LUIGI CAPUANA.

SPIRITISMO ?


1884 Niccol GIANNOTTA Editore, CATANIA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Barbara Magni per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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There are more things in heaven and earth, Horatio,
Than are dreamt of in your philosophy.
SHAKESPEARE, Hamlet, Atto primo. Scena 5.
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A SALVATORE FARINA.
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Abbiamo tante e tante volte ragionato insieme di Spiritismo, tu da credente, con molte riserbe e cautele, attirato pi dal misticismo della dottrina spiritica che dal meraviglioso delle communicazioni o delle apparizioni, io da curioso, da dilettante che ha tentato e provato e non ha perduto la voglia di ritentare e riprovare; ne abbiamo ragionato insieme tante volte, che ora ti dovr parere naturalissimo il vederti indirizzata in pubblico una lettera colla quale si vuol sottoporre al giudizio delle persone competenti alcuni fatti e alcune ipotesi meritevoli, mi pare, di considerazione e spiegazione.
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Non  poi male che il pubblico sappia come si possa essere di differentissime opinioni letterarie e combattere in due campi opposti, senza che per tal caso venga meno e la vicendevole stima per le opere dell'ingegno e il mutuo affetto per le persone.  un bel pezzo che noi ci vogliamo bene; ed oggi son lieto di confermartelo in faccia a questo magnifico sole che inonda, mentre scrivo, le mitologiche campagne di Mineo.
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Voltando un po' la testa veggo stesa laggi la vasta pianura e, intorno intorno, le colline che Diodoro disse luoghi degni della maest degli Dei; e veggo riluccicare come uno specchio il piccolo lago dei Palici, figli di Giove e di Talia, dove fu un tempo la placabilis ara cantata da Virgilio, da Ovidio, da Claudiano. La campagna comincia a rivestirsi del verde-smeraldo dei seminati; i mandorli fioriti spandono ad ogni leggiero soffio di vento una nevicata di petali dai rami nudi di foglie; e, al tepore primaverile diffuso per l'aria fulgidissima, i passeri celebrano sul tetto di casa mia i loro primi amori, assordandomi coll'interminabile cinguetto.
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Quando la natura  cos bella e cos allegra, si prova un gran bisogno di dar qualche sfogo agli affetti gentili, ai sentimenti elevati; e questa volta io voglio soddisfarlo col rivolgermi a Te nell'imprendere a ragionare di un problema psicologico letterario che mi frulla in testa da pi di un anno.
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Nel giugno del 1882 scrissi sul Fanfulla della domenica le seguenti righe: "La Revue politique et littraire ha un articolo del signor Lo Quesnel intorno alcune pubblicazioni spiritiche inglesi dell'anno presente. Mentre in Francia si crede che lo spiritismo sia morto e sepolto, in Inghilterra, in America ed anche in Germania vien fatta una quantit cos straordinaria di pubblicazioni, in volumi, in opuscoli e in opere periodiche riguardanti lo spiritismo, da provare anco ai meno corrivi che dev'esserci un estesissimo numero di compratori e di lettori, se c' non solamente chi le scrive, ma chi trova il suo tornaconto nel farsene editore.
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"Lo scritto del Quesnel  concepito dal punto di vista francese, cio scettico. C' tre sorta di spiritisti, egli dice: i ciarlatani, gli ammalati, gli sciocchi. Gli ammalati possono suddividersi in molte classi che interessano ugualmente il medico e il pensatore. In questo caso, dove termina la ragione e comincia la pazzia? Dove termina lo spiritualismo e comincia lo spiritismo? C' fra quei due stati della intelligenza umana, c' fra queste due dottrine un vero limite di divisione?
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"La signora Giorgiana Houghton, della quale il Quesnel esamina tre opere - Serate spiritiche, prima e seconda serie, Cronache della fotografia spiritica -  un'ammalata. Gracile, sensibilissima, di una fede esaltata, di una piet estrema, essa era disposta, per temperamento, alle allucinazioni dello spiritismo. Infatti, appena iniziata, divent un medium dei pi valenti. La sua specialit fu il dipingere frutta e fiori sotto l'impulso delle anime dei morti. Quelle frutta e quei fiori simboleggiavano queste. Un entusiasta la chiam un giorno: la sacra simbolista; e da allora in poi tutti gli adepti non la chiamarono altrimenti.
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"La signora Houghton non si arrest qui. La dualit di coscienza, prima, l'elevazione materiale poi sono tra i fenomeni pi rari ch'essa abbia provati. La ingenuit del suo racconto  meravigliosa: "Io non dimenticher mai la dolorosa sensazione morale da me provata un giorno, una sensazione molto simile a quella prodotta dalla vista d'un dolore che non possiamo alleviare. Dopo seppi che in quella stessa ora la regina aveva visitato il luogo dove nacque il principe Alberto, e che era stato il principe che avea sofferto in me." "A cotesta epoca io potevo fare lunghissime corse senza che i miei piedi toccassero terra. Avevo l'aria di camminare come tutti gli altri, ma restava sempre qualche distanza tra il terreno e la suola delle mie scarpe. Qualche volta questo mi accadeva senza che io lo avessi chiesto: qualche altra, lo chiedevo e mi veniva sempre accordato".
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"Tutto questo pu classarsi tra i fenomeni ordinari del sistema nervoso ammalato.
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"Le Confessioni di un medium ci trasportano fra i ciarlatani spiritici. L'autore di queste rivelazioni che non mette il suo nome sul frontispizio del libro, dice di chiamarsi Parker. Spiritista convinto ed entusiasta, un giorno vien cercato dal celebre medium americano Thomson che nel 1879 percorreva l'Inghilterra. Il Thomson voleva associarselo come conferenziere; egli avrebbe fatto le materializzazioni, come dicono gli spiritisti nel loro linguaggio.
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"L'americano ripeteva con grandissima abilit i giuochi di prestigio di altri pretesi mediums, del Goodman, del Morton, dei famosi fratelli Dawenport; e, da principio, il Parker fu ingannato da lui al pari di quel pubblico ch'egli, senza saperlo, contribuiva ad ingannare, aiutando il Thomson in certe piccole malizie quando gli spiriti erano lenti.
"Quello che il Parker racconta della ciurmeria di questo medium  meravigliosamente buffo. Arriv perfino a dare ad intendere che cavava la maschera dagli Spiriti; e si trovarono dei frenologhi, spiritisti si capisce, che fecero, seriamente, osservazioni scientifiche sulle protuberanze frontali degli spiriti Akosa e Lilly.
"Tutto questo, esclama il Quesnel, accadeva l'anno scorso! E l'anno scorso appunto, in Inghilterra, negli Stati Uniti, nel Belgio si assisteva con raccoglimento alle sedute dove gli spiriti si fotografavano e si modellavano da loro stessi; e si credeva prossimo il tempo in cui lo spirito si materializzerebbe, e la materia non avrebbe pi resistenza, e la morte diventerebbe una stessa cosa con la vita!
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"Per il signor Quesnel ha dimenticato di accennare un fatto importante, quello cio che in Inghilterra e in Germania i fenomeni spiritici han trovato scienziati ser, i quali non hanno temuto di compromettere la loro fama, sottomettendo quei fenomeni all'osservazione scientifica positiva, come qualunque altro importante fenomeno naturale. Il Wallace, per esempio, ha gi dichiarato: che, fatta la parte della patologia e quella del ciarlatanismo, rimane sempre nello spiritismo una grande quantit di fatti intorno ai quali la scienza non pu ancora pronunziare la sua ultima parola."
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Alcuni giorni dopo ricevetti e pubblicai nello stesso giornale una bellissima lettera che richiamava specialmente l'attenzione degli scienziati sopra un genere di fatti non meno notevoli e strani delle tavole giranti e parlanti e delle apparizioni dei morti.
"Firenze, 10 luglio.
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"Quello che scriveva il Fanfulla della Domenica nel suo numero 26 a proposito delle pubblicazioni spiritiche inglesi, ci rimette in mente le grasse risate di cui tutti noi siamo prodighi ai pi strampalati avvisi delle quarte pagine dei giornali. Ne facciamo argomento di commentar gustosi, e ci maravigliamo che possano esservi cos numerosi usufruttuar della dabbenaggine umana: ma intanto le quarte pagine hanno prosperato e prosperano; a tempo avanzato non sdegniamo di leggerle, e nessuno di noi potrebbe giurare che una volta almeno in vita sua la quarta pagina non gli abbia fatto comodo.
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" di moda ridere dello Spiritismo, come delle quarte pagine. Ridiamone pure; il riso fa buon sangue. Arrivi o no la scienza positiva a rintracciare la causa di fenomeni cos oscuri, sta in fatto che una spiegazione plausibile non ci fu data finora. Si esaltino dunque i fanatici nella contemplazione del soprannaturale, e si divertano gli scettici a fabbricare lepide farse sulle supposte manifestazioni. Ma si raccolgano i fatti frattanto, fatti che dieno ragione a questi o a quelli: si studii il problema; si metta a nudo la ciarlataneria tutta quanta; e si vegga finalmente se una parte di vero c' in questa fantasmagoria di nuovo genere.
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"Gli egregi redattori del Fanfulla della Domenica conoscono la persona che scrive queste linee: nessuno di loro pu metterne in dubbio la onorabilit e la seriet; e se cotesta persona ricusa di apporre qui la sua firma, come  pronta a farlo in argomenti d'altra natura, egli  perch la condizione sociale sua gl'impone dei vincoli e dei doveri, e perch in buon punto essa si ricorda della celebre massima del Manzoni a proposito degli autori: "il buon senso ci era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune".
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"Gl'illustri scienziati d'Inghilterra e di Germania a cui accennava il Fanfulla della Domenica, hanno studiato il problema dello Spiritismo nella parte che  forse la meno importante, in quella ad ogni modo che pi facilmente si presta alle birichinate dei ciurmatori; vogliamo dire la parte dei fenomeni fisici: tavole che si sollevano e scricchiolano, strumenti musicali che suonano, luci misteriose che appaiono a rompere le tenebre d'una sala popolata di adepti. In molti casi la ciarlataneria fu scoperta, in molti altri no.
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Gli spiritisti dicono che le ciurmerie messe a nudo nulla provano contro la verit della nuova religione, contro la sincerit delle manifestazioni spiritiche per davvero. E gli scettici rispondono che il non scoprire la furfanteria dei mediums prova tutt'al pi l'abilit sopraffina di chi esercita il gioco, e la balordaggine dei supposti scienziati. E cos in tale vertenza, come in tutte le vertenze di questo mondo, chiusa la discussione, ognuno rimane nell'opinione propria.
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"Ma v' una parte di cotesti fenomeni che la scienza non ha cercato ancora di approfondire; una parte che non dovrebbe sfuggire all'occhio indagatore di chi osserva spassionatamente: ed  quella che gli spiritisti chiamano fenomeni viventi: campo aperto, come quell'altro, alle frodi o grossolane e superficiali, o fini e sapientemente architettate, ma campo pure di studio diligente, di esame accurato, quando non manchi la prova che nessun inganno  possibile.
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"Chi detta queste linee pu affermare sul suo onore d'uomo onesto che non fu vittima d'alcun inganno, nelle manifestazioni scriventi di cui vuol dare qui un breve cenno. Chi scriveva in sua presenza, sotto l'impulso d'una forza misteriosa, d'un processo patologico o fisiologico, o di un'intelligenza estranea che non si sa per quali cause s'innesta e si confonde all'intelligenza di lui, chi scriveva e chi scrive  (ch trattasi sempre d'una stessa persona)  un giovanetto fra i quindici e i sedici anni, piuttosto inchinevole agli esercizi del corpo che alle agilit della mente; piuttosto desideroso di divertimenti, di gite all'aria aperta, di guidare un cavallo, di stancarsi sul trapezio nel giardino di casa sua, che voglioso di scrivere, anche a istigazione dei maestri, componimenti in italiano o in francese, le sole lingue ch'ei sappia e non benissimo; e cos poco propenso, cos poco entusiasta di Spiritismo, da meravigliarsi ingenuamente delle meraviglie altrui, quando la mano sua inconsapevole scrive frasi, periodi, discorsi che appaiono, a chi  del mestiere, di squisita ed elegante fattura.
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"Ed  qui che noi domandiamo: come pu spiegare la scienza questo fenomeno che lei chiama fisiologico, quando  addirittura remosso il pi piccolo sospetto di malafede? Che cosa succede nella mente d'un ragazzo, di cui l'ingegno non ha dato mai prove che superino l'ordinaria mediocrit, che cosa succede, dicevamo, quale processo misterioso in quella mente si svolge, quali nuove e inaspettate attitudini improvvisamente vi brillano, perch egli possa, mentre con la mano sinistra accosta e remuove dalle labbra una sigaretta, mentre discorre di cose quasi puerili con chi gli  vicino, mentre sbadiglia di noia per la gran seccatura di dover tenere quel lapis in mano e dover seguitare l'impulso che riceve nel braccio, perch egli possa, ripetiamo, scrivere terzine e quartine che paiono cesellate, sonetti ricchi di tutta la grazia d'un trecentista quando  un poeta trencentista il supposto spirito che si manifesta?
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Quale potenza mirabile acquista a un tratto il suo stile di scolaretto svogliato, perch in un momento la sua prosa, che racconta, puta caso, un sollevamento di plebe ai tempi della repubblica fiorentina, acquisti un nerbo, una vigora, un colorito tali, che ricordano la lingua e lo stile d'un Dino Compagni o d'un Villani? E si noti: le pi eloquenti e le pi straordinarie manifestazioni sono la precisa risposta, in elettissime forme di verso o di prosa, a domande verbali che noi formulavamo; sono tali qualche volta che gli uomini pi illustri dell'antica e della moderna letteratura non sdegnerebbero di firmare.
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"Ebbene, tutto questo che cosa significa? Come si spiega? Come dobbiamo rendercene conto?
"Supponete di non aver mai perduto di vista un ragazzo, neppure un giorno solo dacch  nato: supponete d'essere stato coltivatore della sua mente, educatore del suo animo: supponete che una convivenza di tutti i giorni dia a voi la misura esatta di quella intelligenza e di quel carattere; e a pi forte ragione dovrete supporre che quel ragazzo, non uscito mai dalla vostra custodia, deve essere nella impossibilit materiale d'imparare di nascosto, senza l'aiuto di persone e di libri, o una lingua morta, o un'arte che ha il suo fondamento sopra un dato tecnicismo.
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"Bene: se questo , noi domandiamo alla scienza che spieghi questi altri fenomeni: lunghe frasi elegantissime scritte in latino: motti greci nell'antichissimo idioma omerico: elaborate frasi politiche in lingua inglese; e sopra un foglio di musica, improvvisamente messo da noi sulla tavola senza prevenirne alcuno, scritte col lapis varie battute d'un preludio religioso, soavissimo d'ispirazione melodica.
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"A tutti questi fenomeni abbiamo assistito noi, senza l'apparato di riunioni spiritiche, senza preparazioni teatrali, meravigliati di tanta semplicit ingenua nel cos detto medium, e di risultati cos straordinari; insistendo sempre col giovanetto ignaro perch per altri dieci o venti minuti seguitasse l'impulso della sua mano. E quella mano andava; e molte volte nomi illustri succedevano ad altri nomi famosi, e le idee e lo stile variavano secondo l'indole dei personaggi: da una lingua si passava ad un'altra: da una frase di Ferruccio si andava a un saporito epigramma di Branger in versi francesi, applicabile a taluna delle persone presenti; e da un'arguzia garbata si trasvolava a qualche mistica descrizione degli splendori che illuminano di riflessi siderei la seconda vita.
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Ridiamone pure: ma la scienza che fa? Perch non studia? Lasci pure in disparte le tavole che girano, rida anche dell'alfabeto battuto dal piede d'un piccolo trespolo, metta in canzonatura i colpi nelle pareti e nel soffitto e la violazione delle leggi dell'equilibrio; ma studii con calma e con imparzialit il sincero fenomeno di questo improvviso arricchirsi d'una intelligenza, a certi dati momenti, di facolt straordinarie, che si sa positivamente essere a lei abitualmente estranee."
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Da questa lettera e da uno scritto del Prof. Cesare Lombroso, che per debito d'imparzialit pubblicai nel numero 43 del citato giornale, fui rimesso sulla pesta di esperimenti ed osservazioni di cui ero rimasto colpito parecchi anni addietro.
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 innegabile: alcuni fatti paiono oltrepassare di gran lunga i limiti dell'umana natura. Le fantasie molto vivaci vedono, con essi, spalancarsi dinanzi gl'infiniti spaz del meraviglioso, e vi si perdono e godono di perdervisi. Le menti fredde e osservatrici, massime se libere da preconcetti, indagano, studiano, tentano di darsi una ragionevole spiegazione.
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In questo caso, i non scienziati hanno un vantaggio: non sono dominati dall'interesse di difendere ad ogni costo teoriche in voga, non son vinti dalla paura di vedersi crollare sotto gli occhi edifizi scientifici penosamente costruiti; ed  ben noto come i pregiudizi degli scienziati siano sempre stati pi tenaci e pi pericolosi dei pregiudizi popolari.
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Quando si pensa che, appena un secolo fa, a chi parlava di pietre cadute dal cielo, il Lavoisier rispondeva in nome dell'Accademia francese delle Scienze: nel cielo non vi sono pietre, e perci non ne possono cadere, e poi leggonsi i recentissimi studi intorno agli aereoliti e agli asteroidi; quando si pensa che, appena un secolo fa, i fenomeni del magnetismo, ipnotismo o sonnambulismo provocato che vogliasi dire, trovarono nella stessa Accademia e in uomini come il Franklin, il Bailly, il Darcet, una sistematica avversione a riconoscerne la realt, e poi leggonsi i lavori pubblicati da cinque anni a questa parte, in Germania, in Francia, in Italia (1), che studiano quei fenomeni coi pi severi metodi moderni, si prova un'invincibile diffidenza contro certi sdegnosi responsi di quella che meritamente vien chiamata la scienza ufficiale.
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I fenomeni spiritici trovansi tuttavia, per la gran maggioranza degli scienziati, nello stadio primitivo delle famose pietre cadute dal cielo.
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Certamente, con tanti e pi immediati problemi di chimica, di fisica, di fisiologia, di storia naturale, di psicologia positiva, che resistono ad ogni insistente indagine e infirmano le deduzioni, imbrogliano le classificazioni e rendono travagliatissimo il lavoro della scienza contemporanea, quest'inatteso problema, diciamo cos, del mondo invisibile che gi picchia forte all'uscio dei laboratorii, gridando: son qui anch'io! riesce, bisogna convenirne, un pochino seccante.
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Meno male per se gli scienziati si contentassero soltanto di lasciarlo dietro l'uscio, come un importuno! Invece, essi aprono la finestra, gli buttano in viso la loro stizzosa e quasi fanciullesca negazione e richiudono, sbatacchiando, l'imposta; come se questo bastasse a levarselo per sempre d'intorno. Oh, i fatti sono cocciuti!
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Ti ricordi le savie parole dell'Husson a proposito del magnetismo animale? Je vous dis, egli protestava, nel 1837, dinanzi ai suoi colleghi dell'Accademia di Medicina, je vous dis que vous ne pouvez pas plus vous constituer juges du magnetisme que de toute autre question scientifique, parce que vos jugements sont eux-mmes justiciables du progrs des sciences, et que votre jugement d'aujourd'hui peut tre rform demain.
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Non son passati neppur cinquant'anni, e il progresso della scienza gli ha dato ragione. Ecco ora il Wallace, il Crookes, il D'Assier che, coi loro scritti intorno ai fenomeni spiritici, protestano come l'Husson, mettono in mora i loro colleghi di scienza, dando pei primi l'esempio di applicare a quei fenomeni le difficili inquisizioni, le dure prove e riprove del metodo positivo. I loro colleghi, veramente, non mostrano ancora di darsene per intesi; ma aspettiamo, per dir molto, un cinquant'anni; chi vivr vedr.
Durante questo periodo di bizza o di esitazione degli uomini della scienza,  ben lecito a noi altri osservatori dilettanti l'intervenire nella discussione senza meritar la taccia di presuntuosi.
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Lo so: la nostra curiosit  un po' bracona. Noi prestiamo facilmente attenzione quando gli scienziati non si degnano di voltar la testa; noi ci appassioniamo dietro alcuni fatti, osservando con piena buona fede, e non sempre senza le opportune cautele, quando gli scienziati, per una ragione o per un'altra, preferiscono di chiudere gli occhi e di tapparsi gli orecchi.
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Ma spesso il caso, che  cattivo perch irragionevole, ci favorisce largamente, facendoci inciampare in fenomeni degni di non passare inosservati; e allora la nostra mezza ignoranza ci permette delle arditezze che lo scienziato evita con cura. Le nostre ipotesi, ordinariamente, hanno poco o punto valore; per non  raro che dal lavorio disordinato della mente d'un dilettante baleni un'intuizione divinatrice da far qualche comodo al vero scienziato quand'egli avr la pazienza di vagliare quella bizzarra farragine di osservazioni, quando non parr sconveniente alla sua seriet il prestar benigno orecchio a impressioni alquanto vaghe ma vivaci, a ragionamenti forse sbagliati ma non campati del tutto in aria, perch oggi anche i dilettanti sentono, volere o non volere, l'influsso del metodo positivo e si sforzano, alla loro maniera e secondo le scarse forze, di metterlo in pratica.
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Sei anni fa, in campagna, mi divertivo a far raccolta di bruchi. Quelle meravigliose trasformazioni in crisalidi e in farfalle, tante volte lette nei libri, tentavano la mia curiosit e cercavo di appagarla osservandole direttamente. Capisci bene che non facevo scelta; non era il caso. I bruchi del cavolo, quelli dell'ortica, quelli pi rari di altre piante servivano indifferentemente al mio niente scientifico scopo; e le magnifiche Vanesse dalle ali di un nero porporino, orlate di giallo d'oro, gli splendidi Papilii Macaoni gialli e neri, dalle ali cosparse di polvere azzurrognola e prolungate come due piccole code, le gentili Cedronelle sentimentalmente pallidine che agitavano sotto i miei occhi le ali ancora molli dell'umore vitale della loro crisalide, mi producevano sorpresa e diletto quanto le volgari Cavolaie che tutti, nella nostra fanciullezza, abbiamo spietatamente rincorse per le siepi degli orti e pei campi.
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Ebbene; sai che cosa mi accadde?
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Mi accadde di osservare che, tra dieci, dodici bruchi del cavolo messi insieme sotto una campana di cristallo, uno o due, prima di rinchiudersi nella loro crisalide, figliavano, dal centro inferiore del corpo, poco pi d'una dozzina di piccolissimi bruchi verdognoli che subito intessevano, in gruppo, dei bozzoletti gialli, come quelli del baco da seta, di forma ovale allungata, non pi grossi dell'ottava parte di un chicco di grano. Mi attendevo una covata di minuscole farfalline; e, invece, dopo un quindici giorni di ansiosa aspettazione, vidi sbucar fuori dei moscerini neri, dal corpo allungato, dalle ali sottilissime, dalle zampine pi svelte di quelle di una mosca, che non avevano nessun rapporto coi bruchi da cui erano stati figliati, n colle bianche farfalle uscite poi dalle crisalidi formate da quei bruchi immediatamente dopo il parto.
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I libri di entomologia che avevo con me non facevano nessun cenno di un cos strano particolare: ed esso non mi pareva meno meraviglioso delle trasformazioni dei bruchi in crisalidi e in farfalle. Anzi! Sorpreso di quel silenzio, replicai l'esperienza tre volte di seguito. Il resultato fu sempre lo stesso; tra dieci, dodici bruchi, uno o due figliarono la solita dozzina di piccolissimi bruchi verdognoli che si costruivano l per l i loro microscopici bozzoletti. Soltanto due anni fa, in Roma, il prof. Michele Lessona, a cui communicavo il fatto, mi fece capire che probabilmente l'osservazione era nuova, tanto che ne volle la descrizione e i disegni per farne una nota scientifica.
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Si tratta di una specialit del bruco del cavolo? Di un vero parto? O di uova depositate da altri insetti tra l'epidermide di quel bruco che quindi serve da incubatrice?
La curiosit del dilettante attende, con rispetto, com' suo dovere, l'osservazione completa del naturalista.
Ti ho raccontato questo fatto per confessarti che io mi sono occupato, a riprese, di Magnetismo e di Spiritismo allo stesso modo che ho sperimentato in campagna con quei bruchi e quelle farfalle.
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Leggendo i libri del Tommasi, del Guidi, dello Charpignon e di parecchi altri, mi domandavo:
- Ma che cosa pu esserci di vero in questi straordinarii fenomeni magnetici? Proviamo un p. E provavo.
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Leggendo i volumi dell'Allan-Kardec, del Wiesske, del Cahagnet, del Deleuze e del Caroli che crede all'azione del diavolo, mi domandavo parimente:
- Ma che cosa pu esserci di vero in questi meravigliosi fenomeni spiritici? Proviamo un po'. E provavo.
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Te lo ripeto: nel provare noi altri dilettanti godiamo del beneficio della nostra condizione; non compromettiamo nulla, neppure il nostro amor proprio. Metti, puta caso, uno di noi faccia a faccia con un fatto  (nota, dico: fatto) che smentisse la legge della gravitazione universale. Siccome siamo perfino incapaci di valutare le conseguenze del gran rovino che accadrebbe nei calcoli e nelle deduzioni della scienza se venisse a mancarle sotto i piedi questo solido e sicuro terreno, cos noi non avremmo nessuna difficolt di accettare il fatto, ben constatato, s'intende, e lasceremmo gli scienziati a sbrogliarsela tra loro e la Natura. Senti intanto che cosa dice uno di essi, anzi due.
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"Questi fenomeni  (quelli del Home) sono cos straordinarii e cos completamente opposti ad ogni pi ferma credenza scientifica - tra le altre, all'universale e invariabile azione della forza di gravit - che anche al presente, ripensando i particolari di tutto quello che ho visto coi miei occhi, sorge un antagonismo nel mio spirito tra la mia ragione, la quale me ne afferma la impossibilit scientifica, e la testimonianza dei miei due sensi della vista e del tatto (testimonianza corroborata dai sensi di tutte le persone l presenti insieme con me) i quali affermano di non mentire attestando contro le mie idee preconcette."
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Al Crookes, di cui sono le parole citate, un amico, un gran scienziato egli dice, scriveva: "Qualunque sia la mia fede nella vostra potenza di osservazione e nella vostra perfetta sincerit, io provo un gran bisogno di vedere da me, e mi  penoso il pensare che esigerei molte prove. Dico: penoso, perch capisco che non c' altro mezzo di convincere un uomo all'infuori del fatto ripetutamente osservato: soltanto allora l'impressione diventa un'abitudine dello spirito, una vecchia conoscenza, insomma una cosa saputa da gran tempo, da non poterne dubitare. Questo  uno dei lati pi curiosi dello spirito umano, e negli uomini di scienza mi par pi sviluppato che negli altri. Perci non si deve facilmente tacciar di mala fede un uomo che resista all'evidenza. Per abbattere il vecchio muro delle credenze occorrono dei colpi replicati." (2)
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V' anche un'altra ragione per cui noi dilettanti tentiamo certe prove senza nessuna esitazione. Non siamo spinti solamente dalla smania della verit; l'immaginazione entra per qualche cosa, per molto, nelle nostre disordinate escursioni a traverso l'ignoto. Infatti spesso cominciamo dal tentare l'assurdo. Io, per esempio, prima di provarmi col magnetismo, non avevo cercato di mettere in pratica i segreti dell'alta magia?
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Non ridere. Contavo appena sedici anni. Dopo di aver letto che il Goethe si perdette per mesi e mesi, con la mistica signorina Klettemberg, dietro la ricerca della terra vergine, sprofondandosi nello studio delle opere del Paracelso, dell'Aurea Catena Homeri, dell'Opus mago-cabalisticum del Walling, non ho pi vergogna di confessarlo. E i miei esperimenti furono assai meno felici di quelli del gran poeta tedesco; non giunsi ad ottener nulla da mettere in riscontro col suo arseniato di potassa o col suo liquor silicum.
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Nel 1855 un amico di collegio venne a communicarmi, con segretezza, la copia d'un manoscritto che diceva ritrovato da un ramaio nel buttar gi la facciata della sua piccola casa. Chi avea murato quel manoscritto nel fianco di una finestra? Da quanto tempo si trovava l? Nessuno ne sapeva nulla. Il mio amico per pretendeva di sapere con certezza che il ramaio, provandosi a deciferare quei ghirigori sbiaditi dall'umido, era stato atterrito dall'apparizione di legioni di spiriti che gli gridavano, comanda! Vinta la prima impressione, egli avea poi largamente approfittato del sovrumano potere capitatogli in mano. Aveva violato delle ragazze, rapito delle belle mogli, commesso non so quante altre ribalderie, ed era sempre sfuggito, per virt dei suoi spiriti, alle attive ricerche della polizia e a quelle, pi temibili, della vendetta degli offesi.
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La copia del mio amico non conteneva la parte dov'erano le terribili evocazioni; n tutti e due avremmo allora avuto il coraggio di avventurarci a tale lettura. Per volevamo apprendere senza fatica tutte le lingue morte e viventi? Volevamo indurre alle nostre voglie tre delle pi belle ragazze del mondo? Bastava eseguire per l'appunto le formole dal manoscritto indicate.
Per le lingue occorrevano troppe cose, e nessuno di noi due era in caso di procurarsele. Dovemmo quindi rimettere i nostri tentativi a tempi migliori, quando ci sarebbe stato facile il comprare le indispensabili placche di oro purissimo da incidervi sopra i segni cabalistici e i motti arcani capaci di produrre quell'effetto.
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Fu per questo che io rivolsi la mia attenzione alle belle ragazze. E per tre giorni e tre notti consecutive recitai, con fede, la lunga preghiera: Adonai, Pater omnipotens sempiterne Deus....  (questo principio mi  rimasto fitto nella memoria); e in quei tre giorni evitai di far entrare altre persone nella mia stanza da studio che spazzai da me stesso, con una granata nuova. Nella sera del terzo giorno, preparata, tutto trepidante, la piccola tavola prescritta (con tre salviette, tre vassoi, tre bicchieri non usati e tre panini freschi) aperta l'imposta del terrazzino, senza neppur chiudere le cortine che servivano a separare la mia cameretta da letto dalla attigua stanza da studio, mi cacciai frettolosamente sotto le coperte e stetti ad aspettare.
