MIHAIL SEBASTIAN.
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L'INCIDENTE.
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Titolo originale: ACCIDENTUL.
Traduzione di: OSCAR RANDI.
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1945. La Caravella Edizioni, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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 la storia di Nora, un'insegnante di francese che, nell'inverno nevoso di Bucarest, incontra l'avvocato Paolo cadendo dal tram in corsa. L'uomo la soccorre, dimostrandosi premuroso ma distratto. L'avvocato scompare quella sera stessa ma Nora riesce a rintracciarlo pi di una volta finch lo trascina in una vacanza sulla neve. A questo punto l'autore si sofferma sul personaggio della pittrice Ann, con la quale Paolo ha avuto una relazione che lo ha segnato profondamente, impedendogli una prospettiva realistica della propria vita. In vacanza Nora e Paolo sono ospiti di Gunther, l'ultimo discendente di una ricca famiglia di possidenti, la cui madre  morta di recente. Gunther vive in una rustica abitazione sulla montagna insieme a Hagen, un uomo del quale si pu forse intuire che della madre di Gunther sia stato innamorato e probabilmente non corrisposto. Un romanzo in cui lo spessore e il travaglio interiori di ogni personaggio sono tratteggiati con rara maestria.
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L'AUTORE.
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Mihail Sebastian (pseudonimo di Iosif Hechter; Braila, 18 ottobre 1907. Bucarest, 29 maggio 1945)  stato uno scrittore, commediografo e giornalista romeno.
 nato da una famiglia ebraica. Dopo aver terminato le scuole superiori, si trasfer a Bucarest per studiare legge, ma fu presto attratto dalla vita letteraria e dalle eccitanti idee di una nuova generazione di intellettuali rumeni, poi denominati il gruppo Criterion, che comprese talenti quali Emil Cioran, Mircea Eliade e Nae Ionescu.
Sebastian ha pubblicato diversi romanzi, tra i quali "L'incidente" e "La citt con l'albero di Acacia", molto influenzati dagli scrittori francesi come Marcel Proust e Jules Renard.
Tuttavia Sebastian divenne noto nella letteratura rumena principalmente per le sue commedie.
Dopo essere stato cacciato fuori dalla sua casa a causa delle nuove leggi antisemite, Sebastian si trasfer in una baraccopoli dove ha continuato a scrivere. Mor schiacciato da un camion il 29 maggio 1945, poche settimane dopo che l'Armata Rossa aveva occupato la Romania.
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L'INCIDENTE.
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CAPITOLO 1.
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Non si raccapezzava quanto tempo fosse trascorso. Alcuni secondi? Alcun lunghi minuti?
Non aveva nessuna sensazione. Udiva intorno a s delle voci, dei passi, delle chiamate, ma tutto in un tono sordo e cinereo, come in una specie di pasta sonora, dalla quale solo di tanto in tanto si staccava con una chiarezza subitanea un tintinno del tram o un grido, dopo di che riprendeva immediatamente il rumore confuso.
"Dev'essere un accidente", pens ella colla massima calma, quasi con indifferenza.
Il pensiero non le suscit n un allarme n fretta. Aveva un'impressione assai vaga di dover essere distesa a terra, a fianco del marciapiedi, col capo nella neve, ma non tent di fare alcun movimento.
Le pass per il cervello una domanda stupida, senza senso: "Che ora poteva essere?".
Tese l'attenzione per udire il tic-tac dell'orologio da polso, ma invano. "Che si sia rotto?". Alla fine, con uno sforzo di attenzione verso il suo interno, osserv che effettivamente non udiva nulla del suo essere: n il polso, n il cuore, n la respirazione.
"Mi son fermata, riflett, come un orologio". E le sembr di sorridere, ma non sentiva le labbra, che cerc di localizzare in qualche sito di quell'oggetto familiare e tuttavia perduto, che era il suo corpo insensibile.
Allora ricord bruscamente l'istante della caduta, tanto bruscamente da aver l'impressione di cadere di nuovo; e percep ancora una volta il rumore breve di una molla spezzata, sentito allora.
Non lo aveva ricordato al momento quel rumore, ma ora esso le ritornava con una precisione assurda: suono secco di un legamento che si spezza, ed effettivamente le parve che, in qualche parte intima di quel corpo che ella non sentiva pi, qualche cosa dovesse essersi rotto.
Cerc di penetrare dentro se stessa con un breve sguardo interno, per scoprire come in una lastra radiografica il luogo preciso della rottura.
La clavicola? L'aorta? La rotula?
Credeva che ad ogni parola dovesse corrispondere una risposta nel suo corpo inerte, che ella ascolt di nuovo, sforzandosi di penetrarvi coll'udito fino nelle fibre pi recondite.
"Decisamente, qualche cosa s' spezzata. Ma quale cosa?".
Le voci crescevano e decrescevano sulla strada, intorno a lei, come scoppi rumorosi e allontanamenti subitanei, che arrivavano fino a lei, quasi smorzati, attraverso la nebbia.
D'un tratto si sent trafitta da un senso acuto di freddo, e nello stesso tempo sent il ginocchio destro nudo nella neve come se esso solo, di tutto il corpo, si fosse ridestato da una profonda anestesia. Lo sentiva, quel dolore, lontano, ma intenso. Per un attimo lo fiss col pensiero e le parve immensamente strano quest'unico punto sensibile, risvegliatosi dallo svenimento come una piccola isola viva.
In seguito, come un'ondata sanguigna, il freddo sal dal ginocchio e si diffuse come una fine rete tattile per il polpaccio, chiamando in vita nuove parti dell'epidermide. La neve era morbida, carezzevole, ed aveva la mollezza di un guanciale freddo. Affond con una specie di pigrizia il piede destro in questa neve e s'accorse che era completamente nudo, perch la calza era caduta fino alla caviglia.
In quell'attimo riebbe la sensazione fulminea della rottura di poco prima. Il pensiero, che fino allora aveva esitato, corse esattamente verso il piccolo pezzo anatomico spezzato: la giarrettiera. Liberata, la molla sua metallica si era impressa nel polpaccio, come un piccolo sigillo rotondo.
"Devo essere mezzo nuda", pens senza allarmarsi. Alz appena allora il capo e nel contempo le voci si chiarirono, come se fossero uscite bruscamente nella nebbia.
Criminali! gridava un vecchio signore, apostrofando, soffocato dall'emozione, una guardia municipale, che taceva imbarazzata.
Criminali! Non guardate avanti n indietro, e calpestate i viaggiatori, le signore, i bambini...
L'uomo del tram cerc di abbozzare una frase di spiegazione.
E poi, se la signora scende...
Ebbene, che male c', se scende? Forse non deve farlo?
Non lo deve fare, perch qui non  la fermata, osserv un altro, con voce indifferente.
Da terra, ella cerc di vedere colui che aveva parlato, ma nel buio non distinse altro che uno sguardo privo di curiosit.
Certo che non c' fermata... riprese la guardia alquanto incoraggiata.
Il vecchio signore, indignato, non voleva cedere.
Male assai che non ci sia: ci deve essere! Perch questo lo paghiamo noi. Sapete spillare quattrini, ma non vi curate di stabilire la fermata. Criminali, banditi... Vi siete arricchiti colle nostre saccocce...
Ella sent un sorriso aleggiare nel buio e, senza alzar bene il capo per riceverlo in viso, ebbe la certezza che era il sorriso della voce indifferente di poco fa.
...fate bene, cos ci sta bene, perch siamo stupidi e non reagiamo...
Era certamente una cosa stupida, ma si rese conto che, rovesciata l sulla neve, ella non ascoltava la voce stridente del vecchio sdegnato, ma seguiva il silenzio lontano di quell'altro.
...S, signori, non si reagisce. Chiamiamo noi un agente e stendiamo un processo verbale, ma capite...
Alla fine, ella ud di nuovo la voce di quell'altro, la medesima voce un po' sorda, un po' pigra. Parlava probabilmente con la guardia municipale.
Andate per la vostra strada, giovanotto. Salite nel carrozzone e andatevene.
Certamente. Che me ne vada e che lasci la signora, qui morta, fra la neve.
Tutti gli sguardi conversero di nuovo su di lei. Nel calore della discussione era stata dimenticata, ma ora ridivenne il personaggio principale della scena.
Si sent ridicola, distesa com'era "chi lo sa da quando?" sulla strada pubblica, in mezzo ad un gruppo di passanti curiosi. Avrebbe voluto alzarsi, ma sapeva ella stessa di non poterlo fare.
Volse lo sguardo all'ingiro, cercando forse qualche figura conosciuta fra quelle facce grige, e si ferm sull'uomo di cui ricordava la voce lenta. Lo riconobbe al suo sguardo indifferente, molto simile alla sua voce.
Piuttosto che litigare, vogliate aiutarmi ad alzare.
L'uomo non parve sorpreso affatto. Fece senza fretta un passo verso di lei, si inginocchi con qualche ritardo, le pass una mano sotto il braccio destro e la sollev senza troppe cerimonie, ma con un movimento fermo.
Lei non pot reprimere un piccolo grido di dolore quando, per alzarsi, appoggi il peso del corpo sul piede destro.
Fa male? C' qualcosa di rotto?
Non lo so. Vedr pi tardi.
"Ed ora che fare?". Il cerchio dei curiosi si era stretto maggiormente intorno a lei. Il cappello le cadeva sulla nuca, la calza destra pendeva lungo la gamba, il mantello era pieno di neve, i guanti erano bagnati...
Si pent di essersi alzata: stava molto pi comoda a terra, sulla neve. Per un attimo fu tentata dall'idea di ributtarsi a terra, ma poi sorrise riacquistando la calma. "Devo liberarmi da questi curiosi", si disse, affrontando con bravura la curiosit del gruppo.
Si rivolse di nuovo al suo uomo, che pareva adesso un po' seccato lui pure dello spettacolo.
Volete fare alcuni passi con me?
La proposta parve annoiarlo. E lei si affrett a rassicurarlo:
Solamente pochi, fino ad un'auto.
Non attese risposta, gli prese il braccio e part al suo fianco, calcando con attenzione, per non ridestare il dolore di poco prima.
Non si vedeva n un'auto, n una vettura. Il giovane signore non si sforzava affatto di nascondere la noia. Taceva ostinatamente, come se fosse assente.
Sarebbe stata felice di lasciarlo e di continuare sola la strada, ma non aveva fiducia nel suo piede destro. Due volte tent di calcare il passo pi greve, ma questo provoc una forte trafittura alla caviglia, come se dentro vi fosse stata una lama tagliente.
" un maleducato, ma ho bisogno di lui". Lo prese ancora pi stretto al braccio, quasi per dimostrargli che non si lasciava intimidire dalla sua rozzezza e non rinunciava alla sua compagnia.
Camminava stando un po' indietro a lui, non osando avvertirlo che i suoi passi erano un po' troppo grandi per lei. Lo poteva sbirciare di traverso, in profilo, senza che se ne accorgesse. Un tipo asciutto dai tratti incerti, apparentemente giovane, ma senza un'et precisa e senza un colorito sicuro.
"Mi sembra di averlo veduto in qualche luogo.  alto?  basso di statura?". Non avrebbe potuto dirlo. Sembrava alto in quel cappotto grigio, ampio, dalle tasche grandi, nelle quali le sue mani si sprofondavano con un'aria di sicurezza.
Continu a tacere. Fu un silenzio lungo, chiuso, ostinato, senza espressione.
"Mostra di esser solo; come se io non gli stessi accanto, o mi avesse dimenticata. Si ridester avendomi al suo fianco e mi chieder che cosa voglio, agganciata al suo braccio?".
Si decise a rompere il proprio silenzio.
Non capisco come sia accaduto. Sono scivolata, evidentemente, dal predellino del tram. Volevo scendere.
In corsa?
Si meravigli nell'udire la sua voce. Credeva che non la ascoltasse e che non le avrebbe risposto. La sorpresa la rianim.
S, in corsa. Scendo sempre dal tram in moto; del resto, non si pu fare altrimenti. Io abito qui vicino, al viale Dacia, e il tram n. 16 non ferma che a via Donici, oppure a via Vastile Lascar.  troppo lontano. Perci scendo all'angolo, dove il tram prende la direzione dell'oriente. E non sono io sola a fare cos: lo fanno tutti coloro che abitano nelle vicinanze. Mai succede nulla. Solamente oggi... Non so come mi sia accaduto...
Tacque proprio sotto la luce di un fanale. Al suo chiarore, la figura di lui le parve di nuovo assente.
"Che tipo antipatico!", pens. Tuttavia os fermarsi.
Non si impazientisca. Voglio rialzare la calza. Mi sento tutta ghiacciata.
Si chin e appena adesso si accorse di versare sangue; il ginocchio destro era arrossato, ma pi gi, verso la caviglia, dove l'escoriazione era probabilmente maggiore, il tessuto della calza si era attaccato alla ferita col sangue gelato.
 grave?
Non lo so. Per adesso non mi fa male. Dovrei passare in una farmacia. Volete?
Lui non rispose, ma la prese pel braccio e le chiese collo sguardo: dove?
Non  lontano. Ecco, sull'altro marciapiedi.
Attraversarono la strada. Da lontano, ella ebbe qualche difficolt a riconoscersi negli specchi della farmacia, alla destra di questo signore che le appariva ancora pi estraneo nell'immagine dello specchio. Avvicinatasi, sorrise compassionando la sua propria figura. "Sono deplorevole, povera me!". Si tolse con un gesto rapido il cappellino e rimase tenendolo in mano, costernata.
Non posso entrare in questo ambiente. Il farmacista mi conosce, mi far delle domande, dovr dargli delle spiegazioni... Vorreste entrate voi?
Accett senza entusiasmo, con un'approvazione corrucciata delle sopracciglie.
Che cosa desiderate?
Un po' di tintura di iodio e... che so io? un po' d'acqua ossigenata...
Stava per aprire il borsellino e dargli del danaro, ma lui senza aspettare spinse la porta della farmacia ed entr.
Dal di fuori ella lo segu coll'occhio attraverso la vetrina e lo vide scoprirsi il capo, augurare la buona sera e avvicinarsi al farmacista in camice bianco. Le sembr strano di vederlo aprire la bocca e pronunciare delle parole, che ella per non intese. Aveva un timbro di voce strano! Un po' cupo, un po' esteso, ma tuttavia con un accento di asprezza. Il farmacista vers la tintura di iodio in una boccetta.
"Perch la cosa va tanto per le lunghe? L dentro deve esserci un calore dolce di sera. Le bilance di metallo stanno ferme. I liquidi pesanti, soporiferi, dormono negli scaffali, nei vasi solenni di cristallo".
Il farmacista gli chiede qualche cosa e lui risponde con abbastanza buona volont. L dentro, al caldo,  pi loquace che fuori, al freddo. "E se l'avesse lasciato e se ne fosse andata, senza attenderlo? Che faccia meravigliata avrebbe fatto nel non trovarla pi e quale senso di sollievo avrebbe provato, l'impertinente!".
Il ginocchio incominci a dolerle. Anzi, piuttosto a pungere che a far male. Ripens al bel caldo al di l della vetrina e chiuse gli occhi. Le pareva di essere presa da una sonnolenza...
Sono stato forse troppo tempo?
Era la voce di lui. La stessa voce malsicura, che non si appoggia alle parole, ma fa l'impressione di sorvolarle, per disattenzione.
Non gli rispose e non aperse gli occhi.
Vi sentite male?
No, non mi sento male. Ma vorrei arrivare a casa. Sono gelata.
Dicevate che non  lontano.
State tranquillo, non lo . Ancora una ventina di passi e sarete libero.
E senza attendere una protesta di convenienza da parte sua, lo prese per il braccio, decisa a non parlargli pi e impaziente di restare alla fine sola. Si sforzava di fare pure lei passi grandi, sebbene il piede destro le facesse molto male.
Appena adesso, dopo che le era capitato questo stupido incidente, avrebbe voluto piangere.
Si ferm alla fine davanti ad una casa a molti piani, si appoggi al portale e gli tese una mano.
Qui; ora potete andarvene. Vi ringrazio.
Lui le strinse un po' la mano, senza trattenerla, poi port un dito al cappello, abbozzando un vago saluto.
Avrebbe voluto aggiungere: "Siete l'uomo pi antipatico del mondo", ma era troppo stanca per dirgli qualche cosa. Lo lasci l, di fronte alla casa ed entr nell'atrio illuminato, dove fu accolta da un'ondata di caldo rammolliente.
...Era sola nell'ascensore. Premette il bottone dell'ultimo piano, il sesto, poi si lasci cadere sul sedile, con un sospiro di salvezza. Si propose di piangere col cuore aperto, quando fosse arrivata nella sua camera. Sentiva che nulla avrebbe potuto sollevarla meglio: un buon pianto e poi un bagno caldo.
A un certo punto, fra due piani, l'ascensore si arrest con una piccola scossa. Credette per un momento di essere arrivata, ma dovette accorgersi di esser rimasta sospesa a mezza strada.
" il giorno degli accidenti", pens scherzando. E suon a lungo il campanello d'allarme.
Ricord che l'estate precedente una vecchia signora del terzo piano era rimasta per una mattinata chiusa nell'ascensore, sospesa fra due piani. Tale pensiero la spavent. Premette di nuovo, trasalendo dal panico, il bottone rosso con un atto nervoso, brusco, lungo. Ma un silenzio profondo regnava in tutto l'edificio; solamente in lontananza, con un suono debole come una chiamata dall'altro mondo, il campanello d'allarme trillava senza risposta.
Non poteva pi rattenere le lagrime. Si guard nello specchio quadrangolare dell'ascensore ed ebbe piet dello stato in cui si trovava, cos scarmigliata, lacera, sporca, agghiacciata. Scoppi in lagrime calde, benefiche, da lei accolte con molto piacere, come se l'avessero fatta avvicinare ad una stanza calda.
Da basso, qualcuno, probabilmente il portiere, gridava: Ehil, l'uscio del terzo piano, chi l'ha lasciato aperto?
L'uscio del terzo piano venne chiuso e l'ascensore prosegu la sua strada senza strepito.
Avrebbe voluto non fermarsi pi, proseguire a lungo cos per poter piangere tranquilla, in quel moto lento e silenzioso dell'ascensore.
Su, l'attendeva il giovane signore dal cappotto grigio. Lo guard sbalordita, non comprendendo cosa fosse successo.
Voi?
Io. Ho dimenticato la tintura di odio e l'acqua ossigenata.
E come siete salito?
Per la scala.
Sei piani?
Sei.
"Che tipo curioso!", pens osservandolo un momento, impacciata di bel nuovo dalla sua mancanza di espressione. Aveva sempre quello sguardo lontano, privo di interrogazione, che ella aveva incontrato la prima volta, alzando la testa da terra, fra la neve.
Si ricord di aver pianto e abbass imbarazzata gli occhi, ma troppo tardi, perch lui l'aveva gi notato.
Avete pianto?
No... vale a dire, s, un pochino. Ma non ha importanza. Mai, quando piango, la cosa ha importanza.
Aveva estratto la chiave dal borsellino.
Volete entrare un istante?
Rispose con un'alzata di spalle.
Questo significa "s", o significa "no?".
Non so bene io stesso che cosa significhi.  un gesto familiare. Diciamo "s".
E allora, entriamo.
Sulla porta era attaccata una piccola targa metallica: "Nora Munteana". Lui chiese cogli occhi, ed ella conferm: Io.
...
L'acqua era bollente. Aveva gettato nella vasca un pugno di lavanda ed ora tutta la stanza era piena di esalazioni calde, aromatiche.
Si sente anche di l?
Che cosa?
La lavanda.
 lavanda? S, si sente.
La sua voce arrivava pi distesa, dalla camera vicina, di cui Nora aveva lasciato a bella posta l'uscio accostato, onde poter parlare con lui, mentre lei prendeva il bagno...
Non vi annoiate?
No.
Vi siete accomodato bene?
S.
Infatti lo aveva fatto sdraiare in una poltrona e gli aveva messo davanti un mucchio di riviste illustrate: Come dal dentista, aveva osservato lui, docilmente, prendendo il posto che gli veniva offerto.
S, come dal dentista. E vi prego di aver giudizio, finch finisco il bagno. Quindi, discorreremo.
Il bagno faceva venire la sonnolenza. Nora chiuse gli occhi, vinta dal calore che sentiva invaderla come un dolce torpore, per tutto il corpo. Lontano in fondo si scioglievano fini grumi di sangue, che ella aveva la sensazione fossero stati congelati dal freddo.
Nora ebbe un pensiero di amicizia per questo suo corpo conosciuto, familiare e per bene. Le sembrava una vecchia conoscenza ritrovata e lo carezzava con simpatia cameratesca. Sul seno, la mano si trattenne, come su di un viso rotondo. Avrebbe voluto dormire...
Nella stanza vicina un sedile parve spostarsi.
Volevate qualche cosa?
No. Guardavo la fotografia che sta sulla scrivania. Chi ?
Io.
In quel costume?
S,  un costume da sciatrice. Sono stata a Predeal. Vi piace?
Non diede alcuna risposta. Forse non aveva neppure udito la domanda, che ella gli aveva rivolta con noncuranza, quasi abbassando la voce. L'ud voltare una pagina: probabilmente leggeva.
Nora pens a lui e si accorse con sorpresa di averlo dimenticato. Lo sapeva nella stanza vicina, sprofondato nella sua poltrona, al di l di quell'uscio accostato, ma non riusciva a raffigurarselo. I suoi tratti le sfuggivano incerti, sotto un sorriso vago, come una luce diffusa.
Ricord invece con precisione la cravatta che egli portava, una cravatta verde di lana ruvida, con minute cuciture oblique, parallele.
"Bella cravatta, ma non sa acconciarsela. Il nodo  troppo storto. Devo insegnargli come si faccia un nodo da persona dabbene".
Di l, il campanello del telefono squill energicamente.
Che cosa si fa? chiese dalla poltrona l'ospite silenzioso.
Niente. Lasciatelo suonare.
Il campanello insistette, molto pi a lungo, molto pi brusco. Nora sorrise annoiata. Un solo uomo poteva suonare cos.
Abbiate la compiacenza di rispondere.
Stacc il ricevitore, disse "pronto" e poi, dopo una breve pausa, lo rimise a posto.
Che cosa  accaduto?
Non lo so. Non risponde nessuno.  stato qualcuno che ha chiuso il telefono senza dire una parola.
Dev'essere Grig.
Grig?
S, un amico. Deve essersi meravigliato di udire una voce maschile, da qui. Deve aver creduto di aver sbagliato numero.
La supposizione di Nora era probabilmente giusta, perch il telefono riprese a squillare.
Non vi arrabbiate. Rispondete, vi prego. Dite che sono in bagno e che mi chiami fra cinque minuti.
Ferm il respiro e tese l'orecchio verso l'altra stanza, onde percepire anche lei la voce del ricevitore.
Pronto 2, 65, 80? Siete sicuro?... Non  un errore?
No, signore, non c' errore.
Allora chi  al telefono? chiese una piccola voce metallica...
La signorina Nora vi prega...
Quello di cui la signorina Nora mi prega non m'interessa. Voglio sapere chi  al telefono.
Signore, la signorina Nora  nel bagno e vi prega...
Non voglio sapere dove sia la signorina Nora? Voglio sapere chi siete voi!
Segu un attimo di silenzio, poi un rumore breve, tronco del ricevitore che cadeva sulla forca, lontano, togliendo la congiunzione.
Ed ora?... chiese lui a Nora, con una calma che non pareva affatto turbata dallo strano colloquio.
Nulla. Riprendete il vostro posto nella poltrona ed attendetemi. Vengo subito.
Nora entr vestita con un accappatoio bianco, un po' ampio per lei. Si diresse alla di lui poltrona, accese una lampadina con schermo del vicino divano e la rivolse verso di lui, illuminandogli bruscamente il volto.
Che cosa  successo?
Nulla. Voglio vedervi. Figuratevi che m'ero dimenticata il vostro aspetto. Tutto il tempo nel bagno mi sono torturata per ricordarmelo.
Lo guard con attenzione, con seriet, e lui sopport con calma quello sguardo.
Avete terminato?
S, per ora. Avete una figura incerta, difficile a tenere a mente.
Egli alz le spalle. Ella riconobbe quel gesto.
Non mi piace questa alzata di spalle.
Lui nulla rispose, ma ella lo osserv pi da lontano, a lungo, seguendo il disegno evasivo di quella figura, dalla quale le sembrava che emanasse un misto di stanchezza e di infanzia.
Siete un tipo sfumato. Sembrate uscire dalla nebbia.
Sul canap stavano le due boccettine, acquistate in farmacia. Nora le prese e si port presso il comodino, per curare le "ferite", esagerando per scherzo. Allontan da una parte, con un pudore attento, l'accappatoio e denud la gamba destra, solamente fino al ginocchio, quanto occorreva per fare una fasciatura. Non era veramente ferita, Si trattava piuttosto di una scalfittura, ma abbastanza grave perch, anche dopo il bagno bollente, seguitava a sanguinare.
Lui seguiva dalla poltrona l'operazione, aspettandosi forse di udirla gridare quando applic il tampone collo iodio sulla caviglia insanguinata. Ma i di lei atti seguivano coll'attenzione e coll'obiettivit dell'infermiera che cura un paziente estraneo. I capelli neri le cadevano sulla fronte, senza civetteria. Continu per qualche tempo a passare e ripassare il tampone d'ovatta sulla caviglia e poi sul ginocchio, tutta assorbita dalla sua operazione. Infine si interruppe, come se appena allora si fosse ricordata di una cosa dimenticata.
Vi ha dato noia quella telefonata di poco fa?
Oh, no!
Tanto meglio. Io... ci sono abituata.
E riprese la sua delicata operazione, lavando coll'acqua ossigenata e poi colla tintura di iodio una piccola graffiatura, prima non scoperta.
S, ci sono abituata. A questo e ad altre cose. Vedete, Grig... ma voi dovreste conoscerlo.
Non viene qui questa sera?
Doveva... ma ora non verr pi. Nemmeno per altre sere ancora.
Me ne rincresce, credetemi.
A me no. Ve lo giuro che no.
Lo amate?
Nora sent in questa domanda un'inflessione d'ironia. Era convinta che sorridesse, come sorrideva per istrada, in quel gruppo di curiosi, lui solo indifferente.
Alz di scatto la testa per sorprenderlo e rimase meravigliata nel vedere di essersi ingannata. Non sorrideva.
No, non l'amo. Non credo di amarlo. Viene qui... in questa stanza... Viene, se ne va, telefona, si adira, si rappacifica...  fatto cos. Credo che vi divertirebbe.
Perch?
Non lo so bene. Mi pare che sia proprio l'opposto di voi.
Da che cosa lo arguite?
Da molte cose. Dalla voce... dalla cravatta.
Si alz e and verso di lui.
S, dalla cravatta. Lui la porta sempre come si deve. La vostra  messa di sghembo. Non sapete farvela. Me la lasciate fare a me?
Si sedette sullo schienale della poltrona e disfece il nodo della cravatta, con dita leggere, attente. Lui non si oppose; attese pazientemente che terminasse. Un aroma di lavanda usciva dal suo accappatoio poroso, spandendo un'ondata di calore, in cui si sentiva, quasi, la pulsazione lontana del sangue, il battito minuto del polso.
Quando ebbe finito di fare il nodo, Nora si stacc un pochino da lui e l'osserv per vedere come gli stesse.
No, non va.  corretto, ma non vi sta bene.  troppo corretto per voi. E lei stessa, con la medesima cura, si mise a ridisfare il nodo fatto troppo bene, per ridargli l'aria di negligenza che aveva prima.
Era pronto per andarsene. Gli infil il cappotto (che alto signore, in cappotto!) e si disponeva a dargli la buona sera.
Dunque, ve ne andate?
 tardi.
Non vi siete nemmeno presentato. Non so neppure come vi chiamate.
Occorrono le mie carte d'identit?
Vediamole, non far male.
Lui cerc con seriet in una tasca interna della giacca, ne estrasse un libretto e glielo porse.
Nora lo sfogli un po', come se avesse voluto verificare la fotografia, i connotati, la firma. Da ultimo, lo guard sorpresa.
Siete nato il 18 dicembre?
S.
Il 18 dicembre? Siete certo?
E senza attendere la risposta, volse il capo verso il calendario della parete.
Sapevate che oggi  il vostro giorno natalizio?... Sapevate di compiere...
Si ferm, riapr il libretto d'identit che teneva nella mano, lesse l'anno della sua nascita.
Sapevate di compiere 30 anni, oggi?... Proprio oggi?
Lui non sembrava sorpreso. Mostrava piuttosto di divertirsi per il suo sincero stupore. Ella insistette.
Dite, lo sapevate?
Egli alz le spalle con la sua abituale indifferenza.
No.
Nora non volle credergli.
Non  vero.  vero che non  vero? C' qualcuno il quale vi aspetta questa sera. Una donna, un'amante. C' qualcuno il quale sa bene...
Si interruppe bruscamente. C'era nel silenzio di lui qualche cosa di incurabile, di nebuloso, per cui ebbe d'un tratto la certezza che non avrebbe mai potuto ricevere alcuna risposta.
Lui fece un passo verso l'uscio. Nora lo prese per un braccio.
Non andatevene ancora!
Su di uno scaffale carico di libri, in un vaso di vetro, c'erano tre garofani coi gambi lunghi. Ne prese uno e glielo porse senza sorridere, quasi con gravit.
Per il vostro giorno natalizio.
Poi, con uno slancio inatteso, gli si fece ancora pi vicina.
Rimanete qui. Come vedete, c' luce e caldo. Chiamiamo il portiere e lo mandiamo dal pizzicagnolo. Faremo un pranzo suntuoso e faremo un evviva col calice. Questo porta fortuna.
Lo credete? chiese lui vagamente.
Ne sono certa.
Lui ebbe negli occhi un luccicho infantile.
Accetto! Per dovete lasciare che scenda io per gli acquisti...
Non si pu.
Perch?
Perch non fareste pi ritorno.
Ma s...
E prima che riuscisse a rispondergli, lui aveva gi aperto la porta ed era scomparso come un uragano gi per le scale. Nora rimase sulla soglia ad ascoltare i passi che si allontanavano.
Guard inquieta l'orologio della scrivania: "Sono passati 20 minuti. Forse non torna pi".
In tutta la stanza regnava un silenzio immenso. Da qualche parte, da un piano lontano, veniva una canzone flebile. Doveva essere un patefono o una radio:
Buona notte, Mimy
E sonno leggero,
Buona notte Mimy,
Dormi leggera...
Nora pens a questa Mimy che certamente dormiva da molto tempo, cullata dal canto.
E anche lei avrebbe voluto dormire. Rimpiangeva di essersi tolta l'accappatoio molle, dentro al quale si sentiva come abbacinata dal caldo. In quest'abito da sera, aveva l'impressione incomoda di trovarsi in visita, nella sua stessa camera. Ma voleva prendere molto sul serio il "pranzo" che stava preparando, e si compiaceva di pensare che, al ritorno, lui avrebbe trovato una donna incantevole... "incantevole", ripet mentalmente e sorrise un po' stanca.
Un rumore sordo ruppe il silenzio generale dell'edificio. Qualcuno saliva coll'ascensore.
Abituato ai segreti pi intimi dell'edificio, l'orecchio di Nora seguiva quel suono, come avrebbe seguito coll'occhio lo alzarsi del mercurio in una specie di termometro immenso,
Piano 1, piano 2...
A misura che s'avvicinava, il rumore dell'ascensore vibrava come il suono di una corda di un pianoforte, prolungato dall'azione del pedale. Si fermer al terzo?... No, ha proseguito!
Ad ogni piano avveniva come un breve strappo; simile ad un battito pi forte del polso.
Nora chiuse gli occhi. Sentiva il ronzo della salita dell'ascensore dentro al suo essere, come se una segreta correggia di trasmissione l'avesse prolungato fino al suo sangue e ai suoi nervi.
Quattro... cinque... s' fermato?
Pareva che nel silenzio, regnato fino allora, si aprisse una zona di silenzio, pi profondo.
S' fermato?
S. S' fermato. La griglia della scala viene smossa in fianco, con un rumore stridente; la porta dell'ascensore si apre e si richiude automaticamente, il rumore della corda dell'ascensore s'allontana, decrescendo...
" inutile aspettarlo. Non viene pi".
Nora si alza dalla poltrona e si avvicina allo specchio, guardandosi a lungo.
Come sei buffa, cara la mia ragazza, come sei buffa! disse a se stessa a voce alta.
Aveva piet del suo abito nero, delle braccia nude, dei due garofani che vedeva riflessi nello specchio e che tremavano nel vaso di vetro, troppo pesanti per il loro gambo sottile, come se anche essi fossero stanchi dell'attesa.
Alz il ricevitore del telefono e lo tenne un po' nella mano, senza un'idea. Poi lo depose, senza sapere perch l'avesse alzato.
"No, no, non viene pi".
S'era appoggiata alla parete ed esaminava la stanza minutamente, meravigliandosi che tutti quegli oggetti le fossero tanto conosciuti e nello stesso tempo tanto estranei.
Sulla scrivania not il di lui libretto d'identit. Lo riprese in mano e appena adesso si accorse che era un passaporto. Non conosceva i passaporti nuovi, coi cartoni lunghi. Lo aperse.
Statura, media. Capelli, castani. Sopracciglia, castane. Occhi, celesti (verdi). Naso, regolare. Bocca, regolare. Barba, rasata.
L'ultima parola la fece trasalire. Nella stanza da bagno, sul piccolo scaffale metallico sopra la bacinella, c'era il servizio da rasoio di Grig. "Devo nasconderlo" si disse, pensando che quell'altro, al suo ritorno, avrebbe potuto entrare nel bagno e trovarvi un oggetto tanto indiscreto. Ma ci ripens, dopo aver fatto il primo passo.
A quale scopo nasconderlo, dato che lui non sarebbe pi ritornato... Rilesse i connotati sul foglio del passaporto. Avrebbe voluto ritrovare in ogni parola un tratto di quel viso incerto, che ora si sperdeva di nuovo nella nebbia, dalla quale s'era staccato solamente per un attimo.
Capelli, castani... Bocca, regolare... Qualche funzionario annoiato aveva alzato un istante gli occhiali dalle carte e lo aveva osservato, a casaccio, per scrivere poi nella rubrica rispettiva il colore degli occhi, la linea della fronte, il contorno delle labbra... Ella lo aveva avuto qui, nella sua stanza, in piena luce, eppure non avrebbe saputo dire nulla di sicuro sulla di lui figura dalle linee indecise.
"Bocca, regolare". Nora chiuse gli occhi e si sforz di ricordare quella bocca, della quale il passaporto diceva che fosse regolare come se non ci fosse stata un'infinit di linee in questa sola parola. Avrebbe voluto poter scorrere coll'indice su quelle labbra e sorprendere nella loro apertura pi facile quel sorriso indefinito che gettava su tutta la figura una luce di leggera stanchezza.
Le sembrava che nel libretto, che teneva fra le mani, fosse nascosto un mistero non decifrato, e che sotto quelle formule, timbri e firma, si nascondesse una vita che attendeva di essere rivelata. Si sentiva sola, orribilmente sola, nella stanza con tutte le luci accese, tenendo fra le mani una fotografia, un nome, alcuni connotati, sotto ai quali sarebbe stata lieta di udire un battito di cuore, una voce.
Era tentata di portare quel libricino coi cartoni azzurri all'orecchio, per ascoltare, come dentro ad una conchiglia, i sussurri di una vita sconosciuta.
Le pagine riservate ai "visti" erano piene di ogni specie di timbri e di stampigliature. Nora lesse nell'ultima pagina: Vis sous le n. 1464  la Lgation du Belgique de Bucarest pour permettre au titulaire...
Due stampigliature pi piccole, quadrangolari, indicavano in calce della pagina il passaggio del confine, nell'andata e nel ritorno. "Hargenrath 23 Juillet 1934" "Contrle des Passagers" e poi "Hargenrath 12 Aot".
"Dove sono stata io tra il 23 luglio e il 12 agosto?" si chiese Nora. Si rivide alla spiaggia di Agigea, in pieno sole, trenta giorni sola, mentre, ad Eforia, Grig, di giorno giuocava a carte al Casino e di notte ballava alla mescita. Alle volte, quando il mare era tranquillo, il jazz si udiva fino alla sua tenda di Agigea... Nel medesimo tempo, qualcuno passava in una notte di luglio il confine a Hargenrath, forse verso Brusselle, forse verso una cittadina di provincia, forse solo, forse con una donna, uno che cinque mesi pi tardi doveva sollevarla dalla neve, in una via di Bucarest, e guardarla negli occhi con un'indifferente alzata di spalle...
Avrebbe voluto poter rivivere quei giorni, dal 23 luglio al 12 agosto, ma non nella tenda di Agigea, bens in qualche altro luogo, non veduta, all'ombra di questo sconosciuto. Avrebbe voluto sapere che cosa fosse accaduto in quei 19 giorni e vedere la piccola stazione di confine di notte, il chep del doganiere, la stampigliatura che aveva impresso con la tinta rossa sulla carta un giorno che non ritorner... "Hargenrath 23 luglio". Questa parola aveva un non so che di mistero, indecifrabile per Nora.
Si sprofond nella poltrona, scoraggiata.
Avrebbe avuto bisogno di svestirsi, coricarsi, dormire. Ma sentiva di non aver la forza di alzarsi in piedi, di togliersi l'abito, di farsi il letto. Avrebbe voluto restare immobile e dormire come stava, come in una sala d'aspetto delle ferrovie. Nella stazione di Hargenrath...
Il campanello suon d'un tratto forte, chiassoso. Al primo istante Nora non si era resa conto di quanto succedeva. Lo lasci suonare a lungo come se avesse voluto riempire colla sua chiamata tutta la stanza. Alla fine Nora si diresse verso la porta, sforzandosi di non fare alcuna supposizione. Aperse senza emozione. Sulla soglia, stava lui, carico di pacchetti.
...
Il tappo vol con una potente detonazione e lo sciampagne si rivers oltre il collo della bottiglia, mentre Nora guardava in alto, come se avesse seguito la traiettoria del proiettile.
Colpito! grid lui vittorioso.
Su, nel soffitto, una chiazza bianca, grande quanto una moneta, indicava il punto colpito.
Ancora due colpi come questo e domani il proprietario mi scaccer per grave danneggiamento, scherz Nora, tuttavia non senza inquietudine.
Due colpi, dici. No, mia cara amica. Uno su cento. S, un colpo di cannone su cento. Come alla festa dei Tre Re, come al 24 gennaio.
E ponendo da parte la bottiglia aperta, come un'arma scarica, ne prese una seconda. Questa volta la detonazione fu ancora pi poderosa. Si guardarono sorpresi, l'un l'altro, senza pi sorridere. Le piastre vibravano con un suono sottile. Sullo scaffale i due garofani oscillavano, come destati dal sonno. La detonazione pareva diffondersi fino lontano, in tutto l'edificio addormentato, da un piano all'altro.
Colpito!
Sul soffitto, apparve un nuovo segno bianco, ad una distanza minima dal primo.
Sono un tiratore formidabile: quale sicurezza, quale precisione!
Aveva nello sguardo una luce, che Nora vedeva accendersi per la prima volta. Quasi non riconosceva pi l'uomo taciturno che era partito mezz'ora prima, dalla di lei camera. Dov'era il suo silenzio pesante, dove quel sorriso di stanchezza e di indifferenza? Ora parlava con un'animazione nervosa, quasi a lui estranea.
Lo spumante fermentava nei calici. Nora alz il suo con una certa gravit.
Per il tuo anniversario. Per quei trent'anni che compi.
Not che la voce le tremava e si vergogn di questa emozione infantile. Lui rispose con disinvoltura, scherzando:
Per te. Per il tram n. 16. Per l'incidente di questa sera.
...
Quanti calici avevano vuotato? Li aveva contati fino al quinto, ma poi aveva perduto il filo.
Era probabilmente tardi. L'apparecchio radio (chi e quando lo aveva aperto?) inton debolmente l'inno inglese. "Sta terminando l'emissione di Droitwitch".
Non faceva sforzi per tenere gli occhi aperti, spalancati, ma gli oggetti della stanza le apparivano come in una tela di fumo.
In alto, sul soffitto, i punti segnati dai turaccioli in un gruppo ristretto le apparivano innumerevoli.
Di fronte a lei, talvolta molto vicino, tal'altra smisuratamente lontano, come se l'avesse guardato colle lenti capovolte di un cannocchiale, stava lui. Parlava, ma Nora, pur udendo distintamente ogni parola, non capiva nulla del suo discorso, lungo, fatto con quella voce sorda, spenta, con improvvisi sprazzi di luce, che si perdevano poi nella solita indifferenza.
"Colpito!". Come suonava curioso questo grido breve, di trionfo, nel suo discorso cos pigro. Colpito! Colpito che cosa? Colpito dove? "Colpito nel cuore, s, s, ho detto nel cuore!".
Nora si prese la testa fra le mani. Avrebbe voluto arrestare la serie disordinata dei pensieri che la travolgevano, avrebbe voluto fermare il battito delle tempie.
"Cara ragazza, siamo ragionevoli, non perdiamo la testa. Quest'uomo... come si chiama?... Vedi? Hai pure dimenticato come si chiama... Infine, si chiami come vuole, deve andarsene.  tardi e deve andare... A meno che... A meno che tu non voglia che rimanga. Vuoi che rimanga? Dillo, a me lo puoi dire... ci conosciamo da tanto tempo... Vuoi che rimanga?".
Nora si alz bruscamente.
Attendimi. Ritorno subito.
Entr nello stanzino da bagno, senza luce, per timore di non sorprendere nello specchio la sua figura scomposta dalla insonnia e dal vino, lo sguardo torbido, che conosceva da molto tempo, dalle rare sue notti bianche. Apr il rubinetto, e lasci correre acqua fresca sul volto, sugli occhi. Allora appena os accendere la luce... ritrov con fiducia il suo sguardo giudizioso, della giornata. Sarebbe stata una cosa assai semplice se fosse ritornata nella stanza e gli avesse detto che era tardi, che si sentiva stanca e lo pregava di andarsene. Se avesse avuto il coraggio di dire la medesima cosa, in tempo, in una notte come questa, a Grig... quel servizio di rasoio non sarebbe l e quante cose sarebbero differenti da quello che erano.
Sbotton il vestito con movimenti lenti, ritardati, non sapendo se poi non lo avrebbe riabbottonato subito. Rimase nuda, coi piedi scalzi sul pavimento, e il freddo della pietra reag in tutto il suo essere, come qualcosa di carezzevole, calmante. Tra le pareti bianche di maiolica, splendenti sotto i raggi del lampadario, il suo corpo era pallido, triste. Si guard con un tentennamento della testa: "Povera mia Nora, come sei sola!". Un'ondata di tenerezza l'invase per la sua solitudine e prov un sapore confuso di lagrime non versate.
A quale scopo opporsi? Passer di l, spegner la luce, si coricher e lo attender finch si sar svestito. Lo bacer, ella per la prima, sulle labbra e vi sorprender il di lui sorriso amaro. Forse anche lui, forse anche lui avr delle cose da dimenticare...
Indoss l'accappatoio bianco e si guard ancora una volta sello specchio, perch non voleva fare a meno di vedersi.
Sulla soglia si ferm, non rendendosi bene conto di quanto accadeva. Nella stanza non c'era nessuno. Guard a lungo la poltrona vuota, il sigaro che ardeva nel portacenere, i calici vuoti. La porta del vestibolo era accostata. Si diresse col, usc nel corridoio e ascolt un momento, senza curiosit. Le sembrava di udire in basso, dai primi piani, dei passi che scendevano.
Ritorn nella stanza e di nuovo guard con una specie di attenzione stupita ciascuno degli oggetti, come se avesse voluto interrogarli, come se avesse atteso da loro una risposta.
Aperse la finestra. Gi, nella via, sull'altro marciapiedi, un signore in cappotto grigio si allontanava a grandi passi, colle mani nelle tasche. Nora ricord il nome letto sul passaporto. Grid senza rendersi conto di quello che faceva
Paolo! Paolo!
Poi rimase sulla finestra aperta, colle braccia penzoloni.
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CAPITOLO 2.
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Paolo si sent chiamato, ma non volse la testa. La voce veniva dall'alto, ghiacciata, senza accento. In tutta la via regnava un silenzio glaciale. Doveva essere assai tardi. Su tutto il viale Dacia, un'unica finestra illuminata; quella di lei. La sentiva alle sue spalle, fra gli omeri, come uno sguardo. Non si ferm che dopo aver girato l'angolo, quando ebbe la sensazione che quell'occhio, quella luce non lo poteva raggiungere.
Aveva un sentimento di brusco sollievo: "Libero e solo".
Com'era lontano dalla stanza dalla quale era fuggito! Aveva bevuto molto, aveva parlato enormemente, aveva voluto appositamente essere giovane e ilare, ma era bastato che rimanesse solo per alcuni istanti perch tutta la sua animazione crollasse. Non aveva alcuna curiosit per il corpo della donna giovane, che si svestiva nella stanza vicina. Si era alzato dal suo posto, aveva afferrato in fretta il cappotto e il cappello, era uscito lasciando la porta accostata per il timore di essere udito, aveva sceso le scale, facendo due, tre gradini alla volta. Libero e solo...
...
Si dest camminando lungo il marciapiedi, proprio sull'orlo, a passi molto piccoli, uno dopo l'altro. L'impronta, ben disegnata, del piede, restava impressa profondamente sulla neve. Quando arrivava nella luce di un nuovo fanale, si fermava per guardare indietro; sotto il chiarore del lampione, le orme dei passi si seguivano fino lontano, come se fossero disegnate su di una pagina bianca, senza fine. Poi proseguiva con il medesimo passo attento.
Un tassametro gli pass accanto, rallentando la marcia, quasi ad invitare il passeggero ritardatario. Paolo incontr lo sguardo dell'autista, sguardo imbarazzato, forse un po' ironico, e trasal come se fosse stato colto nel suo stupido giuoco. Travers la strada e, sull'altro marciapiedi, affrett il passo, come se appena allora si fosse ricordato di dover fare una cosa dimenticata.
Ed ora?
Si vergogn di riprendere il giuoco interrotto, perch aveva l'impressione che non l'autista, ma lui stesso fosse rimasto sorpreso poco fa. Camminava intenzionalmente lungo le case, dove la neve era indurita ed i passi rimanevano senza orme.
Piazzava davanti ad un lungo steccato di legno, fatto con tavole colorate. "Pari o dispari?". Si decise per il "pari" e si mise a contare...
Uno, due, tre, quattro...
Si fermava di tanto in tanto, perch c'erano alcune tavole spaccate in due e non avrebbe voluto contare una tavola due volte. Non gli piaceva corbellare le sue proprie superstizioni.
Una luce di fari spunt alle sue spalle, proiettando lontano la sua ombra sulla neve. Era per deciso a non lasciarsi intimidire ed a proseguire a qualunque costo il giuoco iniziato.
Quindici, sedici...
Una macchina pass veloce accanto a lui: "Una macchina di famiglia o un tass occupato" pens Paolo... senza interrompere la numerazione.
Ventotto, ventinove, trenta...
Si ferm davanti alla tavola, dove era arrivato, la misur dall'alto in basso, come fosse un uomo, e mormor pi volte:
Trenta, trenta.
Trent'anni! Ecco,  inutile fuggire l'unico pensiero che ti perseguita;  inutile cercare l'oblo in piccoli giuochi imbecilli. Fino all'ultimo, bisogner guardarlo in faccia, per accettarlo: trenta anni.
Si appoggi colle spalle allo steccato e chiuse gli occhi. Avrebbe voluto poter restar cos, senza pensieri, senza ricordi, in questo stato di insensibilit benefica. Gli sembrava di guardare se stesso dall'altro marciapiedi, solo sulla via deserta, appoggiato ad una porta estranea in questa notte nella quale compiva trent'anni, trent'anni dei quali non sapeva che farsene.
Sentiva per salire da qualche parte del suo essere come una nebbia leggera, un gusto lontano di tristezza, un vecchio gusto di cenere. Sapeva bene che ricordi stupidamente chiusi, immagini inutilmente represse, si nascondevano dietro questa indifferenza, che ora sentiva decomporlo. E come in montagna, nelle mattinate di nebbia, si attende l'apparizione del paesaggio scomparso e tuttavia presente, vedeva al di l di questa malinconia l'immagine dell'amata, di cui invano aveva scacciato il nome: Anna!
Ripet il nome pi volte, a voce alta, staccando le due sillabe, come avrebbe scomposto i pezzi di un piccolo meccanismo, per scoprirvi una molla nascosta.
Da quanti giorni non l'aveva pi veduta? Qualcuno rispose per lui "23 giorni" e Paolo trasal per la precisione meccanica della risposta. Gli ultimi giorni erano stati abbastanza calmi. Non aveva pensato a lei, aveva lavorato tranquillo, la credeva dimenticata. Tuttavia, si sarebbe detto che nell'ombra un apparecchio sensibile avesse cronometrato l'assenza, quasi segnando su di uno schermo interno, pronto ad illuminarsi alla prima richiesta, istante per istante, il tempo passato senza di lei: 23 giorni, 8 ore, 26 minuti...
Rivide la sua testina bionda, gli occhi troppo vivi, le mani loquaci, e da ultimo quel sorriso grave che alle volte interrompeva, inaspettatamente, la sua agitazione, sorriso troppo pesante per i suoi piccoli occhi, che si dilatavano esageratamente in uno sforzo di attenzione, come se avesse fatto silenzio, per ascoltare un'altra voce, che fino allora era stata coperta dalle di lei parole...
Si diresse verso il Giardino dell'Icona e non riconobbe, nel piccolo parco d'inverno, l'immagine del giardino, accanto al quale era passato tante volte di giorno. Tutto era estraneo: i viali coperti di neve, i rami nudi nella loro immobilit lignea, le panche rare, le lampade elettriche che ardevano inutilmente, come se qualcuno avesse dimenticato di spegnerle prima di andarsene.
In qualche luogo, verso l'entrata di sinistra, doveva esserci ancora la panca sulla quale in una settimana dell'ottobre 1932 Ann l'aveva atteso, con un blocco da disegno in mano, venuta per prendere alcuni schizzi di bambini per un manifesto intorno al quale lavorava allora. Non ebbe il coraggio di cercare quella panca, e forse non l'avrebbe nemmeno trovata nel giardino ora tanto mutato.
Guard l'orologio e si accorse che era meno tardi di quanto si fosse immaginato: le due meno dieci.
A quest'ora, Ann forse stava al bar del viale Basarab, come di solito. Usciva spesso negli ultimi tempi, e perch proprio oggi sarebbe rimasta a casa?
"Questa notte non pu passare senza Ann" si dice Paolo e il pensiero di poterla incontrare, volendo, lo fa fremere.
Vede il bar del viale Basarab, le sue pareti dai riflessi metallici, le luci azzurre, la pedana circolare della danza, come un'isola illuminata. Al loro tavolo abituale, in mezzo ad un gruppo di amici, deve esserci Ann. Si dirige a lei e le dice, fissandola negli occhi: "Ann, compio questa notte trenta anni. Non lo sapevo nemmeno, me ne sono ricordato per caso poco fa e sono venuto per battere insieme un calice. Sai bene quanto io sia superstizioso".
Ella lo guarda sorridendo: "Ti attendevo, Paolo. Sapevo che dovevi venire. Questa notte non poteva passare senza di te".
Tutto gli sembra un'allucinazione viva: sente il calore delle sue parole, il loro alito sul volto. Tutto  cos presente, cos vicino; il di lei abito nero, il piccolo fermaglio d'argento sul seno sinistro, la borsetta di seta luccicante sul tavolo; il bicchiere con whisky, che ella ha messo da parte con un gesto nervoso, come se avesse voluto che fra lei e lui non ci fosse nulla a separarli.
Ritorn in s tardi con un trasalimento d'allarme, Quanto tempo aveva perduto sognando? Non os consultare l'orologio. Si guard intorno senza rendersi conto dove si trovasse. Non era pi nel Giardino dell'Icona, la via gli era sconosciuta, le case estranee. Al di l di questi edifici, una debole aureola azzurra: i lampioni del viale Bratianu. Si affrett verso quella parte, sforzandosi di non pensare a nulla. Al primo angolo di via, trov un posteggio di macchine. L'autista era addormentato, il motore agghiacciato stent a mettersi in moto, ma lontano, insopportabilmente lontano stava il bar di viale Basarab.
Balz dalla macchina, spinse la portiera e grid, nel passare, al portiere: Regola tu il conto dell'autista.
Molta gente? chiese alla guardarobiera, togliendosi il cappotto, non osando fare pi chiaramente l'unica domanda che lo interessasse.
Qualcuno gli batt sulla spalla e lui si volse con un trasalimento sproporzionato allo spasimo ("avrei dovuto controllarmi" osserv col pensiero). Era un collega del foro, avvocato di una societ petrolifera.
Sono lieto di trovarti, amico. T'ho cercato tutto il giorno al telefono. Che cosa facciamo domani del nostro processo?
Quale processo? chiese Paolo assorto, mentre cercava di sbirciare al di sopra della spalla e per qualche apertura delle tende nell'interno del bar in fondo.
Come? Quale processo? Sei un bel tipo! Il processo della Commerciale 2 colla "Stella Romana". Non lo sai? 3623 per 929. Vuoi che ti prenda in contumacia domani? Io dico di rimandarlo. Non c' scopo ora, prima di Natale. Dopo le vacanze, quando che sia, a tua disposizione. Che ne dici?
Paolo rispose vagamente, non avendo prestato ascolto, n sapendo di che cosa si trattasse.
Lascia, vedremo domani... Scusami adesso, ho fretta, cerco qualcuno...
Chi cerchi, se l dentro non v' nessuno? Una noia mortale... Piuttosto vieni con me da Zissu.
Paolo si divise da lui, quasi senza salutarlo. "Nessuno, Nessuno". Ripeteva questa parola automaticamente, senza comprenderla. Allontan da una parte le tende, con un gesto breve. Lontano, molto lontano, nell'angolo opposto del bar, ad una distanza che subito gli parve enorme, insuperabile, il loro tavolo abituale era vuoto.
Fiss macchinalmente lo sguardo da quella parte, cogli occhi spalancati, come se avesse voluto trattenere sulla retina l'immagine per impedire che essa trasferisse su altri centri doloranti l'orribile notizia.
Tutto si svolse senza incidenti. Cadde su di una sedia affranto, coll'aria dell'uomo abituato a simili abbattimenti, ma ancora padrone dei suoi movimenti.
Il pianista gli fece un saluto di riconoscimento ("non siete stato da molto tempo fra noi") e lui rispose con un'alzata di spalle, con un gesto vago, stanco, che rispondeva a tutt'altra cosa.
Il bar era poco illuminato, come i vagoni letto di notte. Ritrovava qui sempre un'atmosfera da viaggio, da partenza, e la citt gli sembrava allontanarsi, perdersi. I disegni decorativi erano stati fatti da Ann, per amicizia col padrone, ex-direttore dell'Albergo Coloniale. Con quale entusiasmo infantile aveva disegnato ogni dettaglio, come era assorbita da ogni nuova scoperta!
Deve essere una cosa superba, mio caro Paolo. Superba, capisci? Guarda, la sua matita si era fermata sulla carta indicando un punto determinato -: qui sar il nostro tavolo, tuo e mio.
Quale scherzo della memoria gli faceva ricordare le di lei parole dimenticate, proprio in questo momento, come se la punta della matita avesse indicato alcuni mesi prima il luogo esatto nel quale, in una notte futura, in questa notte, dovr attendere un'ombra che non compare?
"E se, nonostante tutto, venisse?".
Paolo respinse tale speranza, che sapeva essere ingannatrice. Non voleva accettare nuove attese inutili. Il pensiero per insistette tentatore: "Eppure, non  escluso che venga".
No, escluso non era, questo lo doveva riconoscere pure lui. Quante volte, verso il mattino, quando le luci si spegnevano, quando il jazz taceva stanco, quando gli strumenti di metallo entravano nei loro vestiti di tela e soltanto il giorno continuava a suonare per le danzatrici che si davano il belletto, per le ragazze del guardaroba o per qualche cliente ritardatario, quante volte, staccando le tende del fondo, bianca, fresca, lucente, col suo passo risoluto, col suo sorriso mattiniero, era entrata Ann!
Paolo alz bruscamente la testa, quasi spaventato da questa apparizione. Per, al capo opposto della sala, le tende erano immobili colle loro falde pesanti, col loro color rosso di rame vecchio, quasi separando un mondo da un altro mondo.
Non poteva distogliere lo sguardo da quel punto nel quale, tuttavia, da un momento all'altro avrebbe potuto comparire lei. Aveva la sensazione che un punto di dolore si fosse trasportato col, che un altro cuore, staccato da lui e mandato avanti, in ricognizione, fosse l per star in agguato e aspettare.
Alcune volte le tende si muovevano, una mano compariva di l, ed allora Paolo, come se non avesse potuto sopportare un nuovo grado di tensione, aveva una breve sincope della coscienza, che gli permetteva di guardare senza gridare, con una specie di stupore rassegnato, come le drapperie si aprivano davvero per lasciar passare una danzatrice, una ragazza della guardaroba o una fioraia.
Ma ancora pi grave da sopportare gli riusciva quando la mano, apparsa per un attimo, si ritirava senza che le tende si aprissero e senza che si potesse vedere chi fosse stato dietro di loro, perch allora nessuno avrebbe potuto convincere Paolo che non era Ann quella che stava di l, che non era venuta lei fino alla soglia del bar, per poi ripensarci all'ultimo momento (perch era troppo tardi o perch non c'era gente abbastanza) e andarsene. Avrebbe voluto correrle dietro, raggiungerla proprio nel momento in cui stava per uscire e dirle, Rimani! Ma si vedeva ritornare solo tra le coppie di danzatori, fra i tavoli coi clienti seccati del suo andare e venire, e non si sentiva in stato da sopportare tanti sguardi indiscreti, tanti segni di sottinteso, tanti bisbigliamenti.
Un cameriere spegneva le lampade schermate dei tavoli. Dal tavolo vicino, il pianista, che discuteva con una danzatrice del locale, si rivolse a Paolo.
L'affare va male. Brutto segno. La gente incomincia a fare economie.
Solamente nel centro, la pedana per il ballo era rimasta illuminata, come un pianeta d'argento roteante negli spazi resi azzurri dal fumo dei sigari.
Il padrone si avvicin al tavolo di Paolo e gli chiese il permesso di sedersi accanto a lui. Era l'ora delle confidenze, quando tra il personale del locale ed i clienti abituali si intavolavano conversazioni familiari.
Non so che cosa fare, si lamentava il padrone. Credo che dovr liquidare. Cos non va pi. Passano delle notti intere con un whisky o una limonata. Non sono, veramente, superstizioso, ma da quando la signorina Ann non vuole pi venire da noi, la va di male in peggio. Non sapete che cosa abbia avuto? O forse si sar offesa per qualche cosa? Avrei voluto chiederglielo questa notte, ma...
 stata qui?
Verso l'una.
Sola?
Credo sola. A meno che qualcuno non l'avesse attesa in macchina. Non ha voluto neppure entrare. "Non vi fermate, signorina Ann?" le ho chiesto. "No, cerco qualcuno" ha risposto e se ne  andata.
Paolo guarda l'uomo che gli sta di fronte senza vederlo, lo ode senza capire che cosa dica.
"Ann  stata qui e mi ha cercato". Il pensiero  di una semplicit che non trova risposta. " stata qui e mi ha cercato".
