Giancarlo Vitali e Andrea Vitali.
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Zodiac.
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2012. CINQUESENSI EDITORE. COLLANA IVITALI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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12 racconti, uno per ogni mese, uno per ogni segno, tutti per ogni giorno dellanno.
12 storie, 12 ritratti in cui ognuno di noi individuer qualcuno che gli somiglia.
Dalla rispettosa amicizia tra il pittore di Bellano e lo scrittore di Bellano, nonch tra il medico e il paziente, nasce una preziosa collana di libri risultato di un confronto e di uno stimolo reciproco.
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Presentazione dellEditore: La Collana iVitali.
Contributo di Leonardo Castellucci: 12 racconti per ognuno di noi.
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In Zodiac Andrea Vitali non parla di pianeti, non fa previsioni astrologiche, non  stregato dalla Luna, non traccia visionarie geometrie, angoli acuti e cuspidi impossibili, sul grande quaderno del nostro destino, non si sofferma a dedurre caratteri e temperamenti, interpretando, con cervellotica irrazionalit, i temi natali dei suoi personaggi, non indossa i panni di un affabulante ciarlatano che abbindola linterlocutore, gettandogli addosso parole ispirate, n perde il sonno a tentare di instaurare un dialogo iniziatico con Orione. Ma neppure si schiera, con ironico, sarcastico dileggio, contro tutto ci, come potrebbe far pensare un argomento del genere, affrontato da un autore di comprovata fede laica e positivista (del resto quella del medico  una professione che spesso va a braccetto col senso del finito). Eppure, a modo suo (o meglio alla maniera di Vitali) lautore, che ultimamente ci ha sorpresi con risultati letterari che sono usciti dal tracciato consueto della sua narrativa pi acclamata, se nesce con unennesima proposta che ribadisce questo momento di felicissima versatilit inventiva. Perch, fra le pieghe di questi godibilissimi racconti, dodici, naturalmente, come i segni zodiacali, si cela unalchimia, quella che gli ha permesso di riuscire a tratteggiare, crediamo con divertita consapevolezza, altrettanti protagonisti, che nel loro contesto narrativo, rappresentano, ciascuno, in qualche modo, un tipo zodiacale. Ecco il gustoso divertissement. E cos, dalla fervida fantasia dellautore, escono brevi storie cariche di una grande forza evocatrice, quasi fossero episodi distillati che lasciano supporre e immaginare le vicende di intere esistenze: quelle del cancerino Cristiano, dal carattere chiuso e sospettoso, dellarietico Zelindo Borghesio, vecchio arpagone di provincia che denuncia unimpronta caratteriale portata a una certa grettezza danimo, del leonino e imperativo Prisco Gringhelli, fin da ragazzo un bel prepotente con unimperiosa anima da capo, del bilancino Giansereno Melensi, ben noto in paese per la sua un po noiosa e giudicatoria saggezza, del simpatico e un po avventato Ramn Perduto, che ha interpretato la propria vita con una teatrale e inconsistente leggerezza.
Sono questi i primi protagonisti che ci vengono alla mente di questa antologia di racconti che hanno il dono raro di portarci dentro dodici diverse vite, ciascuna diversa eppure simile alle altre, ciascuna con un proprio destino, eppure tutte con lo stesso, ciascuna che esce dal generico, non identificabile rumore dell'esistenza, per rientrarvi una volta conclusa.
E i dodici protagonisti sono raffigurati dal maestro Giancarlo Vitali con un diretto rimando al loro presunto segno zodiacale, in una rassegna di lapis, ora abilmente e strettamente figurativi, ora pi giocosi e simbolici. Ma prima di tutto ci l'artista presenta la sua voce pi alta, un'acquaforte e acquatinta, ch' un monito e nello stesso tempo una presa di distanza e che ha un titolo pi che esplicativo: Dove stiamo andando, la rappresentazione di un caotico, confuso, angosciato groviglio di gente che si incontra ogni giorno nella vita senza vedersi, vivendo soltanto dentro la propria ombra e i propri sospetti. E in questo piccolo, paradigmatico capolavoro, possiamo chiaramente rintracciare i volti dei dodici protagonisti dei racconti di Andrea Vitali. Anonimi attori che rappresentano noi tutti.
A voi lettori il piacere di identificarli.
Leonardo Castellucci.
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CHI SONO IVITALI.
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iVitali. Chi sono costoro? Il risultato di una giocosa e felice alchimia che, quando si verifica, sembra contravvenire alle piatte ed elementari regole della vita: quelle dei bisogni primari, del fare in funzione dell'avere, del pubblicare in relazione alla legge della domanda e del l'offerta.
iVitali  il nome proprio di una collana di libri d'arte, che d'arte in senso stretto non possono essere definiti e che si presenta con il coraggio dell'amicizia, del diletto e dell'intelligenza.
Una collana che nasce nello spontaneo disinteresse di un rapporto umano e artistico fra due uomini e che per questo si costruisce sulla speranza della verit.
I Vitali sono due. Giancarlo  un pittore di fama consolidata. Mostre rimaste storiche, critici che lo hanno amato fino al dolore e non solo per i suoi risultati artistici ma anche per quella sua riservata, quasi monacale immersione in un mondo fatto di tele e tavolozze e di ininterrotta e mai incerta vocazione.
Andrea  uno scrittore, ma anche un medico di base, cio uno di quelli che ogni giorno sono costretti ad ascoltare le sofferenze piccole e grandi di tutti e che per uscire da questa pesante responsabilit magari si mettono a scrivere e scrivendo magari divengono famosi e vincono premi letterari e sono amati dalla gente.
I due Vitali si conoscono da sempre. Da sempre il pi grande, il pittore, quando qualcosa non va,  solito consultare il pi giovane, il medico e scrittore. Col tempo i due si scoprono somiglianti e poi amici. Da l nasce quest'idea, anzi l'idea nasce dopo.
Prima in Giancarlo nasce la voglia di disegnare e di dipingere qualcosa su piccoli fogli di fortuna.
Schizzi, carboncini, preziose carte spesso toccate anche col colore. Esercizi virtuosi di spontanea riflessione che hanno il dono del talento.
Poi in Andrea sale il desiderio di scrivere qualcosa per questi disegni dipinti. L'idea  semplicemente questa. Agli artisti non si pu chiedere il perch di ci che fanno.
La collana, che conta con Zodiac tredici titoli, ha via via assunto i connotati di un piccolo e stimato fenomeno editoriale.
Un progetto nuovo che d anche il segno di un rinnovato amore per un mezzo, il libro di carta, che ha permesso di divulgare le idee e i sogni degli uomini che noi vi proponiamo attraverso il genere, da tempo trascurato, del grande 'Libro d'Autori'.
l'editore.
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Zodiac.
di Giancarlo Vitali e Andrea Vitali.
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12 racconti per ognuno di noi.
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1. Le protesi.
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Le protesi, quali oggetti sostitutivi di una parte anatomica mancante, hanno un'aneddotica che a volte mi sembra sconfinare nella letteratura. Io mi do da fare nel raccogliere i casi che hanno promosso le suddette a oggetti del desiderio o di affannosa ricerca. Giudicher il lettore circa il valore letterario o meno dei casi citati.
Rozza, ad esempio, di mano artigianale, era la protesi della gamba sinistra che, dall'et di settant'anni e ormai vedovo, port Zelindo Borghesio sino a quando rese l'anima a Dio. L'ostinata abitudine al fumo del suddetto aveva costretto il chirurgo all'amputazione, stante il disastroso stato delle sue arterie. Niente per aveva potuto fare al riguardo di quelle del cervello con la conseguenza, a causa della difficoltosa ossigenazione di quelle nobili cellule, che il carattere del Borghesio, gi di suo poco malleabile, aveva manifestato un peggioramento di notevole grado. Incattivito sempre di pi, nell'arco di tempo che era intercorso tra l'amputazione e l'uscita dalla vita, aveva tiranneggiato con metodo i figli e le loro famiglie, pretendendo che gli obbedissero come se fossero stati ancora bambini e che non infilassero pi di tanto il naso nei suoi affari privati. Tra i quali il destino della sua pensione era privilegiato. Non  infrequente imbattersi in soggetti anziani che, perdendo per le ragioni pi diverse i contatti con la realt, sviluppano variabili ossessioni: quella nei confronti del denaro  tra le pi usuali. Zelindo Borghesio apparteneva a questa categoria e, temendo che in qualche modo qualcuno dei suoi figli potesse mettere le mani sui quei soldi, li chiamava a turno quando veniva il momento di riscuotere la pensione, imponeva loro di accompagnarlo alla posta ma di starsene fuori dalla porta, non fiatava sull'ammontare della stessa. Quindi rientrava a casa per un controllo accurato della somma, caso mai l'impiegato avesse sbagliato o, peggio ancora, ne avesse approfittato, lasciava passare qualche giorno contando e ricontando quindi chiamava un altro figlio per farsi accompagnare alla banca dove aveva il conto corrente. Anche qui si ripeteva la scena appena descritta: al braccio dell'accompagnatore, Zelindo giungeva davanti alla porta della banca e poi pretendeva di entrare da solo temendo che un occhio svelto potesse captare il numero di conto oppure la somma versata. Un comportamento di tal fatta avrebbe avuto un suo senso, giustificabile anche, se i figli del Borghesio fossero stati avidi per natura oppure navigassero in acque talmente cattive da spingerli al ladrocinio pur di restare a galla. Al contrario godevano tutti di situazioni economiche discretamente solide e oltre a questo tra di loro andavano pienamente d'accordo: riunivano spesso le rispettive famiglie per celebrare a tavola alcune speciali occasioni, condividevano una casetta sul mar Ligure che occupavano d'estate secondo turni preordinati e quando capitava loro di scambiarsi opinioni sulle manie paterne, ci ridevano sopra e chiudevano l la faccenda. Al genitore ciascuno aveva offerto ospitalit e compagnia ma quello rigido sulle sue posizioni e succube delle sue fantasie aveva sempre rifiutato. Riesce quindi facile comprendere come, dopo la morte di Zelindo e una volta inumato il corpo, non ci furono snervanti riunioni familiari e men che meno litigi con la partecipazione delle mogli per stabilire a chi dovesse andare questo o quello della peraltro scarna eredit che Zelindo si era lasciata alle spalle. Non ci fosse stato il direttore della banca di cui il Borghesio era stato cliente a ricordare che c'era pur sempre un deposito che spettava di diritto agli eredi, costoro se ne sarebbero dimenticati. Fu sua cura, a un mese circa dalla dipartita dell'uomo, convocare i figli presso il suo ufficio e dare la notizia, avvisandoli preventivamente per che non si dovevano aspettare chiss che. Se non era una miseria, ci che Zelindo Borghesio aveva lasciato nelle casse della banca, poco ci mancava. Tanto che i figli, dopo essersi consultati brevemente, decisero di devolvere quei soldi in beneficienza, lasciando al parroco il compito di individuare i bisognosi. Una volta fuori dalla banca, davanti a un caff, uno di loro diede fiato al pensiero che turbinava nella testa di tutti.