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Il frusco delle vesti delle tre belle tardava a farsi sentire per la stanza silenziosa, in quell'alta notte di inverno. Un leggiero soffio di vento agitava le cortine di mussola raccolte ai due lati e veniva a gelarmi la faccia; ma io continuavo ad aspettare, cogli occhi aperti, colle orecchie tese, col respiro un po' accelerato.
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Quando all'orologio della chiesa vicina scoccarono i paurosi tocchi della mezzanotte e le argentine ondulazioni di quelle campane vibrarono pi sonore per la stanza, non impedite, come le altre volte, dai cristalli chiusi e dagli scuri, fu  (te l'assicuro) un momento solenne. Poi pass un quarto d'ora, pass una mezz'ora, pass un'ora... Nulla! La stanchezza ed il sonno finalmente mi vinsero; e, questo, cos profondo che l'attivit inconscia della mente ne rimase sopraffatta da non potermi apprestare nemmeno la magra consolazione di godere, sognando, la magica realt che avevo invocato.
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La trista realt te la figuri facilmente. Avendo dormito tutta una lunga e fredda nottata invernale col terrazzino spalancato, la mattina dopo mi trovavo addosso un'infreddatura indiavolata e tossivo peggio di un cane col cimurro. Fortunatamente la disperazione di dovermi soffiare, cento volte il giorno, quel povero naso intasato mi fece perdere, e per sempre, ogni velleit di gran mago.
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Non credere che nei miei tentativi, meno fantastici, meno impossibili, del magnetismo e dello spiritismo, l'immaginazione fosse intieramente messa da parte; no. Correvo dietro l'ignoto pi pel gusto di corrergli dietro, che per un chiaro e definito intendimento scientifico qualunque. Le prove e le riprove questa volta venivano fatte un po' pi riflessivamente, ma l'immaginazione vi cercava, innanzi tutto, il suo pascolo: la sorpresa del nuovo, del meraviglioso naturale. E se la cresciuta intelligenza osservava, comparava e, in qualche modo, debolmente, induceva, alla fine, imbarazzata, lasciava l i resultati ottenuti, i materiali raccolti e non riusciva a farne alcun uso.
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Ci son voluti di begli anni prima che mi balzasse in mente l'idea di una coordinazione di quei fatti con altri fatti di diversa natura, prima che dal loro insieme sgusciasse fuori, come una grande interrogazione, il problema psicologico-letterario di cui voglio parlarti.
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Ora, il miglior modo di esporre un problema mi sembra quello di mettere sotto gli occhi altrui tutto il suo naturale processo di formazione. I nostri ragionamenti pi astratti poggiano, non foss'altro che colla punta d'un piede, sulla granitica roccia dell'esperienza dei sensi. E non saltan di lancio in vetta, a respirarvi l'aria sottilissima e non confacente a tutti i polmoni, dei concetti generali; bens montano lentamente, gradatamente, guadagnando con sforzo la rapida salita, seguendo tutte le sinuosit dei sentieri, fermandosi di quando in quando, cercando il passaggio pi facile, tentando le scorciatoie, qualche volta tornando indietro quando la strada, presa per isbaglio, non ha sbocco e li arresterebbe a mezza costa, sull'orlo vertiginoso di un precipizio senza fondo.
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I fatti riprodotti col loro ordine di successione pongono il lettore nella circostanza di poter rifare un lavoro di osservazione e di astrazione molto simile a quello gi eseguito da chi li espone; gli mettono in mano il bandolo per strigare, in una maniera o in un'altra, quella stessa matassa; e, se i resultati si riscontrano in un'identica conchiusione, tanto meglio per tutti e due e per la verit; se, al contrario, spuntano verso direzioni opposte, tanto peggio per lo scrittore o pel lettore, ma sempre tanto meglio per la verit.
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In ogni caso, bisogna che il lettore sia assolutamente garantito intorno alla realt dei fatti che gli vengono sottoposti. Io, come il capo delle assise, giuro sul mio onore e sulla mia coscienza, che in tutto quello che son per raccontare non ho aggiunto nessuna frangia, neanco una virgola di mio. E giuro tanto pi facilmente, quanto pi son sicuro di non essere stato vittima di nessuna allucinazione, di nessuna soperchieria. Nel maggior numero dei casi, tra me e il fatto osservato non ci entrava intermediario di sorta. Ero io stesso che sperimentavo sopra una persona affatto ignara di quello che mi proponevo e volevo ottenere. La ripetizione, a saziet, di un dato fenomeno mi rende certo di non aver osservato male, di non esser caduto in preda di illusioni ottiche, o di allucinazioni di esaltato. Sarebbe stata bella che io mi fossi bambinescamente compiaciuto d'ingannare me stesso, mentre tentando un esperimento, cercavo di persuadermi della sua possibilit, secondo avevo letto sui libri.
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I documenti che non provengono dalla mia personale esperienza, posso garantirli egualmente come esenti di frode; alcuni perch, nati sotto i miei occhi, fanno parte integrante delle mie ricerche e dei miei tentativi; altri perch provenienti da persona ben conosciuta e della cui lealt e buona fede non  possibile dubitare.
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E qui ti confesso, caro Farina, che mi par di far un bell'atto di coraggio mettendomi a raccontar fatti e a presentar documenti contro i quali so, anticipatamente, di dover trovare armata la diffidenza, la preoccupazione e, lasciamelo dire, la prosuntuosa ignoranza di gran parte del pubblico. Ma se fra mille che mi canzoneranno, se fra altri mille che non vorranno prestarmi fede, incontrassi una persona ragionevole e competente la quale, anzi che permettersi di sorridere e di dubitare, prendesse in mano il manipolo dei fatti da me raccolto e lo gettasse, insieme colle mie induzioni e colle mie ipotesi, nel crogiuolo dell'analisi positiva, io mi terrei ricompensato, e con usura, del mio ardire imprudente.
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N credere che il mio amor proprio di osservatore abbia a sentirsi un pochino mortificato nel caso, possibilissimo, che le mie induzioni e le mie ipotesi risultino, dopo un serio esame, insussistenti ed assurde; t'inganneresti di molto. Le ipotesi, le induzioni io le do per quel che valgono, per prodotti di un curioso, di un osservatore dilettante,  come dire di un mezzo ignorante. Pei fatti, pei fatti soltanto, son pronto a stender la mano sul fuoco e a lasciarvela bruciare.
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Se dovessi ricominciare i miei esperimenti di sonnambulismo provocato, non sarei oggi cos imprudente come nell'estate del 1864 in Firenze. Ma allora non avevo nessuna idea del delicatissimo e terribile strumento col quale mi baloccavo, intendo dire il sistema nervoso di quella ragazza sui diciotto anni, non bella, d'un bruno pallido, di costituzione linfatico nervosa che cos gentilmente si prestava a tutti i miei capricci di dilettante.
Bisogna per riconoscere che la tentazione era assai forte.
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Entrata in sonnambulismo con qualche difficolt, dopo nove sedute consecutive, non mai durate meno di un'ora e mezzo, la Beppina P.... avea mostrato quasi subito facolt di sonnambula talmente eccezionali, talmente docili e sottomesse alle pi strane pretese di uno sperimentatore senza scrupoli, perch ignaro dei danni ove poteva inciampare, che il resistere agli allettamenti di quella rarissima occasione sarebbe stato, da parte mia, uno sforzo proprio miracoloso.
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A chi mi avesse detto in quel tempo che io, magnetizzando, provocavo una crisi quasi identica alla gran nevrosi dell'isterismo, come  gi stato recentemente verificato dalla scienza, avrei risposto, senza dubbio, con una scrollata di spalle. Ora capisco che devesi alla solida costituzione di quella ragazza se i miei esperimenti, cominciati un po' per chiasso, un po' da senno, non ebbero - mi vengono i brividi nel pensarci - un funestissimo resultato.
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Figurati che, nientemeno! io mi divertivo colle allucinazioni come con dei giuochi di prestigio. Non sospettavo neppure che, a forza di condurre quell'organismo all'estremo limite dell'allucinazione provocata, lo mettevo a repentaglio di cadere, forse irrimediabilmente, nella vera pazzia. Tu sai che basta dire ad una sonnambula: ecco un serpente! ecco un leone! eccoti trasformata in passerotto! eccoti diventata una vecchia! perch quella provi realmente il ribrezzo della vista del serpente, il terrore della presenza del leone, perch perda la coscienza della sua personalit e si creda un uccellino, perch si atteggi e pensi e parli come una persona molto acciaccata dagli anni.
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Il Richet (3), fra i tanti casi da lui stesso sperimentati, racconta quello d'un suo amico al quale disse: eccoti diventato un pappagallo!
Il sonnambulo esit un momento e poi domand, seriamente: debbo anche mangiare la canapuccia della mia gabbia?
Non meno curioso  il caso di quella donna che, credendosi gi trasformata in coniglio, come il Richet le avea detto, si butt per terra a quattro piedi, facendo atto di rosicchiare alla guisa dei conigli, saltando sulle gambe di dietro. Aveva poi fatto un salto brusco. Ritornata nello stato normale, lo spiegava cos: mi pareva di mangiare un cavolo saporito quanto un tartuffo; ma intesi rumore e, credendo che venisse un cane, dalla paura, scappai via per andare a nascondermi nella mia tana.
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Vista la padronanza quasi assoluta esercitata dalla volont del magnetizzatore sull'organismo della sonnambula, non mi sorprendeva che le cose da me immaginate prendessero nella mente della Beppina forma, colorito, solidit, e le apparissero proprio come reali. Quel corpo non diventava, sotto la mia influenza, una specie di automa? Non lo facevo correre, arrestare, piegare, atteggiare in tutti i versi, prima con quei movimenti delle mani, di alto in basso, che i magnetizzatori han chiamato passaggi, poi col semplice comando di una parola un po' energicamente pronunciata e, finalmente, colla forza, pi inesplicabile ma non meno efficace, della volont solamente pensata? Perci le esperienze di questo genere, dopo che le ebbi ripetutamente provate, non mi parvero pi tali da farne un gran caso. Allora mi pass pel capo l'idea di vedere se l'allucinazione, cos facilmente ottenuta durante il sonnambulismo, poteva egualmente venir riprodotta, o almeno prolungata, nello stato di veglia.
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Il Richet  (torno a citarlo perch la testimonianza di un vero scienziato  un preziosissimo aiuto per un dilettante) parla di una certa V... nella quale provocava, appena destatala dal sonno magnetico, allucinazioni o per lo meno illusioni che duravano circa dieci minuti. Le diceva: ecco un cane! ed essa credeva di vedere il cane. "Intanto i suoi occhi erano aperti, la sua intelligenza aveva ripreso le apparenze normali, e nulla indicava che ella risentisse ancora gli effetti del sonnambulismo. Su questo punto, egli aggiunge, come su tant'altri c' da fare molte esperienze, molti saggi, utili o infruttuosi non importa. Ad ogni passo fatto in avanti, ci si rizzano dinanzi problemi assai pi complicati e di pi difficile soluzione."
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Pare che le mie esperienze siano state, senza volerlo, uno di questi passi in avanti. Un giorno dissi alla Beppina: dorma! ed essa rest, al solito, come fulminata, nell'atteggiamento in cui si trovava. Immediatamente fissai la mia attenzione sulla persona  (suo fratello) che intendevo di farle vedere trasformata in un mostro umano dal naso enorme, dalla gobba pi enorme; e perch la mia immaginazione operasse pi intensamente, feci attorno il corpo del fratello quei passaggi che avrei dovuto fare sulla testa di lei.
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Non le dissi: vedr suo fratello trasformato in un mostro, ma la svegliai  (un soffio alla faccia bastava) colla fermissima volont ch'ella lo vedesse a quel modo.
Lo guardava, sorpresa, incerta se dovesse credere ai suoi occhi. - Oh Dio, com' brutto! esclamava, coprendosi il volto colle mani; ma tornava a guardarlo. Quella disgrazia di suo fratello la desolava e, nello stesso tempo, la faceva ridere. - Che naso! Che gobba! - E afferrava colle due mani quel naso che le pareva dovesse urtarla quando suo fratello le si accostava; e dava pugni su quella gobba o la palpava, a distanza, seguendone la curva, come se avesse palpato una gran gobba davvero. Cos io mi accorsi che l'allucinazione, oltrepassato il senso della vista, per una specie di consentimento dei nervi, si era comunicata, senza che io ne avessi avuto l'intenzione, anche al senso del tatto.
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Intanto la Beppina cominciava a dubitare: era un'illusione? era una realt? E venutole il sospetto che potess'essere un'illusione prodotta da me, rimase grandemente turbata e mi preg di fargliela sparire subito, perch gi sentiva uno sbalordimento, una strana confusione nella testa che le faceva paura. L'addormentai per svegliarla colla intenzione che non dovesse pi rammentarsi di nulla. E non si ramment di nulla.
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Ritentai la prova il giorno dopo, facendole vedere suo fratello trasformato in bionda signora dall'abito di faille nero, dalla mantelletta di velluto e dal cappello di raso dello stesso colore, guarnito di fiori azzurri. Richiesta, la Beppina me la descriveva precisamente, come l'avevo immaginata; e, di soppiatto, domandava alla sua mamma: chi  questa signora? che cosa vuole? Soltanto era un po' sorpresa di vederla andare attorno, in casa altrui, con troppa libert per una sconosciuta; e, veramente, suo fratello non stava l fermo, seduto sulla poltrona, come esigeva il personaggio che gli facevo rappresentare.
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Questa volta l'allucinazione s'era estesa anche all'udito. La Beppina non riconosceva il fratello neppure alla voce; e, interrogata, gli rispondeva con ritenutezza contegnosa. Una commedia divertentissima. Convintomi che l'allucinazione non le recava alcun disturbo, volli cavarmi la curiosit di osservare, abbandonandola a s stessa, quanto tempo sarebbe durata. Continu per pi di un'ora e mezzo; indi, a poco a poco, rallentossi, lasciando scorgere, a traverso la vaporosa parvenza illusoria, la persona reale, come dietro un velo di tulle, diceva la Beppina: poi, quasi a un tratto, cess.
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Ma allora la Beppina venne subito ripresa dal turbamento, dalla confusione della prima volta e dovetti riaddormentarla per levarle via quella strana impressione che la rendeva balorda.
Da allora in poi mi lanciai nel mare magno delle allucinazioni con un piacere fanciullesco; e furono esperimenti senza numero, uno pi bizzarro dell'altro. La mia volont di magnetizzatore produceva miracoli, a petto dei quali gl'incantesimi delle fate sarebbero parsi ridicole inezie.
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Le stanze trasformavansi in magnifici giardini dagli immensi viali ombrati, dalle aiuole screziate dei pi bei fiori che occhio umano avesse mai visto; marmoree fontane zampillavano, iridate al sole, in mezzo alla fresca verzura dei prati; graziosi animali d'ogni specie, scimmie, pappagalli, colibri, uccellini-mosca, grosse farfalle azzurre saltellavano, volavano, cantavano attorno alla Beppina, con suo gran diletto. Quegli uccellini brillanti come un topazio la intenerivano singolarmente; e, se io le ordinavo di acchiapparne qualcuno, tosto mi pregava di rendergli la libert: - Poverino! Era cos bello!
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Ricordo di uno scimmiotto ch'ella si divertiva  (idealmente) a mandare in camera di una pigionale vecchia e noiosa, perch le mettesse ogni cosa sossopra e la facesse arrabbiare. Ma una volta le parve che lo scimmiotto, saltato addosso alla vecchia, la graffiasse e la mordesse: e si mise ad urlare: no! no! tremando tutta, convulsa.
Temetti un accesso nervoso; e, sbadatamente, le dissi che non era vero, che lo scimmiotto era un'allucinazione....
- Come non era vero?
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Port le mani alla fronte. Non sapeva persuadersi in che modo, desta, ad occhi aperti, potesse vedere quel che non era.
- Guardi! le dissi, soffiandole forte sulla faccia; non c' pi nulla!
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L'allucinazione era sparita; ma la Beppina si premeva tuttavia, colle due mani, la fronte, pallida, fissando gli sguardi spaventati sopra di me che le ripetevo, ridendo:  uno scherzo.
- Per carit, disse, non me lo faccia pi! Mi sento strizzare il cervello; mi fa male....
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Rimediai alla mia storditaggine col solito mezzo; per quella volta, bench, addormentata e svegliata, non si ricordasse pi di nulla, la Beppina rimase fino a sera colla testa un po' offuscata da una specie di accapacciatura; e mi domand se non l'avessi trattenuta in sonnambulismo pi a lungo del solito. Le risposi di s, quantunque il suo vero sonnambulismo fosse durato pochi secondi. Non contavo come tale quell'allucinazione di un quarto d'ora, perch i movimenti, gli atti, i ragionamenti di lei allucinata non porgevano nessun indizio di uno stato anormale.
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L'allucinazione sparita col solo soffio mi fece sospettare che non era forse indispensabile addormentar la sonnambula per farle subire gli effetti della suggestione allucinatoria, come la chiama benissimo il Richet. Non sarebbe bastata la volont, resa pi efficace da passaggi fatti in maniera che quella non avesse potuto neanche accorgersi della mia intenzione?
Concepire la possibilit d'un esperimento e tentarlo era tutt'uno per me. La gran caldura mi costringeva a passare in casa quasi l'intiera giornata, e perci mi svagavo col magnetismo, prendendo brevi appunti d'ogni esperimento che tentavo.
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Quel giorno stavamo per andare a tavola. Un ritratto di Garibaldi, appeso alla parete, mi sugger l'idea di far vedere alla Beppina il suo babbo trasformato nel Generale dalla camicia rossa, dalla testa leonina, dalla bella barba bionda. E il contrasto era perfetto. Il signor P. aveva certi baffoni appuntati e una barba folta, lunga, d'un nero un po' brizzolato di bianco che gli dava un'aria truce, mentre egli, all'opposto, era proprio un cuor d'oro.
La Beppina trovavasi affacciata alla finestra. Affacciatomi accanto a lei, le feci, senza che se n'accorgesse, alcuni passaggi alla spina dorsale, e le dissi:
- Vada a vedere chi c' di l. Sar a pranzo da noi.
- Ma  Garibaldi!
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Era tornata subito addietro, rossa dalla commozione e dalla gioia. E siccome in quella famiglia tutti idolatravano il Generale, la Beppina durante il desinare, parl poco, non sapendo staccar gli occhi da quel volto immaginario, lietissima che il ritratto posseduto gli rassomigliasse cos bene. Lo credo! Dovea rassomigliargli per forza; giacch, nel farle i passaggi, m'ero proprio fissato, col pensiero, su quella brutta litografia, allumacata di minio e di giallo, posta in cornice nel salotto. Come tu vedi, gli esperimenti eran gi diventati di una semplicit di esecuzione meravigliosa. Dopo parecchi altri dello stesso genere, li resi ancora pi semplici, sopprimendo addirittura i passaggi.
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Io non dubbitavo menomamente della realt del fluido magnetico di cui mi parlavano i libri; anzi la scoperta, allora recente - del Pacini, mi pare - di microscopici organi elettromotori nei polpastrelli delle nostre dita mi spingeva a fantasticare che tra il cos detto fluido e l'elettricit dovesse correrci una ben intima relazione. Ora so che il Richet, dopo le osservazioni del Burq e dello Charcot, inclina molto verso questo parere. Con esse  stato dimostrato che dal contatto di un metallo poco ossidabile con la pelle sviluppansi debolissime correnti elettriche capaci di modificare rapidamente la sensibilit di un intiero lato del nostro corpo (4).
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Magnetizzatore e magnetizzata li consideravo come due macchine telegrafiche messe in comunicazione dal filo conduttore. Se questo apparentemente l mancava, c'era la volont che, producendo la corrente, lo suppliva in qualche modo, come suppliva egualmente l'azione, assai pi importante, del telegrafista. Mi pareva che - io inducendo la mia corrente  (fluidico o elettrica che fosse) nell'organismo della sonnambula, e questa riproducendo, col sonno, colla catalessi, coll'anestesia, colle allucinazioni, i dispacci trasmessile dalla mia volont, facevamo tutti e due un'operazione quasi identica a quella delle sopraddette macchine telegrafiche, sebbene con mezzi alquanto diversi.
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Mi pareva che i passaggi, gli ordini indetti, a voce, la volont soltanto pensata, fossero gradazioni, pi o meno notevoli, d'una stessa forza o energia che debbasi dire, richieste dalla progressiva educazione sonnambolica di quell'organismo; e il sorprendente crescendo di fenomeni osservato nella Beppina recava una potente conferma a quella mia opinione. Qual meraviglia dunque che ridotto automatico, insensibile agli eccitamenti dolorosi, insomma caduto in piena bala della mia volont dirigente, quell'organismo ricevesse anche la sensazione reale delle pi strampalate immagini formate appositamente dalla mia fantasa e le ritenesse come sensazioni di cose veramente esistenti?
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Questa ipotesi, te lo confesso, non mi par cattiva neppur ora. La scienza al presente, ne sa - n pi, n meno - quanto noi due; e le sue varie spiegazioni dei fenomeni del sonnambulismo provocato non presentano certamente maggior solidit della mia. Quella dell'Heidenhain (5), per citarne una sola, che considera i passaggi magnetici come un debole eccitamento della sensibilit di contatto e della sensibilit termica, non potrebbe dare nessuna plausibile ragione delle esperienze che sto per dirti. Lo scienziato cauto e circospetto da me pi volte citato conchiude che "nelle condizioni attuali della scienza, quel che si pu fare di meglio sia l'ammettere molte cause diverse, agenti simultaneamente e in concorrenza.
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L'attenzione aspettante viene, per esempio, aiutata dalle eccitazioni visuali ed auditive che, ripetendosi monotonamente, fanno impressione sur un sistema nervoso predisposto alla loro azione. L'influenza della volont avviene forse, per l'effetto dello stato elettrico della mano del magnetizzatore, modificato dalla commozione che prova e dai movimenti che fa. Ma sono, egli conchiude, tutte ipotesi negative; e il confessarlo  gi qualche cosa." (6).
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Allorch, smessi i passaggi, vidi l'allucinazione prodursi colla stessa evidenza di prima e unicamente per via di pochi soffii sopra un oggetto o d'una brevissima concentrazione della volont sempre all'insaputa della Beppina, io non pi credetti soltanto alla realt di quella x incognita che poteva essere il fluido magnetico, l'elettricit o un altro agente ancora senza nome; ma credetti pure alla possibilit di foggiarlo a piacere, di renderlo percettibile, come qualunque oggetto materiale, agli occhi supremamente sensibili della mia magnetizzata, e di ridurlo, per essa, resistente e pesante.
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Infatti, se facevo il gesto di porgerle qualche cosa, ed essa vedeva subito il fiore, il libro, le monete che avevo avuto la intenzione di farle vedere; e credeva di annusare quel fiore, di metterselo sul seno o tra i capelli; e credeva di recare quel libro nella mia stanza e di posarlo sul mio tavolino; e credeva di contar quelle monete e porle in serbo nella sua borsa. Premendo colla mia mano sulla sua contro un tavolino o una parete, questa mano vi aderiva cos fortemente che il babbo e il fratello della Beppina tentavano indarno di staccarnela. - Ahi! ahi! Mi fate male! Mi spezzate il braccio! ella gridava.
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Ed era evidente che tutto il suo corpo non faceva nessuno sforzo per tener quella mano contro il tavolino o la parete; era evidente che la sua forza di ragazza non sarebbe punto bastata per resistere al suo babbo e al fratello, tutti e due molto robusti. Facendo alcuni passaggi sulla soglia di un uscio, potevo, l per l, formarvi un ostacolo per lei insormontabile; ed ella, che ignorava quei passaggi e la mia intenzione nel farli, accorrendo in fretta dalla stanza dove per caso si trovava, a un tratto, giunta dinanzi a quell'uscio, si arrestava, sorpresa di non poter pi fare un passo in avanti.
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Quest'ultima esperienza, ripetuta un'infinit di volte, circondandola di tutte le pi scrupolose cautele, fu da me rifatta quasi un anno dopo, nel maggio del 1865, quantunque non l'avessi ritentata da gran tempo. Uno dei miei fratelli, venuto per le feste dantesche, afferrata la Beppina solidamente pei polsi, voleva costringerla a varcare quella soglia incantata. - Dio!... Mi strappa le braccia!... urlava la Beppina. E mio fratello dovette smettere; e quasi non credeva a s stesso.
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Oggi questa ipotesi della capacit del fluido magnetico - elettricit o altro agente ancora senza nome - di esser foggiato a piacere, reso percettibile, come qualunque oggetto materiale, agli occhi sensibilissimi della magnetizzata, e ridotto, per essa, resistente e pesante, mi pare non solo assurda ma inutile affatto. Non basta forse la estrema sensibilit della sonnambula perch questi fenomeni cos fuor del comune trovino la loro facile e ragionevole spiegazione e sian rimessi dentro la cerchia di tutti gli altri fenomeni del sonnambulismo provocato?
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Oramai, per la eccessiva frequenza degli esperimenti, le relazioni tra magnetizzata e magnetizzatore dovevano esser diventate di tale fulminea rapidit che la Beppina poteva benissimo sentire istantaneamente l'impressione del mio pensiero, e provar quindi i soliti effetti dell'allucinazione provocata, mentre io mi immaginavo, ingenuamente, di foggiar a piacere e rendere solido e pesante quel qualcosa della cui natura non avevo, n ho tutt'ora, nessunissima idea. N c' al mondo chi l'abbia!
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Intanto, a furia di esperimenti ripetuti, variati, intrecciati insieme con tanta inconsideratezza e tanta prodigalit, avevo siffattamente sconvolto il sistema nervoso di quella brava ragazza, che una crisi isterica, o un che di somigliante, doveva ben presto, in un modo o nell'altro, colpirla. Non aspettai che questa venisse naturalmente, per diretta conseguenza; ma le andai sbadatamente incontro, le feci ressa; e quando i fenomeni della gran nevrosi isterica scoppiaron fuori con la loro terribile violenza, non fui pi buono a dominarli.
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Della vera gran nevrosi isterica?
Sarebbe, da parte mia, troppa presunzione lo affermarlo.
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Con questi benedetti fenomeni magnetici e spiritici  (gi siamo sulla soglia dello Spiritismo) si brancica tuttavia nell'oscurit, passando di sorpresa in sorpresa. Quando par di essere omai sicuri di aver afferrato relazioni intimissime tra i fenomeni, per esempio, della gran nevrosi e quelli del sonnambulismo provocato, ed ecco apparire differenze non meno certe, non meno notevoli, di grado, d'intensit, di mezzi, di resultati, che ci fanno ricadere nel buio, togliendo quasi ogni valore ai confronti, alle deduzioni, alle timide ipotesi foggiate.
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Cos quando par di essere egualmente sicuri che tra i fenomeni del sonnambulismo e gli spiritici corrano relazioni di parentela non meno strette delle altre gi osservate fra il sonnambulismo e la gran nevrosi, ed ecco nuovi fenomeni che ci sbalestrano lontani mille miglia, e ci strappan fra le mani quell'esile filo da cui ci aspettavamo di esser guidati per l'intrigatissimo laberinto.
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Si tratta, probabilmente, di gradazioni, di sfumature, forse; ma chi potrebbe dirci in questo momento dove il sonnambulismo finisca e la gran nevrosi incominci? Dove il sonnambulismo finisca e incominci lo Spiritismo? La gran nevrosi isterica sembra prodotta da una lesione organica, accidentale o ereditaria importa poco; o per lo meno da un pervertimento di funzioni, spesso irrimediabile, del sistema nervoso.
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L'alterazione temporanea, provocata in questo, lentamente, dall'azione del sonnambulismo, , nel maggior numero dei casi, proprio innocua, non lascia traccia neppur nella memoria della persona magnetizzata, ed ha un carattere fisiologico spiccatissimo. Le belle ricerche del Baillif (7), intorno al sonnambulismo delle isteriche, son l per provarlo. Nelle isteriche il sonnambulismo diventa patologico affatto.
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Dai fenomeni magnetici agli spiritici il passaggio vien cos agevole che si avverte appena.
L'allucinazione, ripetutamente provocata, si svolge, a poco a poco - nei particolari - con una tal quale indipendenza. Qualcosa della personalit della sonnambula sussiste, resistendo, e, avuta la spinta verso una direzione qualunque, si mette a lavorare, pi o meno attivamente, secondo le circostanze, per proprio conto. Fino a qual punto pu giungere questa attivit interiore che, rimanendo sempre incosciente, d quindi alla sonnambula l'illusione, naturalissima, di un che fuori di lei?
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Avevo gi notato nella Beppina i sintomi della sua graduale emancipazione dalla influenza del magnetizzatore. Di quei personaggi, di quei giardini, di quei viali ombrati, di quelle marmoree fontane zampillanti, di tutti quei graziosi e vispi animaletti di cui mi divertivo a circondarla, io tracciavo, per dir cos, soltanto le linee generali, i contorni. La sua immaginazione sovra eccitata sviluppava, coloriva, animava ogni cosa; come hai dovuto specialmente notare a proposito di quello scimmiotto che le parve graffiasse e mordesse la vecchia pigionale noiosa, senza che mi fosse mai passato nulla di simile per la testa.
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Anzi, una volta, questa emancipazione interiore mutossi in una parziale ribellione del sistema nervoso. Quella sera le palpebre della Beppina rimasero ermeticamente chiuse e a nulla valsero i ripetuti soffii e i passaggi, n i violenti spruzzi d'acqua fresca al viso e gli altri mezzi da me adoperati per fargliele aprire.
- Non si confonda! ella mi disse, vedendomi un po' turbato dalla novit del caso. Ci veggo egualmente.
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E in prova, lesse, scrisse, bench gli orli delle sue palpebri fossero cos cuciti fra loro che la pressione delle mie dita non riusciva menomamente a scostarli; e prepar la tavola per la cena, ridendo delle mie precauzioni quando volevo impedirle di mettere al posto le bottiglie e i bicchieri, per paura che, urtando, non li mandasse in frantumi.
