Anna Vertua Gentile.
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Maria.
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1913. Madella Editore, Sesto S. Giovanni, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Buoni sentimenti, amore per la famiglia, onest anche nei rovesci di fortuna sono ci che lAutrice vuole ispirare nelle lettrici, tramite le sue eroine sempre belle, spesso infelici, talvolta innamorate.
La protagonista di questo romanzo, Maria, a diciassette anni  ancora a cavallo tra la fanciullezza e la maturit, ama la natura, e la vive a casa degli zii, che abitano in campagna. Trova in un vicino, il signor Fausto, un sincero accompagnatore nelle sue passeggiate campestri; in citt invece le sorelle maggiori la considerano ancora una bimba e la madre, di salute cagionevole, non ha la forza per seguire da vicino la crescita dellultima figlia. Il padre di Maria per insiste perch sia trattata come le altre sorelle e sia presentata nella societ degli adulti: questo cambiamento, e la rinnovata amicizia con il signor Fausto, che in citt si rivela essere il Conte Della Valle, suscitano in famiglia ripicche e gelosie. Gli equivoci che ne nascono, rendono la vita di Maria profondamente infelice, e la fanno ammalare gravemente; ma con la ritrovata salute in campagna si potranno rasserenare le nubi nei rapporti famigliari, e Maria potr coronare il suo sogno damore.
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L'AUTRICE.
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Anna Vertua Gentile (Dongo, 30 maggio 1845. Lodi, 23 novembre 1926)  stata una scrittrice italiana.
Figlia di Rocco e di Esther Polti, alla morte del padre avvenuta nel 1862 trov impiego presso l'Istituto delle Dame inglesi di Vicenza. Incominci a scrivere nel 1868: il suo primo lavoro conosciuto  firmato come Annetta Vertua. Spos Iginio Gentile, allora docente di Storia antica nell'Universit di Pavia; dalla loro unione nel 1874 nacque un figlio, Marco Tullio. Tra il 1874 e il 1893 scrisse una serie di racconti e opere teatrali brevi per bambini, che venivano recitate nei salotti di casa o interpretate con burattini.
Divenuta scrittrice di professione dopo la morte del marito (nel 1893, seguita, nel 1912, da quella del figlio) ebbe una produzione feconda: fino al 1901 pubblic oltre 150 titoli tra romanzi, soprattutto d'amore, novelle, scritti educativi e manuali di condotta.
I suoi scritti, pur intrisi di sentimentalismo e precetti morali, non furono privi di richiami all'indipendenza femminile.
Mor presso l'Istituto Santa Savina a Lodi, dove si ritir nel 1923. Sulla facciata esterna dell'edificio  stata affissa una targa che la ricorda.
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Indice.
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MARIA.
MEMORIE D'UN MAESTRO.
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Fine Indice.
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MARIA.
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Le foglie ingiallite gi cadevano dagli alberi; la campagna spogliandosi si faceva sempre pi brulla; a mattino ed a sera spirava frizzante la brezza autunnale.
Bisognava andarsene; bisognava rinunciare a quella vita di libert e di svago; lasciare il vecchio zio e la buona zia che l'adoravano; ritornare a casa, in citt.
Sarebbe venuta a prenderla Gegia la cameriera, poich il babbo era in giro pe' suoi affari.
Com'era volato quel mese di vacanza!
Maria si svegli all'alba. Voleva goderle quelle ultime ore, voleva salutare i campi, il bosco dalle grandi querce rigogliose e fronzute, dai pioppi eleganti con la foglie tremule, argentee al sole; voleva correre alla bella fontana ombreggiata da' salici spioventi, bere di quell'acqua limpida e diaccia facendo giumella delle mani. E poi aveva da vedere Tea la tessitrice, quella sua amica d'infanzia, che da piccina, quando non andava ancora a mestiere, baloccavasi con lei quant'era lungo tutto il giorno. Aveva da stringere la mano a Giorgio, il barbuto spaccalegna, che viveva in un casolare accucciato fra le bianche betulle e gli alti e diritti ontani. E poi? Il signor Curato? Pensava forse di partire senza riverirlo, lui cos affabile?... E il maestro, che a lei bimba aveva insegnato le lettere dell'alfabeto con tanta pazienza?... Poi il signor Fausto, il forestiero, aveva la sera innanzi promesso allo zio che quel mattino sarebbe venuto a prendere il caff in casa, e conveniva spicciarsi a fare gli addii fuori, per ritornare all'ora fissata, se no, che cosa avrebb'egli potuto dire, egli che s'era sempre mostrato tanto gentile verso di lei?...
In questi pensieri la fanciulla sgusci dal letto con un sospiro; per quell'anno non avrebbe pi dormito in quel lettuccio bianco, in quella cameretta gaia di luce e d'aria profumata!... Prese lentamente a vestirsi arrestandosi di tratto in tratto per guardar fuori dalla finestra e per sorridere alla sua immagine riflessa nella specchiera.
"Hanno ragione le mie sorelle! - mormor - non sono niente affatto bella!... ho gli occhi troppo grandi e chiari, il colorito assai vivace, e questi benedetti capelli sempre arruffati e... rossi, l... sono rossi davvero, bisogna convenirne. E il signor Fausto che li dice d'oro!... D' oro!... - ripet ad alta voce attortigliando una ciocca intorno all'indice della mano destra e guardandola contro il sole. - Si direbbero gluma di pannocchia, si direbbero! - esclam, raccogliendo a sommo del capo in un bel nodo artistico, la chioma copiosa d'un biondo caldo. - Oh se le mie sorelle lo sentissero il signor Fausto, se vedessero come mi parla, come mi tratta!... N pi n meno come s'io fossi una signorina come loro; io! la fanciullona, la bambina, che va ancora a passeggio con la cameriera, che non  ammessa alle veglie, che non si porta mai a far visite!...  vero che ho diciassette anni finiti e che mi hanno allungato le gonnelle, ma..."
Indoss il suo vestitino rosa della festa, semplice e liscio come una vesticciuola da camera; aperse la finestra e guard fuori.
"Addio, libert! - sospir - Addio, giorni felici!"
Le venne ad un tratto al pensiero la vita che l'aspettava a casa sua, e s'abbui subito in volto. - "Come ha riso il signor Fausto - diceva - quando gli descrissi le lunghe, uggiose giornate di citt, quasi sempre relegata in camera a fare i compiti che Isa mi assegna e poi corregge, a studiare lezioni interminabili, a ripetere esercizi su 'l pianoforte!... E quelle eterne serate passate da sola, quando la mamma e le sorelle vanno fuori a veglia ed a teatro?..."
La mamma!... Quella donnina piccoletta, esile, delicata come una pianta da serra, con gli occhi grandi e chiari come i suoi, la carnagione pallida, le manine gracili e gentili!... Oh ella voleva pure un gran bene alla sua mamma!... Ed anche il babbo amava con tenerezza. E le sorelle dunque?... Non le aveva forse sempre in cuore?...
Ma ella avrebbe voluto un poco pi d'espansione, d'affetto, un po' pi di confidenza, di serena gaiezza intorno a s. Invece! che vita uggiosa!
Il babbo, ingolfato negli affari fino agli occhi, era quasi sempre fuori di casa e non poteva per certo curarsi della famiglia con vigilanza tenera e continua, come forse in cuor suo avrebbe desiderato. La mamma, poverina, con quella sua salute delicatissima, che un soffio bastava a farla star male, e pi ancora con quel carattere timido, non aveva punto energia, e si lasciava dominare da Isa, la figlia maggiore, la quale avendo studiato molto, la sapeva lunga, e per forza di carattere non la dava vinta a nessuno. Era lei che menava la casa, che s'incaricava dell'istruzione della sorella minore, educandola a suo talento, con pazienza costante e intelligente, ma con una rigidezza un po' strana ed eccessiva per un cuore di sorella. D'Isa si sarebbe detto che non aveva bisogno del gentile conforto dell'affetto; ma piuttosto di qualcuno sottomesso con cui far valere l'indole sua imperiosa. In lei pi del cuore sembrava parlasse il cervello.
Clotilde, la seconda figliuola, al di l de' ventisei anni anche lei, era una buona pasta, che non dava noia ad una mosca, pur che le lasciassero sfogare certi suoi piccoli capricci, fra i quali era quello di adornare la casa e specialmente il salotto bono, di suo gusto; ed era un gusto barocco con la pretesa di parere artistico.
Olga, la terza figlia, che aveva sette anni pi di Maria, fresca e belloccia, era posseduta da un'indomabile vanit; non si curava d'altro che di vestiti e cappellini, non leggeva che giornali di moda, non lavorava che per preparare trine, cianciafruscole, ornamenti inutilissimi d'ogni maniera.
Tutte tre le sorelle avevano per uso di guardare Maria come una fanciullina; la chiamavano la bimba, la trattavano come se davvero fosse stata tale, elevando in tal modo una barriera fra essa e loro.
Nata stentina assai, i primi anni di vita Maria li aveva passati in campagna dagli zii, presso i quali aveva poi continuato a godere le vacanze.
Oh quelle benedette vacanze erano sempre state per lei il tempo pi felice dell'anno!... Ed ora erano finite, e ci doveva correre di mezzo tanto tempo prima che ritornassero un'altra volta!
Da questo melanconico rivedere il suo passato, la riscosse la campana della Chiesuola, che toccheggiava grave ed armoniosa nella deserta campagna.
Gi nella stalla la mucca mand un lungo muggito. Moro, il grosso cane di guardia, dal ringhio pauroso agli estranei eppur cos buono co' famigliari, usc dalla cuccia e prese ad abbaiare a scatti, impaziente di venir sciolto dalla catena. Due rondini innamorate volarono su lo sporto della finestra, garrirono e tornarono via a perdersi nell'aria azzurra. Maria abbracci dello sguardo la bella distesa de' campi sopra i quali si era posato un roseo trasparente velo di nebbia; il bosco scuro; il fiume, che largo, maestoso solcava il piano, e ad ora ad ora si perdeva, nascosto dalle folte macchie verdeggianti su la sponda; le casupole sparse in mezzo al verde co' tetti d'embrici rossi e le finestre festonate di pannocchie di grano turco; i poveri casolari raccolti intorno alla bianca Chiesuola come a chiedere protezione
"Addio, libert! - sospir ancora la fanciulla - Addio, giorni felici!"
Avvolse il capo in una leggiera sciarpa di seta turchina; scese, usc fuori, prese per il viottolo dalle siepi di biancospino e di rose silvestri, e and a salutare la Tea, il Curato, il maestro, appena alzati anch'essi. Poi si cacci nel bosco a tuffarsi un'ultima volta in quel verde dagli acri profumi, a camminare su l'erba molle di rugiada, fra i rampolluzzi ed i rimettiticci delle robinie e delle alberelle, che sorgevano a' pi degli alberi ad ingombrare la via. Camminava, arrestandosi ogni poco a guardare in su, la luce rosea attraverso le foglioline eleganti delle rubinie, le frastagliate e cupe delle querce, le tremule de' pioppi. Strizzava gli occhi per vedere lo strano effetto de' var tronchi, quali diritti e bianchi, quali nocchiorosi e neri sorgenti dal suolo verde sotto il verde padiglione delle fronde robuste e intrecciate. Poi, ad un tratto, prendeva la corsa e salterellava ridendo, lieta dell'aria, de' profumi, della frescura, felice come giovane capriola che si sbizzarrisce nella foresta natia.
Il sole s'era levato e frugava co' suoi raggi d'oro nel fitto del bosco a portare con s vita e giocondit. Gaie torme di lucarini, filunguelli, verdetti, frusoni, pettirossi, volavano gorgheggiando fra i rami, vispi di letizia e di brio.
Guidate dalla piccola Betta della fornace, un branco d'oche, arrancando e sbraitando tutte insieme, co 'l gran becco spalancato, correvano a tuffarsi nell'acqua verdastra del fossato al di l del bosco. Un fanciulletto scamiciato, co' calzoncini rimboccati fino al ginocchio, scalzo, la testa bruna scoperta, stentava a tener raccolti una dozzina di porcellini affamati, che si fermavano ad ogni passo a grufulare per dentro l'erba grugnendo. Lungo la strada maestra, bianca e diritta, cominciava a passare qualche barroccino tirato dal ciucherello fresco e contento della notte riposata.
La campana suon i secondi rintocchi della Messa.
Maria si arrest quasi sgomenta " tardi! - disse - Gegia sar gi alzata, gli zii mi aspetteranno, e forse il signor Fausto..."
Sent dei passi dietro s, de' passi affrettati come di qualcuno che volesse raggiungerla.
"Veh!... Lei!" - fece rivolgendosi un poco sgomenta e sgranando gli occhi meravigliati in faccia al signor Fausto, che la guardava sorridendo.
"Si meraviglia? - le disse lui di rimando. - Mi crede dunque un poltrone?"
"Oh no! - esclam la giovinetta subito confusa. - Solo io credeva che di buon'ora non si alzassero che la gente di campagna, le persone di servizio, gli operai ed i fanciulli!"
"E lei si mette nel numero dei fanciulli?"
Ella gli fiss in volto i suoi puri occhioni turchini pieni di meraviglia e d'interrogazione.
"A diciassette anni una fanciulla non  pi bimba! - mormor egli quasi parlando a s stesso. - Io conosco una signorina, che and a marito giusto a quest'et."
Senza sapersene dare una ragione, Maria sent salirle al volto una vampata e stette un momento confusa; ma scoppi subito dopo in una risata mostrando due file di dentini bianchissimi.
"Ride? - fece lui - Alla sua et si dovrebbe ridere sempre!"
Queste parole la rannuvolarono. Abbass il capo e prese a gingillare co 'l pomo dell'ombrellino.
"Scommetto ch'ella ora pensa alla sua cameretta uggiosa, che risponde su 'l vicolo senza sole" - esclam il signor Fausto ridendo sotto i baffi.
Maria assent con un sospiro.
"Pensa - continu lui - ai lunghi compiti che l'aspettano, agli interminabili ricami su la tela candida che abbaglia la vista, alle cinque note, alle settime, agli eserciz di velocit, che dovrebbero snodarle le dita ribelli alla tastiera!"
Un altro sospirone pi profondo del primo.
La campana rintocc per la terza volta.
"Dio!...  tardi!" - fece la fanciulla, e guard il signor Fausto in aria perplessa, come a dire: Vede bene che bisogna ch'io vada; le faccio uno sgarbo lasciandolo qui?...
Ma il signor Fausto non aveva nessuna voglia d'esser lasciato l, e prese a camminarle di paro.
Tirarono via un poco senza parlare.
Alla cappelletta della Madonna, l dove il bosco finiva e aprivasi il sentiero in mezzo ai prati, Maria si ferm, chin il capo, stette un momento raccolta, poi guard il signore che l'accompagnava, arrossendo tutta, quasi vergognosa.
"Ebbene?... Perch arrossisce ora, che pare colta in fallo?" - le chiese lui.
"Ho pensato ch'ella potesse burlarsi di me!" - rispose la fanciulla arrossendo pi vivamente ancora.
"Ma perch, domando io?"
"Perch.... perch.... Vittorio ride sempre alle mie spalle quando si tratta di... di certe cose sante... E un giorno che m'incontr mentre venivo dalla Chiesa con la cameriera, mi canzon per un pezzo!"
"E chi  questo signor Vittorio?" - chiese il signor Fausto, con una certa asprezza che fece stupire la fanciulla.
"E' mio cugino; ha tre anni pi di me; si  sempre giocato insieme! - rispose. - Un buon ragazzo sa!... solo ha certe idee, su certe cose, che... che non si accordano con le mie, via!... E per questo qualche volta fra di noi si litica un pochino e si fa a rimbeccarsi della pi bella."
Erano giunti dinanzi al cancello aperto, che metteva nel viale a capo del quale stava la casa. Una donna vestita di scuro con austera semplicit, secca allampanata, si fece loro incontro.
"E' Gegia! - disse la fanciulla al signor Fausto. - E' la cameriera di mamma arrivata ieri sera per ricondurmi a casa."
Il signor Fausto s'inchin dinanzi alla donna toccandosi l'ala del cappello.
Lo zio, gi nel salotto, seduto nel suo seggiolone, fece per alzarsi all'apparire del signor Fausto; ma si rimise tosto a sedere, brontolando contro la gotta che l'inchiodava l.
Entr la zia; una donnina dai cappelli brizzolati, la faccia bianca, le manine candide venate d'azzurro; tanto mingherlina quanto era pingue il marito, svelta quanto egli era lento per la malattia che lo tormentava gi da var anni.
Si barattarono i saluti, e mentre si mangiava si parl del pi e del meno. Fu una colazione poco allegra; un pensiero triste stava sopra di tutti come una nuvola frapposta fra essi e l'azzurro.
Ma la zia non aveva il suo buon umore consueto, e lo zio tossiva rumorosamente e se la prendeva co' suoi malanni con insolita intolleranza.
Il signor Fausto, anche lui, era taciturno.
Maria sorb silenziosamente il suo caff fino all'ultima goccia, ritta nello sguancio della finestra, che dava su la corte. Poi pos la tazza sopra il tavolo, stette un momento come ingrullita, e, all'ultimo and a buttare le braccia al collo della zia, e prese a singhiozzare sommessamente.
"Eh? - disse lo zio con voce troppo forte per parere naturale - eh?.... Le lagrime adesso?... Credi forse che noi si abbia da morire e non ci si possa riveder pi?"
"Oh! oh! - fece la fanciulla sciogliendosi dalle braccia della zia e mettendosi in aria di rimprovero, ritta, dinanzi al vecchio, co' begli occhi lustri di lagrime e le gote accese - Oh che discorsi!... Prima di voialtri voglio morire io!... Gliela chiedo sempre al Signore questa grazia!"
"L l!... che malinconie son queste? - soggiunse il vecchio. - l'anno venturo ci si ha da trovare ancora qui tutti uniti, e faremo una bella testa, nevvero signor Fausto?"
"Certamente!" - rispose questi.
Entr Gegia co 'l cappello e il mantelletto della signorina; disse che era ora d'avviarsi; Tonio, il figlio del colono, era gi fuori del cancello co 'l calessino. Non lo sentivano il cavallo scalpitare?...
Stavano per iscoccare le otto; c'era appena il tempo d'arrivare alla stazione.
Maria baci gli zii, porse la mano al signor Fausto, che gliela strinse nelle sue guardandola negli occhi e promettendole che l'avrebbe riveduta in citt, ove intendeva presentarsi alla sua famiglia recando le notizie degli zii.
Un ultimo bacio a' cari vecchi, e poi via di corsa, senza voltarsi indietro, fino al cancello. Qui si rivolse a guardare la casa con un lungo sguardo, e poi su nel calessino. Uno schiocco di frusta e il cavallino prese il trotto.
Furono appena in tempo di prender i biglietti, di cacciarsi nel primo carrozzone di seconda classe che loro venne aperto.
Maria stette con la faccia allo sportello finch pot discernere fra le piante il campanile alto e svelto del villaggio. Ma il treno correva veloce e presto tutto scomparve; fino l'acqua argentea del fiume, che scintillava al sole fra i pioppi e i salici dell'argine!
...
Se non le fosse stato vicino Vittorio, che ogni tanto le dava di gomito e tossicchiava, come a dire: "Coraggio! quest' il momento!" e spesso scuoteva il capo, quasi a darle della stupida per essersi lasciata sfuggire l'occasione, se non ci fosse stato lui, per certo Maria non avrebbe manco pensato di manifestare il suo desiderio.
Ma Vittorio era l, ed ella voleva ad ogni costo parlare.
Non s'era ella bisticciata con lui, poche ore prima, quand'egli dopo d'averla animata a pregare la mamma che l'ammettesse alle veglie del mercoled, durava a dire e sostenere che non avrebbe poi avuto il coraggio di farlo?
Bisognava dunque vincere la ritrosia, e parlare. Non aveva ella forse diciassett'anni finiti?... E poi erano cos seccanti, cos lunghe, quelle serate di ricevimento per lei, che doveva starsene sola in camera come una bimba in castigo, mentre le sorelle se la godevano in salotto con gl'invitati!
Ad ogni ammicco, ad ogni cenno del cugino, si scuoteva, alzava il capo dal ricamo, girava attorno lo sguardo, apriva la bocca; ma subito la richiudeva, riabbassando la testa scoraggita.
La mamma, piccola, esile, smorta, seduta con abbandono nella sua poltroncina, con la calza nelle mani, era cos sopraffatta dalla figura alta, diritta, decisa della figliuola maggiore!... Parlava cos poco la povera donna, e quando parlava con la sua vocina debole e sempre stanca, era tanto spesso rimbeccata da Isa!
Vittorio aveva un bel dire che il desiderato consenso bastava chiederlo alla mamma; che, in fin de' conti, era lei la padrona di concedere o rifiutare; che Isa era sua sorella, sorella maggiore,  vero, ma questo non le dava diritto di porre l'autorit e la volont sua sopra a quella della mamma.
A tirare dalla sua Clotilde ed Olga non c'era neppure di figurarselo.
Clotilde non pensava che alle sue cianciafruscole. Ella aveva di quei giorni trovato fra il ciarpame del solaio un pezzo di drappo vecchio e stinto e voleva con esso adornare un angolo del salotto; appuntarlo in alto con una borchia e fare che piovesse in larghe pieghe dietro una mensoletta, su cui erano posti alcuni piatti ed altri gingilli d'imitazione antica, con quella pretesa d'arte e d'archeologia che oggi fa andare in solluchero chiunque voglia far mostra di gusto raffinato. E continuava a parlare di quell'innovazione, di quell'abbellimento, che neanche la signora tale e la tal'altra non avevano il compagno, e che dava al salotto un'aria artistica, ciangottando a sua posta senza che nessuno pensasse di contraddirla, come succede delle persone di poca importanza. Quella mente piccola altro non curava fuorch i suoi ninnoli; la piccola vanit rende il cuore egoista.
Olga invece aveva spirito acuto ed un pochino ironico, e s'attirava spesso le osservazioni della sorella maggiore, a cui rispondeva con tanto di spallucce, o con una rimbeccata a tono.
Ma non c'era d'aspettarsi neppure da lei che s'occupasse d'altro che del suo proprio piacere.
La pendola scocc lente lente le dieci ore.
Gi cos tardi!... Maria guard Vittorio con aria smarrita. Era quasi l'ora d'andare a letto; fra poco egli avrebbe dovuto andarsene; e domani, ch'era giusto mercoled, doveva esserci in casa un ricevimento pi importante del solito!
Que' buoni zii di campagna, che amavano tanto Maria, avevano scritto alcuni giorni innanzi che il nobile erede della contessa Della Valle, di ritorno da poco da un lungo viaggio, si stabiliva in citt e desiderava conoscere i parenti degli amici pi cari di sua nonna.
Di fatti gli zii di Maria erano sempre stati amiconi della vecchia contessa, la quale per parecchi anni era vissuta al paese, nel bel casone maestoso a capo della faggeta. Maria ricordava d'averla veduta varie volte nella sua infanzia quella signora dai ricciolini bianchi e dall'aria aristocratica! Andava spesso con la zia a trovarla a casa sua e riceveva sempre carezze e zuccherini. Ma un bel giorno la contessa era partita dal paese per ridursi a vivere co 'l nipote, l'unico superstite della famiglia, un giovinotto che passava la vita studiando e viaggiando. Anche di lontano per la buona signora non aveva dimenticato i vecchi amici e loro scriveva di sovente. Gli zii avevano avuto una sua lettera anche durante le vacanze, mentre Maria era con essi; una lettera scritta con inchiostro turchino e una calligrafia stentata e irregolare come il raspaticcio d'una gallina. In essa la contessa parlava del nipote, ch'era finalmente tornato da un lungo viaggio, e che allora era in giro a dare un'occhiata ai vasti possessi di famiglia. Ora, dopo la lettera degli zii, il conte era venuto un giorno che non si trovava in casa nessuno; s'era informato della sera che si riceveva ed aveva lasciato il suo biglietto con tanto di corona sopra il nome.
L'annunzio di quella visita aveva destato in casa la curiosit, non iscompagnata da una certa ansia, come spesso succede quando si tratta di fare la conoscenza d'una persona di riguardo.
Quella sera, mentre Maria lottava fra il desiderio di chiedere il sospirato permesso e la peritanza, anzi la paura che l'impacciava, s'era molte volte parlato del nobile forestiero. Perfino il babbo desiderava di conoscerlo; la sera del domani sarebbe rimasto in casa anche lui.
"Ha da essere una persona assai seria ed istruita se ha girato mezzo mondo!" - osserv Isa.
"Chi sa le belle cose che avr veduto!... Chi sa quali famiglie ricche e aristocratiche  abituato a frequentare!... Il nostro salotto gli ha da parere una meschinit!" - disse Clotilde.
La mamma sgusci gli occhi pieni di meraviglia, lei a cui ogni piccolo sfoggio pareva sempre troppo sontuoso!
"La gente seria non si perde ad ammirare mobili e gingilli!" - sentenzi Isa.
"Sar egli un bel giovine?" - salt su a chiedere Olga.
Isa guard Maria con aria inquieta, scuotendo il capo come per dare dell'imprudente alla sorella, che si lasciava scappar dette di simili cose in presenza della fanciulla.
"Lo vedremo questo nobile, questo riccone, questo instancabile viaggiatore" - disse Vittorio, urtando nel gomito la cuginetta per farle coraggio a parlare.
Quello era proprio il momento opportuno; se lo lasciava sfuggire, addio veglia, addio forestiero! E Maria sentiva un pungente desiderio di vederlo, il nipote della buona contessa da lei conosciuta.
"E tu dici che non l'hanno visto mai neppure gli zii?" - le chiese ad un tratto Clotilde.
"Mai!... Ma si aveva tutti gran curiosit di conoscerlo; tutti!... anch'io!" - disse Maria con un filo di voce, arrossendo e guardando timidamente la sorella maggiore.
"Gli zii a quest'ora si saranno per certo gi trovati con lui, e tu... - salt su Vittorio per aiutare la fanciulla - tu lo puoi vedere al ricevimento di domani sera."
"Se mamma ed Isa lo permettono!" - balbett la poverina.
Le martellava il cuore, che ne sentiva i battiti fino alla fontanella della gola e faceva mostra d'essere tutta intenta al suo ricamo.
Isa strizz gli occhi e serr le labbra in segno di mal'umore. Clotilde ed Olga alzarono il capo ammiccandosi. La mamma guard con visibile inquietudine la figlia maggiore, poi pos gli occhi su la testa china di Maria con insolita espressione di tenerezza, di compatimento, quasi di piet. Pareva volesse dire: "Perch non soddisfare al suo desiderio, povera piccina?" E si rivolgeva ad Isa in aria quasi supplichevole.
Ma questa ripieg il cucito e disse spiccato: "La curiosit  un brutto, volgare difetto!... Una fanciulla che non ha compita l'educazione, non  bene sia presentata in societ!"
"Ma ho diciassett'anni!" - mormor Maria con voce lagrimosa.