Che fine avevano fatto i soldi della pensione, in cosa li aveva spesi il loro genitore, visto che di essi era avanzata una cifra che aveva del ridicolo?
La domanda rimase, allora e per anni, senza risposta. Sino a quando, esumandolo per trasferirne le ossa in un colombaro, il seppellitore comunale si trov tra le mani la gamba di legno di Zelindo Borghesio farcita di fogli da diecimila lire minutamente piegati affinch occupassero il minor spazio possibile.
Una cifra considerevole, ebbe il buon tempo di calcolare il seppellitore, se quella moneta non fosse ormai, da tempo, fuori corso.
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2. Dopo le feste.
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Le capit tra le mani per puro caso e se ne avvide solo quando ormai era in sala davanti al bell'abete acquistato il giorno prima. Non s'era accorta insomma che, tra le scatole che contenevano le palle colorate, le luci, le ghirlande e i festoni, s'era infilata una vecchia cassettina di legno, quella che suo marito, quando era ancora un idraulico apprendista, usava per fare in proprio qualche lavoretto. Non la vedeva da almeno vent'anni ma era come se l'avesse avuta sempre sotto gli occhi da tanto che se la ricordava bene: con quella a tracolla infatti lui era entrato in casa dei suoi genitori per sistemare un sifone che non teneva pi ed era stato cos che s'erano conosciuti: lui sdraiato di schiena sotto il lavandino e lei, con una minigonna che non andava oltre la met coscia, a passargli questo e quel ferro. Finita la riparazione lui era riemerso da sotto il lavandino, rosso in viso, congesto, per la fatica di lavorare in quella posizione ma anche, probabilmente, per quello che lei gli aveva fatto, inconsapevolmente, vedere. Si era fermato a parlare mentre lei aveva diligentemente sistemato i vari ferri nella cassettina. Gli era piaciuto da subito, la scintilla, per lei, era scoccata in quel tardo pomeriggio di oltre vent'anni prima. Aveva pensato che se lui, osando un po', l'avesse invitata a fare una passeggiata, al cinema o a ballare, lei avrebbe accettato senza pensarci su. E, per trattenerlo, per spingerlo all'invito sperando che piano piano, chiacchiera dopo chiacchiera, si sciogliesse, aveva tenuto tra le mani quella cassettina di legno senza la quale lui non poteva andarsene. A interrompere il loro conciliabolo era intervenuto suo padre. L'aveva fatto cos, mica con intenzione, giusto per vedere come procedevano i lavori. Visto che il sifone era sistemato aveva chiesto al giovanotto quanto fosse la spesa e lui aveva risposto che non voleva niente.
"Come niente?", aveva ribattuto suo padre.
"Niente", aveva confermato lui.
Era solo una guarnizione gualcita, una fesseria.
"L'ho fatto volentieri", aveva aggiunto.
Al che lei aveva intuito che dietro quella frase c'era qualcos'altro. Suo padre l'aveva ringraziato dandogli la mano.
"Lo accompagni tu?", le aveva chiesto.
Come no?
Tra l'altro continuava a tenere in braccio la cassettina.
Sulla soglia di casa lui aveva allungato una mano per riprendersela. "Ci vediamo", aveva detto, ed era tornato rosso come poco prima quando era uscito da sotto il lavandino.
"Quando?", le era scappato.
Sapeva bene di aver gettato un amo con tanto di esca.
"Anche dopo", aveva risposto lui abboccando subito.
Cos, anche adesso, anche se erano passati pi di vent'anni da quel tardo pomeriggio, lei non poteva fare a meno di pensare che quella cassettina fosse il simbolo, la prima tappa di tutto ci che era poi arrivato, fidanzamento, matrimonio, figli, eccetera eccetera.
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Di legno chiaro, gli angoli arrotondati per i colpi presi e con sul coperchio la scritta sbiadita di qualche spumante, la cassettina era tutt'altro che professionale. L'aveva fatta lui, il suo attuale marito. Glielo aveva spiegato la sera di quella prima uscita. Non sapendo di che parlare, non aveva fatto altro che parlare di lavoro. Di come, una volta imparato bene il mestiere, si sarebbe messo in proprio. Solo, dapprima.
Ma poi, se le cose fossero andate per il verso giusto, se la fortuna gli avesse dato una mano, covava il sogno di mettere su una ditta per conto proprio: tre, quattro operai, non una cosa esagerata, una cosa giusta. Avanti e indietro, avanti e indietro, avevano fatto il lungolago almeno una ventina di volte. Finch era calato il buio: quindi, calcol adesso, erano le dieci passate, perch era la fine di giugno e c'era gi l'ora legale. Allora lei aveva osato interromperlo per chiedergli di sedere qualche minuto su una panchina. Gli aveva detto che era stanca e non era mica una bugia. Lui le aveva chiesto scusa ma, una volta seduto, era come se la lingua gli si fosse paralizzata. Zitto, lo sguardo fisso in avanti a scrutare la riva di l dove ogni tanto passavano delle macchine che a lei avevano fatto venire in mente gli occhi degli extraterrestri di un film visto in compagnia delle amiche due domeniche prima, alla Casa del Popolo. Sulla panchina, aveva pensato lei, gli sarebbe venuto facile passarle un braccio sulle spalle, magari darle una carezza o un bacio. Invece aveva fatto male i conti. Oltre che rigido come un cadavere era diventato anche muto come un morto. Toccava a lei, quindi.
Toccava a lei prendere in mano le redini della conversazione, rianimarla, provocarla per ottenere quello che voleva: un nuovo appuntamento e magari un bacetto. Tra le due meglio un nuovo appuntamento.
A farle venire l'idea buona per riattaccare il discorso erano state le luci del quarto piano dell'ospedale Umberto I, reparto di chirurgia. Dentro l, un paio di anni prima, le avevano tolto l'appendicite. Quando era uscita, dopo una settimana di degenza, aveva giurato a se stessa che sarebbe crepata di fame piuttosto che fare l'infermiera: le aveva fatto schifo tutto, l'odore dell'ospedale, l'alito di uno dei chirurghi, quel pezzo di intestino che le avevano portato da vedere dentro un vasetto dopo che s'era risvegliata dalla dormia, la violenza con la quale la suora le aveva fatto le penicilline.
In quel momento per, l'idea che nel pomeriggio si fosse comportata come un'infermiera che passava i ferri al chirurgo l'aveva convinta. L'aveva buttata l, sorridendo, sostenendo che gli aveva fatto da assistente durante la riparazione del sifone. Cos lui aveva ripreso tono. Le aveva risposto che era stata molto brava e che era la prima volta che si poteva avvalere di un aiuto cos...
"Cos?", aveva chiesto lei.
"Cos", aveva chiuso lui.
Ma a lei era bastato.
Mentre lui era andato avanti, aveva ritrovato la parola. E le aveva detto che nella vita bisogna saper bastare a se stessi.
"Aiutati che il ciel t'aiuta!"
La cassettina se l'era fatta da s, come ciascuno la vita. L'aveva recuperata anzich gettarla via, l'aveva arricchita di una cinghia per poterla portare a tracolla, le aveva applicato un lucchetto e, dentro, aveva sistemato, in un ordine perfetto, matematico, tutti i ferri che gli potevano servire e in modo che li potesse prendere a occhi chiusi. A quel punto della spiegazione anche lei stava a occhi chiusi, nelle orecchie lo sciacquio dell'onda sulla riva. Lui l'aveva guardata e, con poco senso della realt:
"Dormi?", le aveva chiesto.
"Scemo", aveva risposto lei, le labbra protese, la testa reclinata. Pi di cos...
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Non era mica stato un bacio. Lui aveva semplicemente applicato le proprie labbra alle sue. Le aveva lasciate l la met di un secondo e poi s'era staccato. Dopo le aveva anche chiesto scusa. Lei invece di rispondere aveva guardato le finestre del quarto piano dell'ospedale, reparto chirurgia, erano buie, le appendiciti, il chirurgo fetido, le suore dormivano. Allora gli aveva messo una mano sulla coppa per tenerlo fermo e l'aveva baciato davvero, come aveva visto fare in un film di 007, sempre alla Casa del Popolo, sempre con le amiche alle quali aveva mentalmente detto addio.
Perch le amiche, quando una c'ha il moroso, devono segnare il passo. Spiace ma  cos.
Per servono per farsi raccontare le trame del film non visto. Fino a quando non era scoppiata l'invidia.
Invidia pura, cos'altro?
Era successo alla fine di quella estate, dopo quel primo bacio. Da allora ne erano seguiti altri di baci, e pi succosi.
Era domenica e suo padre aveva appena finito di guardare alla televisione il secondo tempo di una partita di calcio di Serie A. Tanto per rompere il silenzio, nell'attesa che il brodo della minestrina scendesse a pi miti consigli, le aveva chiesto che film aveva visto. Lei aveva risposto un western bellissimo, come le avevano detto le amiche. Peccato che la sera di sabato la pellicola del western bellissimo si era bruciata e poi attorcigliata nel proiettore. Il western bellissimo era stato sostituito da un film con Tyrone Power e la cosa aveva fatto girare i coglioni a un collega di suo padre, dipendente, come lui, dalla societ elettrica Orobica che, il pomeriggio precedente era venuto apposta in treno da Dervio, portandosi dietro due figli e due nipoti esaltati, come d'altronde lui, all'idea di vedere duelli, sparatorie e cavalcate.
Adesso lei non ricordava pi il titolo del western. L'attore s, era Tomas Milian.
Ricordava perfettamente per che, luned sera, quando suo padre era tornato a casa, anzich salutare le aveva detto:
"Dimmi un po', signorina!"
Cos la verit che aveva un moroso apprendista idraulico era venuta fuori.
Dalla cassettina veniva un canto di disperata giovent. Non che si sentisse vecchia. Ma mai come quel giorno, tenendola in mano, si rendeva conto che da quel lontano pomeriggio erano passati pi di vent'anni.
Doveva essere stato il destino, pens, a fargliela prendere insieme con le altre scatole. Il perch le sfuggiva.
Chiss se suo marito se ne ricordava ancora, chiss cosa avrebbe detto rivedendola!
Chiss soprattutto se anche lui lo avrebbe sentito quel grido di giovent che stava chiuso l dentro! E magari, ascoltandolo, si scuotesse dalla rigida monotonia che la loro vita aveva preso da anni, con un figlio quasi grande, ubbidiente e bravo a scuola, la ditta, quella sognata con proprio quattro dipendenti, che andava benino, le domeniche sonnolente, un po' di vacanza e un po' di musi lunghi per delle cazzate.
La apr, per vedere i ferri che erano stati il tramite della loro unione. E vide subito che c'era qualcosa di diverso, che non rientrava nei suoi ricordi lontani.
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Uno scatolino.
