TERENTI.

ANDRIA.

Note:

(1) meretriculae: il diminuitivo  impiegato per attenuare la connotazione
volgare del termine.

(2) Andriae: cio "nativa di Andros". Molte commedie greche e latine prendono
il titolo dal luogo di provenienza del protagonista (es. Sikyonios, Samia,
Tarentilla ecc.).

(3) Glycerium: il nome della ragazza  trascritto dal greco ed  connesso con
l'aggettivo glyks ("dolce"), con allusione alla sua dolcezza ed onest. Si
tratta in realt di un diminuitivo di Glykera (Glycera), nome femminile
frequente nella commedia di Menandro, portato anche dalla protagonista della
Perikeiromene. Si noti l'uso del genere neutro, che sottolinea l'irrilevanza
drammaturgica del personaggio.

(4) gnatam: arcaismo volontario di Sulpicio Apollinare, che imita la lingua di
Terenzio. Il verbo nascor aveva anticamente la forma gnascor, ma solo il part.
pass. gnatus, nel senso di "figlio" sopravvive in epoca classica.

(5) quid haberet: il cong. imperf. nell'interrogativa indiretta  motivato dal
fatto che il verbo della reggente (simulat)  sentito come presente storico.

(6) insperato: ablativo del part. perf. con valore avverbiale.

(7) quom... adpulit: arcaismi per cum e appulit. La grafia arcaica di cum  a
tutt'oggi incerta; molti editori, tra cui Kauer e Lindsay, restaurano la forma
primitiva quom se  in funzione di congiunzione, scrivono invece cum quando 
in funzione di preposizione. In epoca classica i verbi composti da
preposizione, che comportavano l'incontro di due consonanti diverse, andarono
incontro ad assimilazione: es. adfero = affero ecc.; ai tempi di Terenzio,
invece, era ancora impiegata la grafia non assimilata.

(8) id... negoti: genitivo partitivo. Id  prolettico dell'ut esplicativo del
v. seguente.

(9) populo... fabulas: si noti l'andamento allitterante del verso, ribadito
dal nesso in clausola. Le figure foniche in genere sono tipiche dei testi
latini arcaici, che ne fanno un uso molto pi largo rispetto agli originali
greci.

(10) scribundis: arcaismo per scribendis.

(11) non qui... sed qui: parallelismo antitetico. Qui  un'antica forma di
abl. strumentale da qui relativo e da quis interrogativo-indefinito, che
equivale al classico quo. La proposizione che introduce ha valore finale (quo
= ut eo).

(12) malevoli... maledictis: figura etimologica.

(13) quaeso:  usato quasi sempre come inciso, nel significato di "per favore,
di grazia".  per originariamente il desiderativo di quaero, formato dal tema
quaes- + il suffisso -so; la doppia s ha evitato il rotacismo, cio il
passaggio, peculiare del latino, della sibilante intervocalica in r; cfr. ad
es. honos, honoris (da honosis).

(14) norit... noverit: poliptoto. Entrambe queste voci verbali sono futuri
anteriori; il primo  per in forma sincopata.

(15) stilo: il termine designa propriamente lo strumento appuntito usato per
scrivere sulle tavolette cerate. In seguito, per metonimia, il senso divenne
quello di "esercizio dello scrivere" e quindi, per estensione, "modo di
esprimersi".

(16) convenere: la desinenza della terza pers. plur. del perf. indic. in -ere
 pi comune nell'et arcaica rispetto al classico -erunt, e rimase in uso
almeno sino all'et augustea.

(17) intellegendo... intellegant: oltre all'evidente poliptoto  qui
ravvisabile un'altra figura semantica, l'antanaclasi, che consiste nel
ripetere pi volte un termine (anche variato di forma) attribuendogli per un
diverso significato: qui infatti intellegendo ha il prevalente senso di "fare
gli intellettuali, far mostra di sapere", mentre intellegant va inteso nella
pi comune accezione di "comprendere".

(18) accusant... accusant: epifora, ripetizione cio di uno stesso termine
alla fine di cola successivi. I nomi dei tre poeti (Naevium Plautum Ennium)
formano un tricolon. Si noti, al v.18, quom = cum.

(19) neglegentiam... diligentiam: antitesi e figura etimologica.

(20) male... malefacta: annominazione, figura retorica consistente nella
ripresa di un termine variato di forma.

(21) favete: il termine pu intendersi in due modi: o semplicemente come
"dateci il vostro favore", oppure come "fate silenzio", sottintendendo
linguis, secondo l'antica espressione rituale ripresa da Orazio, Carm.
III,1,2. I tre verbi del v.24, uniti dall'omoioteleuto, formano un tricolon.

(22) pernoscatis: si noti la forte annominazione (noscant... cognoscite...
pernoscatis), che intende polarizzare l'attenzione sul concetto della
conoscenza completa e approfondita dell'opera, necessaria per la sua
valutazione.

(23) relicuom: grafia arcaica per reliquum. Le desinenze originarie del nomin.
e accus. sing. dei temi in -o erano rispettivamente -os e -om; l'oscuramento
in -u avvenne in epoca piuttosto arcaica, ma nei sostantivi e aggettivi in cui
tali desinenze erano precedute da u/v le forme arcaiche si conservarono sino
all'et classica. Nei comici  perci frequente trovare servos, equom ecc.

(24) prius: scil. quam spectatis.

(25) istaec: pron. dimostr. rafforzato con la particella epidittica -ce in
forma apocopata (da ista-i-ce), molto frequente negli autori arcaici. Qui 
neutro plur., mentre l'identica forma del v.43  femm. sing.

(26) dum:  qui attestato l'antico significato avverbiale di "per un momento".
Probabilmente la sua radice  quella del verbo durare.

(27) servibas liberaliter: sul piano retorico l'espressione  ossimorica,
perch vengono accostati due termini semanticamente contrari; l'avverbio 
comunque qui inteso nel senso di "dignitosamente, con onest". Si noti anche
l'annominazione libertus... liberaliter.

(28) advorsum: arcaismo per adversum.

(29) molestumst: forma con prodelisione per molestum est. La prodelisione (o
aferesi) avviene con le forme es ed est del verbo sum, le quali perdono la e
iniziale e si fondono con la parola che le precede quando questa termina in
vocale o in -m. Il fenomeno, frequente nei comici, riflette probabilmente la
reale pronunzia della lingua d'uso.

(30) quor: grafia arcaica per cur.

(31) ephebis: termine greco (phebos), che Terenzio qui trascrive perch
evidentemente l'istituto dell'efebia era abbastanza noto al pubblico romano.

