contraltare alla moda, all'effimero, al ®nuovoŻ che non era cosŤ nuovo come sembrava a prima vista e costituivano un salutare stimolo a sviluppare ed esercitare quello spirito critico che Š fondamentale nel valutare i fatti che si vivono. L'identit… hegeliana tra realt… e razionalit… ed il pragmatico buon senso del ®carpe diemŻ di Orazio, la religiosa ®pietasŻ di Virgilio ed il pessimismo leopardiano, la rivoluzione copernicana e quella industriale: gli studi, che la scuola con i suoi docenti ci proponeva, ricapitolavano proprio tutta l'avventura umana e rendevano il passato cosŤ attuale come il presente. Adesso, a diciotto anni da allora, ci• di cui maggiormente mi sento debitore verso la mia scuola Š proprio il senso di formazione integrale della persona che gli studi liceali mi hanno dato. Certo, quando ripenso a quel periodo, nella mia mente si affollano anche tanti ricordi: persone, ambienti, momenti di concentrazione e di svago. Ricordo l'ultimo sciopero, organizzato nel dicembre del 1968, per protestare contro la scarsa agibilit… di taluni locali e le carenze di importanti infrastrutture del nostro Liceo e, ricordo, naturalmente, il momento dell'esame finale: la ®maturit…Ż. Al di l… ed al di sopra di tutti i ricordi resta, per•, la gratitudine per il ruolo formativo culturale che il Liceo Classico "P. Galluppi" ha avuto nella mia vita. /:/Antonio Catrical…. nato a Catanzaro il 7 febbraio 1952 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1965/1966) Caro professor Galiano, ho ricevuto in ritardo la sua lettera. Rispondo tuttavia al cortese invito di scrivere un ricordo, forse anche al fine di riportare alla memoria quel tempo che, a trentaquattro anni di et…, mi sembra appartenuto ad un'altra persona. Il Liceo "Galluppi" era su corso Mazzini, quello stesso corso che ora Š stato sventrato ad opera di una incomprensibile politica urbanistica (torno a Catanzaro di rado, per trovare i miei genitori, ed ogni volta mi stupisco, con sentito rammarico, dello scempio che si Š fatto della nostra cittadina). Di fronte al "Galluppi" c'era il bar "Guglielmo", nelle cui salette interne si rintanavano gli studenti che avevano marinato la scuola. Il bar era, comunque, meta obbligatoria di tutti non appena suonava ®la campanellaŻ delle dodici e trenta; con il liceo era tutt'uno. Al bar ci si dava un contegno non consentito a scuola, talvolta dal metus reverenziale, talvolta dalla modesta preparazione. Ci si atteggiava a superuomini, con scherzi simpatici o con bravate da bulletto di quartiere. Al bar, si cercava di far colpo su ragazze di altre classi (con le compagne non c'era speranza: ci conoscevano troppo bene!). Al bar si decidevano gli ®scioperiŻ per il riscaldamento, per la palestra, per le aule o per altre piccole rivendicazioni. Una volta occupammo un'aula per solidariet… con un'altra classe che era priva di professori titolari ed andava avanti per mezzo di supplenti. Un signore, che fece finta di essere un capitano dei carabinieri, ci spieg• che, se non fossimo tornati spontaneamente nelle nostre aule, sarebbero stati guai seri. Dopo cinque minuti, a capo chino, riprendevamo il normale corso delle lezioni. Poi, di colpo, venne il 1969. Nel resto del mondo c'era gi… stato il '68. Io frequentavo il secondo liceo e, spero si ricorder…, ero suo alunno nella sezione A. C'erano anche il prof. Riolo (lo ricordo sempre con simpatia), il prof. Morello (non riusciva mai ad interrogarmi in matematica, dato che avevo sottratto il numero corrispondente al mio nome dalla sua ®tombolaŻ delle interrogazioni), c'era la professoressa Scalzo, di scienze naturali (mi dava buoni voti, quando la squadra di pallacanestro vinceva sugli altri istituti), c'era il prof. Procopio (si diceva che facesse tradurre dal greco in latino; una volta gli dissi che Creusa era la moglie di Penelope. Avevo inteso male un suggerimento!). Per l'educazione fisica c'era il prof. Calaminici (quando la classe rumoreggiava troppo scriveva ®Fare treguaŻ sulla lavagna!). Venne il '69 e presi un bel 5 in condotta al secondo trimestre. Strano. Non c'erano note sul registro, n‚ sospensioni. Non avevo certo rimproveri particolari. Non ero stato ®pi— cattivoŻ, in classe, di tanti altri che avevano riportato nove o dieci. Pensate che fossi un leader del movimento? Era la legittima punizione per un sovversivo? Era un avvertimento? La Reazione? Š vero. Gridavamo ®Potere operaio, potere studentescoŻ. Ma a Catanzaro gli operai non c'erano, e, in fondo, chiedevamo molto meno di quanto i decreti delegati, qualche tempo dopo, avrebbero concesso nell'indifferenza generale. Quando, per motivi di lavoro, ho dovuto studiare gli anni di piombo del nostro Paese, ho capito che non traevano origine dal '68. Sicch‚ adesso, pur essendo magistrato, consulente del governo, docente di diritto, di quel 5 in condotta non mi vergogno, ma ne sono tanto contento. /:/Luciana Singlitico. nata a Catanzaro il 12 giugno 1952 iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1965/1966) Non eravamo una ®maniata 'e ciotiŻ, come ci invitava a ripetere in coro il professore Morello quando non riuscivamo a risolvere, nei tempi regolamentari, un problema di matematica, se Š vero che la stragrande maggioranza di noi affront• e super•, senza patemi, gli esami di maturit… (che, in verit…, non giustificavano, come non giustificano tuttora, particolari angosce) e, senza grosse difficolt…, i successivi studi universitari. Nella mia classe non c'erano ®PieriniŻ, n‚ secchioni, fenomeni di erudizione, gelosi tutori dell'esclusivit… della loro scienza; c'era, sŤ, qualche ambizioso, o meglio, qualche ambiziosa mediocre, ma i pi— bravi non erano certamente i pi— diligenti nello studio, n‚ tra quelli di miglior condotta. In verita, quel sottile piacere della trasgressione, motivazione pi— o meno consapevole di tante gesta memorabili di passate generazioni di studenti, era, a quell'epoca, alquanto attenuato. Era il 1968 e, anche nel nostro liceo, molte cose stavano cambiando, sia pure pacificamente e, forse, pi— lentamente che nelle grandi citt… dove la contestazione studentesca si univa a quella operaia. Erano cambiati i professori che non incutevano pi— il timore di una volta ma, soprattutto, eravamo diversi noi: pi— che il diritto di assemblea, da poco ottenuto, ci rendeva pi— autonomi una maggiore consapevolezza che ci consentiva di non dare eccessiva importanza ai conati di autoritarismo di qualche professore (espressione pi— della sua personalit… che di una mentalit… diffusa nel corpo docente) che si infrangevano contro la nostra provocatoria indifferenza o contro un generale, palese, sorridente atteggiamento di derisione e che, significativamente, non osavano mai sfociare in provvedimenti punitivi. Ovviamente, anche noi, qualche volta, ci trovammo nella necessit… di doverci difendere dal rischio di un'interrogazione non gradita o dalla noia di un'ulteriore spiegazione in un'aula diventata troppo buia rispetto al sole smagliante dell'estate incipiente e, per risolvere rapidamente la questione, decidemmo di provare l'ebbrezza di una fuga collettiva dalla scuola. Le nostre ripetute diserzioni in massa dall'ultima ora non ebbero, per•, grande risonanza, n‚ strascichi sul piano disciplinare. Una di queste evasioni ci consentŤ di ®saltareŻ la lezione di storia dell'arte e la reazione dell'insegnante, Emilia Zinzi, servŤ soltanto a farci vergognare: provo ancora rimorso quando ripenso all'accoramento con cui la professoressa, il giorno successivo, senza rimproverarci o minacciare punizioni esemplari, ci annunci•: ®Ragazzi miei, voi mi farete piangere!Ż. Un ennesimo tentativo di fuga fu sventato dalla professoressa di scienze che ci sorprese in flagrante e ci rispedŤ, urlando, nell'aula dove ci impose di rimanere in piedi, per tutta l'ora, ed in silenzio. Anche lei rimase in piedi sulla pedana della cattedra guardandoci con aria di sfida attraverso le lenti scure dei suoi sorpassati occhiali bianchi e neri stile ®opŻ, senza immaginare quanto giungesse gradito quello strano tipo di punizione che ci assicurava un'ora di completo far niente ed eliminava, per quel giorno, qualsiasi pericolo di indesiderate interrogazioni. L'imposizione fu, dunque, unanimemente accettata senza alcuna reazione; ci• sorprese, e non poco, i pi— innovatori tra i nostri professori quando, il giorno successivo, vennero a conoscenza dell'accaduto: dai loro sorrisetti ironici capimmo che il nostro comportamento non era stato certo in linea con gli ideali sessantotteschi, non si accordava con la tradizione della classe, non era degno di studenti liceali e non era neppure approvato da loro. Nessuno di noi ebbe il coraggio di spiegare quale fosse stata la comune, seppur non reciprocamente esternata, motivazione di quell'umiliante resa collettiva: tutti per•, in cuor nostro, sperammo che potesse presentarsi l'occasione di riscattarci. Non eravamo dimentichi di questo edificante episodio quando, in terza liceo, ci riunimmo per discutere sulla situazione preoccupante che si era venuta a creare in un'altra terza di recente formazione la quale era letteralmente priva di docenti, bench‚ fosse gi… da tempo iniziato l'anno scolastico. Decidemmo, noi privilegiati della sezione A, di occupare, in segno di protesta, l'aula dove avrebbero dovuto svolgersi le lezioni di quella classe. La mattina successiva, dunque, con il cuore in tumulto ma con l'orgogliosa consapevolezza di batterci per una giusta causa, anzich‚ dirigerci verso la nostra aula, imboccammo tutti insieme il primo corridoio a destra e marciammo verso la terza F. Entrati nell'aula, ci sedemmo ordinatamente nei banchi e restammo muti ad attendere gli eventi. Di lŤ a poco, comparvero i nostri professori, informati dai bidelli dell'ammutinamento; di fronte al nostro ostinato silenzio, ci esortarono a farla finita con quella pagliacciata ed a tornare nella terza A. I sempre pi— perentori inviti e le minacce di ®drastiche punizioniŻ per poco non piegarono le resistenze, per la verit… gi… assai deboli, di qualcuno che, sin dall'inizio, aveva cercato di schermare la paura per le possibili conseguenze, argomentando che il gesto di solidariet… non era del tutto disinteressato, ed ora, tremante, cercava di guadagnare la porta o, quantomeno, la finestra. Ma poich‚, da sempre, in una classe che si rispetti non sono consentite insubordinazioni ed assai ristretto Š lo spazio per le scelte individuali non gradite alla maggioranza, immediatamente fu bloccata ogni via di uscita e, con essa, la libert… di movimento degli isolati ribelli i quali furono costretti a scendere a pi— miti consigli. Mentre, dunque, ciascuno di noi sentiva aumentare dentro di s‚ l'orgoglio per l'eroismo di cui la classe, compatta, stava dando prova, ed immaginava di ritrovarsi immortalato sulle prime pagine dei quotidiani dell'indomani, si sparse d'improvviso la notizia che, dietro la porta dell'aula dentro la quale eravamo ormai barricati, si trovava un commissario di polizia. A quei tempi, i poliziotti che intervenivano alle manifestazioni studentesche non familiarizzavano con i manifestanti e non si lasciavano fotografare sorridenti accanto a loro, come poi accadde con i ragazzi dell'85. Le immagini che televisione e giornali ci trasmettevano quotidianamente erano immagini di guerra: alle sassaiole ed agli insulti