Un piccolo cubo di cartone, di colore beige. Sulla faccia superiore era applicato un adesivo di forma ovale, sull'adesivo il nome di un'oreficeria della vicina citt.
La donna si sent avvampare come se l'avessero beccata a fare qualcosa di proibito.
Rimise immediatamente lo scatolino nella cassetta dei ferri. Se pensava che suo marito avesse potuto dimenticare la cassettina, ecco la prova che si sbagliava. L'aveva addirittura scelta come nascondiglio per il suo regalo di Natale. Convinto probabilmente che fosse lei a non averne pi memoria. Un nascondiglio segreto e sicuro che il destino le aveva messo in mano per chiss quale ragione.
Chiss quando era salito in soffitta per nascondere il regalo, chiss quando era andato ad acquistarlo, chiss cosa si nascondeva dentro lo scatolino.
Un anello, non poteva essere altro, facile diagnosi.
Avrebbe voluto fare a meno di pensarlo ma non poteva. Un po' della sorpresa era andata a farsi benedire. Le restava quella di scoprire com'era fatto, quanto valesse.
Ormai era andata cos. Chiuse la cassetta e risal in soffitta per rimetterla a posto.
La mattina di Natale era sempre lo stesso rito, anche se il loro unico figlio andava per i 17 anni: alzarsi presto per scartare i regali che aspettavano sotto l'albero. Lei scese per ultima in un'incerta luce di cielo nuvoloso. Inutile aspettarsi neve per una giornata memorabile: erano nuvole grigie di acqua, che si stavano lentamente abbassando. Temeva di non riuscire a recitare bene la sorpresa visto che, pi o meno, conosceva gi la sostanza del regalo. Scendendo dalla camera da letto aveva buttato una occhiata veloce all'albero, ai pacchetti che stavano sotto. Poi era passata in cucina e adesso stava bevendo il caff mettendo su una faccia di sonno finto che l'avrebbe aiutata a mascherare un entusiasmo non del tutto sincero.
Sui pacchi c'erano i soliti bigliettini coi nomi di ciascuno. Un altro rito del Natale era che se li dessero l'uno con l'altro.
Quando suo marito le tese il suo e contemporaneamente le fece gli auguri, lei non ebbe alcun bisogno di simulare, fingere. Prese il pacchetto e fil subito a sedersi in poltrona, le gambe avevano tentato di fare cilecca. Per un minuto ci fu solo il rumore della carta lacerata. Suo marito le chiese cosa aspettasse ad aprire il regalo, voleva sapere se aveva indovinato taglia e colore. Comunque, se non andava bene, si poteva sempre cambiare, era d'accordo col negoziante.
Il sospetto che l'anello, cos'altro poteva essere?, non fosse destinato a lei le tolse ogni appetito. Ciononostante si obblig a mangiare qualcosa. Intanto aveva cominciato a piovere. Mangi un po' di pat, un po' di insalata russa, un po' di cappone. Cos le venne un po' di nausea. Non erano ancora le due del pomeriggio quando disse che aveva bisogno di coricarsi per un'oretta, non si sentiva molto bene.Pioveva un'acqua spinta contro i vetri delle finestre dal Tivano. Sembr che suo figlio e suo marito non aspettassero altro per schiodarsi dalla sedia. Il ragazzo disse che sarebbe uscito a fare due passi, nonostante a quell'ora i bar fossero gi chiusi: ma era meglio un paese deserto, bagnato, al silenzio della casa, odoroso di pollo. Suo marito era gi stravaccato in poltrona quando lei entr in camera: accese la tiv ma tolse l'audio. Tempo dieci minuti, e dormiva. Lei si pent subito di aver mentito, di essere salita in camera. Nel buio della stanza il sospetto divenne mostruoso. Assunse corpo.
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3. I gemelli.
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Cominciai a invidiare il mio gemello quando si innamor. Conobbe quella donna, cominci a corteggiarla. Sorrisi, complimenti, qualche invito, le solite cose. Subito non mi disse niente. Si confid solo quando cominci a intuire di non esserle indifferente. Me lo confess sorridendo. Arrossendo, felice come un bambino. Fu allora che cominciai a invidiarlo. Io non sapevo cosa fosse innamorarsi di una donna. Lui mi raccont del suo senso di leggerezza.
Mi sento lieve, diceva.
Vedrai, proverai...
L'unica cosa che provavo era l'invidia.
Un giorno mi disse che voleva presentarmi la donna.
Rifiutai.
La delusione che gli storpi il viso mi fece esultare. L'avevo colpito, ferito.
Ne fui felice.
Ma vederlo soffrire cos acu la mia invidia.
Allora lo spiai.
Lo spiai perch volevo vederla, rendermi conto.
Li spiai.
Due, tre, quattro volte.
Una volta di sera mentre erano chiusi in macchina, dietro i finestrini appannati.
Bella, brutta, non mi interessava.
Bionda o nera che fosse avrebbe fatto lo stesso.
Dovevo averla io, sottrarla al mio gemello. Cominciai a corteggiarla.
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Cominciai a odiare il mio gemello quando mi sottrasse la donna che amavo. Sembrava che non gli importasse nulla. S'era addirittura rifiutato di incontrarla, conoscerla. Invece a mia insaputa cominci a corteggiarla. All'inizio sfrutt la perfetta somiglianza, due gocce d'acqua. Gioc, scherzando, quando lei lo prendeva per me. Fingeva di capitare nei luoghi che lei frequentava. Quando lei gli disse che non avrebbe mai imparato a distinguerci, lui le confess che un modo c'era. Lei chiese quale. Lui rispose che l'amore  poesia. Lui, afferm, scriveva poesie. D'amore, per lei.
Gliele offr, come un'esca.
Lei abbocc.
Fu allora che cominciai a odiare il mio gemello, quando lei mi disse che non era pi sicura del suo amore per me.
Sotto la stessa maschera io non ero poeta.
Mi chiese tempo per riflettere, capire chi dei due fosse quello giusto per lei.
Forse sperava che in me maturasse la follia del poeta.
Ma l'odio non era certo una buona musa.
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Disse, infine, che aveva deciso.
Disse che aveva il nome sulla punta della lingua.
Non rivel quale.
Propose di farlo durante un incontro a tre.
La invitammo a cena allora, accett. Ci presentammo eleganti.
Il suo profumo invase la saletta.
Decidemmo di mangiare prima del verdetto.
Lei mangi con appetito, noi ci risparmiammo. Fu lei a dire che era giunta l'ora.
Esibimmo sorrisi affilati come coltelli. Subito dopo coltelli veri.
Ce la spartimmo, un pezzo per uno. Bevemmo molto poi.
Alla fine brindammo alla ritrovata armonia. Chi fosse il prescelto non lo scoprimmo. Importava poco, niente del tutto.
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4. Le dieci e un quarto.
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Il tempo  umido, piovoso,  il primo ottobre, un ottobre che sa gi di inverno.  il primo giorno di scuola. Gli ombrelli non si contano. Molti hanno addosso cappottini e impermeabili. Un ripetente di terza media non ha paura di quattro gocce d'acqua. Cristiano  uscito di casa vestito come il giorno prima quando ha imparato finalmente quella parola. Quando i pi grandi gli hanno spiegato cos', dov'.  successo ai giardini a lago, tra un tiro di sigaretta e l'altro, con la breva di fine settembre che portava odore di scuola. Davanti al portone della scuola c' ressa. Cristiano ha i capelli bagnati, tira dritto. Entra, il bidello gli sorride. "Ancora qui?". Cristiano non gli risponde, entra in classe per primo, terza B. Come l'anno prima. Lo stesso odore nell'aria, stesse cartine sui muri. Sulla lavagna c' ancora la scritta "Buone vacanze". La classe si riempie. Cristiano  seduto all'ultimo banco. Guarda le facce, tutte nuove. Lui  l'unico della truppa dell'anno precedente. La prima ora tocca al professore di italiano.  un barbetta che fuma come un dannato. Anche in classe. Ogni tanto apre la finestra. Entra e si mette dietro la cattedra, si guarda in giro, scruta i volti. Per tre minuti non parla. Poi alza il braccio, punta l'indice.
"Tu", dice a Cristiano.
Primo banco.
Tocca obbedire. Gli fa posto una magrettina che sembra fatta di cartilagine.
"Non voglio che invecchi dentro qui", dice il barbetta.
Qualcuno ride, la magrettina ha un po' di magone, l'ultimo banco non le piace. Il barbetta chiede silenzio. Ordina a Cristiano di filare alla lavagna. Gli ordina di scrivere il verbo STUDIARE. Ordina di coniugarlo al congiuntivo trapassato. Cristiano non lo sa.
Se avesse studiato...
Resta l col gesso in mano. Il barbetta si accende una sigaretta. "Al posto", dice.
"Cominciamo bene", aggiunge.
"Prendi esempio dai tuoi nuovi compagni", insiste, che grattano sulla carta con le loro penne.
Cristiano vorrebbe dire se i suoi nuovi compagni sanno fumare oppure sanno quella parola, sanno cos', dov'. Invece si siede, guarda dalla finestra. Il tempo  umido, grigio, piovoso.
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Il tempo  umido, grigio, piovoso.  un tempo da funghi. A Cristiano i funghi fanno schifo. Li ha mangiati una volta sola e li ha vomitati. Suo padre invece ne va matto. Quand' il periodo non capisce pi niente. Si alza prestissimo alla mattina, sta via anche tutto il giorno, si incazza come una bestia se qualcuno lo precede nei posti che sa lui. Li pulisce, li taglia, li conserva lui, non vuole interferenze. Li cucina, anche. E se li mangia da solo, perch anche alla mamma di Cristiano i funghi fanno schifo.
Per adesso Cristiano ha almeno un buon motivo per guardarli con pi simpatia. Quella di scienze infatti  morta. Anche lei era una fanatica dei funghi. Il giorno prima  andata in montagna e non  pi tornata. Tocca al preside adesso coprire l'ora di scienze. Dice che la prof  ammalata. Ma alla sera Cristiano apprende la verit.
"Meglio a lei che a me", dice suo padre.
Cristiano  d'accordo. Non gliene frega niente di suo padre ma gli sta bene che a scivolare in qualche valle sia stata quella, spaccandosi tutte le ossa, restando esposta al buio, alla pioggia e ai denti delle volpi. Povere volpi che non avranno che ossa da succhiare. Si addormenta.
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La mattina seguente tocca al preside dare l'annuncio. Dire che sarebbe una bella cosa se tutta la classe partecipasse al funerale. Cristiano ci va volentieri. Vuole vederla finire sottoterra. Essere sicuro che quella di scienze non lo interrogher mai pi, non gli dar mai pi note, non lo sbatter pi fuori dalla classe, non lo svergogner pi davanti a tutti. Resta perch vuole vedere la fossa piena. Il seppellitore spala di fretta. L'aria sa di terra smossa. Quando si ferma un momento guarda Cristiano: sa che la morta era zitella, forse quel ragazzo  un nipote. Cristiano risponde che era un suo allievo di terza media.