"E a diciassett'anni  tempo che la crisalide metta l'ale!" - soggiunse Vittorio, un po' piano, perch con la cugina Isa si smorzava anche la sua audacia. Ell'aveva un certo modo di guardare anche lui, con que' suoi occhietti grigi, dai guizzi repentini e mutevoli, che farle fronte era impossibile. Difatti essa lo fiss un momento e per tutta risposta disse con dolcezza, con l'accento persuasivo d'una mamma verso il bimbo: "Sono a momenti le dieci e mezzo, e i fanciulli per bene devono rincasare di buon'ora!"
Ah! del fanciullo a lui che aveva vent'anni!... Gli sal una vampata alla fronte, biascic una risposta che la collera e la soggezione gli soffocarono in gola, ed usc sbacchiando l'uscio senza dare la buona sera.
Olga lo segu degli occhi e diede in una risata, dicendo: "Ecco quello che si guadagna a voler fare i grandi prima del tempo!"
Clotilde sorrise e soggiunse fra lo sprezzante e l'indulgente: "Poveri ragazzi! bisogna compatirli!"
Maria depose silenziosamente il ricamo nella panierina e and a salutare la mamma come soleva fare ogni sera prima di ritirarsi in camera. La povera donna se la strinse al cuore e le rese un lungo bacio. Oh come volontieri la fanciulla avrebbe sfogato fra le braccia materne l'angoscia dell'accasciamento, della solitudine in cui si sentiva in mezzo a' suoi, della soggezione che l'opprimeva!... Ma Isa era l, ritta, impassibile, pronta a rimproverare la debolezza alla madre ed alla sorella. A suo giudizio forse ogni slancio d'affetto, il bisogno d'un momento d'espansione e di sfogo, le tenerezze materne e filiali non erano altro che debolezze.
Maria si stacc dalle braccia della madre, salut le sorelle e and in camera sua.
S'era messo a nevicare; era una spruzzaglia gelata, che l'aria batteva contro i vetri con uno scricchiolo monotono. Faceva freddo in quella cameruccia; un freddo strinato che dava i gricciori. La fanciulla si svest in fretta, e si cacci sotto le coltri, soffiando subito su la candela. Aveva in cuore il rimescolo. Oh perch aveva ella dato retta a Vittorio?.. Bel gusto chiedere una cosa per ricevere un rifiuto!... E neppure un rifiuto; due rimproveri belli e buoni sotto forma di sentenze!... Oh quelle uggiose sentenze!... Isa ce n'aveva una per ogni circostanza; ed erano sempre cos opportune e calzanti, cos giuste nella loro severit, ch'era impossibile trovare di rimbeccarle. Bisognava chinare il capo; sottomettere gusti, desiderj, aspirazioni, perfino il proprio criterio a quella logica inflessibile!
Riflettere su ogni piccola cosa, studiare continuamente le cause degli effetti e gli effetti delle cause, esaminare sottilmente le parole ed i sentimenti propri ed altrui,  cosa molto saggia, ma  anche spesso cosa molto opprimente!.... Stare di continuo con una persona grave, seria, sempre pronta a dare ammaestramenti, a regalare suggerimenti e consigli, sempre l con la mano pesante a reprimere ogni confidente espansione, finisce a soffocare la vivacit dell'affetto, a spegnere il vigore della volont, quando pure non ecciti a ribellione.
Maria, la dolce, la sommessa fanciulla, si sentiva bollir dentro la ribellione!... Oh perch mai sua sorella s'ostinava a considerarla come una bimba?... e, per amore dell'educazione, smorzava in lei ogni vivacit, la teneva appartata dal resto della famiglia, le rifiutava ogni svago?... Quando mai sarebbe finita e compiuta quella benedetta educazione, che la rendeva quasi straniera in casa sua?... L'educazione doveva dunque essere cos uggiosa, lunga, eterna?... La sua era incominciata ch'ella cincischiava ancora le parole; era incominciata con l'abbecedario e l'imparaticcio; un lungo seguito d'anni!...
E quanta pazienza da parte d'Isa!
Maria non era punto ingrata, no, e ricordava le molte cure della sorella; la quale parecchie e parecchie volte aveva rinunciato a piacevoli divertimenti per non mancare al suo compito, per non privare lei delle solite lezioni. Quel poco ch'ella sapeva, non lo doveva forse ad Isa?... E quando, piccina, era stata per un mese malata, chi, se non Isa, le si era messa ai capezzale, circondandola di quelle vigili cure, di quella tenerezza, ch'ella, povera bimbuccia, non poteva avere dalla mamma, allora pi che mai malazzata e svigorita?... Isa le voleva bene; non c'era da dubitarne. Ma perch dunque non le leggeva dentro il cuore?... perch non capiva, non indovinava ch'ell'era inuggita, che desiderava un poco pi di soavit, di libert, un po' d'espansione, di comunanza di vita co' suoi?
"E dire che ho diciassett'anni finiti! - esclamava la povera fanciulla, rivolgendosi fra le coltri. - E a diciassett'anni  tempo che la crisalide metta l'ale! ha detto Vittorio. E... e... il signor Fausto ha detto di conoscere una signorina andata a marito a quell'et!..."
Arross al ricordo di quelle parole, poi sorrise come aveva fatto allora, quel mattino nella selva.
Il signor Fausto le aveva promesso che sarebbe venuto a trovarla; ora, erano gi passati due mesi da che ell'era tornata in citt, e in que' due mesi l'aveva aspettato ogni giorno, sicura ch'egli avrebbe mantenuto la promessa fatta. Oh sarebbe venuto senza dubbio... ed avrebbe chiesto di lei! Questo pensiero la rallegr subito, le mise in cuore un dolce senso di tenerezza.
Il nevischio continuava a scricchiolare contro i vetri; di tratto in tratto la raffica mugolava sopra i tetti, in mezzo al silenzio; l'orologio della chiesa vicina sparse per l'aria dodici tocchi; altri orologi d'altre chiese scoccarono mezzanotte quasi nel medesimo tempo, facendo uno strano concerto di suoni ora spiccati e forti ed ora debolissimi, secondo lo spirare dell'aria.
Maria tir il capo sotto le coltri. Era triste quel mugolo del vento, con quello scoccare delle ore e quel battere della neve tagliente contro la finestra!... Ella non voleva sentire pi nulla; voleva dormire. Dimenticare nel sonno il disappunto di quella sera, sognare qualche cosa di ridente, svegliarsi il mattino con nuova lena, per ben ricevere la solita lezione della sorella. Povera Isa!... In fin de' conti istruire non doveva essere la pi amena cosa del mondo! Oh ella non era e non voleva essere ingrata!...
Isa avrebbe poi finito co 'l comprenderla!... Non aveva ella diciassett'anni?... La crisalide doveva metter l'ale!... E il signor Fausto l nella selva...
Le idee si fecero fitte fitte nella testa della fanciulla; poi tutto le si confuse, le si annebbi dinanzi... Si ritrov nella selva, sotto le robinie dai rami rigogliosi, dalle foglioline minute che si disegnavano su l'orizzonte roseo. Correva, perch era tardi!... gli zii l'aspettavano e forse il signor Fausto!...
Il signor Fausto le veniva incontro dal fondo del bosco. Si avanzava lentamente; ella distingueva la sua figura alta ed elegante attraverso le fronde. Avrebbe voluto correre per avvicinarsi a lui, ma non poteva; qualche cosa l'inchiodava l; oh che pena, che affanno!... Egli le sorrideva, continuando a camminare, ed a misura che si avanzava si faceva sempre pi alto... un gigante!... Ecco; le stende le braccia, la solleva di terra, la porta su, su...
In casa tutti dormivano quando Isa aperse adagio adagio l'uscio della cameretta di Maria, entr in punta di piedi, pose la candela per terra, s'accost al letto, guard con amore la testa bionda della fanciulla, mormorando: "Dormi in pace, povera bimba!"
...
Quel giorno per la casa c'era un insolito tramenio; un frequente sbacchiare d'usci, un dare ordini e contr'ordini alle persone di servizio, un parlare a voce alta. Il babbo era uscito di casa pi tardi del consueto, e prima d'uscire aveva raccomandato che le cose si facessero per bene, in modo da riceverlo degnamente il nobile forestiero, che s'avesse da formar subito una buona idea dell'ospitalit milanese.
Isa, intenta a dar lezione alla sorella, aveva dovuto interrompersi varie volte, per uscir fuori a dare un'occhiata, a sorvegliare. Quando poi entr Olga a dire ch'era tempo di pensare agli inviti per quella sera, se no si correva rischio che il forestiero trovasse il salotto deserto, Isa, con un sospiro di rassegnazione s'era decisa di troncare per quel giorno la lezione: Maria facesse intanto da sola una traduzione dall'inglese.
Come le sorelle furono uscite, la fanciulla chiuse il quaderno, che le stava aperto dinanzi, abbandon il capo su la spalliera della seggiola. Quel giorno non ci aveva proprio voglia di studiare. L'insolito tramenio, che agitava la casa, aveva messo a dosso l'inquietudine anche a lei. Avrebbe voluto uscire da quella camera, darsi attorno per la casa, aiutare le sorelle, o piuttosto fare una passeggiata. I giardini pubblici dovevano esser belli quel mattino, tutti bianchi di neve, co' diaccioli pendenti dai rami brulli delle piante!...
Era una giornata serena e rigida; il vento della notte aveva spazzato le nuvole; splendeva il sole: ella ne vedeva un raggio d'oro su la muraglia sgretolata di fronte alla sua finestra. Che piacere doveva essere trovarsi fuori all'aperto ben imbacuccata nel mantello, co 'l tocco di lontra in capo!...
Attizz con le molle il fuoco del caminetto, si istirizz le mani e si mise a scrivere. "Capitasse almeno Vittorio! - pensava scrivendo. - Ma ieri sera  andato via imbronciato e per un poco non torna di sicuro. A meno che la curiosit di vedere il forestiero non la vinca su la dignit offesa. Magari venisse! Una capatina la d sempre dov' io mi trovo; e si scherzerebbe un poco."
E cos parlando fra s continuava a scrivere. Poi ad un tratto si pentiva della distrazione e si sforzava di raccogliersi. "Bella maniera di lavorare! - diceva. - Quasi che una traduzione sia la cosa pi facile del mondo!... Quasi che lo studio delle lingue straniere non sia necessario!... Il signor Fausto ne conosce tre di lingue straniere e le parla come io l'italiano."
"Vai avanti, Maria?" - chiese in quel punto Isa mettendo la testa dentro l'uscio.
"S!... non pensare, faccio da me!" - rispose.
Ed Isa rinchiuse l'uscio.
"Se stesse a me - continuava a pensare la fanciulla, mentre la sua manina candida correva spedita su 'l quaderno, - se stesse a me, non mi vorrei dare per certo tanta briga per ricevere una persona. Perch questo apparato che non  quello di tutti i giorni?... Non c'entra forse un pochino di finzione in questo voler parere da pi che non si ?... Ricevere uno che si desidera ci diventi amico, cos, in veste di tutti i giorni, nella confidente intimit della famiglia, non sarebbe accoglienza pi sincera e fors'anche meglio gradita?... Per fortuna il signor Fausto capiter in un giorno qualunque e lo si ricever alla buona, lui che  tanto nemico delle apparenze, dell'orpello!... E poi egli viene per me, per portarmi le notizie degli zii!"
Oh quella traduzione era molto lunga!... Scrivi e scrivi, ce n'erano ancora due pagine. Bisognava riposare un poco.
Torn ad attizzare il fuoco, che crepit mandando faville; poi fece un giro per la stanza e si arrest dinanzi allo specchio, che la ritraeva tutta. Stretta nel vestito liscio di panno turchino cupo, la sua alta e svelta figura stava molto bene. "S'io comparissi stasera in mezzo a tutti vestita cos come una collegiale! - disse sorridendo. - Olga indosser il suo abito di lana rosa guernito in trina bianca; Clotilde, che ama i colori, metter l'abito color crema con la fusciacca e i nodi rossi su le spalle; anche Isa tirer fuori dal guardaroba una toeletta sfoggiata; poi ci saranno parecchie signore e signorine in ghingheri, senza dubbio! E s'io comparissi in mezzo a tutti.... cos!"
E si di a ridere, come se davvero la sua comparsa fra gente ben vestita, avesse ad essere ridicola.
Nella sua innocente ignoranza ella non capiva che quel vestitino semplice ed attillato faceva mirabilmente spiccare le grazie della sua personcina e del suo visetto fine e capriccioso.
Torn a sedere al tavolino, riprese la penna. - "Forse ha ragione Isa - continuava a dire fra s. - In mezzo alla gente che sa stare in societ, gente spigliata, arguta, tutta garbo, io farei una meschina figura! Sarei goffa, perch sentendomi in soggezione smarrirei la naturalezza; sarei sciocca, perch direi quello che penso e non quello che si dovrebbe, per parere spiritosa e colta. Ah finalmente!" - esclam con un sospirone mettendo un punto dopo l'ultima parola della traduzione. E prese a leggerla da capo a fondo con raccoglimento, correggendo, consultando dizionario e grammatica. Poi chiuse il quaderno ed usc per andare dalla mamma, in quel giorno d'irritante tramestio per certo tappata nel suo salottino attiguo alla camera.
Ell'era infatti l, avvolta nello scialle, nella poltroncina davanti al franklin. A sentire aprir l'uscio s'era voltata con aria inquieta, infastidita; ma alla vista di Maria aveva subito sorriso dicendo: "Sei tu, bambina?... Credeva fosse ancora Olga. Ha rovistato fin'ora nei cassettoni, per scovar fuori certi merletti antichi che sapeva lei!... E per la casa c' un trambusto!... Ci ho i nervi irritati; la mia povera testa non regge pi!"
Maria baci la mamma e le sedette a' piedi su 'l predellino.
"Hai gi finito di studiare oggi?" - le chiese la mamma accarezzandole i capelli con la manina scarna.
"S! Isa non aveva tempo oggi e sono venuta qui un poco con te."
"Hai fatto bene! Tu sai stare cheta, tu; cammini senza scricchiolio, e la tua voce  dolce."
"Vuoi che ti legga qualche cosa, mamma?"
"No, cara, parla piuttosto."
Maria non avrebbe chiesto di meglio che dire tutto l'animo suo alla mamma; raccontarle mille cose; e delle vacanze passate, e gli zii, e il signor Fausto, un signore tanto buono e gentile che nulla pi; avrebbe voluto dirle del suo sogno della notte scorsa e della soave impressione che di esso le durava tutt'ora in cuore. Ma... la mamma, poverina, s'interessava quasi unicamente de' suoi mali e, come succede di molte persone di fisico delicatissimo, sempre preoccupate di s stesse, poco o nulla si curava del resto.
Le bastava di sapere che tutti stessero bene. "Quand'uno gode buona salute, che pu desiderare di pi?" - soleva dire.
Per intrattenere la povera donna bisognava chiederle de' suoi disturbi, compiangerla, convenire che doveva essere una gran triste cosa l'avere i nervi malati, lo stomaco debole, alla testa una doglia continua!... Allora ella si sfogava. Cos malazzata essere costretta a frequentare la societ, lei, che aveva tanto bisogno di quiete, che sarebbe tanto volontieri stata sempre in casa, tranquilla!... Condurre le figliuole a passeggio... dover fare e ricevere visite, andare a veglia, vestirsi di tutto punto! Anche quella sera, sicuro, anche quella sera le toccava di comparire in salotto!
"E a te, piccina, Isa non ha poi permesso di prender parte alla serata?" - soggiunse, ricordando la scena della sera innanzi.
Maria guard la mamma con un bel sorriso e rispose:
"Non se n' parlato altro; io non ci ho pi nessun desiderio di serate."
Entr Isa ad interrompere il dialogo, e aggrond le ciglia a vedere la sorella accoccolata a' piedi della mamma.
Maria scatt subito in piedi confusa, quasi colta in fallo.
Era l'ora di colazione e conveniva spicciarsi per aver tempo dopo di finire i preparativi.
La mamma si alz con un sospiro.
Fino a quando sarebbe durato quel tramenio?
"Le leggi d'ospitalit sono conosciute e rispettate anche da' selvaggi!" - sentenzi Isa.
Dopo colazione Maria seduta nello sguancio della finestra del salotto de' pasti pass il tempo ricamando e leggiucchiando.
Venne intanto l'ora del desinare e quindi la sera tanto aspettata.
Invece di uscire subito per recarsi al caff od al circolo, come di solito, il babbo si fece portare in casa i giornali e si butt nella seggiola a sdraio a leggere ed a fumare. La mamma e le tre sorelle maggiori si recarono nelle loro camere a vestirsi.
Maria prese ad agucchiare e tirava via a lavorare di lena senza accorgersi che il babbo da un poco la stava guardando con una certa compiacenza. Era tanto leggiadra quella testina bionda illuminata dalla luce della lampada!
"Maria?" - fece il babbo infine.
"Eh?... babbo?"
"Tu stai qui a lavorare mentre le altre si vestono?"
"S, babbo. Io son troppo piccina per prender parte ai ricevimenti. E poi... e poi non ci avrei manco gusto!"
"Vieni a darmi un bacio!" - soggiunse il babbo.
Era forse la prima volta ch'egli le chiedeva un bacio. Maria si sent inondare il cuore di gioia e tutta rossa di soave emozione corse a scoccare due bacioni su la faccia barbuta del padre. Poi gli si scost, mettendoglisi ritta, dinanzi a guardarlo tutta sorridente.
"Sei cresciuta assai - disse lui esaminandola come se la vedesse per la prima volta dopo molto tempo. - Sei pi alta di Olga e anche di Clotilde.  ora che si smetta di trattarti da bambina. Ne parler io ad Isa."
"Oh no! - esclam la fanciulla giungendo le mani quasi in atto di preghiera. - No! non le dir nulla, babbo!... Ella s'inquieterebbe e... e non  giusto, dopo che ha avuto ed ha tanta cura di me! E poi, sai, babbo, a me non  discaro lo stare in disparte."
Entr Olga tutta agghindata a pregare la sorella che passasse un momento da lei a darle un'ultima mano nell'assettarle attorno le trine. Gegia era dalla mamma, ed a lei pure abbisognava qualcuno in quel momento! Maria era cos compiacente che non si sarebbe rifiutata. Oh no! Maria non si rifiutava punto; anzi, ell'era ben contenta di poterle essere utile. E segu Olga. Dall'uscio volse un'occhiata ed un sorriso al babbo, che s'era d'un tratto abbuiato in volto ed in quel momento mormorava sotto voce delle parole, fra le quali le giunse spiccata quella di Cenerentola.
"Cenerentola!" - ripet in cuor suo sorridendo Maria.
Ma ell'era una Cenerentola che non invidiava alle sorelle i vestiti sfoggiati, i piaceri della veglia. L'insolita dimostrazione d'affetto del padre l'aveva resa cos felice, che per certo non avrebbe data la sua intima gioia per tutti i vestiti e i divertimenti del mondo. E poi, quel passare un giorno intero a far preparativi, a ordinare, a mettersi in toeletta per tenersi l trepidanti, quasi paurosi che qualche invitato possa mancare; che il teatro impedisca alla signora tale di venire, o che il concerto ne trattenga un'altra; correre il rischio di trovarsi in salotto tutto parato e bello con solo due o tre persone, queste erano le angoscie ch'ella leggeva su 'l volto di Olga e di Clotilde, perfino del babbo e d'Isa, maestosa nel suo vestito di seta scuro, serio ed elegante, "Che mette conto?..." - badava a chiedere a s stessa la fanciulla.
No; ella non era una Cenerentola che invidiasse alle sorelle i bei vestiti, ed i piaceri della societ. Se avesse avuto anch'essa per santola una fata benefica avrebbe per certo rifiutati gli abiti d'argento, d'oro e di stelluzze di brillanti; perfino le scarpette di vetro avrebbe rifiutate.
Quando Dio volle cominciarono le scampanellate e tutti passarono all'altro capo dell'appartamento, nel salotto di lusso. Il babbo prima di uscire and ad accarezzare Maria e disse come parlando a s stesso:
"Io non sapeva che si usasse di fare a questo modo in casa!... Loro l a divertirsi e tu qui, sola!... Ma non ha da essere pi cos, non ha da essere!"
La fanciulla rispose alla carezza del padre con un altro bacio e l'assicurazione ch'ell'era contenta di non andare in salotto, ove si sarebbe di certo sentita in soggezione.
Rimasta sola prese a sfogliare un vecchio volume illustrato, e gi aveva scelta una novella da leggere per far l'ora di coricarsi, quando entr Olga come un razzo, a chiamarla, a dirle che la seguisse subito; si chiedeva di lei, la si voleva vedere. "Via, spicciati! non ti far aspettare!" - diceva Olga.
"Chiedono di me?... Chi?... Ma... e Isa?..." - domand meravigliata e titubante la fanciulla alzandosi di malincuore.
"Che cosa c'entra Isa?... E' babbo che ti manda a chiamare."
"Vestita cos?..."
"Che monta?... Tu non sei che una bambina."
Maria si lasci strascinare pi che non andasse di sua voglia.
Al primo metter piede nel salotto, rest confusa e come abbagliata alla vista di tanti signori, abbass gli occhi e non os andare avanti.
"Signorina!... che non mi riconosce?" - le disse una voce vicina, una voce che le fece dare uno scossone e alzare gli occhi.
"Oh... Signor Fausto! Lei!... proprio lei!" - esclam porgendo tutte due le manine al signore che le stava ritto dinanzi.
Corse un mormorio per la sala ed Isa si fece innanzi sorpresa.
"Non si meraviglino, signori!" - disse il signor Fausto sorridendo - Io ho conosciuto la signorina in campagna, ove i suoi zii mi onoravano della loro amicizia." - E in cos dire offr il braccio alla fanciulla, gentilmente la condusse a sedere presso la mamma, ed egli pure si sedette l accanto.
Rivolgendo il discorso alla mamma della fanciulla, il signor Fausto parl degli zii di campagna, del curato, del maestro, di tutti gli amici di Maria, che la ricordavano sempre con tenerezza e la salutavano di cuore. Ricord le passeggiate autunnali e le belle serate; parl della foresta coperta di neve, del fiume che scorreva minaccioso e cupo fra le sponde bianche della campagna deserta.
A sentire quella voce e quelle cose Maria poco a poco si isol e pi non ebbe mente e cuore se non per ascoltare il suo vicino.
Come nel suo sogno ella si sentiva quasi portar su su in alto...
"Maria!... Bisogna salutare le signore, ora che sei qui!" - le bisbigli Isa comparendole innanzi. La fanciulla si scosse come se qualcuno l'avesse destata, sentendosi tosto in disagio. Si guard attorno e rimase un'altra volta confusa dalla vista di tanti signori, che la guardavano incuriositi.
"Oh Isa! - fece ad un tratto come ricordandosi allora d'una cosa importante. - E il nobile forestiero?"
Isa sgusci gli occhi meravigliata, mentre il signor Fausto si rizzava piegandosi cavallerescamente dinanzi alla fanciulla pi che mai confusa da quell'atto.
"E il signor forestiero?" - chiese ancora sottovoce.
"Ma  lui!... il signore!" - rispose Isa.
La scena era un poco strana e nella sala s'era fatto silenzio; tutti guardavano l.
"La signorina - disse il signor Fausto rivolgendosi ad Isa, ma parlando forte, che tutti lo sentissero - la signorina ed i suoi zii mi conoscevano per il mio nome di battesimo e nulla pi!"
"Toh! questa  bella!" esclam il babbo, che s'era avvicinato. E mettendo una mano sotto il mento della figliuola: - Dunque tu non sapevi che il signor Fausto e il Conte Della Valle formano una persona sola?" - disse sorridendo.
Per la sala corse un bisbiglio di buon umore.
Ma la fanciulla se ne stava vergognosa, quasi smarrita, e quando os guardare il signor Fausto, ne' suoi occhioni tremolava una lagrima.
Una signorina and al pianoforte e prese a suonare cantando una romanza in voga.
L'attenzione degli invitati si rivolse l.
"Per lei - susurr il Conte a Maria, prendendole una mano e stringendola delicatamente nella sua - per lei io non sono e non sar mai altro che Fausto, il suo buon amico!"
...
Successe un cambiamento nella vita di Maria. Il giorno dopo l'ultima serata, a tavola, il babbo aveva significato chiaramente e decisamente la volont che l'ultima sua figliuola uscisse una buona volta dall'infanzia e fosse trattata da signorina come le sorelle. Si raccomandava perci alla moglie, che badasse lei a far rispettare quel suo fermo volere; di Cenerentole egli non ne voleva in casa sua.
La sfogata di babbo aveva destata non piccola meraviglia, aveva eccitato una piccola burrasca nel tranquillo lago della vita domestica. O che credeva forse che la si tenesse schiava la sua ultima figliuola?... Nessuno mai aveva pensato ad una simile tirannia. Se Isa l'istruiva gli era certo per il suo bene; per non obbligarla a frequentare la scuola con quella sua salute delicata; e se fino allora non l'avevano chiamata a prender parte ai piccoli divertimenti di casa e fuori, chi non capiva che gli era per la sua et?
"Bene, bene! - aveva soggiunto il babbo. - L'et ora non c'entra pi; e in quanto all'istruzione ormai ne deve sapere pi del bisogno, ne deve sapere!"
Maria, che s'era sentita in su le spine ai discorsi del padre, a quelle ultime parole aveva esclamato arrossendo:
"Oh babbo!... io so cos poco, cos poco!" - E rivolgeva intanto ad Isa un lungo sguardo co 'l quale pareva volesse chiederle scusa per il dispiacere che le si leggeva in volto, dispiacere di cui ella si sentiva l'innocente causa.
La cosa era finita l, ma il volere del babbo fu rispettato. Egli era uomo che di rado diceva "voglio" ma quando lo diceva era per davvero.
Successe dunque un cambiamento nella vita di Maria. Ebbe anch'essa eleganti toilette al pari di Olga e Clotilde; fu libera di fare ci che meglio le talentava; nessuno le impediva pi di menar vita in comune con le sorelle. In su le prime, quella libert tante volte desiderata in silenzio le parve una cosa assai bella ed invidiabile. Ma dovette presto persuadersi d'essere allora pi che mai isolata in casa sua. Una volta cessato il suo ufficio d'educatrice, Isa prese a trattare la povera fanciulla con fredda riservatezza. Se, obbedendo alla consuetudine di non mai far nulla di suo capo, Maria chiedeva un consiglio alla sorella maggiore, questa le rispondeva con certo sussiego: facesse lei. Invano Maria studiava ogni miglior modo di mostrare ch'ella aveva piacere, anzi bisogno di esserle sottomessa; invano le si rivolgeva in aria di preghiera, quasi a supplicarla di esercitare ancora sopra di lei la sua autorit. Sempre la stessa freddezza, sempre la stessa risposta: "Fai ci che ti aggrada!" Pareva che Isa volesse dire: "Ah! hanno temuto ch'io ti opprimessi?... e sii libera! Hanno trovato ch'era tirannia tenerti in disparte dai vani divertimenti?... e godi! Hanno detto che ne sai anche troppo?... e non studiare pi!"
E cos il dispiacere e forse anche un pochino il dispetto d'essere stata privata della sua autorit, la rendeva ingiusta, lei che sapeva leggere cos chiaramente negli animi altrui, lei che pareva la giustizia nata fatta!