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Riaddormentatala, dopo cena, le chiesi con insistenza di suggerirmi un rimedio per quell'inatteso inconveniente.
- Non  nulla, rispose. Ho dormito magneticamente un po' troppo; ecco. Riaprir gli occhi domani. E cos avvenne.
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Nel caso che sto per raccontarti questi piccoli accenni di emancipazione diventan rivolta addirittura.
Poco sapevo allora intorno allo spiritismo, e pi per sentito dire che per cognizioni attinte dai libri. Mi era stato assicurato che col mezzo del sonno magnetico l'evocazione spiritica riusciva assai facilmente. Altri ci si era provato, pareva, con buon successo; volevo provarmici anche io.
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La cosa m'interessava per un'altra ragione. Covavo da mesi, una Vita di Ugo Foscolo, il mio idolo letterario giovanile, ed ero arrabbiatissimo di certe lacune incontrate qua e l, che non trovavo modo di riempire. L'Orlandini e il Mayer, interrogati sulla Calliroe posta recentemente dal Chiarini in piena luce, mi avevano tutti e due risposto che forti riguardi sociali vietavano ancora di alzare il velo di quest'episodio foscoliano; e intanto quel po' che se ne intravedeva stuzzicava straordinariamente la mia curiosit di biografo appassionato. Dovevo proprio rimanere al buio?
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Fu cos che mi venne la cattiva idea d'indirizzarmi allo stesso Foscolo, facendolo evocare dalla Beppina.
Era naturale, via! che, dopo tante meraviglie magnetiche, non dubbitassi pi di nulla, di nulla!
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La sera del 23 agosto, dunque, fattala entrare a posta in sonnambulismo, le dissi:
- Potrebbe mettersi in communicazione collo spirito di un uomo morto in Inghilterra nel 1827?
- Proviamo, rispose. Come si chiamava?
- Ugo Foscolo.
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La Beppina, che si trovava distesa sopra un canap, voltatasi dalla parte del muro, si era messa a pregare sotto voce. Dopo alcuni minuti, mandava un grido, spaventata, agitando le braccia:
- Lo spirito  apparso! Ma, visto che non gli dicevo nulla,  andato subito via.... Che terrore!... Senta come sono diaccia!... Mi metta addosso una coperta.
Per quella sera ci fermammo l.
- Ora lo chiamo, disse ella stessa la sera dopo. Tanto,  meglio che mi abitui.
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E si volt di nuovo verso il muro, ripetendo sottovoce: vieni! vieni!
L'apparizione non si fece troppo aspettare.
La Beppina tremava, per meno assai della prima volta.
- L'amico che  qui desidera conoscere alcune intime particolarit della tua vita.... Me le dirai?
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SPIRITO. Te le dir. Ma questa sera tu non sei abbastanza forte da sostenere la mia conversazione. Ci rivedremo domani.
Era la Beppina stessa che rispondeva, con una voce contraffatta, grossa, di uomo burbero e violento.
- Te ne vuoi andare? gli domand col tono ordinario.
SPIRITO. S.
E la sua voce era tornata grossa, virile: immagina tu con quale effetto!
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Ricopiando questi dialoghi dai miei appunti di vent'anni fa, sento nuovamente suonarmi nell'orecchio quella voce aspra e violenta, e riveggo la faccia pallida e contratta della sonnambula che metteva paura a guardarla. Con queste vere intermittenze della personalit di lei, con questi cambiamenti di voce, la scena diventava potentemente drammatica e l'illusione era completa!
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- Che aspetto ha? le domandai.
- Buono, rispose. Rassomiglia al ritratto che lei ne ha... Ma guardi com' scarno!.. Mi fa orrore!
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Eppure, per compiacenza verso di me, si rimetteva ogni sera, di buona voglia, ad evocarlo.
La terza sera, lo Spirito si mostr alquanto resto.
La Beppina dovette affaticarsi un dieci minuti a pregare: vieni! vieni! e, quando esso le apparve, era estremamente spossata.
- Mi dirai dunque le particolarit della tua vita?... Oh, bella!... Non mi rispondi? O che sei di sasso?... Rispondi! Dio! Come mi fai affaticare! Rispondi, rispondi!
SPIRITO. Ma perch da tre sere mi tormenti?
- Io? Forse senza volerlo... Dammi la mano.... Un solo dito?... Pare un dito di scheletro.
SPIRITO. Perch mi tormenti?
- No, anzi voglio il tuo bene.
Si sentiva spossata:
- Questo spirito  tanto duro!... Se lei sapesse come ho dovuto pregarlo!
E volle riposarsi un momentino; ma il suo riposo non fu tranquillo. Vedeva dei brutti ceffi:
- Li mandi via! Li mandi via!
Con pochi passaggi alla fronte, i brutti ceffi sparirono. Ma ecco, da l a poco, altre apparizioni.
- Oh! Oh! Guardi che bei fiori!... Oh quante belle ragazze! Queste s che voglio vederle! Eccone una qui vicina. Mi ha dato un gran mazzo di fiori... Che bel nastro! Lo regaler alla zia... E tu chi sei che vieni a visitarmi? Come ti chiami?
Rispondeva ella stessa, contraffacendo la voce, imitando questa volta una soavissima voce di donna.
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SPIRITO. Mi chiamo Zaira. Sono stata commossa dal sentirti pregare cos profondamente per vedere quello spirito duro. Ho pianto.
- Oh, grazie! Ci ho immenso piacere.
ZAIRA. Quello spirito  scortese. Ma, sai?  il suo naturale; fu un uomo forte. Non farne caso.
- Potresti tu dirmi la sua vita invece di lui?
ZAIRA. No.
- Come sei bella! Quanto mi conforta il vederti!
ZAIRA. Ci rivedremo ogni sera.
- Addio! Dammi un bacio.....  ita.... Sono stanca. Ho parlato tanto!
Riposa appena altri pochi minuti, ed ecco nuove apparizioni  (dovrei dire allucinazioni?) che vengono a sorprenderla e deliziarla.
- Un angiolo! Un angioletto!... Oh, che bellezza! Come va via! Oh, vieni! vieni! Ecco; scende. Eccolo! Siediti qui, su questo guanciale... Ma non vede lei che sole di bellezza? Capelli di oro, occhi cerulei...
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La lasciai sbizzarrire.
La sera dopo, appena entrata in sonnambulismo, volle subito rivedere la Zaira e l'angioletto nel quale avea riconosciuto, diceva, uno dei suoi fratelli morti bambini; e s'intrattenne a lungo con essi, stizzendosi fortemente allorch tentavo di svegliarla. Avvenne che, al destarsi, non pot pi aprire gli occhi, come l'altra volta; ma ora non ci vedeva.
- Vuol sapere perch? mi disse. Perch non ho dato un bacio alla Zaira prima di licenziarla.... Oh, Cristo!... Questa  nuova!
Riaddormentata, baci la Zaira; e, appena sveglia, apr gli occhi.
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Queste divagazioni, che occuparono la intiera seduta, avevano impedito per quella sera la evocazione del Foscolo. La sera dopo s'incominci da lui.
SPIRITO. Perch mi tormenti?
- Ma che tormentarti!.... Mi dirai finalmente la tua vita?
SPIRITO. No!
- No? Eppure tu me l'hai promesso!
SPIRITO. Non sosterresti il suono della mia voce. Non vedi come tremi?
- Non importa.
SPIRITO. Soffriresti molto!...
- Non importa.
SPIRITO. Bada! So che hai domandato alla Zaira le notizie della mia vita....
- No....
SPIRITO. S!!!
- Non mi far paura! Non ti sdegnare; ti bacio!
SPIRITO. Se domani sera potr sbugiardarti!... Ora ti lascio.
- Si allontana lentamente... Com' sdegnato!
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E la quinta sera fu peggio.
- Com' fosco! disse la Beppina.
Pure torn a rammentargli la promessa.
SPIRITO  (rabbiosamente). No! No!
- Dunque vuoi andartene?
SPIRITO. O che mi mandi via?
- Non mi far paura! Sii bono! Sii bono! supplicava la Beppina con un fil di voce.
Fu una scena straziante, indimenticabile! Mi sento accapponar la pelle al solo ricordarla scrivendo. La voce della Beppina, quando ella parlava in nome dello spirito, aveva uno accento feroce; e lei, la povera ragazza, sfigurita dal terrore, quasi non era pi riconoscibile. I capelli, scioltisi nell'agitarsi di tutto il suo corpo, le cadevano disordinati sulle spalle e sul petto, e, fra il nero dei capelli, il suo viso pareva livido, con quelle occhiaie dove sprofondavansi gli occhi chiusi, sotto le sopracciglia corrugate.
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SPIRITO. Alzati! Alzati!
- Dio, come tremo!... Che voce!
SPIRITO. Inginocchiati, cos, colle mani giunte! Piangi!
Inginocchiata nel mezzo della stanza, la Beppina singhiozzava, e grosse lagrime le rigavano il volto. I suoi ed io, attorno a lei, ci guardavamo, atterriti, nel bianco degli occhi, senza poter dire una parola.
- Perch mi fai questi strapazzi? domandava la piangente.
SPIRITO. Perch sei stata una traditrice! Hai diffidato di me; hai chiesto alla Zaira le notizie della mia vita... Ti tormenter!
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Pensai d'intervenire:
- Gli dica che sia buono, altrimenti lo mando via!
- Mi ha risposto che non sta pi soggetto al magnetizzatore.
Infatti continu a tormentarla.
SPIRITO. Alzati.... Inginocchiati a pi del letto, no sul tappeto!... Piangi forte!
- Piango! Piango!
Volevo destarla ad ogni costo.
- Per carit! mi disse: farebbe peggio. Mi lascer; non abbia timore.
SPIRITO. Verrai meco.
- Ma dove?
SPIRITO. Alla mia tomba; vieni!
- Oh, Dio!
Si avanz, curva, a lenti passi, con un'indescrivibile espressione di terrore, sino alla parete opposta; poi torn indietro, senza voltarsi, perch cos, diceva, le era stato ordinato.
-  sparito? le domandai.
-  l che mi guarda.
SPIRITO. Avvicinati.... Unisci le mani!
- Perch mi leghi?
SPIRITO. Per gastigarti. E ti far ben altro sai? ben altro!.... Ora inginocchiati.... piangi.... manda strida!
- Mi sentiranno i pigionali di sopra, Dio mio!
SPIRITO. Non ti sentir alcuno.
A quei singhiozzi, a quelle strida che strappavano il cuore, mi decisi a svegliarla per forza, con un gran soffio sul viso. Vedendosi in mezzo alla stanza, coi capelli sciolti, circondata da tutti noi altri pallidi e ansiosi, prov sorpresa e paura. Mi preg di riaddormentarla e di destarla dolcemente. Non si ricord pi dell'accaduto; e nessuno di noi ne fece motto.
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Ma era scritto che quella notte dovesse, per noi, passare agitatissima.
Si chiacchierava in salotto, e la Beppina, fermata in mezzo all'uscio, rideva di certe barzellette raccontate da suo fratello.
A un tratto, le vidi fare un movimento d'inquietitudine, poi di sorpresa... Si sentiva tirare pel vestito, di dietro, insistentemente:
- Oh, Dio! sento qualcuno alle mie spalle!...  uno spirito! Ah!
Lo strano era che parlando, al solito, con quella voce grossa e minacciosa e ripetendo le stesse parole dette durante il sonnambulismo, non sapeva pi rendersi conto di quel che volessero significare:
- Di quale Zaira, di che vita le ragionava?
SPIRITO. Guarda qui di quale Zaira!
- S, ora la riconosco, ora mi rammento!
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Questa volta la Beppina era ben desta, e l'apparizione le si riproduceva dinanzi, come le tante e tante allucinazioni da me ripetutamente provocate.
Dovette ballare, dovette bere del vino, lei che non ne beveva punto! e il sapore di esso ora le sembrava di marsala, ora di rosolio, ora di amarissimo veleno. Dovette distendersi bocconi per terra e picchiare colla fronte sul pavimento; poi dovette ribere fino a tanto che la sbornia presa non la lasci pi reggere in piedi.
SPIRITO. Butta a terra il bicchiere e vai a letto!
N'era tempo!
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Ma noi la vegliammo, temendo una ripresa di quel fenomeno che ci avea tenuti tutti in grande angustia; me pi di tutti, che lo avevo cos imprudentemente provocato. E fu bene; perch, dopo un quarto d'ora, la Beppina cominci a borbottare qualche cosa che non si capiva. Lo Spirito  (lasciamelo chiamare tuttavia cos) era gi di ritorno e le ordinava di levarsi da letto per farle passare l'ubbriacatura. Il mezzo era semplicissimo: la Beppina dovea correre, appoggiata al mio braccio, su e gi per le stanze. Riusc.
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Ora ella non provava pi nessun terrore; rideva, ci faceva coraggio e, andando su e gi, continuava a ragionare con Lui che non cessava di minacciarla: - Oh! l'avrebbe afflitta parecchie sere di seguito, trascinandola seco per burroni, per ghiacciaie, per foreste, fra assassini che le avrebbero fatto provare atroci dolori di morte! E poi la avrebbe spinta in mare, a nuoto, e ve la avrebbe lasciata affogare! E poi ella doveva cantare, ballare e rappresentare una tragedia, una commedia... Insomma, non la avrebbe lasciata pi! Mai pi! Era sua, sua per sempre!
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Il programma fu, punto per punto, inesorabilmente eseguito. Alle nove precise, lo strazio della povera Beppina ricominciava ogni sera, per due ore fitte. E di quella mimica con cui ella esegu il suo smarrirsi pei burroni, il suo arrampicarsi su per le ghiacciaie e il suo dibattersi fra gli spasimi dell'agonia, quando le parve di esser ferita a morte dagli assassini; di quella mimica non  possibile se ne formi neppure una debole idea chi non ne fu spettatore.
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Il prof. Ugo Amico che, insieme coll'ingegnere Andrea Arena di Messina, la vide quella sera in cui rappresent tutta l'azione di una tragedia con efficacia di espressione non mai raggiunta dalla Rachel e dalla Ristori, pianse, commosso, come forse non avea mai pianto a nessuna rappresentazione teatrale. Oramai l'ossessione  (la crisi forse sarebbe meglio detta) non contava pi intermittenze. In ogni ora, in ogni momento della giornata, c'era sempre qualche cosa di nuovo che ci teneva sospesi, in apprensione di peggio.
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Un giorno, a mezzo desinare, lo spettacolo divenne, subitamente, meraviglioso davvero. La Beppina cadde in una specie di estasi che la rapiva in alto e la facea tenere cos equilibratamente sulla estrema punta dei piedi, che per un momento dubbitai non stesse proprio elevata a qualche distanza dal suolo. Il suo volto era trasfigurato. I lineamenti, irregolari e poco aggradevoli, avevano assunto una bellezza sorprendente: la carnagione, da bruno-pallida, si era mutata in un incarnato di portentosa delicatezza.
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Questa volta Egli voleva darle il suo anello, voleva sposarla.
- Ma tu sei morto da tanto tempo! gli faceva osservare la Beppina.
- Oh, non voleva dir nulla. Si sarebbero sposati in ispirito.
- No, no! ella balbettava colle mani giunte. Non ne sono degna! Non ne sono degna!
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E, nel godimento di un'ineffabile felicit, prorompeva in esclamazioni interrotte, da cui non potevasi ben rilevare che cosa lei sentisse e vedesse durante quel mistico rapimento.
Era sua! Proprio sua! E perci esigeva da lei anche atti che parevano d'adorazione; e perci le suggeriva parole di preghiera, in un linguaggio inintelligibile e che mi duole grandemente di non aver subito trascritte.
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E voleva che restasse a lungo, da solo a solo, con lui. E la notte, in sogno, la conduceva via con s. Dove? Una volta dentro un sotterraneo, a dormire sopra una cassa da morto: un'altra volta in una camera nuziale magnificentissima, su morbidissimo letto. Talch, la mattina dopo, ella si levava spossata, precisamente come quando era restata troppo a lungo in sonnambulismo.
Durante gli accessi pi forti, ora nell'uno ora nell'altr'occhio della Beppina, manifestavasi uno strabismo pronunciatissimo; potresti osservarlo nelle fotografie che trovansi in mia mano, ordinate da lui ed eseguite dal Semplicini.
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Sono in quattro pose. In una di esse, i caratteri della nevrosi isterica appaiono evidenti nello sguardo smarrito, nella fiera espressione delle labbra, nell'atteggiamento della testa e delle braccia. Nessun pittore ha mai dipinto un'Ofelia cos terribilmente vera da poter reggere il paragone di questa fotografia della Beppina. Durante quelle lunghe giornate di estate era un continuo ragionare sotto voce fra Lui e lei; e se io tentavo di inframmettermi e sapere di che cosa si trattasse, ero da lei pregato di scostarmi, per non attirarle addosso eccessi pi tristi.
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Intanto io mi rinfrancavo, andavo riprendendo la padronanza di me stesso, e a poco a poco, m'imponevo, di bel nuovo al ribelle organismo della Beppina. Sentiva ella la voce di lui che la chiamava dall'altra stanza? Le facevo dei passaggi agli orecchi; e il fenomeno cessava. Ricompariva questo sotto una forma diversa, di tiratine alle falde posteriori del vestito, perch quella ubbidisse alla chiamata? Le facevo dei passaggi dove la tiratina era sentita; e il fenomeno cessava.
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Allora fu un combattimento continuo, accanito, senza quartiere, tra lo Spirito  (o l'accesso) che cercava di sopraffarla, e me che la difendevo, inventando nuovi modi di battagliare per mandarne a vuoto le astuzie. La circondavo  (almeno la mia intenzione era questa) d'una cinta impenetrabile di fluido, dentro cui ella viveva, muovendosi come sotto una campana di cristallo che secondasse gli ordini della sua volont e la seguisse, dappertutto.
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Ma se, cos, sentivasi ben riparata dalla malefica influenza di lui, non stava per questo tranquilla. Anzi diventava triste, di giorno in giorno. Si appartava, con una scusa e con un'altra, da noi; e una volta, dopo molto mio insistere, confessommi che provava come una vertigine di suicidio, massime quando trovavasi presso il pozzo, in cucina. Le pareva ch'egli ve l'attirasse, da lontano. La voleva seco, ad ogni costo! Una sera, e fu l'ultima, riapparve minacciante, per pochi minuti.
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La Beppina, nel sentirlo avvicinare, aggrappavasi, tremante, al mio braccio, invocando aiuto e difesa. Io aveva gi steso intorno lei la mia solita cinta fluidica, ma lui, intanto le fremeva attorno, bench tenuto discosto. Stavamo l trepidanti, lei, i suoi ed io: chi l'avrebbe vinta? A un tratto...
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Senti, caro Farina; io ti racconto l'impressione schiettissima del fatto, come fu allora provata; non l'analizzo, non la commento; e mentirei se ti dicessi di esser proprio sicuro che in quel momento non fossimo, anche noi, sovraeccitati in sommo grado e mezzi colpiti di allucinazione.
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A un tratto, dunque, ecco Aneppe, il piccolo cane nero, che comincia ad uggiolare sordamente, quasi provasse la sensazione di qualcosa d'insolito per aria.
- Ha inteso? Si puole! disse la Beppina atterrita.
Non avevo inteso nulla. Ma la mamma di lei, s, giurava di aver inteso chiaramente quella terribile parola. Non pot, per fortuna!
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La Beppina cadde, mezzo svenuta, sulla poltrona accosto.... E cos la crisi fin!
Cio, fin colla sua forma acuta, ma colle forme di apparizioni di ogni sorta - della sua nonna, dei suoi fratelli morti bambini, di altri personaggi sconosciuti - continu placidamente ancora un pezzo. E, per mesi e mesi, la Beppina, entrata appena in letto, veniva subito presa dal sonnambulismo con tutti i diversi sintomi di anestesia, di catalessi, di spontanee allucinazioni che i miei passaggi tenevano un po' in freno e ammansivano gradualmente.
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Alla fine, la crisi cess del tutto, ma nel modo pi strano e inaspettato. Quella notte, tornando a casa dopo il tocco, trovai il casamento sossopra. La Beppina era, da quasi tre ore, in preda a terribili convulsioni, e i pigionali del primo e del terzo piano, destati nel meglio del sonno e accorsi vestiti a mezzo per la fretta, avevan dovuto, insieme col babbo e il fratello di lei, stentare non poco per trattenerla e impedirle di non farsi un qualche malanno. Urlava, si agitava violentemente, avea la schiuma alla bocca, e dei suoi occhi stravolti si vedeva il bianco soltanto: faceva proprio paura. Alcuni passaggi al plesso solare la calmarono a un tratto.
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Che cosa avr creduto di me quella buona gente che non poteva capirne nulla, tutta stordita dell'accaduto?
Verso le dieci i signori P. trovavansi in salotto con due amiche, mamma e figliuola, venute a passar la serata da loro. Nel bel mezzo della conversazione, ecco dei replicati e forti picchi al muro ov'era appoggiato il canap su cui sedevano le due signore.
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Il signor P. si leva da sedere un po' stizzito: quei picchi gli parevano uno scherzo inopportuno della sua figliuola minore, una testolina, ed egli andava di l per farle una lavata di capo. Dietro il muro non c'era nessuno. La ragazza era nella sua camera, a letto, e dormiva la grossa. Intanto, dopo qualche intervallo, i picchi ripigliano, ora forti, ora leggieri, ora affrettati, ora lenti. Fermato in mezzo all'uscio che dal salotto metteva nella stanza attigua, il signor P. poteva comodamente sorvegliare l'una e l'altra faccia del muro, un muro medio, strettissimo. - Sono i pigionali del terzo piano, pens.
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E, per avvertirli di smettere, picchi sul muro anche lui, colle nocche delle dita, tre volte, seccamente.
Risposero tre picchi identici, secchi, risoluti. Allora, per chiasso, la figliuola dell'amica si mise a picchiare celeramente. Subito subito le fu risposto con altri picchi accelerati. E si provarono tutti, uno dopo l'altro, meno la Beppina; la signora P. messa in sospetto dal vederla pi nervosamente agitata del solito, non aveva voluto ch'ella picchiasse.
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Gi lo scherzo durava da un'ora. Che cosa poteva significare? Non pareva pi possibile che i pigionali di sopra - marito e moglie, persone serie, che vivevano molto appartate - volessero prolungarlo tanto. Il signor P. e suo figlio montarono su, per convincersi coi loro occhi. Marito e moglie erano a letto da un pezzo; e quando intesero di che si trattava, mezzi sbalorditi dal sonno, scesero gi. Picchiarono anch'essi, e fu loro risposto:
- Tic-tac!
- Tic-tac!
- Toc-toc-toc!
- Toc-toc-toc!
- Saranno i pigionali del primo piano!
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La Beppina, suo fratello e la loro giovane amica scesero gi, da quelli del primo piano. Erano anch'essi a letto; ma, saputa la cosa, montarono su tutti, curiosissimi.
- Toc-toc!
- Toc-toc!
- Tic-tic-tic!
- Tic-tic-tic!
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Botta e risposta! Tornando su con quelli del primo piano, mi raccontava dopo la Beppina, per le scale sentivo quella solita voce che mi susurrava nell'orecchio: picchia anche te! picchia anche te! Intanto la mamma, in salotto, mi faceva le occhiatacce, mi diceva di no. E quella voce insisteva: picchia anche te! picchia anche te! Picchiai!
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Si era sentita afferrar per la mano da una mano invisibile, tiepida e molle, e, gettando un urlo, era caduta in convulsioni.
Per, appena la Beppina ebbe picchiato, ogni rumore, come per incanto, cess. Quella ventina di persone che si eran divertite pi ore, picchiando e ripicchiando, stettero l un'altra ora, a picchiare, a ripicchiare inutilmente. Nessuna risposta! Per una buona mezz'ora tentai e ritentai anche io, bench arrivato troppo tardi. Silenzio profondo!
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E cos ebbe fine quella crisi, magnetica, isterica o spiritica, della Beppina che ci avea tenuti in tanta angoscia. Finalmente! Respirammo.
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Oh, ne avevo avuto abbastanza! Non volevo pi ricominciare. Ma, dice il proverbio: chi ha bevuto berr. E, sei anni dopo, tornavo allo Spiritismo; con altro animo per, con altri intenti. Oramai avevo la convinzione che quei fenomeni spiritici fossero stati dei fenomeni di sonnambulismo pi complicati e pi elevati degli altri. I passaggi che li avevano prodotti, non eran serviti anche a domarli? La legge similia similibus avea trovato in quel caso un'applicazione impreveduta.
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Ne  proprio sicuro? mi disse una volta un prete, gran spiritista. Oh, bella! Lei turava ben bene gli orecchi della sua sonnambula, e poi si stupiva che quella pi non ci sentisse! Ma i suoi passaggi non facevano altro: le turavano gli orecchi, interrompevano ogni communicazione fra lo spirito e lei.... E i picchi, come lei li spiega?
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Veramente quei picchi mi lasciavano perplesso. Tanto pi perplesso quanto pi recise erano gi diventate le mie opinioni intorno al mondo di l. Mi ero buttato alla filosofia, mi pascevo di Hegel e ... di positivismo. La Fenomenologia dello Spirito del gran pensatore di Stutgarda, bench mal masticata e mal digerita, mi lasciava  intravvedere orizzonti nuovi per me, luminosissimi.
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Non afferravo (ci voleva ben altro che i miei denti!) tutta quella meravigliosa astrazione, ma sentivo, da ogni pagina di essa, scaturire un cos profondo e divino poetico sentimento, da farmi paragonare quegli astrusissimi paragrafi ai diversi canti di un vero poema, il poema moderno del pensiero, della riflessione assoluta! Se tu vuoi spiegarti questo strano connubio di idealismo, di positivismo e di spiritismo, pensa, caro mio, che in filosofia ero la medesima cosa che in storia naturale, in magnetismo, in spiritismo e in ogni altro soggetto toccato dopo, cio un curioso e nient'altro, un dilettante e nient'altro.
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Un mistico anche. Oh, le intime relazioni di allora tra la universa Natura e me! Oh, il soave confondersi e quasi sparire della mia misera personalit in quell'infinito fluire e divenire delle cose che mi si rivelava all'intelletto! Oh, le giornate e le nottate trascorse sopra un libro del De Meis  (un vero Grande di Spagna - come gli disse due anni fa Silvio Spaventa alla mia presenza, un Grande di Spagna che vuol darsi il gusto d'assistere, ancora in vita, ai suoi magnifici funerali).
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Oh, le giornate e le nottate, che pur mi parevano un boccone, come sogliamo dire noi altri isolani, quando quel libro - DOPO LA LAUREA - giungeva proprio in tempo per trascinarmi pi accosto alla realt e darmi un equo senso della vita! E quando vi rileggevo: "nascere e crescere, decadere e perire,  il destino di tutti gli uomini, di tutti gli animali, di tutte le piante, - e diciamolo pure, di tutti i sistemi planetarii.
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Questo cosmos ha i suoi giorni contati come gli abbiamo noi che ne siamo gli endozoi: solamente ch'egli ha la vita pi dura, ed  pi lungo il suo tempo e la sua durata naturale: per cui, come la balena e l'elefante vivono pi di un uomo, e un pino od una quercia vive pi di un elefante, cos lui, il cosmos, e per cosmos intendi questo nostro sistema solare, vive pi della quercia e del pino, - ecco tutta la differenza; - ma quando il suo giorno fia giunto, esso perir come uno di noi uomini, come una pianta, come un animale: e non il nostro soltanto, ma tutto questo gruppo di sistemi solari, gli uni formati, forse, e gi perfetti, gli altri ancora incompiuti ed in via di formazione, che compongono questo nostro sistema sidereo, se tant' che formano un sistema; e tutta questa natura che ne circonda, e questo universo di cui l'uomo  il compimento e l'ultima perfezione perir come un solo uomo; e forse dal seno dell'infinito un altro universo  gi sorto, e gli germoglia allato un'altra natura, fors'anche pi perfetta di questa, che la dovr surrogare"; e quando vi rileggevo questo brano di un'apocalisse scientifica, e poi i miei amici venivano a parlarmi di Spiriti, di mediums veggenti e scriventi, io mi domandavo: Ma, e questi spiriti non potrebbero, per avventura, essere le nuove e pi perfette creature di quella pi perfetta natura? Non pu darsi che nascano, crescano, si moltiplichino e muoiano anch'essi, nello spazio, invisibili ai nostri sensi, ma capaci, date certe condizioni, di mettersi in rapporto con noi?
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Giacch, era impossibile, quell'affermata identit degli spiriti colle persone morte non riusciva a convincermi. La dottrina della rincarnazione progressiva mi aveva, pi propriamente, l'aria di una concezione religiosa, che d'un concetto scientifico; e dei prodotti dell'immaginazione religiosa non sapevo pi che farmene.
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Ero, in quell'anno, capitato fra un crocchio di spiritisti di buona fede, veggenti alla Swedenborg, veggenti di bassa lega e mediums pi o meno scriventi; una magnifica occasione per tornare ad osservare, a studiare, a sperimentare, ora che non ero pi soltanto un curioso, ma un uomo che non si raccapezzava e, cercando una salda convinzione, andava ripetendosi, in tutti i toni, l'antifona: periculosum est credere et non credere del favolista latino.
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Ti sei mai tu provato a tenere un lapis fra le dita, poggiando leggermente sopra un foglio di carta la mano, e aspettando che questa, mossa da un'energia di cui non si ha coscienza, tracci prima qualche ghirigoro, qualche lettera, poi delle parole, poi dei periodi, poi delle pagine intiere; o ceda alla dettatura di un impulso interiore, qualcosa fra il cosciente e l'incosciente, quasi uno sdoppiamento dello spirito per cui met di esso sembri agire con pienissima libert e l'altra far da semplice spettatrice?
Nel primo caso si diventa mediums scriventi meccanici, nel secondo intuitivi.