(32) qui: forma arcaica di ablativo del pronome relativo (cfr. n.11). In
questo caso, come spesso nei comici e negli scrittori arcaizzanti,  impiegato
avverbialmente, nel significato del classico quomodo.

(33) aetas metus magister: tricolon asindetico. Metus  il timore reverenziale
che il giovane Panfilo provava non solo verso il maestro, ma anche nei
confronti del padre stesso. Si noti anche l'andamento allitterante del verso e
la prodelisione itast = ita est.

(34) mediocriter: termine calcato semanticamente sul greco mestes, con il
quale presenta anche un nesso etimologico (msos/medius); viene perci ad
indicare il concetto tipicamente greco di "moderazione", che in origine il
termine latino non possedeva.

(35) nequid nimis:  l'esatta traduzione della celebre massima greca medn
gan (lett. "niente di troppo"), incisa sul santuario delfico di Apollo. La
moderazione ed il rifiuto di ogni eccesso, principio basilare della morale
greca arcaica, fu assunto anche da Aristotele come uno dei cardini del proprio
sistema etico.

(36) quibus... quomque: tmesi per quibuscumque.

(37) facillume: arcaismo per facillime. La desinenza -umus del superlativo 
prevalente fino all'et sillana e cesariana: ne fa largo uso, ad es.,
Sallustio.

(38) egregia... integra: abl. di qualit. I termini sono collocati in
posizione chiastica, con i sostantivi al centro e gli aggettivi alle
estremit.

(39) quaestum: il termine, derivato da quaero, indica propriamente il
guadagno. L'espressione qui impiegata  fortemente brachilogica, in quanto
quaestum sottintende facere corpore, ossia "far commercio del proprio corpo,
prostituirsi". La traduzione "fare la vita" riprende un'espressione
eufemistica tipica del linguaggio attuale.

(40) meum: riferito a filium del v. precedente, in forte iperbato.

(41) egomet: forma rafforzata del pronome personale, costituita da egom* (con
uscita consonantica, cfr. il greco egn), pi l'enclitica -et.

(42) captus est: habet: espressioni metaforiche. La prima, secondo Donato,
deriva dal gergo venatorio (captus est = irretitur, cio " caduto nella rete"
con cui si catturavano gli uccelli); la seconda dal linguaggio gladiatorio,
perch il pubblico, quando un combattente veniva ferito, gridava habet! (sott.
vulnus, ferita), cio "l'hanno beccato" o simili.

(43) venientis... abeuntis: la des. -is per l'acc. plur. della terza
declinazione nominale e la seconda classe degli aggettivi prevale in epoca
arcaica rispetto al classico -es, e resta in uso fino all'et augustea (molti
esempi in Virgilio) e oltre.

(44) sodes: formula di cortesia derivata da si audes ("se vuoi, se desideri").

(45) symbolam: grecismo (symbol), che propriamente vale "convenzione,
accordo", passato poi ad indicare il contributo che ogni commensale versava
per la partecipazione ad un banchetto.

(46) placuit: despondi: l'asindeto indica con efficacia la rapidit con cui
Simone prese quella decisione. Il verbo despondeo  specificamente usato ad
indicare la promessa ufficiale di matrimonio.

(47) dictust: prodelisione per dictus est, su cui cfr. n.29. Qui la
prodelisione  dovuta al fatto che, in epoca arcaica, nelle desinenze -is e
-us la s finale tende a indebolirsi sia sul piano della pronunzia che su
quello prosodico (tanto da non fare posizione, per cui la vocale precedente
resta comunque breve); cos, nel nostro caso, dictus era pronunciato dictu' ed
equivaleva ad una parola con terminazione vocalica: di qui la prodelisione di
est.

(48) amasset: forma sincopata per amavisset. Questo verbo regge la protasi di
un periodo ipotetico irreale, di cui quid (sott. faceret) costituisce
l'apodosi.

(49) unam: qui ha il valore del nostro articolo indeterminativo, tant' che
Donato chiosava "unam" pro quandam. Forse  questo un riflesso del sermo
cotidianus, da cui derivarono le lingue romanze.

(50) praeter ceteras: l'epifora sottolinea il concetto qui espresso, cio che
Glicerio si distingueva tra tutte per bellezza e signorilit. Si noti anche
l'omoioteleuto ceteras... pedisequas (v.123).

(51) ilico: avverbio derivato da *in-stolocod ("in quel luogo").

(52) procedit... fletur: la successione asindetica dei verbi rappresenta
mirabilmente il rapido succedersi degli eventi, dal percorso del funerale alla
sepoltura. Icastico  soprattutto il passivo impers. fletur, che visualizza
con grande immediatezza il dolore di tutti gli astanti.

(53) iratus... ferens: esempio di variatio, enunciazione di un concetto con
due diversi costrutti. Il procedimento diverr usuale in quegli autori (come
Sallustio e Tacito) che fonderanno il proprio stile sull'inconcinnitas, il
modello espressivo contrapposto a quello dei cola simmetrici, di tipo
ciceroniano.

(54) comperisse: si noti l'omissione del soggetto se nell'oggettiva, tipica
del linguaggio parlato.

(55) sedulo: traduco "in tutti i modi", ma lett. l'avverbio significa "con
diligenza, con zelo" e deriva da se (= sine) dolo, cio "senza inganno".

(56) qui? cedo: su qui = quomodo cfr. n.32. Cedo  usato come interiezione
("suvvia, dunque"), ma  in realt un antico imperativo formato da ce- (forse
una radice verbale) e dal verbo dare (plur. cedite, forma arcaica cette).

(57) advortenda iniuriast: arcaismi per advertenda iniuria est; cfr. n.29.

(58) mala mens, malus animus: il rilievo dato da Simone alla malvagit di Davo
 sottolineato dal poliptoto (mala... malus), dal parallelismo e dalla forte
allitterazione delle nasali.

(59) nunciam: avverbio frequente nei comici, il cui primo elemento (nunc)
deriva da num (nel significato originario di "ora") pi l'enclitica epidittica
-ce.

(60) quoiquam: arcaismo per cuiquam.

(61) necopinantis... interoscitantis: tricolon sostenuto da marcato
omoioteleuto. Interoscitare  verbo attestato solo in questo luogo (apax) e
significa propriamente "mentre sbadigliamo", con impiego evidentemente
traslato.

(62) volt: arcaismo per vult.

(63) scilicet: avverbio formato da due voci verbali, scire e licet (lett. "
lecito sapere").