Il seppellitore sorride.
"Con quei baffetti ancora in terza media?"
Uscirai dalla scuola con la barba. Glielo diceva anche la morta, ad alta voce, facendo ridere tutti. Intanto lei  sottoterra. Ai suoi piccoli baffi grigi penseranno i vermi se ne avranno voglia. Quelli di Cristiano sono fitti e neri.  su quelli che, una settimana pi tardi, la supplente di scienze posa lo sguardo. Si chiede cosa ci fa uno con quei baffetti ancora in terza media. E in pi al primo banco, con quello sguardo.
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Quella nuova di scienze  giovane, porta collanine e braccialetti. Gonne corte che svolazzano quando cammina e attirano sguardi. Sono gonne che stanno ben sopra il ginocchio quando sta seduta alla cattedra e accavalla le gambe.  una pacchia per Cristiano.
Da quando scopre quelle cosce bianche e senza calze, la parola che ha in testa diventa padrona dei suoi pensieri, prende corpo.
Poi arriva la fine di ottobre, ci sono le vacanze dei Morti, nevica, vacanze di merda, Cristiano non vede l'ora che passino, mai successo prima, e la neve, anche, dieci centimetri.  bianca come le cosce della professoressa. La obbligher a mettere un paio di pantaloni.
Invece no.
Cos succede.
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Succede alla ripresa della scuola. Una mattina. Quella di scienze sembra stanca. Si appoggia sulla sedia, non accavalla le gambe come al solito. Fa di meglio. Le allarga un po'. Lascia cadere il braccio, il destro, quello con l'orologio al polso, in mezzo e con quel gesto la gonna si alza ancora un poco. La prof sente quello sguardo. Prima di accorgersene, prima di vederlo. Avverte anche una sensazione di paura, non capisce cosa le stia succedendo, teme di perdere il controllo.
Ha un piccolo tumore nel cervello che sta cominciando a dare segni di s. Per intanto non lo sa. Quindi chiede a Cristiano se per caso vuole sapere che ore sono.
"Le dieci e un quarto", dice poi.
Poi gli dice di prendere le sue cose e trasferirsi all'ultimo banco, dove c' la magrettina che ritorna in prima fila. Cristiano obbedisce ma sa, ormai, che non riuscir a distrarsi da quel pensiero.  un pensiero che di giorno dorme sotto gli altri ma di notte si sveglia, caccia via il sonno di Cristiano, gli fa sentire una carne che piano piano comincia a conoscere e poi l'altra, lontana, ma che nel sogno ha il viso, le cosce, il segreto di mezzo di quella di scienze. Notte dopo notte le cose si precisano sempre di pi. Nelle ore di lezione gli occhi di Cristiano incrociano quelli della prof. Lui cerca i particolari dei sogni, li confronta, sente, sotto il banco, la sua carne che dice s. Anche quella di scienze lo guarda. Lo guarda e si chiede come mai, perch da qualche notte a quella parte dorme male sognando quel piccolo uomo di terza media nel suo letto. Non sa ancora che  il piccolo tumore che ha nel cervello a sognare per lei. Che vuole dare, anche a lei, un piacere che non prover mai. Sogna, e al mattino si sveglia spaventata, confusa. Teme il suo desiderio, lo considera anormale. Per questo, a un certo punto, quando novembre  a met, quando il freddo comincia a pungere, decide di rinunciare alle gonne. Crede, cos, di poter scacciare i suoi sogni. Non sa che  il piccolo tumore al cervello a sognare per lei, non pu immaginare che le sta facendo un favore, regalandole sensazioni che non prover mai. I pantaloni non servono a niente. Lei continua a incontrare il piccolo uomo di terza media quando cede al sonno.
Una notte il piccolo tumore che ha nel cervello le suggerisce che ci che sogna potrebbe avverarsi nella realt. La mattina, al risveglio, si guarda allo specchio. Ha il viso di chi ha dormito poco e male. Rinuncia ai pantaloni, si rimette una gonna, non ne poteva pi, vuole essere quella che crede. Prima di entrare in classe chiede un breve colloquio al preside. Spera che la sua richiesta venga accolta, spera che far trasferire Cristiano in un'altra sezione possa interrompere i sogni, restituirla alla normalit dei sogni ad occhi aperti e a quegli altri, quelli strani, quelli che fanno tutti, che non si ricordano perlopi, della notte. Il preside soppesa la richiesta. Poi decide di accettarla quando la prof comunica che, in alternativa, lei dar le dimissioni. Mettersi a cercare una nuova insegnante... perdere la vista di un bel culetto, di quelle cosce cos lisce...
Il preside accetta, Cristiano finisce in un'altra sezione.
 la fine di novembre, il tempo  grigio, umido, piovoso. Cristiano da una settimana  nell'altra sezione. I nuovi compagni gli sembrano ancora pi piccoli e stupidi. Con loro non legher mai. Ai nuovi insegnanti non presta alcuna attenzione. Nessuno sa dei suoi sogni, che continuano. Non hanno mai smesso. Sono solo cambiati. Dalla notte del primo giorno nella nuova sezione Cristiano non ha pi sognato quello che non conoscer mai. Non vuole che altri sognino quello che ha sognato lui sino a poche notti prima. Non vuole che la prof vada nei sogni altrui, che altri vedano le sue cosce, le sue gonne. Per raggiungere il suo scopo non deve fare altro che ammazzarla.
Lo pensa di giorno, lo sogna di notte.
Di notte. Quando, anche lei, percepisce il pericolo. Quando il sogno di lui che le spara, l'accoltella, la strozza la invita a stare sempre all'erta. Perch prima o poi l'occasione si presenter. Basta solo avere pazienza, basta solo aspettare il momento giusto, studiare il piano giusto.
Un incidente, ad esempio.
Ma come, dove e quando?, si chiede Cristiano.
Non in sogno, per. Se lo chiede una mattina buia di inizio dicembre mentre si avvia verso la scuola. Senza capire che adesso il sogno sta diventando realt, progetto. E sta per realizzarsi. Una notte Cristiano sogna come ammazzarla. Nel sogno tutto fila liscio, senza rumori, senza grida. Nemmeno sangue. Quando Cristiano si sveglia sa come ammazzer la donna. Anche la prof si sveglia, consapevole che dovr guardarsi le spalle. Passano giorni. Finch...
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Manca una settimana a Natale, alle vacanze. L'aria  fredda, la luce stenta a bucare la coltre di nuvole. Non si sente aria di festa. Sono quasi le dieci della mattina quando una telefonata avvisa il preside che nella scuola c' una bomba.  uno scherzo, lo sa. C' un imbecille che da un paio di mesi si diverte cos, l'ha fatto con l'asilo, col municipio. Mancava la scuola.  uno scherzo, lo sa, ma non pu fare a meno di ordinare l'evacuazione. Con calma, senza confusione. Quando il barbetta comunica che bisogna uscire, Cristiano capisce che il momento  arrivato. Con ordine le classi si allineano nel corridoio. La prof  alla testa di una seconda. Ogni tanto si gira, si guarda le spalle. Cristiano sta fermo, aspetta il momento giusto che arriva quando il preside ordina di mettersi in movimento.  allora che esce dalla sua fila, va verso la prof che adesso non si guarda pi le spalle perch sa quello che succeder.
Succeder che Cristiano tenter di darle una spinta per farla cadere. Lei si sposter. Toccher al ragazzo cadere rovinosamente, andando a spaccarsi la testa contro il muro.

Sono le dieci e un quarto di mattina.
Cristiano morir prima di arrivare in ospedale.
A lei toccher sei mesi dopo, per colpa del piccolo tumore che ha nel cervello e del quale, al momento, non sospetta l'esistenza.
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5. La Fotografia Di Prisco Gringhelli.
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La fotografia di Prisco Gringhelli, detto Leone, va sbiadendo, volta dopo volta. Probabilmente quando piove, un poco d'acqua si infiltra tra il marmo della croce e la cornice, e il suo ritratto evapora. Non manco mai di passare a trovarlo le volte in cui mi reco al cimitero. Credo, anzi, di essere uno dei pochi, se non l'unico. Lo testimoniano le condizioni del luogo in cui riposa da oltre trent'anni, abbandono puro. D'altronde il Gringhelli non ha pi nessuno al mondo che possa occuparsi della sua tomba. Tranne me. lo, per, non gli porto fiori, non strappo erbacce. Passo da l, ogni volta che salgo al cimitero. Lo saluto, e lo insulto. So che non si dovrebbe. Ma, a mia discolpa, devo dire che i miei sono insulti d'antan, venati d'affetto e pronunciati con un mezzo sorriso sulle labbra. Insulti che oggi non si usano pi e che farebbero ridere i polli i quali si farebbero altrettante risate se sapessero che tipo di bullo era il Gringhelli. Bullo dei tempi suoi, dei tempi nostri, visto che eravamo compagni di scuola. Pi alto di tutti e pi grande d'et, tenuto conto che si portava sulle spalle un paio di bocciature, esercitava il suo dominio l dove gli era concesso. Non certo nell'aula scolastica dove un maestro che non concedeva deroghe all'ordine e all'attenzione era il naturale alleato dei nostri genitori: la sua parola era la loro, inutile sollevare obiezioni. Piuttosto si esibiva nell'esercizio del suo dominio presso i giardini di Puncia, fumando bellamente sigarette su sigarette e sbertucciando i neofiti del vizio che, dopo i primi tiri, tossivano sino a farsi venire il vomito; oppure all'oratorio, cornice all'interno della quale si consumavano in quegli anni i riti della mia libert. Era il pallone, il gioco del calcio, l'ambito premio, il sogno. Trovare posto in una delle squadrette che si sfidavano in infiniti tornei. Lo trovai, infine, grazie ad un sorteggio discutibile col quale i meno abili venivano equamente distribuiti squadra per squadra. E capitai nella compagine del Gringhelli. Lui, indiscusso capitano, decise le maglie e scelse, non so perch, quelle della Sampdoria, e assegn i ruoli. A me, in avvio di campionato, quello di portiere, aborrito da tutti. Inconcepibile, a quell'et, restarsene fermi tra due pali mentre gli altri correvano. Furono necessarie, ma sufficienti, un paio di partite, per convincere il Gringhelli a sostituirmi: c'era da farsi venire una sciatalgia a furia di raccogliere i palloni che finivano in fondo alla rete da me, per modo di dire, difesa. Mi assegn al gioco attivo: anche qui, si fa per dire.
