WU MING.
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Proletkult.
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2018. Luigi Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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GLI AUTORI.
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Wu Ming  un collettivo di scrittori provenienti dalla sezione bolognese del Luther Blissett Project (1994-1999). A differenza dello pseudonimo aperto "Luther Blissett", "Wu Ming" indica un preciso nucleo di persone, attivo e presente sulle scene culturali dal gennaio del 2000. Il fatto che il nome del gruppo significhi in cinese "Senza nome" ha spesso generato equivoci sul presunto anonimato dei suoi membri, i cui nomi anagrafici sono invece noti e riportati anche sul loro stesso sito ufficiale.
Dal 2000 alla primavera del 2008, la formazione ha compreso: Roberto Bui (Wu Ming 1), Giovanni Cattabriga (Wu Ming 2), Luca Di Meo (Wu Ming 3), Federico Guglielmi (Wu Ming 4), Riccardo Pedrini (Wu Ming 5).
In cinese "wu ming" significa "senza nome" oppure "cinque nomi", a seconda di come viene pronunciata la prima sillaba. Il nome d'arte  inteso tanto come tributo alla dissidenza ("Wu Ming"  un modo di firmarsi frequente presso i cittadini cinesi che chiedono democrazia e libert di parola) quanto come rifiuto dei meccanismi che trasformano lo scrittore in divo. .
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NOTE: Si ringraziano gli autori e la casa editrice Einaudi per aver consentito la pubblicazione con la seguente clausola: Si consente la riproduzione parziale o totale dell'opera e la sua diffusione per via telematica, purch non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.
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I libri di Wu Ming sono stampati su carta ecosostenibile CyclusOffset, prodotta dalla cartiera danese Dalum Papir A/S con fibre riciclate e sbiancate senza uso di cloro. Nel caso si verifichino problemi o ritardi nelle forniture, si utilizzano comunque carte approvate dal Forest Stewardship Council, non ottenute dalla distruzione di foreste primarie.
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Proletkult.
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A Severino Cesari verso le stelle.
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E nella reggia vidi anche un'altra meraviglia: un grandissimo specchio sta sopra un pozzo non tanto profondo, e se uno scende nel pozzo, sente tutto ci che si dice da noi sulla Terra, mentre se alza lo sguardo sullo specchio, vede tutte le citt, tutti i popoli, come se li avesse sotto di s. Allora anch'io vidi i miei familiari e tutto il mio Paese, ma se quelli mi videro, non saprei dirlo con certezza.
luciano di samosata, Storia vera, secondo secolo d. C.
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Prologo.
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Tiflis, Georgia, Impero russo, 26 giugno 1907.
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Il venditore di frutta ancheggiava di fronte al caravanserraglio, reggendo sulla testa un vassoio di pesche e ciliegie. I piatti della bilancia appesa alla spalla tintinnavano come cimbali, agitati dai passi di una danza scomposta. Cantava con voce di contralto in un miscuglio di lingue. Leonid distinse a malapena la pronuncia storpia delle parole russe.
Koba gli aveva spiegato che gli ambulanti di Tiflis non erano semplici fruttivendoli. Oltre a improvvisare ballate sui fatti del giorno, molti lavoravano per la polizia. Osservavano e riferivano. Spifferavano e tradivano per pochi spiccioli.
Oggi avrai davvero una storia interessante da raccontare, pens Leonid.
Finse ancora di appassionarsi al giornale che teneva sotto il naso. Sfogli una pagina, scorse i ghirigori di un titolo in georgiano e rialz la testa. Abo era sempre davanti al cancello dei giardini. Bottiglia in mano, stessa posizione di un minuto prima. Anche gli sbirri che sorvegliavano la piazza erano immobili. Due alla porta del municipio, quattro sotto la caserma. Rassicurato, Leonid segu l'incedere di due cammelli carichi di tappeti, studi gli abiti di un pope armeno, controll il fruttivendolo alle proprie spalle. Il balletto proseguiva senza pubblico.
Leonid stava per ricominciare la trafila - un'altra pagina di giornale, un'altra occhiata di sguincio - quando Abo lasci cadere a terra la bottiglia di vino. Il vetro and in frantumi sui ciottoli. Gendarmi e soldati all'ingresso della caserma si girarono di scatto, ma un attimo dopo tornarono a fissare le due ragazze che stavano l apposta per intrattenerli.
Kamo, nella sua bella uniforme da capitano, prese a far la spola su e gi per la piazza, invitando i passanti a togliersi dai piedi e incalzando i pi riottosi con le braccia spalancate. La benda sull'occhio gli dava un'aria arcigna e marziale.
Sbrait quattro ordini in russo, come un vero ufficiale, subito imitato dal venditore ambulante, in una pantomima di strilli.
Leonid avanz verso la strada da cui dovevano arrivare i carri.
"Tre minuti e sar tutto finito", aveva detto Kamo.
Sent il rumore degli zoccoli e l'aria si riemp di polvere. La mano scivol nella sacca che portava a tracolla. Tast la mela, strapp il picciolo e rest in attesa.
"La potenza di fuoco  la chiave del successo", aveva detto Krasin.
La prima coppia di cosacchi sbuc al piccolo trotto in testa al convoglio. Fasciati nelle tuniche nere, il petto decorato da cartucciere ornamentali, tenevano i fucili appoggiati alle selle. Subito dietro, un bestione fulvo trainava un calesse postale. Le molle della vettura urlavano per l'andatura sostenuta. A cassetta sedevano due soldati e nel sedile posteriore due passeggeri in doppiopetto con un prezioso bagaglio di sacchi. Un carro simile seguiva il primo col resto della scorta. Ai lati della fila cavalcavano altri due cosacchi, e altri due ancora chiudevano in coda. La colonna doveva svoltare sulla Sololakskaja, attraversando i binari del tram che tagliavano la piazza. Appena il primo cavallo li scavalc con le zampe anteriori, Leonid impugn la granata e lanci.
Altre dodici braccia fecero lo stesso.
Il boato scaravent Leonid gambe all'aria, in una nube di fumo, grida e spari. Una tempesta di calcinacci e schegge di vetro si abbatt sulla piazza. Si rialz, coperto di una poltiglia piovuta da chiss dove. Si tast il corpo, per sincerarsi che non fosse sangue. Era appiccicoso, sembrava sciroppo e odorava di frutta. Il venditore ambulante era riverso a terra, il capo adagiato sul vassoio come su un cuscino. Leonid cerc riparo dietro lo spigolo di un muro.
Un groviglio di legno e cavalli occupava il cuore dell'esplosione. Una zampa scalciava nel vuoto, unico segno di vita nello strano monumento equestre. Gli uomini del convoglio dovevano essere morti o sepolti nei frantumi. Le guardie avevano in petto pi piombo che fiato. Secondo il piano, Leonid avrebbe dovuto fuggire nei vicoli del bazar, cambiarsi d'abito in un bagno turco e filare verso la stazione. Ma i compagni incaricati di recuperare il malloppo non intervenivano. Leonid si domand che fare.
Un nitrito gli rispose. L'animale che tirava la diligenza portavalori scroll il muso e si rimise in piedi. Un colpo di M91 lo istig a una partenza da ippodromo. Il traino, bench mezzo sfondato e senza una ruota, gli and dietro a una velocit sorprendente, come una slitta su una lastra di ghiaccio.
Leonid si lanci all'inseguimento, ma il compagno Besa scelse un rimedio pi spiccio. Come da consegna, non aveva tirato la sua bomba insieme agli altri, l'aveva tenuta di riserva, nel caso qualcosa fosse andato storto.
Il secondo scoppio invest Leonid con molta pi forza del primo.
Qualcosa lo colp sulla fronte. Il capogiro lo costrinse ad appoggiarsi al muro. Fu circondato da uno sciame di grandi farfalle verdi, rosse e blu. Agit un braccio per disperderle e ne acchiapp una tra le dita. Era di carta. Un esemplare mai visto. Una banconota da cinquecento rubli. Ne raccatt alcune, se le infil in tasca e si aggreg alla fuga di un drappello di schiene. L'eco che gli riempiva le orecchie gli parve il prodotto di nuove esplosioni. Non avrebbe saputo dire chi o che cosa tuonasse, ma si convinse che il nemico avesse piazzato l'artiglieria sui tetti dei palazzi.
Il cervello gli ballava nel cranio come un dito d'acqua in una bottiglia e la vista si annebbiava a ogni sciabordio. Per fortuna le gambe lo guidavano senza esitazioni. Scavalcavano corpi, aggiravano ostacoli, chiedevano aiuto alle braccia per aprirsi un varco. Destra e sinistra. Cadere e rialzarsi. Uscire dal dedalo della citt vecchia prima che sprofondasse sotto il peso del cielo.
Giunto al ponte, si ferm ai margini della calca che bloccava il varco. Mani sulle ginocchia, sput sabbia e schegge di denti. Contempl la saliva che infiltrava le pietre come se dovesse trarne un oracolo per il futuro.
Dietro di lui, si affollavano intanto i nuovi arrivati, che lo urtavano e schivavano per guadagnare il passaggio, finch la corrente umana non lo afferr e lo trascin con s, mentre sull'altra corrente, quella del fiume, nuotava una coppia di cigni.
Le voci attorno lo confondevano, c'era chi parlava di un attentato anarchico, chi di cannoni, valanghe, terremoti e guerra.
Sulla riva opposta, la massa si disperse nell'intrico di strade. Le grida si placarono, quasi che l'acqua separasse due mondi.
La calma imprevista disorient il fuggitivo. Sedette su una panca di legno, addossata al muro di una casa. Aveva la gola secca e decise di scendere al fiume per rinfrescarsi, ma il corpo non gli obbed. Rest fermo, le braccia in grembo, a contemplare un gatto che si leccava il pelo.
Si leccava il pelo.
Si leccava il pelo.
Terminate le pulizie, l'animale si lanci all'inseguimento di una lucertola. Leonid si riscosse. Era rimasto l troppo tempo e i rintocchi di un orologio glielo confermarono. Doveva sbrigarsi.
Esamin porte e palazzi, finch non riconobbe un negozio di cappelli. Anzi, un cappello del negozio: un'enorme papacha di lana bianca appesa al muro. Era gi passato da quell'incrocio. E poich di Tiflis non conosceva nulla, salvo i luoghi che Koba gli aveva mostrato in vista dell'azione, immagin di essere sulla strada giusta, diretto alla stazione e al treno per Baku. La memoria non lo aiutava, ma aveva l'impressione che la meta non fosse vicina. Temendo di cedere prima dell'arrivo, decise di alternare corsa e passi spediti. Cinquanta falcate al galoppo e trenta di marcia, la mente impegnata soltanto dal conto, il corpo ridotto a gambe e polmoni.
Giunse al piazzale della ferrovia con trentadue serie di quell'andatura, sudato, sporco e dolorante come dopo la battaglia di Cemulpo.
Il fischio del treno non gli concesse di prendere fiato. Si precipit dentro l'edificio, attravers l'atrio, raggiunse il binario insieme alla locomotiva. Lo stridore dei freni perfor le orecchie gi malandate, ma gli parve lo stesso di udire una voce che chiamava il suo nome. Si guard attorno, frenetico, senza capire da dove arrivasse. Fu una stretta sul polso a indirizzarlo.
- Andiamo, - gli ordin un uomo, elegante e pulito come un damerino. Era Koba, ma la voce suonava diversa.
Leonid lo segu nella pancia del vagone. Si fermarono nel corridoio, senza varcare la soglia degli scompartimenti.
- Almeno la faccia te la potevi lavare, - comment il georgiano. - Non dovevi cambiarti al bagno turco?
- I giapponesi... - mormor Leonid, ma la bocca si rifiut di proseguire. Era confuso. Gli avvenimenti dell'ultima ora si erano come annacquati, e i ricordi lontani emergevano pi nitidi.
Il treno part.
Koba riprese a parlare, ma Leonid non afferr il senso del discorso, distratto da visioni senza senso. Sapeva bene che la guerra col Giappone era finita da un pezzo, eppure non poteva fare a meno di vederli, i soldati del Sol Levante, intenti a bombardare Tiflis dalla cima del monte Mtacminda. Prese a massaggiarsi le tempie, nel tentativo di scacciare il mal di testa e le allucinazioni.
- Abo mi ha raccontato dell'intoppo, - disse Koba. - Ma sembra che Kamo sia riuscito lo stesso a fregare i cosacchi.
- I cosacchi! - annu Leonid, mentre da un'emicrania sempre pi forte riaffioravano dettagli di quanto aveva appena vissuto. I carri della banca. Il venditore ambulante. I sacchi di banconote. Il cavallo moribondo.
- Tieniti pronto, - gli ordin il compagno e di l a poco il treno rallent. Attraverso il finestrino, Leonid vide la testa del convoglio, inarcato in un'ampia curva, puntare l'ingresso di una galleria.
- Ora, - disse Koba e Leonid lo segu.
Con uno strattone, il georgiano forz lo sportello della vettura. Si sporse. Salt.
Salt anche Leonid e le ossa gi offese non gradirono l'atterraggio.
Un prato brullo, tra la riva di un fiume e i primi alberi di una foresta. A chiudere l'orizzonte, montagne maestose e disabitate.
Maestose e disabitate.
Leonid prov a tirarsi in piedi, ma sent una gamba cedere e cadde in ginocchio. Koba lo tir per un braccio e lo aiut a camminare. Non aveva mai provato una vertigine cos violenta. L'erba era liquida, le nubi di marmo e nel bosco si nascondevano i giapponesi.
Al centro del prato vide una sfera trasparente, alta non meno di otto metri. Ne intu la sagoma grazie a pochi pannelli neri, distribuiti sulla superficie.
Mentre si avvicinavano, Leonid si accorse che non era vuota. All'interno si muovevano almeno dieci individui.
Uno dei pannelli si abbass come un ponte levatoio, strisci sull'erba rada fin sotto i loro piedi e li raccolse.
Leonid si gir smarrito verso il compagno.
Koba era alle prese con il colletto della giubba. Lo sbotton, ci infil dentro le dita di entrambe le mani e puntando il mento verso la cupola che ormai li sovrastava, si sfil una maschera molle, color pelle, con tanto di baffi e capelli scuri.
Leonid la guard penzolare e cadere a terra come un vestito usato.
L'essere che s'era celato l sotto aveva vaghe fattezze umane.


Parte prima
Denni



Capitolo 1.

Le tenebre fuggono davanti all'aurora, il cielo pulsa di rosa e violetto. Contro la massa cupa degli alberi si staglia una figura umana. L'individuo indugia nel silenzio, spezzato dai primi cinguettii, come se cercasse di cogliere un suono pi lontano o un dettaglio muto all'orizzonte. D'un tratto abbandona il bosco e avanza sul prato, le gambe incerte, il respiro affannoso. Cammina curvo, le mani lontane dai fianchi, quasi a tenersi in equilibrio.
La casa dista meno di trecento passi, un edificio di tronchi e assi di legno, con piccole finestre buie, un porcile e un granaio poco distanti.
L'individuo raggiunge l'aia, sotto gli sguardi in tralice delle galline che chiocciano infastidite. Il ringhio del cane non lo spaventa; al contrario, punta l'animale con la mano protesa, come per offrire una carezza, mentre quello mostra i denti e strattona la catena.
Rumore di un chiavistello che gira. Sull'uscio appare una donna robusta, col fazzoletto in testa, annodato sul collo. Dice due parole al cane, che si ritira accanto al muro, per all'erta, il muso rivolto contro l'estraneo.
La contadina lo squadra. Un ragazzo giovane e magro, i capelli tagliati corti, cos biondi da sembrare bianchi. Gli occhi sono grandi e chiari, gli zigomi alti. Indossa un abito logoro, di semplice fattura.
- Cosa volete?
Il ragazzo apre la bocca, ma non emette suono. Riprova e ne esce un sibilo, poi un colpo di tosse. Prende fiato a fatica. Una mano sul ventre, si piega in avanti e crolla per terra.
La donna si volta nella penombra di casa e chiama qualcuno. Compare un uomo, baffi neri su gote rubizze. Tocca a lui avvicinarsi al ragazzo svenuto.
Si china. Lo scuote, gli d un leggero schiaffo sul viso.
- Non lasciarlo l.
L'uomo esita, quindi solleva il corpo minuto e lo porta in casa.
L'interno ha poca luce, per via delle finestre piccole e delle tendine ricamate, unico vezzo nell'ambiente austero. Mobilio semplice, utensili di uso quotidiano, un paio di foto alle pareti. L'uomo passa in camera da letto e depone il ragazzo con una smorfia.
- Puzza da vomitare. Dev'essersela fatta sotto.
La donna lo scosta.
- Vai a riempire la tinozza.
Lui ubbidisce controvoglia. Torna nell'altra stanza e trascina un grande catino di legno fino al focolare, sul quale fuma un paiolo. Versa l'acqua calda scuotendo la testa.  quella con cui avrebbe voluto lavarsi.
Dalla soglia della camera, la donna lo fissa a braccia incrociate.
-  una ragazza.
Il contadino ascolta la notizia senza battere ciglio, come se la mente non l'accettasse.
- Hai guardato se ha dei documenti?
- Soltanto questi.
La donna porge al marito una busta rigonfia. Alla vista del contenuto, l'uomo si rabbuia. Troppe stranezze in una volta. Il grosso pollice scivola sul mazzo di banconote.
- Mandiamola via. Se  una ladra, non voglio averci a che fare.
La moglie lo scaccia con un gesto.
- Vai via tu. Voglio lavarla.
L'uomo esce sull'aia e si rifugia nei gesti di ogni mattina. Sfamare gli animali, raccogliere il letame.
Nel frattempo, la donna immerge la ragazza nell'acqua fumante. Le appoggia la testa al bordo della tinozza, le piega le gambe, si mette a sedere su uno sgabello basso.
Il seno  appena accennato, i capezzoli piccoli, il pube glabro come quello di una bambina, i fianchi stretti. Pi di tutto, colpisce il candore della carnagione. Porta al collo un ciondolo circolare, una specie di anello di ferro, appeso a un laccio di cuoio.
Appena la ragazza riapre gli occhi, la donna mostra i palmi delle mani.
- Non abbiate paura.
Sorride, come non le capita ormai da sei anni.
La ragazza si abbraccia le ginocchia. Sembra pi curiosa che spaventata. Muove l'acqua con le dita.
- Mi chiamo Pavlina Borisovna, - continua la donna. - Voi?
- Io sono Denni, - risponde la ragazza, mentre ammira l'acqua e l'annusa.
L'altra si sforza di ripetere il nome, ma il suono non le  familiare.
- Come vi sentite... Danya?
- Molto pesante, per migliora.
Un accento strano, che Pavlina non riconosce.
- Da dove venite?
La ragazza passa la mano bagnata sui capelli color platino e si accarezza il volto.
- Da molto lontano -. Tocca ancora l'acqua. - Ne avete anche da bere?
La donna tuffa un mestolo in un secchio di rame e la ragazza beve, gustando ogni sorsata.
- Siete venuta a piedi? - insiste Pavlina. -  per questo che siete cos debole? Da quanto non mangiate?
La ragazza china il capo.
-  faticoso. L'aria, il caldo, le gambe... Mi dispiace.
- Non dovete dispiacervi, - la rassicura la donna. - Laver i vostri vestiti. E vi preparer una zuppa. Ve la sentite di alzarvi?
Pavlina le porge un telo grigio per asciugarsi. La aiuta a rientrare in camera, dove apre un baule, sceglie i vestiti e li appoggia sul letto: biancheria, pantaloni, camicia e giubba.
- I miei vi sono larghi di sicuro. Questi erano del mio povero Lev. Avete pi o meno la stessa taglia.
Si avvicina a una fotografia incorniciata sulla parete e la tocca con le dita. Un giovane soldato posa con espressione compiaciuta.
-  morto sei anni fa. Nella guerra contro i Bianchi. Altri figli non ne abbiamo avuti.
La donna rimpicciolisce sotto il peso rinnovato della perdita.
- Vado a prepararvi da mangiare.
Rimasta sola, Denni indossa i vestiti, appena un po' larghi. Infila le scarpe, ma fatica ad allacciarle. Quando infine si tira su, si trova faccia a faccia con il ragazzo morto.
Sotto la fotografia c' una vecchia cassa coi manici di ferro. La ragazza la esamina per capire come aprirla. Solleva il coperchio e rovista nel poco che contiene. Una lettera dell'esercito attesta la morte di Lev Aleksievic Koldomasov il 15 agosto 1921. Qualche fotografia. Un arnese affilato. Una collana di grani neri, con una croce nel pendaglio. Un foglio, dove si dice che Lev  nato nel 1902. Un quaderno di ventiquattro pagine, zeppo di firme, tabelle, marchi e sigilli. "Libro di lavoro", recita la scritta al centro della copertina. E sull'angolo sinistro, in caratteri pi piccoli: "Chi non lavora, non mangia!" Senza perder tempo, Denni infila in tasca entrambi i documenti. Richiude la cassa e lascia la stanza.
Pavlina sta rimescolando la zuppa sulla stufa, mentre l'uomo sistema ciocchi di legno accanto al camino.
- Questo  mio marito, - si affretta a dire la donna, - Aleksej Viktorovic.
Un buongiorno mugugnato controvoglia.
Denni saluta e si guarda attorno. Molti attrezzi appesi al muro le sono alieni. Non saprebbe nemmeno dire a cosa servano. Sopra un mobile, alto met della parete, sta acquattato un animale. Simile al cane l fuori, ma pi piccolo e rosso di pelo. La ragazza gli va incontro a passi lenti, come per non spaventarlo. Allunga la mano e gli sfiora il dorso, accarezzandolo con prudenza.
La volpe impagliata rimane immobile, anche quando Denni le picchietta il muso con due dita.
- Danya...
La ragazza si gira di scatto. Il dito della contadina punta la busta al centro del tavolo.
- Se cercate quella...
Denni la raccoglie, tasta le banconote con aria inquieta.
- Ci sono tutte, - la rassicura l'uomo. - Ma non ci andrete lontano.
- Cosa intendi dire? - domanda Denni.
Pavlina versa la zuppa in una scodella e fa segno di sedere. Dopo anni che non si prende cura di un figlio, prova una certa premura per quest'essere sperduto, arrivato da chiss dove.
- Sono soldi vecchi, - precisa Aleksej. - Di prima della rivoluzione.
Denni soppesa le ultime parole.
- Prima... Quindi l'avete fatta?
Marito e moglie si scambiano un'occhiata perplessa.
- Che cosa?
- La rivoluzione! - esclama Denni eccitata, cercando conferma nei loro volti.
-  stato dieci anni fa... - mormora la donna.
Sulla bocca sottile della ragazza sboccia un largo sorriso. Stringe le mani della contadina tra le sue.
- Questa  davvero una grande notizia.
La donna, per quanto incredula, resta contagiata dall'entusiasmo della straniera e sorride a sua volta.
- La zuppa si raffredda, - la riscuote il marito.
Pavlina invita l'ospite ad accomodarsi davanti alla ciotola di legno.
- Che cos'? - domanda la ragazza.
- Minestra di verdure.
Denni la porta alla bocca e beve, ignorando il cucchiaio.
- Buona. Anche meglio dell'acqua.
I due contadini, dal lato opposto del tavolo, siedono uno di fianco all'altra. Se non fossero troppo vecchi e induriti dalla vita, di certo si prenderebbero per mano, per fronteggiare l'assurdo.
- Voi, Danya, da dove venite? - domanda ancora la donna.
- Nacun, - risponde la ragazza.
I due continuano a fissarla.
Con un gesto vago Denni indica un punto imprecisato oltre le pareti e il soffitto.
- Non lo conoscete.  troppo lontano.



Capitolo 2

Sotto la cupola verde di una betulla colossale, due pianoforti a coda, di legno nero, attendono le dita che li suoneranno.
Gli strumenti si stagliano su un tendaggio rosso, innalzato nel giardino con pali e corde.
Bogdanov avanza sul prato. Quand' stata l'ultima volta che ha messo piede l? Sebbene sia tra i fondatori del Proletkult, non lo frequenta pi da tempo.
Dietro il sipario, si erge la villa di Arsenij Morozov, una gigantesca torta di panna e meringa, con torrioni in stile moresco e fregi scopiazzati dall'architettura portoghese. In un vecchio romanzo di Tolstoj, il protagonista la definisce "un palazzo stupido e vano eretto per una persona stupida e vana". La frase si  dimostrata vera per tre quarti. Nove anni dopo la pubblicazione, il proprietario si spar su un piede per provare agli amici di poter resistere al dolore, grazie agli insegnamenti di una disciplina orientale. Mor invece di setticemia. Quanto alla sua magione,  idiota in senso etimologico, come lo  chi non  in grado di vivere insieme agli altri, perch sempre deve farsi notare e attirare l'attenzione, fino ad apparire ridicolo nello sforzo. Tuttavia, grazie alla rivoluzione, la casa di Morozov si  almeno salvata dall'inutilit ed  diventata la sede del Proletkult di Mosca.
Le poltrone di fronte al palcoscenico sono tutte occupate tranne una. Prima di sedersi, Bogdanov scruta i volti dei membri della giuria. Quelli che riconosce sono quelli che si aspettava di trovare. Gli altri sei sono musicisti-operai delle principali fabbriche moscovite, chiamati a esprimere un giudizio "genuinamente proletario" sulle tre opere in gara.
Bogdanov fa appena in tempo a stringere le mani, a dimenticare qualche nome e ad accomodarsi, che gi il commissario per l'Istruzione raggiunge il centro della scena, davanti ai due pianoforti, per officiare la liturgia dei saluti e del discorso inaugurale. Pizzetto e calvizie alla Lenin, corporatura staliniana e occhialini come Trockij; pi invecchia, pi Anatolij Vasilevic Lunacarskij incarna anche nell'aspetto l'equilibrio tra fazioni. Quando stava ancora da una parte sola, condividevano inchiostro, pensieri e battaglie, nonch l'avversione di Lenin. Per una ventina d'anni sono stati anche cognati. Adesso  sposato con un'attrice, che d scandalo con i gioielli che indossa. Troppi per una donna sovietica. Ci sar anche lei? L'occasione non  abbastanza mondana.
Col tono di chi propone un brindisi a un pranzo di famiglia, il buon Anatolij spiega quello che tutti sanno. La sezione musicale del Proletkult di Mosca deve proporre un brano per il decennale della rivoluzione. Vista l'importanza dell'evento, si  deciso di scegliere il compositore con un grande concorso, del quale questa matine  la tappa finale.
Mentre un raggio di sole si riflette sulla sua testa pelata, il commissario ricorda i risultati dell'organizzazione nel campo della musica, del teatro e del cinema. Proprio in questi giorni Sergej Ejzenstejn, vecchia conoscenza di tanti proletkultisti,  impegnato nelle riprese di un lungometraggio sull'Ottobre, prodotto dal governo con il pi importante finanziamento mai elargito per una pellicola. Lode dunque al Proletkult, che in soli dieci anni ha dato un contributo determinante alla cultura sovietica.
L'encomio suona come un epitaffio. Eppure anche Anatolij ha partecipato alla fondazione del Proletkult, per spingere gli operai a inventare un'arte nuova, a superare l'individualismo e a piantare i semi della futura collettivit umana. Ridurre tutto questo a un "contributo", per quanto determinante, alla cultura sovietica,  una medaglia di consolazione.
Anche il riferimento a Ejzenstejn non  proprio lusinghiero. Il regista ormai si  allontanato dal Proletkult e il suo esempio suggerisce una parabola ideale, dall'arte proletaria al cinema di propaganda. Dall'autonomia creativa all'opera su commissione del governo.
Al contrario, il Proletkult  nato per restare indipendente. Proprio Lunacarskij sosteneva che i lavoratori dovrebbero avere quattro organizzazioni distinte: il partito per la politica, i sindacati per il lavoro, le cooperative per l'economia e i circoli per la cultura. Questo lo scriveva ai tempi del governo provvisorio, poi al governo c' andato lui, e nel giro di tre anni il Proletkult  diventato uno dei tanti cenacoli dipendenti dal suo ministero.
Lodi, quindi, anche a Nadeda Krupskaja, seduta alla destra di Bogdanov, oltre la poltrona vuota del commissario. Come direttrice del comitato centrale per l'educazione politica, la vedova pi illustre del Paese ha saputo indirizzare i tanti circoli culturali, evitando le gelosie e stimolando la collaborazione reciproca.
L'applauso di molte mani saluta la fine della prolusione ministeriale e l'ingresso dei due pianisti, elegantissimi nei loro tight grigi.
I musicisti sistemano gli sgabelli e si preparano a suonare, schiena contro schiena, come in un duello tra gentiluomini armati di pistola.
Senza un cenno d'intesa, alzano le mani dalle ginocchia e le posano sui tasti nello stesso istante. Le prime note escono all'unisono, poi ognuno sviluppa la propria melodia, con volumi e altezze diverse. Quello a destra propone il motivo principale, l'altro esegue un contrappunto.
Dio salvi lo zar!, l'inno imperiale. Un'onda di gelo attraversa la fila dei giurati e irrigidisce le mascelle. Nonostante l'arrangiamento inusuale, tutti hanno riconosciuto l'odiosa marcetta. Uno dei musicisti-operai si infila due dita in bocca e sputa fuori un fischio sdegnato.
Cinque uomini e cinque donne sbucano dalle quinte. Indossano tute da operai e tengono in pugno magli da fonderia, il manico appoggiato sulla spalla destra. Avanzando come una tormenta, i dieci accerchiano i pianoforti, mentre i due virtuosi non smettono di suonare.
Il primo colpo di maglio si abbatte sulla cassa del piano di sinistra, ma sotto il rumore di legno fracassato si distingue un clangore metallico. Subito una donna bionda affonda il suo martello allo stesso modo e ancora Bogdanov sente un suono di campana, cristallino e intonato, sovrastare lo schianto del rivestimento esterno. I tre colpi successivi svelano il mistero. Sotto un primo strato di legno, i due pianoforti nascondono un'anima di ferro. Le mazze sfondano l'involucro tirato a lucido, colpiscono il metallo e lo fanno risuonare come un vibrafono. Le note compongono il tema dell'Internazionale.
Lunacarskij si gira verso Bogdanov, la bocca nascosta dal palmo della mano.
- Ricordi, - bisbiglia, - quando mi chiesero di bruciare tutti i pianoforti del Paese?
Bogdanov annuisce. Accadde nel foyer di un teatro, chiss quale, durante l'intervallo di uno spettacolo, chiss di chi. Che anno era? Il 1921? Tempo e luogo sono ormai dimenticati, ma non il disagio di Anatolij di fronte all'autore della proposta. Quella che in bocca a chiunque altro sarebbe stata una battuta scherzosa, sulle labbra di Arsenij Avraamov era invece una richiesta serissima. L'uomo che aveva diretto il porto di Baku come un'orchestra, maneggiando due torce segnaletiche, armonizzando la sinfonia delle sirene antinebbia con i cori del pubblico e le mitraglie, poteva ben concepire lo sterminio dei pianoforti, per liberare i russi dal giogo secolare dell'accordatura ben temperata. Anatolij se la cav dicendo che per ottenere un buon risultato, si sarebbero dovute amputare anche molte orecchie. La risposta ribadiva quello che entrambi avevano sempre rimproverato a Lenin: voler cambiare la societ senza cambiare anche le menti degli individui. Non basta bruciare i pianoforti per dare il benservito a trecento anni di musica e non basta consegnare le fabbriche agli operai per farla finita con il capitalismo. Lenin, a sua volta, li accusava di voler buttare alle ortiche la cultura borghese, per costruirne dal nulla una nuova, in un Paese selvaggio e semianalfabeta. In realt, il buon Anatolij non difese soltanto i pianoforti, ma anche i monumenti della Russia ortodossa. Nel novembre del '17 si dimise dal governo, in seguito alla notizia che i bolscevichi avevano distrutto a cannonate la cattedrale di San Basilio. "Non posso sopportarlo, - scrisse. - Ma nemmeno posso fermare questa follia". Il giorno seguente ritir le dimissioni, perch la notizia era falsa, ma non si risparmi i versi di Vladimir Kirillov, poeta del Proletkult:

Nel nome del nostro Domani, bruceremo i Raffaello, distruggeremo i musei, calpesteremo i fiori dell'arte. O poeta-esteta, lava le rovine del tempio con le tue lacrime, noi respiriamo una nuova bellezza!

Sulla scena, i dieci operai cantano in coro l'ultimo ritornello, mentre vibrano colpi sulle carcasse nere dei pianoforti. I tasti sprofondano, i rivestimenti d'osso volano da ogni parte. Rispetto alla proposta di Avraamov di bruciarli tutti, questa soluzione  pi sofisticata. Le mazze distruggono, ma svelano anche uno strumento nuovo. Tuttavia, il brano non ha la minima speranza di vincere. Troppo violento, troppo nichilista. E poi quelle note all'inizio, l'inno imperiale, eseguite in pubblico, nel decennale dell'Ottobre, potrebbero scatenare disordini prima che le dieci mazze entrino in azione.
La musica termina. Applausi. Inchini. Stretta di mano del commissario al compositore e avanti i prossimi.
Al posto dei pianoforti, trascinati a fatica dietro il sipario, compare sulla scena un musicista armato di fagotto. Un primo suono, grave, si gonfia sotto le fronde degli alberi.
Segue una pausa. Eccessiva. Poi finalmente una nota, solitaria e pi acuta.
Un'altra pausa sproporzionata.
Un'altra nota. Bogdanov osserva lo strumento, qualcosa non va. Ha una sordina montata all'estremit, cos che il suono esce smorzato e l'esecuzione  pi faticosa.
Dalle quinte spunta un secondo fagotto, che interviene subito dopo il primo. Ma il volume della musica rimane basso e le pause pi lunghe della melodia, che muore e rinasce ogni volta.
Giungono un terzo fagotto, un quarto, un quinto. Ognuno con la sua sordina. Dopo un paio di minuti, la formazione si fissa in un ottetto. Il volume aumenta e i silenzi vengono colmati. Il lavoro collettivo ha permesso di superare gli ostacoli dell'ambiente. Ora la musica viaggia da uno strumento all'altro, ma inciampa in continue dissonanze. Ogni fagotto sembra suonare per conto suo.
Eppure, piano piano, senza soluzione di continuit, l'accozzaglia di suoni si tramuta in un'armonia. I musicisti si passano il testimone, sempre pi veloci, e in breve  come avere davanti un unico strumento, alle prese con un solo spartito, e con un timbro pi simile a un violoncello che alla somma di otto fagotti.
"Quando pi attivit si combinano tra loro, e le propriet dell'intero differiscono da quelle delle sue parti, esso si definisce "sistema organizzato"".
Quella strana formazione di otto strumenti uguali ha appena illustrato con la musica uno dei princip della tectologia, la scienza dell'organizzazione. Del resto, qualunque fenomeno pu essere descritto in termini tectologici, che si tratti di cellule, di suoni o di formiche. Bogdanov  abituato a spiegare ogni fatto con le leggi universali della scienza che ha inventato. "Furor tectologicus", lo chiama. "Sono organizzato, dunque esisto", gli piace dichiarare imitando Descartes.
Ma ecco un altro principio tradotto in musica: "Le attivit di un sistema si congiungono grazie a un elemento comune, detto ingressione".
Gli otto fagotti, dopo l'iniziale cacofonia, sono riusciti a trovare un'ingressione, cio il tempo e la tonalit comune, la sequenza di accordi e di scale che adesso regola il loro scambio e lo rende sistematico, quindi armonioso. Nel caso della societ, l'ingressione  il lavoro. Gli esseri umani si uniscono per dominare l'ambiente con minor sforzo. Mentre il mercato, con i suoi interessi contrapposti,  un fattore disgregante. Una disingressione.
E infatti il complesso mette in musica anche quella, raggiungendo un'impressionante velocit di esecuzione. L'aumento del ritmo costringe all'errore un primo fagottista, poi un secondo. Sono proprio l'ultimo e il penultimo che si sono aggiunti alla formazione, e dopo un altro errore a testa si arrendono, appoggiando lo strumento tra le gambe. Il terzo a ritirarsi  l'esecutore entrato per terzultimo e cos via, a dimostrare che quelle cadute non sono veri errori, ma inciampi previsti dallo spartito, in ordine inverso rispetto all'ingresso dei musicisti sulla scena.
"La stabilit di un sistema  determinata dalla pi instabile delle sue parti".
Un'orchestra non pu suonare un brano che sia troppo difficile anche per uno solo dei suoi elementi. Allo stesso modo, la forza di una catena  data dalla resistenza del suo anello pi debole. La salute di una societ, dal malessere degli ultimi.
Ora soltanto un musicista insiste a suonare. Dopo tre scale solitarie, velocissime, il sopravvissuto si ferma sull'ultima nota, e la espande in un lungo vibrato. Subito i compagni riportano gli strumenti alle labbra e si aggiungono con note sempre pi acute, ottenendo questa volta l'effetto di un organo che esegua una maestosa polifonia. Un nuovo sistema, con una nuova ingressione.
Bogdanov  lusingato dall'evidente omaggio alle sue teorie. Ma gli altri giurati, che di certo non hanno colto il senso del pezzo, lo apprezzeranno lo stesso? Il rischio  che lo giudichino vacuo, un pacchetto elegante che racchiude il nulla. Forma senza sostanza. Una distinzione inutile. Belle sono le opere che tengono insieme una comunit, le storie che la rafforzano, la musica che congiunge le emozioni, il cinema che affratella un'intera sala.
Lo sciame vibrante di suoni si estingue in un graduale smorzando.
A giudicare dall'intensit dell'applauso, il pezzo non otterr molte preferenze. Bogdanov si alza in piedi, entusiasta, ma un attimo dopo si rimette seduto. Il gesto potrebbe influenzare la giuria: se piace a Bogdanov, meglio tenersi alla larga.
L'ultimo brano in programma  una sinfonia per eterofono e kanun armeno.
Progresso e tradizione. Elettricit e legno. Futuro e passato.
La miscela ha tutte le carte in regola per imporsi.
La musica anche. Nel foglietto del programma  presentata come trascrizione di un canto dei pastori del Caucaso. Molti compositori si rifugiano nelle melodie tradizionali, per evitare l'accusa di formalismo e decadenza borghese. I due strumenti si alternano nelle parti soliste e d'accompagnamento, in una progressione che ricorda le danze di primavera. O meglio: una danza di primavera nella sala di comando di un'astronave.
A tenere banco, c' la macchina sonora inventata da Lev Termen. Bogdanov ha gi avuto modo di vederla in azione. La magia di uno strumento che suona senza bisogno di toccarlo  davvero magnetica. Le note escono dalle dita del musicista, simili a carte da gioco dalle mani di un prestigiatore, come se nell'aria ci fossero corde invisibili, il fantasma di un violino sospeso tra le due antenne metalliche.
E poi c' il nome, "eterofono", che tanto somiglia all'eteronave, la nave spaziale dei marziani di Stella rossa. Nel suo romanzo, pubblicato quasi vent'anni fa, Bogdanov non ha descritto la musica degli alieni socialisti, ma quello potrebbe essere il loro strumento preferito. Difficilissimo da suonare, a quanto si dice, perch l'intonazione dipende dall'esatta posizione delle dita, senza l'aiuto di tasti, manici o fori.
La ragazza alle prese con le due antenne d l'impressione di essere cresciuta su Marte, con un eterofono come giocattolo d'infanzia, tanta  la dimestichezza dei suoi gesti.
Per il resto, la sinfonia srotola i suoi quattro movimenti senza grandi sorprese. Gradevole per quelle orecchie che Anatolij si rifiut di amputare.
Salutati i musicisti, la giuria si alza per raggiungere la stanza dove deliberare.
Sul sentiero di ghiaia tra le aiuole del giardino, Bogdanov raggiunge Lunacarskij e Krupskaja, che discutono fitto.
- La variet  un'ottima cosa, - argomenta la donna, - ma il concerto del decennale rischia di essere un pot-pourri. L'Associazione di musica contemporanea ha proposto Ottobre di Roslavec, oppure la seconda sinfonia di sostakovic. I Musicisti proletari vogliono suonare La ciminiera, che stona con entrambe. I Compositori rivoluzionari hanno scritto un pezzo pensato per marcare la distanza dai Proletari, mentre il Prokoll del conservatorio vorrebbe gettare un ponte tra tutti quanti, ma finir per scontentarli con un genere ancora diverso.
- E tu, Nadja, - si inserisce Bogdanov. - Quale preferisci?
La vedova sistema gli occhiali sul naso.
- Non  questione di preferenze, Bogdanov. In uno Stato socialista l'arte non dovrebbe essere il risultato di interessi contrapposti. Dovrebbe fondarsi sulla coscienza delle masse e quindi le opere dovrebbero essere coerenti, non cos slegate.
- Ci vuole tempo, - si affretta a dire Lunacarskij. -  naturale che in questi dieci anni siano nati tanti circoli. La cultura russa doveva liberarsi dalle influenze precedenti. Forse la musica sovietica non  ancora matura per esprimersi con voce unanime.
Bogdanov intreccia le mani dietro la schiena. Quali auspici si nascondono dietro la teoria estetica?
Nadja Krupskaja gli fornisce la risposta.
-  quello che penso anch'io, - dice. - Al decennale, ogni gruppo dovrebbe organizzare il proprio concerto. Non ha alcun senso mettere tutti assieme. Ma dal prossimo anno bisogna superare la frammentazione. L'Unione sovietica dovrebbe dotarsi di un'unica associazione di musicisti. E lo stesso per gli scrittori, i registi di teatro, i pittori. Il rischio, altrimenti,  di tornare a una creativit individualista, fine a s stessa, che brucia per la smania di distinguersi.
- Pienamente d'accordo, - interviene Bogdanov. - L'unica associazione che dovrebbe rimanere in Unione sovietica  l'Unione sovietica stessa. Anche il partito comunista dovrebbe dissolversi. Che senso ha un partito, quando l'interesse del popolo  garantito dallo Stato?  un doppione inutile, un relitto della Storia.
Lei non risponde, disorientata dall'apparente seriet di Bogdanov. Si accorge che uno dei musicisti-operai le sta passando a fianco, e coglie al volo l'occasione di cambiare interlocutore.
Bogdanov sente una presa sul gomito che lo invita a rallentare.
Anatolij.
- Ci tieni tanto a farti notare? - lo rimprovera l'ex cognato.
- Tra vecchi compagni... - si schermisce Bogdanov.
Ascolta lo scricchiolio dei passi sulla ghiaia. Un rumore piacevole, concreto.
- La verit  che sei troppo narcisista per riuscire a goderti un concerto, - ribatte Lunacarskij.
- L'idea borghese dell'arte come piacere puro non mi appartiene, - protesta Bogdanov con finto candore.
Lunacarskij conosce bene quell'atteggiamento e non commette l'errore di innervosirsi, anzi, ostenta indifferenza.
-  un peccato che tra le tante scienze che padroneggi non ci siano la politica e la diplomazia.
Bogdanov incassa la frecciata.
- Puoi stare tranquillo. Non ti rimprovereranno per aver invitato quel testardo di Bogdanov.
- Sei troppo intelligente per fare la vittima, Sasa, - sentenzia l'altro in tono paternale. - E comunque non sei credibile.
- Lo dice il ministro dell'Istruzione... - sibila Bogdanov. - Quando qualcuno ha ripreso le mie idee, hanno gridato al complotto e mi hanno sbattuto in galera. O te lo sei dimenticato?
- Sai benissimo che  stato un equivoco...
- ... durato cinque settimane e che mi  costato un infarto, - conclude Bogdanov.
Il battibecco sta diventando noioso. E ancora Anatolij non gli ha detto cosa vuole da lui.
Ormai sono giunti al portone della villa. Lunacarskij pare tentato di varcare la soglia e lasciare che la discussione resti sospesa sull'erba del giardino, ma poi tocca ancora il gomito di Bogdanov.
- Ascoltami, Sasa. Lenin  stato pi indulgente con me che con te, d'accordo. Ma lui  morto e non mi pare proprio che tu possa lamentarti. Dirigi un istituto medico importante e sei forse l'unico uomo in tutta l'Unione sovietica ad avere un ruolo del genere senza essere iscritto al partito. Tu non sei un reietto, caro mio, anche se ti piace vederti cos, sei un privilegiato. E dovresti chiederti quanto potrai ancora approfittare di questo privilegio.
Parla a bassa voce, adesso, un bisbiglio sputato fuori con rabbia.  il rancore di chi l'ha sfangata, e vuole elargire consigli a chi ha fatto scelte diverse, per convincersi che non esistono alternative.
- Insomma dovrei ringraziare il vecchio compagno Koba, - dice Bogdanov senza astio. - Dovrei dimostrargli riconoscenza, schierandomi dalla sua parte. Perch se Bogdanov sta con lui, allora l'opposizione sembra meno compatta.  per dirmi questo che mi hai invitato qui?
Lunacarskij lo sbircia attraverso le piccole lenti ovali, che mandano riflessi violacei.
-  un buon consiglio. Fai come credi.
Pronunciate quelle parole, il commissario si slancia dentro la villa, e si mescola al resto della giuria.
Bogdanov lo segue con curiosit annoiata, per ascoltare con quali professioni di voto il brano per eterofono e kanun vincer il concorso della sezione musicale del Proletkult di Mosca.



Capitolo 3

Sulla banconota spicca il busto di un uomo col cappello, l'espressione arcigna, il viso di tre quarti. "Pietro il Grande", recita la scritta sotto di lui.
Il commerciante di stoffe solleva con due mani la cartamoneta e la studia controluce.  talmente larga che gli copre la faccia.
- Siete fortunato ad aver trovato me, - l'uomo ripiega il cimelio con cura. - Questa non ve la cambiava nessuna banca. Primo, perch ormai  fuori corso da troppo tempo, e secondo, perch se ci mettessimo a fare i conti, cinquecento rubli dello zar varrebbero un milionesimo di un copeco di oggi.
Denni tace. Il contadino Aleksej le ha consigliato di rivolgersi al tessutaio, ma s' rifiutato di accompagnarla nella bottega. Solo grazie alle insistenze della moglie ha accettato di darle un passaggio, sul carro, fino alle porte del villaggio.
"Ma non oltre la cappella di San Teodoro! - si  impuntato. - Non voglio che qualcuno mi veda con una che poi magari si scopre che  una ladra".
Arrivati sul posto, l'ha aiutata a scendere e, senza smettere di brontolare, le ha consegnato un involto di tela. Dentro, un tozzo di pane nero, un uovo e tre patate bollite. Con gesti spicci e poche parole, le ha indicato la strada. Poi se n' tornato in fretta verso casa.
- Sia chiaro, - prosegue il bottegaio, - io non sono di quelli che hanno conservato i soldi vecchi sperando che tornassero i Romanov. Al contrario. Ho cominciato proprio quando certi furbi si sono rassegnati e hanno deciso che ormai tanto valeva bruciare tutto. Allora mi sono detto: vuoi vedere che adesso diventano rari?
Denni ha l'aria di non averci capito molto, ma l'uomo continua a parlare come se niente fosse, sempre pi appassionato.
- Tuttavia, pu darsi che rari lo diventino tra cent'anni! Quindi oggi non posso pagarveli granch, - sparpaglia sul banco i vecchi rubli. - Sentiamo, cosa vorreste per queste cartacce?
Denni aspetta che pure la seconda domanda abbia un seguito, ma il tessutaio rimane zitto, in attesa.
- Dei rubli validi, - azzarda lei.
- Questo  certo, - ridacchia il tipo, - non spaccio mica soldi falsi, io.
L'uomo pesca da un cassetto una manciata di spiccioli.
- Ecco qua, - deposita quattro pezzi di fronte a s. - Posso darvi questi.
La ragazza raccoglie una moneta. Su una faccia, due uomini abbracciati. Uno regge degli attrezzi, mentre l'altro, col braccio libero, indica un sole nascente. L'alba sorge pure sul rovescio, incorniciata tra due mazzi di spighe, insieme a una stella con cinque punte. Sopra i raggi del mattino, galleggia un globo terrestre, mezzo nascosto da una falce e da un martello incrociati. Intorno allo stemma, come un anello, corre una scritta. "Proletari di tutti i Paesi, unitevi!"
- Va bene cos? - incalza la voce tra i rotoli di lino.
Denni indica una vecchia banconota da cinquecento rubli.
- Posso tenere quella?
- E che ve ne fate? Caso mai tornasse lo zar? I Romanov sono tutti stecchiti!
L'uomo ride di gusto.
-  un ricordo, - taglia corto Denni.
- Prendete questa, allora.  pi rovinata, ma se per voi non conta...
Il biglietto da cinquecento passa di mano. Lungo le pieghe si aprono gi i primi strappi. Denni se lo ficca in tasca, raccatta i soldi e domanda dove si trovi la stazione.
Poche, semplici indicazioni. Il villaggio  un pugno di case, con un campanile nel mezzo, e la ferrovia ci passa per necessit, non certo in virt della sua importanza.
In capo a dieci minuti, Denni arriva a destinazione. Una baracca con pensilina e poco altro. L'interno ospita due panche di legno e il manifesto con gli orari affisso al muro. Completano l'arredamento tre finestre e una porta rossa, che affaccia sull'unico binario. Sul marciapiede si aggira una donna con un berretto militare, o qualcosa del genere, a giudicare dall'emblema sopra la visiera.
Denni le si avvicina.
- Chiedo scusa, dove posso fare un biglietto per San Pietroburgo?
- Si chiama Leningrado! - la rimprovera la donna. - Potete pagare a me prima di salire. Il treno sar qui tra due ore... forse tre.
La ragazza mostra sul palmo i suoi averi. La donna preleva le monete e gliene d in cambio una di rame. Cinque copechi. Sul retro, il solito motto.
Denni si accomoda su una delle panche. Passa la prima ora a studiare i documenti di Lev Koldomasov, ma non c' molto da leggere e troppe sigle o abbreviazioni misteriose. "R.S.F.S.R.", "g.", "n.", "st." Poi la stanza si anima e Denni osserva le persone che man mano la occupano: i vestiti, le scarpe, i diversi tipi di cappelli, le forme dei bagagli, gli oggetti che spuntano dalle sporte. Nessuno le dedica la medesima attenzione, al massimo un'occhiata passeggera.
A un rumore di ingranaggi e ferraglia, via via sempre pi forte, la folla sciama verso l'uscita e Denni si accoda. Fuori, indifferente al frastuono, avanza fino al bordo della banchina, per vedere meglio la lunga bestia metallica. Ne annusa l'alito ferroso a pieni polmoni e contempla entusiasta il pennacchio di fumo, i grandi fanali e le ruote. Decine di teste sporgono dai finestrini e grappoli di passeggeri si accalcano sulle scalette. La locomotiva rallenta, si ferma, ansima ancora. Dal predellino di fronte a Denni scendono due uomini vestiti uguali.
La ragazza fa per salire, ma l'urlo della capostazione la inchioda sul posto.
- Non quella! - la donna si avvicina a passo spedito. -  la carrozza riservata!
- Riservata a chi?
- Ufficiali dell'esercito, ospiti stranieri e funzionari di partito, - scandisce la donna. Poi indica la vettura successiva e ordina di salire l.
Denni monta sulla scaletta e si affaccia all'interno. Un corridoio stretto collega gli scompartimenti. Il primo  occupato da quattro persone e altrettanti uccelli, con una strana corona rossa in cima al capo, rinchiusi nella stessa gabbia. Un uomo baffuto ammorba l'ambiente soffiando fumo dalla bocca.
Denni avanza incerta, l'involto del pranzo stretto in grembo, reggendosi alle pareti col braccio libero, mentre il pavimento le balla sotto i piedi. Il treno  ripartito.
A met carrozza, uno scompartimento vuoto. La ragazza siede accanto al finestrino e si lascia ipnotizzare dalla fuga degli abeti, dagli squarci d'acqua che la interrompono a tratti. La locomotiva corre pi lenta di quanto si aspettasse. Per due volte, il convoglio si arresta in mezzo alla foresta e gruppi di passeggeri caricano a bordo cataste di legna.
- Ne serve ancora, ne serve ancora! - grida un tizio con la faccia tutta nera.
 mattina, ma Denni sente che le palpebre le si chiudono. Avrebbe fatto meglio a prendere posto vicino ad altra gente, per chiedere che l'avvertissero prima di San... Leningrado.
Inganna il tempo giocando col ciondolo che porta al collo.
E in breve si addormenta sognando immagini di casa.



Capitolo 4

Il salotto della famiglia Igumnov non  pi arredato come un tempo. Brande da ospedale e armadi robusti hanno sfrattato tavoli e sedie imbottite. Anche lo spazio ha cambiato aspetto, suddiviso in tre stanze, ma le pareti affrescate e le bifore posticce testimoniano il cattivo gusto dell'antico padrone. La capoinfermiera Korsak intinge nell'etere un batuffolo di cotone e lo strofina sul braccio di un giovane di vent'anni. Accanto a lui, si  appena sdraiato un uomo sulla sessantina.
Il direttore dell'istituto gli si avvicina. Aleksandr Aleksandrovic Malinovskij, meglio noto con lo pseudonimo di Bogdanov, passa in rassegna i sintomi della malattia che ha portato a Mosca il paziente. Incarnato pallido, espressione contratta, occhi affossati in un groviglio di rughe. Proprio una brutta cera. Lo chiamano "esaurimento sovietico". Nevrastenia. Colpisce in tutt'Europa, ma qui con particolare virulenza. Per lo pi giovani, senza per risparmiare gli anziani. Suicidi in aumento da un capo all'altro dell'Unione. Uomini terrorizzati da impotenza, polluzioni notturne, eiaculazione precoce, onanofobia. Le donne lamentano meno problemi, ma non significa che stiano meglio. Vergogna di confidarsi a un dottore maschio. Abitudine a soffrire in silenzio. Da Parigi a Mosca, le cause dell'epidemia sono guerra, fame e conflitti sociali. Qui ci sono stati ancora quattro anni di morti, battaglie, il Paese mutato in un'immensa caserma. Con la vittoria sui Bianchi, si pensava che la Storia desse tregua. Al contrario. Cambiare vita  faticoso, anche quando si tratta di migliorarla. La rivoluzione mette alla prova i nervi. Scatena crisi d'identit. Agli operai si chiede di studiare. Alle donne di lavorare come gli uomini. Ai sottoposti di assumersi responsabilit. Ai ribelli di andare al governo. I pezzi grossi del partito sono stremati dal potere. Chiedono vacanze che non li ristorano. Accusano una stanchezza cronica. Hanno bisogno di sangue fresco. Persino Krasin, quell'uomo cos brillante, esplosivo come le bombe che costruiva, sognando un ordigno micidiale grande quanto una noce. Se due anni fa ci fosse gi stato questo posto, sarebbe guarito. Un vero ciclo di trasfusioni, invece di una sola, in un laboratorio domestico. Donatori, attrezzature, una stanza per il ricovero. Ha guadagnato appena qualche mese di vita, ma non  stato inutile. Niente lo  davvero. Ogni cambiamento modifica l'equilibrio tra un sistema e il suo ambiente. La sua importanza dipende dalla scala di misura. Senza la temporanea remissione di Krasin, Stalin non si sarebbe incuriosito. "Interessante, quindi si pu guarire? E come ci siete riusciti?" Senza la curiosit di Stalin, non sarebbe nato l'istituto. Senza l'istituto, non arriverebbero i funzionari esauriti in cerca di sollievo, come questo Filippenko. E senza pazienti come Filippenko, non ci sarebbero i fondi per studiare il collettivismo fisiologico, il comunismo del sangue, che un giorno, come ha scritto la "Pravda", "consentir di curare le malattie grazie alla vitalit dell'intero corpo sociale".
Bogdanov si china sul malato e lo invita a spalancare la bocca. La lingua pare una bistecca imputridita.
- Avete dormito bene, compagno Filippenko?
- Non pi di ieri, - sbuffa l'altro. - La solita insonnia.
Il dottore afferra il polso del paziente, per controllare le pulsazioni.
- Stanotte andr meglio, vedrete. Mia moglie vi ha gi presentato Igor Vasilevic?
Filippenko guarda il suo vicino e il capannello di camici bianchi che lo attornia.
-  il donatore? - bisbiglia rivolto a Bogdanov. - Non mi avevate detto che ci saremmo incontrati. Meno gente sa di questa mia malattia e meglio .
Il direttore lo tranquillizza, le informazioni sulla sua salute non usciranno dall'istituto.
- Anche se la trasfusione sar indiretta, - aggiunge, - trovo salutare che due individui, prima di condividere il sangue, abbiano modo di conoscersi.
- Sar anche salutare, - protesta il paziente, - ma non vi pare pericoloso? Un domani il donatore potrebbe rinfacciarmi di essere guarito grazie al suo sangue e...
- Dubito che lo farebbe, - lo interrompe Bogdanov. - Dal momento che anch'egli avr beneficiato del vostro.
Filippenko aggrotta le sopracciglia. Una maschera di perplessit ostentata.
- Sarebbe a dire?
Bogdanov finge di dedicarsi a un groviglio di tubicini che spunta da un cassetto. Sempre la stessa storia. Dirigenti che frignano e reclamano perch anche il loro sangue verr succhiato, trasferito nel corpo di un altro. Il collettivismo fisiologico non  un affare da vampiri. Bisogna chiarirlo meglio nel colloquio preliminare. Senza reciprocit, la trasfusione non  davvero terapeutica. Il sangue giovane non basta. Conta anche la gioia dello scambio, il dono vicendevole. I pazienti, invece, sono turbati. Sapere che una parte di loro vivr dentro un'altra persona non li entusiasma. Neanche si trattasse di un pezzo di cervello, o di liquido seminale.
- Non mi avete risposto, - Filippenko torna all'attacco. Natal'ja Korsak ripone la boccetta di etere e va in soccorso al marito.
- Il nostro Igor Vasilevic, - indica il donatore, -  uno degli studenti pi brillanti della facolt di Medicina. Si  offerto volontario per questa trasfusione dopo aver studiato a fondo la teoria che la sottende. Prego, Igor. Volete spiegare voi al compagno Filippenko come avverr lo scambio?
Il ragazzo pettina con le dita un ciuffo biondo, sistema il cuscino dietro la schiena e si appresta a parlare. Gli uomini in camice si voltano verso di lui. Bogdanov tende l'orecchio, mentre continua a districare i tubi.
- La cura, - esordisce lo studente, - consiste nel trasfondervi un litro del mio sangue.
- Questo mi  chiaro, - si affretta a dire Filippenko.
- Di conseguenza occorrer... fargli spazio, ovvero levarvene la stessa quantit. E siccome il donatore, cio io, avr bisogno proprio di un litro di sangue, ecco che il vostro torner buono per sopperire alla mia mancanza.
- Ma cos vi troverete con un litro di sangue vecchio e malato, - obietta il paziente. - Voi, dottor Bogdanov, - dice per coinvolgerlo, - mi avete detto che il sangue giovane del donatore curer la mia debolezza, ma allora perch il mio sangue debole non dovrebbe danneggiare lui?
Il direttore si rassegna a parlare. Servono parole semplici. Servono sempre.
- Il sangue del giovane porta nel corpo dell'anziano una maggiore energia; il sangue dell'anziano trasmette al giovane i frutti di una pi lunga esperienza. La condivisione fa la forza.
Filippenko non pare convinto. Vasilevic coglie l'occasione di mettersi ancora in mostra. Gli pare che Bogdanov lo inviti a proseguire.
- Considerate la tubercolosi, - dice scegliendo l'esempio preferito del direttore. -  un'infezione molto diffusa, che spesso si contrae in giovane et. Voi stesso avete buone probabilit di essere entrato in contatto con la malattia e di averla sconfitta.
Un guizzo d'intuizione sul volto di Filippenko. Incoraggiante.
- Scambiando il vostro sangue con il mio, voi mi trasmettete quell'immunit, senza per questo perderla, e in compenso guadagnate vigore. Il risultato  salutare per entrambi. Perch la vitalit di un sistema, di un essere umano come di un motore, non dipende solo dalla sua energia, ma anche dal modo in cui  organizzata. Quella che il dottor Bogdanov chiama "tectologia".
Il direttore appare rinfrancato. Ascoltare le proprie teorie illustrate da un giovane entusiasta  un toccasana per l'umore. Fa ritrovare il piacere della ricerca, cos spesso svilito dalle incombenze dell'istituto.
- Quando la trasfusione sar una pratica diffusa, - dice solenne, - e ciascuno scambier il sangue con individui diversi, questo innalzer il livello di salute collettiva, come quando pi cervelli ragionano insieme sullo stesso problema.
- A volte pi cervelli fanno confusione, - commenta Filippenko ancora diffidente. - Quali sono le prove della vostra teoria?
Il viso di Bogdanov si contrae, ma dura un attimo. Non bisogna cedere alla delusione.
- Questo istituto  il primo nel suo genere in Unione sovietica, - dichiara con orgoglio. - In un anno di lavoro, abbiamo condotto con successo oltre duecento trasfusioni, ma le prove della mia teoria sono molte di pi. Sono in tutto quanto accade. La congiunzione  vita, la disgregazione  morte. Vale per i protozoi come per l'homo sapiens. Vogliamo procedere?
Un grugnito di assenso  meglio di niente.
Il direttore chiede ai tirocinanti di uscire dalla stanza, la seduta deve cominciare e il paziente ha bisogno di rilassarsi. Restano Natal'ja, due assistenti e il dottor Vlados, un giovane sulla trentina, con i capelli scuri pettinati all'indietro, il naso a punta e le labbra carnose. A prima vista, e a giudicare dal cognome, lo si direbbe pi balcanico che russo.
Bogdanov sta per domandargli di cos'ha bisogno, quando il compagno Filippenko si mette a sedere sul letto.
- Voglio rimandare. Questa faccenda dello scambio di sangue... voglio pensarci su. Voglio consultare il mio medico.
Mai cantare vittoria troppo presto.
- A voi la scelta, - concede Bogdanov, ma da come allarga le narici, Natalja capisce che sta per esplodere.
- Sasa, - gli suggerisce, - vedo che il dottor Vlados ha bisogno di parlarti. Perch non sospendiamo un momento? Intanto, posso mostrare al paziente gli strumenti per la trasfusione e illustrargli la procedura. La sua semplicit non potr che convincerlo a proseguire la seduta.
Il direttore annuisce e ringrazia con un cenno del capo. Quindi fa segno a Vlados di seguirlo verso l'angolo opposto della stanza, decorato da un asfissiante motivo floreale.
- Cerchiamo di avere un occhio di riguardo, - attacca il giovane medico. - Il compagno Filippenko  molto stimato nella sezione di Smolensk.
Bogdanov accoglie la notizia sbuffando. Charlampij Vlados  un ematologo brillante.  stato giusto offrirgli il lavoro all'istituto. Ottima posizione, per uno della sua et. Peccato che lo zelo per il partito lo renda simile ai collaboratori imposti dal commissario Semasko.
-  questo che dovevate dirmi?
- No, - si affretta a rispondere Vlados. - Ho controllato le analisi. Credo sarebbe meglio ripetere il test della sifilide.
Col dito indica il valore anomalo sul foglio.
Un tipo scrupoloso, Vlados. Si attacca ai dettagli per non dire che dubita dell'intero edificio, di una cura basata sulla filosofia, pi che sulla scienza. Come se le due materie fossero davvero separate. Un istituto trasfusionale diretto da uno scrittore di romanzi fantastici, pi che da un medico di professione, con un curriculum accademico non all'altezza dell'incarico. Due anni di Scienze naturali all'universit. Poi Medicina. Ma prima di sostenere un solo esame, l'arresto. Per aver partecipato alla manifestazione contro il professor Kljucevskij e il suo elogio funebre dello zar. Espulso da Mosca, con obbligo di dimora nella citt di residenza. Cosa ne pu sapere Vlados, della vita spesa da altri, quando lui era un neonato e il Partito socialdemocratico non esisteva ancora? Una laurea presa a Charkov, in Psichiatria, nell'ultimo anno dell'Ottocento. Festeggiata in galera, cinque mesi per propaganda politica tra i lavoratori. Durante gli studi, la stesura di un manuale di economia politica e la traduzione del Capitale di Marx. Quando c'era il tempo di fare pratica? Il padre del suo vecchio amico Bazarov aveva uno studio medico, a Tula. Qualche mese con lui, poi nove al manicomio di Kuvsinovo. Un periodo breve, sul calendario, ma abbastanza per rischiare il contagio. La follia. Passano dodici anni, scoppia la guerra. Il fronte  una ferita aperta che trabocca di corpi mutilati. All'ospedale da campo non chiedono referenze, incarichi precedenti. Non importa se le budella di un uomo le hai viste solamente al corso di Anatomia. Presto, cuci quella pancia! In confronto il manicomio  una serata a teatro. Un anno di mattatoio e altri due a Mosca, nelle retrovie. Ecco la pratica.
Bogdanov torna a concentrarsi sui numeri. Reazione di Wassermann. Assenza di reagine nel siero del paziente. Possibile errore tecnico.
- D'accordo, - dice alla fine. - Ripetiamo i test. Quanto tempo ci vorr per i risultati?
- Ventiquattr'ore, - risponde Vlados.
Bogdanov muove la testa in un cenno d'assenso.
- Rimandate a casa il volontario e trovate una stanza per ricoverare Filippenko -. Prima di allontanarsi, riconsegna i fogli delle analisi al giovane dottore. - E mi raccomando: abbiate un occhio di riguardo.