No, davvero, ella non poteva lasciar passare quella notte senza incontrarlo. Lo aveva cercato a casa, gli aveva telefonato all'ufficio, era venuta fin qui... E mentre ella girava per tutta la citt dietro a lui, per mettere un fine a quella stupida separazione e per portargli in regalo il suo bacio del ritorno, il suo bacio della riconciliazione, lui si era lasciato trascinare nel pi stupido incidente di strada.
Paolo paga il suo bicchiere di whisky, accorgendosi appena adesso di non averlo bevuto, rassicura il padrone dicendogli: Vedrai che le cose miglioreranno: questi bar sono come le donne, non sai perch vengono, n perch ti lasciano, lancia un saluto al pianista e passa tra i tavoli vuoti, scansando la pedana per la danza, con una calma, con gesti misurati, come si conviene ad un cliente dei bar, all'alba. Nessuno legger, sul suo volto pallido, il grido inatteso, la luce non vista...
...
Si ferm davanti al telefono e guard con emozione l'imbuto di ebanite, sul quale fra un istante avrebbe vibrato la voce di Ann, destata dal sonno, un po' torbida da principio, ma poi rischiarata dalla sorpresa.
La mano gli trem nel formare sul disco il numero conosciuto, quel numero che egli s'era vietato con giuramento e che tuttavia faceva centinaia di volte, macchinalmente, su dischi immaginari, sulla finestra, nell'ufficio, sugli incartamenti.
Il telefono suon a lungo, pi volte, senza risposta. "Probabilmente ho sbagliato", pens Paolo. E non era da meravigliarsene, nello stato di esaltazione in cui si trovava.
Riprese l'operazione daccapo e form il numero, una cifra dopo l'altra, lentamente, come un principiante, con quella cura attenta che  raccomandata dai regolamenti delle cabine telefoniche. La suoneria ripet la chiamata regolata e, come se all'altro capo del filo si fosse acceso un lume, Paolo vide cogli occhi chiusi l'apparecchio telefonico presso il letto di Ann, le cose conosciute all'intorno, il piccolo elefante d'argento, il portacenere di legno bruciato ("teck de Guyonne" ricord perfino il nome del legno), il ritratto di Ingrid sulla parete, la poltrona rossa, il tappeto, tutta la stanza nella quale il campanello suonava senza senso, senza risposta.
 guasto l'apparecchio che chiamate? chiese la guardarobiera che aspettava nel porgergli il cappotto, vedendolo tanto tempo col ricevitore in mano, senza parlare.
No, non  guasto. Non  in casa, rispose lui, senza sapere perch, senza sapere a chi.
Tent di alzare le spalle, ma non vi riusc. Nemmeno i gesti pi consueti lo sollevavano.
...
La macchina scese per la via Grevita, verso la citt. All'altezza della stazione Nord, Paolo fece all'autista segno di fermarsi.
Parte a quest'ora qualche treno?
L'autista rivolse la testa verso il suo strano cliente.
Perch?
Chiedo se qualche treno parte.
A quest'ora no. Il primo treno  quello delle 5 e 40, passeggeri per Timisoara.
Paolo si vedeva sprofondato in uno scompartimento, cullato dal fracasso delle ruote, intontito, viaggiando senza meta, un giorno ed una notte, e ancora un giorno e ancora una notte, scendendo dove che sia, ad una stazione senza nome, in campagna aperta, sporco, nero di fuliggine, scomposto dall'insonnia e coricandosi sulla terra ghiacciata, per dormire e dimenticare.
L'autista prosegu senza domandare. Aveva esperienza di viaggiatori, incontrati di notte, soli ad un angolo della via, coll'aria indecisa se fermare un tass o spararsi una palla nella testa.
Paolo non s'era nemmeno accorto che si erano messi in moto di nuovo, e voltando la testa osserv, attraverso il finestrino, dal quale aveva visto poco prima l'edificio della Stazione Nord, come in una tela di sonno l'edificio del Teatro Nazionale.
La macchina prosegu avanti per la via Regale, ma giunti al viale Bratianu l'autista si ferm non sapendo per dove dirigersi.
Vi porto a casa?
Perch a casa?
Che ne so, io? Forse qualcuno vi attende.
Paolo trasal. "Forse qualcuno aspetta". Gli sembra di aver gi udito questa notte le stesse parole. "C' qualcuno che sa e qualcuno che aspetta".
Il pensiero  assurdo e Paolo sente che veramente non aveva la forza di accoglierlo. Nella sua rassegnazione cinerea non v' pi posto per questa nuova attesa, per questa nuova, inutile speranza. Avrebbe voluto fermarlo al di l della coscienza, nella camera oscura della memoria; ma il cervello fulmineamente ha sviluppato un'immagine pi viva, pi rapida della sua volont di dimenticare: "Sopra, nella sua stanza, Ann lo aspettava".
Si vergogna di crederlo, eppure non pu fare diversamente. Ha dato all'autista l'indirizzo, lentamente, sottovoce, impacciato, e tuttavia con quale impazienza! La macchina vola sul viale deserto, verso un miracolo che diviene ogni secondo pi plausibile, pi caldo, pi convincente: "Ann  a casa da lui e lo aspetta".
Quante volte, sebbene si fossero separati solamente da alcune ore prima, l'aveva trovata nel suo letto, dormiente, in uno dei suoi pigiama troppo lunghi per lei, e dentro ai quali si perdeva, come un bambino. Quante volte l'aveva trovata al suo ufficio, intenta a leggere un romanzo, preso a caso tra i suoi libri, oppure, quando non ci fosse stato nemmeno un romanzo, un libro di diritto commerciale, una rivista di giurisprudenza, nella quale sembrava assorta con la massima curiosit. Ricorda, non pu dimenticare quella sera del novembre 1932 quando, rimasto in casa per studiare l'incartamento d'un processo per il giorno dopo, ella aveva suonato di notte alla sua porta ed era comparsa sulla soglia con una piccola valigia, in cui aveva una camicia da notte, uno spazzolino per i denti e un paio di calze: "Sono venuta a dormire da te. Nella mia via riparano la linea del tram, e fanno un fracasso assordante. Ti dispiace?".
...
Si ferm di fronte alla casa, pag l'autista e aspett che fosse partito. Si concesse alcuni minuti di speranza. Nulla era ancora deciso, nulla era ancora perduto. Fino a quando rimaneva l, davanti alla porta, il destino era fermo sul posto. Era ancora possibile che Ann fosse sopra.
Alz lo sguardo verso la sua finestra del terzo piano, come se avesse voluto interrogarla, e trasal: la finestra era illuminata.
Cont ancora una volta i piani, numer ancora una volta le finestre, la seconda da destra, e si chiese se forse non s'ingannasse, non sognasse. Rest cogli occhi fissi su quegli occhi di luce, che lo attendevano alla fine di questa notte febbrile.
"Allora  vero. Allora  qui!".
Prov una stanchezza infinita, come se tutta la tensione sofferta fino allora fosse scoppiata in un solo attimo. Per un momento pass per la sua mente il pensiero assurdo di andar via, di rimanere solo. Ann era sopra e questo fatto gli procurava una tranquillit inaspettata, che chiudeva tutte le domande come in un sonno.
Si scosse da questa rinunzia e sal pazzamente le scale, con un bisogno brusco, disperato, di vederla, di stringerla fra le braccia. Ann! Ann! Ann! Il nome camminava davanti a lui come un grido.
Trov l'uscio aperto e lo spinse colla spalla. Nell'ingresso, sull'attaccapanni, c'era un mantello di stoffa che non conosceva.
Si ferm sulla soglia dello studio e abbracci con un unico sguardo tutto lo spazio. Nello studio c'era una donna giovane, con un libro aperto davanti. "Non  Ann" sospir stordito.
Infine gli parve di riconoscere Nora.
...
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CAPITOLO 3.
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Si guardarono in silenzio per alcuni istanti.
Cosa cerchi qua?
Nora si era alzata in piedi, inclinata verso di lui, come fosse pronta a venirgli in aiuto.
Come se ci fosse stato ancora un bisogno di accentuare la stranezza della situazione, lui ripet la domanda:
Qui, a quest'ora?
Nora non riconobbe la sua voce, troppo gutturale, troppo oppressa. Non ritrov nulla nella sua figura malsicura.
"Come s' cambiato!" pens. Dove era andato il suo sorriso, che la sera lo difendeva cos bene, come una visiera? Ora aveva i tratti sconvolti. Attraverso quale disastro era passato, che cosa era accaduto in quelle poche ore dal loro distacco, perch lui pervenisse a quello stato cos deplorevole?
Gli indic colla mano la poltrona accanto alla scrivania.
Non vuoi sederti?
Ma sai che sei un bel tipo? scoppi Paolo. Ti trovo alle quattro del mattino in casa mia, e perch? Per offrirmi di sedere?
Ella non rispose. Continu ad osservarlo col medesime sguardo di meraviglia, cercando di scoprire su questo volto devastato quello che era accaduto. Era rimasta colla mano tesa, in quel gesto incompleto col quale gli aveva indicato la poltrona.
Ti prego, di andartene, disse lui.
Alla fine pass dall'altra parte della scrivania e la prese per il braccio.
Ti prego, va via. Non costringermi a commettere cose delle quali domani dovrei vergognarmi. Sono stanco. Ho bisogno di rimanere solo.
Ma siccome ella continuava a tacere, osservandolo a lungo con quello sguardo che non conteneva domande, lui, cambiando tono, con uno sforzo di calore, con una voce che avrebbe voluto essere calda e non riusciva che ad essere sorda, la preg lentamente, soffocato.
Lo so, ti devo una spiegazione. Mi sono comportato teco orribilmente. Avresti il diritto di chiedere. Avrei il dovere di rispondere. Ma non adesso. Ti prego, non adesso. Mi  impossibile parlare. Ci incontreremo un'altra volta, quando che sia, domani se vuoi, ma adesso vattene.
Nora si stacc da lui.
Va bene, vado. Ma non immediatamente. Ti prometto che fra cinque minuti non sar pi qua. Per ascoltami questi cinque minuti. Coll'orologio alla mano.
Con un gesto leale, si tolse l'orologio dal polso e lo depose sulla scrivania, in mezzo a loro due. Poi alz gli occhi su di lui.
Ho avuto paura che facessi qualche sciocchezza... Per questo sono venuta.
Lui rimase collo sguardo fisso sul piccolo orologio sulla scrivania, seguendo il movimento della lancetta dei secondi sul quadrante, e quasi aspettando che passassero quei cinque minuti, e null'altro.
Ho avuto paura che ti uccidessi.
Perch? chiese lui con un leggero trasalimento e tuttavia senza alzare lo sguardo.
Non lo so il perch. Il tuo sguardo, che non vede nulla. Il tuo sorriso perduto. Le tue alzate di spalle. E da ultimo, la fuga... giacch... sei fuggito. Un'altra volta, quando vai in una casa, non dimenticare almeno di chiudere l'uscio dietro di te. Se sapessi che freddo si  fatto dietro di te!...
Si ferm un istante. Aveva detto le ultime parole colla voce abbassata, come se avesse parlato con se stessa. Ma ritorn subito al suo modo di parlare, chiaro.
Da principio, non ho capito quello che avveniva, osservavo dalla mia finestra mentre ti allontanavi, e tutto mi sembrava assurdo, come in una volgare commedia. Credo di averti gridato, ma non me lo ricordo. Non ricordo nemmeno quanto sono rimasta l alla finestra. Piuttosto, vorrei che mi credessi che non ero offesa. Ho trentadue anni e alquanti ricordi... M' sembrato per che nella tua partenza ci fosse un gesto di morte. Ho avuto un'amica che si  suicidata quattro anni fa. Aveva il tuo sorriso. Queste cose sono alquanto ridicole prima, ma divengono insopportabili dopo... Mi sono decisa a cercarti, a trovarti. Mi dicevo di non poterti lasciar solo in una notte come questa... Ho trovato il tuo indirizzo sull'elenco telefonico, sono venuta fino qui tutta d'un fiato ed ho trovato la porta chiusa a chiave. Ero decisa a scendere in strada e ad aspettarti l abbasso finch fossi ritornato. Non so come mi sia passato per la mente, di cercare sotto al nettapiedi: l colloco io la chiave al mattino quando esco, affinch la donna di servizio la trovi, quando viene a fare la pulizia Almeno in questo ci somigliamo: la tua chiave stava l. Ho aperto, sono entrata, ho aspettato. Ero decisa ad attendere non importa quanto.
Si interruppe un momento e guard l'orologio.
Mi sono rimasti due minuti. Troppo poco per quello che mi  rimasto. Tuttavia voglio dirti ancora una cosa sola. Sappi che, se sono venuta, se ho commesso la pazzia di venire, non  stato solamente per te.  stato un pochino anche per me.
Sembrava che avesse da dire qualche cosa, si ferm, esit, ma alla fine, con un gesto deciso, prese l'orologio dal tavolo e se lo mise a posto al polso sinistro.
Questo  tutto ed ora ti lascio.
Gli si avvicin, per tendergli la mano, ma in quel momento not all'occhiello del suo abito il fiore della sera avanti, misero fiore appassito, agghiacciato. Lo tolse con molta cura, con precauzioni infinite, per timore di spezzare il gambo troppo lungo e cerc cogli occhi un vaso da fiori, per ve n'era uno solo, troppo lungo per un fiore singolo. Meglio un bicchiere, disse lei e pass nello stanzino da bagno, per prendere dell'acqua, ma l'acqua fredda era troppo gelata, e il rubinetto dell'acqua calda non funzionava. ("Che disordine in questa casa. Come si vede che egli vive solo"). Entr in un'altra camera, lo studio, e l trov una bottiglia piena d'acqua. Ritorn nella stanza, vers l'acqua e quindi mise il fiore nel bicchiere, delicatamente, tenendolo tra le mani a coppa, come se avesse voluto trasmettere al pallido fiore il calore delle sue mani.
Poi si alz e si diresse verso l'ingresso.
Sulla soglia trov Paolo, colle braccia tese in largo, per sbarrarle il passaggio. Sembrava volesse dirle qualche cosa, ma era imbarazzato.
Ti ringrazio di essere venuta. Ora... se non fosse troppo tardi, ti pregherei di rimanere.
Come se questo "troppo tardi" si fosse riferito all'ora e non alle cose accadute fino a quel momento, ella guard l'orologio.
Davvero,  molto tardi: le quattro e dieci. Tuttavia, se vuoi, potremmo attendere insieme che faccia giorno. Non ci manca molto.
Nello studio c'era un calendario. Ella stacc il foglietto del giorno passato e lesse sul foglietto del giorno che veniva 19 dicembre, il sole si leva alle 7,41
Abbiamo per conseguenza tre ore e 31 minuti, osserv.
Era rimasta tenendo in mano il foglietto staccato del giorno che era trascorso e glielo tese sorridendo.
Vedi?  passato.  stato difficile, ma  passato.
E infine, con una gravit insolita:
Credo che non mi dimenticherai mai. Sar sempre la donna che hai incontrato nella notte in cui compivi trenta anni.
...
Stanno uno di fronte all'altra, in una semioscurit. Hanno spento tutte le lampade, eccetto quella con lo schermo dello studio. Lui  nella poltrona, dove l'ha costretto a sedere lei, autoritaria; lei  all'angolo lungo il canap, dove ha ammucchiato alcuni cuscini. Fra loro c' il tavolo da t con tazzine bianche, calde, simili a certi globi debolmente illuminati.
Fa freddo in questa casa, aveva detto Nora. E in pochi momenti l'acqua bolliva e per tutta la casa c'era un aroma di t, di limone e di rum, tutte cose trovate senza chiedergliele. Girava fra gli oggetti di lui colle mani leggere, sicure, come se si fosse mossa verso di loro per istinto o per vecchia abitudine.
Paolo l'ascoltava parlare, senza prestare troppa attenzione a quello che diceva. Parlava calma, a intervalli, senza alzare la voce, con monotonia. Aveva una voce grave, esageratamente grave, senza movimento, senza vivacit, quasi inespressiva.
Come calmava l'ascoltarla! Gli sembra di conoscerla da molto tempo. Gli pare che nulla vi sia di nascosto fra loro. Nemmeno un mistero. Nessuna domanda da fare. Nulla da trovare.
Le prende la mano sinistra nelle sue e la volge con la palma verso la luce.
Sai leggere la mano? chiese Nora.
No. Per mi piace guardare.
 una mano semplice, con alcune linee che corrono regolari, come i fiumi su di una carta. Paolo la guarda per un certo tempo e poi la chiude, come un libro gi letto.
Non lo dici anche a me quello che hai trovato?
Non c' nulla da trovare.  la mano tua. Ti somiglia. Una mano grave, calma... e tuttavia...
Tuttavia?
V' una sola cosa che rimane inesplicabile: il fatto che sei venuta.  una piccola pazzia, che non so dove leggere.
Ella apr di nuovo la mano sinistra verso la luce.
Forse la spiegazione sta sempre qui. Guarda bene! Forse ci sar in qualche luogo un incrocio di linee, che indica il nostro incontro.
Diceva queste parole senza un sorriso, senza un gesto atto ad attenuare la loro inattesa gravit.
In che modo curioso dici "il nostro incontro"!  un'avventura?
Che cosa  un'avventura?
Quest'incontro.
Un'avventura, no. Un caso. E anche questo  molto. A me non succede mai nulla.
L'acqua calda era finita. Nora si era alzata dal suo posto, facendogli cenno che gli proibiva di muoversi.
La ode camminare per la casa. Sembra essere stata sempre qui.
Le  riconoscente di trovarsi in casa sua. La di lei presenza impedisce i pensieri, tiene a posto i ricordi.
E che buona mano ha, da potervi riposare una fronte stanca.
Vede la sua ombra, ora grande, ora piccola, a seconda che si avvicina o si allontana dalla lampada, passando tra gli oggetti. Nell'abito di stoffa che indossa, il di lei corpo  protetto, come sotto un velo. Soltanto alle volte, nel raddrizzare le spalle, si pu distinguere la linea dei seni, l'anca.
Si  fermata in faccia a lui, con la teiera in mano, inclinata sopra la tavola, e versa con cura l'acqua bollente nelle tazzine. Egli si alza in piedi e la fissa a lungo. Lei sopporta lo sguardo senza meravigliarsi. Un leggero odore di lavanda fluttua fra loro.
Paolo appoggi la bocca sulle sue labbra che attendevano il bacio senza fretta, con calma. La di lui mano destra era appoggiata sul seno sinistro, sentiva i palpiti del cuore, distinti, lenti.
Gli sembrava che questi palpiti avessero una risonanza lontana nella sua solitudine.
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CAPITOLO 4.
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Nora si svegli al mattino, meravigliata di non trovare Paolo accanto a lei. Aveva sopportato nel sonno, per tutto il tempo, il peso del suo corpo, un corpo grezzo, accettando senza gratitudine la carezza che ella non ricambiava. Sentiva ancora sul seno sinistro la di lui mano pesante, con tutte le dita aperte. Se avesse messo da una parte la coperta, non si sarebbe meravigliata di trovarvi l'impronta, impressa sul seno come un tatuaggio.
Dallo stanzino da bagno, si udiva l'acqua scorrere nel lavabo. Lo chiam per nome, ma non ebbe alcuna risposta. "Che se ne sia andato?".
Balz dal letto, indoss in fretta una vestaglia trovata all'orlo del letto, rabbrividendo per il gelo del tessuto ("Avrebbe dovuto indossare una vestaglia pi greve, ora, in dicembre") e si rec di l.
Non c'era nessuno. Il rubinetto era stato dimenticato aperto. Sulla mensola di vetro, sotto lo specchio, il pennello da rasoio era pieno di sapone. Quanta fretta di andarsene! disse scuotendo il capo.
Ritorn nella stanza e sbirci sulla scrivania una carta, sulla quale erano scritte alcune parole, prima colla matita rossa e poi con quella azzurra, probabilmente perch, nella fretta di scrivere, la punta si era rotta.
"Quando te ne vai, metti la chiave al di fuori, sotto il nettapiedi. Alle 11 viene la donna a fare la pulizia".
"Quando te ne vai". Era certo che se ne sarebbe andata. E neppure una parola di arrivederci, non una di amicizia...
Si avvicin alla finestra e gett uno sguardo sulla via, ma trasal nel non riconoscere la sua veduta di ogni mattino, l'aspetto familiare del viale Dacia, il cortile del maggiore dall'altra parte della strada, la farmacia all'angolo, la stazione di tassametri... cose vecchie che la incontravano ogni giorno, nell'alzare l'avvolgibile, quasi per dirle, nella loro immobilit, che nulla di nuovo era accaduto da ieri sera nel mondo.
Come se qualcuno avesse cambiato durante la notte le lenti di questo occhiale, attraverso il quale gettava quel mattino il primo sguardo sul mondo, aveva ora, davanti a s, altre immagini che si erano, si sarebbe detto, sostituite durante la notte al vecchio paesaggio conosciuto.
Da dove era salito, a distanze alle quali i suoi occhi non erano abituati, questo piccolo mondo sconosciuto? La piazza rotonda abbasso, la pizzicheria all'angolo, il deposito di benzina colle due pompe rosse, fissate al margine del marciapiedi, come due enormi sifoni metallici, il chiosco dei giornali, i castagni coi rami sottili, gelati?
Tutto era seducente, a causa del luccicho bianco della neve, ma specialmente per la novit, per la sorpresa.
Appoggiata alla finestra, Nora si rendeva conto appena adesso che qualche cosa si era mutato veramente nella sua vita.
Pens che non avrebbe trovato abbasso il portiere conosciuto che la salutava ogni mattina, quando si recava a scuola, e nemmeno la cassetta delle lettere, nella quale lasciava cadere, passando, per abitudine, uno sguardo privo di curiosit, giacch non aspettava mai lettere. Pens che non avrebbe fatto la sua solita strada, che ella superava giornalmente con passo macchinale, fino alla via Donici, da dove prendeva il tram n. 16, verso la scuola.
Erano tante le cose che in questa mattina si iniziavano diversamente.
...
Guard l'orologio. Se avesse fatto presto, avrebbe potuto arrivare al liceo per la terza e quarta ora: ora di francese nelle classi ottava e quarta B.
Si ricord del passo di Bossuet, che si era proposto di dettare alle ragazze dell'ottava, prima di mandarle in vacanza.
Ma non si sentiva in grado di andarci nello stato in cui si trovava. Non era capace di scendere in strada vestita in fretta, non pettinata a dovere, piccoli dettagli che per qualcun altro non avrebbero avuto alcun valore, ma che in lei avrebbero aggravato il senso intimo di disordine.
L'unica cosa che si era sforzata di imporre, quale professoressa, alle sue allieve, era stata una cura meticolosa, quasi maniaca, del vestito. Per una specie di solidariet femminea colle ragazze che ella guardava dalla cattedra, le obbligava sempre ad avere il grembiule stirato, il colletto immacolato. Aveva paura del disordine morale, che incomincia con una calza rotta, portata con indifferenza.
Oggi, ancor pi che le altre volte, Nora sentiva il bisogno di controllare severamente la sua tenuta.
Alz il ricevitore e form il numero della scuola. Mancavano pochi minuti per la ricreazione delle ore dieci, per cui non si azzard a chiamare al telefono la direttrice. Le rispose la segretaria. Nora le disse che non poteva venire alla scuola (una emicrania, una parente malata...) e la preg che facesse sorvegliare le classi quarta B e ottava, onde le ragazze stessero tranquille. La segretaria le ricord che era marted e che due giorni dopo venivano le vacanze natalizie, che non era nemmeno certo se si sarebbero pi tenute le lezioni, e che quindi la direttrice sarebbe montata sulle furie per la sua assenza. La consigliava di non mancare almeno all'ultima ora.
S, forse hai ragione. Cercher di venire per la quarta ora. D alle ragazze dell'ottava che durante l'ultima ricreazione passer da loro per dare la lezione delle vacanze.
Chiuse il telefono e vi rimase accanto astratta. Mancava per la prima volta dalla scuola dal principio dell'anno e questa cosa accresceva la sensazione di inquietudine, non tanto per correttezza, quanto perch turbava vecchie sue abitudini.
Osserv la vestaglia strana che indossava, azzurra con piccoli bollini bianchi, colle maniche troppo lunghe per lei, coi rovesci scuciti, con la saccoccia al di sopra del seno sinistro. Vedeva contemporaneamente la classe ottava dove era attesa: le ragazze in grembiuli neri disponendo con gesti minuti i libri, i dizionari, i quaderni rigati in rosso al margine, e gettando occhiate inquiete verso la porta dalla quale aspettavano che entrasse da un momento all'altro "la signorina di francese".
A Nora sembrava che fosse ella stessa ad attendere con timore quell'apparizione, e che tra la giovane professoressa, che avrebbe dovuto entrare in quel momento nella classe, e questa Nora svegliatasi nella casa di un uomo estraneo, ci fossero delle distanze incolmabili. Che cosa avrebbe potuto dir loro? Come avrebbe potuto spiegare?...
Ieri, a quest'ora...
Ieri, a quest'ora, ella era una giovane donna tranquilla, che andava ogni mattina al liceo, pranzava ogni giorno in una pensione economica della via Campineanu (con figure di funzionari indifferenti, perduti nella lettura dei loro giornali del mezzogiorno), aveva al dopopranzo delle ore di francese ad un istituto privato e faceva ritorno a casa, portando nella borsa la cena e, talvolta, un pacco di tesi, che le piaceva leggere, giacch riconosceva la scrittura di ogni allieva coi soliti giri di frase e cogli errori, sempre i medesimi, di ortografia.
Si sentiva bene nella casa del viale Dacia, in quella camera bianca del sesto piano, mobiliata, con oggetti scelti da lei, e acquistati pazientemente con economie eroiche.  vero che ci erano pure dei danari inviatile dalla madre, maritata in seconde nozze con un banchiere a Cernauti, da dove le mandava di tanto in tanto delle cartoline indifferenti, a Pasqua, a Natale, nonch piccoli importi di danaro. Ma gli oggetti per i quali Nora sentiva una affezione maggiore erano quelli comperati col suo stipendio di professoressa, colle ore supplementari, colle tasse degli esami. Le piaceva specialmente la lampada, con lo schermo, sotto la quale si rifugiava a leggere la sera, una lampada col piede alto, come un piccolo fanale interno, che mandava un cerchio bianco di luce, lasciando tutto il resto della casa in una penombra protettrice.
Solamente il gioved sera andava qualche volta alla Filarmonica, specialmente quando v'era un solista celebre o quando nel programma prevaleva Beethoven. Conservava dei ricordi di ragazza di famiglia, che aveva appreso a suonare il piano, un rispetto fanatico per le grandi sinfonie: la terza, la quinta. Acquistava in tempo il biglietto, aspettando al mattino da Feder l'apertura dello sportello, onde evitare che si esaurissero i biglietti della terza fila, gli unici che ella si permetteva di comperare, ma senza pensare due volte alle spese che avrebbe dovuto sopprimere dal bilancio settimanale, per coprire il deficit provocato dalla spesa del concerto.
C'erano poi le serate nelle quali veniva Grig, sempre pi rare nell'ultimo tempo, senza che tuttavia fosse intervenuta fra di loro quella che si dice una "rottura" (parola che spaventava Nora, come tutte le parole senza ritorno).
Lo attendeva senza impazienza, lo riceveva senza sorpresa, talvolta dopo lunghe assenze, dopo lunghi distacchi, ma ci erano fra di loro molte abitudini comuni e un troppo vecchio accordo sensuale, perch i suoi ritorni inaspettati non le facessero piacere.
"Tu sei un amante coniugale; sei predestinata ad essere moglie" scherzava talvolta Grig, sapendo di non essere preso sul serio. La questione era stata chiarita fra loro per sempre, gi nei primi tempi della loro relazione, quando, chiedendole con prudenza e abbastanza vagamente se voleva essere sua moglie, Nora gli aveva dato, fissandolo in faccia, l'unica risposta che egli si aspettava: un semplice e irrevocabile "no, mai".
Per al mattino, quando recandosi alla scuola lo lasciava a dormire, era felice, nel guardarlo ancora una volta dalla soglia, di poter dire a se stessa: "Eppure, non sono una ragazza vecchia". Era questo l'unico pensiero che la spaventava in una vita di solitudine.
Del resto, i giorni, le sere, le notti, passavano immutati e calmi fra queste cose conosciute. Solamente qualche volta, guardando dalla sua finestra del sesto piano, si destava all'improvviso lagrimando e poi si asciugava in fretta queste lagrime inaspettate, rimproverandosi come avrebbe ripreso una allieva: "Che cos' questo, Nora? Non ti vergogni?".
Si diceva che un giorno sarebbe accaduto qualche cosa che avrebbe fatto cambiare tutto e le avrebbe fatto iniziare una vita nuova. Non sapeva bene che cosa: una lettera, un incontro, una notizia, ma per intanto era felice di poter rimandare quanto pi possibile questo mutamento e di allontanare, in un quando pi incerto, questa attesa, continuando lei a rimanere fra le cose vecchie, dalle quali si sentiva protetta.
Una vita nuova! La parola aveva qualche cosa di magico.
Ma se, per raggiungere questa vita nuova, non ci fosse stato bisogno d'altro che dire una parola o stendere una mano, forse non l'avrebbe detta, forse non l'avrebbe tesa.
...
"E tuttavia eccomi qua", si disse Nora. Qui, nella casa di un giovane che ella non conosceva.
Su di una sedia stanno gettati i di lui abiti di ieri sera, e accanto a questi, in un ordine esagerato, le cose di lei, l'abito, il nastro, le pantofole. Una cravatta verde  caduta sul tappeto. Nora la riconosce.  l'unico oggetto che ella riconosce. Per il resto, tutto le  estraneo: lo studio, i libri, i quadri, gli oggetti buttati in un disordine che indica la fretta e l'indifferenza. Nora li osserva e li interroga tutti.
Sa cos poche cose sull'uomo il quale, andandosene dopo una notte d'amore, ha lasciato dietro di s quattordici parole scritte su un pezzo di carta. Ed ella stessa si rende conto di essere rimasta una sconosciuta per lui. Sente nella sua natura tante cose che non erano state dette, tante resistenze che non avevano ceduto...
Nello studio c'era un'agenda da avvocato, un cartone coi numeri del telefono e una fotografia di donna giovane. Nora la osserv per un po' di tempo. Era bionda e portava un pullover nero, con maniche lunghe e con un'iniziale bianca, in alto a sinistra, come un piccolo taschino: un A obliquo, a stampa.
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CAPITOLO 5.
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Paolo aveva tentato di ricordarsi in quali circostanze avesse conosciuto Ann. Avrebbe voluto poter rivivere il momento esatto, nel quale qualcuno li aveva posti faccia a faccia, chiedendo come si chiede di solito: "Come, non vi conoscete?". Ma la sua memoria non aveva conservato questo momento, e forse le cose non erano avvenute cos. Ann si perdeva nella solitudine di quelle figure incerte che si conoscono "per la via", "in treno", "da Sinaja", formule vaghe che ricoprono con la loro nebbia la prima stretta di mano, la prima parola scambiata.
Pi tardi, aveva rilevato, da una parola detta a caso, che una volta avevano passato insieme una vacanza, molto vicini l'uno all'altro, senza per conoscersi.
Sei anni fa, quando ero a Satu-Lung.
Sei anni fa, ne sei sicura?
S, nel 1926. In agosto.
Paolo rivide allora, d'un tratto, tutta la sua vacanza di Cernauti, le quattro settimane di solitudine passate nella piccola citt del distretto di Brasov, l'angolo di strada dove incominciava, senza transizione, Satu-Lung e per dove passava, come per un punto di confine, la linea invisibile di divisione fra due comuni.
Rivedeva il gruppo di ragazze e di giovanotti che scendevano al mattino verso Satu-Lung in disordine, rumorosi, un po' provocanti, col sentimento di trovarsi in una citt straniera, in cui nessuno li conosce e nulla li compromette: mangiavano nocciolate sulla via aperta, si chiamavano per nome a squarciagola, si inseguivano da un marciapiedi all'altro, lanciavano sassi sui rami degli alberi all'orlo della strada, su quei meli incantevoli di Cernauti, col tronco tinto di calcina fino alla met e colle frutta verdi, lucenti.
Il loro passaggio per la "promenada", un ponte di legno che ricopriva come un pavimento uno dei marciapiedi, provocava ogni giorno il medesimo fracasso. Le donne sassoni facevano la loro comparsa alle finestre, scandalizzate, i bambini si scansavano impauriti davanti ai portoni, le signorine di buona famiglia "del luogo", che leggevano o lavoravano sulle panche, osavano appena alzare la testa verso questa banda di pazzerelli, ragazze senza calze, scarmigliate, giovanotti senza la giacca, senza cravatta...
Le ostilit erano palesi fra la popolazione civile di Cernauti e il gruppo di Satu-Lung, a tal punto che Paolo di sera, quando usciva a passeggio, se prendeva a sinistra, davanti al Municipio, aveva la sensazione di passare in una zona di combattimento, in territorio nemico.
Era di solito l'ora di tennis del gruppo. Il loro campo di tennis divenne celebre in tutta la regione, fino a Darste, fino a Noua. Pali bianchi, quadrati di calce, disegnati sul terreno, la rete bene tesa nel mezzo, il recinto di filo di ferro che circondava tutto il terreno, tutto era stato fatto da loro, con oggetti portati in parte da Brasov e in parte scovati sul posto, con una segreta vanit di Satu-Lung, e con una tacita invidia degli uomini di Cernauti.
A Paolo piaceva fermarsi l, di fronte al recinto di filo di ferro, a guardare il movimento delle racchette, la battaglia regolare delle palle, gli abiti bianchi delle giuocatrici.
Una sera, una palla lanciata in alto era passata oltre il recinto e si era fermata accanto a lui. L'aveva alzata per darla alla giovane giuocatrice venuta a cercarla.
Forse, eri tu, Ann?
Possibilissimo, mio caro. Giuocavo pi male di tutti, perch appena allora imparavo.
Il pensiero di averla veduta tanti anni prima, prima di amarla, magari prima di sapere chi fosse, il pensiero che vi era stata, una volta, una occasione nella quale si erano guardati negli occhi, nella quale forse si erano parlati, lui per offrirle la palla perduta, lei per ringraziarlo, questo pensiero lo fece rabbrividire. Fra la bianca giocatrice inclinata un istante verso di lui con la racchetta nella mano, in una sera dell'agosto 1926, quali distanze dovettero essere superate fino a questa conosciuta, dolorosa Ann!
Vedeva ancora la ferrovia municipale che faceva regolari corse fino a Satu-Lung, i carrozzoni gialli, la locomotiva antiquata, il suo strido sproporzionato nelle minuscole stazioni, lo strascico di scintille, di notte, quando capitava di ritardare a Brasov e di far ritorno a casa coll'ultima corsa.
In una notte simile, il treno era stato fermato prima di Noua, dal gruppo di Satu-Lung, che gli aveva sbarrato la via, sedendosi sulle rotaie e agitando lanterne accese, giacche bianche, sciarpe... I viaggiatori erano indignati, il personale di servizio colpito nella sua dignit ("un treno fermato come una semplice carrozzella"), la minaccia di processi-verbali e contravvenzioni, tutta la gente vociferava, ma quelli quasi non udivano e forse non udivano realmente. Venivano da Brasov, diceva uno fra di loro pi ragionevole, erano morti di stanchezza e non potevano perdere l'ultima corsa. Irruppero nei carrozzoni, senza riguardo allo scandalo che avevano provocato.
Era tardi, i passeggeri erano insonniti, il treno si vuotava, la gente era scesa a Darste, a Turches, la rivolta si era calmata... Al di l di Turches, non si udiva altro che il silenzio di quella notte di agosto, interrotto raramente dallo strido della locomotiva. Allora si misero a cantare: era una romanza di moda, che veniva cantata dai suonatori zingari di Brasov, ma che adesso, in quell'ora di notte, colle loro voci tenere, assumeva una malinconia inattesa.
Paolo, richiamando alla memoria quel momento, avrebbe voluto, come fa un direttore d'orchestra, che sospende con un gesto solo tutti gli strumenti, lasciando magari udire il violino di un solista, avrebbe voluto poter sopprimere nella sua memoria le voci degli altri, per conservare solamente il ricordo del come doveva essere stata, in quella notte dell'agosto 1926, la voce di Ann.
Perch non t'ho conosciuto allora? diceva lei. Perch hanno dovuto passare tanti anni prima che t'incontrassi? Perch non c' stato in quella sera qualcuno il quale mi avesse detto: "Vedi quel signore giovane presso il finestrino? Quel signore tu lo amerai un giorno"... Eppure, so io forse se non sia stato cos? Credo che non mi avresti amata e credo che sarei stata abbastanza stupida da non trovarti piacevole. Mi piacevano gli uomini che ballavano bene e tu balli cos male! Non sai quanto io mi sia cambiata da allora. Mi pettinavo male, portavo abiti corti, ero disordinata, ero pazza, ero... ecco come ero.
E prendendo dal tavolo una matita a carbone, disegn su di un foglio del blocco una figurina sottile di ragazza sventata, coi piedi in aria come per un salto, colle braccia aperte, coi capelli ondeggianti al vento. In pochi istanti il blocco era pieno di figure che ripetevano la stessa siluetta di ragazza pazzerella, che sembrava trasmettere lo slancio del salto da una figura all'altra.
Da questo scherzo usc dopo pochi giorni una serie intera di disegni e acquarelli, una parte dei quali furono esposti in quell'autunno al salone Bianco e Nero; gli altri dovevano occupare pi tardi, nell'inverno, una intera parete della sua esposizione personale. Tutti portavano il medesimo titolo: "Agosto 1926".
Paolo assistette con stupore alla nascita di queste figure che i carboni sembravano ravvivare, staccare dalla sua stessa memoria. Non mancava nulla; non la passeggiata di Cernauti, non il terreno del tennis, non la ferrovia municipale coi suoi carrozzoni gialli, non quelle stazioni minuscole piene di sole, nelle quali c'era ad attendere qualche giovane donna sassone, con un cappellone di paglia gialla in testa e portando una grande borsa, ampia...
...
Per molto tempo non aveva saputo nulla di preciso sul conto di lei, sebbene la salutasse per la via ed anzi alcune volte fosse pure accaduto che si scambiassero quattro parole.
Ricerc ora, quando il suo amore era divenuto una sofferenza cos acuta, di ritrovare nel ricordo quest'Anna indifferente e perduta dei primi tempi, di fissare in piccoli fatti del passato l'apparizione di quella giovane donna che conosceva e che, allora, non poteva fargli n male n bene.
C'erano nella sua memoria certi territori di calma, certe zone di indifferenza, ai quali faceva ritorno quando l'immagine odierna dell'amata gli sembrava intollerabile. Si castigava a ricostruire tutti i dettagli di questi vecchi incontri e vi ritornava con ansia, come verso certe vecchie fotografie, che gli facevano temere di trovarle scolorate dal tempo.
Riviveva con un senso di vendetta anticipata il giorno nel quale si erano incontrati in un cinema del boulevard. Lui stava presso la cassa dei biglietti, quando qualcuno gli batt sulla spalla. Con gran meraviglia, vide che era Anna, che egli non conosceva ancora tanto bene per un gesto cos familiare.
Non vuoi comprare un biglietto anche per me? Vorrei risparmiarmi di fare la fila...
Entrarono insieme nella sala, lui per aveva rifiutato, con poco tatto, la sua preghiera di andare con lei nelle prime file, dove usava prender posto a causa della sua leggera miopia.
Scusami, ma non posso stare troppo vicino allo schermo.
E lasciandola proseguire, si ferm nel mezzo della sala, felice di restar solo.
Quanto lontano, quanto tranquillante, quanto inverosimile era questo incidente, ora che, in qualunque sala fosse entrato, il pensiero che anch'ella potesse esservi, accompagnata forse da qualcun altro, lo torturava costringendolo a stare a lungo in agguato per scoprire nell'oscurit, tra le lunghe file di spettatori, la di lei testa bionda, aguzzando gli occhi sotto il fanaletto di una maschera, e perdendosi poi lontano nell'oscurit della sala!...
Rivedeva del pari il giorno lontano del gennaio, nel quale si incontrarono in treno, venendo da Sinaja. Lui leggeva un libro, quando Anna gli batt sul vetro dello scompartimento.
Che sorpresa! Mi credevo sola in tutto il treno! Non vieni con me nel vagone ristorante? Prenderemo un t, discorreremo...
Aveva rifiutato annoiato, con scuse vaghe: troppa gente nel ristorante, preferiva restare nello scompartimento, aveva da leggere...
...
Che fosse una pittrice lo aveva appreso molto pi tardi e per puro caso.
Era in un salone ufficiale (uno dei primi saloni ufficiali, organizzati nella Gosea), dov'era venuto con un amico e si era fermato davanti ad un gruppo di acquerelli, perch questi lo avevano sorpreso col loro azzurro sgargiante, alquanto metallico, di matita chimica. Il disegno era malsicuro, nervoso, involuto nelle sue linee capricciose, simile ad una scrittura affrettata, ma con inattese precisioni di dettaglio, come se di tanto in tanto il pennello si fosse arrestato per mettere un punto o una virgola in una frase troppo confusa. Questi piccoli tratti di attenzione sembravano essere i segni ortografici di una scrittura misteriosa.
Era un gruppo di "scene della strada", case, alberi, veicoli, vedute dall'alto, e quello che pareva pi curioso era il punto di osservazione elevato, dal quale erano state vedute. L'azzurro carico di anilina dava loro un'aria mattinale, con molto sole, con molta luce.
 divertente e non serio, disse Paolo. Del resto, ho l'impressione che siano cose che ho gi veduto.
Pensava a certi quadri di Raul Duffy, campi di corse, porti imbandierati, immagini dal medesimo disordine infantile.
Stavano proprio preparandosi a tirar avanti, quando Ann, che per caso era vicino a loro e che avevano salutato passando, li ferm.
Perdonami, se sono indiscreta, ma t'ho sentito parlate dei miei quadri e vorrei che mi dicessi tutto quello che ne pensi.
Come, quadri tuoi? Dipingi?
Non lo sapevi?
Cerc di chiederle delle scuse per il duplice errore di aver dimostrato di conoscerla da tanto tempo, senza per sapere che fosse una pittrice, e di aver detto, a voce alta, cose spiacevoli riguardo ai suoi lavori. Avrebbe voluto ritrattarsi, dare spiegazioni, ma lei non lo lasci terminare.
Ti prego, non proseguire. M'hai fatto un piacere ed ora vorresti guastarmelo. Sei il primo uomo che io odo parlare apertamente sui miei lavori. Qui tutti sono gentili con me e mi fanno dei complimenti.  pi comodo per loro, ma non  affatto giovevole per me. Suvvia, dimmi tutto quello che pensi. E sopratutto, sii severo. Ti prego di essere severo.
Parlava senza affettazione, con una certa lealt, seria nello sguardo, come un'allieva la quale aspetti che le si dimostri sulla sua pagella di aver sbagliato.
Paolo le disse ancora una volta che lui non aveva alcuna competenza per poter parlare di pittura, che del resto i quadri gli piacevano, specialmente per quell'azzurro tanto coraggioso e per il suo disegno spirituale, che aveva il coraggio di essere sgraziato con tanta indifferenza.
 molto carino quello che mi dici e ti ringrazio, per sento che nascondi una riserva, qualcosa che non mi vuoi dire. Perch? Ti sarei tanto riconoscente. Suvvia, procura di essere sincero.
Guard ancora una volta, imbarazzato, quei quadri, cercando di trovare una parola giusta.
Ebbene, poich insisti, senti: ho l'impressione che siano troppo volubili.
Ann non comprese la parola giacch certamente, fra tutte le obiezioni possibili, proprio questa non avrebbe potuto aspettarsela.
Non chiedermi di dirti di pi, si scherm Paolo. Credo che non potrei. Ho l'impressione che vi sia una qualche cosa la quale gesticoli nei tuoi quadri. Sono troppo espansivi, troppo loquaci, troppo familiari a prima vista... Ma, alla fin fine  questo un difetto?
Ann rimase un istante pensosa. Poi rispose appena alla sua domanda.
Credo che s, e anche uno gravissimo. So io se potr mai guarirne? Sono tanto ciarliera, tanto poco seria... Solo allora sorrise, non senza un'ombra di tristezza.
...
Si incontrarono alcuni mesi pi tardi, nella primavera, un mattino di domenica a Snagov, dove Paolo era venuto per alcuni giorni, invitato alla villa di alcuni amici. Si era fermato con loro, nel passare, al piccolo convento sulla spiaggia del lago, e col con sorpresa aveva trovato Ann, sola nella chiesa fredda, con un blocco di disegni in mano.
Non ti credevo tanto religiosa.
Non lo sono. Sono passata per di qua assolutamente a caso. Sono venuta a Snagov con molti amici, ma li ho lasciati sul lago a pescare e mi sono fermata un momento a rivedere il convento. Non so se lo conosci bene. Vi sono alcune cose incantevoli.
Si diresse verso l'uscita e da l, dalla soglia, rivolgendosi con la faccia verso l'interno, gli mostr sulle pareti di fronte un affresco dai colori stinti, ma con un gruppo incantevole di donne. La prima donna a destra era rivolta verso le altre con un movimento grazioso, che dava alla stoffa un rovesciamento in falde carezzevoli.
Ma questo non  tutto quello che qui mi piace di pi. Vieni, ti prego, con me, lascia che ti mostri una cosa veramente miracolosa.
Lo prese per mano e lo trascin dietro di s verso il centro della chiesa, vicino all'altare, da dove gli indic sulla parete opposta un altro affresco, una deposizione dalla croce.
Qui vi sono alcuni difetti di prospettiva che mi emozionano. E, guarda, c' nel secondo piano, un vecchio che porta la mano alla barba, con un gesto... come potrei dirti?... con un gesto di ogni giorno, familiare...  un gesto laico, e sono molto meravigliata di trovarlo su di una parete in chiesa!
Parlava con animazione, con ardore, seppure sottovoce, perch nel frattempo la piccola chiesa si era riempita di visitatori, ma marcava le parole con un accento di convinzione, di emozione, che Paolo non avrebbe mai sospettato in lei fino a quel momento.
Ritardarono, gli amici di lui avevano fretta di andare a tavola e, sebbene gli sarebbe piaciuto di stare ancora a parlare con lei, le chiese scusa perch doveva andarsene.
Rimani ancora! insistette lei. Tra venti minuti deve venire una barca a prendermi e ti condurr io fino alla villa.
Fu costretto a rifiutare, ma si separarono colla promessa di rivedersi, promessa di convenienza come tante altre.
...
La rivide tuttavia non molto tempo dopo.
Paolo era uscito dal tribunale, dopo una intera giornata perduta in una piccola sala di seduta, per un'interrogazione di testimoni, in un processo privo d'interesse.
Come ai tempi della scuola, le giornate pi atroci nel tribunale erano quelle di primavera. Gli faceva male il sole giovane che inondava le vie e che egli guardava per ore intere dalle finestre di una sala di seduta, gli facevano male le figure asciutte, livide, che si agitavano nei corridoi, gli uomini logori che dormicchiavano sulle panche, in una luce gialla, polverosa di archivio.
Si era fermato sulla via, stordito dal sole, per cui aveva chiuso per un momento gli occhi. Si sentiva sporco, gli abiti gli sembravano pesanti, il collo mollo, la cravatta a sghembo. Avrebbe voluto scuotersi da dosso la fuliggine, come dopo un lungo viaggio in treno. Portava in s un odore di archivio anche sulle labbra, un gusto di carte vecchie, ingiallite.
Si era incamminato a passi lenti e gravi, dietro al tribunale. Si sentiva vecchio, e tutta la gente che gli passava accanto gli sembrava giovane. La borsa pendeva pesante, quasi fosse di piombo. Se non si fosse vergognato, l'avrebbe deposta un momento a terra per riposarsi.
Presso i Santi Apostoli, al di l di Apolodor, trasal al vedere ad alcun passi da lui una cosa affatto inattesa: aggrappata fanciullescamente alle sbarre di una porta di ferro, al di sopra della quale uscivano, in alto, alcuni rami di lill, una ragazza si affannava a spezzare un ramo.
Paolo si ferm, pel timore di spaventarla, e si nascose dietro un fanale, da dove poteva osservare senza essere visto.
Avrebbe potuto credere che fosse una scolaretta, se non fosse stata vestita con l'eleganza di una donna. Indossava un tailleur grigio, un cappello grigio con bordi azzurri, scarpini di antilope azzurra. Sul parapetto di pietra della porta, una borsetta, della medesima antilope degli scarpini, probabilmente deposta l, per avere le mani pi libere.
Paolo riconobbe senza difficolt Ann, ma stentava a credere che fosse lei. Alzata sulla punta delle scarpe, sul parapetto di pietra, con una mano aggrappata alle sbarre della porta, lottava coll'altra per trattenere il ramo di lill troppo alto. La gonnella del tailleur saliva pi in su dei ginocchi, due ginocchi rotondi, delicati di adolescente.
La via era deserta, ma da un momento all'altro poteva passare qualcuno, anche se non proprio il proprietario depredato. Alla fine il ramo cedette, un ramo grande con mazzolini fitti, violetti. La ragazza salt sul marciapiedi senza fretta, senza emozione, scroll leggermente le maniche, prese la sua borsetta, guard in su nella via e poi, col ramo di lill in braccio, con la sua testa bionda nascosta tra i fiori, ma con la fronte alzata un pochino al di sopra di loro, s'avvi col suo passo piccolo, deciso.
Paolo la guard allontanarsi e gli sembrava che dietro a lei rimanesse un fascio di luce. Si sentiva anche lui pi giovane: la stagione, che egli aveva dimenticato, era ritrovata, la piccola pazzia della ragazza portava un po' di incoscienza, un po' di luce in tutta quella giornata. Avrebbe voluto correrle dietro, ringraziarla, baciarle la mano, ma la lasci voltare indisturbata l'angolo e scomparire. Tuttavia sentiva il bisogno di inviarle una parola di simpatia, la prima da quando la conosceva. Si ricord che nelle vicinanze, nella piazza del Senato, c'era un fioraio. Vi entr e comper tutti i lill che vi trov, con meraviglia del venditore che gli chiedeva, certamente senza ironia:
Se ve ne occorrono ancora, posso farveli avere subito.
In maggio, i lill erano straordinariamente a buon prezzo e, colle poche centinaia di lei che aveva indosso, Paolo acquist un giardino intero, che egli invi ad Ann con tutte le foglie e con alcune parole scritte in fretta su un biglietto da visita. "Un'altra volta, quando vorrai dei lill, sii pi prudente. Se hai bisogno di un avvocato (articoli 306 e 308 del codice penale: Colui il quale prender di nascosto una cosa altrui, compie un furto. Il furto sar punito col carcere da 15 giorni fino a 2 anni...) sono a tua disposizione".
...
Non sai quanta vergogna ho di te, gli diceva Ann due giorni dopo, ricevendolo a casa sua. Se avessi saputo che mi vedevi, credo che sarei rimasta l irrigidita, colle mani sulla porta. Sei un uomo del quale ho avuto sempre un po' di paura. Non so perch, non mi chiedere perch...
La casa era piena dei lill inviati da Paolo. Quello che non era entrato nei vasi da fiori, era messo nella bottiglia dell'acqua, nei bicchieri, sul tavolo, sulle mensole, alla finestra.
Voglio conservarli a lungo, qua. Quando avvizziranno, ne metter degli altri al loro posto. E forse non avvizziranno nemmeno.
Indossava una gonnella semplice, azzurro-marino, col colletto bianco, che le dava un'aria da scolaretta.
Sei davvero cos giovane?
Sei davvero tanto vecchio? Mi fai paura! Ho avuto sempre paura di te. Sei tanto cupo, assente. Quando mi saluti per la via, e nemmeno mi saluti sempre, ho l'impressione che neppure mi vedi.
Parlava rapidamente, quasi temendo il di lui silenzio. Si port le mani al petto, come una scolara, per frenare la gesticolazione, cosa che le dava, una volta di pi, un'aria da ragazza di scuola.
Stento a credere che tu sia qui. Ho pensato tante volte che saresti potuto venire, ma mai ha osato sperarlo. So tante cose di te. So quali libri leggi. So con chi sei stato l'estate scorsa a Balcic. So che gioved sera sei stato alla Filarmonica e che te ne sei andato in un intervallo... Non vuoi che diventiamo amici? Vuoi che lo proviamo? Ogni qualvolta dipingo qualche cosa, mi chiedo: lui che cosa creder? Verrei vederti pi spesso. Mi rincresce dei miei gesti troppo vivaci, del mio modo di parlare, tanto poco serio. Vorrei che tu mi credessi: sono meno sventata di quanto sembro, meno superficiale... Ti prometto che sar un'amica saggia, che non domanda, che non cicaleggia. Vieni quando vuoi. O piuttosto, per il principio, stabiliamo un giorno della settimana nel quale verrai sempre. Proviamo per qualche tempo. Se andr bene... se no, rinunceremo.
A ricordo di quei giorni, il lill era rimasto il loro unico fiore.
Pi tardi, d'inverno, Paolo si era fermato meravigliato in un giorno di gennaio, davanti alla vetrina d'un fioraio, nella quale aveva veduto alcuni rami di lill bianco. Non sapeva fino allora che se ne potessero trovare in pieno inverno e gli sembravano, al di l del vetro gelato, finti.
Li carezzava sempre timidamente, col timore che potessero disfarsi sotto le sue dita. Il lill bianco d'inverno non aveva il profumo intenso come quello di primavera, ma un odore debole, smorto, come un soffio, come un fumo.
Se accadeva che si bisticciassero, bastava inviare o ricevere un ramo di lill perch, senza parole e senza spiegazioni, una separazione di alcuni giorni finisse immediatamente. Il lill era per ambedue una superstizione, che li disarmava, che li aiutava a ritrovarsi.
Non poteva allora sospettare che un giorno sarebbe esistita un'altra Ann, per la quale quei fiori bianchi avrebbero perduto tutto il significato, come un oggetto senza nome, senza ricordi.
...
Passarono i primi giorni del loro amore a Sibin, citt non conosciuta da nessuno dei due.
Mi  indifferente dove, mio caro. In qualunque luogo, purch sia sola con te, alcuni giorni. Poi, non m'importa dove vorrai lasciarmi.
Perch?
Perch tu non mi ami.
Lui non rispose n s, n no, e del resto non pareva nemmeno che ella aspettasse una risposta.
Sibin era stata scelta all'ultimo momento, alla stazione, perch il primo treno che partiva era per Sibin.
Tutto lo incantava nella citt transilvana: le vie larghe, le vetrine dei negozi, le ditte tedesche, il dialetto sassone, il pranzo al ristorante, la lista dei cibi che non conosceva e dalla quale sceglieva a casaccio, chiudendo gli occhi e fermando il dito sulla carta: Vediamo che cosa sar questo.
Al mattino, allo svegliarsi, gli piaceva guardare dalla finestra dell'albergo i bambini che passavano nell'andare a scuola cogli zaini sulle spalle, le donne sassoni opulente che ritornavano dalla piazza coi cesti nelle mani e si fermavano ad un angolo della via, a tre, quattro, parlando con calore, le saracinesche dei negozi che si alzavano stridenti... Tutto gli sembrava onorevole e severo.
Siamo gli unici esseri che si amano in questa citt, diceva lei.
Poi, come se proprio in quell'istante si fosse accorta di essere nuda, ritornava con un trasalimento di allarme nel letto, per nascondersi, ricoprirsi. Era bianca, tanto bianca che, essendo nuda, i suoi capelli biondi sembravano scolorirsi sotto la luce del corpo nudo.
Quando scendeva nel vestibolo di quel piccolo albergo di provincia, si spaventava degli sguardi rispettosi e imbarazzati degli uomini di servizio e degli impiegati, giacch la sua giovinezza portava l dentro un'onda di mistero, fors'anche di scandalo.
Era felice di tutto quello che vedeva. Girava tutto il giorno in quei deliziosi tram sibiani "dalla citt alta" in "quella bassa", e la divertivano il berretto dei fattorini, simile a quello degli ufficiali austriaci nelle operette viennesi, le gonne pesanti delle sassoni, gonne di provincia, con fibbie, fiori, nodi. Se avesse avuto con s un blocco di carta, avrebbe disegnato sempre, giacch dappertutto trovava motivi di disegno.
Eppure fecero ritorno da Sibin con un solo disegno, uno solo. Erano ad un tavolo, sul marciapiedi, di fronte ad un ristorante, all'ora del pranzo, proprio quando i ragazzi uscivano dalla scuola. Passava un gruppo di giovinette, ed Ann ne ferm una, chiedendole come si chiamasse.
Ingrid, rispose, alquanto spaventata, ma le compagne aggiunsero con maggior coraggio: Ingrid Schreiber.
Ingrid era bionda, aveva le trecce annodate sulle spalle, un berrettone azzurro messo fanciullescamente sulla fronte e due occhi obliqui, che davano alla sua figura di angelo sassone una grazia strana di piccola tartara della Dobrugia.
Ingrid, t'ha detto qualcuno che sei tanto bella? Dammi una matita e una carta dal tuo zaino. Voglio disegnarti.
Ingrid era spaventata e fiera, ed Ann prese con uno schizzo frettoloso quest'aria di bambina stupita; quello schizzo al ritorno doveva diventare un ritratto ad olio, collocato nella stanza di Ann, al di sopra del letto, da dove sembrava guardare pi lontano, con quello sguardo perplesso, cose ancora incomprese.
...
Dove era adesso Ann dei primi tempi del loro amore?
Era allora pronta a riceverlo in qualunque momento o ad andare da lui, ad accogliere una chiamata o un rifiuto, a fare in un batter d'occhio le valige, quando inaspettatamente lui veniva a prenderla per un viaggio di alcuni giorni, oppure al contrario a disfarle, quando altrettanto inaspettatamente, e senza interrogarla, lui rinunziava ad una partenza, progettata da molto tempo e che frattanto era divenuta per lei una felicit infantile.
Tu non chiedi mai nulla, Ann?
Non avrei, mio caro, che un'unica domanda da fare "perch non mi ami?". E questa, vedi, non la voglio fare.
Come da un amore iniziato cos facilmente (bionda come era, senza misteri e senza segreti, Ann sembrava il tipo predestinato per un amore facile) si doveva arrivare a questa sofferenza, era per lui inesplicabile.
L'ultimo di lei sorriso, l'ultimo di lei gesto, gli erano conosciuti... eppure doveva venire un giorno nel quale il semplice fatto di vederla diventava una cosa difficile, molte volte impossibile, un tempo nel quale avrebbe dovuto girare notti intere da un ristorante all'altro, da un bar all'altro, con la speranza che alla fine l'avrebbe trovata e veduta, magari per un solo istante.
Quando ritrovava tuttavia la Ann antica, quando succedeva che ritornasse amante da lui ("sei un balordo eppure io amo soltanto te"), quando la vedeva muoversi nuda per la casa, buttando gli oggetti senza saper poi dove ritrovarli, la fermava in una delle sue pose comiche, scarmigliata, coi capelli spioventi sulla fronte, con una calza sul braccio e coll'altra buttata sulle spalle come fosse una sciarpa; e sapendo troppo bene che questa ragazza sventata e cara era tuttavia perduta e che due giorni dopo sarebbe ricominciata quella sofferenza, la guardava a lungo: "Lasciami, Ann, vedere come apparisce una donna fatale".
...
V'erano infinite cose che dapprincipio appena vedeva, con una specie di indifferenza dilettevole, ma che pi tardi, senza, sapere esattamente quando e perch, aveva incominciato ad osservare con una inquietudine torturante. Lo irritava che Ann conoscesse molta gente.
La sua entrata in un ristorante era salutata da dieci sguardi, che si rivolgevano nello stesso tempo su di lei, con qualche cosa di indiscreto, insistente.
Ma come fai a conoscere tanta gente? Chi  quel tipo che  passato?