degli studenti la polizia rispondeva con dure cariche che comportavano, spesso, l'uso di idranti, lacrimogeni e, qualche volta, anche di armi. Per un attimo, forse, questo pensiero ci esalt• ulteriormente e la notizia della presenza della forza pubblica circol• tra i banchi senza alcuna apparente reazione; ma... subito dopo, uno dei miei compagni si alz• esitante e, con inconsueta, innaturale lentezza, mosse pochi incerti passi in direzione della porta; allo stesso modo si alz• il secondo e poi... il terzo ed... il quarto e quindi... tutti insieme, senza guardarci o dirci una sola parola, composti ma decisi, uscimmo dalla terza F e ritornammo nella nostra aula per iniziare regolarmente le lezioni. In fin dei conti, la nostra azione di protesta l'avevamo fatta e non era poi necessario prolungarla. La sconfitta, invece, la sentimmo tutta quando scoprimmo che il famoso ®commissarioŻ non era nei corridoi della scuola perch‚ chiamato ad organizzare una carica di polizia ma, da padre premuroso di uno studente, era spontaneamente venuto a chiedere ai docenti notizie sul profitto del figlio. Provvedimenti disciplinari, che io ricordi, non ce ne furono; vi fu, invece, la reazione risentita del professore Morello il quale trovava terribilmente offensivo che non avessimo accolto le esortazioni dei nostri insegnanti e che avessimo capitolato solo per paura. Ci disse che non meritavamo nulla e che la scampagnata, che da tempo stavamo organizzando e durante la quale - aveva promesso - ci avrebbe dato un saggio delle sue virt—culinarie, non avrebbe mai pi— avuto luogo. Tentammo di farlo recedere dalla sua decisione e, solo dopo tante insistenze, promise di accontentarci se, da quel momento in poi, fossimo stati disciplinatissimi, anzi addirittura ®funereiŻ. Fu cosŤ che un giorno, su mia iniziativa, ci abbigliammo, maschi e femmine, da autentiche ®preficheŻ ponendoci sul capo nere mantiglie trafugate alle nostre nonne. CosŤ addobbati, con il capo chino e le mani giunte, ci trov• Morello entrando in aula e, dopo essersi fatta una grossa risata, decise di perdonarci definitivamente. Secondo questo professore, che noi chiamavamo ®MorellikŻ per i suoi atteggiamenti ostentatamente sadici, noi ®alunniŻ eravamo una razza infida e malvagia e non dovevamo essere mai creduti, neanche in punto di morte, perch‚ capaci di raccontare le pi— bieche bugie e di ideare le pi— diaboliche messe in scena pur di evitare interrogazioni e brutti voti. Ed infatti, quando un giorno, durante un intervallo prima dell'inizio dell'ora di matematica, si udŤ un urlo lacerante provenire dai bagni e, poco dopo, vedemmo comparire nel corridoio un gruppo di nostri compagni che, trafelati ed agitati, portavano a spalla, svenuto, Marcello Paonessa (che non era, notoriamente, uno dei pi— studiosi della classe), il ®feroce MorellikŻ, per la... disperazione, per poco non sveniva (sul serio) anche lui. E quando Marcello, ormai sicuro dell'effetto ottenuto, ritrovandosi sdraiato sul tavolo della presidenza, decise di riprendere conoscenza, il ®diabolicoŻ professore tent• in tutti i modi di rassicurarlo spiegandogli che la probabile causa del suo malore era, forse, da ricercarsi nella sigaretta che aveva fumato e nella quale, in qualche modo, si era infilato un capello (!) In quell'occasione, per•, il pi— frastornato ed angosciato di tutti (esclusi noi che, pur colti alla sprovvista, avevamo compreso al volo come in realta stavano le cose) ci parve il preside Cancellieri. Qualche tempo prima, purtroppo, era morto nella palestra della scuola, per un attacco cardiaco, uno studente, ed il povero Cancellieri, come tutti noi del resto, ne era rimasto scosso ed assai addolorato, per cui quel giorno, trotterellando a mani giunte dietro ai miei compagni che sorreggevano Marcello, ripeteva a m• di cantilena: ®Qua ne muore un altro! Ne muore un altro!Ż. Povero Livio, cosŤ paterno e comprensivo, ma tanto ingenuo e distratto da restare vittima dei nostri pi— plateali imbrogli. Qualche volta ricorrere ad un trucco era, infatti, indispensabile, come quando, in terza liceo, organizzammo una gita a Firenze. Fatti i debiti conti, dopo un giro informativo presso le agenzie di viaggi, si stabilŤ una quota individuale di... ventimila lire e quasi tutta la classe vi aderŤ. Chiesero di partecipare anche alcuni ragazzi, una quindicina, della terza D, ma ci• sarebbe potuto avvenire solo all'insaputa del preside perch‚, secondo una circolare allora vigente, le gite scolastiche potevano essere autorizzate soltanto se la classe vi partecipava per intero. Nessuno, ovviamente, si sarebbe accorto di nulla, almeno ufficialmente; si poneva per• un problema dalla cui soluzione dipendeva la possibilit… di mantenere la quota di partecipazione nei limiti stabiliti. La riduzione del biglietto ferroviario spettante alle comitive presupponeva, infatti, che il numero minimo di viaggiatori fosse di quaranta e, trattandosi di gita scolastica, era inoltre necessario presentare in agenzia un elenco completo dei nominativi dei partecipanti con in calce l'autorizzazione e la firma del preside. Il preside non avrebbe, per•, mai vistato un elenco di quaranta alunni quando quelli ®ufficialiŻ appartenenti ad un'unica classe non erano pi— di una trentina; d'altra parte ci sembrava un'enorme ingiustizia non poter usufruire di uno sconto, al quale avevamo diritto, solo a causa di una stupidissima, e certamente pi— volte violata, circolare. Il comitato dei promotori si riunŤ d'urgenza per decidere il da farsi e qualcuno di noi intravide l'unica soluzione, rischiosa e di non facile attuazione, e lanci• la proposta che fu accettata all'unanimit…. Preparammo cosŤ, febbrilmente, un elenco dei partecipanti ufficiali, poi, sullo stesso foglio ma parecchio pi— in gi—, in modo da lasciare spazio sufficiente per inserire altri quindici nomi, predisponemmo il provvedimento di autorizzazione, completo di data e generalit… del preside, in calce al quale erano da apporre solo sigla e timbro. Io non osai far parte del gruppo dei coraggiosi delegati che port• in presidenza il foglio da far firmare: temevo che il preside potesse far domande per quella strana collocazione della sua sottoscrizione, chiedere spiegazioni e quindi delle modifiche: chiunque si sarebbe insospettito! Ma i delegati tornarono, un attimo dopo, sventolando il foglio completo di timbro e firma e si pass• rapidamente (seduti ad un tavolino appartato del vicino bar ®GuglielmoŻ che ora non esiste pi— ) alla scconda parte del piano, ovverosia al ®riempimentoŻ dello spazio vuoto con i nomi dei ragazzi della terza D. Ho ripensato, a distanza di anni, a questo episodio e mi son chiesta come mi comporterei adesso se, per ragioni di lavoro, dovessi venire a conoscenza di un fatto del genere che ora, diversamente da quindici anni fa, mi richiama subito alla mente alcuni articoli del codice penale che allora, sicuramente, sia io sia gli altri correi ignoravamo. Allora ci sentivamo soltanto ®studentiŻ e, come tali, tenuti a rispettare, ®nell'esercizio dell'attivit… scolasticaŻ, soltanto le nostre leggi non scritte; l'idea che uno studente, fra uno scherzo ed una protesta, potesse commettere anche dei reati, non ci sfiorava nemmeno. Ad ogni buon conto, a qualche collega troppo serioso e rispettoso pi— della forma che della sostanza il quale, per mia sfortuna, dovesse leggere questo breve memoriale e che, per aver attraversato indenne da ogni tentazione gli anni di scuola, si sentisse venire qualche strano prurito, faccio innanzitutto presente che all'epoca dei fatti eravamo minorenni, che il fatto commesso fu del tutto innocuo e che, comunque, sono abbondantemente decorsi i termini di prescrizione previsti per il reato astrattamente configurabile in ipotesi. /:/Giuseppe Soluri. nato a Catanzaro il 3 febbraio 1952 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale Sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1965/1966) Misi piede per la prima volta al ®GalluppiŻ come studente quando iniziai a frequentare la quinta ginnasiale. Il quarto ginnasio l'avevo frequentato nelle aule distaccate di Strat• e quell'edificio cosŤ austero ed antico aveva continuato a rappresentare, per me e per tanti altri, un punto di arrivo non solo ®fisicoŻ ma soprattutto ®intellettualeŻ. Sostare dinanzi a ®quelŻ portone, salire ®quellaŻ rampa di scale, sedersi in ®quelleŻ aule, aveva gi… significato in quinto ginnasio, entrare in un altro ®mondoŻ: un mondo in cui si intrecciavano, formando un mix affascinante, storia, aneddoti, cultura e sogni. Ma l'ancor giovanissima et…, la posizione decentrata dell'aula in cui frequentavo la quinta A, la scansione ancora ®da scuole medieŻ delle lezioni ginnasiali, mi fecero vivere quel primo anno di approccio col ®GalluppiŻ con grande superficialit… e con scarsa attenzione verso quel microcosmo nuovo nel quale mi trovavo. Gi… allora, comunque il ®tarloŻ del giornalismo aveva cominciato a ®rodermiŻ. Ne Š valida, anche se ovviamente banale testimonianza il numero unico de ®Il tappaforiŻ, giornalino di classe che assieme a Fausto Taverniti, Pino Pipicelli e Luciana Singlitico riuscimmo a pubblicare e diffondere. Cosa fosse davvero il ®GalluppiŻ lo compresi solo l'anno dopo, quando in prima Liceo, anzich‚ trovarmi di fronte alla signora Scicchitano-Critelli, che era stata mia professoressa di Lettere al Ginnasio, mi ritrovai dinanzi ad uno stuolo di professori nuovi tra i quali si muoveva, unico insegnante che ritrovavo dal Ginnasio, il buon Salvatore Morello, professore di matematica con licenza di ®lippi e jumra e pmpini e cucuzzaraŻ. Una simpatia prorompente la sua, che mi sembrava fare a cazzotti con la manifesta supponenza di alcuni dei nuovi professori o con l'apparente mancanza di umanit… di altri tra essi. L'impatto col primo Liceo, insomma, fu per me poco entusiasmante. LŤ cominciavi ad essere meno ragazzo e pi— uomo e gli altri soprattutto i professori, cominciavano a trattarti senza il filtro accomodante di chi ti valuta pur sempre come un essere umano in formazione, come un uomo ®in fieriŻ. Al Liceo cominciai a capire che il mondo esterno esercita su ognuno di noi una pressione precisa, una influenza che pu• essere, a seconda dei casi, nefasta, irrilevante o feconda. Cominciai a capire o a scoprire cosa vogliono dire amicizia, lealt…, cattiveria, invidia, correttezza e scorrettezza. Che Š difficile dire no alle mode, mantenere autonomia, difendere princŤpi. Che in ogni classe, come nella vita, ci sono i leali, i vermi, i ruffiani. E che in ogni momento devi avere la forza di essere te stesso per non essere travolto dai comportamenti degli altri. Col professore di Latino e Greco, Procopio, si instaur• immediatamente un rapporto difficile. Procopio incarnava (o faceva di tutto per incarnare) la figura del professore all'antica, distaccato e severo, duro e poco incline alle ®assoluzioniŻ. Caratteristiche che dovrebbero quanto meno accoppiarsi con una dote di fondo: l'imparzialit…. Dote che Procopio, a mio parere, non aveva. Soffriva infatti oltre misura di ®simpatia ed antipatiaŻ mettendo sempre a proprio agio quelli da lui ®predilettiŻ e facendo invece di tutto per mettere a disagio quanti (e io ero tra questi) non manifestavano nei suoi confronti un ossequio smisurato, ipocrita, fatto di ammiccamenti, di attenzione smaccata per le sue