E intanto, al cuore gentile di Maria, quella freddezza, quel parlare contegnoso, erano continue punture. Se ne crucciava, ne piangeva in silenzio, si rimproverava il desiderio di libert per qualche tempo nudrito, e forse improvvisamente significato, finiva per chiamarsi ingrata, e la disistima di s stessa l'avviliva. No, ella non era punto punto felice, ora che Isa la trattava a distanza!
Poi c'erano mille altri piccoli guai.
La prima volta ch'erano andate fuori insieme, la mamma ed Isa dietro, lei avanti con Olga e Clotilde, queste erano state imbronciate per tutto il tempo del passeggio.
"Bella figura!... in tre in fila!... Ci diranno le tre grazie!" - aveva esclamato Olga con certo dispetto. E siccome era di statura piccoletta, non voleva saperne di star vicino a Maria. Clotilde poi, nella sua qualit di maggiore, pretendeva la destra, ed ogni volta che si voltava strada, erano rimbrotti alla povera fanciulla, perch non sapeva con pronta disinvoltura mettersi l'ultima dalla parte dell'acciottolato. Ed avevano durato a camminare su e gi, e gi e su per due ore buone, lei tutta turbata, le sorelle imbronciate e dispettose, la mamma che si lagnava per la stanchezza ed Isa silenziosa come una statua. Un signore ebbe la sfortunata idea di arrestarsi in su i due piedi a guardare Maria, davvero carina assai nel bruno soprabito co 'l cappello di feltro a larghe tese, dalle piume nere pioventi sulla nuca. A vedersi osservata con insistenza, la povera fanciulla aveva arrossito vivamente, ed Olga s'era lasciata sfuggir detto: "Con que' capelli rossi tira gli occhi!"
Oh non era egli cento volte meglio quando andava a passeggiare a' giardini pubblici insieme con Gegia!
"Qui sono di troppo!" - pensava con amarezza.
D'allora in poi, fuori con le sorelle e la mamma vi and di rado, preferendo starsene sola in casa a leggiucchiare, a lavorare.
E dire che al babbo, pover'omo, gli pareva d'aver fatto un gran bell'atto di energia e di giustizia esigendo ch'ella diventasse una signorina come le altre sue figlie!... Egli aveva preso a prediligerla quella sua ultima figliola; l'accarezzava, ne lodava la bellezza e la bont, le faceva domande sopra domande, lui fino allora cos poco curante di tutto ci che non fossero affari!... "Ci voleva il babbo eh! per toglierti dal focolare, mia povera Cenerentola?" - diceva spesso, sorridendo con la soddisfazione di chi sente d'aver fatta un'opera buona; e lo diceva in presenza di chiunque, con quanta angustia di Maria uno se lo pu facilmente immaginare.
Unico sfogo della fanciulla era di conversare con Vittorio, che, dopo una settimana di broncio, aveva finito per tornare ogni sera. Oh co 'l suo compagno d'infanzia ella diceva tutto il cuor suo, il suo povero cuore semplice e tenerissimo, cui si negava confidenza ed affetto!
Vittorio un po' le dava dell'impacciata, del coniglio che s'impauriva di tutto e non sapeva con quattro parole franche e pepate dire il fatto suo; un po' s'inteneriva e spesso anche s'inquietava; passeggiava su e gi per la stanza e diceva con calore ch'era ora di finirla; avrebbe parlato, avrebbe fatto lui. Maria lo lasciava dire; sapeva ch'egli non avrebbe detto n fatto nulla di nulla; e poi non era gi per essere difesa ch'ella parlava, sibbene per isfogare in qualche modo il groppo che le stava su 'l petto. Oh quel vedersi trattata quasi come una straniera da Isa!...
"Si capisce! - aveva risposto una volta Vittorio. - Non avere pi uno cui comandare a bacchetta!  quanto togliere di mano lo scettro al sultano!"
Maria scuoteva il capo; non le piaceva che Vittorio si burlasse d'Isa a quel modo!
Oh! ma e Olga e Clotilde?...
A passeggio con esse gi non ci andava pi; a teatro, la facevano sedere indietro, in causa di que' benedetti capelli rossi che tiravano gli occhi; perfino la domenica, in chiesa, capiva che non la desideravano vicina e le toccava di mettersi in un angolo, quasi a nascondersi.
- In quanto a Clotilde e ad Olga la cosa si spiega da s, via! - osservava Vittorio. - Tu sei cento volte pi bella di loro; sei giovane tu, ed esse, diciamolo, un po' passatelle!... Che diamine! questo si spiega come due e due quattro."
Il pensiero che le sorelle potessero sentire invidia di lei tornava cos nuovo, cos strano a Maria, e pi che strano cos buffo, che finiva per riderne; e una volta ridestato il buon umore, si parlava d'altro, si scherzava da veri fanciulli. Solo che Vittorio non parlasse del signor Fausto! Che non si lasciasse scappar detto ch'egli aveva i capelli e la barba brizzolati e camminava impettito come un generale quando fa la rivista.
Ella s'indispettiva davvero allora. Il signor Fausto lo si doveva lasciar stare. Ella sentiva per lui una stima profonda. Una persona cos colta, che sapeva di tutto, che aveva visto mezzo mondo, con un nome come il suo, ricco a milioni, eppure tanto buono, tanto affabile da trattarla da pari, lei, una povera ignorantella!... In campagna ella non si era sentita punto in soggezione dinanzi a lui, ma l, e da che l'aveva conosciuto per il nobile erede della Contessa, se ne stava un poco sgomenta. Ell'avrebbe preferito ch'egli fosse ancora il signor Fausto e null'altro!... I titoli e le ricchezze stabiliscono delle distanze, chi lo pu negare?... E quando c' molta e molta distanza fra due persone, ci pu essere grande benevolenza da una parte e molta ammirazione e gratitudine dall'altra, ma amicizia gli  difficile!... Un pigmeo non pu pretendere d'andare di paro con un gigante. E qui, a proposito del gigante, Maria raccontava al cugino del suo sogno: quando le era parso che il signor Fausto le andasse incontro nella foresta ed a misura che si avanzava si faceva alto come le pi alte alberelle; poi si abbassava e prendeva lei per le mani e la sollevava su, che le pareva di volare.... Ma non diceva del senso di felicit provata in quel momento del sogno, e di cui tutt'ora le durava in cuore l'impressione.
Quando Maria parlava di distanze sociali, Vittorio s'inquietava. Oh! chi era lei, chi era lui, e cos'erano tutti gli altri in casa per credersi da meno del signor Fausto?... Egli Vittorio, per suo conto, non si sentiva inferiore a nessuno. Che importava a lui se altri avevano titoli, ricchezze, scienza da vendere?... Che cos'era quel credersi da meno del proprio simile?... No, no, da meno di nessuno! E camminava per la stanza a testa alta, i pollici ne' taschini del panciotto, in aria da buio. Ma le serate del mercoled, in presenza del signor Fausto, le arie, le fumate gli sbollivano; se ne stava mogio, rispondeva a pena alle sue interrogazioni, era impacciato.
Oh quella serata del mercoled era diventata anch'essa causa d'angustie per Maria!... Il babbo s'era messo anche lui a prender parte alle veglie di casa, tanto l'interessava il conversare del signor Fausto. Egli era un benedett'omo che diceva ad alta voce e con chiunque quanto gli passava per il capo. E quella povera Maria non la lasciava mai in pace. Presentandola una volta ad un amico, disse: "Quest' la mia figliola ultima, la pi bella di tutte!" - E la fanciulla, tutta rossa in volto, aveva dovuto ascoltare i complimenti dell'amico del babbo e indovinare nello stesso tempo la disapprovazione d'Isa e il dispetto delle altre sorelle.
"Ecco la Cenerentola!" - s'era lasciato sfuggire un'altra sera vedendola entrare in salotto.
"Bisogna trovarle il principe allora!" - aveva soggiunto sorridendo una vecchia signora.
"Che faresti, Maria, se diventassi principessa?" - le aveva chiesto Vittorio.
"Che faresti?... Che faresti?" - avevano insistito altri.
Pressata a rispondere, la fanciulla aveva risposto sotto voce con un sorriso: "Farei del bene ai poveri!"
La risposta non era punto spiritosa e nessuno applaud. Ma il signor Fausto, che le sedeva presso, le susurr un "brava!" che le inond il cuore di dolcezza.
Il signor Fausto le si mostrava sempre molto gentile, per quanto pi non la trattasse come in campagna, con quella famigliarit a lei tanto cara. Egli cercava di preferenza la sua compagnia; parlava degli zii, del paese, della bella vita di col, vita tranquilla e geniale, non impicciolita dalle convenienze, non oppressa dalle consuetudini.
"Vorrebbe ella vivere sempre in campagna?" - le chiese lui una sera.
"Oh s!... in una bella casina come quella degli zii, in mezzo ai campi, alla gente alla buona!" - rispose Maria, arrossendo di piacere al solo pensare a tanta felicit.
"Non le piace dunque la societ.?" - chiese il signor Fausto.
"Poco! - rispose; ma si corresse soggiungendo: -  forse perch non la conosco abbastanza!"
Il signor Fausto la guard fisa negli occhi mormorando: "No!... gli  ch'ella non  felice!"
Egli dunque la capiva, le leggeva in cuore?
...
Era da un poco che a tavola, alle frutta, Olga e Clotilde, ma specialmente Olga, davano delle stoccatine al babbo a proposito del carnevale, ormai agli sgoccioli. Tutte le signorine di loro conoscenza se l'erano goduto chi pi chi meno, ed esse manco una volta alla Scala le avevano condotte!... Al Manzoni ci si andava di rado, solamente quando vi fosse commedia o dramma che andasse a genio ad Isa, la quale in fatto di teatro era schizzinosa assai, e voleva sempre essere prima sicura che la giovinezza e l'ingenuit di Maria non ne avrebbero sofferto.
Era questo il solo caso in cui la sorella maggiore faceva ancora sentire la sua autorit!... Maria le era grata per questo risveglio d'interesse a suo riguardo, e tollerava in santa pace le occhiate in tralice e le mezze parole delle altre sorelle, che non mancavano di farle capire come per causa sua esse dovessero assoggettarsi a privazioni.
Ma quel finire il carnevale senza andare almeno una volta ad un ballo!... senza una piccola festicciuola! via, era un rigore che passava il segno!... E le toccatine e le botte cadevano tanto fitte che a far mostra di non sentirle era ormai impossibile.
La mamma, ad ogni parola, ad ogni allusione delle figliole, si guardava attorno smarrita, pensando con isgomento all'incomodo di accompagnarle, di vegliare la notte in casa d'altri, in mezzo alla gente, al bruso, ai lumi, che le davano il mal di capo per vari giorni di seguito. Il babbo dur un pezzo a fare il nesci, ma infine dovette scuotersi, e, per fare le cose bene, disse ch'aveva pensato e deciso di dare un ballo in casa; ma, un ballo alla buona, senza sfarzo di trattamenti e vestiti!... Le figliole facessero pure un abito nuovo per ciascuna, di loro gusto; era cosa naturale!... Ma non troppi fronzoli; di questo si raccomandava ad Isa, che era seria: componessero in bella armonia la seriet co 'l brio, trovassero una via di mezzo, con sobriet elegante e decorosa in tutto.
La decisione di babbo fu accolta con esclamazioni di gioia; Olga e Clotilde non si aspettavano davvero tanto.
Un ballo in casa!... Come le signorine tali e le tali altre, che in societ se n'ebbe a parlare per un pezzo!...
La mamma, sollevata dal pensiero di dover passare una nottata fuori di casa, si adatt facilmente all'idea del trambusto, che quel divertimento avrebbe portato nella casa, e sorrise al marito, quasi soddisfatta; Isa, anche lei, trov conveniente la cosa, ed allora soltanto Maria os mostrare il suo piacere fissando in volto al babbo i suoi occhioni contenti.
"Anche a te, anche a te, piccina, va a genio la trovata di pap? - disse il buon uomo accarezzandola. - Ci ho gusto! ci ho proprio gusto, perch tu non hai mai goduto nulla, poverina!"
"Ma non bisogna perdere tempo!" - osserv Olga.
"Sicuro! sicuro! non c' tempo da perdere. E perci vado difilato dal mercante, che venga qui subito con le stoffe per le toelette, va bene?... Voi vi scegliete le stoffe, mandate a chiamare la sarta e fate che si spicci. In pochi giorni ha da essere tutto pronto. Inteso?... Verr il tappezziere per il salotto. Ma... mi raccomando, una cosa alla buona!... alla buona!"
E in cos dire infilava il soprabito, si calcava in testa il cappello, ed usciva co' guanti in mano.
Olga e Clotilde si ritirarono nella loro camera per combinare insieme, ed Isa and a vedere di mandar Gegia per la sarta.
Via le sorelle, Maria scatt da sedere e corse a buttare le braccia al collo della mamma, dicendo: "Oh mamma! cara mamma!... La vedr dunque anch'io una festa da ballo!... baller anch'io!... Oh quanto, quanto sono contenta!"
Era una curiosa fanciulla quella Maria!... Poteva tenersi chiuso in cuore un cruccio, un dolore, e fare che nessuno se ne accorgesse; ma le era impossibile di nascondere il contento; quello doveva sfogarlo, farne parte con qualcuno, altrimenti era un'oppressione. Di lei si sarebbe detto ch'era fatta pi per il dolore che per la gioia.
"E' tanto che desidero di assistere ad una festa da ballo!... Vittorio dice che ci si diverte molto molto!... Voglio divertirmi anch'io!... Deve esser bello e soave sentirsi felici!"
La mamma sorrideva a quella cara inesperta, che confondeva cos ingenuamente il divertimento con la felicit, e le lasciava pregustare quella gioia serena.
"E' tanto di guadagnato! - pensava. - E se la realt non corrispondesse a' suoi sogni, il piacere di questi momenti nessuno glieli rapir."
"Mi sceglier anch'io il mio vestito! - continuava la fanciulla, sedendo su 'l predellino a' piedi della mamma. - Vorrei un vestito celeste chiaro, il colore che piace al signor Fausto. Una sera che ci avevo al collo una sciarpa di seta turchino pallido, disse che mi stava molto bene!"
Arross dicendo questo, tacque un momento, poi lev gli occhi in faccia alla mamma e le chiese:
"Forse che  male, mamma, cercar di piacere ad una persona che si stima?"
La mamma rispose un po' imbarazzata: "Sarebbe male se c'entrasse la vanit!"
"Ed  vanit il piacere che una prova quando la persona stimata dice delle cose gentili?"
"Un poco s!... Mi pare!.:." Oh l'imbarazzo di quella povera signora!
"E se il piacere - soggiunse un po' confusa Maria - venisse dalla soddisfazione di fare cosa grata e recare diletto a quella persona?"
"Oh allora... allora poi!..." - E la mamma non sapendo proprio pi cosa rispondere, prese nelle mani la testa della figliola e la baci susurrando: "Tu sei una cara, un'ottima bambina!... che il Signore ti benedica!"
Oh se Maria avesse sempre potuto manifestare alla madre i propri sentimenti, quanto sarebbe stata contenta!... Ma succedeva cos di rado che la povera donna si mostrasse disposta ad occuparsi d'altro che non fosse la sua salute!
Venne il mercante. Le sorelle si radunarono nel salotto de' pasti e le stoffe furono spiegate sopra la tavola.
Clotilde scelse une lana finissima, rossa di fuoco, perch il rosso, diceva lei, s'addice alle brune. Olga mise gli occhi sopra un taglio di leggera seta color paglierino, da guarnirsi con trine. Isa volle per s una stoffa grigia, colore tranquillo e grave.
"Ma  vestito da mamma!" - osserv il mercante.
"Appunto per questo! - rispose Isa. - Ad ogni et i suoi colori!"
Toccava a Maria a fare la scelta; ma ella se ne stava in un angolo silenziosa, tutta peritante. Aveva paura delle osservazioni d'Olga e Clotilde e del giudizio della sorella maggiore.
"A te! - disse Clotilde - spicciati, che il mercante non ha tempo da perdere, e a momenti sar qui la sarta."
"Se tu scegliessi per me?" - balbett la povera fanciulla guardando Isa con occhio supplice.
"Che!... Tu sei libera di fare la scelta che vuoi!" - le rispose Isa con la solita freddezza, calcando su quel "libera."
Allora Maria pose la mano sopra una mussolina di colore turchino chiaro e soave, e disse con voce timida, arrossendo: "Ebbene!... Questa!..."
"Sar una toeletta semplice ed elegantissima - osserv il mercante sciogliendo e misurando la stoffa; e dando un'occhiata alla giovinetta soggiunse: - Cos vestita la signorina ha da parere un angelo in un lembo di cielo!!"
Facendo un complimento a quella fanciulla tanto giovane e bella, il buon omo aveva creduto di cattivarsi la benevolenza delle altre, che a par suo, dovevano essere fiere d'una sorellina compagna!... Ma s'accorse subito d'aver toccato un cattivo tasto, dall'aria di sussiego d'Isa e dalle occhiate che si scambiarono le altre due. Scosse il capo quasi a darsi del grullo, fece subito fardello della roba e se n'and strisciando un inchino.
...
Giunse finalmente la sera sospirata; la casa addobbata dal tappezziere era gaia di luce e di fiori; la cena apprestata da un cuoco in voga, era imbandita nel salotto de' pasti con isfoggio d'argenterie, porcellane e cristalli.
"Cose alla buona!... - badava a ripetere il babbo - ma parere spilorci poi, no!... il decoro, il decoro!"
E la festa prometteva di riuscir bene.
Gli invitati cominciavano a venire alla spicciolata. A ricevere le signorine, in eleganti, freschissime toelette, si facevano incontro Olga e Clotilde, ed era un gentile susurro di voci argentine, uno scoppiettio di risatine allegre. Le signore dai ricchi, seri vestiti, andavano a sedere presso Isa e la mamma, tutta pallida e freddolosa nel suo abito di velluto, con le dita delicate cariche d'anelli, con brillanti alle orecchie, in capo un'acconciatura di merletto nero.
Maria, che aveva fatto un po' tardi aiutando Olga e Clotilde ad acconciarsi belle, entr in salotto ultima di tutti; ed al suo apparire ognuno si rivolse a guardarla. Ella si sent pesare a dosso tutti quegli occhi incuriositi e rimase su la soglia confusa. Fu il signor Fausto che le and incontro, le offerse il braccio e se la fece sedere vicino.
In quel vestitino turchino leggiero, dalla sottana a rigonfi, la vita attillata, i capelli d'oro puntati a sommo del capo, senz'ornamento di sorta, ell'era davvero bellissima.
Ce ne furono molti che ripeterono la frase sfuggita al mercante pochi giorni dianzi: "E' un angelo in un lembo di cielo!"
Il babbo le present alcuni giovanotti, figlioli di suoi amici, e questi le chiesero tosto l'onore del tale e tal'altro ballo. Venne pure Vittorio con tanto di scriminatura fino alla nuca, agghindato, in cravatta e guanti bianchi, e anche lui s'inchin dinanzi alla cuginetta, pregandola perch non si scordasse di lui e gli serbasse il piacere d'una polka.
"Se la va di questo passo, non rester pi un ballo libero per me!" - disse il signor Fausto.
Maria arross balbettando ch'ella sarebbe stata tanto felice di ballare con lui quante volte desiderasse.
"Ecco la piccina che ha gi imparato il linguaggio della societ! - esclam sorridendo il signor Fausto.
Ma la fanciulla lo guard tanto sgomenta dalla paura d'aver detto male, ch'egli ebbe a riderne, assicurandola che aveva parlato benissimo, davvero come si conveniva a signorina educata. Oh sua sorella Isa doveva ben chiamarsi soddisfatta del frutto della sua educazione!...
"Isa non si cura pi di me!" - si lasci scappar detto Maria con un tremito nella voce.
Il signor Fausto la fiss con un'espressione di tanta tenerezza e piet che ella sorrise di subito consolata.
"Sa che cosa io penso di lei?" le chiese il signor Fausto.
La fanciulla lo guard in atto interrogativo.
"Ch'ella ha bisogno di tenerezza come un fiore ha bisogno di luce. Le piacerebbe di vivere con una persona che la circondasse d'ogni cura, che la scaldasse continuamente del suo affetto, che vivesse per lei, per lei sola?"
Con che calore, con quale accento di leale sincerit parlava in quel momento il signor Fausto!...
Maria si sent in cuore una dolcezza strana e insieme una gran voglia di piangere. Abbass la testa e stava per significare ingenuamente il suo sentimento all'amico, quando si fecero udire i primi accordi d'un ballabile e fu subito invitata da uno de' giovanotti presentatole poc'anzi dal babbo.
"E' la pi bella fanciulla della festa!" - osserv una vecchia signora guardandola con l'occhialino.
"Ehi?... signor Conte?... eh la mia piccina! - disse il babbo arrestandosi dinanzi al signor Fausto. - Peccato ch'ella sia un poco timida! - soggiunse.
"Oh! la timidezza in una fanciulla di quell'et  una grazia di pi!" - rispose il signor Fausto.
Isa dal suo angolo, presso il pianoforte, guardava con certa inquietudine la sorella minore ballare con foga. La seguiva in ogni movimento facendo certi atti quasi impercettibili, come a dire: "piano! basta!" con un'espressione nel volto, che per certo avrebbe fatto stupire di molto la fanciulla. Ma questa ballava leggiera, sorridente e rosea, abbandonata con grazia su la spalla del cavaliere, felice di quel nuovo piacere, della musica, che ora pareva un canto melanconico, ora un grido di festa, ora una promessa di gioie insperate, sconosciute. Il cuore le palpitava forte; quel sentirsi trasportata leggiera leggiera nell'aria tiepida e lucente, tra il profumo dei fiori, nella dolcezza dei suoni, la commoveva di troppa emozione. Ad un tratto, prima ancora che il direttore del ballo battesse le mani, Maria impallid, si ferm, volle essere accompagnata al suo posto, e tutta ansimante lasciandosi andare su la seggiola, si scus di non potere continuare; le mancava il respiro, non si reggeva pi. S'era fatta pallida e abbandonava la testa su 'l dossale.
Isa fu l per alzarsi e correre dalla sorella; ma vide il signor Fausto chino su di lei; la vide tosto rinfrancata dal leggiero malessere, e non si mosse.
"Non posso ballare! - esclam quasi piangendo la povera fanciulla. - Non posso ballare!... E' un piacere che mi fa male... Pare strano, ma mi fa male!"
"Il ballo non  per lei! - disse il signor Fausto guardandola con inquietudine. - Gli svaghi ella li dovrebbe cercare in campagna, in mezzo al verde, all'aria libera!... Correre nella selva, con attorno tutta una musica di gorgheggi, d'aria che fruscia tra le foglie, d'acqua che scorre!..."
A queste parole Maria si stringeva le mani su 'l petto quasi in uno spasimo di desiderio.
"Ella potr vivere sempre in campagna, se vorr!" - soggiunse lentamente e sotto voce il signor Fausto guardandola fiso.
Che cosa le dicevano gli occhi e l'accento dell'amico suo perch ella si facesse di fuoco ed abbassasse gli occhi confusa?
Stava per rispondere alcun che, quando Vittorio le corse dinanzi ad invitarla per la mazurka che gi si suonava.
Si sentiva tanto impacciata la povera fanciulla, che per isfuggire all'imbarazzo di quel momento, si alz tosto dicendo: "Eccomi, Vittorio!"
"Ma badi!" - fece il signor Fausto alzandosi anche lui e andando ad invitare Olga.
"Oh, debbo pur vincermi! - rispose Maria. E volgendosi al cugino: - Baller poco, sai, Vittorio!... solo pochi giri perch mi d il capogiro."
Il giovanotto che stava seduto al pianoforte suonava con una grazia squisita. Era una bella mazurka quella!... Ci si sentiva sotto una romanza in voga, un canto dolce, cadenzato, carezzevole.
E le coppie ballavano leggiere, strisciando appena i piedi su 'l tappeto, con un languido abbandono.
Ci fu un momento in cui in mezzo al salotto rimasero soli Vittorio e Maria, tanto assorti nel piacere della danza, da non accorgersi d'essere il punto di mira di tutti gli occhi.
"Che bella coppia!" - fece una signora dietro al signor Fausto, che stava in coda con la ballerina.
"Sembrano fatti l'uno per l'altra!"
Il signor Fausto si volt bruscamente con un atto strano di mal celato dispetto. Olga lo guard e lo vide ad un tratto abbuiarsi in volto. Le pass un guizzo negli occhi, serr le labbra e poco dopo esclam: "Sono due buoni ragazzi Vittorio e Maria! E... si vogliono un gran bene... non possono stare divisi... Fino da bimbi in casa si chiamavano gli sposi!"
In quella il suonatore fin la mazurka con un accordo secco e i cavalieri ricondussero al posto le ballerine.
Sedendo nella sua seggiola presso il camino, Olga not che il signor Fausto le balbettava un ringraziamento smozzicato, ed era un pochino pallido. Scosse il capo e, con lo stesso guizzo negli occhi di poc'anzi, pens: "Pare impossibile!... con i capelli che gi brizzolano, occuparsi d'una bambina, quando... quando..." Si ricacci in fondo al cuore quella conclusione con un lieve sospiro.
Sempre a braccetto del cugino, Maria, ch'era andata a fare un giro nelle sale attigue, torn in quel punto tutta sorridente e gaia.
"Se lo dico io? - pens Olga - ella non si trova bene che con Vittorio." E lanci un'occhiata al signor Fausto, il quale, co 'l gomito puntato su lo sporto del camino, guardava Maria in aria di malinconia e di rammarico insieme. La fanciulla si accorse subito di quell'insolita espressione, che alterava la nobile fisonomia dell'amico suo, e fattasi ad un tratto tutta seria, lasciato Vittorio, gli and presso a fissargli in volto i suoi occhioni pieni d'interrogazione e di sorpresa.
Stettero un momento zitti l'uno e l'altra a guardarsi, quasi a volersi leggere reciprocamente in fondo al cuore. Finalmente egli fece un gesto brusco, scosse il capo come se dentro di s si desse dello sciocco ed invit gentilmente la fanciulla a sedere l presso lui, in una piccola poltrona. E presero a conversare. Ma che aveva egli mai nella voce, nello sguardo, nel modo di parlare, che Maria si sentiva da lui tanto tanto distante, da averne freddo al cuore e nella mente stupore e confusione?... Ci fu una volta in cui ella non pot rispondere ad una sua domanda; si sentiva un groppo alla gola, che le serrava il fiato e nei suoi occhi brillavano due lagrimoni.
Ai primi accordi d'una polka, successe il rimescolio nel salotto. Il signor Fausto, quasi approfittasse di quel momento che nessuno gli badava, prese nelle sue una manina della fanciulla e le susurr co 'l solito accento affettuoso: "Maria!... E' egli vero che..."