Nel corso di un indottrinamento prima dell'ennesima partita, dovendomi mettere in campo per l'assenza di un difensore, mi ordin, davanti a tutti, che mai avrei dovuto tenere la palla pi di quel tanto che mi sarebbe bastato per passarla, e passarla a lui, come dovevano fare tutti. Gli sarei stato utile, anche, nei falli laterali: girato di schiena per, in modo da far rimbalzare il pallone sul mio dorso usato come sponda, e riceverlo di ritorno. Nella finale di quel torneo trovammo, destino, una squadra che indossava maglie rossoblu. Il Gringhelli si sentiva gi la vittoria in tasca. Ci disse addirittura che ce l'avrebbe fatta anche se avesse giocato da solo. Il loro miglior elemento infatti era un dinoccolato centravanti, si chiamava Aurelio Pizzicati ed era figlio di un piccolo impresario di pompe funebri. Aveva una struttura fisica che sembrava sempre sul punto di rompersi, lassa al punto che a scuola l'avevano soprannominato Tiramolla, come un fumetto famoso in quegli anni. Quelle gambe, che spuntavano da ogni parte piegandosi in angoli assurdi, quella schiena in grado di inarcarsi innaturalmente per guidare una testa piantata su un collo da giraffa, furono un incubo che decise le sorti della finale. Da quel pomeriggio l'Aurelio Pizzicati divenne la meta prediletta per gli esercizi di bullismo del Gringhelli. Facile preda, poich il giovane Pizzicati pativa gi di suo la lugubre, bench necessaria, professione paterna e non aveva certo bisogno che, alla lista dei dileggiatori che impunemente gli chiedevano se fosse vero che per dormire utilizzasse una bara, come se fosse un vampiro, e per leggere avesse a disposizione dei candelabri, si aggiungesse anche il Gringhelli che, quando lo incrociava, lo salutava recitando l'Eterno Riposo. Tuttavia, se caratterialmente il Pizzicati era gi disposto a subire, sul piano fisico sembrava non potesse esercitare controlli di sorta. Significa che, quando a entrare in campo erano i muscoli, il ragazzo sembrava guidato da una volont indipendente, che lo poneva al di sopra degli altri. E passino gli altri, ma il Gringhelli non si riteneva assimilabile a questa categoria. Battuto in una gara di corsa veloce e poi in un'altra, antesignana della corsa campestre, ritenne di poter trovare sfogo alla propria ansia di rivincita quando, secondo una tradizione ormai tramontata, a mezza estate vennero organizzati dalla Pro Loco i giochi sull'acqua. Si ritrovarono di fronte, cos come nella finale di qualche mese prima, i duellanti, impegnati nell'esilarante caccia all'anatra. Anatra tuffatrice, che impegnava i cacciatori in lunghe apnee sotto il pelo dell'acqua.
L'acqua, il lago, mi viene da pensare adesso: che palcoscenico  stato per certi bulli di periferia, di provincia, la cui razza  andata perduta. La mistica del primo bagno, fatto quando ancora l'acqua era fredda, una prova di coraggio, di ardimento.
L'acqua di quel giorno era tutt'altro che fredda, si era in luglio, l'afa opprimeva le persone che assistevano ai giochi e aveva impedito alla breva di levarsi. Il Gringhelli spar cos, dopo essersi immerso alla caccia dell'anatra tuffatrice. Riemerse solo poche ore dopo, spinto dalla corrente su di una riva di sassi, la pelle gi diafana, immagine di una solitudine estrema, probabilmente gi coltivata, e lungamente, in vita.
Fu il padre del Pizzicati a comporlo nella bara e ormai sono passati molti anni. La foto del Gringhelli al cimitero sembra svanire e le uniche preghiere per lui sono i miei insulti affettuosi. Nemmeno il Pizzicati riusc ad afferrare l'anatra. Ma credo che ci sia di poca consolazione.
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6. La Matematica.
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La matematica, per me,  sempre stata un'opinione. Sin dai tempi delle elementari, quelle del gioved vacante. Con tutto il rispetto per la materia, alla quale riconosco una sua utilit, e per i suoi studiosi, io ne ho sempre capito poco, quasi nulla. Tanto che ci volle, ai tempi, un calcio nel sedere da parte di mio padre per farmi intendere il meccanismo delle divisioni. Fu un gesto inutile: per prima cosa perch si ferm al solo gesto, non vi fu passaggio all'azione, insomma il calcio in culo non lo presi mai, correndo pi veloce intorno al tavolo.
E, in seconda, poich compresi che dividere e moltiplicare sarebbe stato, per la mia vita, affare complicato. Dovrei erigere una cappelletta all'insegnante che, in corso di liceo, comprese quanto fosse inutile forzare in un cervello recalcitrante come il mio le regole del pi greco e altre ancora. Ma adesso, mentre questo mio conoscente spinto in confidenza dall'autunnale giornata ricca di colori, mi confida una storia di famiglia, i calcoli elementari imparati allora, (quand'ero giovane o piccolo, facciano lorsignori come meglio credono), tornano buoni.
Insomma, se il padre di costui fu prigioniero, come mi confessa, degli inglesi per quindici mesi, sposato per procura e torn a casa, (il padre, notasi bene), quando il mio confidente aveva, per sua ammissione, l'et di un anno appena fatto, di chi  la colpa, la responsabilit?
 della matematica? Di una materna distrazione? Oppure degli inglesi? E poi, a chi si sacrific sull'altare di Imeneo la madre di costui (posto che per una volta la matematica non mi sembra essere un'opinione)? In ogni caso pare che la cosa non turbi affatto il mio interlocutore e io mi astengo dal fare commenti. Forse ho di fronte un soggetto di quelli appartenenti alla mia razza per i quali, cio, la matematica  solo un'opinione o poco pi.
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7. La Ragione Degli Asini,
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Tanti, ma tanti anni fa, in un piccolo paese affacciato sulle acque del lago di Como che si chiamava e tuttora si chiama Lezzeno sorgeva un'unica chiesa parrocchiale il cui nome era Madonna del Ceppo. Allora come oggi Lezzeno si distingueva per la notevole estensione del suo territorio, impervio a tratti, sicuramente disagevole: gli abitanti del luogo si spostavano con difficolt, i commerci ne pativano, cos come le visite amicali, le passeggiate a scopo amoroso e in conseguenza matrimoni e fidanzamenti. Di ci non ci si deve stupire in alcun modo, tenendo presente che il fatto che si va a narrare accadde molti anni fa, quando il mezzo di trasporto pi diffuso era il cosiddetto cavallo di san Francesco, in altre parole gambe in spalla e via! Fu cos che parte dell'osservante e praticante popolazione che per una buona fetta abitava nelle frazioni a contorno del capoluogo a un certo punto cominci ad accarezzare il desiderio di avere una chiesa che fosse pi a portata di mano.
All'inizio fu desiderio inespresso, accarezzato nell'intimit dei pensieri. Col tempo si fece parola appena sussurrata, pronunciata con qualche timore. Poi il pensiero prese corpo e sostanza. I frazionisti presero ad esprimere il desiderio senza timore che qualche fulmine dal cielo li incenerisse. Non era follia la loro ma un desiderio legittimo e legittimato anche dalla fatica con la quale vecchi, donne, bambini e soggetti comunque acciaccati dovevano fare per non rinunciare ad assistere a messe o funzioni. Organizzato un comitato promotore infine si decisero a sottoporre la richiesta alla municipalit di Lezzeno al preciso scopo di ottenerne sostegno.
Non covavano il minimo dubbio che nel capoluogo, i suoi rappresentanti si rifiutassero di sostenere l'iniziativa.
Ne ebbero invece un'atroce delusione e bruscamente dovettero ricredersi. Non solo l'autorit costituita fece orecchie da mercante, blandamente assicurando che avrebbe preso in considerazione la richiesta. La voce infatti corse tra il popolo dei residenti scatenando un'ondata di campanilismo in causa del quale i frazionisti cominciarono ad essere guardati in tralice, quasi fossero scissionisti. Da quel momento ogni occasione fu buona per provocare incidenti non solo verbali. I giorni di mercato soprattutto furono teatro di animate discussioni che a volte degeneravano in scazzottate rumorose.
L'inevitabile, progressivo riscaldamento del clima sopra Lezzeno port a temere che dalle parole o dagli sganassoni prima o poi si sarebbe passati a fatti ben pi gravi.
Sappiamo come vanno a finire queste cose, quando in gioco c' l'idea di un inalienabile primato che viene a un certo punto messa in discussione. Entrambi i fronti si irrigidirono. Da una parte c'era chi sosteneva che non ci poteva essere altra chiesa se non quella parrocchiale da sempre esistita, sul fronte contrapposto si ribatteva che i cristiani di frazione avevano gli stessi diritti di quelli residenti nel capoluogo: se volevano una chiesa, affermavano questi ultimi, era loro pieno diritto averla.
A quel punto scivolare dal fronte delle aspre polemiche verso quello di un duello rusticano sembrava inevitabile quando, per calmare le acque e dirimere la questione, intervenne con la sua austera autorit Giansereno Melensi, prefetto dipartimentale del Lario, noto ai pi per la pacatezza dei modi e dei giudizi. Saggio uomo, il Melensi teneva sul tavolo del suo ufficio in Como una bilancia bene in vista, simbolo della sua equit e dell'imparzialit dei suoi giudizi che, una volta emessi, erano inappellabili.
Nella richiesta dei frazionisti lezzenesi il Prefetto del Lario non vide alcunch di eversivo e ingiunse al capoluogo di non ostacolare il progetto di costoro affinch avessero una chiesa l dove pi piacesse e facesse comodo a loro.
La battaglia vinta senza spargimenti di sangue e denti scaten un'entusiastica reazione da parte dei vincitori. Molto presto per alla gioia della vittoria subentr un clima teso, arroventato, molto pi caldo di quello che si era creato prima della sentenza del Melensi.
Tutti d'accordo sulla necessit di una nuova chiesa infatti, ciascun rappresentante delle frazioni cominci a pretendere che sorgesse nel territorio di cui era delegato. Le ragioni portate a sostenere il diritto di una frazione pi dell'altra erano varie: numero di abitanti, et media degli stessi, iscritti all'albo battesimale, sino a non meglio "specificate determine di vassallaggio" di una frazione rispetto all'altra.
Di nuovo, onde evitare incidenti, tocc intervenire all'ottimo Giansereno Melensi.
Ottima persona, lo si  detto, e di animo gentile.
Pure lui per dotato di una scorta di pazienza non infinita. Dopo aver ragionato che, tentando di mettere d'accordo tutti non avrebbe accontentato nessuno, risolse di affidare il verdetto agli asini, evidentemente convinto che in quel frangente avessero pi sale in zucca loro rispetto ai duellanti. Fece passare la proposta come una sorta di giudizio di Dio che nessuna mente umana avrebbe potuto contestare una volta emesso. E spieg come la cosa avrebbe dovuto svolgersi.
Due cavalieri sarebbero partiti dalle due frazioni pi periferiche, uno da una parte, uno dall'altra. Si sarebbero corsi incontro e nel punto in cui si sarebbero incrociati sarebbe sorta la nuova chiesa.
La prospettiva della gara infiamm gli animi, il giorno venne stabilito. Venne scelto il primo giorno della stagione novella, giorno in cui la natura ricomincia a vivere e guarda al futuro. Il primo giorno di primavera sarebbe cos diventato il primo giorno di vita della nuova chiesa.