Le sue risposte erano di solita vaghe, evasive: Non so chi sia. Viene alle esposizioni. Paolo vedeva sempre al di l di questa imprecisione grandi enigmi da sciogliere.
Per pi dolorose erano le sue risposte precise, dette con indifferenza: L'ho conosciuto tre anni fa, in treno verso Budapest.
Paolo vedeva il vagone letto, il corridoio colle luci azzurre, Ann accanto al finestrino a colloquio col suo casuale compagno di viaggio; gli sembrava di vederla ridere (giacch ride, ahim!, tanto facilmente...) quando una scossa pi poderosa la gettava nelle braccia di lui. Vedeva il guanciale bianco dei letti, attraverso le porte rimaste aperte, il corridoio vuoto, il di lei passaggio da uno scompartimento in un altro, in piena notte... Ricordava con quale facilit gli avesse ceduto un tempo, e si scandalizz al ricordo. Avrebbe voluto che gli avesse resistito di pi allora, perch ora potesse credere che, per lei, il coricarsi o no con un uomo non era affatto una cosa senza importanza.
In ogni sguardo estraneo, che si rivolgeva verso Ann, in ogni saluto, sembrava che ci fosse un ricordo, una chiamata. Era furibondo perch, per educazione, doveva rispondere pure lui a questi saluti, segnali che passavano al disopra di lui, come certi telegrammi cifrati che si intercettano senza poterli leggere, e nessuno poteva assicurarlo che ogni nuovo saluto non portasse un messaggio, un'allusione o una proposta: "ti ricordi?" o "ti aspetto".
...
I vernissage di Ann attiravano nelle sale di pittura un mondo nuovo: figure di bar, figure di corse, figure di premire, e due giorni dopo nei giornali, nella rubrica mondana, si pubblicavano fotografie e nomi del "pi splendido vernissage dell'anno".
I quadri di lei si vendevano troppo bene, una cosa che dapprincipio Paolo non aveva rimarcato, ma che pi tardi, quando, senza volerlo, aveva incominciato a conoscere pi da vicino la "borsa" dei quadri, gli sembr inquietante. Quando un quadro di Margherita Sterian o di Cornelia Babic si vendeva a tre o quattromila lei, quando Jorgulesca Yor, che pure aveva la reputazione di "tenere al prezzo", vendeva una tela di 30 per 50 per cinquemila lei, ed una di 50 per 70 per ottomila, i quadri di Ann ottenevano prezzi che solamente un Iser o un Patroscu potevano chiedere.
Era rimasto celebre tra i pittori un piccolo Balcic azzurro, gradevole certamente, ma non straordinario, neppure di fronte agli altri suoi lavori, che ella aveva venduto per la somma favolosa di cinquantamila lei.
Quando le accadeva di esporre in un'esposizione collettiva, al "Salon", al "Gruppo Nostro", i quadri di lei si distinguevano facilmente dagli altri, per quel cartoncino bianco che d prestigio e luce ad un quadro: "riservato".
Paolo si vergognava della rapidit con la quale, dai primi giorni, questi cartoncini bianchi infioravano nell'angolo le sue tele, mentre gli altri pittori avevano tante difficolt prima di riuscire a piazzare i quadri, ed anzi talvolta rimanevano loro invenduti alla chiusura dell'esposizione.
Avrebbe voluto che Ann avesse un po' di discrezione nella sua soddisfazione, un po' di impassibilit nel successo, ma una volta, quando aveva cercato di farle intendere questa cosa, si era buscato da parte sua una risposta schiacciante: Che? Vuoi che mi vergogni di aver successo?
Risposta tanto pi schiacciante, in quanto lui le avrebbe chiesto proprio questa cosa: di sentire un po' di vergogna dei successi che aveva.
Ann aveva perduto completamente la sua timidezza di una volta, il dubbio col quale incominciava un quadro, il timore di scolaretta col quale aspettava un'impressione. Aveva ora una vera arte di piazzare i quadri, di giovarsi delle relazioni, di sentire in una nuova conoscenza un possibile cliente.
"Cliente" era la parola che ricorreva pi spesso nel suo linguaggio, e Paolo inorridiva del doppio senso della parola.
Che specie di cliente? l'aveva interrogata una volta brutalmente, fissandola negli occhi. Ella aveva traballato sotto l'orribile ingiuria, come schiaffeggiata, ed era scoppiata in un pianto convulso, disperato, che egli stent a calmare, chiedendo scusa, pieno di rimorsi e tuttavia felice che il di lei pianto fosse tanto sincero, infantile, da smentire i suoi sospetti e i suoi timori.
C'erano dei giorni nei quali Ann era irreperibile. Tutte le sue insistenze urtavano sempre contro la medesima frase che ella gli diceva un po' in aria di sentenza, alzandola come uno scudo: "prima la pittura!". Nulla la difendeva meglio, nulla la nascondeva di pi. "Questa sera non sono libera. Ho un incontro d'affari: un cliente col quale tratto per vendergli dei fiori azzurri".
Aveva preso l'abitudine d'incontrarsi coi clienti a casa sua o in citt, al ristorante, al tavolo di un bar, mai all'esposizione, dove del resto andava di rado, solamente di passaggio, per fumare una sigaretta, per scambiare poche parole, in abito da strada, senza togliersi il cappello, in visita.
Paolo aveva cercato di convincerla che il suo prestigio d'artista perdeva con questa eccessiva familiarit col pubblico.
Capisci, cara Ann, non ti parlo come un uomo geloso, ma come un amico preoccupato. Un artista non ha diritto di fare al pubblico le concessioni che tu fai ai compratori. Devi essere un po' meno abbordabile, pi fiera, pi orgogliosa, pi solitaria.
Ella ascoltava con attenzione e pareva approvare tutto, comprendere tutto, per quando dalle considerazioni d'ordine generale sui doveri del "vero" artista lui passava a proposte concrete (e qui l'amico disinteressato non nascondeva molto bene l'amante geloso) e quando le chiedeva di rinunciare all'appuntamento fissato e di telefonare all'amatore che, se ci teneva veramente a comprare i "fiori azzurri", non aveva che da passare fra due giorni nella sala Dalles, fra le 11 e le 12, ella non era pi disposta ad ascoltarlo e lo interrompeva seccamente
Che? Vuoi rovinarmi la carriera?
...
"Rovinare la carriera" era una frase che compariva per la prima volta nel linguaggio di Ann. Paolo conosceva troppo bene questo linguaggio, perch i cambiamenti di vocabolario non lo turbassero. Da dove venivano queste parole nuove, che salivano d'un tratto nel suo discorso, come echi di una vita che lui non conosceva e della quale non arrivava fino a lui che una parola sfuggita per disattenzione?
L'ascoltare Ann quando parlava, era stato per lui nei primi giorni un piacere pieno di sorprese. Gli era sembrato da principio che fosse molto loquace, ma col tempo aveva osservato che la sua oratoria era fatta piuttosto di gesti e di sorrisi, con un'alternativa di brevi esclamazioni e di brevi silenzi che davano al suo discorso un'aria di agitazione continua.
Che sintassi curiosa hai tu, cara! diceva lui divertendosi delle sue costruzioni di frasi. Un po' della vecchia mania di latinista si risvegliava in lui nello studiare grammaticalmente i suoi piccoli discorsi.
Usava in genere frasi semplici, che ella stessa complicava con una farragine di interiezioni e interrogativi, s? no? vedi? sai? Vuoi? come una serie di bemolli e diesis, in una gamma di variazioni, che facevano del suo pi semplice racconto una cosa palpitante, con elevazioni e abbassamenti di tono, con inflessioni di voce, con ritorni subitanei nello sguardo. Qualcosa di sorprendente era in tutto il suo discorso, l'impressione che avesse lottato colle repliche, udite solamente da lei e alle quali doveva rispondere per ordine, come un giuocatore di scacchi impegnato in pi partite contemporaneamente. E proprio come un giuocatore di scacchi, il quale in certe situazioni confuse ricorre a mosse tipiche, di attesa, spostare senza utilit una pedina, o muovere una torre su di una linea morta, aveva anche lei alcune espressioni uniformi, che ripeteva quasi meccanicamente, giacch non dicevano nulla e le erano a portata di mano, come vecchi gesti abitudinari, che da molto avevano perduto il loro senso iniziale: "questa  tutta un'altra cosa", "tutto  possibile", "so io che cosa credere".
Ann assorbiva con facilit parole e frasi udite talvolta per caso e che poi rimanevano nel suo discorso abituale, da principio forse per scherzo, ma in seguito per per una vera incapacit di dimenticarle, finch si fissavano definitivamente nel suo gergo personale.
A Sibin, fermarono una mattina un passante per chiedergli se il museo Bruckenthal, dove volevano recarsi, fosse lontano. "Lontano, ma non un gran che" fu la risposta, e questo modo di approssimazione divert tanto Ann che lo ripet alcuni giorni di seguito, in tutte le occasioni possibili: il mangiare era buono "ma non era un gran che", la notte era stellata "ma non un gran che". Le prime volte lo diceva ridendo, come se avesse voluto sottolineare le parole, ma col tempo l'interiezione ironica si cancell, anzi disparve del tutto, e questo "ma non un gran che", che per qualche tempo aveva avuto qualche cosa di commemorativo (come se avesse detto a Paolo indirettamente: "te ne ricordi a Sibin?"...) divenne non solo una delle sue locuzioni pi adoperate ma il modo da lei preferito, di attenuare un'opinione, di esprimere una riserva.
Era stata, nei primi tempi del loro amore, una delle loro felicit reciproche quella di scoprirsi l'uno all'altro certi tic del gesto o della parola, che per l'altra gente, che li conosceva da pi tempo, erano divenuti, forse per la ripetizione e l'abitudine, impercettibili, ma che, rimarcati per la prima volta, avevano qualche cosa di inaspettato.
In che maniera curiosa corrughi tu le sopracciglia! aveva osservato nei primi giorni Ann ed aveva cercato di imitarlo, lasciando in gi la sopracciglia sinistra e alzando quella destra, molto arcata, cosa che non le riusciva se non con un piccolo trucco e aprendo molto l'occhio destro con due dita, come se avesse voluto fermare nell'arco un monocolo.
Vi era una infinit di gesti minuti, che dapprima aveva osservato in lui, in scherzo, con una tenerezza ironica. E lo imitava ridendo, come se avesse voluto disabituarlo; ma poi, coll'andare del tempo, quei gesti entravano senza parere nelle sue abitudini. Paolo aveva assistito, in principio indifferente, o per lo meno divertendovisi, ma pi tardi con una commossa meraviglia, a questa insensibile trasmissione di gesti e di parole, che ritrovava nel linguaggio di Ann, alquanto modificati dai modi o dalla di lei pronuncia, come se fossero stati adattati al suo timbro vocale, come un'aria per tenore ridotta per una voce di soprano. Erano le medesime parole, i medesimi gesti, che conservavano per molto tempo un'aria particolare, come se fossero stati impressi nel discorso di Ann a lettere speciali, staccandosi nella frase come una citazione in una lingua straniera, come un proverbio messo fra virgolette, finch queste ultime resistenze cadevano anch'esse, e il gesto e la parola, che erano stati fino allora per Ann una specie di neologismo, venivano incorporati per sempre nel suo vocabolario corrente.
Ella aveva per la prima volta reso attento Paolo sulla sua abitudine di ripetere due volte le espressioni di affermazione o di negazione: "evidente-evidente", "in nessun caso-in nessun caso", "assolutamente escluso-assolutamente escluso".
"Quanto poco mi sorveglio", aveva pensato allora Paolo, "se per anni ho potuto parlare in questa maniera, senza magari accorgermene. Doveva venire Ann, per osservarlo".
Ogni volta che in una frase ritornava quel doppio "evidentemente" ella lo sottolineava con uno scoppio di risa.
Non adirarti, caro il mio Paolo, se rido. Ti ho detto che ho un po' di soggezione di te ma, che vuoi?, quando scopro una fanciullagine come questa, mi pare di averne di meno, perch mi sembra di avvicinarmi di pi a te. Vorrei che avessi un migliaio di piccoli difetti, vorrei che parlassi coll'"r" molle, vorrei che non potessi pronunciare la "s", vorrei poter ridere di te, capisci, mio caro?
Per, senza sapere il come, ella stessa si abitu pi tardi a parlare come lui, e tra le prime cose prese in prestito da lui, fu proprio questa maniera di rafforzare, con la ripetizione, certe parole ed esclamazioni, confermando o negando qualche cosa. Il suo discorso era adesso pieno di "evidente-evidente", "non se ne parli-non se ne parli", "impossibile-impossibile", che se lui qualche volta diceva macchinalmente, per disattenzione, ella le pronunciava con un accento battagliero, di convinzione, di intransigenza, che dava un rilievo ancor maggiore.
C'erano alcune parole che alle volte scomparivano dalle espressioni correnti di Paolo e che, passato un certo tempo, riapparivano, ma non pi nel suo vocabolario, ma in quello di lei, cos come talora in montagna una sorgente pu penetrare sotto la terra per ricomparire alla superficie, dopo un lungo cammino sotterraneo, ma da una parte del tutto differente. Sulle labbra di Ann, le parole dimenticate da lui prendevano una nuova vita; nelle di lei mani vivaci, i gesti che lui aveva un giorno abbandonato, rinascevano con una specie di fedelt automatica, che pi tardi doveva sopravvivere forse al loro amore finito.
"A nessun prezzo, a nessun prezzo, non voglio pi vederti", gli aveva scritto lei una volta, dopo un bisticcio, ma quel doppio "a nessun prezzo" sembrava portare in se stesso la sua smentita, giacch nel tempo in cui Ann era convinta che si sarebbero separati, il suo linguaggio conservava, come per un pegno di fedelt, quel tic di ripetere due volte le parole e nel quale, senza volerlo, persisteva il ricordo di Paolo.
Per comparivano altre volte delle parole ed espressioni nuove, che egli udiva per la prima volta e che egli riteneva allarmato, chiedendosi da dove venissero e sospettando che al di l di esse si nascondesse un mondo intero di incontri, di avventure, di segreti, che avrebbe voluto decifrare.
Nell'ultimo tempo specialmente, il vocabolario di Ann aveva subito innumerevoli, piccole innovazioni, e dopo ogni separazione pi lunga, sia che si fossero bisticciati, sia che egli avesse dovuto recarsi in provincia per vari processi, sia che ella fosse troppo occupata col suo lavoro, quando si ritrovavano, lui scopriva con desolazione nuovi cambiamenti nel suo modo di parlare, nuovi gesti o nuove parole.
" roteante", diceva Ann da un certo tempo, quando una qualche cosa le sembrava troppo comica, e allora buttava la testa indietro, ridendo rumorosamente, con tutta la bocca spalancata. E con la sua insistenza infantile di ripetere una parola nuova, perch ci trovava piacere a udirla, come si sarebbe divertita ad aprire e richiudere infinite volte un nuovo accendisigari o una nuova scatola per la cipria, diceva dieci volte al giorno, per ogni cosa, per ogni sciocchezza " roteante", " roteante", " roteante"... Ogni volta, Paolo trasaliva ferito, perch gli sembrava che al di l di questa parola ci fosse uno sguardo d'uomo, dell'uomo dal quale aveva preso la sua nuova frase preferita. Era tentato di chiederglielo, come se avesse veduto al suo dito un anello sconosciuto: "di'! da dove l'hai? chi te l'ha dato?".
...
C'era nel suo gergo di pittrice un'espressione che sulle prime lo aveva incantato, ma che pi tardi, per una segreta deviazione di significato, gli era divenuta insopportabile "vado al motivo".
"Andare al motivo" significava per Ann ritrovare un luogo determinato, dove fissare il cavalletto, ripescare un punto stabilito prima, un albero da frutto, una casa, un sasso, che le determinava "sul terreno" il paesaggio che aveva incominciato a dipingere.
"I motivi" di Ann erano impenetrabili. Alle volte, specialmente in primavera, o verso la fine dell'autunno, ai primi di marzo o alla fine di ottobre, quando era troppo presto o troppo tardi per andare a Balcic, pregava Paolo, ma questo nei primi tempi del loro amore, quando ella aveva la sensazione di chiedergli un grande favore, di uscire con lei dalla citt, al di l di Herestran o pi spesso, perch i luoghi erano meno conosciuti, al di l di Filaret, al di l del molino di Ciurel, alla ricerca di "motivi".
"Sono sazia di lavorare in casa. Voglio uscire in campagna. Vieni con me a trovare qualche cosa da dipingere", soleva dire.
Erano lunghe passeggiate di ricognizione, al di l della ferrovia, al di l delle ultime casupole di Bucarest, sul campo di marzo appena sgelato, oppure nero-ruggine di ottobre. Il territorio appariva affatto sconosciuto; e se non ci fossero stati gli aeroplani che si alzavano e scendevano verso la Bancasa, volando in basso, raso terra, col motore rombante, avrebbero potuto credere di essere in qualche sito molto lontano da Bucarest.
Alcune acacie strette l'una all'altra formavano un inizio di bosco, un'acqua sgorgata non si sa da dove, forse dalle ultime nevi disciolte, forse dalle ultime piogge d'autunno, sembrava un confluente sperduto per via.
Paolo non era riuscito mai a capire per quali ragioni recondite Ann sceglieva un luogo e non un altro, perch, l dove lui non vedeva nulla di particolare, ella si era fermata d'improvviso, guardando con una specie di attenzione preoccupata un punto per lui invisibile, che ella gli indicava con un gesto deciso: "qui".
Che c' qui, Ann?
Il mio nuovo "motivo".
Ritornava nei giorni successivi sola, cogli strumenti di lavoro, e verso sera Paolo andava a prenderla, perch annottava presto e, siccome sarebbe costato troppo tenere per tutto il pomeriggio un tass presso di s in campagna, doveva fare un buon tratto di strada a piedi. Il loro passaggio di sera attraverso i sobborghi provocava qualche sensazione e, come ai tempi di Cernauti, le massaie uscivano sulla soglia e i bambini si fermavano dal giuocare onde osservare questa ragazza bionda, coi pantaloni maschili (giacch indossava quelli tipo sport e una giubba sportiva, oppure quando faceva freddo un training di lana), la quale portava sulle spalle il cavalletto, la scatola dei colori, il seggiolino di tela, lasciando a Paolo di portare tutt'al pi uno scialle, un thermos con t caldo oppure una borsa con frutta. Alle volte, siccome non trovavano strada facendo una macchina libera, oppure, semplicemente perch ad Ann piaceva sfidare il mondo e sentire intorno a loro un piccolo rumore di scandalo, ella convinceva Paolo a ritornare fino al centro col tram o coll'autobus, anzi, affinch lo scandalo fosse completo, prendevano biglietti di coincidenza e aspettavano sul marciapiedi, in una delle fermate del centro, a quella di Carpate, alla Via Reale, fino alla venuta del tram.
"Voglio comprometterti, voglio che tutto il mondo sappia che ci amiamo, voglio che tu non possa pi alzare la testa fra la gente", diceva Ann quando vedeva Paolo imbarazzato, disabituato ad affrontare gli sguardi curiosi dei passanti, che ella invece sopportava con bravura, anzi li provocava addirittura.
 vero per che pi tardi, per un cambiamento totale di idee sulle cose che si convengono o non si convengono e per una improvvisa preoccupazione della propria onorabilit, Ann aveva soppresso del tutto le avventure di questo genere, e non solo le sarebbe apparso di cattivo gusto l'andare in tram col cavalletto, ma proibiva a Paolo di venire di sera in campagna, a prenderla dal lavoro, perch, diceva lei, alla fine dei conti  penoso l'andare a lungo con lui, per vie laterali, tanto pi che l'avrebbero potuta vedere i suoi camerati, che per caso fossero rientrati dal lavoro passando per il medesimo rione.
Cos, "l'andare al motivo" aveva cessato di essere come una volta un pretesto favorevole di appuntamento, anzi era diventato un ostacolo, tanto pi difficile da eliminarsi, in quanto Ann s'era abituata ad invocare ora il suo lavoro, la sua arte e la sua "carriera" come argomenti indiscutibili.
"Domani non ti posso vedere: vado al motivo", oppure "perdonami se non sono stata da te ieri, son dovuta andare al motivo", erano spiegazioni senza possibilit di una replica.
Paolo cerc dove si trovassero ora i "motivi" di Ann, ma ella non gli dava che indicazioni assai vaghe ("sai? non sono ancora decisa, esito, vedr...") e anche se alle volte, per disattenzione o indifferenza, gli diceva con qualche precisione il luogo dove si trovava il motivo attuale ("vedi, verso Filaret, al di l della casa gialla, dove sono caduta io, ricordi?, l'autunno scorso, quando mi si  rotto il fermaglio della scarpa di antilope") egli sapeva troppo bene che sarebbe stato inutile cercarla, perch non l'avrebbe trovata... E se l'avesse interrogata in proposito, lei si sarebbe meravigliata con tutta sincerit: "Come? sei stato a cercarmi l? Come sei sciocco!... Mi doleva la testa, ci ho ripensato all'ultimo momento... non ho potuto andare!... E poi non ti avevo detto di non venire?".
I motivi di Ann erano divenuti pretesti, e l'andare al "motivo" era divenuta la sua forma pi comoda di mentire.
...
Non l'aveva veduta da una settimana, quando una mattina, gettando gli occhi in un giornale, il suo nome, sebbene fosse stampato a lettere minute, in una rubrica di informazioni, si stacc nettamente in tutta la pagina. Era una noticina sul padiglione romeno all'esposizione di Liegi del 1934, una specie di comunicato ufficiale del Commissariato della Esposizione, col quale si annunciava che "i pittori e gli scultori, incaricati della decorazione interna del padiglione, partiranno fra cinque giorni, sabato 12 maggio a. c. alle ore 9,50 per Brusselle". Fra i pochi decoratori elencati vi era pure Ann.
Paolo credette che ci fosse un errore, giacch non poteva immaginarsi che Ann gli avrebbe lasciato apprendere dai giornali una cosa tanto importante; cos pure non poteva pensare che Ann, alla vigilia di una partenza cos vicina, avrebbe fatto passare una settimana intera senza vederlo, anche se, per qualche sciocchezza, si consideravano in collera da qualche tempo.
" vero? Parti?" le aveva chiesto al telefono, tenendo ancora il giornale in mano, cogli occhi fissi sulla notizia che lo aveva stordito.
"Ah, non lo so", aveva risposto Ann evasivamente, "non c' ancora nulla di sicuro... potrebbe essere, ma frattanto nulla  fissato. Se vi sar qualche cosa, te lo annunzier. Senti, incontriamoci stasera... ossia no, stasera no, perch ho un appuntamento cogli architetti del padiglione, ma domani mattina telefona, o meglio lascia che ti chiami io... ti chiamo di sicuro, mi senti?".
Quei cinque giorni fino alla partenza trascorsero lenti in un'attesa di ogni secondo, col respiro sospeso, ad ogni passo per le scale, ad ogni rumore dell'ascensore, ad ogni suonata del telefono, giacch la domanda non era quella se Ann sarebbe partita o no per Liegi, ma, pi semplice, pi urgente e pi dolorosa, se sarebbe venuta a vederlo, se lo avrebbe chiamato, se almeno gli avrebbe inviato una parola o un segno. Temeva di allontanarsi da casa o dallo studio, gli unici due luoghi dove lei gli avrebbe potuto telefonare. E quando pur tuttavia era costretto a scendere in citt, faceva impazzire gli autisti spingendoli a tutta corsa verso casa, dove ricominciava l'attesa, lo stare in agguato. Cento volte aveva alzato il ricevitore, per chiamare lui Ann, cento volte aveva incominciato a formare quel numero che lo ossessionava come un nome, ma mai aveva osato terminarlo. Che cosa avrebbe potuto dire a questa Ann, che si nascondeva e che preparava la partenza come una fuga?
Talvolta il telefono suon pure, e lui non poteva reprimere un trasalimento nervoso di spasimo e di speranza, che alla fine gli sembrava tanto pi ridicolo, in quanto non era altro che un errore o chi sa quale comunicazione senza importanza... del resto tutte erano senza importanza.
" assurdo,  imperdonabile, sembrerebbe che io fossi uno studentello di liceo, come se avessi sedici anni; devo comprendere che cos non pu pi andare, no, non va, qualche cosa deve cambiare". Si prometteva di essere calmo e infatti, se il telefono o il campanello d'ingresso suonavano di nuovo, li lasciava squillare per un po' di tempo, prima di alzare il ricevitore o di aprire l'uscio, perch da una parte voleva darsi una prova di dominio di se stesso, e dall'altra, per alcuni secondi, poteva dirsi come un fanciullo: "forse  lei, potrebbe essere lei...".
Anzi alle volte, per superstizione, per dispetto o solamente per il timore di non soffrire un'altra delusione, non rispondeva affatto e lasciava il campanello del telefono suonare senza rispondere, finch colui che chiamava desisteva. Ma nel momento in cui udiva quello scatto che interrompeva il contatto, nel momento in cui il telefono taceva definitivamente, il pensiero che pure quella volta fosse stata Ann, che non le aveva risposto e che cos aveva perduto l'unica possibilit di parlarle e di vederla, gli dava un intollerabile sentimento di sfortuna, come un giuocatore appassionato il quale, dopo che per superstizione avesse detto passo, trasalisce al pensiero insopportabile che forse le carte buttate senza guardarle erano proprio il carr o la quinta col Re, che gli avrebbero permesso di rifarsi in una notte di giuoco, dalla quale era uscito rovinato.
Le partenze di Ann? Le conosceva molto bene, era vissuto tante volte in agitazione a causa di esse, nella loro perturbazione. Le valige che si aprono e si chiudono rumorosamente, l'armadio coi battenti spalancati, gli abiti distesi sulle poltrone, sul letto, le cinture, le sciarpe buttate a casaccio, i biglietti multicolori di viaggio sfogliati febbrilmente, con inquietudine ("Questi sono tutti? Credi che non abbia dimenticato nulla?"), gli acquisti dell'ultimo momento, le corse precipitose in citt, i pacchi che riportava a casa e non sapeva dove mettere, da che parte prendere, che cosa fare di loro...
La vedeva quasi correre per le vie, saltando da un tass in un altro, fermandosi ad una vetrina, entrare in un magazzino, dimenticando perch fosse entrata, confusa, entusiasta, stanca, piena di irrequietezza, di curiosit, di attesa...
Sarebbe stato tanto facile, tanto normale, se in una di queste corse si fosse ad un tratto ricordata di lui, con quel trasalimento spaventato che aveva quando si ricordava di qualche cosa, chiudendo gli occhi e portandosi infantilmente la mano alla fronte "ahim! come sono stordita!" e se dal primo telefono pubblico ("la citt  tanto piena di telefoni, Dio mio") lo chiamasse e gli dicesse finalmente: "Aspettami, vengo".
Ma ogni minuto che passava rendeva la partenza pi minacciosa, quel "sabato 12 maggio c. a. alle ore 9,50", letto sui giornali e che era stato da principio una data astratta, informe, lontana, improbabile, prendeva realt e diveniva un punto vivo, un punto doloroso, difficile da vedersi di fronte. Ogni minuto, ogni giorno dell'attesa di Paolo aggiungeva un sentimento di stupore, come davanti ad un fatto completamente assurdo e che tuttavia si vede compiersi sotto lo sguardo pietrificato.
Aveva seguito, nella mattinata della partenza, sul quadrante del suo orologio da braccio, la lenta rotazione dei minuti primi, il movimento dentato dei secondi, come si attendono le 12 precise, per spegnere le luci, nella notte dell'anno nuovo, e quando le due lancette si sovrapposero esattamente, indicando le ore dieci meno dieci, sollev il ricevitore e chiam l'ufficio informazioni della stazione nord, per chiedere se il treno del Sempione fosse partito.
"S, sta partendo ora, proprio in questo momento si  messo in moto", rispose un impiegato.
Fu invaso da una calma assurda, come se tutta la sua febbre degli ultimi giorni non fosse stata provocata che dal dubbio se nel giorno di "sabato 12 maggio 1934" il treno del Sempione sarebbe partito o no all'ora regolamentare delle 9,50: ora che aveva appreso alla fine quello che voleva sapere, poteva dormire e dimenticare.
In un giornale del pomeriggio, vide una fotografia presa al mattino sul verone della stazione nord: "Il gruppo degli artisti romeni, partiti per il Belgio, per i lavori del nostro padiglione di Liegi".
Ann indossava un abito da viaggio ed aveva sul capo una specie di berretto bianco, messo fanciullescamente, un po' storto sulla fronte. Paolo la guard qualche tempo calmo: gli pareva di non aver nulla da dirle, nulla da chiederle.
...
Una Bucarest in cui Ann mancava, diventava una citt quieta, un pochino provinciale. Era come se, d'un tratto, i rumori si fossero allontanati, le vie avessero taciuto. Paolo aveva l'impressione di trovarsi in qualche luogo della provincia, a Ramnicu-Sarat, a Roman, in una di quelle cittadine dove andava talvolta per un processo e dove sapeva bene che non gli poteva capitare n una sorpresa n un incontro.
La partenza di Ann gli portava una calma inattesa, un sentimento di torpore, di indifferenza. Tutto era scolorato, cinereo e sopportabile. Il riposo di non aspettar nulla aveva forse qualche cosa di amaro, ma lo accettava come un sonno.
Allo studio lo attendevano lettere inevase, al tribunale lavori rimasti in ritardo. Ritornava ad essi con una indifferenza completa, ma deciso a lasciarsi prendere in un orario meccanico di lavoro.
Redigeva lunghe lettere d'affari, che batteva lui stesso a macchina; gli piaceva ascoltare lo strepito secco dei tasti, le loro brevi battute.
Incontrava talvolta nei giornali fotografie e rendiconti sui lavori di Liegi e li leggeva senza curiosit, senza inquietudine. In un numero dell'Illustration erano apparsi alcuni schizzi e tavole a colori sul padiglione romeno che era quasi pronto, del resto la data dell'inaugurazione si avvicinava, e Paolo, trovando la rivista una sera al ristorante, dimenticata su di una sedia, l'aveva sfogliata tranquillo, come se non ci fosse stata una parola su Ann.
Ehi, ti piace ci che fanno quei signori? lo interruppe nella lettura una voce indignata.
Era un pittore abbastanza noto, ritiratosi da alcuni anni a Jasi, professore a quella scuola di belle arti, il quale esponeva sempre pi raramente a Bucarest, da dove era fuggito, diceva lui, perch non vi si trovava pi n buon vino n buona pittura. Paolo lo conosceva vagamente, da un vernissage dove la sua comparsa di orso musone era stata accolta dai pittori giovani con un'ondata di simpatia e di spasimo, giacch era nota la sua mana di fermarsi davanti ai quadri e di dire a voce alta, quasi vociferando, le sue critiche oppure lodi enormi, incredibili, o molto pi spesso ingiurie e invettive da far tremar la terra.
Si era seduto senza cerimonie al tavolo di Paolo e, prendendogli la rivista dalla mano, la sfogli nervosamente.
Ti chiedo, ti piace? Dillo anche tu.  pittura questa? Questi sono pannelli? Sono impazziti completamente! Menano la paletta dell'intonaco senza badare, ed ecco che in una notte il padiglione  pronto. Sono venuti anche da me per chiedermi: "Vieni anche tu, caro Fanica Stefanuccio, a Liegi a farci un pannello, fino a dieci giorni di tempo, grandezza otto per sei. Ecco i quattrini, ecco il biglietto per la ferrovia...". Ho guardato i danari (moneta buona, nulla da dire!), ho guardato essi, e mi veniva da farmi la croce. "S", ho risposto, "va bene, ma sapete voi che cosa sia un pannello? Da otto per sei? In dieci giorni? Non bastano nemmeno cento! Datemi un anno e ve lo faccio!". Un pannello! Ma  la cosa pi difficile, la cosa pi delicata: ti rompi la testa in tutti i modi fino a terminarlo e nemmeno allora lo lasceresti fuori delle mani, perch quasi vorresti aggiustarlo ancora, cancellare e cambiare. Come dicevano i geni latini, che si vuole siano stati nostri antenati, ars longa, caro mio, ars longa!
Paolo lo ascoltava senza curiosit, quanto gli erano estranee tutte queste storielle, di pittura! ma con un certo piacere di sentire una voce gioviale che ingiuria, offende, si sdegna, si risponde da sola, da sola si contraddice o si approva. C'era, comunque, un uomo, accanto a lui, un uomo che lo guardava negli occhi e lo spingeva a bere. Da tanti giorni non aveva incontrato nessuno, da tanti giorni non aveva scambiato una parola con alcuno! E piuttosto che andare a zonzo per le vie, era molto meglio starsene in quel giardino di ristorante, colle bottiglie di vino che si ammucchiavano vuote, a terra sulla ghiaia, sotto il tavolo, coll'orchestra di zingari che di tanto in tanto si destava dal sonno, con quelle poche donne eleganti, in abiti aperti, imprim, erano i primi di giugno, che portavano nella notte estiva di Bucarest un vago aleggiare di spiaggia, di mare... Il pittore di Jasi parlava a lungo e, dopo ogni bicchiere vuotato, la sua indignazione, che di tanto in tanto s'era stancata, si alzava di un nuovo semitono, rifatta, pronta per nuove battaglie. Agitava molto il numero dell'Illustration e da ultimo lo prese nelle mani, lo riaperse alla ricerca di nuovi argomenti.
Ecco, questa ragazza, e indic uno schizzo che Paolo appena allora osserv essere firmato da Ann, ha del talento, sappi che ha del talento... Mi sembra che la conosci... anzi, vi ho veduti insieme a Balcic... grande amore, eh?
Paolo protest annoiato.
No, non  come credi tu. Ci salutiamo, ci conosciamo, ma non c' nulla...
Ehi, lascia, caro, perch sia o non sia,  sempre lei quella che fa il conto suo. Dove vanno cento vanno anche mille. Non sei il primo, ma non sarai l'ultimo. Nella massa, non ci si accorge...
Paolo guard a lungo il bicchiere di vino che aveva nella mano destra e not che la mano non gli trem. Lontano, nel profondo, vicino al cuore, qualche cosa si lacerava, come sotto un tagliente bisturi: sent la ferita, sent la resistenza del tessuto sotto il taglio, poi uno strappo molto preciso, molto esatto, e che tuttavia non duole, non duole...
S, caro amico, ha del talento, ma a che cosa le serve? Il talento  come il danaro, lo trovi su tutte le vie, ma tutto sta nel sapere che farsene. Senti, questa ragazza mi fa pena, perch mi  piaciuta fin dal principio ed ha la mano delicata. Non si ammazza disegnando, ma quando metteva una linea sulla carta, comprendevi qualche cosa... Solamente che doveva lavorare, aspettare e sopratutto aver paura, mi capisci?, aver paura di quello che faceva, essere sempre incerta se fosse riuscita bene o male... Io credevo che volesse fare della pittura... e poteva, poteva, purch avesse voluto... ma lei voleva la carriera. Ehi, guarda che cosa ha fatto. Ora dipinge a Liegi per cinquemila lei al giorno. Cinquemila! A me nessuno, mai, ha pagato nemmeno cinquecento lei, ed ecco, a Sant'Antonio avr quarantanove anni. E questa ragazza non ne ha nemmeno venticinque e si affretta a pigliare cinquemila lei al giorno! Cose che, se il povero Luchian le sapesse, l dove si trova, si sveglierebbe fra i morti dal furore! Cinquemila lei al giorno! Guarda un po' come non deve andare a rotoli la nostra corporazione! Un tempo ognuno di noi aveva la sua ambizione, i suoi capricci. E uno qualunque non poteva comperarmi, e se a me non piaceva il tuo muso, non ti vendevo un quadro, non te lo vendevo e basta, anche se mi avessi dato dieci volte tanto oro quanto mi si offriva. Ma adesso non si bada a queste svergognate che si affannano e si pigiano per una commissione, quando non si tirano per i capelli. Questa ragazza  entrata nella pittura come una cantante, come una donna da teatro, e corre dai direttori per avere una parte, nei ministeri, dai parenti, dagli amanti, e prega a destra, si corica a sinistra, anche col direttore generale e col capo di gabinetto, perfino col portiere, se occorre, e non la smette finch non ci riesce. Ora facciamo noi con la matita alla mano il conto con quanti ella ha dormito, in ogni esposizione, ad ogni commissione, per ogni premio: passerebbe il mattino e noi non riusciremmo a enumerarli tutti. Per conto mio, vada a dormire con chi vuole, se questo le fa piacere, perch  giovane e, Dio se l'abbia in gloria e la protegga, non  nemmeno brutta, ma non confonda, mi capisci?, l'andare a letto con la pittura...
Paolo aveva tentato pi volte di interromperlo, ma il suo debole gesto di protesta era travolto dal torrente di parole del pittore e soffocato sotto una nuova ondata di sdegno, di esclamazioni, di improperi. In alcuni momenti avrebbe voluto alzarsi dal tavolo, fuggire, ma un doloroso piacere lo teneva fermo sul posto: vecchi dubbi, vecchie torture, tutte le sue domande delle notti insonni, tutto il suo stupido dibattersi tra il credere e il non credere, tutto quello star in agguato dell'uomo geloso il quale vede al di l di tutti gli indizi, tutto, tutto in quella notte riceveva risposta.
Rincas, all'alba, per le vie bianche e deserte del mattino, solo, denudato d'ogni ricordo, di qualsiasi speranza.
...
Era un giorno nella Via della Vittoria, di fronte al Corso, quando gli parve che sull'altro marciapiedi uno sguardo conosciuto cercasse di lui. Travers la strada quasi fosse chiamato, e scopr in una vetrina di fotografo, fra moltissimi ritratti di donne belle, una fotografia di Ann. "L'ha fatta probabilmente prima di partire" si disse. La guard a lungo, come se veramente l'avesse riveduta dopo la loro lunga separazione. Indossava nella fotografia un pullover nero, colle maniche lunghe e completamente chiuso al collo, con a sinistra, al posto del taschino, un'iniziale bianca, non sovrapposta ma lavorata col tessuto del pullover, un'A triangolare, come una iniziale di circolo sportivo.
In contrasto col pullover nero e col suo aspro tessuto, i suoi capelli apparivano doppiamente biondi, come sotto una luce potente del mattino. Era la prima fotografia, di quante ne aveva vedute, nella quale Ann non rideva. Soltanto un debole sorriso, quasi smorto, appena accennato, apriva leggermente le sue labbra. Il capo era alquanto inclinato, con un atto di attenzione e di domanda.
Era partito da l a passi incerti e s'era recato senza meta in su, verso Nestor, fermandosi per abitudine alle vetrine delle librerie, nelle quali per nulla vedeva, n un titolo di libro, n una rivista, ma solo e sempre quella medesima testa bionda inclinata, quel medesimo A impresso sul seno sinistro, come una parola diretta a lui, come un bisbiglo che lui solo poteva sentire. Si diceva che non era affatto escluso che, alla vigilia della partenza, Ann si fosse fatta quella fotografia proprio per lui e che l'avesse lasciata esposta, forse col pensiero recondito che lui sarebbe passato per di l e l'avrebbe osservata, tanto pi che in quella fotografia ritrovava un'Ann di altri tempi... E poi, quel sorriso scoraggiato, gli pareva proprio che fosse per lui. Ma rifiut di lasciarsi conquistare da questo pensiero che lo invadeva, e interruppe brutalmente il sogno. "Sono una bestia, senza rimedio: eccomi sedotto anche dalle pose delle vetrine!".
Tuttavia era tornato a vederla nei giorni successivi. Qualche cosa s'era cambiato da quando sapeva che la vetrina della fotografia stava l. Aveva la sensazione di essere meno solo in questa citt, che fino allora gli era sembrata tanto deserta. Al mattino, recandosi al lavoro, portava con s quella sensazione confusa di impazienza dei giorni nei quali aveva fissato un appuntamento, una partenza o un concerto atteso da molto. Passava davanti alla vetrina alcune volte al giorno, talora senza il coraggio di gettare pi di uno sguardo fugace sulla fotografia di Ann, perch temeva che si osservassero le sue insistenze, specialmente nelle ore della sera, quando il caff dell'altra parte della via era pieno di uomini, e ai tavoli del marciapiedi v'erano tanti conoscenti, attori, pittori e scrittori, ma altre volte fermandosi nel cammino, come se proprio in quel momento l'avesse scoperta, del tutto per caso, e rimaneva molto tempo ad osservarla. Ricorreva ad ogni specie di trucchi, per mascherare l'inquietitudine e per dare alla sua fermata di fronte a quella vetrina un'aria di casualit, un'aria normale. Ma nessuno di questi trucchi gli sembrava abbastanza ingenuo: non il denaro che uno finge di aver perduto e si ferma a cercarlo, n il libricino estratto dalla tasca per segnarvi una cosa di cui proprio allora si  ricordato, n lo sguardo vago col quale si aspetta all'angolo di una via il passaggio di una carrozzella vuota.
Ritornava ogni volta con un po' di timore, il timore che nel frattempo la fotografia fosse stata tolta dalla vetrina e sostituita con una fotografia estranea, ed era il medesimo timore, la medesima emozione con cui, quando Ann era a Bucarest, saliva le scale del suo appartamento, chiedendosi se l'avrebbe trovata o no a casa.
Il sorriso della vetrina lo chiamava per da lontano, inquieto, immutato. Era un sorriso triste, che pareva non avesse il coraggio di aprirsi maggiormente. Era un'Ann che lo guardava con uno scuotimento stanco della testa, con un'alzata scoraggiata delle spalle, come per significare: "A che scopo dirtelo: gi non ci crederai, gi non capirai...".
Una mattina, Paolo era rimasto impietrito sul marciapiedi: la fotografia non era pi nella vetrina. La sera avanti era ancora l, l'aveva veduta lui, ma durante la notte tutto s'era cambiato. Una nuova serie di pose era apparsa al di l del vetro, alcune fotografie di fidanzati, un giovane ufficiale in grande tenuta, molti bambini paffuti, ogni genere di figure sconosciute, che scambiavano fra loro sguardi, sorrisi e saluti. Paolo le guardava interrogando, seccato, con un'espressione di ricerca imbarazzata, come quando uno apre la porta di uno scompartimento del treno e interrompe, con la sua entrata inattesa, l'atmosfera di famiglia che s'era creata l dentro dopo alcune ore di viaggio in comune. "Non v' alcun posto libero" dice il silenzio, ostile che d'un tratto si forma intorno a te. E pareva che la stessa cosa gli dicessero ora le fotografie della vetrina, sorprese dal suo sguardo insistente. Era pronto quasi a fare le scuse ("Perdonatemi,  un errore, cercavo qualcuno"), era pronto a staccarsi di l, sebbene gli fosse cosa difficile rinunziare, quando dalla destra della vetrina, come se fino allora si fosse nascosta da lui, trattenendo a stento il sorriso, ed ora gli fosse saltata al collo con un'esplosione di allegrezza e di tenerezza, apparve la figura di Ann, una sua nuova immagine, tanto differente da quella che aveva lasciato l alla vigilia, per cui non era da meravigliarsi se non l'aveva riconosciuta al primo momento.
Cos pure gli capitava molte volte di andare da lei a casa e, suonando, l'uscio si apriva da solo, come mosso da una mano invisibile; oltrepassava la soglia, chiamava Ann, la cercava in tutte le stanze e solo molto tardi ella sbucava con un salto dall'angolo nel quale fino allora s'era tenuta nascosta, specialmente nei giorni in cui indossava un abito nuovo e voleva fargli la sorpresa di mostrarlo a lui per primo.
Indossava, anche adesso, nella fotografia, un abito nuovo, di seta imprim con un disegno a fiorellini, e in testa aveva un cappello aperto, quasi bianco, che si confondeva col biondo dei capelli, un cappello con falde larghe, come per il sole, in campagna. Tutto era molto giovanile, molto mattiniero, ma c'era qualche cosa di sensuale nelle sue braccia bianche, nel suo collo nudo, denudato ancor pi dal movimento della testa lasciata un po' sulle spalle, come per ridere a suo agio, giacch nella nuova fotografia rideva, con un sorriso aperto, libero.
Era un'Ann del tutto diversa da quella della vigilia che, nel pullover nero, somigliava ad un ragazzo rimasto pensoso. Molte volte Paolo si era sentito inquieto per la sua facilit di assumere un aspetto nuovo, completamente diverso.
Bastava che cambiasse la pettinatura o si vestisse in un colore nuovo, perch qualche cosa sembrasse profondamente cambiato in lei, fino nello sguardo. Vi erano numerose Ann possibili e, davanti a ciascuna di esse, Paolo rimaneva un istante intimidito, non sapendo come ritrovare, in questa straniera, la ragazza amata dalla quale s'era separato iersera.
Si era abituato difficilmente con la nuova fotografia della vetrina. Non gli piaceva quest'Ann che rideva, e specialmente non gli piaceva la testa abbandonata sulle spalle, con quel suo gesto recente di ilarit, che pareva dicesse: " roteante,  roteante".
Passava davanti ad essa di solito alcune volte al giorno e, un po' alla volta, s'era familiarizzato col nuovo viso di Ann, col suo abito, col suo cappello di paglia a larghe falde e infine con quel sorriso che non gli sembrava pi estraneo, ma anzi aveva l'impressione che venisse dai pi vecchi ricordi del loro amore, il sorriso di Ann nei giorni felici di Sibin.
La vetrina del fotografo si cambiava ogni settimana, ed ora Paolo viveva con una doppia inquietitudine, giacch doveva separarsi da un'Ann colla quale nel frattempo s'era affezionato e aspettare una nuova Ann, che non conosceva ancora e che non era nemmeno sicuro se sarebbe venuta.
Il sabato notte, si tratteneva fino a tardi in citt per poterla vedere ancora una volta, e poich per la via non c'erano che rarissimi passanti (il Corso si chiudeva dopo le 2), poteva restare a suo agio davanti alla vetrina, per prendere congedo da questa Ann che il mattino del giorno dopo non avrebbe pi trovata. Le luci erano spente e, nella semioscurit della vetrina, ella sembrava aspettarlo e rispondergli.
La domenica mattina, un nuovo sorriso, un abito nuovo, una sciarpa, un gesto, lo salutavano in una nuova fotografia esposta. Quante fotografie aveva fatto Ann? E perch tante? Paolo non aveva conosciuto fino allora in Ann la passione di fotografarsi e, all'infuori di poche pose da amatore, fatte specialmente nelle gite, e di alcune piccole pose fatte per il passaporto, non aveva di lei alcuna fotografia.
Era certamente una passione nuova, un capriccio recente, e forse anche un calcolo, una misura di previdenza nell'occasione della partenza. Infatti Ann era divenuta nell'ultimo tempo una "figura", nella vita di Bucarest, una "apparizione". Era veduta, sopratutto, al teatro, alle corse, alle gare di calcio; i suoi abiti erano notati, si parlava di lei, e tutto ci le piaceva.
Partendo da Bucarest per un tempo piuttosto lungo, ella rischiava forse di uscire dall'attenzione del mondo e di perdere la piccola notoriet mondana che aveva acquistato con difficolt. Forse le fotografie lasciate dietro di lei non avevano altro significato se non quello di conservare questa notoriet. Era una vetrina che lanciava con tanto maggiore sicurezza un ritratto, in quanto non aveva nulla di ostentativo; mai si esponevano l pose di attualit o fotografie politiche, di quelle che attraggono gruppi di osservatori accalcantisi curiose, ma solamente fotografie artistiche, ritratti che parevano esposti non tanto per il loro nome, quanto per la finezza del disegno. Il che non impediva loro tuttavia di portare nomi fra i pi illustri di Bucarest, di principesse, di grandi artisti, di finanzieri e di industriali celebri.
In questa variet di "teste espressive", Ann si faceva strada con semplicit, quasi con una certa negligenza, ma le sue pose erano tanto numerose e la sua comparsa in ogni vetrina tanto regolare, che Paolo si chiese desolato se non ci entrasse un po' di istrioneria nella sua insistenza a mostrarsi e a farsi vedere. Gli sembrava alle volte che i suoi gesti, conservati cos vivi e parlanti nelle fotografie, divenissero atteggiamenti di piccola vedetta, e allora la guardava con dispetto, con ostilit, dispetto che passava rapidamente, poich si avvezzava alla nuova fotografia e sentiva come, di giorno in giorno, si andava formando fra lui e lei una calda intimit.
In altri tempi, d'estate, non avrebbe lasciato nemmeno una fine di settimana senza partire da Bucarest, al mare o ai monti, ma ora rifiut ogni invito, poich aveva la sensazione che domenica mattina avrebbe avuto un appuntamento al quale non poteva mancare. E infatti, la sua prima passeggiata era verso questa vetrina, dove doveva trovare, con quanto timore! con quanta inquietitudine! una nuova Ann per la settimana che si iniziava.
Alcune volte veniva troppo per tempo e la vetrina non era ancora pronta, e una tendina di tela era calata fino in basso, come una cortina dietro la quale si ordinavano le nuove fotografie. Paolo passeggiava allora pel marciapiedi, in lungo e in largo, con un sentimento di sicurezza e d'incertezza nel contempo, come avrebbe passeggiato davanti alla casa di Ann, mentre lei, su nella sua stanza, si fosse vestita e gli avesse fatto dire di aspettarlo sulla via: sentimento di sicurezza, giacch era sicuro che sarebbe venuta e sotto questo riguardo nulla lo minacciava, ma sentimento di incertezza tuttavia, poich si chiedeva come si sarebbe presentata, quale abito avrebbe indossato, quanto sarebbe stata bella...
Una mattina la tenda si era alzata invano: Ann mancava nella vetrina. Paolo la cerc con pazienza, dapprima senza inquietudine, da ultimo allarmato, spaventato al pensiero che avrebbe potuto veramente non esserci pi, non trovarla pi. Avrebbe voluto credere che fosse un errore o uno scherzo, che si nascondesse, e che sarebbe apparsa bruscamente davanti a lui. Avrebbe voluto dirle come altre volte "Suvvia, Ann, smettila, hai scherzato abbastanza...".
Era rimasto l impalato con un senso di sorpresa; gli pareva di perderla ancora una volta, di vederla ancora una volta partire, forse veramente per sempre. "Devo vederla" s'era detto a voce alta. "Devo assolutamente vederla".
Tre giorni dopo era a Liegi.
Era riuscito a partire in poche ore, coi pochi danari trovati in fretta, con un passaporto fatto all'ultimo momento, per la via pi lunga ed economica, attraverso la Polonia e la Germania, in terza classe, cambiando pi volte il treno, aspettando in diverse stazioni coincidenze complicate per Berlino, Colonia e Hargenrath, ed era giunto infine in piena notte a Liegi, intontito dall'insonnia e dalla tensione nervosa.
Tutto il tempo s'era detto di commettere una pazzia, di esporsi al ridicolo, che la donna che egli cercava era perduta definitivamente e che in ogni caso la perdeva adesso per sempre, correndole dietro, ma nulla poteva trattenerlo in questa corsa assurda, nella quale si era cacciato ad occhi chiusi.
Aveva avuto un solo momento di esitazione, nel mattino della partenza. Era al Ministero dell'Interno, nel gabinetto di un sottosegretario di Stato, suo conoscente e dal quale si era recato per chiedergli il passaporto. Sulla parete, al disopra della scrivania, c'era un quadro di Ann, un Balcic sabbioso, con alcune piante ruvide, polverose, quasi biancastre, e con un unico angolo di mare, intenso, azzurro.
Paolo era rimasto con lo sguardo sul quadro. Che cosa faceva in quest'ufficio? Chi l'aveva comperato e perch? Giovane ancora, il sottosegretario era conosciuto per alcune relazioni amorose nel mondo teatrale, delle quali si parlava abbastanza apertamente, e che del resto lui stesso non si sforzava troppo di nascondere.
Perch sei rimasto cos pensieroso? chiese sorpreso a Paolo.
Paolo nulla rispose. Gli rincresceva di staccare gli occhi dalla firma di Ann, dall'angolo inferiore del quadro, quasi coperta dalla cornice, la sua firma obliqua, minuta.
Ricevette di ritorno il documento e si chiese che cosa fare ormai con esso: tutto gli sembrava inutile, senza senso.
Recati alla prefettura di polizia. Faccio io nel frattempo una telefonata. In mezz'ora, prima che tu giunga col, il passaporto sar pronto.
E poich lui continuava a tacere, guardando a lungo in alto verso quel Balcic inaspettato sulla parete, il sottosegretario rivolse pure lui la testa verso il quadro, lo misur con una certa sorpresa, come se allora l'avesse veduto per la prima volta con attenzione, e infine, ritornato verso Paolo, gli sorrise:
Una dolce ragazza, no?
Durante tutto il viaggio aveva avuto un po' di stordimento: passava per paesi sconosciuti, attendeva la coincidenza dei treni in piccole stazioni di confine, guardava di notte dal finestrino aperto del vagone la lunga, desolata campagna polacca, triste e quasi sterile in piena estate, leggeva nel passare i nomi delle stazioni tedesche come le avrebbe lette sullo schermo di un apparecchio radio: Beuthen, Gleiwitz, Breslau. Tutte passavano accanto a lui, come in sogno, incerte, straniere e comunque indifferenti: in qualche luogo lontano, in capo al mondo, c'era Ann.
Si ferm all'alba in una Berlino addormentata, deserta, dalle vie ampie, spopolate, con edifizi affondati nel silenzio, con statue pompose, che nella luce del mattino avevano qualche cosa di irreale, di decoro abbandonato, una citt di gesso, una citt che pareva essere la sua stessa caricatura, in grandezza naturale e nella quale i passi di Paolo risuonavano sull'asfalto desolati, uno dopo l'altro.
La sera l'aveva trascorsa a Colonia, nell'attesa dell'ultimo treno, che doveva portarlo alla fine a Liegi. Era stanco, cogli occhi affondati dal sonno, non sbarbato, cogli abiti in disordine. "Che aria di uomo fuggiasco" si diceva, guardandosi in uno specchio della stazione. Aveva l'impressione di essere sospettato da tutte le parti, e in tutte le persone gli sembrava di riconoscere degli agenti di polizia.
Era il luglio del 1934, poco tempo dopo i gravi disordini che avevano avuto luogo di recente in tutta la Germania e, nell'arnese deplorevole in cui si trovava, poteva benissimo essere preso per un evaso politico. Tutta la citt era, del resto, in un silenzio teso d'assedio. Le truppe d'assalto erano da alcuni giorni in congedo forzato, e la proibizione dell'uso delle uniformi, imposta a questa Colonia disarmata, senza stivaloni, senza berretti, senza bandiere, la faceva apparire una citt che si consegnava. 
Fino al confine fu accompagnato da quell'atmosfera di sordo panico. Per i corridoi si udivano voci soffocate, la porta dello scompartimento si apriva sovente per interminabili controlli e verifiche, le uscite dai vagoni erano guardate da sentinelle. Ad Aquisgrana, ultimo punto germanico di fermata, il treno era stato arrestato prima della stazione e i viaggiatori erano stati fatti scendere entro un doppio cerchio di agenti e doganieri. I segnali luminosi, i fischi, ordini brevi, bruschi, si incrociavano nella notte. Qualcuno gli aveva preso il passaporto e lo esaminava minutamente, pagina per pagina.
Perch vi recate a Liegi?
La domanda lo sorprendeva.
Nemmeno lui sapeva bene perch si recasse col. Per la prima volta, da quando era partito, veniva messo davanti a questa domanda senza risposta. Alz imbarazzato le spalle, gesto col quale non rispondeva all'agente di polizia, ma al suo dubbio. Ma il suo silenzio riusc probabilmente sospetto, perch l'agente accese bruscamente una lampadina tascabile e l'alz alla fronte di Paolo, come una canna di rivoltella. Nel raggio luminoso, Paolo incontr uno sguardo freddo e tagliente, che lo trapassava come un succhiello. "Sono perduto" si disse. Si vedeva fermato col, nella stazione di confine, messo sotto scorta, fatto ritornare forse a Colonia per le indagini. Aveva inteso che si facevano giornalmente centinaia di arresti, in tutti i punti del confine, per dove gli ex-soldati dei battaglioni d'assalto, sfuggiti al macello di Monaco, tentavano di fuggire, in abiti borghesi presi a prestito, con passaporti falsi.
L'uomo continuava a tenere puntata su Paolo la sua lampadina accecante.
"Dovrei parlare, dovrei rispondere, questo silenzio mi perder", pensava Paolo, ma nel medesimo tempo si sentiva incapace di articolare una parola, di trovare una spiegazione.
"Vado a Liegi per vedere una donna che amo", pensava, ma le parole rimanevano non dette, come in quei sogni orribili nei quali uno si sente la bocca inchiodata, mentre vorrebbe chiamare aiuto. Era adesso tanto vicino ad Ann (58 chilometri fino a Liegi si ricord con spavento) eppure pi lontano che mai.
Es geht schon... vada pure... mormor l'agente e, con un gesto del tutto inatteso, spense la lampadina e gli restitu il passaporto, allontanandosi.
Solo pi tardi, quando vide il primo berretto di un doganiere belga e ud le prime parole in francese, Paolo si riprese dalla terribile tensione di quegli interminabili istanti.
Di fuori si udivano voci cordiali, passi calmi, un po' sonnolenti. "Sono nel Belgio", si disse come destandosi da un incubo. Guard a lungo il quadrato di tinta rossa, ancora umido, che un impiegato gli aveva impresso sul passaporto Hargenrath 23 Juillet 1934. Contrle des Passegers.
...
Ann non era a Liegi. Era partita da alcuni giorni, non si sapeva bene per dove. Al padiglione romeno nessuno era in grado di dargli un'informazione sicura.
Il giorno 15 abbiamo inaugurato il padiglione, il giorno 16 ella  partita, rispose a Paolo uno dei colleghi di Ann, rimasto a Liegi per sorvegliare alcuni lavori in ritardo.
Per dove  partita? Chi lo sa? Forse per Brusselle, forse per il mare. Era morta di stanchezza. Nell'ultimo tempo aveva lavorato giorno e notte. Domanda in ogni caso all'albergo.
Anche l non se ne sapeva di pi. Ann era partita senza lasciare un indirizzo.
Ritorner certamente, assicur a Paolo il portiere. Ha detto di conservarle la corrispondenza. Del resto, ha lasciato qui una valigia e una cassa piena di tubetti e colori.
Non aveva denaro sufficiente per andare pi lontano, a Brusselle, a cercarla, n gli sembrava possibile trovarla col, in una grande citt sconosciuta, dove peraltro era del tutto improbabile si trovasse. L'unica cosa saggia era quella di aspettarla sul posto, a Liegi, dove almeno era sicuro che sarebbe ritornata e dove, nell'attesa, c'erano tante cose da vedere... in questa citt, nella quale Ann era vissuta alcune settimane e che ne conservava il ricordo forse in innumerevoli cose minute. C'erano le vie per le quali ella aveva girato, c'erano delle vetrine davanti alle quali lei s'era fermata, caratteristiche vetrine di provincia con vaghe ambizioni di lusso, Parigi non  lontana! ma con qualche cosa di onesto, di greve, un po' goffo, nella loro difettosa fantasia.
Certamente nelle serate di pioggia, lungo questa Mosa lenta, che scorre attraverso la citt, Ann era andata a passeggiare sola, come le piaceva di fare in un altro tempo a Bucarest, in impermeabile, a testa nuda, colle mani in tasca.
