"Vecchio Galluppi"
un liceo, una citt
a cura di Ezio Galiano

RUBBETTINO EDITORE.
/:/L'INVITO.
Sono Ezio Galiano,
dallo scorso settembre preside della scuola della Sua adolescenza e della Sua
giovinezza.
Qualche giorno prima di Natale ho aiutato i ragazzi che oggi occupano i
banchi che furono anche i Suoi a ripiegare gli striscioni con i quali avevano
chiesto ai responsabili della citta ci che manca al loro liceo.
Il "Galluppi" manca di auditorium, di biblioteca, di laboratori scientifici e
linguistici e per tutto auesto i ragazzi dell'85 hanno protestato, ma io
credo che a loro e alla loro scuola manchi anche qualcosa che solo cento e
cento ex studenti, come Lei, possono donare al loro vecchio liceo e ai mille
giovani che oggi lo frequentano.
Il "Galluppi" manca della sua storia, di una storia scritta e testimoniata
da chi l'ha vissuta, di una storia che dica quanto, dalla Grande Guerra al
1975, il Liceo ha dato alla citt attraverso i suoi migliori ex studenti i
quali si sono arricchiti di umanit nelle aule buie di Corso Mazzini e poi
quell'umanit, esaltata dalle doti della loro personalit, hanno irradiato ed
irradiano nell'esercizio della loro professione, entro e fuori Catanzaro.
Per i mille ragazzi che oggi frequentano la Scuola che fu Sua Le chiedo di
rileggere nella memoria uno o tanti ricordi che legano la Sua giovinezza al
"Galluppi" e di trascriverli in una o tante pagine da far confluire in
un'opera che, tra l'altro, potrebbe offrire agli studenti di oggi modelli di
vita e di professionalit e potrebbe illuminare di speranza gli angusti
spazi che i tempi lasciano alle loro prospettive di lavoro.
La prego di autorizzarmi a pubblicare le pagine che cortesemente vorr farmi
recapitare perch sono certo che se Ella e gli altri egregi professionisti ai
quali ho rivolto la stessa preghiera racconteranno i loro incontri o scontri
con le idee, gli uomini e le cose della citt nel tempo in cui frequentavano
il ginnasio ed il liceo, i loro incontri o scontri con i docenti, i bidelli,
il preside, con le discipline pi o meno amate, con i compendi di tutte le
storie, con i manuali di tutte le regole, con le opere eterne del pensiero e
dell'arte; se Ella e gli altri rievocheranno giorni di scuola trascorsi nel
coro della classe attenta al fitto dialogo tra i banchi e la cattedra o nel
gruppo dei pochi sussurranti e nascosti nelle viuzze pi chiuse o nella massa
dei molti vocianti per le strade aperte sulle piazze battute dal vento; se
Ella e gli altri rivivranno amicizie e amori sognati o vissuti negli anni in
cui, nel fluttuare del noi, del voi e del loro, ciascuno inventa la
solitudine dell'io su cui poi cadono le responsabilit di tutte le scelte,
il Liceo Ginnasio "P. Galluppi" avr la sua storia che, saldando il passato
al presente, contribuir a dare speranza per il domani ai giovani che
frequentano la Scuola che  stata ed  Sua.
Grazie,

Catanzaro, 20 gennaio 1986
Ezio Galiano


/:/Prefazione di Ezio Galiano.

Nino Gimigliano vanta nei miei confronti
un credito pari al debito di gratitudine che ho verso gli altri ex studenti
del Liceo Ginnasio di Corso Mazzini che nel 1986 mi hanno donato i
loro ricordi di giovinezza e di scuola per un libro di memorie o,
forse, di storia.
Nino  avvocato anche al telefono: detta, intima, fissa termini perentori.
Mi dice:... Tema: Il Galluppi personaggio principe di Catanzaro... .
Spazio: ...due... tre pagine... .
Tempo: ...dieci... quindici giorni... .
Aspetto la penale, ma lui conclude con la voce piena di sorriso:
 Ti abbraccio .
Ora il problema, per me, non  quanta moneta sar necessaria per pagare il
debito; ne ho tanta, lucida e sonante, chiusa, ancora per poco, nel cassetto
in cui ho raccolto il dono dei centododici ex studenti...
Il problema  separare, in ciascuno dei ricordi del Liceo e di Catanzaro
d'altri tempi, storie ed immagini, giudizi e parole.
Da moltissimi anni la mia vista stacca dall'Essere opachi frammenti che,
rotolando a valanga nella memoria, inglobano spazi di solitudine, ombre di
rimpianti, odori, suoni, sapori... e, solo quando ascolto la parola che
esprime sentimenti, ricreo nella luce immagini nitide e ricche di forme,
colori, voci e profumi.
I ricordi densi di giudizi daranno corpo alla storia della citt e del suo
liceo; ora, per, soltanto le parole che ingemmano quei ricordi mi potranno
dare la possibilit di scattare qualche istantanea sul Galluppi personaggio
della citt.
L'immagine della mia fanciullezza - il Galluppi, solenne edificio dal grande
portone, dal quale i collegiali uscivano sul Corso, ciarlieri ed eleganti
nelle loro divise, -  perduta per sempre ma, per le parole dei doni, ritorna,
non mia, sempre diversa e pi bella.
Ora , nella nostalgia di Francesco Saverio Tolone, umida zolla di terra natia
che gli ispira dalla lontana Arizona il canto Amor ritorna e mentre tutto
cambia il desiderio ancor si fa pi forte... .
Ora  il tempio della cultura catanzarese che lascia l'ultimo colle e
attraverso la porta nord della citt ascende e trascina a s la fiumana di
giovinezza per consolare la solitudine di Enzo Zimatore...
Ora  in Nicola Corradini il vecchio edificio con le sue persiane basse che
si inseguono come i finestrini di un treno rimasto fermo ad attendere il
ritorno dei tanti, dei troppi emigrati che hanno portato un poco di Galluppi
sugli scranni pi alti dai quali giudicano uomini e leggi o sulle cattedre pi
prestigiose del pensiero, della storia e dell'arte.
Sul racconto di Anna Silipo scatto la prima istantanea: due allievi del
Galluppi alla Marina in una della primissime estati del secolo.
Nell'aria vampante di luglio si attarda il grido dell'uomo che, a notte, 
sceso dai monti per vendere ai signori bagnanti acqua frisca da Nuciddha.
Dinnanzi alla botte di legno coperta di stracci e di frasche, tra i tanti
ragazzi che offrono al sole nude solo le gambe e le braccia, ci sono Umberto
Bosco e Corrado Alvaro.
Chiamati dal grido, a gara, di corsa, sulla striscia di tavole cotte che
unisce lo stabilimento alla strada hanno superato la sabbia che scotta
lasciando alla riva, tra i ciottoli grossi, il loro discorso di scuola che
parla di Giuseppe Isnardi, di Vincenzo Vivaldi e di don Sante Calabria.
Ora, nelle mani bottiglie fasciate di paglia, aspettano il turno,
ma Umberto non osa distrarre Corrado assorto a guardare i piedi infangati
delle ragazze che alla vicina fontana di pietra riempiono di acqua salmastra
vozze, varrili, quartare e vede i piedi piagati della sua Gente in
Aspromonte lontana...
Il pozzo nel cortile del cadente palazzo Arceri (che quando fu ammasso di
ruderi divenne sede del vecchio istituto magistrale) merita l'altra
fotografia: non ha pi l'artistico arco di ferro battuto, n la cigolante
carrucola, n la lunga catena ed i secchi, n la balaustra di pietra dei
suoi tempi migliori; ora  in disuso coperto di tavole grezze, ma... intorno
gli fanno corona i ginnasiali copisti che, prima del suono della campanella
d'ingresso del quasi dirimpettaio Galluppi, si contendono su quell'improvvisato
scrittoio il posto per attingere dai quaderni dei compagni pi bravi la
versione latina e gli esercizi di greco.
Nel racconto di Felice Teti il  pozzo della sapienza   lo
sfondo all'arguta figura di Giovanni Patari: tra i banchi, il
poeta di  Tirripitirri  controlla i compiti a casa e, col fiuto
professorale affinato negli anni, scopre l'improvviso progresso, individua
il plagiaro, tentenna la testa, a lungo annusa il quaderno e poi esclama.
 ...Mi puzza di pozzo!... .
Su uno sfondo diverso Alda Morica ritrae il professore Patari, pi stanco e
paterno, il giorno del suo Santo Giovanni: l'ultima  mpurnata  di allievi
delle prime classi del ginnasio d gli auguri al maestro di scuola e di vita.
Per un fascio di fiori da mezza lira ha fatto colletta ed ora la
nidiata, vestita a festa, le fanciulle coi fiocchi, sale le scale
della  vecchia casetta di via De Jessi .
La parola dipinge fondali, ridesta sapori e non vuole ritocchi.
 L'angusto studio del professore non consentiva a tutti di entrare e
quindi i ragazzi rimanevano lungo le scale esterne.
Ricordo ancora il tipico ambiente fine secolo, odoroso di
tabacco, ricco di libri, riviste, cuscini, quadri, vecchie foto
ed impossibili soprammobili polverosi e posti alla rinfusa.
Faceva gli onori di casa la cara signorina Teresa, sorella nubile
del professore e con lui convivente che, imbarazzata dalla nostra
chiassosa presenza, mal reagiva alla insistente richiesta del
festeggiato che voleva ci fosse servito il tradizionale rosolio
di cui, sembra strano, ricordo ancora l'odore, il sapore
dolciastro ed il colore verde smeraldo.
Dopo la consumazione c'era per tutti un commosso ringraziamento,
una stretta di mano ed, infine, il liberatorio commiato tanto
atteso sia dagli ospiti e sia dagli ospitati che scendevamo a
precipizio le scale, soddisfatti della felice conclusione del
doveroso rito.
Coi ricordi di Roberto Trovato ritorno al  Galluppi .
 un anno di guerra ed il  Galluppi   anche mio per il
diritto di chi, tra quelle antiche mura, si  nutrito di Saffo e
Catullo, di Petrarca e Leopardi.
I corridoi sono tramezzati da alti muri di mattoni legati fra
loro con ferro e cemento per dare riparo alle classi durante le
incursioni nemiche.
La guerra ora miete vicino. L'urlo della sirena minaccia dal
cielo la morte ed  morte, tra poco, e sangue e macerie per le
strade di Catanzaro ferita.
I ragazzi, all'allarme, in silenzio, raggiungono i precari rifugi
che hanno ridotto gli spazi ai rapidi sguardi d'intesa ed hanno
reso pi corte le loro promesse d'amore.
Roberto Trovato rivive quei giorni cos:
 Era severamente vietato allontanarsi, ma io correvo da Lucia,
che era in seconda liceo, e le stavo vicino fino al cessato allarme.
Non so se davvero fossi convinto che tenere il mio
braccio sulle spalle di lei (che mi appariva fragile) fosse
misura idonea a proteggerla, ma non  questo che conta. Conta che
nessuno mi imped di farlo; potrei dire, neppure i divertiti
commenti, al mio ritorno, delle compagne di classe .
 l'ultima immagine che ho del  Galluppi  e forse mi  cara
perch nel cuore del vecchio  gigante di pietra  di Corso
Mazzini, tra i muretti antischegge, rivedo Roberto scolpito nel
gesto che dura pi della vita e gli  accanto la mia giovinezza.


/:/IL SENSO DELLE RISPOSTE IN UNA 
LETTERA DELLO STORICO AUGUSTO PLACANICA.

Carissimo Ezio,
............
Veniamo  allo splendidissimo libro da te curato. E' veramente  un 
esempio  per  tutti  i licei d'Italia. Io  te  ne  ringrazio  con 
calore,  e  ti confermo la mia ammirazione. L'ho  mostrato  e  lo 
mostro alle persone che vengono a casa, e addirittura giorni  fa, 
l'ho  portato  con  me a Roccamandolfi, dove  si  inaugurava  una 
mostra  di civilt molisana, per mostrare cosa fa fare la  buona, 
onesta  e intelligente provincia italiana; ho proposto ai  locali 
amici  del Liceo "Tasso" di fare loro qualcosa del genere;  e  in 
tal senso ho spinto i colleghi della Societ storica salernitana. 
Il  tuo libro desta ammirazione non solo per come  stato  fatto, 
ma  per l'intelligente struttura che ad esso presiede,  che  vede 
digradare  le  testimonianze  dai tempi pi  lontani  del  nostro 
secolo  fino  a noi. E' un libro di storia, e di che  storia!  Io 
credo che non solo i catanzaresi, ma la Calabria intera ti  debba 
moltissimo, ...
E  avendo  appreso dal Dipartimento di Filosofia di  Cosenza  che 
essi  non conoscevano l'opera gli ho detto di mettersi subito  in 
contatto con te.
Ti  voglio ringraziare ancora e ancora. Per la copia del  volume, 
ma  anche per il grande contributo che hai dato  alla  conoscenza 
della nostra vita. A chi mi chiede chi abbia curato questo volume 
cos affascinante, rispondo che  stato un preside tenace,  pieno 
di fantasia, che ha saputo trovare nell'amore al proprio  lavoro, 
e nel gusto di farlo con trasporto, la risposta alle sfide  della 
sua vita.
Ti abbraccio affettuosamente.
                                                  Augusto

/./INDICE.

INVITO                       
PREFAZIONE                   
IL SENSO DELLE RISPOSTE      
INDICE                       
GAGLIANO ALFREDO             
BOSCO UMBERTO                
MANNARINO ENRICO             
PITTELLI DOMENICO            
LOMBARDI UMBERTO             
SGROMO BRUNO                 
ZIMATORE VINCENZO            
TETI FELICE                  
BARBIERI BONA                
PINNARO' SALVATORE           
CASALINUOVO ALDO             
MORICA ALDA                  
BLASCO SALVATORE             
LE PERA LUIGIA               
TARSITANI ANTONIO            
NISTICO' GIUSEPPE            
CITRINITI VINCENZO           
PUCCI ERNESTO                
BATTAGLIA VITO               
AFELTRA GAETANO              
NICOTERA UGO                 
BOVA FRANCESCO               
COMITO FILOMENA              
RIITANO FRANCESCO            
MASTROIANNI GIOVANNI         
ZINZI EMILIA                 
AMODEI CARLO                 
FERRARA ALDO                 
CAFASI FRANCESCO             
CASALINUOVO MARIO            
CORASANITI ALDO              
LAURIA LAURA                 
TOLONE FRANCESCO SAVERIO     
GIMIGLIANO NINO              
SANSALONE NICOLA             
PAPARO PASQUALE              
RIOLO MICHELE                
RIGGIO ANNA MARIA            
BRUNI DOMENICO               
TROVATO SALVATORE            
BORELLI MARIA                
ARMENTANO RAFFAELE           
BARLETTA FURIO               
TORCHIA DOMENICO             
CASTAGNA ALBERTO             
CAMPISI NOEMI                
ALBERTI ANTONIO              
CURCIO ACHILLE               
BORRA ANNA                   
D'AMICO NICOLA               
CAPARELLO GIUSEPPE           
CONIDI FRANCESCO             
CARELLI EDOARDO              
LORIA LUIGI                  
PACHI' ANTONIO               
PUDIA DOMENICO               
GIUDITTA ANTONIO             
VENTRICI ANNIBALE            
PORCELLI DOMENICO            
PLACANICA AUGUSTO            
SCARAMUZZINO ANTONIO         
CIRIACO LEOPARDI             
ALCARO PASQUALE              
ANTONINI VITTORIO            
ANZANI ANTONIO               
IANNUZZI MARIO               
CHIARAVALLOTI GIUSEPPE       
BRUNI GIOVANNI               
CARRATELLI DOMENICO          
DONATO ANGELO                
GASSI ANTONIO                
SALA ANNUNZIATA              
CARNOVALE ANTONIO            
BILOTTA ANTONIO              
CANTAFORA NICOLA             
NOTARANGELO RAFFAELE         
CRITELLI GIUSEPPE            
GIGLIO ROBERTO               
RUSSO MARIA                  
LE PERA GIOVANNI             
CIPOLLINA GIUSEPPINA         
MIGLIACCIO GIANFRANCO        
ROTELLA MICHELE              
LEDONNE EMILIO               
CARBONE MARIA GIOVANNA       
IANNUZZI GIULIO              
FOLINO GALLO RAFFAELE        
NISTICO' GIAMPIERO           
ALCARO MARIO                 
VERALDI DONATO               
CAFASI LUIGI                 
NICOTERA MARIO               
LO RUSSO GIANPAOLO           
POLICICCHIO MICHELE          
CORRADINI NICOLA             
GALERA ROBERTO               
PIPERNO FRANCESCO            
VIVALDI AMALIA               
CORRADINI DOMENICO           
RIPEPE EUGENIO               
SICILIANI de CUMIS NICOLA    
TASSONE MARIO                
ANSANI ADOLFO GIOVANNI       
CICCARELLI FRANCESCO         
DONZELLI MARIA               
FURRIOLO MARCELLO            
BEVILACQUA PIETRO            
PAPARAZZO FRANCESCA          
SCARPINO WALTER              
RUBINO SERGIO                
PAPARAZZO AMELIA             
ZUMPANO BONAVENTURA          
MAZZOTTA RAFFAELE            
TETI RAFFAELE                
DAGA LUIGI                   
REPICI LUCIANA               
DONZELLI CARMINE             
VASAPOLLO DOMENICO           
VITALE ARMANDO               
VECCHIO FABIO                
CATRICALA' ANTONIO           
SINGLITICO LUCIANA           
SOLURI GIUSEPPE              
DE MARCO ANTONIO             
COGNETTI GIUSEPPE            
CANNISTRA' ANTONIO GENNARO   
DE STEFANI FILIPPO           
GALIANO FAUSTO               
                             
APPENDICE.                   
DIDASCALIE DELLE FOTOGRAFIE  
  
 
LE RISPOSTE

/:/Alfredo Gagliano
di Vincenzo e di Angela Tinello
nato a Tiriolo il 27 ottobre 1897
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1909/1910)

Illustre Preside,
ho frequentato il Liceo Ginnasio "Galluppi" nei lontani anni che vanno dal
1909 al 1918/19 e ricordo con grande piacere e commozione i miei professori,
educatori di straordinaria tempra morale: don Sante Calabria, insegnante di
latino e greco, un vero portento per la profonda conoscenza del mondo
classico; Vincenzo Vivaldi, il dotto insegnante d'italiano, cultore e studioso
appassionato della Divina Commedia; il severo Luigi De Rosa, professore di
lettere e filosofia; Orsini Begani, conoscitore profondo della storia; lo
scrupoloso Cipriani, l'esigente Fortunato ed infine il preside Accettella,
uomo comprensivo, umano, di grande bont. Ricordo tutti con affetto,
gratitudine, devozione.
In quegli anni, pochissime erano le studentesse che frequentavano il liceo;
nella mia classe ce ne erano solo tre; sedevano in banchi separati, non avevano
alcun contatto con noi ragazzi ed erano discretamente tenute d occhio!
Gli svaghi dell epoca erano pochi: primaverili passeggiate scolastiche verso
la Fiumarella, Gagliano e Pontegrande o, quando ci riusciva, correre ad
ascoltare, nel Foro di Catanzaro, le arringhe degli avvocati ed in particolare
quelle (un vero godimento per noi ragazzi) dell'indimenticabile avvocato
Peppino Casalinuovo, uomo di talento, giurista brillante, oratore e poeta.
C'era un Circolo di Cultura che ogni domenica organizzava delle conferenze
che venivano tenute in una sala appositamente attrezzata presso il Palazzo
Comunale. Venivano trattati, illustrati e discussi, argomenti di vario genere.
Ogni anno poi, avvenimento che aspettavamo con ansia, nella Villa Comunale si
teneva la cosiddetta Kermesse, una sorta di fiera. Vi intervenivano i
notabili, le autorit, i professionisti del luogo con le loro rispettive
consorti, tra le quali la signora Casalinuovo e la signora Colao primeggiavano
per avvenenza ed elegante bellezza. Era un brulichio gioioso di giovani donne
con i lunghi capelli annodati sulla nuca, l'incarnato delicato del volto
appena acceso da labbra e guance morbidamente rosate; rivelavano intensi
sguardi, profondamente ammantati d'ombra, sotto gli estrosi cappellini; le loro
figure erano sapientemente delineate dalle giacche, sotto le quali le velate
camicette di tulle ed organzino lasciavano abbondantemente nudo il collo ed
il petto, le gonne, sollevatesi un po' rispetto a quelle delle nostre mamme,
lasciavano appena intravedere, per farci sognare, le caviglie velate da
trasparenti sete
Con la loro partecipazione, le signore contribuivano in modo efficace alla
migliore riuscita della festa. In un'atmosfera trepida e festosa, il pubblico
si divertiva moltissimo, osservando, acquistando ai banchi dei venditori,
ascoltando le musiche che la banda intonava sul palco.
Affluivano in gran numero, con la speranza a volte delusa di un incontro, i
giovani; tra essi facevamo spicco, accompagnati dall'istitutore, i collegiali
con le nostre bellissime divise blu notte, chiuse fin sotto il collo da
bottoni dorati ed ornati sulle spalle da alamari; le iniziali sulla tesa del
berretto d'oro o di argento - a seconda dei meriti scolastici - ci rivelavano
appartenenti al Convitto Nazionale.
Signore e giovani, spesso dopo la festa andavano a farsi fotografare dal
cavalier Scarpino, il cui Stabilimento Artistico di Fotografia e Pittura con
Sala di Posa e Giardino per Gruppi e Ritratti Artistici era sito in via Monte.
Tempi belli, di assiduo studio ma anche di serenit e spensieratezza,
violentemente interrotti dai drammatici eventi della Prima Guerra Mondiale.
Verso la fine dell'anno 1914 ed ai primi del 1915, infatti, tutti gli
studenti di Catanzaro, ed in prima linea gli studenti del "Galluppi", che non
furono da meno agli studenti delle altre citt d'italia, demmo corso a
ripetute dimostrazioni interventiste al grido: Viva Trento e Trieste
italiane, allo scopo di creare le premesse per l'entrata in guerra
dell'Italia a fianco degli Alleati contro gli Imperi Centrali. Organizzavano
e capeggiavano i cortei compagni delle classi superiori tra cui Corrado Alvaro.
Ci giungeva notizia che Gabriele D'Annunzio, al teatro Costanzi di Roma,
aveva pronunciato un infuocato discorso a favore dell'intervento italiano e
questo infervorava molti di noi giovani che inneggiavamo alla guerra come ad
una sorta di festa della giovinezza, della virilit, dell'energia fisica.
I veri uomini, pensavamo, sarebbero stati giudicati col metro della capacit
di soffrire nelle trincee.
Finalmente il 24 maggio 1915 l'esercito marci verso il fronte, preceduto
dalla storica illustrazione di Beltrame che immortalava sulla Domenica del
Corriere l'entrata in guerra dell'Italia.
Pian piano anche le aule del liceo si svuotarono di tanti giovani e di molti
di loro sarebbe rimasto per sempre nel "Galluppi" solo il nome scolpito nel
marmo. Nel maggio 1917 anch'io, interrompendo gli studi, partii per il
fronte, partecipando a tutte le azioni belliche fino a Vittorio Veneto.
Fu cos che si ruppe ogni contatto con i miei compagni di studio dei quali
rimase, per vivo il ricordo. Solo tre anni dopo, con animo profondamente
mutato, tornai fra i banchi di scuola per frequentare la terza liceale e
conseguire la maturit.
Ancora oggi di notte, pi che i pericoli della guerra sogno, a volte di
dover sostenere quei terribili esami: il risveglio, benefico, mi sottrae
ad un pesante incubo.

/:/Umberto Bosco.
di Carmelo e di Ambrosia Provenzano
nato a Catanzaro il 2 febbraio 1900
Iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1909/1910)

Sono lieto che il preside Ezio Galiano
abbia ritenuto parte essenziale del suo ufficio far s che i suoi allievi
prendessero diretta conoscenza della storia anche recente dell'Istituto. Ha
perci chiesto a noi vecchi allievi (vecchi anche per et, non solamente
antichi) testimonianze vive degli anni da noi passati nella cara scuola.
Io fui allievo del "Galluppi" nientemeno che dal 1909 al 1917, date che agli
studenti di oggi sembreranno addirittura preistoriche. Ma per chi li visse,
quegli anni non si perdono affatto nell'ombra ma appaiono miracolosamente
attuali; ed attuali sembreranno i loro anni dopodomani, ai mille ragazzi che
frequentano oggi il Liceo, se essi conserveranno dei loro studi, come auguro
loro, la grata immagine che io conservo dei miei.
Conservo anzitutto l'immagine delle vecchie e certo non tutte adatte aule, e
dei maestri di allora, ormai tutti ombre. Ragazzetto di ginnasio, ebbi a
maestro Vincenzo Sando, preciso, scrupoloso, affettuoso.
Segue per me, al ginnasio superiore, un maestro di diverso genere, Alfonso
Notarantonio, che apr impetuoso le nostre anime alle nuove esigenze sociali
che allora si affacciavano, anche in Calabria, con prepotente vitalit.
Non propriamente maestro di classe (insegnava nell'altra sezione) ma maestro di
tutti noi ragazzi, un autentico apostolo della scuola e della vita, Giuseppe
Isnardi, che abbattute tutte le barriere che allora ancora esistevano tra i
maestri ed i loro scolari, ci portava in giro per la Calabria, insegnandoci,
lui subalpino, a conoscere e ad amare la nostra regione.
Insegnamento, questo, che per me liceale continu, su altri binari, per opera
del professore di storia, Orsini Begani, che ci illumin su quella che poi
imparammo a designare come questione meridionale, nei suoi aspetti
soprattutto morali: insegnamento, questo, che mi ha poi sempre guidato e
mi guida.
Begani credeva suo dovere uscire dai cancelli strettamente considerati della
sua disciplina ufficiale: spaziava nella vita e nella letteratura
contemporanea. Ricordo ancora una sua lezione a commento del discorso tenuto
a Quarto da D'Annunzio per propiziare l'intervento dell'Italia nella prima
guerra mondiale.
Eravamo giunti, infatti, al 1915. Dunque, un insegnamento aperto, al di l
dei programmi, sui problemi pi  importanti della vita nazionale e della
nostra esistenza personale, in quanto cittadini consapevoli dei nostri
doveri.
Esso non fu estraneo, s'intende, a chi ci insegnava filosofia (fu poi preside),
Luigi De Rosa, maestro ed esempio d'intransigente rigore morale anche nel
comportamento quotidiano; e nemmeno, persino, agli insegnanti di materie che
sembravano da esso pi  lontane, la matematica e la fisica, Ernesto Fortunato
e Luigi Talamo, specie al secondo.
Ho lasciati per ultimi i primi nella venerazione di noi discepoli: don Sante
Calabria, che tutti chiamavamo semplicemente don Sante e Vincenzo Vivaldi.
Esempio il primo, di austerit senza posa: avrebbe potuto, se lo avesse voluto
scrivere proficuamente sui suoi classici greci e latini che invece prefer
rileggere pazientemente con noi ragazzi, senza sussiego dottorale. Maestro, il
secondo, di livello nazionale, i cui libri ancora consultiamo, al quale
personalmente debbo l'avvio agli studi di letteratura italiana.
Da questi maestri, per limitarmi solo ai miei anni, apprendemmo quel che era
necessario, e pi , per le professioni alle quali poi ci avviammo, tanto che
molti di noi occuparono posizioni di primo piano: nella letteratura creativa
(basti pensare a Corrado Alvaro), nella magistratura, nell'avvocatura,
nell'esercito, nella cultura umanistica e scientifica.
Ma pi  che essi mi  caro ora rievocare, dall'ombra in cui  immersa da
settant'anni, la figura d'un mio fido compagno timido, gracile, si sarebbe
detto infantile. Egli pass direttamente, come tutti tra noi, tranne i pochi
pi  giovani nati nel 1900, dai banchi del "Galluppi" alle trincee delle Alpi.
Non rammento il suo nome, ed i ragazzi di oggi non lo potranno quindi
distinguere tra tanti che gremiscono l'ampia lapide che nel Liceo raccoglie i
nomi dei caduti nella prima guerra mondiale. Un nome dissolto nell'ombra.
Eppure forse  bene che sia cos: quel che conta non  il nome con cui
visse ma l'istinto d'amore per cui mor.
Sapemmo infatti in seguito che, dopo una giornata di sanguinosi combattimenti
per la conquista e riconquista d'una inutile posizione, il timido compagno,
ormai momentaneamente al sicuro nella sua trincea, ne usc, una prima, una
seconda ed una terza volta per recuperare i cadaveri dei caduti; e la terza
volta una mitragliata lo abbatt sul corpo del compagno che egli sperava di
restituire, almeno quello, alla madre.
In lui ricordo tutti i miei compagni che nel "Galluppi" impararono a
combattere non risparmiandosi, quando fu necessario. A combattere senza odiare.

/:/Enrico Mannarino.
di Francesco e di Enrichetta Peronace
nato a Catanzaro il 19 dicembre 1901
Iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1910/1911)

Caro Ezio,
la tua lettera mi ha fatto molto piacere perch rappresenta per me un invito
a rituffarmi negli anni ormai lontani della mia giovinezza.
Fin dall'infanzia sognavo il momento in cui avrei cominciato a frequentare il
ginnasio "Galluppi" dove aveva studiato mio zio, Ernesto Peronaci, mio fratello
Saverio ed i miei cugini Luigi Mannarino ed Alberto Alberti.
Iniziai il ginnasio inferiore a soli otto anni, nel 1909, un anno dopo che
Saverio aveva conseguito la licenza liceale, mentre mio fratello Giuseppe era
al secondo ginnasio, un anno avanti a me.
Era preside il professor Pasquale Todeschini; mio professore di lettere fu un
sacerdote Vito Vono, che mi avvi allo studio del latino; anche al ginnasio
superiore e nel liceo ebbi come professori di lingue classiche dei sacerdoti.
Ricordo che il professore ci invitava a tradurre quante pi  proposizioni
fosse possibile e che mi ostinavo a tradurle tutte, tra le proteste di mio
fratello Peppino che avrebbe preferito cenare ed andare a letto presto.
Allora le alunne erano pochissime; ricordo fra le compagne di ginnasio Italia
La Rosa fra quelle del liceo Alba Giordano, mia compagna di banco, morta
giovanissima, e le sorelle Maria ed Anna Sacchi, di Nicastro: in quegli
anni, infatti, l'unico liceo della provincia era quello di Catanzaro mentre a
Nicastro, Crotone e Monteleone, c'era soltanto il ginnasio.
Altro compagno era Domenico Larussa con il quale eravamo sempre in
cavalleresca competizione per il primato nella classe; Mico Larussa si
ricord sempre di questa gara ed ogni volta che mi presentava a qualcuno, ed
alle volte anche quando assistevo a qualche suo comizio, non mancava mai di
rammentare la nostra competizione di quei lontani anni.
Mio fratello Peppino raccontava spesso che un giorno Larussa domand a
Domenico Foderaro chi fosse il primo nella sua classe e che il Foderaro ebbe
a rispondere che nella sua classe non c'era n primo n secondo ma erano uno
pi  cretino dell'altro. Naturalmente questa era solo una battuta perch nella
classe di mio fratello e di Foderaro c'erano uomini che si sarebbero distinti
nell'insegnamento universitario come Umberto Bosco ed Ernesto Pontier; nella
letteratura come Corrado Alvaro; nella professione come lo stesso Foderaro;
nella vita militare come Bernardino Grimaldi junior; nella politica come
Vincenzo Turco.
Fra i miei compagni ricordo: Mario Marincola Cattaneo, Saverio Marincola
Politi, Umberto Poler, Ciccio Calabria, Guido Calzona; questi  l'ultimo di
cui abbia avuto notizie, avendolo incontrato un paio di anni fa.
Miei professori di ginnasio furono Tito Laterza prima e Filippo Gemelli poi
per la matematica, Tommaso Susanna per il francese; nel ginnasio superiore
ebbi come professore di lettere Giuseppe Schiavello.
Durante il mio quinto ginnasio (1914-15) iniziarono le manifestazioni per
l'intervento dell'Italia nella Grande Guerra; io che, seguendo mio zio Enrico
Mastracchi, ero socialista, ero contrario all'intervento; Peppino invece,
repubblicano, era interventista.
La scuola si chiuse in maggio ed all'inizio del nuovo anno l'edificio del
"Galluppi" fu requisito dalle autorit militari per cui frequentammo in locali
di fortuna in via Filanda. Da una parte questo ci ricordava i tempi in cui
Catanzaro era sede di una importantissima attivit artigianale, dovevamo per
affrontare molti disagi in locali che oggi sarebbero definiti senz'altro
inidonei.
La presidenza, la segreteria ed i gabinetti scientifici erano invece rimasti
nella sede centrale; le attrezzature non erano certo nelle migliori
condizioni. Ricordo, fra l'altro, che la macchina pneumatica funzionava male e
l'assistente di fisica Monteverde, quando presentava l'esperimento del
crepavesciche dava delle botte alla vescica per farla rompere, dato che la
pressione atmosferica non ci riusciva.
Un giorno il professore Vivaldi, irritato perch non trovava un testo di
Dante sul quale doveva tenere la sua lezione, lamentava che durante il
trasloco delle suppellettili nei nuovi locali della Filanda erano stati
dimenticati libri importanti, registri, gli attaccapanni e persino il gesso.
In quel mentre una folata di vento fece oscillare il ritratto del re; egli si
volse di scatto a guardarlo ed esclam: A tia per non ti scordaru!.
Oltre a Vincenzo Vivaldi, studioso noto in campo nazionale per le sue
pubblicazioni ed i suoi studi insegnava nel Liceo don Sante Calabria, un
sacerdote di Conflenti molto amato dagli alunni.
Ricordo che tutti con profondo rispetto, lo chiamavano don Santo; era molto
esigente nello studio ma non rimand mai nessuno. Devo senz'altro a lui se,
pur avendo seguito altri studi, ricordai sempre bene le lingue classiche; fu
per me e per i miei fratelli una grande gioia quando a mio nipote Franco fu
affidata la cattedra d latino e greco nel liceo "Galluppi" dalla quale aveva
insegnato il Calabria.
Di don Sante Calabria si raccontava un gustoso episodio. Un giorno gli studenti
abbandonarono le aule per una manifestazione; il preside (che nel momento
della fuga era rimasto prudentemente chiuso nel suo ufficio) rimprover i
professori per aver permesso tale atto di indisciplina; don Sante rispose
pacatamente che egli non aveva permesso agli allievi di uscire, aveva anzi
tentato di persuaderli a restare in classe, ma quelli non gli avevano dato
retta; al che il preside esclam: Io li avrei passare sul mio cadavere!, ed
il Calabria sempre bonariamente: Sa, signor Preside,  questione di gusti!.
Come insegnante di storia c'era Orsini Begani; Alfonso Leonardi insegnava
filosofi; Luigi Talamo fisica; nell'ultimo anno insegn matematica e fisica il
trentino Guido Battisti, parente del martire Cesare; professore di scienze
naturali era Salvatore Rotella.
Un altro episodio che mio fratello Peppino amava raccontare riguarda appunto
questo professore. Peppino non brillava in scienze naturali ma, poich andava
bene nelle discipline umanistiche, alla fine dell'anno il Rotella gli disse
che se avesse risposto bene almeno ad una domanda lo avrebbe promosso; la
domanda fu: Come cristallizza la limonite?.
Una compagna che sedeva al primo banco gli fece un cenno di negazione e mio
fratello, trionfante, rispose: Professore, la limonite non cristallizza, ed
il professore: Bravo, e perch non cristallizza?, al che mio fratello
replic: Professore avete promesso di promuovermi se avessi risposto ad una
domanda... questa  la seconda!. E cos fu promosso anche nelle scienze
naturali.
Nel 1917 mio fratello Peppino consegu la licenza, con qualche mese di
anticipo e per semplice scrutinio, dato che la sua classe era composta in gran
parte da ragazzi del 99. Pensai allora di saltare il terzo liceo per poter
partire insieme a lui per l'universit, cos, durante le vacanze estive, mi
preparai per gli esami e, nella sessione autunnale, ottenni la maturit,
sebbene non avessi ancora compiuto i sedici anni.

/:/Domenico Pittelli.
di Francesco e di Rosa Ricca
nato a Catanzaro il 15 aprile 1906
Iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1917-1918)

Ezio, mio caro,
erano gli anni della Grande Guerra: la piaga dell'anafalbetismo affliggeva
tutta l'Italia meridionale ed in Catanzaro pochi erano i ragazzi che con la
quinta e la sesta elementare, completavano i loro studi ed ancora meno quelli
che li continuavano negli avviamenti professionali o negli istituti tecnici
inferiori.
Io che avevo frequentato le scuole elementari in aule allocate nel vetusto
palazzo Arcieri di corso Vittorio Emanuele sognavo il ginnasio nel "Galluppi".
Il "Galluppi" era, per, in quegli anni, uno dei tanti ospedali militari
lontani dal fronte che riceveva i soldati feriti per curarli e restituirli
alle fangose trincee dei monti contesi.
Finalmente nel 1917, fui alunno del "Galluppi" s, ma fuori dalle sue
antiche mura, infatti cominciai a frequentare il ginnasio in una casa
privata, in un vicolo del rione Maddalena, in una stanza squallida.
priva di luce, con le imposte esterne sconnese, le porte vecchie e cadenti.
Dopo pochi giorni, le classi furono trasferite in via XX Settembre, in un
edificio privato che era pi  confortevole; le aule erano luminose, ma
freddissime: stavamo in classe con il cappotto e i guanti di lana, ma...
trantulliavamu d'o friddu!. La collaborazione scuola famiglia invent...
i riscaldamenti scolastici: il padre di un mio compagno di classe, che
stagnava recipienti di rame, port un vecchio calderotto con carboni,
polvere di carboni, carbonella, polvere di carbonella; con pezzetti di
deda accese la carbonella e fece maturare le braci; depose il tutto
davanti alla cattedra e, salutando, and via. Fu una viva e piacevole
sorpresa per tutti noi bambini infreddoliti e particolarmente per
l'intirizzito professore Patari che, ispirato dal braciere della scuola,
improvvis alcuni versi dialettali. Da quel giorno u vrasceri fu sempre
acceso nella nostra aula. Le altre classi e gli altri professori furono
trascinati dal caldo e luminoso esempio e, a turno, i ginnasiali di via
XX Settembre portavamo tutto l'occorrente affinch il bidello, ogni
giorno e per tempo potesse preparare i bracieri necessari a riscaldare
tutte le aule.
Sono ancora vivi nella mia mente i volti dei compagni dei tre anni di
ginnasio e li rivedo tutti ai loro posti nei banchi: un certo numero di
loro non prosegu gli studi, pochi frequentarono con me il "Galluppi" fino
alla licenza liceale, di altri non seppi pi  niente, di alcuni ebbi notizia
della loro morte. Ricordo i loro nomi: i gemelli Salsano, Alfonso Fiorentino
che chiamavamo il vescovo perch portava un grosso anello d'oro con pietra
viola, Jannelli (alto e magro), Bonaventura Casale e... i ripetenti che, per
il professore Patari, costituivano il senato della classe e ancora i due
Sirianni, Giorgio Ascenti, Alfredo Canino, Colucci, Allegra (il cui fratello
aviatore era caduto in guerra), Leucadito che fu nel 1944, cancelliere al
processo di Verona. Tra gli insegnanti del ginnasio inferiore vivo ho il
ricordo del professore di lettere Giovanni Patari e del professore di
matematica Gemelli: due tipi assai diversi. Il primo estroverso, sempre
allegro, gioviale suscitava l'interesse per la chiarezza con cui si esprimeva,
e si conquist l'amore ed il perenne ricordo di tutti noi con le battute
scherzose e simpatiche e con i frequenti richiami, nel corso delle spiegazioni,
a fatti, avvenimenti e personaggi della Catanzaro del passato e di quei tempi.
L'altro introverso, di poche parole privo di comunicativa, merit, tuttavia il
nostro rispetto.
Alla fine della guerra, tutte le classi del ginnasio e del liceo nonch il
Convitto Nazionale, poterono ritornare nei locali del "Galluppi" sul corso
Vittorio Emanuele. Si realizzava il mio sogno anche se permaneva un netto
distacco fra noi, alunni del ginnasio inferiore, e gli studenti del liceo i
quali dandosi tutte le arie del loro rango, chiamavano "picciuni" i
ginnasiali e raramente entravano in confidenza con loro.
Solamente in occasione di scioperi si era tutti uniti per salare le lezioni
e scendere per le strade a far baldoria, resistendo compatti agli inviti
pressanti dei questurini di... scioglierci.
Protestavamo, per, per cose serie: contro la debolezza del governo, contro gli
ex alleati e contro il presidente Wilson che sembrava aver dimenticato
l'enorme contributo di sangue pagato dall'Italia per la vittorla.
Il delegato di P.S. Solari, un omone dall'aspetto burbero ma che godeva di
molto rispetto per la sua bonomia e la sua comprensione per le intemperanze
giovanili, interveniva personalmente per moderare la nostra protesta e
preoccupato pi  che di scioglierci, di farci rientrare indenni a casa,
prendeva per la collottola i turbolenti e la sua minaccia pi  pesante era: se
non ti allontani ti accuso a pap, con simili drastici sistemi raggiungeva
quasi sempre lo scopo, in quanto i nostri pap erano assai diversi, per
severit, da come sono oggi i pap dei nostri nipoti.
Vivo in me  anche il ricordo dei due anni di ginnasio superiore. Eravamo in
pochi in entrambe le sezioni. Nell'aula della quarta A, adiacente alla
presidenza, con me adolescente rivedo: Carmine Sirianni, Giorgio Ascenti,
Antonio Miceli figliuolo del professore Domenico, Vincenzo Rubino, Francesco
Silipo, Carlo Felicetti, Arturo Castagna, pi  grande degli altri e rosso di
capelli che noi, facendo sfoggio delle prime nozioni dl greco, chiamavamo
tricheritro, provocando la sua pericolosa reazione, Ilario Niutta, Massimo
Proto ed il piccolissimo quanto vivace Arnaldo Caiola.
Ricordo gli insegnanti: Cristo di Dio era, per il suo intercalare, il
professore di lettere Domenico Miceli, oltremodo preparato, scrupoloso al
massimo, burbero, facile ad irritarsi, ma comprensivo; u nervosu era il
professore di scienze, Bisogni dall'arrabbiatura facile; Mariannina era con
riferimento alla Francia (Marianne) di cui parlava perfettamente la lingua, il
professore di francese Tommaso Susanna che ci raccontava dei suoi viaggi a
Parigi e a Bruxelles; u maestru 'e cozzutumbuli (ma questo, allora, era il
nome comune dato a tutti gli insegnanti di ginnastica) era il professore Luigi
Marincola di San Floro, di illustre e nota famiglia catanzarese, piccolo di
statura e con la faccia di cane bulldog; sempre elegantissimo, sfoggiava
cravatte ed abiti vistosi, ghette, scarpe luccicanti e l'immancabile tuba di
cui aveva un assortimento; fin nelle aule pi  lontane dalla palestra
risuonavano gli appellativi con cui ci apostrofava gridando: polpettoni!...
fannulloni!. Gliene facevamo di tutti colori: al tiro alla fune tra squadre
di classi diverse, abbandonavamo contemporaneamente la corda facendo ruzzolare
a terra gli avversari, oppure mettevamo del sapone lungo la pertica per cui
nessuno riusciva a raggiungere la cima.
Lo scherzo pi  frequente, riservato a qualche professore che non godeva le
nostre simpatie, era quello di bloccare la porta del minuscolo gabinetto: ci
appostavamo e, quando lo sapevamo chiuso dentro, senza far rumore, facevamo
scattate la maniglia esterna condannandolo ad una prigionia pi  o meno lunga
a seconda della violenza dei pugni con coi tempestava la porta.
In quinta eravamo pi  numerosi e passammo in una delle aule grandi: la prima
del corridoio di destra con una bella finestra sul corso Vittorio Emanuele.
Fu per tutti un anno di studio intenso perch con il professore Miceli, che
l'anno precedente aveva superato brillantemente il concorso per il passaggio
al ginnasio superiore, anche noi avremmo dovuto subire una minuziosa ispezione
ministeriale che avrebbe consentito al nostro docente di concludere
positivamente il suo straordinariato solo se, con la nostra buona preparazione,
avessimo dato prova delle sue capacit didattiche. La collaborazione e
l'impegno affettuoso fruttarono al professore il raggiungimento del suo
obiettivo e a noi un facile passaggio al liceo.
Nel primo e nel secondo liceo ancora due sezioni: la mia, la A, e l'altra dove
c'erano anche le ragazze, la B.
In terza liceo, invece, una sola sezione: ai superstiti della A si aggiunsero
le signorine: Ester Zanotti, Lina Mancaruso e Anna Talarico con cui non c'erano
altri rapporti se non quelli strettamente scolastici e alle quali davamo del
voi per educazione e non perch fosse gi stato imposto dal regime;
c'erano sempre i convittori tra cui Alberto Cafasi, e i nuovi arrivati: Alfonso
Gemelli, Enzo Malgeri, Saverio Aracri, Gioacchino Ranieri, Nino Mazzocca,
Donato Furino, Luigi Valenziano, Salvatore Ferraro, Alfredo Rizzo, Domenico
Bonelli, Dastoli, Manduca, Cuiuli, Stella, Mannarino, Vita, Chirico, Cavallo.
I professori del liceo non ebbero pi  soprannomi ma, per l'affetto, la
devozione, la stima, l'ammirazione ed il prestigio di cui godevano in tutta la
Calabria erano chiamati don prescindendo dal fatto che vestissero lo
stiffelius oppure l'abito talare.
Don Vincenzo Vivaldi, dantista di fama nazionale, critico letterario, autore
di interessanti volumi, ci tenne lezioni veramente dotte, seguite con la
massima attenzione e vivo interesse. Indossava sempre lo stiffelius caudato,
ormai fuori moda, nella cui coda di rondine, dotata di tasche profonde, poneva
i nostri compiti in classe che portava a casa per la correzione. Aveva una gran
paura dei tuoni e nei giorni di temporale non veniva a scuola.
Don Sante Calabria, sacerdote, sommo latinista e grecista, aveva un modo
particolare di interessare gli alunni alla letteratura ed ai classici greci e
latini; era dotato di un bonario e sferzante umorismo che gli consentiva di
raggiungere, specie con gli alunni pi  vivaci o pi  svogliati, assai pi  di
quello che avrebbe ottenuto con le punizioni, delle quali, peraltro, non fece
mai uso. Le rare volte in cui andava in collera si limitava a dire: siete
tanti vastasi e, subito dopo, sorridendo, aggiungeva: vastasu viene dal
greco "bastazo" ed indica coloro che portano... pesi!.
Don Vincenzo e don Sante furono protagonisti nei primi anni del secolo, di un
clamoroso episodio col quale dimostrarono che la loro benevolenza si associava
allo spiccato e geloso spirito di indipendenza. Per sostenere gli esami di
licenza liceale vennero a Catanzaro alcuni rampolli di illustri famiglie
romane e si presentarono con le... commendatizie del barone catanzarese
Evelino Marincola di San Floro, amico dell'aristocrazia della capitale.
I giovani patrizi, accolti a Catanzaro dai nobili locali (autentici o fasulli),
presero alloggio al Grand Hotel Brezia: si interessarono di cavalli, carrozze,
belle donne, svaghi e viaggi; frequentarono i salotti cittadini, sfoggiarono
carrozze e cavalli lungo il Corso, considerato il grande salotto della citt
e per nulla curarono l'italiano il latino il greco...
Presentatisi agli esami, sicuri della promozione in considerazione del loro
alto lignaggio, diedero, naturalmente, prova della loro impreparazione e
furono tutti clamorosamente bocciati; lasciarono la citt alla chetichella,
sicch di loro si pot dire che furono costretti a discendere vergognosamente
i colli che avevano scalato con orgogliosa sicurezza.
Il vecchio e glorioso "Galluppi" diede cos prova della seriet degli studi,
confermando le sue nobilissime tradizioni, fra il plauso della cittadinanza.
Fra gli altri insegnanti del liceo ricordo: don Giuseppe Schiavello, Antonio
Torchia, Vito Vono, Ernesto Pontieri (vincitore, giovanissimo, del concorso per
il liceo e subito chiamato alla cattedra di storia dell'universit di Napoli,
divenuto poi preside della facolt e Rettore dell'universit, storico illustre
ed Accademico dei Lincei), Ernesto Fortunato, Salvatore Rotella, Cesare
Sinopoli, Vincenzo Giannelli, Emilio Minicelli, Taamo, Pugliese e la
professoressa Rocchino che insegnava ginnastica alle ragazze.
Il 1924 affrontammo il primo esperimento di esami di maturit istituiti con
la riforma Gentile: nessuno di noi ha potuto dimenticarli, nemmeno oggi dopo
molti decenni. Non pi  gli stessi insegnanti del liceo, ma una commissione
ministeriale composta da docenti provenienti da ogni parte d'Italia: Nicola
Terzaghi, latinista e grecista di fama internazionale, dell'universit di
Torino, presidente; due liberi docenti dell'universit di Napoli ed altri
quattro docenti titolari nei licei, commissari.
Faceva parte della commissione, quale membro estraneo all'insegnamento, don
Luigi Costanzo, un sacerdote di vasta cultura, autore di pregevoli
pubblicazioni, molto noto e stimato, anche a Roma, per la fervida e costruttiva
attivit da lui svolta nell'Opera per il Mezzogiorno, creata da padre
Semeria e continuata da don Minozzi, dei quali fu prezioso collaboratore. La
sua presenza, il suo indimenticabile, bonario sorriso fu per tutti noi motivo
per superare le preoccupazioni e le ansie. Gli ultimi mesi che precedettero
gli esami furono dedicati alle studio intenso dalle prime ore del mattino
fino a tarda sera: ci riunivamo in piccoli gruppi, a turno, nelle varie case.
Fu un'estate calda, non spirava un alito di vento e si respirava a fatica. Il
mio gruppo, di cui facevano parte Peppino Marini, Alberto Cafasi, Alfonso
Gemelli e Giorgio Ascenti, nelle ore di caldo opprimente si fermava nelle
ampie scale del palazzo De Nobili, dove io abitavo; il carissimo don Pippo, che
ci trovava sui gradini ci rincuorava con consigli preziosi e con battute
simpatiche e mordaci che ci facevano dimenticare l'incubo che ci tormentava.
Nella prima sessione molti di noi superammo gli esami ed alcuni con elevata
votazione; altri furono promossi nella sessione autunnale; pochi furono i
respinti, quasi tutti provenienti da altri licei o privatisti che avevano
frequentato con noi solo l'ultimo anno.
Quale enorme differenza tra quegli anni e gli odierni! Gli studenti di allora
non godevano delle comodit e del tenore di vita di oggi: le aule scolastiche
non erano riscaldate; i genitori o la cameriera tutto fare accompagnavano i
piccoli a scuola e li riprendevano all'uscita, a piedi naturalmente, in quanto
anche le famiglie benestanti della citt, che gi possedevano le prime rare
automobili, si guardavano bene dall'usarle per accompagnare i figli a scuola
per non essere tacciate di ostentazione. Divenuti pi  grandi, gli studenti
andavano da soli a scuola e all'uscita si fermavano nelle piazzette, in
spiazzi poco frequentati o, spesso, in ampi portoni aperti per giocare a lu
strumbu o a la singa o a spingia spingia con i soidini o con i pennini.
Eravamo molto affiatati fra di noi, sia quelli tranquilli che pensavano
solamente allo studio e mantenevano una condotta irreprensibile a scuola e
fuori, sia quelli che, pur studiando con impegno, erano irrequieti in classe e
fuori. Io ero tra questi ultimi insieme con Peppino Marini, Giorgio Ascenti,
Donato Furino ed altri; per le nostre intemperanze, per le proteste o per
taluni atteggiamenti indisciplinati incorrevamo spesso in sospensioni dalle
lezioni. Sfogavamo la nostra... esuberanza fuori, dando fastidio ad alcuni
caratteristici personaggi della citt, noti come i susti per il loro modo
di vestire o per le fisime e l'insofferenza soprattutto nei confronti degli
studenti ritenuti tutti vacabundi... futtuti e scustumati.
Gli insegnanti erano, invece, comprensivi e tolleranti anche perch, spesso,
padri di figli vivaci volgarmente chiamati burdellari (oggi casinari) ma
impropriamente, in quanto in quei tali locali non era assolutamente consentito
fare chiasso o dare molestia.
Conseguita la maturit, poteva dirsi concluso il mio sogno ed era ormai
necessario essere svegli per trovare la strada nella vita. Per qualche anno
della giovinezza, per, continuai ad avere rapporti quotidiani con il mio
liceo.
Prima, quale membro estraneo all'insegnamento, feci parte di una commissione,
presieduta dal professore Santino Caramella, per gli esami di maturit
classica e vi interpretai il ruolo che, a favore della mia Terza A, aveva
svolto don Luigi Costanzo. Successivamente, per la mia doppia laurea in legge
ed in filosofia e per l'abilitazione che avevo conseguita all'insegnamento
delle materie giuridiche ed economiche, ebbi l'incarico di insegnare, nel
"Galluppi", storia, filosofia, economia politica e diritto corporativo.
Tornai, da docente, nelle stesse aule che avevo freqoentate da studente. Fu
l'esperienza di lavoro pi  interessante della mia vita ed ha lasciate in me
il pi  vivo ed il pi  caro dei ricordi: c'era poca differenza di et fra me e
gli allievi per cui si stabilirono, fin dall'inizio, rapporti di simpatia
reciproca, di comprensione, di affiatamento che mi consentirono di svolgere la
mia attivit di insegnante col massime impegno, in un clima di serenit.
Rivedo le tre aule, la disposizione dei banchi e della cattedra, i volti degli
allievi: sono ragazzi e ragazze ed io sono poco pi  grande di loro. Si compie,
per me, il miracolo della perenne giovinezza del docente.
Ai miei allievi di allora lascio, ora il testimone perch, se chiamati come
me dal caro preside Ezio Galiano a rivivere i loro giovani anni nel "Galluppi",
forse ricorderanno, tra i loro maestri, anche un giovane docente.
Io, rievocando gli anni del ginnasio e del liceo presso il vecchio, glorioso,
indimenticabile "Galluppi", li ho rivissuti ed ho sentito pi  che mai... il
sole nel cuore.


/:/Umberto Lombardi.
di Mariano e di Ester Lombardi
nato a Capua il 22 ottobre 1906
iscritto per la prima volta alla prima liceale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1923/24)

Illustre Professore,
il periodo dal 1923 al 1926 da me trascorso al liceo Galluppi di Catanzaro 
stato il pi  bello della mia vita studentesca sia per l'ambiente, sia per i
compagni, sia per i docenti.
Fra i docenti ricordo il bravissimo professore Vincenzo Vivaldi, il
professore Orazio Mottola, docente di storia, economia politica e filosofia,
il professore Bellusci, insegnante di greco, poi preside a Crotone, il collega
Rosario Rotella, finito professore a Crotone. Fra i compagni ricordo Enzo
Zimatore, presidente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati, l'ex senatore
Fausto Bisantis e tutti gli altri
Il pi  caro ricordo per Nino Vercillo, referendario della Corte dei Conti,
trucidato alle Fosse Ardeatine.
Gli iscritti al Partito Fascista erano soltanto due.
Fra le mie compagne di classe ricordo le tre ragazze, di cui una bellissima,
Elisa Salonia.
Gli insegnanti erano tutti molto severi e corretti. Ricordo il sacerdote
professore Schiavello che dava la caccia a chi si recava nelle ritirate per
fumare una sigaretta.
Di tutto e di tutti conservo un gradito, bel ricordo.
Gentili ossequi.

/:/Bruno Sgromo.
di Giovanbattista e di Concettina Serrao
nato a Borgia il 30 ottobre 1907
Iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1919/1920)

Da quel tempo lontano
affiorano nel mio ricordo i visi dei miei condiscepoli
curvi sui libri nelle ore di studio e, durante le lezioni, protesi nello
sforzo di voler quasi assorbire le nozioni e i concetti che i docenti
esprimevano col vivo della voce.
In verit opimi furono i frutti maturati in quella felice stagione scolastica,
ch di poi quasi tutti quegli studenti-studiosi hanno raggiunto nella societ,
che li ha accolti, affermazioni di primato professionale nei vari campi.
Di ci va sicuramente dato gran merito a quel corpo insegnante, che allora
faceva del "Galluppi" il pi  ammirato ed agognato ateneo della Calabria.
Nell'anno 1923 frequentavo la terza classe ginnasiale sotto la guida del
mite prof. Giulio Aromolo, quegli che, in quell'epoca sentita come eroica,
aveva composto il poemetto La Marcia di Ronchi, lavoro che s'ispirava
all'impresa dannunziana su Fiume.
In una mattinata buia e piovosa di marzo mi giunse in classe la ferale
notizia dell'improvvisa morte del mio povero babbo e, da allora, solo
l'impegno scolastico ed il conforto dell'affettuosa solidariet dei miei
compagni mi hanno potuto col tempo restituire sul volto rattristato il
sorriso e la serenit nella mia vita.
Preside dei Liceo "Galluppi" era il prof. Tancredi e vice preside il prof.
don Giuseppe Schiavello, che vigilava ai mantenimento dell'ordine e della
disciplina nell'istituto. Proverbiale era la sua continua esortazione ai
professori: Professore, punisca punisca!...
Era il prof. Schiavello un sacerdote, che vestiva abito talare, di statura
piuttosto bassa, calvo, dal volto segaligno con due occhietti neri e
mobilissimi. Nel corso degli anni '24 e '25, in frequenza del ginnasio
superiore, l'ho avuto come insegnante di lettere; egli era intransigente
nel metodo e quanto mai rigoroso nella valutazione dei meriti degli
alunni. Il gioved della settimana era destinato al compito in classe e
mi sovviene, di un gioved, li dettato di questo tema, di evidente lettura
manzoniana: Fate del bene a quanti pi  potete e vi seguir nella vita
d'incontrar dei visi che vi mettono allegria.
Nell'anno 1926, per me primo anno di liceo, teneva la cattedra d'italiano
l'anziano ed eruditissimo prof. Vincenzo Vivaldi; teneva la cattedra di
Storia e Filosofia il rigorosissimo prof. Orazio Mottola.
Il Vivaldi, coperto il capo di folta capigliatura appena brizzolata e rigata
nel mezzo, vestiva abito lungo e calzava lenti con laccio, mostrava
nell'insieme un portamento austero, che esigeva rispetto. Ricordo che portando
in classe i nostri compiti corretti li estraeva dalla tasca interna della lunga
giacca caudata e li buttava con sussiego sulla cattedra, pronunziando delle
battute che suscitavano ilarit ed egli, di ci, appariva compiaciuto.
Questo illustre professore d'italiano spesso impegnava l'ora di lezione con
l'esposizione del contenuto delle opere minori del pacifico novellatore
Boccaccio e talvolta, per farci comprendere l'Estetica, esemplificava il suo
dire mediante la recitazione di qualche passo poetico, per modo che chiaro
balzasse agli occhi della nostra fantasia il fantasma creativo, che era segno
dell'arte.
A tal fine un giorno con sentita effusione ci recit la poesia del Giusti,
Affetti di una madre, e balzava chiara e viva la rappresentazione dei
soggetti in atto:
Presso la culla in dolce atto d'amore/ Tacita siede e immobile; ma il volto/
nel suo vezzoso bambinel rapito,/ arde, si turba e rasserena in questi/
pensieri della mente inebriata.
Questo professore era pervenuto alle lettere da autodidatta, conseguendo un
notevole apprezzamento nella letteratura dell'epoca, merc la pubblicazione
di opere ponderose e pregevoli come Le Fonti della Gerusalemme Liberata;
una Polemica linguistica del '500 ed altri studi leopardiani.
La citt di Catanzaro, orgogliosa di questo suo illustre figlio, ha a lui
intitolato un grosso complesso scolastico in Catanzaro Lido.
Il Mottola longilineo, piuttosto giovane, dall'aspetto precocemente rugoso e
pensoso, si sentiva fortemente impegnato nel suo ministero e lo conduceva con
rigore inappuntabile soppesando di ognuno di noi la capacit e la preparazione;
sapeva suscitare in tutti noi amore allo studio della storia ed interesse
speculativo nell'assimilazione delle lezioni di filosofia.
Un giorno, durante la spiegazione della Critica della ragien pratica,
estrapol scrivendola alla lavagna questa massima: Dovere, parola grande e
sublime che non hai in te nessuna lusinga ma esigi sottomissione.
Fu a tutti noi chiaro il rigore dell'imperativo categorico e l'alto
significato della morale kantiana.
Iniziando l'excursus di questi miei frammentari ricordi ho affermate che
quella fu una scuola non pur di sapere, ma ben anco di vita. Posso in chiusura,
dire che per aver nel corso operoso della mia vita (quaranta anni di
magistratura e quindici di ministero forense) informato il mio cemportamento
interno ed esterno a quei dettami ora, da pensionato, mi accade appunto
d'incontrar dei visi che mi mettono allegria. Per la continua inappuntabile
osservanza dei miei doveri professionali e per l'attenta cura dei miei sentiti
doveri familiari, ho conseguito, quasi al culmine della mia esistenza, quella
serenit in che consiste la felicitas vitae.
All'illustre preside del Liceo Ginnasio "Galluppi" che mi ha richiesto la bozza
di questi miei ricordi, non posso inviarli senza parlare di Franco Berardelli,
che in maniera eccezionale come la sua genialit comportava, ha compiuto i suoi
studi in questo glorioso ateneo.
Per due anni, nella prima compagnia del Collegio, ho vissuto fianco a fianco
col Berardelli, al quale mi legava una certa affinit spirituale. Era costui
un giovane ben sviluppato nel fisico, dalle spalle larghe e collo incrinati in
avanti, quasi curvi, capo efebeo con fronte spaziosa e due occhioni chiari, che
parevano due pezzi di cielo in cornici iridate. Franco, familiarmente chiamato
Ciccio, era un appassionato studiose delle letterature italiana, latina e
greca alle fonti, particolarmente lo appassionavano il Leopardi, il Foscolo, il
Carducci, il D'Annunzio e leggeva dei francesi Lamartine, Chateaubriand,
Baudelaire, Verlaine; l'opera carducciana era il suo pabulo quotidiano e ne
seguiva la metrica. Era costantemente preso da un fervore poetico, sembrava
che le Muse si fossero in lui incarnate, perch tutto ci che apprendeva
volgeva subito in versi. Di lui si  scritto e detto in maniera anche
talvolta aulica, ma io voglio ricordarlo in quella che era la semplicit della
sua vita quotidiana.
Valga questo episodio rimasto ancor vivo nella mia memoria: in un primo
pomeriggio ci eravamo trasferiti nella sala del biliardo, posta al piano
superiore dell'istituto e contigua all'aula della seconda compagnia; Ciccio
aveva seco il testo di storia moderna, era il Rodolico, e teneva altres un
quaderno di appunti; si era accostato ad una finestra, che dava sui cortile
interno dell'istituto e, chiamatomi a s, lesse: Un uomo, Mirabeau si eresse/
dalle pupille sensitive e nere, sparso il volto/ di bionde efelidi leggere, e
disse: cittadini/ fratelli di dolore,/ segnamoci tre volte con la croce!/ Tre
volte per la libert si muore.
Aveva cos poeticamente colto un momento rilevante della storia della
Rivoluzione Francese, che egli allora stava studiando.
Franco Berardelli mor a ventitr anni stroncato da quei terribile male che
allora mieteva vittime, e, forse per questa tal comunanza di morte precoce,
 stato letterariamente ritenuto un epigono del crepuscolare Gozzano, ma egli
dei crepuscolari non aveva la indifferenza ed il metro discorsivo, che
caratterizzavano lo stile di quelli, e particolarmente quella specie di
abbandono del mondo. Berardelli era fortemente attaccato alla vita che gli
sfuggiva e, nello struggimento fatale dell'essere, invocava la vita perfino
oltre la morte: Una pena/ nel cuore, infinita/ il desiderio di morire/ senza
uccidere la Vita:/ Cos, finire/ per una breve vena/ spezzata nel cuore.
Ricordo ancora: si accostava con fede al Nazareno dalle rosse chiome ed, a suo
dire, dalla fronte di luce e, con ispirazione dantesca in una sublime sintesi
dei Fioretti, cos cant del Serafico in ardore:
Passava, tra il dileggio della gente/ per le strade d'Ascesi/ lungo la via
che porta a S. Damiano/ lacero, muto, con la croce in mano/ il figlio del
mercante Bernardone,/ per rifare la Chiesa, come il Cristo/ gli aveva detto, in
una sua visione (...)/ E cresceva la gente poverella./ Ad Ascesi venivano sui
monti/ dell'Alvernia, su quella/ altura solitaria, presso i fonti/ d'acqua
limpida i frati cavalieri/ che altra arma non avean che il Cristo in croce/ ed
altro non voleano scudo avere/ che l'oblio di s stessi nel Signore./

/:/Vincenzo Zimatore.
di Diego e Iole Alvano
nato a Catanzaro il 21 settembre 1908
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1918/1919)

La mia vita col Galluppi
Mio caro Ezio, cominciai a frequentare il Regio Liceo Ginnasio "Galluppi" nel
1918 quando la prima Grande Guerra non era ancora finita e sulla mia casa (in
quel tempo all'angolo tra il corso Vittorio Emanuele e via Bellavista) era
ancora piazzara una ingenua difesa antiaerea costituita da una mitragliatrice
vegliata da un soldato della territoriale che di notte, ogni quarto d'ora,
gridava in un megafono: all'erta, sentinella, per sentirsi rispondere da
un'altra sentinella, appollaiata con un'altra mitragliatrice sulla vecchia
torre del Duomo, all'erta sto. Ed ero da pochi giorni, studente del ginnasio
quando la sera del 4 novembre 1918 mi trovai, con alcuni compagni pi  grandi
di me, nel festante corteo che, preceduto da giovani in bicicletta e da tante
bandiere tricolori, passava per le vie di Catanzaro cantando o Trieste, o
Trieste del mio cuore...
Allora l'edificio del "Galluppi", quel nobile Palazzo che pu chiamarsi il
tempio della cultura catanzarese, era ancora occupato dal Regio Esercito.
Costruito attorno al 1580 come Convento dei Gesuiti e Chiesa del Ges, aveva
per secoli ospitato il Collegio, retto prima dai Padri Gesuiti e poi, quando
l'Ordine con l'editto del 3 novemhre 1767, fu espulso dal Reame, dagli Scolopi
ed aveva ospitato le Scuole universitarie istituite a Catanzaro da Giuseppe
Bonaparte e, dal 1826 al 1860, le Reali Scuole Pie. Per secoli, generazioni e
generazioni di giovani avevano compiuto i loro studi nel palazzo che dopo il
1860 fu intitolato a Pasquale Galluppi. Giovani non solo di Catanzaro ma della
intera nostra Provincia perch nel Palazzo aveva sede anche il Convitto
Nazionale che era frequentato da convittori e semiconvittori provenienti da
molti paesi della Calabria.
La sezione del Ginnasio alla quale venni assegnato era sistemata, alla men
peggio, in un modesto edificio sito alla fine di un lungo e tortuoso vicolo
del rione Maddalena, a picco sulla timpa di Pratica, quasi sempre battuto
da venti impetuosi, con pavimenti di cemento, infissi sconnessi, molti vetri
rotti e naturalmente, senza ombra di riscaldamento (che allora, in verit,
mancava anche nelle case signorili perch si viveva nel beato convincimento che
a Catanzaro non faceva freddo e che per riscaldare le grandi stanze, alte
cinque metri, poteva bastare un modesto braciere con la sua brava ruota).
Cominciavano nel 1918 gli anni pi  inquieti della nostra storia recente.
Ai problemi lasciati in eredit dalla guerra altri se ne aggiungevano,
tutti ardui e complessi. Nuove prospettive, nuove ideologie, nuovi bisogni.
In tutti i campi tutto cambiava e con paurosa rapidit.
I nuovi fermenti che agitavano la societ italiana erano pi  vivi e pi  attivi
tra gli studenti e specie tra quelli del Liceo che costituivano la
intelligentia di quel tempo.
Il Liceo "Galluppi", ricco di antiche tradizioni e di grandi Maestri, era il
fiore all'occhiello della cultura catanzarese; era l'officina dalla quale
erano usciti e continuavano ad uscire, anno dopo anno, avvocati e magistrati,
notai e medici, filosofi e letterati. Solo chi aveva frequentato il Liceo
classico poteva aspirare (in un tempo che non era angosciato dal problema della
disoccupazione intellettuale) alle professioni ed alle carriere pi  prestigiose.
Frequentando il Liceo si acquistava il biglietto d'ingresso al notabilato
borghese.
La consapevolezza di questo comune destino e l'appartenenza alla medesima
classe sociale, facevano degli studenti del Liceo (che erano pochissimi
perch in provincia esistevano solo altri due licei e quello di Catanzaro,
il pi  importante, aveva meno di cento studenti) una specie di casta chiusa.
A 15 anni, quando raggiungemmo le tre classi liceali, la nostra vita si
svolgeva in gruppo.
La mattina, dalle 8,30 alle 10,30 le prime due ore di lezione; poi mezz'ora di
intervallo (che quasi sempre veniva impiegata in rapide visite ad una
pasticceria, sita in un vicolo a lato dell'antico Teatro, dove ci attendevano
grandi guantiere di sostanziosi buccunotti di crema e cioccolato); poi dalle
11 alle 13 altre due ore di lezione.
Nel pomeriggio, dopo qualche ora di studio, facevamo la nostra passeggiata sul
Corso, da Santa Caterina al vecchio Teatro (il Comunale gi Real Francesco,
orgoglio della Catanzaro dell'800, col suo bel portico e col suo orologio che
fece scrivere a Giuseppe Casalinuovo alcune fra le sue pagine pi  belle) e
viceversa; due, tre, quattro volte, lanciando languidi sguardi alle fanciulle
in fiore e salutando rispettosamente, cappello in mano, gli amici di famiglia.
Catanzaro era allora una citt umana e gentile, ospitale e serena nella quale
(per ripetere le parole di Isnardi) un uomo non era mai solo. Una citt densa
di sapori, di odori, di colori, di suoni. Ogni vicolo della Greca o del
Carmine o della Stella ti offriva balconi fioriti di garofani e gerani
multicolori, finestrelle incorniciate da festoni di peperoni rosso fuoco, da
reste violacee di cipolle di Tropea, da reti piene di mele rosse e gialle.
Davanti alle porte dei bassi stavano sedute pacchiane e popolane dai costumi
sgargianti. Le strade, i larghetti, gli angiporti ombrosi erano intrisi dal
profumo acuto dei garofani, da quello dolcissimo del gelsomino, da quello acre
della conserva di pomodoro posta a seccare al sole, da quelli casalinghi
dell'aglio del basilico, del rosmarino che evocavano fresche insalate e
succulenti rage favolosi capretti al forno. Nell'aria fresca e pulita
si inseguivano rintocchi di campane, squilli di trombe militari, melodie
di bande cittadine, tamburi di processioni, urla di strilloni di giornali,
grida di venditori ambulanti, note saltellanti di pianini. E su tutto
dominava il canto degli artigiani, dei muratori, dei ciabattini, delle
lavandaie; il canto del popolo catanzarese che lavorava cantando. La mattina
mi svegliavano i rumori dei grandi traini tirati da tre muli bardati di
sonagliere ed il tintinnio dei ferri delle teorie di asinelli che salivano in
citt per portare sabbia e mattoni, farina e verdure, ed il richiamo dei lattai
che arrivavano in citt con i loro piccoli greggi per portare fin sulla porta
delle case il latte caldo; venivano tutti dalla porta di mare, l'antica porta
granara e passavano all'alba sotto la mia casa. E la sera mi addormentavo
ascoltando le serenate che giravano per le strade ormai deserte per sostare
sotto le finestrelle dalle quali occhieggiavano ragazze dai nomi semplici:
Carmela e Lucia, Concettina e Marietta. I vicoli di Catanzaro non conoscevano
ancora Patrizia e Monica, Viviana e Fiammetta.
La sera ci ritrovavamo o in qualche camera vuota dell'ultimo piano dell'Albergo
Brezia (sul corso, nel palazzo Vercillo che oggi ospita la gioielleria Sandoz)
nel quale avevamo possibilit di accesso perch uno di noi, Pep Sorrenti, era
figlio di don Pasquale, gestore dell'Albergo, o, pi  spesso, nella sala interna
del caff di don Rosario Colacino, in piazza della Immacolata, in una casa che
venne poi demolita assieme a Palazzo Serravalle.
Nelle camere del Brezia si svolgevano lunghi ed accaniti incontri di tressette,
scopone, briscola e stoppa, sempre con poste di pochi centesimi. Qualche volta,
quando don Pasquale era lontano, Pep scendeva nelle cucine e ritornava carico
di interi pani, pezzi di formaggio e di salami e qualche bottiglia di vino. Ed
allora era festa. Cos come fu festa grande quando conseguita la licenza
liceale (che nel 1926 fu prova davvero difficile perch era entrata in vigore
la riforma Gentile) ci riunimmo in una saletta del ristorante in un epico
pranzo dalle innumerevoli portate che ebbe inizio con quella pasta china,
imbottita ed impreziosita da provola e formaggio, raged uova sode, polpettine
di carne e pezzi di salsiccia piccante; quella pasta china che  stata e
rimane piatto principe della cucina catanzarese ed ha ancora (anche in questi
tempi di diete e colesterolo, footing e macrobiotica) tanti e tanti nostalgici,
come  dimostrato dal fatto che alcuni anni or sono io ho avuto la gioia di
trovare su un bianchissimo muro di Caminia anzicch i soliti vota Tizio o vota
Caio questa bellissima scritta davvero densa di buon senso e di buon gusto
d'a sira a la matina viva, viva 'a pasta china.
Invece nel caff Colacino parlavamo e parlavamo e parlavamo; per ore ed ore.
Ogni tanto qualcuno di noi, sollecitato dal cameriere Felice che sentiva
mugugnare don Rosario, prendeva un caff o una gassosa o addirittura, quando
nella sala vi era qualche graziosa fanciulla (naturalmente scortata da padre,
madre, fratelli e zie), una tazza di t che, a nostro avviso, ci qualificava
come uomini di mondo. Felice era uno strano cameriere che di cameriere aveva
solo i piedi piatti ed il frac; in realt era un filosofo, un saggio che in
quel tempo in cui ognuno cercava di magnificare i propri meriti guerreschi (o
di inventarli, se non ne aveva) spiegava con un bonario sorriso, che gli era
stata conferita una medaglia al valor militare (cosa difficilissima nella
prima Grande Guerra, specie per un soldato semplice quale era stato Felice) ma
che in realt si trattava di un errore perch egli era uscito dalla trincea
non per andare a catturare ufficiali e soldati nemici, come poi aveva fatto,
ma solo per soddisfare una personale necessit.
Nelle lunghe serate al Colacino parlavamo anzitutto di donne. Le nostre
conoscenze in materia erano allora essenzialmente letterarie. Sapevamo tutto
delle eroine della letteratura classica ma anche di quella moderna: Mila di
Codro e Basiliola , Madama Bovary e Natascia non avevano misteri per noi;
ed ancora meno ne avevano le eroine di serie B, le peccaminose, da quella
Mim Bluette che aveva accompagnato in trincea i ragazzi del 900, alle
fanciulle di Beltramelli che sacrificavano la loro verginit all'ombra dei
mandorli in fiore, alle sofisticate donne di vita di Pitigrilli e di Dekobra,
divoratrici di cocaina. In pratica le cose andavano maluccio perch delle
rigide categorie delle malefemmine di allora (le mantenute, privilegio di
professionisti affermati e di ricchi commercianti, le cocottes e le ballerine,
caccia riservata ai ricchi giovani del gran mondo; le puttane vere e proprie
ospiti di Madama Miffi o di Maria a Longa; le servotte buone a tutto fare; le
floride pacchiane che scendevano da Gagliano, da Tiriolo o da Gimigliano e si
concedevano, di tanto in tanto, qualche distrazione) noi avevamo familiarit
(e neppure eccessiva) solo con le tre ultime pi  modeste categorie.
E parlavamo di poesia. Chiss quante volte in quella sala semibuia furono
pronunciati i nomi di Carducci e di Pascoli, di D'Annunzio e di Baudelaire e
di Verlaine e di Byron e di quelli a noi pi  intimamente vicini, Guido Gozzano
e Sergio Corazzini e Vittorio Locchi. Chi pi  chi meno, eravamo tutti poeti.
Ma i poeti ufficiali della mia classe erano due: Franco Berardelli e Giovanni
de Angelis.
Franco Berardelli a 12 anni, mentre era ancora al Ginnasio, aveva pubblicato
la sua prima raccolta di versi: Penduli di mughetto. Al Liceo mentre tutti
gli altri ci affannavamo a tradurre dal greco, ogni settimana, un brano del
Prometeo, Franco portava ogni settimana due traduzioni del brano: una dal
greco in latino e l'altra in impeccabili versi italiani. Era sempre triste e
taciturno e tra noi si sussurrava che era ammalato, che aveva quella cosa
terribile, quel male che allora non perdonava, la tisi; che sarebbe morto
presto. E presto mor, mentre era ancora studente universitario, a soli 23
anni, lasciando romanzi e raccolte di versi, opere teatrali, saggi, traduzioni.
Alfredo Baccelli scrisse: sul mio tavolo non vi  che una fotografia, quella
di Franco Berardelli, ch di poeti per me non c' che lui.
Giovanni de Angelis pubblic la sua prima raccolta di versi, Larcobaleno
della nostalgia, quando frequentavamo il primo liceo. Fui io il dattilografo
che su una vecchia Adler scrisse le bozze da inviare alla casa editrice; e
Giovanni per ringraziarmi volle dedicare a me una delle poesie del suo
volumetto. Malgrado la rassegnata opposizione della famiglia egli volle
cambiare nome e da Giovanni si mut in Raoul Maria de Angelis e con questo nome
divenne poi celebre come romanziere, come giornalista, come pittore.
Ma non erano solo Franco e Giovanni tra i miei compagni coloro ai quali la vita
aveva destinato la fama.
C'era Nino Vercillo, il baroncino Vercillo piccolo, elegante, sereno. Non
scriveva poesie e diceva di non credere ai grandi miti, ai grandi ideali che
allora ci affascinavano. Si era acquistata tra noi la fama di cinico, di
indifferente, di borghese. Ma il Destino aveva conservato per lui un posto
tra gli Eroi perch mor giovanissimo, trucidato dai tedeschi alle Fosse
Ardeatine.
C'era Gigi Pugliatti, silenzioso e distinto. Sulla sua nobile famiglia correva
un epigramma: In casa Pugliatti, son duchi anche i gatti. Ma Gigi non si
atteggiava a giovane duca, Gigi con grande semplicit e con grande coraggio
dichiarava apertamente di essere socialista. Fu Gigi che nella sua casa (che
oggi pi  non esiste e nella quale era severamente proibito fumare) ci inizi
ai segreti della letteratura russa.
Pass come una meteora Aldo Bozzi, figlio di un alto magistrato; Aldo Bozzi
destinato a diventare uno dei personaggi pi  alti e pi  prestigiosi della
vita politica italiana.
E c'era Fausto Bisantis, destinato anche lui alla vita politica nazionale; e
Felice Greco, il nipote del Prodittatore nella cui casa era custodita la prima
bandiera italiana cucita a Catanzaro nel risorgimento; c'era Peppino Martelli,
bello, aristocratico, idolatrato dalle donne, e Adolfo Sacchi che aveva il
primato della bont e che tale primato inestimabile seppe conservare anche
quando raggiunse gli alti gradi della Magistratura; e Mariano Caligiuri che
ogni anno ci invitava in una sua casa grande e buia, al rituale lutto del
maiale.
Questi erano i miei compagni di classe; non tutti perch, purtroppo, di altri
la vita mi ha fatto perdere le tracce ed il ricordo non  pi  nitido e sicuro.
E poi c'erano le Signorine, le mie tre compagne: Pittelli, Solonia e Corapi.
Tre ragazze che furono mie compagne per tre anni e che per tre anni incontrai
ogni giorno ma delle quali nulla posso dire perch costituivano un mondo a
s; un mondo chiuso col quale non era consentito avere contatti. Questo era
il costume del tempo. Io avevo scambiato qualche innocente parola solo con la
Pittelli, che incontravo di sfuggita nella sua casa paterna quando andavo a
trovare i fratelli, Mim o Mario. Con Elisa, figlia del nobile cavalier
Solonia, parlai una sola volta a Napoli quando la incontrai, accompagnata dal
padre, nell'atrio della Universit. Con la Corapi neanche una parola, tranne
qualche timido buon giorno.
In passato il Liceo e le scuole universitarie avevano avuto docenti di chiara
fama: Luigi Settembrini e Luigi e Bernardino Grimaldi, Liborio Menichini e
Vincenzo Ciaccio, Francesco Acri e Carmine Vincenzi, l'abate Lupis e don Sante
Calabria. Ma anche ai miei tempi non mancavano docenti famosi. Primo fra tutti
Vivaldi, don Vincenzo Vivaldi, che pur avendo conquistato ufficialmente solo
un modesto titolo di studio aveva continuato a studiare da solo, con infiniti
stenti e privazioni, destando con le sue pubblicazioni tanto interesse da
ottenere l'abilitazione all'insegnamento nei Licei. Era autore di eruditissime
opere sulle origini della nostra lingua; sulla Gerusalemme Liberata, sul
Leopardi, sul Monti, sui letterati calabresi. Don Vincenzo ancora nel 1925
portava la bombetta e lo stifflius, quell'abito nero lungo che il popolo
catanzarese chiamava a sciamberga e che fu nell'800 il vestito abituale
della borghesia intellettuale. Bombetta e stifflius, occhiali e mezzo toscano.
Ma ogni sua lezione ci incantava: era un fiume un limpido fiume di cultura e
di saggezza che si riversava su di noi.
Uno stifflius (che per il lungo uso da nero trascolorava in verdastro)
indossava anche il docente di scienze naturali, il professore Rotella; egli
prediligeva alcune frasi che spesso ci ripeteva: in natura nulla si crea e
nulla si distrugge oppure in natura non esistono puzze esistono cattivi
odori oppure Ovidio Nasone, che non era chiamato cos perch avesse il
naso grosso. Ogni qualvolta egli iniziava una di queste sue frasi un coro
rombante la completava.
Temutissimo per la sua severit Orazio Mottola professore di storia e
filosofia. Dopo pochi anni abbandon l'insegnamento e si trasfer a Milano
ove divenne uno degli avvocati pi  famosi.
Cec Sinopoli, don Cesare, patrizio catanzarese, profondo conoscitore della
storia della nostra citt, autore di innumerevoli saggi, articoli, biografie;
traduttore delle Cathacenses consuetudines del Paparo, commentatore degli
Statuti dell'Arte della Seta. Da capitano aveva insegnato storia nel Collegio
militare della Nunziatella, in Napoli; poi, tornato alla vita civile, la
burocrazia ministeriale gli aveva assegnato come materia d'insegnamento la
storia dell'arte che egli non conosceva e che trascurava tranquillamente
illustrandoci, con nostro grande diletto, i monumenti della nostra citt, i
tesori scoperti in Calabria, le ricerche archeologiche che ancora si dovevano
iniziare, le nostre antiche tradizioni la nostra civilt contadina.
Finanche il nostro professore di educazione fisica era notevole: piccolo,
scattante, irritabilissimo. Era anche lui nobile: Marincola Pistoia. Ci
trattava con la frusta; per lui eravamo tutti dei sacchi; e, quando si
ricordava di essere un gentiluomo specificava di patate.
Questi erano i personaggi.
Ma poi c'era il Teatro nel quale i personaggi si muovevano, c'era il "Galluppi"
con la sua austera facciata ed i suoi freddi corridoi e le sue lapidi e la sua
storia. Io ero letteralmente affascinato da quel Palazzo tanto semplice e
severo. Forse perch don Pippo de Nobili (l'uomo che pi  di ogni altro
illumin la nostra giovinezza e che i ragazzi delle famiglie buone di
Catanzaro chiamavano tutti zio Pippo) mi aveva detto che in un ala del Palazzo
ormai demolita vi era stata la Chiesa del Gesnella quale erano stati sepolti
per secoli gli antenati di mia nonna Maddalena Marincola Politi o forse perch
da bambino avevo sentito narrare che Pasquale Galluppi, quando per qualche
tempo si ferm al Pizzo, amava trascorrere le sue serate conversando dottamente
con Carlantonio Zimatore, dottore in sacra teologia ed uomo di vasta
erudizione, o forse perch tra i giovani che vivevano nel Convitto nazionale
vi era un folto gruppo di miei cugini e parenti di vario grado. Certo  che io
nel vecchio Palazzo mi sentivo a casa mia.
Quando ebbi la mia bella licenza liceale e partii per Napoli, che rimaneva
sempre per noi calabresi la Capitale del Reame, mi rattrist lasciare per
sempre il vecchio Palazzo, lasciare il mio Galluppi nel quale avevo trascorso
gli anni pi  belli della mia giovinezza.
Ma mi ingannavo, perch appena io ebbi conseguita la laurea in giurisprudenza,
la mia famiglia si trasfer dalla casa sita accanto alla chiesa di San
Francesco a Palazzo Franco, su corso Mazzini, palazzo che limita col cortile
del Galluppi. Vissi cos per molti anni ancora accanto al mio amato Galluppi,
ascoltando ogni mattina il brusio, le voci, i canti degli studenti che si
intrattenevano nel cortile prima di entrare dalla porta piccola.
Poi i legami divennero pi  stretti perch i miei figli, prima Attilio e poi
Valerio, cominciarono a frequentare il Galluppi: scuole elementari, medie,
ginnasio, liceo. Per tredici lunghi anni ogni mattina una parte del mio cuore,
la parte pi  intima e pi  cara, quella che  consacrata ai miei figli, visse
nel Galluppi.
Fino a quando (il tempo corre cos veloce!) anche i miei figli non completarono
gli studi. E fu allora che io pensai, con accorata tristezza, che i miei
legami, la mia vicinanza col Galluppi erano davvero finiti, anche perch
nel frattempo mi ero trasferito dalla casa di corso Mazzini a quella dl via
Buccarelli ben lontana dal nobile Palazzo. Non avevo pi  di fronte il mio
Galluppi bens un ampio spazio destinato alla espansione di villa Pepe, uno
spazio libero con nello sfondo il panorama della citt, i monti azzurrini, il
mare.
Ma anche questa volta mi sbagliavo. Forse il vecchio Galluppi ebbe piet
della mia solitudine e volle in qualche modo consolarmi: se Maometto non va
alla montagna... Un bel giorno vidi che sullo spiazzo verde destinato a
pubblico giardino cominciavano a costruire un enorme edificio. Allarmatissimo,
chiesi spiegazioni e cos appresi che in un breve volgere di anni avrei avuto
di nuovo la fortuna di vivere vicino al Galluppi.
E questo ritorno alle origini fu per me dolcissimo. Ed  per me, ormai,
terribilmente vecchio, cosa dolcissima vedere di nuovo ogni mattina una
fiumana di giovani, tanto diversi ma anche tanto simili a quelli dei miei
tempi, entrare nel Liceo. Un fiume di giovani un fiume di intelligenze ancora
grezze ma limpide e vive ed incorrotte; lingotti di oro puro che attendono il
paziente lavoro degli orafi. Un fiume di giovani che diverranno avvocati e
magistrati, medici e notai, filosofi e letterati, poeti e scienziati. Un fiume
che rappresenta il nostro domani; quel domani che tutte le generazioni,
malgrado le amare esperienze, continuano sempre a sperare pi bello, pi 
giusto, pi  sereno.

/:/Felice Teti.
di Raffaele e di Rosina Piccinn
nato a Palermiti il 9 maggio 1912
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1923/1924)

Anche se rievocare i tempi
di una troppo lontana giovinezza genera pi dolore che piacere, io la
ringrazio, egregio preside, per l'opportunit che mi d di offrire i miei
ricordi per una storia del nostro glorioso liceo che tanto ha contribuito
alla formazione di illustri cultori di lettere, di scienze e di arte.
Desidero iniziare con un devoto omaggio a tutti i miei insegnanti che, con la
loro vasta cultura, con la loro esperienza di vita e, soprattutto con le loro
doti intellettuali e morali, seppero dare a noi giovani studenti dei primi
decenni del secolo, un'indelebile impronta di onest e di rettitudine che ci
ha guidato e sorretto in tutte le traversie della vita.
Mi sono licenziato dal "Galluppi" nel 1931, quindi  facile dedurre che i
miei ricordi ginnasiali risalgono all'anno scolastico 1923/24.
Frequentai le prime tre classi in un appartamento di Via Poerio dove noi
della sezione C fummo ospitati per mancanza di aule nell'antico edificio di
Corso Vittotio Emanuele II. I locali erano semibui, umidi, maleodoranti e
molto freddi. Ricordo di avere avuto in quei primi tre anni, sempre perch
appartenente ad una sezione che allora non aveva un proprio sbocco nel
ginnasio superiore, tre diversi insegnanti di lettere: nel primo il professore
Rapisarda, siciliano; nel secondo il professore Russo, anche lui siciliano e
solo al terzo, finalmente, la professoressa Vecchietti, la nostra
indimenticabile professoressa Ada Vecchietti. Di lei serbo il pi caro dei
ricordi perch, oltre ad essere un'ottima insegnante, fu per noi una madre e ci
tratt con molta dolcezza ed amore.
I miei ricordi diventano pi chiari dalla quarta ginnasiale in poi. La terza
C fu divisa tra le due sezioni in organico ed io fui assegnato alla quarta A
che era ospitata in aule fredde e buie, forse quanto o pi di quelle che
avevamo lasciato, ma che a noi sembravano migliori, solo perch protette dagli
antichi e spessi muri del "Galluppi". In quei due anni il nostro insegnante di
lettere fu il professore Domenico Miceli, che era anche vicepreside. Era un
uomo molto colto, affettuoso, ma di carattere instabile, tanto che qualche
volta ci gratificava di qualche scappellotto. Aldo Casalinuovo ed io fummo
messi al primo banco perch il professore voleva tenerci sott'occhio, dato che
eravamo ritenuti fra i pi irrequieti. Tra i miei compagni vi era anche
Antonio Aracri, molto studioso fin d'allora, attualmente civilista di gran
valore e dotato di straordinario acume giuridico. Oltre a questi due che
hanno illuminato ed illuminano il diritto, devo ricordare un altro mio
compagno che non  pi : Annibale Raffaelli, divenuto poi ottimo professore di
lettere, capace di ripetere a memoria interi libri di greco. Il professore era
sbalordito pi di noi e, nel corso delle interrogazioni, tentava di fargli
perdere il filo della risposta con trucchi e furberie, ma non riusc mai a
coglierlo in fallo.
Studiai come lingua straniera l'inglese: in quarta ginnasiale con il
professore D'Agostino, docente rigido e molto competente ed in quinta con il
professore Antonio Cardamone che ebbe il merito di farci innamorare dei
classici di quella letteratura. Rimase con noi fino al primo liceo, invece, il
professore Antonio Battaglia, insegnante di matematica, laureato in ingegneria,
colto, ma poco adatto a tenere la disciplina, anche per le conseguenze di una
grave ferita riportata nella Grande Guerra che gli aveva indebolito il
carattere.
Il carosello degli insegnanti di tutte le discipline faceva perno intorno al
preside Tancredi, che fu il mio primo preside. Egli govern l'istituto con
saggezza e giustizia. Fu dimesso, per raggiunti limiti di et, quando io ero
stato promosso alla seconda classe liceale e fu allora incaricato di reggere
la presidenza il nostro vecchio insegnante di ginnasio, il professore Miceli.
Ora un passo indietro.
Superati gli esami ginnasiali, nel 1929 fui ammesso al liceo.
La prima liceale fu molto tranquilla, anche se i professori erano tutti diversi
dai precedenti.
Il professore Alfredo Paravizzini ci insegnava italiano: era un uomo schivo,
studioso e colto e viveva da solo.
Professore di latino fu Fulvio Palmieri, al quale gli italiani devono la
riorganizzazione dell'Ente radiofonico nazionale, che durante il Regime non
fu solo il pi potente strumento della propaganda fascista, ma anche canale
di cultura, di arte, e (perch no?) l'E.I.A.R. di Fulvio Palmieri fu una tappa
decisiva verso l'unificazione linguistica degli Italiani.
In quell'anno era venuto da Napoli e fu nostro insegnante di storia e
filosofia, il professore Brunelli che, per la sua origine partenopea, era
chiamato Gennarino; aveva una eccezionale bont e lo trovavamo schierato in
ogni occasione a nostro favore.
Il 1930 fu, invece, un anno molto travagliato sia per gli studi sia per i
disordini che si verificarono. Molti professori furono cambiati. Il professore
Paravizzini fu sostituito dal professore Giuseppe Cogliandolo, un uomo
imponente tanto che lo chiamavamo il torero, ma a guardarlo in faccia ci si
accorgeva subito di avere a che fare con un uomo di infinita bont.
Aveva vasta cultura, conosceva profondamente la letteratura italiana e quella
latina, cos come profonda era la sua conoscenza della filosofia: tenne, in
quel periodo, parecchie dotte conferenze, tra le quali ancora oggi  vivo in me
il ricordo di quella su Giovanbattista Vico, davvero eccezionale. Al posto del
professore Palmieri, per latino e greco, fu nostro insegnante alla seconda
liceale, il terribile professore Giuseppe Morabito, gi allora, sebbene molto
giovane, celebre latinista e vincitore del pi prestigioso premio
internazionale per la poesia latina, premio nel quale mi pare abbia
collezionato finora otto o nove medaglie d'oro e non  detto che, malgrado la
tarda et, non possa arricchire ancora il suo medagliere.
Per noi il professore Morabito fu... dolori.
Dolori che cessarono solo nell'ultimo anno quando il professore, che nel
frattempo aveva fatto parte di una commissione per la maturit ed aveva avuto
modo di misurare il grado di impreparazione degli studenti di altri licei,
cominci ad apprezzarci e a gratificarci di qualche voto discreto, rendendoci
pi facile e persino piacevole l'apprendimento delle lingue che l'anno
precedente ci avevano tormentato. Questo  quanto i pi benevoli di noi
credettero intorno alla metamorfosi del professore Morabito. I meno teneri
nei suoi confronti, invece, rinvennero la causa dell'ammorbidamento
dell'intransigente professore in una prolungata e severa ispezione
ministeriale, provocata da alcune agitazioni studentesche, alle quali io non
avevo partecipato perch fortemente influenzato. Altri professori del mio
secondo liceo furono Letterio Toscano, grande matematico, che vedeva nei numeri
e nelle formule una bellezza che noi non riuscivamo a cogliere e Manlio
Pirrone, giovane molto dotato, proveniente dalla Normale di Pisa ed i cui
insegnamenti di storia e filosofia erano un condensato di idee e di concetti
che mai ci abbandonarono nel corso della nostra esistenza. Gli esami di
maturit classica erano allora una prova tremenda: vigeva la riforma Gentile e
bisognava rispondere ad una commissione esterna su tutte le materie e su
tutti i programmi degli anni del liceo. Per noi gli esami furono
particolarmente difficili perch i nostri insegnanti avevano svolto programmi
molto vasti e non vollero saperne di ridurli anche di poco. La commissione si
comport secondo giustizia. Comunque, affrontammo l'esame nelle materie
letterarie senza grandi difficolt; l'intoppo capit, invece, con la
matematica, in cui la nostra preparazione era scarsa e per di pi il professore
che venne ad esaminarci proveniva da un liceo scientifico ed era
particolarmente esigente. Quindi molti di noi - ed io fra questi - fummo
rimandati. Ci salv il professore Salvatore Morello - giovanissimo allora - il
quale con eccezionale abilit riusc a metterci in condizioni di superare
l'esame nella sessione autunnale. Conseguita la maturit, tutti lasciammo, con
rammarico, il "Galluppi" e ci disperdemmo nelle facolt universitarie delle
diverse citt d'Italia.
Io continuai a studiare con Giuseppe Diaco che frequent la mia stessa facolt
nella stessa sede.
Giuseppe Diaco e Luigi Galateria, ecco due fra i compagni pi cari: l'uno
inviato in Africa Orientale come ufficiale medico, continu la carriera
militare ove si distinse congedandosi da generale; l'altro, laureatosi in
giurisprudenza, scelse la carriera universitaria e tenne in Roma, sino alla
giubilazione, la cattedra di diritto amministrativo. Oggi, forse, ricorda
con me gli anni della nostra giovinezza nel liceo "Galluppi".
Non posso chiudere la schiera dei miei docenti senza ricordare il Maestro,
il maestro che non incontrai nelle aule dell'antico collegio che fu dei
Gesuiti prima e degli Scolopi poi, ma che pur in quelle aule aveva distribuito,
per decenni, i tesori immensi della sua sapienza e della sua bont: il
professore Vincenzo Vivaldi. Ero al secondo anno di liceo quando mio padre,
che era stato suo alunno, insist molto perch lo conoscessi. Lo incontrai
quando era gi in pensione. Era un uomo rigido, dignitoso, riservato, che
vestiva abiti lunghi e si imponeva per la sua personalit e la sua dottrina.
Rimasi fortemente impressionato e la sua austera figura mi  ancora presente
nella memoria. Mi prese molto a benvolere e mi aiut parecchio nello studio
dell'italiano, con un metodo d'insegnamento minuzioso e preciso da
meravigliare. Dotato anche di non comune intuizione psicologica riusc a
scoprire nel mio carattere aspetti che io stesso ignoravo.
Mi sono dilungato forse troppo nel rievocare gli anni di studio del ginnasio
e del liceo, ma allora le ore della nostra adolescenza e della nostra
giovinezza erano quasi tutte spese per lo studio, nelle aule la mattina, a
casa il pomeriggio, e spesso, per alcuni, saltava anche la libert delle
vacanze estive per i frequenti rinvii alla sessione autunnale.
Non diversa era la vita dei nostri insegnanti che al mattino tenevano lezione
e il pomeriggio, con scrupolo ed assiduit, correggevano i compiti e
preparavano per noi le spiegazioni dell'indomani; anche loro, quindi, non
avevano molte vacanze: con uno stipendio non pingue e poche lezioni private
dovevano sbarcare il lunario, alimentare la loro cultura e condurre una
dignitosa vita da professori di liceo. Fuori dalla scuola ci restavano quindi
solo: la Biblioteca Comunale, il Corso, la Villa ed il Teatro; anche nella
scuola, per, ci distraevano dallo studio le ragazzate, come allora venivano
chiamate le trasgressioni.
La biblioteca era frequentata per amore dei libri ma anche, e soprattutto,
perch don Pippo - Filippo De Nobili, ex studente del "Galluppi", nel pi 
elegante italiano quando voleva, ma solitamente nel pi espressivo catanzarese,
educava al sapere; ci conquistava raccontando aneddoti piccanti sulla vita dei
galantuomini della citt e su quella dei briganti della Sila e poi ci
conduceva a profonde valutazioni critiche su poeti, filosofi, storici, e
giuristi... antichi, medioevali e moderni.
Filippo De Nobili, un'istituzione per Catanzaro, una sorgente perennemente
fresca di cultura e di vita, il redattore di tanti o, forse, di tutti i
discorsi dei podest e, quando fu necessario, il faro di luce capace di
orientarci sulle diverse vie per una libera e consapevole scelta politica.
Catanzaro nel 1944  tutta nel suo

CALEIDOSCOPIO
Grave, De Franco ponza;
scaltro. Madonna scruta,
mentre il Pievano ronza,
adocchia, origlia, fiuta.
L'Aventinista ondeggia
tra il dico ed il non dico;
Giglio baritoneggia,
com' suo vizio antico,
e sopra un tavolino
d'un pubblico Caff,
Silipo e Mannarino
decapitano i re.

Il callido Serrese,
per colmo di prudenza,
con un giurista inglese
baratta la coscienza.
Giamp, che, per un giorno,
propizio ebbe il Destino,
gira - smarrito - intorno
l'acceso occhio bovino
e intima Cappa, onesto
Nunzio di Libert,
l'immediato arresto
a tutta la Citt.

All'ombra di un Giornale,
l'impavida gena
dei Paparazzo assale
la grassa Borghesia.
Rauty Fabricatore
chiosa di Croce l'Etica,
ma, ad ogni paio d ore,
per troppo ardor farnetica,
e il buon Milelli, intanto,
sogna i caduti d,
quando senta l'incanto
di tutte le Mim.

Che chiasso, che baldoria!
Ognuno cova e muda,
ognuno ascrive a gloria,
l'essere stato Giuda.
Purtroppo s' sdegnato
contro di noi l'Eterno,
che lascia, indisturbato,
Lucifero al Governo
e sprona al repulisti
Ci... , Di... , Gi... ,
feroci antifascisti,
ma ladri anziche no.

Vecchia Catacio imbelle,
che vivi sol d'inganno,
mutando anima e pelle
millanta volte all'anno,
stai per tirar le cuoia
e ancora non ti avvedi
che ti  vicino il boia
e sei del prete ai piedi.
Gi pronta  la tua buca
nel mesto asil dei pi ...
carnefice Maruca,
alza la scure. Gi!...

Sul Corso le carrozzelle con i maleodoranti cavalli la cigolante tranvia
che con il tintinnio del campanello chiedeva agli eterni passeggianti di
sgombrare almeno quella parte di strada segnata dai binari; le automobili...
rare: destava meraviglia, ed oggi sarebbe un autentico pezzo da museo, la
fiammante Isotta Fraschini dell'avvocato Spizzirri.
Spizzirri, sempre intento a parlare di macchine e motori, divenne famoso poi,
durante la guerra per aver detto che in Italia l'olio era scomparso perch
era servito a lubrificare l'asse Roma-Berlino. La battuta per poco non gli
cost la galera, che scamp solo perch era molto anziano.
La villa, allora Villa Margherita, era la meta di noi studenti quando non
andavamo a scuola. Negli ombrosi viali fuori mano e nelle grotte organizzavamo
gare e giochi di ogni genere e cos trascorrevamo la mattinata.
Le domeniche d'estate e le feste, in villa, si esibiva la musica cittadina, a
volte la banda, a volte l'orchestra; tra i direttori ricordo il minuscolo
maestro Fausto Griffo che, per essere visto dagli orchestrali, aveva bisogno
di una pedana molto alta. Spesso, poich usava passeggiare sul corso, a fianco
del commendatore Enrico Talamo, altissimo, un gigante accanto a lui, il maestro
Griffo prendeva il ruolo della "i" nell'articolo "il" e doveva sopportare gli
scherzi, non sempre di buon gusto, dei ragazzi.
Oltre all'elegante palco per la musica, il laghetto dei cigni, la gabbia delle
scimmie, c'era nella Villa Margherita, nel luogo ove ora sorge la biblioteca
comunale, un bar con i tavolini all'aperto intorno ai quali si radunavano le
famiglie; le signore sfoggiavano i loro vestiti, allora rigorosamente lunghi,
le braccia completamente nude ed i conturbanti decollet mentre le piume ed i
fiori che ornavano loro cappelli ondeggiavano al soffio del perenne vento.
Il Teatro Comunale di quel tempo  oggi visibile soltanto su qualche cartolina.
Era un locale molto ben messo, con una acustica eccezionale ed aveva palchi e
poltrone tappezzati di velluto rosso. Vi si rappresentavano opere liriche, che
tutti andavamo a vedere, dato che i cinematografi erano ancora all'inizio e la
televisione non esisteva.
Attento osservatore e cronista della vita cittadina era, tanto per cambiare,
un ex studente del "Galluppi", poi amato e stimato professore del ginnasio,
Giovanni Patari, arguto non solo nel dirigere il giornale umoristico U
Monacheddu, ma anche nelle battute improvvisate.
Della sua satira, per qualche tempo, fece le spese anche uno zio di mia madre,
l'avvocato Giovanni Piccinn.
Costui viveva solo ed aveva delle manie, principalmente teneva molto alla sua
casa ed all'abbigliamento personale. Della casa era molto orgoglioso e la
mostrava a tutti. Aveva una dispensa ben fornita ove, fra l'altro, figuravano
molte provole. Il professore Patari scrisse su "U Monacheddu" un articolo:
I provuli 'e lignu de l'avvocatu Piccinn. Le provole non erano di legno, ma
erano pi dure del legno perch appese in dispensa da molto tempo.
L'abbigliamento dell'avvocato era immancabilmente completato da un bastone:
ne possedeva una collezione, tutti belli e con il manico d'argento, ma per il
Corso apparve un giorno con un nuovo bastone munito di un pomo d'oro e
all'indomani su U Monacheddu, l'articolo di fondo era intitolato: Il
pomodoro dell'avvocato Piccinn.
Tra le battute del professore Patari rimase a lungo nella memoria degli
studenti e dei professori del "Galluppi": ...Mi puzza di pozzo...!.
Quasi di fronte all'entrata principale del liceo, al posto dove attualmente
sorge il Teatro Comunale, esisteva una vecchia casa signorile, ormai
abbandonata che, per qualche tempo, era anche stata sede dell'Istituto
Magistrale. Nel cortile del cadente palazzo v'era un pozzo in disuso e
coperto da tavole. Al mattino, prima di entrare in classe, gli studenti l si
davano appuntamento e coloro che non avevano svolto a casa i compiti erano
soliti copiarli dai compagni e proprio su quel pozzo. Il professore Patari, che
conosceva bene i suoi alunni, e che aveva l'abitudine di controllare, ogni
mattina, i compiti fatti a casa, fingeva di ricorrere ad un trucco per scoprire
i colpevoli. Si faceva consegnare i quaderni, li annusava e quando gli
capitava tra le mani il compito di uno dei ragazzi sospettato di aver copiato,
sentenziava: Questo quaderno... mi puzza di pozzo...!.
Concludo con alcune monellerie tra le tante che, nel corso dei miei otto anni
tra ginnasio e liceo hanno avuto protagonisti i miei compagni.
All'inizio del mio secondo anno di liceo fummo mandati, con la terza classe
dello stesso corso, in due pianterreni del vecchio istituto magistrale,
nell'antico palazzo di fronte al "Galluppi". Erano due locali molto umidi,
senza porte e con banchi delle scuole elementari. Ci ribellammo ed ottenemmo
dal preside la promessa che, finito il nostro turno, saremmo rientrati nel
"Galluppi". Il turno era finito, ma il rientro tardava e fu durante la
permanenza in quei locali che si verificarono due episodi tragicomici.
Nella terza liceale due studenti, durante l'ora di filosofia con il professore
Brunelli, finsero di litigare. Uno dei due, estratta una rivoltella,
minacciava di sparare all'altro. Il professore terrorizzato, gridava: Non
l'accidere, non l'accidere!, ma lo studente spar un colpo e l'altro cadde.
Allora il professore con tutto il fiato che aveva in corpo url: L'ha acciso,
l'ha acciso!. Noi della seconda accorremmo. Qualcuno si precipit in
presidenza per dare la ferale notizia e, dopo qualche minuto, trafelato,
arriv il preside che si rese subito conto di tutto e cominci a distribuire
botte con il suo bastone. Lo studente morto... si alz e scapp via pi 
veloce degli altri, lasciando il professore sbalordito per l'improvvisa
resurrezione.
Nella mia classe, vittima fu, invece, il professore Battaglia al quale eravamo
tutti sinceramente affezionati ma, per una di quelle inspiegabili
contraddizioni dei giovani, proporzionale al bene che gli volevamo era il male
che gli facevamo con i nostri scherzi. Egli non aveva una vista molto buona e
un gruppo di miei compagni, approfittando di ci, mise un filo elettrico molto
sottile attraverso la lavagna e lo colleg ad una presa di corrente. Il
professore non lo vide e, mentre scriveva, ricevette una scossa elettrica
abbastanza forte, tanto da sentirsi male. Un mio compagno, figlio di un
farmacista, and di corsa nella farmacia del padre, vicinissima al "Galluppi",
e torn con un enorme pacco di cotone idrofilo ed una bottiglietta di acqua
di colonia. Bagnato un grosso batuffolo, lo pass sul capo calvo del
professore, il quale, sentendosi bagnato, si tocc con la mano, poi avvicin
la mano al naso e, dando un sospiro di sollievo, cominci a ringraziarci,
risentendosi vivo e... profumato.
Il secondo turno fu decisamente accorciato e presto ritornammo nelle aule del
"Galluppi".
Non eravamo cattivi.
Forse le nostre ragazzate erano forme di protesta per diritti che ci
sembravano conculcati, ma non eravamo cattivi, anzi, quasi sempre, ci
schieravamo dalla parte dei pi deboli, uomini o animali che fossero.
Si aggirava, per strade e stradine della nostra citt, un certo Santareddu,
di professione accalappiacani, che spingeva a mano un carretto, su cui era
sistemato un cassone di lamiera, munito di un finestrino chiuso da sbarre di
ferro: una cuccia-prigione insomma. D'estate e d'inverno, d'autunno e di
primavera, dalla mattina alla sera, da Pontegrande a Catanzaro Marina, tutti i
giorni era possibile incontrare Santareddu, armato di una catena tesa da
una robusta molla d'acciaio che, al momento opportuno, scattando, stringeva il
collo del malcapitato cane, quasi strangolandolo. Adocchiata la vittima,
Santareddu, lentamente, con finta noncuranza, le si avvicinava: la mano
destra nascondeva l'arma dietro la schiena, la sinistra cercava l'animale,
come per carezzarlo.
Noi fingevamo di osservare, con indifferenza, la scena, ma pochi istanti prima
che la molla scattasse, volava una pietra o si levava un urlo che costringeva
il cane a scappare.
Il cane spesso era un randagio senza padrone; Santareddu faceva, con onest
il suo lavoro, ma non sopportavamo che una polpetta avvelenata, nel canile
municipale, mettesse fine ai giorni di un animale che aveva il diritto di
vivere.

/:/Bona Barbieri.
di Giuseppe e di Marianna Bona
nata a Napoli il 12 gennaio 1913
iscritta per la prima volta alla seconda ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1921/1922)

Gentile professore Galiano,
Le sono immensamente grata del suo ricordo e della sua lettera.
Quanti ricordi e quanta nostalgia di tempi lontani e cari, di amicizie
allacciate e perdute, di volti sfumati nella lontananza!
Ed  anche nella memoria dei vincoli che hanno unito le nostre famiglie che
butto gidue parole, come da lei desiderato, per rivedere insieme uomini e
cose di allora. Ritrovo in quell'autunno del 1921, una bimbetta di poco pi 
di otto anni, minuta ed insignificante, ma decisa, e la vedo camminare per mano
dell'autorevole nonno verso la sua prima vera scuola: il I ginnasio al
"Galluppi".
Quanti palpiti, quanti timori, ma anche gioia e fierezza di essere allieva del
vecchio e glorioso liceo.
E poi il preside, imponente e bonario ed il bravissimo professore, severo ed
imbarazzato da tutti quegli alunni, tra i quali cinque signorinette.
Anche le donne alle prese con il latino!
Comincia il cammino lento e sicuro con la soddisfazione di imparare, con quel
nove al primo compito, con i compagni maschi che consideravano da pari a pari
le compagne donne, pi attente, pi disponibili, pi studiose di loro.
Andando via via verso le classi superiori, si seguivano i professori cattolici
e laici che si incontravano senza scontrarsi, dal prof. Schiavello (il prete
piccolo di statura ma altissimo di sapienza) al caro e paterno prof. Sando,
fino ad arrivare al Vivaldi, il sapientissimo docente di italiano.
Che rivelazione sentire da quell'uomo scorbutico e distaccato una lezione su
Dante o Leopardi che lo trasformava, trascinandoci!
Ma ecco arrivare una ventata d'aria nuova, tra i vecchi sapientoni, un big,
il pi giovane professore di latino e greco d'Italia, bravo, disinvolto,
mondano: un ventiquattrenne che faceva sognare le allieve diciottenni, tutte
improvvisamente diventate appassionate di latino e greco: il prof. Fulvio
Palmieri, di antica famiglia calabrese, ma in arrivo da Roma, quotatissimo, e
stimato tanto che pochi anni dopo diventava direttore della RAI.
Ed intanto il mondo intorno a noi si trasformava. Il fascismo, ormai
saldamente insediato nella vita italiana, viveva anche in Calabria la sua
stagione, ma con moderazione.
I giovani per lo meno non avvertivano molti vincoli o soprusi e naturalmente,
com' della adolescenza, erano affascinati dalle divise, dalle sfilate, dalle
competizioni ginniche o intellettuali, dalla nuova oratoria ricca di amor di
Patria.
Il liceo rifletteva gli umori esterni ma tutti coesistevano con civilt e
rispetto reciproco, dal prof. Palmieri, inserito pienamente nel sistema, alla
milanese prof. Ferrighi, severissima con se stessa e con gli altri ed
oppositrice ferrea di ogni limite alla libert nonch divulgatrice delle sue
idee che poteva comunicare dalla cattedra di filosofia con competenza e
passione.
I liceali cercavano anche altre palestre per informarsi ed erudirsi, e, a
fianco della scuola, affollavano le conferenze del Circolo di Cultura che,
presieduto dall'avvocato e poeta Giuseppe Casalinuovo, faceva arrivare a
Catanzaro il fior fiore dell'intelligenza nazionale avvicinando tutti ai
movimenti e fermenti letterari ed artistici del Paese (ricordo una famosa
conferenza di Marinetti!)
E cos arrivava la temuta licenza liceale, secondo la riforma Gentile.
Quanto studio appassionato e fervente, in una collaborazione strettissima tra
docenti e discenti che affrontavano il programma di tre anni di studio in ben
nove materie. Che passione e che impegno!
Ed il "Galluppi" licenziava ogni anno giovani coscienti e preparati che
partivano alla conquista dell'universit e del lavoro col desiderio di
affermarsi e primeggiare in ogni campo.
Infatti gli studi seri e rigorosi sollecitavano una competitivit efficace
per spingere a traguardi che spesso sono stati prestigiosi.
Quando, negli anni scolastici '41-'43, quella bimba del '21 torn nel suo
vecchio istituto per ricoprire la cattedra che era stata della terribile e
bravissima signorina Ferrighi, con timore e preoccupazione grande, trov gi
una scuola cambiata negli indirizzi e nelle dimensioni e piena di giovani
diversi, meno idealisti e pi vicini alla realt quotidiana che la guerra stava
cambiando, ma sempre pieni di speranza e volont e sempre fieri d appartenere
ad una scuola ben nota per seriet di impegno e preparazione di maestri.

/:/Salvatore Pinnar.
di Domenico e di Concetta Colabraro
nato a Borgia il 17 luglio 1913
iscritto per la prima volta alla seconda ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1923/1924)

Nel rispondere al Suo cortese invito,
mi consenta di ringraziarLa di una iniziativa che mi sembra altamente
meritoria.
Egregio preside, pur con tutti i problemi che quotidianamente dovr risolvere,
avvertir il prestigio che Le deriva dal reggere un Istituto di grandi
tradizioni, continuando nel magistero cui si dedicarono figure indimenticabili
che tanto hanno contribuito alla formazione culturale e morale di migliaia di
giovani calabresi. Come ex alunno del "Galluppi" ricordo che il Preside era
per noi un simbolo cui confluivano meriti culturali e umani talmente
apprezzati da indurci ad un rispetto non di maniera; la sua azione, solo
apparentemente autoritaria, era in realt stimolatrice nel quadro generale dei
nostri studi e soprattutto saggiamente valutativa della nostra vivacit, le
cui manifestazioni, peraltro, non trasmodavano mai nella contestazione.
Al rispetto verso il Preside si accompagnava la gratitudine verso i docenti,
insigni professionisti, le cui lezioni aprivano, al nostro desiderio di
apprendere, progressivi campi di investigazione. Per quel che mi riguarda,
ricordo tra tutti la professoressa di scienze Bonsignore, il latinista
Morabito, il brillante Palmieri, ormai da tempo scomparsi, ma che sono sempre
presenti alla mia memoria per la profondit della loro dottrina. Tra i
compagni di scuola, poi, una gioiosa spensieratezza nel cui sottofondo, per,
erano vivissimi i traguardi da raggiungere e la prefigurazione di successi
futuri.
Alla triade che era ho menzionato (preside, docenti, compagni) e che, con
parola di sintesi  costituita dal "Galluppi", io debbo quel comportamento che
mi ha accompagnato nell'esercizio di una lunga carriera di magistrato.
Momento particolare era al Liceo la distribuzione di un giornalino Giovinezza
nostra; lo curava l'On. Prof. Aldo Casalinuovo, poi Presidente dell'Ordine
Forense mentre redattore a noi sconosciuto era un certo caposcarico da
identificare, forse, nel nostro amatissimo Prof. Palmieri. Era, soprattutto,
un foglio di stornelli satirici che stimolava risate a non finire perch la
satira era spesso rivolta a ciascuno di noi ed era puntuale se non addirittura
esaltatrice; erano versi in cui si tracciavano, con la lente della caricatura,
profili dei quali, alle volte, si andava financo orgogliosi.
Ho ricordato il giornalino a significare che i nostri rapporti, le amicizie, il
chiacchierato si incentravano nella scuola e solo raramente si dlffondevano
all'esterno del "Galluppi".
Oggi la societ  mutata e lo studente non pu uniformarsi al quadro che ho
tracciato perch diverse sono le esigenze ed i traguardi vanno scolorendo per
lasciar posto alle preoccupazioni di una futura sistemazione. La conoscenza
di un periodo, non confuso come quello attuale, ma pur sempre difficoltoso se
si guarda ai mezzi economici nei quali le famiglie si dibattevano, dovrebbe
servire come esortazione a stimare i docenti, ad amare i compagni di scuola, a
collocare la figura del preside su un piedistallo che per noi, nel periodo che
si aggira intorno al 1930, era altissimo.
Con stima.

/:/Aldo Casalinuovo.
di Giuseppe e di Giuseppina Perricone
nato a Catanzaro il 9 marzo 1914
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1924/1925)


Complice Cio,
il preside Galiano mi pesca telefonicamente in montagna, durante un breve
periodo di relax. Mi dice che il libro  pronto, non  pervenuto soltanto il
mio pezzo e lo attende: non pu mancare. Ha espressioni molto cortesi e mi
prega di scusarlo se insiste. Sono io a doverlo ringraziare, ribatto subito,
per l'onore che mi fa, anche con l'insistenza, e sono io che gli debbo delle
scuse per essere ancora inadempiente: comunque, provveder subito. Gli taccio,
per, il motivo del ritardo: il vero  che tante volte avevo preso la penna
per assolvere il suggestivo impegno, ma non me l'ero sentita. S, il ricordo 
dolcissimo, ma, sette decenni dopo il primo contatto,  pure infinitamente
triste e, nell'et grave, occorre custodirle nel cuore, le memorie, evitando
che l'indugio del pensiero incupisca l'esistenza. Comunque, ora debbo pur
obbedire, scrivere subito e spedire...
Ricordo vago e mal distinto, il primo richiamo del "Galluppi", si perde fra le
immagini evanescenti dell'infanzia.
Quel giorno, pap mi disse che da domani, per andare al "Galluppi", occorrer
salire, non pi scendere. Avevo frequentato per qualche anno l'asilo "Guglielmo
Pepe"; uscendo dal portone di casa, la mattina, per immettermi su via
Raffaelli, svoltavo a sinistra e la strada veniva in discesa; per il
"Galluppi", occorreva svoltare a destra verso il corso, e San Nicola restava in
salita; deserta, allora, e silenziosa, la rampa, sia nell'un senso che
nell'altro: non esisteva il Centro Mancuso con la Galleria, fredda e
ventosa, ma, al posto, un muro enorme e massiccio, negli ultimi anni abbellito,
in alto, con dei merli, che recingevano il giardino degli amici Spasari; non
l'autorimessa, che quotidianamente provoca, nella urgenza delle file per
l'ingresso, rumore assordante, ma un piccolo settore roccioso ed incolto, dove,
in occasione dell'ultimo conflitto, era stato poi creato un rifugio,
distrutto, con sacrifizio di vite umane, dalle incursioni che sconvolsero, a
fine agosto del 1943, la nostra desolata citt.
Frequentatori abituali del pendio solo le capre di Ntoni e di Iesu, suo figlio,
che giungevano, con puntualit cronometrica, alle prime ore del mattino e
ritornavano nel tardo pomeriggio: dopo che i due pastori avevano munto il latte
e lo avevano distribuito, caldo e fumante, ai clienti della zona, si
accosciavano per un disteso riposo.
Al "Guglielmo Pepe" quasi sempre mi aveva accompagnato mamma; per recarmi al
"Galluppi", dove iniziai a frequentare, semi-convittore nell'annesso
collegio nazionale, le elementari, dopo il primo giorno, in cui pap e mamma
vollero venire per consegnarmi al rettore Buccaleri, venni invece affidato ad
Alfonsino, il vecchio scrivano dello Studio paterno, che, pur solito ad
alzare qualche sera, o tutte? un po' il gomito, era persona modesta, ma di
assoluta fiducia e profondamente devota: tutti gli volevano bene, ed un giorno
le sue azioni salirono molto nella considerazione generale, quando, notato,
durante gli abituali quattro passi, vicino al negozio dl Parlato, un losco
figuro dare fastidio a due magistrati, era intervenuto in loro difesa, per
farlo desistere, e si era beccato una coltellata. Uno dei miei svaghi
preferiti, che egli molto gradiva, era poter mettere le mani e frugare in un
cassetto del suo tavolo, dove custodiva, alla rinfusa, le cose pi svariate:
pezzetti di carta... per appunti, matite senza punta, un temperino arrugginito,
vecchi pacchetti con residui di tabacco ed un paio di cartine, scatole di
cerini semi-vuote, una mezza candela, ritagli di giornali, un tagliacarte,
qualche foto antica di persone care, un paio di piccoli calendari, custoditi
in bustina trasparente, che, profumati, secondo il costume dell'epoca, a Natale
offrivano in omaggio i barbieri, agende e blocchetti di varie dimensioni.
Cos, con la presentazione dei genitori, feci il mio ingresso al "Galluppi"; il
convitto era sistemato, al piano superiore, nello stesso palazzo dove aveva
sede il Liceo-Ginnasio; i convittori, quasi tutti appartenenti a note
famiglie della provincia, indossavano la divisa di collegiale; per i semi -
che, dopo avere partecipato a tutto il programma di quelli (lezioni, colazione,
ore di studio), rientravano la sera a casa - era prescritto soltanto il
berretto, che recava le insegne dell'istituto.
La consegna di Alfonsino era di accompagnarmi, al mattino, fino all'ingresso
del convitto e di farsi trovare, nello stesso posto, all'ora di uscita, per
rilevarmi e riaccompagnarmi a casa; ben presto non gli riusc pi di osservarla
scrupolosamente: avvenne che, muovendo dalla stessa zona, si avviava verso il
"Galluppi" qualche altro semi-convittore, con cui stringemme subito alleanza e,
dopo l'impacciato avvio dei primi giorni, fatti pochi passi, piantavamo la
scorta, correndo e cantando, senza lasciarle fiato, avesse o no bevuto la sera
precedente, per tenerci dietro: non le restava che raggiungere egualmente, ma
da sola, l'ingresso e chiedere al bidello-portiere se fossimo regolarmente
entrati: pi o meno, all'inverso, la stessa scena si verificava al ritorno:
una sera, non so come, i nostri berretti si rinvennero su un grande e ombroso
albero di edera, che veget nell'androne della casa fino a quando, non molti
anni addietro, un tremendo temporale notturno lo distrusse.... con esso facendo
scomparire un pezzo della nostra vita.
Entrato nel Palazzo, vi trascorsi undici anni: quattro per le elementari,
cinque per le classi ginnasiali e due soltanto per il liceo, poich, promosso
a luglio in seconda, sostenni nella sessione autunnale, come il regolamento
consentiva, gli esami per la terza, cos giungendo con un anno di anticipo
alla maturit.
Agli undici anni, anzi, va aggiunto altro breve periodo. Conseguita la laurea
in giurisprudenza presso l'Universit di Roma, mi ero iscritto in filosofia a
Bologna ed avevo gi superato diversi esami, quando, essendosi resa vacante
al "Galluppi" proprio la cattedra di filosofia, mi proposero la supplenza: ebbi
non poche perplessit, ma mi parve estremamente scortese declinare il tanto
lusinghiero invito ed affrontai l'esperienza per alcuni mesi, che mi
consentirono di conoscere ed apprezzare studenti assai bravi, come Vittorio
Nistic, poi giornalista brillante e per lungo periodo direttore de L'Ora di
Palermo e Pietro Scuteri, che, entrato in magistratura, divenne presidente
del Tribunale di Catanzaro.
Un arco ultradecennale non pu dimenticarsi, a maggior ragione quando,
inquadrato nel periodo della formazione, crea, anzitutto, le basi fondamentali
dell'honeste vivere e del rispetto per il prossimo, e non pu essere obliato,
specie da parte di chi ha avuto il dono di una sequenza di insegnanti di alto
talento, tutti impegnati, con rigorosa dedizione, ad inculcare l'amore verso il
bello e verso ogni elevato ideale dell'umana esistenza, facendo davvero della
scuola missione di vita.
Il primo omaggio, pertanto, permeato di gratitudine perenne e di venerazione,
non pu che essere per Loro: per il maestro Emilio Sacc da Gerace Marina, ora
Locri, il quale, pur avanti negli anni, continuava ad avviare i ragazzi delle
elementari all'alfabeto ed ai calcolini con giovanile entusiasmo; per il
precettore Francesco Aracri, che ho presente, come lo avessi visto ancor ieri,
nella ieratica figura, guida saggia e paterna per i nuovi virgulti che
affluivano al convitto.
Le vicende della vita vollero che il suo figliolo, Antonio, divenisse mio
compagno di classe fin dalla prima ginnasiale e mi  tanto caro poter ripetere
che Tot Aracri si distinse sempre nello studio, come ho avuto occasione di
sottolineare pochi anni or sono, quando, raggiunto assieme il traguardo dei
cinquanta anni di esercizio professionale, il Consiglio dell'Ordine, secondo
la tradizione, organizz una commovente cerimonia per conferirci un
riconoscimento: ringraziando, ebbi modo di dire di lui e del suo prestigioso
curriculum, rievocando i pomeriggi e le serate trascorse, con altri carissimi
compagni, in casa sua, per curare la preparazione e definire i compiti, che sua
sorella, valente docente di lettere, ci aiutava a puntualizzare e ci rivedeva.
Come ieri nella scuola, oggi l'avv. Aracri  in prima fila fra i civilisti
dell'insigne Foro del nostro capoluogo.
Dalle elementari, al ginnasio, quando gi avevo respirato tanta aria
dell'ambiente: la memoria rivede il prof. Angelo Mileto, pure oriundo della
vicina provincia di Reggio, che ci accolse con tanto entusiasmo nella prima
classe; il prof. Vescio, proveniente dal Nord, che prosegu il suo insegnamento
in seconda, ed ancora la prof. Ada Vecchietti, poi sposa del preside Campisi,
che ci guid agli esami di ammissione in quarta, suscitando negli allievi
grande ammirazione per il sistema didattico e la fascinosa delicatezza del
tratto: le volemmo bene come a maggiore sorella; quelli del ginnasio
superiore, quindi, che ci condussero agli esami di ammissione al Liceo, specie
il prof. Miceli - che ebbi tanto autorevole Maestro di lettere in quarta e
quinta, Sezione A, alla quale ero assegnato: il mio posto, al primo banco della
fila di sinistra, a fianco di Felice Teti, poi stimato medico nella nostra
citt; nell'aula accanto, alla B, affidata ad altro Maestro d'identica
levatura, il prof. Sando, pure diversi studenti assai vicini, fra i quali il
nostro Tot, che, conseguita la laurea in medicina e specializzatosi in
chirurgia, emerse rapidamente nella professione: il dott. Antonio Tucci, sempre
congiungendo all'alta inclinazione tecnica innata modestia e culto profondo
dell'amicizia,  oggi ben a ragione annoverato fra le eminenti personalit del
capoluogo -.
I professori D'Agostino e Cardamone, che si alternarono nell'insegnamento della
lingua inglese, moltiplicarono il loro impegno per supplire con la intensit
delle cure alla esiguit del tempo allora riservato alla materia.
Cos, finalmente, al liceo, verso la chioma candida e la barbetta bianca del
preside Tancredi.
Il "Galluppi" rappresentava, a met degli anni Venti, il centro della vita
culturale cittadina, ed ampliava austera rinomanza nella regione tutta.
Correvano i nomi di grandi Maestri, che, anche di recente, gli avevano
conferito fulgore: in ogni ambiente della citt si parlava di don Sante
Calabria e di Vincenzo Vivaldi. Non conobbi il primo: il secondo, quando
venne il turno della mia classe, componeva la commissione per gli esami di
licenza ginnasiale, ma quest'ultima operazione coincise con il raggiungimento
dei limiti di et e concluse il lungo arco della sua opera luminosa per la
scuola.
Al liceo, trovammo, come suo successore, il prof. Paravizzini, appassionato
cultore di studi danteschi, che incontr a Catanzaro l'anima gemella, e, dopo
il matrimonio, rientr con la sposa nella sua Sicilia.
Da Roma, intanto, dove aveva condotto i suoi studi, era giunto, per il latino
ed il greco Fulvio Palmieri. Il suo ceppo paterno traeva origine da San Vito
sullo Ionio, lo stesso paese di mio padre: i rapporti di vicinanza e di
parentela fra le famiglie si erano da poco intensificati per il matrimonio
della sorella, Livia, con il fratello di pap, Vincenzo.
Quando ricevemmo da Roma la notizia che Fulvio aveva vinto il concorso per la
cattedra ed aveva richiesto la sede di Catanzaro, in casa nostra fu festa;
pap ripeteva, entusiasta: A ventiquattro anni ordinarie di latino e greco al
liceo!. E quando Fulvio lo inform che sarebbe giunto una certa mattina,
dopo un viaggio che allora, pur con la vettura diretta, richiedeva pi di
dodici ore, pap volle condurmi con lui a rilevarlo alla stazione; l'orario
di arrivo era previsto alle prime luci dell alba: di solito si scendeva alla
Sala con la funicolare, in occasioni particolari con la carrozza:
avvisato in precedenza, era gi sotto casa, a buio fitto, il solito
cocchiere, che conoscevo, perch pap lo chiamava quando doveva recarsi alla
stazione per accogliere e riaccompagnare De Nicola, Porzio, Bentini, De
Marsico, nelle loro gite a Catanzaro per importanti processi e l'uso
dell'automobile non era ancora all'orizzonte.
Fulvio comparve lieto, sorridente: il suo aspetto conquistava immediatamente e
gi, lungo l'erta, quando, a certe curve, il cavallo arrancava, esord con
quelle sue battute, caratteristiche di arguzia e di spirito, che nell'ambiente
nuovo lo avrebbero reso subito popolare: rimase nostro ospite per diversi mesi,
fino a quando ebbe possibilit di sistemarsi, in una casa vicina, a suo agio;
io ero ancora al ginnasio, in quinta, ma raccolsi l'eco, attraverso la voce
degli studenti pi avanti, del fascino con cui aveva conquistato la simpatia
affettuosa di tutti, ed ebbi poi modo, l'anno successivo, di constatarlo
direttamente: non per nulla, conferenziere brillante e piacevolissimo
conversatore, divenne ben presto un protagonista della vita cittadina.
Il suo insegnamento si manifest originale e prezioso: gli allievi, in uno
alla guida sapiente, trovavano in lui l'amico, il fratello maggiore: quando, in
pochi compagni, decidemmo di pubblicare un foglio che avesse maggiormente
cementato la solidariet e qualificato il nostro corso, fu lui ad indicarci il
titolo - Giovinezza nostra - e ci segu con ogni consiglio, accompagnandoci
finanche nei locali della Tipografia Abramo, al Rosario allora, per studiarne
l'inquadratura ed il compaginato. Il foglio usc puntualmente, per un certo
periodo, palestra molto apprezzata dai professori: se ne fece un gran parlare
anche fra gli studenti degli altri istituti.
Qualche rubrica interess particolarmente: suscitarono polemiche i versi,
puntualmente presenti in ogni numero, firmati Caposcarico e l'assillo per
scoprire chi si celasse sotto lo pseudonimo, rimase insoluto: lo stesso
ignoto autore scrisse: A scoprire Caposcarico so che c' come una inchiesta e
ciascun perde la testa per sapere chi sar...: ma, in definitiva, nulla si
seppe e chi conobbe il segreto prese impegno di non rivelarlo. Nella sostanza
i versi di Caposcarico esprimevano una satira, talvolta pungente, ma sempre
corretta, tanto da tornare gradita anche ai professori: presentavano, per lo
pi , in rapida strofe, professori ed allievi. Mi sovviene, ad esempio, la
presentazione del prof Ugo Sarpi, che per lungo periodo insegn al ginnasio, ma
non nella mia classe, e da Catanzaro, nominato preside, si trasfer in
Sardegna, al Liceo de La Maddalena: scintillante ingegno e di larga cultura,
era, nell'aspetto fisico, di proporzioni modeste; Caposcarico lo scolp con una
pennellata: In picciol vaso, molto pepe cape...
Anche di Silvia Ferrighi, la nostra insegnante di filosofia, rimane indelebile
il ricordo: giunta da lontano, in un ambiente per lei dei tutto nuovo e
sconosciuto, non tard a stringere amichevoli rapporti con le famiglie degli
allievi e fu circondata da generale stima.
Al di l dei programmi, ritenne doveroso, come prima presa di contatto, rendere
omaggio a Pasquale Galluppi, intrattenendoci sulle opere di lui e spiegandoci
attraverso un conciso exursus sulle lettere filosofiche, sui saggi interno
alla critica della conoscenza ed alla filosofia della volont, sulle
meditazioni comparative dell'analisi e della sintesi, come lo studioso
calabrese avesse teso ad enucleare dall'approfondita indagine della coscienza
nelle varie fasi delle sue meditazioni, il fondamento filosofico delle
principali verit metafisiche, onde risalire dall'esistenza dell'io a quella
del mondo esterno e di Dio: questa sua sensibilit fu molto apprezzata dalla
scolaresca che, tutto sommato, del Galluppi ancora soltanto aveva sentito dire
che era un filosofo di Tropea.
Punto d'incontro fra il metodo del Palmieri e quello della Ferrighi fu
indubbiamente il saper creare un'atmosfera di vicinanza con i giovani, sicch
in essi l'amore per la scuola trasse dall'indirizzo dei due Maestri motivi di
rafforzamento e di entusiasmo: ospite in casa De Luca, un egregio funzionario
della Prefettura, a Rione Milano, Silvia Ferrighi selezion fra gli alunni
elementi per una piccola filodrammatica e proprio dai De Luca, con la
partecipazione delle figlie, pure studentesse al "Galluppi" - Anna, poi
divenuta a sua volta prefessoressa di lettere e Silvia - rappresentammo un
lavoro, scritto dalla stessa Ferrighi, Fra lupi e lupi che, attraverso le
vicende di un casato sardo, quello dei Bardanera, sviluppava indirizzi ed
indicava mete di alta valenza etica.
Poco tempo dopo, la Ferrighi ottenne il trasferimento e ritorn nella sua
Milano; la lontananza, purtroppo, come sovente avviene, affievol le relazioni,
e, trascorso il primo periodo, nulla pi sapemmo di lei e delle sue cose.
Tre-quattro anni or sono Giuseppina, mia nipote, figlia di Mario, mi disse che
Enzo Zimatore, l'amatissimo presidente del nostro Consiglio dell'Ordine
Forense, le aveva donato una cartolina illustrata, da mamma inviata alla
prof. Ferrighi, che gli era capitata fra le mani ed aveva acquistato ad un
chioschetto di Fontanella Borghese: anche Enzo, Mario, Giuseppina - chi
prima, chi dopo - tutti allievi del "Galluppi".
Costretta, non pi giovanissima, la prof. Bonsignore, di scienze naturali, a
sopportare nel fisico, gli esiti di un processo morboso infantile, non
possedeva il fascino dei primi due, e, pur adempiendo scrupolosamente il suo
compito, il rapporto con gli alunni restava freddo, distaccato.
Un giorno l'attendemmo invano per la lezione, il bidello comunic che stava
poco bene: pensammo ad una indisposizione e l'ora scoperta, che avremmo
dovuto dedicare, restando in aula, allo studio, trascorse lietamente fra
scherzi e frivolezze. La settimana successiva, per, giunse notizia che le
condizioni si erano aggravate, stava male. Da sprazzi di colloqui fra altri
professori, captammo che vi era motivo di preoccupazione e ci parve doveroso
farle visita, non pi di tre alla volta, per non arrecare fastidio. Fu una
pena: sola, sofferente, una squallida camera mobiliata. Ci mettemmo a
disposizione; per la prima volta notammo sulle sua labbra un abbozzo di sorriso
e cerc anche, rievocando qualche ora di scuola, un po' di celia: natura non
facit saltus, in natura nulla si crea e nulla si distrugge.
Qualche giorno ancora:... ed era morta; una mesta funzione alla chiesa del
Monte, tutti presenti. Un congiunto, venuto dalla Sicilia, ripart con la
salma!
Un grato omaggio pure a tutti gli altri Maestri - (durante i corsi ginnasiali
avevamo anche avuto, per la matematica, mi pare in brevi periodi di supplenza,
elegante, molto signore, bravo, l'ing. Emilio Minnicelli) -: il latinista
Giuseppe Morabito, conoscitore profondo di Orazio ed egli stesso autore di
odi, che lo condussero a prestigiose affermazioni in campo nazionale; Antonio
Battaglia, matematico di acutissimo intuito, che sapeva bonariamente perdonarci
ogni marachella; Marcello Carino, cultore di storia dell'arte; Michele De
Stilo, che per tanti anni diede sprone ai nostri saggi ginnici, con impulso
costante e caustico umorismo.
Ed ora, dai Maestri ai compagni!
L'aver detto fin qui di persone scomparse, inevitabilmente con tanta
malinconia, pu rientrare nell'ordine normale degli avvenimenti, imposto dalla
natura nel divario fra l'una generazione e l'altra.
I compagni per... ricordarli, gioiosi, vivaci, frenetici di vita, saldamente
legati da fraternit, in un orizzonte limpido, senza nube alcuna, con
l'avvenire di fronte... ed ora, gi da tempo!, tutto un cimitero d'intorno...
Il primo a lasciarci, quasi appena giunto all'Universit, Luigi Mannella
(Gigino), figlio unico ed unica ragione di vita per i genitori; abitavano a
Vico Preti, due passi da casa mia: da Napoli dove si era iscritto in
giurisprudenza, la notizia raggiunse a Roma quelli che avevamo invece iniziato
a frequentare "La Sapienza"; e fu tale da atterrire: tanto sembrava avvenimento
impossibile, assurdo.
Ma non era che il primo atto.
Seguirono, dopo la laurea, Giuseppe Menniti (Ninnuzzo), avvocato ed Antonio
Procopio (Tot), il cui corpo si dissolse, scomparve, senza possibilit di
rinvenire neanche un indumento: in sosta a Civitavecchia, attendeva l'imbarco
su un piroscafo per l'Africa, mobilitato come ufficiale medico, quando
un'incursione aerea notturna rase al suolo l'Albergo delle Rose: nata con la
guerra - eravamo tutti del 1913-14 -, la nostra generazione trascorse la fase
pi ardente della esistenza fra una conflagrazione e l'altra, fino alle
funeste giornate della feroce lotta intestitta: sostavamo con riverenza, quasi
in fondo al lungo corridoio d'ingresso, fra la Segreteria e la Presidenza, di
fronte alle foto degli ex allievi, in tanti, caduti nel primo conflitto
mondiale!
Ed ancora, Luigi Petrucci (Gigino), ingegnere, che gi in Africa era sfuggito
alla morte, restando seriamente ferito. Si discuteva sempre se il pi bravo
della classe fosse lui o Aracri e generalmente convenivamo su un giudizio di
parit; poi, Annibale Raffaelli (Fof), dotato di memoria poderosa: nelle
interrogazioni di storia dell'arte, riportava il pensiero del Venturi
citandone, della prosa elegante e fascinosa, ogni aggettivo, senza che gli
sfuggisse una virgola ed il prof. Carino lo seguiva in estasi...: aveva
conseguito la laurea in lettere e si era gi dato all'insegnamento.
E poi: Vittorio Colao! Anch'egli sulla scia dei prestigioso esempio paterno,
conseguita la laurea in medicina, esercitava circondato da grande stima; amico
dall'infanzia, eravamo stati tanto vicini, sempre, ed Orestino Massara, per il
quale, tante volte, luogo di ritrovo con il gruppo era la farmacia del padre,
sita nei pressi del Liceo... e Orlando Apa, partecipe assiduo ad ogni comune
iniziativa del gruppo.
Infine, Filippo Scorza (Pippo) e Saverio Barbieri, entrambi eredi e
continuatori delle gloriose toghe paterne, da loro portate ancora pi in alto,
con i quali avevamo condiviso ansie e speranze, ore di studio e periodi di
svago, - e con Saverio anche, a Torino, il tempo lieto del corso allievi
ufficiali - e Luigi Corapi (Gigetto), giunto al vertice della magistratura
calabrese e poi tragicamente scomparso: da ultimo, Gregorio La Torre, laureato
in medicina, oculista come il padre, di nobilissimi sentimenti, gran signore
al pari degli altri dianzi indicati.
Spetta cos ad uno dei pochi sopravvissuti dire di loro e scriverne, perch
il nome resti nel libro celebrativo di quel liceo dal quale essi hanno tratto
linfa preziosa ma al quale hanno pur conferito luce novella, con la dirittura
di vita e le affermazioni professionali.
Quanto sarebbe stato bello se avessimo potuto, tutti, celebrare la nostra
scuola con un lieto simposio!
Ma soltanto pu essermi consentito salutarli come allora, quando ci cercavamo
fischiettando un motivetto - Lola, non sei andata a scuola, manco una
parola... - che ci consentiva anche nella folla di segnalare la presenza e di
ritrovarci: essi lo risentiranno e ne saranno felici, ringraziando con me il
chiarissimo preside Galiano per la tanto amabile iniziativa di rendere onore,
assieme, al nostro vecchio, caro, indimenticabiie, glorioso "Galluppi".

/:/Alda Morca.
di Antonio e di Amelia Amelio
nata a Catanzaro il 5 settembre 1914
iscritta per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1925/1926)

Il solido legame affettivo
fra me ed il glorioso Liceo Ginnasio "P. Galluppi" ha interessato tutta la mia
vita di lavoro. Per pi di cinquant'anni, infatti, dall'ottobre 1925 al
settembre 1979, esclusi gli anni goliardici napoletani, ho fatto parte della
famiglia liceale, prima da alunna e poi da insegnante.
Nel campo scolastico c'era anche allora penuria di lavoro e, quindi, nei
primi anni di insegnamento fino alla vincita della cattedra, ho avuto sempre
delle ore al liceo ed il completamento nei diversi istituti della citt.
Questo spiega perch io sia stata insegnante di due generazioni di
galluppini e di molti altri alunni iscritti ad istituti superiori diversi.
Non intendo qui ricordare i miei anni di lavoro, ma quelli di scolara: anni
vissuti in una fanciullezza protetta, ovattata, ma ricca di certezze e di
affetti nei circoscritti orizzonti della scuola e della famiglia, come si
intendevano allora.
L'edificio che fino ad alcuni anni fa ospitava il liceo "Galluppi"  un antico
convento degli Scolopi che, pur avendo conservato la sua struttura essenziale,
ha subito nel corso degli anni alcune trasformazioni, guadagnando forse poco
in funzionalit, ma perdendo molto del suo antico fascino.
Quando io ero ancora alunna, il piano terra dell'edificio ospitava le aule del
liceo, la presidenza, la sala dei professori e la segreteria, nel piano
sottostante trovavano posto la biblioteca ed i due gabinetti scientifici,
mentre il secondo piano era occupato dal Convitto Nazionale.
Sul cortile interno dell'edificio si affacciavano numerosi i grandi
finestroni che illuminavano i tre ampi corridoi adiacenti, sulle pareti dei
quali era murata sia la lapide che ricorda il docente, patriota, letterato
Luigi Settembrini, sia quella che ricorda i tanti alunni che immolarono la loro
giovane esistenza nella guerra 1914/18. Lungo gli stessi corridoi si
aprivano le anguste celle nelle quali mal si adattavano a trascorrere lunghe
ore di studio ragazzi bisognosi di spazio e di luce.
Ricordo ancora le massicce porte di legno, fornite di spioncino e di
"saliscendi" di ferro, porte fatte apposta per garantire il silenzio e
l'isolamento dei buoni religiosi dei quali, con la mia fervida immaginazione
infantile, alcune volte avevo la sensazione di percepire il lento salmodiare.
A questo punto, con grande rammarico, non posso non constatare che, mentre la
civilt dei consumi e la tecnica moderna hanno fatto passi da gigante in
tutti i campi, le strutture e le attrezzature scolastiche di quasi tutte le
scuole italiane sono regredite.
Come non ricordare con nostalgia il ben fornito gabinetto di scienze naturali
il quale, a suo tempo, aveva ereditato il materiale didattico proveniente
dalla Regia Scuola Universitaria di Farmacia che aveva sede proprio nella
nostra citt! Quante ore di lavoro degli insegnanti che, nel corso dei decenni,
ci siamo avvicendati nel catalogare, classificare ed ordinare il materiale,
cercando di salvarlo dall'usura e dall'ingiuria del tempo; ore trascorse al
freddo e senza alcun compenso! Quante richieste verbali e scritte andate a
vuoto! Poi... il colpo di grazia nell'estate del 1975 quando, durante il
trasloco dalla vecchia alla nuova sede, mani inesperte disperdevano quella
parte del patrimonio dello Stato che era stato l'orgoglio del Gabinetto di
Scienze Naturali del Regio Liceo Ginnasio di Catanzaro.
Il mio primo incontro con il "Galluppi" risale al primo ottobre 1925 quando,
accompagnata dalla mia adorata mamma, la maestra Amelia Amelio (dalla quale
ho ereditato l'arte di insegnare, perch di vera arte si tratta) mi presentai
davanti alla segreteria del liceo.
Per motivi di statura, assai poco mutati nel tempo, non riuscii, neanche
sollevandomi sulla punta dei piedi, a raggiungere lo sportello aperto nel vano
della porta e fu attraverso detto sportello che si affacci il viso sorridente
ed accogliente dell'indimenticabile segretario Settimio Grilloni. Io portavo
in cima ai capelli un grande nastro di seta rosa corallo e fu, afferrandomi
proprio per il fiocco, che il segretario mi sollev la testa e mi disse:
Bambina e tu... che vuoi? Non sai che le scuole elementari sono in tutt'altro
posto? Disarmata da questo primo rude impatto con la nuova scuola, mi
limitai a porgere a don Settimio i documenti che mi davano il diritto di
essere iscritta al primo ginnasio inferiore e timidamente feci scivolare il
certificato che attestava che Morica Alda aveva superato l'esame di ammissione.
Fu cos che conobbi il segretario Grilloni il quale, in seguito, accogliendomi
sempre con tanta signorilit e con tanto affetto, mi segu per tutta la
carriera scolastica facendomi alla fine un regalo che non ho mai, mai pi ,
dimenticato. Infatti commise nei miei riguardi un'infrazione al suo naturale
riserbo e, fidandosi della mia discrezione, mi tolse da un'ansia che ancora, di
tanto in tanto, tormenta i miei sogni, rivelandomi con un certo anticipo che
facevo parte dell'esigua lista dei maturati usciti indenni dai rigorosi esami
di Stato 1932/33.
Altri tempi!
Mio professore di lettere nel ginnasio inferiore, fu il poeta dialettale,
letterato e scrittore Giovanni Patari.
Ormai avanti negli anni, era stanco e ci ripeteva che continuava a fare
l'ottimo mestiere di insegnante solo per necessit, ma che per fortuna, la
nostra era l'ultima mpurnata: cos egli amava definire il triennio del
ginnasio inferiore.
Stare nella scuola, per, non gli dispiaceva perch aveva la gioia di veder
sbocciare sotto i suoi occhi tanti bambini che passavano dalla fanciullezza
all'adolescenza e con orgoglio, affermava che spettava a lui darci, in
questo difficile passaggio, la prima impronta di vita e di carattere.
La nostra aula era un immenso stanzone polveroso, gelido e poco illuminato
perch ubicato sotto il piano stradale. Prendeva luce da due ampi finestroni
posti a grande altezza dal pavimento, attraverso i quali non vedevamo n il
sole n il cielo, ma solo i balconi di zia Peppina, la gentile signorina
Della Volpe, che abitava proprio di fronte al liceo ed era nota per il ricco
ricevimento che, in occasione del suo giorno onomastico, offriva a tutte le
signore della Catanzaro bene.
Eravamo separati da una fila di armadi, pieni di vecchi tomi, dall'attigua
spelonca adibita a biblioteca.
Quando penso che i ragazzi di oggi scioperano per un giorno di mancanza di
riscaldamento non posso non ricordare le nostre manine gonfie di geloni ed i
piedini mezzo assiderati perch spesso bagnati dalla pioggia contro la quale
non esistevano stivali di nessun genere.
Per il caro professore Patari non avevamo nome e cognome, ma nomignoli di cui
ci gratificava, a seconda del suo estro poetico: c'era a pupa, a mundicata,
a frittulara, u ferru e cozetta, a figghia do Pupazzu (un noto
sindacalista ante litteram).
Ricordo le sue belle lezioni di italiano, specie quando commentava i diversi
brani dell'antologia o le sue poesie o quando discutevamo, ed in questo fu un
precursore, sugli spettacoli che avevamo visto a teatro la sera precedente.
Sapeva, infatti, che alcuni di noi, figli di genitori appassionati di lirica e
di buona prosa, eravamo, nonostante l'et ci proibisse severamente di fare le
ore piccole, frequentatori abituali del Teatro Comunale, da tutti considerato
una bomboniera, rinomato per la sua ottima acustica e nel quale si
cimentavano, prima di affrontare il pubblico delle grandi citt, i migliori
artisti del tempo.
Il Teatro, una brutta notte e senza ragione, fu raso al suolo in un batter
d'occhio per lasciare posto ad un'anonima costruzione che di teatro ha solo
usurpato il nome.
Maledetta sete di denaro e di potere!
Il nostro caro professore esigeva, e riusciva ad ottenerlo, assoluto silenzio
da parte della scolaresca perch spesso provato da malferma salute e dall'et.
A proposito ricordo una famosa punizione di cui ancora sento la ferita perch
ha interessato me e la mia cara compagna Marini, l'attuale avvocato Mem
Marini. Mem era una bimba molto intelligente e vivacissima ma che, data la
sua tenera et, era spesso ossessionata da alcuni pregiudizi tra cui, per
esempio, la pronunzia della parola diavolo. Eravamo d'accordo che, se
lei o io l'avessimo udita, avremmo dovuto reciprocamente farci un segno di
croce sulla fronte a mo' di scongiuro. Disgrazia volle che una mattina il
nostro caro docente, nel corso del commento di non so quale brano letterario,
incorresse nella necessit di pronunziare tale satanico vocabolo. Al che,
svelte come due saette, Mem ed io ricorremmo al convenuto segno esorcizzante.
Apriti cielo!
Il professore si sollev dalla sedia ed, imitando il gesto di fra Cristoforo,
alz il dito indicandoci la porta e, in modo perentorio, ci allontan
dall'aula. Il preside aggiunse, alle nostre, la croce di un giorno di
sospensione dalle lezioni. Fu una tragedia perch, a quei tempi, per una
ragazza essere sospesa dalla scuola, sia pure per un giorno, era un disonore
che mise in grande imbarazzo il mio povero pap il quale, malgrado le parole
consolatrici dello stesso professore, per molto tempo non riusc a rassegnarsi
a quella vergogna.
Un altro episodio simpatico avvenne un giorno durante una prova scritta di
latino. Ad un certo momento, nel silenzio pi assoluto, udimmo in fondo
all'aula un vivace bisticcio e vedemmo volare dei pugni. Il professore si alz
dalla cattedra per rendersi conto della situazione creatasi improvvisamente e
la spiegazione lo lasci di stucco: alla sua richiesta di chiarimenti, un
ragazzino timidissimo, un certo Gigliotti, si giustific dicendo:
Professore... Sposato (uno dei collegiali pi bravi) non mi fa ammogliare!
(cio intingere la penna nel calamaio di triste memoria!)
La vertenza non ebbe un seguito cavalleresco solo perch fu risolta, seduta
stante, da alcuni solenni ceffoni distribuiti equamente dall'adirato
professore ai due improvvisati pesi piuma.
Un altro ricordo vivissimo, malgrado i sessant'anni trascorsi,  la festa di
San Giovanni Battista, giorno onomastico del nostro professore.
Egli aveva un vero e proprio debole per tale ricorrenza e non faceva mistero
della gioia che gli procurava la visita doverosa dei suoi scolari.
Ad un apposito comitato dei pi grandicelli e svelti veniva affidato
l'incarico di raccogliere i fondi necessari (rappresentati dalla cospicua somma
di mezza lira) per l'acquisto di un fascio di fiori, dopo di che la rumorosa
brigata si dirigeva, con il cuore in gola per l'emozione, verso la vecchia
casetta di via De Jessi.
L'angusto studio del professore non consentiva a tutti di entrare e quindi i
ragazzi rimanevano lungo le scale esterne. Ricordo ancora il tipico ambiente
fine secolo, odoroso di tabacco, ricco di libri, riviste, cuscini, quadri,
vecchie foto ed impossibili soprammobili polverosi e posti alla rinfusa.
Faceva gli onori di casa la cara signorina Teresa, sorella nubile del
professore e con lui convivente che, imbarazzata dalla nostra chiassosa
presenza, mal reagiva alla insistente richiesta del festeggiato che voleva ci
fosse servito il tradizionale rosolio di cui, sembra strano, ricordo ancora
l'odore, il sapore dolciastro ed il colore verde smeraldo.
Dopo la consumazione c'era per tutti un commosso ringraziamento, una stretta
di mano ed, infine, il liberatorio commiato tanto atteso sia dagli ospiti e
sia dagli ospitati che scendevano a precipizio le scale, soddisfatti della
felice conclusione del doveroso rito.
Se ci fossero state allora le telecamere di Tony Boemi, la gustosa scenetta
che, puntualmente, si svolgeva ogni mattina nel breve tratto di Corso Mazzini,
antistante la nostra scuola, sarebbe stata immortalata. La strada era
animatissima, non certo per la presenza delle attuali rombanti automobili, ma
per quella assai variopinta e vivace delle scolaresche del Liceo e del
vicinissimo Istituto Magistrale "G. De Nobili".
Noi altre liceali, ormai diventate signorinelle, insieme con le amichette
future maestre, facevamo delle frettolose passeggiate fino ai portici del
Teatro, scambiandoci innocenti pettegolezzi e trepidanti segreti, senza
tralasciare la capatina nella allora chiesa dell'Immacolata per chiedere alla
Vergine protezione e lumi contro gli scogli delle ore di lezione.
La scena vera, per, si svolgeva nel cortile dell'antico palazzo Arceri, nel
bel mezzo del quale troneggiava una grande cisterna coperta da una lastra
metallica.
Se questa avesse avuto, miracolosamente, il dono della parola, sarebbe stata
certo preparatissima docente di latino, di greco, di lingua, di matematica...
tante e tante erano le convulse, rapide copiature dei compiti delle diverse
discipline che i bravi avevano l'obbligo ed il dovere di portare nel cortile
alle ore otto precise, per dare una mano ai pi svogliati o ai pi sprovveduti
nel tentativo di evitare qualche ben assestato voto di insufficienza.
Poi, al primo suono della campanella vigorosamente agitata dal solerte custode,
tutto tornava silenzioso e tranquillo sino alla fine delle lezioni.
In una specie di sottoscala dello stesso palazzo Arceri c'era una piccola
cartoleria, scarsamente illuminata da una lampadina di non pi di dieci
candele.
Il gestore, un certo don Michele, per uno o due soldi vendeva a noi altri,
assidui clienti mattutini, penne, gomme, matite e soprattutto fogli protocollo
necessari per le prove scritte che si facevano in classe.
Questo ometto era, non so perch, soprannominato Vurpicedda, nomignolo da
lui assai male sopportato e che lo faceva andare in bestia. Infatti, pur
essendo il pi pacifico ed indifeso degli uomini, quando qualche discolo, per
stuzzicarlo, si affacciava sulla porta del negozio e, con innocente
espressione gli domandava: Don Mich, avete una gomma marca "volpe?", perdeva
le staffe e diventava un energumeno: con il viso paonazzo usciva dalla
cartoleria gesticolando e tentava di inseguire il malcapitato impertinente
lanciandogli addosso oggetti di ogni genere ed epiteti irripetibili!
A questo punto interveniva qualcuno dei ragazzi pi bravi e pi autorevoli, e
fra questi Giacchinuzzu Morica, che lo prendeva sottobraccio, lo rabboniva e
lo riconduceva nel suo sgabuzzino.
Voglio anche ricordare la tanto attesa mezz'ora di ricreazione, durante la
quale i ragazzi, con qualsiasi tempo, erano costretti ad uscire dalla scuola,
mentre noi ragazze avevamo a disposizione un vasto locale successivamente
adibito a palestra. Era anche consentito passeggiare lungo l'antistante
corridoio che, al contrario del cosiddetto spogliatoio, era pieno di aria e
di luce.
Ricordo ancora il sapore delle soffici pagnottelle solcate nel centro che,
anche se, come spesso accadeva senza imbottitura, ci riempivano la bocca e lo
stomaco di uno speciale gusto mai mai pi riassaporato.
Quanti piccoli innocenti segreti, allora veramente tali, bisbigliati a fior
dl labbra, dopo la rituale, sacrosanta, scambievole promessa di assoluta
discrezione! Tutto ci, si svolgeva sotto il vigile sguardo della cara
signora Lembo. Chi era? La bidella?
Non certo la persona alla quale oggi si attribuisce la qualifica di ausiliaria:
era piuttosto l'ausilio, la custode, la saggia consigliera, spesso
l'infermiera, l'amica che sapeva godere con noi per il conseguimento di un
ottimo voto o consolare le nostre lacrime per una traduzione solcata di
segnacci blu. Era una vera signora sia nel tratto sia nel modo di vestire,
sempre pronta a difenderci ed a minimizzare le nostre birichinate; andava
orgogilosa dell'amicizia che la legava ad ognuna di noi, e soprattutto, della
fiducia con la quale le nostre mamme ci affidavano alla sua amorosa
sorveglianza.
La mia vita di studentessa si  svolta nei primi decenni del secolo; allora,
noi ragazze, evolute liceali nella comune considerazione, avevamo in realt
una libert assai limitata; solo alcune, essendo figlie di genitori di larghe
vedute, potevano svolgere una certa attivit extrascolastica abbastanza varia.
Voglio, per, ricordare che a quei tempi bisognava anteporre ad ogni altra
cosa il doveroso disbrigo dei compiti da fare a casa. In questo lavoro io ero
molto agevolata: la mamma si occupava delle ricerche e giornalmente sunteggiava
per me i passi pi lunghi e noiosi delle diverse discipline (lavoro
intelligente e proficuo di cui usufruivano anche le mie compagne); lo zio
professore, il maestro elementare Giovanni Mancaruso, enciclopedico, che
si intendeva di tutto e che fu per lunghi anni scrupoloso direttore del
locale orfanotrofio "Luigi Rossi", mi aiut a superare i primi scontri con il
latino; la gioiosa ed intelligente zia Mariettina, la professoressa Maria
Macri Nocera, docente di lingue straniere nel nostro liceo, mi inizi al gusto
del dolce idioma francese.
Sbrigato il lavoro pomeridiano restavano alcune ore di tempo libero che, nei
giorni dispari, erano impegnate dalle lezioni di ginnastica impartite in modo
serio e scrupoloso dalla cara professoressa Rocchino e dal simpatico
professore De Stilo. Inoltre alcune di noi facevano parte di una squadra che
si allenava nella palestra "E. Scalfaro", nella allora "Casa del Soldato", sita
in piazza Santa Caterina, nei locali attualmente occupati dalla Questura.
Era anche a nostra disposizione la Biblioteca Comunale, sapientemente diretta
dall'indimenticabile don Pippo De Nobili.
Questo adorabile vecchietto, che di nobile non aveva solo il nome, ma
soprattutto l'animo ed il tratto, ci accoglieva sempre con il pi tenero dei
sorrisi e, con i suoi occhietti ammiccanti, guardava quelli d noi che fra gli
annosi e polverosi volumi cercavano una protezione discreta per i loro freschi
amori.
Nel fare ritorno a casa avevamo pure il permesso di entrare nella pasticceria
di Ascenti o di Potort per gustare qualche squisita pasta con la crema o con
la cioccolata.
Qui, forse fuori luogo, apro una parentesi dolorosa che riguarda il degrado
che ha subito la nostra citt nel corso del secolo.
Quello di Ascenti e quello di Potort erano Caff elegantissimi, ricchi di
specchi perfino nel soffitto, forniti di tavolinetti, poltroncine, luci...
dove i civilissimi catanzaresi si incontravano non solo per consumare leccornie
prelibate ma anche per scambiare idee sui fatti del giorno e per trascorrere
qualche confortevole ora in compagnia di amici.
Ora  tutto sparito, nella nostra citt non c' pi un ritrovo decente! Ed 
inutile amareggiarsi con recriminazioni e nostalgie!
Nella conclusione vorrei ricordare, ma  impossibile, tutti i miei compagni tra
cui la nutrita squadra dei simpatici collegiali che ogni mattina, alle 8,30
precise, scendevano allineati e silenziosi dal piano superiore nelle loro
belle uniformi che avevano il solo difetto di essere, sempre di pi , corte di
maniche. Con alcuni di loro sono ancora in affettuosa corrispondenza altri,
purtroppo, sono spariti nel tempo e nello spazio.
Non posso, per, non citare quelle che mi sono state compagne al principio
della mia vita al "Galluppi", amiche nel corso della mia storia e certo
saranno nei miei pensieri sino alla fine: Mem Marini che ho gi ricordato,
le due Minerve della classe, Ornella Amendola e Franca Rocca, e la dolce Ines
Basile che dividevano con me il lungo ed ampio banco di legno davanti alla
cattedra, ed ancora Maria Tucci ed Eva Cafasi. Mem era la pi simpatica ed
estrosa tra di noi e, rivelando sin da allora la sua forte tendenza per il
Foro, durante lo svolgimento della festa che concludeva il nostro ciclo
liceale afferm: Vado via dal liceo con un solo rammarico, quello di non
aver potuto, in tanti anni, scontrarmi, almeno una volta, con la sempre
conciliante e sorridente Alda Morica.
Ornella Amendola, dottoressa in medicina e chirurgia in Roma, godeva della mia
particolare tenerezza per la sua squisita sensibilit e perch sempre
profondamente triste e bisognosa di affetto. Aveva, infatti, anzitempo perduto
la sua bella e buona mamma ed il suo unico fratello Sino e viveva con le due
sorelline Wanda e Fedra; il pap, funzionario del Genio Civile, era sempre
fuori per ragioni di lavoro; in casa c'era un'arcigna ed ottusa governante che
non la capiva.
Ines Basile, paziente, intelligente e silenziosa, mi  stata pi lungamente
vicina perch con lei ho diviso non solo le ansie degli anni di liceo, ma
quelle ancor pi profonde del corso universitario. Con Ines ho avuto la gioia
di concludere tanti anni di sacrifici e di lavoro impegnativo discutendo la
tesi sperimentale di laurea (relatore il celebre prof. V. Diamare) nello stesso
giorno: il 2 luglio 1937. Maria Tucci, ora professoressa Tagliamonte, essendo
anche allora longilinea, occupava un posto negli ultimi banchi. Con Maria
eravamo e siamo ancora amiche per la pelle perch il nostro rapporto riguardava
anche le ore extrascolastiche ed era reso valido dalla fraterna amicizia che
legava i nostri genitori e soprattutto le due mamme: le brave maestre Amelio e
Traficante.
Il ricordo pi dolce ed amaro va, e non potrebbe essere diversamente, alle due
colleghe, ottime sotto ogni riguardo, che tanto dolorosamente e precocemente ci
hanno lasciato.
Franca Rocca, gi tanto malata, ha voluto con ferrea volont e fiduciosa
speranza nella guarigione, dividere con noi il trauma e la fatica dell'esame di
maturit allora particolarmente duro perch le prove vertevano su tutte le
discipline del triennio. Povera Franca! Mor durante l'estate e non fece in
tempo a godere della gioia dell'iscrizione alla Facolt di Medicina, suo grande
sogno e traguardo!
Eva Cafasi, gi prossima alla laurea, fin tragicamente lungo i viali ombrosi
e profumati della nostra Sila per l'urto violento di un carico di legname che
un incompetente operaio aveva mal disposto su di un grosso camion.
Sono questi gli avvenimenti che, specie quando feriscono in modo cos
lacerante la nostra splendida giovinezza, non si cancellano mai pi e ci
accompagnano per tutta la vita.
Voglio infine citare l'ottima guida che, nella persona del saggio e valente
professore Sando, abbiamo avuto nel ginnasio superiore ed il superbo cast di
docenti che con competenza e serio impegno hanno profondamente arricchito il
nostro patrimonio culturale nel triennlo del liceo.
Il latinista professor Morabito ci port con la sua bravura ad amare persino
la grammatica greca e latina e a considerare i protagonisti delle opere
classiche come eroi dei nostri giorni, rendendoceli addirittura familiari e
tratt entrambe le letterature con la passione e la vivacit riscontrabile
solo negli attuali cronisti sportivi. L'ottimo professore Paravazzini leggeva e
commentava la Divina Commedia con tale musicalit da procurarci vero diletto.
Il burbero sacerdote Vono era professore di Storia, ma di lui ricordo di non
averlo mai visto sorridere.
Il caro Don Fragola, avendo l'incarico dell'insegnamento della Religione e
della Storia dell'Arte, tratteggiava con lo stesso garbo e con la stessa
emozione sia i Padri dell'Antico e del Nuovo Testamento sia gli artisti che,
nel corso dei secoli, li avevano effigiati: No e Michelangelo, Abramo e
Andrea della Robbia, San Giovanni e Leonardo, San Francesco e Giotto restano
uniti nella mia memoria in virtdelle sue parole.
Il professore Porcelli, bravo insegnante di Scienze naturali, venne a mancare
immaturamente.
Il professore Battaglia, docente di Matematica e Fisica, molto preparato, ma
reduce dalla Grande Guerra con un brutta ferita alla testa, era
nell'impossibilit di mantenere la disciplina e di difendersi dagli scherzi di
cattivo gusto dei pi discoli, indisciplinati e poco sensibili fra di noi.
Ed infine l'avvocato Domenico Pittelli il quale, pur essendo appena uscito
dall'universit, si cimentava con ottimo risultato nei meandri della filosofia,
prima di impegnarsi nella sua vera carriera di valente avvocato.

/:/Salvatore Blasco.
di Domenico e di Serafina Chiliberti
nato a Catanzaro il 2 giugno 1916
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1927/1928)

Vecchio, caro "Galluppi".
Non so transitare davanti a te, e mi capita pi volte al giorno, senza volgere
gli occhi alla tua facciata, alle finestre, al balcone, al grande portone e
spingere lo sguardo nel corridoio della segreteria e delle lapidi.
Tu fai parte della mia vita come un intimo familiare; bambino, ne sentivo
parlare da mio padre, che ti aveva frequentato e che ricordava tra i suoi
compagni Giuseppe Casalinuovo e Giovanni Patari; ragazzo, fui tuo allievo e
per otto anni appresi di latino e di greco, di italiano, di filosofia e di
storia e imparai per la vita, come era il titolo della nostra antologia di
Carlo Calcaterra.
Poi, divenuto sacerdote della dea Temi, continuai a venire da te, per ben
dieci anni, quale padre di tuoi studenti, ed attualmente ti faccio frequenti
visite nelle vesti di nonno di quattro nipotini, tutti tuoi allievi fin dalla
primina.
Una tradizione familiare di rapporti che dura, a mia memoria, da quattro
generazioni e forse risale a tempi molto pi lontani, a quelli degli Scolopi e
pi in l, a quelli dei Gesuiti, che si succedettero nella guida del
Collegio, nato nel XVI secolo.
Fu di certo la forza di questa tradizione, che ha tanta parte nella dinamica
storica, a spingermi ad interessarmi delle tue glorie passate, fatte di maestri
e di allievi che hanno lasciato orme indelebili nell'evoluzione del pensiero
umano, di patrioti che sacrificarono cattedra e vita per educare i giovani
agli ideali di libert e d'indipendenza, di storici, di filosofi e di poeti
che, anche non ascendendo vette di celebrit, hanno portato lustro a questa
buona Catanzaro: una citt la nostra che, come scrive Umberto Bosco, non ha
dato vita a grandi rivolgimenti storici, ma ha avuto sempre, lungo il fluire
dei secoli, una sua dignit civile e culturale.
Ed anche per amore tuo mi sono strenuamente battuto, per oltre un decennio,
allo scopo di far rinascere, sui tre colli, le scuole universitarie che,
fondate da Giuseppe Bonaparte e potenziate da Gioacchino Murat, operarono tra
le tue mura per tutto il secolo scorso fino al 1923.
Ma oggi, caro "Gallupppi", tralasciamo le grandi cose e parliamo sommessamente
delle nostre intimit all'epoca della mia adolescenza, quando tu, austero e
solenne, con la tua saggezza secolare mi accoglievi nelle tue aule, allievo
fra gli allievi, infiorato di et novella.
Ero felice e non lo sapevo, preso come ero dallo studio, dalla preoccupazione
degli esami, dall'ansia di arrivare ai vari traguardi. Possedevo le
effervescenze fisiche e spirituali della giovinezza ma non mi rendevo conto
del loro valore, cos come non si apprezza l'aria fin quando non viene a
mancare.
Oggi, che sono verso la fine del viale del tramonto e gi intravedo le ombre
incalzanti della notte, l'entit di quella ricchezza primaverile mi appare in
tutta la sua grandezza e amaramente constato la verit della concezione
leopardiana del piacere che non  mai presente, ma passato o futuro.
Vecchio Ginnasio-Liceo quanti ricordi!
Quante figure tu mi evochi di insegnanti dotti e mediocri, simpatici o invisi
a noi studenti, maestri di vita o solo di grammatica e sintassi, nulla vedenti
oltre agli aoristi deboli o forti.
Dal bravo Carmelo Russo delle prime classi ginnasiali, un giovanissimo e
pacioccone, alle prime armi con l'insegnamento, un neofita passionale che non
riusciva a frenare le lacrime di fronte a nostre monellate, entro e fuori le
aule, o alle catastrofi nelle versioni; ad Antonio Battaglia, tanto bravo nelle
scienze matematiche quanto svaghito per via di una invalidit psichica di
guerra ed incapace di imporre la disciplina, tanto che la sua ora era
utilizzata dagli abituali parassiti per la copiatura dei compiti delle
materie successive, mentre gli altri intrecciavamo conversari o c'impegnavamo
nei pi svariati e chiassosi giochi.
Fu cos che arrivammo alle soglie della maturit classica, anche i pi bravi
nelle altre discipline, senza saper risolvere un'equazione semplice, onde
necessit un'oceanica preparazione privata.
Da Giovanni Miceli, buon latinista e grecista ma al termine della carriera e,
per il peso degli anni e degli acciacchi nervosissimo, che ad ogni sbaglio
immancabilmente esplodeva: Cristo della Madonna! Vi faccio tremare le
vene ed i polsi; al lungo e torvo Giuseppe Morabito, un latinista di fama
internazionale, otto volte medaglia d'oro ad Amsterdam, per l'elegia latina
ma che non rivolse mai lo sguardo sui nostri volti e mai ci disse una parola
come uomini in fieri.
Dal modesto Scalabrino che, avanzato per forza di legge dal ginnasio superiore,
ove insegnava solo italiano, storia e geografia, al liceo a ricoprire
la cattedra di latino, di questo possedeva solo le reminiscenze di uno
studente di trenta anni prima, onde, quando lo si contestava per marchiani
svarioni, diceva: Ne parliamo alla prossima lezione perch domando al
professore Morabito(!); a Muscolino, al quale la vasta cultura consentiva,
prendendo spunto dalla letteratura greca, di fare ampie panoramiche su piano
mondiale; gi corridore automobilistico (onde il soprannome Taruffi) ma
scapestrato e spregiudicato al punto da abbeverarsi al cuore, ma anche ai
risparmi, della rotondetta, simpatica ed ingenua professoressa di chimica.
Egli, trasferitosi da Catanzaro, fin a Firenze nelle patrie prigioni e non
per... reati di opinione.
Rivedo sovente il volto gioviale dell'aitante Prestipino, che ci insegnava
filosofia, e strappava sospiri alle allieve delle ultime classi ormai
sognanti amori e principi azzurri, e quello roseo, incorniciato da una nivea
capigliatura, di Michele De Stilo che, per otto anni, ci fece fare flessioni e
qualche salita alla fune nella vecchia palestra di S. Caterina.
Ecco ancora stagliarsi nella mia memoria, dalla cintola in su, il professore
di inglese Cardamone, di statura fisica e culturale imponente ma rigido ed
inflessibile; il mite Carino, di storia dell'arte, che chiudeva ogni periodo
con il lungo intercalare: Hai capito, dunque, non  vero?, che era la cosa
pi comprensibile del suo dire, sussurrato a fior di labbra, labbra inondate
da abbondante salivazione.
Su tutte sovrasta la figura, in abito talare, del professor Lanzo, che
insegnava all'Universit Teologica "Pio X", di cultura enciclopedica, che
dilagava dalla filosofia cattolica alla storia, dalla letteratura all'arte,
alle scienze, all'astronomia.
Un vero scibile che, giovanissimo, fu elevato al soglio di arcivescovo di
Reggio Calabria ove, immaturamente, chiuse la sua vita terrena. Egli fu il
vero, grande, indimenticabile nostro maestro di vita e di sapienza.
Nel mio cuore e nella mia mente sono poi indelebilmente scolpiti i nomi ed i
volti dei miei compagni. Piango quando penso a loro, agli scomparsi:
Gioacchino Morica, Mariano Cristallo, Agazio Traversa, Raffaele De Barberis,
Luigi Diaco, Marcello Gualtieri, Andrea Talarico, Nino Felicetti.
Con tutti ho sempre mantenuto uno stretto contatto e, nel novero stesso dei
miei fratelli, ho sempre considerato Ernesto Pucci, Salvatore Guerrieri,
Tonino Tarsitani, Giuseppe Raffaelli, Ciccio Di Tocco, Giuseppe Nistic,
Gaetano Bisantis, Antonio Passafari: una classe, la nostra, di cui la gran
parte eravamo compagni fin dalle elementari e che si mantenne compatta fino
alla terza liceale.
I nomi che ho ricordato, di professionisti e politici ben noti, stanno a dire,
caro "Galluppi", che nonostante alcune carenze didattiche (da me forse
impietosamente non taciute), sapesti forgiarci adeguatamente nella mente e
nello spirito.
Una classe che per si distingueva per la indisciplina, tanto che sub, per
due volte, alla licenza ginnasiale superiore ed alla seconda liceale,
decimazioni vistose.
Dire V ginnasiale sezione A, significava dire il non plus ultra di inosservanza
della deontologia dello scolaro di allora che si voleva, come i soldati,
ciecamente obbediente: un automa azionato da genitori e docenti. E noi per
una generalizzata maturit psichica, eravamo invece animati da spirito di
indipendenza e protestavamo, contestando programmi e libri di testo, quelle
regole di comportamento vetuste come le tue mura, caro "Galluppi".
Ma diciamolo pure: eravamo supervivaci e tendevamo a rompere sovente i silenzi
glaciali in cui si svolgevano certe barbose lezioni o ad assentarci
collettivamente.
Furono tanti i provvedimenti disciplinari, in V ginnasiale, che non sortirono
gli effetti voluti, tanto da pervenire alla determinazione di sterminarci agli
esami condotti, con drastici sistemi alla tedesca, da tre professori di liceo
di fresco arrivati: il gi menzionato Morabito, Cogliandolo e Paravazzini:
tutti fenomeni di sapienza ma anche di intransigenza.
Fummo solo quattro i promossi a giugno, cinque i rimandati a settembre, tutti
gli altri furono respinti.
Il pi fortunato fui io che, avendo conseguito la migliore media fra tutti gli
esaminandi, mi guadagnai per premio un viaggio in Ungheria. I caduti, per,
recuperarono l'anno trasferendosi a Crotone od a Vibo e si ricongiunsero a
noi in seconda liceale onde si ricompose la classe degli agitati, che riprese
i vecchi ritmi di goliardica vivacit.
Ed avvenne che, durante un periodo di sospensione non so per quale marachella,
si svolse in Catanzaro il solenne funerale di un console della milizia, con
centinaia di corone, con rappresentanze di tutte le organizzazioni del
Partito, di autorit e di una folla di cittadini.
I sospesi, al passare del carro funebre, ci trovammo proprio di fronte al
"Galluppi" e scorgemmo, dietro il feretro, il Preside del tempo, un ometto pi 
largo che lungo, con il capo chino, intento a sfoggiare una commozione che
certamente non sentiva, poich non conosceva neppure il defunto, ma esibiva
a riprova della sua fede fascista.
I capelli del Preside, pochi lunghi ed increspati, a causa della posizione,
gli erano finiti sulla faccia come un mazzo di riccia verdura: feci questa
battuta ed i miei compagni scoppiarono a ridere, qualcuno platealmente.
Il Preside ci lanci uno sguardo sdegnato e minaccioso ed il giorno dopo ci
convoc accusandoci, in buona od in cattiva fede, di antifascismo, per aver
irriso la salma del console.
Potevamo mai giustificarci confessando il vero motivo della nostra risata? Ne
nacque un vero e proprio putiferio poich ci si voleva radiare dalla scuola
tanto che piomb da Roma un ispettore. Io ebbi l'ardire di svelare a lui
l'arcano, descrivendo pittoricamente l'atteggiamento compunto del Preside,
strappando anche a lui un sorriso e... l'assoluzione.
Ma il perdono del Preside e dei docenti non ci fu onde si ebbe un nuovo
sterminio della classe agli scrutini. Fui ancora una volta fortunato
sfuggendo all'uragano e conquistando la media dell'otto che mi dava diritto di
presentarmi, nella sessione autunnale, agli esami di maturit; ma rinunciai al
beneficio per non lasciare i miei compagni con i quali (i bocciati come
privatisti), affrontammo gli esami di maturit, compattamente e spavaldamente,
superandoli nella stragrande maggioranza, con tanta generosit di aiuti da
parte dei pi bravi nei confronti degli abituali... copiatori.
Anche tu, caro "Galluppi", hai quindi nella tua storia luci ed ombre, grandezze
e miserie, bont e cattiveria, come ogni istituzione. Ma tu, piantato sul
Corso, nel cuore di Catanzaro con la tua mole imponente, hai assolto sempre,
con costante dignit nel volgere dei secoli, una funzione dl faro e di guida
indicando ai catanzaresi che l'unica via dell'elevazione e del progresso  la
cultura.

/:/Luigia Le Pera.
di Giovanni e di Serafina Spizzirri
nata a Catanzaro il 21 ottobre 1916
iscritta per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1926/1927)


Lo sciopero in tempi senza scioperi
Poche le ragazze che frequentano l'unica classe mista del liceo "Galluppi"
nell'anno scolastico 1934-35; tra queste: Ondina Cafasi, Clelia Giordano,
Luigia La Pera, Infinita Mustari.
Il preside: Carlo Pane.
Tra i docenti: prof. Veltri (italiano), prof. Schiavello (matematica),
prof. Carpino (latino e greco), prof. Carino (storia dell'arte).
I rapporti tra docenti ed allievi sono improntati al pi freddo distacco.
Anche tra giovani si usa tenere un comportamento non certo cameratesco,
soprattutto tra sessi diversi.
Un giorno qualsiasi, nella terza classe sez. A, il professore Veltri
spiega Il passero solitario. Tutti in silenzio, la schiena ben dritta, gli
allievi ascoltano.
Primavera d'intorno brilla nell'aria e per li campi esulta....
La voce del professore echeggia nel silenzio dell'aula. In alto, sulla
parete alle sue spalle, il ritratto di Vittorio Emanuele III, quello del
caporale d'onore cav. Benito Mussolini e tra l'uno e l'altro, la Croce di
Cristo.
Antonio Caristo, il pi bravo ed il pi diligente tra tutti, oggi rifiuta
la tristezza leopardiana. Vive la sua primavera.
Dalla finestra aperta su via De Grazia giunge un vociare di donne che
tornano dalla piazzetta delle Cocole con le braccia pesanti di verdure,
frutta, pane... e chiacchierano fitto tra di loro. Si allontana l'ultima nota
di un pianino di Barberia e sale il grido del pescivendolo: 'u bianchinu...
'u bianchinu da Marina nostra....
Nell'aria ormai tiepida della tarda primavera, si spande il profumo delle
zagare in fiore nei giardini delle case padronali e sul rosseggiare di tetti
ondeggiano i palmizi.
Antonio, nel suo banco di terza fila, vaga con la mente e con gli occhi
finch questi si posano proprio davanti a lui, sui miei chiari capelli castani
e vi notano qualcosa: una fogliolina, forse, o un pezzetto di carta. Allunga
prontamente la mano e fa scivolare via quel qualcosa con un lieve movimento
delle dita.
Ma sobbalza improvvisamente all'urlo del professore: Caristo cosa sta facendo?
... E lei signorina Le Pera, perch si fa toccare da Caristo?.
Ma... professore.... - balbettiamo lui ed io - ... Lei ha frainteso....
Signorina Le Pera si vergogni! Non  comportamento da tenere in classe!.
Ed io, di rimando, offesa e decisa: Professore, come si permette?.
 la fine del mondo!
Mai giovane allieva aveva osato rivolgersi con quel tono ad un professore del
liceo! Viene convocato d'urgenza il Collegio dei Docenti per proporre al
Superiore Ministero la mia espulsione da tutte le scuole del Regno.
Ma qui esplode la solidariet giovanile: tutte le classi, all'unanimit,
decidono di assentarsi dalle lezioni finch non sar modificata la decisione
ingiusta ed eccessiva.
Il braccio di ferro tra alunni e docenti dura diversi giorni; alla fine, la
storia del nostro liceo segna un punto in favore della giovinezza: la proposta
di espulsione viene commutata nella sospensione per quindici giorni e nella
morente primavera del 1935, i giovani liceali riprendono le lezioni, nei lunghi
corridoi del vecchio istituto sotto lo guardo benaugurante di Pasquale
Galluppi, ritorna la tranquillit e la pace. Per Antonio, ufficiale effettivo
dell'Esercito Italiano in Libia, rimangono, per, soltanto sei altre primavere.
Il 15 giugno 1941, mentre a Sidi Ameida, alla testa della sua pattuglia di
carri armati si appresta a partecipare ad una rischiosa operazione prevista
per l'indomani, i rapidi colpi di una mitraglia inglese pongono fine, dal
cielo, alla sua giovinezza.

/:/Antonio Tarsitani.
di Alberto e di Rosa de Nobili
nato a Catanzaro l'1 gennaio 1917
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1927/1928)

Illustrissimo signor Preside,
non senza preoccupazione rispondo al suo cortese invito di esporre i miei
ricordi del periodo trascorso frequentando il Liceo Classico in Catanzaro.
Sono sicuro che miei compagni pi autorevoli saranno necessariamente
prescelti nella raccolta di avvenimenti di scuola da Lei desiderata.
Sono passati ormai oltre cinquant'anni da quando, conseguita la licenza, ho
abbandonato il "Galluppi" per affrontare gli studi universitari.
Dei miei insegnanti credo siano in vita soltanto quello di storia e filosofia,
avv. Domenico Pittelli, quella di chimica, professoressa Carnovale e quello di
latino e greco, professor Morabito.
Oltre ai molti docenti defunti, verso i quali rimane sempre viva una stima
profonda ed una sentita riconoscenza, ricordo con immenso dolore i compagni
che hanno cessato di vivere: dr. Luigi Diaco, notaio Marcello Gualtieri,
dr. Gioacchino Morica, dr. Andrea Talarico, dr. Giuseppe De Stilo, dr. Agazio
Traversa, dr. Raffaele De Barberis, ai quali, con sincera commozione, va il mio
pensiero unitamente alle mie preghiere.
Un particolare ricordo affettuoso conservo tuttora del professor Antonio
Battaglia, insegnante di matematica negli otto anni di ginnasio-liceo;
malgrado fosse palese un suo stato di esaurimento nervoso, dal quale qualcuno
degli alunni traeva spunto per disattenzioni e divagazioni, per me, invece, la
sua lezione era, oltre che chiara, interessante, e credo che ci abbia
contribuito alla scelta della mia professione. Volle rivedermi, dopo molti
anni, quando ero dirigente dell'ENEL, e non posso dimenticare il nostro
abbraccio e le parole affettuose di compiacimento da lui pronunciate nei miei
riguardi.
Per entrare in un raffronto fra la scuola di allora e quella di oggi, vorrei
ricordare una iniziativa che giovava ad accrescere il nostro spirito di
unione e di attaccamento: ogni anno si svolgeva il torneo di calcio tra i
vari istituti scolastici della nostra citt con la partecipazione in massa
degli studenti e dei professori.
Pur non essendoci le attrezzature sportive attuali, si praticava una attivit
molto intensa: atletica, nuoto, ginnastica, tiro a segno, ciclismo; erano gli
sport che, oltre ad occupare il nostro tempo libero, ci tenevano uniti anche
fuori dalla scuola.
Posso assicurarLe che tutti quelli che conseguimmo la licenza liceale nel 1935
ci siamo trovati ai primi posti nelle rispettive carriere ed attivit
professionali.
Mi  d'obbligo menzionare gli alti magistrati: dr. Salvatore Blasco e
dr. Giuseppe Raffaelli, che hanno raggiunto l'apice della magistratura
regionale, l'on. Ernesto Pucci, sottosegretario di stato, il dr. Salvatore
Guerrieri, ispettore regionale dell'INAIL e tanti altri che mi onorano della
loro amicizia.
Sarei veramente contento se la Sua iniziativa, proseguita per gli anni
successivi, potesse dare un significato di rapporto continuato fra gli
studenti del Liceo ed una dimostrazione del legame che rimane negli studenti
tra di loro, e fra loro e la scuola.
Io, ormai giunto ad un'et avanzata, ritengo che la scuola rappresenti la base
per la crescita di una societ sempre migliore, consapevole che i giovani di
oggi hanno qualit superiori alle nostre e mi auguro solo che siano valorizzate
ed indirizzate al maggior profitto della collettivit.

/:/Giuseppe Nistic.
di Giovanni e di Giuseppina Martelli
nato a Cardinale l'1 gennaio 1917
iscrito per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1930/1931)

Illustre e caro preside Galiano,
la sua iniziativa di richiamare alla voce quanti, fra i banchi del vecchio
liceo "Galluppi", ne ricordano qualcosa, per rammentarla agli studenti di oggi,
mi riempie di gioia e di malinconia.
Di gioia perch il suo appello mi riporta a tempi per me lontani, dove il
riandare  come il dissetarsi ad una fonte amica; di malinconia, non tanto
perch il tempo  passato, quanto perch mi sembra di non saper cogliere
l'incisivit di un ricordo, fra tanti ricordi senza storia.
E cos la sua lettera mi ha trovato indifeso come ai tempi passati quando,
spesso, non sincronizzati con le scadenze di registro del professore, noi
alunni avvertivamo il disappunto della sua imprevista interrogazione.
Comunque, per noi convittori del Collegio Nazionale, la scuola del "Galluppi"
rappresentava un incontro quotidiano con una parvenza di libert che i
compagni esterni ci davano, per cui la scuola stessa era, per noi, come un'oasi
di evasione.
A rivivere quei tempi ora viene quasi da sorridere; ma il senso ed i
sentimenti spesso non venivano percepiti dai compagni esterni di allora,
cos come possono apparire del tutto inverosimili agli studenti di oggi.
Nell'affollarsi dei tanti ricordi, fatti di piccoli episodi sfaccettati di
luci e di ombre, tra tanti volti rimasti appannati dal tempo e tante
immagini sempre vive di compagni e di professori, viventi o scomparsi, con
insistenza, mi torna alla memoria la figura esile, occhiali dorati a pinza sul
naso, un cappello a lobbia anche in classe, d'inverno, un soprabito scuro al
ginocchio, un inseparabile bastone nero col manico d'argento: era il mio
professore di italiano, latino, greco, storia e geografia in quarta e quinta
ginnasiale: il professore Miceli.
Lo studio classico, a base soprattutto di latino e di greco, trovava in quelle
due classi il punto nevralgico della formazione scolastica ed il professore
Miceli  stato un implacabile modellatore.
Soprattutto le due ore del marted, dedicate all'interrogazione di latino,
costituivano la giornata campale della settimana, non tanto e non solo per i
silenzi in classe, per i nostri volti sfuggenti e chinati sui banchi, quasi per
sottrarci alla chiamata sotto il fatidico invito: Venga... venga..., quanto
soprattutto, per le spiegazioni, gli approfondimenti, le correzioni con i
richiami agli anni precedenti, l'ampliamento in lungo ed in largo delle varie
regole specie di quelle scritte piccole piccole sui libri, ed a ripetere, a
ripetere... ritmando i composti dei vari verbi, cadenzando gli accenti,
evocando inflessioni e musicalit della metrica.
Ogni marted un'impresa che si ripeteva e si rinnovava sempre.
E se in storia ed in geografia il professore Miceli era un cavaliere in
letargo, in italiano era un cavaliere sveglio, in greco un cavaliere armato, in
latino sembrava un cavaliere in arcione, a combattere contro i mostri
dell'ignoranza, puntando ora il dito, ora il bastoncino col manico d'argento,
per indicare la lavagna, e, alle eresie della risposta, la porta per uscire in
castigo; ma tutto senza astiosit, puntualmente, come un rito, facendo del
professor Miceli un burbero benefico.
Da allora, ed eravamo ai primi degli anni Trenta,  trascorso circa mezzo
secolo.
La ringrazio, signor preside, se nella sua sensibilit di apostolo della
scuola, Ella mi ha dato l'occasione di ricordare con affetto e con gratitudine,
un vecchio maestro della mia lontana giovinezza.