La gara si svolse senza particolari incidenti, favorita da una cornice di rinnovati profumi e colori e tra due ali di folla eccitata ma composta. L'esegesi del risultato finale  variabile e giustamente viene lasciata al discernimento del lettore. Poich infatti uno dei cavalieri di frazione, o per sua particolare abilit nel cavalcare e condurre gli asini oppure perch all'animale non venne lesinata biada o altro alimento energizzante, corse come un matto, mentre l'altro, vuoi perch inesperto nella conduzione del quadrupede oppure perch gli venne affidato un animale di scarse qualit, non riusc ad andare che poco oltre la linea di partenza fermandosi subito.
Gran festa venne immediatamente tributata al cavalier veloce. Sin quando, ragionando a freddo, tutti o quasi si resero conto che correndo cos tanto il cosiddetto vincitore non aveva fatto altro che favorire l'avversario, consegnando a lui piuttosto la palma della vittoria: la chiesa, come pattuito, doveva sorgere nel punto d'incrocio dei due avversari, cio l dove quello pi lento si era fermato senza pi riuscire a convincere la cavalcatura a muovere un passo.
Cos che a sera si scaten sulla schiena del cavalier veloce il primo temporale marzolino, mentre gli asini se ne erano gi da tempo tornati a brucare tenere erbette dopo l'inverno passato a masticare stopposi sermioni e ramacci irti di spine, ignorando che in tutta la storia erano stati gli unici ad essersi comportati con un po' di criterio.
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8. La Primavera Al Tempi Di Almerindo.
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Urla da far tremare i vetri, da far scappare i gatti negli angoli pi remoti della corte. Da far volare via i piccioni dai tetti. Da far aprire le finestre soprattutto, anche se era inverno, per ascoltare meglio, capire da dove venivano quelle grida, non perdere una battuta del litigio e attenderne la fine. La vita in contrada era cos. E chi ci abitava da un pezzo, si era abituato a litigare sottovoce per non incuriosire i vicini. Cos come, in quei momenti particolari, chiudeva le persiane della camera da letto (un vero e proprio eufemismo), oppure quelle della cucina quando bisognava dividere un uovo in quattro affinch ciascuno mettesse almeno un boccone nello stomaco.
Quelli che stavano gridando per erano nuovi. Lo disse la Cherchelina, nata svezzata cresciuta e avvizzita in contrada, al marito Egisto. Nuovi arrivati, pi o meno un mese prima, pi o meno dalla bassa Brianza. Una triade di disperati, padre, madre e figlia, quest'ultima tra i sedici e i diciotto anni. A guardarla sopra l'ombelico, diciotto.
Il padre lavorava al cotonificio. Faceva i turni di notte perch pagavano di pi. Di giorno, uomo dal multiforme ingegno e dalle inesauribili risorse, dava la biacca ai muri, tirava carretti, svuotava soffitte pur di guadagnare qualche lira. La moglie stava in casa, dignitosa povert. "E la figlia?", chiese l'Egisto come se non gli interessasse.
Cisposo filosofo l'Egisto: pure lui aveva la contrada sulle spalle da quando era nato ma la zuccherava con le quotidiane visite al Circolo dei Lavoratori.
La figlia non si capiva bene cosa facesse, spieg la Cherchelina: per intanto stava in casa anche lei, come la madre.
Poi fece segno al marito di stare zitto, mettere a tacere la sua curiosit al manduria. Il litigio aveva preso vigore grazie alla voce del genitore. L'Egisto, che non si mischiava con quelle beghe, allung solo il collo verso la finestra mentre la Cherchelina spian le antenne da insetto che aveva nei timpani. Cominciando a capire, sorrise.
Doveva essere successo qualcosa che aveva a che fare col cinema, disse al marito.
"Col cinema?", chiese l'Egisto. Era forse un'attrice la figlia dei nuovi? La Cherchelina sorrise: a parte il fatto che era una bella ragazza e non avrebbe sfigurato come attrice, lei si riferiva al cinema del paese, alla Casa del Fascio. Due giorni prima, domenica, la figlia dei nuovi ci era andata: l'aveva vista lei uscire alle due del pomeriggio e rientrare poco dopo le quattro, gli orari coincidevano e adesso ne aveva la conferma. Perch adesso stessero litigando cos le sfuggiva ma con un po' di pazienza confidava di riuscire a capirlo. Sino ad allora aveva gridato il padre, frasi secche, brevi come un abbaio di cane. La madre non aveva fatto altro che piagnucolare. Ma, in un momento di tregua tra i due, si sent anche la voce della figlia.
"Non lo so!"
Un grido che rimbalz nella contrada mentre, stante il buio incipiente, qua e l qualche finestra si illuminava. La Cherchelina non volle accendere la luce. Guai mettere in allarme i vicini che litigavano col rischio che abbassassero la voce. Ma i nuovi non avevano ancora ben presente le regole non scritte della vita in contrada. Continuarono.
La figlia, soprattutto, con un tono di voce squillante: un bel caratterino, niente da dire. Gridando, ribad che non sapeva che fine avessero fatto. Ma cosa?, pens la Cherchelina, perch non lo specificava?
L'Egisto, alle spalle della moglie, cominci a sbuffare. Era quasi ora di cena tra l'altro, aveva fame. La moglie si port l'indice al naso. Silenzio!
Silenzio assoluto, perch la soluzione del mistero si stava avvicinando, la ragazza aveva detto qualcosa di importante, risolutivo: alla Cherchelina luccicarono gli occhi quando la ragazza spieg, sempre gridando, che le aveva lavate e stese sul balconcino interno la sera di domenica e quella stessa mattina s'era accorta che non c'erano pi. Era stata sua madre a chiederle che fine avessero fatto e lei non aveva saputo rispondere.
"Sono sparite!"
"O le hai perdute da qualche parte eh? Svergognata!", torn in campo il padre che aveva ripreso fiato.
Alla Cherchelina mancava poco per raggiungere la certezza di ci che gi da un po' intuiva. L'Egisto invece aveva fame. Ma, nel momento in cui stava per ordinare di smetterla con lo spionaggio e pensare alla cena, dalla casa dei nuovi vennero, in serie, nuovi pianti e singhiozzi, lo sbattere di una porta e un'implorazione, di parte materna, affinch l'uomo non facesse ricorso alla cinghia.
A quel punto la Cherchelina decise di scendere in campo. Al marito che l'interrog circa il destino della cena, disse che non sarebbe morto di fame anche se avesse aspettato una mezz'ora: si sentiva chiamata a salvare la dignit della ragazza, messa in dubbio per colpa dell'Almerindo. E cos, andando dai nuovi per chiarire il fatto, avrebbe anche approfittato per dare un'occhiata alla loro casa. Non c'erano dubbi, secondo lei, che l'Almerindo ci avesse messo lo zampino. Almerindo Terranostra, che abitava due portoni oltre i loro, lungo quella contrada. Sposato con una donna che da sempre chiamavano Eresia e della quale si diceva che bastasse guardarla per metterla incinta: sette figli in dodici anni di matrimonio erano l a testimoniare la diceria. Sempre affannato e col perenne incubo di tutte quelle bocche da sfamare, l'Almerindo era un lavoratore tuttofare, una vera benedizione per quelli della contrada poich era in grado di sturare sifoni, rappezzare muri, riparare mobili, tirare fili elettrici. Si piegava anche a lavori pesanti, nonostante avesse una complessione magra magra. Una magrezza che si estendeva anche alle due mani che aveva, oltre che ossute, lunghe e che talvolta si allungavano sulla roba altrui. Proprio l'Almerindo il giorno prima luned, era salito in casa dei nuovi: la Cherchelina l'aveva ben visto con in mano una scopa da spazzacamino e al braccio, come se fossero braccialetti, delle ghiere, segno evidente che la stufa dei vicini aveva qualche problema.
"Uno pi uno fa due", disse la Cherchelina al marito poco prima di uscire e ripet la sentenza quando, dopo aver bussato insistentemente, la nuova, gi in tenuta da notte e col viso ancora congesto, le and ad aprire. Sospir, la Cherchelina, poich aveva temuto di trovarsi di fronte l'uomo: tra donne invece ci si intendeva meglio.
"Non voglio impicciarmi degli affari vostri", disse.
Per non aveva potuto fare a meno di sentire gli echi del litigio. E, poich non aveva nemmeno potuto fare a meno di notare l'Almerindo che saliva in casa loro il giorno prima, ci teneva ad avvisare che l'oggetto del litigio...
La Cherchelina attese un momento, sperando che la nuova vicina ne specificasse la natura confermando la sua ipotesi. Quella, invece, non apr nemmeno la bocca... l'oggetto del litigio, prosegu allora la Cherchelina, poteva essere stato prelevato dalle lunghe mani dell'Almerindo, tenuto conto che lo stesso Almerindo aveva una figlia d'et pari alla loro.
La Cherchelina si zitt, immaginava che adesso la nuova avrebbe detto qualcosa. Invece quella pareva aver perduto la lingua.
"O be'!", fece la Cherchelina.
Lei aveva fatto il suo dovere, s'era sentita in obbligo di intervenire a difesa di una ragazza ingiustamente accusata di chiss quali turpitudini. In ogni caso, concluse, che i due, prima di giudicare, aspettassero la primavera: quando l'Eresia, anzich stendere il bucato dentro casa lo metteva ad asciugare nella corte interna del caseggiato. Allora, se era andata come sospettava, un giorno o l'altro avrebbero visto comparire su un filo quell'oggetto. Se mai fosse loro sfuggito, potevano contare sulla sua collaborazione.
"Mi basterebbe sapere di che colore sono", chiese la Cherchelina prima di congedarsi.
"Rosa", rispose finalmente la vicina.
Coi pizzi, i bottoncini laterali, gli spacchetti: una schiccheria che, pi del sole, delle campane e delle rondini, sottolineava che un altro inverno di contrada era passato ed era primavera.
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9. L'unico Viaggio Di Ramn Perduto.
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Andava per gli ottant'anni Ramn Perduto, quando smise di vivere. E fu una perdita per tutto il paese. Molti si stupirono quando, sugli annunci funebri, lessero la sua et. Sembrava molto pi giovane, da vivo. Frutto di una vita in cui, come si dice, non si era certo ammazzato di fatica, e quindi si era conservato bello e fresco sino alla fine. Certo, nell'irradiare un alone di eterna giovinezza l'aiut il vezzo di una disinibita eleganza: camicioni colorati d'estate, e cappelli di paglia a tesa larga; d'inverno invece un cappottone con la martingala che per portava sempre aperto sul davanti e sopra semplici camice. Mai un golfino. Mor di una polmonite, ma questo  incidentale.