Dopo una di queste piogge, Paolo vide un giorno, su di un muro dal quale l'acqua aveva staccato gli ultimi manifesti di spettacoli, un manifesto pi vecchio, ingiallito, a met rotto. Salle Comunale, 26 giugno 1934, Clothilde et Alexandre Sacharoff, grand rcitat de danse. Senza dubbio Ann era stata a questo saggio, lei che, indifferente per la musica, conservava in cambio per la danza, pi che una passione di spettatrice, una specie di nostalgia recondita, che le faceva rimpiangere di non aver avuto il coraggio di dedicarsi, in luogo della pittura, alla danza. C'era in lei qualche cosa che la chiamava sulla scena aperta, verso le luci della ribalta, verso gli applausi... Senza dubbio, Ann era stata a quel saggio, e Paolo era rimasto molto pensoso davanti al manifesto che apriva d'un tratto la visione di una serata di spettacolo, e non una sera astratta, incerta, perduta fra le altre mille, ma una sera precisa, che portava un nome, Mercoled 26 giugno 1934, alle ore 8.30 precise, una sera che egli poteva staccare dal tempo passato da Ann lontano da lui, una sera che egli poteva rivivere dopo tanto tempo.
I giornali di attualit che circolavano in quella settimana nei cinema di Liegi erano in gran parte dedicati all'esposizione e specialmente ai festeggiamenti dell'inaugurazione. Paolo li vide tutti, pi volte, avidamente, giacch vi erano dentro alcune brevi apparizioni di Ann, presa di passaggio dall'obiettivo del reporter, apparizioni troppo rapide per, nelle quali Ann sembrava, pi che apparire, scomparire, come se si fosse sperduta fra la massa. In uno di questi cine-giornali (Fox, Paramount. Path, presentavano ciascuno in un modo differente la cerimonia dell'inaugurazione) la siluette di Ann rimaneva tuttavia alcuni istanti abbastanza distinta in primo piano, ma con la testa rivolta da un'altra parte, di maniera che Paolo era tentato di chiamarla, di farle un segno, come se fosse stato possibile che ella lo udisse, rivolgesse d'un tratto lo sguardo verso di lui e lo vedesse. Da lontano si vedeva venire un gruppo di uniformi e di marsine, Re Leopoldo e la Regina Astrid, e a misura che il gruppo reale si avvicinava, Ann, alzandosi sulla punta dei piedi, rivolgeva ancora pi la testa a destra, probabilmente per veder meglio.
Dopo alquanti giorni, giunse con ritardo il cine-giornale Eclair nel quale per caso la visita del Re e della Regina nel padiglione romeno era stata cinematografata pi a lungo. Qui Ann si vedeva abbastanza bene, appoggiata al suo pannello, quasi pronta a dare spiegazioni. La Regina Astrid si fermava un po' nel passare davanti al pannello e sembrava sorridere ad Ann; i loro abiti bianchi, uno accanto all'altro, illuminavano tutto lo schermo. Tutto non durava pi di qualche secondo, ma le figure erano tanto chiare e prese in pieno, di faccia, che Paolo aveva tempo di guardarle proprio negli occhi.
Il pannello dipinto da Ann ricopriva quasi per intero la parete di fondo del padiglione. Era stato lavorato direttamente sul muro, sull'intonaco umido, lavoro che, per quanto constava a Paolo, ella non aveva mai tentato prima di allora. Erano due paesaggi, uno di sonde e uno di campagna, separati da un'acqua che scorreva nel mezzo, come una linea di confine.
Ha avuto fortuna, diceva a Paolo il pittore trovato nel padiglione che lo conduceva attraverso l'esposizione. Ha avuto una grande fortuna. Dipingere un'acqua in affresco,  una vera pazzia. Ed ecco che a lei  riuscito. Guarda che profondit, che chiarezza!
Infatti, tutto era nel lavoro di Ann pi sicuro, pi preciso che nella sua solita maniera. Alcuni dettagli di paesaggio, alcuni fiori di campo, un gruppo minuscolo di animali, in lontananza, ricordavano ancora il suo disegno minuto come in un giuoco burlesco di penna, ma le grandi linee del pannello, le sonde nere, le contadine del primo piano, erano dipinte robustamente, con una calma serena. I colori di Ann, che nei suoi quadri avevano qualche cosa di violentemente metallico, si estinguevano sul muro e, senza divenir pallidi, erano calmi.
Paolo veniva ogni giorno al padiglione con la speranza di trovar notizie. V'era l un ufficio di ricevimento, una specie di sala di lettura dove si ricevevano giornali dalla Romania e la corrispondenza. Un giorno riconobbe su di una cartolina postale la scrittura di Ann: era un'illustrata inviata collettivamente ai "ragazzi" del padiglione, con saluti da Ostenda. "Siamo di passaggio, tempo splendido, che cosa si sente da voi?". Accanto alla firma di Ann, c'era una firma illeggibile, ma visibilmente maschile.
Chi ? aveva chiesto Paolo.
Danulescu, l'architetto, non lo conosci?  partita con lui. Mi pare di avertelo detto. Con la macchina di lui.
Non ebbe il coraggio di chiedere di pi. Che significava " partita con lui?".
La formula era orribile. Gli sembrava tutt'uno con "vive con lui", "dorme con lui".
Non ebbe il coraggio di chiedere e, del resto, non c'era nulla da chiedere. Tutto era alla fine chiaro. Comprendeva ora anche la sua partenza da Bucarest senza una parola d'addio, anzi comprendeva pure la ragione vera della sua partecipazione all'esposizione di Liegi, dove certamente non sarebbe stata chiamata e non le sarebbe stato affidato un lavoro di cos grande responsabilit, era troppo giovane e troppo priva di esperienza, se non fosse stata "protetta" da Danulescu, l'architetto che si era occupato e aveva diretto la decorazione interna del padiglione.
Ora, guardando di nuovo, ma con altri occhi, il pannello firmato da Ann, si accorgeva donde veniva la grande differenza di fronte al suo stile abituale.
Invero, non l'Ann agitata che lui conosceva aveva dipinto questo pannello. Se il disegno era fermo e i colori calmi, era perch un uomo vi era intervenuto e aveva preso nella sua mano poderosa la di lei mano frettolosa, conducendola attentamente per tutta l'estensione del paesaggio, come avrebbe condotto sulla carta di un quaderno una mano di bambino che tiene stretta fra le dita la matita, ma non sa scrivere.
E come se fosse mancato un ultimo indizio per l'evidenza della cosa, Paolo trov nella medesima sala di lettura, in una rivista belga d'arte, apparsa in un numero celebrativo, nell'occasione dell'esposizione, un articolo di Danulescu su "la pittura murale nei conventi romeni" con alcune tele e riproduzioni, nel quale venivano presentati con molta insistenza gli affreschi di Snagov e sopratutto quella "deposizione dalla croce" che, anni prima, Ann gli aveva mostrato nel piccolo monastero sulle sponde del lago. In una fotografia ingrandita, di dettaglio, era riprodotto il vecchio del piano secondo, che si carezzava la barba col gesto preoccupato, che Ann aveva chiamato un gesto "laico" e che ora Danulescu metteva pure in rilievo nel suo articolo.
Era impossibile che fosse una coincidenza, ed era ancora meno possibile che Ann avesse rivelato ella all'architetto, specialista rinomato nella pittura murale, questo dettaglio. Era da credere piuttosto che lui avesse indicato a lei quel particolare, e in questo caso Ann e Danulescu si conoscevano da moltissimo tempo e la loro relazione era probabilmente vecchia, pi vecchia di quello che fino allora aveva creduto fosse stato l'amore di lui con Ann.
Si sentiva tradito, ingannato fino lontano, nei pi vecchi ricordi. In quello stesso giorno part da Liegi per tornare in Romania.
...
Era venuto l'autunno, gli ultimi ritardatari ritornavano dal viaggio, Bucarest acquistava un'aria glaciale da inizio di stagione; i teatri, i concerti, le esposizioni di pittura, si aprivano l'uno dopo l'altro. Ma Ann non si mostrava in nessun luogo. Certamente si trovava a Bucarest, specialmente ora, dopo che l'esposizione di Liegi si era chiusa, ma Paolo non la incontr mai.  vero che egli usciva di rado e che specialmente le sere, stanco dal tribunale, le passava in casa leggendo, ascoltando musica, senza alcun entusiasmo neppure per la lettura, n per la musica, ma felice di aver un pretesto per non uscire di casa e non vedere nessuno. Aveva talvolta la nostalgia di una vita da professore, in un liceo di provincia, dove che fosse, in una borgata lontana, senza ferrovia, senza giornali, giuocando al pi a scacchi, col vecchio professore di fisica e chimica, una specie di celibatario inasprito dalla solitudine.
Era passato una sera per caso davanti alla casa di Ann e, pi per abitudine, che per curiosit, aveva alzato lo sguardo alle finestre di lei: erano illuminate. " in casa", aveva pensato Paolo, ma calmo, senza emozione e senza desiderio di vederla, come avrebbe detto "piove" oppure " tardi".
Passavano giornate intere senza un pensiero per lei, senza un ricordo; tutto gli appariva lontano, stinto, caduto per sempre in dimenticanza. Allo studio, la telefonista gli diceva talvolta: "ha chiesto qualcuno di voi; una voce di signora; non ha voluto dire chi fosse"; e lui magari neppure si stancava a fare supposizioni. "Forse Ann?" "S, forse Ann. Eh, s...".
Tuttavia gli capitava di svegliarsi di notte dal sonno, col nome di lei sulle labbra, e allora sentiva, come un dolore acuto, il bisogno di vederla, non per parlarle, perch non aveva pi nulla da dirle e sentiva che ogni ritorno al passato era impossibile, ma per vederla, magari a sua insaputa, come da una finestra, come una passante.
Aveva ricevuto una volta allo studio la visita di un direttore di case cinematografiche e, mentre discutevano un appello fiscale che doveva essere proposto, Paolo lo interruppe d'un tratto, fulminato da un pensiero:
Che cosa fate voi dei vecchi giornali sonori?
L'altro, senza comprendere quale relazione avesse questa domanda col suo processo, rispose indeciso:
Alcuni li restituiamo alla Centrale. I pi rimangono da noi in deposito. Dopo un anno o due, li distruggiamo.
Potreste trovarmi un cine-giornale Eclair di questa estate, del luglio? Quello coll'esposizione di Liegi? E se lo trovaste, potreste proiettarlo per me, in una sala qualsiasi?
Questo  molto facile. Abbiamo la nostra sala di proiezione. Purch troviamo il film nel deposito. Se  del luglio, potrebbe essere in giro nella provincia. Vi sono alcune borgate, nelle quali inviamo, per un nonnulla, s'intende, i giornali vecchi di alcuni mesi, perfino di un anno...
Paolo rimase pensieroso: se il film era a Bucarest, poteva rivedere Ann addirittura in giornata, ma se era spedito in provincia, il suo piano cadeva. Era stato cos vicino a realizzarlo, ma adesso, quando non era pi sicuro, aveva la sensazione di perdere un appuntamento fissato con Ann da molto.
Ascoltate, vi prego, disse al suo cliente. Telefonate subito al deposito per la ricerca del film. Se si trova, vorrei vederlo oggi. Ma se  in provincia, si indaghi in quale citt, in quale cinema precisamente. Scusatemi,  una cosa che non vi posso spiegare, ma bisogna assolutamente che io veda questo film, in qualunque luogo sia.
Paolo veramente era deciso a recarsi in provincia, dove che fosse, e in un mattino s'era fatto col pensiero i preparativi della partenza (un processo da rimandare di due giorni, due lettere da dettare in fretta alla dattilografa...), ma dopo un quarto d'ora gli fu telefonato che il giornale del quale si interessava era stato trovato nel deposito e poteva vederlo nel pomeriggio alle ore 16.
La sala di proiezione era nella Piazza S. Giorgio, in una cameretta del quinto piano, colle finestre otturate e col soffitto basso, una vera scatola cubica, nella quale l'apparecchio proiettore faceva uno strepito esagerato da officina o da aeroplano. Paolo dovette vedere prima la fine di un film proiettato per alcuni proprietari di cinema della provincia, venuti a Bucarest per accaparrare pellicole per la "stagione d'inverno" 1934-1935. Era una commedia di avventure, Bolero con Carole Lombard e George Raft, della quale non cap nulla. Quando si fece luce, i pochi spettatori lo guardarono diffidenti come un nuovo concorrente e il loro sospetto divenne pi preoccupante quando, essendo chiamati nell'ufficio del direttore per discutere le condizioni del contratto, lasciarono lui l, forse, temevano essi, per vedere un film speciale, una "bomba della stagione", che non veniva mostrato se non, in grande segretezza, ai compratori con raccomandazione.
Paolo rimase col solo operatore, le luci si spensero di nuovo, e dopo alcuni tremolii, l'immagine si fiss alfine sullo schermo e il vecchio giornale di attualit, veduto nel luglio a Liegi, riapparve sulla tela, forse meno fastoso che allora, perch la pellicola era logora, l'immagine non chiara e specialmente lo schermo molto pi piccolo, quasi la met dello schermo normale da spettacolo. Le scene del giornale si succedevano indifferenti: Sir John Simon, ministro degli esteri di Gran Bretagna, va incontro alla stazione di Londra al sig. Louis Barthou, ministro degli esteri di Francia... Lo sciopero di S. Francisco assume vaste proporzioni. La maggior parte delle officine e delle fabbriche sono chiuse. Il numero totale degli scioperanti  di 150.000... I funerali dell'ambasciatore Dogwalewski a Parigi. I resti terreni del diplomatico sovietico sono cremati al crematorio del Pre Lachaise... Il cancelliere Dollfuss forma un nuovo governo, largamente rimaneggiato... L'inaugurazione dell'esposizione di Liegi... Una veduta generale dei padiglioni, la porta principale d'ingresso, l'arrivo del corteo reale, il passaggio per il viale principale... Da ultimo d'un tratto Ann, Ann appoggiata al suo pannello, Ann nel ricevere il sorriso della Regina Astrid, i loro abiti bianchi, una accanto all'altra.
Solo nella sala di proiezione, molto vicino a quello schermo, un po' pi grande di una finestra, Paolo guardava Ann negli occhi, per senza emozione. Se avesse potuto parlarle, se lei avesse potuto udirlo, le avrebbe detto tranquillamente "Ti dimenticher, Ann, ti dimenticher, ti voglio dimenticare".
...
In novembre, nella sala Dalles, si apriva l'esposizione di pittura di Ann. Manifesti, bianchi, stampati con sobriet, ma diffusi da per tutto, annunziavano molto per tempo il vernissage. Su tutti i muri, su tutti gli albi di pubblicit v'era il nome di Ann: "10 novembre-10 dicembre. Esposizione di pittura: olio, acquerelli, guazzi".
Paolo passava accanto a quei manifesti sforzandosi di non vederli. Gli sembrava che ciascuno di essi lo chiamasse. Altre volte provava un orgoglio infantile nel vedere quel nome amato sui giornali, nelle vetrine, sui muri. Ora gli pareva una indiscrezione, un abuso, e veramente mai forse si era fatta per un'esposizione di pittura tanta rclame.
Alcuni giorni prima, aveva ricevuto a casa colla posta, un invito per il vernissage. Il testo stampato annunziava il vernissage per le ore 11, ma Ann vi aveva, aggiunto di suo pugno: "ma non  proibito venire prima". Erano, dopo tanti mesi di silenzio, le prime parole che riceveva da parte sua.
Era deciso a non recarsi all'esposizione e in nessun caso al vernissage. Per un momento, anzi, era stato incerto se partire da Bucarest, ma poi scart l'idea: non voleva dare a se stesso l'impressione di fuggire.
Nella mattina del vernissage rimase in casa a studiare un incartamento, che aveva appositamente preso dallo studio. Era un giorno di novembre, umido, plumbeo, che metteva indosso la pigrizia. I minuti passavano lenti, accascianti. Aperse la finestra per lasciare che entrasse nella stanza l'aria di quella mattina fredda, la pioggia, l'odore di foglie cadute...
Il telefono suon e Paolo lo lasci squillare per un po' di tempo. Era pigro a rispondere: non aspettava nessuno. Alz tardi il ricevitore e rimase pietrificato: era la voce di Ann.
Non vieni? Non vuoi venire? Ti prego, vieni. Non posso muovermi da qui, c' tanta gente, ma ti aspetto, Paolo, ti aspetto, capisci? Tu mi porti fortuna, se vieni...
Paolo alz scoraggiato le spalle. Ann faceva appello alle loro vecchie superstizioni, a tutto quello che in lui era pi disarmato, meno preparato a risentire: "tu mi porti fortuna, se vieni...".
...
Nella Dalles si era fermato sulla soglia della prima sala, cercando Ann cogli occhi. Veniva dalla pioggia, coll'impermeabile, col cappello in mano, e si vergognava ad entrare: un rumore di voci, di risate, di esclamazioni, un frusco di abiti e pellicce, lo teneva l sulla soglia, un po' stordito, un po' imbarazzato, chiedendosi se non fosse ormai tempo di far voltafaccia.
Ann per lo aveva adocchiato dal fondo della sala e gli aveva fatto con la mano segno di attendere. Veniva verso di lui facendosi largo a stento fra i gruppi che le sbarravano il passo, senza chiedere scusa a coloro che urtava nel passaggio, e guardando lontano davanti a s, verso Paolo, con un ammiccare intenso degli occhi, come se avesse voluto sgridarlo.
Perch hai le mani bagnate? Sei venuto con la pioggia? Sei venuto a piedi? Per questo hai ritardato, no? Credevo che non saresti venuto. Guardavo sempre verso la porta. Ho avuto tanta paura, Paolo, che non venissi. Sarebbe stato possibile, di', sarebbe stato possibile che non venissi?
Lui la guardava senza rispondere: uno sguardo pesante, che non faceva domande. " qui, vicino a me", si ripeteva mentalmente, meravigliato che nulla in lui trasalisse.
Avrebbe quasi voluto trasmettere la notizia del ritorno, lontano, verso tutti i suoi orribili ricordi di fino allora, verso quei ricordi che, sebbene Ann fosse l, accanto a lui, sentiva ancora vivi.
Ann lo prese per il braccio e se lo trascin dietro, nel vestibolo.
Andiamocene da qui, Paolo. C' troppa gente. Andiamo fuori alla pioggia, vuoi?
Sai bene che non si pu, Ann. Tu devi rimaner qui.  il tuo vernissage.
Oh, il vernissage mio! disse lei con un gesto di indifferenza. Che cosa vuoi che faccia io qui? Io voglio essere con te, solamente con te, capisci?
Scapp sotto la pioggia, a capo nudo, fino all'orlo del marciapiedi, dove si ferm davanti ad una piccola auto azzurra, colla carrozzeria bassa, che aperse con un gesto familiare e irritato, perch la chiave stentava ad entrare nella serratura, a causa probabilmente della pioggia. Dal volante grid a Paolo che era rimasto sui gradini di pietra dell'entrata, seguendola indeciso cogli occhi.
Non vieni?
Dall'interno, attraverso i finestroni della sala Dalles, alcuni spettatori seguivano la scena curiosi. "Tutto dura troppo", si disse Paolo, pensando a quanto si sarebbe detto dietro a loro. In un attimo fu accanto ad Ann, tirando con forza la porta dietro a s.
Di chi  questa macchina?
 la mia. Un catorcio...
Come l'hai avuta?
Ann rivolse la testa verso di lui, senza per perdere il controllo del volante. Andarono in su, verso la Piazza Romana, per il viale quasi deserto in quella brutta domenica di novembre.
Questa  la tua unica domanda?  la prima che mi fai, Paolo.
E l'ultima. Non ho nulla da domandarti.
Ann fren bruscamente. La macchina slitt sull'asfalto umido e urt coll'ala destra l'orlo del marciapiedi, poi si arrest. Ann lasci cadere scoraggiata le mani dal volante. Guardava diritto davanti, attraverso il parabrise, sul quale le gocce di pioggia correvano in piccoli fiumi frettolosi. Per alcuni istanti non si ud fra loro altro che il sussurro ritmico del tergicristallo. Infine, Ann alz gli occhi su Paolo, con quell'inversione decisa dello sguardo che ella aveva nei suoi momenti gravi.
Forse ho fatto male a chiamarti, Paolo. Forse tutto  finito per davvero. Ma poich sei venuto, poich sei qui, ti prego di rimanere e di tacere. Voglio saperti accanto a me. Domani, se vuoi, fra un'ora, se vuoi, ci separeremo. Ma ora, taci...
Andarono pi lontano. Batteva, attraverso il vetro aperto presso il volante, un vento freddo, umido, che gettava ad Ann sul viso rare goccioline di pioggia: ella le lasci scorrere sulle guance, sulla fronte, senza asciugarle, forse senza sentirle. Le sue mani erano tutte e due incordate sul volante, con una tensione esagerata di una grande corsa. Le lancette dell'indicatore di velocit oscillavano sul quadrante nervosamente, inquiete, fra gli 80 e i 90 chilometri. A destra e a sinistra, i tigli sfrondati della strada fuggivano grigi, nebbiosi. Lontano, al d l della Bancasa, c'era un odore di campo lavorato, di erbe umide, di terra sconvolta fino alle radici. La pioggia cadeva l meno frettolosa che in citt, pi calma, pi dolce. Il sussurro del motore non copriva del tutto il suo strepito, minuto come una voce vicina di bosco.
Avevano lasciato da molto dietro a loro l'aeroporto addormentato, cogli hangar dai grandi finestroni, la stazione di radio-diffusione, il bosco di Otopeni, la strada verso Suagov. La strada maestra si aperse luccicante davanti a loro, in piena campagna. Vapori biancastri fluttuavano in basso sulla terra nera, come nubi cadute, tentando inutilmente di alzarsi... All'orizzonte, il grigiore di quel giorno novembrino scendeva verso un azzurro fumoso, senza trasparenza.
Paolo volse la testa verso Ann. Aveva dimenticato di essere accanto a lei. Tutta quella corsa sotto la pioggia aveva un sapore di risveglio torbido dal sonno.
Ann si morse il labbro inferiore, con un gesto di tensione, che Paolo non conosceva. " un gesto recente", pens lui "un gesto da volante". Nessun trasalimento sul di lei volto: per gli occhi un po' dilatati dall'attenzione, la fronte piegata in avanti, qualche cosa di intenso e tuttavia di assente nella sua figura pallida.
Appena allora osserv che non aveva un mantello sulle spalle, il capo nudo, il collo aperto, come era partita dalla sala di esposizione, in un tailleur marrone ("da quando si vestiva in marrone?") con una sciarpa leggera che sventolava sulle spalle, bagnata dalla pioggia.
Sarebbe tempo di ritornare, Ann.
Ella rallent la marcia, dapprima indecisa per un certo tempo, e in ultimo ferm. Appoggi la fronte sul volante e vi rimase, colle braccia abbandonate, coi capelli sparsi al vento freddo, che continuava a soffiare come quando s'erano fermati la prima volta.
Paolo la sollev a fatica, le prese la testa fra le mani e la rivolse verso di s: Ann aveva gli occhi chiusi a met, con uno sguardo spento, le labbra livide, le mani fredde.
Che ti succede? Hai freddo? Stai male?
No, rispose lei bisbigliando. Vorrei piangere.
Ebbene, piangi, la incoraggi lui e la trasse pi vicino, coricandola sul suo petto e coprendola col bracco destro, come se le avesse messo uno scialle sulle spalle. Piangi, se vuoi, su, piangi!
Nella piccola macchina azzurra, ferma, sola sulla strada maestra, in piena campagna, Ann piangeva scossa da singhiozzi, come un bambino.
...
Di fatto non s'era cambiato nulla, e il ritorno di Ann non era un ritorno. Un capriccio, una piccola pazzia, forse meno ancora di tanto... "Fuggita il giorno del vernissage, come una sposa nella notte del matrimonio", si scherzava tra pittori. La verit  che aveva lasciato dietro di s una sala piena di invitati e che la sua brusca partenza aveva provocato infiniti commenti pepati. In una cronaca mondana del giorno dopo, si diceva che la mancanza di Ann dal suo vernissage era "una fantasia incantevole, che un'artista sicura delle simpatie del pubblico pu anche permettersi. Tanto pi, aggiungeva maliziosamente il cronista, che la maggioranza dei lavori esposti era stata riservata fin dal primo momento".
Tutto quello che Ann faceva adesso, osserv Paolo, era destinato a diventare oggetto di pubblicit. "E magari non le dispiace", pens scuotendo la testa. Aveva l'orribile sospetto che quella partenza dal pi bello del vernissage ella la aveva preparata da tempo, per confondere la gente, per ingannare i curiosi, per dare "una nota originale" al programma troppo banale di un'apertura di esposizione.
Ritrovata un istante, la perdeva di nuovo in tanti segreti e misteri, sui quali ella passava frettolosa, con un gesto negligente: "lascia, te lo spiegher".
Quanto era lontana da lui, quanto era divenuta estranea in quei quattro mesi di separazione, lo dimostravano troppo bene i suoi quadri della nuova esposizione. Anche se non ci fossero stati quei quattro o cinque ritratti e schizzi di ritratto di Danulescu, esposti ostentatamente, come se avesse voluto prevenire o affrontare tutto quello che si diceva della loro relazione. E Paolo era irritato specialmente dal titolo di quei ritratti nel catalogo dell'esposizione: "ritratto dell'architetto D.", iniziale che in luogo di sembrargli un segno di discrezione, gli pareva un segno di intimit. Anche se non ci fossero stati questi ritratti, tutto nella pittura di Ann gli era adesso sconosciuto, tutto respirava ricordi, appuntamenti, emozioni, eventi vissuti senza di lui, lontano da lui.
In gran parte i paesaggi erano di Sainte Maxime, villaggio belga di pescatori, dove la paletta di Ann s'era caricata di qualche cosa di plumbeo, violetto, di mare annuvolato. Quanto tempo era stata a Sainte Maxime, con chi, che cosa vi aveva fatto, erano cose di cui rimandava continuamente la spiegazione: "lascia, te lo racconter un giorno". Giorno tanto pi difficile da fissare, in quanto la vedeva raramente, sempre affrettata, sempre di passaggio, specialmente ora che aveva quell'automobile azzurra, comperata? regalata? nemmeno lei sembrava saperlo bene, con la quale faceva innumerevoli corse, tutte urgenti e tutte senza spiegazioni.
Era per Paolo una nuova sofferenza quella di incontrare, andando per le vie, quella piccola automobile, che riconosceva da lontano dal colore, un azzurro aperto, marino, e che scompariva dietro un angolo, ad un crocevia, verso mete sconosciute: verso quali appuntamenti misteriosi?
Gli capitava di trovarla in quartieri laterali, all'angolo di una via sconosciuta, ferma da chi sa quanto tempo col. Vi si avvicinava e guardava per il finestrino dello sportello: Ann vi aveva lasciato dentro i guanti o un libro, oppure un pacco. Appoggiato colla fronte sul vetro, guardava a lungo sugli oggettini dimenticati. Talvolta rimaneva l accanto alla macchina: "forse verr". Non veniva mai. L'aveva aspettata ore intere, eppure non veniva. Guardava una per una le case all'intorno. Forse era l in qualche luogo, in una visita o ad un appuntamento, forse stava ad una di queste finestre illuminate e lo guardava dietro la tendina, non volendo scendere proprio perch aveva veduto lui sulla via, nell'attesa.
Una sera, era nel parco Filipescu, in una stradicciuola a semicerchio, staccata dalla via Soffio, come una specie di cortile interno, Paolo aveva trovato l'automobile azzurra davanti ad una casa colle avvolgibili abbassate, ma attraverso le quali passavano raggi striati di luce. Era passato di l per caso, venendo dal sanatorio Saint Vincent, dove aveva un amico malato, ma l'automobile di Ann lo aveva fermato sulla via. Era rimasto fisso l per pi di due ore, appoggiato al davanti della macchina. Aveva l'impressione che, al di l delle finestre di quella casa, vi fossero delle ombre che si muovevano. Gli pareva di udire dei passi, bisbigli, perfino risate, che poi si allontanavano. Era come se di tanto in tanto, circa ogni quarto d'ora, qualcuno venisse alla finestra, per vedere se lui fosse ancora l, se non se ne fosse andato via. Pi tardi gli pass per la mente una cosa assurda: suonare e chiedere di Ann.
La porta si aperse con ritardo, dopo una lunga attesa e dopo che aveva suonato pi volte: sulla soglia apparve un signore dei capelli grigi, in vestaglia da casa, il quale gli chiese chi cercasse e l'obblig a ripetere due volte il nome di Ann, come se non l'avesse udito bene.
No, signore,  un errore: non abita qui. E chiuse la porta lasciando Paolo sui gradini di pietra, disorientato, balbettando scuse che nessuno udiva.
Quella sera, giur a se stesso di non vederla mai pi: "Devo dimenticarti, Ann, devo assolutamente dimenticarti!".
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CAPITOLO 6.
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Era una sala piccola, angusta, col soffitto nero dal fumo, con panche di legno, con una porta che si apriva e chiudeva continuamente. Sulla soglia comparivano le stesse figure agitate, gettavano uno sguardo affrettato all'interno e scomparivano. Se non ci fossero stati i magistrati e il cancelliere in toghe nere, Nora non avrebbe creduto di trovarsi veramente in una sala di tribunale.
Sulle panche, c'era gente d'ogni risma, facce preoccupate, sguardi sonnolenti, un misto di stordimento e di indifferenza. Era un rumore continuo di parole sommesse, chiamate sorde, carte sfogliate. Di quando in quando si udiva un campanella che il presidente agitava senza convinzione, probabilmente per abitudine. Si faceva un momento di silenzio, poi non si udiva pi che la voce dell'avvocato che parlava.
Nora aveva trovato un posto, nel fondo della sala, accanto alla finestra. Fuori nevicava lentamente. Si vedeva la Piazza del Senato, bianca come in una cartolina postale d'inverno.
Paolo era proprio di fronte, nel primo banco, chinato probabilmente sopra un incartamento. Per scorgerlo, Nora doveva alzarsi in piedi, e anche cos non lo vedeva che di spalle, cogli omeri piegati verso il leggo di fronte.
"Purch non volga la testa" si diceva, spaventata alla idea che avrebbe potuto vederla, e si faceva piccola accanto alla finestra, nascondendosi meglio che poteva.
Paolo si era alzato dal suo posto. Nora ebbe l'impressione che l'avesse vista e venisse verso di lei. Si era impietrita come un'allieva, la quale senta che il professore l'ha veduta dalla cattedra mentre copiava ed ora aspetta che scoppi lo scandalo inevitabile.
No. Si era spaventata stupidamente, senza un motivo. Paolo non l'aveva veduta e del resto non aveva nemmeno guardato da quella parte. Si era recato al tavolo del cancelliere, aveva preso da l un incartamento in mano, parlava.
Nora non ode che frammenti di frasi, dalle quali non capisce nulla. Ripete, dopo di lui, le parole mentalmente e si meraviglia che Paolo possa dirle con tanto convincimento.
Irriconoscibile la sua voce paragonata a quella di ieri sera:  una voce ferma, sicura, con qualche cosa di indifferente forse nel suo profondo, ma non  l'indifferenza indolente, temporeggiatrice, che Nora conosce.
"...La semplice presentazione dei motivi di appello nell'incartamento, sarebbe non solo insufficiente, ma non  avvenuta... Il tribunale dovr considerare questo appello non motivato... Un unico modo di motivare valevolmente... indicato dall'art. 98 della legge dei giudici di circoscrizione... implicitamente e senza che il giornale anteriore specifichi... parlando in via procedurale essi non esistono... Si oppone in termini assoluti l'art. 69 della procedura civile, lettera d, alinea 2...".
Nora ascoltava con tensione. Avrebbe voluto capire di che cosa parlasse. Avrebbe voluto specialmente poter vedere Paolo in faccia, mentre parlava. Si sarebbe detto che le cose che andava dicendo lo appassionassero. Accadeva che talvolta volgesse la testa verso un avvocato del banco avversario che lo interrompeva, e allora Nora poteva leggere, nei suoi occhi indifferenti, una scintilla di convincimento, forse perfino di lotta.
Guard l'orologio: le quattro e venti. "Ieri, a quest'ora, non lo avevo ancora incontrato". Tutto quello che  avvenuto da allora, le sembra ora lontano e incomprensibile. Quest'uomo che parla con una voce sconosciuta e del quale, chiudendo gli occhi, non si pu nemmeno ricordare bene, questo uomo  il suo "amante". Sono parole cui Nora, pur alla sua et, non pu pensare senza un certo spasimo. Nella loro citt di provincia, "amante" era una parola che si diceva sottovoce...
Il presidente dice alcune parole che non si odono sino in fondo alla sala e scrive qualche cosa in un registro. Il cancelliere chiama per un altro incartamento, e Paolo raccoglie le sue carte e i libri che dispone nella borsa senza fretta.
Nora lo lascer uscire dalla sala, vi rimarr qualche tempo, per essere sicura di non incontrarlo, e poi se ne andr anche lei. "Un uomo col quale hai dormito in una notte per caso e che, poi, non vedrai pi". Si dice mentalmente delle cose orribili, che la spaventano, ed alle quali tuttavia cerca di pensare con indifferenza.
Rimani qua?
Aveva una cravatta rossa, con un disegno nero e col nodo fatto male.  la prima cosa che d nell'occhio a Nora. "Perch quest'uomo non riesce ad apprendere a farsi la cravatta?".
Paolo la prende per il braccio e la conduce verso la porta, ella lo segue senza guardarlo. "Come si stava bene l, accanto alla finestra; come mai mi ha scoperta? Perch  venuto verso di me?". Ha paura di lui, vorrebbe essere sola..
"...un'azione male impostata non pu sostituire, spettabile tribunale..." ode Nora dalla soglia, alcune parole che qualcuno pronuncia alla sbarra, agitando un incartamento, ma la fine della frase si perde, giacch nel frattempo sono usciti in un corridoio stretto, con pi gente ancora che dentro.
"Un'azione male impostata... un'azione male impostata" ripeteva macchinalmente, cercando di allontanare i pensieri, per rimandare la spiegazione che si avvicinava.
"Quanto tempo quest'uomo sa tacere" si dice Nora per la via, camminando a fianco di Paolo. Nulla del suo atteggiamento inespressivo tradisce curiosit, o felicit, o dispetto. Aveva avuto paura che la sua venuta lo indispettisse. "Nemmeno tanto, nemmeno magari tanto.  come se non ci fossi".
Scende la sera, la neve  cessata, ma fa molto freddo.
Non devi credere che sia venuta a cercarti, incomincia sempre lei a parlare. Passo di qua, davanti al tribunale, ogni pomeriggio. Ho alcune lezioni di francese, in un istituto privato qui vicino. Forse non ti ho detto che sono professoressa. Non ne ho avuto il tempo...
Si interruppe bruscamente, sorpresa delle sue stesse parole. Non aveva avuto il tempo di dirgli le cose pi semplici sul conto suo, forse che se il suo nome non fosse stato inciso sulla targhetta di metallo, di casa, non gli avrebbe detto come si chiamava, ma aveva avuto il tempo di divenire, in poche ore, la sua amante. "Quanto sei sciocca, Nora!". Avrebbe voluto tacere, ma adesso, dopo aver incominciato a parlare e dopo essersi interrotta d'un tratto, senza un motivo, il silenzio  pi pesante di prima.
Ti prego di perdonarmi, se oggi ho guardato nelle tue carte dello studio. Ho sfogliato l'agenda e vi ho veduto che oggi dopopranzo dovevi essere al tribunale. Dapprima non ho capito quello che vi stava scritto: hai una scrittura non troppo chiara, ma sono abituata a tutte le calligrafie... Ti ho detto che sono professoressa... Mi sono immaginata alla fine che "T. C. II" doveva indicare il Tribunale Commerciale, seconda sezione. Non credevo di dover venire. Nemmeno lo avrei potuto. Il marted pomeriggio, dalle tre alle cinque, di solito sono in classe. Oggi per mi sono presa vacanza... Ritornavo a casa e non so come, passando davanti al tribunale, mi sono detta che potevo entrarci... Non sai quanto ho girato per ogni specie di sale e di corridoi... Credevo che non mi avresti veduta... Avrei voluto che non mi vedessi...
Si sono fermati da qualche tempo, davanti ad una vetrina di fioraio, nella Piazza del Senato. Nora parla e si accorge molto bene che lui non ascolta. Che cosa guarder con tanta attenzione? Nella vetrina vi sono alcuni rami di lill bianco, che sembrano coperti di neve appena caduta. Molto giovani e molto stanchi, i rami sono sottili, verdi, piegati sotto il peso dei mazzolini bianchi. Lo sguardo di Paolo  fermo l, in una specie di assenza come finora, ma con un principio di sorriso nebuloso, che viene pesante, da lontano.
"Se ora me ne andassi, credo che nemmeno s'accorgerebbe che non sono pi accanto a lui", pensa Nora.  forse la cosa pi saggia, che ella potrebbe fare. Non  adirata, non  irritata, ma si rende conto che quest'uomo  un estraneo e che nulla pu toglierlo al suo silenzio. "Qualunque cosa dicessi, qualunque cosa facessi, questo sguardo non lo posso cambiare".
Si stacc lentamente, con attenzione, come se avesse voluto non svegliarlo dal sonno e travers la linea del tram verso il Ponte del Senato.
Nora!
La chiam per nome la prima volta. Era accanto a lei, la teneva stretta per il braccio e la guardava fisso negli occhi, con uno sguardo che alla fine la vedeva.
Nora, ti prego, perdonami! Sono un pazzo, sono un maleducato!
No, Paolo. N pazzo, n maleducato. Forse infelice.
Egli alz le spalle. "Se mi desse il tempo" pens Nora "di disabituarlo da questo gesto!".
Non diciamo infelice.  una parola che non mi piace. E credo di non esserlo. Piuttosto stanco... s... molto stanco...
Continuava a tenerla pel braccio, con la sua mano pesante, colle dita strette, gesto troppo opprimente, ma nel quale c'era, infine, un po' d'intimit. Andavano in su lungo il fiume, lungo una Dambovitza di dicembre che il tramonto, il freddo e l'inverno rendevano meno sporca. Si accendevano i primi fanali della sera e le loro ombre nell'acqua erano azzurre, in quell'ora ancora indecisa.
Dovresti detestarmi, Nora. Gli uomini come me non hanno il diritto di ingerirsi negli incidenti di strada. Non io dovevo alzarti quella sera dalla neve.
Uomini come te... Perch dici cose che spaventano? Che razza di uomo sei tu?
Un uomo del quale stanotte hai potuto credere che si sarebbe suicidato. Non  abbastanza?
Passarono il Ponte Schitu Magureance: i passanti erano pi rari, il lungofiume deserto.
Ora perch tace? Ha dei silenzi che si direbbe non termineranno mai. In quali lontananze  andato? Come chiamarlo indietro? Solamente la sua mano  qui, pesante, sul braccio destro.
E quando lo credi perduto del tutto, ecco la sua voce ritorna, senza una alzata di tono, eguale, spenta, come chiusa al pari del silenzio dal quale si scioglie.
Io non ho nulla da dire a nessuno e non ho nulla da apprendere da nessuno. Capisci, Nora? Capisci perch ho voluto fuggire iersera? Questa mattina ancora non mi pareva troppo tardi per fuggire. Perch mi hai cercato? Dovevi dimenticare che ci sfamo incontrati. Dovevi cancellare, dal tuo ricordo la giornata di ieri.
E la notte? chiese Nora piuttosto per lei.
S, anche la notte. Siamo abbastanza seri ambedue, per non prendere sul tragico un incontro di questo genere. Non voglio irritarti, credimi, ma preferirei irritarti piuttosto che ingannarti. Tu hai bisogno di un po' d'amicizia, di un po' di intimit. Fai male a chiederle a me. Io non ho nulla da dare a nessuno.
Guardava continuamente davanti, senza volgere un istante il capo verso di lei, aveva sempre quella vaga amarezza sulle labbra.
"Con questo sguardo che non guarda da nessuna parte, con questa voce sorda, che non s'abbassa e non s'alza, si possono probabilmente dire, senza rendersene conto, le cose pi terribili del mondo", pensa Nora.
Dici che hai guardato nell'agenda del mio studio. Hai osservato certamente che tutti i fogli rimasti sino alla fine dell'anno sono bianchi. Questo vuol dire vacanza. Quanti fogli bianchi, altrettanti giorni deserti. Che cosa vuoi che ne faccia?
Cerca di darli.
Non comprendo.
Dicevi poco fa che non hai nulla da dare. Tuttavia ti rimangono alcuni giorni liberi... tu li dici deserti... Dalli a qualcuno... Forse si trover una persona che li accetti e ne faccia qualche cosa...
Egli si ferm e, alla luce del lampione sotto al quale si trovavano, guard Nora, probabilmente per leggerle negli occhi tutto quello che gli appariva non chiaro nelle sue parole.
Se  un invito,  meglio ti dica che non posso accettarlo.
Non  un invito.  un consiglio. Parti. Sarai meno solo. Dimenticherai, forse...
Che cosa?
Non so. Le cose che devi dimenticare.
Egli alz di nuovo le spalle, con quel gesto negativo di dubbio, di inutilit.
Partire? Ci ho pensato anch'io. Ieri sono entrato in un ufficio di viaggi per chiedere informazioni... Avevo preso meco al mattino il passaporto, per i visti. Per questo lo avevo ieri sera nella tasca.
Nora rivide il passaporto azzurro, la fotografia, le segnalazioni, la pagina dei visti, Hargenrath 23 luglio. Ancora una volta le parve che in quel nome di confine, in quel giorno perduto, 23 luglio 1934, stava forse tutto il suo segreto.
Infine, ci ho rinunziato. A che pro? Sono troppo pigro,  troppo complicato, e sento sopratutto che  inutile. Credo di non aver nemmeno danari sufficienti.
Erano sul ponte Elefterie. Si appoggiarono al parapetto del ponte e guardavano davanti, verso quelle due grandi arterie che si aprivano ad angolo davanti a loro: a sinistra, il viale Elisabetta, illuminato, con lontane luci azzurre di rclame, coll'occhio rosso dei tram 14, che scendevano verso Cotroceni, e a destra la Banchina dell'Indipendenza, coperta di neve, silenziosa, quasi non bucarestina. Sul parapetto di pietra, la neve era cresciuta rotonda, spumosa, fragile. Nora si tolse i guanti e prese in ambedue le mani la neve, tenendola nelle palme aperte, con attenzione, come una polvere fine.
Sei stato qualche volta, d'inverno, in montagna?
La domanda di Nora sembrava riportarlo da chi sa quali pensieri perduti, giacch tard a rispondere, dopo un silenzio troppo lungo.
No, d'inverno mai. D'estate ho salito alcune volte la Pestera e l'Om, ma d'inverno mai.
Peccato.  cos bello! L dovresti andare. In montagna.
Non si affatic nemmeno a rispondere. Con un'alzata di spalle, tutto diventava inutile. Nora insistette.
Hai fatto qualche volta dello ski?
No.
Dovresti tentare.
E alla fine, d'un tratto, prendendolo per la mano e costringendolo a voltarsi verso di lei, gli disse guardandolo negli occhi:
Vieni con me, in montagna, a fare dello ski.
Lo guardava troppo fisso, perch potesse anche questa volta rispondere con un silenzio.
 una fanciullaggine, Nora.
Per questo te lo propongo: perch  una ragazzata. Ascoltami, Paolo: d a me la tua vacanza. Poco fa, credimi, non te l'ho chiesto, ma ora te lo chiedo: dlla a me.
Lui nulla rispose. "Almeno non ha detto di no", si consol Nora mentalmente. Sul ponte, il vento della sera batteva ridestato dopo la calma regnata fino allora. I castagni bianchi si scuotevano lasciando cadere sul marciapiedi la neve, come un fiore troppo fragile.
Scendevano verso il centro, verso il viale Elisabetta. Le luci, le prime vetrine, la gente frettolosa per il gelo, davano a Nora un'impressione di ritornare in citt. Parlava sempre lei, contenta ora che il suo silenzio avesse ritardato la risposta.
Nemmeno io sapevo bene che fare della mia vacanza. Volevo per non passarla qui, a Bucarest. Su, nel viale Dacia, mi sento molto bene, ma non nelle giornate di festa, quando ho l'impressione che tutta la gente se ne va e che io rimango sola. Peggio che sola, abbandonata...
Tent di dire l'ultima parola con un po' d'ironia, ma la voce non l'aiut. "Abbandonata" era una parola che le dava le lagrime come ad un bambino. Per fortuna, lui  troppo stanco o troppo disattento, per osservarlo.
Pensavo anch'io di andarmene, ma non sapevo dove. Forse a Cernauti, dove non sono pi stata da due anni. La mia mamma abita l... Forse a Predeal, al campo di ski di Onef... Se avessi trovato compagni di viaggio, avrei preferito salire in piccolo gruppo fino ad una capanna... Alla Jalomicioara o sul Postavar o a Balea... Infine, dove che sia, purch lontano... Perch non vuoi essere tu il mio compagno? Comprendi bene: quello che  accaduto fra noi fino ad ora...
Nora esit un momento. Avrebbe voluto dire "questa notte", ma era una precisazione che la spaventava.
... cancellato,  dimenticato.  "non avvenuto", come dicevi tu al tribunale. Io ti faccio una proposta da camerata. Partiamo cogli scarponi ai piedi, col sacco da viaggio sulle spalle.
Partiamo... ripet lui, insensibile. Quando partiamo?
Questa sera, rispose Nora, e appena allora si accorse che la sua domanda poteva essere un'accettazione, sebbene fosse fatta vagamente, con quell'eterna alzata di spalle.
 vero? Accetti? Vuoi che partiamo?
No, Nora. Perch insisti?  inutile, tutto  inutile.
La sua voce la scoraggi. Vi era qualche cosa di caduto definitivamente, di definitivamente rotto, nella stanchezza con la quale parlava. Eppure, per un momento, la partenza gli era apparsa possibile...
Perch t'incaponisci, Paolo? Sei un uomo che ha perduto in tutti i giuochi. Tu stesso dicevi poco fa: "Io non ho nulla da dare, nulla da perdere". Ebbene, poich in nessun caso puoi pi perdere, giacch non hai da rischiare, accetta questa partenza come un giuoco e lascia giuocare me per te...
Si ferm a bella posta davanti ad una vetrina con articoli di sport, sul viale Elisabetta, all'angolo della via della Vittoria. Vi erano esposti ski, pattini, bastoni con la punta ferrata, scarponi, un arsenale intero di strumenti di legno e di metallo, che luccicavano nella vetrina su di una neve artificiale di ovatta e di pagliuzze bianche. Un fantoccio vestito da sciatore, coll'equipaggiamento completo, pronto a partire, sorrideva con un sorriso felice da cinematografo. Paolo guardava quasi senza vedere tutti quegli strumenti che gli sembravano complicati e specialmente senza interesse.
Ti prego di non ridere di me, Paolo, ma io quando sono molto infelice... giacch anche a me capita talvolta di esserlo...
Non pot terminare la frase. Le erano venute di nuovo lagrime inaspettate negli occhi. Abbandonata... infelice... che parole difficile a dirsi! Cerc di correggersi.
...quando mi va male, quando tutto va a rovescio, quando mi pare di essere perseguitata dalla disdetta... ebbene, mi compero qualche cosa di nuovo... un abito, oppure, se i danari non mi bastano, una sciarpa, un nonnulla... non per civetteria o per frivolezza, piuttosto per una superstizione: per scongiurare la jella, per burlarla. Mi sembra che, vestita in quella maniera, non mi riconoscer, oppure mi confonder con qualcun altro, oppure mi passer accanto senza vedermi. Tu, che sei un uomo superstizioso, perch non hai la tentazione di iniziare qualche cosa di nuovo? Perch non vuoi fare una cosa che non hai mai fatto fino ad ora?
...
Era entrato senza convinzione. Nora parlava per lui, assumeva informazioni, esaminava attentamente gli oggetti che le venivano mostrati. Il negozio era invaso da sportivi. Alla vigilia di una vacanza, vi era un fremito di partenza, un tintinno di pattini, una febbrilit continua. Scarponi enormi, con la suola recinta da un rivestimento metallico, odoravano di pelle grossa, conciata di recente. Ski neri, appoggiati alla parete con la punta in alto, assomigliavano a certi canotti sottili da pesca, tirati a secco, sulla sponda. Tutto aveva un odore acre di pellame, di legno paraffinato, di tela impermeabile. Camicie e sweater a colori carichi, davano a tutto il negozio un'aria festosa, imbandierata.
Un apparecchio radio, aperto, trasmetteva il bollettino sportivo delle ore 18: "Predeal, spessore dello strato di neve 46 centimetri... Sinaia, spessore dello strato di neve 30 centimetri... neve favorevole...". La voce del dicitore si confondeva colle domande dei clienti, colle risposte dei venditori.
Alza la mano destra in alto, vuoi? preg Nora.
Lui si sottopose volentieri, ma con un po' di goffaggine. Si vedeva nello specchio, misurando la lunghezza degli ski, molto pi alti di lui. La punta degli ski gli arrivava al palmo della mano.
Dev'essere almeno 40 centimetri pi alto della persona, spieg lei assorta.
Alle volte, alzava preoccupata gli occhi su di lui, piuttosto di soppiatto, come se gli avesse chiesto un cenno di approvazione, un consenso.
" intimorito" pens lei, vedendolo rimasto con uno ski in mano senza sapere che farne. "Intimorito" le pareva un progresso: era in ogni caso qualcosa di molto diverso da "indifferente".
Questo a che cosa serve? le chiese Paolo, vedendola tenere nelle mani alcune spirali, che ella tentava di avvitare da sola ad un sostegno piatto, come una suola di pattino.
Sembrava fare la domanda con qualche interesse, con un po' di incertezza. Guardava tutti quegli oggetti strani imbarazzato, come davanti ad un motore coi pezzi smontati. Nora si affrett a dargli delle spiegazioni, che egli non capiva troppo bene.
Vi sono due specie di attacchi: diagonali e diritti. Io ho molta fiducia nell'attacco diagonale: non  molto flessibile, ma  solido. Impaccia un po' nel telemark, ma nei primi giorni non dovrai incominciare cogli esercizi di telemark. La cosa principale  di avere lo scarpone bene fissato allo ski...
Un venditore chiam Paolo in una cabina di prova, per misurargli il costume da sciatore e le scarpe.
Chiamami, quando sei pronto, gli disse Nora. Aveva paura di lasciarlo solo. Quella debole scintilla di curiosit, che incominciava a leggere nei suoi occhi, non doveva estinguersi. Era un giuoco che doveva essere giuocato sino alla fine. Ma non si scoragger? Non fuggir, lui che scappa cos facilmente?
Nel costume azzurro, era completamente mutato. "Come  giovane", pens Nora. Ritrovava, al di l della sua stanchezza, quell'indefinibile espressione di fanciullezza, che la aveva sorpresa la sera del primo incrocio dei loro sguardi.
Sono ridicolo, no?
S, e te ne rincresce? Sii tu pure una volta ridicolo nella vita! Vedrai che giova!
Il vestito non piaceva a Nora. Aveva un difetto alle maniche e i bottoni dovevano essere cambiati.
Lo mandiamo immediatamente al laboratorio, assicur il venditore. In mezz'ora  pronto.
E in un'ora al pi tardi, soggiunse Nora, deve essere a casa. Ma non pi tardi, prego, giacch partiamo proprio questa sera.
Parlava al venditore, ma effettivamente si rivolgeva, senza guardarlo, a Paolo. Protester? La smentir?
Questa sera.
...
"Alla fine dei conti non sar la pi grossa balordaggine della mia vita" si diceva Paolo guardandosi in casa, allo specchio. Il berretto azzurro di stoffa, con la visiera corta e rotonda, somigliava ad un berretto da liceo. Le saccocce del vestito, grandi, applicate, chiuse militarmente con bottoni, gli ricordavano la giubba della scuola militare.
"Come un collegiale, come un allievo ufficiale", e sorrise ai vecchi ricordi ritrovati.
Passeggiava per la stanza, per il piacere di udire le sue scarpe sul pavimento risuonare col suo vecchio passo pesante delle notti di guardia. Com'erano buone quelle notti, bianche, sveglie, solo sul campo gelato di Cotroceni, senza un pensiero, senza un'attesa, scrutando lontano la notte invernale, rotta di tanto in tanto, non si sapeva da dove, da un grido venuto dal di l dell'orizzonte, forse dai monti, forse dai boschi.
Guard gli abiti di citt, che si era tolti, il cappotto appeso all'attaccapanni. Se avesse potuto, separandosi da loro, separarsi da se stesso... Se avesse potuto, indossando questo abito nuovo, incominciare una vita nuova...
 una ragazzata certamente, ma una ragazzata nella quale egli vorrebbe credere. Chi  quest'uomo giovane dello specchio, col berretto abbassato sulla fronte, col collo nudo, coll'abito di stoffa ruvida, chiuso fino in alto? Non lo conosce. Gli sembra di averlo veduto in qualche luogo, ma non lo conosce.
"Ho fatto fino ad oggi" si disse Paolo "tante sciocchezze ragionevoli, e tutte sono andate a male... Voglio farne alla fine una stupida, una sciocchezza completamente priva di senso... Forse mi porter fortuna...".
 ancora intimidito dagli ski, che non sa come si portino sulle spalle, perch quei due bastoncini, col loro cerchio di legno e metallo sulla punta, lo imbarazzano ancora peggio. Si ricorda, dal cinematografo, le corse tempestose di ski, gli sciatori volanti in una nube di neve, e tutto gli sembra fantastico, irrealizzabile. Stenta a capire come queste due grandi spatole, nere, coi loro attacchi di ferro, cinghie, viti e spirali, possano divenire sulla neve tanto veloci, tanto fluttuanti. Avrebbe voluto potersi vedere nello specchio, accomodato sugli ski, come in piena corsa. Nora gli ha mostrato alcune volte come si fissa lo scarpone nell'attacco, come si fissa il piede nello ski. Se provasse?
Colloca i due ski sul tappeto, con la punta in su, uno accanto all'altro ("perfettamente paralleli e alquanto vicini" come diceva Nora) e si sforza di far combaciare la spirale dell'attacco col tacco della scarpa, esattamente nella scannellatura apposita. La spirale  troppo nuova e la molla funziona male. Infine  riuscito al piede destro, ma su quello sinistro non ci riesce ancora. In ginocchio, col berretto buttato per dispetto sulle spalle, esasperato dalla resistenza, Paolo lotta con quella spirale troppo corta o forse troppo poco flessibile.
In questa lotta fu sorpreso dal campanello d'ingresso. Chi poteva essere? Certamente non Nora. Si erano intesi di incontrarsi alla stazione, un quarto d'ora prima della partenza del treno. Allora chi?
Era furioso di non essere lasciato in pace a fissare la scarpa allo ski, era furioso per essere ora costretto a sciogliere anche la destra. Collo ski al piede non avrebbe potuto nemmeno stare nell'ingresso.
Da fuori continuavano a suonare.
Vengo subito, aspettate che vengo! grid Paolo sempre pi esasperato: adesso, cosa molto pi grave, la scarpa destra rifiutava di uscire dall'attacco, perch la spirale sembrava fissata al tacco per tutti i secoli.
"Sarebbe una cosa comica se non potessi pi uscire di qui". Si vedeva prigioniero di quella spatola di legno, che era condannato a trascinarsi dietro e che, pi lunga di due metri, gli impediva di camminare in casa, perch avrebbe urtato contro le sedie, la scrivania, le pareti. Nessuno poteva toglierlo dall'imbarazzo. "Forse Nora, se riuscissi a trascinarmi fino al telefono ed a chiamarla". Ma nemmeno Nora, giacch, si ricord, la chiave era nella serratura al di dentro e lui non poteva aprirle.
Il campanello suonava di tanto in tanto "forse  andato via" ma poi ricominciava a suonare con un'insistenza di persona decisa a farsi aprire a qualunque costo.
Da ultimo, Paolo riusc tuttavia a liberarsi. Gli era passata per la mente un'idea salvatrice. Non aveva che da sciogliere i lacci della scarpa, attaccata allo ski. Rise, felice della semplicit della soluzione, che aveva trovato proprio quando la situazione gli pareva pi comica e senza speranza.
And zoppicando verso l'ingresso, con un piede con lo scarpone e l'altro senza. Non suonate pi ch vengo!
Era il garzone di un negozio di fioraio, con un mazzolino, involto in carta bianca, fine.
Da parte di chi?
Non saprei... Una signora...
Hai qualche lettera?
No.
Attese di rimanere solo, chiuse la porta e appena allora svolse la carta. Erano due rami di lill bianco. Li guard con un lungo sguardo strano. Da dove venivano? Perch venivano? Li teneva in mano con un sentimento vago di ritardo, di inutilit. Poteva darsi che fosse un errore... Forse non erano per lui...
Non aveva il coraggio di carezzarli. Sentiva lontano la loro esalazione fredda senza profumo. Fiori di neve. Tuttavia la loro inclinazione, sul ramo leggermente curvato sotto il peso dei grappoli, aveva qualche cosa di robusto e delicato... Conosceva questa inclinazione come un viso che si avvicini, come uno sguardo che si rivolga un pochino indietro, sulla spalla. Era il gesto interrogativo di Ann, era la sua attesa timida di fronte ad un silenzio troppo lungo...
Lasci cadere di mano i fiori, in qualche luogo, sulla poltrona o sul canap, non lo sapeva lui stesso precisamente. Aveva l'impressione che gli chiedessero una risposta e non sapeva quale dare.
Tutto aveva ora un gusto di risveglio amaro dopo l'ebrezza. La stanza era in un disordine triste, di notte perduta. Che senso avevano tutte queste cose, buttate dove capitava, l'armadio spalancato, la biancheria preparata per l'imballaggio, lo zaino buttato in una poltrona?
Inciamp in quei due ski, rimasti a terra, di traverso, nel mezzo della camera. Si vergognava dell'ostinazione con la quale, cinque minuti prima, aveva lottato con loro per montarli e smontarli. Ora, erano l come giuocattoli infranti... Quanto stupido, o quanto disgraziato doveva essere, perch magari per un momento si era lasciato trascinare in questa partenza assurda!...
Ann ritornava. I fiori, inviati poco prima, interrogavano per lei, se potesse venire.
"Non so, Ann, non lo so. Credo che non occorra. Credo che sia meglio che tu non venga".
Diceva forte parole di opposizione, ma sentiva che, al di l della sua volont, qualche cosa aveva risposto per lui ed aveva accettato.
Non sapeva che cosa sarebbe capitato pi avanti, n tent di fare supposizioni. Una cosa era chiara: Ann sarebbe venuta.
In quel momento, forse, era gi sulla via e lo aspettava. Forse, dalla portiera della sua piccola auto azzurra, guardava verso la sua finestra, per vederlo comparire l. Forse bastava un cenno, perch in pochi istanti ella fosse sopra...
Viene cos tardi, ma viene. Non v' in lui alcuno slancio, che lo spinga incontro, ma nemmeno una volont che lo allontani.
Rimaneva ancora in qualche luogo, al di l di tutti i ricordi, al di l di tutte le evidenze, rimaneva il pensiero infantile che il suo amore non fosse perduto, che una serie di coincidenze e di errori li aveva divisi e ingannati, ma che tutto poteva essere spiegato, tutto ritrovato. C'era ancora tempo, c'era ancora tempo...
Si alz dal suo posto per prendere i fiori caduti e appena allora s'accorse di camminare zoppicando, col piede sinistro nello scarpone e con quello destro nudo. Il berretto, il vestito azzurro da sciatore, i pantaloni lunghi, fissati in basso alla caviglia con un nastro elastico, tutto gli appariva ora buffo.
"Finiamola con questo travestimento", si disse. "Ritorna ai tuoi abiti di citt, alla tua vita di prima. Il giuoco  durato troppo!".
Voleva proprio alzare gli ski da terra, per nasconderli nel bagno o nella stanza, quando il telefono suon. Era Nora.
Non dimenticare di prendere un temperino. Sarebbe preferibile un punteruolo. In montagna fa comodo. Di thermos non hai bisogno. Ne ho io uno di un litro e mezzo. Non appesantire il sacco con cose inutili...