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Io fui di questi. E scrissi, a lungo, ma sempre dubioso che, infine, tale sdoppiamento dello spirito non fosse identico con quella concitazione d'animo da cui nel caso di un torto evidente o di un danno sofferto, veniamo spinti a rinfacciarci ad alta voce, come rivolti a un'altra persona, atti che non avremmo dovuto fare, risoluzioni che non avremmo dovuto prendere, debolezze di carattere che, pel nostro meglio, non avremmo dovuto mai avere; ma sempre dubioso, anche quando, pi tardi, per l'assiduo esercizio, nell'intenso vibrare di tutte le facolt intellettuali, nel vivo spricciare delle idee dai profondi ricettacoli del cervello, il fenomeno era gi diventato molto pi agevole e meno cosciente.
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Nulla di nuovo, di particolare, di spiccatamente originale nei miei scritti; nulla che non avessi potuto facilmente pensare da me solo e che giustificasse, in qualche modo, il supposto intervento di un'intelligenza superiore. N alla credenza di questo poteva poi indurmi la soave concitazione d'animo provata in quel momento, n il battere pi concitato dei polsi, n il pi energico affluire del sangue alla testa: n, finalmente, l'osservare come, dopo aver scritto a quella maniera, la pelle del centro del capo mi scottasse forte, e una spossatezza insolita in altri pi difficili e pi prolungati lavori intellettuali, seguisse alla evidente tensione nervosa che la natura del fenomeno richiedeva.
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Due volte soltanto, a intervalli, mi parve di aver raggiunto l'incoscienza.
Un giorno che la mia dettatrice interiore si era rivelata sotto il nome di Giovanna Rachi, avendo io insistito perch mi dsse qualche particolare notizia di lei, n'ebbi in risposta:
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Son giuoco di Dio,
Son luce, son ombra...
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E non ne cavai altro; n mi riusc, bench lo avessi tentato, di continuar la strofa a modo mio.
Un altro giorno, assorto nella lettura di un libro di storia che m'interessava moltissimo, dovetti, tutt'a un tratto, smetter di leggere perch una voce interiore mi diceva, insistente: Contro il peccato originale ecco un argomento perentorio. In quel libro non c'era proprio nulla che accennasse a tale questione; e il mio convincimento intorno alla origine mitica di quel concetto era cos fissato da un pezzo, che non provavo nessun bisogno di rafforzarlo con nuove ragioni. Scrissi, celeramente, senza nessuna cancellatura, una cinquantina di righe; ma quand'ebbi terminato e il sangue mi di un tuffo, e un rimescolamento da capo a piedi, vertiginoso, mi sconvolse tutto, provai tale e tanta paura, che non ebbi pi voglia di ricominciare. Mi era parso di morire!
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Per ci mi rassegnai ad osservare, a studiare i fenomeni altrui che accadevano attorno a me; a provocare, se pur era possibile, esperienze un po' concludenti e fatte con qualche metodo.
Uno di quei giovani, nel mettersi in comunicazione cogli spiriti, cadeva spontaneamente in sonnambulismo; ma un piccolo rumore, ma il semplice movimento prodotto nell'aria da una persona che attraversasse, in punta di piedi, la stanza, era sufficiente a svegliarlo. E non occorreva davvero un grandissimo sforzo di riflessione per constatare la perfetta rassomiglianza di quelle sue spontanee allucinazioni con le provocate delle sonnambule che io conoscevo per pratica. Coi veggenti alla Swedenborg, viaggiatori istancabili pei mondi siderali, singolarissimi interpreti dei testi biblici, non c'era nessun verso di tentare un ragionevole esperimento. Come praticare un riscontro di quei loro viaggi? Ch delle interpretazioni bibliche non mi curavo.
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Questa specie di razionalismo mistico lo avevo studiato altrove con pi frutto; appunto allora ne trovavo un esempio degli ultimi due libri delle mirabili Confessioni di S. Agostino, l dove il gran convertito comincia col domandarsi: "quando nelle sante scritture io studio per leggerci l'intendimento dello scrittore ispirato, che mal vi , o luce delle schiette menti, se ci scopro un senso che tu mi dimostri esser vero, sebbene non sia quello inteso dallo scrittore quando tal differenza non toglie nulla a questo della sua verit?"  (libro 12esimo, capitolo 18esimo) e finisce col fantasticare che nei pesci del 28esimo versetto della Genesi siano adombrati i sagramenti e negli uccelli i banditori dell'evangelo.
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Veramente i miei swedemborgisti non arrivavano a tali eccessi. I concetti della scienza moderna infiltrantisi in quel loro misticismo dimostravano o una tal quale impotenza di schietta riflessione filosofica o un lasciarsi andare pi volentieri a seconda del sentimento, verso le regioni dei miraggi dove l'intuizione regna sovrana, che non verso le altezze brulle della nudissima nozione.
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Ma il fatto che le prime prove della medianit meccanica e intuitiva prendessero tutte, pi o meno spiccatamente, quella forma mistica di ragionamento, mi metteva gi in diffidenza, e mi faceva nascere il sospetto che ci dovesse avvenire per via di qualche legge psicologica di cui ignoravamo il processo.
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Quando ecco, inaspettatamente, ecco un ragazzo uscito appena dalle scuole elementari, che, da medium scrivente meccanico, passa, di botto, a intuitivo e mettesi a comporre, con sorpresa di noi tutti e, pi, di lui stesso, leggende e novelle! Lavora a sbalzi; s'interrompe suo malgrado; per trovar l'addentellato non gli occorre di rileggere; riprende con facilt dal punto interrotto e va sicuro sino in fondo. E in quei momenti gli par di vedere, col pensiero, al suo lato destro una forma nebbiosa trasparente, agitata da un vento rumoroso, assai diverso dal vento ordinario, ma che non gl'incute paura.
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Evidentemente quei suoi scritti erano, dal lato della forma, imperfettissimi; fin l'ortografia vi zoppicava. Per l'invenzione aveva un carattere di ingenuit e di spontaneit notevolissimo. Lo stile rozzo, disuguale, avvolgentesi di tanto in tanto in strani giri di frase, non stonava troppo con le immagini arcaiche, colle bizzarre fantasie che davano a quelle leggende e novelle l'aria di antichissime tradizioni poetiche cos guaste, nella loro corsa a traverso i secoli, che della loro forma primitiva vi si scorgessero soltanto pochi brandelli, cuciti insieme da mano inesperta.
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In che maniera nella mente affatto inculta di quel ragazzo poteva incosciamente organizzarsi quel mondo poetico cos ricco? Giacch non era il caso di mettere innanzi la ipotesi di reminiscenze destate dall'eccitazione cerebrale e accozzatesi alla meglio. E per sospettare una malizia letteraria, bisognava supporgli cultura e padronanza di forme artistiche assolutamente impossibili in lui.
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Giudica da te se m'ingannavo.
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Gli orrori di Menelesta.
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Un monte sorgea vicino a due orrende selve e da un lato irrigato era da un ruscelletto cui egli dava origine e sorgente. Fessure per il vertice erano diffuse, e di tratto in tratto qualche buco affumicato vedevasi vicino a qualche tomba che col era per antico ricordo. Il tempo stesso sembrava essere stato avverso nemico al monte. Tutti i mausolei erano chi stesi per terra, chi semicurvi, chi diritti ma crollanti. Orribili pitture miste alle macchie delle acque facevano argomentare esser quello un luogo dove i primi abitatori del mondo avevano avuto la loro residenza e dove gettavano i primi raggi delle pittoriche (8) loro fatiche e dei fabrili lavori.
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Il rumoroso Aquilone in un appartamento; in un altro il Re dei fulmini.
Da una parte le tempeste fremevano, dall'altra le selve infiggevano nei cuori terrori di giorni infausti e di tremende sventure. In questo luogo spaventevole, quando fischiava il vento, pareva che gli Spiriti perversi sortissero dei luoghi a loro destinati e si rizzassero pei loro consigli o sedessero nelle loro radunanze. Alla base, regnava il disordine e quasi sembrava che le ombre dei serpenti e le infezioni degli animali col dispersi vi avessero lasciato le loro orme. Di quando in quando vedevasi sbucciare qualche germe di mala erba, la cui radice partiva ora dal vertice, ora dalla pianura. In mezzo a tanti rumori, in mezzo a tanti sibili e odori mefitici sorgea qualche pianta salutare.
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Un albero, detto della Vita, vedevasi gi essere oppresso dai rami dei frastagliati roveti, che lungi dal farlo vivere d'aria viva, come edere invaditrici, gli communicavano il loro mal sugo; ed essendo esso di scorza delicata, facile riusciva l'ottenere la morte (9) di questo, mediante l'inaridimento.
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Credete forse che il lume del Sole col diffonda i suoi raggi? E le ripide scoscese faccia distinguere dai buoni viottoli e le cattive bestie dalle non nocive? Simile al buio della notte, quando le stelle non servono ad altro che alla visione di loro stesse,  la luce ivi permanente.
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Qualche raggio che trapela dall'interno del monte, per le fessure viene oscurato dalle nuvolose mani di quelle genti che, a guisa di ombre erranti a caso, leggiere, per l'aria, portate dal vento, capovolte, diritte, oblique, vanno da quella parte ove tira il vento. Simili a pesci tramortiti trascinati dalla piena, spesso vengono espulsi da quelle tombe quegli spiriti dormenti, a guisa di serpi, nel freddo obblo, e appena riscaldati dal cattivo calore non di senno fanno opera ma di sonno che infonde male di letargo e impedisce la germogliazione delle piante vicine; le quali, abbeverate da quel maligno influsso, come mummie tocche dell'aria, si scompongono nel loro parti.
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E il vento di dove tira?
Da una di quelle bocche del monte.
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E l'acqua di dove scorre?
Dal seno di esso (10).
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E le orribili selve d'onde hanno origine?
Dalle acque malefiche che fanno allignare ogni cattiva cosa.
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E la luce?
Viene coperta da quelle roccie, impedita da quelle cattive ombre.
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Ma dura ci sempre?
Sempre vi si vive in un crepuscolo incerto (11).
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In ogni fin di due o trecento mila secoli, vedesi comparire un vecchio che esce da una di quelle fessure ove uno strato di aria insolubile ed infrangibile tiene tutto lontano. Al levarsi della sua testa diffondesi (12) un calore tale che tutte quelle piante; tutti quegli spiriti malefici, tutte quelle aeree ombre sentonsi quasi soffocare perch nati in clima freddissimo.
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Un'aurora borreale comincia ad iniziare la certezza del giorno; e il Vecchio, che gi partorisce qualche figliuolo nel cammino, si avanza alla discesa del vertice. Un bisbiglio destasi in quel luogo: la sommit vien illuminata (13); e, allontanate quelle piante e dispersi quegli abitatori. Il Vecchio, detto della Montagna, ossia il Padrone, ovvero il Fabbricatore, lascia di tratto in tratto, a guisa di Colombo in America, qualche piccola colonia di suoi figliuoli. D a questi buone semenze, fa nascere ai loro servigi adatti animali, e impiega qualche tempo in insegnamenti. Le basse falde vengono illuminate sparutamente e laggi si rifuggono gli spiriti pi dileguabili, le piante giovani. Ma gl'induriti e i forti permangono. La pianura di sotto resta nel buio eterno.
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I venti non fanno pi sentire il loro fracasso fra gli alberi secchi: il ruscello diventa acqua un poco sana. Le radici, i mali semi vengono portati nelle selve, nella pianura vicina: non vengono estirpati completamente.
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Il Vecchio Menear, che significa Salvatore, Restauratore, compie la sua missione, e da ordini superiori vien chiamato a rinchiudersi donde usc. La luce sola resta ancora per pochi minuti. Poi, come le rane in tempo di notte, alzano i loro capi senza alcun timore, quegli spiriti gi ricacciati in gi. I figli di Menear vengono uccisi dai cattivi influssi, e il monte ritorna di nuovo al primiero caos.
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2.
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Qual maggior dolore puossi dare ad un savio di quello di non voler credere n sentire ci ch'egli per convinzione detta?
Il vecchio Menear avea gi dettato le sue leggi ai suoi figliuoli. Intorno alla cultura delle terre erano i suoi insegnamenti; della disradicazione di quelle erbe male si occupava, ed alla dilequazione di quei cattivi spiriti era diretta la sua venuta. E tutto invano! Alla sua sparizione, periscono le sue dottrine, i suoi figliuoli vengono uccisi per soffocamento, resta inutile la luce ch'egli destinava a un sano scopo. Credete forse che il Vecchio della Montagna, rinchiudendosi in quegli impenetrabili appartamenti, vi dorma come un ghiro che s'impingua?
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Sempre veglia, sempre  attento; quei duri e compatti massi qual lucido vetro sono dinanzi ai suoi occhi. Simili a colui che trovandosi vicino ad un lume non iscorge quello che dal buio lo guarda, sono quelle ombre di fronte al Vecchio. Qualcuna resta annichilita, scomposta nell'atto di voler impedire quel lume; pure, al comparire di quell'aureo raggio, non manca chi in tutta fretta corra a turare le fessure, qual gente che tema l'entrata d'aria nociva.
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Ma il Menear molto si duole, molto soffre vedendo che la sua luce resti offuscata. Spesso, ad un suo ordine, qual polvere tratta in mulinelli (14) per l'aria, van tratte via quelle ombre. .
Ma non sempre egli usa a questa maniera; modi pi parchi ha il suo procedere. Manda altri suoi figliuoli tra quelle ombre; e sono di nuovo uccisi, appestati da quelle cattive esalazioni. .
Forse non  un dolore per lui il partorire e perdere i suoi figliuoli? Dalle buone allora passa alle cattive; e, qual primo Sansone, scuote quel monte, e le fessure gi col tempo fattosi pi larghe, si aprono facilmente a quella scossa. Gli appartamenti di Aquilone crollano perch son tolte ad essi le fondamenta; il Re dei fulmini vien meno, timoroso perch mancante di combustibile. La selva comincia ad appassire perch al ruscello vien mutato il corso.
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Il Vecchio scuote la sua volont e ogni cosa, tra i rumori e il terrore, cade a terra. Gli spiriti fuggono con un gran spavento nel cuore, quasi presaghi della loro prossima fine. Cos tutti i nascondigli e la struttura di quelle crollanti roccie vien messa in chiaro, che prima davano una trista idea dei loro abitatori. L'Albero della Vita, che stava per rigermogliare, diventa rapidamente alto e rigoglioso. Aquilone scacciato dal suo laberinto, fortemente si stramazza qua e l, portando infortunii in tutti i luoghi. Una grande burrasca inonda le terre, e le rocce scoscese diventano un'amena pianura.
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Il Vecchio Menear, quasi creatore, siede in alto: i suoi figli per rapida generazione, si moltiplicano a milioni, e ogni cosa va bene. Le dottrine di Menear vengono ascoltate, e il lume eterno del Sole tutto rischiara (15) tutto fa germogliare.
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Che te ne sembra?
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In quest'altra leggenda, o novella, l'immagine diventa pi solida, pi libera; e il concetto mistico, la moralit, vi comparisce soltanto all'ultimo, un po' stentatamente appiccicata.
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La pugna dei Persiani ai tempi del re Leonardo il piccolo e la lotta dei Venti. Unico discorso.
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Era in sulla primavera e la Persia inferiore, gi pure ridente per principii di nobilt e bellezze non conosciute, dava i primi passi verso (16) il suo innalzamento. Re Leonardo, detto il piccolo per soprannome, ch aveva il corpo alto (17) e robusto e la faccia di un bambino a tre anni, reggeva bene quel popolo che ad unico voto lo aveva acclamato re. In tutto il paese una gran pace e contentezza, perch si viveva da poltroni (18) e le piante tutte davano bei frutti, che accompagnati al cos detto pane che nasceva in pagnotte, (19) erano il lor mezzo di felicit e di crapula. Ognuno diventava nobile secondo il proprio parere e la propria legge.
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I palaggi e le case venivano dipinti sulle porte delle loro spelonche e, coll'idea, ognuno aveva i suoi nobili appartamenti e ne godeva l'abitazione. Il re aveva (20) in sul pi alto punto la sua fortezza e i suoi soldati stavano sempre seco giacch fatti di pietre e di legno. Egli faceva le leggi che scolpite in larghe tavole esprimevano or un uomo che rubava ed il Dio figurato lo tratteneva sino allo svegliarsi (21) del padrone; or uno che uccideva un altro ed un terzo coll'arco teso gi stava per farlo pure morire; ed ora i numi che tutti accorrevano alla difesa del re ed uccidevano i mali perseguitatori e i ministri traditori: tutte figure di esser proibito il furto, esser minacciato l'omicida e dover essere rispettato il re.
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Il giorno di domenica in cui tutti andavano ad ascoltare la spiegazione delle leggi  (che chi era pi valente veniva chiamato a scolpirle) dovevano ad uno ad uno ripetere la stessa spiegazione fatta dal magistrato; e chi per malizia o per stupidaggine non sapeva ripeterla, veniva posto in carcere, assoggettato (22) a molti supplizii finch non la imparava (23), affinch, commesso qualche delitto, non potesse n dire di non aver veduto le leggi, n averle comprese nel punto della condanna.
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Tutto andava bene e i funerali si facevano (24) decentemente, giacch la camera ove moriva un figlio o un parente non doveva pi essere abitata (25) perch quelli dovevano col fare le loro occulte passeggiate (26) le loro (27) faccende, che vedere gente viva era il loro inferno (28).
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Tutti i giovani adulti venivano istruiti nel modo di combattere tra loro; e per bene esercitarli, li mandavano nei boschi, e chi portava pi animali feroci uccisi di sua mano diventava (29) il capo squadra, il comandante della brigata. Ma per tutti i vecchi, e i maturi, s uomini che donne, in quegli antri godevano il calore del fuoco che con i loro combustibili accendevano.
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Or avvenne che quantunque i pi ricchi avessero migliaia (30) di buchi, ossia camere, per la lunghezza del tempo trascorso e per la quantit dei parenti morti, dovettero tutti rimanere all'aria aperta (31) finch non si scavavano (32) le nuove abitazioni. Ma siccome questo accadde in tempo d'inverno, molti cittadini perivano per infortunio e ci port un gran lamento nel regno. Laonde la maggioranza and dal re a chiedere un espediente migliore.
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Il re, che pure era accomodato tra la paglia e la legna dei suoi sudditi, pens di far interrogare l'oracolo per conoscere il perch di quel freddo e di quel vento impetuoso mandato dal Nume. Il sacerdote rispose che dovevano tutti (33) pregare di cuore. E siccome la gente  stata sempre a un medesimo modo, come ai d nostri, pregavano pi per il bisogno che per altro, dicendo quattro parole alla meglio (34). Il freddo non terminava, ma diventava di giorno in giorno, maggiore. Si consult di nuovo l'oracolo e questo (35) rispose: che il Dio si era compiaciuto, ma che i Venti e il Freddo gli avevano strappato dalle mani le redini e volevano divertirsi; quindi potevano, se ne avevano l'abilit (36), farli allontanare mediante un combattimento.
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Tutti subito, quasi disperati pei brividi e raffreddori, ch il vento aveva fatto diventare i loro occhi fontane di lagrime e i nasi ammalati cento volte pi grossi, si preparavano alla pugna. Ecco un affrettamento di accumular provvigioni; chi fabbrica armi chi taglia vestimenti, chi addestra i pi forti nel (37) modo di battersi. In pochi anni tutto fu allestito (38).
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Il re ordin ad un drappello dei pi valorosi vestiti di calde lane di prender l'ala sinistra che il Vento aveva scelto come un punto pi comodo; un altro drappello mand nel centro per impedire il varco al Freddo mediante certi incendii preparati per bruciarlo.
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Al terzo drappello, in cui tutti erano coperti di vestiti invulnerabili, fu imposto di affrontare i turbini e le tempeste. E gi tutti hanno preso le loro posizioni, tutti stanno in atto di battersi al primo soffio del Vento, colle micce in mano  (pronte) a dar fuoco.
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Il Vento, pi malizioso di essi, ord il modo di farli tutti perire. E fintosi un leggiero Zefiretto, soffiando basso (39) gli si porta vicino per un trattato di pace. Un'auretta soave quasi imbeve di sonno piacevole tutti i soldati, che lasciano le armi. Intanto si fanno gli accordi; e mentre il Re dava gli ordini di ritirarsi in citt perch il Vento si era gi arreso a quello spettacolo di cos grandi forze, ecco un forte rumore.
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I soldati sentonsi scuotere le gambe. Era il Vento che tornava ad imperversare. Un freddo nelle loro membra si diffuse che faceva gelare il sangue. Da un'esplosione freddo-ventosa vennero tutti trasportati in alto, ove il Re dei turbini sprigionava i suoi fulmini con fracasso e distruzione, e poi stramazzati a terra ove furono pasto dei vermi. Le case rimasero tutte inabitate. E questa fu la miseranda fine (40) di quella gente che volevano combattere coll'alto, ignorando ogni legge e dottrina. Se essi pregavano davvero, quel Dio non faceva loro toccare tal misera sorte, e rimanevano padroni crapuloni di quelle terre ove pane e frutta vennivano senza cultura, ove si menava una continua vita di cuccagna che solo la stupidaggine di quegli uomini tolse agli infelici posteri, i quali in semplice narrazione la godono.
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Ma ecco una vera e propria novella, senza sottintesi, senza secondi fini, un organismo artistico compiuto in ogni sua parte. La rappresentazione  viva, efficace, e ci trasporta in epoche remotissime, fra civilt dimenticate dalla storia che qui paion rivivere dissepolte dalle viscere di sconosciuti ipogei.
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Il Re di Menefal.
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1.
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E tu vedevi sul fare della notte che la citt era in gran movimento (41). Alti personaggi uscivano di casa di soppiatto e scappavano alla vista dei soldati di ronda che, trovatili, li avrebbero uccisi. Le figlie di Mercurio andavano attorno per le vie senz'essere vedute, e se qualche ladro ad esse si raccomandava, lo conducevano in quei posti dove avean visto mancare la guardia e abbondare il bottino.
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Spesso si udivano urli e lamenti. Erano di quelli che le mercurie figlie abbandonavano nell'atto del furto e che qualche bestia feroce, entrata in citt colle tenebre, sbranava e divorava (42). Intanto in tutte le case riunioni, assemblee e sacrifici. Ognuno per s e Giove per tutti.
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Prima dell'alba il re di Menefal, coperto di pelli di fiere e seguito da armati, era uscito dal suo palazzo per vedere se qualcuno dei suoi sudditi fosse andato attorno durante la notte.
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Cominciava a piovere. Appena percorse alcune vie, non ladri trov, n fiere, n figlie di Mercurio, ma vide presentarsi davanti un mostro macchiettato di mille colori che di molti diversi animali aveva accozzate le membra. A quella vista il re si perdette di coraggio, e i suoi armati con lui. E rimasero l senza poter fare un passo innanzi o indietro, impietrati, fino al far del giorno.
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I cittadini di Menefal, giusta il loro costume, si recarono allo spuntar del sole al palazzo reale per offerirvi incensi e sacrifizi al re; ma trovarono il palazzo abbandonato come una casa desolata: e penetrativi dentro, per la prima volta, furono atterriti dalla vista di orribili armi e di sanguinosi ordigni che pendevano dalle pareti d'ogni stanza.
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Alla notizia di questa scoperta la gente accorreva da tutte le parti. Ma non coloro che abitavano nella via dove il re e i suoi armati eran rimasti di sasso (43) alla vista di quel mostro che non si moveva neppur esso. Quei poveri abitanti piangevano, strillavano, invocavano Giove; qualcuno disegnava col carbone quelle orride figure non mai viste.
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Quando il sole fu alto, il re e i suoi armati si riscossero dal loro (44) torpore e si diressero a corsa verso il palazzo reale. Vedendoli tutti coperti di pelle, e pi in sembiante di bestie che di uomini, la folla di mano alle armi appese alle pareti e gli venne addosso: cos il re di Menefal perdette la vita, ucciso dai suoi sudditi, con le sue proprie armi.
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Quel mostro intanto voleva andarsene via, pei fatti suoi; ma la notizia della sua presenza si era gi sparsa per la citt e la folla che aveva ucciso il re gi si precipitava contro di lui. .
Visto il pericolo quello butt per terra le varie pelli che aveva indosso e grid:
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- Fermi! fermi! (45)
- Chi sei? - domandava la folla.
- Sono il vostro Salvatore.
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Vedendo quell'uomo di un colore diverso dal suo, la folla ristette.
- Vi ho liberato dal re: ho messo in cimento la mia vita.
- Giove! Giove! - gridarono tutti. - Giove  disceso sulla terra!
E lo adorarono.
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2.
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Quell'uomo era uno di loro; ma avendo abitato per lungo tempo in paesi lontani, il colore della sua pelle era passato dal rosso al verde. Ladro, quella notte andava attorno cercando di fare un bel colpo. Alla vista del re, coperto anch'esso di pelli, lo aveva scambiato per uno del suo mestiere e si era fermato, non senza un po' di timore che non fosse una fiera. La cosa gli era andata benissimo: ed ora viveva in mezzo a grandi tesori adorato e temuto.
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Era costume in Menefal di celebrare una festa in onore di quel Dio, rivolgendo le acque del fiume Mela verso la citt e facendole passare in mezzo al gran tempio ove il Dio doveva benedirle prima che irrigassero e inondassero i campi. Le acque gi avevano invaso il canale in mezzo al tempio, e Giove tratteneva col braccio l'ordigno che moderava l'impeto di esse. La cerimonia doveva eseguirsi a porte chiuse e il popolo era in gran parte affollato sull'argine. Il Dio sedeva in alto circondato dai sacerdoti, coperto di ricchissime vesti.
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Prima della cerimonia una deputazione eletta dal popolo doveva verificare (46) se Giove era tuttavia in terra, o pure erasene tornato in cielo. Ora, sia pel tempo trascorso, sia per l'umidit prodotta dalle acque vicine, il volto del Dio aveva perduto il suo colore verde ed era tornato rosso come quello di tutti i suoi concittadini. Vedendo questo, la Deputazione del popolo entr in sospetto che i sacerdoti non avessero ucciso Giove per mettere qualcuno di loro al suo posto. Esamin Giove attentamente e si convinse che il Dio era diventato un uomo al pari di loro; allora cominci ad urlare!
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Giove, vista la mala parata, disse tra s: Chi  pi forte, si salvi!
Lasciato andare l'ordigno che frenava l'impeto delle acque (47), si precipit nel canale, nuotando contro la corrente, e usc fuori.
Quelli che erano dentro il tempio perirono miseramente affogati, tutti, giovani, vecchi, donne e fanciulli.
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Ma neppur Giove s salv. I contadini che stavano fuori colle zappe aspettando le acque benedette, vistolo scappare, temettero che volesse abbandonarli. Allora lo sforzarono a tornare addietro. In quel punto l'impeto delle acque ruppe la resistenza delle porte del tempio e la campagna fu inondata. Perirono tutti, e Giove con essi. Che desolazione!
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Ora regna dappertutto un silenzio di morte, rotto soltanto dal monotono scorrere delle acque del fiume.
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Oh, ti confesso, caro Farina, che questa storia del Re di Menefal mi parrebbe sempre una bella cosa, anche se non sapessi che fu scritta currenti calamo, in due volte, e senza mettervi nulla del suo, da un giovinetto di nessuna cultura; il quale, dopo, non  mai stato pi capace di comporre nulla di simile! Oggi il signor Fortunato Albertini, che si  fatto un bel pezzo di giovane, alto, robusto, pieno di salute, stimerebbe una vera disgrazia la ricomparsa della sua medianit di cui mostrava prima tanto piacere. La coincidenza, senza dubbio, accidentale, del ripetuto manifestarsi di essa con luttuosi avvenimenti domestici, gli ha messo nell'animo una quasi superstiziosa avversione perfino contro quei suoi giovanili quaderni di spiritiche leggende e novelle. E se n' disfatto, regalandomeli; io gliene sono gratissimo.
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Qui terminerebbe questa forse troppo lunga storia del processo di formazione del mio problema, se non avessi la buona fortuna di poter aggiungere altri e, certamente, pi ammirabili documenti, cio alcuni di quegli scritti accennati nella lettera del mio anonimo corrispondente fiorentino.
Toccano essi una cima cos eccelsa di concezione e di fattura, che farebbero subito nascere il sospetto di una qualche mistificazione letteraria, se io non potessi dire in pubblico il nome del medium che li ha scritti e cos tagliar corto su ogni dubbiezza.
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Il giovanetto fra i quindici e i sedici anni, piuttosto inchinevole agli esercizii del corpo che alle agilit della mente, piuttosto desideroso di divertimenti, di gite all'aria aperta, di guidare un cavallo, di stancarsi sul trapezio nel giardino di casa sua, e che, pur fumando una sigaretta, discorrendo di cose quasi puerili, coi presenti e talvolta anche sbadigliando scrive, scrive, scrive, pel solo misterioso impulso che gli move il braccio; quel giovanetto, di cui parlava il mio corrispondente fiorentino, si chiama Eduardo Gordigiani.
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Non ti ho gi detto che si trattava di persona della cui lealt e buona fede non  possibile dubbitare? E avrei dovuto meglio dire: persone; giacch nessuno sospetter mai che quel valente artista del prof. Gordigiani, conosciutissimo in Firenze e fuori, e la signora Gabriella, sua egregia consorte, abbiano voluto farsi complici di una soperchieria del loro figliuolo, o che siano ingannati anch'essi e involontarii ingannatori. La loro perfetta buona fede parr patentissima quando avr aggiunto questo: essi mi hanno gentilmente accordato il permesso di pubblicare i documenti da me scelti fra i tanti posti a mia disposizione, quantunque non ignorassero che lo scopo del mio lavoro andava poco di accordo colle loro profonde convinzioni, e quantunque il rumore della pubblicit sia contrario alle loro abitudini e al loro modo di vedere.
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Le Visioni di Fra Iacopone da Todi, scritte con medianit meccanica dal giovine Gordigiani, sono dieci finora. Ne scelgo la terza, la sesta, la settima e la ottava, e metto a pi di pagina le spiegazioni dei punti pi oscuri, ottenute anch'esse collo stesso mezzo.