/:/Vincenzo Citriniti.
di Vitaliano e di Beniamina Tarantino
nato a Pentone il 13 febbraio 1917
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1927/1928)

Amarcord
Ricordo speranze. Ricordo rimpianti. Ricordo gioie. Ricordo ambizioni.
Ogni volta che la mente rinvanga indietro, scatta sempre una emozione.
Non esiste il ricordo asettico, che non coinvolga immediatamente la sfera
emotiva.
Ogni ricordo non esiste mai come entit unica, perch l'improvviso rivivere di
un fatto, di una persona o di una localit si sviluppa in serie, come in un
film, che riporta carrellate di episodi intieri, gruppi di personaggi spesso
dimenticati e che si spezza solo quando si interpone una realt immediata,
che costringe la mente a porsi in una diversa dimensione, rispetto
all'argomento del ricordo, il quale sfuma solo di fronte alla realt del
momento.
Allorquando la garbata richiesta del caro Preside Ezio Galiano sul mio
passato di antico studente del Ginnasio Liceo Galluppi - cose di tanti e
tanti lustri orsono - mi ha magicamente riportato ai tempi della mia
giovinezza, allora incosciente del tremendo futuro che ci si preparava, si 
risvegliato il mio amarcord ed  cominciata la sfilata dei personaggi:
preside, professori, compagni.
Insieme ho rivisto i luoghi dove si svolgeva la nostra giornata: 'u Corsu, 'a
galleria d'o Teatru, a' Villa ccu i centu metri, i' Coculi, 'a Madonuzza,
Sant'Angiulu, u' viculu lordu, u' Viscivatu, u' Chianiceddu, i' Guccer,
a' Greca, u' Cezu Jancu e cento altri luoghi, oggi simili ma non pi identici,
cambiati o spariti addirittura e soprattutto il nostro Liceo e le sue aule alte
e gelate come frigoriferi, i bidelli, che nei giorni di maggiore
freddo - allora nevicava tutti gli anni - portavano un braciere a carbonella,
ben acceso, ma solo per i professori, che veniva spinto vicino alle loro gambe
e non per noi alunni, che battevamo i piedi gelati per far circolare il sangue.
I Presidi, allora, erano gli Dei sull'Olimpo.
Poich il Ginnasio sezione B mista non era presso il Galluppi, io avevo come
capo di plesso il vice preside prof. Sando, che era anche il mio docente di
lettere. In quella sezione, che era al secondo piano di un vecchio palazzo in
via XX Settembre, rinasce vivido il ricordo del mio primo impatto con le
associazioni segrete. Il portone da dove si entrava era noto come il portone
dei Combattenti, ma solo perch all'interno vi era allocata la omonima sezione.
Per al primo piano si trovava una grande porta sempre chiusa, che ci
incuriosiva. Una mattina, nell'entrare a scuola, ci accorgemmo che quella porta
era spalancata. Dentro si notava una gran confusione di carte bruciate e di
mobili sottosopra. Ficcatici dentro ci trovammo, con stupore, in una grande
sala con le pareti ed il soffitto affrescati con immagini varie.
Tutto intorno colonne scanalate ed architravi. Nella parete di fronte
all'entrata, sopra una predella con un gran tavolo e varie poltrone, era 
dipinto un enorme occhio, che ci osservava severo da dentro un triangolo e poi
tutto intorno cerchi, compassi, martelli, cazzuole, righelli, ghirlande e tanti
altri simboli che ora mi si confondono. Quello che era il tempio della
Massoneria, che proprio in quei giorni era stata dichiarata la nemica capitale
del regime fascista e perci le camicie nere erano giunte in forze, durante
la notte e l'avevano buttata in aria con l'intento di una completa distruzione.
Poi la porta fu richiusa e pi non si apr, ma rest, per noi, luogo di un rito
misterioso e terribile, che faceva li verso difficile e composito di un
aggettivo di moda: demoplutogiudaicomassonico.
Un giorno venni chiamato per presentarmi dal Preside, anzi dal Sig. Preside,
presso la sede del Galluppi. Era la prima volta ed avevo tanta paura, perch
di solito tali messaggi erano forieri di provvedimenti disciplinari.
Il Preside era il professore Morelli, un uomo severo, alto, grosso che
incuteva rispetto e paura. Mi presentai, abbozzai il saluto fascista di
prammatica ed attesi che mi rivolgesse la parola. Si trattava di alcune
assenze, che per la verit erano ingiustificate. Dopo i miei balbettii, l'omone
mi si avvicin, ed ad un tratto poggi il suo rispettabile piede sopra il mio,
immobilizzandolo.
Poi, alzata una mano, mi propin un solenne schiaffone che mi fece traballare,
ma non cadere, perch trattenuto dal suo piedone.
Io lo guardavo con gli occhi di fuori, e non sapevo se piangere per il dolore
e la vergogna oppure protestare. Ma egli non mi lasci tempo.
Tu sei orfano di guerra, vero? Ebbene in questo momento io faccio le veci di
tuo padre e continuer a farle ogni volta che sar necessario.
Io, con voce molto ferma ed i lucciconi agli occhi: Sono sospeso?.
E bravo babbeo, cos ti premio invece di punirti. Torna immediatamente a
lezione e bada; per ogni assenza saranno ceffoni come questo.
Vi figurate uno sbarbino di oggi ed un Preside in un contesto simile?
Denunzie penali, ricorsi al TAR, riunioni di consiglio d'Istituto, scioperi,
articoli sui giornali ed interviste televisive.
Io a quel Preside, alla mia non pi tenera et, ancora gli bacio le mani.
Poi ricordo il preside Pane, buono come il suo nome e con la dentiera
traballante, innamorato pazzo di una professoressa di chimica che per gli
prefer, sposandolo, un atletico professore, gi ufficiale superiore
dell'Esercito, alto, col petto in fuori e sorriso Durban's, diritto come un
fuso e con la voce impostata.
Povero Preside Pane! Non gli rest che trasferirsi.
Ed i professori: la materna ma severa signora Campisi; il raffinato professore
Armando Carpino, che faceva lezione con i guanti sempre calzati e sempre
intento a tagliare in due ogni sigaretta con la presunzione di fumare di
meno, ineguagliabile docente, che mi fece prima capire e poi amare la storia
di un amore che non ha mai avuto fine.
La professoressa Marenduzzo, di spagnolo di cui noi maschietti eravamo tutti
innamorati, il professore Giuseppe Patari, poeta dialettale, di cui ogni tanto
si parla ed il professore Schiavello, sacerdote, piccolino di statura, ma
grande di sapere, che salutava, forse invidioso della sua stazza, un suo
altissimo collega con le parole: Ecce Quercus al ch l'altro: Tantillus
Homo! Ave.
Ma pur non potendo qui ricordare tutti, non possono esimermi dal citare il
prof. Sebastiano Madia, grecista insigne, allora celebre per aver scritto un
dramma in versi alessandrini nella lingua di Omero, unico lavoro del genere
dall'antichit al tempo dei miei studi, anche se dubito che qualche altro si
sia avventurato successivamente a fargli concorrenza.
Sebastiano Madia, con alcuni tic, ma tanta sapienza.
Recentemente ho letto e riletto alcune sue poesie in lingua e sono rimasto
ammirato e commosso, cosa che purtroppo non mi riusc con i versi
alessandrini.
Tra i compagni coetanei non posso dimenticare Vittorio e Tot De Franco,
Osvaldo Pisani, il nostro compagno charmant purtroppo perito nella gelida
steppa russa; Enrico Sacchi dottore insigne ed amico del mio cuore e Giovanni
Mastroianni di altra sezione, compagno di studi ed anche di armi, di cui
tanto nomine, non c' bisogno di accennare ai titoli. E Renata Cappa, la pi 
bella del reame, Gilda Di Tocco, e l'indimenticabile Nicolina Cortese, alla cui
memoria  dedicato l'omonimo premio di cultura.
Ed in mezzo ad una folla di visi, che nella mia mente si affollano per vivere
o rivivere un attimo, lasciatemi ricordare un amico sfortunato.
Ai suoi tempi era il pi allegro e spensierato di tutti.
Lo ricordo agli esami di maturit. Arrivava alla sede degli esami in
carrozzella. Di l lo traevamo noi compagni, che dopo averlo sistemato su una
sedia, lo portavamo a spalla fino all'aula d'esame.
Egli diceva di non poter camminare perch aveva male allo stomaco, ma in
effetti non poteva camminare perch la sua malattia causa Veneris era
localizzata in un organo posto pi in basso.
All'uscita nel rimetterlo in carrozzella, lo salutava sempre un applauso degno
di un eroe omerico, contrappuntato da sonore pernacchie, che egli regalmente
accettava, ringraziando con un nobile gesto delle mani.
Al di l di questi ricordi di allegra goliardia, la fortuna non gli fu benigna
ed io l'ho ricordato con una breve poesia in dialetto, esprimendo l'amara
sincerit di chi riconosce, nel dolore per la perdita di un essere caro, forse
inconscio ma sempre presente, un senso di egoismo, nel sentirci, noi, ancora
vivi.
Ma il mio film insiste per ora sulla prima giovinezza e sfilano i ricordi
di come trascorrevano le giornate per noi giovani d'allora, nel pieno
ventennio fascista, che ci risucchiava ogni momento libero con adunate in
divisa, in borghese, sabati fascisti, inni e sfilate, magari a passo di parata
sul Corso di Catanzaro.
Certo, si studiava e tanto ed il tempo che rubavamo agli studi ed alle
adunate, lo passavamo alla nostra maniera, davvero molto banale, facendo la
corte alle ragazze, sempre da lontano o raccontando i nostri successi con
donne quasi sempre inventate, mangiando qualcosa insieme. Ma mangiare cosa?
I bar allora non erano fatti per i pi giovani, anche per ragioni finanziarie.
Consumare una pasta alla crema o un gelato non era cosa di tutti i giorni.
Ma c'erano cibi o almeno cose da mangiare che erano buone solo se consumate
in compagnia e non parlo n di biscotti n di cioccolato o caramelle, che in
genere (quando se ne aveva qualcuna) venivano consumati in solitudine, ma mi
riferisco a li stuzzicareddi e cio al reparto castagne, fresche o secche e
tra queste turduni e pastiddi, a quelle infornate gaddoffi e a quelle
bollite gugghiuteddi, fichi secchi, magari lupini e carrubbe dette
sciuscelle o quando era possibile nu morzeddu e trippa o dijuneddi
all'osteria. Ma il massimo era andare a lu pagghiaru.
E mi spiego.
A Pratica, attuale via Carlo V, oppure Fuori le porte, nella stagione opportuna
venivano costruiti i pagghiari dentro i quali v'erano dei banchetti di
legno per i clienti e cesti di fichi d'india, ficundiani.
Noi ci sedevamo ai banchetti ed il venditore con un tagliente coltellino ed
indice e pollice sinistro coperti da due ditali di cuoio, cominciava a turno
ad aprire la corteccia ed ognuno s'impadroniva del dolce frutto, mangiandolo
in due bocconi.
Il venditore, fino a quando le nostre finanze lo permettevano (costo: un soldo
ogni ficundiana quelle grosse, quelle piccole arrivavano fino a tre un
soldo), continuava imperterrito a sbucciare i frutti, mettendo le cortecce da
canto, che poi venivano contate al momento di pagare.
Quelle scorpacciate che, in verit a noi non davano nessun effetto
restringente, diventavano momenti eccezionali ed ognuno poi ne vantava
l'exploit che per essere accettabile doveva partire almeno da 20 pezzi.
Cose umili e modeste, di cui allora ci accontentavamo, perch il mondo nostro
era fatto cos, e che oggi ci sembrano preziose ed irripetibili, anche perch
se volessimo tornare a li ficundiani l'exploit non supererebbe l'unit.
Stanno tornando di moda i gaddoffi, cio le castagne arrostite e quando mi
capita nell'inverno di passare vicino ad una gaddoffara ed il profumo del
frutto cotto mi coglie all'improvviso, vorrei fermarmi a chiedere come una
volta damminda quattru sordi, tanto costavano allora 20 gaddoffi,
mettermele in tasca, sentirne il calore su una coscia e sulla mano e poi
andare in santa pace al cinema cio al Massimo o all'Eden o magari al
Masciari sgranocchiandomele, mentre Tom Mix o George o Brian o Buck Jones, sui
loro cavalli splendidi, con cappellone da cow boy, bandanna al collo e speroni
lucenti, caracollano nelle praterie del West in caccia di bisonti o
pellerossa in attesa di tornare alla fattoria dalla loro donna.
E ci riguarda la prima giovinezza, che si pu identificare con il Ginnasio, ma
per completare fino all'abbandono del Liceo "Galluppi", per conseguita
maturit, invio la seguente lettera-ricordo, tramite la gentilezza del caro
Ezio Galiano ad un professore che mi esamin in greco e latino nell'anno
scolastico 1937-38.
Lettera aperta al latinista Giuseppe Morabito
Caro maestro o Illustre professore.
Come denominarla?  un dubbio che m'ha fatto per un pezzo indugiare nello
scrivere quanto appresso:
Il carisma o il vecchio doveroso rispetto per il docente?
Confermo tutti e due gli epiteti e li accolga come sono scritti, parte per
l'ammirazione, che su Calabria Letteraria ho coltivato nei suoi confronti,
facendomela conoscere sempre pi e meglio, numero per numero, e parte per
rispetto timoroso che un uomo, gi in et canonica, continua a prestare al
professore di latino e di greco.
Mi dir: Perch timoroso?
 s, timoroso. Dal 1937-38, almeno una volta all'anno, sogno di doverla
affrontare per gli esami di maturit classica, e al risveglio, mi sento rinato
per non dovere tenzonare con lei.
In quella data sopra ricordata, mi trovai ad affrontare gli esami di maturit
classica al Liceo Galluppi di Catanzaro. Eravamo tutti, interni o privatisti,
in spasmodica attesa di conoscere la composizione della commissione (allora
tutta esterna) e ripassavamo giorno per giorno, stancamente, nervosamente,
con vuoti di memoria paurosi, lo sterminato e stressante programma di ben tre
annate di studio.
Allora non c'erano radio e televisione che potessero darci fresche notizie ed
ogni mattina, verso le 8, gruppi di studenti stazionavano in piazza Prefettura,
in attesa che i giornali venissero esposti nella vetrina della rivendita di
Italo Paparazzo accanto alla chiesa dell'Immacolata.
Giorno per giorno, mattina per mattina, si attendevano le notizie, ed i nomi
dei professori, che avrebbero dovuto essere i nostri giudici.
E finalmente una mattina l'elenco venne alla luce e per il liceo classico in
mezzo alla maggior parte di sconosciuti docenti provenienti da ogni angolo
della penisola, oltre al solito Presidente Sabatini risaltava, come in un
grande corsivo lampeggiante nella nostra immaginazione, un nome tremendo,
pericoloso, intimidatorio: Giuseppe Morabito - latino e greco.
Giuseppe Morabito era conosciuto in Catanzaro. Aveva insegnato latino e greco
nel liceo classico ed aveva lasciato il ricordo di un professore di grande
capacit e di enorme, estrema severit.
Il morale di tutti noi, bravi e meno bravi, si sbriciol, la paura cominci a
fare novanta.
Il fatto  che allora, preparati o no, meno poche eccezioni, Lei lo sa bene,
ci si avvicinava agli esami di maturit con timore panico. Forse il programma
era troppo vasto. Forse si studiava tanto e quindi era pi facile focalizzare
le lacune, forse quell'esame che costituiva nella vita il passo o il trapasso,
era troppo importante, anche se altre prove ci attendevano difficili da
affrontare: universit severe, concorsi insormontabili, destino, servizio
militare, prodromi di guerra, necessit economiche e cos via.
Comunque si giunse al'esame. Gli scritti abbastanza difficili e poi gli orali.
Ricordo come ora l'aula del liceo, dove dietro un grande tavolo erano
schierati i professori. Il Presidente entrava ed usciva, ascoltava, sussurrava
qualche commento e poi via ed il capo bidello Russo entrava ed usciva
portando acqua e caff, per i professori, beninteso.
Da met aula all'indietro v'erano una decina di banchi, dove insieme a
qualche genitore attendevano gli studenti in ansiosa attesa delle domande e
delle risposte degli altri colleghi in corso d'esame, che davano di volta in
volta la misura della nostra ignoranza o lo sguardo d'invidia per
l'interrogazione considerata, a misura della preparazione di ognuno facile,
facile, facile.
Ed erano lunghi esami, estenuanti, faticosi anche per le decine di volumi che
ognuno doveva portare con s.
Ogni mattina sulla porta dell'aula veniva attaccato un biglietto con i nomi
dei candidati della mattina e del pomeriggio.
E giunse il mio turno: ultimo interrogando della mattina.
Io ero bravino in italiano, discretamente bravo in latino, sufficiente in
greco. Del greco avevo una paura matta, figurarsi di Lei professore Morabito,
di cui la leggenda di terribilit aumentava di giorno in giorno, fino al
timore-panico. La ricordo alto, severo, vestito di scuro. Ai miei occhi e
nella mia immaginazione la vedevo come l'angelo sterminatore pronto a buttare
sulla bilancia il peso della mia scarsa preparazione in greco.
Lo studente che mi precedeva lasciava molto a desiderare in tutte le
discipline, fu un lungo esame fatto di tante domande, forse nell'intento di
aiutarlo, e di tanti silenzi. Al greco Lei apr un libro, lo sfogli a lungo
e poi, scelta una pagina, la consegn all'alunno: Traduci questi pochi versi
di Saffo. Al silenzio che segu, Lei continu:
Ma almeno parlami di questa poetessa. Silenzio!
Io ero morto di paura. Anche a me Saffo ricordava ben poco e come traduzione
l'avevo trascurata.
Ma qui avvenne la grande battaglia. Il mio angelo custode ingaggi la lotta
con l'angelo vendicatore Morabito e lo sconfisse.
Lei seccato, forse sdegnato del silenzio pervicace del povero mio collega, si
alz e rivolto agli altri professori esclam: Per questa mattina, basta. E
rivolgendosi a me:
Tu sarai il primo del pomeriggio.
Ed ecco il miracolo. Mi buttai su Saffo, cercai il collega pi bravo in greco,
mi feci spiegare, lessi, commentai, accarezzai le pagine, feci un fioretto
alla Madonna e poi... all'avventura.
Bene l'italiano, abbastanza bene il latino e poi con il cuore che batteva
furiosamente attesi la prova.
La solita pausa, la solita ricerca del brano da sottopormi e poi... Saffo.
Avevo indovinato. La memoria del docente non aveva fallito e neanche la mia.
Com' lontano quel tempo e com' vicino e preciso il ricordo.
Ora mi sembra di averla ingannata in quel momento, ma poi penso che me la
sarei cavata anche con un altro classico. Non si arrivava agli esami di
maturit senza prepararsi. Anche l'alunno che mi aveva preceduto non
era impreparato. Era solo terrorizzato.
Meglio allora? Meglio ora? Non so.
Io, ancora con orgoglio, racconto d'avere superato l'esame di Maturit
Classica nientemeno che con il Professore Morabito.
Intanto la saluto e l'attendo al prossimo sogno.

/:/Ernesto Pucci.
di Cesare e di Emma Spasari
nato a Chiaravalle Centrale l'8 aprile 1917
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1927/1928)

Carissimo Ezio,
gli anni vissuti al "Galluppi": veramente i pi belli della mia vita.
Irripetibili, colmi di entusiasmo e di spensieratezza, che neppure la dura
seriet degli esami finali riusciva a scalfire
L'insieme dei compagni, dei professori, dei bidelli, degli ambienti riscaldati
solo dall'afflato umano che trasudava dalla folla di partecipi ad una
esperienza comunitaria intensamente vissuta, tornano alla mia mente evocati
dalla tua cortese richiesta che assai volentieri assecondo.
In una sequenza che si ripeteva quotidianamente e pi volte alla lettura
dell'appello ad ogni lezione, sento ancora risuonare i cari nomi dei miei
compagni di classe (Sez A anni '27-'35) e ne ho vivo ancora il ricordo negli
atteggiamenti sbarazzini di tanti fra loro che sapevano coniugare felicemente
la seriet nello studio e l'allegro anticipo di una goliardia che io, da
studente lavoratore, non ho poi conosciuto; ma ne ho consumato la vigilia,
fase pi esaltante nel liceo, assieme a tanti che ho poi avuto la fortuna di
incontrare, come veri amici, quasi tutti nel mondo del lavoro, della politica,
nella vita cittadina.
Molti ci hanno lasciato prematuramente, alcuni caduti in guerra: Francesco
Capilupi e Giacomo Rispoli, altri lungo il percorso di una vita intensamente
vissuta nel lavoro: Gioacchino Morica, Agazio Traversa, Raffaele De Barberis,
Peppino De Stilo, Mariano Cristallo, Andrea Talarico, tutti valorosi medici, e
Gigino Diaco e Salvatore Fratto.
Ricordo sempre con gratitudine e simpatia i presidi Tancredi, Miceli, anche
nostro insegnante di lettere nel ginnasio superiore, Battistrada e Morelli;
l'insegnante di religione mons. Antonio Lanza (professore di Teologia Morale
al Pio X), poi Arcivescovo di Reggio Calabria e autore di un documento
sociologico sulle condizioni del Mezzogiorno nel dopoguerra, ancora attuale; e
i professori: Morabito (latino e greco), grande latinista di fama europea;
Domenico Pittelli, l'avv. Pittelli, che insegnava filosofia e che continua,
nell'impegno culturale intensamente coltivato, ad essere punto di riferimento
di tanti suoi ex alunni.
E tanti altri docenti: Scalabrino (Italiano e storia), Prestipino (filosofia),
Muscolino (greco) che ci spiegava la metrica facendoci recitare danzando i
classici, e la professoressa Valente (scienze natural), bella e tanto giovane
da sembrare nostra coetanea, e il professore Carino di storia dell'Arte.
Un ricordo sempre pi caro serbo per il professore Battaglia che insegnava
matematica e fisica: generoso, sanguigno (ho ancora viva la scossa che mi ha
provocato un suo solenne ceffone ben meritato) e mi tornano alla memoria tante
scenette che la sua bont tollerava e che rendevano meno pesante l'insegnamento
delle sue materie.
L'allegra brigata nella quale ho vissuto quegli anni dal ginnasio al liceo
(1927-1935) si  sempre pi assottigliata, sono scomparsi i compagni che ho
citato e tanti altri, anche la compagna della mia vita che ho conosciuta
alunna del I ginnasio B nell'anno scolastico 1927-28 e poi tornata al Galluppi
come insegnante nell'ultimo anno di esistenza del ginnasio inferiore.
Il rimpianto per quelli che non sono pi si traduce in gioia quando ho la
fortuna di incontrare Salvatore Blasco, sempre il pi bravo di tutti,
Salvatore Guerrieri, il pi serio, Francesco Di Tocco il pi gentile, Peppino
Nistic, fervente cattolico che ha guidato i miei primi passi in politica,
Antonio Tarsitani, allegro e generoso che spendeva con noi l'argent de poche
che settimanalmente riceveva dallo zio don Pippo De Nobili; e Antonio Peta,
sempre ansioso, e Gaetano Bisantis, che coltivava con me il sogno, poi non
realizzato, di seguire la via delle armi in aeronautica o in marina;
Gigino Leonetti carducciano appassionato, e Domenico Manno, sindacalista a
Napoli e deputato al Parlamento, e Guido Mazzone, valoroso avvocato. Ieri i
miei figli, che vedevo con gioia compagni dei figli dei miei ex compagni,
oggi i miei nipoti hanno continuato e continuano a nutrire il nostro amore
per il Galluppi nel quale si  formata e si forma tanta parte della classe
dirigente del Paese.
A te, che riprendi cos nobilmente l'antica tradizione, il mio grato, cordiale,
augurale saluto.

/:/Vito Battaglia.
di Leonardo e di Angela Failla
nato a Napoli il 16 luglio 1917
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1928/1929)

Ezio Galiano, preside del Liceo Galluppi,
mi ha pregato di scrivere, attingendo ai miei ricordi di ex alunno ed ex
insegnante del liceo "P. Galluppi", qualcosa che sia una testimonianza su
questa doppia esperienza, nel modo in cui l'ho vissuta.
Eccomi dunque, ad un'et non pi verde, nella veste insolita, non prevista n
desiderata, di scrittore.
Per la verit, se dicessi che non ho mai scritto nulla, non sarei sincero.
Ouale uomo vi , di una certa cultura, che a furia di strofinarsi coi grandi
non si sia sentito la vocazione di scrittore, che in qualche circostanza
della sua vita, in qualche momento di vera od illusoria ispirazione, non
abbia abbozzato qualche poesia o novella, o qualche altra cosa per la quale
si sentiva portato?
Anch'io, homo sum, confesso di aver ceduto a questa tentazione, e non credo che
ci sia niente di male, tanto pi che in un secondo momento, rivedendo a mente
fredda quello che mi era caduto dalla penna, ho avuto il buon senso di
strapparlo, o meglio di consegnarlo ai censori pi severi, emendaturis
ignibus; o, quanto meno, di buttarlo in qualche cassetto, in attesa di tempi
migliori.
Cos ho fatto sempre, e non ho voglia di riprendere la penna; ma di fronte
alle ripetute insistenze mi son reso conto che il mio ostinato rifiuto
potesse essere interpretato come cattiva volont, o falsa modestia.
Cos ho deciso di fare un tentativo, affinch, se l'esito dovesse essere
quello che mi aspetto, il mio collega ed amico debba riconoscere che almeno ci
ho provato.
Ebbene, se ripenso al tempo in cui ho frequentato come alunno il "Galluppi"
dalla I ginnasiale fino alla II liceale, dal 1928 al 1935, che cosa mi viene
in mente, come caratteristica saliente di quella scuola, in confronto a quella
attuale?
Non ho bisogno di una lunga meditazione per rispondere: era una scuola dura e
severa ma non ingiusta n inumana.
Ricordo che dopo aver conseguito la maturit, con un anno di anticipo, per un
lungo periodo ho sognato quasi ogni notte di essere stato bocciato, e mi
svegliavo ogni volta terrorizzato, in un bagno di sudore.
Era una scuola seria ma non ingiusta, ripeto; non era certo una scuola di
classe in cui i figli di pap fossero privilegiati rispetto agli altri; al
contrario ricordo che in tutte le classi di cui ho fatto parte i migliori
alunni, i pi studiosi, i pi bravi, eravamo i figli delle famiglie pi 
disagiate, i diseredati, che nella scuola vedevamo il mezzo per sollevarci al
di sopra della condizione di partenza e colmare il dislivello, o addirittura
l'abisso, che ci divideva dai pi fortunati.
E cos la scuola adempiva di fatto ad un'altissima missione di giustizia
sociale, innalzando i capaci ed i meritevoli e rigettando nell'ombra quanti
erano stati privilegiati dalla fortuna e non avevano saputo approfittarne.
Ricordo che tanti miei compagni, ben pasciuti e ben vestiti, rampolli di
famiglie agiate, importanti od anche illustri, erano bocciati senza piet se
non avevano voglia di studiare, o se, avendola, non ce la facevano.
Alcuni miei condiscepoli, bocciati in prima ginnasiale, anche due anni di
seguito, cambiavano scuola, iscrivendosi alla prima classe dell'Istituto
Tecnico e facevano il giro delle scuole, finch approdavano all'Istituto
Magistrale (refugium asinorum senza offesa per nessuno e specialmente per
quelli che lo sceglievano liberamente dal principio, e non come ripiego per
aver fatto fiasco altrove), e qui finalmente, con parecchi anni di ritardo,
conseguivano una scartoffia.
Ricordo che nel '35, l'anno in cui conseguii la maturit, si present agli
esami con me una specie di Marchesino Eufemio (era proprio marchese, e non
dico il suo nome, perch ancore vive, credo, e non gli farebbe piacere), si
present, appunto, questo illustre rampollo, per la settima volta.
Quell'anno, o perch fosse pi preparato, o perch i professori si fossero
stancati di vederselo davanti, fu dichiarato maturo; ma la mattina, quando
andammo a vedere i quadri, qualche burlone aveva cancellato la parola
maturo in corrispondenza del nome del nobile giovane ed aveva scritto
spatto.
I professori erano preparati ed esigenti, ma di solito umani e comprensivi,
con poche eccezioni. Erano circondati di rispetto, e per lo pi lo meritavano.
E quelli che non lo meritavano erano rispettati lo stesso, solo perch erano
professori. E avevano sempre ragione.
Di questo principio una volta io feci le spese.
Un giorno, frequentavo la IV ginnasiale, entr nella mia aula un insegnante
di un'altra sezione, per leggere una circolare; ad un certo punto, non so
come, cominci a parlare dei suoi atti di eroismo compiuti nella I guerra
mondiale; aveva ricevuto, a sentir lui, tante ferite e tutte onorevoli: una
al petto, una alla gamba destra, una al braccio sinistro....
A questo punto il mio compagno di banco, Giuseppe Basile, che adesso dovrebbe
essere prefetto in qualche citt d'Italia, se non  in pensione come me
(spero che sia vivo e legga queste righe) disse a bassa voce, ma non tanto che
io non sentissi: ... ed una al sedere....
Io scoppiai a ridere ed allora quel grande eroe mi si avvent contro e
cominci a picchiarmi con lo stesso furore con cui aveva combattuto contro
gli Austro-Ungarici. Fremevo sotto quelle busse che sentivo immeritate ed
avevo una gran voglia di reagire (allora, a 14 anni, ero abbastanza forte da
suonarle a quel sacco di patate), ma il buon senso prevalse e mi sorbii
passivamente quella dura punizione, perch capivo che se avessi alzato un dito
contro quell'intoccabile, mi sarei giocata la carriera.
Quello che mi faceva pi rabbia era che non potevo neppure parlare del fatto
a mio padre affinch andasse a protestare dal preside. Ero sicuro che, invece
di prendere le mie difese, mi avrebbe dato il resto; cos inghiottii il rospo.
Ma non ero uno stinco di santo; qualche mese dopo, in una circostanza simile,
non mi comportai con altrettanta remissivit. Un pomeriggio di domenica ero
al campo sportivo che allora si chiamava "Piazza d'Armi". Dopo la partita,
all'uscita delle automobili con i giocatori della squadra ospite, mentre con
altri ragazzi mi sporgevo per vedere da vicino i giocatori che avevo ammirato
nell'incontro col Catanzaro, mi sentii arrivare due tremendi ceffoni.
Stordito e sbalordito mi volto e vedo un uomo alto, vestito di nero, che mi
guarda con aria beffarda. Preso da furore omicida, senza dire una parola, mi
chino a terra e, afferrata una manciata di pesanti ciottoli (allora le strade
non erano asfaltate), li scaravento con tutta la forza di cui ero capace,
contro quel gaglioffo.
Non mancai un colpo, a cos breve distanza, e credo di avergli fatto qualche
bella bua; forse anche gli ruppi qualche costola, e se cos fu, allora non me
ne dispiacque, e, lo confesso, nemmeno ora.
Mentre quello si piegava su se stesso comprimendosi l'addome, io mi preparavo
ad afferrare altre pietre per la seconda bordata, quando un ragazzo del rione
del Baraccone mi tir per la giacca: Scappa scappa, che quello  un
brigadiere di Questura; vienimi appresso.
E cos corremmo insieme per un viottolo dietro il campo sportivo, scendemmo
fino alla Fiumarella, e dopo un lungo percorso sul greto del torrente,
risalimmo verso la citt spuntando davanti al vecchio Ospedale Civile,
l'unico che ci fosse allora, in via F. Acri.
E ricordo che per parecchi giorni rimasi nascosto in casa, finch le acque
furono calmate.
Non si pu immaginare come questo fatto mi abbia sollevato il morale tanto
pi che, quando si riseppe nella cerchia dei miei compagni ed amici, diventai
ai loro occhi una specie di eroe, quasi un redivivo Balilla.
L'anno appresso, doveva essere il 1933, frequentavo la V ginnasiale;  la
classe che ricordo di pi , perch avevo un compagno carissimo, Carletto De
Vita, col quale eravamo inseparabili, e gli altri erano quasi tutti bravi
ragazzi.
Uno di questi si chiamava Enzo Capialbi, ed anche a lui volevo molto bene,
sebbene fosse pi bravo di me a scuola.
Forse non era pi dotato ma godeva di qualche vantaggio che gli veniva dalla
nascita. Era un rampollo dei conti Capialbi di Vibo Valentia, cio di una
famiglia dove la cultura aveva solide radici da molte generazioni. Voglio
anzi ricordare che di un suo antenato, Vito Capialbi, insigne archeologo e
storico, scrisse nientemeno Teodoro Mommsen che, se le antichit di Roma
fossero state studiate e descritte da lui la storia di Roma antica andrebbe
riscritta.
Ora una volta, parlando con questo mio compagno che, pur discendendo da
magnanimi lombi non si dava arie con noi di pi modesta estrazione sociale,
gli dissi che sentivo in me la capacit di imitare gli antichi scrittori
greci e romani. Dissi imitare perch non trovavo altra parola per dire
quello che sentivo confusamente, ma che allora non riuscivo ad esprimere:
pensavo di poter parlare agli antichi scrittori nella loro lingua, come se
potessero capirmi e rispondermi (il che era una bella presunzione per un
ragazzo di 15 anni).
Ma ci che mi era oscuro allora, doveva diventare pi chiaro qualche anno
dopo, quando cio ero appena laureato ed insegnavo come supplente di latino e
greco al liceo "Galluppi".
Tutto cominci in una chiara e fresca mattina di luglio, quando, in una
cittadina di provincia dove mi ero recato come commissario di maturit
classica, uscito dal modesto albergo dove avevo preso alloggio la sera prima,
fatti pochi passi mi trovai di fronte al locale liceo classico che, con le
sue linee severe e la facciata restaurata di fresco, faceva una bellissima
veduta.
Che magnifico soggetto per un epigramma, pensai. La mia mente si mise in
moto e dopo un tempo relativamente breve, scodellai questo epigramma:
Egregie facies splendet, renovata, Lycei,
turpe sed intus: qui rexerat ante, regit.
Naturalmente conoscevo il preside, che era in fondo una buona pasta d'uomo, e
non meritava certo tanto fiele; in seguito me ne pentii, ed ora gli chiedo
sinceramente perdono, se mi sente, dov'.
L'epigramma piacque molto al mio amico e collega Mauro Nicotra, il quale mi
incoraggi a scriverne altri mentre io credevo che sarebbe stato il primo e
ultimo.
Prima non avevo mai scritto nulla; solo una volta, parlando con Nicotra avevo
detto che scrivere epigrammi latini era una cosa che avrei potuto fare,
e che un giorno o l'altro l'avrei fatto.
Lui mi guard scettico o per lo meno perplesso, e mi domand come potessi
presumere di fare una cosa che non avevo mai fatto, e di farla bene. Risposi
che non lo sapevo, ma me lo sento dentro, e chi vivr vedr. Ouell'epigramma
sul liceo sembr poi darmi ragione, ed aument la considerazione del mio amico
verso di me, e, da lui divulgato, mi procur in breve una certa notoriet
nella citt piccola e sonnolenta dove non succedeva e non succede mai nulla.
Per farla breve, epigrammi ne scrissi parecchi, per lo pi ispirandomi al
mondo della scuola, raramente per pura malignit, il pi delle volte per
essere stato lacessitus aut laesus. Ad esempio una volta un collega, non
ricordo se reggino o messinese, mi accus, nei confronti del preside, di aver
marinato la scuola: me la legai al dito!
Un giorno di esami di ammissione al liceo, era da dettare il testo della
traduzione dal latino.
La mattina alle 8 gli alunni erano seduti in una fila di banchi in quel
tratto di corridoio che andava dalla presidenza ai gabinetti. Siccome la fila
era molto lunga, riusciva difficile per chi dettava, farsi sentire da tutti.
Proposi allora di fare una specie di staffetta: un professore avrebbe
cominciato a dettare da un capo della fila, un altro, a poca distanza,
avrebbe ripetuto il testo frase per frase, e cos di seguito fino all'altro
estremo della fila.
Quel professore cui ho accennato prima, subito volle far parte della squadra,
ed occup il secondo posto, dopo il prof. Nicotra che cominci a dettare da
una estremit del corridoio. Io stavo seduto su una cattedra per vedere se
l'idea funzionava, Nicotra, dopo il titolo, cominci a dettare il testo
latino: Hnnibal, ad vastandam.... e subito l'altro ripet, a pochi passi:
Hannibal, ab bastandam.... Balzai in piedi: Bravo, mi dissi, ab con
l'accusativo, e poi verbo basto, as etc., senza contare l'accento di Hannibal.
Che idea brillante che ho avuto!.
Mi precipitai verso il collega dello stretto: Corri in presidenza: sei
desiderato urgentemente!, e continuai a dettare al suo posto. Dopo un po'
torn inviperito dicendo che nessuno lo voleva in presidenza e gli risposi
che ormai lo sostituivo io, che si riposasse.
A questo episodio ne segu un altro che mi ispir, assieme al resto, il
secondo epigramma. Dovete sapere che questo collega si piccava, fra l'altro,
di essere poeta. Una mattina se ne venne a scuola con una rivista e,
porgendola aperta alla giusta pagina, mi disse: Guarda un pochino questa
sciocchezzuola che mi hanno pubblicato.
Era una poesia che cominciava cos:
Sei come la capretta:
le carni hai di burro,
e vergine l'anima...
Riuscii a mantenermi serio fino alla fine e gli resi la rivista. Che cosa te
ne pare? Mi viene l'acquolina in bocca, risposi, quando sento parlare di
capretti mentre pensavo dentro di me che il personaggio meritava certo di
essere immortalato. Dopo qualche ora di cancellature, correzioni e limature,
venne fuori il seguente epitaffio, preceduto dal titolo: Fictum epitaphium
C.S., postquam carmen edidit, cuius est initium: "Sei come la capretta"
Ed ecco l'epigramma:
Clarus doctrina iaceo, vatesque capellam
qui cecini teneram, maximus ipse caper!.
Anche questo distico era cattivello e forse neppure una gran cosa, ma fu
felice l'idea dell'epitaffio fittizio, e mi serv in seguito per molti altri
epigrammi.
Fin da allora capii che, per giudicare un uomo compiutamente in un epigramma,
od anche bollarlo in una maniera efficace e definitiva, bisogna immaginarlo
morto; perch un uomo finch  vivo, se  buono pu diventare cattivo, (almeno
in teoria), e viceversa, mentre il morto (o quello che si immagina morto)
rimarr sempre quello che  detto nell'epitaffio, e il giudizio  senza
appello, come se per quella persona fossero suonate le trombe del giudizio.
E qua sorge appunto il problema arduo: se sia giusto giudicare un uomo ancora
in vita come se fosse morto, e non potesse pi dannarsi o redimersi. In
realt io credo (e qui si manifesta il mio inguaribile pessimismo, alimentato
da lunga ed amara esperienza) che, nella stragrande maggioranza dei casi, gli
uomini non cambiano: se son buoni restano buoni, se cattivi cattivi, e
soprattutto se stupidi, stupidi. Le eccezioni sono quasi sempre apparenti. Se
hai avuto dei compagni di scuola e li hai giudicati esattamente allora,
quando era molto pi facile perch eravamo molto pi sinceri e spontanei, se
dopo tanto tempo li rivedi e ti sembrano cambiati in meglio, bada che in
realt non lo sono, ma sono sempre quelli di allora, e magari peggiori; e se
ti sembrano cambiati ci  solo perch si sono messa una maschera. Ma ognuno
pensi come vuole. Io concludo che, se si vuole giudicare un uomo in un
epigramma, bisogna immaginare la sua vita compiuta, e cos l'epigramma diventa
epitaffio, e quel che poteva essere un giudizio soggettivo ed opinabile
diventa una sentenza definitiva ed inappellabile, quel che in eterno
rimbomba. Ma non per questo bisogna essere maledici, e tanto meno
calunniatori, basta cogliere l'essenziale della natura umana e metterlo bene
in evidenza.
Una volta un amico, Antonio Amelio, commerciante molto facoltoso, parlando di
se stesso si diceva orgoglioso di essere salito dal nulla ad una invidiabile
ricchezza e rispettabilit.
Mi sono arrampicato sugli specchi, diceva, Da giovane per fare quattrini
ho anche cantato nelle chiese. Avevo una bella voce e mi pagavano bene, anche
500 lire per sera, ed erano bei soldi allora (parlava del primo dopoguerra).
Mi venne in mente di fargli un epigramma per ammonirlo che il successo nella
vita non  poi una gran cosa a guardarlo bene, specialmente se consiste solo
nel diventare pi ricchi. Cos gli feci un epitaffio fittizio. dedicato... Ad
Antonium A. hominem novum.
Qui pretio cecini in templis, Antonius, olim,
factus de nihilo dives et amplus homo,
postquam quae potui, carpsi iam praemia vitae,
hic iaceo pulvis, nunc, iterumque nihil.
Quando Tot seppe, non da me, ma da un amico comune, di questo epigramma non
se la prese, anzi mostr molto pi spirito di quanto credessi, disse che gli
piaceva, ed avrebbe disposto nel testamento che gli fosse scritto sulla tomba,
tra cent'anni. Ma quando mor, parecchi anni dopo non se ne fece nulla, non
so perch.
La maggior parte degli epigrammi mi era ispirata dal mondo della scuola.
 incredibile quanti siano i professori presuntuosi, pieni di s, che nel loro
intimo non si ritengono inferiori ai grandi personaggi che sono la materia
del loro insegnamento.
Mi divertivo a sfotterli, con epigrammi e senza.
Una mattina mi imbattei in due di loro, insegnanti di latino e greco. Uno
stava scrivendo una tragedia in greco antico: l'altro aveva composto una
monografia su Catullo ed i poeti nuovi, opera che, diceva, aveva suscitato
l'interesse di Benedetto Croce. Tutti e due erano sicurissimi di passare ai
posteri, ed io, che ero al corrente di queste loro speranze, li colpii a
tradimento nel punto pi debole, salutandoli con queste due parole greche:
chairete, efmeroi: salute, effimeri. Se prima non mi volevano bene, dopo
questo saluto me ne vollero alquanto di meno.
Ma il mio bersaglio favorito fu un collega che non solo era presuntuoso in
un grado estremo, ma anche di natura malefica. Non c'era nulla di cui non si
ritenesse degno, compresa naturalmente l'immortalit. Diceva di non essere un
insegnante di nozioni ma un maestro di vita e volentieri lo immortalai come
tale:
Hic non doctrinae, vitae solet esse magister,
exemplisque docet plurima, quae fugias.
Diceva che molti vedevano in lui una straordinaria rassomiglianza con
Gerolamo Savonarola, specialmente negli occhi, ed io assecondai questa sua
pretesa con tutta l'autorit del seguente epigramma:
Lumina sunt moresque simillima Savonarolae.
Quis neget? Est certe dignus et ipse rogo!.
Vorrei avere tanti soldini quante risate si fecero alle sue spalle gli altri
colleghi. Ma se le meritava. Presumeva tra l'altro di essere un grande poeta e
pubblic una raccolta di poesie che doveva essere il suo testamento spirituale.
Sul frontespizio era stampata una fotografia di lui a testa bassa, in
atteggiamento di profonda meditazione; non potei passare sotto silenzio una
cosa cos interessante e pertanto gli dedicai un altro epigramma in cui
interpretai, fedelmente credo, ci che gli passava per la mente quando si
fece fotografare in quella posa. L'epigramma, come al solito, era preceduto da
una appropriata introduzione: Ad A.C. qui in fronte libelli qui "Aureola"
inscribitur, se pronum effigendum curaverat, multa et alta meditantem.
Pronus multa tua meditaris, imagine captus:
quam miserum membrum visere languidolum!.
Effettivamente dovete convenire che  una cosa molto triste! Infine completai
l'opera facendo una poetica recensione al suo capolavoro, a quel canzoniere
che lo avrebbe innalzato al livello dei pi grandi poeti di tutti i tempi:
Ad A.C.. postquam
"Aureolam" edidit, fungum pestilentem:
Felix qui versu potuisti dicere fungum.
Putris et ingenio res erat apta tuo.
Tu quoque serpentem potuisti dicere docte:
lubrica erat res et moribus apta tuis.
Merda manet nunc te: quid te merdosius ipso?
Ah quam materies ista erat apta tibi!.
Per una pi agevole intelligenza degli improbabili lettori, Aureola era il
titolo del libro ed  un fungo velenoso, materies significa tanto materia
in senso concreto, quanto il soggetto di qualsiasi opera letteraria o
figurativa; quanto a merda, credo che qualsivoglia persona istruita, anche
se non ha studiato il latino, di leggieri la intenda.
Ne scrissi allora pochi altri, che non vale la pena di citare, e poi mi fermai,
sebbene la Musa mi tentasse ancora spesso.
Sono pigro di natura e conosco i miei limiti. Se fossi vissuto ai tempi di
Cesare, forse sarebbe valsa la pena di assecondare la mia inclinazione, e se
avessi rivolto i miei strali contro i grandi personaggi dell'epoca, qualche
cosa di me sarebbe sopravvissuta. Una volta feci un sogno, strano ma
significativo.
Mi sembr di essere trasportato lontano in una famosa taberna di Roma antica
e di trovarmi insieme al mio Catullo ed agli altri poeti nuovi, tutti
rimpinzati di trippa e di vino di poco prezzo, tutti in bolletta nera, con le
tasche piene di ragnatele.
Mi sembrava di essere uno della brigata e che mi trattassero familiarmente,
anche se con una certa aria di superiorit, il che mi sembrava pi che giusto;
con voce avvinazzata mi recitavano i loro versi ed apprezzavano i miei
giudizi.
Poi mi accingevo a recitare qualcuno dei miei epigrammi, e loro mi
ascoltavano prima distrattamente e con degnazione, poi con interesse
crescente, infine nell'euforia della vinolenza, mi davano pacche sulle spalle
e brindavano alla mia salute gridando:
euge e hacte e nostris eris: non stavo pi nella pelle dalla gioia. Sul
pi bello arrivava Giulio Cesare in persona, con gli amici pi fidati, a
dimenticare per un'ora le sue gravi cure, e si univa alla compagnia.
Ascoltava i feroci epigrammi di Catullo e degli altri, ridendo da gran
signore. Notata la mia presenza domandava discretamente, con gli occhi, chi 
questo sconosciuto e Catullo gli rispondeva che ero un nuovo arrivato, un
Bruttius ma, nonostante questo, ero una brava persona ed un poeta probabilis.
Facendo appello a tutto il mio coraggio, mi rivolgo direttamente al sommo uomo
e vorrei dire: vagliami il lungo studio ed il grande amore, ma intuisco che
non capirebbero.
La musa vola in mio soccorso e traduco ex abrupto, guardando quegli occhi
grifagni con umilt, ma anche con dignit:
Veni ex longinquo, magno perductus amore;
hoc utinam valeat, nec breve mi studium.
Lui mi guarda benevolmente e subito risponde da par suo, rivolto a me ed agli
amici, parimenti improvvisando:
Est operae pretium veterem cognosse poetam.
Credite: barbaro in hoc ingenium est aliquod.
Questo sogno mi rivel finalmente la pi segreta aspirazione della mia vita,
e capii cosa volevo dire veramente quando dissi a Enzo Capialbi tra i banchi
della V ginnasiale, che sentivo di poter imitare gli antichi.
Mentre sentivo pi acuta la mia nostalgia, il mio amore di terra lontana,
provavo anche un gran sollievo, come se un cerchio si chiudesse, e la mia
vita, che ho sempre sentito inutile e vana, giunta al suo termine avesse
finalmente trovato un valore ed un significato, per cui si potesse conchiudere
ormai pi serenamente. Se qualcuno dicesse che quattro epigrammi, anche se
scritti bene e con un po' di sale non bastano a giustificare un'esistenza,
risponderei che ho fatto poco, certamente, ma infiniti altri hanno fatto
anche meno; che i miei quattro epigrammi contengono qualcosa di nuovo, che
merita di essere conosciuto, cio frammenti di un mondo rappresentato da un
uomo, dicendi peritus, che lo vede con gli occhi propri e non con quelli
altrui. Questi epigrammi, che sono in realt una sessantina, a giudicare
dalle impressioni di chi li ha letti, fanno ridere, alcuni, altri sorridere,
che  un'arte pi sottile, e qualcuno perfino riflettere.
Questo forse basta perch di una persona si possa dire che non  vissuta
inutilmente; tanto che una volta mi son chiesto, un po' per scherzo ed un po'
sul serio, se qualcuno un giorno si ricorder di me (ecco che anch'io ci
casco):
Quid dices de me, quid de me, postere, dices?
Immo aut, quod de me dixeris estne aliquid?
"Parvum me in parvis", dices fortasse. Iuvabit.
Dic me etiam minimum, dummodo ne taceas.
Dixeris at si nil, plane totusque peribo
si dices aliquid, postere, non moriar.
Con questa speranza, certo ardita ma perdonabile all'umana debolezza, abbiamo
finito; tanto pi perdonabile in quanto i miei ludicra sono in fondo una
testimonianza di riconoscenza e di affetto per quella scuola in cui fui prima
alunno, poi docente; quella scuola che mi ha insegnato ci che so, che mi ha
formato ed ha fatto di me, in bene ed in male, quello che sono.
E di questa formazione il latino  stato gran parte, diventando sangue, ossa
e nervi della mia personalit, del mio essere uomo. Spero che sotto questo
aspetto i pochi versi che ho citato ed ho imposto al lettore (del resto li pu
anche saltare) siano accettati con indulgenza se non con benevolenza, come
umile e sincero omaggio donum fictile, di piet filiale.

/:/Gaetano Afeltra.
di Cesare e di Antonietta Martuccelli
nato a Catanzaro il 25 maggio 1919
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1929/1930)

Operazione nostalgia
Il ricordo pu, a volte, tramutarsi in rimpianto: di amici lasciati lungo
la strada e non pi ritrovati, di compagni perduti per la feroce calamit
della guerra o per il naturale destino della vit,. di cose che potevano
essere e non sono state.
Ma quando, invece, il ricordo si manifesta col richiamare alla mente ed al
cuore - soprattutto a questo - persone, cose, episodi che hanno nel bene
segnato la nostra vita, allora par quasi assurdo parlare di rimpianto perch
tutto ci fa parte di noi stessi ed , contemporaneamente, passato e
presente, vita vissuta che ti aiuta in quella attuale in una continua opera
di rigenerazione. Nostalgia s, ma in chiave stimolante ed ottimistica, come
ideale colloquio sempre possibile, sintonizzando il cuore, con gli amici e con
le cose di allora per un continuo bilancio della nostra vita. Questo mio
scritto  diretto ad un ipotetico ragazzo dell'85, che vive la realt del suo
tempo, troppo convulso per lasciare, di norma, spazio ad un po' di sogni e di
idealit. Per noi, invece, alla stessa et, il tempo scorreva lento ed
eguale, ed il cuore e la mente avevano tutta la possibilit di inseguire
chimere e sentimenti, poesie ed irrealt. E non vado pi oltre perch dovr
essere, appunto, l'ipotetico ragazzo dell'85, di cui nulla conosco, a giudicare
se eravamo e siamo degli sciocchi idealisti o se, invece, eravamo e
continuiamo ad essere persone vere cui la scuola, la nostra scuola, e cio il
Liceo Galluppi, ha saputo dare fondamenta salde e sicure per l'impervia
scalata della vita.
Ignoro se il mio giovine amico sappia che, allora, non esisteva la scuola
media e che gli istituti ad indirizzo classico avevano tre classi di ginnasio
inferiore, due di superiore e tre di liceo per cui, immediatamente dopo le
elementari, si cominciava subito a balbettare rosa, ae, lego, is, amo, as.
Trascurer volutamente i ricordi delle prime tre classi perch troppo venati
di fanciullezza e, perch, scevri di particolare interesse.
Ma non posso non volgere un grato pensiero alla memoria della professoressa
Ada Vecchietti che ci fece amare il latino come lingua viva per cui tuttora
non disdegno di rileggere qualcosa nell'originale trasmessoci da nostri
progenitori. Quante volte si soffermava a spiegarci il profondo significato
delle favole di Fedro (Superior stabat lupus, iferior agnus) o, per l'italiano,
a farci gustare la bellezza di un'immagine poetica o, spiegando la storia, a
farci comprendere che ogni avvenimento ha la sua genesi in altri precedenti e
costituisce prodromo per altri successivi.
Partir quindi, dal ginnasio superiore, la cui sede era, allora, a Via XX
Settembre. Per raggiungere la scuola avevo due possibilit: o attraversare
Piazza Grimaldi e incamminarmi per Via Duomo oppure raggiungere la successiva
piazzetta di fronte ai Magazzini Parlato e da l Via Duomo. E poich in
questa piazzetta abitava un compagno (Lombardi) preferivo sempre tale ultima
soluzione.
Lungo il vicolo (allora mi pare si chiamasse Vico Vinci) vi era un piccolo,
fornito emporio, gestito da Gaetano Tangari, il quale sapeva muoversi
nell'apparente disordine che vi regnava con la certezza di chi ha nelle sue
mani fluidi particolari che permettono il rintraccio di ogni cosa. Vi si
trovava di tutto: dalle penne ai topolini di cartapesta, dalle boccette di
inchiostro ai bottoni, dalle caramelline alle carrube. E proprio dinanzi alla
porta, su un tavolinetto, una grande scatola con tanti rotolini di carta e con
su un cartello: Pesca reale - Chi pesca bene e chi pesca male - un soldino
per ogni pesca. E non v'era mattina che non ci si fermasse a spendere due
soldini: uno per le cose necessarie, (il pennino, la carta uso bollo...) e
l'altro per tentare la sorte perch noi ragazzi pensavamo che bastasse solo
tentare. Invece, con tanta delusione, che si reiterava di giorno in giorno, ci
accorgevamo che era pi facile pescare male che bene.
Alla fine del vicolo ci apparivano in tutta la variet dei loro colori le
vetrine della pasticceria Saraco: un mondo di delizie dolciarie a noi inbite
perch il nostro ben modesto peculio (i nostri genitori ci dicevano che
bisognava risparmiare per pensare a domani e non sapevano con che sottile
ironia la sorte riservava loro un domani di... svalutazione) non ci consentiva
di entrare in questo mondo di leccornie se non per comprare al massimo una
liquerizia. Le paste le comprava il babbo e l'acquisto diventava un rito
perch doveva essere fatto la domenica, dopo la messa, per potere poi tornare
a casa col pacchetto in mano.
Superata la pasticceria si entrava in Via Monte e, dopo l'omonima chiesa
affidata ai frati, si apriva Via XX Settembre.
L, in un palazzo privato, il Comune aveva preso, credo in fitto, due
appartamenti grandi e li aveva destinati al Ginnasio Sez. B. Come si vede di
anni ne son passati tanti, ma di carenza di aule si parla ora come si parlava
allora.
La nostra classe non era numerosa; non raggiungevamo la ventina, in
maggioranza maschi e soltanto quattro ragazze ma eravamo un gruppo omogeneo e
con alta resa per quanto riguardava lo studio.
Del ginnasio vi parler dei due professori pi vivi nel mio ricordo: il
professore di materie letterarie (Sando) e quello di lingua straniera.
Non alto di statura, rotondetto, il professor Sando vestiva sempre di scuro,
come si usava allora per gli uomini di una certa et. Egli aveva in media tre
ore al giorno di lezione nella nostra classe. Aveva l'abitudine di spiegare
camminando su e giper l'aula, con le mani incrociate dietro la schiena e
sotto la giacca aperta, mostrando cos il panciotto (o, se vi piace di pi ,
il gilet) su cui si intrecciava la catena dell'orologio da tasca che ogni
tanto consultava non perch avesse fretta di andar via ma per meglio
suddividere il tempo tra spiegazione ed interrogazioni. Queste ultime,
invece, le faceva rimanendo seduto alla cattedra per evitare di disturbare
l'allievo che egli guardava con occhio cos paterno ed incoraggiante che
l'eventuale errore non ti pesava come colpa grave ma dava lo spunto a brevi
supplementi di spiegazione. Per lui, Manzoni non aveva segreti e ce ne rese
partecipi: dal significato non solo letterario di quel grande affresco che
sono I Promessi Sposi, all'impegno civile delle Odi, all'afflato religioso
degli Inni Sacri.
Nel latino ci inizi e ci condusse per mano nel mondo difficile della
sintassi, curando anche che approfondissimo prosodia e metrica.
Con lui iniziammo il greco e lo imparammo veramente. Egli non era un
professore ma un Maestro. Se aveste voglia di aprire un dizionario
enciclopedico constatereste che Maestro deriva da magis (pi ) ed  cio colui
che conosce cos profondamente una o pi discipline da possederle
integralmente e da poterle insegnare agli altri nella maniera pi proficua.
E queste doti vi assicuro erano sue, accoppiate alla innata virtdi saperle
dispensare con davvero rara modestia.
Non meno incisivo fu per noi l'insegnamento della lingua straniera (lo
spagnolo) per merito del docente che, a quanto avevamo saputo, proveniva da un
corso di specializzazione di alcuni anni effettuato direttamente in Spagna.
Essendo noi al IV Ginnasio, egli pretese che attingessimo direttamente alle
fonti e per questo riteneva fosse utile lo studio in spagnolo della Storia
del Paese di cui stavamo imparando la lingua (Resumen historico de la
civilization espanola ricordo esattamente il titolo del testo) e la lettura
e traduzione di un classico come il Don Quijote di Cervantes.
Di questo stupendo personaggio, epigono della cavalleria, egli seppe farci
valutare appieno tutti i lati del complesso carattere, i contrasti della sua
santa pazzia con la pretesa saggezza dei comuni mortali, gli slanci generosi
verso chi soffriva per ingiustizie o per destino. Il nostro professore (non ne
ricordo il nome e ne sono davvero rammaricato) seppe farci comprendere quanta
umanit e quanta idealit vi fosse in questo preteso loco (pazzo), tanto da
far riflettere tutti noi sulla considerazione che val pi un pizzico di
idealismo (che si traduce, poi, in altruismo, bont, fraternit) che non una
grossa dose di positivismo.
Si parla sempre della funzione della scuola come formatrice del carattere dei
giovani. Ai miei tempi posso dirvi che era senz'altro cos perch ho
constatato che le parole entusiaste del professore di spagnolo per questo
eterno innamorato di Dulcinea del Toboso ebbero a convertire parecchi di noi
ad una visione idealistica della vita che non  mai scomparsa.
Promossi al Liceo, finalmente noi nella B potevamo entrare al Galluppi per
raggiungere il quale, io, che abitavo a Largo Zinzi, dovevo cambiare percorso
e fare Corso Vittorio Emanuele (ora Corso Mazzini) nel senso opposto a quello
che facevo negli anni precedenti.
Uscendo dal cosiddetto Vicolo di Sandoz, vi era prima il caff di Rosario
Colacino con i suoi divani di velluto rosso nelle cui sale interne uomini
solenni (o, almeno, cos ci apparivano) prendevano posto ogni sera sorbendo una
cioccolata od un caff di inverno ed una granita (genere ormai credo scomparso)
di estate. E li vedevi occupati a discutere con gravit dei destini della
nostra citt ed a perpetuare anche l i pettegolezzi di ufficio. Noi studenti
ci entravamo raramente anche se il buon Rosario e la sua signora, dal sorriso
aperto e materno, ci usavano, senza rimarcarlo per non mortificarci, un
trattamento pi consono alle nostre sparute finanze.
Poi, sempre sulla destra, il Premiato Studio Fotografico di Ilario Daniele,
la chiesa dell'Immacolata con l'annesso palazzo che, forse, una volta era
stato un convento, e che allora ospitava uno sparuto drappello di vigili del
fuoco ed una tutt'altro che folta rappresentanza di vigili urbani. Ricordo
ancora con tanta simpatia uno di questi vigili, di servizio davanti alla
caserma, con bianco crine per antico pelo. Egli, molto ligio alle direttive
dell'epoca, ma con poca propensione verso il Melzi, non appena vedeva che due
o tre di noi ci attardavamo a discutere (ovviamente di cose futili) soleva
dirci con voce bonaria: Circolare, circolare:  vietato l'assembramento di
una o pi persone. Accanto a tale caserma il Teatro Comunale, vagamente
arieggiante dal punto di vista architettonico il San Carlo di Napoli e che,
pare, fosse molto bello all'interno ed avesse ospitato le migliori voci
dell'epoca, Caruso compreso. Dico pare, perch da molti anni era chiuso per
cui noi giovani non abbiamo avuto, finch era in piedi, la possibilit di
vederlo e, poi, ci pensarono le bombe ad abbatterlo. Del Teatro ricordo il
porticato che era un po' il nostro regno dove i nostri compagni meno solerti,
verso sera, avevano modo di copiarsi i compiti scritti per l'indomani.
Dopo il Teatro il Vico Preti che portava gia Via Poerio e, pi su ancora,
(grosso, modo dove ora c' la Galleria Mancuso) un grande edificio con un
largo cortile interno su cui si affacciavano le porte di diversi appartamenti.
Sull'altro lato, sempre venendo dal Vicolo di Sandoz, la Prefettura con la
libreria Mauro e pi su il lungo palazzo della Provincia.
E poi finalmente maestoso e solenne, l'edificio in cui aveva sede il Regio
Liceo Ginnasio P. Galluppi con annesso Convitto Nazionale (o viceversa, a
giudicare dal fatto che ora l'edificio  rimasto assegnato al Convitto).
Il Galluppi occupava tutto il piano rialzato che era assai vasto perch
l'edificio arrivava, cos come arriva, sino in cima alla leggera salita che
porta a San Giovanni.
L'album dei miei ricordi  assai pi documentato per il Liceo.
Comincio col professore di italiano. Alto, dinoccolato, bohemien, scanzonato,
il professor Veltri era tutto l'opposto del cattedratico ampolloso e pieno di
s. Fraternizzava con noi anche fuori scuola. Si informava dei nostri crucci
e delle nostre gioie, era diventato per noi il fratello maggiore cui chiedere
consigli sia in materia scolastica che personale.
Ma quando iniziava le sue spiegazioni si capiva subito che la cattedra gli
competeva di diritto. Sembrava quasi distaccato dal mondo che lo circondava e
parlava senza accorgersi del tempo che passava. Noi rapiti da tale
insegnamento, avevamo avvertito i bidelli di non venire a disturbare e
qualche volta ci siamo anche permessi di pregare il professore della materia
successiva se ci concedeva la sua ora per non interrompere l'interesse
destato in noi dalla lezione del professor Veltri.
Dante, Petrarca, Boccaccio, Macchiavelli, l'Arcadia e tutto il resto furono da
lui esaminati, sviscerati e donati a noi con profondit di pensiero e
semplicit di esposizione onde comprendere appieno l'importanza di ognuno nella
storia letteraria del nostro Paese e nella formazione del nostro pensiero
civile.
I nostri quaderni erano pieni di appunti: bastava scorrerli per ricordarsi
quanto il professore Veltri ci aveva detto, a volte concordando con le
correnti tradizionali della Storia della letteratura italiana (leggi De
Sanctis ed i suoi seguaci), a volte discostandosene ed esponendoci teorie pi 
moderne.
Egli incise parecchio su di noi. Basti, perch emblematico, questo episodio.
Spronati dal giudizio lusinghiero di qualche professore, alcuni di noi
pensammo seriamente sin dall'inizio del secondo liceo a saltare il terzo,
per cui si trattava di andare incontro ad un anno di sacrifici notevoli.
Bisognava, innanzi tutto, conseguire la promozione al terzo con la media di 8
in ciascuna materia (solo cos, non avendo l'et si poteva essere ammessi
all'esame) e poi, studiare contemporaneamente tutte le materie del terzo e
ripassare quelle del primo. La maturit classica non  uno scherzo neppure ora;
immaginarsi allora quando bisognava presentare tutte le materie col programma
svolto in tutti e tre gli anni.
La commissione era presieduta da un professore universitario ed era composta
da commissari venuti tutti da fuori. L'unico, per cos dire locale era il
rappresentante dell'Istituto.
Tentammo la scalata in quattro. Ad uno di noi il commissario d'italiano ebbe
a chiedere di parlare su Umanesimo e Rinascimento. Fino a quando il candidato
si limit ad esporre le teorie tradizionali tutto and liscio, ma quando
cominci ad affermare le nuove tesi insegnateci dal Veltri, l'atmosfera fu
subito incandescente perch il commissario non tollerava che si dissacrassero
le antiche tesi. Il candidato, sicuro della sua preparazione, insistette, ma
il risultato fu che, per l'italiano, dovette ritornare alla sessione autunnale.
La sorpresa fu, poi, che il commissario non aveva per nulla dimenticato
l'episodio e torn a fare la stessa domanda forse pensando che il candidato
era disposto ad andare a Canossa. Quello, ancor pi cocciuto, ripet le sue
tesi di giugno per cui l'esame si chiuse con un secco pu andare che non
presagiva nulla di buono.
Quale fu la lieta sorpresa quando vedemmo, all'uscita dei quadri, che il
candidato era stato dichiarato maturo.
Sapemmo dopo dal membro interno che in commissione vi era stata una grossa
battaglia perch al giudizio, gelidamente negativo, del commissario
d'italiano il presidente e tutta la restante commissione avevano fatto fronte
unico sostenendo che, se per maturit s'ha da intendere formazione globale
della preparazione scolastica e del carattere dell'alunno non vi era alcun
dubbio che quel candidato era pienamente maturo.
Era arrivato da Roma all'inizio dell'anno, quale vincitore di cattedra, il
nuovo professore di filosofia. Il suo cognome era Capurso ed il suo nome mi
pare fosse Marcello. Alto, elegante nel vestire e nel parlare, aveva subito
conquistato tutti noi per la vastit della sua preparazione ma aveva anche
posto in crisi sentimentale tutte le ragazze del liceo alle quali i romanzi
rosa di Liala suggerivano che non era impossibile conquistare il proprio
docente. Liquido subito l'argomento dicendo che egli in due anni di
permanenza pass indifferente tra tutti quegli sguardi possessivi.
In primavera avanzata, quando cio avevamo svolto buona parte del programma,
egli ebbe l'idea di solleticare il nostro amor proprio ed indisse una gara tra
tutti noi. La prima manche fu ad eliminatoria attraverso le risposte scritte
in classe ad una specie di questionario filosofico (oggi lo chiameremmo quiz)
ed attraverso di essa venimmo selezionati in quattro. Ognuno di noi scelse un
tema da svolgere anche attraverso ricerche specifiche - ci che in linguaggio
universitario si chiamerebbe una tesina - ed il vincitore avrebbe avuto la
soddisfazione di esporre i risultati della propria ricerca dinanzi alla
classe ed al preside.
I quattro selezionati fummo tre ragazzi e una ragazza. Ed allora cominci
quella che ci sembrava una impresa difficilissima: conciliare lo studio di
ogni giorno con questo lavoro extra. Poi ci accorgemmo che bastava sacrificare
un po' di tempo, sapersi organizzare, e tutto diventava possibile. Non vedere
in questo il lato formativo dell'insegnamento sarebbe proprio da sciocchi.
Comunque, in tutto il nostro lavoro ci fu di enorme aiuto don Pippo de Nobili,
figura ieratica di studioso, bibliotecario comunale, ed indomito lottatore
politico sia in gioventche nella maturit e nella tarda et.
Ricordo di avere scelto un tema che il Vostro Preside vi potr dire quanto
fosse impegnativo: L'arte in Platone ed in Aristotele.
Perch lo scelsi?
A distanza di tanti anni non vi so dire il perch ma ebbi certo felice
intuizione dato che, tra le quattro tesine, la prescelta fu proprio la mia
per cui ebbi l'onere (non ho scritto sbagliato) di esporre le mie tesi alla
presenza del Preside.
Dirvi che ero emozionato  poca cosa; ma tutto fu cominciare perch il
professore mi mise subito a mio agio con una sua breve introduzione, per cui,
rasserenato, riuscii ad esporre, tra il consenso del Preside e dei miei
compagni, tutto l'oggetto della mia ricerca.
Il professor Capurso l'ho ritrovato nel dopoguerra a Roma, gi docente
universitario ed autore di diverse pubblicazioni: si era meritatamente
affermato come noi, nel salutarlo quando and via, gli avevamo con sincero
affetto augurato.
Anche per le scienze naturali quell'anno vi fu un cambiamento: era arrivata
la titolare.
Si chiamava Angelica Curiale e veniva dalla natia Sicilia.
Non bella in verit, ma nemmeno brutta, di media statura, si muoveva in quei
primi giorni con un certo impaccio, forse intimidita dal nuovo ambiente di
cui non conosceva usi ed abitudini. Ma si sentiva che voleva essere stimata
dagli alunni e voluta bene dai colleghi e lo si arguiva dal suo prodigarsi
con i primi e dalla sua disponibilit verso i secondi. Nelle materie che
insegnava (Scienze era l'omnicomprensivo vocabolo per indicare Biologia,
Zoologia, Botanica, Mineralogia, Chimica e Geografia) sapeva il fatto suo e
noi sentivamo di trar frutto dalle sue lezioni. Ma ci non ci imped, per
quella contraddittoriet permanente che  in tutti i ragazzi, di farla
oggetto di uno stupido scherzo che poteva avere per tutti noi gravi
conseguenze.
Devi sapere, mio caro amico, che i laboratori di Scienze (enfatico nome con
cui venivano indicati due stanzoni in cui vi erano pochi armadi a vetri con
qualche uccello imbalsamato, qualche vasetto con dentro delle polveri per
elementari esperimenti, un paio di fornelletti a spirito ed altri aggeggi del
genere) erano allogati nel piano interrato del Convitto, quello a cui si
accede scendendo le scale dopo la porta a vetri a sinistra nel corridoio
centrale. In questo piano interrato vi erano a sinistra le due stanze di cui
ti ho fatto cenno e pi avanti altre due stanze adibite a biblioteca dove il
volume pi recente risaliva ad almeno trent'anni prima. A destra vi erano,
invece, le cucine del Convitto per cui non credo ci voglia una grossa dose di
fantasia per immaginare il supplizio di Tantalo cui eravamo sottoposti
quando, avendo il laboratorio tra le dodici e le tredici, il nostro olfatto
veniva colpito dalle fragranze culinarie che provenivano dal lato opposto.
Comunque siamo riusciti a sopravvivere.
Tornando al fatto devo dire che l'unico oggetto veramente importante del
laboratorio era uno scheletro a grandezza naturale con tutte le ossa mobili.
Esso troneggiava nella stanza in cui vi erano i banchi (nell'altra vi era una
specie di anfiteatro ed era dedicata agli esperimenti di chimica, non molti
in verit, proprio per mancanza di materiale didattico) ed era posto davanti
ad una finestra a fianco della cattedra.
Tra di noi c'era qualcuno che fumava, ovviamente non durante le lezioni. Non
ricordo davvero chi di loro scopr un giorno che, spostando opportunamente lo
scheletro e mettendogli una sigaretta accesa tra le mascelle, la stessa
tirava come si dice in gergo fumatorio.
Fare la scoperta ed organizzare uno scherzo alla professoressa fu tutt'uno.
Alla successiva lezione, profittando del fatto che noi si scendeva qualche
attimo prima, fu operato lo spostamento dello scheletro (di poco per cui
nessun sospetto poteva avere l'ignara professoressa). Si attese che ella
entrasse, che si sedesse alla cattedra e che facesse l'appello. Poi uno di
noi, con la scusa di farle controllare una formula, la intrattenne in discorso
distraendola da quanto stava avvenendo. Nello stesso tempo un altro compiva
l'operazione sigaretta accesa.
Tornati ai posti ed iniziata la spiegazione, la professoressa ad un certo
momento si volse verso la finestra (forse le dava noia un leggero spiffero)
e... vedere il sottile fil di fumo proveniente dalla mascella dello
scheletro, dare un piccolo grido, spalancare gli occhi e, splash, accasciarsi
sulla cattedra fu tutt'uno.
In quel momento capimmo tutta la gravit del nostro gesto.
Qualcuno di noi corse in cucina a farsi dare un bicchier d'acqua, qualche
altro si precipit a farle vento con un quaderno e qualche altro si preoccup
di fare sparire la sigaretta incriminata.
Ed in quella occasione la nostra professoressa fu veramente Angelica, perch
non solo non ci pun, come ognuno di noi si aspettava ma quanto trasse lo
spunto per spiegarci, cosa che noi ignoravamo, per quale gioco di piccole
correnti lo scheletro aveva potuto... fumare.
E quel perdono elargito con tanta semplicit fu, credimi mio giovane amico,
assai pi educativo di una esemplare punizione che pure sapevamo di meritare.
La professoressa Curiale, senza alcuna parola, ci insegn per la vita che non
bisogna mai prendere decisioni ab irato perch potrebbero rivelarsi pi 
dannose dell'azione che si vuole punire. E quando, alla fine dell'anno, ella
riprese il treno per la natia Sicilia, gi, a Catanzaro Sala, la nostra classe
era l al completo per salutare in lei non solo la docente ma l'amica che
aveva saputo donarci, oltre alle nozioni tecniche, anche tanta saggezza di
vita.
Non posso, in questo modesto quadro della mia giovinezza, dimenticare il
professore De Stilo, nostro insegnante di educazione fisica.
Ormai sulla sessantina, dai capelli precocemente bianchi, era sempre scattante
e di buon umore. Viveva con animo giovanile la vita di noi ragazzi e
fraternizzava con noi.
Significativo, infatti,  l'episodio che sto per raccontare.
La lezione di educazione fisica per la nostra classe si svolgeva normalmente
alle ore 16 di due giorni che ora non rammento; il che significava che, di
inverno, alla fine della lezione, e cio alle 17, era gi notte.
A quell'epoca il nostro Liceo era in palese antagonismo con un altro istituto
della citt specie per quanto riguardava le attivit sportive. Era una lotta
aperta per il primato che si svolgeva attraverso la segreta preparazione di
esercizi di massa da mostrare al saggio annuale e attraverso gli allenamenti
anch'essi segreti, di campioncini da far partecipare alle gare individuali.
Qvviamente questo clima competitivo si riverberava su tutti noi studenti per
cui spesso avveniva che opposte fazioni si gratificassero (senza mai, in
verit, degenerare), di motteggi e sfott pi o meno salaci. In questo clima
si  inserita l'iniziativa di un gruppo dei nostri avversari di venire a
disturbare le nostre lezioni di ginnastica.
 opportuno a questo punto chiarire che esse si svolgevano in quell'edificio
che  dietro la fontana di piazza Santa Caterina e che era chiamato La Casa
del soldato. Si entrava salendo pochi gradini lungo la discesa che da quella
piazza porta al mercato e dentro vi era un'amplissima palestra che i militari
avevano fornito di quelli che allora si ritenevano gli attrezzi necessari:
tre corde e tre pertiche (mie acerrime nemiche perch non sono mai riuscito
ad alzarmi pi di un metro dal pavimento e poi subito scivolavo gi), un
cavallo con maniglie ed uno senza, due sbarre di equilibrio e il necessario
per il salto in alto. Su uno degli archi vicino all'entrata un motto: qui si
convien ch'ogni vilt sia morta.
Tornando all'iniziativa dei nostri avversari devo dire che per ben due o tre
sere questi vennero a disturbarci con urla e rumori fatti con la bocca.
Tentammo di sorprenderli ma essi erano sempre pi veloci di noi e riuscivano
a sparire.
Il professore De Stilo, cui nessuno si poteva permettere di fare alcunch
contro il suo Liceo, pens di organizzare la vendetta.
Oliammo ben bene i cardini della porta e cercammo di svolgere gli esercizi
nei pressi di essa. Il professore, mostrandoci il motto scritto sull'arco, ci
aveva raccomandato di muoverci in punta di piedi ad un suo segnale con la
mano e che, quando egli avrebbe aperto all'improvviso la porta gridando
urr dovevamo metterci a correre per inseguire i nostri disturbatori.
Una sera il disturbo si ripet, condito da rumori labiali cos lunghi e
sonori che, in confronto, quello eseguito dal grande Edoardo nell Oro di
Napoli impallidisce. In quel momento vedemmo alzarsi la mano del professore:
era il segnale convenuto e questo manipolo di eroi (non pi di una diecina),
con alla testa il suo condottiero, si mosse in punta di piedi. Poi l'apertura
improvvisa del portone, l'urr del professore e la fuga disordinata di quella
sparuta armata Brancaleone dei nostri avversari che correvano con la velocit
di un esperto centometrista. E li vedemmo risalire in vergognosa ritirata la
china di Santa Caterina che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.
E da quel giorno nessuno ci disturb pi .
Ho raccontato l'episodio non per compiacimento verso la bench minima
violenza, perch da entrambe le parti non ve ne fu mai, ma soltanto quale
espressione di sentito orgoglio (sia da parte nostra che del professore) di
appartenere al Liceo Galluppi.
Mi accorgo che la piena dei ricordi mi ha preso la mano e che ho abusato
della tua pazienza, mio giovane amico. Mi auguro che anche voi sentiate
l'orgoglio che sentivamo noi (e che, come vedi non si  attenuato) di essere
stati alunni del Galluppi.
E se cos , perch non esteriorizzare questo orgoglio come fanno gli inglesi
e gli americani attraverso un oggetto personale (molto spesso essi portano
una cravatta con i colori della scuola) che ci faccia riconoscere tutti:
anziani e giovani? Sappi che non sono un feticista della mia idea: se non ti
convince... cestinala.

/:/Ugo Nicotera.
di Domenico e di Concetta Mol
nato a Linguaglossa il 1 agosto 1919
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1930/1931)

Il cortese invito del preside Ezio Galiano
a rammentare i tempi, ahim tanto lontani, in cui ebbi la ventura di
frequentare il liceo ginnasio "P. Galluppi", ha scatenato, nella mia mente di
quasi settantenne, un turbinoso vento di ricordi che mi sommerge di immagini,
richiamando in vita quanto, per irreversibilit del pregresso, non dovrebbe
essere pi .
Vorrei mettere ordine ma non trovo una moviola che possa aiutarmi a disporre
convenientemente il magma di fotogrammi in cui mi sento sommerso.
Di certo so che correvano gli anni Trenta, che abitavo in via Tripoli,
a lu Carminu, che frequentavo il liceo ginnasio "Galluppi" vicino alle
Magistrali dove c'erano tante belle ragazze, una delle quali lasci un segno
particolare nel mio cuore.
E proprio per vedere le belle ragazze delle Magistrali, noi del Classico
assistevamo ogni giorno al loro ingresso a scuola e, quando l'orario
ce lo consentiva, anche alla loro uscita, per seguire fin casa, ben s'intende
a debita distanza (cos allora si corteggiava) la bella del cuore.
Quelli erano anche gli anni centrali dell'era fascista ma, ad essere
sinceri, al "Galluppi" non ce ne accorgevamo troppo, se non per la mascherata
con le divise da Balilla e da Avanguardista alla quale, come  capitato per
qualche anno a me, non era difficile sotttarsi con un compiacente certificato
medico di esenzione dalle lezioni di educazione fisica.
Ma in classe, ripeto, nessuna opera di indottrinamento che turbasse
l'asetticit e la serenit dell'ambiente nel quale il colloquio era aperto,
vivo, frizzante ricco di contenuti umani e culturali ed ispirato a
sostanziale e profonda onest.
In questo clima il dissenso politico, se pur ovviamente non ammesso, trovava
tacita tolleranza: quando sul banco di un mio compagno, notoriamente
appartenente a famiglia di antifascisti, fu scoperta l'incisione di una
falce e martello, l'episodio fu minimizzato e chiuso senza conseguenze per
nessuno.
Minore era, invece, la tolleranza per ci che oggi si definisce sesso; ci a
cagione di un puritanesimo di maniera assai diffuso, per il quale il disegno
di un nudo di donna, fonte di tentazione demoniaca, poteva costare allo
sfrontato autore l'espulsione da tutte le scuole del Regno per un intero anno
scolastico.
Ma a parte tutto, in classe si stava veramente bene. Ricordo, con struggente
nostalgia, le suggestive letture del professor Veltri, che riusciva a farci
commuovere fino alle lacrime quando ci declamava il mito di Orfeo ed
Euridice; il simpatico e certamente voluto anche pure del professor
Scalabrino; la familiarit e, soprattutto la generosit del professor
Battaglia per i numerosi, irriducibili nemici delle armonie pitagoriche ed in
particolare per me che ero rimasto muto come un pesce, quando mi capit la mai
dimenticata sventura di essere interrogato in matematica da un ispettore
ministeriale.
Su uno dei fotogrammi della mia memoria scorgo la caratteristica figura del
preside Pane; era veramente buono come un... pezzo di pane! Non aveva il
cipiglio del capo ma possedeva il pi importante pregio della comprensione e
dell'amore.
Nel '35-'36, con la guerra d'Africa, le occasioni per fare sciopero, cio
per non andare a scuola (il che per gli studenti  la stessa cosa), non
mancarono: ogni pur piccola avanzata delle nostre truppe era valido pretesto
per disertare le aule ed il povero preside non sapeva come porre rimedio a
tanto patriottismo dei suoi allievi fin quando non gli venne la malaugurata
idea di scendere anche lui in strada per agguantare uno ad uno, i ribelli e
ricondurli a scuola.
Fu un fuggi fuggi generale tra la gente che guardava attonita a divertita. I
frutti della caccia furono assai modesti ed il preside, tutto trafelato per
gli affannosi inseguimenti, dovette accontentarsi delle pochissime prede
catturate.
Ho ricordato questo episodio non per ridere come risi allora n per suscitare
ilarit, bens per rendere il pi rispettoso omaggio, che la maturit degli
anni mi sollecita, alla memoria del preside Pane, al suo profondo sentire,
all'affetto paterno che Egli, che non aveva figli, volle anche in
quell'occasione testimoniarci.
Tante e tante altre care immagini passano davanti ai miei occhi: quella del
professor Russo che nei primi due anni di ginnasio seppe farci intendere la
bellezza dell'apprendere; quella di Mariannina Giordano, professoressa di
lettere della terza ginnasiale che, con il suo rigore e l'assillante
controllo quotidiano dei compiti svolti a casa, ci insegn come non possa
esservi successo senza sacrificio; quella del professor Cardamone: il
burbero benefico.
E ci sono anche i miei compagni di quell'avventura meravigliosa che ci
prepar ad affrontare, sia pure per vie diverse, la ben pi difficile
esistenza di uomini: Ascenti, Bova, Colangeli, Catanzaro, Cristallo, De
Franco, Franz, Nistic, Riitano, Scicchitano, Scozzafava e tanti altri.
Su quegli stessi banchi che furono, negli anni Trenta, i nostri banchi,
intravedo le figure dei ragazzi del '85, in tutto simili a noi, se pur
angustiati dall'incertezza dell'avvenire pi di quanto, per la diversit dei
tempi, noi lo fummo.
Ad essi mi sento vicino nel segno della continuit di una gloriosa tradizione,
la tradizione del "Galluppi", scuola di alto sapere ma, ancor di pi , fucina
di uomini onesti e responsabili.

/:/Francesco Bova.
di Ferdinando e di Clementina Pugliese
nato a Catanzaro il 21 marzo 1920
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1930/1931)

Un mio primo incontro
con il Galluppi avvenne nel giugno 1930, a 1O anni, quando mio padre, gi
alunno per tanti anni dello stesso Istituto, mi accompagn per mano, per
l'esame di ammissione al I Ginnasio.
Ho finito di frequentarlo pochi anni fa, all'epoca, cio, in cui la figlia di
mio figlio era alunna delle elementari presso quel convitto. Quattro
generazioni della mia famiglia hanno vissuto in quelle mura.
Ricordo quel giugno 1930, gli esami sostenuti, in un lungo corridoio, assieme
al figlio dell'allora ufficiale sanitario del comune, dott. Riitano, a sua
volta compagno di scuola di mio padre nello stesso Istituto.
Le preferenze dei bidelli, sempre padroni dell'Istituto (chi non ricorda
l'influenza del bidello Russo?) verso chi poteva ricambiare le cortesie, erano
comuni anche in quell'epoca per cui, insieme ad altri figli di pap, io
entravo dal portone principale, dove mio padre mi lasciava all'altezza della
sede del custode; ricordo ancora la preghiera che leggevo perch Dio mi
aiutasse nel compito, sul retro dell'immaginetta che la mia povera nonna mi
aveva messo nel vocabolario d'italiano.
Gli altri alunni entravano, invece, dal cancello secondario.
Mio padre era cassiere della Banca d'Italia, e aveva, come tale, possibilit
di incontrare ogni mese i professori che allora ritiravano lo stipendio
direttamente presso la Tesoreria della Banca.
La professione di mio padre era il mio incubo, perch nei primi anni ogni
professore non tralasciava occasione per ricordarmi che non aveva bisogno di
scrivere note sul diario perch mio padre (che amorevolmente mi seguiva nello
studio fino al sacrificio di fare con me i compiti a casa quando la sera
ritornava dall'ufficio) fosse messo al corrente mensilmente del mio
comportamento.
In genere a scuola andavo bene ed i primi tre anni di Ginnasio (pesanti perch
erano tempi in cui si studiava molto seriamente) passarono senza problemi.
Erano gi gli anni dei Balilla e degli avanguardisti.
Erano i primi anni del fascismo affermato come forma di governo stabile e per
noi ragazzi che non conoscevamo le sofferenze di tanti democratici al confino,
era pi che naturale che Mussolini governasse l'Italia.
Appartenendo ad una famiglia antifascista (mio nonno non volle iscriversi mai
al Fascio e mio padre vi fu costretto quale funzionario di banca), ero al
corrente di qualche malumore e di qualche insofferenza per alcuni aspetti di
quella dittatura. Familiarizzai subito con un amico che proveniva dallo
stesso ambiente: Vittorio Paparazzo, oggi noto avvocato a Roma e per molti
anni avvocato dell'Unit, che aveva un fratello pi grande comunista che ci
intratteneva spesso sui principi di libert e di democrazia, che nessuno a
scuola ci insegnava. Ci leggeva passi della Rivoluzione Francese e
frequentava la biblioteca comunale dove mio zio, Filippo De Nobili, anche egli
antifascista e popolare in citt soprattutto tra i giovani, faceva il
bibliotecario.
Tra tutti i professori che ricordo con affetto, ve n' stato uno, anch'egli
d'idee liberali, il professore d'inglese Cardamone che dopo la guerra si
trasfer a Napoli, per insegnare credo alla Nunziatella.
Non si impegnava molto nell'insegnarci l'inglese, anche perch allora lo studio
delle lingue non seguiva un metodo moderno, ma la grammatica Grasso veniva
approfondita ed il Giulio Cesare di Shakespeare veniva tradotto con
entusiasmo soprattutto nella parte che inneggiava alla libert ed alla
liberazione di Roma dal tiranno.
Il professore di italiano-latino-storia era nei primi anni il prof. Russo,
che non so che fine abbia fatto.
Il terzo anno fu sostituitO dalla professoressa Mariannina Giordano, ottima
insegnante, tra le prime donne che insegnavano a quei tempi. Tra i professori
pi noti perch insegnavano da pi anni ricordo: Turrisi al quarto, quinto
ginnasio, sezione A e Sando alla sezione B dove erano le donne, il prof.
Scalabrino che al Liceo insegnava italiano e De Stilo professore di ginnastica.
La lezione di ginnastica consisteva in una passeggiata marciando nel cortile
della scuola.
Imperava su tutti un pezzo di pane di professore, che conosceva la matematica
ma non sapeva tenere la disciplina, il prof. Battaglia, che con nostro
diletto trasformava la sua ora di lezione in leggeri conversari tra gli
alunni, in qualche commento salace sulle colleghe, quando la classe divenne
mista, in qualche problema risolto alla lavagna ed in un otto a fine trimestre
quasi per tutti.
Era tanto pieno di umanit quell'uomo che quando per gli esami di licenza
liceale ho dovuto ricorrere a lezioni private, dissi al prof. Cosco (fratello
di un carissimio mio amico negli anni successivi, assessore al comune quando
io divenni sindaco) che in matematica non ero molto ferrato, ma che il prof.
Battaglia mi aveva insegnato molte cose, forse pi importanti.
In tutti gli otto anni di ginnasio liceo insegn Religione il prof. Don
Fragola, che ricordo con molto affetto.
Era amante della sua citt e dei suoi problemi e molto aperto verso i giovani
tanto da divenire, quando conobbi a 16 anni la ragazza che divenne poi mia
moglie, il mio confidente ed in seguito un consulente valido nella mia vita
politica.
Il primo approccio con lui non fu tra i pi felici.
Al secondo Ginnasio, nell'intervallo, con il cassino della lavagna, sporcai
tutta la poltrona sulla quale avrebbe dovuto sedersi dopo la preghiera che si
recitava in piedi.
Accortosi del fatto, chiese subito chi era stato l'autore, che era sua
intenzione redarguire, perch considerava quel gesto come offesa all'abito
talare che lui indossava.
Mi feci avanti, senza esitazione, mi accollai la birichinata, lo pregai di non
farmi la nota sul diario perch avrebbe fatto soffrire mio padre e fui
accontentato. Nella foto che unisco e che si riferisce all'anno della licenza
liceale o a quello del secondo liceo, mancano compagni carissimi, quali
Riitano, Nicotera, Maiorana etc. tutti personaggi noti nel dopoguerra in
Calabria, trasferiti chi sa dove.
Per mancanza di alunni furono a quell'epoca fuse la sezione A e B ed io non
divenni compagno di classe di mia moglie, che era un anno indietro a me,
perch ella insieme a due compagne si ritir dal primo liceo, si prepar
privatamente e salt due anni, conseguendo la licenza liceale in due sezioni
giugno-ottobre a meno di 17 anni. Questa svolta le permise di laurearsi a 21
anni e di poter insegnare in una scuola media durante il tragico periodo di
guerra, a Roma, nel 1941-42 e fare domanda a Catanzaro al Liceo per una
supplenza nel 1944 in febbraio. (Le scuole erano rimaste chiuse dopo
l'Armistizio del settembre 1943).
Cominci un secondo periodo per la mia famiglia ed il Galluppi: la
partecipazione di mia moglie come insegnante, l'amicizia con il prof.
Fornari, nostro Preside fin dal periodo fascista ed il mio interesse per
l'Istituto ed il Convitto nella mia qualit di sindaco di Catanzaro.
Fu quello il periodo del rifacimento esterno del Galluppi, del trasferimento
del Ginnasio inferiore ancora non scuola media, alla Maddalena.
Ricordo con tanta tenerezza quando accompagnai mia moglie, poco pi grande
delle stesse sue alunne e che aveva ottenuto una supplenza di latino e greco
al ginnasio superiore nel 1944, incinta del primo mio figlio e che divenne
successivamente anche lui, con il fratello alunno del Galluppi.
Fu la sua abilit e seriet e l'aiuto del prof. Fornari per tanti anni
Preside a consentirle di poter tenere in pugno l'anno successivo una classe
liceale nell'immediato dopoguerra, quando iniziavano i fermenti nella scuola e
le contestazioni fra i giovani.
I miei figli al Galluppi furono seguiti pi dalla mamma che insegnava
nell'istituto che da me che ero occupato in politica.
I contatti con l'Istituto in questione furono ripresi da me dopo decenni
negli anni 1975-76 quando accompagnavo la mia nipotina alle elementari nel
Convitto. Questa sua partecipazione al Galluppi mi obbligava con il pensiero
ad andare indietro nel tempo al mio periodo di ragazzo.
Un gruppo di ex alunni si rese in seguito promotore di una cerimonia di
commiato allorquando il prof. Fornari fu collocato a riposo come Preside.
Fu quella una occasione per incontrare molti amici della fotografia acclusa e
legati da vincoli di vero affetto che va al di l di ogni interesse.
A Lei prof. Galiano, che con tanta nobilt di animo ha voluto ricostruire una
storia dell'Istituto, che regge con autorit e competenza, un grazie, come ex
alunno, con le mie scuse per non sapere esprimere tutto l'affetto che sento
per quelle mura a cui  legata tanta storia della nostra Catanzaro.

/:/Filomena Comito.
di Antonio e di Elisa Moniaci
nata a Catanzaro il 10 ottobre 1920
iscritta per la prima volta alla seconda ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1932/1933)

Ricordi
Il Galluppi per me non  solo la scuola dove sono stata alunna, sia pure per
poco, ed insegnante per parecchi anni. , nonostante la sua apparenza un po'
austera e cupa, un sottofondo musicale che mi riporta agli anni forse pi 
positivi della mia vita. Il primo impatto non fu tra i pi favorevoli.
Mi ero iscritta al primo liceo nel lontano 1937. Era una classe mista, molto
numerosa. Non mi piacque e mi ritirai per presentarmi, privatista, per
l'ammissione al terzo liceo. Poi, siccome in quell'anno la cosa era possibile
e dei motivi familiari mi spingevano alla folle impresa, decisi di tentare
addirittura la licenza liceale. Non ce la far ma debbo tentare, s, tenter
ma non ce la far..., rosa dall'inquietudine, affettavo all'esterno una certa
sicurezza tanto che persuasi a seguirmi due mie care amiche; Franca Corigliano
ed Anna Cesareo. A noi si aggiunse un altro componente della classe: De Luca.
Quando seppero della nostra decisione, compagni e professori per poco non ci
inviarono al manicomio. Furono mesi di studio tremendi. Io avevo assunto un
aspetto tutt'altro che piacevole. Sui miei sedici anni pesavano degli occhi
spenti e arrossati, una pelle giallastra ed una incipiente gobbetta.
Fu in quel periodo che incontrai l'amore: Ciccio Bova, che sarebbe diventato
mio marito. Vedermi ed innamorarsi fu tutt'uno, vero  che l'amore  cieco.
Petulante, insistente, frenetico: una specie di ciclone.
Mi inviava lettere di fuoco, piccoli doni quotidiani, accompagnati sempre da
una pillola ricostituente che avrebbe dovuto sostenere il mio cervello
affaticato.
Scolasticamente la sua situazione era molto pi chiara della mia; era un
alunno della seconda classe del liceo.
La sua aula si affacciava sulla parte posteriore del Galluppi che dava su una
stradetta secondaria che io attraversavo ogni giorno per recarmi dal
professore privato. Generalmente passavo quando nella classe di Franco, (io lo
chiamo cos) c'era Battaglia, un bravo professore che aveva il difetto di non
sapere tenere la disciplina.
Franco si appostava vicino alla finestra e guardava gi. Appena mi vedeva mi
faceva grandi cenni di saluto. Io procedevo impettita ed impassibile. Dovevo
essere molto antipatica ma non me ne accorgevo, immersa nel mio latino e greco.
Un giorno la sua foga lo port non a sporgersi ma quasi "a catapultarsi" fuori
dalla finestra. Sarebbe certamente caduto gise una brunetta simpatica,
Nicolina Cortese, non l'avesse trattenuto fermamente per i calzoni. I bottoni
del pantalone saltarono ma la vita di Franco fu salva. L'episodio pass di
bocca in bocca, giunse alle mie orecchie, colp il mio cuore.
Capitolai. Il Galluppi assunse ai miei occhi proporzioni gigantesche. Quando
gli passavo davanti dalla parte del corso, il cuore tremava per la paura
degli imminenti esami, quando gli passavo dalla parte opposta salutavo il mio
Franco, ormai affacciato compostamente e sorridevo all'avvenire.
Immaginavo la mia futura casa, una vita tranquilla, accanto a quel biondino
magrolino, dall'aria dolce dal sorriso accattivante. Non immaginavo certo che
nel futuro sarebbe diventato un uomo di potere.
Franco, non potendo fare altro per me, proveniente da una famiglia cattolica,
fece un fioretto: non si sarebbe tagliata la barba sino a quando io non fossi
stata promossa. Barba! si fa per dire. Gli crescevano sulle guance gruppetti di
peli rossicci in ordine sparso, come le margherite sul prato a primavera. A
me non piacevano e a lui neppure, ma i voti son voti. Il giorno che fui
promossa ebbi tra l'altro la gioia di vedere il mio ragazzo finalmente
sbarbato.
Ma non precediamo i tempi. Prima di ottenere la promozione c'erano gli esami
da sostenere. La Commissione era formata tutta da professori che venivano da
altre citt. Avevo studiato sino allo sfinimento ma non era possibile finire
il programma. Trascuratissima la storia dell'arte. Avevo preparato un solo
argomento: Giotto. La mia compagna Anna Cesareo, bravissima in disegno ed
abile a cogliere i lati umoristici delle cose, aveva fatto le caricature di
tutti i componenti la Commissione. Io, sempre distratta, le avevo infilate
nell'atlante di storia dell'arte. Quando venne il mio turno mi avviai
tremante davanti agli esaminatori e me la cavai. Dovevo solo sostenere
l'esame d'arte. Il professore mi chiese di parlargli di Cimabue. Cimabue...
Cimabue - cominciai esitante - ... era molto bravo e poi ... fu maestro di
Giotto. Giotto - e qui, aggrappandomi all'unico argomento preparato, stavo
per illustrarne la figura, quando il professore un po' seccato, mi interruppe,
dicendo: Cimabue! e chiuse un po' irritato il mio album.
Non l'avesse mai fatto! Le caricature della Commissione, che sino al momento
se ne erano rimaste quatte quatte, vennero fuori precipitosamente e caddero
per terra. Mi vidi perduta. Le pareti dell'aula, il pavimento, la sedia stessa
su cui stavo seduta mi pareva che urlassero: Bocciata, bocciata! Tenevo la
testa bassa, una risata corale me la fece rialzare. I professori avevano
raccattato le caricature e si divertivano un mondo nel riconoscersi. Vada e
coltivi questa sua tendenza - mi disse paternamente il presidente della
Commissione. Promossa! Ero riuscita con le mie due compagne nell'intento.
Al maschio and male.
Non mi pareva possibile. Io, timida ragazzina dal carattere introverso, che
aveva un po' paura di tutto e di tutti, ero riuscita in quello che ad altri
pareva follia! Cos acquistai una maggiore sicurezza in me stessa e chiusi
affettuosamente i miei rapporti con il Galluppi, come alunna.
Quando, anni dopo, varcai di nuovo la soglia del Galluppi, questa volta come
insegnante, avevo i capelli ritti in testa. Amavo il vecchio istituto, ero
felice di tornare, ma mi sentivo in trappola. Mi ero da poco laureata e dovevo
insegnare al ginnasio superiore! Eravamo nel 1944.
Dalla mia licenza liceale erano capitate grosse cose nel mondo e nella coppia
Bova - Comito. Nel mondo c'era stata una terribile devastatrice guerra.
La coppia Bova - Comito aveva fatto l'universit, si era laureata, si era,
incosciente! sposata nonostante che la sua sognata casa fosse stata
semidistrutta dalle bombe su Catanzar, aveva, sempre pi incosciente!
procreato pure un figlio che a mesi avrebbe visto la luce. La coppia non era
ricca. Lui cercava ancora la sua strada, a lei era capitata una tegola in
testa: l'insegnamento al superiore perch al ginnasio inferiore erano andate
le titolari e lei non aveva avuto ancora il tempo di diventarlo. Il tipo di
insegnamento era impegnativo: italiano, latino, greco, storia, geografia!
Preparazione discreta, esperienza nessuna. Il primo giorno entrai in classe
con lo stesso animo dell'incriminato che si reca in tribunale, sussurrando a
mio figlio ancora tanto piccolo dentro di me Aiutami tu, in fondo 
soprattutto per assicurarti una certa tranquillit finanziaria che lo
faccio. And tutto liscio - prima di ogni altra cosa - dicevo a me stessa -
vestirsi d'autorit. Mi era toccata una classe femminile e le ragazze
avevano provato un'immediata simpatia per quella professoressa tanto giovane
da sembrare una loro sorella maggiore e che, per di pi , aspettava un bambino.
Desiderosa di insegnare bene, incoraggiata dall'ambiente amichevole, cominciai
a sciogliermi e, buffa coincidenza, fu ancora una volta una caricatura che mi
diede la via.
Le ragazze mi osservavano, notarono pure la mia facilit a cambiare umore. Un
giorno sulla cattedra trovai due disegni che mi rappresentavano.
In una apparivo con i capelli tirati, il viso duro, con passi lunghi e fermi
cercavo di guadagnare la cattedra, con il registro ben stretto sotto il
braccio. Sotto un commento Burrasca aprire l'ombrello! Nell'altro avevo i
capelli sciolti sulle spalle e l'aria sorridente. Sotto un commento
possibilit di piacevoli conversazioni. Ricordai le caricature della licenza
liceale, risi e mi sciolsi del tutto.
Cominciai ad amare le mie alunne, anzi cominciai ad amare tutto e tutti.
Il Galluppi mi pareva la pi bella scuola del mondo, ne amavo le mura, gli
alunni, i colleghi.
Convinta di svolgere bene il mio compito mi sentivo un tassello di quella
scuola, tassello messo nel punto giusto. Unico neo: il mio bimbo sarebbe
dovuto nascere qualche giorno prima che io compissi il minimo del
periodo stabilito perch l'anno di insegnamento mi venisse considerato valido
e mi venissero cos pagate le vacanze estive. Avevo messo a parte di questo
cruccio le mie alunne.
Scaduti i nove mesi il mio bimbo, resosi conto della situazione, non nacque.
Qgni giorno che passava tiravamo, classe ed insegnante, un sospiro di sollievo.
Mancava un giorno solo perch la validit del fatidico anno scattasse
allorch, all'alba, mi sopraggiunsero le doglie. Per fortuna, verso le otto,
invece di incalzare, si attenuarono. Riunite le mie superstiti forze, corsi
verso la scuola, entrai nel portone appena in tempo per vedere la mia classe
che, mogia, se ne stava uscendo. Sui visi un'espressione triste; mi videro,
urlarono di gioia, si precipitarono nell'aula.
Le vacanze erano assicurate ma io stavo male e mi mordevo le labbra. Una delle
pi decise si alz dicendo Io vado a dirlo al Preside. Preside era allora
Giuseppe Fornari, la migliore pasta d'uomo. Nell'apprendere che il suo
istituto si stava trasformando in una maternit arriv di corsa con la fronte
imperlata di sudore, mi fece mettere la firma di presenza e ci rimise tutte in
libert.
La vita procedeva. Amavo sempre la scuola, mio marito aveva intrapreso la
carriera politica e portava in questa sua attivit tutta la forza della
giovinezza, l'entusiasmo del suo carattere esuberante, la purezza di ideali
non ancora contaminati dalla brama di potere.
Io amavo la scuola sempre di pi ma mi annoiava, a volte, ripetere le stesse
cose. Naturalmente non potevo cambiare gli aoristi n altre regole
grammaticali o sintattiche. Cercavo allora di cambiare metodo di insegnamento
introducendo un sistema di gare e nominando un ispettore che sorvegliasse che
tutti avessero fatto i compiti. Colpita dal suo garbo nello scrivere e dalla
sua spigliatezza, conferii un anno tale carica a Maria Folino, oggi moglie del
senatore Murmura. Mal me ne incolse: distratta io, distratta lei.
Io dimenticavo il registro nella sala dei professori, lei dimenticava i
compiti a casa, la classe sogghignava soddisfatta. Per fortuna era composta da
elementi di primo piano. Fu mentre insegnavo al ginnasio superiore che mio
marito divenne sindaco della citt ed io cominciai a perderlo. Era un giovane
sindaco, forse il pi giovane d'et: aveva 28 anni. Immerso nella sua attivit
era diventato poco incline ad interessarsi a ci che non la riguardasse.
Aprendo il mio cassetto nella sala dei professori spesso vi trovavo infilato,
nei primi tempi, un sottile foglietto con la sua caricatura. Ora era disegnato
come un infante ben fasciato con su scritto Municipio e con un poppatoio in
bocca, ora era un ragazzino in calzoni corti con un cono gelato in mano che
guardava compiaciuto Palazzo Santa Chiara. Sempre la scritta: Abbiamo un
sindaco bambino. Glielo riferivo ma lui neppure sorrideva: inseguiva i suoi
sogni; una Catanzaro pi moderna, pi pulita, pi bella. La citt si
estendeva in lunghezza; percorrerla a piedi era poco agevole.
Un vecchio tram, arrancando penosamente, ne congiungeva le varie parti. Egli
decise di mandarlo a godersi il meritato riposo e di sostituirlo con moderni
autobus. Lott come un torello infuriato ed alla fine l'ebbe vinta. Superato
questo scoglio, veniva alle volte a prendermi a scuola ed annusando mi diceva
disgustato: Questa citt puzza. Abbracci la nuova causa. Venne inaugurato
in Catanzaro un moderno servizio di nettezza urbana con dei netturbini che
ostentavano tute nuove di zecca con lo stesso sussiego di generali in alta
uniforme. Sorsero nuovi quartieri popolari. Franco era molto amato ed io
fiera di lui. Volevo solo che la sua attivit non lo allontanasse dalla
famiglia e dal poetico passato che avevamo avuto. Cos quando mi riusciva di
chiacchierare con lui, facevo spesso cadere il discorso sul mio, sul nostro
Galluppi, rinfocolando i ricordi comuni, narrando gli episodi buffi o
emotivamente toccanti della mia vita di insegnante.
Veramente commosso fu Francesco, anzi commossi perch io lo ero quanto e
forse pi di lui, fummo quando, qualche anno fa, nella nostra scuola abbiamo
accompagnato la nostra nipotina Francesca: compendiava il passato, era simbolo
di speranza.

/:/Francesco Riitano.
di Giuseppe e di Giovanna Salerno
nato a Guardavalle il 19 dicembre 1920
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1930/1931)

Una compagna del Galluppi: Nicolina Cortese
... nell'anno scolastico 1935/1936 fu deciso l'abbinamento della prima liceale
sezione A con la sezione B.
La conseguenza che percepimmo fu una soltanto: avremmo avuto in classe le
ragazze che solo pochissimi di noi avevano avuto fin dal primo ginnasio come
compagne di scuola vere e proprie.
Sul banco di prima fila, alla destra del docente, si insediarono Renata e
Nicolina. Fui felice di capitare al secondo banco con il mio compagno di
sempre; felice perch Renata aveva fama di bravissima e Nicolina era molto
vivace ed allegra.
Si conferm inoltre quanto si diceva in giro: avevano sempre una poglia di
cioccolato da dividere con tutti, ed in parti uguali, con i pi vicini.
Ricordo che al primo tema in classe (di cui non rammento la traccia), Nicolina
pretese che io rileggessi il suo compito per aiutarla.
Non ne avevo mai letto uno cos ben fatto; il mio, che era modesto, mi
apparve modestissimo! Comunque, un po' per vanit, un po' per interesse, mi
permisi di criticare qualche passo e di darle qualche consiglio.
Fu l'inizio di una vera e propria forma di sfruttamento. Lei mi nutriva e mi
aiutava validamente in latino ed io le davo... inutili consigli in italiano.
Forse le servivano per sentirsi pi sicura.
Cresciuti, diventati da compagni amici, le ho confessato tutto. Non mi ha
creduto: ha voluto continuare a ritenermi pi capace di Lei in italiano.
Ora da tempo non ha pi importanza chi fosse il pi bravo. La vita non ci
aveva allontanati; ridevamo, incontrandoci, dei nostri ricordi di liceo: il
liceo "Galluppi". Lunghi, freddi, monacali corridoi, dove vegliavano con i
mille occhi di Argo i bidelli Gallo e Russo; dove non appresi solo a
coniugare rosa rosae, ma anche a pensare criticamente.
Dicevo: la vita non ci aveva allontanati, eravamo rimasti vicini, nella
stessa citt, tra gli stessi amici. Il ricordo di Lei ora diventa sofferenza
per la necessit di usare i verbi al passato, perch al presente, di Lei,
resta solo il ricordo.

/:/Giovanni Mastroianni.
di Francesco e di Giovanni Chiric
nato a Catanzaro il 15 gennaio 1921
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1931/1932)

Caro Ezio,
per aderire alla tua richiesta, io non devo solo tornare con la memoria a
tanto tempo fa. Al "Galluppi" aveva studiato mio padre, e lo hanno in seguito
frequentato, oltre a mio fratello, mio figlio e le mie figliole. Dei
cinquantacinque anni che sono passati da quando cominciavo il ginnasio, ben
ventisette li ho poi vissuti l dentro come insegnante. Tutto questo  ora
mescolato nel mio cuore. E come non sono sicuro di prescindere davvero, nel
passarlo in rassegna, dai casi capitatimi in altre scuole e fuori della scuola,
mi  difficile separare i compagni dagli alunni, i professori dai colleghi, il
preside Pane dal preside Fornari, i bidelli e gli impiegati conosciuti da
ragazzo dai collaboratori del periodo successivo, la povera Agnese Fabiani da
Franco mio. TutLongo, l'amico dell'adolescenza, da chi morendo come lui poco
pi che trentenne, mi aveva lasciato ad affrontare con l'impacciato sostegno
di mia madre, i gradini solenni e le lapidi del vecchio istituto, e gli occhi
burberi e divertiti attraverso lo sportello, del segretario Grillone. Per
fortuna, i destinatari dei nostri ricordi non nanno interesse alle personali
malinconie dei loro antenati in Pasquale Galluppi. Pu magari servirgli una
testimonianza, del modo (e della misura) in cui al liceo fummo aiutati ad
orientarci, di fronte ai fatti grandi e terribili fra le due guerre.
Nel 1936, quando l'impero fece di nuovo capolino sui colli fatali di Roma, io
avevo quindici anni. Le dimostrazioni (come allora si chiamavano) durarono
tre giorni. Tre giorni di sfilate per il corso, dietro ad una maschera del
Negus... al quarto, nessuno aveva pi voglia di smettere. Al quinto, nemmeno.
Cos la sera giravano bigliettini, chi sa da chi ispirati: La conquista di un
impero dev'essere degnamente festeggiata. Domani tutti alla villa. Poi, per
spiazzare la polizia: tutti al Duomo. In classe, la celebrazione doveva
essere tenuta dall'insegnante di Lettere, Miceli. Gi anziano, sempre vestito
di scuro, gli occhiali a pincenez e la lobbia, non so proprio se sotto sotto
fosse d'accordo col regime. Del resto, l'ultima cosa che potesse passarci per
la testa, era che esistesse in Italia un dissenso. Cresciuti sotto il fascismo,
vedevamo in esso l'unica dimensione della politica. Miceli pot comunque
evitare di prendere posizione. Si offr di sostituirlo uno degli alunni, forte
della sua qualit di figlio di un amico di Badoglio.
Due anni dopo mor D'Annunzio, e ci furono manifestazioni in tutti gli
istituti. Alla principale, che era la nostra, intervennero le autorit. Dopo
che tutti quei signori furono sistemati alla sua destra nel corridoio
d'ingresso, e noi, in piedi, nel corridoio interno, l'oratore cominci.
Era un giovanissimo professore di Filosofia, Gabriele Porchi, dalla parola
straordinariamente facile e suggestiva. Solo che ci si aspettava il solito
discorsetto sul poeta-soldato, e non una conferenza di due ore, di taglio pi 
critico che elogiativo. Il federale e gli altri a un certo punto se ne
andarono. Ci volle tutta l'abitudine al compromesso e agli aggiustamenti
allora dominante, perch lo scandalo rientrasse.
Al termine dello stesso anno scolastico, sostenni in anticipo gli esami di
maturit. Tanta era la fretta, di andare incontro ai tempi che premevano (e
della cui vera natura avrei dovuto invece informarmi, rifacendo per intero la
mia educazione intellettuale al rientro dal fronte). Ero stato io, sordo? O i
maestri, quando non peggio, erano stati troppo prudenti? O date le condizioni
generali del paese, le cose non potevano andare altrimenti? Fra i compagni che
lasciavo a completare regolarmente il corso, il secondo dell'elenco, Mimmo
Badolato, non sapevo ch'era figlio di un sovversivo, nientemeno di un
comunista. Anche per questo non prevedevo che sarebbe diventato partigiano,
lui cos quieto e pacioso, e i tedeschi lo avrebbero fucilato. La sua vicenda
e la mia sono in qualche modo rispettivamente esemplari.

/:/Emilia Zinzi.
di Vittorio e di Matilde Valentino
nata a Catanzaro il 15 aprile 1921
iscritta per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1932/1933)

Caro Ezio,
un equivoco dovuto in massima parte al mio distacco da Catanzaro in questi
ultimi anni ed alla mia vita di continuo movimento, mi ha impedito di farti
avere il contributo a suo tempo richiestomi per la tua iniziativa editoriale,
che documenta splendidamente vita e presenza del nostro Galluppi nella citt.
Il volume mi ha riportato, non senza emozione, ricordi e immagini dei miei
primi anni di lavoro, attraverso il pensiero affettuoso, caldo, vivo, di
allievi e compagni. Ho ritrovato talora, nelle loro parole, il senso dei
valori in cui credevo e su cui s'intesseva, giorno per giorno, il mio dialogo
coi ragazzi del Galluppi. Ai quali avevo fatto divieto di usare le
espressioni bellezza e bello, impegnandomi a cercare con loro nelle
immagini, nei contesti, in tutto ci che avremmo imparato a cogliere come
figurazione, verit ed autenticit, densit di valori umani, chiarit e
mistero. Nel tempo, fra gli uomini, cogli uomini. Idee che parvero
rivoluzionarie in quel lontano 1956/57, mio primo anno d'insegnamento ma anche
di primi istituzione in Italia d'una cattedra di Storia dell'arte, limitata ai
Licei classici e con necessit di preparazione specialistica per un serio
avvio concorsuale. Erano idee e valori che, nell'addormentata Calabria di quel
tempo, solo i giovani avrebbero potuto comprendere. Furono pochi anni, ma
illuminati da momenti di gioia, di scambi, di speranze. La mia memoria visiva
(portato professionale!), avvivata forse anche da un grande affettuoso
interesse per i giovani, i loro problemi, la loro vita, mi suscita tanti e
tanti volti, s da far torto a citarne solo alcuni. Un torto indispensabile,
che mi si perdoner.
Mentre scrivo, ho dinnanzi gli occhi stupendi e ricchi e intensi di Domenico
Corradini e di Franco Piperno, nelle ore in cui cercavo con loro e seguivo
l'arco della ricerca formale e umana di Michelangelo dal David alla Piet
Rondanini. E tanto pensiero, storia, esperienza del vivere erano al fondo
della comune riflessione. O lo sguardo vivo, partecipe, inquieto di Carlo
Felicetti e di Grazia Ruga, un giorno in cui avevo avviato un discorso di
urbanistica, di formazione dei contesti urbani, di rapporto fra comunit e
spazio costruito, di linee di lettura per i luoghi del vivere, di segni e
diritti della comunit, di partecipazione sociale e scientifica.
E tanti momenti e persone dovrei ricordare da un mondo di ricchezze che ho
esperito nelle aule del vecchio Liceo. Voglio dire ai miei ragazzi che ho
ricevuto molto da loro, anche - e forse soprattutto - quando i pur cari
professori di vecchio stampo apparivano abbastanza stupiti di quanto facevo,
sino a considerare talora pericoloso e deviante il mio insegnamento. Ho dato
quanto ho potuto.
Sono stati anche per me anni di crescita perch io, come persona umana e parte
operante d'una comunit sociale, che avrebbe avuto ampio raggio, sono nata nel
Galluppi. Ne sono stata allieva dal 1932 al 1939 (un anno in meno per un
salto fra quarta ginnasiale e prima liceale). Ero molto giovane quando
entrai per la prima volta nell'aula di prima ginnasiale della sezione di Via
Venti Settembre, ma portavo gi in me un'oscura e poi sempre pi consapevole
non accettazione d'una societ, d'un mondo di cui avrei dovuto esser parte.
Ero nata in una famiglia sensibile e aperta a sensi umani del vivere, ma
anch'essa vittima dominata da strutture sociali impietose e fatiscenti.
Ero forse la prima donna quaggi, di una certa fascia sociale, salva
dalle dande morali dei colleghi per-ragazze-di-buona-famiglia,
dall'iter soffocante che secolari consuetudini destinavano a gran parte delle
donne meridionali, tra falsi privilegi e smisurate rinunzie. La scuola segn
per me l'incontro con un mondo autentico, vero anche se difficile: un gruppo
di ragazzi intelligenti e simpatici, che studiavano per costruire la loro vita,
cos come volevo fare anch'io. Mi furono tutti cari ed io a loro. I professori
(Carpino, Marasco...) c'insegnavano a pensare, ad allargare i nostri orizzonti,
rispetto al quieto grigiore d'una piccola provincia meridionale, con un
passato robusto ma un presente sempre pi esangue... Poi fu il Liceo.
Le parole di Gabriele Porchi, cui devo soprattutto la maturazione d'una
capacit critica nei confronti della vita e degli altri, sostanziata da un
senso profondo d'umanit. Un senso che si arricchiva e non aveva barriere di
tempo, di cultura, di credo filosofico o religioso nelle lezioni straordinarie
sul dramma greco che, alle 15,30 del venerd ci vedevano tutti vicini a
Giacinto Gualtieri, docente di lettere classiche. Forse le due esperienze,
queste, che pi avrebbero inciso sul mio cammino, sulle mie scelte, sul mio
rapporto cogli altri, allievi e colleghi, studiosi ed uomini comuni, deboli
e potenti, asceti e consumisti.
Al Galluppi devo la forza, il coraggio, la chiarezza con cui - in bene o in
male - ho realizzato giorno per giorno, il mio cammino. Al mio Liceo devo la
ricchezza della mia vita di donna e di professionista.

/:/Carlo Amodei.
di Tullio e di Marianna Mantelli
nato a Catanzaro il 6 ottobre 1921
iscritto perla prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1931/1932)

Invitato e sollecitato
dall'amico Ezio Galiano a ricordare qualcosa del caro Liceo "Galluppi", devo
dire anzitutto di aver provato una commozione intensissima per l'affettuosa
sollecitudine che Ezio mostra nel suo attaccamento a questa scuola che fu
anche sua in giorni in cui si compendia l'intera vita di ogni studente, nei
giorni cio, degli esami di maturit che affront nel "Galluppi" per poter
proseguire gli studi di filosofia che in quell'epoca erano preclusi ai
provenienti dal Liceo Scientifico.
La mia commozione si  poi dilatata gi per il semplice invito rivoltomi
perch si sono risvegliati molti ricordi nel mio animo memore del "Galluppi"
amatissimo, che ho frequentato dal 1931 al 1938.
Vado sull'onda di care memorie, ad anni lontani, vissuti intensamente
piuttosto in raccoglimento e con sensi di doverosa e stimolante attestazione
dell'impegno scolastico, della frequenza, dello studio assiduo ed ordinato.
I ricordi sono tanti: del severo edificio di corso Mazzini, allora corso
Vittorio Emanuele, di compagni sempre a me cordialmente cari, di maestri che
ho amato e stimato ed ai quali va la mia vivissima gratitudine; sono anche
ricordi di eventi, di episodi vari, di consuetudini di vita scolastica,
memorie che necessariamente si colorano nell'anima di evanescenti tinte
nostalgiche.
Dico che ho amato ed amo il caro "Galluppi" dove entrai, impaurito e smarrito,
appena decenne, per la prima volta nel giugno del '31 per sostenere gli attesi
esami di ammissione.
Li affrontai nei locali della vecchia biblioteca, ginel piano-terra: pi 
giorni di prove scritte, tra cui la prova di disegno, per la quale tracciai il
profilo di tre ciliegie, servendomi di una moneta di 10 centesimi, e poi il
gran giorno dell'orale, presso un gran tavolo antico, davanti a professori e
professoresse che mi incoraggiavano ma che a me ragazzetto parevano persone
di un altro mondo, rappresentanti della verit assoluta ed indiscutibile.
Superata la gran prova, in ottobre di quel lontano anno, entrai nella prima
ginnasio sezione A, tutta maschile.
Nel ginnasio c'era pure la sezione B, ma forse nemmeno per tutte le cinque
classi; ma quello della B, per noi della A, era un altro mondo, straniero e
lontano; la B era al Monte, cio in un locale di via XX Settembre. La
sezione B accoglieva in classi miste pure le femmine, le studentesse che
mai vedevamo, gentili creature immaginate e lontane, affatto separate dalla
nostra frequenza della scuola.
Nei successivi anni ginnasiali fui sempre nella sezione A, con i miei
compagni, nello stesso edificio del corso; poi per, nella prima liceale... il
gran balzo in un diverso ambiente umano, in una nuova esperienza di comunit:
arrivarono nella mia classe anche parecchie studentesse della B.
Si form una numerosa scolaresca di oltre quaranta alunni ed alunne.
Stavamo in un'aula grande, quella che nel vecchio Galluppi era di fronte al
vasto ingresso secondario; ma quell'affollamento non dur molto perch, assai
presto, parecchie di quelle gentili e generalmente cordiali compagne, se ne
andarono (sette o otto): si ritirarono dalla scuola per prepararsi in pochi
mesi, cosa che pareva pazzesca (!), per la maturit, e poi tra luglio ed
ottobre del 1937 il liceo per loro fin.
Poi frequentai la seconda liceale, ma imitammo, io ed i miei compagni
Giovanni Mastroianni e Francesco Bona, le coraggiose colleghe dell'anno
precedente, e saltammo la terza classe: conseguimmo la maturit nel luglio
del 1938.
Ma nel mio animo rimase un vuoto, ed ancora non so dire se fosse
dovuto al non poter pi entrare quotidianamente nel caro "Galluppi" o
all'essermene andato via prima del tempo previsto, lasciando i miei amati
compagni, che poi furono i maturi del 1939.
Voglio ricordare almeno qualcuno dei miei insegnanti, che vedo ancora, con
la mente commossa, nelle aule dalle bianche pareti, seduti sulle poltroncine
di legno e di lucida pelle nera, dinanzi alla scura cattedra elevata su di
una massiccia predella. Ero affezionato sinceramente a loro e li stimavo
assai, ed ero ingenuamente orgoglioso di avere loro e non altri.
Non ho mai dimenticato l'insegnante di lettere dei primi tre anni di ginnasio,
la signora Ada Vecchietti, colta, austera, ferma, per me esemplare; sempre
l'ammiravo e la stimavo per l'ordine, l'assiduit, l'efficacia del suo
insegnamento.
Per me era la bocca della verit, il modello che avrei dovuto imitare nella
scuola e nella vita; mi giudic un buon alunno e forse fu consapevole di
quanto la stimassi.
N mai ho dimenticato un altro apprezzato, stimato ed amato maestro
che certamente molti catanzaresi ricordano con simpatia: il professor
Cardamone, docente dalla seconda alla quinta ginnasiale di lingua inglese.
Metodico e rigoroso, ma sensibile e buono, non ci fece mai perdere una lezione
o una pur piccola parte di un'ora; tutto si svolgeva con ordine perfetto, con
lui imparammo sempre e solidamente.
Dopo quattro anni avevamo acquisito un buon patrimonio lessicale ed una
razionale conoscenza della struttura morfologica e sintattica dell'inglese;
particolarmente in quarta e quinta ginnasiale l'esercizio del leggere, del
tradurre, dell'accostarci ai massimi scrittori fu intenso, ordinato, faticoso
ma che si faceva con intima e perdurante soddisfazione.
Stimavo molto il professore Cardamone, che era parco nelle lodi, ma ce le
faceva schiettamente quando le meritavamo; in quei casi quando me ne tocc
qualcuna, mi sentivo il convinto destinatario di un responso oracolare.
Negli anni che seguirono il caro professore mi onor della sua amicizia, di
cui godetti a lungo, anche dopo che si trasfer nel collegio militare della
Nunziatella.
Per la quarta e quinta ginnasiale insegnante di lettere fu il professor
Domenico Miceli gi anziano allora, quasi al termine di una lunga carriera;
anche di questo maestro conservo un ricordo commovente e devoto soprattutto
perch mi ha fatto imparare molto e bene; era un uomo di vasta e solida
cultura filosofica, letteraria, storica. Era, a dire il vero, poco esigente in
fatto di compiti, di studio personale, ma in classe non passava un minuto senza
che imparassimo qualche cosa. Le lezioni erano tutt'altro che aride e
nozionistiche, potrei dire che non c'era confine fra le varie discipline: si
spaziava liberamente, si passava dalla frequente citazione della Divina
Commedia, alla storia della civilt classica, dalla figura dei grandi
scrittori a fatti memorabili dell'epoca antica, medioevale, moderna,
contemporanea; si collegava continuamente tra storia e geografia.
Talvolta passavano ore intere, anche fino a tre di seguito, a tradurre frasi
dall'italiano al latino o dal latino al greco, uno di noi alla lavagna (egli la
chiamava con enfasi la tavola nera) e gli altri scrivendo su un quaderno.
Ma non era un attivit arida e monotona, come poteva apparire esteriormente,
perch il colto e autorevole maestro vivificava continuamente quelle
traduzioni, oltre che col presentarci le relative questioni linguistiche, col
citare testi antichi e moderni, col ricordare problemi di critica e di
ricostruzione storica, col richiamare momenti, figure, caratteri culturali di
ogni et.
Il latino si imparava solidamente, cos pure il greco, con uno studio
parallelo; per la lingua italiana la cura del professore era continua; non
gli sfuggiva la minima impropriet lessicale e si doveva stare bene attenti
quando si parlava, qualunque fosse l'argomento: occorreva usare vocaboli
esatti ed appropriati, strutturare bene i periodi, e guai ad incorrere in
qualche barbarismo o neologismo, secondo lui riprovevoli e da escludersi.
Di tutti gli errori od impropriet in cui si incorresse ci faceva una chiara
spiegazione, e ampliava in modo interessante il suo discorso con citazioni di
testi, con vari richiami di elementi culturali, con sobrie delineazioni di
questioni critiche, con motivazioni storiche e filosofiche; ma non mancava di
inframmezzare qualche battuta rilassante, scherzosa, bonariamente ironica,
indimenticabile.
La prosodia e la metrica latina, con tutte le questioni connesse, sotto la sua
guida da noi alunni della quinta ginnasiale furono imparate veramente bene.
L'errore che si facesse nell'accento delle parole latine era oggetto di una
spiegazione approfondita e limpida. Credo di poter giudicare che l'insegnamento
del professor Miceli fece maturare in noi una consapevole e riverente stima
delle nobili tradizioni culturali del mondo classico e della civilt.
Commosso e sempre pi trasportato sull'onda dei ricordi, vorrei rammentare
altri insegnanti ed i miei cari compagni, ed il vecchio liceo "Galluppi" del
Corso, carico di memorie con i suoi muri massicci e le sue antiche porte con
serrature enormi di ferro, chiss di quanti anni...
Scriverei troppo, forse, e potrei non interessare nessuno.
Il caro "Galluppi"  pure visto da me ancora nel ricordo dei presidi dei miei
anni, il preside Morelli, settentrionale, indimenticabile (mio esaminatore,
nel '38 in commisione di maturit), il preside Pane, infine (per un anno) il
preside Fornari; e vedo il "Galluppi" anche nei volti dei miei compagni di
scuola, di cui alcuni sono scomparsi.
Altri sono spariti dal mio orizzonte; ma tutti, tutti sento a me vicini come
una volta, fermati nella mia mente, fuori dal tempo, con le sembianze fresche
e serene di allora. Li vedo ancora come li vedevo quotidianamente in quegli
anni lontani, nelle aule un po' chiassose, per i lunghi corridoi del vecchio
"Galluppi" o nel cortiletto dell'entrata secondaria dove ci si intratteneva
spesso per chiacchierare, scherzare, organizzare una partita di pallone da
giocarsi alla "Fiumarella" o una passeggiatina collettiva con le biciclette
che allora si noleggiavano.
Ancora penso, a distanza di tanto tempo, che io ed i miei compagni
immutabilmente in tutti quegli anni sentimmo un orgoglio, sereno e non
malizioso, di essere studenti del glorioso "Galluppi", anche se singolarmente
ognuno di noi poteva avere i suoi amici che frequentavano altre scuole o
altri ambienti. Tutti sentivamo che la pi autentica e gratificante comunit
era la nostra classe ed il nostro "Galluppi".
Di questo sentimento ricordo una convincente manifestazione nel fatto che
nell'anno 1937-1938 nella mia classe, due giornaletti scolastici, pazientemente
ricopiati con la macchina da scrivere, ebbero vita per pi mesi e furono
diffusi per il liceo.
Si scriveva un po' di tutto, anche scherzosamente, con sincerit e schiettezza,
ma prevalentemente di cultura e di esperienze di scuola, e non si attingeva
materia dai copiosi temi della cultura popolare di allora, il che sarebbe
stato pi facile e meno impegnativo.
In quei modesti fogli si parlava della nostra classe, del "Galluppi", di cose
imparate o studiate, di ricerche personali, non senza qualche battuta di
critica reciproca fra i gruppi dei due giornaletti.
In quelle carte apparve anche qualche delicata poesia di una nostra compagna
di scuola che poi sarebbe stata benemerita nel progresso culturale calabrese:
Emilia Zinzi.

/:/Aldo Ferrara.
di Francesco e di Rosaria Romano
nato a Serra San Bruno il 18 dicembre 1921
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1931/1932)

Ho passato nelle aule
del vecchio Liceo-Ginnasio "Galluppi" ben otto anni della mia giovane et ed
esattamente dal 1931 al 1939, anno in cui conseguii la maturit.
Riandare a quegli anni di studi  un affollarsi di ricordi, di speranze ed
anche di certezze, che restano indubbiamente le cose pi belle di tutta la mia
vita.
Fui allievo di grandi maestri di sapere e di formazione, a cui debbo tutte le
soddisfazioni ed i successi registrati in tutta la mia esistenza,
contraddistinta soprattutto da quello che ho imparato sui banchi del
"Galluppi".
Sono solito dire che la maggior parte della mia formazione di base, che mi
consent grandi onori ed immense soddisfazioni nella vita attiva, sono da
ascrivere a quanto io ho appreso negli anni dei miei studi medi, che ricordo
come il periodo pi bello che mi sia stato possibile vivere.
Ho attinto grandi mete: basti citare che sono stato Vice-Presidente e
Presidente della Provincia, successivamente Presidente della Regione ed in
ultimo Sindaco di Catanzaro fino a quando gravi malattie fisiche mi
costrinsero al riposo forzato.
Certo la mia mente va ai miei vecchi professori, l'uno migliore dell'altro, che
hanno lasciato orme indelebili nel mio modo di concepire la mia posizione nella
realt sociale.
Fra tutti i professori credo di dover dare il primo posto al mio docente di
Storia e Filosofia alla seconda liceale. Si chiamava Gabriele Porchi ed a
ventitr anni era titolare di cattedra nei Licei.
Giovane, alto, slanciato, fisicamente bellissimo, aveva una preparazione che
trasfondeva negli alunni, forgiandone cultura e carattere.
Era un antifascista autentico ed era anche ateo: sotto questo secondo profilo
aveva con me frequenti discussioni, subendo io l'influenza degli insegnamenti
del professore di Religione, Monsignor Pietro Fragola, al quale rendevo note
tutte le teorie del professor Porchi.
Le discussioni fra me ed il professore di Filosofia si mantenevano sempre sul
piano del rispetto reciproco, tanto che, malgrado le differenti posizioni, il
professor Porchi mi diede allo scrutinio finale della seconda Liceo nove in
Storia e nove in Filosofia. Oltre il professore Porchi, poi trasferitosi in
Turchia, non posso fare a meno di ricordare i miei insegnanti di Lettere, la
professoressa Ada Campisi alle prime tre classi del Ginnasio ed il professor
Domenico Miceli alla quarta e quinta ginnasiale e poi di nuovo quest'ultimo
di Latino e di Greco alla seconda liceale.
L'episodio che pi mi inorgogliva a suo tempo fu quando mi venne affidato
l'incarico di tenere una conferenza a tutti gli alunni del Ginnasio e del Liceo
su un argomento storico: la conferenza veniva diffusa in tutte le classi a
mezzo di un impianto centralizzato che era stato realizzato pochi mesi prima.
Un altro episodio che ricordo benissimo fu quello riguardante l'affidamento
al professore Porchi, che era, ripeto, antifascista, dell'incarico di parlare
su Gabriele D'Annunzio.
La conferenza si teneva nel corridoio centrale del Liceo: lascio a voi
immaginare cosa successe quando il professor Porchi, invece di esaltare la
figura del D'Annunzio, la demol, tanto che ad un certo punto gli fu tolta la
parola dal Preside e la conferenza ebbe termine tra gli schiamazzi generali.
Si trattava allora di un Preside rigorosissimo ed intransigente, professor
Giuseppe Fornari, di cui ricordo la figura imponente, l'estrema severit e
senso di disciplina che aveva riportato nell'ambito del Liceo, dopo un certo
periodo di lassismo dovuto al Preside che lo aveva preceduto, che si chiamava
Pane e che come il pane era buono.
Io avevo la stima di tutti i professori e dei colleghi, ai quali ultimi,
quando ne avevano bisogno, prestavo il mio aiuto ed il mio suggerimento, pur
trovandomi in una classe in cui brillavano intelligenza e preparazione.
Tra gli allievi di quel periodo basti ricordarne due fra tutti, Giovanni
Mastroianni ed Emilia Zinzi, attualmente docenti universitari.
Tra gli alunni della classe che veniva dopo la mia si sono fatti onore tutti,
massime Aldo Corasaniti, attualmente altissimo magistrato di Cassazione e
Mario Casalinuovo, uno dei pi noti avvocati del Foro calabrese; oltre che a
tale Vaccaro, che mori in giovanissima et quando era gi lanciato verso le
pi alte conquiste.
Tutti gli alunni del Galluppi dei miei tempi raggiunsero mete altissime,
grazie alla preparazione ricevuta in quelle vecchie aule, sfornite di tutte
le strutture, tranne della struttura indispensabile ed universale costituita
dal corpo dei docenti.

/:/Francesco Cafasi.
di Vincenzo e di Carmela Camandolese
nato a Catanzaro il 2 febbraio 1922
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1932/1933)

Egregio Preside,
parlare della scuola dove si sono vissuti gli anni forse pi importanti della
vita scolastica e dove si sono maturate le esperienze che hanno portato al
forgiamento della propria personalit, non solo professionale, risulta
certamente un compito assai gradito ma anche un ritorno nostalgico ad anni
ormai lontani, se pur indimenticabili, e, forse, non tanto lontani da non
poter rivivere quelle esperienze incorniciandole nel quadro critico di una
maggiore consapevolezza e maturit.
Caro vecchio Liceo di Corso Mazzini... ancora pi struggente  il ricordo
per chi, come lo scrivente (allievo coll'abitazione pi vicina alla scuola),
vive ormai da pi di un trentennio lontano dalla citt che fu dei tre V...
Se chiudo gli occhi, in un flash-back ideale, rivedo le fisionomie dei
compagni: i Mario, i Nicola, i Ciccio,i Tot e poi Giulio, Aldo, Arnaldo,
Italo ecc., i cittadini e quelli che venivano dai paesi "marini" e
"silani"... in tutto, se non erro, in numero di ventuno - Corso A -
pervenuti... all'ultima classe nel 1940.
Ricordi... tanti. Molti sfumano nella memoria, altri riaffiorano, gli
indimenticabili.
Qualcuno: una pallata di neve sulla testa del Preside del contermine Istituto
Magistrale "De Nobili" (persona nota per il suo rigore), lanciata da uno
studente che oggi regge la Procura della Repubblica di un'industriosa citt
lombarda. Pallata che diede luogo ad un inchiesta interna per individuare
il... colpevole, ma che pur il Preside del liceo prof. Fornari, cercava di
mitigare: Era neve molle - diceva al suo collega - che invece ribatteva: Era
pietra dura.
L'episodio di un certo docente di matematica e fisica chiuso a chiave... nel
sotterraneo laboratorio di fisica.
L'interpretazione dei versi di una nota poesia O Mosa errante/ o tepidi
lavacri d'Asquigrano... da parte di uno studente (per me compagno di vita)
oggi alacre parlamentare nonch principe del foro, per il quale la Mosa,
fiume, divenne Musa, con grande meraviglia ed... ira di un docente (caro alla
memoria per la sua coerenza morale e politica) dagli occhi storti ma
dall'anima diritta (u' papinu), come amava definirsi.
L'interrogazione di storia di uno 'studente' oggi avvocato di Stato,
interrotta spesso dal docente perch la... veloce esposizione non dava tempo
al professore di... voltare la pagina del testo. E un particolare ancora sullo
stesso 'studente'. Appena suonava la campanella dell'ultima ora il nostro
studente si... eclissava velocemente... lo ritrovavi nei pressi del Grande
Albergo Mancuso. Era un mistero? Che ci faceva alla 'contr'ora' oltre S.
Giovanni? Qualcuno volle pedinarlo... si scopr che corteggiava una ragazza
che... abitava a Rione Milano.
Qualche mattina entrava in classe con noi un... sosia. Era il fratello
gemello di un compagno, oggi notaio nella citt del Giglio. Noi lo sapevamo ma
i docenti tardarono ad accorgersi, tale era la rassomiglianza dei gemelli
monovulari.
In classe si incrociavano (oltre i pernacchi) i soprannomi; cos c'era 'il
lottatore' (o l'atleta) di S. Sostene, oggi giudice costituzionale; poi
'l'alfiere' o il 'contabasole' o 'impiegato' al pubblico calpestio... che in
seguito scal Palazzo S. Chiara; il 'ganimede' oggi giudice a Padova; il
'filosofo Rousseau' normalista e docente universitario che la Parca purtroppo
gherm nel fiore degli anni; il 'pitorro' venuto dalla vicina Pentone, oggi
stimato avvocato del foro catanzarese; 'capo 'e vacca' a cui faceva riscontro
'capo 'e cardiddu', il 'pitaro' frequentatore del Pio X; il 'camorrista' oggi
medico...
Poi il crogiuolo della guerra c'inghiott e ognuno di noi visse a suo modo i
tragici eventi... la fine ingloriosa della dittatura, l'Otto Settembre,
l'impatto colle democrazie d'oltr'alpe, la resistenza...
Ma diversi di noi, proprio dai banchi del Liceo, per merito dei suoi
insegnanti, trassero l'energia morale che fu di grande aiuto nel tormentato
dopoguerra, che pur ebbe i suoi momenti di lotta nella citt di Carlo V,
quando si operava sperando che la questione meridionale (che oggi pare,
purtroppo, sia in preminenza calabrese) trovasse una via d'uscita attraverso
la dialettica democratica.
E qui la memoria corre ai nomi di docenti. Gabriele Porchi-Diano, Arturo
Massolo (in modo particolare quest'ultimo, che il caso volle compagno d'arme
oltre l'Otto Settembre, nel Mugello toscano) dai quali imparammo, come ebbe a
dire un grande storico della scuola bolognese, a denudare i fatti storici
dalle apparenze menzognere con cui gli interessi e i sentimenti li rivestono.
Le lezioni di Arturo Massolo avevano eco nella citt anche perch il
professore frequentava la Biblioteca Comunale, unica oasi di libert, allora,
in una citt paludata di nero, nella quale, com' noto, convergevano i
dissidenti e dove don Pippo De Nobili, la cui figura penso non abbia
bisogno d'essere 'illustrata', teneva 'cenacolo di varia umanit' pur
educandoci alla seriet della cultura e al culto della libert.
Penso, caro Preside, d'aver ottemperato ai suoi desiderata: quanto scritto 
dettato dal cuore per il mai dimenticato Liceo e per la citt di Catanzaro,
della quale mi sento sempre... figlio, e forse non degenere.

/:/Mario Casalinuovo.
di Giuseppe e di Giuseppina Perricone
nato a Catanzaro il 18 maggio 1922
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1932/1933)

Gli anni del Liceo: 1937-1940
Al primo liceo arrivammo decimati. L'esame di licenza ginnasiale, come sempre
in quei tempi, era stato difficilissimo. Difficili le prove scritte,
difficili le prove orali: sintassi latina e sintassi greca mozzavano il
respiro e rendevano le notti insonni.
Pochissimi superarono gli esami a giugno e pochi quelli di riparazione a
settembre: soltanto una pattuglia della nostra affollatissima quinta
ginnasiale. A parte la scrupolosa ed impegnata preparazione per gli
esami orali, anche con mesi e mesi di lezioni private, fu determinante, per
alcuni, alle prove scritte di latino e greco, l'aiuto di un indimenticabile
nostro compagno: Nicola Vaccaro, strappato alla vita nella pienezza della sua
maturit.
A Lui desidero dedicare, anzitutto, questo mio ricordo dei tempi lontani del
"Galluppi". Ed a Lui perch era il migliore di noi: non soltanto per la forza
della sua intelligenza, del suo pensiero e della sua preparazione; ma anche e
soprattutto per la sua bont, che in concreto si estrinsecava nell'affetto
sincero che portava ai compagni, prodigo sempre di consigli e di aiuti.
Quando mor, la scuola e la societ persero un uomo che avrebbe certo portato
ancora alla evoluzione dell'una e dell'altra un grande contributo, come aveva
fatto negli anni della vita, fino a quel momento vissuta in maniera tanto
impegnata. La sua vocazione filosofica era stata ampiamente manifestata
negli studi liceali. Si laure in filosofia alla Normale di Pisa e si diede
all'insegnamento, insistendo sempre nei suoi approfondimenti scientifici gi
largamente apprezzati su piano nazionale. Non penso che la politica, che pur
concep come un dovere, lo distraesse del tutto dai suoi studi. Mor
improvvisamente, su un treno, mentre tornava ad Arezzo (dove risiedeva e dove
nel 1968 era stato eletto senatore per il PCI), da Roma, dopo aver partecipato
alle sedute settimanali del Senato.
Io Lo conoscevo profondamente. Alcuni compagni eravamo sempre insieme. Prima
della scuola, a scuola, nel pomeriggio, a sera. Studiavamo anche insieme.
Com'era possibile, si intende. E fu cos che, ormai studenti liceali, il
nostro desiderio di sapere e di comprendere si and dilatando. Eravamo
cresciuti all'ombra del regime. I tempi delle conquiste in terra etiopica,
con le consentite evasioni scolastiche, vere giornate di vacanza, e con i
lunghi chiassosi inneggianti cortei, erano passati da poco ed erano alle
nostre spalle.
Nicola Vaccaro ci fu di grande aiuto. Penso che sia stato il primo di noi a
capire, e non solo per gli orizzonti culturali ai quali, al di l della
scuola, era interessato; ma anche per i rapporti di fiducia e di studio che
aveva contratto con il nostro insegnante di filosofia, oppositore, in verit
con altri, del fascismo imperante.
Erano, i nostri, evidentemente i primi passi verso una realt sconosciuta;
anche per chi, come me, aveva vissuto e viveva in una casa in cui l'esempio di
una voce libera e democratica non mancava.
Fu cos che gli anni del liceo andarono avanti, in un'alternanza di
avvenimenti: da una parte, le manifestazioni ufficiali che ci coinvolgevano;
dall'altra le nostre interminabili discussioni per capire cosa andava
accadendo. Tra le manifestazioni ufficiali, ricordo la nostra partecipazione,
con una larga rappresentanza della scuola catanzarese, al campo Roma di
Centocelle, in occasione della prima visita di Hitler a Mussolini che si
risolse, in definitiva, in una settimana di vacanza e in un viaggio a Roma; e
ricordo, ancora, la nostra partecipazione, anche a livello nazionale, ai ludi
iuveniles della cultura e dello sport. Ma anche quelle manifestazioni erano
occasioni di incontri, di discussioni, di scambi di idee e, quindi di attente
riflessioni.
Frequentammo il liceo dal 1937 al 1940. Era gi nato l'Impero. Ed erano gli
anni in cui la illusione della propria forza e la solidariet italo - tedesca,
che port poi al patto d'acciaio ed all'asse Roma-Berlino, spianavano la via
al nuovo conflitto mondiale.
All'interno, avvenimenti gravi ed eccezionali, come la campagna antiebraica e
le leggi razziali, stimolavano il desiderio di conoscenze, di raffronti e di
termini di comparazione che, purtroppo, ci mancavano.
Avevamo certamente una classe vivace. Alla pattuglia, che aveva superato la
licenza ginnasiale, si un un'altra pattuglia di altri cari e bravi compagni
provenienti dall'istituto salesiano di Soverato. L'ultima volta, la ricordammo
con il prof. Livio Cancellieri (recentemente scomparso, alla cui memoria
elevo ancora il mio commosso pensiero), nostro apprezzato insegnante di
italiano al secondo ed al terzo liceo, alcuni anni or sono, in un casuale
incontro nella parte alta della nostra citt di Catanzaro.
Vivemmo, insomma, anni intensissimi che per gli avvenimenti che li
caratterizzarono finirono con l'assumere tanta importanza nella storia
d'italia. Essi certamente pesarono sulla nostra formazione culturale e
spirituale. Eravamo spensierati, ma responsabili. Ci avviammo, cos, verso la
maturit classica con un serio programma di studi che alla fine, sul piano
pratico, si rivel inutile. Il 10 giugno del 1940 il popolo italiano fu
convocato in tutte le piazze d'italia per apprendere, dalle parole del capo,
la dichiarazione di guerra alla Francia e all'Inghilterra.
A scuola, gli annunzi e le sollecitazioni, per la grande adunata del
pomeriggio in piazza Stocco, oggi piazza Matteotti, furono tanti. Il Preside
Fornari, persona carissima (che aveva voluto tra l'altro affidarmi la
dirigenza dell'attivit sportiva del "Galluppi", che io svolsi da
organizzatore e da cestista in tutti e tre gli anni che videro il nostro
Liceo piazzarsi al primo posto nei tre campionati studenteschi di
pallacanestro) ed assai scrupolosa nell'osservanza delle disposizioni che
arrivavano da Roma, raccomand il pi compatto intervento alla
manifestazione che si annunziava carica di storica importanza.
C'eravamo anche noi ed ascoltammo, attraverso gli altoparlanti sistemati nei
punti strategici della piazza, la voce roboante dell'oratore che parlava, al
solito, dal balcone di piazza Venezia. Non so fino a qual punto ci rendemmo
conto della gravit di quanto andava accadendo. Ma certo, l'inizio della
guerra, con tutto ci che ne consegu non soltanto sul piano nazionale, ma
anche per ognuno di noi che avevamo pi o meno compiuto i diciotto anni,
rappresent, per tanti aspetti sui quali non mi pare sia il caso ora di
indugiare, una svolta importante della nostra vita.
Continuammo a studiare in vista degli esami di maturit. A sera, con
l'oscuramento della citt ormai in atto, unico indizio concreto della guerra
che altrove muoveva i primi passi, il nostro gruppo guidato da Nicola Vaccaro,
in casa dell'uno o in casa dell'altro, proseguiva nella complessa preparazione,
com'era quella che allora si richiedeva. Ma le interruzioni dello studio e le
divagazioni sui gravi avvenimenti gi accaduti, ma soprattutto sulle
prospettive, divennero sempre pi frequenti e tali da far passare del tutto in
secondo piano la necessit della nostra preparazione.
Non passarono molti giorni ed arriv l'annunzio, in parte previsto: gli esami
tradizionali furono soppressi e gli scrutini finali ci consegnarono,
sostanzialmente, alle forze armate per l'avventura che pi tardi doveva tanto
tragicamente concludersi.
Un salto di pochi anni ed un'ultima annotazione: quando venne il momento,
fummo consapevolmente pronti alla via democratica e sapemmo imboccarla.
E qui mi sembra giusto fermarmi.
Il resto appartiene alla vita di ognuno di noi. Parlarne ad altri, oggi,
nelle tante esperienze di quegli anni, forse non avrebbe senso.
Ne parlammo, invece, l'estate scorsa (del 1988), in un incontro tra vecchi
compagni, ad iniziativa di Antonio Talerico, tanto caro a tutti per il suo
grande cuore, avvocato e componente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati e
procuratori presso la Corte di Appello di Catanzaro. Ci ritrovammo in pochi,
per le difficolt che ad altri, ormai da tempo lontani dalla Calabria,
avevano impedito di raggiungerci. Desidero ricordare i presenti al convivio,
oltre me e Talerico, in una calda sera di agosto di fronte al nostro
azzurrissimo mar Jonio: Giulio Bossi, avvocato in Catanzaro; Aldo Corasaniti,
magistrato di Cassazione, giudice della Corte Costituzionale; Nicola
Corigliano, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Brescia;
Pantaleone Froio, notaio in Firenze; Italo Iannoni, ingegnere in Catanzaro;
Arnaldo Menniti Ippolito, Presidente di Sezione della Corte di Appello di
Venezia; Ezio Romano, Presidente del Tribunale per i minorenni di Messina;
Gregorio Staglian, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di
Cassazione. Ci fecero pervenire la loro adesione: Francesco Belmonte,
Avvocato Generale presso la Corte di Appello di Catanzaro; Francesco Cafasi,
professore di storia dell'agricoltura presso la facolt di Agraria
dell'Universit di Bologna; Nicola Crisafi, Preside del Liceo di Todi; Mario
Ranieri, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Salerno; Cesare
Vincelli, avvocato in Crotone.
Fu una serata indimenticabile.
A raccentar tutto quel che ci dicemme di quegli anni lontani intensamente
vissuti non basterebbe il volume che sta per dare alle stampe il prof. Ezio
Galiano, prestigioso Preside del Liceo, al quale si deve la iniziativa del
ricordo di quel che fu e di ci che tuttora rappresenta il "Galluppi" di
Catanzaro.
A Lui giungano le espressioni del mio pi vivo compiacimento e della mia
personale gratitudine, con i sentimenti della nostra antica amicizia e
della pi profonda stima.

/:/Aldo Corasaniti.
di Giuseppe e di Margherita Scicchitani
nato a San Sostene il 9 novembre 1922
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1932/1933)

Illustre signor Preside,
aderendo al suo cortese invito, cercher di descrivere l'esperienza da me
realizzata con la frequenza dei corsi del "Galluppi" nella fase avanzata
degli studi medi, esperienza certamente importante per la mia formazione.
Gli anni precedenti erano stati soprattutto di attesa, di approccio
entusiastico (ma un po' retorico e permeato da barbarica curiosit) al mondo
della cultura.
E tuttavia non li rinnego, anzi li considero anch'essi fondamentali,
soprattutto per quell'oscura spinta di barbarie, tra forza vitale e libido
sciendi.
Cos il "Galluppi", dopo avermi richiamato come un miraggio di elevatezza
culturale, mi cattur con la sensazione immediata, che seppe darmi, di
concretezza e seriet. Crollarono molti dei miei miti. Fui invitato a non
indulgere in fantasie, vale a dire in approssimazioni. Il latino ed il greco
mi furono presentati quasi come scienza esatta. Mi fu ispirato il rispetto
del testo, il senso di rigore filologico.
Successivamente, tuttavia, in concomitanza con le prime, incantate letture
crociane, recuperai, ma con maggior sicurezza, dovuta appunto alla salutare
ristrutturazione subita, il gusto della critica estetica dei classici.
Ricorder certe scoperte virgiliane, cui mi indussero le eleganti e
suggestive indicazioni di un docente dal mite sorriso, del quale non ho
saputo pi nulla.
Ricorder la quasi stupefacente plasticit di un'ode oraziana - Vides ut alta
stet nive candidum - rivelatami, durante una supplenza, da un altro docente
dal dolce parlare, del quale purtroppo dovevo poi apprendere la scomparsa.
Ma la grande, sognata avventura fu l'incontro con la filosofia: momento magico
della vita spirituale forse per ogni uomo, certo per ogni giovane meridionale.
E non posso non ricordare il docente che all'esperienza filosofica mi persuase:
alto, ieratico, dall'acuto ed esaltante argomentare, che ho perso di vista.
Pi che con la ricostruzione del pensiero filosofico, peraltro proposta come
quotidiano invito all'attuale riflessione, egli vi riusc con la lettura,
alla scolaresca attonita e trascinata, del canto dantesco di Ulisse; con la
trasfigurazione che quel canto opera, dell'ultimo viaggio di un uomo nel
segno della vocazione dell'uomo; con l'appello, che quel canto esprime, al
destino di ricerca cui l'uomo deve la sua dignit.
Maturava cos per me, con l'aiuto anche degli altri professori del Liceo, in
quegli anni, una nuova attesa, che avrebbe trovato sfogo nell'accesso alla
Scuola Normale Superiore di Pisa. Mi  dato cos collegare la fase degli
studi filosofici pisani, che  stata per me centrale, alla fase del "Galluppi".
Resterebbe da chiedersi perch e come, tutto sommato, le vicende che ho
descritto appaiono contrassegnate dall'impronta della solitudine,
dall'aspirazione ad un contatto con l'assoluto tramite la rivelazione quasi
messianica dei docenti (o, se vogliamo, tramite il loro maieutico intervento),
piuttosto che dalla tendenza alla socialit.
Si pu forse ritenere che solitudine e socialit siano momenti di attivit
spirituale suscettivi di alternarsi, idealmente o anche temporaneamente.
Il primo dei due momenti prevale in ragione dell'esigenza di prepararsi a
produrre o di produrre, quasi traendo da s, per meditazione o decifrazione
di messaggi remoti. Si accetta, allora, o addirittura si sceglie l'itinerario
(che figuratamente nell'oceano, o nel deserto, o nello spazio,  realmente)
in s medesimi. Mentre pu apparire ostativo o recludente il luogo sociale in
cui ci si trova ad esistere, compresa la famiglia.
L'altro momento prevale quando si avverte la necessit di propiziare la
produttivit altrui, di mettersi al servizio degli altri. Ma occorre vigilare
a che tale atteggiamento non degeneri in chiusura, o in promozione di
chiusura, istituzionale o corporativa. Al folle volo di Ulisse pu
alternarsi validamente non l'immobilit del seguace di una religione castale,
ma il sofferto andare del pellegrino, votato a raccogliere ed a propagandare
messaggi prossimi: ad infittire cos la terra di quel dialogo aperto, di
quella socialit diffusa, in cui consiste l'altro aspetto essenziale del
destino di ricerca proprio dell'uomo.

/:/Laura Lauria.
di Paolo e di Ermelinda Chiapperini
nata a Salerno il 23 gennaio 1923
iscritta per la prima volta alla prima ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1933/1934)

La mia compagna di banco: Clara Trovato
Tutto cominci con un inaspettato, violento scroscio di pioggia che mi colse
all'improvviso. Per non bagnarmi troppo e rovinarmi la pelliccia, cercai
rifugio nel primo portone vicino, appunto quello del liceo "Galluppi".
Da quanto tempo non ne varcavo la soglia?
Anni, tantissimi anni, ma non abbastanza perch quelle scale, quei muri,
quella luce cos grigia e smorta, non mi sembrassero conosciute ed amiche.
Fuori continuava a diluviare ed il frusco delle macchine ed il gocciolo
della pioggia sull'asfalto erano gli unici rumori che riempissero l'androne.
Ma ad un tratto, non so per quale strana fantasia, mi sembr che il frusco
divenisse uno scalpicco e che ad esso si unissero voci e risate e parole e
richiami e che dalle scale si riversassero nell'androne tanti ragazzi: visi
giovani, spensierati; visi conosciuti e cari... Canino, Aversa, Mantelli,
Bruzzese, Capalbo, Laurenza, Guzzi, De Franco, Casalinuovo, Bossi, Ceniti,
Battaglia, Greco, Mancuso, Mastroianni... e tanti tanti altri. E fra tutti
questi visi ecco apparire il tuo viso, Clara Trovato, mia indimenticabile
compagna di banco.
I tuoi grandi occhi, la cui immensa cornea bianca racchiudeva un cerchietto
pieno di pagliuzze d'oro, i tuoi occhi mi cercarono, mi trovarono, mi
sorrisero.
Come una volta dicevano: Andiamo.
Quante volte siamo andate e venute per quelle scale di grigio cemento,
scambiandoci l'ultimo risultato del problema, chiarendo l'ultimo dubbio di una
traduzione non ben capita, confessandoci le nostre ansie e le nostre gioie?
Poi ci accoglieva il secondo banco a sinistra, e sembrava essere una cornice
alla nostra amicizia, sembrava che in esso i nostri caratteri perdessero le
loro caratteristiche opposte tu cos dolce, pacata, femminile; io cos
irruenta, polemica, sportiva - in una specie di osmosi che dava e riceveva
solo le cose migliori.
E come dividevamo fraternamente ogni cosa!
Ricordo ancora le ore passate a ritmare metricamente i versi di Virgilio e di
altri autori latini, cosa alla quale teneva moltissimo il professore Battagia,
quel professore allora cos giovane, quasi un ragazzo come noi, al quale
poteva essere perdonato di farsi distrarre dalle difficolt dell'Anabasi dalla
dolce curva di un ginocchio apparso tra il nero severo di qualche grembiule.
Ricordo le grida di indignata protesta e di repulsione per la vivisezione di
una rana che un nostro compagno eseguiva sotto gli occhi compiaciuti della
professoressa Caputo. Le corse affannose fino al terzo piano di quello che
allora si chiamava Grand Hotel Moderno, dove ci attendeva la figliuola
dell'allora federale di Catanzaro, la tizianesca Flory, che tutte invidiavamo
ed odiavamo un po' per gli enormi cappelli di feltro che portava e per quei
suoi vestiti che sapevano lontano un miglio di alta moda fiorentina.
Era arrivata a scuola quasi alla fine del secondo trimestre ed al professore
Caputi - anticipatore ed assertore della superiorit del giudizio
sull'alunno di fronte alla votazione del medesimo - era venuta la
magnifica idea di incaricare noi due per ficcare in quella testa rossa ma,
ahim, digiuna di ogni filosofia tutto il programma che fino allora era stato
svolto, spiegandoci con un sorrisetto, che la Varalli sarebbe stata
interrogata, s, a fine trimestre, ma che il voto sarebbe stato dato a noi due.
Quell'indimenticabile professore Caputi che ci aveva uniti in un terzetto con
Aversa (oggi stimatissimo e valente notaio, allora vittima di entrambe) per
leggere fuori programma enormi volumi del Michelet ed incomprensibilissimi
brani di Benedetto Croce.
Ricordo Clara, la tua pazienza sorridente, la tua perseveranza placida e quel
tuo incoraggiarmi con un sorriso quando mi sentivo stanca o stufa, quello
stesso sorriso con cui mi dicevi Forza! dietro la rete del campo di
pallacanestro dove, amichevolmente e pazientemente, assistevi alle mie
evoluzioni ginniche, magari pregando in cuor tuo che i miei sforzi avessero
come coronamento la sconfitta della squadra del Professionale per la
soddisfazione ed il gaudio del nostro amato e tifosissimo preside Fornari.
Ed i nostri sogni, Clara?
Quanti ne facevamo e tutti luminosissimi perch ci sembrava che la vita non
potesse non risolversi in grandi quantit di soddisfazioni, successi, felicit,
onori.
Non sapevamo invece, che non avresti potuto realizzarli.
Tu ed io non sapevamo che una malattia improvvisa e rapida ti avrebbe portara
via da chi ti voleva bene e che il posto accanto, nel banco, sarebbe rimasto
vuoto fino alla fine dei miei studi.
Ad un tratto, come era incominciata, la pioggia fin.
Ma nell'avviarmi verso uscita, voltandomi ancora una volta verso le scale
vuote e silenziose, mi parve di vederti ancora, Clara, nel solito angolo
dove sempre mi aspettavi, stretta nel tuo grembiule nero, con i libri sotto il
braccio.
E mi parve che, in quel tuo sorriso, in quell'androne un po' oscuro ed un po'
umido del mio vecchio, caro liceo "Galluppi", fosse rimasta molta parte della
mia giovinezza: forse la migliore.

Francesco /:/Francesco Saverio Tolone.
di Giuseppe e di Cecilia Azzariti Bova
nato a Girifalco il 24 febbraio 1923
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1933/1934)

Il 1933 all'et di dieci anni,
io andai come convittore, nonch studente di prima ginnasiale, al Galluppi di
Catanzaro. Mio padre pens fosse bene ch'io mi cominciassi ad ambientare al
Convitto alcuni giorni prima dell'apertura delle scuole. Alcuni giorni
passarono ed io mi cominciavo a sentire un po come di casa quando una sera
arriv un nuovo convittore. Il ragazzetto, decenne come me bello e gentile
d'aspetto, aveva capelli ondulati castani e occhi azzurri. Mi avvicinai a lui
Mi chiamo Tolone - dissi - e tu come ti chiami?
Ciccio - fu la risposta. Cos cominci un'amicizia che rimane, 53 anni dopo,
e le molte leghe che ci separano, calda e schietta come negli anni della
giovinezza. Ciccio era ed  Franco Donato Di Paola, che poi si laure in
medicina specializzandosi in malattie polmonari, diventando uno dei pi 
eminenti specialisti della materia. Docente universitario, per alcuni anni
incaricato della cattedra di malattie polmonari all'Universit di Padova, ben
noto in circoli medici calabresi e nazonali, ma non soltanto come medico:
noto anche per la bont, generosit e signorilit che gli sono
caratteristiche. Durante quel primo anno, il Convitto aveva un ginnasio
proprio, quindi autonomo, non sotto la direzione del Ginnasio-Liceo Galluppi
che per occupava lo stesso edficio del Convitto. Ricordo con affetto la
mia prima insegnante di ginnasio, la buona gentile e cara professoressa
Primo-Primiero.
Altre Professoresse, che conobbi negli anni successivi e che ricordo
con rispetto e gratitudine, furono la signora Daffin, insegnante di scienze e
le sorelle Barbieri, una insegnante di storia e filosofia, l'altra di storia
dell'arte.
Dal secondo ginnasio in poi, noi convittori ci aggiungemmo alle schiere dei
ragazzi e ragazze del Ginnasio-Liceo.
Quanti ricordi riaffiorano a tanti anni di distanza! Le mura grandi e solide
che allora mi sembravano quelle di una fortezza medioevale, i corridoi lunghi
ed ampi, le aule piuttosto buie, fredde d'inverno, calde d'estate, i banchi
duri e un po' scomodi, e poi le lezioni interminabili, la severit di alcuni
insegnanti ma la bont di altri, la preoccupazione dei compiti dell'indomani e
quella assillante degli esami prossimi, il desiderio delle vacanze, e poi, il
vociare di noi tutti, il ridere ed a volte il piangere - non tutti i giorni
sono felici nella vita, anche nella vita dei giovanissimi.
Ma intanto amicizie si formavano e si cementavano per rimanere intatte
un'intera vita. Dei cari compagni di quel tempo ricordo con piacere
particolare, assieme a Donato, Aldo Paparo, Nino Gimigliano, Angelo Caglioti,
Aldo Vero, Aldo Sestito, Beb Bova, Nino Sabatino, Antonio Pallone, Ciccio
Abiusi, Piccino Teti, Nicola Manfredi, Roberto Colao, Peppino Arcadi, Tonino
Caroleo. Tutti si affermarono come professionisti valorosi, alcuni restando a
Catanzaro, altri trasferendosi altrove.
Purtroppo alcuni di loro non ci sono pi . Benedetta e cara la loro memoria.
Uno dei nostri compagni era Natalino Gemelli. Un po' timido, quasi un po'
scontroso, non era uno dei ragazzi pi popolari nel nostro gruppo. Ma quando
rideva - e rideva piuttosto di rado - la sua risata era fragorosa e si sentiva
a un miglio di distanza. Dopo il liceo, Natalino ed io ci ritrovammo a Napoli,
studenti del primo anno d'universit, io iscritto in Medicina, e lui in Legge.
Da liceali non eravamo stati intimi, ma ritrovandoci nuovi nella grande citt,
dove conoscevamo ben poche persone, diventammo molto pi amici. C'incontravamo
di sera e passeggiavamo su e giper la vecchia via Roma, a volte
chiacchierando, a volte in silenzio. Spesso parlavamo degli anni a Catanzaro,
dei vecchi amici, magari ripetendo le stesse vecchie storie.
Andavamo spesso al cinema insieme. Ricordo alcuni films del grande comico Tot,
e ricordo ancora di pi le fragorose risate di Natalino che esplodevano
d'improvviso nei saloni dei cinema. Tutti si voltavano a guardare quando
Natalino rideva in quel suo modo tutto particolare, e tutti non potevano fare
a meno di ridere anche loro.
Era il 1941. La guerra infuriava, Natalino era un paio d'anni pi grande di me.
Un giorno mi venne a trovare. Aveva ricevuto la cartolina di precetto; part
come allievo ufficiale; torn a Napoli per una breve licenza alcuni mesi
dopo, splendente ed elegante nell'uniforme di sottotenente dell'esercito.
Aveva ricevuto l'ordine di partire per la Iugoslavia. Quella sera lo
accompagnai alla stazione ferroviaria. Ci abbracciammo. Arrivederci - io gli
dissi - arrivederci alla tua prossima licenza. Lo rivedo ancora affacciato
al finestrino del treno. Sorrise, mi salut con la mano: Arrivederci.
Ma il rivederci non venne mai. Natalino mor in guerra in Iugoslavia, una
delle tante vittime di quella esecrabile guerra. Chi sa dove egli riposa, in
quella terra straniera, probabilmente in una fossa comune con altri che non
conosceva ma accumunati a lui da quel triste destino. Possa la tua anima
vagare nelle praterie del cielo, Natalino, inebriata d'infinito, eternamente
giovane, e possa tu ancora ridere come facevi allora, possa tu far ridere con
te altre anime gentili, vaganti nello spazio e nel tempo! Possa tu essere l,
a ricevere ad uno ad uno noi tutti, i tuoi vecchi compagni di quella vecchia
scuola, e rendere la nostra ascesa meno difficile!
Non era facile per me, a Catanzaro, seguire le orme di mio fratello Salvatore,
che, dieci anni pi grande di me, mi aveva preceduto, come convittore e
studente del Ginnasio-Liceo, lasciandosi dietro di s, dieci anni dopo, una
scia interminabile di affetti e d'amicizie. Al Convitto, quando il Rettore
Romano seppe chi ero: Fratello di Salvatore? mi domand.
S, signor Rettore.
Il professore Cardamone: Fratello di Salvatore?.
S, Professore.
E cos tanti e tanti altri, Salvatore, anche chiamato Tolone il bello, era
uno dei pi noti studenti della citt, editore e scrittore del giornaletto
della sua scuola (quanto pagherei per ritrovarne una copia! - egli scriveva
con lo pseudonimo di Erio Neanio), uno degli organizzatori di tutte le
attivit scolastiche, di tutti gli agonali di cultura, perfino uno degli
organizzatori di una gita di studenti al Portogallo: cosa rarissima a
quell'epoca - si era al 1929 o 1930. Giovane di carattere brioso, brillante,
generoso, trovava facile creare amicizie dovunque andasse. No, non era facile
per me seguire le sue orme. Io non ero eloquente, non ero bello. Fra l'altro,
durante quel tempo di adolescenza, fui afflitto da alopecia areata, per cui
perdevo i capelli a chiazze, e tanto and avanti per anni. Mi sentivo un poco
minorato, avevo voglia di nascondermi. Solo facendo appello a tutta la mia
forza, a tutto il mio orgoglio, riuscivo a mettermi avanti con gli altri
ragazzi.
Salvatore si fece medico. Ebbe l'incarico di assistente universitario alla
Clinica Neurologica dell'Universit di Napoli all'et di appena 24 anni, e
divent ordinario a meno di 27. Immediatamente dopo la guerra, quando
ricominciarono i concorsi, consegu la libera docenza in neurologia,
affermandosi come uno dei pi noti specialisti di Napoli. Potrei scrivere
molto di pi in quanto a quel caro fratello. Egli mai dimentic il Convitto
ed il Ginnasio-Liceo. Anche quando aveva raggiunto l'apice della sua carriera
di medico e docente universitario, gli piaceva sempre ricordare gli anni
trascorsi a Catanzaro, le vecchie amicizie, le birichinate di giovinezza, i
Professori, gli istitutori, tutti.
Anni passarono. Io emigrai, prima in Svezia poi dalla Svezia negli Stati
Uniti di America. Vivevo a Chicago. Era l'anno 1955, ed era il giorno di
Thanksgiving - la giornata di grazie - una festa tipica d'America. Io ero
preoccupato giacch una lettera di mia madre mi aveva informato che mio
padre, allora settantaquattrenne, era a letto con disturbi cardiaci.
Un telegramma mi arriv dall'italia, ed era un messaggio di
condoglianze. Ma non mi diceva chi era morto, ed io pensai al mio vecchio
padre. Mi attaccai al telefono. Le comunicazioni internazionali a quell'epoca
lasciavano molto a desiderare. Telefoni a Girifalco, mio paese nativo e dove
i miei genitori abitavano, non ce n'erano. L'unica persona a cui pensai di
poter telefonare era mio fratello Salvatore a Napoli. Ad onta dell'aiuto
degli operators del centralino, cercai invano, due giorni e due notti, di
ottenere la comunicazione col numero di telefono di mio fratello. Fu due
giorni dopo, con due giorni di ritardo, che un secondo telegramma mi arriv
dall'italia. Chi era morto era proprio mio fratello, quello a cui non
riuscivo a telefonare, ucciso all'et di 42 anni in un incidente di macchina,
in una fredda sera di autunno, su una strada di campagna a pochi chilometri
da Napoli.
Cos fin quell'uomo di intelligenza e nobilt senza pari, che fra l'altro
era stato uno dei pi brillanti studenti del Liceo-Ginnasio Galluppi. L'altra
macchina - e l'autista - coinvolti in quello scontro, non si trovarono mai.
 possibile che l'altro autista non fosse pi responsabile dello scontro che
mio fratello stesso, tuttavia egli non ebbe il coraggio di fermarsi su quella
strada deserta e cercare di soccorrere quell'uomo morente. Se ne and
portandosi con s l'angoscia di quel momento e forse il ricordo della sua
vilt, probabilmente a pesargli addosso come una cappa di piombo per il resto
della sua vita.
Alcune settimane dopo quella triste giornata di grazie io partecipai a un
raduno di medici dell'Universit di Chicago, dove allora facevo l'istruttore
di radiologia. Fui presentato, fra gli altri, al Dr. George Gomori, un ebreo
ungherese professore di patologia all'Universit.
Tolone... - disse, quando sent il mio nome - Italiano, naturalmente....
S, - dissi io - Italiano.
Aspetta, - disse Gomori - ho letto proprio alcuni giorni fa un lavoro
italiano in tema d'istochimica del sistema nervoso, e l'autore  appunto, mi
pare, un Tolone.
S, - io risposi - Salvatore Tolone: era mio fratello.
Lei dice - era? - fece Gomori.
S, - dissi io - era. Mio fratello  morto alcune settimane fa in un
incidente di macchina.
Gomori non disse pi niente.
Il prof. Gomori, un'autorit internazionale in patologia ed istochimica, mor
egli stesso, all'et di 48 anni, un paio d'anni dopo. Egli lavorava a
quell'epoca con Huggins e, se fosse rimasto vivo, avrebbe probabilmente
condiviso il premio Nobel che fu dato a Huggins pochi anni dopo. Quella notte
Gomori si svegli con dolori atroci al petto. Chiam la moglie, fece la
propria diagnosi: infarto del miocardio. Telefona a un'ambulanza - disse
alla moglie. Come la signora cercava di aiutarlo: Il mio polso si
affievolisce - disse - sento che sto per andare in shock. Addio, cara, pensa
tu ai figli. Mor momenti dopo.
Catanzaro era, anche ai miei tempi, il centro della Provincia, politico,
economico, culturale. E come i Romani de Roma guardavano un po' dall'alto in
basso i provinciali, come i Napoletani veri chiamavano cafoncelli quelli
dei paesi vicini, cos anche i Catanzaresi catanzaresi si sentivano superiori
a chi, dalla provincia sonnacchiosa, si recava al capoluogo. Gi, gente 'e
paisa dicevano, ma senza cattiveria, i buoni Catanzaresi, giustamente
orgogliosi della loro citt che aveva di gi a quell'epoca, cose come una
funicolare, un cinema il cui tetto (meraviglia) si apriva automaticamente per
lasciare andar via il fumo e far vedere le stelle, ecc. ecc. Le ferrovie
Calabro-Lucane, che alcuni chiamavano, ma ingiustamente, Calabro-lumache,
erano gi in esistenza a quei tempi. Carrozze a cavalli e traini abbondavano
ancora e automobili ed autocarri erano relativamente rari. I signorotti di
paese venivano a Catanzaro magari per dieci minuti di affari all'ispettorato
Agrario, e poi dovevano passare un'intera mezza giornata aspettando il
postale del pomeriggio che li riportava a Maida o a Iacurso, o a Girifalco.
Andavano a far pranzo in uno dei buoni ristoranti della citt, un po' cari:
un pranzetto con primo, secondo, pane, vino e frutta non costava meno di
cinque lire. La pasta costava 3 lire al chilo. Una Balilla della Fiat di
quell'epoca costava intorno alle diecimila lire. Una canzonetta in voga era
quella del sogno modesto e borghese: Se potessi avere... mille lire al
mese.... Non c'era a quell'epoca l'universit a Catanzaro, ed il liceo
classico rappresentava allora l'istituzione massima del sapere provinciale.
Gerarchi fascisti, funzionari, signorotti locali e della provincia,
intellettuali e pseudo-intellettuali centellinavano interminabili tazzine di
caff sedendo all'aperto sul marciapiede del caff Colacino, intenti a
guardare chi andava e veniva, additavano l'uno all'altro: Quello - vedi - 
il preside del Galluppi; quell'altro - vedi -  il professore di storia e
filosofia...
Senza dubbio, le pi alte personalit delle Scienze e delle Lettere locali.
Ricordo due presidi durante quegli anni: il preside Pane, gi vecchietto a
quell'epoca, piccolo, grassetto, brizzolato, buono come le montagne della sua
Sila, paterno nel suo atteggiamento e nel suo modo di parlare. Dopo Pane
venne il preside Fornari, pi giovane ma anche lui brizzolato, un
intellettuale, alto, severo nell'aspetto. Lo tememmo da principio, ma poi,
come imparammo a conoscerlo, ne apprezzammo l'onest e la rettitudine ed il
sincero interesse per la scuola e gli studenti.
Fra i professori ricordo particolarmente Cardamone, insegnante d'inglese. Mi
resi conto molti anni dopo che la pronunzia inglese il prof. Cardamone non la
sapeva, o la sapeva molto male, ma in quanto a grammatica e probabilmente
anche in quanto a letteratura  chiaro che egli conosceva quella lingua quasi
alla perfezione. Burbero e a volte quasi violento, si faceva per ben volere
da tutti, colleghi e studenti. Il prof. Robustelli (matematica) era uomo di
grande gentilezza e signorilit. Il prof. Miceli (lettere, al ginnasio
superiore) era gi molto anziano e malandato ai tempi nostri. Una delle sue
espressioni preferite era: Hai tu forse vaghezza d'andar fuori? Da
generazioni di studenti che ci avevano preceduti, il prof. Miceli, allora pi 
giovane, era addirittura considerato il terrore della scuola. Ma io ricordo
quando, ormai in ritiro, vecchio e sofferente, andai a salutarlo a casa. Fu
una sorpresa per lui. Parlammo un po' del pi e del meno, cerc di mostrarsi
come al solito un po' burbero, un po' distante, poi m'accompagn alla porta e
al momento d'andarmene m'abbracci. Fu quello forse il suo unico momento di
debolezza di fronte ad un allievo. Fu quella l'ultima volta che io lo vidi.
Il prof. Cancellieri (italiano, al liceo): giovane a quell'epoca,
probabilmente sui trent'anni, bonario, sincero, quasi affettuoso coi suoi
ragazzi, una perla d'uomo. Brav'uomo ed ottimo insegnante anche lui il prof.
Di Rosa (latino e greco). Entusiasta, gentile il prof. Gualtieri, anche lui
insegnante di latino e greco al liceo. Mi ricordo quando una volta mi vide
nascondere sotto il banco un piccolo quaderno. Monellerie non mancavano in
quella classe, e il professore pens probabilmente che io nascondessi della
letteratura proibita. Niente di scandaloso. La pornografia a valanghe non
esisteva a quei tempi. Quelli fra noi veramente fortunati riuscivano a mettere
le mani su edizioni non purgate del Decamerone di Boccaccio, o delle novelle
di Bandello. E in quanto a droghe, neanche se ne parlava. Droghe erano
sostanze di cui leggevamo soltanto vagamente a proposito del misterioso e
lontanissimo Oriente. Ma i nostri maggiori non volevano che noi ci
distraessimo, neanche coi romanzi di Salgari o con quelli a fumetti. Il
prof. Gualtieri mi ordin di portargli quel quaderno. Lo feci un po' a
malincuore, ma il professore fu piacevolmente sorpreso quando vide di
che si trattava: mi ero sforzato di tradurre, in poesia, in italiano, i lirici
greci: Saffo, Anacreonte e gli altri. Mi buscai un nove in greco che
veramente non meritavo.
Il prof. Gabriele Porchi: storia e filosofia, giovane, brillante, bello,
intelligentissimo, coltissimo, quasi geniale. L'ammirazione degli studenti.
Ma, ahim!... Porchi era anti-fascista. Non erano quelli tempo e luogo per
antifascisti. Pochi mesi soltanto e il Porchi poi spar dalla circolazione.
Non se ne seppe pi niente. Fin probabilmente al confino politico o peggio.
Porchi era di Reggio Calabria, ma quando anni dopo Nicola Manfredi, uno dei
nostri ragazzi, reggino anche lui, cerc di rintracciarlo, non riusc a
sapere nulla. Pensammo - e il cruccio mi rimane vivo dopo tanti anni - che
forse Porchi mor in carcere.
Erano tempi turbolenti. Erano quelli gli anni dell'apogeo del potere
fascista, e si potevano vedere, a caratteri grandissimi, su fianchi di
colline lontane, scritte che dicevano: Viva il Duce o Mussolini ha sempre
ragione. Mussolini navigava allora sulle onde del dolce successo. Lui era
l'uomo che aveva ristabilito l'ordine nel paese dopo il caos che segu la
prima guerra mondiale. Lui era quello delle bonifiche, quello della battaglia
del grano, quello dei balilla, degli avanguardisti, delle piccole e delle
giovani italiane, l'uomo che con pompa e magnificenza diceva a noi tutti:
Ricordate le glorie del passato, quelle dell'antica Roma, quelle del
Rinascimento, quelle del Risorgimento. Poi anche: Ricordate l'onta d'Adua...
e quella va vendicata. Cos Mussolini s'imbarc nell'impresa d'Africa, ed il
popolo che aveva fede in lui lo segu, quella volta, con sincero entusiasmo.
Quando lui disse: Date oro e ferro alla Patria, il popolo rispose con slancio
ammirevole. Quando lui ci ricord, come Foscolo aveva detto, che sacro  il
sangue per la Patria versato, noi gli credemmo e ci sentimmo fieri.
Ricordo la scena quando uno dei nostri reggimenti ritorn vincitore
dall'Africa e sfil per le vie di Catanzaro: il saluto del popolo a quei
soldati fu spontaneo, commovente, entusiastico. Ma poi, dopo la guerra
d'Africa venne quella di Spagna. Quella era una guerra che il popolo non
capiva poi tanto. Perch mandare i figli d'Italia a morire col? E molte
altre cose il popolo non riusciva a capire, o non poteva accettare. Erano
quelli, tempi di stivaloni neri e lucenti, di aquile romane, di metalli
fiammeggianti. Infiniti nastrini e medaglie a dozzine adornavano le giubbe di
gerarchi, gerarchini e gerarchetti marcianti impettiti. Non era poi tanto un
problema di corruzione, sopruso e abuso (ma perch no, ripensando al
Porchi?): era certamente un problema di stravaganza, vanit ed inettitudine.
Erano tempi di retorica vana, di discorsi vani di grandezza che non c'era,
mentre mendicanti abbondavano per le strade di citt e paesi, e contadini e
braccianti, pur lavorando dall'alba al tramonto vivevano spesso come bestie
fra le bestie, vestiti di stracci, spesso non avendo abbastanza pane per
sfamarsi. Ma - diceva la propaganda fascista -  ritornato l'impero sui colli
fatali di Roma; che volete di pi ?
E poi Mussolini si lanci a capofitto nella tragica avventura della seconda
guerra mondiale, scatenata dalla follia di Hitler, ma a cui non poco
Mussolini stesso contribu. Se Mussolini aveva conquistato l'Etiopia, ad onta
dell'opposizione della Francia, dell'Inghilterra, e della Societ delle
Nazioni, Hitler pensava di poter conquistare l'intero mondo.
Mussolini andava dicendo che aveva al suo comando otto milioni di baionette.
Quello che voleva dire era che la popolazione dell'Italia era tale che,
all'occorrenza otto milioni d'uomini si potevano chiamare alle armi. Ma egli
non aveva, in realt, n otto milioni di baionette, n otto milioni di camicie,
n otto milioni di paia di scarpe da dare a tanti soldati. I fanti italiani
furono mandati a marciare a piedi nelle steppe infinite della Russia e nei
deserti infiniti della Tripolitania, a volte con scarpe rotte e divise a
brandelli. Non guanti, non scarponi, non giubboni per affrontare i rigori
dell'inverno russo: un litro d'acqua al giorno a persona da bere nel caldo
infernale del deserto del Nord Africa. Le steppe gelide di Russia risuonarono
del grido: Avanti Savoia!, quando la Cavalleria italiana s'avventava a
sciabole sguainate contro i carri armati russi. Ma la cavalleria stessa non
era pi di attualit a quell'epoca che le lance e gli scudi di Giulio Cesare.
I fantaccini morenti di sete nelle dune deserte di Libia si difesero contro i
mezzi meccanizzati e gli aeroplani degli Inglesi coi vecchi moschetti che
ricordavano l'altro secolo.
Quale miracolo li poteva far vincere?
Questi erano i tempi durante quegli anni. Questo l'ambiente di Catanzaro,
della provincia - malgrado tutto - addormentata: dell'Italia e poi del mondo
in tumulto. Il Ginnasio-Liceo continuava a funzionare, un po' miracolosamente,
un po' per forza d'inerzia, ad onta di tutto. Ad onta delle parate, ad onta
dei molti giorni di festa che per una ragione o per l'altra, non mancavano
mai, ad onta delle giornate di dimostrazioni oceaniche quando ci si recava
ad udire i discorsi del Duce trasmessi via radio a tutte le piazze italiane e
ad onta delle guerre. La seconda guerra mondiale port l'oscuramente, port
il razionamento del pane e di tutti i viveri, dei vestiti e delle scarpe,
port i bombardamenti e la quasi completa distruzione di molte citt
italiane, port gli innumerevoli telegrammi alle innumerevoli famiglie dei
caduti in guerra, port infine l'invasione e gli stranieri in Italia. Quelli
di noi che sopravvissero continuarono ad imparare; noi, i reduci di quella
generazione bruciata, continuammo prendendo il nostro posticino nel mondo,
grati fra l'altro a quella vecchia scuola per quanto ci aveva dato.
Ed ora che sono vecchio e molto lontano, mentre ripenso a quegli anni della
giovinezza, a quella terra, a quella scuola, mi echeggiano nella mente, per
associazione d'idee, i versi del Carducci: Addio, cipressi, addio, dolce mio
piano!....
Ed altri versi:
S'io vi vedr, colline,
vi chieder di chiudermi
nel vostro seno.
S, addio, dolce mio piano, mie colline, e addio mia vecchia scuola. Ma come
il tempo passa, tu, vecchia scuola, non muori. Tu rimani, come allora, ad
echeggiare ancora del voco dei giovani, a dare ancora ai giovani sapere e
speranza, ad additare loro la via da seguire nella vita. No, nulla  finito:
Amor ritorna
e mentre tutto cambia
il desiderio ancor
si fa pi forte
e quell'amore
in s si specchia
eterno
come la terra
come la morte.
C' amore e c' fiducia nell'avvenire:
Rinasce
in sulla fossa
del padre il fiore
della speranza
e lo raccoglie
desioso il figliuolo.
E s fidente
la vita tumultuosa
si rinnova...

/:/Nino Gimigliano.
di Beniamino e di Beatrice Pellegrini
nato a Catanzaro il 3 marzo 1923
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1933/1934)

Muta. Nastri di piombo
con andare torto di briaco
corrono a scacchi
il cubo edificio opaco.
La polvere vi ha tesi i ragnateli
e spento il vetro.
Sento che l dietro
stan vasi di mattoni vuoti
senza pi limoni o viole
senza sbalzi di verde verso il sole
senza ebbrezza
perch so che la Giovinezza
gi da tempo ha sgorgati
gli origialli dei frutti
che qualche mano li ha colti tutti
e qualche bocca li ha divorati.
(I versi sono tratti da: Vetrate di Massimo Bontempelli)
 quello che Ezio ci ha chiesto di recuperare dei ricordi, con una carrellata
fino al primo piano, al dettaglio, su fatti e persone dimenticati nel buio di
profondit abissali, lontani poco meno di mezzo secolo: operazione irreale
non diversa dallo sceneggiare ed interpretare, cinematografare sogni che
furono in gran parte realt.  l'ultimo compito d'italiano.