Ora che la sua memoria rischia di perdersi, senza entrare nemmeno nel minimale chiacchiericcio del "Ti ricordi?", vorrei farmi esegeta del suo passaggio terreno, biografo del suo momento d'oro, l'episodio che, sopra ogni cosa, amava raccontare: appunto, il suo unico viaggio. A onor del vero di viaggi, nella vita di Ramn Perduto, ce ne furono due. Ma non gli si poteva imputare l'amnesia del primo. All'epoca di quel primo viaggio era talmente piccolo che non poteva fissare alcun ricordo. Veniva in Italia dall'Argentina, al seguito del padre Achille, che in quella terra era emigrato in cerca di fortuna. C'era quasi arrivato a trovarla, l'agognata fortuna: era successo quando s'era accoppiato con una certa Manuela Herrerita, figlia di allevatori.
Innamorati l'uno dell'altra, i due: ma senza il permesso del genitore di lei che, per la figlia, aveva previsto ben altro partito, non certo un italiano spiantato e morto di fame. Per questa ragione l'Herrerita senior, quando l'Achille gli si era presentato per chiedere la mano della Manuela, facendo anche presente che di quell'amore avrebbe potuto avere tangibile prova di l a nove mesi in forma di nipote, dapprima aveva lungamente taciuto e poi aveva emanato la sua sentenza: posto che non era nemmeno cosa da discutere la possibilit che lui potesse sposare sua figlia, gli risparmiava la vita a patto che abbandonasse il paese. Ma non subito.
Eh no, sarebbe stato troppo facile cavarsela cos. Avrebbe abbandonato il paese portandosi appresso il bastardino, e guai a lui se gli fosse venuto in mente di vantare qualche diritto o di disobbedire ai suoi ordini. Il piccolo nacque in casa, coperto dal segreto pi assoluto. E venne battezzato, affinch potesse morire in grazia di Dio se la carretta sulla quale doveva attraversare l'Oceano fosse affondata. Cos Ramn rientr, o meglio approd, in Italia mentre correvano i primi anni del Novecento. L'Achille, scornato dall'esperienza, divis nell'accaduto un destino da vinto e non tent nemmeno di opporvisi. Fu peraltro in grado di dare una madre al piccolo Ramn, maritando tale Cicilla Sal, detta "Gnagnolina" a causa di un difetto di pronuncia. Non era un granch come donna. Ultima della sua generazione a trovar marito, aveva campato sino ad allora vendendo cartoline panoramiche ai turisti che scendevano dal battello o a quelli che salivano a visitare l'Orrido: il soprannome era frutto di quell'attivit, poich passava intere giornate miagolando quel "Gnagnoline!" che stava appunto per cartoline. Dava anche, dietro misere mance, strampalati consigli terapeutici per guarire ascessi, sciatalgie o vermi, e scrutando i pancioni delle gravide faceva previsioni di sesso. Ma non conosceva nemmeno l'abc dell'educazione.
Ramn era cresciuto tra un padre sospiroso e una madre ambulante. Non poteva che diventare un giovane, e poi un adulto, uso a prendere la vita giorno per giorno e a campare di espedienti.
Non tutto il male viene per nuocere, per. Se fosse cresciuto in una famiglia diversa, o che dir si voglia normale, avrebbe avuto molte altre possibilit, per esempio anche quella di viaggiare spesso. I ricordi si sarebbero ammucchiati uno sull'altro, confusi, cancellati. Il brivido delle partenze, l'avventura del viaggio avrebbero perduto, stante la ripetitivit, smalto e fascino.
Un unico viaggio, invece. Un tesoro di esperienza. Da conservare perfettamente nella memoria. E al quale Ramn, gi vecchio, tornava nei momenti di solitudine come su un'isola felice, oppure per farne motivo di racconto a beneficio di amici e conoscenti, ma anche di forestieri curiosi della sua eccentrica figura. Bastava poco per convincerlo a raccontare. A volte era lui stesso, seduto sulla panchina o al caff, che si inseriva nei discorsi altrui se l'argomento in discussione era il viaggiare. Se capiva di aver a che fare con uditori attenti, il pallino era subito suo.
Con una facondia che badava poco ai congiuntivi e con gestualit da istrione, si lanciava a descrivere il giorno della partenza dal paese a un'ora antelucana ma dentro un'aria gi ammalata di umidit, poich era luglio. Non mancava di consigliare sempre e comunque partenze "prestive": un piccolo sacrificio che aveva fatto anche lui, all'epoca di quel viaggio, e che gli era stato ben ripagato dalla lievit con cui la strada gli si era offerta, manco l'avessero fatta solo per lui.
Gli era sembrato un soffio il tragitto dal paese sino al mare. E con una compagnia che, per via della sonnolenza, l'aveva lasciato libero di godersi il panorama.
E il mare? Lo vedeva per la prima volta e l'aveva pure solcato.
Per essere precisi, puntualizzava, era la seconda, ma a buon diritto poteva e doveva essere considerata come prima. Un mare che sembrava prendere colore dall'aria o viceversa, e che aveva generato in lui il pensiero che, se avesse voluto, avrebbe potuto lanciarsi in volo come certi gabbiani che seguivano il traghetto. Aveva comunicato quel suo sentire ai compagni di viaggio, i quali per avevano appena sorriso, forse ancora assonnati o insensibili al paesaggio. Lui invece, con occhio di rapina, aveva incamerato ogni istante di quella traversata, definendo sempre meglio i particolari della costa che si stava avvicinando. Una costa rude e selvatica a tratti, di rocce a piombo nel mare intervallate da piccole spiagge in tutto simili a quelle di lago.
Quando giungeva il momento dell'attracco, Ramn Perduto osservava una pausa di silenzio, come se volesse dar modo ai passeggeri di quel lontano traghetto di scendere per poi lasciarlo di nuovo solo e trasmettere la sensazione straniante di trovarsi su quell'isola. Senza sapere dove fossero il nord o il sud, esclamava, senza sapere che terra fosse quella che avevo sotto gli occhi e che mare fosse quello che mi stava alle spalle!
Peccato che i suoi compagni di viaggio si fossero proprio allora risvegliati esibendo anche una certa fretta di ritornare. Nel tragitto finale fatto in loro compagnia, Ramn Perduto aveva rubato le ultime, suggestive immagini dell'isola.
Poi le porte del carcere di Porto Longone s'erano chiuse alle sue spalle. Era la met degli anni Cinquanta. Emissione di assegni a vuoto o spaccio di moneta falsa: in tutta sincerit, non ricordo quale fu il motivo dell'unico viaggio di Ramn Perduto.
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10. Aragosta Per Natale.
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Babbo Natale e Ges Bambino ci vennero sottratti dalla vita attorno ai sei, otto anni. Portati via senza chiedere permesso. I pi fortunati durarono fino ai nove, dieci, e se li tennero stretti. Io magari, forse, non me ne ricordo bene. Tra l'et della disillusione e quella della piena coscienza, c'era, c' tuttora, la terra di nessuno. Fitta di domande, chi risponde  bravo. Una soprattutto, una tra le tante: cos'era Natale, cos'.
Il Carluccio seppe darsi una risposta all'et di 17 anni quando, nel 1967, la Pro Loco di Bellano band il concorso Vetrine di Natale.
Natale era lo stupore, un po' ingenuo, di colore bianco, come la neve che dovrebbe sempre esserci. Bocche aperte dei bambini che trovano i regali sotto l'albero. Una gioia calda, alimentata da una stufa che brucia legna saggiamente tagliata e poi lasciata asciugare. Un sogno che diventa realt. La realt, per, si deteriora,  merce delicata.
Si deteriora e svanisce.
Il Carluccio, all'inizio della sua avventura, non lo sapeva ancora.
Era fermo allo stupore. Meglio, al ricordo di quello. Poich non era pi bambino. Ma decise che avrebbe ricreato quello stupore, rivisto le bocche spalancate, dato quel brivido caldo, involontario ossimoro, a tutti coloro che sarebbero passati davanti alle vetrine del negozio di gastronomia dei suoi.
Ma come? Bel problema.
Come stupire quella gente, come lui di lago, che spesso non spiccicava una parola nemmeno a pagarla o commentava a bassa voce, accontentandosi di un'alzata di spalle buona per ogni eventualit?
Con la vastit, decise. Opponendo alla razionalit del ragionamento l'irrazionalit della fantasia. Il lago stava all'uno come il mare all'altra: razionale il primo, con le sue rive ben evidenti, confini chiari, sottomano, irrazionale l'altro, fino ad essere stucchevole, con la sua infinit, lo sguardo che si perdeva e forse non ritornava pi.
Bene, si disse, convinto.
Avrebbe fatto una vetrina col pesce di mare. Di cui, a Bellano, nel 1967, si contavano assai pochi conoscitori e ancor meno estimatori. Fu il viaggio, la "i" maiuscolo. Il primo lungo viaggio della sua vita. In treno, verso Milano, l'unico mercato del pesce di mare a portata, comodo: e comodo, quale aggettivo, lo aggiungiamo tanto per dire, a fini di commedia insomma.
Milano, quindi.
Tre sillabe, el Dm, la Madnina. In cartolina.
Milano era chiedere "scusi" e "per favore". Buona educazione di provincia, regole imparate a suono di sberloni. Rispetto dei pi anziani.
Il Carluccio entr nel mercato del pesce e l'odore lo invase, su per il naso, estraneo, quasi nauseabondo. Una puzza, pens. Natale, in casa sua, non aveva quell'odore. Chiss il sapore! E quei pescetti non avevano niente di straordinario. Forse aveva sbagliato, aveva giudicato male. Le trote, i cavedani, gli agoni. E le alborelle!
Cos'avevano in pi, quelli di mare, rispetto ai pesci del lago, fratelli in acqua dolce?
Ma poi la vide.
Infine, e finalmente.
La vide.
Lei, viva, vide lui.
Diobono!, pens il Carluccio. Cos'?
Lei non rispose.
Cos'?, chiese con voce di periferia. Voce di polvere e di cantoni. Voce artefatta, una camicia o una giacca nuova. Voce d'armadio dove la naftalina impera.
Un'aragosta, rispose itticamente e per conto terzi, una voce umana.
E pesa?
Cinque, sei etti, era la stima massima al suo occhio.
"Tre chili tutta", determin la voce.
La compro.
"E dove la metti, bcia?"
Verissimo, 'catroia, era verissimo. Dove la metteva?
"In una pentola".
L'uomo sorrise.
Il Carluccio invece, puttanaeva, mormor.
Era o non era a Milano?
L'avrebbe ben trovato un negozio che vendeva pentole.
"Lei", rispose a quello che l'aveva chiamato bcia.
Il lei: la vecchia lezione di famiglia.
"Lei me la tenga, che arrivo fra un po'".
Nel negozio di stoviglie lo presero per il culo. Sentita la richiesta, sorrisero.
"Una pentola per un'aragosta di tre chili? Ma non esistono!"
"Pentole o aragoste?", fece il Carluccio, pragmatico.
"Aragoste"
II Carluccio si morsic il labbro inferiore. All'oratorio ce n'erano di altrettanti, che credevano di essere pi furbi di lui.
"Ma", chiese, "se esistesse un'aragosta di tre chili voi ce l'avreste una pentola grande tanto da contenerla?"
