C un modo giusto per crescere una figlia?

Annalisa Monfreda.
Se lo chiede il nostro direttore Annalisa Monfreda in "Come se tu non fossi femmina". Dove racconta di una vacanza on the road con le sue 2 bambine. E, tra esplorazioni nella natura e ricordi di famiglia, elabora 50 lezioni che vorrebbe imparassero diventando grandi. Non regole da memorizzare, ma ispirazioni da seguire. Incarnate da donne che hanno vissuto dimenticandosi di essere donne. Come nonna Bettina, protagonista del capitolo che riportiamo qui
Quando rimasi incinta, il nome del nascituro era uno degli argomenti ricorrenti durante le cene con gli amici. Se sar maschio lo chiameremo Arturo dicevo. Un corrispettivo al femminile non cera: ero certa di avere in grembo una bambina e temevo di sottoporre al giudizio altrui il nome che iniziava a formarsi nellintimit della discussione con mio marito. La mia segreta convinzione non corrispondeva a un desiderio, ma a una constatazione: nella mia famiglia non cerano state altro che femmine. Quel dato di fatto non era motivo di preoccupazione.

Non mi sono mai posta il problema di come crescere una figlia femmina.
Giunti alla mia generazione, oltre a essere un destino inesorabile, il nostro fare figlie femmine era una bandiera che sventolava con orgoglio. Non  sempre stato cos. Quarantanni fa Elena Gianini Belotti raccontava che innumerevoli sono le donne che, alla nascita di una femmina, hanno sopportato lumiliazione di sentirsi rinfacciare lincapacit di generare figli maschi. La mia bisnonna era una di queste. Si chiamava Elisabetta, detta Bettina, come mia madre, e uninfinita serie di cugine di mia madre. Gener, una dopo laltra, a cavallo della prima guerra mondiale, ben 5 femmine. Che crebbe quasi interamente da sola, visto che suo marito prima and in America a costruire strade ferrate per sanare un debito contratto da suo padre e salvare lonore della famiglia, poi part in guerra. Nonna Bettina  larchetipo di donna della mia famiglia, una femminista inconsapevole. Alle cognate, che si rammaricavano con lei per lavverso destino di generare solo femmine, pronunci la frase che ho sentito ripetere da generazioni di donne che, dopo di lei, nella nostra famiglia hanno attaccato nastri rosa alla porta: Il Signore manda le femmine a chi le sa crescere. Una figlia, a quei tempi, era considerata una cambiale: bisognava procurarle una dote, tanto pi grossa quanto minore era la sua avvenenza.

Nonna Bettina si rifiutava di arrendersi a questa idea.
Non cera nulla che una donna non potesse fare. Lei tesseva, leggeva e scriveva con scioltezza esercitandosi sulle Sacre Scritture. Andava in campagna e comandava braccianti uomini, facendosi rispettare. La sua severit e le sue battute fulminanti divennero leggendarie. Era unape regina. Che ha generato altre api regine, non figlie annichilite dalla sua personalit ma donne forti, capaci di tener testa a ogni sorta di uomini. E per gli uomini era una fortuna incappare in una donna della nostra famiglia, non il contrario. Galeotto, te la sei scelta bene disse minacciosa nonna Bettina a mio padre, quando le fu presentato ufficialmente come fidanzato di mia madre. Ben presto lui cap il senso di quelle parole, divenendo uno dei pi grandi ammiratori della progenie femminile da cui discendeva la sua giovane moglie. Uscendo dalla sala parto dove io ero appena venuta alla luce, seconda a mia sorella, il ginecologo scosse la testa con unespressione di indecifrabile delusione e balbett qualcosa come: Mi dispiace. Mio padre raggel. Unaltra femmina disse rammaricato il medico. Non poteva immaginare che, per mio padre, quella fosse una splendida notizia. E non solo perch seguiva allo sgomento che qualcosa fosse andato storto nel parto. Ma perch lui era ormai convinto che le femmine generate in questa famiglia fossero quanto di meglio sul mercato della genitorialit. E soprattutto perch, anche stavolta, laveva scampata: non sarebbe stato costretto a giocare a pallone. E cos sono cresciuta, in mezzo a una schiera di cugine, con riunioni di famiglia enormi in cui tutte le varianti di Bettina erano racchiuse in una stanza  Isuccia, Elisa, Isabella, Lisetta  nellassoluta convinzione che non ci fosse nulla di diverso tra un maschio e una femmina. Mai una battaglia, mai un discorso, mai una rivendicazione femminista sfior quei contesti. Mai un libro di Erica Jong o di Germaine Greer circol in quei salotti. Il femminismo inconsapevole si alimentava della sua stessa epopea, dei suoi stessi racconti. Alcuni drammatici, come la zia a cui mor il figlio di 1 anno in ospedale e pur di non lasciarlo l, sul marmo freddo e circondato da estranei, scapp col piccolo senza vita tra le braccia, prese un passaggio da un camionista e torn al paese, tenendo testa al dolore che cercava di sgorgare da ogni anfratto e alle domande inquisitorie del camionista. Altri racconti erano pi allegri, come quelli che riguardavano mia nonna, che si spos con un abito ricavato dalla seta di un paracadute americano e che gestiva assieme al marito il Bar Italia, al centro del paese, fronteggiando ubriachi e violenti con furbizia e scioltezza di parola.

Come se tu non fossi femmina (Mondadori) di Annalisa Monfreda ha per sottotitolo "Appunti per crescere una figlia". Si ispira dagli Appunti che il nostro direttore scrive ogni settimana su Donna Moderna. Parlando spesso dellevoluzione del ruolo della donna.