Capitolo 5

A questo livello di sfruttamento delle nostre risorse, le statistiche ci dicono che abbiamo ancora una decina d'anni, prima di conoscere una grave carestia. La produzione di proteine sintetiche dalla materia inorganica non ha risolto il problema, perch il processo richiede enormi quantit di energia, in misura molto maggiore alle nostre disponibilit. La necessit della colonizzazione, quindi, si ripropone. Possiamo affrontarla con la forza, oppure cercando l'amicizia con altri popoli...

Uno stridore metallico strappa Denni al sonno. Il treno entra in stazione. Dal portabagagli cade una valigia, con un botto che pare uno sparo. Un passeggero impreca. Poi l'intero vagone si mette a recuperare borse, valigie, zaini militari, pacchi, gabbie, tappeti arrotolati. I passeggeri formano nel corridoio una fila composta e al tempo stesso caotica, come se ognuno contenesse la smania di uscire con la consapevolezza che quello  il modo pi rapido per farlo.
Denni resta seduta ad ammirare tanta disciplina, quindi si accoda all'ultimo della fila.
Quando spunta sul predellino, l'aria della stazione le inonda le narici. Tossisce, lottando contro un giramento di testa. Qualcuno la prende sottobraccio e la aiuta a scendere gli scalini. Un uomo alto e calvo, con un cappotto scuro e i risvolti delle maniche di pelliccia bianca.
- Grazie.
- Di niente, compagno.
La ragazza si tuffa nell'andirivieni del binario, passando leggera in mezzo alle persone che salgono e scendono dai convogli, salutano, abbracciano, si passano cibo e pacchi attraverso i finestrini.
Nell'atrio, uomini lavorano alla base di un'impalcatura, in cima alla quale si erge una targa indecifrabile. Grandi porte a vetri proiettano Denni in faccia alla citt, in un labirinto di automezzi e carrozze in sosta. Da un camion che trasporta operai, stipati in piedi sul cassone, sgorga un fumo nero. Il puzzo acre si mescola con uno dolciastro, che sale dallo sterco dei cavalli. Un altro odore, portato dalla brezza, attira la nuova arrivata verso una strada di palazzi alti, gialli e marroni, percorsa da gente che cammina spedita. Segue l'indizio fin dove la citt si schiude e l'acqua finalmente compare alla vista.
Una gradinata scende alla piattaforma che costeggia il fiume. Grande, appena increspato dalla brezza, si porta via barche, tronchi e pensieri. Denni raccoglie un sasso e lo getta oltre la banchina, ne segue la traiettoria sotto il pelo dell'acqua. Lo stesso con un filo d'erba, che osserva scivolare via.
"Seguite il fiume controcorrente", le ha detto il capotreno. La fonte pi autorevole che le  capitata a tiro.
Dove andresti se dovessi rintracciare una persona, sapendo soltanto che era un rivoluzionario di San Pietroburgo?
La risposta del ferroviere, un tipo gioviale e rubicondo, non si  fatta attendere.
Fosse per lui, comincerebbe dalla sede del partito.
"L hanno gli elenchi di tutti gli iscritti. E magari anche dei non iscritti", ha aggiunto sghignazzando.
Denni percorre la banchina fino al primo ponte. Lo imbocca e si ferma nel mezzo, osservando le barche piatte che incrociano sul fiume. Ancora odore acre di combustibili fossili. Grandi uccelli bianchi volteggiano sui battelli, lanciando richiami striduli ai marinai. Affascinata dai loro litigi, Denni si accorge di un altro volatile solo quando le passa sopra la testa, le ali enormi e dispiegate. Solca il cielo spinto da un'elica molto rumorosa, ben pi veloce dei traghetti sotto di lui, fino a perdersi contro uno sfondo di nubi bianche.
La ragazza guadagna la sponda opposta e cammina in senso contrario alla corrente. Segue tutta l'ansa, finch tre croci dorate spuntano sopra una fascia d'alberi, in cima ad altrettante guglie biancazzurre. Come ha detto il capotreno. Procede ancora: sull'altro lato della strada si stende una lunga cancellata, interrotta da due casupole.
Dando le spalle al fiume, Denni cerca di cogliere i contorni dell'edificio che si intravede nel parco. Un uomo di mezza et le passa vicino, spingendo un carretto carico di pentole.
- Buongiorno. Sai dirmi se quello  l'Istituto Smolnyj? - chiede indicando il palazzo.
L'uomo la scruta stranito.
- Forestiero, eh? Certo,  quello. Ma da qui non vi fanno entrare. Dovete girarci attorno.
Fa per proseguire, ma Denni lo interpella ancora.
- Scusami...
Quello solleva la visiera del cappello di panno blu e si asciuga il sudore, rassegnato alla pausa inattesa, e nemmeno troppo scontento.
-  l che sta il partito?
L'uomo ride.
- Mi prendete in giro? - ma poi si accorge che Denni  curiosa davvero. - Certo che  la sede del partito! Lenin ci ha abitato durante la rivoluzione.
Denni ringrazia e parte di buon passo, costeggiando il parco fino all'ingresso principale.
L'edificio riempie la vista, con le due ali che si proiettano in avanti. Al centro, la facciata  scandita da due ordini di otto colonne. Quelle in basso, tozze e squadrate, sostengono quelle superiori, bianche e snelle, che a loro volta reggono un gigantesco triangolo. L'intera struttura consente a una bandiera rossa, piazzata sul vertice superiore, di sventolare pi alta di qualunque palazzo nei dintorni.
La ragazza avanza verso una delle casupole al cancello, davanti alla quale attende una fila di persone.
Ci vuole tempo perch la coda si smaltisca e quando arriva il suo turno, Denni se ne ritrova dietro altrettanta.
Il soldato di piantone le chiede i documenti.
Denni mostra il libretto di lavoro e il foglio con la data di nascita di Lev.
- Cosa vi porta qui, compagno Koldomasov?
- Cerco una persona. Mi hanno detto che l dentro mi possono aiutare.
Il soldato fa segno di procedere.
- Se non possono loro non pu nessuno.
Denni aggira la guardiola e infila il viale, ascoltando il rumore delle suole sulla ghiaia. Persone vanno e vengono, da sole o in gruppo, con le andature pi diverse. In un'aiuola di fronte all'edificio si erge un pilastro massiccio. Ha l'aria di essere il basamento per una statua, ma la sommit  vuota.
La facciata sembra sul punto di prendere vita, un enorme animale pronto a schiacciare i passanti sotto le zampe.
Denni varca l'ingresso e si trova in un'ampia sala, dominata da una fila di banchi, dietro i quali i funzionari, in prevalenza donne, ricevono le persone. Sopra le loro teste incombono grandi lampadari di cristallo, ma uno soltanto  acceso, insufficiente per illuminare l'intero spazio. Due bandiere rosse incrociate pendono inerti sulla parete di fondo.
Denni attende il proprio turno. Controlla lo scorrere del tempo su un orologio incorniciato. La lancetta pi lunga fa uno scatto, due. Ce ne vorranno di sicuro molti altri. Ne approfitta per sbocconcellare il pane avanzato dal pranzo. La sala  piena di individui d'ogni tipo. Denni si concentra sulle differenze. Occhi rotondi o allungati, pelle molto chiara oppure olivastra, capelli lisci e capelli ricci, grandi barbe e guance glabre. Un'anziana donna passa tra le file distribuendo piccole tazze, che riempie dal rubinetto di un grande recipiente montato su ruote. Denni accetta l'offerta, assaggia un sorso con prudenza. La bevanda ha un aroma intenso, e bench sia calda, rinfresca la bocca. Davvero buona.
Quando finalmente pu avvicinarsi a uno dei banchi, va incontro a una giovane donna dall'aria stanca, i capelli corti e ondulati. Indossa una camicetta candida a motivi floreali tra i quali risalta una spilla rossa con una falce e martello e i numeri "1917-1927".
- Puoi aiutarmi a rintracciare una persona?
L'impiegata conserva la sua espressione neutra. - Questa persona  iscritta al partito a Leningrado?
- Non lo so, viveva qui. So che era un rivoluzionario... un delegato al soviet.
- In quale periodo?
Denni esita, incerta. - Non capisco...
- In quale periodo svolgeva la sua attivit politica? - domanda la donna, impugnando una stilografica.
- Circa vent'anni fa.
L'impiegata sospira sconsolata.
- Rivolgetevi all'archivio, - taglia corto, indicando il fondo della sala. - Terza porta a sinistra nel corridoio. Bussate senza entrare. Vi apriranno loro.
Denni attraversa la stanza, intimorita dai giganteschi lampadari che le incombono sulla testa. Imbocca il corridoio e conta le porte. Si ferma davanti alla terza e bussa. Quindi si accomoda su una delle poche sedie disposte contro il muro. Seduta davanti a un'altra porta, un'anziana con un grande fazzoletto in capo la scruta con occhi porcini. Poco oltre, una donna giovane culla un bambino, che le dorme in grembo, con la testa reclinata e la bocca aperta. D'un tratto una voce maschile: - Avanti.
Denni entra con timidezza in uno stanzino vuoto. L'uomo dev'essere scomparso dietro la seconda porta, che si apre sulla parete laterale e dalla quale giunge un ticchettio meccanico.
Denni si avvicina e resta in attesa, il viso a pochi centimetri dalla superficie liscia di legno scuro. Fa per bussare, ma al primo tocco la porta si apre.
Un uomo siede a una scrivania, intento a battere sui tasti di una macchina di metallo bruno. Una faccia tonda, occhiali e sopracciglia folte.
- Chi vi ha detto di entrare?
- Ho sentito dire "avanti".
- Certo, nell'anticamera, - ribatte il funzionario. - Questo  l'ufficio.
Denni punta il pollice oltre la spalla destra.
- Ci sono soltanto io...
Il funzionario allunga il collo per adocchiare lo stanzino dietro di lei.
- D'accordo, d'accordo...
Le indica una sedia, che Denni occupa solo sul bordo, la schiena rigida.
- Qual  la richiesta? - domanda il funzionario.
- Sto cercando una persona.
- Nome e cognome di questa persona?
- Leonid Voloch. Con la cha in fondo.
L'uomo annota il nome.
- Patronimico? - domanda.
Denni rimane zitta.
Il funzionario sbuffa.
-  un iscritto al Partito comunista russo o svolge qualche incarico per il partito?
Denni riflette su quelle parole.
- So che era un delegato al soviet di San Pietroburgo.
- Motivo della richiesta, - domanda l'impiegato.
-  un mio parente.
- Da quanto non avete pi notizie di questo... - consulta il foglio, - Voloch?
Denni decide di essere sincera.
- Vent'anni.
Il funzionario osserva bene la ragazza, valutando quanti anni possa avere.
- Accomodatevi, - dice indicando lo stanzino.
La ragazza obbedisce. Il funzionario esce nel corridoio dove Denni, sporgendo fuori la testa, lo osserva percorrere la guida rossa, fino in fondo, passando davanti all'anziana, ancora seduta, e alla donna con il bambino. L'uomo scompare nei meandri del palazzo e si ripresenta dopo dieci minuti, senza dire una parola. Torna nell'ufficio e Denni attende nell'angusta anticamera che le venga concesso di rientrare.
Dopo alcuni minuti, la voce del funzionario filtra ancora attraverso la porta socchiusa.
Denni si fa avanti.
- La persona che cercate  stata un delegato del soviet di San Pietroburgo nel 1905. Iscritto al Partito operaio socialdemocratico russo fino al 1911 -. L'uomo fa scivolare un foglietto da un capo all'altro della scrivania. - Ecco l'ultimo indirizzo in archivio. Non penso vi possa essere utile, ma questo  quanto. Buona giornata.
L'uomo torna a concentrarsi sulla macchina che ha di fronte, ma la ragazza non accenna a togliere il disturbo.
- Qualche problema? - domanda il funzionario, senza smettere di aggredire i tasti.
- Questa via e questo numero, - Denni scruta l'indirizzo. - Tu sai dove sono?
- Certo non qui nel mio ufficio.
La risposta sgarbata non serve a sloggiare l'intrusa. L'uomo allora si sfila gli occhiali e stende un braccio verso la porta. - Qua fuori. Sulla strada. Fermate una carrozza e chiedete al cocchiere di portarvi. Oppure aspettate il tram e sentite dal conducente se va in quella direzione. Di pi non so dirvi.
Denni ringrazia, come di fronte a un'informazione preziosa, e alla buon'ora esce dalla stanza.
N carrozza n tram la porteranno a destinazione, dal momento che per entrambi  necessario pagare e gli spiccioli che le restano non bastano nemmeno per una corsa breve.
Quanto alle indicazioni, autisti e vetturini non le sono di grande aiuto. Non per ignoranza o cattiva volont, ma perch a dispetto di vari tentativi, nessuno le illustra mai l'intero percorso, si perdono tutti dopo le prime svolte, e alla fine ripiegano su una tappa intermedia, dove domandare suggerimenti.
Denni allora si rivolge a un venditore di libri, confidando che un uomo di cultura, tra tante conoscenze, sappia indicare la strada a un forestiero. Fuori dal piccolo negozio, inchiodata su un pannello di legno, c' una stampa che mostra la Russia, cos come la si vede dallo spazio, per isolata, senza gli altri Paesi attorno, con le citt rappresentate da cerchietti neri. Unione sovietica. Un sesto del mondo!, dice la scritta che sovrasta l'immagine, e bench il motto suoni misterioso, la vista della mappa rincuora Denni. L'uomo che vende un simile oggetto dev'essere un esperto del Paese, e se sa dove si trovavano luoghi remoti come Vladivostok, a maggior ragione sar pratico delle strade della sua citt. Infatti, non appena Denni gli mostra l'indirizzo sul biglietto, l'uomo si propone di tracciarle un disegno che l'aiuti a raggiungerlo. Purtroppo il risultato  molto deludente. Il disegno non riproduce le vie, i muri delle case, i portoni e le insegne, ma la citt  ritratta dall'alto, con cerchi e linee al posto di piazze e strade. Usare quell'intrico per orientarsi si rivela molto difficile, nonostante il libraio investa nella spiegazione tutta la sua pazienza.
Cos il viaggio di Denni  molto pi lungo del previsto.
"Ci vorr mezz'ora", le hanno detto appena uscita dall'Istituto Smolnyj, ma trascorso quel tempo, si trova ancora a met del tragitto.
Inoltre, mille dettagli la rallentano e catturano la sua attenzione. Fuori da alcuni negozi di pane si snodano file di clienti, mentre altri non ne hanno nemmeno uno. Mercanti di strada vendono biglietti per la lotteria di Stato, uno strano gioco dove si vince senza giocare. Le fermate dei tram, con quei manifesti sulle vetrate, rallentano di molto le ricerche di Denni, che si mette a decifrare le scritte, oppure ascolta rapita i commenti di chi legge.
Mentre si sforza di sovrapporre il disegno del libraio all'incrocio che ha di fronte, un'automobile le sfreccia davanti e dal finestrino aperto prende il volo un nugolo di fogli. Imitando i passanti, Denni ne raccoglie uno.
"Il gruppo di Stalin, - c' scritto, - guida il Paese con il paraocchi, creando una parvenza di successo". Vorrebbe leggere oltre, ma un uomo le strappa il foglio.
- Ridammelo! - protesta lei, ma lascia perdere in fretta. Il tizio non  solo e insieme ai suoi compagni straccia tutti i fogli volanti che gli capitano a tiro. Alle rimostranze di chi vorrebbe conservarli, gli energumeni reagiscono con urla e spintoni.
Denni osserva la scena impaurita, prima di riprendere il cammino.
Alla fine del pomeriggio il nome sul foglietto incontra il suo doppio, in una targa dipinta, all'angolo tra due strade di periferia. Una zona della citt dove i palazzi sono meno fitti e le case di legno si alternano a quelle di mattoni.
Il numero civico 25 corrisponde a un portone spalancato. Denni varca la soglia e si ritrova in un cortile popolato da gatti, pozzanghere, biciclette e panni stesi. Le va incontro una donna con una tinozza in braccio.
- Buongiorno, mi chiamo Denni. Cerco Leonid Voloch.
La donna rimane a bocca aperta.
- Voloch? Accidenti, Voloch!  morto, per caso?
- Non lo so. Mi hanno detto che abitava qui.
La donna posa la tinozza, quasi che il peso le impedisca di riflettere.
- Ci abitava vent'anni fa. Me lo ricordo, ero una ragazzina. Dopo che se n' andato, l'appartamento  rimasto vuoto per un bel po', poi  venuta a starci un'altra famiglia.
L'aria delusa e smarrita di Denni muove a compassione.
- Seguitemi, prego, - dice la donna.
Tre piani di scale sgangherate, sature di odori di cibo e sigarette.
Oltre una porta grigia, si ritrovano in un corridoio corto e in penombra. La corsa di un bimbo lo attraversa, fino alla sottana della madre.
- Cosa si mangia?
- Zitto, - ordina la donna. - Non  ancora ora di cena.
Al centro della stanza, in mezzo a quattro sedie, un baule fa da tavolino. La donna lo indica.
- Quello l'hanno spedito a nome suo, una decina d'anni fa. Me lo ricordo perch ero incinta del mio secondo. Ero gi caposcala. Sono andata con mio marito a ritirarlo alla dogana, gi al porto. Per un po' l'ho conservato in cantina. Pensavo che qualcuno veniva a prenderselo. Poi, invece che farlo ammuffire, l'ho portato su. Le cose che c'erano dentro le abbiamo usate. Vestiti, una vecchia coperta. Sapete, mi sono nati tre figli... Ah, poi c'erano dei libri. Sono l sullo scaffale.
Denni va alla parete e osserva i volumi.
Alcuni sono rilegati, con la copertina rigida, altri poco pi che fogli cuciti assieme. Una decina in tutto. Li sfila uno alla volta, sfogliando rapida le prime pagine.
La madre, di M. Gorkij.
I primi uomini sulla Luna, di H. G. Wells.
Stella rossa, di A. Bogdanov.
Una scritta a mano, nel frontespizio dell'ultimo, attira l'attenzione. "Per Leonid" c' scritto, ma gli svolazzi che seguono sono incomprensibili.
- Questo l'ho letto, - interviene la donna con una punta d'orgoglio. -  divertente. Parla di un uomo che va su Marte e ci trova il socialismo.
Denni gira il frontespizio con delicatezza, come se d'improvviso la carta fosse pi preziosa.
Esamina il titolo e il nome dell'autore. Lo confronta con la firma in fondo alla dedica e si convince che sia di suo pugno. Al margine basso del foglio  stampato un numero: "1908".
Volta pagina e si sofferma sulle prime parole.

Prologo.
Lettera dal Dr Werner a Mirsky.

Caro compagno Mirsky, ti spedisco gli appunti di Leonid. Vuole che siano pubblicati, e tu, da uomo di lettere, puoi occupartene meglio di me.

Al centro della pagina successiva, in caratteri maiuscoli, c' stampata una riga soltanto:

Il manoscritto di Leonid

Apre il libro a caso, pi volte. Legge e rilegge alcune frasi.

La mia perdita di peso era ora pi evidente, e la sensazione di leggerezza, accompagnata da una vaga instabilit, aveva smesso di essere piacevole.
Ci sedemmo di fronte alla finestra. La Terra appariva lontana, simile a una gigantesca falce. L'intero Atlantico e il Vecchio Mondo erano avvolti nell'oscurit. L'unica ragione che mi faceva indovinare che fossero l era che la parte invisibile del pianeta eclissava le stelle, disegnando un frammento vuoto di cielo nero.

La voce della donna interrompe la lettura.
- Prendetelo pure.
Denni richiude il libro e accarezza la copertina. Nel disegno, un uomo col cappello, ritratto di schiena, regge sulla spalla un maglio da fonderia. Davanti a lui, alta nel cielo, una stella rossa inonda di raggi il profilo di una citt industriale. Sull'angolo destro e sinistro, due cartigli propongono il solito motto: "Proletari di tutti i Paesi, unitevi!"
- Sai dirmi dove potrei trovare l'autore di questo libro?
- Bogdanov... - la donna stringe le labbra, poi le schiude. - Mi pare di aver letto sulla "Pravda", tempo fa, che dirige un centro medico, a Mosca, dove curano le malattie del sangue.
Fuori dalla finestra il sole  sceso dietro i palazzi.
- Grazie, lo tengo, - dice Denni col libro sotto braccio. - Hai detto che c'era anche una coperta...
La caposcala la scruta dalla testa ai piedi.
- Ce l'avete un posto dove dormire?
Nessuna risposta. La donna sospira e sparisce nella stanza accanto, per poi tornare con la coperta. Il panno di lana infeltrita passa di mano.
- Per questa notte potete dormire nel sottoscala. Ma domattina presto ve ne dovete andare.
Per le strade, Denni ha visto molte persone sdraiate o sedute su teli come quello. Alcuni ci dormono, altri li usano per esporre ortaggi, frutta, biscotti da vendere al dettaglio. Gente che non sembra avere casa n lavoro. Come mai, se la rivoluzione  gi venuta? Archivia la domanda tra le tante che dovr rivolgere a Leonid, se mai lo trover.
Nel frattempo, anche lei passer sopra un pezzo di stoffa la sua prima notte a Leningrado. Poi dovr trovare un passaggio per Mosca.



Capitolo 6

Gli esami di Filippenko sono in ritardo, e quello gi smania per tornare a Smolensk, al duro lavoro che lo aspetta.
Bogdanov percorre il corridoio a passi nervosi, con una cartella clinica sotto il naso. Come se qua ce la prendessimo comoda.
Scorge un'ombra massiccia che avanza verso di lui. Ramonov, l'economo dell'istituto. Si finge talmente assorto nelle carte da non vederlo, ma alla fine gli concede un saluto distratto.
Buona giornata, compagno. L'altro lo ricambia con sussiego. Se sapesse della lettera che sta per planare sulla scrivania del commissario Semasko. "Il compagno Ramonov interferisce nelle questioni cliniche, scavalca le decisioni collettive, gestisce i fondi come meglio crede". E c' il forte sospetto che ne intaschi una parte. Prima o poi le prove salteranno fuori. Come col predecessore, quell'azero viscido che voleva riempire l'istituto dei suoi amici del Caspio. Diceva in giro: Bogdanov  controrivoluzionario, un antibolscevico! Sai che novit. Un'accusa lunga vent'anni.
Il direttore sprofonda nella cartella clinica e cammina cos fino alla porta dello studio.
Davanti alla soglia, si aggira impaziente un ragazzo biondissimo, dall'aria efebica e con abiti un po' larghi. In evidente attesa.
- Posso aiutarvi?
- S, se sei Aleksandr Bogdanov.
Occhi talmente chiari da essere trasparenti.
- In carne e ossa.
- Sei l'autore di questo libro?
Un volume sottile. Bogdanov scruta la copertina. Stella rossa, la prima edizione.
-  un mio vecchio racconto, s.
E questo dev'essere un ammiratore. Uno di quelli che amano ingaggiare discussioni eterne sui viaggi spaziali e la chimica delle comete. Da quando l'istituto ha aperto i battenti, ne capita di gente strana. Eteronauti, marxisti eretici e soprattutto appassionati lettori. Sar che i suoi romanzi si possono leggere come saggi e i saggi sono pieni di idee da romanzo.
- Cosa posso fare per voi?
- Sono la figlia di Leonid Voloch, l'uomo che ti ha ispirato questo libro. Lo sto cercando.
Bogdanov stringe una mano tiepida e magra. Come tenere in pugno un passero col terrore di soffocarlo. Un volto emerge dalla memoria, i tratti sfumati, intaccati dal tempo. Una dacia in Finlandia, i faraglioni di Capri. Leonid il marziano.
- Prego, accomodatevi.
Di fronte alla scrivania di mogano c' una sedia imbottita con i piedi a zampa di leone, sopravvissuta ai cambi di propriet e ai traslochi. Come la scrivania stessa e la poltrona che accoglie il direttore. Su tre pareti corrono le scaffalature di una libreria alta fino al soffitto. Alle spalle di Bogdanov, la finestra affaccia sulle aiuole di un giardino.
Strana ragazza che sembra un ragazzo. Denti bianchissimi e perfetti. Le orecchie molto piccole, ben sagomate. Pallida, forse troppo. Dev'essere anemica.
- Non ho mai saputo che Leonid Voloch avesse una figlia.
- Nemmeno lui lo ha mai saputo. Almeno credo.
Bogdanov allinea con le dita il bordo dei fogli che gli stanno di fronte. La portineria dell'istituto dovrebbe avvisare di visite come questa. Lasciano entrare le persone come se fosse un ufficio postale.
- Dunque immagino sia stata vostra madre a raccontarvi di Leonid...
- S. Ma  morta quando avevo sei anni.
D'accordo. Una rapida incursione nel passato, quanto basta per liquidare questa ragazza, che certo non ha colpe di essere orfana e di voler sapere qualcosa del proprio genitore.
- Non so cosa vi abbia raccontato vostra madre. Erano tempi difficili. Vivevamo in clandestinit, esuli. Durante un'azione in Georgia, Leonid rimase traumatizzato dallo scoppio di una bomba ed ebbe serie conseguenze. Per alcuni mesi non fu, come dire... presente a s stesso. Soffr di allucinazioni e si convinse di essere stato su un altro pianeta. Un pianeta socialista. Quando torn in s mi raccont del suo viaggio.
Denni non pare affatto stupita.
- Nei tuoi romanzi hai scritto che quel pianeta  Marte. Te l'ha detto Leonid?
- Per la verit no. Quella  stata una mia trovata. Per il gioco di parole con il pianeta rosso, sapete. C' molta farina del mio sacco nel libro. Come nel successivo, Ingegner Menni. Quando lo scrissi, avevo perso da un pezzo le tracce di Leonid.
Denni non gli stacca gli occhi di dosso.
- Sai dov' adesso?
Il direttore scrolla la testa con decisione.
- L'ultima volta che l'ho visto eravamo in Italia, direi...
Poco meno di vent'anni fa. Dopo c' stata la guerra, poi la rivoluzione, e ancora la guerra... Mi dispiace non poter esservi di aiuto.
Si alza, tempo di chiudere l'incontro. Per quanto commovente possa essere questa storia, c' un centro medico da mandare avanti e a cinquantaquattro anni il tempo  un bene prezioso. Sta per aggirare la scrivania e accompagnare la ragazza alla porta, quando lei riprende.
- Io devo trovarlo.
Tono agitato e respiro affannoso.
- Mia cara ragazza, - le risponde lui, - questo Paese  davvero molto grande e altrettanto grandi sono gli eventi che lo hanno travolto. Cercare un uomo in mezzo a una rivoluzione  come cercare un preciso filo d'erba in mezzo a un prato.
Bussano alla porta. La salvezza.
Natal'ja e Vlados.
La ragazza balza in piedi.  ancora pi pallida, occhi smarriti. La fronte imperlata di sudore.
- Vi sentite bene?
Lei afferra il libro e lo stringe al petto.
- Aiutami a trovarlo, ti prego.  tanto importante... Non solo per me, per tutti. Voi avete i treni, gli aeromobili, gli animali morti che sembrano vivi... Ma non sapete quello che pu succedere. Non sapete...
L'aitante Vlados in azione. Appena in tempo, prima che la ragazza crolli sul pavimento, e subito Natal'ja lo aiuta a sorreggerla.
- Sdraiatela, - ordina Bogdanov. - Mettetele un cuscino sotto la testa.
- Aleksandr Aleksandrovic, - lo fulmina Natal'ja, - prendi un po' d'acqua, invece di dirci cosa dobbiamo fare.
Bogdanov riempie un bicchiere dalla caraffa accanto al samovr. Lo passa alla moglie, china sulla ragazza. Natal'ja bagna un fazzoletto e terge la fronte di Denni.
- Vado a cercare una barella.
Bravo Vlados.
- Chi ? - domanda Natal'ja appena rimangono soli.
Al collo della ragazza pende un ciondolo, scivolato fuori dalla camicia. Il dado di un bullone a sei facce. Sul bordo esterno  inciso: "Proletari di tutti i Paesi, unitevi!" Un oggetto gi visto.
Perch abbiamo fallito? La voce nasale di Leonid Voloch, tra le mura di un cella. Il carcere delle Croci a San Pietroburgo. Il rovello di un'intera generazione. La domanda...
La domanda di Natal'ja.
-  la figlia di un vecchio compagno. Il ciondolo che porta era suo. Quanti anni pu avere?
Natal'ja passa ancora il fazzoletto sulla fronte e le gote della ragazza.
- Non pi di venti. L'avevo scambiata per un ragazzo. Perch porta abiti da uomo?
Chiss. Ecco Vlados con la lettiga. Sollevare il corpo  un gioco da ragazzi, pare una bambola di carta.
- Troviamole un letto. E facciamole gli esami del sangue. Sospetto l'anemia.
- Prima bisogna darle un pasto caldo, - interviene Natal'ja. -  quello di cui ha pi bisogno, povera ragazza.
Bogdanov osserva ancora il giovane volto.  passato troppo tempo perch possa ritrovarci qualcosa di Voloch. I lineamenti del suo ritratto sono inchiostro bagnato. Pi lo rigira e pi si scolora.
- Cosa voleva da te?
- Sapere se ho notizie del padre. Non so che fine abbia fatto.
Una carezza materna sul viso bianco.
- Poverina. La porto nella 4, c' un letto libero.
Vlados spinge la lettiga fuori dallo studio.
Bene. Ora di rimettersi al lavoro. Bogdanov raccoglie il libro che  caduto a terra. Lo appoggia sulla scrivania e torna sui dattiloscritti che la ingombrano. Ne prende uno, legge le prime righe. "La nostra epoca  ancora caratterizzata da una cultura individualista, che non permette di apprezzare appieno i nostri metodi..."
Perch abbiamo fallito?
"... e il punto di vista che li sottende".
Era il tempo della prima rivoluzione. Quella del 1905.
"I princip del lavoro collettivo si stanno appena affermando. Quando trionferanno..."
La prima volta che tutto  parso possibile. La nascita del soviet di San Pietroburgo. Lo sciopero a oltranza. Gli operai che si autoriducono l'orario di lavoro. La serrata dei padroni, i licenziamenti. L'esercito che circonda l'Istituto tecnologico dell'universit, la sede del soviet. Gli arresti di massa.
Era l'autunno di un tempo diverso, le parole di Trockij infiammavano i delegati operai.
Abbiamo la libert di riunirci, ma le nostre riunioni sono circondate dai militari.
Allora Trockij era un menscevico, membro della minoranza del partito. Come adesso, ancora in minoranza, l'opposizione unita contro Stalin. La resa dei conti si avvicina. E il conto  lungo.  cominciato almeno ventidue anni fa.
Abbiamo la libert di esprimerci, ma la censura non  cambiata.
Non  male essere fuori dai giochi. Chi se ne importa del potere. Per organizzare una societ  pi importante la cultura. La tectologia insegna che i sistemi autoritari sono destinati a crollare sotto le loro contraddizioni. Catene di comando troppo lunghe, dispotismo, lotte intestine, dispersione di energia. Un motivo in pi per non tollerare l'autorit.
Abbiamo la libert di istruirci, ma le universit sono occupate dai soldati.
Neve schizzata di rosso, i corpi immobili nelle strade, dopo la fucileria. I soldati irrompono al soviet, in un giorno di dicembre del 1905. La ressa. Le mani alzate.
Le nostre persone sono inviolabili, ma le prigioni sono affollate.
Sbattuti in una cella oscura, uscita da un incubo medievale.
Abbiamo una costituzione, ma l'autocrazia  sempre l.
Un buco fetido, gomito a gomito con Leonid. Taciturno, cuore operaio e testa d'ariete, reduce dalla guerra contro i giapponesi. Il compagno delegato Voloch, mani forti e ruvide. Mostra l'anello che si  costruito in fabbrica, "per colpire pi duro". Lo stesso che quella strana ragazza porta appeso al collo. Pi eloquente di una carta d'identit.
Abbiamo tutto... e non abbiamo niente.
Lunga attesa di finire davanti al tribunale, rimuginando su quei mesi convulsi. Natal'ja gli fece avere i suoi taccuini, grazie a un secondino devoto all'anarchia. Scrivere come un invasato, anche al buio, fino a concludere il terzo volume di Empiriomonismo.
"Che roba ?"
"Una nuova filosofia. Il marxismo alla luce delle scoperte scientifiche pi recenti".
"Sarebbe a dire?"
Bella sfida. Come ai tempi dell'universit, intere serate trascorse a insegnare nelle scuole per operai, sforzandosi di rendere comprensibili i concetti pi difficili.
"Vedi questo foglio? Toccalo, annusalo, ascolta che rumore fa. Tutte queste sensazioni, tu le organizzi insieme e le chiami "foglio"".
"Mica soltanto io. Tutti lo chiamano cos".
"Giusto. Perch oltre alla tua organizzazione ce n' una collettiva, che ci serve per agire insieme. E che chiamiamo "realt"".
"E cosa c'entra col marxismo?"
"C'entra, perch vuol dire che la realt  fatta delle nostre sensazioni e del modo in cui le teniamo insieme. La materia allo stato puro non esiste. Se sei un marxista, se vuoi cambiare la realt, devi cambiare le sensazioni e il modo di organizzarle".
"E come si fa?"
"Cambiando la testa delle persone, cio la coscienza collettiva, la cultura".
Un pestone sul piede, a tradimento.
"Ti ho fatto male, Bogdanov? Devi cambiare il tuo modo di organizzare le sensazioni".
Una calda risata. Buio. E una domanda pi difficile, sospesa nell'aria stantia della cella, come un dilemma insolubile, o un macigno pronto a schiacciarli.
"Perch abbiamo fallito?"
Il quesito degli anni a venire.
La risposta di Lenin: il partito deve dirigere i lavoratori con pi decisione.
Sbagliato! Sono i lavoratori che devono dirigere i lavoratori, grazie a una nuova visione del mondo. Il partito deve aiutarli a costruirla.
Abbiamo tutto... e non abbiamo niente.
Usciti su cauzione, nel giro di un mese ottennero il permesso di espatriare. Il Granducato di Finlandia, bench governato dallo zar, era meno sorvegliato dalla sua polizia. Scelsero la dacia di Gavril Lejtejsen, un medico bolscevico. A Kuokkala, un'ora di treno da San Pietroburgo.
Erano vivi. Insieme a mogli e compagne.
Sopravvissuti al fallimento di una rivoluzione.
Pronti a ricominciare.
Avevano tutto e non avevano niente.
Servivano organizzazione, armi e denaro.
Il denaro subito, per ottenere il resto.
"Compagni, andiamo a prenderlo l dove sta".



Capitolo 7

La loro cultura si basa sulla propriet, garantita dalla violenza organizzata. Come potrebbero concederci una porzione di terra significativa? Al contrario, sono posseduti da un insaziabile desiderio di conquista. Per come la vedono loro, la colonizzazione  un fatto di violenza e terrore, mai di accordo pacifico, e per questo ci costringerebbero ad adottare lo stesso atteggiamento...

Denni riapre gli occhi sul volto di una donna.
- Bentornata tra noi.
La capoinfermiera Korsak le tocca la fronte con le dita, in un gesto materno, spiccio e gentile al tempo stesso.
- Non avete febbre.  soltanto debolezza. Ve la sentite di tirarvi un po' su?
Denni si solleva e la donna le offre un altro cuscino per appoggiare la schiena. La ragazza avverte un odore che le apre lo stomaco. La sensazione peggiora quando l'infermiera scoperchia una ciotola, liberando un vapore appetitoso. Denni rimane a bocca aperta. La donna dispone la tazza su un vassoio da letto e lo colloca sulle gambe della ragazza.
- Che cos'? - domanda lei.
- Brodo di gallina con una patata dentro.
- Non mangio animali, - ribatte Denni.
- Dovete recuperare le forze, - insiste Natal'ja. - Prendete almeno la patata.
Denni pesca il tubero con le dita e ne addenta un'estremit. Mangia piano, con gusto, osservando i movimenti della donna che cammina per la stanza a piccoli passi, trascinando i piedi dentro un paio di pantofole.
- Ti fanno male?
-  la gotta, - risponde l'altra, mentre raggiunge il tavolo accanto alla finestra, - Certi giorni  davvero fastidiosa.
Si mette ad armeggiare con una siringa e una schiera di provette.
- Mi chiamo Natal'ja Bogdanovna, - aggiunge. - Sono la moglie del dottor Bogdanov e la capoinfermiera della clinica.
Occhi castani, profondi. Capelli dello stesso colore, striati di grigio e raccolti in una treccia. Sugli zigomi corrono rughe sottili e solchi pi marcati ai lati della bocca. Denni la trova bella. Bella come un albero, o il grande fiume che ha visto a Leningrado, o quel pomeriggio di fine estate. Non una bellezza immediata, data dall'armonia delle forme, ma una pi complessa, frutto dell'intreccio del tempo con la vita.
La capoinfermiera si accorge dell'attenzione di Denni e si mette in posa come per un ritratto.
- Eh, s, mia cara, ho molti pi anni di voi. Tanti che potrei essere vostra madre.
La ragazza rimane interdetta.
- Puoi leggere il pensiero?
- Il pensiero, no. Ma il vostro viso  un libro aperto. Mi chiedo dove siate cresciuta, visto che mi date del tu come se lo fossi davvero, vostra madre. Avete un curioso modo di fare. Ma come preferite: vi dar anch'io del tu.
Denni seguita a mangiare.
Quando finisce, la capoinfermiera toglie il vassoio e la fissa a braccia conserte.
- Nella tasca del tuo cappotto c'erano i documenti di un certo Lev Aleksievic Koldomasov. Mi pare evidente che non sei tu. Qual  il tuo nome?
Denni si guarda le mani, distese sulle lenzuola. Muove appena le dita sottili come se dovesse tracciare la risposta sul tessuto.
- Denni, - risponde, ma dal volto dell'infermiera capisce che pretende una risposta pi completa.
- I documenti li ho presi per arrivare fin qui, - aggiunge. - Sono di una persona che non ne ha pi bisogno. Una persona morta.
- E i tuoi? Dove li hai lasciati?
- Nel posto dove sono cresciuta... - Denni non trova le parole e l'altra attende paziente. - L'orfanotrofio, - si sblocca la ragazza.
- E dov' quest'orfanotrofio?
- In Georgia, vicino a Baku.
Natal'ja Korsak scruta ancora quell'aria da bambina, la pelle candida, i capelli biondo platino.
- Sei scappata?
- Volevano mandarmi a lavorare in un opificio, - risponde Denni senza esitare. - Ma io volevo trovare Leonid. Cos sono andata via. Mi hanno accolta in una casa di contadini. Mi hanno aiutata.  l che ho trovato i documenti. Non volevo rubare. Erano persone gentili... - ancora un'indecisione, come se fosse distratta da un pensiero fosco, ma subito riprende: - ... anche se tenevano in casa un animale morto. Una volpe, credo. E non so perch.
La donna stira le labbra poco convinta.
- Pensavi di cercare tuo padre con dei documenti rubati e senza un'idea di dove fosse?
Il tono  tra l'incredulo e l'accondiscendente. Come un'adulta che riprende una ragazzina scapestrata, ma pi per dovere che per convinzione.
Denni muove ancora le dita sul lenzuolo, componendo serpentine e arabeschi immaginari.
- Non volevo restare l. Sapevo che Leonid era di San Pietroburgo, cos sono andata a cercarlo. Ho trovato dove abitava, ma adesso ci vive altra gente. Sono loro che mi hanno procurato un passaggio, su un camion diretto a Mosca.
La capoinfermiera sospira e sterilizza sulla fiamma l'ago di una siringa.
- Tua madre? - domanda senza girarsi.
-  morta quando ero piccola. Era molto malata.
La donna si volta e le mostra il cotone.
- Ti prelever un po' di sangue e ti far il test per la tubercolosi. Mio marito sostiene che potresti essere anemica. E dato che siamo in un istituto per le trasfusioni, tanto vale controllare.
Denni lascia che la donna le massaggi il braccio e glielo buchi con due aghi diversi.
- Ora riposa.
Fa per andarsene, ma la ragazza la trattiene.
- Dovete aiutarmi.
Il tono non  quello di chi implora, ma piuttosto di chi d un consiglio o esige qualcosa. Come se il favore non dovessero farlo a lei, ma a s stessi.
- Sai, - le dice l'infermiera, - ho conosciuto tanti georgiani, e non mi pare che tu abbia il loro accento. Un'ora fa, mentre vaneggiavi nel sonno, parlavi una lingua strana, ma non georgiano.
Sulla porta, prima di lasciare la stanza, si volta indietro. - Dimenticavo: Baku non  in Georgia.



Capitolo 8

- Cosa facciamo con la ragazza?
La domanda spunta dietro le spalle, mentre Bogdanov si aggiusta il bavero della giacca e controlla il risultato nello specchio. Un uomo austero, ancora prestante, baffi e barba a punta spruzzati di grigio. Chi conosce la sua et, dice che dimostra dieci anni di meno. La prova che le trasfusioni ringiovaniscono davvero.
- Non possiamo tenerla all'istituto cos, - insiste Natal'ja, - senza documenti validi, senza sapere niente di lei.
L'immagine riflessa della moglie compare accanto alla sua. Pi vecchia di otto anni, anche i suoi portati bene. Gli scambi di sangue sono efficaci persino contro la gotta.
- Una cosa la sappiamo, - ribatte lui. - Il test con la tubercolina  positivo. Stamattina arrivano gli strisci e le colture. Se la malattia  attiva, bisogner trovarle un posto in sanatorio.
Natal'ja gli porge la cravatta e Bogdanov se la annoda sotto il colletto.
- Ora al lavoro.
Si scambiano un bacio, da anziani coniugi, ancora capaci di comunicarsi la complicit di una vita. Una vita clandestina, reclusa, contraddittoria e sofferta. A tratti perfino felice.  ancora una forma d'amore, no? E ancora lo sar, per altri trent'anni. Un amore diverso, certo, da vecchi che hanno imparato a completarsi. Due vecchi rivoluzionari. Questo sono e questo saranno. Con gli inevitabili cambiamenti, perch solo ci che muta si conserva per sempre.
- Per le celebrazioni, ancora nessun invito?
Natal'ja  preoccupata, si vede, per via del clima che aleggia sul Paese. I giorni incupiscono, l'opposizione scalpita, il decennale non sar una festa.
Bogdanov si volta e le sfiora il viso con le dita.
- Comunque non saprei cosa mettermi.
Ridono, simili anche in questo. Una delle tante affinit maturate in trent'anni. Il taglio degli occhi, le pieghe sulla fronte, le macchie sul dorso della mano. Due sposi arrivano a condividere anche l'aspetto, come fratello e sorella. Nulla di strano. Per la tectologia, vivere insieme  una forma di congiunzione e quando due sistemi si uniscono, se non sono troppo diversi, tendono ad amalgamarsi. Ma poich l'uomo  corpo e mente assieme, la congiunzione delle esperienze produce effetti fisici. Segni particolari di coppia.
Bogdanov attraversa la stanza e imbocca le scale, diretto ai laboratori del piano terra.
Nessuno lo inviter alle celebrazioni per il decennale della rivoluzione. Per alcuni della vecchia guardia, lui non  pi un marxista da oltre vent'anni. Dai tempi della disputa coi menscevichi, ancor prima che con Lenin, della grande spaccatura nel Partito operaio socialdemocratico russo. Che fare? Esigere che gli iscritti siano militanti o accontentarsi di sostenitori? Impugnare le armi o tenerle da parte? Forzare la Storia o attendere gli eventi, convinti della loro ineluttabilit?
I menscevichi erano la minoranza, ma potevano contare su Georgij Plechanov, il grande padre del marxismo russo, l'uomo che aveva appreso la dottrina dalle labbra di Engels, come non si stancava mai di ricordare. In quel campo si sentivano invincibili e non tardarono a lanciare il guanto di sfida. Un lungo articolo di filosofia, firmato "Ortodoks". Un nome, un programma. Quel vostro Bogdanov, cari bolscevichi,  un apostata. Il suo empiriomonismo tradisce gli insegnamenti di Marx. Cinque novembre 1904, la prima scomunica di una lunga serie. Da quel giorno, Plechanov prese a chiamarlo signor Bogdanov, per sottolineare che non lo considerava pi un compagno.
Tutto era importante allora, anche un appellativo. Tutto lo  ancora. Quanto possono essere lunghi vent'anni? Tante cose sono cambiate, da quando era l'esilio a tenere unita la banda. Una compagnia di sovversivi gi navigati, che non si aspettavano dalla vita altro che persecuzione, galera, stenti. Il prezzo per mandare la Storia nella direzione giusta.
Il laboratorio  ancora deserto. La stanza  occupata da due tavoli ingombri di apparecchi e provette. Un'intera parete ospita l'archivio. Nell'aria ristagna odore di alcol etilico e formalina. Bogdanov siede davanti al microscopio, ma invece di abbassarsi sull'obiettivo, si volge verso la finestra, in cerca di uno squarcio di cielo.
Dalla torretta di villa Vasa si vedevano i tetti di Kuokkala, i prati e i boschi, e nelle giornate limpide, uno scorcio di mare. Un panorama che toccava condividere con una famiglia di api. L'alveare ronzava sotto la grondaia, ma nessuno si sognava di rimuoverlo. "Per solidariet con le operaie", scherzava Lejtejsen, il padrone di casa. In realt, d'estate era pi la paura dei pungiglioni, mentre d'inverno ce le si scordava, perch non davano fastidio.
I dettagli affiorano dalla memoria, pi vividi del motivo per cui li si rammenta. Alcuni genuini, altri soltanto camuffati da ricordi. Il colore delle assi dietro la stufa, la maniglia delle porte, perfino il motivo floreale sulle stoviglie. E poi il grande larice, sotto il quale germogliavano le discussioni e un fitto sottobosco di partite a scacchi.
Allora nessuno immaginava che nel giro di dieci anni la guerra e la rivoluzione avrebbero abbattuto l'impero. Quell'impero che li aveva sloggiati l, nel granducato. Non proprio fuori dai confini, ma quasi, nella terra "dei laghi e delle balze di granito". Cos appare la Finlandia in Stella rossa, oltre la vetrata dell'eteronave diretta su Marte. San Pietroburgo laggi, in fondo al golfo, appena una cinquantina di chilometri. I coniugi Lejtejsen abitavano in citt e si trasferivano alla dacia nel fine settimana. Allora toccava stringersi pi del solito. Avevano un figlio di dieci anni, Moris, e con lui in giro per casa era difficile stare tranquilli. Le sue scorribande su e gi per le scale erano un motivo in pi per ripetersi: meno male che non sono padre. Ma la sera, dopo cena, era bello inventare storie per lui e rispondere alle sue domande su draghi e viaggi spaziali.
Durante la settimana, la compagna Krupskaja faceva la spola ogni giorno, per portare al marito le notizie dalla capitale, i giornali e le lettere dei compagni. Lenin se ne stava chiuso in una stanza, nella parte pi isolata della casa, a scrivere e scrivere. A volte riceveva i compagni di partito che venivano a discutere le questioni salienti. Al piano di sopra, una ghiacciaia di spifferi e finestre difettose, Natal'ja aveva sistemato due camere. Una per la notte, poco pi larga del materasso steso sul pavimento, l'altra per leggere e studiare. Tutto il resto era in comune. Cucinare, mangiare, litigare. Spesso le due donne dovevano costringere i mariti a staccarsi dalle carte e a fare un po' di rivoluzione con la ramazza in mano. La loro amicizia nacque allora, quando pilotavano la scialuppa dei naufraghi lontano dagli scogli della disillusione. Si sentono tuttora, di quando in quando, ma il segreto della loro intesa era la vicinanza fisica, e adesso la distanza rimarca le diversit.
Natal'ja Bogdanovna Korsak non aveva potuto iscriversi alla facolt di Medicina. Le donne allora non erano ammesse. Aveva trovato lavoro come infermiera, nell'ambulatorio del padre di Bazarov. Gli anni di Tula e delle serate al circolo culturale operaio, nella grande fabbrica di armi. Otto anni pi vecchia di lui, dice di essersi innamorata prima di saperlo. Il matrimonio si era celebrato fuori citt, per non dare nell'occhio, ma di sicuro tra i presenti c'era qualche sbirro in incognito. Lei era diventata la signora Malinovskaja e il signor Malinovskij era diventato Bogdanov. Il patronimico della sposa usato come nome di battaglia, per omaggiare la parit di coppia.
"Nadja" Konstantinovna Krupskaja, invece, l'universit era riuscita a frequentarla. Aveva studiato Pedagogia, per poi insegnare nelle scuole serali e di giorno dedicarsi a La donna lavoratrice. Un'intera generazione di marxiste russe si  formata sulle pagine di quel libro. Anche lei pi vecchia del marito, ma di un anno soltanto. Anche loro sposati, in chiesa, l'unico modo che ci fosse per poter vivere insieme. Anche loro senza figli. La differenza pi grossa  nel punto di arrivo. Natal'ja  rimasta infermiera, Nadja  membro del Comitato centrale e presidente del Glavpolitprosvet.
"Siamo fortunate. Se fossimo nate cinquant'anni prima, non avremmo potuto essere quelle che siamo".
Cos Natal'ja, una sera, mentre s'infilava sotto le coperte dopo lunghe discussioni.
"Sono fortunate le donne che verranno. Perch ci sarete state voi".
Nadja e Natal'ja rimasero in ottimi rapporti anche durante il dissidio tra i mariti. Lenin termin di leggere i tre volumi di Empiriomonismo e un giorno, sotto il larice, disse chiaro il suo parere. Aveva ragione Plechanov. Quell'interpretazione di Marx puzzava di idealismo. La vecchia bugia che la realt  nella nostra testa, una creazione della mente. Tuttavia, concesse una tregua. "Mettiamo da parte la filosofia e concentriamoci sull'azione politica". Facile a dirsi, ma il salto dall'una all'altra  breve. Pi breve di quanto potesse immaginare.
Giugno 1907. Il primo ministro dello zar scioglie la Duma, per tornare al voto con una legge truffa. Riunione d'emergenza. Che fare? Il compagno Bogdanov propone di boicottare le urne. Quanti sono d'accordo? Tutti i bolscevichi, a eccezione di Lenin. Per lui il parlamento  un'arma borghese da usare contro la borghesia. Dopo un lungo dibattito riesce a spuntarla. La sua mozione passa, con il consenso di tutti i bolscevichi. Il Partito operaio socialdemocratico parteciper alle elezioni.
Eppure, qualcosa di inaudito era accaduto. Per qualche ora, Vladimir Ilic detto Lenin era finito in minoranza a causa di Aleksandr Aleksandrovic detto Bogdanov. L'Empiriomonista.
"Ti far la guerra, - disse Natal'ja, seduta in poltrona con il giornale sulle ginocchia, al freddo di quella dacia finlandese. - Alla prima occasione ti distrugger".
"Mi rispetta".
"O forse ti teme".
"Stiamo dalla stessa parte".
"Proprio per questo".
La porta del laboratorio si apre. Entra un infermiere con un vassoio. - Le colture di Lev Koldomasov, - dichiara. Le appoggia sul tavolo, firma un foglio e rivolge a Bogdanov un cenno d'intesa, ma il direttore lo nota appena, perso com' nei ricordi.
Al congresso di Londra, quella primavera, i bolscevichi avevano ancora una linea comune. Servivano armi e militanti pronti a usarle. Durante la rivoluzione fallita di due anni prima, gli operai di San Pietroburgo avevano sperimentato la violenza dell'esercito. Mai pi si sarebbero fatti trovare impreparati. Non bastavano le bombe artigianali di Leonid Krasin. E nemmeno il denaro raccolto da Gorkij, il grande scrittore, grazie alla sua fama internazionale. Perfino negli Stati Uniti aveva trovato sostenitori pronti ad aprire il portafoglio. Ma non era sufficiente. Bisognava prendere i soldi l dove stavano. A Londra la proposta fu bocciata. I menscevichi non volevano pi espropri. Niente bombe. Niente insurrezione armata. Quelle sono robe da anarchici. Piuttosto, occorreva stringere i rapporti con i sindacati. In quella tetra chiesetta di Hackney, le parti si invertirono. I bolscevichi si ritrovarono in minoranza. Trockij si mise in mezzo, tentando di mediare. Come possono cambiare le persone.
Sul traghetto di ritorno, in mezzo alla Manica, sotto un cielo carico di nembi, Koba lasci cadere una domanda sulla scia delle onde.
"Cosa diciamo a Kamo?"
Da mesi i compagni georgiani controllavano un trasporto valori che a intervalli regolari attraversava Tiflis con una scorta non troppo nutrita. Kamo e la sua banda erano pronti ad assaltare il convoglio con la dinamite e nella confusione prendere il denaro.
"Quanto denaro?" domand Krasin.
Mezzo milione di rubli.
"Facciamolo", sugger Lenin, sul treno che li riportava in Finlandia.
Le mani si alzarono. Approvato all'unanimit.
A Koba spett il compito di portare a Kamo la buona novella.
Koba & Kamo. I georgiani. Amici d'infanzia, si erano fatti espellere insieme dal seminario. Da preti mancati a rivoluzionari il passo non  troppo lungo. Da preti a banditi, ancora pi breve. Rubavano le armi per i bolscevichi, le procuravano con ogni mezzo necessario. Kamo non era un brigante da romanzo di Dumas. Non aveva bisogno di ammantare le proprie gesta di romanticismo. Agli arresti resisteva. Dalle prigioni evadeva. E quando, fallita la rivoluzione, i cosacchi lo avevano torturato per ottenere nomi e indirizzi, non gli avevano tolto una parola.
Era l'uomo giusto per la pi grande rapina che avessero mai tentato.
Serviva un compagno che tenesse le comunicazioni. Qualcuno che non fosse noto alle autorit del Caucaso.
Leonid Voloch aveva combattuto in marina, conosceva le armi. Era un militante determinato. Aveva quell'anello al dito, "per colpire pi duro". Aveva tutto e non aveva niente. Era perfetto.
Leonid accett, entusiasta, e part per la Georgia con il compagno Koba.
"Non farti ingannare dalle apparenze. Quello zoppica e ha un braccio leso, ma  scaltro come pochi. Sei in buone mani. Non perderlo di vista".
Un buon consiglio.
Lenin, invece, se n' accorto tardi, che il georgiano era uno da tenere d'occhio. Nel frattempo, Koba ha cambiato nome di battaglia. "Uomo d'acciaio". Stalin.
Ma questa  Storia recente. Non la Storia di prima. Non quella della grande rapina di Tiflis col suo bottino di trecentoquarantamila rubli. Al prezzo di svariati morti, e della nevrastenia di Leonid.
Secondo la leggenda, Kamo sfrecci fuori dal caos alla guida di un carro, sul quale i suoi uomini avevano trasferito il malloppo. And dritto incontro alla polizia, che arrivava in soccorso. Si alz a cassetta, mostrando la sua sfavillante uniforme da ufficiale di cavalleria, e senza un attimo di esitazione grid: "Porto in salvo il denaro! Correte alla piazza!"
Quelli non se lo fecero ripetere e Kamo fu di parola. Port il denaro al sicuro.
In Finlandia.



Capitolo 9

Dobbiamo gettare le fondamenta di un'alleanza. Non possiamo accelerare la loro transizione verso una societ pi libera, ma dobbiamo fare tutto il possibile per aiutarne lo sviluppo. L'unit della Vita  il nostro obiettivo pi alto...

- Buongiorno. Come ti senti questa mattina?
Denni sbadiglia, mentre Natal'ja Korsak spalanca le finestre per cambiare l'aria nella stanza. Ha un pezzo di stoffa davanti alla bocca, stretto con due lacci dietro la nuca. Invece di rispondere alla sua domanda, la ragazza le chiede cosa sia.
-  per precauzione, - dice la capoinfermiera. - Ricordi il prelievo di sangue che ti ho fatto? Le prime analisi dicono che potresti avere una malattia che si trasmette col respiro. Oggi sapremo se  davvero cos. Nel frattempo, meglio non rischiare.
C' un bel sole e una brezza di fine estate che corrobora lo spirito.
- Io sto bene, - dice Denni, e si alza dal letto, per raggiungere il bagno che si trova in corridoio. Cammina diritta, ben salda sulle gambe.
Quando torna, la capoinfermiera le ha gi messo le lenzuola pulite.
- Non dovevi. Potevo farlo da sola.
- Potevo anche farmi aiutare da un'infermiera, se  per questo. Ma non sono ancora cos vecchia da non riuscire a rifare un letto.
Denni si avvicina alla finestra, inspira e osserva il viavai di mezzi, gli alberi ai lati del viale, gli uccelli che becchettano nel cortile.
-  cos bello.
- Che cosa?
- Tutto, - risponde Denni. - Tutto questo... spazio. Peccato per i motori. Bruciano sostanze fossili, vero?
L'altra la guarda perplessa, senza dire nulla.
- Hai dei figli? - chiede ancora Denni.
- No.
La ragazza si volta.
- Tu non hai figli e io sono orfana.  una strana... - cerca la parola adatta, - coincidenza.
La donna appare a disagio e indica l'anello-ciondolo al collo di Denni.
- Mio marito mi ha detto che quell'anello era di tuo padre.
- Cos mi  stato detto da mia madre, - ribatte Denni.
- Hai un ricordo anche di lei?
Denni scuote la testa.
- Purtroppo no. Per mi ha lasciato dei soldi. Dei soldi vecchi, che adesso non valgono pi. Li ho venduti a un... collezionatore, s. Per comprare i biglietti del treno.
Denni fruga in una tasca interna del cappotto appeso al pomello sulla parete. Ne estrae una busta, dalla quale preleva la banconota sbrindellata.
- Ho tenuto soltanto questa.
La capoinfermiera si avvicina e riceve la banconota da cinquecento rubli.
-  il ritratto di un re dei tempi antichi, vero? - domanda Denni.
- Lo zar Pietro il Grande, - risponde Natal'ja Korsak fissando il denaro. - Hai detto che ne avevi altre? - S. Nove uguali, - risponde Denni con candore. - Posso prenderla per un momento? Denni esita, poi annuisce. - Grazie. Te la riporto tra poco.

Natal'ja entra senza bussare e deposita la banconota sul tavolo.
- Che cos'? - chiede Bogdanov.
- Un fantasma, - risponde la moglie, e ottiene in cambio un'espressione interrogativa. - Non ha soltanto l'anello. Ha anche questa. E ne aveva altre, dice.
Bogdanov solleva la banconota.
- Credi che sia una di quelle? - domanda. - Voloch non ha mai toccato quei soldi.
- Come fai a dirlo? - ribatte Natal'ja. - Tu non eri a Tiflis.
Bogdanov porta le mani alla fronte, come se volesse trattenere a forza i pensieri, indirizzarli sulla cartamoneta. Sbircia da sotto la visiera di dita.
- Voloch rimase traumatizzato, impieg mesi a riprendersi. Come potrebbe... - la voce si spegne davanti al cipiglio di lei. Bogdanov sospira. - Ammettiamo che ne avesse tenute alcune e che le abbia date alla madre della ragazza...
- Insieme all'anello, - aggiunge lei.
Bogdanov si lascia andare sullo schienale.
- Rimane il fatto che io non ho la pi pallida idea di dove sia costui. C' stata la rivoluzione e la guerra civile. Ti pare che possa rintracciarlo?
- Chiedere non costa nulla, - dice Natal'ja.
Bogdanov le mostra i palmi delle mani.
- A chi? Del gruppo di Kuokkala sono quasi tutti morti.
- Non  vero. Recentemente hai visto Nadja, - lo incalza lei. - Capisco che non sia la prima alla quale chiederesti, ma potresti provare con Maksim Maksimovic.
- Litvinov? - sbotta lui. - Manca solo che io vada a disturbare il viceministro degli Esteri per chiedergli se sa dov' finito un vecchio compagno.
- Allora prova con gli insegnanti della scuola, - insiste Natal'ja. - Leonid la frequentava, no?
- S, certo. Sono io che non frequento pi loro. Dal 1911.
- Non  vero. Bazarov ti  rimasto amico e con Ljadov siete in buoni rapporti...
Bogdanov la guarda storto e Natal'ja lo liquida con un'espressione di sufficienza, di chi sente odore di scuse.
- Le ho promesso che gliel'avrei riportata subito, - dice raccogliendo la banconota.
Quindi se ne va spedita com' arrivata.
Lui la segue con lo sguardo, ma gli occhi lo ingannano, inquadrano la sagoma di Kamo stagliata sulla porta, con una valigia per mano e un ghigno sulla faccia.
 come se fosse l davanti, l'espressione truce, la benda sull'occhio. La soglia dello studio  quella di villa Vasa.
Simon Arshaki Ter-Petrosian, detto Kamo. Kamo il bandito. Kamo il pazzo. Kamo l'eroe. Morto cinque anni fa, investito da un camion mentre andava in bicicletta nella sua Tiflis, sepolto e immortalato in una statua nella piazza dove un tempo aveva assaltato il convoglio portavalori.
Come pu cambiare la considerazione di un uomo nella Storia. Almeno non gli  toccata l'imbalsamazione, come a Lenin. Come ai faraoni dell'antico Egitto.
Eccolo sull'uscio, dopo avere percorso tremila chilometri, da un capo all'altro dell'impero. Dopo i baci e gli abbracci, Krasin volle sapere se le sue granate avevano fatto il loro dovere. Altroch, rispose Kamo. Li tenne appesi alle sue labbra per una sera intera, raccontando la storia della rapina e dei soldi.
I soldi. Per settimane, mesi, anni tutto sarebbe ruotato intorno a quei soldi. Trecentoquarantamila rubli. Tanti se n'era ritrovati Kamo nel carro quando era arrivato al rendez-vous, in una casa sicura di Tiflis. Li aveva infilati in un materasso. Il materasso aveva viaggiato di letto in letto. Koba era scappato a Baku, in attesa che le acque si calmassero. E cos i compagni georgiani. La polizia era rimasta con un palmo di becco.
"E Leonid?" domandarono. Si sentivano responsabili di averlo proposto per la missione.
Kamo si rabbui.
Leonid Voloch era sparito. Gli ultimi ad averlo notato dicevano che era salito su un treno per Baku, ma nella capitale azera non c'era mai arrivato. Probabile che la polizia l'avesse arrestato a bordo.
Erano i rischi del mestiere di rivoluzionario. Kamo ci si era giocato mezza vista. Durante i preparativi della rapina, una bomba era esplosa e una scheggia lo aveva colpito. Avrebbe potuto rimetterci la vita, era previsto anche quello. Invece il suo turno sarebbe arrivato quindici anni dopo, nel modo pi assurdo, investito in bicicletta.
Lenin chiese se le autorit zariste sospettassero qualcuno.
Kamo ridacchi, con l'occhio bendato.
"Sospettano chiunque. Anarchici, socialisti rivoluzionari, patrioti polacchi..."
Quella notizia li rincuor. Il fatto che il partito avesse escluso le rapine di autofinanziamento li teneva al riparo dalle indagini.
Il problema era un altro, spieg Kamo.
Nel salotto di villa Vasa, con le tende tirate sulle finestre, apr le valigie e mostr il tesoro.
Novantamila rubli erano in banconote di piccolo taglio. Quelle si potevano spendere dovunque. Ma i restanti duecentocinquantamila erano in pezzi da cinquecento rubli. La Banca di Stato aveva i numeri di serie e sicuramente li aveva gi trasmessi alla polizia e alle filiali dell'impero. A quell'ora non c'era una banca da Varsavia a Petropavlovsk che non avesse l'elenco e l'obbligo di denunciare chiunque si fosse presentato a cambiare le banconote.
"Conosco una pittrice che potrebbe modificare i numeri di serie", disse Krasin.
Lenin approv l'idea. Ignatev ebbe l'incarico di affittare una dacia, comprare un microscopio e preparare il laboratorio per la falsaria.
"Nel frattempo, - disse, - cambieremo le banconote nelle grandi citt d'Europa".
Certo la polizia zarista non poteva immaginare che il malloppo fosse cos lontano dal Caucaso. E poi Kamo l'aveva detto, i sospetti su di loro erano vaghi.
"Come viaggiamo con quei soldi addosso?" chiese Litvinov.
Vista l'ora tarda, la decisione venne rimandata al giorno dopo.
Al mattino, Natal'ja e Nadja proposero la soluzione.
Stesero il cappotto di Litvinov sul tavolo, come un cadavere all'obitorio.
"Ecco, - disse Natal'ja, - se scuciamo la fodera, possiamo inserire le banconote tra il tessuto e la stoffa. Dopodich ricuciamo e il gioco  fatto".
Un'ora dopo, Litvinov indossava il suo vecchio cappotto, che adesso valeva diecimila rubli.
Poteva funzionare.
Anche i cappotti di Kamo, Ljadov e Krasin vennero imbottiti a dovere.
"Non basta, serviranno altri volontari", disse Lenin.
"E volontarie, - soggiunse Nadja Krupskaja. - Le donne destano meno sospetti".