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Qui il misticismo religioso regna da padrone assoluto, e l'ebbrezza della povert, rivelata al medio evo dal poverello di Assisi, vi si effonde in tali miraggi da far provare la vertigine delle allucinazioni e dell'estasi, da parer di vivere in un altro mondo. Infatti  proprio un altro mondo quello che qui ribolle, scoppia e spumeggia in trasporti, in slanci, in disfacimenti di spirito, in delirii divini.
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Senti un po'.
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VISIONE TERZA.
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Fuvvi un tertro a me caldamente caro, su del quale di sovente ero accarezzato da visione, ove il Signore eccelso mostraami belli quadri per li quali era consolato il mio spirito per la perduta gente (48). Portavo meco un libro con alcune parole eterne su delle quali argomentavo.
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Miserello corpo, sempre tu m'infastidisti nel compiere alcuni ufficii, ma per altro ringrazioti degli sacrificii procacciatimi. E asceso un d lo poggio, come di solito, feci alcuni prieghi nelle quattro direzioni del mondo per quei infelici che beveano la calda aria nel cuore quando, consimili al mio, cerchiavanmi tanti monti ove la aria penetra e imbeve dalle cellette. (49)
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Lo dovere al mio Creatore fatto, mi coricai su natta cara a Dio la quale era fatta di pietre spezzate, e disposta per giaciglio, e pregai in quel tempo per coloro che si distendon sulle piume; crociai le mani sull'alvus e attesi che piovessemi luce.
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E comparimmi del mio monte il pendio e vidi grande formicolar di gente le quali molte scendevan e poche salivano. Sul mio tertro era postato un abeto grande, da parvi adornato. Frai convenienti quivi rimiravo alcuni che venivano ad istudiar li belli alberi (50) e la veduta spaziosa; altri venivano ed allacciavano (51) or l'uno albero grande, or uno pi piccolo, raro apparivami un bel senex, il quale spariva nel suo proprio bagliore, onde non veniva scorto dalli circostanti, e diffilava allo albero maggiore e, chinato per toglier pietra, lentamente scalzava nel superbo fusto (52) e misurava via facendo lo percorso fatto collo (53) proprio corpo. E storiavo dinanzi ad egli e ragionavo meco che egli era di Dio, allorch si volse ratto e fulminando dagli ogi rai, sclam: Ho trovato dimora! e scomparve e pareami che un'ugual (54) corrente veniva da me al Santo  Padre e mormoravo: Hic erit!
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Mal conosceo le persone e m'accorsi che molti i quali ne venian, ritornavano gi per lo pendo, e orrendamente gli vedevo sollazzare in recinto (55) quasi ovile, e vedevo il capo (56) accennar: s, che si divertiano e traspariva nel dentro che non eran giunti.
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Allor si fea la notte, e vidi non pi persone, ma (57) solo processione di fiammelle delle quali niuna perdeo e concepii tal cosa... che veniano al tertro miscugliate; l'abbagliante e la strema fioca, l'ultima quale si arrestava al livello del culmine e prendea picciolissimo abeto e lui (58) scoteva, ma non cadea foglia veruna.
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Passavalo altra fiammella men fioca e posta innanzi ad ello primo; scotea e ricogliea na foglia. Tertia pi bella luce lasciava dria questui e ricoglieva; e seguitava la processione di modo sino alle belle palle infocate che piazzavansi nel maiestoso abeto.
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Da esso si partiano, in forma di raggi, (59) file di abeti li quali disminuivano di grado, tal che l'ultimo picciolo era e deforme. (60)
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Tetra sendo la notte i miei smisurati si aprivan ogi e sentiami portato su' lungi da ivi sul loco di una vetta, ove apertigli, vidi Stella la quale fiochiva e accendeva secondo che uno grande diavolo, nominato Secolo primo, secondo o tertio passava e oscuriva .. e vidi da lungi la processione (61) che durava e le fiammelle deboli scendere e le fulgide sostare.
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E quando sollevato no momento il guardo concepii .. scorsi una forma (indegno) ch'io confronto a mano; debolissimo appetto a ella lo fulgor celestiale. Ella forma era distesa sulla stella e concepii ancora! ma li mezzi umani non mi portano a spiegare.
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Tremai di spaventoso amore tanto che dal giaciglio venni a terra, e avrei stimato riconoscenza lacerarmi per intiero. Priego non giugnea a soddisfar lo mio foco e giunsi al pendo e pensai alle anime (62) che visione facea discendere; venni dubitoso, stante ripensando che per ivi andavo alla celletta amata, non allo turboso mondo, ove il gregge sbattea nell'ovile credendo sollazzare in mia visione. Rincorato volsi oltre. Ed ella cosa vi do in forma terrena qual' lettura che lo spirto vuostro non giugne al sublimar della cosa.
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Ti avverto essere io il miserello.
JACOPO TODIANO.
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Qui, scendendo un po' dalle altezze mistiche, la visione rasenta la parabola.
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VISIONE SESTA.
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Avvenne un d ch'io fui dinanzi alli senori di giustizia tradotto per essere stimo vanerello. Li quali senori mi dissono spregievoli cose d'Iddio, per lo che io m'irai e sputai veneno; onde ordinonno alli servi di prigione. Io li rimertai, me stimando indegno di tale flagello.
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Lo mio core molto balzaa nel mio dentro per gaudio, ufficio il quale pregai rimettesse ad altra fiata dicendo: L' grande fortuna nostra, coricello mio, ma recoti sventura: lo martirio sar debile e non di durata. Tacquesi allora.
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Non era manco chiusa la imposta ch'io mi gittai bocconi rendendo grazie alla somma boutade di Lui ed uscii a dimandare, se ella cosa era ragionevole di cognizione intorno alla mala azione delli stolti senori. Mi vennono meno i sensi, e caddi come morto.
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Aliquanto spazio stetti, indi apparire una luce cui vermucolo lucente  sole. Poi schiantossi la nube tutta e in nello buio venire oltre me na meschina bestia, la quale parve ai miei ogi ciuccio di color molto splendente.
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Eragli in groppa no buio uomo che pareami di molto brutto; e diretro lo ciuccio e lo uomo altri piedavano a lui in bruttezza simili, e veniano per lo cammino finch giunsono a uno fossato cavato dinanzi me largo e profondo.
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E fummi giudicato lo animale condurre lui lo uomo; e dubitando quale sia cosa farebbono tanto che lo mio volere sarebbe di dir loro: arresta! arresta!
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Ma la favella non potea dir, ond'io tacqui, e che vidi? Lo meschino ciuccio s'era sosto come di convenienza, ma lo conduttore pingea la bestia siffattamente da gittarla entro, ed ella non puntaa li piedi ma stava.
E colui di gridare aiuto al riuscimento; e vennono, e feciono, ma la bestia non rimosse.
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Poi di grado bruniro le nebbie e scomparimmi alla vista la scena mala e stolta.
Ma io non entravo, onde alzando gli ogi ver le nubi vid'io scritto:
"L'uomo senza Dio  cieco!"
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E concepii e fui pieno.
Entrate anco voi, miei belli, e niuna cosa di mondo saravvi pungolo se certi vi farete della maest di detta scrittura.
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Disse JACOBUS.

Ma ecco che il misticismo riprende il suo volo! Si pena a tenergli dietro.
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VISIONE SETTIMA.
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Fieriva lo verno, aliquando di Diruta veno pedestramente allo Todi mio, lo quale per lo amore che portaali tiraami forte. Endo adunque velocemente in direzione di elio, ecco trovar no meschino ch'io non rifiguravo, involto nelli luridissimi panni sui, e di quivi vecchio fiato uscirne lo quale cos favellommi: "Potente, io son meschino, di lui piet abbi."
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E dette parole non fur pronunziate facilmente ma in modo serafico di vecchio; tanto che volendo lor iscrollar nol potei, ma passati li miei belli abbigli entroronmi nello cuore e si stanziarono ivi, cotalch io voleva lo mio cammino proseguire, e staffe mi diceano che no.
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E lo serafico povero schiamazzava da lungi e trafiggeami continovamente, tanto che fu mestiere ch'i' sostassi.
E lo mio spirto ribelle e schifo che facea? lottava forte con le parole seggiate in nello mio core e ripetuto dicea: "Vattene" e queste di restare, e supplicare per pi di pace e acconsentimento.
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Superbioso allor udialo dir: "Sia lo tuo desire compiuto, riconducoti allo tuo sito, ma tel dico, non pi m'infastidiar, ivi lascerotti!"
Ed ecco le staffe di virar e portar di bel nuovo lo perverso sino allo senex piagnucoloso.
E suggerimmi dimonio: "Sullo scorpioso volto sputa e spregia." E parole di risonar uscendo dallo core e dire: "Non cos sia."
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E il senex: "Potente io son meschino, fammi risonar moneta!" E s potente lo braccio venia allo scuffio che volendolo ritrarre insistea, ed egli vinse, e risuon moneta.
E parole di uscir, forte gridando al malvagioso spirto: "Dio te dia pace, e rimeriti. Addio, addio!"
O che restommi in cor quando mi dipartio? "Potente, io son meschino," e ratti di fissar (costretti) gli ogi lo lurido abbiglio, e volendo ellino ritrarre, sentii che chiodati erano, ed ero sosto venti gambate lungi.
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Ogi, ogi, s potenti siete? Che allo chiodamento giugnereste lo alterio? Me par cos; che dopo poco novellamente faceami ombra lo schifo .. amato! S, cos io dico, che non mi parea pi lordo... E testa mia ove gisti? Gisti corporalmente carezzar fortemente terra tua madre, e lo compagno spirto lasciotti.
Voglimi permettere che te lasci riposar, e di retro vada allo tuo frater.
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Ei vide uno palagio bello (63) che su nugole basaa, e molto era alto: e meglio lui mirando vidi che due alati erano li suoi custodi: diretro, sovra ed alli lati grandi erano gli alati. Per poco agio ebbi di miralli, tanto fulgidi si erano.
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Ogi miei, vedeste vui bene che lo palagio si (64) bellamente si penzolava che ne ero stupido, e si sovente il ripetea che lo aere ne era isgraffiato? Benedicilo rimembranza di ello, e fai che ti veggia si bene che io t'esponga sulla pecora bianca ad onore di te Eterno Iddio e vieni palagio! Non fusse altro che lo contenuto che tu habbi, io ti lorderei se di te parlassi.
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O contenuto vieni fuora, si che mirandoti osi specificarti!
Da' magnifici gradini donna vena, pomposamente vestita (65); e non si tosto gli alati vennono dallo balsamo di te presi e fasciati, si buttorno in terra, (66)  (che cos io vidi) e tu, farfalla, proseguisti su di ellino quale pedana di virtute d'onde ti conducesti all'aperto, e le nubi di calor e lo cielo tremar armonie. Spirito, veggesti tu?
Che disse bocca di gridare? Oreglie udirno lo sonoro rumor? Ogi non si cecaro?
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Dio era! e tu vegliasti alla scena stupenda, spettator iniquo? Ove tu trovasti mani a por sugli ogi?
Ecco, tu loro togli, e miri lo sito del palagio a cercar la bella persona, e nebbie erano che coronavano lo loco di amore, per lo quale tuttavia conservo ricordanza stupenda.
Nebbie celatorie, io amo or voi, bench crudeli fuste, e domandavo di ardore pieno di rivegger la bella persona.
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Ed ecco che, serve di ubbidienza, le nubi di squarciar, ed Ella apparir non sontuosa giammai, (67) ma lurida vestita; e, pietoso ciel! quanto mi deste forza a non indietreggiar, che la bella mia fidanzata venia, aperti i membri bracci, e non movea di lisca, che sprazzava meglio che non bragia percotuta. Ed io miravo, udio come uomo che ogi non ha e nemmen oreglie.
Ecco Ella voltarsi e cennar, e non venire ma comparirmi uno uomo molto bello e giovane, e donna di fissarlo.
Solo lo spirto libero pu provar cose tali; come sola terra a fiamma resiste. Lo apparito divenire lurido, di pulcro orrido.
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Ei pieg i genui, e donna maiestosamente avanza ver ello. Spalle felici e testa pure, vui primiere tocche fusti, e tu seconda chiovata dalle labbra di lei! Ed io di avanzar di molto pauroso e chieder lo bello dono. E .. mi cenn, ed io andai e fui tocco e dalle braccia e dalle labbra.
Stante felice, che non durasti! Ed Ella che or chiamer Povert, sfum, e lo giovane, (che fisso per seguace di lei) seguilla.
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Addio Visione! tu te ne ivi, e tornavo alla bestial dimora, quando femmina m'apparia (68), intoppo lei copra qual monaci e monachelle usan portar. Cenno mi f colle digita ver lo cielo, in mia vision stellato, e ricogliei lo bacio che gittavami.
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Addio Visione! io torno alla mia bestia, ed ecco che in ella entrato, facciomi alle buche ogi, e miro lo vecchio piagnucolante chino sullo corpo mio, spento il quale credea, ed or:  Fratello, che ti avvenne? Ed io a lui: Cotale una cosa mi avvenne, onde dotti lo mio abbiglio bello e lo tuo molto schifo prendo, che ho mutato stile, addovendo ire a mia sirocchia Povert, poscia che ella mi ha chiamato.
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Allor fu visto Mastro Jacopone gir per le vie non pi di cremisino adorno, ma meglio di color marroncello tirante.
E ci altra cagion non ebbe se non lo volere d'Iddio, che cos volle e fece.
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JACOBUS
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Ora la visione scaturisce da umile fonte, da un aneddoto; e con tale schiettezza, che la figura di quel Messer Ambrogiotto si disegna parlante sotto gli occhi.
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VISIONE OTTAVA.
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Di una domanda oscura, la quale non potendo capire, ottenni per ella visione che mi pag.
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Egli avvenne che una sera, endo io per Todi mio, essendo lo tempo pluvioso e preparando burrasca, tutti ritiravansi gli onesti cittadini in dimore loro.
Allo scopo di gloriare Iddio e la mia bestia martorare mi rimanei allo scoverto a toccare la pluvia; ed ecco uno uomo, gi mio intimo, dissemi: "Mastro Iacopone, vo' siete stolto assai."
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Dissi lui che di ci non dubitavo, ed egli: "Via ditemi messere povero, non bramerebbe meglio Iddio che voi adoperaste lo intelletto ad illuminare ed aitare l'umanit, in luogo tutto di far per vui?"
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Io mi rimasi come colui che non ha risposta e dissi lui: "Messer Ambrogiotto, che Dio benedica, gli  forse vero!"
Ed ello toccandomi spalla, issene con le parole: "Adoperatevi in utile cosa."
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Col mi rimasi che non habeo altrimenti fiato; indi con adagiatura, obbedendo forse senza saperlo allo mio amico, ero inviato verso casa. Nello tempo che camminavo la strada, vennemi cogitazione, la quale si era: habere visione, grazia la quale erasi ripetuta gi. Ed allora fui ratto in ispirito, che non ero ancora entro in dimora.
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Io vidi lungo pantano (69) entro lo quale batteansi di molte anime, le quali di molto sfavellavano; presomi freddo per le loro parole, fui ratto pi elevato e vidi .. una lunga fila di uomini luminosi, li quali, endo su pedana di angeli, traevano seco loro e diretro chi dua chi dieci ispiriti habenti diversit di luce.
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Seggiuti sovra (70) umilissimi servi angeli e da loro condutti per lo aere, vid'io ispiriti lordissimi di corpo e vestimenta, di volto angelichissimo, li quali non possedevano per luce maiora degli alteri a disotto.
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Ivano li beati sulla fila di angeli e di nugole luminose; molto per faticavo in visione di loro; ma ecco che venuti al paragone estremo, spiccare volo altissimo gli uni li quali si erano li sucidi; magni addivennero li pi bassi; cotalch nelle smisurate braccia accolsero quei che erano loro seguito e seco volaro.
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Nel tempo che tutti erano scomparsi e addivenuti stelle lucenti nello alto dello cielo, comparimmi agnolo cos dicentemi: "Or tu desideroso di cognizioni, apprendi come vanno nello cielo entrambi, e colui che ammaestra i popoli e lo custode unico di se. Or mi segui e vedrai.
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Abbracciommi lo beato, e lo dolce amplesso caldo e molle di sue ali provai per alcun tempo, nello mentre che spaziava le infinite miglia! Tirommi poi fuora; mostrommi e vidi! ma come mostrer io e dir io a vui? Luce regnava maestra nello loco di Iddio!
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Quando fiatossi vista mia alla stupendezza, vidi gruppi di ispiriti li quali conversavano e mi pareano beati; ma non entravo, tanto mente mia era sconfitta. Poi dissemi lo agnolo, allo ricordo del quale visibilio tutt'ora: "apprendi come chi insegna allo mondo gode quivi, non per se solo, ma per coloro eziandio che acquist alla beatitudine". Indi aprendo le mani, lasciommi cadere in spazio.
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Soffrii per poco contrazione nel dentro la quale mi dest cos tanto beato che non tenevo.
Rallegravasi meco lo tempo, lo quale era addivenuto celeste, e fuggiano in ver Assisi le nugole.
Usciano le gente di dimora, le quali aveanmi visto su soglia mia qual morto, ma non se ne premerono, stimandomi dormiente o ch'io so.
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Corsi io ben ratto da Messer amico mio Ambrogiotto, lo quale desinava, e veggendomi: "O mastro Iacopone, lo vento che conduce via le nugole, v'ha egli qui condutto?"
Al che io stimai sorridere e feci parola cos: "La istruzione vostra mi porta, la quale mi preme."
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"Or dite" dissemi lui. Ed io: "Or sappiate che per la Iddio grazia ebbi risposta". "La quale? or rammento! ben vo' dite; ed ella ? piacendovi."
"La  che s'i' continuassi cos solo, godrei da per me; se voi acquistassi allo amore grande di Iddio, molto pi godrei; onde fu giusto il vostro dicimento, faccia Iddio ch'egli abbia compimento e per voi incominci."
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Levossi allora e: "Se alla pluvia non star, se non dormir su fienile, habendo io donna e figli, come voi dispregiai amerovvi e stimerovvi, e tenter imitare, come Iddio non adorai, farollo estremamente dal d d'oggi.
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Doppiamente beato uscii dopo haberlo strinto, e quei come disse, fece.
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Amanti miei, Iacobus ispirito or tenta voi ridurre come messer Ambrogiotto. Incitommi a visione Ambrogiotto, or beato, vo' me incitate pure: addivenite beati.
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JACOBUS.
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Il poter dare una cos felice interpretazione artistica dei mistici rapimenti del medio-evo sarebbe certamente una stupenda prova d'ingegno, anche quando chi la facesse, non che giovanissimo e di poca cultura, fosse maturo di anni e d'intelligenza e, filologo e artista, avesse il suo medio evo e gli scrittori mistici di quell'epoca tutti sulla punta delle dita.
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Ebbene; la cosa parr pi prodigiosa ancora, allorch vedrassi lo stesso giovane medium spiccare un gran salto indietro, dal medio evo ai tempi quasi favolosi della guerra troiana o a quelli gloriosamente epici della battaglia delle Termopili; allorch, invece delle solite amplificazioni classiche e delle vuote declamazioni di scuola, dar lunghi brani di cronache improntati da una vivissima e schietta intuizione di quei remotissimi tempi, lumeggiati con inattesa originalit di particolari e singolare efficacia di parola.
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Di per soggetto a un bravo poeta la morte di Patroclo o quella di Ettore, e le reminiscenze omeriche e virgiliane gli rifioriranno involontariamente nella immaginazione e nello stile; sarebbe anzi strano che il contrario avvenisse.
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Leggi intanto questi due brani di una specie di Cronaca della guerra di Troia scritta, colla solita medianit meccanica, dal giovane Gordigiani, e rimasta disgraziatamente incompiuta.
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Nella Iliade, Patroclo muore in battaglia. Appena Apollo lo spogli delle invincibili armi di Achille,
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Fra l'una e l'altra spalla lo trafisse
Coll'asta, da vicin, di Panto il figlio
L'audace Euforbo.
Non cos audace per da potergli tener fronte.
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Anzi dal corpo ricovrando il ferro
Si fugg pauroso, e nella turba
Si confuse il fellon, che di Patrclo
Non sostenne la vista. Da quel colpo
E pi dall'arte dell'avverso Dio.
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Abbattuto l'eroe si ritirava
Fra i suoi compagni ad ischivar la morte.
Ed Ettore veduto il suo nemico
Retrocedente e gi di piaga offeso,
Fra le file vicino gli si strinse,
Nell'imo casso immerse l'asta e tutta
Dall'altra parte riuscir la fece.
Risuon nel cadere.
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 l'idealit eroica della leggenda. Non ti parr ora di sentire una voce umile ma verace come la testimonianza di chi ha veduto coi propri occhi?
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Avvenne a Patroclo, che distendendo le vele per dar agio al vento di condurlo, mancatogli un piede cadde e di cimiero dtte, anzi a tal punto fu stordito, che fu detto e si ritenne alcun tempo per morto. Esculapio non ancora era nato, e gli convenne guarire senza verun aiuto: non per dalla parte dell'antico amico, il quale informato dell'accaduto, si tolse le pesanti armature sol ritenendo la spada in cinta, e a lui sen venne a nuoto. E allo scrittore sara bello descriver il furore di lui tanto inoltrato, che traversato il braccio umido di mare, non lo pot ispegnere. Ell'era rabbia di non esser informato, unita al dolore di ci che diguastar non si potea.
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Infelicissimo! Achille mirava lo amico dolente del male, e poicch pericolava grandemente di morte, giur al suo Dio laro che se conservato gli fusse, ei a solo avrebbe affrontato la Troiana porta: in caso di cattivo successo avrebbe raggiunto l'estinto, cosa che gli sarebbe gradito molto.
Baci Patroclo in fronte e si ritrasse a pregare per il riuscimento di quello che voleva conseguire.
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Ma ecco Ettore che, arrampicatosi di soppiatto sulla nave, protetto dall'oscurit della notte, penetra nella cabina.
Il barbaro misnudo giunse frettoloso alla soglia di una stanzuccia, ove gemeva Patroclo, non pi della ferita, ma di vedersi fermo; e febbribilmente scotea lo braccio di arma sprovvisto.
Fu allora che levato in quel punto lo teneva, quando ferm lo sguardo nell'apparso: "Giugni: almeno ch'io mora di arma, non di caduta vilissima."
Ed era spento il lume che pronunziato cos ebbe.
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Nella Iliade, Ettore muore anche esso sul campo. Achille, nel punto di finirlo, lo schernisce e lo minaccia:
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Stolto! restava sulle navi al mio
Trafitto amico un vindice, di molto
Pi gagliardo di lui: io vi restava!
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Io che qui ti distesi. Or cani e corvi
Te strazieranno turpamente, e quegli
Avr pomposa dagli Achei la tomba.
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E a lui cos l'eroe languente: Achille,
Per la tua vita, per le tue ginocchia,
Per li tuoi genitori, io ti scongiuro
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Deh, non far che di belve io sia pastura
Alla presenza degli Achei: ti piaccia
L'oro e il bronzo accettar che il padre mio
E la mia veneranda genitrice
Ti daranno in gran copia, e tu lor rendi
Questo mio corpo, onde l'onor del rogo
Dai Teucri io m'abbia e dalle teucre donne.
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Leggi la drammaticissima scena che siegue attaccando col brano precedente; par clta sul fatto!
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Barbaro! se ragionato tu avessi prima del misfatto e informato su chi operavi, noto ti sarebbe che il trucidato fu gi nemico vostro, ma il pi dolce e pacato.
E tremolante sulle staffe si diresse al ponte: e non fu in tempo di veder le stelle, che ombra apparia molto spiccata, non alta ma larga per molto: sostenea in membro lama scintillante di rosso porporino. Piant il barbaro all'inaspettata venuta, e gravosa sotto la colpa chin la fronte, come volpe cui beccar raggiugne.
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"Maladrin, ove ti sei ridotto?" E silenzioso mantenendosi l'altro, continua: "Questa sia tua tomba, tu che lordata l'hai .. ma .. che mi balena l'ombra? .. Tal luogo  rubicondo: tua lama ove intrisa l'hai? Rispondi pur anco e ti faccio .. (71) in eterno." E ratto prende il braccio dell'avvilito. "Vieni!" e lo trascina. Sia nota pria all'universa flotta la prigionia della volpe: vieni! (ripete) che l'aria intera ti conosca micidial bestia perfida, o tu sei morto!" E vigoroso un pugno trasecolar il fece. Cade il prigione sempre muto: si rialza e tira oltre. "Malora a te!" dice il conduttore, e queste parole ultime furon men sonore, perch pronunziate all'aperto.
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Unico il centro, e molti i rai eran diretti sul barbaro, e ovunque iva era seguito: onde fu la forma un circolo che attorno iva alla torre di comandamento. E giunge al cospetto di Agar, il quale studioso in se, rizzasi allo inaspettato clamore, e non s tosto grida. "Morto costui!" al che Achille risponde: "Meglio l'ignominia innanzi a costei (morte): costei .. e non potea pi dire. Troncandosi di poi: "ov' l'amico ch'io non veggio?" e via.
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Venite meco, anagnosti, e vederete ove Achille va: al luogo ove scopr il barbaro appunto, e va pi oltre: al punto ove Patroclo morto se ne stava. Ed ecco come oper. Il corpo prende, in sulle spalle il pone e se ne torna al convito ove lo posa nel mezzo, e sclama: "ecco il gallo dalla volpe ucciso".
Agar. "Dicci lo schifo tuo nome."
Tace il prigione, cui non cocevan i rai potenti su lui indirizzati, anzi scivolavan sul suo nudo corpo quale fosse di ferro coperto: stupendo pel suo disprezzo.
Achille. "Non tu lo dirai?"
Tace.
Tutti. "Tu lo dici?"
Tace.
Achille, al beccaro: "Feriscilo!"
Un pugnale lo trafigge nel costato: spilla il sangue, e non un grido.
Achille, insistendo: "Il tuo nome!"
Tace.
Achille, al beccaro: "Feriscilo!"
Il pugnale entra.
Prigione freme e tace.
Agar ad Achille: "Non tu credi che il dir?"
Achille. "Lo dir".
Prigione. "Chi sa!"
Achille vuole slanciarsi sul misero, ed  trattenuto dai circostanti. E il suo magnifico corpo di uomo rassomigliava a tigre cui ferro trattiene, e anela.
Achille. "Sapran fartelo dire i figgimenti."
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Al beccaro fa segno che operi. Che si ode? Un fremito doloroso, gemiti, e debole nascere compassione che riconosciuta l'inferiorit si ritira, (sta bene, ma sta male espresso: compassione volle farsi avanti, ma si vide debole e ritarossi ben tosto.).
Il prigione cade, e non esala l'anima senza dir pria "E torre crudelmente le parole!" Sonorissimo segue di poi: "Ettore!"
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Quale il fulmine cadendo non si tosto lo scorge il presente (72) fu la parola ripetuta dall'ecco della stanza e si stanzi si rapida negli orecchi che non la si vide. Come l'acqua in rapidissimo colle presto vassene, ma gran contento fu provato, e lo sgomento della trista operazione prese di poi il seggio.
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Adunque non vi dir della processione attorno alle mura del morto Ettore, operata da Achille. Malgrado la mia debolezza spero averete inteso Ettore da beccaro ucciso fu, e non esanime ma vivente, e scornato condotto intorno alla torre di comandamento della nave. Onore a Achille non pi beccaro.
Faccio come la ape, che va da calice odoroso e flagrante di verit.
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Io, narratore del tutto, salgo dell'albero maestro in sulla vetta, e poggiando la schiena contro, miro e odo. Che cosa miro? Miro a traverso l'opaco e denso velo di notte le forme delle galee nimiche che se ne tornano al lido. Odo i loro lamenti, o meglio un indistinto susurrio, e, (forse immaginazione) mi ferisce direttamente un nome: quello di Ettore! Ettore! che i figli implorano ed han lasciato: e i galeanti ripetono: Ettore!
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Odo, e questo ai piedi miei, salmi recitar per un defunto, Patroclo appunto, e a questi frammiste imprecazioni e stupidamento, e pronunziato Ettore! egli, egli.
Achille pronunzia: "Ettore! egli, egli!" quasi stupefatto che un nemico aborrito abbia potuto cos operare sul dolcissimo amico del cor suo. Larga la scena debole il narratore.
"Core mio (prosegue Achille) tu sei intero, ed  spezzato quello di Patroclo."
Veggo le mie piante illuminate dal basso repentinamente, e guardo gi per vedere numero di fiaccole e colla accese girare ostinatamente intorno alla nave, e cantano i salmi, Plutone!
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 ripetuto: Ma questo che viene appresso  pi nuovo, pi originale ancora e pi perfettamente greco.
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Le Termopili!
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Qualcuno ne ha fatto perfino della coreografia in versi; chi poi non vi ha declamato sopra? Qui invece si narra.
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Ho un grande episodio da narrarvi se tempo ti basta.
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"O figli di Licurgo (grida il mio duca Leonida) chi viene alle calde porte?" Domanda, e lascia all'eco dei monti di Beozia la cura di ripetere.
Liscinio  accanto a me. Dai ventimila fanti molti se ne staccano, ch'io stimo a ventimila: non meno che tutti.
"Io dico  (soggiunge Leonida) venire a morte!
Venire a morte! ripete l'eco, quasi assumesse la responsabilit di farcelo entrare ben dentro in mente.
Leonida vede alcune spalle: quindicimila volti lo guardano, quasi lui dovesse tutti consigliarli: E non cessa, ma dice: "Amate ricevere le frecce che vi renderanno meglio? Un tumulo si inalzi, e sia di prodi; chi fra questi sar?"
Ventimila tornano a lui. "Tutti prodi!" si grida.
"Tutti prodi vi stimo, e non sareste di Sparta, l'Eurota non v'avrebbe bagnati."
Cos dispiego io. Lui dicea: "Comando che ognuno dinanzi a me passi, e non mi saluti. Sia cos."
La processione dura, e io a Liscinio nel qual tempo dico: "mezzo  il mio core, a te ho dato l'altra parte: io non te la chiedo: ma potr io morire, potr io battermi? dammelo, dammelo .. Non me lo dare anzi: vieni meco e vedrai il resto."