Ma non pot continuare, perch Vittorio piomb l ad insistere per ballare ancora con la cugina. Ella volle rifiutarsi per poter sentire ci che il signor Fausto voleva sapere da lei; lo guard timidamente, quasi ad invocare il suo aiuto, ma gli rivide su 'l volto la stessa espressione dura, quasi sprezzante, che poc'anzi l'aveva sorpresa; ne ebbe paura e accett l'invito del cugino. Ma ballando non sorrideva; si sarebbe detta un'automa che si muovesse per forza meccanica. Ell'era tutta occupata e rimescolata dal subitaneo inesplicabile cambiamento del signor Fausto. Lo vide seduto presso una signorina invitata, una bruna alta e sottile, capricciosa e pazzerella quanto altra mai; li sentiva chiacchierare, ridere!... Poi ad un tratto si alzarono tutti e due e si diedero a ballare con uno slancio strano per quel signore di solito cos moderato e composto in tutto.
La povera fanciulla si sent dentro un cruccio molesto, pungente, che somigliava al dolore, e il suo bel visuccio ritraeva al vivo le pene del cuore.
Dal suo cantuccio, Isa vedeva, comprendeva e seguiva ansiosamente degli occhi la sorella; non li staccava da essa che per saettare occhiate al Conte; spesso pareva l per alzarsi e stendere le braccia come per stringersi al seno qualcuno; la sua Maria, la sua povera bambina, ch'ella sola capiva in quel momento e che avrebbe voluto proteggere, difendere. Oh averla voluta lanciare nella vita quella piccina cos semplice, cos ingenua, ignorante d'ogni cosa!... Con quella sua animuccia sensibile e tenerissima, ell'era destinata a soffrire la povera creatura!... Isa si martoriava in cuor suo, pensando che la poverina aveva gi dovuto soffrire e pi ancora soffrirebbe per troppa ingenua inesperienza; si dava dell'ingiusta, egoista, crudele, e pi condannava s stessa, e pi le andava crescendo in cuore la piet per la sorella, a cui ella aveva fatto da madre per tanto tempo!...
Finito quel ballo, Maria si tir in disparte, nello sguancio d'una finestra, dietro le tende pesanti.
Il signor Fausto sedette ancora presso la signorina bruna e per la sala si spandeva il loro chiacchierio, tutto giuoco di motti e di risatine.
Oh perch l'insolita gaiezza dell'amico suo echeggiava tanto dolorosamente nel cuore di Maria?... Ella non se lo chiedeva, non lo sapeva lei, ma soffriva, e si stringeva il petto con le mani congiunte in atto di tanta desolazione da fare piet.
Chi mai si poteva figurare l'angoscia della povera fanciulla?... La sua mamma tutta intenta a conversare con una vecchia amica, non si curava punto di lei; il babbo, di l con gli invitati a giocare a tarocco, non la vedeva neppure; Olga e Clotilde si divertivano. Isa sola capiva, indovinava, soffriva di quel dolore riflesso, che quando non ha sfogo,  il peggiore di tutti. Ai primi accordi della quadriglia si alz, attravers la sala, and da Maria. "Tu non stai bene stasera! - le disse accarezzandole i capelli. - Non stai punto bene, e se volessi ritirarti... eh?... che ne dici?"
Oh!... ed era Isa? Isa che parlava a quel modo!...
La fanciulla le sgusci in faccia gli occhioni pieni di lagrime, stette un istante sorpresa, poi lasci andare la testa su la spalla della sorella con un singhiozzo.
"Vuoi che andiamo?" - le chiese Isa sottovoce.
Dove mai Isa aveva preso quell'accento tenero e penetrante che Maria non le aveva sentito mai, e che ora ad un tratto le inspirava confidenza e fiducia tutta figliale?
"S, voglio ritirarmi!" - fece la fanciulla con atto risoluto, alzando la testa dalla spalla d'Isa e asciugandosi in fretta le lagrime. Poi soggiunse quasi correggendosi: "Andr se... se tu vieni con me!"
Negli occhi di Isa pass un lampo di gioia mentre rispose: "Vengo con te senza dubbio e ti star vicina tutta notte, se credi!"
Le mamme che sanno d'essere tutto per i loro figlioli, hanno spesso di questi momenti d'intima felicit!
Stavano preparandosi per la quadriglia, quando Maria ed Isa attraversarono il salotto per uscire.
Il signor Fausto gi al posto, di fianco alla graziosa bruna, alla vista di Maria tutta smorta e quasi piangente, fu l l per correrle vicino. Ma Vittorio fu pi lesto di lui e si piant dinanzi alle sorelle, chiedendo che mai avesse la cuginetta. Il signor Fausto allora non si mosse e Maria si ritir.
Quando fu a letto, e non aveva detto una parola svestendosi, o meglio lasciandosi svestire dalla sorella, Maria stese le braccia ad Isa e baciandola: "Voglimi bene tu!" - disse dimenticando ad un tratto la soggezione che aveva sempre avuta d'Isa e la di lei avversione per tutto ci che potesse aver l'aria di tenerezza. Gli  che nel cuore della fanciulla era entrato per la prima volta il vero dolore, che fa veder chiaro nella vita e solleva al di sopra delle puerilit!
...
Quel giorno, dopo mezzod, si dovevano trovare tutti all'Esposizione permanente di belle arti; Maria con la mamma e le sorelle, Vittorio con la compagnia che usava a veglia il mercoled. Era stato il signor Fausto a proporre quella visita: un suo conoscente, giovane artista, del quale egli portava a cielo l'ingegno, aveva esposto di que' giorni un quadro, una grande marina, ed egli desiderava sentire quale impressione avrebbe fatto su l'animo de' suoi amici.
Si era ai primi di marzo, e quella era una bella giornata di sole: movimento e brio per le vie della citt, gaiezza di fanciulli, che potevano dopo tanto tempo d'aria grigia, da metter l'uggia a un santo, correre festosi ai giardini pubblici, fare a rincorrersi e a rimpiattino, saltellare lungo i viali e attorno al getto di acqua dagli spruzzi infranti ed iridati dal sole, come un pulviscolo di diamanti.
Maria era uscita con la cameriera, prima della mamma e delle sorelle. Aveva desiderato di andare a sentir Messa in una Chiesuola pochi passi fuori porta, ch'era sempre stata la sua simpatia perch raccolta fra il verde, piccoletta, disadorna, povera come quella del paese degli zii. "Nei templi grandi e ricchi, nel fasto degli altari lucenti d'oro, dalle vetrate dipinte, sfavillanti nella penombra, nella sfoggiata maest delle funzioni sacre, tra i suoni, i canti e la folla mondana, lo spirito mio si distrae, si smarrisce - aveva ella detto una volta al signor Fausto, quando questi la trattava ancora con quell'affettuosa deferenza che la rendeva tanto felice!... - E invece di pregare - aveva soggiunto - mi guardo attorno e fantastico!"
Ora, da un po' di tempo, la povera fanciulla fantasticava spesso anche in casa. Passava ore filate nella sua cameretta sola, assorta, con lo sguardo nel vuoto: se leggeva, arrivava a fin di pagina senza aver compreso una parola: se lavorava al telaio, il pensiero vagava via lontano; e si perdeva in imagini incerte, confuse, formate di ricordi e di rimpianti, di aspirazioni e di languide speranze. Cosa pensava, a che cosa aspirava?... Non sapeva dirlo nemmeno a se stessa: era la trepida aspirazione ad un bene confusamente inteso, era il primo fiorire del desiderio e del sentimento, che commove con dolce mestizia le anime giovanili, affettuose, sboccianti alla vita. Per vivere in s stessa, ascoltare e godere non turbate le voci soavi, che come un canto salivano su dal fondo del cuore, la fanciulla si raccoglieva nel silenzio, sottraendosi sdegnosetta all'occhio ed alla parola altrui.
Ma forse sotto il caldo soffio di un sincero affetto, al tocco gentile di una mano amorosa, quel cuore sarebbesi schiuso ed ingenuamente confidato ad un altro cuore. Ma chi poteva provocare questa salutare espansione?... Non certo Olga e Clotilde, tutte intente alle loro vane cianciafruscole. Forse Isa... Isa osservava, intendeva la sorellina sua, ma di quel ritroso suo silenzio ebbe una stretta al cuore, ne sofferse come di mancata fiducia affettuosa verso di lei, che avrebbe voluto essere la soave confidente della fanciulla, ricevendone i dolci sfoghi del cuore. Ma questi sentimenti di tenerezza materna svegliatisi per breve momento nel suo cuore, non conosciuti, non compresi, non corrisposti, presto inaridirono; la calda dolcezza si raffredd, si spense; ed Isa, dopo un fugace impulso di tenerezza torn ad essere o a parere indifferente, non curante, rigida. Maria, lasciata sola, libera di vagare col pensiero, assorta nel suo fantasticare, accarezzando la sua mestizia, si doleva del suo isolamento e con amarezza pensava che nessuno le voleva bene.
Nessuno!... davvero?... Eppure alcuno.... egli... No, no, quel nome non doveva venirle su le labbra, non doveva nemmeno passarle nella mente. Qualcuno le voleva bene, s s!... ma il qualcuno era mamma, era il babbo, sempre affettuosi; era anche il cugino Vittorio, che la faceva sorridere con le sue barzellette e il sempre vivo buon umore. Qualcuno erano gli zii, quei buoni vecchi, i quali avendo saputo dal babbo che la loro Maria aveva finito la sua istruzione, non finivano di scriverle perch andasse un poco con loro, a rallegrare la casa.
Oh perch non ci andava ora che lei sapeva che nessuno si sarebbe opposto al suo desiderio?... Tornare al paese! a quella cara vita semplice ed intima ch'ell'aveva sempre tanto amato!... Tornare a correre nel bosco, a respirare l'aria pura e sana delle piante!... giusto lo svago che doveva cercar lei, le aveva detto la sera del ballo il signor Fausto. Oh quel ricordo, quel nome che sempre veniva a farle battere il cuore!... arrossiva e concludeva che per allora non ci voleva andare da' suoi buoni zii! per allora no!...
E intanto, come logorata da un male interno, smagriva. Le si era cacciato a dosso la tosse, il suo bel visino era cos sbiancato che le si vedevano le vene azzurre sotto la candida pelle. Il babbo glielo ebbe a dire una sera, che tossiva pi del solito, e il suo profilo corretto e i suoi occhioni turchini spiccavano in mezzo al pallore con aria malata.
"Maria! bimba mia!... Mi pare che tu sia gi gi!... Che ti senti?"
"Nulla! non mi sento nulla, babbo!" - aveva ella risposto cercando di sorridere.
Ridanciana, chiassona come tante altre fanciulle, Maria non lo era stata mai; ma preoccupata, e seria a quel modo poi, alla sua et, ora che pi nessuno la teneva in soggezione e poteva vivere a suo talento, pareva a tutti una cosa strana, via!... Olga e Clotilde a vedere che il babbo s'impensieriva per la loro giovane sorella, facevano spallucce ammiccandosi; poi, al tu per tu, dicevano: "Tutte le rosse sono cos!... romantiche fino alla stramberia!"
La mamma, povera donna, tribolata da fitte dolorose, che diceva di sentirle fin nel midollo delle ossa, non si accorgeva neppure dell'umor buio e del deperimento della figliuola. Isa faceva per lo pi l'indifferente, cercando di persuadersi che si trattava di cosa leggiera, malucci di fanciulla delicata, da non dare pensiero. Ma qualche volta un serio timore l'invadeva tutta, ed allora sotto le strette di una momentanea angoscia, si faceva blanda e carezzevole, tanto che Olga e Clotilde ne restavano meravigliate.
"Isa vuol morire!" - aveva osservato una sera Olga parlando con Clotilde a bassa voce.
"No! - aveva risposto Vittorio seriamente, seguendo degli occhi la cuginetta, che aveva dovuto uscire dal salottino, presa da violenti colpi di tosse. - No, non  Isa che vuol morire, ma la vostra giovane sorella, se la va di questo passo!"
E s'era alzato bruscamente andando dietro ad Isa, che aveva subito seguito la fanciulla.
"Pazzo!" - gli aveva detto Clotilde.
Olga aveva dato uno scossone alle parole del cugino, ma s'era poi subito messa a sorridere esclamando: "E' il suo innamorato! bisogna compatirlo!"
"Il suo innamorato?" - La meraviglia di Clotilde nel ripetere quella parola fu cos sincera, che Olga la fiss un istante con uno strano turbamento negli occhi; poi sorrise ripetendo: "Il suo innamorato, s!... Non te ne sei mai accorta tu?"
"Io? - fece l'altra scuotendo il capo. - Io... no!"
Olga riprese a ricamare con foga, tirando l'ago presto presto; e quella fu una serata silenziosa per le due sorelle.
Quel giorno dunque, Maria, ch'era uscita prima del tempo per andare a Messa nella Chiesuola fuori porta, rientrando in citt e visto che c'era ancora una buona mezz' ora prima del tempo fissato per il ritrovo all'Esposizione, aveva pregato Gegia che l'accompagnasse a fare un giro a' giardini.
"Tanto da prendere un po' di sole - aveva detto - e di fare una corsa in mezzo al verde!"
I giardini erano affollati di mammine, di bimbi, e balie, e carrozzelle; una festa di grida gioconde, di colori sfoggiati, di sguardi, di sorrisi, d'amore. Maria si ferm dinanzi al laghetto, ove i cigni nuotavano maestosi, e anitre e anatrini, dal gran becco spalancato, vagavano frettolosi verso la riva in cerca di pane. Comper un biscotto da un rivenditore di paste rafferme, e lo sminuzz alle bestiole, che si disputavano i ghiotti bocconi con accanita voracit gridando raucamente.
Animata dalla corsa all'aria aperta, rallegrata dal sole splendido e da quel correrle attorno degli anatrini arrancanti e chiassosi, Maria aveva fatto il viso roseo e le brillavano gli occhi di piacere. Ma ad un tratto guard l'orologio; era gi scoccato il tocco; bisognava spicciarsi per raggiungere presto la compagnia all'Esposizione.
Prese per il viale pi breve e camminava tanto lesta, che Gegia stentava a starle di paro ed ansimava affannosamente.
"Ci prenderanno per due donne in fuga!" - osserv sotto voce.
"Oh scusa! - fece la fanciulla. - Scusa, povera Gegia! non mi accorgeva di correre! - E la guardava intanto con una strana espressione di rincrescimento e d'impazienza insieme.
All'ingresso dell'Esposizione si ferm in su i due piedi e afferrando la cameriera per il polso le susurr tutta pallida e tremante: "D Gegia! se invece di entrare io tornassi a casa con te?"
"Io sono agli ordini della signorina! - fece la buona donna un poco stupita. - E se crede di tornare a casa, torniamo subito."
In quella si udirono venire dal di dentro varie voci allegre, e Maria soggiunse: "No, no, voglio entrare! voglio vedere! voglio essere allegra anch'io!" - E preso il biglietto, salut Gegia ed entr.
C'erano tutti; la mamma, le sorelle, gli amici che usavano a veglia il mercoled. Il signor Fausto ritto dinanzi ad un quadro, che rappresentava una grande marina, con il cielo rosseggiante del tramonto, riflettentesi nei marosi che rompevano su la spiaggia, mostrava a voce alta i pregi singolari di verit e di sentimento dell'opera artistica del suo amico; parlava con quell'insolito brio che aveva da un poco, e che faceva pena a Maria. O perch mai le faceva pena la gaiezza dell'amico suo?
Vittorio fu il primo ad accorgersi dell'arrivo della cuginetta; si stacc dal gruppo e and subito a lei. Maria si appoggi al suo braccio. Oh quello era un buon ragazzo, che le voleva bene come ad una sorella, lui!
Il signor Fausto salut la fanciulla con un leggiero cenno del capo senza interrompere il discorso avviato, e Maria insieme con il cugino si lasciarono dietro la compagnia per girare soli nelle altre sale.
"Vuoi che ti dica il parer mio? - le disse ad un tratto Vittorio, in un salotto deserto, ove la voce faceva lo stesso effetto che in una chiesa vuota. - Non andar girelloni per la citt ed i Musei; stai in casa, ben riparata; stai cheta e fa di evitare... le emozioni!" - fin stillando le parole.
Maria lo guard fiso; egli stette un momento perplesso, poi ripet: "S! evita le emozioni!"
"Credi tu ch'io sia malata?" - gli chiese di repente la fanciulla guardandolo ad occhi sgusciati.
...
Fu in quel punto che in quella stessa sala irruppe la compagnia, allegra, quasi chiassosa. Sopra tutte le voci spiccava quella del signor Fausto, e ci si sentiva sotto il buon umore.
"Andiamo via! - disse un po' convulsa Maria, stringendosi al cugino. - Andiamo di l. Essi sono allegri, essi! ed io... io ho una gran voglia di piangere!"
"Oh Maria! Maria!" fece Vittorio.
Si fermarono dinanzi a un bel paesaggio; una scena campereccia, con il gregge sparso ed il pastore boccone sotto un albero a frescheggiare guardando lontano.
"Veh com' bello!" - esclam la fanciulla. Ma le si vedeva in volto lo sforzo che faceva per raccogliere l'attenzione, e le tremava la voce.
Invece di ammirare il quadro, Vittorio guard la cugina con aria quasi corrucciata e disse: "Maria! tu non sei pi quella di prima!... Tu hai dentro qualche cosa che cerchi di nascondere e, e... non hai pi confidenza nel tuo compagno d'infanzia!"
A quell'accento, a quelle parole tanto amorosamente fraterne, Maria si sent salire alla gola il groppo che l'opprimeva, e fu l per dare in uno schianto.
Ma in quella entrava il signor Fausto con gli altri, ed essa soffoc il singhiozzo con una risatina sforzata e nervosa, e rispose al cugino: "Oh che ti vai immaginando, Vittorio?... Io non nascondo nulla, proprio nulla!" - E intanto gli stringeva il braccio per invitarlo a muoversi, che stava l come un palo; e si diede a parlare presto presto, accompagnando le parole con piccoli gesti bruschi. Disse ch'era stata in chiesa ed aveva pregato; erano vari giorni che non le riusciva di pregare a modo. - Oh il conforto che Dio sa mettere nel cuore di chi ha fede in lui!...
"Conforto? - fece Vittorio. - Ma dunque?..."
Maria arross ma non gli lasci compire la frase e continu a dire. Egli pure doveva aver fede in Dio e, non fare pi come prima, che la canzonava perch le piaceva d'andare in chiesa, e se aveva un fiore lo metteva dinanzi alla statuetta bianca della sua Madonnina. Oh egli le aveva da promettere che non avrebbe mai pi discorso con leggerezza delle cose di religione!
Ell'aveva un certo modo di parlare quel giorno ch'era impossibile contraddirla. E Vittorio, che di fatti si piaceva qualche volta di scherzare su certe idee pietose della cugina, forse anche per il solo gusto di sentirsi rimbeccare, allora abbass il capo promettendo ci ch'ella desiderava, con la condiscendenza d'una persona grande, che non vuol affliggere un piccino.
La compagnia s'era fermata dinanzi ad un quadro storico, un quadrone, che occupava una mezza parete.
"Maria! - disse Isa. - Vieni a vedere con noi!"
"Vieni!" - ripet la mamma.
Ed ella and, ma di mala voglia, lasciandosi quasi strascinare da Vittorio.
Il signor Fausto le fece inchino cerimonioso, al quale ella rispose con un leggiero abbassare della bella testina, lasciando ad un tratto il braccio di Vittorio, che la guardava come a volerle leggere in fondo al cuore. Lasci il braccio di Vittorio e si appoggi a quello di Isa stringendosele vicino, come una bimba che ha paura.
E il signor Fausto, con quella sua parlata simpatica, aveva ripreso a spiegare, a rilevare le bellezze, a notare i difetti; e tutti pendevano dal suo labbro trovando bello ci ch'egli giudicava tale. Nella sala di scoltura la compagnia si sparpagli chi qua e chi l dinanzi a statue, a gruppetti; ed era un cinguettio, un osservare e far osservare, un ammirare, un criticare.
"Isa! oh Isa!... vieni a spiegarci, non ci si capisce una buccicata!" - salt su a dire una signorina davanti ad una statua mitologica.
Il signor Fausto fu prestamente presso le due sorelle e disse a Maria:"Se vuole il mio braccio intanto che Isa va ad illuminare con la sua scienza quella signorina?"
Isa si stacc dalla sorella con un sorriso e Maria rest sola co 'l signor Fausto. S'era fatta rossa di fuoco, poi sbiancata, poi di nuovo accesa: le batteva il cuore in petto fino a mozzarle il respiro. Ma ebbe la forza di guardare in faccia il compagno e di fissarlo co' suoi occhioni lagrimosi. Mille domande le vennero su le labbra, mille cose curiose!... Ma non poteva parlare perch il pianto le affogava la voce in gola.
"Non mi dice nulla?" - le chiese quasi bruscamente il signor Fausto guardandola un po' accigliato.
Oh perch quel tono di rimprovero con lei?... Le lagrime l per cadere vennero subito ingoiate e nel cuore della fanciulla si svegli un risentimento, che spense la commozione.
"Che cosa vuole che le dica? - rispose sorridendo. - Che mi piace quel putto l, che fa cilecca? - E l'additava. - E pi ancora quella sciocchina, che si pavoneggia de' suoi vezzi e ha da rappresentare la vanit?... L'arte io la capisco poco sa! sono un'ignorante io, oh molto, molto ignorante!" - E si di a ridere a piccoli scoppietti secchi, buttando indietro la testa, finch il riso le fu mozzato in bocca da un forte impeto di tosse.
"S'io osassi darle un avvertimento - disse il signor Fausto - la consiglierei d'aversi cura, perch mi pare ch'ella stia davvero poco bene!"
S'egli osasse darle un avvertimento?... Ah c'era dunque bisogno di osare per mostrarle un po' d'interesse!... Maria si sent presa da una certa amarezza e, con le gote ancora accese per lo sforzo del tossire, e gli occhi gonfi, disse sorridendo: "Oh non si dia la briga di consigliarmi niente del tutto, perch tanto io sto bene, anzi benissimo!"
Stette zitta un momento, poi soggiunse un po' forte per voler essere sentita: "La prova che questa mia tosse  cosa da nulla,  che Isa non ci bada; la sera del ballo, che io stavo maluccio davvero, ella si cur subito di me e con molta tenerezza. Alle volte  proprio da augurarsi d'essere malati per destare un poco d'affetto!..." - Questa esclamazione la fece abbassando la voce, quasi fra di s.
"Ell' un pochino acre oggi! - osserv il signor Fausto, stupito dall'affettata allegria e dall'irritazione della fanciulla. - Che s' forse bisticciata con suo cugino?... il signor Vittorio?..."
A questa domanda, fatta con accento di sarcasmo, Maria guard il signor Fausto e gli vide negli occhi un guizzo strano, quasi cattivo. Senza saperne il perch si risent ferita in mezzo al cuore, si fece sbiancata fino alle labbra e rispose stillando le parole: "Nossignore!... Non mi sono bisticciata con mio cugino!... Egli mi vuol bene; capisce quando soffro e non mi punzecchia per affliggermi!"
Le si erano velati gli occhi, le tremava la voce, non affettava pi l'allegria.
Isa, in mezzo ad un gruppo di signorine, che volevano sapere e la tempestavano di domande, pure rispondendo a tono, non lasciava degli occhi la sorella, ed ora aggrondava le ciglia, ora si mordeva le labbra a seconda de' sentimenti che le si andavano svegliando dentro.
La mamma, stracca sfiaccolata, era rimasta a sedere nella sala prima, insieme con un'altra signora. Vittorio girellava qua e l a guardare per proprio conto.
"Mi hanno scritto gli zii!" - usc a dire dopo un poco di silenzio Maria, tanto da riappiccare il discorso, che pareva morto, ed erano impacciati tutt'e due.
"E... stanno bene?" - chiese il signor Fausto.
"Stanno benissimo, grazie al cielo! e mi vorrebbero con loro!"
"E perch non ci va?" - chiese vivamente il signor Fausto.
Perch non ci andava!... Giusto la, domanda, che da un poco ella si faceva. Che lo sapeva forse lei il perch non le riusciva di decidersi a farsi condurre da' suoi cari zii?...
"Ora il paese ha da essere bello! - disse rispondendo al suo pensiero e non all'interrogazione del signor Fausto. - Figurarsi il torrente gonfio e spumeggiante per il disgelo, la faggeta, che comincia a rivivere... il bosco... il giardinetto degli zii!..."
"E perch dunque non ci va al paese?" - chiese ancora con impazienza e bruscamente il signor Fausto.
Isa vide la faccia del Conte aggrondata e lo chiam; venisse a vedere un bozzetto ch'era una grazia.
Alla chiamata di Isa, accorse subito anche Vittorio: "Veh! un idillio!" - disse volgendosi a Maria.
Il bozzetto rappresentava una prateria con uno sfondo di alberelle e il cielo rosso del tramonto; un fanciullo ed una fanciullina, scarmigliati, sorridenti, accoccolati su l'erba l'una presso l'altro, componevano in mazzetti fiorellini campestri.
"Proprio come succedeva di noi quando s'era piccini, le poche volte che ci portavano fuori a respirare l'aria de' campi!... Te ne ricordi, Maria?" - soggiunse Vittorio.
Ma perch mai Maria faceva mostra di non ricordare ed abbassava invece gli occhi quasi in aria di confusione?
Il signor Fausto la guard un momento alla sfuggita, disse che era aspettato altrove, e inchinandosi alla compagnia se n'and.
"Che maniere! - fece Olga. - Dopo che ci ha invitati lui a venir qui!"
"Eh va pur l, che ce la godremo anche senza di lui, il signor Conte!" - soggiunse un'altra signorina, la leggiadra bruna, ch'egli aveva trascurato affatto dopo la festa di ballo.
"Ti senti male, Maria?" - chiese Vittorio alla cuginetta vedendola pallida pallida.
"No! - fece essa appoggiandosi al di lui braccio. - No, grazie, Vittorio!... Tu sei buono con me, sei forse l'unica persona che mi dimostri un poco di tenerezza, una tenerezza da fratello!"
A sentirsi dire certe cose che gli toccavano il cuore, Vittorio era cos fatto, che restava l come ingrullito, senza rispondere sillaba. E cos avvenne allora; fece l'atto d'ingoiare un boccone, che stentasse ad andar gi, poi trinci l'aria due volte co 'l pugno chiuso verso la porta, come se minacciasse qualch'uno.
"Eh?" - fece Maria fra la sorpresa e lo sgomento. Poi, subito, come se le premesse di distrarre il cugino d'un pensiero, gli propose con l'accento d'una bimba che vuol fare una biricchinata, di accompagnarla a casa.
"Noi due soli?" - chiese Vittorio.
"S! noi due!... si d una capatina ai giardini pubblici a sminuzzare un biscotto agli anatrini, si attraversa la galleria e si arriva a casa che gli altri sono ancora qui in contemplazione. Io l'arte la capisco poco o nulla, io, e ormai di quadri e statue ce n'ho fin sopra gli occhi. Che si va dunque?"
"Bisogner prima domandare il permesso ad Isa!... Capisci bene!... fuori soli, noi due!..."
"O che male c', santo Iddio?" - rispose Maria quasi impazientita; e facendosi dinanzi alla sorella le disse risoluta: "Isa! io vado a casa con Vittorio."