(64) hoccin: dimostrativo formato da hoc e dall'enclitica epidittica -ce, che
gli conferisce appunto questo valore (come il nostro "questo qui" e sim.);
nelle interrogative si unisce ad esso anche l'altra enclitica -ne, qui
apocopata. Forme analoghe sono, ad es., hisce, hosce ecc., frequenti nei
comici. Anche istuc, nello stesso verso, deriva da istud + ce.

(65) ipsum... adplicat: il concetto espresso da Simone, la rovina morale
provocata dai cattivi consiglieri,  puntualizzato a livello retorico da un
notevole impiego delle figure ritmiche quali l'omoioteleuto, l'allitterazione
e l'assonanza.

(66) hercle: interiezione molto frequente nei comici, che  propriamente una
formula di giuramento basata sul nome della divinit ("per Ercole"); nel
linguaggio comune, tuttavia, ha perduto questo senso originario ed  impiegata
come semplice esclamazione. Ad essa affini, e frequenti nella commedia con il
medesimo valore, sono le espressioni pol, edepol ("per Polluce") e castor,
ecastor ("per Castore"), pronunziata per quest'ultima soltanto dalle donne.

(67) intellextin: forma sincopata tronca per intellexistine.

(68) locutu's: sta per locutus es, ed  forma determinata dall'indebolimento
della s finale della desinenza, con conseguente prodelisione.

(69) deludier: infinito passivo con desinenza arcaica (classico deludi), che
rimane viva, almeno nei testi poetici, fino all'et cesariana e augustea (es.
in Lucrezio e in Virgilio).

(70) bona verba, quaeso: l'espressione pu intendersi come ironica ("fammi gli
auguri", scil. per la burla che sto per giocarti), oppure come esortativa
("stai calmo", ove a bona verba andrebbe sottinteso un dic, cio "dimmi buone
parole, non irritarti"). Ma il carattere comico della scena fa propendere per
la prima interpretazione.

(71) nil me fallis: abbiamo il corrispondente passo di Menandro, conservatoci
da Donato: nyn d'ou lletas me (fr. 33 K), cio "ora non m'inganni".

(72) dare verba: espressione del linguaggio popolare equivalente a decipere,
cio "ingannare, fare fesso". Si notino anche gli arcaismi quoi per cui e
difficillest (prodelisione per difficile est; cfr. n.29).

(73) faciam... fallaciam: paronomasia.

(74) senserit... ceperit: l'omoioteleuto sottolinea la contemporaneit. Il
futuro anteriore  motivato dallo scarto diacronico con il successivo dabit,
che indica azione posteriore.

(75) iure... iniuria: antitesi e annominazione.

(76) amentium... amantium: gioco di parole fondato sul paragramma, paronomasia
ottenuta con l'accostamento di due termini distinti da un solo fonema.

(77) ad forum: sott. conferam, cio "mi recher al Foro". Anche nel termine
forum possiamo ravvisare un calco semantico, in quanto il Foro romano non
corrispondeva esattamente all'agor ateniese, cui facevano riferimento i
modelli greci.

(78) siet: arcaismo per sit. Questa forma era originariamente un ottativo,
come dimostra la vocale i tipica di questo modo anche in greco; cfr. een,
ees ecc.

(79) hoccinest: da hoc + ce + ne + est. Cfr. n.64.

(80) mutavit... inmutatum: antitesi e annominazione.

(81) adeon: come il seguente nullon (v.247)  forma con apocope dell'enclitica
-ne.

(82) contemptus spretus: coppia sinonimica, la cui pregnanza semantica 
rafforzata dall'asindeto.

(83) repudiatus repetor: allitterazione e paronomasia.

(84) censen: arcaismo per censesne., con caduta della s e l'enclitica -ne in
forma apocopata; queste forme interrogative sono molto frequenti negli
scrittori arcaici (cfr. ain = aisne, audin = audisne ecc.). Il singolare va
inteso come un tu generico riferito agli spettatori, giacch non si vede chi
possa essere l'interlocutore di Panfilo.  perci giustificata la traduzione
con il plurale.

(85) quod si... ut hoc ne facerem: espressione tipica del linguaggio parlato;
il periodo ipotetico la cui protasi  si ego rescissem (= rescivissem) ha in
realt due apodosi, quid facerem ed un sottinteso responderem, che  stato
comunque necessario presumere nella traduzione. Vi  poi da notare che in ut
hoc ne facerem del v.259 l'ut  pleonastico, ed  forse motivato da un
originario senso consecutivo della frase. Efficace  anche l'iterazione
epiforica di facerem.

(86) patris pudor: genitivo oggettivo, perch si parla del rispetto che
Panfilo nutre verso il padre.

(87) lubitumst... advorser: arcaismi per libitum est (prodelisione, cfr. n.29)
e adverser. Si noti anche l''incertumst = incertum est del v. seguente.

(88) peropust: prodelisione per peropus est (cfr. n.47). La forma peropus
(intensivo di opus)  apax.

(89) inmutarier: arcaismo per immutari; cfr. n.69.

(90) ingratum... inhumanum... ferum: la forza espressiva del tricolon 
accentuata dall'omoioteleuto e dalla gradazione ascendente (climax), perch la
successione denota progressivamente la perdita di ogni umanit (da ingratum a
ferum).

(91) consuetudo... amor... pudor: altro tricolon, a testimoniare il raffinato
ordito retorico del passo.

(92) commoveat... commoneat: paragramma.

(93) accessi... nos soli: l'asindeto e l'ellissi del verbo indicano
l'immediatezza e la rapida successione degli eventi narrati.

(94) sient: arcaismo per sint; cfr; n.78.

(95) genium tuom: il Genio (da gigno, generare), propriamente "progenitore",
era, nella religione romana, lo spirito tutelare di ogni uomo, come l'angelo
custode della teologia cattolica.

(96) amicum tutorem patrem: tricolon ascendente o climax; cfr. n.90. Il
collegamento asindetico rende globale il concetto.

(97) in manum dat: l'espressione in manum dare vale "sottoporre qualcuno alla
potest di un altro", ed  detto soprattutto dei tutori e dei padri nei
confronti delle donne.

(98) accepi: acceptam: poliptoto.

(99) qui: equivale a quomodo; cfr. n.32.

(100) edepol: interiezione derivata da un antico giuramento ("per Polluce");
cfr. n.66.

(101) quoniam non potest... possit: proverbio gi attestato in Platone, Ippia
Maggiore 453, in forma molto simile. Si noti l'ordinata disposizione chiastica
dei termini.

(102) mage: arcaismo per magis.