lezioni, di sorrisi accattivanti. L'antipatia tra Procopio e me si svilupp• col passare dei mesi e degli anni sfociando spesso in aperti scontri ed in vivaci discussioni. Inutile dire che il pi— debole ero io e che lo ®scontroŻ si risolse con la ®vittoriaŻ di Procopio il quale, in seconda Liceo, decise di respingermi per il Latino, nonostante io avessi sostenuto un brillante esame di riparazione a settembre. Fu in quella occasione che ebbi con Procopio l'ultimo e pi— duro scontro. Nella stanza del povero preside Cancellieri, Procopio ebbe il coraggio di dirmi: ®Lei all'esame di riparazione non ha aperto boccaŻ. Non era vero e glielo gridai in faccia con tutta la rabbia dei diciassette anni, ma non ci fu nulla da fare. Aveva deciso cosŤ e la verit… contava poco. Fu proprio allora che capii definitivamente che la vita pu• essere o diventare difficile. Basta incontrare la persona sbagliata o reagire nel modo sbagliato ad una ingiustizia subita. Capii anche che, quando c'Š uno scontro, difficilmente i ®terziŻ scendono in campo accanto al pi— debole. Preferiscono pi— spesso, parteggiare per il pi— forte o per l'omologo. Dei miei professori, infatti, non ricordo benevolenza. Riolo, professore di Italiano, era spesso assente per impegni politici e, quando veniva a scuola, si limitava a qualche bella spiegazione. Tra lui e gli studenti non c'era praticamente alcun rapporto. Diverso, molto diverso, il discorso che riguarda il mio professore di filosofia, Ezio Galiano, attuale preside del mio Galluppi, veniva a scuola per insegnare davvero. E riusciva davvero a stabilire, con chi entrava in sintonia con lui, un rapporto fecondo, capace di aprire sentieri culturali inesplorati e di individuare affinit… imprevedibili. Dinanzi alla ostilit… manifesta di Procopio ed alla ®indifferenzaŻ di Riolo, cercai di instaurare, con Galiano, un rapporto positivo ed ®amichevoleŻ. Fu impossibile. Anche Galiano aveva diviso la classe in ®buoniŻ e ®cattiviŻ, in gente ®capace e studiosaŻ e gente che non aveva queste caratteristiche. Questo atteggiamento, in Galiano, non era dettato da protervia oppure da viscerali simpatie o antipatie. Non penso infatti di essergli mai stato antipatico. Solo, non facevo parte del ®giroŻ di quelli che, per definizione, erano attenti, bravi, studiosi. Quindi, ero per lui poco pi— che un numero o un nome. Ho riparlato col professore Galiano di queste cose poco tempo fa, allorquando mi ha invitato, con grande trasporto a scrivere per il ®Vecchio GalluppiŻ i miei ricordi di Liceo. Gli ho esternato la mia amarezza per un rapporto che, in quegli anni lontani, non era riuscito a nascere e a svilupparsi. Š finita tra le lacrime di entrambi. La mia carriera di ®galluppinoŻ, bruscamente interrotta da Procopio, si concluse l'anno dopo con la maturit… ottenuta proprio al ®GalluppiŻ con la stessa commissione che esaminava i miei compagni di classe e nella quale Procopio fungeva da ®commissario internoŻ. Avevo deciso di non darla vinta al mio ®avversarioŻ, di non ripetere il secondo Liceo, di prepararmi da privatista e di sfidare Procopio a viso aperto. FinŤ con un grande encomio per il mio tema da parte del Presidente di Commissione (un preside napoletano di nome Ippolito), con il pi— alto voto ottenuto da un privatista al ®GalluppiŻ (il dato Š aggiornato fino a dieci anni dopo la mia maturit…, vale a dire fino al 1980), con Procopio ®sconfittoŻ in casa e con lo ®sconfittoŻ di un anno prima diventato infine ®vincitoreŻ. Forse il preside Galiano, chiedendomi di scrivere i miei ricordi del ®GalluppiŻ si aspettava qualcosa di pi— ®scanzonatoŻ. Ma a dire il vero queste avversit…, queste ®ingiustizieŻ, sono le cose che ricordo pi— nitidamente dei miei anni ®galluppiniŻ. E devo essere grato al mio Liceo che, attraverso l'azione di qualche suo professore, mi ha cosŤ bruscamente ®iniziatoŻ alla vita dandomi la possibilit… di capire subito che la societ… pu• essere giusta o ingiusta, madre o matrigna, a seconda dei casi e delle circostanze. L'importante Š sapere comunque reagire compostamente e correttamente, dando fondo, anche dinanzi alle pi— meschine manovre, al proprio capitale di intelligenza, di capacit…, di spirito di rivalsa. Per quel che mi hai insegnato, quindi, grazie ®vecchio GalluppiŻ! /:/Antonio De Marco. nato a Ronito il 14 giugno 1952 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C (Registro generale dell'anno scolastico 1966/1967) Il "Galluppi" al bivio fra tradizione e cambiamento E il vento della contestazione studentesca spir• anche nei corridoi antichi ed austeri del vecchio Liceo ®GalluppiŻ, sul finire degli ®epiciŻ Anni Sessanta, cogliendo un po' tutti di sorpresa. Spir• sulla scia dei tumultuosi ed appassionanti avvenimenti che in quegli anni scuotevano l'Europa e l'Italia, determinando nuovi rapporti e nuovi processi sociali, ma spir• con la particolarit… e l'originale autenticit… che ha forse sempre contraddistinto la storia del vecchio Liceo e di quante generazioni in esso si sono formate. Fu difficile, all'inizio, dare il giusto senso alle iniziative studentesche che sbocciavano. Distinguere quanto di esse appartenesse alla goliardica storia dell'Istituto, in fondo da tutta la Citt… accettata con un bonario sorriso, e quanto invece appartenesse realmente ad una nuova coscienza della diversa dimensione dei processi sociali e culturali a cavallo tra gli Anni Sessanta e Settanta. E, come in tutte le realt… sociali dove gli equilibri sono consolidati e difficili da incrinare, il processo risult• lungo e complesso da interpretare. Le radici del coinvolgimento del ®GalluppiŻ nella grande stagione dell'impegno studentesco e della contestazione globale furono dunque profonde. Legate sŤ ai grandi processi sociali avviati nel Paese nel 1968, quando il Sindacato lanciava le grandi lotte di massa; ma legate soprattutto all'iniziativa degli studenti che protestavano ripetutamente per le deficienze strutturali e sanitarie del vecchio edificio di Corso Mazzini, ormai logoro, e che si impegnavano per migliorarne le condizioni. I ricordi di chi ha vissuto quella stagione contraddittoria, ma non di meno esaltante, della storia sociale e di ciascuno di noi, si fanno a questo punto un susseguirsi di fatti, di avvenimenti e di emozioni. Fu nel dicembre 1968 che la fase dell'impegno studentesco divent• tangibile e significativa, apparendo infine un fatto nuovo cosŤ diverso dalle logiche ®vacanziereŻ che caratterizzavano in precedenza gli scioperi studenteschi al ®GalluppiŻ. In quel mese si susseguirono infatti scioperi a catena, che assumevano come motivazione i problemi dell'inadeguatezza dei locali del Liceo, e che generalmente sfociavano in cortei e manifestazioni pubbliche che sceglievano il Comune di Catanzaro come meta finale di protesta. Cortei senza ancora connotazione ideologica, se Š vero che accanto agli studenti sfilavano tanti professori e - sigaro in bocca - lo stesso Preside, il compianto prof. Livio Cancellieri. L'iniziativa, che si protrasse per diversi mesi, sortŤ l'effetto di una maggiore attenzione degli amministratori locali ai problemi del glorioso ma vecchio ®GalluppiŻ, senza per• pervenire ad una soluzione radicale della questione, che fu rilanciata come occasione di ulteriore iniziativa studentesca negli anni successivi. Fu per• il ®battesimo del fuocoŻ della contestazione per gli studenti del ®GalluppiŻ. Ma in pochi c'era la consapevolezza della stagione nuova che si apriva e della nuova soggettivit… politica che andava maturando. In troppi era molto pi— forte la convinzione della continuit… storica e culturale di una tradizione e la consapevolezza di essere ancora espressione del ceto culturalmente e socialmente egemone della Citt…. Un ceto egemone di borghesia illuminata e laica che storicamente nella Citt…, negli ultimi due secoli, aveva espresso cenacoli di cultura e iniziativa politica e sociale di stampo progressista, ed in cui il vecchio ®GalluppiŻ, da Settembrini in poi, era stato crogiuolo e cerniera della ricerca intellettuale e del cambiamento, senza per questo mettere in discussione le radici di classe. Tra l'altro, ancora nel Liceo non esistevano realt… organiche di aggregazione associativa degli studenti, che potessero esprimere consenso e cultura politica. Le due uniche realt… esistenti erano la Fcderazione Giovanile Comunista, largamente minoritaria e ghettizzata, e il ®Movimento StudentiŻ, legato alla esperienza dei gruppi cattolici di ®Giovent—StudentescaŻ, il cui dissolvimento a livello nazionale avrebbe poi dato luogo a due rcalt… opposte la contestazione ecclesiale di base e ®Comunione e LiberazioneŻ. Nel ®Movimento StudentiŻ, animato dall'indimenticabile Don Giorgio Bonapace, confluivano molte delle migliori intelligenze del Liceo, ma solo negli anni successivi lo scioglimento del gruppo avrebbe prodotto tante schegge attive e l'immissione ®in piazzaŻ di soggetti impegnati in prima linea in una prospettiva di nuova qualit… dello studio e della vita. Ma l'orecchio degli studenti teso a quanto avveniva nel 1969 nelle Universit… e nelle Scuole Superiori di tutta Italia, a partire da Roma e Milano, era vigile, ed i ®mass-mediaŻ furono solerti a propagare a macchia d'olio lo spirito della contestazione studentesca. le sue immagini ed i suoi valori culturali. Un po' per maturazione reale, un po' per emulazione, un po' forse anche per goliardia, lo scenario nazionale produsse i suoi frutti anche nella Citt… dei Tre Colli. Gi… dall'inizio del 1969, infatti, il ®GalluppiŻ vide il susseguirsi di scioperi ed infuocate assemblee degli studenti, indette su diverse tematiche, non tutte in verit… equamente motivare. Uno degli episodi salienti fu subito il contenzioso aperto con il Preside, cosŤ incredulo per quanto avveniva, per l'uso dei locali della Scuola per assemblee studentesche anche fuori orario scolastico ed aperte all'esterno. La richiesta fu alfine accolta. La prima assemblea aperta si svolse nel marzo del 1969 nella vecchia Palestra dell'Istituto - sottratta per poco agli schermitori del prof. Talarico - per dibattere i temi legati alla proposta di ®legge SulloŻ sulla riforma degli esami di stato; ma fu la grande occasione per lanciare in modo ®ufficialeŻ gli slogan della pi— vasta contestazione studentesca del momento: la riforma della scuola, la partecipazione democratica degli studenti, la lotta alla selezione di classe. Dalle assemblee all'istituzione dei ®Collettivi aperti di studioŻ sulle stesse problematiche, il passo fu breve, anche se nell'Istituto questi organi non divennero mai realmente operativi. Molti studenti vennero dietro alla contestazione per pigrizia o per ignavia, molti parteciparono con entusiasmo e coinvolgimento, anche se con punte di accesa dialettica interna al Movimento degli studenti: ad ogni modo dal 1969 in poi anche il ®GalluppiŻ fu tratto dentro alle iniziative studentesche ed alla passione politica di quegli anni. Ma che qualcosa era radicalmente cambiato ci se ne accorse una grigia mattina del febbraio 1969, quando, in occasione di una manifestazione indetta per ricordare il sacrificio di Jan Palach a Praga, davanti al portone del ®GalluppiŻ volarono i primi pugni tra studenti di destra e di sinistra. Fu come una frattura dolorosa, un segno dei tempi che faceva capire che indietro non era pi— possibile tornare e che esistevano nuove