Isa sgran gli occhi tutta sorpresa. Era quella la Maria, timida, sottomessa, che ora diceva quasi imperiosamente di voler fare una cosa affatto sconveniente?.. Uscir fuori con un giovanotto, magari a braccetto?... E la sorpresa la teneva silenziosa.
"Vado?" - ripet Maria, non curandosi degli occhi incuriositi, che la guardavano.
"Ma... mi pare!..." - balbett Isa.
"Che si va a chiedere il permesso alla mamma?" - disse ad un tratto la fanciulla avviandosi co 'l cugino nella sala attigua.
Isa non seppe dire un'ette, n fare un passo. Cercare il permesso alla mamma era quanto ribellarsi affatto alla sua autorit, era quanto dire, ch'ella ormai non contava pi nulla per la sorella, che pure aveva allevata ed istruita. Sent al cuore una stretta cos forte che impallid; ma si rimise tosto, e disse alle signorine ed alle sorelle che la guardavano. con sorpresa, non iscompagnata da qualche sorrisetto maligno: "Non c' nulla di male infatti! sono come fratello e sorella!"
La mamma non s'era fatta pregare a concedere il permesso chiesto a bruciapelo, quasi per mera formalit; e l'aveva dato con un cenno del capo ed un sorriso, non interrompendo neppure la conversazione avviata con l'amica.
Una volta fuori, all'aria aperta, con quello splendido sole, Maria trasse un sospirone di sollievo e prese a camminare lesta verso i giardini, ciangottando volubilmente di tutto e di tutti come se volesse stordirsi. La gente si voltava a guardarla quella bellissima fanciulla dai capelli d'oro e gli occhi brillanti, che tirava via spigliata e chiacchierina e pareva l'immagine della felicit. Vittorio notava le occhiate dei passeggeri e s'impettiva, fiero di farsi vedere attorno con la leggiadra cuginetta.
Per i viali de' giardini erano frotte di fanciulletti con la cartella ad armacollo o il pacco de' libri sotto il braccio; e l'aria echeggiava del loro parlare ad alta voce, di allegri scoppi di risa.
"Tornano dalla scola!" - osserv Maria.
"E prima di tornare a casa fanno una corsa al sole - soggiunse Vittorio. - Faceva cos anch'io quand'era in ginnasio e viveva ancora la povera mamma."
Della sua mamma morta da undici anni, Vittorio parlava di rado e non mai senza una certa commozione.
S'erano appoggiati alla spranga, che cinge intorno il gabbione degli uccelli; ma invece di guardare le vispe bestiole, pensavano.
...
Fu quella una notte angosciosa. Ansimante, con gli occhi che le sfrizzavano, un bruciore molesto per tutta la persona, la bocca riarsa, alle tempia fitte dolorose, e una tossettina secca e continua, la povera fanciulla dur un pezzo a lamentarsi agitandosi nel suo lettuccio e bevucchiando.
Con in cuore un grande sgomento e insieme una tenerezza dolorosa, Isa badava a farle posche su la fronte, a coprirla quando si scopriva, ad accarezzarla, a dirle mille cose affettuose e inconcludenti come le mamme usano di fare con i bimbi malati.
E Maria lasciava che la sorella facesse e dicesse, quasi insensibile a quelle prove di tenerezza, come se manco le avvertisse.
Ci fu un momento in cui la tosse cess, cess il lamento.
Stracca spossata, Maria chiuse gli occhi e dormicchi un poco, a grande sollievo della sorella, che la stava a guardare trattenendo il respiro da tanto che temeva di destarla.
Ad un tratto si svegli di sobbalzo; si tir a sedere su 'l letto, e fissando gli occhioni smarriti in faccia ad Isa, le chiese con ansia:
"Che sono malata di molto?..."
Ma prese a tossire con tale impeto che ne rimase abbattuta, co 'l petto indolenzito. Abbandon di nuovo la testa su 'l guanciale e se ne stette inerte, rifiatando a stento e guardandosi attorno con occhi paurosi. Poi prese a dire piano, con accento pieno d'angoscia: "Isa!... Che si muore dalla tosse?... E' vero che io assomiglio alla povera zia, la mamma di Vittorio?... Olga m'ha detto ch'ella aveva i capelli come i miei, che tossiva sempre, che  morta d'un male lento, lento!... Isa! curami!... fammi guarire!.. Oh fammi guarire, dunque!"
E si diede a singhiozzare stringendosi le mani su 'l petto.
Isa si sentiva levare il pianto dal cuore e cercava ogni maniera per calmare la poveretta, sforzandosi di scherzare su quella sua apprensione, persuadendola con dolci parole, infine dandole su la voce.
Quando Dio volle si chet e cadde in un sopore affannoso.
Con i capelli d'oro sparsi sopra il guanciale, le braccia nude stese lungo i fianchi, le labbra socchiuse, le palpebre calate, pareva morta.
Isa si sent correre il freddo per le vene, e fu subitamente presa da tale sgomento, che dovette toccare le mani scottanti della malata e accostarle l'orecchio alla bocca per sentirne il respiro e persuadersi che era viva.
Il silenzio della notte, rotto dal tic tic dell'orologio e da un crepitio e scoppiettio di tarli, aveva del funesto; il lumicino posato in terra, in un angolo, diffondeva per la cameretta una luce scarsa e triste, che batteva tremolante su 'l crocifisso d'avorio appeso alla parete, ad illividirne la faccia alterata dallo spasimo.
"Signore Iddio! - mormor Isa, guardandolo con un fremito - Fate che questo tormento passi!... Che guarisca!... Che si scuota, che parli... Non la posso pi vedere cos!"
E inchinatasi sopra la malata, la chiam a nome una, due, quattro volte.
Ella sgran gli occhi e li fiss dinanzi a s, senza sguardo; poi punt i gomiti su 'l guanciale, alz il capo e prese a cianciugliare un arruffio di cose, fra le quali spiccavano nette queste parole:
"Nessuno mi vuol bene!... Nessuno!.. Nessuno!"
E delirando ritornava co 'l pensiero al tempo passato. Con voce lagnosa, da bimba contrariata, diceva, come in uno sfogo, della sua vita monotona e solitaria; delle lunghe ore obbligata al pianoforte a far scale, a sonnicchiare; ella l'abborriva quella musica uggiosa, che le si cacciava rabbiosamente nel cervello. "Ma... Isa vuol cos!" - concludeva con un sospirone, tirandosi sotto le coltri. E dopo un istante di silenzio, tornava da capo; e che era triste quella sua camera senza sole n veduta; che ne aveva assai di vivere in disparte dalla famiglia come una fanciulla cattiva, sempre in penitenza!... Voleva andare in campagna da' suoi zii, lei!... che quelli le volevano bene, e l poteva passeggiare, correre, sbizzarrirsi. O perch non la lasciavano andare?... E tornava a sospirare dicendo: "E' Isa che non lo vuole!"
La povera Isa, ritta presso la malata, sentiva cadersele su 'l cuore quelle parole, come altrettante gocce gelate.
Ci fu un momento, in cui, soprafatta, disse forte: "Basta! basta, Maria!... Io faceva in fin di bene!"
Ma Maria non la poteva ascoltare n capire.
"Dunque - pensava Isa - dunque con tutto il mio zelo, non sono riuscita che a farla infelice questa fanciulla!... La credeva raccolta, timida, silenziosa, e non era che oppressa!... Oh benedetto il babbo, che l'ha capita lui, la sua figliuola e l'ha liberata dalla mia pesante autorit!... Pover' a me, che non ho saputo guadagnarmi la confidenza di mia sorella e le ho seminato in cuore di mia mano una specie di avversione contro me stessa."
Frugata nell'intimo del cuore da rincrescimento, quasi da rimorso, ella si sarebbe buttata alle ginocchia di Maria per chiederle perdono, per implorarne compatimento, e confidenza, oh un'illimitata confidenza!... Ma tornasse in s; la smettesse di parlare a quel modo; sopra tutto non la guardasse pi con quegli occhioni sbarrati e senza sguardo!
"Maria!... Maria!... Bambina!..." badava a dirle bagnandole la fronte scottante con acqua e aceto.
Dopo il delirio penoso, la fanciulla ricadde assopita.
Allora Isa usc pian piano a chiamare il babbo, che venisse subito; lei era su le spine.
A vedere la sua figliola prediletta, la sua bella figliola cos abbandonata, ansimante, con quel febbricone che la toglieva di sentimento, il pover omo sent serrarsegli il cuore e se ne stette a guardarla intontito.
"Maria  ammalata gravemente! - susurr poi ad Isa. - Bisogna sentire il medico subito, subito!..."
In quella Maria si dest in sussulto; si freg gli occhi, vide il padre e gli butt le braccia al collo, dicendogli con ansia: "Babbo!... Curami!... Fammi guarire!... Io voglio guarire!"
E prese a singhiozzare ed a tossire insieme.
Era una pena che non ci si reggeva.
Il babbo, commosso, non sapeva spiccicare sillaba; e badava ad accarezzare la testa della fanciulla, baciandole i capelli, mentre le lagrime gli cadevano a ciocche su la barba brizzolata e si sforzava di trattenere i singulti.
"S'ella ti vede cos guai!" gli disse all'orecchio Isa, inquietissima.
Allora il pover omo ingoi le lagrime, si morse le labbra per ricacciarsi dentro l'emozione e cerc di persuadere la figliuola, che stesse tranquilla; non si trattava che d'un po' di febbre, che diamine!... Un'infreddatura calata al petto!.. Nient'altro che quello!... Si sarebbe sentito il medico. Egli andava subito, subito a chiamarlo. E si avviava per uscire.
Come fu su l'uscio, Maria gli chiese:
"Tornerai presto?"
"Subito!"
"E dopo starai qui, con me?
"S!... sempre!"
"Desidera il babbo! - sospir Isa. - Di me non ne vuole forse manco sapere!" E si sent accasciata, come sotto di un peso superiore alle sue forze.
Quella fanciulla, alla quale ell'aveva creduto di far da madre, non sentiva per lei che soggezione e rispetto; sentimenti freddi, spesso incresciosi, che tengono a distanza. Ell'aveva dunque scambiato la rettitudine con la rigidezza; volle essere autorevole e fu austera!... Ed ora ne coglieva i frutti; quella povera fanciulla la credeva inflessibile, forse la temeva.
...
S'andava facendo giorno; una luce smorta entrava per la finestra; le rondini di sotto la tettoia, cominciavano il loro cicaleggio dolce, espressivo ed armonioso.
Si sentivano sbacchiare porte e finestre; dalla strada veniva il grido strascicato de' rivenditori mattinieri.
Venne il medico; poi torn la sera, e il d dopo e l'altro ancora; un seguito di giornate angosciose.
In casa era un parlarsi sottovoce, un camminare su la punta dei piedi, un interrogarsi l'un l'altro con dolorosa inquietudine.
La mamma scossa da quel dolore vero, dimenticava i suoi malanni per darsi attorno, rendersi utile, se non altro passare le ore e le ore seduta al letto della figliola.
Clotilde aveva lasciato da banda le cianciafruscole e si mostrava sopra pensiero e melanconica.
Olga dava del grullo a Vittorio, a vederlo tanto seriamente preoccupato, e si sforzava di sorridere quando egli diceva che il medico non ci capiva una buccicata; quella non essere una malattia delle solite, che si guariscono co 'l chinino ed il Bordeaux!... sotto, c'era qualche cosa l... lui sapeva!
Olga gli dava su la voce e lo derideva; ma dentro sentiva un rodimento strano; come di chi  in colpa.
In camera della malata, non entravano, che la mamma, il babbo, Isa e Gegia.
La povera Isa faceva pena a vederla. Smagrita, con le occhiaie livide, la faccia smorta, un grande abbandono della persona, prima sempre impettita. Era lei, che faceva sempre nottata presso la sorella.
Gegia ebbe a dire che in tutti quei giorni non s'era mai coricata un momento.
Il babbo, ogni volta che il medico partiva, l'accompagnava fino su 'l pianerottolo della scala, e parlavano sotto voce. Poi rientrava angosciato, scrollando la testa, insaccandola nelle spalle senza dir nulla se qualcuno di casa gli chiedeva che ne pensasse il dottore.
Vittorio veniva ogni sera a passare qualche ora con Olga e Clotilde. Egli insisteva per vedere la cuginetta, che forse l'avrebbe divertita un poco, lui, con le sue chiacchiere. Avrebbe parlato sotto voce, come un soffio; non l'avrebbe stancata di sicuro. Ci aveva tante cose da dirle!... Che era di leva; che di quei giorni avrebbe tirato su il numero; e se ne estraeva uno basso, la visita, e poi via!... Via, magari lontano!... Il soldato egli lo faceva volontieri. Ma avrebbe prima voluto vedere Maria!... Oh bisognava che la vedesse!
Disse allo zio il suo desiderio. Manco per sogno!... Il medico aveva caldamente raccomandato che la fanciulla non parlasse n fosse disturbata da molesto chiacchierio!...
Ne parl con la zia, che poveretta, si tur le orecchie come se sentisse una bestemmia. Infine fece la posta ad Isa, e tanto insistette e preg che ottenne, ch'ella avrebbe domandato a Maria stessa, se voleva vedere il cugino.
Oh sicuro che lo voleva vedere! E subito, subito!... Aveva risposto la malata con certa anima.
E Vittorio fu fatto passare nella cameretta dalle persiane calate, quasi scura, silenziosa, triste; fu fatto passare; ma... camminasse piano, e dicesse appena il necessario, a bassa voce!
Il povero giovanotto rimase male a vedere la bellissima cuginetta, sbiancata come una morta, con gli occhioni che figuravano pi grandi e mesti, con la faccia emaciata, le mani affusolate, candide quanto la rimboccatura del lenzuolo, la testa sostenuta da un mucchio di guanciali, come una vecchia!...
All'apparire del cugino tent di alzare il capo e quello sforzo la fece tossire affannosamente.
Egli le si accost pian piano, rattenendo il respiro, con dentro il cuore, che gli batteva fitto.
"Guarisco, sai! - gli susurr la poveretta con un debole sorriso. E soggiunse: - Sto gi meglio!"
Poi gli fece segno che le accostasse l'orecchio alla bocca e gli disse arrossendo: "Il signor Fausto non lo sa che sono malata?... Non  mai venuto in questo frattempo?..."
Vittorio ebbe una gran voglia di stiantarle una frottola pietosa; dirle che era venuto, che era addolorato, e altro ancora. Ma non gli bast l'animo d'ingannarla la sua povera cuginetta e le rispose pianissimo: "Non lo deve sapere perch non s' pi visto!"
Ella sospir e le spunt negli occhi un lagrimone, che fece impaurire Vittorio. O se gli zii ed Isa vedessero ora?... Ne darebbero la colpa a lui!
Per distrarla da quella commozione, le raccont, che in uno di quei giorni avrebbe tirato su il numero; che se gli toccava un numero basso, bisognava che facesse il soldato... che...
Ma la fanciulla non l'intendeva; assorta in un solo pensiero, non aveva mente che per esso.
Isa tocc una spalla del giovane per fargli capire che bastava; se ne andasse, ed egli fece per staccarsi dal letto.
Maria allora gli lev gli occhi in faccia e gli disse, cos sottovoce che Vittorio stentava a capire: "Mi hai da fare un piacere!... Vai nella Chiesuola fuori porta, quella Chiesuola che sai; e metti dinanzi alla statua della Madonna un mazzo di fiori!... Ho bisogno di ottenere una grazia." E arross di nuovo.
Il giovanotto promise e fece per avviarsi.
"Torna!" lo supplic la fanciulla stendendogli la mano.
Oh l'impressione di quella manina magra e scottante!
Rientrando in salotto delle cugine, Vittorio si butt a sedere su una seggiola e si prese la testa fra le mani esclamando: "Oh povera Maria!... oh povera la mia cuginetta bella!"
"Che t'ha fatto senso?" gli chiese Clotilde.
"Che t'ha parlato?" disse Olga alla sua volta.
"M'ha fatto senso, s; un senso penoso che m'ha stretto il cuore come in una morsa. M'ha parlato; o per meglio dire, mi ha soffiato nelle orecchie delle parole."
"E che t'ha detto?"
"Mi ha confermato nella mia idea; che pi della tosse Maria  malata qui!" E si tocc il petto dalla parte del cuore.
Olga si fece pallida e disse con voce strozzata: "Spiegati!"
Clotilde lo fiss in volto con seria apprensione, chiedendogli:
"Una simpatia?... Forse per te?.."
"Quanto sei buffa!... Una simpatia per me che sono come un fratello!" le rispose Vittorio facendo spallucce. Poi alzandosi e incamminandosi per uscire, continu: "Se qui tutti sono ciechi, io gli occhi ce li ho aperti, grazie a Dio!... e non sar detto che la mia bella cugina se ne stia triste e malata per.... per..."
Ed usc senza dire il resto.
...
Ogni volta che Maria chiedeva al medico quando mai avrebbe potuto uscire di camera, ove gi stava alzata per qualche ora al giorno, egli rispondeva ch'era troppo presto, pazientasse ancora un poco, almeno fino al giorno del suo anniversario.
Ora quel benedetto giorno era arrivato, e la povera fanciulla impaziente di lasciarla quella triste cameretta, s'era svegliata all'alba e durava a rivoltarsi fra le coltri, finch Isa, che le dormiva presso, si svegli in sussulto, chiedendole tutta agitata: "Che non stai bene?"
"Oh no! sto anzi benissimo - rispose Maria. - Ma  cos mattino ancora!... ed oggi  il mio anniversario e uscir di qu!... Vorrei che fosse gi tardi, vorrei!"
"Sono le cinque!" - disse Isa guardando la pendola, e si alz.
Mentre si andava vestendo, in silenzio, Maria la seguiva degli occhi. Come appariva sottile cos in gonnella!... Come le sue spalle sporgevano acute dalla leggiera camiciola!... Aveva il viso affilato e pallido pi dell'ordinario e ogni suo movimento tradiva una certa stanchezza, che Maria avvertiva allora per la prima volta. "Povera Isa! - pens, presa d'un subito da tenerezza e rimorso - Povera Isa!... Sono tre settimane che  qui rinchiusa con me; nottate ne deve aver fatte di molte, e angosciose. Mi ha curata con tanto amore, povera Isa!"
Si sent salire una vampata alla fronte al pensiero ch'ella non l'aveva ancora ringraziata la sua pietosa sorella, cos severa una volta ed ora tanto indulgente; ma che indulgente?... pronta ad ogni sacrificio per lei!... Ed ella l'aveva sempre trattata con freddezza, preferendo alla sua compagnia, quella del babbo, della mamma, perfino di Gegia!
Ebbe un momento di dispetto contro s stessa e si sent in cuore l'amarezza di chi si conosce in fallo.
Ritta dinanzi allo specchio, Isa intanto intrecciava lentamente i suoi bei capelli neri, lisci, lunghissimi.
"Isa!" - fece Maria con voce un po' tremula.
Quella lasci andare la treccia, che le cadde su una spalla; in due passi fu al letto, e, con espressione sgomenta: "Che hai?" - chiese chinandosele sopra.
Maria le cinse il collo con le braccia e le susurr all'orecchio: "Voglio chiederti scusa e ringraziarti!"
Il petto d'Isa si sollev, le usc dalle labbra un lungo sospiro, come lo sprigionarsi d'un'angoscia a lungo rinchiusa, e due grosse lagrime le velarono gli occhi grigi. S'inginocchi al letto della sorella, le prese le mani baciandole, disse stillando le parole: "Tu dunque mi perdoni, bambina?"
Perdonarle?... Maria era trasognata; oh! perdonarle che cosa?
"Sono stata severa, troppo severa con te; ma ho creduto di far bene, te lo giuro!" - balbett Isa.
"Isa, non parlare cos! - disse Maria intenerita e tutta rossa in volto - Non dire di queste cose, Isa!... Mi frughi dentro il cuore come un rincrescimento, un rimorso. Tu, che mi hai sempre fatto da mamma!... Oh!... Isa!... Posso essere stata leggiera e sciocca, da non conoscere sempre quanto ti doveva; ma ingrata non lo sono stata mai e non lo sono! no, che non lo sono!"
E cos dicendo si diede a piangere, che le lagrime le docciavano a ciocche.
Impaurita da quella commozione, Isa si alz tosto cercando ogni maniera di calmare la sorella, la quale fortunatamente si chet subito, e debole ancora com'era, si lasci andare a dormire fino a giorno fatto. Quando si svegli, ebbe a sgusciare gli occhi meravigliata, mentre si tir prontamente a sedere su 'l letto e sporse innanzi il capo per meglio vedere. Disposti ai piedi del lettuccio erano, una bella veste color turchino smorto, tutta ricami e trine, un astuccio aperto con dentro un braccialetto d'oro, un altro con una crocetta di filigrana; su 'l cassettone proprio di fronte a lei, un gran mazzo di fiori legato da un nastro bianco su cui spiccavano in rosso di fuoco le parole: "Alla mia cuginetta."
"Ah! Vittorio!" fece Maria, stendendo le mani verso i fiori con un sorriso di piacere. Poi allung il braccio e prese il biglietto appuntato al vestito: "Olga e Clotilde" era scritto su 'l biglietto; Isa le regalava la crocetta di filigrana, babbo e mamma le davano il braccialetto.
Maria si sent serrare la gola da un groppo, si strinse le braccia su 'l petto, e con gli occhi fissi sopra i doni, mormor: "Quale attenzione!... Ed io che non mi credeva amata!... Io, che mi sono crucciata tanto per l'indifferenza de' miei!.. Ecco; Olga m'ha ricamato il vestito; non pu essere stata che lei, cos brava com'; Clotilde ha dato il merletto per la guarnizione; oh io lo conosco questo merletto!... Ed ora lo regala a me. Chi avrebbe creduto che Olga e Clotilde mi volessero bene?... E quella povera Isa!... E babbo e mamma?"
Si asciug una lagrima e scroll il capo mormorando: "Sono stata cieca ed ingrata; lo voglio dire a tutti; sar questa la mia punizione; e una volta levatomi dal cuore questo peso, potr essere completamente felice. Oh s!... completamente felice!" - ripet con certa impazienza, perch s'era sentita dentro qualche cosa che le faceva martellare il cuore, lasciandola con un senso d'amarezza. Si pass una mano su la fronte, come per iscacciarsi dal capo un pensiero molesto e volle darsi tutta al piacere di quelle dimostrazioni d'affetto; si allacci al polso il braccialetto, impresse un bacio su la crocetta di filigrana, pos avidamente gli occhi su 'l mazzo di Vittorio, tutto camelie bianche e violette dal profumo delicato.
Un raggio di sole, passando fra le gelosie chiuse accosto, venne a cadere come sprillo di pioggia d'oro a' piedi del letto, a segnare una bella striscia sopra il vestito turchino.
"Buona Olga! - pens - ha proprio scelto una stoffa di quel colore, il mio colore prediletto!... Il colore che piaceva a lui... quello della mia toeletta da ballo. Oh quel ballo!"
Sent uno stringimento doloroso al ricordo di quella sera e serr le mani una nell'altra, con angoscia.
Fu in quel momento che entr Isa, e con essa il babbo, la mamma e le sorelle; tutta la famiglia.
...
- Oh grazie! grazie! - fece Maria allargando le braccia, come se avesse voluto abbracciare tutti in una volta. - Voi siete molto, molto buoni con me, ed io... io sono stata un'ingrata, assai ingrata!... Ho disconosciuto il vostro affetto, mi sono creduta per tanto tempo a voi indifferente, ho passato lunghe giornate ben tristi!..."
Le corsero le lagrime negli occhi alla memoria della tristezza passata.
"Ma ora - continu - ora so che mi volete bene, e sono contenta, sono felice! Voglio essere gaia e non desiderare altro che il vostro affetto, solo il vostro!"
Li volle baciar tutti, cominciando da Isa.
Intanto l'uscio si aperse pian piano e si ud una voce dire:
"O ed io?"
"Oh! Vittorio! - fece Maria - Vittorio vestito da soldato!"
Egli si fece innanzi, male infagottato nel largo cappotto e si arrest a' piedi del letto facendo il saluto militare con tanta seriet, che Maria diede in una risata squillante, una di quelle antiche risate che Vittorio conosceva. Fu baciato anche lui su tutte due le guance, con una tenerezza fraterna; fu squadrato dal berretto agli scarponi, criticato, messo in canzonella; e finirono tutt'e due per ridere di cuore.
Vittorio era soldato da una settimana; gi aveva provato la vita militare e ne poteva dire qualche cosa.
Oh ce n'aveva un sacco da raccontare!... Ma allora non c'era tempo; doveva tornar subito in caserma; sarebbe venuto pi tardi, per il desinare, poich gli zii l'avevano invitato e lui ci aveva il suo bravo permesso. Sarebbero stati allegri finalmente, con lei a tavola, al suo posto!
E il buon giovinotto schizzava dalla contentezza.
Quando Maria a braccetto d'Isa entr nel salottino de' pasti, ove dalla finestra aperta veniva a larghe ondate l'aria tiepida profumata dalla madreselva in fiore, e pot affacciarsi alla finestra e tuffare gli occhi nel verde del giardino sottostante, diede un sospirone e butt le braccia al collo della sorella dicendo sotto voce: "Oh Isa! Come  stato buono Iddio a farmi guarire!... Come sono contenta di vivere ora che tutti mi volete bene!... Ecco! io sono quasi felice!"
"O perch quasi e non del tutto, Maria?" le chiese Isa dolcemente, come a voler animare la sorella ad uno sfogo, ch'ella reputava necessario, o per lo meno assai giovevole al di lei cuore.
Maria arross abbassando gli occhi. Poi si diede a parlare con vivacit, quasi ansiosa di stordirsi per dimenticare una cura affannosa, e fare che la sorella pi non toccasse quel tasto.
Seduta nella poltroncina, con la testa appoggiata al dossale, le manine candide incrociate in grembo, avvolta nel vestito color cielo, con i lunghi capelli d'oro raccolti in una treccia lenta, la povera fanciulla appariva cos smorta e smagrita, che stringeva il cuore. Ella s'accorgeva di far senso a' suoi cari, e si sforzava di chiacchierare, d'interessarsi d'ogni cosa, di parere allegra, di dire e ripetere, che stava proprio bene, che presto si sarebbe ristabilita del tutto ed avrebbe potuto uscir di casa.
Erano tutti raccolti nel salottino e le facevano circolo intorno.
Olga ricamava in oro una galanteria di guancialino.
"E' per te!" - disse mostrandolo a Maria che volle vedere.
Oh la povera Olga era cos felice per la guarigione della sorella!
"Chi l'avrebbe detto? - pensava questa con tenera meraviglia - ella che non si  mai interessata per nulla di me!.. ella ch'io credeva tanto, tanto indifferente a mio riguardo!"
E concludeva, ricordando i sentimenti provati: "Ero un'ingrata!"
Ad un tratto si sent uno scampanello, poi dei passi strascicati in anticamera e un grosso vocione, che faceva rintronare la casa.