(103) age age: anche in latino, come in greco (cfr, ge, gete) l'imperativo
di ago ha valore di semplice interiezione ("forza, suvvia").

(104) moechum:  l'adultero. Grecismo (moichs).

(105) spem... consilium: l'accumulazione rende evidente l'ironia drammatica
insita in questa scena, specie per quanto riguarda il sentimentalismo un po'
patetico di Carino. Si noti anche l'omoioteleuto, che suddivide l'enunciato in
coppie di concetti complementari.

(106) pol: interiezione in forma ridotta, ipocoristica, dell'antica formula di
giuramento "per Polluce"; cfr. n.66.

(107) ne: particella asseverativa corrispondente al greco n o na.  usata
all'inizio del periodo, generalmente con pronomi personali o dimostrativi.

(108) adipiscier: forma arcaica per adipisci. Per la desinenza, cfr. n.69.

(109) facite... efficite: l'accumulazione di quattro imperativi  suggestiva e
rende con piena efficacia la determinazione di Panfilo a non concludere quel
matrimonio. Si notino l'annominazione (facite... efficite), la disposizione
chiastica che ne deriva, l'allitterazione ed il forte omoioteleuto. Per qui =
quomodo cfr. n.32.

(110) quoius: grafia arcaica per cuius.

(111) boni, boni: caso di antanaclasi, ripetizione cio di due termini
omografi ma con diversa funzione e significato.

(112) eugae: interiezione che esprime gioia.  un grecismo (ege).

(113) em: interiezione derivata dall'imperativo di emo (lett. "prendi"), che
spesso si trova in unione con un dativo etico: es. em tibi ("eccoti!").

(114) qui: equivale a quomodo; cfr. n.32.

(115) nusquam: sott. eras; cio "non eri da nessuna parte", "non ti ho visto".

(116) ipsus: forma arcaica di nominativo del pron. determ., frequente nei
comici e poi abbandonato a favore del classico ipse, formatosi per analogia
con ille ed iste.

(117) Chremem: l'acc. di questo nome proprio si presenta in due forme:
Chremetem ai vv. 472 e 533, Chremem qui ed al v.527. La diversit  dovuta a
ragioni metriche.

(118) ornati... tumulti: genitivi analogici, formati sul modello della II
declinazione, in luogo di ornatus e tumultus. Si noti il procedere asindetico
del racconto di Davo, che rende efficacemente la rapidit del succedersi degli
eventi.

(119) puerum: altro esempio di calco semantico dal greco: il termine latino
puer, che in origine significava "bambino, ragazzo", assunse ben presto il
valore di "servo" per analogia con il greco pas.

(120) Chremi: anche il genitivo di questo nome proprio si presenta in forme
alternative (Chremetis al v.247), per il motivo spiegato alla n.117.

(121) obolo: moneta ateniese di scarso valore, sesta parte della dracma. 
grecismo (obols).

(122) nullus: maschile in luogo del neutro (nihil), come rafforzativo della
negazione. Cfr. Hec. 79, Eun. 216.

(123) nisi vides... ambis: si noti l'andamento allitterante del verso, con
l'insistente ripetizione della sibilante, che sottolinea efficacemente il
concetto espresso.

(124) iniurius... iniuria: annominazione.

(125) dictum factum: espressione proverbiale esattamente conservata in
italiano. Si noti anche l'uso del fut. ant. (invenerit), che sottolinea
l'imminenza dell'azione, la rapidit cio con cui Simone far cacciare
Glicerio.

(126) cedo: cfr. n.56. L'interiezione ricorre anche poco pi avanti, al v.389.

(127) excludar... concludar: ancora un caso di annominazione, in cui per i
due termini sono semanticamente diversi: nel primo prevale il senso traslato,
nel secondo quello proprio.

(128) certa... incerta: antitesi e annominazione. Per sient cfr. n.78.

(129) speres: cong. potenziale.

(130) cautiost (cautio est): nei comici la locuzione equivale a cavendum est;
cfr. Hec. 650 (consultatiost) e Adelph. 421.

(131) suscepturum: sott. me esse. L'omissione del soggetto nelle infinitive
era comune nel linguaggio parlato, specie se tale soggetto era il medesimo
della reggente.

(132) qui: equivale a quo ed ha valore finale (ut eo). Cfr. n.11.

(133) sies: forma arcaica per sis. Cfr. n.78.

(134) id: acc. avverbiale di relazione, che rafforza propterea, con pleonasmo
proprio del sermo cotidianus.

(135) ehem: interiezione che di solito esprime piacevole sorpresa; Panfilo
deve infatti far mostra di gioia e di compiacenza nei riguardi di suo padre.

(136) quom... impetro: quom (cum) con l'indicativo in funzione causale 
proprio del linguaggio arcaico e popolare; nel latino classico  d'obbligo il
congiuntivo.

(137) uxore excidit: il verbo excido con l'abl. nel senso di "restar privo di
qualcosa"  ricalcato sul greco ekpptein tins; cfr. anche Plauto, Menaech.
667.

(138) aequior: comparativo assoluto. Pamphilo  dativo d'interesse.

(139) malo mihi... malum: la chiusa del discorso di Birria ha un'impronta
fortemente retorica: oltre alla forte allitterazione,  presente nel verso
anche un raffinato calembour, fondato sul poliptoto (malo... malum) e
sull'antanaclasi, in quanto il termine malum nel primo caso indica in senso
generico una situazione negativa, mentre nel secondo caso  impiegato
nell'accezione propria del linguaggio servile ("pena, punizione corporale").

(140) ea... gratia: costrutto tipico del linguaggio popolare. In latino
classico avremmo avuto eius rei gratia.

(141) aeque quicquam: locuzione equivalente a nihil (Donato).

(142) potin es: il verbo possum  formato dall'agg. potis, pote + sum, per cui
la seconda persona del pres. ind., dalla forma originaria potis es (qui potin
perch composto con l'enclitica interr. -ne apocopata), pass a quella
definitiva potes.

(143) hospitai: forma arcaica in -ai del gen. sing. della prima declinazione,
che rest in uso, soprattutto per ragioni metriche, anche nei poeti di et
classica.

(144) nosti: forma sicopata per novisti

(145) ipsus: arcaismo per ipse; cfr. n.116.

(146) uxore... uxorem: poliptoto. Il secondo termine  tuttavia impiegato con
valore metonimico, perch designa il matrimonio in senso lato.