logiche di rapporti sociali ormai governati dall'ideologia. Prenderne atto fu duro, per quanti erano entrati nel vecchio convento di Corso Mazzini respirando l'aria di una tradizione culturale illuminata che tendeva alla mediazione e ricomposizione di ogni contrasto, ed avevano creduto ciecamente nell'antico legame di solidariet… cameratesca che voleva i compagni di scuola in ogni modo ed al di l… di tutto fraternamente uniti. Un episodio che si ripet‚ pi— volte nei successivi anni pi— caldi, anche se il ®GalluppiŻ non raggiunse mai i livelli di scontro fisico determinatosi invece in altri Istituti in Citt…, soprattutto negli anni susseguenti, in coincidenza col trasferimento a Catanzaro del processo Valpreda. Ma scioperi, assemblee e cortei furono per• incentrati, nonostante la ventata di contestazione globale che imperversava, su fatti estremamente pragmatici e non sempre politicizzati, che riuscivano cosŤ ad aggregare ampi spaccati di studenti. Tra i temi pi— ricorrenti ricordiamo le iniziative ripetute sui problemi dell'edificio del ®GalluppiŻ e poi per la realizzazione della nuova sede del Liceo, che quegli studenti non avrebbero poi mai calpestato; le lotte per la realizzazione dell'Universit… della Calabria; le lotte contro la ®legge SulloŻ; le iniziative per il diritto allo studio. Le prime iniziative nacquero spontaneamente, poi esse furono ampiamente guidate dalla Federazione Giovanile Comunista, unica struttura politica organizzata. Ma ben presto, alla ripresa dell'anno scolastico 1969/70, si costituŤ anche nel ®GalluppiŻ il ®Movimento StudentescoŻ, struttura autonoma emula di quella di Capanna a Milano, che si riuniva periodicamente al grande Salone delle ACLI a Piazza S. Giovanni. Fu quello l'inizio di un livello pi— deciso e politicizzato d'iniziativa degli studenti, che port• in quei mesi ad un altro fatto traumatico e sconosciuto alla tradizione del Liceo, cioŠ l'occupazione del ®GalluppiŻ per quasi una settimana. Fu per• anche l'inizio della grande frantumazione delle forze della sinistra che sostenevano la contestazione studentesca, parallela al fenomeno nazionale che si creava con la scissione del ®ManifestoŻ. A Catanzaro si cre• inizialmente un organismo unitario denominato ®Collettivo Operai-StudentiŻ, con in verit… molti studenti (soprattutto del Liceo Classico) e ben pochi operai, che ben presto per• si sciolse nell'ampio ventaglio dei gruppi extra-parlamentari dell'epoca. Attivo rimase in quegli anni, soprattutto nel ®GalluppiŻ, un gruppo di giovani cattolici di base che praticavano forme allora originali di contestazione ecclesiale e di impegno nel sociale. Ma a partire dal 1970, e dalle grandi lotte per l'istituzione dell'Universit… Calabrese, la storia della contestazione studentesca nel ®GalluppiŻ divenne la storia di quella pi— generale negli istituti superiori della Citt…. Infatti, mentre ai suoi albori l'iniziativa degli studenti era nata nei Licei, in genere pi— inclini alla ricerca culturale, nei fatti l'egemonia delle lotte studentesche fu poi assunta in Citt… dagli Istituti Tecnici, maggiormente sensibili ai problemi del diritto allo studio e della selezione di classe, e favorita dalla minore femminilizzazione dell'utenza. Anzi, col tempo si finŤ col guardare con una certa diffidenza gli studenti del ®GalluppiŻ, giudicati incapaci di superare in una logica di ®classeŻ la loro provenienza dai ceti borghesi della citt…. Fu per la generazione del ®GalluppiŻ la fase pi— difficile, in cui vennero al pettine i nodi culturali e politici non affrontati nella stagione della passione e dell'entusiasmo, esorcizzati e mai risolti. E tanti si chiesero: come conciliare tradizione classica e contestazione? Come conciliare l'affermata ®egemonia operaiaŻ con il grande fascino della cultura antica studiata ogni giorno in aula? Come conciliare la solidariet… con la borghesia di appartenenza con la ®scelta di classeŻ? Tanti non seppero dare una risposta a questi interrogativi, e facile fu il riflusso dopo gli anni della tensione, o la disperazione dopo gli anni dell'impegno. Tanti invece ricercarono in una nuova egemonia ideologica e culturale la centralit… ormai perduta. Da questa consapevolezza nacque in quegli anni, parallelamente alla contestazione di contenuti e di metodi di studio allora consolidati, una nuova disponibilit… ed una forte domanda di impegno sugli studi storici e filosofici contemporanei. Nacque l'affermazione soddisfatta ed erudita della riscoperta della lettura del ®giovane MarxŻ, di Engels e di Feuerbach, ritenuti dal dibattito ideologico di quegli anni (peraltro alla portata di pochi eletti) le radici del socialismo moderno, in una scuola dove per prassi consolidata la grande filosofia studiata si fermava ad Hegel. E fu un vero e proprio laboratorio aperto di idee e di dibattito ideologico, spesso fortemente stereotipato ma non per questo meno vivo, che si realizzava dappertutto. In aula, soprattutto nelle ore di storia e filosofia; nelle riunioni politiche, dove si creava la nuova egemonia della cultura ideologica di chi ne possedeva i ®saperiŻ; nei tanti piccoli gruppi di studio spontanei a casa, dove ci si scambiava, con l'ansia dei neofiti, i classici della contestazione, dalla filosofia materialistica ai saggi di Marcuse appena importati dall'America. Fu il recupero della centralit… del ®GalluppiŻ nella contestazione studentesca di quegli anni; immagine speculare, tra l'altro, di una pi— generale egemonia nel ®MovimentoŻ di allora dei quadri pi— acculturati ed ideologizzati. Ma contemporaneamente si determin• un altro processo di centralit…, si direbbe ®fisicaŻ del Liceo Galluppi sui nuovi fatti sociali della Citt… di quegli anni, attraverso due elementi non secondari. Il primo fu costituito infatti dal ruolo svolto in quel periodo storico dalla vicina Edicola Paparazzo, che - unica in citt… - dava disponibilit… di tutta l'editoria politica e culturale d'avanguardia, e che divenne cosŤ nei fatti punto di riferimento e occasione d'incontro per tutti i giovani intellettuali impegnati. Il secondo fu costituito dal fatto che in quegli anni tutte le principali manifestazioni politiche si tenevano al Salone della Provincia o al ®RidottoŻ del Teatro Comunale, ambedue dirimpettai del Liceo vedendo cosŤ il ®GalluppiŻ quasi momento di cardine, punto usuale di appuntamento degli studenti anche di altri Istituti e dei quadri politici all'epoca protagonisti. Fu un vero e proprio rilancio della centralit… civile del ®GalluppiŻ, in un contesto urbano che l'ha sempre visto al centro della vita sociale della comunit…. Centralit… che un tempo si esprimeva nel salotto borghese di strada e nel caffŠ frequentato, e che veniva recuperata negli anni pi— difficili grazie ai processi di aggregazione spontanea delle intelligenze che in quel periodo hanno costruito un pezzo significativo della nostra storia. Tumultuosi e vivi furono quegli anni, forse troppo per non spegnersi ben presto. Non senza lasciare per•, come eredit… della grande speculazione intellettuale che si era sviluppata, profonde tracce di cambiamento della cultura e della qualit… dello studio anche nel vecchio e glorioso ®GalluppiŻ. Fu in quel clima, infatti, indipendentemente dalle possibili valutazioni politiche di quegli avvenimenti, che nei bui corridoi dell'antico Liceo e insieme nella strada (se non Š irriverente l'accostamento), si form• una generazione di intellettuali, ricca di cultura politica e di tensioni ideali, che oggi Š impegnata con funzioni di responsabilit… nella societ… calabrese, col bagaglio di quegli anni. E fu in quel clima che nacque la consapevolezza di una cultura moderna, che si confronta in modo dinamico con la tradizione classica e la attualizza. Questo davvero il grande patrimonio di un periodo di storia nostra che, nel ®GalluppiŻ degli anni nostri pi— belli e nella societ… italiana, fu momento di rottura reale col passato, e dal quale tutti uscimmo con la coscienza precisa che ®dopoŻ nulla sarebbe pi— stato lo stesso di prima. /:/Giuseppe Cognetti. nato a Catanzaro il 9 aprile 1953 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1966/1967) L'immagine novalisiana del fiore azzurro, che Heinrich von Ofterdingen sogna e rincorre senza mai cogliere, Š la pi— adatta ad esprimere lo ®spiritoŻ dei miei anni ginnasiali e liceali. E anche adesso che quel magico fiore ha appena cominciato a schiudersi, ma non ha ancora mostrato l'infinita bellezza dei suoi petali e della sua corolla, il ricordo si tramuta in desiderio di rivivere quella nostalgia insieme tenera e struggente, gentile e appassionata che fu come la cifra di quel tempo. Ma non si tratta di nostalgia per qualcosa che si sarebbe perduto, per una modalit… esistenziale privilegiata ora eclissatasi o eclissata da una sopraggiunta piatta maturit… incapace di rischiare. Non Š questo il sentimento che accompagna, mentre scrivo, i percorsi della memoria, e non Š neanche quel puro godimento interiore, tutto epicureo, tutto sentimentale, che il ricordare porta con s‚. Il fuoco acceso allora non si Š mai spento, anche se talvolta si Š ridotto a fiammella, e le fonti che alimentavano la ricerca del fiore non si sono mai inaridite. E se di desiderio di rivivere si Š parlato, Š perch‚ forse non si sono pi— ripetute quelle particolari condizioni di spirito, quelle continue eruzioni vulcaniche, quei terremoti interiori che erano il mio ®stato nascenteŻ. Non c'Š quindi soluzione di continuit… tra l'allora e l'ora e non c'Š neppure, veramente, un passato di questo presente ma un presente che si distende indietro nel tempo, senza diventare mai passato. E volti, nomi, voci, esperienze, incontri e scontri non furono e dunque propriamente non ritornano se non per esigenze di economia psicologica, ma sono: basta viaggiare un po' e guardare il paesaggio e mettere a fuoco determinate immagini e non altre di quest'immobile eterno scenario. Quel che segue vuol essere soprattutto una messa a fuoco, una selezione di scene e di significati, forse l'indicazione (il mero atto dell'indicare) di una strada di cui si conosce la direzione solo dopo che la si Š percorsa. Poi bisogner… bloccare la messa a fuoco, non semplicemente distogliendo lo sguardo, ma anzi guardando senza vedere perch‚ il dileguare dei contorni strappi le immagini alla memoria, le privi del movimento, le fissi in una presenzialit… quasi esemplare e ne ri-veli gli arcana. Animare l'immobile, reimmetterlo nella ®vitaŻ Š una delle funzioni della memoria. La messa a fuoco deve quindi tradursi non solo in un contemplare le scene come spettatore, e neppure nel semplice ri-viverle, come se fossero morto passato, ma nell'essere di nuovo, adesso attore assieme ad altri viventi attori. Si tratta di muoversi non gi… nel tempo (che cos'Š il ®tempoŻ?) ma in contrade sfuocate dello spazio della mente, per lidi poco frequentati di quel vasto oceano, gettarvi l'…ncora, scendere dalla nave, guardarsi intorno, e star bene attenti agli incontri che capita di fare. Sono da poco sbarcato, e provo a orientarmi. M'incammino, ragazzino un po' titubante e molto timido, di una timidezza cocciuta e orgogliosa, verso una piazzetta antistante una scuola dove frequenter• la quarta ginnasio. La piazzetta non Š deserta: attorno a me ci sono altri ragazzini e ragazzine che, come me, aspettano di entrare. Vedo un tipo che mi