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Liscinio in braccio prendo e sono per passare di fronte a Leonida, che ben trecento sono, che dico? quattro centinaia sono scelti: non pi ne vuole; pur me chiama inoltre.
E rimembro.
"Eineucalion, tu sei un bravo, (era vero!) vieni avanti. Ma e chi  costui che porti al braccio?"
" il mio mezzo core, rispondo.
"Vieni tu solo, che pi non ne voglio: os dirmi.
Liscinio a lui: "Debb'io restar con mezzo core?"
"Eineucalion, fatti oltre solo."
E non mi mossi di un passo, ma Liscinio teneo tuttora.
Leonida: "Io te lo impongo."
"Con mezzo core non posso stare a battermi."
"Che intendi dire?"
"Se amici non hai, debb'io curarmene?"
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Dura cosa  il dirlo: alla forza volle ricorrere! Ma da Liscinio mi staccai, e dissi: "Chi mi tocca, ardito lo stimer! Solo compiango dover morire per mano amica: non speravo cos."
"Venite avanti tutt'e due; saranno qualche centinaia di nemici di pi stesi morti. Val pi due valorosi che uno." E la lancia me tocca e Liscinio. E andammo e morimmo.
...
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 semplicemente sublime!
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Mettendoti sotto gli occhi il processo esteriore dei fatti, ho notato, via via, come in margine, quello, interiore, delle mie idee.
Non  parso anche a te di assistere al graduale svolgimento di un unico fenomeno che dalla semplice sensazione passato ad invadere l'immaginazione e da questo penetrato, a poco a poco, nel dominio pi elevato delle facolt della mente, vi abbia risvegliato e messo in moto energie sopite e ignorate, di miracolosa apparenza? Non ti si  presentato spontaneamente dinanzi il concetto di una strettissima analogia tra lo stato normale e l'anormale, tra il sonno e il sonnambulismo provocato, tra lo stato magnetico e lo spiritico, fra questi due e lo stato ordinario delle nostre facolt intellettuali?
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Certamente analogia non vuol dire identit; ma la differenza non pu neanche significare che un fenomeno esca dal circuito dei fatti naturali tanto da doversi attribuire ad un agente fuori di noi.
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La nostra ignoranza intorno alle funzioni del sistema nervoso e del sistema psichico che gli corrisponde ci impone di essere circospetti. Tu rideresti certamente di un medico che volesse attribuire i fenomeni della gran nevrosi isterica al vecchio intervento del diavolo. Le demoniache di una volta oggi non vengono pi bruciate ma condotte negli ospedali o rinchiuse nelle Case di salute; e la Chiesa cattolica non fiata. Tu rideresti egualmente del tuo medico se ricorresse all'azione di forze ignote, tutt'altre che quelle del magnetizzatore e della magnetizzata, per spiegarti i fenomeni sorprendentissimi del sonnambulismo provocato.
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O perch, domando io, non dobbiamo trattare alla stessa stregua coloro che, pur riconoscendo gl'intimissimi legami tra il sonnambulismo provocato e i fenomeni dello spiritismo, s'inalberano poi all'ipotesi che questi, con la loro base anzi radice in quegli altri, possano esserne semplicemente una variet, sebbene molto distinta e pi straordinaria?
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Ammettendo che la scienza, o meglio, che certi scienziati si siano affrettati a conchiudere troppo presto colle loro recise negazioni, non devesi pure ammettere che gli spiritualisti e i credenti spiritisti si siano affrettati troppo presto anch'essi conchiudendo affermativamente? A me pare di s.
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E mi pare pi giusto il convenire che con tutto il meraviglioso progresso delle nostre cognizioni positive, nel presente anno di grazia mille ottocento ottantaquattro, noi ci troviamo, di faccia a molti fenomeni naturali, nella stessissima condizione dei poveri selvaggi al cospetto di altri fenomeni spiegabilissimi per noi e per essi ancora un mistero. Per noi, selvaggi della civilt, ammaestrati dalla storia, dovremmo condurci assai diversamente di quelle misere creature poste dalla loro cattiva sorte nei pi bassi gradini della gran scala umana. Invece, forse per una severa legge dello spirito, procediamo alla stessa guisa.
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Inoltre, siamo avvolti nella nebbia dei pregiudizii, tutti, scienziati e non scienziati; tanto i materialisti presi dalla paura di vedersi forzati, dai fatti, ad ammettere l'esistenza di un qualcosa non semplicemente materia; quanto gli spiritualisti atterriti dall'idea di veder quel qualcosa, dagli onori di puro spirito immortale, degradato alle condizioni di un che n tutto spirito come essi l'intendono, n tutto materia come l'intendono quegli altri. E il curioso  che, stringi, stringi, n gli uni sanno nulla di positivo, di veramente scientifico, intorno al loro spirito immortale, n gli altri nulla di positivo, di veramente scientifico intorno alla costituzione della loro materia!
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S, siamo ancora avvolti nella nebbia dei pregiudizii, tutti, scienziati e non scienziati. A seconda delle nostre idee preconcette, la verit ci fa paura e le andiamo incontro fino a un certo punto, fin dove ci torna comoda, fin dove colla nuda e cruda attestazione del fatto non ci mette alle strette di dover confessare umilmente la nostra grande ignoranza. Se cos non fosse, non avremmo ora la cocciutaggine della scienza nel negare fatti evidentissimi che saltano agli occhi da ogni parte, n l'altra di attribuire risolutamente tali fatti a cause supernaturali, come se fossero gi stati esauriti tutti i possibili mezzi di esame per annodarli alla gran catena dei fenomeni del mondo inorganico e dell'organico, dato che siano due mondi e non uno solo, solissimo.
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Claudio Bernard, nelle conversazioni e dalla cattedra, ripeteva sempre: un fait morbide n'est que l'exagration d'un fait normal.
Tolto via quel morbide, che qui non c'entra, non parr ardito l'affermare che i fatti eccezionali, sorprendenti, miracolosi, siano soltanto l'esagerazione di fatti normali.
Io potrei facilmente ridurre questa lettera alle proporzioni di un grosso volume, registrando una serie di fatti autentici, indiscutibili, nei quali le ordinarie facolt del nostro organismo sonosi elevate ad una potenza eccezionalissima, da rasentare il sonnambulismo provocato, lo spiritismo ed anche il miracolo, senza che per ci si tratti di fenomeni precisamente magnetici, spiritici o di miracoli religiosi.
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Mi contento di rimandarti a un libro curioso, divertente e scritto, nello stesso tempo, con vero intendimento scientifico. Esso non ha la stolta pretesa di aver risoluto l'intrigatissimo problema dei fenomeni spiritici; ma, senza dubbio, ha il merito di averlo proposto con coraggiosa franchezza, con ammirabile nettezza, e di aver additato la via per cui dovr indirizzarsi la ricerca della soluzione avvenire. Esso s'intitola: Essai sur l'Humanit postume et le Spiritisme e n' autore il signor Adolfo d'Assier, un positivista comtiano (73).
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Ripeto: analogia non vuol dire identit: esagerazione gi implica sproporzione di qualit e di misura. Quando la semplice sensazione magnetica invade l'immaginazione,  diventata quasi un'altra cosa; quando il fenomeno passa il limite dell'immaginazione e si accampa nelle facolt pi elevate dell'intelligenza  penetrato in una regione dove nessun fisiologo pu ridurlo ad una special forma di movimento molecolare senza sconfinare dalla propria giurisdizione veramente scientifica.
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Oh, non ti figurare che la mia leggerezza e la mia vanit di curioso e di dilettante siano per essere cos eccessive da spingermi dentro il ginepraio di cos ardui problemi.
Io aspetter, fiducioso, come te e tutti i nostri pari, i responsi della nuova psicologia a cui lavora cos tenacemente la filosofia scientifica moderna; e aspetter che il prossimo libro del mio Pietro Siciliani contenga questo importantissimo capitolo scritto con quella serena imparzialit che gli viene dal giusto punto di vista in cui il suo positivismo critico l'ha posto, egualmente distante dalle dommatiche affermazioni dei positivisti del materialismo e dei metafisici dell'idealismo.
Intanto, n Tu n il Siciliani, spero, giudicherete che io vada oltre la mia ristrettissima competenza, stendendo la mano a uno solo dei tanti spinosi problemi spiritici, quello delle communicazioni in forma artistica.
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Se sono arrivato al mio problema imitando il bonhomme Lafontaine, che nell'andare all'Accademia prendeva sempre la via pi lunga; se ho sentito il bisogno di largamente giustificare la mia posizione di osservatore dilettante, descrivendo a grandi tratti tutto il cammino da me percorso, vuol dire che ho piena coscienza del mio limite e che non intendo passarlo.
Con le communicazioni in forma artistica mi  parso di trovarmi in casa mia, perch i riscontri dello stato normale coll'anormale ho potuto praticarli non solamente con pi facilt ma con maggiore esattezza, il doppio esperimento essendo, in questo caso, fino a un certo punto, assolutamente personale. Avr male apprezzato i resultati della mia piccola inchiesta? Non vorr dir nulla. Rimarranno sempre i fatti che hanno un valore da per loro stessi.
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Per ci ho vinto la giusta repugnanza di parlare in pubblico della mia povera persona. Non si tratta, ho detto da me da me, di questioni puramente letterarie, ma di osservazioni psicologiche, di esperimenti stavo per dire in anima vili; ed ogni fenomeno umano accuratamente osservato ha molto valore per la scienza, qualunque possa essere, grande o meschino, il soggetto nel quale, per un concorso di favorevoli circostanze,  venuto a prodursi.
Cos possa sembrare non senza importanza anche agli altri il conoscere qualcuno degli svariatissimi modi con cui l'interessante fenomeno della opera d'arte pu manifestarsi nel mondo!
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Per quanto sia vero che la riflessione entri oggi nell'opera di arte in maggior quantit che non pel passato, c' sempre un punto, nell'atto della produzione, in cui la facolt artistica agisce con completa incoscienza.
Il mestiere, il tecnicismo giova, fino a un determinato grado, nell'elaborazione della forma; la prepara, la stimola, l'agevola, la mette in moto; ma l'atto, ma il vero punto della creazione si avvolge infine, come in ogni altro fenomeno vitale, nelle misteriose oscurit dell'incoscienza.
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Le preparazioni, i processi possono variare all'infinito. Tra il Balzac, per esempio, che ha bisogno di una elaborazione faticosissima e si dibatte e si contorce disperatamente nei suoi lunghi dolori del parto, tra lo Zola che architetta freddamente, matematicamente tutta la serie dei suoi lavori e un certo Salvatore Farina di nostra intima conoscenza che, preso un foglio di carta, scrive le prime righe di una novella o di un romanzo senza saper nulla intorno ai suoi personaggi e alle loro azioni e va incontro ad essi e dietro a questa, flanant, alla ventura, sicuro che le sue creature usciranno, a poco a poco, dalla loro indeterminatezza e si metteranno ad agire e a parlare con piena libert d'arbitrio nel limpido mondo della sua fantasia, c', chi non lo vede? un'enormissima differenza di messa in opera e di processo. Ma nel punto culminante? Il Balzac, lo Zola e quel Salvatore Farina di nostra intima conoscenza riescono tutti e tre ad un identico resultato, riescono a quella che io chiamer l'allucinazione artistica, alla incosciente incarnazione di un loro concetto, inesorabile analisi psicologica, legge di patologia umana, geniale benignit morale, non fa caso.
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Il valore, la vitalit dell'opera di arte dipende dalla maggiore o minor preparazione tecnica che nella concezione di essa interviene. L'arte, come forma e nient'altro che forma, ha un proprio organismo che si va di giorno in giorno sviluppando in tutta la sua rigogliosa crescenza, e non sta nell'arbitrio dell'artista l'accettarne o il rifiutarne la preesistente ricchezza di forma, allo stesso modo che non sta allo scienziato l'accettare o rifiutare il materiale della scienza raccolto fino al punto in cui egli la trova. Eppure la compenetrazione di quella forma col fantasma artistico individuale, qual esso risulta dal complesso delle facolt dell'artista, rimarr, forse per sempre, un fenomeno inesplicabile nella sua essenza. Cessa di essere, per questo, un fenomeno normale, ordinario, naturalissimo?
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Il valore, la vitalit di un'opera di arte dipende anche dalla maggiore o minor quantit di impressioni immediate che noi vi facciamo intervenire. Queste non sono, come parrebbe a prima vista, intieramente coscienti. La pi gran parte, accumulate indirettamente, per la via dei sensi, nei ricettacoli nervei e psichici del nostro organismo, si svegliano, si coordinano, si fondono in uno stupendo insieme sotto il pungolo di un'eccitazione volontaria o che almeno sembra tale.
L'artista procede, in questa circostanza, come i soggetti del sonnambulismo provocato, ed ha la sua particolare allucinazione; la quale differisce dalle sonnamboliche unicamente per gradi, minimi o massimi, d'intensit e non per la intima sua natura.
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Per entrare, come sogliamo dire, nella pelle del nostro personaggio noi adoperiamo ora contrazioni muscolari e isolamenti di determinate sensazioni a fine di lasciarne libere alcune altre pi confacenti al nostro scopo; ora vere interruzioni o sospensioni della nostra personalit; e il Mosso potrebbe dirci l'equivalente trasformazione in calore di questi diversi movimenti. .
La perfetta oggettivit della ben riuscita opera d'arte non ha altra origine; talch l'artista non fotografa neppure quand'egli stesso crede di soltanto fotografare. Interpretare, integrare, compire i dati pi immediati della realt con altri pi complessi accumulati nel suo organismo dalle sensazioni inavvertite e (oggi bisogna aggiungerlo) con quelli, pi remoti e non meno efficaci, condensati in esso dall'eredit; ecco le operazioni concorrenti alla produzione dell'opera di arte, ed ecco la chiave di oro che pu, forse, aprircene i meravigliosi segreti.
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Due o trecento personaggi della Comdie Humaine hanno tale e tanta evidenza da farli confondere affatto con quelli della vita reale. L'allucinazione dell'artista si  l cos prodigiosamente condensata e solidificata nella forma, che l'impressione della lettura non solo eguaglia l'impressione diretta ma talvolta la vince, perch nell'opera di arte c' come un concentramento di raggi in cui l'eccitata immaginazione dell'artista fa l'ufficio di lente.
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L'allucinazione spiritica, nel produrre le communicazioni, passa gradatamente, come l'artistica, dalla quasi coscienza alla incoscienza. Infatti il giovane Albertini, dopo le prime prove, dubitava al par di me che le cose da lui scritte non fossero il resultato di un lavoro della sua mente, della sua ispirazione, come solevano dire gli antichi. E se mi si obbiettasse che questa mezza coscienza iniziale non viene avvertita egualmente da tutti i mediums scriventi, potrei rispondere che neppure tutti gli artisti sperimentano allo stesso grado quel nisus nervoso e psichico di cui poi anzi ho parlato. In grazia di una felice disposizione dell'organismo, l'eccitamento pu occorrere in proporzioni minori.
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L'allucinazione artistica, per la intensit e per la durata, differisce notevolmente da quella delle sonnambule e dei mediums. Noi ignoriamo quali energie entrino pi particolarmente in funzione, e in quanta misura, sia nell'una che nell'altra; ma questo non impedisce di riconoscere la identit nella differenza e la somiglianza nella diversit che corre fra le due specie di fenomeni in discorso.
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Il Balzac non parlava forse dei personaggi dei suoi romanzi come di persone reali, impensierito delle difficolt di un matrimonio, attristato da una scabrosa avventura di qualcuno di essi?
Il Dickens non scriveva al Forster: terminata la seconda parte (delle Chimes, campane) nel concepire ci che doveva accadere nella terza ho provato tant'agitazione, tanto dolore, come se la cosa fosse stata reale, che ho dovuto chiudermi in camera per nascondere i miei poveri occhi, gonfi e rossi al punto di dover essere ridicoli?
E gli esempi potrebbero facilissimamente venir ridotti a migliaia.
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Per restringermi, come mi son proposto, alla mia personale osservazione, eccoti un caso di allucinazione artistica, che chiamer complicata perch intrecciasi stranamente colla quasi allucinazione sonnambolica o spiritica che vogliasi dire. Questa complicazione ha poi, secondo me, impedito all'opera di arte di condensarsi nella forma e venire alla luce.
Nella Galleria dell'Accademia di San Luca in Roma c' un ritratto d'ignota, del Van-Dick, una bella testa dalla fronte liscia, dagli occhi vivissimi, dalla carnagione bianca e fina, dalle labbra sottili e semi aperte a un sorriso. Incastrata in un gran collare di merletto, ha l'apparenza di una testa staccata dal busto messa in un vassoio di argento finissimamente cesellato. Gli scuri capelli tirati in su torreggiano sulla fronte circondati da un piccolo diadema di pietre preziose legate in oro; quattro file di perle, fermate da una borchia d'oro, con un ciondolo, le pendono sul seno.
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Nell'ottobre del 1875 questo ritratto trovavasi nella prima sala, un po' in alto, accosto alla finestra, quasi di faccia all'uscio di entrata.
Ne rimasi come affascinato. Stetti a guardarlo lungamente, senza staccarne gli occhi un istante... Chi era colei? Una gran dama, di certo; si capiva dall'abbigliamento. Ma quella sua carnagione di un pallore di avorio; ma quella pelle che mi pareva mostrasse nella maturit lo stato verginale del corpo, una pelle non usata e gi diventata un po' rigida; ma quelli sguardi che si fissavano cos intentamente nei miei, quasi animantisi a poco a poco, per interni fulgori prodotti dalla simpatica insistenza con cui la guardavo; ma quel mezzo sorriso, di una mitezza triste, che si accordava cos bene con l'aria un po' fredda dell'aspetto; tutto, tutto mi faceva intravedere, a traverso la nebbia di due secoli, una pietosa storia di intime sofferenze, eroicamente sopportate nella glaciale solitudine del suo palazzo o del suo castello; la storia d'una passione repressa, non sapevo se per volontaria fierezza della propria condizione o per contrasti di famiglia.
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E mi sentivo commosso da un compatimento grande verso quella bella figura di donna che mi pareva quasi sdegnata di vedersi l, in mostra; offesa ogni giorno della sbadata curiosit dei visitatori, ed ora impressionata dall'insolita compassione con cui uno sconosciuto si sforzava di carpirle il pi intimo segreto della sua vita.
Fantasticavo cos da pi di un'ora, quando il custode venne a dirmi: Signore, si chiude.
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Poco dopo, all'aria aperta, tra le meraviglie del Foro inondato di sole, avevo gi dimenticato quel ritratto d'ignota e la mia poetica fantasticheria.
Tornato a casa verso la mezzanotte, chiuso il portone e fatto qualche passo nell'andito, al buio, intanto che frugo in tasca per lo scatolino dei cerini, sento o mi par di sentire l'alito caldo di un respiro umano sulla guancia destra! Accendo in fretta un fiammifero .. Non scorgo anima viva.
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Rido di me stesso e comincio a montar le scale; ma, all'improvviso, eccomi assalito da un inesplicabile senso di paura. Mi sembra che una persona invisibile monti le scale dietro di me.
Questa volta non posso ridere. Salto i gradini a quattro a quattro e richiudo prestamente l'uscio, quasi volessi impedire l'entrata .. a chi? Non lo sapevo neppur io in quel momento. Se non che in camera, mi si presentava subito alla memoria quella bianca e fredda figura d'ignota dipinta dal Van-Dick.
Un bel soggetto di novella fantastica! pensavo nello spogliarmi per andar a letto.
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E la tela di essa mi si spiegava nell'immaginazione coi pi minuti particolari: la visita all'Accademia; la sensazione del soffio caldo sulla faccia provata nell'andito, al buio; poi l'apparizione, da prima indistinta, indi un po' pi chiara, sebbene sempre vaporosa, dell'Ignota che veniva per ringraziarmi di quel sentimento di simpatia dimostratole la mattina. Avevo paura; non osavo risponderle. Dopo, la paura gradatamente diminuiva; la figura di lei diventava sempre pi visibile. E la sera tornavo a casa pi presto per rivederla, per intrattenermi con lei. S, un bel soggetto di novella fantastica!... Ma la chiusa? Non la trovavo. E mi addormentai nel cercarla.
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Durante la giornata, distratto dagli affari, non mi rammentavo pi della Ignota, n del soggetto del mio lavoro; ma ogni notte, appena entrato in camera, la fantasticata allucinazione della novella diventava quasi una realt. Sentivo in quello stanzone di via Ripetta la presenza della Ignota. Negli angoli dove l'ombra era pi densa, la figura di lei mi pareva si disegnasse ondeggiante, come formata da una leggierissima nebbiolina azzurrognola.
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Per qualche momento avevo paura, proprio paura. (Una notte ci manc poco non andassi di l, a svegliare Ulisse Barbieri che forse sognava un dramma sanguinoso o una ricca caccia colla civetta pel giorno seguente) poi riprendevo il tessuto della mia novella, dal punto dove l'avevo lasciato la sera avanti.
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La Ignota mi parlava con tenerezza sempre crescente. La sua gratitudine era gi diventata amore bell'e buono e non me lo nascondeva. Per quel mio terrore di lei la rendeva molto triste: Ah! il mondo di l non era poi cos distaccato da questo dov'ella aveva tanto sofferto e pianto, amante non riamata! Perch dunque la facevo soffrire di nuovo con quel mio puerile terrore? Perch non la riamavo un pochino?
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Le rispondevo di s; ma ella mi leggeva nell'animo la mia forte repugnanza per l'affetto di una morta, di uno spirito! E intanto l'apparizione si condensava maggiormente. Sentivo la sua mano posarsi sulla mia colla leggerezza di una piuma di cigno: sentivo le sue labbra sfiorare tiepide le mie, con una sensazione ineffabile di dolcissimo ribrezzo.
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Un bel soggetto di novella fantastica! S... Ma la chiusa? La catastrofe?
E mi addormentavo nel cercarla.
E cos ogni notte, da capo, vivevo per qualche mezz'ora in uno stato strano, n di completa realt n di allucinazione completa; talch, a volte, non sapevo pi distinguere se fosse l'idea della mia novella che mi producesse quella piccola allucinazione, o se quell'idea fosse la semplice sensazione di un fatto a cui io assistevo, spettatore ed attore nel punto stesso.
Ma la chiusa? la chiusa?
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Cominciavo ad assuefarmi. Quella relazione con un essere oltremondano aveva un tal fascino che io non sapevo pi resisterle. Per ella mi appariva, di volta in volta, pi mesta, d'una mestizia di profonda rassegnazione: Neppur dopo morta doveva essere amata! Ora potevo proprio stringerla fra le mie braccia. Non l'avrei distinta da un corpo di donna vivente senza la sua estrema leggerezza; ma i suoi baci li provavo caldi sulle labbra, e la sua voce non mi arrivava pi all'orecchio cos fioca come se giungesse da immensa distanza.
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Perch sei cos trista? Non mi ami! Non puoi amarmi! Oh, no t'inganni! Io t'amo! T'amo! Me lo dici per piet! Grazie! Addio, addio! Non ci vedremo pi!
E, lentamente, mi svaniva tra le braccia, sorda alle mie preghiere, ora che l'amavo davvero, ora che avevo le lagrime agli occhi e sentivo lacerarmi il cuore da quell'addio!
Oh! La chiusa era trovata!
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Lo crederai? Questa novella non mi  riuscito di scriverla n allora n dopo. Tutte le volte che l'ho tentato, la forma non mi  mai parsa cos leggiera, cos trasparente, vorrei dire cos impalpabile come la richiederebbe il soggetto.
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I miei amici, Giorgio Arcoleo, in quel tempo non ancora professore di diritto costituzionale ma gi facondissimo parlatore, Ruggiero Mascari, uno studente di medicina e chirurgia smarrito pei fiorenti giardini della letteratura, Francesco Giunta, un amabile scettico che, dopo aver studiato avvocatura, fa per poltroneria il professore di belle lettere molto meglio di tant'altri che vi si addicono di proposito; tutti e tre forse ricorderanno quella bella giornata autunnale passata insieme sul Vomero, all'ombra del gran pergolato, quando nel raccontare ad essi lo strano processo di formazione della mia non sapevo se novella, o allucinazione, o realt spiritica, mi tremava, un po' dalla commozione, la voce; e volevo spiegato da loro perch quel fantasma di donna scappasse via appena accennavo di volerlo imprigionar nella forma e renderlo visibile agli occhi altrui (74).
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Ma scrivi la tua novella proprio come l'hai raccontata! mi diceva parecchi anni dopo Enrico Nencioni ch'era stato ad ascoltarmi con grande interesse.
Inutile! Quella novella vissuta  rimasta sempre ribelle a qualunque forma letteraria, cio superiore; e dimostra che non sempre giova l'esser pieno d'un soggetto perch la mano risponda, come Michelangelo direbbe.
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Il caso, se non m'inganno,  caratteristico molto. Le due allucinazioni, quella che ho chiamata artistica e la sonnambolica o spiritica, vi s'intrecciano ed innestano l'una nell'altra da render difficile il distinguere in qual punto la loro fusione si compia: del come non parlo.
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Intanto, mentre il ricordo, l'impressione, la forma ideale della novella mi rimane tuttavia vivissima in mente, l'effetto dell'opera d'arte che provocolla oramai non  pi lo stesso. Ho riveduto, dopo quasi otto anni, quel ritratto d'ignota: la maga di esso  sparita. Forse perch situato in un'altra stanza, con altra luce, in un posto cos basso da poter essere osservato da vicino? Forse perch lo stato dell'animo mio era, dopo otto anni, da cima a fondo mutato?

E vi ero andato a posta, una di quelle cento volte che la tentazione di scrivere la mia novella si faceva sentire pi forte, e pi forte, egualmente, l'impotenza di andar oltre le solite due o tre paginette di scritto! E vi ero andato, chi sa? per giovarmi della probabile spinta d'una sensazione immediata! Ahim, il pennello del Van-Dick non rinnovava il miracolo del 1875!
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Avviene non di rado che l'opera d'arte sgorghi fuor dell'immaginazione cos intimamente compenetrata colla forma, cos completamente forma, senza preparazioni od elaborazioni di sorta, che la quasi incoscienza del lavoro diventa una piacevolissima sorpresa.
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Un'incoscienza sui generis. Non c' propriamente un vero sviluppo, una vera coordinazione, assimilazione, organizzazione di elementi personali, recenti, remoti, ereditarii; ma bens una specie di fioritura della immaginazione nella temperatura primaverile dello spirito, sotto una luce raggiante non si sa da dove. L'analogia delle produzioni che ne risultano colle communicazioni spiritiche  spiccatissima.
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Per contentare un caro bambino avevo trascritto nel novembre del 1881 una fiaba popolare, La Reginotta. E dicevo al bambino: mi ero incaponito a volerti regalare una fiaba proprio nuova di zecca, e non ci riuscivo. C' voluto un anno per persuadermi che le fiabe, pari ai poemi e alle tragedie, non  possibile rifarle. Com' che, parecchi mesi dopo, prendevo una mattina la penna e scrivevo, di foga, un'altra fiaba tutta di mia invenzione, Spera di sole, alla quale non avevo pensato neppur un momento?
C'era una volta .. E la fiaba era venuta fuori quasi sotto dettatura; e con tal mio diletto e sorpresa che il giorno dopo, per prova, ripreso quel quaderno, volli persuadermi se un fenomeno letterario cos insolito per me, fosse tornato a ripetersi.
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Tu sai che io amo rimugginare lungamente un'opera d'arte, per averla nettissima nel cervello in ogni sua parte; in guisa che, scrivendone la prima parola, possa sapere precisamente quale dovr esserne l'ultima. Ho sempre invidiato quei fortunati capaci di scrivere indifferentemente il quinto, l'ottavo, il decimo capitolo di un romanzo, il terzo, il quarto atto di una commedia o di un dramma, senza aver messo sulla carta una sola parola del primo capitolo o del primo atto, spesso senza neppur sapere quel che dovrebbero mettervi.
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La profonda convinzione che un'opera d'arte sia un organismo, non solamente m'impedisce di fare questi maravigliosi tours de force, ma mi arresta per giorni, per settimane, per mesi, dinnanzi a una parola, a un periodo non confacente a quell'insieme, ripugnante a quell'organismo. Mi  impossibile di spiccare un salto a pi pari, di lasciare una parola in bianco o un periodo provvisorio da servire intanto da addentellato. Inciampi, miserie del mestiere sconosciuti a parecchi; talvolta per ignoranza del valore di una transizione, di uno scorcio, tal'altra per una speciale agilit della mente che trova subito la correzione, la frase da sostituire, o gira la posizione con felice prontezza di tattica.
Perci io assistevo a quella inattesa fioritura di fiabe come ad uno spettacolo fuori di me. Appena scritte le sacramentali parole di uso:
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C'era una volta..... i miei fantastici personaggi si mettevano in moto, s'impigliavano allegramente in quelle loro intricatissime avventure senza che io avessi punto avuto coscienza di contribuirvi per nulla.
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Spesso mi andavo domandando, con curiosit bambinesca, in che modo il Reuccio o la Reginotta se la sarebbero cavata; e quando la quasi disperata avventura si snodava felicemente e il Reuccio trionfava, e la Reginotta otteneva il suo intento, ridevo di cuore e battevo le mani: brava la Reginotta, bravo il Reuccio!
Vissi pi settimane soltanto con essi  (coi personaggi delle mie fiabe) ingenuamente, come non credevo potesse mai accadere a chi  gi convinto che la realt sia il vero regno dell'arte. Se un importuno fosse allora venuto a parlarmi di cose serie e gravi, gli avrei risposto, senza dubbio, che avevo ben altre e pi serie faccende pel capo; avevo Serpentina in pericolo, o la Reginotta che mi moriva di languore per Ranocchino, o il Re che faceva la terza prova di star sette anni alla pioggia e al sole per guadagnarsi la mano di un'adorata fanciulla.
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E scrivendo cos nella prefazione del mio libro non adoperavo un artificio rettorico ma dicevo la schietta verit.