Maria scatt da sedere e con una dolce sorpresa in volto e negli atti, fece due passi verso l'uscio. Ma queste si aperse in quel punto e la buona vecchia zia di campagna corse dentro a stringersi fra le braccia la nipote, intanto che lo zio si avanzava zoppicando, raschiando e tossendo. Abbracciata la cara vecchia, Maria and a buttare le braccia al collo dello zio dando in uno schianto. La commozione era stata troppo forte!... Ma fu uno sfogo, che le lasci un bel sorriso su la faccia lacrimosa.
Isa, la quale aveva regolarmente informati gli zii della malattia della sorella, aveva loro scritto delle speranze del dottore, ch'ella potesse uscire di camera per quel giorno. Ed essi erano venuti a prender parte della festa, dopo tante agitazioni patite!... Oh non erano gi invalidi del tutto, e sebbene non si fossero mossi dal loro nido da pi di dodici anni, pure un viaggetto di due ore per venire a trovare la loro fanciulla, erano bene stati in grado di farlo, che diamine!
"E... e... a finire di rimettersi si viene via con noi!" - concluse lo zio, girando intorno gli occhi e fissandoli in faccia di ciascuno in aria di dire: "Dite un po' di no, se n'avete il cuore?"
Ma nessuno avrebbe osato dire di no, a vedere la subita gioia di Maria e a sentirla dire:
"S! s! zio!... Portami con te in campagna, in mezzo al verde!... L gi mi rinfrancher subito; scomparir questa debolezza, che mi pare d'esser fatta di cenci; torner forte; passer di lunghe ore nel bosco!... Oh! ci vo' passare i giorni interi sotto quelle belle piante!"
Arross lievemente e vag con lo sguardo nel vuoto, assorta in un ricordo, che le pareva lontano lontano!
La zia la guardava con espressione dolorosa. Ella trovava la povera fanciulla molto emaciata, e in que' suoi magnifici occhi turchini leggeva una tristezza profonda, che la frugava dentro il cuore. Isa le fece un ammicco per animarla a vincersi dalla commozione, che gi faceva tremare il mento dell'affettuosa vecchina.
Ci fu un momento imbarazzante per tutti.
Maria durava a guardar fuori della finestra come dimentica d'ogni cosa.
"E' stanca! - disse Isa sotto voce.
E presero a conversare piano fra di loro, gli zii con babbo, mamma e le nipoti.
Ad un tratto Maria usc a dire, posando una mano su la spalla della sorella maggiore: "Isa!... Tu verrai con me in campagna, non  vero?"
Negli occhi d'Isa pass un lampo di gioia, mentre rispose: "Con tutto il cuore, se gli zii lo permettono!"
Figurarsi se non lo permettevano!... Anzi sarebbe stato per essi un piacerone. Ne avevano appunto parlato fra di loro, lungo il viaggio. Dopo la malattia, Maria avrebbe avuto bisogno di assistenza; e chi mai meglio d'Isa, che l'aveva curata...
"Si parte presto?... Domani?" - chiese Maria.
"Oh non cos tosto, bambina mia!" - osserv il babbo.
"Bisogner prima sentire il medico!" - soggiunse la mamma.
"Che si dovr aspettare di molto?" - chiese ancora la fanciulla., con la voce di subito velata a quella contraddizione.
Ell'era tutt'ora cos debole che non sapeva vincersi in nulla, ed ogni minima contrariet le faceva spuntare le lagrime.
"Due o tre giorni al pi - disse prontamente Isa. - E intanto gli zii avranno tempo di riposare e babbo e mamma potranno godere un poco della loro compagnia."
Olga e Clotilde andarono con la mamma a preparare la camera per gli zii, babbo usc di casa, ed Isa disse di voler dare un'occhiata in cucina, che tutto fosse pronto per l'ora del desinare.
Rimasta sola con i vecchi, Maria chiese a bruciapelo: "O e del signor Fausto, che non si sa pi nulla?"
Aveva cercato di fare questa interrogazione con tutta naturalezza, ma non pot impedire che la voce le tremasse un poco e che le salisse alla fronte un'ondata calda.
Buono che i vecchi avevano udito e vista indeboliti dall'et e certe finezze non riuscivano a rilevarle. E risposero tosto, che da alcuni mesi non vedevano il conte; ma che di quei giorni, aveva loro scritto la contessa, la quale si diceva malazzata, la povera donna, e pi che malata, dolente per la decisione del nipote, ripreso l per l dalla mana dei viaggi, dopo ch'ella aveva sperato d'averselo vicino per sempre. Quella volta sarebbe andato in Africa; oh! un viaggio molto pericoloso!... se ne lagnava la vecchia contessa.
"E... ed  gi partito?" - fece Maria ad occhi sgranati, con un improvviso tremito per tutta la persona.
"No; - rispose lo zio - ma partir presto."
"O che non ci viene pi qui?" - salt su la zia un poco sorpresa.
"No; non ci viene da un pezzo. Non sa manco ch'io sono stata malata, in fin di vita. Il signor Fausto non si cura pi di me; pi! pi!" - E fin con un singhiozzo strano, che aveva del gemito, e diceva una serie di patimenti, a lungo celati.
I due vecchi si guardarono meravigliati. Cominciavano forse a capire?
"Ha cambiato l per l; una sera; la sera del ballo! - continu la fanciulla con voce lenta e monotona come un lagno. - Prima aveva dell'amicizia per me; un'amicizia dolce, affettuosa!... ed io era felice!... Poi si fece aspro, ironico; non si cur pi di me che per punzecchiarmi, per farmi soffrire. Ed ora se ne va... lontano, lontano... e non lo vedr pi!"
Lasci andare le braccia inerti lungo i fianchi e chin la testa su 'l petto.
"Maria!" - fecero i vecchi tutti e due insieme; ed in quel nome era tanta tenerezza, tanta piet, che la fanciulla si scosse, arrossendo fino ai capelli. Cap d'essersi tradita e volle rimediare alla sua imprudenza sforzandosi di ridere, parlando d'altro, cercando ogni maniera di far dimenticare agli zii la sua sfogata.
Quando rientr Isa, trov la sorella eccitata, rossa, che si smaniava, ciangottando con voce fatta rauca dalla stanchezza. Ed era cos spossata, che si abbandon al dossale della poltrona e se ne stette silenziosa fino all'ora del desinare.
Si rianim a vedere Vittorio; sorrise al racconto delle sue avventure militari, che gi ne aveva fatto raccolta in dieci giorni; e a ritrovarsi, dopo tanto tempo, fra i suoi, si fece quasi allegra.
Fin il desinare, non appena pot trovarsi sola co 'l cugino, gli disse sotto voce: "Sai?... il signor Fausto parte per un viaggio lungo e pericoloso!..."
"E' forse gi partito?" - fece Vittorio con uno scossone.
"No; ma se n'andr presto; e... e... non  manco venuto a salutarmi!" - mormor la povera fanciulla.
"Bisogner vedere se partir!" - fece Vittorio, in aria di mistero.
Il medico, che aveva promesso di venire a prendere il caff, entr in quel punto. Trov Maria affaticata e la preg che andasse a letto, se voleva acquistar forze per recarsi presto in campagna, come desideravano i suoi zii, e come egli stesso trovava opportuno.
...
Maria era da quindici giorni in campagna dagli zii, insieme con Isa.
Della malattia superata non le restava che una stanchezza invincibile ed un costante pallore.
Ma non si lagnava d'alcun male; anzi assicurava di sentirsi benissimo; badava a dirlo ed a ripeterlo perch gli zii e la sorella stessero tranquilli, e non si dessero nessun pensiero di quel suo languore, che sarebbe passato con la prima frescura d'autunno; oh s, che sarebbe passato!... Ed allora ell'avrebbe potuto fare di lunghe passeggiate fra i campi, scorrazzare nel bosco, andar a trovare i suoi amici; il curato, il maestro, la Tea!... Adesso si doveva accontentare d'una breve passeggiata dopo calato il sole, a bruzzolo, quando l'aria non era troppo afosa; una breve passeggiata a braccetto d'Isa, lungo il viottolo del prato vicino, dall'erba alta, che dava a mezza gamba. Non era manco riuscita a dare una capatina in chiesa, dove si struggeva d'andare a ringraziare Dio per la sua guarigione. Ella sentiva il bisogno di passare una mezz'ora in quella cara chiesuola dai muri bianchi, l'altare quasi spoglio, e la statua della Madonna nicchiata tra i fiori. Poi si sarebbe spinta fino alla faggeta, fino al casone della contessa!
Oh quella faggeta, che spiccava come una macchia nera in mezzo al verde de' campi!... Quel casone grigio, dai finestroni a sesto acuto e l'alta torre quadrata da un lato!... Era l dove sempre si fissavano gli occhi di Maria, nelle lunghe ore che se ne stava seduta in giardino, presso la vasca, dal fresco sprillo nel mezzo!... Era l ch'ella guardava ogni sera, dalla finestra della sua camera, prima di coricarsi!
Isa aveva ormai imparato a leggere nel cuore della sorella; la comprendeva e s'impensieriva.
S'impensieriva di quella preoccupazione, che invano la povera fanciulla cercava di nascondere, di mascherare con un chiacchierio vuoto, che la lasciava spossata ed inuggita; s'impensieriva di quel languore invincibile e dei subiti rossori che le avvampavano il volto ad ogni parola, ad ogni allusione a lui, a quella persona, che l in casa, come se si fossero dati l'intesa, nessuno nominava. Ella sorprendeva qualche volta gli zii guardare Maria con aria di tenera piet, e capiva che anch'essi, poveretti, erano tormentati da un cruccio, da un dubbio crudele. Poi, la notte, capitava spesso di sentire la sorella rivoltarsi inquieta per il letto. Una volta, che la luna batteva in pieno nella camera, la vide seduta colle mani giunte su 'l petto come se pregasse, e i grandi occhi sgusciati. Oh la povera Isa viveva in un cruccio continuo!
Quella notte s'era da poco addormentata, quando Maria la chiam: "Isa! Isa!... non senti?"
Era la civetta, che strideva da un pino il suo verso mal'augurato.
"Ebbene?" - fece Isa.
"Non lo senti l'augello del cattivo augurio?"
"Ebbene?" - ripet Isa.
"Ma predice sventura!... una sventura... per me!" - soggiunse la fanciulla con un brivido.
Isa fece il possibile per calmarla, volgendo in ridere quella superstizione strana, e ne disse tante, e fu cos persuasiva e carezzevole che in fine la poveretta prese sonno, lasciando nel cuore della sorella un angoscia di pi.
"Che pu mai essere la sventura che teme?" - andava chiedendosi.
E ricordava con uno stringimento, il subito pallore di Maria ed il suo sguardo smarrito a sentire qualche giorno innanzi le campane che suonavano a morto, diffondendo lugubri rintocchi per la campagna. E quella sera, che camminando per i viottoli in fra i prati, si erano improvvisamente trovate davanti al cancello del Camposanto?... Maria le si era serrata presso tutta sgomenta, dicendo, che voleva tornare a casa subito, subito!
A questi ricordi Isa si sentiva rimescolata da una piet dolorosa!
E intanto la civetta strideva, strideva tristamente; era un grido monotono, che si ripeteva a piccoli intervalli cacciandosi nel cervello d'Isa come un gemito sinistro in su le prime, poi come una parola crudele, lugubre!
Oh il retto, il forte giudizio della povera Isa, che subiva un puerile sconvolgimento, fino a sentire una funesta parola, nel grido dell'innocente civetta!
Si tur le orecchie per non udirlo pi quel grido, che le arrestava i battiti del cuore, e se ne stette a sedere su 'l letto, quasi all'erta contro un pericolo minacciato.
La luna era scomparsa; era buio folto; un buio squarciato ogni tanto da lampi lividi, cui presto successe un rombo sordo ed un gemere dei pioppi in riva al fiume.
"E' un temporale!" - pens Isa, contenta di quell'imperversare della natura, che le stornava la mente dall'angoscia della superstizione.
La pioggia cominci presto a picchiolare le sue prime goccie su l'erba del giardino sottostante; poi il rovescio scrosci, battendo rumoroso su gli stecconi della pergola, sopra i tetti, contro i vetri, e muggendo per l'aria come un genio infuriato.
Maria dormiva dalla parte che s'era abbandonata; dormiva tranquilla in mezzo a quel diavoleto; e ad ogni guizzo di lampo, che illuminava di luce fantastica la sua bella testa dalla chioma d'oro sparsa sopra il guanciale, Isa si stringeva le mani su 'l petto, esclamando: "Signore Iddio!... proteggetela voi!... Fate, fate che non sia vero!" - E finiva la preghiera con un singulto, lei, la forte Isa, ch'era sembrata sempre cos freddamente ragionevole.
Il tempo infuri fin verso il mattino; poi, ad un tratto, una buona ventata scop le nuvole dall'orizzonte, e l'alba apparve, rosea, tranquilla, come una bella indifferente.
Isa si alz, si vest in fretta, si avvolse nella sciarpa di seta nera, chiuse accosto le imposte perch la luce non disturbasse il sonno della sorella, ed usc fuori, avida d'aria e di distrazione dopo quella nottata tormentosa.
La tempesta della notte s'era lasciata dietro una sizza pungente; la terra era sparsa di fiori e frutti sbacchiati dall'impeto del vento; parecchi arbusti giacevano spezzati; altri miseramente arruffati e ricurvi; le fronde scosse dall'aria spruzzavano l'acqua d'intorno; la campagna aveva un aspetto desolato che si accordava con l'animo d'Isa.
Prese per il viottoletto della faggeta. Il casone del conte s'intravedeva fra i rami, gi in fondo, grandioso e scuro. Isa sospir guardando da quella parte e si sent dentro il cuore, un senso che aveva del rancore. Ma mormor tosto scrollando il capo: "Sono ingiusta!... Ci sono fiori delicati, che basta un alito di aria ad illanguidirli; che ci ha colpa l'aria?"
Al suolo giaceva supino uno sgriccioletto gentile, morto. Isa lo guard pensando: "Ecco una vittima della tempesta!... Povera bestiola! soccombette allo scroscio, mentre cento e cento suoi fratelli vi resistettero, da forti. Cos  nella vita dell'uomo; ce ne sono che chinano il capo abbattuti al primo addensarsi della tempesta; basta il guizzare d'un baleno, il mugghio del tuono, a colpirli!"
Si cacci nella faggeta dall'erba umida, i rami gocciolanti, l'aria fresca, piena di profumi acri. Camminava lesta, tutta raccolta nei pensieri, che le abbuiavano la mente. A un venti passi dalla casa del conte, si arrest in su i due piedi, alz le mani giunte al cielo ed esclam: "Signore Iddio!... fate che non sia vero!"
E le lagrime caddero a ciocche da quegli occhi grigi e duri, che si sarebbe detto non fossero stati mai inumiditi dal pianto.
Il sole sorse ad infrangere i suoi raggi nelle mille goccioline delle piante e dell'erba ed Isa si rivolse per tornare a casa. Ma si ferm meravigliata vedendo Maria, che le veniva incontro con passo lesto. Era sorridente, con un insolito rossore su le guancie; aveva indossato il vestito celeste ricamato da Olga, ed i capelli raccolti su la nuca con un semplice nastro, le piovevano dietro lungo il dorso.
"Veh! - disse ad Isa mostrandole un foglio, spiegazzato. - M'ha scritto Vittorio!"
E nella sua voce era una nota cos gaia, che Isa la guard, dolcemente sorpresa e incuriosita.
Vittorio non scriveva che poche righe:
"Cuginetta bella!
"Parto per la Sicilia con il mio reggimento e tu sai che ci vado volentieri. E' tanto che mi struggo dal desiderio di vedere il mio paese!... Ma prima di andarmene voglio darti una notizia, che forse ti far piacere: il conte Della Valle non  partito, e credo che non partir pi. Fai il viso rosso?... Addio, cuginetta bella, e... sii felice!
"VITTORIO"
Isa scorse il foglio, poi guard la sorella.
Questa le si era serrata presso, e ad occhi sgusciati, additava con la mano stesa, un signore ritto su la soglia della porta del palazzo.
"Guarda! guarda Isa!" - mormor tutta tremante, che quasi non si reggeva.
"Signor Conte!" - grid Isa spaventata sostenendo la sorella, che si abbandonava, tutta pallida, con le labbra smorte e gli occhi socchiusi.
Egli corse e fu appena in tempo di prendersi fra le sue braccia la fanciulla svenuta. Se la prese delicatamente in collo e seguto da Isa, entr in casa e adagi con cura paterna la povera Maria sopra il divano del primo salotto.
Poi mand tosto per il medico, fece venire una donna, strinse la mano ad Isa ed usc per non rintrare che con il dottore.
Maria giaceva ancora svenuta, con la testa abbandonata in grembo della sorella atterrita.
"Non  nulla! - disse il medico. - Un semplice svenimento. Era ancora troppo debole per venire fin qui; io le aveva proibito di fare lunghe passeggiate. Ma non  nulla!... Ecco, ritorna in s!"
Difatti la povera fanciulla si mosse, sospir, aperse gli occhi.
Il signor Fausto le si inginocchi presso, e prese fra le sue quelle manine bianche e diacce, vi impresse un bacio rispettoso.
"Isa! Isa! - balbett Maria alzando il capo e guardandosi attorno smarrita; - O dove sono?"
"In casa d'un amico! - le rispose sotto voce il signor Fausto. - In casa sua, signorina! - soggiunse pianissimo - s'ella mi fa l'onore di accordarmi la sua mano, come gi me l'accordarono ieri i suoi genitori."
Maria lo guardava fissamente senza capire; le si leggeva in fronte lo sforzo che faceva per raccogliere le idee e comprendere.
"Maria! - continu il signor Fausto con accento carezzevole - Maria! mia dolce, mia gentile fanciulla!... Vuoi tu essere la mia compagna?... la mia sposa?... D, vuoi tu?... Passerai la vita qui, in mezzo al verde, lontana dal tumulto della citt; farai del bene ai poveri; io non avr altra cura che di farti felice, altro affetto che te!... Non  vero, Maria, che acconsenti?"
Ella s'era messa a sedere su 'l divano e, con i gomiti puntati al dorsale e la testa innanzi ascoltava ad occhi sgranati.
"Non  vero, Maria, che acconsenti?" - ripet il signor Fausto.
Ebbe in risposta un lungo sospiro ed uno sguardo velato di pianto; ma in quello sguardo era una grande tenerezza, era la riconoscenza.
Il conte baci un'altra volta la mano affusolata che gli si abbandonava e prese a parlare con voce dolcissima, dimenticando Isa e il dottore, che s'erano tirati in disparte a discorrere fra di essi. Le chiese perdono per averla trattata bruscamente; oh bisognava perdonargli, perch allora egli soffriva, soffriva assai, e per causa sua, povera Maria!... Gli avevano insinuato ch'ella avesse della tenerezza per suo cugino, per Vittorio: quel buono, quell'onesto Vittorio!... Egli l'aveva creduto; figurarsi come si rodesse dentro!... Ma ora il dubbio era sparito per sempre. Vittorio stesso era stato da lui il giorno innanzi a dirgli che... che... Era dunque vero che la bella, la gentile Maria, nutrisse in cuore un sentimento per lui?... Proprio, proprio vero!
O non glielo diceva il soave rossore della fanciulla, la felicit che le irradiava il visuccio smagrito?...
"Maria! - disse in quella Isa avvicinandosi. - Bisogna tornare a casa, sai!... Gli zii possono essere inquieti!"
Maria si rizz subito.
Ci fu un momento di silenzio.
Cos ritta, in quell'abito dalla tinta smorta, a larghe pieghe strette alla vita da una semplice fusciacca di raso bianco, ella appariva cos alta, sottile e pallida, che il conte ebbe a trasalire ed a stendere le braccia quasi per sostenerla.
Quell'atto non isfugg alla fanciulla, che guard l'amico suo con occhi pieni di subito terrore, e buttando le braccia al collo della sorella mormor fra i singhiozzi: "Isa! Isa!... Io non voglio morire!"
Poi alz il capo e stendendo la mano al medico disse con ansia: "Non  vero, dottore, che sono proprio guarita?... che passer il languore?... che torner forte come prima e vivr tanti, tanti anni ancora?..."
E guard arrossendo il signor Fausto.
Il medico la tranquill, la persuase, rise di quella folle paura; tanto disse, che anche il signor Fausto si lasci persuadere.
Tornarono a casa nella carrozza del signor conte, che d'allora, pass i giorni presso Maria, circondandola d'ogni cura, distraendola, dedicandosi a lei totalmente. Tutti i giorni si facevano di lunghe scarrozzate, lui con le due sorelle; spesso scendevano all'ingresso del bosco, e l passavano ore filate, seduti su 'l musco, all'ombra delle piante che Maria amava.
E intanto lentamente, lentamente, tornavano le forze alla fanciulla; le guance le si andavano coprendo d'uno sfumato color di rosa, sparivano le occhiaie.
"Non c' pi nessun pericolo - diceva il medico al conte - ella si ricupera; ma sar sempre delicatissima; un fiore di serra, da tenersi con sommo riguardo!"
Oh il signor Fausto avrebbe consacrato tutta la vita per circondare d'ogni tenera e solerte cura la sua gentile Maria!
Le nozze si sarebbero celebrate in autunno, nella cappella del casone grigio.
La vecchia contessa torn al villaggio, ormai felice della sicurezza d'aversi sempre vicino il nipote, e con lui, quella bella e cara fanciulla, ch'ella aveva veduta bambina.
Gli zii tornarono a godere la compagnia della loro vecchia amica. Isa, quasi trasfigurata dal contento, dopo tante angosce, tanti crudeli timori, non cessava in cuor suo di ringraziare Iddio per la felicit della sorella.
Il giorno che Vittorio venne fregiato delle spalline di sergente, ricevette il ritratto ad olio d'una bellissima giovane signora dai capelli d'oro avvolta in ricca pelliccia, con un medaglione al collo.
Appese il ritratto nella sua camera, di fronte al letto. Lo guard a lungo con tenerezza; poi si tir su ritto, in posizione, e gli fece il saluto militare, dicendo ad alta voce: "Contessa Maria Della Valle!... il sergente Vittorio  felice della tua felicit!"
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FINE.
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MEMORIE D'UN MAESTRO.
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In pensione! sono in pensione dopo quarant'anni di scuola. Per quanto da qualche anno mi sentissi stanco, svogliato, quasi in collera con la professione che avevo sempre amata e mi dava il pane, spesso infastidito dal chiacchiericcio, dall'inquietudine de' piccoli scolari i quali fino allora avevo trattato con paterna pazienza, pure in questi primi giorni di libert assoluta, mi ritrovo come smarrito, mi sento sperso. Tant' vero che noi prendiamo un mestiere, ed il mestiere prende noi!...
Mi struggevo di poter dormire a mia voglia fino a mezza mattina, e mi ritrovo alzato prima ancora del solito; sbadiglio lungo il tempo che gi impiegavo nel correggere i compiti; a uscir fuori senza il solito pacco di libri e quaderni, mi pare una cosa strana, che tutti mi abbiano da guardare; e stamattina l'abitudine, mi port fino su la soglia del portone della scuola.
- Che ritorna, signor maestro? - mi salut con un sorrisetto malizioso il bidello.
Arrossii come un fanciullo preso in fallo. Dopo aver cantato su tutti i toni e con ognuno, che ne avevo assai della scuola e sospiravo il giorno della liberazione, essere sorpreso l a cacciar gli occhi nel vasto cortile, ad ascoltare quasi con invidia la voce degli altri maestri che spiegavano con i polmoni di chi deve farsi ascoltare da sessanta e pi irrequieti scolaretti!
Risposi al bidello con un leggero cenno del capo e l'aria di chi ci tiene a far intendere che non ha pi nulla a che vedere con uno, e me ne andai con le mani incrociate dietro il dorso e gli occhi ai tetti delle case.
- Non si deve gi credere ch'io desideri di tornare l dentro! - dissi a me stesso - ci fui per quarant'anni, per diana bacco, e non mi par vero di non pi essere in quelle pste!... Sono libero, finalmente, libero!...
Mi meravigliavo con una specie di stizza, di non sentirmi dentro grillire il cuore a quella conclusione. No; il cuore non dava nessun sussulto di gioia.
Girellando lungo quel vasto fabbricato che  la scuola comunale maschile, mi arrestai senza volerlo, sotto l'ampio finestrone dell'aula in cui per tanti anni m'ero sgolato ad insegnare. La giornata era tepida e i vetri aperti. Una voce forte e giovine diceva della fondazione di Roma, della morte di Romolo, del ratto delle Sabine; diceva chiaro; la parola correva semplice, l'insegnamento era alla portata dei piccoli ascoltatori. Ad un tratto la spiegazione cess; si passava all'interrogazione; fu nominato uno dei miei passati allievi, un bravo fanciullo. Mi sentii dare un tuffo nel sangue e stetti a sentire con ansia. Il fanciullo rispose a rovescio e si merit un rimprovero. Mi inquietai, mi prese la stizza; si rimproverava uno scolaro che era sempre stato de' primi sotto di me!... Egli aveva risposto male, s, lo riconoscevo; ma mi seccava, mi offendeva, il rimprovero del mio successore; un giovinotto nuovo alla scuola, senza esperienza, che poteva avere la testa rimpinza di roba, ma che non era in caso di comprendere i fanciulli!.. Scuotevo il capo, mi dimenavo, serravo i pugni, e dentro il cuore mi si andava ingrossando insieme con uno strano, fastidioso rincrescimento, una specie d'acredine molestissima.
- Ohe amico! - mi grid nell'anima quel bricciolo di sentimento di giustizia che quando occorre si pu chiamare coscienza. - Ohe amico! che storia  questa!... il giusto rammarico per la professione lasciata, cui devi riconoscenza per il pane e le compiacenze della tua vita, andrebbe mutando natura dentro di te?... All'erta, Gianni!... l'amor proprio offeso  fratello dell'invidia e tutti e due sono figlioli di livide passioni!... Gianni, all'erta!
Alla mia et, e specie quando si  vissuti con pochi affetti intorno, una vita solitaria e nella solitudine quasi sempre al tu per tu con la propria anima, uno si abitua a sentire ed ascoltare la voce della coscienza, e se qualche volta la ripicca, in preda a passioncelle, finisce poi sempre per seguirne i sani suggerimenti.
- All'erta, Gianni! - ripetei a me stesso; e guardato con un sospiro il finestrone della mia antica scuola, tirai via per alla volta del mio nido.