Tent d'interromperla, avrebbe voluto dire: "Nora, io non parto, non posso partire", ma lei continu a dargli una infinit di consigli.
...un pullover grosso e, se si pu, un corpetto di lana. Nulla da mangiare, capisci? Assolutamente nulla. Ho acquistato io tutto quello che occorre.
E da ultimo, senza transizione, con la stessa voce frettolosa, dava istruzioni per la partenza
Ti ho mandato due rami di lill. Credo che tu li abbia ricevuti. Vorrei che ti avessero fatto piacere. Mi sembrava, quando ci siamo fermati nella Piazza del Senato, di fronte al fioraio, mi sembrava che guardassi i lill della vetrina, non so con quale sorriso triste. Avevo deciso di non dirti che provenivano da me, ma poi ho cambiato idea! Non voglio darti enigmi da sciogliere prima della partenza.
Chiuse il telefono, rendendolo attento che il treno partiva puntualmente alle 12 e 10.
Paolo rimase disorientato, intontito. Per la seconda volta, avrebbe voluto chiederle: "Che cosa vuoi? Che cosa cerchi?".
Per quale istinto, o per quale caso, questa donna che egli conosceva da ventiquattro ore, entrava nella sua vita, attraverso le porle pi segrete? Per quali ripetute coincidenze si sostituiva all'amata perduta proprio l dove per un momento poteva sperare di ritrovarla?
Si prese la testa fra le mani e rimase molto tempo senza pensieri.
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CAPITOLO 7.
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Prendiamo i biglietti per Brasov, gli grid Nora da lontano, quando lo vide scendere dalla macchina.
Un facchino si era fermato per prendergli dalle mani gli ski e lui era pronto a darglieli, quando Nora gli si avvicin.
Questo no. Gli ski te li porti tu stesso sulle spalle. Chi credi che te li porter in montagna?
Lo aiut ad accomodare il sacco e gli mostr come si portano gli ski su di una spalla ed i bastoncini sull'altra. colle punte incrociate alla schiena.
Prendiamo i biglietti per Brasov, ma nulla ci impedisce di rimanere a Predeal o di andare, se vuoi, pi lontano a Fagaras o Bibor.  meglio non decidere in anticipo. Vedremo durante il viaggio.
Lui l'ascoltava senza opposizione ma anche senza approvazione. "Non m'ha detto nemmeno buona sera", pens Nora. Era per decisa a non tener conto dei suoi capricci.
Il sacco deve cadere diritto sulla scapola, non pendere sulle anche.
E mentre gli accomodava le bretelle del sacco sulle spalle, incontr, senza volere, lo sguardo freddo, quasi ostile, col quale si sottoponeva ai suoi suggerimenti.
"Che sguardo da alunno recalcitrante!" si disse Nora. Conosceva dalle classi dei ragazzi questo sguardo di resistenza, che si alza talvolta dalle panche, verso di lei, come una sfida. "Abbiamo pazienza" le suggeriva la sua voce di professoressa. "Piegheremo questa fronte di ribelle". E per la prima volta si sent sicura di s, accanto a quest'uomo taciturno.
Le scarpate formicolavano di gente. Voci di giovani, di studenti e di soldati, che si recavano in provincia, davano a tutta la stazione un suono di vacanza. Gruppi di sciatori si affrettavano verso la scarpata del treno per Brasov. Gli scarponi pesanti rimbombavano sulle pietre, come un passo cadenzato di marcia. Fra i viaggiatori frettolosi, fra i vagoncini coi bagagli, gli ski si allontanavano cullandosi come alberi di barconi da pesca.
Dall'altro capo della scarpata, accanto alla locomotiva, vi erano due carrozzoni di terza classe, riservati per gli sciatori. Non c' posto per i borghesi, diceva dallo scalino un ragazzo in giubba azzurra ad un signore con cappotto e cappello che cercava di salire. Paolo ud le parole, passando, e sorrise. Aveva ragione il ragazzo: quei due carrozzoni somigliavano infatti ad un treno militare. Ragazze e ragazzi vestiti coi medesimi abiti, come con un'uniforme, facevano pensare ad una giovane truppa che andasse alle manovre.
Sul predellino dell'ultimo carrozzone, una ragazza si era fermata per accendere una sigaretta. Per la prima volta il gesto parve a Paolo privo di femminilit. Era un gesto breve, affrettato, soldatesco.
Ci permetti di passare, camerata?
La ragazza alz, sorpresa, la testa verso di lui e lo osserv alla luce del fiammifero, che teneva ancora acceso in mano. Poi tutti e due scoppiarono in una risata. Nora, rimasta un po' indietro, sorrideva di questa prima vittoria: lo udiva alfine ridere.
...
Era un treno passeggeri notturno, simile piuttosto ad un convoglio, che ad un treno. Aveva dieci vetture, che si udivano urtandosi l'una contro l'altra, fino lontano, fino agli ultimi vagoni perduti nell'oscurit, quando il treno si fermava in chi sa quale stazione senza nome, come in piena campagna.
"Dove andiamo? Quando arriveremo?". Era contento di non saperlo.
Stava solo al finestrino, cogli occhi chiusi, lasciandosi portare dal rumore delle ruote, che sentiva passare in lui, come una battuta regolare del polso. Era assordante e calmante. Talvolta tent di distinguere fra questo fracasso un colpo singolo e seguirlo come si trasmetteva coll'urto da un vagone all'altro, come un'onda allontanantesi. Tal'altra, senza una transizione di idee, si vide a Bucarest, ad un angolo della via, dicendosi che era tardi e che era tempo di rientrare in casa. Si scosse come dal sonno, con una sensazione pungente di dolore (no! no! no!) e aperse gli occhi: attraverso il vetro met gelato si vedevano il campo d'inverno e alcune rare ombre azzurre, alberi o case, immerse nella notte.
"Dunque, sono partito, sono partito" si disse mentalmente alcune volte, seguendo con lo sguardo, nell'oscurit, un punto fisso, nel quale gli sembrava di poter spiegare qualche cosa di quanto rimaneva indietro.
Non conosceva nessuno in quella vettura di sciatori, ma aveva l'impressione di poter dare del tu a tutti. Parlavano a voce alta, si chiamavano per nome, disfacevano continuamente i sacchi, per mostrare uno all'altro diversi utensili e provvigioni.
Avete pelli di foca? gli chiese qualcuno accanto a lui, carezzando la suola lucida degli ski. Paolo non sapeva che cosa rispondere e gett un'occhiata imbarazzata a Nora. Rispose lei invece di lui, spiegando di non aver troppa fiducia nelle pelli di foca e di preferire per la salita la skiolina. Si accese una vera discussione teorica sulla salita, alla quale prendevano parte tutti i vicini prossimi, difendendo con calore opinioni differenti.
 un'eresia, s, s,  un'eresia! gridava il difensore delle pelli di foca.
Guardate quello che dice Dumny, sosteneva con maggiore inflessibilit un ragazzo giovanissimo, probabilmente alunno di liceo o studente del primo anno il quale frugando nel sacco estrasse un libro, che si mise a sfogliare nervosamente, finch trov la pagina voluta:
"Il n'y a rien qui puisse remplacer, dans une ascension difficile, l'usage des peaux de phoque. L'incomodit apparent du procd est largement rachele par l'assurance et la stabilit acquiss".
Nora ascoltava col suo sorriso paziente la lettura di pagine intere. Unica in quel gruppo di sciatori appassionati che conservava la calma e parlava con misura, senza agitarsi.
" veramente una professoressa", pens Paolo guardandola. Tutto quello che diceva era limpido, faceva domande chiare, guardando negli occhi colui al quale si rivolgeva. Parlava con calma, senza fretta, dimostrando una perfetta conoscenza delle cose di cui discuteva.
Paolo pens alla loro notte scorsa. "Questa ragazza l'ho avuta, nuda, fra le mie braccia". Non poteva per ricordarsi del suo corpo. Tutto sembrava accaduto da molto tempo, imprecisato, anni fa. Guard con attenzione le sue labbra, che aveva baciato, e cerc di ricordare il loro gusto dimenticato.
Nulla tradiva in lei un'amante. Parlava da lontano, pacata, con qualche cosa di protettore nella sua grande calma, con un'attenzione uguale per ogni parola.
"Potrei essere un camerata" si disse Paolo, guardando il giubbetto di lei bene attillato, fino alle scarpe pesanti ai piedi.
Gli rincresceva di tutto quello che era accaduto. Avrebbe voluto poter cancellare fra loro l'inutile notte d'amore, che li aveva avvicinati, ma che li separava.
...
Nora lo osserv dormire. Aveva finto per molto tempo di leggere, ma ora, che si sapeva alfine difesa dal di lui sonno, aveva alzato gli occhi dal libro e lo osservava. Passarono per Campina, per Comarnic. Non ardevano pi nella vettura che i lumicini azzurri di notte. Tutta la gente pareva dormire, con un unico respiro regolare. Alle volte, da una delle ultime vetture, veniva un suono d'armonica, subito coperto dal rumore delle ruote. Nora aspettava che ritornasse. "C' ancora qualcuno che veglia in questo treno...". Si sentiva, nella sua veglia, come al riparo.
Paolo si era addormentato con la testa leggermente piegata all'indietro e appoggiato colla tempia al finestrino. "Com' giovane e quanto sembra stanco!", si diceva Nora. Sotto le ciglie chiuse, sente ancora quello sguardo nebuloso della notte scorsa. Solamente il sorriso amaro  scomparso dalle labbra, quasi senza lasciar traccia. Le piace guardare questa bocca serena, che non la pu carezzare n ferire.
"Tu sei fatta per essere infermiera di notte", diceva Grig. Nora si ricord di queste parole che, probabilmente, dovevano essere un'offesa. "Il povero Grig! Non ha saputo mai come prendermi". La verit  che Grig non aveva mai sopportato la sua abitudine di guardarlo nel sonno. Si svegliava nel mezzo della notte, sotto il suo sguardo attento, sotto i suoi grandi occhi spalancati, fissati su di lui, e le chiedeva bruscamente: "Che vuoi?" Ella rispondeva sempre alla stessa maniera: "Nulla. Voglio che dormi".
Forse che alla stessa maniera avrebbe risposto anche all'uomo che dormiva ora di fronte a lei e che ella osservava da tanto tempo. "Voglio che dormi. Voglio che dimentichi. Voglio che dormi".
...
A Predeal le due vetture di sciatori si vuotarono a met. Nora si chiese se dovessero scendere pure essi. Potevano trovar posto nell'accampamento di Onef o andare pi lontano con una slitta, fino a Timis, dove c'erano tante pensioni aperte. Cont mentalmente i denari e si ricord di essere debitrice a Paolo di 282 lei, per il suo biglietto ferroviario. "Dovremo avere conti chiari".
Alla stazione, manifesti colorati e avvisi annunziavano per i giorni di Natale concorsi di velocit, di slalom e di salti. Nora vide in luogo di questo Predeal all'alba deserto, colle vie vuote, irrigidito nella neve, il Predeal mondano dei giorni di campionato, pieno di automobili, di notabilit dell'aristocrazia e della finanza, di eleganti avventurieri. Predeal che incominciava a somigliare a un Casin, ad un salone da ballo o ad una sala da ricevimenti.
Dal finestrino della vettura, gir lo sguardo indietro verso la cresta dell'Om, perduta nelle nubi, come dentro ad un'immensa valanga di neve, e cerc attraverso la bruma il punto lontano, dove sapeva che ci doveva essere la capanna.
Col avrebbe voluto salire o forse dall'altra parte, pi gi, verso Jalomicioara, verso Bolboci. Ma per qualunque parte fosse passata, per Busteni o per Sinaja, la strada avrebbe dovuto essere percorsa in un gruppo numeroso e con un equipaggiamento serio. Guard sorridendo gli ski di Paolo, nuovi, con la vernice intatta, cogli attacchi lucenti, senza una scalfittura, senza una macchia di ruggine. Che cosa avrebbe fatto con quelli a Pietra-Arsa?
Nel frattempo, il treno era partito nuovamente. Alcuni sciatori si preparavano a scendere a Timis-d'abbasso.
Salite a Pietra Mare? chiese loro Nora. Conosceva la strada e, a quanto ricordava, era molto facile. L'aveva fatta nel 1929, d'estate, dopo l'ultimo suo esame all'Universit, ed aveva dormito l in una specie di granaio di legno, con dieci letti allineati in due piani.
C' ora una capanna nuova, le disse qualcuno.
Ma non  ideale come terreno da ski, osserv Nora, Mare  piuttosto un monte d'estate. Vorrei un sito pi ampio, pi aperto.
"E pi lontano", aggiunse mentalmente.
Incominciava a far chiaro e voleva che il giorno che si iniziava li trovasse lontani, quanto pi lontani possibile.
I finestrini divenivano azzurrognoli, fumosi. Uscivano dalla notte, come da una lunga galleria.
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CAPITOLO 8.
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Salivano fino a Poiana Brasovului con la senila, un'autoslitta coi cingoli.
Credo che Poiana sia il sito pi conveniente, diceva Nora. Avrei dovuto pensarci dal primo momento.  aperta, ampia, ha pendenze dolci. Non ci sei stato mai? Non conosci la regione di Brasov?
S, rispose Paolo, ma solo verso le sette citt. Vi ho passato una vacanza, molto tempo fa. A Cernauti, a Satu-Lung...
E tacque d'un tratto, con uno sguardo vago che indicava, al di l dei boschi, qualche cosa di malsicuro, come una direzione perduta. Avrebbe voluto scrollare le spalle col suo movimento abituale di indifferenza e di costrizione, ma lo zaino sulla schiena gli imped col suo peso di compiere il gesto.
Vedi, quanto  buono questo sacco? disse Nora. Portalo dieci giorni sulla groppa e ti disabituerai dai tuoi gesti di uomo stufo...
Guard l'orologio e fece presto un calcolo: "Lo conosco da trentasette ore". Era sola con lui in questa autoslitta aperta che li portava attraverso il bosco al mattino, era sola con lui e non sapeva nemmeno se avesse il diritto di appoggiarsi al suo braccio.
Invero, credo che Poiana sia una buona scelta. Lo vedrai. Spero di poter fare di te uno sciatore.
Ripet mentalmente la frase e si rallegr della soluzione trovata.
S, ti prometto che, al massimo dopo tre giorni, scenderemo cogli ski fino a Rasnov.  una strada regolare, senza molti giri, quasi diretta.
Cerc di destare in lui ambizioni sportive, un gusto di rivaleggiare, una qualche ostinatezza. " abbastanza ragazzo per questo" pensava Nora guardandolo.
...
Non v'era nemmeno una camera libera all'albergo dei Sassoni.
Cercate a Turcu, tentate a Cercetasi, ma non credo. Tutta Poiana  piena, da quando sono incominciate queste grandi nevicate.
Rimani qui, Paolo. Vado a cercare. Devo trovare qualche cosa.
Si mise gli ski, li batt pi volte con la punta sulla terra e part a passi lunghi, spinta dai due bastoncini, che conficcava nella neve, con un movimento regolare di remi.
A causa del gelo dell'alba, la neve aveva una sottile incrostatura di ghiaccio e gli ski scivolavano senza mollezza, con un suono aspro, lasciandosi dietro una polvere di vetro.
Nelle capanne grandi non c'era, infatti, da rimediare nemmeno un posto, e le ville piccole non s'erano ancora destate dal sonno. Nora buss tuttavia insistentemente ad alcune finestre chiuse, ma nessuno apr; pot soltanto udire qualche voce fortemente irritata che le ingiungeva di filar via.
Invano vi affaticate, signorina, le disse in un cortile un uomo intento a spalare la neve per aprire un viottolo.
Ritorn rabbiosa all'albergo dei Sassoni, non sapendo che fare. Indietro, per la valle di Prahova, non sperava davvero di trovare posti liberi, se qui a Poiana, dove si giungeva pi difficilmente, v'era tanta gente. L'unica cosa da fare era forse quella di scendere a Brasov e prendere da l un treno per Fagaras. A Balea, al Monte Mic, era pi probabile che trovasse un ricovero, ma non conosceva la regione e non sapeva quanto tempo occorresse per arrivare fin l. Cogli ski, in mezz'ora sarebbe stata certamente gi, a Brasov, ma prima di poter far tanta strada, Paolo avrebbe avuto bisogno di almeno una settimana di allenamento. Nessuno, che si metta gli ski per la prima volta ai piedi, pu fare una corsa di sei chilometri. In quanto alla slitta, la prossima corsa di ritorno era fissata per mezzogiorno, per cui rischiavano di essere presi di nuovo dalla notte in treno. "Non so se potr resistere", si disse Nora, pensando alla mancanza di convincimento di Paolo.
Lo trov in albergo, nella sala da pranzo, davanti ad un manifesto attaccato alla parete. Chiesa Nera. 23 dicembre 1934. Ore 8,30 di sera. Concerto religioso. Oratorio di Natale di J. S. Bach.
Si rivolse a lei, con un lampo di curiosit, indicandole il manifesto.
Interessante, no?
No, per nulla interessante. Non siamo venuti qui per ascoltare concerti. Qui non esiste che una sola cosa interessante. E gli indic, attraverso la finestra, la neve, gli abeti, le capanne coi cappucci bianchi.
Sei severa.
Debbo esserlo, perch ho grandi responsabilit.
Avrebbe dovuto forse dire le ultime parole con un tono di celia, ma guardandolo bene negli occhi, in quegli occhi tanto belli ma tanto tristi, pens che davvero s'era presa una grande responsabilit. "Quest'uomo, se rimane solo, fugge". Non avrebbe potuto dire esattamente perch, ma sentiva che questa "fuga" poteva essere per lui un disastro, dal quale doveva essere assolutamente difeso.
Sei in stato di compiere una grande bravura, Paolo?
Una veramente grande?
No... mediocre.
Sentiamo...
Dobbiamo andarcene da Poiana. Non c' neppure un buco per alloggiare. Ho pensato un istante di andare pi lontano, verso Fagaras, ma mi sembra che sia pi semplice rimanere qui. Conosci il Postvar?
Dov'?
L.
Gli indic con la mano una cortina di nubi, che scendevano fino in basso, all'orlo del bosco di fronte, ricoprendo completamente l'orizzonte.
 molto alto?
Circa milleottocento metri. Qui siamo a mille. D'estate,  una strada di tre ore. Diciamo di farla in quattro. Del resto, non saliremo fino alla vetta. Vi sono due grandi capanne sulla strada. Quando non ci sono nubi, si vedono benissimo da qui.
Ma bene, Nora, tu sei una ragazza straordinaria! A Bucarest cadi dal tram e qui vuoi passare i Carpazi? Non credi che sia troppo difficile? Non credi che sia un compito un po' troppo arduo per questi ginocchi che soltanto ieri medicavi con la tintura di iodio?
Si ferm un momento pensieroso.
Ma dimmi, quando  stato? Ieri o l'altro ieri?
Nora lo prese per il braccio, incitandolo a seguirla sulla strada.
Lascia i conti, li faremo un'altra volta. Non  stato ieri n l'altro ieri.  stato un mese fa, un anno fa, molti anni fa...
Dalla soglia si volsero ancora una volta verso quella tenda di nubi, sotto la quale stava nascosto il Postvar.
Non l'ho pi visto da una settimana, le disse il portiere. Da quando sono cadute queste nevi, ho dimenticato pure che aspetto abbia. Pare che sia sparito del tutto.
...
La via era marcata con quadrati colorati, una striscia rossa e due bianche, come banderuole dipinte sui rami e sulle pietre. Si vedevano nel bosco, nei giri, come uno sventolo di battista. Era come se un compagno di viaggio fosse andato avanti a loro, fermandosi talvolta per aspettarli e indicar loro la via: per di qua... per di qua...
Camminavano cogli ski sulle spalle, incrociati sulla schiena, per mantenere l'equilibrio. Alle volte, la punta di uno ski urtava contro un ramo di abete e ne scuoteva la neve, con un frusco leggero, metallico, polverizzato, come se si fossero uditi suonare uno ad uno tutti i cristalli di neve. Erano abeti immensi, coperti di neve, coi rami leggermente inclinati sotto il candido carico, come ali pesanti in un volo alto. Qualcuno, isolato, s'alzava su di una roccia, uscito dalle file, ma il tronco robusto aveva, nella veste bianca, una inaspettata delicatezza di gambo. Sotto la neve, il bosco era privo di selvatichezza. Tutto sembrava fastoso, un po' decorativo, come dentro un immenso parco imbandierato.
Nora si rivolse a Paolo, che si era fermato ad una svolta della strada, guardando a lungo intorno a s.
 bello?
 troppo bello! Un po' troppo bello! Sembra fatto apposta, preparato prima: gli abeti sono troppi, la neve troppa... E il silenzio, questo silenzio colossale...
Ascoltarono ambedue, cercando di afferrare da lontano un suono, uno scroscio, un passo... ma nulla attraversava questa vasta pietrificazione.
Non riesco a credere che sia vero. Sembra di essere in una fotografia, in un manifesto. Sembra di essere nella vetrina di ieri, con la neve artificiale...
Nora si ricord dello sciatore bene equipaggiato, che rideva ieri sera ai passanti, dalla vetrina. Col suo costume nuovo, con la sciarpa azzurra al collo, cogli ski sulle spalle, Paolo incominciava davvero a somigliare ad un manifesto di ski. "E non gli manca nemmeno il sorriso".
...
Era passato mezzogiorno e la capanna non si vedeva. "Dovremmo essere arrivati gi da tempo", pensava Nora. Sentiva le grosse scarpe pesarle ai piedi ed aveva l'impressione che tutto il loro peso gravitasse sulle caviglie. Risvegliato da un dolore dimenticato, il ginocchio sinistro incominciava a dolere.
Credi che siamo sulla buona via? chiese Paolo.
Tutte le strade sono buone qui, rispose lei vagamente.
Non era preoccupata, per si rendeva conto che si erano allontanati dalla strada. Sapeva bene come fosse facile perdersi in quella montagna con strade semplici, ma si diceva che, da qualunque parte fossero andati, sarebbero tuttavia arrivati alla capanna. "L'importante  salire, salire continuamente". Da qualche tempo non avevano incontrato nessuna segnalazione. Le bandierine bianco-rosse si erano fatte sempre pi rare ed ora erano scomparse del tutto.
Forse sono state coperte dalla neve.
S, forse...
La luce era diminuita. La neve era ora senza lucentezza, pi cinerea che bianca.
Eppure  troppo presto per l'imbrunire, osserv Nora. Vi era una luce pesante che calava sulle cose come un guscio metallico. Gli abeti scomparivano in un'ombra plumbea, che cadeva senza ondeggiamenti.
Ascolta!
Paolo la ferm nella marcia, mettendole una mano sulla spalla. Da qualche parte, dall'alto, veniva uno strepito metallico, un fremito d'armi, un volteggiare affrettato di ali metalliche. Uccelli grandi non veduti o boschi smossi dal posto scendevano urtandosi.
Potrebbe essere una valanga?
Questo  da escludere! disse Nora recisamente.
Era pallida ed ascoltava tesa. Sentiva la mano di Paolo sulla sua spalla destra. "Purch non la togliesse via...".
La luce diminu ancora di un tono. Era quasi buio, eppure le cose si vedevano con una precisione assurda. Abeti di sasso stavano impietriti all'intorno, come in una grotta. Per un momento, tutto parve fermo sul posto, cancellato dal tempo, passato in un altro mondo... In un altro pianeta, bisbigli Paolo. Strinse Nora accanto a s.
Hai paura, Nora?
No, credo di no. Ho freddo. E vorrei che arrivassimo.
La voce di lui era gioiosa, grave, intensa. Nora la sentiva calda sul viso.
Arrivare dove? Non vuoi che rimaniamo qui? Non camminiamo pi, non giungeremo mai, fermiamoci... fermiamoci!...
Nora rivolse il capo spaventata verso di lui. C'era qualche cosa di sibilante, di sordo e tuttavia di caldo nella sua voce. "Quest'uomo vuole morire", ebbe il tempo di dirsi e poi fu presa da una calma brusca come se in unico istante avesse sentito fino nel profondo tutto il suo pensiero. Si strinse a lui e chiuse gli occhi, con una sensazione di annegare.
In qualche luogo al di sopra, nell'atmosfera, onde immense si urtavano, e il loro fracasso si ripercuoteva fino in basso. Vapori freddi, umidi, nebbiosi, passavano con un muggito fra gli abeti, e sotto i loro colpi i rami immobili risuonavano con un tintinno di armi.
Scendono le nubi dall'alto al di l della vetta, mormor Nora.
Sentiva sulle labbra, sulle ciglia, la neve che passava come un fumo.
Paolo la scosse per le spalle ed ella aperse gli occhi con fatica. Senza una parola, lui le indic con la mano, alla distanza di alcuni passi, una cosa che lei a stento percepiva, come in sogno: sulla corteccia di un abete, il quadrato bianco-rosso-bianco.
...
La capanna S.K.V. fumicava ancora tra i pini, come dopo un incendio appena spento. Le nubi correvano come una lava leggera, in gi, verso Poiana. Vapori sparsi erano rimasti attaccati alle rocce, ai rami... Nora e Paolo uscivano dalle nubi, come da un altro inverno. Al di l della capanna, si udivano voci, un tintinno di cavalli, una strepito di ski. Qualcuno chiam da una finestra: "Geltrude! Geltrude!".
Nora pens al t caldo che l'attendeva e cerc nel sacco, meccanicamente, il fiasco con rum francese, comperato prima della partenza. Era un liquore pesante, che stordiva. "Cos dormir... dormir...".
Benvenuti gli ospiti, per non abbiamo dove mettervi.
Nora guard a lungo, senza dire una parola, l'uomo che parlava. Era un sassone rosso, con una barbetta appuntita da diavolo e con uno sguardo freddo, senza avversione, ma anche senza bont. Sembrava rude, fors'anche a causa dell'accento col quale parlava correttamente romeno, calcando brevemente sulla prima sillaba.
Tutte le stanze sono occupate. Non c' nemmeno un letto libero. Provate su al Touring. L forse troverete.
Aveva due occhi piccoli, verdi, come due pallini di vetro, sotto le sopracciglia folte, divenute bianche. Nora lo guardava attentamente, dicendosi: "Che occhi di tasso!". Pens al tasso impagliato, che un giorno aveva trovato sulla cattedra, dimenticato dall'ora di scienze naturali. Avrebbe voluto dire all'uomo sulla soglia: "Noi ci conosciamo, ci siamo gi visti", ma sent d'un tratto sulle spalle tutto il peso del sacco, come un dolore percepito nel sonno. Gli abiti erano pesanti, bagnati. Le scarpe le sembravano di ferro.
Io pi lontano non ci vado. Entriamo... riposiamoci...
Era una grande sala da pranzo, con tavoli di legno, con molte finestre, con un'immensa stufa, intorno alla quale alcune donne sassoni alte, bionde, con un'et imprecisabile, forse giovani, lavoravano ad uncinetto. Ad un tavolo si giuocava a scacchi, ad un altro a carte. In una stanza vicina, si udiva un giuoco di ping-pong. Da su, dal primo piano, qualcuno chiamava ad intervalli, senza avere risposta, lo stesso nome: "Geltrude, Geltrude!". Accanto alla finestra, alcuni ragazzini ungevano i loro ski con paraffina, come se fossero armi. Al di fuori, nelle sale, si udivano scarponi pesanti salire o discendere una scala. La porta si apriva di quando in quando, e alla comparsa del nuovo venuto scoppi di risa e chiamate familiari (Hans! Willy! Otto!) si incrociavano.
L'entrata di Nora e di Paolo fu accolta con un momento di silenzio, dopo il quale lo strepito della sala continu indisturbato e senza tener conto di loro. Alla parete, un piccolo pendolo di legno indicava le ore 5.
Nora pens un momento per rammentarsi: quali 5? quelle di mattino? quelle di sera?
Non riusciva a credere che si potessero essere smarriti per tante ore nel bosco!
Qualcuno port delle grandi brocche bianche con t.
Sai, Paolo, dovremmo affrettarci, affinch la notte non ci colga per via.
Gli indic una carta affissa alla parete: la strada da Poiana fino su era segnata con una grande linea azzurra, serpeggiante come un fiume.
Vedi? Siamo a 1510. La capanna del Touring e a 1700. Il tratto pi grave ormai l'abbiamo superato.
Paolo guard senza curiosit quella carta, che non comprendeva bene.
Per me fa lo stesso. Vado dove vuoi, quando vuoi...
Nora lo guard di sottecchi, oltre la tazza di t. Aveva sulla fronte delle rughe leggere, che la neve aveva scavato pi profonde. Le manopole da ski, deposte sul tavolo, sembravano due grandi zampe di orso. C'era negli occhi di Paolo qualche cosa di calmo, di sereno, di trasognato. Le parve udire bisbigliare di nuovo: "Non camminiamo pi... non giungeremo mai...".
...
Si era fatto buio quando giunsero alla capanna del Touring Club. L'ultima parte della strada era stata fatta colle lampadine tascabili accese, orientandosi piuttosto secondo le grida che si udivano al di l della vetta del monte, che secondo le indicazioni sui rami, che non si vedevano affatto nell'oscurit.
Posti liberi non c'erano che nel dormitorio comune.
Se rimarrete pi a lungo, dopo le feste forse vi daremo una camera con due letti, disse l'uomo che li guidava. Andavano dietro a lui, rassegnati, in silenzio.
Il "dormitorio" era un lungo magazzino di travicelli. Nel mezzo del locale ardeva una lampada a carburo.
Non si accende il fuoco? chiese Nora con indifferenza.
Qui no. Se volete scaldarvi, venite su, nella sala grande:  l che si servono i pasti. Udrete la campana quando suona.
I letti, erano allineati in due file, come in un dormitorio di caserma, letti duri, freddi.
Nora si tolse il sacco dalla schiena e lo depose accanto al suo letto. Letto n. 16, rilev leggendo una cifra dipinta sulla parete. Al 15 si era coricato Paolo, vestito, col sacco al capezzale a mo' di cuscino.
Vuoi lavarti?
No.
Vuoi mangiare?
No.
Sei arrabbiato?
Sono felice.
" ingiusto", si disse mentalmente. "Forse vuol vedermi piangere. Forse vuole vendicarsi".
Come se avesse indovinato il suo pensiero, la tocc con la mano e l'attir a s.
Non scherzo, Nora. Sono veramente felice. Sempre ho aspettato questo letto, questa stanchezza, questa notte. Vorrei che fosse una notte lunga. Promettimi che sar una notte molto lunga.
Parlava piano, lentamente, con gli occhi spalancati. Nora lo accarezz sulla fronte. "Temo che abbia la febbre".
Si port al proprio letto per cercare nel sacco il tubetto dell'aspirina, ma poi cambi idea. " meglio che lo lasci dormire:  stanco".
C'era in tutto il dormitorio un odore di scarponi umidi, di paglia umida, di legno putrefatto, ma sopra tutto questo, come una voce grossa, che coprisse tutte le altre, un odore dominante di carburo acceso.
Questa lampada non si pu spegnere? chiese qualcuno. Una voce dal fondo rispose brontolando: Si spegne alle ore 11.
"Alle 11, alle 11". Nora ripet le parole mentalmente e non ci trov alcun senso. Le pareva che quella notte non avesse ore e che mai quegli occhi di vetro gelato si sarebbero illuminati per la luce del giorno.
Qualcuno pass accanto a lei e gir sui loro letti la luce di una lampada elettrica che spense immediatamente. "Luce nuova; luce nuova".
Di tanto in tanto, si apriva la porta d'entrata e un'altra ombra entrava o usciva. "Ombre, solamente ombre", pens Nora. Non riusciva a distinguere nemmeno una figura. Perfino le voci avevano qualche cosa di indistinto e di monotono, come se fossero state una voce unica, parlante da distanze differenti.
"Forse ho dormito", pens lei. In ogni caso per qualche tempo non aveva inteso l'odore di carburo ed ora lo sentiva di nuovo. La lampada oscill lentamente con un movimento debole di pendolo. "Ancora non sono le 11, dal momento che  sempre accesa". Le voci di poco fa tacevano. "Si saranno recate a tavola oppure si saranno addormentate".
Soffocava. Sentiva il carburo come una polvere acre, fino in fondo alla gola. Tutto puzzava di carburo: il letto, il cuscino, i vestiti. Si pose il fazzoletto sulla bocca, come un tampone, ma l'odore passava attraverso la tela, come un fumo umido, acre.
S'alz dal suo posto stordita e and brancolando fra i letti. Udiva i suoi scarponi pestare il pavimento e si diceva "non dovrei fare tanto fracasso", ma ogni passo provocava un frastuono che non poteva evitare. Accanto alla porta, cerc piuttosto a tentoni gli ski e i bastoncini.
Fuori, rimase alcuni istanti sulla soglia, senza un pensiero. Sentiva sulla fronte, sulle tempie, l'aria della notte come una neve leggera.
Si mise gli ski e part lentamente, non sapendo bene dove. Dalla capanna grande si udivano voci, strepito di bicchieri, risate. Pass sotto le finestre illuminate e poi pieg a destra, fra gli abeti. Il cane della capanna si scans al suo passaggio, brontolando, pronto a latrare. Passando, lo carezz sul suo pelo rustico, sulle sue grandi orecchie. Le voci, le luci, tutto si dileguava come in una tela di sonno.
...
Gli ski strisciavano pesantemente, con un frusco di foglie secche. Nora sentiva la resistenza della neve nei ginocchi, come un freno. Non si rendeva conto da quanto tempo andava. Alla tempia destra aveva una scalfittura, che sanguinava. "Ho urtato, probabilmente. Ma quando? Ma dove?".
La lampadina elettrica era accesa, applicata, a sinistra, alla tasca superiore della giubba, come un fanale. "Sul cuore", pens Nora. Non ricordava n quando l'avesse accesa n quando l'avesse fissata ai bottoni della tasca. Seguiva la sua macchia bianca di luce sulla neve, sugli alberi. Le sembrava che fosse una piccola cosa viva, che camminasse davanti a lei e la chiamasse. Faceva salti da scoiattolo. "Uno scoiattolo bianco".
Nelle voltate la suola degli ski graffiava la neve gelata, come una punta di temperino. Era uno strepito acuto, come un breve grido. "Dovrei fermarmi. Dovrei sapere dove vado". Non sapeva dove si dirigesse, sapeva solamente che non voleva ritornare. Dietro a lei, sentiva ancora quella orribile lampada a carburo, oscillante, nell'attesa delle "ore 11", che non sarebbero venute mai.
Si ferm cercando di raccogliere le idee. Doveva esserci, sull'altro versante del monte, una strada che scendeva a Timis. "A quest'ora, Nora? Sei pazza?".
Si ricord di aver veduto in qualche luogo, su di una carta o su di una tabella indicatrice, una strada segnata a rombi gialli e azzurri. Rivolse la lanterna verso l'abete, vicino al quale si trovava, e lo illumin dal basso in alto. "Nemmeno un segno, solo... forse dormo", si disse Nora. "Forse il segno che io cerco, lo cerco nel sogno". Sentiva tuttavia, sotto le sue dita gelate, la corteccia ruvida dell'albero. Aveva l'impressione di trovarsi al margine di un sogno e di dibattersi per uscirne.
Poi rinvenne scivolando sugli ski, e non si rendeva conto se questo slittamento la riportava nel sonno o la ridestava. La chiazza bianca di luce camminava davanti a lei pi rapida di prima, sempre pi rapida. Gli ski avevano perduto bruscamente la pesantezza e scivolavano senza strepito, senza ostacolo. "Dovrei frenare", pensava lei, ma i ginocchi non ascoltavano. Era in un pendo aperto che scendeva verso alcune ombre di abeti, appena percepiti nell'oscurit. "Se non mi fermo, sono perduta", si diceva Nora, ma le pareva che fosse la voce di un'altra Nora, rimasta fuori del sogno a guardare, come da una finestra, le cose che lei non comprendeva. Tent di aggrapparsi a destra con un movimento di torsione, che per rimase senza risposta: le spalle, i ginocchi, erano simili a tasti senza risonanza. Gli ski, colle punte avvicinate, correvano dietro alla macchia bianca di luce, con una velocit che li sollevava facilmente al disopra della neve. Nora chiuse gli occhi e si lanci in avanti colle braccia aperte. Aveva l'impressione che, all'ultimo momento, qualcuno le avesse dato una spinta nella schiena. Rotol alcune volte in gi, cogli ski intricati uno coll'altro. Un sapore di sangue caldo le inumidiva le labbra.
Ora aveva realmente l'impressione di destarsi dal sonno. Dal sonno o dallo svenimento. Si vide distesa sulla via, accanto al marciapiedi, nel mezzo di un gruppo di passanti curiosi. Udiva le loro voci e sentiva uno sguardo d'uomo fisso su di lei, uno sguardo conosciuto. Per tutto, tutto era stato un sogno... "Cos dunque facciamo ritorno a quell'incidente di tram, che mai finisce... Cos dunque non sono ancora riuscita ad alzarmi e ad andarmene...".
Si sollev sui gomiti e si guard con attenzione intorno. Le immagini che per un momento si erano mescolate confuse, come un sogno dentro un sogno, si fondevano nella oscurit. Non udiva da alcuna parte n una voce n uno strepito. Nora cerc la lampadina perduta nella caduta, ma non la trov.
"Se avessi una luce, potrei far ritorno alla capanna".
Non riusciva a rendersi conto dove si trovasse. Era una radura spalancata, come un ferro di cavallo. "Io sono venuta da su" riflett, cercando di ricordare la strada. Avrebbe dovuto trascinarsi fino all'orlo superiore della radura da un abete all'altro e da l chiamare. Forse non era molto lontano, forse l'avrebbero udita... Sopratutto comprese che non doveva rimanere in quel posto. Una specie di dolce torpore l'attirava verso la neve, verso il sonno, ma capiva che questo era pericoloso...
Ambedue gli ski erano rimasti attaccati alle scarpe, ma i bastoncini li aveva perduti nella caduta. Si alz aggrappandosi colle mani ad un abete. Appena allora si accorse di essere esattamente all'orlo del bosco. Un secondo pi tardi, sarebbe stato troppo tardi. E tuttavia, tuttavia forse sarebbe stata una bella morte, colle tempie squarciate da un albero... Migliore di questa notte senza fine, che si apriva davanti a lei e che ella non aveva forza sufficiente per superare.
"Teniamo gli occhi aperti, Nora, e andiamo. Quanto potremo. Fin dove potremo".
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Non sentiva altro che la ferita alla tempia sanguinante. Era l'unica sensazione persistente nel sonno pesante col quale lottava: "E tuttavia vado, so bene che vado, mi rendo conto di camminare". Urtava alle volte coi ginocchi, colle mani, negli alberi, ma erano urti che non dolevano, che non lasciavano traccia. Non si sentiva pi gli ski ai piedi. "Forse me li sono tolti", ma non ricordava quando.
Le parve di udire da qualche parte un latrato di cane. Ebbe la forza di sorridere. "Non t'illudere, Nora, non ci credere!".
C'erano tuttavia delle luci fra gli abeti. "Che fossi arrivata alla capanna?". Non la distingueva. Era una casa piccola, con due sole finestre illuminate. Un cane da pagliaio, grande quanto un orso, latrava verso di lei, dalla soglia.
"Perch non mi assalisce? Tutto questo non pu essere vero. Dovrebbe saltarmi addosso".
Qualcuno era uscito fuori dalla casa: batt il cane sulla nuca e, prendendolo per le orecchie, venne verso Nora. Teneva nelle mani un fanale che alz alla fronte di lei e la guard per qualche tempo. Era una luce che l'accecava. Poi, l'uomo abbass il fanale e ritorn nella casa senza dire una parola, senza una domanda.
"Tutto questo non pu essere realt" si diceva Nora. "Continua quel sogno assurdo, che non finisce pi".
Si udirono voci all'interno e da ultimo un silenzio pi profondo.
La porta si aperse di nuovo e, dalla soglia, l'uomo col fanale le fece cenno di entrare.
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CAPITOLO 9.
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Nora rimase alcuni istanti sulla soglia, esitando ad entrare. V'era luce, v'era calore. Port la mano al collo, per togliersi la sciarpa di lana e non la trov. "L'ho perduta probabilmente per via".
Accanto alla finestra c'era una tavola e una lampada con una campana bianca. Qualcuno sedeva l nella poltrona e la guardava; in piedi, un po' nell'ombra, stava l'uomo col fanale. "Dovrebbe spegnerlo", pens Nora guardando quella luce che ancora ardeva. Sulla tavola, un coltello, un libro con la copertina gialla e un orologio che mostrava un'ora impossibile: le 9 e 10. Guard attentamente ogni oggetto uno dopo l'altro.
Quest'orologio  fermo, disse lei e lo indic col dito, senza sapere a chi.
Alla fine croll, rendendosi conto di cadere e avendo il tempo di dirsi: "Avrei dovuto non cadere, dovrei non piangere". Piangeva sussultando colla testa nelle mani, con lagrime ardenti, che sentiva scottarle le guance gelate, le dita irrigidite.
Udiva avvicinarsi dei passi, voci che si fermavano al di sopra di lei. Qualcuno la carezzava sui capelli pieni di neve.
Una voce giovane bisbigliava delle parole, un po' cantate, come di un verso:
Viandante, entra silenzioso,
il dolore ha pietrificato
la soglia...
Si ferm un istante dal piangere per udire meglio e capire, per le lagrime tenute un istante in freno scoppiarono come in una nuova caduta.
Due braccia poderose la rialzarono da terra, qualcuno spingeva una poltrona verso il camino.
Come attraverso la nebbia, intravedeva nella bocca del camino dei grandi tronchi d'albero che ardevano senza sussurro. Mani attente, sicure, le toglievano la giubba bagnata di neve e le mettevano sulle spalle una veste grossa di velluto, forse una giubba da cacciatore, che odorava leggermente di foglie di tabacco.
Nora aperse gli occhi. Aveva ai suoi piedi un ragazzo giovane che la guardava: probabilmente da molto tempo, in silenzio.
Forse avete smarrito la via. Dove andate mai? Da dove venite? le chiese in sassone.
Nora nulla rispose. Il ragazzo aveva grandi occhi azzurri aperti, una fronte alta e triste, illuminata dalla fiamma del fuoco del camino, e un sorriso piuttosto ironico. " un ragazzo" pens lei e volse la testa per trovare qualcun altro; in questa casa straniera, qualcuno al quale poter chiedere scusa dell'accaduto. Per non c'era nessuno, neppure l'uomo col fanaletto.
Non dovete aver paura. Qui siete al riparo. Avete bisogno di riposo. Se volete, potete dormire.
Adesso parlava in romeno, con accento sassone, per senza caricare, con una specie di ritardo, scandendo le sillabe una ad una.
Si era alzato in piedi. Ora che non era pi nel raggio delle fiamme, la sua fronte era pallida, ma gli occhi erano vivi, nel loro azzurro infantile.
Nora si ramment di aver veduto dalla soglia un orologio, ma non ricordava dove e lo cerc collo sguardo.
Che ore sono?
Le nove e mezza.
Ella ripet le parole, senza comprendere. "Nove e mezza... Quali nove e mezza?". Aveva nello sguardo una inquietudine che attendeva risposta, che chiedeva aiuto.
Lui si pieg di nuovo verso di lei e la guard direttamente negli occhi, parlandole lentamente e scuotendola leggermente per le spalle, come se avesse voluto destarla dal sonno.
Sono le nove e mezza di sera. Mi udite?  gioved 20 dicembre 1934,  sera e sono le nove e mezza.
Nora si port le mani alle tempie, per raccogliere le idee.
 incredibile! Avevo l'impressione di essermi smarrita per delle ore intere. Mi sembrava che dovesse essere molto tardi e che la notte stesse per finire...
Si ferm con un gesto di stordimento, di perplessit... Il ragazzo di fronte la guardava attento. Nora continu a parlare con una voce pesante, con una voce che non riconosceva ella stessa.
Venivo dalla capanna del Touring. V' molta gente col. Ero uscita per passeggiare, respirare, essere sola... Quando ho voluto far ritorno, non ho pi trovato la strada. Gli ski mi hanno portato, sono caduta. Avevo con me una lampadina che forse si  rotta, oppure si  perduta... Alla fine, non so che cosa sia stato. Ho camminato, camminato...
Rimase alquanto tempo silenziosa, poi chiese con una certa inquietudine:
 lontano?
Che cosa?
La capanna del Touring.
Alcune centinaia di metri.
Potrebbe qualcuno accompagnarmi fin l, oppure indicarmi la via?
Si capisce che s, ma non credete sarebbe meglio se rimaneste qui? Almeno fino a domani mattina!
Nora lesse nel suo sguardo una certa preoccupazione, un po' di compassione, sebbene un sorriso leggermente ironico persistesse ancora.
Devo essere in condizioni disastrose!
Non voglio spaventarvi, ma credo che abbiate bisogno di riposo. C' una camera libera: ho disposto perch vi accendano il fuoco.
Nora si pass leggermente la mano destra sulla fronte, sulle guance.
Avete uno specchio?
Ho detto che non volevo spaventarvi e vi ho spaventata. Non  nulla di grave. Una scalfittura alla tempia destra e un'altra qui, sulla fronte. E, naturalmente, un po' di sangue. Occorre dell'ovatta e l'alcool.
Ce li ho io nel mio sacco... ma  su al Touring.
Mandiamo qualcuno a prenderlo.
Nora rimase un momento dubbiosa, pronta ad accettare, ma poi rifiut.
No, non posso rimanere.
Perch?
Perch non sono sola. Sono partita senza dirlo. Devo ritornare. Forse si sono accorti che manco, forse mi cercano...
Vostro marito?
Nora lo guard, sorpresa da quella parola, alla quale non aveva mai pensato, ma che adesso le rendeva impossibile qualsiasi risposta. "Posso dirlo a questo ragazzo, posso dirglielo...".
Lui non le lasci terminare i pensieri.
Vi chiedo scusa della mia stupida domanda. Ma chiunque sia, pu ben venire qui.
Aveva un'inattesa sicurezza di gesto. Era passato sopra quel momento penoso con la discrezione di un uomo esperto. Solamente un leggero rossore, sulla fronte fino allora pallida, tradiva in lui l'adolescente. "In quale classe sar?" si chiese Nora. Indossava un pullover rosso con maniche lunghe e al collo una sciarpa di lana, pure rossa, ma di un rosso carico, quasi nero. I capelli biondi, tagliati corti alle tempie, alla tedesca, gli cadevano sulla fronte. "Dovrebbe stargli bene la divisa del liceo".
Per una porta laterale, entr in quel momento l'uomo del lanternino. Nora lo riconobbe dalla statura gigantesca. Portava sulle braccia alcuni tronchi, per il fuoco. Era vestito con un soprabito da cacciatore, chiuso fino al collo. Ai piedi aveva gli stivaloni e sulla spalla una curiosa pellegrina di stoffa cenere, ampia, con un cappuccio cadente sulle spalle.
Il ragazzo biondo gli parlava in una lingua che Nora non comprendeva. Le vocali erano pesanti e sorde. Forse olandese, forse un dialetto fiammingo... si sorprese a pensare ad alta voce. Il ragazzo sorrise di queste supposizioni.
Oh, no!  solamente sassone. Noi due parliamo sempre in sassone.	
Ma l'uomo col lanternino capiva il romeno, anzi lo parlava abbastanza chiaramente, pur se con una certa difficolt. Nora gli spieg dove avrebbe trovato il suo sacco e che cosa dovesse dire al signore che dormiva al Touring Club, nel dormitorio comune, nel letto numero 15.
"Avrei dovuto scrivergli alcune parole... Forse non vorr venire...".
Ma l'uomo con la pellegrina cenere si era alzato il cappuccio ed era partito. Si udivano ancora i suoi stivali di fuori.
...
Mi chiamo Gunther Grodeck, disse il ragazzo biondo, appena rimasero soli. Ho 21 anni o, per dire il vero, non li ho ancora.
Poi si scosse da questa tristezza e soggiunse, breve, irritato, come se avesse minacciato qualcuno: Ma li avr!
Nora sorrise.
Quando?
In marzo. Alla fine di marzo.
Abbiate quindi pazienza. Perch tanta fretta?  urgente?
Un pallore diafano passava sulla sua figura, senza coprire ancora gli occhi, rimasti chiusi.
Dovete aver fame, disse lui coll'evidente volont di cambiare discorso. Vi prego di scusarmi se non ve l'ho chiesto finora. Vado a vedere che cosa vi posso trovare.
Avrebbe voluto fermarlo ("no, non ho fame, l'ho avuta, ma  passata...") ma lui era gi uscito dalla camera, lasciandola sola.
Era uno stanzone, colle pareti luminose, con travi nere, affumicate. Su di una parete v'erano una stuoia rossa e due vecchie carabine. Le poltrone e un divano erano ricoperti con una cotonina a fiorami, di colori vivaci, e della stessa cotonina erano pure le tende delle finestre. Il camino era rustico, il focolaio molto aperto, come se fosse stato una porta d'ingresso in un altro locale.
Su di uno scaffale c'erano alcuni libri tedeschi e un ritratto di donna disegnato a matita. Il disegno era fine, sfumato, forse un poco stinto dal tempo.
Gunther, ritornando nella stanza, trov Nora davanti a quel ritratto.
 la mamma, spieg.
Abita qui?
Il ragazzo tacque un istante. Poi, come ritornando da pensieri lontani, disse:
Qui abito solamente io con Hagen.
Hagen? chiese Nora, non sapendo di chi parlasse.
Hagen  l'uomo che vi ha aperto, l'uomo con la pellegrina nera. Ma il nome dovete conoscerlo. Non vi ricordate? Dai Nibelunghi... dal Crepuscolo degli Dei... Il fosco Hagen!
 il suo nome?
 il nome che gli ho dato io. Credo che gli stia bene. Vi prego di non chiamarlo altrimenti. Qui, in montagna, tutta la gente sa che si chiama cos.
Qui, in montagna... ripet Nora pensierosa. A dire il vero, non so bene dove mi trovi. Sapevo che qui esistevano due sole capanne. Di questa casa nessuno mi ha mai parlato.
Perch quasi nessuno la conosce. L'ho costruita quest'autunno. Quando  caduta la prima neve, a novembre, non era pronta. Nemmeno adesso siamo pronti del tutto. Di sera, al buio, non si osserva molto, ma domani mattina vedrete che mancano molte cose. Forse la completeremo a primavera, se ci sar ancora bisogno di essa. S, forse...
Di nuovo c'era nella sua espressione qualche cosa di irritato, come una minaccia rivolta a qualcuno che non si vedeva. Da ultimo, il suo sorriso ironico port un po' di pace su quella figura di bambino impensierito.
Dovete sapere che qui non entra nessuno. Voglio dire che non riceviamo nessuno. Faffner non ce lo permetterebbe.
Faffner?
Faffner  il mio cane. L'avete forse veduto fuori poco fa.  un cane grosso, da pastore. Mi chiedo come mai non vi abbia aggredito.
Ve ne rincresce?
No. Ho fiducia in lui. Nella nostra famiglia, nella famiglia Grodeck. Faffner ed io abbiamo le medesime antipatie, le stesse avversioni.
Aveva sotto il suo pallore infantile corrucci brevi, intensi, che non duravano se non un secondo e si estinguevano poi in una grande tristezza.
Passo delle giornate intere, disse Gunther, durante le quali non odo nemmeno una voce estranea.
Tuttavia dicevate che non siete lontani dalla capanna del Touring.
Non lontani, ma bene nascosti. Conoscete la Dreimderlawiese?
La "radura delle Tre Ragazze"?
Se volete... io la chiamo col suo nome sassone. Cos mi sono abituato. Ebbene, la mia capanna  alquanto pi in su, verso nord, nord-ovest.
Non  possibile! esclam Nora.
Perch non  possibile?
Perch non capisco pi niente... Mi credevo del tutto dall'altra parte del monte, sull'altro versante. Quando sono partita, so bene che avevo preso la direzione verso la vetta, coll'idea di cercare la strada che scende a Timis. Non capisco come sono capitata qui.
Smarrendovi.
Nora ripet la parola dopo di lui.
S, smarrendomi...
Gunther prese una matita e un blocco di carta e si avvicin a Nora.
Mi pare che le vostre idee siano ancora confuse. Ecco! Diciamo qui  la capanna del S.K.V., qui quella del T.C.R., qui la Dreimderlawiese...
La sua matita tracciava sulla carta delle linee sottili. Nora seguiva con attenzione la piccola carta improvvisata.
Ebbene, se uniamo con qualche linea dritta quei tre punti, abbiamo un triangolo, e circa nel mezzo di questo triangolo, ecco, qui, c' la nostra capanna.
Fuori, sotto la finestra, il cane abbaiava.
Ritorna Hagen, disse Gunther.
Solo? chiese Nora con un timore che non poteva nascondere.
No. Se fosse solo, Faffner non si sarebbe destato dal sonno. C' ancora qualcuno.
Ascoltarono ambedue in silenzio i passi che si avvicinavano. Gunther era appoggiate al camino, colle braccia aperte. Guard verso la porta e disse a voce bassa, un po' cantando, su un'aria che Nora ricord di aver gi udito quella sera:
Qualcuno nel pellegrinaggio
Viene alla porta per sentieri oscuri...
...
... per sentieri oscuri...
"Difatti", pensava Nora guardando Paolo che era entrato, "nessuno viene in una notte pi profonda, per sentieri pi oscuri di quest'uomo".
Mosse verso di lui per incontrarlo.
Se sapessi quante cose sono accadute!
Le sembrava di non averlo veduto da molto, di ritrovarlo dopo una lunga separazione, e avrebbe voluto fare per lui qualche cosa, un gesto di tenerezza, un segno di intelligenza, ma il suo silenzio la scoraggi.
Lo prese per il braccio, per presentarlo a Gunther; ma il ragazzo era uscito senza dire una parola e li aveva lasciati soli.
Vieni qua accanto al fuoco, Paolo.
Lo sforz a sedersi nella poltrona.
Quanto sei stanco! Devi odiarmi. Ti porto da tante ore per i boschi, per la neve. Da quante ore camminiamo? Mi sembra che siano trascorsi innumerevoli giorni e notti da quando siamo partiti. Di', mi odii, non  cos?
Lui rimase cogli occhi fissi sulle fiamme del camino.
No, Nora. Vorrei invece che tutto questo durasse a lungo. Vorrei non ritornare mai pi indietro!
Stese la mano destra verso la fiamma del camino, come se avesse voluto prenderla fra le sue dita aperte.
Ho paura di una sola cosa: che non sia vero... che non sia partito... che tutto avvenga in sogno... il bosco, il monte, la notte... che tutto non sia altro che un sogno dal quale potrei destarmi.
Parlava a bassa voce, come se avesse temuto che le sue proprie parole turbassero questo sogno.
Guarda questa fiamma che arde... Somiglia ad una vera fiamma? Dove mai hai veduto, se non in sogno, una fiamma cos azzurra, cos leggera... Guarda, passo colle dita fra di essa e non brucia.
Nora con un movimento vivace gli prese la mano a tempo.
Paolo, tu hai la febbre. Non sai quello che dici. Devi coricarti, dormire.
Lui pareva nemmeno udirla e continu a parlare colla medesima voce soffocata.
Quando  venuto quell'uomo con la pellegrina nera e mi ha battuto sulla spalla dicendomi di seguirlo, non gli ho chiesto nulla, ma ancora una volta mi  sembrato che tutto accadesse in sogno.
Alz gli occhi su di lei.
E tu, Nora, non sei anche tu con me, nel medesimo sogno? Da dove viene questa ferita alla tempia? Da dove questo sangue sulla fronte? Sei sicura, di', sei sicura che tutto questo sia vero?
Vuoi che sia vero? gli chiese lei a bassa voce.
Voglio che duri, che non finisca! Non voglio ritornare...
Dove?
Lui fece colla mano un gesto vago, indicando qualche cosa al di l della finestra, al di l della notte.
...
Erano a tavola tutti e tre, silenziosi. Si udiva soltanto il passo pesante di Hagen, che portava pane e vino. Un tronco di brage croll nel camino con uno strepito sordo. Tutti e tre rivolsero la testa da quella parte: le fiamme, un momento ravvivate, si calmavano leggere su un mucchio ardente di carbone e di cenere.
Al di fuori, sotto la finestra, si udiva un respiro pesante, inquieto.
 Faffner, disse Gunther. Non pu dormire. Sente che succede qualche cosa di insolito.
Era seduto fra Nora e Paolo. Guard l'una e l'altro con uno sguardo grave, sul quale i suoi occhi azzurri perdevano il sorriso.
Mi riuscirebbe difficile davvero dirvi quanto insolita sia la vostra venuta qui... quanto sia insolita per noi tre, per Hagen, per Faffner, per me...
S'alz da tavola, and alla finestra e vi rimase alquanto tempo con la fronte appoggiata al vetro, guardando fuori, nella notte.
Con una voce mutata, disse per se stesso, a bassa voce, come se avesse voluto scongiurare un sortilegio:
Pellegrino, entra qui silenzioso,
Il dolore ha pietrificato la soglia.
Qui splendono in pura chiarezza
Sulla tavola pane e vino...
Scese un silenzio profondo, quindi Nora gli chiese sempre sottovoce:
Cos'?
Un poema.  stato scritto molto tempo fa, da un giovane austriaco morto in guerra. Si chiama: Ein Winterabend... una sera d'inverno...
E rivolgendosi a loro chiese:
Non vi pare che somigli a questa sera?
...
.
...
CAPITOLO 10.
...
.
...
Il mattino era annuvolato, ma senza nebbia. Nevicava leggermente. La neve aveva cancellato durante la notte i passi e le orme della sera precedente.
Paolo trov Nora fuori, a discorrere con Hagen. Faffner stava coricato ai loro piedi. Quando lo vide, si alz lentamente, con una pigrizia maestosa di leone sonnolento. Hagen gli disse una parola in una lingua incomprensibile, e il cane si coric di nuovo, col muso sulle zampe anteriori.
Hai dormito undici ore, disse Nora a Paolo.
Tante solamente?
Aveva davvero l'impressione di aver dormito alcune notti in una sola: un sonno lungo come un inverno. Nora gli fece cenno di parlare piano.
Gunther dorme.
E gli indic una piccola torretta con una finestra, isolata quasi dal resto della capanna, dove era la camera del ragazzo.
La capanna era fatta di pietre e travi, colle persiane verdi e il tetto rosso; ma ambedue i colori erano carichi, un verde d'abete scuro e un rosso arso, stinto. Soltanto le tende di cotonina davano risalto alle finestre, come certi vasi con fiori.
Gli ski erano pronti per la marcia. Quelli di Nora erano stati trovati da Hagen nel bosco, appena s'era fatto giorno. Li aveva trovati lontano, in una radura, colle punte impigliate in certi pini di montagna. I bastoncini per erano perduti. Hagen ne faceva col temperino degli altri nuovi da due rami di abete, e si arrabattava per fissarvi nelle punte due cerchietti di nocciuolo.
Per ora credo che potrete servirvi di questi. Domani debbo andare a Brasov per alcuni acquisti e ve ne comprer degli altri.
Nella luce del mattino, Hagen era tutto offuscato. Aveva sulle spalle quella pellegrina di stoffa cenere, col cappuccio abbassato sulla schiena.
"Somiglia ad un boscaiolo e ad un sacerdote nello stesso tempo", pensava Nora, non osando guardarlo bene negli occhi. Parlava lentamente, calmo, un po' stentatamente. Il volto era pallido, inquadrato da una barba nera, aspra, mal pettinata.
 meglio che vi attacchiate gli ski qui, disse lui. A piedi non si pu camminare. La neve  troppo alta.
Paolo si sentiva negli ski come su di un ponte stretto, sul quale si cammina in punta di piedi.