Capisco bene, Amico mio, che non c' da gridare al miracolo. Una discreta cognizione della forma artistica delle fiabe; un mediocre possesso di tutto il loro materiale spicciolo, d'altronde ristrettissimo, re, reginotte, reucci, fate, maghi, nani, lupi mannari; la speciale condizione di quel loro mondo cos estraneo ad ogni legge di verosimiglianza e di logica comune; tutto contribuiva ad agevolare il mio cmpito artistico, quantunque veramente nulla sia pi difficile del facile e nulla pi complicato, nella esecuzione, dell'apparente semplicit in letteratura.
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Ma il fatto della quasi inconscienza, ma la spontaneit del fenomeno non perde il suo valore per questo. Il caso seguente  pi complesso. La sensazione vi si trasforma lentamente in allucinazione letteraria, e nel passaggio si assimila altre consimili impressioni della realt per poi produrre un effetto inatteso.
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Si tratta d'un tale che allora stava per pubblicare un giovanile volume di novelle, dove la teorica della cristallizzazione formolata dallo Stendhal riceveva, senza che l'autore l'avesse fatto a posta, una calda riprova. Come nelle miniere di Salisburgo, il ramoscello sfrondato della realt vi si rivestiva d'une infinit de petits cristaux mobiles et ebluissants; e l'autore, imitando i minatori di Hallein che ne manquent pas, quand il fait un beau soleil et que l'air est perfaictement sec, d'offrir de ses rameaux de diamants aux voyageurs, presentava il suo ramoscello ai lettori, invitandoli a discendere con lui nelle profonde miniere della passione amorosa.
Per, la cristallizzazione dell'ultima branca del suo ramoscello non parendogli ben riuscita, egli cercava di porvi riparo. E il caso lo serv, con uno di quegli incontri che producono il famoso coup de foudre. Il faudrait changer ce mot ridicule, dice lo Stendhal; cependant la chose existe.
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"Sentivo tremare in fondo al cuore qualcosa di lei penetratovi a un tratto. Una soave commozione non provata da gran tempo mi spingeva a fantasticare un mondo di cose indefinite sulle quali sorridevano come raggi di sole i suoi begli occhi nerissimi.... Per due settimane rifeci ogni giorno i viali dei Giardini pubblici ove l'avevo incontrata. Aspettavo, delle ore, smanioso, agitato, come se le poche parole scambiate fra me e quella donna avessero avuto la magica virt d'un violentissimo filtro, e fosse omai stretto ad essa l'intiero destino della mia vita..... Sentivo sopratutto e vedevo con lucidezza ammirabile un che misterioso da non potersi esprimere colle parole, un'emanazione fragrante del suo bellissimo corpo, un riflesso, un'essenza eterea di esso che mi accusava, dopo tanti giorni, la presenza di lei in quel posto. La sabbia dei viali ne aveva trattenuto un vestigio coll'orma dei suoi piedini; l'erba, le foglie delle piante di fiori, che attorniavano le aiuole, ne avevano rapito qualcosa ai lembi della sua veste toccati mentr'ella passava; l'aria intiera n'era impregnata; gli atomi luminosi, da lei spostati nell'andare, vibravano ancora."
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Si era messo a notare, forse per uno sfogo, queste impressioni sulla carta, certamente senza pi rammentarsi dell'ultima novella del suo volume che gli pareva non armonizzasse colla intonazione delle altre; per, di mano in mano ch'egli avea proceduto in quella sincera confessione del suo peccato di pensiero, il fantasma della persona cercata con tanta smania e non pi potuta rivedere gli si era confuso nella mente col fresco ricordo di un'altra persona, velando questa colla grazia gentile della sua bellissima figura. E cos, fitta, per due giorni, una vera ossessione lo aveva posseduto; e la creatura della sua fantasia, pi viva, pi evidente d'una creatura reale, gli avea ripetuto dentro, punto per punto, coi pi minuti particolari, il lungo processo d'una passione morta di sfinimento poco prima.
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Col cuore sconvolto, col cervello in fiamme, egli avea lavorato dodici ore al giorno, di seguito, levandosi dal tavolino soltanto per prendere un boccone e rifarsi, con un p di sonno, delle esauste forze; e appena scritta, con mano tremante, l'ultima parola della sua novella, era cascato colla testa sul manoscritto, mezzo svenuto; il sangue gli turbinava nel cervello, in tutta la persona.... e gli era parso di morire.
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Poi si era destato da quello sbalordimento come da un grave e lungo sonno. Stretto e tormentato, per pi di quindici giorni, fra i terribili artigli della sua fulminea passione, in certi momenti anche atterrito di quella implacabile violenza, si era destato sereno, tranquillo, completamente guarito. Aveva amato e posseduto, nella sua allucinazione artistica, l'adorato fantasma; e quel processo di passione cos rapidamente ripetutosi nella sua immaginazione e nel suo cuore, avea prodotto gli effetti della passione reale.
Torn ai giardini pubblici per rintracciarvi quello che gi gli pareva un passato lontano. "Era la stessa stagione del nostro primo incontro; la primavera. Gli alberi ricchi di fronde; le aiuole verdi di erbe e qua e l fiorite. Il sole, prossimo al tramonto, scherzava coi raggi tra le frondi agitate dal venticello della sera.
Ahim! Quei viali, quelle frondi, quelle aiuole non mi dicevano pi nessuna delle mille celesti cose rivelatemi una volta. I zampilli mormoravano stupidamente monotoni; le acque dei laghetti e dei canali, torbide, verdastre, riflettevano gli oggetti con un tono di colorito che faceva schifo. Le rane, nascoste tra le foglie delle ninfee, gracidavano una musica degna del posto, che ora mi sembrava pretensionoso e volgare... E andando via rimuginavo:
- Ma  dunque vero che questo mondo di fuori sia una mera creazione del nostro spirito, uno scherzo, un'illusione?"
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Lo so; questa quasi incoscienza dell'allucinazione letteraria non  la perfetta incoscienza delle sonnambule e dei mediums scriventi.
"Gli artisti, dice il Richet, per sforzi che facciano, non giungeranno mai a perdere la nozione della loro personalit; non cesseranno un istante dal distinguersi dalle loro creazioni, non dimenticheranno il loro io e, malgrado la febbre dell'ispirazione, si vedranno sempre seduti al loro tavolino occupati a fare un poema, un dramma, un romanzo (75)".
Sta bene.
Nell'obbiettivazione dei tipi, com'egli la chiama, le sonnambule non li concepiscono, li realizzano in loro. "Esse non assistono, come le allucinate, da spettatrici, alle immagini che si muovono sotto i loro occhi; somigliano piuttosto ad un attore che preso da subita folla, scambiata colla realt l'azione di un dramma, si credesse trasformato, corpo ed anima, nel personaggio da rappresentare (76)."
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Sta benissimo. Ma la mezza allucinazione, l'allucinazione completa, l'obbiettivazione dei tipi, per quanto differentissime tra loro, sono forse cos dissimili da non potersi ridurre ad uno stesso fenomeno in diversi gradi d'intensit?
Io non ti ho nascosto la mia ammirazione pei documenti che pubblico. Dubitando del mio giudizio, ho consultato e fatto consultare persone assai pi competenti e pi imparziali di me.
Giosu Carducci, lette sulle bozze di stampa le Visioni di fra Iacopone, dettava a una gentile amica che gliele avea presentate in mio nome (77):
"Di Jacopone da Todi non rimangono prose altro che tradotte dal suo latino. Difficile dunque giudicare delle prose in queste colonne rappresentate. La lirica di Jacopone  mescolata di moltissime dizioni e frasi umbre. Nulla di dialetto umbro nelle prose di queste bozze. In queste colonne, anzi, molta affettazione di prosa antica del secolo XIV, che il pi delle volte non riesce bene. Ma l'invenzione delle visioni  molto felice e quasi corrispondente e in armonia ai tempi mistici."
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Alessandro di Ancona, che conosce fra Jacopone come pochissimi in Italia, non rispondeva altrimenti ad un comune amico che l'avea richiesto di un parere, e notava parecchie parole non dell'epoca: ufficio, ciuccio, puntaa li piedi, venio, portaali, tiraami lottava, fulminando, si divertiano, livello, piazzavansi, li mezzi umani. (78)
Letto l'episodio della battaglia delle Termopili, il Carducci diceva: "Anche questa volta ammiro la trovata ch' buona, e specialmente la seconda parte  consentanea all'ambiente greco. Ma da principio c' un lasciare all'eco dei monti di Beozia la cura di ripetere, che  uno stile tutto moderno e non bello. E quell'esclamare: O figli di Licurgo! per dire gli Spartani non  storico. Un antico avrebbe detto: o figli, o discendenti di Ercole. Ma tutto insieme la visione  ben trovata ed  felice specialmente l'ultima parte."
E aggiungeva che gli pareva impossibile che un ragazzo quasi ignorante potesse scrivere a quel modo di quelle cose.
A me, invece, pare altrettanto impossibile quanto, per esempio, la trasposizione dei sensi.
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Il prof. Cesare Lombroso, nello scritto da me accennato, diceva:
Non  vero che nel sonnambulismo naturale e anche nell'artificiale abbiamo dei fenomeni che escono assolutamente dalla cerchia fisiologica come la lucidit profetica per dirla in una parola, e la trasposizione dei sensi?  una domanda a cui lo scienziato accademico risponderebbe con uno di quegli accenni olimpici del capo che pei profani sono pi schiaccianti di dieci dimostrazioni e di un centinaio di fatti, eppure non vogliono dir nulla.
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Ma io che ho un vizio antico di non credere se non ai miei occhi e di non avere paura di affermare quello che ho veduto, le dichiaro subito che ella ha in gran parte ragione.
E qui le narrer come io, incredulissimo fino a pochi giorni fa su tale argomento, abbia dovuto mutare di convinzione. Quell'egregio scienziato e bravo pratico e uomo di cuore  (tutte cose rare a trovarsi anche divise) che  il professore Scipione Giordano mi fece conoscere or non  molto una singolare fanciulla, gentile d'aspetto come nell'anima, quattordicenne, educata all'antica in una di quelle famiglie illustri per ingegno e insieme per onest, delle quali si va perdendo lo stampo, e che esclude gi a priori ogni simulazione, ogni esagerazione. In quell'epoca e per causa della pubert essa fu ad un tratto colpita dall'isterismo, con tutta la sua forma classica di catalessi, convulsioni, paralisi, impossibilit di deglutire e, quel che pi interessa, di sonnambulismo intermittente. Durante gli accessi di questo, perdeva completamente la visione agli occhi, vedendo invece allo stesso grado d'acutezza colla punta del naso e col lobulo dell'orecchio sinistro, e distingueva non solo i colori, ma un manoscritto arrivato di fresco e i gradi del dinamometro di cui io variavo la pressione mentre i suoi occhi erano doppiamente bendati.
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Curiosa era la mimica nuova con cui reagiva agli stimoli portati sopra questi che chiameremo occhi improvvisati e trasposti. Avvicinando, per esempio, un dito all'orecchio od al naso o accennando a toccarlo o, meglio ancora, facendovi con una lente lampeggiare un raggio di luce forte a distanza, fosse pure per frazione di minuto secondo, se ne risentiva vivamente e ne restava irritata: - I vele emborgneme  (volete accecarmi) gridava e scuoteva il volto come uno che sia minacciato nell'occhio e tentava afferarmi la mano; poi, con una mimica istintiva affatto nuova, come era nuovo il fenomeno, portava l'avambraccio a difendere il lobulo dell'orecchio e la pinna del naso e restava cos per dieci o dodici minuti.
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Anche l'olfatto aveva trasposto; ch l'ammoniaca, l'assafetida non destavano, cacciate sotto il naso, la pi lieve reazione; invece anche una sostanza leggermente odorosa sotto il mento vi provocava una viva impressione ed una mimica tutta speciale. Cos, se l'odore era grato sorrideva, ammiccava cogli occhi, aveva frequente il respiro; se disgustoso, portava rapidamente le mani, a quella piega del mento che era divenuta la sede dell'odore e scuoteva rapidamente la testa.
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Pi tardi l'olfatto si trasport al dorso del piede; ed allora, quando un odore le spiaceva, dimenava le gambe a diritta e a sinistra, contorcendo anche tutto il corpo; quando ne godeva, restava immobile, sorridente, dava in frequenti respiri e in una leggera dilazione delle pinne nasali.
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Un fatto isolato non avrebbe nessuna importanza per quanto io l'abbia ripetutamente provato e studiato. Ma esso si lega a una lunga serie di fatti del tutto analoghi.
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Gi nel 1808 Petetin  (Electricit animale, Lyon, 1808) osserv otto donne catalettiche nelle quali i sensi esterni erano traslocati nella regione epigastrica o nelle dita delle mani e dei piedi.
Sulle prime infatti, a dir vero, tutto ci sembra doverci trascinare nel mondo sopranaturale; eppure, pensandovi sopra, s'intravvede che una spiegazione pu trovarsi di questo strano fenomeno unicamente facendo un passo indietro nella scala della creazione, tra quegli infimi animali come gli Echini, nei quali, la visione si confonde col tatto, facendo retrocedere la cerchia della sensibilit specifica, in quella generale d'onde il maggior perfezionamento degli esseri la distaccava. Il fenomeno non ci eleva al di sopra d'Adamo, ci fa discendere. Ed  naturale, trattandosi d'un fatto essenzialmente morboso, che ha tanta analogia con quella transposizione della sensibilit da uno all'altro membro collaterale del corpo che si pu con un metallo provocare nelle isteriche ed  legata dunque ad un movimento molecolare.
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Forse vi  qualche cosa di pi; si avverte meglio lo svolgersi successivo dei fenomeni della propria nervosi, perch nella eccitazione straordinaria dell'estasi sonnambolica noi acquistiamo una coscienza maggiore del nostro organismo, nelle cui condizioni, come nell'ingranaggio d'un orologio, stanno iscritte, in potenza, in germe, le varie successioni morbose.
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A proposito di un caso consimile il Prof. Achille de Giovanni, della clinica psichiatrica di Padova, ha fatto delle belle osservazioni che potrai leggere per intiero nella Gazzetta medica italiana. (79) Per dare una scientifica spiegazione del fenomeno egli ricorre alle impressioni tattili incoscienti pregresse, coesistenti ad altrettante percezioni visive ed immagazzinate nel cervello in istato di latenza; e conchiude: "Quando penso al meraviglioso e ricchissimo lavorio di associazione ideo-sensoria, alla persistente incubazione e latenza dei fenomeni psichici e sensoriali, alla mirabile reciprocit di nessi genetici fra il cosciente e l'incosciente, dei quali fatti tutti possiamo averne prove palmari anche in grossolane osservazioni su noi stessi e sugli altri, e dei quali infine scrissero magistralmente e con indirizzo eminentemente scientifico lo Spencer, il Bain, il Taine, il Maudsley ecc. mi sento lusingato che il mio modo d'interpretazione di alcuni fenomeni psicosensori dell'ipnotismo non poggi del tutto sull'assurdo, sull'immaginoso, sul fantastico."
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 precisamente quello che vorrei dir io a proposito dei miei confronti dello stato normale della produzione letteraria coll'altro che, per intenderci, dobbiamo chiamare anormale. Siamo forse proprio sicuri che non avvenga nell'incoscienza delle communicazioni spiritiche un fatto di trasposizione intellettuale identica a quella dei sensi; e che, in date circostanze, in date condizioni, presso particolari organismi, la funzione del pensiero non si produca in tutt'altri organi che il cervello? Se la punta del naso pu vedere, se il lobo dell'orecchio pu leggere e distinguere i gradi del dinamometro, o le lettere maiuscole dell'ottometro  (questo nel caso riferito dal prof. De Giovanni) perch dovr poi parerci impossibile che si pensi, mettiamo, col braccio o colla punta delle dita? Se ci pare assurdo l'attribuire a cause sovrumane i meravigliosi fenomeni dell'allucinazione, dell'obbiettivazione dei tipi della perdita del libero arbitrio, delle suggestioni che si svegliano nell'organismo dopo un lungo e determinato tratto di tempo (80), perch dobbiamo esser ritrosi di attribuire il fenomeno della medianit scrivente  (intuitiva o meccanica, non importa) a una causa perfettamente naturale cio, niente distinta dall'umano organismo?
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Noi cominciamo appena ora ad intravedere i portenti dell'eredit fisiologica e psicologica che si nascondono nel nostro corpo. L'azione magnetica, lo stato, diciamo cos, spiritico, risvegliate tutte queste impressioni ereditarie latenti e liberatele dalla prepotenza delle impressioni immediate, le fanno forse entrare coscientemente in azione? Lo ignoriamo.
Ma se questo potesse venir chiarito con una serie di osservazioni positive  (e non mi pare punto difficile) molti dei pi sorprendenti fenomeni spiritici risulterebbero la cosa pi naturale del mondo.
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Visto che un semplice passaggio magnetico pu togliere la coscienza della propria personalit,  da tentare se lo stesso mezzo non possa servire ad una operazione opposta, cio a levar via gl'ultimi strati di impressioni fisiologiche e psicologiche e a mettere a nudo, o a poco a poco, quello che ancora sussiste dentro di noi dei mondi fisiologici e psicologici estinti.
Io credo fermamente che tali esperienze siano possibilissime e che darebbero meravigliosi resultati.
Presentandosi una favorevole occasione, ho l'intenzione di provarmici.
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Questo non significa voler rimanere sprofondati ad ogni costo nella morta gora del materialismo: significa soltanto voler essere cauti per non mettere il piede in fallo.
Un gran fisiologo che, per fortuna,  anche un gran pensatore, il Lotze, senza affermar nulla che sia contrario alle pi rigorose esigenze del metodo positivo e ai dati pi solidi della scienza, dopo aver conchiuso in favore dell'esistenza dell'anima nelle piante, nell'animale, e nell'uomo, collo stesso rigore ha detto: "Niente pu impedirci di affermare in una maniera generale che le anime siano mortali; ma pu anche accadere che un'anima peritura non perisca nel corso del mondo, e che, in grazia dell'idea, goda un'esistenza indefinita a cui, da per s stessa, non avrebbe alcun diritto.
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Se nello sviluppo della vita spirituale essa realizza un contenuto di tal valore da meritar di sopravvivere nell'insieme del mondo, e rimarr: se, al contrario, nulla si produce in un'anima da esigere questa permanenza spirituale, e noi dobbiamo credere che essa perir. Naturalmente si vorr trarre da queste premesse la conchiusione che le anime delle bestie siano mortali e quella dell'uomo immortale. Ma noi non esamineremo se in tal modo non si accordi assai poco valore all'anima delle bestie e troppo a quella dell'uomo (81)."
Tutti i fenomeni dello spiritismo, per fino le apparizioni, le materializzazioni, le fotografie dei morti, non hanno finora condotto a resultati scientifici pi diffinitivi di questi del Lotze. Le nuove esperienze del Crookes, fatte con tale apparato scientifico di mezzi e di testimoni da non lasciare nessun dubbio intorno alla loro seriet, si limitano a stabilire come fuor di controversia l'esistenza d'una forza nuova dell'organismo umano che pu chiamarsi FORZA PSICHICA. Tu vedi bene che non si esce dall'organismo umano. (82)
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Ma appunto per esser cauti e non mettere il piede in fallo, anche accordando un valore reale a questo confronto di fatti di ordine diverso, non dobbiamo trarne conseguenze che sorpassino la sfera di essi fatti. Con fenomeni come quelli dello spiritismo, se non risulta avverato che si tratti di fenomeni sovrumani, non risulta neanco avverato che si tratti soltanto di fenomeni assolutamente naturali ed umani, nel ristrettissimo senso che noi sogliamo dare a queste parole. Chi sar tanto presuntuoso da poter dire in questo momento: Est, est! Non, non?
Ed ecco, caro Farina, perch la mia lettera intestata con una timida interrogazione di curioso, pu, senza contraddirsi, finire allo stesso modo, domandando: SPIRITISMO?
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Mineo, 20 gennaio 1884.
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FINE.
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Appendice: Articoli tratti da giornali e riportati in lingua originale francese.
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Mi piace riportare qui alcuni brani d'un articolo del Parville, dal Dbats dell'8 maggio, non che la maggior parte d'un altro articolo del Conte di Villiers de L'Isle-Adam comparso nel Figaro del 10 maggio di quest'anno.
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Lo scritto del Parville si occupa dei fenomeni del sonnambulismo provocato.
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"Magntisme, hypnotisme, illusions hier, ralits aujourd'hui. Certes, il a fallu du temps, beaucoup de temps, avant que l'on se dcide  tudier de prs ces faits tranges, mais on peut affirmer que maintenant les physiologistes les plus minents considrent comme hors de conteste les principaux phnomnes de l'hypnotisme et du magntisme animal. Le systme nerveux peut tre influenc par des causes extrieures encore mal dfinies, au point de modifier compltement l'individu au moral et au physique, de le transformer en automate et de substituer par diverses suggestions  sa volont une volont trangre. Les expriences tentes en Allemagne et en France dans ces dernires annes ne laissent plus aucun doute  cet gard (83). M. Ligeois, professeur de droit  la Facult de Nancy, vient d'attirer de nouveau l'attention sur ces faits dans un Mmoire intressant, en insistant surtout sur les consquences qu'ils prsentent pour la mdecine legale et sur les applications qu'on pourrait en tirer au point de vue du droit civil et du droit criminel. La thse de M. Ligeois est neuve et hardie; elle peut tre soutenue avec de grandes apparences de vrit.
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M. Ligeois a voulu d'abord se rendre compte par lui-mme de la ralit des phnomnes hypnotiques, et bien voir jusqu' quelle limite extrme on pouvait pousser l'influence de l'homme sur son semblable. Avec le concours de son collgue, M. le professeur Bernheim, il a hypnotis un certain nombre de personnes absolument saines de corps et d'esprit. Il est arriv aux mmes conclusions que ses devanciers. L'hypnotis devient un automate inconscient; mais, ce qui est bien plus singulier, c'est qu'il conserve pendant des jours, des semaines, des traces de cet automatisme au point que les suggestions antrieures persistent longtems peuvent l'exciter  accomplir des actes indpendans de sa volont. L'oprateur peut inspirer  son sujet l'ide d'actes criminels qui, au rveil, seront accomplis fatalement, de point en point,  plusieurs jours,  plusieurs mois d'intervalle mme, affirme M. Ligeois. Ainsi, certains sujets sont alls, au jour et  l'heure fixs par M. Ligeois, s'accuser au bureau de police ou chez le procureur de la rpublique de crimes imaginaires, avec tous les dtails et dans les termes mme qu'il leur avait dict la veille ou l'avant-veille. D'autres ont excut ou cru excuter des actes effroyables. Une jeune fille, entre autres, a assassine sa mre en tirant sur elle avec le plus grand sang-froid un coup de pistolet  bout portant. Inutile de dire que l'arme n'tait pas charge. D'autres ont reconnu des engagemens qu'ils n'avaient jamais pris et sign des effets en bonne et due forme pour s'acquitter de dettes qu'ils n'avaient jamais contractes. D'autres enfin chez lesquels on avait provoqu certaines hallucinations ont affirm sur la conscience qu'ils avaient la certitude absolue d'avoir vu, entendu, touch tout ce qui leur avait t suggr! Ces expriences bien conduites dans une direction donne ne sont pas sans prsenter de gravite.
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M. Ligeois en conclut naturellement qu'en ce qui concerne la justice civile la suggestion peut intervenir dans un grand nombre d'actes importans pour les fausser ou les entraver, qu'elle peut intervenir aussi en ce qui concerne la justice criminelle dans des actes dont les hypnotiss eux-mmes sont victimes, ou dans des actes qu'ils accomplissent irrsistiblement, ou enfin dans des actes imaginaires dont on leur a fait admettre la ralit. Les magistrats auraient donc  tenir compte,  l'occasion, de ces suggestions et  dcouvrir, derrire celui qui a perptr l'acte, le vritable coupable, c'est--dire l'auteur de la suggestion. Le rle du mdecin lgiste aurait  prendre de ce chef une nouvelle et considrable importance. Strictement, les ides de M. Ligeois sont justes, et d'autant plus justes  notre sens que nous ne croyons pas que la suggestion soit un phnomne exclusivement rserv au somnambulisme; nous avons des raisons de pensar que c'est un phnomne plus commun qu'on ne le croit; il est exagr chez l'hypnotis, alors il apparat dans toute son vidence, mais pour tre moins accentu chez certains sujets il ne s'ensuit pas qu'il n'existe pas plus ou moins. Des causes inconscientes agissent sans cesse sur nous et modifient notre personnalit. Ne dit-on pas souvent que telle ou telle personne exerce un certain ascendant sur ses semblables?
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Ne sait-on pas que l'influence bonne ou mauvaise de tel ou tel individu retentit sur les autres? Que de phnomnes suggestifs jouent leur rle sans que nous nous en rendions un compte exact! Le milieu exerce son action; on n'est plus le lendemain ce que l'on tait la veille; l'entourage a marqu son empreinte. La pense d'autrui retentit sur celle du voisin; le souvenir inconscient change les ides, les actes mme, et le dterminisme par rsultante de souvenirs et de combinaisons psychiques pourrait bien ne pas tre un vain mot. Au fond, le magistrat, aujourd'hui comme avant la thse de M. Ligeois, n'en reste pas moin toujours devant la solution du mme problme: dcouvrir le vritable coupable. Seulement l'horizon s'est agrandi et les mthodes d'investigation pourront devenir plus prcises et plus certaines (84).
Ce qu'il importe avant tout de bien montrer, c'est qu'en vrit la suggestion est un phnomne commun, facile  produire, et qui ne saurait chapper  l'attention des observateurs. Les exemples abondent: MM. Ligeois et Bernheim en ont donn d'excellens, obtenus pour les besoins de leur thse; il n'est pas superflu d'en citer d'autres qui n'ont pas t recueillis avec une ide prconue.
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Il y a dj plus de vingt ans que, loin de tout milieu civilis, nous provoquions par suggestion les actes les plus bizarres chez des Mosquitos hypnotiss; ils imitaient  distance tous nos mouvemens; vritables automates dont nous tirions  volont les ficelles. Mais il s'agissait sur tout l de suggestions d'ordre physique. Les suggestions d'ordre psychique sont bien plus extraordinaires. M. Charles Richet qui a trs finement tudi ces questions en a recueilli lui-mme de nombreux exemples dans un livre remarquable, et d'ailleurs remarqu avec raison: L'Homme et l'Intelligence (85). Nous n'insisterons pas sur les phnomnes de suggestion les plus connus, mai nous emprunterons  M. Ch. Richet quelques cas bien singuliers o la personnalit disparait compltement.
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En tout cas, il semble rsulter manifestement de tout ce qui prcde que tout sujet hypnotique est susceptible sous certaines influences de perdre son libre arbitre et d'obir  des volonts trangres,  des impulsions extrieures. C'est une conclusion capitale, mais qui se dduit ncessairement de faits observs.
Dans les exemples que nous avons signals, les ordres qui provoquent plus tard les impulsions sont donns oralement, de faon  impressionner par la voie ordinaire les centres nerveux. On s'est demand si un sujet magntique excuterait de mme un ordre pens et non exprim. Les magntiseurs n'hsitent pas  rpondre par l'affirmative. Nous ne croyons pas qu'aucune exprience rellement nette permette aujourd'hui de trancher la question d'une faon aussi premptoire; mais qui oserait d'un autre cot affirmer aujourd'hui que le fait est impossible? Il importe peu au point de vue lgal que la suggestion s'opre mentalement ou par ordre communiqu, puisque le sujet rveill oublie et l'ordre et celui qui le lui a donn; mais quelles consquences pour la psychologie! Laissons la question ouverte; nous ne sommes pas aujourd'hui encore en tat d'y rpondre avec certitude.
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Ces tudes ne sont,  vrai dire, qu' leur dbut; c'est encore l'inconnu pour le physiologiste; le systme nerveux nous promet encore bien des surprises; la plupart des phnomnes hypnotiques sont inexplicables dans l'tat actuel de la science. Citons encore un exemple trs curieux. Le docteur Tagnet, de Bordeaux, soigne en ce moment une jeune malade qu'il endort, comme le fait d'ailleurs M. Dumontpallier, par une simple pression sur une vertbre du cou. Ce sujet est bien surprenant. Ses sens atteignent un degr de finesse incomparable; elle peroit des impressions qui nous chappent; elle possde une vue qui tiens du merveilleux. On place devant elle un carton, une feuille de papier, et derrire elle,  une certaine distance, des objets quelconques. Elle voit ces objets rflchis sur le carton comme sur une glace, ou du moins elle le dit, mais en tout cas elle numre un  un les objets que l'on fait passer derrire son dos. Elle peut mme lire ainsi des phrases imprimes qu'elle dchiffre a rebours beaucoup mieux que nous ne pourrions le faire d'une ligne imprime rflchie par un miroir. On dcoupe une feuille de carton en petits morceaux; on lui prsente un de ces petits morceaux en lui suggrant l'ide que sur l'un d'eux se trouve le portrait de sa mre; elle trouve le portrait excellent et tmoigne de sa joie. On fait une marque invisible sur ce petit carton et on le mle avec les autres; quelque temps aprs, on lui remet entre les mains tous les petits morceaux pars; en moins d'une seconde, elle retrouve le carton  la marque invisible et exprime de nouveau le plaisir qu'elle prouve  contempler le portrait de sa mre. Et ainsi chaque carr de carton se transforme en portraits de famille, et jamais elle ne se trompe quand elle les regarde; toujours, sans erreur elle retrouve sur chaque carr l'image qu'on lui a dit y tre peinte. La suggestion persiste, fixe comme une photographie sur les carrs de carton.
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L'odorat du sujet de M. Tagnet est tout aussi remarquable; elle flaire littralement les objets qu'on lui met entre les mains; et, sur l'invitation du premier venu, elle les remet, sans jamais se tromper,  leur vritable propritaire. Expliquera qui pourra, en ce moment, cette acuit singulire des sens.