sembra simpatico, che non conosco, che mi sta accanto e indubbiamente ha i miei stessi pensieri: cerca un'intesa, una solidariet… che, appena entrati a scuola, si trasformi nel sedersi assieme nello stesso banco, nell'essere compagni di banco. Superiamo cosŤ insieme il grosso problema rappresentato dal prendere posto accanto a uno sconosciuto (o a una sconosciuta, ancora la sco-nosciuta), ci presentiamo, parliamo un po'. Nell'aula mi guardo un po' in giro, scruto, ma non a fondo, coloro che condivideranno la nuova esperienza scolastica, m'immagino somiglianze, affinit… elettive, possibili amicizie. Ma non sono in grado di guardare senza pregiudizi, ho bisogno di inquadrare, di costruire schemi mentali che giustifichino accettazioni e rifiuti. Š all'opera in me un'esasperata e acerba razionalit… che mi accompagner…, mai disgiunta dal suo contrario, per i cinque anni del ginnasio-liceo ed oltre. Fin dal primo giorno di scuola entra in azione un meccanismo psicologico e mentale che divora l'infinita complessit… e variet… del reale tutto riducendo a due astratte ipostasi, la ®ragioneŻ e il ®sentimentoŻ. Io sono, devo essere il cavaliere della ragione contro il sentimento, e questo forzato omaggio Š il filtro che inesorabilmente deforma i miei rapporti con i compagni e i professori: la parola le molte parole o il silenzio sono le uniche modalit… di comunicazione. Il resto Š un basso comunicare, Š un comunicare sentimentale oggetto di disprezzo e insieme invidiato perch‚ consente ascolti e accoglienze negati alla ragione. Su questo sfondo variamente si articola la vita scolastica, e sono al centro le innumerevoli discussioni coi compagni, e la loro frequentazione, occasione perch‚ la ragione proponga le sue vedute, e chiarisca i tanti perch‚, e detti perfino norme di comportamento. Ma, al di l… di questo filtro deformante, la vita di classe Š sentita come piacevole, coinvolgente, tutto sommato bella, perch‚ realmente accoglie le nostre esperienze e le rende patrimonio comune e cosŤ ci fa crescere. Si discute moltissimo, e gli argomenti di studio sono altrettante occasioni di confronto e di scontro tra idee, modi d'essere, caratteri, comportamenti (sono particolarmente interessati e divertenti i miei incontri e scontri con Enrico Seta, e proposito di marxismo, anima e Dio, provvisoriamente sfociati nella prima solenne sbornia della nostra vita, a casa di una nostra compagna, durante una di quelle ®festeŻ disciplinate e controllate che alimentano e consolidano appartenenze e relazioni sociali). Si impara la comunicazione disinteressata, dove le parole non sono messaggi cifrati da decodificare, dove chi parla non insegue un proprio disegno di dominio, dove parlare ed essere sono quasi sinonimi. La comunicazione disinteressata, la sincerit… esistenziale non sono ®superabiliŻ, non sono fasi transitorie infantili e velleitarie, ma valori fondanti, strutture relazionali capaci da sole di trasformare i rapporti tra gli uomini. In questo clima di sincerit… esistenziale, sia pur filtrato, per me, da una ragione che si crede onnipotente e che Š solo l'incapacit… di percepire e vivere le varie dimensioni dell'esperienza, i vari livelli della realt…, prende forma ®filosoficaŻ la ricerca del fiore azzurro, della ®verit…Ż delle cose, e ogni rapporto con professori e compagni Š immancabilmente segnato da questo pensiero esclusivo e come forzatamente incanalato in una certa direzione, anche se poi genera effetti incontrollabili e produce scissioni e contraddizioni. La professoressa Critelli, la cui presenza ci accompagna per i due anni ginnasiali, Š la professoressa delle certezze, oggettive, positive certezze, o meglio di un'unica certezza che si frantuma in mille certezze letterarie, storiche, geografiche, linguistiche; ed Š anche la professoressa della disciplina e del dialogo. I componenti di questa trinit… si richiamano e si implicano vicendevolmente: dalla certezza scende la disciplina, perch‚ la certezza si concretizza in comportamento soggetto a determinare regole di ordine, e a sua volta la disciplina forza la certezza a mostrarsi, la attrae per cosŤ dire; il dialogo d'altra parte ha senso solo se costruttivo, cioŠ se in ultima analisi costruisce la certezza nel democratico confronto delle opinioni e ne fa emergere l'aspetto di valore e indica un gruppo di valori che a loro volta sostanziano il dialogo e i rapporti interpersonali. Il mio ®pessimismoŻ razionale urta contro questa struttura: sono frequenti le polemiche, benevole, a proposito di ci• che scrivo nei temi o delle opinioni che mi capita di esprimere. Quell'impianto educativo per• mi condiziona positivamente sul piano esistenziale, sul piano della sicurezza di s‚ e della piena assunzione delle proprie responsabilit…. Š antica verit… esoterica che la disciplina formale, svuotando l'io, costringa il s‚ ad emergere: gli interminabili riassunti scritti dei canti dell'Eneide e dei capitoli dei Promessi Sposi, la fatica quotidiana delle traduzioni dal greco e dal latino, l'improba memorizzazione di vocaboli e regole grammaticali (cose che per la verit… io esaspero col mio perfezionismo), sganciate da ogni finalit… immediata, creano in me un habitus esistenziale che consente una controllata canalizzazione della propria energia interiore con un minimo di dispersione e di spreco. Ora si tratta di elaborare i ®compitiŻ scolastici magari fino alle ore piccole; quella stessa energia serve per essere pazienti con i figli ancora bambini, o per percorrere ostinatamente tutte le tappe della realizzazione di un obiettivo assunto come prioritario. In questo senso l'antitesi scuola-vita mostra tutta la sua astrattezza (non accenno qui ad altri sensi per cui l'antitesi Š invece concreta): quando, un po' per scherzo un po' sul serio, in un gioco didattico, rivolgo a una compagna ®bravaŻ una impossibile domanda di storia, relativa alla politica estera dei faraoni (sic!) del Medio Impero, non Š solo esibizionismo, e non c'Š un mero interesse scolastico; c'Š il gusto di esplorare aspetti poco noti di un argomento di studio, e c'Š l'idea che si pu• sempre andare pi— in l…, che arrestarsi all'acquisito e trasformarlo in insormontabile pesante datit… Š morire, nella scuola, nella cultura, nella vita. Un altro tratto di mare mentale e poi l'approdo ad un altro lido. Lo scenario non Š molto cambiato rispetto al precedente, ma gli incontri si fanno pi— vari e pi— ricchi. Gli echi del '68, il bisogno dello sciopero e della protesta, l'individuazione dell'assemblea come strumento privilegiato di confronto e di scontro, entrano prepotentemente nelle aule scolastiche e si coniugano quasi naturalmente con bisogni psicologici soggettivi offrendo loro uno specifico linguaggio, particolari modalit… di espressione e di soddisfazione. Il desiderio di una identit… meno generica, la naturale contrapposizione alle figure dei genitori, dei professori, a chi in ogni caso detiene il potere del controllo, il gusto della discussione interminabile, la volont… di sentirsi parte attiva di una grande processo di trasformazione rivoluzionaria della societ…, l'ideale fedelt… al dover essere, tentano un primo approccio al reale attraverso la tensione di una militanza, l'individuazione di strumenti politico-partitici e comunque istituzionali, di parole d'ordine programmatiche, o s'incamminano per sentieri che, d'un tratto interrompendosi, rendono definitiva quella enorme sproporzione tra linguaggio e realt… che del '68 Š struttura costitutiva. Tutto questo introduce nuovi elementi negli incontri con i nostri nuovi professori e nei rapporti con i compagni, con quelli impegnati e sensibili e con gli indifferenti, vuoti e superficiali. E colorisce di concretezza le discussioni e i dibattiti, e ideologizza spesso gli scontri e i confronti. La fisionomia di ciascun professore si definisce senz'altro in relazione alla specificit… del suo modo di 'rispondere' alle nostre 'domande' attraverso la sua competenza disciplinare ma anche attraverso la sua particolare umanit… e il suo costituire un punto di riferimento comportamentale. C'Š per• un minimo comune denominatore: tutti hanno la rara capacit… di farci gustare lo studio, la ricerca, il lavoro culturale, di comunicarci il senso di un loro valore intrinseco, di una loro non condizionatezza, nonostante l'atmosfera complessiva di questi anni conduca a una ipercritica radicale, ad una abnorme dilatazione del concetto di ideologia, ad una istanza di decondizionamento e di liberazione che, operando a livello sovrastrutturale, molto raramente incide sulla ®strutturaŻ antropologica. Il professore Procopio, la cui fama ci Š gi… giunta al ginnasio, Š il professore dell'®amoreŻ per le lingue e le letterature classiche. Il rapporto col latino e col greco e, perch‚ no, col sanscrito o con l'antico ricostruibile ipotetico indoeuropeo non dev'essere tanto un rapporto di mente quanto un rapporto di cuore: la linguistica comparata, lo scandaglio etimologico, i morfemi, i fonemi e le loro trasformazioni storiche non devono essere oggetto di interesse culturale o, al limite, erudito, bensŤ oggetto di passione. Anzi l'erudizione in quanto possesso di un immenso patrimonio di nozioni Š direttamente proporzionale all'intensit… del sentimento con cui si accosta quel mondo apparentemente morto per scoprirne l'intima vitalit… e attualit…. Perch‚ dietro la lingua latina e la lingua greca ci sono opere e autori, uomini concreti alle prese con problemi concreti, politici, sociali, ideali, c'Š tutto un universo di significati di cui non Š proprio possibile una integrale storicizzazione che sacrifichi alle ragioni storiche le ragioni eterne, comuni, naturali. Ci sono Omero, Saffo e Pindaro, Orazio e Virgilio, ma anche Tucidide e Socrate, Cicerone, Cesare e Quintiliano, e tutta una ricca e varia umanit… che in loro prende forma e parla. E veramente ci sono distanze siderali tra l'oggi e il ieri? Veramente dobbiamo credere che la storia si riduca a tempo esclusivo, e non sia anche, feuerbachianamente, spazio tollerante, lo spazio della coesistenza e della solidariet…, del riconoscimento e del dialogo? Ci sono veramente rivoluzioni categoriali e brusche soluzioni di continuit… tra l'®anticoŻ, il ®modernoŻ, questo cosŤ martoriato moderno, e il ®post-modernoŻ? Anch'io mi lascio prendere da questa passione: acquisisco una certa padronanza delle due lingue nella traduzione, mi occupo con un gusto particolare di questioni filologiche che ancora oggi entrano nei miei otia, imparo ad amare i classici. Accade un giorno che una mia compagna, mostrando una particolare vocazione alla recitazione, legga Saffo, e la legga con tale partecipazione e coinvolgimento esistenziale da far commuovere il professore Procopio fino alle lacrime. Non Š solo la melodia dei versi, ma la loro verit… che induce a quel particolare immediato riconoscimento della propria condizione umana che Š subito pianto, un pianto puro, senza tristezza e senza gioia. Il professore Riolo Š invece il professore della sintesi rapida e concettosa, della contestualizzazione sociale del fenomeno letterario, della critica finemente scetticheggiante a pregiudizi e luoghi comuni, della benevola ironia con approccio privilegiato agli studenti. Debbo alla strategia educativa del professore Riolo un'attitudine razionalistica di fondo che si coniuga paradossalmente