RE BOMBA
Mio padre volle accompagnarmi al Galluppi quel mio primo giorno di scuola,
affinch comprendessi l'importanza di potermi chiamare studente ginnasiale.
Ero spaurito e le mie preoccupazioni aumentarono quando vidi sulla soglia
dell'edificio un pancione alla Oliver Hardy (moderna versione di Caronte
pronto a traghettare un immaginario Acheronte, a vigilare l'ingresso di un
mondo sconosciuto e misterioso), in livrea gallonata e berretto guarnito da
severa visiera che con solennit mista a bonomia distribuiva agli studenti
che passavano davanti a lui, vera e propria iniziazione, pacche e sorrisi di
incoraggiamento.
Compresi che l'imponente personaggio aveva a che fare con la Scuola, lo
ritenni il padrone dello stabile o forse il Preside, ma non mi riusc
d'immaginare come potesse passare se non in virtdi poteri soprannaturali
dalla porticina, una pusterla intagliata in uno dei battenti del pesante
portone brunito che non ricordo mai entrambi aperti avendoli il tempo forse
saldati per sempre.
Invece si trattava del portiere.
Resomi conto delle sue effettive mansioni, non esitai ad attribuirgli, per via
della somiglianza ad una mina, il nomignolo, ben presto ratificato a
maggioranza dall'intera classe, di Re Bomba.
Avevano anche riportato voti i soprannomi: Falstaff n. 7; Bombolo n. 4;
Pantagruel n. 2; Capitan Del Borro n. 1.
Non allarmatevi: non intendo, sul filo sottile ma tenace della memoria,
raccontarvi la mia vita di ginnasiale prima e di liceale poi. Lo far solo per
questa breve sequenza iniziale con la mano forte e possente di mio padre (ne
sento ancora il calore e la protezione mentre mi conduce a scuola, e poi per
tutto il resto della vita, fino al giorno in cui divenne rigida e fredda) e
termina con le parole rivolte al custode:
- Ricorda questo  mio figlio!
con cui mi affidava alla protezione del portinaio, che, non insensibile alle
raccomandazioni, mi risparmi lo schiaffo alla nuca e mi sospinse nella
penombra dell'androne.
LE OPERE DI DIFESA (I due colonnelli).
Omissio medio, non altrettanto breve la sequenza finale dell'ultimo anno di
liceo, che si pone agli antipodi, otto anni dopo, il 1941 - XX E.F., secondo
anno di guerra.
Oltre al profumo di primavera dei diciotto anni, c'erano nell'aria
inconfondibili i segni premonitori di quanto le demoplutocrazie d'oltre mare
si preoccupassero per l'oscura indecifrabile potenza rappresentata dal
"Galluppi", ed ordissero, nell'ombra (com' uso del nemico) una qualche
clamorosa sortita.
Ma il nostro Istituto vigilava.
Squadre di operai (particolarmente inesperti in opere belliche) iniziarono la
costruzione di poderose fortificazioni, elevando lungo i quattro magnifici
corridoi che davano sul cortile interno adibito a palestra scoperta, una
ventina di muri zigzaganti dell'altezza di poco meno di tre metri e di pari
larghezza.
In pratica, il vetusto glorioso edificio fu trasformato in una via di mezzo
tra il labirinto ideato da Dedalo per Minosse ed un percorso di guerra dove
esercitare all'occorrenza, le non proprio spiccate nostre attitudini militari.
Il prof. Salvietti, colonnello d'artiglieria in s.p.e., docente di cultura
militare di indiscussa autorit, ebbe l'incarico di verificare la consistenza
e la bont dell'opera, anche nella sua qualit di Capo dell'UNPA.
Era codesta una potente organizzazione semiclandestina, nel senso che ben
pochi ebbero mai modo di accorgersi della sua esistenza, specie in occasione
dei bombardamenti. Ad essa competeva la protezione antiaerea della cinta
urbana, e nelle sue file militavano (non so per quali motivi e meriti) un
Roberto Trovato sognatore e fascinoso pi che mai, ed un azzimato "soign"
Ezio Galiano. A quest'ultimo, oggi Preside del nuovo Liceo "Galluppi", corre
l'obbligo di dare plausibile giustificazione, per la storia, di una siffatta
compromettente affiliazione.
Completato il fortilizio, il Colonnello ne verific la consistenza con lo
stesso piglio di Cesare quando nel 55 a. C., dall'alto del ponte lanciato sul
Reno in dieci giorni, si compiacque coi suoi genieri, o come Adolf nella
recente ispezione della linea Sigfrido.
In esito al collaudo delle nostre fortificazioni egli lasci intendere che
da quel lato potevamo stare tranquilli, senza apertamente pronunziarsi quanto
ai rimanenti lati. In cuor mio ho sempre sospettato che, nonostante la divisa
grandiosamente indossata (con tanti di quei gradi e di mostrine policrome da
farmelo ricordare somigliante ad un generale di Baj) egli, non diversamente
dal celebre Walter Schnaffs, nutrisse un odio feroce istintivo e meditato
per quanto malauguratamente avesse potuto (carri armati, mitragliere, aerei da
bombardamento e soprattutto le lunghe vitree baionette) attentare
all'integrit della sua epa.
E se non pi a praticare, era tuttavia costretto a soffocare l'istintiva
repulsione e predicare l'arte della guerra come scienza morale.
Il professor Salvietti portava come patronimico il termine abitualmente dato
agli usberghi che proteggono la divisa dalle vermiglie macchie nelle
gladiatorie lotte contro enormi scodelle di pastasciutta, il che non impediva
comunque alla maggior parte di noi, degni allievi, di considerarlo l'italo Von
Clausewitz per la grande competenza nella incandescente ed esplosiva materia.
E qui si impone un entracte, una parentesi.
Per soddisfare tanta ansia di nozioni belliche, ad un Istituto di prima linea
come il nostro non poteva bastare un solo docente di quella basilare materia
ch'era la cultura militare.
Ed infatti ne aveva due.
Secondo un distorto nostro modo di vedere, al sullodato erano state affidate
le opere di difesa del Galluppi non gi in qualit di ingegnere, ma quale
autore di ben altre opere d'arte, due favolose fanciulle esili bionde
flessuose come spighe di grano maturo, la pi grande dal nome beneaugurante di
Vittoria.
Egli, in verit soltanto capitano, fu promosso all'unanimit maggiore
allorch facemmo conoscenza con la prima figliola e, avuta occasione di
rimirare la seconda elevato a colonnello.
L'altro, che chiamavamo Altol, era colonnello per davvero.
Il miglior uomo del mondo e, cosa piuttosto rara per i colonnelli anche di
tutti i tempi, godeva di una cultura non solo militare.
Una bella figura di soldato, tutto d'un pezzo; dotato dell'occorrente
phisique du role: per l'andatura possente, lo sguardo fiero, il batter secco
dei tacchi come schioppettata, la compassata rigidit della schiena e del
collo, ricordava vagamente l'ufficiale prussiano interpretato da Erich Von
Stroheim ne La grande illusione pur senza il collare ingessato.
Vedovo, aveva superato da un pezzo la cinquantina, era ancora galante come un
damerino, voglioso come uno studente, focoso come un torero, oltre che
ricercato nell'abbigliamento.
E s'innamor di lei che insegnava scienze naturali, di Madama Scienza (questo
l'appellativo) e non vantava somiglianza, neanche la pi lontana, con attrici
n di primo n di secondo piano, se si eccettua forse Bette Davls, com' oggi
per.
Quando si sparse la voce di quel tardivo idillio, senza neanche indire
l'assemblea, l'esecutivo del III liceo Sez. A, arrogandosi i poteri della
stessa, retrocesse il colonnello a maggiore.
E dopo il matrimonio lo degrad a capitano.
Accadde cos che dei due docenti di cultura militare, a chi era capitano fu,
per due meriti speciali gi considerati, riconosciuto il grado di colonnello,
mentre il vero colonnello fu, per egual numero dl demeriti degradato a
capitano.
Ma torniamo alla nostra storia.
Ultimate le opere militari bisognava ora saldamente presidiarle.
In una lunga e snervante riunione del Consiglio dei professori prevalse,
all'interno di quell'illuminato consesso, la tesi che i due ufficiali
superiori, signori della materia, avevano mirabilmente sintetizzato nella
frase: La fanteria  la regina delle battaglie, apoftegma di sicuro effetto
anche se piuttosto bizzarro; si trattava di un evidente ripiego dal momento
che il Liceo non possedeva n artiglierie n forze corazzate o tanto meno
aeronavali.
L'altoparlante di classe c'irradi la voce del Preside (gi all'ascolto
diretto caratterizzata dal fatto che egli masticava appetitosamente ed
inghiottiva con avidit, come fossero polpette, una buona met delle parole)
che nella versione radiofonica vide scomparire altra percentuale di fonemi
intellegibili.
Fu un nostro compagno, Giusti Enzo, studioso della lingua presidese, il solo
capace di tradurla all'impronta, ad informarci che venivano istituiti turni di
guardia e vigilanza notturna.
Era ormai chiaro che il nemico ci temeva, manovrava per tentare l'assedio, ma
le misure del Governo erano immediate quanto efficaci.
Sulla parete in miglior luce di ogni aula furono appese istruzioni formato
100 x 70 elegantemente a colori dal titolo AVVISTAMENTO E REAZIONE ALL'ATTACCO
AEREO NEMICO e sotto in cinque campiture (partito-seminquartato), le
descriverebbe un araldista) una sequenza di eventi cui tenersi pronti
all'evenienza: una campagna all'italiana, ricca di colline ridenti
attraversare da strade serpeggianti per come avrebbe illustrato Il Giornalino
o Il Corriere dei Piccoli e nel cielo un nugolo di moscerini che nelle
successive locandine si trasformano in bombardieri nemici pronti a sganciare
il loro carico di morte se la nostra antiaerea intercettandoli non glielo
impedisse.
Prova documentale di siffatto efficace intervento volto a neutralizzare il
nemico, si ha in una foto del Cav. Uff. Ilario Daniele pubblicata a pag. 366
di Cara Catanzaro, (Rubbettino Editore, 1987) datata 1936(!) e riferita con
altrettanta leggerezza all'Istituto Tecnico Industriale della nostra citt,
laddove invece  ben riconoscibile il Preside Fornari accanto al prof. Mario
Pasquale Colosimo (padre del mio carissimo Pier Paolo, che con ben diverse
indicazioni ha fornito la fotografia) durante la lezione di esercitazioni
tecniche.
Ad ogni cantone dei corridoi furono collocati imponenti estintori futuristi,
a forma di cono fortemente allungato; e venimmo in possesso delle maschere
antigas del tipo P.C., in commercio al prezzo di L. 32,20 per la popolazione
civile in grado di spendere la somma, e rimanendo affidati alla divina
provvidenza quanti non disponessero dell'occorrente numerario.
Secondo quanto poteva leggersi nelle istruzioni, quegli arnesi dovevano
essere utilizzati non solo in presenza di aggressivi chimici, ma anche quando
si avvertissero nell'aria (cosa non infrequente durante le veglie notturne)
odori pesanti.
L'assedio del Galluppi era iniziato.
LA GUARDIA ARMATA
Libri di storia come di narrativa, chansons de geste fumetti e trame di
numerosi film traboccano di assedi.
Dall'assedio di Corinto a quelli di Calais, di Firenze, Roma, Parigi, fino
all'Alcazar. Il qual ultimo, nell'avvincente narrazione di Valerio Pignatelli
(la cui prosa merit l'apprezzamento di Antonio Gramsci), ci sembrava tra
tutti il pi significativo.
Temo tanto che a prima vista quello del Galluppi non possa presentare
episodi della stessa epicit.
Specie in considerazione dei tanti nostri camerati, di appena qualche anno
pi anziani, che si apprestavano chi nei Balcani a spezzare le reni alla
Grecia, chi in Africa Settentrionale a veder le Piramidi sotto il comando di
Graziani e lo sguardo ammirato di Rommel, chi ancora si preparava alla
campagna di Russia ed alla presa di Mosca.
Ma a ben pensarci non eravamo da meno.
Ognuno aveva il dovere di servire la Patria con fedelt ed onore, come poteva
ed in umilt, nei limiti di quanto gli era stato affidato.
Alla nostra classe (terza A) fu consegnata la piazzaforte del Liceo Galluppi
con gli attrezzi necessari per resistere, se del caso, fino all'ultimo
respiro: oltre alle maschere antigas, ricevemmo in dotazione un elmetto
carenato della guerra '15-'18 (per confondere il nemico pensai, del quale
allora eravamo alleati) due pale, un piccone, sacchi di sabbia, quattro
barelle. Questo materiale il bidello-capo Russo chiuse per subito a doppia
mandata in un locale inaccessibile, rifiutandoci la chiave col dire che
potevamo farci male con quella roba, e poi chi le avrebbe sentite le nostre
madri che a lui ci avevano affidati e non al Signooor Preeeside, strascicando
con palese ironia le ultime due parole.
Non  possibile lasciare nell'ombra un personaggio come il bidello Russo, non
certamente di secondo piano, se era ritenuto custode dei penetrali del
Galluppi: ricordava a memoria lari e penati di quella scuola che, volta a
volta, indicava nei cinque magnifici germani Pellegrini (Antonino, Francesco,
Panti, Pellegrino ed Ottorino); o in Alvaro Corrado convittore dalla faccia
di massaro appena ingentilita da precoci pince-nez; o nei politici
Chimirri Bruno e Grimaldi Bernardino (che erano stati Ministri) e Mol Enrico
(che Ministro sarebbe divenuto); o nei poeti Berardelli e Casalinuovo primo;
o nei giovani filosofi Lombardi Antonio, Vaccaro Nicola e Mastroianni
Giovanni; o nei giuristi Sabatini Gugliemo, Corasaniti Aldo, Casalinuovo
secondo e terzo; o in Anile Antonio, De Nobili Filippo, Gironda Veraldi
Giuseppe, Bosco Umberto e in tanti vividi ingegni.
Tra le divinit non amava annoverare i professori, almeno i viventi, forse
per uno strano riguardo, o chiss!, al contrario, per malcelata ostilit
verso i diretti superiori, o sol perch dai giovani, pensava, c'era da
attendersi un mondo migliore.
Ed allora, riallacciando il filo pi volte interrotto del discorso, gli
attacchi anglo-americani (ragionammo secondo gli schemi della Scolastica)
potevano venire da terra, da cielo o da mare.
Per le insidie dal cielo e dal mare fu abbastanza agevole predisporre
contromisure, che consistettero in strisce di robusta carta traslucida che le
ragazze provvidero a trasformare in sagome di graziosi pupazzetti da incollare
sui vetri delle finestre, al duplice scopo di rallegrare gli ambienti e
rendere inoffensive le schegge di eventuali bombardamenti aerei o le bordate
che la Home Fleet avesse deciso di concentrare sulla cittadella del Galluppi.
Quanto alle offensive da terra, pi d'ogni altro temevamo gli uomini-talpa,
soldati americani cos chiamati, non tanto per la minorazione intellettuale
(data per scontata dalla propaganda ufficiale), quanto per la loro attitudine
di scavare lunghissime gallerie, che li rendeva simili al piccolo grazioso
mammifero nero-azzurro, e capaci quindi, con procedimento non dissimile nel
metodo, ma inverso nella direzione, da quello dell'abate Faria quando evase
dall'isola delle Capre (o di Montecristo), di penetrare nel nostro fortilizio.
Il nemico, insomma, poteva comparire all'improvviso, silenziosamente, negli
scantinati del Galluppi.
Si procedette allora all'ispezione degli stessi nel fondo della notte. Al
lume di pestilenziali torce controllammo il pianterreno del fabbricato senza
trovare traccia di penetrazione angloamericana, ma in compenso, scoprendo il
magazzino viveri del Convitto Nazionale (discretamente fornito di latticini,
carne insaccata e gallette) che fu dichiarato preda bellica e saccheggiato
senza piet sia per la voracit tipica dei diciott'anni aggravata dalle
privazioni autarchiche, sia perch (e questa fu la motivazione ufficiale) in
malaugurato caso di resa non cadesse in mani nemiche. Gli autori delle
sottrazioni, nonostante accorate indagini cui fummo chiamati a dare il
contributo di incaricati di pubblico servizio, non furono mai identificati e
contro gli stessi i nostri compagni convittori Tolone Saverio, Donato di
Paola Francesco e Sabatini Tommaso (che cominciarono a deperire rapidamente
essendo stato ridotto quasi alla met il gi scarso vitto giornaliero)
lanciarono irripetibili e sanguinosi insulti che ci tocc ascoltare con
vergognosa indifferenza.
LA CASTELLANA
In epoca come quella di cui la fortuna ci aveva chiamato testimoni, durante
un assedio, sia pur largo (per com' detto quando l'assediante si mantiene a
debita distanza dall'oste assediata) che ci vedeva arroccati nella salda
massiccia roccaforte del Galluppi, non poteva mancare una storia d'amore, la
struggente tenerezza verso una dolce castellana, incantevole fanciulla alla
quale dedicare pensieri ed imprese, secondo le regole mai desuete del codice
cavalleresco.
La forma d'un bel viso a che mi sprona?
Ch'altro non  che al mondo mi diletti
Ascender vivo tra gli spirti eletti.
Intanto con l'approssimarsi del diciottesimo anno di et si andava verificando
una decisa inversione di tendenza.
Si allontanava cio il sogno della fanciulla eterea (impersonata sullo schermo
da Assia Noris o Alida Valli, Deanna Durbin o Irasema Dilian) fragile ed
idealizzata, virte perfezione, che traeva remote origini dallo stil novo
e dalla Beatrice dantesca ed aveva gi esaurita la sua missione.
S'imponeva vieppi all'attenzione la donna corporea, con braccia, mani e
viso, (elencazione cauta ed alla rinfusa, per esigenze di rima che non
risparmiavano neppure il cantore di Laura), di alcuni attributi femminili
omettendone altri degni di maggiore considerazione, superfluo indicarli, ma
che, proprio essi, principalmente, solean fare in terra il paradiso.
Un accenno al terzo stadio dell'evoluzione, in cui il nuovo poeta conduttore
(prima dell'approfondita conoscenza dell'amore-maledizione di Boudelaire) 
Catullo che dissolve il mito della romanit nella disperata ricerca, nel buio
degli angiporti, dei fugaci piaceri di Lesbia, appare superfluo.
La castellana, oggetto dei miei desideri, per una pura coincidenza si
chiamava Laura della III B.
Dal viso pareva una Madonna del Giambellino, ma nel personale, vistoso ed
esuberante, faceva concorrenza alle signorine Grandi Firme del Boccasile, e
lasciava dubitare potesse appagarsi unicamente nel premere col suo candido
seno un verde cespo.
Alla pregevole fattura facevano cornice una intelligenza non comune ed una
buona cultura, anche se le opinioni di eminenti scienziati dell'epoca, tra cui
Nicola Pende, non conferivano grande peso a quei dettagli, la donna essendo
chiamata solo alla cura del fanciullo, della casa e dei lavori femminili.
Mi capitava sovente d'incontrarla, per via dei camminamenti obbligati nei
corridoi che le mura interne avevano creato. Pi raramente per strada, dalle
parti di Via Indipendenza, a Rione Milano dove il destino aveva ubicato i miei
amori pi goffi e vertiginosi.
Non osavo levare gli occhi su di lei, n ella li abbassava verso di me, anche
considerato il dislivello di statura.
Nelle lunghe vigilie, quando nelle ore notturne la Scuola restava saldamente
in nostra mano, ci veniva incontro una lunga fila spettrale, i neri grembiuli
delle ragazze appesi a fronte alle rispettive classi.
Per ragioni di sicurezza quegli indumenti venivano attentamente,
voluttuosamente perquisiti, pensando al loro abituale contenuto, palpati e
- confessiamolo - anche annusati. Forcine, fazzoletti profumati, rossetti e
quant'altro rinvenuto nelle tasche: piccola bigiotteria, mezze sigarette,
qualche cioccolatino con l'oroscopo amoroso fatto di sentenziose e stucchevoli
frasi famose, era implacabilmente confiscato. Il mio problema fu quello
d'individuare la sua sopravveste, per lasciarvi un vibrante messaggio d'amore.
La III B era classe mista sita nell'ultima aula, la pi vicina alla Presidenza,
e facilmente accessibili si presentavano i grembiuli.
Ma erano tutti eguali; solo pochi portavano segnato, con refe bianco, il
monogramma della proprietaria.
Mi chiedevo come facessero le ragazze a distinguere la propria sopravveste.
Forse da qualche segno caratteristico, per l'usura, il tipo di stoffa od altro,
come ubicazione e foggia.
Ebbene davanti alla porta della Presidenza, proprio alla fine della teoria di
attaccapanni, penzolava un indumento di proporzioni superiori alla norma.
Dalla lunghezza, dall'ampiezza delle spalle ed anche da qualche capello
(risultato biondo all'esame della pi potente lente di ingrandimento che ci
offriva il gabinetto di fisica) non fu dubbio che contenesse, durante le ore
scolastiche, le giunoniche forme di Laura.
Scrissi allora la pi appassionata lettera d'amore della mia vita, attingendo
spudoratamente al Jacopo Ortis, all'Adolphe di Benjamin Constant ed al
meno noto epistolario di costui con Madame Rcamier, alle pagine pi 
piagnucolose dei romanzi di Luciano Zuccoli ed alle meno indecenti di Guido
da Verona, non disdegnando la trascrizione di interi brani (assai poco
qualificati, ma di sicura efficacia), tratti da quel Pechenino dei verbi
dell'amore che era le Cento lettere alla fidanzata in vendita a L. 1,27
presso la libreria di don Guido Mauro.
L'epistola, una volta composta con grafia minutissima, ridotta e contenuta in
una striscia di carta lunga circa un metro, debitamente arrotolata, fu legata
con un nastrino rosso e devotamente riposta poi nel grembiule.
Ed inizi l'attesa.
La notte seguente, con il cuore in gola, mi accostai all'attaccapanni. Il
messaggio era giunto a destinazione: la tasca era vuota. E tale la trovai
all'indomani di ogni qual volta imbucavo altre composizioni, prova evidente
ch'erano giunte a destinazione. Che ella poi fosse interessata alle mie
manovre sentimentali era, a ben considerare, confermato dal suo atteggiamento
quando m'incontrava. Sempre pi incantevole, il viso di lei era divenuto anche
pi attento e vivace. Gli occhi pi luminosi, l'espressione soddisfatta,
anche se appena garbatamente ironica, come sanno le ragazze colte e sensibili,
incoraggiante perfino, come per dire:
- Quando ti farai avanti?...
Non nutrivo alcun dubbio, ormai, che se le avessi apertamente chiesto:
- Creovvi Amor pensier mai nella testa/ d'aver piet del mio lungo martire?
ella senza indugio avrebbe risposto con altre rime dello stesso poeta:
- Mai diviso/ da te non fia il mio cor n giammai fia.
Non ritenni tuttavia di potere tanto presto rompere (dopo soli pochi mesi)
gli indugi, e m'imposi la norma di una condotta svagata e distratta (quasi
avessi altre donne) s da tenerla sulla corda. Comportamento questo in
contrasto, peraltro, con l'ardente mio epistolario.
I volumi da cui trarre lettere d'amore erano praticamente inesauribili, e da
perspicace libraio don Guido si rese conto del genere delle mie ricerche, e
non del tutto disinteressatamente me ne faceva trovare a pacchi riassumendomi
la trama e segnalando i passi dai quali attingere il materiale occorrente.
L'anno scolastico volgeva al termine, e bisognava stringere i tempi. Il
giorno che Laura mi parve fermarsi con qualche pretesto e dirmi qualcosa,
trattenuta poi da innata pudicizia e dalla grande timidezza che tanto le si
convenivano, decisi il gran passo, audacissimo.
Nel farlo mi sentii dello stesso conio di Casanova, di D'Annunzio ed altri
grandi amatori che non si fermarono davanti a verun ostacolo: firmai le
lettere fino allora anonime, con lo pseudonimo di Francesco, con chiaro
riferimento al sommo Petrarca.
Nonostante i miei prodotti letterari di quel tempo (qualche elzeviro o
raccontino pubblicato su giornaletti) fossero d'infimo ordine, negli ambienti
culturali della GIL e del GUF godevo fama di giovane promessa.
L'anno successivo (1942-XXI E.F.) nei giorni 11 e 12 maggio, al Politeama
Italia in Catanzaro, con la collaborazione nella stesura del testo di
Mariano Gallo e di Roberto Trovato e di quest ultimo nella rega, avrei
messo in scena con un certo successo uno spettacolo teatrale Dieci passi tra
le nuvole avvalendomi della scenografia di Mimmo Rotella e di Luciano
Perrone su progetto del prof. Busoni; con l'assistenza degli universitari Aldo
Paparo, Antonio Garofalo, Lino Amalfitani, Nino Greco, Francesco Spataro e di
Gigino Caiola e dell'interpretazione di Clelia Pellicano, Elena Perri, Lina
Binni, Lina Vaiti, Armando Colacino, Armando Vanni, Edoardo Salatti, Manlio
Ferri, Nino Mancaruso, Sas Pelaggi, Italo Iuli, Raffaele Tirinato, Lello
Arceri, Franco Cosentino, Giuseppe Ciampa e Pasquale Calogero; Nicola Monizza
concertatore e direttore d'orchestra.
Una sera di quel 1941, dopo un'accesa e vibrante riunione politica nella sede
del Gruppo Rionale Luigi Razza, ebbi occasione d'intrattenermi con dei
giovani universitari, capeggiati da un noto goliardo fuoricorso, dai capelli
prematuramente brizzolati, non privo per la verit d'ingegnaccio, temuto per
imprevedibilit e spregiudicatezza, ma pi di tutto per la tendenza a
risolvere le questioni, secondo un certo insegnamento, con le maniere forti:
da ci l'epiteto di Asso di bastone. Da oltre un lustro studiava lettere a
Napoli e per mettermi alla prova pretese un saggio della mia confidenza con
le Muse. Mi sottopose cos vari quesiti, nei quali me la cavai dignitosamente.
Ad un tratto declam estasiato, leggendo da un foglietto di appunti:
Ti super la luce
in un alba marmorea
di rugiada
il tempo
che rinnova isole azzurre
pensili sull'acqua.
E m'invit a riconoscerne l'autore.
- Montale! - dissi sicuro di centrare il bersaglio.
- Acqua... - comment Asso, come se giocassimo a nascondino.
- Ungaretti! - tirai ad indovinare.
L'altro scosse la testa in senso di diniego.
- Bontempelli? - arrischiai prima di dare forfait.
L'allegra brigata d'intorno mi pareva sua complice per l'espressione
divertita e burlesca. Dopo qualche altro vano tentativo, Asso di Bastoni
decise di svelarmi il nome del poeta:
- Edoardo Bruzzese classe 1926, liceo Galluppi, cugino di Ezio Galiano.
Conserva quaderni zeppi di versi come questi ed anche pi belli. Ma chi lo
conosce sa quanto  riservato e geloso. Sono tuttavia riuscito a copiare
un'intera raccolta.
Edoardo, tre anni pi giovane di me e grande amico di Mario Garofalo, mi era
in verit noto pi come figlio del Vice Federale che in qualit di poeta.
Timido e schivo, sembrava spaurito per l'ostentazione di rispetto che troppi
gli portavano, pi che altro per l'alto grado del genitore.
Fra questi non figurava certo Mario, l'amico aperto e sincero che oltre tutto
riteneva stranamente fosse pi stabile e rassicurante l'avere un padre in
ferrovia (come egli vantava di avere) che non in federazione.
Riflessione della quale il tempo s'incaric di dimostrare la saggezza. Ancora
pi disorientato, per non dire sconvolto, rimase Edoardo quando, nel
settembre di due anni dopo, il padre venne arrestato per quella sua qualit;
e furono pochi a non evitarlo per strada, pochissimi, oltre Mario, a
mantenergli immutata amicizia.
Lasciamo Edoardo Bruzzese per la sua via (che l'avrebbe portato alla cattedra
di radiologia presso l'Universit di Napoli e, quale Generale, al comando della
Divisione Sanitaria per l'Italia Meridionale) non senza un'amara e spero
significativa riflessione: quella espressa nell'inquietante interrogativo su
quanti siano i veri poeti che nel riserbo e nell'oblio rimasero per sempre
sepolti. E per converso quanti quelli assurti alla notoriet e celebrati come
tali, che meglio avrebbero fatto a mantenere il silenzio.
Ed allora rimasi tanto preso, affascinato, dalla poesia di Edoardo che cercai
a mio modo di trarne profitto, e proposi ad Asso la permuta dell'intero
quaderno con ben tre pacchetti di sigarette Zara.
Era un'ulteriore tentativo di conquistare la fanciulla, passando dalla prosa
alla poesia, come del resto aveva secoli prima fatto l'altro cantore di Laura.
Quei versi, anche se di fattura aliena, furono giornalmente spediti con il
solito mezzo, nella certezza che avrebbero lasciato un segno su quell'anima
sensibile e delicata.
Si trattava non soltanto di componimenti ispirati e sinceri; segreti e
quindi non noti, ma anche dalla rara carica persuasiva.
Ed accadde quel che l'imperscrutabile destino aveva deciso dovesse accadere.
Stavo per intascare l'ennesimo messaggio d'amore in rima, quando mi accorsi
che nell'adorato grembiule c'era qualcosa.
Senza fiato con mano inquieta estrassi una busta bianca, profumata al
bergamotto, ed al tatto sentii che dentro c'era la sua fotografia.
Se mi  consentita altra breve digressione, ritengo pertinente ed opportuno
rammentare che la consegna della fotografia era momento significativo della
nostra educazione sentimentale, il passaporto per quel mondo ancora in gran
parte ignoto e ricco di suggestione e mistero che era un rapporto amoroso.
Ognuno portava nella borsa, tra le pagine di un libro, la migliore immagine di
s, scattata nello studio all'angolo del Caff Colacino, il laboratorio pieno
di drappi funerei di Ilario Daniele, oppure in quello, qualche diecina di
metri pi avanti, di Pietro Monteverde detto Il Mago. Immaginavamo
quest'ultimo intento di notte in pratiche negromantiche fra le storte e gli
alambicchi del gabinetto di fisica e chimica (ritenuto appendice di quello
fotografico ed allogato negli scantinati del Galluppi del quale era assistente
e geloso custode) compiere riti propiziatori, e far camminare a comando Cec,
il grazioso scheletro che adornava l'aula, proprio come nel celebre Das
Kabinett des Doctor Caligari.
Le nostre sembianze, in atteggiamento di profondo ebetismo, erano rese ancor
meno riconoscibili da disumananti ritocchi praticati dal Daniele e dal suo
aiuto Toraldo. I due operavano di concerto sul negativo in modo che sul
positivo le vittime somigliassero a manichini di cera affetti da forme
avanzate di mongolismo.
Siffatto documento (in cui era quanto mai arduo riconoscersi) doveva essere
consegnato direttamente o per interposta persona alla ragazza desiderata e
serviva a mettere le cose in chiaro:
- Ecco questo sono Io. Segnatelo bene in mente. Servitene in caso di
incertezza o di dubbio!
La fotografia che quella notte d'amore stringevo con passione sul cuore era
ancor chiusa in una busta pi piccola.
Vergato su carta rosata da mano tremante:
Charo Francesco... incominciava, e con sempre maggiore consumo di passione
proseguiva facendo scempio dell'ortografia pi elementare.
L'effige che emergeva dall'altro plico valse ad eliminare gli ultimi dubbi:
era lei a lasciare il grembiule di lavoro fra quelli delle alunne della III B,
lei, Petronilla, la bidella: un donnone dai capelli rossi, irsuta e pelosa
friulana, nel cui ancor tenero cuore, dopo tante romantiche implorazioni, i
versi di Edoardo avevano aperto una vistosa breccia.
L'OPERAZIONE RECUPERO
Trascorrevamo le notti di guardia su delle brandine approntate nel passetto
che a destra conduceva alla sala dei professori e dalla parte opposta menava
alla stanza del Preside.
Il nostro riposo di consumati e sfiniti guerrieri fu a lungo tormentato e
reso insonne dal desiderio (lo stesso che spinse per mare il Laerziade), di
allargare e completare la conoscenza del pianeta Galluppi che si era
fermata davanti ad un baluardo insormontabile, inaccessibile pi delle colonne
d'Ercole: la porta della sala dei professori chiusa da catena con ermetico
lucchetto di fabbricazione tedesca.
L'attenzione si concentr sul modo come aprire il chiavistello.
Furono sperimentati tutti i mezzi: l'uso di chiavi che si presentavano
acconce allo scopo, il tentativo di effrazione mediante forbici e coltelli,
delicati maneggi di forcine tipo rifif ed altro ancora. Ma quell'arnese
cinico e testardo rimaneva sordo a lusinghe, minacce, implorazioni, rifiutava
qualsiasi forma di apertura nei nostri confronti.
In una ulteriore ripresa dei tentativi utilizzammo cera calda per fare un
calco approssimativo da affidare per la riproduzione a provetto ed industre
magnano che, a peso d'oro, ci consegn una serie di chiavi-ipotesi.
Per mezzo di esse i tiretti ancor non violati delle nostre case non ebbero
pi segreti, ma non aprimmo quel lucchetto.
Eravamo rassegnati ormai ad abbandonare l'impresa di espugnare quella che
oggi si direbbe la stanza dei bottoni, quando, dopo una notte di riflessione
collettiva e di pensosi travagli, utilizzando a nostro uso e consumo i
principi della Critica della ragion pratica tratti dallo studio di Kant,
pervenimmo all'enunciazione di questo singolare concetto:
IL NON APRIRE UNA SERRATURA NON IMPEDISCE DI APRIRE UNA PORTA,
cosa che i fatti dimostrarono non fosse affatto n banale n stravagante.
 sempre la metafisica a dispetto dei numerosi detrattori, che sovrasta il
destino degli uomini.
Come Odisseo aveva accanto a s Athena nei momenti pi gravi, cosi noi,
ultimi ulissidi, ottenemmo l'assistenza di Mercurio (venerato come dio di
ladri e scassinatori) che ci apparve sotto le mentite spoglie di un cacciavite
dalle notevoli dimensioni.
Fu enunciato allora l'altro principio:
IL CACCIAVITE NON APRE I LUCCHETTI MA  FUNZIONALMENTE IDONEO AD ESTRARRE LE
VITI.
E poich il chiavistello in questione era legato ad una robusta catena che
attraversava due manopole verticali (una all'estremit di ogni battente)
ciascuna delle quali infissa alla porta con quattro viti, non fu difficile
smontare una maniglia e vedere immediatamente aprirsi il battente sul quale
insisteva.
Ovviamente lo stesso Mercurio-Giravite fu poi usato per ricomporre lo status
quo antea senza lasciar traccia dell'effrazione.
Forse bisogner sottolineare qualcos'altro per una pi completa intelligenza
della nostra condotta: il nemico vero e proprio, quello da vincere, vincere ad
ogni costo, anche col sacrificio della vita, era s la perfida Albione ed il
Paperone americano, ma v'erano anche dei nemici pi prossimi coi quali lo
stato di belligeranza non poteva mai cessare: i signori professori.
Nel loro covo, ancora inesplorati dal micidiale lapis rosso-blu, trovammo gli
ultimi compiti di latino, dai quali, eccettuati quelli dei soliti quattro
sapientoni che disonorano ogni classe, traspariva in pieno la nostra
approssimativa conoscenza della lingua di Lucrezio e di Cicerone.
Un gruppetto di compagni rimasti isolati, tagliati fuori dalla poliziesca
spietata repressione del professore, ai quali la copia della traduzione non
era pervenuta, avevano coniugato il verbo colere piuttosto oscenamente, in
modo che il supino fosse culum anzicch cultum: e la cosa avrebbe
sicuramente comportato qualcosa in pi della disapprovazione, cio la
non-approvazione (leggi: la bocciatura) degli sciagurati.
La pietosa e saggia penna di Aldo Paparo intervenne a sanare chirurgicamente
espugnando gli orribili strafalcioni.
La sala conquistata ci appariva a tratti come un freddo obitorio, a tratti uno
scorcio delle catacombe di San Callisto; avrebbe deliziato Mornau e Lang.
Il lungo tavolo di mogano massiccio, sempre pronto per la dissezione delle
nostre ignoranze, un vecchio mobile di uguale colore somigliava ad una edicola
mortuaria con i loculi in cui i professori tenevano compiti, libri e registri.
L'atmosfera era resa pi angosciosa dal fioco lume delle torce ad azione
manuale, dette cicale (delle quali solo potevamo servirci causa l'oscuramento)
in quell'occasione, per adattarsi al clima, stridenti come pipistrelli.
Il thrill raggiunse il suo acme quando la nostra attenzione si port sui
registri nei quali risultava in modo avvilente il bassissimo tenore del
profitto scolastico della gran parte di noi.
Non c'era altra via di scampo se non dar pratica attuazione alla OPERAZIONE
RECUPERO che i nostri docenti avevano proclamato nell'ultimo trimestre,
secondo la quale, in poco meno di ottanta giorni, avremmo dovuto apprendere
quanto era stato oggetto di disinteresse se non di dileggio per circa otto
anni perduti fra i banchi.
Ben due professori dubitavano della mia qualifica di studente, tenendomi
perci costantemente nel mirino.
Debbo dire per, ad onore e merito della classe docente, che dovettero
rapidamente ricredersi, subire la crisi di avermi confuso con qualche altro,
allorquando nel rettangolo ove veniva incasellato il voto delle interrogazioni,
rinvennero un tornito e splendido sei evidentemente per qualche interrogazione
sfuggita alla loro memoria. Intanto entravo di pieno diritto nel personaggio
del ragazzo serio: vestii con pi cura, mi presentai coi capelli all'Alberto
Rabagliati, misi un'ignobile cravatta marca braccio acquistata dall'ineffabile
serafico Choo, il cinese profugo da Pekino che stazionava tra piazza Grimaldi
ed il Banco di Napoli (ma sospettammo fosse figlio di Charly-Chan e spia di
Chiang Kai-Shek), e mi feci sorprendere, perfino negli intervalli, severamente
e pensosamente ripiegato sui libri.
Ci valse a convincere i professori di quanto frettoloso ed erroneo fosse
stato il loro primo giudizio, come dimostrato dai voti di piena sufficienza
(per lo pi clandestinamente conquistati) che continuavano a fioccare sui
registri in tutte le materie.
Ben presto la III A fu indicata come esempio di come, con l'applicazione e lo
studio intenso, il senso di disciplina e lo spirito di abnegazione tipici
dell'Era Fascista, nonch quello di sacrificio che la solennit dello stato di
guerra imponeva, si fosse potuto, in brevissimo tempo, recuperare il tempo
perduto.
SACRO E PROFANO (i professori)
Da una cassetta in legno della Davide Campati & C, confezionata per le
Colonie, come indicava il macilento cammello targato Addis Abeba '36 XIV
riprodotto sul coperchio, e che forse aveva attraversato due volte il
Mediterraneo, ho dissepolto unitamente a quinterni spaginati del mio vecchio
"Lipparini", cara indimenticata antologia della giovinezza, un vecchio ed
ingiallito quaderno di poesiole dedicate ai docenti pi temutl del Liceo
Galluppi.
Una almeno voglio rischiare di trascrivere: la filastrocca su Livio
Cancellieri, il nostro professore di lettere. Nonostante la dichiarata scarsa
mia propensione per gli studi regolari, non nascondeva egli un certo favore
per i miei componimenti d'italiano, che pur costellava di stupiti punti
interrogativi ed angosciosi punti esclamativi.
All'ore nove/ greco e latino/scritte le prove./ Alle ore dieci:/lirici greci./
Le classi accanto:/ bionde da schianto/ brune d'incanto/ da tenere a vile/
le grandi firme/ di Boccasile:/batticuori/ dei primi amori./
Piange, malata/ di tibic/ con complicazioni/ l fuori/ la fontana di
Palazzeschi/ mescolandosi ai cori/ dai toni guerreschi/ delle adunate
oceaniche/ e delle tragedie di Manzoni./ Da Stecchetti gi, gi, fino/
a Marinetti / tentato assassino/ del chiaro di luna/ salvato a stento/
da Leopardi/ all'ultimo momento/ con la spada / dell' Aleardi./
Di tanta Musa/ l'imbonitore/ in tutte l'ore:/ formato tessera/ su fondo
bianco/ da ogni banco/ si pu ammirare/ (son cose rare!)/ gli occhi severi/
e' cavaleri / (ma siamo seri!)/ i baffi neri/ - bersaglieri - / (sembrano
veri!)/ di Cancellieri.
Verecundia celabitur auctor!
Pingue e piccoletto, il professore di storia e fliosofia portava occhiali di
corno nero su di una espressione svogliata e distratta, e per queste
caratteristiche s'era guadagnato il nomignolo di Coc ed il sottotitolo di
Boule de Suif, con riferimento al personaggio del celebre racconto di
Maupassant, peraltro del tutto diverso per sesso fascino e coraggio.
Privo dl qualsivoglia pregio letterario, era soltanto la sintesi di Capitan
Cocoric che compariva settimanalmente in una striscia del Corriere dei
Piccoli.
Egli compendiava l'uomo di cui non si riesce a dir male, ma del quale 
altres proibito in modo assoluto dir bene in qualsiasi occasione. Un tipo
solitamente definito al negativo: Non  un'aquila, Non  una cima, Non
brilla; bizantinismi da cui traspare un giudizio ben pi severo.
Un Savonarola era invece l'insegnante di religione, non tanto per le idee
riformatrici, tutt'altro! (integralista ed intransigente come teneva ad
apparire) quanto per spirito combattivo, voce suadente e ieratica,
compiacimento per la predicazione. I suoi occhi ci scrutavano incessantemente
da farci temere che nel chiuso di un contessionale, qualora ci avesse
interrogati a lungo, saremmo stati indotti a confessate anche i pochi peccati
non ancora commessi.
Nonostante il soprannome da perseguitato, avrebbe, novello Torquemada,
presieduto di buon grado una nuova sessione del Tribunale dell'Inquisizione.
Tra i due docenti, accomunati da un perenne scontento, non correva tuttavia
buon sangue; e la cosa era risaputa.
Il primo quell'anno si era trovato tra i piedi i Prolegomeni ad ogni
futura metafisica che voglia presentarsi come scienza, scelto come classico
dal prof. Porti, che due anni prima lo aveva preceduto sulla stessa cattedra
con ben diversa autorit e prestigio.
Il malcapitato si dibatteva disperatamente in quell'opera, come coniglio
nella tagliola, mentre la scolaresca svogliata (ma nel complesso non
sprovveduta) era spettatrice impietosa del suo dramma.
Prendeva la sua rivincita professandosi mangiapreti e non risparmiando
sarcasmi sul soprannaturale; collocava la religione tra le branche della
letteratuta fantastica e d'evasione, non dissimilmente dai Viaggi di
Gulliver o le Avventure del Barone di Munchausen. Con ci si poneva, pi 
per imprudenza che per ribellismo, in pericoloso contrasto con le direttive
della riforma Gentile di non turbare la coscienza religiosa degli allievi.
Altra sua debolezza, quella di raccontare aneddoti tra cui prediligeva quello
da tutti risaputo degli esami di Pasquale Galluppi.
Almeno una volta alla settimana qualcuno, per cattivarsene la benevolenza lo
interrogava:
- Professore come avvenne l'esame di Pasquale Galluppi...?
Ed egli, dopo essersi fatto pregare, dedicava un quarto d'ora almeno
all'episodio prima di concludere immancabilmente con la frase famosa
sprezzantemente rivolta dal barone di Cirella al Ministro napoletano:
- E cu c' a Napoli che po' esaminari Pasquale Galluppi?
L'aneddoto era tratto dalle Ricordanze, ma il Nostro si guardava bene dal
dichiararne la fonte, anche se spesso si compiaceva nell'ammonirci ch'egli
sedeva sulla stessa cattedra che era stata di Luigi Settembrini.
Molto pi dotato il suo antagonista, professore di religione, tentava senza
molta fortuna di avviare un colloquio con un uditorio indifferente e
disinteressato, sordo alle sue istanze, che avrebbe preferito ostile non
foss'altro per affrontare, se del caso, il martirio.
Secondo l'idea che mi ero fatta, alla base di tutto c'era un errore, uno
scambio di vocazioni: il professore di filosofia avrebbe dovuto fare il prete
e quello di religione il fllosofo.
Decidemmo di inasprire il rapporto tra i due fino alla guerra totale,
usando metodi che avrebbero scandalizzato e fatto arrossire l'alleato
Goebbels.
Iniziarono a circolare durante l'ora di religione i libri di Giuseppe
Garibaldi che una ignota quanto sconsiderata casa editrice aveva ristampato.
L'Eroe dei due mondi occupa una parte di primo piano nella nostra storia
risorgimentale, ma non si pu dire abbia recitato un ruolo di pari importanza
nell'altro campo.
Il nizzardo credeva che le tenzoni letterarie si conducano con lo stile delle
battaglie campali, per cui vi metteva la foga ed il garbo che usava negli
assalti all'arma bianca. Fu autore di romanzi d'appendice (che avrebbe dovuto
saggiamente non scrivere; e posto fosse incontenibile il suo raptus
letterario, non dare almeno alle stampe) nei quali figurano legioni di
mandrilli in abito talate e crapulani in saio monacale, e dove possono
leggersi frasi del genere:
Il prete ha avuto il merito di educare gli italiani all'umiliazione ed al
servilismo. Mentre lui si faceva baciare la pantofola dagli imperatori,
chiedeva agli altri che esercitassero l'umilt cristiana; mentre predicava
l'austerit della vita, egli sguazzava nell'abbondanza, nella lascivia e nel
vizio. Inchini e baciamani: ecco la ginnastica insegnata dal prete al popolo.
Per Dio, lo dobbiamo a lui se la met di noi porta il gobbo ed ha la spina
dorsale curvata....
Savonarola si interess a quei libri esibiti diligentemente sui banchi da
parte di chi raramente portava quelli di testo e li squadr manifestando
comprensibile e giustificato disgusto, ma gli fu opposto che trattavasi di
lettura raccomandata dal professore di filosofia.
Con una piega amara sulla bocca accus il colpo senza replicare, perch a quel
tempo men che mai era consentito parlare male di Garibaldi neppure accusandolo
di avere indossato la camicia rossa.
Nel proseguimento delle ostilit, il sacerdote un giorno si vide degnato, al
suo apparire in aula, da un silenzio che non sarebbe mai riuscito ad imporre,
quasi prodigioso.
In questo inconsueto clima da monastero trappista echeggi, come per caso, la
straordinaria novella che un nostro compagno (estratto a sorte per la
parte) aveva deciso, stanco della vita e delle sue tentazioni, di farsi
religioso e dedicarsi all'ascesi ed alla contemplazione.
La cosa fu presentata con un contorno di voci dispari, qualcuno lodava il
coraggio della scelta, la maggior parte invece non risparmiava toni di aperta
derisione, quasi il candidato neofito avesse in mente di passare al
comunismo.
Riuscimmo a dare credibilit all'evento mentre l'interessato manteneva
atteggiamento compunto di cristiana rassegnazione e perdono nei confronti dei
persecutori, simile ad una vittima di Diocleziano nella fossa dei leoni.
Monsignore non fiut la trappola, anzi vi cadde di peso.
Commosso, elenc i vantaggi dello stato sacerdotale, non escluse la castit e
l'astensione in genere dai piaceri della carne.
Nel culmine dell'apologia una voce dal fondo, senz'altro di un occulto messo
infernale, lo gel:
- Ma il professore di filosofia...
Gli occhi del pastore di Dio adusi a levarsi per impetrare grazie e che
avrebbero dovuto brillare solo d'amore comprensione o piet, s'incupirono e
per qualche attimo lanciarono fiamme incandescenti, pi consuete ai demoni
infernali.
La frase che si era aperta con un'inquietante particella avversativa rimase
cos in sospeso. Savonarola riannod allora pazientemente il filo del discorso,
portandosi sul tema preferito, quello dell'immortalit dell'anima, come se la
questione riguardasse i preti soltanto e non l'intera umanit.
Le prove dell'immortalit, non affidate alla rivelazione ma ad una rigorosa
dimostrazione (vennero immancabilmente chiamati in ballo il grande Platone,
il dubbioso Aristotele, l'arabo maligno Averro ed i sommi San Tommaso
e Sant'Agostino), erano numerose anche se di non eccezionale consistenza ed
egli ne fece la solita puntigliosa elencazione.
Gli orologi segnavano gi la fine dell'ora, e con essa quella della magnifica
perorazione condotta con commozione crescente, quando, quasi allo squillare
della campanella, la stessa voce dal fondo semin nuovamente il dubbio e
l'incertezza negli ascoltatori facendo vacillare la faticosa edificazione del
teologo:
- Ma il professore di filosofia...
Quasi fosse stato per medianiche virtevocato, il professore di filosofia in
persona, rotondetto ed ondeggiante, apparve nel riquadro della porta,
innocente ai nostri occhi come un cherubino, non per a quelli del collega che
si allontan in fretta facendo frusciare ostilmente la nera tonaca.
Nell'affronto vi fu un cenno di saluto (o di sfida?) appena percepibile.
Nell'ora che segu, la pantomima, improvvisata alla maniera della commedia
dell'arte, fu recitata alla rovescia.
Con ogni pretesto un volontario entrava in scena a portare con eccezionale
tempismo la contraria opinione del professore di religione indispettendo
l'interlocutore con frasi provocatorie che mai quello s'era sognato di
pronunziare, quali:
- N la storia si muove n nasce la filosofia senza il fiat dell'onnipotente
che tragga dal buio la luce!
- Cento filosofie non valgono un segno di croce!
- Dante nel Convivio: La filosofia  amoroso uso di sapienza lo quale
massimamente  in Dio!
E tra esse la pi atroce, iettatoria, fortemente intimidatrice da annuncio
escatologico, che gli fece perdere quel poco di ben dell'intelletto di cui
disponeva ed inturgidire le vene jugulari:
- I filosofi finiscono con un crocifisso in petto e la coroncina tra le
mani...!
Il rapporto tra i due era saturo di gas esplosivi e velenosi: bisognava solo
accendere la miccia.
Durante la guardia armata, in una notte di luna violammo con il solito sistema
la stanza dei professori, e sui registri dei due antagonisti effettuammo
misteriosi maneggi.
Il professore di filosofia, nell'aprire il d seguente con la morte nel cuore
i Prolegomeni, e prima di pronunziare Il noumeno  inconoscibile!, (la
solita frase introduttiva ed anche conclusiva della sua lezione, intervallata
dalla pedestre lettura di qualche pagina dell'opera) trov la figurina di San
Francesco di Paola con il cuore di Gesin mano e nelle pagine seguenti ebbe
occasione di rinvenire anche quelle di Santa Rita da Cascia, San Vitaliano,
San Rocco ed altri.
In altra aula, il prete, inseguito da una scia di equivoco e dozzinale olezzo
sin da quando aveva preso le sue carte dalla sala dei professori, cercava di
svariare ancora sull'immortalit dell'anima confutando aspramente il
Pomponazzi, quando scivol fuori dal suo registro la figura ammiccante di una
donnina completamente nuda in posa lasciva che si vide costretto a far
sparire. S'era appena spento il mormorio di stupore degli astanti che altre
immagini di femmine discinte cadevano ad ogni voltar di pagina: in pose
audacissime, erano state inconfondibilmente tratte dal tipico regalo natalizio
dei barbieri, il profumato calendarietto a colori debitamente scompaginato.
Per osservazione diretta (e per il nostro godimento perverso) constatammo che
loro non si guardarono pi in faccia e quando non poterono evitarlo lo fecero
torvamente.
EPILOGO
Alla fine dell'anno conseguimmo, come si usa dire, la maturit. La
guarnigione lasci con l'onore delle armi la piazzaforte del Galluppi, teatro
di queste ed altre memorabili imprese.
Le susseguenti vicende storiche fanno supporre che i nostri eredi non siano
stati all'altezza della situazione, e di ci approfitt il nemico, dopo
qualche anno, per sbarcare in Calabria e vincere la guerra, cosa certamente
irrealizzabile se il Galluppi fosse rimasto nelle nostre mani.
Mi rendo conto che, nonostante l'enfasi, da questa storia difficilmente
potrebbe trarsi un soggetto per un colossal tipo Ben Hur o Quo Vadis? e
neanche un altro Scipione l'Africano, n un film eroico quale La carica dei
600 o Luciano Serra pilota.
Tuttavia mi pare giusto, qual che ne sia il valore, chiudere con il cast delle
canaglie che l'hanno interpretato, gli alunni del III liceo A 1940-1941 XX
E.F. che scorra lentamente su una vecchia foto del Liceo Galluppi.
Quanto alla colonna sonora sono incerto tra la marcetta de Lo studente passa
e le note di Giovinezza.
Ma  possibile operare un sapiente mixage.
ABIUSI FRANCESCO
BOVA CASIMIRO
CAROLEO TONINO
DONATO DI PAOLA FRANCESCO
FODERARO FRANCESCO
GIUSTI ENZO
LONGO GIUSEPPE
GUZZI ERNESTO
LEONETTI RENATO
MONTORO ANTONIO
PALLONE ANTONIO
PAPARO ALDO
SCOTTO ENRICO
SABATINI TOMMASO
SESTITO ALDO
STAGLIAN DOMENICO
VERO ALDO
La pianta forte e rigogliosa.
I frutti sani e graditi.
Alcuni caduti, abbattuti dalle intemperie o dal tempo.
Ma per amorosa memoria, tornati prodigiosamente sull'albero per suggerne
ancora la meravigliosa linfa vitale.

/:/Nicola Sansalone.
di Salvatore e di Giuseppa Fiamingo
nato a Catanzaro il 21 giugno 1924
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1934/1935)

Gentile Preside Galiano,
consenta anche a me, sia pure con tanto ritardo, di raccogliere il cortese e
veramente apprezzabile invito a ricordare, da ex alunno, il Galluppi che ho
frequentato dal 1934 al 1942.
Forse per pigrizia, certo per pudore, non avevo creduto di partecipare
all'impresa, cos felicemente riuscita, di raccogliere tante testimonianze e
tanti ricordi con affetto e riconoscenza per il vecchio Galluppi. Ed invece,
parlandone proprio con Michele Riolo nei periodici trascorsi silani, l'invito
 valso a riandare agli anni lontani, con le ansie giovanili e le necessarie
illusioni della vita, ed a riaccendere immagini di volti ed episodi
dimenticati. Eccomi allora, pentito, a rendere il mio amarcord.
L'approccio con il Galluppi fu in verit avventuroso.
La maestra elementare, Anita Rotella, che mi preparava nel salto della quarta
per l'ammissione al ginnasio, propugnava, con pratica intuizione, che io
andassi alle scuole tecniche, che mi avrebbero assicurato un titolo abilitante
alla professione (ragioniere o geometra) senza necessit di accedere alla
universit, certamente dispendiosa per le possibilit economiche della mia
famiglia. Al fondo, penso, c'era un certo scetticismo sulle mie capacit
scolastiche o comunque di adattamento alla frequenza di scuole riservate a
ceti abbienti.
Mio padre (un modesto impiegato statale) s'impunt invece, non so con quanta
saggezza, a farmi frequentare il ginnasio, sostenendo che ci sarebbe stato
sempre tempo per cambiare indirizzo scolastico.
Certo non ebbi n la possibilit n la capacit di potere scegliere, con
discernimento, il tipo di scuola pi conveniente, ignorando addirittura quali
fossero le varie strutture scolastiche e le relative prospettive di studio.
Il primo impatto col Galluppi fu quindi l'esame di ammissione svolto con
ansia ed incertezza, in un lungo corridoio disseminato di banchi. Non ho
dimenticato, nella prima impressione, il buio degli ambienti e l'odore acre
(di cui non ho capito mai l'origine) che fuorisciva dal portone, come si
avverte in alcune stazioni ferroviarie.
La successiva frequenza del ginnasio fu effettuata sotto la guida della
professoressa Ada Vecchietti, di lunga esperienza scolastica, che mi impart
le prime lezioni dell'analisi logica e delle declinazioni del latino.
Non ho dimenticato le difficolt e la fatica incontrate nello studio (ahi i
sunti dell'Odissea!) e sopratutto le corse, accompagnato da mio padre, per
raggiungere dalla Maddalena il Galluppi, prima che il bidello Russo
chiudesse il portone.
Ostica trovai la matematica (cosa che mi ha perseguitato per tutta la vita),
che mi lusingo attribuire alla gran baldoria che si faceva nell'ora del
prof. Antonio Battaglia (peraltro bravissimo professionista) e, sulle prime
anche l'inglese, insegnato dal Prof. Cardamone, un omone alto e burbero, che
mi incuteva una gran paura (lo chiamavamo, con riferimento omerico, Polifemo).
L'educazione fisica era svolta da un distinto e amabile signore con gli
occhiali a pinzetta e avanti negli anni, il prof. De Stilo, che tutto aveva
fuorch la figura del ginnasta. Il tutto sotto la guida del preside Pane,
rotondo e pacioso.
Avvertii, comunque, la differenza di ceto poich il Galluppi, allora, era
veramente la scuola dei ricchi e della buona borghesia cittadina, s da
crearmi quasi un complesso di inferiorit. Mi sentivo diverso rispetto a
molti compagni, che mi sembravano trattati con maggior riguardo e ben altre
considerazioni. Ebbi per l'amicizia del caro Peppino Alberti, purtroppo
scomparso.
Appresi infine la necessit delle adunate in divisa di balilla e delle
dimostrazione di giubilo per la impresa abissina; al canto di Faccetta nera
era l'occasione buona per non andare a scuola. Nella parte della classe era
stata sistemata una carta geografica dell'Etiopia e con le bandierine veniva
segnata quotidianamente l'avanzata delle truppe vittoriose.
La mia formazione culturale e la mia maturit studentesca debbo attribuirle
con vera gratitudine, per, a Marianna Giordano, mia professoressa in quarta e
quinta ginnasio.
Era una insegnante esigente e rigorosa, ma di grande capacit professionale,
che svolgeva con impegno e grande senso di responsabilit la funzione di
educatrice.
Appresi allora come apprezzare criticamente i testi letterari, capire e
amare la poesia (anche se essa preferiva Carducci anzich il mio Leopardi),
conoscere la razionalit delle lingue classiche, avvertire la seriet
dell'impegno civile nella vita.
Ma soprattutto appresi che non valevano, nelle priorit della societ,
il censo o la nobilt dei natali, ma piuttosto il valore della persona, quale
riconoscimento del sapere e dell'impegno civile.
Mi sentivo, attraverso l'insegnamento di siffatta educatrice, sicuro o capace
di affrontare la ulteriore vita studentesca.
Un po' svincolato dall'influenza paterna (Michele Riolo aveva inventato la
storiolla che ogni sera mi veniva inflitta la lettura di una pagina del
vocabolario), frequentavo i compagni di scuola e scoprivo le loro abitudini
nella variegata diversit dei caratteri, provavo le prime emozioni della vita,
conoscevo le insidie e i pericoli. Una mattina, prima di entrare a scuola,
alcuni studenti pi grandi, mi chiesero il favore di comprare in una
cartoleria che sorgeva proprio innanzi al Galluppi, una gomma marca Volpe:
non l'avessi mai fatto, che il vecchietto mi inflisse un sonoro ceffono da
lasciarmi tramortito. Seppi poi, fra le risa degli amici, che ora
soprannominato Vurpicedda (o gidi l) e si arrabbiava profondamente se
qualcuno (come facevano gli scolari del Galluppi) accennasse a tale epiteto,
ritenuto evidentemente ingiurioso.
Conobbi altres il sentimento dell'innamoramento perch innanzi al Galluppi
era posto l'istituto magistrale De Nobili (nel luogo ove oggi  il Teatro
Comunale) frequentato in massima parte da ragazze. Era facile allora
incontrare l'amata (nel profondo del cuore) e camminare, a sera, sotto la sua
casa ad immaginarne la presenza dietro la luce di una finestra (allora si
faceva cos la corte).
Ma il centro di raccolta ora in casa di Ciccio Spataro, che era allevato dai
nonni materni, fra cui un austero e signorile magistrato della nostra Corte di
Appello, D'Agostino. Questi auspicava la mia frequentazione, ritenendo che la
mia buona riuscita negli studi fosse di sprone e di aiuto nei confronti del
nipote.
Ma la mia buona volont era sopraffatta dalla presenza di una nutrita schiera
di altri compagni, che s'impegnavano lungamente nel gioco delle carte (era
allora di moda la stoppa) e in grandi schiamazzi.
Ciccio Spataro era un tipo pittoresco e vestiva alla maniera dei grandi, con
una cravatta a fiocchetto, che lo faceva sembrare molto pi avanti negli anni.
Volle cimentarsi, d'improvviso, nel suono della chitarra o il nonno lo
accontent richiedendola ad una ditta di Catania. Finalmente una sera fu
ricevuta con grande giubilo o impazienza e Ciccio impar a strimpellare.
Ci accompagn per vari anni nelle prodezze canore di Vivere (ma poi si disse
che era iettatoria) e soprattutto della famosa Mille lire al mese.
Gli esami si susseguivano poich allora erano richiesti sia per l'ammissione
alla quarta ginnasio sia per l'accesso al liceo.
Divenni capoclasse, non so per quale ragione, ma credo perch, essendo
straordinariamente miope, occupavo da sempre il primo banco per vedere la
lavagna.
La mia funzione era di inquadrare la classe e salutare romanamente
all'ingresso della scuola, ove ci attendeva il preside Fornari attorniato
dai vari professori, uno dei quali ci accompagnava in aula. Il rituale si
ripeteva un po' diverso all'uscita, quando squillava la sospirata campanella.
Prima sfilavano, sempre inquadrate per classi, le ragazze che, percorsi i
lunghi corridoi, uscivano dal portone principale nel corso Mazzini (allora
Vittorio Emanuele).
I maschi aspettavano raggruppati sulla porta della propria aula e assistevano,
incuriositi e ammirati, al passaggio di tante belle figliole, fra cui
primeggiavano quelle della seconda liceo B.
Dopo le ragazze uscivano i maschi, ma questa volta scomposti e vocianti, avidi
solo di guadagnare velocemente l'uscita laterale, nonostante i miei vani
tentativi di mantenere l'ordine. Ritornati sul corso, volevano almeno di
sfuggita rivedere e magari avvicinare le compagne.
La funzione di capoclasse non si restringeva a tanto. Era infatti a me
affidato l'incarico di raccogliere i compiti fatti in classe (magari
approfittando per passare la copia a qualche ritardatario), di chiamare
l'attenti della scolaresca all'ingresso dei professori o di qualche autorit,
di custodirla piccola biblioteca formata con i libri di noi studenti.
Caratteristica era infine la consegna delle pagelle con i voti riportati in
ciascuno trimestre. Li leggeva, compunto e serioso, il preside Fornari il
quale incitava chi aveva avuto un cinque o un quattro a migliorare, avvertendo
l'ignaro che, oltre il cinque, c'era il sei, il sette e addirittura l'otto.
Compagno di banco fu dalla quarta ginnasio alla seconda liceo Michele Riolo,
bravissimo anche allora e miopissimo come me. Vestiva la divisa del
soprastante Convitto Nazionale e per tale condizione portava lui i libri,
allegerendo la mia cartella. Insieme a lui formammo un giornaletto (dal titolo
Leggetemi!) scritto a macchina e che suscit la curiosit e l'apprensione
del preside e dei professori, i quali indagarono con aria sospetta
sull'innocente contenuto degli scritti.
Il 24 maggio era dedicato al saggio ginnico con l'intervento di tutte le
scuole cittadine al campo sportivo, ove, alla presenza del federale e delle
autorit scolastiche, si svolgevano gli esercizi, che avevamo preparato con
monotona ripetitivit per tutto l'anno. I professori di educazione fisica
tenevano moltissimo a ben figurare, ma per l'emozione o per storditezza
qualcuno finiva per sbagliare. Ricordo che, in calzoncini e maglietta,
pativamo il freddo per il vento pungente che, nemmeno a farlo apposta, spirava
proprio il 24 maggio. I genitori ci buttavano addosso qualche maglione, che
veniva per rifiutato per la vergogna di apparire deboli e malaticci.
Fra i professori liceali (il sornione Cancellieri di italiano, l'arguto
Rotella di storia e filosofia, la mite Caputo di Scienze, il serafico
Robustelli di matematica) ricordo, con particolare simpatia, Sante De Rosa,
esigente ma profondo conoscitore delle lingue latine e greca. L'esercizio che
pi lo appassionava era la lettura del testo greco e la traduzione
estemporanea da parte degli alunni. La nostra classe vi riusciva bene e di ci
menevamo vanto nei confronti della sezione B.
Singolare l'interrogatorio del professore Rotella. Venivano chiamati
contemporeneamente cinque o sei alunni, ognuno dei quali doveva rispondere
sulla lezione assegnata passando poi, ad un cenno dell'interrogante, al
malcapitato vicino con disperazione di quest'ultimo quando, finito ormai
l'argomento, doveva pur parlare e non restare a bocca chiusa.
Motivo di soddisfazione e di malcelato orgoglio fu l'assegnazione della borsa
di studio Boratto (in memoria di un alunno scomparso) per la migliore media
delle classi alla seconda liceo.
Mi fu consegnata in una cerimonia, che voleva essere solenne, alla presenza
del preside, dei professori, di mio padre e degli altri studenti nei locali
della presidenza. Per me fu motivo di grande gioia perch, con le 2000 lire
della borsa (somma che allora mi appariva favolosa), mi premurai di comprare
i primi due vestiti nei migliori negozi, permettendomi di pavoneggiare agli
occhi delle alunne del liceo.
La nostra classe A, di soli maschi, era stata all'inizio formata da circa 35
alunni (se ben ricordo), ma si ridusse gi al secondo anno a poco pi di 15
perch molti preferirono continuare gli studi presso altri istituti o
prepararsi da privatisti.
In seconda liceo fece l'apparizione anche una bella ragazza, Diana Benincasa,
sola e sperduta fra i ragazzi, e distaccata dalla sezione B ove insegnava
filosofia un suo parente, il professore Caputi. Naturalmente la cosa, per noi
insolita, ci cre non poco imbarazzo e suscit l'ammirazione e l'innamoramento
di molti compagni: la spunt Cec Lamberti detto Catoncino per l'incedere del
suo discorrere.
Oltre allo studio, il Liceo Galluppi era impegnato, per l'onore della scuola,
nei giochi della giovent(Ludi Iuveniles) che si svolgevano ogni anno a cura
della GIL (GioventItaliana del Littorio) fra tutti gli istituti della
provincia.
Era un impegno ineluttabile, in cui era in gioco il primato cittadino e che
stava molto a cuore del preside Fornari s da farne una questione di
incontroversa supremazia scolastica. I giochi attenevano a gare di atletica,
campionato di calcio, di pallacanestro (allora gi in voga e che richiamava
una gran folla di studenti nello spiazzo della villa comunale Margherita) e
quindi di cultura.
Io gareggiavo nella competizione culturale e riuscii a primeggiare con grande
plauso del preside, che si congratul con me per aver tenuto alto il buon nome
dell'istituto.
Nella classifica complessiva e finale risultavamo quasi sempre primi, ma i
maligni sostenevano che il Galluppi vinceva perch era raccomandato essendo a
capo della GIL l'avvocato Mancusi, padre di una bella e brava alunna del liceo.
La situazione urbanistica intorno al Galluppi aveva intanto subito radicali
mutamenti in ossequio all'imperante e dissennata politica dello sventramento.
Scomparivano la caratteristica piazza Rossi e sopratutto il magnifico Teatro
Comunale con il suo elegante frontone e col bel porticato, che ci riparava
dalla pioggia all'entrata e all'uscita de1la scuola. Cadeva anche il vecchio
orologio, che con i suoi rintocchi aveva segnato per tanti anni la vita dei
catanzaresi e ci avvertiva, al mattino, se eravamo in ritardo sull'inizio
delle lezioni.
Venne la guerra con l'oscuramento delle vie e delle case e con la costruzione
dei rifugi antiaerei. Anche i vetri delle finestre del Galluppi vennero
rinforzati e oscurati con le striscie di carta blu.
Il nonno di Ciccio Spataro (che sottotono con la chitarra suonava le note
della Marsigliese) sosteneva, inorridito, che sarebbe stata la fine
dell'Italia per essersi messa contro le Nazioni pi forti del mondo. A noi
giovani- ignari del corso della storia - la cosa incuriosiva: l'oscuramento
per le strade evocava desideri e propositi pruriginosi e i rifugi, in cui si
accorreva al suono delle sirene, erano motivi di incontro con qualche bella
ragazza. Non sapevamo che sarebbero poi venuti, con le bombe degli aerei,
lutti e rovine anche per Catanzaro.
In classe venivano comunicati, a mezzo dei diffusori radio installati in ogni
aula, i bollettini di guerra. Si annunciavano le prime sconfitte militari, ma
il maggiore Salvetti (che insegnava cultura militare) ci assicurava trattarsi
di ritirate strategiche e che l'Asse con una manovra a tenaglia dall'Europa
e dall'Africa (che disegnava sulla carta geografica) avrebbe presto avuto
ragione del nemico.
La guerra comunque ci evit, in terza liceo, gli esami di maturit al cui
posto ebbero validit i risultati dello scrutinio finale.
La notizia l'apprendemmo in anticipo, credo a marzo 1942. Venne a Catanzaro in
visita ufficiale il ministro dell'educazione nazionale Giuseppe Bottai, il
quale era amico del colonnello Morisciano, suo compagno d'armi in Africa e
padre di Peppino, mio caro compagno di classe.
Lo incaricammo appunto di appurare, tramite il padre se gli esami si sarebbero
effettuati e alla notizia negativa ci fu gran festa per essere scampati alla
fatica della preparazione.
In terzo liceo eravamo rimasti ben pochi (ricordo Tavernese, Tirinato, De
Cerce, Morisciano, Lamberti, Benincasa, Leo, Calabretta, Costantino).
Michele Riolo aveva fatto il salto nella seconda liceo ed era approdato
brillantemente alla Normale di Pisa, sicch mio compagno di banco era divenuto
Cec Lamberti.
Allo scrutinio finale mi fu conferita, certamente per benevolenza la media del
nove, compreso per otto in greco e dieci in educazione fisica (ove ero una
schiappa). Il professore Di Rosa, premesso che in vita sua non aveva mai
dato nove in latino, mi disse che l'aveva fatto per incoraggiarmi a studiare
di pi ed iscrivermi al corso di laurea in lettere. Lo tradii per
giurisprudenza.
Il preside Fornari, pi veridicamente, mi rifer che la votazione era stata
accordata, oltre per riconoscenza nei risultati raggiunti nei Ludi Iuveniles,
per ottenere la dispensa totale dalle tasse di frequenza all'universit: cosa
poi non avvenuta perch il dieci in educazione fisica non valeva a compensare
l'otto in greco.
L'ultima volta che ebbi accesso, diciamo in via ufficiale, al Galluppi fu ne
l'ottobre 1942, alla cerimonia di apertura del nuovo anno scolastico ed a cui
assistevano anche gli alunni maturati nell'anno decorso.
La cerimonia si svolse nel cortile interno dell'istituto, con l'intervento del
federale dell'epoca (mi pare Barracu) che fece un discorso di incitamento per
l'immancabile vittoria: ormai si parlava solo di guerra. Mi trovai quasi
sperduto, perch i compagni erano ormai tutti lontani o assenti, sicch ebbi
la sensazione che il Galluppi non mi appartenesse. Il mondo non era pi quello
dei compagni di scuola ma piuttosto la societ in cui entravo.
Per un certo tempo, nelle passeggiate serali sul corso, ritornavo a vedere il
Galluppi ed a sentire l'odore acre e pungente che fuoriusciva dal portone. Lo
guardavo con nostalgia per gli otto anni passati nelle sue mura e con
riconoscenza insieme: ero entrato debole e impacciato, ero uscito fortificato
nel sapere e nel carattere.
Era stato il Galluppi a conferirmi l'inclinazione allo studio, l'amore del
bello, la perseveranza negli ideali del bene, la religiosit della vita. Senza
di esso forse sarei stato una persona diversa.
Caro Galiano, sar rimasto deluso dalle mie righe disadorne e prolisse. Il
mestiere (quello asciutto e curiale dello scrivere sentenze) ha ormai preso il
sopravvento sull'immaginazione e sull'esposizione. Ha saputo solo ripiegarmi,
per un attimo e grazie alla sua iniziativa, su me stesso nel ricordo
degli anni lontani della giovinezza.
Per avventura la mia abitazione  posta a ridosso della nuova sede del
Galluppi, una costruzione moderna e certamente confortevole ma, mi sembra,
meno fascinosa della sagoma un po' barocca del vecchio Galluppi.
Mi capita spesso di attraversare Via De Gasperi proprio all'ora di uscita
degli alunni, nei quali cerco invano di ritrovare immagini di volti antichi e
di sogni infranti. Certo sono diversi da come eravamo. Sono alti, belli,
maturi, sicuri anzich timidi e impacciati come ai miei tempi. Mi trovo preda
di una infinit di motorini che sfrecciano veloci, zigzagando, nella strada
intasata, mentre sotto gli alberi qualche coppia si bacia teneramente senza
ombra di peccato.
Allora mi accorgo di provare invidia perch vorrei vivere ora con loro, con la
stessa ansia e la stessa trepidazione di un tempo, ma con gli stimoli e la
ricchezza ideale dell'oggi.

/:/Pasquale Paparo.
di Cosimo e di Antonietta Spadea
nato a Gasperina il 10 luglio 1924
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1935/1936)

La morte di Domenico Bruni,
Mico per noi compagni di scuola e per gli amici, mi ha profondamente
colpito e, pur se convinto che i sentimenti vanno gelosamente custoditi nel
proprio intimo, mi  gradito approfittare dell'invito del preside Ezio Galiano,
che ringrazio per l'occasione che mi offre, per tentare del caro
estinto una breve rievocazione sull'onda dei ricordi, con l'animo sospeso tra
il sorriso e il pianto.
Compagno di classe per otto anni, dalla prima classe del ginnasio (cos si
chiamava allora l'attuale prima media) alla terza del liceo, grassoccio e
bonario, pacato e sereno sempre, con i pollici nelle tasche dei pantaloni e le
altre dita all'esterno durante le interrogazioni, aperto alla pi cordiale
amicizia e all'ospitalit (la dispensa della sua casa in via Sensales, 16,
rifornita dal fondo il Barone, fu a completa disposizione, durante gli anni
di guerra 1941-43, del gruppo dei suoi pi intimi amici e compagni di scuola).
Gi dai primi anni si delineava, e prendeva ogni giorno di pi forma e
consistenza, la sua vocazione giornalistica, attento com'era, sempre, a
tutto quello che gli succedeva intorno, a scuola o a casa, in privato o in
pubblico, e che traduceva, con la sua amabile parlata, in pezzi incisivi ed
efficaci. Che, puntualmente, cominciarono ad avere espressione grafica, come
egli stesso ricorda, a diciassette anni, poco meno, quando inizi la sua
collaborazione al Corriere Calabrese. E su quel foglio cominciarono a
comparire sempre pi spesso, fino alla quotidianit, articoli sportivi, di
calcio soprattutto, di quello giocato sui vari rettangoli di gioco o su
quello, tutto casalingo, costituito dal tavolo da pranzo, per incanto
trasformato in campo di calcio: quattro spilli da parato costituivano i pali
delle due porte, un bottone di madreperla fungeva da pallone, le pedine della
dama, nere e grigie, rappresentavano i giocatori.
E ogni volta, dopo aver preparato con cura il tutto, si fregava, soddisfatto
le mani, piccole e tozze, con un movimento celere e avvolgente, tutto suo, che
suscitava il nostro sorriso. Naturalezza e semplicit, elementi costitutivi di
un carattere alieno da ogni atteggiamento ampolloso ed enfatico sia
nell'azione che nella scrittura, alla quale si dedicava con culto
disinteressato e senza ambizioni irrequiete.
E tali qualit mantenne sempre, anche quando, divenuto giornalista
professionista dopo la laurea in legge, si trasfer a Messina dove lavor,
fino ai livelli pi alti, presso la Gazzetta del Sud, prevalentemente come
corrispondente sportivo, senza disdegnare, per, argomenti di pi 
significativo valore sociale.
Da allora, per tanti anni, non avemmo opportunit di rivederci; mi telefon un
pomeriggio dell'agosto del '90, a Copanello; mi chiese, sempre con quel suo
modo di fare bonario, se indovinavo chi era; al mio no si qualific:
ebbi un sussulto, gli chiesi dove si trovava e andai a trovarlo.
Era sempre grassoccio, e camminava sostenendosi con un bastone; mi inform,
con sconcertante serenit, dell'incidente occorsogli e delle tante peripezie
passate; ma volle subito cambiare discorso, chiedendomi di tutti e di tutto:
volle le pi puntuali informazioni, gio o si dispiacque per quello che gli
dicevo. Riesum molti e lontani ricordi, tanti e tanti episodi, tanto che, ad
un certo punto, quasi per non essere da meno, gli rammentai l'episodio di una
versione di greco dal titolo: vuoi vincere i giochi olimpici? che, dopo
l'elencazione dei vari sforzi e sacrifici che l'atleta doveva affrontare, si
concludeva al dodicesimo rigo, con un ....; a tutti gli altri sembr
ovvio, e quasi logico, tradurre con vincere; ma lui, sempre pacato e
tranquillo, tradusse con essere vinto. Ed aveva ragione: l'autore aveva
presentato un paradosso.
Si scherm e mi accenn un sorriso, con un po' di rossore in viso, come gli
succedeva ogni volta che provava una qualche emozione.
Furono le ultime ore trascorse insieme. Le condizioni di salute si aggravarono
rapidamente e il 17 novembre mor.
A me piace ricordarlo nella ricca vitalit della sua sensibilit,
nell'immutata costanza del suo senso dell'amicizia, nella passione
dell'attivit giornalistica, nel suo aperto sorriso di quell'ultimo incontro.

/:/Michele Riolo.
di Antonio e di Noemi Caizzi
nato a S. Pietro di Carid il 7 febbraio 1924
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1934/1935)

DA Faccetta nera a Illusione
Due motivi popolari hanno, in certo senso, accompagnato il mio ingresso e
la mia uscita dal Galluppi come studente e come convittore.
All'ingresso erano le note vivaci e romanesche di Faccetta nera che
alludevano (prima della postuma fiammata razzista del regime) a facili
fraternizzazioni con le morette dell'altopiano etiopico. Ma alla fine
degli studi furono le tristi e profetiche strofette della canzone lllusione,
che - secondo una barzelletta dell'epoca - il maestro Angelini per errore
aveva eseguito dopo il fatidico Vincere che conchiudeva di solito i suoi
programmi.
Ecco, caro Ezio, l'incipit e l'explicit della mia prima esperienza di
Galluppi.
Quanti ricordi tra le due canzoni!
Intanto l'emozione di studiare da convittore nello stesso collegio in cui
aveva studiato il mio nonno materno, che poi - da ingegnere capo della
provincia - avrebbe rifatto la facciata neoclassica della vecchia scuola
degli Scolopi, e quella di frequentare un glorioso liceo, dove avevano
studiato i miei amatissimi zii, Adolfo e Roberto Caizzi.
Avevo frequentato il primo anno da esterno, avido di conoscere e di
inserirmi nella citt in cui era nata mia madre e vivevano i miei pi cari
parenti. Poi una borsa di studio mi apr le porte di un posto gratuito nel
Convitto Nazionale. Non era una prospettiva molto gradita ed anche per
questo mi decisi a saltare la terza liceale per uscirne almeno un
anno prima.
Sette anni di Ginnasio-liceo e sei di Convitto Nazionale: quante esperienze,
quante amicizie, quanti ricordi!
Il Convitto mi consentiva di allargare enormemente le conoscenze personali:
nella stessa camerata (la stessa squadra) avevo compagni pi grandi
(Azzariti-Bova, Placida, Arcadi, Tolone, Donato di Paola, ecc.) e altri pi 
giovani (i Pacileo, Cerra, Tomaino...) e parecchi erano quelli che, invidiati
da noi liceali che avevamo la scuola in casa, uscivano ogni giorno per
frequentare il magistrale, l'istituto tecnico, lo scientifico.
Il primo impatto fu, nel Ginnasio inferiore e superiore, con insegnanti
preparati ed amorevoli: da Maria Consarino, neosposina del dott. Salvatore
Rotella, all'indimenticabile Armando Carpino, grande maestro e gran signore;
dalle sorelle Greco e la signora Macr che ci insegnavano il francese ai
professori di matematica Battaglia, Schiavello e Robustelli, alla determinante
ed insostituibile Mariannina Giordano, che ci guid nei due anni fondamentali
del ginnasio superiore. A tutti io e la mia generazione dobbiamo molto.
Dalla vita collegiale riafflorano spesso alcuni ricordi ed impressioni:
la paura per il leggendario fantasma del Rettore che sarebbe stato aggredito
ed ucciso all'uscita di un bagno da un dipendente licenziato, al suono della
campanella di sveglia (alle 6 anche d'inverno) inutilmente esorcizzato con la
testa sotto il cuscino, al rintocco delle ore scandite dal vecchio bellissimo
orologio monumentale posto accanto alla sala del vice Rettore... E poi le
lezioni domenicali di scherma del maestro Altomare (sempre fornito di
vistosissimo fiocco nero al collo ed a cui invidiamo le triple suole di cuoio
che ne rafforzavano le scarpe - quando gi dovevamo ricorrere per le nostre al
sughero o al cartone...) e le timide lezioni di ballo maschile al suono,
dell'unico disco disponibile (Non dimenticar le mie parole.../Un giorno ti
dir...). Ma anche le scorazzate - nei giorni di libera uscita - nel grande
giardino dei miei zii a rione Milano, dove a cavallo o in bicicletta
gareggiavano tra amici di infanzia: Maria e Tonino e i pi piccoli Colosimo,
Teresa e Peppino Morisciano, Ezio Galiano, Silvano Mancuso e tutti tra
innumerevoli nipoti affettivi di zio Adolfo.
Altre occasioni di fuoriuscita il cinema settimanale (sabato pomeriggio), le
passeggiate pomeridiane (un'ora e mezza per la quale l'alternativa era di
andare da piazza Bianchi per via Acri a Bellavista, o da Bellavista per via
Acri a piazza Bianchi), e poi le manifestazioni (si chiamavano dimostrazioni
e non scioperi): ogni villaggio etiopico conquistato, ogni citt di Spagna,
comportavano sfilate rumorose sul corso e salto delle lezioni; ed infine nel
'39 -'40 le grandi invettive contro la Francia che - se non era una troia - ci
doveva dare Nizza e Savoia!
Intanto nel marzo 1938 (facevo la quinta ginnasiale) moriva il grande Vate
D'Annunzio ed improvvisamente se ne affid la commemorazione al prof. Gabriele
Porchi, giovane docente di filosofia. Alla solenne presenza in orbace del
Federale, del Provveditore e del Preside ed in cappa magna del buon Vescovo
Fiorentino, schierati in piedi nei corridoi ascoltammo un esame critico e
spietato dell'opera letteraria e della vita del grande poeta. Ad un certo
punto le Autorit sospesero sdegnosamente il discorso allontanandosi
tempestosamente: noi fummo rinviati in classe. La settimana successiva fummo
convocati tutti in divisa al Politeama dove il camerata D.P., giovane e colto
avvocato fascista, presentato dal Federale, ripristinava l'onore, l'orgoglio e
la dignit del poeta-soldato. Pi modestamente ma con maggiore seriet, nel
giornaletto ciclostilato che compilavo, disegnavo, dattilografavo e
distribuivo, l'eroe era rievocato in una bella pagina da Nicola Sansalone,
mio caro compagno di studi e di banco.
Quando il regime aggred la Grecia (ottobre '40) facemmo trovare
canagliescamente sulla lavagna un grosso abbasso Euripide! al prof. Di Rosa,
che ne rimase profondamente turbato.
Nel pi bello delle lezioni un clic dell'altoparlante, seguito da un
poderoso scatarramento, annunciava spesso un appello del preside Fornari
(magari per comunicare date ed orari dei Ludes juvenili, come gli scapp
detto qualche volta). Si sussurrava (ma poi negli anni successivi controllammo
che era vero) che quegli altoparlanti erano anche microfoni da cui il Preside
poteva spiare o controllare quel che avveniva nelle classi. Ma nonostante
tutto ho un buon ricordo di Fornari, che mi fu Preside quand'ero alunno (venne
dopo il buon Pane, un signore gentile che rievocava spesso la Grande Guerra) e
quando fui insegnante (e feci parte del Comitato per festeggiarne il
pensionamento).
Dovevano essere anni di feroce selezione. Eravamo in 36 nella prima liceale,
ci riducemmo in 19 nella seconda. Tra le figure pi care di quei due anni di
liceo restano, nelle consuetudini e nei ricordi, quelle di Peppino Alberti,
Gaetano Gallerano, Cec Lamberti, Mico Tavernese, Nicola Sansalone e,
naturalmente, Diana Benincasa. Con loro e con molti altri mi sono rivisto
spesso riscontrando affetto e nostalgia.
Poi ci fu la terza liceale, ulteriormente ridotta; ma io non c'ero pi ,
avevo lasciato il Galluppi ed i compagni per passare a Pisa. Dove mi
avevano preceduto due bravissimi studenti e fraterni amici, Aldo Corasaniti
(che aveva anch'egli saltato la terza liceale) e Nicola Vaccaro.
Li conoscevo bene da Catanzaro. Aldo era famoso (oltre che per ragioni molto
serie di cultura, valore scientifico e morale) per un epico duello sulle rive
della Fiumarella col condiscepolo Francesco Belmonte. Chi avrebbe mai detto
che i due eroi del poemetto Aldocicciomachia, elaborato in ottave tassoniane
dal povero Guglielmino, sarebbero poi diventati massimi esponenti e glorie
della Magistratura italiana?
Pi sfortunata la sorte del caro Nicola Vaccaro. Brillante e generoso
nel Liceo (si era sobbarcato a sintetizzare e volgarizzare per i suoi
compagni i Prolegomeni di Kant e l'Enciclopedia di Hegel, testi che
erano stati preadottati da quel prof. Porchi vittima dannunziana e non
gradevolmente accettati dal docente successivo), affettuoso, cordiale e
stimato da tutti nella Normale, era una gloria ed una promessa della
filosofia e del movimento operaio. Ci fu portato via da un ictus mentre era
in viaggio fra Arezzo dove viveva ed insegnava e Roma dove era senatore
comunista.
A Pisa mantenemmo, i tre galluppini, solidariet, amicizia e... orgoglio
del nostro liceo di provenienza.
Dei tre, a me  toccato tornare a Catanzaro ed al Galluppi. Ci tornai
volentieri. Mi pareva di non averlo mai lasciato. Ci ritrovavo molti dei miei
ex compagni e diversi ex docenti. Non pi lo stimato prof. Santi Di Rosa (cui
rester sempre devoto per quanto di filologia e di umanesimo mi ha insegnato);
ma ci ritrovai il caro Cancellieri, maestro di generazioni, il simpatico ed
affettuoso Morello, l'esemplare Abigaille Giglio e tanti altri pi giovani
amici e colleghi legati da affetto e stima: Ezio Galiano, Nicola Coscia,
Giovanni Mastroianni e Federico Procopio, per nominare solo quelli pi vicini.
Era una famiglia, una grande famiglia tra docenti ed alunni. Quando si seppe
del mio fidanzamento, i miei alunni in un giornaletto si divertirono a coniare
un nuovo slogan:
RAFFREDDORI? CATARRO? INFLUENZA?
RIOLEINA?
CON RIOLEINA SI STA BENINCASA!
Ci sono stato bene nel mio secondo ciclo di galluppino. E sono anche lieto
di essere stato determinante per la costruzione della nuova sede quando, da
assessore comunale, chiesi al ministro Mancini, che subito provvide, lo
stanziamento necessario. Debbo per confessare che non riesco a passare
davanti alla facciata del vecchio Convitto senza commuovermi per i ricordi che
mi assalgono.
Vedi, caro Ezio, la tua iniziativa salda il passato col futuro, celebrando una
delle pi valide istituzioni della citt. Nel Galluppi si  identificata per
pi di cento anni la parte pi valida, la spinta pi creativa, la funzione pi 
costruttiva dei cittadini non solo catanzaresi, ma in un certo modo
dell'intera provincia. Tra le sue mura si son formati i quadri dirigenti, i
cervelli, le volont di gran parte del popolo calabrese. Crollato mezzo
castello, sconvolto il centro cittadino, mutate usanze e mentalit, la
tradizione migliore della citt e la fiducia nel domani si possono
rintracciare nel ricordo del vecchio Galluppi e di quel suo grande maestro
extra-moenia che era don Pippo.

/:/Anna Maria Riggio.
di Pasquale e di Angelina di Bianco
nata a Siderno il 10 settembre 1924
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1938/1939)

Frequentai il Ginnasio Liceo "Galluppi"
di Catanzaro dall'anno scolastico 1938/39 al 1942/43 e furono quegli anni,
nella loro severa serenit, che dettero una impronta formativa alla mia
coscienza scolastica, portandomi alla consapevolezza del dovere compiuto e,
soprattutto, alla mia intima soddisfazione di compierlo. E ricordo: il
vetusto edificio, solenne e maestoso, in cui mi aggiravo adolescente, tremante
e spaurita, come se la sua grandiosit gravasse su di me; l'alternarsi degli
insegnanti cos consci della loro missione, e mi rivedo giovinetta fra quelle
mura e non esiste il tempo trascorso e le vicende ora tristi ora liete della
vita e tutto, rievocando, mi sembra sereno, come allora, come in quel tempo.
Felicit fatta di nulla, di piccole cose che formavano il nostro mondo che
oggi mi sembra una favola, tanta  la dolcezza che essa mi d al cuore.
E quanti episodi ritornano alla mente: una versione andata male, un problema
errato, un rimprovero immeritato, un severo monito del preside: egli pur tanto
buono che, ancora oggi, ricordo con senso di gratitudine e di rispetto.
Furono quelli, anni di severa, seria responsabilit ed io, come tanti altri
miei compagni, dobbiamo proprio a quell'ambiente che ci vide crescere, la
formazione prima di quello che sar la base del nostro futuro e che oggi 
uno stato di vita.
Cosa dire delle materie studiate?
Esse hanno favorito senz'altro la formazione umana non solo del mio essere ma
di noi giovani dell'epoca, rappresentando il sostegno di ogni attivit
autonoma e responsabile.
L'insegnamento di allora (che dovrebbe essere quello di oggi e di sempre)
tendeva non soltanto a trasmettere determinate conoscenze, sia teoriche che
pratiche, pur necessarie nel processo di apprendimento, ma anche e
specialmente a disporre l'alunno a riflettere su fenomeni e problemi in modo
che la sua personalit potesse svilupparsi nella massima autonomia possibile.
Ed a proposito mi  caro e doveroso ricordate le figure dei miei professori
di matematica: prof. Salvatore Morello e prof. Santi Greco. Essi, negli anni
del Ginnasio prima e nelle classi liceali dopo, mi hanno avviato verso una
cultura prettamente scientifica, atta a promuovere in me quella formazione che
mi ha permesso non solo di operate una giusta e consapevole scelta
professionale, quanto di arrivare dove non avrei mai sperato.
Entrambi detti docenti sono state persone eccellenti sia sotto il profilo
didattico che umano. Il pericolo che si corre quanto ricordiamo persone che
non sono pi con noi  sempre quello di non essere capaci di cogliere i
momenti concreti del loro operato e di cadere invece nella retorica.
Sicuramente questo sarebbe un modo sbagliato di ricordate le figure dei miei
professori Morello e Greco, uomini che alla straordinaria intelligenza
accomunavano la rara capacit di conoscete gli allievi avviandoli ed
orientandoli verso precise scelte future.
E cos fu specialmente il prof. Santi Greco (insegnante serio, severo,
metodico, puntualissimo nell'assolvimento dei suoi compiti di educatore) che
durante i miei anni di liceo scopr in me doti di logica e di razionalit e
mi indirizz con una visione concreta e precisa verso la pratica
realizzazione di quel progetto scientifico che ha permeato poi tutta la mia
vita.
Per il prof. Greco ero una allieva modello! Sempre attenta, assidua nella
frequenza (ricordo che per alcuni anni fui additata tra gli alunni che non
avevano mai fatto sia pure un'assenza a scuola), scrupolosa nell'assolvere i
doveri scolastici. Ma un pomeriggio, ahim, era il 13 novembre 1942 (venerd)
mi recai assieme ad alcuni compagni frequentanti la terza liceale sez. A (io
frequentavo la sezione B) ed alcune compagne di classe, a Villa Menichini
per assistere ad una partita di tennis tra alunni di terza B e terza A.
Io tenevo tanto ad andare e cos, destando la meraviglia dei miei familiari,
uscii presto da casa e sul tram in partenza da piazza indipendenza, mi
ritrovai con i miei compagni.
Anzich una partita di tennis ne furono giocate tante e pur facendo molto
freddo (ricordo!) restai assieme agli altri fino alla fine. Ci attardammo un
po' durante il rientro a casa anche perch per strada comprammo delle
caldarroste che mangiammo tra una battuta, una risata, uno scherzo. Erano
circa le ore 19 quando rincasai.
In verit mi sentivo un po' emozionata, contenta ed in uno stato d'animo
tutto particolare per cui quella sera non riuscii a studiare nulla, andando
l'indomani a scuola impreparata anche in fisica che avevo alla prima ora di
lezione.
Il prof. Greco incominci a puntare il dito sul registro per interrogare ma,
visto che ognuno di quelli sul cui nominativo cadeva il fatidico indice
rispondeva impreparato, chiam me alla lavagna sicuro che avrei potuto
rispiegare alla classe la lezione.
Mi sentii gelare: non sapevo proprio nulla!
Il professore si meravigli del mio fiasco completo ed incredulo mi diede
un 5 e non un 2 (come avrei meritato), forse in considerazione dei miei
precedenti del tutto ottimali.
Questo episodio che ha costituito l'unico insuccesso riportato in campo
scientifico, da me privilegiato,  rimasto scolpito nella mente e nel cuore
tanto che lo ricordo nei minimi particolari come se fosse accaduto ieri e non
ben 44 anni fa.
Ho tratteggiato sommariamente le figure illuminanti dei miei docenti di
matematica e l'incisivit del loro operato sul mio abito mentale, mi 
doveroso, per, anche aggiungere che essi sono stati gli artefici di quel
processo interiore che ha arricchito il mio linguaggio logico e razionale in
riferimento alle tematiche pedagogiche e didattiche.
Debbo inoltre confessare che al momento di chiedermi cosa avrei potuto
scrivere tra i tanti ricordi di giorni di scuola che legano la mia giovinezza
al Liceo Galluppi me ne  tornato uno, forse il pi significativo per il
raggiungimento dell'obiettivo proposto: offrire agli studenti di oggi modelli
di vita e di professionalit. Era sul finire dell'anno scolastico 1938/39 e
facemmo una passeggiata scolastica: meta l'istituto tecnico agrario di
Catanzaro. Quel giorno, in quella sede si era tentato un esperimento
zootecnico e la scuola aveva importato (se non ricordo male) capi bovini
direttamente dall'estero.
Ad accompagnarli in quella trasferta, in un gesto che, pi che pratico mi
parve affettivo, fu lo stesso proprietario allevatore: un ragazzo biondo,
poco pi di vent'anni.
Dopo un giorno ed una notte passati nel vagone bestiame, il ragazzo puzzava
come  logico che odori un bovaro, eppure non aveva l'aria di vergognarsene.
Salut molto cordialmente tutte noi ragazze in buon italiano e scomparve.
Di l ad un paio d'ore lo rivedemmo: vestiva un elegante completo ed
incominci a conversare con noi: scoprimmo che, oltre alla sua lingua e alla
nostra, parlava correttamente altre lingue straniere.
Confesso che, se mai ho provato un senso di inferiorit in vita mia,  stato
proprio davanti a quel bravo bovaro che portava la sua qualifica con dignit
pari a quella di un diplomatico e che, con la sua personalit, apriva ai miei
occhi un orizzonte insospettato per il mondo contadino.
E concludo con l'asserire che la scuola da me frequentata, oltre a fornire a
noi giovani quell'abito mentale che ci ha portati a riflettere e a risolvere
responsabilmente i problemi che via via si sono presentati nei rapporti
professionali e sociali, ci ha abituati a divenire operatori consapevoli
secondo i livelli prefissati da ogni indirizzo. La stessa scuola  stata in
grado di promuovere un armonico sviluppo della personalit di ogni utente,
personalit atta a soddisfare le esigenze di quel progresso che  alla base
di ogni evoluzione sociale, economica, professionale.
Al lume della mia esperienza posso affermare che per poter percorrere nella
vita un cammino lusinghiero, bisogna avere serenit di intenti, rigore
nell'opera, per tutto quello che si compie e si fa.
Dalla mia adolescenza ad oggi ho seguito tali principi che sono diventati
cardini essenziali della mia vita di donna e di educatrice.
Grazie Liceo "Galluppi".

/:/Domenico Bruni.
di Giovanbattista e di Annina Bonelli
nato a Catanzaro il 10 marzo 1925
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1935/1936)

Liceo "Galluppi":
non solo momento di studio ma anche sede e fucina di mille iniziative nate
dai sogni e dagli entusiasmi degli anni pi verdi.
Avevo diciassette anni, poco meno, e alle mie prime armi giornalistiche
(allora soprattutto nel campo sportivo), collaboravo col Corriere calabrese,
edito dal comm. Sala; direttore Orazio Carratelli; redattore a tutto campo
Geg Greco.
Il giornale  in lotta (si fa per dire) col Rinnovamento, di
Giovanni Paparazzo, e non tralascia occasione per cercare il colpo ai danni
dell'avversario.
L'idea  di Geg: si disputa a Bari Italia-Cecoslovacchia di calcio, la
formazione azzurra imperniata sul grande Torino, con Bacigalupo, Ballarin,
Moroso, Loich, Valentino, Mazzola, Ossola, ecc., i gloriosi granata che,
qualche anno dopo, il maledetto muro di Superga doveva schiantare.
Quale migliore occasione per bucare Paparazzo?
Il Corriere calabrese sarebbe uscito il giorno dopo la partita, al pari del
Rinnovamento e Greco  sicuro che il rivale non pubblicher nulla, mentre
vuole, per il suo giornale, addirittura un servizio da inviato speciale.
Per prestigio, dice, ma anche per dare ai catanzaresi un'eccezionale prova
(per quei tempi) di funzionalit. E continua, rivolto a me, il buon Geg:
Sarai tu l'inviato. Ti chiuderai in casa a doppia mandata almeno per un
giorno e mezzo ed aprirai soltanto a me e Carratelli che ci faremo riconoscere
con tre parole: "Italia, azzurri, gol". Intanto, seguirai alla radio Nicol
Carosio e subito scriverai due cartelle sul primo tempo e tre sul risultato
finale, cartelle che prenderemo noi stessi a casa tua portandole
immediatamente a comporre dal buon Izzo in tipografia.
L'occasione sembra buona; accetto; e, come complice, ecco la mia povera mamma
che, nell'occasione, deve svolgere il ruolo di smistamento.
Tutto va secondo i piani, anche se a malincuore sono costretto a disertare
l'insostituibile passeggiata sul corso, e quindi a rinunciare alle 22
occhiate 22 con la ragazza del cuore (undici in salita ed undici in discesa).
Quella sera non potr nemmeno gustare il gelato duro al Colacino, n
ascoltare l'orchestra diretta dal maestro Monizza, con le canzoni di Manlio
Ferri e, qualche volta, anche di Italo Juli.
Non solo, ma il giorno dopo la partita (allora non c'erano aerei per tornare
subito da Bari; detto per inciso, non ci sono nemmeno oggi) sono obbligato a
salare la scuola, il Liceo "Galluppi", dove frequento l'ultimo anno.
Ogni cosa pare funzioni alla perfezione: giustificazione (falsa) pur se
accolta dal preside prof. Fornari, con una certa incredulit; nessun sospetto
fra i carissimi compagni, Pasquale ed Alfredo Paparo, Dino Concolino, Azaria
Tedeschi, Federico ed Enrico Costa, Giorgio Robustelli, figlio del professore
di matematica (l'ing Vincenzo), il povero Mim Parisi, Gino Guarnieri,
Pelaggi, Comi, Giamelli, Alcaro, Notaro, Frontera, Alberti, Franco Elia ed un
certo Mario Modugno, nemmeno lontano parente del Mimmo nazionale.
Un certo? S, perch  proprio con lui, o meglio con la sua cameriera, che
non ho fatto i conti.
La colf del Modugno  di Isola Capo Rizzuto ed  sorella gemella di una
ragazza che spesso aiuta mia madre nei lavori di casa.
La faccenda  ovvia: le due sorelle si confidano ed il segreto di Bari,
almeno per Modugno, non  pi tale.
Eppure tutto si aggiusta: un allora costosissimo pacchetto di sigarette ci va
di mezzo, galeotto, e Modugno promette di non parlare. Non parler.
Del resto l'afflato fra i compagni di liceo era a prova di bomba e nessuno di
noi credo che dimenticher mai quella Terza A, anche per la signorilit e
l'umanit dei professori, tutti eccezionalmente preparati, che avemmo la
fortuna di trovare: dal gi citato Robustelli, all'umanista Cancellieri,
dallo storico Rotella, al siciliano verace Di Rosa, insostituibile colonna
per il latino ed il greco. Dalla signora Daffin, di chimica, al compianto
prof. De Stilo per l'educazione fisica.
E non la dimenticher nemmeno perch, accanto allo studio, eravamo riusciti a
creare un ambiente da tempo libero ben caratterizzato, con frequenti gite e
seratine danzanti, alle quali partecipavano perfino i professori e le loro
famiglie.
Ma la simbiosi pi significativa fu quella con la prima liceo B, in cui
studiavano parecchie nostre sorelle che sapevano esprimere appieno la loro
gioia di vivere tipica delle quindicenni coinvolgendo anche le loro compagne
in questo nostro volere stare insieme.
Ancora oggi le rivedo tutte con grande affetto: mia sorella Annita, Maria
Robustelli, le due cugine Concolino (Maria e Raffaella), Rosetta e Liliana
Gimigliano, Stellina Paparo, Lidia Binni, Lina Alcaro, Teresa Giglio, Liliana
Valia, Gisella Migliaccio, Iolanda Cappa, Zina Romiti, L. Cirillo ed ancora la
Scalfaro, la Talarico, la Perri.
Di queste gite conservo gelosamente alcune foto che, almeno per me, sono
ancora preziose. Qualcuna di esse si trova in questo volume.

/:/Salvatore Trovato.
di Giovanni e di Carmela Castaldo
nato a Vibo Valentia il 10 marzo 1925
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1938/1939)

Carissimo Preside,
il rievocare porta sempre con s una confusa capacit di malinconia ed
il rischio, nel sovrapporsi delle immagini e nel riflettersi indietro nel
tempo, di sostituire alla memoria dei fatti, sentimenti abbelliti.
Ho lasciato il liceo "Galluppi" senza affrontare gli esami di maturit,
soppressi per le esigenze della guerra, nel 1943: l'anno che resta come una
linea spezzata nella mia generazione.
Non ci fu per nessuno di noi, la consueta ordinata sequenza di vita ed
uscimmo dal Liceo per entrare, per diverse vie, nella catastrofe che
segu. Se scendo lentamente verso quell'ultimo anno di scuola ci che mi
viene incontro, emotivamente,  soprattutto il confuso senso di
disorientamento: non mio, ma dei professori di allora verso di me.
Ero di leva e, diciottenni, andavamo verso l'inconoscibile e volevamo
andarci spavaldi come in una grandiosa avventura.
La mia sezione era mista (la III B) e loro, i professori, man mano che
passavano i giorni, sembrava che rinunciassero progressivamente nei miei
confronti a quella severit di giudizio cui eravamo abituati e che
mantenevano, intatta, per le mie compagne.
Era un loro procedere in questo senso che si svolgeva senza spiegazione;
una consapevolezza, che allora mi appariva placida e che oggi intendo
quanto fosse sofferta, della incoerenza dei ruoli e della provvisoriet del
quotidiano che ci sopravanzava.
Cos tutti: la Daffin e Caputi, Greco, Nicotra giovanissimo ed il vecchio,
veneraibile Sando.
Nell'ultimo trimestre le mie interrogazioni si risolsero n un disordinato
colloquio: che si trattasse di Foscolo o di un aoristo, di Hegel, di logaritmi
o della formula dell'acido solforico, era solo pretesto di inesplicabili,
sorridenti complicit per un voto non meritato.
Non mi occorre frugare nella memoria: ricordo il professore Greco, severo,
introverso, che mi interrogava sulla portanza dell'ala e me stesso dirgli
che intendevo arruolarmi nei paracadutisti ed i suoi occhi andare da
me alla finestra e poi tornare a me e le poche parole accumulate
agitatamente: Abbi cura di te.
Le udivo per la prima volta e mi sono rimaste nel cuore.
Profittavo di tutto questo? Sul piano della disciplina certamente.
Allora i corridoi del Liceo erano tramezzati da muri antischeggia e l'allarme
aereo imponeva ad ogni classe di portarsi nel corridoio e di sostare nello
spazio protetto assegnato. Era, cos diceva il preside Fornari, severamente
vietato allontanarsi, ma io correvo da Lucia, che era in secondo liceo, e le
stavo vicino fino al cessato allarme.
Non so se davvero fossi convinto che tenete il mio braccio sulle spalle di lei
(che mi appariva fragile) fosse misura idonea a proteggerla, ma non  questo
che conta.
Conta che nessuno mi imped di farlo: potrei dire, neppure i divertiti
commenti, al mio ritorno, delle compagne di classe: amate amiche ed ancor pi 
amate nel tempo.
Sono trascorsi pi di quaranta anni e, nel nostro liceo, Lucia ora insegna e
vi hanno studiato tre figli, alcuni con i nostri stessi professori.
Non so, Ezio, se ricevendo i ricordi degli ex alunni del "Galluppi", hai il
senso di una frase iniziata e mai condotta a termine perch continuamente
arricchita di parole nuove o di un insieme di fogli volanti, di notazioni
brevi come brevi sono gli anni del liceo o i frammenti di uno spazio vuoto.
 che il testo della nostra vita si  ricomposto altrove: e non richiede
lettori.
Ti ringrazio per ci che hai scritto e Ti abbraccio fraternamente.

/:/Maria Borelli.
di Luigi e di Teresa Cabbia
nata a Nicastro il 27 aprile 1925
iscritta per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1935/1936)

Nell'anno 1935,
superato l'esame di ammissione, cominciai a frequentare il ginnasio inferiore
al "Galluppi".
Non c'era posto per noi nella sede principale di corso Vittorio Emanuele e
quindi fummo mandati in un antico palazzo di via XX Settembre. Stanze grandi,
con soffitti altissimi, tutto abbastanza vecchio e trascurato. Accanto a me,
il primo giorno di scuola, sedette una bambina con un vestito beu alla
marinara, che sarebbe stata poi la mia compagna ed amica pi cara fino
all'universit.
Non ricordo con chiarezza i miei primi professori, anche perch in quei tre
anni furono cambiati spesso.
Ricordo invece con affetto il professore Vincenzo Sando che, nella nostra
sezione staccata, fungeva da preside. Gi anziano, piccolo di statura e
grassotto, con una faccia da buono che rispecchiava il suo animo sensibile e
paterno. Doverci punire era per lui un dispiacere grande. Lo riebbi poi, quale
professore di latino e greco nel liceo ed in quegli anni mi accorsi che
latinista e grecista di valore egli fosse! Lo vidi tante volte leggere nella
lingua originale commedie e tragedie greche, via via ridendo o commuovendosi
fino alle lacrime delle vicende dei vari personaggi.
In quarto e quinto ginnasio, la nostra insegnante di lettere fu sua figlia
Teresa che poi mor per le ustioni riportate durante il bombardamento che
Catanzaro sub nell'agosto del 1943. Anche lei preparata nelle sue materie,
simpatica e buona. Ed ancora la signorina Primicerio, insegnante di spagnolo,
che arrossiva continuamente per la grande timidezza e di cui noi seguivamo
con curiosit e trepidazione la storia d'amore con il professore di filosofia
della sezione A maschile.
Il professore Morello di matematica fu l'unico con il quale studiai con
piacere e capendola, la materia che mi riusciva pi ostica. Non poteva del
resto essere altrimenti: la sua chiarezza nello spiegare era pi unica che
rara.
E nel liceo il professore Caputi, insegnante di filosofia, sordo come una
campana, ma in compenso con degli occhi che si muovevano di qua e di l con
una tale rapidit che, se solo aprivi bocca, ti sorprendeva ed allora...
erano guai! Il silenzio assoluto regnava durante le sue ore! Il professore
Cancellieri ed il professore Nicotra, in anni diversi, furono gli insegnanti
di italiano. Il primo, ferrato nella materia ma terribilmente monotono nelle
spiegazioni, tanto che ad un certo punto quasi nessuno pi seguiva. Quindi,
in terza, l'allora giovanissimo Nicotra port una ventata di risveglio e di
novit. Magro, di colorito pallido, si acquist l'appellativo di Jacopo
Ortis.
Ed il professore Battaglia che, per richiamarci all'ordine, ci tirava,
facendoci male, le trecce che allora avevamo quasi tutte.
Ed ancora il professore Busoni di storia dell'arte, il professore Fragola di
religione e tanti altri, alcuni gi scomparsi, altri ormai vecchi ed in
pensione.
Il preside Fornari, il preside Cancellieri e poi il bidello Russo, l'altro
preside, quello che ogni tanto ci faceva entrare di nascosto quando
arrivavamo in ritardo, quello a cui ci rivolgevamo quando avevamo bisogno di
aiuto e di consigli. Non ne ho saputo pi niente!
Questi i personaggi, alcuni pi chiari nel mio ricordo, altri pi sbiaditi,
che popolarono la mia giovinezza ed il mio mondo scolastico. Sono passati
tanti anni, ma essi fanno parte per sempre della mia vita.

/:/Raffaele Armentano.
fu Fedele e di La Terza Filomena
nato a Mormanno il 25 giugno 1926
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1936/1937)

A tutti i compagni della I C, nel ricordo di quelli che non sono pi fra noi.

Il tempo perduto
Nella calda estate del '43, in previsione o a causa dei due avvenimenti tanto
significativi per la storia d'Italia - la caduta del Fascismo e lo sbarco
degli Alleati in Sicilia - quasi tutti avevamo gi lasciato Catanzaro, per
soggiorni temporanei e che si speravano pi sicuri. Io mi trovavo nel paese
nativo, dove andavo ogni anno ad estivare, (la fuga aveva per me coinciso con
le abituali vacanze - anticipate quell'anno per la precoce chiusura della
scuola a causa della piega che andavano prendendo gli eventi bellici) quando
mi colse la notizia dell'improvviso mutamento di regime politico, che parve
svolgersi tranquillo, pur tra tripudi, sconcerti, meraviglia, amarezza e tristi
presentimenti, ma che si sarebbe rivelato drammatico nel suo epilogo, data la
presenza dell'esercito tedesco in Italia. Il mio paese non offriva tanta
sicurezza, posto com' lungo il tracciato della statale 19, di murattiana
memoria, arteria allora principale che congiungeva la Calabria a Napoli,
sicch alla flne di agosto, dopo che ci era giunta notizia del bombardamento
subito da Catanzaro, si decise in famiglia, come tutti, di rifugiarci nelle
campagne, in alloggi di fortuna, dopo aver murato le cose di maggior valore al
riparo del sacco che avrebbero potuto effettuare i Lanzichenecchi di turno:
alleati avanzanti o tedeschi in ritirata; in una rilettura pi matura del
Manzoni avrei poi rivissuto quei momenti! Il famigerato 8 settembre ci
distolse dall'ultima fuga; il passaggio dei Tedeschi in ritirata fu rapido,
determinato dallo sbarco degli alleati a Salerno. E poi la fuga del Re, il
primo Governo a Salerno e i seguenti a Bari, Napoli, Cassino.
La situazione nel meridione si era assestata, la luce era tornata nelle
strade, riprendeva la vita in contrasto con il martirio che avrebbe subito il
resto dell'Italia nell'ultimo atto della tragedia!
Ad autunno inoltrato, fra la confusione che regnava nella nostra mente per
tanti avvenimenti che si erano susseguiti in tanto poco tempo, dei quali
difficilmente si riusciva a darsi una ragione, si cominci a pensare al
ritorno nel luogo di abituale dimora, dove avrei terminato gli studi liceali.
Con un rocambolesco viaggio fatto in parte con mezzi di fortuna, raggiunsi
Catanzaro con un adeguato carico di derrate alimentari che avrebbero dovuto
sopperire alla esiguit di ci che spettava con le tessere annonarie.
A proposito dell'avventuroso viaggio e del carico, come tacere il fatto che
mia madre aveva pensato a trasportare in un cesto di vimini finanche una
gallina che, tenuta in casa in un'adeguata gabbia di legno, avrebbe dovuto
fornire ai pi bisognosi della famiglia un uovo fresco quasi ogni giorno; la
gallina riusc a fuggire dal cesto mentre, a met del viaggio, ci trovavamo in
sosta a Cosenza, in pieno Corso Mazzini, e fu inseguita e miracolosamente
catturata in un provvidenziale portone di una traversa dell'arteria
cittadina...!
Le prospettive circa l'approvvigionamento alimentare si rivelarono inferiori
ai bisogni della famiglia, sicch nella primavera del '44, verso maggio, i
morsi della fame si fecero sentire pi del canto degli uccelli, e si arriv a
mangiare le bucce delle fave, a mo' di fagiolini, fritte... nell'acqua!
Per non parlare delle privazioni in fatto di vestiario: vecchi indumenti di
antenati, opportunamente ristrutturati, scarpe di tela e di legno e cos via,
per non entrare in intimit... Insomma, la nostra giovinezza fu fatta
veramente di niente, oltre che d'amore innocente, di albe e tramonti! E
che dire dei nostri grandi vizi: sigarette confezionate a mano con cicche
disfatte, arrotolate in pezzi di carta velina che si usava normalmente per
scrivere a macchina! Eppure eravamo felici e da compiangere meno dei giovani
di oggi, tanto infelici e sbandati, oggi che l'amore significa sessuomania,
la musica rumore e al fascino della scienza, delle lettere e delle arti si
 sostituito quello, spesso alienante e perverso, della tecnologia e della
chimica!
Nel ritornare a Catanzaro ebbi una strana sensazione. La lunga permanenza nel
paese natio, gli amici dell'infanzia ritrovati non solo, come di solito, nei
giuochi e passatempi dell'estate, all'ombra dei boschi e sulle rive dei
ruscelli, ma in momenti quasi dimenticati (le vendemmie, la ricerca dei funghi,
le caldarroste, i brevi e dolci meriggi autunnali, il focolare e persino
l'accenno di qualche zampogna), le voci, i rumori, gli odori di un tempo ormai
ontano, tutta questa inattesa esperienza mi faceva sembrare il ritorno una
cosa anormale, pi di quella che era stata quasi una fuga. Io, poi, avevo dei
motivi particolari che giustificavano tale sensazione e quasi il desiderio di
fuggire di nuovo; ma Catanzaro era pur sempre la mia seconda patria... dove
c'erano i miei pi grandi affetti, dove avevo fatto tutti gli studi pi 
importanti, dove avevo trascorso la mia adolescenza, dove l'animo era maturato
attraverso le prime esperienze di vita, pur nella tristezza di quello che,
dopo molto tempo, avrei chiamato il mio esilio, al cui inizio, per, questa
citt mi aveva offerto quel divino sorriso che di l a poco sarebbe
diventato il grande amore della mia vita! Al mio arrivo, gi percorrendo le
strade deserte di notte, avevo subito pensato ai miei compagni di scuola,
alcuni veramente amici, e questo mi aveva emozionato; fra le macerie provocate
dai bombardamenti avevo rivisto in piedi ed indenne il vecchio e glorioso
Galluppi, rimasto quasi ad indicare la vittoria della cultura e la necessit
della sua continuit sulla barbarie e la violenza della guerra! C'erano gi
dei ricordi nel mio animo che si affacciava appena alla giovinezza: la prima
liceo sezione C! Era stata la prima sezione C nella storia del liceo
Galluppi... che tempi e che classe!
Comunit di sentimenti, di gusti, di desideri, di passioni, di intenti, di
sogni avevano amalgamato quasi alla perfezione tante esistenze nel loro
momento pi critico e pi genuino, nell'anno scolastico 1941-42. I versi del
Pascoli erano riaffiorati spontanei nel mio pensiero e i volti che rivedevo
nella mia mente erano pi veri di quelli ritratti nella fotografia ricordo che
avevamo fatto alla fine dell'anno - come allora si usava - nella romantica
Villa Margherita, fra tanto verde macchiato qua e l di ciuffi multicolori,
insieme con i professori allora giovani!
Oggi, alle soglie della vecchiaia, spesso mi soffermo a guardare
quei volti: quasi tutti si sono trasformati, come il mio, e sono ancora
presenti, giunti ormai al traguardo finale, elevato per alcuni, o modesto e
normale, come il mio, per i pi ; ma qualcuno  rimasto come era e non
invecchier mai, perch dove  andato - chi poco dopo, chi pi tardi, ma
sempre presto - non si invecchia! Rammento: Aldo Nicotera, sempre contegnoso,
Raffaele Barberio, nella sua impeccabile divisa di convittore, e il tanto
caro Masino Montesanto, cos gaio, cos pronto all'ironia bonaria,
il cui volto conosceva solo il sorriso, nonostante l'animo fosse stato toccato
dal mio stesso dolore, e del quale, in quel fatale 27 agosto 1943, fu
ritrovata la catenina che portava al collo e... i resti del corpo che non
sarebbero stati utili - da soli - all'identificazione...!
In seconda liceo la classe era stata divisa tra le sezioni A e B ed io avevo
frequentato la seconda A, con alcuni compagni della prima con i quali avrei
finito gli studi in quel '44, nella stessa sezione.
Mi abituai al ritorno!
Tornammo tra i banchi ai primi di febbraio, frequentando a giorni alterni, per
ospitare altre scuole prive di locali distrutti dagli eventi bellici; la
scuola, quando avremmo avuto pi bisogno di essa, purtroppo, per diversi
motivi, era una madre smunta che non poteva darci il nutrimento necessario!
Gli insegnanti furono tutti paterni e comprensivi, coinvolti anch'essi
nella crisi del momento, che non era solo edilizia e alimentare, ma anche di
tanti valori e certezze caduti traumaticamente e che ormai, culturalmente,
non potevano essere pi contrabbandati impunemente.
Continuarono a darci quello che potevano, nel senso del tempo a disposizione,
con abnegazione e fede nella cultura della quale tutti, anche i pi svogliati,
subivamo volentieri il fascino, mentre si faceva strada nella nostra mente, sia
pur con timidezza, un nuovo senso critico. Ci avrebbero poi sostenuti anche in
quello che fu il primo sciopero degli studenti del vecchio Galluppi,
nel rinato clima di libert, sciopero indetto in un'assemblea tenuta nel
Palazzo Comunale, durante la quale ognuno di noi si sentiva un novello
Marat, Danton o Robespierre, e durato per tutto il mese di giugno per ottenere,
contrariamente alle improvvide disposizioni del ministro Omodeo,
che si era lasciato andare ad un inspiegabile ed inopportuno massimalismo
culturale, che gli esami di maturit si facessero con una sola prova
scritta di italiano e con gli stessi insegnanti di classe, date tutte le
anomalie dell'ultimo anno scolastico.
Nella societ, al di fuori della scuola in senso stretto, ci fu maestra in
questa crescita la generazione pi vecchia, ante marcia, in senso opposto a
quello per cui tale termine era stato usato fino ad allora.
In quella primavera - della nostra vita, della natura e di un nuovo corso
storico - in contrasto con le condizioni materiali tanto mortificanti,
rifiorirono, unitamente agli alberi della Villa Margherita, attivit politiche
e culturali; le angolazioni diverse da cui ogni problema od ogni tematica
erano visti, ci facevano partecipare con avidit ad ogni occasione d'incontro
con quelli che consideravamo i saggi risorti; e nella vecchia sala del
Consiglio Provinciale, dal bel soffitto di cristalli policromi liberty,
risuonarono gli ultimi messaggi di cultura, di sapienza e di impegno civile e
politico di tanti che perdemmo troppo presto! Purtroppo, dunque, del vecchio e
glorioso Galluppi erano rimasti in piedi i muri ma, nel rinnovato clima di
libert, bisognava ricostruirne con visioni diverse la funzione culturale;
sicch i nostri studi non ebbero fine nella scuola nella quale erano iniziati,
ma dove trovammo altro linfe vitali che, comunque, illuminarono di nuova luce
anche ci che di durevole la scuola ci aveva pur dato. In sostanza gli eventi
ci fecero maturare molto presto: ma forse anche per questo il pensiero e
l'animo, per riposare dalle bufere e dalle disillusioni della vita, tornano
spesso a quella scuola, a quei volti, a quelle voci, a quel linguaggio, a quei
muri, a quei banchi come ad un momento di irripetibile felicit.

/:/Furio Barletta.
di Emilio e di Teresina Bruno
nato a San Marco Argentano il 2 gennaio 1928
iscritto per la prima volta alla seconda ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1939/1940)

Caro Ezio,
rievocare per quanto possibile ricordi personali e soprattutto soggettivi che
diano modo di formare una storia, vissuta e testimoniata,  per me motivo di
grande onore ed immensa gioia.
Scrivere di quel sacrario della cultura, ove Luigi Settembrini, nel lontano
1835, prese possesso della cattedra di Eloquenza,  voler penetrare in
profondit, non solo nelle mie povere, piccole, conoscenze ma, soprattutto
nel mio carattere, nella mia personalit che in quella scuola si  formata.
Mi ritorna in mente un'eterna primavera; volo nel vento del passato e, come
per incanto, mi ritrovo giovine spensierato ed esuberante, in attesa di
entrare nella mia aula e prendere possesso del mio banco che condividevo con
Franco Maria Conidi; accanto vi era Serafino Colosimo, dai capelli di un
biondo cos biondo che sembravano d'oro; vicino a questi uno dei due fratelli
Cubello e poi Aldo Capilupi, Cardiano, Carnovale, Pino Minicelli, Lello Panaro,
Italo Foderaro, il nobile Franco Abbati Marescotti e, infine, sul lato
sinistro, le compagne: Alma Cicero, Rosetta Pellegrini, Anna Maria Longo,
Barilaro, Rachele Amantea, Lilia Cianta e tanti, tanti altri, dei quali molti
ingoiati anzitempo, nell'eterno buio della notte.
Quei volti! Quelle aule! Quelle risate argentine e fresche come la fonte di
un ruscello silano! Quei severi ed austeri professori che, come tali, non
possedevano soltanto il titolo, bens l'orgoglio di far parte integrante di
un Liceo sorto nel 1811 e noto in tutta l'Italia come uno dei quattro Licei
pi illustri del Napoletano, quelle pareti ove le voci ritornano ancora come
in un nastro magnetico, e, di colpo, l'assurdo silenzio:... entrava il
professore.
Che scuola frequenti? Il liceo Ginnasio P. "Galluppi" rispondevo con
orgoglio, commisto ad una certa enfasi! Ed ecco che, come per incanto, ognuno
ti guardava con pi rispetto.
Ricordo che, persino dal barbiere, il taglio dei capelli mi si faceva con pi 
attenzione. Sapete!... - diceva agli astanti il cronista barbiere che tutto
della citt sapeva -  un allievo del Liceo Galluppi! e tutto finiva quasi
sempre col bravo, ma bene, ma bene!.
Anni a cavallo di grandi tragedie, di lotte cruente, di guerra mondiale
culminante con veri e propri massacri ed, insieme, di giorni radiosi pieni di
sole e sempre cadenti in tramonti tenui e dolcemente colorati.
Il Cristianesimo, la Rivoluzione Francese, il nazismo, la Russia Sovietica e
la Cina popolare oltre che i primi dischi di Frank Sinatra e la tromba di
Henry James negli ultimi anni; all'interno di quella esperienza, variegata e
mobile, ho vissuto la mia prima consapevolezza di cittadino cosciente dei tanti
rimbalzi e delle tante spirali che la storia, insieme alla disciplina imposta
dalle arti classiche, hanno pi volte reso la mia notte giorno.
Il professore di filosofia - ero al primo anno di Liceo - mi chiese (erano i
primi giorni di scuola, la disciplina era per me del tutto nuova o perlomeno
tale, se si prescinde dai vecchi nozionismi paterni): Ti  piaciuto il film
che hai visto ieri sera?. Mi limitai a rispondere: Molto bello!. Cosa
c'era di bello? - mi domand - L'autore ha raggiunto il suo scopo - risposi
immediatamente, senza naturalmente avventurarm nella materia del soggetto o
del suo messaggio esteriore - Fin l, mi rimand a posto e, quasi dimentico
di quel breve intermezzo verbale, continu la sua lezione con la voce un po'
roca. Prese una pasticca e la voce ritorn del tutto normale. Poi, rivolto di
nuovo a me: Ha ottenuto il suo scopo - mi disse - quindi  bella.
Compresi che non potevo dire la pasticca  bella e che, pertanto, ogni
risposta doveva avere una sua stringente logica ed una considerazione pi 
attenta sull'uso degli aggettivi. Mi commiserai alquanto sull'accaduto che,
fra l'altro, aveva provocato l'ilarit dei compagni e, soprattutto, delle
compagne; mi sentii di profondamente odiare quel professore ma bast che
questi mi desse l'incarico di andare a chiedere un testo di filosofia al
bidello, perch tutto quell'odio si tramutasse in amore: essere l'incaricato
del professore, per determinate commissioni, era motivo di grande privilegio
tanto che, appena rientrai in classe, gli occhi sgranati dei compagni erano
posati su di me con un non so che di invidia. In quel momento avevo scelto la
mia materia prediletta.
Il mio Liceo era ubicato al centro di Catanzaro, incastonato come una perla
in un diadema. Grande Liceo Ginnasio in una piccola citt ma con la
caratteristica delle grandi metropoli.
Tram, funicolare, numerose carrozzelle, sfilze di eleganti negozi,
commercialmente ed esteticamente bene attrezzati, ornavano il cosiddetto
centro storico, che era uno splendido strettoio ove all'imbrunire si
potevano incontrare tutti gli abitanti della citt che facevano la loro
consueta passeggiata sul Corso. E non ho finito! In quel fantastico cunicolo,
alla distanza di poche centinaia di metri, due caff chantant che, oltre ai
rituali rinfreschi, offrivano orchestre e cantanti che gareggiavano per
superarsi in bravura. Io, unitamente ai miei compagni di classe, che allora
erano i soli veri amici, spesso sedevo presso uno di quei caff stante il
fatto che, essendo studente del Liceo, avevo il privilegio, mal tollerato dai
burberi proprietari, di consumare solo acqua corrente.
Ma anche in quei caff, il pi delle volte, la festa era interrotta
dall'accostarsi di qualche professore che, senza darlo a vedere, notava i
volti degli allievi che, trasognati romantici, in quel momento presi dalla
melodia di una dolce canzone d'amore, avevano gli occhi socchiusi per meglio
concentrarsi. Ahim!... Il giorno dopo, appena finito il rituale appello, il
romantico, che non aveva fatto a tempo a ripararsi in uno dei numerosi
vicoli che intersecavano Corso Mazzini, veniva chiamato alla cattedra per
riferire sulla lezione del giorno.
I professori: Di Rosa, Cancellieri, Caputi, Morelli, Morica, Battaglia,
Robustelli che, per primo in Italia, aveva costruito nell'aula di fisica un
treno elettrico, oggetto di desiderio di noi tutti, ed ancora, successivamente,
Fiorita, Sirago, vero e proprio topo di biblioteca che in fatto di letteratura
latina era veramente un mostro, e Chiodo il dantista che, su un verso della
Divina Commedia, era capace di soffermarsi per intere settimane: ed infine,
dulcis in fondo (si fa per dire) il preside Fornari, amante della pi rigida
disciplina e tenace seguace della riforma Gentile; ed ancora Russo, il capo
bidello, sempre in divisa, sempre all'erta, considerato - non a torto - il
vice-preside, in considerazione che era proprio lui che ogni anno redigeva
l'orario delle lezioni e talvolta giustificava, in nome e per conto, qualche
assenza non del tutto dimostrata ed, assieme a lui, il buon Carvetta e
l'estrosa Polizzi, custode diuturna della palestra coperta.
Il mio Liceo, i miei compagni, i miei amici, dove ognuno rappresentava la
pluralit, uno per tutti tutti per uno: Franco Conidi, per gli amici Ciccio,
il mio eterno compagno di scuola usque ad finem; ha scritto un libro
interessante su Catanzaro e credo che fra quelle pagine di ricordi velati,
talvolta, da una malinconica speranza di ritorno agli ideali di un tempo, i
cittadini che stanno al di l dello Zaro, potrebbero trovare qualche pagina
utile e non solo per un fatto culturale, ma vieppi per un impegno sociale ed
umanistico che da sempre costituisce l'orgoglio di quelli che, come me, amano
la propria citt.
I ricordi del Liceo si affollano sempre di pi nella mia mente ed io li
intravedo in un lungo, infinito corteo di volti, di voci, di nomi, di piccoli
grandi amori, di lettere copiate da quelle di Iacopo Ortis, di liriche
inebrianti come quelle di Guido Gozzano, Sergio Corazzini che, a quei tempi,
rappresentavano il Gotha delle note romantiche. Amo le rose che non colsi,
le cose che potevano essere e non sono state. Rivivo inebriato, senza
rimpianti, mai dimentico, quei radiosi giorni che, senza volerlo, potrebbero
essere per gli allievi di domani la loro storia, il proponimento di nuovi
ideali o, forse, di nuove illusioni.


/:/Domenico Torchia.
di Anselmo e di Maria Costanza Caparrotti
nato a Miglierina il 22 marzo 1928
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1938/1939)

La Presidenza del Liceo Galluppi
ha chiesto ai tanti discepoli del "Galluppi" di partecipare alla
ricostruzione della storia e della funzione del liceo scrivendo del loro
periodo di frequenza nell'Istituto e dei loro ricordi.
Io ho interpretato tale richiesta (o tento di interpretarla) non in senso
personale, a nulla o poco rilevando episodi che possono riguardare la
carriera di ciascuno di noi come studenti, ma tentando, attraverso la memoria
personale di costruire una memoria oggettiva dell'Istituto.
Vale a dire, e chiedo perdono della forma non ortodossa di questo scritto
costruito forse con lo stile di una comparsa, piuttosto che con quello di
vera narrazione letteraria, che i miei ricordi esprimeranno o tenteranno di
esprimere la funzione formativa che il Liceo ha avuto per una generazione che,
uscita dal Fascismo, dovette trovare in se stessa i nuovi punti di
riferimento e gli orientamenti affinch i giovani non diventassero sbandati
ma fossero pronti per la direzione del Paese e delle sue istituzioni,
nell'equilibrio di una societ fondata sul sistema parlamentare.
Quando io venni al Ginnasio (la scuola media non era ancora stata istituita) il
Liceo Ginnasio Galluppi, sistemato nel vecchio edificio di Corso Mazzini, gi
non bastava pi a contenere tutti i suoi studenti e qualche classe, come la
mia prima C, trovava sistemazione in altri locali: frequentavo la prima C in
Via XX Settembre ed ebbi come docente il prof. Armando Carpino. Ricordo in
quell'anno un episodio che mi colp profondamente. Morto D'Annunzio, si
dispose la celebrazione del Personaggio che fu affidata ad un giovane ed
assai fecondo professore di filosofia che insegnava al Liceo, Gabriele Porchi,
mentre era Preside il buon Fornari.
Fummo riuniti tutti, ginnasiali e liceali, nel grande corridoio del Liceo e,
presenti i gerarchi dell'epoca, in un grande e scomodo assembramento, parl
lungamente il prof. Porchi e parl criticamente del poeta-soldato, rilevandone
i limiti e dissacrando il mito.
I gerarchi si allontanarono e l'assemblea (come si direbbe oggi) si sciolse.
Non avevamo afferrato chiaramente il messaggio di chi, con lo strumento della
critica al personaggio, mirava a colpire pi in alto e forse a far sentire ai
giovani che lo ascoltavano un significativo messaggio. Ma la conferenza fu
oggetto di considerazioni postume da parte di tutti e di ciascuno: la
dissacrazione aveva gettato un seme!
I miei compagni di allora ed io non abbiamo mai dimenticato l'episodio che ci
colp profondamente: il D'Annunzio venne cos ridimensionato, nelle nostre
coscienze, come eroe e come poeta, ma, soprattutto, capimmo che i miti non
sono realt.
Venni poi, negli anni successivi, trasferito alla Sez. A, nei locali centrali
dell'istituto, insegnante in seconda e terza ginnasiale la sig.ra
Vecchietti-Campisi e poi, in quarta ginnasiale il prof. Sando ed in quinta il
carissimo prof. Ugo Giordano, il quale sar poi Presidente della Commissione
di maturit classica quando mia figlia Luisa sosterr tale esame.
Non pu essere dimenticato il professore Cardamone, docente di inglese e
maestro di vita: va ricordato il suo metodo di insegnamento che ci mise in
condizioni di leggere e tradurre correttamente la lingua di Albione: ci
faceva tradurre interi libri, costringendoci cos ad imparare i vocaboli e ad
apprendere la letteratura.
L'impatto era con Dickens, con Milton, o con Kipling il cantore dell'impero.
Ed imparammo a conoscere la tolleranza come metodo di convivenza sociale.
Al liceo ebbi la fortuna di avere docenti che io oggi considero maestri di
cultura e di vita: Cancellieri, Di Rosa, Rotella ed infine Giovanni Mastroianni
che sar poi il maestro di intere generazioni e di giovani che, fuori dalla
matrigna terra di Calabria popoleranno le Universit Italiane.
Non va sottaciuto, criticamente, come la formazione (la scuola media ha natura
e funzione formativa a differenza dell'Universit che ha funzione informativa)
dei liceali risentisse della carenza dell'insegnamento scientifico e
specialmente dell'insegnamento sperimentale per la mancanza di attrezzature e
laboratori; - quasi che le scienze umane fossero le uniche da insegnare e
diffondere - e di tale carenza soffrir poi tutta la formazione delle
generazioni che sono passate nel Liceo.
Impareremo, con le letture gramsciane, l'importanza della specificit della
preparazione culturale.
La lingua italiana veniva insegnata da Cancellieri che ci costringeva ad
imparare e conoscere nei minimi particolari la storia della letteratura e
cos ci insegnava il metodo della puntuale conoscenza dei dati, lasciando
alla fantasia di ciascuno la elaborazione critica, mentre Di Rosa mi
affascinava con insegnamento della lingua e della letteratura greca,
insegnando cos non solo gli aoristi ma anche ad essere buoni cittadini.
Il suo rigore era solo stimolo ad imparare ed a lavorare, il suo metodo di
insegnamento comparato del greco e del latino ci insegn a coordinare,
organizzare ed utilizzare le cognizioni acquisite.
Egli fu Maestro grande ed ineguagliabile e ci perch era animato da grande
passione per lo studio della cultura greca e per l'insegnamento di essa: i
giovani lo temevano, ma lo rispettavano e lo amavano, intuendo quanto profondi
fossero i suoi sentimenti umani.
Rotella ci propose i primi approcci con la filosofia e con la filosofia greca
in particolare, mentre fu Giovanni Mastroianni, al suo primo anno di
insegnamento a farci conoscere i grandi filosofi, ad affascinarci con la
prospettazione dell'idealismo e ad introdurci, criticamente, nello studio del
materialismo dialettico. Apprendemmo un metodo di lavoro e di studio legato
alla puntuale conoscenza del dato ed alla sua elaborazione logica.
Ricorder sempre i pomeriggi, in casa Mastroianni, occupati a tradurre le
lettere di Croce, con il quale il professore era in corrispondenza. Il Grande
filosofo scriveva con una grafia minuta, tanto da essere quasi incomprensibile,
e lo scritto iniziava normalmente da sinistra per finire poi, come una scala
capovolta all'estremit destra della fine del foglietto da lettera. Avevamo
scoperto cos che il filosofo non stava nel cielo delle idee, ma era persona
vivente ed agente nel mondo di tutti.
Occorreva la lente di ingrandimento e la lettera cos tradotta costituiva
motivo di spiegazione di ardui concetti e di riflessione ed era anche questa
una lezione indimenticabile.
Ed intanto il fascismo era caduto e bisognava orientarsi, capire, intendere
la societ e la sua organizzazione, trovare in s la propria collocazione nel
mondo e ciascuno di noi ha trovato tale collocazione sempre nel bene, mai nel
male, talvolta (od anche spesso) sbagliando, ma senza mai venire meno al
rispetto di se stesso e degli altri, lottando per trovare possibilit di vita
e costruendo se stesso con l'approfondimento della propria professionalit e
scontando sempre le conseguenze del proprio cattivo carattere.
Al liceo dunque ci formammo ed apprendemmo le ragioni ed i principi su cui
costruire e fondare la nostra vita personale, familiare, professionale.
Mai dimenticher gli approcci con l'Idealismo di Croce ed anche di Gentile,
anzi l'Idealismo, che ci fece conoscere i grandi orizzonti del pensiero umano.
Bisogna dire che il Liceo operava in una societ di provincia e provinciale
(con tutte le implicanti significazioni di questo termine) e tuttavia si
trattava di una provincia che manteneva i legami con i grandi filoni della
cultura nazionale.
 venuto poi il disastro completo e la provincia (la nostra provincia) 
divenuta un concentrato di disgregazione sociale e culturale, sulle cui cause
non ci si pu qui attardare sia per ragioni di spazio che di argomento.
Il Galluppi fu uno dei fili con cui si teneva il legame con la cultura
nazionale, non tanto e non solo per la forza dei suoi docenti, ma per la
funzione che l'Istituto aveva nella societ piccolo-borghese del nostro tempo.
Oggi, con la scolarizzazione di massa,  riuscito il Galluppi a mantenere ed
esplicare la sua funzione di formazione ed orientamento?
 una domanda alla quale dovranno rispondere i giovani delle generazioni
successive alla nostra e quelli del '68 in particolare.
I dissacratori delle Istituzioni spiegheranno il loro impatto ed il loro
rapporto col "Galluppi". Io credo che dovranno rispondere almeno con qualche
autocritica.
Anche noi, presagendo la novit dei tempi, tentammo di esprimerci con la
pubblicazione di un giornale di classe, di cui non ho conservato copie: ricordo
che dialetticamente in tal modo si esprimevano posizioni diverse, anche se
confuse, che erano manifestazione di ansia e volont di essere, di trovare una
propria identit e nel contempo di interpretare il senso del mondo.
Grandi ambizioni che confusamente si agitavano in ciascuno di noi, cercando di
realizzarsi e realizzarci.
E tutto ci nel Galluppi e nel senso che i maestri del Galluppi ci avevano
proficuamente insegnato.
Io non so n voglio n posso dire se ciascuno di noi si  realizzato, ha
trovato la propria identit: certo  che la formazione del Liceo  stata per
ciascuno di noi decisiva ed  perci che l'iniziativa alla quale ho risposto mi
trova consenziente: la cronaca, i fatti dei singoli, concorrano a formare la
memoria storica che  essenziale per la convivenza sociale e civile!


/:/Alberto Castagna.
di Giuseppe e di Berta Meloncini
nato a Catanzaro il 12 luglio 1928
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1937/1938)

Ieri, Oggi, Domani
Abitavo ed abito, a pochissima distanza dal vecchio Liceo "Galluppi" che
incombeva, alto e grigio, sul Corso. Iscritto al ginnasio, mi avevano mandato,
per, alla sezione staccata, che aveva sede in via XX Settembre, con ingresso
da un largo portone in fondo al quale lavorava, con grande strepito di
rotative, una tipografia.
Una delusione cocente, quella destinazione alla sezione C, chiamata legione
straniera dai coetanei delle altre sezioni, la A e la B.
La selezione, durissima, fece confluire i superstiti della C (e me, tra
questi) nelle altre due.
E le porte del paradiso parvero schiudersi: sezione A nel vecchio liceo.
Ci sistemarono in un'aula vasta, con una parete a vetri che dava sul cortile,
pomposamente chiamato palestra scoperta, dal quale provenivano passi
cadenzati e militareschi comandi urlati.
Pare che il passo romano di parata voluto dal duce ad imitazione di quello
tedesco (peraltro definito dai popoli latini passo dell'oca!) non riuscisse
ad entrare nel nostro comprendonio.
Inde ire dei docenti di ginnastica, a quell'epoca ribattezzata educazione
fisica, tutti, per definizione, fascistissimi tra i fascisti.
Il caso volle che il lunghissimo banco per quattro scolari in cui io presi
posto, portasse inciso profondamente il nome di mio padre e quello dell'avv.
Arnaldo Pugliese. Il banco risaliva, quindi, ai remoti anni 10 del secolo,
almeno.
La luce filtrava nell'aula, verdina, stemperando la consecutio temporum e la
matematica.
Noi poverelli che venivamo dalla legione straniera avevamo cominciato a
studiare francese, gli originari della sezione A inglese.
La lingua provocava traumatiche scissioni: noi andavamo via, a raggiungere la
professoressa Macr, mentre nell'aula restavano gli altri col prof. Cardamone.
Ma, lungo il percorso, si passava innanzi alle aule della sezione B.
Che a noi non parevano aule, ma scrigni di gioielli splendenti: le ragazze
della B. E la visione costituiva rivincita nei confronti di quelli che
restavano per l'inglese, una rivincita che vanificava ogni tentativo di
britannico self control.
Un giorno (ormai la nostra permanenza in A era consolidata) clangore di
trombe e tamburi: la scolaresca era convocata per assistere, auspice il
preside Fornari, all'abbattimento della lapide marmorea dedicata ad Antonio
Jannoni. Rea, la povera lapide, di inneggiare alle civiche libert ed alla
democrazia, croll sotto i colpi di un mazzapicchio roteato da un robusto
avanguardista in panni grigioverdi e camicia nera, con fez e fiocco
regolamentari.
Il docente di greco che aveva sostituito il titolare chiamato alle armi era
il venerando professore Sando. Un pozzo di scienza che per era andato in
pensione a 70 anni, dieci anni prima. Aveva insegnato greco a mio padre.
Figurarsi! Gli aoristi ed i piucheperfetti restarono oggetti misteriosi,
aggirantisi tra i muri paraschegge che, intanto, erano stati eretti nei
corridoi del Liceo, dato che, scoppiata la guerra, s temevano i bombardamenti.
Che, puntualmente, si abbatterono su Catanzaro a scuole chiuse, distruggendo
innocenti case d'abitazione, ma rompendo al Liceo soltanto i vetri, e qualche
tegola, immagino.
Poi: la strana sensazione che tutto fosse cambiato o stesse per cambiare.
Aquile littorie abbattute da un popolo ormai consapevole della ritrovata
libert, giacevano, letteralmente, nella polvere dell'assolato luglio '43.
Se il popolo era consapevole della ritrovata libert, noi fummo, subito e
sgradevolmente, consapevoli della scarsa dimestichezza con la lingua di Omero.
Professore di latino e greco era Santi Di Rosa. Conoscitore raffinato dell'una
e dell'altra lingua non tard un'ora a valutare le paurose lacune che ci
affliggevano. E fu un uragano devastatore, quello che si abbatt su di noi.
Le lezioni di Di Rosa erano contemporaneamente seducenti per la profondit e la
chiarezza della esposizione, e repellenti per la durezza con la quale
pretendeva che noi capissimo, e ricordassimo. Aveva un atroce calepino
formato da due sciagurati grecisti, tali Cataudella e Capuzzello (di non lieta
memoria), con brani tratti dagli scrittori della Grecia antica.
Ma quali brani! Cercati col lanternino tra i pi astrusi per sintassi ed
argomento, i due bravi grecisti avevan offerto al prof. Di Rosa uno strumento
torturatorio degno di Torquemada. Ed il buon Professore ne affibbiava uno per
ciascuno a noi poverelli. Da tradurre. Inutile dire che le traduzioni erano
sovente senza capo n coda simili a oracoli della Sibilla. Di Rosa se la rideva
sotto i sottilissimi baffi. Con un lieve sadismo. Ma vinse lui. Eccome, se
vinse! Schiacciata ogni residua resistenza, abbandonata zavorra in prima
liceale, ci port alla maturit con una conoscenza del greco almeno dignitosa.
Un'impresa altissima, se si pensi che andammo a scuola a giorni alterni, per
tutta la prima liceo. Nel vecchio Galluppi erano, infatti, ricoverati i senza
tetto.
Non credo che il prof. Di Rosa si sentisse un eroe per gli sforzi che andava
compiendo. Immagino li ritenesse suo stretto dovere di pubblico impiegato.
L'esperienza degli anni successivi mi porta a dire che, davvero, lui ed i suoi
colleghi erano eroici.
Il Liceo ci port anche alla filosofia (con la quale e senza la quale, si
diceva, si rimane tale e quale!). Stranamente i docenti di filosofia (e storia)
erano, o sembravano, a loro agio nel nuovo clima di libert seguito alla
caduta del fascismo. Sembrava che avessero passato la loro vita professionale
a discutere con gli allievi con una sorta di parit ombrosa superba ed umile
nel contempo.
E noi discutevamo. Dio! quanto discutevamo!
Da adulto compresi che il fascismo non aveva potuto inquinare del tutto la
scuola (e la magistratura, del resto), per la dignit altissima dei docenti
(e dei giudici) formati dalla grande stagione culturale dell'italietta
democratica del primo dopoguerra. Poi, anche la scuola (e la magistratura)
furono inquinate dai processi degenerativi della nostra democrazia imperfetta.
Li ricordo tutti, questi miei professori, questi miei maestri. Molti con
affetto. Tutti con rispetto. Anche quelli che, oggi, so essere stati meno
dotati culturalmente ed umanamente degli altri, giganteggiano nel mio
ricordo, e nella mia stima, come numi al di sopra di noi mortali.
Sono debitore a tutti loro, se nella vita, nel mestiere che mi sono scelto
non sono, poi, rimasto troppo indietro.
Giovanni Mastroianni, fresco di studi, di passione crociana, circonfuso
dell'aura del reduce di guerra (veniva dal fronte russo), ci disse cose, ci
spieg fatti ed avvenimenti, corse con noi le pi folli avventure del
pensiero.
Non condividevo (non convivido) nulla della sua posizione politica, ma
certamente la mia formazione intellettuale sarebbe stata meno ricca e
puntuale se Mastroianni non mi avesse insegnato a ragionare in astratto, ed a
valutare in concreto. Sarei felice se i miei allievi, quelli dell'Universit
e quelli dell'Istituto Tecnico, potessero dire di avere avuto da me la met di
quello che Mastroianni ha dato a tutti noi.
In tutto questo ribollire di novit e di atteggiamenti, il vecchio liceo era
l, sempre grigio, sempre un po' tetro, compassato. Chiuso a difesa della sua
missione formatrice. Facile ricordare Settembrini che in quelle mura tenne
cattedra, men facile ricordare altri che avevano tenuto ben alto il profilo
della cultura catanzarese. Don Sante Calabria, grecista di cui ancora mio
padre ricorda le lucidissime lezioni, Giovanni Patari, maestro e poeta
dolcissimo, tanti altri il cui ricordo si  perso, ma non il seme fatto
germogliare nella mente degli allievi.
I tempi urgevano: noi seguivamo le lezioni in aule dai vetri rotti e dalla
luce fioca, chi ci ha seguito aveva bisogno di riscaldamento e di luce piena.
Alla, forse sbagliata, cultura del sacrificio si era sostituita quella del
benessere.
Il vecchio "Galluppi" era ormai sopravvissuto a se stesso ed alle sue stesse
glorie.
Nuovo, luminoso, modernissimo nelle strutture il nuovo liceo sorgeva nei nuovi
quartieri alti.
Per uno strano gioco del destino, ultimo Preside del vecchio liceo fu un
grande, tipico rappresentante della cultura umanistica: il prof. Livio
Cancellieri mancato di recente all'affetto di quanti avevano avuto il
privilegio di essere suoi allievi.
Ricordo le sue mani, curatissime, tracciare aerei percorsi alle avventure di
Angelica, gli occhi un po' stanchi seguire improbabili sentieri popolati di
dame e cavalieri. Ricordo la sua voce, convintamente elevantesi nel descrivere,
illustrare quartine e settenari, serafini, cherubini, troni e dominazioni
... perch Croce ha detto... e De Sanctis negato... ma Sapegno obietta....
Cancellieri lasci il vecchio liceo, ma riusc, forse, a riallacciar il filo
di quel che era stato di quel che  stato, con il nuovo.
Ed il "Galluppi" (Galluppi, diceva Mastroianni, un conte filosofo calabrese
dalla fama forse maggiore di quanta ne meritasse)  ancora l.
Grigio, ancora, nella facciata ripulita, nel dignitoso classico grigio di chi
tutto ha visto, capito, razionalizzato.
I miei nipoti non hanno studiato sui banchi, patinati dallo scorrere lento
del tempo e dal passare delle generazioni, che, lignei e duri mi avevano
accolto al mio ingresso al ginnasio.
Hanno studiato su banchi moderni, probabilmente pi comodi, certo meno
eleganti. In uno stabile pi igienico e funzionale.
Ma io so che il vecchio conte filosofo calabrese ha trasferito lari e penati
tra le nuove vetrate e le sedie di plastica, ed anima ancora la sola Scuola
con la S maiuscola che resti, a malgrado di tutto e di tutti, a formare menti
e coscienze.
La scuola che ci ha insegnato lo scetticismo della ragione e la passione
degli ideali, la scuola che spero continui ad essere vera formatrice di
libere menti, di liberi cittadini.
Questo nostro sempervirens Liceo Classico.


/:/Noemi Campsi.
di Giuseppe e di Ada Vecchietti
nata a Catanzaro il 26 maggio 1929
iscritta per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1938/1939)

Il "Galluppi",
il mio liceo (mio perch io, forse, sono stata la pioniera di coloro che hanno
cominciato a frequentare il ginnasio nove mesi prima di nascere), il nostro
liceo, mio e di Vincenzo, mio marito; il liceo di due dei miei tre figli,
ormai trentenni e professionisti.
Il mio cuore  l, nel mio liceo.
Che dolce urto al cuore provo ogni volta che passo per corso Mazzini e vedo
il "Galluppi", pi o meno lo stesso di quello della verde et della mia
adolescenza e dell'et un po' meno verde ma smagliante della mia giovinezza,
quando i miei figli erano ragazzi!
Adesso il tempo ha messo una patina sugli splendori passati ed in questa dolce
maturit come non provare commozione e nostalgia per quell'adolescenza che ci
faceva sembrare il mondo tutto nostro: un giardino incantato di cui
assaporare i frutti, tutti belli, tutti ricchi di promesse.
S, perch la nostra adolescenza, protetta da certezze che poi il '68 scalz
inesorabilmente e che ora si cerca, anche da parte dei giovani, di ritrovare
per essere un po' meno tristi, un po' meno insicuri, un po' meno amari, la
nostra adolescenza prima e la nostra giovent, poi, malgrado le angustie del
fascismo, gli orrori del secondo conflitto mondiale e la povert del
dopoguerra, furono veramente felici.
Come  dolce riandare con il cuore e con il pensiero al tempo in cui i miei
figli, ragazzi, varcavano la soglia di quella scuola e collezionavano successi
e consensi che noi genitori eravamo felici di raccogliere dalla voce
compiaciuta di insegnanti e compagni!
Ma pi dolce  riandare al tempo in cui noi, mio marito ed io, ragazzi,
entravamo trepidanti in quella scuola cos seria come impostazione di studio,
per intenderci, dove insegnava quel terribile e bravissimo docente che fu il
professore Di Rosa. Era molto bravo, ma cos... sadico che in tanti anni non
mi interrog mai n in lessico, n in classico (sapendomi, senza modestia,
brava e preparata), senza fare accenni vistosi alla letteratura dove io avrei
potuto essere meno sicura (dico avrei potuto perch sulla mia preparazione
vegliavano i miei cari genitori che avevano riposto in me, unica figlia, tutti
i loro sogni).
Ancora pi sadico era il professore Di Rosa con mio marito che frequentava
una classe avanti alla mia. Il poveretto - ricorda ancora - era sempre
interrogato in lessico ed in classico, mai in letteratura perch l, e il
professore lo sapeva, si sarebbe difeso pi facilmente ed avrebbe potuto fare
miglior figura.
Avevamo i nostri piccoli affanni, che allora ci sembravano grandi, ma il pi 
grosso di tutti (com' dolce ripensarci in questi tempi in cui ogni libert 
concessa ed immediatamente goduta!) era quello di vederci, io e Vincenzo, che
ci volevamo gi da allora tanto bene, un momentino da soli per scambiarci
qualche, direi ingenua, effusione non altrimenti consentita, anche se le
rispettive famiglie speravano nel coronamento del nostro sogno d'amore.
Ed avevamo risolto il nostro problema in modo accettabile.
Vincenzo arrivava a scuola per tempo e si nascondeva dietro la vetrata che
immetteva nel corridoio dei gabinetti di fisica e chimica, deserti a quell'ora.
Io arrivavo... quando potevo, scortata da mia madre che mi accompagnava fino
al corridoio del liceo per poi imboccare le scale e raggiungere il piano
superiore dove era l'aula dei suoi alunni ginnasiali. Con un gran batticuore,
assicuratami che lei fosse gi lontana, invertivo la marcia e raggiungevo il
mio ragazzo. Erano solo pochi attimi rubati alla sorveglianza affettuosa ma
intransingente dei miei, ed a noi sembrava di fare chiss che. Era un misto di
colpa e di delizia, di timore che, essendo la vetrata aperta, ci vedesse
qualcuno: un bidello, un professore, un compagno... e fosse scoperto il nostro
piccolo inganno.
Ogni volta che passo davanti al mio liceo mi vengono in mente con tenerezza
ed affetto i miei figli ragazzi, ma ripenso con struggente nostalgia a quei
due liceali di tanti anni fa che, tremanti d'amore e di paura, in quell'angolo
buio del "Galluppi", riuscivano a scambiarsi un bacio e tante promesse,
promesse consacrate sull'altare e poi rinnovate ogni giorno nella vita dal
desiderio dell'uno e dell'altra di continuare a viverle insieme.
C' ancora un tenero e buffo ricordo che  legato alla mia scuola: riguarda i
miei genitori.
Era il tempo del fascismo.
I miei erano insegnanti: mia madre, Ada Vecchietti, era professoressa di
lettere al ginnasio; mio padre Giuseppe Campisi, professore di ragioneria
all'Istituto Tecnico Commerciale ed anche loro, quindi, dovevano riunirsi con
tutti gli altri docenti delle scuole medie e medie superiori per celebrare il
sabato fascista con una o pi ore di ginnastica nella grande palestra
scoperta.
Ovviamente dovevano tutti indossare la divisa ed esibire una perfetta (si
fa per dire) forma fisica perch allora agli insegnanti era richiesta s una
buona preparazione ma anche, e senza limiti di et, di peso o di acciacchi,
una gagliardia che, se non poteva certo eguagliare le prestazioni e le
esibizioni del Duce, doveva esserne un'almeno sufficiente imitazione, nel
culto della romanit e della forza fisica allora imperante. In quanto a forma
ed a prestanza, il mio pap, che si vantava di aver militato nei Bersaglieri
e di aver fatto, appena diciottenne la guerra del 1915-18, era perfettamente
d'accordo. Un po' meno d'accordo erano il venerando professore Miceli, a cui
il fez andava di traverso nell'arrancare della corsa, ed il simpatico e
grassoccio professore Sando, al quale la robusta complessione toglieva
rapidamente il fiato ed ogni velleit sportiva.
Su una cosa il dissenso di mio padre al regime era totale: si rifiutava di
indossare la camicia nera della divisa perch era fisicamente incapace, per
motivi di igiene - diceva -, di mettere il nero a contatto della pelle.
Solo per le insistenze della mia povera mamma, la quale a ragion veduta
temeva ritorsioni e beghe se pap si fosse nettamente rifiutato di indossare
la famigerata camicia nera, era venuto ad un compromesso che era per lui la
massima concessione. Sulla camicia bianca di lino, o di battista di cotone
secondo le stagioni, piazzava, con un gioco di elastici, un davantino con
colletto e polsini neri che indossava borbottando e che sistematicamente gli
andava di traverso durante le varie evoluzioni ginniche.
Ricordo che io cercavo di non perdere la buffa scena che immancabilmente
veniva rappresentata ogni sabato dinnanzi al grande specchio nella camera da
letto dei miei genitori.
In verit, io provavo un senso di pena per quegli insegnanti anziani,
abituati ad un lavoro sedentario ed appagante, costretti a fare gli atleti,
loro malgrado, e forse pena mi faceva anche il viso triste di pap nel
momento in cui accettava il compromesso. Ero una ragazzina, ma gi da allora
riflettevo su come la libert, particolarmente di coloro che sono costretti a
guadagnarsi il pane con un lavoro onesto e dignitoso, pu essere violata e
violentata.
Un'altra scena alla quale, per, non ho personalmente assistito ma che mi 
rimasta impressa in seguito al vivace e colorito racconto che ne fece mia
madre, si svolse anch'essa nell'ampia palestra del "Galluppi" e si riferisce
all'arrivo del federale Candrilli al quale le donne fasciste (strana
denominazione per dire le insegnanti di quella scuola!) davano il benvenuto.
Le signore, all'ordine Saluto al Duce, risposero con un A noi! cos
delicato e gentile che non sembr abbastanza energico ed esultante al
federale, il quale non esit a dire: Donne, questo "A noi!" non mi piace,
ripetete il saluto!.
E le signore, al nuovo ordine, furono costrette a strillare un A noi! pi 
vibrante, ma certo meno sentito.
Non eravamo antifascisti, ma quelle esagerazioni ripugnavano a gente di
cultura, di educazione e di buon gusto.
Mio padre, poi, in casa e nella scuola, era un democratico nel vero senso
della parola, un democratico puro, prima che lo diventassero tutti al tempo di
De Gasperi, un democratico che sognava e sperava che la libert non fosse
licenza e che la Patria, l'Italia, si potesse amare anche nella libert.

/:/Antonio Alberti.
di Alberto e di Rosina Melia
nato a Catanzaro il 18 settembre 1929
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1938/1939)

Non so come sia fatto il nuovo liceo,
quello dal quale Ezio Galiano periodicamente, con cadenza trimestrale, mi
telefona per scuotere la mia pigrizia e costringermi a scrivere qualche
ricordo da inserire in un volume dedicato alla storia del Liceo. Lho visto di
fuori:  un bell'edificio ed immagino che abbia ampi corridoi ed aule luminose;
ma non riesco a vederci studenti seduti ai banchi e professori in cattedra
intenti a far lezione. Io ho conosciuto l'altro, il Regio Liceo Ginnasio
"Pasquale Galluppi", quello che stava su Corso Mazzini, che all'ingresso, dopo
la vetrata, esibiva una lapide altissima, rispetto al mio metro e venti di
altezza, a ricordo di Luigi Settembrini, grande patriota e letterato che aveva
onorato il Liceo del suo insegnamento un secolo prima; ed inoltre godeva
dell'incondizionata gratitudine della citt per via di quel suo giudizio
straordinariamente positivo, e certamente meritato, sull'intelligenza dei
Catanzaresi.
La scrivania di Russo, posta opportunamente davanti, provvedeva a
ridimensionare la monumentalit della prospettiva. La Cannata era una
insegnante fra le pi stimate; l'iscrizione alla sua sezione, la A, era
contesa dai genitori, quale segno distintivo di status. Aveva fama d'essere
rigorosa; e doveva essere vero perch dei quaranta allievi del primo ginnasio,
figli di gente dabbene, solo in venti arrivammo in terza e ci saremmo
licenziati ancora in meno se il figlio del Federale non fosse stato l'ultimo
della classe. Aveva una figura alta e slanciata che certamente avrebbe
suscitato l'interesse di Modigliani, per via di quel collo lungo; ai ragazzi,
pi disponibili alla beffa che alle contemplazioni estetiche, suggeriva
l'immagine di un trolley da cui il soprannome di tranvia. Ma non c'era
malignit, ch anzi gli allievi la stimavamo ed avevamo di lei estremo
rispetto. Del resto i ragazzi eravamo semplici e disciplinati; camminavamo
sempre in fila e c'era sempre qualcuno che chiamava il passo, e qualche altro
che ci passava in rivista, anche quando entravamo ed uscivamo dalla scuola;
salutavamo i professori alzando il braccio teso e nessuno si meravigliava che
essi rispondessero facendo lo stesso gesto con uguale seriet. Gli adulti,
certo, dovevano essere un po' pi fessi di cento anni prima se facevano le
stesse cose dei ragazzini; ed anche un po' pi tristi, se trovavano naturale
vestirsi di nero almeno una volta la settimana; vivevano delle loro certezze e
si accontentavano di nascere e di morire di morte naturale; e non sospettavano
nemmeno che da qualche parte era gi nato Barnard e che di l a poco avrebbero
dovuto adattarsi a vedere con quale rapidit potevano mutare le idee, e cuori
e visceri cambiare di domicilio. Di Benito sapevamo tutto: che era nato a
Predappio e che era figlio del fabbro, che si era tirato su da solo, e che
aveva perfino fondato l'Impero, ma non l'avevano preso troppo sul serio quando
aveva proclamato che quell'Impero il popolo italiano avrebbe dovuto difenderlo
con le sue armi. E fu cos, per questa semplice sottovalutazione, che io ed i
miei compagni ci ritrovammo a vivere gli ultimi anni di scuola nell'ancora per
poco Regio Liceo Ginnasio Galluppi in poche tristissime aule, gomito a
gomito con i sinistrati. Non ho molti ricordi di quel periodo o forse li ho
rimossi dalla mia memoria; o pi semplicemente sono intrecciati ad altri,
esterni alla vita scolastica e capaci di suscitare passioni pi ardenti, e di
lasciare ricordi pi vividi: erano gli anni del referendum, repubblica o
monarchia, della Costituente, dei comizi tutti religiosamente ascoltati. A
Mastroianni, il professore, al suo primo anno di insegnamento, tocc il compito
di affrontare il nostro analfabetismo politico; ci mise in mano i giornali e ci
insegn come andavano letti. Era di pochi anni pi vecchio di noi, ma aveva
fatto la guerra in Russia e si capiva che quell'esperienza l'aveva fatto
maturare pi della delusione della guerra perduta; ma era chiaro che la sua
indiscussa autorevolezza non gli derivava dall'aspetto un po' da ufficialetto
che gli era ancora rimasto appiccicato, se tutti eravamo preoccupati a
guadagnarci la sua stima. Per molti di noi rimase il Professore. Don Luigino
Costanzo era il nuovo provveditore agli studi; era prete e veniva da Roma dove
aveva insegnato lettere nel liceo Tasso. Aveva fama di essere sensibile ai
problemi dei giovani ma sembrava molto attento ai loro umori; per questo era
solito avere colloqui con delegazioni di studenti, che egli stesso
sollecitava ad ogni stormir di foglie per sentire le loro ragioni. Avevamo
messo su un giornale d'istituto e partecipavo spesso a quei colloqui, da lui
stesso invitato.
Satura lanx (Piatto di primizie) era il nome, classico ovviamente, di quel
foglio, e don Luigino ne divenne lo sponsor, offrendoci carta, inchiostro,
l'uso del ciclostile e alla fine anche la sua autorevole tutela. Fu infatti in
quell'epoca che il Liceo ricevette la visita del Ministro della Pubblica
istruzione, l'onorevole Enrico Mol, che era stato per otto anni alunno del
"Galluppi", una visita in tono minore, nulla a che vedere con quella di
qualche anno prima, fastosa e solenne, tamburi e divise, del ministro Bottai.
Ricordo che Fornari aveva rimesso in funzione i suoi altoparlanti, comunque
poco usati da quando non trasmettevano pi bollettini di guerra e discorsi del
Duce, ma nel darne l'annuncio non si sottrasse alla tentazione di aggiungere
una disposizione: che tutti gli studenti si presentassero a scuola al mattino
seguente, giorno della visita del signor ministro, vestiti in modo decoroso e
decente. Una raccomandazione inutile visto che noi eravamo vestiti con le
ultime risorse di famiglia, pantaloni ricavati da coperte, camicie militari,
scarpe rattoppate, cappotti ereditati dai padri e dai fratelli gi sdruciti.
Ma a noi parve una provocazione ed una offesa, per cui la mattina ci
presentammo a scuola vestiti in abiti da cerimonia, anch'essi vecchi e
certamente non a misura; era una scena che non poteva passare inosservata, e
forse per questo la visita nella nostra classe, guidata da Don Luigino dur
solo qualche minuto senza alcun rilievo. Nel pomeriggio incontro con il
Ministro e richiesta di una intervista subito concessa, per intercessione di
don Luigino, che si offr anche a fare da interprete tra noi ed il Ministro.
Forse noi fummo troppo prudenti a porre le domande o forse il Ministro fu un
po' reticente; fatto sta che non riuscimmo a sapere se gli esami di maturit,
i primi del dopoguerra, si sarebbero fatti con le commissioni interne e che
cosa il Ministro pensava della riforma Bottai. L'intervista fall e con essa
anche il giornale. Scelsi di fare il medico e non ebbi pi modo di incontrare
Don Luigino. Lo rividi dopo molti anni quand'era gi molto malato. Una sera mi
telefon se potevo fargli visita a casa sua, ad Adami, non si sentiva di
venire a trovarmi in ospedale. Lo trovai aggravato e dovetti praticargli cure
d'urgenza. Ouando si sent un po' meglio, mi preg di aiutarlo ad alzarsi:
avrebbe voluto mostrarmi una cosa che mi riguardava; in una busta conservava
tutti i numeri del giornale, raccolti in ordine e tutti chiosati. Lo
ringraziai e feci per portarli via, convinto che avesse pensato di farmene
omaggio; mi ferm con un gesto: desiderava trattenerli con s; per ricordo,
disse.

/:/Achille Curcio.
di Salvatore e di Romilda Zolea
nato a Borgia il 20 maggio 1930
iscritto per la prima volta alla quarta girnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946)

Un segno della memoria
Fu nel primo giorno di scuola che mi fu fatto di sapere che quel
Ginnasio-Liceo era stato nell'Ottocento sede dei Padri Scolopi.
Quella prima notizia suscit in me un senso di profonda amarezza, quasi di
prostrazione, riandando col ricordo alla squallida vita scolastica vissuta
nel Seminario di Squillace negli anni della seconda guerra mondiale.
Sentire parlare ancora di preti, anche se questa volta si presentavano col
nome di Padri Scolopi, accresceva il mio confuso turbamento, causato dalla
timidezza di ragazzo venuto dalla provincia.
Quella dei Padri Scolopi era stata soltanto una citazione storica fattami da
un compagno cittadino, ma in pochi attimi mi resi conto di quanto diversa
era la realt del presente.
La guerra era finita da poco ed anche Catanzaro mostrava macerie, ancora non
rimosse, e tutti i segni di una violenza che non aveva risparmiato nessuno.
Ero giunto dalla provincia con la mia bisaccia stracolma di timidezza ed
avevo negli occhi la curiosit di guardare intorno e scoprire cose mai viste:
il corso Mazzini, immenso e luminoso come non erano mai state le stradine di
Montauro che avevo abbandonato a malincuore, i ristoranti, le donne dalle
labbra carnose e dipinte, i manifesti che nelle bacheche istoriavano scene di
films
E poi il fabbricato del liceo "Galluppi", imponente e solenne come una
cattedrale, rappresentava per me qualche cosa d'immenso: mai prima di allora
mi ero imbattuto in un edificio monumentale come quello, che ora mi suscitava
un sentimento di soggezione e di rispetto timoroso.
Lo stesso portone rappresentava la soglia arcana attraverso cui avrei
conosciuto un mondo nuovo che mi avrebbe lasciato prima sbigottito e poi
curioso di scoprire ed apprendere.
Quei marmi incisi e posti alle pareti, per rammentare ai presenti le gesta ed
i sogni di giovani studenti ardimentosi o per eternare nel ricordo la
dottrina di educatori, proprio quei marmi furono i miei primi grandi maestri.
Non era quella la scuola di paese o il Seminario vescovile, dove tutto era
regolato dalla improvvisazione di docenti adattati alla bisogna: il ginnasio
"Galluppi" era una grande scuola ed una lapide mi ricordava che l aveva
insegnato Settembrini; un'altra ancora mi ammoniva che da quelle aule era
venuto fuori il filosofo Fiorentino e tanti altri illustri uomini.
Tutte quelle testimonianze lievitarono il mio smarrimento, ma accesero in me
la curiosit di conoscere tutto ci che quegli uomini avevano scritto e
fatto, ed il desiderio d'interiorizzare la loro dottrina, intessuta di
religioso amore verso la patria e la famiglia.
La sezione B della quarta ginnasiale, alla quale era stato assegnato, era
formata in gran parte da ragazzi venuti dalla provincia; l'altra, la A, aveva
invece accolto i figli di pap: i rampolli della Catanzaro bene, eleganti,
profumati, spocchiosi.
La nostra era la sezione del terzo mondo, vuoi perch di estrazione
piccolo-borghese o popolare, vuoi perch eravamo cos magri da suscitare
interesse per il problema della fame nel mondo.
Eravamo i frutti genuini della guerra che si era conclusa da poco: secchi,
magri in grado estremo, con gambe e braccia che richiamavano una nudit
spettrale e squallida; visi pallidi ed occhi immensi, rimasti forse
spalancati per l'intensa e sconvolgente paura delle bombe. Il pi magro di
tutti era Mumoli, ma occupava spazio quanto un obeso per via degli orecchi
grandi e sporgenti: due battenti di finestra su di un viso minuto e smunto.
La sezione A si differenziava anche perch i suoi componenti usavano
esprimersi solo in lingua, magari dialettizzando l'italiano e rendendolo
ridicolo.
Noi, invece, usavamo l'espressione dialettale, orgogliosi di quella
parlata che faceva parte del nostro mondo e che ci faceva sentire vicini alle
persone care che lontane usavano quel nostro linguaggio con straordinaria
dignit.
E poi nel dialetto anche le cose pi grandi, pi monumentali, ci apparivano
di buon aspetto e ci infondevano fiducia; la nostra parlata ci restituiva
confidenzialit anche nelle affermazioni pi serie, ed il dialetto le
riconduceva ad un tono amichevole, ad un livello di esperienza pi casalinga.
I figli di pap si comportavano con atteggiamento di distaccata superiorit e
sufficienza, con ostentazione di presunta distinzione o raffinatezza.
Per queste indiscusse qualit, qualcuno usava definirli ricchioni; per le
stesse caratteristiche furono inclusi in una classe mista, con delle ragazze
stupende che suscitavano in noi vogliosi desideri. Nella nostra sezione la
presenza femminile era assicurata, a giorni alterni, dalla partecipazione
straordinaria dell'anziana signora Macr, insegnante di francese.
Il profumo di giovinezza delle ragazze dell'altra sezione produceva in noi un
abbandono stupito e incredulo di fronte ad una realt gradevole e un
desiderio svagato d'immagini eccitanti e a noi precluse. Lo stesso profumo di
giovinezza ci faceva riflettere sul modo settario di concedere agli uni e
negare agli altri.
Tutto ci ci dava l'esatta misura di una scuola che non rispondeva affatto
alle vitali esigenze del processo di democratizzazione che stava per avviarsi
nella societ italiana.
Col trascorrere degli anni mi appaiono sfumati i volti ed i tratti dei
professori di quel tempo; ma nessuno riuscir mai a cancellare dal ricordo di
quei giorni l'immagine del professore di lettere.
Era tornato da poco tempo dalla prigionia; aveva partecipato all'ultima
guerra e mostrava sul volto i segni della sofferenza. Portava delle lenti
spesse e pesanti, miracolosamente imprigionate in una montatura sottile e
malferma.
Indossava un vestito dal colore indefinibile e, fedelmente fino a
primavera inoltrata, un maglione verde a girocollo che sostitu con una
camicia alla Robespierre, sempre verde.
Quell'indumento col passare dei giorni, mut colore fino a raggiungere toni
grigio-verde, che restiturono al legittimo indossatore le tinte del suo
passato militare. La cattedra presso il ginnasio "Galluppi" fu forse il suo
primo incarico civile. C'era in noi un sentimento di meraviglia, associato a
riverenza per quell'uomo misterioso e poco socievole, che aveva fatto la
guerra e, in un certo senso, aveva difeso anche la nostra vita. Aveva nello
sguardo una certa espressione di pensosa gravit, che rendeva poco sereno il
suo volto.
Non aveva saputo stabilire con noi un rapporto umano: forse la guerra lo aveva
incattivito, ed era ora sadico nel ridicolizzare l'alunno impreparato o il
timido che si esprimeva a fatica.
Era in continuo conflitto con Tot Grillo, del quale non tollerava neppure il
saluto e del quale, per, doveva sopportare le palline di carta che - miope
com'era - scambiava per mosconi.
Fumava le Alfa, non certo per doveroso omaggio alla lingua di Aristotele, ma
perch erano le sigarette a prezzo infimo, che gli procuravano risparmio e a
noi nausea e violenti colpi di tosse.
La porta dell'aula aveva un'apertura circolare provvista di vetro; ogni tanto
qualche ricchione della sezione A si affacciava per osservare e tendere
l'orecchio per curiosare.
Si beccava immancabilmente la vrazzata del mio inseparabile compagno
di banco e di sogni.
Durante i mesi invernali la nostra aula si trasform in succursale della
Siberia:
mancavano i vetri ed i cartoni non riuscivano a contenere la gelida aria che
penetrava dalle finestre; dai piedi saliva su per il corpo un freddo di morte
che ci lasciava immobili.
A gennaio il preside Fornari si prodig per prolungare le vacanze natalizie;
ma al rientro il freddo era ancora vivo come non mai.
Il professore di lettere continuava a fumare, calato nel suo maglione verde
ed intento ad insegnarci cose per le quali mostrava scarso entusiasmo.
Il suo greco, il suo latino, ma in modo particolare il suo modo di porgere ci
lasciavano delusi.
Ogni tanto qualcuno (era sempre Elio Pelaggi a farlo) si poneva a chiedere
delucidazioni; piovevano allora apprezzamenti poco piacevoli sullo sviluppo
mentale dell'interlocutore, che faceva le sue domande con finalit di sfottere
il docente e mai per arricchire il suo bagaglio culturale.
La guerra con Grillo continuava, ma si era inserita una terza potenza a dare
man forte al collega in difficolt: Pep Marcello!
Il professore accus il colpo per quell'inaspettato intervento che avrebbe
fatto guadagnare alla santa causa altre adesioni.
Marcello era specialista nell'emettere pernacchie non orali: le produceva
schiacciando le palme delle mani e mantenendo un'espressione seria, dignitosa
e composta.
La classe, fin dall'inizio dell'anno, si era divisa a gruppi non per finalit
didattiche, ma secondo la provenienza territoriale.
Il gruppo pi numeroso era quello del quadrilatero Sorbo-Taverna-Crichi-Soveria
e comprendeva: Benito Pudia, Iginio Vero, Gaetano Sanzi, Tot Merante, Gaetano
Greco, Ciccio Russo, Tot Grillo, pi il sottoscritto quale volontario.
Quello proveniente dal crotonese annoverava Alfonso Noce, Gentile e qualche
altro. Il gruppo dei catanzaresi era capitanato da Elio Pelaggi, la cui
personalit svettava su Geppino Martino, Cesare Scalise, Toscano, Maisetto ed
altri sempre in guerra.
Nelle conversazioni cominciammo a formarci alla vita in comune, ad esprimere
il nostro punto di vista, ad ascoltare e a prendere in considerazione il punto
di vista degli altri: incominciammo, finalmente, a vedere la realt non pi in
modo egocentrico, ma obiettivo.
Scoprimmo molto presto che ci eravamo saldamente uniti in un rapporto di
affetto e di stima; mentre i ricchioni continuavano a godere del profumo
delle ragazze.
 passato tanto tempo ed i fantasmi poetici di quei giorni mi inseguono
ovunque.
Come Settembrini ho amato questa strana citt che mi accolse ragazzo e dalla
quale non mi sono pi allontanato.
Ogni giorno attraverso corso Mazzini ed il mio sguardo si posa sul monumentale
edificio del liceo "Galluppi".
Resto sempre attonito a guardare il grande portone, a ricordare immagini di
giorni spensierati.
Sbiaditi ritratti di ragazze, inseguite ed amate fuori dalla sezione A,
colleghi perduti, altri ancora a me vicini nella vita quotidiana.
Grillo continua a lanciare, ma dal cielo, palline di carta per richiamare in
noi il suo ricordo.
In questo repertorio di cose vecchie e fuori moda, resto a gestire la mia
bottega di rigattiere degli affetti e dei ricordi.
C' di tutto: nessuno, fortunatamente, ha comprato finora qualcosa.
Tutto  rimasto intatto per l'arcano e silente piacere di creare e ricostruire
il passato, che diviene presente quando la mia anima vibra di desiderio e di
amore.
C' ancora un sorso d'acqua nella brocca della mia giovinezza: la serber per
rinfrescare le labbra, screpolate dal tempo, prima del viaggio senza fine, nel
momento in cui chiuder per sempre la mia bottega di rigattiere.

/:/Anna Borra.
di Alfredo e di Assunta Politelli
nata a Catanzaro il 16 marzo 1930
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1944/1945)

Erano gli anni duri del dopoguerra:
tutto era distrutto come la nostra Cattedrale che solo all'inizio degli anni
Cinquanta sarebbe risorta dalle rovine, ma quella guerra, anche nello citt di
provincia, ci aveva provati o fortificati insieme: a quattordici, quindici
anni eravamo gi maturi come se ne avessimo diciotto ed il nostro vecchio
Liceo, in specie tra il quarantacinque, quarantasetto, cinquanta, fu
ricettacolo di belle menti e cuori generosi. Mentre a Roma si preparava la
Costituzione della Repubblica noi stavamo a sedere su quegli scuri vecchi
banchi del Galluppi e studiavamo su libri appartenuti ad altri, che avevano
gi una loro storia. Ricordo ancora una grammatica Rubrichi spaginata,
ingiallita, ma utilissima, in un momento in cui le Case Editrici, a fatica,
sorgevano - anche loro - dalle rovine. Ci studiavamo in quattro o cinque e poi
parlavamo di tutto, di niente. Tanti ricordi galleggiano, affiorano da un mare
in tempesta, vengono sommersi mentre deduche men a selanna kai Pleiades.
Invece tutto  riaffiorato o nulla  stato tralasciato dagli ex studenti che
hanno risposto all'appello di Ezio Galiano, attuale preside del Liceo che,
nell'85, mand una lettera a tutti noi perch componessimo un originalissimo
mosaico, fusi tutti nel presente/passato per tornare insieme ai sereni
momenti dell'arcobaleno, su un prato pieno di luce: la prima giovinezza. Ed 
nato, a qualche anno di distanza un grande libro, quasi un'enciclopedia di
Ezio Galiano: Vecchio Galluppi, un liceo, una citt, pp. 398, Rubbottino
Editore, (Collana: Immagini della memoria diretta da A. Panzarella).
Mentre sfoglio queste grandi pagine, apprezzandone l'ottima veste editoriale,
sono stupita dai nomi, dalla miriade di nomi che compaiono nel volume: ognuno
narra la sua storia dell'adolescenza, qualcuno si sofferma su tutti i
compagni dando pure notizie sull'attuale professione di ciascuno, altri
narrano attraverso una lente d'ingrandimento, pochi polemizzano, pochissimi
deformano la realt decodificandola. Da Afeltra a Mastroianni, da Campisi a
Iannuzzi, da Torchia a Castagna, a tanti altri validissimi ex studenti del
glorioso Galluppi, tutti hanno risposto alla lettera di Ezio in modo
originale e appassionato: il libro  la storia di una citt e di una Scuola
che abbraccia buona parte del nostro secolo,  la testimonianza di studio
tenace o accanito, di poca spensieratezza, di pochi svaghi ma della volont di
riuscire, malgrado tutto.
Qui innesto un mio ricordo dato che io sono assente in quell'affresco: anno
scolastico 1943-44 ho tredici anni e mezzo ma le scuole cominceranno a
febbraio del '44. Dal novembre con Giuliana Blois, vado dalla nipote di
un'amica di Mamma: Nicolina Cortese (non ancora Siciliano) per iniziare la
grammatica greca e ripetere quel po' di latino fatto alle medie. Inoltre
svolgiamo qualche tema su autori moderni. Per me, principalmente, Galluppi
significa ginnasio e, ripensandoci, mi fa ingigantire proprio i detti nomi:
Giuliana fu la compagna pi cara, Nicolina la giovane professoressa che, in
quinta, mi dava voti altissimi in italiano e che m'incit a scrivere e
scrivere con quella sua rara umanit, con quella speciale sensibilit che me
la rendono indimenticabile.
C', nel grande volume di Ezio Galiano, una testimonianza del mai troppo
compianto Roberto S. Trovato, da cui sento il dovere di stralciare una
magnifica affermazione che ha molto di poetico: il rievocare porta sempre
con s una confusa capacit di malinconia e il rischio, nel sovrapporsi delle
immagini e nel riflettersi indietro nel tempo, di sostituire, alla memoria dei
fatti, sentimenti abbelliti. In effetti alcuni ex studenti nel ricordare,
hanno trasformato, abbellendo...
Se mi soffermo su alcune delle innumerevoli fotografie pubblicate, se vedo,
quasi all'inizio del volume, il viso dolce, intenso, di Nicolina, al liceo,
insieme con Carmelita Cosco e tante altre sue compagne di scuola, se osservo
l'espressione serena di Giuliana fermata nel tempo vicino a me, fermata nella
vita a meno di ventitr anni, io penso che un lacerto della mia memoria 
stato inesorabilmente distrutto, si  sfioccato come una nuvola di maggio,
ritorna in altra forma, in altra successione, magari  alquanto abbellito -
come ricomposto - ma non  pi quella realt, quella Verit. Eravamo gi
maturi, al ginnasio e le cose pazze erano poche ma vorrei risentire per un
attimo i calci negli stinchi di Annamaria che la finiva solo quando le
passavo il compito in classe di latino e rivedere quei vestitini che ci
scambiavamo in palestra o le vecchie scarpe rosse riverniciate per i primi
balli al Moderno.
Se gli anni volano, quegli anni sono volati. Al Liceo nuove amicizie, nuove
esperienze, maggiore studio e non pi nove o dieci in italiano (e
latino), ma, con Cancellieri, sette era gi troppo e con Di Rosa il greco fu
un osso duro... Dal primo al secondo liceo fummo promosse, mi pare, solo in
cinque: fu un trauma perch trovammo nuovi compagni e molte tra le pi care
dovettero ripetere la prima...
Comunque ho un buon ricordo di Di Rosa e delle sue figlie Glene e Aglae, a cui
detti i miei primi acquerelli alla Disney per la loro cameretta. Continuavano
i balli al Moderno e ci vedevamo tutti l; con altri, pi grandi e pi piccoli,
parlavamo durante la ricreazione in quel lungo buio corridoio e, qualche
pomeriggio, ci radunavamo in un prato immenso, oltre la curva di San Leonardo,
dove adesso sorgono decine e decine di palazzi: parlavamo d'arte, di filosofia,
di politica; con Maria Froncillo scrivevo a due mani, un quaderno-diario su
quelle giornate, su quegli amici: Lucia, Mario, Ezio, Luciano, Mara, Adele,
Velella, Marisa, Ennio, chi altri? Siamo tutti l, magicamonte uniti in quella
luce ed uno di loro  fautore ed ideatore di questo libro che ha gi una
storia... Per non sono molto d'accordo sulla frase di Porcelli:
...Pensando alla libert di oggi mi rammarico perch il tempo della mia
giovinezza ci ha defraudato anche di questo.
Se lo vogliamo siamo tutti degli esseri liberi, in qualunque tempo, in
qualunque modo. E non  che i giovani di oggi siamo molto diversi da quelli
di ieri, basta osservare attentamente le fotografie, bellissimo di Vecchio
Galluppi; si nota uno spiccato senso del gruppo, una serenit che trascende
luoghi e tempi, che va oltre le piccole cose quotidiane. Nel quarantotto gi
l'inizio della ricostruzione, dell'assestamento in politica, del rinnovamento
in arte e letteratura. Ci crescevano - fulve - le ali della prima giovinezza e,
con le ali, il desiderio del volo... Forse perch le citt di provincia erano
chiuse come in un ghetto, mentre al Centro-Nord iniziava il ribaltamonto di
tutto ci che era stato fatto in campo culturale e ideologico, gestendo una
nuova visione della vita sociale, politica. letteraria. Tra i pochi professori
all'avanguardia si distingueva il giovanissimo Mastroianni, altri restavano
aggrappati all'ncora dell'anteguerra. Infatti, in letteratura si arrivava
appena a D'Annunzio... Quindi volare a Roma, a Firenze,a Milano, per
iscriverci alle facolt pi congeniali. Ci chiamarono i poeti della diaspora.
Figli di una terra generosa di doni intellettivi, ricchi di una certa
esperienza culturale, (Don Pippo de' Nobili contribu ad accrescere la mia
smania di ricerca e mi dette i primi preziosi consigli per dei pezzi
folkloristici che scrivevo su Il Tempo), partimmo con valigie zeppe di libri
e di speranze non sempre realizzate. Il Vecchio Galluppi restava l, (sempre
pi grigio, mentre davanti avevamo il rosso della gioia), ma fu sempre il
nostro entroterra morale, qualcosa che ci sorresse nelle difficolt fino al
sessantotto e ci spinse verso traguardi che sembravano irraggiungibili, ma le
ali si irrobustirono col volo...
Eravamo tanti ragazzi, biondi, neri, fulvi; sfogliando questo grande volume
me li ritrovo tutti vicini e invece ne ho perduto tanti a causa delle
vicende della vita o della mia eterna diaspora o, peggio, della morte di
alcuni di loro. Eravamo tanti ragazzi, ne ho incontrato alcuni: hanno i
capelli bianchi e, talora, le spine della vita sono intorno ai loro occhi;
ognuno ha raccolto quel che ha voluto o potuto. Carezzo con le dita qualche
fotografia, fermti su carta patinata quei gruppi gioiosi, ignari del futuro,
chiusi in questo Libro della giovinezza. Tutto ci si deve al Vostro Preside,
ragazzi dell'attuale Liceo Galluppi, alla titanica volont che lo ha distinto
per tutta la sua vita operosa, alla consapevolezza della sua missione.
All'inizio di un nuovo anno scolastico auguro a tutti voi una pari volont ed
un avvenire migliore di alcuni Grandi che vi hanno preceduto fin dall'inizio
del secolo. Questo volume, fra l'altro, vi sia di sprone per affrontare le
difficolt e superarle e vincere avendo costanza e fiducia in voi stessi.
E non cessate mai di lottare per la giustizia nella libert. Mi piace chiudere
questa mia tardiva testimonianza con le parole di un medico: Antonio Gassi, ex
studente, che svolge quotidianamente una missione encomiabile presso il vostro
Ospedale; estrapolo qui poche righe dai suoi ricordi editi su Vecchio
Galluppi: ...  quell'umanit respirata nel Galluppi che ci accomuna ed 
quella stessa umanit che mi fa capire che bisogna regalare la professionalit
ai giovani e guidarli verso i valori umani.
 quello che noi docenti dovremmo cercare di fare, sempre.
Anche se l'edificio  diverso e la vostra sede  moderna, computerizzata, con
personale efficientissimo; non dimenticate mai quel nostro vecchio Liceo che
ci sprona e vive, e VIVE.

/:/Nicola D'Amico.
di Giacomo e di Anna Luise
nato a vibo valentia l'1 gennaio 1931
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1943/1944)

Carissimo Preside,
ripercorrere con la memoria gli anni del Liceo significa proiettarmi in un
passato alquanto lontano, i cui ricordi mi appaiono sfuocati, tanti sono stati
gli avvenimenti che si sono succeduti a partire dal quel 1949-50.
E, come da una diapositiva sbiadita, ricostruisco la I C del liceo "Galluppi":
rivedo alcuni compagni: Franco, Alfredo, ma solo la figura del professore
di latino e greco si staglia definita, chiara nella mia mente, tanto
autorevole era la sua cultura, tanto perfetto e completo il suo metodo di
insegnamento.
Il docente era Vito Sirago che ci condusse nello studio delle sue materie con
perizia e passione pur essendo ai primissimi anni del suo insegnamento.
In particolare, ricordo il modo in cui ci faceva svolgere le prove scritte,
per le quali non concedeva pi di un'ora, in maniera che l'impegno
raggiungesse il massimo della concentrazione evitando le pause e le
distrazioni.
Il professor Sirago, allievo prediletto del professore Arnaldi dell'Universit
di Napoli, gi da allora curava numerose pubblicazioni che lo portarono poi a
conseguire la libera docenza.
La sua successiva carriera conferm a tutti noi le sue grandi doti, il suo
valore; lasciato infatti il liceo "Galluppi" di Catanzaro, pass
all'insegnamento nei Licei italiani all'estero (Bruxelles) fino a coprire la
cattedra di docente nell'Universit di Salerno e, tutt'oggi, quella di Bari.
Ricordarlo oggi per me  un segno di affetto e di un doveroso ringraziamento
per quello che ha rappresentato per tutti noi.