Encore un peu, et si l'on se laissait entraner sur cette pente par la fascination de l'extraordinaire, on finirait bientt par trouver tout naturels certains faits qui sont pour nous incomprhensibles et qui tiennent du merveilleux, notamment, par exemple, les expriences stupfiantes que rpte, en ce moment, dans quelques salons privilgis, l'Anglais Stuart Cumberland. Si les expriences de M. Cumberland taient d'ordre magntique, ne suffirait-il pas d'admettre pour expliquer sa facult de devin, qu'il est lui-mme hypnotique et influenc par suggestion mentale? Il irait o on lui commande d'aller par la pense. Vritable automate, il obirait simplement aux suggestions que l'on provoquerait chez lui. Beaucoup d'hypnotiques en tat de veille sont dans ce cas, mais obissent, il est vrai,  des ordres exprims. On en voit qui trouvent trs bien les objets cachs, comme s'ils taient guid par un flair particulier, comme la somnambule de Bordeaux. Mais arrtons nous, sous peine d'amener  la fin une confusion regrettable entre des faits bien acquis et des vues purement hypothtiques, qui ne reposent aujourd'hui sur aucune base solide.
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Le doute est la rgle recommande avec raison en face de l'inconnu. Il faut douter jusqu' l'vidence; mais, d'autre part, ne refusons pas de voir, d'examiner et d'tudier les phnomnes dont la clef nous chappe. Est-ce que nous nous connaissons nous-mme? Est-ce que nous savons bien jusqu' quel degr d'tonnante impressionnabilit peuvent parvenir nos sens? Savons-nous mme quels sont nos sens? Il suffit chez un trs grand nombre de personnes de l'approche d'un aimant pour provoquer des sensations. Qui et os affirmer avant les expriences modernes que nous tions sensibles  l'aimant? Nous aurons  revenir prochainement  cet gard sur d'intressantes expriences de M. Julian Ochorowicz. Souvent, il suffit de placer le doigt entre les branches d'un petit aimant en fer  cheval pour prouver des sensations de chaleur, des picotemens, des tremblemens, de la paralysie, etc. Les personnes sensibles  l'aimant seraient toutes des hypnotiques. Si le fait se vrifiait, la mdecine legale aurait dans la pierre d'aimant un instrument d'investigation bien commode et qui "ne violerait certes pas la libert morale des accuss."
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On voit combien nous avons  travailler encore avant d'y voir un peu clair autour de nous. Quant  prsent, nous sommes bien obligs de rester sur le seuil de ce monde mystrieux, qui ne nous ouvrira ses portes toutes grandes que lorsque les progrs de la science nous auront enfin dvoil les secrets de la physiologie du systme nerveux."
Henri de Parville.
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Il Conte de Villiers de L'Isle-Adam, annunziando la prossima pubblicazione del nuovo libro del Crookes, ne d le conclusioni traendole dai frammenti pubblicati nel Quarterly Journal of Science, nell'Athenoeum e nella Quarterly Review:
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"La prochaine apparition du livre de William Crookes, La Force psychique, produira, certes, une durable sensation de stupeur dans les deux mondes.
Des les premires lignes de ces volumineux sommaires, on sent qu'il s'agit d'observations d'un caractre tout  fait insolite et que la Science de l'Homme se hasarde ici, pour la premire fois, sur un terrain tellement fantastique et inattendu, que le lecteur, stupfait, se demande s'il rve! Mais, comme les expriences que relatent ces lignes sont justifies par diffrentes sanctions du Comit de Recherches des Sciences dialectiques de Londres, dont il est difficile de rcuser la comptence hors ligne, la sret d'examen et la rigueur positiviste, l'attention du lecteur est bien vite fascine.
Pour la parfaite intelligence de ce dont il est question, le mieux est, pensons nous, de citer l'tonnant exorde de William Crookes lui-mme, au dbut de... ce nouvel incident de l'Humanit.
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- "Voici que, depuis plusieurs annes, une sorte de doctrine se rpand chez nous, - en Europe et ailleurs, - augmentant, chaque jour, le nombre de ses adeptes et comptant, parmi ses proslytes, des hommes de haute raison et d'un savoir prouv. Cette doctrine s'autorise de faits compltement en dsaccord avec diverses lois avres de la Nature: et ces faits sont attests, cependant, par des tmoignages  ce point considrables que l'on a cru pouvoir, officiellement, nous en saisir. - La Chambre des reprsentants,  Washington, a reu des ptitions  ce sujet, revtues de plus de vingt mille signatures. A Hertford, des enfants, - de trs jeunes filles mme, ont failli payer de leur existence  (les demoiselles Fox, par exemple, ges de douze et de quatorze ans) des phnomnes que tout un district attribuait  leur prsence. - Et Angleterre, jusque dans Londres, la frquence de ces prtendus "vnements occultes" a fini par troubler, par effrayer les esprits d'une partie de la population: - l'on se croirait au Moyen-Age, en coutant ces rumeurs.
"J'estime qu'il est du devoir des hommes de science, qui ont appris  travailler d'une manire exacte, d'examiner tous les phnomnes qui attirent l'attention publique, afin, soit d'en confirmer la vrit, soit d'expliquer, si faire se peut, l'illusion des honntes gens en dvoilant la supercherie des charlatans, des imposteurs.
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Or, un grand nombre de personnes, d'un sens commun cependant notoire, avons-nous dit, - nous parlent, par exemple "d'influences mystrieuses sous l'nergie desquelles de lourds objets d'ameublement se meuvent, soudain, d'une pice  une autre, sans l'intervention de l'homme".
A ceci nous rpondons:
- Le savant a construit des Instruments qui divisent un pouce en un million de parties. Nous demandons que ce "influences" fassent mouvoir, seulement d'un seul degr, l'indicateur de ces instruments, dans nos laboratoires.
On nous parle de "corps solides, pesant cinquante, cent livres, - de personnes vivantes mme, s'levant dans les airs sans le secours d'aucune force connue".
A ceci nous rpondons:,
- Alors, que ce pouvoir, quel qu'il soit, qui, nous dit-on, serait guid par une intelligence, et qui lve, jusqu'aux plafonds de vos appartements, des corps lourds, anims ou inanims, fasse pencher seulement l'un des plateaux de cette petite balance qui, sous son globe de cristal, est sensible  un poids si minime qu'il en faudrait dix mille comme lui pour faire un gramme!
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On nous parle de "fleurs mouilles de frache rose, de fruits, et mme d'tres vivants apports au travers des murailles",
A ceci nous rpondons:
- Qu'on introduise donc un milligramme d'arsenic  travers les parois d'un tube de verre dans lequel de l'eau pure est hermtiquement scelle par nous!
On nous parie de "coups frapps qui se produisent jusqu' branler les murs dans les diffrentes parties d'une chambre o deux personnes sont tranquillement assises devant une table; - de maisons secoues jusqu' en tre endommages par un pouvoir extra-humain"; - et l'on ajoute que "des plumes ou des crayons tracent tout seuls des lignes prsentant un sens; - que des ressemblances de dfunts apparaissent."
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A ceci nous rpondons:
- Que ces coups se produisent seulement sur la membrane tendue d'un phonautographe!... Que ce pendule, en sa gaine de verre, soit seulement mis en vibration!... Que cette plume, que je tiens, rature seulement, sur ce bureau, l'un seul des mots que je viens d'crire!... Quant aux "apparitions" nous avons des instruments qui mesurent l'clair: qu'une seule d'entre elles passe pendant la dure d'un 120e de seconde seulement devant la lentille de l'un de ces instruments!
Enfin l'on nous parle de "manifestations d'une puissance quivalente  des milliers de kilogrammes, et qui se produisent sans cause connue."
- Eh bien! l'homme de science, qui croi fermement  la conservation de la force, demande que ces manifestations se rptent dans son laboratoire, o il pourra les peser, les mesurer, et les soumettre  des essais catgoriques. Et, pour conclure, quelle que soit l'estime o l'on puisse tenir les tmoins de faits provoqus, nous dit-on, par la seule prsence d'individus "exceptionnels" appels mdiums, quelque intgres, charmants, chevaleresques que soient ou puissent tre ces mediums eux-mmes; nous ne pensons pas que cela doive, rigoureusement, amener qui que ce soit  une somme de confiance pour accepter ainsi, sans analyse ni contrle mthodiques, la ralit de phnomnes qui commencent par dmentir les notions les plus lmentaires de la Science moderne, entre autres celle de l'universelle et invariable loi de la gravitation.
Voil, certes, le langage d'un homme srieux - et, ce dfi jet, la cause semblait juge.
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A quelques mois de ce verdict, le Comit de Recherches des Sciences,  Londres, fut mis en moi par une note brve manant de William Crookes, qui, sans commentaires, le convoquait au contrle "d'expriences mdianimiques dignes d'attention". Il se trouvait que, presque en ce mme temps  (hiver de 1870), des praticiens, dlgus, en quelque sorte, par toutes les nationalits de l'Europe, entrecroisaient, dans les revues des sciences, les affirmations les plus tranges; dclarant que leurs essais particuliers sur la ralit du fluide mdianimique amenaient chaque jour des rsultats "inattendus". Dans la longue liste de ces savants, figurent, on doit le constater, des noms d'une certaine importance. La Facult de Ptersbourg, par exemple, est reprsente par l'un de ses plus minents professeurs de chimie, M. Boutlerow; - l'Acadmie des sciences exprimentales de Genve, par le professeur Thury; - les Etats-Unis, par le docteur Robert Hare, professeur de chimie  l'Universit de Pensylvanie, etc., etc.: l'espace nous manque pour citer les soixante ou soixantecinq noms, aussi recommandables mentionns dans ces rapports.
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Etonns de pareilles notifications, qui leur parvenaient, coup sur coup, de tous les points du monde scientifique, plusieurs physiciens allemands, des spcialistes de tous pays se rendirent  Londres, o des hommes tels que lord Lindsay et le lord comte de Dunraven, des mathmaticiens tels que le capitaine C. Wynne, et une commission de membres de la Socit Royale taient venus s'adjoindre  William Crookes pour des observations quotidiennes. - Deux ou trois "sujets humains" dous, - paraissait-il, - de manire  intresser la Science, continurent de se prter, dans les laboratoires anglais, et dans celui mme de l'illustre docteur,  des exprimentations.
Il rsulterait des attestations signes de l'rudite assistance que, non seulement les phnomnes rclams au pralable se seraient tous produits -  (ceci en plein jour et dans des conditions d'vidence toutes spciales), - mais que d'autres faits, plus singuliers encore, - des incidents capables de dconcerter le positivisme le plus rassis, - se seraient imposs, tout  coup, au grave tonnement de l'assemble; - qu'enfin "d'incohrentes manifestations revtues d'une sorte de caractre macabre", auraient troubl la rgularit compasse de ces examens.
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Les sujets ou mdiums taient, cependant, lis  terre, tenus aux quatre membres  une grande distance des objets impressionns. Entre eux et ces objets s'interposaient les membres de la commission du contrle. A l'tat libre, ils taient prvenus que toute communication physique, due  n'importe quelle fraude subtile, serait instantanment chtie d'une trs violente secousse lectrique, des rseaux d'induction enveloppant les appareils placs sur des isolateurs. Pour le surplus, deux des premiers prestidigitateurs illusionnistes de Londres surveillaient de prs chaque exprience.
C'est dans de telles condictions qu'on a vu les aiguilles des dynamomtres de prcision,  secrets contraris  (connus des seuls exprimentateurs), varier sous des pressions quivalentes  des centaines de livres, pendant que sur les murs, sur les instruments du laboratoire et jusque sur les mains des doctes assistants, des heurts semblables " ceux d'un doigt repli frappant impatiemment  une porte" taient entendus ou ressentis.
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A l'issue de presque toutes les sances, les mdiums demeuraient tendus sur le parquet, dans un tat de prostration cataleptique prsentant, mdicalement, toutes les apparences de la mort.
Parmi ces mdiums-naturels taient des enfants de sept et huit ans, s'levant  des hauteurs de plusieurs mtres et flottant, presque endormis, dans l'espace, pendant plusieurs minutes. "Ce phnomne, affirme le docteur Crookes, M. Home l'a excut, aussi, plus de cent fois devant nous, rnovant ainsi le prtendu sortilge de Simon le magicien dans l'amphithtre de Rome."
D'aprs un grand nombre de professeurs mrites, - entre autres ceux dont nous avons cit les noms, - au tmoignage de plusieurs dlgus minents d'universits ou d'acadmies, et des diffrents membres de la Socit Royale ainsi que du Comit de Recherches des Sciences, appuys de l'attestation de William Crookes, les principaux phnomnes reconnus comme dsormais avrs seraient, -  (non compris leurs subdivisions):
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1. L'altration du poids d'un corps quelconque, obtenue  distance;
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2. d'inexplicables visions de mtores, traversant les laboratoires, avec des alles et venues - sortes de lumires ovodes, radieuses, inconnues, inimitables, - bondissant et rebondissant d'objets en objets;
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3. des dplacements continuels d'instruments scientifiques, de meubles lourds ou lgers, se mouvant comme sous l'action d'une force occulte;
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4. de vritables "apparitions" de formes tranges, de "regards", de mains lumineuses d'une tnuit inconcevable et cependant tangible - au point de supporter, dans l'air, un thermomtre en lige du poids de quatre grammes, lequel demeurait, sous leur pression, d'un niveau absolument insensible, - ces mains offraient l'aspect tantt vivant, tantt cadavrique: et si rapide que ft l'clair dont on essayt d'en rpercuter la vision sur l'objectif, aucune plaque photographique n'a t impressionne, en aucune faon, de leur prsence. Et ces mains, pourtant! saisissaient des fleurs sur une table et allaient,  travers l'espace, les offrir  des spectateurs; puis, tout  coup, venaient nous "serrer les mains avec toute la cordialit d'un vieil ami";
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5. des mises en jeu d'instruments de musique placs, positivement, dans des conditions o toute communication tait impossible et dangereuse pour le mdium; 6. des doigts fluides lumineux, relevant une plume sur une table et traant des lignes d'critures diffrentes o plusieurs ont affirm reconnatre celles de personnes dfuntes  (quelque uns, mme, en ont fourni la preuve). - Tout ceci, de jour et de nuit."
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J'ai vu, devant tmoins  (affirme expressment le Dr. William Crookes), l'une de ces nbuleuses mains claires prendre une fleur  longue tige, nouvellement cueillie, et la faire passer lentement  travers la fente imperceptible d'une planche de chne massive, sans qu'il ft possible d'apercevoir ensuite, sur cette fleur, soit  l'il nu, soit au microscope, une trace quelconque d rosion sur la tige ou sur les feuilles, lesquelles taient dix ou douze fois plus larges que la fente de cette planche. - Plusieurs membres de la Socit Royale et moi nous avons vu, ensemble, l'ombre d'une forme humaine secouer des rideaux pendant plus de deux minutes, puis disparatre en s'attnuant. - Cent fois nous avons vu des flambeaux et des lampes, places sur des meubles, s'lever avec eux, se pencher, sans tomber, tenant leurs flammes droites et horizontales selon le degr d'inclinaison de ces objets dans l'air. Quant aux clbres "tables tournantes", nous avons voulu, par surcrot, vrifier le fait dans des conditions de difficult spciales et que la rare puissance de nos mdiums pouvait, seule, surmonter. - Le Comit de Recherches des Sciences dialectiques de Londres et les professeurs trangers s'tant donc assembls pour un essai concluant  ce sujet, quatre de ces mdiums sont venus se placer  genoux sur des chaises dont les dossiers seuls touchaient la table -  (une lourde et vaste table). - Ils croisrent leurs mains sur ces dossiers et rien de leurs personnes n'tait en contact direct avec la table. De plus, certaines mesures minutieuses, de nous seuls connues, avaient t prises pour avrer l'authenticit absolue du phnomne. En quelques instants, nous vmes l'norme table s'enlever de terre, se pencher, frapper le parquet, monter, stupfiante, au-dessus de nous, flotter, se livrer dans l'espace  des volutions diverses, puis redescendre lentement  sa place. Le Comit et l'assistance ont donc attest comme "concluante" cette exprience... qui, d'ailleurs, ne pouvait plus nous tonner."
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Il va sans dire que nous pourrions relever un grand nombre d'autres faits nigmatiques, attests des plus srieusement. Mais nous ne saurions prendre la responsabilit de telles citations; nous ne voulons et ne devons mentionner, en un mot que les observations dment contrles et reconnues par la Science comme incontestables. Lorsque nous ne traduisons pas, nous rsumons, aussi exactement que possible, sans opinion ni commentaires.
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Voici maintenant les conclusions du Dr. William Crookes lui-mme  ce sujet:
- La foule, toujours avide du "surnaturel", nous demande: "Croyez-vous ou ne croyez-vous pas?" Nous rpondons: Nous sommes chimistes, nous sommes physiciens; notre fonction n'est pas de "croire ou de ne pas croire" mais de constater, d'une faon positive, si tel ou tel phnomne est ou n'est pas imaginaire. Cela fait, le reste ne nous regarde plus. Or, quant  la ralit de ceux-ci, nous nous prononons pour l'affirmative, au moins provisoirement, puisqu' la parfaite consternation de nos sens et notre entendement, l'vidence nous y contraint.
"Rien n'est trop merveilleux pour tre vrai, a dit Faraday, si cela est conforme aux lois de la Nature. Mais il faudrait connatre toutes les lois de la Nature,  (et rien qu'avec celles que nous ignorons on pourrait crer l'Univers), pour dterminer si tel phnomne leur est ou non conforme. Or il se trouve qu'ici, comme en lectricit, par exemple, l'exprience, l'observation sont les seules pierres de touche de cette conformit.
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"Qu'on veuille donc bien se souvenir que nous ne risquons ni hypothses, ni thories, quelles qu'elles soient. Nous attestons, simplement, certains faits et ne pouvons avoir qu'un seul but, conforme  celui de toute notre longue carrire, la Vrit. Les Comits d'examen, les hommes minents, les praticiens de toute nation qui se sont adjoints au svre contrle de nos expriences ont conclu avec moi: Nous ne vous disons pas, encore une fois, que cela est vraisemblable; nous vous disons que cela EST!
"Au lieu de nier, de douter ou de croire au hasard, ce qui est tout un, - et de s'imaginer que nous sommes capables d'avoir perdu notre temps  contrler des tours d'escamoteurs  (comme si cette niaiserie tait possible) donnez-vous plutt la peine d'examiner, d'abord, comme notre incrdulit primitive s'est, au moins soumise  le faire!.
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Montrez-nous, par une critique svre, ce qu'il faut regarder comme des erreurs dans nos examens; spcifiez-les et suggrez ensuite, si vous le pouvez, des moyens d'essais plus concluants. Imaginez des ensembles de difficults plus insurmontables et plus subtiles que celles o nous avons plac les mdiums  leur insu! Mais ne venez pas,  la hte, traiter nos sens de tmoins menteurs ou aisment abuss, ni taxer nos esprits d'une dmence  (qu'entre parenthses nous aurions seuls qualit pour constater dans les vtres), parce que les faits tmoignent contre vos ides prconues, comme, autrefois, le furent les ntres. Il est difficile d'tre plus sceptiques ou plus positifs que nous en matire d'examen exprimental: si vous vous faites une supriorit de votre ignorance ou de votre savoir d'amateurs,  quoi l'Homme devra-t-il s'en tenir? Nous soutenons que tout masque de suffisance ou de bonhomie disparat de la face humaine devant certains phnomnes effectus par des mdiums rels en nos laboratoires et que les plus railleurs deviennent, alors, pareils  ces malins villageois qui, dans les ftes foraines, aprs s'tre bien moqus, en clignant de l'il, d'un appareil de Rhmkorff, par exemple, changent instantanment de visage ds qu'ils en ont seulement effleur les fils. - Pour le surplus, rejeter,  l'tourdie, les tmoignages d'hommes  qui l'on en a dfr pour contrler un fait et en connatre, revient  ne tenir compte d'aucun tmoignage humain quel qu'il soit, car il n'est point de faits dans l'Histoire sacre ou profane ni dans les annales de la Science qui s'appuient sur des preuves plus permanentes et plus imposantes que celles qui nous ont, je ne dirai pas convaincus, mais confondus. Osez donc, alors, venir justifier de la supriorit de vos sens et de votre scepticisme sur les ntres et que ces oiseuses controverses finissent!
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Donc:
1. Les rsultats de nos longues et patientes investigations paraissent tablir, sans conteste, l'existence d'une nouvelle force lie  l'organisme humain et que l'on peut appeler Force psychique.
2. Tout homme serait plus ou moins dou de cette force secrte, d'une intensit variable, pouvant tre dveloppe, et, par suite, agir, soit  volont, soit pendant son sommeil, soit contre son gr, soit  son insu, sans le secours d'aucuns mouvements ni de communications physiques, sur des tres ou des objets quelconques, plus ou moins loigns."
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COMTE DE VILLIERS DE L'ISLE ADAM.
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FINE.
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Note al Testo:
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(1) Dal Heidenhain, dal Grtzner, dal Rumpf, dal Charcot, dal Richet, dal Baumler, dal Regnard, dal Maggiorani, dal Tamburini, dal Seppilli e da parecchi altri eminenti medici e fisiologi.
(2) W. CROOKES, membre de la societ Royale de Londres, RECHERCHES sur les phnomnes du spiritualisme. Paris, pag. 137.
(3) Vedi Le sonnambulisme provoqu nel suo volume l'Homme et l'intelligence. Paris, Ateau 1884, pag. 248-49.
(4) Richet, op. cit. pag. 221.
(5) Der sogennante thierische Magnetismus. Leipzig, 1880.
(6) Richet, op. cit. pag. 223.
(7) Du Sommeil magntique dans l'hystrie. Strasbourg 1868.
(8) Metto in nota quelle parole o frasi che, per amor di chiarezza e per comodo del lettore, mi son permesso, qua e l, di cambiare nel testo. Qui, per esempio, il testo diceva: pittoresche.
(9) fuga.
(10) dal suo seno.
(11) in dubbio.
(12) allargasi.
(13) messa del tutto in chiaro.
(14) in circoli e circoli.
(15) fa distinguere.
(16) al.
(17) lungo.
(18) da poltroneria.
(19) guastelle (sicilianismo).
(20) teneva.
(21) alla sveglia.
(22) soggetto.
(23) insegnava (sicilianismo).
(24) operavano.
(25) abitabile.
(26) sue occulte camminate.
(27) sue.
(28) era il tempo del suo inferno.
(29) era.
(30) mila.
(31) libera.
(32) fabbricavano.
(33) doversi da tutti.
(34) facendo quattro espressioni con parole.
(35) quegli.
(36) se era in loro abilit.
(37) al.
(38) tutto si allest.
(39) esparso per il basso suolo.
(40) il miserando fine.
(41) in gran combinazioni.
(42) inghiottiva.
(43) magnetizzati.
(44) suo.
(45) Basta! Basta!
(46) mirare.
(47) Diede registro alle acque.
(48) - La visione consolava il mio spirto esule in terra ove la perduta gente che attorniavalo grandemente contristavalo.
(49) - Coloro che vivono nei bassi lochi e popolati, aspirano aria divolgata da vili parole - Od ancora: costumando fra il popolo altro non reca allo spirto se non idee di materia.
O voi che avete monti, ivi recate; troverete aria pura di virt e s copiosa che entro le cellette penetreravvi e avrete isolazione.
(50) - Come coloro che al tempio vanno a mirar l'arte.
(51) - Abeto  segno d'eternitade. Chi abbraccia un pi o meno grande abeto, abbraccia uno spazio d'eternitade. Overo sia abbraccia quello che li spetta se poca o magna  la fede e di conseguenza la eternit.
Confronta per primo il tertro mio e lo bosco abetaio a Tempio di Fede.
(52) - Ambiva a farsi una dimora solinga in quell'albero di fede.
(53) - Non desiava che il posto ch'egli occuperebbe fusse maggiore dello suo volume. O vero sia che il romito ambisca a se solo e n a cella grande o bastone o sandali.
(54) - Una corrente eguale di sentimenti. (Non tacciatemi ve ne prego di spaventeria).
(55) - Gli uomini che credonsi liberi e vaganti sono chiusi e meglio guardati che pecora in ovile.
(56) - Il caput accennava di si ma desiavan nel dentro.
(57) E che eran le fiammelle se non virt convenenti; le quali virt scorgea sendo la notte vegna.
(58) - Cos coloro i quali vanno allo tempio e a seconda dell'intensit dei prieghi ricogliono o non ricogliono.
(59) Io vi avverto che nello concetto mio materiale di scrittura aveo disposto che i rai si partivano dall'abeto maggiore dal centro, lo quale sendo luminoso io confronto a stella, la quale fulgidissima nello mezzo andava spegnendosi in cerchio.
(60) Stella erami presentata come religione del mondo che in sui diversi stadii pi o meno vampava d'amore.
(61) - Volendo rappresentare che coloro i quali escono dalla Stella precipitano per lo pendio inevitabilmente, e vanno a celiarsi in ovile ove per gli schiamazzi perdono lo frutto.
Coloro che restano in stella chiamer eremiti.
(62) Coloro che in visione mia scendeano lo pendio, cadeano in ovile e temei, ma per non esser cosa reale, riflettei tal cosa ch'io ivo alla mia cella.
(63) Rappresentava lo palagio di Povert; li alati che custodivanlo: umilt e rassegnazione in Dio, li quali sono di propriet della Povert.
(64) Significava tale movimento che allo palagio di povert, chiamavami in nelle sue belle stanze.
(65) Dacch lo povero si  per lo uomo; magnifico abbiglio porta allo cospetto di Iddio.
(66) Aliquando alla soglia donna presentossi, accorsero li angeli, e gittatisi in terra quale palafreno la presono e via la portonno. Lo che rappresenta umilt e rassegnazione conducono povert a Dio.
(67) In nella prima parte di visione mia si rappresent trionfo della Povert, la quale habendo io ammirata come bellezza e non altro, se ne and. Si signific nella seconda umilt terrena la quale tale apparendo agli uomini, tale debbe essere amata e ricognosciuta. Ed ecco che a significarmelo lo debole essere comparve, lo quale sembrommi lucente, tale essendo alla vista di Iddio chi di povert si fa amante, a scuotermi e attirarmi e mostrarmi che sola lei dovea essere mia sposa.
Allo matrimonio assistei, dello quale essendomene mostrato desideroso, mi fu spartito.
Or voi intendete, o miei, come cotale visione si era a rappresentarmi la vanit dello mondo e la gloria della umilt e povert; lo che essendomi persuaso a cagione di Ella visione, il feci.
(68) Ella era la mia donna che mi aiutava e consigliava come povert mi disse: La quale (donna) discoversi portava cilicio. Amanti miei siate ancora amanti della Povert, la quale fu mia e vedovella ho lasciata.
(69) Rappresentorno in mente mia di visione cotesto pantano e coteste anime, lo malo passo ove caggiono costoro li quali mal vivono e sprezzano lo buono, lo quale veggendo beato bieco guardano e sputano fuoco.
O miseri loro!
(70) - Rappresentavano coloro che a se inflissero pene ma niuno aiutarono.
(71) Questi e gli altri puntini, dove il senso s'interrompe, indicano le parole illeggibili del manoscritto. La scrittura, a lapis,  grossa, affrettata, intramezzata da serpeggiamenti di linee, da parole rimaste a mezzo e poi riprese; vi si scorge con evidenza il continuo agitarsi del braccio e la natura automatica del movimento.
(72) Il fulmine colpisce e non  visto.
(73) Paris, librairie J. B. Baillire et fils, 1883.
(74) Il Giunta si prov a fare, col mio consenso, quello che a me non riusciva. Ma il suo lavoro, pubblicato in un fascicolo del Giornale Napoletano, col titolo Un Ritratto, inciamp nello stesso scoglio ov'ero pi volte inciampato io: l'allucinazione non vi era resa con evidenza; ed era l'importante, l'essenziale.
(75) L'homme et l'intelligence, pag. 235.
(76) Ivi, pag. 237.
(77) La signora Cesira Siciliani-Pozzolini.
(78) JACOBUS ha risposto alle osservazioni del Carducci e del D'Ancona, nella seduta del 5 febbraio di quest'anno (medium Gordigiani). Questo piccolo documento non  meno curioso degli altri.
Domanda. Scrivesti tu mai in vita prose italiane o soltanto trattati in latino?
Jacobus. La era lingua pi prossima. Solo alle femine si dicea in volgare. Se memoria servemi, in volgare dissi io pure, ma ci anzi (innanzi) la conversione. O beato Iddio!
Domanda. Ma perch la lingua delle tue visioni non  quella precisa del tuo tempo?
Jacobus. Ci pu avvenire, madonna e messeri; e dacch premevi lingua, premevi ragione di ci? Or io per voi son di ritorno ver terra. Quatuor seculi si erano dacch la lasciai. Posciach belli seculi di virtute furno quello che mi segu e l'altro di poi; onde non sdegnai approssimarmi, ed imparai ancora, e non poco in terrene cose m'ammaestrorno le pecore di allora (i codici manoscritti in carta pecora). Onde, miei dolcissimi, non vi sia strano e indocile spirto se tale io parlo favella e la mia smenticai.
(79) Anno XXX, n. 46.
(80) Veggasi lo scritto del Parville nella nota in fine di questo volume.
(81) Principes generaux de Psychologie physiologique, trad. par A. Penjon. Paris, Germer Baillire, 1876, pag. 164.
(82) Leggasi nella Nota in fondo a questo volume lo scritto del Conte de Villiers de l'Isle-Adam intorno alla nuova opera del Crookes.
(83) Voir nos Causeries scientifiques, tomes XIX et XXI. Expriences de la Salptrire et de la Piti, expriences de M. Heidenham de Leipzig.
(84) M. Ligeois pose, en concluant son Mmoire, la question de savoir si la justice, connaissant l'influence sur certains temperamens des pratiques hypnotiques, a le droit d'y recourir, afin d'obtenir des aveux ou des claircissemens refuss par les accuss lorsqu'ils sont dans leur tat normal. Il rpond nettement que le magistrat ne saurait se permettre un pareil acte attentatoire  tous les droits de la dfense et violant la libert morale de l'accuse. La question n'est plus de notre domaine; mais le mdecin aura toujours le devoir de rechercher si le sujet est impressionnable au point de subir une volont trangre. Le champ d'observation et de contrle sera par cela mme considrablement largi.
(85) L'Homme et l'Intelligence; fragmens de physiologie et de psychologie, par Charles Richet, agrg de la Facult de Mdecine de Paris, Alcan, diteur.
...
FINE.