S, il mio nido!... Aveva sempre vagheggiato un par di stanzucce in una parte arieggiata della citt, ed aveva avuto la fortuna di scovar fuori un posticino che pareva fatto apposta per i miei gusti. A vedere l'immensa casa, fitta d'inquilini della quale io infilava il portone per andare al mio alloggio, nessuno si sarebbe figurato che il vecchio maestro Gianni, amante della quiete e della solitudine, avesse quivi potuto trovare l'angolo desiderato da tanto tempo. Io stesso, in su le prime, nell'attraversare il vastissimo cortile ingombro di carretti e barroccini, e casse, e cassoni e grandi fiaschi e vasi d'ogni maniera che ammorbavano l'aria di acuto odore di lucilina e acido fenico e peggio ancora, io stesso in su le prime, ebbi qualche volta a meravigliarmi, pensando al mio solitario alloggino. Ma dopo quella corte c' un porticato e quindi un cortiletto angusto, dall'aria e la luce che piovono stentate dall'alto; quivi si apre un usciolino; cio sono io che lo apro e subito mi rinchiudo dietro; mi ritrovo in un anditino oscuro in capo al quale per una porta minuscola entro in casa mia. Due stanze; una che d nell'altra, e tutte due con due larghe e alte finestre a vetri che rispondono sul giardino. Che vi stupite?... Il povero maestro Gianni, possessore d'un giardino!... Eppure  cos. Le due stanzette del mio alloggio, mettono in un piccolo tratto di terreno verde, con una magnifica magnolia nel mezzo, dinanzi un muricciuolo che la difende da un largo fossato, al di l del quale si stende la campagna; ai lati, due alte siepi di biancospino che segnano il confine fra il mio e il giardinetto di altri fortunati, che come me in una citt grande e affollata, possono a casa propria respirare aria libera e riposare l'anima sul verde. Le stanzette sono piccole ma contengono tutto il mio scarso mobilio comodamente; la prima  camera da letto e salottino insieme; la seconda  cucina e studiolo quando occorre; una vecchia vicina viene ogni mattino a dar sesto alla casa, per poche lire il mese; il mangiare me lo faccio da me; il giardino sono io che lo coltivo. Per un povero maestro non so che avrei potuto desiderare di meglio!... Il pane sicuro, una casetta con giardino!... Ah Gianni! ringrazia la Provvidenza e non mi fare il grullo con inutili rammarichi che potrebbero disturbare la tua quiete!... Non andr pi a girellare intorno alla scuola, lo prometto a me stesso; e se incontro il giovinotto che mi  succeduto, parola di Gianni, gli faccio un'accoglienza festosa e lo invito magari a venirmi a trovare in casa mia!
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Il dopo pranzo, fino a notte, me lo passo in giardino, ove a questi calori, si respira aria fresca e profumata. Di sotto la magnolia ho messo un tavolinuccio greggio e una seggiola di paglia e me ne sto leggiucchiando, e pi spesso ricordando e fantasticando. Nel mio giardinetto non vedo nessuno; ma non posso dire di essere solo; da una parte e dall'altra delle siepi che lo ricingono, si stendono altri ed altri orticelli o piccoli prati o aiuole secondo il gusto dei proprietari. E mi giungono all'orecchio a tutte l'ore, risa e strilli di bambini, chiacchiericci, cantilene e spesso il suono di un pianoforte scordato e rabbiosamente toccato. A sentirmi attorno della gente io mi distendo con soddisfazione su la mia seggiola e butto fuori il fumo della pipa con intimo piacere. Cos mi piace la vita!... ritrovarmi fra il mio simile, ma avere con esso pochi contatti; sentirmi solo in mezzo alla gente, ecco!... Alcuno mi pu credere egoista, ma si sbaglia; non sono altro che stanco e desidero il riposo dell'anima. La mia vita non fu punto felice e piena; tutt'altro!... Spesso, a sedere nel mio giardinetto, mi ritrovo a sgomitolare i miei ricordi che non sono sempre ridenti.
Mia madre, povera e cara donna, rimasta vedova giovanissima, con una tenue pensione governativa, che non poteva bastare a lei stessa, mi amava d'un affetto immenso, di quelli che fanno affrontare ostacoli e sostenere sacrifici, senza un momento di sconforto, senza un lagno. Non aveva nessun riguardo per s; dava lezioni di musica e correva da una casa all'altra, sfidando il sole cocente, la pioggia, il gelo. Io passavo alla scuola il tempo ch'essa impiegava a lavorare; compiuto il suo giro, veniva a prendermi e si ritornava insieme a casa, ov'ella apprestava il desinare. La sera, mentre agucchiava, badava a' miei cmpiti, mi faceva studiare le lezioni. Per questo, io era sempre de' primi alla scuola e i maestri mi volevano bene. A me non mancava nulla e vivevo felice, nella beata spensieratezza della mia et. Non mi era mai sembrato strano, che mia madre delicata com'era, potesse dare lezioni quasi il giorno intero, poi affannarsi in casa per i pasti o i vestiti, poi aiutar me a studiare, a fare i doveri. Mi pare di vedermela dinanzi cos piccoletta e delicata, bionda bionda, sempre vestita in nero con elegante semplicit, sempre in moto, occupata, stanca e pure sorridente.
Quanta energia, quanta abnegazione in quella gracile e soave creatura!... Il suo esempio, a me, fanciullo, si  scolpito dentro il cuore; il suo ricordo mi sostenne nelle lotte, mi incoragg nelle titubanze, mi insegn ad essere forte nei momenti difficili della vita. Tanto pu su l'animo dei figli la virt della madre!... Ma non sempre i figli capiscono ed ammirano. Nella mia lunga carriera di maestro, mi incontrai spesso in piccoli scioccherelli, che non si facevano scrupolo di rispondere in malo modo, di rimbeccare, di affliggere le loro mamme in ogni maniera!... Per farmi un giusto criterio del carattere de' miei scolari, io mi sono spesso trovato a studiare, come potevo e pi che potevo, la loro condotta verso la madre. "Dimmi come tratti tua madre e ti dir che sei!" - era un mio motto favorito.
E nella scelta dei temi per i componimenti e semprech mi si offriva l'occasione, faceva del mio meglio per educare nel cuore dei fanciulli l'affetto verso la madre; un affetto previdente, gentile, tale da servire di compenso, di incoraggiamento; da essere un raggio di luce consolatore e benefico; spesso anche da rappresentare la giustizia.
Era questo l'unico omaggio ch'io poteva rendere alla memoria di mia madre, morta quando io avevo sedici anni. Povera cara mamma!... Era di molto che soffriva; ma non diceva nulla per non spaurirmi; e sopportava eroicamente, in silenzio, chi sa quante molestie, quanti dolori!... A me non appariva che un poco smagrita e un poco stanca; ma non mi impensierivo punto. Seguit a correre per le sue lezioni fino all'ultimo, quando proprio non ne poteva pi. Poi, un triste mattino d'inverno non riusc ad alzarsi e in due giorni fu spacciata. Ah quelle ultime ore!... La santa donna era riuscita, Dio sa con quanti sacrifici, a mettere da parte un gruzzolo che mi potesse servire a seguire gli studi. "Per il mio Gianni, quando io non ci sar pi" stava scritto su l'involto che chiudeva i risparmi di quell'eroica donna!... E quei risparmi bastarono a farmi compiere gli studi, a mettermi in grado di bastare a me stesso. Che sia benedetta la memoria della nobile, previdente creatura!...
Quell'energia silenziosa, quei sacrifici compiuti con il sorriso su le labbra, le sofferenze per certo sopportate senza lamentele di sorta, mi cacciarono dentro l'animo un senso tale di ammirazione, che mi sarei bene guardato di cullarmi nella debolezza, e presi in antipatia i lagnosi, i piagnoloni, i pigri, tutti che mostrassero animo piccino, incline al compatimento di s stessi, all'egoismo.
Fatto maestro non potevo soffrire i fanciulli che per nulla si lamentavano e facevano greppo e lucciconi: - Ci vuole forza - andavo predicando - forza nel sopportare le piccole traversie; se no, le vostre mamme dovranno soffrire per voi e per esse, e le sorelle saranno migliori di voi.
Non ho mai incontrato una donna che avesse la virt della mia povera mamma; per questo vissi sempre solo. Quante volte nei momenti difficili della mia carriera, non sentii frugarmi dentro da prepotente smania di un disfogo in un'anima che sapesse comprendermi e incoraggirmi!... Mi fu forza quasi sempre ricacciarmi dentro la smania e restarmene con lo sconforto dei solitari.
Ebbi un amico, carissimo. Lo conobbi dopo la morte di mia madre; frequentava lui pure la scuola normale; era figliuolo d'un industriale; un bravo giovine, tutto cuore, ma dalla testa fantastica; un bel giorno mi prese in disparte di sotto i portici della scuola e mi disse a bruciapelo: - Sai?... tronco gli studi; vado in America! - Rimasi tanto stupito che egli ebbe a dare in una risata vedendomi colla bocca aperta e gli occhi sgusciati.
- Che sei matto? - gli chiesi.
No; faceva da senno, pur troppo!...
E se n'and. Di lui non seppi in seguito altro se non che non era punto felice. Povero Pippo!... Era un'anima onesta, ma di fantasia sbrigliata. Dove sar ora?...
Scrivo con i vetri aperti all'aria fresca della sera. Il rumore della citt giunge a me come un bruso lontano, lontano!... Dal giardinetto di destra una vocetta in quilio cantarella una canzone popolare;  una voce debole, che fa pensare ad una fanciulla gracile, malaticcia punto felice. Se fosse felice non canterebbe con quel tono monotono, che ha del lamentoso. Il giardinetto di sinistra, invece, deve appartenere a un uomo iracondo. Lo sento spesso schioccar moccoli tanto fatti, e brontolare parole in una lingua che mi pare inglese. Dev'essere un uomo atrabiliare. L'altro giorno, che io spinsi al di l della siepe alcuni rami di una pianta che toglievano il sole alle mie viole a ciocche, me li vidi ad un tratto ricacciati al posto sgarbatamente, con l'accompagnamento di queste parole: - A ognuno il suo!... e non si rubino i raggi di sole!
Risposi scusandomi seccamente.
Il d dopo mentre me ne stavo in panciolle a digerire il desinare, ecco mi casca a' piedi un torsolo di cavolo. Lo raccatto e lo lancio nel giardinetto di destra dicendo forte e spiccato: - A ognuno il suo, Signore!
Ebbi per tutta risposta una sfuriata in lingua inglese. Chi sar questo originale che non vuole gli si usurpi un palmo di luce, e quando gli garba lancia sopra il suolo altrui, torsoli di cavoli?
La mia piccola vicina continua a cantare alle stelle, e la sua vocina si va facendo sempre pi fioca. Sarei curioso di sapere chi sia questa poverina che pare passi le serate sola soletta come una solitaria!... una solitaria all'et di dieci o dodici anni, ch la voce  quella d'una fanciullina,  una cosa triste, penosa!... Perch sar sola quella piccina?...
...
Fu una giornata d'emozioni, questa mia d'oggi; una di quelle giornate in cui accadono cose strane, inaspettate; in cui pare che tu non possa muover passo senza inciampare, guardare in alto senza cozzare contro qualche cosa o qualch'uno.
Comincio a credere che il vivere ozieggiando non sia po' poi la pi invidiabile cosa. Uno se ne sta e se ne va intorno con la testa vuota, senza cure che lo tengano a segno; con l'animo troppo tranquillo e quindi disposto, dispostissimo ad essere occupato da piccinerie d'ogni maniera.
Ai giardini pubblici, ove girellavo con le mani dietro la schiena, mi abbattei in un signore con un fanciulletto a mano. Riconobbi in quest'ultimo un mio allievo dell'anno passato e mi sentii dare un tuffo nel sangue per la compiacenza. Gi sorridevo e mi facevo innanzi per mettermi in mostra ed essere riverito dal figlio e dal padre insieme. Ma quest'ultimo tir via impettito senza manco accorgersi di me, ed il piccino mi guard con sussiego come si guarda un servitore.
- Ah piccolo ingrato! - esclamai fra me e me ingollando amaro - Ah piccolo ingrato che fa mostra di non conoscere il suo vecchio maestro!...
I ricordi mi ingrossarono in cuore l'amarezza. La moglie di quel signore impettito, superbo, era andata parecchie volte alla scola, e l'aveva fatto chiamare, lui, il povero maestro, per parlargli del figliuoletto e raccomandarglielo; allora dinanzi a lui quella bella signora, riccamente vestita, profumata, si faceva umile, era d'una cortesia che neanche a pensarlo. E adesso quel monelluccio faceva mostra di non conoscerlo!... - Va l tu e la tua superbia! - finii per sospirare lanciandogli un'occhiata in tralice. Ma il piccolo altezzoso non ud il mio sospiro, n sent le mie parole. Mi ero gi allontanato, ed egli trotterellava via contento e forse soddisfatto d'aver mortificato il povero diavolo che per due anni di seguito s'era spolmonato a fargli entrare le regole di grammatica e quella benedetta aritmetica in cui non si raccapezzava. O non aveva le tante volte ripetuto spiegazioni e rifatti problemi solo per lui, per lui solo, quel grullino, quel cervelluccio che capiva cos bene la superbia e poco o punto la grammatica e l'aritmetica!...
Basta alle volte un piccolo che, per scombuiare, amareggiare, rattristare. Io non dovevo certo badare allo sgarbo del fanciullo, io che della esperienza avevo avuto campo di farne nella lunga mia vita e nella lunga mia carriera!... Ma quello sgarbo mi aveva trovato in un momento di ottimismo e mi fece male, come fanno male i dolori improvvisi e le delusioni. Tirai via con l'asprezza nell'animo e un sorriso sardonico su la bocca. Ah vai! lavora per anni ed anni, sgolati ad insegnare i primi elementi dello studio a de' marmocchi mocciosi, irrequieti; scozzonali con coscienza, con zelo per un meschino compenso, e... e... raccogli ingratitudine, sciocco che non sei altro!...
Camminavo a capo chino, assorto, con l'acredine dentro.
Ad un tratto mi sentii dire timidamente: - Signor maestro, buon giorno a lei!
Mi tirai su ritto, sorpreso. Ah! era un fanciulletto in blusa, quello che mi stava dinanzi con il cappelluccio in mano, la faccia commossa e sorridente. - Buon giorno, signor maestro! - ripet sotto voce, quasi vergognoso, forse fatto titubante dalla mia aria, dal mio silenzio.
- Veh! - dissi infine - tu? Nellucci?... Piero Nellucci?
Un guizzo di piacere pass su la faccia intelligente e leale del fanciulletto. Gli aveva recato gioia il sentirsi ricordato, chiamato a nome dal suo antico maestro.
Quell'espressione di contento mi riscald il cuore. Gli stesi la mano che egli baci rispettosamente.
- Ah tu non l'hai dimenticato il tuo vecchio maestro, tu? - gli chiesi con la voce un po' velata.
Mi sgusci in faccia gli occhioni fatti lustri di subita commozione e mi rispose semplicemente - Noo!
Mi chinai per baciarlo in fronte. Ma mi vergognai tosto di quell'impulso di tenerezza e tossicchiando per darmi un contegno, gli chiesi il perch avesse troncati gli studi e a che mestiere si fosse dato.
- Faccio l'imbianchino; - disse - poi quando sar pi grande imparer a dipingere.  una bell'arte! - soggiunse.
Volli che mi promettesse di venirmi a trovare in casa mia e gli diedi il mio indirizzo.
Un vivo rossore e un largo sorriso mi dissero la sua compiacenza.
- Verrai? - insistetti.
- Sissignore, la domenica, se non le disturbo!
- Vieni quando vuoi e mi farai sempre piacere.
Ci lasciammo con il cuore pieno di tenerezza l'uno per l'altro.
Ah non tutti dunque avevano dimenticato o disdegnavano il vecchio maestro!... C'era chi lo ricordava e gli serbava affetto, riconoscenza!
Come mai  fatto il cuore umano!.. Un momento prima pensava alla scuola con amarezza come ad un nido di piccoli mostri; ora invece mi intenerivo a quel ricordo, e passando in rassegna gli allievi, badava a confortarmi, a ringalluzzirmi, dicendo: - Il tale non pu avermi dimenticato; gli volevo bene ed egli mostr sempre di volerne a me. Il tal altro, il piccolo Cambi, che parecchie volte mi sono tenuto presso al tavolino, durante il riposo, a ripetergli e fargli entrare quanto non aveva capito, e capiva poche cose il poveraccio, pu egli non serbare una memoria per il suo vecchio maestro?... E Anselmi il rosso, e Pippi, e.... e....
Il pensiero mi fu bruscamente troncato nel cervello da una voce sardonica che lanciava all'aria queste parole: - Don Todero! Don Todero!... - E le parole si perdevano seguite da una sghignazzata villana.
Mi guardai intorno stupito, indignato; levai il bastone come per colpire, per punire. Non si vedeva anima viva in quell'angolo solitario. Gli anatrini si diguazzavano nell'acqua del laghetto; su fra le piante ciangottavano i passeri; un cigno beccuzzava l'erba del ciglio. O chi mai, chi era lo sfacciato, il monello, che osava insultarmi con quell'abborrito nomignolo che mi aveva gi tanto incollerito e amareggiato alla scola?... Erano parecchi anni che mi chiamavano cos, gli scolari indisciplinati, ingrati ed ingiusti!... Io lo sapeva e m'era toccato di trangugiare de' bocconi amari parecchi!... A quasi tutti i maestri i fanciulli avevano aggiustato un epiteto, e... pazienza!... Ma fuori di scuola, ai giardini pubblici, in un luogo dove tutti potevano sentire e ridere!... ed allora che io non era pi che un maestro pensionato!... Era grossa via!... Oh se avessi potuto scoprirlo l'ingrato, l'ingiusto, il biricchino!... Mi appostai dietro una pianta e stetti con gli occhi fissi dalla parte d'onde era venuta la voce. Durai un poco a guardare e stare in ascolto; nulla!... Ad un tratto, frusci d'in fra le fronde del boschetto delle magnolie, un qualche cosa di chiaro: si agit un istante, poi via di corsa. Era lo sfacciatello insultatore, era lui!... Lo vidi correre lungo il viale che mena al caff; lo seguii a passi affrettati; corse al recinto sparso di tavolini, sedette in mezzo ad un crocchio di signore e signorine, si lev il cappello, si asciug il sudore. Lo riconobbi; era il figliuolo d'un riccone della citt, un bravo scolaro, che m'era sempre sembrato un modello di garbo e di fine educazione. Rimasi male e mi arrestai fra le piante, dove non potevo essere veduto. - Ah tu non eri dunque che un ipocrita?... - gli dissi dentro di me. Mi successe in cuore uno strano cambiamento. La collera fu d'un subito smorzata; l'amarezza della delusione scomparve; fui sopraffatto da una melanconia indefinibile: - Povero fanciullo! - mormorai scuotendo il capo - non sei altro che un ipocrita, qualche cosa di assai meschino, destinato ad una vita grama; la vita di chi preferisce la considerazione altrui alla propria stima, la vita di chi non rifugge dall'abbiezione quando non sia palese. Sei figliuolo di gente che gode fama di onest, educatissima!...
Scossi ancora la testa e mormorai... andandomene per alla volta di casa: - Don Todero!... mi chiamavano Don Todero quei monelli!... ma meglio Don Todero, cio brontolone, seccante, uggioso, che non superbo, che non ipocrita, come i due signorini che oggi guastarono la mia passeggiata!
Rincasai prima del solito. La magnolia del mio giardino, in pieno fiore, profumava dolcemente l'aria d'intorno, e tra le sue fronde gorgheggiava la capinera. Apersi la finestra della mia camera e stetti a guardar fuori, sospirando come a volermi liberare il cuore dalle amarezze patite.
- Che grullo! - andava brontolando fra di me - che grullone!... mi faccio cattivo sangue per degli sciocchini, quando a casa mia la vita mi ride d'intorno e posso respirare aria buona e posare gli occhi sopra cose che mi fanno piacere!
Una tosse secca, insistente, dolorosa, mi fece rivolgere gli occhi a sinistra. A sedere sopra il balconcino del primo piano, china sul cucito era una fanciulla bionda, smorta, dalle manine lunghe e troppo bianche. Agucchiava, e ogni poco staccava la mano dal lavoro per coprirsi la bocca, in uno spasimo di tosse. Doveva essere la fanciulla che cantava ogni sera in tono tanto tristo e monotono; per certo doveva essere lei. Solo l'aveva creduta la voce d'una bambina; e quella non era una bambina; lo diceva la sua pratica nel cucire, ch le dita si prestavano con sveltezza e disinvoltura; lo diceva sopra tutto la pettinatura alta; un cucuzzolo di treccie grosse e troppo pesanti per quella delicata testina. Mi venne voglia di vedere in volto la mia povera vicina malata e tossicchiai io pure per fare ch'ella guardasse dalla mia parte. Guard infatti; stette un momento con l'ago sospeso e la faccia a me rivolta. Ah! che caro visuccio, che soavit d'espressione!... Due occhi grandi, chiari, limpidi; un ovale perfetto, una boccuccia ancora infantile. Per certo la fanciulla mi ebbe a leggere in cuore, perch mi sorrise arrossendo lievemente; stava per parlare, forse per darmi la buona sera, quando quella maledetta tosse la sorprese con forza; la vidi farsi di fuoco nello spasimo di quell'accesso, e il suo gracile petto sollevarsi ed abbassarsi con affanno doloroso. Quando la tosse cess, si asciug la bocca e gli occhi con la cocca del grembiule, e guardandomi, sorrise.
- Bisogna... bisogna curarla quella tosse! - dissi io.
Sorrise ancora, rispondendo: -  da tanto che ce l'ho!... non ci bado neppure!
- Ma... la tosse va curata quando si  giovani! - balbettai io. - Ci vuole buon nutrimento!
Rise buttando indietro la testina bionda e facendosi rossa fino al collo. - Sono povera! povera! povera!... - disse ridendo allegramente, messa di buon umore da quel mio strano suggerimento di ben nutrirsi.
Si alz da sedere, depose il cucito su la seggiolina, e si appoggi con le braccia incrociate alla ringhiera del balconcino.
Spiccava elegante, nella sua slanciata statura, nella luce viva di quell'ora del giorno; i suoi capelli biondi avevano riflessi d'oro, gli occhioni sgranati dicevano mille cose.
- L'ho creduta una bambina, io! - mormorai quasi a scusa d'averla scambiata per una piccina.
Mi sorrise dolcemente, melanconicamente.
- Ho diciotto anni! - spieg - Li ho finiti che sono quindici giorni. Ma sono cos stentina che a vedermi seduta tutti me ne danno dodici. Quando sono ritta per...
Si stacc dalla ringhiera per mostrarsi a me in tutta la delicata perfezione della sua figurina alta e snella.
- Oh a vederla cos appare una bella signorina! - non potei a meno di esclamare io.
Arross ancora mormorando: - Non sono una signorina; sono povera; la mia mamma viene a fare i servizi di casa a lei, signor maestro!
Sua mamma!... la vecchia che veniva ogni mattina a riordinare le mie stanzucce era sua mamma! Mi sentii imbarazzato di essere il padrone della mamma di quella leggiadra creatura. E, da grullo, non sapendo che dire, tossicchiai, ripetendo:
- Bisogna curare la tosse, bisogna!... e... e nutrirsi!
Una scampanellata, che giunse fino al mio orecchio, fece volgere la fanciulla verso la sua stanzuccia.
-  la mamma! - fece salutandomi con un cenno del capo; e scomparve.
Per tutto il giorno non potei staccare il pensiero da quella fanciulla. Mi si era fissata dentro l'anima svegliandovi desideri di ricchezza per poterla soccorrere, ridarle la salute, che la povert le rapiva.
- Che posso io fare?... - mi ritrovavo ogni tanto a sospirare - che posso io fare, povero diavolo, cui la magra pensione da appena da vivere?
Come di solito, dopo desinare, uscii in giardino a sedere di sotto la magnolia. Al di l della siepe se ne stava a fumare anche il mio vicino, di destra; sentivo l'odore grato d'un tabacco squisito, da buon gustaio. - Quell'originale, quel burbero - pensavo - ha da avere dei quattrini parecchi!... Oh li avessi io! - desiderai, martellato dal pensiero della mia vicina, che aveva la tosse e avrebbe avuto bisogno di un buon nutrimento.
Era una sera calda; il cielo stellato invitava a star fuori. Prolungai la veglia. A un certo punto la nota vocina debole, melanconica, inton una canzoncina popolare, che ogni poco interrompeva per tossire.
Dal balconcino usciva una debole luce. Mi figurai la bella fanciulla china sul cucito, in una stanzetta misera. Quella sua vocina mi inteneriva.
- Non canti! - avrei voluto gridarle - non sente che il cantare la fa tossire?...
- Che nenia! - brontol, al di l della siepe, in uno sbadiglio, il mio vicino. - Oh che noiosa cantilena! - E un altro sbadiglio sonoro.
Mi indispettii. Ah! quell'egoistone non sentiva nella voce della povera fanciulla altro che una noiosa cantilena.
- Chi canta  una povera creatura malata! - dissi forte, con asprezza.
- Se  malata si curi, che diamine!... E non secchi il prossimo!
- Si curi! Si curi! - bofonchiai - quando si  poveri in canna e il rimedio sarebbe un buon nutrimento e del vino generoso, come si fa a curarsi?
Mi rispose un altro sbadiglio, che voleva dire: - Che cosa mi andate cantando?... Che avete altro?
Quel mio vicino doveva essere un grande egoista!
Con questa convinzione me ne andava a letto, quando fui colpito da uno scricchiolio, meglio un cigolio di porta che si apriva a stento, irruginita ne' cardini. Mi affacciai alla finestra, e vidi al di l della siepe, proprio in fondo al giardinetto di destra, uscire da un usciolino, che per certo doveva menare in cantina, il mio vicino con delle bottiglie in mano e in tasca e la lanterna che lo illuminava in pieno.
- Veh! il bevone! - pensai - per certo passa la notte ubbriacandosi!
Il vicino alz gli occhi verso di me che apparivo spiccato avendo il lume sul tavolino. Era una bella e buona testa di vecchio, che mi rammentava un'altra testa, che pi non mi raccapezzavo dove e quando avessi veduta.
- Non si direbbe manco l'egoistone, il rustico che ! - pensai.
Il vicino si accost alla siepe che divideva il suo dal mio giardinetto; lo sentii frusciare tra le foglie, lo vidi nascondere una ad una le bottiglie. Come ebbe finito si alz, mi guard e brontol fra i denti:
- Questo  vino vecchio; fatelo avere alla vostra protetta che ha la tosse. E... e... che smetta di cantare con quella voce che fa pena!
Ah! era la pena che irritava il vicino contro la mia vicina!... Altro che egoista!
- Grazie! - gli risposi con islancio - e... che siate benedetto!
Mi rispose con una spallucciata come a farmi intendere che non lo inuggissi ed entr in casa lasciandomi tutto stranito.
...
Ho guardato la mia vecchia servente. Dev'essere stata bella; ha i lineamenti perfetti, due occhi chiari, la persona tutt'ora svelta e aggraziata. Ma i dolori devono averla fatta invecchiare anzi tempo; non ha pi di cinquant'anni; e la sua faccia solcata di rughe, i capelli bianchi glie ne danno sessanta e pi!... Ella stessa port le bottiglie alla figliuola; non disse grazie quando gliele consegnai; solo represse un singhiozzo e mi sgran in volto i poveri occhi stanchi con tale espressione che non posso dimenticare.
- Fate che la vostra figliuola guarisca! - le dissi.
Mi rispose con un sospiro, di quelli che vengono diretti dal cuore e dicono ogni maniera di dolori.
Stava per uscire, quando le chiesi come si chiamasse la sua figliuola, spinto da subita curiosit.