(147) drachumis: grecismo (drachm). Il termine designa una moneta greca di
limitato valore (la centesima parte di una mina), con potere d'acquisto pi o
meno corrispondente a undenarius romano. La trascrizione latina oscilla tra la
forma drachma, formalmente pi esatta e propria dei testi letterari, e quella
epentetica drachuma, che riproduce la pronunzia popolare.

(148) siet: arcaismo per sit; cfr. n.78.

(149) perparce nimium: espressione ridondante tipica della lingua parlata; il
prefisso per -, infatti, conferisce all'avverbio il valore di superlativo, che
rende superfluo nimium. Nell'espressione  da sottintendere un verbio come
agis, peccas o simili.

(150) veterator: il termine, derivato da vetus, designa chi  invecchiato in
una certa attivit, specie se illecita, e ne  perci esperto: cfr. il nostro
"vecchia volpe" o simili.

(151) dixti: forma sincopata per dixisti. Il perfetto di tipo sigmatico latino
corrisponde agli aoristi sigmatici di altre lingue (dixi da dic-s-i, come il
greco taxa da *etag-sa).

(152) quod: il neutro  determinato dall'incertezza sul sesso del nascituro.

(153) actmst:  locuzione del linguaggio giudiziario, che era pronunciata alla
fine di un processo; da qui, per estensione, pass a significare il punto
estremo di una situazione, quando " finita", non c' pi rimedio.

(154) peregrina: il termine vale "forestiera", ma Donato avverte della
presenza in esso di una maligna insinuazione sulla moralit di Glicerio, in
quanto le donne straniere - egli dice - erano ritenute ad Atene inhonestae ac
meretrices.

(155) quo: in luogo di ut nelle finali  molto impiegato dagli autori della
prima latinit, anche in proposizioni non contenenti un comparativo.

(156) sat: forma abbreviata di satis, preferita per ragioni metriche.

(157) hicin: dimostr. formato da hic + ce + ne apocopato. Cfr. n.64.

(158) in portu navigo: metafora che vuol esprimere la tranquillit di Simone,
avvicinata a quella della nave nel porto, al sicuro dalle tempeste. Il
paragone della vita umana con la navigazione  un topos letterario del mondo
classico, dal celebre fr. 326 LP di Alceo agli svariati esempi nella commedia.

(159) fac istaec ut lavet: l'espressione ricalca quella del modello menandreo,
riferita da Donato (fr. 36 K): losat autn autka.

(160) Adhuc... revortor: i vv. 481-5 costituiscono uno dei due cantica della
commedia, parti cantate con accompagnamento musicale (cfr. Introd., cap. I).
Ne fa fede il metro, che esce dal consueto schema giambico-trocaico: i vv.
481-4 sono infatti tetrametri bacchiaci, il 485  un dimetro giambico
catalettico.

(161) quaeso: qui il verbo mantiene l'originario valore di "chiedere,
pregare"; cfr. n.13.

(162) dolis: pleonastico, data la presenza di fallere, che gi presuppone il
ricorso all'inganno.  stilema del linguaggio parlato.

(163) quid re tulit: equivale a quid profuit.

(164) qui: per quomodo; cfr. n.32.

(165) falso: caso di ironia, figura di spostamento semantico consistente
nell'usare un termine di senso opposto a quello che s'intende affermare. Per
l'espressione verba dare cfr. n.72.

(166) qui: ha valore strumentale (quo); cfr. n.32.

(167) ilico: cfr. n.51.

(168) amarit: forma sincopata per amaverit.

(169) parato... para: poliptoto. Insolita  la costruzione di opus est con il
participio perf. passivo.

(170) mihi... maxumumst: stile fortemente allitterante. L'impiego dell'avv.
multo come rafforzativo del superlativo proviene dal linguaggio parlato.

(171) orabo... uxorem: espressione brachilogica, che sottintende ut det.

(172) eccum: l'avv. ecce, nel linguaggio popolare della commedia, assume anche
la forma aggettivale (es. eccam, eccas, eccos ecc.), che si  originata dalla
fusione di ecce (di incerto etimo) con la forma arcaica del dimostrativo hic;
cos eccum viene da ecce + *hom (= hunc).

(173) Iubeo Chremetem: sott. salvere; ma la formula di saluto  interrotta dal
brusco intervento di Cremete.

(174) fuerant... fiant: le frequenti allitterazioni, in quest'ultima parte del
discorso di Simone, tendono all'evidenziazione dei concetti ed al
coinvolgimento emotivo dell'ascoltatore. Nell'espressione vi  anche il
poliptoto fra i primi due termini.

(175) amantium... integratiost: espressione proverbiale, che ho tentato di
rendere con un detto italiano in rima ad essa equivalente.

(176) em: cfr. n.113.

(177) aegrotum: lett. vale "malato", ma da questo concetto a quello di
"innamorato" il passaggio semantico  agevole, poich nel mondo greco (vari
esempi dai lirici, ai tragici, agli epigrammisti) era topico intendere l'amore
come inguaribile malattia dell'animo.

(178) periclum: forma epentetica per periculum nel senso di "prova", che
ricorre anche in Heaut. 221 ed Eun. 476. Per qui = quomodo cfr. n.32.

(179) principio: l'avverbio presupporrebbe un correlato post o deinde, che 
invece omesso. L'irregolarit sintattica  da ricondurre al linguaggio parlato
ed evidenzia la concitazione dello stato d'animo di Simone.

(180) in me: data la presenza del passivo claudier (= claudi, cfr. n.69), ci
saremmo aspettati a me; forse  anche questo un influsso del sermo familiaris.

(181) qui: equivale a quomodo; cfr. n.32.

(182) censes faceret: costruzione paratattica propria del linguaggio parlato
ed arcaico; in latino classico avremmo avuto censes eum facturum esse.

(183) eccum: cfr. n.172.

(184) siem: equivale a sim; cfr. n.78.

(185) fuerant... futurae: forma perifrastica frequente nella commedia (cfr.
anche i perf. pass. in fui anzich in sum), proveniente dalla lingua parlata.
Si notino l'allitterazione ed il poliptoto.

(186) oro... exoro: l'annominazione riceve efficacia dallo scarto semantico
tra i due verbi: il primo vale "pregare", il secondo "ottenere pregando".

(187) adparetur dicam: altra costruzione paratattica propria della lingua
parlata; in latino classico avremmo avuto l'acc. e l'infinito (o l'infinito
semplice).

(188) enitere: vi  alternanza, in et arcaica e anche classica, per la
desinenza della seconda persona singolare medio-passiva, fra -re (pi antica)
e -ris (di formazione pi recente e popolare). Terenzio, forse per evitare la
confusione con l'imperativo, impiega quasi sempre la prima forma, che rest
prevalente nell'uso letterario almeno fino a Cicerone.