con una mistica meraviglia dell'esistente, impedendole di sconfinare in una incomprensibile rinuncia alla ®ragioneŻ o di cedere agli allettamenti della ®ontologia deboleŻ. La sintesi significa la capacit… di vedere l'essenziale e di sapersi orientare nell'immenso oceano dell'inutile (e quanti libri e studi e saggi oggi sono completamente inutili!); la contestualizzazione degli autori e delle opere della letteratura d…, a me e ai miei compagni, il senso di una totalit… i cui elementi si richiamano vicendevolmente senza dar luogo a una dipendenza meccanica di una pretesa ®sovrastrutturaŻ letteraria da una ®strutturaŻ economica presupposta, sia pure in ®ultima istanzaŻ (e non si capisce cosa ci• possa voler dire), come determinante. La critica Š, nell'atto in cui si esplica, distanza da ogni credenza assunta dogmaticamente (si tratti di schemi mentali, di visioni del mondo, di modi di essere, di abitudini alimentari), Š intelligenza, dinamismo, Š l'antidoto pi— efficace di qualsiasi arteriosclerosi. Le certezze di ginnasiale memoria sembrano dileguarsi nel fuoco della critica e della dissolvente ironia che ne rappresenta un ®ingredienteŻ particolarmente gustoso: in realt… quel che vien distrutto Š l'immota certezza senz'anima, la certezza pesante, inerte, data, non il bisogno esistenziale di un fondamento, Š la falsa ricerca che sa gi… che cosa deve trovare, e va superba di questa umana, troppo umana ricchezza, non l'andare errando verso la terra promessa, quel peregrinare durante il quale l'anima lascia via via sulla strada il greve fardello delle sue cianfrusaglie e, arida e vuota, attinge la totale trasparenza e povert… del senso. Il professore Morello, che insegna al Liceo "Galluppi" gi… da decine d'anni, che Š diventato in qualche modo una veneranda istituzione, Š il professore della chiarezza, dell'esprit geometrique, della coerenza logica, cui unisce una grande umanit… e generosa disponibilit…, pur nell'adesione a un classico canone di giudizio scolastico, quello che distingue gli studenti in meritevoli e non meritevoli, predestinati allo studio e alla ricerca e buoni solo (eventualmente) a zappare la terra. Ce l'ha a morte con l'ottusit…, con l'incapacit… di afferrare rapidamente un concetto, lo svolgimento logico di una dimostrazione, l'immediata evidenza di un'intuizione; ma poi quest'apparente durezza si scioglie nei momenti decisivi, quando l'affetto, una sorta di paterna benevola comprensione, la fiducia, hanno la meglio su una fredda oggettiva valutazione di meriti e demeriti. La scienza docimologica (o pseudo-scienza, non lo so) e lontanissima dalla pratica didattica del professore Morello, come le Š estranea una concezione troppo verbosamente seria dell'attivit… scolastica. La realt… Š cosŤ ricca e varia! Verso la fine del terzo anno, forse in maggio, nelle immediate vicinanze dell'esame di maturit…, facciamo una gita a Soverato, con i nostri professori al completo. Io ed Egidio Sestito, per distinguerci, raggiungiamo il posto con due biciclette alquanto inadatte all'uopo (al ritorno, nonostante le insistenze di Morello che ha premura per la nostra salute, decidiamo di pedalare ancora, ma a stento arriviamo a Catanzaro Lido, dove, stremati, ci raccolgono due agili vespe di sghignazzanti compagni). Mangiamo tutti insieme in casa di una nostra compagna di classe: il professore Morello ha lavorato l'intera notte in cucina per preparare un'enorme quantit… di squisito morsello, che Š il piatto ®forteŻ, in tutti i sensi, del pranzo; mi piace ricordarlo, ora che non e pi— , nell'atto di scodellare, lui personalmente, in ciascun piatto, accompagnato da divertiti commenti, e contento, fanciullescamente contento, il suo gastronomico capolavoro, una delle sue pi— riuscite dimostrazioni. Poi c'e l'insuperabile Don Giorgio, che dovrebbe insegnare ®religioneŻ (che significa una simile cosa?), ma in realt… Š una presenza che ascolta senza giudicare, che sorride dei nostri religiosi scrupoli, che c'invita a un Dio affabile, ironico, quasi ammiccante talvolta, nemico giurato dell'angoscioso senso della colpa e del peccato, eppure povero e penitente nel suo figlio Ges—. Don Giorgio non guarda a una fede secolarizzata, a un Dio mondanizzato e arrendevole alle umane pretese, ma a una fede meno psicologica e pi— spirituale, a una fede disadorna e a un Dio che all'uomo chiede una testimonianza essenziale, una responsabile fedelta a una chiamata. Non Š senza l'influenza di Don Giorgio che io vado scoprendo nel Vangelo non tanto un'etica comportamentale o un insieme di valori, ma la suprema libert… del distacco dalle cose, la chiave iniziatica per distruggere la radice degli attaccamenti, l'ignoranza, l'aggrovigliato intrico delle false identificazioni che nascondono all'uomo il suo s‚ profondo. Il fiore azzurro dev'esser colto prima d'esser cercato (®A chi ha sar… dato, a chi non ha sar… tolto anche quello che haŻ): l'intuizione confusa di quest'essere senza essenza mi porta a lavorare prima in parrocchia, con Don Giorgio, poi con i Focolarini, che lascer• perch‚ aderisco al dissenso cattolico di base, in realt… perch‚ quel che mi appare come insensibilit… dei Focolarini a una corretta impostazione dei problemi sociali, dei poveri e degli emarginati, non Š altro che l'eterna ®sufficienzaŻ dell'uomo ®religiosoŻ (veramente religioso?) dinanzi all'uomo puro e semplice. Nonostante questi pensieri profondi, una sera, in parrocchia, dopo un festoso intrattenimento, assieme a due amici ingurgito una grossa quantit… di diversi tipi di liquori, fino a ridurmi in stato semi-comatoso dopo ore di schiamazzi, di discorsi filosofici, di improvvise depressioni; la mattina dopo, ancora brillo, svolgo un tema in classe che non mi va poi tanto male. Ma il professore che fin dall'inizio acquista per me una particolare ®densit…Ż simbolica e quindi un'autorevolezza anche umanamente e concretamente dotata di una sua cifra peculiare Š il professore Galiano. Perch‚ la ricerca del fiore, fin dal terzo anno della scuola media, si Š alimentata di Parmenide e di Platone, di Agostino e di Cartesio, di Kant e di Kierkegaard, e l'attesa che finalmente quella passione che ho nel cuore venga, per cosŤ dire, parlata da un altro, nell'aula scolastica, e possibilmente comunicata a qualcuno dei compagni, Š diventata spasmodica. Sicch‚ il mio primo incontro col professore Galiano si carica di significati e di sensi, di sentimento e di immaginazione, di cose indefinibili che ®segnerannoŻ l'intero nostro rapporto. Egli Š il professore del dramma educativo, e di come qualcosa che si chiama filosofia possa far parte di quel dramma, che coinvolge persone, problemi, affetti, debolezze, emozioni, e talvolta Š duro, talvolta dolce e tenero, ma sempre faticoso e impegnativo. L'esito di un rapporto educativo, per le strutture profonde che va perennemente chiarendo, per la richiesta in esso intrinseca di continuamente trascendere ogni datit…, di non fermarsi a pretesi presupporti ®naturaliŻ, di trasformare l'inerte e il sonnecchiante in desto e creativo, Š sempre problematico, e non raramente aperto al rischio del fallimento. Il dialogo esige nell'educatore un'energia sempre rinnovabile, e nell'educando una controllata docilit…, una autonomia umile e un profondo interesse esistenziale. Possono tutti educare? E possono veramente tutti essere educati? O non piuttosto bisogna lasciare che i morti seppelliscano i loro morti e, pensare, con Eraclito, solo a coloro che sono svegli e sanno riconoscere il l˘gos? O forse Š pi— opportuno usare due pesi e due misure? Il problema si complica con la filosofia: far filosofia Š in qualche modo elevare alla chiarezza del concetto, della categoria, tutto quel che si Š espresso in forma non concettuale, ed Š nel contempo esigenza di fondamento, di ragioni ultime, sia pur non metafisiche. E che ne Š dell'educazione filosofica per chi Š, filosoficamente, e sono la maggior parte, ®absolut unmusikalischŻ? Si rischia di sciorinare una inutile filastrocca, non solo e non tanto di dottrine e di sistemi da prendere e buttar via, ma di problemi, il che Š pi— grave. E allora tanto vale tessere dei rapporti privilegiati, o quanto meno individuare i pochi validi interlocutori, e limitarsi con gli altri a benevoli tentativi. Ed Š quel che avviene dovunque. Debbo al professore Galiano il senso acuto di questi problemi, e la stringatezza e il rigore dell'argomentazione, la lucidit… della parola che forse s'illude di poter ridurre il mondo a linguaggio, ma che non ha altri mezzi per sottometterlo a una misura razionale. Grazie anche alle sue suggestioni formiamo, assieme ad altri, un ®gruppoŻ, che nasce con l'esplicito intento di contribuire a una migliore conoscenza della questione meridionale (sono gli anni del ®boia chi mollaŻ) senza obbedire a logiche partitiche, che si dedica per un certo tempo a raccogliere interviste che debbono documentare il complessivo livello di coscienza di persone delle pi— varie appartenenze sociali, ma che poi diventa luogo privilegiato di confronto, ricerca comune, analisi psicologica, addirittura ®psicoterapiaŻ. Ci diverte chiamarci ®mini-socratiniŻ, perch‚ saremmo animati dalla stessa esigenza di critica consapevolezza nella conoscenza di noi stessi e degli altri che fu propria di Socrate; in questa impresa comune nascono affinit… elettive e vicende sentimentali, e amicizie scambiate per amori e amori non corrisposti perch‚ neppure intravisti. Mi piace ricordare Franco Benincasa, col quale ho un rapporto d'amicizia tormentato e spesso troppo cerebrale, un po' folle forse, e Silvana Marani, con la sua indispettita e fresca difesa del sentimento e dell'innamoramento, di contro al mio intellettuale vaneggiare. E in questo contesto, dulcis in fundo, Maria Ester, mia moglie, ma per il momento solo privilegiata interlocutrice in interminabili dialoghi. E poi tanti altri, e ci ritroviamo tutti, prima degli esami, a ripetere i programmi perfino di domenica, soprattutto col professore Galiano, che non si tira indietro nello sprint finale, e ci dirigiamo di corsa verso la fine di un mondo. In quel mondo ci sono anche la professoressa Zinzi, per la quale l'arte e la sua storia sono faccende di cuore, sono interessi totalizzanti, e la professoressa Zavaglia, che sa infondere la sua umanit…, schietta e spesso urtante perch‚ troppo vera (e la verit… nonostante il luogo comune fa male), nelle lezioni di chimica e di scienze naturali, e poi i bidelli, il preside, i banchi, le aule non propriamente luminose, gli scuri corridoi, tutto... ma ecco che gli occhi si incrociano non riescono pi— a mettere a fuoco, e le immagini diventano macchie dai colori indefiniti e tutt'a un tratto si immobilizzano e si ode una musica silenziosa che ha il potere di annullare il tempo, e quel che fu, sradicato dal divenire, Š un kt‚ma eis aeˇ. /:/Antonio G. Cannistr…. nato a Catanzaro il 3 ottobre 1958 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1972/1973) CARMELITANI SCALZI PISA Gentilissimo signor Preside, ho tardato a rispondere alla Sua cortese richiesta, di cui comunque La ringrazio, perch‚ essa mi pone problemi non solubili. Il mio presente Š piuttosto particolare, diverso certamente da quello di altri professionisti a cui Ella avr… rivolto il medesimo invito, e non riesco a valutarne il paradigma. Ma, al di l… di questa