Bogdanov si alza, esce dal laboratorio, sopraffatto dai ricordi.
In corridoio incrocia Vlados, che cammina in direzione opposta, abbottonando il camice.
- Sono arrivate le colture della ragazza, - lo informa il direttore, prima di raggiungere il suo studio.
Sulla scrivania c' una lettera per lui. La apre col tagliacarte e legge rapido le poche righe. Una raccomandazione del partito per il ricovero di un funzionario in esaurimento nervoso. La appoggia da una parte, di fianco alla copia di Stella rossa. Sfiora la copertina con le dita e sul frontespizio legge la dedica che lui stesso scrisse per Leonid, vent'anni fa, come ringraziamento per avergli ispirato il romanzo, con le strambe storie di viaggi interstellari che gli raccont quando riemerse dal pozzo della nevrastenia. Il terzo indizio fa una prova, dopo l'anel lo e i rubli. Possibile che Leonid abbia intascato quelle banconote? Perch no? Nella sua convalescenza, in quei lunghi mesi del 1907, non poteva sapere che erano tracciate, quindi le don a una donna. Una donna incinta di sua figlia, per di pi, e che avrebbe lasciato con nient'altro che la promessa di un mondo nuovo.
Nel frattempo i compagni cercavano di trasformare il tesoro in qualcosa di tangibile come il calcio di una rivoltella.
Kamo and a Parigi e riusc a cambiare una parte dei soldi. Quindi si spost in Belgio, per comprare le armi, e infine in Bulgaria, dove acquist duecento detonatori.
"Sulla via del ritorno, fermati a Berlino, - gli aveva detto Lenin. - Vai a farti visitare l'occhio dal compagno itomirskij.  un ottimo dottore e conosce i luminari dell'universit. Consegnagli questa mia lettera".
Nessuno poteva sapere che itomirskij era stato reclutato dalla polizia segreta zarista gi nel 1902, quando ancora studiava all'universit di Berlino. Nome in codice "Andre".
Kamo lo contatt per una visita e gli consegn la lettera di Lenin. itomirskij fece la soffiata ai suoi capi, che subito chiesero alla polizia tedesca di arrestare Kamo. Quando gli sbirri piombarono nella sua stanza d'albergo, lo trovarono con un passaporto austriaco (opera della pittrice amica di Krasin), una valigetta con i detonatori e venti carte da cinquecento rubli.
Ricevuto il rapporto tramite l'ambasciata, il vicecapo della polizia russa non ci mise molto a indovinare da dove provenissero le banconote e quale fosse il piano dei rapinatori. Cos telegraf ai dipartimenti di polizia di tutta l'Europa occidentale:
"Arrestare chiunque cerchi di cambiare biglietti da cinquecento rubli. Stop. Pericolosi rapinatori. Stop. Massima allerta. Stop".
Quando la notizia dell'arresto di Kamo arriv a Kuokkala, sul finire del 1907, era ormai troppo tardi per sospendere l'operazione. I compagni e le compagne erano gi partiti, a ciascuno una meta, una banca in un Paese diverso d'occidente. Ora per la polizia russa sapeva chi aveva architettato il colpo. E lo sapevano anche i menscevichi, i compagni di partito contrari alle rapine. Nessuno li avrebbe aiutati. Bisognava mettersi in salvo come si poteva, prima che da San Pietroburgo arrivassero ad arrestarli.
Natal'ja e Nadja ripulirono l'intera casa: documenti, appunti, libri, vestiti. Ogni traccia del loro passaggio venne cancellata, bruciata nel camino della sala da pranzo o affidata ai compagni finlandesi perch la facessero sparire. Lenin and a Helsinki, in attesa di una nave per Stoccolma. I porti principali erano sorvegliati dalla polizia. Per imbarcarsi dovette percorrere tre miglia a piedi, su un tratto di mare ghiacciato, fino all'isola dove il traghetto faceva scalo. A un certo punto il ghiaccio si ruppe e rischi di affogare.
"Che modo stupido di morire sarebbe stato", comment Lenin tre settimane dopo, quando si rividero a Ginevra, sani e salvi.
Per arrivarci erano passati da Berlino, avevano conosciuto Rosa Luxemburg. Che perdita per il movimento operaio  stato il suo assassinio. C'era una sua frase che sembrava scritta apposta per confutare Lenin.
"Il marxismo deve sempre lottare per le nuove verit".
Quella fuga d'inverno nella stessa direzione, in realt li stava portando allo scontro. La tregua filosofica stava per finire, e il precipitare degli eventi segn le sorti del confronto.
Mentre rimettevano in piedi a Ginevra la redazione del "Proletarij", erano gi in rotta.
Come se non bastasse, il 1908 inizi in modo terribile. Le notizie che arrivavano erano badilate di terra sulla loro bara.
Litvinov venne preso a Parigi, alla Gare du Nord, mentre era diretto a Londra, con dodici banconote da cinquecento rubli cucite nel cappotto. Per sua fortuna il governo francese non concesse l'estradizione in Russia e si limit a espellerlo dal territorio nazionale. Lo spedirono in Irlanda, a Belfast, dove camp come insegnante di Lingue. Negli anni successivi si sarebbe trasferito a Londra, e sarebbe rimasto innamorato dell'Inghilterra anche una volta rientrato in Russia a fare la rivoluzione, per poi tornare in Gran Bretagna da diplomatico di una repubblica socialista.
Lett, del gruppo di Zurigo, lo beccarono in una banca di Stoccolma.
Olga Ravic, del gruppo di Ginevra, venne arrestata in una banca di Monaco. Quando vide i poliziotti avvicinarsi cerc di ingoia re un pezzo di carta, rischiando di soffocare, ma glielo fecero sputare a forza. Nel biglietto c'era l'orario d'arrivo di un treno da Parigi. La polizia tedesca e il delegato dell'ambasciata russa si presentarono alla stazione e accolsero con un clangore di manette i due compagni caucasici Bogdassarian e Khojamirian, della banda di Kamo.
Dei ginevrini presero anche Semasko. Risalirono a lui perch Olga gli sped una cartolina dalla prigione. Quando si present in banca, trov i poliziotti ad aspettarlo. Dalla prigione, chiese aiuto a suo zio, nientemeno che Georgij Plechanov, il maestro dei menscevichi. Viveva in Svizzera da molti anni e aveva contatti anche nella polizia. Ma il grande padre del marxismo russo rispose che se uno era tanto stupido da immischiarsi con le rapine bolsceviche, meritava la galera.
Krasin, uno degli scampati, procur a Kamo un avvocato, che gli sugger di fingersi pazzo. Il georgiano non se lo fece ripetere. Prese a rifiutare il cibo, a strapparsi i capelli, a mangiare le proprie feci. Simul perfino un tentativo di suicidio. Lo estradarono in Russia soltanto nel 1909, dove lo processarono per la rapina e lo sottoposero a una commissione medica, che lo tortur per smascherare la simulazione. Alla fine lo dichiararono insano di mente, confinandolo nel reparto psichiatrico della prigione di Tiflis. L, Kamo l'attore, il pi grande allievo di Stanislavskij che il mondo abbia conosciuto, dopo tre anni senza mai uscire dalla parte, seg le sbarre della finestra e si cal gi con una corda fatta di lenzuola annodate. Sarebbe poi tornato ospite della stessa prigione alcuni anni dopo, in seguito a una nuova rapina. Qualcuno dice che la tent perch impazzito davvero, come una falena che si brucia sulla fiamma. Altri sostengono che ag per nostalgia, sperando che un secondo colpo riportasse il gruppo all'armonia perduta.
Bolscevichi di sinistra. Cos li aveva definiti Lenin in Finlandia. Ma ormai la Finlandia era lontana. E anche la possibilit di essere ancora uniti, seppur diversi.
Qualcuno bussa alla porta. Bogdanov impiega qualche secondo a reagire.
- Avanti.
Vlados fa il suo ingresso nello studio, l'aria agitata, un leggero strato di sudore a imperlargli la faccia.
- Direttore, dovreste venire in laboratorio.
- C' qualche problema?
- La tubercolosi della ragazza. Dovete vedere.



Capitolo 10

Hanno forme bizzarre, niente a che vedere con i classici bastoncini. Sono ferri di cavallo, saette, piccole spirali. Caratteri fucsia di un alfabeto alieno, sparsi su un fondo azzurro pallido.
Bogdanov solleva il viso dal microscopio.
- Siete sicuro che si tratti di mycobacterium tuberculosis?
Vlados indica i vetrini che ha preparato, schierati nella scatola come filari.
- La colorazione di Ziehl-Neelsen  positiva, - risponde, - ma per avere la certezza servono gli esami colturali. Se fossero normali bacilli di Koch, ci vorrebbero settimane, ma questi si moltiplicano molto pi veloci e abbiamo gi le prime risposte.
Bogdanov ruota lo sgabello su cui sta seduto e attende che l'altro prosegua.
Oltre alla forma e al tempo di riproduzione, c' un'ulteriore stranezza. La virulenza dei batteri  molto attenuata. I topi inoculati non presentano focolai di malattia. E anche la ragazza, a parte l'evidente astenia, non ha sintomi di tubercolosi.  una portatrice sana di micobatteri mai visti.
- Le radiografie? - domanda il direttore.
- Nessuna lesione polmonare. Per certi aspetti sembrerebbe tubercolosi latente. Per altri, si direbbe attiva e per altri ancora non somiglia a nessuna delle due.
Bogdanov resta in silenzio. Quella sfida lo affascina. Un elemento sconosciuto  giunto a turbare le loro certezze. Ora li attende un periodo eccitante, fatto di disordini e divergenze, di contraddizioni e aggiustamenti, finch il sistema non trover una nuova stabilit. Crisi, differenziazione, equilibrio. La dialettica in versione tectologica, che muove ogni progresso.
- Avevate mai visto niente del genere? - lo incalza il giovane medico.
- No, - risponde lui dopo un istante. - Potrebbe trattarsi di una nuova specie di tubercolosi.
- Potrebbe, - ammette Vlados. - Ma tra i ceppi che gi conosciamo, le differenze sono molto pi ridotte. Lo stesso Koch pensava che il medesimo bacillo provocasse la malattia nell'uomo, negli uccelli e nei bovini. Il nostro caso, invece...
Il giovane medico si interrompe, le mani giunte appoggiate sulle labbra, come per trattenere l'entusiasmo.
- Pensate al vaccino di Calmette. Ci sono voluti tredici anni per ottenere un micobatterio cos attenuato. Duecentotrenta passaggi colturali. E alla fine, si  rivelato meno efficace del previsto -. Vlados indica ancora il suo piccolo esercito di vetrini. - Qui invece abbiamo un bacillo attenuato gi bell'e pronto, che non provoca la malattia, ma potrebbe stimolare una risposta immunitaria.
Bogdanov alza le mani, come per arrendersi all'euforia del collega, oppure per contenerla. Un'anomalia del genere  un dono insperato per un giovane ematologo. L'occasione di un'intera carriera. Per lui invece  un enigma. Un meraviglioso arcano.
- Vi aspetta una lunga ricerca. Annali delle riviste mediche. Archivi degli ospedali, almeno quelli di Mosca.
- Il mio lavoro qui... - finge di protestare l'altro.
- Lo assegner a qualcuno, - taglia corto Bogdanov. - A meno che voi non...
- Sono pi che disponibile, - si affretta a dire Vlados.
Poi si trattiene, trapela l'imbarazzo. Ma  un giovane brillante, se la caver.
- Direttore, io credo che, viste le circostanze... - temporeggia, poi riprende: - sia necessaria la massima riservatezza.
- Si capisce, - concede Bogdanov. - Non c' alcuna fretta di divulgare la notizia.
L'altro appare sollevato.
Ironia delle circostanze. Vlados lo ritiene un mezzo stregone, direttore dell'istituto per puro caso e allergico alla disciplina di partito. Quale contrappasso, per lui, dover chiedere la sua complicit.
- Ora abbiamo un buon motivo per ricoverare la ragazza, - dice Bogdanov, - e dovremo compilare una cartella clinica. Ma con quali dati?
Resta in attesa della risposta ridendo sotto i baffi.
- La ragazza non ha documenti? - si allarma Vlados.
- Ha il libretto di lavoro e il certificato di nascita di un certo Lev Koldomasov, - lo informa Bogdanov. - Deceduto, a quanto ci ha detto. Li ha rubati.
- Questo  decisamente un problema, - commenta Vlados con ansia. - Abbiamo bisogno di tempo. La ragazza deve restare qui, sotto la nostra cura. In fondo... - aggiunge dopo qualche secondo per raccogliere il coraggio, - con i vestiti che aveva addosso non sembrava proprio una ragazza. Forse possiamo aspettare a fare la denuncia, non credo rappresenti una minaccia.
Bogdanov approva. Per, caro ragazzo, quanto tempo ti ci  voluto, per dirlo! Occorre mantenere l'identit fasulla di Denni. Almeno per il tempo necessario agli accertamenti. Il direttore lascia che il silenzio sancisca la loro alleanza. Nella corsa per il potere che occupa la vita di tanti compagni, Vlados ha puntato su due cavalli: la propria conoscenza del sangue umano e l'obbedienza al partito. Ora, non potendo tenere l'una senza perdere l'altra, ha scelto la prima. La scienza invece della fede. Bogdanov non pu che esserne felice.
- Non perdiamo tempo, - dice alzandosi dallo sgabello. - A voi le ricerche. Io mi occuper del ricovero. Tubercolosi latente, per quanto ne sappiamo fin qui. Al lavoro.
Punta la porta, ma capisce che Vlados ha qualcosa sul gozzo. Allora si gira e resta in ascolto.
- Non credete che dovremmo rintracciare i parenti della ragazza? - domanda il collega. - Per confrontare le analisi. Il bacillo potrebbe avere una provenienza geografica o ambientale specifica.
S, certo. Niente di pi corretto.
- La ragazza dice di essere cresciuta in un orfanotrofio, forse a Baku. La madre  morta di malattia quando lei era piccola.
- Potrebbe trattarsi della stessa malattia, - ipotizza Vlados. - Forse ha un'incubazione lunga, o una fase latente. La madre potrebbe averla trasmessa anche ad altri -. Torna a guardare Bogdanov, sempre pi determinato a non lasciarsi sfuggire l'occasione. - Nessun parente in vita? Fratelli, sorelle...?
L'ironia della sorte appare a Bogdanov in tutta la sua evidenza.  come accorgersi che fino a quel momento ha osservato il dettaglio di un quadro pi grande.
- Forse il padre, - bofonchia. - Non sappiamo se  vivo, ma l'ho conosciuto, molti anni fa. Un vecchio compagno di cui ho perso le tracce.
Vlados non cede di un millimetro, saldo sul posto come una sentinella dell'immediato futuro.
- Suggerisco di cercarlo, allora, - dice con una fermezza che fino a ora aveva tenuto da parte.
I ruoli si sono invertiti. Vlados ha appena assegnato un compito al direttore dell'istituto. Un compito che spetta soltanto a lui.



Capitolo 11

"Lascia parlare me", ha detto Natal'ja. Cos Bogdanov si  messo zitto, seduto alla scrivania, e ha osservato Denni entrare nello studio, accomodarsi di fronte a loro e restare composta, in attesa delle loro domande.
- Le analisi che ti abbiamo fatto, - attacca Natal'ja, in piedi accanto al tavolo, - indicano che soffri di una malattia rara. Forse una forma di tubercolosi mai vista prima.
Il tono  fermo, nient'affatto accondiscendente. Quello che ci si aspetta da una capoinfermiera abituata a trattare i malanni con il massimo senso pratico.
La ragazza non batte ciglio.
- La buona notizia, - riprende Natal'ja, -  che non sembra essere contagiosa. Per non sappiamo nulla del suo decorso e dei rischi che potrebbe avere per la tua salute.
Ancora una pausa, nessuna reazione.
- Noi vogliamo aiutarti. Ma per farlo abbiamo bisogno che tu ci dica tutto, senza reticenze.
Denni mette un broncio da bambina indifesa.
- Dobbiamo sapere se ti capita spesso di avere dei mancamenti, - prosegue Natal'ja, - o se hai altri sintomi. Devi dirci come si chiamava tua madre. Dove sei cresciuta di preciso. In quale istituto, in quale citt. Dovremo fare delle indagini. Scoprire se nel posto da cui provieni ci sono persone con la tua stessa malattia -. La voce si addolcisce. - Ti aiuteremo a rintracciare tuo padre. Se  vivo, potrebbe avere la stessa infezione. Di solito questi batteri si trasmettono in famiglia.
Attende che le parole facciano effetto, poi aggiunge: - Finora ci hai detto troppo poco. Ma ogni informazione potrebbe essere preziosa. Capisci?
Natal'ja termina la sua tirata.
Bogdanov ha promesso di non parlare.
Denni si guarda le mani, raccolte in grembo.
- Siete voi che non capite, - dice alla fine. - Non potete.
Bogdanov cerca di attirare l'attenzione della moglie, ma Natal'ja lo ignora a bella posta.
- Allora dovresti spiegarcelo tu, come stanno le cose, - dice rivolta alla ragazza.
Lei intreccia le dita con movimenti nervosi, le scioglie e le riallaccia, come per allentare la tensione.
- Sarebbe bello non mentire mai. Non averne bisogno, - dice trasognata. - Voi siete molto gentili, ma io lo so che non siete tutti cos. Non esiste un mondo dove tutti sono gentili, perch la testa delle persone non cambia nello stesso modo. Come stanno insieme, come pensano a s stesse, agli altri, a quello che le circonda. Si inizia, e ci sono sempre ostacoli, difficolt che fanno tornare il passato, la violenza, il... - cerca la parola, - fratellicidio. Una rivoluzione non basta. Ce ne vogliono cento.
Natal'ja fa per intervenire, ma questa volta Bogdanov la zittisce con la mano, prima che apra bocca. Che ne sia consapevole o no, Denni sta parlando di lui.
- Sono venuta qui per sapere -. La danza di dita si interrompe. - Ma la missione  fallita. E adesso sono sola.
Le lacrime colano gi per le gote bianche. Lei non le trattiene, lascia che gocciolino sulla vestaglia. Non singhiozza, n ansima. Piange con calma, come rassegnata.
Bogdanov le porge un fazzoletto, che lei accetta, ma solo per tenerlo stretto nel pugno.
- Non sei sola, - le dice. - Noi siamo disposti ad aiutarti. Parlaci, per favore.
Lei fa un gran respiro, per prendere coraggio.
- Io sono la figlia di Leonid e di Netti. Lui ti raccont la loro storia. L'hai scritto nel tuo libro.
Natal'ja  sul punto di dire qualcosa, ma il marito con un gesto la prega ancora di tacere.
Bogdanov si sporge in avanti sulla scrivania.
- Vuoi dirmi che Leonid and davvero su Marte? Che le sue storie erano vere?
- Non Marte, - lo corregge Denni. - Quello lo hai inventato tu. Si chiama Nacun.
Il volto di Bogdanov pare intagliato nello schienale della sedia. Nessuno, a parte Voloch, conosce il nome di quel pianeta. Nella trilogia di Stella rossa si parla sempre di Marte. La prova definitiva che la ragazza ha un legame con il vero Leonid.
- Vai avanti, ti prego, - la invita, non appena si ricorda di poter parlare.
- Leonid torn sulla Terra senza sapere che Netti era incinta. Lei  morta quando avevo sei anni.  la verit che sono cresciuta in un istituto per l'infanzia. Non proprio un orfanotrofio, ma un luogo dove i bambini stanno tutti insieme. La malattia che dite non l'avete mai vista perch viene da un altro pianeta. Ma non  quella che mi fa star male. Ce l'ho da quando ero piccola. Gli svenimenti sono per via della gravit che avete qui, molto pesante, e per l'aria troppo umida, non sono abituata.
Bogdanov d'istinto impugna la stilografica e si avvicina un foglio bianco. Quella finzione  talmente vera che meriterebbe di essere trascritta. Sono le storie dei suoi romanzi, ma riviste, ampliate e interpretate da un'ammiratrice. Dal vivo e senza palcoscenico. Cos'altro pu desiderare uno scrittore?
- Questo tuo mondo... Nacun... - domanda con il timore di spezzare l'incantesimo, -  proprio come l'ho descritto nei miei romanzi?
- Non proprio, ma ci somiglia, - risponde la ragazza.
- E sei venuta qui per cercare Leonid?
- Ho bisogno di lui. Di lui si fiderebbero. Ha visto il nostro mondo e il vostro. Pu dire se avete intrapreso la strada giusta.
- Perch  cos importante che su Nacun lo sappiano? - domanda Bogdanov.
Denni esita, come se pensasse che non possano crederle, come se parlare fosse inutile.
- Lo hai scritto nel tuo libro. Alcuni di noi pensano che la societ nacuniana deve imporre il suo modello ai mondi pi arretrati.
- E lo state facendo? - la incalza Bogdanov.
La ragazza si asciuga le guance, prima di rispondere.
- La verit  che siamo troppi, viviamo troppo a lungo, siamo troppo vecchi e abbiamo quasi esaurito le nostre risorse. Stiamo valutando la strategia migliore per espanderci nella vostra galassia, perch non si pu fare il socialismo in un solo pianeta. Quello che abbiamo non ci basta pi.
Natal'ja porta una mano al viso. La follia di Denni le suggerisce una compassione profonda e quell'interrogatorio le pare un'umiliazione.
Bogdanov invece lo prolungherebbe, senza cattiveria, per il puro gusto di vedere fin dove si spinge la fantasia di Denni. Fino a che punto il suo mondo risulta coerente. La sua mitomania  una scoperta affascinante. Magari  davvero un'ammiratrice della trilogia marziana. La pi devota che abbia mai conosciuto. Non cerca un autografo, preferisce vivere tra le pagine dei suoi romanzi.
- Continua, - insiste lui.
Lei questa volta non si fa pregare. Ha deciso di fidarsi.
- Non tutti pensano che sia giusto imporre il nostro modello. Alcuni ritengono sia meglio fratellizzare con le societ pi progredite degli altri mondi. Aiutarci a vicenda. Lo chiamiamo interplanetarismo.
-  quello che pensi tu?
Denni annuisce.
- Io sono la prova vivente che un legame tra i mondi  possibile. Sono la figlia di un terrestre e di una nacuniana. Perfino il mio aspetto lo dice. Assomiglio molto di pi a voi che ai nacuniani. Ho chiesto io di partecipare alla missione. Dovevamo venire qui e scoprire se avete fatto la rivoluzione, se avete intrapreso la strada giusta. In questo caso avremmo riportato su Nacun la buona notizia e chiuso la bocca a chi vorrebbe invadervi. Volevo ritrovare Leonid. Se potessi riportarlo su Nacun... A lui crederebbero, perch conosce entrambi i pianeti. Ma la missione  fallita. Entrati nell'atmosfera terrestre abbiamo avuto un'avaria e l'eteronave  precipitata. Sono l'unica sopravvissuta dell'equipaggio. Non posso mettermi in contatto con Nacun. Posso soltanto sperare che vengano a cercarmi.
Bogdanov si alza e raggiunge la libreria. A colpo sicuro, preleva un volume e lo appoggia sulla scrivania, davanti a Denni, aperto alla pagina giusta.
Natal'ja sbircia il titolo che attraversa lo spazio bianco. Un marziano abbandonato sulla Terra.  il terzo episodio della trilogia, il poemetto del 1924. Pubblicato in appendice alla seconda edizione di Stella rossa. Racconta la vicenda di un alieno, sopravvissuto allo schianto del suo velivolo sulla Terra.
- Hai letto anche questo? - domanda suo marito.
La ragazza legge il titolo, scorre i versi fino alla fine.
- Non tornano a prenderlo?
- No, - risponde lui. - Rimane con i terrestri. Per aiutarli a edificare il socialismo.





Parte seconda
Nacun



Capitolo 12

Erano i primi giorni di primavera del 1908. La stessa primavera che a Mosca ancora vestiva di ghiaccio le strade, l a Capri metteva voglia di sbottonarsi la camicia e annusare la brezza dal mare.
Sulla banchina di Marina Grande, l'andirivieni di carretti, facchini e locandieri s'accendeva in attesa del battello da Napoli, unico momento di trambusto della giornata. Per il resto, l'insenatura viveva al ritmo dei pescatori, che uscivano all'alba in cerca di corallo e di notte con le lampade per attirare i totani.
Bogdanov si fece largo nella piccola folla e raggiunse il pontile.
Si trovava sull'isola da una settimana, ospite di Gorkij, al secondo piano di villa Blaesus. Dimora da signori, con cinque camere da letto, cuoco e servit. Al clima insolito si era abituato in fretta, ma quando usciva in terrazza per la colazione, e ammirava la vista sui faraglioni bianchi, ancora si stupiva che quella terra minuscola, ritiro di aristocratici e di bel mondo, fosse diventata un crocevia di rivoluzionari. E di spie.
Le autorit italiane si limitavano a controllare i movimenti degli esuli russi e i loro incontri coi socialisti locali. Impresa semplice, su un'isoletta. Premeva giusto non danneggiare il turismo, e quanto a questo, la presenza di uno scrittore famoso era un'attrattiva in pi. I giornali d'Europa pubblicavano interviste e resoconti. I ricchi industriali del continente si eccitavano all'idea di visitare la Tortuga dei ribelli.
Bogdanov non ci mise molto a individuare i tre uomini che aspettava, tra dame dell'alta societ e giovani in maniche di camicia. In testa e in coda c'erano "i gemelli", due compagni armeni che tutti chiamavano cos, perch simili nell'aspetto e abituati a girare in coppia. Pochi sapevano che in realt non erano nemmeno parenti. Ad accomunarli, gli stessi gusti in fatto di barba, baffi, acconciatura vaporosa e nodo alla cravatta. Nei modi erano invece agli antipodi, il che li rendeva molto adatti per alcune missioni.
In mezzo ai gemelli, riconobbe Leonid, il viso pi giovane di come lo ricordava, nonostante il trauma e la barba lunga.
Bogdanov and loro incontro. I saluti furono formali. Sulla funicolare che si arrampicava dal porto alla piazzetta, i quattro rimasero zitti. Un signore allegro e ben vestito rivolse loro qualche domanda in italiano.
- Da dove venite? Quanto vi trattenete?  la prima volta che...
Bogdanov si rammaric di non parlare la lingua. Attaccare bottone con uno sconosciuto sarebbe stato un buon diversivo.
Giunti all'albergo, i gemelli consegnarono le valigie all'usciere e senza nemmeno ritirarsi in camera, chiesero a Bogdanov di riferire alcune informazioni confidenziali. Lui propose di seguirlo a casa di Gorkij e con sua grande sorpresa i due si separarono. Il gemello con le orecchie a sventola, che si chiamava Arad, avanz dietro di lui, l'altro invece raggiunse Leonid sulle scale.

L'ingresso a villa Blaesus strapp al nuovo arrivato un commento sbalordito, a dispetto della sua fama di essere il duro della coppia.
Bogdanov lo invit ad accomodarsi su una sedia imbottita, ma il gemello rimase in piedi e sfil una busta dalla tasca interna della giacca.
- Da parte del compagno Krasin, - esord.
Bogdanov lesse con calma. Krasin lo informava che Leonid Voloch era ricomparso a Baku, dopo sette mesi che non dava notizie di s. Sosteneva di essere fuggito da piazza Erivan in preda a un trauma da esplosione. Alla stazione, diceva di aver preso un treno insieme a Koba, ma di essere saltato gi e di essersi perso tra le montagne. Trovato rifugio in casa di una donna, era rimasto con lei per tutto il tempo, finch non si era risolto a raggiungere Baku. Koba aveva rintracciato la donna, una giovane circassa di venticinque anni, rimasta vedova da poco. La sua versione dei fatti coincideva con quella di Leonid, se non fosse che giurava di averlo ospitato solo per un paio di settimane. Secondo Koba, la donna non voleva ammettere di aver tenuto in casa un estraneo per diversi mesi. Altri erano convinti che Voloch nascondesse un segreto. Gli amici dicevano che il suo comportamento insolito avvalorava l'ipotesi del trauma dovuto alla bomba. Gli scettici erano persuasi che si fingesse pazzo, come aveva fatto Kamo per scampare la galera. Il timore era che l'Ochrana lo avesse catturato e costretto a confessare i dettagli della rapina, per poi rispedirlo in mezzo ai bolscevichi come spia.
Krasin gli chiedeva di esaminare il soggetto e di appurare la verit.
- Perch io? - chiese Bogdanov.
Arad rispose contando sulle dita.
- Perch siete un membro del centro bolscevico. Perch siete un medico specializzato in malattie mentali. Perch lo stesso Voloch ha chiesto di essere messo a confronto con voi.
Bogdanov trov equo quel contrappasso. Era corresponsabile di quanto era capitato a Voloch. Tuttavia temeva ci che avrebbe potuto scoprire. Un buon bolscevico conosce il proprio dovere. E Krasin glielo ricordava nella lettera.
- Quando intendete incontrarlo? - domand l'armeno.
- Il prima possibile, - rispose Bogdanov.
Presero appuntamento per le sette del mattino dopo.
Rimasto solo, Bogdanov rilesse da capo la lettera di Krasin. Se avesse scoperto che quella di Voloch era una pantomima non avrebbe avuto scelta. In quanto membro del centro bolscevico e del comitato centrale, in presenza di una minaccia di infiltrazione, avrebbe dovuto sventarla seduta stante. Dopo quanto era capitato a Kamo a Berlino, non c'era da fidarsi di nessuno. Per un attimo gli balen l'idea di rifiutare l'incarico. Sarebbe stato giusto demandare ad altri la decisione? A qualcuno comunque sarebbe spettata, e una sentenza collegiale avrebbe alleviato il senso di responsabilit, non certo la responsabilit stessa.
L'aspetto grottesco della situazione era che la sua agenda prevedeva impegni diversi. Ora, di fronte al destino di un uomo, parevano sciocchezze.
Sul tavolino sotto la finestra lo attendeva un articolo di Gorkij. Si intitolava La distruzione della personalit, lo scrittore ci lavorava da mesi. Per tutto l'inverno aveva afflitto Bogdanov - e Lunacarskij e Bazarov e chiss quanti ancora - con mille richieste di consigli. A un certo punto, era intervenuta perfino Marija Andreeva, pregando di non affibbiare pi al marito articoli filosofici, che lo distraevano dal suo vero mestiere, quello di scrivere romanzi. Il pezzo sarebbe dovuto uscire sul "Proletarij", ma Lenin non lo aveva digerito. In un'estenuante riunione di redazione aveva sostenuto che pubblicarlo avrebbe violato la neutralit filosofica del giornale, infarcito com'era delle "empirioscemenze" che tanto piacevano alla setta dei "costruttori di Dio". Bogdanov si era opposto: la neutralit non significava evitare il confronto tra idee diverse, ma al contrario discuterle, sulle pagine del giornale, purch non andassero contro gli insegnamenti di Marx. Qualcuno aveva fatto notare che il "Proletarij" raggiungeva la Russia grazie agli agganci di Gorkij. Non era il caso di rifiutargli un articolo. Niente da fare. Per fortuna lo scrittore non se n'era avuto troppo a male. "Vorr dire che lo proporr a "Znanie"" aveva dichiarato, per poi buttarsi a perfezionare il testo con l'ennesima riscrittura. Una fatica che avrebbe potuto risparmiarsi, visto che il direttore della casa editrice era lui medesimo.
Il risultato era che l'articolo giaceva ancora informe e Bogdanov si era fatto strappare la promessa di dargli "l'ultima sistemata". Operazione difficile, perch bisognava tagliare e cucire a tutto spiano, senza ferire l'orgoglio dell'autore, le cui tirate pi altisonanti risultavano indigeste anche a lui. Un conto era dire che l'uomo ha un insopprimibile bisogno di spiritualit. Su questo poteva essere d'accordo. E ovviamente era d'accordo nel denunciare come un inganno le favole sugli di e gli esseri sovrannaturali. Ma sostenere che al loro posto si doveva mettere la societ futura, la comunit universale, per fondare una religione laica, era davvero un boccone che non gli andava gi. Ci avevano gi provato i giacobini, e il risultato era stato disastroso.
"Non una religione, - diceva Gorkij. - Niente preti n papi, ma la fede dell'Uomo nell'Umanit".
"L'individuo, - gli rispondeva Bogdanov, - dev'essere parte della collettivit. Se la mette su un altare, se ne sta gi alienando".
Pi lo frequentava e pi si rendeva conto che il limite di Gorkij non era la scarsa attitudine per la filosofia. Il suo vero problema era non saper decidere tra due innamoramenti: da un lato s stesso, dall'altro la societ. Quando la voce interiore gli sussurrava "io, io, io", subito si sentiva colpevole per non aver pensato "noi, noi, noi". Allora, per dimostrarsi all'altezza del suo ruolo intellettuale, scriveva un peana per l'Umanit, l'unico vero Dio che bisognava costruire e adorare insieme, sciogliendo le identit in un'anima cosmica. Il giorno seguente, per, l'idea di una simile fusione lo preoccupava, perch lo avrebbe privato dell'ammirazione altrui, e quindi si buttava in cerca di adulatori e trionfi personali, fino a che il senso di colpa non lo spronava a una pi radicale condanna dell'individuo. Alto sul piedistallo, gridava "noi" con tutto il fiato ma il suo era soltanto un plurale maiestatis.
Anche l'infittirsi della loro corrispondenza aveva diminuito la stima di Bogdanov per Gorkij. Come si pu disquisire intorno alla distruzione della personalit, mentre si stordisce l'interlocutore con una sinfonia di sviolinate? "La vostra intelligenza  una delle cose pi preziose del nostro tempo", gli scriveva Gorkij. I vostri libri sono immensi, la vostra filosofia  superiore a quella di Kant, gli operai russi diventeranno tutti empiriomonisti. " quel che mi dice il mio intuito, - gongolava, - che ho l'ardire di giudicare infallibile". Anche se dal loro scambio s'intuiva che aveva letto s e no tre pagine dei tre volumi di Empiriomonismo, tuttavia lo citava di continuo, al punto che s'era messo d'impegno perch il suo pappagallo imparasse a pronunciare quella parola. Avanti, Pepito, ripeti con pap: "Empiriomonismo, empiriomonismo!"
Alla lunga, il bersaglio di tanti complimenti aveva finito per non poterne pi. Gorkij gli ripeteva di raggiungerlo in Italia, per dedicarsi alla filosofia. Lo invitava a non perdere tempo dietro alle bagatelle di partito, i litigi "dall'alto in basso" con gente meschina. Ma la peggior perdita di tempo era dover rispondere alle sue lettere. Bogdanov ci si metteva di malavoglia, sapendo che l'appoggio di uno scrittore tanto popolare era prezioso. Tuttavia, se alla fine era sceso da Ginevra a Capri, non era soltanto per convenienza. E nemmeno per "cucinare" l'articolo "di Gorkij" che avrebbe rovinato la digestione a Lenin. Quel che davvero lo interessava era l'idea di fondare una scuola per operai russi. Nella battaglia contro s stesso Gorkij aveva compreso che l'individualismo  troppo radicato nella cultura borghese. Gli operai, invece, grazie all'esperienza della fabbrica, sono pi predisposti al collettivismo. Prima per devono studiare, poi elaborare una nuova cultura, quindi adoperarsi per diffonderla, cos che diventi patrimonio di tutti. La scuola sarebbe stata il loro trampolino. Capri la loro cittadella universitaria. Gorkij avrebbe trovato la sede adatta e i soldi di Tiflis l'avrebbero finanziata. L'unico ostacolo, ancora una volta, si chiamava Lenin. Gorkij gli aveva esposto l'idea, con il solito entusiasmo. Lenin l'aveva stroncata, dicendo che il partito era una scuola pi che sufficiente, e chi ne proponeva un'altra, voleva in realt un altro partito. Risposta prevedibile, da parte sua, ma Gorkij c'era rimasto male, ci teneva alla sua approvazione. Bogdanov allora era sceso a Capri per rassicurarlo: spesso il consenso si ottiene meglio con l'azione che con il dibattito. Dovevano metterla in piedi, la scuola per operai, se volevano convincere Lenin della sua utilit. E dovevano finirlo, quel dannato articolo, se volevano pubblicarlo e farglielo andare di traverso.
Bogdanov sedette alla scrivania, accese il lume e si mise al lavoro.
Il mattino seguente, quando scese le scale di villa Blaesus, Bogdanov trov Leonid e i suoi angeli custodi che lo attendevano nell'atrio. I due armeni si alzarono di scatto e lo salutarono.
- Andiamo alla marina, - disse Bogdanov e aggiunse: - Da soli.
I gemelli gli affidarono il compagno Voloch e si ritirarono in buon ordine.
La giornata era limpida, il sole ancora giovane e la linea dell'orizzonte, tra cielo e mare, pareva lasciare all'acqua pi spazio del solito, quasi dovesse tracimare e annegare il mondo.
Voloch e Bogdanov imboccarono via Krupp, la strada voluta dal re dell'acciaio per saltare pi in fretta a bordo del suo panfilo, ormeggiato nella rada di Marina Piccola. I tornanti incidevano la roccia con curve tanto strette, che a vederli dall'alto si sovrapponevano. Bogdanov raccont che il magnate non era riuscito a godersi la sua strada. Poco dopo l'inaugurazione, un giornale napoletano lo aveva accusato di traviare i ragazzini dell'isola e di aver trasformato Capri nella nuova Sodoma. Espulso dall'Italia, Krupp era morto qualche mese pi tardi, quando anche i socialisti tedeschi lo avevano accusato di essere un pederasta e un omosessuale.
- Strano modo di fare la lotta di classe, - comment Voloch, - nelle mutande dei padroni -. E fu l'unica frase che pronunci per tutto il tragitto.
In fondo alla strada, sulla spiaggia, Bogdanov rintracci un pescatore, che gi spesso aveva trasportato lui e Gorkij su una barca a remi. L'uomo non ci mise molto a capire quel che lo straniero gli spiegava a gesti: voleva prendere il piccolo gozzo insieme all'amico e, per sapere quanto gli sarebbe costato, strofinava il pollice sull'indice. L'accordo venne concluso in fretta.
Salirono a bordo e Voloch si offr di mettersi ai remi. Bogdanov accett.
Dieci minuti pi tardi, la barca era a trecento metri dalla costa e l'orizzonte si allargava dagli scogli bianchi pi vicini fino a Punta Licosa, il capo meridionale del golfo di Salerno.
Bogdanov disse a Voloch di smettere di vogare. L'altro si asciug la fronte col dorso della mano. Il mare era appena increspato da un vento leggero. Decisero di non gettare l'ancora, per lasciare che la corrente li spingesse verso est. Non avrebbero fatto molta strada, cullati dall'ondeggiare lieve.
- Sai perch siamo qui, - esord Bogdanov.
D'istinto gli aveva dato del tu, come se fossero nella cella dove si erano conosciuti. Non si scorda l'intimit sudicia di una gattabuia, nemmeno davanti allo spettacolo della costiera amalfitana.
- Per scoprire se sono un pazzo o un traditore, - disse Voloch con un ghigno.
Bogdanov not che non portava pi al dito l'anello ricavato dal bullone.
- Perch hai chiesto di incontrarmi? - chiese.
Voloch fiss il profilo sfumato di Punta Licosa, respirando a pieni polmoni.
- Appena ascolti la mia storia lo capisci, - rispose.
- Allora raccontami tutto, - lo incalz Bogdanov.
- Per raccontarti tutto non basta una settimana, - attacc Voloch. - Perch il mio non  un vuoto di memoria,  un pieno. Io ricordo, ma  un ricordo cos strano che non posso crederci. Allucinazioni, mi dico, per lo scoppio della bomba vicino alla mia testa -. Si batt le nocche sulla tempia. - In guerra mi era gi capitato -. Torn a guardare lontano, un volo di gabbiani o il porticciolo che biancheggiava contro la massa scura dell'isola. - A Tiflis era proprio come in guerra, ma sapevo che non era cos, perch il mondo era uguale a prima. Invece dopo, quando sono saltato gi dal treno insieme a Koba...
- Koba non era su quel treno, - lo interruppe Bogdanov, che aveva letto per la terza volta la lettera di Krasin, mentre faceva colazione. -  arrivato a Baku da solo, il giorno dopo.
-  quello che ha detto anche a me quando l'ho rivisto, - annu Leonid sfilandosi la giacca. Iniziava a fare caldo. - Ma nella mia allucinazione siamo saltati gi e siamo entrati dentro una palla di vetro, che era l ad aspettarci. La palla si  messa a volare. Allora Koba si  tolto la maschera e sotto c'era un essere che pareva un uomo, ma di sicuro non lo era. E siamo volati su un altro pianeta.
Bogdanov rimase in ascolto. Krasin, nella lettera, accennava ai deliri di Voloch, ma non gli aveva parlato di viaggi spaziali.
- Il pianeta si chiama Nacun, - riprese Leonid. - Ci sono rimasto finch non mi hanno riportato sulla Terra. Mi hanno lasciato in un bosco sulle stesse montagne dove mi avevano preso. L'ho attraversato, sono arrivato a una casa. Mi ha accolto una donna, mi ha dato da mangiare, mi ha offerto da dormire. Al risveglio, non mi sentivo bene. Avevo nausea, brividi, vertigini. Sono rimasto a letto per molti giorni e quando finalmente mi sono rimesso in piedi, ho pensato che Nacun era un lungo sogno. Mi sono convinto di essere arrivato l da Tiflis, dopo aver abbandonato il treno per Baku. Non so, forse ho vagato qualche giorno per le montagne, forse sono stato in altre case. Non  che non ricordo. Io ricordo tutto, anche nei particolari. Solo che... - Leonid allarga le braccia, - ero su Nacun.
Invece di immaginare un pianeta lontano, Bogdanov rivide il cancello dell'ospedale psichiatrico di Kuvsinovo. Erano passati soltanto cinque anni, dall'ultima volta che lo aveva varcato. Dentro quelle mura aveva incontrato bugiardi compulsivi, schizofrenici, mitomani e millantatori. C'era chi credeva alle proprie menzogne, chi le diceva per il gusto di ingannare e chi si sforzava di non mentire, salvo poi lasciarsi trascinare dalla forza delle proprie illusioni. Leonid poteva appartenere a quest'ultima categoria. Quando nominava il suo pianeta inesistente, riferiva un'esperienza reale. Poi per si correggeva, parlava di allucinazioni, cercava di distinguere tra le sue sensazioni e la realt oggettiva. Un traditore si sarebbe coperto con una bugia pi semplice, per poi difenderla come l'unica verit. Quella storia era troppo strampalata e fantasiosa per essere una copertura. Oppure, proprio perch suggeriva quel pensiero, era la copertura perfetta.
- Krasin non mi ha scritto nulla del tuo viaggio immaginario.
- Perch non l'ho detto a nessuno, - ribatt Voloch. - Tu sei il primo.
- Non hai pensato che la reticenza avrebbe aggravato i sospetti sul tuo conto? - domand Bogdanov.
- Certo. Ma tu sei l'unico che pu capire davvero.
- Capire cosa?
- Nacun  un pianeta socialista, - riprese Voloch. - Non ci sono padroni, non c' propriet privata, il benessere comune  l'unica ricchezza. Prima anche lass hanno avuto re, feudatari e capitalisti. Poi a loro  riuscito quello che noi russi abbiamo tentato tre anni fa. Un partito dei lavoratori che prende il potere, gli operai che dirigono le fabbriche. Ma lass, la rivoluzione, l'hanno fatta col sapere.
Leonid fece una pausa e chiese a Bogdanov di passargli la borraccia. Riemp un paio di volte il tappo a mo' di bicchiere e bevve due generose sorsate.
- I nacuniani non hanno tante scienze, come noi. Le avevano un tempo, ma le capivano solo gli specialisti. Tutti gli altri dovevano limitarsi a credere. Allora si sono messi d'impegno, per trovare una superscienza che le comprendesse tutte e permettesse ai lavoratori di conoscere da s. E sai cos'hanno scoperto? Che la legge universale  l'organizzazione, come scrivi nei tuoi libri. Io ci ho provato, a leggerli, ma sono troppo difficili. Invece l, su Nacun,  chiarissimo. Le fabbriche, le biblioteche, gli ospedali, i parchi pubblici funzionano con gli stessi princip. La superscienza applicata in campi diversi.
- Ancora non capisco, - obiett Bogdanov, - perch non hai raccontato queste cose ai compagni. Perch soltanto a me?
- Perch tu sai che cosa ho visto, - disse Voloch. - Ho visto le tue idee realizzate.
Questa volta la pausa fu lunga, colmata solo dallo sciabordio dell'acqua e dal guizzo di un pesce.
- Conosci Le mille e una notte? - chiese infine Bogdanov, ma non attese risposta. - C' una donna, Shahrazad, che ogni sera racconta una storia al suo signore, per ritardare la propria esecuzione.
Voloch annu serio.
- Se non convinco te, non convinco nessuno. Non te ne faccio una colpa, compagno. Per questo ho remato io. Perch tu non ti affaticassi, nel caso dovessi tornare indietro da solo.
Bogdanov percepiva la durezza del revolver nella tasca della giacca. Voloch non aveva l'aria di uno che fa opposizione, pareva davvero rassegnato al proprio destino.
- La vita del singolo non conta poi tanto, - disse Voloch con grande calma. - Lo sappiamo tutti e due -. Dopo un istante, allargando lo sguardo sul panorama, aggiunse: - Abbiamo visto posti peggiori di questo.
Bogdanov immagin di estrarre la rivoltella e sparargli al cuore. Poi avrebbe legato l'ancora al cadavere, l'avrebbe rovesciato in mare e dietro al corpo avrebbe gettato la pistola. Chi si sarebbe meravigliato di sentire che Voloch il Matto si era tuffato fuoribordo abbracciato all'ancora? Non certo la polizia italiana. Krasin avrebbe capito senza bisogno di parole.
Le storie di Leonid Voloch sarebbero andate perdute per sempre in fondo al golfo. Il suo viaggio sul pianeta socialista sarebbe morto con lui. Un viaggio politico. Un racconto filosofico. L'empiriomonismo tradotto in parabole. Un romanzo di scienza e di fantasia che nessuno avrebbe mai letto. Perduto ai pesci.
Bogdanov pens all'assurdit della situazione, a Voloch che attendeva la sentenza. Poi afferr i remi che pencolavano sugli scalmi.
- Direi piuttosto che non abbiamo mai visto un posto pi bello, - disse.
Quindi prese a remare verso il porticciolo.



Capitolo 13

Lettere, fotografie, appunti, cartoline. La scatola di legno che li custodisce non  certo un modello di organizzazione, eppure  sopravvissuta a decine di traslochi. Un caso tectologico interessante. Un esempio di sistema disordinato, ma stabile.
Bogdanov l'ha ritrovata in un armadio, dopo lunghe ricerche, e per non perdere tempo se l' messa sotto braccio, senza nemmeno aprirla, ed  uscito di fretta per raggiungere il suo studio.
Gli oggetti di una casa sono sottoposti a una forte selezione negativa. Si consumano, si rompono, si perdono. Ogni tanto si decide di buttarli. Nell'ambiente domestico, un barattolo di cianfrusaglie dimenticato chiss dove pu sopravvivere meglio di un piatto in pila nella credenza.  pi facile stabilire cosa eliminare da un archivio accurato che da un'accozzaglia, e anzich sbarazzarsi di tutto il mucchio, senza distinzioni, si finisce per conservarlo in blocco. Tanto pi indisturbato quanto pi  inutile. Come un albero pieno di nodi e rami storti si salva dal l'ascia, mentre i taglialegna abbattono i suoi vicini, per ricavarne assi e pali da costruzione. Come un uomo ormai poco vivace viene lasciato in pace anche dai suoi nemici.
Sulla porta, Denni lo attende puntuale.
Bogdanov s'informa del suo stato di salute, le indica la solita sedia e si accomoda dall'altra parte della scrivania.
Solleva il coperchio della scatola e tuffa le dita tra le carte.
La fotografia che cerca non tarda ad apparire. Passa in rassegna i volti, si riconosce nell'unico a capo scoperto, con i capelli spettinati dal vento.
- Ecco, - dice appoggiando la foto e ruotandola di mezzo giro. - Qui siamo a Capri, in un giorno d'aprile, poco meno di vent'anni fa.
Denni si allunga sulla scrivania per vedere meglio.
- Non dirmi niente, - lo frena. - Voglio riconoscerlo da sola.
Era uno di quei pomeriggi passati sugli scogli, la filibusta al gran completo, a staccare patelle dalle rocce e mangiarle crude, come ostriche proletarie. In quelle occasioni, Gorkij si esaltava e sul sentiero del ritorno, sotto le prime stelle, cercava di convincere tutti che le liti nel partito erano tempeste in un samovr.
-  questo? - domanda la voce di Denni, mentre il dito sfiora la foto.
- Quello  saljapin, un grande cantante, - la corregge Bogdanov. - Il pi grande che abbia mai ascoltato. All'epoca, era gi famoso, ma bastava accennargli un ritornello e si esibiva ovunque si trovasse.
Denni studia le fisionomie ritratte sulla spiaggia. Una voce di basso accompagna Bogdanov indietro nel tempo.

Molte canzoni ho udito in giro per la Russia
che mi hanno insegnato gioie e dolori
ma una soltanto mi  rimasta impressa,
la canzone dei lavoratori.

Chiss chi sono i due tizi di fianco al cantante. Osservarli a testa in gi non aiuta a riconoscerli. Forse due italiani di passaggio. Quando c'era da cantare, la gente di Capri si univa volentieri alla loro combriccola. Se poi saljapin intonava un brano d'opera, anche le barche sciamavano verso riva, e di notte, da villa Blaesus, potevi vedere le sigarette che s'accendevano nei giardini dei dintorni, mentre Marija Andreeva suonava il piano e lui cantava Dubinuska sulla terrazza.

Uno scienziato inglese gli operai aiut
inventando strumenti su strumenti,

- Questo qui! - esclama Denni.

il contadino russo lavora per
con un bastone e mille tormenti.

-  lui? - insiste.
Bogdanov gira la foto di novanta gradi. - Quello  Bazarov, uno dei miei migliori amici. Natal'ja era infermiera nell'ambulatorio di suo padre.  l che ci siamo conosciuti.
- Allora tu devi essere questo, - indica Denni, - e Leonid quest'altro, in mezzo a voi due.
Bogdanov annuisce, il gioco  finito. - Per qui  molto diverso da com'era di solito. La barba non la portava, se l'era lasciata crescere in quei giorni, e anche il cappello, vedi come gli sta largo? Non credo fosse suo, ce li prestavano i pescatori per ripararci dal sole e dal maestrale.
Denni si china sulla fotografia fino a sfiorarla col naso. -  sfocato. Se lo incontrassi per strada non lo riconoscerei.
- Credo faresti fatica anche con un'immagine pi nitida.  passato molto tempo.
Denni scruta l'uomo che ha di fronte e il suo gemello fotografico di vent'anni pi giovane.
- Su Nacun  diverso, - dice. - I nostri visi non cambiano. Tra un bambino e un vecchio, l'unica grossa differenza  l'altezza.
- Per via delle trasfusioni? - domanda Bogdanov e attende che Denni glielo confermi, con un cenno del capo. Lo scambio di sangue che allunga la vita. In Stella rossa, gli alieni socialisti hanno istituti trasfusionali sparsi per il pianeta.
- Ora sai che faccia aveva Leonid -. Bogdanov sventola la foto, ma Denni non appare emozionata.
- In questi anni me l'ero immaginato diverso, - dice, come se le dispiacesse averlo visto. - Aveva il volto dell'uomo sulle banconote che mi ha lasciato mia madre.
- Ma Leonid  questo, - la incalza Bogdanov.
Denni prende un profondo respiro, come per affrontare un discorso complesso.
- Tu lo sai come va, su Nacun, - attacca. - I bambini restano a casa fino a tre anni, poi crescono in colonia, tutti assieme. Per noi, i genitori sono soltanto due tra i tanti padri e madri che uno pu avere. Nella nostra lingua, "mamma" e "pap" non sono due nomi, sono due aggettivi. Descriviamo cos qualsiasi cosa o persona che ci aiuta a crescere e ci fa sentire amati. La casa dove abiti pu essere la tua "casa mamma" e il fiume l vicino, dove vai a pensare quando sei triste, pu essere il tuo "fiume pap". Quindi io ho avuto tanti padri, anche senza un "genitore pap". Quando quelli dei miei compagni li venivano a trovare, io andavo a sedermi sotto il mio albero-pap, oppure tiravo fuori la banconota da cinquecento rubli e raccontavo le giornate al mio pap immaginario. Che motivo avrei di sostituirlo adesso?
L'analisi linguistica lascia Bogdanov a bocca aperta. Leonid non gli ha mai raccontato nulla del genere e di certo lui non l'ha mai scritto. Dev'essere un'elaborazione originale di Denni, basata sul suo bisogno di sostituire i genitori con altre presenze. Nacun la aiuta a lenire il dolore. Assecondarla non significa cedere alla sua follia, ma attenuare la sua sofferenza.
- Leonid mi raccont che le vostre colonie per bambini sono gli unici luoghi dove si obblighi qualcuno a fare ci che non vuole -. Bogdanov si interrompe. Davvero quel particolare glielo raccont Leonid? O fu lui stesso, a metterlo nel romanzo? Non sa rispondere. Ma non per colpa degli anni trascorsi.  impossibile risalire alla sorgente di una storia. Come un fiume, che nasce dall'incontro di molti ruscelli, e solo per convenzione si pu stabilire qual  il corso principale. Chi racconta, non  mai soltanto un narratore. Anche a lui capita di ascoltare. Chi adesso ascolta, pi tardi narrer. La storia passa di bocca in bocca, non si pu distinguere il contributo di ciascuno. E anche quando si tratta di un libro, quanto della sua storia  gi nelle pagine e quanto viene dal lettore? La materia allo stato puro non esiste. Ogni parola di un testo  in relazione con altre parole, contenute in altri libri e in altre menti. Leonid ha letto i suoi scritti, poi li ha sognati e gli ha raccontato quel che ha visto. Quindi il racconto  diventato un romanzo, e ora una lettrice lo espande ancora... Impossibile stabilire chi sia l'autore di un simile intreccio.
- Ho perso il filo, - si scusa Bogdanov. - Cosa stavo dicendo?
- Che nelle nostre colonie i bambini vengono obbligati...
- Ah, ecco. S. Il motivo, diceva Leonid, - ma fu proprio lui a dirlo? - il motivo  che gli individui, durante la crescita, ripercorrono le tappe evolutive della loro specie. I piccoli nacuniani sono individualisti, cos come lo erano i nacuniani duecento anni prima, e con fatica si liberano del difetto, cos come i nacuniani se ne sono liberati. Perch non succede lo stesso con la famiglia? Da piccoli si cercano mamma e pap, e crescendo si matura una mentalit diversa?
Denni si gira verso la finestra. Il sole  ancora nascosto dietro i palazzi e gli alberi del cortile, ma la giornata non si annuncia radiosa.
- Nel passato, - spiega la ragazza, - abbiamo avuto diversi modi di organizzare la famiglia, per l'idea che padre e madre siano un tipo di legame e non due persone uniche, ce l'abbiamo da sempre, fa parte della nostra lingua. Se non fosse cos, credo sarebbe pi faticoso per i nostri bambini accettare di crescere lontano dai genitori.
All'altro capo della scrivania, Bogdanov si alza. L'allegoria marziana continua a sorprenderlo. Parlare della Stella rossa  sempre un modo per parlare della Terra e capirla meglio. Passeggia per la stanza, ripone due libri sui loro scaffali, finisce anche lui per osservare il mondo attraverso il vetro. I cristalli di brina sul tronco di un tiglio sono gi dispacci d'inverno.

Ma il tempo  giunto e il popolo combatte,
la schiena sgravata dall'antico fardello
e contro le schiere nemiche abbatte
quel bastone mutato in randello.

- Questa  Natal'ja, vero? - domanda Denni.
Bogdanov ritorna al tavolo e mette a fuoco l'immagine: - S,  lei, mentre la donna che le sta vicino  Marija Andreeva, la compagna di Gorkij, questo con i baffi, un grande scrittore. Subito dietro c' il figlio, Maksim Alekseevic, nato dalla prima moglie. Questo... - esit. - Questo dovrebbe essere Ladynikov, un editore che pubblicava i nostri scritti a Berlino. Questo con la bombetta  Lenin. Proprio allora, lui e io abbiamo rotto i rapporti.
Denni raccoglie la foto di gruppo.
- A guardarvi non si direbbe. Sembrate felici.
L'osservazione addolcisce il ricordo. L'autoindulgenza  una malattia senile.
- Credo che lo fossimo, in effetti. Avevamo deciso di lasciare sul continente i nostri dissidi. In compenso, ci sfidavamo in un gioco violento. Gli scacchi.