Non cos, Paolo! gli grid Nora. Appoggiati sugli ski con tutto il peso. Abbi fiducia in essi.
Venne accanto a lui e lo afferr colle mani alle spalle, tirandolo in gi.
Lasciati gravitare sui talloni e su tutta la pianta. Non devi traballare.
Gli mostr come si facciano i primi passi sulla neve, facendo lei, gli stessi movimenti lenti, staccati.
Qui siamo in terreno piano. Quindi  escluso che tu scivoli o cada. Cammina calmo e sopratutto deciso. Spingi dapprima lo ski destro in avanti, col ginocchio piegato e col piede sinistro bene teso. Cos! Ora, tira lo ski sinistro fino al livello dell'altro... bene!.. e spingilo in avanti... Perfettamente!
Questo  tutto?
Per adesso, disse Nora ridendo.
Coi bastoncini che cosa debbo fare?
Ti devi appoggiare su di essi, ma non troppo. Piuttosto, devi servirtene come aiuto, quando spingi il piede posteriore in avanti. Fai alcuni passi come ti ho insegnato e vedrai che il movimento si compie da solo. Su, vediamo.
Paolo sent su di lui gli occhi della professoressa. "Purch non sbagli" si disse, guardando la punta dello ski destro. Era come un alunno chiamato alla lezione.
Part lentamente, con grande attenzione. La neve era molle, sciolta, e sul primo momento ebbe l'impressione che gli ski si sprofondassero, ma poi li sent scivolare senza strepito, senza resistenza.
Nora lo seguiva controllando i suoi movimenti.
Le braccia troppo discoste. Tienile pi aderenti al corpo, quasi attaccate... S, cos va bene, ma ora sono troppo rigide, cammina pi sciolto, pi naturale...
Hagen li accompagn per un tratto, onde indicare la strada. Poi, dopo averli condotti in una piccola radura, si ferm.
Io vi lascio, torno indietro. Ricordatevi bene per dove passate, affinch sappiate come ritornare. Di solito Gunther pranza all'una. Se ritarderete, vi attender.
Rimase l insieme con Faffner, e li guard per un poco allontanarsi.
Sai che cosa mi spaventa in quest'uomo? chiese Nora sottovoce a Paolo.
So. La sua pellegrina nera.
No. Gli occhi. I suoi occhi azzurri.
Poi, dopo un nuovo silenzio, sorpresa di una somiglianza, scoperta appena in quel momento, soggiunse:
Si direbbe che abbia gli occhi di Gunther. Melanconici come i suoi.
Rivolsero ambedue la testa. Hagen stava immobile allo stesso posto in cui lo avevano lasciato. Con la pellegrina nera sulle spalle, sembrava, in distanza, un tronco d'albero bruciato.
...
Il terreno da ski di fronte al Touring era pieno di gente. Erano venuti anche i tedeschi del S.K.V. in gruppi rumorosi. Sul pendo grande che scendeva sotto la vetta del monte, si allenava una squadra di militari, per le gare di Predeal. Si vedevano da lontano, come stelle nere, cadenti in un cielo di neve. Tutto il terreno era ondulato da immensi fiotti bianchi, sollevati verso il cielo e fermati sul posto, in un movimento pietrificato di flusso.
Nora e Paolo si fermarono sulla cresta di un'onda.
Qui scenderai, Paolo.
Lo credi?
Sono sicura.
Lui guard imbarazzato il pendo che si apriva dinanzi a lui. Gli sembrava vertiginoso da destra. "Cadr", si disse mentalmente. Avrebbe voluto chiedere una tregua, un ritardo. Non era troppo difficile per incominciare? Non sarebbe stato pi saggio se avesse incominciato con cose pi semplici? Alz lo sguardo su Nora, ma non os dir nulla. Leggeva nella sua figura un'inclemenza da professore che ha fatto una domanda ed ora aspetta la risposta.
Guarda qua, Paolo. Ti pieghi sulle ginocchia, come su due molle. Capisci? Come su due molle.
Lo guardava direttamente negli occhi e diceva le parole quasi sillabando.
I bastoncini li tieni dietro, quanto pi possibile. Per essere sicuro di essi, appoggia le mani alle anche. Cos. Testa in avanti, spalle in avanti, il corpo inclinato... pi inclinato... Cos... Gli ski uno accanto all'altro, perfettamente paralleli... Ora parti.
"Sono ancora in tempo a fermarmi" si disse Paolo. Sono ancora in tempo a rimanere sul posto, posso ancora...".
Gli ski partirono lenti, da soli. Poi, ebbe la sensazione di non averli pi ai piedi. Un'ondata di neve veniva vertiginosamente verso di lui. "Cado!". Qualche cosa di assordante, un tuono o un gran silenzio, ricopr tutto.
Si riprese bruscamente. Era sugli ski, in piedi, fermo sul posto. "Forse non sono nemmeno partito, forse mi  sembrato". Si guard intorno verso Nora, per convincersi se veramente non fosse rimasto accanto a lei e se tutto questo turbine, dal quale usciva senza respiro, non fosse stato che in istante di stordimento. Ella lo chiam da lontano, facendogli cenno con la mano destra alzata in alto. "Infine  stato vero" disse Paolo misurando cogli occhi la distanza impossibile.
Nora fu in un batter d'occhio accanto a lui.
Bravo, Paolo! Sono contenta di te. Sono fiera di te.
Erano sulla cresta di un'altra ondata di neve e avevano davanti a loro un nuovo pendo, pi lungo, ma meno aspro del primo.
Partiamo?chiese Nora.
Partiamo.
Si lanci, senza pi attendere che Nora desse il segnale di partenza. Di nuovo ebbe la sensazione che gli ski perdessero la pesantezza e che egli andasse davanti a loro, nuotando o cadendo. Era una sensazione di luce intensa. Qualche cosa lo colp in fronte e lo accec. Per un momento non si capacit se continuasse a nuotare o fosse caduto. Infine, sent di rotolarsi a valle, colla testa nella neve, coi piedi in aria e cogli ski impigliati uno coll'altro.
Quando riusc ad alzare la fronte dalla neve, Nora era chinata su di lui, ridendo.
Che cosa  accaduto? le chiese lui confuso.
Niente pi di quanto vedi: sei caduto.
 grave?
Non  grave.  solenne.
Lo aiut ad alzarsi da terra e gli scroll la neve da dosso.
Ti ridi di me.
No, caro Paolo, parlo molto seriamente. Nulla v' di pi solenne nello ski della prima caduta. Lo ski si impara cadendo. Cadrai da qui a l dieci, cento volte. Per la prima caduta  stata questa.
Si, volse a guardare il pendo percorso solo a met: aveva lasciato dietro di s due tracce parallele nella neve, come due rotaie di treno, interrotte nel punto della caduta, come se l gli ski fossero usciti dai binari.
Non capisco perch sono caduto.
Perch tieni i ginocchi rigidi. Perch porti le spalle indietro. Perch spingi le mani in avanti.
Ci sono ancora altri motivi?
Ce ne sono ancora.
Si guardarono un istante negli occhi e poi scoppiarono in una risata, contemporaneamente. "Questo riso non gliel'ho veduto ancora" pens Nora. Avrebbe voluto stendere la mano verso di lui, con uno slancio di affezione per l'uomo giovane, che ella scopriva in quella mattina. Ma si ferm a tempo.
Abbiamo scherzato abbastanza. Ora andiamo pi lontano.
Diceva queste parole di "chiamata all'ordine", come avrebbe battuto col lapis sulla cattedra, per far quiete nella classe. Lui la prese per il braccio, fermandola sul posto.
Voglio dirti una cosa.
Ti ascolto.
Sei una professoressa.
S, lo sono.
Sul suo viso c'era un sorriso melanconico.
Come ti dicono le tue allieve della scuola?
Non lo so. Probabilmente: "la signorina di francese".
Ebbene, io ti chiamer egualmente: "la signorina di francese. La mia signorina di francese".
No. Tu mi dirai pi semplicemente: Nora. O, se vuoi, la tua Nora.
Si gir di scatto sugli ski e part a valle in una nube di neve.
...
"Sei assurda, Nora, sei assurda. Perch dici cose stupide? Perch ti lasci trascinare dalle parole? Che cosa penser quest'uomo di te? Dov' il patto sportivo che hai concluso con lui? Dov' la tua riservatezza? Dov' il tuo pudore?"
Avrebbe voluto piangere. Era arrivata in basso, al margine del terreno, accanto al bosco, in un attimo solo, e avrebbe voluto lanciarsi in una corsa dieci volte pi vertiginosa, per dimenticare, per fuggire da lui, per castigarsi.
Stentava a vederlo nel punto in cui l'aveva lasciato, immobile, perduto fra gli ski che salivano e scendevano accanto a lui. L'aveva seguita probabilmente collo sguardo lungo la sua discesa vertiginosa e aveva ancora gli occhi fissi su di lei, giacch, ecco, alzava ora il berretto e faceva cenno, agitandolo.
Al di l della vetta del monte, la squadra di militari scendeva in gruppo, verso la capanna, tagliando il terreno per traverso, come una valanga. La nube di neve sollevata dal loro passaggio aveva coperto anche lui ed ora non poteva ritrovarlo. Nora lo cerc attentamente sulla linea lontana, quando d'un tratto lo vide risalire molto pi vicino, su una elevazione del terreno sulla quale era salito, non si sapeva come, dall'altra parte. Ed ora scendeva rapidamente.
"Troppo rapidamente" disse Nora. "Con eccessiva rapidit". Lo vide cadere e rotolare a valle, ma rialzarsi subito, bianco di neve e continuando ad avanzare, senza scuotersi e quasi senza guardare dove andasse. Ruzzol dopo i primi cinque metri e poi Nora lo cerc invano collo sguardo. I gruppi di sciatori le impedivano la vista, lo coprivano.
"Nella celerit con la quale viene, non potr fermarsi". Ad un passo da lei, Paolo si lasci cadere.
Quante volte sei caduto?
Cinque volte.
Com'?
...
Non seppe come continuare. Cercava una parola, che non trovava. Infine le disse ridendo:
Vorrei emettere dei gridi di gioia. Urlare.
Urla.
Rivolse la testa verso il bosco, port le mani alla bocca ed emise un grido lunghissimo: Uuuh!... Nessuno rispose dal bosco, ma il suo grido risuon lontano fra gli abeti.
Ed ora, disse Nora, ritorniamo al discorso interrotto. Di', com'?
Non so come dirlo.  qualche cosa che supera le mie parole. Qualche cosa d'intenso, una grande luce... Credo di essere ubriaco.
Si stese sulla neve colle braccia aperte e si rotol alcune volte, per sull'erba.
...
Uno sciatore veniva dal Touring e si ferm accanto a lei.
Buon tempo?
Era il sassone rossiccio, incontrato la vigilia al S.K.V.
"L'uomo cogli occhi di tasso" si ricord Nora.
Ebbene, avete trovato posto al Touring? A dirvi il vero, non credevo troppo che avreste potuto sistemarvi. Non ho voluto scoraggiarvi ieri sera, per...
Non siamo al Touring, gli tagli la parola Nora. E si chiese mentalmente: "Che cosa pu avere oggi, che e cos loquace?".
Non al Touring? E dove, allora?
Ella fece un gesto imprecisato, indicando su, verso la radura delle Tre Ragazze.
Una capanna lass.
La capanna di Gunther?
Nora non rispose, ma l'uomo ripet la domanda, pieno di incredulit:
La capanna di Gunther?
C'era nella sua voce un'espressione di sorpresa, che gli occhi, piccoli, metallici e inespressivi, non tradivano, ma che le sopracciglia, pi grandi, sbiancate, rivelavano chiaramente con un'alzata esagerata.
Se lo sapesse il vecchio Grodeck! disse lui pensieroso. Poi, senza pronunziare pi una parola, prosegu avanti per la sua strada.
Nora non ebbe il tempo di chiedere nemmeno chi fosse il vecchio Grodeck, n che cosa sarebbe successo se l'avesse saputo.
"Quante cose strane!" osserv mentalmente.
...
Avevano ora da salire tutto il pendo all'indietro. Nora mostr a Paolo come doveva camminare a grandi zig-zag, da destra a sinistra, con la suola degli ski infissa obliquamente nella neve.
Sali a piccoli gradini. Ogni passo sia un gradino che tagli tu stesso nella neve.
Lui andava avanti, ma quando arrivava, da destra o da sinistra, al margine del terreno e doveva cambiar direzione, aveva paura di esser trascinato a valle e di scivolare col tallone degli ski in gi.
Gli ski dovevano essere voltati con un movimento a forbice, che Nora gli mostr con movimenti staccati che, seppure teoricamente sembrassero molto semplici, lui non riusciva a ripetere. C'era un momento nel quale uno degli ski doveva essere sollevato in aria, girato bruscamente e poi posto di fianco all'altro, tutto in un unico secondo. Fin l, le cose andavano molto bene, ma in quell'attimo di sospensione su uno ski solo, Paolo perdeva l'equilibrio e cadeva.
Io ci rinunzio, disse lui, dopo alcuni tentativi. Si era steso sulla neve ed aveva incrociato le braccia.
Io per non vi rinunzio, disse Nora. Ti prego di alzarti e di fare un mezzo giro corretto. Non andiamo via da qui, finch non lo fai.
...
Fecero ritorno alla capanna poco dopo l'una. Paolo era affamato, stanco ed entusiasta.
Era meglio rimanere sul terreno. Avremmo trovato qualche cosa da mangiare al Touring.
Sai bene che non si pu. Ci aspetta Gunther.
Gunther non li aspettava. Hagen disse loro che il ragazzo non poteva scendere a desinare e li pregava di mangiare senza di lui.
 stanco. Non ha dormito tutta la notte. Ha bisogno di riposo.
Nora voleva salire fino alla camera della torretta, per vederlo, ma Hagen la preg di rinunciarvi.
Non  nulla di grave. Lasciamolo dormire. Se si riposer bene, questa sera scender certamente.
Succedono cose strane in questa casa, disse Nora a tavola.
Strane? chiese Paolo. Non le vedo.
Tu non vedi nulla adesso, caro mio.
Hai ragione. Sono stordito, sono ubriaco.
Aveva davanti agli occhi solamente immense distese di neve, sulle quali si vedeva volando. Chiuse gli occhi e tent di sospendere in lui ogni pensiero, come in quella fulminea sensazione di volo, di caduta. Quello che era inspiegabile, era il silenzio profondo che si faceva in lui in quel momento.
Per fortuna non dura, disse d'un tratto a voce alta.
Che cosa? chiese Nora sorpresa.
Non so come dirlo. La caduta, il volo, l'urto.  un unico secondo. Se fossero due, forse ne morrei.
Nora lo guard con un sorriso calmo. Conosceva anche lei questa impressione dei primi giorni di ski e sapeva che sarebbe passata. Ma le piaceva vedere sulla figura stanca di lui questo sprazzo di luce, le piaceva ascoltare la sua esaltazione infantile.
 incantevole, Nora. Nulla al mondo, n il vino, n la musica, n l'amore... no, nemmeno l'amore, nulla porta tanta luce! Mi chiedo se sia possibile, mi chiedo se sono io, mi chiedo se il miracolo accada a me!...
"Quanto  giovane!" rifletteva Nora. La spaventava un po' la sua felicit, la sua gioia disordinata. Si sentiva accanto a lui troppo ragionevole, troppo pacata. "Forse troppo vecchia", si disse col suo sorriso da professoressa.
...
Paolo volle partire subito dopo il pranzo. Era impaziente di arrivare di nuovo sul terreno di allenamento.
Affrettiamoci finch  giorno. Alle quattro fa buio.
Andava avanti sugli ski, a passi lunghi. Nora, dietro a lui, gli correggeva il comportamento, facendogli continuamente le medesime osservazioni.
Le braccia pi vicine... La testa in alto... Non guardare gli ski... guarda diritto avanti...
Da tutte le parti l'orizzonte era chiuso da una tenda azzurrognola di nubi.
Nora si era fermata.
Che cos' accaduto? chiese Paolo, meravigliato di non udire pi dietro a s la voce della professoressa.
Nulla, ascolto.
Nevicava su tutta la campagna di Barsa, su tutta la valle del Timis: dieci tonnellate di neve cadevano in ogni momento, in un silenzio infinito.
Mi ha sempre spaventata il pensiero che potrei morire annegata, disse Nora. Il diluvio penso che sia stato qualche cosa di disgustante. Un mondo che muore annegato. Lo sento guazzare, dibattersi nell'umidit, nella putredine. Ma un silenzio di neve mi piacerebbe. T'addormenti, muori nella neve, nulla vi pu essere di pi bello, di pi netto.  la morte che io scelgo.
Sarei d'accordo con te, disse Paolo, ma io scelgo la vita. Ieri sarei morto felice. Mi sembra d'avertelo pure proposto. Oggi, invece, voglio vivere.
Ed io pure! disse Nora.
Si guardarono seriamente, come per un legamento, come per una grande decisione comune.
...
Giunti al Touring, Paolo avrebbe voluto ricominciare immediatamente le corse della mattina, ma Nora glielo imped.
Dobbiamo fare un programma d'istruzione. Fino ad ora hai giuocato, ma adesso  tempo d'imparare.
L'entusiasmo di Paolo svan d'un tratto.
Che cosa vuoi che impari? Mi basta quanto so.
Aveva detto queste parole quasi di un tono brusco. C'era in lui una specie di malavoglia dell'allievo infingardo, che Nora conosceva dalla scuola troppo bene per spaventarsi o per adirarsi. Prefer passar oltre, come se non se ne fosse accorta.
Incominciamo con un esercizio di spazza-neve. Lo spazza-neve  un frenaggio. Ti aiuta a diminuire la velocit, anzi, se la velocit non  troppa, a fermarti. Il movimento  semplicissimo: in luogo di andare cogli ski paralleli, li apriamo ad angolo, con la punta in avanti. Guarda con attenzione come faccio io e in seguito tenteremo insieme.
Nora si mise in posizione di partenza, come gli aveva mostrato la mattina, ma quando incominci a prendere velocit, scart maggiormente i ginocchi e stacc gli ski l'uno dall'altro nella parte posteriore, avvicinandoli per di pi di fronte. Colle punte unite, i due ski si aprivano come due lame di forbici, ma lo slittamento si rallent automaticamente, come fosse trattenuto da un freno.
Ti pare difficile? chiese Nora.
No, ho l'impressione che sia semplice.
Era tuttavia pi difficile di quanto gli era sembrato guardando, giacch al primo tentativo cadde. Nel momento in cui aveva voluto staccare gli ski uno dall'altro, sent nelle caviglie una resistenza inattesa, come se qualcuno gli avesse messo un ostacolo.
Si alz dalla neve senza una parola e si mosse di nuovo. Gli ski gli sembravano infinitamente leggeri, la neve era molle e profonda, la sensazione di scivolare a valle era come una deliziosa fluttuazione... ma la voce di Nora lo chiam al compito: Spazzaneve! spazzaneve!
Tent di nuovo di scostare gli ski e di nuovo sent la stessa resistenza, che lo scaravent a terra.
Incominciava ad essere irritato con Nora per questo maledetto spazzaneve che non andava.
Perch cado?
Perch sbagli. Nello ski, le cose sono molto semplici: chi sbaglia cade.
Avrebbe voluto cavare da lui un sorriso, ma lui non volle saperne di scherzare. Col viso imbronciato, con la visiera calata sugli occhi, col giubbetto pieno di neve, con gli ski impigliati uno nell'altro, sembrava un alunno rabbioso.
Ricominciamo da capo, Paolo. Con maggiore attenzione. Devi abbandonarti con tutto il peso su ambedue gli ski. Quando entri in frenaggio, non piegare lo ski sulla suola: lascialo piatto con tutta la suola sulla neve.
No, Nora, non voglio pi!  troppo complicato. Non voglio imparare altro. Quanto so, mi basta. Voglio camminare. Voglio cadere. Come stamattina.
Part rapidamente pel timore che ella lo trattenesse, cogli ski paralleli, chino su di essi e colle braccia ben aperte, come due ali. Dopo il primo slancio; sent di non essere pi padrone dei suoi movimenti, sent che non poteva pi tornare n fermare e che era preso in un volo vertiginoso. Di nuovo la medesima luce bianca, immensa, lo invase. Al di l di questa luce, non v'era pi nulla, n lui n il mondo. Immagini solitarie, un albero da frutto, ancora uno, una ragazza, un fanale rosso, passavano accanto a lui con una velocit pazzesca e si perdevano dietro a lui come in un sogno.
Non si accorse quando era caduto. Per alcuni secondi, gli parve che il volo continuasse. Vi era in lui una grande luce, che non si spegneva.
Nora era sopra di lui, silenziosa, aspettando che si riprendesse. Paolo le chiese ridendo:
Ora mi sgriderai, no?
No.
Si stese sulla neve accanto a lui e lo prese amichevolmente al braccio.
Ascoltami, Paolo. Vi sono due grandi pericoli nello ski: credere che sia molto difficile e credere che sia molto facile. Lo ski non  difficile tanto quanto credevi tu ieri, ma nemmeno tanto facile quanto credi oggi. Quello che tu fai, non  magari neppure un atto di coraggio:  una pazzia. Fare lo ski, non significa scivolare ciecamente a valle. Devi essere padrone della tua velocit. Devi poter fermare quando vuoi, poter ritornare, quando occorre. Se vuoi suicidarti, dimmelo. Conosco altri metodi pi sicuri.
Parlava con la sua voce uguale, calma, da professoressa. Paolo l'ascoltava sottomesso.
Dimmi che cosa vuoi che faccia e lo far.
Devi ascoltarmi. Bisogna assolutamente che mi ascolti. Voglio fare di te un buon sciatore. Forse, tutta la tua vita da oggi in poi dipende da questa cosa...
Non gli pareva esagerato udirla parlare in questa maniera. Infatti, se lo ski era questa grande luce, che aveva vissuto solo per alcuni secondi, veramente una vita intera poteva incominciare di nuovo.
Ritorniamo allo spazzaneve? chiese Paolo rassegnato.
S, ritorniamoci. E non lo lasceremo pi fino a quando non lo avrai appreso bene. Una volta, dieci volte, cento volte. Prometti?
Lo giuro!
...
Ritornarono alla capanna tardi, col buio. Hagen li attendeva davanti alla casa con un fanaletto che egli agitava tra gli abeti, per indicare da lontano la strada. Faffner li incontr brontolando amichevolmente.
Nella casa faceva caldo, il fuoco ardeva con grandi fiamme nel camino. Un odore di t e di foglie di tabacco dava al calore qualche cosa di aromatico, di soporifero.
Dov' Gunther? chiese Nora.
Hagen non rispose alla domanda, ma porse a Nora un biglietto.
Nora lo apr e lesse: Hagen mi ha detto che avete chiesto di me. Vi ringrazio. Mi dispiace di non poter scendere nemmeno questa sera. Vi prego di rimanere; sono felice che vi troviate qui. Credo che domani potr vedervi.
Nora alz su Hagen uno sguardo interrogativo.
 malato?
Non  malato.  stanco.
Era evidente che l'uomo non voleva dire di pi. Nora lo guardava con un qualche timore. "Perch sono rimasta sola con lui?". Paolo era salito su per cambiare gli abiti da ski, troppo bagnati dalla neve. Lo udiva passeggiare per la stanza di sopra. Le pass per la mente un pensiero stupido, ma calmante: "Se chiamo, mi ode".
Hagen si tolse la pellegrina dalle spalle e rimase nel suo soprabito nero di panno. "Ha gli occhi cos azzurri ed  tuttavia tanto fosco" pens Nora. Egli ora stava vicino allo scaffale con libri, davanti a quel ritratto delicato di donna, che Nora aveva osservato anche la sera prima.
 la mamma di Gunther?
S,  la giovane signora Grodeck.
"Ha gli occhi di Gunther, ma non ha il suo sguardo" si disse Nora, ricordando l'espressione di tenerezza che il ragazzo aveva avuto guardando quel ritratto.
Non viene qui?
Chi?
La signora Grodeck! La giovane signora Grodeck, come dite voi.
Hagen non rispose. La domanda sembrava renderlo inquieto.
Vado a vedere che cosa faccia Gunther, disse ad un tratto. Forse ha bisogno di me.
...
Nora si port alla finestra e vi rimase qualche tempo immersa in pensieri. Non ud nemmeno Paolo quando era disceso dalle scale e le si era avvicinato. Trasal con un movimento di spasimo, quando lui le pos la mano sulla spalla.
Che cos'hai, Nora? Che cosa  accaduto?
Mi hai spaventata. Non sapevo ch'eri tu.
E chi altro poteva essere?
Nessuno certamente. Per vi sono cose strane in questa casa...
Che specie di cose?
Non so bene io stessa. Il ragazzo della torretta, che non scende e che ha proibito che lo vedessimo. L'uomo con la pellegrina nera, che non risponde alle domande. Il ritratto, sul quale non c' verso di chiedere a nessuno...
Di fuori, il cane, che aveva udito voci, venne sulla neve fin sotto la finestra e si alz colle zampe sul muro, guardandoli attraverso il vetro coi suoi occhi buoni, umidi.
Nora gli aperse la porta.
Entra dentro, Faffner. Forse tu sai dirci che cosa accade qui.
Il cane si lasci carezzare sul suo pelo d'orso, sul suo muso grande, sonnolento. Vicino all'orecchio destro, a met rotto, aveva una cicatrice che saliva su per la nuca.
Sei anche tu un essere che ha molto sofferto, gli disse Nora tirandolo accanto alla sua poltrona, vicino al camino.
Con Faffner al suo fianco, si sentiva protetta senza saper bene contro chi. Avrebbe voluto rimanere l nella poltrona, per ore intere...
...
La cena si protrasse a lungo. Mangiarono loro due soli, serviti da Hagen, in un silenzio interrotto soltanto dall'urto dei piatti ed alle volte dal brontolo del cane addormentato presso il camino.
Quando andate a dormire, le disse Hagen, non occorre che spegniate la lampada piccola sullo scaffale. Di solito rimane accesa tutta la notte.
Lo udivano ora chiudere le finestre e le porte.
" tanto tardi?", si chiese Nora. "Dovremo davvero andare a dormire?".
Pensava con un po' di inquietudine a quel momento. Si ricord che tuttavia Paolo era un estraneo o al massimo un camerata. La loro notte d'amore, la loro unica notte d'amore, era stato un caso, un malinteso, una cosa dimenticata sulla quale non voleva ritornare. Aveva stretto con lui, alla partenza, un patto sportivo, un patto da uomini, ed era decisa a mantenerlo. Ma adesso aveva paura della notte che veniva e che li trovava desti, cogli occhi aperti.
Per la prima volta le rincrebbe di non essere rimasta nel dormitorio comune del Touring Club. L, almeno, le cose sarebbero state chiare, senza pericoli, senza tentazioni...
 tardi, Nora, disse Paolo venendo verso di lei. Non andiamo a dormire?
Faceva la domanda con semplicit, senza inquietudine, senza impazienza. C'era in lui qualche cosa di sicuro, di sereno.
Prendiamo le cose come vengono, disse sempre lui. Abbandoniamoci un po' alla loro volont, vuoi?
La prese nelle braccia e la baci a lungo sugli occhi, sulle labbra. Non era un bacio appassionato, era per un bacio caldo, grave.
...
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CAPITOLO 11.
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...
Il giorno dopo, Nora cerc al Touring Club quel rossiccio del S.K.V. Era decisa ad entrare in discorso con lui e a fargli delle domande precise sui "misteri Grodeck".
Ma l'uomo era irreperibile. Sul terreno di allenamento vi erano molti pi sciatori della vigilia, e sarebbe stato difficile scoprire fra loro l'uomo cogli occhi di tasso. Non sapeva nemmeno come si chiamasse.
Bisognerebbe, prima del pranzo, quando andiamo a casa, fare un giro alla capanna dei Sassoni. Forse ci imbatteremo in lui.
Facciamo cos, accett Paolo.
Sappi per che non  facile. Dobbiamo discendere fin l un pendo abbastanza ripido e la strada  molto frequentata. Ad ogni passo urti contro qualcuno. Ti prendo con me, per solamente se lavorerai seriamente tutta la mattina.
Paolo accett con una docile sottomissione. "Imparer. imparer", si disse mentalmente. Scopriva in s grandi ambizioni, fanciullesche. Avrebbe voluto far stupire Nora, disarmarla, superarla.
"Lo spazzaneve" andava adesso abbastanza bene, specialmente quando la velocit non era eccessiva. Nella grande velocit gli era per impossibile spostare gli ski dalla loro linea. Aveva alle caviglie una sensazione di stringimento. Guardava con uno strano e impotente affascinamento la punta degli ski, si accorgeva di essere attirato in una caduta che si avvicinava ogni secondo di pi, e tuttavia non era in grado di trasmettere allo ski quella semplice pressione che l'avrebbe fatto voltare a destra o a sinistra e che comunque avrebbe fatto diminuire la velocit.
Dobbiamo imparare i viraggi, disse Nora. Incominciamo con quelli pi semplici: la voltata di spazzaneve. Per la nostra corsa del pranzo, ci arriveremo. Nel pomeriggio, o domani, tenteremo cose pi difficili.
A Paolo sembravano difficili anche queste. La spiegazione teorica era semplice ("abbandoni il peso su uno degli ski, liberi l'altro e la voltata si fa automaticamente"), ma quando bisognava applicare queste cose elementari, subito imparate, urtava contro ostacoli inattesi e, per lui, incomprensibili.
Lavor tutta la mattina sotto il controllo di Nora, ripetendo continuamente la medesima voltata a destra e a sinistra. Era un allenamento aspro, meticoloso, senza bellezza, senza gloria. Dove erano le sue eroiche avventure della vigilia? Dove era quel grido di libert, quell'esplosione di gioia?
Nora gli proibiva severamente gli slanci pi timidi.
Non va cos. Da capo.
Lo obbligava a ricominciare dieci volte il medesimo movimento. Dava ordini brevi, secchi, ostinati, "Come un ufficiale maniaco" pens Paolo con dispetto, ma si era deciso ad accogliere tutto senza ribellarsi.
Al posto, non va bene. Ancora una volta.
La guardava di sottecchi. Era seria, attenta, severa. Nulla la ricordava come la donna calda, sensuale e un po' triste, che aveva dormito tutta la notte fra le sue braccia. Persino questo pensiero gli pareva l, sul terreno degli ski, impossibile. Era un'idea torbida, sonnolenta, pigra, che doveva essere scacciata.
Questa ragazza col giubbetto azzurro, dai gesti sicuri, dalla voce ferma, era un uomo saggio.
Paolo si ferm a met dell'esercizio iniziato, si avvicin a Nora e le batt familiarmente sulla spalla.
Che cosa  accaduto? chiese lei sorpresa.
Nulla. Volevo solamente dirti che sei un buon camerata.
Nora rimase alquanto confusa, giacch il gesto inaspettato di lui non entrava nella serie dei suoi pensieri.
Infine rispose con semplicit:
Lo so.
...
Fino al S.K.V., Paolo cadde un'infinit di volte. Nulla di quello che aveva appreso sul terreno gli serviva pi adesso. Le cose che su, al Touring Club, riusciva a fare abbastanza correttamente, divenivano ora di nuovo impossibili.
Dal di l della vetta scendevano gruppi di sciatori, sulla medesima strada ristretta, segnata a triangoli gialli. Li udiva emettere grida di gioia dietro a lui, da grandi distanze, e poich non poteva scansarsi in tempo dalla loro traccia, si gettava da solo sulla neve, all'orlo della strada, per lasciarli passare.
Giunse al S.K.V. bianco dalla testa ai pedi, stanco per le troppe cadute, tuttavia felice della corsa che aveva fatto.
Non dirmi nulla, Nora, so tutto: ho fatto un migliaio di errori. Ti prometto che la prossima volta non li far pi.
L'uomo cogli occhi di tasso era nel cortile della capanna, con un'ascia in mano, e spaccava grandi tronchi di quercia per il fuoco.
Non abitate pi da Gunther? chiese loro vedendoli.
Ma s, rispose Paolo, per siamo passati di qui per riscaldarci. Vieni dentro con noi a bere un bicchiere di vino bollito?
Entrarono tutti e tre nella capanna, la medesima capanna che la prima volta era loro apparsa tanto ostile. Perfino l'uomo dagli occhi di tasso era adesso pi amichevole.
Che cosa fa il nostro pittore? chiese lui.
Quale pittore?
Gunther.
 pittore?
L'uomo scoppi a ridere. Aveva un riso curioso, che gli increspava tutta la faccia, lasciandogli gli occhi senza espressione, come delle palline di vetro.
Almeno, lui dice di essere un pittore.
Poi si fece d'un tratto serio e disse scuotendo la testa: Questo ragazzo  una disgrazia della famiglia Grodeck.
Conosci la famiglia? chiese Nora.
Chi non conosce la famiglia Grodeck!?
Aveva pronunciato queste due parole con solennit, con rispetto, quasi spaventato della loro importanza: "La famiglia Grodeck".
Cercate di ricordare: non  possibile che non ne abbiate udito parlare. Le officine Grodeck. Le fabbriche Grodeck. I boschi Grodeck.
Rimase un attimo pensieroso, come se avesse voluto valutare tutte le ricchezze di quella famiglia.
 un patrimonio enorme!
Diceva questo con un profondo rispetto, con una specie di stupefazione.
Chiss che cosa avverrebbe della famiglia Grodeck e di tutto il suo patrimonio, se questo andasse nelle mani di Gunther: il ragazzo lo distruggerebbe.
Ma il patrimonio spetta a lui?
Non lo so bene nemmeno io. Quando la famiglia Grodeck vuole tacere, nessuno cava da essa una parola. Si dice tuttavia che il patrimonio toccher al ragazzo. Vedete, quando  morta la giovane signora Grodeck...
La mamma di Gunther?
S.
 morta?
S, quest'estate.
Nora rivide col pensiero il ritratto sullo scaffale e ricord lo sguardo intenso del ragazzo. "Abita qui?" gli aveva chiesto. La domanda le parve ora dolorosa. Avrebbe voluto poterla cancellare dalla memoria, avrebbe voluto chiedere scusa.
L'uomo di fronte continu a chiacchierare. Evidentemente, gli affari di Grodeck lo interessavano molto.
Quando  morta, dicevo, la giovane signora Grodeck, Gunther era a Monaco. Si diceva che studiasse pittura. L'hanno richiamato in patria, ma subito dopo il funerale  ripartito nuovamente.  fuggito. La famiglia avrebbe voluto trattenerlo qui, farne un ingegnere... C' bisogno di un ingegnere nella famiglia Grodeck. Un patrimonio simile non cammina da solo. Ma vi dir che quel ragazzo  pazzo. Si  arrampicato in montagna, per costruire, nel bosco, la capanna che conoscete. Da allora, nessuno l'ha pi veduto. Per questo mi sono meravigliato quando mi avete detto che abitavate l. Non riuscivo a crederci. Se lo sapesse il vecchio Grodeck...
Chi  il vecchio Grodeck?
Il padre di Gunther.
Perch dici di lui "il vecchio Grodeck" e di sua moglie "la giovane signora Grodeck"?
La domanda lo sorprese e lo fece riflettere un momento.
Avete ragione. Non ci avevo mai pensato a questo. Ma cos abbiamo detto di loro sempre. Der alte Grodeck e Die junge frau Grodeck. Non so perch. A dire il vero, nemmeno lei era giovanissima, n lui  troppo vecchio. Erano cugini germani quando si sono uniti. Anche lei, da ragazza, si chiamava Grodeck. Il patrimonio era di lei, e si dice che passi a Gunther. Per ora non c' pericolo. Fino a tanto che il ragazzo  minorenne, il vecchio Grodeck fa quello che vuole... In seguito, sar un affare serio, s, s, dopo...
Strizzava spesso coi suoi occhi piccoli e si lisciava con cura la sua barba rossiccia.
Ma come va con Hagen? chiese Nora senza circonlocuzioni.
L'uomo rise di nuovo, col suo riso strano.
Ho detto io che ci sia qualche cosa con Hagen? Avete udito qualche cosa sul conto suo? Ehi, molte cose si possono udire, ma chi ci crede!...
Rideva diabolicamente, cogli occhi piccoli sotto le sopracciglia folte, inarcate a significare chiss quali cose...
Prese l'ascia che aveva appoggiato al seggiolino e si alz.
Vado a spaccare i tronchi. Per oggi ho chiacchierato abbastanza.
...
Dalla S.K.V. si apriva attraverso il bosco una strada laterale verso la radura delle Tre Ragazze, strada netta e regolare, con panche ai lati, come un viale di un parco. La neve aveva ora ricoperto tutto, seppellendo le panche ed i sassi. La strada deserta, spopolata, si poteva a stento indovinare fra gli abeti.
Il pendo era leggero, appena sensibile. Gli ski scivolavano con un sussurro di seta. Non c'era bisogno di alcun freno, di alcuno sforzo. Nora e Paolo scendevano a piccola distanza l'uno dall'altra, in silenzio.
La cortina di nubi cadeva da una parte e dall'altra, cinerea, densa fino in basso, come una muraglia. Il Brasov, tutta la Terra della Barsa, stavano alla loro destra coperti da vapori, scomparsi fra le nubi.
Erano partiti al mattino dalla capanna verso nord ed ora ritornavano verso sud. Quasi non riconoscevano la casa, veduta a tergo, fortificata con bastioni di neve, come un piccolo fortilizio. Faffner abbai stupito di udire strepito dal bosco deserto. Nora lo chiam e il cane li riconobbe. Veniva verso di loro nuotando nella neve, col muso alzato sopra le onde bianche, dibattendosi come per non sprofondare.
Gunther usc pure lui ad incontrarli. Era pallido, pareva stanco, ma i suoi occhi lanciavano sprazzi di giovinezza, che gli illuminavano tutto il volto.
Se sei stato malato, perch vai colla testa nuda al freddo? gli disse Nora. Vuoi che ti sgridi?
Non fa freddo affatto. Ma sgridami pure. Mi fa piacere. Non mi sgrida mai nessuno.
Rideva sfolgorante, come un bambino. Poi d'un tratto apparve abbattuto. Aveva di questi passaggi inaspettati di espressione, da una grande esuberanza all'abbattimento.
Devo chiedervi scusa del mio comportamento. Sono un padrone di casa maleducato. Ma ieri proprio non ho potuto scendere. Vi ringrazio di essere rimasti. Tutta la mattina sono stato inquieto. Avevo paura che foste partiti, che non ritornaste pi. Volevo corrervi dietro, cercarvi, chiamarvi. Non so dove Hagen mi abbia nascosto gli ski... sempre me li nasconde... Senza ski, con questa neve alta, non si pu camminare...
Era vestito con un abito sportivo grigio, a grandi tasche. " troppo giovane per questi vestiti" pens Nora. Cerc di nuovo di figurarselo vestito con una uniforme da liceo. Si sarebbe adattata meglio alla sua figura giovanile, coi capelli biondi che gli cadevano sulla fronte e che egli alzava continuamente con un gesto infantile di impazienza.
Dovete aiutarmi a fare la tavola, disse lui. Hagen  a Brasov, per acquisti. Questa sera avrete giornali e sigarette.
Della tavola mi occupo io, decise Nora. Voi statevene buoni ai vostri posti.
"Quanto  donna!" riflett Paolo. Diveniva in un attimo, con facilit, con intimit, "padrona di casa". Pareva conoscere tutti quegli oggetti estranei e si sarebbe detto che anche essi la conoscessero.
Perch non ci hai detto di essere pittore? chiese Nora a Gunther durante il pranzo.
Perch non lo sono.
La risposta del ragazzo era alquanto brusca. Un'ondata di sangue attravers la sua fronte pallida. C'era in tutta la sua persona un trasalimento di irritazione, di resistenza. Poi, col medesimo mutamento di espressione, il suo volto si illumin di nuovo, in un sorriso ironico.
No, non lo sono. Forse lo sono stato, forse volevo esserlo...
Si fece silenzio. Un silenzio pesante, che dur per alcuni lunghi secondi e dal quale non sapevano come uscire.
Faffner venne a tempo a salvarli.
Ha fame, poveretto. Dobbiamo dargli da mangiare.
...
Dopo il pranzo, Nora rimase sola con Gunther. Paolo, si era messo gli ski e faceva esercizio di viraggio, poco lontano dalla capanna. Aveva preso Faffner con s, perch gli tenesse compagnia.
Gunther nella sua poltrona, accanto al camino, si divertiva a scarabocchiare con la matita su di un foglio di blocco.
Credo di averti irritato, gli disse Nora, Ti prego di scusarmi. Vi sono delle domande stupide che fanno male e magari non si sa perch.
Il ragazzo era calmo. Disegnava senza troppa attenzione un profilo di donna, che lasciava sempre non finito e ricominciava di nuovo in un altro angolo della carta. Il suo sorriso era ora privo di tristezza e d'ironia.
Devo dirti qualche cosa, disse lui, ma promettimi che non ti arrabbierai.
Non prometto, ma mi sforzer, scherz Nora.
L'altra sera, quando sei venuta, sai perch ti ho aperto? Sai perch ti ho lasciata entrare?
La sua voce era gioiosa, quasi smorzata. La domanda era fatta con intensit.
Ho creduto che fossi la mamma. Capisci? La mamma.
Indic con la mano il ritratto sullo scaffale, senza per rivolgere la testa da quella parte. Nora gli si avvicin maggiormente. Avrebbe voluto carezzarlo.
Sapevo bene che non ti saresti arrabbiata. Credi nei fantasmi? Io ci credo. Vedi, da quando la mamma  morta, io l'aspetto continuamente. Mi pare che verr. Vado talvolta alla finestra, apro talora la porta... Mi chiedo perch non venga...
Forse  qui... disse Nora semplicemente, senza abbassare il tono della voce.
Comprendeva che di quelle cose bisognava parlare senza mistero, con familiarit.
S... disse Gunther. In un certo modo  qui. Qui dove siamo noi: Hagen, Faffner, io... A noi tre ci ha amato...  qui, ma non la vedo. Vorrei vederla, mi pare che potrei vederla... Ti ho detto che io credo nei fantasmi. Penso ai suoi abiti lunghi, penso ai suoi capelli biondi, che si pettinava un po' all'antica, sebbene fosse tanto giovane...
Nora and verso lo scaffale e prese il ritratto. Lo guard da vicino, con molta attenzione. Le labbra erano disegnate debolmente, la fronte alta, triste come quella del ragazzo, i capelli leggermente svolazzanti sulle tempie.
All'angolo inferiore del ritratto era scritto colla matita Mittwoch dem 5 Mai 1932. Gunther... Mercoled, 5 maggio 1932. Gunther...
Era un giorno con molto sole, disse Gunther. Me ne ricordo benissimo. Vestiva un abito bianco, il suo primo abito bianco di quell'estate. Avevo fatto, per scherzo, alcuni schizzi senza importanza. Volevo buttarli via. Ella li prese tutti, e questo mi chiese di firmarlo. Le piaceva vedermi disegnare. Credeva... credeva che avessi del talento. Credeva che dovessi diventare pittore.
E non vuoi pi esserlo?
Non posso!
Tuttavia, se lei ci teneva... Forse dovresti, per il ricordo di lei...
Gunther si alz dalla poltrona con un nuovo scoppio trattenuto a stento.
Nora aveva colpito un'altra volta corde indurite, porte chiuse.
Era meravigliosa la rapidit con la quale questo ragazzo biondo poteva passare da un'espressione all'altra, da un sentimento all'altro. Aveva dei soffocamenti nervosi di un secondo, dopo i quali ritrovava il suo luminoso sorriso ironico.
Sai che cosa sia un cardiogramma?
Nora non cap la domanda e non seppe come rispondere.
Gunther aperse un cassetto, cerc fra libricini, blocchi da disegno, e ne estrasse un piccolo rotolo di carta, che svolse davanti a lei.
Era una carta grossa, lucida, di copia fotografica, sulla quale si vedeva un rettangolo nero, attraversato da due linee bianche sottili che si alzavano e scendevano a zig-zag, descrivendo angoli minuti. Pareva una registrazione sismografica, come Nora ricordava di aver veduto a scuola, nei libri di geologia.
Vedi queste linee bianche? Sono pulsazioni del cuore.
Continuava a sorridere. Parlava senza inquietudine, calmo. Dopo un momento di silenzio, aggiunse;
Le pulsazioni del mio cuore.
Nora pens allora al suo pallore, ai suoi trasalimenti nervosi, a quegli improvvisi cambiamenti di luce e ombra sulla sua figura di ragazzo. Tent di prendere la cosa con facilit, di passarci sopra.
Ma non  una cosa seria, Gunther.
Lo chiamava affettuosamente per nome, giacch lo sentiva pi fanciullo di prima, pi bisognoso di difesa.
Lui rispose ridendo, con un riso che non aveva nulla di forzato, nulla di increspato:
Certamente che  uno scherzo. Molto pi che uno scherzo: una farsa.  la farsa pi terribile che potevo giuocare alla famiglia Grodeck.
Pareva divertirsi sinceramente a questo pensiero.
Vedi, un pittore nella famiglia Grodeck sarebbe stato una vergogna. Un cardiaco nella famiglia Grodeck  uno scandalo. Ci succede per la prima volta da quando esiste sulla terra la famiglia Grodeck. Il loro cuore ha pulsato sempre bene.  stato sempre un cuore esatto.
La parola lo divertiva. L'aveva trovata in quel momento e gli faceva piacere il ripeterla.
S, s, un cuore esatto. Un cuore, che ha battuto come un orologio. Mai troppo tardi, mai troppo presto. Un cuore che batte un secolo, due secoli, tre secoli, e non chiede nulla a nessuno. I cuori Grodeck sono garantiti. Solidi e discreti. Non li ode nessuno.
Svolse di nuovo il cardiogramma e le mostr le due linee bianche che salivano e scendevano. Seguiva col dito il loro disegno fine, la loro ritmica cadenza.
Vedi? gli angoli sono minuti ed eguali. Quasi eguali. Ma se guardi meglio, ti accorgi che, di tanto in tanto, la linea sale un po' pi in alto e cade un po' pi in basso. Non  una gran cosa. Una diecina di millimetri, forse nemmeno tanto... Ma basta. Basta perch si oda.
Alz d'un tratto la testa al di sopra del cardiogramma e guard fisso Nora.
Non lo senti? Io s. Di sera specialmente, di notte particolarmente.  come un piccolo motore nascosto. Quando tutto  calmo; nel mezzo della notte, mi sembra che lo si oda in tutta la casa. Un cuore Grodeck che si ode...  incredibile? Il patrimonio dei Grodeck si  fatto con tutto quello che vuoi, ma non col cuore. Collo stomaco, col fegato, coi reni, ma non col cuore...
Involse il rotolo come prima e lo depose con cura a posto nel cassetto. Poi venne di nuovo accanto al camino e vi si appoggi, colle braccia aperte, gesto che lo aiut a respirare. Nora sentiva che il ragazzo non aspettava compassione n incoraggiamento. Era molto calmo, i suoi occhi azzurri erano incomparabilmente luminosi.
Che cosa pensi di fare? gli chiese.
Voglio compiere i ventun anni.
Era, nel dire queste parole, deciso, ostinato.
Devo compiere ventun anni. Ho alcuni conti da regolare con la famiglia Grodeck. Ma prima bisogna che io compia ventun anni.
Li compirai presto, disse Nora.
Egli fu scosso dal convincimento calmo delle sue parole.
D'un tratto il suo sguardo divenne intenso, interrogativo, pieno di inquietudine, pieno di dubbio.
Credi? disse, credi?
Ne sono sicura, Gunther. Assolutamente sicura.
...
Hagen ritorn tardi, col buio. Lo attesero tutti e tre, guardando dall'alto, dalla finestra della torretta, per veder comparire da lontano il fanaletto nel bosco.
Faffner era scomparso, gi prima che si facesse buio, dirigendosi a valle.
Lo sente venire, disse Gunther. Sempre, quando ritorna da Brasov, gli va incontro fino a la Ruia e lo attende l. Una sera, Hagen ha cambiato strada ed  ritornato per il burrone del Lupo. Faffner  rimasto tutta la notte alla Ruia, urlando.
Ora li vedevano venire ambedue sulla neve alta: l'uomo e il cane. Hagen trascinava dietro di s una piccola slitta di tavole, piena di pacchetti.
Li svolsero tutti intorno alla tavola, curiosi di vedere quello che vi fosse dentro. Erano oggetti che odoravano di citt, di vetrine d'inverno, di festa. Gunther li guardava con un piacere da bambino, li pesava in mano, li guardava alla luce. Gli piacevano specialmente i globuli colorati di vetro, per l'albero di Natale, le candelette rosse, i fili d'oro e d'argento.
Faffner girava intorno alla tavola avvicinandosi agli oggetti, fiutandoli.
Hagen solo era scuro...
"Quest'uomo sa" pensava Nora.
...
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CAPITOLO 12.
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Le serate alla capanna erano lunghe, sebbene dopo le dieci si spegnevano i lumi, si chiudevano le porte e tutti andavano a letto. Ma incominciavano presto, appena imbruniva, e passavano lente.
La luce del tramonto era azzurra a causa della neve, che luccicava ancora per qualche tempo dopo il tramonto. Infine, anche quest'ultima luce si perdeva. Alle volte, la nebbia calava spandendo un fumo, dal di l della vetta. Le nubi si addensavano pi vicine. Gli abeti divenivano neri. Il buio era profondo e denso.
Il monte, che aveva rumoreggiato tutto il giorno per le grida e le chiamate, ritornava al suo silenzio di pietra. Da nessuna parte non un suono, non uno strepito. Assai raramente si udiva da lontano un sordo urto, come una scossa di terra, come la caduta di un tronco. Tutti alzavano la testa ed ascoltavano. Il silenzio sembrava andare fino ai margini del mondo.
Gunther giuocava a scacchi con Paolo. Nora nella poltrona leggeva accanto al camino, con Faffner accovacciato ai suoi pedi. Solamente Hagen non aveva pace. Alle volte, all'improvviso, si buttava sulle spalle la sua pellegrina cenere, alzava il cappuccio e partiva nella notte, col lanternino acceso.
Va' a cercarlo! diceva Gunther.
Faffner trasaliva, si alzava dal suo posto, e andava alla finestra, verso la porta, raspando sulla soglia, aspettando.
...
Al calare della sera, Nora diventava silenziosa.
"Vi sono due Nore", pensava Paolo. "Una Nora di giorno e una Nora di notte".
Accoccolata nella poltrona accanto al camino, perduta nel libro che forse nemmeno leggeva, pareva aspettare, chiamare.
Sei stanca, Nora?
Era qualche cosa d'altro che stanchezza. Era una specie di capitolazione. Tutto in lei si dirigeva verso la notte. Quando Hagen spegneva le luci, quando Gunther augurava la buona notte, i suoi occhi si spalancavano.
Non vi pare che sia tardi? Avete terminato la partita a scacchi?
Saliva la scala appoggiata al braccio di Paolo. Alle volte appoggiava la testa sulla sua spalla destra. Non era un gesto di tenerezza; era un gesto di fiducia, di attesa.
Si svestiva lentamente, con movimenti rari, impensierita, sempre silenziosa. Aveva allora un'espressione grave, attenta, non sognatrice, ma rivolta sempre ai suoi pensieri.
Sei bella, Nora!
Non rispose se non dopo avervi pensato. Accoglieva con seriet le cose che lui diceva.
Ho trentadue anni, mio caro. E sono bruna. Non so se posso essere ancora bella... Lo sono forse stata a venti, a ventidue...  uno splendore che passa e che forse lascia qualche cosa d'altro in luogo...
Il suo corpo era robusto, con qualche cosa di grave nelle sue linee lunghe, ferme. "Nulla di adolescente", pensava Paolo guardandola. Nulla era malsicuro, tutto era compiuto. Ginocchi grandi, calmi, senza inquietudine. Cosce alte, anche piene.
Sei bella, Nora! Ci sono in te due esseri completamente distinti, assolutamente dissimili. Eppure tra loro c' una perfetta armonia: e questo accordo si chiama bellezza.
Ella era alla specchio e si pettinava i capelli sciolti sulle spalle. Si ferm col pettine in mano e si rivolse verso Paolo. Era nuda e calma.
Ho paura di dover piangere.
Perch?
Perch mi dici una cosa che era il mio segreto. Una cosa che avevo sperato sempre, con un po' di timore, che qualcuno comprendesse e me la dicesse.
Aveva gli occhi pieni di lagrime.
...
Nulla era affettato nel suo abbraccio. Negli istanti pi intensi, teneva gli occhi aperti, con uno sguardo profondo, attento, come se avesse ascoltato.
Rimaneva quindi per molto tempo con la testa sul braccio destro di lui, in un silenzio senza fine.
Mi piacciono le tue mani, Paolo. Sono grandi, pesanti, aspre. Mi piace sentirle sulle spalle, sulle anche; non sanno o non vogliono carezzare. Ma mi piace il loro peso.
Guardava a lungo queste mani ossute, che avevano anche nella loro dolcezza qualche cosa di duro. Le baciava. Metteva in questa cosa tutta la sua gravit sensuale di donna. Paolo non poteva frenare un gesto di imbarazzo.
No, Nora.
Ella non comprendeva.
Quanto pu essere stupido un uomo, Paolo! Quante superstizioni, quanta paura! Tu temi anche le cose pi semplici. Solo una donna sa baciare le mani, mio caro, e fare di questo una cosa bella.
Gli si avvicinava cogli occhi aperti. Non aveva n una fretta isterica, n un falso pudore ferito. C'era in tutti i suoi movimenti qualche cosa di serio e di pacato.
...
Al mattino ritrovava una Nora chiara, desta, pronta per il viaggio. Nella giubba azzurra, col berretto abbassato sulla fronte, era, al pari di lui, uno sciatore.
Nulla di torbido rimaneva fra di loro dopo queste notti che passavano senza seguito.
...
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CAPITOLO 13.
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...
Non nevicava. La luce era sempre cinerea, per le nubi sembravano pi lontane e l'orizzonte pi spazioso.
Avevano lasciato gli ski al Touring Club, infissi nella neve colle punte in alto, ed erano saliti fino sulla vetta del monte.
Forse si vede il Brasov, aveva detto qualcuno.
Non si vedeva nulla. Il Postavar fluttuava in un oceano di nubi. I boschi di abeti, che scendevano sull'altro versante verso il Timis, si fondevano dopo alcune centinaia di metri in una bruma biancastra.
In basso, sotto di noi,  la valle del Timis. Di fronte sta Pietra Mare. A sinistra c' Brasov.
Nora indic con la mano, nella nebbia, cose perdute, entrate nel nulla.
Sai che cosa succede questa sera a Brasov? chiese ella ad un tratto. Si canta nella Chiesa Nera l'Oratorio di Natale.
Siamo al 23? si meravigli Paolo.
S.
Stette qualche tempo collo sguardo teso verso Brasov non veduto al di l della nebbia. Pareva che misurasse le distanze.
Che ne dici.? Sarebbe una pazzia, se scendessimo questa sera a Brasov?
Forse non  una pazzia, disse Nora. Ma certamente  una temerit.
 cos difficile?
Troppo difficile no.  lungo.
Non vuoi che tentiamo?
Ma s, Paolo. Se facciamo prima una mattinata di serio allenamento.
Lui accett tutte le condizioni. Dopo la lunga corsa che avevano da fare, il concerto della sera diveniva un premio.
...
Gunther accolse senza piacere la notizia della loro partenza.
Domani saremo di ritorno, lo assicur Nora.
Per tutto il tempo della colazione, il ragazzo rimase cupo. Appena verso la fine si rasseren.
Ho cantato anch'io nell'Oratorio di Natale. In coro, naturalmente. Ero nella settima classe, ed era negli usi della scuola. Credo di tenerne a mente anche oggi alcuni brani.
Stette un po' in silenzio, poi, rivolgendo lo sguardo verso la finestra, come se l avesse guardato qualcuno, si mise a cantare:
Spunta, o bella aurora,
E lascia che il cielo si illumini.
Tu, popolo di pastori, non paventare
Se gli angeli ti dicono...
Aveva alzato troppo la voce e l'ultima nota, sebbene chiara, gli fece salire il sangue al viso.
La mamma era gi nella chiesa. La vedo anche adesso, accanto alla terza finestra a destra. Rideva. Era l'unico essere che rideva in tutta la Chiesa Nera... Mi sembra che ora mi oda. Mi pare che mi risponda.
Guardava a lungo la finestra. Poi ne distolse lo sguardo e disse di nuovo, con quell'accento di ostinazione che aveva di tanto in tanto:
Un vero Grodeck non ride. Guardateli bene stasera. Si raccoglie tutta la trib. Sono dieci, cento famiglie Grodeck. Nessuno ride.
Nora cerc di calmarlo, di dar un po' di pace alla sua fronte di bambino torturato.
Di', Gunther, vuoi che rimaniamo?
No, ma voglio che ritorniate.
Si capisce. Domani sera saremo qui, per accendere insieme l'albero di Natale.
...
Prima di partire, Gunther disegn loro una carta della strada. Dal S.K.V. scendeva un sentiero per ski, che poteva portarli fino al centro di Brasov. Era una strada regolare, con pendio dolce, i sassoni la chiamavano Familienweg (strada di famiglia), e ben marcata con azzurro e bianco fino alla fine; ma occorreva badare bene, perch dallo stesso punto partivano alcune strade minori verso il Timis d'abbasso, verso Noua, verso Honterus.
Se starete attenti, non vi potrete smarrire.
La carta da lui disegnata era chiara e particolareggiata. Aveva ai margini tutti i segni indicatori che potevano essere incontrati strada facendo ed ai quali, raccomand, bisognava stare accorti. Per di pi, diede a Paolo una bussola e gli mostr come doveva servirsene. Nora dovette prendere nel suo sacco tela per bendature, ovatta e boccettine di farmacia.
La partenza per Brasov diventava una vera spedizione.
 tanto pericoloso? chiese Paolo.
In montagna, d'inverno, non si sa mai quello che pu capitare.
Erano appena partiti, che Hagen li raggiunse inseguendoli.
Ha chiesto Gunther dove pensate di dormire stasera a Brasov.
All'albergo, certamente.
Lui ritiene che non troverete posto. Mi ha detto di darvi questo.
Era un piego sul quale Paolo lesse un nome di donna, Frau Adelle Bund, e una via sconosciuta: Strada Prandului 26.
 la mia abitazione, disse Hagen. Non vi consiglierei di scendere l perch  una casa vecchia e lontana. Ma se non troverete posto altrove, almeno non dormirete sulla via.
Parlava senza benevolenza. Si vedeva bene che questa faccenda non gli andava a genio.
Nora si affrett a tranquillizzarlo.
Ti ringrazio, ma credo che lasceremo in pace Frau Adelle. Non  possibile che non troviamo posto in citt.
Lui non parve tuttavia rassicurato completamente.
Buon viaggio, disse loro.
Li guard a lungo allontanarsi.
...
Fecero una sosta al S.K.V. per consultare la carta. Da allora in avanti dovevano andare per una strada a loro sconosciuta. Il sentiero incominciava a tergo della capanna. Gunther l'aveva disegnato con una linea biancastra serpeggiante, che scendeva verso un cerchio colorato in verde. Dentro al cerchio aveva scritto a lettere piccole a stampatello: Ruia.
Nora lasci Paolo precederla, cogli ski a spazzaneve.
Non abbandonare nemmeno per un momento lo spazzaneve, gli disse lei. Qualunque cosa accada, se la velocit non  grande non succede nulla di grave.
Paolo part silenzioso con la massima tensione. Stringeva l'impugnatura dei bastoncini, coi pugni ben chiusi. Aveva l'impressione che tutta la sua tensione fosse l, all'impugnatura delle mani.