ovvia premessa, la rievocazione degli anni liceali presenta per me difficolt… intrinseche. Ci• che qualche spiritoso giornalista volle definire ®riflussoŻ fu da me vissuto, negli anni del liceo, come horror vacui, cui cercai di porre rimedio con quelle frettolose sovralimentazioni da autodidatta, che riempiono senza nutrire. Il troppo si rivela a distanza troppo poco per poterne fare oggetto di narrazione. Vorr… pertanto scusarmi se Le confesso la mia incapacit… di contribuire positivamente alla storiografia del Liceo Galluppi. Mi consola, per•, il pensiero che, se in ogni sistema coerente Š necessaria qualche ridondanza o qualche casella vuota, pu• anche darsi Le risulti utile la grigia case vide che Le fornisce un ex-alŤievo ex-secolare. /:/Filippo De Stefani. nato a Catanzaro il 22 aprile 1960 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale Sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1974/1975) Accetto con piacere l'invito rivoltomi dal preside Galiano di voler rivivere in queste poche pagine i miei anni trascorsi sui banchi di scuola del liceo ®GalluppiŻ, anni che sono legati ai ricordi della mia adolescenza, del formarsi della mia personalit…, delle prime esperienze di vita fatte proprio in quelle aule di cui mi si chiede oggi di narrare la storia di cui fui attore e spettatore. Iniziai a frequentare il Liceo nel 1974: erano i giorni in cui la scuola si trasferiva nella nuova sede e per il primo periodo, in attesa di definitiva sistemazione, alla IV B era stata destinata un'aula nell'edificio di Montecorvino; di quell'aula ricordo le file di banchi disordinati, il balcone stretto dalla vernice scrostata. In quell'aula conobbi i miei compagni di classe, ragazzi per lo pi— sconosciuti, con i quali avrei diviso tanto tempo in futuro: non riesco a ricordare ora i loro volti perch‚ di essi ho un immagine pi— recente, ma ricordo la sensazione di imbarazzo che si provava in quei primi giorni di scuola nel rivolgersi ai professori, i nostri primi colloqui, il nascere delle prime simpatie. Poi, proprio in quei giorni, il primo sciopero: si voleva affrettare il trasferimento nei nuovi locali, si manifestava per i disagi della sede staccata di Montecorvino. Ricordo il piccolo spiazzo antistante la scuola gremito di ragazzi, le discussioni per decidere il da farsi, l'arrivo di nostri colleghi pi— grandi con volantini che decisero le sorti dello sciopero: per quel giorno ci astenemmo dalle lezioni e ci riversammo per le vie della citt…. Fu solo dopo qualche mese che prendemmo possesso dei nuovi locali: alla IV B venne assegnata un'aula luminosa, molto grande: i banchi occupavano solo met… del locale ed alle nostre spalle rimaneva libero un ampio spazio ove solitamente formavamo dei capannelli durante l'intervallo. L'edificio che ospita il liceo ®GalluppiŻ Š molto bello ma quando ci trasferimmo era completamente privo di quei servizi che sono necessari in una scuola: non ricordo di aver mai visto una biblioteca nel Liceo e ritengo questa mancanza gravissima in una scuola dove si dovrebbe incoraggiare al massimo il contatto con i libri; la palestra piaga endemica in molte scuole, cosa inammissibile in un edificio di nuova costruzione, era priva di qualsiasi attrezzatura: le nostre ore di educazione fisica si svolgevano in classe nella maggior parte dei casi, a volte uscivamo fuori per fare una passeggiata nei dintorni. Le nostre ore scolastiche si svolgevano quindi quasi totalmente nelle aule: i laboratori che pure costituiscono un sussidio didattico molto valido in alcune discipline, erano un qualcosa di cui noi non sospettavamo neppure l'esistenza e non sapevamo raffigurarcene la funzione. A quell'aula sono quindi legati i miei ricordi pi— cari; in essa trascorsi quasi due anni, saldai le amicizie con i miei compagni, imparai a vivere da liceale: una vita diversa sia da quella che avevo vissuto fino a quel momento, perch‚ pi— responsabile, che da quella che mi attendeva una volta abbandonati i banchi di scuola. Durante gli anni del Liceo presi contatto con molti problemi che mi si sarebbero poi presentati pi— tardi nella mia vita di studente universitario: penso che il merito del liceo sia quello di avermi prospettato quei problemi, senza per• l'urgenza di risolverli, caratteristica dei periodi di vita successivi. In definitiva, gli anni trascorsi sui banchi del Liceo, nell'ottica in cui li vedo ora, sono stati una preparazione inconscia alla mia vita futura; ci• che Š pi— prezioso in tale preparazione, e sar… poi irripetibile, Š che essa Š guidata da persone che hanno scelto nella maggior parte dei casi in perfetta responsabilit…, di assumersi tale incarico. Ritengo a questo punto doveroso parlare, sia pur brevemente, di quelle persone che guidarono me ed i miei compagni nelle varie tappe della nostra vita liceale: i nostri professori. Se infatti gli studenti scrivono la storia di una scuola, i professori la costruiscono, danno forma e significato alla parola, in breve sono l'istituzione fatta persona. Ricordo tutti i miei insegnanti con affetto e non sia torto ad alcuno di essi se il suo nome non compare in queste righe: sono solo pochi ricordi di uno dei tanti studenti del liceo ®GalluppiŻ. Nei primi due anni la persona con cui avevamo pi— frequenti contatti era l'insegnante di lettere: la professoressa Guzzi. Ella ci guid• fino al Liceo con affetto quasi materno, ci insegn• le regole di una lingua bella e ricca di poesia quale il greco, che rimpiango di aver abbandonato nei miei studi successivi, ci fece conoscere meglio noi stessi: ricordo che una volta ebbe a dire di me che i miei temi di italiano non erano molto brillanti perch‚ la mia mentalit… mi indirizzava alle scienze esatte e che al contrario le mie versioni di greco e di latino risultavano ben fatte perch‚ applicazioni di regole precise: non so quanto questo giudizio abbia influito sulle mie scelte, ma il fatto stesso che lo ricordi nitidamente indica quanto esso fosse corrispondente a verit…. L'insegnante che rappresent• la continuit… nei nostri anni di Liceo fu il professore Sacco, docente di matematica: impar• a conoscerci cosŤ bene che, ricordo, entrando in classe e leggendo i nostri volti, riusciva a determinare chi avesse svolto i compiti o meno, chi fosse preparato e chi no: era una cosa che mi stupiva moltissimo ma di cui, a poco a poco compresi il meccanismo ed i sottili risvolti psicologici, interessanti se si vuole, ma certamente poco divertenti per lo studente scoperto in fallo. Tra i miei professori di Liceo amo ricordare la professoressa Critelli che ci fece apprezzare opere immortali della letteratura latina e greca, ed il professore Voci, uomo di estrema sensibilit…: mi risuona ancora nelle orecchie la sua voce accesa mentre, passeggiando fra i banchi, declamava le terzine dell'inferno: ricordo nitidamente la lettura del canto dell'amore immortale di Paolo e Francesca e di quello terribile per le passioni che vi si agitano, che condanna il conte Ugolino ad un raccapricciante pasto. Quegli anni di Liceo hanno lasciato in me un'impronta notevolissima, hanno contribuito in maniera determinante alla mia formazione e non dimenticher• mai le lezioni ricevute nelle aule del Liceo. ®Un essere umano porta con s‚ tutto ci• che ha toccato... Un uomo racchiude in s‚ tutto quello che ha sperimentato e continua a sperimentare, ed in questo consiste il suo valoreŻ, afferma Elias Canetti in un suo recente libro. Malgrado la mia professione di ingegnere elettronico mi costringa a diversi interessi culturali, gli anni del Liceo hanno lasciato in me un gusto particolare per le opere belle ed immortali ed ogni volta che, nei miei momenti liberi, riesco ad accostarmi ad esse, provo un gran piacere e sono grato a quelle persone ed a quella scuola che mi hanno permesso di riconoscere ed apprezzare le pi— alte produzioni dell'ingegno umano. /:/Fausto Galiano. nato a Catanzaro il 18 dicembre 1960 iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale Sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1974/1975) E risorse, pi— grande, in una nuova era Non porto pi— in tasca i ricordi della vita liceale. E non so dire se questo oblŤo sia piovuto gi—automatico o per scelta. Ma tant'Š. Anche se avverto, in qualche nascosto anfratto delle mie circonvoluzioni, la lor matassa policroma, polifonica ed ingarbugliata, giacere al di sotto di un nebbioso velo: non direttamente fruibile dalla mia mente conscia. Per certo riconosco, d'altra parte, come tali ricordi dian struttura, e substrato primo, al cumulo delle mie esperienze maturate, attraverso cui decodificare la ricca realt… che ci circonda. ®Usa la mente tenendola vuotaŻ, slogan sincretico, evinto da una millenaria massima orientale, vergato sugli immacolati e freschi muri del ®nuovoŻ Galluppi in spray brillante e verde, dalle mani di Ciccio, compagno di scuola di quei tempi. Mani che sono gi… polvere da anni, perdute per strada nell'impeto dell'inarrestabile treno della vita, immolata, come famelico tributo, ad una piaga nota con la famigerata sigla americana il cui nome oggi scuote, nel profondo, il mondo intero. Concetto analogo a quello millenario, avrei conosciuto in un diametralmente opposto mondo, abitato da bytes e files: che intimo contatto fra l'abissalmente antico e l'ipernuovo! A significare che le fondamentali intuizioni concettuali permangono, e si tendono ad arco, in un ponte ardito sulla storia, ritornando adesso, quando metallo ed energia sono entrambi piegati dall'uomo, a simulare l'intelligenza stessa della carne: la pi— mirabil macchina del cosmo. O forse i ricordi sono tanti. E attendono chiacchierellando fra loro allegramente il proprio momento magico di stura: il giorno in cui le cure al quotidiano avran sfumato la sapidit… dentro il banale, e giunger… per la mia mente il tempo di rivolgersi ad essi, speranzosa, ricercando a ritroso, nei suoi meandri stessi, la Madre Terra delle sue radici prime. Ho vissuto la transizione, la dicotomia nella continuit…: il passaggio. Solo per una mattinata fui alunno nelle aule del vecchio ®GalluppiŻ. Era il primo giorno di scuola del mio quarto ginnasio: una premi‚re assoluta! In una grigia aula, stipati su seggiole gi… smangiate, la voce chioccia della Guzzi, la pi— minuta fra le professoresse, ci spiegava che fin dal giorno successivo ci saremmo rivisti nelle aule di una delle sedi staccate: Montecorvino. Ma ero contento di andarmene. Nella certezza assoluta di quattordicenne, quell'aula era da definirsi, di sicuro, ®inadeguata e fatiscente: emblema di una pessima gestione politica della edilizia scolasticaŻ. Ma forse anche ora direi lo stesso. Conoscevo bene il Galluppi ®vecchioŻ: vi avevo frequentato le scuole elementari. Mi era familiare la palestra, dove avevo appreso a tirar di scherma, istruito dal professore Talarico, col fioretto guizzante in pugno e la ingombrante maschera di rete di metallo sulla faccia. Continuano a scuotermi, anche nel ricordo, il refettorio e le sue grandi cucine, pronte a sfornare, per gli amichetti convittori, pasti ben caldi che sempre mi apparivan freddi, lontano dagli affetti di una casa. Ben conoscevo la prepotente luce che inondava le aule del ®Galluppi di sopraŻ, quelle dei bimbi, con l'orologio antico e buffo che scandiva il tempo della crescita, sempre velocissimo a passare. Ma avevo solo