Capitolo 14

Non era la prima volta che giocavano, e che sarebbe stata l'ultima non lo sapevano ancora. Eppure, appena si erano seduti ai lati opposti della scacchiera, tutte le conversazioni si erano interrotte, e i compagni sulla terrazza li avevano accerchiati, assaporando il gusto di una sfida speciale.
Tutti tranne uno: Leonid Voloch. Abbandonato su una poltrona, sorseggiava il t, con un gatto rosso che gli dormiva sulle ginocchia.
Il Marziano era atterrato su Capri ormai da due settimane e, prima che anche Lenin sbarcasse sull'isola, Bogdanov gli aveva raccontato cosa s'era perso, nei pochi mesi del suo viaggio spaziale. Una disputa filosofica stava mettendo i bolscevichi gli uni contro gli altri.
- Lenin pensa che per capire il mondo bisogna scattargli una fotografia, quanto pi precisa possibile. Per me invece la conoscenza  come il cinematografo.
- E questo vi impedisce di battervi insieme contro lo zar? - aveva chiesto Leonid, con l'aria di chi si sente preso in giro.
A Kuokkala, aveva visto Lenin e Bogdanov dividere la stessa casa, lavare i piatti insieme, scrivere articoli gomito a gomito. Ora, il solo fatto che giocassero a scacchi sembrava una tregua tra generali in guerra.
La rapidit dei cambiamenti lo stordiva, la diffidenza dei compagni non lo aiutava a orientarsi. Il sospetto che il Marziano fosse una spia dell'Ochrana aleggiava ancora sulle loro chiacchierate. Di certo Leonid avrebbe compreso meglio la polemica sull'empiriomonismo, se avesse saputo che la filosofia, per i due contendenti, era simile alla scacchiera l di fronte, un campo da gioco dove tutti i conflitti diventavano un'unica partita.
Consapevole di quella metafora, Bogdanov dispose il suo esercito. La sorte, sotto forma di moneta, gli aveva assegnato i pezzi bianchi.
- Guarda come inizia, - sussurr Bazarov nelle orecchie di qualcuno.
Poteva scegliere tra venti mosse di apertura, che amava suddividere in tre categorie: stupide, eretiche e convenzionali. Immagin che il pubblico si aspettasse da lui una giocata del secondo tipo, ma si sforz di non considerare gli amici che lo fissavano e i mormorii d'attesa.
Contro un avversario temibile, meglio andare sul sicuro. Di conseguenza, andare sul sicuro era anche un modo di manifestare timore. Oppure di fingerlo. In ogni caso, Vladimir Ilic non era temibile neanche un po'. La serie storica delle loro sfide vedeva Bogdanov in netto vantaggio.
Prese il pedone davanti al cavallo sul lato del re e lo avanz di una casa. Tasso di eresia: sette su dieci.
Mormorii in crescendo.
La voce di Bazarov: - Visto?
Lenin sollev le sopracciglia in modo plateale, come a dire: "Accidenti!" Ma l'ironia del gesto nascondeva nervosismo e le dita lo tradivano, impegnate a tormentare la barba. Scelse di rispondere ignorando l'avversario, come se la battaglia non fosse ancora incominciata e la prima mossa spettasse al Nero.
Apertura di re, il pi classico inizio di partita.
Non era gi tutta l, la storia del loro scontro? Bogdanov si era inventato l'empiriomonismo, Lenin aveva preferito non dargli peso. Poi erano arrivati i dissidi politici: se boicottare il parlamento o usarlo come tribuna. Poi la rapina di Tiflis aveva suscitato orrore tra le anime belle. "Quaranta morti! Una barbarie tartaro-mongola!" si erano indignati i compagni di Berlino. Colpa di Bogdanov, un terrorista, un profeta dell'azione. Poi le discussioni sulla refurtiva. Come usarla, come spartirla. Poi Gorkij che si mette a incensare Bogdanov, mentre Plechanov gli strappa i galloni da marxista, gettando discredito sui bolscevichi. Alla fine, Lenin aveva deciso di mettere tutti a tacere, dimostrandosi pi ortodosso degli ortodossi. Si diceva che si fosse chiuso alla British Library, come Marx quando scriveva Il Capitale, per trovare le argomentazioni contro gli eretici. La tregua filosofica era finita.
Alfiere di re sulla seconda traversa.
Risposta immediata: pedone di regina avanti di due passi, a occupare il centro della scacchiera.
Leonid fece capolino dietro la spalla di Avdonin. Le sue labbra si mossero e l'amico soffoc una risata. Erano gli unici operai della combriccola e Bogdanov si compiaceva della loro complicit. In mezzo a un ambiente fraterno ma per nulla proletario, i due si erano subito avvicinati, segno che la coscienza di classe  una pianta spontanea, per quanto bisognosa di cure.
Fuori il cavallo di re, per preparare l'arrocco sul lato corto.
Lenin fece una mossa speculare sull'ala destra del suo schieramento.
Una poltrona di vimini gratt le mattonelle della terrazza e un'altra le rispose con ancor pi rumore.
- Tu, Natal'ja, mettiti l, - disse la voce di Gorkij. - E tu invece l.
Bogdanov arrocc e alz la testa dalla scacchiera.
Lo scrittore stava di fianco a un tizio armato di fotocamera, di quelle a forma di scatola, con il manico in cima, abbastanza piccole da non aver bisogno di un treppiede. L'uomo non aveva una faccia nota, dovevano averlo chiamato apposta per immortalare il momento.
Con le braccia, fece segno agli spettatori al margine dell'inquadratura di stringersi ancora, ma nessuno gli dava retta, in attesa della prossima mossa.
Gorkij and a sedersi sul parapetto, nel posto che s'era riservato. Inclin il cappello su un orecchio e si afferr il mento, in una posa adatta al suo ruolo di artista.
Dopo il primo scatto, balz gi e ne domand un secondo, questa volta in piedi e col pappagallo sulla spalla. Quindi un terzo...
Un'ombra nera cal in picchiata su una diagonale bianca e si avvent sul lato destro dell'armata di Bogdanov. Era un alfiere in avanscoperta. Nulla di imprevisto, ma pur sempre aggressivo, come un lampo in una notte di tuoni.
Il pappagallo Pepito si appollai sullo schienale di una sedia e Gorkij insistette perch il fotografo lo ritraesse, con la partita sullo sfondo.
"Conosci il motto della Kodak? - aveva domandato Bogdanov a Leonid, nel mezzo di una passeggiata ai giardini di Augusto. - "Tu schiaccia il pulsante, il resto lo facciamo noi". Un giorno renderanno automatico anche lo scatto e la macchina funzioner da sola. Ecco perch Lenin ha un'idea passiva della conoscenza. L'azione del fotografo per lui non conta. Invece un film non si fa senza un regista, che scelga le immagini, tagli la pellicola, ne prenda un pezzo e lo incolli a un altro. Dalla stessa bobina possono uscire cento film diversi, dove la stessa scena acquista cento diversi significati, a seconda del punto in cui viene inserita. Per capirla, devi considerare l'intera sequenza. Lenin invece prende un singolo fotogramma e lo confronta con la realt. Se combaciano  vero, altrimenti  falso. Cos lui concepisce una sola verit, fuori dal tempo, indipendente da noi. Io invece penso che ogni tempo ha le sue verit".
"Vuoi dire che fra cent'anni potrebbe essere falso che sono nato il 23 gennaio 1883?" aveva chiesto Leonid perplesso.
"In alcuni Paesi  gi falso, - aveva riso Bogdanov, strappando un rametto di rosmarino. - Dove adottano il calendario gregoriano, tu sei nato il 4 febbraio. E poi, cosa intendi per "nato"? Le tue cellule sono "nate" nel 1882..."
"Lascia perdere, - lo aveva interrotto Voloch. - Dimmi piuttosto di Copernico. Prima che arrivasse lui, il Sole girava intorno alla Terra?"
Bogdanov aveva annusato il rosmarino. Sempre la stessa obiezione. Copernico, Galileo, gli spiriti. Esistevano gli spiriti, quando l'uomo li venerava?
"Non ha senso farla oggi, questa domanda. Come non ha senso chiedersi se Zeus scagliasse i fulmini, o se sono vere le leggi di natura che si scopriranno nei prossimi mille anni. Il mondo non  un bel panorama in attesa di una fotografia. Cambia come cambiamo noi, mentre lo conosciamo e resiste al nostro lavoro. Se vuoi misurare la temperatura di una goccia d'acqua, ci immergi un termometro, ma appena lo fai, il liquido si riscalda o si raffredda, perch scambia calore con la punta dello strumento. Succede cos per qualunque attrezzo, idea o parola che ti serve per indagare la realt".
"Ma allora, chi decide che Copernico ha ragione?"
"Copernico part da osservazioni note e us un metodo accessibile a tutti. Molti non gli credettero, ma le sue affermazioni erano gi vere, perch chiunque ci sarebbe potuto arrivare, grazie alla scienza del tempo. Il suo punto di vista non venne imposto da un re o dai preti. Altrimenti sarebbe stata una verit instabile, contraddittoria e ingiusta. Se vuoi che la verit sia stabile, allora il punto di vista dev'essere quello del lavoro".
Leonid era rimasto in ascolto. La risposta era troppo sibillina per non avere un seguito bell'e pronto.
"Marx dice che l'uomo conosce il mondo agendo su di esso, - aveva ripreso Bogdanov. - Quindi la conoscenza viene dal lavoro, ed  tanto pi universale quanto pi gli uomini collaborano e condividono il sapere. Come succede in fabbrica. Per questo Lenin, se vuole la verit, non pu estrarre dal taschino la sua bella fotografia. Deve forgiarla insieme ai fabbri. Scottarsi le dita in una fornace".
L'idea di Lenin che si scotta lo riport alla loro sfida. Immagin di avanzare col cavallo di re. Gioc le partite che ne derivavano, fino a una profondit di cinque turni, poi si smarr nel dedalo delle alternative. Rinunci al l'ipotesi e valut i pedoni. Scelse quello di fronte all'alfiere di regina, per aprirle la strada. Avanzarlo di due passi invitava il Nero a catturarlo, spostando dal centro della scacchiera uno dei pedoni che lo presidiavano.
"Si chiama "gambetto di donna"", gli aveva spiegato suo padre in un'estate lontana, fatta di zanzare, polvere e bagni nel fiume.
Lenin spinse in diagonale il suo pedone e sollev quello bianco con due dita.
"Vedi? - aveva continuato suo padre, con l'aria da maestro che si portava a casa dal lavoro a scuola. - Finch un pezzo  sulla scacchiera ha un valore, che dipende dalle sue capacit. La regina vale dieci, il cavallo cinque, il pedone uno. Ma appena li togli, tornano a essere semplici legnetti intagliati".
Una magia. Le caselle bianche e nere come un campo fatato.
Qualche giorno dopo, il piccolo Sasa aveva mostrato al padre una grande scoperta. Aveva disposto sulla scacchiera pochi pezzi, come se fosse un finale di partita. I due re, la regina bianca, un pedone e un alfiere nero. La regina minacciava entrambi e poteva scegliere chi catturare. Il pedone era a un passo dall'ultima traversa.
"Tu mi hai detto che il pedone vale uno e l'alfiere cinque, quindi il bianco dovrebbe mangiare l'alfiere. Per se lo fa, il pedone nero arriva in fondo e si trasforma in regina".
"Giusto. Infatti la regina bianca deve catturare quel pedone".
"Ma allora significa che il pedone vale pi dell'alfiere! - aveva protestato Sasa. - Significa che i pezzi non hanno sempre lo stesso valore, ma dipende da dove stanno rispetto agli altri".
"Bravo, - si era complimentato il signor Malinovskij. - Proprio come accade nella vita".
Quella sera, a tavola, gli aveva ricordato le tante leggende di ragazzini con grandi doti, costretti a lavorare come pastori o sguatteri, che grazie a un caso diventano re. Art, Davide, Gordio. E viceversa, storie di individui stupidi e senza valore, trattati come re per via del loro sangue.
Bogdanov si divertiva a raccontare che quello era stato il suo primo incontro con il concetto di "sociomorfismo". Dagli scacchi alla scienza, dal linguaggio alla realt, tutto rispecchia i rapporti sociali. Dimmi come lavora una societ e ti dir cosa conosce. Dimmi come lavora un individuo e ti dir come pensa.
Gi. Chiss come pensa un pedone. Un'idea per volta, senza fretta, fino alla rivoluzione. E il cavallo? Con quei suoi salti sghembi non pu che essere pazzo.
Regina bianca sulla sponda di sinistra, a cercare vendetta per il pedone caduto.
- Empiro, empiro, empiro! - strill il pappagallo Pepito sulla spalla di Gorkij.
Lenin alz la testa di scatto: - Cosa dice? - domand levandosi la bombetta. Cominciava a sudare.
- Niente, niente, - si scus lo scrittore, mentre rimproverava l'uccello con un dito.
Bogdanov intanto ripass le possibili mosse dell'avversario, battezzando le pi pericolose. Quelle che lo avrebbero costretto a cambiare gioco, a immaginare la partita in maniera differente.
Fin da bambino aveva imparato che la rivoluzione dei pensieri  la pi complicata. Non era passato molto tempo dalla scoperta del sociomorfismo, che il piccolo Sasa ne aveva fatta un'altra, sempre grazie agli umili pedoni.
Sulla strada di casa aveva incontrato Volodja, che si aggirava con la scacchiera sotto braccio, in cerca di un amico con cui giocare. Si erano seduti sul muretto di fianco alla ferrovia e avevano sorteggiato i pezzi. A Volodja era toccato il bianco e, come apertura, aveva preso due pedoni e li aveva spinti avanti di una casa.
"Non puoi!" era insorto Sasa, ma l'amico era sicuro del contrario. Se alla prima mossa si poteva spostare un pedone di due caselle, allora si poteva anche spostarne due di una sola.
"Due per uno  lo stesso di uno per due", aveva ripetuto Volodja.
Poi, come argomento finale, aveva dichiarato che la scacchiera era la sua e quindi si giocava come diceva lui.
Sasa aveva ceduto, pensando che il giorno dopo avrebbe portato la sua scacchiera, per imporre le sue regole. Tornato a casa si era ripromesso addirittura di inventare un nuovo gioco, ma l'impresa si era rivelata pi difficile del previsto. Per quanti sforzi facesse, gli venivano in mente solo varianti degli scacchi e niente di davvero diverso.
Da adulto, Bogdanov aveva raccontato l'aneddoto in molte occasioni, nelle scuole serali dei circoli operai, aggiungendo la morale della favola.
"Se il proprietario della scacchiera vuole stabilire nuove regole, - spiegava, - dev'essere in grado di pensarle, di organizzare un gioco nuovo. Allo stesso modo, se gli operai conquistano le fabbriche, ma non hanno una nuova cultura per organizzarle, finiranno per dipendere dagli ingegneri e dai tecnici che gi lavoravano per i vecchi proprietari, oppure ne imiteranno l'opera, con risultati peggiori, e cos la pretesa rivoluzione non produrr un reale cambiamento, se non in peggio".
Lenin fece una mossa timida, o d'attesa. Avanz la regina di un passo, liberando lo spazio tra re e torre. Bogdanov ipotizz che avrebbe arroccato al turno seguente.
Senza pensarci troppo, vendic il pedone sacrificato nel gambetto, eliminando il suo carnefice con un colpo di regina.
Il nero arrocc, proteggendo il re dietro un baluardo di tre pedoni, pi regina e torre.
Un comodo rifugio, o una prigione. Come quando un castello  divorato dal fuoco.
Davanti a quel bastione, Bogdanov presag un assedio. Era ancora distante, confuso nella nebbia di troppe mosse, ma bruciava come un incendio alla destra di Lenin. Una volta avvistate, era difficile ignorare le fiamme. Simili a sirene, cantavano un irresistibile invito. Ma era presto, presto, neanche un terzo di una partita breve. Quel fuoco era il futuro e se voleva sperare di appiccarlo, Bogdanov doveva limitarsi ad accendere un cerino, senza farsi notare, nasconderlo nella mano e camminare piano verso la pira, sorvegliando gli altri angoli del campo di battaglia, dove il nemico poteva aggredire con piani imprevisti.
"Se pensi di vincere, hai gi perso", gli aveva detto suo padre.
Mand all'attacco il cavallo che non aveva ancora toccato, sul lato della regina.
Seguirono tre turni d'attesa, per studiarsi a vicenda senza esporsi troppo.
Ma l'incendio s'imponeva con i suoi bagliori.
Chiss se su Nacun avevano un gioco simile agli scacchi. Leonid, nei suoi racconti, non gli aveva descritto i passatempi extraterrestri. Gli alieni socialisti dovevano avere soltanto giochi di squadra, senza re e regine a dominare le partite. Per anche sul loro pianeta c'erano state societ autoritarie, divise in classi. Giochi e forme d'arte di quei tempi lontani potevano essere sopravvissuti nel presente. Per inerzia o per scelta consapevole.
Leonid era rimasto colpito dalla poesia nacuniana. Si basava sulla metrica e sulle rime, che lui considerava un'eredit feudale, una limitazione della libert creativa. I suoi ospiti, invece, sostenevano che il ritmo delle sillabe imitava quello della vita, e che la rima univa versi differenti, come l'amore e il lavoro uniscono gli individui.
Era il solito problema di cosa salvare e cosa rifiutare del vecchio mondo.
Lenin voleva tenersi stretta la scienza, che tanto per lui era un'insieme di verit oggettive e neutrali.
"Invece secondo te, - lo aveva interrogato Leonid per essere certo di aver capito bene, -  oggettivo che la Terra gira intorno al Sole, perch ce lo confermano tutte le nostre conoscenze. Allo stesso modo, per gli antichi Greci, era oggettivo che Zeus scagliasse i fulmini. Mentre  soggettivo che il rosmarino ha un buon profumo, perch ognuno monta quell'esperienza a modo suo e quindi sentiamo odori diversi".
Esatto, pens Bogdanov, spostando la torre dell'arrocco sulla terza casella da sinistra.
Il lato della scacchiera che voleva incenerire.
Il gioco consisteva in quello: vedere lo scacco matto prima dell'avversario, soggettivamente, e poi manovrare per renderlo oggettivo.
Lenin rispose.
Il cavallo bianco salt in mezzo tra i due schieramenti.
Bogdanov si rese conto di aver mosso troppo in fretta, senza considerare ci che l'altro andava costruendo.
Magari anche lui aveva un incendio negli occhi.
Cerc indizi nei volti degli spettatori. Chiss se Bazarov aveva intravisto le stesse vampe. A dire il vero, sembrava interessato soltanto alla brace del suo sigaro, che pendeva pericolosa sopra la testa di Lunacarskij. Fiss Advonin, che forse aveva gi intuito la strategia di Lenin. Interrog il pappagallo Pepito con flussi di magnetismo animale.
Alla ritirata del prode alfiere nero, rispose riportando la regina contro la sponda. Dritta davanti al pedone che avrebbe dovuto abbattere, per entrare nel rifugio del re. Prima per bisognava eliminare il cavallo nero che proteggeva il varco. E mettere un cavallo bianco a presidiare l'unica via di fuga.
Nei due turni successivi, Bogdanov port avanti il suo piano, come uno scultore che ha in mente la statua e la cava dalla roccia, aggiustando i colpi in base alle risposte della materia, alle sue durezze impreviste, alle venature.
Offr un cavallo in sacrificio, come se potesse farne a meno. In realt, era un pezzo indispensabile per l'assedio finale.
"Sulla scacchiera le bugie durano meno che in casa", gli aveva detto suo padre.
Lenin rifiut l'offerta. Per catturare quel pezzo, avrebbe dovuto indietreggiare col suo cavallo. Invece, a quanto pareva, gli interessava lanciarlo al galoppo. Prefer muovere la regina e incollarla al cavallo appena graziato.
Bogdanov non lo spost, ma travolse con la torre l'altro cavallo nemico.
Il fratello balz sull'alfiere in campo nero, esponendosi alla ritorsione di un pedone.
Bogdanov non accett lo scambio.
La torre bianca, che non s'era ancora messa in marcia, and a coprire le spalle della sorella.
Ora Lenin poteva fare soltanto una mossa per evitare il rogo, ma almeno un paio sembravano pi appetibili. Giustiziare il cavallo bianco, per due volte esposto al sacrificio, o proseguire la carica col cavallo nero, che poteva uccidere un secondo alfiere, lasciato l apposta per attirarlo in trappola con promesse di gloria.
Soltanto una mossa.
Con l'alfiere sul nero, immobile da inizio partita. Ancora addormentato.
Chiss come pensa un alfiere. In maniera obliqua, ma manichea. Sempre nero o sempre bianco.
Una sola mossa.
Se ne sarebbe accorto?
Se s, allora l'intera partita si rovesciava. Il cavallo nero, da eroe inutile, si trasformava in spina nel fianco.
Se s, allora aveva sbagliato a giocare come uno scultore, cercando di tradurre la forma che aveva in testa in una combinazione sulla scacchiera. Avrebbe fatto meglio a seguire l'esempio dei musicisti, che sono maestri dei loro strumenti proprio quando dimenticano le forme da riprodurre, la posizione delle dita, la postura del corpo, ed eseguono tutto come un respiro.
Forse un maestro di scacchi muoveva i pezzi come si suona un violoncello, immaginando e agendo in un unico gesto, non uno prima e l'altro dopo, mente e poi corpo, piani e poi mondo.
Un empiriomonista come lui avrebbe dovuto saperlo. La mente  corpo. L'azione  gi pensiero. Lo scultore lavora insieme alla pietra. La forma nasce insieme al contenuto.
L'alfiere sul nero.
L'unica mossa.
Bazarov si chin a spegnere il sigaro sul pavimento.
Anche le piastrelle della terrazza formavano una scacchiera.
Natal'ja si era messa a leggere di fianco a Marija Andreeva, che ricamava uno scialle.
Leonid e Advonin non erano pi l.
Gorkij accarezzava Pepito, ancora convinto che quel soggiorno avrebbe rimesso insieme i cocci della fazione bolscevica.
Lunacarskij, mezzo sdraiato sulla poltrona, scatt col busto in avanti mentre la mano di Lenin sollevava il suo eroico cavallo e lo mandava a giustiziare il secondo alfiere.
Mossa sbagliata.
"Aiuta il tuo avversario a giocare male", gli aveva detto suo padre.
La regina bianca part alla carica e abbatt il pedone di fronte a s.
Il varco era aperto. L'unica via d'uscita presidiata dal cavallo, trattato finora come un pezzo sacrificabile. Le torri si davano manforte, nel caso quello venisse immolato.
Eppure, nessun pezzo bianco minacciava il re nero e di certo Lenin non aveva compreso la portata del disastro.
Non aveva visto le fiamme che non gli davano pi scampo.
L'incendio ormai oggettivo.
Fu quindi con immensa soddisfazione che Bogdanov, dopo una partita di soli diciotto turni, annunci che la sfida era terminata.
- Scacco matto alla prossima mossa.



Capitolo 15

- Gli inglesi sopportano male i bolscevichi a casa propria. Quella britannica  rimasta la societ pi tradizionalista d'Europa. La pi classista. Sai quanto amo la loro cultura, la loro letteratura, Shakespeare... Mia moglie  inglese. Me li ritrovo come avversari.  inevitabile. Geopolitica, amico mio. Geopolitica.
Sono lontani i tempi in cui Maksim Maksimovic Litvinov girava con un cappotto imbottito di banconote. Lontani i tempi di Londra e dell'esilio irlandese. E sono trascorsi nove anni da quando  tornato in Inghilterra in veste di ambasciatore della neonata repubblica dei soviet, solo per essere arrestato e poi rimpatriato grazie a uno scambio di prigionieri politici.
Gli occhialini minuscoli sono un orpello sul quel viso largo, dalla fronte alta, che pare in grado di esprimere soltanto bonomia. Con gli anni Litvinov si  espanso,  diventato pi tarchiato, senza collo, ma non ha perso l'espressione intelligente che lo ha sempre contraddistinto e che si addice al vicecommissario del popolo agli Affari Esteri. Qualcuno suggerisce che lo abbiano messo sotto Cicerin per bilanciare la sua avversione per l'Occidente.
- Assaggia, ti prego, - dice Litvinov versando un dito di whisky in due bicchieri di vetro spesso. -  scozzese. Invecchiato senz'altro meglio di noi. L'ho avuto tramite i parenti di Ivy.
Ci sono voluti tre giorni per ottenere un appuntamento, e il vecchio sodale ha fatto sapere che a malincuore potr concedergli appena il tempo tra una riunione e l'altra, nella foresteria dove vive con la famiglia. Siedono in un salottino che funge da anticamera, attraverso una porta proviene il rumore metallico di una macchina da scrivere.
Le labbra strette di Litvinov davanti al whisky paiono quelle di un rospo che valuti il momento migliore per ingoiare la preda.
- Dieci anni... - dice scuotendo il capo in segno di incredulit. I suoi gesti sono tutto fuorch casuali, ma compiuti con la pi assoluta noncuranza. - L'avresti mai detto che saremmo durati tanto?
Bogdanov rimane zitto.
- Tu no, - riprende Litvinov rispondendosi da solo. - Tu alla rivoluzione non hai mai dato molto credito...
Sembra intenzionato a proseguire, ma Bogdanov lo anticipa.
- Quella che chiami rivoluzione io lo chiamo comunismo di guerra. Ne siamo usciti con la Nep, il mercato regolato. E il socialismo dove sta?
Litvinov sospira.
- Lo so, lo so. So che hai ragione e al tempo stesso hai torto. Questa rivoluzione  nata dalla guerra. Ma c' pure il retaggio dei secoli... - Intinse le labbra nel whisky. - Tu e io sbagliamo prospettiva. Siamo troppo eurocentrici. Come tanti russi che fin dai tempi di Pietro il Grande guardano a occidente con il disagio dei parvenu in ritardo su tutto.
Pietro il Grande. L'uomo sulla banconota da cinquecento rubli. Il padre immaginario di Denni.
- Conosci il colonnello Thomas Edward Lawrence? - prosegue Litvinov. - Sai, l'eroe di guerra... Ha detto che le classi dirigenti occidentali si preoccupano dell'avanzata del bolscevismo in Europa, dimenticando che la Russia  un Paese per due terzi asiatico -. Sottolinea l'osservazione battendo il dito sul tavolo. - Ecco. La geografia non  un'opinione, my old fellow. No, no. Lo dico a malincuore, ma Lawrence ha ragione, e ha ragione Stalin. Il nostro destino  a oriente. Trockij e Zinovev sperano nelle classi operaie occidentali, corrotte dalla borghesia e dagli opportunisti. Stalin guarda alle steppe e alle montagne dell'Asia.  l che abbiamo sempre conteso il primato ai britannici. E l'impero britannico  il nemico naturale della nostra rivoluzione. Il Grande Gioco non  finito. Sono soltanto cambiati gli ideali.
C'era da aspettarselo. Una presa di posizione a favore di Stalin, per mettersi al sicuro dagli eventuali doppi fini dell'interlocutore. Se soltanto Litvinov sapesse quanto poco gliene importa.
- A giudicare da com' andata in Cina, - dice Bogdanov per interrompere il monologo, - viene da dare ragione a Pietro il Grande e agli altri parvenu.
- In Cina  stato un disastro, - ammette Litvinov. - Comunisti e nazionalisti insieme... non poteva funzionare. Per dovevamo provarci. Il momento della Cina verr, vedrai. A ogni modo, non  quello il cuore del continente.
- Ah, gi, l'Afghanistan... - suggerisce Bogdanov cogliendo l'allusione.
Litvinov sogghigna.
- L'estate scorsa ho fatto regalare dei cavalli ad Amanullah Khan. Glieli ho fatti trovare proprio sulla Piazza Rossa. Io non capisco niente di cavalli, ma erano davvero due gran belle bestie. Lui  andato in estasi. E pure la moglie, la regina Soraya. L'avresti mai detto, amico mio, che avremmo ricevuto dei re al Cremlino?
- Avrei mai detto che ce ne saremmo vantati? - chiede Bogdanov con sarcasmo.
Ancora un ghigno enigmatico.
- Geopolitica. Se controlliamo l'Afghanistan controlliamo l'Asia. Quindi io leggo Shakespeare e sollazzo Amanullah. Gli inglesi facciano tutto il chiasso che vogliono.
Bogdanov appoggia il bicchiere. Possono arrivare al dunque.  l per fargli un nome, l'unico che ancora gli interessi.
- Leonid Voloch. Te lo ricordi?
Litvinov fissa assorto l'angolo in alto della parete.
- Voloch... Voloch... - Un guizzo degli occhietti chiari dietro le lenti. - Certo, la rapina di Tiflis. Ci rimase sotto, se non ricordo male -. Batte l'indice sulla tempia. - Non fosti tu a occuparti di lui?
Bogdanov annuisce, aggiustandosi sulla piccola poltrona di pelle scura.
- L'ho perso di vista prima di rientrare in Russia. Sto cercando di scoprire che fine abbia fatto.
Litvinov seguita a frugare la memoria, come se la reputasse un'impresa davvero importante.
- Non credo di averlo pi incontrato, - conclude, mentre sorseggia appena il liquore. - Era con te in Italia?
- S, - risponde Bogdanov. - A Capri e a Bologna.
- Certo... certo... - mormora l'altro ancora cogitabondo. - Strana idea che ti  venuta di cercare un tizio che non vedi da allora.
- Sto aiutando una sua parente a rintracciarlo, - ribatte Bogdanov. -  una storia lunga. E tu non hai il tempo di ascoltarla.
Litvinov ridacchia.
- Hai ragione da vendere. Il tempo  quello che mi manca. Ci  sempre mancato. Possiamo finire il whisky, per. Ce lo meritiamo, non  vero? - Scruta il liquido ambrato attraverso il vetro. - E se lo merita anche lui, che ha viaggiato fino a qui da un'isola scozzese per compiacere il nostro palato -. Un altro sorso. - Hai provato a chiedere a chi insegnava nella scuola?
- Con Ljadov e Pokrovskij non sono pi in buoni rapporti.
Litvinov beve l'ultimo sorso di whisky e si appoggia alla poltrona. Pare soddisfatto di qualcosa.
- Pensavo piuttosto ad Aleksandra Kollontaj. Con lei che rapporti hai?
- Nessuno, - risponde Bogdanov. -  sempre all'estero.
- Allora ti consiglio di approfittarne prima che riparta, - dice Litvinov serio. - Si d il caso che alloggi qui, nella foresteria del ministero. Appena due rampe di scale sopra di noi.
Il volto di Bogdanov tradisce la sorpresa. Da tempo Aleksandra Kollontaj viene tenuta lontana dalla Russia, a fare l'ambasciatrice. Come oppositrice  troppo scomoda. Meglio issarla a mo' di bandiera e farla sventolare in alto, cos in alto che nessuno possa raggiungerla.  stata la prima donna nella Storia a ricoprire la carica di ministro. Se la rivoluzione ha avuto un'anima femminista, quella  stata incarnata da Aleksandra Michajlovna Kollontaj. Saperla a pochi gradini di distanza, fa uno strano effetto.
Bogdanov osserva Litvinov consultare l'orologio da taschino, un vezzo che ha portato con s da un'altra epoca.
- Si  fatto davvero tardi e io ti ho riempito di chiacchiere.
- Mi hanno fatto piacere, le chiacchiere.
Non  una frase di circostanza, ma la verit.
- Ricorda che tutti noi siamo dove ci ha portato la Storia, - dice Litvinov mentre lo accompagna alla porta. - Cerca di essere prudente, my old fellow. I nervi sono scoperti -. Indica le scale nel corridoio e aggiunge: - Secondo piano, prima porta a sinistra -. Poi si fa pi vicino. - Lo sai... - dice con un sorrisetto complice. - Ogni volta che vado all'estero nascondo una banconota nella fodera della giacca. Per scaramanzia.
Bogdanov si dirige verso le scale e senza darsi il tempo di esitare sale la rampa fino a un corridoio identico a quello di sotto.
Prima porta a sinistra. Davanti all'uscio un militare di piantone.
Bogdanov gli mostra i documenti e chiede della compagna Kollontaj.
Il soldato dapprima lo scruta con espressione vacua, poi bussa con le nocche e si scosta di mezzo passo.
Bogdanov resta in attesa.
Pochi secondi dopo si ritrova davanti Aleksandra Kollontaj. La visione lo paralizza. Sar il contrasto tra le sopracciglia scure, spigolose e gli occhi chiari, ancorch coronati di rughe. I solchi agli angoli della bocca, il viso incorniciato dai ricci ancora ribelli, bench ingrigiti, il rossetto scarlatto a cui l'et non l'ha spinta a rinunciare, tutto le d un'aria da antica strega. Sono coetanei, figli della stessa epopea, eppure cos diversi.
- Bogdanov! - dice lei stupita. - Hai fatto un patto col diavolo? Sembri pi giovane.
Ha sempre avuto questa capacit di mettere gli altri in imbarazzo con la propria schiettezza. Lo fa entrare nella stanza in disordine. Dietro una grossa macchina da scrivere con un foglio nel rullo, siede una giovane donna dall'aspetto scialbo.
- Per favore, Irina, - dice la Kollontaj. - Lasciatemi scambiare due chiacchiere in privato con questo vecchio amico.
La donna pare infastidita dalla richiesta. Solleva di peso la macchina da scrivere e la porta con s nella stanza accanto.
Sul letto ci sono due valigie aperte, mezze piene di vestiti. Altri indumenti sono sparsi nella stanza.
- Perdona il disordine.
- In arrivo o in partenza? - chiede Bogdanov.
- Ultimamente fatico a distinguere.
Libera una sedia e lo fa accomodare, mentre lei siede sul bordo del letto.
- Posso ordinare del t, se lo gradisci.
Bogdanov declina l'offerta. Gli  bastato il whisky di Litvinov.
- Mi rimandano in Norvegia, - dice lei indicando le valigie. - Non mi vogliono tra i piedi durante le celebrazioni. E tu? - chiede dopo un attimo di pausa. - So che dirigi un istituto per le trasfusioni del sangue.
- Da un anno ormai, - risponde lui laconico.
- Bene. In cosa posso esserti utile?
Meglio andare dritti al punto.
- Ricordi uno studente operaio della scuola di Bologna di nome Leonid Voloch?
Bogdanov osserva ancora Aleksandra Kollontaj. Non ha perso l'aura con cui incantava gli uomini, facendoli innamorare di ci che non potevano avere o facendoli fuggire davanti alla propria banalit, dopo che l'avevano avuto.
- Lo ricordo, s, - risponde lei infine.
- Lo hai pi rivisto dopo di allora o sai dove possa essere?
Aleksandra Kollontaj scoppia a ridere di gusto. Una risata cristallina, da ragazza, che coglie alla sprovvista.
- Accidenti, Bogdanov, con quello che sta succedendo te ne vai in giro a cercare uno studente operaio finito chiss dove. Per un attimo ho pensato che l'opposizione ti avesse convinto a venirmi a chiedere una firma. Bogdanov ribatte sprezzante, innervosito da quella risata.
- Figurati! Ho fatto opposizione ben prima che si trattasse di una borghesissima lotta per il potere.
Gli occhi grigi di Aleksandra Kollontaj si incupiscono, celando la rabbia.
- Dimenticavo che il compagno Bogdanov aveva gi capito prima di tutti noi. Dieci anni fa avremmo dovuto restare a guardare. Mentre l'esercito si ammutinava, mentre gli operai scioperavano e prendevano il controllo delle fabbriche... Be', oggi le donne dell'Unione sovietica hanno diritto al l'istruzione, possono votare ed essere elette, possono divorziare e abortire, percepiscono lo stesso salario degli uomini. Queste sono conquiste ottenute prendendo il potere, caro Bogdanov.
Lui si aggiusta il nodo alla cravatta. Tutta colpa di Litvinov. Quell'incontro  un suo tiro mancino. Probabilmente  l che sogghigna, al piano di sotto, all'idea di loro due che discutono.
- Ti rifugi nell'unica causa che ti hanno lasciato, - ribatte.
- Non  una causa di poco conto, se permetti. Tu invece? Fornire sangue fresco ai vecchi burocrati del partito ti fa sentire in pace?
La domanda  cattiva, ma hanno pi cose in comune di quante siano disposti ad ammettere. La donna che ha davanti ha attaccato il partito, ne ha denunciato la burocratizzazione a discapito dei sindacati. Poi si  lasciata riportare all'ordine e spedire in giro per il mondo a fare la paladina delle donne.
- Sminuire il mio lavoro non  molto originale, credimi, - dice senza astio.
Aleksandra Kollontaj trae un gran respiro prima di riprendere.
- Tu vuoi mescolare il sangue di tutti e pensi che questo ci render pi uniti e pi uguali. Ma sono le relazioni a tenere insieme la collettivit, non il sangue. Sono i rapporti tra le persone. Rapporti di classe e di genere...
- Ti prego, sono le cose che ho sempre detto anch'io, - la interrompe lui per rabbonirla, ma invece ottiene l'effetto opposto.
- Pensi di cambiare il mondo educando i lavoratori. Sei un riformatore sociale, Bogdanov. Sei un Proudhon. Un intellettuale che cerca di rendersi utile. Mi ricordi il mio primo marito. Ma questi vent'anni ci hanno insegnato che per cambiare il mondo devi cogliere l'occasione. Anche se non  il momento giusto, perch non  mai il momento giusto. E anche se il risultato che ottieni non  il meglio che ti aspettavi, lo devi difendere. Se non sei disposto a farlo, tanto vale che non ci provi nemmeno.
- Ho sempre pensato che costruire una nuova cultura fosse il modo migliore di difendere la rivoluzione.
- La Storia  pi impaziente di te, caro Bogdanov.
Tacciono. Lui si fissa la punta delle scarpe, prima di farle notare che non ha risposto alla sua domanda.
- Lo faccio subito, - dice lei. - Io e Voloch ci frequentammo al tempo della scuola di Bologna. Era un tipo simpatico e strambo. Mi piaceva per quello. Parlammo di te. Ti riteneva una specie di genio. Se mai hai avuto un ammiratore,  lui. Ma a quanto pare questo non ti ha impedito di perderlo. Ci scrivemmo qualche lettera, in seguito, ma chiss dove sono finite. Questo  quanto. Ora, se non ti dispiace, devo tornare alle mie valigie.



Capitolo 16

Fuori dal palazzo, Bogdanov si incammina lungo la Moscova. Non  il tragitto pi breve per tornare all'istituto, ma presto il gelo avvolger la citt e una promenade in riva al fiume diventer meno piacevole. Tanto vale approfittarne.
Sull'altra sponda, le torri del Cremlino contendono il cielo alle mille croci delle chiese e alle cupole dorate di Cristo Salvatore. Dalla sua parte, svettano invece le quattro ciminiere della centrale elettrica e le impalcature della gigantesca Casa del governo, un condominio da cinquecento appartamenti, tutti forniti di telefono e acqua calda, completo di mensa, lavanderia, cinema-teatro, asilo nido e campi sportivi. I lavori sono iniziati in estate e procedono spediti. I vecchi magazzini di sale lasciano il posto ai primi piani dell'edificio, dove si trasferiranno i cittadini illustri. Ministri, scienziati, scrittori famosi, generali in pensione, eroi di guerra. Bogdanov si domanda se ci finiranno anche i suoi vecchi compagni. Lunacarskij, Litvinov... persino Bazarov, che adesso lavora al Comitato per la pianificazione economica. In un tempo remoto, il suo amico scrisse che il gusto per il potere doveva diventare un vago ricordo, repellente quanto la carne umana. Chiss se ne  ancora convinto.
All'incrocio con il Ponte di Pietra, Bogdanov decide di non attraversare, ma di arrivare fino alla punta dell'isola.
Incrocia le mani dietro la schiena, il busto inclinato in avanti, in una postura da uomo anziano, a discapito del suo aspetto.
Non lo meraviglia che Aleksandra Kollontaj abbia avuto una relazione con Leonid Voloch. Quella donna non ha mai esitato ad amare liberamente. Ha un figlio, da qualche parte. Tutti loro si sono lasciati alle spalle i legami familiari per sposare la rivoluzione e la lotta per una vita nuova. Ne sa qualcosa, e ammira quella donna, o almeno l'ha ammirata quando erano entrambi giovani battaglieri, fino al giorno in cui lei ha scelto il partito invece della verit.
Come Litvinov, come Lunacarskij.
Non pu fare una colpa ai vecchi compagni di essere sopravvissuti alla propria giovinezza. Tanto meno pu accusare s stesso. A turbarlo  piuttosto il paradosso in cui vivono. Profeti del collettivismo, oggi si ritrovano dispersi, ognuno impegnato nel proprio lavoro; ognuno con la propria visione delle cose.
Lui  il pi separato di tutti. Eretico tra gli eretici, ha abbandonato il campo di battaglia della politica, poi quello della cultura, per occuparsi solo di scienza. Convinto che le bestemmie di un'epoca possono diventare le verit di quella successiva. Galileo e molti altri sono l a dimostrarlo. Anche un singolo testimone pu essere importante per chi verr dopo.
Ci crede davvero? O  un modo per difendere la propria convinzione dal senso di solitudine che minaccia di schiacciarla? A chi passer il testimone? Non certo al giovane Vlados, pi fedele al partito che al collettivismo fisiologico. Vlados  un uomo nuovo, fresco di studi, figlio della rivoluzione, ma in particolare figlio del realismo di Lenin. Un'intelligenza sprecata in pi. Bogdanov vorrebbe dirgli che il grand'uomo, il cui cervello adesso viene studiato nell'istituto accanto al loro, non si  accorto di aver trasformato il marxismo in un dogma. Ma Lenin non era un filosofo (quante volte se l' ripetuto, come volesse scusarlo?), Lenin era un politico. Il pi brillante della loro generazione, al punto che, ne  certo, i nomi degli eretici sopravvivranno grazie al suo. Ricordati insieme all'autorit che hanno contestato.
Bogdanov ispira a fondo l'odore di cioccolato e caramello che si diffonde dalla fabbrica Ottobre Rosso. Supera la grande facciata di mattoni, crivellata di finestre, e imbocca la passerella sulla diga Babegorod. Ama quella zona della citt, che ogni anno sparisce sotto le piene primaverili, riemerge in estate e ghiaccia d'inverno. L'inquietudine dell'acqua disegna paesaggi malfermi. Una creatura fatta di case, fango, ciottoli, barche e pali di legno. Di lavandaie, baracche, canottieri, pompe idrovore e sentinelle del fiume. Un organismo senza confini definiti, che nelle crisi ha trovato il suo equilibrio. Il lungofiume sparisce e riemerge, i bagnanti diventano pattinatori, la diga sulla Moscova viene montata e smontata come un gioco di costruzioni.
Raggiunge la riva opposta e risale la scarpata, fino alla strada melmosa intitolata a Kropotkin.
- Compagno Bogdanov...
Una voce interrompe il ritmo dei passi. Bogdanov si volta e inquadra una faccia rubizza. Lineamenti grossolani e familiari. L'uomo  pi basso di lui e almeno un decennio pi giovane. Porta un cappello floscio con la visiera, da operaio. Decisamente non ha l'aria di un agente della Gpu. Come se fosse telepatico, un istante dopo, l'altro glielo conferma.
- Non temete, non sono della Gpu. Sono Dmitriev, Viktor Sergeevic. Forse vi ricordate di me.
Dmitriev... Dove ha gi visto quella faccia? In un laboratorio del Proletkult? S, dev'essere cos, ma meglio limitarsi ad annuire, per non rischiare una brutta figura.
L'uomo gli offre una sigaretta che lui rifiuta, quindi l'accende per s stesso e tira un paio di boccate.
- Posso fare un po' di strada con voi?
Difficile credere a un incontro fortuito.
- Come volete, - risponde Bogdanov. - Sto tornando all'istituto.
Costeggiano le baracche di legno dello stabilimento balneare, dove un gruppo di operai smonta la piattaforma dei tuffi. Dmitriev... Non sar quello che lavorava alla centrale elettrica e scriveva poesie? O era uno scultore...
- Vi chiedo scusa per avervi seguito, - dice Dmitriev.
Poeta o scultore, ha il dono della sincerit.
- Dovete avere molto tempo da perdere, - commenta lui.
- Oggi pomeriggio ho il turno di riposo. Avevo bisogno di parlarvi.
- Parlarmi di cosa?
Dmitriev tira l'ultima boccata alla sigaretta e scaglia la cicca nel fiume.
- Faccio parte dell'opposizione.
La confessione lascia Bogdanov impassibile.
Seguitano a camminare senza fretta, come due vecchi conoscenti a passeggio, e in effetti,  proprio questo che sono, anche se uno dei due non ricorda dove si sono conosciuti.
Dmitriev attende che un carretto tirato da un cavallo trotti via lungo la strada prima di riprendere a parlare.
- So che non simpatizzate per noi. Ma non so se trovate insulsa la nostra causa, ci per cui ci battiamo.
Bogdanov rallenta il passo, volgendosi ancora verso la Moscova. La luce del pomeriggio si distende sull'acqua placida.
La domanda di Dmitriev meriterebbe una buona risposta, in memoria dei tempi del Proletkult, ma trovarla  difficile.
- Come la penso  alquanto ininfluente al giorno d'oggi.
- Forse potreste dirlo a un vecchio compagno che ha la curiosit di saperlo, - insiste Dmitriev.
Per essere un operaio ha una parlata sciolta e propriet di linguaggio.  bello credere che sia merito dei laboratori di cultura proletaria. Bogdanov seguita a passeggiare verso casa, attende che quello accenda un'altra sigaretta. Infine si decide ad accontentarlo.
- Penso che la vostra battaglia sia tardiva e fondata su premesse errate.
Dmitriev espira il fumo e osserva la brace in lotta contro la brezza che sale dal fiume.
- Avete ragione, - replica. - Avremmo dovuto muoverci prima e in modo diverso.
- Non avreste potuto, - interviene secco Bogdanov. - Adesso Trockij, Kamenev e Zinovev denunciano lo strapotere del partito sui soviet, ma sono stati loro a costruire il partito. Hanno ottenuto esattamente ci per cui hanno lavorato: una gerarchia di militanti di professione, un partito-esercito, un ceto dirigente autoritario e conservatore. Il fatto che oggi cadano vittime della loro creatura  l'ironia della Storia.
Ha parlato con grande calma, non deve convincere nessuno. Probabile che Dmitriev conosca gi il suo pensiero e abbia soltanto voluto sentirglielo ribadire. Nondimeno pondera ancora le sue parole. Getta la cicca per terra e la pesta con la suola.
- L'ironia si trasformer presto in tragedia, - dice. - Hanno spedito Smilga al confine con la Cina. Di lui si  saputo perch alla stazione, quando  partito, abbiamo fatto chiasso. Ma altri dei nostri vengono allontanati in segreto. Quando ogni voce critica sar stata isolata, la libert di pensiero sar morta in Unione sovietica. Non  certo questo che Lenin avrebbe voluto, ne converrete. Le celebrazioni per il decennale rischiano di essere il funerale della rivoluzione. Avete ragione, forse  troppo tardi. Ma vi chiedo:  giusto lasciare che accada senza muovere un dito?
Sono arrivati al dunque. Troppo tardi per pentirsi di aver accettato la passeggiata.
- Perch venite a chiederlo a me?
- Perch voi non siete come le persone che avete incontrato in quel palazzo, - risponde Dmitriev.
- Voi non sapete nulla di me, - ribatte Bogdanov stizzito.
Dmitriev rimane calmo e prosegue imperterrito.
- Ci siamo conosciuti, ricordate?
- S, alle riunioni del Proletkult, - risponde Bogdanov. -  per questo che hanno mandato voi...
Subito tace, davanti al rossore imbarazzato dell'altro.
-  stato molti anni prima, - lo corregge Dmitriev. - Alla vostra scuola in Italia. Da allora serbo un buon ricordo di voi. Vi devo molto. So che il vostro  un intelletto onesto.
Si ferma all'improvviso. Bogdanov non pu che fare lo stesso, sbigottito dalla rivelazione.
Sono ormai all'imbocco del ponte di Crimea. Per Bogdanov, quella gabbia di ferro e bulloni  la via verso casa, mentre Dmitriev sembra diretto pi avanti.
- Venite gioved sera, - dice, - un'ora prima del tramonto, davanti ai magazzini Mostorg di Krasnaja Presnja. Ci sar un nostro comizio. Ascoltate con le vostre orecchie, prego.
Sfiora la visiera del berretto e si allontana senza aggiungere altro.
Bogdanov lo osserva mentre attraversa la strada. Vorrebbe gridargli di fermarsi, di aspettare, ch adesso ha lui qualcosa da chiedergli. Ma non ci riesce e lo vede sparire, oltre la folla di carri e persone.



Capitolo 17

Il tram numero 11 taglia la piazza dell'Ottobre, anticipando d'un soffio il suo gemello, che reca in fronte la lettera b. Dieci anni fa, l dove i binari s'incrociano, la Settima divisione d'artiglieria ucraina piazz un mortaio puntato sul Cremlino. Bogdanov immagina la traiettoria del proiettile, oltre il campanile della chiesa della Madonna di Kazn. Posa gli occhi tra le sue cupole lascive e li fa volare insieme a una cornacchia, alti sui tetti delle case, sopra le cime ingiallite degli alberi, fino a scorgere la punta dell'immensa torre radio, che domina i sobborghi meridionali.
Di fianco a lui, Denni osserva un manifesto a colori, affisso all'esterno di un chiosco di giornali, e si massaggia il naso, come farebbe col mento un intellettuale pensoso. Dopo due settimane che non mette piede fuori dall'istituto, Bogdanov ha deciso di concederle una passeggiata, visto che i suoi strani micobatteri non sono contagiosi.
-  la propaganda di una medicina? - domanda la ragazza.
Bogdanov considera l'oggetto delle sue attenzioni. Una donna con un cappello a campana si spruzza compiaciuta il viso di profumo, davanti allo specchio della sua toilette, mentre fuori dalla finestra si staglia il profilo di Mosca.
-  il profumo Notti bianche, - risponde. - Della ditta Tee.
Un camion dei pompieri della vicina caserma si apre la strada a colpi di tromba, tra carri e carriole ricolmi di assi, botti e ferraglia, tirati da uomini e quadrupedi.
Denni continua a tormentarsi il naso, indifferente al traffico.
- Anche su Nacun ci sono cartelloni simili. Per raffigurano chi produce gli oggetti, non chi li usa.
Bogdanov si aggiusta il cappello comprato ai magazzini statali Gum, dove i manifesti ritraggono operai e contadini che si stringono la mano.
- Quindi un profumo, come viene pubblicizzato? - domanda incuriosito. - Si vedono gli operai che lo imbottigliano o i contadini che coltivano le erbe essenziali?
Denni si adombra, come di fronte a una domanda offensiva.
- Noi non produciamo profumi, - dice. - Chi vuole se li fa in casa, cos impara qualcosa di utile -. Punta la boccetta di Notti bianche con l'indice candido come zucchero: - Il lusso  incompatibile con il socialismo tanto quanto la povert.
- Comprate una sigaretta! - li esorta una voce. Appartiene a una donna dagli abiti logori, con i capelli sudici e le labbra screpolate, che tende verso di loro una mano smagrita. Tre rotoli di carta e tabacco ci oscillano sopra, ammaccati e sporchi quanto chi li offre. Difficile dire se la tempestivit dell'apparizione sia dovuta a una pura coincidenza, al gran numero di mendicanti che si aggirano per Mosca o al fatto che Denni ha visto la donna avvicinarsi.
- Rendere i poveri di oggi sani, eleganti e profumati come principi, - commenta Bogdanov, mentre l'ambulante riprende la sua strada. - Non sarebbe anche questa una vittoria del socialismo? La Tee  una ditta statale, vende cosmetici a prezzi popolari.
- A me pare che venda un modello di bellezza, - obietta Denni senza enfasi. - Quello dei parassiti del vecchio mondo.
La risposta lascia Bogdanov senza parole.
La frase di Denni sembra presa da uno dei suoi articoli sulla cultura proletaria. Avrebbe potuto dirla lui, e invece gli viene sbattuta in faccia da una ragazza psichicamente labile che  pi Bogdanov di Bogdanov.
- Vieni, dobbiamo rientrare, - dice per scacciare quel pensiero e, senza attendere la reazione di Denni, s'incammina ingobbito verso l'istituto, che dista poche centinaia di passi.
Arrivati alla porta, raccomanda alla ragazza di stendersi a letto e raggiunge il laboratorio di ematologia, dove il dottor Vlados lo attende da dieci minuti.
Sul tavolo bianco al centro della stanza campeggia una teca di vetro. All'interno, sopra un tappeto di segatura, dorme un coniglio, anche lui bianco, con un sigillo rosso e un codice sull'orecchio destro. Il pelo del torace  rasato e sulla pelle rosa spiccano quattro granulomi arrossati, come ai vertici di un quadrato.
Bogdanov indossa la mascherina che Vlados gli porge e si avvicina alla teca, nella luce pallida che piove dal soffitto. L'animale non dorme.  morto.
- Questo  D16, - dice Vlados battendo un dito sul vetro, - il primo coniglio al quale abbiamo inoculato i germi della nostra paziente. Positivo al test della tubercolina, nessun sintomo della malattia, nessun micobatterio nell'espettorato, chiari indizi di reazione immunitaria nel sangue.
Lascia che le quattro pennellate compongano un quadro nella testa del direttore e riprende la relazione.
- Ieri ho portato D16 all'Istituto di patologia per iniettargli due microgrammi di micobatteri bovini vivi in emulsione salina fisiologica. Il risultato  quello che vedete.
- Ipersensibilit, - sentenzia Bogdanov.
L'altro non si prende nemmeno il disturbo di annuire, tanto appare evidente la conclusione.
- Ora, - prosegue, - si tratta di capire le cause di una reazione cos forte. Dobbiamo fare esperimenti su un campione pi vasto, senza dovere andare ogni volta all'Istituto di patologia. Serve un finanziamento per acquistare almeno sessanta bestie, con tutti gli strumenti adatti a trattarle e un permesso per conservare campioni di bacilli nel nostro laboratorio.
Vlados si volta, raccoglie un foglio da una mensola affollata di faldoni e lo porge a Bogdanov.
- Ho preparato una lista di quel che occorre e una previsione di spesa...
- Che Ramonov boccer senza nemmeno considerarla, - lo interrompe il direttore alla vista dell'elenco.
Vlados si irrigidisce, come vergognandosi dell'entusiasmo che lo ha appena trascinato.
- Non mi pare che l'istituto sia a corto di finanziamenti, - dice a denti stretti.
- Non lo , - ammette Bogdanov, - ma il ministero ci chiede di produrre studi sulle trasfusioni e sulle malattie del sangue, meglio se legate al lavoro. Ramonov direbbe che la tubercolosi non rientra nelle nostre competenze.
- Gli andrebbe fatto presente che  qui per tenere i conti e ottimizzare le spese, - suggerisce Vlados. - Non spetta a lui decidere di quali malattie ci dobbiamo occupare. Cosa gli stiamo chiedendo? Qualche provetta in pi, qualche siringa e qualche decina di conigli.
Batte il palmo sulla teca dove riposa il cadavere di D16, come se volesse risvegliarlo, ma si apre invece la porta del laboratorio e prima che Bogdanov possa pensare a un sortilegio, o a uno strano spostamento d'aria, nel buio sotto l'architrave compare la sagoma di Denni. La ragazza fa due passi verso la luce, mostrando un volto appena pi roseo di poco prima, come se un'onda di calore fosse infine riuscita a pigmentarle le gote.
- Perch parlate di animali come se fossero oggetti? Credete che la loro vita sia di vostra propriet? Li impagliate perfino, per esporli come soprammobili.
- Ma di cosa sta parlando? - domanda Vlados rivolto a Bogdanov. Avrebbe voluto sussurrare, ma la voce  uscita pi alta del previsto e ben udibile fino in fondo alla stanza.
Denni si avvicina alla teca e indica il cadavere del coniglio.
- Parlo di questo. E degli altri che volete uccidere.
In quel momento entra Natal'ja, scambia un cenno d'intesa con il marito, quindi raggiunge la ragazza.
Anche Bogdanov le si avvicina. Le sfiora i capelli del colore della luce, poi ritira la mano colto dall'imbarazzo.
- Ascolta. Noi medici, quando discutiamo delle malattie, usiamo numeri, dati, statistiche. Ma non  cinismo. Ci aiuta a lavorare con il giusto distacco.
La stessa sensazione che ha provato davanti al manifesto del profumo Notti bianche: si sta giustificando con argomenti che lui stesso criticherebbe. Il linguaggio  un attrezzo tectologico. Organizza le esperienze, fissa alcuni concetti, offrendo sostegno alle conoscenze pi vaghe. Consente il lavoro collettivo e lo plasma di conseguenza. Se l'unico utensile che hai per lavorare  un martello, molto a fatica potrai cesellare il ferro. Se parli sempre della vita come se fosse una cosa, molto a fatica potrai rispettarla.
- Poche decine di animali, - riprende, - potrebbero consentirci di salvare molte persone. Capisci? Se la vedi da questa prospettiva, il bilancio  positivo. La vita non ha che da guadagnarci.
Denni si volge verso di lui, il volto rigato di lacrime.
-  quello che dicono su Nacun. Alcuni pensano che sarebbe pi pratico sterminare voi terrestri con un veleno selettivo. Questo ci metterebbe a disposizione l'intero pianeta. La vita non avrebbe che da guadagnarci, perch la vostra scomparsa consentirebbe di preservare la nostra civilt, che  pi avanzata e pi numerosa della vostra. Io sono venuta sulla Terra per evitarlo. Ma estirpare questo modo di pensare  difficilissimo. Lo  per noi dopo duecento anni di rivoluzione. Tanto pi per voi. Eppure ci speravo.
 davvero delusa, affranta.
- Vieni in camera, cara, - dice Natal'ja. La ragazza si lascia accompagnare fuori.
Quando sono uscite, Vlados sbotta.
- Volete spiegarmi di cosa stava parlando? Cos' Nacun? Chi vuole sterminarci?
Tace davanti alle mani alzate di Bogdanov e alla sua espressione sconsolata.
- La ragazza soffre di una forma di pseudologia fantastica, - spiega il direttore. - Crede di provenire da un altro pianeta. Deve avere sviluppato la patologia come difesa da una vita molto dura, traumatica fin dai primi anni.
Vlados scuote il capo e passeggia nella stanza, come se cercasse qualcosa, che forse  solo il filo del discorso.
- Sentite, se vogliamo portare avanti lo studio ci servono le cavie. E se Ramonov non  disposto a comprarle, perch questo esula dall'ambito stabilito dal ministero, vi consiglierei di rivolgervi al ministero stesso. Mi risulta che conosciate personalmente il commissario alla Salute pubblica.
Si ferma e attende la replica.
Vlados  uomo pragmatico, per questo lo ha scelto. Vede un problema e cerca una soluzione. Trova un ostacolo e pensa al modo di superarlo.
Il direttore annuisce, senza aggiungere altro.



Capitolo 18

Bogdanov rimane in piedi accanto alla porta. Non si toglie il cappello n la sciarpa, per essere meno riconoscibile. Nell'aula ci sono pochi studenti, pronti a cogliere ogni parola del candidato e ogni inflessione nelle domande del professore, che ha una faccia di pietra ed  rinomato per la sua imparzialit.
Nikolaj Aleksandrovic Semasko non assomiglia pi al militante che vent'anni fa si fece arrestare mentre cambiava banconote rubate. Oggi  commissario della Salute pubblica e titolare della cattedra di Igiene sociale dell'universit di Mosca. Un uomo rispettabile e un rivoluzionario vittorioso. Uno di quelli che hanno spronato il ronzino della Storia fino a farlo schiantare e sulla sua carcassa hanno edificato il socialismo. Baffi e pizzetto grigi, le borse sotto agli occhi chiari e la calvizie incipiente rivelano l'et. Anche lui ha passato i cinquanta. Bogdanov  pi vecchio di un anno eppure sembra il pi giovane, come sempre gli capita con i reduci dell'epopea della grande rapina. Semasko invece assomiglia a un suo professore dei tempi dell'universit; un liberale zarista, la specie peggiore. Contestarlo gli cost l'espulsione dall'ateneo. Non che questo abbia fatto una grossa differenza nella sua vita errante, sempre sotto il controllo dell'Ochrana.
Osserva il ragazzo seduto di fronte al professore. Pu vederne la nuca, le spalle strette, e ascoltare il suono della voce un po' rauca, ancora impastata di adolescenza, mentre risponde alla domanda. Orgoglio e apprensione si mescolano, un'emozione difficile da decifrare.
Tutto ci che hanno fatto lo hanno fatto per loro, per la generazione successiva, per renderli padroni del proprio destino pi di quanto chiunque sia mai stato in precedenza. Per questo quel ragazzo non contester mai il suo professore. Come fai a contestare un rivoluzionario, per quanto sia in cattedra? Non  stato anche il destino di Aleksandr Malinovskij detto Bogdanov? Quando la rivoluzione trionfa, contro cosa dovresti scagliarti? Contro i padri della rivoluzione? Sulla Stella rossa del suo romanzo, di conflitti generazionali non c'era pi l'ombra. Per il semplice fatto che non c'erano pi genitori da contestare, dato che la famiglia borghese era stata superata, e i bambini crescevano insieme, educati al collettivismo.
Non appena il candidato smette di parlare, il professore formula una nuova domanda. Lo studente si concede un paio di secondi per raccogliere le idee e mettere a fuoco la risposta, quindi riprende a parlare spedito.
Bogdanov tende l'orecchio, ma  troppo distante, coglie soltanto mezze frasi.
Se  vero che la famiglia  un sistema contraddittorio, destinato alla crisi,  altrettanto vero che un conflitto tra le generazioni ci sar sempre, anche dopo mille rivoluzioni. Negarlo significherebbe negare la dialettica della vita. Poco importa che l'attrito sia tra genitori e figli, sar sempre tra una visione consolidata e una nuova, tra la vecchia organizzazione e una migliore. Tra il vecchio equilibrio e quello a venire.
Denni mette in discussione il primato della specie umana. Contesta l'idea che si possa imporre il destino ad altri esseri senzienti in nome di un bene superiore. Gli umani potrebbero essere i conigli dei nacuniani.
Ma Denni... viene da un pianeta lontano, cio dalle pagine di una trilogia letteraria, e non fa che portare alle estreme conseguenze ci che lui stesso ha scritto. Di pi: Denni viene da duecento anni nel futuro ed  l a suggerire che ci sar sempre conflitto. Che l'unica societ pacificata  quella morta e il solo equilibrio possibile  quello dinamico e precario tra umanit e ambiente. Questo, in effetti, dice il marxismo: nel divenire del mondo presto o tardi tutto viene superato, anche il marxismo stesso. Ma le vestali del dogma non hanno mai potuto accettarlo.
Il ragazzo ha finito. Semasko continua a scrutarlo, quindi prende a scrivere mentre comunica a voce l'esito dell'esame. Infine allunga il braccio sopra la cattedra e stringe la mano del giovane. Il ragazzo ringrazia e si incammina verso l'uscita. Quando  a met dell'aula il professore lo richiama.
- Malinovskij...
Il ragazzo si volta.
Senza mutare espressione, Semasko dice la frase che farebbe meglio a non dire.
- Salutatemi tanto vostro padre.
Il giovane annuisce imbarazzato. Un mormorio serpeggia tra i banchi.
Bogdanov sgattaiola fuori dall'aula per primo, toglie sciarpa e cappello, cos che il ragazzo lo riconosca appena varcata la soglia. Ma quando appare, a testa bassa, mortificato, deve chiamarlo per farsi notare.
- Kotik!
Come lo vede, il ragazzo gli va incontro.
- Complimenti, - dice Bogdanov. - Hai fatto un bell'esame.
Il ragazzo non pare convinto.
- Peccato che adesso tutti pensino che io abbia ricevuto un trattamento di favore.
Bogdanov cerca gli occhi del figlio, appena umidi e cos simili ai suoi.
- Tu credi di averlo avuto?
Un'alzata di spalle.
- Non lo so -. Fa un cenno in direzione dell'aula. - Sei venuto per me o per lui?
- Per entrambi, a dire il vero. Se pu consolarti, conosco Semasko da un quarto di secolo, e potrei scommettere che non ti ha favorito in alcun modo per il cognome che porti.
- S, ma i miei compagni non lo sanno, - bofonchia il ragazzo. - Mi odiano per questo.
- Conosci il proverbio: non puoi cucire bottoni sulla bocca del vicino. Ma puoi infischiartene di cosa ne esce.
- Il finale l'hai aggiunto tu, - obietta Kotik.
- S, - ammette Bogdanov. - C' pi gusto. Vieni, sediamoci.
Si incamminano nell'ampio corridoio fino a raggiungere la finestra, dalla quale entra la luce bianca del mattino. Il cielo preannuncia la prima neve. Eppure pare ieri che era ancora tarda estate. Siedono su una panca, uno accanto all'altro.
- Qual  il problema? - chiede Bogdanov.
Il ragazzo sospira.
- Dicono che sono entrato all'universit grazie a te.
- Ma non  vero, - obietta Bogdanov.
Il ragazzo storce la bocca.
- Vallo a dire a loro.
- Mi crederebbero?
- Certo che no.
- Allora risparmier il fiato, - conclude Bogdanov. - E terr salda la verit. E la verit  che io non ho mai messo il becco nelle tue scelte. Sei cresciuto libero. Non hai avuto un padre padrone come gli altri.
Il ragazzo scuote il capo.
- Non  questo...
- Che cosa allora? - insiste lui, ma non ottenendo risposta prosegue. - Sei nato in un momento critico, Kotik. Lo stesso che molti di noi hanno vissuto. Non avevo nulla da offrirti. Poi c' stata la guerra, ed  stato anche peggio. Se sei qui all'universit non lo devi a me, ma alla rivoluzione. Questo evento imperfetto, storto, perfino sbagliato, che stiamo per celebrare, e che  la cosa migliore uscita dalla pi grande guerra di tutti i tempi. Non ci piace, ma  quello che abbiamo. Ed  un fatto unico.
Il ragazzo esita,  troppo giovane per trovare il modo giusto di dire ci che intende. Quando infine ci prova, gli esce una frase troppo secca per non suonare amara.
- Mi considerano un privilegiato perch sono tuo figlio.
Bogdanov accusa il colpo.  una prospettiva che non ha mai considerato.
- Portare il mio cognome non  certo un privilegio, al contrario, - dice convinto, ma la replica suona come una giustificazione, un tentativo goffo di smarcarsi.
Il ragazzo non aggiunge altro. La sua esasperazione vira in tristezza, come se implodesse invece di esplodere, invece di rinfacciare ci che non  pronto a rinfacciare.
Bogdanov gli appoggia una mano sulla spalla, il ragazzo si irrigidisce. Non sono pi abituati a toccarsi da quando, ancora bambino, Kotik viveva a Parigi con sua madre. Adesso  troppo tardi per recuperare.
Meglio affidarsi alle parole.
- Ci farebbe piacere che venissi a pranzo da noi domenica. Natal'ja vuole vederti e complimentarsi con te per l'esame.
-  soltanto un esame, - si schermisce il ragazzo. - Devo darne ancora talmente tanti...
Bogdanov assume un tono complice.
- Lo sai quanto ci tiene. Ti vuole bene. Vieni, per favore.
- Adesso devo andare, - dice il Kotik. - Devo riportare i libri in biblioteca.
- Certo, certo, - conviene Bogdanov, mentre entrambi si alzano e tornano sui propri passi. - Io aspetto che Semasko finisca. Devo parlargli di una questione dell'istituto.
Si stringono la mano indecisi se abbracciarsi, quindi il ragazzo raggiunge le scale.
- Kotik... - lo richiama Bogdanov, ma quando il figlio si volta, non ha niente da dirgli. Voleva soltanto vederlo ancora in faccia.
- A domenica.
Il ragazzo gli rivolge un ultimo saluto e scende le scale.
Bogdanov seguita a fissare il punto esatto in cui Kotik si  trovato prima di sparire alla vista, come se avesse lasciato un'impronta nell'aria, e anche se presto lo spazio viene attraversato dal viavai degli studenti, lui rimane incantato a ricordare.
Il sole che entrava dalla piccola finestra dell'appartamento parigino illuminava il viso del neonato. Era cos piccolo che lo reggeva sull'avambraccio. Il suo pianto era debole ma costante, come il miagolio di un gattino. Da allora, in famiglia, lo chiamano Kotik. Accanto a lui, il viso della madre, provata dal travaglio.
"Devi essere l, Sasa. Insieme a lei. E al bambino".
La voce di Natal'ja gli sugger cos'era giusto. Provvedere alla madre e al piccolo. Anche se non sarebbe stato facile, in una vita da esuli zingari bolscevichi. Avrebbe riconosciuto il bambino, gli avrebbe dato il suo cognome.
Una sera sent Natal'ja piangere in cucina e si ritrasse, fingendo di non esserci, per non metterla a disagio. Erano stati genitori una volta, prima di sposarsi, per meno di due mesi. Il bambino era morto all'improvviso, nel sonno. L'incubo di quella notte non aveva mai smesso di perseguitarla. Quel giorno del 1909, a Parigi, quando le aveva annunciato la gravidanza della compagna Anfusa Ivanovna Smirnova, doveva essersi sentita morire. Era un inverno gelido, senza soldi per riscaldarsi, e Natal'ja aveva ceduto alla puerpera perfino le razioni di carbone. Anfusa era cagionevole, e affrontare al freddo i primi mesi di gravidanza poteva costarle caro. Natal'ja desiderava che quella vita nascesse, perch era quanto di pi vicino a ci che lei non aveva avuto. Il pensiero spavent Bogdanov e al tempo stesso lo avvinse per sempre, senza che venisse meno la passione per Anfusa.
Il bambino sarebbe nato d'estate. Ma prima di allora molte cose si dovevano consumare e la profezia che Natal'ja gli aveva fatto a Kuokkala, due anni prima, si sarebbe avverata.
La sorte dell'eretico era segnata. Lenin aveva gi firmato la condanna.
A marzo diede alle stampe Materialismo ed empiriocriticismo, il frutto delle sue letture filosofiche. Se la realt  un flusso di esperienze organizzate dalla mente, allora  la mente a produrre la realt, che quindi non esiste indipendentemente da noi. Ci la riduce a un'ema nazione del pensiero. Ma questo  il caposaldo dell'idealismo, tutto il contrario del materialismo, che invece si fonda sull'oggettivit.
Dopo quella di Plechanov, ecco la seconda scomunica.
Voi.
Banda di intellettuali nel vostro bell'esilio mediterraneo.
Voi.
Avete intrapreso la via dell'idealismo, del soggettivismo, di Dio.
Voi.
Non siete materialisti dialettici. Non siete marxisti.
Una granata scagliata sulla loro storia. Non era perdere la stima di Lenin a deluderlo, n il fatto che Lenin rendesse in caricatura le sue teorie. Ma un simile anatema stabiliva un precedente.
Questo allora lo inquiet, perch negarlo? Non soltanto per le conseguenze immediate su di s, ma anche per la sensazione di avere varcato una soglia.
Un punto di non ritorno, oltre il quale, personaggi meno gentiluomini di Lenin si contendono ancora la corrispondenza tra l'ideologia e la Storia, lottando in bilico sul baratro.
In seguito, Lenin sconfess la scuola che Bogdanov, Gorkij e Lunacarskij stavano mettendo in piedi a Capri, poich aveva una linea politica e ideologica alternativa. Dunque il Centro bolscevico non avrebbe stanziato i finanziamenti per mandare a Capri gli studenti operai dalla Russia.
Bogdanov si aspettava la guerra aperta, ma quel che pi lo amareggi fu che Lenin si arrog il diritto di decidere come usare i soldi della rapina di Tiflis. Quel colpo era stato approvato da tutti, quando erano ancora in Finlandia, e tutti ne avevano pagato le conseguenze. Kamo era in galera per questo. Al di l delle divergenze politiche, non era giusto che soltanto alcuni decidessero come utilizzare ci che restava del malloppo.
Lo scontro pi acceso avvenne nella casa delle associazioni del Terzo, in rue de Bretagne. L, sotto le travi del soffitto basso, Bogdanov pronunci l'arringa difensiva, sapendo che non gli avrebbe evitato la condanna, ma almeno sarebbe rimasta agli atti. Disse che quello di Lenin era un partito-padre. Un partito che si rivolgeva alla classe operaia per dirigerla, come un padre premuroso con i figli, ma non per educarla. E le poche volte che ci provava, era un vecchio maestro che trasmette agli scolari un sapere in forma di fede e non di conoscenza collettiva. Cos non sarebbe nata una cultura proletaria in grado di spazzare via quella borghese, perch i lavoratori non avevano una visione del mondo sistematica, un pensiero organizzato che desse pi forza a ci che gi sapevano. Il partito li impegnava su questioni secondarie, come la diatriba se partecipare o no alla Duma, oppure li eccitava con iniezioni di coscienza di classe, nella versione pi compatibile alla sopravvivenza del partito stesso.
Ci che gli eretici proponevano - una rivoluzione culturale; formare degli intellettuali operai che fossero scrittori, artisti, scienziati, ingegneri; finanche immaginare di colmare con l'Umanit lo spazio di Dio - poteva essere un grande azzardo, ma era pur sempre qualcosa. Lunacarskij aveva ben detto: "Forse noi ci sbagliamo, ma cerchiamo". Accontentarsi del dogma, trasformare i testi di Marx in una Bibbia, e farlo paradossalmente in nome dell'Illuminismo significava arrendersi a un destino che non sarebbe mai stato quello di Bogdanov.
Ad accrescere la delusione, c'era poi la manovra politica che a mala pena si nascondeva dietro quel gran parlare di scuola e partito. Lenin intendeva ricucire la frattura con Plechanov, eliminando con una sola mossa i menscevichi di destra e i bolscevichi di sinistra, per ritrovarsi al centro con lui e compattare il Partito socialdemocratico.
La sentenza non si era fatta attendere: Bogdanov era stato espulso dalla redazione del "Proletarij" e il Centro bolscevico aveva declinato ogni responsabilit per le sue azioni. Stessa sorte era toccata a Krasin, un altro che a buon diritto avrebbe avuto da ridire sull'uso dei fondi di Tiflis.
Cos, nella tarda primavera di quel 1909, Bogdanov si era ritrovato con un figlio in arrivo, senza il lavoro al giornale e senza pi accesso ai fondi del Centro. Nonostante il successo del suo primo romanzo, Stella rossa, i diritti d'autore erano poca cosa. Poteva ritenersi fortunato che lo facessero ancora vivere nel domicilio comune degli esuli russi, sopra una vecchia locanda, dove l'aria era ormai irrespirabile.
Kotik nacque a luglio. Pochi mesi dopo nacque "Vperd" Se dovevano essere una fazione, almeno che avessero un nome e un loro giornale. Possibilmente un nome che li proiettasse in avanti, dovunque potessero arrivare.
L'uomo che Bogdanov vede uscire dall'aula con la cartella sotto braccio  sempre rimasto fedele a Lenin. Eppure allora non dimostr alcun astio verso di lui o gli altri vperedisti. Semasko non  mai stato uomo di sentimenti troppo forti.  uno che bada al sodo. Se Bogdanov gli sottoponesse il problema del disagio di Kotik, la risposta sarebbe la semplice enunciazione di un fatto, la premessa di un sillogismo monco, qualcosa come: "Per la prima volta nella Storia i figli dei contadini e degli operai vanno all'universit".
S, direbbe proprio qualcosa del genere. Cos'altro c' da aggiungere? Di fronte a quella rivoluzione, cosa possono rappresentare le inquietudini del singolo?
Semasko lo riconosce subito. Bogdanov ricambia il saluto e gli va incontro, deciso a non parlargli n di Kotik n dei tempi andati, ma di conigli.