/:/Giuseppe Caparello.
di Ottavio e di Elena Caligiuri
nato a Catanzaro il 9 gennaio 1931
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1943/1944)

Mi posso considerare un fedelissimo
del Galluppi di Catanzaro, in quanto vi ho frequentato non solo le cinque
classi del Ginnasio-Liceo, ma anche quelle della scuola elementare e della
scuola media, che all'epoca erano pure sistemate (salvi temporanei spostamenti)
nel medesimo edificio di Corso Mazzini.
Di conseguenza tutta la mia carriera scolastica s' svolta quasi senza
soluzione di continuit - in quelle aule vecchie, ma austere, e sempre nello
stesso clima di seriet e di disciplina, che traeva origine, a mio parere, sia
dalla statura intellettuale e morale dei vari Docenti e dal livello di
preparazione e di educazione dei ragazzi, sia soprattutto dal particolare
stile da cui era caratterizzato l'intero ambiente dell'Istituto, quale che
fosse il corso di studi frequentato.
Diffondersi oggi, a distanza di tanti anni (ho conseguito la maturit classica
nel 1948), e sia pure limitatamente al corso di studi del Ginnasio-Liceo,
nella rievocazione dei professori, dei compagni di scuola e dei tanti episodi
di vita scolastica, con l'intento di parlare di tutti, costituirebbe uno
sforzo di notevole impegno, e nel contempo destinato ad inevitabili omissioni.
Mi limiter, quindi, a qualche spunto, soffermandomi principalmente sulle
persone e sui fatti (fra i tanti di cui conservo il ricordo), che pi degli
altri potranno evidenziare il tipo d'ambiente scolastico nel quale mi sono
formato; fermo restando, ovviamente, che questa necessaria selezione non va
interpretata come segno di una minore affettuosit o addirittura di totale
dimenticanza, nei confronti di coloro che non avr menzionato, o per i quali
il richiamo sar stato pi fugace.
Parler, dunque, di alcuni professori, di qualche compagno di scuola e
naturalmente, anche di me stesso: e lo far in maniera semplice, quasi
discorsiva ed obiettivamente distaccata, o con sorridente indulgenza,
garantendo sin da ora che tutti i fatti che andr a riferire rispondono
assolutamente a verit (la deformazione professionale comincia subito a farsi
sentire...).
Ritengo doveroso, nel parlare dei miei professori, accomunarli innanzi tutto
in un unico globale giudizio: erano preparati (molti ad un livello
eccezionale), erano umani e comprensivi, ma erano anche esigenti, specie verso
i ragazzi che si dedicavano con impegno allo studio (ed io ero tra questi).
Si verificava, quindi, che tu studiavi ed il professore ti dimostrava tutto il
suo apprezzamento, ma nel contempo pretendeva da te un rendimento sempre
maggiore, per cui eri costretto a non concederti distrazioni o battute a
vuoto: c'era, insomma, un'immagine da conservare e da rispettare, ed era
un'immagine che non era limitata alla tua persona di studente, ma che
coinvolgeva anche la classe nella quale ti distinguevi, ed in via pi 
generale l'Istituto cui appartenevi.
Naturalmente questa esigenza di essere sempre se stessi non riguardava il
solo profitto, ma si estendeva anche al tuo comportamento nella scuola, sicch
anche un piccolo sgarro da parte tua veniva censurato con maggiore
intransigenza.
Ricordo, infatti, che quando frequentavo il secondo o il terzo Liceo fu
organizzato uno sciopero in tutto l'Istituto: i motivi erano alquanto
pretestuosi (come del resto accade per la quasi totalit degli scioperi
studenteschi), ma l'astensione fu totalitaria e, quindi, anch'io ed i miei
compagni di classe vi partecipammo, pur sapendo che avremmo suscitato le ire
del nostro Professore di latino e greco, Vito Sirago, docente allora giovane,
ma di grande preparazione umanistica, rigido e nel contempo affettuoso verso i
suoi allievi. Ebbene, quella mattina, mentre io ed altri due o tre compagni
stazionavamo nei pressi della Villa Trieste, intenti a leggere un giornale
sportivo, avvistammo a distanza il prof. Sirago che veniva verso la nostra
direzione; ci rifugiammo nel vano di un portone, nascondendoci dietro il
giornale, ma il professore ci aveva gi visti, venne risolutamente verso di
noi, ci strapp il giornale dalle mani e ci riprese aspramente ad alta voce,
incurante delle persone che passavano, mentre noi, confusi ed a capo chino,
eravamo incapaci di tentare una qualsiasi giustificazione.
Eppure egli aveva davanti a s i tre o quattro migliori alunni della sua
classe che, in fondo avevano avuto il solo torto di aderire ad uno
sciopero generale...!
Un'altra brutta figura la rimediai, questa volta a titolo esclusivamente
personale ed anche se non del tutto meritatamente, al secondo Liceo, col prof.
Giovanni Mastroianni, docente di storia e filosofia.
Il prof. Mastroianni era notoriamente uno dei professori pi brillanti e
preparati, era molto cordiale con noi, ma ci malgrado ci incuteva una certa
soggezione. Un giorno, a seguito di una parola d'ordine diffusa dai reparti
arretrati della classe, per evitare l'assegnazione di qualche capitolo di
filosofia da studiare, ricorremmo al sotterfugio di dirgli che nessuno di noi
aveva portato il libro di testo. Senonch, a distanza di alcuni minuti un mio
compagno, che di solito stava con la testa in aria e che non si era neppure
reso conto della congiura ordita, ebbe la brillante idea di mettere le mani
sui miei libri (depositati sotto il banco) e di estrarne proprio il testo
incriminato; ponendolo in bella mostra sul suo banco, che era in prima fila
e, soffermandosi (non capisco per quale motivo), a contemplarne la copertina.
Io non mi ero accorto di nulla. Se ne accorse, invece, il professore, il quale
si fece consegnare il libro e vi trov il mio nome segnato all'interno. Mi
apostrof con una frase gelida: Ti sei comportato come una comare da basso
quartiere e non aggiunse altro. Farfugliai che in buona fede ero convinto di
aver dimenticato il libro a casa, ma la giustificazione faceva acqua da tutte
le parti e, quindi, le mie parole finirono col rendere ancora pi pesante
l'atmosfera di disagio che s'era creata nella classe.
Oggi, forse, un episodio del genere non avrebbe provocato nessuna crisi di
coscienza; per me, invece, ebbe allora l'effetto di una scudisciata...!
Questi professori, peraltro, sapevano anche essere magnanimi al momento
opportuno. Al secondo Liceo ebbi come docente d'italiano il prof. Mauro
Nicotra, al quale sono stato sempre affezionato per le sue doti intellettuali
e di umanit.
Di carattere gioviale (era famoso per l'epiteto di sciancato con cui
gratificava scherzosamente chi non andava bene), era per anch'egli severo ed
esigente. Un giorno redargu duramente un mio compagno che non si era
preparato adeguatamente per l'interrogazione. L'altro cercava naturalmente di
addurre delle giustificazioni, ma non riusciva ad esporle in maniera compiuta
perch veniva messo a tacere dalle contestazioni del professore.
Ad un certo momento questo mio compagno sbott nella seguente frase: Sapete
come si dice al mio paese? Ccu patri e ccu patruni non si po' mai aviri
raggiuni!.
Quelle parole, che a noi tutti parvero irriverenti, determinarono nella classe
un imbarazzante silenzio. Tememmo una reazione del professore quanto meno
sotto forma di una nota sul registro.
Il prof. Nicotra invece, non si scompose; invit il nostro compagno a parlare,
ne ascolt le giustificazioni senza interromperlo ed alla fine le ritenne
valide. Ma subito dopo aggiunse: Come vedi, per, il detto del tuo paese 
sbagliato, perch ccu patri e ccu patruni si po' puru aviri raggiuni!.
Ridemmo tutti e la cosa fin l.
Eppure un giorno abbiamo avuto modo di vedere alcuni di questi stessi
professori in una versione inedita, mentre, cio giocavano come veri e propri
ragazzini. Infatti, quando frequentavo il I Liceo, fu organizzata nell'Istituto
una passeggiata scolastica fuori citt. Ci recammo in una campagna dopo
Pontegrande, portando colazioni e vino.
Nel clima euforico determinato dalle copiose libagioni, il mio professore di
matematica (molto popolare tra gli studenti) ed un professore di latino e
greco di una sezione diversa dalla mia (e che era molto meno benvoluto per la
sua particolare severit), cominciarono scherzosamente a lanciarsi qualche
schiaffetto.
Immediatamente si formarono (o meglio, si finse di formare) due opposte
coalizioni fra gli studenti, a sostegno di ciascuno dei due... avversari.
I contendenti vennero, quindi, issati sulle braccia dei rispettivi
sostenitori e diedero luogo a reiterati scontri frontali fra di loro: i due
gruppi prima si ponevano ad una certa distanza, poi avanzavano velocemente
l'uno verso l'altro, trasportando gli sfidanti, i quali, quando si
avvicinavano, cominciavano a scambiarsi i colpi.
Accadeva, per, che in forza di una tacita intesa, fulmineamente creatasi fra
i due gruppi di studenti, il professore di matematica veniva ogni volta
lasciato libero nei suoi movimenti e poteva perci colpire agevolmente
l'avversario, mentre quest'ultimo veniva in vario modo ostacolato o trattenuto
dai suoi stessi sostenitori, divenendo cos un comodo bersaglio dei suo
antagonista.
Fin, quindi, che il prof. di latino e greco si prese quel giorno tanti di
quei buffettoni, che se pure gli venivano materialmente mollati dal suo
collega, costituivano, in realt una forma mediata (e simpatica) di vendetta
da parte dei suoi studenti.
E non  del tutto da escludere che in quel confuso gesticolare, accompagnato
da schiamazzi e risate, qualcuno di loro vi abbia pure aggiunto qualcosa di
suo...
Non posso chiudere queste rievocazioni sui miei professori senza aver
menzionato il prof. Reclus Mustari, docente di storia e filosofia al terzo
liceo.
Era un autentico galantuomo, affettuoso, paterno e professionalmente molto
preparato.
Quasi si disperava quando un mio compagno di scuola che per la storia non
aveva molta attitudine, faceva nascere Carlo Alberto da Vittorio Emanuele II
ed Umberto I da Vittorio Emanuele III; ma non era capace di rimandare o
bocciare nessuno.
Ho rivisto il prof. Mustari nel 1955 o nel 1956, quando ero Uditore giudiziario
presso la Pretura di Catanzaro: era affettuoso come sempre, ma sono rimasto
imbarazzato ed anche dispiaciuto nel notare che egli mi si rivolgeva dandomi
del Voi e chiamandomi giudice. Inutili sono state le mie insistenze perch
mi trattasse come quando eravamo a scuola: quello era lo stile dell'Uomo e del
Docente!
Prima di parlare dei miei compagni di scuola, vorrei dire qualcosa su di me,
anche per lumeggiare i miei rapporti con l'ambiente scolastico in cui ho
vissuto.
Come ho gi accennato prima, ho sempre studiato con impegno: un po' per
naturale predisposizione, un po' per il clima di seriet dell'Istituto che
frequentavo; ed anche perch in famiglia c'era mio fratello Ottaviano, poco
pi grande di me, che frequentava pure il Galluppi, una classe prima della mia,
con ottimo profitto e costituiva, quindi, un valido modello da imitare. Mentre,
per, mio fratello era abbastanza disinvolto (stando, almeno, a quanto diceva
lui), con i professori e con le ragazze, io invece ero un timido
incorreggibile: incapace di presentarmi impreparato alle interrogazioni, di
marinare la scuola, di commettere atti di indisciplina, ero anche piuttosto
impacciato nel corteggiare qualche allieva dell'Istituto. Mi piacevano molto
il latino e il greco (tanto che il prof. Sirago mi voleva far iscrivere alla
scuola Normale di Pisa) ma studiavo volentieri anche le altre materie.
Ero, invece, pessimo in educazione fisica, e durante la scuola media avevo
inoltre dimostrato una penosa inettitudine per il disegno e le applicazioni
tecniche, non essendo stato mai capace di far passare con precisione tre linee
per un punto, o di levigare a squadro un tassello di legno.
Non ero peraltro, e ci tengo a dirlo, uno sgobbone e neppure rappresentavo
il modello perfetto di alunno, primo ad entrare ed ultimo ad uscire.
Anzi, per quanto riguarda il rispetto dell'orario di entrata, sono stato
spesso un impenitente ritardatario, specie durante gli anni della scuola
media e del ginnasio superiore.
Ricordo che c'era un bidello, di cui non rammento oggi il nome, che era la
mia persecuzione; bastavano pochi minuti di ritardo, ed anzich farmi entrare,
o mi mandava dal Preside per giustificarmi o, addirittura, mi faceva aspettare
(mandandomi poi sempre dal Preside) fino all'inizio della seconda ora.
Per colpa (o per merito) di questo bidello, cominciai a ricorrere anche a
qualche piccola astuzia che nessuno si sarebbe potuto aspettare da me:
infatti, un giorno, per giustificare in maniera attendibile il mio ritardo, mi
recai da un farmacista che mi conosceva e mi feci applicare sulla fronte un
po' di tintura di iodio, per simulare gli esiti di una caduta. Un'altra volta,
per porre fine a questa situazione, presi la drastica decisione di usare la
sveglia, il cui rumore  stato per me sempre insopportabile: misi la lancetta
intorno alle 7,40 (almeno cos credetti) e la mattina dopo, quando la sentii
suonare, mi affrettai a prepararmi.
Dopo circa mezz'ora ero pronto e, quindi, mi avviai a passo svelto verso la
scuola, che distava da casa mia circa 6-700 metri.
Mentre mi avvicinavo, cominciai per a preoccuparmi perch, come tutte le
altre volte in cui ero arrivato in ritardo, non sentivo la presenza degli
alunni nei pochi minuti di attesa prima dell'ingresso.
Infatti, quando giunsi davanti all'Istituto, mi accorsi con sgomento che
ancora una volta davanti al portone non c'era nessuno degli studenti: c'era
invece, il solito bidello che mi guardava col solito ghigno ironico...
Indispettito per il fallimento del mio tentativo, e per non chiedergli per
l'ennesima volta di farmi entrare in classe, esclamai con aria rassegnata:
Pazienza vuol dire che anche oggi entrer alla seconda ora... Il bidello mi
guard sorpreso e mi disse: Ma che stai contando che sono ancora le 7,25!.
E mentre io lo guardavo un po' incredulo e un po' risollevato, aggiunse
sarcasticamente: Tu, o arrivi ali sette, o arrivi ali decia!....
Con i miei compagni di scuola ho sempre mantenuto, in generale, rapporti di
affettuosa colleganza e con alcuni anche di stretta amicizia.
Con molti di loro ho poi perso per anni i contatti, ma quando abbiamo avuto
occasione di rivederci, il nostro incontro  stato sempre festoso e cordiale:
segno che, malgrado il lungo tempo trascorso, era rimasto in ciascuno di noi
verso l'altro, un ricordo simpatico e costante.
Naturalmente non sono mancati all'epoca, i litigi e i dispetti tra me e
qualcuno di loro; ma si  trattato sempre di fatti banali, in cui, peraltro,
ragioni e torti reciproci sostanzialmente si equivalevano, sicch in
definitiva, i conti... rimanevano in pareggio.
Solo con uno di loro, a ben pensarci, sono rimasto decisamente in debito, nel
senso che ad una sua buona azione non ho risposto nella maniera dovuta: mi
riferisco a Ciccio Conidi, ora Avv. Francesco Conidi Via de Grazia 37
Catanzaro.
Accadde che, all'uscita della scuola, mi accorsi di aver lasciato in
classe il mio impermeabile nuovo che avrei dovuto mantenere e custodire,
secondo le raccomandazioni fattemi a casa mia, con la massima cura. L'aula era
stata, nel frattempo, chiusa a chiave ed i bidelli erano andati via. Cominciai
a piagnucolare perch non volevo presentarmi a casa senza l'impermeabile. Il
buon Ciccio Conidi si mosse allora a compassione, attraverso una porta
secondaria raggiunse, sempre seguito da me, un cortile interno su cui si
affacciava il finestrone della nostra aula, con le ante socchiuse, ma ad una
altezza non trascurabile rispetto al pavimento ed allo stesso piano del
cortile. Il Nostro, per, riusc ad arrampicarsi sino al finestrone (cosa di
cui io non sarei stato minimamente capace, per le mie note carenze atletiche)
e da l salt sui banchi, facendosi male, fra l'altro ad un ginocchio (cosa che
anch'io, invece, avrei saputo fare, ed ancora meglio di lui...) ma non riusc
a trovare l'impermeabile.
A questo punto presi a disperarmi perch ero convinto di averlo ormai perso;
Ciccio, al contrario, ebbe un'improvvisa intuizione: Ma sei sicuro, disse, di
averlo portato stamattina? A me sembra di non avertelo visto addosso.
Respinsi sdegnosamente questo suo dubbio, e senza neppure ringraziarlo, me ne
tornai a casa.
L'impermeabile era l, appeso all'attaccapanni!... Non ebbi per il coraggio
di dire la verit a Ciccio; gli dissi che non avevo pi trovato l'impermeabile,
e naturalmente dovetti rinunciare a portarlo a scuola per non farmi scoprire.
Quando l'avv. Conidi legger queste note si sentir prudere le mani; ma
assieme alla mia confessione, vi trover pure le mie umilissime scuse; con
alcuni decenni di ritardo, per, sempre sentite...!
Passer ora in rapida rassegna (per mantere nei limiti della decenza queste
rievocazioni), alcuni dei tanti miei compagni del Ginnasio-Liceo, scegliendo
quelli che, o per qualche caratteristica o per qualche episodio, mi sono
rimasti pi in mente.
Comincer col menzionare Lorenzo Sansalone, fratello dell'ottimo mio collega
Nicola Sansalone (il quale ai miei tempi, aveva gi ultimato gli studi
lasciando per nell'istituto il ricordo della sua bravura). Con Lorenzo siamo
stati assieme al quarto e quinto ginnasio ed al primo liceo, sempre
gareggiando per impegno e profitto negli studi (era bravissimo in italiano e
scriveva i temi in maniera stupenda).
Tra i compagni del secondo e terzo liceo ricordo sempre con simpatia: Bruno
Car, anch'egli serio e studioso; Giulio De Luca da Sersale e Peppino Riccio
da Girifalco che, durante le ore di compito scritto, nel silenzio generale
della classe, preferivano rispettivamente imitare, ed in maniera felice, lo
speaker del giornale radio, ed il radiocronista sportivo Niccol Carosio; Fof
Correale (oggi avv. Adolfo Correale Santacroce), capocomico della classe, un
giorno vittima sfortunata ed incolpevole del nostro Preside Fornari. Il
Preside era molto attaccato alla disciplina, ed una mattina, durante una sua
visita nella nostra classe, diede tre giorni di sospensione a Giulio De Luca
reo di avergli dato una risposta solo un po' seccata. Inflitta la punizione,
lo stesso Preside si rivolse subito dopo a Fof Correale (e non saprei dire
perch proprio a lui), chiedendogli: Ti piacerebbe che qui ognuno facesse i
suoi comodi?. Poich la domanda gli era stata posta in maniera quasi
scherzosa, Fof si sent forse autorizzato a rispondere nello stesso tono e
disse con aria sorridente: Certo che mi piacerebbe. Sembrava un'innocente
battuta, tanto che tutti ci mettemmo a ridere; e sulle prime rise anche il
Preside, il quale, per, all'improvviso mut espressione e con tono severo gli
ordin: Vai fuori, sei sospeso per due giorni. Non dimenticher mai la
faccia allibita di Fof Correale, mentre ancora incredulo e frastornato, si
allontanava dall'aula...
Un'altro compagno del secondo e terzo liceo che ricordo sempre  Tot Leo, oggi
valorosissimo Magistrato presso la Corte di Cassazione e libero docente di
diritto. Tot era buono ed affettuoso, ma era di carattere suscettibile, e per
nulla si faceva venire la mosca al naso. Un giorno venne nella nostra classe
una supplente molto giovane, chiaramente inesperta ed impacciata, la quale
cominci a chiederci ad uno ad uno le generalit, rivolgendosi a ciascuno di
noi con il lei.
Quando giunse il turno di Tot gli chiese: Come si chiama lei?: Leo,
rispose il Nostro. Quel bisticcio di parole, peraltro, provoc in lui ed in
qualcuno di noi un accenno di risata, subito represso, che diede alla
supplente la sensazione di una presa in giro, per cui ella, con tono seccato,
replic: Non faccia lo spiritoso e mi dica come si chiama lei. Leo,
ripet a sua volta, con voce gi alterata Tot tra l'ilarit di tutta la
classe. A questo punto la professoressa s'infuri e l'invit ad uscire: ne
nacque tra i due un battibecco, e solo a stento riuscimmo a chiarire
l'equivoco, ma Tot rimase nervoso per tutta l'ora di lezione, lanciando
occhiatacce furibonde contro di noi sol perch, con le nostre risate, gli
avevamo fatto rischiare l'espulsione. Voglio chiudere questa mia veloce
carrellata sui compagni di scuola, col ricordo di quello che avrebbe dovuto
essere il nostro primo giorno degli esami di maturit classica: dico che
avrebbe dovuto essere perch quell'anno (1948), la prova d'italiano era
stata fissata per il 5 luglio; senonch quella mattina (o la notte precedente)
s'era verificata in altra citt la sottrazione della traccia dei temi e,
quindi, gli esami vennero sospesi in tutta Italia e rinviati di una
settimana. Apprendemmo la notizia la stessa mattina del 5 luglio, quando
giungemmo a scuola, e per noi tutti fu un trauma perch, dopo tante notti
insonni, si profilava la prospettiva di un altra settimana, ancora di tensione
e di ansia.
Eravamo tutti ragazzi sostanzialmente bene educati, ma le imprecazioni che
uscirono quel giorno dalla nostra bocca avrebbero fatto invidia ad un
reggimento di turchi! Uno dei miei compagni estrasse dalla camicia un
calendario pieno di immagini sacre, che la mamma gli aveva consegnato,
invece, a ben altri fini, e cominci a bestemmiare nell'ordine tutti i Santi,
giorno per giorno, mese per mese dall'1 gennaio al 31 dicembre ad alta voce,
imperterrito, davanti al portone dell'Istituto, per cui, come era inevitabile,
la sua reazione fin con l'assumere toni di comicit e con l'attenuare la
nostra esasperazione.
A completamento di quanto finora ho riferito vorrei aggiungere adesso alcune
mie riflessioni.
Non  certo un caso che dei tanti giovani usciti dal Galluppi di Catanzaro,
moltissimi siano poi divenuti apprezzati e valorosi professionisti in tutti i
campi. Tra i miei soli compagni di scuola posso gi annoverare un gran numero
di avvocati, medici, alti funzionari etc. Quasi nessuno, insomma,  venuto
meno alle aspettative, sicch molti di noi abbiamo finito col ritrovarci di
nuovo in contatto attraverso il ruolo e la posizione che nel frattempo avevamo
raggiunto nella Societ.
Penso allora che sia doveroso riconoscere il merito di questa nostra ascesa,
non soltanto all'impegno ed alle capacit personali di ciascuno di noi, ma
anche all'Istituto in cui s' verificata nella sua fase pi importante, la
nostra formazione intellettuale e culturale: un Istituto qualificatissimo per
il corpo dei docenti, per le gloriose tradizioni, per la seriet degli studi,
dove si eccedeva un po' troppo nel nozionismo, ma non si faceva politica, n
si ricorreva con frequenza agli scioperi...
Io personalmente sento di aver appreso, attraverso quel corso di studi, alcune
regole di comportamento a cui ho poi sempre cercato di adeguarmi nella vita,
quali: mantenere sempre vivo il senso del dovere nei rapporti con la famiglia,
con l'Ufficio e con la Societ; adottare il massimo impegno nello svolgimento
di ogni attivit, in modo da espletarla nel miglior modo possibile secondo le
capacit proprie; affrontare tutti i problemi solo dopo una preventiva,
scrupolosa preparazione, senza mai affidarsi al caso ed all'improvvisazione;
portare il dovuto rispetto verso le Istituzioni in genere; instaurare un
clima di solidariet e di affettuosa collaborazione con i colleghi di lavoro
che sono, in definitiva, e sia pure a diverso livello, dei nuovi compagni di
scuola accomunati da uguali impegni e responsabilit.
Sono rimasto sempre soddisfatto, nel mio intimo, per aver seguito questi
principi e corrispondentemente mi sono dovuto pentire quando non ho preteso -
con la dovuta necessaria fermezza - il rispetto di alcune di dette regole da
parte di chi di dovere.
In termini pi espliciti mi ritengo in colpa per aver talvolta consentito ad
alcuni dei miei figli (ai quali non mancherebbe certo l'intelligenza per fare
ancora meglio di me negli studi), di prefiggersi, a scuola, il conseguimento
solo di un risultato minimo. Quando, infatti, si parte con questi programmi
ridotti, succede spesso quel che si verifica nei campionati di calcio: se una
squadra si potenzia per conseguire lo scudetto o la promozione alla serie
superiore, o quanto meno il raggiungimento della zona Uefa, anche se poi non
centra l'obiettivo, rimane per (salvi i casi di sfortuna), sempre con una
classifica tranquilla; se invece si prepara solo per raggiungere la salvezza,
s'impantana quasi sempre in zona retrocessione, con tutti i pericoli
connessi...
E nel mio caso si  dovuto pi volte ricorrere a spareggi sotto forma di
esami autunnali di riparazione. Il destino ha voluto, per di pi , che a
rimandare per la prima volta (ed aggiungo meritatamente) mio figlio, fosse
proprio la mia ex professoressa di greco del quinto Ginnasio che ancora
conservava di me un tanto buon ricordo!
Concludo queste rievocazioni esprimendo il mio pi vivo plauso per la sua
brillante iniziativa, all'illustre Preside Ezio Galiano al quale rivolgo
anche un cordiale ringraziamento per avermi cos consentito di esternare
ricordi, sentimenti e riflessioni che da tanti anni custodivo entro di me.

/:/Francesco Condi.
di Vincenzo e di Angelina De Rosis
nato a Catanzaro il 22 marzo 1931
iscritto per la prima volta alla terza liceale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949)

Il segnale d'inizio
delle lezioni venne accolto con un sospiro di sollievo da quanti erano in
attesa di entrare stando in strada senza la possibilit di ripararsi dal freddo
intenso di un inverno che, quell anno, sembrava fosse pi rigido del solito.
Ma quando d'inverno fa freddo, tutti si pensa che l'anno precedente facesse
meno freddo. Non  vero:  solo un modo di dire, un'ingannevole espressione.
Ogni dolore attuale sembra pi grande solo perch il tempo ha attenuato la
sofferenza che ci ha tormentati prima che il nuovo trauma fosse intervenuto
sconvolgendo la riacquistata rassegnazione.
Gli alunni si diressero verso le aule con ordine ed in silenzio. Prima i pi 
piccoli, quelli che salivano le scale che portano al Convitto poi, via via,
gli altri. Quelli della licenza entrarono nelle aule per ultimi.
Sebbene si fosse in molti, ci si conosceva tutti. Ginnasiali e liceali erano
tutti "del Galluppi" e si pronunciava questo nome con orgoglio e non senza un
pizzico di vanteria perch si era consapevoli di essere allievi di una delle
pi serie e gloriose scuole del mezzogiorno. Erano in molti a sostenere che il
liceo ginnasio "Galluppi" fosse uno dei migliori d'Italia. Ma bisognava essere
degni di frequentarla quella scuola altrimenti, presto o tardi, si era
costretti alla rinuncia.
Quelli del Galluppi sapevano che per ottenere un diploma da quella scuola
era necessario, prima di ogni altra cosa, meritarsi la stima e la fiducia di
quanti all'insegnamento dedicavano tutte le proprie risorse ed energie con
assoluto rigore morale e con uno scrupolo che aveva dell'incredibile.
Era impossibile che una indisposizione di modesta entit inducesse all'assenza.
E questo valeva per tutti.
Si prese posto nei banchi, vecchi banchi dai piani intagliati, scarabocchiati
con le teste dei chiodi arrugginiti: nomi, iniziali, cuori trafitti: sofferenze
scolpite in nome del ricordo, inflitte all'arido legno da innumerevoli
sconosciuti.
Ogni volta che sedeva sul suo banco, veniva preso da un vago senso
d'inferiorit di fronte al suo silente, dignitoso ospite. Pensava: chiss se
il banco sente, a suo modo.
Un modo sconosciuto agli uomini, chiss se apprende, ricorda.
Come doveva essere saggio un banco del liceo "Galluppi", quante cose aveva
imparato, quanti destini si erano seduti su di lui e poi lo avevano abbandonato
per partire per sempre, senza pi poter ritornare.
Slacci i libri dalla cinghia che li teneva stretti e li depose sul ripiano
sottostante, pos la penna stilografica, regalo di sua madre, nell'incavo a
monte del piano inclinato, soffi nelle mani l'alito per scaldarle un po' e
cominci a sfogliare l'assegno: il librettino sul quale, quotidianamente,
venivano ricordati i compiti e le lezioni.
Peppino Caparello stava facendo altrettanto un banco pi avanti. Mario Marasca
aveva una penna nuova con il pennino dorato e la pompetta per l'inchiostro che
si riempiva azionando una levetta centrale e ne faceva bella mostra fingendo di
scrivere cose importanti. Nello Daffin vestiva come al solito di blu scuro e
ricordava vagamente un ufficiale di marina con il suo comportamento ispirato
ad una rigida disciplina militaresca. In realt, inconsciamente, imitava il
padre, il colonnello dell'Esercito in servizio attivo.
La giornata era dura: prima ora latino e greco con Sirago; seconda ora italiano
con Chiodo: la signorina Morica dava lezione di scienze alla terza e, alla
quarta ora, Giovanni Mastroianni avrebbe cominciato a parlare di Emanuele Kant
e della sua Critica della ragion pura.
Constat con sollievo che alla quinta ora c'era il parroco Nesci per
l'insegnamento religioso. Forse sarebbe stato possibile, in quest'ultima ora,
calmare gli stimoli della fame con le tanto prelibate castagne infornate e con
le carrube di cui sempre Furio Barletta era fornito. Glielo chiese proprio
mentre Sirago stava entrando richiudendosi dietro la porta.
Tutti scattarono in piedi in silenzio e lui pens che quelle castagne e le
carrube, che solitamente venivano date in pasto ai maiali per l'ingrasso,
tutto sommato erano buone e servivano ottimamente al suo scopo.
L'ora di lezione, la prima, come sempre, vol via rapidamente interrompendo
bruscamente il commento dei versi dell'Alcesti di Euripide. Sirago complet
l'assegno in fretta, raccolse i testi ed il suo registro, ripul con il
fazzoletto le lenti degli occhiali e si alz.
Nello Daffin scatt sull'attenti per primo seguito da tutti gli altri. Il
professore apr la porta e nell'aula entr un concitato vociare proveniente
dalle altre aule.
Accompagnandolo con un cenno della mano mormor: comodi e tutti si mossero
nei banchi prendendo a chiacchierare.
Il preside Fornari in fondo al corridoio, a destra, discuteva concitatamente
con alcuni professori. Aveva in mano alcune carte e quando le leggeva si
poneva sul naso i piccoli occhiali a pinza cerchiati d'oro per toglierli subito
quando si rivolgeva ai suoi interlocutori. Puccio, il bidello, suon la
campanella: erano finiti i cinque minuti di intervallo e tutti cominciarono a
rientrare nei banchi.
Qualcuno aveva scritto sulla lavagna: Fornari, per te siamo tutti somari! e
si affrett a cancellarlo stropicciandosi le mani per ripulirle dal gesso.
Poi entr la Morica, piccola, minuta a tal punto da far sembrare sproporzionato
il registro che tratteneva sotto il braccio. Una lunga treccia raccoglieva i
capelli neri dietro la nuca separati al centro del capo da una riga; la bocca
piccola era appena segnata dal rossetto.
Rosina buss interrompendo la chiamata dell'appello portando un bracierino con
carbonella accesa che sistem sotto la cattedra. Nell'aula si diffuse un
gradevole odore di bruciato che attenu falsamente il freddo.
La lezione and avanti, regolamente, sui nitriti e sui nitrati. Nel
silenzio, Franco Parisi imit il verso del cavallo e si procur un giorno di
sospensione. Non si nitr pi .
Nell'ora di religione l'attenzione non era plenaria. Sgranocchiando una
castagna infornata si distrasse anche lui e, dall'ultimo banco in cui aveva
preso momentaneamente posto, si mise ad osservare l'aula: la lavagna, il
crocifisso in legno, la carta geografica, la pedana consumata dallo stropicco
delle suole, i sedili dei banchi lucidati quotidianamente dai tessuti dei
pantaloni.
Quante persone avevano preso posto in quei banchi, quante lezioni avevano
ascoltato. Chiss com'erano gli alberi che avevano fornito il legname per
costruirli?!
Che destino curioso per quegli alberi finire in una scuola!
Banchi, tavole segate e tenute assieme da incastri e chiodi con tanti, tanti e
tanti uomini seduti su di loro ad ascoltare insegnamenti con loro. Tanti banchi
uguali, tantissimi destini diversi. Destini in parte influenzati da quei banchi
che li avrebbero voluti tutti eguali, felici, radiosi. Non per tutti era stato
cos.
Alcuni che quei banchi avevano ospitato, non sarebbero sopravvissuti al legno
stesso.  la vita. E la scuola fa parte della vita,  il destino.
Tutti per, prima o poi, presto o tardi, avrebbero dovuto dire a quei poveri,
scarni banchi: grazie.
Gli venne in mente, nel suo fantasticare, che forse anche per i banchi, veniva
chiamato l'appello ogni giorno, ogni lezione. Se era cos, un giorno nel
futuro, ogni banco si sarebbe ricordato di ogni alunno ospitato.
Sarebbe stato curioso poterlo ascoltare, quell'appello: consigliere di
Cassazione Giuseppe Caparello, avvocato Mario Marasca, generale Nello Daffin,
avvocato Franco Parisi, avvocato Furio Barletta. I banchi, in coro, avrebbero
risposto: Presente!.

/:/Edoardo Carelli.
di Alberto e di Marietta Martelli
nato a Torre Ruggiero il 26 marzo 1931
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1943/1944)

Chiarissimo Preside,
chiedo anzitutto scusa per il ritardo con cui rispondo alla sua lettera, ma i
molteplici impegni di lavoro e soprattutto la complessit della tematica da Lei
proposta mi hanno fatto rinviare ci che per rispetto ed educazione avrei
dovuto fare da tempo.
Desidero congratularmi per la sua iniziativa che non pu non commuovere chi ha
vissuto la sua prima giovinezza tra i banchi del "Galluppi": cio dimostra una
sua estrema sensibilit, al di l di una mera ricerca storiografica sul nostro
istituto.
Penso di essere ben piccola cosa comparato a tanti altri studenti che il nostro
Liceo ha sfornato. Debbo confessare che non sono stato mai un ottimo allievo,
n per quanto riguarda la condotta n per il profitto e ci mi induce ora, con
i capelli grigi, ad amare ancora di pi quelle persone che, con spirito di puro
sacrificio, hanno cercato di inculcarmi, al di l della nozionistica, i pi 
puri e nobili valori della vita. Il loro esempio  stato il primo insegnamento;
poi il loro valore come uomini e come professionisti.
 una lunga sfilza di nomi che non segnalo per timore che qualcuno possa
ingiustamente sfuggirmi: so comunque di averli rispettati tutti da studente e
di averli amati tutti da adulto. Ancora oggi le loro frasi ed il loro esempio
ritornano in mente nei momenti difficili o quando, senza pi alcuna protezione
paternalistica, devo prendere decisioni che possono costare la salute o la vita
dei miei pazienti.
Non saprei descrivere episodi particolari perch ogni giorno di scuola per noi
era un'esperienza tutta da vivere, con le paure per le impreparazioni, le gioie
per i bei voti riportati, la soddisfazione per un particolare apprezzamento dei
docenti.
Anche le sezioni che ho frequentato non si potrebbero portare ad esempio di
buona condotta degli allievi; ci non toglie che tutti noi studenti siamo
venuti fuori dal Liceo veramente formati, forgiati nello spirito e nella mente
con chiare idee di che cosa si voleva ottenere dagli studi ulteriori e dalla
vita e, soprattutto, coscienti di quanto sarebbe stata dura la lotta per
conquistare il nostro posticino al sole.
Non voglio qui criticare i vari metodi di insegnamento che si sono susseguiti
nel tempo dopo la mia licenza liceale, non mi sento di giudicare se i torti
sono dei docenti, dei discenti, delle famiglie, della societ pi permissiva.
Certamente la gioventseguita al '68 non  quella di quando io occupavo i
banchi del "Galluppi": non c' pi quella ferrea preparazione nozionistica,
ora considerata inutile, ma ingiustamente, in quanto  dimostrato in maniera
incontrovertibile che il cervello del giovane deve essere variamente e
fortemente sollecitato per poter poi rendere al massimo.
Se non altro quelle cariche di compiti son servite a farci capire che lo
studio  una cosa seria e che nella vita, per sfondare, bisogna metterci
sempre lo stesso impegno: ci hanno insomma abituati a pensare che per riuscire
nella vita bisogna lavorare almeno dieci ore al giorno!
Eppoi anche la nozionistica ha un suo fascino quando a tener cattedra sono
docenti eruditi che hanno maturato la propria materia cos profondamente da
poter dare una loro personale interpretazione di ogni argomento trattato.
Non equivale certamente alla lettura di una pagina di un arido libro perch
essi riescono ad appassionare gli allievi a materie che gi, solo per il fatto
di essere scolastiche, non sono gran che amate.
E sempre parlando della scuola dei miei giovani anni non posso non fare un
riferimento alle famiglie degli anni Quaranta: non ricordo mai che qualche
genitore dei miei compagni di scuola si sia recato dai professori per
tacciarli d'ingiustizia nei confronti del figlio o per criticare la loro
preparazione culturale o didattica.
I genitori, consci della seriet professionale dei docenti, erano
consapevolmente convinti che, quando i figli fallivano in qualche materia, la
colpa non era mai dei professori ed il giusto castigo, prima che dalla scuola,
veniva dalla famiglia.
Questo mi sembra importante perch ci ha insegnato a non scaricare mai sugli
altri la nostre responsabilit e a non dover mai contare su un appoggio
paternalistico da parte di nessuno. Forse la seconda guerra mondiale, per i
disastri e le atrocit a tutti noti, aveva inculcato in tutte le famiglie,
ragazzi compresi, un estremo senso di responsabilit ed una presa di coscienza
dei veri valori della vita.
Veramente non invidio i giovani di adesso ed ancor meno quelli che qualche
anno fa avevano la pretesa di stabilire il loro personale piano di studio
senza alcuna conoscenza delle materie di cui si trattava, pronti a criticare
programmi definiti da docenti che avevano una visione panoramica degli studi e
che con la loro maturit potevano formulare un critico giudizio di cosa poteva
essere utile per lo sviluppo dell'intelletto e per la vita: come se un medico
potesse curare una malattia senza conoscere la diagnosi od un ingegnere
costruire un ponte senza conoscere i calcoli del cemento armato!
E poi nella vita non si vive solo di tecnologia a fini di lucro, ma soprattutto
di umanit e di conoscenze globali di ci che  stato. Ci purtroppo, al di l
di ogni facile polemica, dimostra la scarsa seriet, l'impreparazione,
l'improvvisazione e la superficialit che ha investito negli anni passati non
i docenti, ma gli allievi e le rispettive famiglie.
Non  nostalgia del passato od il tenero ricordo di una giovinezza ormai andata
che induce a cos amare considerazioni.
 la maturit, la lotta sostenuta ogni giorno per la vita, il gusto per ogni
gioia, pur piccola, conquistata, la corazza per ogni avversit:  tutto ci
che induce alle considerazioni prima espresse.
 vero, i tempi cambiano: noi degli anni Quaranta dovevamo ricostruire
materialmente e psicologicamente una nazione e l'abbiamo fatto e di questo ci
vanteremo sempre.
Speriamo che le generazioni future si dimostrino degne di questa eredit: ma
perch possano formarsi  necessario, a mio giudizio, che la scuola torni ad
essere la Scuola, la famiglia la Famiglia, ed in parte i docenti i Docenti.
E quando saranno adulti anche gli studenti di oggi avranno la gioia di ricevere
una lettera da un preside del "Galluppi", come quella splendida che mi 
pervenuta.
E come noi e tanti altri a me noti che ci hanno preceduto e seguito
nell'occupare i banchi del "Galluppi", potranno rispondere che quell'istituto
per loro  stato culla di sogni, maestro di vita, forgia di menti e di animi
nobili, limpida sorgente che ha maturato germogli e li ha protesi verso la
luce.

/:/Luigi Loria.
di Giovanni e di Elvira Gabriele
nato a Roma il 13 giugno 1931
iscritto per la prima volta alla prima liceale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946)

Quella primavera del '46.
I mesi invernali del 1946 erano trascorsi quieti e sonnacchiosi nella Catanzaro
di quel primo anno postbellico, in un grigiore gradevole dopo la convulsa
barbarie della guerra appena terminata le cui distruzioni erano visibili in
tutta la citt.
Unico rumore in quei mesi freddi e piovosi sembrava lo sferragliare del tram
che attraversava lentamente il Corso Vittorio Emanuele II, infastidendo i
cittadini che puntualmente adempivano il solenne rito della passeggiata serale.
Il glorioso Liceo "Galluppi", fiero delle sue tradizioni, con le lapidi che
esaltavano antichi avvenimenti locali, mi accoglieva nella Prima D insieme ad
una trentina di altri ragazzi, quasi tutti come me provenienti da altre citta
o da altri istituti; avevamo quasi tutti quindici o sedici anni; solo pochi
erano pi adulti, sfiorando qualcuno i vent'anni.
I professori avevano avuto qualche iniziale difficolt di sistemazione. Ricordo
soprattutto, forse perch insegnavano le materie a me pi congeniali, la
signora Bova, professoressa di latino e greco, moglie di un avvocato che doveva
divenire importante uomo politico, il professore Chiodo, di italiano, di grande
erudizione dantesca, ed il professore Mastroianni, giovanissimo insegnante di
storia e filosofia, ricco di cultura e, soprattutto, di fascino e di simpatia.
La scarsa omogeneit di noi studenti, in una con le difficolt ambientali e
strumentali dovute alla guerra appena finita, creavano continui, grossi
problemi oggi difficilmente immaginabili; mancavano, ad esempio, i libri di
testo ed i quaderni ma con forza di volont ed entusiasmo ogni difficolt
veniva superata.
Precoce e gradevole, come sempre nel Sud, arriv anche quell'anno la primavera
portando col sole ed i fiori nuovi umori e nuove tensioni che agitarono la vita
di tutti: di noi liceali e degli altri abitanti della citt, microcosmo nel pi 
vasto mondo italiano.
Si cominci dapprima col Campionato Studentesco di Calcio che, da occasione di
gara fra le squadre dei vari istituti scolastici della citt, divenne motivo di
aspre sfide che coinvolsero tutto il mondo giovanile catanzarese; in
particolare, noi del Liceo Classico, ritenuti snob ed elitari, fummo subito al
centro di sgradevoli polemiche e di antipatici episodi che non ci videro certo
nella parte di vittime sacrificali. In un ambito pi strettamente calcistico
avvenne che ogni squadra esaltava la bravura dei suoi componenti, ogni volta
che si scontrava con la squadra del Galluppi sulla cui maglia era disegnata
una torre alla cui base erano le parole dantesche come torre ferma,
forse non del tutto adatte per un gioco che ha il suo canone nella velocit e
nell'agilit. Forte della milizia di uno o pi giocatori del Catanzaro, che
allora militava in Serie C, vinse il Campionato la squadra dell'Istituto
Agrario, dopo una partita aspramente combattuta con la nostra compagine.
Era intanto iniziata la campagna elettorale per le elezioni comunali; dopo
oltre vent'anni si votava per eleggere democraticamente, in piena libert,
i consigli comunali; le varie liste, pur rifacendosi chiaramente a precisi
schieramenti politici, avevano come simboli distintivi non i classici simboli
dei partiti in lizza ma oggetti di uso comune quali una tromba, una scala, etc.
Moviment la lotta politica la lista di un partito appena fondato, il Fronte
dell'Uomo Qualunque, sulla scia delle arguzie verbali del suo fondatore.
La competizione elettorale si svolse con grande civilt e dopo tanti anni il
Comune di Catanzaro, come quelli di tutt'Italia, ebbe reggimento democratico.
Evento pi importante della primavera del '46 fu per la campagna elettorale
per il Referendum istituzionale sulla scelta fra Monarchia e Repubblica; i
Comizi ebbero inizio verso il 10 maggio e, cos come le altre citt italiane,
anche la quieta Catanzaro s'infiamm d'entusiasmo per l'uno o l'altro
schieramento. Ovviamente anche il piccolo mondo della Prima D del "Galluppi"
non sfugg all'eccitazione del momento storico. Eravamo tutti giovanissimi e
non potevamo certo esprimere cos come avremmo voluto il nostro voto ma
manifestavamo tutti con giovanile passionalit le nostre preferenze verso
l'una o l'altra forma istituzionale al pari di quanto facevano con maggiore
moderazione i nostri professori ed il nostro preside Fornari.
In classe noi ragazzi svolgemmo un referendum interno; ricordo che prevalse la
Monarchia cos come in quasi tutte le citt del Centro-Sud; all'esterno del
Liceo partecipammo attivamente talvolta freneticamente, a comizi, adunate,
manifestazioni, incontri, sfilate, portando dappertutto il nostro
disinteressato ed appassionato entusiasmo.
Solo in un'occasione, un gruppo di noi fu violentemente caricato dalla Polizia
nel punto allora pi stretto del Corso, davanti al Caff Guglielmo; molto
vivacemente avevamo tentato di intervenire ad un comizio di Palmiro Togliatti
in Piazza della Prefettura, per esprimere le nostre idee, non del tutto in
linea con quanto esposto dall'oratore. Tutto, per, si concluse senza
significativi danni per nessuno.
In quella tornata elettorale prestava servizio d'ordine un reparto del nuovo
esercito italiano, con soldati non pi in grigio-verde e senza moschetto
calibro '91 ma armati e vestiti all'inglese; coadiuvava la Polizia un reparto
di ausiliari che furono sciolti poco tempo dopo e che erano stati quelli che
avevano caricato i giovani vandeani.
Il 2 giugno le elezioni si svolsero senza incidenti; nei giorni seguenti le
edizioni straordinarie dei giornali e le voci incontrollate che percorrevano
in un lampo il Corso dettero risultati sempre diversi e contrastanti; il
giorno 11, sulla scorta dei risultati, fu proclamata la Repubblica.
Noi studenti ritornammo a scuola, dopo la tenzone elettorale e le brevi vacanze
dovute all'utilizzazione delle aule da parte della macchina elettorale, con
contrastanti sentimenti, alcuni pi lieti, altri con l'amarezza della
sconfitta della parte politica per cui avevamo giovanilmente lottato e sperato.
Era intanto finito l'anno scolastico e gli scrutini, con una severit oggi
forse inconsueta, videro la bocciatura di pi della met di noi. Ormai, per,
incalzava la calda estate calabrese; terminati insieme la contesa elettorale e
l'anno scolastico, noi ragazzi tornavamo alle nostre passeggiate per il Corso,
ribattezzato intanto col nome di Giuseppe Mazzini, ed organizzavamo gite per
la vicina spiaggia di Catanzaro Marina.

/:/Antonio Pach.
di Francesco e di Teresa Rotella
nato a Catanzaro l'11 settembre 1931
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1944/1945)

Caro Preside,
mi consenta anzitutto, pur non conoscendola di persona, d'indirizzarLe questa
mia iniziando con Caro Preside, il che mi d l'immediata sensazione di
conoscerLa gi da tempo o meglio che il rapporto con il preside del mio Liceo,
il "Galluppi", non si sia mai interrotto, nonostante il trascorrere di circa
quattro decenni.
In quegli anni era preside il prof. Giuseppe Fornari. Noi comunemente lo
chiamavamo Peppinuzzo, non con tono dispregiativo per, come potrebbe
sembrare, ma piuttosto con un indice di affetto, quasi per avvicinarci di pi 
a lui, prima autorit del Liceo. Ed i pi bravi di noi, nell'imitarne la voce
ed il dire, ne rifacevano perfettamente il verso con un parlare un po'
soffiante ed aspirato, un po'... scilinguato.
Non era calabrese e lo si capiva subito. Lo ricordo perfettamente, alto ed
eretto, robusto, con i capelli completamente bianchi, gli occhialini sulla
punta del naso o tenuti fra due dita; lo trovavamo immancabilmente
all'ingresso ed all'uscita della scuola e gli sfilavamo tutti innanzi,
ossequiandolo, mentre lui ci rispondeva sempre sorridente.
Era difficile sorprenderlo in atteggiamento severo e teso: anche quando era
adirato ed inarcava le sopracciglia, la sua espressione non riusciva mai a
diventare burbera.
Era cos anche quando ci convocava in presidenza per un richiamo o, pi 
raramente, una sospensione.
Ho continuato ad informarmi di lui per diversi anni dopo aver conseguito la
maturit e quando ho appreso della sua morte me n' molto dispiaciuto.  stato
come se qualcosa della mia adolescenza fosse finita.
Accanto al preside, Capo dell'Istituto, come lui stesso spesso amava
definirsi, rivedo chiaramente le figure di due persone che, per noi studenti,
rivestivano un ruolo molto importante e facevano, anche loro, parte dei nostri
affetti: i bidelli: il signor Russo e la signora Rosina.
Il mio ricordo del signor Russo  un po' offuscato dal tempo.
Lo rivedo comunque sempre distinto, in abito scuro, sempre con qualche carta
in mano e, pi che un bidello, aveva l'aspetto di un segretario. S'interessava
sempre al nostro andamento in profitto, ci sgridava bonariamente e ci
incoraggiava a studiare di pi ; sua preoccupazione maggiore era di tenerci
tranquilli nei cambi dei professori o quando uno di essi tardava a giungere.
Molto pi nitido  il mio ricordo della signora Rosina: alta, slanciata, con i
capelli raccolti sulla nuca e l'accento nordico. Era la confidente delle
ragazze. Le proteggeva, e ci chiamava affettuosamente... ragazzacci quando
noi, nell'intervallo fra un'ora e l'altra, ci affollavamo sulla porta
dell'aula per vederle passare e fare i nostri commenti su quelle pi carine.
Cose d'altri tempi che, penso, oggi non hanno pi significato!
Infine un ricordo del periodo bellico, quand'io ancora frequentavo il ginnasio,
sempre al "Galluppi": i muretti antischeggia che erano stati innalzati nei
corridoi della scuola e che ci costringevano a seguire un percorso
obbligatoriamente tortuoso la cui utilit, nella nostra mente di giovani
proiettati nel futuro, rimaneva incomprensibile, nonostante le stranezze cui
la guerra ci aveva abituati.
Complimenti, signor Preside, per l'idea che ha avuto. Le ho scritto cos di
getto le prime cose che mi sono venute in mente dopo aver letto la Sua lettera.
Tante, tantissime altre cose potrei dire sul "Galluppi": cinque anni trascorsi
tra le mura sono lunghi se rapportati all'eta in cui sono stati vissuti ma io
sono un medico non aduso a scrivere a lungo, ed altri ricordi eventualmente
potr raccontarglieli a voce, un giorno, se avr modo, come spero, di
conoscerLa di persona.
Auguri per il Suo lavoro, ed un abbraccio ideale a tutti gli attuali studenti
del "Galluppi".

/:/Domenico Pudia.
di Eugenio e di Elvira Canino
nato a Sorbo San Basile il 24 dicembre 1931
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1946/1947)

Illustrissimo Signor Preside
accolgo il suo invito e mi accingo a rispondere nella speranza di portare un
modesto contributo alla sua iniziativa.
Avrei molti ricordi, lieti ed un po' meno, degli anni del "Galluppi", ma non
mi pare interessante scendere nei particolari o attardarmi nell aneddotica.
Preferisco tenermi sulle generali nel tentativo di fornire un quadro
complessivo, sia pure schematico, del Liceo dei miei tempi, il pi obbiettivo
possibile.
Sar Lei a decidere della utilit o validit delle mie note ed a stabilire se
e quali siano stati i cambiamenti da allora ad oggi.
Mi muover su tre direttrici l'insegnamento, il corpo docente, gli allievi.
Sul primo punto devo segnalare deficienze vistose. Lunghe ore venivano dedicate
ad inutili traduzioni di classici. Secondo me era un modo astratto di fornire
ed apprendere notizie; non vi era discussione, non vi era attualizzazione
dell'argomento, anche quando questo si prestava ad esperimenti di tale tipo,
il metodo era generalizzato e riguardava tutte le discipline. Potrei fare una
lunga serie di esempi di classici attualissimi anche oggi, ma la cui validit
universale non veniva non dico sottolineata, ma neanche segnalata. Me ne
astengo per rispetto verso di Lei che queste cose conosce meglio di me.
Sento comunque il bisogno di citarle il particolare della matematica, della
quale mai nessuno ci spieg le applicazioni pratiche, perch nel discutere da
adulti con altri colleghi, abbiamo scoperto di avere capito questa fondamentale
disciplina, paradossalmente, dopo che siamo usciti dal liceo e quando abbiamo
smesso di studiarla.
Nelle altre discipline, alcuni autori erano decisamente banditi e la loro
eliminazione (volontaria secondo me) ha lasciato profondissime lacune nella
nostra formazione.
Ho parlato di eliminazione voluta perch sono noti a tutti casi di insegnanti
perseguitati per la violata consegna, a causa della loro fede nella libert
nell'insegnamento.
La mia impressione  che si trasmettesse istruzione, con le modalit di cui
sopra, ma non cultura; che anzi, spesso, la superbia di appartenere alla
futura classe dirigente, instillata forse anche in modo inconscio, recideva le
radici culturali del giovane allievo con danni incalcolabili.
Altro punto dolente era il corpo docente che per non mi pare offrisse un
quadro diverso dall'attuale: vi erano infatti insegnanti ottimi, altri al di
sotto della mediocrit ed altri addirittura di statura morale ed intellettuale
infima.
Gli allievi, di diversa estrazione sociale, appartenevano a tutte le
categorie: dotati, mediocri, furbi, insignificanti.
A me per la verit gli studenti come classe sembrano sempre uguali, pur
costituendo l'elemento pi mutevole e fluttuante di ogni scuola in ogni tempo.
Sono per certo che  una impressione errata perch  solo apparenza; la
sostanza , e non potrebbe essere, diversa.
Un ricordo amaro  quello della discriminazione di cui erano sempre vittime
gli allievi con minimo peso sociale o con minime aderenze. C'era chi poteva
scegliere il corso e gli insegnanti e chi invece veniva, ineluttabilmente,
relegato nella categoria dei numeri e dei separati.
La selezione, durissima, non avveniva, purtroppo, sempre in danno dei peggiori.
Ma l'amarezza  ancora nulla in confronto al fatto terrorizzante
dell'interrogazione, almeno per quanto mi riguarda: era sempre in agguato,
inaspettata, sempre a sorpresa; il nome pronunciato dall'insegnante era come
una mazzata.
Per quanto riguarda i rapporti tra docenti e discenti non vi era alcun dialogo,
con le dovute eccezioni, s'intende.
Certamente per i pi timidi il discorso della comunicabilit era chiuso in
partenza.
Mi rendo conto di non avere offerto un quadro originale della vita scolastica
perch non vi era.
Onestamente non posso escludere di essere stato, forse, non del tutto
obbiettivo. Se  cos, se cos lei ritiene, la prego di credere nella mia
buona fede. Le posso assicurare, tra l'altro, che pur parlando ovviamente dal
mio punto di vista devo ammettere di non avere mai avuto particolari problemi
scolastici e quindi non v' nulla di personale nelle mie critiche.
Lei ed i mille ragazzi dell'85 giudicherete quali e quanti cambiamenti siano
avvenuti in questi anni.
Io non sono in grado di stabilirlo.
Noto soltanto con tristezza che si lotta ancora per le cose di oltre trent'anni
fa, le aule, le attrezzature, i riscaldamenti.
E che si fa per la riforma della scuola?
Le risse governative hanno mai tentato di risolvere il problema?
E la professionalit degli insegnanti?
Ha mai sentito parlare di elementi che optano per il superiore perch ivi gli
studenti scioperano di pi e quindi pi numerosi sono i giorni di vacanza?
E gli organi collegiali dove sono?
Di fronte a tanto squallore ed a tanto sfacelo che cosa dire ai ragazzi
dell'85?
Io dico: i responsabili, si fa per dire, della scuola credono di placare le
loro cattive coscienze, di attenuare le loro pluridecennali inadempienze verso
di voi con le promozioni facili, che non vi servono e non vi serviranno mai.
Lottate per le riforme di struttura e ricordate che senza lotte (naturalmente
civili, serie e responsabili) non otterrete mai nulla da una classe dirigente
cinica, spregiudicata, opportunista e corrotta.
Fatelo prima che vi contaminino e vi guastino definitivamente.
Fatelo con fermezza, senza retorica e senza strumentalizzazione.
Fatelo anche per i vostri fratelli minori.
Questo dico ai mille ragazzi del "Galluppi" ed aggiungo di imparare a
conoscere questo Illustre di cui la loro scuola porta il nome.
Noi, nel liceo, nel mio liceo, non riuscimmo mai a conoscerlo. Che fosse uno
di quelli messi all'indice?
Illustre signor Preside, non mi ritenga lamentoso perch le ho gi spiegato che
personalmente non ho particolari giorni neri da ricordare, almeno per quanto
riguarda la scuola. Non mi giudichi pessimista perch non lo sono: pessimista 
soltanto chi si  arreso ed io non l'ho fatto mai.
A lei voglio dire ancora con tristezza che i miei figli hanno respinto l'idea
di entrare nel liceo classico con la motivazione che trattasi di scuola vecchia
e superata dai tempi.
 una decisione che hanno preso da soli, che non ho mai ostacolato e che mi ha
fatto sempre riflettere.
Ragazzi come questi meritano una risposta che deve essere la riforma da anni
elusa.
Non siamo al passo con i tempi.
Lo dicono i ragazzi che sono i padroni del presente e del futuro.
I grandi non riescono a capire che negli ultimi cinquanta anni la vita
dell'uomo  cambiata pi che nei precedenti diecimila. O non vogliono!
Ma questo discorso non vale soltanto per il liceo classico, anche se questa
scuola ha subito i guasti pi evidenti in termini di degenerazione e di
mancato sviluppo.
Il fenomeno  generalizzato e bisogna porvi rimedio subito perch  gi tardi.
Non so esattamente se sono rimasto nel tema e se ho risposto con aderenza alle
sue sollecitazioni; mi auguro di s.
Mi chiede di autorizzarla a rendere eventualmente pubbliche queste mie note ed
io l'autorizzo sempre che Lei ritenga ne valga la pena.
Le invio i segni della mia stima anche per la lodevole iniziativa e
cordialmente la saluto.

/:/Antonio Giuditta.
di Raffaele e di Venera Musumeci
nato a Catanzaro il 19 marzo 1932
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946)

Caro Preside,
ho bisogno di fermarmi un momento e di pensare, con lo sguardo che attraversa
i vetri della finestra, per recuperare le immagini e i sentimenti della mia
vita di studente liceale.  l'effetto del tempo che passa e dissolve le
memorie, ma  anche il risultato del mio coinvolgimento integrale con la vita
di oggi e con le sue attivit.
Forse  una triste considerazione questa, perch anche allora la vita era ricca
di coinvolgimenti e di problemi, sembrava racchiudere tutto, non lasciava
spazio al distacco o all'esame dall'esterno: era la mia vita, cos come lo 
quella di adesso.
Eppure, di tutto quel travaglio, ora non restano che memorie difficili da
inquadrare nella loro vera misura. Sar quindi lo stesso della mia vita
attuale? Tra non molto i dettagli del presente spariranno ed i ricordi pi 
intensi si andranno affievolendo, nonostante sia proprio io il protagonista
della mia vita. Certamente sar cos, ma non  ironia riflettere che
continuer ad agitarmi e a farmi trascinare da quello che mi interessa, a
dispetto di questi pensieri che sembrano sottolineare la sostanziale vanit
dei nostri coinvolgimenti. Non c' contraddizione, infatti. Ad ogni epoca il
suo travaglio, sia essa la storia degli uomini, sia essa la storia del singolo.
Non ci si pu occupare seriamente del presente se si pensa troppo al passato.
Cos il cammino di ognuno di noi somiglia a quello di una barca che lascia
dietro di s una scia vistosa e spumeggiante, destinata per a confluire subito
dopo nel mare di sempre.
Ma  proprio cos? O la schiuma che solleviamo camminando  soltanto l'aspetto
pi vistoso e magari a volte affascinante delle nostre vicende, ma non per
questo il pi durevole? Non c' proprio niente di altro che resta, oltre il
nostro ricordo ed il ricordo degli altri che camminavano insieme a noi? Io
sono convinto del contrario.
Penso che ogni nostra azione, ogni pensiero, ogni movimento lasci una traccia
che ci modifica, anche impercettibilmente, facendoci diversi o confermandoci
in quello che gi siamo. Le nostre esperienze diventano per cos dire carne
della nostra stessa carne, atteggiamento e predisposizione che si fondono nei
nostri atteggiamenti e nelle nostre predisposizioni. Io credo in altre parole
ad un nostro continuo ricrearci, ad una persistente riprogrammazione se volete,
ad opera di quello che ci succede dentro, sia esso alla luce della coscienza o
nell'ombra dei meccanismi del corpo. Non  certo un processo di addizione o di
sottrazione a cui mi riferisco, ma un meccanismo pi complesso e necessario di
integrazione sempre rinnovata che ci lascia unit e mai mosaici disgregati,
qualunque sia l'impatto del nuovo. Per fare un'analogia umanistica,  come se
ognuno di noi avesse il suo piccolo ma ben pi efficiente Proust nascosto da
qualche parte, un Proust non loquace ma chiuso come una sfinge, un Proust
attento e tutto sommato implacabile. Per fare d'altra parte un'analogia in
chiave moderna,  come se ognuno di noi avesse al suo interno un calcolatore
personale a cui nulla sfugge e che tutto pesa, integra e distribuisce per far
s che il passato sia fonte di vera esperienza per il futuro. Per questo non 
molto triste che si affievolisca il ricordo.  pi importante che non si
affievolisca la vita e il desiderio di fare e di cercare. Quello che  stato
ci ha fatti quello che siamo, e noi siamo il miglior ricordo del nostro
passato.
Tuttavia in noi non c' soltanto un meccanismo oscuro di vita che ci sostiene e
ci fa crescere. Fa parte della nostra natura sentire il desiderio di allungare
lo sguardo su quella nostra scia per scoprirne le origini o per lo meno per
ritrovare, anche per un momento, gli stati d'animo e le tensioni di un tempo.
C' molta tenerezza in questo andare indietro. Ritornano alla mente i sogni di
una volta ed i proponimenti, ed  inevitabile che faccia capolino il paragone
tra quello che si voleva e quello che si  riusciti a realizzare. I conti
possono non tornare o tornare solo in parte. Dipende dalle ambizioni iniziali,
da qualche impostazione sbagliata che il piccolo Proust interno non  riuscito
a correggere, dipende anche dalla fortuna e dall'ambiente in cui ci si 
trovati. Certo ognuno parte come una forza buona.
Allora, la guerra era appena finita, vissuta da qualcuno dei giovani in modo
drammatico, ma tutto sommato come se fosse stata un gioco messo in atto per
dar fuoco a mille inventive e permettere interessanti esperienze. Sono
soprattutto gli adulti che prendono le cose veramente sul serio e fanno da
scudo ai pi giovani. La fiducia e l'alacrit dei ragazzi sono difficilmente
scalfite dagli avvenimenti, anche da quelli che li toccano da vicino. Il senso
vero delle cose viene poi, con gli anni, quando ci si rende conto che il
male pu giungere a lambirti e che esso  fatto quasi sempre dagli uomini ad
altri uomini.
Dopo la guerra, la societ si riprendeva lentamente senza immaginare quanto
sarebbe cambiata di l a poco. Le regole di prima erano tuttora valide,
ineccepibili, immortali, fondate sulla tradizione e sul rispetto dei tempi
andati. Andare a scuola faceva parte di quelle regole ed era la cosa pi 
naturale del mondo, come rispettare i professori, avere amici e fare ogni sera
interminabili passeggiate avanti e indietro sulla via principale della citt.
Ci si incontrava in molti la sera, si parlava di tanti argomenti, si
squadravano ad ogni incontro le ragazze che camminavano per conto loro, si
definivano gli interessi, si compivano le prime scelte, si paragonavano i
modelli di comportamento presi a prestito dalle letture e dai contatti coi
compagni e col mondo dei grandi. Ricordo che nella scuola media lo studio
dell'Iliade aveva fornito a molti di noi lo spunto per identificarci con
qualcuno di quegli eroi, a cui ci si sforzava di somigliare e per cui si
faceva il tifo, come per la squadra del cuore. Il mio era Diomede, non ricordo
pi perch. Forse, per ricordarlo dovrei rileggere l'Iliade, cosa che mi
farebbe certamente bene ma che non  probabile avvenga nell'immediato futuro.
A quei tempi ero anche tifoso della Juventus, ma mi erano presto venute a noia
certe interminabili discussioni sui meriti di questa o di quella squadra di
calcio e naturalmente dei vari giocatori. Esse mi sembravano del tutto
sproporzionate alla rilevanza che il gioco del calcio avrebbe dovuto avere
nella vita di un individuo. Almeno, io e qualche altro la pensavamo cos.
Ed avevamo gi in mente un certo modello di uomo a cui volevamo somigliare.
Le influenze maggiori, allora, erano colorate di umanesimo. L'ideale quindi
non era diventare manager o scienziato, ma uomo di grande cultura, soprattutto
in arte e letteratura, capace di scrivere bene e di capire a fondo filosofia e
storia. In qualche misura si valorizzava l'erudizione. Io condividevo questo
atteggiamento fino a un certo punto. Sapevo scrivere meno bene di altri, non
avevo letto tanti libri come alcuni di loro, ma mi dilettava l'introspezione,
il cercare di capire le molteplici sfaccettature dei miei stati d'animo,
influenzato in ci da un precoce amore per la psicoanalisi. A ripensarci,
quell'amore non nasceva a caso. Piano piano, infatti, le mie letture e
l'esperienza meno ricca ma pi diretta della vita mi avevano convinto che al
centro di tutte le vicende umane bisognava collocare lo spirito e che ad esso,
cio alla sua definizione e conoscenza, valeva la pena di dedicare tutte le
energie disponibili. Ricordo una volta l'esaltazione che mi prese pensando che
la storia dell'uomo poteva essere scritta come evoluzione di atteggiamenti e
disposizioni dell'uomo nei riguardi dell'uomo e del resto del mondo. Era una
storia dello spirito che volevo si realizzasse, non so bene in che forma, ma
certamente per andare alla sostanza delle cose. Mi era anche passato per la
mente che toccasse a me cominciare a scrivere, cosa che naturalmente non
avvenne. Nutrito di queste idee non avevo molta propensione e neanche molta
stima per l'erudizione fine a se stessa, con la sua inevitabile esibizione di
robuste doti di memoria. Piuttosto, nonostante le perverse suggestioni che ci
venivano involontariamente somministrate da qualche insegnante, la cultura
aveva cominciato ad apparirmi come qualcosa di vivo, qualcosa che altri
uomini avevano costruito con inventiva e sforzo, qualcosa che naturalmente
bisognava conoscere ma da cui non bisognava lasciarsi sopraffare. Mi sembrava
chiaro che ciascun uomo avesse quasi il dovere di controllare la bont di
quelle costruzioni, di verificare la loro aderenza al reale e nell'ambito
delle sue possibilit, di continuare a costruire nel campo dei suoi interessi.
Con questo fondo di speranza e di determinazione, ma anche con una certa
angoscia per un fallimento che consideravo pi che possibile, mi ero deciso a
intraprendere lo studio della medicina e delle malattie mentali. Volevo
diventare psichiatra, perch la medicina mi pareva la strada migliore per
conoscere quanto si sapeva sull'uomo e anche perch il trafficare con
l'oscurit di quelle malattie mi avrebbe avvicinato, cos ritenevo, alle
sorgenti misteriose dell'anima umana.
Le cose non andarono precisamente per quel verso, ma neanche per una strada
sostanzialmente diversa. Facendo dei conti grossolani si potrebbe perfino dire
che le variazioni di programma hanno portato pi bene che male.

/:/Annibale Ventrici.
di Francesco e di Concetta Elia
nato a Catanzaro il 6 aprile 1932
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946)

Caro Ezio,
 passato un bel po' di tempo da quando ho avuto la tua circolare con la
quale chiedi, a noi che fummo, ricordi, fatti e testimonianze d'epoca.
La richiesta, ti confesso, mi ha colpito ed allettato anche perch, come dici,
dai nostri ricordi gli studenti di oggi dovrebbero trarre modelli di vita e di
professionalit.
E, quindi, mi sono sorpreso ad accarezzare, ignobilmente, la tentazione di
esaltare, a mio vantaggio, la diversit tra allora ed ora.
Quale piacevole sensazione poter affermare, ricordando, e su richiesta formale
del Sig. Preside, Oh! ai miei tempi. E sono tornato indietro, pi volte, a
cercare nei ricordi le prove della superiorit o, almeno, della diversit.
Ma gli avvenimenti, gli entusiasmi e le delusioni, le angosce e le gioie, le
risate e le ire di quel tempo mi appaiono confusi in un unico tempo, come sogni
fatti di musica e colori che, al mattino, non possono essere descritti, e dei
quali resta un senso di dolorosa felicit.
Oggi, come per un esorcismo, ho preso a rileggere, con attenzione, la mia
pagella della maturit.
Primo trimestre: cinque in condotta!
Ed ecco che si mettono a fuoco, nitidi e netti, alcuni avvenimenti che possono
avere un significato e - perch no? - una morale.
Bene: stammi a sentire. La storia non  lunga: credo di essere stato la prima
vittima della ritrovata libert di stampa della citt!
Io sono stato al liceo "Galluppi" tra la fine degli anni '40 e gli inizi
degli anni '50.
La fine della Guerra aveva lasciato un enorme senso di sollievo per un'angoscia
finalmente superata, che dava a tutti, e noi ragazzi ne eravamo i pi 
partecipi, una rinnovata ansia di vita.
Ma erano anche anni di grandi contrasti: il fascismo politico sembrava finito,
ma tutto intorno se ne avvertiva una sostanziale presenza.
Alcuni di noi colsero il significato dell'evoluzione culturale e sociale che
derivava dal contrapporsi delle diversit d'opinione. Partecipammo con ingenuo
entusiasmo, non per idealit partitiche, ma come per una naturale prosecuzione
dei modelli letterari e filosofici che andavamo studiando: libert va cercando
ch' s cara...
Personalmente, poi, ritrovavo tra i sollecitatori della mia formazione
culturale ed intellettuale i vari aspetti positivi che una reale analisi
critica deve considerare.
Le figure pi incisive si ricompongono in una ideale galleria: Livio
Cancellieri, Abigaille Giglio, Salvatore Morello, Giovanni Mastroianni...
Tutti maestri in cui riconoscersi, che si offrivano con assoluta onest
intellettuale; ognuno depositario e portatore di un aspetto della verit,
presentato anche in maniera diversificata in funzione della propria
personalit: chi liberale, colto, sereno e puntiglioso; chi radicale,
appassionato ed entusiasta ma insieme dissacrante con la battuta dialettale
sempre pronta; chi positivo, concreto, con un tocco elegante, moderno e finto
nostalgico; chi analitico, razionale eppure romantico, proiettato con
lucidit verso il rinnovamento.
Accadeva, quindi, che lo stesso fatto, non importa se storico, letterario o di
attualit, ci venisse presentato sotto varie angolazioni e si prestasse,
quindi, a diverse considerazioni e conclusioni: come  giusto e necessario in
una palestra di formazione puramente culturale qual  il liceo classico.
La cultura non pu portare a certezze assolute sui fatti umani, ma alla
considerazione che di essi possano coesistere diverse interpretazioni, purch
onestamente supportate.
In questo contesto, ritenemmo naturale far sentire anche la nostra opinione:
fondammo cos il giornale del liceo. Il nostro direttore era Renato Mantelli,
che ha poi continuato, nella vita, a sviluppare la sua vocazione.
Non avevamo un programma o una linea precisa; l'importante era per noi poterci
esprimere sui temi pi vari.
Il direttore mi affid una rubrica fissa Quadrante in cui trattare, con tono
leggero ed inflessioni umoristico-satiriche, fatti e fatterelli di varia
attualit. Inoltre, ebbi l'incarico di tracciare, pi o meno con le stesse
caratteristiche, profili di personaggi che presentassero qualche aspetto
peculiare.
E vennero, cos, alla luce i profili del professore che si portava a scuola in
bicicletta, di quello che quando spiegava si sbracciava agitandosi e
contorcendosi sulla cattedra e... qualche altro sullo stesso motivo.
A me pareva che fossero affettuose caratterizzazioni di aspetti, tutto sommato,
gradevoli.
Non fu dello stesso parere la Scuola: le Istituzioni erano in pericolo!
L'istituzione professore veniva minata nel suo decoro! E cos vi fu la
riunione del Collegio dei Docenti, il processo, la condanna... senza nemmeno
sentire l'imputato. Soltanto i miei buoni precedenti mi consentirono di avere
appena quindici giorni di sospensione.
Il giornale cess.
E io, che tanto amore e stima avevo per la mia scuola e per i miei professori,
cominciai a riflettere su come e perch da un consesso di uomini di cultura e
di assoluta libert intellettuale potesse venir fuori tanto conformismo.
Poi vennero gli esami, l'universit, il lavoro, la famiglia.
Oggi, come tu dici, i ragazzi protestano perch al loro liceo mancano tante
cose (biblioteca, auditorium, laboratori...), ma aggiungi io credo che manchi
ancora qualcosa.
Sono d'accordo con te: ai ragazzi, ora come allora, manca ancora la
possibilit di esprimersi ma viene, in pi , concessa quella di protestare.
Ai miei tempi la celere, metteva rapidamente a posto tutte le proteste.
Una morale?
No, meglio un auspicio: che tutti i giovani che via via si succedono sui
banchi di questo liceo mantengano sempre la volont e la capacit di
esprimersi e non cessino mai di interrogarsi su come e perch una societ di
uomini liberi esprima ancora tanta violenza, tanta arroganza, tanto amore per
il potere.
Cordialmente tuo

/:/Domenico Porcelli.
di Filippo e di Maria Concetta De Pino
nato a Soriano Calabro il 19 luglio 1932
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946)

Ogni mattina passo
davanti al Liceo Classico, presso a poco quando si avvicina
l'ora dell'entrata, e mi confondo tra la moltitudine di studenti rumoreggianti
che si accalcano.
Talvolta, in orario diverso, vedo i loro visi alle finestre, con lo sguardo
illanguidito dal desiderio necessariamente represso di essere altrove e di
partecipare alla libert dell'esterno.
I locali non sono pi gli stessi: la mia memoria torna alla struttura del
vecchio convento dei Gesuiti dove era allogato il Liceo-Ginnasio di corso
Mazzini e vi torna perch quella che avrebbe dovuto essere la mia migliore et
si  consumata in quelle aule buie, in quei corridoi che mi sembravano enormi,
nei calcinacci delle inesauribili opere di ristrutturazione e di manutenzione,
che trovai iniziate e lasciai incompiute.
Mi sembra, tuttavia, di riconoscermi in quei giovani che, come me quando avevo
la loro et, aspettano che suoni la campanella dell'entrata.
Era il capo bidello Russo, ai miei tempi, che dava quel segno a cui ci
sottomettevamo anche noi senza entusiasmo e mi chiedo chi sia ora a scandire
alla stessa maniera quel segnale del tempo, che batteva anche i ritmi della
nostra giovinezza.
Mi sembra di riconoscermi nella ineludibile contraddizione di questa giovinezza
piena di fremiti protesi al domani, ma che per raggiungerlo distrugge se stessa
nello studio e sui banchi.
Mi sembra di riconoscermi nella loro spensieratezza, nella loro allegria, nelle
arie scanzonate e spesso provocatorie, che anche ai miei tempi mascheravano
sovente l'insicurezza di personalit in crescita.
Vedo all'esterno del liceo pi ragazze di quante ce ne fossero ai miei tempi.
Noto tra ragazzi e ragazze una colleganza ed una amicizia che a noi sono state
precluse, perch non stava bene che ci intrattenessimo insieme. Le ragazze
entravano da un ingresso, i ragazzi da un altro e solo quando suonava la
campanella e ci riceveva il preside, alto, grigio, severo, circondato dai
professori che ci accompagnavano in classe. E cos le vedevamo passare,
scambiavamo un saluto, un segno di intesa quando ci univa un sentimento di
amore, le ritrovavamo tra i banchi: le donne da una parte ed i maschi
dall'altra.
E pensando alla libert di oggi, mi rammarico perch il tempo della mia
giovinezza ci ha defraudato anche di questo.
Perch noi, quelli della mia generazione, a pensarci bene, la giovinezza non
la abbiamo avuta: al pi , e nonostante tutto, abbiamo avuto sprazzi di
giovinezza, abbiamo sentito alitare nell'aria il suo profumo. Certo, anche noi
abbiamo riso, cantato, giocato: ma la giovinezza - che non  un dato anagrafico
ma una stagione del cuore - a noi non  stata interamente concessa.
La mia  stata la generazione della guerra e, peggio, del dopoguerra. I sogni
di grandezza della Patria, di superiorit del nostro destino, di
invincibilit - che ci avevano instillato sin dall'infanzia - crollarono di
schianto, annientati dallo sgomento della sconfitta. Una generazione che non
ha saputo esprimere slanci ideali autentici - che sono la espressione e la
forza della giovinezza - perch quella stagione del cuore fu immeschinita e
turbata da diversi sentimenti e necessit materiali: paura per l'incolumit
fisica, preoccupazioni per il domani e per chi stava lontano e ancora non
tornava, privazioni, sacrifici.
Perch eravamo malnutriti e malvestiti, perch con la razione della tessera
annonaria sopravvivevamo, ma fu peggio dopo, quando dovemmo confrontarci con
il mercato nero in una economia tornata quasi alle leggi del baratto.
Per anni mia madre - come certamente tutte le mamme - non mangi pane. Ci
diceva che non le piaceva e quella spiegazione ci appagava. Solo da grande
compresi e mi commuovo ancora - che non ne mangiava perch divideva la sua
razione ai figli.
Eppure anche una condizione, che pareva accomunare tutti in un unico
denominatore, riusciva ancora ad esprimere gli ultimi bagliori di una albagia
di classe che rifiutava di confrontarsi con la realt e la mentalit nuove,
che la guerra e la sconfitta avevano prepotentemente fatto emergere.
Il Liceo Classico era considerato una scuola di elite e non faceva nulla per
smentire tale fama, perch solo a malincuore si apriva a chi non condivideva
tale provenienza dal ceto elitario.
Vi erano tre sezioni: la sezione B femminile, la sezione A, dove erano
concentrati i figli delle persone abbienti e dei notabili cittadini, e la
sezione C in cui erano relegati gli altri: i figli di chi non contava, i
ripetenti, quelli che venivano dai paesi e che erano espressione, appunto,
delle nuove classi sociali che si affacciavano alla storia.
Le sezioni A e B avevano i professori pi bravi o, quanto meno, pi noti
anche se talvolta per fama usurpata - la sezione C accoglieva gli sconosciuti,
gli avventizi, i reduci che, spesso, pi che conoscerlo, il latino e il greco
lo balbettavano.
Le sezioni A e B avevano le aule migliori vicino alla presidenza, la sezione C
faceva i turni pomeridiani quando le aule non bastavano.
Io, per chi sa mai quali motivi, ero stato ammesso al privilegio di frequentare
il ginnasio nella sezione A e fu consequenziale che per il primo anno di liceo
venissi iscritto nella stessa sezione.
Bench sia passato tanto tempo, mi brucia ancora ci che mi colp come uno
schiaffo, che avvertii come la pi grande delle mortificazioni: il
trasferimento di ufficio alla sezione C per il motivo, neanche tanto velato,
che dovevo cedere il posto al figlio di un personaggio in vista, trasferitosi
da poco a Catanzaro. Mi sentii degradato alla condizione di paria, ma questo
sentimento dur fino a che non conobbi ed apprezzai i miei nuovi compagni, che
furono per me esempio e stimolo.
 facile emergere quando si ha la sicurezza di qualcuno che ti tiene per mano e
ti spiana la strada. Ma  eroico riuscirci quando si  soli e si manca di
tutto.
Ricordo un mio compagno della sezione C - bravissimo in una classe di
bravi - il cui padre era lavorante in un panificio e tutta la famiglia abitava
in un basso, dove si vedevano solo letti. Egli, rannicchiato su un lettuccio,
riusciva a studiare - e come studiava e faceva lezioni private per
contribuire a far quadrare il bilancio familiare.
Ora  primario in un grande ospedale del nord Italia e non ne faccio il nome
perch non so se in lui prevalga un sentimento di rigetto del ricordo di quegli
anni duri o piuttosto l'orgoglio di averli vissuti.
Ricordo un altro compagno della stessa classe, oggi primario ospedaliero
anch'egli, che era arrivato da poco da un paese della provincia e abitava con
la famiglia in locali angusti: era costretto ad uscire di casa e interrompere
lo studio ogni qualvolta la madre, che era sarta, riceveva qualche cliente.
E ricordo i tanti altri, in una commossa carrellata della memoria, venuti dai
paesi anch'essi, che abitavano in camere ammobiliate prive di ogni confort e
mangiavano per settimane intere, a pranzo e cena, come unici alimenti, pane di
casa, castagne infornate e salsicce: e proseguirono per la loro strada con la
determinazione di chi ha una meta da raggiungere, perch, oltre a tutto, non
potevano ripagare, che raggiungendola, i sacrifici fatti da chi consentiva loro
di avere quelle possibilit di crescita sociale.
E quella discriminazione di classi, non avendo altra possibilita di
espressione, si manifestava in una accesa e inestinguibile rivalit calcistica.
Noi della C disponevamo del campo del Bersaglio alla Fiumarella, perch Tot
Mazzacoco, che abitava in pensione e non doveva dare conto a familiari
apprensivi, alle cinque del mattino andava ad occuparlo e quella presa di
possesso, per antica consuetudine universalmente accettata, non poteva essere
contestata.
Quelli della A avevano il pallone: magari era vecchio e fatto pi di toppe che
di cuoio, ma sempre pallone era.
Le nostre partite non duravano novanta minuti: erano duelli all'ultimo sangue e
guai a chi sbagliava e consentiva all'altra squadra di vincere!
E vincevamo quasi sempre noi o, almeno,  questa la verit che mi rimane dopo
il filtro del tempo e della memoria.
Ma la rivincita pi bella la ottenemmo alla licenza liceale, quando noi i
paria, noi gli emarginati, noi che per ragioni di condotta rischiavamo in
blocco di non essere ammessi agli esami, avemmo l'orgoglio di tenere alto il
nome del liceo. Perch noi della gloriosa terza C fummo in diciassette ad
essere promossi alla prima sessione, contro le due ragazze della B e l'unico
della A.
Dicevo, pero, che eravamo una scuola povera ed era questa una verit
inconfutabile.
Il primo segnale di tale stato lo dava il preside, pur nella sua autorit che
nessuno allora osava disconoscere: e lo dava con il rumore dei suoi
salvatacchi. Perch scarpe non ce ne erano e non vi era cuoio per risuolarle,
e, quindi, per non consumarle, punte e tacchi venivano muniti di puntali di
ferro che erano ovviamente rumorosi e pi rumorosi diventavano quando i chiodi
di fissaggio si consumavano e perdevano aderenza. E l'avvicinarsi del preside
era, provvidenzialmente, preannunziato dal rumore dei suoi inconfondibili
salvatacchi, sempre consumati. E quel preavviso sonoro era particolarmente
gradito al nostro professore di storia dell'arte, grande nella bravura ma
anche nella bont che, non riuscendo a controllare la nostra esuberanza, non
trovava partito migliore che mettersi sull'uscio a far da palo, per
controllare che non arrivasse il preside.
Ricordo che quando, in tempi in qualche modo migliori, il preside dismise i
salvatacchi, su un giornalino scolastico, tirato con tanto entusiasmo e tanta
fatica in ciclostile, offrimmo una lauta mancia a chi li avesse ritrovati.
Ed erano poveri i banchi: rottami di magazzino rabberciati alla meglio, sui cui
pianali erano incisi e stratificati i graffiti di generazioni di studenti.
Ricordo che, quando mi tocc il turno pomeridiano, altri graffiti incisi pure
io per comunicare con la ragazza che occupava quel banco di mattina e
ritrovavo puntualmente i graffiti della risposta.
Ed erano poveri i nostri abbigliamenti. I pantaloni lunghi oggi sono un
indumento d'uso sin dall'infanzia. Ai miei tempi erano una conquista, che si
poteva realizzare non prima del secondo o terzo liceo: ma era sorte comune e
nessuno poteva avere motivo per farsene meraviglia. I miei primi pantaloni
lunghi li indossai al terzo liceo ed erano formati da tre pantaloni corti della
stessa stoffa ricuciti insieme.
Un giorno doveva venire in visita al liceo un ministro, mi pare della pubblica
istruzione, che era catanzarese. Il preside fece il giro delle classi per
raccomandare agli alunni di presentarsi ben vestiti per l'occasione. E qualche
bello spirito, l'indomani, si present con il tight del nonno, riesumato dalla
soffitta, suscitando l'ilarit di tutti e dello stesso ministro quando gli fu
spiegato il perch di quell'abbigliamento.
Ed espressione della povert dei tempi era la bidella Rosina, alta,
allampanata, settentrionale trapiantata chi sa per quali vicissitudini nella
nostra terra, sempre speranzosa, ma altrettante volte delusa, di ottenere da
noi studenti, per le feste o per la promozione, una mancia che non eravamo in
grado di darle.
Ed era manifestazione di povert anche la sigaretta, l'unica di cui riuscivamo
a disporre, e che fumavamo insieme nel gabinetto nei cinque minuti di
intervallo, facendola girare per l'unica boccata consentita a turno e che
sfruttavamo fino all'inverosimile, infilando nella cicca uno spillo per non
ustionarci le dita.
Dividevamo tutto, perch la pi assoluta solidariet esprimeva la purezza dei
nostri cuori ed un tradimento a questa reciprocit di rapporti, ancora oggi, a
distanza di tanti anni, mi fa guardare con diffidenza due compagni di quegli
anni, che pure sono oggi affermati professionisti ed addirittura medici
entrambi, per una qual legge del contrappasso.
Era successo che uno dei due, spalleggiato dall'altro, si present in classe,
teso e disperato dicendoci che aveva contratto una malattia venerea, che non
osava chiedere l'aiuto dei familiari, che non aveva i soldi per curarsi.
La sua preoccupazione divent angoscia di tutti, che ci facemmo in quattro,
aggiungendo privazione a privazioni, per raggranellare la somma necessaria per
medico e medicine.
Quando scoprimmo, per, che era tutta una messa in scena fraudolenta, non
avemmo bisogno di intese per scagliarci loro addosso, come un solo uomo, per
infliggere la meritata punizione.
Ma pi povere ancora erano le passeggiate scolastiche: le donne dirette a
Siano, i maschi per la vecchia nazionale per Tiriolo a giocare a pallone. Ci
incolonnavamo, professori in testa, uomini e donne ognuno per la sua strada.
E non c'era volta che i professori addetti alla sorvcglianza dei maschi non si
ritrovassero soli al primo cantone. E ci inseguivano e ci raggiungevano
trafelati per la strada di Siano, dove ci eravamo ricongiunti con le nostre
compagne. Ed erano rimbrotti, minacce, rappresaglie, voti bassi in condotta.
Ma era ormai una costante che si rinnovava ogni volta e, in fondo in fondo,
credo che gli stessi professori sarebbero rimasti delusi se non avessimo
ripetuto la nostra fuga.
Parigi, Londra, Atene? per noi erano solo puntini sulla carta geografica,
entit irraggiungibili, non certo meta di gite, come oggi.
Villaggio Mancuso s: fu quello l'orizzonte di maggior respiro che ci fu dato
raggiungere quando, per intercessione di non so chi, furono messi a
disposizione del liceo alcuni camions.
Erano camions scoperti su cui non era possibile neanche sedersi: la strada era
tortuosa e dissestata e, ad ogni curva, si aveva la sensazione di poter
precipitare nel vuoto: partimmo abbastanza presto e faceva freddo.
Ma eravamo ricchi della nostra giovinezza che scaldava, ci accomunava il
miraggio di una meta pi lontana che schiudeva orizzonti pi aperti.
Le canzoni che sgorgavano dal nostro cuore erano voci di ottimismo nel presagio
di un futuro migliore e, forse, anche di tristezza per un anno scolastico che
si chiudeva, per i compagni che si lasciavano, per una fase della nostra vita
che si concludeva. E il tutto finiva alla sera, prima del rientro, con la
quadriglia che comandava il professore Morello nel salone dell'Albergo delle
Fate, a cui partecipavamo tutti inebbriati, con un senso di esaltazione ma
anche di languore.
Ora io vedo i ragazzi di oggi, ne scruto ogni mossa, mi sforzo di intuirne i
sentimenti e le aspirazioni ma, se analizzo il tutto, mi confronto ogni volta
con qualcosa che io non ho avuto.
Cerco solo di immaginare che essi siano quello che io avrei voluto essere e non
sono stato.
Tristezza? e chi ha detto che il mio bilancio  in rosso? quegli anni mi hanno
dato la compagna della mia vita e un legame che non poteva essere pi bello: e
non per niente, anche lei era una studentessa del Liceo!

/:/Augusto Placanica.
di Umberto e di Concetta Cinnante
nato a Catanzaro il 20 settembre 1932
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946)

Amarezza e trasgressione
Fui iscritto alla IV classe ginnasiale del liceo "Galluppi" per l'anno
scolastico 1945-46, e incardinato nella sezione C. A quel tempo, di licei
classici, a Catanzaro, ce n'era sempre uno solo, ma con poche sezioni: queste
ultime, per, erano assai chiaramente caratterizzate. La sezione A
(prevalentemente maschile) accoglieva i figli della buona borghesia di
Catanzaro, e in essa vi insegnavano, per tradizione, i professori ritenuti pi 
valorosi (anche se, per le circostanze del confuso dopoguerra, ancor vive e
pesanti, non mancavano incursioni episodiche di docenti assai meno affidabili).
La vecchia borghesia delle professioni e della possidenza si aspettava
molto da una preparazione adeguata dei propri figli, e i genitori seguivano
con trepidazione gli spostamenti dei professori, e s'impostavano strategie di
lungo periodo, con pressioni pi o meno efficaci sulle autorit scolastiche,
ffinch il massimo di concentrazione di buoni docenti privilegiasse la
sezione A.
La sezione B, femminile, era chiamata a fare il paio con la A. Non  che,
per, nel variegato esercito degli studenti dell'A, in questa sorta di centuria
privilegiata, non s'inserissero elementi della media e piccola borghesia: si
trattava dei figli di quelle famiglie di livello pi modesto, ma catanzaresi
anch'esse, che usavano spendere tempo, energia e fantasia per ottenere ai
propri figli sia l'apprendistato sotto buoni docenti, sia la frequentazione di
compagni per bene (secondo l'antico, e mai smentito, adagio delle nostre
mamme: Va' ccu 'i megghiu 'e tia e pgaci i spisi). Per il valore dei
docenti, per la buona estrazione sociale degli alunni, per la fissit e
l'attaccamento al lavoro - anche rigoroso e intollerante da parte di
professori che potevano fregiarsi della docenza nella sezione A, questa sezione
(e un po' anche la B) erano il meglio del "Galluppi" (o si presumeva che
fossero il meglio).
La C era la terza e l'ultima sezione (la D venne qualche tempo dopo, la E solo
negli anni Cinquanta). Vi insegnavano professori giovani - pi buoni o meno
buoni - che non risultassero gi da lungo tempo ben collaudati, e quindi non
ancora promossi all'esame dell'opinione pubblica, che contava assai in citt.
In questa sezione trovavano posto, per una parte, i figli della piccola e media
borghesia catanzarese, e, in genere, i figli di famiglie non eccessivamente
preoccupate dell'immediato destino (o successo) scolastico dei propri rampolli:
figli di impiegati, di artigiani, di piccoli professionisti. Una buona porzione
degli alunni della C, per, era costituita da provinciali: in genere abitavano
precariamente o presso parenti dimoranti in citt o, pi spesso ancora, in
piccole stanze a pensione, in piccole e sacrificate case del centro storico,
dei vicoletti del corso ecc. Piccole stanze disadorne, quelle dei miei
piccoli amici e compagni, con armadi e letti che si tenevano su per miracolo,
con poche sedie impagliate e alcune grosse valigie lasciate per terra, da cui
occhieggiavano - e l'odore se ne spargeva greve nella stanza - calzini, maglie,
maglioni, pezze di formaggio, stocchi di salame, forme enormi di pane
casereccio.
A me quel tanfo dava fastidio, e mi sembrava che tenesse ancor del monte e
del macigno, quando andavo a trovare qualcuno di questi compagni paesani. Non
potevo capire, allora, quanto sacrificio ci stesse, dietro a quei pani e
formaggi e valigie: e, quanto amorosamente, oscure mamme di oscuri paesi
avessero preparato quel bagaglio e quei vestiti per i loro figli partiti
all'avventura cittadinesca: ragazzi tozzi e rozzi e impacciati, ma con due
pomelli rossi in viso e con una testardaggine, e con certi muscoli
violentemente esibiti all'occorrenza, che mettevano paura.
C'era qualcosa, in questi miei compagni di paese, che li rendeva - al
contempo - migliori e diversi. Erano taciturni, e ostinatamente disciplinati,
studiosi e assidui, senza brillare ma senza demeriti. Come tutti quelli che
sono - e purtroppo si sentono - estranei, erano sempre sulla difensiva: non
erano nemmeno permalosi, forse, ma gelosissimi della loro dignit, questo s:
e ogni volta che volessero rintuzzare la facile invadenza di qualcuno di noi,
per prima cosa contrattaccavano rispondendo nel loro pi puro dialetto, quasi
fosse, tutt'insieme, uno scudo, un'arma d'offesa e una consacrazione rituale.
E, quando eravamo fuori, a fare a pugni, o ancor pi , a sassate, lanciandoci
violentemente addosso (e con un'irresponsabilit che oggi mi lascia
esterrefatto) grosse pietre (mazzacani), b, era certo che ne uscivano
vincenti. Allora, diversamente da oggi, l'amicizia tra compagni si cementava
in questi giuochi terribilmente rudi e aggressivi, e la Villa e Pratica e Rione
Milano erano teatro di duelli, scontri e scazzottature da levare il pelo. Poi,
pi amici di prima. In questa forma di iniziazione, i buoni provinciali
difficilmente restavano secondi: dimostrata la forza, era facile andare d'amore
e d'accordo. La citt era conquistata.
In quegli anni, a ben pensare, si metteva in movimento, con velocit mai fino
ad allora conosciuta, quel processo di integrazione e di inurbamento che
avrebbe contraddistinto i decenni successivi. Quei giovani paesani erano le
prime pattuglie della futura invasione: per me che venivo dalla media
"Mazzini" (una scuola media tutta catanzares allogata all'ultimo piano dello
stesso edificio del "Galluppi", a contatto immediato coi locali dell'omonimo
Convitto Nazionale), fu una bella scoperta venire a conoscere i nomi di paesi
calabresi ignoti e figure sociali tra le meno pensabili. A quei tempi,
all'inizio dell'anno, i professori di classe - cio quelli di italiano, latino,
greco, storia e geografia - dovevano accertare la presenza degl'iscritti e,
uno per uno, col giornale di classe in mano, invitarli a declinare coram
populo le proprie generalit complete: padre, madre, data e luogo di nascita,
e finanche l'attivit lavorativa del padre (domanda crudele per non pochi
costretti a rivelare mestieri umili). Quel giorno di inizio d'anno al
IV ginnasio, uno degli alunni interpellati, un Muzz, disse d'esser nato ad
Amroni (dove mai poteva trovarsi? mi domandavo io) e, alla precisa richiesta
dell'insegnante circa il mestiere del padre, rispose con alterezza:
Costruisce orologi da torre!. Rimasi ammirato. Com'era grande il mondo!
Sentii che ora, con gente cos diversa (Amroni! orologi da torre!), io mi
trovavo in una dimensione pi grande di quella lasciatami dietro pochi
mesi prima: solo pochi compagni erano rimasti delle classi precedenti: Franco
Critelli, Gaetano Sanzi, Elio Pelaggi, qualche altro che ora non ricordo.
Sanzi era fra i primi, Critelli il primo. E io? No: io non ero bravo.
Io credo che, ancor oggi, il risultato scolastico (intendo il voto) abbia un
grande valore ai fini dell'idea che un ragazzo si fa di se stesso. Ma allora,
quando la vita di un quattordici-diciottenne si svolgeva tra casa, strada e
scuola, senza altri interessi o punti di riferimento, questo valore era
ingigantito e reso esclusivo. Per un voto in pi o in meno - proprio o
altrui - il ragazzo e la famiglia facevano una malattia o facevano una festa,
ma pi spesso la prima che la seconda. Io, purtroppo, non ero tra i
migliori - se non per l'italiano scritto - n la mia famiglia vi faceva gran
caso.
Ricordo che, ai primi giorni del IV ginnasio, la professoressa di lettere,
giovanissima ancora, un po' inesperta ma instancabile ed assai esigente e
orgogliosa (la povera Nicolina Cortese Siciliano, tragicamente scomparsa poco
tempo fa), avendo saggiato soltanto il mio valore nei temi d'italiano, mise a
studiare con me il fratello, Mario Cortese, a cui ero attaccato da simpatia
(e da un comune atteggiamento di allegra ironia verso i compagni di classe);
ma subito dovette correre ai ripari. In realt io studiavo poco o niente,
perdevo il tempo in altri interessi e finanche andavo frequentando i comizi
pro o contro la monarchia per l'imminente referendum istituzionale (con
Mario - ricordo - andammo a un affollatissimo comizio di Lucifero, a Piazza dei
Caduti). Mario, dunque, non venne pi a studiare con me: primo di una breve
serie di tentativi di studio in comune - lungo gli anni del ginnasio e del
liceo -, sempre rapidamente abortiti per legittima insoddisfazione degli
altri verso di me.
C'era in me qualcosa che non andava, qualcosa che n allora n mai pot
conciliarmi con la scuola, rendermela in qualche modo gradevole, almeno parte
non totalmente estranea di me stesso. Io avevo vissuto quasi da sempre - in
una dimensione di assoluta indipendenza. Almeno fino al 1940, cio fino ai miei
otto anni, mio padre - ufficiale di carriera - si spostava spesso in varie sedi
italiane, e mia madre spesso lo seguiva: io restavo affidato ai nonni di
Catanzaro, nel grande caseggiato in vicoletto I Maddalena: erano 15 stanze su
tre piani (con un grandissimo giardino, lavanderia, una cisterna) abitata dal
nonno, dalla nonna, dalla zia Edvige e da me: una casa piena di mille
ripostigli e di centomila oggetti; in essa si andava consumando, in dimensioni
sempre pi modeste, la tarda et di mio nonno, l'avvocato Federico Cinnante,
un d noto e facoltoso professionista di Catanzaro (era stato il legale dei
baroni Barracco e Berlingieri di Crotone, patrizi fra i pi ricchi della
Calabria), e che ora, dopo anni trascorsi nell'isolamento (aveva rifiutato, a
suo tempo, l'iscrizione alla Corporazione fascista degli Avvocati), viveva di
memorie: ricordi del foro, ricordi dell'alcova, ricordi del tempio massonico
(mi pare che fosse stato venerabile di una delle due logge catanzaresi). Dalla
seconda elementare alla terza media, poi, la mia solitudine s'era aggravata:
c'eravamo fissati per sempre in casa dei nonni, ma ormai pap era da anni
in guerra - prima in Africa e poi prigioniero in Asia -, e mia madre non
faceva che essere triste e piangere. Io la guardavo, e non sapevo che fare;
era rigorosa, e si sforzava d'essere arcigna, pensando di dovere anche supplire
all'assente figura paterna; i nonni non interferivano mai, anche se io mi
sentivo assai legato a nonno Federico, mio unico, dolce compagno d'infanzia.
Ognuno pensava ai casi suoi, e io - che non aveva n fratelli n sorelle, e
che solo come in un sogno ero costretto a ricordare mio padre - continuai a
vivere da solo e a giocare da solo, spesso correndo in giardino e giocando
alla guerra con un grande e indomabile cane lupo: un giardino denso d'aranci e
limoni e con rare zone soleggiate, diviso con alti muri dalla citt circostante
e dove trascorrevo ore bellissime a leggere romanzi di Salgari e Verne, e poi
Dickens e via dicendo. La citt m'era ostile, perch spesso i ragazzi, miei
coetanei, mi davano la baia perch ero grasso, e quella era ancora una societ
insulsa e crudele; n avevo ragazzi, della mia stessa classe sociale, che
abitassero vicini - se non Elio Pelaggi, figlio d'un medico, dal quale
prendevo libri in prestito -. Mi si form, cos, quella propensione alla
solitudine che non avrei mai pi lasciata nella vita successiva (magari
abilmente mascherandola), e forse acuita dopo il ritorno di mio padre (ero
ormai alle soglie del ginnasio). E con essa vennero accentuandosi due
disposizioni gi da tempo mie: la malinconia, e il grandissimo amore per i
libri.
L'amore dei libri lo avevo avuto sempre: nella biblioteca comunale di
Catanzaro, dove il nonno mi conduceva quasi ogni giorno, avevo mandato gi
non so quanti libri di Verne e romanzi d'avventure e libri di viaggi, e
contemplato non so quante illustrazioni di Dor, mentre il nonno, qualche
altro professionista catanzarese e Don Pippo De Nobili sfogavano la loro rabbia
contro il regime; e a casa, sempre nella biblioteca del nonno, avevo
letto - e non sempre capito - i libri pi diversi, riviste ecc., e finanche
apprezzato il vocabolario dialettale calabrese del Rohlfs - allora inviato a
dispense in abbonamento a mio nonno, che era uno dei tre sottoscrittori
di Catanzaro, con Don Pippo De Nobili e Vittorio Butera -: un dizionario che,
con mia grande meraviglia e soddisfazione, registrava anche le parolacce,
rigorosamente assenti negli altri vocabolari. Ora, l'accesso al ginnasio e il
ritorno di mio padre in famiglia quasi coincisero: da una parte c'erano pi 
materie, e dall'altra c'era mio padre che, con prediche estenuanti, esigeva pi 
lunghi tempi di studio e meno libert (anche nel leggere). Fu cos che la
scuola cominci a diventare per me veramente una sofferenza. Non abituato alle
lunghe prediche, resto alle imposizioni che mi sembravano infondate, finii
col prendere in odio tutto. Leggevo assai di notte, e la mattina dovevo
svegliarmi manu militari, magari con qualche schizzo d'acqua in faccia. La
presenza a scuola divenne una mera finzione e cominciai a marinare le lezioni.
Il disadattamento era acuito dal costatare che, per davvero, io ero un
fallimento.
Nella contesa per il primato in classe tra Franco Critelli e Rar Chirillo, io
ondeggiavo - passivamente - tra le due crosche: Tot De Laurenzi da una
parte, Sanzi e Sorrentino dall'altra. Vedevo come riuscissero a organizzarsi
bene, e a studiare con profitto, quasi tutti; ma io non ce la facevo, e mi
rifugiavo nella lettura. Spesso mi trovavo in compagnia di questi amici: loro
studiavano per bene per l'indomani e io stavo con loro - senza nemmeno
distrarli -, e non capivo nemmeno perch stessi l.
Poi me ne tornavo a casa e, tra una lettura e l'altra, m'accorgevo di quanto
fossi disutile. A scuola, poi, erano umiliazioni frequenti, solo attenuate
dal fatto che - almeno nell'italiano scritto - non avevo rivali (solo Luciano
Consarino, settentrionale, scriveva bene e parlava meglio); ma le materie
erano troppe, troppa l'applicazione che si richiedeva, ed io non ce la facevo,
per il semplice motivo che tutto mi risultava estraneo e noiosissimo e, per
colmo di sventura, tutti mi imponevano di annoiarmi.
Perdevo tempo, magari, facendo un giornalino di classe battuto a macchina
(esemplare unico), e, nella mia pretesa di scrivere cose serie, cercavo la
collaborazione di un compagno di classe, Peppino Lombardi, figlio del custode
della palestra della Villa: era un ragazzo emaciato e pensoso, e a casa sua
parlavamo a lungo, e non mi ricordo nemmeno di che: finch - non ricordo
quanto tempo dopo - seppi che era morto: cos, tra l'indifferenza di tutti,
come era vissuto.
Anch'io, forse avrei voluto morire. Non andavo pi d'accordo con nessuno, n a
casa - dove il nonno non stava pi a lungo con me - n a scuola, dove mi
sentivo pi solo e inutile che mai.
Rimandato a ottobre, nel bel mezzo dell'estate contrassi il tifo, che mi tenne
a letto per due mesi. Che settimane stupende! Non obbligato a studiare,
cominciai a leggere tante biografie della biblioteca del nonno e di mio padre:
lo Schliemann di Ludwig, Con l'Aquila verso il Polo (il diario degli
esploratori Adre, Strindberg e Fraenkel), La Storia delle esplorazioni di
Errera; e poi vite di santi, la cronaca del processo di Norimberga, antologie
italiane dei primi del Novecento (Pagine gaie e pagine forti), e ancora i
Miserabili, le Ricordanze di Settembrini, e cos via. A ottobre feci gli esami
nella sessione degli ammalati. Fui promosso in quinta.
Ma la situazione peggior. Mi chiudevo sempre pi in me stesso. Ammiravo e
invidiavo i compagni, ma non sapevo imitarli. Che io avessi sensibilit
e - se si vuole - una cultura che andava al di l dei programmi, era una
cosa che - forse giustamente - non interessava nessuno. Io ne ero consapevole.
Ma ero altrettanto consapevole che quelle cose da imparare a scuola non
interessavano me, e forse non interessavano nessuno. Quegli autori, quel
Senofonte, quel Cicerone, quella storia romana, quei periodi ipotetici - lo
sentivo -, cos come eravamo costretti a studiarli, non avevano alcun senso,
erano solo strumenti di intimidazione per noi ragazzi.
La matematica poi!... In quei due anni del ginnasio, che furono gli anni pi 
brutti e infelici della mia vita di studente, io sentii come non mai un odio
implacabile verso la scuola e verso chi l'aveva voluta o la rendeva cos
terribilmente noiosa. Alcuni amici continuavano a volermi bene, ma tutti o
quasi, erano ben impegnati nello studio. Io ero, e mi sentivo, tenuto in
disparte e, per me, gli imminenti esami di licenza ginnasiale sembravano non
riguardarmi. Vi arrivai per forza d'inerzia. Ma, nonostante tutto - e n pecco
n peccavo di superbia o di presunzione - ero consapevole che almeno in
italiano scritto (e forse anche in italiano orale) non avrei avuto rivali.
Consolazione assurda, d'accordo, che mi faceva sentire ancora pi diverso tra
gli altri compagni. Il mio odio per la scuola - poi - arriv al massimo quando
seppi che anche il tema d'italiano non era piaciuto ai commissari. Pu darsi:
ma vorrei proprio capire che cosa potesse dire, di autentico e di profondo, un
povero giovane quindicenne obbligato a commentare il passo dantesco Seggendo
in piume / in fama non si vien, n sotto coltre.
Comunque sia, non furono sufficienti n il famigerato Pechenino (scorciatoia
per individuare i verbi irregolari greci) n la preparazione degli ultimi
giorni. Fui bocciato inesorabilmente. Unica consolazione il fatto che anche il
mio cugino pi caro, Federico Giglio, anche lui della V (ma sezione A), avesse
subito la stessa sorte.
A casa, come sempre, non so se la cosa fu presa come naturale. N prima avevo
goduto di raccomandazioni (ripeto, in famiglia il disinteresse era generale, e
gli stessi mugugni predicatori di mio padre s'erano attenuati), n dopo ci
furono troppe recriminazioni. Avevo voluto tanto bene ai miei compagni
(Critelli, Sanzi, De Laurenzi, Consarino, Sorrentino, e altri ancora); ma il
fatto che da ora in poi, finalmente, potessi non subirne il confronto, mi
faceva sentire libero come una rondine. E forse anche felice, finalmente, dopo
un incubo di due anni: quell'estate, senza pi curarmi della scuola, lessi
romanzi di gran mole, Resurrezione, Guerra e Pace, altri di Hugo, Dumas e
finanche libri di cultura calabrese, storie di patrioti e di briganti, e
addirittura un'edizioncina Sonzogno dei Pensieri di Leopardi, senza alcuna
nota: di quella prosa non capii molto, ma ci sentivo dentro un'anima in pena,
e se finora quel grande mi aveva dato l'immagine di un pessimista di maniera,
buono per affliggere gli studenti delle medie e del ginnasio con i tristi
finali del Sabato o della Quiete o del Passero ora capivo che Leopardi era
stato non solo un poeta ma anche un uomo, un sofferente come tanti. Fu il
primo grande amore letterario della mia vita; e, come tutti i primi amori,
dolcissimo e indistinto. Intanto, per, ero felice d'aver superato quei due
tristissimi anni del ginnasio; ancor oggi non posso non ricordarli come bui,
tetri, infelicissimi. Adesso ne ero fuori. Ma io non ero lo stesso? Che cosa
m'apprestava il futuro?
E invece fui fortunato, il professore di lettere del mio secondo V ginnasio
fu Silverio Marasco. Fu, per me, il professore che veramente mi ci voleva.
Verso nessuno al mondo ho i doveri di gratitudine come verso questo che
considero veramente il mio primo e pi affettuoso maestro. Credo di non
averglielo mai detto, anche se verso di lui ho sempre attestato filiale
venerazione. Marasco era un giovane professore dal carattere sanguigno,
ribelle, forse anche disordinato, ma avvincente. Veniva dall'universit di
Firenze e nelle sue lezioni tutto si mescolava: memorie personali (la sua
militanza al Frontespizio), rovelli interiori, divagazioni letterarie
d'ogni sorta (il greco, il latino, l'ebraico), aggressive imposizioni di
terminologie tedesche, qualche accenno os, pugni sulla cattedra,
ma - soprattutto una carica umana intensissima,
un desiderio passionalissimo di coinvolgere in un'avventura non solo
scolastica, ma culturale e civile, tutti i suoi alunni (o -meglio - il suo
pubblico, il suo uditorio). Ci parlava della sua tesi sulle lettere di
Cicerone a Quinto, rivendicava la dignit del libero pensiero contro i
sacrestani d'ogni tempo, ci additava la morale assoluta e citava Kant, le sue
opere e i loro titoli in tedesco. Ovidio o Cicerone o Parini o Manzoni
diventavano personaggi vivi. La classe oscillava tra un silenzio
attentissimo e un'atmosfera di baldoria, in cui Marasco la faceva da
protagonista, con le sue risate fragorosissime, parlando e celiando di tutto e
di tutti. Questo professore, dalla cultura e dall'eloquenza torrenziale e
appassionata (e forse guardato con qualche sospetto dai molti tartufi
circolanti), era la negazione vivente del docente tradizionale: rigoroso nella
presenza e nell'adempimento dei doveri, era per ribelle alle formalit
stupide. Soprattutto voleva bene a tutti noi, e a ciascuno di noi.
Consentiva che dessimo libero sfogo alla nostra fantasia, al bisogno di
libert, alla nostra esuberanza. Le interrogazioni erano assai rare, e da tutti
vissute come una sorpresa e mai prese sul serio. In compenso, il nostro
professore spiegava e spiegava e spiegava, dialogava, s'entusiasmava, si
esaltava: finalmente, grazie a lui, capivo che la cultura e gli studi non
necessariamente dovevano essere tristi e uggiosi e inutili, e, anzi, la
cultura stessa (che lui inseriva in ogni discorso, ricavandola dai settori pi 
peregrini) diventava una forma di vita intensa, appassionata. E io non fui pi 
lo stesso. Quella mia stessa diversit consapevole, che era stato il mio
cruccio dolorante, ma anche l'origine di una sorta di aristocratico distacco
dagli altri, raggiunse un equilibrio e una serenit che non avrei mai sperato
e volli pi bene a tutti, a me agli altri, quasi riconciliato con la vita.
Con Marasco, finalmente, aver letto e pensato in proprio non era un delitto ma,
al contrario, un titolo di benemerenza: egli riusciva a cavare da ognuno tutto
il buono che c'era dentro, e a valorizzarlo.
Tutti, in classe, ci sentivamo uguali davanti a lui: nessuno era umiliato,
nessuno esaltato; non c'erano n primi n ultimi della classe.
 strano che, allora, a quindici-sedici anni, nascesse la mia prima opera?
Scrissi - su un quadernino a righe - un Trattato di stangologia un'opera (si
fa per dire) in cui una pornografia innocente e manierata veniva ridotta a
trattazione pseudoscientifica, con un registro tutto ironico giocato sulle
reminescenze letterarie a cui l'insegnamento di Marasco dava continua occasione
e in cui trovavano posto anche satire su compagni, professori, bidelli. ecc.:
questa fusione di elementi culturali e di utilizzazione umoristica era -in
definitiva - sintomo dell'accettazione di quella cultura come un referente
vitale. Negl'intervalli leggevo ai miei compagni, uno per volta, a mano a
mano che li scrivevo, i capitoli del Trattato e tutti a ridere, mentre Marasco
fingeva di non sentire. Non so dove quell'incunabolo sia andato a finire. Il
bello, poi, era che la cordialit del rapporto col maestro durava anche fuori
dalla scuola: nelle strade lo prendevamo in mezzo, di mattina o di sera, e via
con entusiasmi, spiegazioni, risate, in un'atmosfera degna della pi vera
tradizione dei clerici vagantes (che non piaceva a tutti i genitori). Ricordo
come tifavamo per lui allorch - tra lo scandalo dei benpensanti - Marasco os
sfidare, in pubblico dibattito, dei frati che erano venuti a tenere una serie
di conferenze alla sala della Provincia: una sera, quando, sull'onda della
polemica, Marasco apostrof il malcapitato contraddittore, scaricandogli
un'accusa, ai nostri occhi tremenda: Lei confonde trascendente con
trascendentale!, noi applaudimmo con vivacit, bench - naturalmente non ne
capissimo niente. E quando il nostro professore scagliava sull'uditorio interi
titoli e frasi in tedesco, noi ci guardavamo intorno soddisfatti.
Arrivai agli esami di licenza ginnasiale senza molti traumi e li superai con
difficolt normali (un paio di materie a ottobre). Ricordo che allora ebbi,
per la prima volta, la sensazione dell'estremo rigore di un altro docente,
severissimo, Giovanni Mastroianni, mio esaminatore. Mi chiese, in storia, di
parlare delle origini del cristianesimo. Esordii: La prima testimonianza
iconografica del Cristianesimo rappresenta un uomo davanti a un asino e, sotto,
la scritta Anassamene adora il suo Dio (lo avevo letto sull'enciclopedia
del Melzi). Mi interruppe e mi chiese, con sguardo inquisitore: Che significa
'iconografico?'. Io risposi bene e con propriet. E lui Bravo. E ricordati
di non dire mai parole di cui non conosci il significato. Fu quello l'unico
rapporto studente-professore tra me e Mastroianni: poi, nei decenni
successivi, io ho mantenuto una stima immensa per questo docente, cos
tremendamente serio e impegnato, incapace di approssimazione, mirante a
isolarsi e a rinchiudersi, e tuttavia cos bisognoso di affetto e di
espansione. Spesso mi ha rimproverato (rammaricandosene?) di non essere stato
suo alunno: e in quell'accusa puoi leggere la stima e l'affetto per l'altro, e
anche (certamente) la grande coscienza di s.
Cos arrivai al primo liceo finalmente pacificato. La mia attivit di
scrittore non si arrese davanti alla perdita della prima stesura del
trattato, e ne avviai subito, fin dai primi giorni, negli intervalli delle
lezioni, una seconda edizione, dedicandola proprio a Marasco: naturalmente,
questa seconda edizione non aveva niente a che fare con la prima, trattandosi
di scombinate (ma simpatiche) scorribande rapsodiche su tutto lo scibile umano,
trasfigurato e ridicolizzato more pornografico e sintetizzato in una
quarantina di pagine. Ma Mauro Nicotra - il docente di filosofia del primo
liceo - mi colse sul fatto e mi sequestr il manoscritto, con quel suo
atteggiamento tipico, tra il serio e il sornione, che per due anni riusc ad
avvincermi e a tenermi buono, almeno nella sua ora. (Mi avrebbe restituito,
trent'anni dopo, nel corso di una mia conferenza a Catanzaro, quel vecchio
caro quaderno). Trascorsi il triennio del liceo senza traumi, e non perch
fossi diventato di migliore preparazione, ma perch sempre pi percepivo con
distacco il mio stesso curricolo scolastico. Dir di pi , anzi. In quegli
anni, favorito dalla franchezza assicuratami dall'esperienza con Marasco,
attuai una sorta di mutazione profonda, riuscendo a farmi pienamente accettare
dal gruppo dei miei compagni di classe, in posizione se non di leader, certo
non subalterno n a individualit n a gruppi. Sia chiaro: bench continuassi
ad andare molto bene in italiano scritto, nelle altre materie non brillavo, e
una buona met dei compagni di classe - e forse anche di pi - si preparava e
rendeva meglio di me. Io, per, mi ero riservato un angolino di supremazia,
alimentando, negli altri verso di me, pi o meno consapevolmente, una sorta di
mito di genio e sregolatezza, in virtdi una mia sistematica e
incorreggibile indisciplina in classe: accorgimento - forse una spontanea
forma d'autodifesa - che, allora e per sempre, mi salv dai complessi
di un tempo. Non  che fossi considerato, dai professori o dai compagni di
classe, un maleducato o uno scortese, e meno che mai un arrogante o un
saccente. (Ho sempre ascoltato con noia avvilita le barzellette e con
imbarazzo - addirittura - quelle volgari o blasfeme; e ho avvertito sempre
fastidio per i primi della classe).
Era dunque, esattamente l'inverso. Solo che io non potevo rinunciare al bisogno
di attirare l'attenzione su di me (e in questo, credo, confluivano le
frustrazioni della sofferta solitudine e della mia debellata malinconia).
Ottenevo questo effetto col classico espediente del motto di spirito, giocato
nel momento pi opportuno: vizio o debolezza, o forma di civetteria, che mi
son portato dietro negli anni - e che n dismetto n mi sforzo di
dismettere -, ma del quale tuttavia sono prigioniero impenitente: e non di rado
in una posizione di debolezza allorch, intenzionato ad affrontare una
questione in modo serio, con gente che mi conosca solo nella dimensione
ludica del Witz, improvvisamente devo o fingere una durezza che non
ho o correre l'alea di apparire eccessivamente incostante. E ad accorgersi del
mio pi vero essere, forse fu, probabilmente tra i primi e fra i pochi, il
preside Giuseppe Fornari: questi tante volte mi aveva duramente rimproverato e
con piglio energico mi aveva sospeso dalle lezioni al tempo del mio studentato:
ma poi, qualche anno dopo, allorch tornai al "Galluppi" in veste di
professore, ai miei nuovi colleghi professori che mi conoscevano come il
classico bordellaro della sezione C, e che al mio primo ingresso nella nuova
veste sembravano volermi trattare solo come personaggio da simpatico
intrattenimento, seppe replicare, un giorno, e con una chiarezza e un
rigore di cui mi sento ancor oggi in debito, che io ero non solo quello, ma
anche ben altro, e diverso da quel che essi si immaginassero. E la cosa mi
confort e mi spron assai, e in quel solo anno di docenza sotto Fornari
(1959-60), ultimo della sua carriera, quel vecchio preside - che tante volte
m'aveva mandato a casa piangente - non fece che attestarmi fiducia e stima
assai grandi. Ma torniamo ai miei anni di studente al liceo: e chiedo scusa
per la digressione.
Nel triennio ebbi buoni o mediocri professori. Di Vito Antonio Sirago - che poi
avrei avuto collega all'universit di Salerno - ricordo la profonda cultura
(la spiegazione della questione omerica, con i sempre graditi riferimenti ai
grandi critici tedeschi, dur un trimestre!). L'incredibile rigore e
addirittura la spietatezza (ci rimand a ottobre quasi tutti; ma io mi preparai
senza lezioni private a casa mia, in compagnia di Franco Liguori, e fummo
gli unici ad aver 7 alla riparazione autunnale), e la improvvisa irascibilit
(strozzeremo l'ultimo re con le budella dell'ultimo prete!): io non ero
abituato a un docente del genere, ma la sua grande cultura mi fece accettare
di lui tutto, rinvio ad ottobre incluso. Altro docente per me importantissimo
il professor Fragomeni, anche lui di un rigore irrefrenabile e ai limiti
dell'intrattabilit: ma si pu dire che quello che so - di fisiologia umana e
di chimica organica -, gelosamente conservato nella memoria e anche ben usato
come conoscenza nella vita successiva, lo devo tutto a lui, che in tutti i suoi
alunni riusciva ad instillare una grande curiosit per tutto cio che avesse
attinenza con le scienze naturali: quell'anno - eravamo ancora al II tutti
sognavamo di diventare medici o chimici. E per il resto cos cos. Tra l'altro
mi tocc una sfortuna imprevedibile: il mio docente di lettere del
triennio era stato, ai suoi tempi, ufficiale, in subordine a mio padre quando
questi era capitano, e ora era portato a dimostrargli (forse incosciamente, e
non so se per levarsi qualche antica soddisfazione) che io riuscivo a
sopravvivere in scuola solo per merito di lui, mio docente.
Per colmo di sventura, questi miei angeli custodi il professore e pap - si
facevano la barba, un pomeriggio s e un pomeriggio no, al medesimo Salone
centrale, al corso Mazzini. Che croce! A giorni alterni mio padre veniva
sistematicamente informato: a) delle mie continue malefatte; b) del mio scarso
rendimento. Le malefatte consistevano nei miei mots d'esprit che, sapientemente
distribuiti nelle varie ore di lezione, alla fine, arrivati a un certo livello
di saturazione quantitativa, si concludevano con la trasmissione della mia
persona prelevata d'imperio dal bidello Pucci - direttamente alla presidenza,
per il di pi a praticarsi e per i provvedimenti del caso. Questi
provvedimenti dopo una lavata di testa dal preside, da me ascoltata con
sincerissima compunzione, si concretavano con la mia sospensione dalle lezioni,
a conclusione della quale - immancabilmente - mia zia Edvige veniva incaricata
di riaccompagnarmi a scuola. (Veramente - obiettavo fra me e me -, a voler
essere coerenti, era la scuola che, prima, avrebbe dovuto giustificare verso
la mia famiglia quell'assenza: ma ero dalla parte del torto, e sottilizzare
era fuor di luogo). Si faceva di tutto perch mio padre non ne sapesse
niente; ma quegl'incontri dal barbiere erano una disdetta! Meno male, per:
perch mio padre - rigoroso e predicatorio in astratto, ma rimasto sempre
incapace di farsi di me un'idea chiara, in concreto - fin con l'abituarsi a
queste lamentele e quasi non le ascoltava; e forse lo stesso docente prefer
continuare ad affliggere me senza pi interessare mio padre. Quanto al fatto
che io non andassi bene, a giudicarmi, in assoluto, devo forse essere
d'accordo, giacch io ero bravo solo in italiano scritto, anche se ero uscito,
nelle altre materie, dalla morta gora di un tempo; ma, sempre a dirla papale
papale, come in confessione, c'erano tre o quattro autentiche teste di
rapa, autentici lacch, ai quali veniva tributata ogni primazia in classe (non
credo che leggessero altri libri che non fossero quelli di scuola). Bravo per
davvero era Benito Pudia, studioso e serio, e bravissimo in matematica Pasquale
Alcaro: gli altri, i primi della classe ufficialmente intesi come tali, erano
frutto non direi tanto delle raccomandazioni ma dell'assidua attaccaticcia
presenza dei relativi genitori presso professori e istituzioni scolastiche.
Per giunta, per quanto io sentissi di valere in italiano, quel docente di
lettere ce la metteva tutta per non darmi soddisfazione di sorta (se possibile,
nemmeno allo scritto) e io mi vendicavo come potevo.
Il mio motto di spirito - che scaturiva sempre da una situazione creata
preliminarmente, istantanea e irripetibile - non era mai maligno: per me,
allora - e poi sempre, in seguito, mi pare - consisteva nell'inventare un
fatto o un riscontro o una situazione che avesse i caratteri del paradosso o
del nonsense: ma solo in quel precisissimo contesto e - altro elemento
essenziale - giocato con inesorabile seriet in viso, possibilmente in un
momento di transitorio silenzio. La faccia seria, l'uso affettuosamente
preliminare dell'appellativo (profess, signo, signor), e del
dialetto catanzarese leggermente sfumato da un tono assai familiare e dimesso,
coronavano il mio motto di spirito, che scatenava immediatamente risate
omeriche tra i miei compagni (E ho notato, e noto ancor oggi, che i bambini e
i ragazzi hanno una predisposizione particolare a cogliere la finezza del
paradosso e del nonsense: come ho notato pure, che il giocatore di paradossi
s'allegra solo delle proprie creazioni, e difficilmente s'adegua all'umorismo
comune o alle battute altrui, e in questo, anzi, fa intervenire una sorta di
riserbo geloso, che quasi lo assomiglia all'artista). Se il docente - com'era
giusto - reagiva rimproverandomi, io replicavo mantenendo una seriet di viso
ancor pi accentuata e quasi rattristata, e, fingendo meraviglia e ripetendo
con voluta ingenuit la frase, moltiplicavo l'occasione di disordine. Analogo
effetto ottenevo concludendo per mio conto le frasi del professore, con una
parola, stravagante ma paradossale, detta a mezza voce e a bruciapelo,
approfittando delle consuete pause retorico-didascaliche. (Tendenza rimastami
anch'essa connaturata, e grazie alla quale ancor oggi alleggerisco, a me e
ai colleghi, le noie dei consigli di facolt e di consimili rotture d'anima).
E questo era il mio rapporto quotidiano con la scuola.  inutile spiegare come
andasse a finire. Ma l'assurdo mi piaceva.
La mia specialit, per, erano i temi ministeriali di circostanza, da svolgere
in classe, imposti a comando, in quei tempi di feroce conformismo, a tutti gli
studenti di tutta Italia (sulla Croce Rossa, sulle Forze armate, sulla Festa di
questo o di quello). Gli elaborati non venivano valutati ai fini della
carriera scolastica, ma giudicati non so da chi, selezionati in vista di un
premio, e infine mandati non so dove. In quell'occasione, finalmente, io potevo
scrivere quello che volevo, e raccontare le cose pi assurde senza la paura di
un voto cattivo. Tutto sommato avrei potuto concorrere ai premi con fondate
speranze, ma io coglievo l'occasione per piegarla alle mie particolari
vocazioni artistiche: mi ha sempre reso felice il fascino
di una occupazione inutile, purch liberamente creata, e mi ci sono sempre
attaccato con ardore maniacale. Tanto per fare un esempio, quando ci fu
imposto lo svolgimento di un tema su un'iniziativa assistenziale denominata
Il ponte della bont, io mi lanciai sull'argomento e scrissi pagine su
pagine: nel tema sostenevo che quel ponte c'era per davvero, ed era un
manufatto costruito nei paraggi di una citt non meglio identificata, un vero
capolavoro d'ingegneria che costituiva una soluzione definitiva a
un vecchio drammatico problema, giacch - sostenevo -, prima che venisse
costruito il Ponte della Bont, tutte le persone, credendo che ci fosse,
andavano dritte per la loro strada e cadevano nel vuoto. Oppure fingevo di
fraintendere e parlavo dell'opportunit di distruggere boschi e piante per
fare la Festa agli alberi.
Il tutto in uno stile molto alto e molto serio. Frutto significativo di quei
giorni dell'ira  la poesia dialettale Laudator, mia vera prima opera a stampa,
apparsa su un ormai introvabile numero unico della III liceale A, il
Gurpignal, del 22 dicembre 1950, in cui scrissero altri miei cari amici
(Pep Sigill, Vittorio Antonini storico del "Galluppi", Mario Parisi con
una irriverentissima radiocronaca di una presunta partita di calcio, giocata
tra professori e professoresse del presente liceo, con sottintesi evidenti,
ecc.); poesia che io ripropongo pari pari al lettore, anche con gli
accenti e i segni grafici caparbiamente pretesi in quel mio primo amore con la
tipografia e con la carta stampata.
Laudator...
U bossu dcia: S, a li tempi mei
si studijava forta e ccu cchicora.
Mo mi faciti tutti i cicisbei,
ma 'e studiu 'on c' paura ca si mora.

I professori, poi, mancu li cani.
Iddi pigghiaru trenta cu lla lodi;
sapanu lu grecu sup'i mani;
parravan' 'u latinu 'n tutti i modi.

Vu' siti sulu superficjiali -
dcianu iddi - Chissu  lu progressu?
Parti 'na carrata d'animali.
V'avramu de stara semp'appressu!.

Ma i libri loru, u sai ch'eranu, caru?
'Na vrancata de babbi ccu i mustazzi,
comu chiddi de 'nu vocabolaru
chi nc'era prima 'e Mestica e Palazzi.

'Na regula cull'acqua de li rosi;
cinqu o se' dati 'e storia; 'e geografia
non janu cchipp dda de chiddi cosi
chi sapa pur 'a cambarera mia.

Nu', mbcia, 'e scienza simu 'na minera.
Sapimu certi cosi cchi non dicu;
canuscmu perfinu lu parera
d''o ziu d''o nunnu 'e Giambattistavicu.

Lamanna, Pierantoni, Lizier, Penna;
c' ma ti minti i mani a li capiddi.
Lachman, Croce, Nillson, Avicenna;
mancu ch'avram 'e cuntar 'i stiddi!

Energia nucleara, Momiglianu:
chissi, ppe nnui, sunnu d'a famigghia.
Si Orazio i noti i vida de luntanu,
u traduttora renda la parigghia.

E 'ntantu chiddi, privi de cuscienza,
ni carricnnu sacchi de lezzioni;
era megghiu, parrandu ccu decenza,
'a tribbunala de l'inquisizzioni.

Ma i professori si vendicarono, alla fine di quello stesso III liceo.
A pensarci bene, forse nemmeno avrebbero potuto, dato che io non avevo
accumulato troppe sanzioni disciplinari. Certo  che a giugno, per esplicita
deficienza nel voto di condotta, non fui ammesso agli esami di stato (Nicotra
non c'era pi per difendermi).
Con me vennero impallinati altri cari compagni e amici: mi pare Nino Ansani e
Mario Parisi, certamente Pasquale Alcaro. Mio padre finse di svenire alla
notizia. Per evitare spese, mi preparai da solo, aiutato un po', in
trigonometria, da Ubaldo Procopio, del quale dir a momenti. A ottobre, fu solo
per merito del presidente della commissione il prof, Ghersi, dell'Universit
di Messina, a me del tutto sconosciuto - che finalmente ebbi un bel 9 in
italiano. Io non ne sapevo niente, perch - come sempre - disdegnavo di
interrogarmi sugli esiti delle mie prove, sentendomene fatalisticamente
distaccato, e a comunicarmelo fu, passeggiando sul Corso Mazzini, il
professore Mastroianni, che per era estraneo alla mia commissione d'esame, e
che lo aveva saputo non so come: ricordo che mi chiam e mi diede quella
notizia, e io per la contentezza mi misi a correre per la strada come un
bambino. E cos si chiuse la mia avventura liceale. Bene, tutto sommato: e,
come sempre, da allora in poi, per merito di persona estranea a me, alla mia
famiglia e alla mia citt, incontrata lungo il mio cammino per puro purissimo
accidente.
Di quegli anni ricordo i molti amici anche non compagni di classe, rimasti
sempre cari: Giovanni Foresta, Pasquale Alcaro, Ottavio Ruffo, Bernardo
Principato, Benito Pudia, Tot Anzani, Franco Liguori, Nino Ansani, Pep
Sigill, Tot Cutruzzul, Vittorio Antonini, Mario Parisi e poi Ezio Giancotti,
Peppino Negro, Gaetano Sanzi, Franco Critelli, Tot De Laurenzi, una classe
avanti rispetto a me, per via di quella vecchia bocciatura. Per la verit,
andavo d'accordo con tutti, e addirittura mi invitavano, ogni tanto, anche a
certe festicciole da ballo, a cui io partecipavo in assoluta passivit,
goffo e invidioso perche non sapevo ballare; ma appena c'era da far baldoria o
da trasgredire, riprendevo la grinta: triste recupero d'un ragazzo che si
sentiva solo.
Ricordo che, quando marinavamo la scuola, bastava che facessimo quattro passi e
gi respiravamo la libert della campagna catanzarese, perch la citt finiva a
via Crispi e a Rione Milano, alla Porta Marina e a Pratica: arrivati alla
stazione della Calabro Lucana, o ci mettevamo addirittura a cantare nei
vagoncini in disarmo, giocando a carte sulle porte levate dai cardini e
poggiate sulle gambe, oppure, lungo le gallerie, arrivavamo a
Gagliano-stazione, a Cavor, e via e via, lungo i binari. E andando lungo i
sentieri e i viottoli verso Pontegrande, incontravamo le coppiette
degli studenti catanzaresi: lui e lei, teneramente abbracciati e finalmente
sicuri e appartati (anch'essi avevano salato la scuola), si godevano quelle
tre-quattro ore di libert invigilata: e c'era una grande complicit nella
trasgressione, perch nessuno di noi osava disturbarli. Oppure scendevamo
sotto il famigerato ponte di Siano, a vedere se, per caso, ci riuscisse di
pigliare lo spirito, cio di subire l'incarnazione di anime in pena, rimaste
laggi, povero triste avanzo di quei molti suicidi - quasi sempre giovani e
infelicissimi - che s'erano lanciati nel vuoto per raggiungere l'unica
possibile liberazione; o andavamo a giocare, con una palla di pezza, al
Bersaglio, o alla Sala, magari percorrendo la lunga e ripidissima galleria
della funicolare; e sempre giper viottoli e scorciatoie, e a correre.
E io, grassotto e tombolotto, via dietro agli altri, felice come un dio.
Ma al di sopra di tutti, un amico, in modo particolare, mi resta impresso nella
memoria: Ubaldo Procopio, tanto pi alto e serio di tutti noi e non so se -
negli anni successivi - meno fortunato di tutti noi. Era della sezione A,
sobrio e puntuale come nessun altro, e io e lui ci vedevamo solo fuori della
scuola (della quale per tacito accordo non parlavamo mai). Anche con lui
ridevamo, fino a piangere, di fronte a situazioni create da me, o leggendo
Jerome e Campanile, Guareschi o Metz. Ma Ubaldo era, soprattutto, l'amico
fraterno e l'interlocutore quotidiano dei miei momenti seri, che erano
- poi - le molte ore del pomeriggio e della sera, ogni santo giorno. A Marasco
devo la mia rinascita, a Ubaldo devo il passaggio alla dimensione politica e
storica (donde l'immediato mio trasferimento da Lettere a Filosofia, al
secondo anno d'Universit). Io avevo una grande sensibilit letteraria, e
Ubaldo mi ascoltava leggere - quasi sempre a casa sua - brani di Shakespeare,
Cechov, Lee Masters; ma poi lui mi parlava di politica, di economia, di
scienze.
Leggeva una quantit enorme di giornali, conservava una massa incredibile di
ritagli, progettavamo un'enciclopedia per i giovani della nostra et,
passavamo dal vecchio Sapere di Hoepli al Calendario del Popolo; e poi
continuavamo a parlare per strada, sul corso, nell'androne di Palazzo Fazzari,
fino a tarda sera. Ubaldo era d'una precisione maniacale (riusciva a ritirarsi,
d'estate, ogni sera un minuto prima, in modo da non trovarsi disarmato - diceva
lui - davanti alle pi corte giornate dell'imminente autunno): religiosissimo,
purissimo, sanissimo, coerentissimo.
Entr nel Partito Liberale, prima di me, ma io ne uscii un po' prima di lui:
Ubaldo mi convert al rigore e alla disciplina, io gli donai il senso della
libert e anche un po' d'intolleranza, e di sregolatezza; mi diede maturit e
seriet (lui, che era di un anno pi giovane di me), io gli diedi umanit e
sensibilit. Non ho mai visto un rapporto cos saldo e costante, e cos utile,
tra due persone cos diverse. Lo ritenevo allora - e ancora oggi lo ritengo,
dovunque si trovi - un essere superiore; da ammirare, ma anche da amare e da
comprendere, in questa societ che cos presto condanna alla solitudine chi,
per desiderio o per un gioco del destino, si trova a procedere contro
corrente.
Alla scuola non devo molto: solo un gran senso di oppressione e il ricordo
dell'imposizione inutile. (Un'esperienza che non ho mai dimenticato, e che,
quando sono stato a mia volta professore - alle scuole superiori o
all'universit -, ho cercato di ribaltare, pretendendo molto dai miei ragazzi,
ma anche dando molto, in termini di cultura, discussioni, divagazioni,
liberta, gioia, risate, allegria). Ricordo: mantenevo sempre un disprezzo
appassionato per quella scuola; e quando venne quello che per me sarebbe stato
l'ultimo giorno trascorso da studente nelle aule del "Galluppi", cio il mio
turno all'orale della maturit, osai dirlo a quel mio - gi sopra ricordato -
docente di lettere, che era rimasto membro interno. Gli dissi che tutto
quel latino e quel greco e quella letteratura e quella filosofia, per noi che
ignoravamo che cosa fosse la vita politica e come si vivesse nel mondo, e che
cosa fosse un conto corrente e come si parlasse in inglese, era tutta roba
inutile, assolutamente inutile, disastrosamente inutile; e aggiunsi che
finanche Leopardi era convinto, ai suoi tempi, che la scuola italiana fosse
crudele e non servisse a niente. Ero felice di potermi sfogare dopo tanti anni
di mortificazioni subte (pur essendomi comportato sempre da persona
sostanzialmente per bene ed educata). Ricordo come egli rimase sorpreso,
dispiaciuto, deluso: ora che, per la prima volta in tre anni, mi aveva dato
(se pure per spinta altrui) una grande soddisfazione al tema d'italiano, egli
era costretto a costatare con enorme stupore che, proprio adesso e davanti agli
altri commissari, io lo ricambiavo dando voce a un rancore antichissimo. Ora,
senza che ci fosse pi l'alibi della intemperanza e dell'indisciplina (che
m'avevano causato la non ammissione agli esami, col pericolo di farmi perdere
ancora un altro anno e di spingermi chi sa a quale gesto), io m'accorgevo
- forse per la prima volta nella mia vita scolastica - che finora ero stato
umiliato e offeso (io, pur cos buono e mite): la mia rabbia era lucida e
serena, ma incontenibile, perch non poteva essere che rabbia. E nemmeno per
un attimo pensai che in quei momenti potevo correre dei rischi, ledendo la
suscettibilit di un professore. Non ci fu polemica, non un rimprovero non
un'obiezione, in un'atmosfera - lo ricordo benissimo, campassi mill'anni -
diventata improvvisamente dura, triste, cattiva, in quella grande aula del
"Galluppi" che si apriva davanti al portone posteriore, con quel verde
sepolcrale tinteggiato alle pareti e reso pi plumbeo dalla mancanza di banchi
e dalla presenza di poche sedie e tre cattedre in fila per la commissione.
Quel professore accett tutto, come un boccone amaro. Non so se in
quegl'istanti io sentissi che gli stavo arrecando un dolore, forse anche
ingiusto, certo ormai inutile; ma era un colpo arrecato senza vilt, perch io
ero ancora l, nelle loro mani, con tutti gli esami sul groppone, con un
solo 9 a un solo scritto, che non sapevo quanto potesse pesare, tanta era
la mia inettitudine nelle strategie scolastiche.
La mia carriera liceale, dunque, si chiuse con un atto di rancore, e, per la
prima volta in vita mia, non riuscii ad essere controllato e modesto e
simpaticamente rispettoso, come sempre mi ero sforzato di essere. Forse quel
professore seppe perdonarmi, perch forse dovette comprendere, nel chiuso
della sua coscienza, quanto ingiustamente fossi stato trattato fino ad allora
e quanto male mi avesse fatto la scuola, magari contro le sue intenzioni, e
contro le intenzioni di tanti suoi colleghi, e con quali pericoli. Qualche
anno dopo, quando mi sposai, egli mi mand in regalo un servizio di tazzine.
Io ormai avevo le mie responsabilit d'uomo diventato adulto assai anzi tempo,
e mi arrabattavo con qualche lezione privata, e - almeno provvisoriamente -
avevo perduto quell'antica mia giovialit e non mi restava niente
di quell'antica rabbia. Quel dono mi commosse, mi fece pensare. Nel mio cuore
avevo gi perdonato a quel professore, e cos aveva fatto pure lui: e non a
caso sugger il mio nome per delle lezioni private alla famiglia di un suo
alunno. Andai a casa sua e lo trovai assai invecchiato: non ci vedevamo solo
da sei anni, ma tante cose erano cambiate in noi: come altri suoi colleghi,
egli era passato, ope legis, dal liceo alla media, e forse aveva sentito e
sentiva questa nuova dimensione come una sconfitta; ed io gli stavo ora
davanti, con l'imbarazzo e la timidezza di sempre, ma in atto grato per quella
sua scelta, perch avevo famiglia e avevo bisogno. Una lezione
privata era un regalo: non me lo fece pesare, e fu come se noi due ci
conoscessimo quella sera per la prima volta, lui ed io incerti sul futuro pi 
profondamente nostro e personale. Ci scambiammo poche parole, e forse un po'
di tristezza. Passati i giorni dell'ira appassionata, potevamo offrirci ormai
una reciproca piet, perch entrambi anche di questo avevamo tanto bisogno:
alla fin fine, anche lui era vittima di quella inutilissima e spesso
perniciosissima e crudelissima istituzione che era - e sotto certi aspetti
ancora resta - la scuola italiana.
So che oggi le cose vanno meglio, dappertutto, e tanto pi in quel mio vecchio
glorioso "Galluppi": il mondo  andato avanti, e tanto i giovani quanto i
loro maestri respirano un'aria meno greve e meno triste e meno povera, in cui
c' pi libert e pi gioia. Certo: quelle di quei tempi furono le poche gioie
e le molte tristezze di alcuni ragazzi, e forse di tanti ragazzi: e
anche - perch no? - di qualche professore che gi la vita, la guerra, la
famiglia e gli stenti avevano reso apatico o ignavo o cattivo, e a cui
nessuno - n colleghi n alunni - risparmiava le crudeli occasioni della
quotidiana convivenza a scuola. Fuori, nel grande mondo, la tempesta era
passata, tanto pi alta sulle nostre teste (anche se non pochi ragazzi,
compagni di quei giorni, recavano ancora nelle carni le tracce di qualche
ferita, e nell'anima la paura di un'infanzia aggredita dai tristissimi tempi
della guerra e del dopoguerra); ma, per di pi , noi giovani eravamo costretti
a subire le laceranti contraddizioni di una societ al tramonto, e a
scontrarci con adulti che, spesso, non avevano alcuna vera gioia di vivere, e
che non potevano darci n quella n altro.
Dolori piccoli, infelicit piccole, e da ragazzi, lo so: ma per noi ragazzi,
allora, erano tutto; e che meraviglia c' se qualcuno di noi cercava di
crearsi da solo una vita, e di difendersela con le unghie e con i denti?
Sono passati ormai dodici anni da quando mi sono allontanato dalla mia citt,
dove ho trascorso i primi quarant'anni della mia vita e dove ho visto crescere
(prima come professore nelle superiori e poi come direttore della Biblioteca
Comunale De Nobili) alcune generazioni di studenti. E spesso, quando torno a
Catanzaro, mi scopro a guardare con curiosit i ragazzi e le ragazze che
escono a frotte dalla scuola, da quel mio "Galluppi" di un tempo. E mi domando
tante cose. Vanno ancora a marinare la scuola, su, verso Siano e Jan e
Gagliano, a maggio e a settembre soprattutto, quando la natura  cos dolce,
e cos limpida l'aria, e gli alberi svettano ancora contro il cielo azzurro?
o a rinchiudersi in casa di qualcuno, a fare la nottata a studiare, per poi
salare l'indomani, e sempre l a giocare a rimpiattino con la scuola
e con la vita? Oppure - ed  cosa che temo - anche il gusto della
trasgressione  finito, assorbito e deviato dal tifo sportivo e
dall'imbonimento di massa? Non lo so e non ci voglio pensare. Le gioie e i
dolori di quel tempo o non esistono pi o sono pi equamente distribuiti:
e - nel bene come nel male - pare che non decenni, ma secoli siano
trascorsi da allora, da quegli anni Cinquanta, quando, nella vita
normale d'ogni giorno, c'era qualche tono crudo in pi .
A me, un giorno - ero al II liceo -, accadde di marinare la scuola, con
Giancotti, Ruffo e qualche altro compagno: andavamo pei campi di grano e di
fave, lungo la linea della Calabro, e io, ad un tratto, dimentico, mi tolsi
la giacca, perch c'erano i primi calori dell'avanzata primavera: e di sotto
la giacca comparve, goffamente indossata, una povera, triste, improvvisata
camicia bianca, fatta di chi sa quali resti di antichi indumenti, su cui
spiccavano il petto e i polsini a strisce verdine, ricavati da qualche altra
vecchia camicia in disarmo: misero patetico inganno, ormai disvelato.
Me ne vergognai come un ladro. E nemmeno per un istante pensai - io, nato e
cresciuto in una famiglia cos per bene, nella quale il dovere, l'onest e il
rispetto erano innanzi a tutto -, nemmeno per un istante pensai che il mio
povero padre, dopo una vita durissima, spesa al servizio di quella che egli si
ostinava a chiamare Patria, era adesso soltanto un ex tenente colonnello
dell'esercito, alle prese con le conseguenze dello sfoltimento degli
ufficiali di carriera, e con le relative difficolt economiche. So soltanto
che in quel momento, in quella bellissima mattinata di sole goduta tra i campi,
io mi sentii improvvisamente un nulla, un povero patetico nulla, ed ebbi un
misto di piet, di rancore e di rabbia verso di me e verso i miei; e
so che queste cose pesano, e pesano assai, sulla sensibilit d'un ragazzo.
Solo dopo, negli anni successivi, avrei riflettuto su quanti, e quanto a
lungo, in quegli stessi tristi anni, avevano gi saputo approfittare di
tutto (e continuavano tranquillamente a farlo), in mezzo alla indifferenza
della gente, ma a spese della gente, pigliandosi della vita le gioie, la
spensieratezza e il dolce far niente, e lasciando agli altri il dovere, la
sofferenza e la malitia diei (che per alcuni non sufficit mai). E ne ho tratto
una repulsione irrefrenabile e un rancore aspro verso quel mondo di inetti
felici e di mediocrit soddisfatte sulle cui fortune si regge - da tanto
tempo! - il destino del nostro paese.
Sentimento ingiusto, forse, ma nato in quegli anni l, quando grandi gioie e
grandi mortificazioni s'ottenevano con nulla, ed erano a portata di mano.
Un'amarezza rimasta irrisolta, come una persuasione profonda, e che nessuna
soddisfazione personale, nella vita e nella professione,  valsa a placare.
E non c' pi niente da fare, proprio niente: e me ne accorgo quando, nel bel
mezzo d'una festa o d'una gioia, sento imperiosa risorgere la malinconia d'un
tempo.
Quando, tornando a Catanzaro, rivedo i vecchi amici del "Galluppi", insieme
rievochiamo le gioie e le marachelle di quei giorni: le tristezze - ed erano
tante, e diverse, per non pochi di noi - le ricacciamo indietro, nel fondo
dell'anima, con abile complicit, con la stessa dignit amara con cui i
genitori tentavano di celarle a noi e noi ragazzi, disperatamcnte, cercavamo
di celarle agli amici: ora con pi , ora con meno fortuna. Dunque, quel po' di
gioia che ci prendevamo - magari contro tutti - era un diritto sacrosanto di
quell'et ancora verde. Perci, vorrei chiedere con Brecht ai ragazzi d'oggi,
ai miei figli d'oggi:
Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti,
pensate,
quando parlate delle nostre debolezze,
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.
Ma voi, quando sar venuta l'ora
che all'uomo un aiuto sia l'uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

/:/Antonio Scaramuzzino.
di Giuseppe e di Giuseppina Apicella
nato a Palermo il 1O ottobre 1932
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro Generale dell'anno scolastico 1946/47)

Si era appena usciti dal secondo
conflitto mondiale e la citt si presentava sempre nel suo tortuoso aspetto
anche aggravato dai resti degli edifici colpiti dal cruento bombardamento del
27 agosto 1943.
Ma, nonostante le distruzioni della guerra, l'edificio Galluppi che sorge
nel cuore della citt si presentava nella sua tradizionale maestosit,
esponendo una sua nobile tradizione particolarmente nei confronti della
popolazione studentesca dell'epoca. Quando noi, usciti dalle scuole medie,
abbiamo ottenuto l'ammissione alla quarta ginnasio, sentivamo l'orgoglio di
frequentare il vecchio e storico palazzo Galluppi nel quale trovavano sede il
ginnasio ed il Liceo Classico che a tutti ricordavano i vecchi maestri
Vivaldi, Patari e Luigi Settembrini che os pensare ed operare per
l'Indipendenza d'Italia.
Entrando, la prima nostra conoscenza non poteva non essere che quella del
bidello Russo che, provenendo dal Convitto Nazionale, era diventato capo di
tutti i bidelli della scuola. Altra simpatica conoscenza  stata quella del
segretario Settimo Grillone che ricordava sempre il suo servizio militare
prestato quale ufficiale di artiglieria durante la I guerra mondiale.
N si pu dimenticare la figura del preside Giuseppe Fornari che, alla fine
di ogni trimestre, veniva a leggere le pagelle e quando le suddette
presentavano espressione di tanti 5, egli bonariamente e con autorit
commentava: questa pagella non  n carne e n pesce.
I corridoi erano ampi ma poco luminosi e vi si notavano diverse lapidi, fra
le quali quella dedicata a Nobile Accettella Preside-rettore del Galluppi di
Catanzaro. Tale ricordo marmoreo era collocato accanto a un riquadro che
riproduceva le immagini degli studenti del Galluppi che avevano sacrificato
la vita in guerra per la Patria e noi guardavamo tali ricordi come cose
superiori alla nostra condizione di alunni e di fanciulli quali eravamo.
Lasciando da parte tale aspetto descrittivo della scuola non possiamo non
ricordare la figura del prof. Ugo Giordano che, col suo rigore accompagnato
da innata bont, tanto teneva a che la nostra classe fosse migliore delle
altre.
La classe era mista e perci noi alunni avevamo le nostre preoccupazioni di
non fare brutta figura con le compagne di scuola mentre ognuno di noi poteva
sentire qualche particolare simpatia verso qualcuna delle compagne di classe
che avevano sempre l'alta protezione del prof. Giordano.
Di quel tempo ricordiamo una nostra gita, faticosamente conquistata, a
Copanello Lido durante la quale, anche se non era ancora incominciata la
stagione estiva, tutti ci siamo affrettati ad indossare un costume da bagno.
In tale occasione la nostra maggiore preoccupazione  stata quella di vedere
le nostre compagne in costume da bagno, ma il prof. Giordano, sempre con il
suo amabile rigore, ci ha saputo tener lontani da qualsiasi atto che potesse
essere suggerito dalla nostra condizione di quasi fanciulli e cos, solo a
distanza dovuta, abbiamo potuto manifestare la nostra attivit visiva verso
le diverse Franca, Silvia, Anna Maria, Antonella.
Durante la frequenza del ginnasio ogni nostro comportamento era improntato a
quasi infantilit, ma quando siamo passati al Liceo ci siamo sentiti pi 
maturi per cui i nostri contatti con il corpo insegnante dell'Istituto erano
improntati a questo senso di maggiore maturit che veniva percepita dagli
insegnanti stessi.
Chi pu dimenticare il prof. Mario Corace che noi sottoponevamo a distrazione
dalle discipline scolastiche sollecitandolo a raccontarci le sue vicende
guerresche; il prof. Mauro Nicotra il quale amava denominare pesci il
punteggio uno che poteva attribuire ad un alunno; il prof. Silverio
Marasco, il prof. Aldo Fiorito che tutti insieme si preoccupavano non solo
dell'insegnamento cui erano preposti, ma principalmente a portarci ad una
condizione di maturit dacch tutti avevamo come nostro fine l'Universit.
Al liceo la nostra fratellanza di compagni di scuola non aveva, con
dispiacere di tutti, una soluzione di continuit dacch quegli alunni che
avevano la residenza nei vari paesi (Chiaravalloti, Giorla, Gigliotti, De
Septis, Russo etc.), quando le lezioni dell'anno scolastico avevano termine,
raggiungevano i loro genitori e noi, in questa nostra Catanzaro, rimanevamo
in pochi dedicandoci durante le vacanze alla frequenza di qualche lido che
ancora aveva le caratteristiche di deficienti attrezzature balneari ed alle
passeggiate lunghissime attraverso il tortuoso Corso Mazzini che una
volta costituiva, con i suoi negozi e con i suoi caff, il salotto della citt.
Alla fine del triennio del liceo alcuni eravamo stati convocati dal prof.
Mario Corace per la formazione del programma e nello stesso tempo, altri,
mai identificati, si sono dati ad un atto di liberazione per il quale hanno
danneggiato alcuni banchi e suppellettili della scuola. Una inchiesta interna
coordinata dal preside Fornari con l'assistenza anche di mons. Pietro Fragola,
insegnante di religione, condotta con senso di comprensione verso detto atto
di indisciplina, si  conclusa con la mancata individuaziono di coloro che
avevano tanto fatto.
 stato questo l'ultimo atto di quel periodo studentesco e perci l'atto
stesso, come tutte le precedenti cose, sono passate fra il numero delle
mancanze attuate nel segno di quella giovinezza che per noi non pu tornare
pi .

/:/Leopardi Ciriaco.
di Antonio e di Vincenzina Greto
nato a Maida il 19 gennaio 1933
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez.E
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

Agli inizi degli anni '50
ero uno sbarbatello emigrato a Catanzaro da qualche anno.
Tempi durissimi; venivamo da una guerra che aveva portato, soprattutto in noi
ragazzini, pi che un tipo di educazione, sofferenze fisiche inenarrabili.
La fame  una brutta bestia. Ebbene, allora si faceva la fame, ma si sperava
tanto nel cambiamento radicale di situazloni contingenti.
L'impatto, dopo il ribaltone del '46, con una nuova scuola, aveva significati
diversi a seconda della sfaccettatura del problema sul tappeto.
Ci si trovava di fronte ad una edilizia scolastica paradossale: banchi rotti,
finestre senza vetri, doppi turni, elettricit mancante, riscaldamenti neanche
a parlarne; avevamo di fronte professori che avevano acquisito questo loro tipo
di professionalit in tempo fascista. Ed in tempo fascista, pi che il bravo,
andava avanti colui che aveva la tessera.
Ricordo, a tal proposito, un episodio delle elementari: vi era un maestro che
arrivava impettito con tanto di divisa della Milizia.
La sua unica attivit era quella di pestare i tacchi degli stivaloni e
chiedere ogni giorno agli alunni: Chi ci sugnu io?, e mostrava i gradi sulla
giacca; l'alunno, timoroso, rispondeva: Tinenti, e lui di rimando: Bravu,
primossu.
E si andava avanti. I presupposti al "Galluppi" non erano quindi dei pi 
felici.
Arrivati al liceo, si incominciava a discriminare con la divisione in sezioni:
nella sezione A c'era la gente bene, cittadina; nella sezione B vi erano le
ragazze; nella sezione C i disperati e gli emigrati. Ecco, io ero uno
di questi.
Eravamo in tanti, in moltissimi nella classe; una classe compatta, di ragazzi
intelligenti, una classe che studiava poco, ma aveva gran voglia di primeggiare
sempre e nei confronti di tutti.
I nostri professori non erano gran che. Ma ci si adattava comunque.
Per il professore di greco, ad esempio, l'aoristo del verbo orao era quello
detto da Tot Ameduri, da me, da Caviano, da Tomaino, e cos dagli altri venti;
ed ognuno era diverso dall'altro: tutti giusti!
Compito in classe di latino: Michele Rotella aveva scoperto la rivista dalla
quale il professore tirava fuori la traccia; naturalmente, accanto, era la
traduzione.
Ebbene; copiavamo tutti la stessa traduzione ma i voti poi erano diversi, a
seconda se si trattava di uno dei pi bravi e studiosi o di uno dei pi 
irrequieti.
La famosa II C; e chi non ricorda l'episodio del topo?
Incredibile.
Da Catanzaro Lido, ogni mattina arrivava, stracarico, un treno che, per la
salita della Sala, era stato spinto a fatica da una locomotiva esausta; in
esso era Achille Tomaino con una tagliola per topi; dentro una sventola di
quelli da fogna. Ce n'erano tanti allora.
Ad un cenno, dall'ultimo banco dove era situato, Tomaino alz la porticina ed
il topo fil via.
Ognuno di noi si mun di regolare tavoletta e gibotte da orbi a quel povero
animale; qualcuno, in posizione strategica, apr la porta ed il topo fil nel
corriodio: un caos, una confusione indescrivibile.
Trionfante il professore mise un piede sul topo ormai ridotto un cencio per le
botte ricevute e disse, rivolgendosi alla bidella: Da domani, Rosina, porta
un gatto.
Il colpo del topo poi divenne abitudinario anche se talvolta mancava la materia
prima. Riuscito con il topo, la scelta cadde su di un uccellino; anche qui la
confusione fu enorme.
Ma la scuola, il nostro liceo, non fu questo e solo questo. Allora, senza
denominazione di ragazzi del '50, cos come si fece di quelli del '68 e
quelli dell''85 in una qualificazione strumentale e quanto mai pericolosa per
l'eccessivo protagonismo cui siamo soggetti giornalmente, l'argomento principe
per lo sciopero non era la mancanza di riscaldamento od i doppi turni o altro;
c'era da risolvere il problema di Trento e di Trieste; e l eravamo tutti
d'accordo, tranne la polizia di Scelba che allora picchiava veramente forte.
Quante manganellate in testa! Quante volte il ritorno a casa era un dramma: i
vestiti strappati per la furia dei poliziotti che, ancora oggi me lo chiedo
senza riuscire a comprendere, per il solo fatto di vedere incolonnati gli
studenti in piazza, picchiavano con i loro manganelli.
C'erano anche gli agit-prop comunisti, ma non ci pensavamo neanche. I fatti
politici, se pur stuzzicanti, non ci interessavano gran che salvo
nell'associazionismo esterno alla scuola e nel quale, chi pi chi meno,
eravamo impegnati.
Il Galluppi. C'era Peppino Fornari come preside; aveva difficolt di pronuncia
e figurarsi in che modo riuscivamo a fargli il vezzo, In verit, c'era anche
qualche versaccio di troppo, all'insegna della goliardia, ma poi, tutto
sommato, gli volevamo bene. Il 19 marzo, festa di San Giuseppe, spenti i
microfoni della sezione A, noi della C, con un mazzo di fiori, gli facevamo
dei discorsi lunghissimi di augurio; ed a lui luccicavano gli occhi dalla
commozione. Avevamo solo un cruccio col nostro beneamato preside: lo scrivemmo
su un diario la cui responsabilit era affidata alle mie mani; naturalmente mi
riferisco a quel che restava del diario di classe.
Dopo circa una decina di note dei vari professori contro le nostre malefatte,
scrivemmo testualmente: La II C  indignata per i mancanti provvedimenti del
sig. Preside nei suoi confronti.
Un atto di sfida che veniva capito e perdonato; come tutte le nostre cose.
Interrogatorio del povero Michele Rotella: era uno di quelli che sgobbava e
molto; ci mettevamo davanti in due o tre, e, mentre Michele rispondeva
puntualmente alle domande del professore, noi scuotevamo la testa in segno di
diniego: Vai a posto, Rotella, - sbottava improvvisamente il professore -
non hai studiato affatto! ed era vero il contrario.
In classe qualche volta veniva fuori l'argomento politica; ed il professore di
rimando: La politica fuori la porta!.
Ora di filosofia: Rosario Caviano, oggi avvocato, non voleva essere
interrogato e, per evitarlo, o meglio per evitare il puntino nero della
professoressa Varano, si nascondeva sotto il banco su cui erano accatastati i
cappotti di tutti.
Caviano, vieni - gridava la professoressa che non ci vedeva gran che; e
mentre qualcuno mormorava che il Caviano era assente, qualche altro - pure io
mi ci metto - con dei calcioni ben assestati scopriva il segreto. Ed anche
Caviano non poteva sfuggire al puntino nero.
Che lotta quel giorno nell'intervallo: Ciccio Sacco, oggi professore, e
Giovanni Maccarone, un prodotto del vibonese e precisamente di Calimera, nome
greco ben augurale, oggi avvocato, facevano la lotta e tutti noi intorno a
parteggiare chi per l'uno chi per l'altro. Arriva il professore e partecipa a
quella battaglia; naturalmente mena pure lui senza ritegno. E poi tutto fin
l.
La mattina eravamo la disperazione del capo-bidello Russo; aveva il compito di
aprire il portone; si entrava dall'ingresso sul cortile perch dal portone
principale vi era l'ingresso di altre scolaresche: elementari, medie,
ginnasio etc.
Ebbene, bastava un Fesso il primo... e la nostra classe rimaneva fuori anche
dopo l'ingresso di tutti. Poi qualcuno rompeva questa solidariet e via a
valanga con l'appellativo che, come un testimone, passava dal primo
all'ultimo; non eravamo contenti: fesso il primo s, ma anche l'ultimo.
Studiare? Be', s. In questa baraonda si riusciva anche a studiare come si
poteva. Lo facevamo in collaborazione; vi era il bravo Tot Ameduri, ad
esempio, e c'eravamo gli altri... Molta intelligenza e poca disposizione allo
studio; bastavano poi quei due o tre mesi finali ed il risultato era positivo.
I ricordi si accavallano; anche le nostalgie. E chi non ne ha!?
Per le difficolt dei professori in un periodo in cui bisognava rieducarli ad
un insegnamento corretto e democratico, l'ansia di libert e di conoscenza
degli alunni, cose quest'ultime di gran lunga pi veloci delle esigenze dei
primi, la necessit di partecipazione ai problemi politici del momento, la
volont di sfuggire alla logica tremenda del sacrificio per ribaltare in
un'unica componente arretratezze sociali e culturali da una parte ed
economiche dall'altra, furono le vere realt del Galluppi.
Ecco perch da quella scuola venne fuori la classe dirigente che fece l'Italia
del futuro; quella del boom economico i pi precoci, quella di transizione
negli anni '70, l'attuale.
I paragoni non possono far testo perche i momenti e le storie sono diversi. Ma
la nostra felicit  che noi, ragazzi del '50, abbiamo fatto una rivoluzione:
in silenzio e senza protagonismo di sorta; a poco prezzo, naturalmente, perch
le rivoluzioni si fanno con poco.
Siamo diventati adulti con le nostre responsabilit, grosse per aver operato
in quel modo, e ci siamo trovati dinanzi ai ragazzi del '68: un compromesso
tra rivoluzione e riforma. Ma anche l vi  un punto di riferimento ben
preciso nella storia della seconda met del secolo. Ora ci troviamo con i
ragazzi dell''85 ad un processo di riforma esclusivamente tale, che comporta
perci stesso una enorme spesa. Ma questo processo  necessario perch si va
verso il duemila con una tecnologia ed una mentalit diverse: l'era del
computer, quella dei servizi,  un'era pi di consumo che di piattaforma
produttiva. La nostra felicit  che il consumo di oggi  nato dal
sacrificio, dalla scuola, dalla rivoluzione, dal Galluppi del 1950.
Questa  una nota di merito che abbiamo effettivamente conquistato.
Io insieme ad Ameduri, Caviano, Gallelli, e via via Maccarone, Rotella, e gi
fino a Tomaino, Turco.
Gente che vale.

/:/Pasquale Alcaro.
di Antonio e di Rosa Ardito
nato a Napoli il 6 maggio 1933
iscritto per la prima volta alla prima liceale sez. E
(Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949)

....i muri, i compagni
La mia teoria la conoscete tutti, tanto che la enuncio solo per i pochi
forestieri di passaggio.
Sono arrivato al Liceo Classico crudo, proprio crudo. Vi ho trovato il preside,
pardon, il Signor Capo di Istituto, leggermente rimbambito oltre che
professore di matematica.
I professori, tolte due o tre eccezioni: ignoranti, vagabondi o disonesti o
tutte e tre le cose assieme. Io studiare non studiavo e sono uscito maturo,
credetemi sulla parola.
Saranno stati i muri del vecchio Liceo a maturarmi o i compagni di scuola.
Questa la teoria e, popperianamente, tanto pi scientifica quanto pi 
falsificabile.
Andiamo a dimostrar:
Che sia arrivato crudo non c' dubbio, tutti possono testimoniare. Perch
possiate giudicare anche voi forestieri: arrivato al primo liceo classico non
avevo mai sentito pronunciare il sostantivo Shakespeare e tanto meno
l'aggettivo shakespeariano.
Arrivo al vecchio "Galluppi", di fronte al "Guglielmo"; in effetti muri
spessi, sostanziosi; interni in penombra diffusa, claustrale, procurata da
alte, sbarrate persiane di settembriniana austerit.
Dentro un vociare ed un caos di conseguenza, cio da case chiuse, I E, 27,
tutti maschi. Anni fine '40.
Il professore di greco si faceva correggere i compiti da un suo collega pi 
bravo: farlo di persona non era cosa sua, e spesse volte mostrava imbarazzo a
dover rendere conto dei segni rossi e blu.
Gli citavamo (iniziammo noi, giovanotti di ora che credete di essere originali)
il Sorhensen, ala sinistra dell'Atalanta o il Pallaoro, equivalente di destra
della locale squadra di calcio, tra la bibliografia sui classici greci, con il
suo compiaciuto, anche se leggermente critico, assenso.
Il professore di scienze del secondo anno era molto bravo e lavorava sodo; con
la sua chimica organica ho campato di rendita all'universit, ma apparteneva
alla...terza categoria. Per essere promossi bisognava andare a lezioni private
da un suo collega giovane, distinto e sfatigato, del reggino pure lui. Privata
per modo di dire: 10-12 ragazzi per volta. La lezione era simbolica: 20-30
minuti di chiacchiericcio; il pedaggio alla fine del mese no.
La professoressa di storia e filosofia era buona con noi, ci voleva troppo
bene; ragazzacci s, ma tutti maschi, ricordate?
E noi ricambiavamo l'affetto intonandole un coretto di una sola parola che
descriveva sue supposte virtamatorie, non strettamente finalizzate alla
prosecuzione della specie (non era bolognese), il gioved all'ultima ora
quando, ordinati, ci accompagnava all'uscita. Un coretto ben intonato e ben
scandito. E riusc bene il coretto pure all'uscita dalla chiesa, quella di
Montecorvino, il giorno del suo matrimonio. Le stava bene il velo bianco; lei
era tutta commossa.
Il Signor Capo di Istituto veniva ogni tanto a sostituire qualche professore
mancante; chiedeva un volontario alla lavagna ed i compagni spingevano me. Mi
irritava la sua ostinazione a non volersi capacitare, a non voler ammettere
che la mia dimostrazione del teorema era pi semplice, con meno passaggi e pi 
lineare della sua; tanto che alla fine, stizzito, mi costringeva a sgridarlo:
o c..., non dire di no!.
Io non studiavo per niente, ve l'ho detto, ma chi inferse il colpo di grazia
alla mia residua ed esigua voglia di studiare fu un figurativi. Vi racconto:
II liceo; II trimestre. Professore di latino era uno di tutte e tre le cose
assieme, pace all'anima sua.
Alcaro, preparati che prossimamente ti interrogo.
Ed io, per amore di mio padre, studiai sodo per due settimane. Mi interroga,
un'ora intera, su tutto il programma fatto; vado bene, rispondo su tutto, a
puntino.
Pap, se vuoi andare a chiedere... Maresci, iu propriu bonu, non me
l'aspettavo da lui, sapia tuttu... FIGURATIVI che gli ho messo 5 meno meno.
Quel figurativi, che ancor mi brucia, fu il mio alibi e la mia salvezza. Da
quel giorno alla villa, quasi sempre!
Ma torniamo alla teoria, questo da me vi attendete.
27, I E, appena formata. Di questi, 17 provenivamo dall'Istituto Salesiano;
due o tre da altri ginnasi, di Santa Severina forse, o comunque presilani;
gli altri, ripetenti, da altre sezioni. La selezione non era naturale
ma predeterminata come nella genetica moderna.
Io ero abituato cos: V ginnasio, professore di lettere Don B.., voce nasale:
Scrivete: il capitolo 4 dei "Promessi Sposi", per quanto riguarda i
contenuti si divide in unoromano, dueromano, treromano; unoromano si pu a sua
volta suddividere - devo andare pi piano? - in agrande, bigrande, cigrande...
Agrande si divide in alfa, beta, gamma, delta...
Ed all'interrogazione, il giorno dopo: Tu, dimmi cosa narra il Manzoni in
treromano-agrande-delta. Una vera battaglia navale letteraria.
Cos ci trovo, al "Galluppi" il professore di filosofia al suo entrare in
classe, ma forse non se ne rese subito conto. Ieratico e paglierino tornava da
anni di fronte, e si vedeva.
Le ore erano di 50 minuti, a scuola di pomeriggio a trimestri alterni. Spiega
per le prime cinque lezioni, noi tutti zitti non perdevamo una parola; al 6
giorno interrog.
Chiam il primo, si rese conto alla seconda, terza domanda che non aveva
capito niente. Lo rimand al posto ed, aiutandosi col registro: sotto un altro:
Nisba!
Al terzo abbass un poco il tiro, non solo domande ma avvii, incoraggiamenti,
mettere sulla strada, ma anche cos niente; diventando ancor pi 
comprensivo... fine a se stesso, figlio mio, che vuol dire? Lo sai bene....
Lui non lo sapeva per quanto i tempi di attesa e la pazienza del professore si
fossero allungati. Dillo tu, interrogando dal posto quello del primo banco,
e poi un altro, ed un altro ancora.
L'avrete capito, nessuno di noi, su 27, sapeva che cosa volesse significare la
frase fine a se stesso.
Il professore si fece serio, non divent pi pallido perch non poteva. E,
dopo un po' di riflessione, Basta, chiuse il libro, non si fa pi scuola,
non far pi lezioni... Che romanzi avete in casa?.
Io scelsi, ricordo, Storia di San Michele di Axel Munthe, ma poi ripiegai,
non so perch, su Due prigionieri di Zilahy: era un po' pi eccitante.
Fra una settimana ne riparleremo in classe... Venerd sera alle 6 tutti
davanti al Politeama-Italia a vedere insieme "Ladri di biciclette" ... Domani
tu porta il "Corriere della Sera", lo leggeremo in classe...
Mantenne la parola, non fece pi scuola. In pochi mesi ni rivotau!
...i muri, i compagni.
...Poi all'ospedale, molti anni dopo, trovai il professore Spadea, ma questa 
un'altra storia, ve la racconter un'altra volta o forse ve l'ho gi
raccontata.
Salve.

/:/Vittorio Antonini.
di Luigi e di Laura Peronaci
nato a Catanzaro il 31 maggio 1933
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

Sono Vittorio Antonini,
ex allievo del liceo ginnasio "Galluppi" di Catanzaro.
Il cortese invito, rivoltomi dal preside Ezio Galiano, di collaborare alla
stesura di un libro, destinato a raccogliere i ricordi di ex alunni di quella
scuola che fu la nostra, mi ha lasciato in un primo momento perplesso e
scettico sulle mie possibilit di rievocare, fra i tanti, piccoli, quotidiani
e banali fatti rimasti nella mia memoria, episodi degni di interessare
veramente nel contesto del tipo di pubblicazione che si vuole, con pregevoli
intenti, preparare. Poi il riferimento che il preside (il ventiquattresimo
della serie, secondo la mia ricostruzione storica, certo il primo che ha
conseguito la maturit classica nello stesso "Galluppi") ha fatto
espressamente nella sua lettera all'opportunit che il nostro liceo abbia
la sua storia saldando il passato al presente mi ha riportato alla mente un
mio modesto lavoro dei tempi in cui frequentavo la terza liceale.
In quell'epoca, per collaborare ad un giornale pubblicato periodicamente dalla
mia classe, la terza A, con nomi sempre diversi (Megafono, Aziopirical,
Gurpignal, Festivissimal 1951, Rapinantal), effettuai delle ricerche presso la
Biblioteca Comunale, allora diretta dall'indimenticabile don Pippo De Nobili,
proprio per rintracciare le origini e lo sviluppo del liceo "Galluppi".
Cos fu pubblicato a puntate sul giornale gran parte del risultato di quelle
mie ricerche, condotte certo con diligenza e buona volont, approfittando anche
di qualche suggerimento di don Pippo, ma con la scarsa esperienza della mia
condizione.
Sono riuscito a ritrovare il vecchio materiale oggetto di quel mio lavoro ed 
questo che invio al preside Galiano il quale, se vorr, lo potr pubblicare
eventualmente a conclusione dei pochi ricordi personali che accludo.
La mia sommaria, ed inevitabilmente lacunosa, storia del "Galluppi" si ferma
al 1937, anno in cui assunse la presidenza del liceo il professore Giuseppe
Fornari che fu il mio preside dall'ottobre 1946 al luglio 1951, il preside
Peppino Fornari che ancora spesso ci viene simpaticamente ricordato dalle
perfette imitazioni che del suo singolare modo di parlare fa un noto e
brillante personaggio catanzarese, Pino Chiaravalloti, mio carissimo collega
ed amico.
Dei miei professori, che ricordo con affetto ma che non nomino perch furono
molti e correrei il rischio di dimenticarne qualcuno, non posso assolutamente
non menzionare, tuttavia, il professore Giovanni Mastroianni, col quale sono
rimasto sempre in contatto, anche se la sua docenza universitaria, negli ultimi
tempi, ce lo ha sottratto alquanto. Tutti noi, suoi allievi, siamo debitori
della nostra formazione culturale di base a lui che, in un periodo in cui
l'insegnamento era ancora astratto, autoritario e cattedratico, aveva
anticipato di decenni i tempi nuovi scendendo dalla cattedra, abbandonando le
strettoie dei libri di testo ed insegnando filosofia col dialogo e con il
costante riferimento al concetto che gli uomini vanno inquadrati e capiti nei
tempi in cui vivono. (Mi capit pi tardi, all'universit, quando sostenni con
successo l'esame di filosofia del diritto, di sentirmi chiedere dal professore
a mo' di congratulazione chi fosse stato al liceo il mio insegnante di
filosofia).
Con il professore Mastroianni ci abituammo ad integrare lo studio dottrinario
con l'osservazione della realt che ci circonda.
A lui  anche legato un simpatico episodio erotico-sportivo che allora, per la
verit, fu tragicomico e che, forse, vale la pena di ricordare. In uno di quei
famosi nostri giornali, un mio compagno, Mario Parisi, che attualmente esercita
la professione di ingegnere in Bari, fece la descrizione di una partita di
calcio tra docenti di ambo i sessi, assegnando a ciascuno il ruolo a lui o a
lei pi confacente, secondo il suo insindacabile giudizio tecnico. Al
professore Mastroianni diede il ruolo di centravanti e alla professoressa di
filosofia di un altro corso, Emilia Pignato, quello di portiere avversario. Il
resoconto dell'incontro culminava con una brillante azione d'attacco di
Mastroianni il quale, abilmente, riusciva a segnare una rete facendo
passare la palla fra le gambe della Pignato.
Orbene, quest'ultima frase, allora maliziosa ma che oggi, dopo La Zanzara,
farebbe appena sorridere, fu intesa, nell'anno di grazia 1951, dall'Autorit
Scolastica costituita come un attentato all'onorabilit della docente violata
da quell'incauto passaggio di palla e come un brutale richiamo alla sessualit.
Il fatto fu considerato particolarmente grave, anche perch la professoressa
Pignato era figlia del provveditore agli studi del tempo ed il professore
Mastroianni, notoriamente comunista, era ritenuto, all'epoca, un uomo
di... punta.
Certo  che Mario Parisi, per effetto di quella sua pubblicazione, fu sospeso
dalla sessione estiva degli esami di maturit e dovette sostenerli, su tutte
le materie, nella sessione autunnale.
Prima di chiudere, mi corre l'obbligo di ricordare che il "Galluppi" fu anche
il luogo in cui mi innamorai di mia moglie, Liliana Maraziti, mia compagna di
classe nel secondo e terzo liceo.
Dopo la maturit classica le nostre strade parvero dividersi definitivamente
per la diversit delle rispettive facolt universitarie e pi tardi perch,
mentre ella insegnava matematica a Catanzaro, io facevo il magistrato altrove.
Senonche, trascorsi quattordici anni dalla maturit, ci rincontrammo e, in
pochi mesi, saldando il passato al presente - come dice nel suo invito il
preside Galiano -, convolammo a giuste nozze.
Ora, in occasione di qualcuno di quegli inevitabili banali litigi nel corso di
una serena vita matrimoniale ormai protratta oltre quattro lustri, ci capita
talvolta di chiederci scherzosamente se, in fondo in fondo, l'aver frequentato
il liceo "Galluppi" non sia stato per noi... un danno.
I giovani studenti di oggi ne traggano insegnamento perch dal "Galluppi" si
pu arrivare... anche all'altare!
DA MEGAFONO AZIOPIRICAL GURPIGNAL FESTIVISSIMAL 1951 RAPINANTAL
IL COLLEGIO DEI GESUITI
La fondazione di quello che sar il liceo classico di Catanzaro risale al
sedicesimo secolo, quando i padri Gesuiti svolgono la loro opera per la
soppressione delle eresie e per l'educazione della giovent. Uno di questi
padri, Niccol Alfonsi detto il Bobadilla, capita a Catanzaro e vi tiene delle
prediche in occasione della quaresima del 1553. Vi ritorna dopo cinque o sei
anni ed incontra molte simpatie per il vigore della sua oratoria e per i suoi
modi affabili. Nasce cos l'idea di fondare un collegio e di affidarne la
direzione e l'amministrazione ai Gesuiti: il che avviene il giorno 1 febbraio
1563.
Per ospitare tale collegio si costruisce un nuovo edificio sul suolo occupato
dalle case De Cumis, Malacuvo, De Nobili, Lioy che vengono, perci, abbattute;
a sovvenzionarlo si provveder con lasciti di privati e concessioni pontificie.
Le materie d'insegnamento sono: lettere italiane, latine e greche, filosofia,
teologia morale e dogmatica ed, in seguito, medicina e diritto.
Primo rettore  il padre gesuita Giuseppe Biondo.
Tra gli insegnanti di rilievo vanno ricordati: il catanzarese Decio Strivieri
(poi recatosi in Polonia e mandato, nel 1696, dal re Sigismondo come
ambasciatore a Mosca per indurre il granduca Boris ad allearsi con lui contro
Carlo Di Svezia), il napoletano padre Costanzo Bulgarelli, latinista ed
insegnante di filosofia, Desio Vincenti da Lecce, Giovanni Maria Santoro, Luca
Pinelli, professore di umane lettere, il napoletano Alfonso Caracciolo,
insegnante di letteratura latina.
Alunni da menzionare sono: De Cumis, Francesco Susanna, Luigi Marincola, Marco
Ferrari, Antonio Schipani.
IL REAL COLLEGIO
Quando i Gesuiti vengono cacciati dal regno di Napoli, sono costretti a
lasciare anche il collegio nella notte tra il 29 ed il 30 novembre 1767.
Il Collegio dei Gesuiti in Catanzaro dur, quindi, 204 anni.
Il ministro napoletano Bernardo Tanucci, nell'editto del 6 febbraio 1768 De
regimine studiorum, dichiara che i Gesuiti hanno approfittato dell'incarico
loro affidato per tornaconti personali e che si sono arricchiti con le rendite
assegnate per l'amministrazione del collegio. Dopo la cacciata dei Gesuiti,
quello che sar il nostro liceo prende il nome di Real Collegio. Vengono
nominati, come insegnanti, sei laici per le lettere e la filosofia e quattro
sacerdoti per la religione. La scelta degli insegnanti viene affidata
al preside (titolo corrispondente a quello attuale di prefetto).
Tra i professori di questo nuovo periodo vi sono: Giovanni Bianchi che insegna
matematica, Francesco Saverio Barberi, Antonio Bagnati, Tommasino Susanna,
Bernardo De Riso (chiamato poi dai catanzaresi Padre della Patria), l'abate
Jerocades che istitu a Catanzaro la prima loggia massonica ed Orazio Lupis,
scrittore, che insegn per quarantasette anni.
Insigne alunno del Real Collegio  Giuseppe Poerio barone di Belcastro,
oratore ed uomo politico, propugnatore della Repubblica partenopea, partigiano
di Napoleone e pi volte condannato per le sue idee.
Altro celebre studente di quell'epoca  Guglielmo Pepe che, com' noto,
combatt dapprima in difesa della Repubblica partenopea contro gli uomini del
cardinale Ruffo, poi al servizio di Murat, indi sotto i Borboni e nei moti del
1821 fu a capo dei rivoltosi. La nomina a generale nella rivoluzione italiana
contro gli Austriaci e l'eroica difesa di Venezia aggiungono nuova gloria a
questo ex alunno del nostro liceo.
IL REAL LICEO
Il nome di Real Collegio dura dal 1769 al 1812, quando il re di Napoli,
Gioacchino Murat, decide di chiamarlo Real Liceo.
Sotto il regno di Murat vengono istituite le prime scuole universitarie
catanzaresi. Le facolt sono: diritto, farmacia, ostetricia ed i primi quattro
anni di medicina.
Fra i primi docenti dell'istituita universit sono degni di particolare
menzione: Francesco Aracri, Giuseppe Fajelle, Raffaele Larussa. Nel Real Liceo
insegna anche, dai primi di ottobre 1835 all'otto maggio 1839, Luigi
Settembrini, l'insigne letterato e patriota che ci ha lasciato, fra l'altro,
nelle note sue Ricordanze, i ricordi del suo processo di perseguitato
politico e del quale il De Sanctis, commemorandolo in Senato, disse: sereno
nel martirio quando la Patria era schiava, quando Essa fu liberata nulla volle,
nulla chiese. Con decreto reale del 9 ottobre 1849 il liceo viene
affidato ai padri Scolopi i quali, mirando ad istillare nei giovani l'amore
per la propria terra e per la libert, tendono a considerare la scuola come
formatrice del cittadino pi che del letterato astratto.
Notevoli insegnanti di questa nuova fase sono: Giuseppe Vincenzo Ciaccio,
destinato ad affermarsi come scienziato di fama europea, e Francesco Acri per
le lettere e la filosofia.
Si hanno in quel periodo scolari che poi saranno illustri statisti come
Giovanni Nicotera (due volte ministro dell'Interno), Bernardino Grimaldi
(due volte ministro delle Finanze, poi ministro dell'Agricoltura Industria e
Commercio ed ancora ministro del Tesoro nel governo Giolitti), Bruno Chimirri
(giurista, deputato, poi senatore e ministro dell'Agricoltura Industria e
Commercio, di Grazia e Giustizia, delle Finanze); o saranno illustri filosofi
come Felice Di Tocco e Francesco Fiorentino.
IL REGIO LICEO GINNASIO PASQUALE GALLUPPI
Nel 1861, alla costituzione del Regno d'Italia segue la laicizzazione
scolastica e gli Scolopi consegnano la scuola, il 13 ottobre di quello stesso
anno, al Commissario di Governo avvocato Liborio Menichini. Si mantiene il
convitto per gli alunni interni e convitto e liceo vengono intitolati al
filosofo calabrese Pasquale Galluppi.
 la fine dell'intromissione ecclesiastica, ma anche l'inizio della crisi delle
scuole universitarie catanzarcsi, le quali erano sovvenzionate dai Borboni per
impedire che gli studenti del meridione affluissero insieme all'universit di
Napoli e provocassero disordini rivoluzionari. Gi nel settembre 1860 Giuseppe
Garibaldi, arrivato a Napoli e considerata la nostra universit come
espressione della tirannide borbonica, stabilisce che, alla morte dei
professori, essa sia abolita.
Successivamente, con un decreto del 1890, vengono soppressi tutti i corsi,
tranne quelli di farmacia, ostetricia e notariato. Un tentativo di Bruno
Chimirri, che chiede nel 1910 il ripristino della vecchia normativa, ottiene
il voto favorevole della Camera dei Deputati, ma la questione  destinata a
rimanere irrisolta negli archivi del Senato.
L'abolizione definitiva dell'universit catanzarese, ove svolse il suo
insegnamento di diritto anche il professore Antonio Iannoni (cospiratore,
processato nel 1848 e nel 1852 per attentato al governo e condannato ad otto
anni di ferri, dopo l'unit d'Italia consigliere ed assessore del comune di
Catanzaro, deputato, vicepreside della Provincia), sopravviene con la riforma
Gentile.
Il primo preside rettore del "Galluppi" dal 1861  il piemontese Antonio
Ghiglione, destinato a perire tragicamente per mano di un folle alunno dello
stesso liceo. Nel cimitero di Catanzaro gli studenti posero, a suo ricordo, un
monumento marmoreo che tuttora esiste.
Primi professori del liceo ginnasio sono: Pasquale Serravalle, Domenico
Torchia, Luigi Tamburini, Domenico Marincola, Carlo Tarantino, Mauro da Gioia,
Antonio Tarzia, Giacomo Correa, Giovanni Capparelli, Francesco Cardamone,
Carlo Marcantoni.
I presidi rettori che succedono a Ghiglione fino alla conclusione del 1800
sono:
Filippo Patella, Nicola Stranieri, Pietro De Bellis, Paolo Pavesio, Luigi
Cobau, Pietro De Zotto, Luigi Moschettini.
Nel 1900 il preside rettore  Pietro Malusa che resta appena un anno. Infatti
dal 1902 al 1906 svolge le funzioni di preside rettore Pellizzari.
Nel 1907 ricopre la suddetta carica Nobile Accettella di cui ci rimangono
alcune pubblicazioni su elementi di chimica. I dati della sua vita e i
discorsi pronunziati per la sua morte, avvenuta il 4 febbraio 1910 furono
raccolti dal professore Giovanni Patari. A Nobile Accettella  dedicata una
lapide nel nostro liceo, lapide che lo ricorda per quella figura integra e
nobile che veramente fu.
 l'ultimo preside rettore, perch dopo di lui le cariche si dividono.
Dal 1910 al 1918 troviamo il preside Pasquale Todeschini; dal 1918 al 1924
Luigi De Rosa; dal 1924 al 1931 Giovanni Tancredi; dal 1931 al 1932 dopo la
breve supplenza affidata al professore Domenico Miceli,  preside Mario
Battistrada, mutilato di guerra.
Fra i tanti illustri professori che insegnarono negli ultimi anni del 1800 e
fino al 1932  opportuno menzionare almeno coloro che pi profondamente
contribuirono alla formazione umana della maggior parte dei professionisti
catanzaresi.
Va ricordato Sante Calabria, nato il 18 gennaio 1848 e morto nel 1938.
Dopo aver insegnato dal 1866 al 1873 nel ginnasio di Scigliano e dal 1876 al
1879 latino e poi italiano e greco nel ginnasio superiore e nel liceo
dell'ateneo Galileo Galilei di Napoli, il 29 novembre 1888, in seguito a
concorso, ottiene la cattedra di latino e greco nel nostro liceo.
Come illustre professore di italiano va ricordato Vincenzo Vivaldi, incaricato
in questo liceo dal marzo al luglio 1891 e poi titolare nell'anno 1901.
Mario Corbino, nato ad Augusta il 30 aprile 1876,  nominato reggente di
fisica con decreto dell'ottobre 1896.
Alfonso Notarantonio, dopo aver insegnato lettere nel ginnasio superiore
durante il 1901, passa all'insegnamento nel ginnasio superiore. Giuseppe
Schiavello da Sorianello, insegnante durante il 1901 nel ginnasio inferiore,
diviene ordinario di ginnasio superiore nel 1906. Nei due ginnasi insegna
anche Antonio Torchia, nato il 30 marzo 1874 e morto il 6 dicembre 1950.
Non si pu omettere il nome di Giovanni Patari, anch'egli insegnante nei due
ginnasi, poeta e scrittore, particolarmente amato dai catanzaresi, collocato
a riposo il 2 novembre 1933.
Tra i professori di lettere ricordiamo ancora: Vincenzo Sando, Arangio Ruiz
trasferito nel ginnasio superiore nel 1916, Francesco Bellusci del periodo
1925/1926 e Domenico Miceli collocato a riposo l'1 ottobre 1941. Tra i docenti
di latino e greco vanno menzionati: Felice Greco, poi provveditore agli studi
di Napoli, e Giuseppe Morabito, vincitore di vari premi Amsterdam di
composizione latina.
Gli alunni che in questo periodo lasciano ricordo di s sono numerosissimi.
Simbolicamente, per brevit, basti ricordare: Giuseppe Casalinuovo, avvocato
di altissimo livello e grande cultore di lettere e poesia, egli stesso autore
di poesie raccolte ne La lampada del poeta, Corrado Alvaro che nel 1913
consegue qui la maturit classica, Ercole Scalfaro che generosamente immola la
giovane esistenza sul campo di battaglia durante la guerra 1915/1918 con
azione eroica riconosciuta degna del conferimento di medaglia d'oro.
Dal 1932 al 1934 viene nominato preside Giuseppe Morelli e nei successivi tre
anni (l934-1937) Carlo Pane.
Nel 1937 a capo del nostro liceo troviamo Giuseppe Fornari.

/:/Antonio Anzani.
di Mario e di Nicolina Capilupi
nato a Crotone l'11 settembre 1933
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez A
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

Caro, vecchio "Galluppi"
 assai difficile, per i ragazzi di oggi, perfino immaginare la Catanzaro degli
anni 1946-1951, ed, in quegli anni, la centralit del Galluppi.
Una centralit che, forse, aveva anche qualche risvolto classista, almeno nel
senso che frequentare il liceo classico, allora, significava necessariamente
dover proseguire gli studi all'Universit e, viceversa, la gran parte degli
altri Istituti secondari la precludevano.
Ma, sicuramente, v'era una centralit culturale del liceo Galluppi, un tipo
di studi sui generis, mirante ad una formazione culturale generale, di fronte
agli Istituti Tecnici, al Magistrale, ai Professionali che miravano ad una
cultura specifica, per un immediato inserimento nel mondo del lavoro.
Di questa diversit di taglio avevamo coscienza, fors'anche un po' di
giovanile orgoglio; e i nostri professori ce lo evidenziavano per ottenere da
noi il massimo impegno.
Una schiera di docenti, alcuni dei quali ormai non vivono pi se non nel
ricordo di noi, ragazzi di allora, consapevoli di dover loro l'impostazione
della nostra cultura, il metodo di studio che ci ha consentito di affrontare
agevolmente studi pi severi.
Mi sembra ingeneroso citarne alcuni omettendone, per ovvie ragioni di brevit,
altri.
Ma tutti, tutti, erano docenti impegnati, colti e, in conseguenza, avevano
grande ascendente su noi giovani, su tutti i giovani, pi o meno studiosi che
fossimo.
Erano tempi nei quali le distrazioni erano pochissime e le possibilit
economiche assai modeste: il cinema e una passeggiata sul corso il sabato,
l'opera lirica sul loggione del Politeama una volta l'anno, la gita scolastica
di un giorno in Sila o a Mater Domini (allora era campagna) sui traballanti
camion del CRAL o sul trenino sbuffante della Calabro-Lucana.
Frequentavamo le due librerie di allora, Mauro e Bottega del libro,
acquistavamo i volumetti della BUR a cinquanta lire l'uno, che spesso
rappresentavano l'alternativa al cinema.
Le ragazze erano assai meno abbordabili di oggi; con le compagne di scuola il
rapporto era cameratesco e... nulla pi .
A scuola si andava in giacca e cravatta e le ragazze ermeticamente chiuse in
grembiuli neri lunghi fino al polpaccio: divise inderogabili, tanto che ed 
l'unica eccezione che faccio al mio impegno di non fare menzioni personali - la
Professoressa Giglio, di venerata memoria, apostrof un incauto ragazzo
presentatosi un giorno senza cravatta, col collo della camicia aperto:
Tu cchi ti cridi, ca s a la putica e mastru Santu (noto morzellaro)? v a
la casa e cangiati!.
Ho spesso rivisto alcuni compagni e compagne, almeno quelli che hanno
intrapreso la carriera dell'insegnamento; altri li ho persi di vista; ma li
ricordo tutti, nei banchi anteguerra delle aule severe, un po' tetre, del
vecchio Galluppi.
Ho rivisto molti dei miei docenti, taluni divenuti presidi. Mi  capitato, in
quanto Provveditore agli Studi, di pronunciare, per qualcuno, il discorso di
commiato; per qualcuno, purtroppo, l'elogio funebre.
Quanta malinconia a volte, ma quale tuffo nella giovinezza nel ricordare quegli
anni!
Anni duri, difficili, ma sereni perch ci accontentavamo del poco che avevamo
e vivevamo intensamente e gioiosamente quella dolce stagione.

/:/Mario Iannuzzi.
di Francesco e di Ester Concolino
nato a Catanzaro il 3 gennaio 1934
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

Caro Ezio,
no, non posso dire che noi studenti degli anni '50 al liceo "Galluppi"
amassimo molto l'istituzione.
Del resto come si poteva amare una struttura che non ci forniva una biblioteca
appena decente o un laboratorio didattico, che riduceva molto spesso l'attivit
sportiva ad una passeggiata ai giardini pubblici, che ci si presentava quasi
sempre con provvedimenti burocratici senza incisivit?
Ma allora, da dove ricavavamo quegli stimoli ideali e culturali che ci hanno
permesso di seguire, sia pure da lontano, gli avvenimenti nazionali con
l'ansia di essere informati e di capire, con l'aspirazione a fare da adulti
qualcosa di significativo in Calabria o lontano dalla Calabria?
Penso che ci che ha contato sia stata la struttura umana dell'istituzione,
cio i professori e gli amici della stessa classe e delle altre classi, che
incontravamo anche fuori dal liceo, arricchendo di tante cose la nostra
giornata.
Col professore di storia e filosofia, Giovanni Mastroianni, i rapporti
continuavano nel pomeriggio, durante interminabili passeggiate lungo il Corso
fino all'ora di cena. Era durante queste passeggiate, di due o tre o quattro
studenti a fianco del professore, che la storia e la filosofia diventavano
cose vive, direttamente collegate agli avvenimenti del tempo.
Ed il professore di italiano, Livio Cancellieri, ci suggeriva letture di
alcuni romanzi appena editi, ci prestava il suo libro, e voleva poi conoscere
le nostre reazioni, discutendole sempre con rispetto, guardandoci con quella
sua espressione sempre imbronciata.
In questo modo la scuola ci ha offerto un terreno di rapporti interpersonali e
sociali che ha condizionato le nostre stesse scelte di vita adulta.
 questo, ad esempio, l'humus culturale che, al di l della povert delle
istituzioni, ha motivato la mia scelta di lavorare nella ricerca di fisica, a
quei tempi materia astronomicamente lontana da ogni realt locale.
Per altri la scelta  stata quella del disinteressato impegno politico e
sociale, vissuto in maniera totalizzante, in Calabria o lontano dalla Calabria.
Per tutti, gli anni del liceo furono importanti.
Per questi motivi, ancora oggi, dopo circa trenta anni, quando un giovane
studente di Catanzaro, su suggerimento di qualche vecchio amico o conoscente,
viene a chiedermi consiglio prima dell'iscrizione all'universit o durante gli
studi post-liceali, sento subito che parliamo lo stesso linguaggio, come se
tutti questi anni fossero cancellati in un istante.

/:/Giuseppe Chiaravalloti.
di Domenico e di Caterina Chiaravalloti
nato a Satriano il 26 febbraio 1934
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. E
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

La sera andavamo da Colicchia (1950-1952)
Questa  la piccola cronaca di alcune insignificanti vicende accadute migliaia
di anni fa, nel piccolo liceo di una sonnacchiosa citt di provincia,
saltuariamente frequentato da improbabili figuri dal cuore gonfio di paura e
di fantasia, poi cresciuti, forse troppo in fretta, e smarritisi mano mano per
i mille impervi sentieri di una vita troppo pi grande e troppo pi complicata
di quei loro sogni di allora.
Vagamente oppressi da un contesto cittadino che sentivano inadeguato alla loro
sconfinata ansia di vivere, si ritrovavano a sera a celebrare l'orgia
innocente e sapida del morzello nella vecchia osteria di Colicchia, gonfia
anch'essa di umori, di fumo, di speranza.
Fu certamente una stagione fresca e ruggente.
I mattini erano chiari e come pervasi da una grande febbre di pensieri, di
progetti, di desideri...
L'aria era verde-azzurra e gli sguardi delle fanciulle rivelavano abissi
profondissimi ed insondabili.
A primavera, quando cominciava a farsi sentire la stanchezza dei lunghi
pomeriggi d'inverno trascorsi sui libri, giungevano dai prati e dai burroni
intorno alla citt ventate di odori, ora inebrianti ora inquietanti, e nessuno
aveva un progetto che non fosse meraviglioso.