Le ginocchia erano staccate come per un salto.
Gli ski scivolavano lentamente, appesantiti dal freno.
Aspettava col respiro mozzo il primo viraggio. La testa era incastrata fra le spalle, e lo sguardo stava fisso davanti, sul punto, sempre pi vicino, dove la strada piegava a sinistra.
Sentiva le tempie battergli. Adesso, adesso, adesso... Spinse la punta dello ski destro avanti all'altro e poi si pieg con tutto il peso a sinistra. La posizione di spazzaneve era aperta in un angolo enorme. La voltata si effettu lentamente, come un giro piano d'uccello colle ali immobili. Lo ski sinistro, che aveva sostenuto per un secondo tutto il peso, volt con uno stridore aspro, ma poi, nel secondo successivo, l'equilibrio si ristabil.
Bravo! Molto bene! ud Nora gridargli dietro. Non aveva tempo nemmeno di rispondere, n di riprendere fiato. Aveva davanti a s alcuni metri di discesa diritta, dopo la quale veniva, minacciosa, una nuova curva, questa volta a destra.
Il giro fu meno lento, meno staccato della prima volta. Sentiva di uscire dalla curva con velocit aumentata. "Non perdiamo la testa" si disse. Strinse decisamente i pugni per resistere. Si abbandon pesantemente su ambedue gli ski e accentu l'apertura dello spazzaneve.
Entr, nel nuovo viraggio che si iniziava, con tutta la resistenza di cui si sentiva capace. Le braccia, le ginocchia, le caviglie, si tendevano per impedire lo slittamento, per frenarlo.
Gli ski ebbero un istante di rallentamento, esattamente a met del viraggio, come se per una frazione di secondo fossero stati tenuti sul posto, ma poi si strapparono e proseguirono lontano liberati.
La velocit precipit. Paolo aperse ancora pi la posizione di spazzaneve. Le punte degli ski quasi si toccavano, ma le loro code si staccavano una dall'altra per tutta la larghezza del sentiero. Tuttavia sentiva sulla faccia sbattere pi celere il vento. Non capiva quello che accadeva. Lo spazzaneve non lo aiutava pi affatto. Era come un freno rotto, che non trasmette pi gli ordini. Le voltate divenivano sempre pi frequenti, pi rapide. I giri si facevano ora, in una specie di torsione automatica. Paolo si sentiva sbattuto ora a destra, ora a sinistra. Ad ogni nuova voltata, aveva l'impressione di venir scaraventato contro le pareti di neve della strada, ma all'ultimo momento una forza inaspettata lo tirava dalla parte opposta e lo rimetteva in equilibrio sugli ski.
Non v'era in lui alcun pensiero: tutto il suo essere era in un tumulto dal quale si alzava, come un grido, la volont di rimanere in piedi.
Gli comparve d'un tratto davanti, ma ad una distanza che non poteva calcolare, mille metri? cento metri? un ramo di abete che gli sbarrava la strada. Si accovacci sugli ski, chiuse gli occhi e pass oltre, senza rendersi conto, in quell'attimo, se fosse stato colpito o no, se fosse caduto o no.
Gli ski si avventarono ora, quasi soli, staccati da lui, in un nuovo viraggio, che lo proiett a destra, ma per fortuna il sentiero per gli ski usc in quel momento dal bosco e si allarg in una grande estensione bianca. Non si rese conto di quello che accadeva. Aveva l'impressione di volare su di una superficie piana. Il vento, che fino allora lo aveva colpito con violenza in viso, sembrava essersi calmato. Gli ski non tagliavano pi con la suola, obliquamente, nella neve, ma si poggiavano, quasi fluttuanti, con tutta la suola sul terreno.
Ancora una volta Paolo cerc di ritrovare i movimenti perduti. Con sua meraviglia, gli ski lo ascoltarono. Lo spazzaneve si aperse con facilit; in un ultimo giro a destra, i due ski si arrestarono uno accanto all'altro, sottomessi.
Siamo alla Ruia! grid Nora da lontano. Veniva verso di lui, dondolandosi leggera sugli ski, come se avesse pattinato.
 andata molto bene, Paolo. Se dura cos fino abbasso, saremo a Brasov col chiaro.
Se continua cos fino abbasso, io rimango per strada, agganciato ad un albero, o caduto in un burrone.
Nora credette che fosse una facezia, ma Paolo cerc di spiegarle la sensazione di annientamento dalla quale usciva. Gli sembrava di essere stato ai margini della vita.
La via del ritorno sar molto breve, sorrise Nora. Sai quanto ci abbiamo messo da su fino a qui? Quattro minuti.
Paolo non poteva crederlo. Come in quei sogni brevi che ci fanno attraversare in alcuni secondi spazi grandi di vita, Paolo aveva la sensazione di uscire da una corsa senza fine.
Ti assicuro che esageri, Paolo. Tutto  andato molto bene. Ti ho seguito tutto il tempo. I viraggi erano sicuri, a velocit moderata. Alcune volte troppo rapidi, ma anche allora dominati.
Dominati da chi? Io ero in un vortice, in un caos. Non vedevo nulla.
Perch la luce era troppa. Lo ski  una grande luce; tu stesso l'hai detto. Devi far s che i tuoi occhi vi si abituino.
Non avevano molto tempo da fermarsi alla Ruia. La pausa non era stata preveduta. Gettarono, tuttavia, prima di proseguire, uno sguardo alla larga radura, che avevano attraversato fin l senza vederla. Stretta da tutte le parti da boschi, la Ruia, colle sue nevi intatte, era bianca come un lago alpino gelato.
...
La carta di Gunther indicava in prosecuzione una strada meno serpeggiante. Sugli alberi le piccole banderuole bianche e azzurre si staccavano regolarmente a distanze uguali, come delle finestre colorate tagliate nella corteccia degli abeti.
La strada scendeva dolcemente, senza cambiamenti improvvisi di direzione. Le voltate erano grandi, visibili da lontano. Paolo, per, le aspettava con la medesima attenzione concentrata. Entrava in freno con tutto il corno, come se, dalle spalle fino alle caviglie, fosse passato un movimento unico. Poi, nel momento in cui gli ski scappavano dal freno, aveva una sensazione brusca di liberazione.
Alle volte si azzardava a chiudere gli occhi. Solo per alcuni secondi. Si sentiva senza pesantezza, senza memoria, senza passato...
Nora lo sorpassava talvolta. La vedeva allontanarsi a grande velocit, colle ginocchia appena staccate, coi bastoncini spinti all'indietro e pochissimo alzati al di sopra della neve, come due remi fermi per un istante nell'aria.
La ritrovava pi avanti che lo aspettava. Non si parlavano. Passava accanto a lei, salutandola con uno sguardo. Si intendevano molto bene cogli occhi, sapendo ambedue che, per quello che avrebbero voluto dirsi, non esistevano parole.
Avevano fatto delle brevi fermate "di aggiustamento" nei punti segnati da Gunther sulla carta, piuttosto per verificare l'itinerario che per riposarsi. Avevano lasciato a sinistra una strada segnata a rettangoli rossi, che conduceva verso Poiana, ma a destra vi era pi lontano una strada, marcata con una croce rossa in un quadrato azzurro, che scendeva verso Timis d'abbasso. Nessuna di queste due strade aveva il pendo dolce, riposante, della loro strada. Si svolgeva davanti a loro, bianca tra gli abeti, con ondulazioni appena sentite.
Ho paura di dormire sugli ski, disse Paolo a Nora, prima di proseguire.
Perch?
Non so come dirtelo. Mi sento fluttuare... mi sento in un'atmosfera di beatitudine...
...
Giunsero a Crucur verso le quattro. Pi vasta che la Ruia, la radura appariva pi selvaggia, pi abbandonata. Forse anche a causa della luce, che incominciava ad indebolirsi. Gli abeti alla Ruia erano verdi, di un verde vivo. Qui il loro verde incominciava a tirare al nero.
Una nebbia plumbea calava con la sera che ormai non era lontana.
Entrarono in una capanna da boscaiuolo, per chiedere notizie sul tempo. La porta era aperta, ma dentro non c'era nessuno. Sembrava essere piuttosto un covile, che una casa. Ma alcuni carboni spenti nel focolare, chi sa da quando, indicarono che una volta era passato per di l un essere vivente.
Non vorrei che la sera ci cogliesse per strada, disse Nora.
Apersero la carta misurando la strada che rimaneva ancora da fare. L'itinerario stabilito da Gunther faceva grandi giri e li portava a Brasov, sotto la Tampa.
 troppo davvero tentare qualche cosa d'altro.
Da Crucur partiva direttamente in gi, attraverso il bosco, una strada marcata a giallo e bianco. Non era propriamente una strada: piuttosto un sentiero, probabilmente sulla traccia di una sorgente ora sepolta sotto la neve.
Nora stette pensierosa. Si chiese se non fosse una temerit troppo grande.
Ci buttiamo nell'avventura, Paolo?
Proviamo.
Ella part avanti in ricognizione, chiamandolo di tanto in tanto, per annunziargli che la strada era libera e che poteva venire.
Lo spazzaneve di Paolo fu smontato fin dalla partenza. Gli ski scartavano continuamente: non c'era verso di avvicinarli, di fermarli.
Per una distanza di alcune centinaia di metri, la strada serpeggiava fra abeti, con viraggi brevi, inattesi. Paolo non riusc a prendere nemmeno una voltata in piedi. Le pass tutte buttandosi sulla neve, cadendo, ruzzolando. Udiva ad intervalli regolari la chiamata di Nora e le rispondeva.
Vieni?
Vengo.
Veniva effettivamente, non poteva fare altrimenti che venire. Alle volte si attaccava ad un abete, ad un sasso, ma gli ski lo trascinavano pi lontano.
 stato infernale! disse a Nora quando la raggiunse alla fine. Aveva la fronte e le guance sgraffiate, il respiro mozzato dallo sforzo.
 stata una cosa infernale, ma proseguiamo, disse ancora Paolo.
Sapeva bene che non esisteva alcuna alternativa. Si trovavano in un bosco e dovevano uscirne a qualunque costo. La sera li incalzava.
La strada scese ora direttamente, senza giri, tagliando il bosco diagonalmente. Il pendo era molto pi inclinato che fino allora, ma almeno non aveva cambiamenti violenti di direzione. Lo strepito degli ski diveniva sempre pi aspro sulla neve che, una volta scesa la sera, prendeva una crosta di ghiaccio.
Si fermarono ad un incrocio di strade, dove una tabella del Touring Ctub, a met coperta dalla neve, indicava a sinistra un sentiero marcato con croci gialle in quadrati rossi verso Poiana.
Se vuoi, propose Nora, possiamo prendere per di qua verso Poiana. L possiamo trovare l'autoslitta che ci porti a Brasov.
E se non la troviamo?
Allora non c' pi nulla da fare.
Paolo pens alcuni istanti, poi rifiut.
No, Nora. Abbiamo incominciato un giuoco. Voglio giuocarlo fino in fondo. Voglio entrare a Brasov con gli ski. Sui miei ski.
Era serio e ostinato nel pronunziare queste parole.
Allora, via!
Si sarebbe detto che appena da l incominciasse la loro vera corsa. Venivano a poca distanza l'uno dall'altro, piegati sugli ski, con la fronte in avanti, colle spalle un po' alzate, come per un'apertura d'ali. Le punte degli ski scherzavano sulla neve in piccoli salti e sollevavano una polvere bianca, che il vento gettava negli occhi.
Nora andava continuamente avanti, a testa nuda, coi capelli sciolti sulle tempie. Rivolgeva alcune volte uno sguardo breve verso di lui, per vedere se la seguisse. I loro occhi si incontravano per un secondo, forse nemmeno tanto.
Paolo si piegava continuamente pi forte in avanti, si abbandonava sempre pi profondamente sulle ginocchia. V'erano alcune ondulazioni del terreno che lo scuotevano, come se avessero voluto sbatterlo indietro. Riceveva l'urto col petto e si accoccolava sugli ski.
...
Non sapeva da quanto tempo durasse questa corsa, n quanto sarebbe durata ancora. Era caduto moltissime volte, ma si era rialzato immediatamente ed aveva proseguito, sentendo che, se avesse titubato, non avrebbe pi avuto il coraggio di rialzarsi.
Una luce di tramonto annuvolato si spegneva senza risplendere. Gli abeti si avvolgevano nella loro bruma serale, come nel fumo.
Nora grid qualche cosa. Sembrava una chiamata d'aiuto ma non la udiva bene: come se fosse venuta da grandi distanze.
Paolo si butt a destra e si lasci trascinare per qualche tempo dalla neve. Aveva battuto al gomito, alle ginocchia, ma in ogni caso era riuscito a fermarsi.
Si alz stordito, traballando sugli ski.
Che cosa  accaduto?
Nora gli indic tra gli abeti delle luci vicine.
Siamo arrivati. Siamo alle porte di Brasov.
...
Paolo errava per le vie della citt, si fermava alle vetrine, urtava i passanti, vedeva sfilare davanti a s autobus, macchine e slitte, leggeva i manifesti dei cinema, udiva gridare i giornali della sera, e tuttavia non si riprendeva. Passava attraverso tante cose stordito, sordo. In lui persisteva, come un suono prolungato di organo, il silenzio del bosco.
Erano andati per comperare i biglietti del concerto. Paolo sceglieva i posti, riceveva il resto, faceva domande, rispondeva, ma tutto questo lo faceva macchinalmente, assente.
Che cos'hai, Paolo? Non vuoi destarti?
Ma s, per non posso.
Brasov colle sue luci della sera, colle vie pullulanti di gente, colle vetrine luminose, con tutto quel vivace via-vai della vigilia di Natale, era per lui una cosa irreale.
Sai che sensazione provo, Nora? Di essere un lupo sceso dal bosco fino al margine della citt... e che ora non osa andare pi avanti.
Alla Corona non c'era nemmeno un posto libero. L'albergo era zeppo e, nell'atrio, la gente venuta cogli ultimi treni aspettava senza speranza coi bagagli non disfatti.
Lasciarono l gli ski e andarono a chiedere agli alberghi e alle ville minori delle vicinanze.
Perdete il vostro tempo, disse loro qualcuno. Non c' da trovare un letto in tutta la citt. La gente dorme dove capita; nei ristoranti, nei caff, alla stazione...
Brasov aveva l'aspetto di una citt di soldati. Si sarebbe detto che truppe intere di sciatori l'avessero occupata. I berretti azzurri si vedevano dappertutto.
Viene tanta gente per l'Oratorio di Natale? si meravigli Nora ridendo.
La gente veniva piuttosto per le gare di ski di Predeal, che incominciavano fra due giorni. Le squadre di concorrenti, che si erano trovate fino allora sui monti, in tutta la regione, incominciavano a scendere, a radunarsi.
Sul boulevard, al di l della via della posta, il treno municipale, con la sua locomotiva bassa, coi carrozzoni gialli, sembrava, bloccato dalla neve, un giocattolo. Il fischio della locomotiva, che chiamava i viaggiatori ritardatari, si udiva da lontano. Molta gente andava a cercar ricovero per la notte a Darstle, a Cernauti, a Satu-Lung.
Se non troviamo posto altrove, disse Nora, e se ci sar tempo dopo il concerto, forse non sar male andare anche noi a Satu-Lung, coll'ultima corsa.
Perch?
Ma non hai visto? Qui non c' un posto libero,
Per un momento Paolo aveva pensato di dirle sinceramente: "Non andiamo a Satu-Lung, vi sono l dei ricordi ai quali non mi voglio avvicinare". Ma poi si rese conto che forse non era nemmeno vero. Gli sembrava di poter guardare negli occhi, senza paura, senza minaccia, quei ricordi che sentiva superati. No, questo treno non portava nel passato...
La linea  interrotta al di l di Darstle! grid qualcuno dal finestrino di un carrozzone.
"Si  interrotta", ripet Paolo mentalmente. Gli sembrava veramente che vi fossero nella sua memoria dei vincoli disfatti, delle linee interrotte, delle strade chiuse per sempre.
Il treno stent a mettersi in movimento, con uno strepito di ferri vecchi, ghiacciati. La locomotiva lott per uscire dal ghiaccio e passare attraverso la neve.
I viaggiatori cantavano ai finestrini, agitando i berretti, vociferando, salutando a grandi gesti coloro che rimanevano. Alla coda del treno, alcuni sciatori si sforzavano per scherzo a trattenerlo.
Lo ski fa diventare fanciulla tutta la gente, disse Paolo.
Non era solamente lo ski. Era tutta quella sera della vigilia, col suo sapore di festa, colle sue abbondanti nevi, col suo fremito di vacanza.
...
Hagen aveva detto la verit. L'indirizzo che egli aveva dato era lontano e la casa sembrava davvero molto vecchia. Una porta di legno in un muro cinereo, chiusa con grandi sbarre di ferro, come il portone di una citt, rimase sorda a tutte le loro battute. Si sarebbe detto che nessuno fosse passato per quella soglia da tempi antichissimi.
La signora Adelle Bund non era in casa, o non voleva rispondere.
In tutta la strada, figure meravigliate comparivano alle finestre, non sapendo che cosa accadesse. Una ragazzina chiese dall'altra parte della via chi cercassero.
Non abita nessuno qui? chiese Paolo.
S, per...
La ragazzina non termin la risposta e fugg rapidamente in casa, probabilmente per riferire le cose incredibili che succedevano al numero 26.
La porta si aperse tuttavia alla fine, ma solo per met. Una donna vecchia, vestita di nero, li ferm sulla soglia, con uno sguardo aspro, che diceva fin da principio: "no!".
Paolo le porse il piego di Hagen ed ella lo svolse, tenendolo a lungo al di fuori, davanti alla porta, e alzando verso di loro, di quando in quando, uno sguardo sospettoso, come se li avesse confrontati con quello che era scritto nella lettera.
Meglio se vi foste trovati da dormire in un'altra parte! disse alla fine, decidendosi tuttavia a farli entrar dentro.
Andava davanti a loro, prima per un cortile interno, sul quale si affacciavano alcune finestre ermeticamente chiuse, poi per un lungo corridoio oscuro.
Tutta la casa sembrava disabitata. Non si udiva da nessuna parte un rumore o un mormoro. La donna si ferm davanti ad una porta e cerc al buio alcune chiavi, finch riusc ad aprirla.
Era una camera grande, gelida, con mobili grezzi, pieni di polvere. "Da quando non sono state aperte le finestre?" pens Nora.
La signora Adelle Bund intu probabilmente il pensiero della visitatrice.
Devo far cambiare l'aria e accendere il fuoco. Non sapevo che venivate. Qui non viene mai nessuno.
Le finestre erano tutte chiuse, e cos pure la porta d'ingresso, con sbarre di ferro.
Noi lasciamo i sacchi e ce ne andiamo, disse Nora. Se ci date una chiave della porta, non occorre che ci aspettiate. Rientreremo tardi.
Voleva uscire quanto pi presto da l, vedersi di nuovo in strada, al di fuori di quei vecchi muri.
...
La Chiesa Nera era piena di gente.
Si raduna la trib Grodeck, disse Nora.
Li vedeva venire da tutte le parti della citt, a gruppi di famiglia, gravi, silenziosi, in cappotti pesanti di pelliccia, col passo misurato. Camminavano senza fretta, si salutavano senza buon umore, con parole o inchini cerimoniosi. All'entrata si separavano a destra ed a sinistra, dirigendosi verso posti che dovevano essere i loro, sempre i medesimi, da anni ed anni.
Credi che ci lasceranno entrare?
L'uomo che staccava i biglietti di controllo si era fermato un po' a guardare meravigliato i loro abiti. Ma c'erano gi alcuni sciatori venuti dalla Poiana e dal Timis. I giubbetti azzurri, le casacche di tela impermeabile, si perdevano fra le marsine e le pellicce.
I violini si accordavano nell'ombra del grande organo, che dominava tutto col silenzio. C'era nella chiesa un rumore sommesso d'orchestra che prova all'ultimo momento gli strumenti. Un flauto e un corno alzarono la voce per un secondo, perdendosi poi, coperti da quel "la" generale che veniva trasmesso, come un appello, dai violini e dai violoncelli.
Alla fine si fece silenzio. Si sentiva il gesto del direttore invisibile, che aveva alzato la bacchetta.
Dapprima un flauto, poi l'oboe, entrarono timidi in funzione, con qualche cosa di interrogativo nella voce, ma dopo le prime note, i violini li fecero tacere e, quasi nel medesimo tempo, intervennero le trombe, inattese trombe trionfanti. Era una frase poderosa, sicura, bene legata, che annunziava dal principio vittoria e luce. Sotto di essa, il flauto e l'oboe andavano sotterraneamente, uditi per nei momenti di respiro della grande frase.
Quando i violini e gli ottoni tacevano, il silenzio era protettore: solamente col loro permesso, il fragile flauto e il pensoso oboe potevano alzarsi di nuovo.
La funzione non dur molto. Gli strumenti a corda, quelli di legno e le trombe, furono coperti dallo scoppio del coro:
Esultate, giubilate, glorificate i giorni!
L'inno era semplice e la cerimonia incominciava con queste parole. Era un grande grido di gioia, che lanciava d'un tratto l'orchestra. Tutto il coro non era che un'unica voce annunciatrice. Pareva che innalzasse la volta, spalancasse le finestre, facesse luce.
Nora cerc lo sguardo di Paolo. Avrebbe voluto sapere di non essere sola davanti a questo annunzio. Lui le pose la mano sulla spalla, la sua mano pesante, ma non volse la testa. Il suo gesto diceva senza parole: "S, Nora, sono qui, ho udito, ho compreso...".
I violini e gli ottoni, nel primo tempo soffocati, si ritrovarono. Le trombe continuavano a suonare l'annunzio dato dal coro. Il flauto e l'oboe si facevano udire con la loro voce minuta, fra corde e metalli. L'organo soltanto non era n sorpreso n affrettato. Sul suo suono grave, pareva appoggiarsi tutto l'oratorio, come una cattedrale viva. I violini e le voci crescevano da esso, come da una terra generosa. L'organo li sosteneva tutti senza sorriso, senza asprezza, con un po' di tristezza, perch lui solo conosce tutte le parti assegnate a ciascuno.
Paolo ascoltava cogli occhi chiusi. Era ancora nel bosco, era ancora nella solitudine. La voce profonda dell'organo continuava per lui i silenzi che ancora vibravano, nella loro corda pi bassa.
L'orchestra e il coro, riuniti in un'unica frase, salivano ora insieme gli ultimi gradini: le porte dell'Oratorio erano aperte.
Una voce di tenore si stacc dal silenzio che segu. Narrava senza melodia la partenza dalla Galilea. Gamme semplici, un po' monotone, si cullavano come un'edera sul suono fondamentale dell'organo.
Il racconto fu poi condotto pi lontano da una voce di donna, con la medesima monotonia narrativa, finch l'oboe e il violino la determinarono a cantare.
I passaggi dal recitativo alle arie e ai cori erano marcati da un clavicembalo, con alcuni accordi che sembravano chiedere prima ascolto.
Alle volte, come se la voce del clavicembalo fosse stata troppo piccola per sostenere i punti in un corale o in un'aria, tutta l'orchestra gli veniva in aiuto.
Sembrava a Paolo di non aver mai udito violini pi limpidi. Forse, ci dipendeva da questa sera, che per lui non somigliava a nessun'altra del passato. Forse, la causa veniva dal bosco attraversato, dalla solitudine dalla quale era disceso... Mai aveva udito violini pi netti, pi leggeri, pi stravecchi. Le parti sinfoniche dell'Oratorio non avevano nulla di liturgico. Quando l'orchestra suonava sola, tutto sembrava stringersi in un cerchio luminoso di intimit. Perfino l'organo taceva raddolcito, per ascoltare.
La seconda parte dell'Oratorio si apriva con una sinfonia dalla quale si svolgeva, dopo un breve recitativo del tenore, un corale che Nora e Paolo accolsero col medesimo movimento di sorpresa:
Spunta, o bella luce del mattino
E lascia splendere il cielo.
Tu, popolo di pastori, non paventare
Perch gli angeli ti dicono...
Tutto il coro, tutta l'orchestra, non potevano coprire, per loro, la voce lontana di Gunther.
Lo senti? chiese Nora sottovoce. Nel medesimo istante cerc verso la terza finestra di destra, dove avrebbe dovuto stare la giovane signora Grodeck sorridendo al suo ragazzo. Ma non v'era nemmeno una donna giovane sotto quella finestra, n alcuno sorrideva in tutta la Chiesa Nera.
"Guardateli bene stasera", aveva detto Gunther. "Vi sono dieci, cento famiglie Grodeck. Nemmeno uno sorride".
Effettivamente nessuno. Tutti stavano sulle panche, seri, impietriti, senza un trasalimento, senza una luce, forse sordi, forse assenti, forse morti, e la musica dell'Oratorio di Natale passava oltre loro, senza toccarli, senza destarli.
...
All'uscita dalla Chiesa, trovarono un Brasov notturno, calmo, colle luci spente, colle vie deserte. I Sassoni, usciti dal concerto, andavano a casa in gruppi silenziosi. La citt riacquistava il suo aspetto di borgata provinciale, con la Chiesa Nera nel mezzo, come un organo immenso.
Nella via Prandului, li aspettava una doppia sorpresa: una signora Adelle rabbonita e una casa accogliente, ambedue mutate per miracolo in poche ore. Il fuoco ardeva da molto nel camino, e forse lui solo era riuscito a piegare il cuore della donna e l'ostilit delle cose.
Nora non aveva neppure guardato bene quei mobili grandi di quercia affumicata, che al primo momento le erano sembrati, al pari della padrona, ostili. Li scopriva appena adesso, severi ancora ma tuttavia amichevoli. Dappertutto vi erano tappeti e libri. In un angolo, un piano e fascicoli di musica. Li sfogli con curiosit. Schumann, Brahms, Schubert.
Chi suona il piano? chiese alla signora Adelle.
Da quando  morta la giovane signora Grodeck, non suona pi nessuno, disse la donna.
Veniva qui?
Chi?
La giovane signora Grodeck.
La donna riprese d'un tratto il suo sguardo sospettoso.
S, veniva.
Nora s'accorse che la domanda era stata inopportuna. Non avrebbe dovuto darle l'impressione di non conoscere le cose.
Bisogna che ti dica, cara signora Adelle, che in principio ci hai spaventati.
Ma anche voialtri me. Quando ho udito battere alla porta, non sapevo chi avrebbe potuto essere. Qui non viene nessuno e nessuno deve bussare alla porta. Il signor Klaus, quando viene, apre da solo. Ha la sua chiave.
Il signor Klaus chi ?
Come, chi ? Non vi ha mandato lui? Non avete la lettera di lui?
Ma s, ma s, la rassicur Paolo. Solamente, non sapevamo che si chiamasse Klaus. Noi gli diciamo Hagen.
Anche lei lo chiamava cos...
Indic loro sulla parete, al di sopra del piano, una fotografia della giovane signora Grodeck.
Forse non l'avete conosciuta. Forse non sapete quanto era bella.
La fotografia somigliava al ritratto disegnato da Gunther, per aveva meno tristezza. Era probabilmente un'istantanea molto ingrandita. La giovane donna sembrava camminare per il bosco ed essersi fermata un momento, per raccogliere i capelli sulle tempie. La fotografia l'aveva colta in questo gesto, che le apriva le braccia e le innalzava la fronte verso il sole.
...
La signora Adelle, data la buona notte, li aveva lasciati soli.
Nora era al piano, colle mani sui tasti, su quei tasti senza suono, che non osava scuotere dal loro silenzio.
Credi che l'abbia amato?
Paolo non rispose. Si faceva anche lui la stessa domanda. Erano ambedue collo sguardo alzato verso il ritratto sulla parete.
Non so se abbia amato Hagen, parl Nora pi tardi. Ma  stata qui. Incomincio a capire perch la porta si apra cos difficilmente.  una porta che deve difenderla, nasconderla...  stata qui. Forse  ancora qui. Incomincio a credere anch'io, come Gunther, nei fantasmi.
Le dita di Nora cercavano sui tasti le prime note dell'inno di quella sera.
Giovane signora Grodeck, conosci questo inno? Lo canto per te. Forse lo odi, forse ti fa piacere l'udirlo...
...
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CAPITOLO 14.
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Brasov nelle prime ore di quella mattina sembrava prepararsi per l'apertura di una fiera. Da Bran, da Rasnov, dai sette villaggi vicini, da tutta la regione, venivano autocarri, autobus, slitte, macchine private, portando gente che aveva pernottato fuori della citt.
Le vie erano piene di bucarestini che si ritrovavano con esclamazioni di sorpresa, facendo presentazioni rumorose da un gruppo all'altro. Nora e Paolo passavano in fretta, salutando, rispondendo ai saluti, divertendosi di questa ondata di buon umore bucarestino. Quando non potevano fare altrimenti, si fermavano a scambiare una parola con qualche conoscente troppo cerimonioso.
Nora presentava Paolo semplicemente, senza imbarazzo "Un camerata di ski".
Avevano deciso di partire coll'autoslitta delle ore 11 verso Poiana e da l d'iniziare la salita, ancora prima di mezzod. Rimaneva loro da fare alcune compere e per guadagnar tempo si erano divisi i compiti.
Tu provvedi per le sigarette, le riviste e i libri. Io penser al resto.
Erano rimasti intesi di incontrarsi all'ora fissata nell'atrio dell'albergo Corona, da dove avrebbero ripreso gli ski, lasciati la sera prima. Nora andava di vetrina in vetrina, alla ricerca di alcuni ganci per le scarpe. Pensava di abbreviare la via nel ritorno, salendo per il Burrone del Lupo, e sapeva che la via per di l era piena di sassi e di ghiaccio. Ma specialmente aveva voluto separarsi da Paolo e rimanere alcuni istanti sola, per poter comperare di nascosto alcune sorprese per l'albero di Natale, piccoli oggettini che appena la sera avrebbe estratto dal sacco, nell'accendere le candele. Ritorn al Corona ansante per le corse e spaventata del ritardo.
Non hai dimenticato nulla, Paolo? Hai comperato tutto? Sei pronto per il viaggio? Partiamo?
Lui era in strada, all'orlo del marciapiedi, appoggiato ad una piccola automobile azzurra, che guardava con uno strano sguardo fisso.
Che cosa ti prende, Paolo? Perch non rispondi? Che cos' capitato?
La faceva tremare questo sguardo scoraggiato. Era il suo sguardo della sera del primo incontro, quello sguardo stanco che non aveva la forza sufficiente per chiedere aiuto.
Non partiamo, Paolo? Non vuoi pi partire?
Lui rispose con la sua vecchia alzata di spalle, che voleva dire che tutto gli era indifferente.
"Con quanta rapidit quest'uomo ritrova i suoi gesti perduti!" pens Nora.
Era l'automobile di Ann. Paolo le era passato accanto senza vederla, ma poi, dalla soglia dell'albergo, aveva voltato d'un tratto la testa, come se fosse stato salutato da qualcuno che non aveva subito riconosciuto. S, era l'automobile di Ann.
Era andato verso di essa con un'espressione di felicit. Come se fosse un uomo, un amico. Avrebbe voluto parlarle, chiederle "Quando sei venuta?  qui anche Ann? S, sicuro che c'. Che domande stupide faccio!".
Le portiere erano chiuse a chiave, il parabrise coperto di ghiaccio, tutto il radiatore pieno di neve, il motore era ancora caldo. Probabilmente la macchina si era fermata da poco. Pareva aver fatto una corsa difficile. In ogni caso, ieri sera non era qui, e nemmeno stamattina. Ma se non fosse venuta che adesso, se non si fosse arrestata che in questo istante, Ann doveva essere nelle vicinanze. " scesa un momento, per chiedere un'informazione, per comperare sigarette, per prendere un t. Forse  nell'atrio dell'albergo, nel ristorante, nel caff..."
Paolo li attravers tutti. Ann non era in nessun luogo. Il caff era pieno di gente, quasi ad ogni tavolo c'erano figure conosciute, ma Ann non era in nessun luogo.
Cercate qualcuno? gli chiede il portiere.
No, no...
Ritorn fuori sulla via e di nuovo si ferm di fronte all'automobile azzurra. "Aspetter. Verr".
La vedeva andare verso Brasov, fare delle compere disordinate, ridendo in tutti gli specchi che le capitavano, inciampando coi suoi scarpini alti come stivaloni. Come conosceva bene quest'Ann dei giorni invernali! Portava l'anno scorso un berrettino di astrakan abbassato sulla fronte e un mantello, pure di astrakan, dal quale era riuscita a fare qualche cosa del tutto senza pretese, come un abito che avesse trovato all'ultimo momento nell'armadio e avesse preso in fretta, per fare una corsa di alcuni minuti in citt.
Gir alcune volte intorno all'automobile, guardando attentamente ogni pezzo. Avrebbe voluto quasi indovinare dai parafanghi, dai pneumatici, da dove venisse. Certamente non da Bucarest, perch troppo di mattina e non avrebbe avuto il tempo di percorrere una distanza cos grande. Forse aveva pernottato a Bran, forse a Satu-lung, in quel Satu-lung pieno di ricordi. Vi erano tante Anne che rivivevano d'un tratto per lui, dai tempi pi lontani, e lo chiamavano indietro!
Guard attraverso il vetro della porta in questa automobile, che gli sembrava una casa abitata. Sul sedile di fronte, accanto al volante, c'era una coperta bianca, un mucchio di riviste, e una scatola di metallo con sigarette Chersterfield.
"Da quando fuma sigarette Chersterfield? L'ultima volta a Bucarest ne fumava delle altre. Le ha cambiate? Da quando? Perch? Ed  l'unica cosa mutata nella sua vita?".
Ma forse non erano sue le sigarette o, in ogni caso, non solamente sue. " assurdo il credere che Ann sia sola.  assurdo il credere che una scatola nuova di sigarette sia entrata nella vita di Ann cos, semplicemente, senza tirare dietro a s un uomo, un amore, un vincolo, un capriccio...". Rimase cogli occhi fissi su quella scatola metallica che gli sembrava nascondere e nel contempo tradire tutto. Sentiva un vecchio dolore ridestato, vicino al cuore.
Quando Nora gli chiese se volesse ancora partire, non seppe che cosa risponderle. Avrebbe potuto rimanere, avrebbe potuto partire, tutto per lui era lo stesso.
...
Erano di nuovo nell'autoslitta che gi li aveva portati una volta verso Poiana.
"Dunque, bisogna riprendere tutto da capo", si diceva Nora.
Aveva davanti a s quel medesimo uomo scoraggiato, quello stesso sguardo annebbiato, quella medesima alzata indifferente di spalle.
"Se almeno mi dicesse che cosa  capitato. Se almeno potessi intuirlo".
Incominciava ad aver paura di quest'uomo, nel quale potevano avvenire da un minuto all'altro mutamenti cos profondi.
Come se fosse stato sbiancato in un unico attimo. Come se avesse ricevuto da qualche parte una ferita mortale.
Lo sentiva estraneo. Pi estraneo che nel giorno in cui aveva incontrato per la prima volta questo sguardo assente. C'erano state da allora fra loro alcune giornate vissute insieme, alcune notti d'amore. Tutte sembravano cancellate.
Lo sentiva perduto, fuggito dal suo fianco. Ancora una volta fuggito dal suo fianco. E non trovava pi forza sufficiente in s per trattenerlo.
" tempo di rinunciare, Nora. Quest'uomo non ritorna pi". Pensava di dirgli: "Basta, Paolo. Basta ed  inutile. Vuoi partire? Parti. Mi sono stancata. Concedi che possa capitare anche a me una cosa simile: stancarmi".
Poi pens, non sapeva perch, alle sue mani. Aveva compassione di queste mani grandi, troppo dure, troppo aspre per un uomo triste. Avrebbe voluto sentirle ancora una volta sulle sue spalle, con la loro pesantezza indifferente e protettrice. "Sei bella, Nora! Ci sono in te due esseri completamente distinti, assolutamente dissimili. Eppure tra loro c' una perfetta armonia: e questo accordo si chiama bellezza". Le ritornavano alla mente le parole di lui e ancora una volta le apparivano stupefacenti.
" l'uomo che mi ha detto queste parole. Avrebbe potuto accadere che non me le dicesse nessuno, mai, fino alla morte, ma lui me le ha dette. Avrei potuto portare con me questo segreto, che nessuno aveva indovinato, ma lui l'ha scoperto. E quest'uomo lo dovrei perdere?".
Una Nora saggia, paziente, cercava di riprendere coraggio. Si prometteva di aspettare, di resistere, di non cedere ancora.
...
Fino al Burrone del Lupo salirono cogli ski ai piedi, ma da l in avanti dovettero toglierseli e portarseli sulle spalle.
Camminavano da quasi due ore, senza aver scambiato in tutto questo tempo una sola parola. Solo una volta, per errore, i loro sguardi si erano incontrati, ma in quel secondo lui aveva volto la testa da un'altra parte, con un gesto allarmato di difesa.
"Non temere, Paolo, non ho nulla da chiederti; sei libero di serbare i tuoi segreti", avrebbe voluto dirgli Nora, ma aveva paura che dopo detta la prima parola il silenzio divenisse tra loro ancora pi pesante.
Andava intenzionalmente avanti, per non dargli l'impressione di stare in agguato. Alcune volte l'aveva udito fermarsi, ma lei aveva continuato ad andare avanti, pur sentendo che nella sua fermata c'era una esitazione, un pensiero di fuga. Non lo udiva pi venire dietro di lei e tuttavia non si voltava a cercarlo. "Forse ora se ne  andato. Forse davvero se ne  andato!". Si diceva che era venuto ormai il tempo di chiamarlo, che era tempo di farlo ritornare. Si diceva di lasciare dietro di s un uomo ferito, un uomo caduto, un uomo che aveva bisogno del suo aiuto, anche se non lo chiedeva, anche se non lo voleva. Tuttavia continu a camminare, guardando continuamente avanti, come se le fosse stato indifferente che lui venisse o no.
"Ti comporti come una donna offesa, Nora. Incominci ad amarlo troppo, se incominci a sentire l'orgoglio".
Cercava talora febbrilmente qualche sotterfugio per convincere se stessa di doversi fermare, aspettarlo, ma poi lo respingeva decisamente.
"Se viene, venga da solo.  la volta sua di scegliere".
Lui veniva senza una scelta. Veniva per stanchezza, per indifferenza. Veniva perch s'era messo a camminare. Se la donna che andava avanti a lui, e che era divenuta da un momento all'altro una donna sconosciuta, senza nome, avesse volto la testa verso di lui e l'avesse chiamato, forse questo avrebbe destato in lui un'ultima volont di romperla, di liberarsi.
Ma nulla turb la rassegnazione di questo ritorno nel bosco, che somigliava tanto ad un ritorno nel sonno.
...
La salita del Burrone del Lupo era aspra. La neve aveva ricoperto, ingannatrice, massi e fosse, che nascondevano in profondit invisibili dislivelli. Erano come degli occhi d'acqua nel mezzo di un fiume calmo. Sotto il loro specchio, un vuoto non veduto assorbe e tira a fondo.
Avanzavano nella neve con movimenti istintivi di nuoto. In alcuni punti la depressione era come un gradino infossato. La sensazione di sprofondarsi era precisa. Pareva che onde di neve si alzassero intorno a loro e li ricoprissero. Si dibattevano con le ginocchia, colle braccia, in una specie di lotta sul posto, che li aiutasse a mantenersi alla superficie, come se avessero nuotato contro corrente. Qualche vetta gelata di roccia si alzava alle volte davanti, e su quest'isola di ghiaccio potevano fermarsi un minuto, per misurare la strada percorsa.
" una pazzia quello che facciamo" si diceva Nora, per questa pazzia, adesso, era senza ritorno. Ogni metro di terreno conquistato aveva qualche cosa di irrevocabile. Il passo non poteva pi ritornare per dove era passato una volta. La salita era difficile, ma la discesa sarebbe stata impossibile.
Al suo margine superiore, il Burrone del Lupo dava in una radura. Si vedevano i primi abeti, su, sull'orlo del burrone, e non sembravano molto lontani, ma il tempo passava e la distanza continuava ad essere la medesima, come se la loro marcia nella neve fosse stata inutile, come se forze nascoste, pi forti del loro vano dibattersi, li avessero ricondotti continuamente al punto di partenza.
"Finch dura la luce, nulla  perduto", si faceva coraggio Nora. Ma la spaventava il pensiero che avesse potuto sorprenderli la nebbia prima di arrivare su. Nelle tenebre, non avrebbero potuto fare nemmeno un passo avanti. Un solo gesto sbagliato sarebbe bastato a farli precipitare.
" forse necessario che glielo dica?" si chiese Nora non osando parlargli. Non voleva spaventarlo, ma non voleva nemmeno lasciarlo nell'incuranza del sonnambulo con la quale saliva dietro le sue orme.
Veniva dall'altra parte della vetta, al di sopra del bosco, un fremito come di grandi venti ancora non scatenati. La luce del giorno aveva qualche cosa di biancastro, di diffuso, senza trasparenza.
Ascolta, Paolo! si decise d'un tratto Nora a parlargli. Bisogna che siamo in mezz'ora lass. Se la sera o la nebbia ci sorprendono qui, siamo perduti. Non so che cosa avvenga in te e nemmeno te lo chiedo. Ti prego solo di scuoterti per un po', per superare questo punto. Quando saremo giunti su, farai quello che vorrai.
Tutto preannunciava vicina una bufera. Correnti non abbastanza rapide da alzarsi troppo su, fischiavano lungo la neve, sollevandola in piccoli vortici di polvere. Gli alberi divenivano pesanti, in un azzurro-cinereo di piombo.
...
Paolo giunse per primo sulla cima della strada. Gli ultimi metri erano stati ancora pi difficili da attraversare. L'orlo dell'abisso era un parapetto quasi verticale di ghiaccio. I ganci delle scarpe si infiggevano come artigli, per rallentare lo scivolamento. Fino all'ultimo tratto per la caduta era possibile. Tutto il loro dibattersi poteva divenire in quest'ultimo momento una inanit. Il Burrone del Lupo, visto su dagli ultimi gradini infernali, aveva una specie di indifferenza lugubre, che aspettava il compimento della sorte.
Uscito dal pericolo, Paolo assistette disarmato agli ultimi passi di Nora. Non poteva far nulla per lei; nemmeno tenderle la mano, n dirle una parola. Erano solamente alcuni passi distanti l'uno dall'altro, ma su due sponde differenti, ciascuno solo. La vedeva lottare con la neve, col ghiaccio, stordita dalla stanchezza ma con una specie di disperazione concentrata.
Quando giunse accanto a lui, si butt gli ski sulle spalle, si tolse il sacco dalla schiena e appena allora, scoprendosi, pass la mano sulla fronte, con un gesto di ritorno alla vita. Erano tutti e due pallidi, colle sopracciglia e le tempie imbiancate dalla neve, collo sguardo non ancora liberato dal pensiero intenso che li aveva portati fin l.
Sei una brava ragazza, Nora. Ti ringrazio.
Di che?
Del tuo coraggio. Se potessi ancora amare, ti amerei.
Io non ti chiedo questo, Paolo. Ti chiedo solo di essere meno infelice. Mi basta.
Egli ebbe di nuovo quella sua alzata di spalle delusa.
Ti chiedo, piuttosto, soggiunse Nora, di dimenticare questo gesto da uomo finito.  cos difficile?
Non lo so, Nora. Credo per che tu perda il tuo tempo con me.
Tuttavia, ieri, quando siamo partiti da qui, eri un uomo guarito.
Credevo di esserlo. Ma basta che la mia strada sia attraversata da un'ombra, perch tutto cada a terra.
Sono ricordi tanto difficili a dimenticare?
Non so neppure se siano ricordi.  una stanchezza orribile,  un disgusto profondo...
Pi profondo del Burrone del Lupo?
Si rivolsero ambedue ancora una volta verso il burrone che si apriva di fronte.
Vedi, disse Nora, quanto  profondo, eppure l'hai passato. Non vuoi tentare ancora una volta?
...
Giunsero alla capanna con la sera. Gunther pi pallido che mai li attendeva alla finestra. Hagen, che era andato loro incontro per un'altra via, non era ancora ritornato.
Bisogna accendere la luce della torretta per fargli sapere che siete ritornati. Perch siete venuti cos tardi? Tutto il giorno vi abbiamo atteso. Credevamo che non sareste venuti pi... che vi foste perduti.
Parlava presto, con frasi rotte, con una strana agitazione nervosa sotto il suo grande pallore. Gli occhi rilucevano dalla febbre, troppo caldi, troppo intensi per ridere. Faffner annusava gli abiti, si accoccolava ai loro piedi, si rotolava con un mormoro strano di felicit e di ritrovamento. A stento Nora riusc a calmarlo e a farlo sdraiare accanto al camino, col muso sulle zampe: anche l il cane li guardava col suo sguardo di animale inquieto.
Faffner sa da dove venite, disse Gunther. Siete stati nella casa di via Prandului e portate da l cose che egli conosce.
Hagen venne pi tardi; entrando non disse nemmeno una parola. La pellegrina e il cappuccio erano bianchi di neve. Si ferm sulla soglia e al primo momento, bianco com'era, coi suoi grandi stivaloni, col cappuccio abbassato sulla fronte, pareva un Pap Natale che nascondesse la faccia. Dopo essersi scossa la neve, dopo essersi scoperti la fronte triste, e quello sguardo azzurro e freddo di asceta, l'immagine amichevole dell'inizio si estinse, scacciata, e al posto suo rimase l'uomo aspro che conoscevano.
Nora pens di andare verso di lui e dirgli: "Sta tranquillo. Abbiamo lasciato nella casa le cose come le sai. Nulla  smosso dal posto. La porta  sbarrata; le finestre sono chiuse. Nessuno oltrepasser quella soglia e nemmeno un'ombra partir da lei".
Ma il silenzio di Hagen non faceva domande e non accoglieva parole di amicizia.
Tutti e tre gli uomini tacevano e Nora si sentiva molto sola fra di loro. Guard ognuno a parte e sent che ciascuno era partito coi suoi pensieri. Sciolse il sacco e ne estrasse senza gioia le cose comperate per loro a Brasov. Le sembravano inutili, troppo infantili per uomini cos tristi. Accanto alla finestra, l'abete adornato per il suo modesto incanto di Natale attendeva di essere acceso. Nora appese ai rami i suoi doni scoraggiati e poi accese una dopo l'altra le candelette, che si misero a scherzare con fiammelle nei globi di vetro colorato.
Gunther si avvicin per primo all'albero. " tuttavia abbastanza ragazzo perch gli faccia piacere", pens Nora. Vedeva ritornare sul suo volto pallido un luccicho di curiosit. Gli occhi riacquistavano la loro bella chiarezza ironica.
Non vieni, Paolo, accanto al nostro albero di Natale? os chiedergli Nora.
Al di sopra dell'abete illuminato, il suo vecchio sguardo nebbioso di indifferenza aveva qualcosa di timido, di malsicuro.
Pi difficilmente venne Hagen, il quale nemmeno si avvicin del tutto all'albero. Stava ad alcuni passi di distanza, egualmente aspro, egualmente fosco.
Si raccoglievano intorno all'abete, come intorno ad un fuoco nel bosco.
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CAPITOLO 15.
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Il campo da ski aveva nella prima mattina di Natale un aspetto di festa popolare. Alcuni sciatori appassionati erano partiti all'alba per Predeal, scendendo sul versante al di l del Timis, per assistere alle gare ufficiali. Ma i pi erano rimasti sul posto, e da Brasov arrivavano continuamente gruppi di giovani e di ragazze, che avevano lottato con la bufera per arrivare fin su. Il bosco formicolava di gente giovane come una citt in vacanza. Al Touring Club un comitato, improvvisato durante la notte, organizzava alcuni "saggi" di velocit e slalom. Non era che un giuoco, ma tutti si accingevano a giuocarlo sul serio. Si misuravano le distanze, si segnava il terreno con banderuole azzurre e rosse, si davano i numeri ai concorrenti, si stabiliva un sistema di quintaggio e di classifica. Gli arbitri ed i commissari del campo, con bracciali e fischietti, andavano di qua e di l, fra gli sciatori, per metter ordine e formare le squadre. Un medico giovane organizz un posto sanitario e, onde la messa in scena fosse completa, qualcuno aveva confezionato una piccola bandiera bianca con la croce rossa, che sventolava nell'aria. Di fronte alla capanna, era stata eretta in fretta una tribuna di tavole per il pubblico e un tavolo per la giura. Sul tavolo erano allineati i "trofei", coppe di latta, alcune bottiglie di vino e di birra, una lanterna con pila elettrica e, primo premio, un orologio a sveglia.
Tutta la gara era fatta con l'aria di una celia, come una parodia dei veri concorsi di Predeal, ma era uno scherzo nel quale tutta la gente si lasciava trascinare con un sufficiente convincimento. Specialmente i Sassoni del S.K.V., venuti in gruppo compatto, erano seri e decisi come se si fossero preparati ad una grande battaglia. Avevano formato una squadra di cinque uomini ed avevano inviato una sfida scritta agli studenti del Touring Club, per una corsa di velocit che finiva coll'essere il "saggio finale" del giorno, il punto culminante fra il S.K.V. e il T.C.R.
Tutto il monte vibrava di grida e di canti. Quando il vento si calmava, il fracasso giungeva, lontano, fino alla capanna di Gunther. Hagen, ritornato dalla sua abituale passeggiata mattutina per il bosco, li inform di quello che accadeva.
Ci andiamo, pure noi? propose Nora.
Paolo, scuro come alla vigilia, non accett, ma nemmeno rifiut. Andare o no, gli era indifferente. La notte aveva portato per lui una specie di pace ammortita, come dopo un anestetico. Pi difficile a decidersi era Gunther, il quale non voleva a nessun costo allontanarsi dalla capanna.
C' troppa gente. Non voglio vederli. Non voglio che mi vedano. Li conosco troppo bene.
Nora gli prepar tuttavia gli ski, che il ragazzo non aveva messo ancora in quell'inverno, ed era sicura che non avrebbe resistito a quella tentazione.
"Devo tirarli alla luce" si diceva ella, guardandoli ambedue.
Hagen, che rimaneva solo nella capanna, sussurr a Nora con preoccupazione:
Stai attenta. Gunther non ha voglia di andare.
Non temere.  accanto a me.
...
Al Touring Club il programma non era incominciato ancora. Si facevano ancora sul terreno lavori di "adattamento", specialmente per il trampolino da salto, che alcuni volontari spazzavano dalla neve con badili. Tutti i cantori di cornamusa delle due capanne erano stati convocati coi loro strumenti, per una specie di orchestra comune, installata vicino al tavolo della giura, per cantare Evviva per molti anni! e Viva viva, tre volte viva! alla distribuzione dei trofei. Nel frattempo, per calmare l'impazienza del pubblico, suonavano diversi inni e "preludii".
La venuta di Gunther provoc tra i sassoni della tribuna una certa sorpresa. La notizia pass da uomo a uomo, con segni, con bisbigli: Der junge Grodeck, der junge Grodeck! Occhiate imbarazzate si rivolgevano su lui e sui suoi accompagnatori. Per un momento l'attenzione di tutti fu distolta da quello che accadeva sul terreno. Gunther diveniva il centro dello spettacolo, come un principe ereditario che faccia la sua comparsa in un palco ad un concerto. Nora sentiva una sequela di sguardi interrogativi rivolti su di lei. Gunther, rianimato dall'aria fredda del mattino, la teneva per il braccio e le diceva con animazione:
Domani tutta la famiglia Grodeck sapr che siamo usciti insieme. Si aprir un'inchiesta, per sapere chi sei, donde vieni e quali intenzioni hai. Una donna giovane nella famiglia Grodeck  un azzardo. I Grodeck non tollerano donne giovani. Ce n' stata una e non glielo hanno perdonato sino alla morte.
Nora affront con piacere l'ondata di sorpresa e curiosit suscitata intorno a loro. Solamente Paolo era rimasto indifferente a questi segni che lui neppure vedeva.
Il primo punto del programma era una corsa di staffetta in circuito chiuso. L'itinerario conduceva dal Touring Club al S.K.V., e da l, attraverso la Radura delle Tre Ragazze, al Touring Club. Il segnale di partenza venne dato fra il silenzio generale con un colpo di pistola, che fece rimbombare il monte. Le tribune scoppiarono in applausi, e gli appartenenti alle varie squadre, portando sulla schiena grandi numeri visibili da lontano, partirono chiamati per nome da amici e partigiani.
Gunther prese parte pure lui alla lotta aperta e chiam con molto calore un numero che aveva scelto dal mucchio dei partenti: Ventitr, ventitr!
Perch ventitr? si meravigli Nora.
Non lo so. A caso, come alla roulette.
Rideva col volto rischiarato, ridivenuto bambino, e appendendosi con tutta forza al braccio sinistro di lei.
Tu, su che numero punti, Paolo? chiese Nora.
Rivolse la testa a destra, dove lo sapeva silenzioso accanto a lei e non lo trov.
" partito?  forse possibile che sia partito?". Per tutto il tempo lo aveva sentito l, alla sua destra, chiuso nel suo silenzio opprimente come un masso, e non si rendeva conto quando avesse potuto andarsene senza una parola.
"Cos parte lui, senza una parola", si ricord Nora con amarezza.
Il primo pensiero di Paolo, nel muoversi, era stato quello di far ritorno alla capanna. Voleva essere solo. Gli faceva male quella moltitudine di uomini rumorosi e lo irritava Nora con la sua esagerata insistenza di coinvolgere lui pure in un giuoco che, in quella mattina, gli appariva senza attrazione. Fra lui e Gunther, attenta a tutti i loro gesti, Nora gli faceva l'impressione di una governante che sorvegliasse due convalescenti. Lo opprimeva questo sguardo, che sentiva puntato su di lui anche quando era rivolto da un'altra parte. Nella confusione prodotta dallo scaricamento della pistola, aveva avuto il tempo di staccarsi da l inosservato.
"Le rimane sempre un paziente" si disse andandosene.
"Sono cattivo, sono ingiusto" soggiunse quasi automaticamente la sua voce intima di uomo ragionevole, senza potergli dare ancora dei rimorsi. Si sentiva come uno strumento colle corde spezzate, senza risonanza, senza calore. Nulla rispondeva in lui, non pensieri, non ricordi.
Conosceva un nome che in altri tempi destava in lui dolori nervosi, riflessi, non eliminabili: Ann. Lo diceva ora a voce alta, per curiosit, come avrebbe battuto su di un tasto per udirne la risonanza: Ann, Ann, Ann. Il nome cadeva inerte, come una pietra.
Guardava in faccia immagini che ancora ieri gli sembravano atroci: Ann che si svestiva con la sua disordinata impudicizia, nel mentre l'uomo col quale stava la guardava fumando o sfogliando un libro. Per molto tempo era stato torturato dal racconto di un viaggio, che Ann aveva fatto in Grecia, con uno dei primi suoi amanti, e proprio prima di aver conosciuto lui.
"Faceva tanto caldo" narrava lei, "che me ne stavo tutto il giorno nuda nella cabina, e solamente alla sera mi vestivo per uscire sulla coperta". Per anni interi questa immagine lo aveva perseguitato, torturandolo con la sua precisione. Insopportabile non gli era tanto il pensiero che Ann avesse dormito o dormisse con altri uomini, quanto i dettagli fisici, sicuri, irrecusabili, il gesto col quale si toglieva le calze o si tirava sulla testa una giubba, una sottana.
Osserva ora ad occhi aperti tutte queste figure, altre volte dolorose, e le trova tutt'al pi stupide. Vede Ann gi a Brasov, in una stanza d'albergo, con Danalescu o con un altro, la vede nuda nelle braccia di lui, la segue senza orrore, senza rivolta, nei suoi movimenti pi segreti, ode il suo riso eccitato, il suo sospiro sensuale, e tutto passa in lui con un'indifferenza di morte.
Si era diretto da principio verso la capanna, ma poi lasci che gli ski lo portassero dove volevano. Un vento tagliente lo batt in fronte, sulle tempie. Se la strada verso il S.K.V. non fosse stata occupata da queste ridicole gare, si sarebbe lasciato portare a valle, fino a Poiana, fino a Brasov, fino in capo al mondo.
...
Il programma del Touring Club stava per finire. Nell'attesa del saggio finale di velocit, la tribuna seguiva con scoppi di risa gli ultimi salti al trampolino. I concorrenti cadevano l'uno dopo l'altro come se qualcuno li avesse buttati dall'alto nella neve. Molto raramente qualcuno riusciva a mantenersi sugli ski ed a fermarsi secondo il regolamento davanti alla tribuna, dove veniva accolto da salve di applausi. Gunther seguiva con entusiasmo o con sdegno ogni nuovo salto. Aveva delle simpatie capricciose per l'uno o per l'altro dei concorrenti e gridava per dar loro coraggio nell'attimo della partenza o per rimproverarli dopo che erano caduti. Nora temeva che questa agitazione lo stancasse e alle volte gli metteva la mano leggermente sulla spalla per calmarlo.
Il posto alla sua destra era sempre vuoto. Paolo non era ritornato e Nora si chiese se sarebbe mai ritornato. Non le sembrava impossibile che fosse partito per sempre. Forse, alla capanna l'attendeva un suo biglietto, uno di quei biglietti brevi, rudi, che quest'uomo indolente sapeva scrivere tanto bene ad un angolo del tavolo, prima di fuggire...
La gara di salti era finita. Il sentiero rimaneva libero per l'ultima corsa di velocit. Gli arbitri si trasmettevano a mezzo di imbuti di cartone ordini e comandi da un'estremit all'altra del campo. Tutta la gente si ritirava entro le tribune. D'un tratto tutto il terreno divenne sgombro e un silenzio teso ricoperse tutti gli strepiti.
Le due squadre di cinque uomini ciascuna, una del S.K.V. e una del T.C.R. seguitavano a discendere da sotto la vetta del monte, sino davanti alle tribune, in linea diretta. "Schuss" diceva il regolamento. La distanza non era grande, neppure 600 metri, ma il pendo era precipitoso e ogni specie di frenaggio, spazzaneve, cristiania o telemark, era proibita. Contribuiva molto, all'atmosfera di emozione generale, la messa in scena della corsa: banderuole che si agitavano in silenzio, fisarmoniche che, dopo aver cantato per tutto il tempo, ora si erano fermate ad un segno della giura. Alla base della roccia della vetta del Postavar, le due squadre si vedevano allineate come palle nere di neve.
Una detonazione di pistola aperse la corsa.
Al primo momento non si vide nulla, se non un nuvolo di neve che scendeva turbinando come una valanga. Poi uno alla volta i corridori si staccarono dalla nube, a brevi distanze l'uno dall'altro, ed era impossibile riconoscerli, seguirli. I partigiani dell'una o dell'altra squadra, tacevano con la medesima inquietudine intensa. Il giuoco era cieco. Non si sapeva chi venisse avanti, chi vincesse, chi perdesse.
Un grido attravers tutta la tribuna: uno dei corridori era caduto. Veniva a capofitto rotolandosi a valle cogli ski impigliati uno coll'altro. La sua squadra era perduta. Il regolamento eliminava dalla competizione la squadra che non arrivava con tutti i partecipanti alla fine della corsa.
La gente saltava oltre le tribune verso il tavolo della giura chiedendo spiegazioni, facendo domande: Chi? chi? chi?
L'uomo continuava a ruzzolare sul pendo, mentre gli altri corridori passavano accanto a lui, proseguendo nella corsa.
L'arrivo avvenne in un tumulto generale. Ogni corridore, giunto alla linea del traguardo, era afferrato dal pubblico che lo conosceva e gridava il suo nome. Vi erano cinque del S.K.V., vi erano solamente quattro del T.C.R.... il T.C.R. era escluso dalla lotta. Ma no! Anche del T.C.R. erano presenti tutti e cinque. Nella confusione, si era sbagliata l'enumerazione. Tutti e dieci i corridori avevano compiuto la breve corsa. La classifica segu secondo il cronometraggio.