Capitolo 19

Le cupole di Mosca assaporano la prima neve dell'anno. I fiocchi cadono fitti sopra la tettoia, alla fermata del bus. Bogdanov indossa gli stivali di feltro, ma solo perch Natal'ja glieli ha preparati sulla porta di casa. Assorto com' dai suoi viaggi nel passato, potrebbe uscire anche a piedi nudi.
"Alla vostra scuola in Italia", ha detto Dmitriev, il militante dell'opposizione, per ricordargli dove si sono conosciuti. Gi, ma quale delle due? Il suo nome gioca a nascondersi, negli elenchi degli studenti di Capri e Bologna.
Sull'isola ne sbarcarono dodici, che si aggiunsero a Leonid Voloch. La maggior parte veniva dagli Urali. Pochi da Mosca. Soltanto uno da San Pietroburgo. Si chiamava anche lui Malinovskij. Capelli rossi, occhi giallastri e guance crepate dall'acne, sembrava appena scappato da una casa in fiamme. Terminata la scuola, un'amante lo accus di essere un agente dell'Ochrana, nome in codice "il Sarto". Espulso dal partito, dopo la rivoluzione si tinse i capelli e prov a infiltrarsi nel soviet di Pietrogrado. Zinovev lo riconobbe. Un plotone d'esecuzione archivi la faccenda. Chiss se lo avevano reclutato prima di arrivare a Capri, oppure dopo, al ritorno in Russia. Come quell'altro studente, Romanov, anche lui scoperto e fucilato.
Il bus frena sui ciottoli imbiancati, sollevando schizzi di fango. Sulla fiancata, una scritta in caratteri rossi dichiara che non esiste Dio, la religione  un inganno. Bogdanov sale insieme a due ragazzini armati di flauto e fisarmonica. Il secondo attacca a suonare un accompagnamento, mentre l'amico canta Jablocko, con le vocali strascicate di chi non ha smesso di bere dalla sera prima.
Lo stesso inno, trasposto per voce e mandolino, era il pezzo forte di due operai della scuola. Com' che si chiamavano? Certo nessuno dei due somigliava a Dmitriev, anche a voler immaginare le trasformazioni fisionomiche intervenute in vent'anni. Abitavano con gli altri a villa Spinola, la nuova casa di Gorkij. Un edificio dall'intonaco rosso, con tanti terrazzi e balconi, talmente incastonato nel monte a strapiombo sulla Marina, che alcune stanze avevano una parete di roccia. Lo scrittore si era trasferito l, in una dimora pi spaziosa, per ospitare i corsi e vivere insieme agli operai russi. Ma questi erano parecchio a disagio, tra mobili di lusso, tazzine di porcellana e servitori. Il palazzo era pi adatto per ospitare principi, che non la prima Scuola superiore di propaganda e agitazione socialdemocratica per lavoratori.
Avviarla e prendersene cura signific abbandonare Parigi, e un figlio nato da poche settimane. Anfusa non gli chiese di restare. I compagni si sarebbero occupati di loro, e lei non era il tipo da farsi compatire.
"Vedr che non vengano trascurati", disse Natal'ja. Una promessa che allevi di molto il peso della partenza.
I musicisti terminano l'esibizione e sfilano tra i passeggeri col cappello in mano. Nessuno d nulla. La rivoluzione ha ormai cancellato quel senso di colpa che apre i portafogli molto pi della piet.
Dei tredici studenti di Capri, cinque affiorano dai ricordi. I loro nomi vanno a braccetto, come in una formula apotropaica. Pachom, Vanja, Foma, Vasilij e Vilonov, l'operaio di Samara che arriv sull'isola all'inizio dell'anno. Gorkij l'accolse in casa sua e raccontava in giro che l'idea della scuola non era venuta agli insegnanti, bens a quel giovane brillante, assetato di conoscenza, che il partito aveva mandato laggi per curarsi la tisi. E meno male che Lenin non conosceva le sue teorie filosofiche, altrimenti l'avrebbe lasciato crepare tra le paludi del Volga. Scriveva che il movimento spontaneo dei lavoratori avrebbe portato senza intoppi al socialismo, se non fosse che i capoccioni del partito lo deviavano, a causa della loro mentalit borghese. Per questo, Misa Vilonov studiava e studiava, con l'obiettivo di diventare uno di quei capoccioni. Per questo moll la scuola, tirandosi dietro quei quattro. Se ne andarono a Parigi, per chiedere perdono a Lenin, non appena le sue lettere e i suoi articoli lanciarono l'anatema sulle lezioni di Capri. Chiunque le frequentasse era scomunicato, al pari dei docenti. Appena giunti a destinazione, i fuoriusciti pubblicarono la loro abiura. Si ritenevano vittime di un raggiro, un sortilegio cattivo per trasformarli in antimarxisti. Leonid comment le loro accuse dicendo che quelli avevano trovato il modo per prolungare la vacanza in Europa, visto che la scuola di Capri volgeva al termine, e in Russia li aspettava un duro lavoro, la polizia dello zar e magari la fame.
La spiegazione poteva andar bene per i gregari, ma non per Vilonov, il pupillo di Gorkij, il meccano-filosofo che sembrava uscito dalle utopie dei suoi professori.
Vilonov le aveva provate tutte, per evitare la rottura. A forza di insistere, aveva ottenuto che la scuola invitasse a insegnare lo stesso Lenin, Rosa Luxemburg, Kautsky e Trockij. Rifiuti, scuse e mancate risposte non lo avevano scoraggiato. Aveva preteso di inviare a Parigi il programma delle lezioni, per sottoporlo all'approvazione del Centro bolscevico, scrivendo che l a Capri i docenti erano la minoranza, e le decisioni spettavano agli operai. Ma questa, per Lenin, non era affatto una garanzia. Alla fine, quando Vilonov si trov a scegliere tra il partito e la scuola, Lenin lo invit a raggiungerlo in Francia, per aiutarlo a fondarne una, ortodossa e certificata.
Lunacarskij si infuri. Disse che Vladimir Ilic non solo rubava loro gli studenti, ma pure le idee. Strana reazione per uno che due anni dopo, con il capo cosparso di cenere, avrebbe insegnato proprio alla scuola parigina.
"Quando un avversario  costretto a imitarti, non  gi una vittoria? - ribatt lui. - E poi le idee non si possono rubare, perch sono collettive".
Per che amarezza, per ci che si profilava all'orizzonte. Quanto alla dipartita dell'uditore pi in gamba, i professori si erano consolati dando la colpa alla moglie di Gorkij, Marija Andreeva che, da prima donna di teatro, trattava tutti dall'alto in basso. Vilonov si era lamentato di tante piccole umiliazioni. Per curarsi la tisi, il dottore gli aveva prescritto tre ore di gite in barca ogni giorno. La salita dalla Marina fino a villa Spinola era per troppo ripida per i suoi polmoni marci e gli toccava prendere la funicolare. Gorkij gli pagava volentieri i cinquanta centesimi del biglietto, ma i soldi glieli gestiva la moglie, che costringeva Misa a domandarli ogni mattina, come un'elemosina quotidiana, con tutto che spesso non si faceva trovare, costringendolo ad andare a piedi.
Fortuna che a Capri non nevica come a Mosca.
I finestrini del bus sono coperti da un velo di ghiaccio e il vento li riempie di francobolli bianchi. Il conducente grida il nome delle fermate, perch  difficile riconoscere i luoghi e scendere a quella giusta.
Forse anche per il clima, Leonid resistette alle sirene di Parigi e rest a Capri fino alla fine, seguendo i corsi di Storia ed Economia, le esercitazioni di propaganda e le gite artistiche organizzate da Lunacarskij. Anatolij dovette trasferirsi a Napoli, e da l venire ogni giorno in traghetto, perch sua moglie Anna aveva litigato con Marija Andreeva e le due non si potevano vedere. Poi sorsero problemi anche con gli studenti. Lunacarskij propose di iniziare le giornate con un padrenostro laico di sua invenzione e Ka-linin ne scrisse la parodia.
Kalinin, eccone un altro. Partito Vilonov, divent lui lo studente modello della scuola. E almeno quello non fu proprio un abbaglio. Dopo un periodo nel Proletkult, adesso lavora al ministero dell'Educazione.
Bogdanov intravede la guglia verde della torre Boro-vickaja e si prepara a scendere. Dev'essersi perso l'avviso gridato dal conducente. Si apre un varco tra cappotti e pellicce e, appena il bigliettaio sblocca la porta, si lancia fuori. Il viaggio non  finito. L'opposizione, ormai, pu tenere un comizio solo ai margini della citt, al capolinea del tram numero 16. Ora la neve scende pi rada, ma i giardini di Alessandro sono gi trincea e arsenale per una battaglia a pallate tra bande di bambini.
Due spie, due musicisti, Kalinin e cinque fuoriusciti. Oltre a Leonid, ovviamente. Totale undici su tredici. Mancano due nomi. Uno inizia per k, sicuro. Korenev, Kosirev... Ha pubblicato un articolo, tempo fa, un ricordo della scuola. Abbastanza sincero, tutto sommato, per quanto poco originale nelle critiche. Solita solfa: programma velleitario, corsi troppo difficili, studenti impreparati. Nessuno coglie il merito principale di quel tentativo. A Capri, per quattro mesi, intellettuali socialisti e lavoratori russi studiarono fianco a fianco, quando l'esilio, la prigione e le persecuzioni poliziesche rendevano impossibile un incontro del genere, in un qualunque angolo dell'impero zarista. Un esperimento talmente interessante da costringere Lenin a replicarlo. Il seme gettato che mette radici.
Si accorge di essere gi sul tram soltanto alla prima frenata brusca.  salito a bordo come spinto da un'invisibile catena di montaggio, che la neve nasconde e zittisce, insieme ai palazzi della citt.
Rinuncia all'impresa di rammentare l'ultimo nome. Accanirsi  controproducente. Dev'essere quel tipo che si lament dei corsi troppo lunghi, ottenendo una riduzione di mezz'ora e una pausa con dibattito dopo ogni lezione. In quale altra scuola gli studenti possono imporre modifiche d'orario?
Nella seconda edizione, a Bologna, si fece tesoro degli errori della prima. Fu Kalinin a scegliere gli studenti, ventuno in tutto. Leonid, l'unico ripetente, rimase in dubbio fino all'ultimo. Non tanto per paura di studiare le stesse materie, quanto piuttosto per l'assenza di Gorkij. A sentir lui, lo scrittore era stato l'anima della loro compagnia.
"Perch non siete riusciti a smuoverlo dalla sua isoletta?"
La scusa ufficiale era la tubercolosi, che lo vincolava al clima mediterraneo. Ma il motivo era un altro. Nel giugno del 1910, Lenin era tornato a Capri. Aveva giocato a scacchi, questa volta con Bazarov. Aveva imparato a pescare con la lenza. Aveva cantato e scherzato, ma la spaccatura tra loro non s'era ridotta d'un millimetro. La tectologia insegna che gli elementi di un sistema tendono a differenziarsi, e la loro divergenza aumenta, se non intervengono la complementariet e la congiunzione. Come due sposi, che sono individui diversi, e con la vecchiaia lo diventerebbero ancora di pi, finendo per distruggere la coppia, se non trovassero il modo di completarsi a vicenda e condividere interessi e passioni. Ma Vladimir Ilic non voleva essere complementare a nessuno. Il suo rimedio al problema della divergenza era l'egressione: radunare le forze, prendere in pugno il partito. Il sistema solare e il corpo umano sono l a dimostrare che gli organismi egressivi, con un centro o una testa, possono funzionare bene. Ma la loro stabilit  minacciata da una contraddizione. Per combattere la divergenza, essi accentrano il potere e producono cos un nuovo squilibrio, destinato anch'esso ad aumentare, il pi delle volte generando due centri in lotta tra loro, o addirittura una molteplicit di teste che si divorano a vicenda, come nel capitalismo. Complementariet e congiunzione tornano cos a essere l'unico rimedio. Infatti Gorkij sperava di contrastare le divergenze tra i bolscevichi, congiungendo i litiganti nella sua bella villa, ma al secondo tentativo aveva dovuto arrendersi all'egressivit di Lenin. Il Centro bolscevico istitu una "commissione scuole", presieduta da Semasko, e per la primavera del 1911, annunci l'apertura di una scuola di partito, a Longjumeau, vicino Parigi. Una decisione che rimescolava le carte. Mentre la scuola di Capri poteva ancora presentarsi come un esperimento, quella di Bologna sarebbe stata uno schiaffo. Un gesto che Gorkij non approvava. Qualcuno, fiutando l'aria, mise in giro la voce che fosse uscito dal gruppo Vperd. I sospetti caddero sull'Andreeva, ma Natalja non era d'accordo.
"C' qualcosa di pi maschilista dell'incolpare una donna per le liti tra voi uomini?"
Sia come sia, la notizia della sua fuoriuscita si ingross e Gorkij non si premur di smentirla. A nulla serv scrivergli una lettera per domandare che lo facesse. La replica fu la pietra tombale sulla loro corrispondenza: "Sapete che vi rispetto come rivoluzionario, ma non risponder pi alle vostre lettere. Sono troppo dure, scritte come se voi foste un sergente e io un semplice soldato della vostra truppa".
Gorkij torn in Russia nel '13, grazie all'amnistia per i trecento anni della dinastia Romanov. Nei primi tempi della rivoluzione, spar bordate esplosive contro Lenin. Lo chiam tiranno, anarchico, impostore a sangue freddo. Poi se ne torn in Italia, a Sorrento, e adesso si dice che Stalin gli stia preparando un grande ritorno, una festa da eroe nazionale per il suo sessantesimo compleanno.
Ha smesso di nevicare. Dai finestrini del tram, Bogdanov riconosce la colossale meringa di villa Morozov, con la scritta "Proletkult" sul portone d'ingresso. Nella bacheca di legno per gli spettacoli in cartellone, campeggia la locandina di un film, programmato ormai tre mesi fa. Il concorso in giardino per il concerto del decennale rischia di essere l'ultimo evento importante celebrato nella vecchia sede. Presto ci si trasferir l'ambasciata del Giappone.
A Bologna, il palazzo che ospitava la scuola era la sede della Societ operaia di mutuo soccorso, in via Cavaliera. Niente a che vedere con il castello di Morozov o con i soffitti affrescati di villa Spinola.
In compenso, a Bologna c'erano due belle tipografie, legate al Partito socialista che governava la citt. Grazie a quelle, si tenne il laboratorio pratico di stampa, diretto da Vjaceslav Meninskij, il lavoratore pi infaticabile che avesse mai conosciuto. Dormiva quattro ore per notte, fumava settantacinque sigarette al giorno e sapeva leggere sedici lingue. Scriveva poesie, traduceva dal persiano i versi di ?Umar Khayyam, ma era laureato in Giurisprudenza e agli studenti della seconda Scuola di propaganda e agitazione insegnava i fondamenti del diritto pubblico. Tra inchiostri e rotative, si fece aiutare da Trockij, arrivato a Bologna con una valigetta di caratteri cirillici.  strano ricordarli assieme, a comporre i fogli di uno stesso giornale. Vent'anni dopo, uno  diventato il Grande oppositore, mentre l'altro, costretto dall'angina su un divano della Lubjanka, gli mette alle calcagna la polizia segreta.
Il tram passa di fronte all'ingresso dello zoo, con le sue finte torri da maniero medievale. Bogdanov immagina un leone che ruggisce nella neve e fenicotteri intrappolati nel lago ghiacciato. Chiss cosa direbbe Denni di un luogo come questo.  di cattivo gusto, ma non per gli animali in mostra. Che si tratti di quadri, statue o elefanti, quella di accumulare tesori  un'abitudine da sovrani, o da predoni. I musei del futuro non avranno pareti.
Scende di fronte ai magazzini Mostorg. Il viaggio a salti e scossoni gli ha rivoltato il pranzo nello stomaco, ma la vista del palazzo lo risolleva. Quel tipo di architettura  la sua filosofia tradotta in vetro e cemento. Tutto l'edificio sembra costruito con un gioco d'incastri. Ogni parte ha una funzione chiara, espressa con i materiali pi adatti. L'enorme finestra sporgente al centro della facciata, il piano terra occupato dalla vetrina, l'ultimo dall'insegna. Niente fronzoli, niente sotterfugi. Nessun bisogno di rappresentare qualcosa o di dare sfogo allo spirito di un'artista. Se esistesse una fabbrica gigantesca, capace di sfornare interi edifici, il risultato sarebbero opere come questa. Belle senza cercare di esserlo. Senza sbracciarsi per essere ammirate. Perch la bellezza  organizzazione.
Sull'orologio mancano dieci minuti alle sei. Le luci dei lampioni si accendono, offuscate dalla neve sul vetro. Il grande slargo, all'incrocio di sei strade, confina con un prato incolto, da poco trasformato in giardino pubblico, con alberi e sentieri. Molte feste e manifestazioni si tengono qua, ma ora non ci sono particolari affollamenti, tranne lo sciame di operai che esce dalla fabbrica Tre montagne. Probabile che il comizio dell'opposizione conti di intercettarli a fine turno.
Prima di partire, Bogdanov ha rassicurato Natal'ja.
"Tutti sanno come la penso", le ha detto.
Tuttavia, mentre si allontana dalla fermata, rialza il bavero del cappotto, solleva la sciarpa fino alla punta del naso e slaccia i paraorecchie della papacha.
Una costruzione a forma di missile, alta un paio di metri e con la punta di vetro, sorge sull'altro lato della strada. Il poliziotto, che di solito la occupa per sorvegliare il traffico, non  al suo posto. Sotto, si va radunando una piccola folla. Di certo l'oratore parler da quel palco gi pronto. Senza avvicinarsi, Bogdanov cerca nel crocchio il volto di Dmitriev, ma invece di incontrarlo nel presente lo ritrova nel passato, nella sede della cooperativa tipografica Azzoguidi di Bologna.
Erano tutti intorno al tavolo, a leggere e correggere il giornale. Trockij, Lunacarskij, Meninskij, Kollontaj. Fu un articolo di Leonid a scatenare la discussione. L'argomento era il suicidio. O meglio, l'argomento chiss qual era. Per in un passaggio, chiss con quale nesso, Leonid sosteneva che un Paese socialista dovrebbe attrezzare dei reparti d'ospedale per suicidarsi senza soffrire. Come sulla Stella rossa: i marziani vivevano il doppio degli uomini, grazie alle trasfusioni, e quando non si sentivano pi utili alla societ, decidevano senza clamori di concludere l'esistenza.
Ma la diatriba bolognese, pi che nel merito della questione, divamp su un dilemma di metodo. Lettori e studenti della scuola avevano posizioni diverse sul tema del suicidio. E dunque, come doveva comportarsi il loro giornale? Astenersi dal prendere una posizione oppure ospitare il dibattito? Mostrare il conflitto interno oppure attendere che ci fosse una linea comune?
Era, pi in piccolo, il riflesso dei dissidi di Parigi, dentro la redazione del "Proletarij".
Meninskij sostenne che un giornale di partito deve educare le masse e quindi esprimersi in maniera univoca. Questo  giusto, questo  sbagliato. Altrimenti gli operai si confondono.
Molte voci si dissero d'accordo. La frase di Leonid sul suicidio andava eliminata.
"Ma se dobbiamo leggere giornali del genere, - sbott Dmitriev, - scritti pensando che i lettori siano stupidi, per quale motivo ci fate studiare?"
 come l'avesse l davanti. Sente addirittura la sua voce, cos sottile per un uomo della sua stazza.
- Compagno Bogdanov!
Qualcuno lo tira per la manica del cappotto. Si volta con un leggero batticuore, studia i tratti del viso. Non  poi molto cambiato, rispetto al giovane operaio di Bologna.
- Stiamo per cominciare. Venite.
Bogdanov non si sposta. Non ha alcuna intenzione di assistere al comizio. Trattiene Dmitriev e si abbassa la sciarpa.
- Devo farvi una domanda, - esordisce.
- Vi ascolto.
- Leonid Voloch. Ve lo ricordate? Era con voi alla scuola di Bologna.
Dmitriev non deve nemmeno pensarci su: - Certo che me lo ricordo.
- Cosa ne fu di lui?
- Partimmo insieme. Tutti andavano a Parigi, ricordate?
Gi, Parigi. Anche gli studenti di Bologna invitarono Lenin a insegnare in Italia, ma lui, recidivo, li contro-invit in Francia. Quella volta per non ci furono rinnegati: Semasko si present sotto le Due torri, a scuola finita, per offrire agli studenti di portarli a lezione dal Gran capo. La maggior parte accett, ma una volta a destinazione cominciarono i problemi. A Bologna gli allievi erano abituati a decidere con gli insegnanti. Orari, pause, materie, docenti da interpellare. A Parigi non era previsto. Dopo tre settimane di liti, la classe venne sospesa e rispedita in Russia.
- Io e Voloch non andammo con gli altri, - prosegue Dmitriev. - Diceva che a viaggiare insieme si rischiava l'arresto.
E aveva ragione. Al rientro da Capri, tutti gli operai erano finiti in prigione, e al rientro da Parigi, dopo Bologna, stessa musica. Un bel concerto per infiltrato e orchestra, come d'abitudine.
- Andammo a Genova. Leonid mi sugger di prendere una nave diretta a Odessa, e di offrirmi come meccanico per pagarmi il viaggio.
- Rientraste insieme?
Dmitriev saluta una compagna appena arrivata, poi torna a rivolgersi a Bogdanov.
- Lui non voleva pi saperne, del partito. Era rimasto deluso dai troppi litigi, capite? Si imbarc come marinaio su un mercantile diretto in America e non lo rividi pi.
Bogdanov sente salire le voci alla sua destra. Non capisce cosa dicono, ma si volta di scatto e vede due individui, con la giacca di pelle, strattonare un uomo. Subito altri due cercano di liberarlo e il grappolo si ritrova per terra. Oltre le prime teste, un drappello armato di bastoni si fa largo tra i passanti. Con uno slancio appena trattenuto, Dmitriev spinge via Bogdanov: - Allontanatevi! Svelto!
Lui gira i tacchi e si risistema la sciarpa sulla bocca, mentre fila verso l'ingresso del parco, prima a passo spedito e poi sempre pi veloce, incalzato dalle grida e dal fuggi fuggi.
Da molto non gli capita di correre e presto si ritrova col fiato corto, la schiena dolorante e gocce di sudore gi per le guance.
Controlla che nessuno lo segua e rallenta l'andatura, ormai in vista dell'obelisco in granito nero dedicato agli eroi del 1905.
L'anno in cui ha conosciuto Leonid, in una prigione di San Pietroburgo.
Nel frattempo il mondo  cambiato fino a rendersi irriconoscibile.
Eppure lui deve ancora a scappare.



Capitolo 20

Le dita armeggiano con i bottoni del cappotto. Dove andare? Appena fuori dall'istituto, col freddo autunnale sulla faccia, Bogdanov muove qualche passo, per fermarsi subito con l'aria smarrita. Osserva il proprio fiato bianco che si volatilizza, a un ritmo accelerato dall'ansia. Deve rimanere calmo e ragionare. Ha detto a Natal'ja e a Kotik di restare nell'appartamento, sopra l'istituto, in caso Denni ritorni. Certo andarsene in giro per Mosca, in cerca di una ragazza che sembra un ragazzo, della quale conosce soltanto il nomignolo, e che afferma di venire da un altro pianeta, suona piuttosto assurdo.
Perch  uscita senza dire niente? L'avr sconvolta qualcosa che ha sentito durante il pranzo, come quando ha ascoltato la conversazione sui conigli. Cosa si sono detti a tavola? Natal'ja  tornata alla carica, con l'idea che Kotik si trasferisca da loro. Il ragazzo ha glissato, come sempre. Poi  rimasto con Denni, s, mentre lui e Natal'ja preparavano il caff.
"Cosa le hai detto?"
"Niente di particolare..."
"Di qualcosa avrete pur parlato!"
"Mi ha chiesto dove sono cresciuto... con chi..."
In cucina, lui e Natal'ja hanno discusso fitto. Per l'ennesima volta, le ha rimproverato le troppe premure verso il ragazzo. Il solito discorso.
"Se avessi rinunciato al mio impegno per stare con lui, se mi fossi ritagliato un'esistenza di micragnose certezze e consuetudini, avrei finito per scaricargli addosso la mia frustrazione, per incolparlo dei miei fallimenti e costringerlo a replicarli. Lo avrei condannato a crescere a mia immagine e somiglianza, come ogni rispettabile padre borghese. Perch non vuoi accettarlo?"
"E perch tu non vuoi considerare che le tue scelte lo hanno comunque vincolato? L'unica cosa che Kotik ha potuto davvero scegliere  stato cosa studiare. E guarda caso, ha scelto anche lui Medicina".
Il panico gli impedisce di pensare.
"Vai a cercarla. Non pu essersi allontanata molto".
Torna sui suoi passi e si appoggia al portone. Chiude gli occhi e scorge il volto di Anfusa, la madre di Kotik. Lo fissa da una certa distanza, come se avesse in serbo una domanda, un dubbio inespresso che si  portata nella tomba.  qualcosa che lo riguarda e che non sapr mai. Per un attimo, il ricordo vivido di quella passione travolgente lo investe e gli toglie il fiato.
Riaprire gli occhi.
Pensare.
Pensare come Denni, mettersi nei suoi panni.
"Ti ha detto qualcosa?"
"No, ho parlato soprattutto io".
"Cerca di ricordare, Kotik!"
"Mi ha detto soltanto che non ha mai conosciuto suo padre. E che  rimasta orfana di sua mamma".
 corso a infilarsi il cappotto e il berretto per uscire a cercarla.
Si stacca dal portone. E se non dovesse ritrovarla? Denni  indifesa, spaesata. Eppure... eppure  arrivata a Mosca, ha trovato l'istituto. Da qualunque posto sia saltata fuori, un orfanotrofio nel Caucaso o un'eteronave marziana,  riuscita a rintracciare l'autore di un libro pubblicato vent'anni fa. Quindi ha risorse inaspettate. Ma dove pu essere andata? Kotik le ha parlato della propria infanzia. Questo deve averla fatta riflettere sulla propria origine.
"Mi ha detto soltanto che non ha mai conosciuto suo padre. E che  rimasta orfana di sua mamma".
Denni pensa di essere extraterrestre perch si sente un'extraterrestre. Si sente sola, fin da quando la madre  morta. Si  costruita un mondo su misura per dare un senso a quella solitudine, e per lo stesso motivo  alla ricerca del padre, un punto d'origine, mentre si racconta che nel suo mondo l'origine non ha alcuna importanza.
"E perch tu non vuoi considerare che le tue scelte lo hanno comunque vincolato?"
Bogdanov si volge all'intorno, con pi calma.
Poi la vede.
La torre radio suchov. In fondo alla sabolovka. La cima svetta sulle case.
Denni gli ha detto qualcosa in proposito, pochi giorni fa, durante la loro passeggiata per il quartiere.
Era un discorso a proposito di Parigi...
"In quella citt c' una torre simile, vero?"
"Vuoi dire la Torre Eiffel... La nostra  pi bassa,  un'antenna radio".
Bogdanov parte alla disperata in direzione sud, proprio quando una neve fine e leggera inizia a scendere sulla citt. Cammina di buon passo, accennando un piccolo trotto di quando in quando e schivando i passanti. Il pinnacolo della torre non si avvicina mai, rimane lass, conficcato nel cielo, a prendersi gioco di lui. Deve fermarsi a riprendere fiato, attirando occhiate perplesse. Tu pensa se un tipo cos distinto deve mettersi a correre come un ragazzino, rischiando di finire col culo per terra.
Chi glielo fa fare?  per la malattia rara di Denni, per la scienza? Oppure per scoprire chi  davvero quella ragazza? O ancora  piet umana, il desiderio di salvarla da s stessa? O  per Leonid, per sapere cosa ne  stato di lui, e di tutti? Senza aver deciso quale sia la ragione, o se la loro somma sia un motivo valido, riparte all'inseguimento.
Nell'ultimo tratto non si affretta pi.
Non ce n' bisogno.
Se l'intuizione si rivelasse sbagliata, non ce ne sarebbe una di riserva e potrebbe soltanto tornare sui propri passi.
Ma Denni  l. Seduta sul muro di sostegno della recinzione che circonda il gigantesco traliccio. Se ne sta come assorta, o in preghiera, sotto il cappuccio del giaccone che le ha procurato Natal'ja, mentre i fiocchi le si posano addosso lievi.
Bogdanov la raggiunge e siede accanto a lei, contemplando le proprie orme sul bianco appena steso.
- Perch sei venuta qui?
- Per vedere la torre, - risponde.
- Potevi dircelo. Ci siamo preoccupati.
- Tu e Natal'ja stavate discutendo. Non volevo disturbarvi. L'ho detto a Kotik, ma ascoltava le vostre voci attraverso la parete invece della mia.
Bogdanov soffia l'aria tra i denti. Almeno la faccenda ha un suo lato ridicolo.
La grande struttura si eleva centocinquanta metri sopra le loro teste.
-  molto bella.
- Bella e utile, - commenta la ragazza. - In nacuniano abbiamo una sola parola che racchiude entrambi i concetti.
- Quale parola?
- Adaeth.
- Adaeth... - ripete Bogdanov assaporando il suono sulle labbra. - Mi piace. Forse dovresti insegnarmi il nacuniano.
- E tu dovresti farmi conoscere meglio il tuo mondo, - ribatte Denni. - Ci sono tante cose che non capisco.
- Nemmeno io, se  per questo.
Denni passa una mano sul cappuccio e osserva la neve che le rimane sulle dita. Affusolate e un poco pi lunghe del normale. Le porta alle labbra e succhia le gocce gelide.
- Su Nacun non nevica pi, - dice. - Il clima  troppo caldo. La sabbia sta... - cerca la parola adatta, - mangiando la terra.
- S, - annuisce Bogdanov. - In Stella rossa l'ho scritto. La rivoluzione ha risolto il conflitto tra i marziani, la lotta di classe, ma non quello tra i marziani e il loro pianeta. Per mantenersi in vita, un sistema non pu smettere di conquistare il suo ambiente. E quand'anche l'ambiente circostante venisse tutto sottomesso e organizzato, si formerebbe un nuovo sistema, che scoprirebbe di avere un nuovo ambiente intorno a s. E cos via, finch l'intero universo non sar a misura d'uomo.
- O finch non vi accorgerete che l'universo  pi grande del previsto, - lo gela Denni. - Magari infinito.
Bogdanov non ribatte, la lascia continuare.
- Cent'anni fa, su Nacun, abbiamo smesso di mangiare animali, perch l'allevamento  crudele e consuma pi energia di quanta ne restituisce. Poi abbiamo abbandonato le verdure, perch l'agricoltura intensiva  la madre del deserto. Adesso ci nutriamo di cibo sintetico. Senza bisogno di acqua, fertilizzanti, antiparassitari. Peccato che lo si ottenga con reazioni chimiche che sviluppano calore, gas nocivi e scarti che non si possono riutilizzare.
- E questo mette in pericolo anche noi terrestri, - conclude Bogdanov. Il dibattito tra marziani sull'invasione della Terra, a causa della prevista catastrofe ambientale,  tra le pagine migliori di Stella rossa. Anche un critico arcigno come Lunacarskij glielo ha riconosciuto.
Denni guarda in alto.
- Con l'aiuto di questa antenna, credo che potrei inviare un messaggio. Portare a termine la missione. Farmi venire a prendere.
Si volta, una luce di speranza nel viso simmetrico. Il suo gioco mentale ha una coerenza formidabile. Di sicuro saprebbe descrivere il modo in cui le onde radio potrebbero raggiungere i potenti ricettori del suo pianeta.
Invece Bogdanov le domanda un'altra cosa.
- Quale messaggio manderesti?
Denni non risponde subito. Ascolta il borbottio vago di qualche motore e il ronzio lontano dei tram.
- Non lo so, - ammette alla fine. - Chiederei pi tempo, anche se  proprio quello che manca a Nacun. Dovremmo usarlo per condividere il sapere, noi e voi. Trovare un sistema di comunicazione. Organizzare viaggi regolari.
Bogdanov annuisce.
- Interplanetarismo. Buona idea. Purtroppo, temo che nessun'antenna terrestre possa inviare un segnale oltre i confini del sistema solare.
- Non con i trasmettitori che usate voi, - ribatte Denni, - ma potrei costruirne uno adatto. So come funzionano le vostre radio. Potrei modificarne una per ottenere l'apparecchio che mi serve.
Bogdanov si accarezza il mento, il solito interrogativo. Assecondare o respingere queste richieste? Trafficare con circuiti elettrici e bobine  un passatempo per tante persone, a prescindere dall'utilit di ci che ne viene fuori.
- Posso chiedere a Kotik di portarti la sua. Gliel'ho regalata per il diploma, ma sono mesi che nessuno riesce a farla funzionare.
- Kotik  un buon ragazzo, vero? - chiede lei, come se quella domanda fosse la prosecuzione pi logica del discorso.
- Direi di s... - balbetta Bogdanov.
- Ti stima molto.
- Mi fa piacere.
- Hai generato altri figli?
Strano modo di chiederlo. Sa di traduzione letterale dal nacuniano.
- Molti anni fa, Natal'ja e io abbiamo avuto un bambino, - risponde Bogdanov. - Mor poche settimane dopo la nascita. Poi ho avuto soltanto Kotik.
Ma in realt, chi pu dirlo? Potrebbe avere dei fratelli. Passioni di un giorno soltanto. Donne amate e perse di vista.
- Almeno che io sappia, - aggiunge.
- Come Leonid, - commenta Denni. - Lui non sa di avermi generato.
Meglio portare la conversazione su un terreno meno insidioso.
- Sai, ho scoperto che  andato in America, prima della guerra.
Denni s'incuriosisce.
-  piuttosto lontano da qui, vero?
Bogdanov annuisce, anche se lontano  un concetto relativo.
- Mi hai detto che sei stata nel posto dove ha vissuto, a Leningrado. E che non lo vedono da vent'anni.
- Per ha spedito l il suo baule. Forse intendeva tornare.
- O forse  morto in America e qualche anima buona ha mandato indietro la sua roba.
Un brivido lo avverte che il calore accumulato nella corsa si sta esaurendo. Anche Denni pare infreddolita.
- Senti, - riprende, - perch adesso non torniamo a casa a berci un t? La luce cala. Natal'ja sar molto in pensiero.
Denni si alza, senza dire pi nulla. Si avviano insieme, camminando piano, preceduti dalla nuvoletta del fiato.
Prima di allontanarsi, Bogdanov si volta ancora verso la forma slanciata della torre con il pinnacolo stagliato sul cielo bianco.
Bella e utile.
Adaeth.



Capitolo 21

Sulla Stella rossa i bambini crescevano assieme, in grandi colonie di migliaia di abitanti. Leonid ne aveva visitata una. Edifici a due piani, dal soffitto blu, erano disseminati tra ruscelli, stagni, prati per giocare ed esplorare, distese di fiori, orti di piante medicinali, rifugi per animali e uccelli.
In un giorno d'ottobre del 1913, Bogdanov usc dalla stazione di Montsouris e si diresse verso l'ingresso del parco, pensando che quelle vecchie cave di pietra, trasformate in giardino all'inglese, erano quanto di pi simile a una colonia infantile marziana si potesse trovare a Parigi.
Gli esuli bolscevichi avevano scelto le sue aiuole come asilo en plein air, dove le tate francesi o gli stessi genitori, a turno, si occupavano di pi bambini alla volta, mentre nei giorni piovosi, i piccoli venivano accolti in una sala pubblica o negli appartamenti pi spaziosi della zona. Abitavano tutti l, nel Quattordicesimo, in un sobborgo che si chiamava Petit-Montrouge, e gi dal nome - "Monte Rosso" - sembrava destinato ad accogliere i rivoluzionari. Il Circolo di cultura proletaria si riuniva nel salotto di Lunacarskij, a due passi dal parco, nello stesso palazzo che aveva dato un tetto a Zinovev e Kamenev. Lenin aveva vissuto poco pi in l, in rue Marie-Rose, e i caff del quartiere, lungo la strada della Porte d'Orlans, avevano ospitato le loro discussioni. Sempre in quella via, c'era il comitato centrale del partito e in una laterale, la tipografia che stampava il "Proletarij".
Dopo la sua espulsione, il giornale aveva avuto vita breve. Ne erano usciti quattro numeri, prima che i menscevichi ottenessero di chiuderlo, accusando la redazione di esprimere soltanto le opinioni bolsceviche. Frazionismo, lo stesso crimine di cui Lenin aveva incolpato lui.
Di l a poco, Bogdanov era arrivato ai ferri corti anche con la redazione di "Vperd". Lo avevano accusato di malversazione, per via di un ammanco dalla cassa del gruppo, che gli era stata affidata. Bogdanov non aveva potuto giustificarlo: aveva distribuito quei soldi alle famiglie dei georgiani finiti in galera per la rapina di Tiflis. Lo aveva promesso a Kamo, ma non poteva dirlo a nessuno.
Una parte del malloppo falla avere a mogli e figli.
Era un patto tra compagni. E tra rapinatori. Avrebbe tenuto fede a quella parola qualunque fosse il prezzo da pagare.
Ormai fuori da tutto, Bogdanov aveva scelto di abbandonare la comunit parigina e di trasferirsi a Bruxelles, insieme a Natal'ja. Anfusa era rimasta a Parigi con Kotik, in un'unica stanza con cucina, di fianco alla cappella di Santa Giovanna D'Arco, appena costruita e consacrata.
Ricordava un pomeriggio terribile nella casa di Bruxelles, quando aveva proposto a Natal'ja di morire insieme, con una dose di veleno. Lei aveva compreso subito che non si trattava di un'idea gettata sul tavolo per il puro gusto di giocare con l'assurdo. Vivevano un'esistenza misera, faticosa, isolati e poveri. Nondimeno si era arrabbiata. Ammazzarsi poteva essere una saggia decisione quando non si aveva pi nulla da dare al mondo, ma come poteva essere certo che fosse cos? Chi poteva dire cosa li attendeva dietro la prossima svolta della vita? Era davvero deciso a smettere di lottare per le proprie idee? Lei non ci credeva. E poi c'era Kotik. Quel bambino era l'avvenire. Era dovere di tutti loro crescere una generazione a cui passare il testimone.
Quel giorno, quando lei l'aveva trattato alla stregua di un disertore, l'aveva ammirata come non mai. Era il motivo per cui era rimasto al fianco di quella donna e ci sarebbe rimasto nonostante l'amore per un'altra. Natalja era meno romantica delle rivoluzionarie pi giovani, ma salda nelle sue convinzioni, nel suo dover essere, nel senso pratico con cui affrontava la vita e gli impediva di perdersi in voli pindarici. Anche lei gli sarebbe rimasta accanto, e non per senso di fedelt, ma per scelta. "Anche il mio  libero amore, - diceva. - Sono libera di amarti. E di amare solo te, se voglio".
Bogdanov varc il cancello del parco. Anfusa gli aveva dato appuntamento al padiglione della musica, ma lui sapeva che il modo migliore per arrivare a destinazione era vagare per i viali alberati, inseguendo le foglie che pennellavano il vento.
Di norma passava da Parigi due volte al mese, per stare con il figlio una mezza giornata e verificare i suoi progressi. Gli piaceva osservare da lontano come si comportava con gli amici, senza interferire. "I bambini apprendono la maggior parte delle loro conoscenze sulla vita gli uni dagli altri, - diceva un'educatrice marziana nel suo romanzo. - Se vogliamo che partecipino alla societ, - aggiungeva, - bisogna che vivano in societ". Anche quando si trovava da solo con Kotik, Bogdanov non smetteva di studiarlo. Se gli mostrava vari tipi di foglie, era per domandargli cos'avevano in comune, e vedere quanto fosse sviluppata, in un bimbo di quattro anni, l'idea dell'organizzazione universale di tutto ci che esiste. Se gli chiedeva un disegno, era per cavarne indicazioni sulla sua psicologia. Se gli insegnava gli scacchi, era per provare un metodo di sua invenzione, che permetteva di imparare anche in tenera et. Se gli chiedeva quali giochi preferiva, era per valutare quanto fosse incline all'individualismo. Lo portava a vedere mulini, tipografie, turbine elettriche - per poi interrogarlo su cos'avesse capito.
Erano pomeriggi intensi, i loro, e per questo gli pareva che due volte al mese fosse gi abbastanza, considerando anche il costo del viaggio, andata e ritorno da Bruxelles. Ma quel giorno, Bogdanov aveva in tasca un biglietto diverso.
Fin dai primi mesi dell'anno, speranze e articoli di giornale si erano gonfiati con la notizia che i Romanov, per il trecentesimo anniversario del loro regno, avrebbero proclamato un'amnistia per i prigionieri politici e gli esiliati. La voce aveva trovato conferma in un decreto, emanato durante le celebrazioni. Molti si preparavano a partire, da Berlino, Ginevra, Parigi, Londra, Capri. Altri sospettavano che si trattasse di un perdono di facciata, per sbandierare la generosit dello zar Nicola e attirare in trappola i fuoriusciti che tramavano all'estero contro l'Impero russo. L'amnistia non significava che la polizia avrebbe smesso di arrestare e imprigionare i dissidenti.
Bogdanov e Natal'ja avevano riflettuto a lungo. Alla fine, tra il pochissimo che erano certi di avere, appena sufficiente per campare a Bruxelles, e l'incognita di un ritorno in patria, avevano scelto di tentare la via di San Pietroburgo. L'unica fonte di reddito, in quel momento, erano i libri, le traduzioni e una rubrica sulla "Pravda", il nuovo quotidiano dei bolscevichi.
Dopo la chiusura del "Proletarij", Lenin aveva capito che non era pi possibile tenere insieme il Partito operaio socialdemocratico. Alle elezioni del 1912, i bolscevichi si erano presentati da soli e si erano dotati di un nuovo organo di stampa, tendendo la mano a Bogdanov. Il riavvicinamento era durato il tempo di cinque articoli. L'ultimo, intitolato Ideologia, era stato bloccato per intervento di Lenin.
Come previsto, arriv al padiglione per puro caso. O forse era stata Anfusa ad attirarlo a s. La riconobbe da lontano, fasciata nel cappotto verde, alta e snella. Anche a distanza, Bogdanov sentiva che quella donna aveva il potere di cambiargli l'andatura, l'espressione del viso, la consistenza dei muscoli, e non riusciva a spiegarsi se fosse l'effetto dei ricordi, lo spettro di quanto avevano vissuto, o soltanto l'idea di trovarsela di fronte. Un'anima gemella. La sua versione al femminile. Per questo non avrebbe mai potuto vivere al suo fianco, erano troppo simili. Per questo non avrebbe mai smesso di sentire un'attrazione profonda.
Il suo fascino nasceva dal contrasto tra la forza degli occhi chiari e il volto affilato; tra la risolutezza dei gesti e il corpo esile, roso dalla malattia; tra la profondit della voce e i colpi di tosse che la spezzavano. Il suo sguardo era lo stesso di Euridice, che vede il regno dei vivi e chiama Orfeo, quando la sua carne  ancora negli inferi. E Bogdanov, come Orfeo, non poteva fare a meno di guardarla e sancirne la condanna.
Sul suo volto pallido e magro, gli occhi ardono, | lo sguardo teso  colmo di pena e amore. | Molti anni d'inquietudine, lavoro, stanchezza senza fine | hanno lasciato il segno nei tratti del suo viso.
- Kotik non c'? - domand dopo i tre baci di saluto.
-  gi al laghetto, con gli altri bambini.
- Cerchiamo una panchina libera, - propose Bogdanov e imboccarono la salita che portava al belvedere. Una donna li super spingendo una carrozzina da neonati e mormorando una ninna nanna in russo.
Arrivati in cima, sedettero sull'orlo della cascata artificiale, mentre i palazzi del quartiere li spiavano tra i rami e la vista si apriva sui prati e le statue del parco.
Bogdanov and dritto al punto. Le domand cosa avesse pensato per s stessa.
- Io resto, Sasa, - disse lei sicura. - Qui ho un lavoro, posso curarmi e non rischio di tornare in prigione. Kotik sta meglio, ha tanti amici...
- Non devi farlo per lui, - si affrett a dire Bogdanov. - Sono sicuro che Anatolij lo prenderebbe in casa volentieri. Suo figlio ha due anni, possono crescere insieme.
Non si sarebbe mai perdonato di imporle il fardello della prole. Durante una cena alla scuola di Bologna, tre anni prima, Aleksandra Kollontaj gli aveva rinfacciato una frase del suo romanzo. Gli aveva mostrato la pagina, con le righe sotto accusa evidenziate a matita.

Come la maggioranza dei bambini marziani, Netti aveva passato i primi anni della sua vita in casa con la madre. Quando era giunto il tempo di mandarla alla Colonia infantile, Nella non aveva voluto separarsi da lei, e aveva deciso di farsi assumere come educatrice.

"Non  il pianeta socialista che mi piacerebbe abitare, - gli aveva detto, - quello in cui l'esistenza delle madri  confezionata su misura per i figli".
Lui avrebbe voluto risponderle che era stato Leonid a raccontargliela cos, ma poi aveva preferito evitare una simile scappatoia. Non era nemmeno sicuro di non esserselo inventato lui, quel particolare.
"Anche su Marte ci sono contraddizioni, - le aveva ribattuto, - come in tutto ci che esiste. Una societ ideale senza conflitti non sarebbe ideale. Sarebbe una bugia".
Lei gli aveva suggerito di interrogarsi se certe contraddizioni erano soltanto su Marte, o se non stavano anche nella mente dell'autore. Bogdanov era rimasto zitto. Non era facile tener testa su certe questioni a una donna che molti anni prima aveva lasciato a San Pietroburgo il marito e il figlio di quattro anni, per andare a studiare a Zurigo e diventare una rivoluzionaria.
Anfusa sistem un ricciolo biondo sotto il cappello a cloche.
- Non capisci. Avere accanto Kotik mi d un motivo in pi per restare viva.
- Se le cose mi andassero bene, - ritent lui, - potrei trovarvi una sistemazione in Russia, tra qualche tempo. Ho un libro da pubblicare, il seguito di Stella rossa. Ho contatti con i giornali...
- Sarei soltanto la tua amante e la madre di tuo figlio, - lo interruppe Anfusa. - Sono sicura che non  quello che vuoi. Di certo non lo voglio io -. Gli sfior il volto. - So che vuoi bene a Kotik e a me. Per la mia vita  qui. Qui ho i miei amici, donne e uomini che amo frequentare e che mi aiutano. E c' questa grande, meravigliosa citt dove non siamo perseguitati. Non voglio che mio figlio cresca sotto il regime dello zar. Non voglio che abbia il nostro stesso destino. Voglio che sia libero.
Bogdanov la ascolt parlare sentendo crescere l'attrazione disperata per lei.
Con il mio amore volevo darle felice ristoro, | con le mie carezze cancellare quell'impronta scura, | ma troppa poca gioia le ha dato il mio amore, | e troppe nuove sofferenze ha portato con s.
- Vieni, - lo invit lei. - Andiamo da lui.
Si alzarono e scesero per un sentiero diverso, lungo i marciapiedi che costeggiavano la ferrovia di Sceaux, sotto le chiome intatte di pini e cedri del Libano.
Passarono di fianco a una statua di bronzo, alta sul piedistallo. Rappresentava una vecchia donna, curva e malsicura, che si appoggiava a un bastone. L'altro braccio era sostenuto da una ragazzina, scalza, i fianchi stretti da un grembiule. Teneva gli occhi alzati, con premura, sul volto della vecchia, per assecondare le sue richieste e misurare i propri passi su quelli di lei. La scultura era pensata per suscitare piet e ammirazione, ma Bogdanov prov tristezza e si volse verso Anfusa, al suo fianco.
Cosa serviva a quell'anima, lo capii troppo tardi, | pi di una volta la mia mano la tocc in modo brusco. | Ora, dalle mie carezze,  nata la speranza, | la felicit materna  sorta nel suo cuore.
Trovarono Kotik in compagnia della tata, intento ad ammirare un cigno nero. Il bimbo corse incontro a suo padre, come faceva sempre, quasi che il loro saluto fosse regolato da un rituale preciso.
-  l'ultima volta che ci vediamo? - chiese il piccolo appena si sciolse dall'abbraccio. Bogdanov rimase interdetto dalla naturalezza della domanda.
- No, Kotik, - rispose. - Ci vedremo ancora, ma passer un po' pi di tempo, prima della prossima volta.
Il bimbo gli strinse la faccia tra le mani, come facevano con lui gli adulti che lo incontravano. Non era un gesto piacevole, ma il padre lo accolse come una carezza. Poi dovette trattenere il figlio, che gi voleva correre dietro a un'oca grande quanto lui.
- Volevo portarti dal fotografo, - annunci. - Perch tornando in Russia passer a trovare il nonno e volevo che vedesse il suo nipotino.
- Chi  il nonno? - domand Kotik, tirando il braccio per divincolarsi.
-  mio padre, Aleksandr Aleksandrovic. Non l'hai mai conosciuto.
- Perch ci chiamiamo tutti uguali?
- Te l'ho gi spiegato,  una tradizione di famiglia. Forza, bagnati le mani e pulisciti le ginocchia. Non vorrai farti la foto tutto sporco.
Kotik esegu, felice di poter mettere le dita nell'acqua, una di quelle imprudenze che di solito gli costavano una sgridata.
- Se vuoi, possiamo chiedere al fotografo come funziona la sua macchina. L'hai mai vista, dentro, una macchina fotografica?
- Macchina frotogafica! - grid il bimbo entusiasta e fil sulla ghiaia del viale, per precedere gli adulti al cancello d'uscita.
Bogdanov lo osserv correre, le gambe troppo corte per tenere quel passo, la blusa che impacciava i movimenti. Incespic e cadde. Anfusa acceler l'andatura, ma prima che lo raggiungesse, Kotik era gi in piedi. Spazz via la polvere con le mani e ripart di slancio verso la meta. Tocc il cancello e si volt eccitato, per controllare dove fossero i suoi genitori.
Bogdanov, rimasto indietro, si ferm.
Ma della pena e dell'angoscia passati non pu scomparire il veleno, | dolorosi continuano ad ardere i suoi occhi.
Inquadr Anfusa, poco pi avanti. Pareva spinta dal vento, la silhouette stagliata nella luce del pomeriggio. La osserv raggiungere il bambino, senza sapere che non l'avrebbe rivista mai pi.



Capitolo 22

Sul foglietto di carta c' scritto:

STAZIONE LENINGRADSKIJ
10.30. Binario 4.
A.K.

Bogdanov d'istinto lo accartoccia e lo butta nel caminetto. Il fuoco divora la carta. Perch lo ha fatto? La fuga dal comizio dell'opposizione di qualche giorno fa gli ha lasciato addosso un senso di inquietudine. La stringatezza del messaggio sembra voler gettare un ponte tra due vite vigilate. Di certo lo  quella di Aleksandra Kollontaj. Chiss quella di Bogdanov.
Proprio ieri, durante la passeggiata con Denni, si  fermato a sfogliare la "Pravda" nel caff vicino all'istituto. Un articolo ha attirato la sua attenzione. Invitava l'opposizione a un atto di disciplina, perch solo questa permette di compiere grandi imprese. E la disciplina consiste nell'accettare la sconfitta, perch il popolo sta col partito, e continuare a dividerlo  un gesto arrogante. Il pezzo portava la firma dell'ambasciatrice sovietica nel Regno di Norvegia, gi commissaria del popolo per la Solidariet sociale ed ex oppositrice. Aleksandra Kollontaj.
Il biglietto ormai bruciato potrebbe avere un legame con l'articolo. Ma Bogdanov non ha nessuna voglia di discuterne e si domanda perch mai l'autrice dovrebbe farlo proprio con lui, alla stazione, mentre  in partenza per la terra dei fiordi.
Avrebbe dovuto interrogare il fattorino, per cavargli qualche particolare in pi. Ma quello, a giudicare dall'aspetto, doveva essere un ragazzo ingaggiato per l'occasione ed  sparito appena consegnato il biglietto.
Bogdanov esce di casa, non ha detto nemmeno a Natal'ja dov' diretto.
Eppure non sta facendo niente di illecito. Segno che i tempi stanno cambiando, che la rivoluzione sta cambiando. Paura. Non pi della vendetta borghese, dei Bianchi, delle potenze imperialiste, ma di s stessi. Di ci che potrebbero diventare.
Sale sul tram e si fa largo tra i corpi incappottati fino a guadagnare un posto vicino alla portiera, salvo poi lasciarlo a un'anziana donna che spunta appena sotto lo scialle di lana tirato fin sopra la testa. I finestrini sono appannati dal fiato dei viaggiatori, tanto che Bogdanov deve pulire il vetro con il guanto per riconoscere la stazione. Scende appena in tempo e si ritrova di fronte al bel palazzo in stile italiano, coi capitelli corinzi sui pilastri e le bifore al pian terreno. L'orologio sulla torre segna le 10.15. Meglio affrettarsi.
Entrato nel grande salone, punta l'ingresso al binario 4.
Fende la folla di passeggeri e si imbatte nel capotreno, che si aggira inquieto accanto alla locomotiva.
-  questo il treno per Leningrado?
- In partenza tra pochi minuti, - risponde l'altro.
Oltre il ferroviere, ecco Aleksandra Kollontaj, in piedi sulla banchina. Indossa guanti neri da gran dama, sopravvissuti a un'epoca finita, e un colbacco di pelo. Il cappotto militare le arriva alle caviglie e sul bavero spicca la bandiera dell'Unione.
La raggiunge, notando le valigie che la circondano e i solerti facchini che le caricano sul treno.
Lei gli sorride ed  il sorriso di una vecchia ragazza che non smetter mai di affascinare gli uomini.
- Quindi  vero, te ne vai.
- S. Giusto in tempo per perdermi le celebrazioni, - risponde lei, affettando indifferenza. - Tutto sommato, mio caro, non mi dispiace cambiare aria. Qui diventa ogni giorno pi pesante.
Poi pare leggere qualcosa nell'espressione di Bogdanov, qualcosa di cui nemmeno lui si rende conto.
- Ho scritto quello che penso, - dice con durezza. - Mi  costato farlo, ma  la verit. Non ti ho fatto venire qui per avere la tua assoluzione, Bogdanov.
- Me ne compiaccio, - risponde lui. - Mi avresti deluso.
I bagagli sono a bordo, i facchini si congedano e lei li ringrazia con una stretta di mano.
Dal finestrino, spunta la testa della giovane donna che Bogdanov ha gi incontrato alla foresteria del ministero.
- Compagna Kollontaj... Il treno sta per partire.
Aleksandra Kollontaj fa un cenno di assenso e la testa rientra nello scompartimento.
- Non farti mai affibbiare una segretaria, dammi retta, - dice in tono complice. - Controllano ogni cosa che fai -. Lancia un'occhiata sprezzante verso lo scompartimento. - E probabilmente la riferiscono pure. Loro invece sono i miei angeli custodi, - aggiunge indicando due uomini guardinghi, in piedi accanto alla portiera del treno. Dalla postura, si direbbero militari o poliziotti. - Per la mia incolumit, - dice ancora lei con una punta di sarcasmo. - Nel caso qualche agente imperialista volesse vendicare l'istituzione degli asili statali e l'indennit di maternit.
Di colpo si fa seria e pare studiarlo, come indecisa di qualcosa, mentre il capotreno consulta l'orologio.
- Non ti ho detto tutta la verit su Voloch.
- Perch? - domanda Bogdanov.
Il suo stupore pare divertirla.
- Perch la mia vita non ti riguarda, mio caro. L'altro giorno avevi l'aria del ficcanaso.
Bogdanov rimane zitto, in attesa della rivelazione.
- Rividi Leonid a San Francisco nel 1915, - riprende lei. - Tenni una conferenza alle lega dei portuali e lui era tra il pubblico. Forse fu la casualit di quell'esserci ritrovati... Non lo so, ma tra noi ci fu un ritorno di fiamma. Mi disse che mancava dalla Russia da dieci anni, ma finch durava la guerra non sarebbe rientrato. Non voleva rischiare di essere richiamato alle armi. Disse che era gi rimasto fregato una volta. Aveva anche avuto un trauma da esplosione che gli aveva storto il cervello... disse proprio cos, "storto il cervello"...
Aleksandra Kollontaj assapora i propri ricordi.
- Era un bel tipo, vero? - soggiunge. - Affrontava la vita con lo spirito giusto.
- Come se non gliene importasse, - dice Bogdanov.
- S, come se non gliene importasse, - ripete lei. - Come se ci fossero soltanto l'oggi e il domani. Io sbarcai di nuovo in Russia nel gennaio del '17. Qualche mese dopo, mi pare, ricevetti una lettera di Leonid, nella quale mi diceva che aveva deciso di tornare. Guerra o no, una Russia senza i Romanov non voleva proprio perdersela, finch durava. Ricordo che a una delle ultime riunioni del consiglio dei commissari del popolo, poco prima che il governo si trasferisse a Mosca, Meninskij mi disse che aveva incontrato Voloch, da poco rientrato dall'estero. Non ho pi saputo niente di lui.
Bogdanov riflette su quanto ha appena ascoltato. In effetti combacia con i ricordi di Dmitriev, anche se Leonid non  mai tornato alla vecchia casa.
- Perch hai deciso di dirmelo? - domanda.
- Perch sembra che per te sia importante e invece per me non lo  pi. Appartiene al passato. E non c' motivo di essere gelosi del passato -. Nondimeno pare cullarlo, fissando il vuoto. - Sai cosa ricordo in particolare di lui? La sua risata. Era larga, contagiosa. Noi siamo sempre stati troppo seri, Bogdanov.
- S, - conviene lui.
Il capostazione invita i ritardatari a salire in carrozza. La testa della segretaria spunta ancora dal finestrino e questa volta il tono  perentorio.
- Compagna Kollontaj, vi prego di salire!
Gli angeli custodi le fanno segno di accomodarsi a bordo.
- Devo salutarti -. Inaspettatamente gli fa una carezza. - Fai attenzione. Sar un duro inverno.
Sale la scaletta. Il capostazione fischia e il treno si muove lento. D'un tratto Bogdanov la vede sporgersi dal finestrino e salutarlo con un gesto ampio, regale. Una regina guerriera. Domata, mai vinta. Indurita dalla Storia, pi che dall'umanit. Lui le restituisce il saluto nascondendo l'ondata di commozione che minaccia di sopraffarlo. Soltanto quando il treno  sparito dietro la curva dei binari, si volta e torna sui propri passi.
Invece di raggiungere la strada, siede nella sala d'attesa, come un passeggero in partenza.
Leonid ha evitato la guerra.  rientrato soltanto quando i bolscevichi hanno preso il potere e spinto la Russia fuori dal conflitto.  stato pi saggio di lui, che invece si  ritrovato ufficiale medico, a rattoppare ferite sotto i bombardamenti e a chiudere gli occhi ai cadaveri in trincea.
La guerra gli ha regalato la nevrastenia, mesi di sanatorio. Un calvario simile a quello di Leonid dopo Tiflis. Ne sta ancora pagando il conto. Il mondo intero lo sta ancora pagando. La rivoluzione stessa  sorta da quell'abisso, per riscattarlo. Il fatto che duri da pi tempo di quanto sia durato il conflitto contro gli imperi centrali e poi contro i Bianchi  il segnale pi incoraggiante del secolo.  anche il motivo per cui la gente sceglie di tenersela, quella rivoluzione, anzich metterla a repentaglio sfidando il partito. Per le persone oltre la vetrata, che attraversano il mattino moscovita avvolte nei pastrani, ci che conta  vivere. La pace, quindi, un briciolo di prosperit possibile. Che diritto pu mai avere lui di sentirsi diverso? Se ha abbandonato l'idea del suicidio molti anni prima, quando ha lasciato la politica per dedicarsi soltanto alla battaglia culturale, non  cos strano che nel tempo abbia trovato un modus vivendi.
Si alza, infine, per guadagnare l'uscita. L'aria fresca ridesta i sensi, spingendolo a camminare spedito in mezzo alla gente.