GAETANO
- S, facciamo sciopero! facciamo sciopero perch vogliamo tornare a
Trieste - disse Gaetano, l'occhio scintillante di eroici furori, alta nel pugno
la bandiera gualcita, arrotolata sul manico di scopa.
Il Preside ci guard accigliato ed apparentemente perplesso dietro gli
autorevolissimi occhiali cerchiati d'oro.
- Ma per tornare in un posto bisogna esserci andati almeno una volta - disse,
con lapalissiana, ferrea logica - ed io a Trieste non ci sono stato mai!
Ci guardammo negli occhi smarriti, mentre Gaetano sembrava annaspare.
Eravamo preparati a sostenere la discussione sul piano ideologico e sindacale:
ad impegnarci sul buon diritto della Patria a far sventolare il tricolore sul
Castello di S. Giusto e sull'italianissima Dalmazia, sull'Istria, su
Mogadiscio ecc.
Ma questo sleale spostare la discussione sul piano grettamente lessicale ci
trovava francamente disarmati.
- Ma tornare... noi... l'Italia - balbett confusamente Gaetano perch...
Il Preside, nonostante tutto, si era reso conto dell'insperato vantaggio
dialettico:
- E voi, meschinello, credete d'essere l'Italia? Voi siete soltanto un cattivo
ragazzo che non vuole studiare. Andate in classe, subito. In classe, o comincio
col dare, proprio a voi, venti giorni di sospensione...!
Gaetano si liquefece completamente e cominci a masticare amaro: venti giorni
di sospensione da portare a casa proprio in quel momento, dopo la disastrosa
pagella del primo trimestre, rappresentavano una prospettiva inquietante ed
insopportabile.
Pens subito a fughe disperate da casa, a lunghe notti da trascorrere in
fienili disabitati sulle alture; lo folgorarono orribili visioni di collegi
tenuti da gesuiti intransigenti...
- Ragazzi, andiamo - disse tra i denti - qui non capiscono proprio niente.
Tornammo mogi tra gli altri, che aspettavano fuori rumoreggiando.
Capirono a volo che avevano scelto male i loro rappresentanti diplomatici e
presero a fischiare, non risparmiando graziosi complimenti a certe nostre
parentele, per lo pi di genere femminile.
- Beh, forse per noi, oggi,  meglio entrare - Gaetano tentava di ammorbidire
la pillola - tanto abbiamo solo quattro ore e forse non interrogano.
Ci avviammo verso il portone d'ingresso, mentre molti maturavano, rapidamente,
la decisione di una ferma intransigenza, sorretta da motivazioni strettamente
personali.
AUGUSTO
Augusto guardava, inferocito e sprezzante, deciso fermamente a non entrare.
All'angolo si profil, lenta e corposa, la figura del padre, ufficiale in
congedo. Calmo e taciturno, fiss il figlio con un suo sguardo gelido, e che a
noi parve di inaudita ferocia.
Capimmo subito che tra quei due lo sguardo faceva parte di un sistema di
comunicazioni convenzionale ed eloquente, che non aveva bisogno di parole.
Ed infatti Augusto rest muto, mentre due lacrime rabbiose gli si facevano
strada sulle gote, sbucando da dietro gli occhiali spessi da miope.
Slacci la cravatta e l'annod coscienziosamente sull'impermeabile abbottonato
fino al collo; poi, aperse l'ombrello - e malgrado il sole avesse
definitivamente debellato ogni minaccia di pioggia - lo spieg in orizzontale
davanti a s, avviandosi verso il portone.
Venimmo apprendendo, cos, che, nei momenti difficili, l'insopprimibile libert
dello spirito pu ancorarsi anche ad un ombrello incongruamente aperto o ad una
cravatta annodata in maniera impossibile.
Augusto entr cos, con l'ombrello aperto in avanti, accompagnato dal coro
tambureggiante dei compagni della terza C, che battevano sui libri e scandivano
l'urlo semplice e disperato di tutte le nostre grandi battaglie:
- Eh-Oh!... Eh-Oh!... Eh-Oh!...
Il preside controllava accigliato e severo il faticoso processo di entrata dei
ragazzi: accanto a lui: Morello, autoritario e grintoso, con l'immancabile
bavero di pelliccia; Mastroianni con l'eterna smorfia di disgusto di cui
continuavano a sfuggirci le motivazioni ed i destinatari; poi Ciccio Talarico,
ilare e chiassoso: lui, la cosa, la vedeva sotto l'aspetto sportivo:
professori-scioperanti 2-0.
Si, avevamo perso, infatti!
FEDERICO
Anche Federico si avvi, pigro e malinconico, verso l'entrata.
- Per non  giusto! - mi grid, rovesciandomi addosso strali d'invidia e
d'odio - Non e giusto!
La dottrina Federico era che poich le sezioni entravano nell'ordine, prima la
A, poi la B, poi la C, lui che era della terza A era costretto ad entrare
ogni giorno almeno quarantacinque secondi prima di ciascuno di noi della terza
C, il tutto per un totale - secondo i suoi calcoli - di circa ben
centocinquanta minuti di scuola in pi all'anno.
- E pensare - continu - che all'Istituto Agrario fanno addirittura un intero
giorno di vacanza in pi , per la festa degli alberi!
C'era qualche vuoto nei banchi - le strategie solitarie si erano sovrapposte
alle ragioni comuni - e l'appello fu abbastanza rapido.
Poi, subito, esplose il primo incidente: dagli ultimi banchi venne un cupo
tramesto, infiorato di urla gutturali, culminanti nella pittoresca bestemmia
profferita dalla voce inconfondibile di Peppino.
- Fuori...! - url la professoressa di scienze, rivolta a Peppino - Fuori...
immediatamente!
Peppino aperse rassegnato la porta ed usc nel corridoio fidando nella
contumacia del Preside per evitare la solita, tragica, sospensione.
Aveva appena richiuso la porta che Federico si alz grave e si avvi alla
cattedra:
- La mia coscienza non mi consente di tacere. Sono responsabile dell'incidente
almeno quanto il mio amico Peppino.
- Fuori... anche tu, allora - esplose esasperata la professoressa - fuori... e
subito.
Federico coperse con passo lento e lo sguardo levato in alto i pochi passi che
lo separavano dall'uscita e richiuse la porta alle sue spalle.
Dal corridoio giunse agghiaggiante l'urlo di Peppino:
- Se non avevi neppure mezza sigaretta... che sei uscito a fare? Cretino!
No, la riconoscenza non abitava al "Galluppi". Del resto  notorio: i ragazzi
dei licei non sono ingrati, sono spietati.
PEPPINO
L'approccio con le ragazze era uno dei nostri drammi quotidiani. Avessimo
almeno saputo che era un dramma anche per loro...! Ed invece no, niente:
vestite dei colori smaglianti e acerbi della giovinezza, lleno parevano
sicure ed inaccessibili: ad ogni loro rapido schiudersi di ciglia, ad ogni loro
scarto per ricacciare indietro l'onda dei capelli, corrispondeva un nostro
privato inferno, quasi senza speranza, specie per quelli di noi che venivamo
dai paesi vicini, ed eravamo, perci pi impacciati e pi sensibili al gap
sociale, pi profondi erano la suggestione ed il tormento.
All'uscita di scuola, o la sera, al pomeriggio, le nostre ragazze usavano
incedere a gruppetti di due o tre, cicalando tra loro ed ostentando assoluta
indifferenza per noi che le incrociavamo, famelici ed imbranati, come reclute
al C.A.R.
Per segreto calcolo o per concorso meccanico di cause inesplorate - usavano
raggrupparsi in formazioni omogenee: le leggiadre assieme alle leggiadre,
quelle pi scialbine con le loro simili.
Quel giorno - eravamo usciti da scuola alla terza ora ed il sole ancora caldo
del nostro dolce autunno ci pioveva addosso, sfacciato ed impietoso - quel
giorno, ce ne trovammo, pochi passi avanti, tre delle pi belle: due bionde e
una rossa, tutte e tre col passo flessuoso, gli occhi splendenti, lo sguardo
altero...
Peppino acceler il passo per raggiungerle. Le sorpass di scatto,
trascinandoci nella sua scia e, girandosi verso la pi vicina, le esplose in
viso:
- Matal, Matal! Cangiati a giarrettera ca ti cala a cazetta.
Poi, rivolto a noi, ci incit ad accelerare ancora il passo:
- Avanti mirisci!
(Sempre cos: Peppino, noi, ci chiamava tutti miriscialli e le ragazze
Matalena o Mmecolata).
Vedemmo per la prima volta, finalmente, lo smarrimento ed il panico disegnarsi
sul volto della nostra collega bionda, mentre tutte e tre abbassavano
velocemente lo sguardo a controllare la tenuta delle calze.
Peppino ci stava insegnando a vendicarci.
Incrociammo, che risaliva in senso contrario al nostro, la madre di un'altra
delle nostre compagne.
- Sign, sign - le grido Peppino - duva l'aviti a cambarera, ah?!
PASQUALE
Il professore Nicotra era entrato nervoso.
- Oia ni 'ncriscimu - disse - perci, interrogamu...!
Poi chiam alla cattedra Ciccio Moraca:
- Morachio, parlami di Laibnizio!
Pasquale si alz dall'ultimo banco sollevando la mano col ditino teso nel gesto
classico di chi chiede il permesso di uscire.
Pasquale, d'incerta origine bolognese, due o tre anni pi di noi altri, era
alto 1,92 ed aveva le braccia lunghe in proporzione. Col ditino per aria
giungeva praticamente a pochi centimetri dal soffitto.
Nicotra lo guard inferocito per l'interruzione e perch osava chiedere di
uscire.
La dottrina Nicotra, a proposito del soggiorno dei ragazzi in classe, era che
ciascuno, prima di venire a scuola, doveva coscienziosamente provvedere ad
esaurire tutti i suoi bisogni attuali e prevedibili per un futuro di almeno
quattro o cinque ore, in maniera da non dare fastidio durante la lezione con
postulazioni di sorta.
Questa dottrina era stata da lui addirittura codificata in una strofetta a
rima baciata non scevra di piacevolezze goliardiche.
Alla muta richiesta di Pasquale il professore scatt subito con l'attacco
della strofe: ma Pasquale lo blocc con il suo largo sorriso di uomo maturo e
disincantato:
- Professore, non  per la pip... e per via di quella mezza sigaretta,
capisce?
Per la prima volta, dunque, qualcuno ammetteva a voce alta, che a gabinetto
si andava, vivaddio, per fumare e non per debolezze renali o enterite cronica.
Passando un colpo di spugna su una consolidata tradizione di ipocrisia di
rapporti, Pasquale parlava finalmcnte da uomo. Restammo costernati; ma rest
preso in contropiede pure il professore.
- Non pi di cinque minuti - sibil a denti stretti, e poi, rivolto al povero
Moraca - Allora Morachio, sto Laibnizio? dui su i cosi: o ollu sai o ollu voi
dire... a posto. Due in filosofia!
Un cruccio feroce di Pasquale era rappresentato dall'alfabeto greco (Questi
geroglifici sono una canagliata! soleva dire l'amico - la traduzione qualche
secchione che te la passi lo trovi, ma i geroglifici come fai a copiarli? Va a
finire che per l'esame di maturit dovr almeno imparare l'alfabeto...).
Oltre che dell'ignoranza completa del greco e del vizio del fumo Pasquale era
titolare anche di due graziose sorelle, mica-male, il cui fascino aveva subito
steso Gaetano (non si era capito - e per la verit non lo aveva capito neanche
lui - se si trattava del fascino dell'una o dell'altra o di tutt'e due).
Gaetano era sostanzialmente furbo e si credeva furbissimo.
- Perch - propose ilare a Pasquale perch non proviamo a studiare insieme?
Oggi alle tre sono a casa tua.
- Vieni figliolo - acconsent Pasquale con l'occhio umido di gratitudine e di
commozione - ti aspetto alle tre.
Gaetano arriv in anticipo azzimato e scalpitante. Pasquale lo aspettava
dall'alto dei suoi 1,92, bovino e paterno. In cucina si sentivano cinguettare
le leggiadre sorelline.
- Figliolo - disse Pasquale sornione, buttando a Gaetano un vecchio paio di
guantoni da boxe e calzandone egli stesso un altro paio - penso che un po' di
sport, prima di attaccare a studiare, sia proprio una cosa santa: scarica e
predispone, vieni, figliolo, che ci scambiamo quattro pacche salutari.
Fu una pestata epica.
E salutare: a Gaetano venne una gran voglia di studiare da solo. Si assimila
meglio - spieg al suo compagno di banco - e si risparmia tempo...
CICCIO
La professoressa di filosofia aperse il registro e cominci a scorrere l'elenco
dei nomi per cercare chi interrogare: era uno dei rari attimi di silenzio della
III C, il silenzio della paura, del rimorso, dell'angoscia.
- Signor, signor! perch non interrogate Gigliotti? - la voce di Ciccio
tranquilla e beffarda ruppe il magico incanto di quel momento.
Il mite Gigliotti lo guard disperato ed implorante.
Ed il Dio dei deboli lo risparmi, la professoressa non mostr di avere sentito
il perverso suggerimento e si rivolse invece a Nicola.
- Venite voi in Storia. Siete stato interrogato una volta sola, all'inizio, ed
il trimestre  quasi finito...
Nicola impallid. Era la prima volta in vita sua che veniva colto impreparato.
Cerc riparo in qualche modo, muovendosi verso la cattedra:
- Veramente  meglio se posso venire la prossima volta; io, per oggi, avevo
capito male l'assegno, credevo che ci fosse ripetizione...
- Signor, signor! interrogatelo sulla ripetizione - propose implacabile
Ciccio e poi subito cerc di farsi piccolo piccolo sotto lo sguardo apertamente
omicida di Nicola.
Al luned, dopo quella di filosofia, veniva l'ora di matematica.
Il professore Corace, ex ufficiale di marina, era ancora valido come
calciatore - aveva detto - e noi lo avevamo subito portato al campo della
Fiumarella. Giocava all'ala sinistra, e si mostr per la verit piuttosto in
gamba.
Aveva praticamente soffiato il posto a Ciccio Russo che cominciava a scoprirsi
una vaga vocazione di centrattacco. Il professore Corace era forse un po'
individualista e gli piaceva assaporare l'ebbrezza del goal:
- Profess! passate! profess, passate la palla!
Corace tirava, fuori!
- Eh, guarda che professore! - borbottava qualcuno.
Oltre il goal sui prati della Fiumarella, Corace amava anche inseguire il
fatidico come volevasi dimostrare alla lavagna, in esito agli astrusi teoremi
ed agli assurdi segni che vi tracciava. (Ogni tanto la dimostrazione era pi 
laboriosa del previsto ed allora dai banchi di fondo giungeva la sottolineatura
beffarda: Ti 'nda si gghiutu ntre ciciari!)
Il professore Corace sembrava sempre stupirsi del nostro esser giovani ed
immaturi.
Chiss perche pretendeva che ci comportassimo come si comportavano i suoi
subalterni.
A fronte delle nostre indisciplinatezze e dei nostri schiamazzi ci ricordava
sempre:
- Ma io, sotto le armi comandavo un cacciatorpediniere. Ad un mio cenno
quattrocento uomini si piombavano sull'attenti; ed ora un branco di mocciosi
come voi...
Poi scrollava il capo sfiduciato e ritornava alle formule ed agli esercizi.
Quel giorno, ormai verso la fine dell'anno, eravamo stanchi, nervosi per
l'approssimarsi degli esami, inquieti delle nostre inquietudini adolescenziali.
Serpeggiava per l'aula quell'elettricit incontenibile che rende ingovernabile
qualsiasi scolaresca.
Il professore Corace scatt.
- Ma io, sotto le armi...
- Profess, profess, ce la raccontate quella del cacciatorpediniere... ah!?
Vedemmo l'ira sbollirgli e lasciare il posto ad una sdegnata disperazione.
Si avvicin alla lavagna ed a voce bassa, incurante se qualcuno lo stesse
veramente a sentire:
- Ripetiamo la formula della prostafresi - disse - chi vuol venire?
La carrellata in flash-bacK sfuma ormai in una dissolvenza non pi 
ricomponibile.
So per certo che il quadro non andr pi a fuoco; che le immagini non
torneranno pi nette, n i contorni appariranno ben disegnati e nitidi sul
fondale.
So per certo che  questa l'ultima volta che abbiamo scostato un poco il
sipario dei ricordi per gettare indietro il nostro sguardo tenero ed inquieto,
timoroso e commosso.
Ed  bene che sia stata l'ultima volta.
Perch ho il sospetto grave che questi ricordi non servano davvero pi a
nessuno.
Sono grato al Preside Galiano che ha voluto, con generosa piet, regalarci
l'illusione di poter recuperare qualcosa della nostra esperienza per questi
strani, incomprensibili giovani che ci passano svelti e vogliosi davanti,
senza, per fortuna, dar segno di averci notato pi che tanto.
In realt noi non abbiamo nulla da dar loro, all'infuori forse di quello che le
canaglie potrebbero averci gi rubato, senza accorgersene e senza farcene
accorgere.
Siamo noi per la verit che abbiamo bisogno che ci si racconti la loro
esperienza: per capirli, per capirci.
Ed allora, Preside, La prego: l'anno venturo lo faccia scrivere a loro, ai
ragazzi, il libro dei ricordi.
Poi, di soppiatto, ci chiami ad uno ad uno per consegnarci una copia ciascuno
di quel bellissimo libro.
Di nascosto per. Mi raccomando!
Che non si accorgano di essere spiati.
Che non abbiano la sensazione di avere paura o piet di noi.

/:/Giovanni Bruni.
di Guido e di Elena Catizone
nato a Roma il 28 ottobre 1934
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

1. La lapide
Ed una mattina del lontanissimo ottobre 1944 (Dio mio, quanti anni sono
passati...) feci il mio ingresso, quale iscritto alla prima classe media,
nell'androne del liceo ginnasio "P. Galluppi".
Calzoncini corti e gambe gelate (per i calzoni da grande bisognava ancora
attendere), andatura rassegnata, salii, con la mano, anch'essa gelata per
l'emozione, in quella di mia madre, la breve scalinata che segue il portone
principale.
E poi, nel grande corridoio, vi fu la fermata d'obbligo dinanzi al... monumento
che avrebbe pesato, per gli otto anni di frequenza nel "Galluppi", sulla mia
carriera di studente: mia madre lev il braccio ad indicarmi la lapide
murata, posta add XXX gennaio 1895, che cos esordiva: Ad Antonio Jannoni
che in queste scuole universitarie dettava lezioni di diritto....
Vedi - disse mia madre - non vorrai certo venir meno alle tradizioni di
famiglia. Ricorda quello che ha saputo fare il tuo bisnonno e sappi esserne
degno.
Per un ragazzino di dieci anni, tremante di freddo e di emozione, quello fu un
colpo micidiale. Anche perch il mio bisnonno occhieggiava, ed occhieggia,
severo dal grande quadro del salone di casa, sicch, in quel momento, mi parve
quasi che uscisse da quella lapide ad accertarsi di come e quanto avrei saputo
perpetuare le tradizioni gloriose della famiglia.
Non ci crederete ma per otto anni, i cinque di ginnasio ed i tre di liceo, non
ci fu giorno che, passando per l'ampio corridoio, non abbia guardato quella
lapide.
Qualche volta con soddisfazione, la maggior parte delle volte, purtroppo,
consapevole di aver tradito le speranze riposte in me dal bisavolo (che certo,
ai suoi tempi, avr immaginato dei posteri meritevoli) e le illusioni della mia
povera mamma.
E dopo oltre trenta anni, sono tornato adesso, per poter scrivere queste poche
righe, a rileggere quella lapide: l'emozione  stata la stessa di allora.
Ma, nel 1944, era emozione che nasceva dagli anni verdissimi e traspariva dal
mio viso imberbe; oggi,  duro dirlo, nasce dalle tempie grigie e dagli anni
che cominciano a pesare.
2. La partita
La rivalit tra le due sezioni maschili della prima liceale del 1950 - la
sezione A e la sezione C, visto che la B era tutta femminile era di duplice
natura: una, diciamo cos, intellettuale, l'altra sportiva.
La sezione A, cui mi gloriavo di appartenere, aveva senza dubbio una netta
preminenza dal punto di vista del rendimento scolastico: tra ragazzi davvero
svelti ed intelligenti e tradizionali secchioni si riusciva a fornire un
rendimento globale apprezzato da Livio Cancellieri (italiano e latino) da
Giovanni Mastroianni (storia e filosofia), da Salvatore Morello (matematica e
fisica), mentre la sezione C, che raccoglieva, pensate un po', anche i
ripetenti, su questo piano non poteva assolutamente concorrere.
Dove per i rivali della sezione C primeggiavano incontrastati era nel settore
sportivo - che allora, in fondo, si riduceva solo al calcio - tanto che scontri
ad alto livello avvenivano tra quella sezione, che rappresentava tutto il
"Galluppi", e gli altri istituti scolastici.
Sicch, quando giunse il tradizionale guanto di sfida, noi della sezione A
ci sentimmo sprofondare. Non accettare ci avrebbe dato la patente di codardi
in aeternum; accettarla significava certo esporsi ad una figuraccia
memorabile anche perch quelli della sezione C annoveravano tra le loro file,
quale centravanti, un certo Franco Maiorino, terrore di tutti i portieri di
Catanzaro.
Dopo lunghe ed infuocate discussioni, si decise di accettare la sfida e, visto
che tutti facevano a gara per limitare le proprie responsabilit, and a finire
che alla guardia del temutissimo Maiorino, nel delicatissimo ruolo di
stopper, venisse destinato il sottoscritto.
Inutile raccontare delle notti insonni trascorse ad immaginare gli sfracelli
che sarebbero nati da uno scontro che si annunciava decisamente impari. Ma il
grande giorno, sul fondo ghiaioso della Fiumarella, fin miracolosamente sul
pareggio: uno ad uno; ed il famoso Maiorino non riusc a segnare.
Alla fine della gara, ancora incredulo, sentii il loro allenatore, mi pare il
padre di uno di quelli della sezione C, inveire contro il mancato cannoniere
con questa testuale frase: La colpa  tua, ti sei fatto annullare da un Bruni
Giovanni qualsiasi!.
Quel qualsiasi, che mi catalogava inesorabilmente tra quanti non avrebbero
mai avuto speranza nel mondo del calcio, in un certo senso mi offese. Ma,
finalmente, giunse una notte di quiete completa, di sonno profondo,
nell'immagine dell'unica, vera prodezza calcistica della mia vita.
3. La diaspora
Luglio del 1952: siamo tutti l, noi della III A, ad affollarci dinanzi ai
quadri della licenza liceale, alla ricerca del passaporto" verso
l'Universit che significa anche addio alla citt, scelta di professione,
dividersi dopo tanti anni trascorsi assieme, sugli stessi banchi.
C' tanta felicita, naturalmente: ci si allontana da casa, si comincia ad
essere indipendenti, potremo cominciare a valutare noi stessi. Le frasi sono
le solite: Ci vediamo ad agosto al mare... Ci incontreremo a Roma... Vieni
con noi a Pisa.... Le stesse che sempre si ripetono, nella stessa occasione,
ad ogni anno.
Eppure, molti di noi gi sapevano che, dopo quella mattina di luglio, in ben
pochi ci saremmo ritrovati...
La verifica la faccio oggi, dopo 35 anni. E mi accorgo che di quelle amicizie
che sembravano dovessero restare eterne, poche ne son vissute; in quanti siamo
rimasti qui a Catanzaro, in quanti ci incontriamo ancora, frettolosamente, con
la solita battuta sul tempo che passa e sui figli che crescono?
Peppino Marincola, avvocato, la cui figlioletta, guarda caso,  oggi alunna di
mia moglie; Federico Giglio, preside, e Manlio Bevilacqua, ingegnere, con cui
gli incontri si limitano alle riunioni conviviali del Rotary; Gianni Mazzuca,
veterinario, che ora ha in cura la tribdi gatti allevati da mia figlia;
Sergio Tarantino, avvocato, e poi Mimmo Agosto, Cesarino Scalise, che qualche
volta intravedo di sfuggita.
E gli altri, tutti gli altri?
Raccolgo, ogni tanto, notizie confuse, lontane, che rendono ancora pi 
sfuocata l'immagine ed i ricordi di tanti anni passati assieme. So che Gigi
Carpino e Natino Giancotti vivono a Roma, ottimi medici; Filippo Giubilei (una
volta secco ed allampanato, oggi chiss quanto cambiato),  ingegnere a
Trieste; Mario Iannuzzi, il primo della classe, si interessa di fisica ed
ingegneria nucleare a Roma; Peppe Morabito, ingegnere non so dove, mi ha
telefonato mesi fa per conoscere come vendere bene la sua vecchia casa di
Catanzaro; Mimmo Caratelli ha coronato il suo sogno d'infanzia di fare
giornalismo, prima a Napoli, oggi a Bologna; Nin Pingitore vive lontano, in
Svizzera, mentre Nicola Stinchi, a Bologna,  addirittura pensionato!
Sento pi spesso Pierino Gallerano, il colonnello del nostro liceo, che
colonnello  diventato davvero e comanda la Capitaneria di porto di Ravenna e
mi telefona spesso alla ricerca di fumetti degli anni Trenta.
A Roma sono anche Nando Lomanno, avvocato, e Camillo Turco, pezzo grosso del
Credito Fondiario. Non ho pi saputo nulla di Franco Ricciardulli e Mario
Repice; di altri non ricordo pi il nome Anche Bruno Bruni, mio
fratello-cugino, ha avuto il coraggio di spezzare ricordi ed abitudini ed
andare via, a Bologna.
Chiss con quanti di loro mi incontrer ancora un giorno: in trentacinque anni
pochi ne ho sentiti, pochissimi ne ho visti. Chi certo non vedro pi e Tony
Silipo, sfortunato amico e compagno della mia infanzia, oltre che degli anni
di liceo, scomparso anni fa.
Facile dire  la vita!, pi facile cercare di non pensare a quegli anni che
sono stati anche gli anni delle illusioni e delle speranze. Perch, se ci
ripensi, ti accorgi che assieme agli amici di un tempo, sono anche svanite
quelle illusioni e quelle speranze.

/:/Domenico Carratelli.
di Orazio e di Enrichetta Monaco
nato a Fiumefreddo Bruzio il 3 aprile 1934
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

Quel gigante di pietra che era il Galluppi
tra amori, bocciature e i filoni alla Fiumarella.
Si entrava da un cancelletto laterale perch l c'era lo spazio giusto dove
aspettavamo che suonasse la campanella dell'inizio delle lezioni. Il portone
principale del "Galluppi" dava sulla strada leggermente in salita. Non c'era,
in quell'inizio degli anni Cinquanta, un gran traffico di macchine. Passavano
gli autobus che salivano a Pontegrande. Nessuno di noi vestiva alla marinara
ma non c'erano ancora neanche i jeans.
La scuola aveva una severit da non farla amare troppo. Ma c'erano almeno due
professori che amavamo. Uno era Cancellieri, il professore d'italiano. Uomo
robusto, era la sua robustezza a dargli un tono di grande severit. In realt,
era un uomo burbero che sapeva nascondere, sotto la sua maschera scolastica,
un sorriso ricco di comprensione e generosit. L'altro professore che amavamo
era Mastroianni, magrissimo, con un paio di baffetti, credo, e gli occhiali.
Era il professore di storia e filosofia. Diceva che ero un ragazzo pi vicino
alle nuvole che alla Terra. Non ricordavo mai le date di storia, mi
arrampicavo in filosofia. Aveva una gran pazienza con tutti. Il liceo
classico sembrava una cosa molto seria. Non credo che studiassimo
nel modo migliore, ma era una scuola che ci faceva maturare. I professori, quei
due che ho detto, ci aiutavano molto a diventare grandi. Il loro giudizio
non si soffermava sulle lacune del nostro nozionismo, ma valutavano la nostra
capacit di cominciare a stare al mondo in un certo modo.
La professoressa di scienze aveva una voce flebile e una grande passione per
la sua materia. Nelle ore di botanica a noi sembrava che lei stessa fosse una
pianta. Sapeva cose che le invidiavo. Oggi faccio fatica a distinguere gli
alberi l'uno dall'altro.
Il latino fu una buona esercitazione per arrivare a scrivere in italiano, ma
non c'era gran che di tempo per leggere, tradotte, le opere pi belle, e ce ne
sono tante. Il preside, se ben ricordo, era un uomo piccolo. Beccai una
sospensione pesante perch sul giornalino scolastico misi una foto che non
piacque: una ragazza nuda che si copriva con un tavolo. Non era l'ultimo tango
a Catanzaro. La foto era bella e anche la ragazza. Non capivo come non fosse
piaciuta al preside.
Si andava al cinema per vedere i musical americani a colori. Due film mi
affascinarono: Il postino bussa sempre due volte e Accadde in settembre.
Mi innamorai in entrambe le occasioni. Una volta di una biondina che era la
figlia di un orologiaio; poi di una ragazza che si chiamava Annamaria, di cui
cercavo di disegnare il volto bruno e il caschetto dei suoi bellissimi capelli.
Ci riuscivo a stento. Detti la colpa al professore di disegno del ginnasio.
Innamorandomi, fui rimandato due volte. Quando facevamo filone, andavamo
alla Fiumarella per giocare al calcio. Erano i tempi della Catanzarese.
In porta giocava un certo Masci. Scrivevo cronache sportive avviandomi al
bellissimo mestiere che faccio oggi, il giornalista. Vicino al "Galluppi"
c'era la UPIM: coi libri sotto al braccio, vi andavamo a sussurrare parole
dolci alle commesse. Ma erano fondamentalmente tempi di timidezze. In classe
avevamo una ragazza un po' intellettuale. Naturalmente lei era innamorata del
primo della classe che si chiamava Iannuzzi. Abitava in una casa di grandi
stanze. Quand'era malata andavamo tutti a trovarla, Mi dava l'idea che fosse
per noi come una giovane Gertrude Stein. Aveva i capelli lunghi e la pelle
olivastra.
Io ero indeciso se fare il calciatore come Pallaoro, che era il bello della
Catanzarese, o l'inviato speciale come Egisto Corradi, che era il mio dio
sul Corriere della sera.
Avevamo in classe una meravigliosa ragazza alta e bionda, avrebbe potuto fare
basket. Quando mi invit a casa sua a bere un caff tremai di emozione. Questi
erano i tempi. Io mi sentivo molto romantico, pi vicino alle nuvole che alla
terra, come diceva Mastroianni.
Il "Galluppi" a giorni mi sembrava come un'immensa prigione, altre volte come
un grande castello in cui potevano nascere amori fantastici. Avrei potuto
studiare di pi o avere un migliore metodo di studio. Erano i tempi di
Trieste italiana: sotto l'emozione vera intrigava l'opportunit di saltare
le lezioni per un corteo con le ragazze in cui agitare amori profani e l'amore
di patria.
Non conservo un buon ricordo dei muri possenti del "Galluppi": mi sembravano
troppo grossi e la nostra giovinezza era cos fragile. Lasciai Catanzaro dopo
il secondo liceo per andare a vivere a Napoli. Tornando nella citt dei miei
anni liceali trovai tutto pi piccolo, le strade e i posti dove avevo
vissuto. Ma il "Galluppi" conservava la sua maestosit, con quel bugnato di
base, la vasta facciata bianca, le finestre incorniciate di rilievi in grigio.
Avrei voluto rivedere Cancellieri e Mastroianni per dirgli grazie: non solo ai
professori che erano stati, ma agli uomini che mi erano apparsi con le virt
della saggezza e di una giusta ironia.
A Catanzaro cominciai a fare il giornalista con i Greco, con Ansani, con
Fabiani, con i fratelli Paparazzo, con Mim Bruni cronista sportivo, con mio
padre che mi ha trasmesso il mestiere, con Mario Procopio. Erano tempi magici.
Geg Greco era bello come Gregory Peck. Si passeggiava lungo il corso, di sera,
avanti e indietro, su e gi.
Fu quella la mia seconda scuola. Il morseddu e il buon vino di Cir erano
mastici sufficienti per serate di grande amicizia e di scherzi. Milano e i
grandi giornali del nord ci sembravano immensi e lontani. Crescevamo nel vento.
Beb Greco, che ora non c'e pi , aveva una sorella bellissima. Andavo presto a
scuola per poterla salutare davanti al "Galluppi".
A Catanzaro vidi la prima lynotipe. Il "Galluppi" era sempre l, come un
gigante di pietra addormentato. Lo facevano vivere i nostri cuori di ragazzi
ed eravamo orgogliosi di questo.
I ricordi sono tanti attorno a quel gigante di pietra.

/:/Angelo Donato.
di Domenico e di Barbara Donato
nato a Chiaravalle Centrale il 12 aprile 1934
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

Avevo tredici anni e mezzo
quando arrivai a Catanzaro, nel 1947, per frequentare la quarta ginnasiale
presso il liceo ginnasio Galluppi. Venivo da Chiaravalle Centrale, un paese
allora eminentemente agricolo, e da una famiglia di piccoli coltivatori
diretti.
Mi accompagn mio padre nel viaggio che non finiva mai in un pullman a muso
lungo, tipico di quei tempi, che partiva da Fabrizia ogni mattina alle ore 3
per arrivare a Catanzaro intorno alle 8.
Non finiva mai quel viaggio perch io avevo fretta di vedere la citt per la
quale ero pieno di curiosit.
Da un paesino delle pre-Serre (pure non disprezzabile) ero andato immaginando o
desiderando notevoli estensioni abitate, con edifici disposti regolarmente in
modo da formare vie di comoda transitabilit, selciate o lastricate o
asfaltate, percorse continuamente da mezzi pubblici e ricche di tutto il
necessario per favorevoli condizioni di vita sociale.
Una volta arrivato, la mia aspettativa non rimase delusa. Era tutto diverso da
quello che, all'alba, avevo lasciato al mio paese; ora, nella luce del mattino,
le differenze mi apparivano n piccole n poche.
Mio padre rimase con me due giorni e mi guid in lungo e in largo per Catanzaro
che non conosceva bene, ma nella quale si muoveva con disinvoltura per la sua
esperienza di emigrato vissuto nelle grandi citt degli USA.
La funicolare, il tram scampanellante, gli strilloni che percorrevano il corso
facendo a gara tra di loro e gridando il nome del giornale che ciascuno teneva
sul braccio e i titoli delle notizie pi clamorose, la villa comunale, le
grandi chiese, i grandi palazzi della Prefettura, del Tribunale, le tante
carrozzelle ferme e viaggianti, la tanta gente per la strada, i tanti bar con
tante buone cose, i gelati del Polo Nord furono le meraviglie mai viste
prima.
Mi colp il palazzotto con una splendida targa all'ingresso Corte dei Conti.
Non ne parlai a mio padre ma segretamente, in cuor mio, mi riproposi di
appostarmi, prima o poi, per vedere entrare i conti che sicuramente l avevano
il loro circolo.
Non lo feci, in verit, mai perch, prendendo alla larga il discorso, mi feci
dire pi tardi dal mio padrone di casa, don Luigi, di che si trattava e si
trattava egli mi disse - di un ufficio dello Stato. Quei due giorni felici
passarono velocemente ed io piombai in una sorta di malinconia.
E fu quando mio padre se ne torn al paese.
Allora, per la prima volta, pensai che abitavo in una casa non mia: ero ospite
in una pensione.
La citt mi si strinse addosso come mi si strinse nella tristezza il cuore.
Mi accorsi che mia madre non c'era; mi mancavano i fratelli, i miei compagni
di sempre, i luoghi abitualmente frequentati per passare il tempo libero, i
volti tutti noti dei miei concittadini.
Dalla finestra di una casa, sita in Vico VI n. 1 in via Bellavista, guardavo
lontano verso il golfo di Squillace e cercavo invano i segni del mio paese che,
pero, non vedevo, nascosto com'era dalle alte colline.
Fu storia di pochi giorni.
Nella famiglia ospitante trovai molta comprensione e fui trattato subito come
uno di loro; a scuola cominciarono a nascere le prime amicizie e le prime
solidariet fra ragazzi che, dopo tutto, erano nella maggior parte nelle mie
stesse condizioni.
La scuola era allora su Corso Mazzini, nel vecchio edificio del Galluppi.
Nel primo giorno di frequenza me ne stetti circospetto: guardai tutto, osservai
tutto.
L'edificio mi apparve immenso ed io vi entrai come in un tempio dedicato a
Pasquale Galluppi, un tempio dove aveva tenuto cattedra Luigi Settembrini e
dove insegnavano maestri come Sirago e Di Rosa (tutti insigni per i quali, per
quel poco che mi aveva detto mio fratello, portavo venerazione).
Trovai senza difficolt la quarta C a cui ero stato assegnato; me la indic
laconicamente con due parole, accompagnate da un gesto della mano, un bidello
anzianotto e segaligno con i piedi piatti, di cognome Alfieri e meglio
conosciuto (lo seppi qualche giorno dopo) come il pi veloce. Non fummo in
molti in aula in quel primo giorno e la cosa fu positiva perch mi consent
di avere un rapporto meno rarefatto con i compagni e di legare con loro in
maniera pi  stretta da subito.
Assieme agli altri e sotto la sorveglianza di un bidello che andava e veniva,
impegnato com'era a custodire altre classi, attesi l'arrivo di qualche
professore.
Arriv, infatti, una signora piuttosto anziana, elegante e finemente truccata,
bruna e bruttina. Disse subito di chiamarsi Giuseppina Lacca e di essere
insegnante di francese. Le apparenze che la davano per aristocratica e forse
cattiva ci avevano ingannati. Volle sapere tutto di noi, specie di quelli che
venivano da fuori; manifest per ognuno tanta comprensione e ci diede dei
consigli sul modo di vivere in citt.
Capimmo che ci si trovava di fronte a persona profondamente umana. Il giorno
successivo fummo di pi gli studenti in classe e furono di pi i professori.
Venne anche il preside, Giuseppe Fornari.
Era chiamato don Peppino ed era un bell'uomo: alto, capelli brizzolati, passo
svelto, qualche caratteristico difetto di pronuncia, ma deciso nelle
affermazioni: questo  il Galluppi; qua si studia; voglio ragazzi preparati;
chi non  d'accordo pu tornare a casa.
Il desiderio della casa era grande, ma la minaccia non mi impression perch
avevo intenzione di fare sul serio (intimo impegno era che, con me e con un
altro mio fratello, la mia famiglia si affacciasse per la prima volta nel mondo
della professione con laurea).
Durante la velocissima visita del preside era presente la professoressa
Filomena Comito in Bova. Giovanissima, la professoressa di lettere era di una
bellezza che colpiva: su di un corpo slanciato, tornito se ne stava il suo
volto splendido.
E pi tardi vedemmo che dentro quel corpo albergava un animo nobile, ricco
anche di una seria preparazione professionale e di un grande spirito di
dedizione all'insegnamento.
Era moglie del primo cittadino di Catanzaro, del sindaco della citt. Non era
poco per quei tempi; era molto, moltissimo per me, ragazzo di paese; era un
motivo di ulteriore considerazione e di rispetto. Non sto a dire degli altri
professori conosciuti man mano che i giorni di scuola avanzavano.
Dico subito, invece, che in quella quarta C stetti bene fra coetanei garbati,
volenterosi e intelligenti che nell'anno successivo ritrovai tutti nella
quinta C.
La vita scorreva tranquilla fra poche cose: lo studio, una partita di pallone
ogni tanto, una passeggiata sul corso lungo il quale risuonavano le musiche e
le canzoni di un'orchestra che allietava le serate delle famiglie e degli
amici raccolti intorno ai tavolinetti del Bar Colacino.
A scuola il rigore e l'austerit del Galluppi non consentivano grandi cose,
almeno per uno come me assai tranquillo e di carattere riservato; perci non ho
aneddoti interessanti da raccontare.
Qualcuna la feci anch'io e mi presi la puntuale nota sul registro e la
conseguente inesorabile punizione di qualche giorno di sospensione.
Dopo il quinto ginnasio andai via da Catanzaro e passai a frequentare il liceo
appena avviato presso l'Istituto Salesiano di Soverato.
Fu una sorta di rimpatriata nel senso che mio padre volle che fossi pi vicino
a casa e per pi ragioni fra il sentimentale e l'economico. Mi cost non poco
e devo dire che ne soffrii.
Catanzaro e il Galluppi erano stati la mia prima vera palestra di vita, il
mio primo vero incontro, in campo aperto, con nuovi modi di essere e di
confrontarmi con gli altri.
E sicuramente in Catanzaro, durante i miei primi studi superiori, cominciarono
a covare, senza che io me ne accorgessi, quelle forze intime che poi mi
avrebbero spinto ad interessarmi della cosa pubblica fino a farmi divenire
senatore della Repubblica.
E, forse, l'ammirazione per quella giovane professoressa, arricchita dal
fascino di essere la moglie del giovane sindaco di Catanzaro, mi avevano,
inconsapevolmente, fatto porre la domanda se mai un giorno durante il percorso
della mia vita, avrei potuto anch'io aspirare ad essere primo cittadino di
quella citt che mi aveva accolto bambino.

/:/Antonio Gassi.
di Donato e di Rosa Masotti
nato a Noicattaro il 9 maggio 1934
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949)

Egregio preside,
sono Antonio Gassi e sono di fronte alla sua graditissima lettera con le stesse
emozioni, gli stessi tremori di quando, tanti anni fa, sedevo nei banchi di
scuola.
Sensazioni queste di ora fatte, per, pi di nostalgia e di rimpianto che di
paura e di timore.
Rivedo come in un film le immagini ora nitide, ora sfocate e fugaci, di quegli
anni; non mi chiedo quanti: il tempo sembra essersi fermato,
Il vociare allegro di noi tutti, alunni della terza C, stanchi di sedere nei
banchi, ma felici di ritrovarci insieme, di ridere di nulla.
La voce di un professore che scandisce, con tono severo ma pacato, la traccia
del tema e quella di un altro docente che detta lentamente il testo della
versione latina. Il nostro incubo, ma anche il segno della nostra amicizia,
del nostro aiutarci.
In latino non eravamo delle cime ed i nostri compiti, dopo la correzione,
sfoggiavano segnacci rossi che si inseguivano e si intrecciavano con segnacci
blu. Un giorno il professore, il terribile e strano quanto bravo e giusto
professore Sebastiano Madia, arriva in classe portando sotto braccio un fascio
di compiti legati con dei nastrini colorati e, con la consueta severa seriet,
ci annunzia: Andando a casa potrete dire ai vostri genitori di aver fatto un
compito coi fiocchi.
Un esempio questo, tra i tanti, che ha il sapore della barzelletta ma che fu
vero nella realt di quegli anni spensierati ed un po' incoscienti.
Il suono della campanella alla fine di ogni ora! Quel nostro riversarci liberi
nei corridoi, fuori dall'aula, oscuro pozzo di declinazioni, formule, versi e
teorie, per andare nei bagni e fumare qualche mozzone e lungo il percorso
sussurrare brevi parole d'amore ad una bella ragazzina, sempre inseguiti dalle
occhiate sospettose e vigili dei bidelli: il cavalleggiero pie' veloce Alfieri,
la gentile signora Rosina dal candido colletto di piquet sul grembiule nero,
il ligio all'autorit costituita Puccio dal dito d'oro, tutti e tre, ormai
avanti negli anni, ospiti della mia divisione ospedaliera, curati da me
personalmente come familiari di quella famiglia del Galluppi in cui
erano stati custodi della mia adolescenza, e confortati sino alla fine dai
ricordi comuni che, a volte, schiudevano le loro labbra stanche al sorriso.
Erano quelli del nostro liceo aule e corridoi bui, eppure, ripensandoci e
rivedendo con gli occhi della memoria, come mi appare bello e luminoso il
Galluppi di Corso Mazzini!
E quelle spiegazioni, quei libri, quei compiti, quei lunghi esercizi, allora
tanto odiati e bistrattati, hanno creato l'uomo che sono oggi.
Quell'Io tanto cercato e poi trovato  nato proprio l, tra quelle mura. E se
oggi sono contento di quel che sono, non per le cognizioni scientifiche su cui
fondo il mio lavoro, non per l'esperienza che ho accumulato negli anni, non
per i traguardi raggiunti, ma per quello che, quotidianamente, riesco a dare
di me aiutando e confortando chi soffre, mi e facile capire di chi  il merito.
All'ospedale Pugliese, con me, nella divisione di geriatria, aveva iniziato
il suo lavoro un giovane e valente neurologo, il figlio del professore Mauro
Nicotra. A me sembrava, in quei giorni, di aver l'occasione, guidando i primi
passi di Salvatore verso la professione, di poter restituire al figlio almeno
una parte di quello che avevo ricevuto dal padre tra i banchi del Galluppi,
ma Salvatore, falciato nel fiore degli anni da un male incurabile, ha
abbandonato la vita che tanto amava ed il mio debito nei confronti del
professore Nicotra si  accresciuto perch egli, pur nel suo strazio di
padre, ha saputo darmi un'altra lezione di vita.
Sono passati degli anni, ma quando incontro il professore Nicotra entrambi
desideriamo restare insieme e parliamo di ricordi lontani ed entrambi troviamo
conforto pensando al solo ricordo sul quale, volutamente, taciamo.
Ed  quell'umanit respirata nel Galluppi che ci accomuna ed  quella stessa
umanit che mi fa capire che bisogna regalare la professionalit ai giovani e
guidarli verso i valori umani.
Quante volte, passando di corsa, tra un impegno e l'altro, davanti al liceo
che, pur nella nuova sede, resta sempre mio, ho sentito il desiderio di
entrare, di riprovare le stesse sensazioni di un tempo! Ma l'incoscio timore
di non ritrovare la stessa atmosfera e gli stessi colori, forse la martellante
consapevolezza di constatare che il tempo  passato, mi ha impedito di farlo.
Vigliaccheria? No. Solo puerile tentativo di fermare il tempo, di trovare
nell'oggi il passato intatto ed immobile.
Forse un giorno trover questa forza, torner a sedere nei banchi e, come
allora, risentir la voce di chi, con tanta passione ed amore, ha utilizzato la
propria esistenza per forgiare una generazione matura, consapevole e,
soprattutto umana.
 questo il resoconto di un bilancio che, se pur fatto pi con il cuore che
con la mente, risponde a verit.
Ed  questo l'augurio che faccio a chi ora ha preso posto in quegli stessi
banchi, a chi oggi trema, ma non tanto visti i tempi, davanti agli insegnanti
che si alternano alla cattedra.
 vero: i tempi sono cambiati, forse il vociare delle manifestazioni e degli
scioperi  pi incalzante di allora, ma mi auguro, anzi sono convinto, che i
sentimenti, le emozioni, i tremori, i dubbi, la ricerca di qualcosa di stabile
e di duraturo degli odierni liceali siano gli stessi dei nostri perch la
giovinezza, con tutto il bello ed il brutto che essa comporta,  la stessa
sempre, ieri come oggi, come domani.
Grazie, signor preside, per avermi dato l'occasione di poterle scrivere che la
professione umile e dura che esercito con tranquillit mi  stata insegnata
nelle aule del suo, del nostro liceo Galluppi.
Ai giovani del 1985 tengo solo a ricordare che il giovane medico del 1968,
quale io ero,  divenuto nel 1980 giovane primario di una specialit medica
molto difficile e scarsamente remunerativa, ma moltissimo apprezzata anche
presso gli altri Stati con cui siamo vicini con relazioni congressuali, solo
perch non  stato pragmatico.

/:/Annunziata Sala.
di Luigi e di Emanuela Fabiani
nata a Maida il 15 giugno 1934
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949)

Precluso il ritorno
al giardino del passato, rintraccio varchi nella memoria per spiare luci,
cogliere profumi della stagione che fu mia. E ascolto il vento, insonne
cerimoniere del tempo, e odo voci ed echi: richiami.
Il vento... in Piazza Indipendenza, a Catanzaro, si misurava con la nostra
giovanile baldanza: andavamo come polene di prua.
Pi avanti... il liceo "Galluppi".
Ora qui, non posso che sostare, raccogliere esche di immagini: non vestivamo
alla marinara, noi ragazze del "Galluppi" anni Cinquanta, ma gli abiti smessi
delle sorelle maggiori, quando, addirittura, non era un vecchio cappotto di
pap.
Solo pi tardi avremmo scoperto la seduzione delle vetrine di Mazzocca.
I capelli, per, erano sempre lavati di fresco, asciugati al sole, gonfi di
aria.
Il "Galluppi" e il Corso: grigi, bui, l'uno e l'altro.
Ma c'erano gli sguardi di velluto dei ragazzi, c'era la nostra giovinezza di
smeraldo.
Ora battono i ricordi: sono nomi da tempo non pi pronunciati eppure mai
scordati, richiami di primavere andate, carezze lievi di mani che appena si
sfioravano.
Dietro la cortina degli anni, a volte scanditi con tenacia ossessiva di gocce,
riaffiorano le voci: la poesia greca acquistava trasparenza sacra se spiegava
Madia e noi continuavamo a soffrire con Saffo quando Nicotra leggeva Leopardi
e ci diceva che ella contemplava la natura prima di gettarsi nel mare dalla
rupe di Leucade. Noi odiavamo Faone e pensavamo, rabbrividendo, al ponte di
Siano.
Platone bandiva i poeti dalla sua repubblica, ma Caputi scriveva poesie ed
intitolava la sua raccolta Amanita, il fungo, a volte, insidiosamente
velenoso.
Anche la vita, diceva,  miele e veleno.
Robustelli spiegava i logaritmi - noi, per, gli avevamo fatto giurare che non
ci avrebbe mai interrogati su questa parte del programma - e poi, nel suo
studio, dipingeva palpitanti marine e giovani donne con gli occhi pieni di
lusinghe.
Ci apparivano sicuri i nostri professori, detentori della luce della sapienza e
della forza della pazienza, ma erano anche loro visitati dalle incertezze.
L'ho capito dopo e li ho amati di pi .
Cos, interrotta la corsa del tempo, respinto il dolore presente, ho ripercorso
la strada che mi portava al "Galluppi", l'ho ripercorsa, in un aroma di
lontananza, con le mie compagne della sezione B: Lina, Anna, Mila, Mirella,
Irene, Jole, ridando vita a immagini tracciate in filigrana nel taccuino della
mia esistenza dove annoto perdite e acquisti, disinganni e attese.
E mi accorgo che nel lungo intrigo della vita, nella diaspora sentimentale che
sempre ci insidia, della durata memoriale del passato, i miei anni del liceo
ginnasio "Galluppi" rimangono come un punto fermo, un reddito sicuro, perch
fu certo l che cominciai a capire che profondo  il respiro della vita.

/:/Antonio Carnovale.
di Francesco e di Margherita Marincola
nato a Soverato il 10 febbraio 1935
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949)

Quella terza liceo del 1953
Quando, tempo fa, dopo moltissimi anni, rimisi piede nel vecchio Liceo
"Galluppi" per accompagnare mio figlio alunno di prima elementare, fui preso
da una stranissima sensazione di tristezza e allegria insieme che derivava
dalla constatazione di trovarmi irrimediabilmente invecchiato proprio nel
momento in cui ero spinto a rivivere un passato di spensierata giovinezza. Ai
soliti ricordi che ciascuno prova in queste situazioni, uno si sovrapponeva
agli altri: l'ultimo giorno di scuola nella mia terza liceo sezione A del 1953.
Proprio quel giorno, n prima n dopo, il Ministero della Pubblica Istruzione,
con la solerzia che nel nostro Paese hanno sempre avuto le amministrazioni
statali, aveva mandato in dono a noi studenti un libretto di Luigi
Salvatorelli 1920-1945: Venticinque anni di storia italiana. La lettura
sommaria di alcune righe del libretto aveva suscitato in molti di noi un
vivissimo senso di disappunto in quanto le interpretazioni di alcuni fatti ci
sembravano eccessivamente faziose. A quel punto il prof. Mastroianni, che pure
non condivideva le nostre critiche, ci disse pi o meno queste parole: Vi
prego, non lasciate la scuola protestando. Prendete questo libro, al di fuori
di quello che esso scrive, come un piccolo e affettuoso invito che la
Scuola vi d a proseguire sempre nello studio e poi, rivolto a me che avevo
assunto la funzione un po' rumorosa di capo del gruppetto contestatore: So
che tu vuoi fare il medico; ti auguro di riuscire bene ma ricorda che prima di
prendere posizione contro occorre approfondire le cose.
Inutile dire che la discussione cess d'incanto sostituita da una intensa
commozione che mi prende anche oggi, a distanza di oltre trent'anni.
Quando gli studi professionali mi portarono per lungo tempo lontano dalla
Calabria e in situazioni non sempre all'inizio favorevoli, spesso mi ricordai
di quell'episodio apparentemente banale ma che aveva contribuito a dare una
impostazione alla mia vita.
Era stato l'episodio conclusivo di una vita scolastica che ci aveva offerto
altri esempi significativi e formativi per cui, negli anni successivi della
contestazione, mi convinsi sempre pi del fatto che molti aspetti di quella
problematica noi, nel "Galluppi", l'avevamo in parte risolti 10 anni prima, a
modo nostro.
Che dire infatti dell'impronta non cattedratica, ma profondamente umana oltre
che umanistica, che il prof. Cancellieri dava alle sue lezioni d'italiano! E
non erano didattica moderna, efficace e concreta le spiegazioni di matematica
e fisica che il prof. Morello ci faceva in dialetto catanzarese infarcito di
proverbi gustosissimi? Non rappresentavano forse una vera forma di democrazia
nella scuola le discussioni che ci permetteva il prof. Mastroianni sugli
argomenti pi vari e che ci vedevano e mi vedevano spesso in aperto contrasto
con lui?
Tutto questo e anche altro che sarebbe troppo lungo ricordare ci formarono sia
come cittadini sia come uomini.
Perci quel giorno che accompagnai mio figlio e mi venne di dirgli la frase di
rito: Vedi, qui pap ha studiato, quelle parole mi uscirono non solo con
nostalgia ma con una, per me stesso imprevedibile, carica di orgoglio.
E oggi che per il preside Galiano ho scritto queste poche righe, mi
perdonerete se, pur avendo cinquant'anni, mi viene spontaneo di concluderle
come se ne avessi ancora diciotto; cos: Viva la terza liceo A, Viva il
"Galluppi"!.

/:/Antonio Bilotta.
di Domenico e di Maria Griffo
nato a Soriano Calabro il 23 novembre 1935
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale Sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1949/1950)

Caro Professor Galiano,
anche se con ritardo, rispondo con piacere alla Sua lettera in quanto gli
anni passati nelle aule del Liceo Galluppi sono per me un ricordo vivo sia per
alcuni punti fermi che mi hanno aiutato a vivere, sia per una singolare
nostalgia che sempre pi frequentemente mi assale.
Proprio a Lei (o a Voi?), Professore, devo il Conosci te stesso e
l'ammonimento socratico Impara ci che non sai ed  vero che
l'autoeducaziono non ha mai fine; ad essa ci si sottrae soltanto con la morte.
I Docenti del Liceo Galluppi mi hanno fatto capire che educarsi significa
allenare quotidianamente la propria intelligenza nella soluzione dei problemi
e superare l'egoismo nobilitando i sentimenti ed attingendo, cos, quelle
virtche nel loro insieme formano il carattere ed abituano gradatamente la
volont a vincere difficolt sempro maggiori; la vita mi ha insegnato, poi,
che l'uomo senza carattere  nulla. A Lei devo ancora il senso della Storia
che mi ha aiutato a capire come non solo i popoli, ma anche i singoli hanno
costantemente bisogno di sprofondare nel passato le proprio radici per
succhiare la linfa che aiuta a risolvere per s e per gli altri, i problemi
del presente.
Quando cerco di conoscere pi profondamente me stesso mi accorgo che a nulla
sarebbero servite le nozioni o le tecniche, che via via nel corso degli anni
ho dovuto assimilare, se non si fossero innestate su quella struttura che il
Galluppi o Lei (o Voi?) Maestro di vita e non solo di scuola, anche se allora
giovanissimo Maestro, mi avete dato.
Ebbene, tutta la mia vita di manager  stata guidata da questo concetto e
tutti i cambiamenti che ho provocato od ai quali ho comunque partecipato
hanno sempre tenuto conto della realt nella quale operavo.
 proprio vero: la storia ci consente di valutare meglio l'uomo e le sue
azioni; ci consente di valutare i suoi vizi e le sue virt, i suoi mali ed i
suoi beni e quindi di procedere meglio nel cammino della vita, la quale altro
non  che superamento e creazione ed esige pensiero, visione della realt,
comprensione, caratteristiche tutte indispensabili allorch siamo chiamati a
decidere.
Oggi, dopo un decennio trascorso a Genova, vivo a Roma, sposo felice con un
vecchio amore incontrato nel Galluppi, padre di tre splendidi ragazzi e
lavoro in un grande gruppo assicurativo.
Ogni anno, quando posso, ritorno tra i miei ulivi di Calabria, saluto i
parenti e sento il desiderio di andare per le strade - Corso Mazzini...
quante passeggiate, quanti discorsi, quanti progetti! - Non conosco quasi pi 
nessuno; non riesco a capire. I vecchi amici stentano a riconoscermi ed
anch'io mi smemoro nell'osservare i loro visi.
Apprendo che Nin Mannella  morto; mi dispero, poi penso che in fondo  la
vita; forse il destino.
Parlare di morte e sentirla incombente significa conquistare gli elementi
biologici della vita.
Ricordo che tanti anni fa Nin mi disse che Catanzaro era una brutta citt di
provincia dove per era viva la cultura. Sono parole lontane.
La sua morte diventa un fatto mio; penso alla sua camminata dondolante, alla
nostra gita in vespa nella vecchia casa di paese dove l'anziana zia ci
cuoce al camino cose buone della nostra terra; ne sento l'odore, il sapore;
nella chiesa l vicino si prepara la grande festa di Pasqua: la Resurrezione.
 un mistero o  storia? Per me  storia. Guardo il vecchio Galluppi dove
passeggiano le ombre di Corrado Alvaro, Umberto Bosco, Vincenzo Vivaldi, Don
Sante Calabria. Poi sono venuti gli altri; siamo venuti noi che non abbiamo
amato abbastanza la nostra terra per dedicare ad essa l'impegno, lo studio,
la volont di crescere e migliorarla.
Perduta la speranza di amare e di soffrire, non rimane che la giungla.
Forse  una forma di saggezza per uscire dalla congiura ossessiva dei
sentimenti. Si dice che i vecchi semplificano i sentimenti e i rapporti con
gli altri per la saggezza di essersi liberati dalle passioni.
Il pensiero torna l nell'ombra degli ulivi: una fetta di pane raffermo, un
pezzo di formaggio pecorino, un sorso d'acqua dalla vozza e l'alba sul
mare. Diventare vecchi senza aspirazioni; vivere cos, come un fatto naturale.
Sono solo: il dolore si  trasformato in pazienza e la pazienza mi riporta al
reale.  mezzanotte, in casa tutti dormono, penso a domani che sar un altro
giorno.
Nel rinnovarLe il mio grazie per il buon viatico che tanti anni fa
ebbe a darmi cordialmente La saluto.

/:/Nicola Cantafora.
di Alfredo e di Francesca Votta
nato a Catanzaro il 19 gennaio 1937
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1950/1951)

Sono passati molti anni
dal tempo in cui frequentavo il nostro liceo "Galluppi". Essere assaliti da
una intensa nostalgia ripensando quei tempi e quell'et,  ben immaginabile,
cos come  dolcemente inevitabile. Tempi, oramai, lontani s; ma tempi, ore,
giorni, momenti, fermi nel misterioso e grandioso ingranaggio che si chiama
memoria. Chi sa far funzionare questo ingranaggio tanto bene da produrre
poesia, narrativa, musica, pittura si chiama artista. Io non sono un artista
e in me la memoria  solo uno strumento per ricordare e, naturalmente,
ripensare.
Questo piccolo quadro nostalgico che ho, modestamente, evocato rappresenta
persone e fatti, a cui mi sento fortemente e sempre legato, anche se lo
scorrere impetuoso della vita ha, ma sempre invano, fatto di tutto perch le
une e gli altri si dissolvessero quasi in una sorta di nebbia invincibile e
impenetrabile.
Di l da tutto ci che ho fin qui detto, per, mi pare giusto e onesto
esternare la mia gratitudine verso maestri e colleghi che, in quel tempo ormai
lontano, mi consentirono, in condizioni oggettive sempre precarie, di
costruire le fondamenta di quella che, forse genericamente, si chiama cultura,
che  fatta di studi, di conoscenze, di giudizi, in una parola, di vita degna
di questo nome, cio adeguata e in armonia con i tempi in cui essa si svolge e
si consuma.
Non mi solletica la rievocazione aneddotica, che  la parte certamente meno
notevole di un periodo cos intensamente vissuto e tanto formativo. Se la
pensassi diversamente, facile mi sarebbe contare e raccontare.  invece
l'attenzione al presente che viene pungolata dalla vostra lettera, caro signor
preside, cos che io, riflettendo sulla notizia che voi comunicate e cio
sulla protesta dei ragazzi di oggi che chiedono, forse invano, laboratori
scientifici e linguistici, non mi sento ottimista e, quindi, di credere (come
voi mostrate di sperare e di credere nel vostro scritto) che noi studenti di
ieri possiamo donare in alternativa ci che gli studenti di oggi inutilmente
chiedono. Ci che voi dite, questa  la verit,  la dimostrazione
che la scuola non sta in cima ai pensieri di chi ha il potere di decidere nel
nostro Paese, perch la scuola  un mezzo ritenuto pericoloso da chi non vuole
il vero progresso sociale del Paese. Un tale discorso diventa addirittura
penoso e drammatico, se si pensa al mezzogiorno d'Italia e, quindi, alla
nostra Catanzaro. La questione meridionale  stata, , e sar sempre e
soprattutto, una questione di cultura. Chi non la vuol veder risolta vorr
sempre che nella nostra societ domini la mediocrit ignorante, con tutto ci
che le  concesso e che ad essa consegue.

/:/Raffaele Notarangelo.
di Libero e di Maria Squillace
nato a Catanzaro il 4 luglio 1937
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1950/1951)

Notarangelo: Presente!
Confesso che man mano che gli occhi scorrevano le righe della lettera, la
curiosit mista alla sorpresa per una missiva del tutto inaspettata, andava
rivestendosi di una certa incredulit ed alla fine, mi si perdoni, venne
insinuandosi anche un pizzico di orgoglio. Certo chi mi stava davanti avr
notato il sorrisetto di autocompiacimento, di cui immediatamente mi vergognai,
uso come sono ad una buona dose di razionale autocontrollo che non mi concede
mai di dare la stura ad atteggiamenti di presunzione: cattiva qualit che,
senza falsa modestia, riconosco e mi riconoscono di non possedere.
D'altro canto, n la polvere degli anni, n l'appannarsi di personali ricordi
potrebbero mai trasformare d'incanto i modestissimi miei risultati scolastici
per sempre fissati nei registri d'archivio.
Ma la lettera mi chiedeva qualcosa che fa parte del tanto di cui ciascuno di
noi dispone e che e il connettivo stesso (mi sia concesso l'uso di termini
familiari) del nostro essere oggi: la Memoria di s.
Per la prima volta per, devo concretizzare sulla carta gli estemporanei e
improvvisi flash che rimescolano nel flusso della nostra coscienza visi e fatti
e suoni e atmosfere di tanti ieri fa, attraverso quel meccanismo automatico di
analogie, di contrasti, di consonanze di situazioni che ripropongono
esperienze passate a sostegno e talora a disdegno di esperienze presenti.
Allora devo fare il punto e mi accorgo, con una certa sorpresa, di non provare
rammarico per gli opachi risultati nel profitto scolastico. Una certa
convinzione di non colpevolezza si  via via, col passare degli anni, andata
rinforzando in quel simulacro di processo che ognuno di noi allestisce per
conto suo, di tanto in tanto, sottoponendovi il proprio passato. Per quel che
mi riguarda, se qualcuno dovesse essere costretto a sedere sul banco degli
imputati questa  proprio la Scuola, non il mio Liceo, ma la Scuola che la mia
data di nascita mi impose di frequentare e quel tipo di classe docente che mi
tocc in sorte, non il mio antico e pure lucido vecchio caro Liceo Galluppi,
con i suoi ampi corridoi, la cui pavimentazione mi ricorda una enorme, non
regolamentare, scacchiera di marmo bianco e nero, con quella fila
di alte porte chiuse, da cui si sciamava al suono di quella adorata campanella,
dotazione esclusiva del bidello Alfieri detto Achille dal pi veloce (sfido
chiunque a usare la dantesca legge del contrappasso con la stessa incisivit
di un giovane studente!).
Talvolta per, si sortiva del tutto impunemente anche dai bassi finestroni
attraverso cui ci giungevano i rauchi clacson delle vecchie Topolino e delle
nuove giardinette, rinforzando l'impressione spiacevole di essere dei
reclusi in detenzione preventiva e in perenne attesa di giudizio. La qualit
dell'ora successiva: storia e filosofia con la zia Bianca, alias Prof. Varano,
o latino e greco, era il motivo principe della mia fuga del tutto temporanea,
perch attraverso lo stesso pertugio rientravo prima del termine delle lezioni.
Ricordo poi una breve introduzione di tipo modulare per una qualsivoglia
interrogazione di letteratura italiana e storia dell'arte e che
immancabilmente suonava: Spirito veramente irrequieto fu quello dell'Alfieri
(o di Leonardo, di Leopardi o di Michelangelo) non tanto per quanto... e gi
con le alte qualit, sempre le stesse, che solo gli uomini illustri sembra
posseggano.
Del resto, le continue e mai scoperte fughe servivano da stimolatore cardiaco,
erano autentiche boccate di ossigeno per il periodico redde rationem delle
interrogazioni alla cattedra o alla lavagna che certo non mi davano scampo e
la cui prognosi era pi spesso infausta.
Una rassegnazione che aveva del sublime, in fondo, mi assicurava una
resistenza feroce alle soferenze scolastiche, perch ero convinto che la
mancanza di un qualsiasi pedigree familiare mi avrebbe pur sempre proibito di
stazionare negli stalli dei cavalli di razza per far parte di quella fauna
scolastica che andava, senza distinzione di specie, dalla crapa al ciuccio
e talvolta nella confusione dei Regni, mi toccava di essere perfino apostrofato
vrocculu o petra e timpa!
Sar stata forse questa mia simultanea appartenenza agli Animali, ai Minerali
e ai Vegetali a permettermi di aumentare le mie capacit di resistenza nel
lungo braccio con la prof. di scienze che tanto a malincuore fu, una volta,
costretta a trasformare un brillante originale due in un grigio anonimo sei.
Intanto per, la mia infaticabile attivit extra scolastica, intendo quella
sportiva, (s perch la palestra esisteva ma solo per l'un - due - passoo!
fianco destr - destr), mi aveva permesso di collezionare allori: colmo dei
colmi ero diventato Campione Nazionale di lotta Greco-Romana, a dispetto della
mia insufficiente conoscenza delle lettere classiche! Credo proprio che il mio
iter scolastico si sia, malgrado tutto, svolto al positivo grazie alla mia
resistenza fisica e psichica; la lotta sul tappeto corroborava
quella vissuta tra i banchi. Ricordo, per esempio, che appena approdato in IV
ginnasio e uscito da una precedente incomprensione piuttosto malconcio
all'interno, risolsi di spianare le difficolt di inserimento con una serie di
scontri di tipo non propriamente dialettico. L'ultimo gong suonava di solito a
mio favore e il gioco fu fatto.
Le continue immancabili sospensioni, le scazzottate fra compagni avevano
convinto professori e preside che ero un cattivo soggetto, mentre la mia
analisi logica mi faceva ritenere di essere l'oggetto sul quale si scaricava
l'azione insistente e corrosiva del verbo docere. Fra le tante, definite di
tutti i colori, ci fu quella che portammo a segno assieme ad altri compagni
quella volta che, esasperato per i continui richiami comparativi col meno
nobile fra gli equini, architettammo di introdurre nella scuola
l'asinello che ogni mattina, di ritorno dai mercati dove aveva trasportato le
solite rape, stazionava presso il cancello sul retro del Galluppi in paziente
attesa del padrone che, intanto, si faceva un bel morzello col solito
quartino in qualche osteria della zona. La cosa non ci sembr infamante o
diffamatoria o smitizzante: erano questi concetti che mal si adattavano agli
studenti di allora; una volta le ragazzate erano niente altro che ragazzate,
oggi  d'uso rivestirle sempre di misteriosi intenti.
Ci sembrava del tutto naturale che l dove c'erano tanti ciucci uno in pi 
passasse inosservato. Aspettammo che le petulanti e civettuole compagne
entrassero dal portone principale e i maschi dall'entrata secondaria
(il femminismo non era ancora alle porte), appunto quella che immetteva nel
lato pi corto del corridoio, accanto alla palestra, per mettere in atto il
nostro piano. Restammo per ultimi e ci tirammo dietro la consenziente ed
ignara bestia, ma avevamo sbagliato i tempi di manovra. La confusione non si
era del tutto placata all'interno della scuola, la seconda campanella
non era ancora suonata e le porte erano aperte nell'attesa di alunni e
professori ritardatari. Lo zoccolo sul marmo produsse il suono di mille
nacchere e per giunta il dannato cominci a scalciare e ragliare cos
spudoratamente che fuggimmo terrorizzati abbandonando le redini.
Furono giorni di grandi promesse di redenzione fatte a me stesso, di grandi
batticuori ogni volta che tentavo di leggere sul viso di mio padre un qualche
sintomo di consapevolezza delle bravate del figlio. Questo mi faceva davvero
star male. Mio padre continuava ad essere l'unico ad avere piena, illimitata
fiducia nel poderoso quoziente intellettivo del figlio, e nella sua grande,
tenerissima ingenuit non riusciva a capire perch il concetto che lui aveva
di me non collimava mai con quello dei miei professori.
La sua ostinazione era pi forte della mia: suo figlio doveva uscire da quella
scuola!
S, mi sarebbe dispiaciuto addolorarlo ancora una volta.
Feci tante scorpacciate di sole e alla fine rientrai. Erano trascorsi due soli
giorni, un mio compagno si divertiva a ripetere il verso di un uccello con un
richiamo di metallo nella bocca, in fila tutti allineati e coperti
all'uscita.... chi poteva essere lo screanzato?
Notarangelo Raffaele, II liceo sezione C anno scolastico 1953/54. Giorni tre
di sospensione! Ma la Scuola non era una snervante partita a scacchi fra la
cattedra ed il mio banco, era anche tante altre cose: travasi di umana
solidariet, sfoghi di libert fra compagni, scoppi di allegria prorompente,
sboccio di amori sconvolgenti ritmati dal pulsare scombinato del cuore per uno
sguardo pi intenso, o una carezza rubata di soppiatto, messaggi segreti fra
le pagine di un libro imprestato per finta, convinte promesse di eterna
fedelt (una perfino mantenuta!), attese snervanti di scrutini,
assalti al prof. di Religione, il quale di segreti manteneva solo quelli
confessionali, e rimaneva impunito per la violazione del segreto professionale.
Il dipanarsi confuso di questi miei ricordi non puo certo permettermi di
vestire i panni di Catone il Censore, faccndomi assumere atteggiamenti di
falso paternalismo con gli studenti di oggi. Penso che la Scuola in quanto
tale non sia mai stata molto amata dai giovani se non dopo che questi ne sono
usciti per sempre.
I motivi di sciopero sono certo cambiati, e al fatto patriottico di Trento e
Trieste dei primi anni '50, si sono sostituite le richieste di svecchiamento
dei contenuti e di compartecipazione degli alunni alla vita della Scuola che
hanno caratterizzato gli anni '70. E ora eccoci alle istanze di ammodernamento
delle strutture da parte dei ragazzi dell'85, alla loro pressante richiesta di
una scuola finalizzata all'inserimento nel mondo del lavoro. Ai giovani
potrebbe sembrare artificioso ed incongruente studiare le lingue in vitro
pi di quelle in vivo e, comunque, ritengono giusto sostituire i
logoranti calcoli mentali e le razionali deduzioni con il semplice ticchettio
digitale del computer. Personalmente non ho riserve di alcun genere, anzi
sarebbe auspicabile che i giovani non perdessero quest'ultimo treno, ma sono
anche dell'avviso che l'insostituibile strumento TESTA possa evitare un
probabile degradante condizionamento del tipo 1984 prossimo venturo, per cui
mi auguro che saldamente resistano e Latino e Greco con Storia dell'Arte e
Filosofia, perch continuino a dare alle generazioni che si inseguono il senso
ed il valore della tradizione che non consente la perdita di quella identit
culturale e storica che, saldando ognuno di noi alle proprie radici, fissi nel
cuore e nella mente l'indelebile imprinting del popolo cui appartiene.
 per questo che, tutto sommato, riconosco che i miei cinque anni di Liceo
sono il punto chiave della mia formazione umana, ancorch non culturale. Ma
quanti altri meno resistenti sono stati costretti dalla Scuola a perdersi la
Scuola stessa!
Certo la Scuola non potrebbe esaurirsi nella interpretazione di una terzina di
Dante o nella soluzione di un problema.
Andare a scuola  imparare a vivere a proprie spese, e imparare a discriminare
fra varie possibilit,  apprendere la costanza della lotta per, e talvolta
contro, la qualit di vita che Loro ti offrono,  assaporare il successo che
tu lentamente hai raggiunto senza barare,  continuo confronto con s e con
le proprie capacit,  infine non demordere mai e comunque.
La Scuola  l'inesauribile vivaio da cui, attraverso inspiegabili metodi, la
vita operer, (molto spesso senza la firma dei professori) il suo
inappellabile scrutinio finale.

/:/Giuseppe Critelli.
di Raffaele e di Maria Custo
nato a Tiriolo il 14 settembre 1937
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1950/1951)

I miei studi ginnasiali e liceali,
compiuti nel Liceo Ginnasio "P. Galluppi" di Catanzaro, risalgono al periodo
1951-1955.
Erano gli anni della ricostruzione e dei sacrifici, ma anche gli anni
dell'entusiasmo e delle speranze. Il ricordo, ora triste ora lieto,  sempre
vivo.
Nel clima di generale disagio proprio del tempo, un sentimento di mestizia
suscitavano in me quei compagni pendolari che raggiungevano tutte le mattine
la scuola da un paesino lontano, dove facevano ritorno nel tardo pomeriggio o
in serata. Costretti a svegliarsi all'alba, arrivavano in classe infreddoliti e
stanchi, dopo un viaggio di ore in treno o in corriera. Il loro pranzo
consisteva in una merenda consumata alla stazione ferroviaria o dell'autobus;
il loro studio si svolgeva in gran parte durante il non comodo tragitto. Quei
ragazzi, dall'aria spaurita e con i libri unti, costituivano per
me - privilegiato dall'abitare con la famiglia a qualche centinaio di metri
dalla scuola - un mirabile esempio di sacrificio e di volont. Altri
disponevano di una fredda camera in una pensione; qualche fortunato alloggiava
nel Convitto annesso all'Istituto, privo comunque del calore familiare.
I ricordi lieti sono legati alle amicizie profonde nate fra quei banchi, alle
gite al mare o in Sila, alle emozioni di un flirt.
L'atmosfera era austera: i professori incutevano rispetto (se non timore) e le
rare visite del preside in aula generavano - non soltanto in noi ragazzi, ma
sovente anche nel professore - una tensione quasi mistica. Gli stessi bidelli,
con l'eccezione della solita vittima delle nostre cattiverie, erano guardati
con diffidenza in quanto potenziali delatori.
Il rapporto con i professori, ben lontano dal cameratismo che cos spesso
caratterizza l'odierna relazione docente-discente, era difficile: il dialogo,
pressoch inesistente, era condizionato dall'atteggiamento di costante
distacco del primo e dal conseguente stato di soggezione del secondo.
L'autorit del preside e dei professori veniva riconosciuta per dogma e le
manifestazioni di intemperanza erano eccezionali.
Il profitto era l'obiettivo del corpo docente, il giudizio dei professori la
maggiore preoccupazione del ragazzo e della famiglia, la raccomandazione
pressoch sconosciuta, il compagno raccomandato bollato come sleale. A
prescindere dal solito irritante secchione, i pi brillanti godevano del
riconoscimento e dell'ammirazione generale ed un sano spirito di emulazione
stimolava a far meglio.
Ovviamente, importanza preminente veniva attribuita alle discipline classiche,
non essendo stata ancora coniata l'espressione lingua morta. La scelta degli
studi classici - a quel tempo considerati studi di lite - era generalmente
motivata dalle tradizioni familiari.
I liceali degli anni cinquanta non mostravano certo l'emancipazione degli
studenti delle generazioni successive ed accettavano supinamente l'impostazione
rigorosa, caratteristica della scuola di quel tempo. Non esistevano, in
compenso, le degenerazioni manifestatesi parallelamente alla emancipazione del
giovane: l'autogestione dei programmi didattici, il sei politico, gli scioperi
abusati, la violenza erano, infatti, sconosciuti.
I soli scioperi di cui ho mcmoria trovavano una motivazione patriottica,
essendo relativi alla questione di quel territorio di Trieste, la cui
amministrazione era affidata agli anglo-americani. Risale al 1954, infatti,
il memorandum d'intesa che annetteva alla Italia la zona ad ovcst della
linea Morgan. In occasione di quegli scioperi la partecipazione era corale,
il tricolore il simbolo dci cortei, Trieste libera lo slogan.
La disciplina era ferrea e durissime erano le sanzioni per qualsiasi
manifestazione di intemperanza. Ricordo, a tale proposito, un episodio che pu
dare contezza dell'autoritarismo di quella scuola: un episodio che
l'ingiustificato rigore trasform da semplice espressione di vivacit in un
atto da punire severamente. Si era in palestra ncll'ora di educazione fisica;
alcuni di noi, approfittando di un momento di distrazione dell'insegnante,
accerchiarono un compagno con il proposito di privarlo degli indumenti. Era,
insomma, un gioco innocente che sicuramente non sarebbe stato portato a
compimento, ma che la reazione emotiva del malcapitato fin con il conferirgli
i connotati dell'atto violento e indecoroso. Si tennero numerose riunioni
del Consiglio dei professori e si minacci un severo provvedimento disciplinare
per l'intera classe. Dopo una settimana di clima da inquisizione, i tre autori
del fattaccio, rei confessi, subirono una sospensione di ben 15 giorni.
A parte questo limite, nella scuola di allora si respirava aria di seriet e di
impegno.
La continuit delle lezioni era garantita, le strutture erano adeguate alle
esigenze, i professori, erano, in generale, degni del ruolo che ricoprivano.
Il senso del dovere, a quel tempo diffuso, era comune nella classe docente, e
la specifica preparazione dei singoli professori era stata sottoposta al vaglio
di un concorso nazionale altamente selettivo. Non meno di due lustri ci
separavano dall'ondata di demagogia e dalle cosiddette sanatorie, che avrebbero
portato alla immissione in ruolo ope legis, di docenti non sempre all'altezza
del compito. E fu motivo di sgomento - per me che serbavo il ricordo di una
scuola seria e severa - l'esperienza vissuta nei primi anni settanta, quando,
designato a presiedere una commissione per gli esami di Stato, toccai con mano
la scarsa preparazione della stragrande maggioranza dei maturandi
(che peraltro tutti conseguirono il diploma in una unica sessione) e il clima
di lassismo che si era andato affermando.  auspicabile che
l'esigenza - fattasi strada di recente - di recuperare i perduti valori e di
restituire alla scuola la sua nobile quanto vitale funzione trovi presto uno
sbocco concreto, nonostante le difficolt derivanti dalle ormai radicate
abitudini da una parte, dai complessi problemi che la realizzazione di
una scuola moderna comporta dall'altra. Codesta esigenza trova chiara
espressione nella protesta dei ragazzi dell'85, fenomeno che tuttavia induce
ad amare considerazioni. Non  certo rasserenante che una scuola efficiente e
funzionale, quale la classe politica non  stata in grado di dare, venga
rivendicata dal senso di responsabilit dei giovani; ed  sconcertante la
tiepida posizione assunta nella circostanza dagli Organi di Governo, se
paragonata alla strumentalizzazione che caratterizz la contestazione
sessantottesca degli studenti universitari. In quella occasione, in cui la
protesta era fondamentalmente intesa a distruggere, l'atteggiamento della
classe politica, improntato al permissivismo quando non alla complicit, fu il
determinante primario della crisi nella quale l'Universit italiana
tuttora si dibatte; le rivendicazioni dei ragazzi dell'85, ancorch genuine e
legittime, non sembrano, al contrario, aver trovato adeguate risonanza e
risposta.
L'industria libraria di quegli anni, stante le modeste risorse economiche e
tecniche, non era certo fiorente. I libri di testo non sempre erano
disponibili, e non di rado il medesimo volume, ereditato dal fratello
maggiore o ricevuto in prestito, veniva utilizzato da pi generazioni di
studenti. Traevano vantaggio, da tale situazione, i ragazzi pi intraprendenti
i quali puntualmente, all'inizio di ogni anno scolastico, davano vita nel
piazzale antistante la Scuola al baratto e alla vendita clandestina di
libri usati, il prezzo era tanto pi alto quanto meno reperibile il volume e
quanto pi importante la materia in esso trattata, il ricavato, che i meno
abbienti investivano nell'acquisto di un nuovo libro, veniva spesso impiegato
in spese futili, il tutto all'insaputa dei genitori, essendo considerato un
delitto disfarsi dei sacri testi.
Codesta nota di colore, che sta a testimoniare le non floride condizioni del
tempo, spinge a riflettere sulla situazione odierna, contrassegnata dalla
abbondanza di testi scolastici.  infatti legittimo sospettare che l'adozione
di testi sempre pi nuovi, pur giustificata dalla necessit di un costante
aggiornamento dei metodi di insegnamento, possa non tanto essere motivata da
effettive esigenze culturali e formative, ma rispondere ad una logica
meramente consumistica, finendo col soddisfare l'interesse
dell'industria piuttosto che quello dello studente. D'altra parte, la
tumultuosa immissione di nuovi testi nasconde l'insidia della non attenta
valutazione della qualit del testo stesso, autorizzando a volte a rimpiangere
i tempi andati, quando un volume, pietra miliare delle biblioteche familiari
e scolastiche, costituiva un riferimento imprescindibile nella formazione
culturale di pi generazioni di giovani.
Quanto a noi ragazzi, certamente meno maturi dei liceali di oggi, non
possedevamo la moto elegante o altri emblemi della societ opulenta. Credevamo
fermamente, tuttavia, nella funzione culturale e formativa di una Scuola che,
a sua volta, mostrava di meritare tutto il rispetto che si deve ad una
istituzione capace di assolvere il proprio compito.

/:/Roberto Giglio.
di Antonio e di Ida Pinto
nato a Catanzaro il 16 novembre 1937
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1951/1952)

Il tempo, si sa,
sbiadisce i ricordi, ma alcuni di essi, nitidi nella memoria, resistono al
naturale invecchiamento, anzi si tingono di colorazioni pi vivide ed allora
riviviamo, attraverso i figli, momenti e situazioni dei nostri 15-20 anni con
la insinuante sensazione, calda e raggelante, che si siano verificati solo
ieri.
 il momento del: come eravamo!
Il primo ottobre era, ricordo, un appuntamento irrinunciabile; dovevo essere
puntuale all'apertura del vecchio portone: dal tempismo mio e di pochi altri
dipendeva la riuscita di quella sollevazione quasi generale che sfociava nella
invocazione collettiva: Pa-sse-ggia-ta, pa-sse-ggia-ta!.
Dal sincrono, dal tono e dal volume, dipendevano i tempi di capitolazione del
preside: invariabilmente cedeva; blaterava, surmuniava, ma cedeva.
Se il buon giorno si vede dal mattino, si pu capire che quel giorno era il
primo di una serie non certo esaltante dal punto di vista scolastico. Fra
l'altro sulle mie spalle, di per s esili, gravava la responsabilit del nome
(mio padre e mia zia professionisti affermati, quest'ultima per di pi gi
docente severa ed inflessibile nello stesso liceo e poi preside dell'Istituto
Magistrale) e quindi il pericolo di comprometterne l'immagine; da qui la
necessit di evitarlo (secondo me) nell'unico modo possibile: aggirare
l'ostacolo salando la scuola.
Era un p la tattica dello struzzo, o meglio la tattica di chi il coraggio non
se lo vuol dare. Evidentemente, per, una volta le assenze furono tante che
il professor Peppino Scalzo si vide costretto ad ingiungermi di tornare a
scuola accompagnato.
Scartata l'ipotesi di informare i genitori (con loro come con gli insegnanti
il rapporto era lo stesso: paura e timore riverenziale), decisi di rivolgermi
al cocchiere di mio padre al quale chiesi di accompagnarmi e di presentarsi
come mio zio.
L'espressione del professor Scalzo, gi titubante, si apr in un sorrisetto
significativo e mortificante non appena il suddetto apr bocca. Quel
Vai a posto, mascalzone!, che sferzante gli usc di bocca, fu pi incisivo
di qualsiasi altro provvedimento.
Perch allora le parole non ci scivolavano addosso: erano, ma ancora non lo
sapevamo, la guida ad un futuro tutto da costruire quando fosse arrivato il
momento di chiudere quella parentesi di scanzonata goliardia e di entrare a
far parte dell'universo serio degli adulti.
Come gi accennato, i rapporti con gli insegnanti non erano dei pi idilliaci,
n, tanto meno, potevano esserlo tra loro e me, tutt'altro che alunno modello.
Il professor Mastroianni aveva l'abitudine di chiedere, a fine anno scolastico,
come noi stessi pensassimo che sarebbe andata a finire. Quando, interpellato a
mia volta, risposi al suo: ... e tu, Giglio?, con  ...filosofia!, mi guard
con sussiego e disse: Ti prendi solo filosofia?, ed io: Mi resta solo
filosofia!.
Ferito nell'onore resistetti ai suoi reiterati, seppur tardivi tentativi di
farmi riparare e, naturalmente, mi portai ad ottobre filosofia.
Da quel braccio di ferro, da quelle parole pi sottintese che dette, doveva
scaturire un rinnovato rapporto di reciproca stima che si consolid nei
restanti anni di scuola e dura ancora oggi, intatto, a dispetto dei capelli
bianchi di entrambi.
Fallita la prima volta la maturit classica, devo dire non solo per colpa mia
ma soprattutto di una commissione a dir poco proibitiva che l'allora
commissario interno non riusc a neutralizzare pi di tanto, dopo un'estate
trascorsa faticosamente, preoccupato pi che altro di nascondermi alla vista
degli altri, ignorando il Corso e privilegiando i vicoli, mi ritrovai, l'anno
successivo, in una classe formata esclusivamente da ripetenti.
Oggi un simile serraglio sarebbe irrazionale ed inammissibile, allora era quasi
scontato, come filtrare il vino buono e raccogliere tutti i residui che
potrebbero inquinarlo in un unico contenitore dove, immancabilmente, diventer
aceto. Fu cos che io e gli altri diventammo la legione straniera.
Di quell'anno mi resta chiarissimo il ricordo del professore Mazzei: era
arrivato a sanare una situazione ai limiti dell'impossibile, era riuscito ad
appassionarci alla sua materia e mi aveva regalato la sua stima.
Per tutti questi motivi non avrei mai voluto che quel giorno il gessetto,
lanciato durante la spiegazione al compagno del primo banco, lo cogliesse in
piena fronte nell'attimo in cui si girava.
Fu un momento penoso che ancora oggi inconsciamente vorrei rimuovere; la
traiettoria di quel gesso fa parte dei miei interrogativi rimasti senza
risposta se si pensa che, tuttora, con quattro arance o quattro mele lanciate
in aria ed afferrate al volo, riesco a catturare l'attenzione dei figli,
spettatori esigenti, abituati come sono agli stimoli ed alle meraviglie di
questi anni.
E finalmente mi congedai dalla scuola, ignaro che, di l a poco, avrei ripreso
a frequentarla, e questa volta con assiduit quasi meticolosa, per accompagnare
e prelevare quotidianamente, per cinque lunghi anni, quella che poi sarebbe
diventata mia moglie.
L'unico modo che avevo di starle accanto e parlarle mi veniva proprio dal
vecchio liceo, un tempo teatro ed oggetto di lotta, ora alleato e complice,
addirittura paraninfo.
Se oggi mi imbatto, dopo quasi trenta anni, in qualcuno di quei legionari,
mi accorgo del loro disorientamento nel ritrovarmi in toga e tocco; io stesso
non l'avrei detto: eppur succede!

/:/Maria Russo.
di Giuseppe e di Domenica Carmela Castorina
nata a Catanzaro il 27 novembre 1937
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1950/1951)

Socrate e la verit
Annunciato dall'inconfondibile passo che egli stesso, con una punta di
compiacimento, suole definire marziale, entra in aula il prof. Sebastiano
Madia, docente di Latino e Greco nel corso B. Ripete con una sorta di rituale,
i gesti di ogni giorno: appena varcata la soglia, alza il braccio destro e
preme l'interruttore della corrente elettrica, ci sia o no bisogno di luce, si
accomoda dietro la cattedra, apre la borsa, ne estrae una penna stilografica
anni 40, nera, firma con molta foga il giornale di classe e, guardandoci con
quell'aria tra l'ironico e il sarcastico, si accinge a consegnarci i compiti
svolti in classe, i nostri lavori,.. pardon... capolavori che, essendo legati
col fiocco, sono con i fiocchi. E slega religiosamente il laccetto
che tiene uniti i fogli in questione.
Restiamo tutti con il fiato sospeso: prima silenzio assoluto, poi qualche
timido borbotto, quindi qualche commento pi percettibile, a voce bassa.
Venuta in possesso del compito, con molto stupore non vi leggo il solito,
ingombrante giudizio, ma un Cfr. Spinoso, che non mi convince affatto.
Chiamo Giovanna, le chiedo il suo compito e qui leggo un giudizio completo,
non un Cfr. Russo, come, per amor di giustizia, mi aspetterei. Sento che sto
per esplodere, perch so in piena coscienza, di non aver scambiato una sola
parola con Giovanna e quel Cfr. Spinoso ha il sapore di una condanna
ingiusta, di una violenza che non sono assolutamente disposta a subire.
Chi  della mia generazione e ha come me frequentato il Galluppi ricorder,
senza dubbio, il prof. Madia e sa bene come non si avesse modo o possibilit
di contestarlo; offesa nell'orgoglio, io non mi lascio intimorire e, gi sulla
barricata di un '68 avvenire, col foglio in mano esco dal banco e mi avvio
verso la cattedra. Con voce non molto ferma chiedo al professore il perch del
sibillino giudizio, gli spiego, con tutta l'eleganza possibile, che forse ha
preso... un abbaglio, che non ho copiato, che, per favore, riveda un po' il
suo parere. Sono disposta - gli dico - a rifare un compito da sola, chiusa in
un'aula, dichiaro che, modestamente, con il latino ho una certa dimestichezza
(e i risultati, sino ad ora, possono confermarlo!); il professore mi
guarda, rosso in viso, strabuzza gli occhi, alza la voce, batte i pugni sul
tavolo, minaccia, mentre la classe trattiene il respiro e assiste alla scena,
interrogandosi su come andr a finire. Mi sento tanto una Giovanna d'Arco, non
disposta, per, a perire tra le fiamme del rogo. E urlo pure io, pi del
professore, al quale grido con solennit: Lei parla, stando in cattedra, di
giustizia, onest, diritto; ebbene,  proprio sulla cattedra che Lei calpesta
e diritto e verit e giustizia.  una frase che mi piace,
che pronuncio con tutta me stessa, perch credo di colpire nel vivo il mio
avversario.
Oggi quel calpesta, detto con tanta foga, mi fa sorridere, ma, allora, mi
pareva rendesse bene la misura dell'uomo e della situazione.
Espulsa dall'aula, con gravi minacce di sanzioni disciplinari mai arrivate!,
esco fuori dalla porta e me ne sto eroicamente nel corridoio, esibendo,
davanti a bidelli, studenti, professori di passaggio, il mio coraggio e la mia
determinazione.
Qualche giorno dopo, lezione di greco: solita scena, soliti gesti, c' aria di
interrogazione... ma, inaspettatamente, il prof. Madia detta un tema di
letteratura, da svolgere in meno di un'ora. Si tratta - dice - di dare una
prova di intelligenza, sensibilit, velocit, preparazione; il migliore lavoro
sar premiato. La traccia : Socrate e la verit.
Comincio a scrivere di getto, difendendo, nella verit socratica, la mia
verit, sottolineando nella prepotenza dell'accusatore Anito, quella, pi 
contingente, di cui io sono vittima. Consegno il lavoro in silenzio, senza
degnare di uno sguardo il mio nemico.
Il giorno dopo, in un'atmosfera solenne da premio Viareggio, il prof. Madia
comunica alla classe che  entrata nella rosa dei vincitori, aggiudicandosi il
primo premio, l'alunna Russo che ha dato prova di sensibilit, preparazione,
intelligenza, velocit etc. etc. e, quindi, mi consegna il premio: un suo
saggio intitolato: La fonte del Cantico delle Creature, su cui appone il suo
inconfondibile autografo.
In quel momento sono felice, sento che ho vinto, non la prova di letteratura,
ma la guerra col prof. Madia.
Pi tardi, con maggiore serenit, capir meglio il senso di quel premio, anche
se, leggendo pi di una volta il saggio, non sono mai riuscita a comprendere
come Omero possa essere stato la fonte di S. Francesco d'Assisi.
Oltre al senso del premio ho per capito, col passare degli anni, tante altre
cose del prof. Madia, per esempio i suoi deliri su Catilina, i suoi
appassionati sfoghi contro i reazionari di ogni tempo che definiva critici
maligni che, come uccellacci di cattivo augurio, se ne stanno appollaiati in
sulle cime degli alberi...
Erano i tempi difficili della ricostruzione, dei perbenismi, delle note
scomuniche: parlar chiaro poteva essere un suicidio. Da qui l'andare,
apparentemente senza senso, per metafore, per lazzi, per sfoghi incontrollati:
un modo non certo ortodosso di educare, ma unica alternativa per non correre
il rischio di dover ingurgitare la cicuta!
La rievocazione di un momento importante della mia giovinezza mi richiama alla
memoria altre situazioni, altri momenti, legati a quel magico Liceo Galluppi,
che mi  rimasto sempre nel cuore.
Rivedo la mia classe, le mie compagne, come me in grembiulone nero e colletto
bianco di piquet, i compagni in giacca e cravatta, che, alla fine delle
lezioni, passeggiando sul corso Mazzini, ci davano con galanteria la destra.
E rivedo, tra i primi banchi, Veva Giordano, che da qualche anno non  piu tra
noi. Molti, ex liceali di quel tempo, viviamo ormai da decenni lontani da
Catanzaro e abbiamo fatalmente perso ogni contatto. Con la scomparsa di Veva
ci siamo miracolosamente ritrovati, risentiti dalle varie citt d'Italia,
riuscendo a riallacciare i fili interrotti di una trama che  parte di noi.
La stessa trama che mi ha dato il coraggio di trascrivere questi ricordi.

/:/Giovanni Le Pera.
di Alfonso e di Iole Menichini
nato a Catanzaro il 6 gennaio 1938
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1952/1953)

Ottimo preside,
tra i tanti temi, tutti suggestivi, della sua lettera agli ex studenti del
"Galluppi" scelgo, non senza il Kierkegaardiano sacrificio del non scelto,
quello dei giorni di scuola trascorsi... nella massa dei molti vocianti per
le strade aperte sulle piazze battute dal vento.
La generazione di studenti degli anni dell'impero e della guerra aveva fatto
risuonare, anche nelle strade e nelle piazze di Catanzaro, gli inni e i cori
che celebravano i fasti del regime, ma forse allora tutto si concludeva
sostituendo, per un'ora, al docente pi o meno convinto, che dalla cattedra,
con flebile voce, dispensava il verbo, il gerarca in divisa che, dal balcone
di Casa Littorio in via Cappuccini, tuonava la sua fede.
La generazione di studenti, che segu la mia, ebbe anche le sue masse vocianti
che, prima di contestare, chiesero di pi , lungo il corso e sotto il balcone di
palazzo Santa Chiara per poi sciogliersi rapidamente, chiamate dalla troppo
vicina Villa Trieste ad una breve vacanza.
Noi della met degli anni '50 ci ritrovammo insieme, con il consenso dei
professori ed anche del preside, nelle strade e nelle piazze per
un'indimenticabile lezione che non veniva dalla cattedra, che non si esaur
in una giornata di non scuola, che non ebbe docenti e discenti, ma che da tutti
fu assimilata e condivisa come lezione di vita.
Il "Galluppi", in quei giorni, ci insegn ad amare di pi la nostra libert e
a solidarizzare con il popolo d'Ungheria in lotta per conquistare la sua.
Quell'autunno del 1956 era iniziato benissimo, non soltanto perch questa
stagione  la pi splendida nella nostra regione, l'aria si riempie di colori,
di immagini nuove dopo il sole infuocato di settembre, ma anche perch era
l'ultimo autunno di liceo per noi del terzo; poi, ci sarebbe stata la
meravigliosa avventura dell'universit, il cuore pieno di promesse,
probabilmente anche di illusioni, ma non importava.
Intorno a noi serenit, gaiezza, speranze, quanti ricordi suggestivi!
Poi, improvvisamente, questa atmosfera in quei primi giorni di scuola si turb.
No! non per il tempo che continuava ad essere splendido, ma per notizie
minacciose, per nuvole di inquietudine che si addensavano nell'aria. I primi
comunicati radio (non c'era ancora la televisione); gli strilloni sul corso
Mazzini (ce n'erano allora) si udivano nelle aule specie quelle pi austere,
profonde, poste vicino alla gran via: L'Ungheria  in fiamme... gli insorti
ungheresi si ribellano...! I sovietici lasciano Budapest....
In quegli stessi giorni la Francia e l'lnghilterra con un colpo di coda del
morente colonialismo avevano mandato truppe aviotrasportate nella zona di Suez
per colpire l'Egitto di Nasser che aveva nazionalizzato la Compagnia che
gestiva il canale.
Sembrava imminente la guerra, quante apprensioni!
Gruppi di curiosi, cittadini lungo la strada, i pi numerosi davanti al negozio
di Gigino Mustari, un mago degli elettrodomestici, che aveva installato un
grosso amplificatore sul marciapiedi adiacente il suo negozio accanto al
Colacino (angolo di indiscussa catanzaresit) per poter sentire meglio i
comunicati radio, ormai frequenti.
Ma l'attenzione era pi concentrata sui fatti di Ungheria, c'era una scelta di
libert.
Ecco uno dei primi comunicati: Marted, ore 18, a Budapest alcune migliaia di
studenti hanno organizzato una manifestazione in onore di Petoefi (l'eroe
nazionale).
La dimostrazione, come si seppe pi tardi, era stata tutt'altro che pacifica.
Gli studenti avevano gridato Via i russi e vogliamo Nagy al governo, per
poi prendere subito le armi!
Comunicati sempre piu drammatici, migliaia di morti, decine di migliaia di
feriti. La repressione durissima.
La solidariet fu immediata, ma espressa come poteva essere manifestata da noi,
distanti migliaia di chilometri, con dimostrazioni spontanee. Parteciparono
tutti, studenti e docenti, di tutte le componenti intellettuali e politiche.
Anche i comunisti. Per questi, quale sia stato il primo colpo, in ordine
cronologico  difficile dire, perch in realta non mancarono fatti ed episodi,
che ad un vaglio critico anche sommario apparissero poco in armonia con il
quadro che le sinistre ancora frontiste ci venivano dipingendo della vita
sovietica o della vita dei satelliti di Mosca (allora cos si diceva).
Ma come? Operai e studenti, che avevano avuto la fortuna di essere sottoposti
all'illuminato governo di Piek, e vivevano in un Paese liberato dalle vergogne
e dallo sfruttamento capitalistico, si ribellavano con le armi in pugno ai loro
governanti, in uno stato di evidente esasperazione, che li spingeva a sfidare
la morte affrontando i carri armati sovietici? Non si era mai inteso di
sollevazioni del genere in Paesi come l'Inghilterra e gli USA, gli Stati del
Nordeuropa, nei quali pure l'oppressione dei ceti privilegiati sulle masse
lavoratrici era, a detta di radio Mosca, spietata e pesante.
Milioni di spiriti semplici avevano creduto veramente che i consensi di cui
appariva circondato Stalin fossero davvero spontanei e genuini, che Stalin
non fosse un dittatore nel senso classico della parola, che il regime
staliniano fosse il regime pi alto e perfetto di democrazia che fosse mai
esistito.
Poi vi fu il rapporto Kruscev con le rivelazioni delle ignominie trentennali
dello stalinismo. Tuttavia, se il colpo della destalinizzazione fu grave, non
manc un tentativo di riparo indubbiamente grossolano, ma non privo di
efficacia su masse popolari poco educate all'esercizio delle facolt critiche.
Fu coniata la teoria del regime che migliora se stesso, senza esservi spinto
da nessuno, per intima organica capacit di emendare i propri difetti. Fu un
altro errore. Perch nelle drammatiche giornate di Ungheria, che ci avevano
allontanati dalle aule scolastiche per pi giorni protesi in incessanti cortei
di protesta, si era visto un governo comunista isolato in mezzo ad un popolo
irriducibilmente nemico e deciso a tutto; non aveva trovato operai, n
contadini, n studenti disposti a difendere quello che chiamavano
il potere popolare: un potere tanto poco popolare, tanto impopolare, che
sarebbe stato sommerso a furore se in suo soccorso non fossero intervenute le
forze militari sovietiche.
Sinceramente in quei giorni cos drammatici ricordammo Kossuth, Teleki,
Stefano Turr, Tukory, ed altri ancora patrioti magiari dell'800 che tanto
avevano contribuito all'Unit d'Italia, versando il loro sangue. Alcuni
indicavano che a Roma una testa calda di destra tal Gentili arruolava
volontari che avrebbero dovuto aiutare gli Ungheresi con le armi! Qualcuno di
noi sogn, solo sogn la romantica avventura.
Indro Montanelli scriveva da Budapest, ormai assediata da carri armati russi
ed in preda alle fiamme, che i sogni muoiono all'alba. Fu poi il titolo di
un suo lavoro teatrale che ebbe molto successo. Poco dopo svanivano anche le
nostre emozioni e la Perestrojka era ancora tanto lontano.

/:/Giuseppina Cipollina.
di Domenico e di Adriana Marani
nata a catanzaro il 26 marzo 1938
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1951 1952)

 un perentorio quanto tenero invito
alla memoria quello di Ezio Galiano, preside del nuovo Galluppi!. Un invito
a cui, per misteriose quanto non approfondite ragioni del cuore, non avevo
finora aderito, quasi, la mia, inconsapevole difesa dalla liturgia dei
ricordi e dal loro dolciastro sapore di cose passate, finite.
Soffermarsi a ricordare  ritrovare, dolente, il sentimento della perdita,
dello scacco, della sconfitta; cos come inevitabile , nel ricordare, il
rischio di scivolare nella retorica del sentimento e lasciarsi invischiare
nella nostalgia di quello che fu l'irripetibile periodo nell'et biologica
del sogno. Pure, a volte, superando disagi e pena, necessita guardare
indietro nel tempo e farlo con uno sguardo obiettivo, proprio per non
castrare la memoria
...castrare la memoria  negare la storia.
 reinventare segni
al di l delle regole del gioco...
 facile sorridere di radici-memorie
delle fotoricordo - subiamo ancora il fascino
di false ricorrenze: date cannibali
e noi tenero pasto. Fotoricordo:
imbarchi clandestini; montare pezzo a pezzo
ci che ci fu espropriato.
Castrare la memoria
 esorcizzare pena con pena.  indurre
a improbabili esche di vento
con promesse di mari tardivi. Solo
l'analisi spietata propone alla ragione
lo spazio aperto per un consuntivo:
rispolveriamo quindi gli schedari
i ritratti le veglie
tempi luoghi reati ed orme minuziose.
E parliamo di noi: realizzeremo un senso di concreto
anche
se il cielo si rovescia
su povere pedine malgiocate.
Ed allora, c'era una volta il vecchio Liceo Galluppi. E c'erano una schiera
di vecchi ragazzi, o meglio di ragazzi oggi invecchiati, allegri esuberanti,
alcuni, timidi introversi, altri. Ma tutti aperti, proiettati
a una avventura assorta
ad aironi compagni
gentile concessione alla piet di vivere.
Oggi che
la luna mansueta rinnova messi e date
tocca
le corde di chitarra e il midollo del legno
buffoni saltimbanchi ed eroi
hanno elmi di carta
fieri cuori di latta...
Contabili e profeti
gi tirano le somme
danno inizio al processo...
Ho davanti a me - letto riletto con tenerezza con dolore, con allegria con
rabbia - questo Vecchio Galluppi con la sua lunga storia di memorie e
lunghe avvolgenti ondate di nostalgia. Ed  inutile negarla ormai
l'aggressione dei ricordi, inutile rifiutare di guardarsi in questo specchio
ambiguo con le sue ripulse e i suoi richiami: la memoria  una sirena dalla
voce ammaliante. Il rischio  che il cuore non regga al suo richiamo.
Gi dalla copertina del volume - edito nel '91 da Rubbettino, un'opera
ponderosa gi nella mole - occhieggia il vecchio portone di quello che fu un
edificio storico, posto nel cuore vecchio della vecchia citt. Il centro
aggiutinante di ogni riferimento culturale e sociale, baricentro, per noi
giovani allievi aperti a ben poche altre esperienze, di ogni umana scoperta.
Ed  facile rivedersi adolescente laddove fermentava l'attesa e l'allegria.
 facile ridiscendere in un inferno caldo che la ragione
nega e che il cuore recupera con strazio felice.
Felicit  strazio, dolore e allegria: sembrerebbero degli inconciliabili
ossimori se la memoria non fosse una diade solo apparentemente oppositiva,
capace di portare con s questa delirante selvaggia gloriosa voglia di vivere
e, assieme, questo senso doloroso e perverso del tempo.
Povera adolescenza, la nostra, Catanzaro quieta, dimessa, qua e l segnata
ancora dalle ferite di un post-guerra austero. Una adolescenza vissuta in
tempi non certo consumistici: adolescenza tenera, per certi versi aspra e
dolorosa - como sa solo esserlo a volte l'adolescenza - i cui spazi furono
occupati, a parte la naturale, direi biologica allegria del cuore, dalla
personale necessit di costruirci: inventarci ogni giorno alla vita. Una
vita misteriosamente lasciata intravedere alla scoperta e al coraggio
individuali. (Allora non si viveva in gruppi - al singolo erano lasciati spazi
e riflessioni - e le mode non coinvolgevano intere generazioni come oggi
intruppate da quell'autentico feroce mostro di segnali comunicativi che  la
televisione). I soli libri, tanti tantissimi libri, letti, divorati con avida
ansia di penetrarla la vita, di conoscerla, seppure con cartacea sapienza, e
per alcuni di noi il cinema che era allora il grande cinema italiano del
neorealismo e la grande commedia sulla societ italiana dei primi anni
Sessanta, ci aprirono squarci favolosi sull'esistenza e sul mondo, lasciando
intravedere e ipotizzare barlumi di altre feste. Qggi so che, inguaribile
cinefila, pi che dagli stessi amatissimi libri - e la carta stampata 
ancora oggi il mio avido indispensabile pane quotidiano - fu dalle immagini
del cinema splendida finestra aperta sul mondo, che appresi insopprimibile
l'amore per le libere trame del pensiero, per i giochi aperti della mente,
squisita resa all'invenzione e alla fantasia che avrebbe poi occupato e
conformato l'intera mia esistenza. Un modo di vivere e di esserci
condizionato da quello che fu l'assunto di Borges, poi fatto mio, divenuto
carne e sangue di una esistenza votata alla parola: la vita reale non
esiste: la nostra storia e la nostra memoria sono popolate di sogni che fanno
parte della realt.
Dunque memorie e sogni quali realt fittizie o forse quali invenzioni reali:
un discrimine sottilissimo che la riflessione a cui mi costringe questo mio
ritorno tra le mura del vecchio Galluppi rende pi sottile, quasi
inesistente.
Adolescenti ignari - dicevo - ma non spauriti di fronte alla
vita, evento misterioso, bellissimo, tutto da rivelare e scoprire nel gioco
delle intuizioni e dello attese (il primo jeans, il primo bacio, il primo
ballo, la prima gita scolastica nel sapore nuovo di una libert del tutto
immaginata). Oggi so che molte intuizioni e molte attese erano illusorie se
non false. La nostra fu una generazione sottoposta a prove durissime:
l'autoritarismo degli adulti (professori e genitori indiscutibili detentori di
ogni verit), le chiusure, le proibizioni, i divieti, i tab. Oggi scopro che
fummo allora espropriati di qualcosa che era nostro, che ci apparteneva e che
non avremmo pi ritrovato con la libert e la capacit a riflettere degli
anni a venire.
Parlo della libera esplosione del cuore, dell'allegria di una distesa
avventura della mente e dell'anima, della disponibilit a godere appieno una
stagione che non sarebbe pi tornata. Oggi, forse, non ci condanna tanto la
nostalgia del tempo passato quanto quella del tempo perduto.
Non fu una guerra santa la nostra
che ci propose i morti senza voce (e i vivi senza voce).
Fu solo una difesa a morsi silenziosi. Rivoluzione
non  il muro di calce
su cui leggemmo dogmi e lezioni
impegni e condizioni - criteri di buona convivenza -
Non alziamo la testa
temendo di vederli dissanguati
i sacri postulati in cui credemmo
e affrontammo la guerra a mani nude
senza decorazioni
col solo passaporto
del cortile d'asfalto sotto casa

Sotto i massi calcinati dal sole
siamo la lunga fila nera di formiche
straziate dai passi del gigante. Pi straziate
quanto pi condannate a una purezza inerme
- feroci castit precostruite di cinture tab-.

E chi ci render i cappelli di pioggia
e canti nella notte
la luna sui fossati
e il sangue caldo all'alito del fieno
oggi che fecondiamo
sotto giri di lune accomodanti
radici incancrenite di un amore spinoso
e seppelliamo foglie e fiori disseccati
nelle pietre tombali?

Adolescenza fervida quanto improvvida.
E mi chiedo se quelle assenze non siano ancora l a gridare la pena della
rinuncia.
...Il gioco. S giocammo a invertire le parti
capovolgendo simboli
coltivammo allegre ferite sul ramo del ciliegio
e una spudorata voglia di vivere.
Ora non c' alchimia
che ci ridia lo scatto, il gioco-rischio
riproponga l'azzardo di una estate da eroi-protagonisti,
salvacondotto
a nomi e segni della Terra promessa....

E parlo di quella Terra promessa che era per noi avventura da vivere. Era la
vita stessa. Fiducia ed energia erano forze vive. Possedevamo il mondo
proprio perch non avevamo nulla.
 questa la verit esaltante quanto amara che lo sguardo all'indietro verso
il portone del vecchio Galluppi mi rivela. Allora era difficilissimo porsi
domande critiche, darsi delle risposte: l'osservanza, il rispetto, fors'anche
il timore verso chi rappresentava l'autorit costituita erano istintivi e
profondi, anche se una naturale e sana ironia spesso ridimensionava
circostanze e figure.
E mi chiedo, costretta da questo mio ritorno, se i professori fossero
allora in effetti tutti all'altezza del compito immane della formazione di
giovani coscienze a loro interamente affidate. Tra i ricordi degli insegnanti
campeggia l'immagine di Cancellieri, il tenero, solido, validissimo
insegnante di italiano del triennio del liceo, poi preside dello stesso
istituto e mio preside, con le sue belle, ampie, intense lezioni di
letteratura, con le sue serene lezioni di vita. Fu Cancellieri (amo chiamarlo
cos, come un vecchio amico con cui avrei voluto intrattenere altri rapporti,
altre riflessioni al di l del sempre formale rapporto scolastico) che
predisse il mio destino di scrittura. Fu lui a stupirsi e indignarsi della
mia scelta scientifica quando, dopo soli quattro anni dalla maturit, tornai
da Firenze, giovanissima insegnante di biologia e chimica al suo liceo. Fu lui
a rallegrarsi, come di un destino compiuto, quando seppe del mio ritorno alla
parola e alla ineludibile fatica della scrittura. A Cancellieri devo molti
dei valori etici e culturali appresi sui banchi del liceo, anche se tanti di
quei capisaldi su cui avevamo fondato motivi di esistenza si rivelarono, poi,
all'assalto dei tempi nuovi, fragili e talvolta utopici.

...pietosamento ci descrissero i tempi dell'inverno;
noi li adornammo di vischio
e bacche rosse. Ed il suono del flauto propose
un rituale scontato di proverbi.
Antiche profezie
sulle tracce gi segnate dal carro
disposero le favole bruciate
sugli altari di veglie crocifisse

 risaputo che molti di noi, nati a cavallo della guerra, a successive e pi 
attente riflessioni, furono costretti a rivedere e ricostruire buona parte
del proprio universo sensibile.

Mi riconosco. Ci riconosciamo (n ci basta la maschera).
Le ombre rannicchiate lungo i muri
a correggere date
cancellare proclami. Ci restano
mani colme di crediti
reperti di innocenza. Invecchiamo
indocili e confusi.
Eppure il nostro tempo
conserva fresche spiagge
aromi di terre dissodate
(......)
E cosa ne facciamo
dei passi irrispettosi della Storia?
Bollati a fuoco da non appartenenza
noi fummo i non eroi, i non partecipanti:
fummo esclusi da tutte le bandiere.
Negati agli epici furori della guerra
e agli incendi catartici sui crolli e le macerie,
persino il sessantotto
ci trov accovacciati sul cuore del sistema:
famiglia, postofisso, perbenismo.
Il sessantotto
- bruciato dai suoi sogni velleitari -
ci rotol alle spalle dissanguato. Non ci appartenne.
Eppure erano in mano nostra
le carte e i documenti. In disparte
- banali osservatori - ci giunse appena l'eco
dei santi, dei notabili
dei banchi capovolti. La nostra rabbia tiepida
(ma fu davvero rabbia o indifferenza?)
non si fece coraggio
non coagul mai scelte. La colpa (o la condanna?)
fu non cogliere il senso della Storia.
Avvertimmo soltanto sottopelle
il prurito del tuono
che esplodeva sul cuore delle torri.

Il senso della Storia e del tempo. Il tempo che inesorabilmente macina e
consuma lasciando a pietoso retaggio la memoria. E il sottile brivido del
tempo, lungo una sua inavvertibile linea di fuga,  la sensazione
dolceamara che pi avverto alla lettura del Vecchio Galluppi, un libro
che si dipana come una lunga autentica pagina di storia. Il volume di
memorie legate al vecchio liceo attraversa, in effetti, quasi per intero,
questo nostro secolo, osservato e scandagliato nei fatti e negli eventi
attraverso una angolazione solo apparentemente ristretta, quale pu
apparire l'ottica di piccoli personali accadimenti di giovani allievi in una
sonnolenta cittadina di provincia, tra le mura di un antico liceo.
Eppure proprio tra le mura di quel liceo quei giovani hanno letto e raccontato
la Storia per mezzo della cronaca minuta, passo passo, lungo le grandi linee
di una storiografia autentica e attraverso i grandi eventi, i piccoli e grandi
sconvolgimenti, le piccole e grandi rivoluzioni che hanno segnato un secolo di
straordinari sommovimenti.
E trovo edificante e costruttivo che la grande Storia si faccia leggere anche
cos raccontata con immediatezza, con verit da protagonisti che l'hanno
vissuta minutamente nei suoi grandi eventi: la prima guerra mondiale, il
dopoguerra, l'avvento e gli anni del fascismo, la seconda grande guerra, la
lenta e faticosa ricostruzione, gli anni della piccola ma significativa
rivoluzione consumistica, fino alla problematica e sconvolgente rivoluzione
del sessantotto. Il libro si ferma a quella data, quasi in involontario
segnale, quasi fosse quello il discrimine tra un'era e un'altra, tra un modo
di vivere ed altro vivere, tra un modo di intendere e concepire i rapporti con
gli altri, col mondo esterno intendo, aperto ormai a infiniti problemi pronti
alle coscienze gi lucide dei giovani, e altro modo.
Tutto ci emerge dal libro con grande chiarezza, quasi una naturale linea di
snodo del tempo proprio attraverso la vita e l'esperienza di generazioni che
si sono susseguite tra le mura del vecchio Galluppi.
Problemi diversi, altro modo di affrontarli. La vita che corre e lascia
indietro chi non sa seguirne il passo. Io stessa ho vissuto, vivo questo
alternarsi di generazioni che dai banchi seguono e chiudono epoche diverse:
ho frequentato il ginnasio e poi il liceo Galluppi verso la fine di quegli
anni Cinquanta solo apparentemente placidi ma in realt gi preparatori di
un'epoca nuova; e successivamente ho visto su quegli stessi
banchi ma nel nuovo istituto, quello che - per distinguere -  il
nuovo Galluppi, uno dopo l'altro i miei tre figli. Ed  bello qui rilevare
come l'intero mio nucleo familiare (mio marito frequent il liceo Galluppi
negli ultimi anni Quaranta) abbia in fondo legato a un unico
istituto che poi fu, pi che una istituzione scolastica, un modo d'essere e di
vivere, la sua formazione culturale e umana.
Un'alternarsi generazionale evidenziato nel libro anche dalle foto,
straordinaria testimonianza di tempi e cose in perenne fluire. Ma chiarita e
illuminata in modo estremamente efficace soprattutto dal modo diversissimo
- nei toni, negli accenti, nella stessa struttura letteraria - che gli allievi
del liceo dei vari periodi, delle varie generazioni hanno usato per raccontarsi
e raccontare. Emblematicamente, a tal fine, oltre che assai efficaci e
interessanti, le ultime testimonianze (i tempi ormai maturi per riflessioni ed
approcci anche di natura politica e sociale). Parlo delle testimonianze di
Franco Piperno, di Carmine Donzelli, di Piero Bevilacqua, di Giuseppe Cognetti
dalle cui parole spira gi un'aura di tempi nuovi, fervidi di entusiasmi e di
attese. Sono pagine da cui si evidenzia chiaramente quel particolare clima
(siamo gi alla fine degli anni Sessanta) che segn il periodo pi 
vivo della nostra storia pi recente, felice temperie poi destinata ad essere
snaturata dagli eccessi. E mi pare che il valore storiografico del
volume, non quello emozionale, non quello legato al nostro singolo
ritrovarci, ma proprio il rapporto collettivo col mutare dei tempi, sia il
dato saliente di un'opera destinata a restare quale testimonianza viva del
fluire degli anni cos come di grande spessore resta il fatto che un'opera
nata come libro di memorie, come forse inconsapevolo operazione di nostalgia,
si carichi dell'impegno e del pregio di diventare uno straordinario documento
storico dell'inquieto mutare di un'epoca.
E le foto - mi si permetta di soffermarmi sulle foto che corredano il testo -
danno, forse pi delle parole, questo senso inarrestabile del tempo. Vecchie
fotografie, lontane negli anni, volti che in quella fissit ottusa delle cose
passate tornano a inquietare, forse perch propongono il riscatto della
memoria e del passato in una epoca che sembra votata a una irrevocabile
futuribilit. Le vecchie foto (e quanto diversi gli atteggiamenti, gli abiti,
le fogge, le stesse espressioni dei volti, man mano che il tempo avvicina
le date!) si ripropongono ad un immaginario pronto a disseppellire evocazioni
e sogni, ricche come sono di quello straordinario potere di vitalit e di
esorcismo, di contro ai silenzi e alle dimenticanze.
E se quasi un senso di morte pare aleggiare da quelle vecchie foto - ch
niente  pi inerte, morto, fisso, vitreo di un volto fermato sulla
carta - al contempo, niente  pi vivo di quei volti se ad essi  concessa
l'immortalit di una seduzione immutata nel tempo. Un tempo che si fa
momento presente in s, tempo senza tempo, atemporalit assoluta perch
disposto fuori dalla sua essenza e cristallizzato in una immagine.
(E quanti, quanti cari volti appartengono ormai solo al ricordo, ultimo quello
di Anna Borra che, se mi precedette al vecchio liceo di un decennio, fu poi
collega in poesia, legata a me dal comune strazio della parola).
Le guardo le vecchie fotografie e la memoria recupera memoria. Ed  proprio
nel nome di una memoria non rinnegabile che vorrei concludere questa mia
totale, dolcissima e assieme dolente riimmersione nel tempo e nella nostalgia
con la riscrittura della Lettera a Vanna, una poesia che rappresenta il
commiato da quell'irripetibile periodo dell'esistenza che il liceo Galluppi
compendia e lega.
Vanna (che  poi Vanna Schettini, a me vicina dai banchi della Media alla
maturit, complice e compagna delle prime fughe mentali, dei primi orditi
del pensiero, delle prime confidenze ansiose) compiva, come me allora,
quarant'anni - et del primo improvvido bilancio - e rappresentava il simbolo
stesso di una generazione, la nostra che, pur povera ed espropriata, conserva
ancora la capacit e il coraggio di inventarsi altri viaggi e altre rotte
per nuove migrazioni.
, questo mio, un omaggio al vecchio Galluppi che resta simbolo e segno di
quei lontani progetti di allegria.
Qui febbraio stende inquieto le sue nuvole, Vanna
e rari passeri
gridano sotto un cielo fatto cenere e quiete
piume stinte e memorie.

Mi piacerebbe scriverti le scorrerie d'estate
- le nostre, d'altri tempi: le lunghe spiagge bianche
primavere ventose a profumo di glicini
e i luoghi di altri inverni a bacche rosse
e canzoni d'amore che scavarono
nicchie calde e ferite come unghie di gatto.

Scrivo invece di passeri sopra un cielo di cenere
e quanto sia guerriero un giorno di febbraio
che lapida gli sguardi
e incenerisce ceppi.
Incide il mio ricordo il pallore del giorno
mutevole, impietoso
e tu mi corri incontro con la tua gonna rossa
(e nuvole si incrociano alla fonte
sul retro dello specchio: storie antiche:
la luce che si sfrangia
e una gara di stelle sul torrente)

Il coraggio
 ritrovare ancora quel tanto di magia
che permetta di vivere
e seppellire gli anni nelle pietre e nel muschio.
Non mi va di invecchiare. Ma se ti so lontana
non rischio di riflettermi allo specchio
di profili scomposti su questo cielo stinto.
E mi torna - con la tua gonna rossa -
una giovane ansia di avventura
ed allodole e vento
migrazioni inventate e mai vissute.

L'amore gi delira alla croce dei venti
e rinnegarlo  facile gi dalla prima ruga
che incide come scheggia.
Ci piange odore d'erba sulla pelle
e lo stupore lieve della notte
ci sorprende sfinite sopra l'orma impazzita
della lepre inseguita
dalla ciurma dei cani.

L'erba nuova (si avverte gi il profumo
del rifluire zingaro di marzo)
non nasconde le crepe sopra i muri.
Il nocciolo dell'anima
quasi affiora dal frutto macerato.
E la ferita potrebbe farsi acuta
mostrare antichi segni (a parole graffiamo
pareti di granito).

Ma se febbraio - Vanna - potesse trascinare
di questa radicale solitudine
i giochi di parole
le sapienze del dopo
e ricordi di cicale bruciate
su quegli agosti torridi
che ci videro correre alla fonte
con occhi di cerbiatto, forse
un improvviso accordo di chitarra
potrebbe dilatare anche il pallido grido
di un febbraio nebbioso.

Scriverti  declinarti questa fede
E non  gi ulissismo? (quell'ansia verde
tenera del viaggio)
se ancora so che il tempo della luna
programma le maree.

/:/Gianfranco Migliaccio.
di Beniamino e di Ideale Mustari
nato a Catanzaro il 30 settembre 1938
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1951/1952)

"Sono Ezio Galiano,
dallo scorso settembre Preside della scuola della Sua adolescenza e della Sua
giovinezza". L'esordio della lettera che inizio a scorrere, curioso di sapere
cosa vogliono da me dal Galluppi (il primo dei miei figliuoli lo ha lasciato
ormai da due anni e la seconda ha superato gli esami di maturita l'anno
scorso),  - e d'altro canto non pu che essere - burocratico e protocollare,
ma e sufficiente leggere quelle due righe - senza andare avanti, senza essere
stimolato ai ricordi che quella lettera si prefigge di evocare in me - per
fare, come d'incanto, un balzo nel passato di trent'anni. Perch Ezio Galiano
non  solo l'attuale Preside della scuola della mia adolesccnza e della mia
giovinezza - il che bastercbbe a renderlo a me assai caro ma  anche il mio
professore di storia e filosofia della terza liceo, colui che, succeduto al
professore Vincenzo Caputi, strappato anzitempo alla vita da una malattia pi 
forte del suo disperato desiderio di vivere, riusc in pochissimo tempo a
conquistare i nostri cuori e a stringere con noi alunni un rapporto di
cordiale e affettuosa collaborazione, del tutto diverso da quello che in due
anni si era creato col professore Caputi, perch del tutto diverse erano le
personalita dei due, ma ugualmente saldo e sincero.
I PROFESSORI DEL GINNASIO: TOMMASO BENINCASA
E da Caputi e Galiano il ricordo vola ancora pi indietro, evoca in me
l'immagine dei tanti altri professori che hanno lasciato un'impronta indelebile
nella mia vita, che hanno contribuito in maniera determinante, forse quanto i
miei genitori, a formare la mia personalit, a fare di me quello che sono, nel
bene e nel male. A cominciare dal primo, il professore di quarto ginnasio,
Tommaso Benincasa. Era di San Giovanni in Fiore e degli abitanti di quella
bella e fiera citt aveva conservato la particolare, intensa cadenza
dialettale (tanto che noi alunni dicevamo che tutte le parole, pronunciate da
lui, diventavano proparossitone). Era rude e burbero, almeno
all'apparenza, ma infinitamente buono. Andava in collera facilmente, ma
altrettanto facilmente le sue collere svanivano. Quando alcuno ne combinava
una pi grossa delle altre o mollava qualche clamoroso strafalcione, afferrava
una borsa di cuoio che teneva sempre, ripiegata, sulla cattedra e partiva
veloce per assestare qualche colpo sulla testa di chi aveva provocato la sua
ira (ma si assicurava sempre, prima, che la borsa non calasse sulla testa dalla
parte in cui c'era una pesante borchia metallica).
Una volta, aveva dato un colpetto in testa ad un compagno che, in quinta
ginnasio, leggendo un brano in greco, aveva portato l'accento della
congiunzione cai sulla i e stava tornando alla cattedra, quando i pantaloni
gli s'impigliarono nello spigolo di un banco e gli si sbottonarono.
Maliziosi e sciocchi sorrisi comparvero sulle nostre facce (anche su quelle
delle donne della classe, ed egli, tutto rosso in viso per la vergogna, fece
pagare al malcapitato storpiatore di accenti, con una razione supplementare di
colpi di borsa, il suo... incidente di percorso. Molto bravo in tutte le
materie, era particolarmente suggestivo nelle lezioni di italiano: e, pur non
sacrificando il dato nozionistico (allora - e giustamente - ritenuto di grande
importanza), riusciva, con parole chiare e semplici, a svelarci le
bellezze - anche le pi nascoste - delle poesie e dei brani di prosa. Certo,
alcuni suoi insegnamenti diedero i loro frutti molto pi avanti nel tempo,
perch non era facile a ragazzi di ginnasio, nonostante egli veramente
ci portasse per mano, intuire, ad esempio, la pacata bellezza di alcune pagine
dei Promessi Sposi, ma si tratt indubbiamente di semi preziosi. Verso la
met del quinto ginnasio si trasfer a Roma (per motivi connessi ad una
particolare non felice situazione familiare), provocando in tutti (anche in
quelli che pi frequentemente ricevevano colpi di borsa in testa) grandissimo
dolore, Racimolammo i soldi per acquistare una penna d'oro e gliela
consegnammo il giorno dell'addio. Egli non voleva assolutamente accettarla
(dicendo che un professore non poteva ricevere regali dagli alunni) e cedette
solo per non offenderci, quando si rese conto che non riuscivamo assolutamente
a capire quanto radicati fossero in lui i principi che lo spingevano a non
accettare. Quando i primi lucciconi cominciarono ad affiorare negli
occhi dei maschi e le donne si misero a piangere senza alcun ritegno, egli,
per evitare che l'emozione lo travolgesse, ci lanci un brusco e frettoloso
saluto collettivo e si allontan, quasi di corsa, dall'aula.
ROBERIO CANNISTR
Il suo posto fu preso da Roberto (Bob) Cannistr, allora giovanissimo. Le
ore di lezione si fecero, per la verit, pi interessanti e pi piacevoli,
perch si cre con il nuovo professore una cordialit maggiore di quella
possibile con l'anziano professore Benincasa.
Molto pi numerosi erano, d'altra parte, in considerazione della vicinanza di
et, gli interessi - alcuni culturali - comuni: e, siccome la giovane et del
professore ci stimolava ad essere pi arditi, spesso divampavano infuocate
discussioni per stabilire se fosse vero, ad esempio, che Wagner era un genio e
Verdi, al suo cospetto, un ciabattino, come egli amava ripetere, provocando in
noi patriottici risentimenti (allora sentimenti patriottici e nazionalistici
pervadevano un po' tutti i giovani: Trieste era, per la verit, non solo un
pretesto per non andare a scuola, ma anche un simbolo ed un mito, vivamente
sofferti) o per stabilire se Gershwin e la sua musica
ritmico-sinfonica fossero senz'altro da preferire, come parimenti egli
sosteneva con decisione, ad altre espressioni di musica allora in voga o,
ancora, per stabilire se Niccol Machiavelli fosse veramente cos grande come
egli diceva (e guai se qualcuno continuava a dire Nicol Macchiavelli, dopo
che Canistr, nella prima delle numerosissime conversazioni dedicate allo
scrittore fiorentino - il suo era proprio un pallino - aveva premesso, a
mo' di ammonizione, che si chiamava Niccol Machiavelli e non Nicol
Macchiavelli). A simili piacevoli e certo assai educative - discussioni si
inframezzavano anche - e frequentemente - esibizioni del professore
Cannistr, anch'esse educative, ma in senso molto pi tradizionale. I colpi di
borsa erano, infatti, cessati con la partenza del professore Benincasa, ma il
loro posto era stato preso da sonori ceffoni, che il professore Cannistr
imparzialmente distribuiva a tutti coloro che superavano con la loro
esuberanza, a loro rischio e pericolo, certi limiti che erano stati da lui
fissati e che ben conoscevamo (ritengo che il ricordo pi vivo lo conservi
Elio: un violento ceffone lo fece trovare nel corridoio, da dove lo
riport faticosamente in aula, trascinandosi insieme con lui, il bidello
Alfieri, significativamente nominato il pi veloce Achille).
Una volta sola uno di noi risparmi alle proprie gote le dolci carezze di
Cannistr: una sua rumorosa risata, che niente, almeno apparentemente,
giustificava, indusse il professore a proporgli una stringente alternativa,
anch'essa almeno apparentemente ineludibile: o ridi per te e sei un fesso o
ridi per me... e allora ti rompo il muso. Egli ebbe, per, indicando un
compagno, la prontezza di rispondere: Professore, rido per lui. E Cannistr,
apprezzandone la furberia, benignamente s'astenne dal colpire.
LE NOSTRE ATTIVIT PREFERITE
Furono anni felici e spensierati. Nel pomeriggio, cercavamo di ridurre al
minimo le ore di studio, mettendo in comune i vari talenti e applicando, sia
pure in maniera rudimentale, embrionale, i principi della divisione del lavoro:
chi portava il traduttore a musica; chi l'elaborato corretto dal professore
privato; chi la soluzione del teorema intuita dal parente bravo in matematica.
Poi ci dedicavamo ad attivit ludiche le pi varie, alcune forse - a
giudicare ora... col senno di poi - anche da sempliciotti, ma tutte per noi
assai divertenti: organizzavamo tornei di dama e di braccio di ferro
(e Sandro, mai rassegnato a perdere, pretendeva sempre che tra il suo
avambraccio ed il piano di appoggio ci fossero almeno tre o quattro volumi,
s da annullare l'handicap costituito per lui dalla bassa statura: solo
quando gareggiava con Michele - alias Sottotraccia o Rasoterrao Don Lurio
- con il quale esisteva un annoso ed aspro contenzioso, mai definito,
concernente le rispettive... bassezze, rinunciava, per evidenti motivi, a tale
pretesa); gare ciclistiche, di velocit lungo le strade dei rioni San Leonardo
e Villa Menichini (allora fortunatamente deserti di autovetture, o di
cronoscalata per le salite della Sala; lezioni di ballo (ed il
maestro era, nell'ovvia mancanza di istruttori di sesso femminile, l'agile ed
elegante Minuccio; sfide per il primato nell'ingollare fichi d'India, che si
svolgevano nei pagliai di cui allora era ricca la citt e che avevano, poi,
sempre, nei giorni seguenti, i noti... strascichi). Organizzavamo anche
semplici ed innocue beffe, che ci vedevano di volta in volta protagonisti o
vittime: si consumavano per lo pi , assai velocemente,
nel tempo in cui bighellonavamo davanti alla scuola in attesa che iniziassero
le lezioni, forse perch servivano a scaricare (anche se non ne eravamo
consapevoli) la tensione che il pensiero delle imminenti probabili
interrogazioni accumulava in noi.
Una di queste piccole beffe mi piace ricordarla.
LE VOGLIE DI SANDRO E LA SUA GIUSTA PUNIZIONE
Sandro ha notato, in una rivendita di giornali sita nei pressi del liceo (che
era allora in corso Mazzini), la copertina di una rivista per adulti molto
allettante (intendiamoci, niente di eccezionale, ove si tenga conto di quello
che c' in circolazione adesso, ma erano tempi in cui le ballerine della
televisione - allora c'era solo quella di Stato e c'era un solo canale -
indossavano, sembra per ordini provenienti d'oltre Tevere, severe e castigate
calzamaglie).
Desideroso di venire in possesso della rivista, ma vergognoso di entrare nella
rivendita per acquistarla (anche lui come molti di noi indossava ancora i
pantaloni corti, dice che offrir un cono gelato a chi di noi andr a
comprargliela.
Basta un rapido e furtivo sguardo d'intesa per concordare il piano: callido e
sfrontato si offre alla bisogna Franco, il quale, per, appena in possesso del
danaro, si d a velocissima fuga attraverso un vicino vicoletto, seguito da
tutti noi. Quando, poco dopo, ci ripresentiamo, ciascuno con un gigantesco
cono gelato in mano, le reazioni di Sandro sono quelle che tutti possono
facilmente immaginare e la sua ira aumenta quando Franco gli porge il cono
che... generosamente abbiamo acquistato per lui.
Ma tant', ormai non c' pi niente da fare e non gli resta che leccare il
cono per non perdere anche quello.
L'OPERAZIONE CINEMA
Avevamo trovato anche il sistema di andare al cinema a prezzi stracciati.
Dario era il figlio di un'Autorit, ed aveva, perci, la possibilit di
entrare gratuitamcnte nei vari cinematografi della citta (che erano pi 
numerosi di ora) e di condurre con s altre persone. Non ricordo come ebbe
origine l'affare, ma certo  che concordammo con Dario che, dietro modico
compenso (anche su questo punto non ho un ricordo preciso, ma si trattava di
qualche diecina di lire pro-capite), egli avrebbe fatto entrarc, a turno,
gruppi di compagni nei cinema.
L'iniziativa decoll un po' in sordina, ma ben presto Dario decise di trarre
maggior profitto dalla sua nuova attivit: nello stesso pomeriggio, egli
accompagnava un primo gruppetto (non pi di tre o quattro pcrsone... per non
dare all'occhio!) in un cinema; vi si tratteneva (sempre... per non dare
all'occhio!) un quarto d'ora; poi usciva, rilevava un altro gruppetto, che
depositava in un altro cinema; e cos via, fino a completare il giro dei
cinema della citt.
La cosa and avanti tranquillamente - con vantaggio reciproco nostro e di
Dario - fino a quando il padre di questi venne trasferito: nessuno si accorse
di niente (evidentemente neanche il nostro compagno di classe Pino, figlio di
uno dei titolari di tre dei cinema allora esistenti)... o, forse, il rispetto
per l'Autorit tenne chiuse le bocche di tutti.
I PROFESSORI DEL LICEO
L'impatto con il liceo fu alquanto traumatico per la presenza nel corpo
insegnante di due professori, diversissimi tra di loro, ma entrambi di
incisiva e forte personalit:
Vincenzo Caputi e Sebastiano Madia. Si vide subito che con loro ci sarebbe
stato ben poco da scherzare, tanto che alcuni, che avevano chiesto di venire
nella nostra sezione, la A (considerata, forse non del tutto a torto, la
sezione dei figli di pap, anche se ovviamente molti di noi non erano tali),
si diedero a precipitosa fuga e tornarono, dopo pochissimi giorni, alla
sezione di origine (allora ve ne erano solo altre due, la B e la C).
VINCENZO CAPUTI
Vincenzo Caputi era il professore di storia e filosofia. Era di statura
piuttosto bassa, magrissimo, i tratti del viso asciutti, quasi essiccati;
la voce, roca e bassa, sembrava consumata dalle sigarette che fumava in
continuazione. Capimmo presto che era uomo di grandi simpatie e di altrettanto
grandi antipatie (anche se la sua onest morale ed intellettuale lo portava
sempre, al momento finale, a giudicare secondo criteri di obiettivit anche
coloro che, magari per un anno intero, erano stati tra i reprobi),
egocentrico, desideroso d'instaurare con quelli che riteneva
meritevoli della sua fiducia e della sua amicizia un rapporto esclusivo, a tal
punto da ingelosirsi se non vedeva ricambiati con uguale intensit i suoi
sentimenti. Ma capimmo che era anche uomo di grande generosit in tutti i
sensi (aiut discretamente, ma costantemente qualcuno che versava in disagiate
condizioni economiche, ben attento a che nulla trapelasse), sempre pronto a
venire incontro alle nostre esigenze, disposto a spendere molto del suo tempo
per aiutarci a risolvere i nostri problemi, anche quelli pi squisitamente
personali. Le ore di lezione avevano uno strano e, per certi versi, un po'
bizzarro andamento, dovuto ad una contraddizione di fondo
che era in lui: tendenzialmente cattedratico (nel particolare significato che
si sarebbe dato a questo termine qualche anno dopo) ed autoritario (in alcune
cose addirittura maniacale: ci proibiva di prendere appunti durante le sue
spiegazioni e s'irritava profondamente se solo qualcuno di noi si muoveva un
poco mentre egli spiegava), non gradiva molto gli interventi degli alunni,
specie quelli che contenevano critiche alle sue affermazioni, e rispondeva
dapprima in maniera brusca e, appunto, autoritaria, ma, ogni volta, la sua
curiosit intellettuale, il suo habitus di filosofo avevano in lui il
sopravvento e le discussioni si avviavano e proseguivano senza veramente, che
vi fosse distinzione tra alunni e professore. E continuavano, spesso,
nelle ore pomeridiane, nella sua casa (nella sua bella, vecchia casa borghese
di scesa del Rosario, sempre in penombra, piena di silenzio), dove egli amava
riceverci per parlare delle cose pi varie. I problemi dei quali maggiormente
dibattevamo concernevano la religione, la filosofia, la politica. Catanzaro
era allora, sotto il profilo culturale, una citt assai neghittosa e
sonnolenta (troppo lungo e, comunque, fuori tema sarebbe il discorso sulle
attuali condizioni di cultura della citt) e quegli incontri costituirono per
noi (che la sera non andavamo, come Eugenio Scalfari, in via Veneto, ma su
corso Mazzini) l'unica palestra per esercitare e vivificare le nostre
forze mordli ed intellettuali: fu certo grazie all'opera di professori come
Caputi (e, poi, come Galiano) se approdammo alle universit meno impreparati a
cogliere e ad assimilare le mille idee ed i mille fermenti di cui era permeata
la societ. Il profondo rispetto che avevamo per lui non c'impediva, per, di
cogliere ogni occasione buona per provocarlo. Ateo e anticlericale (almeno
tale si professava), ci ripeteva insistentemente che in sede filosofica non
esistono n santi n divinit, ma noi, incuranti delle sue raccomandazioni,
dicevamo in continuazione Sant'Anselmo d'Aosta, San Bonaventura da Bagnoregio,
Sant'Agostino di Tagaste, San Tommaso di Aquino ed eravamo particolarmente
felici quando l'argomento ci consentiva di snocciolare, quasi a mo' di rosario,
il nome di cinque o sei filosofi preceduto dall'appellativo santo. E
continuavamo imperterriti in questa sottile opera di provocazione, anche se
essa ci costava appellativi certo meno edificanti di quello che
noi usavamo per i filosofi e, a volte, anche qualche voto in meno (inutile
dire che in maniera diametralmente opposta ci comportavamo col professore di
religione, Mons. Pietro Fragola, parlando con il quale omettevamo
scrupolosamente di far precedere la parola santo al nome dei detti e di altri
filosofi: le conseguenze erano per, fortunatamente per noi, ben diverse,
perch Mons. Fragola si limitava a farsi il segno della croce; o, tutt'al pi ,
se ne faceva tre o quattro, quando gli riferivamo, che, secondo il professore
Caputi, la concezione della vita che avevano Socrate e Cristo era
assai simile e che l'unica differenza tra di loro era che Cristo era pi 
parsimonioso nelle presenze ai banchetti e non amava accompagnarsi alle
pubbliche peccatrici). Il professore Caputi aveva il pallino
dell'autodisciplina. Non era ben chiaro come intendeva che noi praticassimo
questa difficile arte, anche perch, per la verit, come risulta da quanto
ho prima accennato, risolvette lui, per noi, ogni problema,
imponendoci la sua di disciplina, che era alquanto ferrea. In un'occasione,
tuttavia, sperimentammo in maniera assai favorevole la pratica
dell'autodisciplina, anche se ne facemmo un uso - lo debbo pur dire - un po'
canagliesco. Ecco l'episodio. Ci hanno messi da qualche giorno in un'aula
costruita di recente, ancora priva di termosifoni ed abbiamo iniziato
un'azione di protesta, variamente modulata, che  sfociata, dopo che
per alcune mattine siamo entrati a scuola in ritardo (e dopo che il Preside
non ha trovato di meglio, per convincerci a desistere dalle nostre
rimostranze, che raccontarci del freddo molto pi intenso che faceva in una
scuola, dove egli ha insegnato a lungo e dove, nel periodo invernale, la
saliva neanche toccava terra... che era gi ghiaccio) nella decisione di
scioperare. Per ribadire a controparte - in modo che non sussistano
dubbi - i motivi dell'astensione, ci piazziamo, dopo che tutte le altre classi
sono entrate, davanti al portone d'ingresso (allora si entrava, nel vecchio
Galluppi, attraverso un portone laterale) e iniziamo a ritmare in coro non
l'usuale pa-sse-ggia-ta! con cui martellavamo le orecchie di tutti, ai primi
tepori primaverili, fino ad essere accontentati (a proposito: i miei amici mi
chiamavano il motivo in maschera, titolo di una rubrica radiofonica allora
in voga, perch, secondo loro, riuscivo ad essere stonato anche
quando lanciavo la richiesta di passeggiata o canticchiavo la Svizzera),
ma l'inedito... te-rmo-si-fo-ni. Accorre un primo gruppo di professori e non
raccogliamo le loro esortazioni ad entrare, continuando nel nostro coro
pre-sessantottesco. I professori si ritirano. Una staffetta, che,
approfittando della complicit dei bidelli, fa la spola tra il
portone ed i corridoi della scuola, ci informa, poco dopo, che i professori
stanno tornando alla carica e che tra di essi questa volta c' Caputi. Rapida
e canagliesca (eh, s, lo debbo ripetere!) scatta l'operazione autodisciplina:
qualcuno dice: guagli, guagli, mintimuni in fila c Caputi si 'nda va e
capu, e subito ci troviamo - e ci trovano, i professori accorsi - in fila per
due, davanti al portone, idealmente pronti ad entrare,
sotto i primi fiocchi di neve che incominciano a cadere. Caputi ci osserva con
un lampo di gioia negli occhi, parlotta brevemente con gli altri professori e
poi ci invita ad entrare, dicendo che saremo accontentati e che, inoltre, non
saranno adottati provvedimenti disciplinari nei nostri confronti. Apprendemmo
dopo (avevamo costituito un commando incaricato di seguire da posizione
strategica - e, ovviamente nascosta - le riunioni dei professori che pi ci
interessavano) che nel corso dell'apposita riunione Caputi si era strenuamente
battuto affinch nessuna sanzione ci venisse irrogata, sostenendo appunto che
avevamo dimostrato di essere autodisciplinati. E la cosa fin l: solo
Salvatore Morello, il professore di matematica e fisica, che aveva fatto
parte del primo e del secondo gruppetto di professori che erano venuti a
parlare con noi e che non aveva gradito molto la nostra sccneggiata, ci
tenne a notificarci (scusatemi se lo scrivo papale papale, ma altrimenti non
ha sapore, che lui se ne fotteva se eravamo in fila per due o per quattro e
che noi potevamo prendere per fesso Caputi, ma non certamente lui.
Quando Caputi, nel maggio del 1955, mor, lo piangemmo con grande vivo dolore.
E vegliammo la sua salma nella notte tra la morte ed i funerali, nello studio
della sua abitazione, ricordando in un bisbiglio le tante ore che avevamo
passato con lui, anche in quella stessa stanza, nel corso di un rapporto certo
non sempre idilliaco, ma sempre intenso e sincero.
SEBASTIANO MADIA
Astratta, rarefatta, quasi irreale, ma piena di fascino, era l'atmosfera che
caratterizzava le ore delle lezioni di greco con Sebastiano Madia. Contribuiva
a creare tale atmosfera il suo periodare aulico e solenne, ricco di un
linguaggio culto, ben diverso dal volgare parlato da noi tutti. Ma la
matrice vera di quel clima suggestivo che si creava era nell'assoluta mancanza
in Madia di ogni artificio (al quale pure un superficiale osservatore avrebbe
potutto pensare), nella profonda sincerit che lo ispirava, allorch riviveva
per noi mondi e miti dell'antica Grecia.
Aveva detto, in una delle sue prime lezioni, battendo ritmicamente i pugni
sulla cattedra come se facesse un accompagnamento musicale, che alla fine
dell'anno scolastico anche le mura dell'aula avrebbero conosciuto la metrica.
E riusc veramente a trasmetterci questa sua passione, a contagiare anche i
pi riottosi all'apprendimento del greco:
dopo qualche mese anche quelli che non ritenevano di dover perdere tempo ad
imparare le regole della metrica, erano in grado di leggere metricamente,
quasi ad orecchio, i versi dell'Odissea. Ma la musica cambia bruscamente
quando dalle spiegazioni si passa alle interrogazioni ed alle attivit
connesse. Novello dott. Jekyll, il professore Madia abbandona il suo mondo
irreale e fantastico (che era popolato non solo dagli abitanti dell'Olimpo e
dintorni, ma anche da un numero sterminato di strani personaggi, che
sembravano usciti da un libro di Achille Campanile, protagonisti di
mirabolanti avventure, che egli ci raccontava a scopo dichiaratamente
gnomico-sentenzioso) e diventa un pericoloso e temibile Mr. Hyde. Le
interrogazioni sono precedute da un allucinante rituale sempre identico: Madia
impugna una massiccia penna stilografica di colore verde (ci sembrava immensa)
e, pronunciando lentamente (e minacciosamente) le parole: oggi sentiamo...
sentiamo..., la fa volteggiare in aria ripetutamente finch essa
cala - implacabile giustiziera - sul registro, in corrispondenza del nome di
uno di noi. Ed il prescelto dal caso (che viene per spesso manipolato da
Madia, come riusciamo ad intuire da certe brusche, volute deviazioni della
penna in fase di atterraggio appena diventiamo cos temerari da tenere gli
occhi sollevati nel momento in cui aleggiano nell'aula le sue minacciose
parole), mentre si avvia al rito sacrificale, sa bene che l'attende una
prima insuperabile insidia, quasi un assaggio delle ulteriori delizie che lo
rallegreranno durante l'esame; Madia gli squaderna davanti agli occhi e subito
gli ficca velocemente in mano (vincendo ogni ritrosia, un'edizione
dell'Odissea, ciascuna pagina della quale contiene almeno cento versi,
stampati fitti fitti uno dopo l'altro, dicendogli: leggi da verso... quello
che suona... tenendo presente che i numeri dei versi sono segnati a pi
pagina. Immancabilmente, i versi cominciano a ballare davanti agli occhi di
tutti, anche di quelli che li hanno resi miopi esercitandosi a lungo nella
lettura: allora Madia, finalmente placato, pronuncia la fatidica
frase: dai a me, ch questo per te  come il mare: ti ci perdi dentro;
piazza il suo grosso e tozzo dito indice sul verso da cui deve iniziare la
lettura e lo toglie solo quando si  assicurato che il dito dell'interrogando
ha preso il posto del suo. Non dissimile  il suo comportamento, quando c'
compito in classe: egli stesso scrive alla lavagna il testo da tradurre
(riccamente e variamente manipolato ed interpolato, come hanno modo di
constatare amaramente coloro che hanno copiato qualche traduzione
predisposta) e, ogni volta, appena finito di occupare con lo scritto la lastra,
cancella rapidissimamente, ricominciando a scrivere velocemente, rendendo
addirittura difficile avere a disposizione l'intero testo. Tali
comportamenti e tanti altri dello stesso genere che potrei raccontare - non
sono per espressione di cattiveria d'animo, come potrebbe sembrare, ma solo
manifestazioni di uno spirito strano e bizzarro, forse anche un po' balzano.
Bizzarrie e stranezze (anche quelle di cui avvertivamo di pi il peso!) erano
per solo aspetti esteriori della sua personalit.
L'uomo era, nella sostanza, degno di incondizionato elogio: di profondo rigore
morale ed intellettuale, integro ed onesto fin nei minimi comportamenti,
giusto, insensibile alle adulazioni ed indifferente ai favori, senza timori
reverenziali nei confronti di alcuno, pronto a mettersi contro tutti e contro
tutto pur di perorare una causa che a lui appariva degna e meritevole di
difesa.
SALVATORE MORELLO
Salvatore Morello, il professore di matematica e fisica al quale ho avuto gi
l'occasione di accennare, ci accompagn per tutto il corso del ginnasio e del
liceo. Di lui credo che si possa dire senza esagerare che  stato per il
Galluppi una vera e propria istituzione. Ha insegnato la matematica e la
fisica a pi generazioni, a migliaia di giovani, rendendosi a tutti gradito
per le sue doti di viva e calda umanit e per la sua grande simpatia. Aveva un
frasario ricco e colorito, che adattava alle varie circostanze, servendosene
ugualmente per rivolgere elogi e rimproveri. Ed alcune sue frasi sono
veramente entrate nell'uso comune: spesso ci ritroviamo a chiedere
all'amico, al vecchio compagno di scuola se abbia nella testa lippi di
fiumara o ferri di cazetta. Ma questi - che, comunque, ce lo rendevano
gradevolissimo - erano solo tratti esteriori di una personalit che aveva
altri e ben pi sostanziosi titoli per imporsi alla nostra ammirazione: era
d'intelligenza vivacissima, vulcanica, di preparazione profonda, sia in
matematica che in fisica (ritengo che alcuni suoi testi si usino ancora nel
nostro liceo) e le sue lezioni erano veramente a livello universitario.
Ed anche l'impostazione che dava alle sue ore di lezione era di stampo
universitario: spiegava quasi sempre per settimane e settimane, inframmezzando
alle spiegazioni rapide, brucianti domande, che rivolgeva a questo o a quello
e che gli erano sufficienti per formulare un giudizio, sicch raramente, poi,
aveva bisogno di ricorrere alle interrogazioni di tipo tradizionale. Era
un'arma a doppio taglio, perch in tal modo non esistevano fame che si
potessero ritenere acquisite e consolidate una volta per tutte e le verifiche
erano continue e pi efficaci di dieci interrogazioni.
Apprezzava molto gli alunni che studiavano, ma apprezzava ancora di pi quelli
che erano intelligenti. Lo ricordo, come se fosse ora, arrestarsi una volta,
davanti alla lavagna, col gesso in mano, a met di una equazione e chiedere ad
alcuni dei pi bravi di risolverla. Ripetute defaillances lo fanno esplodere
nei suoi pittoreschi commenti sull'intelligenza degli interpellati, ben pi 
brucianti dei formali e paludati rimbrotti di altri professori e poi in una
offerta stizzosa: nove, per-dio, nove a chi viene alla lavagna e scrive la
soluzione. Inaspettato out-sider Peppino, smentendo clamorosamente il detto
che attribuisce a quelli del suo paese, Borgia, una ben precisa connotazione,
risolve l'equazione e si pappa il suo bel nove. Alcuni aspetti
del suo carattere - e ci stupiva molto in un uomo di cos elevate
intelligenza e cultura - erano curiosamente fanciulleschi e noi ne
approfittavamo per stuzzicarlo affettuosamente. Era convinto giustamente - e lo
diceva a chiare note - di essere molto pi bravo di un altro insegnante di
matematica e fisica. Ma il bello  che aveva la pretesa di sostenere come cosa
che non potesse essere assolutamente messa in dubbio che anche la sua 600
era migliore della 600 di quel professore (eh, s, il poveretto aveva la
sfortuna di possedere anche lui una 600). E quando noi contestavamo la
fondatezza di siffatte affermazioni, magnificando le prestazioni della
600 avversaria, inventando magari che l'avevamo vista sfrecciare come un
bolide lungo una strada in salita, s'adirava e s'adirava veramente. Ogni anno
allestiva nella sua abitazione un gigantesco presepe, che occupava quasi met
di una stanza. Ed ogni anno, molto per tempo, cominciava a decantare la
maestosit e la bellezza del suo presepe, finch, ben sapendo cosa s'aspettava
da noi, gli chiedevamo se potevamo andare a vederlo. E ogni anno, puntualmente,
ci portavamo nella sua casa di Bellavista (sulla cui porta d'ingresso
troneggiava una targa con un ricco Comm. Prof. Dott Salvatore Morello che
provocava ogni volta che l'ammiravamo, sussurrate irriverenti considerazioni).
Il presepe era veramente bello e ricco di ingegnosi artifici che lo rendevano
vivace e vario. Ma guai se qualcuno, tra le espressioni di meraviglia e di
ammirazione (che erano sincere, anche se gaglioffamente un po' caricate), si
lasciava andare a qualche battuta scherzosa: era peggio che con la 600 del
professore antagonista. Una volta che uno dei visitatori (un pochettino pi 
figlio di... buona madre degli altri) osserv, con riferimento ad una
cucina in miniatura che faceva bella mostra di s nel presepe, che non sapeva
che al tempo di Gesc'era gi il gas, Morello, al quale certo, in condizioni
normali, non sarebbero mancate le parole per mettere a posto l'impertinente,
si limit pi permaloso dell'eduardiano Luca Cupiello - a fulminarlo con una
rapida occhiataccia, facendo chiaramcnte intendere che non era affatto
disposto ad accettare scherzi sul suo presepe. Incontravo frequentemente
Morello per le strade della citta, anche dopo aver lasciato il liceo. Per un
invincibile senso di timidezza, mi limitavo a salutarlo, anche se ogni volta
avrei desiderato scambiare qualche parola: era lui che, pero, spesso, si
fermava e mi lanciava qualcuna delle sue salaci battute. Una volta
ebbi nuovamente modo di trascorrere assieme con Morello una mezza giornata:
quando, non ricordo pi in quale anno, fu festeggiato in occasione del suo
pensionamento. Pronunci allora un magnifico discorso, in cui senza false
modestie (ma l'uomo non aveva mai nascosto di avere un'alta considerazione di
se stesso, anche se la sua simpatia rendeva addirittura gradevole perfino
questo aspetto non certo positivo della sua personalit), rivendic con
orgoglio i meriti che aveva acquisito in tanti anni di insegnamento al
Galluppi. Continuai ad incontrarlo anche dopo tale cerimonia ancora per molti
anni: sempre eretto nel portamento, elegante nel tratto, cordiale ed affabile,
vivace e caustico, sempre, fino a poco tempo prima che ci lasciasse,
nonostante l'et ormai assai avanzata, lo stesso Turuzzu Morello
dei lontani anni del Liceo.
Mi accorgo, nel rileggere queste notarelle che ho scritto, che forse sono
venuto meno alle aspettative espresse nella sua lettera dal professore Galiano
(mi piace continuare a chiamarlo cos) e che ho solo raccontato fattarelli,
che interesseranno poco o niente coloro che non li hanno vissuti, ed ho solo
parlato dei miei sentimenti di stima e di affetto nei confronti dei miei
professori. Ma, anche se cos e, non ne sono pentito: aggiungo, anzi, che, se
non temessi di annoiare i lettori, continuerei per pagine e pagine, a parlare
di compagni, di professori e di personaggi del mio vecchio liceo.
Cento e cento figure continuano ancora ad affollarsi davanti alla mia mente.
Masino Negro, il carissimo compagno nella cui casa di Vico Telegrafo trascorsi
tante belle giornate, che ormai da molti anni, vittima di un destino crudele,
non  pi tra noi.
Russo (il nome non lo ricordo perch lo abbiamo sempre chiamato Russo e basta),
bidello - capo per moltissimi anni, anche lui una vera e propria istituzione
del liceo, rispettoso e cordiale amico di tutti, prezioso collaboratore del
Preside e della segreteria, insuperabile compilatore di orari, nell'armonica
elaborazione dei quali si dispiegava la sua ordinata intelligenza.
Giovanni Mastroianni, di cui rimpiango ancora adesso di non essere mai stato
alunno, ma che ha costituito ugualmente per me, in momenti cruciali della mia
vita scolastica, prima come esaminatore in quinta ginnasio e poi come
commissario interno agli esami di licenza liceale, una presenza determinante
perch da essa ho tratto fiducia e sicurezza. Pasquale Paparo, professore
d'italiano in terza liceo, dall'oratoria torrentizia ma chiara e
piacevole, che, dopo avere minacciato pi volte di ritornarsene al suo
liceo scientifico, opt ben presto, travolto dal nostro affetto, per la
definitiva permanenza tra di noi. Gori Greco, appassionato, instancabile
professore di educazione fisica, con il quale c'era gradito favoleggiare di
records e di primati nei riposi tra un esercizio e l'altro,
nell'intervallo di una partita di pallone o di pallacanestro. Pasquale Buffa,
che certo nelle sue ore di lezione s'appassionava di meno, ma che di tanto in
tanto si produceva in rapide performances, dimostrando di essere ancora un
grande atleta e consentendoci di imparare qualche segreto. E poi alcuni cari
professori scomparsi anzitempo, nel ricordo affettuoso dei quali voglio
chiudere queste notarelle.
Antonio Sanzi, il professore di religione del ginnasio, affettuosamente
chiamato Sansiceddu, dal quale apprendemmo come anche un prete possa essere
di idee aperte e aggiornate e possa avere un linguaggio schietto e franco.
Enrico Focarelli, che prese il posto di Caputi, in seconda liceo restando tra
di noi per un tempo brevissimo, ma sufficiente perch ne apprezzassimo la
bravura e la signorilit (consentitemi dire di questo professore che era anche
bello, di una bellezza severa e serena). Carlo Cosentino, il professore di
scienza della terza liceo, l'amico caro che partecip anche
alle nostre festicciuole, agli ultimi balli prima degli esami di maturit, il
professore quasi nostro coetaneo al quale fu del tutto normale dare il "tu"
quando ci incontrammo per la prima volta dopo la chiusura dell'anno scolastico.

/:/Michele Rotella.
di Alfonso e di Olga Marazzo
nato a Catanzaro l'11 ottobre 1938
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1951/1952)

Il Preside ed io
In vent'anni di carriera c' da vederne e sentirne di tutti i colori.
Specie a stare in mezzo a centinaia di studenti, i quali, - si sa -
singolarmente considerati sono irreprensibili figli della buona borghesia
cittadina, rispettosi ed educati con l'impronta che ciascuna famiglia 
riuscita a dare; ma in collettivit diventano un gregge scanzonato e difficile
da guidare.
Per quante ne avesse gi viste, evidentemente al nostro Preside non era ancora
capitato che gli asportassero la maniglia di un uscio.
Era il primo giorno di scuola di tanti anni fa, e a noi del quarto Ginnasio si
imponevano quattro parole di benvenuto e di augurio e otto o anche pi di
raccomandazioni alla disciplina, alla correttezza e all'autocontrollo perch
oramai - ci disse siete grandicelli e dovete sentire il peso della vostra
responsabilit. Qui - continu - se studia perch... se studia e perch un
domani sarete voi a formare la classe dirigente di questa societ che ha
bisogno di uomini preparati... ecc...ecc...
Dopodicch, cari ragazzi, io ve f i miei migliori auguri affinch ci che
oggi seminate possa dare un buon raccolto domani.
Ma ricordate! L'erbaccia cattiva verr eliminata; noi - concluse con aria
improvvisamente minacciosa e levando il dito contro l'eventuale colpevole - non
consentiremo a nessuno di ostacolare il cammino di chi vuol seriamente
lavorare.
E cos dicendo, dopo un'ultima frase di saluto, guardando ancora verso di noi e
camminando all'indietro, cerc con gesto naturale di guadagnare la porta.
Rimanemmo impressionati non tanto dalle parole, pronunciate per la verit non
molto chiaramente - il Preside parlava come se avesse in bocca una grossa
polpetta - quanto dalle dimensioni di chi le aveva dette: un omone alto e
grosso da incutere immediatamente timore e rispetto.
Ci alzammo in piedi per salutare il Preside che usciva... Ma il Preside non
usc, almeno non subito. Perch alla porta mancava la maniglia interna e non
si poteva aprire.
A d sta a maniglia! domand sorpreso e adirato, mentre in noi gi svaniva
l'effetto del predicozzo. E siccome nessuno rispondeva e d'altra parte non si
poteva tenere pi a lungo il Preside sotto... sequestro, su richiesta del
professore, uno di noi si adoper per richiamare l'attenzione di chi si
trovava nel corridoio. Finalmente libero, il Preside volle subito vicino a s
il fido Russo per essere coadiuvato nelle indagini.
Giunto con tutta calma, il bidello sdrammatizz subito l'episodio: la maniglia
mancava gi perch se l'erano smontata i ragazzi l'anno scorso; anzi si erano
preso anche il campanello.
Il Preside divenne furioso e nell'ira del momento minacci cose terribili Per
evitare - come disse lui stesso che un domani, assieme alla maniglia e al
campanello, questi briganti se portino via pure i professori.
Per qualche tempo i miei rapporti col Preside continuarono in modo, per cos
dire, indiretto e si limitarono all'usuale, rispettoso saluto nei corridoi.
L'incontro del primo giorno aveva per fatto scattare in me qualcosa, sicch,
tralasciando un poco le discipline scolastiche tradizionali, dedicai parecchio
tempo e scrupolo a carpirgli il segreto del suo parlare, di quel modo unico di
arrotolare le parole fra denti e lingua prima di farle uscire dalle labbra
assieme a qualche spruzzo di saliva.
Agevolato da un'innata predisposizione, ben presto fui in grado di imitarlo
perfettamente e la mia voce, identica alla sua anche nella tonalit e nelle
inflessioni dialettali che infioravano il suo dire, fece trasalire generazioni
di studenti sorpresi a fumare nei gabinetti. Ma un giorno... avevamo latino.
Ero gi stato interrogato e quindi per me quell'ora poteva considerarsi, come
si dice in gergo, un buco: e, dato che non lo avevo ancora fatto, decisi di
dedicarmi all'incisione del mio nome sul banco. Era importante per me come lo
 tuttora per qualsiasi studente di qualunque scuola.
Solo che il mio professore avrebbe preferito che io seguissi la lezione e mi
rese partecipe di questo suo del resto legittimo desiderio assestandomi qualche
pacca bene azzeccata.
Poi, bench mi fossi reso perfettamente conto di aver fatto male, pens
ugualmente di informare il Preside di questa mia improvvisa e, secondo lui,
inopportuna e inutile vocazione per l'intaglio e cos descrisse il tutto
particolareggiatamente in una nota di due facciate.
A questo punto avrei preferito morire. Era la prima volta che mi capitava una
cosa del genere e conoscevo mio padre talmente da capire che sarebbe stata
anche l'ultima.
Basta! La sentenza fu e voleva essere esemplare: fui riconosciuto colpevole di
aver mancato di rispetto al mio insegnante distraendomi mentre era in corso la
lezione e di aver danneggiato il patrimonio scolastico incidendo
indelebilmente il mio nome sul banco. Accanto ad altri duemila.
La pena: tre giorni di sospensione dalle lezioni con effetto immediato e la
condanna al pagamento di lire cinquecento a titolo di risarcimento danni.
Piombai nella pi cupa disperazione: tornare a casa sospeso e con una multa
significava prenderne tante da andarci comodo per gli altri anni che sarei
rimasto al liceo.
Bisognava trovare un rimedio e nella mia mente di quattordicenne sospeso per la
prima volta balen un'idea, cretina quanto si vuole, ma che in quel momento
sembrava l'unica, sia pure parziale, via d'uscita.
La sospensione e la multa erano state ormai decretate e non c'era pi nulla da
fare, ma forse dato che le cinquecento lire bisognava pagarle in risarcimento
del banco danneggiato... il banco sarebbe diventato mio e avrei potuto portarlo
a casa per darlo in pasto a mio padre e rabbonire cos la sua ira furente. Le
case con i termosifoni erano rare a quei tempi e la nostra stufa di terra
refrattaria sarebbe stata a posto per un paio di giorni.
Strinsi i denti e feci la proposta al Preside: Ma il banco... me lo porto a
casa?.
Dall'espressione del viso del mio interlocutore capii di averne combinata
un'altra. Mi feci piccolo piccolo e la mole gi ragguardevole del Preside si
moltiplic divenendo ai miei occhi grande quanto una montagna. Poi una mano
enorme cal dall'alto a posarsi sulla mia spalla mentre la cima imbiancata si
illuminava di un bonario sorriso.
Il Preside ed io riprendemmo le nostre consuete, umane proporzioni: io avevo
compreso quanto balorda fosse stata la mia richiesta, lui da quale animo fosse
stata dettata...
IO E I MIEI COMPAGNI
Pierino non aveva l'ernia. Non l'aveva e non l'aveva mai avuta. Si capisce
perci come reagisse quando, senza alcun riguardo, chiunque fosse presente, lo
chiamavamo Guallera.
Sandro no. Lui non era alto, non lo era mai stato e, avendo ormai inutilmente
superato l'et dello sviluppo, c'era da ritenere che non lo sarebbe stato mai.
Si capisce di meno perci il motivo del suo risentimento quando lo chiamavamo
Bassotto.
La verit e che noi eravamo pesanti. Avremmo portato chiunque al suicidio.
Potevamo andare avanti per anni sullo stesso tema. Punzecchiando con fare
distratto ma disumanamente coordinato, oppure sferrando spossanti attacchi
frontali.
Potevamo andare avanti per anni e siamo andati avanti, perch, ancora oggi,
quando incontro Piero, lo abbraccio fraternamente dicendogli Ciao guallera e
resto in attesa di un affettuoso Ciao Lurio. Lurio sono io.
La vecchia, cara Domenica del Corriere, quella, per intenderci, con le tavole
a colori disegnate da Beltrame e da Molino, quella che si presentava con una
pagina verde in copertina, piena di barzellette e di pubblicit, fu la
involontaria ispiratrice dell'intrigo.
Due fra gli annunci avevano attirato la mia attenzione: una nota casa di cinti
erniali lanciava un nuovo ritrovato senza molle e senza cuscinetti e
prometteva immediato sollievo con modica spesa; un'altra ditta garantiva un
aumento di statura fino a sette centimetri a chi avesse acquistato un
miracoloso apparecchio ortopedico. Provare per credere.
I compagni di allora, fraterni amici di oggi, aderirono - v'era dubbio? -
entusiasti all'idea e assieme, a nome di Piero c/o liceo Galluppi Catanzaro
(a quei tempi non usava l'88100) chiedemmo alla ignara ditta il catalogo delle
morbide cinture con vere illustrazioni.
E a Sandro no? E come no: solo un momento di pazienza. Anzi un paio di
settimane di pazienza, in attesa del materiale pubblicitario richiesto per
Piero. Lunghe, ansiose settimane, piene di timori: vuoi vedere che non gli
mandano niente! Forse abbiamo sbagliato a mettere l'indirizzo della scuola:
avranno capito che si tratta di uno scherzo.
Ma le preoccupazioni lasciarono il posto a una mal celata eccitazione il giorno
in cui, durante l'ora di greco, il messaggero alato, il pie' veloce Alfieri
(per via dei suoi vistosi piedi dolci) si present in aula con una grossa busta
a sacchetto pervenuta a mezzo posta, da consegnare a Piero.
Gliela do io, si offerse servizievole il presidente di sezione del Tribunale
Penale Stanga di legno (presidente oggi, non allora) e quasi strapp di mano
il plico al povero bidello.
Sembrava il pozzo di San Patrizio!
Tirammo via via fuori da quella busta: una miriade di foglietti reclamizzanti
le miracolose cinture, con tanto di foto-gratitudine della clientela
soddisfatta anche se in abito necessariamente discinto; un catalogo illustrato,
con tutte le spiegazioni; una serie completa di lettere di ringraziamento che
numerosi beneficati, sebbene anonimamente, avevano sentito il bisogno di
scrivere.
Piero era paonazzo, ma non c'era modo di opporsi a quello scempio,
Quei foglietti turbinarono nell'istituto come i coriandoli di un ventoso
carnevale, fra commenti e risatine.
Ci avvicinammo a Piero appena possibile e con i dovuti subdoli modi per
dimostrargli la nostra solidariet: a tutti noi piace scherzare, ma non cos!
E che diamine! Adesso lo sa tutto il liceo, anche le ragazze. Povero Piero,
questo  il peggiore difetto di Sandrino: non conosce limiti. Ha voluto
vendicarsi per le volte che lo hai chiamato Bassotto.
I tempi erano maturi per chiedere a nome di Sandro l'altro materiale
pubblicitario, quello della ditta che prometteva di far crescere in sole due
settimane. Avrebbe potuto far sfoggio del nuovo fisico durante la prossima
estate.
Quando arriv soffrimmo molto, da star male. Perch avremmo voluto ridere,
ridere, ridere e non potevamo.
Andammo avanti, come di consueto, per settimane, per mesi... fino a quando il
Trelegno, detto cos perch non ci si poteva fidare, giusto per tenere fede
al suo personaggio, non and a spifferare tutto.
La cosa ebbe pi tardi, quando ormai non ci pensavamo pi un seguito imprevisto
e non voluto: Piero ricevette dalla ditta l'invito a recarsi il tale giorno
presso l'Albergo Moderno, dove sarebbe stato adeguatamente assistito da un
esperto rappresentante viaggiatore di passaggio nella Sua citt.
COMMANDO
Ne avevamo rotto uno per prova, fuori, ai giardinetti, e subito si era diffuso
per l'aria un fetore disgustoso; io che mi piccavo di essere bravo in chimica,
colsi subito l'occasione per sentenziare:  il tipico olezzo dell'anidride
solforosa. Se ci avessi azzeccato non lo sapremo mai; sta di fatto che la
puzza era insopportabile e ci dovemmo allontanare. In un ambiente chiuso
sarebbe stato micidiale!
Mimmo aveva trovato una quindicina di quelle uova tremende in un posto nascosto
della sua campagna. Capita infatti ogni tanto che una gallina gelosa abbandoni
il pollaio e vada a nidificare altrove. E questo certamente era avvenuto nel
nostro caso, ma tanto tempo fa, s che le uova si erano trasformate in armi
chimiche vietate perfino in guerra da qualunque convenzione.
A quell'et si hanno molti diritti e pochissimi doveri; fra i doveri
sicuramente c'era quello di non sprecare la straordinaria circostanza che si
presentava - quando ci capita pi una cosa di queste! - e di studiare il modo
di appestare la scuola.
Elaborammo un piano e decidemmo di metterlo in atto. Col cuore in gola, ma con
la consapevolezza di chi rischia per una grande causa, ci avviammo verso
l'obbiettivo accompagnati dalle parole d'augurio e dagli sguardi di ammirazione
degli altri.
Ci eravamo mossi all'imbrunire per poter agire col favore delle tenebre. Solo
che purtroppo di tenebre vere e proprie non si poteva parlare perch alla fin
fine eravamo su Corso Mazzini e non in piena giungla. Comunque meglio che
niente.
Entrammo nel portone con una scusa pronta per chiunque avessimo incontrato:
andavamo dal nostro amico figlio del rettore del Convitto Nazionale. Infilammo
la porticina sempre aperta che d nel cortile e la chiudemmo adagio dietro di
noi. Ora veramente era buio e silenzio: i rumori del centro cittadino
giungevano lontani da oltre le grosse mura dell'antica costruzione.
La finestra della nostra classe era l a due metri dal suolo; ultimo ostacolo,
gi previsto, le maglie della rete, tanto strette da non consentire il
passaggio di... un uovo.
Carlo, in bilico sul davanzale, si muoveva felino per tagliare la rete con il
trincetto; Carmine, poco distante, era in buona posizione per sventare
qualunque intervento esterno. Il cuore mi batteva forte forte mentre la pinza
del guastatore lavorava sugli esili fili di ferro e tuttavia mi sorpresi a
pensare che a quel punto il verso di un coiote o almeno il gracidare di una
rana avrebbe dato alla nostra impresa il tocco finale, da film americano.
Finalmente: plaff, plaff, plaff... le uova, uno dietro l'altro si
spiaccicarono sul pavimento, sui banchi, sulla cattedra, liberando nell'aria
il loro mortale carico inquinante.
Fuori, a pochi metri, la citt ignara consumava l'ultimo atto del rito serale.
Gli irriducibili della passeggiata su Corso Mazzini, dopo oltre centoventi
salite e discese, lungo il tratto S. Caterina-Immacolata, si apprestavano
malinconicamente a rientrare a casa: Buona notte, a domani, ti telefono....
Anche noi ci salutammo, ma con l'ordine perentorio di non telefonare a nessuno
per non correre rischi.
La notte trascorse alla meno peggio, lunga e insonne, ma proficua: ciascuno di
noi aveva elaborato sofisticati piani e teorie di discolpa, inattaccabili
alibi da sciorinare al minimo tentativo di incriminazione.
Al mattino seguente ci ritrovammo davanti alla scuola prima del solito: non ci
furono ritardatari, anzi ognuno, rendendosi conto che era prestissimo, si
concesse di temporeggiare dal giornalaio, o di soffermarsi a guardare lo
spazzino che a quell'ora puliva il sagrato della Chiesa dell'Immacolata.
Nessuno fece parola sull'accaduto e tuttavia c'era un traffico intenso di
occhiate complici e ciascuno ostentava non si capisce che cosa, e tutti
facevano a gara per dimostrare non si sa che... Insomma, il pi distratto e
ignaro dei passanti che si fosse fermato un attimo a guardarci avrebbe capito
che avevamo combinato qualcosa.
Alle 8,35 entrammo. La finestra della nostra classe era aperta; era stata fatta
una prima sommaria pulizia, ma la puzza era insopportabile.
Il Preside, il bidello Tropeano e il professore di italiano ci guardarono
mentre insolitamente disciplinati raggiungevamo i nostri posti.
Attendevamo timorosi e ansiosi la bufera che stava per abbattersi sulle nostre
teste; quella bufera che sarebbe stata insieme il nostro castigo per la
malefatta e il nostro premio per la coraggiosa impresa.
Preside - disse Tropeano - Vi assicuro che ieri, quando sono usciti i
ragazzi qui non c'era niente di tutto questo. Devono essere stati quelli delle
Elementari che vengono di pomeriggio.
 cos Signor Preside - aggiunse il professore di italiano - c'ero anch'io e
sono uscito per ultimo.
Alla finestra non guard nessuno, nessuno si accorse del buco che c' ancora
oggi.
Gli Eroi di questa vicenda si scambiarono un'altra occhiata carica di
compiacimento per lo scampato pericolo.
O forse di delusione.
IL GREMBIULE
Di lui ci avevano detto che era bravissimo e ci avevano anche detto che era un
tipo strano.
Bravissimo e Strano sono due contenitori nei quali puoi versare tutto ci
che in quel momento ti suggerisce la fantasia e ciascuno di noi, prima di
conoscerlo, si sbizzarr a immaginarlo non tanto come avrebbe potuto veramente
essere, bens come ognuno avrebbe voluto che fosse. Per esempio, l'identikit
elaborato da me somigliava moltissimo al professore di latino e greco del
quarto e quinto ginnasio, al quale ero rimasto sinceramente affezionato
nonostante mi avesse fatto sospendere per quella sciocca faccenda del banco
inciso.
Cos che, quando quella mattina entr in classe senza attendere la fine
dell'intervallo, accese la luce nonostante il bel sole che inondava la stanza
e prese possesso della cattedra senza dire una parola, capimmo di avere
infilato nel contenitore delle stranezze, tante cose inutili perch
completamente lontane dalla realt, che era ben peggiore.
Scoprimmo via via, infatti che lui, ogni giorno, entrando, non accendeva la
luce: girava semplicemente l'interruttore e se la luce per caso era gia accesa,
peggio per tutti. Ci accorgemmo presto che si esprimeva in un italiano aulico,
classico, molto elegante, ma assai dissimile dal comune linguaggio corrente e
che spesso usava la congiunzione latina et al posto della e. Notammo la
sua robusta stilografica dal pennino spuntato, con cui scavava un solco nel
registro di classe ogni volta che con gesto rapido vi apponeva la firma.
Capimmo che era un uomo che non scendeva a compromessi. Neanche con se
stesso: nella buona come nella cattiva salute, con il sole o con la pioggia,
era sempre al suo posto, dal primo all'ultimo giorno di scuola.
Anche l'altro recipiente, quello che avrebbe dovuto... contenere la sua
preparazione, ci accorgemmo col tempo di averlo pensato troppo piccolo per
quest'uomo che conosceva i classici e la letteratura italiana alla perfezione,
il latino meglio ancora dell'italiano e il greco, la mitologia, i personaggi e
gli eroi, gli dei e gli uomini dell'antica Ellade come uno che, prima di
capitare per caso in un'aula del Liceo Galluppi di Catanzaro, avesse vissuto a
lungo nella Grecia di Omero.
Traduceva direttamente dal greco e dal latino e quando leggeva metricamente i
versi dell'Odissea, con un'espressione beata dipinta sul volto, passeggiando,
forse danzando per l'aula, a noi - che pure non capivamo niente - sembrava
musica. Era musica! Suonata da un interprete straordinario, da un uomo che
stava cantando in versi gesta e avventure alle quali forse aveva partecipato
durante un'altra vita.
Piccolo, tozzo, dall'aspetto decisamente paesano, demol subito le nostre
speranze di poter supplire all'impreparazione con le scritte microscopiche ai
margini del libro.
Ai suoi occhi furbi e mobilissimi niente sfuggiva durante il compito in classe:
meticoloso osservatore e dotato di umor sottile e tagliente, egli, dopo averli
corretti, legava i compiti con un fiocco colorato Perch - spiegava - anche i
meno dotati fra di voi possano, tornando a casa, dire: mamma, oggi ho fatto
una prova coi fiocchi!
Poi, prima di distribuirli, faceva i suoi commenti, senza mai riferirsi
direttamente a qualcuno: Conosco una fontana per chi non ha fortuna che
miracoli fa quando a bere si va sotto il chiaro di luna. E questo certamente
era uno che aveva copiato.
Oppure: E chiudendo la schiera ivano al paro i prenci Guglielmo ed Ademaro.
Voleva dire che quei due avevano molto collaborato nella traduzione e li
ammoniva per la prossima volta, sottolineando la fine misera dei due
personaggi omerici accoppati sotto un enorme masso scagliato dal possente
Diomcde. Nell'allegoria non era difficile capire chi potesse essere il novello
Diomede.
Per ci che riguarda il grembiule la disposizione era chiara, perentoria e,
credo, di provenienza ministeriale: le studentesse devono indossare un camice
nero durante le ore di lezione.
Ogni anno, all'inizio, era una lotta; non che qualcuno si sognasse mai di
disattendere l'ordine, questo certamente no. Ma, tra una scusa e l'altra, le
pi coraggiose fra le nostre compagne cercavano di resistere fino a sotto
Natale: la sarta  ammalata, non si trovano bottoni, luned lo porto di
sicuro... e via di questo passo fino ad esaurire la pazienza dei professori.
Cos trascorrevano i giorni e ogni giorno qualcuna finiva per
capitolare e si imbucava irrimediabilmente dentro quell'orribile sacco nero
che appiattiva tutto e rendeva anonima e scialba perfino la giovinezza.
Ridotte, verso la fine di novembre a uno sparuto gruppo, le nostre compagne
ribelli anticipavano di quattro o cinque lustri i movimenti di opinione che
avrebbero giustamente rivalutato la donna nella societ e che hanno avuto,
quando lo hanno avuto, il solo torto di perdere di vista che obiettivo sacro
della lotta era dare appropriata collocazione alla Donna e non anche quello
di alterarne i preziosi tratti caratteriali, mascolinizzandoli con il pretesto
di fortificarli.
Senza minimamente sospettare di essersi assunte un compito cos elevato, le
nostre eroine resistevano il pi a lungo possibile e, con i loro vestitini
semplici, sembravano fiori colorati in mezzo a tanto nero: gli ultimi fiori
d'autunno, prima che l'uggioso inverno, ormai alle porte, coprisse tutto di un
manto scuro e uniforme.
Poi, come sempre, si arrivava alla stretta finale, all'ultimatum del Preside e
allora non c'era pi niente da fare. Ma nessuno, per la verit, voleva fare
niente di pi .
Il Preside irruppe nella nostra classe durante l'ora di greco. Era visibilmente
fuori dalla grazia di Dio, come poteva intuirsi osservando i suoi occhiali,
sistemati obliquamente proprio alla fine del capace naso.
Non salut quasi e introdusse direttamente con voce dura il concetto: Dunque,
sia ben chiaro, da luned tutte le ragazze devono indossare il grembiule se no
vi f vedere io. Lo sto dicendo in tutte le aule per l'ultima volta. Poi,
rivolgendosi all'insegnante per sollecitarne la collaborazione, continu tra
poderosi spruzzi di saliva: Lo stesso vale per voi, Professore!.
Lui aveva capito benissimo ci che il Preside aveva inteso dire, ma... il
soggetto quello era: figuriamoci se gliela lasciava passare.
Facendo uso, e non certo per modestia, del plurale, stringendo gli occhietti
furbi e atteggiando l'espressione del viso a grande sorpresa, ma con un
sorrisetto ironico appena accennato esord piegando la testa all'indietro:
Et ancorch viviamo in mezzo ai giovani, onde siam detti docenti, pur
tuttavia una ben magra figura ci faremmo se dovessimo indossare il grembiule...
Non so se....
Il Preside non riusc neppure a parare il colpo; imbarazzatissimo tent di
farfugliare qualcosa con l'unico apprezzabile risultato di riempire di saliva
il primo banco.
Noi, pure colti di sorpresa, non facemmo in tempo a ridere di cuore. Uscito il
Preside in tutta fretta, il nostro Professore riprese immediatamente la
traduzione dei versi dell'Odissea.
E allora Atena, la dea dagli occhi di smeraldo, squarci le nubi e la terra
apparve....
Di smeraldo, si badi, non glauchi o cerulei, come traducono i pi .
UNA PERSONA CHE NON DIMENTICHER MAI
Fummo compagni di classe al primo liceo. Lui era alto, col viso sorridente,
capelli folti e ondulati, un corno sulla fronte.
No, non si tratta di un animale preistorico; gli  che effettivamente aveva
sulla fronte una piccola protuberanza che costituiva il suo orgoglio e che si
lisciava continuamente, quasi avesse paura di perderla.
Si chiamava Giuseppe, ma noi preferivamo chiamarlo Peppazzo perch era alto pi 
del giusto. Aveva innato un portamento marziale e si intuiva subito in lui
quella predisposizione allo studio che doveva farne una delle figure
leggendarie del Liceo "Galluppi".
Allora Peppazzo aveva soltanto sedici anni ed era alle prese con la Filosofia e
il Greco, suoi studi prediletti, ma il suo linguaggio schietto, la sua
scanzonata irriverenza e l'aria di saperla lunga lo facevano considerare un
veterano.
Sono davvero un veterano - diceva con un sorriso - Gli uomini in gamba
invecchiano presto.
Questo giovinotto ridanciano e pittoresco che non riusciva mai a tenere le
lunghe gambe ferme, mi riusc subito simpatico.
Man mano che ci addentravamo nell'anno scolastico, Peppazzo ne combinava delle
sue. In classe ogni tanto si sentiva il rumore di un cataclisma: Peppazzo
aveva cambiato repentinamente posizione e ormai le sue gambe arrivavano fin
sotto la cattedra.
Un giorno, sul Corso, gli chiesi una sigaretta (lui aveva sempre quelle buone);
disse di non averne e tiro dritto. Poco dopo sentii la sua voce gracidante e
familiare che mi chiamava dal Colacino (io ero nel frattempo arrivato sotto il
semaforo). Peppazzo, incapace di dire no, ci aveva ripensato e mi sventolava
dall'alto del suo metro e ottanta una Turmak profumata.
Oggi tutto questo  molto lontano.
Se penso a quei giorni lo rivedo entrare in classe, dopo l'intervallo, col
viso ancora bagnato e le tasche fuori dal pantalone: se ne serviva sempre per
asciugarsi le mani.
Oppure mi pare di incontrarlo quando, subito dopo pranzo, attraversava la citt
per andare a bere alla fontana di San Rocco. Pare che lo aiutasse a digerire.
Non si sa bene se l'acqua o la lunga camminata.
Pi tardi Peppazzo mi diede un gran dolore. Lo diede a tutti noi andandosene
giovanissimo, senza potersi difendere da una malattia che lo aveva colpito e
facendoci riflettere su una cosa che fino a quel momento non avevamo
considerato: uno di noi poteva anche morire, uno di noi poteva anche andarsene
e non essere pi con noi...
Per la prima volta un compagno era andato via portandosi un po' della nostra
spensieratezza. La prima avvisaglia che la scuola era finita e cominciava
la... vita.

/:/Emilio Ledonne.
di Pasquale e di Maria Paonessa
nato a Zagarise il 5 dicembre 1938
iscritto per la prima volta alla prima liceale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1957/1958)

Ci chiamavano la
Legione Straniera perch, nel primo anno di formazione in quel liceo
(1957-58), molti di noi provenivano da sezioni diverse del ginnasio o
addirittura da altri istituti.
Potevamo dare effettivamente l'impressione di elementi raccogliticci; formavamo
la sezione D.
Eppure non eravamo da buttar via. A parte una certa irregolarit negli studi,
riuscimmo ad avere il nostre momento di gloria allorch, al secondo liceo,
tutti conseguimmo la promozione.
Tutti meno uno: Sergio Giordano, al quale la professoressa Zinzi, docente di
storia dell'arte, non aveva attribuito la sufficienza, nonostante gli inviti
alla comprensione formulati da tutti noi che avevamo intuito per tempo la
possibilit di una promozione generale.
A Giordano la Zinzi rimproverava, tra l'altro, di non aver capito abbastanza
di effetti policromi e di chiaroscuri.
Giordano cercava di difendersi ribadendo che non aveva alcuna predilezione per
i muri vecchi, qualificando con tale espressione l'intera materia. Per la
Zinzi, valente docente, simile apprezzamento era troppo e costituiva la
riprova del disinteresse dell'alunno per quella disciplina.
Rimandarlo ad ottobre non era poi ingiusto e lo avrebbe comunque costretto a
rivedere i suoi concetti sulla materia.
Tutti promossi, quindi, ad eccezione del povero Giordano. In sede di
riparazione and tutto bene: l'esame venne superato ma, conoscendo Giordano,
sarei pronto a giurare che non cambi per nulla parere sulla storia dell'arte.
Alla professoressa Zinzi  legato anche un altro ricordo: Peppino Panza, oggi
affermato avvocato, mio compagno di banco per un certo periodo, aveva una
pronuncia caratterizzata da una simpaticissima e marcata erre moscia.
Quando la Zinzi lo chiamava alla cattedra per l'interrogazione, noi tutti
facevamo malignamente notare che Peppino era un appassionato cultore di Andrea
del Verrocchio. La presenza di pi erre in quel nome assicurava la riuscita
dello scherzo.
La professoressa, nel compiacersi per questo interesse del Panza verso
l'autore del monumento a Bartolomeo Colleoni, invitava l'alunno ad essere
molto particolareggiato nell'esposizione; in quel momento gli occhi di Peppino,
rivolti verso i provocatori, mandavano bagliori di guerra.
Ma il ricordo di quei tempi non pu essere disgiunto dalla umanit dei nostri
insegnanti, dalla loro benevolenza e da quello che noi eravamo: ragazzi
piuttosto vivaci!
Ed i bersagli della nostra esuberanza erano spesso costituiti dagli insegnanti
pi tolleranti o da quelli alle loro prime esperienze didattiche. Tra i pi 
insofferenti alla disciplina scolastica ricordo, oltre me stesso, Agostino
Macrina, Albertino Tronca, Giovanni Spadea, Franco Giglio e Franco Villani.
L'occasionale riferimento al nome di Villani mi fa venire in mente un episodio
che mi cost una severa punizione: durante una lezione di filosofia, alla
quale non partecipava quel giorno Villani e che, se ben ricordo, riguardava
Herbart, il totale disinteresse della classe verso quell'autore aveva
indispettito a tal punto l'insegnante che pi volte era intervenuta per
richiarmarci ad un minimo di attenzione.
La nostra indifferenza ai ripetuti richiami ed il continuo rumoreggiare
avevano esasperato la professorcssa che, perduta la pazienza, incomincio ad
inveire contro di noi chiamandoci: Villani, villani.... Dal terzo banco,
dove mi trovavo, avevo ancora la sfrontatezza -  il caso di riconoscerlo - di
aggiungere  assente, professoressa!
Un urlo accompagn le mie parole: Ledonne... fuoriiii!.
Raggiunsi subito la porta d'ingresso e di l il corridoio. Poco dopo,
avvertita da qualche compagno di classe che stazionava all'esterno dell'aula,
mi raggiunse dalla quinta A la mia ragazza, Maria Opipari, ora mia moglie, la
quale, non appena mi vide, disse: Di nuovo...!?. L'interrogativo di Maria,
ed il timore che lo accompagnava, aveva riferimento ad una precedente
sospensioni dalle lezioni.
La rassicurai dicendole che non era il caso di preoccuparsi. Ma mi sbagliavo:
il buon preside Fornari, applicando rigorosamente il concetto di recidiva
- istituto giuridico la cui conoscenza fu per me anteriore agli studi
universitari ed alla professione mi sospese dalle lezioni per un giorno.
Quell'anno avremmo entrambi lasciato il liceo: io per il naturale completamento
del corso di studi, il preside per raggiunti limiti di et. Nel corso della
bella festa di saluto che si tenne verso la fine dell'anno scolastico,
ricordai al preside quell'episodio e feci timidamente osservare che la
punizione era stata forse eccessiva. Il preside, senza scomporsi, replic
dicendomi: Ragazzo, dura lex, sed lex.
 proprio il caso di dire che, prima che interprete, fui soggetto passivo di
una norma applicata con un certo rigore.
Sono passati ventisei anni. L'uomo si  sostituito al giovane, il
professionista allo studente. La vita non pu essere quella di prima ma il
ricordo di quei tempi, quando le poche pause di distensione lo fanno
riemergere,  sempre molto bello.
L'occasione per una rilettura pi attenta mi  stata offerta dal Preside
Galiano che voglio ringraziare per i momenti che mi ha regalato.