nebulosa e vaga l'immagine dei bui corridori ®di sottoŻ, del mistero, del Galluppi dei ®grandiŻ ove, fra imponenti lapidi in memoria e soffocate risatine, si aggiravano burberi ed enormi professori, aitanti e forzuti giovinotti e divinamente graziose signorine. Ma quel che mi ritrovai di fronte nel secondo giorno di lezione fu di gran lunga diverso e ben peggiore della pur scalcagnata ®sede centraleŻ. Attraversammo la citt… in gruppi di tre o quattro, diretti a scuola, in fila indiana, ®muro muroŻ, percorrendo i ®vichiŻ, attenti a dove porre i piedi e a non finire sotto alle auto in movimento. Oppure eseguivamo abili gimcane fra le automobili incastrate tutt'assieme, le orecchie piene dei clacson inferociti. Il vetusto palazzo dei Conti Pecorini avrebbe avuto bisogno di ben altra pace di quella che noi, torma implacabile, gli concedevamo, e soltanto dopo orrende sevizie. La onnipresente professoressa Guzzi, instancabilmente, si affannava a redarguirci, non appena anche solo provavamo, durante il quarto d'ora della ricreazione a metter piede sullo striminzito balconcino, posto appena sopra la chiave di volta del portale. Ed in effetti la ringhiera corrosa e arrugginita mai avrebbe retto ad un ®simpaticoŻ spintone. E noi ce ne davamo a iosa! I cavalli che il conte albergava nella stalla appena al di sotto delle aule, non c'erano pi— , purtroppo, cosŤ non potevamo accampare il pretesto dell'olezzo di sterco per ®scioperareŻ, come aveva fatto, solo qualche anno prima mia sorella e la sua cricca. Per gli equini, di nobile schiatta e nobile padrone, vi era stato il trasferimento in pi— salubri luoghi. E per noi puledrini, forse meno biasonati ma pi— umani? Apprezzo sinceramente quella vaga aura di storia e di mistero che aleggia impalpabile sugli splendidi scorci medioevali delle citt… italiane, ricchi di vita vissuta e tradizione, ma preferisco lo stile moderno, anonimo ed efficiente se la manutenzione si Š arrestata al Settecento! CosŤ battagliammo. Il nuovo edificio era per la gran parte ormai ultimato ma l'ottusit… della burocrazia locale pretendeva che noi si restasse per chiss… quanto ancora a pagare ®le colpe dei padriŻ che avevano profuso un impegno esagerato nel produrre il boom demografico degli anni '60. A soli tre mesi dall'inizio delle lezioni, noi, i pi— piccoli, sfoderando la scintillante spada della rivolta che era in quegli anni sempre pronta, snudata e bellicosa al sole, sfondammo porte e finestre ancor vergini ed occupammo la nuova struttura, bivaccandoci dentro come una trib—selvaggia, inalberando slogan e chitarre, striscioni di protesta ed emozioni. Il Liceo Classico ha avuto sempre un posto di preminenza, non solo culturale ma anche architettonica, nella nostra citt…. Come ebbi modo pi— tardi di sapere, un importante concorso di idee progettuali, le cui stesure originali son tuttora conservate in Parigi, fu tenuto all'epoca della costruzione del primo edificio. Il risultato fu il palazzo di rigoroso stile classico che tutti conosciamo, in posizione nevralgica nella citt… di allora, su Corso Mazzini, di fronte al demolito Teatro Comunale, accanto all'imponente Prefettura, quasi a simboleggiare la centralit… del sapere e della cultura. Per certo notevole fu l'impegno, di ingegno e di denaro, profuso allora nel costruire il Galluppi ®vecchioŻ, e fu nel segno della riaffermazione della importanza di questa scuola, che si procedette ad edificare la struttura nuova. Per certo il ®nuovo GalluppiŻ risulta una delle maggiori opere realizzate dalla amministrazione pubblica locale. E noi, per primi ne godemmo appieno: spazio, aria, luce... una pacchia! Ci rincorrevamo nei larghi corridoi; esploravamo in gruppetti, a mo' di scout, i pi— reconditi recessi per la gran parte ancora in costruzione; affibbiavamo nomi ai pi— temerari fra i bastardi della muta di cani che gironzolavano nel cantiere, pronti a raccogliere le briciole di mortadella degli operai che lavoravano ancora, arditamente in bilico sui ponteggi. Ci perdevamo, lontano, fuori dalla finestra, annoiati dalle barbose lezioni, nel brilluccichŤo del mare. Ed un altro genere di mare, fra i banchi, due anni dopo mi capit• di rimirare, negli occhi immensi della professoressa Sala che ci parlava, in via informale e casalinga, di profondi filosofi e complesse elucubrazioni del pensiero come fossero fatti successi gi—in strada, all'angolo del bar, appena l'altro ieri. E sempre il mare con rotolanti onde, nelle declamazioni del professore Voci che si esaltava, scavando l'immensit… dalle terzine scarne, con un piede nel cielo ed uno nella carne. ®Santa Madonnaaa!Ż, col baffettin tremante, commosso dal cantico lirico, ®denso e pregnanteŻ, mentre a me capitava di pensare quanto nel profondo si possano mai amare versi letti, riletti e poi riletti ancora, e fiammante, immacolata verginit… di continuo poterci ritrovare. Nell'anno successivo al mio quarto ginnasio, anche il triennio liceale, che aveva, per onor del vero, concretamente contribuito alla conquista, si trasferŤ nel nuovo sito, colmando un vuoto di rapporto fra ginnasiali e liceali, e realizzando, finalmente, uno scambio ed una crescita comune che da troppo tempo mancavano al Liceo Classico. Il trapasso era compiuto ed il vecchio ®P. GalluppiŻ una cosa triste e abbandonata. Eravamo consci di aver lasciato qualcosa dietro, ma di non aver smarrito il senso ultimo e profondo dell'essenza del Liceo Galluppi: la continuit… nella tradizione. E, insieme ad essa, quella sottile impronta che lascia il frequentare il Liceo Classico: il non saper fare praticamente nulla ma possedere, ben saldo, un lucido strumento per scavare il senso pi— profondo della vita. FINE. /./APPENDICE. ALCUNI FRA I PIU' NOTI ALUNNI DEL GALLUPPI DI TUTTI I TEMPI. Bernardino Grimaldi (Catanzaro 1841-Roma 1897) Bruno Chimirri (Serra S. Bruno 1842-Amato 1917) Giuseppe Casalinuovo (S. Vito Ionio 4 agosto 1885, iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. I (Registro generale dell'anno scolastico 1900-1901) Corrado Alvaro (San Luca 1895-Roma 1956) Enrico MolŠ (Catanzaro 1898-Roma 1963) Antonio Caristo (Montepaone 22-6-1916 - Sidi Amedia 15-6-1941) Ercolino Scalfaro Nato a Catanzaro il 21 Arile 1884 Medaglia d'Oro alla memoria ®Ercolino nobile dei Baroni Scalfaro da Catanzaro, capitano diciannovesimo Reggimento Fanteria. Progettava ed effettuava, con quattro soldati, sotto intenso fuoco la posa di tubi esplosivi nei reticolati nemici, facendoli brillare ed aprendo cosŤ una larga breccia. Successivamente si slanciava con mirabile ardimento all'attaco del trinceramento avversario, e cadeva mortalmente ferito. Nell'attesa del suo successore, sollevandosi alquanto, continu• a tenere il comando della compagnia, interessandosi all'azione che si svolgeva pi—che della ferita riportata, finch‚ una violenta emorragia lo uccise. Dedic•, con invitto valore, alla patria gli ultimi istanti della sua nobile esistenzaŻ. Sella di S. Martino 16 luglio a Sdraussina 18 luglio 1915 Azaria Tedeschi Nato a Serra San Bruno il 30 giugno 1887 Medaglia d'Oro alla memoria ®Non ancora completamente guarito da una ferita riportata in combattimento, di propria iniziativa accorse ad assumere il comando del suo battaglione che sapeva in procinto di essere impegnato nella lotta. Sferratori un improvviso irruento attacco di forze nemiche grandemente superiori che in breve cre• al reggimento una situazione disperata di confusione e isolamento, conscio dell'estrema gravit… dell'ora, alla testa delle sue truppe corse, con serena decisione e straordinaria fermezza, ad arginare l'uragano, ma premuto sempre pi—da un avversario tre volte soverchiante per numero e per mezzi ed imbaldanzito ormai dal suo successo, con eroica decisione, ed incitando col mirabile esempio del proprio ardimento i dipendenti per primo si slanci• a capofitto contro la ferrea cerchia degli assalitori, e insieme con le proprie truppe si impegn• con essi in violento corpo a corpo, che con accanita tenacia sostenne fin quando cadde gloriosamente colpito a morteŻ. Velik-Vth (Selo-Bainsizza) 25 ottobre 1917 Silvio Paternostro, di Nunzio Nato a Normanno il 5 aprile 1893 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. B (Registro generale dell'anno scolastico 1906-1907) Capitano degli Alpini Medaglia d'oro alla memoria ®Attaccato per tre giorni da forze ribelli di gran lunga superiori, era di esempio ai suoi uomini per sangue freddo e cosciente ardimento. Ferito a un braccio e caduto in mano all'avversario, che solo con la forza del numero aveva infine avuto il sopravvento, rifiutava con parole piene di nobilt… e di sdegno di allontanarsi dalle salme dei suoi eroici compagni d'arme. Condannato alla fucilazione si diceva orgoglioso della sua morte per dimostrare anche da vicino alle orde ribelli come sanno morire i soldati d'ItaliaŻ. Barca-Hbu-Lencia 26-28 agosto 1937 Stefano Pugliese fu Giovanni Francesco nato a Catanzaro il 12 aprile 1901 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1910-1911) Capitano di Fregata Medaglia d'oro al Valore Militare ®Comandante di incrociatore corazzato di tipo antiquato, assegnato alla difesa anti nave e contraerei di Piazzaforte Marittima d'Oltre mare, continuamente sottoposta alla offesa aerea dalle vicine basi dell'avversario, sosteneva con incrollabile fermezza e valorosa azione di comando l'ardua missione. Investita la piazzaforte da forze soverchianti, interveniva efficacemente anche contro obiettivi terrestri e ricevutone l'ordine, faceva abbandonare ordinatamente la Nave, dopo averne predisposto la distruzione. Tornato a bordo con pochi animosi nell'imminenza dell'invasione della localit…, per accertare ed accelerare la combustione delle micce di accensione, pur avendo constatato che l'incendio sviluppatosi presso il deposito magazzini centrali ne rendeva imminente la deflagrazione, con eroica perseveranza assicurava l'innescamento di altri depositi per rendere totale la distruzione della nave, finch‚, sorpreso dalla sopravvenuta deflagrazione, nella tormentosa situazione creata dalle successive esplosioni e dalla nafta incendiata, dava prova mirabile di serenit… e forza d'animoŻ. Tobruk 26 novembre 1940 - 22 gennaio 1941 Antonio Daniele di Vitaliano Nato a Cerva il 13 giugno 1910 iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A (Registro generale dell'anno scolastico 1921-1922) Sottotenente - Medaglia d'oro alla memoria ®Volontario in A.O. e pure volontario in un gruppo di bande di dubat instancabile ed entusiasta, prodig• la sua fede e le sue energie nella preparazione degli uomini che guid• ai cimenti della guerra con grande valore. Col suo brillante comportamento di animatore e trascinatore coraggioso, diede efficace contributo al successo di Danise. Sei giorni dopo con la sua mezza banda di dubat, in accanito comabattimento contro orde nemiche cento volte superiori, armate di mitragliatrici e cannoni, ed appostate in un bosco insidioso e fittissimo, con impeto e fermezza trattenne le orde incalzanti. Pi—volte attaccato, respinse, con indomito valore l'offesa. Circondato da tutte le parti ed esaurite le munizioni, con il pugnale e le bombe a mano cerc•, con i superstiti, d'infrangere il cerchio. Nella impari lotta, eroicamente cadde, immolando la sua giovane vita alla grandezza della PatriaŻ. SadŠ (Sidamo) 20 ottobre 1936 FINE.