Parte terza
Leonid



Capitolo 23

Il velivolo  pronto al decollo, il muso puntato verso le stelle. La fusoliera ha i contorni di una goccia metallica. Gialla nella parte superiore, nera sulla pancia. La coda termina a campana, simile a un grande clarinetto d'ottone. Sulle fiancate si succedono quattro piani alari, di dimensioni crescenti. I primi tre sono semplici impennaggi e stabilizzatori, l'ultimo  un'ala dal profilo biconvesso. A prua, le due pale di un'elica, lunghe e sottili. Un annuncio stentoreo sciorina i dettagli del volo.
- L'uso di un paracadute non permette di scegliere il luogo dell'atterraggio, mentre la discesa con un retro-motore, come suggerito da Ciolkovskij, consuma molto pi carburante di una semplice planata. Pertanto, il nostro Friedrich Cander ha progettato un razzo che prende quota e scende a terra come un aeroplano.
Bogdanov osserva il prototipo in scala uno a cento, appeso al soffitto dipinto di galassie. Accanto a lui, Denni  rapita dall'oratore, che illustra ai visitatori le meraviglie della Prima esposizione mondiale di apparecchi e macchine interplanetari. Porta i capelli corti, da soldato, e un filo di barba gli sporca le guance. Occhi neri, malinconici, gli angoli piegati all'ingi. La voce  quella ormai adulta di Moris Lejtejsen, il ragazzino che a Kuokkala, dopo cena, irrompeva nella stanza comune e come favola della buonanotte chiedeva dettagli sul funzionamento di un razzo.
La guerra s' portata via suo padre e l'ha spinto a entrare in aviazione. Adesso si occupa di comunicazioni spaziali e di quando in quando scrive a Bogdanov, per confrontarsi sulla tenuta di un motore o di una teoria dell'universo. Come se intorno ci fossero ancora le pareti di villa Vasa, a cullare le loro visioni.
- Raggiunti gli strati pi alti dell'atmosfera le ali si ripiegano, l'elica si arresta ed entra in funzione il reattore, che spinge il missile fuori dal campo gravitazionale terrestre. Come combustibile, si sfruttano le parti del mezzo che sono inutili per questa fase del viaggio, e che lo saranno anche al ritorno, visto il calo di peso dovuto al consumo di carburante. Superfici, travi e pale, costruite in una lega d'alluminio, bruceranno per reazione con ossigeno liquido vaporizzato.
La novit dell'invenzione eccita il pubblico, aumentano i bisbigli. Due uomini vestiti con strane tute litigano sui vantaggi dei propellenti ibridi. Una giovane donna estrae un taccuino e scrive calcoli a matita. Dietro di lei, il ritratto di Friedrich Cander spicca come l'icona di un santo sopra un altare di cimeli aeronautici e ritagli di giornale, schemi di motori e circuiti elettrici, cianfrusaglie cosmiche e disegni di missili in sezione, incorniciati ed esposti con le relative etichette. Una galleria d'arte che arriva dal futuro.
- La vostra tecnologia  molto pi progredita di quanto immaginassi! - esulta Denni sottovoce. - Un tempo anche le nostre eteronavi riempivano i serbatoi con il combustibile necessario per completare il viaggio. Poi abbiamo scoperto come spedire l'energia.
Bogdanov fa girare l'elica di un modellino con un colpo di dito. "Spedire l'energia", strano concetto. Come se fosse un biglietto d'auguri.  sempre istruttivo parlare di scienza con chi non conosce i termini adatti, perch utilizza immagini quotidiane, cio ragiona per sociomorfismi, e dal momento che tutto, nell'universo,  organizzato secondo gli stessi princip, non di rado coglie similitudini che il gergo degli specialisti nasconde alla vista.
- Intendi dire come il sole, che spedisce la sua energia sulla Terra e riscalda le cose?
- No! - esclama Denni. - Intendo spedire come si spedisce la voce. Per le radiazioni devono avere un'onda molto pi corta, circa quindici centimetri. Noi le usiamo anche per cuocere il cibo.
Il volto di Denni trabocca d'entusiasmo. Snocciolare i dettagli del suo mondo fantastico la rende felice. Nel deserto d'affetti dell'orfanotrofio, i romanzi spaziali le hanno offerto rifugio. Deve aver divorato tutti i titoli che le capitavano a tiro, non soltanto Stella rossa. Poi li ha mescolati insieme, ha creato Nacun e ci si  trasferita. L'unica differenza tra lei e Moris Lejtejsen  che lui non ha voluto sognare da solo. Ha preso le sue invenzioni di bambino e le ha rese compatibili con l'esperienza collettiva, cio con la realt. Denni non l'ha fatto, perch i suoi sogni dovevano restare privati, inaccessibili agli altri, come un inespugnabile castello in aria. Il desiderio di conoscere il padre l'ha costretta a uscire, ma invece di adeguare la sua esperienza individuale a quella condivisa, cerca disperatamente di ottenere il contrario. Povera ragazza.  stata una buona idea portarla alla mostra. Qui pu conoscere persone che sognano per stare insieme. Doveva chiudere in giugno, ma l'hanno prolungata, visto il grande successo. E dire che non la volevano nemmeno autorizzare. "I viaggi interplanetari sono un argomento prematuro, che induce nelle masse false aspettative!" I promotori sono strani anarchici vegetariani. Gestiscono un ristorante dove si fa lo sconto ai creativi e agli inventori. Talmente frequentato che con i proventi di un mese ci hanno finanziato l'intero allestimento.
Denni contempla una riproduzione dell'impalcatura d'acciaio che l'americano Goddard ha costruito per il lancio del suo famoso razzo a propellenti liquidi. La targhetta spiega che si trattava di un cilindro di ferro lungo un braccio, volato per tre secondi fino a un'altezza di quindici metri. L'informazione  scritta in due lingue, russo ed esperanto, dopo le quali si stende una riga di numeri e simboli matematici.

x0 + 20 1v - 5v12 - 3' - 15%y + XV

- C' un errore, - commenta Denni confusa. - Qui dice che questo Goddard detiene il record in altezza per un razzo a reazione. "Record" vuol dire il miglior risultato, giusto? Non pu essere quindici metri.
Bogdanov la invita a seguirlo.
- Vieni, ti presento un amico.
Lejtejsen ha terminato la sua prolusione e per parlare con lui bisogna mettersi in fila.
Dietro a Denni, si accodano i due litiganti in tuta. Hanno smesso di discutere di propellenti e ora si concentrano sul proprio abbigliamento, studiato apposta per le stazioni sovietiche su Marte.
L'uomo che li precede regge un vasetto, dal quale spunta timida una pianta di fagiolo.
Quando arriva il suo turno, lo consegna a Lejtejsen pieno di orgoglio.
- Coltivazione al chiuso, - spiega, - un modo per produrre cibo durante i viaggi interplanetari. Al posto del sole, ho piazzato lampade a vapori di mercurio, mentre come sostrato ho usato carboni sbriciolati, che sono tre volte pi leggeri del terriccio.
Lejtejsen si rigira il vaso tra le mani, con sincero interesse. Contempla il pallore delle foglie, esamina una manciata dell'humus prodigioso.
- E per nutrirla?
- Escrementi, - s'illumina l'inventore. - Miei, della mia famiglia e di quattro vicini. Per simulare i numeri di un normale equipaggio di razzonauti. Niente acqua, solo urina.
Con una smorfia, Lejtejsen lascia cadere la poltiglia nera che stava analizzando. Il vaso torna tra le braccia del proprietario, che lo accoglie come un cucciolo bisognoso di cure.
Si congeda commosso, consegnando a Lejtejsen un biglietto da visita, per essere coinvolto nella costruzione di serre sulla prossima astronave in partenza per lo spazio.
 il turno di Bogdanov. Porge la mano per salutare, ma l'altro si pulisce le dita sui pantaloni e lo sorprende con un abbraccio.
- Non speravo pi che sareste venuto. Che ve ne pare della mostra?
- La parte scientifica  stupefacente, - si complimenta Bogdanov. - Ci sono i progetti pi importanti. La sezione letteraria  un po' striminzita, a dire il vero. Soltanto Verne e Wells...
- Avete ragione, avremmo dovuto metterci anche Bogdanov, - dice Lejtejsen con malizia.
Ridono, mentre Denni rimane seria.
- Ti presento Denni, - dice Bogdanov per coinvolgerla. -  la figlia di Leonid Voloch. Ricordi? Un compagno dei tempi di Kuokkala.
- Il nome mi dice qualcosa, - una pausa. - Era quel tipografo di Kaluga che conosceva tutti i racconti di Poe?
- No, un operaio di San Pietroburgo. Ma non ha importanza. Denni  ospite da me qui a Mosca, si tratterr per qualche mese e non conosce nessuno. Volevo metterla in contatto con il vostro gruppo, credo le farebbe piacere partecipare alle riunioni.  un'appassionata lettrice di libri sui viaggi spaziali e poco fa, mentre parlavi, mi ha fatto un'osservazione a proposito del carburante.
La ragazza capisce che  il suo turno di parlare.
- Finch stiverete sul razzo tutto il carburante necessario al viaggio, non andrete lontano, - dice in un fiato.
- Ah, certo! - conferma Lejtejsen con enfasi eccessiva, come si fa per lodare un bambino, quando scopre una verit risaputa. - Proprio in queste settimane, Cander e io stiamo sviluppando un sistema di specchi per concentrare l'energia del sole e trasformarla in propellente.
Denni si morde il labbro, come se la bocca fosse sul punto di parlare contro la sua volont.
- Una vela funzionerebbe meglio, - dice alla fine. - E non avreste bisogno di trasformare l'energia.
- Una vela? E cosa la gonfierebbe? Nello spazio non c' vento!
- Una vela per il sole. Se una grande superficie assorbe la luce da un lato e la riflette dall'altro, si crea una differenza di pressione e quindi una spinta. Ma siccome non c' sempre un sole alla portata,  meglio sfruttare l'energia del nulla. Quella  ovunque. Lo spazio vuoto ne  pieno.
Lejtejsen accoglie la notizia sollevando appena le sopracciglia. La sua pazienza  ammirevole. I miraggi di cosmofili e missilisti sono il suo pane quotidiano. A parole, tutti gli scienziati sostengono la necessit di divulgare i progressi delle loro discipline, ma pochi sono capaci di farlo senza mettersi in cattedra, rinforzando la barriera che dicono di voler abbattere.
- Il vuoto  pieno? - domanda con l'interesse che aveva da bambino.
- Proprio cos, - spiega Denni, - ma  difficile accorgersene, perch  come un suono che abbiamo nelle orecchie fin dalla nascita. Eppure, c' abbastanza energia, qui nel mio pugno, per far bollire i fiumi della Russia. Basta saperla catturare.
- Molto affascinante. Se verrete alle nostre riunioni, mi piacerebbe davvero approfondire. Ora scusate...
Bogdanov si volta, ci sono gi in attesa altre cinque persone, con rotoli di carta sotto braccio, modellini di razzi, libri, brogliacci e misteriose scatole di latta. Ringrazia, saluta e con una leggera spinta sulla schiena invita Denni a farsi da parte. Mentre si allontanano, coglie brandelli di conversazione sulla melonite detonata in aria compressa, i mesi necessari per raggiungere Venere e il peso ideale del missile che verr presto messo in orbita intorno alla Terra.
Nella stanza accanto, tre grandi manifesti riportano i versi di una poesia. Il primo  in russo, il secondo in esperanto, il terzo  la solita sequenza di numeri e simboli matematici. Il titolo recita: Dedicato all'inventore. L'autore  un certo Sergeevic, mai sentito.
Tu fai svanire le distanze | tu fai svanire notte e giorno | tu cambierai l'universo | e spazzerai via la Natura!
Bogdanov si ferma dopo le prime righe. Celebrare gli inventori  un insulto alla cultura proletaria. L'individuo non  importante di per s, ma in quanto il suo talento arricchisce la collettivit. Non saranno i singoli scienziati a spazzare via la natura.  l'umanit intera che si organizza da millenni per quell'obiettivo. Nessun organismo pu sopravvivere senza espandersi a dispetto dell'ambiente.  una legge tectologica. La conservazione  un equilibrio dinamico. Ogni cambiamento nell'ambiente  bilanciato da un cambiamento nel sistema. Ma quest'armonia non  mai perfetta. Prima o poi, si verifica sempre un'alterazione pi drastica, che mette in crisi gli assetti consolidati. Lasciata al caso,  molto difficile che una simile trasformazione sia favorevole al sistema. Pertanto, occorre giocare d'anticipo. Assimilare l'ambiente, in modo che le sue resistenze negative si scontrino con un maggior numero di attivit opposte, messe in campo dall'organismo. In una parola: sviluppo. Prima conquistare la Terra, poi lo spazio profondo.
In un angolo della stanza si staglia il busto di Ciolkovskij, circondato dai suoi libri, dai suoi disegni e da una stampa in caratteri cubitali della sua "equazione del razzo", omaggiata come l'atto di nascita dell'ra cosmica. Subito a fianco si apre la cappella votiva di Kibalcic e dalla parte opposta quella di Polevoj, l'uomo che ha costruito modelli a reazione di qualunque veicolo immaginabile: treni, auto, slitte, navi, sommergibili, cingolati, tricicli, mongolfiere.
Il quarto angolo  dedicato al linguaggio interplanetario AO, che si rivela essere la terza lingua nei cartelli della mostra. Un codice basato su assiomi e operazioni grammaticali, con undici simboli, sette prefissi e nove morfemi. La lingua ideale per comunicare con gli alieni.
Al centro dell'ultima sala, Denni  attirata da un grande cannone, che mira il soffitto con un angolo di sessanta gradi. Dalla bocca, spunta l'ogiva di un proiettile, ma invece di essere in metallo opaco  formata da quattro vetrate trasparenti. Il bersaglio dell'arma sono i crateri della luna, riprodotti in cartapesta. Sul tavolino accanto, esplosi e spaccati prospettici mostrano come quattro individui possano alloggiare all'interno della nave-pallottola.
- Davvero pensate di arrivare cos sulla luna? - si stupisce Denni. - Non c' una gran differenza tra sparare un uomo dentro un proiettile e sparargli con quel proiettile. I viaggiatori resterebbero spappolati per via della...
- ... forza d'inerzia, - conclude Bogdanov. - S,  un problema noto. Infatti questa navicella non  mai stata costruita. Come le altre che hai visto. Ma mentre alcune potrebbero esserlo in futuro, questa  un'invenzione letteraria del passato. Non hai letto Jules Verne, Dalla Terra alla Luna? In quel libro, l'autore non s' posto il problema dell'inerzia e di come controllarla. Io invece, in Stella rossa, ho risolto la questione. Almeno in linea teorica.
- Be', non proprio, - si azzarda a dire Denni.
Bogdanov arretra di un passo e con un gesto plateale appoggia le mani sui fianchi.
- Ah, davvero? - dice impettito. - Sentiamo, cos'ha che non funziona la mia eteronave?
- Immagino sia stato Leonid a dirti che le nostre navi viaggiano grazie all'omiron, - attacca Denni. - La materia negativa.
- Non ricordo, - ammette Bogdanov. - Ma certo non aveva idea di come funzionassero. Cos l'ho chiamata materia minus, pensando che avesse gravit negativa e che annullasse il peso del velivolo, di modo che un motore a energia nucleare potesse spingerlo senza fatica.
- Molto ingegnoso! - si congratula Denni. - Solo che l'omiron non ha affatto gravit negativa. Cade per terra come la materia normale. Per, se metti a contatto l'uno con l'altra, si disintegrano a vicenda, producendo una grande energia. Un chilo di materia e uno di omiron sono quattro miliardi di volte pi efficienti di un chilo di combustibili fossili.
Conclusione ideale del tipico sproloquio da razzomaniaco. Calcoli con nove zeri. Numeri inconcepibili, infiniliardi di energia. Eppure, per quanto strampalati, i discorsi di Denni sono infarciti di concetti che non ci si aspetterebbe da una ragazza cresciuta in orfanotrofio, durante guerre e stravolgimenti sociali, e nemmeno da una semplice lettrice di romanzi interplanetari.
- Non sapevo fossi appassionata di fisica. Chi te l'ha insegnata?
La ragazza non si fa prendere in contropiede.
- Su Nacun non facciamo distinzioni tra fisica, biologia, letteratura. Studiamo tutto allo stesso modo.
Bogdanov non ribatte, si avvicina a una navicella spaziale.  la ricostruzione di quella descritta da H. G. Wells nel suo romanzo sulla conquista della luna. Una sfera di vetro rivestita da un'armatura opaca, divisa in spicchi quadrati e triangolari.
- C' una cosa che Leonid non mi ha saputo spiegare, - dice Bogdanov a bruciapelo. - Se Nacun non si trova nel nostro sistema solare, allora dev'essere distante anni luce dalla Terra. Il che vuol dire anni di viaggio, visto che nessun oggetto pu andare pi veloce della luce. Come ha potuto visitare quel pianeta e tornare sulla Terra in soli sette mesi?
- Ha preso la scorciatoia.
Anche stavolta una risposta pronta, come se Denni avesse gi messo alla prova le possibili incoerenze della sua pseudologia.
- Continua, - la invita Bogdanov, pronto per un'altra storia dallo spazio siderale.
- Se vuoi volare da qui fino al capo opposto della Russia, la rotta pi breve passa vicino al Polo Nord, giusto?
- S.
- Per se hai una mappa piatta della Terra, invece di un mappamondo, puoi pensare che il tragitto pi veloce sia la linea retta che unisce i due punti e attraversa tutta la Russia. Mentre sulla Terra, che  tonda, le linee rette non esistono. Sono tutte curve. 
- Corretto, - concede Bogdanov.
- Anche lo spazio siderale  tutto curve, - continua Denni. - Ma le vostre mappe lo raddrizzano. Se invece hai la mappa giusta, allora puoi tracciare la rotta pi breve. Tagliare le curve.
- Una scorciatoia, - conclude Bogdanov battendo le mani divertito.
La ragazza ha davvero pensato a tutto. Il suo sistema  stabile, ben organizzato contro gli attacchi dell'ambiente esterno. Nessuna verit oggettiva pu scalfirlo, perch la verit oggettiva si costruisce lavorando insieme, e Denni  sola nel suo universo. Almeno per ora.
- Vieni, - le dice, -  ora di tornare a casa.
Dice "casa", non "istituto", e dev'essere la prima volta che usa quel termine con lei.
Si dirigono all'uscita, passando tra i modelli esposti. I diversi razzi sembrano rivelare la provenienza dei loro progettisti. Quello di Max Valier, sudtirolese,  un fuso di metallo e volont tedesca, con due ali tozze, simili a braccia, ognuna terminante in un missile aguzzo. L'astronave di Federov  una balena di latta, piena di misteriosi diverticoli e trombe estroflesse, che ci s'immagina navigare malinconica e russa verso altre galassie. Il siluro lunare di Goddard  un proiettile gigante, senza fronzoli, pragmatico e yankee. I velivoli di Esnault-Pelterie sono farfalle di eleganza francese, mentre il razzo a quattro stadi con motore a doppia reazione, dell'italiano Gussalli,  barocco a partire dal nome.
A due passi dalla porta, su un palchetto di legno, il libro degli ospiti attende una firma.
Prima di mettere la sua, Bogdanov controlla il frontespizio, non si sa mai.
"Lista d'attesa per il primo viaggio sulla luna, organizzato dall'Associazione inventori - sezione interplanetaria", c' scritto in russo, esperanto e AO.
Bogdanov scrive le sue iniziali.
A. B.
Denni raccoglie la matita e aggiunge il suo nome subito sotto.
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A quanto pare Nacun ha pure il suo alfabeto.



Capitolo 24

Il libro  uno di quei volumi che si trovano nelle biblioteche, la coperta in tela rossa, le lettere del titolo in caratteri dorati. Charles-Louis Philippe - CROQUIGNOLE.
Natal'ja Korsak lo tiene aperto davanti a s, mentre compila un quaderno sottile, con il pennino che gratta la carta. Un'occhiata alle pagine, una scritta. Un'occhiata, una scritta.
La capoinfermiera procede cos da una mezz'ora, china sul tavolo di lavoro. Non una scrivania dalle zampe intagliate, come nello studio del marito, ma un banco d'alluminio lungo quanto la parete. Anche la stanza ha un aspetto semplice, pi essenziale di quella del direttore, che resta la pi spaziosa ed elegante di tutto l'istituto.
Denni  seduta su uno sgabello, sotto un armadietto pensile a quattro ante. Indossa una vestaglia di lana, talmente abbondante che la testa sembra spuntare da un mucchio di stoffa. Nell'ora di pausa che segue il pranzo, quando Natal'ja non  impegnata con i pazienti, le piace stare in sua compagnia ed esplorare la giungla di oggetti che lei accumula sulla superficie lucida di metallo freddo. Un samovr di peltro a forma di botte, circondato da libri, carte, provette, scatole di medicine. Tre vasi di vetro colmi delle radici di altrettanti bulbi. Forbici da sarta e ritagli di stoffa dipinti a mano. Una lampada ricavata da un fiasco di vetro. Da un paio di giorni, per, le sue attenzioni sono concentrate sulla radio a valvole che le ha portato Kotik. Denni la prende sulle ginocchia, solleva il coperchio della scatola che la contiene e inizia a smontare una delle tre manopole, ma la distraggono i gesti della capoinfermiera.
Un'occhiata, una scritta. Un'occhiata, una scritta.
- Perch stai ricopiando quel libro? - chiede dopo averla osservata per un po'.
- Non lo sto ricopiando. L'originale  in francese e io lo traduco in russo.
- Quindi adesso fai la traduttora? - insiste la ragazza.
Natal'ja chiude la stilografica e si rassegna a riporla tra le pagine del volume, per non perdere il segno.
- No, sono sempre infermiera. Per molti anni fa, mi sono guadagnata da vivere anche con le traduzioni. Ora le faccio per passione.
- Voi terrestri siete strani, - commenta Denni. - Dite di essere il lavoro che fate. Sono infermiera, sono medico. Su Nacun sarebbe impossibile. La gente cambia mestiere molto spesso. Un tempo c'era un ufficio statistico che organizzava le attivit, stabiliva il numero di addetti per ciascun settore, pubblicava l'elenco alla sera e ognuno poteva scegliere cosa fare, giorno per giorno. Tanto, non c' davvero differenza tra un compito e l'altro. Si tratta sempre di gestire qualcosa. Macchine, organismi, istituzioni. Sono costruiti tutti nello stesso modo.
Il capitolo di Stella rossa dedicato al lavoro. Natal'ja se lo ricorda bene. Le teorie di suo marito trasformate in un sistema perfetto. Denni lo recita con tale convinzione che si  tentati di assecondarla. Ma Natal'ja non crede che sia la strada giusta.
- Io nella vita ho fatto due mestieri, - dice girando la sedia verso di lei. - Assistere i malati e tradurre romanzi. Entrambi consistono nel prendersi cura, ma ti assicuro che c' una bella differenza. Se metti un traduttore a iniettare vaccini, rischi la catastrofe.
Denni armeggia pi di prima con le manopole della radio, come se volesse nascondere l'imbarazzo.
- Quando hanno chiuso l'ufficio statistico, io ero molto piccola. So che l'hanno spento perch non era pi in grado di scegliere le soluzioni migliori. Ne trovava tre o quattro, poi si bloccava. Chiedeva altri dati, ma non facevano la differenza. Perch in realt aveva bisogno di nuovi programmi.
Interessante, pensa Natal'ja. Parla del mondo descritto in Stella rossa come se fosse il passato. E del resto, quel romanzo  uscito vent'anni fa. Se il socialismo marziano esistesse davvero, non potrebbe certo essere uguale ad allora. La recita di Denni tiene conto anche di questo. Ecco perch Sasa ne  cos affascinato.
- Come avete sostituito il grande ufficio statistico?
Denni smette di dedicarsi alla radio, solleva la testa. Eccola sul suo terreno preferito.
- Abbiamo ripreso a discutere. A fare politica, come dite voi. Pensavamo di averla sostituita con il calcolo, ma era un'illusione. Fin da principio, tutte le scelte dell'ufficio statistico, persino quelle pi scontate, avevano alternative dello stesso valore. Anche in una societ come la nostra, senza interessi di parte, esistono diversi modi per assicurare il benessere collettivo. Se siamo arrivati a discutere dell'invasione della Terra e dello sterminio degli umani,  perch abbiamo prosciugato le risorse del nostro pianeta. E le abbiamo prosciugate perch l'ufficio statistico era programmato cos, per considerare impossibile un equilibrio con l'ambiente. L'unico modo per sopravvivere, diceva la nostra scienza, era il continuo sviluppo. Chi si ferma  perduto. Ma appunto. Era la nostra scienza. Finalmente giusta e universale, pensavamo. Ma su Nacun, non ci siamo solo noi. E nell'universo, non c' solo Nacun.
La porta della stanza si schiude appena, dallo spiraglio fa capolino un infermiere.
- Sono arrivati i conigli, - annuncia. - Il fattorino li sta scaricando nell'atrio. Bisogna firmare i documenti di trasporto.
Natal'ja si alza, dice a Denni di aspettarla, ma la ragazza la segue in corridoio.
Una schiera di porte e una di finestre si affrontano da pareti opposte. In fondo alle due file, dove c' l'ingresso, si va innalzando un muro di sbarre sottili. Natal'ja parte in quella direzione, Denni subito dietro.
Dal portone spalancato sulla via Jakimanka, entra l'aria gelida del giorno dei morti.
Il fattorino impila le gabbie, ormai sono quattro piani.
- Ventitre, - conta prima di girarsi e prenderne un'altra.
Gli animali si muovono a scatti, disorientati dalla mancanza di un rifugio. I nasi fremono dietro le inferriate.
La capoinfermiera domanda dove firmare, ma l'uomo le risponde che ha bisogno del direttore.
Natal'ja si allontana con passi affrettati, ordinando a Denni di tornare in stanza.
- Qui fa troppo freddo, rischi di ammalarti.
La ragazza non le obbedisce.
- Ventiquattro, - scandisce il fattorino.
Denni appoggia le dita sulle sbarre di una gabbia, cerca di sfiorare il muso di un coniglio, ma l'animale saltella in un angolo, tremante di paura.
- Keshet milad urukama il, - sussurra la ragazza. - Ahim le dadi besbey?
- Venticinque, - le risponde il fattorino con uno sbuffo di fatica. L'uomo si massaggia la schiena e osserva quello strano ragazzo dai tratti effeminati, che piagnucola in una lingua sconosciuta, mentre accarezza le grate di ferro.
Denni si inginocchia sul pavimento e si abbassa fino a sfiorarlo con l'orecchio, per rivolgersi agli animali nelle gabbie alla base. La maggior parte ha il pelo bianco e nero, ma ce ne sono anche grigi, fulvi e immacolati.
- Ventisei, - ansima il fattorino e con stupore nota che i conigli si sono messi tutti nella stessa posizione, come inquilini di un condominio affacciati alle finestre. Se ne stanno l, fermimmobili. Uno di loro, il pi grosso, emette un verso da piccione, un gu-gu basso e ingolato. Appena finisce, gli altri battono i denti o le zampe posteriori, con un ritmo incalzante. C' da credere che all'improvviso potrebbero afferrare i chiavistelli e uscire fuori in un'unica orda.
- Li avete ipnotizzati? - domanda l'uomo ridacchiando.
Un rumore di passi spaventa i conigli, l'incantesimo si spezza.
 Bogdanov, seguito dalla moglie e da tre giovani infermieri.
Il fattorino estrae dalla tasca due fogli ripiegati e li porge al direttore. Sono stampati su entrambe le facce, ma una  annullata con un tratto di penna. La carta  preziosa, non la si pu usare una volta soltanto. Bogdanov fa segno agli infermieri di trasferire i conigli nella stanza adibita allo scopo.
Denni si appoggia con la schiena al muro di gabbie, allarga le braccia e le gambe per proteggerle dall'assalto.
- Questi poveri esseri non sanno nemmeno cosa li attende. Ho provato a spiegarglielo, ma ci capiamo appena. Non potete ucciderli senza avvisarli.
Bogdanov si sforza di avere pazienza, ma non  la giornata adatta.
- Ventisette, - conta il fattorino, appoggiando la gabbia contro la parete opposta.
Sul "Giornale per l'educazione continua dei medici",  uscito un articolo di Nikolaj Elanskij che stronca le ricerche dell'istituto. Sostiene che i presunti benefici del collettivismo fisiologico sono confermati solo dalle impressioni dei pazienti. Niente esami delle urine, misure di pressione e temperatura, conteggio dei linfociti. "Simili studi ci riportano indietro al Medioevo". Quanto livore, a soli trent'anni! E tutto per vendicarsi di una leggera critica, l'aver definito il suo manuale "utile, ma superficiale e a tratti scorretto". Merita una risposta? Nel caso, bisognerebbe trovare il tempo di scriverla, invece di perderlo a discutere del linguaggio dei leporidi.
- Noi non sappiamo parlare agli animali, Denni.
La ragazza stringe i denti amareggiata. - Dimenticavo che per voi sono soltanto cose.
I tre infermieri si fermano, indecisi sul da farsi, o curiosi di assistere alla scena. Bogdanov con un gesto spiccio li invita a procedere, partendo dalle gabbie che la ragazza non riesce a difendere.
- Siamo tutti cose, Denni. Siamo fatti di carbonio, acqua, minerali.
Se non si toglie da l, bisogner portarla via di peso.
- Allora perch considerate certe cose pi importanti di altre?
- Perch organizzare significa scegliere! - sbotta Bogdanov. - Scegliere a beneficio della collettivit.
La ragazza ansima, il sudore freddo le bagna il viso, o forse sono lacrime.
-  questa la tua tectologia... - mormora con gli occhi smarriti. - E se si trattasse di esseri umani? Se la stabilit del sistema imponesse il loro sterminio? Quanti milioni saresti disposto a ucciderne a beneficio della collettivit?
- Ventotto, - biascica il fattorino senza perdere il filo, impilando con metodo un coniglio sopra l'altro.
- Non essere assurda, Denni, - si lamenta Bogdanov. Poi si rivolge a Natalja: - Per favore, accompagnala in camera.
La moglie si avvicina alla ragazza.
- Adesso basta. Rientriamo. Ti stai congelando, qua fuori.
- Aspettate!
La voce di Vlados, che si avvicina con un foglio in mano.
- Ventinove, - farfuglia l'indefesso trasportatore di gabbie.
- Non  detto che i conigli ci servano subito, - dice Vlados, mentre consegna il foglio a Bogdanov. - Dieci mesi fa, al pronto soccorso del terzo ospedale di Mosca, un uomo di quarantacinque anni  stato curato per un incidente stradale. Investito in bicicletta. Gli esami hanno rilevato nel suo sangue la presenza di strani micobatteri simili a quelli della nostra paziente.
- Pensi che sia Voloch? - domanda il direttore.
- Si chiama Igor Pasin, - risponde Vlados. - Altro non so. Attendo che ci trasferiscano la cartella clinica completa.
- Dobbiamo ricoverarlo qui il prima possibile, - dichiara Bogdanov, con la frenesia di chi vorrebbe gi entrare in azione. - Prima di partire con il trattamento sulle cavie, bisogna avere gli esami di questo Pasin.
- Trenta! - conclude il fattorino impilando l'ultima gabbia con un sospiro di sollievo.
Il direttore firma rapido i fogli negli appositi spazi, li ripiega e glieli consegna. L'uomo fa un saluto militare e se ne va.
- Nel frattempo Denni potrebbe occuparsi dei conigli, - suggerisce Natal'ja. - Dar loro da mangiare, pulire le gabbie...
-  un'ottima idea, - si affretta a dire Bogdanov, mentre la ragazza si inginocchia con sollievo, a bisbigliare qualcosa nelle grandi orecchie degli inquilini del secondo piano.



Capitolo 25

Un caseggiato anonimo e giallastro, nella prima periferia, riprodotto in serie a ogni incrocio. Mentre Vlados verifica sugli appunti che l'indirizzo sia quello indicato nella cartella clinica dell'ospedale, Bogdanov contempla il portone al di l della strada.
- Come avete detto che si chiama?
- Igor Pasin, - risponde Vlados.
- Professione?
- Non c' scritto. Nato a Mosca nel 1883. L'indirizzo  questo.
Uno accanto all'altro, chiusi nei cappotti e con i cappelli in testa, paiono due manichini che spuntano dalla neve o i personaggi di un'opera teatrale.
Attendono ancora un istante prima di attraversare la strada, titubanti per ci che potrebbero trovare. Un caso di tubercolosi dello stesso tipo di Denni. Una coincidenza? Una lontana parentela? O magari una pi stretta... Bogdanov azzarda il primo passo, per annullare la distanza che lo separa dalla verit. Se questo Pasin fosse il padre naturale della ragazza? Se fosse Voloch?
A Vlados non importa. Per lui  soltanto la ricerca scientifica che conta, e la carriera. Trovare un riscontro, aggiungere carne al fuoco della conoscenza. Non deve districarsi nella selva della propria storia.
I due procedono appaiati, attraverso la strada e poi nel cortile antistante il palazzo. L'andito  ampio e cupo. C' puzzo di umidit, misto a un vago odore di cavolo bollito. Sulla parete  esposto l'elenco degli inquilini, illuminato da un raggio di luce che filtra attraverso una lunetta sopra il portone.
Bogdanov scorre i nomi col dito.
- Pasin. Secondo piano.
Salgono i gradini sconnessi, coperti con una guida rossa e lisa, sfilacciata in pi punti, fino a raggiungere un corridoio e la porta dell'appartamento.
Ecco. La distanza  annullata. Ora sapranno.
Vlados bussa. Pochi colpi secchi.
Silenzio.
Bussa ancora, questa volta pi forte.
Niente.
La delusione  palpabile sui volti dei due uomini.
- Aspettiamo, - propone Bogdanov, indicando una cassapanca lungo la parete.
In quel momento si apre una porta sul lato opposto e sbuca un volto rugoso di donna, occhi accesi, chiari, che scrutano i due uomini dalla testa ai piedi.
- Buonasera, - si affretta a dire Bogdanov toccandosi la tesa del cappello e offrendole la propria aria distinta.
La donna non risponde.
- Chi cercate? - domanda invece con voce roca.
- Igor Pasin. Ci risulta che abiti qui.
L'espressione dell'anziana rimane impassibile, ma almeno annuisce, mentre si sofferma sui tratti arcigni di Vlados, che paiono non ispirarle fiducia.
- Abitarci ci abita... Ma ha degli orari strani. Spesso manca per giorni.
- Con lui vive qualcun altro? - si azzarda a chiedere Vlados.
Lei lo degna appena di un cenno di diniego.
- Voi chi siete? Cosa cercate da Pasin?
Bogdanov risponde nel modo pi affabile che gli riesce.
- Siamo medici dell'istituto trasfusionale, abbiamo bisogno di parlargli,  una questione di salute.
-  malato? - domanda la donna. - Contagioso?
- No, no, non c' nulla da temere, - si affretta a rispondere Bogdanov. - Tuttavia dovremmo parlare con lui.
- Chiss quando torna, - dice la donna. - Se torna. Lasciatemi un messaggio. Glielo riferir.
Vlados non trattiene un risolino sarcastico.
- Lo aspetteremo, - dice, quindi siede sulla cassapanca e si disinteressa della donna.
Bogdanov invece le rivolge un sorriso.
- Per caso sapete dove lavora?
- E chi lo sa? Non si sa nemmeno che lavoro faccia. Qualcuno dice che  operaio in acciaieria. Qualcun altro che  impiegato in un ufficio. Non  che sia proprio un chiacchierone. E poi gliel'ho detto, esce presto e torna tardi. A volte nemmeno torna.
L'inquilino misterioso dev'essere al centro delle chiacchiere del palazzo. Non potrebbe essere altrimenti.
- Dunque aspetteremo, - ribadisce Bogdanov, e siede anche lui.
Un attimo dopo sente la porta richiudersi, ma sarebbe pronto a scommettere che la vecchia ha l'orecchio appoggiato al legno, per cogliere ogni parola.
Vlados accende una sigaretta, mentre Bogdanov fissa la soglia, che lo separa dalla vita di Igor Pasin, chiunque egli sia. Una vita solitaria, spazi usati per un breve riposo, una camera da letto, la cucina, i servizi. Lavarsi i denti, spegnere le luci. Poi il lungo silenzio diurno, vuoto come quello in cui sono immersi adesso.
- Chiss se torna... - mormora.
Mentre lo dice si sente sbattere il portone in fondo alla tromba delle scale. Vlados e Bogdanov si avvicinano al parapetto. La luce spiove da un lampadario in alto, appena sufficiente a illuminare i gradini. A fatica si intravede una donna giovane con due borse di vimini. Le rivolgono un cenno di saluto mentre prosegue per il piano superiore.
I due si risiedono sulla cassapanca.
- Siete riuscito a scoprire qualcosa di pi dalla ragazza? - domanda Vlados con aria distratta.
- No. La sua recita  perfetta. Una coerenza invidiabile -. Sogghigna. - Perfino per me, che sono l'autore dei romanzi da cui ha tratto spunto. Dubito che sia possibile risalire alla sua provenienza, non saprei da dove cominciare.
Vlados sbuffa fuori il fumo.
- Con una guerra e una rivoluzione nel mezzo sarebbe difficile anche se non fosse matta...
Bogdanov annuisce meditabondo, poi stende le gambe sulla guida rossa.
- Sapete, all'inizio provavo pena per lei. Ora non pi.
- Come potete non compatirla? - obietta il giovane medico. - Senza un principio di realt  destinata a soffrire, a farsi schiacciare dal mondo.
Bogdanov incrocia i piedi e si rigira il cappello tra le mani.
- Il mondo l'aveva gi schiacciata. La fantasia l'ha aiutata a difendersi.
- L'ha aiutata a evadere dalla realt, vorrete dire, - lo corregge Vlados.
- Se la realt  una prigione,  cos sbagliato cercare di evadere? - domanda Bogdanov.
- Compito dell'umanit  distruggere la prigione, - risponde Vlados diligente. - Cambiare la realt.
- S,  vero, - conviene Bogdanov. -  quanto ci dice il nostro buon marxismo. Ma per farlo bisogna essere capaci di immaginare un mondo senza prigioni. E Denni lo immagina eccome. Quanti di noi possono dire lo stesso?
Vlados non obietta, pare riflettere su quelle parole e Bogdanov ne approfitta per proseguire.
- Non la compatisco, no. Posso intuire la sofferenza che ha prodotto una simile fantasia e dispiacermene, ma ammiro la capacit della sua mente di volgere la sofferenza verso l'invenzione fantastica.
Vlados spegne il mozzicone nel vaso di una pianta rachitica.
- Temo che il vostro giudizio sia condizionato dal fatto che questa fantasia omaggia la vostra opera narrativa.
- Addirittura la completa e la prosegue...
- Ecco, - dice Vlados.
Bogdanov stira la schiena.
- Quando rincontrai Leonid Voloch, vent'anni fa, a Capri, aveva subito un trauma. Anche nel suo caso era stata la sofferenza a spingere la mente su un altro pianeta. Io ho dato forma letteraria al suo miraggio e adesso quel miraggio  tornato indietro tramite la figlia... se davvero  lui, il padre di Denni. In un certo senso le storie di Nacun hanno continuato a viaggiare, attraverso il tempo e lo spazio, a prescindere da me e dai miei romanzi.
- Il vostro elogio della follia e della sofferenza  pericoloso, - interviene Vlados.
- Oh, mi guardo bene dall'esaltare la sofferenza, - si difende Bogdanov. - Ho subito anch'io un trauma del genere. So bene che non ha niente di buono. E nel mio caso non ha portato ad alcuna esplosione creativa... soltanto alla nevrastenia.
Vlados si volta verso di lui, sorpreso dalla rivelazione.
- Non lo sapevo.
-  una patologia piuttosto comune tra i reduci di guerra.
- Ho letto parecchi articoli sull'argomento, - mormora Vlados. - Ignoravo che ne aveste sofferto.
- Ho impiegato mesi a uscirne. Se mai si pu dire di esserne usciti.
Il rumore del portone gli spezza le parole in bocca.
Vanno ad affacciarsi sul vano scale.
Passi che salgono, strascicati. Mentre si avvicina diventa sempre pi nitida una figura pesante, quella di un uomo di mezza et, corpulento, che li saluta passando loro davanti.
Bogdanov e Vlados lo osservano camminare fino a due porte pi in l.
Falso allarme.
L'uomo infila la chiave nella toppa ed entra.
Vlados si accende un'altra sigaretta e prende a passeggiare su e gi, sbuffando il fumo verso il soffitto.
- Siete stato in prima linea? - domanda secco il pi giovane, non appena Bogdanov torna seduto.
- In prima linea e nelle retrovie. Sottufficiale medico.
L'espressione sulla faccia del direttore non invita Vlados a indagare oltre, anche perch in quel momento una porta sul corridoio si apre, e un volto di uomo anziano fa capolino, incuriosito dal chiacchiericcio, ma appena si sente addosso le due paia d'occhi, ritrae la testa come una tartaruga nel guscio.
- Non credo verr, - dice Bogdanov quando si ritrovano soli.
Vlados spegne la seconda sigaretta nel vaso della pianta, senza replicare, ormai spazientito.
Dalla tasca estrae un blocco note e una matita e verga rapido alcune righe su uno dei fogli, che poi stacca e infila sotto la porta di Pasin.
- Ecco. Gli ho scritto che ne va della sua salute. Ci contatter, non credete?
Bogdanov sta per rispondere, ma il portone dabbasso sbatte forte. Ancora passi che salgono le scale.
I due vanno ad affacciarsi. La sagoma di un uomo. Quando  sul pianerottolo del primo piano il fascio di luce del lampadario illumina un guanto sul corrimano, cappotto, sciarpa, colbacco. L'uomo si ferma e guarda in su.
Nessuno si muove, parla, respira.
Bogdanov sente rizzarsi i capelli sulla nuca. L'uomo si volta e prende a scendere.
- Igor Pasin? - domanda ad alta voce Vlados.
Le parole rimbombano nelle scale, l'uomo allunga il passo.
Senza bisogno di consultarsi, i due partono rapidi, ma Vlados inciampa sugli scalini. Bogdanov si ferma ad aiutarlo, ma l'altro gli fa cenno di proseguire.
II direttore si affretta fino al portone che si  gi richiuso dietro l'uomo col colbacco. Lo apre e si precipita in strada. Appena in tempo per vederlo girare l'angolo. Corre, rischia di scivolare sulla neve, ma riesce a mantenere l'equilibrio. Arrivato all'incrocio, l'uomo  gi sparito tra la gente che torna a casa dal lavoro.
Bogdanov rimane a osservare il proprio fiato che si perde nell'aria della sera, mentre Vlados lo raggiunge zoppicando.
- Perch  scappato? - domanda Bogdanov stranito.
- Ci ha presi per due poliziotti.
- Non capisco.
- Suvvia, Bogdanov. Le abitudini strane, le assenze, il fatto che nessuno sappia dove lavori. Scommetto quello che volete che Pasin  un membro dell'opposizione, un personaggio losco. Questa s che  sfortuna.
Bogdanov non replica. Ascolta il battito del proprio cuore che rallenta, il fiato che torna regolare, il freddo sulle guance.
- L'abbiamo mancato di un soffio. Speriamo legga il vostro biglietto.
Vlados scrolla la testa sconsolato.
- Se  spaventato non si far vivo. Scommetto che non torner nemmeno qui.
Con stizza scalcia le neve sul selciato. Poi mugugna per il dolore alla caviglia.



Capitolo 26

Un giorno d'inverno del 1915, accampati sulla riva di un lago ghiacciato. Uguale ad altri mille di quella regione, al confine tra due imperi. Un paesaggio familiare, a poche verste dalla casa paterna. Battute di pesca e ricordi d'infanzia sommersi dagli incubi di sei mesi di guerra.
Tectologia dello sterminio. Amputazione sistematica di corpi e parole.
Sotto la coltre bianca, distese d'acqua, chiazze di bosco sulla terra gelata. I pochi alberi sopravvissuti alle granate.
Di quando in quando, il sibilo cupo dei colpi di mortaio. Lampi. Boati. Eruzioni di neve e tronchi neri. Le viscere di un mondo senza colori.
Poco prima dell'alba, l'ordine di uscire dalla trincea, con l'elmetto in testa e il sacco in spalla, nella fila di uomini chini, tra i rami bassi degli abeti e i cespugli palustri, in cerca di un riparo per il posto di medicazione.
Raffiche di artiglieria, intercalate da qualche tiro di mitragliatrice. La cadenza monotona delle vedette nemiche. Ancora lonta-ta-ta-ta-tano.
Costretti a camminare in fila per uno, lenti. Incoraggiati e impauriti allo stesso tempo dal chiasso di ferro e scarponi.
Sosta dietro un alto cumulo di zolle rivoltate, masticando una crosta di pane.
Oltre la collina artificiale, un punto sguarnito dei reticolati tedeschi. Il filo spinato preso di mira dai mortai e poi reciso nel cuore della notte, da una squadra armata di pinze, per un premio di pochi spiccioli.
Al fischio dell'ufficiale, il primo assalto. Seguito da un secondo, un terzo, un quarto.
La catena di montaggio della gloria.

Fasce, stecche, lacci emostatici e boccette, apparecchiati sulla neve come una colazione all'aperto.
Intorno, la risacca di uomini laceri, nelle vesti e nelle carni, ubriachi di sangue.
Urla di coraggio e strilli selvaggi. Canto e controcanto senza intervalli.
- All'attacco, aiuto, muoio, per lo zar! Muoio, all'attacco, aiuto, maledetto lo zar!
Fantasmi e mutilati alla deriva, attraverso le colline della Prussia orientale.

Frammenti di proiettile da 152, minutissimi e penetranti, capaci di uccidere nel raggio di cinquecento metri. Uno sciame di vespe d'acciaio, preceduto da una corrente d'aria calda. Una brezza fatale. Mozziconi di respiro e di tronchi, impigliati ai rami degli alberi vicini. L'abbraccio della foresta ai suoi moribondi.
Sotto le piante dei piedi, i battiti di un tamburo sotterraneo. Scoppi laceranti, come un artiglio nello stomaco. Il maggiore Glasunov riverso gambe all'aria, schiena a terra, per la folata improvvisa di uno di questi botti.
Mettere una lettiga in mano ai barellieri, ancora rintronati.
Dall'orlo del cratere fumante, membra e frasi mozzate.

Grida di pazienti impazienti. Pianti per impietosire, cantilene da mendicanti, reclami in dissolvenza.
Ogni colpo sempre peggio. Le riserve di bende vuote in un amen. Barelle improvvisate con sacchi di tela e rami.
Su e gi, da un ferito all'altro, con un tremito di stanchezza alle gambe, coi calzoni inzuppati di sangue ai ginocchi, con le mani che sanno di carne cruda. Impossibile soccorrere tutti.
Feriti al collo, alla spalla. Ferite a doppio foro o di striscio, delle parti molli o della cute.
Tre giovani siberiani, simili nei tratti. Il primo in piedi, con un braccio in braccio, il suo. Fasciare il moncherino e spedirlo al campo sulle sue gambe. Il secondo, assopito nel gelo, scosso dagli ansimi. Un colpo di mitragliatrice al torace. Medicato e trasportato in barella. Il terzo, occhi tranquilli. La tranquillit crudele dei feriti all'addome. Un vero e proprio sventramento: dall'ampio strappo nella parete addominale, una frana di intestini sulle mutande abbottonate. A ogni ispirazione, ecco il fegato venire allo scoperto. Avvolgere le viscere in un pacco di garza sterile. Iniettare morfina. Schiocchi di lingua per chiedere da bere. Poi delirio, con invocazioni alla mamma. Voce infantile, in contrasto con la faccia abbronzata e la barba da uomo navigato.
Due ragazzi, colpiti dallo stesso proiettile nella carica disperata verso la trincea nemica. Uno dietro l'altro, di corsa, e lo shrapnel in mezzo, a spezzare la fila. Quello davanti, cranio spaccato sopra la nuca. Il cervello in vista. Quello dietro, senza faccia. Anneriti come da fuliggine, spasmi di corpi in un viscidume vermiglio. Appena il tempo di vederli morire. Sulle labbra ancora la madre. Forse la stessa.
Natal'ja. Pagine di poesie dedicate a lei, su un taccuino sgualcito, scritte con dita tremanti. "Cara compagna, mia devota, moglie mia e madre". Nelle sue lettere, le sole parole di conforto. Le uniche notizie sulla famiglia. Padre e madre sfollati a Minsk. Anna e Anatolij a Kiev. Anfusa e Kotik in fuga attraverso l'Europa, lontano da Parigi, la guerra in arrivo anche l. Ospiti di un'amica a Barnaul, nell'Altaj, pi di tremila chilometri a sud-est di Mosca.
La collina artificiale, misero riparo, ormai ridotto a una cunetta dalle esplosioni. L'occhio attento alle ferite, l'orecchio ai sibili delle bombe, per spostare il ferito e il materiale a seconda della traiettoria dei colpi. Costretti a intendersi soltanto a gesti, le grida coperte dal frastuono.
Un fante di statura colossale, con un enorme fardello. Di slancio, sul lago ghiacciato, in mezzo alla tempesta. All'arrivo, sulla schiena poderosa, l'ansimare di un compagno in fin di vita. Dietrofront verso il lago, offrendo ai feriti, con delicata sicurezza, l'appoggio d'un braccio, d'una mano, d'una spalla. Niente barelle, via i portantini incaricati di aiutarlo. Avanti e indietro cos, per quattro volte, fino all'ultimo respiro.

Assalto respinto. Ritirata. Niente conquista della trincea nemica. Gli strepiti di Glasunov in un telefono da campo, all'indirizzo degli ufficiali dell'artiglieria. Al di l del varco nel reticolato, nascosta da un fosso, un'altra barriera, del tutto imprevista. Inciampo fatale per decine di soldati. Nei racconti dei superstiti, l'orrore di cadaveri e uomini in fin di vita, a cavallo del filo spinato.
Rapida decisione: salvare i salvabili, con l'aiuto del buio a met pomeriggio.
Il grosso della truppa in fila verso il campo. Neve dal cielo e morte sulla terra.
In attesa delle prime stelle, un sorso di vodka, per illudersi di avere pi caldo.
Come azionato da un meccanismo a orologeria, ogni cinque minuti esatti, un proiettile contro la collinetta di terra smossa, per mangiarsela un boccone alla volta.

Febbre gelida, brividi fin dentro il cervello.
Un desiderio incontenibile di mettersi in piedi, uscire allo scoperto, le mani alzate bene in vista.
Basta guerra, basta esplosioni, basta fingere di curare ferite mortali.
Uno schianto. Pioggia di schegge, ramoscelli e terra. Costretti a scavare come conigli per rivedere il cielo.
Contro le nuvole, un pulviscolo impazzito di macchie nere.
Mano alla borraccia, una sciacquata agli occhi, ancora pieni di sabbia e terriccio.
Niente da fare, la vista ancora crivellata di atomi scuri.
Uno stormo. Una flotta.
Orecchie tese. Il tipico ronzio dei motori nacuniani. Sagome di eteronavi in avvicinamento. Pi veloci di qualsiasi aeroplano. Compatte, inesorabili, in rotta sulla terra di nessuno, in mezzo agli eserciti.
Un'invasione per riportare la pace. Il socialismo. La tectologia della vita.
Fasci di luce abbagliante in ricognizione, sul cimitero di alberi, uomini e ferraglia.
La carlinga trasparente della prima eteronave ormai sopra la testa. Sempre pi luminosa, sempre pi grande.
Ecco, da questa parte. Braccia in alto. Segnali di manovra ai piloti. Affermativo. Spostarsi a sinistra. Spegnere il motore principale. Prepararsi per l'atterraggio.
Benvenuti, compagni. Bentornati.
Uno strattone deciso sul braccio.
- Malinovskij, dove diavolo vai? Vuoi farti ammazzare?



Capitolo 27

L'alito appanna il vetro della finestra a ritmo regolare. A ogni respiro, le figure di Denni e di Kotik, nel cortile dell'istituto, vengono coperte dalla nebbia, per riaffiorare negli intervalli. I due ragazzi portano fuori le gabbie una a una. Hanno trascorso gli ultimi giorni a costruire stie pi grandi, per alloggiare insieme una decina di animali. Le hanno arredate con pezzi di legno e cunicoli ricavati da grondaie. Ora le puliscono, le riforniscono di acqua e mangime. Per farlo devono trasferire i conigli da una all'altra. Kotik li agguanta per le orecchie e li solleva di peso mentre scalciano. Denni li prende in braccio, li accarezza e sussurra loro parole incomprensibili. Mostra al ragazzo come fare e lui la imita, goffo, le domanda qualcosa e lei risponde. Lavorano in sintonia, di buona lena.
L'attenzione di Natal'ja  tutta assorbita dalla scena, come temesse di interromperla, scostandosi dalla finestra.
Poi avverte la presenza del marito, l'odore noto, il suo tocco lieve sul fianco.
- Cosa stanno facendo quei due?
- Accudiscono i conigli.
Anche Bogdanov osserva la scena.
- Strano, - commenta. - Le bestie non cercano di scappare. Hai notato?
Natal'ja annuisce.
- Credo che sia lei a tranquillizzarli.
- Ah, s? Come fa?
- Gli parla.
Una risatina.
- Davvero?
Natal'ja annuisce ancora.
- Quella ragazza  particolare.
- Questo  poco ma sicuro, - conviene lui.
Picchia le nocche sul vetro e accenna un saluto col braccio, ma i ragazzi non lo notano.
- Dico sul serio, - riprende Natal'ja. - Ha un grande cuore. E uno spirito forte. Molto pi di quanto appaia. Hai visto quanto ha lavorato su quella radio rotta? Stamattina mi ha chiesto di spedirle una lettera per Moris Lejtejsen. Dice che deve chiedergli dei pezzi di ricambio.
Bogdanov indietreggia di un passo e si scosta dal vetro.
- Se  per questo, io l'ho sentita disquisire con lui di astrofisica e viaggi spaziali -. La domanda che segue  proferita con affettata noncuranza. - Perch hai invitato Kotik? Studia da medico, non da veterinario. Non voglio che si senta in dovere di stare qui.
Natal'ja non raccoglie la provocazione.
- Credo che Denni sia contenta di vedere una faccia giovane, oltre ai nostri vecchi musi. E mi pare che lui sia contento di aiutarla. Quella ragazza ha il dono di coinvolgere le persone in quello che le sta a cuore.
Bogdanov tiene per s la replica che ha in punta di labbra. Natal'ja non gli ha mai perdonato la scelta di non far crescere il ragazzo con loro, l'unica che li abbia mai davvero divisi.
All'epoca lui liquid la sua tentazione come la ricerca di una boa di salvataggio, qualcosa a cui aggrapparsi mentre il mondo andava alla deriva.
"Davanti alla strage bisogna farsi medici. Davanti alla guerra, bisogna prendersi cura..."
Natal'ja ricorda le proprie parole, un giorno di... quanti? Dodici anni prima. Kotik  quasi un uomo ormai.
Era poco prima di Natale, la guerra imperversava da oltre un anno, e il giardino del sanatorio era imbiancato di neve. Sasa preferiva stare all'aperto, nonostante il freddo, perch la neve attutisce i suoni. Lontano dai rumori del mondo poteva tornare a scrivere, il suo pi grande desiderio. Ritrovare almeno la parola scritta, se la voce non era pi stentorea come prima.
Dietro di lui, il massiccio edificio adibito dallo zar alla convalescenza dei soldati, anche quelli che dieci anni prima avevano provato a spodestarlo: graziati, rientrati, abili e arruolati. Anche i bolscevichi, s, ch nell'esercito non conta chi sei sotto la divisa. E se sei buono a morire come un cane per la Santa Madre Russia, sei buono anche per essere messo da parte. Inutile per la monarchia, inutile contro.
"Sasa, mi spiace. Devo darti una notizia orribile. Anfusa Ivanovna  morta".
Mani davanti alla faccia. Ma al buio per lui  peggio, lei lo sa. Al buio rivede la trincea. Rivede i mostri. Rivede l'orrore.
"Sasa... Ascoltami".
"Non sono sicuro di volerti ascoltare".
"Dobbiamo pensare a Kotik. Anfusa lo ha affidato a un'amica, Lidja Pavlovna, che lo sta portando qui da Barnaul. Tu sei tutto ci che gli resta".
Lui non riesce a guardarla in faccia.
"Allora non gli resta granch. Se potessi mi seppellirei sotto la neve e resterei l in letargo, come un animale. Finch la guerra non sar finita. Se mai dopo la guerra ci sar ancora qualcosa per cui valga la pena svegliarsi".
"Possiamo crescerlo insieme".
Lui calpesta la neve quasi avesse quel pensiero sotto le suole.
"Le persone cadono come foglie al fronte, il vecchio mondo brucia. E io... sono nevrastenico. Non ho compagni. Non riesco a lavorare. Scrivo pi per me stesso che per gli altri. Come potrei prendermi cura di qualcuno quando sono io a dovere essere curato?"
Un sospiro carico di delusione.
" proprio questo il punto, Sasa. Davanti alla strage bisogna farsi medici. E tu sei un medico. Davanti alla guerra, bisogna prendersi cura..."
Natal'ja torna al presente e guarda il figlio mancato, gi nel cortile, alle prese con i conigli insieme alla figlia di un altro viandante, un'altra vita perduta per strada, nella lotta per edificare il socialismo.
Sar pure l'ironia della sorte, ma sono tutti l. Loro due, Kotik, Denni, i conigli. Domani li raggiunger anche l'uomo che li fece incontrare. Quello che in giovent scelse di chiamarsi come il personaggio del proprio romanzo preferito, Padri e figli di Turgenev. Un altro caso di letteratura che prosegue nella vita.
- Domani si ricovera qui Bazarov. L'hanno comunicato oggi...
Natal'ja si accorge di parlare al vuoto. Il marito non  pi accanto a lei, se n' andato cos com' venuto, in punta di piedi, probabilmente con in testa i suoi stessi ricordi. Il giardino del sanatorio, la neve e una notizia che strappa la pelle.
Lo immagina sulla scala che sale al piano superiore, diretto alle stanze del loro appartamento, le mani intrecciate dietro la schiena, nella sua tipica andatura pensosa.
"Se mai dopo la guerra ci sar ancora qualcosa per cui valga la pena svegliarsi".
Bogdanov apre la porta, entra in casa, si dirige in cucina. Sulla tavola, ci sono ancora le tazze della colazione, le briciole dei biscotti, il giornale del mattino.
Al convalescenziario militare gli toccava leggere le notizie vecchie di una settimana. Gli articoli erano dilaniati dagli spazi bianchi della censura zarista e da quelli neri, freschi d'inchiostro, della censura interna. Uno strazio.
Quanti mesi? Quattro? Cinque? Dopo il ricovero l dentro, gli accordarono una licenza, poi torn in servizio, al 153 ospedale da campo di Mosca. Triste distesa di fango e baracche, dove tra una sutura e un'amputazione, apprese la notizia della riunione di Zimmerwald.
Dopo un anno di guerra, i partiti socialisti che volevano la pace si erano dati appuntamento in un villaggio di montagna, vicino a Berna. Il proprietario dell'Htel Beau Sjour credeva di ospitare un convegno di ornitologia, con trentotto luminari da tutta Europa. Ma il documento finale non parlava di uccelli.
"Ci siamo riuniti per invitare i lavoratori a riorganizzarsi e a dare inizio alla battaglia per la pace. Una pace senza annessioni, senza indennit. Una battaglia che  anche per la libert, la fratellanza tra le nazioni, il socialismo".
Lenin aveva firmato la dichiarazione, ma insieme a Trockij, Zinovev e altri cinque, aveva ottenuto di aggiungere poche righe, per dire che il manifesto non li soddisfaceva appieno, poich non indicava come ottenere la pace. Su quel punto, in realt, nemmeno gli otto dissidenti erano d'accordo tra loro. Secondo Lenin, bisognava trasformare la guerra imperialista in guerra civile, contro i nemici di classe. Ma la sua era una posizione di minoranza nella minoranza. Se i proletari del Vecchio continente avevano accettato di morire per la patria, spesso con entusiasmo, alla baionetta, facendo gli interessi di chi guadagnava sulle loro budella, come si poteva pensare che fossero pronti per la rivoluzione?
Bogdanov raccoglie le tazze e le raduna nel lavabo. Apre il rubinetto e fa correre l'acqua sulle stoviglie sporche. La determinazione di Lenin gli fu d'esempio, non pu negarlo. Non ader alla sua visione - e anzi la boll come "ottimismo delle rovine" - ma ne ricav la spinta a tornare in piedi. Il letargo era finito. Come se l'energia indomita del vecchio avversario si trasfondesse in lui e lo costringesse a guardarsi allo specchio. Si mise d'impegno a scrivere, per completare il secondo volume di Tectologia, e diffuse il manifesto di Zimmerwald tra i soldati convalescenti.
"Proletari d'Europa! Una cosa  certa: la guerra che ha prodotto questo caos  il risultato dell'imperialismo".
Un barelliere, che diceva di aver fatto la rivoluzione del 1905, gli spieg che proprio per quello era d'accordo con Plechanov: bisognava continuare la guerra fino alla vittoria, per sconfiggere il Kaiser, l'imperialista della peggior specie, il pi grande nemico dei lavoratori.
Che fine ingloriosa per il cervello finissimo che gli aveva comminato la prima scomunica. Il padre del marxismo russo si ritrovava a braccetto con guerrafondai, sciovinisti e socialpatrioti. Appena due inverni pi tardi, sarebbe rientrato in Russia, dopo quarant'anni d'esilio, giusto in tempo per accusare Lenin di essere un agente provocatore pagato dai tedeschi.
Ma prima doveva scoppiare la Rivoluzione di febbraio. Adesso, col calendario gregoriano, si rischia di dimenticarlo, ma quel 23 febbraio 1917 in gran parte del mondo era l'8 marzo. Furono le donne a scendere in strada per prime, poi soldati, disertori, reggimenti ammutinati, anziani in fila per la razione di pane, operai in sciopero. Migliaia di feriti, centinaia di morti, la rinascita del soviet di Pietrogrado. Fino a costringere i Romanov a lasciare il potere, mentre tutti si domandavano chi gliel'avesse strappato. Il popolo? L'esercito? I lavoratori? La borghesia? E per farne cosa? La risposta a quella domanda era cruciale, ma per trovarla non bastava tenere i piedi nelle fabbriche e nelle strade. Bisognava studiare.
A Mosca, il soviet degli operai cre un dipartimento dedicato alla cultura. Servivano insegnanti, intellettuali capaci di maneggiare la filosofia come un cacciavite, l'economia come uno scalpello. Non poteva tirarsi indietro. Un ritorno al passato, agli anni di Tula. Di giorno tra i malati, la sera con gli studenti operai, spesso a lume di candela, sui banchi da lavoro. E nelle ore strappate al riposo, gli ultimi ritocchi alla Tectologia. Nessun editore accett di pubblicare il secondo volume. Dovette racimolare i soldi per stamparlo a proprie spese, duemila copie. Chiuderlo in un cassetto sarebbe stato un delitto. Dopo la mattanza scientifica dei mortai, l'umanit avrebbe avuto bisogno di una scienza per riorganizzare il mondo.
Lenin arriv a Pietrogrado la notte del 3 aprile, con un treno piombato e il permesso di transito del governo tedesco. Il giorno seguente lesse a una riunione di bolscevichi le sue dieci tesi sui compiti del proletariato nel momento presente. La "Pravda" le pubblic sul numero 26.
La situazione della Russia  quella di un Paese in transito dalla prima fase della rivoluzione - che ha messo il potere nelle mani della borghesia - alla sua seconda fase, che deve mettere il potere nelle mani del proletariato e dei pi poveri tra i contadini.
Nessun appoggio al governo provvisorio.
Non una repubblica parlamentare, ma una repubblica dei soviet.
Abolizione della polizia. Nazionalizzazione della terra e delle banche.
"Voi che ne pensate, Bogdanov?" gli chiese un tornitore qualche sera pi tardi, a margine della sua lezione sul feticismo della merce.
"Penso che "Tutto il potere ai soviet!" sia un bellissimo slogan, ma senza basi scientifiche. Lo zar  stato deposto da una rivolta di popolo. I soviet ne rappresentano una minoranza, con un meccanismo di delega inappropriato. Se anche riuscissero a prendere il potere, troppi cittadini si sentirebbero esclusi e si ribellerebbero. La scienza politica e dei rapporti sociali ci suggerisce di partecipare al governo provvisorio. Tenerlo sotto pressione, influenzarlo".
"Quello che scrive Lenin, - lo aveva incalzato un altro operaio, - non  contrario all'insegnamento di Marx? Il socialismo non si pu fare in un Paese arretrato e contadino, senza la fase del capitalismo borghese".
Bogdanov passa sul tavolo un panno bagnato. Lo ha imparato a Kuokkala che i lavori domestici sono perfetti per cullare pensieri.
"Marx non ci ha insegnato cosa si pu o non si pu fare, - rispose nella penombra di quella stanza sontuosa, opera dell'architetto Matvej Kazakov. - I suoi scritti sono come attrezzi, un modo di ragionare per agire. Uno stile di pensiero fatto per andare avanti, oltre lo stesso Marx".
Dieci giorni dopo, durante le celebrazioni del Primo Maggio, il ministro degli Esteri del governo provvisorio dichiar agli alleati che la Russia avrebbe continuato la guerra, conquistando i Dardanelli e Costantinopoli.
"Ci prendono in giro. Avevano detto niente conquiste, niente annessioni. Voi che ne pensate, Bogdanov?"
"Dobbiamo chiedere le dimissioni del ministro. E l'ingresso dei soviet nel governo".
I bolscevichi invece preferirono restarne fuori. Nessun compromesso con la borghesia, che promette la pace, ma prosegue la guerra.
A fine giugno, il ministro Kerenskij lanci un'offensiva sul fronte orientale. Dopo un primo successo, la mossa si tradusse in una sanguinosa sconfitta.
I soldati invasero le strade della capitale, chiedendo la fine delle ostilit. I reggimenti si ammutinarono. "Tutto il potere ai soviet!", ma i soviet erano molto incerti se prendersi quel potere, cos simile a una condanna. Gli operai abbandonarono le fabbriche, per unirsi ai cortei. "Terra, pane, pace!" Le truppe contro i dimostranti, come ai tempi dello zar. Centinaia di morti, arresti. La tipografia della "Pravda" presa d'assalto, le macchine distrutte. L'ultimo numero del giornale invitava gli insorti alla calma, suggeriva di interrompere la sommossa. I bolscevichi conquistarono la maggioranza nel soviet di Pietrogrado. Lenin, ricercato dalla polizia, dovette entrare in clandestinit, giocarsi il tutto per tutto, in una partita a scacchi che aveva in palio il destino di ognuno di loro. Uno straordinario, incosciente azzardo.
"E adesso, Bogdanov? Che ne pensate? - insistevano gli studenti operai. - Aveva ragione Lenin, a non volersi immischiare con il governo provvisorio".
"Ora abbiamo bisogno di un'assemblea costituente, eletta a suffragio universale, che risolva i conflitti in maniera democratica. Tutti i partiti socialisti devono farne parte e cercare di dominarla. Usarla come cassa di risonanza. Finch non saranno pronti per la rivoluzione".
Bogdanov si accomoda su una sedia impagliata. Afferra un bicchiere e lo osserva controluce, prima di riempirlo alla caraffa di vetro. Ogni volta che ci riflette, o ritrova lettere e articoli dell'epoca, ancora si sorprende di quello scambio di ruoli. Neanche fosse un colpo di teatro previsto da una sceneggiatura bizzarra. Lenin, l'uomo che dieci anni prima s'era battuto perch i bolscevichi partecipassero alle elezioni, chiedeva di boicottare il governo, mentre Bogdanov il boicottista suggeriva di conquistarlo a suon di voti e orazioni.
In agosto, dopo che i tedeschi erano entrati a Riga, le truppe del generale Kornilov marciarono su Pietrogrado per imporre la legge marziale. I ferrovieri smontarono i binari per impedire l'avanzata dell'esercito. Gli impiegati delle poste ritardarono la consegna dei dispacci militari e li trasmisero ai bolscevichi. Quarantamila operai presero le armi per difendere il soviet.
Diserzioni e rivolte costrinsero Kornilov a rinunciare all'impresa.
Il 5 settembre, il soviet di Mosca annunci il suo supporto a un governo sovietico.
Trecentocinquantacinque voti contro duecentocinquantaquattro.
"E voi, Bogdanov? Che ne pensate? Ormai si dice che siate un menscevico".
"Penso che scambiare un ammutinamento per una rivoluzione pu essere un grave abbaglio".
All'inizio di ottobre, Trockij annunci che i bolscevichi non avrebbero partecipato all'assemblea costituente. Venti giorni pi tardi, guid le guardie rosse e gli operai del soviet di Pietrogrado a occupare i ponti sulla Neva, i luoghi chiave della citt, e infine la sede del governo provvisorio. Il Palazzo d'Inverno.
Il piano di Lenin, animato dall'ottimismo delle rovine, si era realizzato. La presa del potere, la repubblica sovietica, un governo di operai, contadini e soldati. Stanchi, feriti, affamati. Reduci da tre anni di violenza disumana, ordini irrazionali e paura. Una paura che Bogdanov conosceva bene.
Anatolij Lunacarskij, nominato commissario del popolo all'Istruzione, gli offr un posto al ministero. Lui rifiut, rispondendo in una lettera che non avrebbe partecipato al governo sovietico, ma nemmeno lo avrebbe boicottato.
Non gli andava a genio il ruolo dell'esercito nella rivoluzione, perch i soldati possono sembrare comunisti, quando dividono il rancio e brindano insieme, ma in realt prediligono un sistema basato sull'autoritarismo e la semplificazione. Occupare il campo nemico: la loro rivoluzione si risolve in questo. Scambiano il lavoro per una battaglia, la cultura per un'arringa alle truppe, l'economia per un servizio di vettovagliamento. La logica della caserma stava rimpiazzando quella della fabbrica. E se anche il partito era una miscela di operai e soldati, la tectologia insegna che la stabilit di un organismo  determinata dalla sua parte pi debole, e cos, quando in un gruppo convivono due anime, una progressista e l'altra reazionaria,  sempre la seconda a dettare la linea.
Il destino del partito era segnato, a meno che gli operai non si dotassero di una nuova ideologia.
"Io lavoro per quel futuro", scrisse a Lunacarskij, senza rendersi conto del paradosso che adesso gli risulta chiaro. Se mai quel domani fosse giunto sarebbe stato perch qualcuno aveva fatto nascere quell'oggi. Se poteva dedicarsi alla cultura della nuova societ, era perch quella societ era finalmente possibile.
Nel bene e nel male la Storia lo legava a Vladimir Ilic Uljanov, alle sue mosse azzardate e poco ortodosse, che avevano dato scacco matto agli avversari.