(189) sedulo: cfr. n.55.

(190) age: interiez. derivata dall'imper. di ago; cfr. n.103.

(191) eccum: cfr. n.172. Per em (v.604) cfr. n.113.

(192) scelus: termine metonimico, giacch designa qui non il misfatto ma il
suo autore (lo scelestus, che  tale appunto perch commette scelera).

(193) futtili: era detto futis o futtile il vaso per l'acqua lustrale usato
dai sacerdoti nei sacrifici (da fundo); il termine pass poi ad indicare i
vasi che si rovesciano facilmente e quindi non riescono a lungo a contenere
acqua. Cos, in senso traslato, si fin per designare con questa parola le
persone sciocche e prive di utilit.

(194) audacia... audeam: si noti la figura etymologica, a cui si affianca, per
rendere pi suggestiva l'espressione, il poliptoto facere... faciam.

(195) sedulo: cfr. n.55.

(196) inpeditum... expediam: entrambi i termini derivano da pes, pedis e
significano il primo "mettere in ceppi" (compedes), il secondo liberare da
essi; vi  quindi antitesi e annominazione.

(197) inpeditam et perditam: caso di paronomasia, figura sulla quale sono
fondati molti dei giochi di parole presenti nel teatro comico latino.

(198) dixi... dixti (= dixisti): poliptoto.

(199) praecavere... sinit: caso di zeugma, figura che consiste nel far
dipendere da un solo verbo due costrutti che richiederebbero invece verbi
diversi: sinit  infatti usato propriamente come reggente di ulcisci, ma non
di praecavere, che avrebbe richiesto cogit o altro verbo equivalente.

(200) hoccinest: da hoc + ce + ne + est; cfr. n.64.

(201) quoiquam... siet: arcaismi per cuiquam e sit; cfr. n.78.

(202) quis: dativo plur. in luogo di quibus (da queis).  impiegato anche da
scrittori arcaizzanti di epoca classica, come Sallustio e Tacito.

(203) timent... tamen: paronomasia.

(204) quis... quis... quor: l'anafora e l'allitterazione evidenziano la
concitazione del parlante. Nell'ultima interrogativa sono omessi sia il verbo
che l'oggetto (qualcosa come sponsam dem o simili).

(205) nil pudet... verentur: al termine del pi lungo canticum della commedia
(vv. 625-638a, formato soprattutto da cretici), abbiamo un verso retoricamente
elaborato: all'anafora (nil... nil) ed al paragramma (ubi... ibi) si aggiunge
infatti anche l'anadiplosi, la ripresa cio dell'ultima parola (o gruppo di
parole) di un colon all'inizio del successivo (ubi opus est / ubi nil opust).

(206) me ducere: come l'italiano "menare per il naso" o "portare in giro",
cos duco, tra gli altri significati, ha anche quello di "farsi beffe di
qualcuno". Tale accezione  per presente quasi soltanto nei comici.

(207) animum... animo: poliptoto.

(208) vorser: arcaismo per verser (da verso). Ai tempi di Terenzio la
pronunzia oscillava tra le due forme, entrambe attestate. Dice Quintiliano
(Instit. orat. I, 7,25) che fu Scipione Africano a introdurre la forma in ver-
(in verto e derivati) e a causarne l'affermazione.

(209) haec: femm. plur. riferito a nuptiae.  formato da hae + l'epidittica ce
apocopata.

(210) suadere orare: infiniti descrittivi uniti per asindeto.

(211) duint: antica forma di ottativo da do, basata su di un tema *dou-
ampliato in -i (cfr. il greco l-oi-mi). In epoca letteraria sopravvive per lo
pi in proverbi e formule d'augurio.

(212) putas... parum: verso fortemente allitterante.

(213) manibus... dies: l'espressione "con le mani e con i piedi" si 
mantenuta anche in italiano, ad indicare lo sforzo tenace ed estremo (cfr.
v.161). Si noti l'asimmetrico collegamento delle due coppie di concetti: nella
prima c' asindeto, nella seconda ridondanza di congiunzioni (-que et).

(214) sedulo: cfr. n.55.

(215) me missum face: espressione tratta dal gergo militare, dove missum
facere significava "congedare". La forma originaria di imperativo face (poi
sostituito dalla tronca fac)  spesso preferita dai comici per ragioni
metriche.

(216) nuncin:  formato da num + ce + ne. Va ricordato che il valore
originario di num  temporale.

(217) ubi ubi: equivale a ubicumque.

(218) integrascit: il verbo, derivato dalla radice di integer,  una
neoformazione terenziana ed impiegato solo in questo passo (apax).

(219) quibus... quiesset: verso di elevata fattura stilistica; alla forte
allitterazione si unisce infatti anche il poliptoto quiesci... quiesset (=
quievisset).

(220) insanit satis: forte omofonia fra i due termini (paronomasia). Si noti
anche l'allitterazione satis sua sponte, che si ripropone anche al v. seguente
(misera... maerore... Mysis).

(221) expetivi: contigit; conveniunt mores: tricolon asindetico e climax (le
azioni espresse sono in ordine diacronico).

(222) ut ne: pleonastico; cfr. n.85. Per haec (v.700) cfr. n.209.

(223) in proclivi: espressione comune, che propriamente vale "in discesa"; in
senso traslato  detta per designare cosa di facile realizzazione.

(224) cedo: cfr. n.56

(225) ad agendum... ad narrandum: parallelismo, efficacemente evidenziato
dall'omoioteleuto.

(226) dieculam: diminuitivo ipocoristico di dies, gi ricorrente in Plauto e
che ritorna in Cicerone, Ad Atticum 5,21,13, dove dieculam ducere vale
"prolungare i termini di un pagamento".

(227) siquid: sott. habueris, cio "se avrai qualche idea per me". Per
l'interiezione age cfr. n.103.

(228) di vostram fidem: l'accus.  retto da un sottinteso oro, imploro o sim.
(cio "vi supplico di aiutarmi").

(229) amicum... verum: passo stilisticamente elaborato: oltre alle figure
foniche quali l'allitterazione ed il paragramma (virum... verum), notiamo
infatti anche la presenza di un tricolon asindetico (amicum, amatorem, virum)
a gradazione ascendente, i due primi termini del quale sono accomunati dalla
figura etymologica.