- Beppina! - rispose sotto voce - il nome di suo padre!
- E' morto da un pezzo? - chiesi
- Nossignore! non  morto; almeno lo credo;  lontano e non si ricorda di noi.
Non c'era amarezza in queste parole; l'accento non diceva altro che una rassegnazione dolorosa.
Mi sentii serrare il cuore di piet per la povera donna e pi ancora per la sua figliola. Come mai ci potevano essere uomini cos fatti da abbandonare moglie e figliuoli, e magari godersi in pace la vita senza un rimorso, un pensiero al passato!
La donna stette un momento con la mano su la maniglia dell'uscio, quasi in attesa di altre interrogazioni; poi, siccome io fantasticavo senza parlare, usc fuori.
- Il mio vicino, il burbero benefico sapr della povera donna come ha saputo della figliuola malata. Egli ha da essere ricco e se vuole le pu aiutare. Bella cosa esser ricchi, per poter fare del bene! esclamai con un sospiro.
Ammannii il mio desinare con un minor piacere del solito. Il gusto che mi prometteva il pezzo di carne arrostita e profumata di salvia e rosmarino, mi era guastato, quasi strozzato in gola dal pensiero della mia giovine vicina, bella, aggraziata e tanto povera, e per sopra pi malata.
- Ah Gianni!... vecchio barbogio!.. vecchio brontolone!... don Todero, s, don Todero!... avevano ragione i tuoi scolari di chiamarti cos!... aveva ragione il monello de' giardini pubblici di gridare all'aria il tuo nomignolo!... non ti manca nulla a te; ci hai su la tavola un pezzo di carne ogni giorno, e una mezza bottiglia di vino buono; e pure spesso il mal contento ti rode, e vai bofonchiando come un egoistone che non sei altro. Va l, smettila!... pensa che ci sono al mondo de' poverelli che stentano la vita, pensa alla tua vicina giovine, bella, malata, che avrebbe bisogno d'un buon nutrimento e non pu procurarselo perch  povera in canna!... Pensa...
Il rimproccio e la disfogata contro me stesso mi sollevarono un poco l'anima. Tagliai una bella fetta d'arrosto, la posi delicatamente su 'l piattello e me lo misi presso. Quella doveva essere la porzione per la mia giovine vicina. - Gliela porter io stesso dopo desinare! - conclusi per tranquillarmi del tutto con la mia coscienza.
Era all'ultimo boccone, che masticavo leggiucchiando, com' abitudine di chi mangia solo, quando suon il campanello. Corsi ad aprire. Era la mia vicina, la figliuola, rossa come una peonia, peritante, quasi tremante.
La feci passare in cucina dove io stava mangiando un momento dianzi, io pure confuso quanto lei, e forse pi ancora.
- Vengo a ringraziarla! - balbett la poverina con la sua voce esile.
Mi affannai a farle intendere che a me non si dovevano ringraziamenti di sorta; le bottiglie era il mio vicino che gliele mandava. Da me ella doveva invece accettare quel po' di carne che avevo messa da parte per lei. Non si vergognasse di gradire quella poca roba; fra poveri non si devono fare complimenti; uno aiuta l'altro, che diamine!...
...
La titubanza, il rossore della giovinetta facevano pena a vedersi. Prese il piattello con timidezza e mi guard con gli occhi pieni di lagrime.
Il tutto insieme di quella fanciulla diceva tanta grazia, tanta finezza, un cos squisito sentimento di confusione e gratitudine insieme, ch'io mi trovai a chiedermi se non fossi dinanzi ad una signorina, pi tosto che ad una modesta operaia.
- Signor maestro! - usc a dire spiccando le parole a stento, come sopraffatta dalla commozione - Signor maestro!... Lei non deve privarsi di nulla per me!... mi... mi farebbe troppo dispiacere e troppa vergogna! - fin, dando in uno schianto.
Non so chi mi sugger in quel momento un discorsetto tutto conforto, simpatia, tenerezza paterna. Forse lo spirito di mia madre!... Fatt' che riuscii a calmare la fanciulla; anzi a farla sorridere e riprendere il piattello con la carne, che aveva deposto su la tavola.
- Mi ha da scusare, signor maestro! - disse - ma gli  che io non sono stata sempre povera!... Scusi me e la mamma, poverina, che per certo non ha saputo ringraziarla come si conveniva.
E prese a raccontarmi a spizzico la sua breve vita. Ell'era nata in America da babbo e mamma italiani.
- Si viveva bene l! - sospir. - Babbo era banchiere; e si faceva buona vita!... Ma ad un tratto, fra il babbo e la mamma sorsero dei dissapori per una causa che non so; credo per ragioni di interesse. Passai giorni grami fra il padre imbronciato e taciturno e la mamma quasi sempre in pianto. Infine un brutto d, io e la mamma ci imbarcammo su una nave e si torn in patria. Noi sole si torn; il babbo rimase e pi non si cur di noi. E pure il babbo in fondo era tanto buono! - gemette.
In patria madre e figlia, dato fondo al gruzzolo portato dall'America, si ritrovarono presto nella dura necessit di lottare giorno per giorno con le esigenze della vita!... La povera fanciulla aveva nove anni quando era tornata dall'America; ora ne contava diciotto e lavorava da mane a sera per il pane!... lavorava malata com'era, affievolita dagli stenti, il cuore chiuso alla speranza!
- Chi sa che suo padre non ritorni! - feci io, quasi macchinalmente, spinto solo dal desiderio di aprire quel giovane animo alla fiducia nell'avvenire.
Beppina scosse il capo con un sorriso melanconico; mi si inchin dinanzi, e con nuovi ringraziamenti, preso il piattello, se n'and.
Come di solito io uscii fuori nel giardinetto a ozieggiare fumando. Un fruscio al di l della siepe di destra, mi fece avvertito che il mio vicino era gi l. Avrei voluto chiamarlo per dirgli delle bottiglie consegnate e della gratitudine delle povere donne. Ma aveva da fare con un essere bizzarro e strabiliare; e mi persuasi che era meglio aspettare ch'egli stesso mi offrisse occasione di attaccar discorso.
Bisogna dire che ne avesse voglia, perch cominci a tossicchiare, poscia a camminare per il giardinetto pestando forte i piedi; infine prese a borbottare fra s e s ed a tirar moccoli tanto fatti.
Quella sua maniera di attrarre la mia attenzione mi fece dispetto.
- E se hai voglia di parlare e di sapere - pensai - sii tu il primo!
Mi adagiai nella poltrona, riempii la pipa e puf! puf! puf! mi diedi a fumare con aria di piacere.
Si dur un poco cos; lui a bofonchiare e tirar moccoli; io a starmene in panciolle quieto come un agnello ed a fumare; puf! puf!
- Nell'interesse medesimo delle povere vicine - andava persuadendo me stesso -  meglio che non sia io il primo a parlare. L'amico  tanto strano che una mia parola fuor di tempo, gli potrebbe smorzare in cuore quella scintilla di carit, che forse il caso vi ha accesa.
- Questo maledetto palmo di terra  umido! - usc infine a dire forte il mio vicino.
- E se  umido infradicia, brutto orso! - dissi fra me, cominciando a sentirmi seccato per quella sua ostinazione di non voler parlarmi direttamente, da galantuomo.
- Voglio strappare una ad una queste piantacce moleste che danno uggia! - continu il vicino.
- Strappati il naso! - gli risposi in cuor mio cominciando a dimenarmi su la poltrona, inquieto.
- Strapper anche questa siepaccia! - soggiunse dando una bastonata rabbiosa su la povera siepe innocente e facendo scricchiolare i rami del biancospino!
Era troppo, infine!... Prendersela con la siepe!... malmenarla e minacciare di distruggerla, come se fosse stata sua, tutta sua!
- La siepe farete il piacere di lasciarla stare! - dissi finte a denti stretti.
- Chi comanda cost? - chiese l'amico con accento burbero.
- Io! - risposi - io, per la mia parte di verde!
- Andate al diavolo! - mormor lui sotto voce.
- E voi alla malora! - sbraitai io, che non ne poteva pi, sbuffando e rizzandomi inviperito.
Ma la collera mi si spense tosto dentro il cuore. Dal di sopra della siepe mi apparve la faccia grinzosa del vicino, con tale espressione di stupore da renderla buffa fino al grado estremo.
Lo fissai per un momento, poi diedi in una risata.
- Che cosa c' da ridere? - chiese l'amico con accento affatto diverso da quello di poc'anzi - che cosa c' da ridere domando io?... e... e... e ci voleva tanto a farsi vivo, a parlare?
-  quello che io chiedo a voi; ci voleva tanto a volgermi la parola da brav' uomo, senza sforzarmi a uscir de' gangheri con i moccoli, le minacce, le strapazzate alla siepe?... Ci voleva tanto a domandare conto delle bottiglie?...
- Che bottiglie, per bio bacco? - url il vicino, grattandosi con impazienza l'orecchio destro, come un gatto infastidito. - Chi vi voleva chieder conto delle bottiglie?... Era pi tosto per... per...
- Per la malata, volete dire?... Fuori, che diamine!... avete paura di sporcarvi la bocca interessandovi d'una povera fanciulla, bella come un angioletto e tanto infelice?
- Ebbene l!... spicciatevi a dirmi come sta quella poverina!
- Come volete che stia?...  malata e povera! avrebbe bisogno di buon nutrimento, avrebbe bisogno!
La faccia buffa scomparve un istante; e un minuto dopo, invece della faccia, vidi sporgere una mano ossuta e attraversata da grosse vene, che mi porse un involtino. - Vorreste farmi il piacere di consegnare questo alla malata?
Disse queste parole con un accento tale che non pareva pi l'uomo di prima.
- Di tutto cuore! - risposi io - e che Iddio vi benedica per la vostra carit!
Ero commosso e mi tremava la parola in bocca.
- Perch parlate con quella voce l? - chiese aspramente, rabbiosamente la voce intenerita di un momento prima. - Avete voi perduto moglie e figliuola per fare il sentimentale a codesto modo?
Non badai al tono, badai alle parole. - Che avete avuta una simile disgrazia, voi? - chiesi.
- S! - rispose pi rabbiosamente ancora. - Ma queste non sono cose che vi riguardano; badate a' fatti vostri! - soggiunse.
Non ci scambiammo pi una parola per tutta la sera. Solo, al calar della notte, quando per l'aria si sparse la vocetta di Beppina, udii al di l della siepe borbottare: - Quando si  malati, non si canta, per bio bacco!... no, che non si canta!
Io non risposi un'ette. Ma in cuor mio mi ritrovai a paragonare il mio vicino a certi tronchi di piante screpolati e guasti dalle intemperie e dentro sani e attivi. - Il dolore deve aver intaccato il carattere di quel pover omo, come il gelo e le raffiche l'esterno di certi alberi vigorosi; ma come questi, dentro egli ha da essere buono, generoso, retto!
...
Andai io stesso a portare alle vicine l'involto dello strano donatore. Appena messo il piede su la soglia dell'uscio aperto, mi sentii quasi tentato di tornare indietro, preso alla gola da un serramento di dolorosa sorpresa. Sapevo che cosa fosse la povert; la miseria non la conoscevo ancora. Quella stanzuccia chiatta, con un giaciglio in un canto coperto da un vecchio, stinto tappeto, due sedie di paglia, un tavolaccio sgangherato, appesi a chiodi lungo le pareti, abiti, cenci di biancheria, sul focolare un fumacchio che spandeva un acre puzzo, mi raccont l per l tutta una storia di guai; la necessit di spogliarsi a poco a poco d'ogni cosa; mille sacrifici, un cumulo di dolori intimi. Avrei voluto tornare indietro, ma non potei. Beppina al mio apparire s'era alzata lasciando scivolare a terra il cucito, e rossa, con gli occhi chini, in atteggiamento di chi si sente in disagio e soffre, nelle strette della vergogna, mi stava dinanzi immobile, muta. Ed io, quasi impeciato al suolo, me ne stava l ingrullito, da vecchio baggeo che non capisce nulla, che non sa far nulla. O non doveva riflettere un poco, prima di andare l in quella casa?... Per essere stato maestro quarant'anni, avevo fatto una grande esperienza della vita; c'era proprio da consolarsi. E me ne stavo l su la soglia come un palo, impacciato, istupidito!... Feci uno sforzo sopra me stesso per parlare, per muovermi; e riuscii ad aprire la bocca ad una specie di gemito, a girarmi il cappello da una mano all'altra. Ma quella mia voce bast per scuotere la fanciulla; fece alcuni passi verso me e con un sorriso, che per certo le doveva costare un violento impero di volont, m'invit ad entrare.
Non so come, mi trovai seduto presso il balconcino, con davanti la fanciulla, che mi filava incuriosita, sempre rossa come una peonia. Trassi di tasca l'involtino e glielo porsi raccontando la cosa com'era andata.
Il rossore si fece pi intenso sul volto della poverina; le si diffuse al collo, le sal ai capelli. Assolutamente io dovevo essere una persona impossibile, non trovavo il modo di evitare le mortificazioni a quella poverina; pareva anzi che facessi a posta per tormentarla; zoticone che non ero altro!
- Non bisogna... non bisogna - balbettai per correggere in qualche modo la mia buaggine - non bisogna vergognarsi di ricevere un aiuto da persone che vogliono bene!
Per tutta risposta, la fanciulla lasci cadere dagli occhi delle lagrime grosse che scesero ad irrigarle le guance smagrite. Teneva in mano l'involto ch'io le avevo consegnato e stava zitta.
- Non bisogna vergognarsi - tiravo a dire io, con la lena d'un maestro, che ci trova gusto a moralizzare - la povert non  una colpa, e non bisogna vergognarsi!
- Gli  che... gli  che - fece la fanciulla con voce tremante - quel signore io non lo conosco!
-  tutto qui?... ma glielo far conoscere io! - dissi alzandomi. Ma mi attravers subito la mente il pensiero del carattere atrabiliare del vicino, che non si sapeva sempre come prendere; e per non compromettermi, dissi: - Glielo far conoscere in seguito; per intanto accetti senza scrupoli, che diamine!.. Il donatore  vecchio; potrebbe essere due volte suo padre; e dai vecchi si accetta sempre, sempre senza umiliarsi, quando si  giovini come lei!
Sorrise fra le lagrime; parve persuasa.
La lasciai stringendole la mano, pregandola che mi venisse a trovare. Si sarebbe andati un giorno insieme a sorprendere l'orso nella sua tana. Oh non pensasse! egli era un ottimo orso, che di selvaggio non aveva altro che il pelo irsuto!
...
Ce ne volle prima che l'orso si persuadesse a lasciare che Beppina, con la madre sua, entrassero nella sua tana. Parlargli di affetti gentili, di riconoscenza, di ringraziamenti, sarebbe stato quanto mettere un mazzo di viole delicatamente profumate sotto il muso d'un ciuco, e non mi attentai certo di farlo.
- Rusticheria ci vuole, altro che gentilezza! cardi, non viole! - andava dicendo fra di me, fisso nell'idea di presentare al vicino le mie protette che poi gli si sarebbero raccomandate da s, con l'interesse che subito inspirano sventura e giovinezza.
Da due sere non mi era riuscito di attaccare discorso con il vicino. Sia che fosse pi immusito del solito, sia che temesse ch'io gli parlassi della gratitudine delle poverine da lui soccorse, fatto  ch'egli se ne stette, nelle ore abituali, tranquillo e muto come un'immagine nel suo pezzetto di giardino. Se non avesse tossicchiando avrei creduto che fosse uscito.
Quella sera lo aspettai, deciso di toglierlo dal mutismo. - S'indispettisca, brontoli, tiri magari qualche moccolo,  necessario ch'io gli parli e lo persuada a ricevere le povere vicine!
Capivo che specie la Beppina, si doveva sentire il cuore greve fino a tanto che non le fosse stato concesso il disfogo dei ringraziamenti.
- E chi ha la fortuna di poter far del bene - brontolava - si deve pur anco assoggettare alla lieve noia di sentirsi dir grazie, caro il mio orso!
In questo mio borbottare, lo confesso, c'entrava un poco di invidiuzza verso il vicino che aveva la fortuna di poter far del bene e che si doveva assoggettare alla lieve noia di sentirsi dir grazie. I ringraziamenti di quella soave fanciulla, timida e dolce come una colomba, a me non avrebbero certo recato noia; tutt'altro!
Il vicino quella sera usc fuori sbacchiando l'uscio; segno di mal umore. E siccome il mal umore  una specie di vapore che tende ad uscir fuori, a sprigionarsi, cos io pensai che il momento buono doveva essere venuto, e invece di parlare il primo, aspettai che parlasse lui. Non tardai molto a sentire al di l della siepe a tossicchiare, a bofonchiare, e un frusco di foglie e uno scricchiolio di rami scossi.
- Smania, vecchio mio! - mormorai sorridendo. - Smania, caro!... hai una voglia matta di parlare, ma aspetta, aspetta, aspetta!
E tossicchiai anch'io, forte; per far capire che ero l ma che non avevo intenzione di appiccar discorso.
- Al diavolo gli originali, che un giorno sono garruli come femmine, un altro silenziosi come pietre! - disse forte il vicino, con ira.
Ed io zitto.
Stette zitto un momento lui pure; poi con uno sternuto troppo forte per poter essere creduto spontaneo, mi fece avvertito ch'egli era l e aspettava.
- Hai da essere il primo, vecchio mio!... il primo! il primo! - pensai sorridendo di soddisfazione.
- Oh! - sentii ad un tratto gridare sopra di me.
Alzai gli occhi. La testa del mio vicino era l dietro la siepe, con una faccia che esprimeva dispetto, desiderio e curiosit insieme.
- Oh - ripet; poi che io lo guardavo senza nulla dire, come se non si fosse trattato di me.
- Che siete convertito in statua? - chiese infine burberamente.
- Parlate con me? - gli chiesi con l'atto e l'accento di chi casca dalle nuvole.
- O con chi dunque?... con le formiche, con le piante, con il diavolo che vi porti?
- Se c' qualcuno che il diavolo si dovrebbe portar lontano, siete voi! - lo rimbeccai, riempiendo la pipa, con indifferenza.
Successe un momento di silenzio imbarazzante per tutti e due. Io temevo di averlo indispettito e mi batteva un poco il vecchio cuore dentro il petto; egli, per certo, a sua volta, se ne stava con lo scontento di avermi offeso, e gli seccava perch aveva voglia di discorrere, di sapere. Mi appigliai ad un partito, che la furberia mi sugger in quel momento. Mi levai da sedere e feci mostra di tornare in casa, pestando forte i piedi per farmi sentire, e dicendo spiccato:
- Felice notte!
- Andate a letto a quest'ora? - mi chiese l'amico con una certa ansia che mi fece sorridere della soddisfazione di chi  riuscito nel suo intento.
- A quest'ora?... Come i polli?
- Quand'uno si annoia! - borbottai io per tutta risposta, arrestandomi.
- La noia  di chi la vuole! - mi rispose lui. - Parlate e non vi annoierete!
- Parlare?... E con chi?... con le formiche, con le piante, con il diavolo che... che... - lo rimbeccai servendomi delle sue stesse parole; e questo gli deve aver fatto senso.
- O non ci sono io? - fece con voce raddolcita.
- Quando vi fate sentire, s! - borbottai io - se no,  come stare con le formiche, le piante e... e...
- E il diavolo! - complet lui.
M'ingannavo o egli aveva riso dicendo ci?
Me gli feci presso con passo affrettato e cedendo ad un impeto, meglio ad uno slancio, direi quasi di simpatia:
- Se si cominciasse a trattarsi un poco da amici - dissi vibrato - non gi come due bestie feroci, che si guardano in cagnesco?
- Io sono una bestia feroce! - brontol lui rabbruscandosi.
- Oh feroce no! - corressi io - una bestia benefica pi tosto!
Mi avvicinai alla siepe, gli stesi la mano, che fu serrata nella sua ossuta, fredda. Si parl delle poverette soccorse, tanto da giustificare il titolo di bestia benefica. Si entr un poco nell'animo l'uno dell'altro. Egli acconsentiva a vederle quelle povere donne; domani stesso io le avrei presentate; domani di mattina.
Il vicino mostrava quasi dell'impazienza nel desiderio di vederle, lui che a proporgli quella visita, sarebbe montato su tutte le furie solo la sera dianzi!
- Che bizzarra creatura! pensai io. - O chi la capisce?... Chi ti capisce?... Chi ti capisce eh, vecchio mio? - mormorai fra me e me.
...
Don Todero, don Todero!... smetti di brontolare e ringrazia invece la Provvidenza per il contento che ti ha procurato!... Non vi ha soddisfazione pi sentita, pi intimamente soave di quella di riconoscersi, in qualche modo, causa di bene. Ora, io sono stato causa di bene, indirettamente s, ma insomma lo sono stato, e la voce della coscienza mi va cantando una dolcissima musica che mi fa sorridere fra me e me e mi rafforza nella fede della bont, della giustizia. Oh per certo smetter il mal vezzo di pigliarmela con tutto e con tutti; il vecchio maestro pensionato non bofonchier pi. Se i miei antichi scolari mi rivedessero, non mi riconoscerebbero: - Che?...  don Todero questo vecchio sorridente, dall'aria bonacciona e la parola mite? - S, signorini miei, questi  don Todero convertito; oh! convertito per sempre!
Piove; una spruzzaglia che dura da due giorni; un cielo grigio che par di essere in autunno; tempo uggioso. Ma che fa il tempo quando dentro il cuore ride il sole della gioia?
Le mie povere vicine pi non soffrono l'umido nella chiatta loro abitazione; pi non stentano per guadagnarsi il pane; Beppina pu cantare adesso; la tosse, vinta dal sano nutrimento, ha cessato di straziarle il petto, povera piccina cara!... Sua madre non viene pi a dare assetto alla mia casa; pi non mi raggruppa il cuore con il suo aspetto di donna sofferente. Sono felici tutte due le povere donne; ed a me non cessano di ripetere che io sono la causa della loro contentezza.
Fu un momento di commozione quella di alcuni giorni fa. Come avevo promesso al mio vecchio vicino, riuscii a vincere la timidezza di Beppina e di sua madre e le indussi a venire con me dal loro benefattore. Egli ci aspettava; nel suo salottino a terreno, che d sul giardinetto; sopra la tavola di mezzo era preparato un vassoio con bicchieri, una bottiglia e un piatto di dolci. Si deve essere impazientito nell'aspettare, perch mi venne incontro accigliato, con l'aria brusca dei momenti di cattivo umore ch'io gli conoscevo.
- Oh! - fece, scorgendomi - ah!  un'ora che attendo!... vi siete fatt... vi siete fatt...
Il resto gli venne strozzato in gola da un grido acuto. La madre di Beppina, smorta come un cencio, tremante, gli occhi sbarrati, si era cacciata fra me e il mio vicino, e giungendo le mani sul petto:
- Tu?... tu? - andava balbettando come una pazza. - Sei tu?
Beppina, smarrita, mi aveva afferrato per una mano e guardava alla madre ed al mio vicino come trasognata.
Io non mi raccapezzavo e me ne stavo ingrullito. Ma girando gli occhi in tondo, vidi, appeso alla parete di fronte, il ritratto d'un giovine uomo, la cui vista mi fece dare un balzo in dietro. Era il ritratto del mio antico amico, Beppe, l'originale, che aveva interrotto gli studi per recarsi in America. Fissai il ritratto, poi il vecchio vicino, quindi ancora il ritratto. Possibile?... lui?... lui stesso!... Mi passai una mano su la fronte per schiarirmi le idee, abbuiate dalla sorpresa. Intanto lui, lui stesso (non c'era pi dubbio! era Beppe) ritto dinanzi alla mia vicina, rosso come un papavero, pareva strozzato dall'emozione, n sapeva che dire, n in che modo muoversi.
- Beppe! - gli balbettai io - o non mi conosci?
Oh s che mi riconosceva!... come riconosceva sua moglie e la sua figliuola.
Bruscamente, vinta l'emozione, egli stese le braccia alla sua vicina e la baci; poi si strinse al petto Beppina e quindi porse a me tutte due le mani.
- Perch... perch - chiese con il suo solito vocione rauco - non dirmi che eri tu e portarmi subito mia moglie e Beppina?
Perch?... O l'aveva io forse conosciuto sotto que' capelli canuti e la faccia grinzosa imbronciata?
Non era il momento di spiegarsi chiaramente fra di noi. La mia povera vicina e sua figlia apparivano cos commosse che era una pena vederle. Trovai opportuno lasciarle; certi incontri, certi momenti della vita bisogna rispettarli religiosamente. Me la svignai alla chetichella e tornai a casa con in cuore un arruffio di sentimenti svariati fra cui primeggiava una grande soddisfazione, un contento sincero. - Ah povere donne! - esclamai - sono finiti i vostri guai, finita la miseria!... povere disgraziate! povere care!
...
I giardini pubblici sono in piena fioritura: un verde delizioso, un'ombra folta, un profumo, un gorgheggiare di uccelletti.
Io passeggio lungo i viali fioriti, siedo su le panchette in riva all'acqua, passo il tempo guardando agli anatrini, seguendo degli occhi il maestoso vogare de' cigni. E non sono pi imbronciato come prima; tutt'altro!...
Passando dinanzi al palazzone delle scuole comunali, pi non mi ritorna la voglia di entrare, di sedere ancora al tavolino, di sgolarmi a spiegare; la voce del mio successore, che esce forte dal finestrone, mi fa quasi piacere. L'altro giorno, che lo sentiva leggere e spiegare una poesia patriottica, quasi fui l per gridar bravo!... Se qualcuno de' miei vecchi scolari, mi ripetesse il gioco di chiamarmi "Don Todero" non mi farebbe n caldo n freddo; credo anzi che ne riderei di cuore.
Sono in pace con me stesso: nella mia coscienza regna quiete perfetta; dal cuore mi sorge spesso un inno d'intima soddisfazione. Ho fatto il mio dovere, e godo il frutto d'un lavoro coscienzioso; avevo perduto un amico e l'ho ritrovato; mi ero interessato alla miseria di due povere creature ed ho la somma gioia di vederle contente, felici.
Il giardinetto s' allargato; fu abbattuta la siepe che lo divideva da quello del vicino, la mia casa non  pi deserta; un uscio chiuso, venne aperto all'amicizia, alla tenera gratitudine; non mangio pi solo come un vecchio orso abbandonato; siedo alla mensa dell'amico di giovent, rallegrato dal visuccio sereno e ormai sano di Beppina, confortata dalle sollecite premure d'una buona madre di famiglia.
Beppe non pare pi lui; la felicit lo ha trasformato; l'affetto per la moglie e la figliuola ha dato una nuova espressione al suo sguardo, un nuovo accento alla sua voce.
Don Todero! ringrazia la Provvidenza!... Hai vissuto una vita quieta nel lavoro; ora la tua vecchiaia  rallegrata dall'amicizia, dalla gratitudine, dall'affetto quasi figliale d'una gentile, bella creatura, che ti guarda amorosamente con gli occhioni color del cielo, ti butta le braccia al collo e ti bacia la faccia grinzosa.
Don Todero, ringrazia la Provvidenza.
...
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...
FINE.