Capitolo 28

Nonostante i progressi degli ultimi dieci anni, la trasfusione rimane un intervento inquietante.
Bazarov  pallido, contratto, lo sguardo puntato su un angolo del soffitto.
Il volontario  uno studente di Medicina. Si chiama Kirjakov, ha vent'anni e ostenta la tranquillit che si addice al suo ruolo, ma i pugni serrati lungo i fianchi, sul materasso della lettiga, tradiscono una lieve ossessione.
Nonostante la guerra e il sangue versato, i corpi mutilati e le trincee, l'idea di bucare l'involucro di s stessi, per ospitare nelle vene l'essenza di un altro, lascia ancora molti col fiato sospeso.
Natal'ja lo sa bene e riconosce l'ansia sul volto dei pazienti, ne valuta la gravit dalla contrattura dei muscoli e si prepara a tenerla sotto controllo.
- Compagni, siamo pronti per cominciare.
Il suo metodo per spandere serenit consiste nel descrivere la procedura passo passo e nell'eseguirla come un vero rituale. Una cerimonia che nella societ futura sar come quella del t nell'antico Giappone.
- Anzitutto, affiliamo gli aghi sulla pietra abrasiva, - dice mostrandoli ai pazienti. - Quindi li sterilizziamo e lubrifichiamo nella paraffina bollente, per evitare coaguli.
Bogdanov rimane in disparte, senza immischiarsi. Il protocollo prevede che un medico si trattenga nella stanza per la fase del prelievo e per i primi dieci minuti di trasfusione. Il momento pi delicato, nel quale si possono avere crisi di rigetto e reazioni di incompatibilit. Passati quelli,  molto raro che ci sia bisogno di un intervento d'urgenza. Lascia che sia Natal'ja a occuparsi di tutto, pronto a intervenire su richiesta.
- Ora i miei assistenti stringono un laccio emostatico sul vostro braccio destro. Serve a congestionare la vena per il prelievo.
Bazarov si gira verso il muro. I pazienti agitati preferiscono non guardare le operazioni.
- Puliamo con etere la zona della puntura e iniettiamo sotto pelle una soluzione al due per cento di novocaina, come antidolorifico.
Figlio di un medico, la ripulsa per il sangue gli ha impedito di seguire le orme del padre. Uscito dal liceo, ha scelto anche lui Scienze naturali, e poi le cantine dei sovversivi, molto pi delle aule universitarie. Arresti, espulsioni, esili. La trafila che ha scandito la loro amicizia, come la malta tra i mattoni di un muro. Solo le guerre li hanno allontanati per qualche stagione, ma escluse quelle, hanno condiviso trent'anni di vita parallela, e la scoperta dei primi fili bianchi tra barba e capelli. Da allora, Bazarov  invecchiato pi in fretta, colpa del suo timore per le trasfusioni. Altrimenti, sarebbero simili anche in questo.
Gli infermieri versano acqua calda in due bacinelle e invitano i pazienti a immergere il braccio sinistro.
- Il calore aiuta a rilassare le vene, - spiega Natal'ja, mentre prepara le ampolle per il prelievo. - Mescolo qui dentro una soluzione di citrato di sodio, per impedire che il sangue si coaguli, una volta raccolto. In questo modo, - prosegue, - evitiamo i rischi dello scambio diretto, dall'arteria dell'uno alla vena dell'altro, e possiamo operare con assoluta calma, ringraziando un medico di Buenos Aires e la sua prima trasfusione con sangue citrato.
Luis Agote, 14 novembre 1914. Una data storica per il collettivismo fisiologico. Ma al di l del nome che rimane sugli annali, non  mai l'individuo a muovere la Storia. Pochi mesi prima, in maniera indipendente, almeno tre medici avevano immaginato quella possibilit. Una soluzione di citrato abbastanza concentrata da impedire la coagulazione, ma abbastanza diluita da risultare innocua per il trasfuso. Come se avessero presagito il massacro che di l a poco avrebbe imposto libagioni di sangue. Le emorragie dei soldati hanno dato un grande contribuito allo studio della trasfusione. La pi terrificante crisi organizzativa della modernit ha partorito i capostipiti di due forme d'ordine di opposta natura. Da un parte la trincea, tectologia dello sterminio, diretta ad annientare la vita, e dall'altra lo scambio di sangue facile e sicuro, primo tassello di un'umanit collettiva e immortale.
Natal'ja si avvicina a Bazarov e gli passa le dita sul braccio. Pi che un massaggio, una carezza rilassante. Senza dire nulla, raccoglie un piccolo bisturi, l'ago pronto nell'altra mano, gi innestato su un tubicino di gomma. L'assistente afferra l'estremit libera e la introduce nell'ampolla con il citrato di sodio. Il bisturi taglia la pelle sopra la vena basilica. Natal'ja inserisce l'ago, Bazarov mugola con le labbra serrate. Il sangue scende nella bottiglia e l'assistente la agita per mescolarlo al citrato.
- Apri e chiudi il pugno, - suggerisce Natal'ja e gi si prepara a ripetere l'operazione con il giovane Kirjakov.
Ci vuole un quarto d'ora per riempire l'ampolla fino alla tacca da ottocento centimetri cubi. Quella di Bazarov appartiene al kit originario, acquistato da Allen & Hanburys, Wigmore street, Londra, nella primavera del 1921.
Il viaggio al seguito di Krasin, commissario del popolo per il Commercio estero. Krasin l'ingegnere, tornato in politica dopo una brillante carriera negli stabilimenti Siemens di Berlino, Mosca, San Pietroburgo. Krasin il bombarolo, accolto a Downing Street dal primo ministro della corona britannica, conte Lloyd-George di Dwyfor. Scopo del viaggio, firmare un importante trattato commerciale. Scopo dell'accompagnatore, togliersi per qualche mese dall'Unione sovietica, lontano dai rinnovati attacchi di Lenin. Ore passate alla British Library, per dare basi scientifiche a un vecchio sogno marziano. Ore a camminare da una libreria all'altra, fino all'incontro con quel volume, fresco di stampa, in un palazzo di fronte alla facolt di Medicina. Blood transfusions, di Geoffrey Keynes, luogotenente medico dell'esercito reale e fratello minore del noto economista. Nell'ultimo capitolo del trattato, l'autore descriveva un metodo semplice, sicuro ed efficace per lo scambio di sangue. Poche pagine, divorate su due piedi, di fronte allo scaffale, fino alla sorpresa delle righe finali, mai pi dimenticate.

La completa sostituzione del sangue circolante non  mai stata tentata sugli adulti, ma il processo  fattibile, ammesso che si abbiano abbastanza donatori. In questo modo qualche vegliardo potrebbe garantirsi quel ringiovanimento, che finora  stato ottenuto, si dice, solo da un medico viennese, con il trapianto di gonadi di scimmia.

Il libraio aveva dovuto tirarlo per una manica, domandando se intendesse comprare il libro oppure limitarsi a leggerlo a scrocco. Per sicurezza ne aveva prese due copie, caso mai una si fosse smarrita nel viaggio di ritorno.
L'ampolla  piena per tre quarti. Natal'ja procede con i preparativi sul braccio libero. Pulizia con etere e iniezione di novocaina.
Terminato il prelievo, rimuove il laccio emostatico, sfila l'ago dalla vena e tampona il piccolo ematoma. Fa portare dagli assistenti due bottiglie di acqua e ordina ai pazienti di consumarla a piccoli sorsi.
- Adesso immergeremo le ampolle con il sangue in un bagno d'acqua calda, per mantenerle alla giusta temperatura. Come vedete, le ampolle hanno due aperture. Questa sul collo, che abbiamo usato per riempirle, e questa sul beccuccio laterale, che di solito serve a versare il contenuto, ma che noi useremo in un altro modo. Chiudiamo l'apertura pi grande con un tappo di gomma forato e nel buco infiliamo questa cannuccia di vetro.
Le parole di Natal'ja accompagnano i gesti come la voce di un ruscello i suoi balzi tra le rocce. Impossibile tenerli distinti. La spiegazione  parte dell'azione, non una didascalia sovrapposta dalla mente al lavoro del corpo. L'empiriomonismo non potrebbe trovare un esempio pi elegante. Bazarov ne  talmente rapito, che sembra ragionare anche lui su quel risvolto filosofico. Un assistente approfitta della sua distrazione e lo sottopone all'intervento pi delicato. Disseziona col bisturi la vena basilica, la solleva con un piccolo forcipe e la lega con un filo sottile, pi stretto a valle, pi lento a monte.
Questa volta Bazarov non se ne accorge nemmeno. Si vede che la novocaina era pi concentrata.
- Sul beccuccio dell'ampolla inseriamo un soffietto di gomma, che servir per pompare aria, aumentando la pressione all'interno del recipiente.
L'infermiere porge a Natal'ja un gocciolatore, collegato da un tubicino a una cannula di vetro.
- Ora versiamo qui dentro una soluzione salina e pinziamo il tubicino subito prima della cannula, in modo che il liquido non goccioli via.
Il secondo assistente si siede accanto al letto di Bazarov con il bisturi in mano.
- Questo sistema  studiato per evitare che una bolla d'aria entri in circolo durante la trasfusione.
L'assistente incide in diagonale la parete della vena, inserisce la cannula e stringe la legatura a monte.
- Attacchiamo il gocciolatore alla cannuccia di vetro che fuoriesce dall'ampolla, in modo che l'estremit si immerga nella soluzione salina.
L'assistente toglie la graffetta in fondo al tubicino.
- Quindi pompiamo aria con il soffietto. Il sangue sale nella cannuccia, arriva al gocciolatore e spinge la soluzione salina nelle vene del paziente. Terminata quella, inizia la trasfusione vera e propria.
Come da copione, Bogdanov interviene con l'unica battuta che gli  concessa, mentre gli infermieri si dedicano a Kirjakov.
- Un leggero pizzicore al braccio  normale. Se invece doveste sentire un formicolio doloroso in vari punti del corpo, mal di testa, respiro affaticato e fitte nella regione lombare, dovete avvertirmi immediatamente.
Natal'ja aggiunge che l'operazione durer una mezz'ora.
- Poi ricuciremo la ferita e per le cinque del pomeriggio sarete in grado di alzarvi e unirvi al dottor Bogdanov nella nostra sala ricreativa.

Un t caldo, ben zuccherato,  quel che ci vuole dopo una trasfusione.
Bogdanov riempie le tazze dal grande samovr, le appoggia sul vassoio di vimini, taglia due fette di panpepato e ritorna verso il tavolo comune, dove Bazarov e il giovane Kirjakov sono gi presi da una fitta discussione. Qualche sedia pi in l, Denni  in compagnia di due studenti, con una copia dell'"Izvestija" spalancata tra loro. Non si pu trattarla sempre da bambina, con la balia al seguito. Ha vent'anni, sa cavarsela da sola, e frequentare i coetanei la costringe a tenere i piedi per terra.
La sala pi grande dell'istituto, al termine dell'orario di lavoro, si trasforma in un club, simile a quelli delle fabbriche pi importanti. Lo spazio  limitato, non pu certo ospitare un'orchestra sinfonica o gare di ginnastica, ma sugli scaffali c' un'ottima selezione di romanzi, curata da Natal'ja, e gli avventori possono scegliere tra cinque quotidiani, venti riviste, sei scacchiere, oltre a una fonte inesauribile di t, accompagnato dai dolci che ciascuno pu offrire. Qualche volta c' musica, grazie al grammofono abbandonato dai vecchi proprietari del palazzo. Qualche volta addirittura si balla.
Alle pareti, per coprire le decorazioni pi stucchevoli, il direttore ha fatto esporre la sua collezione di quadri e disegni, regali di artisti-operai, in ricordo dei suoi insegnamenti. I due lampadari di ferro che spiovono dal soffitto sono il dono di un saldatore di Orl, appassionato di scultura e filosofia. Rappresentano Prometeo incatenato e l'aquila che gli mangia il fegato. Sotto le loro luci, una lunga tavolata accoglie chi studia e chi scrive, chi legge e chi chiacchiera.
Bogdanov si fa strada, reggendo il vassoio con entrambe le mani, attento a non ribaltare le tazze. Quando l'efficacia delle trasfusioni sar dimostrata, l'istituto si dedicher soltanto alla ricerca, mentre in ogni rione sorgeranno luoghi come questo dove scambiare sangue, cibo, conoscenze e creativit.
Il direttore distribuisce le tazze e il panpepato, senza dire nulla, per non interrompere la conversazione. Il ragazzo arrossisce e ringrazia con timidezza. La sua generazione conosce ancora l'imbarazzo di vedersi servire da un uomo pi anziano. Il collettivismo fisiologico render obsoleta anche tale deferenza. L'anno di nascita delle persone cesser di essere importante, quando il loro sangue non avr pi un'et precisa. Vecchi e giovani smetteranno di esistere.
- Il compagno Bazarov, - riepiloga lo studente per trarsi d'impaccio, - mi stava domandando cosa mi ha spinto a offrirmi volontario per le trasfusioni.
- Dice che  per contribuire alle tue ricerche sull'immortalit, Bogdanov, - lo anticipa l'altro con sarcasmo. Il ragazzo dev'essere caduto nel solito equivoco. L'immortalit confusa con il miraggio di vivere per sempre. Colpa delle terapie di ringiovanimento, l'ultima moda di questi anni Venti. Principi, duchi e famosi artisti spendono una fortuna per la vasectomia di Steinach o il trapianto di testicoli di scimmia. Cos, quando uno parla di prolungare la vita, tutti pensano alla propria esistenza, e si diffondono le dicerie su Bogdanov lo stregone, Bogdanov l'alchimista.
- Qualunque medico aspira a sconfiggere la morte, - si schermisce il direttore, mentre Bazarov addenta la sua fetta di torta. Una frase banale, strano che l'amico non gliela contesti. Quando studiavano insieme all'universit di Mosca, il professore di Scienze naturali amava ripetere che la vita  una malattia cronica e mortale. Si pu solo rallentarne il decorso. Altro che sconfiggere la morte.
- Quel che mi entusiasma del vostro lavoro, - insiste il ragazzo, -  che non volete produrre un elisir di lunga vita riservato ai ricchi. Grazie a voi, ogni individuo diventer immortale con il contributo della collettivit.
- Al contrario, - puntualizza il direttore, -  il collettivo che diventer immortale grazie al contributo degli individui. La vita eterna si coniuga alla prima persona plurale. Al singolare  un ossimoro.
Bogdanov tuffa nella sua tazza due zollette di zucchero e le osserva sciogliersi nel nuovo ambiente, come pensieri troppo densi a fine giornata.
- Il nostro cervello, - prosegue, - ha bisogno di novit e in un tempo infinito la novit si estingue, tutto si ripete. Abbiamo la sensazione che accada nell'arco di cinquant'anni, figuratevi in cinquecento. Cosa vi resterebbe da fare, dopo esservi innamorato novanta volte, aver visto nascere sessanta figli, aver imparato a lavorare la creta, a scrivere sublimi poesie, a scalare le montagne pi alte, a combattere sempre le stesse battaglie?
Solleva la tazza e la porta alla bocca, come pausa studiata.
- L'unica risposta sarebbe il suicidio. Perch l'immortalit individuale  una condanna. A vita.
Dall'espressione del ragazzo, si direbbe che non ci abbia capito granch. O magari credeva davvero che qualche trasfusione gli avrebbe permesso per sempre di dire "io". Bazarov sorseggia il t come se fosse cicuta e l'effetto benefico dello scambio di sangue sembra gi sparito dal suo volto crucciato.
- Ci salver l'oblio, - s'illumina Kirjakov d'un tratto. - Proprio perch ha bisogno di novit, il nostro cervello dimentica i volti e le emozioni, gi dopo vent'anni. In una vita eterna, faremo in tempo a imparare ogni disciplina, a dimenticarla e a desiderare di impararla da capo.
- Avete ragione, - ammette Bogdanov, - ci salver l'oblio. Ma un oblio pi radicale di quello che pensate. L'oblio di s stessi. La consapevolezza di essere parte di un tutto e che solo quel tutto vive davvero.
Lo studente non ribatte, rimane assorto, con il gomito sul tavolo e il mento incastrato tra pollice e indice. Poi si riscuote e batte le mani, nella parodia involontaria di un uomo colpito da un pensiero improvviso.
- A proposito di memoria, - dice con aria imbarazzata. - Mi stavo dimenticando che ho promesso a mia madre di passare a salutarla, dopo la trasfusione. Sapete... per rassicurarla. Dite che posso andare?
- Dipende da voi, - risponde il direttore. - Se vi sentite bene, niente mal di testa o difficolt respiratorie, e se non dovete camminare per chilometri con questo freddo, direi che siete libero di andare dove volete.
Il ragazzo ringrazia, saluta entrambi con una stretta calorosa e si congeda in un vortice di movimenti sgraziati. Bazarov prova a indirizzargli un sorriso, ma la smorfia che trova sarebbe pi adatta a una cattiva digestione. Forse la trasfusione non  andata bene come sembra, oppure la malattia, l'esaurimento sovietico,  pi grave del previsto, e gi prende il sopravvento, nonostante la terapia e l'atmosfera conviviale.
- Vieni, sediamoci a quel tavolino, - propone Bogdanov, casomai fosse la gente attorno a opprimere l'amico.
Le tazze di t traslocano nell'angolo pi appartato. Le poltrone sono pi comode, la piccola lampada con paralume disegna un confine d'ombra col resto della stanza.
- Quando Natal'ja mi ha detto che saresti venuto per una trasfusione, ho pensato a un errore. Ti ricordavo in ottima forma, preso dai piani per l'economia...
Bazarov si arriccia i baffi con le dita, il suo tipico gesto per le confessioni tristi.
- Poi ho consegnato i primi studi, e da l sono cominciati i guai.
- C'era troppa tectologia? - prova a scherzare Bogdanov, ma l'altro non si riscuote, e l'ironia non lo sorprende. Difficile stanare un amico che conosce a menadito le tue strategie.
- Al contrario, quella piace a tutti, basta non chiamarla con il nome che le hai dato tu. Del resto, cosa c' di pi tectologico di un ufficio centrale che pianifica la produzione, il consumo, gli scambi, la divisione del lavoro?
- Tutto questo, ma senza egressione.
Bazarov si lascia sfuggire un'espressione annoiata. La terminologia tectologica non gli  mai andata a genio.
- La pianificazione senza ufficio centrale, - spiega Bogdanov. - Senza un gruppo di persone che domina gli altri perch ha il potere di organizzarli.
Inutile nasconderlo. Se negli ultimi anni la loro amicizia si  raffreddata, e perch sanno entrambi che il Gosplan, l'ufficio di Bazarov,  una creatura bifronte, che celebra e minaccia, con lo stesso fiato, quanto hanno predicato in decine di articoli.
- Ricordi? - riprende Bazarov, quasi captasse quei pensieri con un orecchio speciale. - Bukharin scrisse che eravamo stati noi due, i primi a blaterare di "degenerazione burocratica".
Le tazze sono vuote, Bogdanov si alza per riempirle ancora.
- Non so tu, - dice prima di allontanarsi, - ma io non ho mai usato quel termine. Ed  per questo che ti contrastano?
La risposta arriva al suo ritorno, insieme al vapore dell'infuso caldo.
- Dicono che le mie stime di crescita sono troppo caute, perch non ho fiducia nell'Unione sovietica. Io rispondo che non  questione di fiducia, ma di equazioni. Altrimenti, sarei come quei ciarlatani che annunciano un futuro affinch si realizzi.
-  come ho fatto io con i miei romanzi, - si autoaccusa Bogdanov.
- In un romanzo si pu, - concede l'altro. - In un trattato di economia, no.
- Eppure l'hai scritto tu che la pianificazione economica non  solo una previsione, ma anche una direttiva. O sbaglio? Quindi non puoi limitarti alle equazioni. Devi metterci anche l'immaginazione.
Bazarov si anima e prende a gesticolare.
- Distribuire nei villaggi i migliori prodotti dell'industria, a un prezzo dimezzato. Ecco la direttiva, quello che ho immaginato. Per spingere i contadini a vendere i loro prodotti e a migliorare la coltivazione. In caso contrario, la produzione agricola peggiorer, i contadini si terranno il raccolto e il governo sar costretto a requisirlo con la forza, alla faccia del socialismo. E siccome oggi il risultato  proprio questo, mi accusano di aver immaginato un rimedio irrealizzabile, per poi attaccare le requisizioni. Alle mie spalle, dicono che non ci si pu aspettare nulla di meglio da uno che ha criticato la rivoluzione fin dai primi giorni.
I famigerati articoli di Bazarov dell'autunno 1917. Bombardamenti a palle incatenate. Definiva i bolscevichi un partito di soldati e piccoloborghesi, Lenin un impostore anarchico e il governo rivoluzionario una dittatura senza un briciolo di socialismo. In confronto, la lettera di Bogdanov a Lunacarskij era un rimbrotto amichevole. Eppure a Bazarov  andata meglio. Durante la guerra civile, quando la Gpu lo arrest, con l'accusa di essere un agente dei Bianchi, Lenin in persona lo fece scarcerare e lo richiam a Mosca. Da allora, ha smesso di scrivere di filosofia, per dedicarsi all'economia. Se ti specializzi e rinunci a una visione d'insieme, hai la vita tranquilla. Lo stesso  capitato a lui, da quando si occupa solo di trasfusioni.
- Sono mesi che mi fanno riscrivere un documento importante, - continua Bazarov. - Mi dicono di aggiustare un paragrafo, e poi di aggiustarlo ancora e ancora, finch, a forza di cambiamenti, non mi spingono a riproporre la versione iniziale, per poi stroncarla con nuovi argomenti. Quando parlavi della noia di una vita eterna, descrivevi il mio caso.
- Era di me che parlavo, - dice Bogdanov con amarezza. Solleva il piatto con le briciole del panpepato, per domandare all'amico se ne desidera un'altra fetta, ma Bazarov fa segno di no, e sembra voler dire che anche di quel discorso ne ha ormai abbastanza.
-  un pezzo che voglio chiederti una cosa, - lo accontenta Bogdanov. - Ricordi Leonid Voloch?
- Chi?
- Voloch, l'operaio che rimase traumatizzato dallo scoppio di una bomba, durante la rapina di Tiflis.
- Quello che rideva in quel modo scomposto?
- Proprio lui.
Bazarov sonda i ricordi e le rughe sulla fronte si distendono.
- Lo incontrai a Capri, se non mi sbaglio. Di sicuro non l'ho pi rivisto.



Capitolo 29

Il quadro comandi della radio si solleva, liberato dalle viti e rimosso da Denni con la cura di un chirurgo. Le viscere dell'apparecchio si offrono alla vista e la ragazza le fruga con la punta delle dita.
Estrae un telaio di legno, fitto di cilindretti e morsettiere, tenuti assieme da un intrico di fili. Componenti elettronici dei quali Kotik saprebbe citare a mala pena il nome. Diodi, condensatori, resistenze, relais.
Denni verifica la tenuta dei cablaggi, cavo per cavo, bullone per bullone. Con l'unghia, gratta le scorie di una saldatura, soffia sui residui per spazzarli via. Afferra il minuscolo dado di un contatto e lo avvita stretto senza bisogno di attrezzi, grazie alle dita sottili.
Poi la sua attenzione si concentra su un punto. Lo strofina con il pollice, come per lucidarlo.
- Trovato il guasto? - domanda Kotik.
Denni si limita ad annuire, troppo indaffarata per aprire bocca.
Quindi appoggia il garbuglio sul tavolo e indica il punto che ha tanto studiato.
- Vedi? - domanda soltanto.
Ma il ragazzo non vede granch, a parte una goccia di metallo rappreso.
- Avrei bisogno dello strumento adatto, - si lamenta Denni. - Ma non so come si chiama.
Kotik trova strano che una persona abbia tante conoscenze e cos poche parole per dirle. Viene davvero da pensare che la sua lingua madre sia un idioma del Caucaso. O di un altro pianeta. Quando suo padre gli ha descritto la patologia di Denni - "pseudologia fantastica" l'ha definita - il racconto lo ha commosso e incuriosito. Quella coetanea  smarrita nel mondo, ma al tempo stesso ha le idee chiare su molti aspetti della realt che li circonda.
- A cosa ti serve? - le chiede.
- Devo sciogliere la saldatura e rifarla da capo. Magari mi basterebbero un cacciavite riscaldato sul fuoco e un pezzetto del metallo adatto. Tu che ne dici?
Kotik ci pensa su, ma non gli viene in mente niente. Gli secca non avere alcuna pratica di macchine e attrezzi. Suo padre non ha fatto che parlargli di cultura proletaria, di osservare il mondo dal punto di vista del lavoro, eppure non gli ha mai messo un martello in mano. "Tutto funziona nello stesso modo, - gli ha ripetuto mille volte. - Se studi la tectologia, puoi orientarti in qualunque materia". Gi. Come se attraversare un ghiacciaio o un deserto fosse solo questione di avere la mappa giusta. Come se la teoria potesse sostituire l'esperienza diretta.
Ma Kotik lo conosce uno che ha esperienza di saldature e metalli.
- Ti porto da un amico che ha quello che ti serve.

La ciminiera domina le case basse e le baracche di legno alla periferia della citt, innalzando spirali di fumo grigio nel cielo ormai buio.
I due ragazzi attraversano un cortile fangoso, disseminato di bancali e bobine di legno.
Davanti al portone di ferro di un grande edificio di mattoni scuri, un capannello di uomini  impegnato a fumare e discutere.
Kotik si ferma e li osserva a distanza. Alza il braccio e si dirige verso un tizio coi baffi neri, avvolto in un cappotto pesante col collo d'astrakan.
- Aleksandr Aleksandrovic! - esclama quello con un abbraccio. - Che ci fai da queste parti?
- Ho un favore da chiederti, - esordisce il ragazzo.
L'uomo  di qualche anno pi anziano di lui. Porta la sigaretta alle labbra e controlla l'orologio da polso.
- Se posso, ben volentieri. Ma tra sedici minuti devo riattaccare.
Kotik affonda le mani in tasca e affretta le spiegazioni.
- Stiamo aggiustando una vecchia radio, - dice. - A proposito... lei  Denni, un'amica che viene da lontano, e lui ...
- Rodion Andreevic, - conclude l'altro. - E cos voi due riparate insieme una radio -. Strizza l'occhio destro e ammicca. - Fate attenzione a non prendere la scossa. In cosa posso esservi utile?
Kotik arrossisce, farfuglia qualcosa, mentre Denni mostra l'apparecchio che ha portato sotto braccio.
- Devo rifare queste, - dice indicando le saldature.
L'operaio si liscia i baffi e assume un'aria da esperto.
- Giusto, - si complimenta, - quando lo stagno fa le palline la saldatura non tiene. Con uno stagnatore la aggiustate in due minuti.
- E tu ce l'hai? - lo incalza la ragazza.
Quello punta il pollice sopra la spalla destra, a indicare il fabbricato dietro di lui.
- A gas, ultimo modello. Ma se ve ne presto uno finisco nei guai.
La cicca di sigaretta atterra su una chiazza d'erba incolta. L'uomo inclina il polso per controllare l'orologio.
- Dieci minuti, - annuncia rivolto ai compagni.
- Se ci fai entrare la sistemiamo in un attimo, - azzarda Kotik. - E poi Denni non ha mai visto una fabbrica come questa. Le piacerebbe tanto.
Rodion accoglie la richiesta con una risata che gli scuote il petto.
-  proprio vero che la rivoluzione ci ha cambiato la vita, - dice trattenendo gli sghignazzi. - Un tempo con la fidanzata si andava a vedere il tramonto. Adesso la si porta a visitare una fabbrica!
Kotik arrossisce ancora, ma l'uomo non smette di canzonarlo.
- La tua ragazza ti sar grata, Sasa, - dice con una pacca sulla schiena. - Questa non  una fabbrica qualsiasi.  uno stabilimento modello. Vengono a studiarla i pezzi grossi, anche dall'estero. E spesso scelgono me come guida. Avanti, sbrighiamoci.
L'operaio si volta e infila una porticina ritagliata nel pannello metallico pi grande.
I due ragazzi lo seguono.
L'interno  illuminato da lampade ad arco, che accendono i veli di una nebbia sottile. La teoria di finestre sulle due pareti lascia intravedere il cielo serotino. C' odore di potassa e ferro smerigliato. Denni sente gli occhi bruciare, ma si sforza di tenerli aperti.
L'intero spazio  occupato da un grande anello, come un gigantesco tavolo da lavoro, al quale manchi la parte centrale. La superficie scorre, simile a un torrente, e trasporta pezzi di varie fogge. Gli operai sono in piedi, schierati su entrambi i lati del nastro.
I pezzi girano tra le postazioni, si arrestano precisi davanti a chi le occupa. Ognuno esegue il suo lavoro sul manufatto e non appena finisce, tira una leva. Quando tutti quanti hanno tirato la loro, il nastro riparte e gli oggetti raggiungono la tappa successiva.
- Tu che lavoro fai? - domanda Denni, la voce a sormontare il clangore degli attrezzi.
- Prendo i tempi, - risponde Rodion, e di fronte all'espressione della ragazza, aggiunge: - Studio il modo pi veloce per eseguire un lavoro. E controllo che nessuno rallenti il ritmo.
Denni aggrotta la fronte e indica gli uomini intorno all'anello.
- Fanno una gara?
L'uomo si gratta la nuca. La domanda pare idiota, ma l'idea di una gara non  cos balzana. Potrebbe anche proporla.
-  per aumentare la produttivit, - spiega. - Il nostro motto dice: due pi due pi un'organizzazione efficiente, uguale cinque.
La guida avanza verso un banco di legno. Apparecchia di fronte a Denni lo stagnatore, infilato nel suo trespolo, insieme a una scatoletta di alluminio bassa e rotonda.
La ragazza svita il coperchio e rovescia sul piano un ricciolo di stagno laminato.
Rodion afferra l'attrezzo per il manico, apre il rubinetto del gas e accende il fornello con un cerino.
- Questo si scalda in un attimo! - dice compiaciuto. - Tra qualche mese dovrebbero arrivarci quelli elettrici, ancora pi veloci.
Denni appoggia sul banco la scatola della radio. Ripensa al motto, due pi due uguale cinque.
- Se corri veloce, - dice mentre estrae il telaio, - ti fermi prima di uno che va pi lento. Quindi fai meno strada.
Rodion si volta verso Kotik: "Strana ragazza ti sei trovato". Poi capisce di cosa sta parlando.
- Certo, ti fermi prima perch ti stanchi prima, - le dice. - Per questo la rivoluzione ha ridotto l'orario di lavoro a otto ore. Presto grazie alle nuove macchine lo ridurremo ancora di pi. Sgobbiamo meno, a turni, ma con pi intensit... pi produttivit. Aumentare la produttivit  un bene per tutti, - conclude. - Chi non vorrebbe pi ricchezza con meno fatica?
La ragazza osserva gli operai che lavorano senza nemmeno sfiorarsi, ognuno intento al proprio compito, con gesti ripetitivi, sempre identici e un grande orologio, in alto, a scandire il tempo.
- Io a fare sempre la stessa cosa mi annoio, - dice. - E quando mi annoio, lavoro peggio. Il cervello si assopisce e le mani rallentano. Da dove vengo io, i lavoratori non fanno una cosa soltanto, cambiano spesso, imparano diversi mestieri.
- Dalle tue parti avete un sacco di tempo da perdere, allora! - ridacchia Rodion e Kotik gli chiede accondiscendenza con uno sguardo supplice.
Senza aggiungere altro Rodion porge lo stagnatore rovente, ma con un gesto incerto. Lo sapr davvero usare, questa ragazzina?
Denni impugna l'attrezzo e accosta la punta alla saldatura da correggere. Un pennacchio di fumo acre si alza dai fili.
Rodion e Kotik ammirano i gesti sicuri con cui la ragazza elimina lo stagno in eccesso. Poi l'operaio pare illuminarsi, come se avesse trovato la soluzione di un enigma.
- Ecco, se lavori per te stessa, - dice, - puoi rallentare quanto vuoi. La catena di montaggio invece ti impone di stare al ritmo con la tua squadra,  un modo di lavorare collettivista.
Denni alza la testa dai cablaggi, col saldatore stretto nella destra. Cattura una stringa di stagno, mentre lancia un'occhiata agli operai, impegnati dai pezzi e dalle leve.
- Loro lavorano insieme? A me sembra che ognuno faccia per s.
- Al contrario! Sono come gli arti di uno stesso corpo. Se uno rallenta, rallentano tutti. Ma grazie al cronometro posso controllare che non succeda.
- E se invece rallenti tu? - domanda Denni. - C' qualcuno che cronometra te? E poi un altro che cronometra lui, e cos all'infinito?
Kotik si sforza di ridere, anche se ormai conosce Denni, e sa che quella non  una battuta di spirito. Rodion lo imita, convinto che la ragazza dev'essere un po' suonata, per divertente.
Denni accosta i pezzi che deve saldare. Appoggia lo stilo nel punto giusto e avvicina la lamina di stagno, perch coli e si distenda senza deformazioni.
Rodion  nervoso, come se la perizia della ragazza lo costringesse a prendere sul serio anche le sue argomentazioni. E poi ci sono compagni che hanno gi mosso critiche del genere. Troppi controlli, troppa fatica. Si produce di pi, ma si guadagna uguale.  questa la rivoluzione?
- Oggi, in Unione sovietica, - riprende in tono paternalistico, - i padroni delle fabbriche esistono ancora. Per questo le industrie statali devono puntare alla massima produttivit. Per fare meglio di quelle private e arrivare a soppiantarle. E poi bisogna reggere la concorrenza dei Paesi capitalisti, che vogliono strozzare la nostra economia. Qui combattiamo una battaglia. Una battaglia del lavoro.
Appare molto soddisfatto delle proprie parole. Denni non risponde, ha l'aria stanca. Controlla che la saldatura tenga, che lo stagno sia liscio e lucido, a regola d'arte.
- Due minuti e riattacco, - la incalza Rodion indicando l'orologio sulla parete, simile a un grande occhio.
Denni capisce che  ora di togliere il disturbo. Rimette i pezzi nella pancia della radio, chiude il coperchio della scatola e spegne lo stagnatore, senza smettere di contemplarlo, come se fosse un oggetto raro e prezioso.
Kotik, non senza sollievo, ringrazia l'amico stringendogli la mano.
Denni invece lo bacia sulle guance, come ha visto fare ai russi.
Proprio quando ha la bocca vicina al suo orecchio mormora qualcosa che lascia Rodion interdetto.
- Il tempo non  mai perso,  sempre relativo. Dipende da te, non dall'orologio.



Capitolo 30

Il pinguino si avvicina curioso, nella speranza che la ragazza gli lanci del cibo. I suoi compari lo imitano, si spingono l'un l'altro inutilmente, dato che lei non ha nulla da dare, e comunque un cartello proibisce di gettare alimenti agli animali.
Bogdanov si scosta un poco, disgustato dal fetore di pesce marcio che emana dalle bestie.
Denni invece pare rapita.
- Sono uccelli?
- S, ma non volano. Nuotano. Usano le ali come pinne.
Bogdanov consulta l'orologio.
- Vieni.
Proseguono per il vialetto. A quell'ora del mattino il parco zoologico  semideserto. Una nonna porta a spasso i nipoti. L'andatura dei piccoli imbacuccati ricorda i pinguini. Due inservienti, sigaretta in bocca, puliscono i recinti e spazzano via dal viale le foglie fradice di neve. Il freddo sulla faccia non d fastidio. Camminare  piacevole. Passano sotto uno striscione che ricorda l'appuntamento per il decennale, l'indomani sulla Piazza Rossa. Eppure in quest'angolo di Mosca  come essere altrove, sospesi in un'atmosfera rarefatta, a eccezione di qualche richiamo d'anatra in lontananza. Quando Denni ha saputo che lui andava l, ha voluto accompagnarlo a tutti i costi. Voleva vedere uno zoo, "dove tenete in gabbia gli animali per guardarli". Natal'ja ha acconsentito. Prendere un po' d'aria le far bene. La ragazza per conserva intatto il suo pallore, o  il colore eburneo della pelle a farla assomigliare a una statua di porcellana. Bogdanov osserva il suo stupore davanti alla gabbia dei pappagalli, intirizziti sui loro trespoli. Poco oltre, le bertucce si avvicinano in cerca di cibo. Allungano le mani tra le sbarre. Mani piccolissime, umane.
Proseguono fino al luogo dell'appuntamento. Una conca circolare si apre tre metri pi sotto, un orso polare dorme stravaccato su una roccia piatta. Quando si affacciano apre appena un occhio, poi l'altro, odorando l'aria. Ha il pelo sporco e sfilacciato sotto la pancia, l'aria annoiata.
Denni si avvicina alla recinzione e dice qualcosa rivolta alla belva.
- Su Nacun parlate davvero agli animali? - chiede Bogdanov sforzandosi di non mettere ironia nella domanda.
- Lo fate anche qui, - risponde lei. - Ho visto persone parlare ai cani e ai gatti. Anche ai cavalli.
- Parliamo con gli animali domestici, - obietta lui, divertito. - Con quelli selvatici riteniamo sia tempo perso.
Denni osserva Bogdanov come se volesse sincerarsi di ci che ha appena sentito.
- Quest'orso non  selvatico.  chiuso qui dentro. E tutti i giorni della sua vita vede soltanto persone che lo guardano.
Le sue obiezioni seguono sempre una logica.
- Ci nonostante non  addomesticabile, - ribatte Bogdanov. - Gli orsi bruni lo sono, ma non quelli bianchi, che io sappia.
La replica di Denni non si fa attendere.
- Allora dovreste riportarlo nel luogo dove  nato e cresciuto.
Ancora la logica nacuniana.
- E se fosse nato qui allo zoo? - le chiede. - Forse lui il Polo Nord non l'ha mai visto.
Denni legge il cartello.
-  qui da quindici anni. Da prima della rivoluzione. Avete abolito lo zar e non avete smantellato questo -. Con un gesto indica le gabbie e i viali alberati.
- Sono tante le cose che ancora non abbiamo smantellato, - ribatte Bogdanov. - Una volta mi hai detto che una rivoluzione non basta, ce ne vogliono cento.  cos. Una rivoluzione pu fondare nuove istituzioni, mettere i mezzi di produzione nelle mani dei lavoratori. Cambiare la testa delle persone  un processo molto pi lento.  una rivoluzione pi profonda. Capisci? Avere spodestato lo zar non significa che lo zar non ci sia pi. In un certo senso c' ancora, - porta un dito alla fronte. -  qui, nella nostra testa. Un giorno la coscienza dei lavoratori arriver a un tale grado di sviluppo che non avremo pi bisogno di un Piccolo Padre. Un giorno arriveremo a capire quello che per te  scontato, - Bogdanov indica l'orso sotto di loro. - E magari libereremo anche lui.
Denni ha ascoltato senza battere ciglio e rimane cogitabonda, appoggiata al parapetto, reggendosi il mento, in una posa troppo umana. Poi si allontana camminando sul bordo della conca. Il dubbio le rimane sulla faccia, e questo  un ottimo segno, qualcosa che potrebbe perfino riempirlo di orgoglio, come se Denni fosse la figlia che non ha mai avuto.
"I nostri sforzi non sono stati vani..."
Bogdanov sente la propria voce raggiungerlo da lontano e riportarlo indietro. Quando lui e l'uomo che sta aspettando lanciarono il movimento per una cultura proletaria.
Proletkult.
"I nostri sforzi non sono stati vani..."
Lunacarskij disse che si trattava di realizzare quello che avevano sempre sostenuto: un movimento autonomo dal partito, per rendere culturalmente autonoma la classe lavoratrice. Il proletariato doveva fondare una nuova moralit, una nuova politica, una nuova arte. Spazzare via le vecchie gerarchie. Una sfida al secolo.
Del movimento avrebbero fatto parte le varie anime della rivoluzione. I bolscevichi in maggioranza, certo, ma anche menscevichi, socialisti rivoluzionari, anarchici, oltre a tanti cani sciolti.
Nei primi mesi del 1918 la Russia era sotto assedio, l'incendio divampava...
"... e voi parlate di cultura!? - sbraitava qualcuno. - Imbracciate un fucile, piuttosto, o una zappa!"
No, no, la scala delle priorit andava capovolta. Non bastava che i lavoratori si impadronissero dei mezzi di produzione, serviva un movimento di massa che...
"... che faccia cosa!?"
Quanto ne discussero e con quanto accanimento.
"Noi affermiamo che il proletariato deve creare forme socialiste di pensiero, di sentimento e di vita quotidiana, indipendentemente dai rapporti e dalle alleanze con altre classi, siano esse contadine o piccoloborghesi".
Ma cosa farne della cultura del vecchio mondo?
"I grandi geni hanno sempre lottato per la libert creativa, contro le richieste dei loro mecenati e la censura delle classi dominanti. Per questo Shakespeare, Puskin, Dante, non sono della borghesia o dei feudatari, ma nostri!"
La risposta di Lunacarskij, l'equanime.
E cosa farsene degli intellettuali?
"Se un operaio scrive romanzi e smette di lavorare in fabbrica, non per questo si allontana dalla massa. Se invece si lascia sedurre dai privilegi e dal potere, la sua non  pi cultura proletaria".
Era la voce di un giovane colletto bianco di una fabbrica di Odessa che rivendicava la propria appartenenza di classe, anche se usava una macchina da scrivere, anzich una chiave inglese, e le sue mani non erano sporche di grasso ma di inchiostro.
Sulla cresta dell'onda rivoluzionaria, in mezzo al fischiare dei proiettili, ci si chiedeva quale fosse la funzione dell'arte.
"L'arte non  una decorazione. Come la scienza, serve a organizzare le esperienze. Ma a differenza della scienza, non usa concetti astratti. Usa immagini vive. L'arte collettivista evoca le connessioni del mondo, che l'individualista non vede. Esalta l'unione contro la distruzione, il collettivo delle stelle che lotta contro la notte, e non per forza la vita proletaria, gli operai al lavoro e la lotta di classe".
La propria voce, irriconoscibile, che tornava a essere stentorea come prima della guerra, mentre nascevano circoli del Proletkult in ogni angolo dell'Unione, dediti all'alfabetizzazione dei lavoratori, corsi di poesia, teatro, musica, seminari sulla letteratura.
Mezzo milione di aderenti in soli due anni.
Pochi meno del partito, ribattezzato "comunista". E fuori dal suo controllo.
Era la dimostrazione che il Proletkult interpretava un'esigenza concreta. Proletkult era il divenire, era lo spostamento del punto di vista, il movimento che cambia il modo di organizzare l'esperienza del mondo. Cio la realt.
Il passo successivo fu l'Universit proletaria di Mosca.
Lui stesso pronunci il discorso di inaugurazione.
Disse che gli esperimenti delle scuole di Capri e di Bologna trovavano compimento.
"I nostri sforzi non sono stati vani..."
Non lo erano stati, no. Una lunga battaglia, contro tutto e tutti. E adesso, finalmente, avevano un ateneo dove gli studenti partecipavano alla programmazione degli studi, dove la separazione tra lavoro intellettuale e manuale veniva ricomposta, dove insegnare e apprendere si fondevano in un'unica attivit creativa.
"Occorre abbandonare il feticismo del capo, della gerarchia, del potere, e cos sbarazzarsi dell'autoritarismo, ostacolo alla conoscenza".
Arrivarono a contare quattrocentocinquanta studenti. Disposti a praticare un inedito modo di studiare, di tipo cooperativo e non competitivo.
"Mandare all'universit gli operai e i contadini non basta. Questo  soltanto l'obiettivo minimo. Il vero obiettivo  il cambiamento di s".
Convocarono un congresso, con tanto di delegati stranieri, per lanciare l'Internazionale del movimento. Accanto al Comintern, sarebbe sorto il Kultintern.
Fu allora che Lenin decise che poteva bastare.
Nel 1920 ripubblic Materialismo ed empiriocriticismo, con una nuova prefazione, le cui righe conclusive suonavano come una sentenza:
"Bogdanov diffonde, in veste di "cultura proletaria", concezioni borghesi e reazionarie".
Il secondo attacco, se possibile, fu pi violento di quello di dieci anni prima, perch non si trattava pi di un conflitto filosofico. Per Lenin il Proletkult era un movimento guidato da intellettuali utopisti borghesi, alla base del quale c'era il relativismo cognitivo di una corrente minoritaria della filosofia, che riproponeva l'idealismo e il volontarismo. Un movimento che si prefiggeva la creazione di una cultura proletaria, come se la cultura si potesse inventare, anzich apprendere. Il proletariato aveva invece bisogno di apprendere, di conoscere, per ribaltare i rapporti di forza nella societ e afferrare le redini della societ stessa.
"Io dichiaro la mia pi totale avversit verso i miscugli intellettualistici e le cosiddette culture proletarie".
Non era il fermento culturale a preoccupare Vladimir Ilic. Ci che non poteva accettare era l'influenza "bogdanoviana" su mezzo milione di lavoratori. Lo vedeva ancora come un corruttore del materialismo dialettico, un pericoloso untore antimarxista.
Sotto le bordate di Lenin l'entusiasmo che era nato intorno al movimento vir verso l'incertezza. Il governo impose al commissariato all'Istruzione di tagliare i fondi al Proletkult, per poi inglobarlo. Il commissario Lunacarskij accett il compromesso...
"... perch non vada tutto perso. Devi ammetterlo, Sasa, il movimento  disorganico e dispersivo. Si tratta di organizzarlo e strutturarlo meglio. Applichiamo un principio tectologico, dovresti compiacertene".
Chiss se ci credeva davvero, si chiese mentre veniva estromesso dal comitato centrale del Proletkult. Non sarebbe rimasto l a vedere il movimento ricondotto all'ovile dello Stato e del partito. Prefer cogliere l'occasione della missione commerciale a Londra di Krasin e cambiare aria.
"A te gli affari. A me i libri", gli disse.
E poich dagli affari discende la politica, di l a pochi anni Krasin si sarebbe impegnato a far riconoscere dal governo di sua maest quello dell'Unione sovietica, e sarebbe morto proprio a Londra. E nonostante fosse convinto che la scienza, un giorno, avrebbe risuscitato i cadaveri congelati... venne cremato, per poter essere trasportato a Mosca con agio. Bogdanov ha assistito alla tumulazione delle ceneri sotto le mura del Cremlino, afflitto dall'amarezza quanto dal senso di perdita. Krasin era uno degli ultimi compagni dei tempi dell'esilio che ancora rispettasse. Ma come tutti loro, aveva fatto il suo tempo. E che tempo, che grande vita. Ben pochi rimpianti.
In quel momento una voce nota, che non viene dal passato, lo raggiunge dappresso.
- Buongiorno, Sasa.
Lunacarskij lo affianca sul bordo della conca.
Lui risponde con un cenno del capo e l'altro gli porge un sacchetto di carta. Ceci tostati.
- No, grazie.
Il commissario del popolo per l'Istruzione ha l'aria stanca, e una nuova ruga sulla fronte. Poco discosti, tre militari giovani e ben piantati, avvolti nei loro pastrani, col fucile in spalla, sono le guardie del corpo del ministro. Fumano distratti, parlottando tra loro.
- Perdona il ritardo, - dice Lunacarskij. - I preparativi per domani...
- Posso immaginare, - commenta Bogdanov. - Il grande giorno.
Lunacarskij sospira, poi ingoia un cece secco, che per gli va di traverso e scatena un attacco di tosse. Bogdanov gli batte la mano sulla schiena, finch quello non torna a respirare, mentre i due soldati si avvicinano con vaga apprensione. Il ministro si ricompone, il viso ancora paonazzo. Poi scaglia con rabbia il sacchetto dentro la conca dell'orso.
- Tieni, - dice rivolto all'animale. - Mangiateli tu.
Denni richiama la sua attenzione.
-  proibito dare cibo agli animali!
Lunacarskij, interdetto, si rivolge a bassa voce a Bogdanov.
- Chi ?
- Una mia paziente. Un caso clinico di cui mi sto occupando -. Si allontana di qualche passo. - Andiamo un poco pi in l.
Lunacarskij fa un cenno ai militari e lo segue sotto i rami spogli di un albero che grondano umidit sulle tese dei loro cappelli, producendo un ticchettio morbido. A pochi metri, due scimpanz li osservano annoiati da dietro le sbarre. Uno sembra pi anziano, ha il pelo grigiastro, e tiene un braccio sulle spalle di quello giovane, che lo sostiene come farebbe un figlio con il genitore.
- Potevi darmi appuntamento in un caff, - dice Bogdanov. - Saremmo stati pi comodi.
- Qui ci ascoltano soltanto le scimmie.
Bogdanov indica i tre soldati.
- Loro non ascoltano di sicuro, - replica Lunacarskij.
Oltre i rami contorti c' un laghetto ghiacciato. Alcune oche grigie passeggiano sulla superficie opaca, in fila come soldati. L'ultima scivola ogni tre passi, una cadenza regolare. Bogdanov prova una profonda empatia. Dev'essere l'influsso di Denni.
- Vuoi consigliarmi di restare a casa, domani? - chiede con una punta di sarcasmo nella voce.
- Anche se ho dei pessimi presentimenti, certo non ti consiglier di mancare alle celebrazioni, - risponde l'altro. - Ho voluto vederti per una cosa che mi  stata detta qualche giorno fa. Riguarda te e non mi fa stare tranquillo.
La solita, irritante premura di Lunacarskij, figlia del senso di colpa che non l'ha mai abbandonato per essere stato il pi morbido, il pi conciliante dei due.
Il ministro  corrucciato oppure lo disturba il riverbero della luce sul ghiaccio.
- Nei corridoi del Cremlino ho incontrato Meninskij. Mi ha accennato a te. Mi ha detto: "Il tuo amico Bogdanov farebbe meglio a fare il medico".
Un avvertimento senza senso, per uno che negli ultimi quattro anni ha fatto proprio quello. Il medico.
- Tutto qui?
L'espressione di Lunacarskij gli smorza le parole in bocca. La ruga sulla fronte si  fatta pi profonda.
- Se il capo della Gpu lascia cadere un'osservazione del genere  per un motivo. Non prenderla alla leggera. Di cosa ti stai occupando al momento?
L'occhiata di Bogdanov a Denni lo tradisce. Lunacarskij individua la ragazza.
- Lei? Cosa c'entra?
- Te l'ho detto, - risponde Bogdanov, -  un caso che mi sono preso a cuore. Credo sia la figlia di un vecchio compagno dei tempi dell'esilio. Non ne sono certo, ma tutti gli indizi lo suggeriscono. Cerco di scoprire se  ancora vivo.
Lunacarskij pare ripetersi mentalmente ci che ha appena sentito.
- Chi sarebbe suo padre?
Bogdanov esita prima di rispondere. Cerca le oche, ma invano. Il laghetto  deserto.
- Leonid Voloch. Te lo ricordi?
Il ministro torna a osservare la ragazza, come per scovare una somiglianza.
- S. Era dei nostri. Credo di averlo incontrato su un tram un paio d'anni fa, qui a Mosca.
Un brivido.
- Gli hai parlato?
- Stavo per farlo, ma lui  sceso troppo in fretta.
- Sei sicuro che fosse lui?
Lunacarskij si stringe nelle spalle, avvolte dal cappotto.
- Era passato un bel pezzo dall'ultima volta che l'avevo visto. Eravamo in Italia...
Bogdanov non si trattiene.
- Ti dice niente il nome Igor Pasin?
- No. Dovrebbe?
Qualche passo avanti e indietro, per aiutare i pensieri a circolare.
- La ricerca mi ha portato a questo Pasin. Sono stato a casa sua e quando mi ha visto  scappato. Il mio assistente all'istituto era con me e dice che deve averci presi per poliziotti...
Il volto di Lunacarskij si distende per un attimo.
- Un oppositore. Questo spiegherebbe l'avvertimento di Meninskij. Devi aver dato l'impressione di cercare un contatto con l'opposizione.
-  ridicolo, - ribatte Bogdanov. - Ho abbandonato la politica. E Meninskij dovrebbe sapere bene cosa Trockij pensa di me...
- Questo non significa niente, - lo interrompe Lunacarskij. - Trockij adesso sta con Kamenev e Zinovev, che fino a ieri lo denigravano. Le alleanze cambiano. Non ti meravigliare che Meninskij ti mandi un avvertimento tramite me.
L'ironia grottesca della cosa  evidente quanto irritante.
- In nome dei vecchi tempi, suppongo, - sibila Bogdanov.
- Ognuno di noi ha i suoi buoni motivi per fare quello che fa, - risponde Lunacarskij.
Per un po' restano zitti, ascoltando il battere delle goccioline sui cappelli di feltro. Un curioso orologio naturale.
 ancora il ministro a dare voce ai pensieri.
- L'opposizione fallir. Non perch non abbia la sua parte di ragione. Ma la gente vuole pace e sicurezza, ed  quello che offre Stalin -. Con un gesto imperioso rafforza le parole. - Sconfigger Trockij e gli altri, dopodich realizzer molte delle loro proposte, vedrai. E potr vantarsene.
- Tu resterai sul carro del vincitore?
La domanda non  provocatoria, non ce n' pi bisogno.
Un ghigno amaro storpia l'espressione professorale di Lunacarskij.
- Tra non molto metteranno da parte anche me, vedrai. Allora mi dedicher soltanto alla critica letteraria.
Bogdanov tace, ha perso di vista Denni, poi la rintraccia vicino alle sbarre di una grande gabbia. Invita l'altro a raggiungerla ma Lunacarskij si trattiene.
- Adesso devo salutarti. I preparativi per domani incombono.
Si stringono la mano.
Bogdanov osserva l'amico allontanarsi, dinoccolato, in compagnia dei suoi guardiani, pi bassi di lui e molto meno eleganti. Quindi raggiunge Denni, alla gabbia della tigre siberiana. Il grande felino  mezzo nascosto dietro le rocce. Insieme si incamminano verso l'uscita principale, sulla quale campeggia la scritta "Zoopark". Mentre escono, Denni estrae qualcosa da una tasca del vecchio pastrano. Una veloce macchia bianca, rumore di carta. Il sacchetto di ceci. Bogdanov deglutisce. Deve aspettare qualche decina di passi per aprire bocca.
- Ti rendi conto che l'orso poteva sbranarti?
- Avrebbe avuto le sue buone ragioni, non credi? Eppure non l'ha fatto. Ne vuoi uno?
Gli porge il sacchetto e questa volta lui accetta l'offerta.



Capitolo 31

Per generali e caporalmaggiori il principio tectologico fondamentale  la catena di comando. Una struttura efficace per le campagne militari, perch un uomo ne governa dieci, e ognuno di questi ne governa altri dieci, e in sei passaggi un ordine pu coinvolgere pi di un milione di soldati e concentrarli in un punto per la difesa o l'attacco. Quando invece si pretende di organizzare cos un'intera nazione, con un numero di abitanti centocinquanta volte superiore, la catena s'indebolisce man mano che si allunga. Tutto sembra funzionare, perch l'ordine parte e arriva lo stesso, ma in realt non viene compreso; lo si esegue controvoglia o con obbedienza cieca, perch tra il primo e l'ultimo anello non c' pi comunione d'intenti. Si accumulano errori e lamentele, accuse di arbitrio e insubordinazione. Le energie si disperdono e le contraddizioni aumentano, finch il sistema, come tutte le organizzazioni egressive, va incontro al collasso.
Bogdanov osserva dalla finestra il traffico sulla Jakimanka, le bandiere che sventolano dagli autobus stracolmi, i passeggeri in piedi sul tetto dei tram. Drappelli di marinai sfilano tra applausi e incitamenti. Il nevischio che scende fin dal primo mattino, si scioglie sotto i cingoli dei carri armati in manovra, giunti dalle caserme a sud della citt; sotto gli stivali dei soldati che si dirigono alla parata, con le baionette inastate e i cori sulle labbra, tra squilli di tromba e colpi di tamburo; sotto le ruote delle autoblindo e gli zoccoli dei cavalli, che trainano sul selciato pezzi d'artiglieria.
- Esco, - dice rivolto a Natal'ja, che sente aggirarsi nella stanza accanto. Non andranno insieme, l'ha preteso lei, "Voglio restare con Denni e poi mi fanno male i piedi". Lo saluta sull'uscio, inquieta. Ma non dovrebbe preoccuparsi. Come dice il proverbio: grandi nuvole, piccola pioggia.
In strada, galleggiano sulle teste i gonfaloni delle fabbriche e le lettere che compongono il nome di Lenin, rimescolate in tutti gli anagrammi possibili dal flusso della folla lungo i marciapiedi.
Attorno a un venditore di spille con la stella rossa e il numero dieci, si forma un capannello che restringe il passaggio. Nella calca, Bogdanov si ritrova accanto a un uomo che regge un cartello. "Per l'unit del partito leninista!", recita la scritta in cima al bastone. I pochi a farci caso, non restano colpiti n perplessi. Nessuno riconosce il vero bersaglio della frase. Nessuno sospetta che chi se la porta in giro dev'essere un membro dell'opposizione. L'auspicio, cos banale in apparenza,  un'accusa implicita contro Stalin, colpevole di voler allontanare i pi fedeli seguaci di Lenin. Se sono questi gli slogan che dovrebbero guastare la festa e innescare la rivolta, il vecchio compagno Koba pu dormire sonni tranquilli. Bogdanov riprende a camminare verso il fiume. Altri cartelli dell'opposizione si alzano sopra i berretti e i bambini sulle spalle dei padri.
"Per una vera democrazia operaia!"
"Per un comitato centrale leninista!"
Dev'essere un modo per riconoscersi a vicenda senza farsi individuare. Oppure una strategia sottile per aggregare proseliti. Chi non sfilerebbe dietro slogan del genere?
La citt  coperta di parole. Gli altoparlanti sporgono dai lampioni come fiori in cima a uno stelo. Chiamano a raccolta il popolo sovietico, con inni e inviti all'adunata. Ogni finestra  una bocca, ogni palazzo un palco di drappi rossi e caratteri maiuscoli. Non c' mezzo di trasporto che non abbia un aforisma sulla fiancata, una massima sul tetto in forma di bandiera.
Esiste un modo per celebrare le ricorrenze che non trasformi chi partecipa in un gregge? Bisognerebbe chiederlo a Denni, ma lei  rimasta a casa, per colpa di un rialzo di temperatura. La gita allo zoo le ha fatto prendere freddo. Al risveglio scottava e aveva le gote insolitamente rosate. Natal'ja ha insistito per tenerla a casa. Meglio cos. Quella ragazza ha un disperato bisogno di credere. Nel socialismo nacuniano e in quello terrestre. La realt le va somministrata a piccole dosi. Portarla in mezzo a compagni che si insultano, mentre festeggiano la rivoluzione, sarebbe una terapia d'urto con effetti imprevedibili.
Sulla Manenaja, come carri allegorici, avanzano trattori con grandi rimorchi, carichi di modelli in scala dei progressi dell'Unione: locomotive, fornaci, navi rompighiaccio, presse, turbine elettriche. "Il comunismo  il potere dei soviet pi l'elettrificazione di tutto il Paese!" La frase di Lenin riempie gli spazi tra un prototipo e l'altro. Bogdanov si alza sulla punta dei piedi e scorge anche un missile di latta, ma quello sparisce dietro la curva e lo lascia col dubbio di aver visto una bomba, pronta per la prossima guerra, o un velivolo spaziale per esplorare il cosmo.
Sul balcone del Grand hotel de Paris, all'angolo tra la Tverskaja e Ochotnyj Rjad, sono appesi tre grandi ritratti. Uno per ognuna delle finestre che si aprono sulla curva della facciata. Troppo lontani per riconoscerli, ma  facile indovinare chi potrebbero essere. L'hotel ospita funzionari e membri del partito. Il governo l'ha requisito, insieme ad altri alberghi, dopo lo spostamento della capitale da San Pietroburgo. L'edificio  diventato la 27 Casa dei soviet, affacciata sull'incrocio pi caotico di Mosca, davanti all'ingresso della Piazza Rossa. Nelle sue stanze, spesso condivise, abitano parecchi membri dell'opposizione. Ecco perch non ci vuole molto per immaginare a chi appartengono le facce nelle grandi cornici: Trockij, Zinovev e Kamenev, il terzetto che combatte Stalin e la destra del partito. Bogdanov si avvicina, la calca si fa pi fitta, le voci salgono di tono.
Sotto ai ritratti, un lenzuolo legato alla ringhiera dice che bisogna "realizzare il testamento di Lenin!" E infatti, a sorpresa, uno dei tre volti  quello accigliato di Vladimir Ilic. Manca invece Kamenev, chiss perch.
Lo schiamazzo diventa clamore quando in mezzo ai tre compare un tizio rasato, in carne e ossa, completo di occhiali a molla e pizzetto. Il compagno Ivar Smilga, spedito nell'estremo oriente sovietico a occuparsi delle miniere di stagno.
- Tornatene a Chabarovsk! - grida una donna col fazzoletto in testa.
L'uomo si appoggia alla balaustra, sporge il busto sulla strada ormai gremita, e riversa sulla folla frasi battagliere.
- Basta! - gli intima qualcuno.
- Siamo qui per festeggiare! - si lamenta un vecchio, mentre molti alzano il pugno in segno di approvazione o minaccia. Bogdanov  preso in una tale calca, che nemmeno volendo potrebbe sollevare il braccio, a salutare o maledire l'oratore.
Poi, visto che quello non desiste, un gruppo di operai molla lo stendardo della fabbrica e a forza di gomitate si avventa su un carretto di primizie dell'agricoltura sovietica. Volano patate, cavoli e zucche intere.
Dalle finestre dell'Hotel nazionale, che abbraccia con sei piani l'angolo opposto dell'incrocio, piovono posate e cubetti di ghiaccio, sul terrazzo dei ribelli e sulla strada, ovvero sul tappeto di berretti che la ricopre senza il minimo spiraglio.
Un cucchiaio di metallo impatta una nuca proprio di fronte a Bogdanov. La testa sanguina, l'uomo tampona la ferita con i guanti di lana. Ora di allontanarsi, ma la ressa non lo permette e anzi trascina i corpi in un gorgo verso il portone del palazzo.
- Dobbiamo unire le forze contro i contadini ricchi, gli imprenditori privati, i burocrati e la destra! - strilla Smilga dal balcone, ma ormai le parole si distinguono appena, nel baccano di insulti, chiamate alle armi, grida di dolore e d'aiuto.
Bogdanov  bloccato eppure si muove. Toraci e colpi d'anca lo sospingono. In direzione opposta alla forza che lo costringe, oltre i primi flutti di schiene, vede una barriera di randelli e calci di fucile, dritti e impettiti per esigere un varco, e di quando in quando calati con forza, per ottenerlo in maniera pi spiccia.
La folla cerca di allargarsi, di indietreggiare. Si respira a fatica, si grida. Gli aggressori s'infilano in un pertugio, lo allargano e finalmente prorompono, come un'inondazione.
Raggiungono l'ingresso del Grand hotel e picchiano i bastoni sulle ante di legno, le forzano con una sbarra di ferro, mentre tengono a distanza chi vorrebbe intervenire.
Smilga si affretta a concludere il discorso e cede la posizione a tre compagni agguerriti, che bombardano gli assedianti con piatti e sedie.
Il portone  ormai dischiuso, quando Bogdanov riesce a sfilarsi e a scivolare verso le guglie di Santa Parasceve. Si massaggia le costole e riprende fiato, affretta il passo tra i corpi pi radi, indeciso se svoltare nella Piazza Rossa o accontentarsi di quello che ha visto.
Il baccano scema, le grida si disperdono. Di fronte alle colonne della Casa dei sindacati sembra di essere in un quartiere diverso, come se una parete di vetro fosse calata dallo spazio, a isolare i tafferugli sotto la 27 Casa dei soviet.
Nella relativa quiete che regna sullo slargo, tra i banchi di verdura e le macellerie chiuse per la festa, spicca il motore di un'auto. A giudicare dal rombo, viaggia a velocit sostenuta. Strano, con tanta gente sulla strada.
Un ragazzo attraversa di corsa i binari del tram. Avr l'et di Kotik. L'auto sbuca tra due carretti del mercato, parcheggiati coi relativi cavalli. Rischia di investire un'anziana con una bimba per mano, due soldati si fanno da parte con un balzo all'indietro. Frenata brusca sul selciato fradicio, a due passi da Bogdanov. Tre uomini scendono al volo, gli sportelli restano aperti. Tagliano la strada al ragazzo, lui prova a scartare, lo spingono a terra.
Il primo calcio lo colpisce su un fianco, il secondo allo stomaco.
- Fermi! Cosa fate?
Bogdanov strattona una giacca di pelle nera.
L'uomo si volta, mentre i compari ammanettano il ragazzo e lo costringono a rialzarsi.
Il poliziotto non fa in tempo a parlare che un cartello gli si abbatte sulla fronte.
"Fuori i burocrati dal partito!", dice la scritta sul legno.
Accorrono altri giovani che si lanciano sui tre sbirri.
Bogdanov cerca di allontanarsi controcorrente, ma viene travolto da un ragazzo molto pi alto di lui. Cade all'indietro, batte la schiena sul selciato. Il tacco di una scarpa gli schiaccia il gomito, poi un paio di stivali inciampa sulle sue gambe e un uomo gli crolla addosso con tutto il peso. Si rannicchia, le ginocchia contro il petto, e quando tenta di rialzarsi una fitta al braccio lo costringe a terra, in mezzo alla danza scomposta di decine di suole.
Si gira sul fianco opposto e sente l'umido del nevischio attraverso la stoffa del cappotto. Qualcuno lo aiuta a mettersi in piedi, sostenendolo sotto l'ascella.
- Per di qua, - gli sussurra.
Intravede la bocca e il naso, la fronte coperta dalla visiera del berretto.
- Avanti! - lo tira e Bogdanov inquadra, dietro di lui, una seconda automobile nera, col motore acceso e la portiera spalancata. Dev'essere sopraggiunta quando lui era a terra.
Punta i piedi, ma i ciottoli bagnati scivolano sotto gli stivali. Un uomo scende ad aiutare l'altro.
La rissa di calci e bastoni rischia di inghiottirli.
L'uomo che lo ha rialzato ora lo spinge nell'automobile.
- Entra o ti travolgeranno, - dice in un sibilo.
Un attimo dopo sono dentro l'abitacolo, seduti fianco a fianco. L'auto si allontana tra spruzzi di poltiglia.
Bogdanov si schiaccia contro la portiera e studia quel volto familiare, anche se non lo vede da quasi vent'anni.
- Alla fine sono io che ho trovato te, - dice Leonid.
Lui si limita a riprendere fiato. L'uomo alla guida non li degna della minima attenzione.
Bogdanov guarda fuori dal finestrino, come un passeggero qualsiasi, o un membro del governo scarrozzato dall'autista.
- Dove mi portate? - domanda.
- A casa mia, - risponde Leonid con una tranquillit serafica. - Non quella dove sei venuto a cercarmi. La mia vera casa.
Oltre il vetro, Bogdanov riconosce la piazza, la facciata barocca piena di finestre, il frontone con l'orologio. Il palazzo della Lubjanka si fa pi grande mano a mano che si avvicinano, pronto a inghiottirlo per la seconda volta.