(230) iurato: questo ablativo del partic. perf. di iuro (lett. "la cosa
giurata", quindi il giuramento)  una congettura del Bentley, mentre quasi
tutti i manoscritti hanno iurandum, accettato anche da Kauer e Lindsay; ma la
correzione mi pare preferibile, perch nell'enunciato  opportuna la presenza
di un ablativo in dipendenza da opus est. Da questo participio dipende
l'infinitiva non adposisse, nella quale, con stilema del sermo cotidianus
altrove gi rilevato,  sottinteso il soggetto me.

(231) cedo: cfr. n.56.

(232) opera opus: la figura etymologica determina un gioco di parole di
piacevole effetto.

(233) vae: interiezione parallela al greco oua, che  per attestata in epoca
pi tarda (dal Nuovo Testamento in poi). Pu reggere sia il dativo che
l'accusativo esclamativo.

(234) di vostram fidem: cfr. n.228.

(235) satin sanu's: arcaismi per satisne sanus es. Cfr. n. 47 e 84.

(236) faxis:  propriamente un antico ottativo aoristo sigmatico (da fac + si
+ m, di formazione analoga al greco l-sai-mi), che si conserv fino all'et
classica soprattutto nelle formule di preghiera e di scongiuro.

(237) excessis: cong. perf.  forma sincopata per excesseris.

(238) quoium: grafia arcaica di cuium, da cuius,a,um, aggettivo e pronome
relativo e interrogativo (cfr. anche v.765) caduto in disuso in epoca
classica. Famosa  la ripresa virgiliana in Buc. III,1 cuium pecus?

(239) heri... vesperi: verso fortemente allitterante e in cui compare anche
l'omoioteleuto (heri... adferri vesperi). L'accentuazione degli elementi
fonici serve a sottolineare il concetto espresso, richiamandovi l'attenzione
di Cremete.

(240) provolvam... pervolvam: gioco di parole fondato sull'annominazione.

(241) alia aliam: poliptoto.

(242) audivi:  in anafora con il verso precedente e forma poliptoto con il
seguente audistin.

(243) attigas: cong. pres. arcaico (attestato anche in Plauto) da attingo
derivata per dal tema del perfetto attigi. La forma regolare, attestata dai
codici,  attingas.

(244) qui: equivale a quomodo; cfr. n.32.

(245) paullum... industria: Donato ci informa che nel modello di Menandro
questa sentenza era affermativa, mentre in Terenzio  in forma interrogativa.

(246) platea: da qui deriva l'italiano "piazza".  grecismo (platea).

(247) sobrinus: derivato da sororinus (da soror)  il cugino di secondo grado.
Il termine  chiosato da Donato, che ne attesta la presenza anche in Menandro.

(248) hem: l'aposiopesi (o reticenza) consiste nell'interrompere un enunciato
lasciandolo in sospeso o facendolo seguire da un pensiero diverso dal
precedente.  impiegata di solito per non pronunziare termini volgari,
eccessivi o di malaugurio; qui infatti Critone vuole evitare di riferirsi
esplicitamente alla morte di Criside, sostituendo con l'interiezione un verbo
come periit o sim.

(249) aiunt: il verbo rivela il carattere proverbiale della sentenza
affermata, come in Phorm. 506: id quod aiunt, auribus teneo lupum.

(250) haud auspicato: termine ripreso dal linguaggio rituale. Prendere gli
auspici era necessario quando si doveva prendere una decisione importante.

(251) tetulissem: piuccheperf. con tema del perf. raddoppiato da fero (per
tulissem). In Terenzio tale arcaismo compare solo nell'Andria, qui ed al
v.832, mentre  frequente in Plauto.

(252) litis sequi: espressione giudiziaria ricalcata sul greco (dken
dikein).

(253) sycophantam: grecismo (sykophntes).

(254) antiquom obtines: sott. morem, cio "mantieni la tua antica indole".

(255) nolo... videat: costruzione paratattica propria della lingua parlata. In
latino classico avremmo avuto nolo me senem videre.

(256) dum: ha valore condizionale ed equivale a dummodo.

(257) re uxoria: perifrasi che designa non tanto il matrimonio in s quanto
gli obblighi connessi alla vita coniugale.

(258) fert: feras: sapiente gioco di parole fondato sia sul poliptoto che
sull'antanaclasi: il primo termine va infatti inteso nel senso di
"consentire", il secondo in quello di "sopportare".

(259) illam... face: verso ad andamento asindetico, che unisce i pensieri in
rapida consequenzialit. Per l'espressione missos face cfr. n.215.

(260) causa quam ob rem: costruzione tipica della lingua parlata; in latino
classico avremmo causa ob quam.

(261) qui... dicere: per qui = quomodo cfr. n.32. Il costrutto che segue 
insolito, perch dicere  riferito sia a oblitus sum che a volui, e ac
comparativo presupporrebbe qualcosa che lo precedesse, come aliter o alio modo
feci (o qualcosa di simile). Tutto ci pu spiegarsi con l'influsso del
linguaggio popolare, evidente anche nel nesso paratattico nescio... sum
oblitus, in luogo dell'interr. indir. di uso classico.

(262) hominem adventum tempus: tricolon asindetico. L'aggett. commodiorem 
riferito a ciascun membro.

(263) in vado: metafora tratta dal linguaggio marinaresco, ove significa "in
porto", quindi al sicuro. Donato chiosa: proverbiale "in vado" in tuto. Del
tutto analoga  l'espressione in portu navigo del v.480.

(264) facinus faxo: caso di figura etymologica. La forma arcaica faxo,
conservatasi con molti esempi nei comici, era un antico congiuntivo aoristo
sigmatico composto in modo analogo al corrispondente greco (fac-s-o come txo,
cong. aor. di tsso, dal tema tag-). Il significato desiderativo di questa
forma ne ha poi determinato il valore di futuro.

(265) ellum: indica persona che s'intravede in lontananza. Deriva da en
(interiezione, cfr. il gr. n) + illum.

(266) videas, videtur: la forza espressiva del poliptoto  accresciuta dallo
scarto semantico esistente tra la diatesi attiva e quella passiva del verbo.
Si noti anche l'andamento allitterante del verso.

(267) severitas... fides: la raffigurazione etica di Critone  resa suggestiva
non solo dall'alliterazione, ma anche dalla disposizione chiastica dei termini
che qualificano la seriet del suo aspetto e la lealt delle sue parole.

(268) Dromo: lo schiavo porta un nome greco (Drmon) che deriva dalla radice
drom- di trcho ("correre"); si richiama quindi al tipo del servus currens
della commedia tradizionale, dotato di spiccati tratti di comicit.

(269) omnium...: aposiopesi (cfr. n.248), qui motivata dalla volont di Simone
di evitare un termine offensivo nei riguardi del figlio.