"Ma certo"
Milanese ganassa.
"E allora la compro".
Il treno del ritorno era alle due. Ma di che giorno? Perch al Carluccio sembrava di essere stato a Milano una settimana, un mese, un anno. Sal, e gi l'odore di limatura di ferro gli ricord casa. Non fosse stato per la vicina di viaggio, avrebbe pensato anche a cosa fare di quell'aragosta enorme. Ma la vicina guardava in su. Verso la retina dove, quale bagaglio, lui aveva appoggiato la pentola con l'aragosta. Viva. Che, di tanto in tanto, grattava le pareti della pentola. E, un paio di volte, forzando il coperchio, esib la tenaglia mostruosa. Tanto che la vicina, pur non parlando, sgran gli occhi. Cos che il Carluccio si sent come uno di quei matti che fuggivano da Mombello o dal Paolo Pini: quelli che pensavano di essere Napoleone o il Messia.
I carabinieri li beccavano sempre, finiva il sogno.
Finalmente la vicina scese. A Monza, a Calolzio? Troppo tardi comunque. Il sonno prevalse sul futuro. Quando il capostazione grid: "Bellano Tartavalle Terme", il Carluccio stava per cedere a un nuovo sonno.
Dormiva, o pareva che dormisse, l'aragosta. Dalla stazione alla gastronomia, la bestia ebbe un solo sussulto: quando pass il ponte sul Pioverna, sfiancato dal gelido montivo.
Gli tocc legarla ad un asse, tant'era grande e forte, per immobilizzarla e poi metterla nell'acqua a bollire e morire. Non gli venne in mente, mentre lo faceva, una similitudine con la croce: il suo obbiettivo erano lo stupore, le bocche aperte.
Quando la tir fuori dalla pentola ebbe una percezione rapida, subito cancellata: si sent solo. Come se l'aragosta con la quale aveva condiviso il viaggio in treno fosse stata un qualcuno che adesso non c'era pi. Si scroll di dosso la lugubre fantasia. Ad altre doveva lasciare posto, perch ora cominciava il vero lavoro.
Due giorni, due notti.
Due giorni e due notti in cui il Carluccio ritorn davvero bambino. E come un vero bambino, ogni fibra del suo corpo fu impegnata in quel compito assoluto: creare con l'aragosta un fantasmagorico carro natalizio, guarnito di gamberi, di creme, di gelatine colorate, di verdure bollite. Un disegno, un sogno che acquistava via via realt e che non era mai bello abbastanza, mai troppo vicino a quello che aveva in mente, a quello che l'aveva fulminato quando, al mercato del pesce di Milano, aveva visto la vittima sacrificale dello stupore natalizio.
Basta Carluccio.
Bisogn dirglielo che era ora di smettere. L'opera era compiuta. Insistere voleva dire correre il rischio di rovinarla. E poi la vetrina attendeva, il concorso urgeva.
Ad essere sinceri, se ne separ malvolentieri. E, a volerla dire tutta, non god pi di tanto dello stupore di quelli che schiacciavano il naso sulla sua vetrina per ispezionare in ogni particolare quel capolavoro, dei complimenti, degli elogi. Forse era un po' geloso: come di una morosa bella, che tutti guardavano e concupivano. Cos la medaglia d'oro che la giuria del concorso gli assegn fin subito in un cassetto, come se fosse il prezzo di una delazione o di un tradimento.
Il prezzo, quello vero, non lo volle sapere. I soldi non li volle toccare. Chiese perch.
"Carluccio, cosa volevi farne?"
La domanda gliela pose non so chi. Davanti alla vetrina vuota la sera della vigilia.
Cosa voleva farne di quell'aragosta? Boh!
Uno era entrato, aveva pattuito il prezzo e s'era portato via tutto il suo lavoro.
Aveva lasciato la vetrina vuota.
Adesso gli chiedevano cosa avrebbe voluto farne?
Niente ne avrebbe fatto. L'avrebbe tenuta l ancora un po'. Guardarla per guardarla, sognare un po'. Fare domande, a lei, e attendere risposte. Passarci assieme la notte di Natale. Cose cos.
Invece adesso aveva l'impressione che Natale fosse gi passato.
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11. Allora E Adesso.
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A quel tempo mio padre lavorava sui battelli. Siccome era di buon comando si beccava i turni pi scomodi. Bastava chiederglielo e lui rispondeva s. Era una cosa che faceva imbestialire mia mamma quando lui le diceva che questa o quella domenica sarebbe stato di servizio per fare un piacere a quello o a quell'altro. A mia mamma piaceva cucinare. Durante la settimana per, poich lavorava anche lei, faceva mestieri in casa d'altri, non le riusciva. Ma alla domenica, rinunciando a qualche ora di sonno, confezionava certi pranzetti che facevano andare in sollucchero i vicini di casa. S perch, in quel tempo ormai lontano, abitavamo in contrada, finestra contro finestra, e gli aromi dei brasati di mia mamma e di certi conigli alle erbe invadevano anche le case altrui. Ricordo che li sentivo anch'io, quando tornavo a casa dopo la messa, e ne andavo orgoglioso anche se, come si sa, quando si  piccoli il mangiare non  la cosa pi importante. Mio padre era un buono e sotto Natale lo diventava ancora di pi. Faceva di tutto pur di mantenere intatta la favola, se avesse potuto mi avrebbe impedito di crescere. Andava nei boschi a rubare un abete per farmelo trovare sulla porta di casa. Lasciava impronte sulla neve e sul pavimento di casa dicendo che Babbo Natale era passato per dare un'occhiata. Io credevo a tutto quello che mi raccontava. La mamma era alleata con lui. Era come vivere in un mondo di ovatta, dentro una pallina di vetro. Tutto si ruppe la notte della vigilia di Natale di molti anni fa, quando andavo verso i dieci anni. Il destino mi fece svegliare proprio nel momento in cui mio padre, nel fondo della notte, stava sistemando i regali sotto l'albero. Si muoveva come se stesse rubando.
Non aveva acceso luci. Ne vidi la schiena, i gesti misurati per non fare rumore. Dissi solo: "Pap!". Lui si gir verso di me e rispose solo: "Non credere". Poi mi spieg. Non dovevo credere a quello che stavo vedendo. Mi raccont che Babbo Natale lo aveva avvicinato poche ore prima allo scalo di Menaggio, proprio di fronte a casa nostra, e gli aveva chiesto aiuto per distribuire i doni su questa riva del lago.
Lui non aveva osato dire no. Era un buono, mio pap. Talmente buono che, sebbene a quel tempo andavo verso i dieci anni, non ribattei nulla. Tornai a letto e piansi. Ho pianto tutte le notti della vigilia, da quel tempo lontano sino ad ora. Lacrime salutari. Sono diventato grande nel frattempo. Anzi, vecchio.
Infatti, adesso sono all'ospizio.

Qui all'ospizio siamo in tanti, uomini e donne. Alcuni ancora in sagoma, io sono tra quelli, altri un po' meno. Il giornale arriva ogni mattina, il primo a leggerlo sono io, ancora prima della Madre Superiora.
Mi alzo presto, voglio vedere l'alba. Il tramonto lo lascio a chi lo vuole. Non molti giorni fa ho letto la notizia, ripresa da un'autorevole rivista scientifica anglosassone, secondo la quale, un altrettanto autorevole scienziato di quelle parti definirebbe Babbo Natale un pessimo esempio per i bambini, per la ragione che  un po' obeso e pare che guidi la slitta con qualche goccetto addosso. Un po' di ciccia addosso mi sembra un'ottima barriera contro il freddo. Circa i goccetti aspetto di sapere quanti incidenti il Babbo abbia subito o provocato. Forse agli inglesi, ho ragionato col giornale in mano, che pretendono di essere i fondatori dell'universo mondo, scoccia il fatto che Babbo Natale abbia scelto di nascere in un'altra terra. Per la cosa pi importante, e della quale ho subito informato la Madre Superiora,  questa: se il mondo scientifico si  mosso, prendendosi la briga di fare le pulci a Babbo Natale, alle sue misure e ai suoi vizietti, significa che esiste.
Si  mai sentito infatti di uno scienziato, a meno che non si tratti del classico scienziato pazzo, che si occupa di una cosa che non c'? Pure La Madre Superiora ha dovuto ammettere che io ho ragione.
L'ha fatto, a bassa voce. Tanto mi basta.
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12. L'Igiene Innanzi Tutto.
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Era un comandamento pi che un consiglio. Guai, mai! finire in ospedale con indosso biancheria intima criticabile.
A parte il fatto della paura costante di dover finire in un ospedale.
A parte quello, Freud avrebbe potuto prendere in considerazione, e illuminarci di conseguenza, il timore della disgrazia sempre pronta, dietro l'angolo, a caderci in testa ad ogni pi sospinto come se fosse una mina antiuomo, e sbandierata per costringere chicchessia, soprattutto se minore, a una scrupolosa osservanza dell'igiene personale.
Perch proprio Sigi Freud?
Ma perch l'implicazione sessuale ci poteva stare, anche se nessuno lo diceva.
Il favoloso non detto insomma.
In ogni caso sarebbe stato disdicevole capitare nei favori di una partner, ancorch occasionale, disponibile ai sollazzi e dover rinunciare all'avventura per prosaici motivi di biancheria.
L'igiene.
Praticata a pezzi, dai pi, nell'arco della settimana. Ogni giorno un settore di anatomia. Il sabato full immersion. Al termine delle abluzioni, borotalco a gog, premio e profumo di fantasie.
Solitario esercizio quel tipo di igiene, intimista, confidenziale. Per tanti, non per tutti per.
A praticare un'igiene di gruppo che diventava spettacolo di variet erano pochi e neanche tanto buoni. Invidiati malnati, privi di servizi domestici, frequentatori chiassosi dei bagni pubblici durante la cattiva stagione e soprattutto della riva del lago durante la bella, imperdibile spettacolo.
Abbigliamento richiesto, il minimo indispensabile: una braghetta, colore a scelta, zoccole di legno da pestare con volutt sull'asfalto della strada.
Dotazione: un asciugamano portato sulla spalla o di traverso sul collo, un pezzo di sapone da bucato stretto nella mano.
Accessori (non obbligatori ma graditi): tatuaggi di vario genere con preferenza per cuori spezzati, sirene sfiancate, vascelli in partenza (tipo Esportazioni senza filtro), scritte inneggianti alla mamma o a una immancabile Mary dei cui sobri costumi  lecito dubitare.
Optional (termine peraltro allora sconosciuto): un fischio quasi ultrasonico con il quale modulare una canzone di Claudio Villa o di Mino Reitano e un ironico disprezzo per coloro che usavano scaldabagni e ammennicoli simili anche durante l'estate.
Con l'igiene di gruppo si apriva la stagione dei bagni. Tra gli spettatori qualcuno rabbrividiva per solidariet. Rabbrividisce anche ora pur se lo spettacolo non si replica pi da tempo.
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FINE.