/:/Maria Carbone.
di Tommaso e di Luigia Le Pera
nata a Cellara il 10 aprile 1939
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1952/1953)

Caro Ezio,
penso che il tempo possieda, come l'arte classica, la grande magia
dell'armonia.
Nel ricordo si attenuano gioia e dolore, sfumano le passioni, si disperdono le
sofferenze nel pi vasto sentimento di nostalgia, che  insieme tristezza,
rimpianto, struggimento dell'irripetibile.
 quasi un trasumanar che, com' noto, significar per verba non si pora.
La tua sollecitazione, che fa appello alle testimonianze personali di ciascuno,
riferita all'illustre protagonista, lo storico Liceo-Ginnasio P. Galluppi,
ci pone improvvisamente in un contesto alto e solenne.
Si passa dalla sfera privata a quella pubblica, mentre sembrava che il riflusso
ci avesse ormai costretti a chiudere le porte in faccia al mondo esterno.
Evocare tempi remoti  come togliere la polvere sui vecchi scaffali, forse
nella speranza di trovarli ancora nuovi e lucenti, mentre compaiono comunque
i segni del passato e, sui tarli, le ferite, gli errori, i volti scomparsi.
Ma poi lo schermo si ingrandisce e al flash back dell'Io si sostituisce un
flash back complessivo, in cui l'Io  sovrastato da una folla incalzante di
volti, sulla prospettiva di una citt nella collocazione storica di quegli
anni.
Il confronto perci diventa anche socio-economico e culturale e ci si accorge
che la nostalgia  solo dato personale, forse anche ingiusto, se posto come
desiderio di fermare quello che  l'incessante fluire della vita.
Cos la resistenza al ricordo lascia il passato ad una serie di considerazioni
pi generali.
Fra queste, la considerazione dell'avvenuto superamento di posizioni elitarie,
una pi giusta distribuzione del reddito, un allargamento culturale di base,
una pi diffusa partecipazione dei giovani alle problematiche del paese.
Perci ti ringrazio di avermi spinto a percorrere il mio viaggio nella memoria,
perch se il segmento verticale non  sempre vincente, quello orizzontale 
certamente motivo di speranza per tutti.
Le calze di nylon
Abitavo a pochi passi dal Galluppi. I vicoli della citt, a quei tempi, erano
ancora una croce di case, che si chiamano piano....
Dalla finestra di Via Raffaelli vedevo il mare luccicare da lontano, mentre le
rondini, incrociandosi basse sui tetti antichi, sembravano frecce nere contro
l'azzurro limpido del cielo.
Il venticello leggero, tipico della nostra citt, trasportava le voci dei bimbi
che si rincorrevano per strada seguendo il loro cerchio di latta.
Le donne, sedute sulla soglia di casa, chiacchieravano tra loro snocciolando,
nel grembiule aperto sulle gambe, fave e piselli.
Nei bassi umidi, privi di aria, spesso situati sotto il livello stradale, si
accatastavano letti grandi e piccoli, armadi, sedie, tavolo, fornelli,
lavamano, cesso e persone.
La giornata perci si svolgeva all'aria aperta, per strada: una partecipazione
costante di ciascuno alla vita degli altri.
Per le feste, come per i lutti, per una malattia, come per una lettera giunta
da lontano, era sempre un accorrere di gente, un parlare fitto, un
abbracciarsi e comprendersi.
Altre volte le liti scoppiavano violente e tutti accorrevano a separare i
contendenti o, pi spesso, le contendenti.
Da piccola, notavo con meraviglia, che molte famiglie nei bassi si
identificavano col nome della donna: i figli di Angelina, i figli di Rosetta.
La donna, stanca e affaticata, divideva il suo tempo tra i suoi lavori
domestici e quelli che prestava in casa dei signori.
L'uomo sempre assente: alcune volte emigrato, qualche volta sconosciuto, altre
volte visitatore serale perch, di giorno, occupato con il lavoro, con la
moglie e i figli legittimi.
Tra i bassi c'erano anche tante botteghe artigiane, quelle che oggi vediamo
solo nel Presepio, a Natale. Fabbri, falegnami, ciabattini, seduti sulla
soglia della bottega, al tavolo di lavoro, mentre le mani operavano, gli occhi
seguivano il viavi della strada, i giochi dei bimbi, o soltanto i pensieri.
Gli artigiani erano molto spesso anche poeti dialettali e sapevano raccontare
tante cose: fiabe, proverbi, leggende.
Alcune volte scendevo da casa a chiaccherare con loro, affascinata da quella
antica saggezza: Mastro Carmine, Mastro Rosario...
Isolando i ricordi, quello che emerge pi chiaramente nel mio pensiero  una
citt senza macchine, con l'aria limpida e chiara, con l'odore del mare e dei
campi, con una vita intensa e frizzante come l'aria.
I confini della citt erano molto pi ristretti, circoscritti a quello che oggi
 centro storico.
Chi abitava fuori le porte stava proprio lontano! Ma, forse per questo, la
partecipazione alla vita cittadina era pi corale anche se diversificata
nelle forme a causa delle rilevanti differenze sociali ed economiche.
Nell'animazione che nasce dal ricordo, risento il fischio di Michele
Rotella - imitatore ufficiale del preside Fornari - che, insieme ad Adriana
Bruno, - bella e settentrionale - alle otto del mattino passa a prendermi per
andare a scuola.
Ci arrampichiamo sotto il peso dei libri, per una piccola salita, stretta tra
vecchie case, che sbuca a Piazza Prefettura.
Un attimo in chiesa Dio mio, fa' che non mi interroghi in greco! e poi una
sbirciatina al vecchio orologio dei Sandoz, esposto in vetrina.
Dal vicoletto ad arco, abbracciato a Palazzo Serravalle, giungono altri amici.
Dal basso del Corso, arrivano i grandi: Emilio Rocca, Carlo Folino, Antonio
Carnovale.
Emilio perso d'amore per Adriana, forse anche Carlo (un giorno si busc un
sonoro ceffone per le sue avances).
Antonio gira lo sguardo intorno per vedere giungere, dai quartieri alti,
Flavia Procopio insieme ad Alba Olanda.
Dal vicolo della Questura, esce piccolo e magro, Pino Pavone a musca, i suoi
occhi chiari gi esprimevano musica e poesia.
Accanto a lui, corrucciato come un duce (soprattutto di primo mattino), Elio
Colosimo.
Avevamo formato un piccolo clan: la Sdanga ed era tutto un fitto scambio di
allegria, risate, amori.
Ma...  tardi la campanella delle donne sta per suonare.
Alcuni entrano un attimo nella Libreria Masciari per acquistare il foglio
protocollo per il compito in classe.
Poi, di corsa, il grande, severo portone accoglie le ragazze, che entrano
frettolosamente sotto gli occhi austeri dei busti commemorativi in marmo.
Fermo, anche lui come una statua, alto e solenne, sulla soglia della
presidenza, il preside Fornari. Accanto a lui, pi piccolo e molto meno
imponente, il professore Giordano, con le mani dietro la schiena e la
sigaretta tra le labbra.
I maschi schiamazzano fuori nel cortile in attesa del loro turno di ingresso.
In classe noi ragazze tiriamo fuori il grembiule dalla cartella e lo
indossiamo, badando bene di lasciarlo sbottonato in modo da fare intravedere,
le belle forme del tempo... Un calpestio di bisonti impazziti annuncia l'arrivo
dei maschi. Uno spintone ti costringe a cedere il quaderno con la versione
bella e pronta da copiare.
La IV A: aula lunga e stretta, unica classe mista dell'Istituto, quella dei
raccomandati di ferro: Annamaria Pallini (nipote del preside), Mimmo Giordano
(figlio del professore di lettere), Brunetto Carpino (idem), Tonio Scopelliti
(idem) e cos via: Luigi Costantino, Gimmi Mussari, Angelo Alcaro, Alberto
Talarico, Giulia Pavone, Giulia Marini, Lucia Bisantis... Tutti ragazzi bene,
nessun infiltrato.
Il professore Giordano, calmo e indifferente, con l'eterna sigaretta tra le
dita, ripete con incessante monotonia la quotidiana routine:
Eneide: leggi e commenta; latino: leggi e traduci; greco: i verbi...
L'intervallo delle dieci e venti  liberatorio per tutti.
Il grembiule si sbottona ancor pi per la passeggiata al bagno: i maschi
accalcati sulla soglia delle classi.
Le pi fortunate hanno gi i tacchi a spillo e le calze lunghe di nylon.
Status symbol del tempo. Io purtroppo no. Ho solo una lunga, bionda coda di
cavallo oscillante sulla mia risata.
I calzini, per imposizione familiare, sono bianchi e le scarpe basse. Un
giorno per... nel portone di casa indosso le calze lunghe che Adriana mi ha
furtivamente regalato e nascondo i calzini bianchi - mortificanti per me - tra
i libri, nella cartella.
Ondeggio come Marilyn in Niagara. Aspetto pi che mai l'intervallo. Ma ...
Carbone alla cattedra! Incedo, pensando alle mie gambe velate di nylon.
Apro l'Eneide bene in vista sulla cattedra, sotto gli occhi del professore
e... spuntano i calzini bianchi.
La risata dei compagni copre il fuoco del mio viso.
Il professore Giordano, indeciso e perplesso, sbircia tutti tra gli occhiali e
il fumo della sigaretta. Il mio cuore batte forte, mentre cerco affannosamente
plausibili motivazioni ed eventuali quesiti. Ma questi non verranno. Il nostro
benevolo docente di lettere - dolce nel ricordo - ripone paternamente tutti
gli interrogativi. Il suo viso rotondo si distende in un ampio sorriso, i
denti ingialliti ammiccano con indulgente complicit.

/:/Giulio Iannuzzi.
di Francesco Alberto e di Ester Concolino
nato a Catanzaro il 4 ottobre 1939
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1953/1954)

Quei soliti della terza B
Dopo oltre 25 anni sto rileggendo in questi giorni I Promessi Sposi. 
curioso come dietro ad ogni rigo di percorsi manzoniani vi sia per me un
ricordo di banchi e persone di una scuola cos lontana e diversa: quei cinque
anni al liceo "Galluppi" hanno costituito la base culturale di ogni mia
esperienza successiva.
Non eravamo un gruppo di bravi ragazzi. Quella parte della citt che viene
considerata importante, a causa del suo ruolo dirigente, ci sopportava con
malcelato fastidio. Costituivamo un elemento di rottura sociale e politico e
vivevamo un modo di essere diverso, rispetto alla realt locale.
Il nostro impegno, per, era fuori dalle regole e perci da criticare.
Antonio, Mario, Enzo, Franco, Gianpaolo, Giulio della sezione B, liceo
classico, ed in pi Alfonso, un anomalo del liceo scientifico; anni 1956/59.
Professori universitari, medici, dirigenti industriali negli anni '80 ed
un'amicizia formata su quei banchi di corso Mazzini, mai superata dal tempo e
dalle vicende.
Continuiamo a vederci ed a parlarci, incontrandoci ovunque, provenendo da
luoghi lontani, a discutere di tante cose, come allora e, come allora, al
centro c' ancora la giornata scolastica, con i compagni e gli insegnanti,
amici o nemici. Perch in quella scuola noi avevamo le occasioni vere di
confronto e di scontro.
I dibattiti violenti fra il professore di matematica e fisica ed Antonio e
Giulio (ora matematico l'uno, fisico l'altro); l'ironia costante e spietata di
Mario ed Enzo, futuri letterati; l'attenzione psicologica di Franco e
Gianpaolo, adesso medici.
Ma l, fra quei banchi, c'erano anche i pochi che sapevano guardare oltre e
sapevano parlare con noi: professore Di Rosa, vorrei che tu sapessi di avere
avuto ragione!
Lasciare quel liceo non era cosa da poco, e noi dovevamo far vedere che il
momento era importante. Fu per ci che, quella mattina di luglio, ci
presentammo agli esami di maturit a bordo di una carrozza a cavallo.
Il cocchiere fece il giro della citt e si ferm alle nostre sei porte.
Ciascuno di noi apr l'uscio e sal sulla carrozza portando lo Zingarelli
sotto il braccio. Il suono degli zoccoli sull'asfalto si confondeva con quello
delle nostre risate, comodo paravento per una emozione dissimulata.
Credo che Gianpaolo (peccato che non abbia fatto del cinema, sarebbe stato un
grande regista!) ricordi quella scena senza voci e col solo suono degli
zoccoli.
Quando giungemmo dinanzi al liceo, Mario ed Enzo salutarono allegramente
l'incredula folla di esaminandi intimoriti per l'incombente impegno. Tutti
saltammo gidalla carrozza e ci avviammo spavaldamente verso l'aula d'esame.
I soliti della III B, comment qualcuno.
Ma quel soliti stavano vivendo l'atto del definitivo distacco dalla loro
citt, tutta compresa in quel vecchio edificio noto come liceo ginnasio
P. Galluppi.

/:/Raffaele Folino Gallo
di Francesco e di Natalina Pallone
nato a Villa S. Giovanni il 21 aprile 1940
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1953/1954)

Sono nato a Villa San Giovanni ma,
trapiantato fin dalla prima infanzia a Catanzaro, ho abitato per trenta anni in
via Bellavista n. 10, all'ultimo piano del palazzo del marchese Eugenio De
Riso.
Ho frequentato le scuole medie inferiori presso la "Mazzini", ai tempi del
preside Scopelliti.
Degli anni della scuola media ricordo soprattutto i libri della biblioteca di
classe che, distribuiti settimanalmente dall'insegnante, leggevo in cucina,
seduto intorno al braciere insieme ai miei familiari.
Passato, quattordicenne, al liceo ginnasio, che si fregia del glorioso nome di
Pasquale Galluppi, ho continuato con serenit i miei studi ma i professori,
giustamente, data la mia carenza nella elaborazione delle idee, ritennero,
all'esame di ammissione al liceo, di dovermi rimandare a settembre per
l'italiano.
Dovevo scegliermi un professore privato che mi aiutasse a colmare le mie
lacune, e le mie preferenze si indirizzarono verso il professore Carlo Amodei
che allora abitava in corso Mazzini.
La scelta fu veramente felice; infatti, dopo il biennio del ginnasio, nel
triennio del liceo, svolgevo temi che venivano giudicati, non solo sufficienti,
non solo discreti, ma anche buoni.
Degli anni del liceo ho vari ricordi, che cercher di esporre con ordine.
Grande impressione mi fece, al primo liceo, la filosofia, che, insegnata dal
maestro, professore Ezio Galiano, studiavo con grande continuit.
A partire dal secondo liceo numerose ed accese, ma sempre disciplinarmente e
moralmente corrette, si fecero le mie discussioni col professore Galiano, alle
cui spiegazioni - da interlocutore privilegiato - attinsi concetti che ho
utilizzato tra l'altro in opere come La storia nella filosofia dello spirito
di Benedetto Croce ed in Kant e la filosofia tedesca postkantiana e
nell'opera della mia vita intitolata Teoria della conoscenza.
Quando frequentavo il secondo liceo venne a visitarci l'ispettore Pedicino e
l'insegnante di italiano di allora, signorina Pisani (oggi signora Salerni),
mi chiam alla cattedra.
L'interrogazione si incentr sul pensiero politico del Machiavelli e sulla
differenza tra morale ed immorale che, per chi come me non aveva ancora
studiato Kant n Benedetto Croce, era un rebus di difficile soluzione ma, nel
complesso, col sostegno dell'insegnante, riuscii a cavarmela egregiamente.
In terza liceale si present a noi studenti come docente di letteratura
italiana, il professore Sutera (poi preside) di cui ricordo con piacere la
grande cura ed il grande amore con il quale ci spieg Foscolo e Leopardi.
Il sole tramontava e l'aere bruno toglieva gli animai che sono in terra dalle
fatiche loro, quando io, in un giorno imprecisabile del mio diciottesimo anno
di et, nella penombra di una stanza lessi tutto d'un fiato i Sepolcri di
Foscolo e, leggendoli, mi commossi tanto che piansi di mestizia sul dolore
della morte e delle tombe.
Degli anni del liceo ricordo anche professori che non insegnavano nel mio ma in
altro corso: ad esempio. il professore Giovanni Mastroianni (oggi docente di
filosofia morale presso l'universit della Calabria). Fu lui il rappresentante
di istituto agli esami di maturit, da me sostenuti nel luglio del 1958. Prima
dell'esame il professore Mastroianni riun noi studenti ammonendoci ad operare
con (cartesiano) buonsenso. Per me questo fu un consiglio prezioso.
Svolsi con buonsenso il tema sul Leopardi correlando interdisciplinarmente
letteratura italiana e filosofia.
Il buonsenso fu veramente tanto che gi durante la prova successiva di
latino, il presidente della commissione, il preside Maresca, mi si avvicin e
mi domand quale facolt avrei scelto nell'universit.
Scelsi medicina ma compiuto il primo biennio, seguendo la mia
irresistibile vocazione, passai a filosofia, materia nella quale mi sono
laureato col massimo dei voti e che attualmente insegno.
I professorl del liceo (quelli che ho nominato e quelli che non ho nominato:
Emilia Zinzi, ad csempio) mi hanno aiutato a formarmi una personalit ed
un'ideologia ed io umilmente li ringrazio tutti, ma il mio ringraziamento va
anche ai compagni ed agli amici di quegli anni che, anch'essi, hanno
contribuito a fare di me quello che sono attualmente.
Il mio pensiero va ad Antonio Ameduri (oggi valente docente di italiano e
latino nel liceo Galluppi di Catanzaro) ed a Rosario Maida, allora ispiratore
del giornaletto studentesco Il Sentiero al quale collaborai per anni.
Con una punta di orgoglio ricordo il nostro crescere insieme dentro e fuori il
"Galluppi" e pubblicando Il Sentiero, che monsignore Francesco Olgiati in
Vita e pensiero del marzo 1957 defin un giornale studentesco
splendidamente redatto, che pu essere additato a modello per i suoi criteri
di seriet e per la sua freschezza giovanile. E con Il Sentiero mi torna
alla mente la citazione di un mio articolo apparso nel numero del
4 febbraio 1957 che l'ardente e combattivo uomo di fede volle fare
virgolettando, nel suo saggio su Gli intellettuali ed il comunismo,
le mie parole: O Concetto Marchesi, dove hai sepolto quel tuo Appello agli
studenti di Padova, che scrivesti durante la nostra gloriosa Resistenza e in
cui parlavi di libert e di giustizia?.
Ringrazio tutti coloro che prima ho ricordato, ma soprattutto ringrazio con
infinita umilt Dio onnipotente ed eterno alla cui volont in ultima analisi
ci dobbiamo sottomettere e fiduciosamente rimettere nell'espletamento dei
compiti che la Vita ci assegna sia che si sia discepoli (come io sono stato),
sia che si sia maestri (come anch'io con grande fatica cerco ogni giorno di
diventare).

/:/Giampiero Nistic.
di Giuseppe e di Marcella De Settomini
nato a Trieste il 24 novembre 1940
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955)

Sono tornato nel "Galluppi"
(inutili gli attributi di glorioso, etc.) a dodici anni di distanza dalla
tanto agognata maturit classica: quella volta (i locali erano ancora quelli
di Corso Mazzini, dell'ex convento che io avevo lasciato) non col patema
d'animo d'allora: quella volta ero dall'altra parte. Lo scrivo cos, tra
virgolette, perch ho trovato di fronte a me, Commissario di Stato per
la Maturit classica al mio "Galluppi", circa ottanta Giampiero Nistic
in attesa con i propri genitori che si aprisse il fatidico
portone per far affluire i candidati per la prima prova, ovviamente di
italiano; circa ottanta Giampiero Nistic con cui ho pirandellianamente
vissuto oltre un mese e, guarda caso, proprio nell'aula in cui avevo trascorso
i tre anni di Liceo...
O, forse, sono troppo egocentrico: quegli ottanta e passa ragazzi e ragazze,
alle prese con la prima impegnativa prova della loro vita, assumevano, a
seconda dei casi le sembianze di Aldo Pittelli, di Tot Nania, di Silvia
Parisi... Tutti i miei ex compagni di Liceo, e me stesso, vedevo riflessi nei
miei occhi!
Sempre nella stessa veste, sono tornato altre volte al "Galluppi", nella sua
nuova sede di Via De Gasperi, ma l'impressione fu di molto mitigata: s, il
"Galluppi" era sempre il mio Liceo, ma non trovava in me quella stessa
rispondenza, quel fascino misterioso che mi avevano colpito la prima volta.
Ero approdato a Catanzaro dal mio paese, a 55 chilometri di distanza, quando
ancora non era maturato un decennio dalla fine della seconda guerra mondiale.
Strappato alla mia roussoiana liberta di vita, all'inizio dell'adolescenza,
non c'era altra strada che il Convitto Nazionale: era naturale (ma, allora,
come potevo capirlo?) che l'impatto fosse traumatico. I giovani della nuova
generazione difficilmente potranno comprendere il perch: portavamo da casa,
quando i nostri genitori non provvedevano o direttamente o, pi spesso, per il
tramite di corrieri, le scatole di cioccolato in polvere, da diluire nel
tazzone di caff-latte mattutino, dopo l'inesorabile sveglia delle 6.30, tanto
pi gravosa ed opprimente nelle giornate invernali, con alle spalle, o di
fronte, il giardino del Convitto, un centinaio di metri quadri con due alberi
eternamente senza foglie che sottolineavano l'uggia di una mattinata dopo
l'altra, sempre uguali, inesorabilmente uguali: sveglia, colazione, scuola,
seconda colazione, giardino, studio, ricreazione, studio, pranzo, camerate...
E gli istitutori! Solo dopo tanti anni capii che quegli aguzzini altro non
erano che studenti di universit che, con quell'ingrato compito, cercavano di
tirare avanti in quei tempi tutt'altro che facili...!
Ma, oggi che sono anch'io Preside di un Liceo, ricordo sempre ai miei Docenti
una frase che il professore Morello, quando non ci gratificava del consueto
andate a cogliere "vermitri", ci ripeteva: Quando uscirete da qui,
qualsiasi cosa facciate, qualunque sia la vostra professione non vi
dimenticate mai di essere stati studenti!.
L'altro giorno i ragazzi del mio Liceo ne hanno combinata, in occasione del
Carnevale, un'altra delle loro: avrei dovuto avere la mano pesante, perch
la normativa  la normativa, e non si discute! Ma io, davanti a quei trenta
paia d'occhi dei rappresentanti di classe, in attesa di conoscere la sorte dei
rispettivi proprietar, ho ricordato quel 17 marzo di 27 anni fa, antevigilia
dell'onomastico del signor Preside che si benignava, quasi con sovrano decreto,
di concederci met orario il giorno precedente la fausta ricorrenza.
Eravamo in terza Liceo: si respirava gia aria di Universit e, per darne prova,
convincemmo un paesanotto di non so dove a prestarci un ciuco carico di legna
per l'esorbitante somma di 500 lire (!). E quel ciuco, ahim, entr, nel
"Galluppi", tutto alle prese, la povera bestia, con problemi di equilibrio
fisico che neppure il professore Morello avrebbe, in quei frangenti, potuto
spiegargli. Tutti un ridere a crepapelle nell'ala dell'Istituto teatro di
cotanto spettacolo; ridevano anche (se pur con contegno) i professori delle
altre classi. E noi, a gridare arr, a far caciara finch... Finch in fondo
al corridoio, pi gigantesco ed imponente che mai, non apparve il signor
Preside. Silenzio assoluto; immediato rientro nelle classi da parte
degli spettatori e, come spesso avviene, non sapendo ognuno di noi a chi
affidare la cavezza asinina, ci trovammo tutti l, isolati...
Il signor Preside avanz inesorabilmente verso di noi e, come l'Apollo della
montiana traduzione dell'Iliade, rivolto al pie' veloce Alfieri cos saett:
Alfieri! Faccia accomodare il signore - e mostr l'asino in classe, e
faccia subito uscire questa massa di ciuchi!.
Detto e fatto: ma, il giorno dopo, fu lo stesso met orario per tutti, anche se
non ci pareva verosimile che, una volta rientrato in Presidenza, il signor
Preside potesse aver abbozzato un minimo cenno di riso.
Come potevo, Preside, dimenticare quest'epica impresa (ch, allora, epica era
per davvero) nell'emettere la mia sentenza? Ho concesso ai miei ragazzi il
condono, l'indulto, l'amnistia (i pentiti, forse, non possono esistere anche
nella Scuola?) con un atteggiamento ringhioso che, per la verita, non convinse
neanche me stesso. Ma tra gli abeti circostanti, ben visibili dalla finestra
della Presidenza, fu come se rivedessi il professore Morello annuire
sorridente...
La domenica era festa grande: la sveglia pi tarda, il cibo pi vario, il
dolce, il cinema o la partita di calcio pomeridiani; tutto sottolineava il
giorno nuovo, il giorno diverso. Solo la sera, rientrando nelle nostre
camerate, volavamo col pensiero ai nostri paeselli e noi, i pi giovani,
quelli della Camerata B, piangevamo quasi con un sadico gusto: oggi, si direbbe
un normale mezzo di attenuazione della tensione interiore. Sar: ma quel
pianto, per me, era una sorta di consolazione, di ritempramento per la
settimana successiva.
Allora, Convitto e Ginnasio-Liceo erano praticamente un tutt'uno e, discesa la
scalinata, dalla interna porta a vetrate opache ci si immetteva nella Scuola
vera e propria. Le grandi targhe marmoree, con le loro significative scritte,
sembravano volerci ogni mattina ricordare, all'ingresso ed all'uscita, chi
eravamo; che eravamo studenti del "Galluppi", con tutte le conseguenti
responsabilit che sembravano (e talvolta erano!) troppo pesanti per le nostre
gracili spalle. Ricordo la professoressa Ottolino, una piemontese che, credo,
insegn solo per un anno a Catanzaro; la professoressa Macr; la professoressa
Pisani; il professore Comito che, forse perch insegnava matematica, vedevamo
nella nostra immaginazione immenso, sempre scuro in volto, con una calvizie
pur essa presaga di minacce...; e, poi, superato l'esame di ammissione, il
triennio liceale nella gloriosa (questa s, e ci tengo...!) sezione B, dove il
prof, Cancellieri (poi Preside) ci avviava con mano sicura sul sentiero della
critica letteraria; dove il prof. Morello ci porgeva col cucchiaino
matematica e fisica; dove la prof.ssa Zinzi, senza che ce ne accorgessimo, ci
introduceva all'apprezzamento critico della bellezza e don Sanzi sembrava
preannunciare i tempi del Concilio Vaticano II...
E il signor Preside! Il signor Preside Giuseppe Fornari, maestoso
nell'imponenza fisica sottolineata dalla leonina capigliatura candida, che noi,
nella nostra piccolezza biologico-culturale vedevamo ancor pi ingigantito!
E i bidelli: Alfieri pie' veloce, custode e (benevolo) cerbero dell'ala
dell'istituto che ci ospitava, copia ante litteram del Capannelle
gassmaniano; e Russo, dall'impeccabile chioma alla Mascagni, doviziosamente
imbrillantinata...
Oh! dove siete care figure della mia adolescenza e della mia giovinezza (che,
evidentemente riconoscimento pari alla toga virile, mi promosse dal Convitto
alla pensione)! Qualche contatto ancora l'ho mantenuto, pur se frammentario;
ma  troppo poco! Non sono pi questi (n si rimpiangono) i tempi della
cattedra troneggiante sui tre fatidici scalini della pedana in legno, n della
inaccessibile Presidenza!
Allora, questa  veramente storia del "Galluppi": una storia che continua in
ognuno di noi che, nel nostro piccolo, abbiamo contribuito a crearla e, cosa
molto pi importante, col nostro modo di vita, col nostro stile d'essere
continuiamo a perpetuare.
Io non so, oggi: ma allora, nel "Galluppi", si entrava con franco spirito
reverenziale; l aveva studiato, prima di me, mio padre insieme con tanti
altri miei consanguinei. E mio padre mi aveva parlato, tanti anni fa, di un
Franco Berardelli, poeta morto giovanissimo, pur egli frequentante il
"Galluppi". Quello stesso Berardelli su cui, ad otto lustri dalla morte,
proprio io, scrivevo uno dei miei libri che, per benevolo detto
altrui, ancora fa testo; probabilmente perch non conosco altri che si siano
dedicati alla straziante e pur dolce poesia, per farne un saggio critico, del
tenero poeta di Martirano Lombardo, spentosi di tisi a soli
ventiquattro anni...
Ed il "Galluppi" era il capolinea, di partenza e di arrivo, della passeggiata
serale su Corso Mazzini dove, in genere tra le 19.00 e le 20.30 noi studenti
ci riversavamo per smaltire lo stress della giornata e, s'era sabato e non
c'era l'alternativa del cinema (cosa poco rara, in verita!), quello della
settimana.
Ci si trovava tutti, in maniera quasi corporativistica (Istituto per Istituto,
sezione per sezione, classe per classe), a lanciare dal marciapiede opposto
trepide occhiate alle ragazze, a porgere deferente ossequio ai professori che,
pure loro, a gruppi passeggiavano, commentando forse il pingue stipendio di
cinquantamila lire mensili generosamente elargite dallo Stato per il loro
lavoro.
Le carrozzelle erano ancora dominatrici incontrastate; ma gi era affermata
la Fiat 1100, e non mancavano le stupende apparizioni di Lancia Aurelia e
Flaminia, o delle neonate Giuliette, tra un'ancora arzilla Topolino e un
taxi dalla patetica freccia a scatto.
Ma, il sabato sera, la nostra febbre era sempre il cinema, nei ristrutturati
locali del Supercinema o nei nuovissimi locali dell'Odeon; ed anche il vecchio
Politeama e, se pur di meno, il Masciari, non erano disdegnati. Era il nostro
premio settimanale, che automaticamente saltava, spontaneamente, se qualche
dentato 4 (vero pirana della coscienza) non faceva quadrare i nostri conti con
l'impegno profuso...
E se cos era, anche la domenica non si andava oltre la rituale visita a Villa
Trieste, senza prospettiva di partite pomeridiane allo Stadio e con l'unico
beneficio di poter ascoltare Carosio, alla gigantesca Allocchio-Bacchini
della pensione, che ci inchiodava con le sue pause, le vibrazioni improvvise
della sua voce sul secondo tempo di una partita di serie A.
Comunque, giunta la sera, machiavellianamente ci spogliavamo dei nostri panni
di quel povero e tanto ricco week-end per tornare a riguardare libri ed
appunti, controllare la versione di greco o di latino, rivedere questo o quel
canto della Commedia: perch il giorno dopo cominciava un'altra settimana, e
guai a restare indietro affidandosi alla sorte o alla generosit dei
volontari!
Vita da schiavi! dir oggi qualcuno; ma se avesse assaporato l'attesa del
sabato e della domenica, cos come capitava a me, e, come me, a quasi tutti
gli altri, si renderebbe conto che cos non era. E me ne sono accorto dopo,
anch'io; molto dopo aver conseguito la Maturit ed essermi iscritto
all'Universit. Ed ora, che a parte la mia professione di Preside mi dicono
essere un'autorit nel campo della critica letteraria; ora che ho scritto tanti
libri, articoli, recensioni; ora che il mio nome ha un senso sulla bocca di
Moscati, Brandi, Gassman, Quilici, Pomilio e via via dicendo, ora
quegli anni pi che mai per me hanno un senso!
Qualche anno fa, in occasione di un premio letterario dedicato proprio a
Berardelli, a Catanzaro, ho rivisto il professore Cancellieri; me lo sono
trovato fianco a fianco, il mio vecchio professore d'ltaliano, ad esprimere
giudiz, impressioni, valutazioni...: severi ma giusti, come si conviene a chi
ha avuto la spina dorsale adeguatamente raddrizzata in anni ed anni di studio
vivificati dall'amore, che ora tutto pienamente riconosco, di chi ci ha
seguiti passo passo, comprendendo come, realmente, noi costituivamo per i
nostri Docenti la proiezione del loro valore nel futuro.
No! vecchio, caro "Galluppi" di una Catanzaro ormai profondamente cambiata:
sulle tue mura potresti ben porre una targa marmorea, come quelle che nella
tua vecchia sede ricordavano le tue glorie e additavano la strada! Una targa
su cui ci potrebbe incidere, senza presunzione alcuna, almeno questo brano
della stupenda ode del Poeta venosino:
Exegi monumentum aere perennius,
regalique situ pyramidum altius,
quod non imber edax, non Aquilo impotens
possit diruere, aut innumerabilis
annorum series et fuga temporum.
Non omnis moriar, multaque pars mei
vitabit Libitinam....
 la proposta di un ex studente del "Galluppi", ma non importa che sia
accolta o meno: nei fatti, questi versi ci stan tutti.

/:/Mario Alcaro.
di Antonio e di Rosa Ardito
nato a Catanzaro il 16 dicembre 1940
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955)

Il Liceo "Galluppi",
negli anni in cui lo frequentai, la seconda met del decennio '50, era l, su
corso Mazzini nei locali riadattati di un vecchio convento dei Gesuiti dove
(lo appresi pi tardi dalla voce di uno dei personaggi piu interessanti che
Catanzaro abbia mai avuto: Don PippO De Nobili), si erano tenuti i corsi
universitari di Notariato e Procuratore, di Farmacia ed Ostetricia. Vi avevano
insegnato insigni giuristi come Luigi e Bernardino Grimaldi, chimici famosi
come Giuseppe Mamone Capria, professori di scienze naturali come De Leon.
Noi ragazzi entravamo da un ingresso laterale (quello centrale era riservato
alle ragazze ed ai professori), in un angusto cortile che alle 8,30 si
riempiva di studenti. Al centro, quasi tutte le mattine, in circolo, un folto
gruppo di anziani intonava le osterie e tante altre sconce canzoni. Un
giorno, questo stesso gruppo port nel cortile un ciuccio e lo fece entrare
nei corridoi della scuola. Il preside Fornari dovette mobilitare tutti i
bidelli per riportarlo fuori!
Erano quelli della III C. Io, studentello del IV ginnasio, li guardavo con
occhi stupiti ed ammirati. Chiss se un giorno sapr fare cose di questo
tipo, mi chiedevo con un po' di incredulit e scetticismo.
Il rapporto col ginnasio non fu facile, specie all'inizio. Venivo dalla scuola
media Pascoli, dove ero stato studente fra i piu bravi. Al ginnasio mi ero
sentito improvvisamente ridimensionato, declassato. Dubitavo di me, delle mie
capacit quando sentivo il professor Ugo Giordano, docente di lettere,
pronunciare quelle terribili parole: Ma vai a mangiare cipolline sotto
aceto!, ogni qualvolta qualcuno di noi sbagliava l'aoristo di un verbo greco
o dimenticava che nella seconda declinazione della lingua latina ci sono anche
i nomi in r come puer.
Questa specie di complesso and presto scomparendo. Nell'anno successivo il
professor Carmelo La Rosa, siciliano, giovane, intelligente, amico del pi 
spregiudicato prete di allora, don Antonio Sanzi, aveva avviato con noi un
rapporto diverso.
Gi si andava formando un gruppo di amici dentro il quale ognuno prendeva
coscienza della propria individualit e cominciava a costruire la propria
identit. Una identit che si andava formando al di fuori della scuola
attraverso esperienze comuni, interminabili discussioni e letture di libri
come Gli indifferenti, Il mestiere di vivere, La nausea, i romanzi di
Dostojevskij e degli autori americani degli anni '20 e '30, Il manifesto del
partito comunista, etc.
Si cresceva culturalmente cos; si andava a cinema a vedere i primi film di
Antonioni e della Nouvelle vague francese e ci si emancipava, per dir cos,
rispetto alla scuola sempre immobile ed invecchiata (ieri come oggi). Ed il
rapporto con essa divenne, col passare degli anni, sempre pi conflittuale, di
contestazione prepolitica, di ironica sopportazione.
Come descrivere tale rapporto? Con qualche esempio, con qualche episodio che
scelgo fra i tanti.
Ecco, ad esempio, Franco Giglio che, quando veniva interrogato in filosofia,
si alzava dal banco, andava sino alla cattedra, estraeva dalla tasca una
monetina e rivolto alla professoressa (da noi detta Zia Bianca), diceva: Se
esce croce vengo a conferire (s, parlava cos; era forbito, elegante,
distinto; lo chiamavamo, anche per i suoi occhiali gialli, Franco Giglio
Antinebbia per distinguerlo dall'altro Franco Giglio il quale aveva un vocione
fragoroso, come quello del padre, il famoso avvocato Giglio, che faceva
trasalire il povero cancelliere quando, alla fine della sua arringa, con un
tono di voce impressionante, diceva: Chiedo che l'imputato sia assolto!;
...se esce croce, dunque, vengo a conferire; se esce testa, no.
Dopo di che eseguiva il gesto, la monetina si librava nell'aria, poi cadeva
sulla cattedra. Tcsta; mi creda, professoressa, mi dispiace molto; sar per
un'altra volta!, diceva, e se ne tornava sorridente e soddisfatto fra di noi.
O Enzo De Nardo che riusciva a farsi uscire le lacrime dagli occhi, a
gonfiarsi di commozione ed a singhiozzare a lungo quando la professoressa di
storia dell'arte gli mostrava un dipinto di Giotto o del Beato Angelico per
farglielo commentare.
La Zinzi si commuoveva anch'essa per la fine sensibilit di cui De Nardo dava
prove s visibili, e senza che costui proferisse parola, gli appioppava un
voto non inferiore ad 8.
O ancora Giulio Iannuzzi che, avvalendosi della consulenza del fratello che
studiava fisica alla Scuola Normale di Pisa, contestava al professore di
matematica, Salvatore Morello, l'impostazione strettamente euclidea che dava
al suo insegnamento di geometria. Un giorno giunse a mettergli in discussione
la validit del quinto postulato della geometria di Euclide ed a sostenere che
non  detto che per un punto esterno ad una retta, passi una ed una sola,
parallela.
Morello rimase senza parole. Fu chiaro a tutti che non riusciva a dire quel che
provava in quel momento. Guard Iannuzzi come pu guardare un folle, poi
estese a tutti uno sguardo di compatimento, fece intendere che era del tutto
inutile tentare di insegnarci qualcosa, e se ne and.
Col passare degli anni il gruppo di amici cresceva. Alla seconda liceo era
ormai al completo. C'erano tutti (Pino Cappiello, Gianpaolo Lo Russo, Tonino
Greco, Enzo De Nardo, Franco Chiodo, Giulio Iannuzzi ed io) quelli che pi 
tardi, il primo giorno degli esami di maturit, si ritrovarono a piazza
Matteotti e con una carrozzella attraversarono corso Mazzini, raggiunsero il
liceo e si apprestarono ad entrare mettendo bene in evidenza la spugna di cui,
in caso di necessit, avrebbero fatto lo stesso uso che ne fa il pugile
suonato quando abbandona il combattimento.
Non era un gruppo impegnato sul piano politico, allora. N poteva in alcun modo
competere con gli allievi del professor Mastroianni (Paolo Butera, Domenico
Corradini, Franco Piperno, Bruno Sirianni etc.) o con quelli del professore
Ezio Galiano, che aveva il merito, fra l'altro, di contornarsi di discepoli fra
i quali spiccava sempre qualche bella ragazza.
Tra i docenti del liceo ricordo con simpatia e con affetto Livio Cancellieri,
professore di lettere e poi preside. Era persona dotata di grande umanit, ma
andava letteralmente in bestia (chiss poi perch!), quando percepiva che
qualcuno dell'ultimo banco durante la lezione cantava a squarciagola Con un
po' di fantasia....
Ricordo la professoressa di filosofia, la quale nel corso delle sue spiegazioni
a volte si infervorava d'improvviso ed usava espressioni forti del tipo:
La cavalla impazzita della rivoluzione francese, che suscitavano in noi
entusiasmi incontrollati e ci inducevano a fragorosi applausi tanto che in pi 
occasioni accorreva il preside, affannato, per chiedere: Che ? che 
successo?.
Ricordo la professoressa di scienze naturali che minacciava gravi sanzioni
disciplinari a chi chiedeva perch mai non si dovesse studiare il capitolo del
libro di anatomia sulla riproduzione sessuale.
Che dire poi della citt, della Catanzaro del tempo? Anzitutto che, negli anni
in cui ero al ginnasio, non aveva ancora conosciuto la televisione. La svolta
epocale, inaugurata da Lascia o raddoppia? di Mike Bongiorno e poi dal
Festival di Sanremo, da noi sarebbe avvenuta soltanto qualche anno pi tardi,
nei miei anni liceali.
Ma quale era l'atmosfera di quel periodo? Non potendomi dilungare mi limito,
anche questa volta, a fornire qualche esempio, qualche segno dei tempi.
Ricordo il Circolo Unione, gi Circolo dei Nobili e Biancarosa come un
giglio; era questo il titolo di un servizio giornalistico comparso sul
settimanale ABC, nel quale Biancarosa era presentata come una figura
emblematica del perbenismo tradizionale della citt, cui si contrapponevano le
prime forme di scapigliatura femminile catanzarese, vera anticipazione del
futuro movimento femminista.
Ricordo alcune conferenze tenute da noti professionisti catanzaresi nella sala
del Palazzo della Provincia.
Una volta uno di essi, per invocare una pi rigida vigilanza del censore
cinematografico e per illustrare il degrado etico in cui era caduta la
cinematografia del tempo, lesse con puntigliosit tutte le parolacce che aveva
rinvenuto nei copioni dei films di Pasolini e compagni. Fu per i presenti, e
specialmente per le gentili signore intervenute, la pi scurrile conferenza
cui avessero mai assistito.
Poi c'erano le figure degli innovatori. Sarino Maida, infaticabile
organizzatore culturale, Tot Ameduri condirettore del Il Sentiero, Mario
Garofalo avvocato dello Stato, Michele Riolo dirigente socialista, il gia
ricordato professore Mastroianni, i quadri storici del partito comunista e
vari altri.
E c'era il corso con i suoi bar, i giardini non ancora affollati di San
Leonardo, il lido dorato di Copanello (ricordo ancora lo scoglio attorno al
quale si raccoglievano i giovani bene della citt: erano i figli delle maggiori
autorit cittadine i quali, dopo non pi di un decennio, sarebbero subentrati
ai padri divenendo le nuove autorit cittadine), il Gelso bianco e Case
arse, il cui nome, assieme allo scoglio di Copanello, mi pare il simbolo
emblematico del destino un po' amaro di una citt, vivace ed intelligente ma
frustrata dai suoi amministratori e costretta a subire la perdita di tanta
parte dei suoi giovani migliori.
Ma la figura che mi  rimasta pi impressa, forse perch consente una
rilettura in chiave parodistica delle vicende della citt,  quella del
professor Zaccone, maestro di vita e di cultura. Lo si incontrava
frequentemente per le vie di Catanzaro nord, con la sua giacca da camera e
la sua canna che usava a mo' di bastone. Era costantemente impegnato a
scrivere esposti, ricorsi e pubbliche denunce contro i principali dirigenti
politici della citt. Erano piccoli trattati, che si distinguevano per
l'eloquio fluido e soprattutto per l'aggettivazione estrosa e pesante ed in
cui si elencavano gli scempi e le malefatte degli amministratori del tempo.
Non posso riferire qui gli improperi che riversava su quegli amici che noi,
per stuzzicarlo un po', gli presentavamo come nipote del sindaco o figlio
dell'ingegnere capo del Comune o futuro genero dell'assessore ai Lavori
Pubblici.
Descriveva cos la decisione dell'Amministrazione Comunale di tagliare gli
alberi di piazza Matteotti: Il giorno in cui fu perpetrato il delittuoso
eccidio dei platani nella piazza accanto alla fontana-abbeveratoio della
citt. Definiva il cinema comunale, che aveva il torto di essere il cinema
del comune, quel deposito di paccottiglia e di fichi secchi.
Quando poi riusciva a prescindere per un momento dai misfatti dei dirigenti
politici locali, si addentrava nelle questioni dottrinarie. Era divenuta
famosa la sua definizione della politica: La politica - diceva - non  n
scienza n arte, ma polarizzazione di interessi, che convoglia nel fiume
tormentato della storia passioni, bisogni, desideri, paure, speranze,
ambizioni, complessi, timori... - ed a questo punto proseguivamo noi in
coro - ...nanti, panti, spatuli, sguerrimazzi, lippi 'e fiumara, ferri 'e
cozetta... e chi pi ne ha pi ne metta!

/:/Donato Veraldi.
di Francesco e di Rosina Mannarino
nato a Soveria Simeri il 12 gennaio 1941
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955)

Non  facile,
dopo tanti anni, prender penna e rivestirsi d'adolescenza alla ricerca di
graffiti, del noi come eravamo, delle sensazioni, spesso inenarrabili, che
hanno costellato quegli anni.
Se in una relazione politica si pu fare ricorso al mestiere, alla
circonlocuzione amica, alla terminologia invalsa, alla concettualit
stereotipa, qui no, qui bisogna essere se stessi, bisogna raccontare.
E la cosa pu far sentire nudo chiunque abbia paura della propria nudit. Ma
veniamo al fatto.
Era l'anno non importa quale e, dopo un inverno particolarmente piovoso, del
quale conservo ancora il ricordo sbiadito di rossi bracieri e caldarroste, a
scuola ci comunicarono che si sarebbe fatta in classe la celebrazione
ufficiale del 25 aprile.
Gi all'annuncio ci furono i primi brusii e la cosa non manc di meravigliarmi.
Alcuni compagni, addirittura, formarono un capannello e si misero a parlarne
quasi sottovoce, manco fosse il compleanno della biondina dell'ultimo banco,
quella carina, e si profilasse una festa da non perdere.
Eravamo stati posti, noi alunni, di fronte ad un fatto completamente nuovo;
sembrava dovessimo coniugare in un avvenimento unico il passato ed il presente,
le opinioni e la storia.
S, perch allora la storia contemporanea a scuola non andava molto di moda e,
per un ragazzo di prima liceale come me, la seconda guerra mondiale e la
liberazione dal fascismo erano solo due paragrafi, appena accennati, in un
libro delle medie.
Entrai anch'io nel capannello e, dopo alcune battute, qualcuno, pi scafato,
ci spieg che c'entrava la politica... la politica? Ma quella, pensai tra me,
 una cosa per grandi...
E fu cos che mi accorsi che anch'io diventavo adulto, man mano che le
questioni degli adulti penetravano nel mio microcosmo. Ma non era la sola cosa
di cui mi sarei accorto in quella occasione.
Dopo queste premesse, quasi iniziatiche, la curiosit di vedere che cosa
sarebbe successo suscit in me una sorta di ipertensione. Volevo sentire,
capire cosa dividesse ancora, dopo tanti anni, gli italiani nel giudizio sugli
avvenimenti che avevano portato il Paese dalla dittatura alla democrazia,
dalla monarchia alla repubblica.
E fu in questo clima che, nel giorno fatidico, il nostro professorino Dario
Sutera Sardo, imberbe, elegante ed impettito, dimesso Tacito e zittito
l'implacabile Cicerone, cominci a raccontarci come e da chi il Paese era
stato liberato, a quale prezzo ed in nome di quali idealit.
Il vigore con il quale le argomentazioni venivano addotte, cos distante dalla
pacata lucidit con cui lo stesso docente ci illustrava i classici latini,
produssero in me il primo stupore.
Ma ci che mi lasci pi attonito fu la rissa furibonda (si fa per dire) che,
dopo l'amen del professore, scoppi in classe tra i favorevoli ed i contrari
alla versione cauto-progressista che con molto garbo, per la verit, ci era
stata esposta.
Battibecchi e clamori che sino al giorno prima erano appannaggio del luned
calcistico o della valutazione di talune grazie muliebri, imperversavano
nell'aula, non pi aula scolastica ma succursale di una improvvisata tribuna
politica.
Persino la mia vicina di banco, quella con la quale ero pi in confidenza, mi
guardava con aria di sfida, quasi a dirmi: Non oserai pensarla diversamente!.
Non osai. Sono per natura un riflessivo e mi permisi solo di abbozzare delle
generiche perplessit. Nel mezzo di questo tumulto entr in aula, per la
normale lezione, il professore di filosofia, Ezio Galiano.
Chiese, naturalmente, il motivo del chiasso in corso e, zittite le unisoniche
risposte dei pi esagerati, prese, pazientemente, ad illustrare il rovescio
della medaglia.
Le certezze di poc'anzi, nel suo racconto, diventavano interrogativi; la sua
versione non propiziava enfatici entusiasmi ma problematici risvegli da quella
che, probabilmente, era stata una ubriacatura, il sogno collettivo di una
generazione: la potenza imperiale.
Era l'altra verit, quella di coloro che si sentivano vinti e non riuscivano a
trasformarsi, opportunisticamente, in filovincitori.
Non un rumore nell'aula, non un sospiro. Solo il suono di quella voce, alcune
pause, e di nuovo la voce, a tratti incrinata, del professore.
Era riuscito, quantomeno, a meritarsi il rispetto anche di noi che, pur non
condividendo le sue idee, coglievamo l'estrema dignit e l'onest
intellettuale di chi le professava.
Il rispetto per il diverso e lo stile nel porgere le proprie idee furono,
quella mattina, la prima lezione di politica che i due docenti impartirono a
tutti noi.
L'altra scoperta, quasi traumatica, fu quella delle multiverit.
Sino al giorno prima quanto proveniva dalla cattedra era verit rivelata, era
sapere da assimilare, nozione da ripetere, ora scoprivo che la verit non sta
da una parte sola, non  sempre scritta sui libri o su un libro solo.
La verit  quella che ognuno di noi costruisce attraverso il confronto delle
opinioni e la loro interiorizzazione critica. Non vorrei esser definito
eretico se affermo che ognuno di noi, in fondo, professa una sua verit.
Da quel giorno in poi ho rivisitato la funzione della scuola; pi che un
numero limitato od illimitato di nozioni, la scuola, gli studi in generale,
potevano darmi la capacit di scegliere, di distinguere il vero dal falso, il
buono dal cattivo, l'utile dall'inutile. Forse in quel momento ho scoperto la
politica, il suo fascino, la sua forza di suggestione.
Fin anche l'ora di filosofia ma non finirono (e non lo sono ancora oggi) le
polemiche sul 25 aprile. Ci che fin forse quel giorno, e perci lo ricordo
con malinconia, fu la beata incoscienza della mia adolescenza.

/:/Luigi Cafasi.
di Luca Alberto e di Antonia Zinzi
nato a Catanzaro il 26 marzo 1941
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955)

Il preside del "Galluppi",
per mezzo di mio figlio, anche lui infatti  alunno del liceo che fu il mio,
di mio padre, di mio nonno, del mio bisnonno, mi chiede di inviargli alcuni
ricordi relativi agli anni del liceo da poter pubblicare per onorare la storia
della nostra antica scuola creata dai Napoleonidi.
Cosa ci vuole? - mi dico - e mi accingo a tirar fuori volti, nomi,
avvenimenti, curiosit.
La questione si dimostra subito molto pi difficile: perch, tra una cosa e
l'altra, e fatti i debiti conti, sono gi trent'anni che ho lasciato il liceo.
- Un cartoccetto da cinque lire di farina di castagne comprato vicino alla
scuola?
- No! - quello  un ricordo delle scuole medie, ma all'epoca mia le scuole
medie erano allogate al primo piano dell'edificio che ospitava il liceo
ginnasio "Galluppi" e l'omonimo Convitto Nazionale e noi ci sentivamo della
famiglia con la sola differenza che, col passaporto di bambini, entravamo dal
portone principale su Corso Mazzini insieme con le ragazze del ginnasio e del
liceo, mentre i gi maschi entravano dalla porta di dietro vicina alla
palestra.
Ricordo i primi pantaloni lunghi comprati per andare al ginnasio, ma... dopo
una bella discussione (si era nel dopoguerra e le spese si facevano con molta
oculatezza e poi... i pantaloni corti facevano crescere pi forti e robusti e
si rompevano con minore facilit). Le lapidi con incisi i nomi dei caduti nella
Grande Guerra ed il Bollettino della Vittoria? Quelle s che erano cose legate
alle visite in presidenza ed in segreteria, alla lettura dei quadri degli
ammessi agli esami, all'entrata ed all'uscita dalla scuola e, forse, proprio
quei nomi ci avevano convinti, all'epoca di Trieste zona A e B, a recarci con
i grandi del liceo a portare una corona di alloro al Monumento ai Caduti e a
chiedere che non si lasciasse agli altri un pezzo d'Italia solo in virtdi un
Trattato che, tra l'altro, all'epoca non sapevamo neanche che cosa fosse. E
fummo caricati dalla Celere e dispersi in meno di un secondo e tornammo a casa
trepidanti e certi di aver fatto qualcosa di sicuramente glorioso, ma ignari
che saremmo passati alla storia, del "Galluppi" s'intende.
E dopo c'e stato il sessantotto e dopo ancora abbiamo visto sui giornali ed in
televisione visi di persone che erano al liceo con noi, bellissime
intelligenze, coinvolte con gli anni di piombo. Cafasi Luigi, Francesco,
Salvatore, Maria... cosa ci fa questo singolare con tutti questi plurali?.
Il preside Fornari, con la sua caratteristica inflessione, veniva con il
grande libro a leggerci le medie: il librone lo portava il bidello piccolo e
scuro, il terribile Gigino Pucci, con i capelli pieni di brillantina e,
mentre il preside leggeva, ci guardava con occhi feroci neanche fosse stato il
provveditore agli studi in persona.
Dovete andare meglio, dovete andare meglio, anche la condotta lascia a
desiderare - concludeva il preside.
Siete bestioni, siete tutti bestioni - ci diceva pacato il professore
Cancellieri - vi metto due meno, meno, meno - e si mangiava, parlando, la
esse della parola bestioni e, deposto il sigaro toscano, si puliva il naso con
un fazzoletto che ripiegava poi sempre, asciugandosi i baffi almeno dodici
volte.
Il guaio pi grosso che poteva capitarci nell'ora di italiano era di essere
interrogati dal bonzo insieme alla figlia, Leda Cancellieri. Infatti,
essendo il professore un po' duro di orecchi, riteneva che i mormorii che
udiva o il rumore del traffico fossero suggerimenti agli interrogati e,
scrupoloso e corretto com'era, metteva cinque alla figlia che per noi
avrebbe meritato nove, e quattro al compagno di sventura che
sei lo avrebbe preso sicuramente con qualsiasi altro professore.
Cancellieri era sempre stato incerto se i presunti suggerimenti fossero fatti
per mettergli in cattiva luce la figlia o perch lei ne avesse veramente
bisogno.
Questo lo angustiava molto ed era l'unica cosa che gli faceva perdere la sua
calma orientale: purtroppo lo scoprimmo solo dopo la maturit e, per la verit,
nessuno suggeriva a Leda Cancellieri che era sempre molto preparata, pi o
meno di quanto soffiasse agli compagni.
Il fatto  che nella testa avete lippi 'e jumara - ci comunicava il
professore Morello quando beatamente ed incoscientemente gli sbagliavamo le
sue adorate formule e i teoremi.
Non ci sar tanta piet, per voi, agli esami - ci minacciava la
professoressa Petrucco di francese (ma questo  un ricordo del ginnasio),
mostrandoci un pezzettino di indice segnato con il pollice, dopo che l'avevamo
fatta adirare ben bene approfittando che aveva sempre mal di testa, che aveva
paura delle automobili e delle vespe e che era piccola piccola. Una volta
venne in classe felice e ci mostr un libretto di sue poesie che le era stato
pubblicato in quei giorni (fu subito acquistato da tutti i genitori ma mai
letto, credo, da nessuno). I nostri commenti le fecero riporre
immediatamente il piccolo tesoro nella grande borsa che si portava dietro e
dalla quale ogni tanto spuntavano pacchettini della spesa. Chiss di quanto
amore sarebbe stata capace quella piccola donna non bella, non alta, non
elegante, e di quanti sogni ed ideali si circondava nel chiuso della sua casa,
dopo aver smesso i panni e l'obbligo di sopportarci per tirare innanzi la sua
vita di insegnante precaria! Nessuno di noi, penso, si rese conto, e neppure i
suoi colleghi, che Teresa Petrucco non era solo quello che lasciava trasparire
all'esterno.
E tutti questi professori ora non ci sono pi , eppure quanto ci hanno dato e
quante cose ci hanno insegnato!
La passeggiata scolastica: le classi si snodavano per le vie della citt senza
traffico, come si stava bene allora!, per andare a Siano, in campagna, e i
primi corteggiamenti con mazzetti di fiori di campo raccolti l per l.
Una volta si and a Casciolino nella propriet dei Larussa e fu bellissimo,
con Michele Rotella che al microfono imitava la voce del preside Fornari
e gli arancini di riso e le frittate di pasta portate da casa nei cesti.
I balli del liceo a fine d'anno: i primi profanando timidamente con le danze la
sacralit dell'aula magna e l'ultimo, nel 1959, fatto al Grande Albergo
Moderno con l'orchestra di Nick Monizza che suonava i pezzi americani
dell'epoca e fuori pioveva, pioveva tantissimo, ma che importava?, tanto avevo
gi la macchina comodamente parcheggiata davanti alla scala del Moderno per
poter riaccompagnare a casa, eventualmente, qualche gentile fanciulla che ne
avesse sentito il bisogno.
Il distintivo del liceo...:lo devo ritrovare, ci tenevo tantissimo: uno
scudetto rosso e blu con sopra un compasso, un libro, ... che altro? Deve
essere ancora attaccato al mio cappello universitario insieme alla medaglia
dei campionati studenteschi (facevo il lancio del disco con mediocri
risultati).
E poi sono andato all'universit e davanti al mio liceo "Galluppi" sono
tornato per incontrare mia moglie all'uscita dalla scuola e per passeggiare
con lei e di fronte al liceo c'era il Bar Mantella e vi andavamo a prendere il
gelato l'estate e la cioccolata l'inverno, all'interno per, perch ci
potevano vedere i professori.
Ora il mio liceo  diventato di nuovo convitto ed il liceo  andato a Villa
Menichini con i vetri dell'auditorium rotti a colpi di pietra e ogni volta che
lo vedo mi viene la tristezza e la nostalgia.

/:/Mario Nicotera.
di Giuseppe e di Amalia Provenzano
nato a Catanzaro il 18 giugno 1941
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955)

Carmelo La Rosa professore e... uomo
Il suono della campana che annunciava l'inizio dell'ora di matematica era
seguito da un silenzio profondo. Di l a poco, assieme ai miei compagni di
sventura, avremmo ascoltato atterriti ed imponenti il minaccioso tintinnio dei
numeri di legno agitati impietosamente dal prof. Morello nel suo famoso
sacchetto.
Poco votato alla comprensione delle nostre intemperanze giovanili e
ciecamente fiducioso (era un matematico!) nella Legge dei Grandi Numeri,
affidava al destino, alla cabala il compito crudele di smascherare e
colpire le nostre debolezze.
Illustre epigono del Divino Marchese, lo vedevo accompagnare con un ghigno di
soddisfazione le reazioni di stupore e di prostrazione del malcapitato di
turno ed il respiro di sollievo del resto della classe solo momentaneamente
sottratto dalla fortuna alle mani del carnefice.
Forzati della risata, tuttavia, i miei compagni ed io, una volta beneficiati
dal destino, ci alleavamo alle espressioni di scherno e all'ironia con cui
venivano commentate le esitazioni dell'interrogando per esorcizzare la paura
che ci coglieva nel pensare che, tanto, prima o poi, sarebbe toccato anche a
noi.
Carmelo La Rosa, invece, si presentava con nient'altro se non col suo faccione
tondo e ben rasato.
L'imponenza della persona e la statura elevata di quell'uomo di mezza et
venivano nascoste alla percezione dalla presenza, sul volto, di due occhi
dolci e chiari, attenti e vivaci, inequivocabile espressione di una
rassicurante propensione a capire.
Poco disponibili a passare inosservati o a farsi irretire dalle due grosse gote
sottostanti, quegli occhi apparivano, altres, inesorabili custodi degli stati
d'animo pi profondi.
La bocca, ben disegnata, ma piccola, non faceva tuttavia fatica ad aprirsi un
varco fra il pannicolo adiposo delle guance, se si trattava di aprirsi ad un
sorriso; sembrava soccombere, invece, sotto il peso dei tessuti soprastanti,
quando doveva serrarsi alla fermezza o al disappunto per non cedere alla
riprovazione o alla rabbia.
Da un piccolo spiraglio, allora, penetrava un sospiro, lungo e potente cui
veniva chiamato a sostegno tutto l'imponente torace fino al punto in cui
l'aria insufflata non avesse dato completo respiro alle cellule cerebrali,
normalit al rossore, lucidit alla mente.
I tessuti del volto, allora, temporaneamente sconvolti dall'accesso, si
ricomponevano obbedienti e si ridisegnava progressivamente la solita e
rassicurante espressione.
Il suo modo di fare, anacronistico - forse - per quei tempi dominati da
tombole e ghigni satanici, tradiva il suo profondo amore per gli studenti.
Usava accompagnarsi a noi nella tradizionale passeggiata serale e accettava di
buon grado che, in piccoli gruppi, andassimo a portargli a casa conforto e
assistenza, se era malato.
In classe o fuori, sapeva farci apparire importante tutto quello che
apprendevamo, scoprivamo, discutevamo, in un clima disteso che non offriva
nessuna suggestione all'indisciplina, n concedeva soddisfazioni alla
negligenza.
Eppure, - mi ricordo - incuteva soggezione.
Aveva, infatti, un modo tutto suo di orientare e dirigere il processo di
apprendimento quando qualcuno di noi appariva esitante e dubbioso dei suoi
insegnamenti: raccontava una storiella in perfetto dialetto di Sicilia, sua
terra d'origine.
Trattava della disavventura occorsa ad un venditore ambulante di una di quelle
fiere paesane che costituiscono la tradizionale cornice della festa del
patrono.
Ad un impertinente acquirente di una delle sue statuine raffiguranti il santo
in questione e che continuava ad avere da ridire sul prezzo richiesto, il
venditore rispondeva senza scomporsi e con aria sorniona: 'un ggnn pupu...: 
San Calojero.... E se il compratore insisteva che fossero troppe cento lire
per un pupo, lui ripeteva sempre e soltanto la solita frase.
Come il venditore, anche il professor La Rosa, in quel magico 1954, usava
rispondere cos a quelli come me che stentavano a capire fino in fondo il
valore della qualit, nell'apprendere.
Verso la fine dell'anno di quella meravigliosa quinta ginnasiale ci dette da
fare un tema (lo ricordo ancora!) sulla Scuola e sul valore formativo di ogni
disciplina. Mi dette un voto molto vicino al dieci, ma non dieci, e mi spieg
perch. Avevo usato nel corso del componimento la parola scibile, grossa,
imponente, pomposa, proprio come quel Monumento che da qualcuno si voleva che
fosse la Scuola.
Non so come sia adesso che ci vivo fuori, ma a quei tempi la Scuola mi appariva
distante, ostile per molti aspetti, ma, soprattutto poco disponibile ad
accogliere e capire l'eterno dilemma del giovane adulto, quello che oggi
chiamerei l'impossibile equilibrio di compromesso fra valori ed istanze
contradditorie quali il piacere e il dovere, la passione e la rinuncia, il
desiderio e la delusione, la speranza e la rassegnazione, il sogno e la realt.
Era giusto che mi rimproverasse, dunque, dopo che per un anno ci aveva
impegnati, al di l della retorica, a verificare le molte potenzialit di
un'et difficile: l'adolescenza.
E fu giusto che restasse solo, di l a poco, a difendermi nella drammatica
sessione d'esame che mi vide, in piena crisi, svolgere un tema di italiano
insulso e sconnesso, meritevole, solo, della umiliazione della riparazione ad
ottobre.
Seppi che si affann a spiegare alla Commissione esaminatrice la sua ipotesi
su quel mio transitorio insuccesso, che tent a lungo di evitare la mia
riprovazione, che invoc insistentemente considerazione per il mio passato di
studente-modello, ma mi piace ricordarlo solo mentre accetta con fermezza anche
se con un po' di commozione il verdetto.
Si sa, nella Scuola, sono i risultati che contano!
Ci rincontrammo alla prima liceo: fu ancora lui il professore di lettere di
quel gruppo di ragazzi che stava diventando una classe-modello, ma alla fine
dell'anno ci lasci.
Forse esagero nel pensare che fu questa la causa, ma quella classe non fu mai
pi la stessa. Diventammo turbolenti, cattivi, svogliati e lasciammo tutti
quanti il liceo per andare all'Universit con un grande rimpianto, quello di
un'occasione perduta.
 difficile spiegare senza ricorrere al linguaggio della scienza ci che possa
essere successo in ognuno di noi; credo, tuttavia, che tutti possano
comprendere che lo sviluppo dell'individuo ed il suo equilibrio dipendano dal
riuscire a mantenere un buon contatto con gli oggetti interni dell'infanzia
che rappresentano i corrispettivi delle persone che siano state per loro
significative.
Il professor La Rosa divent, suo malgrado, l'oggetto cattivo dell'infanzia, e
tutti ci facemmo distruggere da dentro dalla sua immagine di genitore che
abbandona.
Torn a salutarci un anno dopo e quella fu l'occasione per lasciarci l'ultimo
insegnamento: quello che ci aiut a ricominciare a lavorare per la nostra vita
futura.
Ci disse che se ne era andato per stare vicino ai suoi cari, per prender moglie
e farsi una famiglia e a me che stavo accennando una reazione di rabbia, che
stavo per accusarlo di tradimento, riserv per l'ultima volta quella sequenza
di movimenti del volto e delle labbra che conoscevo bene.
Quando ogni traccia di rossore scomparve dal suo volto, ferm il mio stupido e
rabbioso dire e mi rispose: Nicotera,  bene che lei sappia, che per un uomo
debbano avere uguale valore nella vita tutti gli affetti....
Non ricordo se aggiunse altro e non giurerei che disse proprio cos; posso solo
dire che non ho mai pi smesso di guardare sempre pi profondamente in me
stesso prima di guardare negli altri.

/:/Gianpaolo Lo Russo.
di Tommaso e di Amelia Cannistr
nato a Palermiti il 21 settembre 1941
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955)

L'espulsione
Quando nei primi giorni di ottobre dell'ormai lontano '54 mi iscrissi al liceo
ginnasio P. Galluppi di Catanzaro, la strada che si inerpicava dolcemente
verso la scuola era fiancheggiata, qua e l, da qualche casa semidiroccata con
imposte grigie, spalancate fino a sera. La strada si apriva poi di lato, quasi
all'improvviso, su un piazzale di terra battuta in mezzo a case basse dai
colori stinti.
La IV D fu sistemata nel seminterrato, lontana dal cuore del liceo e
dall'ufficio di presidenza, in una specie di scantinato alto, quasi dirimpetto
alle cucine dell'attiguo Convitto, vicino ai laboratori di chimica e fisica.
La luce raggiungeva l'aula dall'alto attraverso finestroni che portavano,
assieme ai rumori della strada principale della citt, un po' di malinconia.
In una mattina di quell'autunno fui preso di mira da un burbero professore
siculo di lingua francese e mi ritrovai fuori dall'aula, nel corridoio ampio e
poco illuminato.
Presi a camminare lentamente lungo il muro verso la luce che filtrava da una
porta della grande cucina del Convitto. I buoni odori mattutini delle minestre
tenute in caldo mi incoraggiarono e presi ad osservare, attraverso lo
spiraglio, i movimenti lenti, senza passione, di una cuoca nostrana.
Immaginavo di pane accompagnato a zuppa di fagioli all'olio allorquando un
rumore di passi ed un chiacchierio sommesso, subito interrotto, attirarono la
mia attenzione.
Con passi rapidi raggiunsi la balaustra della scala che porta al piano
superiore, mi appoggiai con tutto il corpo cercando di nascondermi in silenzio.
La vergogna di trovarmi fuori dalla mia aula, da solo, perch espulso, mi
faceva trattenere il respiro...
Davanti a me, su, in cima alla scala, una professoressa magra e slanciata, dal
volto serio e senza stupore, precedeva una scolaresca disposta in fila per due.
Erano liceali diretti, con apparente solennit, ai laboratori di chimica e
fisica.
In qualche secondo sarebbero passati tutti ad un palmo dalla mia testa, ognuno
di loro mi avrebbe scrutato a lungo, per un tempo infinito; qualcuno avrebbe
chiesto o commentato attirando l'attenzione della impassibile professoressa.
Invece sfilarono tutti in silenzio con sguardi seri verso l'ora di lavoro che
li attendeva.
Due anni dopo la I D trov sede nel cuore del liceo.
Alle 13,30 la scuola chiudeva, lasciandoci soli con la citt. In quegli anni
le occasioni culturali erano rare e meste e l'Aula Magna del Liceo quasi
sempre deserta nei pomeriggi di ogni stagione.
Le impalcature che nascondevano il Teatro Comunale stimolavano l'immaginazione
di chi sognava spettacoli futuri. Un tardo pomeriggio si proiett a scuola un
film nero allora celebre: Il terzo uomo (anche a distanza di anni  rimasto
sconosciuto il promotore di quell'iniziativa). L'Aula Magna si riemp tutta ed
ogni classe si raccolse in gruppi su sedie senza braccioli.
Nelle interminabili ore di scuola la lettura di Dante ed il dolce tepore
dell'aula favorivano silenzi profondi; un giorno che si ascoltava il canto
decimoterzo, quello di Pier delle Vigne, alzai la mano fiaccamente per
chiedere specifiche delucidazioni sul significato intrinseco della parola
meretrice.
La giovane professoressa d'italiano aveva mani agili e nervose, viso angolato e
capelli corti. Rossa in volto, sorpresa, nel silenzio tiepido del primo
mattino, mi indic la porta che imboccai incredulo.
Non fin l. Un'ora dopo, la nota del preside sotto il rapporto della mia
malefatta, sanciva il mio allontanamento dalla scuola per cinque giorni.
Ricordo che era l'inizio della primavera, quando le giornate a Catanzaro si
inteneriscono. Fu allora che, per la prima volta, attraversai in lungo ed in
largo la citt.
Non compresi mai la ragione di quel rigore; sicch nel tempo successivo,
quando alzavo la mano nell'ora d'italiano, usavo tenere le cinque dita ben
aperte e distese!...

/:/Michele Policicchio.
di Domenico e di Maria Tavano
nato a Borgia il 26 settembre 1941
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955)

Qualche tempo fa
mi sono dovuto recare presso il liceo classico per giustificare con il preside
la decima assenza di mia figlia.
Il preside, professore Ezio Galiano, esaurito l'oggetto della mia visita, ha
colto l'occasione per consegnarmi una lettera diretta ad ex allievi del liceo
ginnasio "Galluppi" per invitarli a rileggere nella memoria e a scrivere
qualche pagina di ricordi degli anni trascorsi al "Galluppi". L'inaspettato
compito mi richiama alla mente un episodio del mio quarto ginnasio.
Dopo la fine dell'anno scolastico, durante le vacanze estive (precisamente
verso i primi di agosto), gli alunni della quarta ginnasiale sezione D, che
eravamo stati promossi, ricevemmo dal nostro insegnante di materie letterarie,
professore Mario Barberio, una lettera circolare con alcuni allegati, nella
quale il docente ci invitava a svolgere dei compiti riguardanti il programma
dell'anno successivo. Fu una lettera inaspettata, giunta quando ormai avevamo
assaporato pienamente le vacanze e la scuola era lontana dai nostri pensieri.
Il leggerla mi produsse una sensazione di disagio, cui subentr
ben presto una serie di concrete preoccupazioni: tra l'altro, ero
in villeggiatura senza libri di testo e senza vocabolari. Mi guast certamente
il pieno godimento delle meritate vacanze, ma non era questa l'intenzione del
buon professore, il quale si era lasciato prendere la mano fuori stagione
dal suo inarrestabile zelo, che durante il periodo scolastico avevamo tanto
apprezzato: tutti i giorni, infatti, arrivava di buon mattino da Nicastro e
quando noi entravamo nell'aula trovavamo, su tutta intera la lavagna, nutriti
schemi di grammatica latina o greca, scritti con grafia minutissima - regole
ed eccezioni evidenziate con tutti i tipi di segni grafici e con prevalenza di
parentesi graffe, quadre e tonde -.
Analoga sensazione di disagio, analoghe preoccupazioni mi hanno assalito,
quella mattina, rivarcando la soglia dell'ufficio di presidenza, con in tasca
la lettera del preside.
Abituato, ormai da anni, per la professione che esercito, al carattere
scientifico dei provvedimenti giudiziari, che per di pi sono gli unici miei
elaborati scritti, e considerato che ho un'innata ritrosia a parlare in
pubblico e a scrivere per il pubblico, fui colto addirittura
da un senso di panico: non avevo ricordi di particolare
interesse, non avevo la capacit di esporre in maniera da rendere piacevole la
lettura.
Camminando per strada, mi rilassai e, senza accorgermene, riandai con la mente
a quegli anni ormai lontani: fine del 1955 e poi 1956-1957-1958-1959 e
l'estate del 1960.
Allora la sede del liceo non era in via De Gasperi; era l'austero edificio di
Corso Mazzini a pochi passi dalla basilica dell'Immacolata. Andando a scuola,
entravo immancabilmente in quella chiesa il tempo di recitare velocemente
dinnanzi all'immagine dell'Ecce Homo, posto nella navata destra, la preghiera
stampata sul lato sinistro dell'immagine O Ges, io adoro il vostro ultimo
sospiro.... Era questa una abitudine che avevamo molti studenti del liceo e
che, a parte il valore religioso, ci offriva l'opportunit di incontri
fuggevoli e silenziosi con compagni e compagne di tutte le classi.
Dopo appena un minuto, noi maschi ci trovavamo radunati nel cortile adiacente
all'entrata secondaria della scuola a cantare canzonette oscene, le famose
osterie, in attesa del suono della campanella per poter entrare. Le ragazze,
invece, entravano dal portone principale, man mano che arrivavano,
accedendo alle rispettive aule. Era questo un sistema per realizzare la
separazione dei sessi fin dall'inizio delle lezioni.
Ed ecco... un altro ricordo: a noi, alunni della sezione D che era
esclusivamente maschile, questo sistema precludeva totalmente il contatto con
le compagne di istituto, all'infuori di qualche saltuario incontro
nei corridoi.
La sezione D era l'ultima come formazione ed era la pi trascurata e
deficitaria sotto tutti gli aspetti. Gli insegnanti, essendo non di
ruolo, erano diversi ogni anno (i compiti assegnati ad agosto dal professore
di lettere nessuno li lesse mai perch l'anno successivo ci fu un altro
insegnante) e venivano nominati verso novembre; ma questo inconveniente
dipendeva dall'alto e, peraltro, era forse inevitabile. Invece,
quello che pi ci rammaricava, perch frutto di un deliberato proposito e non
di impossibilit pratica, era l'ingiusta discriminazione di cui fu oggetto la
nostra sezione che rimase sempre, esclusivamente maschile mentre le
altre sezioni erano tutte miste. Ci oggi mi appare addirittura un sopruso di
cui fummo oggetto, considerata la fondamentale importanza educativa della
familiarizzazione fra i due sessi. E, come ho appreso di recente, fu forse
anche questo uno dei motivi che persuase genitori accorti a favorire l'esodo
dei propri figli dalla nostra sezione verso quelle privilegiate, la A e la B.
Comunque, fummo una bella classe, composta di ragazzi dotati di ottime qualit
tra le quali l'affettuosit e la generosit che ci permisero di diventare
sempre pi affiatati di anno in anno, malgrado i continui avvicendamenti
dei professori.
L'unica docente che abbiamo avuto la fortuna di avere per tutti i tre anni di
liceo fu quella di storia dell'arte, professoressa Emilia Zinzi: alla profonda
conoscenza della materia accoppiava un grande entusiasmo per l'insegnamento,
voleva trasmetterci, ad ogni costo, l'amore per l'Arte, dedicava l'intera ora
a spiegare mostrandoci e commentandoci numerose fotografie che portava da
casa, rimaneva sinceramente dispiaciuta quando qualcuno di noi, sottovalutando
l'efficacia formativa e culturale della disciplina da lei insegnata, si
distraeva.
Invece, con nostro sommo ed unanime rammarico, rimase con noi solo l'anno del
secondo liceo la giovane insegnante di filosofia, la professoressa Nunzia Sala,
fresca di preparazione e di bellezza, di carattere molto aperto e dotata di
grande umanit, sempre pronta al dialogo anche su problemi di attualit, ma
non a scapito delle lezioni che venivano svolte con regolarit e profondit.
Si limit al solo anno del terzo liceo anche la presenza tra di noi di un
valoroso docente di latino e greco, il professore Michele Riolo, il cui modo
di esporre era semplice ed efficace per cui si verificava un naturale travaso
dal suo al nostro cervello senza necessit di sforzi di attenzione e di
concentrazione.
Per ricordare qualche episodio che meriti di essere raccontato dovrei fare un
certo sforzo, perch la vita scolastica, cos come la vita,  costituita in
prevalenza, quotidianamente, di fatti normali, direi di routine, e ci che
serve a caratterizzarli sono le sensazioni che li accompagnano e che sono
dipendenti da un particolare e contingente stato d'animo. Perci, a distanza
di tempo, non si ricordano i singoli avvenimenti, ma si conserva
un'impressione totale (piacevole o spiacevole) per un tempo trascorso,
frazionandolo tutt'al pi in aspetti piacevoli ed altri spiacevoli; c'
da aggiungere che questa impressione totale, a distanza di molti anni, spesso
 falsata perch gli avvenimenti spiacevoli perdono il loro lato amaro e
lasciano il posto ad un complessivo, struggente rimpianto per un periodo
lontano nel tempo.

/:/Nicola Corradini.
di Rocco e di Assunta Nicotera
nato a Catanzaro il 16 ottobre 1941
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956)

Il ritorno.
Baclo prese sottobraccio e cominci a camminare. Parlava allegramente ed in
fretta, com'era sua abitudine, mangiandosi le parole o incespicando per la
troppa precipitazione.
- Come la trovi - disse - cambiata?
E senza attendere la risposta, continu: - Qui a Zaro non cambia mai niente.
 sempre la stessa musica.
Erano arrivati ormai ai giardinetti di San Leonardo, un'area trapezoidale con
aiuole, qualche albero e le panchine di plastica verde. Pi in l il cinema
Odeon, gli stessi negozi di un tempo, il bar, la scalinata verso la chiesa.
E sul marciapiede opposto, le case dell'Incis, poi il Jolly Hotel, la saletta
da biliardo.
L si avviarono i due amici.
- Ecco Rocco, ovvero chi non muore si rivede - disse Bacal gestore.
E aggiunse: - Scommetto che non lo avevi riconosciuto.
- Come stai? - disse quello - Hai un'espressione diversa, ora. Devono essere
passati vent'anni.
- Di pi - rispose Rocco, stringendogli la mano.
- Quanto ti fermi? - chiese il gestore.
Ma Rocco, trascinato da Bac, era gi uscito dal locale.
I due attraversarono la piazza e si ritrovarono a scendere con passo svelto
verso il centro della citt. A Rocco piaceva ripercorrere quella strada,
proprio uguale a quella della sua giovinezza, sentire come allora, sotto il
palmo della mano, il ruvido parapetto di pietra che si affacciava sulla
ferrovia, saltare i gradini a due a due, alzare lo sguardo verso le finestre
dell'Istituto Magistrale nella speranza di scorgervi il sorriso di una ragazza.
Confondere passato e presente non lo soffocava, come aveva sempre temuto.
Al contrario, il dolce affiorare della memoria, che sembrava dissolvere tanti
anni di lontananza, gli conferiva uno stato di euforia e di benefica
esaltazione.
- Te la ricordi disse Bac- la III B?
E prese a recitare: - Autuori, Bertucci, Blandini, Blasco, Borelli, Butera,
Cafasi, Cama, Corradini, Corradini, Del Campo, D'Elia, Fabrizi, Fantasia,
Fiorenza, Gariani, Infelise, La Nigra, Mazzocca, Mazzotta, Nicotera, Pallone,
Paparazzo, Patan, Piperno, Polizzi, Pucci, Ranieri, Scamard, Sirianni,
Smiraglio, Stranges, Tassoni, Tripodi.
Non aveva scordato nessuno. Era una sorta di litania che Bacconfess di
ripassare a mente ogni sera prima di addormentarsi e che tirava fuori nelle
grandi occasioni.
Rocco, che per anni, dopo la partenza da Zaro, quei nomi aveva ritenuto a s
estranei e volutamente cancellati, si accorse con stupore di rammentarli tutti.
E subito not che l'elenco completo scandito dall'amico suonava come una
formula magica, propiziatrice, quasi un gioco di parole, una cabala dal
fascino misterioso.
C'era, in effetti, ben pi della semplice evocazione di personaggi che avevano
vissuto insieme nelle aule del "Galluppi"; perch dalla voce cantilenante di
Bacusciva non una pattuglia di figure che si annullavano l'un l'altra, man
mano che un nome sostituiva il precedente, quanto una formazione compatta e
solidale, una catena animata di elementi interdipendenti, collegati da un
ordine naturale pi che dal vincolo della progressione alfabetica.
La strada intanto si era fatta pi larga, pronta a sfociare nella grande piazza
segnata dal Palazzo di Giustizia e dal Grande Albergo.
Nuovi palazzi erano sorti a ridurre lo spazio aperto ed arioso di un tempo, ma
Rocco non se ne avvide. Seguendo il percorso che era abituato a fare da
ragazzo, cercava un riscontro ai particolari che dal fondo della memoria
emergevano con ritmo crescente: il grande orologio elettrico (quante volte
aveva dovuto accelerare il passo ed iniziare la corsa affannosa verso la
scuola, perch le lancette si avvicinavano troppo alle otto e trenta!), la
farmacia con il suo arredo in noce e il bancone di marmo, il bar Moniaci, il
portone sormontato da un arco, la panetteria.
- Guarda quella casa! - disse Bac, indicando il fabbricato sulla destra
-  la casa di Moretta.
Fu felice Rocco di sentire quel nome che lo riportava indietro, ad un amore
sognato tra i banchi del Liceo. E la felicit si rivel tanto pi grande,
perch inaspettata.
Anche Moretta, infatti, apparteneva a quei luoghi che la coscienza e la
volont di Rocco avevano sempre rifiutato, quasi scorie di un passato
disconosciuto o mai venuto ad esistenza. Perci, improvvisamente, attraverso
il ricordo gioioso della compagna di classe, cominciava ad incrinarsi la
soglia che Rocco con tanta determinazione aveva posto tra la giovente l'et
adulta. E lentamente svaniva la barriera che, sino a quel momento, divideva la
sua vita in due tronconi separati, come se essi facessero capo a distinte
entit.
Era ormai prossima la salita del Carcere, e Rocco, non pi abituato alle
strade di Zaro, vere e proprie montagne russe, prese fiato e pens soltanto a
tenere il passo dell'amico. Il quale, avendo compreso che un varco s'era
aperto nel cuore di Rocco, tentava, ma inutilmente, di coinvolgerlo,
accennando al ritornello di una canzonaccia tante volte gridata all'ingresso
della scuola: - Palle, palle. Palle rosse e gialle. Noi siamo i rompipalle del
III liceo B -.
Oltrepassate le mura del carcere e la chiesa di S. Giovanni, restava ancora un
breve tratto da percorrere prima che la via riprendesse a scendere. E fu al
culmine del pendio che Rocco vide il vecchio edificio del liceo "Galluppi"
adagiato sul lato destro, con le sue persiane basse che si inseguivano come i
finestrini di un treno rimasto fermo ad attenderlo. Ora s che avvertiva di
essere tornato ragazzo ed allegro. E correndo a ritroso nel tempo, e stanando
episodi sepolti o vicende rimosse, Rocco era pronto a riaprire un sipario per
lunghi anni serrato.
Giunti davanti all'entrata della scuola, quella riservata ai maschi, vicino
alla palestra, Bacripropose il motivo da caserma precedentemente suggerito.
E questa volta Rocco non si fece pregare. Anzi, integr il refrain con strofe
ancora pi triviali, che l'amico volentieri accompagn con l'armonica a bocca.
Non era tuttavia il contenuto volgare della canzone a prevalere, quanto
l'atmosfera che quelle note suscitavano.
Le parole, infatti, sembravano perdere significato di fronte al ritmo
incalzante che consentiva a Rocco di recuperare una parte fondamentale della
propria esistenza. Ed accadde che il suono cadenzato di quella marcetta
(Signore e signori, Si apre il cancello, Si vede il signor Preside...) anim
come per incanto sul marciapiede del "Galluppi" un carosello festoso di
immagini, un corteo di personaggi in preda ad una danza inebriante.
C'erano tutti: il capo d'istituto, Forni, ed il segretario: il bidello pie'
veloce e quello ruffiano, lo sprovveduto compagno che si ostinava a cercare
Bergson sulle pagine della letteratura greca, e l'insegnante di matematica, De
Feo, sin troppo indulgente nei riguardi di Rocco e di suo fratello Damiano;
poi, G. Mastorna, il professore di filosofia, e Stella, Clelia, Moretta, con
una rosa al seno, Berto, Lila, Anna, Mino.
- Signore e signori, Si apre il portone...
Ed ecco scendere, con passo felino, stretta in vita e svettante, la Casagrande,
insegnante di latino e greco, perennemente in ritardo sul suono della
campanella; quindi l'amabile Zizzi, romanica ed amica delle cupole,
panneggiata a dovere e fortemente chiaroscurata; ed ancora il professor
Cavalieri, dall'udito debole, la piccola, cara signorina Silico, Giaggi
Rotunno, ottocentimetri di tacco per sembrare pi alto, ed Amelia, Patrizia,
Bruno, Rosella, Damiano. Infine: l'attrice e il sovversivo, Repulo con Nico,
Beppe, Millo, Mattia e il figlio dell'onorevole.
Rocco si trov d'un tratto in mezzo agli altri, sopra una giostra che non era
possibile fermare. Abbracci tutti e pianse. Avrebbe voluto spiegare le
ragioni che lo avevano spinto a dimenticare, ma i canti coprivano la sua voce.
Allora, a dimostrazione che l'oblio non era stato totale, sventol alcuni
fogli di quaderno con i disegni fatti sui banchi del Liceo, che gelosamente
aveva custoditi.
- Pa-sse-ggia-ta, Pa-sse-ggia-ta - gridarono in tanti.
E Rocco si un al coro.

/:/Roberto Galera.
di Giovanni e di Rosaria Silipo
nato a Catanzaro l'1 giugno 1941
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956)

Fuori nevica nonostante la primavera inoltrata,
quando un commesso della dogana del Brennero mi recapita un pacco
ben richiuso. Lo apro e con somma meraviglia, mista a stupore, sbircio sulla
copertina del volume la fotografia del vecchio Galluppi. Incuriosito,
incomincio a sfogliare scorrendo rapidamente le pagine alla ricerca di
qualcosa che ricordi la mia Terza B. Mi fermo alla pagina trecento e da l
incominciano i miei ricordi.
Tutti li riconosco i miei compagni con i quali ho percorso gli anni di liceo.
Soprattutto rivedo con tenerezza le mie care compagne, tutte bellissime
allora, da richiamare continuamente alla classe un codazzo di compagni di
altre classi. I cosiddetti lapuni come li definiva in gergo il professore
Morello. Come posso dimenticare le interrogazioni di matematica di Mariuccia
allorquando il professore Morello, poste le domande, si spazientiva in attesa
di risposta e di rimando incalzava: Ciu mandamu a dire? - A chi? -
rispondevamo in coro. ... a Giampaolo Pistuna!, che nella sua fertile
mente non si sa chi volesse intendere. O che dire dell'agitazione e delle
vampate di calore che letteralmente impedivano a Rosellina, Bice, Annamaria o
Nada di bisbigliare parola o di arrunzare una formula? Scioccate, si
aprivano in tutta la loro semplicit ed arrendevolezza al punto da disarmare
il prof. Morello che teneramente si rivolgeva loro con dolci parole come: mi
pare na madonnuzza e crita.
Continuano i ricordi e mi sembra di vedere Aldo che, non riuscendo quasi mai
ad azzeccare risposte precise al professore Galiano, divagava nell'intento
di offrire altre risposte su altrettanti filosofi, come farebbe un cameriere
di classe che, non potendo soddisfare precise richieste, offre al cliente una
variet di altri prodotti con la speranza di convincerlo. Oppure il vocione
di Andrea, sempre caro e comunque quello ancora a me tanto vicino.
Ma un particolare mi ha colpito di quella fotografia e precisamente l'affetto
con cui tutti noi stringevamo le nostre mani in quelle di Nicola
quasi a renderlo garante di un'amicizia che sarebbe andata al di l degli
anni di liceo.
Nicola non c' pi . La notizia di quella tragica scomparsa mi indusse a
chiedere il come ed il quando fosse avvenuta.
Scrissi ai genitori ma non mi fu data risposta.
Li cercai l'anno successivo a Soverato, ma nulla, come se si fossero
dileguati. Quello che bonariamente i professori di classe chiamavano il
gigante buono non l'avrei pi visto.
Mi rimane il ricordo della sua generosit e disponibilit verso tutti noi.
C'era da pulire la lavagna? e Nicola era l pronto a cancellare oppure ad
offrirsi come cavia all'interrogazione di matematica evitandoci il trauma
della chiamata con "u sgrusciulamentu dei numeri da tumbula.
Mi riporta alla realt una telefonata con cui mi si chiede di intervenire per
festeggiare, quale ospite, i ventidue anni di maturit di Daniela, mia
moglie.
Qui nonostante le differenze etnico-linguistiche, si sente la necessit di
incontrarsi e parlarsi.
Peccato! Farei volentieri 1400 Km. pur di rivedere tutti insieme i miei
compagni della Terza B, e perche no? spendere una parola su quel Gigante
Buono che non c' pi .

/:/Francesco Piperno.
di Rosario e di Maria Nicola Russo
nato a Catanzaro il 5 gennaio 1942
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956)

Quando abbandoniamo
una casa in cui abbiamo vissuto a lungo, ci capita di sostare un'ultima volta
in quelle stanze, scrutando attentamente tutto intorno alla ricerca di qualcosa
di cui stranamente avvertiamo la presenza senza riuscire a riconoscerla.
Partiamo senza venirne a capo, portando via ugualmente ci che oscuramente
cerchiamo; e ricominciamo altrove con esso.
Sono vissuto per qualche tempo in altri paesi; e mi  accaduto pi e pi volte
che qualcosa, un nonnulla, mi riportasse alla mente la citt in cui sono nato,
la scuola, l'adolescenza, gli amici di un tempo - e mi son ritrovato posseduto
dall'attivit spontanea della nostalgia come da un sogno. Ricordavo allora la
citt; la sentivo cos come si sente l'odore di una madre, il tocco di una
carezza, l'aria che abbiamo respirata, la luce di un sorriso; mi risentivo per
quei vicoli e quelle strade, perch l vi crebbi, malinconico e fantasioso,
d'una fantasia appassionata che non ritrover pi .
Quando siamo in bala di quell'onda ch' la memoria involontaria, ci accade
talvolta di confondere la rappresentazione mnemonica con la percezione
sensibile; viviamo allora il ricordo con una pienezza di senso di cui non
c'eravamo accorti la prima volta. Il desiderio del ritorno si mostra come un
rincasare, un ritorno nello spazio; laddove, a ben vedere, si tratta di un
desiderio di risalire a ritroso nel tempo. E questo non significa desiderio
del passato, perch conosciamo bene il tedio di cui grondava a suo tempo ci
che non  pi . Nell'attivit spontanea della nostalgia il desiderio mira a
dilatare il presente per accogliervi il passato; e cos facendo si volge
verso la pienezza dell'essere, al di fuori del tempo.
Questa pienezza o, se si vuole, felicit  una delle poche che possiamo
coltivare senza dovere preventivamente rivendicare.
Si desidera ci che si  perduto e che non conosciamo se non come un arcano,
ma verso cui non potremmo, seppure involontariamente, orientarci se gi in
qualche modo non l'avessimo esperito.
La memoria involontaria  una attivit spontanea come il sogno - essa non si
lascia comandare dalla coscienza.
Cos, nello scrivere per rammentare, i ricordi, evocati a comando, appaiono
freddi, astratti ovvero non allietati dal senso; s che l'unico ordine che
possa aggregarli  quello cronologico, del prima e del poi.
V', tuttavia, anche per la memoria volontaria, un modo, se non di sfuggire al
tempo, di toccarne per cos dire l'estremo limite, la natura paradossale.
Questo modo si svolge ricercando nel passato ci che non  concluso e promette
ancora un futuro. La memoria cerca i tratti di ci che sarebbe avvenuto, i
segni che anticiparono il futuro che intanto e divenuto esso stesso passato.
Cercare nel passato il futuro anteriore  il tentativo che unisce questi tre
ricordi del liceo Pasquale Galluppi.
Trasalimento. Nella sala dei professori del liceo la conferenza volgeva alla
fine. Ero seduto nell'ultima fila da pi di un'ora; dritto e rigido come un
fiammifero, accanto ad una compagna di classe bella e tenebrosa come una capra.
Quel mattino, nell'intervallo tra una lezione e l'altra, avevo ardito parlarle,
metterla a parte del fatto che era entrata inavvertita nella mia vita, insomma
farle la dichiarazione d'amore seguita da regolare richiesta di fidanzamento.
Lei era arrossita; guardandomi con qualche imbarazzo mi aveva risposto che non
poteva dirmi s o no, cos, su due piedi; aveva bisogno di pensarci un po' e
mi avrebbe dato una risposta il giorno stesso, nel pomeriggio durante la
conferenza del professor Mastroianni su Montale ed il negativo.
Il professore recitava ormai, a mo' di chiusa, i celebri versi ci che non
siamo, ci che non vogliamo accompagnandoli con un sobrio avvertimento sullo
strazio che si prepara nel definire la vita al negativo. Fu in quel punto che,
quasi un trasalimento, la mano di Rosetta cerc la mia al tatto e vi indugi
un momento. Appunto l, e per la prima volta, quella carezza mi anticip
l'esperienza di ci di cui solo pi tardi imparai il nome: amore.
Cultura e menzogna. Il grande portone del liceo s'era ormai chiuso. Erano le
nove, mezz'ora dopo l'orario regolamentare. E noi non eravamo entrati. In
settanta, ottanta forse, avevamo disertato le lezioni contro il decreto Medici,
la disposizione del ministro dell'Istruzione Pubblica che ampliava,
d'improvviso e di un bel po', le prove d'esame per la licenza liceale. Avevamo
appreso la notizia per radio la sera prima ed avevamo deciso di reagire quella
mattina stessa quando, attendendo d'entrare, c'eravamo raggruppati per
capannelli. Avevamo trovato cos un'opinione comune: chiedere che ci fosse
consentito di discutere sul decreto ministeriale nelle classi durante le ore
di lezione. Una delegazione s'era formata per riferire la richiesta
all'autorit scolastica, ma era ritornata in istrada quasi subito: il preside
si rifiutava di riceverla.
Cos, quando la campana del liceo suon per annunciare le otto e trenta, in
tanti, quasi tutti, ci rifiutammo di varcare il grande portone; e cominciammo
a scandire slogan contro il ministro. Dopo alcuni minuti sul portone apparve
il preside, il professor Fornari, attorniato dal manipolo dei professori
autorevoli. Parlarono brevemente, a turno, prima il preside e poi i professori
autorevoli. Alternavano l'irrisione sulla vacuit della protesta all'ordine di
rientrare in classe pena sanzioni.
Noi restavamo in silenzio; poi, uno tra noi, con una voce un po' rotta ma
dall'argomentare pacato, si mise ad esporre le richieste e le relative ragioni.
Il preside lo interruppe con un gesto rabbioso ed intim a tutti di rientrare
in classe entro dieci minuti pena la sospensione dalla scuola. Nei minuti che
seguirono, molti, la gran parte di noi varc il portone. Restammo fuori
settanta, forse ottanta in tutto. Quel portone che si era chiuso davanti al
naso aveva come scoperto, per la coscienza, un varco, aperto in verit da
tempo, tra istruzione ed educazione.
Impartire un ordine usando la minaccia come argomento, privava di senso
l'argomentare stesso, l'opera della riflessione alla quale la scuola aveva il
compito di iniziarci. Attraverso quel varco vedemmo come in un baleno, per un
attimo e illuminato a giorno, la trama su cui era tessuta la vita morale della
citt: riti sociali che non intrattenevano pi alcun rapporto col desiderio
collettivo salvo che nell'esercizio dell'ipocrisia; la noia come esperienza
propria a quel realismo gretto che svaluta le idee e, pensandosi gran furbo,
consegue l'esito di mutilare la vita urbana rendendola dimentica di tante
belle parole. La povert della citt c'era apparsa quel mattino
come penuria di desiderio, di speranza.
Si era quella mattina in qualche punto dell'inverno, dopo le vacanze di Natale,
a secondo trimestre inoltrato, a febbraio forse. In quell'epoca manca
nell'aria della nostra citt il tepore quieto che annuncia la primavera.
Abbiamo invece un'aria vorticosa e gelida, dove spira un vento a raffica che
rovista la via principale come i vicoli pi sinuosi, riempendo la citt di
polvere in sospensione e male di vivere.
Bruno. Bruno ed io c'eravamo incontrati sui banchi della scuola media, gi
nelle aule del Mazzini. La nostra amicizia non era nata subito. Vedevamo
cose diverse - perch Bruno guardava dall'alto come un uccello, io dal buco
della serratura come un recluso. Solo pi tardi, al liceo, scoprimmo che
correva tra di noi una complicit per complementariet: insieme eravamo pi 
ricchi, vedevamo pi cose.
Bruno ed io camminavamo molto, su e giper la citta. E solevamo conversare
rincasando insieme alla fine delle lezioni. Ci inerpicavamo da Corso Mazzini
su su verso San Leonardo ed oltre. Era un bel tratto, certo sufficiente a ch
la parola potesse scandagliare le nostre coscienze.
Bruno ed io abbiamo preparato insieme la licenza liceale.
Ridevamo, incupiti per troppo poco sonno, di quell'esame che doveva attestare
l'acquisizione della capacit un po' bizzarra, che peraltro gi possedevamo,
di costruire sistemi sull'universo-mondo a partire da scarne e minimali
certezze sensibili e da un numero spropositato di nozioni.
Bruno ed io abbiamo redatto le tesi di laurea in uno scantinato sotto il
Lungarno a Pisa, giocando a scacchi - scantinato ribattezzato, da candidi
provinciali, pied  terre, trappola tesa a donne e mai scattata.
Bruno amava conversare. E lo spirito del Pernod lo aiutava grandemente. In
qualche misura era propriamente versato nell'arte del conversare,
nell'attivit di associare liberamente i concetti senza alcun limite che non
sia la logica, il rispetto delle regole del gioco linguistico. Ad ascoltare
Bruno si era colti, talvolta, dallo stupore di scoprire qualcosa che era l e
di cui non c'eravamo accorti perch non ne conoscevamo il nome. Nelle parole
di Bruno, qualche volta, risuonava l'eco dell'atto intellettivo, evocare ci
che latente dorme attorno a noi. Ogni volta che una associazione mentale gli
riusciva, Bruno rideva, pago. Rideva perch aveva capito, e per ci
stesso aveva saziato un desiderio. Bruno  morto una mattina d'estate, nella
sua 'Cinquecento' piena di libri, lontano, su una strada provinciale della
pianura padana.
Bruno  morto ed il mio mondo ha perduto qualcosa che l'aiutava a tenersi
insieme.
Non per questo Bruno  nel passato; perch la distinzione tra passato,
presente e futuro  un'illusione della coscienza anche se tenace.

/:/Amalia Vivaldi.
di Edmondo e di Francesca Passanti
nata a Catanzaro il 27 maggio 1942
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956)

Mio nonno: Vincenzo Vivaldi
Mio caro Professore Galiano, s, lo so, oggi siete Preside e nella qualit di
Preside del "Galluppi" mi avete chiesto di fissare su un foglio di carta un
ricordo cercato tra quelli del periodo in cui fui una delle tante studentesse
del Galluppi, ma allora io fui una vostra alunna e voi il mio Professore di
Storia e Filosofia! Ed  al mio Professore che oggi rispondo, se mi consentite,
perch con lui si instaur il rapporto d'affetto che dura da oltre trent'anni.
Come fermare su una pagina molti ricordi che, nonostante il tempo, restano
incisi nella memoria con la vivezza del presente, profumati di giovinezza e
colorati di struggente nostalgia?
Potrei parlare di Voi e delle Vostre lezioni su Socrate, Platone, Kant e
Nietzsche, i filosofi che amavamo di pi perch Voi eravate riuscito a
staccarli dalla Storia per renderceli pi vicini ed amici. Ancora oggi lo sono
per me che perseguo i valori dell'Essere, mentre ignoro quelli dell'Avere e
disprezzo quelli dell'Apparire.
Ricordo con quanta velocit e con quali cervellotiche abbreviazioni riuscivo a
prendere appunti nel corso delle Vostre spiegazioni. Riuscivo, senza conoscere
la stenografia, ad essere pi svelta della pi veloce stenografa. Ma a casa
dovevo riportare il mio lavoro in bella e in lingua italiana e decifrare gli
incomprensibili geroglifici! Era faticoso, ma ne valeva la pena!
Il mio quaderno con le lezioni su Kant fu conteso e serv a tanti e tanti
alunni del Liceo. Chiss in quali mani  finito! Mi piacerebbe riaverlo, anche
se per un'ora soltanto, per confrontare i miei ricordi.
Potrei parlare della Professoressa Velia Critelli che io ebbi la fortuna di
conoscere nelle vesti di mia insegnante prima, e poi di insegnante di mia
figlia. Mi colpirono subito, trent'anni fa, il suo forte carattere e la sua
personalita che rifiutava qualsiasi forma di debolezza e di compromesso, la
sua preparazione sicura. Quanto avrei voluto somigliarle! Dopo quasi
trent'anni l'ho ritrovata al suo posto di combattimento, quale insegnante di
mia figlia. Stesso metodo, sempre pi vivo e profondo l'interesse
e l'amore per le sue materie, mai una battuta d'arresto o un segno di
stanchezza o un'assenza... Se qualcosa  cambiato in trent'anni  la mia
ottica... Soprattutto in relazione alle sue mancate assenze!
E potrei parlare di chi non risponde pi all'appello perch ci ha lasciati,
di quel burbero benefico di cui, in tre anni, imparammo a conoscere i risvolti
dell'anima.
Caro Professore Morello! Quando entrava in classe senza levarsi il cappello e
con il dito della mano destra ci indicava che il suo copricapo era ancora l,
sulla sua testa, tornavamo mogi mogi ai nostri banchi. Quel giorno ci
avrebbe spennati e agli interrogati avrebbe detto che nel loro cervello non
c'era materia grigia, ma ferri 'e cazetta, lippi 'e hjumara, pampini 'e
cucuzzara e finocchieddri 'e timpa. Fra le risate dei pi fortunati, protetti
nei loro banchi...! Sembrava disprezzarci tutti, in classe, ma
guai a chi avesse osato toccarci.
A distanza di un anno dalla maturit, un pomeriggio, lo trovai ad attendermi,
a Napoli, all'uscita dall'Universit. Era con mio Padre! L'affetto di entrambi
per me li aveva portati, quella sera, a superare e vincere quell'orgoglioso
puntiglio che, nato alcuni anni prima per uno sciocco equivoco, aveva
impedito loro di rivolgersi la parola, pur nella stima reciproca, per tutto il
periodo del mio liceo; quell'orgoglio aveva funestato quei miei tre anni,
perch volevo bene ad entrambi!
Potrei parlare di due baffi giganti in doppiopetto, di un tappatevi-
perentoriamente - la bocca, urlato dal mio buon Professore Alberto Voci che,
forse pi degli altri, lasci in me un segno perche riscatt l'immagine
dell'insegnante di ginnasio che mi ero fatta in precedenza con una Vostra
collega sulla carta, ma quanto - ahim! - indegna del nome di insegnante e di
Vostra collega, e soprattutto di insegnante del Liceo P. Galluppi. Per
fortuna, il nostro Liceo opera delle selezioni naturali e i meno
atti al nobile compito di plasmatori di anime svaniscono come meteore.
Potrei parlare dei miei esami di Stato, dell'incubo che mi accompagna ancora
prima di una prova particolarmente difficile; della magra figura fatta quando,
dopo aver esposto un programma di Italiano di tre anni ed aver sciorinato
tutte le mie conoscenze in fatto di scapigliatura lombarda, non seppi
rispondere alla domanda: Cosa sa dirmi di Vincenzo Vivaldi?. Il mio mutismo,
con mio Padre seduto alle mie spalle, non sarebbe passato inosservato, ma chi
mi esaminava volle infierire e, urlando come un pazzo, mi disse cosa pensava
dei miei studi sulla scapigliatura e di me che, con un tale letterato in
casa, perdevo il mio tempo ad inseguire fandonie. Quanto piansi quel giorno!
Avevo sbagliato tutto. La mia maturit mi aveva dato la coscienza della mia
limitatezza, della mia inutilit. Avevo deluso mio Padre e tutti i miei, e le
loro parole di conforto cadevano nel vuoto! Perch il liceo Galluppi era
sempre stato per me qualcosa di importante, di grande! Se i ricordi di cinque
anni lontani restano scolpiti ancora oggi nella memoria, ci  perch a vivere
quegli anni io ero preparata fin dalla nascita, perch in quel vecchio,
monumentale Liceo Galluppi aveva insegnato un uomo, un Professore, la cui
viva voce avevano ascoltato altri allievi, altri discepoli.
Ed io, nell'entrare in quel Liceo, a tredici anni appena, cercavo l'eco di
quella voce che non potei mai udire; e nei momenti, a volte lunghi, di
disattenzione, cercavo di immaginare come sarebbe stato diverso ascoltare
quelle stesse lezioni di Italiano se ad esporle fosse stata la voce autorevole,
sapiente, paterna, amica, la voce di Vincenzo Vivaldi, mio Nonno, quel Nonno
adorato che non conobbi e che amai attraverso le parole di mia Nonna, i
ricordi di mio Padre, gli scritti di Lui e quelli dei suoi discepoli.
Ed oggi, priva di quegli affetti conosciuti e sicuri e di quella tradizione
che  nutrimento per l'anima, mi rifugio nel mio studio e ripercorro a ritroso
un cammino.
E quando mi chiedo chi io sia e quale misterioso compito mi abbiano affidato
da svolgere, nel corso di mia vita, gli imperscrutabili disegni divini (en
attendant Godot?), ritrovo il mio equilibrio tra le carte polverose ed
ingiallite, tra vecchi giornali che paventano la luce, tra ritagli di lettere
e di appunti di chi non  pi . E, per chiss quale oscuro sistema di
classificazione (ne trovo sempre uno migliore che, al momento opportuno, non
funziona!), tra queste vecchie carte occhieggia qualche testimonianza, anello
di congiunzione tra me e un'ipotesi di passato, raggio di luce
che mi consente di immergermi in ci che non mi  stato dato di vedere.
E vivo! Con legittimo orgoglio vivo... chi mi ha preceduto, quasi ectoplasma
emerso dai ricordi fissati nel tempo dalla penna sublime di uomini veri,
scevri di invidie, alieni da ipocrisie, numerosi e grandi.
Scaturisce ora la figura del Maestro, ora quella del letterato, ora quella del
critico, ora quella di un uomo, di un padre, con tutte le sue debolezze, con
tutta la sua grande, grandiosa umanit.
Da questi ricordi che custodisco gelosamente ne scelgo alcuni e Ve li offro
per testimoniare la storia di un Uomo che, per decenni, si identific con il
"Liceo Galluppi".
Luigi Marsico Lo ricorda cos:
La scena si ripeteva ogni giorno di scuola e quasi sempre allo stesso modo.
Qualcuno stava di guardia alla porta e... ad un tratto... concitato, lanciava
un messaggio:
Arriva!. Seguiva, a quella parola, un fuggi fuggi generale, un silenzio
improvviso; ognuno, acceso in faccia, andava ad occupare il proprio posto.
Varcava la soglia un signore distinto, di media statura, attempato; vestiva
impeccabilmente e portava bombetta ed occhiali; si scattava, al suo apparire,
tutti all'impiedi e si stava dritti ed impalati fino al consueto sedete.
Poi aveva inizio la lezione. Correvano gli anni immediati al 1920; la classe
era una seconda liceale, il signore distinto era il professore Vincenzo
Vivaldi, ordinario di lettere italiane nel Liceo Galluppi. Gloria e
lustro dell'Istituto, Vincenzo Vivaldi era, ormai, agli ultimi anni del suo
insegnamento, stava per conchiudere la sua carriera. Aveva, per circa
quarant'anni, istruito ed educato le generazioni di tutta la provincia e le
fatiche della scuola sembrava non avessero lasciato in lui traccia di
stanchezza. Appariva ancora vegeto e forte come una vecchia quercia e teneva
le sue lezioni con l'impegno di sempre, senza dimostrare fastidio o abitudine.
Sentirlo era un vero diletto. Incominciava il suo dire pacatamente, quasi
distaccato da quanto andava esponendo, poi, a poco a poco, si animava, si
entusiasmava; aveva la parola facile e, nutrito com'era di vasta e
profonda cultura, faceva sforzo, e non sempre riusciva, a contenere
l'argomento nell'ambito richiesto dalla lezione. Era chiaro ed ordinato
nell'esporre, sintetico, acuto, spesso caustico nel giudicare. Si capiva
subito: il suo posto non era il liceo, pi in alto sarebbe stato meglio e
degnamente.
Le fatiche di Vincenzo Vivaldi, tuttavia, non erano circoscritte al nudo e
puro insegnamento; la sua scuola era, s, palestra di cultura, ma era palestra
di educazione morale ed in essa la personalit dei giovani si formava e si
plasmava. Tante volte, nel corso della lezione, con opportunit e
deliberatamente, egli divagava: lo spunto a queste divagazioni gli era dato
ora da un avvenimento storico, ora da un personaggio letterario, ora da un
qualsiasi fatto contingente. Dimenticava, allora, la letteratura e i
poeti, le chiose e le postille, metteva da parte ogni forma di erudizione e
diventava maestro di vita; parlava di quei doveri che sono obbligo di tutti,
della libert che  s cara e che bisogna difendere, degli ideali che sono
il solo vero e che bisogna perseguire, della Patria che  necessario amare.
La sua parola, in quelle occasioni, diventava vibrante e commossa, il suo dire
concitato; scomparso il sapiente, parlava con energia e vigore, al cuore dei
giovani, il cittadino, l'educatore, quello che Vincenzo Vivaldi volle essere e
fu, principalmente e sopra ogni altra cosa.
Giuseppe Casalinuovo scrisse di Lui:
E mi viene in cuore come un bisogno di ricordarlo e di rievocarlo... Comincia
in Catanzaro la vera scuola di Vincenzo Vivaldi che, assieme a Battista Caruso
e a don Sante Calabria, rimase come a rappresentare la continuit di una
tradizione che usciva dalla scuola e penetrava nella vita, e faceva del
maestro un docente ed un padre, un esempio ed un simbolo!
E noi, i discepoli, gli volevamo gran bene. Assai gliene volemmo nella scuola;
assai gliene continuammo a volere dopo la scuola. E lo ricorderemo negli anni
che verranno, lo ricorderemo sempre, grande, caro, buono, Maestro nostro.
Il Provveditore agli Studi Felice Greco dett la seguente epigrafe: Vincentio
Vivaldi magistro - ex opere diuturno quiescente - omnes qui eius colunt -
insignem litterarum vim - discipulorum disciplinaeque studium - vitae
incorruptum decus - Catacii, anno VI a Fascibus receptis.
Nicola Cupi, dopo aver ricordato il Maestro con le parole:
I discepoli del Vivaldi sono una legione. Molti... lo hanno preceduto al
suono di fanfare reggimentali... Quei suoi discepoli erano Arcangeli con le
spade sguainate e luccicanti tra gli zaini dei fantaccini. Quei suoi discepoli,
poi, camminarono sugli scrimoli delle trincee, spavaldamente...
Patriota, espressione di una romantica grandezza che incontrava il nemico come
i cavalieri della Gerusalemme sui quali aveva tanto scritto quel nostro Don
Vincenzo, padre e maestro di tutti noi.
Aveva preparato alcune generazioni alla grandezza, alla lealt, all'onore; ed
 bene che Egli sia morto prima che tali sentimenti decadessero.
Sono sicurissimo che i discepoli suoi, superstiti di un mondo che ebbe il
privilegio del pensare grande, protagonisti di glorie che l'ottusit delle
fazioni invano tenta di avvilire e di piegare, vorranno, onorando il Maestro,
celebrare nel suo nome intemerato i valori incorruttibili di una tradizione
che fu continuatrice del Risorgimento e non  macchiata di sangue fraterno e
di orrori....
nel 1956 scriveva su Il Grido della Calabria:
...Ora Alfonso Frangipane coglie l'occasione del centenario della nascita per
ristampare la commossa pagina scritta da Peppino Casalinuovo per Vincenzo
Vivaldi. Leggo con molta commozione le parole del Poeta... E mi chiedo perch
mai questi due uomini che onorarono la nostra regione debbano essere a poco a
poco dimenticati. Debbano, cio, emergere dal limbo dell'oblio soltanto quando
generosamente Frangipane se ne ricorda o quando, nel disordine spirituale di
questi tempi, chi li conobbe nelle opere e nella vita ne fa uno sterile
documento di nostalgia.
Se i giovani non si piegano alla religione delle memorie, la colpa e un po'
nostra per la mancata consegna di una tradizione...
Umberto Bosco, dopo aver delineato la vita e l'opera del venerato Maestro,
scrive:
... una delle ultime figure d'altri tempi, quando uomini di valore si
accontentavano di una cattedra di liceo provinciale, e vi insegnavano
successivamente a padri, figli e nipoti; e facevano venti ore di treno per
raggiungere la pi vicina biblioteca e per acquistare un libro saltavano
qualche pasto; e insegnavano otto ore al giorno, e studiavano altre otto; e
stampavano a loro spese, ogni facciata di stampa una dura lezione privata; e
trovavano anche il modo di servire il loro paese, nelle modeste cariche
locali.
Rosario Rotella ricorda:
... Qualche mese prima della morte mi avvicinai anche io a quell'uomo, cui
tanto affetto e tanta venerazione mi legavano; era ormai una larva umana, un
fil di voce, a stento, usciva dal petto debolissimo e si traduceva in un
biascichio di parole brevi ed incomplete che esprimevano un pensiero sempre
lucidissimo. Ci commovemmo entrambi, ricordammo qualche episodio dei tempi
lontani; aveva Egli presente nella memoria me e i miei compagni... e nella
rievocazione di un passato, cos vivo nel cuore e nella mente, il volto del
Maestro si animava di una vita insolita.
Quante volte nell'incontro anche fugace di conoscenti, venuti dal suo
insegnamento, ritornando pensosi agli anni della giovinezza, trascorsi sui
banchi della scuola, sentiamo che il cuore si gonfia di commozione...;
riconosciamo, in quella scuola, un nido caldo di memorie, perch la scuola del
Vivaldi era fermento di vita. E gli autori da Lui preferiti erano anche i
nostri diletti: Dante, Foscolo, Leopardi; quante volte sorprendevamo nella
voce del Maestro un'ondata di commozione, che ci faceva attenti e docili
tutti. Ammiravamo in Lui la vasta cultura, ma soprattutto la sua
umanit; e gli scatti d'impazienza mal repressa erano quasi sempre cancellati,
pi tardi, dal pi paterno dei sorrisi e i giudizi seri che dava di molti
compiti scadenti, faggiolate li chiamava, si attenuavano in parole di
conforto e consigli d'incoraggiamento sempre che un pensiero, un rigo gli
facessero intuire un elemento positivo e rivelatore. Chi di noi non ricorda
con quanta cura e passione commentava la Commedia; e come ci toccava le corde
pi intime del cuore alla piet dei due cognati, al tormento di Farinata, al
monito grave di Ulisse, al rapimento di Casella, al serafico ardore di Santo
Francesco. E quanti mandammo a memoria, senza assegno, i Sepolcri, che nel
commento del Maestro ci rivelavano il mondo poetico del Foscolo! Attratti
dalla sua parola sentivamo tutti la grandezza della Fama immortale, il
profondo ed eloquente silenzio di Santa Croce, il contenuto umanamente tragico
della preghiera di Elettra, l'ammirazione per l'eroismo sfortunato di Ettore.
E non apprezzavamo il Monti, perch Don Vincenzo ci ammoniva che il poeta
deve avere personalit, senza di che la forma sonora e scorrevole non pu
avere contenuto; quante volte, nel commento dei versi tormentati del cantore
di Silvia, di Nerina e di Saffo, notavamo il singhiozzo appena
dissimulato del Maestro che, fuori dalla cattedra, tra i banchi, si confondeva
coi suoi allievi, e la lezione diventava intimo colloquio di anime.
Sono anch'io un insegnante di liceo, vivo nella scuola che, oggi pi che mai,
va in cerca di un contenuto e di una forma... ma... qualsiasi riforma, perch
abbia efficacia, deve operare con un presupposto essenziale: la personalit
dell'insegnante, che deve sentirsi plasmatore di anime, centro propulsore di
vita e, perch sia tale, deve possedere requisiti non comuni e, soprattutto,
onest di sentire e disciplina interiore; ebbene, Vincenzo Vivaldi ebbe in
sommo grado questi pregi; in tempi oscuri, quando la scuola era sbandata e
incerta fra le pi mortificanti controversie, sotto l'influsso
delle pi disparate correnti ideologiche di una politica suicida che, spesso,
ignorava la Nazione e la Patria, Egli inculcava nella mente e nel cuore dei
suoi giovani il culto pei sacri valori dello spirito e della dignit umana e,
in specie, la fede incrollabile nell'ascesa dell'Italia, al cui risorgimento
Egli partecipava con la passione di studioso e di convinto divulgatore del
pensiero e dell'opera dei pi grandi artefici....
Angelo Vaccaro ne ripercorre rapidamente la vita e l'opera scrivendo:
Non siamo soverchiamente teneri con i cosiddetti deificatori delle glorie
campanilistiche; ma siamo del pari duri e guerrieri verso quanti dei nostri
uomini e delle nostre glorie amino, come  uso, scemarne e misconoscerne il
valore per il bel gusto di farci passare, a qualsiasi costo, come gente
inferiore da colonia.
Vincenzo Vivaldi... quello che fu nella vita lo dovette... alla sua volont e
alla sua intelligenza; e fu tale l'affetto meraviglioso di questo sforzo e di
questo amore agli studi che, a sedici anni, gli consentirono di dare lezioni
ai ragazzi del ginnasio e, poco dopo, anche a quelli delle classi pi elevate.
Con una preparazione formidabile che pi tardi vi riveleranno, con
l'accentuato acume critico, una pi chiara visione e consapevolezza della
nostra coltura e della nostra letteratura in special modo.
Con altri giovani amici fond, allora, il giornale Il Ventilabro che divenne
come il campo delle sue prime battaglie e che ne rivelarono al pubblico le
eccezionali virtdi studioso e di critico.
Poi, l'aquilotto apprest le ali per maggiori trionfi.
Si diplom maestro, come per crearsi una sicura base di volo per le incognite
della vita. Allora, l'essere maestro non poteva diminuire il valore di un uomo
ma l'accresceva. Oggi, la gran parte dei maestri sono professori, ma 
problematico se siano degni del gran nome di maestro, l dove i vecchi
nostri, come il Vivaldi, senza chiederlo, per il loro intrinseco valore,
venivano elevati all'onore di una cattedra nei licei.
Sostenne un concorso per titoli e si ebbe l'abilitazione all'insegnamento nelle
scuole tecniche, aiutato, in questo, da Giovanni Bovio che delle prime prove
dell'aquilotto era rimasto pi che entusiasta e che vi vedeva anzi la buona
stoffa per pi sicuri trionfi. Aveva 25 anni appena. Fu mandato ad insegnare
nel ginnasio di Monopoli e, nel 1886, gli veniva conferita l'abilitazione
all'insegnamento nei licei ed istituti tecnici superiori. Venne assegnato a
Catanzaro, titolare di due cattedre: liceo ed istituto tecnico; insegnamento
questo che prosegu, ininterrottamente, fino alla morte.
Non crediamo di esagerare affermando come questo suo spirito di campanile
costitu l'ostacolo per il suo pi certo avvenire. Se avesse ceduto alle
affettuose insistenze di Francesco Fiorentino, non gli sarebbe mancato il
degno posto di una cattedra universitaria.
Ma, rimanendo a Catanzaro, Vincenzo Vivaldi non si fossilizz, e visse la
ragione e le regioni dello spirito con quell'attaccamento che gli era ormai
connaturato, come necessit dell'esistenza. Solo per questo pot onorare i suoi
giorni di indefesso studio e di accurate ricerche che valsero a dargli quella
giusta e degna fama che gli sopravvive.
Scrisse molte opere e... sin dalla prima pubblicazione, gli erano pervenute
lodi e consensi che potevano renderlo bene orgoglioso, anche se egli fosse,
per sua natura, modesto ed umile pi che non si dica. Zumbini, Graf, Mazzoni,
Cocchia, Flamini, Croce... furono consensi bene apprezzabili dei quali, dicevo,
non se ne impettiva punto.
Quando si ritir dall'insegnamento, il Liceo Galluppi volle devotamente
offrirgli una pergamena e, a sue spese, pubblicare il volume Calabresi
illustri.
Una nota scordante e ricca di incomprensione certamente: alla sua morte, il
prefetto del tempo neg il permesso di tributargli, come era stata volont del
podest, onori solenni, sotto il piccolo pretesto che non era stato fascista
tesserato. I buoni fascisti se ne dolsero e disapprovarono.
E la sana critica, quella che non  fatta per gli spulciatori di sillabe ma per
i discernitori sereni dell'altrui pensiero, gli ha concesso la fama in una
serena somma di virtnelle quali non sapremmo se meglio ammirare l'uomo o lo
scrittore e, nello scrittore, se la chiarezza dello stile o la poderosit
delle argomentazioni.
Mente elevata e cuore generoso, sent tutta la bellezza di quei divini palpiti
che sanno veramente eternare le opere dei grandi ingegni. Dalla organicit del
pensiero alla serena visione delle cose, sino all'intimo approfondimento del
sentimento e delle visioni,  tutta la lucente sua operosit di scrittore e di
critico.
Nella critica, specialmente, la sua anima lascia la tradizionale scoria
dell'erudizionismo per sfociare in quella vitalit operante che costruisce ed
innamora.
I pi ricordano, a proposito delle sue ricerche, la nota frase con la quale il
Carducci volle onorarlo: Mi trovo di fronte a chiaro topo di biblioteca.
E, come dicevo, tutto quanto fu e divenne lo dovette unicamente a se stesso:
alla sua forza costruttiva ed alla sua intelligenza di autodidatta.
E, direi, che la sua migliore opera resta nella buona e sacra memoria che gli
sopravvive nei suoi tanti discepoli spersi nel mondo. Opere viventi, che di
Lui portano le tracce luminose, nell'afflato di quel cosciente insegnamento
che fece bene assurgere la sua scuola a palestra di pensiero e di virt.
E la sua fu vera cultura, fu bisogno profondamente sentito di studiare e di
conoscere.
Spesso rimaneva per due o tre giorni chiuso nel suo studio, ignaro, pi che
incurante, dello scorrere del tempo, immerso in una dimensione diversa, tutta
sua, in un colloquio costante con muti ma sapienti interlocutori. E a mia
nonna, che dopo tre giorni osava penetrare nel suo sacrario, diceva accorato:
Non mi fate leggere neanche un minuto...!.
Considerava la scuola, il Galluppi, il TempiO del Sapere, il luogo pi 
importante che vi fosse. E il pi caro e sacro, e mai lo consider con
l'ottica del lavoratore scontento e sfruttato; e per andare a scuola indossava
il suo abito migliore, il pi adeguato alla solennit del sito, la redingote.
Con dignit e correttezza svolse la missione affidatagli in seno al Comune e
mai giunse a compromessi od ostent ipocrisie. Ne  prova un biglietto cos
concepito:
Gentilissimo Signor Sindaco,  meglio parlar chiaro. Abituato ad operare
sempre in coerenza a quello che penso, non posso stamattina venire ad
ostentare idee e convinzioni che sento di non avere. Mi abbia quindi per
iscusato e mi creda. Vincenzo Vivaldi.
Casa, 16 luglio 1906-Catanzaro.
Sino alla fine lucidissimo, cosciente e sereno. Agli amici che erano venuti a
fargli visita e che si accomiatarono da Lui, quella sera del 4 febbraio 1940,
promettendogli di ritornare il giorno successivo, disse pacatamente. La
nostra giornata terrena  finita!. Quegli stessi furono richiamati, pochi
minuti dopo quel sibillino saluto, sulla strada del ritorno alle loro case
perch Egli era morto.
Mio nonno - sono convinta - seppe leggere sempre e soprattutto in se stesso ed
avvert l'ala della Morte, quella sera, perch la rettitudine con la quale
aveva sempre operato gli impediva di temerla. Cos Egli fu ed  in coloro che
lo conobbero e lo amarono. I consensi di chi ne studi le opere, prestigiosi
senz'altro, ma anche impersonali ed asettici, sono riportati nella storia
della letteratura e saranno riportati in avvenire... dagli studiosi di buona
volont. Freddi ed obiettivi.
I suoi discepoli gli vollero bene e scrissero di Lui, non per puro esercizio
accademico, ma per rendere testimonianza di ci che Egli rappresent.
Inconsapevolmente aggiunsero ai loro cospicui diademi la pietra preziosa di un
articolo in pi .
Nel ricordo la sua figura vibra ancora ed ancora addita, a chi sa ascoltare, i
veri valori della vita.
Era nato in Catanzaro il...

/:/Domenico Corradini.
di Rocco e di Assunta Nicotera
nato a Catanzaro il 4 novembre 1942
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956)

Giulia  una parola
Nao sei, mas meu ser
Tornou-se-me estranho.
E eu sonho sem ver
Os sonhos que tenho.

Non so, ma il mio essere
mi si rese estraneo,
e io sogno senza vederli
i sogni che ho.
Pessoa, Abdicacao (Abdicazione)
Un quartiere della citt vecchia attraversato dalla via Tripoli, a quel tempo
passaggio dell'arcivescovo in visita all'Educandato. E noi bambini a corrergli
incontro per baciargli l'anello, nascondendo le spade di legno dietro la
schiena.
Quando nacqui c'era ancora la guerra. Mi piacevano le patate fritte, suonavano
in bocca. La pianola la chiamavano organino, andava a manovella. Dalle
finestre e dai balconi, palchi di un teatro povero, gia buttar monetine, uno
scroscio, e l'omino a raccoglierle una alla volta, grazie grazie dicendo.
I nonni, dai denti come giunchi, ci raccontavano che il regno dei cieli 
poggiato sull'acqua e per arrivarci bisogna prendere una barca e fare croc
croc coi remi.
Costruivamo il nostro mondo in un sogno di secoli. Sognavamo il cielo sospeso
sull'acqua. Sulle barche si poteva mangiare, si poteva dormire. Ma quando era
freddo nemmeno il pi esperto marinaio avrebbe saputo come difendersi.
C'erano noci sugli alberi. E gli alberi erano tanti, quanti erano gli uomini,
vivi e morti.
Non rest che capovolgere una barca e metterla su un'altra diritta. Ogni noce,
a tagliarla nel mezzo, dava due barche. Le case furono gusci di noce. Si
entrava da una porticina. Di sera la porticina si chiudeva e si stava bene al
caldo. I bambini crescevano.
Sui mari delle pozzanghere giocavamo alla carica dei centomila girando intorno
al palazzo del marchese. Il marchese aveva perso un occhio durante i
bombardamenti. Il suo occhio lo rivoleva di diamante. Un giorno part per
l'America. Glielo rimisero di vetro.
Una barca capovolta su un'altra diritta. Ancora una barca capovolta su
un'altra barca diritta. E sulla cima del monte pi alto dieci gusci di noce
conficcati obliquamente, in modo che le punte di ciascun guscio si toccassero
come lance dopo una battaglia vinta. Sulle punte dei dieci gusci altri otto.
Poi sei e quattro e due. Sulle punte degli ultimi due gusci, un guscio bello e
saldo.
La torre ci sembrava toccare il cielo.
Fu l al Gelso Bianco, che trascorsi una parte della mia vita.
Un giorno, da una grande stazione ferroviaria, partii per Dublino. Ci rimasi a
lungo. Nevic il primo di maggio e in una vetrina vidi le albicocche secche.
Al mercato, nell'ora di chiusura, vidi mele marce rotolare nei bidoni della
spazzatura.
C'era un vecchio nel mio quartiere, e tutti lo chiamavano Principe perch suo
nonno entrava senza permesso nella reggia dei Borbone. Frugava tra i bidoni
con guanti grigi. Frugava pezientemente. Appena gli pareva di aver trovato una
mela buona, se la strofinava al cappotto. La mela splendeva, trapunta di
macchioline nere. Il Principe pensava che anche le belle dame hanno qualche
neo. Riprendeva il cammino con la sua mela in mano. E c'era il mondo in
quella mano.
Sapevamo del Caos, che all'origine dei tempi occupava tutto come la polpa di
una mela dentro la buccia. La polpa aveva la compattezza di una pietra dura
e liscia, nemmeno un forellino dove potesse nascere qualcosa.
Il Caos voleva un figlio. Mancava il posto.
Il Caos voleva amici che lo togliessero dalla sua solitudine. Mancava il
posto.
Il Caos si sarebbe accontentato di un verme che gli rosicchiasse l'anima.
Anche per il verrme mancava il posto.
Marcire era l'unico rimedio.
E il Caos cominci a marcire. Quando mor, la buccia della mela rassomigliava
alla pancia di un agnello squartato in mezzo ai prati.
Le vene del Caos si aprirono e ne usc sangue raggrumato. Cos nacque la terra
dei campi.
Le ossa del Caos picchiarono l'un contro l'altro finch non ebbero trovato una
posizione di quiete. Dal midollo nacquero gli oceani e sugli oceani i
continenti.
Dagli occhi del Caos nacque la volta celeste. Un occhio per il giorno e uno
per la notte.
Dalla testa del Caos sprizzarono i suoi mille pensieri. Dai pi complessi
nacquero gli di, dai pi semplici gli uomini.
Prima di separarsi, di e uomini si preoccuparono che gli occhi del Caos
rimanessero perennemente in alto. Fecero girare un cerchio di ferro per le
pareti interne della mela, che torn a gonfiarsi. Conficcarono chiodi lunghi e
robusti nel cerchio, saldandolo al centro della mela e lasciando che la met
di ogni chiodo sporgesse a raggiera. La volta celeste si appoggi mite sopra
le punte della raggiera. E gli occhi azzurri del Caos, uno chiaro e uno scuro,
brillarono per sempre di lass.
Tornai da Dublino portando alla pi piccola delle mie sorelle un pupazzetto di
maiolica, il pescatore di salmoni.
Dove lo avr sepolto? Da tanto volevo chiederglielo.
Il pescatore di salmoni mi ostino a cercarlo nella sua casa. Invano lo cerco
nelle cassettiere che confondono l'odore di spigo e di lino.
 affondato in un mare d'azzurro. Sembra un bambino tra i pesci.
A scuola non trovai mai liete sorprese. Il mio unico amico si chiamava Giulia,
la figlia maggiore di Gaetano Mascaro e della signora Emma.
Giulia faceva lunghe assenze, finch non si assent per sempre.
Yo el Rey, mi firmavo. E lei ricopriva il banco di arabeschi, ricami su un
tombolo di lacca nera, sorridendo debolmente come si guardasse in uno specchio
graffiato dalla sua tristezza.
Mi dissero che al manicomio Giulia non riconosceva nessuno, ed era inutile
provarci.
Quel giorno scrissi sul diario: Giulia  una parola, regina della sua Babele.
I tram, allora, smettevano a mezzanotte e all'alba riprendevano. Solo nelle
ore del sonno non si viaggiava.
Il tram di mezzanotte chiudeva la giornata.
Dove conduceva l'ultimo viaggio?
Dai merli del palazzo del marchese, attraverso il lucernario, arrivava di sera
il segnale per Salvatore, conosciuto come don Turi el conquistador perch aveva
navigato nel Golfo di Biscaglia.
Salvatore cercava subito un amico e gli metteva in mano un paio di nacchere:
Vamos a castanetear. E andavano.
L'amico batteva le nacchere con l'aria di chi stesse suonando lo
scacciapensieri. Per non fare rumore, don Turi usava scarpe ricavate da un
copertone d'automobile.
Era esperto in rasoi e tre volte alla settimana insaponava e radeva quelli di
casa che ne avevan bisogno.
I marchesi dormivano. La cameriera aspettava timorosa sulla porta.
Il battitore di nacchere continuava indomito senza badare al tempo. Si sentiva
sollevato da ogni incombenza non appena el conquistador ricompariva per strada.
Cinque centesimi per il servizio.
Il servizio fin quando la cameriera rimase incinta.
Salvatore prese il rasoio e ridusse in pezzettini le scarpe di copertone.
Spos la cameriera in modo che il figlio nascesse con tutte le regole.
Il giorno stesso del matrimonio part per Napoli. E si seppe che da l si era
nuovamente imbarcato.
Il figlio nacque e venne tenuto a battesimo dal marchese, col nome di Rosario.
All'eta di quindici anni, Rosario ebbe l'onore di insaponare e radere il
marchese afflosciato sul letto con entrambi gli occhi freddi.
Giovanni era fratello di don Turi. Dopo circa un anno d'assenza ritorn dalla
collina con una giovane moglie.
Maddalena aveva i capelli lunghi e ricci, li pettinava al mattino con un
pettine d'osso a denti strettissimi e diceva che era pi facile pettinare una
pecora.
Di aspetto florido, prometteva figli in abbondanza.
Al suo paese la consideravano stramba per essersi messa con Giovanni,
sifilitico.
I primi tre parti andarono bene. Al quarto, Maddalena pianse.
Giovanni tagli col coltello il cordone ombelicale e lo leg con una lenza da
pesca.
Raccolse da terra una massa informe di carne che si gonfiava e sgonfiava come
un polmone. La stese sopra un cesto, cal il cesto nel pozzo dell'aia e spieg
a Maddalena che aveva partorito un pesce, che il pesce non sarebbe morto
nell'acqua del pozzo, che il padrone del pozzo era lui e che i falchi non si
azzardassero ad avvicinarsi al pozzo, gli avrebbe strappato il collo con le
sue mani.
L'acqua del pozzo brulicava grigia. Giovanni la fissava per ore spiando se si
dondolava in un movimento pi fondo.
Una vita abbozzata che non aveva chiesto di nascere.
Di tanto in tanto il Principe si offriva di fare qualche servizio presso la
famiglia di Gaetano Mascaro. Ci guadagnava il pranzo.
Una mattina, dopo la scuola, accompagn ai giardini pubblici la seconda figlia
dei Mascaro, la piccola Maria.
Raccolsero pinoli, gettarono sassi nel lago dei pesci e si misero a giocare
con un mazzo di carte sopra un muricciolo.
Cadde una carta e Maria cadde nel vuoto per afferrarla.
Il Principe strinse tra i suoi guanti grigi le mani di Gaetano Mascaro e lo
implor con occhi febbricitanti, altrimenti ci avrebbe pensato lui: possedeva
una pistola con canna lunga e l'impugnatura di noce lavorato.
Gaetano Mascaro rispose che non era pi tempo di pistole, semmai si procurasse
una pistola ad acqua per divertire la piccola Maria quando fosse guarita.
Con le pistole ad acqua, mentre Giovanni e Maddalena se ne stavano muti a
guardarci, cercavamo nel pozzo il pescebambino inseguendone i giri. E intorno
si formavano paludi, paludi. Intorno c'era un mondo dove il fare dava luce ad
un sogno, nel ronzio dei secoli.
Avevamo graffiato le rocce con le punte dei nostri coltelli. Sulle rocce i
cerchi indicavano isole. Le croci segnalavano i pericoli. Un alfabeto di
pietra eravamo riusciti a creare. Occorreva un nocchiero che se lo ricordasse.
E il nocchiero eri tu, Giulia.
La moglie aveva partorito otto volte e ogni volta una femmina. Altieri era un
avvocato di grido con la passione per l'astrologia. Perse la pazienza e da un
suo cliente imputato di omicidio si fece consegnare la pistola.
Se sparo  per legittima difesa diceva.
Spar in aria dinanzi alla levatrice mentre fumavano le pentole d'acqua a
bollore e la governante preparava la stanza del parto ricoprendo il mobilio
con lenzuola di bucato.
Il nono figlio fu un maschio.
L'avvocato Altieri si affacci al balcone annunciando che il raccolto era
stato buono, propiziato da stelle benigne.
Spar ancora.
Una terra che ha prodotto sempre cipolle produrr sempre cipolle, pens,
a meno che non venga fecondata da un'altra seminagione.
La moglie dormiva. Non si accorse di niente.
Neppure la strada si era accorta di niente, chiusa in un sonno bianco come il
gelso.
Aveva cinque piani l'albergo in cui cominci a lavorare dopo la fine delle
scuole elementari. E c'era un ascensore ingabbiato nella tromba delle scale.
Rosario, il figlio di don Turi el conquistador, pigiava i bottoni e gli
sembrava di comandare una mongolfiera.
La madre di Rosario, morta anche la marchesa, si era fatta sarta. Mandava
l'ago in su e in gicon velocita sorprendente.
Un incendio distrusse l'albergo.
Rosario divenne disoccupato. Cerc qualcuno che l'assumesse. E parendogli di
aver trovato una via perch un giorno il direttore di una banca, ex cliente
dell'albergo, si era premurato di chiedergli se sapesse manovrare ancora gli
ascensori, torn a casa pieno di speranza.
La madre gli disse che quella del direttore non era una via.
Rosario impar il mestiere del falegname.
Una volta alla settimana girava per le case raccogliendo olio fritto in un
coppo di latta. L'olio fritto serviva in bottega.
Solo la domenica, lungo la gradinata della Scesa della Misericordia, a due
passi dal Gelso Bianco, guidava ascensori. Prendeva una larga tavola dura e
l'insaponava col grasso di sugna. Dal primo all'ultimo gradino si reggeva in
equilibrio seduto sulla tavola, con le braccia e le gambe rannicchiate
all'altezza del petto. Poi rimontava la gradinata portandosi a spalla il suo
ascensore di legno.
Rosario smise di chiedere olio fritto quando venne la moda del tek. Chiuse la
bottega e riusc a farsi assumere come spazzino comunale.
Non butt via il coppo. Lo mise su una mensola dinanzi all'immagine
dell'Addolorata e lo riempiva coi fiori ancora buoni che trovava nei bidoni
della spazzatura, dove il Principe continuava a frugare sferzato dal vento
mattinale.
Sulla mensola, accanto all'Addolorata, tra vetri incorniciati col nastro
isolante, c'erano le fotografie di don Turi e del marchese.
Giovanni e Maddalena abitavano quasi uscio a uscio con Rosario e la madre. Ma
non misero mai un fiore nel coppo.
Appoggiati al pozzo, sicuri che i falchi non si sarebbero azzardati a venire,
guardavano con mestizia l'acqua nel fondo tremolante. L'acqua rispecchiava un
cerchio di cielo. E nel cerchio passava la luna.
Giovanni non sopportava che il fratello, lui che per morire era ancora troppo
giovane, stesse insieme a un morto, insieme al marchese dall'occhio di vetro.
La madre di Rosario invecchi cucendo dalla mattina alla sera.
Solo da vecchia, come se il suo passato appartenesse a un'altra, il pensiero
che Rosario era figlio del marchese non le gel pi il cuore.
Giovanni e Maddalena invecchiavano intorno a quel pozzo. Nel pozzo vedevano
gelare e fiorire le stagioni. La casa di pietra del pescebambino era la loro
casa.
Al sesto giorno della luna nuova recidevamo un ramo di noce. E cominciava il
sacrificio delle mosche che avevamo preso con le nostre abili mani.
Infilzavamo le mosche con un lungo spillo. Poi appoggiavamo lo spillo su due
forcelle. Alle estremit dello spillo attaccavamo due lacci, e i due lacci a
due cuscinetti a sfera.
I cuscinetti giravano e girava lo spillo.
Sotto c'era il fuoco. Le mosche arrostivano.
A furia di sacrificare mosche, il cielo si era popolato di bestie. Qui il Toro
e l'Orsa e il Capricorno, l il Sagittario e il Leone e anche i Pesci tra le
stelle.
Tutti gli animali si inseguivano nell'acqua del pozzo e al centro danzava il
pescebambino.
Bisognava mandare qualcuno in cielo a far piazza pulita. Lo dicemmo a Giulia e
lei promise di rendere terso il cielo. La chiamammo regina e l'aiutammo a
salire.
Sorrise mentre saliva, e ilare era il fumo che avvolgeva lo spillo delle
mosche arrostite. Saliva la regina dell'alfabeto sulla torre costruita con
gusci di noce. Saliva sull'ultimo guscio bello e saldo, come una nave
mercantile che lascia maestosa il porto. Salpava verso il buio eterno.
Giovanni e Maddalena vegliavano la notte.
Quel giorno che nevic a Dublino il primo di maggio, nevic anche sulle croci
celtiche.
Le croci celtiche hanno cerchi tra le braccia. Sul mare diventano zattere.
Lasciando il porto di Dublino, accanto alla maiolica del pescatore di salmoni
avevo in valigia un bardo di stoffa. Si copriva la testa con le mani,
impaurito. Temeva che da un momento all'altro potessero spezzarsi i fili che
tengono sospeso il cielo.
Le croci celtiche, che spuntavano numerose da ogni villaggio, anche dalle
aspre scogliere sull'Atlantico, reggevano cos bene il cielo che i gabbiani
volavano come dentro un vetro soffiato.
Tra i rododendri e i cespugli di biancospino era gi estate alla mia partenza.
Il sole aveva sciolto la neve sui colli, l'aveva sciolta sui tetti delle case,
sulle palizzate che recintavano i campi, sui becchi degli uccelli di lago,
sugli occhi di ferro dei soldati alla dogana.
Faceva freddo nel buio della galera. Ma l'avvocato Altieri non si curava di
niente.
Aveva la coscienza tranquilla, si considerava vittima dell'ipocrisia.
Continuava i suoi studi astrologici con una lampada ad acetilene. I gendarmi
lo canzonavano.
Che fai con quella carta del cielo?.
Ho scoperto che nell'universo i corpi cadono verso il basso. Ve li sospinge
la forza dell'aria, la forza di repulsione. E se si potesse togliere tutta
l'aria da questa cella, io affermo che il mio corpo galleggerebbe.
E il compasso a che ti serve?
Rovescio la terra di centottanta gradi, l'emisfero boreale lo metto al posto
dell'australe. Poi prendo ago e filo. Ogni meridiano lo cucio al meridiano
accanto, ogni parallelo al parallelo accanto. Alla fine mi ritrover con due
capestri per il vostro boia. E per completare l'opera taglier la striscia di
cuoio che avvolge la terra lungo l'equatore. Ne far una cintola per mia
moglie, se la sua pancia dovesse gonfiarsi ancora di un figlio.
Andai a trovarla col padre e la madre. Gaetano Mascaro e la signora Emma
portavano negli occhi una leggenda di guerra. La piccola Maria aveva preferito
restarsene a casa, una rara tenerezza univa le due sorelle.
La stanza era stretta e lunga. Dava su un corridoio stretto e lungo. E su
questo corridoio davano altre stanze simili a un tunnel. I medici indossavano
camici bianchi. Biancovestite anche le suore. Solo le malate in abiti
variopinti. Tra loro si chiamavano madamigelle.
Madamigella Giulia chiedeva ogni mattina che preparassero il suo cavallo di
razza per guidare i centomila nella carica decisiva. Ogni mattina felice,
perch mille cavalli erano partiti all'attacco.
Di notte, come una cicala nella calura, singhiozzava fino al tormento.
Lungo una fiumara prosciugata, bianca sotto il sole estivo, io correvo per
raggiungerla.
In mezzo alla fiumara, una casa con figure senza volto. E Giulia era l,
bionda.
Guardava nel vuoto, lo sguardo fermo come il bianco della fiumara.
La guardavo ma non mi guardava.
Le dicevo: Uno sguardo, uno sguardo soltanto.
Mi rispondeva:  inutile, non posso guardarti. Vengo da un lungo viaggio.
Vengo da un guscio di noce. Guai a toccarmi, rabbrividirei come le foglie
secche quando le agita il vento o il fuoco le brucia.
Le dicevo ancora: I sassi ti soffocano. Anche d'inverno, con la fiumara in
piena, l'acqua scivola sui sassi, non ti disseta.
E ancora mi rispondeva: Presto me ne andr sulla Montagna Grande.
Gamarro era venuto da lontano. Lo chiamavano Gamarro lo spagnolo, o pi 
semplicemente il forestiero. Tra i denti radi e luminosi, come da una grotta
di stalattiti e stalagmiti vive, la voce gli usciva insieme alla tosse.
Da bambino, Gamarro aveva avuto una febbre altissima e il fuoco nei polmoni.
Ma era guarito. Forte nelle spalle e nelle mani, riusciva a sollevare un
torello di dieci mesi e a rompergli l'osso del collo torcendolo per le corna.
Sul fianco sinistro, all'altezza della milza, un elastico di pelle bluastra.
La cicatrice gli ricordava il padre, il tono delle sue parole dopo il colpo di
trincetto: E non toccarle, le monete.
Pi in gi, sulla coscia, una macchia da ustione.
Era da un'amica per un po' di festa, con una bottiglia di porto.
All'improvviso le fiamme su ogni cosa. Gamarro vuot la tinozza d'acqua e
anche il paiolo con la minestra al prosciutto. Accorse il marito dell'amica,
richiamato dalle grida. Prese un tizzone ardente e si scagli contro Gamarro.
Difendimi, mio Dio, difendimi, diceva Gamarro. E ammazz il marito dell'amica
con un calcio al basso ventre. Spieg poi che quell'uomo meritava di tornare
nella pancia della madre.
Gamarro aveva la sua dimora all'aperto, nel cimitero. Dormiva accanto alle
reliquie di San Giacomo. E ogni volta che si girava per cambiar posizione,
pensava che anche le ossa di San Giacomo si muovessero.
Dopo San Giacomo, Gamarro era il padrone del cimitero. Suo il campo, e sua la
stella che brillava come per trafiggere la notte.
Quando la sua stella gli sembr una cometa con la testa volta a Oriente,
Gamarro cap che doveva lasciare l'estrema regione della Spagna dove il sole
muore.
Le ossa di San Giacomo avrebbero continuato a muoversi. Col freddo si
sarebbero ritirate di qualche millimetro, col caldo allungate nuovamente.
Part con un cintolone a cui aveva fatto una tacca col trincetto, in ricordo
del marito dell'amica. Part e trascorse cinque anni da randagio. Vedeva una
capanna di pastori e la conquistava. Pretendeva che lo servissero, il letto
gli piaceva caldo di donna. E chi non ubbidiva, un'altra tacca nel cintolone.
Si imbarc clandestinamente su una nave. Fece amicizia con don Turi. E don
Turi gli consegn un pacchetto per Rosario.
Giunto sulle rive del Tirreno, torreggiando su una scaletta secondaria della
nave come un ammiraglio sulla plancia, Gamarro si dette un'aggiustata al
cintolone e cont ventitr tacche.
Attese la sera fumando foglie secche. Il sole tramont sul mare. Gli sembr di
essere ancora nel cimitero accanto a San Giacomo. Riprese il viaggio
inerpicandosi su una montagna. E sulla cima, mentre lo Jonio si allargava per
tutto l'orizzonte, si ferm dinanzi a un tabernacolo della Madonna.
Sul marmo del tabernacolo c'era scritto che la Madonna aveva resuscitato un
uomo dopo diciassette giorni.
La notte fu fredda e caldo il mattino. Gamarro si convinse che la Madonna, per
compiere il suo miracolo, aveva esposto il corpo del morto per diciassette
mattini al sole violento.
La Madonna poteva forse resuscitare anche i ventitr del cintolone. Per
Gamarro non sopportava di rivedere tra i vivi colui che l'aveva ustionato
con un tizzone mentre spegneva l'incendio.
S, la casa non era sua. E nemmeno la donna. Ma era stato lui a riverniciare
la casa. E a lui la donna voleva bene.
Al Gelso Bianco, Gamarro lo spagnolo consegn il pacchetto di don Turi.
Rosario ne fu meravigliato. Il padre lo conosceva solo in fotografia. E
adesso, chiss da dove, gli mandava un regalo. Fu indeciso se legare il
pacchetto a una lenza e calarlo nella casa di pietra del pescebambino, per
giocarci come alle giostre. Poi lo apr senza entusiasmo.
Avvolto tra giornali, c'era un piccolo diamante lavorato. Rosario lo strinse
tra le dita e pens al marchese.
Se lo meritava dopo tanta attesa.
Giovanni vide splendere il diamante sull'altare bislacco. Il diamante era del
fratello e Rosario non era figlio del fratello. Smont l'altare lasciandovi
solo l'immagine dell'Addolorata. Disse a Maddalena che sicuramente il fratello
stava ancora navigando in buona salute. Infine strapp il diamante dalla
fotografia del marchese e lo gett nel pozzo al sorgere della luna nuova.
Il pescebambino si dondol nel cerchio della luna.
Tornato al Gelso Bianco, don Turi si mise a commerciare in generi alimentari.
Gli affari procedevano a meraviglia.
Don Turi comprava la roba senza curarsi di dazi e ufficiali sanitari. Una parte
la vendeva al dettaglio, un'altra l'ammassava in un garage aspettando che i
prezzi aumentassero.
A chi lo chiamava strozzino, spiegava che per comprare la roba ci vogliono ore
di contrattazione, ore per caricarla e scaricarla, ore per difenderla da topi
e insetti.
Un giorno mont sul camion col tendone ben chiuso e dentro un puledro della
sua stalla. Gli amici gli chiedevano dove andasse, se a Napoli per imbarcarsi
nuovamente o a Valverde in cerca della signora Bella. Don Turi prima nitriva,
e nitriva nel tendone il puledro, poi diceva che andava a Roma per portare la
bestia in dono all'esercito.
A Roma le ragazze scesero dal camion e puzzavano di puledro. Anche per questo
costavano meno delle altre.
Dopo circa un mese, don Turi accompagn le ragazze alla stazione perch
tornassero a casa. Rimont sul camion e rifece da solo la strada all'indietro.
Il puledro l'aveva legato a un paletto, vicino a una caserma.
Pens alla serva del marchese, che l'aveva tradito. Pens alla signora Bella,
al marito grasso che masticava peperoncini pizzicanti per sentire meglio il
sapore del vino fresco. Penso alle notti passate a Valverde quando il marito
della signora Bella era in giro per le fiere. Pens al regalo che le avrebbe
portato per il Natale.
Il vento mandava bianco nel cielo, aria fredda nel freddo. La strada per
Valverde correva tra abetaie e paesini.
Don Turi era indeciso se tornare indietro, ridiscendere la schiena del monte
verso la citt. Ma la neve lo inseguiva e gli dava solo la possibilit di
perdere.
Come a quel pastore che perse la casa perch il padrone l'aveva affittata a un
industriale del burro, e lui era rimasto tre mesi al pascolo sicuro che il
giorno del suo rientro sarebbe stato un sabato. Come a quel contadino che era
alla finestra aggiustandosi le unghie col coltello da potatura e gli spararono
una fucilata. Non voleva vendere le sue arance a uno stabilimento di
confetture e gli si schiantava il cuore immaginandole tra gli ingranaggi delle
macchine, impastate nello zucchero, peggio del latte e miele che era costretto
a bere caldo per la sua bronchite.
Il cavallo di don Turi, il cavallo che preferiva per le grandi occasioni, si
impenn ed emise un urlo. Sembrava che dalla sua gola uscisse una cascata
d'acqua. Penetr il vento nella sua gola e la cascata continu a scendere.
Il muso del cavallo non si chiuse pi .
La signora Bella era stata soffocata dal marito nel bagno.
Don Turi si dedic esclusivamente al commercio di grassi animali.
Diceva che se le patate fritte fanno croc croc in bocca,  per il grasso buono
e non per i denti.
Mise su un capannone con molti barili di grasso. I barili glieli costruiva un
artigiano con legno di rovere e di castagno. Nei barili di rovere c'era il
grasso pi costoso, quello di balena e di foca.
Quando si ricordava della signora Bella nella cascata d'acqua, del cavallo
sgozzato dal vento, don Turi avrebbe preferito che tutto il suo grasso
imputridisse pur di tornare a Valverde come un tempo o di navigare nel golfo
di Biscaglia.
I binari sapevano di pazienza, sopportavano la notte. Agitando la torcia
elettrica, il capostazione dette il via.
Dalla finestra della sua stanza, al quarto piano del manicomio, Giulia
seguiva lo sfilare dei vagoni contro gli alberi. Nell'alba che tardava, il suo
respiro si perdeva in un cuore vuoto.
Il treno andava sulla Montagna Grande. L'ultima stazione si trovava in un
paesino di boscaioli, un centinaio di persone fiere nel portamento come aquile
reali.
Giulia aveva un paio di scarpe strette, troppo strette. Ci stava male. Ed era
un modo per sentire male solo ai piedi.
Quando il treno scomparve, Giulia si accarezz i capelli e le sembr di
accarezzare la piccola Maria.
Bianche e lisce, le mani di Giulia assomigliavano a fazzoletti di lino dopo il
bucato.
Il viaggio pi lungo che feci con Giulia fu per andare alla marina, curve a
scendere e a salire, su una bicicletta a motore noleggiata un giorno senza
voglia per la scuola.
Mi disse: La tua Giulia partir per tre bianchi giorni, la luna mi chieder
perch ho perduto tanto tempo e le risponder che sono stata sopra la bianca
rocca della Montagna Grande e ho perduto il mio tempo a contemplare il midollo
delle mosche infilzate con lo spillo.
Il viso di Giulia era come una mela incastonata nella curvatura del cielo. E
mi sentivo piccolo nella via lattea, e piccola era la mosca che all'alba
tormentava il lattaio sugli scalini della mia casa.
Mi disse anche: La tua Giulia finir con l'ultima palata di neve, ultimo
cesto di fiori freschi. C' un gelo eterno sulla rocca della Montagna Grande.
Il mio midollo si  ghiacciato, annacquato il mio sangue. Avvolgetemi in un
telo, rimarra impresso del mio pallore. E poi portatemi tra le figure senza
volto, lagginella fiumara.
Al ritorno dalla marina, Giulia volle fermarsi davanti alla casa dove era
morto il nonno ed era nato il padre, una casa ormai abbandonata ai racconti di
guerra. Apr l'uscio e la luce primaverile si rassegn subito al buio della
stanza d'ingresso.
Sull'erba che circondava la casa, come tra le onde il passaggio veloce dei
pesci, si muoveva un esercito di ricordi.
Giulia aveva i capelli color del giunco secco.
Sui libri di scuola, ai margini o tra le righe, dovunque trovassi una
strisciolina buona, scrivevo per lei un libro e per lei disegnavo.
Scrissi che l'ultima arca non salp dal mare. Scese da una montagna di fumo. E
poich c'era aria di zolfo, per paura che la ciurma si ammutinasse e gli
animali non figliassero, le porte e le finestre dell'arca vennero sigillate.
Scrissi che il fumo dur giorni infiniti nel cielo, rossastro, velenoso.
Scrissi che il mondo era rimasto chiuso in quell'arca.
Il libro dei miei racconti e dei miei disegni avrei dovuto regalarlo a Giulia
alla fine dell'anno, l'ultimo giorno. Le dicevo che un giorno  lungo, con le
sue ore e i suoi minuti. Mi rispondeva che avrebbe aspettato l'ultimo secondo
nel soffio di un bacio.
Nell'ultimo bacio che detti a Giulia, fu come se un lembo della sua pelle
volesse rimanere attaccato alla mia. Ma ormai Giulia non aveva pi pelle per
me. Se n'era servita per cucire le vele al suo bastimento, ad una falce che da
poppa a prua scivolava sul ghiaccio. Doveva arrivare nell'estrema regione
delle acque, dove il cielo indulgente si adagia.
Il libro di Giulia si perse tra i banchi di scuola. E non potei suonare a
distesa tutte le campane che vi avevo disegnato.
Anche i bicchieri li disegnavo a forma di campana. Per bere bisognava
rovesciarli, altrimenti nascevano dei laghi tra il pane bianco e l'insalata di
radicchio.
La gabbia che mio padre mi aveva comprato di bamb, con dentro un passerotto,
era una campana nella tinozza da bagno. La mandavo in su e in gicon la mia
mano liquida.
E in quell'ultimo bacio Giulia mi disse: Io sono la luna dei tuoi sogni di
ragazzo. Per la luna non si lascia prendere. Pi ti avvicini e pi ti sfugge.
Ascoltami, o Signore, ripetevo tra me,ascoltami e non farla morire, non su
questo palco addobbato con lenzuola d'ospedale, non su questo letto che pare
un antico castello e non si capisce se sia un trono di piume o un circo o
un'escrescenza, ascoltami Signore, e la croce che si porta addosso non
metterla sul coperchio della sua arca.
Il nonno di Giulia era anarchico. Lo chiamavano Spaccamontagne perch lavorava
nella fiumara a rompere le pietre che poi sarebbero servite ai muratori.
In chiesa ci andava due volte l'anno. La notte di Natale gli piacevano i
canti dei bambini che annunciavano la nascita di un bambino come loro, sotto
il cielo blu attraversato dalla stella cometa, quasi una scimitarra appesa
alle altre stelle. La domenica di Pasqua gli piaceva il suono delle campane
dopo due giorni che non suonavano.
Era coi preti che Spaccamontagne non se l'intendeva. Li considerava superflui.
Solo per don Pietro aveva rispetto.
Si incontravano sempre al sabato sera.
Spaccamontagne scherzava: Voi avete fatto il voto del celibato e non quello
di castit, perci potete andare liscio.
Scherzava pure don Pietro: Voi sognate la carica dei centomila, son bastati
quattro fantocci e la lupa  diventata un agnello.
Quando in citt arrivava qualche gerarca, Spaccamontagne lo mettevano in
prigione il giorno prima e ce lo tenevano finch non si fosse spenta l'eco
dell'ultima adunata.
Una volta, uno di questi gerarchi si ammal e dovette rimanere in Prefettura
per tre settimane. Anche Spaccamontagne allung di tre settimane la permanenza
in prigione. E a don Pietro che era andato a trovarlo, disse: Loro non vanno
liscio, purgano.
Un'altra volta ci furono grandi preparativi per un gerarca pi importante.
Spaccamontagne si accorse che i preparativi erano cominciati non appena il
gendarme lo svegli di buon mattino. Presero insieme il caff accanto al
braciere. Il gendarme fece per leggere un foglio. Spaccamontagne
l'interruppe: Lasciate, il vostro foglio lo conosco a memoria. Ma prima o poi
arriveranno i centomila e saranno centomila assi di spada.
Chiamato per l'occasione a dare una mano all'arcivescovo, don Pietro non pot
visitare Spaccamontagne. Gli invi un biglietto: Adesso comanda il re di
bastoni.
Gaetano Mascaro fu battezzato da don Pietro all'insaputa del padre. Quel
giorno don Pietro sollev il calice col vino e l'ostia come se stesse
rivolgendosi a Spaccamontagne: Ecco la coppa offerta per l'eterna alleanza
tra i poveri del mondo.
Ma un altro battesimo, Gaetano Mascaro doveva ricevere.
Aveva diciassette anni e da almeno dieci gli ronzava nelle orecchie la frase
di Spaccamontagne: Arriver la carica dei centomila assi di spade.
Un pomeriggio, mentre la radio suonava marce militari, Gaetano Mascaro usc in
fretta. Attravers tanti vicoli serrati da due file di case, ciascuna casa con
il suo colore, quasi per rispetto delle case vicine. E finita la Scesa della
Misericordia, sbuc dove comincia il burrone e si vede il mare.
Un uomo martellava il cuoio a piano terra. Senza smettere di martellare, fiss
a Gaetano Mascaro un appuntamento per l'indomani. Ci sarebbero stati anche
altri e lo avrebbero messo alla prova.
Via di corsa.
Ormai il figlio di Spaccamontagne, in una strana vigilia di festa, sentiva che
il distintivo dei centomila era attaccato al suo maglione con uno spillo di
sicurezza.
Sentiva dentro di s la forza della vita. E immaginava i giorni avvenire caldi
e gonfi.
Giunse il momento di don Pietro.
Con due valigioni in mano, senza voltarsi, don Pietro sal sulla corriera.
Sapeva che non c'era nessuno a salutarlo, neppure Spaccamontagne che per via
della guerra era dovuto sfollare presso alcuni parenti boscaioli, lui che
amava le fiumare.
Per le continue lamentele del podest e del prefetto, l'arcivescovo aveva
trasferito don Pietro in una parrocchia sperduta, a Serrafiorita.
Sul camino della nuova canonica don Pietro fece mettere un targone con
scritto Solo il pensiero luce.
Pass molti mesi accanto al fuoco che si alzava come battiti irregolari da
ciglia. Poi la sua vita si moviment con l'arrivo in canonica di due ebrei, un
professore e la moglie.
A don Pietro parve che grazie a loro, venuti a Serrafiorita per paura dei
tedeschi, fosse tornato in campo contro l'arcivescovo e il podest. Lo
sbattessero anche in galera quei buffoni vestiti da corvo, lo accusassero
anche di cospirazione, meglio la galera della solitudine.
Il professore leggeva libri di latino e di greco. La moglie curava la sua
pelle. Gir tutta Serrafiorita in cerca di saponette profumate. Dovette
accontentarsi del sapone di grasso animale. Mentre il grasso bolliva, lasciava
cadere nel pentolone scorze d'arance.
I due ebrei si adattarono presto alla gente di Serrafiorita. Comprarono una
casa e da l pi non si mossero.
Stordito dalla noia, don Pietro sogn qualche volta soldati in processione.
Sogn di conquistare una croce uncinata e di attaccarla a una pertica per
tirar gile nespole dall'albero.
Un giorno che Gamarro lo spagnolo si part dal Gelso Bianco per andarlo a
trovare, don Pietro gli chiese se i centomila erano arrivati e di altro non
chiese. Gamarro rispose che stavano arrivando. E don Pietro tir fuori la sua
collezione di carte di spada. La teneva nel comodino, insieme alla fotografia
di Spaccamontagne.
Era una vecchia fotografia. Spaccamontagne aveva un cappello a tese larghe e
un fazzoletto al collo. I suoi occhi somigliavano alle banderiglie del torero,
come se stesse preparandosi per scalare il cielo e prendere la scimitarra che
a Natale pende tra i monti.
Gaetano Mascaro ebbe appena il tempo di scendere dal treno e di consegnare la
sua valigia al deposito bagagli. Ritir lo scontrino, un foglietto rosa con un
numero, lo mise in una tasca della giacca, dove pi tardi avrebbe faticato a
trovarlo, e corse sulla piazza della stazione.
Avvertiti del suo arrivo, c'erano alcuni amici ad abbracciarlo. Attesero che
il sole calasse, parlando in dialetto. Poi presero la strada dei monti e
cantarono canzoni tristi di guerra.
Una sera Gaetano Mascaro scese dai monti. Al teatro davano la Cavalleria
Rusticana.
Durante lo spettacolo, Gaetano Mascaro ripens al Gelso Bianco, al grammofono
sul tavolo vicino la finestra, al suo letto da cui vedeva un rettangolo di
cielo attraverso la finestra, alle tendine di pizzo attaccate ai vetri, al
vetro che aveva rotto tirando il pallone contro il palazzo del marchese.
Ripens a suo padre Spaccamontagne, a don Pietro che smagriva accanto al fuoco
del camino, a don Turi che si era messo in casa Rosario e lo teneva come un
figlio perch dopotutto portavano lo stesso cognome, all'avvocato Altieri che
non riusciva ad aver figli maschi, ai figli che forse un giorno lui
avrebbe avuto, al Principe in guanti grigi, all'acqua grigia in cui si
perdevano gli occhi di Giovanni e Maddalena.
Il Gelso Bianco sembr a Gaetano Mascaro tremendamente ordinato nella sua
selvatica volont di vivere. Ma era lontano, un'ombra.
In sala si accesero le luci. Gli attori vennero avanti sul palco levando in
alto le braccia.
Tra lo scrosciare degli applausi, Gaetano Mascaro incontr lo sguardo di una
ragazza.
Le fece un cenno e l'aspett all'uscita.
I compagni mi chiamano Freccia.
Io sono Emma.
I tedeschi bombardavano senza sosta. La linea del fronte passava a pochi
chilometri dalla casa di Emma. Bastava attraversare un bosco di faggi e si era
dall'altra parte.
Una mattina d'aprile cominci una gran festa.
Freccia scese dai monti con un plotone. Emma cap che era lui il comandante e
ne fu felice.
La stessa mattina, Emma era pronta a partire. Aveva infilato i suoi vestiti e
le sue cose in uno zaino. Pens di essere in ritardo e si tranquillizz solo
quando Freccia le corse incontro.
Tua madre ti ha fatto gli occhi belli.
Mia madre  morta sotto le macerie della chiesa, mio padre  in Russia, se
c' ancora, mio fratello era podest, mia sorella  scomparsa nel bosco di
faggi, dissero che aveva con s un messaggio per i partigiani e che mio
fratello poteva salvarla e non volle.
Presero il primo treno in partenza. Era stracolmo. La gente si agitava,
sventolava fazzoletti e bandiere, passandosi di mano in mano la bottiglia del
vino.
C'era Zapata alla stazione, un contadino che tutti chiamavano cos. Salut col
pugno chiuso, in spalla il fucile e la zappa.
Alla ricerca di un posto, Gaetano Mascaro e Emma arrivarono in un vagone che
trasportava paglia.
Sembrava di stare in aperta campagna, tra i rumori del vento.
Bisogn attraversare uno dei ponti sulla fiumara.
Giulia era morta in manicomio. Il medico aveva detto che era morta ma dovevano
passare ventiquattro ore per portarla via. Dopo ventiquattro ore il medico
aveva acceso un cerino vicino al naso di Giulia. La fiamma non si era messa a
danzare. E il medico aveva ordinato di portar via Giulia.
La portarono nella sua casa.
Gaetano Mascaro disse alla signora Emma e alla piccola Maria che negli occhi
di Giulia era rimasta la storia di una lunga guerra, e che nessuno dimenticasse
quegli occhi.
La casa di Giulia stava sulla parte pi alta del Gelso Bianco, accanto alla
Chiesa. Il luogo le piaceva, il suono delle campane non le dava fastidio.
Dal guscio in cima alla torre, la regina dell'alfabeto se n'era andata. Si era
disfatta nel vuoto, oltre il chiarore della luna tonda che tremolava nel pozzo
del pescebambino.
Si era disfatta nella tenerezza dell'acqua.
Il cerchio di ferro, coi chiodi piantati a raggiera, continuava a sostenere le
pareti della mela marcita per il saggio pensiero del Caos. Ma in quella
rotondit brulicante di gente un vuoto si era prodotto. Forse per colpa degli
di che si erano addormentati. O forse perch gli di erano morti con l'ultima
mora di pesci.
Nei fondali marini, dove la sabbia rendeva l'acqua torba come il nerofumo su
uno specchio, le anguille smisero di scivolare e non c'erano pi dimore di
cristallo.
Enormi uccelli dalle ali nere e dal becco appuntito, abbandonando il carro
dell'Orsa maggiore in cui altri uccelli enormi mandavano luce stellare dagli
occhi, volarono dalla sorgente alla foce dei fiumi.
I fiumi si gonfiarono, e parevano guerrieri che avessero preso gusto a
combattere.
Travolsero ogni cosa, e parevano cavalcare. S'inoltrarono per i prati, e
pareva che desiderassero lasciare il loro cattivo umore ai piedi delle rocce.
Nessuno si cur dei massi sollevati dall'acqua. Si sgombrarono gli alberi dai
detriti, e coi detriti ci si fece pietrisco da muratura per i vivi e i morti.
La luna continu a galleggiare tonda, tuffandosi e rialzandosi dietro ai monti.
Poco dopo croll la torre di noce, in silenzio. E nacque il quotidiano.
Fu una giornata di croce.
Mi sembr che l'universo fosse fatto di barche, alcune piene di morti e altre
in attesa di altri morti. Giulia era legata all'albero maestro, con una spada
di legno in mano.
L'albero maestro era una travatura dentata come il cintolone di Gamarro.
L'elica girava come una stella filante. Le barche senza elica accompagnavano
Giulia col croc croc dei remi.
Giulia era partita dal Gelso Bianco con la trepidazione di un antico crociato.
Sulla camicia le avevano messo una croce perch le proteggesse il cuore.
Col viso sull'arca di Giulia, pregavo: Ascoltami Signore, questa volta
ascoltami.
Pregavo perch Giulia potesse tornare al Gelso Bianco trascinando un carretto
con sopra un'armatura e dentro l'armatura il padrone della fiumara dove
lavorava Spaccamontagne. L'armatura in chiesa. E don Pietro, con l'aspersorio
e i paramenti sfarzosi, a calarla nella terra dicendo: Anche senza il padrone.
Spaccamontagne si sarebbe guadagnato da s solo la settimana.
Cadeva pietrisco mescolato a calce sull'ultimo bastimento di Giulia.
La luce del faro era lontana.
Forse il guardiano del faro osservava i pescatori che si preparavano a
prendere il largo, e forse i pescatori avevano acceso gi le lampare.
Dalle caverne, guizzando tra gli scogli, venivano i tonni. E dalla Montagna
Grande scendevano i lupi, dalle colline le giovenche.
Poi l'alba sul gelso del mio quartiere, sul tronco pieno di lattice, sui
frutti dolciastri, sulle foglie di color verde tenue.

Questo scritto  l'alfabeto di una giovinezza.
Forse.
Nel ricordo di quando anch'io vivevo in una terra stretta tra il mare e i
monti, lo dedico a tutti i miei compagni del Ginnasio-Liceo Pasquale
Galluppi di Catanzaro.
E nel pi tenero ricordo di ci che volevamo essere e non fummo (mai divisi
per le strade della vita), lo offro in dono a Nino Autuori, e la radio a
galena l'aspetto ancora, a Franco Bertucci, ed era senza tempo il nostro
spazio, a Ennio Nicotera, e al 2921 rispondevi a presto, e a mio fratello,
e il nonno ci diceva il 6 Nicola.
(Dimore del Vento, Cascina, 6 marzo 1986)

/:/Eugenio Ripepe.
di Pasquale e di Bianca Rubino
nato a Nicastro l'1 febbraio 1943
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1956/1957)

L'incipit  un interrogativo:
e che c'entro io con tanti ex liceali chiamati a illustrare in un mosaico la
storia del "Galluppi", presumibilmente per averne tenuto alto il nome? Non
sar la mia presenza qui dovuta ad una qualche forma di nepotismo-rectius:
cuginismo - e cio ai rapporti di parentela, oltre che di affetto, che mi
legano ad Ezio Galiano? O il fatto di condurre oscuramente un oscuro mestiere
(sempre meglio che lavorare, comunque) vale davvero a farmi scambiare per uno
di quelli che hanno avuto successo nella vita?
Non che solleticarmi, la cosa un po' mi preoccupa. Certo, l'invito a
partecipare a questa specie di (auto)biografia del "Galluppi" non si pu
propriamente equiparare all'assegnazione del premio Nobel; e, sebbene la
precisazione possa sembrare superflua, io non sono Montale. Nondimeno, di
fronte all'invito, la mia reazione fu all'incirca quella attribuita a Montale
all'epoca del Nobel ricevuto. Avrebbe infatti detto Montale (e comunque mi
sono detto io): Ho sempre pensato che nella vita il successo arrida ai
cretini. Non sar per caso diventato un cretino?. Per Ezio mi ha
poi pazientemente spiegato che scopo dell'iniziativa non era quello di mettere
in vetrina ex allievi del "Galluppi" in qualche modo arrivati chi sa dove (per
ritenersi arrivati, in effetti, bisogna proprio essere partiti), ma
semplicemente quello di raccogliere testimonianze e ricordi sul liceo dei loro
tempi e sui loro tempi al liceo, da parte di rappresentanti delle varie
generazioni di ex liceali: ma rappresentanti la cui rappresentativit deriva
dal loro sentirsi ancora e sempre legati alla propria generazione liceale, e
magari dalla profondit delle radici che continuano ad unirli - sia pure
sotterraneamente, come  ovvio, trattandosi di radici - agli anni decisivi
della loro formazione culturale ed umana. E allora, se le cose stanno cos,
come farsi sfuggire l'allettante occasione di riandare ancora una volta col
pensiero ai tempi del Galluppi?
I tempi del "Galluppi" (Galluppi Times appunto, si chiamava il giornalino che
pubblicammo a quei tempi, in uno spirito per la verit del tutto disimpegnato
e magari spiritoso solo nelle intenzioni; ma d'altronde perfettamente in linea
con quello che era allora lo spirito del tempo, o Zeitgeist che dir si
voglia)... I tempi del "Galluppi", per ognuno di noi, sono naturalmente una
cosa sola col "Galluppi" dei suoi tempi: col suo "Galluppi". Non  difficile
ritrovarli, quei tempi, per chi non abbia bisogno di mettersi alla ricerca di
un tempo perduto che non ha mai perduto perch se l' portato dietro, se l'
portato dentro (ma forse chiunque avverta la necessit di andare alla ricerca
del tempo perduto, in realt quel tempo lo ritrova in se stesso, e dunque non
l'ha mai veramente perduto). Basta tornare ancora una volta a quello che
 per ognuno di noi il suo villaggio nella memoria, per rifarsi al bel
titolo di un bel libro di Luigi Lombardi Satriani e Mariano Meligrana, a sua
volta tratto dal passo di Ernesto de Martino che fa da epigrafe al libro
(alla base della vita culturale del nostro tempo sta l'esigenza di ricordare
una patria e di mediare, attraverso la concretezza di questa esperienza, il
proprio rapporto col "mondo". Coloro che non hanno radici e sono cosmopoliti,
si avviane alla morte della passione e dell'umano: per non essere provinciali
occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l'immagine e il
cuore tornano sempre di nuovo...).
Ma il villaggio nella memoria  spesso, o forse sempre, un villaggio della
memoria.
Non solo perch le strade, le piazze, le chiese, le case vi acquistano
dimensioni e suggestioni ben diverse e maggiori di quelle effettive (come
diventano piccoli e squallidi i luoghi favolosi che ci portiamo dentro,
allorch ci accade di rivederli fuori di noi, attorno a noi!), ma perch,
oltre all'estetica, anche la topografia, le distanze, le condizioni
ambientali, tutto, insomma,  come ricreato dalla memoria, che ne fa
un collage di immagini, situazioni, stati d'animo intimamente connessi e
unitari pur se appartenenti a luoghi, a stagioni, a tempi diversi e distanti
tra loro. Questo insieme, irreale perch non corrisponde ad alcuna precisa
realt, ha tuttavia una sua verit, pi piena di qualsiasi realt storica o
geografica: una verit che  la sola a contare per chi se l' inconsciamente
costruita pezzo a pezzo sulla base delle esperienze e delle impressioni per
lui pi profonde e vive, dunque per lui pi autentiche. Ma se l' poi
costruita davvero lui, a sua immagine e somiglianza, o non  piuttosto lui ad
essere stato fatto da essa a sua immagine e somiglianza?
Il villaggio della memoria, dunque. Nel mio, luoghi, immagini, persone,
sentimenti si armonizzano in un ordine forse oggettivamente discutibile, ma
non del tutto arbitrario, se dalle dissonanze nasce un'armonia. N l'armonia 
determinata solo dall'azione selettiva e manipolatrice della memoria, che
pietosamente attenua, compone, rimuove, sceglie fior da fiore. Prima ancora di
sorgere come tale nel mondo della memoria, quello che sarebbe diventato il
villaggio della memoria gi forse ci appariva diverso da quello che era
davvero allora, quando rappresentava il nostro presente, e non ancora il
nostro mondo di ieri. Perch era in realt il sabato del villaggio quello
che noi vedevamo e vivevamo: la vigilia, e come un'illusoria prova generale
della domenica della vita.
Il villaggio della memoria... Il monte di Tiriolo visto dal marciapiede che
costeggia il muro del castello-carcere (un castello non kafkiano: nessun
agrimensore anel mai ad entrarvi, per quanto lo meritasse; eppure ugualmente
un castello-simbolo, oggi: il simbolo dello sfascio, dell'impotenza di una
citt che si lascia divorare dai vermi nati nelle sue stesse viscere) il monte
di Tiriolo visto dal marciapiede che costeggia il muro del castello-carcere, si
diceva, in un normalissimo giorno di vento, andando verso il vento ancora pi 
gagliardo di piazza Matteotti, un vento che non  un vento, ma una zuffa
furibonda di venti diversi che vengono da Pratica, da via Indipendenza, da via
Acri, da via Nazionale per Tiriolo; o forse non litigano, quei venti, ma
giocano a far mulinelli di carte, di polvere, di foglie... Poco pi avanti la
salita di Mauro, un formicolare di folla la domenica sera dopo la partita: e i
compiti ancora da fare... E a piazza Matteotti, la conclusione
dell'accompagnamento che nessuno avr pi : il corteo delle corone ai due
lati del Corso, le verginelle in fila indiana, il carro funebre, la folla dei
dolenti scortati dai condolenti (certo, qualche discorso fuori tema ci
scappava, e magari qualche maldicenza. Ma che efficace immagine di una
comunit degna di questo nome dava l'accompagnamento! La gente si fermava
sui marciapiedi, si toglieva il cappello: nessuno era tanto preso dalle sue
cose, o da se stesso, da negare un attimo di rispetto, se non al morto, alla
Morte che passava. I negozianti abbassavano simbolicamente la saracinesca, il
barbiere interrompeva il suo lavoro e rimaneva immobile sulla soglia finch il
corteo, o almeno il carro funebre non fosse passato. Chiunque fosse a morire,
la citt non poteva non accorgersene: nessuna morte poteva rimanere veramente
inosservata; e nessuna vita, del resto. Il rintocco della campana a morto
aveva davvero il significato datogli da Donne, che noi scoprimmo attraverso
Hemingway)... Natale e il trionfo di frasche e di muschio a San Rocco e a
Santa Caterina: sugheri, pungitopo, pastori di terracotta (ci sembravano
brutti! Preferivamo, ahim, gli sdolcinati pastori e pastorellerie
dell'Upim)... Il trenino della Calabro-lucana, l'arrivo alla stazione, la coda
variopinta in marcia verso il ponte di ferro, fichi d'India reclamizzati come
gelati! gelati!, e di l dal ponte e dall'odore greve di frutta avviata a
marcire nel mercato sottostante, bizzarria della memoria, non la gloriosa
spiaggia di quella che fu la marina di Catanzaro, oggi trasformata in Lido,
come una qualsiasi Ostia, ma la tranquilla bellezza di Copanello non ancora
stuprata, e un motivetto, quando struggente, quando solo languoroso, ripetuto
all'infinito dall'altoparlante: uno ed uno solo per ogni stagione: Petit f1eur
o Scandalo al sole: a ciascuno il suo; e sempre troppo presto la tromba del
pullman dell'una meno dieci... La balconata di Bellavista, invece, chi sa
perch, in un giorno di pioggia, oltre che, beninteso, di vento: con gli
ombrelli strappati di mano e gocce sfcrzanti che colpiscono di traverso...
E una serata di luglio, e tutta la citt sul Corso; ma tutta davvcro, e non
solo il ragazzume di oggi: famigliole col cono, anziane coppie, bambini,
vecchi, signore e signori, signorine e giovanotti, occhiate, occhiatine,
occhiatacce, occhiolini, sguardi diretti, di sguincio, in tralice, di
sottecchi, di trionfo, saluti, sorrisi, indifferenza ostentata, ostentata
cordialit, rapidi appunti a futura memoria presi da osservatori apparentemente
distratti... Il cimitero in un'azzurra giornata dell'estate di san Martino:
quasi una festa (la disperazione, il raccoglimento sono di altri giorni pi 
cupi, di altre visite pi appartate): la citt intera va a trovare i suoi
morti... E poi, e poi la Villa, la villa per antonomasia, assorta nel
silenzio d'una mattinata invernale sottratta alla scuola... O l'odore dei
forni sotto Pasqua, le lande che vanno e vengono, portate sulla testa...
basta, basta cos, per non scendere sempre pi gicon questa rimpatriata nel
cuore fino a crogiolarsi col folclore pi trito, magari fino all'abiezione
di rievocare l'immancabile morzeddru che diffonde i suoi effluvi da ben noti
locali... Basta cos, certo: ma d'altronde perch uno dovrebbe vergognarsi se
l sua madeleine  una cuzzupa, se le sue intermittenze del cuore sono
legate non ad una frase di violino, ma alla cantilena vagamente levantina
dello stagnino ambulante o del compratore di roba vecchia, alluminio vecchio,
maglie di lana vecchie?
Ecco: nel villaggio della memoria, al centro di tutte queste cose, e di tante
altre ancora, sta un edificio grigio chiaro, di dignitosa bruttezza, le
persiane eternamente chiuse, il portone d'un'incredibile vernice marrone,
situato all'incirca l dove aveva luogo, poco pi su, poco pi gi, uno dei
due dietro-front della passeggiata sul Corso (l'altro dietro-front era al
limitare di piazza Santa Caterina): il liceo; anzi: il "Galluppi".
Dovessi dire che cosa  per me il "Galluppi" (che  precisamente quel che mi
era stato in sostanza chiesto e perci dovrei decidermi a dire) direi che esso,
innanzi tutto,  per me Catanzaro. Catanzaro d'altri tempi? Forse, ma pi 
ancora la continuit di Catanzaro attraverso i tempi. Non solo il "Galluppi",
certo, ma comunque anche il "Galluppi" ha costituito un ideale trait-d'-union
tra le generazioni, oltre che tra gli appartenenti ad una stessa generazione:
il denominatore comune di esperienze di vita per altri versi lontanissime tra
loro, un patrimonio di famiglia che nessun figlio scapestrato avrebbe potuto
dissipare; e nemmeno patrimonio soltanto di chi al "Galluppi" aveva studiato
(o non studiato) del resto, ma dell'intera citt. La piccola borghesia
umanistica che costituiva e costituisce il nerbo della societ cittadina,
infatti, vedeva proprio nel "Galluppi" il simbolo, o addirittura il tempio di
tutto quanto essa collocava al vertice della sua scala dei valori; e magari
anche - perch non dirlo? - il passaggio obbligato per potersi arrampicare su
per un'altra scala, quella delle gerarchie sociali. Di questo non esaltante
nesso tra il liceo e le esigenze di una societ fortemente gerarchizzata - che
non riguardava peraltro solo il "Galluppi" e solo Catanzaro, perch era il
presupposto fondamentale, neanche troppo implicito della riforma Gentile -
qualche traccia innegabilmente rimaneva ancora alla fine degli anni Cinquanta.
Il "Galluppi" antica destinazione naturale dei figli dei galantuomini, a cui
i ragazzi delle classi medio-inferiori potevano accedere solo a condizione di
essere in possesso di qualit eccezionali (dunque a condizione di garantire un
apporto di linfa nuova all'lite che graziosamente, ma non per questo gratis o
a braccia aperte si degnava di accoglierli), aveva gi subito negli anni
Cinquanta un'evoluzione che lo aveva condotto ad avere ben quattro corsi
completi o sezioni, in sintonia con l'evoluzione che consentiva a strati
sempre pi ampi della piccola o minima borghesia, umanistica e non, di
aspirare alla laurea per i propri rampolli. Quattro corsi significavano oltre
600 studenti: in una citt come Catanzaro, praticamente una scuola di massa.
Eppure - questo, a ripensarci, il piccolo miracolo - una scuola di massa che
per diventare tale non aveva rinunciato ad essere una scuola abbastanza
seria. Perch la citt stessa, all'epoca, e prima di tutto la piccola
borghesia umanistica di cui si  detto, non avrebbe sopportato la truffa, cio
un'evoluzione a scapito della seriet degli studi, che si sarebbe tradotta nel
togliere con una mano quel che si donava con l'altra. Naturalmente qualche
residuo della vecchia mentalit non poteva mancare, e perci alla fine degli
anni Cinquanta, c'erano al "Galluppi", accanto a due sezioni per cos dire
miste, una sezione riservata ai figli di pap, ed un'altra alla quale
finivano con l'approdare i figli di nessuno (oggi, se Dio vuole, parecchi
di quei figli di pap non sono nessuno; ma per converso parecchi di quei figli
di nessuno, purtroppo, sono diventati padri di figli di pap).
Al di l di questo, comunque, il liceo era ancora e sempre il tempio di quei
valori che a Catanzaro erano sacri. Ecco perch non  strano che nel villaggio
della memoria il luogo della cattedrale sia tenuto dal "Galluppi". In una
citt non solo piccolo-borghese, come ogni altra citt del Sud, ma
piccolo-borghese al quadrato, se cos si puo dire, per l'assoluta
preponderanza dell'elemento burocratico, il latino, il greco, la filosofia non
erano solo la cultura: erano anche il legame nobile della citt col resto
d'Italia, e quindi col mondo (l'altro legame non meno nobile, il lavoro dei
nostri emigrati, non costituiva motivo d'orgoglio perch conseguenza e simbolo
insieme di una condizione di arretratezza e di inferiorit economica). Il
"Galluppi" significava l'appartenenza a pieno titolo alla comunit nazionale
in una condizione paritaria. Fiorivano anzi antiche leggende a riprova di una
tale ragione d'orgoglio: questo o quel professore del "Galluppi" era stato
intimo amico e sodale di Pascoli o di Croce; poche frasi di circostanza in un
biglietto, una corrispondenza epistolare di cortesia, diventavano
un'investitura ufficiale per il destinatario, che la reverenza popolare
immediatamente innalzava a personaggio illustre alla stregua delle
varie celebrit nazionali pro tempore. Anche questo ingenuo campanilismo
conferma la centralit del "Galluppi" come cattedrale laica a Catanzaro: in
mancanza di campanili da ingrandire con l'immaginazione... patriottica, i
bravi catanzaresi ingrandivano la risonanza nazionale di alcuni loro
professori del liceo. Non gi che costoro, ed altri con loro, non fossero
meritevoli di ogni stima, e certo di molta pi stima di tanti personaggi di
notoriet nazionale, ma il fatto  che, forse appunto perch meritevoli
davvero di stima, essi alla notoriet nazionale non tenevano affatto, perch
nella loro superiore saggezza sapevano che essa non vale nulla, se tanto
spesso spetta a gente che non vale nulla; o comunque non ci tenevano
abbastanza, perch si guardavano bene dal sacrificare sull'altare
dell'ambizione le cose pi care. E nonostante i loro rituali A Mosca! A
Mosca! non vollero mai rinunciare alla passeggiata quotidiana sul
Corso, ai cannoli di sanguinaccio, al profumo delle merendelle - o
semplicemente alle nuvole rosse di un tramonto visto dalla strada di
Pratica - per andare a caccia di (vana) gloria nei luoghi frequentati dai
cacciatori di (vana) gloria.
I nostri anni al "Galluppi" - gli ultimi anni '50, i primi anni '60 - furono,
per quanto riguardava il piccolo mondo antico di Catanzaro, anni tranquilli.
Eppure proprio allora maturava e covava non dir il terremoto, ma
l'inesorabile cataclisma connesso con la trasformazione di un modo di vivere
che era l'indiretto riflesso d'una civilt agricola che si svolgeva altrove,
in un modo di vivere che  l'indiretto riflesso d'una civilt industriale che
si svolge altrove. La disgregazione della vita comunitaria, la perdita
d'identit erano ancora di l da venire; ma forse erano l per venire.
La Calabria non era ancora divenuta quel capolavoro alla rovescia toccato da
un re Mida alla rovescia che  ora (e tra parentesi: grazie di cuore a questo
Re Mida che trasforma l'oro in spazzatura, grazie a nome di tutti gli emigrati
calabresi. Per merito suo la lontananza non li ha privati di nulla di cui non
sarebbero stati privati ugualmente se fossero rimasti, e di cui infatti non
siano stati privati anche coloro che sono rimasti. Visto che non diventer inno
nazionale, Va' pensiero potrebbe diventare l'inno dei calabresi, di quelli che
sono rimasti non meno che di quelli che se ne sono andati, perch gli uni e
gli altri ben potrebbero intonare: O mia patria s bella e perduta!).
Catanzaro stessa non univa, come oggi, quasi tutti i difetti della piccola
citt a quasi tutti i difetti della grande. Al contrario ci sembrava unire, e
forse univa davvero, quasi tutti i pregi della piccola citt a quasi tutti i
pregi della grande. E tra questi era il nostro caro "Galluppi".
Non tardammo ad accorgercene dopo averlo lasciato. Sbarcati dai treni del Sud,
mentre i nostri fratelli ignoti proseguivano il viaggio andando a vivere la
triste epopea dell'emigrazione, ci portavamo dietro anche noi, nelle
rispettive sedi universitarie, mille ragioni di insicurezza e di timore, e la
sensazione d'essere, come del resto irrimediabilmente eravamo, fuor di luogo,
e spaesati. Ci portavamo dietro il nostro colorito olivastro, la voce nasale,
le dure inflessioni della nostra parlata, un complesso d'inferiorit che
qualcuno pi sprovveduto degli altri trasformava in una finta sicurezza, in
un'aggressivit che accresceva il nostro disagio. Ma non ci volle
molto a capire che nelle mille ragioni di insicurezza, novecentonovantanove
potevano anche essere fondate, forse, ma sicuramente una non lo era: la
nostra preparazione, la nostra formazione culturale non comportavano
nessun handicap rispetto a quelle degli altri. Gli altri potevano vantare
- ed in effetti non omettevano di vantare - vari titoli di superiorit in vari
campi: ma i loro anni di scuola non erano stati impiegati meglio dei nostri;
il loro liceo non era stato (perch non era) meglio del nostro. Nessuno poteva
dirsi avvantaggiato nei confronti di un giovane di Catanzaro per aver fatto un
liceo diverso da quello di Catanzaro. E voglia il cielo che sia ancora cos;
voglia il cielo che lo sfacelo, lo sfasciume della citt, se ci sono (e come
ci sono!) non coinvolgano il "Galluppi". In fondo  solo questione di quello
che una volta si chiamava il materiale umano. Conta che ad insegnare siano
professori che non siano tali solo per sfuggire alla disoccupazione, o alla
noia, ma al contrario, proprio per poter essere professori abbiano
consapevolmente rischiato la disoccupazione: e questi ci sono ancora, non
solo al "Galluppi", ma certo anche al "Galluppi". Quando fecero la loro
scelta di vita, gli altri naturalmente si meravigliarono: studenti cos bravi,
tra i migliori (e spesso proprio i migliori), scegliere facolt che li
avrebbero esclusi dai posti al sole, da ogni possibilit di arricchimento o di
potere... Non capivano, gli altri che dietro quella scelta c'era proprio
l'essere stati tra i migliori studenti, l'avere studiato appassionatamente,
l'avere inteso la crescita culturale come un fine e non come un mezzo, l'aver
visto in chi gli trasmetteva l'amore per il sapere un modello di vita. La
rinuncia ai quattrini, al lei non sa chi sono io che in una citt
di provincia diventa l'ancora pi meschino lei sa chi sono io..., in cambio
di che cosa? Ma: in cambio di molto! E per esempio in cambio d'una qualche
sopravvivenza del legame col mondo dei loro anni giovani, in cambio d'una
(quasi) eterna giovinezza il cui prezzo non  stato vendere la propria anima,
ma al contrario non venderla al dio uno e quattrino dell'argent.
I suoi professori al liceo, chi li dimenticher? Pu anche accadere che uno
non li riveda pi , che non si faccia pi vivo con loro. Ma non certo per
dimenticanza... Non una visita, non una telefonata, e un senso di colpa quando
 ormai troppo tardi: perch mai, se non per misteriose ragioni che affondano
nell'inconscio? Pudore esasperato, assurdo timore di essere stati dimenticati
(esorcizzato dimenticando in anticipo chi ci potrebbe dimenticare),
fors'anche un astio inconsapevole quanto irragionevole nei confronti di chi
passa ad occuparsi di altri allievi, quasi questi usurpino ai veri figli
l'affetto di mamm. Insomma, roba da psicologia del profondo.
Poi l'imbarazzo crescente nel tempo, finch non  troppo tardi, finch non
vieni a sapere da qualcuno che l'anno scorso... che due mesi fa... Ma nel
cuore nessuna croce manca; e restano vivi l'indimenticabile professore Morello,
i nostri cari don Antonio Sanzi e don Giorgio Bonapace. Baster a farci
rimettere il nostro debito il fatto che analoghi debiti noi di buon grado li
rimettiamo ai nostri debitori? Come che sia, nella coscienza non c'e stata
nessuna cancellazione dei debiti e volentieri li dichiaro ai relativi
creditori con l'affetto d'un alunno solo apparentemente ingrato: le mie care
professoresse Cannata, Critelli, Giglio, Morica, Zinzi, i professori Sutera,
Torchia, Chiappini, Calaminici. E poi c' il mio debito col professore di
storia e filosofia, un giovane professore che  rimasto mio maestro anche oggi
che sono ben pi vecchio di quanto egli allora non fosse: un allievo che si
porta dentro un maestro pi giovane di lui! Spiegava tutta l'ora, quel
professore, gironzolando tra i banchi, elegante nei suoi abiti impeccabili, e
fumando fino alla fine, fino alla feccia ogni sua sigaretta (nazionale s, ma
esportazione). Spiegava, e i suoi occhi chiari cercavano i nostri occhi come
per leggerci dentro, e i nostri occhi cercavano i suoi per dirgli che
s, capivamo, avevamo capito, e ci sembrava che nuovi mondi ci si aprissero.
Andavamo a casa a trovarlo, e si parlava di tutto, e si scherzava, anche; e
scoprivamo che cosa significasse essere un filosofo sul serio. Non significava
imbrattare carte, o recitare la parte del genio fuori dal mondo, secondo un
vetusto clich, e nemmeno ostentare puzza al naso o mutria filosofica.
Significava essere, come era il nostro professore, un uomo vero: e scusate se
 poco. Chi era quel professore? Per me una specie di innominato: professore
non mi andava di chiamarlo perch mi pareva ipocrita chiamare cos mio cugino,
che quando ero piccolo mi faceva fare le giravolte; e per nome nemmeno, perch
mi pareva irriguardoso. Il debito che ho con lui non glielo ho mai dichiarato:
me lo vietava il pudore di entrambi. Ma questa volta tacere equivaleva a
mentire (perci caro Ezio non censurare queste righe: taglia tutto quello
che vuoi, ma queste righe, no).
E ora quel professore, il professore Galiano, il preside Galiano mi chiede un
po' di rimembranze della mia vita legate al "Galluppi". Ma ho in mente Napoli
milioraria, e gli inutili tentativi del reduce di raccontare le sue avventure.
Di avventure ognuno ha le sue, e le sue per ognuno sono le pi interessanti.
Per ogni reduce la guerra pi guerra  stata la sua. Non racconter le mie
storie di... guerra. Preferisco dire che cos' per me il "Galluppi" se chiudo
un attimo gli occhi.
Il "Galluppi"? Due grandi corridoi (ma erano davvero grandi?), uno pi 
ridente e, come dire?, pi prestigioso, l'altro un po' pi tetro, il pavimento
di marmo (ma era davvero marmo?) su cui Alfieri (lui s, era davvero Alfieri)
passava eternamente della segatura... Le aule del ginnasio, come alla
periferia di un impero: scale da scendere, qualche altra da salire, una specie
di limbo in attesa di essere ammessi in alto loco... Il grembiule nero lucido
(raso?) di Rosina, e il suo bel colletto fatto all'uncinetto... L'aula
magna/sala dei professori: un certo batticuore per chi la vedeva per la prima
volta con l'importante compito di recuperare il cancellino personale del
professore Morello; un certo batticuore anche le volte successive, quando
capitava che ci radunassero l per qualche ragione, e due occhi un po' da
pesce lesso incontravano altri occhi ridenti e fuggitivi; e un certo
batticuore anche quando vi si tenne la festa d'addio del preside Fornari:
abiti da sera, le ragazze, abiti scuri (e fuori stagione), noi, scarpe lucide
(e, confessiamolo, a punta), l'orchestra Monizza... Insomma qualcosa di
simile al gran ballo finale del Gattopardo, ma molto pi in grande,
racconteranno un giorno ai nipoti quelli che possono dire Io c'ero... E poi
coretti, versi sciolti detti da cani sciolti (ma c'era anche chi ci sapeva
fare), imitazioni del festeggiato una pi riuscita dell'altra (la peggiore
imitazione della voce del preside, naturalmente, la fece, forse per l'emozione,
lui medesimo nel discorsetto finale).
Il "Galluppi"... L'entrata dei ragazzi dall'ingresso secondario, quasi un rito
quotidiano, coi professori schierati... Aule di vario genere: grandi, piccole,
buie, semi-buie, qualcuna perfino luminosa, qualcuna con banchi a tre o a
quattro posti (per far passare l'ultimo si dovevano alzare tutti gli altri, e
gli davano una pacca di incoraggiamento, ch quello andava a farsi interrogare,
mica a divertirsi)... Se si apriva la finestra, i rumori del mondo erano
rumori familiari: qualche Totar o qualche Cicciar, qualche fischio di
richiamo, il motore imballato dei pullman che allora potevano risalire corso
Mazzini, la voce degli strilloni il luned: La vittoria dei giallorossi!, o,
a seconda dei casi: La partita dei giallorossi!... Il portone principale
spalancato nei giorni di pioggia... Pucci sussiegoso e compenetrato nel ruolo
di capo-bidello, che bussa con le nocche di due dita, latore di misteriose
circolari... Le discussioni in classe sul processo Eichmann, sulla Dolce
vita, su Peccatori in blue-jeans...
E, a proposito, la temeraria comparsa in classe dei primi blue-jeans, quasi una
profanazione per qualcuno (che non aveva idea di quello che sarebbe venuto
dopo), e la loro immediata esecrazione in quanto pantaloni da peperonaio da
parte di un professore facilmente identificabile... I cosiddetti scioperi,
forse per Trieste all'Italia, forse per i fatti d'Ungheria: tutti ammassati
tra la Medical e l'edicola-libreria Paparazzo, qualcuno che urlava slogan
ormai dimenticati (non si usavano ancora le rime baciate)... I finti, ma pi 
convinti scioperi al grido Passeggiata, passeggiata! e i tentativi di
dissuasione, finti anch'essi ma noi non lo sapevamo - messi in atto da
qualche professore al quale certo veniva da ridere all'idea della ferrea
argomentazione del preside (I campi sono bagnati: e magari non pioveva da
tre mesi)... Qualche passeggiata ottenuta davvero: alla Fiumarella, a
Siano, a Madonna de' cieli, e noi l a giocare a pallone tetragoni per quattro
ore, disprezzando quei pochi che facevano i bellimbusti con le ragazze
esattamente come avremmo voluto fare noi... Oppure, ma gia in terza (da noi
veramente si diceva, e forse ancora si dice, terzo), qualche gita vera: la
Calabria prima dell'era volgare della cementificazione turistica suicida, il
cielo azzurro, gli ulivi della Roccelletta o i pini di Serra San Bruno, le
fanciulle in fiore, arancini e frittate di pasta che passavano di mano in
mano: e che si poteva volere di pi dalla vita?
Che si poteva volere di pi dalla vita quando si faceva l'ultimo anno del
liceo, si era amici di met del "Galluppi" e si era guardati con compunta
deferenza dall'altra met (la stessa deferenza con cui a suo tempo noi avevamo
guardato quelli dell'ultimo anno, e che, sia pure in minima parte, ci si porta
dietro. Sfido qualunque grand'uomo a non provare un po' di soggezione, sia
pure per un attimo, di fronte a chi faceva l'ultirno anno quando lui era al
ginnasio)? Anche per noi quell'anno fatale culmin con la festa di chiusura,
il ballo del liceo che ci vedeva finalmente protagonisti e non
solo comprimari. Allora s che pi d'uno avrebbe voluto poter dire
faustianamente all'attimo fuggente: Fermati, sei bello!; e forse non si
sarebbe pentito. Ma gli attimi fuggenti fanno il loro mestiere: fuggono...
A festa finita scesi in strada dal Comunale, ci salutammo davanti al
"Galluppi" con allegria sfacciata e un po' troppo sopra le righe. Poteva
sembrare l'inevitabile residuo-prolungamento di una festa riuscita; ma era ben
altro, e forse nient'altro che la simulazione di una baldanza che non c'era,
il tentativo inconscio di farsi coraggio, come il bambino che canticchia nel
buio. Ce ne andammo a casa ad uno ad uno, in quella notte di giugno splendida
come poteva essere splendida una notte di giugno a Catanzaro nel 1961, quando
Catanzaro era Catanzaro. Nel silenzio sentivamo il rumore dei nostri passi
come se fossero stati i passi di un altro: un ritmo regolare, ma stranamente
lento... forse per l'inconsapevole proposito di prolungare una situazione
difficilmente ripetibile (perch, quando ci vuole ci vuole, dolce e chiara era
la notte, e senza vento!)... O forse per rinviare il pi possibile il momento
in cui, chiusa la porta di casa, andando a letto, nel toglierci le scarpe
lucide (un po' meno a punta di quelle dell'anno prima, ma pur sempre a punta)
avremmo capito che il ben noto cammino compiuto per l'ennesima volta dal
"Galluppi" a casa nostra era stato qualcosa di diverso dal solito: una
metafora, ed anzi gi l'inizio, dell'inevitabile diaspora.
In chiusura, naturalmente,  d'uopo il pistolotto, il cappello all'inizio e
il pistolotto alla fine: non si faceva cos nei temi del liceo? Concludere
senza pistolotto ci sembrava inurbano, come andarsene senza salutare. Il
pistolotto: un qualche surrogato della piroetta con la quale nei tempi che
furono il saltimbanco metteva fine alla propria performance in piazza
chiedendo con gli occhi allo spettabile pubblico:
avete visto come sono bravo?... Quante cose non si fanno e non si scrivono
se non per chiedere: Avete visto come sono diventato bravo? allorch il
saltimbanco della metafora  un ex genio incompreso divenuto profeta in terra
straniera ma pur sempre alla ricerca di una rivincita in patria! L'assenza di
antiche frustrazioni, veramente, mi priva di una simile molla: semmai a qualche
amico, a qualche maestro o maestra che per affettuosa sopravvalutazione si
aspettavano forse qualcosa di meglio da me, mi toccherebbe dire: Avete visto
come non sono diventato bravo? Avete visto che invece di affermarmi m'
capitato di fermarmi, di fermarmi alla tecnica del cappello e del
pistolotto?.
Ma che genere di pistolotto concluder il mio temino di ex liceale? Una frase
liricheggiante e ben tornita, un abbandono alla piena travolgente dei ricordi,
all'empito dei sentimenti? Mah... di mercanzia simile ce n' anche troppa nelle
pagine precedenti, e comunque abbastanza per i gusti di chi, come il
sottoscritto, non trova molto elegante parlar di s, ed ha l'impressione di
essersi spinto gi troppo oltre nel mettere a nudo sentimenti ed emozioni,
contravvenendo ad un'antica avversione per questo particolare genere di
nudismo. Ricorrere a qualche ben tornita espressione tipo alma tellus, omnia
tempus edax ecc. ecc., e magari a un po' di greco messo l per insinuare
l'ipotesi che il mondo avrebbe potuto avere un grande umanista di pi ?
O non sarebbe di maggiore effetto una bella sventagliata di citazioni a
sensazione, oltre che a senso, o magari prive di senso, alla ricerca d'un'aura
da grand'uomo con cui far colpo sulle brave persone che immaginano debba
essere ammirato tutto ci che risulta privo di senso?
Fare cos? Mi basta pensare ai miei presumibili lettori, pochi ma tutti a me
noti e a me cari, oltre che nient'affatto sprovveduti, per farmi vergognare in
anticipo di una soluzione del genere, il fondato sospetto di far venire alle
labbra, o comunque alla mente anche ad uno solo dei miei amici d'antan la ben
nota paroletta-parolaccia corrente ai nostri bei d galluppeschi per designare
quel tipo d'uomo che a Roma chiamano fanatico (ma la paroletta-parolaccia in
questione fa rima con ministro) vieta a priori un pistolotto del genere
(d'altra parte, si ammetter che, sia pure con una certa qual nonchalance la
sua brava esibizione culturistica questo mio scritto gi la contiene: prego
notare che, scherzando scherzando, tra citazioni, criptocitazioni, allusioni,
l'autore  riuscito ad infilare riferimenti, oltre che ad autori liceali,
anche a Queneau, Cechov, Goethe, Proust, Kafka; e pi avanti ci sar anche
Joyce, a completamento della triade che le attrici, per ordine dell'addetto
stampa, giuravano di adorare fino a qualche tempo fa. Mi sar gi
irrimediabilmente meritata la rima con ministro?).
Basta col culturismo, quindi. Accantoniamo immediatamente l'ipotesi di altri
pistolotti a base di termini come l'odiosamata usato da Joyce (eccolo qua)
per la sua citt, e che parrebbe fatto apposta per esprimere il nostro
rapporto con la vecchia Catacio imbelle, o di espressioni come il
lamento d'amore senza amore di Quasimodo. Oltre tutto, non certo il
villaggio della memoria  odiosamato, e tanto meno il nostro "Galluppi": e qui
del villaggio della memoria e del "Galluppi" si tratta.
Del resto, la stessa Catanzaro d'oggi non ispira in realt lamenti d'amore
senza amore: se la si maledice non  per mancanza d'amore, ma per troppo amore.
E poi, confessiamolo: come il suo natio borgo per quel tale poeta della
saudade, anche per noi Catanzaro ormai non  che una vecchia fotografia appesa
a una parete (Ma come duole!, sempre per rifarsi a quel poeta).
E si pu forse odiare qualcosa che non c' pi , o non  pi come era prima,
solo perche non c' pi , o non e pi come era prima? Dunque, perch maledirla,
questa povera citt che fu la nostra, come direbbe Cioran, e ora non  di
nessuno?
Quanto al pistolotto, potrebbe essere forse il caso di attingere proprio al
repertorio liceale. Quale miglior suggello, per una dichiarazione di debito
(e d'amore) verso il proprio liceo, di quello offerto dai versi di qualche
autore ammannitoci appunto al liceo, e da allora rimasto in soffitta in
qualche angolo della memoria? L'aquilone?
L'aquilone andrebbe benissimo... se non fosse che il morticino noi non
l'avemmo, e per quanto infantili fossimo col nostro giocare imperterriti a
pallone durante le passeggiate, con gli aquiloni francamente non giocavamo
(e nemmeno con lo strumbo), e per la verit non avevamo pi neanche balocchi
da portarci nella tomba. Niente Aquilone perci, e niente Zvanin, sebbene
qualcosa di Zvanin venga pur in mente quando si parla del villaggio della
memoria: viene in mente il paese che sempre mi ride al cuore (o piange)
Severino... Ma se  per questo, forse non viene in mente anche un po' di
Carducci quando, come ora, ci si volta indietro a guardare?
Oh, quel che amai, quel che sognai, fu invano;
e sempre corsi, e mai non giunsi il fine....
Trovato dunque il pistolotto? Macch. Questo Carducci, questo Carducci
insolitamente crepuscolare e pur sempre Carducci, anzi il Carducci: e come
identificarsi veramente con lui? Come dimenticare, in quella stessa poesia lo
sguardo commosso a un verde piano che non ci appartiene, e magari  quello
stesso che si specchia nel pio occhio bovino? E le colline, le colline di
Carducci sono forse le mie, le nostre colline? Infine, chi ha mai corso? Tra
le cose non dir imparate, ma respirate al "Galluppi" ci fu proprio la
consapevolezza che non avesse senso mettersi in corsa: per niente, e con
nessuno. L'importante non  vincere,  non partecipare.
Mica facile, insomma, il pistolotto. Se lo strip-tease dell'anima inteso a
mettere a nudo i propri sentimenti  certo indecente, neppure  decente
ammantare quei sentimenti con la veste elegante che altri, e sia pure un poeta,
ha cucito su misura per s.
Sarebbe come scrivere una lettera d'amore copiandola dal Segretario galante:
meglio non scriverla affatto. E d'altronde, che senso avrebbe andare a
spigolare nell'opera dei poeti laureati se anch'io (sar una (megalo)mania)
come Montale per me preferisco l'odore dei limoni? Niente poeti laureati,
dunque. Meglio, piuttosto, qualche poeta... diplomato, o addirittura
diplomando, e meglio ancora se neppure poeta. Ma ce ne sono?
Uno veramente ci sarebbe, che poeta non era di certo (cosa abbastanza comune),
e neppure credeva di esserlo (cosa un po' meno comune), ma in compenso era
proprio diplomando. In quella tale festa del liceo di cui si  detto prima
delle bellurie sulla notte di giugno a Catanzaro (quando Catanzaro ecc. ecc.),
costui, che era tra i maturandi, si esib in una specie di madrigale - sia
detto col dovuto rispetto per i madrigali - composto alternando a famosi versi
rubacchiati alle due sacre Trimurti liceali (Foscolo-Manzoni-Leopardi e
Carducci-Pascoli-D'Annunzio) altri versi che a quelli facevano appunto il
verso, e spesso anche il versaccio. Dopo una serie di varie amenit (sempre in
quel tale spirito del tempo o Zeitgeist di cui sopra, che se mi si passa un
ritorno di fiamma in quella stessa chiave, si potrebbe definire Kartoffengeist)
la composizione improvvisamente cambiava tono in sul finale per evidenti
esigenze pistolottiere:
Addio liceo. Tra i banchi, chi sa dove,
ho lasciato qualcosa, chi sa dove.
 un pacchettino che ti tieni tu.
C' dentro, guarda, un po' di giovent.
Pu valere come pistolotto di oggi il pistolotto di ieri? Un certo imbarazzo,
veramente, quei versucci lo provocano. Col loro patetismo scontato (e forse
anche un po' cinico, all'epoca), la loro cacofonia (ti-tieni-tu: vengono in
mente i nomi cinesi delle barzellette), l'immagine irrimediabilmente idiota
(il pacchettino!) farebbero anche del pi efferato paroliere dedito alla
circonvenzione d'incapace a danno dei teen-agers un paroliere pentito. Per...
per il sentimento di fondo era genuino, e la sensazione che lasciare il liceo
significava perdere qualcosa era fondata. Fondata: ma non per questo adeguata.
Perch, col senno di poi, si pu dire che in quel famigerato pacchettino non
rimaneva solo un po' di giovent, ma tutta, proprio tutta la mia (la nostra?)
giovent: la parte migliore della mia (della nostra?) vita, cio; e forse,
anche, la parte migliore di me stesso (di noi stessi?).