(270) possiet: arcaismo per possit. Cfr. n.78.

(271) morem... legem... voluntatem: il tricolon evidenzia la gravit della
colpa di Panfilo enumerando le norme da lui trasgredite: l'usanza comune, la
legge dello Stato (Simone non crede che Glicerio sia cittadina) e soprattutto
la volont del padre, situata in posizione conclusiva proprio per
sottolinearne la preminenza sugli altri concetti; possiamo quindi ravvisare
nel tricolon anche una gradazione ascendente (climax).

(272) olim... olim: anafora.

(273) habeat, valeat, vivat: questo tricolon asindetico, formato da
congiuntivi esortativi accomunati anche dall'omoioteleuto, rappresenta con
rara efficacia e immediatezza l'indignazione che si  impadronita dell'animo
di Simone. Il particolare stato di alterazione psicologica del parlante, che
non consente un impiego del tutto razionale dei mezzi espressivi,  inoltre
indicato anche da un'altra raffinatezza stilistica: l'hysteron proteron,
figura che consiste nella variazione dell'ordine logico dell'enunciato (vivat
 infatti posposto a valeat che, come formula conclusiva, avrebbe dovuto
occupare l'ultimo posto nel tricolon).

(274) domus uxor liberi: tricolon asindetico. Da notare l'espressione enfatica
liberi, quando sappiamo che si tratta di un solo figlio; ma anche questo
particolare  indicativo dello stato d'animo esagitato di Simone.

(275) audiam... audiam: epifora. I due congiuntivi sono dubitativi.

(276) fateor... fateor: l'epanalessi (ripresa di uno stesso termine in periodi
successivi) enfatizza il concetto espresso e sottolinea l'intensit della
commozione di Panfilo nel momento in cui confessa al padre i sentimenti da cui
 agitato il suo animo.

(277) pro... patri: tutto il verso  fortemente allitterante.

(278) cupio: insolita costruzione di questo verbo con il dativo (unico caso in
Terenzio) e nell'accezione, altrettanto rara, di "voler bene".

(279) hicinest: pron. dimostr. composto da hic + ce + ne + est; cfr. n.64.

(280) adulescentulos inperitos... eductos: si noti il tricolon e
l'omoioteleuto.

(281) sycophanta: cfr. n.253.

(282) perget... audiet: il chiasmo e l'antitesi palesano la ferma
determinazione di Critone di reagire all'attacco di Simone.

(283) Phania: vi  incertezza in questo verso per quanto riguarda la
distribuzione delle battute. Kauer e Lindsay attribuiscono tutta la battuta
nomen tam cito... esse (v.930) a Critone, ma  poco verosimile ch'egli
pronunci lo sconsolato perii dell'inizio del v.929, che sarebbe per lui
immotivato.  perci opportuno, seguendo le indicazioni di altri studiosi,
postulare la presenza qui di una battuta "a parte" di Panfilo, il quale, non
avendo udito il nome Phania che Critone ha pronunziato sottovoce, e temendo
che lo straniero non ricordi quel nome e si complichi perci il processo di
agnizione, si lascia andare alla triste esclamazione hem perii!, del tutto
consona al suo carattere irresoluto. Critone poi, dopo un attimo di
esitazione, si sente tornare la memoria e pronunzia a voce alta il nome di
Fania.

(284) quoiam: cfr. n.238.

(285) qui: equivale a quomodo. Cfr. n.32.

(286) veritus: c' un guasto insanabile nel testo, come indica la crux apposta
da Kauer e Lindsay; ma il senso non pare dubbio.

(287) commotust metu: paronomasia. Il termine metu, inoltre, forma un tricolon
asindetico con spe e gaudio, concetti disposti a climax o gradazione
ascendente: secondo la consequenzialit logica, infatti, alla paura tien
dietro la speranza e infine la gioia, con un processo psicologico che
corrisponde essenzialmente allo sviluppo drammaturgico della commedia.

(288) ne: asseverativo. Cfr. n.107.

(289) odium: metonimia (astratto per il concreto).

(290) credo credere: gioco di parole ottenuto mediante il poliptoto, che
continua anche con il credo della seguente battuta di Cremete.

(291) qui: qui equivale a cur. Cfr. n.32.

(292) haud ita iussi: c' nel testo un gioco di parole fondato su un doppio
senso. Panfilo ha detto che Davo "non  stato incatenato giustamente",
intendendo che non avrebbe dovuto subire tale trattamento; Simone finge invece
di intendere quel recte come diligenter, cio "non  stato legato a dovere" e
risponde quindi "non erano questi i miei ordini", perch in effetti aveva
comandato a Dromone (v.865) di legarlo strettamente mani e piedi.

(293) o faustum... diem: accus. esclamativo. Nell'accostamento allitterante
dei due aggettivi faustus e felix, inoltre, possiamo ravvisare una ripresa
parodica della formula augurale, pronunciata nelle cerimonie religiose, quod
bonum faustum felix fortunatumque sit (cfr. Cicerone, De divin. I,102). Tale
procedimento, nella commedia, era gi stato utilizzato da Plauto, e
ricomparir in Lucrezio, I,100.

(294) eccum: cfr. n.172.

(295) putet non putare: anche qui il poliptoto crea un vivace gioco di parole.
Si noti anche l'epanalessi verum... verum.

(296) solide... gaudia: solitamente in Terenzio i versi conclusivi dei
monologhi presentano una struttura retorica pi complessa; sono qui
individuabili, infatti, la paronomasia (solide solum) e la figura etymologica
(gavisurum gaudia).

(297) obtigerit... obtigerit: l'epanalessi di ben tre parole rende pi
efficace e sarcastica la risposta di Davo.

(298) quod sim nanctus mali... quod tibi evenit boni: il parallelismo
antitetico  inframezzato dai pronomi personali tu ed ego, che determinano la
disposizione chiastica dei membri dell'enunciato, di grande vigore espressivo.

(299) solus es: accolgo la lezione es di alcuni manoscritti, mentre altri
recano est (accettato da Kauer e Lindsay), intendendo cos che Davo si
riferisca al bambino definendolo amato dagli di. Ma mi sembra preferibile
riferire il giudizio del servo a Panfilo stesso, ora tanto beneficiato dalla
sorte, interpretandone cos il pensiero: "non parlarmi del bambino, perch gli
di hanno fatto tanta grazia a te da non poterne fare anche a lui".

(300) in tuis secundis: sott. rebus, cio "nella tua felicit".

(301) abi... propera, accerse: tricolon.