Capitolo 32

Sono trascorsi quattro anni da quando Bogdanov  stato ospite della Gpu. I corridoi verde pallido sono sempre gli stessi. Vuoti e costellati di porte. L'interrogatorio si tenne in una stanza simile a quella in cui si trova ora. Magari la stessa. Rettangolare, cinque passi per sei. Niente finestre, solo due porte che interrompono le pareti pi lunghe, come allo specchio. Al centro, il tavolo di legno scuro, e intorno tre sedie, rivestite in cuoio.
Lo accusavano di essere l'ispiratore di "Verit Operaia".
Prove a carico: tre articoli pubblicati sul giornale del gruppo, zeppi di terminologia bogdanoviana. Ogni capoverso ribolliva di egressioni, degressioni, ingressioni...
Gli rinfacciavano di non essersi dissociato da quegli scritti reazionari.
"Non ho ritenuto di averne bisogno. Pubblico libri da un quarto di secolo e alcuni sono materia di studio nelle scuole del l'Unione. I miei lavori sulle trasfusioni, sulla cultura proletaria e sulla tectologia vengono commentati in tutta Europa. Non immaginavo mi si potesse associare a un gruppetto di giovani invasati che redigono un foglio tirato al ciclostile. E poi non sono pi un politico, ma uno scienziato".
"Se siete uno scienziato, perch un gruppo di oppositori si  preso tanto a cuore i vostri scritti, al punto da adottarne la terminologia?"
"Perch quegli scritti sono al centro di una campagna denigratoria, che li presenta come eretici e li rende affascinanti per i giovani irrequieti, mentre io mi ritrovo tra l'incudine e il martello. Tra chi distorce le mie teorie per poterle attaccare, e chi le distorce per farne una bandiera".
"Non avete forse scritto che in Unione sovietica come in Occidente gli organizzatori e gli ingegneri tendono a prendere il potere, con l'appoggio dei partiti politici?"
"Ho scritto che nell'Unione sovietica questo non avviene, perch i nostri organizzatori non conoscono ci che organizzano".
"Non avete forse scritto che in Unione sovietica il comunismo ha per obiettivo i bisogni della produzione e non quelli degli operai?"
"Ho sostenuto che in una situazione di crisi economica, come questa che viviamo, la produzione deve avere la priorit".
"Non avete forse detto che il nostro non  un partito di lavoratori, ma di soldati-lavoratori?"
"S. E poich i soldati che stanno nel partito sono in origine operai o contadini, ho scritto che il partito  fatto di operai e contadini".
E via di questo passo, per un'intera giornata. Finch non lo schiaffarono in gattabuia, in attesa che la sua situazione si chiarisse. La dittatura del proletariato non pu concedersi l'habeas corpus.
Cella numero quarantanove, in compagnia di un delinquente comune. Senza poter uscire, senza libri. Dopo due settimane, gli portarono almeno l'occorrente per scrivere una lettera al gran capo della polizia politica, Feliks Edmundovic Dzerinskij, come lui nato nelle terre tra Minsk e Varsavia. Bolscevico di vecchia data.
"Compagno direttore, i vostri investigatori sono stati corretti e scrupolosi. Ma voi mi conoscete, potete capire meglio. Sapete cosa significa agire sul palcoscenico della Storia, che  il nostro giudice comune".
La richiesta di un colloquio privato, concesso il giorno stesso.
La promessa di un rilascio entro una settimana e il permesso di incontrare Natal'ja. In cambio, l'ordine di mettere per iscritto il proprio punto di vista sulla rivoluzione. Un compito da niente, completato in sei giorni. Eppure, la porta della prigione rimase chiusa. Al punto da doverli minacciare di dare in escandescenze, farsi venire un infarto e crepare l dentro.
Infarto che poi lo colp davvero, pochi giorni dopo la scarcerazione.
Adesso eccolo ancora l, in attesa di un nuovo interrogatorio. Nel frattempo Dzerinskij  morto, e alla guida della polizia segreta gli  succeduto il suo vice, Meninskij, un altro vecchio sodale, che insegn agli operai come si stampa un giornale, in una tipografia della scuola di Bologna.
Bogdanov siede nella stanza vuota, in compagnia dei propri pensieri, mentre passa un'ora, forse due, o chiss, in attesa non gi di conoscere la propria sorte, di cui davvero non gli importa nulla, bens che qualcuno entri e gli confermi la soluzione del rebus. La fine della ricerca, se mai una ricerca pu dirsi conclusa.
Alla scuola di Bologna c'era anche Leonid. E Aleksandra Kollontaj, che lo am per qualche tempo "... ricevetti una lettera di Leonid nella quale mi diceva che aveva deciso di tornare... poco prima che il governo venisse trasferito a Mosca, Meninskij mi disse che aveva incontrato Voloch, da poco rientrato dall'estero..."
Leonid torn, soltanto per sparire poco dopo. Un nome nuovo. E un compito nuovo. Combattere i nemici dello Stato sovietico. Un eroe anonimo.
Quando dopo un tempo incalcolabile una delle due porte si apre, Bogdanov si ritrova a guardare Leonid Voloch che entra e si accomoda di fronte a lui, con il tavolo nel mezzo.
- Perdona l'attesa.  una giornata difficile.
Sfila di tasca un paio di sigarette e gliene porge una, ma lui rifiuta. Voloch l'accende per s tenendola tra le dita gialle di nicotina, tira un paio di boccate, mentre lo osserva con curiosit, la bocca nascosta sotto i folti baffi. I capelli striati di grigio e le rughe sopra gli zigomi rivelano il tempo trascorso.
- Sembri pi giovane di me, - dice dopo uno sbuffo di fumo. - E hai dieci anni di pi. Dovrei venire anch'io a fare le trasfusioni al tuo istituto.
- Hai una malattia rara, - annuncia Bogdanov. - Se non tenti una cura potresti morire in fretta.
Voloch annuisce.
- Lo so. I medici me l'hanno detto. Non quelli dell'ospedale dove hai trovato la mia cartella clinica. Medici migliori. Dicono che ho una bomba in corpo,  solo questione di tempo prima che scoppi. La mia malattia  talmente rara che nessuno ne sa niente. Hai rischiato di non trovarmi pi. Pensa che disdetta.
Bogdanov non raccoglie il sarcasmo. Non sa nemmeno a quale scopo l'abbia portato l e non  questo che ha voglia di chiedergli.
- Perch ti fai chiamare Igor Pasin?
Un'altra boccata, assaporata fino in fondo, a sfregio della tubercolosi.
-  un nome come tanti. Tu quanti ne hai cambiati? Nemmeno Bogdanov  il tuo vero nome... Sai, quando ti ho visto per le scale, l'altra sera, mi sono stupito. Finch te ne andavi in giro a domandare di Leonid Voloch ai vecchi compagni, non mi sono preoccupato. Ma non credevo di trovarti sul pianerottolo di casa.
- Da quando fai parte della Gpu? - domanda Bogdanov.
- Da quando ancora si chiamava Ceka. Meninskij mi ha reclutato appena sono rientrato in Russia, nel '17. Mancavo da pi di dieci anni, ero un buon candidato per la polizia segreta. Ricordi quando ti hanno portato qui, qualche anno fa, per la storia di "Verit Operaia", e sei finito sotto il torchio di Agranov...
- Un tuo collega molto scrupoloso, - commenta Bogdanov.
Voloch cancella l'evocazione soffiandoci sopra il fumo.
- Un ottuso burocrate. Voleva sequestrare la lettera che avevi scritto a Dzerinskij. Sono stato io a fargliela arrivare.
- Grazie.
- Non c' di che. Si erano messi in testa di incastrarti, pensavano davvero che tu fossi un sovversivo.
- Sono stato anche quello, - dice Bogdanov con pi durezza nella voce.
- Lo eri per lo zar, - replica Voloch quasi parlasse tra s. - Non per l'Unione sovietica. Ormai ho una certa esperienza in materia. Ho combattuto i Bianchi, gli ammutinati di Kronstadt, le spie imperialiste -. Indica Bogdanov, - Su quella sedia ho interrogato Sidney Reilly, prima di spedirlo davanti al plotone d'esecuzione... Tu non sei n una spia n un nemico della rivoluzione. Non stai con l'opposizione ma nemmeno con Stalin. Non sei un menscevico e nemmeno pi un bolscevico -. Le folte sopracciglia si increspano. - Come ti definiresti?
Le parole escono spontanee, senza pensare.
- Un marxista marziano.
Voloch d una manata sul tavolo.
- Bella risposta.
Nella voce, una traccia dell'antica ammirazione. Faccia a faccia, come vent'anni prima. I ruoli per sono ribaltati. Adesso  Voloch il pi forte, e senza nemmeno bisogno di una pistola in tasca. Dispensa saggezza, disincanto, determinazione. E lo fa con parole appropriate, padronanza di linguaggio. Segno che nel tempo trascorso non ha mai smesso di istruirsi, di migliorarsi, come un degno studente della sua scuola operaia. Dovrebbe compiacersene e invece gli sembra una presa in giro.
- E tu? - lo incalza. - Come ti definiresti? Com' possibile che uno studente della scuola di Capri e di Bologna sia diventato un inquisitore?
Voloch annuisce, come se si aspettasse la domanda e ne capisse le ragioni profonde.
- Hai sempre detto che un discepolo deve andare oltre il maestro, altrimenti lo segue nella tomba, - ricorda. - Tu mi hai insegnato che un sistema si regge sull'organizzazione. Ma perch si regga bisogna difenderlo dalle degressioni.  quel che ho fatto. Ho difeso la rivoluzione, mentre tu la criticavi. Credo che abbiamo fatto entrambi la nostra parte.
Bogdanov appoggia i palmi sul tavolo, allargando le dita, come se volesse incollarle alla superficie di legno o si accingesse a suonare una tastiera invisibile. Parla fissando un punto in mezzo alle mani, per rimanere calmo e concentrato.
- Io non ho mai inteso che l'organizzazione dovesse essere gerarchica, che i burocrati dovessero prendere il potere. Difendere questa tendenza in nome del mio pensiero significa tradirlo.
Ecco, glielo ha sputato in faccia ed  come dire che oggi meriterebbe il proiettile risparmiato un giorno di vent'anni fa.
Voloch replica serafico.
- Hai detto le stesse cose l'ultima volta che sei stato qui, ricordi? Hai detto di essere stato frainteso da tutti. Per essere un eretico, come ti definisci, sei strano. L'unico custode dell'ortodossia bogdanoviana.
Le dita si rilassano. La rabbia tracima e diventa delusione. Bogdanov tace. D'un tratto  stanco, addirittura spossato.
- Perch mi hai cercato? - chiede Voloch.
 giunto il momento di dirgli di Denni. Bogdanov trascina le parole, le lascia affiorare alle labbra che vorrebbero rimanere serrate.
- Non sei l'unico ad avere la stessa forma anomala di tubercolosi. Ce l'ha anche tua figlia.
Bogdanov cerca invano le tracce di una reazione su quel volto segnato. Voloch seguita a fumare.
- Sapevi di avere una figlia?
- No.
- La madre  morta quando lei aveva sei anni, - riprende Bogdanov. - Adesso ne ha una ventina. L'ha cresciuta lo Stato. Ha con s una banconota della rapina di Tiflis. Immagino che tu l'abbia donata alla madre quando te ne sei andato. Probabilmente in quei mesi del 1907 durante i quali... non sei stato da nessuna parte. Volevi sdebitarti con lei per averti accudito. La ragazza ha anche il tuo anello ricavato dal bullone. E ha la tua stessa rarissima patologia.
Voloch sembra riflettere su quanto ha appena ascoltato, ma ancora non ci sono reazioni. Il suo carattere dev'essersi raffreddato durante gli anni di servizio nella polizia politica. Bogdanov guarda le mani forti, le dita grosse da operaio e soldato, che ricordava bene. Mani che hanno agito al servizio dello Stato sovietico e hanno fatto cose che non  difficile immaginare.
- Adesso dov'? All'istituto? - domanda Voloch.
- S, - risponde Bogdanov. - Si  presentata da me per avere tue notizie. Crede di essere la figlia di Netti e del protagonista di Stella rossa.
Dopo un istante Voloch scoppia in una risata sincera, la stessa che chiunque l'abbia conosciuto ricorda bene, e per un momento  come se vent'anni non fossero passati.
- Ma allora, Bogdanov,  figlia tua, non mia!
Bogdanov rimane serio, spiazzato da quell'asserzione semplice e immediata. Voloch getta il mozzicone sul pavimento e lo schiaccia sotto la suola. Poi appoggia i gomiti sul tavolo, le dita intrecciate, e scruta Bogdanov con l'aria ancora divertita.
- I figli sono di chi li cresce e certamente io non l'ho fatto.
- Nessuno di noi l'ha fatto, - ribatte Bogdanov. - Avevamo il mondo da cambiare. Non abbiamo mai creduto nella famiglia borghese.
Voloch smaltisce gli scampoli d'ilarit e torna a riflettere sulla notizia.
- E questa ragazza, che dici essere mia figlia, cerca il protagonista di un tuo romanzo perch crede che sia suo padre...
- Quel personaggio sei tu, come ben sai, - soggiunge Bogdanov.
- Davvero?
Bogdanov non saprebbe dire se la domanda  retorica, ma decide di rispondere come se non lo fosse.
- Sei stato tu a raccontarmi il tuo viaggio su Nacun... Eravamo a Capri. Non te lo sei dimenticato.
Voloch si accende anche l'altra sigaretta. La prima boccata manda le volute azzurre di fumo a ondeggiare intorno al lampadario.
- Sei tu che hai dimenticato, Bogdanov. Io ti ho raccontato un sogno fatto nel delirio. Ma i tuoi romanzi sono soltanto tuoi. Non sono io a essere stato su Nacun. Sei tu. Se quella ragazza cerca suo padre in quel Leonid, allora sta cercando te.
Bogdanov non trova parole per replicare e rimane zitto.
- Mi spiace per la sua malattia, - riprende Voloch. - Ha il destino segnato e io non posso farci niente.
- Potresti almeno rispondere alla domanda che vorrebbe porti.
- Quale domanda?
- Se ce l'abbiamo fatta. Se il mondo poi l'abbiamo cambiato davvero e in meglio. Se il sacrificio  valso la pena.
Voloch soffia ancora, ad alimentare la nuvola di fumo che aleggia sulle loro teste come una nebbia di pensieri.
- A questo puoi rispondere anche tu. Abbiamo intrapreso una strada tortuosa e costellata di sbagli. Alcuni evitabili, altri no. Chi pu dire se arriveremo un giorno alla societ senza classi... Non c' modo per scoprirlo se non provare. Conoscere il mondo e cambiarlo sono la stessa cosa. Cambiare il mondo e cambiare noi stessi sono la stessa cosa. Non  quello che hai sempre detto? Per quanto alto sia il prezzo da pagare, non sar mai pi alto di quello che l'umanit ha gi pagato in secoli di schiavit e sfruttamento.
Bogdanov rimugina le parole, come se dovesse mandarle a memoria. Potrebbe riportarle a Denni, perch si metta il cuore in pace, e si rassegni a essere terrestre, come tutti loro.  quanto gli resta da fare. Se glielo permetteranno. Ritrovare la via di casa, di Natal'ja, di Kotik, di Denni. Di quella famiglia che ha rifiutato per una vita e che adesso vuole riagguantarlo. Una sensazione che lo irrita. Eppure non desidera altro.
- Vorrei avvertire mia moglie che sto bene. A quest'ora sar molto preoccupata.
Voloch spegne la seconda sigaretta e si alza.
- Certo. Verrai riaccompagnato a casa. Appena gli ultimi strascichi della giornata saranno finiti. Cos saremo certi che non ti troverai nel posto sbagliato al momento sbagliato. Devi avere ancora un po' di pazienza. Faccio portare del t e qualcosa da mangiare.
- Quanta premura, - commenta Bogdanov con un sarcasmo involontario.
Voloch risponde gi accanto alla porta.
- Diciannove anni fa mi hai dato una possibilit. Avresti potuto farmi finire in fondo al mare e non l'hai fatto. Non me lo sono dimenticato.



Capitolo 33

- Denni? Dove sei, cara?
Nessuna risposta, la stanza  vuota, in penombra. Il letto ancora fatto. Natal'ja Korsak indietreggia di un passo e richiude la porta.
- Dev'essere con i conigli, - dichiara convinta a Moris Lejtejsen, che le porge il braccio per sostenerla. Lei preferisce avanzare da sola, anche se il dolore ai piedi non le d tregua. Puntuale come le prime nevicate e le temperature a poche tacche dallo zero. Zoppica, trascina le suole, e per quanto si sforzi di non darlo a vedere, quell'andatura la fa sentire ridicola. Il bimbo di Kuokkala, ormai trentenne, ha gli anni che avrebbe il suo primogenito, se non fosse morto in fasce. L'et giusta per essere ingaggiato come bastone della vecchiaia da una sessantatreenne con troppi esodi nelle gambe.
- Denni? C' una sorpresa per te!
La ragazza si affaccia alla porta dello stabulario. L'odore degli animali trapela dallo spiraglio.
- Ti ho portato i cristalli che mi hai chiesto nella lettera, - dice Moris offrendoli sul palmo.
Denni pare una bambina che riceve in regalo polvere di stelle.
Troppo incantata per ringraziare, raccoglie tra le dita una delle piccole lastre trasparenti, simili a schegge di vetro sottile. La osserva controluce, la sovrappone a un'altra.
- Era questo che volevi? - domanda Lejtejsen. - Dalla tua lettera non era molto chiaro. Ho pensato che ti servisse del biossido di silicio. Cio quarzo.
- Sono perfette, - esclama lei, come se contemplasse due gioielli.
- Natal'ja mi ha detto che la tua radio  molto particolare. Posso vederla?
Moris chiude il pugno con i cristalli molati, come a dire che li lascer solo dopo aver esaminato l'apparecchio.
Denni lo invita a seguirla in camera.
Mentre Natal'ja accende la luce, la ragazza si china sotto il letto. Riemerge con una scatola e la deposita sul materasso. Alza il coperchio di legno, svolge un groviglio di fili. Sono almeno una decina, ciascuno collegato a un ago di metallo.
- Queste sono le antenne? - domanda Moris.
- No, questi... Non so come si chiamano. Si infilano qui, nella pelle della testa. Servono per catturare l'energia del cervello.
Moris ne afferra uno e lo osserva da vicino.
- Conosci gli esperimenti di Pravdic-Neminskij? Una quindicina d'anni fa, con un apparecchio simile, ha registrato l'attivit elettrica nel cervello dei cani.
Denni raggruppa i fili e li dispone di lato, per mostrare la plancia dell'apparecchio. Impugna una manopola con scala graduata e la fa girare avanti e indietro.
- Questa serve a ingrandire l'intensit dell'energia.
- Un amplificatore... - mormora Lejtejsen tra s. - E i cristalli di quarzo?
Denni tocca una piccola nicchia rettangolare.
- Vanno messi qui dentro. Fanno passare i pensieri e trattengono invece le energie che rischiano di... - cerca la parola, ma ci rinuncia e coglie quella che le viene, - sporcarli.
- Un filtro passa-banda, - annuisce Moris, mentre lascia cadere sulla coperta i cristalli rimasti nel pugno.
- Infine, - continua Denni, - questo cavo trasmette l'energia all'antenna, che la trasforma in onde capaci di viaggiare nello spazio. Con un ricevitore adatto le si pu raccogliere e trasformare in modo che le onde ritornino pensieri.
Moris studia i contatti dell'antenna.
- Avevi ragione, - conclude. - Funziona come una radio telepatica... una neuroradio. Ma l'elettricit del cervello, se davvero esiste, ha una potenza minuscola. Per trasformarla in onde che vadano nello spazio, il tuo amplificatore dev'essere prodigioso.
- Utilizza l'energia del nulla, - s'illumina Denni.
- Ah, gi, - annuisce Moris. - Com'era? "In questo pugno ce n' abbastanza da far evaporare tutti i fiumi della Russia". Fantastico! - Le porge la mano tesa. - Vieni alle nostre riunioni una di queste sere. I miei amici saranno entusiasti del tuo apparecchio.
I due si salutano. Denni arrotola i fili e li ripone nella scatola.
Sulla porta, Natal'ja ringrazia Moris per aver dato corda alla ragazza.
-  molto sola. Ha bisogno di condividere i suoi sogni con qualcuno.
- Chi non ne ha bisogno? - dice Lejtejsen.
Abbraccia la capoinfermiera e la bacia tre volte sulle guance.
- Quella macchina  davvero ingegnosa -. Una strizzata d'occhio. - Chiss, potrebbe anche funzionare.
Alle nove di sera, Sasa non  ancora rientrato dalle celebrazioni.
Natal'ja ha cenato sola, oggi  festa e la mensa dell'istituto non offre il solito pasto di fine lavoro. La sala comune  vuota, silenziosa. Denni  talmente presa dalla sua neuroradio, che ha preferito digiunare, piuttosto che interrompere la calibratura dei filtri passa-banda.
Certo  possibile che Sasa abbia incontrato qualcuno, e che abbiano deciso di mangiare assieme. Non  uno che ami i ristoranti, ma in un'occasione del genere pu essersi lasciato convincere. Gi, ma da chi? Non sono poi molti gli amici che lo inviterebbero volentieri.  cos scontroso, ultimamente. E ancora meno sarebbero quelli contenti di farsi vedere a tavola con lui, in un locale pubblico. L'avversario di Lenin, brutta compagnia nel giorno del decennale.
Natal'ja siede allo scrittoio, accende la lampadina sotto il paralume di vetro verde. Prova a riprendere la traduzione da dove l'ha lasciata, ma il passaggio tra le parole del libro, il dizionario francese-russo e lo spazio bianco sui fogli  accidentato da dubbi e preoccupazioni.
Sar il caso di telefonare ad Anatolij?
Se si fosse sentito male, o avesse avuto un incidente, avrebbero chiamato dall'ospedale. Qualcuno sarebbe venuto ad avvisare.
Niente notizie, buone notizie, come si dice. Per la parata  finita da almeno tre ore. Dove pu essere andato?
Oltre i vetri della finestra, dalla strada, salgono rumori allegri. Un gruppo di giovani passa cantando, il vento porta la malinconia di un'armonica. Per le vie di Mosca la festa continua.
Gira voce che ci siano stati disordini, sotto il vecchio Hotel de Paris. Arresti nel cortile dell'universit e in altri quartieri. Pare che perfino Nadja Krupskaja abbia improvvisato un comizio per l'opposizione. Ma Sasa non s'immischia in certe faccende.
Sul tavolino accanto alla poltrona, l'ultimo numero della rivista del sindacato infermieri. Natal'ja pensa che la lettura potrebbe distrarla pi della traduzione.  stanca, vorrebbe dormire, ma preferisce aspettare il ritorno del marito.
Sfoglia gli articoli, in cerca di qualcosa che l'aiuti a restare sveglia. I titoli non sono di grande interesse. L'occasione del decennale spande retorica negli angoli pi remoti.
Una voce interiore le sussurra che a Sasa  successo qualcosa.
Un'altra la invita a essere ragionevole. Quel ritardo si pu spiegare con mille ipotesi pi probabili di una disgrazia.
Ma la prima voce non si d per vinta. Parla col timbro di Sasa, come se fosse un suo messaggio diretto. Un pensiero inviato con l'apparecchio di Denni. Un prototipo molto approssimativo, perch non si capisce cosa dice. Trasmette solo angoscia. Pessimi presagi senza contenuto.
L'ultimo romanzo di Erenburg - Nel vicolo Protocny - potrebbe essere un diversivo pi efficace.  venuto alla luce sollevando la rivista per infermieri, e ora Natal'ja lo sostituisce a quella.
Legge un capitolo, poi si ricorda di inforcare gli occhiali. Li ha presi da poco e pu ancora farne a meno, fino a quando le lettere di colpo si sfuocano e le righe del testo convergono in incroci pericolosi e incidenti lessicali.
Questa volta per non  la stanchezza degli occhi a boicottare la lettura, ma quella di tutto il corpo.
A met del capitolo successivo, Natal'ja si addormenta. Il libro le cade in grembo. Resta la luce accesa a vegliare in attesa di Bogdanov.
 un rumore a ridestarla, qualche ora pi tardi. Natal'ja non se ne rende conto subito, ma l'orologio sulla credenza segna le tre di notte. La strada  muta. Il rumore si ripete, viene dabbasso.
Si alza, i piedi gonfi e ancora doloranti. Apre la porta del piccolo appartamento, al piano superiore dell'istituto.
Si sporge sulla tromba dello scalone che scende al corridoio dei laboratori.
- Sasa? - domanda nel buio.
La risposta  un rumore pi forte. Passi di corsa, uno strepito di ferraglia.
Natal'ja scende le due rampe pi in fretta che pu, appoggiandosi al vecchio corrimano di legno.
In corridoio, nota una luce fioca che entra dall'ingresso. Un'ombra si muove.
- Sasa, sei tu?
Il portone sbatte, il bagliore della strada si spegne. Natal'ja strascica i piedi, trova a tentoni un interruttore e alla luce delle lampade, il chiavistello della porta.
Esce sul marciapiede, in vestaglia, appena in tempo per vedere Kotik saltare a bordo di un autocarro, metterlo in moto e infilare la strada deserta.
Kotik? Non  sicura che fosse proprio lui.
Rientra nel palazzo e all'estremit opposta del corridoio vede una lama di luce uscire dallo stabulario.
Lo raggiunge a passi lenti e spalanca la porta.
I conigli e le gabbie sono spariti.
- Natal'ja ci ha visti, - dice Kotik fissando il parabrezza.
Accanto a lui, Denni si torce sul sedile, per inquadrare la sagoma dell'istituto, oltre le gabbie stivate nel vano posteriore.
Un uomo attraversa la strada con il passo incerto di chi vaga tra due mondi, quello reale e quello alcolico.
Oltre la piazza dell'Ottobre, le abitazioni si diradano, spuntano case di legno e cortili fangosi. La griglia d'acciaio della Torre suchov domina i tetti, simile a un telescopio montato a rovescio, con la parte pi stretta verso il cielo, come se il pianeta da osservare fosse la Terra.
L'autocarro fila con mille scossoni sulla strada che costeggia il fiume e i padiglioni di una vecchia fiera. Denni si volta a ogni buca per tranquillizzare i conigli e controllare che le gabbie non precipitino una sull'altra.
Kotik stacca una mano dal volante e indica il parco che si apre alla sua destra.
- Qui potrebbe andare?
Denni scuote la testa. Un colpo di tosse le spezza il fiato, proprio al momento di parlare. Si piega sui fili dell'apparecchio radio che tiene in grembo e porta le mani alla bocca.
- No, - sentenzia alla fine. - Dobbiamo andare fuori citt.
Il pilota ingrana la marcia e aumenta l'andatura.
Denni ammira la padronanza dei gesti, le pare un segno di adesione alla causa.
- Non credevo che saresti venuto.
- Non ti fidavi di me? - protesta Kotik.
- Pensavo non volessi danneggiare tuo padre.
Kotik non smette di fissare la strada.
- Sai cosa sosteneva Darwin? - dice rivolto al raggio dei fari nella notte. - L'uomo non  all'apice dell'evoluzione e gli animali non sono le sue brutte copie. Quindi non sono adatti allo studio della medicina per gli uomini.
La Moscova si piega come un uncino e la strada la segue, rimontando un'altura.
Kotik accosta sul limitare di un prato e scende.
- Questa  la Collina dei passeri, - dice aprendo lo sportello dalla parte di Denni. - Ma adesso si chiama Collina Lenin.
Denni avanza sull'erba umida, fin dove il terreno cambia pendenza e scende come un argine verso la riva, dove il quarto di luna lascia intravedere un battello ormeggiato all'imbarcadero. Sull'altra sponda, brillano le stelle della citt, le sue torri di marzapane e le sue strade di ciottoli, tenute a distanza dall'acqua del fiume e dal declivio chiazzato di neve. Lungo la scarpata, sembra di riconoscere qualche figura umana. Gente che si gode la veduta o smaltisce una sbronza.
- Qui staranno bene, - dice Kotik, accarezzando con le dita la linea dell'orizzonte.
-  ancora troppo vicino alla citt, - si oppone Denni. - Rischiano di fare una brutta fine.
- E tu rischi di ammalarti sul serio, se non rientriamo presto.
Ma Denni gli sussurra di non preoccuparsi, di portarla in un posto dove ci siano campi, boschi, erba pi alta e meno esseri umani.
Kotik la fa risalire sul furgone. Quindi si rimette alla guida e punta verso gli stagni lungo il fiume Bitca, dove le fattorie si alternano ai boschi d'abete, ai tigli solitari, ai ruderi di antiche magioni. Suo padre lo portava l nelle domeniche d'estate, a riconoscere piante e animali selvatici. Non ci mette piede da molto tempo, ma il posto non dev'essere troppo cambiato, nonostante lo sviluppo della capitale. I terreni paludosi sono i pi difficili da colonizzare.
Prova a orientarsi a memoria, verso i sobborghi meridionali, fuori dai quartieri illuminati dai lampioni, con le ruote nel fango e nelle pozze.
Mezz'ora dopo, si ferma al confine di un prato, ma questa volta  talmente vasto che non se ne vede la fine, giusto un filare d'alberi e un abbaiare lontano, che tradisce la presenza di un casolare. Dall'espressione di Denni, Kotik capisce che la ricerca  finita.
Scaricano le gabbie dal vano dell'autocarro e le allineano al di l di un fosso.
Denni pi volte deve appoggiare il fardello e piegarsi a tossire.
Quando sono tutte in fila, dalle sbarre si alza un lieve concerto di denti che sfregano e battono.
- Hanno capito, - commenta Denni. - Sono felici.
Apre la prima gabbia e Kotik fa lo stesso all'altra estremit della schiera.
I primi animali, bench liberi di andare, non si avventurano oltre la soglia della prigione.
Qualcuno smuove la terra gelata, le orecchie dritte in attesa di segnali.
Poi uno prende coraggio, saltella sulla neve, si ferma ad annusare la notte e avanza nel buio, seguito dai compagni, mentre il campo accoglie i nuovi arrivati con l'abbraccio segreto dei suoi anfratti.
- Pronto, Natal'ja? Sono Sasa. S, sar a casa tra mezz'ora... Alla Lubjanka, stanno preparando un'auto per accompagnarmi. No, niente di grave, non preoccuparti. Tra mezz'ora sono l... Come dici? Non sento bene, la linea  disturbata... Con Kotik? Ma sei sicura? Non credo che sappia guidare. E un autocarro, dove pu averlo preso? Va bene, arrivo appena possibile.
Denni scala il cancello, si rannicchia in cima e atterra sulla ghiaia.
Ora un recinto di ferro e mattoni la separa dalle rimostranze di Kotik, dai suoi tentativi di trattenerla.
- Dove vuoi andare? Se c' un custode metti nei guai anche me.
La ragazza parla attraverso l'inferriata che blocca l'accesso alla torre radio.
- Devo andare pi in alto degli edifici della citt. Ci sono troppi sogni e pensieri, qua in basso.
- Non era nei patti, - protesta Kotik. - E poi non stai bene, devo portarti a casa.
Denni si volta e avanza con la neuroradio a tracolla, fin sotto la base dell'enorme antenna. Le travi di ferro tagliano il firmamento come l'intelaiatura di una vetrata gotica. Cerchi e linee diagonali si inseguono verso l'alto, lungo gli iperboloidi sempre pi stretti che formano il traliccio. Sulla cima il trasmettitore, come un angelo metallico, sorveglia la citt.
Denni afferra con due mani una delle travi che disegnano il profilo della torre.  gelata. Prova a tirarsi su, ma lo sforzo la costringe a un colpo di tosse, e la tosse a mollare la presa.
- Se cadi t'ammazzi! - grida Kotik, senza pi limitare il volume della voce.
Si aggrappa al cancello, mani e piedi, deciso a scavalcare anche lui, ma si accorge di non avere l'agilit di Denni e impiega pi del previsto.
Quando raggiunge di corsa la base dell'antenna, le caviglie della ragazza sono gi fuori dalla sua portata. Salta per afferrarla, ma stringe un pugno d'aria.
- Scendi! Denni!
Lei procede come un topo sulle funi di un vascello fantasma.
- Non puoi arrivare in cima.  troppo alto, - grida Kotik dabbasso. Dovrebbe seguirla, ma sa di non poterlo fare. Soffre di vertigini.
- Non preoccuparti, mi fermo prima, - risponde lei senza smettere di salire.
Ormai ha raggiunto l'anello d'acciaio da cui parte il secondo settore del traliccio.  alto da terra quanto un edificio di sei piani, ma Denni continua a salire, con l'agilit di un funambolo.
A quota trenta metri soffia un vento freddo, che a livello del suolo era appena un refolo. In basso, sembra di scorgere un velo di bruma disteso sopra la citt.
Mosca  un immenso lago elettrico, tremolante di luci e grandi isole nere. Un caos di bagliori a grappoli e sparsi alla rinfusa, di geometrie e di scarabocchi, di grandi viali come spade scintillanti, racchiuse in guaine pi scure, e di vicoli storti, dimenticati nelle tenebre. Un'accozzaglia solenne e mai uniforme, di cupole a cipolla e palazzi moderni, di catapecchie e bazar, di terreni vuoti e cantieri.
Denni non resiste alla tentazione di fermarsi, seduta su uno degli anelli orizzontali che intrecciano il reticolo di travi metalliche. Contempla lo spettacolo che si stende sotto di lei, quel pesante groviglio di desideri e disperazione. Il fiume  pi largo di come appare dalle rive, rischiarato da fari misteriosi e dalle lampade delle fabbriche a ciclo continuo.
Le parole di Kotik non si distinguono pi, sono appena un sussurro frantumato dal vento.
Denni raggiunge la base del terzo segmento. Massaggia con due dita un punto del cranio, vicino all'orecchio destro, poco sopra la nuca. Afferra uno degli aghi dell'apparecchio e lo infila in quel punto, sotto pelle, controllando che resti in posizione. Poi fa lo stesso, come allo specchio, sul lato sinistro del cranio. Ripete l'operazione con calma, per ognuno degli aghi. Con la testa biondo platino irta di aghi e cavi accende la neuroradio. Un debole ronzio si leva dalla scatola e dai contatti. Gira due manopole, alza un cursore. Si concentra sul messaggio e lo ripete come una preghiera, prima a fior di labbra e poi col battere del cuore. Il cervello trasmette la sua attivit agli aghi infilzati nella cute. I cristalli di quarzo filtrano i rumori indesiderati. L'amplificatore aumenta a dismisura l'intensit del segnale, grazie all'energia del nulla. L'antenna lo trasmette nello spazio siderale. Pi volte, senza intervalli, una catena di parole sotto forma di radiazioni viaggia verso le stelle, per la scorciatoia che conduce a Nacun.
Denni si piega sulle ginocchia, le gira la testa per lo sforzo. Mosca schizza in alto e scompare all'improvviso. Al suo posto, sotto i piedi, brilla il quarto di luna ormai sbiadito dall'alba. Un attimo dopo, tutto riprende la sua normale posizione e Denni attacca a scendere insicura, aggrappata al metallo come a un tronco galleggiante in mezzo alla burrasca.
Colpi di tosse la costringono a fermarsi per prendere fiato.
Braccia e gambe tremano per lo sforzo e la febbre.
Oltre il vetro del finestrino, Natal'ja scruta la grande antenna, intreccio nitido di segmenti e cerchi sul foglio dell'aurora. Non  stato semplice trovare un'auto a quest'ora del mattino, quando anche gli ultimi nottambuli hanno scelto un posto dove dormire, i violini riposano nelle custodie e chi ha tirato tardi non si preoccupa pi di tornare a casa, ma aspetta in strada la sirena che lo chiami al lavoro.
Bogdanov apre lo sportello e corre con il cappotto slacciato verso la base della torre radio. Ha capito subito che Denni era diretta l, quando ha scoperto che il suo apparecchio era sparito con lei. Natal'ja arranca, mentre con lo sguardo non smette di salire e scendere lungo le travi dell'antenna, fin dove i tetti la inghiottono e nascondono alla vista.
La strada  scivolosa e bagnata. L'accesso alla torre  chiuso da un cancello. Dietro l'inferriata e la mole del marito, si intravede un'ombra dal profilo incerto.
Altri passi affaticati. I piedi sembrano disfarsi, il cuore salta un battito.
Kotik tiene in braccio il corpo di Denni, il capo appoggiato contro il suo petto, le gambe che penzolano nel vuoto.
Sasa si aggrappa alle sbarre, punta i piedi su quelle orizzontali e tende un braccio verso il culmine dell'inferriata. Kotik fa lo stesso dall'altra parte, cercando di non mollare Denni, che ha intrecciato le mani dietro il suo collo. Spinge il corpo verso le braccia del padre, Sasa lo afferra.
Rovinano a terra, sulla neve ghiacciata e sporca di fango.
Bogdanov si rialza, raddrizza la schiena con un gemito e si china su Denni. Le accarezza il volto, incorniciato da un'aureola di fili.
- Non muoverti, ti aiutiamo noi, - le dice sfilando con prudenza gli aghi dalla fronte.
La ragazza schiude le labbra, ma le parole escono in ritardo, come un'eco rimbalzata su rocce lontane.
- Ce l'ho fatta, - sussurra. - Ho mandato il messaggio.



Epilogo

24 marzo 1928

Gonfiore della milza in aumento. Ipertrofia rilevabile anche al tatto.
Tosse molto produttiva (espettorato catarroso, senza tracce di sangue).
Feci ipocromiche.
Temperatura: 37.8, stabile.
Costante perdita di peso. Due chili nell'ultima settimana.

Bogdanov lascia cadere gli appunti sul letto tra lui e Vlados. Se non fosse per la sporgenza dei piedi, si direbbe che la coperta poggia sul materasso senza niente in mezzo. Un cranio velato di pelle dorme al centro del cuscino. Denni  ogni giorno pi magra, senza rimedio. La malattia procede inesorabile e misteriosa. L'unica cosa certa  che la ragazza sta sempre peggio. Due trasfusioni, in cinque mesi, non hanno sortito alcun effetto.
Vlados dice che bisognerebbe ricoverarla in un ospedale pi attrezzato. Lui stesso ha tentato una terapia alternativa, senza risultati. Se ne sta in piedi, accanto alla sponda del letto, le braccia incrociate.
Natal'ja si sforza di garantire a Denni giornate serene. Protegge le sue abitudini quotidiane, rimpiazza quelle che non sono pi possibili. Lunghe letture ad alta voce al posto delle passeggiate fuori dall'istituto. Lavori di cucito invece di riparare la vecchia radio. Pasti a orari regolari, nonostante l'inappetenza. Chiacchiere e risate, per soffiare via l'inquietudine che ristagna nella stanza. Di questo passo, la ragazza non vedr la fine del prossimo mese. Aprile che illude i fiori, li fa sbocciare e poi li uccide in una notte di gelo.
Serve una mossa che riapra la partita.
Come con l'anemia di Krasin, quella che nessuno era in grado di curare.
- Ho deciso di tentare una trasfusione incrociata, - dichiara Bogdanov senza esitazioni.
Natal'ja solleva il capo dal flacone che sta riempiendo, sul tavolino accanto alla finestra. Stenta a credere a quel che ha appena sentito, ma Sasa non  tipo da far proclami a vuoto.
- Se iniettiamo il sangue della ragazza in un individuo sano, il suo organismo produrr anticorpi, e potremo passarli a Denni con la trasfusione inversa.
- Cos ci ritroveremo con due malati, anzich una sola.
Vlados ha parlato senza cambiare posizione, come se potesse muovere soltanto le labbra.
- Sappiamo che la sua patologia non  infettiva, - replica Bogdanov. - Nessuno di noi risulta contagiato.
- Potrebbe non trasmettersi per via aerea. Ma quanto al sangue...
- Quando abbiamo inoculato i germi sul primo coniglio, c' stata una risposta immunitaria. L'animale stava bene, finch non ha ricevuto la seconda iniezione.
Vlados appoggia entrambe le mani sul bordo del letto. Si sporge in avanti, abbassando la voce per non svegliare Denni.
- Non troverete mai un volontario per un esperimento simile.
- Il volontario sono io, - dice Bogdanov.
- Voi?
- Io e la ragazza abbiamo sangue compatibile.
-  una follia.
- Proprio per questo intendo accollarmi il rischio. E poi ho buone ragioni per credere di essere immune alla tubercolosi. E se questa malattia  un ceppo di quella...
Vlados si raddrizza e raggiunge la finestra. Fa un cenno a Natal'ja, come per invitarla a dissuadere il marito.
- Il coniglio D16, - insiste restandole a fianco, -  morto per inoculazione di micobatteri bovini, seguita alla prima con i germi sconosciuti. Voi stesso avete ipotizzato un'ipersensibilit.
- Non vedo il nesso, - ribatte Bogdanov.
- Dite di essere immune alla tubercolosi. Da cosa lo deducete?
La sagoma di Anfusa, stagliata nella luce del pomeriggio, all'uscita del parco di Montsouris, molti anni prima.
- Ho vissuto con tubercolotici, in passato, e non mi sono mai ammalato.
- Dunque siete entrato in contatto con la malattia una prima volta, e se faceste altrettanto con il morbo di Denni, potreste avere la stessa reazione di D16. Ipersensibilit e morte immediata.
Certo, il pericolo esiste. Le vie nuove sono disseminate di incognite. "Devi cogliere l'occasione. Anche se non  il momento giusto, perch non  mai il momento giusto".
- Mi pare evidente che tutti noi siamo gi entrati in contatto con il morbo di Denni. Attraverso il respiro. Se la reazione che dite doveva innescarsi, lo avrebbe gi fatto.
Vlados non molla, difende la posizione, ma la voce tradisce una premura sincera.
- Gli anticorpi che le servono potrebbero gi essere nel vostro sangue. Perch allora non lo donate alla ragazza, senza una trasfusione incrociata?
La proposta  ragionevole, ma Bogdanov scuote la testa.
- La ragazza sta morendo, resta poco tempo. Non posso essere certo di avere gi sviluppato gli anticorpi. Iniettarmi il suo sangue  il modo pi sicuro per ottenerli. Abbiamo aspettato fin troppo. Questo istituto  nato per sperimentare il collettivismo fisiologico, e dev'essere quella la nostra terapia d'elezione.
- Ne fate una questione di principio, - obietta Vlados esasperato. - Ma questo  un problema medico, non ideologico.
- Un giorno capirete che le due cose non sono distinguibili, - conclude Bogdanov con un tono che non ammette repliche.
Vlados capisce che lo spazio per discutere  finito, la decisione presa.  in gioco la ragione di una vita intera. Attraversa la stanza con passi rassegnati.
La porta si chiude. Il respiro profondo e stentato di Denni rimane l'unico rumore tra le quattro pareti. Natal'ja si siede, e domanda che ne sar della ragazza, se lui dovesse ammalarsi.
L'interrogativo non pretende risposta, ma  l'unica obiezione sensata ricevuta fin qui. Perch Denni  la sola persona, l'unico organismo, che abbia ancora bisogno di lui. Non cos la rivoluzione, o la cultura proletaria. Tantomeno l'Unione sovietica. L'istituto ha ormai una buona squadra di medici, che possono dare al collettivismo fisiologico le basi scientifiche che ancora gli mancano. Anche Vlados, dopo tutto,  uno spirito critico che pu giovare all'impresa. Kotik  ormai all'universit e Natalja...
Natal'ja vuol sapere quanto sangue prelevare a Denni.
- Tu che ne pensi? - domanda Bogdanov.
- Non pi di trecento, per non indebolirla. Preferisci allestire qui o nella sala trasfusionale?
- Meglio qui, staremo pi tranquilli.
- Allora vado a prendere l'occorrente.
Natal'ja si avvicina al letto, occupa la stessa posizione di Vlados, forse addirittura la stessa mattonella sul pavimento bianco.
Accarezza i capelli di Denni.
- Sei sicuro?
Sicuro. Come lo era Tolomeo che fosse il sole a girare intorno alla Terra. Come lo era Copernico del contrario.
- No, - risponde Bogdanov. - Non sono sicuro che funzioni. Per s, sono sicuro di doverlo fare.  una possibilit, nemmeno troppo remota. Prendere tempo non avrebbe senso.  l'unica mossa ancora intentata che mi viene in mente. E non potrei proporla a nessun altro.
Fuori dalla porta, voci e passi attraversano il corridoio. Chiss se Vlados ha gi comunicato la notizia o se ha preferito tenerla per s.
- Anche il mio gruppo sanguigno  compatibile con quello di Denni, - dice Natal'ja.
Cara compagna, mia devota, moglie mia e madre. Non sei tu ad avere un ultimo compito. Se questa trasfusione incrociata avr successo, perfino Vlados dovr ammettere che il collettivismo fisiologico ha una validit terapeutica. Che cura le persone, oltre a tenerle insieme. Denni guarir e ci saranno molte, nuove questioni da indagare. Nuove ricerche. E se non dovesse andare, ci dar comunque indicazioni importanti.
- Ricordi a Bruxelles, quando parlammo di suicidarci insieme? - le chiede. - Tu dicesti che dovevamo vivere, per Kotik e per l'avvenire, per batterci ancora per le nostre idee, e io ti diedi ascolto. Il risultato  questo istituto. E qui facciamo trasfusioni. Costruiamo il collettivismo fisiologico.

24 marzo 1928

Appunti sulla mia dodicesima trasfusione incrociata, eseguita dalla capoinfermiera Natal'ja Korsak, con il paziente Lev Koldomasov, di anni venti, gruppo sanguigno IV, qui ricoverato dal 20 settembre 1927, affetto da una forma sconosciuta di tubercolosi, descritta nella relativa cartella clinica.
La mia temperatura corporea  di 36,7. Pulsazioni cardiache: 69 al minuto. Stato di salute: ottimale.
Il paziente ha un temperatura di 37,8 e 92 pulsazioni al minuto.

Natal'ja affonda l'ago nel braccio di Denni, mentre l'assistente fa lo stesso con Bogdanov.
- Come su Nacun! - mormora la ragazza, osservando il liquido rosso grondare dal tubicino di gomma sul fondo dell'ampolla. Dall'espressione del viso, si direbbe davvero che la semplice idea di quell'operazione, migliori gi il suo stato di salute. O quantomeno il suo umore, se esiste una distinzione netta tra le due condizioni.
- Anche sul tuo pianeta usate questa procedura? - la asseconda Bogdanov.
- Abbiamo una macchina, -  la risposta, solo un filo di voce. - Con quattro tubi. Aspira e pompa nello stesso momento. Ma cos  pi piacevole. C' pi tempo per stare insieme.
Bogdanov vorrebbe proseguire la conversazione, ma la lama del bisturi che incide l'incavo del braccio sinistro gli fa stringere i denti, e le parole non trovano l'uscita.

Ore 10.35
Mi vengono prelevati 400 cc di sangue, trasferiti al paziente in venticinque minuti.
Quindi me ne vengono iniettati 300 cc in ventidue minuti.
Nel corso della trasfusione, compare il solito prurito al braccio, lievemente diffuso anche al petto nei minuti seguenti.
Le pulsazioni passano da 69 a 62 al minuto. Lieve arrossamento del viso, osservato dagli infermieri.
Nel paziente non si riscontrano modificazioni sensibili degli indicatori.

Il t caldo e zuccherato scende in gola a grandi sorsate. Bogdanov e Denni sono stesi uno accanto all'altra. La luce di mezzogiorno filtra dagli scuri socchiusi. Vlados misura la pressione della ragazza con lo sfigmomanometro e lo stetoscopio. Natal'ja e l'assistente raccolgono aghi, tubi e ampolle sul carrello con le ruote di gomma. La stanza odora di etere e sangue.

Ore 12.13
La pressione del paziente  nella norma, tenendo conto della febbre. Gli altri parametri sono stazionari.
La mia  62/108, assai pi bassa del solito.
Anche le pulsazioni continuano a scendere: 59 al minuto.
Avverto un'oppressione al precordio e un dolore da infiammazione in zona lombare.
Principio di cefalea.

Il letto di Bogdanov viene spinto fuori dalla stanza di Denni.
Natal'ja lo guida nel corridoio, alla luce dei vecchi lampadari della famiglia Igumnov.
Fuori scende il buio, un tram passa sferragliando sulle rotaie della Jakimanka.
Si fermano davanti a una porta dipinta di bianco.
In nero, sull'anta, una scritta a vernice: "Ematologia".

Ore 12.51
Urine rossastre. Ordino un esame immediato. Forte sospetto di emolisi.
A conferma del quadro clinico, un'eruzione cutanea pruriginosa, dietro la schiena e sul collo.
Le pulsazioni risalgono rapidamente. Brividi.
Temperatura: 37,1.

- I sintomi sono tipici di un'incompatibilit, - dichiara Vlados. - Ma escludo un errore nei test. Il gruppo sanguigno della paziente non ci ha dato alcun problema nelle due trasfusioni precedenti, e voi siete ormai alla dodicesima...
Bogdanov annuisce, resistendo al bisogno di grattarsi. Il mal di testa gli buca le tempie, i fianchi bruciano, come sferzati da invisibili vampe.
Non  detto che il problema sia nel gruppo sanguigno. Potrebbe essere la differenza di genere.  la prima volta che si sperimenta una trasfusione incrociata tra uomo e donna.
- Suggerisco di trasfondere al pi presto sangue compatibile, - continua Vlados rivolto a Natal'ja, - e di assumere acqua con bicarbonato in grandi quantit.
Un minuto pi tardi, un bicchiere colmo di liquido biancastro atterra sul comodino di fianco al letto di Bogdanov.

27 marzo 1928
Notte insonne, con vomito e nausea. Al risveglio, febbre elevata: 38,6. Ittero della pelle e della sclera.
Orticaria in recessione. Forti dolori renali.
L'esame delle urine ha rilevato la presenza di emoglobina.
L'emolisi  ormai conclamata.

Kotik entra nella stanza insieme a Natal'ja. Il pallore del padre lo stupisce, fatica a guardarlo negli occhi giallastri. In pochi giorni sembra aver incassato con gli interessi gli anni smaltiti grazie alle trasfusioni. Perfino i peli bianchi nella barba sembrano pi fitti, i capelli pi radi.
- Come sta Denni? - chiede subito il malato, puntando i gomiti sul materasso per tirarsi su.
- La febbre  calata, - risponde Natal'ja, mentre gli sistema il cuscino dietro la schiena. - E mi pare abbia pi appetito.
- Avevo ragione, - commenta lui sottovoce.
- E allora perch stai male? - lo incalza Kotik rabbioso. - Ti hanno avvelenato?
Ipotesi interessante, l'avvelenamento. Magari Voloch, per eliminare un testimone della sua nuova identit. Oppure Vlados, per sete di carriera. O Stalin... Far fuori Bogdanov, il Primo eretico. Bogdanov l'Irriducibile. Bogdanov l'Inutile. Ma non  cos.
La verit  che il rischio era calcolato. Che cos' una trasfusione incerta e poco sicura, per uno che ha vissuto in clandestinit, ha organizzato rapine, combattuto in trincea? Uno che  passato attraverso due rivoluzioni, una guerra mondiale, una guerra civile. Se uno cos smettesse di rischiare per rimanere vivo, potrebbe dire di esserlo ancora?
- Vlados dice che  la malattia di Denni ad averti intossicato, - riprende Kotik. - Avete stabilito che i suoi bacilli appartengono a un tipo di tubercolosi, ma in realt non ne sapete nulla.  come bere un liquido supponendo che sia acqua solo perch  trasparente.
- Se un tuo amico stesse morendo di sete, non assaggeresti quel liquido, prima di farglielo bere?
Kotik scuote la testa, non ha voglia di discutere. Siede sul bordo del letto e caccia indietro le lacrime.

2 aprile 1928
Scrivo queste note con difficolt crescente, per dovere di testimonianza.
Il dolore alla schiena  insopportabile, mi faccio somministrare una dose di morfina.
Due trasfusioni di sangue compatibile non hanno arrestato il progredire dell'emolisi.
La temperatura  di 39,1, tachicardia e respiro affannoso.
Rileggendo quanto scritto fin qui, noto alcune incongruenze con il quadro tipico delle complicanze trasfusionali da incompatibilit, cos come viene descritto nei testi a mia disposizione (dal momento che mai, prima d'ora, avevo assistito a un simile fenomeno).
A quanto si afferma, i primi sintomi si dovrebbero avvertire durante la trasfusione, quando il paziente ha ricevuto appena 50-100 cc di sangue, tant' vero che il primo intervento consigliato  quello di interrompere l'operazione. Nel mio caso, invece, ho riscontrato solo deboli avvisaglie riconducibili al quadro clinico, per altro gi provate in occasione di interventi pienamente riusciti. Le prime, vere reazioni avverse si sono manifestate dopo pi di due ore.
Questo rafforza la mia convinzione che si tratti di un'incompatibilit di tipo differente rispetto a quella dovuta a diversi gruppi sanguigni, oppure di un tipo di inconveniente sconosciuto, difficilmente connesso con la malattia del paziente Koldomasov, che nelle cavie non aveva mai prodotto effetti di questo tipo.

Il massaggio cardiaco risveglia Bogdanov dall'incoscienza.
Il volto di Natal'ja  a una spanna dal suo. Affannato ma disteso, come dopo una corsa attraverso i prati.
- Siamo alla fine, - le bisbiglia, ma lei sorride.
Le braccia di due infermieri lo sollevano e lo depositano sulla lettiga con le ruote.
Escono in corridoio, Vlados grida istruzioni.

4 aprile 1928
Questa mattina, alle ore undici circa, ho perso conoscenza per la seconda volta.
Brividi in tutto il corpo e temperatura a 39,4.
Tuttavia, la pelle  fredda e viscida al tatto.
Fatico a respirare e spesso devo spalancare la bocca per introdurre aria a sufficienza.
Piccoli movimenti, anche solo per cambiare posizione sul letto, provocano vertigine, con nausea e vomito. A tratti la vista  sfocata, ostruita da macchie di colore.
Natal'ja  passata con la cena alle diciannove. Si  scusata con me per non avermi fatto visita durante tutto il pomeriggio. Io invece sono sicuro di averla vista e di aver scambiato con lei alcune battute.  lei che non ricorda o sono io che deliro?

Bogdanov prova a sbirciare la copertina del libro che Denni tiene sottobraccio.
Senza bisogno di leggere il titolo, riconosce la seconda edizione di Stella rossa, quella del 1924, con il terzo episodio della trilogia pubblicato in appendice. Un marziano abbandonato sulla Terra.
La ragazza attraversa la stanza a passo spedito, e gi il suo incedere  una sorpresa. Negli ultimi tempi, era talmente debole da non riuscire nemmeno ad alzarsi.
Raggiunge la finestra e la spalanca. Con le mani sul davanzale, inspira l'aria fresca che sa di resina e fiori di tiglio.
Quando si volta, Bogdanov nota che ha le gote pi in carne, e il suo pallore  tornato il solito.
- Allora, che ne pensi? - domanda dal letto, combattendo la vertigine che lo prende appena schiude le labbra.
- Di cosa? - chiede lei.
- Del poemetto finale, - dice Bogdanov indicando il suo romanzo. -  una storia molto simile alla tua, non trovi?
- Non proprio, - risponde lei. - Il tuo protagonista non riesce mai a comunicare con il suo pianeta. Io invece ce l'ho fatta.
Denni torna alla finestra e si sporge fuori. Poi si volta verso il letto e con la mano sfiora quella di Bogdanov, distesa sulle lenzuola. Con delicatezza gli infila al dito l'anello di Leonid.
- Verranno. Ne sono sicura.

6 aprile 1928
Fatico a parlare, sono quasi cieco. I suoni giungono ovattati. Per fortuna ho sempre scritto tutto quello che potevo, perch la scrittura ci proietta oltre noi stessi. Antichi codici di re mesopotamici, poemi, canzoni di gesta, romanzi, trattati filosofici e scientifici. La Storia dell'umanit  racchiusa nella scrittura. Anche la mia storia. I miei saggi, romanzi, articoli, un fiume d'inchiostro per chi seguiter il cammino su questa Terra.

- Aiutami a ritrovare i versi che ho scritto per te, sotto i bombardamenti. Li ho scritti sull'orlo dell'abisso, come abbiamo vissuto. Dov' la tua mano? Tieni. Leggi per me, ti prego.
Natal'ja prende il taccuino e si schiarisce la voce. - A Natasa...

Le vestigia di ci che ho vissuto
volevi raccogliere...
I ricordi come un'onda
irruppero ancora.
Una giovane risata, impeto di sogni,
colori di giorni primaverili.
E sotto i colpi della sorte,
anni di lotta sorda.
Tutto senza segreto solo a te
posso rivelare.
Cara compagna, mia devota,
moglie mia e madre.

7 aprile 1928
Nel primo pomeriggio, dopo un breve riposo, mi sono risvegliato con la netta sensazione di respirare meglio.
La temperatura  scesa a 38,1 e tutti gli altri sintomi risultano attenuati: dolori lombari, vertigine, nausea, cefalea. Non ho avuto modo di provarmi da solo la pressione, ma i battiti cardiaci sono 89 al minuto.
Dovendo evacuare, ho preferito non servirmi del pappagallo, ma raggiungere i bagni fuori dalla stanza, come non mi capitava ormai da dieci giorni.
Mi aspettavo che tutti si stupissero di vedermi in piedi e che tentassero di rimettermi a letto il prima possibile.
Invece, mi sono imbattuto in una grande confusione, gente che andava e veniva, e poich nessuno sembrava fare caso a me, ho evitato di attirare l'attenzione.
Uscendo dal bagno, ho scorto Natal'ja, attorniata da un capannello di persone e ho deciso di non disturbarla.
Da una finestra del corridoio, ho ammirato la splendida giornata primaverile nel giardino dell'istituto. Guardando meglio attraverso il vetro ho notato un bagliore tra i tronchi degli alberi. Una betulla aveva la chioma mutilata, parecchi rami erano caduti a terra.
Sotto le foglie verde acceso, si stagliava una grande sfera trasparente, con un diametro di almeno dodici metri, cos imponente che il giardino sembrava essersi allargato per poterla ospitare.
Pochi pannelli neri, dall'apparenza metallica, erano distribuiti a macchie sulla superficie.
Un'eteronave era appena atterrata. Ecco spiegata la confusione che regnava in corridoio.
Ho sceso le scale e sono uscito in cerca di Denni, temendo di non fare in tempo a salutarla.
Mentre mi avvicinavo alla sfera uno dei pannelli metallici ha preso ad abbassarsi.
Dall'apertura  uscita una passerella telescopica, che si  allungata fino a raggiungermi. All'interno della sfera, oltre le pareti trasparenti, ho visto una decina di sagome dirigersi all'apertura e un attimo dopo schierarsi sulla soglia.
Senza nessuna fatica ho percorso la passerella dell'eteronave.
Giunto a pochi passi dall'equipaggio, mi sono fermato e ho atteso che uno di loro mi venisse incontro. Si  fatto avanti l'individuo al centro della compagine. Difficile dire quanti anni avesse e di che sesso fosse.
Arrivato di fronte a me ha chinato il capo, molto pi largo del mio e con occhi pi grandi.
- Benvenuto a bordo, compagno Bogdanov, - ha detto con un'impercettibile pronuncia straniera, simile a quella di Denni.
Dopo lo stupore iniziale, mi sono voltato verso l'istituto. Come se potesse leggermi il pensiero, l'essere mi ha rassicurato. - Non preoccuparti per loro. Staranno bene. Quelle parole mi hanno trasmesso un senso di pace. In quel momento ho capito di essere pronto a tornare su Nacun.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Gli autori desiderano ringraziare Stefano Giorgianni, Sofi Hakobyan e Katia Golovko per l'aiuto con le traduzioni dal russo; Daniela Steila per l'inestimabile consulenza in materia "bogdano-viana"; Giuliano Santoro per aver suggerito la lettura del romanzo Stella rossa.
A Gino Frontali (1889-1963) per il suo diario da medico in trincea (La prima estate di guerra, Il Mulino, Bologna 1998), al quale sono ispirate le gesta di Bogdanov sul fronte dei laghi Masuri.
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FINE.