/:/Nicola Siciliani de Cumis.
nato a Catanzaro il 2 luglio 1943
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1958/1959)

Carissimo Preside,
grazie davvero di quest'invito a rileggere nella memoria i ricordi che, come ex
studente liceale (dal '59 al '62), variamente mi legano al "Galluppi". La Sua
idea di costruire una specie di test collettivo in cui ritrovarci un po' tutti,
vecchi e giovani, per una riflessione ulteriore di tipo pi propriamente
storico, mi sembra di grande interesse: e a maggior ragione lo sara, se - come
Lei vuole - toccher proprio ai Suoi mille scolari di oggi, con l'aiuto dei
loro professori, di tirare le somme in un dossier non solo retrospettivo ma
anche e soprattutto operativo, da utilizzare nell'immediato nella specificit
del loro lavoro didattico normale. Ricordo che ai miei tempi riuscivamo a fare
qualche volta dei giornaletti in cui confluivano tanto i frutti pi acerbi di
un'affrettata ricerca di noi stessi, quanto il meglio delle nostre esperienze
culturali - nel senso che ce la mettevamo tutta a scrivere di politica e di
letteratura, a recensire libri e a gareggiare in umorismo, a registrare le
cronache della scuola e a fare esercizi di critica del mondo circostante ecc.
Ebbene, io non so se sar mai obiettivamente possibile ritrovare e mettere
assieme i fogli periodici degli studenti del Liceo; ma  a questo livello che
i miei ricordi della scuola cominciano ad acquistare un certo spessore, che
non  soltanto individuale ma di gruppo: un gruppo che esce dall'ambito
ristretto della classe,  in qualche misura rappresentativo di pi 
classi o della scuola, e si rivolge alla citt nell'insieme. Ecco perch il
ricordo di quei giornalini s'abbina ora a quest'ipotesi di partecipazione al
recupero di una memoria collettiva; mentre l'eventualit di un risultato
documentativo apprezzabile (quante testimonianze, quanta storia, quante
critiche e autocritiche si concentreranno in un punto solo!) si spezza
nell'uso diversificato, diretto o indiretto, positivo-negativo che
ciascuno ne far. Non facciamoci illusioni quindi, caro Preside, di offrire
noi vecchi, agli studenti di oggi, modelli di vita e di professionalit
diciamo replicabili. Il contesto  di una fluidit incredibile, non c' testo
o pretesto che tenga, le regole che pure dobbiamo cercare per sopravvivere, e
far valere come tali, sono solo relative. Proprio in prima liceo, senza
aspettare lo svolgimento del programma di seconda e di terza, conobbi Montale
(tifavo per lui, anzich per Ungaretti, perch avesse il Nobel). Cerco
alcuni suoi versi, pi recenti rispetto ad allora, che mi pare rendano meglio
l'idea:
La storia non si snoda / come una catena / di anelli ininterrotta. / In ogni
caso / molti anelli non tengono / ... / La storia non e magistra / di niente
che ci riguardi / ... / Lascia sottopassaggi, cripte, buche / e nascondigli.
C' chi sopravvive. / La storia  anche benevola: distrugge / quanto pi pu:
se esagerasse, certo / sarebbe meglio, ma la storia  a corto / di notizie,
non compie tutte le sue vendette...
Difficile pertanto, praticamente impossibile, ritenere che i propri ricordi di
scuola possano assumere una valenza sicuramente pedagogica. E ci a maggior
ragione se, per mestiere, ti trovi a fare il... pedagogista. Se poi, come
studente, ti fosse capitato di frequentare i tre anni del liceo solo per
intervalla insaniae (devo al professor Cancellieri, l'anno prima che diventasse
preside, la spiegazione della formula), allora la prudenza metodologica
diventa niente altro che riconoscimento di una necessit di fatto: sicch il
"Galluppi" che ora mi ritrovo nella memoria, per come venivo pensandolo da
liceale,  pi un esterno che un interno", pi un lontano che un
vicino - nel senso che, dal '60 al '62, attraversai un periodo zeppo di
malanni e di assestamenti organici, che mi costringevano a stare per mesi e
mesi fuori dalla routine della scuola. Ecco perch i dati che la memoria mi
fornisce somigliano piuttosto alla rimozione di uno stato generale di
emergenza, che alla acquisizione di un'esperienza scolastica complessivamente
omogenea. Un po' per farmi coraggio, un po' per darmi un tono culturale
alto (cui non era estranea una certa dose di pedanteria), ricordo che
interpretavo il mio stato attribuendomi il ruolo di un Emilio roussoiano dei
nostri tempi... in diciottesimo, ovvero sentendomi migliore di
Hanno Buddenbrook (giacch io avevo potuto leggcre Thomas Mann, dopo aver
letto le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci). Il "Galluppi" restava
nell'insieme fuori dai miei veri pensieri attorno ad esperienze e letture
disordinate, passioni bambinesche, tentativi di interagire con il mio prossimo,
una faticosa ricerca della politica e la certezza ingenua di averla per
intanto trovata nello stesso gusto di leggere libri e giornali, nelle
discussioni ora patetiche ora confuse, ma sempre oneste, che avevamo con
Gianni Amelio o con Maria Donzelli (e con Andrea Pisani, Gigetto Fantasia,
Guido Raffaelli, Luisa Citriniti, Aldo Rapex della classe avanti ecc.), ed
infine nella lezione diversa, per rigore e ricchezza di prospettiva, del
professore Mastroianni.
Mastroianni  stato innanzi tutto questo per il me liceale (e faccio uno
sforzo di obiettivit, per non essere influenzato dall'altra immagine del
professore, mio maestro ed amico senza una pausa che io ricordi da allora ad
oggi): una specie di tramite o filtro o procedura critica intermedia tra
quello che sentivo di essere per mio conto, e quello che avrei voluto essere a
scuola; tra coltivazione privata di interessi per libri, riviste, autori di
varia umanit, e inquadramento storico di ciascun tema e problema; tra la
politica immaginaria di chi  portato per la giovane et a stravolgere
i termini reali di una situazione, e una dimensione del vivere sociale e
politico che tenga conto delle carte che ci sono state distribuite in questo
gioco in s peculiare in cui ci sentiamo coinvolti... Come studente di liceo
costretto a barcamenarsi tra la salute cagionevole e i programmi da svolgere,
tra le difficolt di un inserimento personale a scuola e le complicazioni che
derivavano degli avvicendamenti e dai mutamenti nel corpo insegnante, i
discorsi di Mastroianni erano un punto fermo e un aiuto concreto. La morale
che ne derivava era s a buchi, cio nella forma del problema, un po' come
la cultura che mi venivo costruendo; ma mi consentiva di andare avanti, di
attaccarmi agli aspetti positivi di una situazione che vedevo negativa, e di
valorizzare insomma soprattutto i frammenti, i margini, la pause della
didattica di ciascuno dei miei professori, ed un po' tutti i canali con cui
riuscivo a raggiungerla.
Che voglio dire con ci? Pi o meno questo: che per me erano maggiormente
essenziali le interminabili telefonate che facevo con i miei compagni pi 
diligenti e pi disponibili per aggiornarmi sulle lezioni, che non le lezioni
stesse; che erano assai pi costruttivi i colloqui sulla porta della classe,
con i miei professori (specialmente quando tornavo da un periodo di assenza,
avevo la precedenza sugli altri compagni), che non le penose interrogazioni
alla cattedra; che le stesse lezioni di storia e filosofia (le sole materie
dove ebbi dei sette, sulla fiducia) si concentrano piuttosto negli
appunti che mi passavano i compagni, che non in una diretta acquisizione
sistematica degli argomenti: ricordo quindi come provvidenziali le
ricapitolazioni storico-filosofiche della domenica mattina in Terza, ed un po'
tutte le altre occasioni orali che mi permettevano ora di tappare qualche buco
(le lacune caratterizzavano un po' tutto quanto il mio paesaggio scolastico),
ora di praticarne di nuovi. Certo  che arrivai alla maturit con un mucchio
di vuoti didattici pregressi (quello, in particolare, era stato l'anno del
tifo e del paratifo e di una fastidiosa febbretta residua, che mi
fece tornare a scuola a marzo inoltrato): ed ha forse un qualche valore di
compensazione o espiazione protratta, il fatto che io sogni, ancora oggi, dopo
circa un venticinquennio, gli esami di Stato nella forma di un incubo
ricorrente e cumulativo, che si aggiorna via via alla luce delle mie nuove
esperienze: e che proprio l'altra notte metteva in discussione tutto da allora
in qua, a partire dall'immeritato sei in matematica e dalla connessa
dichiarazione di maturit, fino a coinvolgere negativamente, perch costruite
sul nulla o quasi, laurea, perfezionamento, abilitazioni, concorsi, carriera...
Di qui, forse, la ragione segreta di una tendenza che sembra paradossalmente
contraddistinguere i miei ricordi del "Galluppi": nel senso cio di
ricordarmene, per cos dire, al futuro. Faccio alcuni esempi. Di quando la
mattina, poniamo, vado all'edicola dei giornali e ritrovo pi o meno la stessa
tensione che provavo uscendo dal Liceo per entrare nell'edicola di Paparazzo e
rovistare fra riviste e giornali. O quando nella biblioteca di Villa Mirafiori,
lo studente che mi chiede di aiutarlo nella ricerca di un libro mi fa
ricordare il professore Procopio che, nella ferrea biblioteca del "Galluppi",
mi spiegava come fare a reperire un libro, perch servir. O quando,
occupandomi del cinema di Gianni Amelio per ragioni professionali, il
ricordo di uomini e cose del Liceo (e addirittura del primo cortometraggio
con Franca Paparazzo, Enzo Papaleo, e con la macchina di Gianni Anzani) mi
aiuta a precisare un giudizio e a intravedere il senso genetico di questo o
di quell'altro film dell'autore, da La citt del Sole a Colpire al cuore, da
La fine del gioco a I ragazzi di via Panisperna ecc. Ovvero quando,
leggendo Il filosofo e la catastrofe di Placanica (Einaudi 1985), quella
lettura mi rimanda ad una lezione del supplente Placanica in cui accenna
ai terremoti del Sud e consiglia di leggere Cristo s' fermato a Eboli di
Carlo Levi (e, se non ricordo male, Il futuro ha un cuore antico, dello
stesso Levi). O ancora quando, scrivendo una recensione, mi
tornano alla mente le regoe di Gramsci su come si legge un libro che gi
scoprivo al Liceo, e che sperimentavo su Il Sentiero discorrendo
dell'enaudiano Lettere di condannati a morte della Resistenza (il libro me lo
aveva imprestato don Giorgio Bonapace). O infine quando, mentre faccio lezione
su Dewey o Labriola e spiego il Kant che ad essi sta dietro, mi  tuttora
utile servirmi di ci che ricordo di aver imparato a lezione a mia volta,
allora: compreso il criterio di massima, di provenienza leopardiana e di
controversa interpretazione, che non c' niente di meno filosofico che il
volere filosofica tutta quanta la vita...
Caro Preside, a rispecchiarmi cos nella selva dei ricordi, potrei certo
andare avanti per un pezzo: e risulterebbero in realt numerosi gli scampoli
di memoria da verificare alla luce delle esperienze complessive, quantunque
dimezzate, di allora. Il dossier che viene preparando, soprattutto se riuscir
ad essere la base per un ulteriore lavoro di documentazioni, di
approfondimenti di ricerca, di considerazioni critiche d'insieme, da parte
degli studenti di tutte le generazioni che hanno avuto a che fare con il
nostro Liceo, dar certo a tutti gli ex scolari qualcosa che  mancato
loro durante gli studi, e che forse non sono riusciti a trovare dopo. Quanto a
me, non posso che ringraziarLa fin d'ora dell'occasione che, in tal senso, mi
offre.

/:/Mario Tassone.
di Ernesto e di Rosa Durante
nato a Castrovillari l'8 agosto 1943
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1957/1958)

Parlare della mia esperienza
sui banchi del Liceo Classico "P. Galluppi", non  una cosa semplice n facile.
Ricordi, sensazioni, si affollano alla mia memoria. Sono ricordi che il tempo
non ha disperso, ma che ritornano vivi e forti e mi provocano tanta dolcezza
ma anche un pensiero struggente per un tempo ormai lontano che ha coinciso con
la mia maturazione, con gli anni della mia formazione, col mio faticoso
incamminarmi verso la vita. Desidererei che tutto questo ritornasse, e con
l'esperienza di oggi, per assaporare la genuinit dei momenti vissuti con gli
altri, per cogliere i nostri gesti, fatti di piccole cose, che allora
apparivano immense. Certo in quel tempo non ero in grado di capire in pieno il
significato che potevano avere per me il confronto con gli altri, il misurarmi
con i docenti, il travaglio dello studio e la difficolt di raggiungere i
risultati. Non avevo piena contezza che tutto questo era addentrarsi nel
circuito della societ, una societ che per essere vera e pi giusta deve
fondarsi sulla solidariet con gli altri, sull'impegno e, perch no, sul
sacrificio.
E gli insegnanti del Liceo Classico ebbero la capacit e l'intelligenza di
prepararci in questa direzione, di avvertirci in ogni momento che ogni
conquista, per essere tale, doveva essere il risultato di un impegno, di una
ricerca insieme agli altri. Si delineava cos il formarsi dell'uomo con i suoi
sentimenti e con le sue debolezze, ma con una umanit che nasceva forte, senza
riserve, senza compromessi, senza cedimenti. Noi studenti eravamo pieni di
entusiasmo e ci esaltavano le piccole cose; venivano fuori, cos, varie
iniziative come quella dei giornaletti studenteschi. Erano proprio
i momenti di solidariet fra i compagni che molte volte ci spingevano ad avere
diversificazioni, se non contrapposizioni con gli stessi docenti. Certo la
persuasione di questi aveva significato se si andava a riconoscere anche le
nostre tensioni, i nostri aneliti di giustizia che pure erano presenti,
soprattutto nella mia classe, sez. D, che noi, a torto ritenevamo essere
considerata di terza o di quarta serie.
Ma quello che pi ricordo  l'impegno che profondevo nell'organizzare i
compagni mediante la testata de Il Senticro, il giornale del Movimento
Studenti di Azione Cattolica, di cui ero capo-redattore, mentre direttore
responsabile era l'indimenticabile don Giorgio Bonapace, attraverso il Centro
Turistico Giovanile nella cui attivit riuscimmo a coinvolgcre un caro amico
di recente scomparso, il prof. Nicola Coscia, e poi con l'A.I.S.L.C.
(Associazione Indipendente Studenti Liceo Classico). Quello fu il fiore
all'occhiello mio e di molti amici; Federico Ferrara, Dino Garcea, Cesare
Pucci, Ercole Amelio, Sergio Rocca, Mimmo Vallone e tanti altri.
Riuscimmo a creare quasi una struttura nella struttura e con la nostra carica
giovanile portammo avanti tante iniziative: incontri sulla musica,
sull'antifascismo con Alberto Castagna, sulla scuola con la prof. Wanda
Pagliusi e poi cineforum e giornali. Questa attivit fu guardata con bonomia
dal preside Livio Cancellieri, tollerante, paziente e affettuoso, un uomo di
grande cultura ed umanit, dai sentimenti fini e dai tratti che esprimevano
una ricchezza spirituale enorme.
Ma vi erano anche altri professori che ci guardavano con qualche sospetto e
perplessit ed erano, di fatto, coloro che arricchirono con la loro presenza
una stagione impegnativa ed esaltante della storia del Galluppi. Noi li
consideravamo i padri-padroni che si imponevano non solo all'interno del liceo,
ma anche della societ catanzarese per il loro ingegno, per la loro cultura e
per la loro autorevolezza.
Erano Salvatore Morello, Ezio Galiano, Giovanni Mastroianni, Mauro Nicotra,
Natalino Palermo, Michele Riolo, Abigaille Giglio. Essi determinavano in noi
sentimenti diversi, a volte di reazione e di contrapposizionc, ma la loro
autorevolezza si accompagnava ad un fascino che alla fine ci vinceva. Certo
una cosa io non potr mai dimenticare ed  che nel Galluppi imparai a fare
battaglie per una maggiore giustizia e conobbi anche la censura, infatti
alcune nostre canzoncine per la festa di fine anno furono eliminate perch
ritenute offensive nei confronti di qualche insegnante. Ci fu la reazione
da parte nostra, ma l'autorit, che allora noi non comprendevamo, ancora
una volta vinse, e, a mio avviso, immotivatamente, anche se oggi devo
riconoscere che era molto pagante, per noi che ci formavamo, il senso
del rispetto che gli altri ci imponevano in confronto allo sbandamento
fuorviante di oggi.
Si delineava gi, in quegli anni, un aspetto della mia personalit che proprio
fra le mura del Galluppi  cresciuto e si  imposto con tale forza e chiarezza
da determinare la scelta fondamentale della mia vita: quella del mio impegno
politico. Si evidenziava, infatti, il mio desiderio di ascoltare le istanze
degli altri, di farle mie, di portare avanti confronti e dibattiti, di
coordinare le attivit dei vari gruppi senza restare chiuso nell'ambito della
mia classe, ma sensibilizzando e incoraggiando all'impegno tutti, in modo che
le battaglie e le conquiste fossero patrimonio comune.
Dunque il Liceo Classico  stato per me un mondo fatto di passione, di
generosit, di rabbia ma non di rancore, un mondo in cui noi inconsciamente ci
appropriavamo di valori che dovevano essere a fondamento del nostro impegno e
io e tanti altri colleghi dobbiamo molto a questa esperienza. Fin da allora,
infatti, abbiamo imparato a comprendere il significato della solidariet,
della lealt, e la soddisfazione dello stare insieme che ci dava forza nei
confronti di chi era pi grande di noi. Non so se i giovani di oggi hanno
queste sensazioni, non so se gli altri che son venuti dopo di noi ricordano
gli anni del Liceo con uguale dolcezza, non so se essi si considerano
debitori di fatti e dati irripetibili. Io s e anche la mia generazione,
perch i risultati che ciascuno di noi pu avere raggiunto nella vita non ci
sono stati regalati, ma sono il prodotto di un impegno che  passato anche
attraverso i banchi un po' scomodi e consumati del liceo "Galluppi" di Corso
Mazzini, attraverso i rimbrotti di Pucci, di Rosina, di Alfieri, attraverso i
racconti guerreschi di Mercurio, attraverso, dunque, fatti e uomini che
avevano vissuto esperienze importanti e a noi davano anche la testimonianza
del loro sacrificio e della loro grande umanit.

/:/Adolfo Giovanni Ansani.
di Mariano e di Concetta Fam
nato a Catanzaro il 22 agosto 1943
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1956/1957)

I sordi colpi
dei primi trenta numeri di una vecchia tombola, sapientemente agitati in una
scatoletta metallica, aprono questa ennesima giornata scolastica del mio terzo
liceo; la classe rischia un cardiopalmo collettivo mentre, con un'espressione
facciale ironicamente sadica, il professore Morello pesca nel suo scatolino di
latta: lui scava, scava, e i nostri battiti cardiaci acquistano un ritmo
sempre pi convulso, per poi cessare quasi completamente in una sensazione
liberatoria quando il numero quattordici, abbinato al nome di un compagno,
viene estratto. Il malcapitato va alla cattedra in un olocausto a lungo temuto;
ha studiato,  vero, ma l'emozione insidier la sua preparazione. La classe
riprende lentamente le sue forze infiacchite dalla precedente paura, mentre
l'interrogazione ha inizio: al primo errore nell'espressione algebrica alla
lavagna, il professor Morello impone l'alt con un fischio perentorio e d
avvio al suo repertorio ameno che serve a tirar su completamente il morale di
tutti noi, ormai rassicurati per lo scampato pericolo, il nostro compagno, 
ovvio,  come l'ovu a lu focu ed ha in testa lippi 'e fiumara, meriterebbe
di essere acchiappatu do' 'nchiaccacani o dovrebbe andare a raccogliere
vermitri, piuttosto che continuare nell'impresa di capire la matematica e
la fisica classica. Gi, perch al liceo - ci tiene a ricordare il
professore - a differenza delle altre scuole, non si impara comu s'acconzanu
i campaneddi, ma i sacri principi della matematica e della fisica pura.
Ognuno vedendo l'andamento disastroso dell'interrogazione ricomincia a temere
per s; il compagno va a posto accompagnato dalle frasi di rito e dal sorriso
satanico del nostro professore-carnefice.
Deve ancora venire il '68, e non ha, la vittima, a sua disposizione
esperienze di contestazione, n sei politico da pretendere; anzi conquista a
volte il sei aritmetico, con un malcapitato compagno di sventura, estratto
insieme a lui, o con l'amico del primo banco che ha tentato di suggerirgli
qualcosa: con tono serio ed apparentemente soddisfatto il professor Morello
annuncia che la sufficienza  stata raggiunta, ma aggiunge subito, con un
ineffabile sorrisetto, che devono dividerla tra loro: tre ad ognuno dei due.
La classe  sottilmente coinvolta nelle divertite trovate del vastissimo
repertorio morelliano mentre il solo malcapitato di turno si limita a
rimuginare qualcosa; quel malumore represso si concreter forse nelle vicende
scolastiche del fratellino pi piccolo che, solo qualche anno dopo, forte
anche dei racconti del nostro, sbandierer cartelli dall'inferocito contenuto
davanti l'atrio del Liceo, pretender interrogazioni di gruppo, in cui ad
esporre sar soprattutto il professore, ed esiger, appunto, il sei politico
sotto gli occhi esterrefatti, increduli o a volte giocoforza compiaciuti degli
insegnanti.
Certo quei professori nessuno li temer, ma saranno amati? Perch il prof.
Morello, incredibile ma vero,  amato da tutti noi. Egli, finita
l'interrogazione-supplizio, continua ad essere, anche per le sue vittime, il
carismatico professore dal fascino tutto particolare: sar il suo
abbigliamento eccentrico, sia pure sul classico, i suoi gessati marrone, le
sue scarpe bicolore, il suo cappotto di cammello autentico con collo di
persiano; saranno i suoi ricordi narrati con accento nostalgico; sar
il suo eloquio forbito, inframmezzato da coloritissime espressioni dialettali
e la galanteria con cui si complimenta con una compagna per il vestito che
indossa, salvo poi ad usarle il solito trattamento in sede di interrogazione;
certo  che il professor Morello  amato.
La giornata continua, i professori si alternano nelle quattro ore successive;
essi sono altrettanto temuti, ma le loro interrogazioni, con un accorto
calcolo delle probabilit, si possono prevedere. Abbiamo la tranquillit di
pensare alla gita mille volte promessa, nientemeno che alla Roccelletta.
Bisogner esigere che prima della fine dell'anno sia fatta, ma come? L'accordo
 raggiunto, dell'assemblea di classe si fa a meno, non  stata ancora
inventata. In una richiesta corale, l'indomani, davanti il portone del vecchio
Liceo, invocheremo con energia gi-ta; gi-ta e se il Preside si dimostrer
evasivo nelle promesse, sar sciopero.
La presidenza accoglie prematuramente le nostre richieste e lo sciopero
previsto, pregustato quasi pi della gita preambolo ideale di ogni pretesa
studentesca, pi o meno legittima, non ci sar.
 la gita.
Una luminosa giornata di maggio ci vede tutti pronti ad assaporare, attimo per
attimo, quell'evento a lungo voluto. Le ragazze portano per l'occasione i
pantaloni; la libert di movimento  un ottimo alibi per indossare un capo che
in qualche modo le fa sentire emancipate; noi ragazzi teniamo ben stretti i
nostri sacchi pieni di cibarie di ogni genere accuratamente confezionate dalle
mamme (non  ancora venuta l'epoca dei paninari) con prevalenza di frittate
gustose e sostanziose cotolette che, ahim, diventeranno inevitabilmente
secche.
Ognuno di noi si guarda intorno per vedere se la ragazza che gli interessa 
riuscita a strappare l'agognato permesso ai genitori. Anch'io d uno sguardo
in giro per vedere se c' lei. Eccola; anche lei in pantaloni; lei, come le
altre, con un viso radioso pieno di gioia di vivere. Ci star alla mia corte?
L'espressione dei suoi occhi e l'incrocio di qualche sguardo di troppo mi
lascia ben sperare e comunque  gi bella questa attesa.
Allegri cori nel pullman, interrotti a volte dalla censura del professore che
ci accompagna perch licenziosi e movimenti strategici per stare vicino a
qualcuno.
Si arriva, e la giornata trascorre nel migliore dei modi all'aperto con
fragrante odore dei campi che ci inebria come la libert, sia pur vigilata,
che stiamo assaporando.
Zittiscono, a tratti, il vociare intenso di tutti noi, le note delle canzoni
di Paul Anka, divo dell'ultim'ora; si aprono allora le danze, in un matine
inventato al momento, disertate dai timidi che mascherano fra un panino ed uno
sberleffo il loro imbarazzo.
Prima dell'imbrunire finisce la nostra bella avventura; i pi intraprendenti e
fortunati stringendo per mano una ragazza; tutti, comunque, pi affratellati,
appagati e felici.
Ma alla luce seguono le tenebre; alla gita la maturit.
Studio intenso, sveglie che ci strappano dai sogni pieni di incubi, ripetizioni
ossessive, ed affannose ricerche dei nomi dei commissari d'esame e delle
scuole da cui provengono.
La commissione  pi rigorosa ed intrattabile di quanto non ci avessero gi
informato; durante i compiti scritti la sorveglianza  strettissima, ma non
tale da impedire i preordinati contatti tra compagni di una classe
affiatatissima come la mia; il compito di greco si presenta oscuro pi dei
responsi della Sibilla Cumana anche al direttorio dei primi della classe, ma
per fortuna, quando ormai si dispera di dare un senso compiuto alla versione,
arrivano i provvidenziali lumi del commissario interno che, con un abile
stratagemma, riesce a metterci sulla buona strada: il professore Galiano fa in
modo che l'ostica frase, che nessuno riesce a decifrare, appaia, tradotta
in italiano, come un'esortazione per noi, che cogliamo a volo l'ancora di
salvezza che ci offre. Questo e tanti altri complici interventi del nostro
professore-amico, portano la sua III B del 1961 allo strabiliante risultato
(forse un record assoluto) di circa il novanta per cento di maturati a luglio.
Perci, l'illustre promotore di questo collage rievocativo sappia che, se
qualcuno oggi si dorr delle mie sentenze, la responsabilit  anche sua.

/:/Franco Ciccarelli.
di Filippo e di Rosaria Pellisanti
nato a Fermo il 26 gennaio 1943
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell' anno scolastico 1956/1957)

Il primo approccio con Vecchio Galluppi
l'ho avuto (o subto) in casa di un collega solo di qualche anno pi anziano
di me.
Il Soggetto, dopo avermi mostrato a distanza di sicurezza (tipo: guardare,
ma non toccare) il bel volume, certamente orgoglioso di possederlo, mi ha
chiesto a bruciapelo in quale anno mi ero diplomato.
Una rapidissima ricerca (che mi ha fatto sospettare che la cosa fosse
preparata: quanto tempo sottratto allo studio di una complessa questione
giuridica, o alla redazione di una intricata comparsa per ricercare
sadicamente, tra le sbiadite foto, le vecchie fisionomie?) ed ecco la
perentoria e perfida domanda: Tu, dove sei?. Non ho pudore nell'ammettere
che non ho saputo indicarmi. Ho annaspato tra i volti noti, scartandoli,
soffermandomi su quelli cui non riuscivo a dare un nome e che potevano, tutto
sommato, almeno uno, passare per me.
E, come in un flash-back, ho rivissuto le angosce e le mortificazioni subite
durante le interrogazioni di geografia, quando mi veniva richiesto di
indicare con il dito la capitale di uno sconosciuto (per me) Stato del Terzo
Mondo. (Un mio carissimo amico, molto pi furbo e navigato, si destreggiava
con il palmo della mano che era, buon per lui molto pi grande del normale,
sperando di azzeccarci).
Pago, alfine, del supplizio inflittomi, il collega mi ha mostrato, in terza
fila, la parte superiore di un viso: appena la fronte, niente capelli, perch
tutt'uno con lo sfondo scuro della stampa, e due occhi quasi poggiati sulla
testa di quello della seconda fila.
Mi sono subito identificato con enorme sollievo e malcelata soddisfazione,
visto che non ero poi male.
Ripensandoci, per, non credo di aver fatto la figura del solito imbranato.
In fondo, le fronti a quell'et si somigliano tutte.
Ma ormai anche in me era scattata la curiosit di riscoprire come eravamo, e
non solo fisicamente, e di verificare attraverso i pezzi dei vari Autori che
avevano celebrato il vecchio liceo, quanto della loro semplicit avessero
conservato.
Ho voluto procurarmi l'opera, ed  stata la graditissima occasione per
rincontrare il caro prof. Galiano.
L'ho ritrovato cos come l'avevo lasciato appena trent'anni fa: stesso fisico
di un tempo, immutato lo spirito arguto.
Non so se sia la Filosofia a mantenerlo giovane. Non ho, purtroppo eccessiva
dimestichezza con questa disciplina e non posso affermarlo.  certo che vivere
con i giovani e per i giovani aiuta a rimanere tale.
Confesso di non aver letto tutto il volume. Non  un romanzo che si manda gi
d'un fiato.  piuttosto una raccolta di emozioni personali rivissute da
scrittori estemporanei e non per mestiere e per ci stesso gelosi dei propri
sentimenti. Una lettura non dico affrettata, ma senza pause e soprattutto non
in sintonia con gli umori degli Autori, finirebbe per far torto agli stessi.
Volendo ritrovare i vecchi amici del tempo che fu, come erano e non come sono
oggi, dato che la maggior parte di loro posso incontrare a mio piacimento per
la strada o nelle aule del Tribunale, ho dato la precedenza, come era poi
doveroso, ai miei compagni di corso.
RIPEPE. Smentendo quanto appena affermato, devo ammettere di non vederlo da
allora. Ma non ignoro le tappe della sua prestigiosa carriera e i lusinghieri
successi conseguiti. Le sue pagine, magistralmente tracciate sembrano
ricordare alle nuove generazioni che la Memoria  Patrimonio dell'uomo e non
un software, come qualche ginnasiale di oggi, allevato in tempi di esasperata
tecnologia, potrebbe essere indotto a credere.
Ma leggendo quelle pagine condite con dotte citazioni abilmente dosate, non
sempre sono riuscito a star dietro al pathos logico, esile come una delicata
antica trama che lega le une alle altre. Il mio pensiero riandava
ostinatamente a quello che era stato per tutti noi Eugenio Ripepe: un
monumento vivente alla Cultura e alla Intelligenza Superiore. Alla Diligenza
e all'alto senso del Dovere.
Benevolmente ci spiegava che il nome che gli avevano imposto era solo un
riferimento ai suoi nobili natali; ma per noi rimaneva un segno del Destino.
 un Genio.
Quelli del corso B che come me, hanno avuto il privilegio di essere suoi
compagni di classe, non si sono mai mostrati irriconoscenti per tanta fortuna.
Con il carissimo Enzo Fera (l'esperto in capitali del Terzo Mondo, l'altra
parte del binomio che per anni fummo) non ho avuto alcuno scrupolo ad
attingere direttamente alla fonte del Sapere (che  un eufemismo per dire che
entrambi copiavamo da Lui).
Pi di una volta, per essere sicuri di avere qualcosa di prima mano e appena
sfornata (e, quindi, di assicurarci un sia pure piccolo vantaggio sugli
altri), lo abbiamo raggiunto, di sera, nella sua casa di Via Bellavista dove,
solo dopo penosi tentativi di mantenere la conversazione sui pi svariati
argomenti, come si usa tra persone civili e bene educate, esponevamo il vero
motivo della nostra visita.
Capitava spesso che, mentre eravamo intenti a svolgere la nostra delicata
missione, consistente nel verificare accuratamente la sua preparazione per il
giorno seguente, ci raggiungesse la signora Bianca per chiederci, con
trepidazione tutta materna, come andava il figlio a scuola.
A quel punto era un coro (anche se eravamo solo in due, ma senza saperlo
avevamo inventato gli effetti sonori speciali) di lodi sperticate quanto
sincere, una gara a chi raccontava gli episodi in cui il Nostro aveva meglio
mostrato la sua valentia, riportando, a conferma, l'altissima stima di cui
godeva, tra i suoi compagni e gli stessi professori, anche quelli pi 
esigenti e di palato difficile.
Caro Eugenio, l'arrivederci che ci siamo scambiati in quella notte di giugno,
che Tu hai da par tuo ricordato,  stato effettivamente uno degli ultimi.
Dopo le fatiche degli esami e la agognata (ma per Te fu solo una formalit
burocratica) promozione non ci siamo pi incontrati. Ma da allora una domanda,
anzi due, vorrei ancora rivolgerTi: Sei venuto a scuola, una tantum,
impreparato?.
(Qualche volta, lo ricordo, hai salato con noi, e ci ancora oggi Ti fa
onore: hai anche partecipato ai nostri scioperi, e questo rafforzava ancora
di pi la Tua immagine e rendeva pi giusta la nostra causa).
E ancora: C' stata una materia alla quale Ti sei accostato non dico con
difficolt, ma solo con un impercettibile senso di fastidio e insofferenza?.
Sii pur certo che se queste mie domande ottenessero una improbabile risposta
di segno positivo, non per questo l'idea che conservo di Te risulterebbe
minimamente offuscata. Continuerei a ricordarTi come un monumento vivente
alla Cultura, alla Intelligenza Superiore ecc.
Per me, come per il resto dei comuni mortali l'esame di maturit non fu una
formalit burocratica.
Fu dapprima, in un'affannosa lotta contro il tempo, iniziata a met anno
scolastico, il folle tentativo di abbuffarmi delle materie che avrei dovuto
saggiamente centellinare in tre anni; la sovrumana impresa (per fortuna
portata a compimento) di imparare a memoria non solo la traduzione letterale
di trecento versi dell'Eneide, ma di ciascuna parola ostrogota (rectius greca)
la relativa sintassi; le caldi notti di luglio passate a immaginare in che
modo potessero svolgersi le interrogazioni orali. Per quanto volessi essere
ottimista e infondermi coraggio, immancabilmente mi figuravo i Membri della
Commissione come i Componenti il Collegio di una Corte Marziale in tempo di
guerra (scene tratte da pellicole dell'epoca, opportunamente personalizzate),
tanto che finii col convincermi che sarebbero venuti in divisa.
Un solo particolare non quadrava: accanto a me non vedevo nessun difensore (nei
films un avvocato non si nega nemmeno al pi abbietto dei disertori); e questo
non migliorava certo le cose!
Gli esami dal vivo furono meno brutti del previsto (d'altra parte, peggio di
come li avevo immaginati non sarebbero potuti essere... a quel punto anche
Torquemada avrebbe fatto la sua prima brutta figura) e anzi, addirittura,
scanditi da attestazioni di umana solidariet.
E poi il difensore (e non d'ufficio) noi l'avemmo nel prof. Ezio Galiano,
Commissario Interno.
Il caso, abilmente pilotato, volle che anche in quella circostanza l'uomo
giusto si trovasse al posto giusto.
L'episodio ricordato da Ansani (pardon, dal Giudice Ansani)  sacrosanto. Mi
corre l'obbligo, per, di precisare, per amore di verit, essendo anche
abbondantemente decorso ogni termine di prescrizione, che non ci venne
suggerita soltanto la frase particolarmente ostica del brano di greco; ci
avrebbe aiutato quelli che avevano stretto rapporti di calda amicizia con la
lingua di Eschilo, lasciando gli altri, ed eravamo la maggior parte, nella
disperazione pi nera.
Avvenne, invece, e non fu un miracolo (o forse Dio parl a noi per bocca del
Commissario Interno), che anche chi per anni aveva mantenuto un atteggiamento
di dichiarata ostilit con quella disciplina, improvvisamente ne scopr tutti
i misteri e, perch no?, anche la bellezza.
Ho raccontato questo piccolo grande episodio al mio primogenito che
quest'anno frequenter la quarta ginnasiale. Mi ha ascoltato sorpreso e,
anzi, sbalordito.
Evidentemente un comportamento del genere non rientra (ancora) nei suoi schemi
mentali. Per lui un Esaminatore che sta dalla parte degli esaminandi deve
essere qualcosa di molto simile a un traditore della sua gente.
Ma ho ritenuto giusto parlargli di chi, tra pochi giorni, sar il suo
Preside, non come una persona di grande cultura e intelletto, perch non lo
avrebbe apprezzato, ma come l'uomo buono che ha a cuore la sorte dei suoi
ragazzi (e questo s l'ha capito).
Nella sagra del Vecchio Galluppi non potevano mancare le trionfali
rievocazioni dei professori.
Nessuno si  sottratto a tale obbligo e tutti hanno celebrato i propri. Ma io
credo che i professori non vadano ricordati nelle grandi occasioni come un
pezzo del nostro passato. I professori, ma  riduttivo chiamarli cos, ce li
portiamo dentro e affiorano continuamente, anche se non ce ne accorgiamo.
Rivivono in quel particolare atteggiamento che noi crediamo cos naturale; in
quel gesto che ci  abituale; forse anche in quell'improvviso atteggiarsi del
volto; in quella frase che, con studiata indifferenza, gettiamo l per
risolvere una situazione difficile.
Non la dotta citazione, che  solo nozionismo, reperibile in ogni testo, ma
proprio quella frasetta semplice semplice pronunciata tanto tempo fa da Lui
(o Lei) di cui non ricordiamo nemmeno il nome e che abbiamo miracolosamente
memorizzato. I professori non sono pezzi del nostro passato. Fanno parte di
noi.
Fra qualche giorno, ripetendo il gesto che fu di mio padre, far compagnia a
mio figlio dinanzi al portone ancora chiuso del Liceo. Gli augurer di
affrontare questo nuovo capitolo della sua vita con animo ben disposto; di
non chiudere la sua mente agli insegnamenti che gli sembreranno pi 
difficili, di essere uno studente migliore di quanto non lo sia stato io
(e questo, per fortuna, dovrebbe riuscirgli facile) e di provare un giorno gli
stessi sentimenti di riconoscenza verso questa Scuola che io qui ho
maldestramente cercato di nascondere.

/:/Maria Donzelli.
nata a Catanzaro il 21 maggio 1944
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1957/1958)

Ho frequentato
il Liceo "Galluppi" dal 1957 al 1962 nella sezione A. Non cos vecchia da
considerarli i pi belli della vita, n cos giovane da darli per scontati,
gli anni del mio ginnasio-liceo mi tornano alla memoria come un periodo ricco
di esperienze, importante per la mia formazione, ma anche molto faticoso.
Allora la scuola, in una citt di provincia come Catanzaro, era l'unica
finestra sul mondo. La televisione era ai suoi primordi e la trasmissione
culturalmente pi impegnata era Lascia o raddoppia?.
La distribuzione delle pellicole cinematografiche era assai male organizzata:
molti films non arrivavano a Catanzaro. Il teatro era praticamente assente ad
eccezione di qualche compagnia di second'ordine; non ricordo di aver assistito
a spettacoli di prosa, di rivista o di opera lirica di un certo rilievo. I
libri e le riviste culturali nazionali circolavano a fatica: per avere
qualcosa di interessante bisognava fare un'ordinazione alla libreria Mauro,
ma prima di ordinare bisognava informarsi e l'informazione faceva difetto.
L'associazione Gli Amici della Musica riusciva ad organizzare, nella sede
della Prefettura, qualche concerto di musica classica, ma anche questa
attivit and smorzandosi con gli anni. La biblioteca cittadina era poco
organizzata e comunque nessuno dei miei insegnanti mi ha mai consigliato di
frequentarla. Non esistevano centri sportivi: palestre, campi da tennis, campi
di calcio, od altro.
Non restava dunque che la scuola, con tutti i limiti e le carenze di una
struttura gi all'epoca invecchiata. Al quarto ginnasio la mia classe, priva
di un'aula propria, fece lezione per buona parte dell'anno nel laboratorio di
fisica, che (sia detto per inciso) i miei compagni ed io non avemmo mai pi il
piacere di rivisitare e di utilizzare nella sua specifica funzione.
Ma la scuola era tutto ci che avevamo: a scuola si incontravano gli amici, a
scuola si intrecciavano i primi amori, con i compagni di scuola e nelle gite
scolastiche si organizzavano i primi balli, nei gabinetti della scuola si
cominciavano a fumare le prime sigarette, attraverso la scuola si entrava in
qualche modo in contatto con la vita della citt e, soprattutto, si incontrava
il mondo della cultura, considerato ancora come il sancta sanctorum di cui
bisognava necessariamente possedere le chiavi se si voleva riuscire nella
vita.
La scuola era anche il luogo dove le ragazze scoprivano e creavano la moda: le
calze lunghe, la gonna stretta, il trucco, i tacchi alti, acquistavano la loro
importanza solo se esibiti a scuola e se ne scrutava timidamente l'effetto
negli sguardi dei compagni od anche nei rimproveri dei professori: Come ti
sei combinata!? Vatti a lavare la faccia!. Attirare su di s un rimprovero
del genere significava acquistare la certezza di aver fatto colpo.
L'oppressione delle studentesse era l'uso del grembiule nero, a cui la
maggior parte degli insegnanti teneva molto indicandolo come segno di
ordine, indispensabile per delle brave scolare.
Per dare l'esempio alcune insegnanti lo indossavano abitualmente e,
naturalmente, lo esigevano legittimamente, dalle loro alunne. Il grembiule
nero, simbolo della pudicizia, avrebbe dovuto probabilmente fare da schermo
alle fobie sessuali delle nostre insegnanti e da deterrente agli eventuali
appetiti dei compagni e professori di sesso maschile.
Dal grembiule nero sembrava in realt dipendere la possibilita di entrare -
noi pure, bench donne! - nel tempio della cultura. Naturalmente ci era
permesso a patto di nascondere i nostri attributi sessuali di giovani
fanciulle.
Al Liceo "Galluppi" i primi sintomi di femminismo si ebbero proprio nell'uso
a met o nell'eliminazione del grembiule. Questo importante indumento
all'epoca veniva generalmente confezionato dalla sarta di famiglia, le pi 
emancipate e danarose lo compravano, gi confczionato, nei loro viaggi estivi
a Roma, a Milano od in altre citt.
Il modello ed il tessuto venivano accuratamente scelti anche perch doveva
durare per molto tempo. Le ragazze pi pulite ne facevano confezionare due
per evitare di rimanerne prive al momento del lavaggio.
Le giovani galluppine, al passaggio dal ginnasio al liceo, costruivano la
loro timida battaglia al grembiule cercando di renderlo pi gradevole: lungo
al ginocchio, adornato spesso di cinture ben strette in vita; la sua funzione
veniva cos esorcizzata.
Al secondo liceo il grembiule fu lasciato in classe: si tratt di una grande
conquista nei confronti della bidella Rosina, donna di grande dignit e di
morigeratissimi costumi, degli insegnanti e del preside. Ogni fanciulla
sperava di non ritrovare il proprio indumento il giorno dopo o di giustificare
l'assenza con: Mi dispiace, professoressa, l'ho trovato sporco!, oppure
 entrato un gatto dalla finestra e ci ha dormito sopra!. In terza liceo il
grembiule veniva infilato, lasciato completamente aperto e fatto svolazzare
soprattutto negli spostamenti nei corridoi. Le pi ribelli, alla fine del
terzo liceo, non lo portavano pi .
Nella primavera dell'ultimo anno i giovani liceali - fanciulle e ragazzi -
usavano organizzare una festa da ballo con orchestra ed annesso spettacolino
nel quale era permesso prendere garbatamente in giro tutto il corpo docente ed
il personale della seuola.
Nel 1962 noi della III A, insieme a tutte le terze, organizzammo il ballo
della ginestra. Ricordo con quale emozione ci recammo in delegazione dal
preside Livio Cancellieri, chiedendo nientemeno che l'aula magna.
La festa aveva valore per noi solo se fatta nella scuola, trasportata in una
sala pubblica avrebbe perduto di significato. L'assenso del preside ci rese
euforici.
Organizzammo subito una squadra di fanciulle che doveva recarsi a Pontegrande
per raccogliere la ginestra. Per tre o quattro giorni la scuola divenne
finalmente nostra.
L'addobbo dell'aula magna, l'organizzazione dello spettacolo, gli inviti, il
rinfresco, le prove, ci videro per impegnati per pi di dieci giorni. La
festa riusc benissimo o, almeno, questa fu la percezione degli organizzatori,
e fin in un numero imprecisato di twists, rock-and-rolls, cheek-to-cheeks.
Solo la preparazione dell'esame di maturit riusc a smorzare l'euforia
determinata da questo trionfale avvenimento.
Ma il Liceo "Galluppi" non era, e non lo fu per me, solo un luogo di costume.
Dicevo prima che ricordo questo periodo della mia vita come uno dei pi 
faticosi. La fatica era determinata non solo dallo studio intenso di materie
come il greco ed il latino, rese talvolta oppressive dai metodi di
insegnamento, ma anche dal tentativo di aprirsi alle esperienze culturali pi 
attuali e di collegarsi agli avvenimenti della citt.
C'era, in alcuni di noi, il desiderio di contribuire, nel nostro piccolo, a
colmare dei vuoti culturali, od almeno, considerata la sostanziale assenza
di iniziative cittadine, di creare delle occasioni di confronto e di
esperienza fuori dalla scuola anche se ad essa collegate.
Questo spirito pionieristico derivava da un bisogno profondo di espressione
e di confronto con gli altri in una forma libera dalle regole scolastiehe.
Noi studenti di allora non sentivamo la scuola come veramente nostra: essa ci
apparteneva solo in minima parte e solo in quanto luogo del nostro
apprendimento. All'epoca non pensavamo di poter partecipare alla gestione
della scuola. Eravamo calati completamente nel nostro ruolo di discenti, un
ruolo che certamente ci  servito ma che molti di noi hanno fatto fatica a
modificare in senso creativo e che ha dunque rischiato di soffocare delle
energie.
Quelli che sentivano di possedere queste energie le esercitavano in genere,
ed in modo naturale, fuori dalla scuola: era il caso dei giovani comunisti ed
era il caso dei giovani cattolici, la maggior parte dei quali non era iscritta
alla Democrazia Cristiana.
L'attivit di questi giovani non si configurava come protesta aperta nei
confronti della scuola anche se talvolta assunse i toni della denuncia.
Era l'epoca in cui Togliatti tendeva la mano ai cattolici ed era anche
l'epoca in cui la Chiesa, attraverso Papa Giovanni e la preparazione del
Concilio Vaticano II, sembrava vivere una ventata di giovinezza.
Noi "galluppini" di allora abbiamo vissuto, come era possibile in una
citt chiusa come la nostra, gli echi di quelle aperture, di quelle
polemiche, di quei nuovi fermenti e li abbiamo ovviamente riempiti dei nostri
contenuti e dei nostri problemi.
I giovani comunisti avevano una loro struttura organizzativa istituzionale
che era il Partito e trovammo all'interno del "Galluppi" una guida ideologica
soprattutto nella figura di Giovanni Mastroianni, professore di storia e
filosofia in quegli anni.
I giovani cattolici, tranne alcuni, non si riconoscevano nella DC, che anzi
criticavano e gi consideravano in qualche modo corrotta, avevano per il
cuore aperto alle speranze del nuovo indirizzo della Chiesa, volevano
anch'essi vivere da protagonisti il confronto-scontro-incontro con i
comunisti che del resto, ormai, era nei fatti, ma avevano bisogno di una guida
e di un minimo di organizzazione che desse legittimit ai loro interventi.
Don Giorgio Bonapace, giovane insegnante di religione nel nostro liceo,
divenne quella guida ed intorno a lui si form un gruppo di giovani, quasi
tutti del "Galluppi" che diede vita al MovimentO Studenti.
L'espressione, oggi ormai logora, a noi dava allora una sensazione di novit,
di dinamismo che ci metteva finalmente al passo coi tempi. Cominciammo a
reclutare, all'interno del liceo, gli aderenti al Movimento e creammo un
giornale che intitolammo Il Sentiero. In questo titolo c'erano tutte le
nostre speranze, ma anche la vaga consapevolezza delle difficolt che ci
aspettavano.
Imparammo cos a costruire un giornale, ad impaginarlo, andammo in tipografia
ed apprendemmo i metodi di stampa dell'epoca, ci ponemmo problemi di gestione
e di distribuzione, cominciammo a renderci conto dell'importanza e del valore
del danaro, della sostanziale non disponibilit dei politici locali, del
consenso dell'opinione pubblica, e soprattutto toccammo con mano l'assenza di
iniziative per i giovani nella nostra citt, l'indifferenza della classe
dirigente ai problemi dei giovani, le difficolt, le paure, i s, i ma, i
per della Chiesa istituzionale, a fronte di una energia giovanile enorme,
disponibile e generosa, ma anche desiderosa di ottenere e di fare esperienza.
Organizzammo anche un cineforum. Ritiravamo le pellicole attraverso la
libreria delle suore di San Paolo: all'epoca non c'erano alternative. Ricordo
com'era difficile formulare un programma serio con il materiale a nostra
disposizione, ma ricordo anche l'enorme successo di pubblico e la vivacit dei
nostri dibattiti.
Riuscimmo in ogni modo a farci qualche idea sul neorealismo italiano ed a
discuterne in forma critica: in quelle condizioni non era poco.
Nella sede del cineforum cominciarono i nostri confronti diretti e gli scontri
verbali con i giovani comunisti, nella maggior parte gi nostri compagni di
scuola. Dal giornale, al cineforum, ai dibattiti pubblici, nelle sedi che
riuscivamo a trovare. Uno dei nostri problemi pi assillanti era infatti il
reperimento del luogo per i nostri incontri. La scuola era una sede difficile
da ottenere: La politica deve rimanere fuori dalla scuola; studiate e non
perdete tempo!, ripetevano ostinatamente molti dei nostri professori. Ma noi
eravamo convinti dell`importanza della nostra attivit, dei bisogni che essa
veniva a soddisfare e della vitalit che questa attivit contribuiva a
portare al nostro studio scolastico. I temi dei nostri incontri-dibattito
riguardavano la famiglia, la societ, la Chiesa, l'importanza ideologica della
politica e molti altri argomenti. Uno degli incontri pi vivaci fra giovani
comunisti e giovani cattolici, si ebbe sul messaggio sociale dell'enciclica
Mater et Magistra di Papa Giovanni pubblicata nel 1961.
Le nostre letture si allargavano: dai giornali quotidiani nazionali ai
documenti del Concilio, dalla letteratura contemporanea alle riviste di cinema
che riuscivamo a trovare solo presso l'edicola "Paparazzo", di fronte al liceo.
Tutto ci credo abbia fornito ad ognuno di noi, al di l degli schieramenti
ideologici dell'epoca, le coordinate storiche contemporanee nelle quali
collocare anche la materia scolastica. Questo intreccio tra l'attivit
scolastica e l'attivit cittadina ha comunque lasciato il segno nella nostra
formazione.
All'interno della scuola i contenuti che ci venivano proposti dipendevano quasi
esclusivamente dalla sensibilit culturale dell'insegnante. C'era spesso un
forte squilibrio fra le lezioni: i metodi di insegnamento erano assai diversi
e certamente i nostri professori non avevano l'abitudine di coordinare tra loro
i programmi.
Alcuni avevano un progetto, altri insegnavano alla giornata. Questa mancanza
di coordinamento era gi allora avvertita come dispersiva per noi studenti ma
l'autorit dell'insegnante in genere non veniva messa in discussione.
Ricordo che l'aggressivit accumulata verso l'uso, talvolta esagerato, di
quell'autorit, veniva da noi studenti scaricata su qualche povero malcapitato
supplente di turno che, a causa della sua oggettiva precariet, diventava
facile bersaglio della scolaresca.
Il segno della protesta era in genere l'indisciplina spicciola - dare
fastidio in classe -, tendente ad impedire il normale svolgimento della
lezione. C'erano poi momenti pi costruttivi in cui, su invito del preside,
una delegazione di studenti andava a spiegare le ragioni di
quell'indisciplina; considerata la debolezza di quelle ragioni le nostre
piccole rivolte rientravano rapidamente con soddisfazione generale.
Pi volte, dopo aver lasciato il liceo, ho rimpianto di non possedere una
solida preparazione scientifica: oscuro mi  sempre rimasto il senso e l'uso
della trigonometria, delle formule chimiche e di altro; grande fatica mi 
costato in seguito, colmare almeno qualche lacuna di algebra e soprattutto di
fisica teorica.
Anche i libri di testo non davano molto aiuto: essi erano in relt un supporto
alla presunta spiegazione dell'insegnante.
Ricordo gli sforzi che dovemmo compiere per affrontare l'esame di maturit.
Allora si sosteneva l'esame in tutte le discipline, sul programma del terzo
anno e sui riferimenti ai programmi degli anni precedenti. La preparazione
alla maturit fu una delle prove pi dure di quegli anni.
Tra gli insegnanti della nostra sezione, il nostro punto di riferimento era
Giovanni Mastroianni che, oltre a darci una adeguata ed ampia preparazione
nelle sue materie, ci forn un metodo di studio. Su nostra richiesta, al
momento della maturit, ci diede anche qualche lezione extra su temi di
discipline affini, come l'italiano.
L'insegnamento di Mastroianni, oltre ad interessarci, ci appassionava. Molti
di noi, dopo le sue lezioni, si incontravano per discutere sui temi da lui
trattati. La storia e la filosofia, per un gruppetto della III A, divennero le
materie privilegiate allora e le materie professionali poi.
Un'altra insegnante che mi piace ricordare  Emilia Zinzi che, con la sua
finissima sensibilit, ha avuto il grande merito di accostarci ai capolavori
dell'arte. Non potr mai dimenticare la gita scolastica da lei organizzata a
Firenze e l'entusiasmo col quale ci fece scoprire il patrimonio artistico di
quella citt.
Don Giorgio Bonapace fu la guida ma anche il compagno di tutte le nostre
esperienze giovanili di quegli anni. La sua figura di insegnante, il suo
esempio di vita, la sua gioiosa solidariet e la sua speranza sono rimasti in
ognuno di noi profondamente custoditi. Si aggiungono oggi il rimpianto e la
commozione per la sua recente scomparsa.
La vita di ciascuno di noi ha subto profonde o superficiali modificazioni a
seconda delle circostanze, delle occasioni, delle volont e delle
predisposizioni di ciascuno al cambiamento, ma il segno delle esperienze,
delle illusioni e disillusioni dei tempi del liceo,  comunque un segmento
della nostra storia che conviene serbare nella memoria cos come  stato, nel
bene e nel male, in ricchezza ed in povert.

/:/Marcello Furriolo.
nato a Catanzaro il 26 maggio 1944
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1957/1958)

Coriandoli di celluloide
- Alfa Uno, Alfa Uno da Centrale. - Qui Alfa Uno. Avanti Centrale.
- Le passo il Comandante... Signor Sindaco le volevo ricordare che alle dodici
 fissata la riunione per la nuova ordinanza sul traffico. Veniamo nel suo
ufficio?
- Certo, ci vediamo alle dodici da me. Grazie. Comandante, io le volevo dire
che sto salendo verso il Liceo e gi mi sono imbattuto in tre autocarri di
ambulanti di frutta, ai soliti posti. Io non so pi che cosa fare per far
capire che devono sparire. Ma i vigili dove sono?
- Signor Sindaco, Lei lo sa... Stamattina abbiamo 25 assenze su un organico di
80 persone. Comunque provvedo subito. Comandi.
- Faccia qualcosa. Grazie!
- Avvoc, questo problema non si risolve se Voi non gli fate una bella
strigliata, come al Vostro solito, e poi dovete chiamare questi ambulanti e
dirglielo che hanno il posto davanti allo Stadio e devono stare l o nei
mercatini rionali.
- Caro Nicola, hai ragione, ma io mi sto proprio stancando di ripetere sempre
le stesse cose. Io non so se il Sindaco di Milano si deve preoccupare pure
degli ambulanti...
Siamo sul viadotto Kennedy, all'altezza dell'ANAS, d uno sguardo a sinistra e,
con un certo orgoglio, dico a Nicola: - Vedo che i lavori dell'Auditorium
proseguono con impegno.
Siamo ora a Villa Menichini. Solita ressa di giovani di leva militare dinanzi
alla Caserma Pepe. Auto in sosta, in curva, da ambo i lati. La giornata 
bella e non mi va di fare altre polemiche con i Vigili Urbani.
Presto dovremmo attivare la nuova disciplina della circolazione e del traffico,
con una serie di sensi unici rotatori, soprattutto nella parte alta della
Citt e spero che le cose, anche se non si risolveranno radicalmente vadano un
p meglio.
- Nicola, fermati a questo ingresso.
Scendo e, appena al portone in vetro e alluminio anodizzato, mi si fa avanti
un signore anziano molto premuroso. Non lo conosco, ma lui certamente conosce
me.
- Buon giorno, Signor Sindaco. Vi aspettavamo. Anzi... Scusate se ne
approfitto. Sapete, ho tre figli... Tutti e tre disoccupati. So che dovete
fare delle chiamate al Comune. Si voliti Vui...
- Il fatto  che, io vorrei... Ma ormai le assunzioni si fanno solo per
concorso o tramite l'Ufficio di Collocamento.
- Avvoc, Vi prego... Almeno uno. Il grande che ha pure deciso di sposarsi.
Pure per tre mesi...
- Ma  iscritto all'Ufficio di Collocamento?
- S,  da due anni iscritto.
- Con quale qualifica?
- Impiegato.
- Eh... Impiegato!
Non  facile liberarsi dalla morsa del mio accompagnatore.
- Avvoc, si voliti vui... Almeno uno, il grande...
- Sentite- Cercando di svincolarmi dalla presa sempre pi stretta del bidello
del Liceo, che  padre di uno dei diecimila giovani disoccupati che affollano
l'Ufficio di Collocamento di Catanzaro.
- Fatemi avere un promemoria con tutti i dati del giovanotto. Vediamo a che
punto si trova nella graduatoria dell'Ufficio di Collocamento..
- Grazie avvoc, lo so, ca si voliti vui. Mo' glielo dico al Preside che siete
arrivato.
Bussa con decisione. Entra e mi sbatte la porta dinanzi al viso. Proprio come
ai bei tempi: Maggio 1963.
Gigino Pucci  entrato per avvertire il Preside che c' uno studente della
III B, il solito Furriolo, per quella nota del professore Vassalli. I rapporti
con Vassalli sono... agrodolci. Come lo possono essere con un professore di
Latino e Greco, che si ritrova ad insegnare nel pi irnportante Liceo Classico
della Calabria, ma a distanza di circa 1200 Km. dalla sua residenza.
Anche lui  giovane e, forse, non perdona a Walter e a me quella rimostranza
che gli abbiamo inscenato in occasione della morte di Papa Giovanni, quando
pretendeva che si svolgesse il compito di greco il giorno dei funerali del
Papa buono. Certo i funerali sono stati a Roma, ma con quale serenit di
spirito potevamo affrontare la traduzione di un brano dell'Anabasi?
 vero: il mio approccio con il Greco, nei cinque anni di Liceo, non  mai
stato troppo agevole, anche se devo dire che mi affascina molto la lingua di
Sofocle, Eschilo ed Euripide...
Vassalli, come la Tiengo (Jo tiengo una muneca per i suoi fans) sono come
due corpi estranei rispetto alla grande famiglia dei professori del Galluppi.
La Tiengo in particolare ha dovuto assumere la grandissima e difficile eredit
di Lila Zinzi, impareggiabile poetessa della Storia dell'Arte, ultima
espressione di una generazione di intellettuali catanzaresi che hanno
progressivamente e, purtroppo, tagliato i ponti con la citt.
Anche la Tiengo, rappresentante della pi genuina razza subalpina, ha un
rapporto non facile con la classe, anche se si sforza di rendere accessibile
il linguaggio architettonico di Brunelleschi, di Vanvitelli ecc. Lei che
sembra uscita direttamente da un Carosello dei formaggini svizzeri.
Le sue lezioni, poi, capitano sempre all'ultima ora quando la...
trasfigurazione artistica della realt ci proietta gi fuori dalla Scuola al
Bar, al biliardo del Maresciallo per incontrare la pattuglia dei colleghi
che, come ogni giorno, non sono entrati o al portone principale per
aspettare l'uscita della II B.
Ieri sera a cinema, al Politeama, abbiamo fatto un casino del diavolo. Il film
era L'eclisse di Michelangelo Antonioni. Era bello, ma difficile e fino a
quando siamo riusciti a concentrarci sulla vicenda ce ne  voluto. Siamo
entrati, come al solito, a luci spente, a film iniziato, dopo aver fatto la
solita manfrina sui biglietti. Eravamo in cinque, abbiamo fatto tre biglietti.
Don Angiolino molto carinamente ha fatto finta di non vedere o era distratto
dalla cassiera.
Appena entrati, Federico, molto educatamente, ha salutato ad alta voce nel
generale silenzio: Buonasera!
Risata generale. Solo qualcuno non ha gradito e ha sottolineato con una sonora
pernacchia. Altri hanno risposto al saluto sicch si e scatenato un
crescendo di Buonasera Buonasera mentre sullo schermo una splendida Monica
Vitti, travestita da negra, accennava conturbanti movimenti di danza.
Abbiamo fatto appena in tempo a sederci che gi don Angiolino si era affacciato
assieme al fido Tommaso proprio in direzione nostra apostrofando Federico:
- Avvoc, avete bisogno di qualcosa?
Federico  per la gente gi avvocato forse in virtdel suo aspetto serioso
e rassicurante, quasi come lo zio Federico, parroco di Montecorvino.
Siamo usciti che erano le 12 passate. Avevamo tutti fame e siamo entrati da
Fulciniti il Gasperinoto, alla salitina in Corso Mazzini. Abbiamo dovuto
attraversare una nube di fumo dalla quale uscivano, come da un girone infernale
i baffi all'ins, su due gote paonazze all'interno del viso ad uovo rovesciato
di Peppino Papaleo che veniva colpito come da dardi balenanti dagli occhi
intelligenti di Beb Greco, impegnati in una animatissima discussione sul
futuro della Citt.
Abbiamo preso posto assieme a Vito, anche nella speranza che, essendo il
nipote del Gasperinoto ci facesse pagare poco o magari niente.
Ma, con la sua vocina bianca, Fulciniti non si commuove tanto facilmente Vito
 sempre polemico con Ceravolo per la squadra. Certo non  un periodo molto
fortunato, per Vito scrive sempre polemicamentc, non gli va bene mai nulla.
Siamo usciti dopo quasi un'ora. La serata era di quelle memorabili a Catanzaro.
Di quelle che preannunciano un'estate anticipata, che racchiudono tutti gli
umori della campagna, ed il profurno dei gelsomini frammisto a zagare ed
oleandri. Questa citt di notte  di una bellezza struggente. Il Corso con le
sue luci a mezzi toni, i palazzi segnati dal tempo e da stretti vicolctti
semibui in cui si rannida la gente come inghiottita in un retropalcoscenico.
Per riapparire all'indomani alla ribalta della passeggiata serale. Qua e l
molte finestrelle basse con le grate e dietro i vetri la pentola per gli
spaghetti e le collane di aglio e peperoncini secchi.
Peccato che il traffico assurdo delle auto e dei pullmans rendano scomposto
questo rito delle sette, in cui ormai sono specialisti alcuni noti pcrsonaggi
come l'avv. P. e il dott. F. che di professione contano le basole.
Il Sindaco Morisciano ha promesso che quest'anno chiuder il Corso, ma non
si vuole capire che bisogna fare dei parcheggi fuori Citt e poi riattivare la
vecchia Funicolare.
Certo che il Sindaco che riuscir risolvere il problema del traffico a
Catanzaro lo metteranno al posto di Stocco o addirittura del Cavatore. Di
questo passo, per, tra vent'anni a Catanzaro non si riuscir a camminare
neanche a piedi.
Mimmo non aveva voglia di ritirarsi. La serata meritava un seguito e, allora,
non c'era di meglio che andare a prendere un'acqua tonica al Centrale.
Pasquale Crudo si era addormentato sulla poltrona di vimini davanti alla
televisione. Filippo era molto vispo e pi sveglio del solito perch in serata
c'era stato un grande movimento su e giper i piani.
Verso le due meno un quarto  sceso l'avvocato S... che aveva gli occhi lucidi
ed un sorriso soddisfatto. Solo la cravatta, regimental col classico nodo alla
scarpina era un po' allentata e ribelle sul panciotto sbottonato.
L'immancabile sigaretta al lato della bocca. Ha salutato Filippo, che ha
replicato con un sorriso compiacente A posto, Avvoc? L'avvocato  uscito
confermando con un cenno di mano. A giudicare dalle parole di Filippo e
dall'aria trasognata dell'avvocato ci sarebbe stato da concludere molto
degnamente la serata, ma siamo in un momento di grande ristrettezza
finanziaria. Mimmo aveva pure cercato di eludere la guardia di Filippo e
salire al secondo piano, ma lo stesso Filippo, accortosi della fuga, lo ha
richiamato all'ordine: guagli non mi fate... Lino e Walter ci ricordano che
dobbiamo anticipare un po' di soldi per pagare la SIAE per i biglietti del
ballo e non possiamo fare spese extra. Quest'anno dovremmo fare un incasso
notevole, superiore di gran lunga a quello dell'anno scorso. E poi a dividere
saremo anche di meno. Certo le spese ci sono, soprattutto per gli addobbi. Le
caricature stanno venendo proprio bene. Il Prof. Morello  molto orgoglioso
del disegno che gli ho fatto: un po' gangster e molto latin lover, con camicia
a righe bianche e verdi, polsini con gemelli d'oro, cravatta verde a fiori,
sotto un pied-de-poule grigio-verde, cappello alla Humphrey Bogart con
larga fascia bianca, scarpe Duilio bianche, garofano rosso all'occhiello.
E poi l'orchestra Monizza. A proposito stasera alle sei ci sono le prove delle
parodie a casa dell'intramontabile Nicola Monizza. Il vecchio Nick con quel
viso da Budda indiano non ti fa mai capire quando sbagli e quando no, anche se
poi te ne rendi conto dalle cazziate che fa al povero Pino ditone al
contrabasso, mentre Riccardo alla batteria ha un'aria sempre sorniona e
sognante che mal si concilia con il ritmo e la forza che riesce a sprigionare
su quei piatti; Sas sudando riesce a far parlare il suo sax, mentre Elio
Murgano languidamente si ispira al grande Frank. Ma quanto sono bravi
questi Monizza!
Quest'anno, per l'addio al Liceo, i testi che abbiamo elaborato per le parodie
sono molto simpatici. Per la verit, con Walter, Fabrizio e Vittorio avevamo
preparato delle cose un po' pi pepate, ma dopo l'esperienza dei Quattro
Cavalieri dell'Apocalisse abbiamo preferito non rischiare censure molto
pesanti e ci siamo limitati a sfott pi accettabili. Almeno speriamo che sia
cos - Riolo e Galiano sono molto soddisfatti. E questo  buon segno.
Quest'anno siamo riusciti a riportare la Festa nell'Aula Magna, dopo varie
consultazioni al vertice. Devo dire che ha avuto peso decisivo l'opinione del
prof. Galiano che ci ha molto sostenuti in questa richiesta. Non c' dubbio
che il fascino di questo edificio  notevole e riuscire ad aprirlo anche la
sera, per una grande festa, tra suoni, luci, colori e canti crea un'atmosfera
assolutamente irripetibile in qualsiasi altro ambiente della citt. Per non
dire di quel pizzico di trasgressivo che significa ballare, cantare,
corteggiare liberamente negli stessi posti, nelle stesse aule, negli stessi
corridoi dove quotidianamente si consuma la nostra vicenda umana di studenti.
 sicuramente da ricercarsi in questa sensazione eccitante il notevole
successo che accompagna tutte le iniziative extrascolastiche che si svolgono
all'interno del Galluppi. Io credo, anzi, che la Scuola debba aprirsi sempre
di pi al quotidiano, alla vita normale. Pi si apre alle problematiche della
vita reale, pi la Scuola diventa parte decisiva del processo di sviluppo
civile e culturale dell'Uomo, come Persona e come Essere Sociale. Devo dire
che professori come Michele Riolo, Ezio Galiano, Augusto Placanica, Giovanni
Mastroianni contribuiscono molto, nel nostro Liceo, a realizzare questo
obiettivo di integrazione tra Scuola e Societ per aprire le finestre
della Scuola sul mondo esterno, per capire la societ, ma anche per
contribuire a trasformarla. Da qui l'importanza proprio delle strutture
fisiche della Scuola da utilizzare, da parte della citt, anche per fini non
squisitamente didattici e forse anche effimeri.
Alla prima ora la Molecola ha spiegato ed io non ho capito niente, anche
perch con Walter abbiamo cercato di fare un po' di conti. Forse abbiamo
sbagliato a non aumentare il prezzo del biglietto. Comunque ci resta sempre la
possibilit di fare... un giro per i negozi. A chiedere un contributo - serve
per arrotondare. Ho visto un bellissimo vestito scuro da Ettore Mazzocca.
Vorrei proprio comprarlo. Glielo posso pagare dopo la Festa.  proprio bello.
Stamattina la sveglia  stata ancora pi travagliata del solito.
La mia lotta con la sveglia ha dell'epico. Credo che difficilmente un uomo
possa soffrire il distacco dal letto la mattina quanto me, che pure sono un
impenitente cittadino delle tenebre.
Mia mamma, con tanta dolcezza e comprensione, cerca di rendere meno traumatico
il mio risveglio, con la tazza di caff, che non ha mai portato neanche a mio
padre, che per la verit con la sua navigata filosofia della vita non se la
prende pi di tanto.
Credo che questa notte abbia trovato molto da ridire con mia mamma al mio
rientro. Erano quasi le tre. Mio fratello ovviamente dormiva e non mi ha
sentito.
Lui ha, per fortuna, un approccio pi confidenziale con il giorno anche perch
in ufficio deve essere per le otto.
Credevo perci di fare pi tardi del solito, ma ho fatto le scale di Bellavista
di corsa e sono riuscito ad arrivare all'Immacolata alle 8 e 20.
M. era appena uscita dalla Chiesa assieme a Cio. Ho fatto giusto in tempo a
chiederle di aspettarmi all'uscita.
Sulla porta di Guglielmo c'era Walter che litigava con P. della III A per
l'incidente di sabato scorso in occasione della conferenza dell'AISLC sulla
Storia del Jazz.
Effettivamente l'abbiamo combinata grossa. L'oratore aveva appena esordito:
Cominciamo col dire che si pronuncia Jazz e non Jezz... PRRRRRRRRRRRRRR.
Fragorosa, lanciante irrefrenabile pernacchia che, dall'esterno, dietro le
finestre dell'Aula Magna, nel cortile, squarciava l'aria, scuotendo l'uditorio
incredulo che, quasi per liberarsi dallo sbigottimento, esplodeva in una
colossale risata che finiva per contagiare tutti. Tranne il povero
conferenziere evidentemente in preda ad un attacco di bile, con lo sguardo
disperso nel vuoto, alla ricerca di un qualsiasi appiglio per riprendersi dal
violento K.O.
Walter si era esibito nella pi riuscita pernacchia della sua pur luminosa
carriera nel settore.
Trattenendoci a mala pena da una esilarante risata, saltando i gradini d'un
colpo raggiungevamo trafelati il Bar di fronte sotto lo sguardo sbigottito di
clienti e camerieri che, per, avevano capito che ne avevamo combinato qualche
altra delle nostre.
Agli amici della III A non perdoniamo, tra l'altro, quell'aria di pseudo
intellettuali che assumono molto spesso.
Tra noi e loro c', per, una vecchia ruggine sull'effettivo controllo del
Liceo, anche se ormai non dovrebbero sussistere dubbi sulla nostra presenza
decisamente maggioritaria all'interno del Galluppi, supportata in tutte le
iniziative che abbiamo assunto nel tempo, dai Giornali, alle Feste, alle gite,
agli scioperi.  stato sempre un successo riconosciuto. Forse siamo pi 
simpatici o forse siamo socialmente, e quindi mentalmente, pi vicini al modo
di essere e di sentire, di vivere della stragrande maggioranza degli studenti
della pi gloriosa Scuola della citt, della Provincia e forse della Regione.
Checch se ne possa pensare, la base sociale degli studenti del Galluppi non 
l'alta borghesia della citt e della periferia, ma  fatta per lo pi dai
figli della piccola e media borghesia impiegatizia ed artigiana, dai figli
degli ex studenti del Liceo, di moltissimi giovani dotati per lo studio. Certo
ci sono anche moltissimi figli di pap. I figli dei professionisti, medici,
avvocati ed ingegneri, alti funzionari dello Stato o delle Banche. Ma,
diciamolo francamente, la struttura portante del Liceo  costituita
proprio da quelli come me, figli delia piccola borghesia artigiana e
commerciale.
Credo che in nessuna scuola come in questo Liceo Classico si realizzi la pi 
ampia mobilit sociale sia verticale che orizzontale. Quanti figli di operai
sono diventati professionisti affermati trascorrendo la propria giovinezza sui
banchi neri e sui pavimenti di legno di questo glorioso Galluppi.
In questo senso quella che apprendiamo quotidianamente nelle aule e nei
corridoi di questa Scuola , prima di tutto, una autentica lezione di
democrazia. Con la guida discreta, sottile, sempre vigile di tutti i
professori, anche di coloro i quali politicamente si rifanno ad ideologie di
destra, se non proprio fasciste.  questo il grande patrimonio culturale che
qui viene tramandato, attraverso gli studi umanistici e classici; il privilegio
intellettuale prima che sociale, cio una sostanziale meritocrazia che
speriamo che la societ non mortifichi attraverso meccanismi di selezione
clientelari. La massima consolatoria Primi nella scuola, ultimi nella Vita
non pu significare che gli ultimi nella scuola devono diventare i primi nella
vita, attraverso l'uso di privilegi sociali che sovvertono i principi
dell'impegno e delle capacit intellettuali e professionali.
Anche da questo punto di vista, giunto ormai alla conclusione del mio
quinquennio liceale, devo dire che gli studi classici, pur con le larghe
parentesi goliardiche e spensierate che mi sono concesso in questi anni, mi
hanno consentito di sentirmi parte integrante della societ e del tempo che
sto vivendo, comprendendone le dinamiche ed i cambiamenti. Certo la mia grande
passionaccia per il disegno, la pittura, il cinema e la musica, per qualsiasi
forma o espressione d'arte mi spinge ad intraprendere gli studi d'Architettura,
anche per corrispondere al grande sogno di mio padre, ma credo che potrei
intraprendere qualsiasi altro indirizzo universitario (tranne ovviamente
quelli a spiccato indirizzo matematico, anche per non deludere il mio
stimatissimo professore Morello che  sempre pi convinto che la mia testa
sia piena di finocchi di timpa).
Franco Mastellone e Peppino Frangipane stamattina erano pi spiritosi del
solito, mentre Cec Mantella aveva un cavolo per ogni capello (in verit ne ha
pochi su quella testa simpatica, dallo sguardo buono e dal corpo ad arancino).
Questo Bar Guglielmo credo che un giorno dovr essere sottoposto a vincolo da
parte della Sovrintendenza ai Monumenti. Non perch abbia particolari valori
architettonici o artistici. Anzi, al contrario, quelle controsoffittature e
quei pannelli murali in legno sono abbastanza discutibili e posticci, anche se
quell'enorme specchio nella sala interna d luce e spazio all'ambiente, al di
l della sua reale dimensione.
Questo bar, assieme all'Ascenti ed al Colacino della Prefettura conservano i
segreti, le ansie, le gioie, i piccoli drammi, i piccoli grandi amori della
nostra generazione. Ma anche i nostri pensieri, le nostre idee, le grandi
bevute, i giochi, gli scherzi a volte atroci, le bravate, le grandi
discussioni impegnate su cultura ed impegno politico eccetera.
E poi quanto affetto per Donna Teresa Colacino, Maria, Anna, Ornella, Mario e
Umbertino. Quanti balli a casa loro con le note dei Paul Anka, Percy Sladge,
Otis Reddiny, Ray Charles, Gino Paoli, Ferrante e Ticher, le grandi orchestre
di Percy Faith e Ray Connif, ma soprattutto loro, i leggendari Beatles. La pi 
bella musica degli anni '60 a fare da sottofondo ai nostri innamoramenti, alle
nostre avventure ingenuamente esistenzialiste.
Certo la nostra generazione non ricorda il mitico Caff Imperiale, oggi un po'
in degrado, in cui sono state scritte pagine memorabili della storia civile di
Catanzaro e che viene evocato con tanto orgoglio dai nostri genitori.
Io credo che la storia di Catanzaro, quella recente voglio dire, si sia scritta
e si scriva proprio in questi locali. Ecco perch credo che il Sindaco
dovrebbe fare qualcosa per preservarli nella loro integrit fisica ed
ambientale. Dovrebbe impedire che vengano manomessi, per essere conservati
come simbolo per le nuove generazioni.
In fondo questa citt se riuscir a conservare, a difendere la propria identit
pu essere indicata come un modello positivo per le altre realt della regione.
Il nostro Liceo  un esempio di come la storia  un continuum,  un grande
libro che, come dice Galiano, non pu essere letto alla rovescia o, come un
romanzo giallo, direttamente all'ultima pagina per scoprire subito l'assassino.
Su questi banchi si  consumata una parte importante della storia dell'ultimo
secolo della citt e credo che anche il futuro di Catanzaro continuer a
trovare in queste aule precisi riferimenti dal punto di vista culturale e
civile. Anche se del tutto insufficienti per spazi, servizi, biblioteca,
laboratori, palestra, sala riunioni. Ma meglio tenersi questo vetusto ma
prestigioso edificio che tentare di realizzarne uno nuovo, anche se
pare che proprio verso un nuovo Liceo si voglia andare.  un errore gravissimo!
Come non capire che non  possibile ricostruire questo Liceo, sia pure pi 
grande, pi spazioso, pi funzionale.
Il Galluppi non  solo un prestigioso edificio, espressione di una buona
architettura ottocento.  molto di pi e di diverso.  un insieme di atmosfere,
di sensazioni, di marmi in cui sono incise assieme ai nomi le speranze, le
giovanili illusioni di intere generazioni che hanno fatto la Storia di
Catanzaro e forse della Calabria. Ci sono angoli di questo castello dei nostri
sogni, ma anche dei nostri incubi, delle nostre gioie e delle nostre delusioni,
a cui sono legati momenti irripetibili, come  irripetibile la giovinezza in
una stagione memorabile della nostra vita. Eppure  facile ritrovare
se stessi proprio su quei banchi, su quei muri, in quei bagni da caserma, in
quella palestra cos poco sportiva, e gilungo quel corridoio buio che porta,
tra archi e tavolati, nella stanza dei misteri, i laboratori di Fisica e di
Chimica, che hanno sempre eccitato la mia fantasia (solo quella perch
purtroppo non li abbiamo mai visti in funzione) perch sembrano usciti proprio
dal film Il Gabinetto del dottor Calligari.
Ma va bene cos, perch il Galluppi non  un edificio scolastico, ma  un pezzo
di citt in cui sono vissuti e vivono pezzi importanti di societ, nel periodo
pi delicato della vita di ogni individuo, sia esso alunno o professore. E un
pezzo di citt non pu essere trapiantato puramente e semplicemente. Lo si pu
solo abbandonare, per costruire qualcosa di altro, di sicuramente diverso.
Un edificio a cinque piani, con lunghi corridoi grigi, con mattonelle di
granito, porte di abete beige, banchi di tubolari metallici rivestiti di
formica, lavagne verdi, pareti sempre scritte con nomi accanto a cuori
trafitti, ma soprattutto con molti slogans politici, invettive, parolacce,
molta scurrilit e poco humor, ampie vetrate, molto spesso in frantumi, con
molta luce.
Da qui si perde la vista verso il mare e su un groviglio di antenne televisive
disseminate sui tetti di mille palazzi disordinati, entro cui si intrecciano
le viuzze di una citt in espansione, alla ricerca di un ruolo e di una
dimensione regionale.
Una citt in cui il tempo  molto spesso ritmato dal suono assordante dei
clacsons delle macchine, mentre un tempo era ancora cadenzato dalle campane
delle innumerevoli chiese, intorno a cui sono sorti i rioni della citt a
dimensione d'uomo.
Il Galluppi, in fondo, pu essere considerato una specie di Tempio, intorno a
cui si  creata una comunit, un centro vitale di cultura e di pensiero e dal
quale si  irradiata una luce che ha illuminato per decenni tutta la citt.
- Avvoc, il Preside vi aspetta. Accomodatevi...
Un forte sussulto, un'improvvisa agitazione. Una morsa alla bocca dello
stomaco.
Quella porta  divenuta improvvisamente bianca, liscia, informe come quelle
degli ospedali.
Dove sono? E chi sono io?
Ma s, il Preside  lui, Galiano. Il mio professore di Filosofia.  sempre lui.
In fondo quel grigio dei capelli si  sempre confuso con un biondo indefinito
e quasi paglierino.
Gi, nulla  cambiato.
Solo che questa volta mi viene incontro per un abbraccio, che ad un tempo mi
carica di affetto e di responsabilit sotto il peso dei ricordi.
In questo momento capisco che sono passati oltre 25 anni, un quarto di secolo.
Una vita. Una generazione. Un altro mondo. Un altro Liceo.
Per fortuna mio figlio Gian Paolo sta frequentando la prima media proprio nel
vecchio Galluppi e credo proprio in una delle aule, nella stessa Sezione B, in
fondo al corridoio di fronte.
Mi auguro che anche mio figlio Alessandro, che ha solo qualche mese di vita,
possa varcare quel mitico portone e salire i fatidici nove gradini. Su ognuno
di essi si appuntavano, ogni mattina, pensieri, speranze, piccole
preoccupazioni mentre nella mente ritornavano confuse le lezioni
affrettatamente imparate nella notte o nella sera precedente, prima di andare
al Cinema, nel vecchio Politeama, dalle poltrone di legno e dal tetto stellato,
nel cui cortile alberato ricercavo, bambino, misteriosi coriandoli di
celluloide.
- Carissimo Marcello, come stai?
- Bene, professore. Vi ritrovo in perfetta forma. Mi fa veramente piacere. Il
tempo si  magicamente fermato per Voi.
- Ti pare. Il tempo  passato e per fortuna tu hai fatto parecchia strada.
Non sai quanto ne sia contento... Guarda, per, che stamattina a parlarti 
sempre il professore e non il Preside del Liceo al Sindaco di Catanzaro. E
come il professore che parla all'alunno, nel modo come io ho sempre parlato a
voi ed a te in particolare, devo rappresentarti una serie di problemi di
questi tuoi colleghi del 1989...
L'incantesimo si  subito ricreato. Quella voce, quella cadenza. Quel ragionare
logico, lucido ed insinuante come una lama, avvolgente e fascinoso mi ha subito
riportato indietro di oltre 25 anni. I ragazzi dell'89 si chiamano, oggi come
ieri, Walter, Fabrizio, Vittorio, Federico, Lino.
I laboratori per sono perfettamente funzionanti, la biblioteca  finalmente
arredata e fruibile non solo dagli studenti (ce n' voluto, ma alla fine ci
siamo riusciti), per l'Auditorium, che rischiava di diventare l'ennesima
incompiuta di questa citt, sono riuscito, forzando i tempi, col sostegno
della Giunta a far partire i lavori, che mi auguro per fine anno dotino la
citt di una delle pi moderne strutture culturali della Calabria, capace di
ospitare oltre 600 persone. Nel Liceo Classico di Catanzaro hanno
fatto la loro comparsa, quanto mai opportuna, i computers, che il Preside
Galiano ha voluto con tenacia e attraverso alcune amabili telefonate mattutine
a casa mia.
Certo bisogner in qualche modo risolvere il problema di questa imbarazzante
convivenza con il secondo Istituto Commerciale, che, tra l'altro, crea non
pochi problemi di circolazione e di traffico in una zona nevralgica della
citt. Ma non era la stessa cosa su corso Mazzini, all'entrata ed all'uscita
del Galluppi, quando le pi belle ragazze della citt bloccavano il traffico
normale e quello di richiamo dalle altre scuole, che qui confluivano
provocando in noi non pochi risentimenti e gelosie?
Quanti litigi, pianti e tenere riconciliazioni per uno sguardo innocente tra
clacson e sgommate di auto!
Gi, ma allora la citt sembrava vivere tutta su Corso Mazzini, all'altezza
del Liceo. E poi... io non ero Sindaco.

/:/Pietro Bevilacqua.
nato a Catanzaro l'1 giugno 1944
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. E
(Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962)

Una scelta di classe
Cominciai molto presto ad avere familiarit con i vecchi e un po' solenni
locali del Liceo "Galluppi". L'edificio infatti, nel suo lato posteriore, sorge
quasi a ridosso del quartiere dove sono nato, Sant'Angelo: un luminoso spiazzo
circondato da bassi, ora in gran parte chiusi e un tempo vocianti di famiglie
numerose, a cui si confluiva da stradine e vicoli laterali. Sant'Angelo era un
animato quartiere popolare, nel cuore della citt vecchia - seppi da grande
che per secoli era stato un Fondaco di mercanti amalfitani - da cui partivano
cospicui contingenti di bambini che al pomeriggio occupavano, per frequentare
le scuole elementari, le aule del Liceo. Anche io diedi il mio personale
contributo a questa - allora crescente - popolazione scolastica che per ben
cinque anni fu costretta a trascorrere bui e sonnolenti pomeriggi in diverse
aule dell'ex Collegio dei Gesuiti. Non ho un felice ricordo di quei primi anni
del mio rapporto con quelle che chiameremmo oggi le strutture logistiche
dell'istituzione.
Forse perch non amavo molto le costrizioni, l'immobilit forzata delle lunghe
ore passate fra i banchi. Forse perch amavo troppo a ruga, la vita libera
nella strada, in mezzo ai compagni di gioco del mio quartiere: dove
sicuramente stanno le mie pi profonde radici in questa citt, e a cui debbo
forse il nucleo pi genuino del mio modo di essere e di mettermi in rapporto
con gli altri.
Questi vaghi ricordi non sono delle pure divagazioni, ma hanno un legame
necessario con la mia particolare esperienza di studente del Liceo. Io sono
nato a Sant'Angelo, ho ricordato, ma la mia vicinanza spaziale alla sede del
"Galluppi" non mi predestinava, per questo, ad una sua futura frequentazione
da liceale. La mia origine popolare, infatti, mi assegnava un destino
scolastico alquanto diverso.
Non a caso, ai primi degli anni '60 - quando io cominciai a frequentare il
Ginnasio - il grosso degli studenti affluiva al "Galluppi" meno dai vecchi
quartieri popolari del centro che dalle zone alte della citt. Proprio allora
le zone residenziali dell'area nord di Catanzaro - San Leonardo, Bellamena,
ecc. - che avevano conosciuto un primo avvio di crescita nel periodo fascista,
incominciavano ad espandersi e ad ospitare ampie fasce sociali di piccola e
media borghesia impiegatizia e professionale.
Da l arrivavano in crescente numero gli studenti del "Galluppi" in quegli
anni. Quasi a rimarcare, persino nelle ripartizioni urbanistiche della citt,
la nuova provenienza sociale, relativamente pi larga rispetto al passato,
degli studenti del Liceo: che ora non affluivano pi solo, come un tempo, dai
quadri del vecchio notabilato cittadino insediato nei palazzi del centro
storico.
Mandare un figlio al Liceo, per una famiglia dai magri redditi, non era scelta
da poco nella Catanzaro di allora. In Calabria non esisteva ancora
l'Universit, e imboccare la strada del Liceo significava, per una famiglia,
non solo rinviare di 4-6 anni la redditivit del lavoro di un proprio membro,
ma dovere affrontare la spesa supplementare di una frequentazione universitaria
pi o meno lunga, fuori di casa. La mia destinazione sociale era perci
l'Istituto Industriale, dove io difatti frequentai i primi tre anni
dell'Avviamento. Una serie di circostanze fortunate - su cui non mi
posso qui soffermare - mi diedero la possibilit di invertire la rotta e di
mostrare, a me stesso e agli altri, che ormai si cominciava a forzare, in
qualche punto, il rapporto di necessit fra ceto di provenienza e carriera
scolastica. Debbo ad Anna Maria Di Lieto, allora laureanda e mia professoressa
supplente al III Avviamento, l'idea di tentare la strada del liceo, e ad
Augusto Placanica - uomo fondamentale per il mio destino di studioso e ora mio
fraterno amico - il merito di averla resa possibile.
I timori riverenziali della vigilia, e qualche preoccupazione per le difficolt
che mi avrebbe preparato il futuro, si dispersero alquanto, non appena io misi
piede nel Liceo come studente di quarta Ginnasio, sezione E. Era allora nostro
insegnante di lettere l'indimenticato e indimenticabile Ciccio Tallarico e fu
lui, sebbene involontariamente, a farmi capire che le mie preoccupazioni, e il
mio eccesso di seriet, nell'affrontare quella nuova esperienza, erano
francamente esagerati.
Su Ciccio Tallarico e sulle sue esperienze di insegnante  fiorita una ricca
letteratura su cui sarebbe troppo lungo soffermarsi: n saprei dire, oggi, se
sia o no giusto, generoso o ingeneroso, sottrarla all'inevitabile oblio di
ogni letteratura affidata alla pura trasmissione orale. Certo, qualcosa
bisogna tuttavia pur ricordare, se si vuole in qualche modo restituire il
clima, o comunque il senso delle circostanze che di volta in volta venivano a
determinarsi all'interno della classe. Poteva infatti capitare di tutto in
quella quarta E, sistemata in un'ala sotterranea dell'edificio - da noi
definita le catacombe - che ospitava, insieme alla cucina del Convitto, il
laboratorio di fisica: un luogo, quest'ultimo, rimasto ignoto a pi di una
generazione di studenti. Una volta capit addirittura che nel chiuso della
nostra angusta aula si arrivasse ad una constatazione stupefacente e
terribile: in Africa non esistevano pi animali.
Era infatti ci che poteva capitare nelle interrogazioni di geografia,
condotte con vigile attenzione e cipiglio dal buon Tallarico, per il quale
importante non era il contenuto della risposta data dall'alunno, quanto la
prontezza di questi nel fornire una risposta qualunque. Sicch, quella volta,
alla maligna domanda se esistesse o no fauna in Africa, l'interrogata - che
non aveva probabilmente avuto il tempo di tradurre in dati concreti e plurali
il nome collettivo - rispose prontamente e orgogliosamente di no. Era andato
tutto liscio, e si era gi passati ad altri argomenti, quando dai circuiti
mentali un po' pigri di uno dei compagni dei primi banchi (il caro Mem
Valentini, per l'esattezza, ora avvocato in citt) esplose il costernato
stupore di vedere decretata, con tanta leggerezza, la desertificazione animale
di un intero continente.
All'obiezione risentita, e non certo priva di convinzione, dell'oppositore,
Ciccio, visibilmente turbato, reag - come sempre faceva in simili
circostanze - chiedendo all'interrogata cosa ne pensasse dell'obiezione del
compagno. Cos l'oggetto della disputa si trasfer in un contenzioso fra i due,
per poi facilmente degenerare in una chiassata generale, che Tallarico sed
con fatica, come sempre, ma salvando in qualche modo la faccia (e quella che
era la sua autorit in classe).
L'amico Rino Zumpano, che oggi insegna diritto a Catanzaro, gi allora
cineamatore, ha immortalato alcuni frammenti di vita scolastica con Ciccio
Tallarico. Un suo filmino in super-otto riprende una tranquilla partita di
briscola che si disputava agli ultimi banchi, mentre sullo sfondo dell'aula,
dietro la cattedra, si intravede il volto sparuto - ma sempre nobilmente
atteggiato - di Ciccio, che gesticolando spiegava qualcosa al resto della
classe, fintamente attenta o perdutamente svagata.
Nella sezione C
Credo che molti di noi, non pochi dei tanti professionisti della citt, debbano
molto della loro preparazione scolastica ad una piccola donna, che allora
insegnava al Ginnasio, Velia Critelli.
Ricordo un quinto Ginnasio frequentato nella sezione C - avevo abbandonato nel
frattempo Tallarico e i miei vecchi compagni - come un lungo e intenso periodo
di fatiche scolastiche. L'allora signorina Critelli non ci risparmiava mai la
dose quotidiana di una versione di latino e di greco, il riassunto scritto di
un capitolo dei Promessi Sposi ed altre incombenze del genere. Si faceva
spesso tardi la sera a smaltire tanta mole di compiti, in cui ero impegnato in
completa solitudine; solo per gli esercizi di matematica infatti - materia
nella quale arrancavo non poco - era previsto il lavoro di gruppo. L'amico
Sergio Bruni, che aveva testa per queste cose, s'incaricava di trascinare me e
il latinista di classe, Michele Vonella, in questo sforzo di astratte
combinazioni al quale recalcitravo per blocco psicologico, per difetto di
motivazioni plausibili, e perci anche per assenza di un insegnamento pi 
ricco di stimoli.
Ma in classe - nelle tantissime ore di lettere consumate fra le quattro pareti
di una strana succursale del Ginnasio che stava presso la chiesa del Monte, -
in quella quinta C di Velia Critelli, non ho mai sopportato una attimo di noia.
Tutto era argomento di discussione: dalla sintassi greca agli ultimi problemi
del giorno. Mi ricordo ancora di una animata discussione sui personaggi dei
Promessi Sposi nella quale demolii - quasi per una premonizione
desanctisiana - e non senza foga argomentativa, il personaggio di Lucia
Mondella, troppo povera di carne e di sangue per apparirmi una figura
credibile. La Critelli si difendeva bene, anche in queste circostanze, dove io
sfogavo - grazie alle assolute certezze di cui si gode a quell'et - il mio
giovanile gusto di essere logicamente implacabile, di non lasciare scampo
all'interlocutore. Ma lei aveva soprattutto il merito di lavorare
straordinariamente tanto insieme a noi, e di aver trasformato una classe -
in cui per la verit gi si segnalavano tante belle intelligenze o gi
rilevati caratteri, da Dino Vitale a Paolo Sirianni, da Ugo Maida a Enrico
Paparazzo, a Massimo Larussa - in un vero e proprio collettivo di lavoro.
Gli anni del Liceo li ricordo meno per l'intensit e la produttivit degli
studi, che per le esperienze umane che feci in quel periodo: dai tanti compagni
conosciuti e diventati amici inseparabili, ad alcuni professori come Mauro
Nicotra ed Alda Morica, fino ad Eugenia Cassar, studentessa di prima Liceo,
sezione C, incontrata nei solenni corridoi della scuola e poi diventata mia
moglie. Certo, non mancarono anche allora i momenti di crescita e di impegno.
Rammento ancora alcune splendide lezioni di Tot Ameduri sulla cultura greca,
venuto da noi in prima come supplente, e rimasto quanto bastava per farmi
rimpiangere di non averlo pi avuto come insegnante. E cos ogni tanto, dal
fondo della sua intelligenza realistica e disillusa, Mauro Nicotra
tirava fuori, con zampata da vecchio leone, vasti affreschi di storia moderna
e contemporanea o qualche incisivo ritratto di filosofo: il tutto condito da
ironie e da battute spesso memorabili. La classe ne era affascinata. E
ritrovavamo, per quel giorno, un rinnovato gusto per gli studi e per le
avventure dell'intelligenza.
Ma non ho per la verit dimenticato le ore di noia tormentosa sofferta
nell'immobilit dei banchi, mentre da dietro la cattedra qualche insegnante
riusciva a non dirci nulla che avesse per me e per gli altri un qualche
interesse. Si sopravviveva stuzzicando il compagno vicino, incidendo nel legno
del banco qualche nudo di donna, perdendosi con la testa dietro fantasticherie
che profumavano di libert e di aria aperta.
Rammento a questo proposito le mie prime discussioni col professore
Mastroianni - che non ho avuto la fortuna di avere come insegnante e che mi ha
sempre annoverato, con bonaria ironia, tra i suoi alunni di complemento - il
quale mi richiamava al principio che c' sempre da imparare qualcosa ascoltando
gli altri.
Principio eroicamente cristiano, soprattutto in quel caso, che mi voleva
obbligato a onorare puntualmente e sistematicamente il calendario scolastico.
E infatti spesso - specie in terza liceo - la mia presenza a scuola presentava,
in alcuni periodi, larghe e talora vistose smagliature. Ma ancora oggi resto
dell'ostinata convinzione che spesso, a stare seduto in quelle aule, c'era
poco e in qualche caso nulla da imparare.
Ed era forse per una pi o meno consapevole vendetta - certo per una sorta di
ritorsione irriguardosa - che per un certo periodo, dopo aver disertato le
lezioni, verso mezzogiorno, io mi affacciavo nel vecchio portone del
"Galluppi" insieme ad altri compagni per consumare un vecchio rito.
Tiravo fuori dal deposito dell'ingresso il bidone della spazzatura, stracolmo
per lo pi di carte, lo ponevo al centro del grande androne e vi appiccavo un
fuoco torbido che con l'aiuto del vento riempiva di fumo i corridoi e arrivava
sino agli usci delle aule.
Un'ara che accesi diverse volte con perverso divertimento fra la rabbia
indicibile - nel senso di irriferibile - del bidello di turno.
Al centro del mondo
Essere studenti del Liceo ancora allora dava un profondo e orgoglioso senso di
appartenenza. Non era solo e semplicemente un fatto sociale e di classe. Le
classi, d'altra parte, si erano gi allora riprodotte all'interno
dell'istituzione. Era cresciuto il numero delle sezioni, arrivate sino alla
lettera E, e alcune di queste, come ad esempio la C, di cui facevo parte,
rappresentavano senza dubbio l'ala proletaria dell'intero schieramento
scolastico. Anche dalla piccola borghesia di provincia gli afflussi al Liceo
erano continui e io ne sperimentavo la novit: Franco Marino da Zagarise (ora
insegnante a Genova), Franco Falvo da Amato (ora urologo all'ospedale
"Pugliese" della citt), Tonino Carnevale da Squillace (ora ginecologo al suo
paese e rivisto recentemente dopo oltre 20 anni), TutSeverino da Santa
Caterina Jonica (ora sindaco del suo paese) e tanti altri i cui nomi oggi
hanno forse per me solo un valore particolare: segni che rievocano volti,
espressioni, timbri di voce legati a una stagione della vita che nessuno, in
fondo, pu ricordare senza nostalgia e tenerezza.  vero, non mancavano in
quegli anni coloro i quali anche all'interno del Liceo cercavano,
per comportamento e modo di essere, di segnare una linea di confine, sociale e
di classe, dai provinciali e dai nuovi arrivati. Ricordo ancora la spocchia
di alcuni di questi rampolli della borghesia bene di Catanzaro, non
particolarmente dotati di visibili attitudini intellettuali. Per quanto io
sappia, nessuno di costoro  arrivato lontano. Ma il senso di appartenenza ad
una dimensione alta e privilegiata veniva soprattutto, a noi studenti del
Liceo, dalla coscienza di vivere un'esperienza culturale unica nella citt.
Eravamo i soli, allora - il Liceo Scientifico era ancora una realt
minore - a permetterci il lusso di studiare materie inutili, il greco e il
latino: discipline non sospette di possibili applicazioni strumentali,
destinate a una formazione culturale umanistica disinteressata. Ed eravamo noi,
i soli, a correre la straordinaria avventura di imbatterci e misurarci colle
vicende secolari del pensiero speculativo, senza altro fine che di plasmare di
cultura la nostra giovane intelligenza, elevata ginnastica per il nostro
cervello indagatore... Per noi infatti la maturit classica significava la
conclusione di un alto apprendistato culturale, che non poteva avere nessuno
sbocco operativo e di lavoro, e che rinviava al compimento della carriera
universitaria il suo finale esito: l'esercizio di una qualche professione
liberale.
Ometterei un dato storico importante - soprattutto per gli studenti
liceali di oggi - se non ricordassi un altro elemento che rendeva possibile
l'orgoglio di quella appartenenza, e che ne costituiva in fondo il supporto
materiale. Ai tempi in cui frequentavo il Liceo (ne sono uscito nel 1966)
laurearsi e trovare lavoro era un fatto automatico. Dovevamo certo impegnarci
in lunghi e faticosi studi, affrontare l'avventura dell'Universit, ma poi
il lavoro, una dignitosa professione, era un risultato spontaneo e inevitabile.
Di sicuro, il futuro ci apparteneva.  una sensazione che ricordo assai bene,
che noi respiravamo nell'aria, dai tanti segni che esprimeva la societ
italiana di allora. Da noi arrivavano a quel tempo, con un po' di ritardo le
novit culturali e di costume di un Paese che era ormai dentro una fase di
grande crescita economica e sociale. Ma anche la citt era in crescita,
Cresceva urbanisticamente (secondo i criteri di scempio che tutti oggi
possiamo vedere), ma cresceva anche in redditi, condizioni di vita, attitudini
mentali, vivacit culturale. Il Liceo era per noi la base di lancio per
giornali e rivistine ma anche per attivit di propaganda politica. La
presenza di un vivace gruppo di giovani cattolici che si raccoglieva intorno
al giornale Il Sentiero ispirato da don Giorgio - su cui il lettore potr
avere pi ampie e dirette informazioni da altre testimonianze diede a me ed
altri militanti nella sinistra ragioni ulteriori di dibattito e di iniziativa
politica. Nel 1964 fondammo il circolo culturale "P. Gobetti", e demmo vita
a due numeri di una vera e propria rivista - quanto meno per formato e
caratteri di stampa - che si chiamava, nientemeno, Il Manifesto.
Ci sentivamo dunque, in qualche misura, al centro del mondo. Ed era forse
quella l'ultima stagione in cui era possibile quell'illusione. O, quanto meno,
una delle ultime stagioni. Pi in l, sul finire del decennio, ci attendeva,
ma ormai come universitari la pi grande esperienza di coinvolgimento
collettivo e di impegno ideale vissuto dalla mia generazione.

/:/Francesca Paparazzo.
nata a Catanzaro il 27 marzo 1945
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1958/1959)

I forestieri
Nell'anno in cui frequentavo la prima classe del Liceo "Galluppi", il
tranquillo ritmo scolastico fu interrotto dall'arrivo di due docenti che
provenivano dal nord: avevano vinto il concorso a cattedra ed erano stati
nominati nel nostro liceo.
Uno di loro divenne insegnante di latino e greco nella mia classe, l'altra era
una insegnante toscana molto gentile e simpatica che cercava con impegno di
districarsi tra la nostra organizzazione scolastica. I loro nomi mi sfuggono
ma ricordo il loro aspetto, la voce, il modo di parlare.
Il professore era alto, con un viso largo, i capelli ricci di color rosso ed
un grosso paio di occhiali su di un naso importante, che nascondevano due
occhi azzurri ed una espressione un po' svagata.
Ma ci che mi colp maggiormente furono le sue calzature: veri e propri
scarponi da montagna di foggia militaresca che usava quotidianamente anche col
sole splendente.
Era originario di Cuneo e quelle scarpe gli erano indispensabili per muoversi
tra la neve ed il ghiaccio delle sue montagne, cos diverse dal luogo in cui
ora si trovava a lavorare.
Il trapianto di questi due docenti nel nostro mondo non deve essere stato
facile: si trattava di una emigrazione in senso opposto al flusso che in
quegli anni sconvolgeva la realt meridionale, ed il confronto col modo di
vivere, le tradizioni, i valori del nostro ambiente, era spesso vivace.
Sin dal primo giorno il professore cerc di conoscerci indagando sulla realt
sociale che c'era dietro di noi. Scorrendo l'elenco dei nostri nomi, accanto
ai quali era indicato il nome ed il tipo di lavoro svolto dai nostri genitori,
not che l'unica a non essere figlia di professionisti ero io.
Mio padre era un commerciante ed il professore mi chiese cosa mai commerciasse.
La risposta fu un po' seccata; in cultura, dissi pensando di nobilitare la
piccola cartoleria-edicola dei miei genitori.
In quel periodo quasi tutti in classe avevano cominciato a fumare le prime
sigarette, e frequenti erano le richieste di uscire per ritrovarsi nei servizi
a compiere questa modesta trasgressione. Il professore stabil che sarebbe
stato molto meno dispersivo dare il permesso di fumare in classe e decise di
destinare gli ultimi cinque minuti della lezione a tale operazione.
Al momento opportuno, il professore accendeva la propria sigaretta: subito
dopo, pi o meno tutti tiravano fuori le proprie ed, in silenzio, iniziava il
rito collettivo del fumo in classe.
La cosa dur per qualche giorno con reciproca soddisfazione.
Tutti ci sentivamo pi liberi, evoluti, ed un senso di complicit ci univa.
Ad interrompere bruscamente l'esperimento didattico pens il preside
che, un giorno, piomb in aula nel bel mezzo di una fumata di gruppo e ci
riport al rispetto del regolamento d'istituto.

/:/Walter Scarpino.
nato a Catanzaro l'8 giugno 1945
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1958/1959)

Tra pochi giorni
lascer l'incarico di presidente del Consiglio d'Istituto; lascer per la
seconda volta il liceo classico Galluppi.
Debbo proprio confessarlo: ho fatto di tutto per poter tornare al MIO liceo
dopo 26 anni, e non per protagonismo e per megalomania, ma per rivivere e
rievocare dall'interno emozioni e sensazioni antiche. per rinsaldare un
legame che non si  mai dissolto, per respirare quell'aria di giovinezza e di
goliardia, per essere nuovamente a contatto con alcuni dei miei professori di
allora: anni vissuti intensamente non tanto per profitto, ma certamente in un
rapporto esaltante di amicizia e di rispetto che non si esaurisce nello
studio e nelle ore scolastiche: un rapporto che andava oltre, soprattutto
oltre; la maturit, la sensibilit, la solidariet non si acquisiscono
soltanto con i testi scolastici. In fondo questa  la valenza dell'opera di
Ezio Galiano: tante testimonianze di ricordi, di riflessioni, di fatti, di
episodi, rivissuti da tanti protagonisti di una storia sempre viva,
accomunati dal desiderio di un salto nostalgico, ma piacevole, in quella
parte del nostro passato maggiormente interessata alla formazione della
personalit.
Per poter essere eletto ho dovuto organizzare una vera campagna elettorale:
non  facile vincere le resistenze e l'apatia dei genitori sulla validit dei
decreti delegati. Anche la prima volta nel lontano '64 il distacco dal mio
liceo non era stato semplice; invece dei cinque anni regolamentari ne ho
fatto sei: colpa di un 4 in condotta peraltro meritato per intero, che non
mi ha consentito l'ammissione a giugno. A settembre i professori si erano
mobilitati a pregarmi a supplicarmi per fare gli esami: mi avrebbero, in tutti
i modi, aiutato a superarli. Pi di uno avr pensato.  meglio regalargliela,
la maturit, che averlo ancora un anno al Liceo. Non mi  sembrato giusto
approfittare: infatti ho ripetuto.
 proprio un destino: anche l'incarico nel Consiglio d'Istituto ha subito la
proroga di un anno.
Ma chi l'ha detto che i decreti delegati sono nati nel '74? Al liceo Galluppi
esistevano anni prima: era unanimemente riconosciuto una specie di direttorio
per il controllo del liceo e per l'organizzazione di tutte le iniziative,
composto da pochi eletti della sez. B coordinati dal professore Galiano.
Tutti avevano finito per accettarlo, alunni e professori; lo stesso preside
Cancellieri era costretto a tollerarlo proprio per la presenza rassicurante
del prof. Galiano. L'organizzazione delle gite in un liceo non era cosa
semplice: occorrevano giorni di lavoro, di preparazione, di ricognizione dei
luoghi da visitare, qualche volta non tanto vicini. E chi lavora, si sa, deve
essere retribuito. Ma c'era sempre lo spiritoso di altre sezioni che riteneva
di poter chiedere, alla fine, la verifica dei conti. Era sempre il prof.
Galiano a toglierci dall'impaccio tagliando corto: sono usciti alla pari.
L'attivit giornalistica era uno dei punti di forza. Molti imprenditori, in
verit, ci finanziavano la stampa in cambio di pubblicit. Il ricavato delle
vendite era tutto da dividere. Il nostro editore, don Egidio Trapasso, era
spesso incredulo per la quantit delle copie che riuscivamo a piazzare.
Ricordo che lanciammo anche una edizione speciale a pi fogli: I 4 cavalieri
dell'Apocalisse. Conteneva un articolo dal titolo irriverente: Liceo di
Notte n. 1. Erano i tempi di Mondo di Notte, Europa di notte. Volevamo fare
una parodia con i personaggi del liceo e con i vizi della notte. Ammetto:
forse era un po' spinto. Riunione dei professori promossa dal prof. Morello.
Divieto di vendita e di diffusione. Censura per l'articolo.
La maggior parte delle copie erano ormai stampate in tipografia. Don Egidio
minacciosamente aspettava di essere pagato. Fra l'altro l'edizione era a
colori, quindi particolarmente costosa. Un lampo, un baleno: le copie ancora
da stampare poche in verit, avrebbero portato la scritta edizione
censurata ed in pi sarebbe stato eliminato l'articolo incriminato.
Ufficialmente sarebbero circolate solo le copie censurate, ma si rivel un
vero business: vendemmo le copie non censurate sotto banco e a prezzo
maggiorato.
Nel vecchio edificio del Galluppi sito su Corso Mazzini riuscimmo, con la
complicit del prof. Galiano, a realizzare un grande sogno. Fu l'ultima volta
il 15 giugno 1963: riportare nel liceo la festa di fine anno e riservarla ai
soli liceali.
Eravamo orgogliosi ma gelosi del nostro liceo, delle nostre tradizioni, delle
nostre feste e... delle nostre ragazze! Erano molti i tamarri desiderosi
di introdursi nell'ambiente del liceo che avrebbero pagato chiss quanto, ma
rimasero a decine fuori dal portone. A fine festa, all alba, dovetti rientrare
a casa scortato dai Carabinieri.
Non era semplice all'indomani delle salate trovare dei volontari adulti per
poter essere accompagnati e giustificati dal preside Cancellieri. Spesso
bisognava assicurarseli con qualche giorno d'anticipo. Io ero fortunato:
mio fratello pi grande assolveva a questo compito egregiamente e addirittura
forniva al mio amico Marcello anche uno zio.
Quella volta il preside non fu come al solito sbrigativo nel cerimoniale, ma
volle intrattenersi in una predica piuttosto prolungata, anche per la
recidivit dei soggetti ed i suoi toni furono cos convincenti, il suo
discorsetto cos incisivo che riusc a coinvolgere a tal punto l'improvvisato
zio di Marcello nella sua alta funzione educativa che lo stesso, forse per
dimostrare di aver recepito appieno la morale, fece partire un violento
ceffone che and a stamparsi sul volto dell'esterrefatto Marcello. Fortuna
che il preside Cancellieri non era tanto lesto d'udito!
L'incredulo Marcello non seppe trattenersi, sia pure a denti stretti, dal
ricordare al provvisorio zio il mestiere, forse occasionale della di lui
madre.
Presidente deve firmare le convocazioni - la segreteria del Galluppi mi
rincorre nei corridoi -  l'ultima seduta del Consiglio. Occorre nominare la
commissione elettorale che inizi i lavori per il rinnovo degli Organi
Collegiali.
 finito il mio mandato. Non so proprio quale sar il pretesto negli anni
futuri, ma sono sicuro che ritorner ancora nel mio Liceo.

/:/Sergio Rubino.
nato a Catanzaro il 24 febbraio 1946
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1960/1961)

Che strano!
Non mi ero concesso ancora una battuta di respiro su questa strada che vado
percorrendo da 43 anni; non mi sembrava molto il percorso gi fatto e credevo
pi lungo quello ancora da fare.
Ed invece, questa richiesta garbata di Ezio, questo tocco leggero sulla spalla
mi ha svelato per la prima volta, e di colpo, un mucchio sonnacchioso di
ricordi che non sapevo di avere nascosto da qualche parte in un cantuccio in
fondo al cuore.
Non c', comunque, bisogno di fare ordine: i ricordi emergono a catena,
vigorosi, chiari, limpidi e concreti.
Non  la stessa via che percorre mio figlio, alunno della quarta ginnasiale;
scarso era il mio impegno nello studio come il suo, ma io andavo in giper
essere inghiottito dall'edificio grigio, lungo ed appiattito di corso Mazzini
che, negli anni Sessanta, mi annover fra i tanti allievi della sezione D.
In quarta ginnasio, per un po', mi incusse timore la professoressa Morisciano:
fra di noi, appena usciti dalle medie, si diceva soprattutto che era...
nientepopodimenoche... la figlia di un generale il quale era stato anche
sindaco della nostra citt; ma poi, ... cos materna la giovane signora
Bitonti! niente affatto guerriera, caparbia s, assente purtroppo mai, ad
alzare la voce abituata solo di quel tanto da non dar fastidio alle classi
adiacenti. Ci si aspettava una donna rigida e, invece, una signora dolce,
comprensiva che ti apriva alla stima ed al rispetto tenero ed affettuoso.
Superati gli esami ginnasiali, quelli ancora feroci per intenderci, la classe
si smembr: andarono via, ma solo spostandosi di qualche aula e restando sempre
pi che amici, i vari Gianni Trovato, Ciccio Miceli, Raffaele Teti, Francesco
Raffaelli e tanti altri, in quanto i loro genitori ritennero che le sezioni
ambite la A e la B offrissero un corpo docente da strabiliare: Galiano,
Mastroianni, Riolo, Procopio, Morello, Morica erano essi stessi Numi di
inenarrabile sapere.
La D era la cenerentola; era sorta da pochi anni e non aveva avuto, fino ad
allora, un corpo docente, per cos dire, stabile ed affermato. Ed io rimasi,
quindi, alla D fra i superstiti un poco vagabondi e con i nuovi arrivati
ripetenti delle varie sezioni e mi intruppai in quella Armata Brancaleone,
cos poco gloriosa ma pur tanto divertente, ignaro che, proprio l'anno del mio
primo liceo, sarebbero piombati come falchi su quei poveri ragazzi due docenti
temibili e terribili: Giglio, di nome Abigaille, gi prestigiosa docente
dell'istituto magistrale, e la professoressa di latino e greco, fresca
vincitrice di concorso, Ugolini di Firenze.
HIC SUNT LEONES era scritto nelle antiche mappe per indicare terre
sconosciute; ebbene, io ricordo il primo giorno e quella prima ora di una
esploratrice che, al primo sguardo, riconobbe entit, posizione e armamento
del reparto nemico...
Mi sembra di rivivere al Piccolo Teatro un atto unico, una piece che fu un
vero dramma, ma a lieto fine.
Scena prima (e unica)
Chiasso, anzi schiamazzo.
Un ragazzo seduto, ma sul banco; un altro in piedi, frasi sconnesse e sconce,
per quei tempi, intento ad inventare alla lavagna.
Entra una donna anziana, vestita di scuro, secchissima e, per di pi ,
piccolina, dal viso grifagno.
Un attimo di stupore indispettito.
Riprende il baccano.
Lei, con calma, si siede. Tace, il registro spalanca, controlla, e ancora 
chiasso.
Ci guarda di nuovo, uno per uno: per incanto il rumore si affievolisce di poco.
Con uno scatto felino sbatte il nero librone, inspira, inspira ancora aria, si
gonfia fin quasi a scoppiare: il rumore diventa un sordo bruso. Lei si
protende fin oltre la cattedra, gonfia pi che mai. Tende in alto una mano
verso la finestra e l'altra verso la porta e, con voce acutissima e stridula,
erompe sinistra:
Chiuditi a porta e apriti a finestra ca aiu e gridara
Fine della scena.
Da allora, e per tre anni, durante le ore di storia e di filosofia, ho davvero
sentito volare le mosche nella sezione D.
Abigaille Giglio: questo il suo nome, fuori del comune come lei. Anni dopo,
giovane medico, la vidi in ospedale, ancora pi piccola e rugosa. Si ricordava
di me e lessi negli occhi uno sguardo di tenerezza verso uno di quei tanti suoi
alunni di cui aveva stimato l'intelligenza, punto l'orgoglio e, spesso, punito
la negligenza. Le baciai la mano e la vidi morire.
Mi sembr impossibile.
Gli studenti del "Galluppi", quello nuovo, quello grande e tondo, funzionale
non l'hanno conosciuta.
Abigaille Giglio nulla aveva del sussiego professorale di un docente di liceo,
ma ha contribuito, pi di altri, a mutare la faccia della Scuola. Chi era,
dunque, questa piccola, brutta donna, sempre accigliata e nervosa?
Era una seduttrice.
Seduceva per l'intelligenza, la fantasia, la prontezza della battuta, la
sicurezza del giudizio, la capacit di individuare il comunque dotato.
Sicuramente era anche gratificata dal successo e dalla devozione che
riscuoteva, ma altrettanto sicuramente ne sentiva il peso, la responsabilit,
la fatica.
Era una donna giusta, non forse una dei 36 giusti silenziosi che, conducendo
una oscura esistenza, impediscono, col potere della loro virt, che il mondo
venga distrutto dall'ira divina, ma certamente una dei 360, o dei 3.600, o dei
360.000 la cui parola, la cui testimonianza ed il cui impegno frenano la folle
corsa del mondo per una china verso la quale i suoi vizi d'origine, l'egoismo,
la sopraffazione, la furberia lo vorrebbero portare.
Tutto questo di lei lo capimmo subito e subito la rispettammo. Capimmo pure
perch voleva che ciascuno di noi le restituisse, secondo le proprie capacit,
almeno una parte del molto che ci dava. E perci, man mano che avanzavamo da
Talete di Mileto verso Heidegger e ci muovevamo dalla caduta dell'Impero
Romano verso la liberazione di Roma, sempre pi raramente ebbe occasione di
ripeterci: de na trava nda facisti nu mandalicchiu o ... mi renducisti a
filosofia comu na coppula 'e notta.
Capimmo pi tardi, ed io lo capii, forse, solo alla fine, quando incontrai il
suo sguardo pieno di solitudine, quanto Ella ci aveva amati.
S! perch Abigaille Giglio ci aveva amati e amava ancora ciascuno degli
scanzonati dell'Armata Brancaleone.
Leggo Spoon River Antology ed  la sua voce che ancora ci cerca, mi cerca:
Dov' il mio ragazzo, il mio ragazzo -
in quale parte del mondo?
il ragazzo che amavo pi di tutti nella scuola? -
io, la maestra, la vecchia zitella, il vergine cuore,
che di tutti avevo fatto miei figli.
Ecco: ora con i tanti La ringrazio anch'io, perch Ella ha insegnato cose che
non sono sui libri di testo, perch a tutti noi un poco vagabondi, ai
superstiti del ginnasio sezione D -, ha dato fiducia, perch ci ha fatto
studiare e - direi quasi - sudare, con gioia, da grande, grandissima Maestra
qual era.
Quei tre anni di liceo con lei, con la professoressa Ugolini (il primo anno,
su 27 ben 21 meritatamente rimandati in latino e greco), con il professore
Borrello di matematica, con i compagni, con Daga il fuoriclasse, furono tre
anni di metamorfosi: quelle di Ovidio e le nostre.
L'Armata Brancaleone super gli esami di maturit, ancora quelli feroci,
classificandosi alla pari, se non prima, della sezione dei riconosciuti
bravi da sempre.
E non mancarono mai i momenti di goliardica freschezza, come quando ci
impadronimmo dell'ingessatura della gamba di un signore incidentato. Egli
l'aveva depositata, a mo' di ex voto, al santuario della Madonna di Porto e
noi, all'occorrenza, ed a turni di quindici giorni, la usavamo all'uopo come
ottima ed inconfutabile scusa per eludere l'interrogazione di scienze. O come
l'attenzione programmatica che noi ponevamo, una tantum, all'insegnante di
scienze, per poi trafiggerla con domande cattive, alla fine della lezione.
Era l'adolescenza stessa, e per fortuna lo  ancora: la Terra dei Leoni; tanti
Achille e Alarico e Sigfrido (leoni e biondi, per di pi ).
Penso agli anni Sessanta: lotta, estraneit, conflitto, disperazione,
incertezza, imprevedibilit, cambiamento... e sento oggi le stesse parole, o
quasi: rifiuto, rivolta, incomunicabilit, estraneit... Parole che mal si
adattano alla routine della vita.
Ormai lontani da quella terra, continuiamo a sognarla come un campo da
esplorare, forse da occupare e, invece, essa deve rimanere Terra di Nessuno,
di Leoni o, almeno, di animali selvatici che non vogliono appartenere a
nessuno.
E noi parliamo, parliamo, facciamo i democratici, i protettori del Naturale e
del Selvaggio, i rispettosi delle altrui libert e delle altrui scelte, del
diritto di maturare autonomamente e giudichiamo, giudichiamo...
Dentro di noi, invece, c'e l'istinto paterno, normalizzante, che addomestica.
Lasciamo, dunque, che i Leoni vivano le loro contraddizioni, perch
l'adolescente di oggi, come quello di ieri,  colui che interiorizza, una per
una, le figure guida che incontra,  colui che elabora schemi di comportamento
sui modelli che gli vengono proposti e che condensa nella sua crisi di
sviluppo il film della sua storia.
Egli  l'immagine di noi stessi, e il rapporto con lui non pu che risvegliare
i pi o meno sopiti conflitti della nostra gioventche ci porta a valutare il
presente con gli occhiali del nostro passato. Offriamogli allora quel filo di
protezione che lui desidera, pur rifiutandolo, e nello stesso tempo
specchiamoci nei suoi occhi per scoprirvi i nostri torti, le nostre ragioni,
le risposte tardive ai nostri perch.

/:/Amelia Paparazzo.
nata a Catanzaro l'8 agosto 1946
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962)

Forse perch abitavo
al centro della citt o forse perch l'edicola dei miei genitori era posta
proprio di fronte al liceo, prima ancora di iscrivermi, i docenti e gli
studenti del liceo classico "Galluppi" mi erano noti, ne conoscevo vicende e
problemi. Allora, comunque, la vita della citt si intersecava con quella del
liceo: la collocazione stessa dell'Istituto nel corso principale permetteva e
favoriva un rapporto continuo fra liceo e citt. Cos alcuni momenti della
vita degli studenti divenivano motivo di commenti, i pi vari, da
parte di quanti di quell'istituzione scolastica non facevano parte. Venivano
raccontati, con pi o meno simpatia, le malefatte degli studenti, gli
scherzi da essi organizzati. Si conoscevano i bravi e i perturbatori, chi
era stato sospeso e per quanto e chi si era maturato con tutti dieci
(Eugenio Ripepe, ad esempio).
La stessa uscita dei ragazzi dal liceo era divenuto un momento rituale per la
citt: genitori, amici, fidanzati, ex liceali, curiosi, ecc., prendevano posto
dalle dodici e un quarto alle tredici meno venti davanti al portone
dell'Istituto.
E cos, in maniera del tutto naturale, cominci anche per me l'esperienza del
liceo. La mia sezione era la B. Allora la A e la B erano le sezioni migliori
aperte ovviamente ai figli della buona borghesia cittadina e delle famiglie
pi in vista, anche se con qualche eccezione.
I primi due anni, quelli del ginnasio, furono noiosi e deludenti. Le ore
sembravano non passare mai fra la voce monotona della professoressa di lettere
e le estrazioni con la tombola per le interrogazioni del professore di
matematica (introdotte con nostra angoscia successivamente anche dalla gi
citata professoressa).
Gli unici momenti di distensione e di divertimento erano costituiti dal
passaggio di qualche topo nell'aula e dall'espressione di circostanza che la
professoressa di lettere era costretta ad assumere per nascondere il suo
visibile imbarazzo. Eravamo stati messi in un'aula vicino a quello che
ottimisticamente si chiamava gabinetto di fisica, al di fuori dei locali veri
e propri del liceo: ci sentivamo cos separati dal resto dell'Istituto e dagli
stimoli che esso sembrava offrire. Solo la squadra di pallacanestro
riusciva ad avvicinare me e qualche altra ragazza della IV B alle pi grandi
della scuola. La nostra squadra era forte e con buone tradizioni di vittoria
nei vari campionati femminili provinciali e regionali; l'avversaria di sempre
la squadra composta dalle ragazze del liceo scientifico. Vincemmo ancora una
volta il campionato regionale e la nostra foto fin incorniciata nella stanza
del preside Cancellieri, il quale negli anni successivi ogni qualvolta andavo
in presidenza mi guardava meravigliato e mostrandomi la foto mi diceva:
Quella sei tu, e rideva.
Incontravo spesso allora, dentro e fuori il liceo, Gianni Amelio. Gianni
frequentava la III A ed era una delle eccezioni ammesse a frequentare le
classi destinate alla formazione dei figli della Catanzaro-bene. Avevo avuto
modo di conoscerlo all'edicola dove mio padre gli aveva dato l'autorizzazione
a sfogliare le terze pagine e quelle dedicate al cinema di tutti i quotidiani.
Si aggirava per il liceo e fuori sempre in compagnia di Nino Siciliani
(non ho mai capito cosa legasse quelle due persone, l'uno estroso e
imprevedibile, l'altro metodico e ben educato). Gianni proveniva da
un paesino del catanzarese, aveva pochi soldi e modi il pi delle volte
bruschi. Amava il cinema (Gianni  ora regista apprezzato: il suo Piccolo
Archimede  stato premiato al Festival cinematografico di San Sebastiano
in Spagna e l'ultimo suo film Colpire al cuore ha avuto molti riconoscimenti)
e tutto ci che di esso faceva parte, ed era
innamorato, allora, di mia sorella Francesca, che per i lunghi capelli biondi
e la voce un po' afona ricordava i personaggi femminili dei films di
Michelangelo Antonioni. Canticchiava sempre, a bassa o ad alta voce a seconda
del suo umore, la canzone Brigitte Bardot e mi dava in prestito le
sceneggiature di molti films - diceva lui fondamentali - che non potevo
vedere perche vietati. Un giorno, quando io gi facevo il primo liceo e Gianni
si era iscritto all'Universit, venne nella mia classe quale docente - aveva
avuto una supplenza in storia dell'arte - e, fra l'ironico e il divertito, ci
illustrava dipinti e prospettive con commenti che a dir poco disorientavano e
scandalizzavano i pi e facevano ridere quanti gi lo conoscevamo.
Il liceo, quando ci arrivai, mi apparve molto differcnte dal ginnasio. Era
tutto un altro mondo: continuo movimento nei corridoi, gabinetti che si
riempivano costantemente di fumo, ragazze, le pi grandi, con indosso
grembiuli neri pi o meno aderenti o ricchi e sapientemente sbottonati, liti
interminabili con Rosina la bidella della palestra.
Non ritrovai nel primo liceo molti dei compagni del ginnasio: la classe era
formata da elementi molto vari per provenienza ed esperienze passate.
All'inizio non ci capimmo neanche molto e stentammo a decollare. Non eravamo
una classe particolarmente studiosa, n c'era fra noi qualcuno che potesse
presentarsi come il bravo tout-court: c'era chi emergeva in greco e latino e
chi in filosofia, chi sapeva tutto di chimica e chi di matematica o italiano o
chi con molto coraggio studiava sufficientemente tutte le materie. Il primo
impatto col professore di filosofia, Giovanni Mastroianni, lo ricordo come
disastroso: spesso il professore si lamentava di noi dicendoci che mai si era
trovato di fronte una classe cos distaccata e disincantata. E disincantati lo
eravamo davvero. Non eravamo la classe di bravi a cui il professore si era
abituato; nessuno di noi si sognava di emulare le gesta e i successi
di una Butera, di una Infelisi, di un Domenico Corradini o di Bruno Sirianni;
n eravamo la classe dei cosiddetti perturbatori e chiassari. Raramente ci
assentavamo, ma come per tacito accordo alcune discipline erano da noi
rimosse, su altre ci impegnavamo senza per mai strafare.
Io ero seduta al primo banco dalla parte laterale della cattedra e avevo una
visuale d'assieme dei miei compagni: Jasmine Aprile che sembrava sempre per
sbaglio seduta dietro un banco; Maurizio Placanica che parlava imitando alla
perfezione la voce e i gesti del professore di italiano; Sergio Bruni, sempre
in preda al fervore mistico della militanza cattolica, che riusciva a
riconquistare se stesso solo in presenza di Mastroianni; Dino Vitale che,
costantemente allungato su un banco, alzava la mano stancamente anche quando
doveva dire cose interessanti (la barba che con tenacia cercava di far
crescere sul suo viso destava sempre l'ira del professore di filosofia); e
cos via. I tempi stavano cambiando e con essi la citt, il liceo e noi; la
dimensione politica faceva irruzione nella nostra vita quotidiana, nei
discorsi di tutti i giorni.
Il terzo liceo fu un anno abbastanza denso di avvenimenti. Alcuni erano
riusciti finalmente a conquistare la fiducia del professore Mastroianni, la
classe si era arricchita di altri elementi fra cui Carmine Donzelli e
Gaetanino Lamanna, un nuovo preside, Guma, dirigeva il liceo, due nuovi
professori erano arrivati, la mia compagna di banco attese un bimbo.
Gi in secondo liceo si era verificato un caso analogo nella nostra classe:
Pucci si era sposato ed era divenuto padre continuando normalmente a
frequentare la scuola.
L'anno successivo per la situazione si presentava al giudizio dei ben pensanti
in forme pi scabrose: era una donna-alunna ad aspettare un figlio, le
condizioni di futura maternit sarebbero state sempre pi visibili, e cos via.
La decisione, si pens da parte del consiglio dei professori, spettava in
ultima analisi alla classe e fu delegato don Giorgio a mediare un eventuale
dibattito-scontro delle diverse posizioni che potevano fra di noi emergere.
Non ci furono n scontri n dibattiti aspri: la nostra posizione unanime fu
che bisognava ammettere in classe la ragazza cos come l'anno prima era stato
ammesso il ragazzo. Il tutto fin l. La nostra compagna ricominci a
frequentare le lezioni; il mio ed il suo banco ebbe progressivamente bisogno
di pi spazio, mentre quello di Gaetanino, dietro di noi, fu sempre pi 
sacrificato.
In compenso per Gaetano veniva confortato dall'apporto di Dino che gli si
sedeva vicino e spesso intonava per noi tre - durante l'ora di matematica - la
Cavalcata delle Walkirie con sottolineatura dei fiati e dei tamburi.
Quell'anno scoprimmo anche la storia dell'arte. Era stata una tradizione degli
studenti liceali quella di relegare la storia dell'arte al livello della
religione e dell'educazione fisica e i vari docenti della disciplina a questo
stato di cose si erano sempre adeguati. E anche per noi, in prima e in seconda
liceo, le ore di storia dell'arte erano di tutto riposo e dedicate al nostro
privato. In terza per arriv un'anziana signorina bionda, non so pi da quale
regione d'Italia, gentilissima e intelligente. Ci disse fin dalla prima
lezione che Longhi era stato il suo maestro e che lei ne seguiva in pieno
metodi e criteri interpretativi. Mi stup e incurios molto il fatto
che dichiarasse di far parte di una scuola in una situazione in cui la
neutralit del giudizio ci veniva presentata come la forma pi scientifica di
apprendimento. Alcuni di noi decidemmo di seguirla. Ben presto per la
signorina Leli, cos si chiamava, si rese conto della nostra scarsa conoscenza
della storia dell'arte e cerc di aiutarci - in vista degli esami -
introducendoci e spiegandoci temi che si riferivano ai programmi degli anni
passati. Suscit ancor di pi il mio interesse quando dopo aver visto
Giulietta degli spiriti di Federico Fellini venne in classe entusiasta
invitandoci a vedere il film e spiegandoci a quali pittori (Cavallina, Bosch)
il registra si era ispirato per la creazione di alcune scene.
Quell'anno fu anche caratterizzato da una lunga contestazione nei confronti
della nuova professoressa di greco e latino che non solo conosceva poco le
discipline che insegnava, ma aveva l'abitudine di pontificare dalla cattedra,
di esprimere giudizi avventati e di proteggere un nostro nuovo compagno (che
si era portato dietro da non so dove), suo amico, a dir poco limitato, ma
geniale secondo lei in greco e latino.
Ci furono numerose riunioni fra di noi, furono decise azioni di ostruzionismo e
scioperi bianchi, investimmo gli altri docenti e il preside, minacciammo
articoli sui giornali. Il tutto si concluse con una mediazione del preside
Guma che, convinto delle nostre ragioni e per non far perdere il posto alla
docente, propose a noi di ignorarla e a lei di non pretendere alcunch da noi,
promettendoci di far presente alla futura commissione degli esami di maturit
la situazione in cui eravamo venuti a trovarci.
Andammo quasi tutti a lezione privata di latino e greco.
Arrivammo cos anche noi agli esami di maturit. E poi, ci disperdemmo, come da
sempre avveniva, nelle varie sedi universitarie. Rincontrai ben presto alcuni
dei miei compagni l'anno successivo (maggio 1967) a Firenze nella
manifestazione che segn la nascita del movimento studentesco in campo
nazionale; a organizzare un gigantesco sit-in in piazza del Duomo c'eravamo
proprio noi, gli ex liceali di Catanzaro, io, alcuni miei compagni, ma anche
molti che prima di noi si erano maturati, Mario Alcaro, Franco Piperno, tutta
la famiglia Sirianni (Bruno, Gloria, Paolo, Maria Teresa), Giulio Iannuzzi,
Francesca mia sorella, Piero Bevilacqua, ecc. Il '68 si avvicinava e quanti di
noi frequentavano stabilmente le sedi universitarie erano sempre l, di fronte
al portone del liceo - con un atteggiamento diverso per - a distribuire
volantini contro la scuola di classe, per il diritto allo studio,
contro la guerra nel Vietnam.

/:/Bonaventura Zumpano.
nato a Catanzaro il 2 gennaio 1947
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. E
(Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962)

Vides ut alta stet nive candidum
Scavalcando l'inciampo alla base della pusterla, aperta nel pesante portone di
legno, entrai, e per un lungo istante gli occhi mal s'adattarono alla chiusa
penombra, dopo la luce vibrante di quella mattinata di primavera.
Mi accostai d'istinto alla pi vicina parete, e la mano carezz l'alto zoccolo
di destra, quasi a cercarvi con le dita i disegni ad encausto imitanti le
marezzature d'un improbabile marmo brecciato, che in tempi lontani i miei
occhi avevano sfiorato ogni volta con rinnovato stupore, intravedendovi sempre
nuovi profili di ninfe, draghi, ippogrifi ed altre figure mitologiche, uscite
dagli incubi notturni per mal digerito poema di turno, ma molto pi vive delle
illustrazioni dei libri di testo.
Sentii battere pi forte il cuore, e non gi per la breve salita che porta
all'atrio.
E prima di affrontare l'altra rampa per l'aula del secondo piano, indugiai a
placare la piena di emozioni e ricordi che urgeva alla mente ed al cuore,
accompagnata dall'effluvio di minestrone che, da sempre, avvolse di
rassicurante ospitalit generazioni di convittori: hospes comesque, ancora una
volta. E quasi a misurare il diramarsi di corridoi e di scale, mi accostai,
senza varcarla, alla vetrata che accedeva alla segreteria ed alla presidenza,
imponente solo nei miei ricordi, e mi fermai a rileggere le lapidi che
affidano per l'eternit, ad edificazione dei posteri, a borchie consunte di
bronzo il ricordo di figure austere, indimenticabili maestri quale Nobile
Accettella (Carneade, chi era costrui? Mi sovvenne ancora una volta, con una
sfumatura di vacuo compiacimento, la lezione manzoniana). L'eco ovattata di
passi lontani proveniente da qualcuno dei tanti ambulacri, m'indusse ad
abbandonare frettolosamente il posto: un solo impellente motivo potendo
spiegare (senza convincere) agli occhi di chiunque quel mio circospetto
sostare in un angolo semibuio... E per associazione di idee - vero volo
pindarico -, nel passare davanti alla porta che conduce al disadorno cortile,
solitamente preferito alla palestra coperta nelle ore di ginnastica, lo
sguardo and alla ricerca di quel mal pertugio che, in un lontano mattino
d'aprile mi fu comodo ritenere un reperto, ancora funzionante, d'et imperiale
vespasiana. E qual fu allora la divertita mia meraviglia nel vedere,
poco dopo, in quella giornata senza nuvole e senza pioggia, riemergere
dagl'inferi di quei locali caldaia, madido grondante per l'inatteso acquazzone
un incazzatissimo cuoco! Ed ancor pi spassosa la convinta difesa d'ufficio
dell'inconsapevole quanto inflessibile professor Calaminici, al suo ritorno
dalla galeotta telefonata, per negare l'evidenza, mentre io fra me e me
escludevo che quell'incolto si sarebbe potuto appagare dello splendido
accostamento con Pindaro: riston est t men iudor... ottima  l'acqua e
l'oro scintillante come il sole..., con l'altro ammonimento:
Pindarus quisquis studet aemulari che in quel momento mi ispirava.
E quella maschera (persona, soleva appresso a Fedro richiamare il buon Ciccio
Tallarico) ancora in un'altra circostanza m'era apparsa in tutto l'originario
significato drammatico della parola quando, a mezzo di un giorno stregato,
un vassoio di quaranta e passa polpette ancora fumanti si dissolse nel nulla,
quasi sotto i suoi occhi.
A noi sembrava rivivere una delle tante imprese galliche, a danno delle
salmerie nemiche (intercldere hostes commatu...).
Guadagnai immalinconito il piano superiore ov'ero atteso, e mi unii al resto
della commissione esaminatrice; ma per tutta quella giornata una strana
sensazione m'accompagn nel giudicare i compiti di aspiranti all'insegnamento,
quando ogni angolo di quel luogo mi pareva ancora teatro di tanti ricordi, nei
quali il mio ruolo si svolgeva costantemente dall'altra parte del tavolo.
Nei giorni a venire, per diversi mesi, ogni mattina avrei ripercorso quei
corridoi con ritmi scanditi come ai vecchi tempi, sol meravigliato di non
sentire il lento passo del pi veloce Alfieri, il suo vanto antico di aver
servito in cavalleria, e le tante volte che aveva alternato nel maneggio le
figure a terra, a cavallo - a terra, a cavallo, mentre il
destriero procedeva al piccolo trotto. O le vanterie meno cavalleresche
dell'altro bidello, il corposo Mercurio di quando, volontario nell'Africa
Orientale Italiana, soleva cogliere (a suo dire) sull'alto di palme
ondeggianti, fior di negrette in fiore...!
Altre volte, meravigliato di non sentir le grida del vice preside, il
professor Salvatore Morello, (pulizzativi 'u mussu!  l'intimazione che mi
aspetterei ancor di sentire dalla sua ombra!) per la supposta inefficienza dei
collaboratori. E provai ancora un tuffo al cuore al ricordo del rituale che
precedeva l'interrogazione di matematica, affidata al sorteggio dei numeri
della tombola: il rumore di quelle pedine agitate sadicamente prima
dell'estrazione entro una vecchia scatola di latta litografata (che in
tempi felici aveva contenuto pregiato theobroma, come inequivocabilmente
mostrava l'effigie dei due vecchi intenti a sorbire quel nettare degli Dei) mi
raggelava non meno del gracchiare del CORVO di Poe. Il malcapitato di turno
veniva apostrofato, senza scampo, con termini botanici che, nel parlar comune,
suonavano come finocchi di timpa e che nei casi pi disperati invadevano il
regno inanimato minerale, diventando cuticchie di jiumara, riferendosi a
quei detriti geologici che abbondano nel letto del Corace. Qualche spirito pi 
intraprendente fece sparire, un giorno, dalla scatola infernale i numeri 33 e
34, per come ebbe ad accertare la ricognizione della sua gentile consorte, ma
per fortuna di Mimmo Vasapollo e mia non pot asseverarsi a quale classe si
dovesse addebitare l'ammanco.
Perdurava ancora ai miei tempi (era l'inizio degli anni sessanta) il mito della
Sezione A, guardata con invidia ed ammirazione, ed alla quale, dopo due anni
di dissoluzione in altra sezione, ottenni, non senza fatica, di essere
trasferito, per libare tra i privilegiati (e figli di pap) alle incontaminate
sorgenti del sapere.
Fui cos affidato ai pi prestigiosi docenti del pi prestigioso liceo di
Calabria, che si pregiava di essere ospitato nelle antiche mura
dell'altrettanto glorioso Convitto Nazionale, anche se l'uno e l'altro
ridimensionati dall'inarrestabile fioritura di nuovi licei e convitti, anche
dove prima, a stento, avresti trovato una scuola dell'obbligo.
Quanto a condiscepoli, onestamente debbo ammettere nessuna sostanziale
differenza tra quei figli di pap e quelli del secondo ceto che avevo
sdegnosamente lasciato (in serie E). Talvolta,  vero, affiorava qualche
frivolezza favorita dal censo maggiore, cui non sempre corrisponde un pari
esprit de finesse. Mi tornano cari alla memoria, tra gli altri, il povero
Nicola Iozzo (la cui spensierata vitalit si sarebbe infranta, dieci anni or
sono in terra di Toscana in un incidente ferroviario) e Mimmo Vasapollo, fido
e scanzonato compagno di banco, Ciccio Benincasa, Rino Mazzuca e Renato Rubino,
tutti oggi valenti professionisti.
Ed ancora Luciana Repici, che dopo tre anni di cattedra in condominio col
professore Galiano quale sua assistente, ne ha ora, mi dicono, finalmente
una - tutta sua - di filosofia antica nell'ateneo di Torino; o la brillante
Maria Giovanna Riitano e l'ottimo Ugo Fantasia, entrambi docenti universitari;
e Serenella Siciliano, Rossana Pittelli e la conturbante Liana Rabissi (le cui
scollature - altro che rondini! - annunciavano quelle lontane primavere); o
infine il problematico e tenebroso Paolo sirianni ed il mite Giovanni Zafarana
al quale, giuro, mai facemmo pesare il grave handicap d'esser figlio
di Sua Eccellenza il Prefetto di Catanzaro... Prossima al Galluppi, in vico
III San Giorgio, la casa dei miei nonni materni era nostro punto abituale
d'incontro: vi convenivano amici anche di altre classi (soprattutto del
corso C col quale, a quei tempi, noi della A avevamo stretto una sorta di
gemellaggio, fervido e tenace) tra i quali Pierino Bevilacqua e Raffaele Teti.
sin d'allora Bevilacqua, oggi docente alla Sapienza, mostrava la
predestinazione ad una vita di studi e di ricerca: covava con gli occhi una
fiammante enciclopedia regalatami da mio nonno in quarta ginnasiale, e sovente,
nella stanza pi riparata di quell'antica casa (che un tempo dava liberamente
sulle mura occidentali della citt fin sulla Torretta) si appartava ad
assecondare la sete inestinguibile di conoscenza e di approfondimento.
Per tutti, zia Ninna serviva una tazza, sana e ristoratrice, di orzo appena
torrefatto.
L'odore di quell'umile surrogato non era disdegnato neanche dallo
sciampagnun Raffaele Teti (oggi pugnace consigliere comunale della nostra
citt e docente nella facolt giuridica pisana) che conveniva con egual
trasporto a quelle riunioni dove si decidevano i destini di un fine settimana
o una salata estemporanea.
Ad una certa ora ci attendeva per il tradizionale passeggio il Corso,
allora meno soffocato dagli scarichi di tante auto, momento di aggregazione ed
occasione per dibattere quegli interessi culturali e sociali che nelle ore di
scuola potevano aver trovato meno spazio: volavano discorsi alati,
abbondantemente infarciti di Hegel, Croce e Marx; alla fine, comunque, tutti
d'accordo attorno alla coddara ribollente della signora Grillo, ad
assaporare (con frequenti bis) un ardente morzello e, pi tardi, dulcis in
fundo, alla pasticceria Colosi per un inebriante bab.
Nelle giornate pi tetre, invece, cinema a passoridotto. Un vecchio proiettore,
rumoroso e traballante, restituiva sul muro, in bianco e nero, le mute
immagini di quella irripetibile, effervescente et dell'oro che andavo
fissando per sempre su metri e metri di pellicola Ferrania, con una Bolex
regalatami da mio padre.
Frammiste alle sequenze di ordinaria quotidianit, si susseguivano scene
mirabolanti nel gabinetto di fisica (dove il professore Morello sperimentava
come un uovo sodo, immerso in acconcia soluzione salina, inconfutabilmente
galleggi) ed altre ancora, come l'annuale corsa campestre o lo sciopero per i
caloriferi spenti, e quelle, storiche, del primo comizio del professore
Michele Riolo, in una piazza Grimaldi strabocchevole di attenzione.
Fu proprio durante il mio primo anno di liceo che il professore Riolo (ora
tornato all'insegnamento in Roma dopo aver per tanti anni presieduto
autorevolmente il Regina Elena) fece il grande passo, gettando alle ortiche
gli austeri panni del docente. Per celebrare la sua ascesa al seggio di eletto
al consiglio municipale, Lillo Pavia ed io improvvisammo, in un passabile
volgare del Trecento, una ballata che chiudeva fervidamente la volta col
pistolotto:
Or ch'in Sancta Clara hai skanno
Scior di li cataci casi senza danno
Et schole, regulatore urbe et aque ductu
Chi da Kalende greche esta ruptu!
Due anni pi tardi, nella terza liceo, quel professore ci avrebbe
impietosamente abbandonati, privandoci di uno dei migliori e pi stimati
docenti.
Non ci lasci mai, invece, neppure per un giorno, il professore Federico
Procopio, del quale, invero, soprattutto dopo l'uscita dai banchi di scuola ho
iniziato ad apprezzare la profonda umanit del sapere e la ricchezza di
connotazioni della cultura. In quegli anni, forse, prevaleva in noi la
soggezione evocata dal nome di Procopio di Cesarea, tanto legato ai terrori
della guerra greco-gotica...
E pare ch'egli non fosse alieno dall'alimentare segretamente quelle nostre
paure, come avrebbe poi confidato a qualcuno, misurando da consumato attore gli
effetti dello studiato cipiglio e del severo incedere, al suo ingresso - come
in iscena - nell'aula sorda e grigia in trepida attesa.
Se ora mi sorprendo a scandire metricamente una strofa alcaica, o uno scazonte,
ovvero un ipponatteo (secondo gli umori...) trovandone un intimo inesprimibile
appagamento, e a lui che lo debbo, al miracolo della sua burbera figura e dei
toni vocali che, abbandonati i consueti timbri perentori, a noi tanto ingrati,
si faceva d'un subito dolcissima...
Vides ut alta stet nive candidum
Soracte, nec iam sustineant onus
silvae laborantes geluque
flumina constiterint acuto.
Ero ormai laureato, quando mi capit fra le mani un grosso volume del
professore Vincenzo Recchia, che per tanti anni dal vicino Istituto Salesiano
era venuto al nostro Galluppi da commissario per la maturit, sul Carmen de
luna di Sisebuto da Toledo. Le pagine erano fitte nella minuta e meticolosa
scrittura, per le innumerevoli chiose a margine che il professore Procopio
aveva annotato, preparatorie ad una sua dotta recensione (apparsa sulla bella
rivista Regione Calabrese che tra i suoi condirettori annoverava una folta
schiera di ex allievi del Galluppi: Roberto Trovato, Nino Gimigliano,
Augusto Placanica, Franco Scalzi, Pier Paolo Colosimo, Luigi Tranquillo, per
ricordarne solo alcuni).
E quanta padronanza dell'argomento - che in realt  accessibile solo ad una
ristretta aristocrazia della cultura - e quanta dottrina erano racchiuse in
quelle dense sue annotazioni!
Mi sono quasi fatto uno scrupolo di avere talvolta eluso una non prevista sua
qualche interrogazione, con improvvisati colpi di scena, alla maniera
plautina (sinanche simulando la prematura scomparsa di un caro zio...
inesistente), o per non avergli, magari, voluto dar conto di cose molto pi 
doverose e piacevoli, le vicende del Miles gloriosus o quelle
dell'Amphitruo...
Ancora pi grato m', forse, il ricordo del professore Ezio Galiano di quando
fingeva non accorgersi della nostra commedia per scansare un'interrogazione
non desiderata quando, con interesse peloso, gli sollecitavamo
l'approfondimento del problema gnoseologico o dell'ecceit o
dell'empirio-criticismo, oppure ancora, quando ripiegavamo a colpo sicuro
sulla questione dei Balcani, che finiva per impegnare l'ora intera di lezione.
Anzicch rilevare la nostra sfrontatezza, ci assecondava nelle richieste,
elevandoci in regioni dello spirito dove - a dirla con Heidegger (se mal non
ricordo) - l'uomo  unico e solo nel silenzioso universo.
Maestro di vita quant'altri mai fu egli per noi, e ricordo ancora un giorno di
primavera del nostro secondo liceo quando, dopo aver conclusa l'ardua fatica di
farci intendere l'estetica e la dialettica trascendentale della Ragione pura,
introdusse la Ragione pratica. Avverto ancora la vertigine delle altezze cui
ci sollev nel dissertare sulla norma che in uno ci fa liberi ed uomini, su
come il filosofo di K"nigsberg non la faccia derivare da una metafisica
ascientifica, n la voglia grazioso dono elargito sul Golgota dal Dio
crocifisso, ma ne cerchi il saldo fondamento nella coscienza.
Un silenzio assoluto era nell'aula, come sempre quando sentivamo che la lezione
lo avrebbe particolarmente impegnato, allorch esord con una quartina di Omar
Kayyam (il musulmano poeta che nel Medio Evo la Persia aveva dato alla poesia
universale):
L'anima mia mandai negli alti spazi,/ i misteri a svelar del mondo eterno/
ed ella a me torn cos dicendo:/ "io sono il paradiso io son l'inferno;.
Le parole erano di quel poeta, ma la voce, incrinata da tanto sofferta
condizione esistenziale, era la sua, mentre creava immagini nuove in cui
risuonava l'eco delle battaglie che, nell'ombra, nell'incertezza, nel dubbio,
aveva dovuto sostenere per liberarsi dai giudizi di plauso o di biasismo: e a
noi preannunziava le lotte che ciascuno, nella luce della consapevolezza della
legge morale, avrebbe dovuto affrontare per conquistare se stesso e non
dipendere dalle perdite o dai guadagni contingenti.
Con commozione mista ad orgoglio, ebbi modo pi di recente di leggere, in
anteprima, una sua commemorazione del vecchio liceo Galluppi.
Fu nello studio dell'avvocato Gimigliano (che con Pier Paolo Colosimo
coordinava e curava la parte redazionale del volume di immagini e brani
letterari Cara Catanzaro), che una grigia serata d'inverno mi s'illumin
davanti a quel suo gesto d'amore.
Uno strano contrasto faceva la prosa, scintillante e struggente di eleganza
antica, del mio vecchio professore, con la moderna scrittura della stampante
ad aghi...
Quel suo scritto, che figura tra i pi belli dell'intero volume dedicato alla
nostra citt, anticipava l'impegno assunto di rendere omaggio al nostro
glorioso liceo, che ora scioglie col presente florilegio fatto dei nostri
ricordi di giovinezza e di scuola per un libro di memorie o, forse, di
storia.
Anch'io avrei avuto il privilegio d'esser chiamato dall'antico professore e,
con prontezza, rispondo ora a quest'ultima interrogazione: questa volta sui
miei ricordi di scuola.
Quando ci siamo per l'occasione rincontrati, a distanza di tanti anni segnati
da mille vicende che hanno fatto maturare e forse un po' inaridire il
fanciullo di ieri che sedeva al terzo banco della sezione A, il mio sguardo
(che s'era rinfrancato nel cogliere nel suo i segni d'una imperitura vivacit
giovanile) si sofferm sul capo ormai imbiancato, ed il pensiero vol allora
alla cima innevata del monte cantato dal Poeta, mentre il mio animo scandiva
metricamente, forse per fugare una lagrima...
Vides ut alta stet nive candidum / Soracte....

/:/Raffaele Mazzotta.
nato a Catanzaro il 29 Luglio 1947
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1960/1961)

Non posso esimermi
dal confessare che, dopo aver ricevuto la sua cortese ed affettuosa missiva con
la quale chiedeva anche a me di ricordare per iscritto qualcosa degli anni
trascorsi sui banchi del Galluppi, ho molto esitato.
Alieno dalla retorica, ho temuto di scivolare inevitabilmente in una facile
rievocazione nostalgica e commemorativa. Preferisco, quindi, con molta
semplicit, rammentare il suddetto periodo della mia giovinezza essenzialmente
come anni di serio e gravoso impegno nello studio e posso obbiettivamente
riconoscere di essermi reso conto, per la prima volta nella mia esistenza,
frequentando le austere aule del Galluppi, che, per ottenere effettivi e
validi risultati, occorre un costante sacrificio personale. E, in tal senso,
la mia mente corre subito alle tante ore di lezione, nonch a quelle trascorse
sui libri. Come pure, nonostante l'impegno profuso nello studio, non posso
dimenticare la trepidazione che mi prendeva allorquando stavo per
essere interrogato da docenti affettuosamente severi, quali i professori
Procopio e Riolo, ed anche da lei, caro professore Galiano.
E soprattutto ricordo come voi docenti vi sforzavate di infonderci la capacit
di recepire non gi in modo meramente passivo i vari insegnamenti, e di farci
acquisire un idoneo senso critico tale da consentirne un'assimilazione
connessa alla riflessione ed all'approfondimento personale. Elementi questi
che sono, poi, l'essenza della vera maturit.
Ma i miei ricordi degli anni del ginnasio e, successivamente, del liceo non si
limitano a questo.
Non posso, infatti, dimenticare i numerosi e vari compagni che ho avuto accanto
in quegli anni e le ore di gioiosa esuberanza giovanile trascorse con loro.
E balzano immediatamente alla mia memoria immagini di amici carissimi quali
Fabio Blasco, Sas Iofrida e, in particolar modo, Franco Mastroianni.
Di quest'ultimo, del caro Franco, prematuramente scomparso durante gli anni
del ginnasio, mi sia consentito sottolineare l'acutezza d'ingegno e
l'eccezionale maturit, permeate, peraltro, da un allegro entusiasmo in cui
la giovanile gioia del presente era la sicura premessa di un futuro che
sarebbe stato, per lui, certamente prodigo di soddisfazioni.
Futuro che, invece, un avverso destino gli precluse.
Ed infine desidero esprimere la mia commozione perch, mentre stendo questo
breve ricordo, mio figlio Giuseppe siede, quale studente ginnasiale, su quegli
stessi banchi e rinnova, nello spirito della continuit familiare e con il
medesimo impegno, quella mia felice esperienza.

/:/Raffaele Teti.
nato a Catanzaro il 9 agosto 1947
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1960/1961)

La voce tonante
di Mercurio, il bidello (da noi soprannominato con crudele ironia - era
infatti zoppo - come l'omonima divinit: l'alatO messaggero degli dei) che
apostrofava i ritardatari: Entrati dentro, vacabondi!!! segnava l'inizio
della giornata scolastica. Cinque lunghissime, interminabili, ore che noi
avremmo saputo (o pensavamo di essere in grado di) utilizzare meglio.
A distanza di tanti anni, ormai sono venti, dalla fine degli studi liceali mi
chiedo ogni tanto dell'utilit di quelle ore trascorse ad ascoltare (o a
parlare quando interrogato) di Callimaco e di Properzio. Sarebbe forse stato
pi opportuno, invece del latino e del greco, apprendere bene l'inglese senza
la conoscenza del quale oggi  problematico anche aprire una lattina di birra;
o forse quelle ore sarebbero state utilizzate meglio per acquisire quelle
conoscenze tecnico-scientifiche che oggi mi permetterebbero di avere
dimestichezza con le nuove tecnologie alle quali guardo con un misto di
stupore e di imbarazzo?
Non riuscir mai a dare una risposta a questa domanda - avrei bisogno di una
seconda vita per verificare l'esattezza dei miei dubbi -; so soltanto che la
scelta di fare il Liceo era, per un giovane della mia generazione che avesse
un poco di ingegno ed una dose sufficiente di ambizione, una scelta obbligata.
Gli studenti erano divisi in due categorie: quelli del Liceo (ovviamente
classico) e gli altri considerati quasi una razza inferiore non avendo
accesso, come noi, a tutte le facolt e destinati, quindi, ad un futuro
professionale modesto. E poi, senza latino e senza greco, gli altri erano,
nella nostra considerazione, quasi dei sub-normali.
Studiare al Liceo (ovviamente classico, il liceo scientifico era una scuola
di serie B) era di per s segno di distinzione sociale ed intellettuale.
Naturalmente la nostra spocchia di liceali era ripagata con adeguata moneta:
per gli altri eravamo quei figli di pap del Liceo, sprovveduti, incapaci
di affrontare la vita ed anche ricchioni (s, cari amici della sezione C,
che eravate considerati un po' i paria del Liceo e che gratificavate noi della
sezione A con gli stessi epiteti- figli di pap e ricchioni - anche voi
eravate accumunati agli occhi degli studenti degli Istituti tecnici a noi
della sezione A...).
Ma ritorniamo alle ore di scuola.
Il ricordo va anzitutto ai professori. Ve ne erano di bravi e di meno bravi (di
qualcuno ho sospettato che fosse pi ignorante di noi studenti...) e noi
studenti comprendevamo subito il valore del docente che ci stava dinnanzi: ,
infatti, regola generale, - che ho avuto tante occasioni di verificare da
studente e da docente - che il professore pu sbagliare nel valutare gli
studenti, ma gli studenti non sbagliano mai nel giudicare i propri professori.
Potrei dilungarmi a ricordare i professori bravi, quelli che mi hanno insegnato
tante cose (e soprattutto il gusto di studiare con rigore, di non dare mai
nulla per scontato), potrei ricordare lezioni che ancora oggi ricordo, ma
sarebbe inutile: i miei ideali interlocutori conoscono personalmente questi
professori, se ancora in esercizio, o ne hanno certamente sentito parlare. Mi
preme piuttosto evidenziare una circostanza: gli anni durante i quali
frequentavo il Liceo erano gli anni che immediatamente precedettcro i tempi
della grande contestazione (ho conseguito la maturit classica nel 1965, tre
anni prima del fatidico 1968). E non credo di sbagliare se affermo che,
confusa ed incerta, non espressa mai chiaramente, negli anni del mio Liceo
spirava gi aria di contestazione che si manifestava con un senso di
profonda irrequietezza, con la voglia di discutere su tutto di giudicare e
criticare anche (anzi soprattutto) gli insegnanti che provenivano dall'alto di
una cattedra. E debbo riconoscere a distanza di tanti anni che di fronte a
questa nostra irrequietezza i nostri professori (quelli bravi, ovviamente)
non si comportarono mai da vecchi tromboni, non opposero mai alla
nostra voglia di discutere (e criticare) un atteggiamcnto di chiusura
dogmatica. Anzi non solo accettarono il dialogo (quante volte il professor
Galiano dedic le sue ore di lezione a discutcre, anche vivacemente, con noi
di politica e varia umanit?), quanto ci fornirono indicazioni importantissime
per guardare in maniera non certo tradizionale le materie di studio. Non posso
non ricordare che la prima volta che scntii parlare di Freud e della
psicanalisi ne sentii parlare da Michele Riolo durante una lezione di
letteratura italiana; che il professor Procopio - che sembrava cos
tradizionalista, preoccupato com'era dell'esatta coniugazione e declinazione
dei verbi e delle parole - ci consigliava sovente letture (ma purtroppo i suoi
consigli spesso cadevano nel vuoto) e tra queste quanto di pi moderno, meno
tradizionalista esistesse nella critica letteraria dell'epoca: i saggi di
Auerbach; che don Ezio Galiano ci diede da leggere, come classico della
filosofia per la terza liceo, gli scritti di un esistenzialista.
Una volta il professore Galiano ci impose una inversione di ruoli: assegn a
ciascuno di noi una tesina di storia (a me diede da studiare la storia della
Calabria dalla caduta dell'impero romano all'alba dell'et moderna) sulla
quale avremmo dovuto relazionare ai compagni: per un giorno si saliva in
cattedra! Tranne alcuni prevedibili episodi di plagio (tesine copiate
integralmente; ma non c' da scandalizzarsi: avviene anche nelle pi 
prestigiose universit), ricordo bene che la maggior parte di noi si
impegn con entusiasmo: era un modo di essere protagonisti dei nostri studi.
Anzi fra alcuni di noi vi fu una vera e propria gara, maliziosamente fomentata
da Galiano, a chi riuscisse a redigere il lavoro migliore, ma siccome gli
argomenti erano diversi, con diverse difficolt anche nel reperimento della
bibliografia, la gara molto banalmente diventava la gara a chi scriveva pi 
pagine (e neanche di questo c' da meravigliarsi: anche nei concorsi per le
cattedre universitarie talora conta il numero delle pagine...); io tentai di
entrare in competizione con Raffaele Mazzotta, la cui tesina era sul
pensiero politico medioevale, e fui miseramente sconfitto di almeno
trenta-quaranta pagine, ma ebbi la magra soddisfazione di presentare la mia
tesina in migliore veste tipografica...
Ma non tutti i professori erano bravi, l'ho gi detto. Ed  proprio sugli
insegnanti asini che l'aneddotica potrebbe essere quasi infinita.
Una supplente di storia dell'arte spiegava tutto, dalla Piet di Michelangelo
alle tele del Caravaggio, combinando insieme sempre le stesse parole:
plasticit, forme, masse, staticit e poche altre. Era sufficiente
trovare l'esatta combinazione; plasticit delle forme, tenuit dei colori,
staticit delle masse, ad esempio, per superare brillantemente
l'interrogazione.
Ma la pi patetica nella sua ignoranza era una supplente di scienze naturali:
sembrava una diva sfiorita degli anni Trenta; con una voce nasale resa pi 
sgradevole dal suo accento forestiero ci richiamava disperatamente all'ordine
interrompendo le sue incomprensibili spiegazioni.
La nostra crudelt nei suoi confronti era illimitata.
Una volta spiegava un argomento complicatissimo di astronomia, credo si
trattasse dello spettro delle stelle, e se ne usc con la poco felice
espressione: ...pOi ci sono le aranciate.... Dal banco un compagno, non
certamente il pi irriverente: No grazie, mi porti un chinotto.
In un'altra classe, interrogando sul corpo umano, si lasci sfuggire la
domanda: A che serve l'orina?; pronta e fulminante fu la risposta: Ma ti
pisci.
La poveraccia mentre spiegava la legge di gravit veniva puntualmente
interrotta da qualche studente che affermava di aver letto di recente un libro
dell'astronomo tedesco Ghersetich (era il nome di un giocatore del Catanzaro),
tradotto dall'astronomo Altafini per le edizioni Pro Patria, dal suggestivo
titolo Le palle di Galileo nel quale si dimostrava che Galilei aveva nel
famoso esperimento dalla torre di Pisa truccato le palle, aveva buttato gi
palle di identico peso, perch altrimenti la pi pesante sarebbe dovuta
arrivare prima al suolo.
E lei di rimando, imbarazzata: Che vuoi, sono tutte teorie, tutte teorie...
Ricordando questa professoressa me ne viene in mente un'altra sempre di scienze
naturali, anziana, questa s brava e competente, che ci tormentava con la
classificazione delle piante e degli animali. E pensando a lei ricordo un
episodio che mi sembra molto significativo del clima che si viveva in quegli
anni.
In seconda liceo si studiava il corpo umano; il libro di testo era ben fatto,
con molte fotografie e tavole anatomiche, si dilungava su tutti gli organi ed
apparati con dovizia di particolari, ma conteneva una significativa omissione:
al capitolo dedicato alla riproduzione descriveva come si riproducono gli
esseri unicellulari, gli uomini come le amebe! La cosa ci colp non poco ed
aspettavamo con ansia (e soprattutto con malizia) il giorno in cui la
professoressa fosse giunta a spiegare la riproduzione; cosa ci avrebbe detto?
che gli umani si riproducono per partenogenesi?
Non si disse nulla: in virtdei nostri studi avremmo dovuto sapere che gli
uomini non si riproducono.
Questo episodio mi fa rivivere il senso pi profondo, radicato pudore che era
diffuso in quegli anni.
A scuola con i professori, con le compagne (dei rapporti con l'altro sesso
dovr parlare in seguito) era vietato non dico parlare, ma soltanto accennare
ad argomenti scabrosi, utilizzare frasi o espressioni sconvenienti.
Il professore Procopio stava spiegando appassionatamente Saffo e per diversi
minuti si dilung a difendere la divina poetessa dalle accuse che le erano
state rivolte da comici e male lingue dell'epoca; la difendeva con trasporto e
quasi con commozione, come se difendesse un parente stretto da una ingiuria
infamante, ma ometteva di dire di quale mostruoso vizio fosse incolpata. Una
mia compagna, vicina di banco, che non capiva, nella sua dolce ingenuit, mi
chiese delucidazioni ed io risposi senza mezzi termini: Era lesbica.
Procopio che aveva sentito mi guard con occhi feroci, non mi disse nulla, ma
il suo pensiero era facilmente intuibile: avevo profanato con la mia volgarit
il luogo sacro.
Era questa l'atmosfera pudica che aleggiava.
Quasi per reazione noi, parlo dei ragazzi, eravamo degli erotomani, quasi al
limite della perversione. Tra di noi parlavamo spessissimo di sesso con
linguaggio da scaricatore di porto, conoscevamo tutte le barzellette sporche
ed i pi beceri doppi sensi; ognuno di noi aveva nel portafogli o un
calendarietto profumato (di quelli che regalavano i barbieri per le feste
natalizie) con immagini di donnine nude o qualche foto pornografica.
Alcuni di noi compivano di tanto in tanto una sorta di rito - per omnia
vicula viculorum - girare per i vicoletti (e qui  necessario evidenziare una
circostanza singolare della nostra citt: case di tolleranza e prostitute sono
state sempre relegate nei vicoletti pi nascosti; la nostra citt ha sempre
voluto, anche negli spazi, distinguere i vizi privati dalle pubbliche virt)
per vedere le poche prostitute in esercizio: la Zagaritana, la Sardignola,
Maria...
Erano donne bruttissime, segnate dagli anni che vivevano in tuguri
maleodoranti, spesso con piccoli mocciosi che piangevano: erano
indiscutibilmente repellenti nella loro volgarit. Avvertivamo un profondo
schifo nel vederle adescare clienti sulle porte dei loro bassi, ma riuscivano
a procurarci un oscuro e turbato desiderio: rappresentavano l'unico volto con
il quale si manifestava, prendeva corpo il peccato carnale.
La scuola era anche il luogo privilegiato per scherzi di ogni genere:
l'insofferenza per l'istituzione, l'esuberanza giovanile e la voglia di
dissacrare trovavano cos sfogo. Ne voglio raccontare qualcuno.
Gianni Trovato ed altri un giorno portarono, chiuso in una scatola, un enorme
topo di fogna che fu liberato durante l'intervallo con comprensibile terrore
di studentesse e professoresse; una professoressa fu colta da un attacco di
panico e gridando sal sulla cattedra, proprio come nelle vignette umoristiche.
Geniale fu lo scherzo ideato da Rino Zumpano, che in materia aveva una
inventiva inesauribile. Forn diversi di noi di fialette puzzolenti, quelle
che si usano per carnevale, con l'accordo che durante l'intervallo ad ora
convenuta, come in una azione di commando, in luoghi diversi fossero rotte.
Tutto l'istituto fu invaso da un odore nauseabondo, di fogna. Ed il preside,
il professor Cancellieri che non si scomponeva per nulla (non a caso lo
avevamo soprannominato il bonzo, immagin che si fossero rotte le fogne ed
allarmatissimo telefon all'ufficio tecnico comunale perch fossero presi
urgenti provvedimenti: si profilava l'eventualit graditissima di
una chiusura per motivi igienici; purtroppo l'efficientissimo Pucci,
capo-bidello, scopr con sagacia da Sherlock Holmes una fialetta puzzolente
inesplosa.
 luogo comune sulla bocca di chi non  pi giovanissimo dire, apostrofando un
giovanissimo: Ai miei tempi s che ci sapevamo divertire, riuscivamo ad esser
felici con poco.
Nessuno precisa che quel poco del quale ci si accontentava era il massimo che
era offerto dai tempi; n tanto meno nessuno ha il coraggio di confessare che
ai propri tempi se non proprio infelice era insoddisfatto, insoddisfatto
com' doveroso esserlo da adolescenti. Consapevole di ci non mi lascer
andare ai luoghi comuni nel raccontare come ci si divertiva ai miei tempi.
I nostri divertimenti erano quelli offerti dalla nostra citt in quegli anni:
lunghe passaggiate sul corso (il motorino non era ancora un consumo di massa),
qualche festa da ballo a casa di amici (non esistevano a Catanzaro n altrove
le discoteche; esistevano nelle grandi citt i night luogo di ritrovo per
ricchi gaudenti e per fascinosi avventurieri come l'indimenticabile
Rick-Bogart del film Casablanca), tanto cinema - erano gli anni d'oro della
cinematografia italiana dei Rossellini, dei Fellini, degli Antonioni e, perch
no, della commedia all'italiana - e qualche serata al bigliardo.
Ma la maggior parte del tempo libero era impiegato a stare insieme a stare
insieme con gli amici, a passeggiare e a discutere. Discutevamo di tutto: dalla
politica internazionale alla letteratura, dal centro-sinistra all'ultimo film
visto, discutevamo di religione e di arti figurative, di argomenti che
padroneggiavamo e di argomenti che conoscevamo appena, di cose vicine che ci
appartenevano e di cose che non ci appartenevano, ma che eravamo sicuri di
poter raggiungcre. Discutevamo tra amici ed in pubblico: non penso ci sia
stata settimana di quegli anni durante la quale non vi sia stato almeno o un
dibattito o una conferenza o un cineforum.
E si discuteva anche sulla carta stampata: dal Senticro alla Voce dei
giovani di area cattolica, si direbbe oggi - al pi ambizioso Manifesto
che raccoglieva i giovani di sinistra (e che ovviamente non aveva nulla a che
vedere con il giornale che alcuni comunisti eretici iniziarono a pubblicare
nel 1969), fino ai giornaletti di classe che, disinvoltamente, affiancavano
articoli dotti e insipide barzellette, era un continuo discutere, polemizzare,
spiegare, voler capire.
Ed  proprio in questa voglia di discutere e capire che mi sembra vada
rintracciato il dato pi saliente di quegli anni.
Probabilmente (e spero mi si scuser questo superficiale tentativo di
spiegazione) avvertivamo, pi o meno consapevolmente, una profonda frizione
tra il nostro mondo - il mondo nel quale affondavano le nostre radici, che
era ancora un mondo contadino ma in via di dissoluzione - ed il nuovo mondo -
il mondo della societ industriale che non era ancora il nostro mondo (n
forse lo sarebbe mai diventato) - e dalla consapevolezza di questa frizione
nasceva la voglia di capire, di discutere. Non sono in grado di giudicare
(n spetterebbe a me farlo) se e fino a che punto riuscissimo a capire il
mondo che ci circondava e le profonde trasformazioni in atto, certo che ne
discutevamo tanto...
Sembrer paradossale ma si discuteva in pubblico anche di amore e di sesso: se
ne parlava nei circoli parrocchiali - aperti per anche al contributo degli
estranei - con una veemenza inimmaginabile. Da un lato, infatti, il saccrdote
di turno che sfoggiando nozioni di sociologia e di psicologia riaffermava i
pi tradizionali precetti della morale cattolica: la masturbazione  peccato
(e fa male alla salute), i rapporti pre-matrimoniali sono illeciti e causa di
decadenza della societ, la contraccezione  paragonabile, nella sua gravita,
ad un genocidio. Dall'altra parte alcuni di noi (soltanto alcuni, perche vi
erano i giovani dell'Azione cattolica che credevano profondamcnte a quei
precetti) che difendevano le ragioni della libert dell'uomo e della donna di
vivere liberamente la propria sessualit.
E la contrapposizione tra un sacerdete che aveva fatto voto di castit, ma
che si piccava di fissare precetti e dare suggerimenti sull'amore carnale, e
noi giovani che predicavamo il libero amore, ma in che in fatto di sesso
eravamo inesperti ed impacciati sarebbe apparsa ad occhi disincantati
decisamente ridicola: due interlocutori che si scaldano per argomenti che non
li toccano da vicino. Ma per noi quelle discussioni erano serissime e ci
impegnavano. Ed anche quelle discussioni erano altamente significative della
frizione tra vecchio e nuovo: da una parte una morale, ancora radicata, ma che
appariva in via di superamento (e bastava leggere un libro o andare a vedere
un film per accorgersene), dall'altra parte dei modelli di comportamento che
non erano i nostri, ma che alcuni di noi avevano accettato perch li
consideravano moderni, giusti, consoni ai propri bisogni.
Se qualche storico del costume si cimenter a scrivere di quegli anni nel
Mezzogiorno dovr, almeno credo, evidenziare il violento trapasso da una
societ contadina, con i suoi valori ad una societ con i valori della societ
industriale (senza per industria...), dovr ricordare la colonizzazione
culturale del sud d'Italia, attraverso l'imposizione di modelli nati in altri
contesti e qui importati dai mass media. Non voglio certo rubare
(tra l'altro non ne sarei capace) il mestiere a questo ipotetico storico del
costume, voglio soltanto evidenziare che questo violentissimo processo avvenne
sulla nostra pelle (e noi giovani avvertivamo drammaticamente la tensione tra
il vecchio ed il nuovo), che noi forse non percepivamo razionalmente quanto
stava avvenendo, ma certamente ne soffrivamo le contraddizioni (vorrei
chiedere ai miei coetanei: quanti di noi hanno avuto la propria storia
personale duramente segnata dalle vicende di quegli anni?).
Ricordando i dibattiti di quegli anni la memoria va a don Giorgio Bonapace
professore di religione al Liceo, ma soprattutto animatore instancabile di
attivit giovanili.
Don Giorgio ogni anno curava un ciclo di cineforum, era il direttore del
Sentiero, seguiva i giovani universitari della F.U.C.I., organizzava e
presenziava ad ogni tipo di attivit.
Ma non era l'attivismo la dote che di don Giorgio ci affascinava di pi , era la
sua tolleranza. Mai don Giorgio rifiut il suo decisivo aiuto organizzativo ad
attivit, anche se la proposta proveniva da chi a lui ed alla sua fede non era
vicino. Non ricordo una sola occasione, durante le feroci discussioni che ci
dividevano, nella quale don Giorgio intervenisse per ristabilire la Verit,
per catechizzarci; al pi quando qualcuno di noi superava la misura del buon
gusto (e della tolleranza), don Giorgio interveniva ma senza voler imporre
nulla, richiamando bonariamente all'ordine, al rispetto degli altri. Basti
soltanto un episodio: nel corso di un cineforum il discorso scivol in
politica e si tradusse ben presto in un violento alterco tra me ed
un professore cattolico che attaccai al limite dell'insulto; il malcapitato
(era una persona mitissima) tent una risposta, ma alle prime battute,
sprezzantemente, con i miei amici abbandonai la sala. Il giorno successivo don
Giorgio - l'episodio si era svolto in una sala della sua parrocchia - vedendomi
mi disse soltanto: Non ti sembra di avere esagerato?.
Don Giorgio, e per ci piaceva anche a chi cattolico non era o era
indifferente alla religione, era un prete diverso, dai preti che eravamo
abituati a conoscere. I preti della nostra giovento erano santi e pii uomini,
dediti al culto ed alle opere di bene, ma assolutamente incapaci di parlare
con il prossimo se non attraverso le frasi stereotipate del catechismo; oppure,
peggio ancora, erano uomini intolleranti, beceri moralisti pronti a giudicare
e a condannare ogni comportamento deviante, e dei quali per si raccontavano
(e quasi sempre la vox populi era veramente vox dei) vicende private
tutt'altro che adamantine.
Don Giorgio era diverso: dalla vita privata ineccepibile, di una profonda e
sentita religiosit e dotato di una grande capacit di comunicare, non si
poneva mai come obiettivo di imporre la propria Verit alla quale peraltro
aveva votato integralmente la propria esistenza. Il suo sacerdozio non si
limitava ad un diligente compimento di attivit liturgiche o caritatevoli, n
si traduceva in una religiosit intollerante (e come tale profondamente ostile
per il non credente); il suo sacerdozio era testimonianza (era una parola
che usava spesso) della sua fede; il suo ministero era servizio prestato
agli altri.
E poi don Giorgio aveva una capacita naturale di amare gli esseri umani, e
soprattutto i giovani, di amarli di un amore vero, quello che ha per
presupposto l'incondizionata accettazione dell'altro.
Voglio raccontare un episodio recente.
Lo scorso anno, in occasione del battesimo del figlio di un amico, ebbi
l'opportunit di rincontrare don Giorgio e di parlargli dopo tanti anni; lo
avevo, infatti, rivisto in precedenti occasioni, ci eravamo salutati ed
abbracciati, ma non avevamo mai avuto l'opportunit di parlarci come venti
anni prima. In quell'incontro parlammo a lungo del presente e ricordammo,
com'era naturale alcuni episodi di un tempo. Ad un certo
punto mi venne da dire: Ma perch non facciamo, venti anni dopo, un cineforum,
come ai bei tempi, invitando gli assidui di allora?. Gli occhi di don Giorgio
brillarono di gioia, si infervor, inizi a progettare, a pensare al film da
proiettare, ad elencare gli amici che avremmo potuto invitare (parl anche del
necessario morzello che avrebbe coronato l'incontro di venti anni dopo).
Probabilmente per don Giorgio (e sono sicuro che lui se ne rendesse
perfettamente conto) quel progettato incontro sarebbe stato ragione di
amarezza: avrebbe constatato quanti giovani a lui vicini avevano preso altre e
divergenti strade; si sarebbe reso conto - constatazione per lui certamente
pi triste - dalle molte immotivate assenze che tanti giovani di allora si
sono nel frattempo sclerotizzati intellettualmente e che, a dispetto delle
tensioni ideali di un tempo e degli stimoli ricevuti (anche da don Giorgio),
menano una grama esistenza, paghi delle insulse gioie che d la banalit del
quotidiano. Ma nonostante ci, don Giorgio avrebbe voluto realizzare quel
cineforum di venti anni dopo.
So che qualche giorno prima di morire si interess fattivamente per realizzare
l'idea del cineforum dei ricordi. E mi procura una commossa e profonda
tenerezza pensare che uno degli ultimi pensieri della sua attivissima vita
terrena don Giorgio lo abbia dedicato ad organizzare l'incontro - quasi un
simbolico abbraccio - con i suoi giovani di venti anni fa.
Per rivivere il clima di quegli anni  indispensabile parlare anche dei
rapporti con le compagne di scuola e pi in generale con l'altro sesso.
Anzitutto le compagne di scuola.
Nella mia classe, lo posso affermare senza tema di essere smentito, vi erano le
pi belle ragazze del Liceo. Solo per ricordarne qualcuna, le prime che mi
vengono in mente: Teresa Arena, alta, di una bellezza statuaria, ricordava
vagamente la divina Ava Gardner; Serenella Masillo, alta, bionda, lineamenti
dolcissimi, occhi e carnagione chiari, sembrava quasi l'incarnazione della fata
buona delle favole e dei sogni infantili; Vittoria Amantea dal corpo armonioso
o con gli occhi sempre sorridenti ed intelligentissimi; ed ancora Rossella
Macr, Pina Fregola, Marinella Nisco.
E poi le mie compagne di scuola sfatavano un mito diffuso del maschilismo che
vuole che le donne belle siano necessariamente oche. Fu proprio dalla
frequentazione quotidiana delle mie compagne di scuola che inizi in me a
vacillare la granitica convinzione, all'epoca diffuso luogo comune, della
inferiorit intellettuale del sesso femminile.
I rapporti, per, con le compagne di scuola erano in genere soltanto meramente
formali: certo erano lontani i tempi in cui tra compagni di scuola di sesso
diverso ci si dava del lei, ma fra di noi non c'era intimit, amicizia.
Una storia d'amore tra coetanei era pressocch inimmaginabile (fra i banchi
della III A nacque una sola storia d'amore che, a quanto mi risulta, dura
ancora con un felice matrimonio): agli occhi delle nostre compagne apparivamo
probabilmente infantili ed immaturi; cos come le nostre compagne apparivano a
noi grandi ed inavvicinabili.
La differenza di et (e di maturit) tra coetanei di sesso diverso era
ovviamente soltanto immaginaria (anche se taluno tirava in ballo improbabili
leggi della fisiologia umana per giustificarla) e serviva a legittimare l'idea
che l'unico possibile destino per una donna fosse un precoce matrimonio (ma
per fortuna nella mia generazione in tante rifiutarono di assoggettarsi a
questo che sembrava un ineluttabile fato): ed allora si doveva inventare la
differenza di et fra coetanei, differenza che all'epoca noi consideravamo
del tutto naturale.
Ci non escludeva per che ognuno di noi in grandissimo segreto non amasse una
propria compagna, o che le nostre compagne non ci stimolassero desideri tanto
violenti quanto repressi (ricordo ancora il forte, emozionante desiderio che
mi provocava l'intravedere (o, forse meglio, l'immaginare) il seno di una mia
compagna di scuola sotto una camicetta nera a fiori colorati. E mi ha sempre
incuriosito sapere - e lo chiedo alle mie compagne che leggeranno queste
pagine: non vi  mai successo che uno di noi, uno qualunque, vi stimolasse
sensazioni e sentimenti che non fossero soltanto quelli di una cameratesca
amicizia tra compagni di scuola?). Ma prendevamo atto della realt della
distanza con le nostre compagne di scuola e, assecondando fittizie leggi di
natura, rivolgevamo la nostra attenzione a ragazze pi giovani,
simmetricamente alle nostre compagne che si legavano ad uomini pi grandi.
Gli approcci, i primi contatti erano scanditi da un rituale che non lasciava
spazio all'estro ed all'inventiva individuali.
Con le occasioni ridottissime per incontrarsi (le famiglie mantenevano ancora
uno strettissimo controllo sulla vita privata dei figli, soprattutto se
femmine) era di fondamentale importanza il rito dello accompagnamento.
Bisognava andare ad aspettare la ragazza sotto casa un poco prima delle 8,
avvicinarsi, prendere i suoi libri ed accompagnarla fino a scuola. Alle 13.30
stesso rituale e passeggiata da scuola a casa (la prima ragazza che corteggiai
abitava dalle parti di Pontepiccolo, io a corso Mazzini, per cui ero costretto
a lunghissime passeggiate, oberato dai libri, i miei ed i suoi, - lei
diligentissima o, forse, sadica portava anche il libro di religione e quello
di educazione civica - ed il mio amore fin distrutto dal peso del Rocci e del
Ghorghes-Calonghi).
Dopo un periodo pi o meno lungo di corteggiamento - quando si credeva di aver
ricevuto segnali inequivocabili di interesse - bisognava stringere, passare
alla dichiarazione d'amore, genere letterario ancora di moda all'epoca per
comunicare i propri sentimenti ad una donna. Come si facesse una
dichiarazione non l'ho mai saputo: i miei amici erano abbastanza reticenti
sul punto, ed io al pensiero di dovermi dichiarare ero assalito
dall'angoscia di apparire ridicolo (solo dopo, ma gli anni del Liceo erano gi
finiti, compresi che i sentimenti, a differenza degli atti notarili, non hanno
bisogno, per essere espressi, di una dichiarazione formale...).
I pi fortunati (e disinibiti), dopo lungo corteggiamento, e rituale
dichiarazione, iniziavano un fidanzamento, fatto anch'esso di tanti
rituali, e soprattutto quasi sempre castissimo e destinato quasi
immancabilmente a rompersi con il sopraggiungere della maturit.
Come si sar capito da questi brevi flashes, non serbo certamente un gradevole
ricordo dei possibili rapporti sentimentali di quegli anni.
La nostra adolescenza, la nostra prima giovinezza venivano espropriate, in
nome di tante false idee (e veri tab), della possibilit di vivere
liberamente la nostra affettivit e la nostra sessualit.
I rapporti con i coetanei dell'altro sesso erano scanditi da inutili rituali
(che uno psicologo non esiterebbe a definire di difesa), erano rapporti tra
persone distanti, ogni forma di intimit, anche la piu ingenua, impedita o
limitata.
Certo, i tempi erano quelli che erano e sarebbe stato impossibile nella
Catanzaro degli anni Sessanta per un giovanissimo costruirsi un privato
diverso da quello imposto dalla morale pubblica, dalla famiglia ed anche
dalla scuola.
S, anche dalla scuola.
A scuola, l'ho gi detto, non si parlava di argomenti scabrosi e sarebbe
assurdo recriminare, con l'iniqua sentenza del poi, sul fatto che non ci
fossero date lezioni di educazione sentimentale, materia, peraltro, non
prevista nei programmi ministeriali.
Ma ricordo benissimo che ogniqualvolta la discussione scivolava, e capitava
spesso, su argomenti privati, anche innocui - ad esempio sulla funzione ed
organizzazione della famiglia - i nostri professori, anche quelli pi aperti,
moderni ed anticonformisti, ci facevano cadere dall'alto gli stessi usati
luoghi comuni, gli stessi insulsi moralismi che ci propinavano quotidianamente
i nostri genitori, i nostri parenti, gli amici pi grandi ed esperti delle
cose del mondo. E ci mentre erano visibili i segni di un profondo
cambiamento della societ italiana (nel 1966 o '67, non ricordo bene, invece,
in un liceo di Milano il giornale d'istituto La zanzara pubblic,
con l'avallo dei docenti, una spregiudicata inchiesta sulle abitudini sessuali
dei giovanissimi).
In ci gli anni del Liceo furono profondamcnte diseducativi, se per
educazione, ovviamente, si intende la trasmissione di quegli strumenti
adeguati per comprendere ed affrontare la realt, in tutte le sue
sfaccettature.
Il Liceo aveva il compito di plasmare le classi dirigenti future per questa
nostra citt ed in questo suo compito poteva (anzi, doveva) formare giovani
culturalmente moderni, se non proprio anticonformisti; ma non si poteva
permettere di contribuire a minare le basi della morale corrente. Il Liceo
aveva soltanto il compito di insegnarci le pubbliche virt; sarebbe stato
compito di ciascuno apprendere dalla vita che possono - anzi devono -
esistere i vizi privati e che gli uomini hanno il dovere, come impone la
morale di una citt di provincia, di ostentare le une e vivere con discrezione
gli altri.
Non ci fu insegnato che ci che  privato non  necessariamente vizio e
che ci che  pubblico non  quasi mai virt. In questa mancata lezione il
vero limite di una scuola, di una cultura, di una generazione.