Ma allora chi era il corridore caduto? Chi era questo undicesimo concorrente non iscritto, il quale giaceva ora nella neve nel mezzo del campo?
La squadra di salvataggio accorse sul luogo dell'incidente. Nora non pot frenare un pensiero assurdo.
Ti prego, aspettami qua, disse a Gunther. Ritorno subito.
...
Paolo si era diretto verso la vetta del monte senza un'idea precisa. Aveva cio voluto allontanarsi dal Touring Club e da tutta quella moltitudine tumultuante. Sul versante verso Timis, il monte era silenzioso e deserto. Il bosco vi riacquistava la selvatichezza perduta.
Era rimasto per qualche tempo sui sassi ghiacciati della vetta, bianchi come grandi blocchi di ghiaccio. La valle invisibile del Timis, coperta da nubi, vibrava in profondit con uno strepito lontano di torrente. L'orizzonte era chiuso da una nebbia densa, come fra muri di fumo.
Non sapeva da quanto tempo si trovasse l. I minuti o le ore passavano accanto a lui con un gesto di sonno. Era sceso alcuni gradini pi in basso per girare le rocce di ghiaccio che bloccavano il passaggio sul versante del Timis, e trov fra gli abeti un sentiero largo, posto come una sella sulla groppa della montagna. Gli ski scivolavano da soli, senza velocit, quando d'un tratto si volsero violentemente a destra. Li ferm nel medesimo secondo, con un trasalimento riflesso, che sent come un colpo in petto, come se qualcuno da esso avesse estratto un freno segreto. Gli ski fermati sul posto vibravano per la violenza dell'urto.
Davanti a lui si apriva, come una caduta nel vuoto, un sentiero quasi verticale, e in basso alla sua estremit si vedevano le tribune del T.C.R. Sul terreno, banderuole colorate si innalzavano e si abbassavano scambiando fra loro segnali incompresi. Un rumore di voci veniva fin su, ma poi non si ud pi nulla, come se da un momento all'altro la capanna del Touring colle tribune e gli uomini si fossero allontanati.
Part in basso cogli occhi aperti: "Se voglio, posso ancora fermarmi" si disse. Nei primi secondi, gli ski scivolarono con difficolt sulla neve gelata. "S, posso ancora fermare". Una detonazione d'arma ruppe il silenzio. A stento si accorse di non essere solo. Siluette rapide passavano accanto a lui, alzando dietro una tenda di neve che ricopriva tutto. Poi si fece luce, un torrente di luce bianca, solare, attraverso la quale lui passava luminoso come una torcia viva. Teneva gli occhi continuamente aperti, ma c'era troppo sole perch vedesse qualche cosa.
Sent la caduta come una deviazione di volo. Ebbe la sensazione violenta di essere espulso dalla sua traiettoria e scaraventato in un'altra direzione come un proiettile rimbalzato.
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Fino alla tribuna fu portato su di una barella di rami d'abete.
Credo che non abbia alcuna frattura, ma sar meglio non stancarlo, disse il giovane medico, prendendo sul serio la sua funzione di capo della squadra di salvataggio.
Paolo aveva perduto la conoscenza nei primi momenti, ma poi aveva aperto gli occhi, non sapendo che cosa accadesse. Sopra di lui c'erano alcune figure estranee e fra quelle Nora, una Nora severa e triste, alla quale avrebbe voluto sorridere.
Era colpito all'occhio destro, il labbro inferiore sanguinava, la fronte e le guance erano scorticate da graffiature.
Tutte queste non hanno alcuna importanza, disse il medico. Se non troviamo alcuna frattura n emorragia interna, questo giovane potr dire di averla scampata bella.
Paolo non provava alcun dolore. Sentiva per di non poter alzarsi da terra. Nora gli asciugava col suo fazzoletto il sangue del labbro.
 la volta tua di alzarmi dalla neve, disse lui. Ora non mi devi pi nulla: incidente per incidente.
Lei si pieg maggiormente su di lui e gli parl sottovoce, all'orecchio, onde nessuno l'udisse:
Perch hai fatto questo, Paolo, perch?
Non lo so, Nora. Non me lo ricordo.
C'era qualche cosa di luminoso nel suo sguardo, un'espressione di grande riposo.
Ho dimenticato tutto, completamente tutto. C' qui, nella neve, sotto ai tuoi occhi, Nora, un uomo senza ricordi, un uomo libero... mi comprendi?... un uomo libero...
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CAPITOLO 16.
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Il vecchio Grodeck capit alla capanna nella prima mattina dopo Natale. Nessuno l'aspettava, per gi prima del suo arrivo, Faffner aveva dato segni di inquietudine. Girava brontolando col muso nella neve, alla ricerca, quasi, di una invisibile traccia.
Questo cane  ammalato, aveva detto Nora, cercando di calmarlo, ma nessuno poteva avvicinarglisi.
Faffner si lanci addosso al vecchio Grodeck, appena lo vide. Prima che gli venisse un aiuto dalla capanna, l'uomo, urlando dallo spavento, fu steso sulla neve. Lo alzarono bianco di spasimo, col vestito stracciato alla spalla destra dove il cane gli aveva infisso le zanne, ma senza una ferita profonda. Indossava, per sua fortuna, un vestito di stoffa molto grossa e portava altres una pelliccia foderata, attraverso la quale le zanne avevano stentato a passare, stracciando tuttavia fino alla pelle e lasciandovi un cerchio insanguinato, come il segno di un ferro rosso.
Faffner non riconosceva pi Hagen, n Gunther, n Paolo, e si dimenava nelle loro mani con una disperazione selvaggia. Dovettero tutti e tre tenerlo fermo sul posto, lottando con lui, finch il vecchio Grodeck, guidato da Nora, riusc alla fine ad entrare nella capanna.
Appena fu lasciato libero di nuovo, Faffner si precipit alle porte, alle finestre, con un urlo impazzito di impotenza.
Non lo possiamo lasciare cos, disse Hagen.  meglio metterlo alla catena.
Entrarono tutti in casa e rimasero qualche tempo silenziosi, ascoltando col cuore stretto quell'urlo.
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Il "vecchio Grodeck" non era affatto vecchio. Non mostrava di aver passato la cinquantina, ma questi cinquant'anni li portava molto bene sulle sue spalle ancora vigorose.
Rinvenne presto dallo spavento sofferto. Si scosse la neve, senza sembrare molto seccato di quello che gli era capitato. Gli urli di Faffner, che si dibatteva di fuori alla catena, non lo turbavano.
Ho detto sempre che questo animale  rabbioso.
Il modo insolito col quale era entrato nella capanna, rendeva difficile qualsiasi presentazione. Non aveva dato il buon giorno al suo arrivo, non aveva sporto la mano a nessuno, ed ora era troppo tardi per gesti che comunque parevano non essergli familiari. Era vestito con abiti da citt e in lutto, probabilmente per sua moglie. Il nastro nero al braccio sinistro gli si era staccato nella caduta ed ora lo riaccomodava, con molta attenzione. Era un lutto corretto, da uomo scrupoloso, che conosce i suoi doveri e li rispetta. Qualche cosa di degno e di freddo persisteva nella sua tenuta, perfino adesso, dopo che usciva lacerato dalla lotta col cane.
Gunther aveva indossato in quella mattina il suo maglione rosso e i pantaloni di flanella grigio-chiari. Accanto a lui, gli abiti neri del vecchio Grodeck erano come un rimprovero silenzioso, quasi che lui solo avesse difeso col la memoria della morte.
Aleggiava, sugli uomini e sulle cose del locale, uno sguardo freddo che non chiedeva nulla, ma disapprovava tutto. Aspettava probabilmente di rimanere solo col figlio suo, per dirgli che cosa lo conduceva alla capanna, ma Hagen, il quale trovava di solito da lavorare di fuori, rimase questa volta sul posto, con una visibile decisione di non muoversi di l.
Vi prego di rimanere qui, bisbigli Gunther a Nora ed a Paolo, che si accingevano ad andarsene.
Sotto il suo solito sorriso ironico c'era qualche cosa che sfidava l'inatteso ospite in abiti neri, ma anche un certo spavento di rimanere solo con lui.
Il silenzio divenne ancora pi opprimente durante la colazione. Non si udiva che di tanto in tanto l'urlo di Faffner, che si dibatteva continuamente tentando di strappare la catena. Il vecchio Grodeck mangiava senza avidit, ma con seriet e con una specie di attenzione meticolosa. Assai di rado diceva una parola sulle cose e sugli uomini probabilmente conosciuti da Gunther. Ritornava specialmente nel suo discorso un nome, "la zia Augusta", che egli pronunciava con riverenza, come se si fosse riferito ad un'autorit superiore. Nella gerarchia Grodeck, questa zia Augusta occupava certamente un posto distinto. Gunther per non rispondeva in nessun caso; d'altro canto, il vecchio Grodeck non pareva aspettare alcuna risposta.
Hagen non si era seduto a tavola. Col suo silenzio poderoso, difendeva da lontano il silenzio pi nervoso, pi malsicuro del ragazzo. Stava impalato alla porta, senza stornare un momento lo sguardo da quello che accadeva. Il vecchio sembrava sopportare benissimo questo grande silenzio critico. Alquanto chino sulla tavola, colle sue spalle enormi, poteva sostenere pesi maggiori, senza sentirli. La cravatta di lutto e gli abiti neri gli davano qualche cosa di solenne, di pensoso.
Sino alla fine del pasto, non disse neppure una parola. Quando ebbe terminato di mangiare, si rivolse d'un tratto a Gunther.
Sono venuto a chiederti se vuoi ritornare a casa.
Il ragazzo non rispose subito. Non si aspettava evidentemente una domanda cos diretta, non v'era preparato. Poi, rispose breve, con un'espressione di risolutezza:
No!
Lo sapevo.  stato un dovere mio il chiedertelo, ma sapevo che avresti rifiutato.
Allora, disse Gunther, non occorreva che ti affaticassi fin qui. Mi rincresce che abbia fatto una strada tanto lunga.
La strada dovevo farla in ogni caso. Abbiamo alcune cose da discutere. Forse sarebbe meglio, per, se le discutessimo fra noi due soli.
Io non ho segreti, disse Gunther spaventato all'idea di poter rimanere solo, e gettando verso Nora, verso Paolo, verso Hagen, degli sguardi che imploravano aiuto.
Non sono segreti, ma sono questioni di affari... voglio parlarti dei boschi di Bihor.
Aveva parlato fino allora in romeno, ma in quel momento, prima di terminare la frase, si mise a parlare in tedesco, forse come una specie di difesa istintiva contro gli stranieri di fronte. Acquist d'un tratto una fretta nervosa di parlare, che non aveva avuto prima. Probabilmente, la sua calma fino allora era dovuta anche al fatto che, parlando romeno, doveva cercare le parole.
Si trattava di una linea ferrata forestale che le imprese Grodeck costruivano nei loro boschi di Bihor. Poich i lavori prendevano ora sviluppi imprevisti che dovevano durare ancora un anno, avrebbe voluto avere l'accordo di massima di Gunther, per essere sicuro che alla sua maggiore et il ragazzo non avrebbe impedito il compimento ulteriore dei lavori. L'affare era importante e il vecchio Grodeck lo esponeva ampiamente con cifre, con spiegazioni tecniche, con schemi e progetti, che aveva portato seco e stendeva sul tavolo.
Gunther ascoltava senza un segno di approvazione o magari di intesa. Alla fine si alz.
Non posso darti alcuna risposta. Sono cose che per ora non mi riguardano. In marzo scender a Brasov e vedr allora che cosa ci sia da fare.
Per la prima volta il vecchio Grodeck perdeva la pazienza.
Io non ho tempo di aspettare fino a marzo.
Mi meraviglio! disse Gunther. Un Grodeck ha sempre tempo da aspettare.  l'unica cosa che abbia imparato da voi. Per mamma non avete aspettato due anni finch  morta? Per me aspetterete forse meno.
Non parliamo di questo, disse il vecchio Grodeck. Qualunque cosa sia accaduta, la memoria di tua madre  per noi venerata. Io ho dimenticato tutto.
Perch sei generoso, rise selvaggiamente Gunther. Io invece non ho dimenticato nulla. Mi capisci? Nulla.
Aveva perduto il suo dominio ironico di fino allora. Aveva negli occhi fredde fiamme azzurre, che ardevano con qualche cosa di disperato sulla sua figura di bambino. Il vecchio Grodeck cerc di moderarsi sotto questo sguardo ardente. Se non fosse stata la sua voce gutturale, che un furore a stento represso alterava ancora di pi, come se fosse subitamente divenuto rauco, nulla avrebbe tradito la sua agitazione. Lo aiutavano pure gli abiti neri di lutto, con la loro rigida dignit.
Sono cose, disse lui, che un padre non pu discutere con suo figlio. E qualunque cosa si dica, sei mio figlio.
Aveva alzato la testa, nel dire queste ultime parole, verso Hagen e per la prima volta lo guard negli occhi, nel silenzio profondo che questi aveva osservato per tutto il tempo. Infine, si rivolse di nuovo al ragazzo con la medesima voce gutturale soffocata dal corruccio.
Sono venuto qui per precisare affari che non tollerano dilazione. Devi essere ragionevole e ascoltarmi. Sono sicuro che la tua mamma, se vivesse, mi darebbe ragione.
Gunther a queste parole scoppi in una risata convulsa.
Mi sono chiesto sempre perch l'avete uccisa. Ora, alla fine so: perch vi desse ragione. Voi, quando uccidete un uomo, lo attirate dalla vostra parte. Ma la mamma, morta o no, continua a rimanere con me, e se sei venuto per prendermela, sei venuto invano. Una seconda volta non vi lascio pi ucciderla.
Era di un pallore estremo e il suo riso esasperato era pieno di lacrime. Usc all'improvviso dalla stanza sbattendo la porta. Si udirono i suoi passi sulle scale, salire di corsa verso la camera della torretta.
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Hagen era uscito quasi contemporaneamente, andandogli dietro. Il vecchio Grodeck rimase solo con Nora e con Paolo. Si accomod la cravatta con molta attenzione, lavoro che gli confer una certa calma, come se questo gesto avesse messo ordine in lui e avesse riparato le gravi parole rivoltegli davanti ad uomini estranei.
Non occorre che teniate calcolo delle parole di Gunther, disse.  una natura nervosa ed ho commesso l'errore di farlo crescere in una libert eccessiva. Sotto questo riguardo, la sua mamma defunta ha una parte della colpa. L'ha tenuto troppo a lungo sotto la sua gonnella ed ha fatto di lui un bambino esageratamente sensibile. Non so che cosa vi sia stato narrato sul conto di lui, qui o a Brasov. Ho udito che avete passato una notte in una casa, nella quale anche lei ha avuto un tempo la leggerezza forse condannabile di entrare alcune volte... Non so che cosa vi sia stato raccontato, ma vi posso assicurare che la defunta mia moglie  stata una persona del tutto rispettabile e che nulla si pu rimproverare alla sua memoria.  stata per una natura ipersensibile, e questa cosa si risente nell'educazione di Gunther. Ho tenuto a dirvi chiaramente queste cose, specialmente dato che siete stati per sfortuna testimoni della scena di poco fa.
Passeggiava per la stanza a passi misurati e si fermava davanti ad ogni oggetto, che egli osservava con la medesima espressione di disapprovazione.
Il ragazzo  malato, disse Nora. Una grande emozione pu abbatterlo. Forse bisognerebbe lasciarlo in pace per qualche tempo.
Malato!
Il vecchio Grodeck pronunciava la parola con irritazione e con diffidenza.
 anche questa una delle idee romantiche che ha ereditato dalla sua mamma. Ma se  realmente malato, perch non viene a casa? Perch sta in questa selvatichezza senza un dottore, senza medicine?
Credo che si senta bene qui. Hagen ha cura di lui e gli porta tutto quello che gli occorre.
Il vecchio Grodeck aggrott le sopracciglia.
Non lo chiamate Hagen. Chiamatelo Klaus Schmidt.
Noi, qui, lo chiamiamo Hagen.
Ma cercate di dirgli Schmidt! scatt lui. Mai ho potuto abituare mia moglie a chiamarlo Schmidt. Forse, tutto sarebbe andato altrimenti...
Si era fermato davanti al ritratto sullo scaffale e lo guardava senza indulgenza. Il sorriso della giovane donna sembrava estinguersi sotto il suo sguardo.
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Per ore intere, dopo la partenza del vecchio Grodeck dalla capanna, Faffner aveva continuato ad agitarsi. Lo avevano sciolto dalla catena, ma lui continuava a dimenarsi, come se fosse legato ancora. Nel primo momento era andato nel bosco sulle orme di colui che era partito, ma era ritornato dopo qualche tempo, abbattuto. Era troppo tardi per raggiungerlo e le orme si perdevano nella nebbia.
Non voleva mangiar nulla e non tollerava nemmeno una carezza. Era davvero malato: i suoi occhi erano arsi dalla febbre, e quando qualcuno cercava di mettere la mano su di lui, tirandolo per le orecchie, gesto che di solito lo calmava, il cane urlava dal dolore come se gli avessero toccato una ferita viva.
Gli duole, disse Gunther. Dopo tanto tempo gli duole ancora... Sono cinque anni da allora. Era nel settembre, credo... s, nel settembre... Ritornavo con la mamma dalla citt. Trovai Faffner nel cortile, in un lago di sangue. Avevano sparato su di lui con la carabina e poi lo avevano lasciato l, credendolo morto. Capisci? Con la carabina...
Perch? chiese Nora.
Perch mamma l'amava. Non ha tollerato mai gli esseri che mamma amava o che amavano lei. Li avrebbe uccisi tutti con la carabina o altrimenti... I Grodeck sanno alle volte uccidere anche senza la carabina... Uccidono con discrezione e poi portano il lutto con dignit.
Faffner, come se avesse capito che si parlava di lui, si era avvicinato al camino.
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CAPITOLO 17.
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La notte dell'Anno Nuovo veniva festeggiata in montagna con fuochi e grida di gioia. Dal Touring Club e dalla capanna dei Sassoni venivano, attraverso il bosco, grida che solo il vento ricopriva col suo muggito metallico. Vi era stato un vento turbinoso tutto il giorno, ma sul tardi il tempo si era calmato. Una nebbia pesante, densa, cadeva tranquillamente sugli abeti e sui sassi.
Sulla vetta del monte si era acceso, col fare della sera, un fuoco gigantesco, che richiam intorno a s gli uomini delle due capanne. Si vedevano salire con torce di resina in mano e si udivano da lontano le voci e le risa. Quando giungevano su divenivano d'un tratto silenziosi e si avvicinavano al fuoco con facce serie, gravi.
Se non ci fosse la nebbia, si vedrebbe il fuoco da Pietra Mare, disse qualcuno.
Dovunque c'era una capanna, si accendeva in questa sera un fuoco e uomini silenziosi si stringevano intorno ad esso, nelle ultime ore dell'anno. Ardevano su tutte le creste dei Bucegi grandi fuochi, come segnali che si cercassero gli uni cogli altri nella notte, ma la nebbia li ricopriva tutti.
Sei anche tu come il fuoco di Pietra Mare, Paolo. So bene che sei in qualche luogo nella nebbia, ma non ti vedo.
Perch dici questo, Nora? Non sono accanto te? Non siamo insieme?
Insieme e tuttavia soli.
Tutti siamo soli, Nora. Guarda bene tutti quanti siamo qui e di' se ci sia qualcuno che non sia solo.
Non v'erano nella luce di quelle fiamme di sera che uomini tristi, figure gravi, sguardi che si incontravano senza vedersi. Su tutti i visi aleggiava la medesima espressione di attenzione fermata sul posto e rivolta all'indietro, come in un'acqua senza fondo.
Il fuoco rendeva tutti pensosi. Erano tronchi immensi di faggio, arsi fino alla brage, ma rimasti interi, incandescenti.
Continuamente si gettavano rami che soffocavano nel primo momento il fuoco, ma poi le fiamme scoppiavano poderose, con uno strepito d'incendio. Piccoli abeti e pini di montagna divenivano in un attimo luminosi, ardenti, fantastici, come piante fosforescenti. Scintille rapide volavano con un sussurro minuto di pioggia metallica, poi tutto si fondeva nella medesima brage luminosa come una lava d'oro.
Paolo si era fermato ad alcuni passi dal fuoco come se non avesse osato avvicinarsi maggiormente. Si era tolto il berretto con un gesto timido ed era rimasto tutto il tempo a capo scoperto.
 tempo di andarcene, disse Nora.
Ancora no, si oppose lui.
Non poteva staccarsi da l. Gli pareva che quel fuoco, per ardere, avesse bisogno di lui. Gli pareva che, senza uomini intorno a lui, si sarebbe spento.
...
Gunther li aspettava alla capanna con impazienza... Nei tre giorni trascorsi dalla partenza del vecchio Grodeck, era stato malato. In quella sera scendeva per la prima volta dalla sua camera.
Hai ancora la febbre?
Questa sera no. Non voglio avere la febbre coll'Anno Nuovo.
Era ancora pallidissimo, ma gli occhi avevano riacquistato la luce primiera.
Vi piace quello che ho fatto in vostra assenza?
La casa era adorna di ghirlande colorate di carta. Gunther era molto orgoglioso della sua opera. Su un grande cartone bianco, aveva scritto, come nei films americani, a lettere belle a stampa: Happy New Year 1935.
Se avessimo dello champagne e della musica sarebbe una vera festa, disse con rincrescimento.
Non abbiamo champagne, ma abbiamo vino. In quanto alla musica, se stiamo quieti, la si sente molto bene dal Touring.
Infatti si udiva alle volte un canto lontano di fisarmonica, che poi veniva ricoperto dal bosco col suo rumore notturno.
Nora aveva abbandonato, per la prima volta, il suo costume di sciatrice. Aveva nel sacco un abito di stoffa nera, semplice come un abito da lavoro, che non aveva indossato fino allora, giacch nella capanna si sentiva meglio nel giubbetto e in pantaloni lunghi. Le piaceva girare cogli scarponi e le sembrava che il suo passo pesante le desse maggiore sicurezza fra quei tre uomini.
Ma questa sera gli scarponi la stancavano e il giubbetto era troppo greve. Le calze grosse di lana le raspavano la pelle. Se le tolse come dopo una lunga marcia e infine, dopo tanti giorni, si mise le calze di seta, l'unico paio che aveva portato seco da Bucarest, e sent il loro frescore sulla carne come una carezza.
"Sono stata per troppo tempo un ragazzo", pens Nora, guardandosi nello specchio. Da quando portava il costume da sciatrice, si pettinava coi capelli alzati in su, per poterli trattenere con forcelle e stringerli sotto il berretto. Ora li sciolse e li lasci cader gi sulle spalle.
Il suo abito nero aveva una cintura rossa di pelle ed un colletto bianco stretto, ripiegato intorno al collo. Le dispiaceva che avesse le maniche lunghe. Avrebbe voluto indossare un abito da sera colle braccia nude, un abito che si udisse frusciare camminando, come nella danza. Ma anche in questo modesto abito di stoffa, Nora si sentiva ridivenir donna. Gli scarpini la rialzavano. I capelli lasciati sulle spalle le liberavano la fronte, e sul fondo del suo bruno carico, profondo, tutta la figura si illuminava, pi bianca che mai.
Si sentiva leggera e discese la scala fin gi nel vestibolo quasi volando, lei che di solito andava senza fretta, senza sussurro. Soltanto sull'ultimo gradino si era fermata, meravigliata lei stessa di questo inaspettato cambiamento. "Che  di te, Nora? Si direbbe che abbia bevuto" si rimprover mentalmente.
Gunther le venne incontro e la prese per mano, guardandola con un'espressione di stupore infantile.
Quanto sei bella! Non sapevo che fossi cos bella. Da dove vieni? Che cosa  successo?
Non sono bella, Gunther. Ma questa sera cerco di esserlo, voglio esserlo. Per l'anno che viene. Dobbiamo accoglierlo con amicizia, con un po' di coraggio, con fiducia sopratutto. Dobbiamo aver fiducia in lui e nelle cose che esso ci porta.
Paolo si avvicin pure lui a Nora.
Gunther ha ragione. Sei veramente bella. Lo ski fa di te un maschietto, col quale ci comportiamo da ragazzi. Ma ora, bada, ci metti paura. Vorremmo baciarti la mano, ma non sappiamo come. Abbiamo appreso a lasciarti cadere nella neve, senza voltare neppure la testa dietro a noi. Tu te la cavi sempre da sola, e noi andiamo avanti. Abbiamo appreso a risponderti bruscamente, anzi talvolta neppure a risponderti. Tu sei la pazienza, Nora. Tu sei la saggezza. Tu sei la semplicit. E queste tue personificazioni le accettiamo tutte con indifferenza, come se ce le dovessi, come se avessimo dei vecchi diritti su di loro. Ma questa sera, d'un tratto ci fai ricordare che sei bella, e la bellezza  un dono troppo grande. Ci disarma, ci d dei rimorsi, ci fa dire delle sciocchezze.
Davvero, Paolo: nient'altro che sciocchezze.
Mai lo aveva udito parlare con questa emozione un po' solenne, un po' imbarazzata. Mai aveva veduto nel suo sguardo la scintilla di tenerezza con la quale veniva adesso verso di lei. "Se fossimo soli, credo che l'avrei baciato".
Dici soltanto delle sciocchezze, mio caro. Che ti succede? Che cosa penseranno di noi questi signori?
Non pensava tanto a Gunther, il quale aveva preso tutto come uno scherzo. Pensava piuttosto ad Hagen, che non si era mosso un istante dalla finestra e la guardava da l, dal suo immobile silenzio. I suoi occhi azzurri, duri, sembravano avere questa sera un inizio di indulgenza sognatrice...
...
Mancava abbastanza tempo fino alla mezzanotte, quando all'improvviso Faffner, che fino allora se ne era stato allungato accanto al camino, si alz dal suo posto, destandosi come dal sonno con un trasalimento di attenzione e di inquietudine. Ascolt qualche tempo col muso alzato in aria, colle orecchie tese verso chi sa quali lontananze, rumori, poi and verso la porta soffiando e brontolando.
Che c', Faffner?
Il cane si era alzato colle zampe sulla porta, cercando di aprirla da solo, ma quando Hagen gliela aperse, perch uscisse, rimase sulla soglia non osando quasi andare pi lontano. Abbaiava verso il bosco pi con inquietitudine, che con furore.
Hai paura, Faffner?
Non intendeva rientrare in casa, ma non voleva nemmeno uscire del tutto fuori. Aveva un latrato curioso, come se chiamasse qualcuno che non voleva rispondergli.
Andiamo a vedere che c', disse Hagen.
Si mise la pellegrina sulle spalle, accese la lanterna e prese dal chiodo una delle due carabine. Lo vedevano per la prima volta armato, cosa che li sorprendeva tanto pi, in quanto avevano creduto che quelle armi, appese alla parete al di sopra del tappeto rosso, fossero solamente decorative, armi vecchie. "Davvero quest'uomo  un cacciatore", pens Nora. L'arma nella sua mano sembrava completarlo.
Era meno strano adesso. La sua pellegrina cenere e i suoi pesanti stivaloni diventavano naturali.
Vieni, Faffner, disse Hagen e and avanti. Il cane lo segu nella neve cercando la strada...
...
Ritornarono dopo una mezz'ora. Il tempo alla capanna era trascorso lento, in un'attesa forzata, resa pi intensa dal silenzio. Gunther non si era staccato un istante dalla finestra. Non si udiva dal bosco n un grido n una chiamata; solo di tanto in tanto giungevano alcuni strepiti, anche questi sempre pi rari, dal Touring o dal S.K.V., dove si divertivano. Paolo volle andare incontro ad Hagen.
Forse ha bisogno di aiuto. Abbiamo qui ancora una carabina.
L'abbiamo qui ed  bene che rimanga qui, disse Nora opponendosi alla sua partenza.
L'attesa era stata tanto pesante, tanto piena di brutti presentimenti, che il ritorno di Hagen in un primo momento non li riport in s completamente.
Guardate che vi ho portato! disse entrando.
Teneva nelle braccia un orsacchiotto gelato, con la pelliccia bianca di neve, cogli occhi a met chiusi dal freddo o dal sonno, e colle zampette strette davanti sotto il suo muso color caff, come se avesse voluto scaldarselo da solo.
Sar uscito di giorno dalla sua tana e poi non ha pi trovato la strada del ritorno. Cercher io di trovargliela, ma prima ve l'ho portato perch lo vediate.
Vi sono orsi per di qua? chiese Nora stupita.
In un solo luogo, pi abbasso, verso il pecorile. Credo per che non ve ne siano molti. Questa estate i pastori parlavano di un'orsa, di una sola che si mostrava di quando in quando di notte intorno all'ovile.
Hagen aveva deposto l'orsacchiotto sul tappeto e tutti si erano stretti intorno a lui per guardarlo. Solamente Faffner doveva essere tenuto lontano perch abbaiava continuamente e mostrava i denti, come se avesse voluto sbranarlo.
Sente l'odore di selvaggina, disse Hagen.
Nora era ancora stupefatta. Aveva appreso un tempo a scuola, e lo fece presente, che l'orso sverna in completo letargo e non comprendeva per quale miracolo quest'orsacchiotto era giunto ancora vivo nelle loro mani, in pieno inverno.
Ma non  vero affatto, disse Hagen. Non  proprio il caso di parlare di letargo.  una specie di sonno, una specie di stordimento, dal quale l'orso si desta alle volte, anzi, quando non c' bufera, succede che esca fuori alla luce. Specialmente quando non sta tranquillo, come questa piccola bestia.
Parlava di queste cose con una certa passione. Per la prima volta, da quando lo conoscevano, il suo discorso, di solito aspro e freddo, incominciava ad avere un tono amichevole. Stava curvo sulla piccola bestia addormentata con uno sguardo attento, commosso.
La mezzanotte li trov silenziosi e riuniti intorno al piccolo orsacchiotto, che era entrato nella casa coll'anno nuovo.
" forse un sintomo" pens Nora.
Portava con lui un odore di bosco e di terra. Era buffo e arruffato specialmente ora che incominciava a risvegliarsi, e tuttavia lo guardavano con stupore. Veniva da una vita misteriosa, che si nascondeva sotto il ghiaccio, sotto le nevi. Il bosco pietrificato conservava nella terra le radici e le bestie. Tutto sembrava morto e tutto nel profondo era vivo.
La vita ricomincia continuamente, bisbigli Nora, guardando la bestiola che si era messa a carezzare sul muso umido di neve. Non sapeva bene a chi dicesse queste parole e per chi le avesse dette. Per Paolo, il quale si dibatteva da tanto tempo per uscire dai suoi ricordi, come da un inverno? Per Gunther, il quale aveva ancora gli occhi rivolti sull'immagine della mamma scomparsa? Per Hagen, il quale cercava di conservare il fantasma dell'amata in una casa con le finestre sprangate?
"Anche per te, mia povera Nora, per te, che hai creduto tante volte di non aver pi nulla da aspettare da nessuno".
 mezzanotte, disse a voce alta e and a spegnere i lumi. Solo il fuoco del camino lanciava ancora una debole luce rossastra, sulle loro figure che, nel buio, divenivano, molto pi grevi.
Da lontano, dal di l della vetta del monte, si udivano colpi d'arma da fuoco. Si sparava col fucile in onore dell'Anno Nuovo. Faffner, che per tutto il tempo aveva brontolato, taceva ascoltando anche lui.
Quando si fece di nuovo luce, si guardarono alcuni istanti senza parlarsi.
La vita ricomincia di continuo, ripet Nora, questa volta ad alta voce. Le piacevano queste parole ed era contenta che fossero pronunziate da lei nell'Anno Nuovo.
 tempo che ritorniamo a casa, disse Hagen rivolto al piccolo orso. Lo aveva alzato da terra e lo riconduceva indietro nel bosco, portandolo sulle braccia. Il cane andava dietro di lui calmo. Nora, fra Paolo e Gunther, lo guardava dalla soglia allontanarsi. Rimasero l tutti e tre per molto tempo. La notte era calma e nebbiosa. Il fanale di Hagen si vedeva ancora fra gli abeti. La sua pellegrina nera passava sulla neve come un'ombra.
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CAPITOLO 18.
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Si rompevano le nubi.
Dalla S.K.V., la notizia attravers il bosco come un grido: Si rompono le nubi! Si alza la nebbia!
La mattina era plumbea, l'orizzonte era chiuso e la luce aveva sempre la stessa mancanza di splendore. La vetta del Postavar pareva nascosta sotto il cielo opaco e umido, caduto troppo in basso.
Tuttavia dalla capanna dei Sassoni venivano grida, che annunciavano sole e luce.
Si vede il Brasov! Si vede il Brasov! dicevano con stupore gli uomini venuti da l. Gruppi di sciatori scendevano in fretta verso la S.K.V., per sincerarsi del miracolo.
Nora e Paolo giunsero troppo tardi.
Fino a poco fa abbiamo avuto sole, disse loro l'uomo cogli occhi di tasso. Ammiccava spesso come se fosse stato accecato dalla luce. La cortina di nubi, un momento sollevata, era caduta di nuovo sulla luce invisibile della vallata.
Tutta la gente si era pigiata sul terrazzo come sul ponte di un piroscafo, per seguire l'inaspettato ritorno del sole. Da quel punto si vedeva, quand'era sereno, tutta la Terra della Barsa, fin verso i monti di Fagaras. Era come una finestra del Postavar aperta sulla campagna, finestra perduta dall'inizio dell'inverno nelle nubi e attraverso la quale per alcuni secondi era apparsa in questa mattina l'immagine soleggiata del Brasov, per riperdersi poi nuovamente nel nulla. Gli uomini sembravano storditi dalla troppo affrettata immagine che era sfolgorata e si era estinta nell'orizzonte. La nebbia si deponeva di nuovo sugli abeti e sulle rocce, con la sua luce diffusa che spegneva gli ultimi riflessi delle pietre.
Guardate! grid qualcuno.
L'orizzonte si era spaccato e un cerchio fluttuante di luce azzurra si apriva come una citt fantasmagorica attraverso le nubi. Drapperie di fumo si tiravano da una parte, muraglie di nebbia crollavano. Una citt scintillava nel sole coi tetti metallici, con picche e scudi elevati nella luce.
Non era Brasov. Era troppo lontana per essere Brasov, era troppo abbagliante.
Valanghe di nubi la ricoprivano, immergendola ancora una volta nella bruma, ma un attimo pi tardi, risaliva in un'altra parte un'isola viaggiante, come un golfo fantastico in questo oceano di fumo e di nebbia.
Alcune volte le immagini erano precise, semplici, facili a riconoscersi. Qualcuno mostrava col dito fra le nuvole. Il Rasnov o lo Zizin, la strada delle bisce verso Bran, le torrette scintillanti di Zarnesti. Ma in un solo istante tutto scompariva. Citt staccate dal posto erano portate da un orizzonte all'altro, porte di luce si aprivano e si chiudevano, citt effimere si disfacevano al sole...
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Per due giorni il tempo si era sconvolto tra la luce e la bufera. Le mattine erano belle, come dalla soglia di una grotta immensa. Le nubi si squarciavano aprendo lontano archi di trionfo, volte azzurre, regioni scintillanti. Da un secondo all'altro, continenti di fumo prendevano vita e si fondevano nell'estesa campagna della Barsa. Catene di monti crescevano e crollavano in una luce magica.
La nebbia si alzava dal bosco come da un grande incendio. Ogni abete sembrava ardere in una fiamma fredda, con fracasso metallico. Il monte si scuoteva per uscire dalle nubi. In tutta la Barsa c'era sole, su tutta la vallata della Prahova c'era sole; soltanto il Postavar, come una campana di fumo, come una citt di bruma, rimaneva chiuso dentro ai suoi muri d'inverno.
Al mattino le porte sembravano aprirsi e attraverso la tenda squarciata delle nubi, come attraverso dieci finestre mobili, immagini d'un altro mondo, di un'altra stagione, si inseguivano nel fumo.
Verso sera, per, come se il monte stanco di tutta questa confusione si fosse consegnato all'inverno vincitore, la nebbia cadeva di nuovo, le nubi si raccoglievano pesanti, il bosco fumava spento...
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Tutto si tranquillizz in quella terza notte, all'improvviso, come si calmano i temporali sul mare.
Paolo si dest al buio e ascolt.
Che cosa  successo?
Non lo so bene. Ascolta tu pure.
Il silenzio della notte aveva qualche ronzo, come se il bosco si fosse ringiovanito. La capanna pareva leggera come una nave liberata dai ghiacci.
Paolo and alla finestra e l'aperse. Un cielo azzurro carico, colle stelle umide, un cielo di primavera, incomparabilmente chiaro, incomparabilmente leggero, aleggiava sul bosco coperto di neve. Tutto era azzurro nella notte: abeti, neve, rocce. Una luna invisibile, battendo forse da qualche parte a tergo della capanna, dava una debole lucentezza metallica ai monti in distanza, le cui sagome apparivano pure esse azzurre, per colle vette fosforescenti, bianche di neve.
Paolo era rimasto stordito accanto alla finestra. Nora lo chiam alcune volte, ma lui non rispose.
Il freddo della notte era aspro, ma non ghiacciato. Portava con s un profumo di terra molle, un aroma di radici e di erbe bagnate.
 come un risveglio dal sonno, disse Paolo. Si chin fuori della finestra per sentire sulla fronte la brezza di quella meravigliosa notte di primavera.
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In pieno sole il Postavar era irriconoscibile. Un largo anfiteatro circondava i suoi boschi verdi e bianchi. La luce era fredda, eppure sonora. Fino al pi lontano orizzonte, tutto si vedeva con una precisione esagerata come in una sconfinata vetrina di cristallo. Dalla capanna di Gunther si scorgevano fra gli abeti, lontana nella valle, case minuscole, tetti neri, strade strette serpeggianti come fiumi attraverso un bosco. Era Predeal, un Predeal colorato con molto color malva, con molto azzurro.
I Bucegi non avevano pi la lucentezza lunare, stravecchia, del tempo della notte. Parevano monti di creta, scolpiti minuziosamente, colle vette delicate ed esatte.
Sull'altro versante, la Terra di Barsa si svolgeva come una macchietta in rilievo. I monti del Fagaras e del Cinc prendevano nel loro cerchio violetto campagne con citt, con strade, con boschi, veduti dall'alto molto piccoli, ma molto precisi, come attraverso un telescopio che rimpiccolisca le immagini senza turbarle. Le immagini pi lontane, case, alberi o rocce, conservavano il loro contorno nella luce del giorno.
Nora e Paolo erano tutto il tempo sugli ski. I loro vecchi itinerari divenivano nuovi, pieni di sorprese. Ogni punto del monte, ogni ora del giorno schiudeva un paesaggio sconosciuto. La stessa neve sembrava cambiare al sole la densit. Era una neve leggera, fine, non aderente, sulla quale gli ski scivolavano senza alcuna resistenza, sensibili alla minima pressione. Le voltate e le fermate si facevano da sole, prima che il gesto di comando fosse compiuto. Tutto si svolgeva con una felice facilit, in questa luce che dava trasparenza alle cose pi gravi.
Si udivano attraverso il bosco, con una specie di vibrazione musicale, gli strepiti pi lontani, gli echi pi sordi. Tutto il monte era come una cassetta di risonanza, come un violino. Colpi di ascia o cadute soffocate di alberi risuonavano come dal fondo della terra e poi divenivano limpidi nell'aria chiara del mattino.
Passava alle volte sul bosco una brezza appena sentita e sotto questo soffio gli abeti parevano navi colle vele su di un mare troppo calmo. Solamente sulle creste l'aria era pi viva e i colpi di vento sollevavano la neve polverizzandola in piccole fontane artesiane.
Dalla vetta del Postavar, le creste dei Bucegi si vedevano come crateri d'argento, portando ciascuno un nembo di polvere fina.
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Venivano alla capanna stanchi del troppo sole, snervati dall'infinito dondolamento sugli ski. Gunther, il quale non poteva fare che brevi passeggiate, li aspettava di solito alla S.K.V. dove la sua comparsa suscitava continuamente i medesimi bisbigli e domande. Ma il ragazzo accoglieva ora con indifferenza, anzi con un piacere ironico, tutti quei curiosi che apparivano alle finestre appena egli si avvicinava alla casa dei Sassoni.
Il sole gli dava una gioia febbrile, esuberante, piena di gesti. Camminava tutto il tempo con una camicia d'estate senza maniche, con la testa nuda, e scivolava sulla neve colle braccia aperte, con la fronte al sole. Faffner, pi vecchio, pi scettico, veniva sulle sue orme senza fretta.
Non vuoi destarti dal sonno? gli chiese Gunther tirandolo per le orecchie. Non vedi che  venuta la primavera?
Il cane alz un momento la testa, facendo gli occhi piccoli alla luce di mezzogiorno, poi, con la sua vecchia pigrizia di animale addormentato, ritornava al suo sonno d'inverno.
Faffner  pi saggio di noi, diceva Nora. Egli sa che non dobbiamo fidarci troppo di questa primavera.
La preoccupava un po' l'eccessiva gioia di Gunther.
Il ragazzo si sentiva uscito dall'inverno. C'era nella sua gioia una specie di soddisfazione vittoriosa, come se lo scopo che egli si era proposto, di arrivare a marzo per poter affrontare la famiglia Grodeck, fosse stato raggiunto, e il suo sforzo di vivere fino allora compiuto.
Nora avrebbe voluto temperare questa troppo grande felicit.
Fra Paolo e Gunther, che il sole faceva delirare, lei sola cercava di rimanere calma. Non aveva fiducia nelle felicit grandi, abbaglianti, miracolose. Credeva piuttosto nelle cose calme, durevoli e ordinate.
Non  cos, Faffner?
Sentiva in Faffner un alleato, un amico, un saggio.
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C'erano sul mezzogiorno due o tre ore in cui il sole diveniva scottante. Paolo non voleva pi rientrare nella casa. Si coricava fuori sui gradini della capanna e rimaneva l cogli occhi chiusi, colle braccia pendenti. Sotto le palpebre penetrava una luce rosea, calda, che gli faceva ricordare le ore della spiaggia di Balcic. Aveva la sensazione di essere nudo al sole, si sentiva battere fortemente le tempie, ed anche le sue orecchie erano assordate da un sussurro confuso di conchiglia. Pensava dove si trovasse e da quando. Gli sembrava di trovarsi in questo torpore luminoso da sempre e per sempre. Non aveva ricordi, non aveva pensieri. Nessuna immagine passava per i suoi occhi chiusi, nemmeno la sua propria. Si sentiva le braccia calde, le guance arse dal sole, e gli sembrava che la luce passasse attraverso di lui, per i pori, per le vene del sangue, fino alle arterie, fino al cuore.
Nora veniva accanto a lui senza destarlo, senza chiamarlo. La udiva quasi venire, sentiva quasi le sue mani leggere sulla fronte, sui capelli, ma tutte queste sensazioni vaghe rimanevano completamente all'infuori del suo cerchio di luce.
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Le sere avevano un aroma di resina, di scorza d'albero, di fronde giovani. Gli abeti sotto la luna divenivano azzurri, trasparenti. I colori forti del giorno, petali grandi di violetto, di bianco, di rosso, si spegnevano dopo un'ultima immersione intensa, al momento del tramonto.
Sullo sfondo bianco dei Bucegi coperti di neve, la luna nei primi momenti era inverosimilmente gialla, di un giallo caldo, poderoso, che non pareva far parte di quel paesaggio invernale. Pi tardi, quando riacquistava la sua luce spettrale, tutte le valli erano azzurre come tanti laghi limpidi, pietrificati sotto la luna.
Nora e Paolo aspettavano il tramonto del sole su, sulla vetta del Postavar, e vi rimanevano finch si faceva completamente notte. Si vedevano accendersi tutte le luci, rare, nella valle del Timis; si vedevano, come tanti punti di fuoco, i fari delle automobili correre per la strada maestra di Brasov; si vedeva pi lontano, come un braccialetto con pietre luccicanti, Rasnov.
I boschi rumoreggiavano senza vento, senza ondeggiare, con fremito di vita giovane sotto la neve. Le pietre avevano un odore buono di terra nuova.
Partivano da l tardi, storditi, dondolandosi sugli ski. Non si decidevano a ritornare alla capanna. Non potevano separarsi da queste serate infiorate, da questa luce vaporosa. Soltanto alle volte, quando sostavano a qualche bivio, si cercavano vicendevolmente, chiedendosi cogli occhi dove andare pi lontano, verso Ruia, verso Cucur, e allora nella luce pallida della notte si guardavano con uno stupore infinito, come se si fossero incontrati nel sogno.
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CAPITOLO 19.
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La bufera scoppi di nuovo alla vigilia dell'Epifania. Il tempo cambi all'improvviso, in meno di un'ora. Il Postavar rientr nell'inverno. Brasov si vide d'un tratto ammiccare colle sue luci di sera, poi disparve nella nebbia.
Non lo rivedremo pi fino alla primavera, disse Hagen chiudendo le finestre.
L'ultima notte che Nora e Paolo avevano da passare in montagna, somigli moltissimo alla notte della loro venuta alla capanna. Il vento sollevava onde di neve contro le finestre. Faffner latrava verso il bosco pietrificato dal gelo.
Accanto al fuoco del camino, Nora recit le parole che l'avevano accolta nella prima sera.
Qualcuno nel pellegrinaggio
Viene alla porta per sentieri oscuri...
Gunther non la lasci terminare.
No, no. Ora  tardi. Adesso non viene pi nessuno.
Il ritorno dell'inverno, dopo alcuni giorni di sole, trovava Gunther impreparato, senza difesa, senza resistenza. La breve primavera gli aveva dato un'animazione nervosa, che ora lo lasciava disarmato. Assistette in silenzio ai preparativi per la partenza di Nora e di Paolo, che ammassavano le cose nei sacchi per la mattina del giorno dopo. Le sue guance erano bruciate dal sole, ma la fronte era ridivenuta pallida. Le occhiaie profonde di stanchezza e di febbre rendevano pi azzurri i suoi occhi chiari.
Volete assolutamente partire?
Faceva la domanda con indifferenza, cercando di nascondere la sofferenza di vederli partire. Bisogna assolutamente?
Forse non sarebbe necessario, disse Paolo, che la domanda di Gunther rese pensieroso. Forse non occorrerebbe. Se avessimo pi coraggio di quanto ne abbiamo... Se comprendessimo che niente ci chiama al ritorno... Se ci decidessimo a rimanere qui per sempre...
Nora continu a mettere in ordine le sue cose e a collocarle nello zaino. L'idea infantile di rimanere nella capanna era passata per un secondo anche per la sua mente, ma l'aveva scartata con un gesto deciso. "Bisogna, che ci sia qualcuno in questa casa, il quale non sogni".
Voi dimenticate che io sono professoressa. Dimenticate che la mia vacanza finisce. Il giorno 8 gennaio, alle ore 8 di mattina, devo essere in classe.
Diceva appositamente cose indifferenti, fredde, un po' aspre, per prevenire le lagrime.
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Fino alla Ruia, Hagen li accompagn. Per qualche tempo aveva sgambettato dietro di loro anche Faffner, ma la neve era troppo alta per lui e prima di arrivare alla capanna del S.K.V. si ferm.
Ehi, vattene a casa, Faffner. E lascia quegli occhi tristi. Non ti vergogni? Sei un uomo vecchio.
Il cane rimase immobile, con uno sguardo stupito, che non comprendeva bene quello che succedeva.
Hagen tacque tutto il tempo. Veniva sugli ski dietro di loro, con la sua pellegrina cenere sciolta al vento.
Dopo la Ruia, li lasci proseguire soli.
Vi condurrei fino a Brasov, ma non voglio lasciar solo il ragazzo.
All'ultimo momento, estrasse dalla tasca un piccolo oggetto di metallo, che diede a Nora con un gesto brusco, impreparato.
Ti prego di conservare questo, a ricordo di Gunther.
Era un medaglione con un ritratto della giovane signora Grodeck, un ritratto piccolo, rotondo, che somigliava a quello della capanna.
Nora non seppe come rispondergli. C'era stato, perfino nel gesto col quale le aveva porto quel dono inaspettato, qualche cosa di aspro che respingeva a priori qualsiasi parola di amicizia.
Gunther non lo dimenticher mai. E nemmeno te, Hagen.
I suoi occhi azzurri erano freddi, duri, senza sorriso e senza tristezza. Nora aspettava di leggere in essi un segno di comprensione, ma nulla si illumin nella sua faccia rabbuiata.
Buon viaggio, disse Hagen.
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Conoscevano le strade e non avevano pi bisogno di fermarsi agli incroci per cercare i segnali indicatori. Il sentiero fino a Crucur era senza accidentalit del terreno. La corsa era ingannevolmente semplice e pareva, nei primi momenti, non richiedere sforzo alcuno. Paolo si abbandon alla volont degli ski, che acceleravano da soli la velocit. Non cercava nemmeno di frenare. Solamente nelle voltate apriva molto debolmente lo spazzaneve, che poi si chiudeva, nel secondo successivo, da solo, con un passo voltato breve, dal quale gli ski uscivano pi leggeri, pi rapidi.
Lo zaino da principio gli pesava sulla schiena, ma dopo qualche tempo perdette del tutto la gravit come se, in piena velocit, qualcuno glielo avesse tolto dalle spalle. Non si sentiva altro che le guance accese dal gelo. Infuriava un vento aspro, che sollevava vortici di neve, sbattendola sulla faccia. Per alcuni secondi non vedeva nulla davanti agli occhi, ma gli ski scivolavano avanti, liberi.
Giunsero a Crucur, senza accorgersi quando e come. La prima volta la strada era stata molto pi lunga, ma pi dolce.
Forse ci siamo ingannati. Forse abbiamo sbagliato la direzione...
Riconoscevano tuttavia la radura e riconoscevano sopratutto quella capanna da boscaiolo, dove si erano fermati la prima volta. La trovarono egualmente abbandonata, con la porta aperta e coi medesimi carboni spenti sul focolare. Orme recenti di ski passavano di fronte alla capanna ed erano l'unico segno di vita in tutta la radura battuta dalla bufera.
Continuarono ad andare su quelle orme che si perdevano tra gli abeti. I quadrilateri bianchi e gialli si vedevano a stento sugli alberi ricoperti di neve. La via per il bosco era piena di ostacoli, e il sentiero cambiava innumerevoli volte il piano di inclinazione. La loro corsa si svolgeva con improvvisi cambiamenti di velocit. La neve era ora molto ghiacciata, ora inesplicabilmente rarefatta e ad ogni momento gli ski erano strappati e lanciati di fianco. Nora, che andava avanti, preavvisava a voce alta gli ostacoli e dava ordini di viraggio e di freno, che Paolo eseguiva automaticamente. Alle volte il gesto di difesa veniva un secondo troppo tardi e allora gli ski saltavano sulla loro linea, buttandolo a terra. Si rialzava, accecato dalla neve, ma senza sentire i colpi. Tutta la sua attenzione era fissa con tanta intensit davanti, verso un punto mobile dietro al quale gli ski scivolavano senza raggiungerlo, per cui non si accorgeva delle cadute e delle fermate. Non riusciva a tenere gli ski per molto tempo in posizione di spazzaneve. Dopo alcuni istanti di tensione, un passo voltato breve, come una scossa, glieli toglieva dal freno e li avventava liberi avanti. Aveva allora una fulminea perdita della coscienza, dopo la quale si ridestava di nuovo sugli ski, in piena velocit, fluttuando come fra due sogni.
Arrivarono a Brasov prima di mezzod, come in un riparo. Per le vie, la bufera era meno impetuosa. I venti sembravano arrestarsi ai margini della citt.
Erano completamente bianchi. Avevano la neve sulle sopracciglia, sulle tempie e sulla fronte. Perfino gli occhi avevano perduto il colore, sotto le ciglia imbiancate.
Siamo andati benissimo, disse Nora. Due ore e otto minuti.
Solamente tanto? si meravigli Paolo, senza sapere bene perch.
"Due ore e otto minuti" gli sembravano contemporaneamente troppo e troppo poco. Aveva l'impressione di essere partito dalla capanna non da poche ore, ma da alcuni giorni, e che il monte cogli uomini ivi rimasti fosse molto lontano dietro a loro. Ma aveva del pari la sensazione che tutta la corsa non fosse durata che un minuto, che tutto fosse passato con una rapidit che inebetiva, e che tutto il viaggio non fosse stato che un'unica, vertiginosa caduta.
Lo ski sospendeva in lui la nozione del tempo.
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CAPITOLO 20.
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Brasov era, in quest'ultimo giorno di vacanza, vivace e popolata come nei primi giorni. Le vie piene di sciatori sembravano immense scarpate, sulle quali una moltitudine frettolosa, agitata e volubile, attendesse l'arrivo e la partenza dei treni.
Gli uffici viaggio del centro erano presi d'assalto da uomini frettolosi di farsi mettere il visto sui biglietti o di comperare scontrini o di chiedere informazioni. La gente, scesa dalle capanne dei dintorni o venuta da pi lontano, da Fagaras, da Bihor, dopo una vacanza di ski, si radunava ancora una volta a Brasov, dove si incrociavano tante strade. Erano figure arse dal sole, che si sorridevano per la via, come se si fossero riconosciute.
 possibile, Nora, che tutti questi uomini ritornino alla vita primiera?  possibile, forse, dopo che sono stati in montagna, che credano ancora alle cose lasciate abbasso e che hanno voluto lasciare, hanno voluto dimenticare?
Chi  stato in montagna,  un uomo libero, rispose Nora.
"Un uomo libero! Un uomo libero!" Paolo ripet le parole di lei. Gli pareva di essere molto giovane, di venire da una lunga vacanza piena di sole, gli pareva che tutte le strade fossero aperte davanti a lui.
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I treni venivano dalla Transilvania come da una regione polare, agghiacciati, con forti ritardi, pieni di neve, colle locomotive bianche simili ad immensi rompighiaccio.
Si forma un treno di sciatori per stasera.  meglio che attendiate quello. Non trovereste posto nelle vetture solite.
Rimanevano loro ancora parecchie ore da stare a Brasov e avevano l'idea di passarle per le vie, specialmente nei rioni periferici, dove la citt conservava ancora il suo aspetto di citt antica. Ma prima di rimettersi in strada, entrarono al Corona, per depositarvi gli ski e riposarsi. C'era nel caff una raccolta variopinta di abiti cittadini e di abiti da ski, facce abbronzate di cittadini e figure aperte di uomini giovani, scesi dal bosco.
Trovarono a stento un tavolo libero, in un angolo dove pareva che si fossero rifugiati solamente quelli del luogo, sprofondati nella lettura dei giornali del pomeriggio e irritati per l'invasione di giovent, che turbava la calma del locale e le loro abitudini di ogni giorno. Tutti erano seri, silenziosi, gravi, e tutti sembravano avere la fronte del vecchio Grodeck, fronte resistente, chiusa. Leggevano giornali tedeschi e ungheresi di Brasov e li leggevano con una specie di attenzione preoccupata, uniforme.
Paolo sorprese nel passare un titolo stampato a lettere grosse sulla prima pagina: Ltrejott Rmaban a megegyezs! (A Roma  stata stipulata una convenzione agraria).
Vado a comperare i giornali, disse a Nora e si alz dal tavolo con una certa inquietudine.
Era vicino alla porta, pronto ad uscire sulla via, quando si sent chiamare. Rivolse la testa e guard con stupore i tavoli vicini, ma non riconobbe nessuno. Poi a stento si accorse che qualcuno gli faceva cenno da pi lontano, accanto alla finestra.
Sei tu, Ann?
Era sola al tavolo ed aveva davanti a s alcune riviste e giornali, che probabilmente aveva letto fino allora.
Mi permetti? disse Paolo sfogliandoli in fretta. Cerc specialmente i titoli ed i telegrammi dell'ultima ora. Era rimasto in piedi, di faccia ad Ann, un po' curvo sul tavolo, e in alcuni attimi percorse cogli occhi tutto quel mucchio di giornali.
Cerchi qualche cosa? chiese lei.
No. Nulla di preciso. Volevo sapere se sia successo qualche cosa nel mondo. Ma vedo che non  accaduto nulla. Veramente nulla...
Appena allora alz lo sguardo su Ann. Era con la testa nuda, portava al collo una sciarpa azzurra, annodata come una cravatta.
Da dove vieni, Paolo? Sei qui da molto? Parti per Bucarest? Qualcuno mi ha detto di averti veduto la vigilia di Natale, ma non potevo crederlo. Io sono stata tutto il tempo a Brasov. Rimango ancora. Non so quanto vi rimarr. Sono venuta per lavorare. Non vuoi restare? Da quanto non ci siamo visti? Dove ti sei nascosto tutto questo tempo?
Parlava come al solito, con un'infinit di domande brevi, che lanciava con negligenza senza attendere risposta. Paolo era sempre in piedi davanti a lei e la osservava come rideva, come gesticolava, come parlava.
"Che occhi piccoli ha...  possibile avere occhi cos piccoli?". Ella si interruppe all'improvviso e lo esamin attentamente.
Che ti  successo, Paolo? Perch taci? Perch mi guardi cos? Ti  capitato qualche cosa?... Sei molto cambiato. Non so come, ma molto cambiato. Forse perch sei cos nero.
S, Ann. Forse.
Si volse per andarsene senza rivolgerle alcuna domanda. Avrebbe voluto trovare una parola gentile per lei, ma non trov nulla.
Hai una bella sciarpa, le disse nel separarsi.
Nora lo aspettava al loro tavolo nell'angolo, pronta a partire.
Chi  la ragazza bionda che ti ha fermato? chiese lei senza una grande curiosit.
Paolo pens un istante, poi rispose brevemente:
Una ragazza di Bucarest, una pittrice.
Aveva l'impressione di non aver di pi da dire sul conto di Ann.
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Il treno part da Brasov colle vetture zeppe, ma ad ogni stazione, a Darste, a Timis de jos, a Timis de sus, attendevano altri gruppi di sciatori.
Tutta la gente parlava della neve e del tempo. Coloro i quali scendevano da Pietra Mare, si lagnavano della troppa nebbia e del gelo. Ragazze e giovani provenienti da Bihor, narravano che alla Stana della Valle avevano avuto sole per tutto il tempo.
Tutti sono indicibilmente giovani, e Paolo si sente, fra loro, della stessa et. "Ti  capitato qualche cosa...", aveva detto Ann. S,  accaduto. Si guarda nel finestrino del carrozzone come in uno specchio e quasi non si riconosce. Il suo viso  solcato da scalfitture, sulla fronte e all'occhio destro conserva ancora tracce della sua terribile caduta al Touring Club, il labbro inferiore  ancora un po' spezzato, ma su tutto questo  passato il sole ed ha cicatrizzato. Nessuno nella vettura era pi abbronzato di lui, nessuno pi arso dal sole. "Si direbbe che abbia camminato solamente sulle creste, solamente alla luce".
Sente una specie di esaltazione infantile. Non sa esattamente che cosa vorrebbe fare. Vi sono in lui delle energie non conosciute, slanci che si destano da un sonno lungo.
Nora, tu credi che lo ski possa salvare un uomo? Possa mutare una vita?
Caro Paolo, credo che la nostra vita sia piena di cattive abitudini, di mane e di idee fisse. Lo ski ci scuote da esse. Poi, tutto sta nel non lasciarci vincere di nuovo.
No, Nora, mai pi!
Giur con troppo fuoco, con un accento di ostinazione esagerata.
Si corresse da solo, ripetendo mentalmente le medesime parole, pi calmo, pi deciso: mai pi, mai pi.
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FINE.