/:/Luigi Daga.
nato a Catanzaro il 26 agosto 1947
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1960/1961)

Rispondere alla richiesta
di partecipare alla stesura di una storia testimoniata del Galluppi: voglia
di farlo subito, ed insieme un senso di disagio, come di chi  costretto a far
ordine in una stanza abbandonata da troppo tempo. Il pensiero di dover
scrivere un sia pur minimo e frammentario diario di quegli anni mi costringe a
ritornare sui ricordi con maggiore chiarezza, ad un tentativo di ricostruzione
razionale di un materiale che non pu che essere emotivo e soggettivo. Ma il
foglio bianco deve essere riempito con un ordine che non  quello della
conversazione tra vecchi amici (le in fondo tristi rimpatriate tra vecchi
compagni di scuola che non si vedono mai e non sanno parlar d'altro che
di fatti antichi che appartengono, ormai, ad altre vite e ad altre persone) a
base di ti ricordi.... E l'ordine rimette a posto le cose nella prospettiva
della storia personale di ognuno. E ci fa sentire inevitabilmente vecchi.
Catanzaro, primi anni '60: uno sciopero contro l'atomica, tutti noi del quarto
ginnasio in fila - composti come i ragazzi dell'85 - fin gial Comune, e poi
dispersi, verso i cento metri di Villa Trieste, dopo aver comprato un
piccantino alla bottega quasi di fronte alla villa o qualche mentola, nella
bustina di carta, dal paziente tabaccaio. Pochi anni ci dividono dal '68, e
sono secoli.
Non ricordo altri scioperi 'politici' - se pure quello pu essere definito
tale - ma ricordo bene le tecniche tentate per avviare le astensioni
collettive dallo studio: lo spostarsi davanti al portone principale
(l'entrata delle donne), a rischio di esser presi per le orecchie e trascinati
dentro dai professori anziani, amici e gi compagni di scuola (inevitabilmente,
"Galluppi") dei nostri genitori, in un rapporto 'paterno' (mai paternalista) e
personale che  poi quel che pi mi resta dell'esperienza del liceo "Galluppi".
I professori: difficile nella scuola d'oggi, soprattutto nelle grandi citt,
trovare una continuit di insegnamento, una tradizione, una seriet nei
corsi quale quella che ricordo viva nella stragrande maggioranza dei docenti
d'allora.
Parlo dei Cancellieri, dei Galiano, dei Procopio, dei Mastroianni, dei Giglio,
e cito questi per tutti.
Ho avuto la ventura di frequentare il "Galluppi" anche dall'altra parte,
perch vi ho insegnato da incaricato di storia e filosofia agli inizi degli
anni settanta, e so che insegnare non  facile e al "Galluppi", poi. Eravamo
abituati bene e quando capitava un supplente - o docente - inadeguato e anche
all'epoca ce n'erano, eravamo in effetti capaci delle azioni peggiori. Noi
volevamo - come gli studenti di oggi vogliono - avere una scuola di qualit;
ricordo, per la 'contestazione' vivace conseguente alla incapacit di tenere
la disciplina, una giovane professoressa piangere 'ex cathedra'. Sapevamo
essere feroci. Qualit degli uomini, squallore delle strutture: neanche allora
in effetti il "Galluppi" brillava per attrezzature. La ginnastica fatta in
classe, il gabinetto di fisica fornito di strumenti dell'epoca preindustriale.
Tant', era una scuola 'classica'... mi piaceva molto andarci, nell`aula
di fisica, perch c'erano i banchi alti ad anfiteatro di vecchio buon legno
dipinto di nero facile da intagliare col temperino. Tutta un'altra cosa
rispetto i banchi di metallo e formica che si installavano nelle aule in quel
periodo.
La biblioteca: per qualche tempo mi incaricarono di seguire i prestiti ed ebbi
la possibilit di frcquentarla per bene. C'erano tesori sconosciuti pi adatti
ad una biblioteca storica che a sussidiare gli studi di liceali; comunque
anche allora mi pare, un enorme ritardo nella acquisizione di opere recenti.
E nessuna 'politica' di incentivi per la fruizione.
Le feste del liceo. In una certa epoca gruppi di studenti - spesso non
particolarmente brillanti in partecipazione scolastica o 'politica' - si
trasformavano improvvisamente in manager efficientissimi, e organizzavano
feste memorabili con apparati iconografici (manifesti, caricature) e piccoli
cabaret, per la chiusura dell'anno scolastico, carnevale et similia. Credo che
quasi tutto il loro patrimonio di fantasia e creativit si esaurisse per tali
occasioni ludiche, che costituivano per noi una anticipazione degli sperati
futuri riti goliardici - spazio di tempo 'liberato' in cui si potevano
impunemente sfottere i professori - riti che, forse non sfortunatamente, la
mia generazione non ha quasi conosciuto, perch noi nelle universit abbiamo
praticamente messo piede assieme alla Celere.
Al primo morto a Roma - mi pare si chiamasse Paolo Rossi - dedicai, da liceale,
un pezzo su una rivistina che pubblicavamo - la voce dei giovani - in cui mi
proclamavo in sostanza stupito della violenza e della stupidit che mi
sembrava permeare il sistema di far politica con le spranghe, all'epoca
monopolio di una certa fazione. Tale scandalo credo mi sorgesse proprio dalla
frequentazione con la cultura classica e dalla ovattata atmosfera priva di
tensioni propria della buona borghesia catanzarese, che  un po' il pilastro
storico del "Galluppi" (per scrivere la storia del liceo bisognerebbe scrivere
la storia di quella borghesia e forse  proprio questo che si e fatto, in
forma di autobiografia). Con ben altra violenza e ben altra follia avrei
dovuto convivere, assieme agli altri italiani, negli anni cupi del sonno della
ragione che ci attendevano.
Una scuola classista, dicevo, e non poteva non essere tale; ricordo per che i
miei compagni non lo erano, con i pochissimi che - provenienti dal mondo
contadino, ad esempio - frequentavano il liceo, per formare la 'prima
generazione' di professionisti. Ho molto imparato da loro, che si svegliavano
all'alba per raggiungere Catanzaro con i pullman e le strade d'allora, e non
marinavano mai la scuola. Per loro era una conquista, e quindi non potevano
perdere un apice delle spiegazioni dei professori, perch per quelle i
genitori facevano a meno anche delle scarpe.
Soldi, comunque, all'epoca ne maneggiavamo pochi, tutti noi. D'altra parte le
esigenze erano incommensurabilmente diverse, rispetto ad oggi. Una aranciata
costava da De Nardo, vicino alla funicolare, venti lire, e la mattinata al
Masciari cento.
Quel cinema era una soluzione in caso di salata, a scuola, assieme al
morsello o/e fagioli e rape dietro la posta, a lunghe passeggiate a Pratica
(per inciso: tra noi si facevano anche discorsi che, per la media odierna,
erano un vero e proprio parlar tra filosofi) o ad una corsa a Copanello con
qualche compagno pluriripetente fornito di macchina (e patente).
All'epoca tali soggetti, in genere residuati di altre lontane scuole, erano
invidiatissimi, perch, avendo la macchina, si accreditavano di mirabolanti
avventure a sfondo sessuale (in un ambiente che pi represso non si pu),
schizzando noi poveretti infradiciottenni che dovevamo arrangiarci alla meno
peggio nelle gite scolastiche o nelle feste in casa (spegnete la luce,
ecc...). Confesso il mio profondo sollievo quando, rivisto uno di quei play
boy, non molto tempo fa, ne ricevetti la candida confessione che, in effetti,
erano tutte balle, quelle raccontate all'epoca. L'avevo inutilmente odiato per
anni.
Nel "Galluppi" non c'era molta attivit di gruppo (le assemblee erano di l
da venire) e le uniche che ricordo passavano attraverso ditte esterne: ricordo
il Centro turistico giovanile di cui mi occupavo, e una mostra fotografica
(ci deve essere ancora una scritta a pennarello fatta da me sul vetro
superiore della porta dell'aula che la ospit, almeno c'era ancora dieci anni
fa). Cos ricordo la prima volta che parlai in pubblico, (sulla conservazione
dei beni culturali e dell`ambiente, mi pare,) nell'aula magna del "Galluppi",
con vicino Don Sanzi, buon'anima. Grande organizzatore di gite scolastiche,
lui, e uomo buono. E don Giorgio Bonapace, che ci ha lasciato troppo presto,
vicino alla cui parrocchia mi dicono il "Galluppi" si sia trasferito.
L si organizzavano i cineforum con la intelligenzia del liceo, i Rauty, i
Donzelli, e l'amico Mimmo Rafele, che ora si occupa professionalmente di
cinema, con cui condividemmo la passione per il passo ridotto.
Cos come il popolo del Galluppi si mescolava a gruppi e iniziative nate fuori
dal liceo, anche all'interno si sconoscevano le rivalit e le fazioni tipiche
dei college: s,  vero, c'era la lotta quotidiana tra le classi per la
conquista dei bagni in fondo, vinta sempre - o quasi - incruentemente dalla
mia sezione - la D - contro gli abatini della A (e spero in un contributo
storico sulle diverse strategie e modalit di lotta da parte di qualche
coetaneo), ma in generale si era amici al di l delle sezioni. E parlo di
amici come lo si pu essere da adolescenti, una dimensione integrale ahim
irripetibile.
Adolescenti che ascoltavano - a volte attoniti - i racconti del grasso bidello
claudicante, ricchi di pittoreschi episodi di guerra e amori africani.
Al di l della scuola, erano tempi di formazione culturale intensiva: forse
non ho mai letto tanto come allora, e tanto disordinatamente, da Nietzsche a
Salinger, da Maupassant a Calvino. Bisogna per ricordare che i messaggi
'culturali' erano meno numerosi e violenti di oggi: si poteva scegliere, e i
ritmi di vita erano quelli della Catanzaro degli anni sessanta.
Confesso che non ho mai studiato molto: prima di occuparmi di varie attivit
associative, seguivo il rito quasi quotidiano, verso le cinque del pomeriggio,
dell'appuntamento coi compagni al flipper o al calciobalilla. Quei circoli
erano luoghi da educande, a confronto con l'oggi. Ma mi accorgo di cadere
nella trappola del sentimento, che ci fa vedere sempre migliori i tempi della
nostra giovent.
Studiammo invece molto per la maturit: ricordo nel salotto di mia nonna le
incredibili tirate sui classici, due, tre a tavolino e uno sdraiato sul
tappeto a dormire.
Ed il posacenere carico di cenere di nazionali, di un bel blu carico.
E cos ci preparammo a salutare il liceo, e a dividerci.
La radioattivit nell'aria era forse superiore a quella di oggi scrivo nei
giorni della nube di Chernobyl - perch le atomiche esplodevano nell'atmosfera,
nei paesi della Calabria i bambini andavano scalzi, Ordine Nuovo era la
associazione giovanile pi affermata al liceo, stava per scoppiare la tragedia
del Vietnam: ognuno di noi imparava il mestiere di vivere, dentro e fuori le
grigie mura del "Galluppi", nei vicoli senza tempo di Catanzaro fin gi, sugli
aperti panorami della Fiumarella.
Non capivamo che stavamo gi, una volta per tutte e irrimediabilmente,
costruendo il nostro proprio, unico, modo di essere uomini.

/:/Luciana Repici.
nata a Catanzaro il 27 gennaio 1948
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962)

Sono stata allieva
del liceo "P. Galluppi" negli anni tra il 1961 ed il 1966, quando la sede
della scuola era ancora sul corso Mazzini.
Ricordi? Tanti. Ormai tutti belli perch privi del pathos del momento ed
addolciti dal tempo tra le pieghe della memoria. Come su un palcoscenico si
affollano, brulicando alla mia mente, volti, circostanze, gesti impacciati,
sguardi timidi, il riso dei compagni, le corse del mattino per essere in
classe in tempo e poi l'allegria, i piccoli drammi ingigantiti dall'et, le
delusioni, le lacrime, l'attesa della pagella, l'ansia per il futuro.
Come si fa a dimenticare come eravamo?.
Ora, a distanza di tempo, so che nulla  andato perduto di quegli anni e per
questo il passato non ha lasciato nostalgie, ma voglia di vivere per il
presente. Molte prove che allora sembravano insormontabili hanno temprato il
mio carattere ed arricchito il mio tessuto umano:  cominciata allora la
consapevole ricerca di me stessa e la mia serenit di donna oggi non sarebbe
quella che  senza quegli anni di formazione.
Soprattutto, ho avuto la fortuna di avere ottimi insegnanti. Da loro ho
appreso lezioni che vanno al di l delle ore di scuola e per le quali sono
ancora in debito: la curiosit di sapere, il piacere delle letture,
l'interesse per la ricerca nel campo degli studi umanistici, i primi rudimenti
del mestiere, l'impegno nel lavoro e nel contatto con gli altri, il rispetto
della vita.
Conservo ancora gli appunti di metrica che l'insegnante di latino e greco,
professore Federico Procopio, ci faceva studiare. Ma da lui ho imparato non
solo come si leggono i classici, ma anche il gusto di leggerli nella lingua
originale e di capire il loro modo di pensare.
E come dimenticare le ore che l'insegnante di storia e filosofia, professor
Ezio Galiano, dedicava alla spiegazione di avvenimenti, processi culturali,
idee di pensatori pi lontani o pi vicini nel tempo?  stato nelle sue
lezioni che ho imparato che cosa sia la libert da ogni pregiudizio o
condizionamento in ogni settore della ricerca.
In questo ambito sono nati i miei primi interessi per lo studio del
pensiero antico, quegli stessi interessi che avrei avuto modo di
sviluppare pi tardi e che mi hanno portato oggi ad insegnare Storia
della filosofia antica all'Universit.
Quel che cerco di trasmettere ai miei allievi  l'eredit preziosa dei
miei anni di formazione liceale: il metodo nello studio e l'amore per la
ricerca.

/:/Carmine Donzelli.
nato a Catanzaro il 19 ottobre 1948
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962)

Un liceo una citt
1. Il cognome del Larosa
La professoressa Leli, storia dell'arte, riccioli biondi su un volto
appesantito dalla mezza et, preparazione raffinatissima, bravura mostruosa,
quasi quanto il suo sembiante da colonizzatrice artistica, si era fatta
mandare in Calabria per poterne studiare le bellezze. Entr per la prima volta
nella III B il 6 ottobre del 1965. La classe aveva avuto in precedenza
esperienze diverse con la materia: professoresse maggiormente rispettose del
nostro senso estetico (decisamente pi belle) e per meno pretenziose e
rigorose in fatto di tuttotondi e nonfiniti.
In pi , per uno strano vezzo, che ora mi accorgo essere tipicamente
meridionale, la storia dell'arte aveva presso di noi una brutta fama, di
materia secondaria e un po' inutile. Non proprio come la ginnastica cui ci
rifiutavamo sistematicamente, con disperazione di Calaminici - ma quasi; e
comunque assai distanziata, nella nostra gerarchia di valori, dalla
letteratura, dalla storia, dalla filosofia.
Entr, la Leli, e lesse nell'iconografia dei nostri volti queste cose: decise
immediatamente di attuare una controreazione preventiva. Si sedette in
cattedra e si mise a fare l'appello, guardando fisso in faccia ciascuno di noi
che a turno si alzava per rispondere.
Aprile, Belmonte, Bruni, d'Amico, Dell'Olio, De Vinci, Donzelli, Invidia,
Lamanna, Lanzo, Larosa.... Anche Larosa rispose presente, con un
impercettibile surplus di indolenza che era connaturato al suo carattere, ma
che alla Leli dovette sembrare provocatorio: Larosa, il suo cognome non mi
piace; e neanche lei mi  simpatico; cerchi di tenerne conto, se vuole che
andiamo d'accordo per il resto dell'anno.
Non c' problema, professoressa - il tono della risposta era mutato, ancora
impercettibilmente, dall'indolenza all'ironia appena risentita - non si
preoccupi. Vorr dire che per non disturbarla, d'ora in avanti quando entra
lei esco io; va bene?.
Larosa di alz e usc; lo fece sistematicamente per tutto l'anno, con una
costanza priva di risentimento o di rancore: doveva pur difendere - pensavo io
ogni volta - il suo bel cognome. Fu ammesso agli esami con 2 in storia
dell'arte.
2. Quattordici firme
Di Dino Vitale avevo - ed ho - una stima intellettuale grandissima; di sicuro
era tra di noi il pi bravo, e non tanto nel senso del rendimento scolastico.
Aveva una speciale capacit di ragionamento, un modo originale e solitario di
costruire i nessi e le relazioni tra i vari oggetti delle sue letture e dei
suoi studi. Il suo rapporto con la cultura aveva pochi tramiti esterni: era
piuttosto un rapporto diretto, un lavorio mentale continuo, assai vicino a
forme di implosione leopardiana (gli piaceva e gli piace molto Leopardi).
Chiss da dove aveva imparato quell'uso asciutto delle parole, quella retorica
talmente ben costruita e sapientemente dosata da non possedere alcun elemento
di ridondanza, quella sicurezza di giudizio che in altri giovanotti come lui
sarebbe sembrata pura presunzione.
La scrittura era il suo regno; la parola parlata gli usciva fuori contorta e
smozzicata, nervosa, incredibilmente sarcastica e provocatoria, esagerata.
La scrittura no: era precisa, concettosa, densa.
Lo avevamo inseguito e corteggiato molto, nella nostra piccola guerra di
cattolici impegnati a contrapporci ai comunisti, ma anche genuinamente
preoccupati di smuovere le persone dalle secche dell'individualismo, di
coinvolgerle in una dimensione forte della socialit e dell'impegno civile.
Per molto tempo questa dimensione collettiva lo aveva interessato poco; aveva
preferito le sue letture, tra esistenzialismo, letteratura e psicanalisi;
per il nostro giornale, Il Sentiero, aveva recensito l male oscuro di Berto;
aveva scritto, per un altro giornale studentesco di area cattolica, La voce
dei giovani, una pesante scheda critica sulla Noia di Moravia, scrittore che
pecca di originalit e di inventiva. E certamente il disagio esistenziale
dei personaggi di Moravia gli sembrava esaminato dal lato pi superficiale e
contingente e perci meno passibile di sviluppi, e comunque in nessun modo
preceduto da quel lento logorio interno che consuma con la forza di una
macina i personaggi di Dostoievskij.
Dopo queste letture, e quelle di Kierkegaard, di Nietzsche, di Freud, venne
anche Marx, il Manifesto, la passione, nuova e difficile in lui all'inizio,
per la politica e la dimensione collettiva della liberazione umana. In terza
liceo si iscrisse alla federazione giovanile comunista: era perduto per la
nostra causa.
Fu un giorno di gennaio di quell'anno che una insipida insegnante di latino e
greco, capitataci inopinatamente quell'anno da non so pi dove, alla fine di
una vivace discussione in cui erano stati palesemente messi a nudo i suoi
errori e le sue impudiche ignoranze, mand fuori dalla classe Vitale e
rifiutandosi lui, lo sospese.
Non credo di aver agito per solidariet, o almeno non fu quella la molla pi 
importante: era una questione di credibilit e di prestigio: un compagno
sbattuto fuori in nome dell'ignoranza; un nemico ideologico, troppo
importante per noi, colpito da una patente ingiustizia; un concorrente in
fatto di solidariet e di impegno, punito per aver saputo difendere
l'esattezza del suo punto di vista.
Non lo potevo lasciare solo.
Quando arriv il bidello col registro in cui era stata ratificata la proposta
di sospensione, mi alzai e uscii dalla classe, dichiarando di condividere la
protesta di Vitale. Lo trovai di fronte all'uscita del liceo, seduto sul
gradino della farmacia. Mi andai a sedere vicino a lui e stetti in silenzio
per un po'. Lui, che era pi cupo del solito, accenn ad un impercettibile
sorriso.
Il pomeriggio organizzammo la protesta: volevamo cacciarla, quella
professoressa.
Scrivemmo una lettera al preside e al provveditore, e cominciammo a fare il
giro dei compagni per chiedere loro di sottoscriverla. Non tutti per se la
sentivano di firmare, e secondo il nostro democratico punto di vista
occorreva almeno superare la met per dare alla richiesta la necessaria
autorevolezza e ottenere l'effetto sperato.
Nel tardo pomeriggio avevamo solo 13 firme su 26. Ce ne voleva almeno un'altra.
Allora decidemmo di andare da una nostra compagna che abitava a Gagliano,
oltre il ponte nuovo. Era questa persona assai strana; pi grande di noi,
troppo grande e troppo bella allora per noi, si aggirava per la nostra classe
come il negativo di un fantasma (perennemente vestita di nero): a giorni
alterni, per, perch spessissimo non veniva a scuola, firmandosi poi da sola
le giustifiche, dall'alto della sua maggiore et. Era compagna di banco di
Vitale, ma i due sembravano chiusi in due palloni differenti. Quasi mai si
guardavano, comunicavano poco e sempre a monosillabi: solo in una cosa si
assomigliavano; la lunghezza delle minigonne di lei era assolutamente
identica a quella (abnorme) dei maglioni di lui. Lei, a cui piaceva darsi arie
da stravagante e svampita, e scandalizzare un poco la provincia pudorosa,
faceva la comunista, con non so quanto interesse e costrutto.
Andammo a chiederle di firmare la nostra lettera, ma lei tergiversava: non 
che non volesse firmare, ma non le interessavano quelle cose, non capiva, quel
giorno non c'era, non aveva voglia... Vitale mi guard e mi fece segno di
uscire un momento. Mi allontanai con una scusa. Dopo pochi secondi usc dalla
stanza anche Vitale, trionfante, con la lettera firmata. Inforcammo la sua
lambretta e ce ne andammo veloci sotto una pioggia torrenziale. Sul ponte gli
gridai: Mi spieghi come hai fatto? Gir un po' la faccia e mi rispose: Mi
sono appellato alla disciplina di partito, ma non potevo farlo davanti a te,
perci ti ho chiesto di uscire.
3. Una riga ogni cinque
Facevo parte, allora, del Movimento Studenti, una diramazione dell'Azione
cattolica, e tutte le nostre molteplici attivit di allora ruotavano attorno a
un giornale studentesco che era il nostro orgoglio, il nostro fiore
all'occhiello.
Stampavamo Il sentiero alla Tipomeccanica, una tipografia che stava proprio
sotto le finestre posteriori del "Galluppi", quelle delle nostre aule, che
davano appunto su via Carlo V.
La tipografia aveva una dotazione problematica: una sola linotype, un paio di
centinaia di clich con qualche fotografia di pini silani, di contadine in
costume, di onorevoli locali, tra cui bisognava scegliere le illustrazioni.
Pochi i caratteri per i titoli, tutti da comporre a mano. Ogni numero era
un'avventura: si doveva stare l coi tipografi a impaginare pezzo a pezzo
tutto quanto, tagliando, allungando, spostando le linee dei piombi e legandole
poi con delle cordicelle perch non si dividessero, il padrone, don Ciccio,
chiedeva costantemente almeno qualche anticipo, ma intanto
ci regalava in dosi massicce bicchieri di latte che era prudente bere quando
si stava per ore vicini alla linotype, per evitare di intossicarsi di piombo.
Era bello, Il sentiero; la gabbia grafica rispondeva al semplice ma
sacrosanto principio di non eccedere con le parti scritte, e di lasciare molti
bianchi; la testata aveva le lettere disordinatamente infilzate da una lunga
penna che spandeva inchiostro; il formato, dapprima grande, era cambiato
quando il giornale aveva compiuto dieci anni, e si era ridotto al tabloid che
veniva di moda: anche noi avevamo voluto la nostra piccola rivoluzione grafica.
Facevamo il giornale con Sergio Bruni, amico e fratello di tutta una vita.
Forse perch in tante cose siamo cos assolutamente diversi, forse per questo
ci siamo costruito un rapporto di cos stretta consuetudine, che resiste ad
ogni prova del tempo e dello spazio, se  possibile rafforzandosi ancora.
Certo, molti suoi caratteri erano e sono agli antipodi coi miei: intelligenza
precisa e analitica, rigore esasperante, fino alla pignoleria, mai un
soprassalto di iracondia, mai un fiotto di bile ideologica, sempre il
tentativo, lento, pervicace, implacabile, di ragionare; e poi un'ironia
sottile, un understatement tagliente, capace di scarnificare le nostre, le mie
megalomanie.
Nel '64, a sedici anni, si interessava alla crisi economica (la famosa
congiuntura), si occupava di storia della Resistenza, di rapporti Est-Ovest,
di sviluppo e terzo mondo.
Il tutto senza soverchie preoccupazioni ideologiche: studiava queste cose per
capirle, non per prendere partito; e simile disposizione mentale un po' mi
sorprendeva, un po' mi faceva rabbia. Amava pi la storia che la filosofia, e
questo ne faceva un allievo anomalo, nella classe di Mastroianni.
Insieme facevamo quasi tutto; arrivavamo persino a contrattare preventivamente
i nostri interessi e le nostre avances sentimentali: allora con questa ci
provo io... quest'altra forse interessa pi a te. Naturalmente insieme, e
sotto lo stesso banco, facevamo anche i titoli, gli articoli, le bozze del
Sentiero. Poi arrivava il giorno della chiusura in tipografia e allora, a
turno, uno dei due salava la scuola. L'altro si teneva pronto dalla finestra,
ai cambi di ora, all'intervallo. E in quella condizione logistica,
uno alla finestra, l'altro sotto per strada, si discuteva: questo titolo 
lungo, la fotografia della quarta non va bene, ecc.
Una volta avevamo deciso di pubblicare un paginone centrale di poesie, e
avevamo lanciato l'idea tra i compagni tramite il giornale: chiss perch la
gente, che  in genere cos contenuta, e addirittura restia, verso la
scrittura in prosa,  invece fluvialmente disponibile alla poesia. Ci trovammo
con una ridondanza di materiali francamente imbarazzante. C'era una sola cosa
da fare: abbattere la nostra malcerta scure filologica su quei poveri versi,
d'altro canto previggentemente redatti senza rime, per fortuna. Una di queste
poesie - un amore enigmaticamente disperato, tanto per cambiare - non c'era
verso di farcela stare, nella pagina. Con questa, cosa faccio? - gridai a
Sergio sulla strada. Quante righe ci sono in pi ? - mi chiese lui
dalla finestra. Sei. E quante sono in tutto? Una trentina. Allora
cacciane una ogni cinque, mi rispose.
Non ho mai trovato un criterio pi equilibrato ed equanime per fare a pezzi
una poesia.
4. Don Giorgio
Veniva da lontano, Il sentiero; era nato nel 1954 per iniziativa di don
Giorgio Bonapace e di un gruppo di studenti dell'Azione cattolica. Come in
ogni giornale studentesco che si rispetti, vi erano state varie redazioni,
che si erano avvicendate per motivi anagrafici e anche ideologici. Il primo
nucleo era stato quello di Sarino Maida, di Tot Ameduri, di Umberto Tropiano;
molti di loro avevano preso poi strade diverse, avevano abbandonato il fervore
cattolico, o lo avevano applicato a contesti politici e ideali differenti. Don
Giorgio, che ne aveva sofferto oltre ogni dire, non si era perduto di
coraggio. Aveva continuato a chiamare a raccolta, attorno al giornale,
gli studenti delle generazioni successive.
Strano e un po' amaro destino, il suo: questo autentico intellettuale e
grandissimo prete vide progressivamente allontanarsi dalla fede, dalla
religione, dall'ideologia per cui tanto intensamente militava, alcune delle
persone su cui aveva pi puntato, di cui era stato amico fino alla
condivisione fraterna della stessa esperienza quotidiana. E tutti quelli che,
come me, hanno modificato in seguito le proprie idee, che si sono
schierati sotto altre bandiere, non hanno mai dimenticato la lezione di
tolleranza, di apertura mentale, di senso critico, venuta da questo sacerdote
rigoroso, ortodosso, a tratti integralista, anche duro nella polemica
ideologica, ma portatore di un senso profondo della solidariet umana.
Non credo di parlare cos sotto la spinta di una emozione recente e di un
dolore bruciante, quali pure sono quelli che mi stringono il cuore, a pochi
mesi dalla sua morte. Don Giorgio  stato in tutti questi anni una delle pi 
grandi, delle pi significative figure intellettuali della nostra citt. Ha
tessuto nel corso di una vita di lavoro, una rete fittissima di raccordi
culturali, di scambi di esperienze, di vicinanze di vita.
Nessuno, forse, vi ha dato il giusto peso: ma  proprio su una iniziativa come
quella del Sentiero (e di tutto ci che attorno al giornale ruotava) che si
 basata per anni, a Catanzaro, la possibilit di un dialogo civile e di una
tensione intellettuale. Oggi quei tempi sono incredibilmente lontani nella
memoria, e sembra prevalere il tratto della disgregazione.
C'era un segno comune, un luogo di riferimento intellettuale preliminare, che
ci faceva cos intensamente discutere tra noi, che ci portava a litigare con
tanto accanimento coi nostri compagni-nemici comunisti: la dimensione
dell'impegno collettivo, il rifiuto dell'individualismo gretto e filisteo. Era
una sfida continuamente aperta sul terreno dei valori, della competizione
ideale.
Il dato di partenza era il rispetto per la cultura, la convinzione che
bisognasse vincere con le idee, e non con le volgarit o con la propaganda.
E poi, su questo in particolare insisteva don Giorgio, il fatto che le idee
potevano essere sbagliate, ma gli uomini che le sostenevano meritavano sempre
il massimo rispetto.
Cos il prete che ha costruito con maggiore accanimento e dedizione
l'associazionismo cattolico studentesco a Catanzaro  stato anche tra i
maggiori dispensatori di questo senso profondamente laico dei valori umani: e
tutto ci nel massimo rispetto delle sue gerarchie, delle sue fedelt, senza
mai proporsi o farsi strumentalizzare come il prete d'opposizione, l'utile
idiota, lo sgabello dei comunisti.
Si capisce allora perch ci tenesse tanto al suo posto di professore al Liceo
classico.
Aveva intuito la centralit strategica di quella posizione, il ruolo di
riconosciuta primazia di quella scuola dentro la citt, nel formare gli
embrioni di una lite dirigente.
Aveva capito che era quello uno dei livelli essenziali per la determinazione di
un orientamento delle personalit, di un governo delle coscienze. Svolgeva
questo suo ruolo con una confidenza e umanit particolari, schierandosi dalla
parte di una sensibilit giovanile, ma senza giovanilismi. Era proprio questo
piglio aperto, e anche vagamente trasgressivo, a fissare in tutti noi una
forte impressione positiva. E poi, per quelli che gli stavano pi vicini, il
senso di libert e d'apertura della sua casa, vero e proprio porto di mare,
dove si andava a tutte le ore; il modello di gestione democratica di una
famiglia numerosissima e multiforme, di cui si era trovato a capo
suo malgrado, orfano precoce e primogenito di undici fratelli; sopra ogni
altra cosa, il senso dell'allegria della vita, il distacco da ogni moralismo
piagnone, l'inguaribile, ottimistica, voglia di giocare, di divertirsi. In
quanti siamo stati insieme nella sua provatissima R 8? In dodici, o in
quindici? E quante volte gli abbiamo accarezzato ridendo il pancione da
prete incinto, prima che il terribile primo infarto lo smagrisse
cos drammaticamente?
Scriveva, nel decennale del Sentiero, ricordando i motivi che avevano
portato alla scelta di quel titolo, che esso stava ad indicare sommessamente
e con molta umilt quello che il modesto gruppo di studenti che lo aveva
costituito intendeva raggiungere: indicare agli amici una via da
percorrere insieme, e, per non spaventare troppo i pusillanimi, la indicava
come un sentiero agevole e difficile, sicuro ma anche arduo. Si trattava di
lanciare un'idea, dopo averla provata e vissuta ed attirare ad essa la
comunit studentesca perch diventasse pi cosciente e prendesse posizione di
fronte alle grandi scelte della vita con spirito di responsabilit.
I pusillanimi non si sono spaventati troppo; l'idea, provata e vissuta  stata
lanciata; per molti anni don Giorgio ha agito con la soddisfazione rarissima
di riuscire a mettere davvero in atto le cose che pensava: e pazienza
se non sempre gli  riuscito di farlo nella direzione in cui avrebbe voluto.
Pu davvero riposare in pace con se stesso, adesso. A noi tocca, come minimo,
discuterne la lezione, e non affievolirne la memoria.
5. La seicento verdebottiglia
Quelli della C erano i pi discoli. Relegati nella classifica delle gerarchie
di sezione (che allora, come una legge non scritta, sancivano il prestigio e
la provenienza sociale degli iscritti al liceo) in una posizione un po'
secondaria, non erano per questo i meno intelligenti o preparati. Tra loro,
anzi, qualche talento sicuro e genuino si raccomandava gi decisamente alla
considerazione - e alle preoccupazioni - della scuola. Dico preoccupazioni
perch era innegabilmente presente, nei pi bravi tra quelli della C, una
sorta di irridente sarcasmo, di denigratoria sicurezza, una voglia
non di sovvertire le gerarchie della provincia piccolo-borghese, ma di
sottolinearle per quello che erano: segni effimeri di un'angustia tutto
sommato subalterna.
Talvolta il sarcasmo sconfinava nella goliardia, come nel caso di questo
episodio, cui assistetti da spettatore neutrale (non so se pi compiaciuto o
scandalizzato: anch'io avevo un senso preciso dei valori e delle gerarchie
sociali, seppur mitigato da una robusta propensione polemica e da una certa
vocazione trasgressiva).
Il professor Morello, ordinario di matematica e arcigno vicepreside della
scuola, nume tutelare della Disciplina, aveva una seicento verdebottiglia.
Quella seicento era un simbolo di prestigio e potere degno di uno studio di
antropologia: non solo veniva custodita e lustrata come una cristalleria di
famiglia dai bidelli della scuola (Mercurio, in specie, detto il messaggero
alato per via del nome, ma anche per la scarsa velocit di spostamento della
sua andatura claudicante); la seicento veniva sistematicamente parcheggiata
nello spazio angusto compreso tra il portone centrale e la rampa dei gradini
interni, proprio in mezzo al passaggio. Non credo che vi fosse
alcuna cattiva volont di prevaricazione o di sopruso nel lasciare l in mezzo
quell'oggetto traslucido, che costringeva a qualche contorsione chiunque
volesse passare. Era solo una comodit, un piccolo privilegio che il
vicepreside del liceo classico immaginava di sua spettanza.
Quelli della C ce l'avevano con Morello: loro ne combinavano di tutti i colori,
e lui li castigava, comminando ammonizioni e sospensioni. Una volta la
tensione dovette arrivare a un punto critico, perch quel giorno la seicento,
la lucida seicento verdebottiglia, venne ignominiosamente profanata: al
tergicristallo del parabrezza fu appeso uno di quegli oggetti che servono a
fare bene l'amore (come recita l'attuale, edulcorata pubblicit), riempito
per l'occasione di latte.
L'effetto che si pot contemplare, dal marciapiede di fronte, fu di un crudo,
esasperato realismo. Tocc a Mercurio lavare l'onta; e per qualche giorno la
seicento non fu parcheggiata dentro il portone.
6. Il professore
Il nostro professore  stato Giovanni Mastroianni, non se ne abbiamo a male gli
altri.
Era una presenza incombente, enorme, sistematica, che ti costringeva
continuamente a fare i conti con te stesso, perch ti metteva addosso la voglia
e il bisogno di pensare, di ragionare.
Irreprensibile, colto, elegante in tutto ma specialmente nella parola, era
dotato di una capacit professionale che doveva addirittura risultare
irritante ai suoi colleghi, perch insinuava continuamente imbarazzanti,
impliciti paragoni. Tra l'altro non nascondeva in nulla la sua scelta
ideologica di opposizione, anzi, senza mai ostentarle, riconosceva alle sue
idee - al suo marxismo - una capacit di primizia intellettuale, una forza
egemonica che era (ed ) l'origine vera del suo carisma.
Mi sono chiesto spesso quanta fatica gli sia costato e gli costi impersonare
una parte cos difficile, imporsi per una vita intera livelli cos
rigorosamente elevati di coerenza.
Mi sono chiesto anche (ce lo siamo chiesti in molti tra i suoi allievi) se il
suo acume e la sua cultura non fossero compressi, anzi schiacciati, dalle
angustie intellettuali della provincia calabrese. Certo Mastroianni ha anche
avuto grandi soddisfazioni, ha vissuto in un contesto di generale e costante
gratificazione della sua persona e del suo ruolo. Il professionista e il
notabile, il professore e lo studente, il funzionario di partito e la signora
della Fidapa, hanno infatti consolidato nel tempo l'idea secondo cui  proprio
lui il vero depositario della funzione intellettuale in questa citt. Per
molti versi, e per molto tempo, hanno perfino accettato l'idea di
delegargliela, questa funzione intellettuale, condonandogli il suo marxismo
e il suo comunismo, quasi fossero qualcosa di diverso dall'anima stessa del
suo lavoro intellettuale e della sua cultura. Cos  sempre stato facile per
tutti, a Catanzaro riconoscere che quel Mastroianni ha un grande cervello.
Pi difficile per il professore  stato trovare in questa citt interlocutori
veri, capaci di discutere con lui per davvero, disposti ad affrontare i suoi
argomenti senza dargli o delegargli la ragione. Difficile  anche discutere
con lui da parte dei suoi stessi allievi, persino da parte di quelli pi cari.
Si potrebbe definire, il suo, un atteggiamento iperpedagogico, nel senso che a
Mastroianni interessa molto di pi farti capire le cose che non capire ci che
ne pensi tu. Forse proprio per questo tanti di noi hanno subito il fascino
della sua vocazione intellettuale fino a volerne in un modo o nell'altro
riprendere la lezione, seguire le orme? La verit  che Mastroianni  stato
per tutto un lungo periodo l'emblema stesso della funzione formatrice della
scuola nella nostrta citt. Ha nobilitato il ruolo della cultura in una
societ a scarsa o nulla vocazione produttiva, in cui, in un certo senso,
pensare non aveva sbocchi, non serviva a nulla, se non appunto... a pensare.
Anomalo  il numero dei suoi studenti che hanno scelto di continuare a
studiare filosofia all'Universit (nella mia classe di liceo almeno 7 su 23).
Anomalo  anche il numero di quelli che hanno ottenuto esiti brillanti negli
studi - normalisti, professori universitari, intellettuali di prestigio. Quasi
tutti, per, se ne sono andati, hanno redistribuito altrove l'alto tasso di
concentrazione intellettuale che il professore si era saputo creare intorno.
Lui no; lui  rimasto. Ha fatto il preside,  andato a insegnare
all'Universit di Cosenza, ha continuato a lavorare ai suoi sofisticati
progetti di ricerca accettando di stare in Calabria, ha sopportato le angustie
della provincia con un non completamente disdegnato cilicio, consapevole
com'era che le sue doti intellettuali e la sua cultura avrebbero potuto
assicurargli ben altri uditori, e interlocutori ben altrimenti impegnativi.
Io, che ai tempi del liceo ho avuto con lui un rapporto teso e dialettico, che
ho cercato spesso in quegli anni nella mia mente le ragioni che potessero
motivare nei suoi confronti anche contrapposizioni e dissenso, col passare del
tempo mi vado avvicinando a lui sempre di pi . N credo che ci sia dovuto in
misura primaria al fatto di avere nel frattempo maturato idee e sensibilit
culturali pi vicine alle sue. Mi pare di avergli voluto bene sempre, ma di
capirlo meglio ora, adesso che la forza del suo eccezionale carisma non
disdegna di lasciar trapelare qualche sprazzo (solo qualche sprazzo) della sua
finissima, contraddittoria, malinconica umanit.
7. Una citt, un liceo
La memoria tradisce, nel doppio senso per cui tramanda e insieme deforma:
modifica le proporzioni, ingigantisce o rimpicciolisce gli episodi,
soprattutto seleziona le cose arbitrariamente. Quando mi sono accinto a
scrivere questi ricordi di liceo ne ero perfettamente consapevole; e so
altrettanto bene che l'immagine del liceo classico di Catanzaro che uscir
dagli scritti dei suoi ex-allievi sar fortemente distante, sicuramente
migliore, rispetto alla realt evocata. Nessuno - credo - parler
delle cose brutte, delle meschinit, delle mediocrit e delle inculture, che
pure vi sono certamente state, se non per contrapporvi un qualche elemento
positivo. Del resto, questo ci viene domandato: non una neutra e asettica
ricostruzione oggettiva e nemmeno un esercizio di critica storica, ma
un'operazione di memoria che contribuisca a rinverdire e restaurare la
tradizione del "Galluppi".
Ora  noto che tutte le tradizioni, a partire da quelle pi nobili, hanno in s
una gran parte di invenzione, nascono esattamente da operazioni della memoria
che esaltano e valorizzano elementi marginali, ne tacciono o mortificano altri
essenziali, proiettano, insomma, verso il passato bisogni, tensioni,
aspettative del presente.
Sono per questo meno legittime le tradizioni? Servono esse meno, per il fatto
di essere poco veritiere? Io non credo. Alla fine di questa operazione di
esercizio della memoria - e della retorica - collettiva, forse non si sapr
che cosa sia stato nel corso degli anni il Liceo Galluppi, ma certo se ne
sapr di pi su quello che tutti noi vorremmo fosse stato, sui compiti, il
ruolo, la funzione che l'immaginazione collettiva di una citt ha assegnato e
assegna al suo liceo nel corso del tempo.
Un liceo classico in una citt meridionale - specie in assenza di una
Universit - non  una scuola qualunque:  precisamente il luogo deputato di
formazione delle lites dirigenti locali, la sede di riconferma o di
stravolgimento delle gerarchie urbane, il termometro ideale della temperatura
sociale di un aggregato umano.
Il Liceo Galluppi  stato tutto questo, nei lunghi anni della sua storia. Solo
di recente questa sua funzione si  fortemente attenuata,  anzi decaduta.
Perch questa decadenza? Qui il discorso si farebbe lungo, ma baster
osservare che tra le molte cose che sono cambiate nel Mezzogiorno negli ultimi
anni vi  proprio questa: si  verificata una perdita di identit dei vecchi
ceti dirigenti urbani, vi  stata una conquista della citt da parte dei
provinciali, si  realizzato un aumento della viscosit sociale. In questo
contesto, ricchezza potere e fortuna delle famiglie e dei singoli passano
sempre meno per la porta della affermazione di uno status intellettuale. Ecco
allora che il liceo decade. Decade - si badi bene - nell'immagine, nella
memoria. Non  affatto detto che decada nella realt, che una volta fosse pi 
qualificato e oggi lo sia meno.  diminuito il grado di interesse, la
quantit di aspirazioni, il concentramento di aspettative collettive da
riversare intorno a questo catalizzatore urbano.
Chi abbia almeno la mia et pu ancora ricordare che cosa volesse dire quel
quarto d'ora dalle dodici e trenta all'una meno un quarto davanti alla porta
del "Galluppi".
Vi si svolgeva un rito quotidiano della Catanzaro-bene. Universitari in
attesa delle ragazze, padri importanti nell'espletamento della stessa
funzione, professori, attivisti politici, notabili, preti: c'erano tutti.
La stessa collocazione fisica della sede del Convitto Liceo Galluppi, dentro
le anguste geometrie urbane della citt non si potrebbe definire altro che
centrale. L di fronte si prendeva l'aperitivo (al bar Guglielmo); l di
fronte si compravano i giornali e le riviste di cultura (all'edicola di
Paparazzo); l dentro, nella sua Aula magna, la citt consumava i suoi rituali
di iniziazione culturale, fossero le sofisticate e difficili conferenze di
Mastroianni e le lezioni sul jazz - con ascolto guidato - tenute dal giovane
Papaleo - guance di porpora.
Era buono tutto questo? Soprattutto, era meglio? Questo libro  stato pensato
esattamente perch ciascuno di noi potesse rispondere a questa domanda con un
appassionato s. Non sar io, dopo le pagine che ho scritto, a rispondere di
no, anche se mi pare d'obbligo, se non altro, adottare la cautela
dell'autoironia.

/:/Domenico Vasapollo.
nato a Catanzaro il 22 aprile 1948
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962)

L'austero Liceo Galluppi a Catanzaro,
la frustrazione per me studente non bravo ma consapevole e poi, l'Universit a
Perugia. Uscire finalmente dal guscio, dalla protezione familiare e sociale,
dal rigore scolastico per assaporare l'indipendenza, la contestazione, quella
vera del Sessantotto, ma anche per cimentare le sopite ed intrappolate
energie intellettive nel campo della medicina. Periodo universitario
bellissimo, superato di slancio, con l'entusiasmo delle nuove conoscenze, pi 
confacenti alle personali attitudini. Esplosione di sapere, di studio, di
amori. E poi la turrita e fredda Bologna, l'insegnamento universitario, la
brillante attivit professionale, negli ultimi tempi proiettata nell'ambito
della medicina sportiva ed il contatto con un mondo che, magicamente, mi
riporta alle origini, alla passione giovanile per il calcio.
Il filo del ricordo si dipana: Catanzaro, la famiglia, gli amici di infanzia
pi cari, la scuola, il Ginnasio Liceo Galluppi da cui ero letteralmente
scappato, forse intimorito e deluso.
La lettura del recente volume del tenace prof. Galiano, Vecchio Galluppi, i
piacevoli ricordi dei cari amici Piero Bevilacqua e Rino Zumpano mi hanno
permesso di rivivere con rara efficacia l'atmosfera di quegli anni cos
lontani, filtrati da tante altre vicende personali accumulate in quasi trenta
anni. E gi, i ricordi del Ginnasio, il preventivo slancio, subito sedato da
problemi fisici legati ad uno stress sportivo e la rinuncia, a causa della
stupida insipienza del medico di famiglia che ebbe a dire ai miei:  meglio
che smetta di giocare al calcio. Poi la paura di rimanere fuori o
indietro (all'ultimo banco, sempre!), avvalorata sul campo, negli anni del
liceo pur sempre con la recondita convinzione, la tenace convinzione di
potercela fare. Gli amici, alcuni esempi da seguire. Gli studi, per me
pesanti, difficili, noiosi, lontani millenni! dalle mie attitudini forse pi 
pratiche, l'incredibile rigore, il blocco del libero sfogo, della esuberanza,
ma anche i numerosi dribbling che con tempismo e scelta tecnica impeccabile
mettevamo in opera l'amico Zumpano ed io. Il capolavoro di sagacia, di
temperamento, di equilibrio e di equilibrismo, veniva da noi messo in opera in
occasione del compito di greco. Rino ed io venivamo scaraventati nella
mischia, lontani dalla protezione reciproca, dall'austero Procopio. Che fare?
Di volta in volta bisognava pensare, studiare gli stratagemmi pi 
impensabili, come quella volta della carta carbone, per copiare il compito,
tentativo miseramente fallito (quella sola volta!), perch scoperti, e quindi
sconfitti, dall'onnipresente Federico. E posso assicurare, a scanso di
equivoci, che il numero 33 e 34 non furono mai estratti dal compianto prof.
Morello, non perch da noi sottratti, tant' che, durante le estrazioni 
(poi, a distanza di anni, durante un piacevole incontro casuale nei giardini
di San Leonardo, in un assolato pomeriggio estivo, il caro professore mi disse
che era stato un bluff, dal momento che, a volte, chiamava chi voleva lui), ci
munivamo dei pi classici e potenti amuleti della fortuna, dai corni al
gobetto, che venivano da noi lungamente strofinati e che, puntualmente, ci
portavano fortuna. Ed i grilli, faticosamente recuperati tra le zolle
prospicienti la Scuola Agraria e poi riversati in piena classe per
sollecitare lo spirito protettivo del claudicante Ciccio Tallarico, od anche
il fazzoletto macchiato ad arte di rosso con pennarello, per simulare una
tempestiva epistassi, in modo da evitare una scorbutica interrogazione di
greco o di latino. Eppure furono anni formativi, certamente non noiosi o
monotoni, in una citt peraltro statica.
La voglia di fare, sembrerebbe strano, era in me presente gi da allora. La
spinta alla cinematografia, sollecitata dall'amico Rino, in un cenacolo di
primissimo piano, da cui avrebbe preso poi il via, uno del gruppo, Gianni
Amelio, ora affermato regista; la spinta culturale di Ugo Fantasia, di Paolo
Sirianni o le dinamiche politiche di Piero Bevilacqua. Il maledetto Piero,
a cui invidiavo la capacit di scrivere in modo impeccabile, seppur semplice,
ma per me affascinante.
Il nostro mondo era cos permeato da tante cose, banali, frivole, ma anche da
tante spinte culturalmente valide, che hanno certamente rappresentato una
base di approfondimento nel periodo universitario e nella attivit
professionale. Certo sapere che tanti cari compagni di classe si sono
affermati nel campo umanistico , sinceramente, motivo di vanto per il nostro
Galluppi e per i tanto amati-odiati insegnanti di allora. Gi, il temuto
gruppo docente della sezione A, a cominciare dallo smagrito e severo Michele
Riolo che ebbe la malaugurata idea di abbandonarci in terza liceo e a cui non
perdoner mai di avermi interrogato sullo spettacolo teatrale a
cui la classe aveva partecipato il giorno precedente, al florido e
rigoroso Federico Procopio che, abitando al centro, in via Indipendenza, in
posizione strategica, impediva a noi di Catanzaro alta di accedere
indisturbati al rituale passeggio lungo il Corso Mazzini, dal dinamico,
sanguigno e brioso Salvatore Morello al comprensivo Ezio Galiano. Diciamo la
verit: era un gruppo di docenti altamente qualificato e preparato troppo,
ahim, per uno spaurito studente a cui quel modo di fare e di insegnare non
andava gi, a cui quel mondo classico cos lontano non interessava, ma
altrettanto temuto. Ricordo, come fosse ieri, che prima che iniziasse l'ora
di scienze, il solito Zumpano distribu le solite fialette lacrimogene,
senonch, subito dopo che le avevamo frantumate, fece capolino Procopio che,
per nostra fortuna, mentre ci guardavamo sgomenti, riusc, beato lui, a non
versare nemmeno una lacrima. Da quel lontano 1966 non l'ho pi visto o
incontrato; certo, la sua presenza cos viva, vitale ed educativa ha
rappresentato una testimonianza di rara cultura e seriet a cui ho cercato di
attingere nella mia vita professionale, oltre che universitaria, anche se nei
suoi confronti (ora finalmente riesco a capirlo) maturavo una sorta di
ribellione, di contestazione, attraverso un rifiuto corretto ed educato.
Ugualmente non ho pi avuto notizia di tanti e tanti compagni di classe, dal
piccolo Afeltra al biondo Giordano, dai poderosi Carnevale e Benincasa, al
simpatico Lillo Pavia, dalla sanguigna Mandino alla gradevole Rotiroti e
all'enigmatico De Benedetti, dal chiassoso Masillo all'evanescente Zafferana,
dalla brava e quadrata Serenella Siciliano alla tranquilla Gabriella Papaleo,
amica d'infanzia, che tutti vorrei incontrare. Purtroppo la malaugurata sorte
mi ha concesso di vedere, esanime, su di un freddo tavolo marmoreo
dell'obitorio dell'Ospedale Maggiore di Bologna, uno di noi, Nicola Iozzo,
carissimo amico spentosi in una drammatica vicenda. Lo ricordo con tanto
affetto perch spensieratezza, gioia di vivere ci accomunavano.
Un ricordo particolare, direi fraterno, tra i docenti va all'amico prof.
Galiano, dalla carica umana intensissima che, unico tra tanti eccelsi
ptofessori, mi ha saputo incoraggiare e spronare, puntando su di un cavallo
che certamente non era tra i favoriti.
Le ragazze, gli amori: ahim, poco da raccontare. Pochi di noi, ricordo,
allora i pi temerari si lanciavano con le coetanee, cos come schiettamente
ricordato dall'amico Raffaele Teti. E pensare che non eravamo poi da buttare
via. Rappresentava certamente un freno il mondo culturale della Catanzaro
degli anni Sessanta, tant' che l'unica volta che ebbi modo di uscire con una
compagna di scuola, marinando insieme, al rientro a casa, dopo una piacevole
gita al mare, i miei erano gi a conoscenza del fattaccio. Smisi l,
rifacendomi poi, lontano, a Perugia. E s che eravamo contornati da
bellissime compagne: Rossana Pittelli, Luciana Repici, Maria Giovanna Riitano,
Liana Rabissi...
Ora da adulto, di tutto ci conservo un magico ricordo anche se il lavoro
impegnativo, la famiglia, il contesto sociale in cui opero mi ha
profondamente cambiato. Spero per che in tutti voi, compagni del liceo e
nuovi giovani allievi, accanto al maturo e tormentato adulto, ci sia sempre
posto per quel fanciullo che non dobbiamo, a nessun costo, dimenticare o
perdere nel corso della nostra vita.
P.S. Di una cosa sono personalmente convinto: che, se i nostri docenti di
allora, fossero stati consapevoli della problematica dell'Io sono okey. Tu
sei okey vi sarebbe stato il massimo e totale coinvolgimento in una
avventura culturale ed umana senza pari. Ma, approfondire ora questa tematica
ci porterebbe lontano.

/:/Armando Vitale.
nato a Catanzaro il 7 novembre 1948
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1961/1962)

Alla ricerca del tempo
perduto? Non credo che Ezio Galiano abbia voluto costruire un'augusta galleria
di memorie, sollecitare la rievocazione nostalgica di uomini e cose. La domanda
che pone mi sembra un'altra, pi densa: si pu guardare, nella controluce di
oggi, al Liceo come crocevia di esperienze e pensieri, decisiva stazione di un
cammino, luogo di svolte e ricco di futuro?
Il presente che viviamo  straordinario per la velocit dei cambiamenti: mutano
le forme di vita, il costume, le culture, i modi del lavoro; si spezzano
antichi equilibri e viaggiamo verso il duemila carichi di speranze e incognite
drammatiche il Liceo Galluppi degli anni '60, osservato dalle vertigini del
nostro tempo, sembra precipitare ancora pi lontano negli anni, ritagliarsi
tutto dentro i confini di una provincia appagata e sonnacchiosa, rispondere
pi al richiamo degli affetti che alla curiosit forte della mente.
La messa a fuoco obbliga per a un giudizio pi attento, dialettico; il palazzo
severo di corso Mazzini riacquista un fascino e lo studente di vent'anni
addietro, che ripensi a quanto vi accadeva, si trova a comporre frammenti
significativi di una storia non banale.
Il ginnasio: davvero oltre l'infanzia
Il ginnasio ho cominciato a frequentarlo, lievemente contraddicendo mia madre:
sola e inabile amministratrice di una scarna eredit avrebbe forse preferito
un solido diploma e il lavoro a breve termine.
Velia Critelli, di forte carattere, era la rigorosa insegnante di lettere;
debbo riconoscere che pur nelle sue durezze riusciva a mettere un soffio di
vita negli arcaici programmi ginnasiali. Non poche lezioni, qualche lettura
non manualistica in classe, gi stimolavano la discussione di adolescenti
vogliosi di maneggiare le idee.
Senza sconvolgimenti apparenti, i due anni passati tra le esercitazioni di
latino e greco e il lento rituale dei Promessi Sposi contengono gi l'inizio
di uno svolgimento.
Si consuma il distacco dal quartiere e dalle sue strade, cambia il paesaggio
degli affetti e delle amicizie, si perde l'infantile sicurezza nell'ordine
delle cose e nella buona provvidenza. Un prete arguto ed estroverso, che non
c' pi faceva a scuola da ironico contraltare ai discorsi ispirati di un
bravo e dotto religioso dell'Universit Pontificia di Pio X che curava le
anime giovani di un drappello di militanti dell'Azione Cattolica presso
l'antica e popolare parrocchia di S Francesco. Accensioni devote e
dubbi inquieti allora si alternavano: ricordo un'atroce confessione
prepasquale e il tono ammonitore dell'uomo in tonaca nera dietro la grata: gli
avevo naturalmente raccontato di innocenti curiosit per l'altro sesso. Venne
la crisi di angoscia e poi il salto liberatorio; e la fine delle credulonerie
e di tante oneste convinzioni.
Paolo Sirianni e Piero Bevilacqua, compagni di ginnasio, mi hanno aiutato,
senza saperlo, nell'approdo al disincanto laico. Il primo, rampollo di una
famiglia della borghesia impiegatizia cittadina, sapeva civettare con le idee,
aveva il gusto della polemica e modernit di vedute. Piero era gi un
personaggio, una sorta di leader, per la precocit delle conoscenze e la
spregiudicatezza dei comportamenti.
L'estrazione popolare ne esaltava lo spirito provocatorio e ribaldo, le
consistenti letture lo facevano capcace di un discorso fine e costruito. In
classe insorgeva contro la pavida morale di un certo Manzoni; sul corso
cittadino intratteneva un gruppo di fedelissimi su argomenti di varia umanit:
dalle donne ai raffinati poeti del decadentismo francese.
Il liceo passagio al mondo in idea
Il passaggio al liceo apre nuovi orizzonti: maturano posizioni ideali e scelte
di vita. I ricordi sono vivaci e puntuali, una folla di personaggi ed episodi
mi torna davanti senza fatica, per l'incidenza che hanno avuto e per
i rapporti che durano. La distanza e le poche cose buone imparate impongono
per anche l'esercizio della cattiveria critica. Non ricordo una sola,
autentica lezione sulla grande realt del mondo antico: negli insegnanti di
discipline classiche dominavano sovrani la retorica e il formalismo.
L'unzione accademica di qualcuno era pari allo sconsolante vuoto di idee e di
cognizioni effettive. La storia, i conflitti, le culture di straordinarie
societ sparivano nella grigia sequenza di opere ed autori mai penetrati nel
loro linguaggio e nei loro intenti pi profondi. Confesso, a mio danno, che
ancora oggi, davanti a un solido brano di latino, fatico a cogliere subito il
pensiero centrale, la linea d'argomentazione. Se penso a qualche documento
recente della Direzione Classica del nostro vecchio Ministero della pubblica
istruzione, trovo le mie ragioni confermate persino dalla burocrazia e dalla
cultura ufficiali. Dov'era mai, negli stanchi e tediosi sermoni di qualche
abbottonato e accigliatissimo professore di latino e greco, l'imponente
costruzione giuridica dei romani, la loro sapienza agronomica,
l'intelligenza dei loro urbanisti? Gli stessi filosofi e letterati, nello
scadimento di ogni discorso, rimanevano nudo oggetto di torturanti
esercitazioni scolastiche. Credo peraltro che i soli allievi del prof.
Procopio abbiano allora nel "Galluppi" appreso gli strumenti, le tecniche di
decifrazione delle lingue classiche.
Il vuoto di messaggi e stimoli si riempiva, nella sezione B, con l'attenzione
passiva degli scolari diligenti, l'indolenza dei pi e gli esercizi in libert
di eretiche, ristrette minoranze.
Arceri, Marani, Righini, giocavano con mosse felpate lunghe briscole o
impegnate battaglie navali; io ascoltavo musica armato di transistor e di un
lungo auricolare.  come ripassare una scena dell'Amarcord felliniano: in
seconda liceo un giorno l'auricolare si stacca e la minuscola radio manda in
onda per una classe esilarata, davanti all'attonito docente di latino, la
Cavalcata fragorosa delle Walkirie di Wagner. Cos l'adolescenza crudele si
risarciva delle inutili ore perdute.
L'orgoglio della citt per il suo "Galluppi" non era interamente fondato:
dentro le mura mediocrit e intelligenza si mescolavano, stanche tradizioni e
fermenti critici coabitavano. Sar pure schematico sociologismo: ma il liceo
era deputato, da un lato, a riprodurre una pigra e altezzosa classe dirigente
locale o l'onesto ceto professionale cittadino; a liberare, dall'altro,
energie intellettuali e forze innovatrici. Tanti, tra i migliori, che hanno
assorbito i succhi pi forti e vitali del vecchio "Galluppi", hanno trovato
poi stretto l'abito della citt e hanno altrove investito intelligenza,
competenze e voglia di cambiare. Il libro pensato da Galiano fornir
sicuramente impressionante testimonianza delle risorse che abbiamo perduto.
Catanzaro intanto continua a mutare, sempre pi moderna e anonima, terreno di
scorreria di gruppi politici rampanti, deturpata senza rimedio, con una
gioventdisorientata che tace. Il mio debito col liceo resta comunque
grande: in quei tre anni c' stata la conversione mentale. la rottura con le
aspirazioni del ragazzo cresciuto fra decoro piccolo-borghese e svaghi
popolani.
Fare l'avvocato, sedere sullo scanno del magistrato perde di fascino; la
curiosit per il libro diventa gusto per la lettura della realt e la
comprensione delle cose. Decisivo  l'incontro con un "padre"
intellettualmente generoso: Giovanni Mastroianni. La traccia dei miei
interessi  stata segnata dal confronto con lo straordinario insegnante di
filosofia e l'appassionato uomo di scuola. La comparsa in classe fu una sorta
di rivelazione. Nel silenzio rispettoso dei pi e concentrato di pochi
prendeva corpo e assumeva contorni un discorso sulla societ e sugli uomini,
sulla storia delle idee e l'incidenza loro nella vita del mondo. Tutto
passava attraverso l'antica lezione dalla cattedra, dal lessico piano,
lontana da false e atteggiate profondit, sobria e densa di domande. Il
personaggio aveva e mantiene le sue civetterie: l'elegante compostezza, la
puntualit pignola, l'intelligente maldicenza. Anche l'ironia lo rendeva
diverso da altre compunte figure professorali; agli adolescenti introversi
insegnava il distacco dai compiacimenti esistenziali e dall'autistica
contemplazione di s. Senza nulla concedere ai giovanilismi il professore
aveva con gli alunni un rapporto moderno, felicemente socratico. Come altri
ho considerato pure io un privilegio accompagnarlo qualche sera nella
passeggiata sul corso Mazzini per l'antica strettoia ancora integra. Il
gruppo si infoltiva a volte di studenti universitari, intellettuali gi
impegnati e pronti a misurarsi, e la conversazione scorreva sui binari ardui
della filosofia e della politica, ma anche sui vizi e sulle virtdella gente
comune.
Ho conosciuto cos Nicola Siciliani, oggi giovane cattedrattico, allora
appena laureando ma carico di letture e di curiosit. Nino era gi un
interlocutore maturo, intelligente, accreditato. I pi giovani, assistendo al
confronto, ci sentivamo pulcini, ansiosi di crescere, di padroneggiare anche
noi gli strumenti di quella discussione. La classe restava naturalmente il
laboratorio da Mastroianni privilegiato. Allora non c'era il gran discutere
di oggi sulle didattiche e sulle metodiche dell'insegnamento; il
testo di filosofia era il vetusto e compatto Lamanna, il manuale di storia era
il bellissimo Spini in carta patinata. Eppure ogni lezione costituiva un
appuntamento da sfruttare, un'occasione per provarsi nel giuoco delle idee.
Gli studenti lamentano ancora una scuola lontana dalla vita e dalle domande
della societ: dipende certo dai ritardi delle istituzioni e dalle riforme
mancate, ma resta al fondo la povert di chi fa scuola senza trasmettere
conoscenze e impulsi a pensare.
L'ora di filosofia che teneva invece avvinti me e un gruppo di amici si
svolgeva senza alcun cedimento giornalistico agli stimoli del quotidiano o
dell avvenimento; dalla cattedra veniva un esempio di rigore, nel rispetto
della logica di autori e testi, ben lontano da tentazioni imbonitrici o da
banali furori dottrinari. Passioni e rabbie venivano cos piegate all'esigenza
dell'esame razionale e del vaglio critico.
Il cammino non  stato per limpido: ricordo momenti di lungo torpore
spirituale e di drammatico ripiegamento; ho superato la stretta della
coscienza infelice imparando a guardare al mondo grande e terribile e alle
sue ragioni. Adesso comprendo l'amore ereditato per la Ginestra di Leopardi
e la Fenomenologia del grande Hegel.
C' un forte recupero, tra filosofi e giornalisti, nel costume diffuso, dei
temi dell'individuo e della felicita, dei bisogni e del godimento ricco della
vita.  una reazione liberatoria alla disciplina coatta degli organismi
collettivi e all'ingenuo globalismo della cultura del sessantotto; c' anche
per la preoccupante rinuncia ai disegni di solidariet nuove tra gli uomini e
a progetti di cambiamenti possibili.
Questa prospettiva, guadagnata al Liceo, resta invece per me salda. Il
messaggio di Leopardi  ancora alto: rinunciare agli egoismi di ceto e nazione
per costruire la social catena contro le minacce incombenti  compito di
un'umanit adulta.
E come pu sembrare una suppellettile filosofica l'idea che stiamo comunque
dentro un processo, dentro una storia che ha punti critici da riconoscere? In
terza liceo fu perci suggestivo l'incontro col linguaggio densamente ispirato
della Prefazione alla Fenomenologia. C' un brano, pi volte riletto, che
veniva incontro alla voglia di futuro di un diciottenne inquieto: A quel modo
che nella creatura, dopo lungo nutrimento, il primo respiro, in un salto
qualitativo, interrompe un lento processo di solo accrescimento quantitativo,
e il bambino  nato; cos, lo spirito che si forma, matura lento e placido
verso la sua nuova figura e dissolve brano a brano l'edificio del suo mondo
precedente. Lo sgretolamento che sta cominciando  avvertibile
solo per sintomi sporadici; la fatuit e la noia che invadono ci che ancor
sussiste, l'indeterminato presentimento di un ignoto, sono segni forieri di un
qualcosa di diverso che  in marcia. Questo lento sbocconcellarsi che ancora
non altera il profilo dell'Intero, viene interrotto dall'apparizione che, come
un lampo, d'un colpo, mette innanzi la piena struttura del nuovo mondo
(Hegel, Fenomenologia dello spirito. Firenze, 1963, p. 9). Hegel sa che pu
essere male interpretato, si rifiuta di essere letto in chiave profetica,
avverte che il lavorio della storia  lungo e complicato:
l'inizio del novello spirito  il prodotto di un vasto sovvertimento di
molteplici forme di civilt,  il premio di una via molto intricata e di una
non meno grave fatica (ibidem). Sicuramente, pi che oggetto di attento scavo,
il passo acuto di Hegel fu, mentre si compiva l'esperienza liceale, il luogo
di riconoscimento di una personale avventura: la conversione a un modo nuovo
di percepire le proprie contraddizioni, lo spostamento dell'interesse verso
l'esterno, la societ e i suoi problemi.
In quell'anno straordinario, per come sempre lo rivivo, il disagio del mondo,
che esprimevo con l'ingenua passione per La Nausea di Sartre, diventa
giudizio politico sulle cose e scelta di campo.
L'insegnante di filosofia era sempre stato cauto e discreto, immune da ogni
predicazione ideologica; la filigrana del suo discorso era per, nel senso pi 
alto, tutta politica, orientata sul tema centrale della storia, del ruolo degli
uomini e delle loro possibilit. Ero dunque preparato a un passaggio,
mentalmente predisposto a raccogliere una spinta. Anche nella vicenda nostra
di individui operano tendenze profonde e congiunture; c'era per me bisogno che
una linea di svolgimento gi matura diventasse esplicita attraverso il giuoco
delle circostanze e delle relazioni umane.
La politica a scuola. Cattolici e comunisti
Come accade ancora oggi, nell'autunno maturo scendemmo in piazza per gridare la
protesta del liceo contro le celle monacali che ci ospitavano: il vecchio
stabile era angusto e un p bucato dalle piogge.
Improvvisato leader mi ritrovai a dirigere il corteo e ad arringare la folla
dei compagni. Nell'immaginazione di noi ragazzi l'episodio si trasfigurava,
assumeva il rango di una storica battaglia contro le incurie e i peccati di
una classe dirigente.
Per giorni e giorni un pezzo della mia 3 B si trasfer dai banchi ai tavoli
delle lunghe, appassionate, a volte inconcludenti discussioni, dove bisognava
decidere le strategie e le tattiche. Dentro quest'esperienza si venivano
delineando posizioni, schieramenti; la simulazione della lotta politica
portava ad assumere un punto di vista, a rompere con la neutralit critica del
puro osservatore. Il Partito comunista  il mio approdo.
La cosa non era affatto naturale. Tre anni prima, studente ginnasiale perbene
e ancora timorato, avevo assistito con oscuro panico a un comizio catanzarese
di Palmiro Togliatti: L'orda contadina che avanzava verso piazza Prefettura,
la voce tagliente e la limpida requisitoria del segretario generale del PCI,
erano evocatrici di un futuro possibile di disordine e di distruttiva anarchia.
Sono convinto che ancora oggi, nell'istinto profondo di tanta gente del
Mezzogiorno, abbiano residue ma forti radici paure cos antiche. In me si
esprimeva l'educazione religiosa e codina, l'irrazionale rifiuto del piccolo
modesto proprietario abituato, dentro e fuori la famiglia, a guardare ai meno
fortunati come bisognosi di sola carit. In secondo Liceo la lettura del
Manifesto di Marx ed Engels mi metteva invece davanti al grande e
potente affresco della storia delle classi e del loro scontro per la direzione
della civilt. Un lungo tratto di strada era compiuto. Perci, nelle passioni
e fra i contrasti suscitati dalla battaglia per un maggior decoro
dell'Istituto, finii per ritrovarmi in casa Lamanna, accanto a comunisti
impegnati e di spicco: Giovanni, il padre, ex proprietario terriero del
crotonese, travolto dalla passione politica, deputato al parlamento, colto e
di grande vena oratoria; Gaetano il figlio, compagno di classe dell'ultim'ora,
gi rodato dirigente della Federazione giovanile di Crotone, privo di
fanatismi, attrezzato di discrete letture e di pungente umorismo. La famiglia
abitava in casa d'affitto a V. Turco; in una stanza minuscola preparavamo
volantini, documenti, piani di guerra.
I risultati furono scarsi, ma c'era stata la prova, il cimento collettivo, il
battesimo politico. Nel giro di poche settimane divenni militante e dirigente
della gioventcomunista, non certo per le doti straordinarie, ma per la
penuria di forze dell'organizzazione. La rassicurante ironia di Gaetano
contribu a sdrammatizzare l'impatto con un ambiente profondamente diverso dal
mondo fino ad allora frequentato; cominciavo a conoscere severi e provati
funzionari di partito, i personaggi umanissimi e pittoreschi della base
ancora devoti al culto di Stalin, giovani contadini orgogliosi di battersi per
un'altra societ. Era davvero un tempo molto dissimile dal nostro; nelle
sezioni comuniste si respirava ancora il clima della fortezza assediata; il
settarismo dei pi era il segno di una diversit impotente, ma anche di una
tensione forte verso un mondo migliore e giusto. Il rancore di classe, il
sogno socialista, la dura lotta politica, l'esercizio spregiudicato del
mestiere: tutto si mescolava, in casa comunista, in un quadro a tinte forti,
primitivo e affascinante. Una piccola schiera di comunisti pensanti fu poi
un metro di misura e di conferma; attraverso di essi diventava esplicita la
possibile prospettiva storica e politica di proletari di paese e artigiani di
citt. Nello spaccato modesto della provincia, prima che sui Quaderni
carcerari, si poteva apprendere la gramsciana lezione sul ruolo degli
intellettuali chiave di volta del blocco progressista e rivoluzionario.
Ricordo lo sguardo assorto e la figura alta di Giovanni Di Stefano, allora
segretario del Partito calabrese, da alcuni anni scomparso; Sarino Maida con
la sua passione ragionata e l'ardore della iniziativa, che ho il rammarico di
non sentire pi per le terrene polemiche della piccola vicenda politica,
Quirino Ledda col suo impeto battagliero; e ancora Piero, con una barbetta
alla Lenin, tutto preso dalle sue diagnosi rigorose.
Quell'esperienza l'ho vissuta come un grande arricchimento; fu invece un
trauma per la famiglia e una sorpresa per amici carissimi.
Preoccupata fu la reazione di Sergio (Bruni) e Carmine (Donzelli), due degli
intelligenti animatori del dibattito in classe, impegnati su un altro versante,
col gruppo cattolico cementato dalla vivace iniziativa di don Giorgio Bonapace.
Un giornale studentesco e il Cineforum erano i canali d'espressione culturale
e politica dei giovani conciliaristi della parrocchia di don Giorgio. Sergio
e Carmine, diversi e complementari, l'uno accorto e prudente, l'altro
appassionato e generoso, sostenevano con le idee e la fatica organizzativa un
progetto d'intervento nella realt giovanile aperto al confronto e libero da
angustie confessionali. La voce dei giovani e Il Sentiero, fogli agili e
succosi, che non disprezzavano contributi laici ed esterni, tentavano dalla
provincia di aprire una finestra sulle cose del mondo. Le rassegne di Films,
sapientemente introdotti dai due giovani dioscuri della cultura cittadina o da
un versatile e umorale Raffaele Teti, consentivano a molti di noi di misurare
le ancora fragili concezioni della vita e della societ. Io non ero pi 
conquistabile ad un'altra prospettiva: in un lungo scambio telefonico con
Carmine riconfermai l'irrevocabilit della scelta compiuta. La milizia in
campi diversi ebbe per uno strano effetto: dopo i primi stupori si
consolidarono i legami affettivi e la reciproca stima; i comunisti Vitale
e Lamanna, i cattolici Bruni e Donzelli riuscivano a parlarsi nel pubblico e
nel privato, a intendersi su questioni di fondo, a intraprendere battaglie
comuni. C'era naturalmente una ricca materia di contesa e non mancavano gli
scontri; ho in mente un numero del Sentiero col resoconto del dibattito
svoltosi, a cura della FGCI di allora, su Marxismo e cattolicesimo. L'aveva
introdotto l'ortodosso divulgatore di Marx, Luciano Gruppi; io venivo
rimbeccato per un intervento dottrinario, da comunista di sacrestia. Da tutte
e due le parti si erano comunque sfoderate le armi della tenzone ideologica;
partiti dall'esigenza di trovare il punto d'incontro, avevamo fatto emergere
le visioni alternative, il diverso orizzonte ideale. Che cosa allora ci
teneva insieme e profondamente ci univa? Forse la schiettezza delle posizioni
e l'onest intellettuale, la volont di scuotere la palude della vita
cittadina, il gusto per le idee e la coerenza nel sostenerle. Sui nostri
tavoli, in fondo, non c'erano i soli manuali di scuola, ma anche qualche
giornale e libri di vario impegno, dal classico Pavese per adolescenti a
volumi di maggiore dottrina. La discussione in aula si giov del nostro
impegno: divenne pi intensa e motivata, pi esplicita e meno acerba e
scolastica. Il tavolo dei partecipanti era abbastanza largo; spunti e
osservazioni venivano anche da Franca Invidia e Amelia Paparazoo, da Ugo
Marani e Gigi Larosa. Tuttavia la polarit e la corrispondenza tra comunisti e
cattolici fin per costituire il filo d'oro del dibattito di un intero anno.
La lezione di filosofia e storia era ovviamente un momento forte di
aggregazione e di lavoro analitico; l riversavamo le nostre poche cognizioni
e venivamo chiamati a ridiscutere ogni cosa, a rinunciare alle certezze della
propaganda e ai convincimenti ultimi e definitivi. Non voglio per
scordare il prof. Voci, colle sue estasi per il Paradiso di Dante e i suoi
crucci di cattolico osservante per le deviazioni ideologiche di allievi da lui
considerati. Ricordo un rimbrotto per aver parlato di Verga con spirito di
bottega, sostituendo sociologia a letteratura. Convinta faziosit e paterna
bonomia nel personaggio si confondevano; ma lo ricordiamo in tanti con affetto
perch sapeva stimare gli altri e accettava il confronto e la discussione.
Ancora materia da macinare ci veniva dall'ora di religione con don Giorgio.
Senz'avere con lui un rapporto diretto e pieno, lo seguivo con interesse; era
uomo di talento e di forte presa sulla giovent. Poco davvero abbiamo invece
spremuto nella sezione B dalle discipline scientifiche: scarse le idee e le
teorie, mai avviata la pratica di laboratorio; il liceo "Galluppi" era un
piccolo spaccato dell'Italia scolastica la pi ignorante di cose scientifiche.
La contestazione per la buona didattica. Gli esami.
In terza liceo ci fu una drammatica precipitazione nel rapporto con la
neoincaricata di Latino e Greco. Questa era la persuasione maturata nel
gruppo degli amici: il personaggio aveva un indigesto tratto di arroganza
senza masticare a dovere quanto pretendeva di insegnare. Non so pi quali
carte aveva imbrogliato traducendo Epicuro. C'era in classe parecchia
irritazione; non avevamo uno splendido rapporto con le lingue classiche, ma
potevamo ragionevolmente ricostruire i pensieri del filosofo sulla vita e la
morte, a nostro giudizio tanto scandalosamente equivocati. Pensavamo che il
brutto voto per la traduzione non toccasse a noi. Io affrontai con durezza e
spavalderia l'insegnante sulla porta della classe; il consiglio di presidenza
si riun il giorno dopo per studiare le misure contro la provocazione
impertinente. L'episodio, abbastanza comune, accese per la rivolta che nel
profondo covava; la punta avanzata della 3B organizz la protesta,
predispondendo in affannosi incontri un quaderno di doglianze da inviare al
Provveditore agli Studi.
Vivemmo un lungo quarto d'ora di passione, giorni concitati: in fondo, era
stato aperto un conflitto con l'istituzione. Ci sentivamo trasgressori e
carichi di ragione; c'era un vago sapore di '68: la cattiva qualit della
scuola non era oggetto di satira soltanto o di goliardica ferocia, ma di
contestazione dichiarata e formale.
Non tutta la classe riusc a reggere l'urto: mancava la piena maturit dei
tempi e si opponevano timidezze e paure. Nacque cos un controdocumento di
sostenitori della signorina incriminata, a conferma di quanto contrastato sia
il cammino di ogni rivoluzione.
La docente in questione scomparve per circa un mese. Rientr abbastanza mutata,
almeno per la mansuetudine e la disponibilit ostentate. Altro non si poteva
pretendere.
Il bilancio della battaglia sostenuta fu comunque assai pi ricco delle
modeste correzioni di comportamento strappate. Tenne, in quella circostanza,
il fronte degli impegnati; si stabil un'intesa cordiale vincente fra
cattolici e comunisti che permise di costruire consenso e di rendere egemonica
la ragione dei contestatori. Tra i docenti fecero giusta presa i nostri buoni
argomenti. Ci fu un consulto in casa Mastroianni, e, Voci, don Giorgio,
l'inflessibile e pungente signorina Morica, guardarono con simpatia all'azione
di rottura avviata. I legami umani si erano intanto infittiti; stavolta i
piani li avevamo maturati e decisi a casa Donzelli in un clima di solidariet
e di comprensione. Il giudice e la signora, pur esprimendo la tradizione del
professionismo cittadino restio ai clamori, avevano intuito che la materia era
delicata e il nostro sforzo non privo di nobilt.
Chiusa la vicenda, la sinistra militante, io, Gaetano e Amelia Paparazzo,
con Sergio e Carmine, ci ritrovammo per tanti pomeriggi a casa di Tot Ameduri
a rifarci la bocca con un p di buon greco, in vista dell'esame di Stato. In
quegli stessi pomeriggi abbiamo continuato tante conversazioni di letteratura
e politica, abbiamo malignato e sognato. C'era il giusto interlocutore: il
giovane professore di lettere, col viso fresco da ragazzo, nella vecchia
stanzina di via Montecorvino, piena di libri accatastati pure sul pavimento,
aveva una grande capacit d'ascolto, lasciava dire intervenendo al
momento giusto, correggendo un'approssimazione, moderando un'intemperanza,
componendo un contrasto di vedute, restituendoci il senso profondo di un testo.
Frequentandolo abbiamo imparato una lezione di seriet e di umilt
intellettuale, ma anche a capirci di pi oltre le diversit delle nostre
esperienze e dei caratteri.
Ritemprati anche nelle lingue classiche, ci accingemmo alla prova finale;
l'esame di Stato aveva ancora il vecchio impianto e costituiva un impegno
rilevante. Ha ragione Giorgio Amendola: bisognerebbe comunque rimpiangerlo per
la costrizione felice che sapeva esercitare; era un duro ostacolo, un prezzo
da pagare per il passaggio fra gli adulti.
Nel luglio torrido del '66 si chiuse un'intensa stagione di vita con qualche
incontro felice. Il genovese commissario di matematica e fisica era un grande
conoscitore delle sue cose: cap, al di l delle notizie che lasciavamo sul
suo tavolo, che l'impreparazione era profonda e si rese ben conto delle
ragioni. Il Barnabita, che mi leggeva Orazio come un umano del mio tempo,
aveva occhi acuti e astutamente sorridenti; per un tratto volle discutere
della filosofia di Agostino assolvendomi da altre lacune. Il minuto prof. De
Rosa rimase invece appagato dalla varia e nutrita discussione che spazi da
Vico ai contemporanei: era di mente agile e uomo senza pregiudizi.
Perci, se gli esami sono tornati negli incubi notturni, restano il luogo di
utili memorie, per le fatiche sopportate e il confronto sostenuto. E la vita,
il quotidiano, lo scherzo, il giuoco, i conati d'amore? M'accorgo d'avere
scritto un modesto romanzo di formazione tutto sbilanciato sulla storia della
mente. Verrebbe allora voglia di raccontare altro: i vagabondaggi sul corso;
gli accattonaggi per rimediare i denari dei morzelli serali, le escursioni nei
paesi, in motocicletta, coi pendolari come Salvatore De Vinci, le lunghe e
ingarbugliate telefonate colle ragazze. E dovrei parlare a lungo,
con struggimento, delle ore felici vissute sui campi di Basket con
l'indimenticabile Maurizio Placanica. Lo rivedo ancora mentre tornavamo
inebriati a sera dalle partite, in tuta e cantando. La mala sorte se l'
portato via giovanissimo, ed io, Sergio, tanti altri ancora, abbiamo perso un
amico buono e la sua umana arguzia.
Com'eravamo allora? Non so se migliori della gioventche popola a sciami i
giardini delle delizie di S. Leonardo. Gli adolescenti di oggi sembrano pi 
liberi e appagati, meno inibiti e frustrati, pi laici e positivi. Noi
guardavamo al mondo cogli occhi pieni, con la convinzione che vivere non
basta, ma  necessario capire per cambiare.
Ingenui ideologi di provincia pensavamo di avere trovato il grimaldello per
aprire le porte del mondo nuovo. Meglio cos che il disincanto precoce e il
realismo scettico di oggi. Al Liceo "Galluppi" di allora, pur con le sue
angustie di uomini e di culture, col suo bagaglio di presunzioni castali, si
pu lasciare il suo merito: spingeva pur sempre a pensare, e magari in grande.
Aspetto di trovarmi nel volume pensato da Galiano cogli amici che mantengono
per le ragioni del mestiere il privilegio dello studio e della ricerca. Penso
che, fra le tante diversit maturate, trover nei loro racconti il comune
luogo ideale guadagnato al Liceo: che il nostro non  affatto il migliore di
mondi possibili.

/:/Fabio Vecchio.
nato a Catanzaro il 14 ottobre 1951
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1964/1965)

La cultura  tutto
ci che resta quando si  dimenticato tutto quello che si  imparato.
Avevo diciassette anni quando il mio professore, Ezio Galiano, dalla sua
cattedra di filosofia della sezione A, proponeva alla attenzione della classe
questa massima gentiliana e spiegava come la cultura non fosse il mero
possesso di nozioni o di vacua erudizione, ma fosse legata alla capacit di
riflettere su tutto quanto si era appreso secondo l'esperienza e la
sensibilit individuale.
La cultura  il lavoro dello spirito che cresce solo cancellando il dato nella
sua singolarit per essere pi agile, pi disponibile a cogliere i sensi pi 
profondi ed oscuri del sapere.
Ricordo che per me, allora, cultura significava soprattutto capacit di capire
ed in quel momento, era il 1968, di cose da capire ce ne erano tante: c'era la
protesta o contestazione studentesca nelle universit di mezza Europa; c'era
stata la primavera di Praga con la successiva normalizzazione imposta dai
sovietici ed a Citt del Messico, qualche giorno prima dell'inizio delle
Olimpiadi, la polizia aveva aperto il fuoco contro una manifestazione
studentesca.
Tutti questi avvenimenti, amplificati dai mass-media, scuotevano anche la
tranquilla e sonnacchiosa atmosfera di una cittadina di provincia, ponendo
interrogativi ai quali era difficile trovare risposte adeguate anche se gli
studenti si riunivano in assemblea nelle scuole e nelle piazze per dibattere e
discutere.
In questo sforzo di capire, la scuola che frequentavo, il Liceo Classico, ci
offriva valide chiavi di lettura ed in un momento nel quale si annuciavano
profonde trasformazioni e si prospettava la contestazione globale del
sistema, gli studi classici si ponevano come un logico contraltare alla moda,
all'effimero, al nuovo che non era cos nuovo come sembrava a prima vista e
costituivano un salutare stimolo a sviluppare ed esercitare quello spirito
critico che  fondamentale nel valutare i fatti che si vivono.
L'identit hegeliana tra realt e razionalit ed il pragmatico buon senso del
carpe diem di Orazio, la religiosa pietas di Virgilio ed il pessimismo
leopardiano, la rivoluzione copernicana e quella industriale: gli studi, che
la scuola con i suoi docenti ci proponeva, ricapitolavano proprio tutta
l'avventura umana e rendevano il passato cos attuale come il presente.
Adesso, a diciotto anni da allora, ci di cui maggiormente mi sento debitore
verso la mia scuola  proprio il senso di formazione integrale della persona
che gli studi liceali mi hanno dato.
Certo, quando ripenso a quel periodo, nella mia mente si affollano anche tanti
ricordi: persone, ambienti, momenti di concentrazione e di svago. Ricordo
l'ultimo sciopero, organizzato nel dicembre del 1968, per protestare contro la
scarsa agibilit di taluni locali e le carenze di importanti infrastrutture
del nostro Liceo e, ricordo, naturalmente, il momento dell'esame finale: la
maturit.
Al di l ed al di sopra di tutti i ricordi resta, per, la gratitudine per il
ruolo formativo culturale che il Liceo Classico "P. Galluppi" ha avuto nella
mia vita.

/:/Antonio Catrical.
nato a Catanzaro il 7 febbraio 1952
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1965/1966)

Caro professor Galiano,
ho ricevuto in ritardo la sua lettera. Rispondo tuttavia al cortese invito di
scrivere un ricordo, forse anche al fine di riportare alla memoria quel tempo
che, a trentaquattro anni di et, mi sembra appartenuto ad un'altra persona.
Il Liceo "Galluppi" era su corso Mazzini, quello stesso corso che ora  stato
sventrato ad opera di una incomprensibile politica urbanistica (torno a
Catanzaro di rado, per trovare i miei genitori, ed ogni volta mi stupisco, con
sentito rammarico, dello scempio che si  fatto della nostra cittadina).
Di fronte al "Galluppi" c'era il bar "Guglielmo", nelle cui salette interne
si rintanavano gli studenti che avevano marinato la scuola.
Il bar era, comunque, meta obbligatoria di tutti non appena suonava
la campanella delle dodici e trenta; con il liceo era tutt'uno.
Al bar ci si dava un contegno non consentito a scuola, talvolta dal metus
reverenziale, talvolta dalla modesta preparazione.
Ci si atteggiava a superuomini, con scherzi simpatici o con bravate da
bulletto di quartiere.
Al bar, si cercava di far colpo su ragazze di altre classi (con le compagne
non c'era speranza: ci conoscevano troppo bene!).
Al bar si decidevano gli scioperi per il riscaldamento, per la palestra, per
le aule o per altre piccole rivendicazioni.
Una volta occupammo un'aula per solidariet con un'altra classe che era priva
di professori titolari ed andava avanti per mezzo di supplenti.
Un signore, che fece finta di essere un capitano dei carabinieri, ci spieg
che, se non fossimo tornati spontaneamente nelle nostre aule, sarebbero stati
guai seri. Dopo cinque minuti, a capo chino, riprendevamo il normale corso
delle lezioni.
Poi, di colpo, venne il 1969.
Nel resto del mondo c'era gi stato il '68.
Io frequentavo il secondo liceo e, spero si ricorder, ero suo alunno nella
sezione A.
C'erano anche il prof. Riolo (lo ricordo sempre con simpatia), il prof. Morello
(non riusciva mai ad interrogarmi in matematica, dato che avevo sottratto il
numero corrispondente al mio nome dalla sua tombola delle interrogazioni),
c'era la professoressa Scalzo, di scienze naturali (mi dava buoni voti, quando
la squadra di pallacanestro vinceva sugli altri istituti), c'era il prof.
Procopio (si diceva che facesse tradurre dal greco in latino; una volta gli
dissi che Creusa era la moglie di Penelope. Avevo inteso male un
suggerimento!).
Per l'educazione fisica c'era il prof. Calaminici (quando la classe
rumoreggiava troppo scriveva Fare tregua sulla lavagna!).
Venne il '69 e presi un bel 5 in condotta al secondo trimestre. Strano.
Non c'erano note sul registro, n sospensioni.
Non avevo certo rimproveri particolari. Non ero stato pi cattivo, in
classe, di tanti altri che avevano riportato nove o dieci.
Pensate che fossi un leader del movimento? Era la legittima punizione per un
sovversivo? Era un avvertimento? La Reazione?
 vero. Gridavamo Potere operaio, potere studentesco. Ma a Catanzaro gli
operai non c'erano, e, in fondo, chiedevamo molto meno di quanto i decreti
delegati, qualche tempo dopo, avrebbero concesso nell'indifferenza generale.
Quando, per motivi di lavoro, ho dovuto studiare gli anni di piombo del nostro
Paese, ho capito che non traevano origine dal '68.
Sicch adesso, pur essendo magistrato, consulente del governo, docente di
diritto, di quel 5 in condotta non mi vergogno, ma ne sono tanto contento.

/:/Luciana Singlitico.
nata a Catanzaro il 12 giugno 1952
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1965/1966)

Non eravamo
una maniata 'e cioti, come ci invitava a ripetere in coro il professore
Morello quando non riuscivamo a risolvere, nei tempi regolamentari, un problema
di matematica, se  vero che la stragrande maggioranza di noi affront e
super, senza patemi, gli esami di maturit (che, in verit, non
giustificavano, come non giustificano tuttora, particolari angosce) e, senza
grosse difficolt, i successivi studi universitari.
Nella mia classe non c'erano Pierini, n secchioni, fenomeni di erudizione,
gelosi tutori dell'esclusivit della loro scienza; c'era, s, qualche
ambizioso, o meglio, qualche ambiziosa mediocre, ma i pi bravi non erano
certamente i pi diligenti nello studio, n tra quelli di miglior condotta.
In verita, quel sottile piacere della trasgressione, motivazione pi o meno
consapevole di tante gesta memorabili di passate generazioni di studenti, era,
a quell'epoca, alquanto attenuato.
Era il 1968 e, anche nel nostro liceo, molte cose stavano cambiando, sia pure
pacificamente e, forse, pi lentamente che nelle grandi citt dove la
contestazione studentesca si univa a quella operaia.
Erano cambiati i professori che non incutevano pi il timore di una volta ma,
soprattutto, eravamo diversi noi: pi che il diritto di assemblea, da poco
ottenuto, ci rendeva pi autonomi una maggiore consapevolezza che ci
consentiva di non dare eccessiva importanza ai conati di autoritarismo di
qualche professore (espressione pi della sua personalit che di una mentalit
diffusa nel corpo docente) che si infrangevano contro la nostra provocatoria
indifferenza o contro un generale, palese, sorridente atteggiamento di
derisione e che, significativamente, non osavano mai sfociare in provvedimenti
punitivi. Ovviamente, anche noi, qualche volta, ci trovammo nella necessit di
doverci difendere dal rischio di un'interrogazione non gradita o dalla noia di
un'ulteriore spiegazione in un'aula diventata troppo buia rispetto al sole
smagliante dell'estate incipiente e, per risolvere rapidamente la questione,
decidemmo di provare l'ebbrezza di una fuga collettiva dalla scuola.
Le nostre ripetute diserzioni in massa dall'ultima ora non ebbero, per,
grande risonanza, n strascichi sul piano disciplinare. Una di queste evasioni
ci consent di saltare la lezione di storia dell'arte e la reazione
dell'insegnante, Emilia Zinzi, serv soltanto a farci vergognare: provo ancora
rimorso quando ripenso all'accoramento con cui la professoressa, il giorno
successivo, senza rimproverarci o minacciare punizioni esemplari, ci annunci:
Ragazzi miei, voi mi farete piangere!.
Un ennesimo tentativo di fuga fu sventato dalla professoressa di scienze che ci
sorprese in flagrante e ci risped, urlando, nell'aula dove ci impose di
rimanere in piedi, per tutta l'ora, ed in silenzio. Anche lei rimase in piedi
sulla pedana della cattedra guardandoci con aria di sfida attraverso le lenti
scure dei suoi sorpassati occhiali bianchi e neri stile op, senza immaginare
quanto giungesse gradito quello strano tipo di punizione che ci assicurava
un'ora di completo far niente ed eliminava, per quel giorno, qualsiasi
pericolo di indesiderate interrogazioni. L'imposizione fu, dunque,
unanimemente accettata senza alcuna reazione; ci sorprese, e non poco,
i pi innovatori tra i nostri professori quando, il giorno successivo, vennero
a conoscenza dell'accaduto: dai loro sorrisetti ironici capimmo che il nostro
comportamento non era stato certo in linea con gli ideali sessantotteschi, non
si accordava con la tradizione della classe, non era degno di studenti liceali
e non era neppure approvato da loro. Nessuno di noi ebbe il coraggio di
spiegare quale fosse stata la comune, seppur non reciprocamente esternata,
motivazione di quell'umiliante resa collettiva: tutti per, in cuor nostro,
sperammo che potesse presentarsi l'occasione di riscattarci.
Non eravamo dimentichi di questo edificante episodio quando, in terza liceo,
ci riunimmo per discutere sulla situazione preoccupante che si era venuta a
creare in un'altra terza di recente formazione la quale era letteralmente
priva di docenti, bench fosse gi da tempo iniziato l'anno scolastico.
Decidemmo, noi privilegiati della sezione A, di occupare, in segno di protesta,
l'aula dove avrebbero dovuto svolgersi le lezioni di quella classe. La mattina
successiva, dunque, con il cuore in tumulto ma con l'orgogliosa consapevolezza
di batterci per una giusta causa, anzich dirigerci verso la nostra aula,
imboccammo tutti insieme il primo corridoio a destra e marciammo verso la
terza F.
Entrati nell'aula, ci sedemmo ordinatamente nei banchi e restammo muti ad
attendere gli eventi. Di l a poco, comparvero i nostri professori, informati
dai bidelli dell'ammutinamento; di fronte al nostro ostinato silenzio, ci
esortarono a farla finita con quella pagliacciata ed a tornare nella terza A.
I sempre pi perentori inviti e le minacce di drastiche punizioni per poco
non piegarono le resistenze, per la verit gi assai deboli, di qualcuno che,
sin dall'inizio, aveva cercato di schermare la paura per le possibili
conseguenze, argomentando che il gesto di solidariet non era del
tutto disinteressato, ed ora, tremante, cercava di guadagnare la porta o,
quantomeno, la finestra.
Ma poich, da sempre, in una classe che si rispetti non sono consentite
insubordinazioni ed assai ristretto  lo spazio per le scelte individuali non
gradite alla maggioranza, immediatamente fu bloccata ogni via di uscita e, con
essa, la libert di movimento degli isolati ribelli i quali furono costretti a
scendere a pi miti consigli.
Mentre, dunque, ciascuno di noi sentiva aumentare dentro di s l'orgoglio per
l'eroismo di cui la classe, compatta, stava dando prova, ed immaginava di
ritrovarsi immortalato sulle prime pagine dei quotidiani dell'indomani, si
sparse d'improvviso la notizia che, dietro la porta dell'aula dentro la quale
eravamo ormai barricati, si trovava un commissario di polizia.
A quei tempi, i poliziotti che intervenivano alle manifestazioni studentesche
non familiarizzavano con i manifestanti e non si lasciavano fotografare
sorridenti accanto a loro, come poi accadde con i ragazzi dell'85. Le immagini
che televisione e giornali ci trasmettevano quotidianamente erano immagini di
guerra: alle sassaiole ed agli insulti degli studenti la polizia rispondeva
con dure cariche che comportavano, spesso, l'uso di idranti, lacrimogeni e,
qualche volta, anche di armi. Per un attimo, forse, questo pensiero ci esalt
ulteriormente e la notizia della presenza della forza pubblica circol tra i
banchi senza alcuna apparente reazione; ma... subito dopo, uno dei miei
compagni si alz esitante e, con inconsueta, innaturale lentezza, mosse
pochi incerti passi in direzione della porta; allo stesso modo si alz il
secondo e poi... il terzo ed... il quarto e quindi... tutti insieme, senza
guardarci o dirci una sola parola, composti ma decisi, uscimmo dalla terza F e
ritornammo nella nostra aula per iniziare regolarmente le lezioni.
In fin dei conti, la nostra azione di protesta l'avevamo fatta e non era poi
necessario prolungarla.
La sconfitta, invece, la sentimmo tutta quando scoprimmo che il famoso
commissario non era nei corridoi della scuola perch chiamato ad organizzare
una carica di polizia ma, da padre premuroso di uno studente, era
spontaneamente venuto a chiedere ai docenti notizie sul profitto del figlio.
Provvedimenti disciplinari, che io ricordi, non ce ne furono; vi fu, invece,
la reazione risentita del professore Morello il quale trovava terribilmente
offensivo che non avessimo accolto le esortazioni dei nostri insegnanti e che
avessimo capitolato solo per paura. Ci disse che non meritavamo nulla e che
la scampagnata, che da tempo stavamo organizzando e durante la quale - aveva
promesso - ci avrebbe dato un saggio delle sue virtculinarie, non avrebbe
mai pi avuto luogo. Tentammo di farlo recedere dalla sua decisione e, solo
dopo tante insistenze, promise di accontentarci se, da quel momento in poi,
fossimo stati disciplinatissimi, anzi addirittura funerei.
Fu cos che un giorno, su mia iniziativa, ci abbigliammo, maschi e femmine, da
autentiche prefiche ponendoci sul capo nere mantiglie trafugate alle nostre
nonne.
Cos addobbati, con il capo chino e le mani giunte, ci trov Morello entrando
in aula e, dopo essersi fatta una grossa risata, decise di perdonarci
definitivamente.
Secondo questo professore, che noi chiamavamo Morellik per i suoi
atteggiamenti ostentatamente sadici, noi alunni eravamo una razza infida e
malvagia e non dovevamo essere mai creduti, neanche in punto di morte, perch
capaci di raccontare le pi bieche bugie e di ideare le pi diaboliche messe
in scena pur di evitare interrogazioni e brutti voti. Ed infatti, quando un
giorno, durante un intervallo prima dell'inizio dell'ora di matematica, si ud
un urlo lacerante provenire dai bagni e, poco dopo, vedemmo comparire nel
corridoio un gruppo di nostri compagni che, trafelati ed agitati, portavano a
spalla, svenuto, Marcello Paonessa (che non era, notoriamente, uno dei pi 
studiosi della classe), il feroce Morellik, per la... disperazione, per poco
non sveniva (sul serio) anche lui.
E quando Marcello, ormai sicuro dell'effetto ottenuto, ritrovandosi sdraiato
sul tavolo della presidenza, decise di riprendere conoscenza, il diabolico
professore tent in tutti i modi di rassicurarlo spiegandogli che la probabile
causa del suo malore era, forse, da ricercarsi nella sigaretta che aveva
fumato e nella quale, in qualche modo, si era infilato un capello (!)
In quell'occasione, per, il pi frastornato ed angosciato di tutti (esclusi
noi che, pur colti alla sprovvista, avevamo compreso al volo come in realta
stavano le cose) ci parve il preside Cancellieri. Qualche tempo prima,
purtroppo, era morto nella palestra della scuola, per un attacco cardiaco, uno
studente, ed il povero Cancellieri, come tutti noi del resto, ne era rimasto
scosso ed assai addolorato, per cui quel giorno, trotterellando a mani giunte
dietro ai miei compagni che sorreggevano Marcello, ripeteva a m di cantilena:
Qua ne muore un altro! Ne muore un altro!.
Povero Livio, cos paterno e comprensivo, ma tanto ingenuo e distratto da
restare vittima dei nostri pi plateali imbrogli.
Qualche volta ricorrere ad un trucco era, infatti, indispensabile, come quando,
in terza liceo, organizzammo una gita a Firenze.
Fatti i debiti conti, dopo un giro informativo presso le agenzie di viaggi, si
stabil una quota individuale di... ventimila lire e quasi tutta la classe vi
ader.
Chiesero di partecipare anche alcuni ragazzi, una quindicina, della terza D,
ma ci sarebbe potuto avvenire solo all'insaputa del preside perch, secondo
una circolare allora vigente, le gite scolastiche potevano essere autorizzate
soltanto se la classe vi partecipava per intero.
Nessuno, ovviamente, si sarebbe accorto di nulla, almeno ufficialmente; si
poneva per un problema dalla cui soluzione dipendeva la possibilit di
mantenere la quota di partecipazione nei limiti stabiliti.
La riduzione del biglietto ferroviario spettante alle comitive presupponeva,
infatti, che il numero minimo di viaggiatori fosse di quaranta e, trattandosi
di gita scolastica, era inoltre necessario presentare in agenzia un elenco
completo dei nominativi dei partecipanti con in calce l'autorizzazione e la
firma del preside.
Il preside non avrebbe, per, mai vistato un elenco di quaranta alunni quando
quelli ufficiali appartenenti ad un'unica classe non erano pi di una
trentina; d'altra parte ci sembrava un'enorme ingiustizia non poter usufruire
di uno sconto, al quale avevamo diritto, solo a causa di una stupidissima, e
certamente pi volte violata, circolare.
Il comitato dei promotori si riun d'urgenza per decidere il da farsi e
qualcuno di noi intravide l'unica soluzione, rischiosa e di non facile
attuazione, e lanci la proposta che fu accettata all'unanimit.
Preparammo cos, febbrilmente, un elenco dei partecipanti ufficiali, poi,
sullo stesso foglio ma parecchio pi in gi, in modo da lasciare spazio
sufficiente per inserire altri quindici nomi, predisponemmo il provvedimento
di autorizzazione, completo di data e generalit del preside, in calce al
quale erano da apporre solo sigla e timbro.
Io non osai far parte del gruppo dei coraggiosi delegati che port in
presidenza il foglio da far firmare: temevo che il preside potesse far domande
per quella strana collocazione della sua sottoscrizione, chiedere spiegazioni
e quindi delle modifiche: chiunque si sarebbe insospettito!
Ma i delegati tornarono, un attimo dopo, sventolando il foglio completo di
timbro e firma e si pass rapidamente (seduti ad un tavolino appartato del
vicino bar Guglielmo che ora non esiste pi ) alla scconda parte del piano,
ovverosia al riempimento dello spazio vuoto con i nomi dei ragazzi della
terza D.
Ho ripensato, a distanza di anni, a questo episodio e mi son chiesta come mi
comporterei adesso se, per ragioni di lavoro, dovessi venire a conoscenza di
un fatto del genere che ora, diversamente da quindici anni fa, mi richiama
subito alla mente alcuni articoli del codice penale che allora, sicuramente,
sia io sia gli altri correi ignoravamo.
Allora ci sentivamo soltanto studenti e, come tali, tenuti a
rispettare, nell'esercizio dell'attivit scolastica, soltanto le nostre
leggi non scritte; l'idea che uno studente, fra uno scherzo ed una protesta,
potesse commettere anche dei reati, non ci sfiorava nemmeno.
Ad ogni buon conto, a qualche collega troppo serioso e rispettoso pi della
forma che della sostanza il quale, per mia sfortuna, dovesse leggere questo
breve memoriale e che, per aver attraversato indenne da ogni tentazione gli
anni di scuola, si sentisse venire qualche strano prurito, faccio innanzitutto
presente che all'epoca dei fatti eravamo minorenni, che il fatto commesso fu
del tutto innocuo e che, comunque, sono abbondantemente decorsi i termini di
prescrizione previsti per il reato astrattamente configurabile in ipotesi.

/:/Giuseppe Soluri.
nato a Catanzaro il 3 febbraio 1952
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale Sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1965/1966)

Misi piede per la prima volta al Galluppi
come studente quando iniziai a frequentare la quinta ginnasiale. Il quarto
ginnasio l'avevo frequentato nelle aule distaccate di Strat e quell'edificio
cos austero ed antico aveva continuato a rappresentare, per me e per tanti
altri, un punto di arrivo non solo fisico ma soprattutto intellettuale.
Sostare dinanzi a quel portone, salire quella rampa di scale, sedersi in
quelle aule, aveva gi significato in quinto ginnasio, entrare in un altro
mondo: un mondo in cui si intrecciavano, formando un mix affascinante,
storia, aneddoti, cultura e sogni. Ma l'ancor giovanissima et, la posizione
decentrata dell'aula in cui frequentavo la quinta A, la scansione ancora da
scuole medie delle lezioni ginnasiali, mi fecero vivere quel primo anno di
approccio col Galluppi con grande superficialit e con scarsa attenzione
verso quel microcosmo nuovo nel quale mi trovavo. Gi allora, comunque il
tarlo del giornalismo aveva cominciato a rodermi. Ne  valida, anche se
ovviamente banale testimonianza il numero unico de Il tappafori, giornalino
di classe che assieme a Fausto Taverniti, Pino Pipicelli e Luciana Singlitico
riuscimmo a pubblicare e diffondere.
Cosa fosse davvero il Galluppi lo compresi solo l'anno dopo, quando in prima
Liceo, anzich trovarmi di fronte alla signora Scicchitano-Critelli, che era
stata mia professoressa di Lettere al Ginnasio, mi ritrovai dinanzi ad uno
stuolo di professori nuovi tra i quali si muoveva, unico insegnante che
ritrovavo dal Ginnasio, il buon Salvatore Morello, professore di matematica
con licenza di lippi e jumra e pmpini e cucuzzara. Una simpatia
prorompente la sua, che mi sembrava fare a cazzotti con la manifesta
supponenza di alcuni dei nuovi professori o con l'apparente mancanza di
umanit di altri tra essi. L'impatto col primo Liceo, insomma, fu per me poco
entusiasmante. L cominciavi ad essere meno ragazzo e pi uomo e gli altri
soprattutto i professori, cominciavano a trattarti senza il filtro
accomodante di chi ti valuta pur sempre come un essere umano in formazione,
come un uomo in fieri.
Al Liceo cominciai a capire che il mondo esterno esercita su ognuno di noi una
pressione precisa, una influenza che pu essere, a seconda dei casi, nefasta,
irrilevante o feconda. Cominciai a capire o a scoprire cosa vogliono dire
amicizia, lealt, cattiveria, invidia, correttezza e scorrettezza. Che 
difficile dire no alle mode, mantenere autonomia, difendere princpi.
Che in ogni classe, come nella vita, ci sono i leali, i vermi, i ruffiani.
E che in ogni momento devi avere la forza di essere te stesso per non essere
travolto dai comportamenti degli altri. Col professore di Latino e Greco,
Procopio, si instaur immediatamente un rapporto difficile. Procopio incarnava
(o faceva di tutto per incarnare) la figura del professore all'antica,
distaccato e severo, duro e poco incline alle assoluzioni. Caratteristiche
che dovrebbero quanto meno accoppiarsi con una dote di fondo: l'imparzialit.
Dote che Procopio, a mio parere, non aveva. Soffriva infatti oltre misura di
simpatia ed antipatia mettendo sempre a proprio agio quelli da lui
prediletti e facendo invece di tutto per mettere a disagio quanti (e io ero
tra questi) non manifestavano nei suoi confronti un ossequio smisurato,
ipocrita, fatto di ammiccamenti, di attenzione smaccata per le sue lezioni,
di sorrisi accattivanti.
L'antipatia tra Procopio e me si svilupp col passare dei mesi e degli anni
sfociando spesso in aperti scontri ed in vivaci discussioni. Inutile dire che
il pi debole ero io e che lo scontro si risolse con la vittoria di
Procopio il quale, in seconda Liceo, decise di respingermi per il Latino,
nonostante io avessi sostenuto un brillante esame di riparazione a settembre.
Fu in quella occasione che ebbi con Procopio l'ultimo e pi duro scontro.
Nella stanza del povero preside Cancellieri, Procopio ebbe il coraggio di
dirmi: Lei all'esame di riparazione non ha aperto bocca. Non era vero e
glielo gridai in faccia con tutta la rabbia dei diciassette anni, ma non ci
fu nulla da fare. Aveva deciso cos e la verit contava poco. Fu proprio
allora che capii definitivamente che la vita pu essere o diventare
difficile. Basta incontrare la persona sbagliata o reagire nel modo sbagliato
ad una ingiustizia subita.
Capii anche che, quando c' uno scontro, difficilmente i terzi scendono in
campo accanto al pi debole. Preferiscono pi spesso, parteggiare per il pi 
forte o per l'omologo. Dei miei professori, infatti, non ricordo benevolenza.
Riolo, professore di Italiano, era spesso assente per impegni politici e,
quando veniva a scuola, si limitava a qualche bella spiegazione. Tra lui e
gli studenti non c'era praticamente alcun rapporto. Diverso, molto diverso,
il discorso che riguarda il mio professore di filosofia, Ezio Galiano, attuale
preside del mio Galluppi, veniva a scuola per insegnare davvero. E riusciva
davvero a stabilire, con chi entrava in sintonia con lui, un rapporto fecondo,
capace di aprire sentieri culturali inesplorati e di individuare affinit
imprevedibili. Dinanzi alla ostilit manifesta di Procopio ed alla
indifferenza di Riolo, cercai di instaurare, con Galiano, un rapporto
positivo ed amichevole. Fu impossibile. Anche Galiano aveva diviso la classe
in buoni e cattivi, in gente capace e studiosa e gente che non aveva
queste caratteristiche. Questo atteggiamento, in Galiano, non era dettato da
protervia oppure da viscerali simpatie o antipatie.
Non penso infatti di essergli mai stato antipatico. Solo, non facevo parte
del giro di quelli che, per definizione, erano attenti, bravi, studiosi.
Quindi, ero per lui poco pi che un numero o un nome. Ho riparlato col
professore Galiano di queste cose poco tempo fa, allorquando mi ha invitato,
con grande trasporto a scrivere per il Vecchio Galluppi i miei ricordi di
Liceo. Gli ho esternato la mia amarezza per un rapporto che, in quegli anni
lontani, non era riuscito a nascere e a svilupparsi.  finita tra le lacrime
di entrambi.
La mia carriera di galluppino, bruscamente interrotta da Procopio, si
concluse l'anno dopo con la maturit ottenuta proprio al Galluppi con la
stessa commissione che esaminava i miei compagni di classe e nella quale
Procopio fungeva da commissario interno. Avevo deciso di non darla vinta
al mio avversario, di non ripetere il secondo Liceo, di prepararmi da
privatista e di sfidare Procopio a viso aperto.
Fin con un grande encomio per il mio tema da parte del Presidente di
Commissione (un preside napoletano di nome Ippolito), con il pi alto voto
ottenuto da un privatista al Galluppi (il dato  aggiornato fino a dieci
anni dopo la mia maturit, vale a dire fino al 1980), con Procopio
sconfitto in casa e con lo sconfitto di un anno prima diventato infine
vincitore.
Forse il preside Galiano, chiedendomi di scrivere i miei ricordi del
Galluppi si aspettava qualcosa di pi scanzonato. Ma a dire il vero
queste avversit, queste ingiustizie, sono le cose che ricordo pi 
nitidamente dei miei anni galluppini. E devo essere grato al mio Liceo
che, attraverso l'azione di qualche suo professore, mi ha cos bruscamente
iniziato alla vita dandomi la possibilit di capire subito che la societ
pu essere giusta o ingiusta, madre o matrigna, a seconda dei casi e delle
circostanze. L'importante  sapere comunque reagire compostamente e
correttamente, dando fondo, anche dinanzi alle pi meschine manovre, al
proprio capitale di intelligenza, di capacit, di spirito di rivalsa. Per
quel che mi hai insegnato, quindi, grazie vecchio Galluppi!

/:/Antonio De Marco.
nato a Ronito il 14 giugno 1952
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1966/1967)

Il "Galluppi" al bivio fra tradizione e cambiamento
E il vento della contestazione studentesca spir anche nei corridoi antichi ed
austeri del vecchio Liceo Galluppi, sul finire degli epici Anni Sessanta,
cogliendo un po' tutti di sorpresa.
Spir sulla scia dei tumultuosi ed appassionanti avvenimenti che in quegli anni
scuotevano l'Europa e l'Italia, determinando nuovi rapporti e nuovi processi
sociali, ma spir con la particolarit e l'originale autenticit che ha forse
sempre contraddistinto la storia del vecchio Liceo e di quante generazioni in
esso si sono formate.
Fu difficile, all'inizio, dare il giusto senso alle iniziative studentesche
che sbocciavano.
Distinguere quanto di esse appartenesse alla goliardica storia dell'Istituto,
in fondo da tutta la Citt accettata con un bonario sorriso, e quanto invece
appartenesse realmente ad una nuova coscienza della diversa dimensione dei
processi sociali e culturali a cavallo tra gli Anni Sessanta e Settanta.
E, come in tutte le realt sociali dove gli equilibri sono consolidati e
difficili da incrinare, il processo risult lungo e complesso da interpretare.
Le radici del coinvolgimento del Galluppi nella grande stagione dell'impegno
studentesco e della contestazione globale furono dunque profonde. Legate s ai
grandi processi sociali avviati nel Paese nel 1968, quando il Sindacato
lanciava le grandi lotte di massa; ma legate soprattutto all'iniziativa degli
studenti che protestavano ripetutamente per le deficienze strutturali e
sanitarie del vecchio edificio di Corso Mazzini, ormai logoro, e che si
impegnavano per migliorarne le condizioni.
I ricordi di chi ha vissuto quella stagione contraddittoria, ma non di meno
esaltante, della storia sociale e di ciascuno di noi, si fanno a questo punto
un susseguirsi di fatti, di avvenimenti e di emozioni.
Fu nel dicembre 1968 che la fase dell'impegno studentesco divent tangibile e
significativa, apparendo infine un fatto nuovo cos diverso dalle logiche
vacanziere che caratterizzavano in precedenza gli scioperi studenteschi al
Galluppi. In quel mese si susseguirono infatti scioperi a catena, che
assumevano come motivazione i problemi dell'inadeguatezza dei locali del Liceo,
e che generalmente sfociavano in cortei e manifestazioni pubbliche che
sceglievano il Comune di Catanzaro come meta finale di protesta. Cortei senza
ancora connotazione ideologica, se  vero che accanto agli studenti sfilavano
tanti professori e - sigaro in bocca - lo stesso Preside, il compianto prof.
Livio Cancellieri.
L'iniziativa, che si protrasse per diversi mesi, sort l'effetto di una
maggiore attenzione degli amministratori locali ai problemi del glorioso ma
vecchio Galluppi, senza per pervenire ad una soluzione radicale della
questione, che fu rilanciata come occasione di ulteriore iniziativa
studentesca negli anni successivi.
Fu per il battesimo del fuoco della contestazione per gli studenti del
Galluppi.
Ma in pochi c'era la consapevolezza della stagione nuova che si apriva e della
nuova soggettivit politica che andava maturando.
In troppi era molto pi forte la convinzione della continuit storica e
culturale di una tradizione e la consapevolezza di essere ancora espressione
del ceto culturalmente e socialmente egemone della Citt. Un ceto egemone di
borghesia illuminata e laica che storicamente nella Citt, negli ultimi due
secoli, aveva espresso cenacoli di cultura e iniziativa politica e sociale di
stampo progressista, ed in cui il vecchio Galluppi, da Settembrini in poi,
era stato crogiuolo e cerniera della ricerca intellettuale e del cambiamento,
senza per questo mettere in discussione le radici di classe.
Tra l'altro, ancora nel Liceo non esistevano realt organiche di aggregazione
associativa degli studenti, che potessero esprimere consenso e cultura
politica.
Le due uniche realt esistenti erano la Fcderazione Giovanile Comunista,
largamente minoritaria e ghettizzata, e il Movimento Studenti, legato alla
esperienza dei gruppi cattolici di GioventStudentesca, il cui
dissolvimento a livello nazionale avrebbe poi dato luogo a due rcalt opposte
la contestazione ecclesiale di base e Comunione e Liberazione. Nel
Movimento Studenti, animato dall'indimenticabile Don Giorgio Bonapace,
confluivano molte delle migliori intelligenze del Liceo, ma solo negli anni
successivi lo scioglimento del gruppo avrebbe prodotto tante schegge
attive e l'immissione in piazza di soggetti impegnati in prima linea in una
prospettiva di nuova qualit dello studio e della vita.
Ma l'orecchio degli studenti teso a quanto avveniva nel 1969 nelle
Universit e nelle Scuole Superiori di tutta Italia, a partire da Roma e
Milano, era vigile, ed i mass-media furono solerti a propagare a macchia
d'olio lo spirito della contestazione studentesca. le sue immagini ed i suoi
valori culturali.
Un po' per maturazione reale, un po' per emulazione, un po' forse anche per
goliardia, lo scenario nazionale produsse i suoi frutti anche nella Citt dei
Tre Colli.
Gi dall'inizio del 1969, infatti, il Galluppi vide il
susseguirsi di scioperi ed infuocate assemblee degli studenti, indette su
diverse tematiche, non tutte in verit equamente motivare.
Uno degli episodi salienti fu subito il contenzioso aperto con il Preside,
cos incredulo per quanto avveniva, per l'uso dei locali della Scuola per
assemblee studentesche anche fuori orario scolastico ed aperte all'esterno.
La richiesta fu alfine accolta. La prima assemblea aperta si svolse nel marzo
del 1969 nella vecchia Palestra dell'Istituto - sottratta per poco agli
schermitori del prof. Talarico - per dibattere i temi legati alla proposta di
legge Sullo sulla riforma degli esami di stato; ma fu la grande occasione
per lanciare in modo ufficiale gli slogan della pi vasta contestazione
studentesca del momento: la riforma della scuola, la partecipazione
democratica degli studenti, la lotta alla selezione di classe.
Dalle assemblee all'istituzione dei Collettivi aperti di studio sulle
stesse problematiche, il passo fu breve, anche se nell'Istituto questi organi
non divennero mai realmente operativi.
Molti studenti vennero dietro alla contestazione per pigrizia o per ignavia,
molti parteciparono con entusiasmo e coinvolgimento, anche se con punte di
accesa dialettica interna al Movimento degli studenti: ad ogni modo dal 1969
in poi anche il Galluppi fu tratto dentro alle iniziative studentesche ed
alla passione politica di quegli anni.
Ma che qualcosa era radicalmente cambiato ci se ne accorse una grigia mattina
del febbraio 1969, quando, in occasione di una manifestazione indetta per
ricordare il sacrificio di Jan Palach a Praga, davanti al portone del
Galluppi volarono i primi pugni tra studenti di destra e di sinistra. Fu
come una frattura dolorosa, un segno dei tempi che faceva capire che indietro
non era pi possibile tornare e che esistevano nuove logiche di rapporti
sociali ormai governati dall'ideologia.
Prenderne atto fu duro, per quanti erano entrati nel vecchio convento di
Corso Mazzini respirando l'aria di una tradizione culturale illuminata che
tendeva alla mediazione e ricomposizione di ogni contrasto, ed avevano
creduto ciecamente nell'antico legame di solidariet cameratesca che voleva i
compagni di scuola in ogni modo ed al di l di tutto fraternamente uniti.
Un episodio che si ripet pi volte nei successivi anni pi caldi, anche se
il Galluppi non raggiunse mai i livelli di scontro fisico determinatosi
invece in altri Istituti in Citt, soprattutto negli anni susseguenti, in
coincidenza col trasferimento a Catanzaro del processo Valpreda.
Ma scioperi, assemblee e cortei furono per incentrati, nonostante la ventata
di contestazione globale che imperversava, su fatti estremamente pragmatici e
non sempre politicizzati, che riuscivano cos ad aggregare ampi spaccati di
studenti. Tra i temi pi ricorrenti ricordiamo le iniziative ripetute sui
problemi dell'edificio del Galluppi e poi per la realizzazione della nuova
sede del Liceo, che quegli studenti non avrebbero poi mai calpestato; le
lotte per la realizzazione dell'Universit della Calabria; le lotte contro la
legge Sullo; le iniziative per il diritto allo studio.
Le prime iniziative nacquero spontaneamente, poi esse furono ampiamente
guidate dalla Federazione Giovanile Comunista, unica struttura politica
organizzata. Ma ben presto, alla ripresa dell'anno scolastico 1969/70, si
costitu anche nel Galluppi il Movimento Studentesco, struttura autonoma
emula di quella di Capanna a Milano, che si riuniva periodicamente al grande
Salone delle ACLI a Piazza S. Giovanni.
Fu quello l'inizio di un livello pi deciso e politicizzato d'iniziativa degli
studenti, che port in quei mesi ad un altro fatto traumatico e sconosciuto
alla tradizione del Liceo, cio l'occupazione del Galluppi per quasi una
settimana.
Fu per anche l'inizio della grande frantumazione delle forze della sinistra
che sostenevano la contestazione studentesca, parallela al fenomeno nazionale
che si creava con la scissione del Manifesto. A Catanzaro si cre
inizialmente un organismo unitario denominato Collettivo Operai-Studenti,
con in verit molti studenti (soprattutto del Liceo Classico) e ben pochi
operai, che ben presto per si sciolse nell'ampio ventaglio dei gruppi
extra-parlamentari dell'epoca. Attivo rimase in quegli anni, soprattutto nel
Galluppi, un gruppo di giovani cattolici di base che praticavano forme
allora originali di contestazione ecclesiale e di impegno nel sociale.
Ma a partire dal 1970, e dalle grandi lotte per l'istituzione dell'Universit
Calabrese, la storia della contestazione studentesca nel Galluppi divenne la
storia di quella pi generale negli istituti superiori della Citt.
Infatti, mentre ai suoi albori l'iniziativa degli studenti era nata nei Licei,
in genere pi inclini alla ricerca culturale, nei fatti l'egemonia delle lotte
studentesche fu poi assunta in Citt dagli Istituti Tecnici, maggiormente
sensibili ai problemi del diritto allo studio e della selezione di classe, e
favorita dalla minore femminilizzazione dell'utenza. Anzi, col tempo si fin
col guardare con una certa diffidenza gli studenti del Galluppi, giudicati
incapaci di superare in una logica di classe la loro provenienza dai ceti
borghesi della citt. Fu per la generazione del Galluppi la fase
pi difficile, in cui vennero al pettine i nodi culturali e politici non
affrontati nella stagione della passione e dell'entusiasmo, esorcizzati e mai
risolti. E tanti si chiesero: come conciliare tradizione classica e
contestazione? Come conciliare l'affermata egemonia operaia con il grande
fascino della cultura antica studiata ogni giorno in aula? Come conciliare la
solidariet con la borghesia di appartenenza con la scelta di classe? Tanti
non seppero dare una risposta a questi interrogativi, e facile fu il
riflusso dopo gli anni della tensione, o la disperazione dopo gli anni
dell'impegno.
Tanti invece ricercarono in una nuova egemonia ideologica e culturale la
centralit ormai perduta.
Da questa consapevolezza nacque in quegli anni, parallelamente alla
contestazione di contenuti e di metodi di studio allora consolidati, una nuova
disponibilit ed una forte domanda di impegno sugli studi storici e filosofici
contemporanei. Nacque l'affermazione soddisfatta ed erudita della riscoperta
della lettura del giovane Marx, di Engels e di Feuerbach, ritenuti dal
dibattito ideologico di quegli anni (peraltro alla portata di pochi eletti) le
radici del socialismo moderno, in una scuola dove per prassi consolidata la
grande filosofia studiata si fermava ad Hegel.
E fu un vero e proprio laboratorio aperto di idee e di dibattito ideologico,
spesso fortemente stereotipato ma non per questo meno vivo, che si realizzava
dappertutto.
In aula, soprattutto nelle ore di storia e filosofia; nelle riunioni politiche,
dove si creava la nuova egemonia della cultura ideologica di chi ne possedeva i
saperi; nei tanti piccoli gruppi di studio spontanei a casa, dove ci si
scambiava, con l'ansia dei neofiti, i classici della contestazione, dalla
filosofia materialistica ai saggi di Marcuse appena importati dall'America.
Fu il recupero della centralit del Galluppi nella contestazione studentesca
di quegli anni; immagine speculare, tra l'altro, di una pi generale egemonia
nel Movimento di allora dei quadri pi acculturati ed ideologizzati.
Ma contemporaneamente si determin un altro processo di centralit, si direbbe
fisica del Liceo Galluppi sui nuovi fatti sociali della Citt di quegli anni,
attraverso due elementi non secondari.
Il primo fu costituito infatti dal ruolo svolto in quel periodo storico dalla
vicina Edicola Paparazzo, che - unica in citt - dava disponibilit di tutta
l'editoria politica e culturale d'avanguardia, e che divenne cos nei fatti
punto di riferimento e occasione d'incontro per tutti i giovani intellettuali
impegnati. Il secondo fu costituito dal fatto che in quegli anni tutte le
principali manifestazioni politiche si tenevano al Salone della Provincia o al
Ridotto del Teatro Comunale, ambedue dirimpettai del Liceo vedendo cos il
Galluppi quasi momento di cardine, punto usuale di appuntamento degli
studenti anche di altri Istituti e dei quadri politici all'epoca protagonisti.
Fu un vero e proprio rilancio della centralit civile del Galluppi, in un
contesto urbano che l'ha sempre visto al centro della vita sociale della
comunit. Centralit che un tempo si esprimeva nel salotto borghese di strada
e nel caff frequentato, e che veniva recuperata negli anni pi difficili
grazie ai processi di aggregazione spontanea delle intelligenze che in quel
periodo hanno costruito un pezzo significativo della nostra storia.
Tumultuosi e vivi furono quegli anni, forse troppo per non spegnersi ben
presto.
Non senza lasciare per, come eredit della grande speculazione intellettuale
che si era sviluppata, profonde tracce di cambiamento della cultura e della
qualit dello studio anche nel vecchio e glorioso Galluppi.
Fu in quel clima, infatti, indipendentemente dalle possibili valutazioni
politiche di quegli avvenimenti, che nei bui corridoi dell'antico Liceo e
insieme nella strada (se non  irriverente l'accostamento), si form una
generazione di intellettuali, ricca di cultura politica e di tensioni ideali,
che oggi  impegnata con funzioni di responsabilit nella societ calabrese,
col bagaglio di quegli anni.
E fu in quel clima che nacque la consapevolezza di una cultura moderna, che si
confronta in modo dinamico con la tradizione classica e la attualizza.
Questo davvero il grande patrimonio di un periodo di storia nostra che, nel
Galluppi degli anni nostri pi belli e nella societ italiana, fu momento di
rottura reale col passato, e dal quale tutti uscimmo con la coscienza precisa
che dopo nulla sarebbe pi stato lo stesso di prima.

/:/Giuseppe Cognetti.
nato a Catanzaro il 9 aprile 1953
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1966/1967)

L'immagine novalisiana
del fiore azzurro, che Heinrich von Ofterdingen sogna e rincorre senza mai
cogliere,  la pi adatta ad esprimere lo spirito dei miei anni ginnasiali e
liceali. E anche adesso che quel magico fiore ha appena cominciato a
schiudersi, ma non ha ancora mostrato l'infinita bellezza dei suoi petali e
della sua corolla, il ricordo si tramuta in desiderio di rivivere quella
nostalgia insieme tenera e struggente, gentile e appassionata che fu
come la cifra di quel tempo. Ma non si tratta di nostalgia per qualcosa che si
sarebbe perduto, per una modalit esistenziale privilegiata ora eclissatasi o
eclissata da una sopraggiunta piatta maturit incapace di rischiare. Non 
questo il sentimento che accompagna, mentre scrivo, i percorsi della memoria,
e non  neanche quel puro godimento interiore, tutto epicureo, tutto
sentimentale, che il ricordare porta con s.
Il fuoco acceso allora non si  mai spento, anche se talvolta si  ridotto a
fiammella, e le fonti che alimentavano la ricerca del fiore non si sono mai
inaridite.
E se di desiderio di rivivere si  parlato,  perch forse non si sono pi 
ripetute quelle particolari condizioni di spirito, quelle continue eruzioni
vulcaniche, quei terremoti interiori che erano il mio stato nascente.
Non c' quindi soluzione di continuit tra l'allora e l'ora e non c' neppure,
veramente, un passato di questo presente ma un presente che si distende
indietro nel tempo, senza diventare mai passato. E volti, nomi, voci,
esperienze, incontri e scontri non furono e dunque propriamente non ritornano
se non per esigenze di economia psicologica, ma sono: basta viaggiare un po' e
guardare il paesaggio e mettere a fuoco determinate immagini e non altre di
quest'immobile eterno scenario.
Quel che segue vuol essere soprattutto una messa a fuoco, una selezione di
scene e di significati, forse l'indicazione (il mero atto dell'indicare) di
una strada di cui si conosce la direzione solo dopo che la si  percorsa.
Poi bisogner bloccare la messa a fuoco, non semplicemente distogliendo lo
sguardo, ma anzi guardando senza vedere perch il dileguare dei contorni
strappi le immagini alla memoria, le privi del movimento, le fissi in una
presenzialit quasi esemplare e ne ri-veli gli arcana. Animare l'immobile,
reimmetterlo nella vita  una delle funzioni della memoria. La messa a fuoco
deve quindi tradursi non solo in un contemplare le scene come spettatore, e
neppure nel semplice ri-viverle, come se fossero morto passato, ma nell'essere
di nuovo, adesso attore assieme ad altri viventi attori.
Si tratta di muoversi non gi nel tempo (che cos' il tempo?) ma in contrade
sfuocate dello spazio della mente, per lidi poco frequentati di quel vasto
oceano, gettarvi l'ncora, scendere dalla nave, guardarsi intorno, e star bene
attenti agli incontri che capita di fare.
Sono da poco sbarcato, e provo a orientarmi. M'incammino, ragazzino un po'
titubante e molto timido, di una timidezza cocciuta e orgogliosa, verso una
piazzetta antistante una scuola dove frequenter la quarta ginnasio. La
piazzetta non  deserta: attorno a me ci sono altri ragazzini e ragazzine che,
come me, aspettano di entrare. Vedo un tipo che mi sembra simpatico, che non
conosco, che mi sta accanto e indubbiamente ha i miei stessi pensieri: cerca
un'intesa, una solidariet che, appena entrati a scuola, si trasformi nel
sedersi assieme nello stesso banco, nell'essere compagni di banco.
Superiamo cos insieme il grosso problema rappresentato dal prendere posto
accanto a uno sconosciuto (o a una sconosciuta, ancora la sco-nosciuta), ci
presentiamo, parliamo un po'.
Nell'aula mi guardo un po' in giro, scruto, ma non a fondo, coloro che
condivideranno la nuova esperienza scolastica, m'immagino somiglianze,
affinit elettive, possibili amicizie.
Ma non sono in grado di guardare senza pregiudizi, ho bisogno di inquadrare,
di costruire schemi mentali che giustifichino accettazioni e rifiuti. 
all'opera in me un'esasperata e acerba razionalit che mi accompagner, mai
disgiunta dal suo contrario, per i cinque anni del ginnasio-liceo ed oltre.
Fin dal primo giorno di scuola entra in azione un meccanismo psicologico e
mentale che divora l'infinita complessit e variet del reale tutto riducendo
a due astratte ipostasi, la ragione e il sentimento. Io sono, devo essere
il cavaliere della ragione contro il sentimento, e questo forzato omaggio  il
filtro che inesorabilmente deforma i miei rapporti con i compagni e i
professori: la parola le molte parole o il silenzio sono le uniche modalit
di comunicazione. Il resto  un basso comunicare,  un comunicare sentimentale
oggetto di disprezzo e insieme invidiato perch consente ascolti e accoglienze
negati alla ragione. Su questo sfondo variamente si articola la vita
scolastica, e sono al centro le innumerevoli discussioni coi compagni, e la
loro frequentazione, occasione perch la ragione proponga le sue vedute, e
chiarisca i tanti perch, e detti perfino norme di comportamento. Ma, al di l
di questo filtro deformante, la vita di classe  sentita come piacevole,
coinvolgente, tutto sommato bella, perch realmente accoglie le nostre
esperienze e le rende patrimonio comune e cos ci fa crescere. Si discute
moltissimo, e gli argomenti di studio sono altrettante occasioni di confronto
e di scontro tra idee, modi d'essere, caratteri, comportamenti (sono
particolarmente interessati e divertenti i miei incontri e scontri con Enrico
Seta, e proposito di marxismo, anima e Dio, provvisoriamente sfociati nella
prima solenne sbornia della nostra vita, a casa di una nostra compagna,
durante una di quelle feste disciplinate e controllate che alimentano e
consolidano appartenenze e relazioni sociali).
Si impara la comunicazione disinteressata, dove le parole non sono messaggi
cifrati da decodificare, dove chi parla non insegue un proprio disegno di
dominio, dove parlare ed essere sono quasi sinonimi.
La comunicazione disinteressata, la sincerit esistenziale non sono
superabili, non sono fasi transitorie infantili e velleitarie, ma valori
fondanti, strutture relazionali capaci da sole di trasformare i rapporti tra
gli uomini.
In questo clima di sincerit esistenziale, sia pur filtrato, per me, da una
ragione che si crede onnipotente e che  solo l'incapacit di percepire e
vivere le varie dimensioni dell'esperienza, i vari livelli della realt,
prende forma filosofica la ricerca del fiore azzurro, della verit delle
cose, e ogni rapporto con professori e compagni  immancabilmente segnato da
questo pensiero esclusivo e come forzatamente incanalato in una certa
direzione, anche se poi genera effetti incontrollabili e produce
scissioni e contraddizioni.
La professoressa Critelli, la cui presenza ci accompagna per i due anni
ginnasiali,  la professoressa delle certezze, oggettive, positive certezze, o
meglio di un'unica certezza che si frantuma in mille certezze letterarie,
storiche, geografiche, linguistiche; ed  anche la professoressa della
disciplina e del dialogo. I componenti di questa trinit si
richiamano e si implicano vicendevolmente: dalla certezza scende la disciplina,
perch la certezza si concretizza in comportamento soggetto a determinare
regole di ordine, e a sua volta la disciplina forza la certezza a mostrarsi,
la attrae per cos dire; il dialogo d'altra parte ha senso solo se costruttivo,
cio se in ultima analisi costruisce la certezza nel democratico confronto
delle opinioni e ne fa emergere l'aspetto di valore e indica un gruppo di
valori che a loro volta sostanziano il dialogo e i rapporti
interpersonali. Il mio pessimismo razionale urta contro questa struttura:
sono frequenti le polemiche, benevole, a proposito di ci che scrivo nei temi
o delle opinioni che mi capita di esprimere.
Quell'impianto educativo per mi condiziona positivamente sul piano
esistenziale, sul piano della sicurezza di s e della piena assunzione delle
proprie responsabilit.  antica verit esoterica che la disciplina formale,
svuotando l'io, costringa il s ad emergere: gli interminabili riassunti
scritti dei canti dell'Eneide e dei capitoli dei Promessi Sposi, la fatica
quotidiana delle traduzioni dal greco e dal latino, l'improba memorizzazione
di vocaboli e regole grammaticali (cose che per la verit io esaspero
col mio perfezionismo), sganciate da ogni finalit immediata, creano in me un
habitus esistenziale che consente una controllata canalizzazione della propria
energia interiore con un minimo di dispersione e di spreco. Ora si tratta di
elaborare i compiti scolastici magari fino alle ore piccole; quella stessa
energia serve per essere pazienti con i figli ancora bambini, o per percorrere
ostinatamente tutte le tappe della realizzazione di un obiettivo assunto
come prioritario. In questo senso l'antitesi scuola-vita mostra tutta la sua
astrattezza (non accenno qui ad altri sensi per cui l'antitesi  invece
concreta): quando, un po' per scherzo un po' sul serio, in un gioco
didattico, rivolgo a una compagna brava una impossibile domanda di storia,
relativa alla politica estera dei faraoni (sic!) del Medio Impero, non  solo
esibizionismo, e non c' un mero interesse scolastico; c' il gusto di
esplorare aspetti poco noti di un argomento di studio, e c' l'idea che si pu
sempre andare pi in l, che arrestarsi all'acquisito e trasformarlo in
insormontabile pesante datit  morire, nella scuola, nella cultura, nella
vita.
Un altro tratto di mare mentale e poi l'approdo ad un altro lido.
Lo scenario non  molto cambiato rispetto al precedente, ma gli incontri si
fanno pi vari e pi ricchi. Gli echi del '68, il bisogno dello sciopero e
della protesta, l'individuazione dell'assemblea come strumento privilegiato di
confronto e di scontro, entrano prepotentemente nelle aule scolastiche e si
coniugano quasi naturalmente con bisogni psicologici soggettivi offrendo loro
uno specifico linguaggio, particolari modalit di espressione e di
soddisfazione. Il desiderio di una identit meno generica, la naturale
contrapposizione alle figure dei genitori, dei professori, a chi in ogni caso
detiene il potere del controllo, il gusto della discussione interminabile, la
volont di sentirsi parte attiva di una grande processo di trasformazione
rivoluzionaria della societ, l'ideale fedelt al dover essere, tentano
un primo approccio al reale attraverso la tensione di una militanza,
l'individuazione di strumenti politico-partitici e comunque istituzionali, di
parole d'ordine programmatiche, o s'incamminano per sentieri che, d'un tratto
interrompendosi, rendono definitiva quella enorme sproporzione tra linguaggio
e realt che del '68  struttura costitutiva.
Tutto questo introduce nuovi elementi negli incontri con i nostri nuovi
professori e nei rapporti con i compagni, con quelli impegnati e sensibili e
con gli indifferenti, vuoti e superficiali. E colorisce di concretezza le
discussioni e i dibattiti, e ideologizza spesso gli scontri e i confronti.
La fisionomia di ciascun professore si definisce senz'altro in relazione alla
specificit del suo modo di 'rispondere' alle nostre 'domande' attraverso la
sua competenza disciplinare ma anche attraverso la sua particolare umanit e
il suo costituire un punto di riferimento comportamentale. C' per un minimo
comune denominatore: tutti hanno la rara capacit di farci gustare lo studio,
la ricerca, il lavoro culturale, di comunicarci il senso di un loro valore
intrinseco, di una loro non condizionatezza, nonostante l'atmosfera
complessiva di questi anni conduca a una ipercritica radicale,
ad una abnorme dilatazione del concetto di ideologia, ad una istanza di
decondizionamento e di liberazione che, operando a livello sovrastrutturale,
molto raramente incide sulla struttura antropologica.
Il professore Procopio, la cui fama ci  gi giunta al ginnasio,  il
professore dell'amore per le lingue e le letterature classiche. Il rapporto
col latino e col greco e, perch no, col sanscrito o con l'antico
ricostruibile ipotetico indoeuropeo non dev'essere tanto un rapporto di mente
quanto un rapporto di cuore: la linguistica comparata, lo scandaglio
etimologico, i morfemi, i fonemi e le loro trasformazioni
storiche non devono essere oggetto di interesse culturale o, al limite,
erudito, bens oggetto di passione. Anzi l'erudizione in quanto possesso di un
immenso patrimonio di nozioni  direttamente proporzionale all'intensit del
sentimento con cui si accosta quel mondo apparentemente morto per scoprirne
l'intima vitalit e attualit.
Perch dietro la lingua latina e la lingua greca ci sono opere e autori, uomini
concreti alle prese con problemi concreti, politici, sociali, ideali, c' tutto
un universo di significati di cui non  proprio possibile una integrale
storicizzazione che sacrifichi alle ragioni storiche le ragioni eterne,
comuni, naturali. Ci sono Omero, Saffo e Pindaro, Orazio e Virgilio, ma anche
Tucidide e Socrate, Cicerone, Cesare e Quintiliano, e tutta una ricca e varia
umanit che in loro prende forma e parla. E veramente ci sono distanze
siderali tra l'oggi e il ieri? Veramente dobbiamo credere che la storia
si riduca a tempo esclusivo, e non sia anche, feuerbachianamente,
spazio tollerante, lo spazio della coesistenza e della solidariet, del
riconoscimento e del dialogo? Ci sono veramente rivoluzioni categoriali e
brusche soluzioni di continuit tra l'antico, il moderno, questo cos
martoriato moderno, e il post-moderno?
Anch'io mi lascio prendere da questa passione: acquisisco una certa padronanza
delle due lingue nella traduzione, mi occupo con un gusto particolare di
questioni filologiche che ancora oggi entrano nei miei otia, imparo ad amare i
classici.
Accade un giorno che una mia compagna, mostrando una particolare vocazione
alla recitazione, legga Saffo, e la legga con tale partecipazione e
coinvolgimento esistenziale da far commuovere il professore Procopio fino alle
lacrime. Non  solo la melodia dei versi, ma la loro verit che induce a quel
particolare immediato riconoscimento della propria condizione umana che 
subito pianto, un pianto puro, senza tristezza e senza gioia.
Il professore Riolo  invece il professore della sintesi rapida e concettosa,
della contestualizzazione sociale del fenomeno letterario, della critica
finemente scetticheggiante a pregiudizi e luoghi comuni, della benevola ironia
con approccio privilegiato agli studenti. Debbo alla strategia educativa del
professore Riolo un'attitudine razionalistica di fondo che si coniuga
paradossalmente con una mistica meraviglia dell'esistente, impedendole di
sconfinare in una incomprensibile rinuncia alla ragione o di cedere agli
allettamenti della ontologia debole. La sintesi significa la capacit di
vedere l'essenziale e di sapersi orientare nell'immenso oceano
dell'inutile (e quanti libri e studi e saggi oggi sono completamente
inutili!); la contestualizzazione degli autori e delle opere della letteratura
d, a me e ai miei compagni, il senso di una totalit i cui elementi si
richiamano vicendevolmente senza dar luogo a una dipendenza meccanica di una
pretesa sovrastruttura letteraria da una struttura economica presupposta,
sia pure in ultima istanza (e non si capisce cosa ci possa voler dire),
come determinante.
La critica , nell'atto in cui si esplica, distanza da ogni credenza assunta
dogmaticamente (si tratti di schemi mentali, di visioni del mondo, di modi di
essere, di abitudini alimentari),  intelligenza, dinamismo,  l'antidoto pi 
efficace di qualsiasi arteriosclerosi. Le certezze di ginnasiale memoria
sembrano dileguarsi nel fuoco della critica e della dissolvente ironia che ne
rappresenta un ingrediente particolarmente gustoso: in realt quel che vien
distrutto  l'immota certezza senz'anima, la certezza pesante, inerte, data,
non il bisogno esistenziale di un fondamento,  la falsa ricerca che sa gi
che cosa deve trovare, e va superba di questa umana, troppo umana ricchezza,
non l'andare errando verso la terra promessa, quel peregrinare durante il
quale l'anima lascia via via sulla strada il greve fardello delle
sue cianfrusaglie e, arida e vuota, attinge la totale trasparenza e povert
del senso.
Il professore Morello, che insegna al Liceo "Galluppi" gi da decine d'anni,
che  diventato in qualche modo una veneranda istituzione,  il professore
della chiarezza, dell'esprit geometrique, della coerenza logica, cui unisce
una grande umanit e generosa disponibilit, pur nell'adesione a un classico
canone di giudizio scolastico, quello che distingue gli studenti in meritevoli
e non meritevoli, predestinati allo studio e alla ricerca e buoni solo
(eventualmente) a zappare la terra. Ce l'ha a morte con l'ottusit,
con l'incapacit di afferrare rapidamente un concetto, lo svolgimento logico
di una dimostrazione, l'immediata evidenza di un'intuizione; ma poi
quest'apparente durezza si scioglie nei momenti decisivi, quando l'affetto,
una sorta di paterna benevola comprensione, la fiducia, hanno la meglio su una
fredda oggettiva valutazione di meriti e demeriti. La scienza docimologica
(o pseudo-scienza, non lo so) e lontanissima dalla pratica didattica del
professore Morello, come le  estranea una concezione troppo verbosamente
seria dell'attivit scolastica. La realt  cos ricca e varia! Verso la fine
del terzo anno, forse in maggio, nelle immediate vicinanze dell'esame di
maturit, facciamo una gita a Soverato, con i nostri professori al completo.
Io ed Egidio Sestito, per distinguerci, raggiungiamo il posto con
due biciclette alquanto inadatte all'uopo (al ritorno, nonostante le
insistenze di Morello che ha premura per la nostra salute, decidiamo di
pedalare ancora, ma a stento arriviamo a Catanzaro Lido, dove, stremati, ci
raccolgono due agili vespe di sghignazzanti compagni). Mangiamo tutti insieme
in casa di una nostra compagna di classe: il professore Morello ha lavorato
l'intera notte in cucina per preparare un'enorme quantit di squisito
morsello, che  il piatto forte, in tutti i sensi, del pranzo; mi piace
ricordarlo, ora che non e pi , nell'atto di scodellare, lui personalmente, in
ciascun piatto, accompagnato da divertiti commenti, e contento,
fanciullescamente contento, il suo gastronomico capolavoro, una delle sue pi 
riuscite dimostrazioni.
Poi c'e l'insuperabile Don Giorgio, che dovrebbe insegnare religione (che
significa una simile cosa?), ma in realt  una presenza che ascolta senza
giudicare, che sorride dei nostri religiosi scrupoli, che c'invita a un Dio
affabile, ironico, quasi ammiccante talvolta, nemico giurato dell'angoscioso
senso della colpa e del peccato, eppure povero e penitente nel suo figlio Ges.
Don Giorgio non guarda a una fede secolarizzata, a un Dio mondanizzato e
arrendevole alle umane pretese, ma a una fede meno psicologica e pi 
spirituale, a una fede disadorna e a un Dio che all'uomo chiede una
testimonianza essenziale, una responsabile fedelta a una chiamata.
Non  senza l'influenza di Don Giorgio che io vado scoprendo nel Vangelo non
tanto un'etica comportamentale o un insieme di valori, ma la suprema libert
del distacco dalle cose, la chiave iniziatica per distruggere la radice degli
attaccamenti, l'ignoranza, l'aggrovigliato intrico delle false identificazioni
che nascondono all'uomo il suo s profondo. Il fiore azzurro dev'esser colto
prima d'esser cercato (A chi ha sar dato, a chi non ha sar tolto anche
quello che ha): l'intuizione confusa di quest'essere senza essenza mi porta a
lavorare prima in parrocchia, con Don Giorgio, poi con i Focolarini, che
lascer perch aderisco al dissenso cattolico di base, in realt perch
quel che mi appare come insensibilit dei Focolarini a una corretta
impostazione dei problemi sociali, dei poveri e degli emarginati, non  altro
che l'eterna sufficienza dell'uomo religioso (veramente religioso?)
dinanzi all'uomo puro e semplice.
Nonostante questi pensieri profondi, una sera, in parrocchia, dopo un festoso
intrattenimento, assieme a due amici ingurgito una grossa quantit di diversi
tipi di liquori, fino a ridurmi in stato semi-comatoso dopo ore di schiamazzi,
di discorsi filosofici, di improvvise depressioni; la mattina dopo, ancora
brillo, svolgo un tema in classe che non mi va poi tanto male.
Ma il professore che fin dall'inizio acquista per me una particolare
densit simbolica e quindi un'autorevolezza anche umanamente e concretamente
dotata di una sua cifra peculiare  il professore Galiano. Perch la ricerca
del fiore, fin dal terzo anno della scuola media, si  alimentata di Parmenide
e di Platone, di Agostino e di Cartesio, di Kant e di Kierkegaard, e l'attesa
che finalmente quella passione che ho nel cuore venga, per cos dire, parlata
da un altro, nell'aula scolastica, e possibilmente comunicata a qualcuno dei
compagni,  diventata spasmodica. Sicch il mio primo incontro col professore
Galiano si carica di significati e di sensi, di sentimento e di immaginazione,
di cose indefinibili che segneranno l'intero nostro rapporto. Egli  il
professore del dramma educativo, e di come qualcosa che si chiama filosofia
possa far parte di quel dramma, che coinvolge persone, problemi, affetti,
debolezze, emozioni, e talvolta  duro, talvolta dolce e tenero, ma sempre
faticoso e impegnativo. L'esito di un rapporto educativo, per le strutture
profonde che va perennemente chiarendo, per la richiesta in esso intrinseca di
continuamente trascendere ogni datit, di non fermarsi a pretesi presupporti
naturali, di trasformare l'inerte e il sonnecchiante in desto e creativo, 
sempre problematico, e non raramente aperto al rischio del fallimento.
Il dialogo esige nell'educatore un'energia sempre rinnovabile, e nell'educando
una controllata docilit, una autonomia umile e un profondo interesse
esistenziale. Possono tutti educare? E possono veramente tutti essere educati?
O non piuttosto bisogna lasciare che i morti seppelliscano i loro morti e,
pensare, con Eraclito, solo a coloro che sono svegli e sanno riconoscere il
lgos? O forse  pi opportuno usare due pesi e due misure? Il problema si
complica con la filosofia: far filosofia  in qualche modo elevare alla
chiarezza del concetto, della categoria, tutto quel che si  espresso in forma
non concettuale, ed  nel contempo esigenza di fondamento, di ragioni ultime,
sia pur non metafisiche.
E che ne  dell'educazione filosofica per chi , filosoficamente, e sono la
maggior parte, absolut unmusikalisch? Si rischia di sciorinare una inutile
filastrocca, non solo e non tanto di dottrine e di sistemi da prendere e
buttar via, ma di problemi, il che  pi grave. E allora tanto vale tessere
dei rapporti privilegiati, o quanto meno individuare i pochi validi
interlocutori, e limitarsi con gli altri a benevoli tentativi. Ed  quel che
avviene dovunque.
Debbo al professore Galiano il senso acuto di questi problemi, e la
stringatezza e il rigore dell'argomentazione, la lucidit della parola che
forse s'illude di poter ridurre il mondo a linguaggio, ma che non ha altri
mezzi per sottometterlo a una misura razionale. Grazie anche alle sue
suggestioni formiamo, assieme ad altri, un gruppo, che nasce con l'esplicito
intento di contribuire a una migliore conoscenza della questione meridionale
(sono gli anni del boia chi molla) senza obbedire a logiche
partitiche, che si dedica per un certo tempo a raccogliere interviste che
debbono documentare il complessivo livello di coscienza di persone delle pi 
varie appartenenze sociali, ma che poi diventa luogo privilegiato di
confronto, ricerca comune, analisi psicologica, addirittura psicoterapia.
Ci diverte chiamarci mini-socratini, perch saremmo animati dalla stessa
esigenza di critica consapevolezza nella conoscenza di noi stessi e degli
altri che fu propria di Socrate; in questa impresa comune nascono affinit
elettive e vicende sentimentali, e amicizie scambiate per amori e amori non
corrisposti perch neppure intravisti. Mi piace ricordare Franco Benincasa,
col quale ho un rapporto d'amicizia tormentato e spesso troppo cerebrale, un
po' folle forse, e Silvana Marani, con la sua indispettita e fresca
difesa del sentimento e dell'innamoramento, di contro al mio intellettuale
vaneggiare.
E in questo contesto, dulcis in fundo, Maria Ester, mia moglie, ma per il
momento solo privilegiata interlocutrice in interminabili dialoghi.
E poi tanti altri, e ci ritroviamo tutti, prima degli esami, a ripetere i
programmi perfino di domenica, soprattutto col professore Galiano, che non si
tira indietro nello sprint finale, e ci dirigiamo di corsa verso la fine di un
mondo. In quel mondo ci sono anche la professoressa Zinzi, per la quale l'arte
e la sua storia sono faccende di cuore, sono interessi totalizzanti, e la
professoressa Zavaglia, che sa infondere la sua umanit, schietta e spesso
urtante perch troppo vera (e la verit nonostante il luogo comune fa male),
nelle lezioni di chimica e di scienze naturali, e poi i bidelli, il preside,
i banchi, le aule non propriamente luminose, gli scuri corridoi, tutto... ma
ecco che gli occhi si incrociano non riescono pi a mettere a fuoco, e le
immagini diventano macchie dai colori indefiniti e tutt'a un tratto si
immobilizzano e si ode una musica silenziosa che ha il potere di annullare il
tempo, e quel che fu, sradicato dal divenire,  un ktma eis ae.
/:/Antonio G. Cannistr.
nato a Catanzaro il 3 ottobre 1958
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1972/1973)

CARMELITANI SCALZI
PISA

Gentilissimo signor Preside,
ho tardato a rispondere alla Sua cortese richiesta, di cui comunque La
ringrazio, perch essa mi pone problemi non solubili. Il mio presente 
piuttosto particolare, diverso certamente da quello di altri professionisti a
cui Ella avr rivolto il medesimo invito, e non riesco a valutarne il
paradigma. Ma, al di l di questa ovvia premessa, la rievocazione degli anni
liceali presenta per me difficolt intrinseche. Ci che qualche spiritoso
giornalista volle definire riflusso fu da me vissuto, negli anni del liceo,
come horror vacui, cui cercai di porre rimedio con quelle frettolose
sovralimentazioni da autodidatta, che riempiono senza nutrire. Il troppo si
rivela a distanza troppo poco per poterne fare oggetto di narrazione. Vorr
pertanto scusarmi se Le confesso la mia incapacit di contribuire
positivamente alla storiografia del Liceo Galluppi. Mi consola, per, il
pensiero che, se in ogni sistema coerente  necessaria qualche ridondanza o
qualche casella vuota, pu anche darsi Le risulti utile la grigia case vide
che Le fornisce un ex-alievo ex-secolare.


/:/Filippo De Stefani.
nato a Catanzaro il 22 aprile 1960
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale Sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1974/1975)

Accetto con piacere l'invito
rivoltomi dal preside Galiano di voler rivivere in queste poche pagine i
miei anni trascorsi sui banchi di scuola del liceo Galluppi, anni che sono
legati ai ricordi della mia adolescenza, del formarsi della mia personalit,
delle prime esperienze di vita fatte proprio in quelle aule di cui mi si
chiede oggi di narrare la storia di cui fui attore e spettatore.
Iniziai a frequentare il Liceo nel 1974: erano i giorni in cui la scuola
si trasferiva nella nuova sede e per il primo periodo, in attesa di definitiva
sistemazione, alla IV B era stata destinata un'aula nell'edificio di
Montecorvino; di quell'aula ricordo le file di banchi disordinati, il balcone
stretto dalla vernice scrostata.
In quell'aula conobbi i miei compagni di classe, ragazzi per lo pi 
sconosciuti, con i quali avrei diviso tanto tempo in futuro: non riesco a
ricordare ora i loro volti perch di essi ho un immagine pi recente, ma
ricordo la sensazione di imbarazzo che si provava in quei primi giorni di
scuola nel rivolgersi ai professori, i nostri primi colloqui, il nascere delle
prime simpatie.
Poi, proprio in quei giorni, il primo sciopero: si voleva affrettare il
trasferimento nei nuovi locali, si manifestava per i disagi della sede
staccata di Montecorvino. Ricordo il piccolo spiazzo antistante la scuola
gremito di ragazzi, le discussioni per decidere il da farsi, l'arrivo di
nostri colleghi pi grandi con volantini che decisero le sorti dello
sciopero: per quel giorno ci astenemmo dalle lezioni e ci riversammo per
le vie della citt.
Fu solo dopo qualche mese che prendemmo possesso dei nuovi locali: alla IV B
venne assegnata un'aula luminosa, molto grande: i banchi occupavano solo
met del locale ed alle nostre spalle rimaneva libero un ampio spazio ove
solitamente formavamo dei capannelli durante l'intervallo.
L'edificio che ospita il liceo Galluppi  molto bello ma quando ci
trasferimmo era completamente privo di quei servizi che sono necessari in
una scuola: non ricordo di aver mai visto una biblioteca nel Liceo e
ritengo questa mancanza gravissima in una scuola dove si dovrebbe
incoraggiare al massimo il contatto con i libri; la palestra piaga
endemica in molte scuole, cosa inammissibile in un edificio di nuova
costruzione, era priva di qualsiasi attrezzatura: le nostre ore di
educazione fisica si svolgevano in classe nella maggior parte dei casi, a
volte uscivamo fuori per fare una passeggiata nei dintorni.
Le nostre ore scolastiche si svolgevano quindi quasi totalmente nelle
aule: i laboratori che pure costituiscono un sussidio didattico molto
valido in alcune discipline, erano un qualcosa di cui noi non sospettavamo
neppure l'esistenza e non sapevamo raffigurarcene la funzione.
A quell'aula sono quindi legati i miei ricordi pi cari; in essa trascorsi
quasi due anni, saldai le amicizie con i miei compagni, imparai a vivere da
liceale: una vita diversa sia da quella che avevo vissuto fino a quel
momento, perch pi responsabile, che da quella che mi attendeva una volta
abbandonati i banchi di scuola.
Durante gli anni del Liceo presi contatto con molti problemi che mi si
sarebbero poi presentati pi tardi nella mia vita di studente universitario:
penso che il merito del liceo sia quello di avermi prospettato quei problemi,
senza per l'urgenza di risolverli, caratteristica dei periodi di vita
successivi.
In definitiva, gli anni trascorsi sui banchi del Liceo, nell'ottica in cui li
vedo ora, sono stati una preparazione inconscia alla mia vita futura; ci che
 pi prezioso in tale preparazione, e sar poi irripetibile,  che essa 
guidata da persone che hanno scelto nella maggior parte dei casi in perfetta
responsabilit, di assumersi tale incarico. Ritengo a questo punto doveroso
parlare, sia pur brevemente, di quelle persone che guidarono me ed i miei
compagni nelle varie tappe della nostra vita liceale: i nostri professori.
Se infatti gli studenti scrivono la storia di una scuola, i professori la
costruiscono, danno forma e significato alla parola, in breve sono
l'istituzione fatta persona.
Ricordo tutti i miei insegnanti con affetto e non sia torto ad alcuno di essi
se il suo nome non compare in queste righe: sono solo pochi ricordi di uno
dei tanti studenti del liceo Galluppi.
Nei primi due anni la persona con cui avevamo pi frequenti contatti era
l'insegnante di lettere: la professoressa Guzzi. Ella ci guid fino al Liceo
con affetto quasi materno, ci insegn le regole di una lingua bella e ricca di
poesia quale il greco, che rimpiango di aver abbandonato nei miei studi
successivi, ci fece conoscere meglio noi stessi: ricordo che una volta ebbe a
dire di me che i miei temi di italiano non erano molto brillanti perch la
mia mentalit mi indirizzava alle scienze esatte e che al contrario le mie
versioni di greco e di latino risultavano ben fatte perch applicazioni di
regole precise: non so quanto questo giudizio abbia influito sulle mie scelte,
ma il fatto stesso che lo ricordi nitidamente indica quanto esso fosse
corrispondente a verit.
L'insegnante che rappresent la continuit nei nostri anni di Liceo fu il
professore Sacco, docente di matematica: impar a conoscerci cos bene che,
ricordo, entrando in classe e leggendo i nostri volti, riusciva a determinare
chi avesse svolto i compiti o meno, chi fosse preparato e chi no: era una
cosa che mi stupiva moltissimo ma di cui, a poco a poco compresi il
meccanismo ed i sottili risvolti psicologici, interessanti se si vuole, ma
certamente poco divertenti per lo studente scoperto in fallo.
Tra i miei professori di Liceo amo ricordare la professoressa Critelli che ci
fece apprezzare opere immortali della letteratura latina e greca, ed il
professore Voci, uomo di estrema sensibilit: mi risuona ancora nelle orecchie
la sua voce accesa mentre, passeggiando fra i banchi, declamava le terzine
dell'inferno: ricordo nitidamente la lettura del canto dell'amore immortale
di Paolo e Francesca e di quello terribile per le passioni che vi si agitano,
che condanna il conte Ugolino ad un raccapricciante pasto. Quegli anni di
Liceo hanno lasciato in me un'impronta notevolissima, hanno contribuito in
maniera determinante alla mia formazione e non dimenticher mai le lezioni
ricevute nelle aule del Liceo.
Un essere umano porta con s tutto ci che ha toccato... Un uomo racchiude
in s tutto quello che ha sperimentato e continua a sperimentare, ed in
questo consiste il suo valore, afferma Elias Canetti in un suo recente
libro.
Malgrado la mia professione di ingegnere elettronico mi costringa a diversi
interessi culturali, gli anni del Liceo hanno lasciato in me un gusto
particolare per le opere belle ed immortali ed ogni volta che, nei miei
momenti liberi, riesco ad accostarmi ad esse, provo un gran piacere e sono
grato a quelle persone ed a quella scuola che mi hanno permesso di
riconoscere ed apprezzare le pi alte produzioni dell'ingegno umano.

/:/Fausto Galiano.
nato a Catanzaro il 18 dicembre 1960
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale Sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1974/1975)

E risorse, pi grande, in una nuova era
Non porto pi in tasca i ricordi della vita liceale. E non so dire se questo
oblo sia piovuto giautomatico o per scelta.
Ma tant'. Anche se avverto, in qualche nascosto anfratto delle mie
circonvoluzioni, la lor matassa policroma, polifonica ed ingarbugliata,
giacere al di sotto di un nebbioso velo: non direttamente fruibile dalla mia
mente conscia.
Per certo riconosco, d'altra parte, come tali ricordi dian struttura, e
substrato primo, al cumulo delle mie esperienze maturate, attraverso cui
decodificare la ricca realt che ci circonda.
Usa la mente tenendola vuota, slogan sincretico, evinto da una millenaria
massima orientale, vergato sugli immacolati e freschi muri del nuovo
Galluppi in spray brillante e verde, dalle mani di Ciccio, compagno di scuola
di quei tempi. Mani che sono gi polvere da anni, perdute per strada
nell'impeto dell'inarrestabile treno della vita, immolata, come famelico
tributo, ad una piaga nota con la famigerata sigla americana il cui nome oggi
scuote, nel profondo, il mondo intero.
Concetto analogo a quello millenario, avrei conosciuto in un diametralmente
opposto mondo, abitato da bytes e files: che intimo contatto fra
l'abissalmente antico e l'ipernuovo! A significare che le fondamentali
intuizioni concettuali permangono, e si tendono ad arco, in un ponte ardito
sulla storia, ritornando adesso, quando metallo ed energia sono entrambi
piegati dall'uomo, a simulare l'intelligenza stessa della carne: la pi 
mirabil macchina del cosmo.
O forse i ricordi sono tanti. E attendono chiacchierellando fra loro
allegramente il proprio momento magico di stura: il giorno in cui le cure al
quotidiano avran sfumato la sapidit dentro il banale, e giunger per la mia
mente il tempo di rivolgersi ad essi, speranzosa, ricercando a ritroso, nei
suoi meandri stessi, la Madre Terra delle sue radici prime.
Ho vissuto la transizione, la dicotomia nella continuit: il passaggio.
Solo per una mattinata fui alunno nelle aule del vecchio Galluppi. Era il
primo giorno di scuola del mio quarto ginnasio: una premire assoluta!
In una grigia aula, stipati su seggiole gi smangiate, la voce chioccia della
Guzzi, la pi minuta fra le professoresse, ci spiegava che fin dal giorno
successivo ci saremmo rivisti nelle aule di una delle sedi staccate:
Montecorvino.
Ma ero contento di andarmene.
Nella certezza assoluta di quattordicenne, quell'aula era da definirsi, di
sicuro, inadeguata e fatiscente: emblema di una pessima gestione politica
della edilizia scolastica. Ma forse anche ora direi lo stesso.
Conoscevo bene il Galluppi vecchio: vi avevo frequentato le scuole
elementari. Mi era familiare la palestra, dove avevo appreso a tirar di
scherma, istruito dal professore Talarico, col fioretto guizzante in pugno e
la ingombrante maschera di rete di metallo sulla faccia.
Continuano a scuotermi, anche nel ricordo, il refettorio e le sue grandi
cucine, pronte a sfornare, per gli amichetti convittori, pasti ben caldi che
sempre mi apparivan freddi, lontano dagli affetti di una casa.
Ben conoscevo la prepotente luce che inondava le aule del Galluppi di
sopra, quelle dei bimbi, con l'orologio antico e buffo che scandiva il tempo
della crescita, sempre velocissimo a passare.
Ma avevo solo nebulosa e vaga l'immagine dei bui corridori di sotto, del
mistero, del Galluppi dei grandi ove, fra imponenti lapidi in memoria e
soffocate risatine, si aggiravano burberi ed enormi professori, aitanti e
forzuti giovinotti e divinamente graziose signorine.
Ma quel che mi ritrovai di fronte nel secondo giorno di lezione fu di gran
lunga diverso e ben peggiore della pur scalcagnata sede centrale.
Attraversammo la citt in gruppi di tre o quattro, diretti a scuola, in fila
indiana, muro muro, percorrendo i vichi, attenti a dove porre i piedi e a
non finire sotto alle auto in movimento.
Oppure eseguivamo abili gimcane fra le automobili incastrate tutt'assieme, le
orecchie piene dei clacson inferociti.
Il vetusto palazzo dei Conti Pecorini avrebbe avuto bisogno di ben altra pace
di quella che noi, torma implacabile, gli concedevamo, e soltanto dopo
orrende sevizie. La onnipresente professoressa Guzzi, instancabilmente, si
affannava a redarguirci, non appena anche solo provavamo, durante il quarto
d'ora della ricreazione a metter piede sullo striminzito balconcino, posto
appena sopra la chiave di volta del portale.
Ed in effetti la ringhiera corrosa e arrugginita mai avrebbe retto ad un
simpatico spintone. E noi ce ne davamo a iosa!
I cavalli che il conte albergava nella stalla appena al di sotto delle aule,
non c'erano pi , purtroppo, cos non potevamo accampare il pretesto
dell'olezzo di sterco per scioperare, come aveva fatto, solo qualche anno
prima mia sorella e la sua cricca.
Per gli equini, di nobile schiatta e nobile padrone, vi era stato il
trasferimento in pi salubri luoghi. E per noi puledrini, forse meno biasonati
ma pi umani?
Apprezzo sinceramente quella vaga aura di storia e di mistero che aleggia
impalpabile sugli splendidi scorci medioevali delle citt italiane, ricchi di
vita vissuta e tradizione, ma preferisco lo stile moderno, anonimo ed
efficiente se la manutenzione si  arrestata al Settecento!
Cos battagliammo.
Il nuovo edificio era per la gran parte ormai ultimato ma l'ottusit della
burocrazia locale pretendeva che noi si restasse per chiss quanto ancora a
pagare le colpe dei padri che avevano profuso un impegno esagerato nel
produrre il boom demografico degli anni '60.
A soli tre mesi dall'inizio delle lezioni, noi, i pi piccoli, sfoderando la
scintillante spada della rivolta che era in quegli anni sempre pronta, snudata
e bellicosa al sole, sfondammo porte e finestre ancor vergini ed occupammo la
nuova struttura, bivaccandoci dentro come una tribselvaggia, inalberando
slogan e chitarre, striscioni di protesta ed emozioni.
Il Liceo Classico ha avuto sempre un posto di preminenza, non solo culturale
ma anche architettonica, nella nostra citt.
Come ebbi modo pi tardi di sapere, un importante concorso di idee
progettuali, le cui stesure originali son tuttora conservate in Parigi, fu
tenuto all'epoca della costruzione del primo edificio. Il risultato fu il
palazzo di rigoroso stile classico che tutti conosciamo, in posizione
nevralgica nella citt di allora, su Corso Mazzini, di fronte al demolito
Teatro Comunale, accanto all'imponente Prefettura, quasi a simboleggiare la
centralit del sapere e della cultura.
Per certo notevole fu l'impegno, di ingegno e di denaro, profuso allora nel
costruire il Galluppi vecchio, e fu nel segno della riaffermazione della
importanza di questa scuola, che si procedette ad edificare la struttura
nuova.
Per certo il nuovo Galluppi risulta una delle maggiori opere realizzate
dalla amministrazione pubblica locale. E noi, per primi ne godemmo appieno:
spazio, aria, luce... una pacchia!
Ci rincorrevamo nei larghi corridoi; esploravamo in gruppetti, a mo' di
scout, i pi reconditi recessi per la gran parte ancora in costruzione;
affibbiavamo nomi ai pi temerari fra i bastardi della muta di cani che
gironzolavano nel cantiere, pronti a raccogliere le briciole di mortadella
degli operai che lavoravano ancora, arditamente in bilico sui ponteggi.
Ci perdevamo, lontano, fuori dalla finestra, annoiati dalle barbose lezioni,
nel brilluccicho del mare.
Ed un altro genere di mare, fra i banchi, due anni dopo mi capit di
rimirare, negli occhi immensi della professoressa Sala che ci parlava, in via
informale e casalinga, di profondi filosofi e complesse elucubrazioni del
pensiero come fossero fatti successi giin strada, all'angolo del bar, appena
l'altro ieri.
E sempre il mare con rotolanti onde, nelle declamazioni del professore Voci
che si esaltava, scavando l'immensit dalle terzine scarne, con un piede nel
cielo ed uno nella carne.
Santa Madonnaaa!, col baffettin tremante, commosso dal cantico lirico,
denso e pregnante, mentre a me capitava di pensare quanto nel profondo si
possano mai amare versi letti, riletti e poi riletti ancora, e fiammante,
immacolata verginit di continuo poterci ritrovare.
Nell'anno successivo al mio quarto ginnasio, anche il triennio liceale, che
aveva, per onor del vero, concretamente contribuito alla conquista, si
trasfer nel nuovo sito, colmando un vuoto di rapporto fra ginnasiali e
liceali, e realizzando, finalmente, uno scambio ed una crescita comune che
da troppo tempo mancavano al Liceo Classico. Il trapasso era compiuto ed il
vecchio P. Galluppi una cosa triste e abbandonata.
Eravamo consci di aver lasciato qualcosa dietro, ma di non aver smarrito il
senso ultimo e profondo dell'essenza del Liceo Galluppi: la continuit nella
tradizione.
E, insieme ad essa, quella sottile impronta che lascia il frequentare il Liceo
Classico: il non saper fare praticamente nulla ma possedere, ben saldo, un
lucido strumento per scavare il senso pi profondo della vita.

FINE.

/./APPENDICE.
ALCUNI FRA I PIU' NOTI ALUNNI DEL GALLUPPI DI TUTTI I TEMPI.

Bernardino Grimaldi (Catanzaro 1841-Roma 1897)
Bruno Chimirri (Serra S. Bruno 1842-Amato 1917)
Giuseppe Casalinuovo (S. Vito Ionio 4 agosto 1885, iscritto per la prima
volta alla quarta ginnasiale sez. I (Registro generale dell'anno
scolastico 1900-1901)

Corrado Alvaro (San Luca 1895-Roma 1956)
Enrico Mol (Catanzaro 1898-Roma 1963)
Antonio Caristo (Montepaone 22-6-1916 - Sidi Amedia 15-6-1941)

Ercolino Scalfaro
Nato a Catanzaro il 21 Arile 1884
Medaglia d'Oro alla memoria
Ercolino nobile dei Baroni Scalfaro da Catanzaro, capitano diciannovesimo
Reggimento Fanteria. Progettava ed effettuava, con quattro soldati,
sotto intenso fuoco la posa di tubi esplosivi nei reticolati nemici,
facendoli brillare ed aprendo cos una larga breccia. Successivamente si
slanciava con mirabile ardimento all'attaco del trinceramento avversario,
e cadeva mortalmente ferito. Nell'attesa del suo successore,
sollevandosi alquanto, continu a tenere il comando della compagnia,
interessandosi all'azione che si svolgeva piche della ferita riportata,
finch una violenta emorragia lo uccise. Dedic, con invitto valore, alla
patria gli ultimi istanti della sua nobile esistenza.
Sella di S. Martino 16 luglio a Sdraussina 18 luglio 1915

Azaria Tedeschi
Nato a Serra San Bruno il 30 giugno 1887
Medaglia d'Oro alla memoria
Non ancora completamente guarito da una ferita riportata in combattimento,
di propria iniziativa accorse ad assumere il comando del suo battaglione
che sapeva in procinto di essere impegnato nella lotta. Sferratori un
improvviso irruento attacco di forze nemiche grandemente superiori che in
breve cre al reggimento una situazione disperata di confusione e isolamento,
conscio dell'estrema gravit dell'ora, alla testa delle sue truppe corse,
con serena decisione e straordinaria fermezza, ad arginare l'uragano, ma
premuto sempre pida un avversario tre volte soverchiante per numero e
per mezzi ed imbaldanzito ormai dal suo successo, con eroica decisione,
ed incitando col mirabile esempio del proprio ardimento i dipendenti
per primo si slanci a capofitto contro la ferrea cerchia degli assalitori,
e insieme con le proprie truppe si impegn con essi in violento corpo
a corpo, che con accanita tenacia sostenne fin quando cadde gloriosamente
colpito a morte.
Velik-Vth (Selo-Bainsizza) 25 ottobre 1917

Silvio Paternostro, di Nunzio
Nato a Normanno il 5 aprile 1893
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1906-1907)
Capitano degli Alpini
Medaglia d'oro alla memoria
Attaccato per tre giorni da forze ribelli di gran lunga superiori, era di
esempio ai suoi uomini per sangue freddo e cosciente ardimento. Ferito a
un braccio e caduto in mano all'avversario, che solo con la forza del numero
aveva infine avuto il sopravvento, rifiutava con parole piene di nobilt e
di sdegno di allontanarsi dalle salme dei suoi eroici compagni d'arme.
Condannato alla fucilazione si diceva orgoglioso della sua morte per
dimostrare anche da vicino alle orde ribelli come sanno morire i soldati
d'Italia. Barca-Hbu-Lencia 26-28 agosto 1937

Stefano Pugliese
fu Giovanni Francesco
nato a Catanzaro il 12 aprile 1901
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1910-1911)
Capitano di Fregata
Medaglia d'oro al Valore Militare
Comandante di incrociatore corazzato di tipo antiquato, assegnato alla
difesa anti nave e contraerei di Piazzaforte Marittima d'Oltre mare,
continuamente sottoposta alla offesa aerea dalle vicine basi dell'avversario,
sosteneva con incrollabile fermezza e valorosa azione di comando l'ardua
missione. Investita la piazzaforte da forze soverchianti, interveniva
efficacemente anche contro obiettivi terrestri e ricevutone l'ordine, faceva
abbandonare ordinatamente la Nave, dopo averne predisposto la distruzione.
Tornato a bordo con pochi animosi nell'imminenza dell'invasione della
localit, per accertare ed accelerare la combustione delle micce di accensione,
pur avendo constatato che l'incendio sviluppatosi presso il deposito
magazzini centrali ne rendeva imminente la deflagrazione, con eroica
perseveranza assicurava l'innescamento di altri depositi per rendere totale
la distruzione della nave, finch, sorpreso dalla sopravvenuta deflagrazione,
nella tormentosa situazione creata dalle successive esplosioni e dalla nafta
incendiata, dava prova mirabile di serenit e forza d'animo.
Tobruk 26 novembre 1940 - 22 gennaio 1941

Antonio Daniele
di Vitaliano
Nato a Cerva il 13 giugno 1910
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1921-1922)
Sottotenente - Medaglia d'oro alla memoria
Volontario in A.O. e pure volontario in un gruppo di bande di dubat
instancabile ed entusiasta, prodig la sua fede e le sue energie nella
preparazione degli uomini che guid ai cimenti della guerra con grande
valore. Col suo brillante comportamento di animatore e trascinatore
coraggioso, diede efficace contributo al successo di Danise. Sei giorni
dopo con la sua mezza banda di dubat, in accanito comabattimento contro
orde nemiche cento volte superiori, armate di mitragliatrici e cannoni,
ed appostate in un bosco insidioso e fittissimo, con impeto e fermezza
trattenne le orde incalzanti. Pivolte attaccato, respinse, con indomito
valore l'offesa. Circondato da tutte le parti ed esaurite le munizioni,
con il pugnale e le bombe a mano cerc, con i superstiti, d'infrangere
il cerchio. Nella impari lotta, eroicamente cadde, immolando la sua
giovane vita alla grandezza della Patria.
Sad (Sidamo) 20 ottobre 1936
FINE.