Santiago Posteguillo

L'Ispanico. Parte 4.

Titolo originale: Los asesinos del emperador.
Traduzione di: Giuliana Calabrese - Studio Littera.
2013 - EDIZIONI PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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LIBRO Ottavo.
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L'ASCESA DI TRAIANO.

Le donne, a vendicarsi, stragodono1.
GIOVENALE, Satirae, V, 13, 191

1. DECIMO GIULIO GIOVENALE, Le satire, introduzione e versione di Guido Ceronetti, Einaudi, Torino, 1971, p. 287.

134.

UNA DISFATTA.

Stanza dell'imperatore, Domus Flavia, 18 settembre del 96 d.C., hora sexta

Era stata una disfatta. I quattro gladiatori avevano ucciso i due pretoriani di guardia, ma ormai era troppo tardi: Partenio si guardava intorno sgomento, mentre le porte della camera imperiale si spalancavano. Dodici pretoriani avevano fatto irruzione nella stanza. Approfittando del diversivo, l'imperatore era riuscito a sfuggire alla spada di Marzio, che aveva sprecato attimi preziosi per pronunciare le sue sciagurate parole di vendetta - interfecturus te salutat, colui che sta per ucciderti ti saluta -, ormai svuotate di qualsiasi significato. Domiziano si era rifugiato dietro il letto, facendo in modo che le sue guardie potessero frapporsi tra lui e i quattro gladiatori.
Partenio sentiva un nodo in gola, un misto di rabbia, impotenza e paura. Era frastornato.
L'imperatrice, in lacrime, si trascinava in un angolo della stanza continuando a gridare: Uccidetelo, uccidetelo, uccidetelo!.
L'imperatore era sopravvissuto alla pugnalata di Stefano e lo aveva accecato; poi si era sottratto alle grinfie di Marzio e adesso se ne stava l, protetto dai pretoriani, e urlava tutta la sua collera.
Non ce la farete mai contro di me, mai! Oggi  il giorno in cui eliminer tutti i miei nemici, ognuno di voi! Si volt verso i pretoriani, sollevando in aria le mani ancora sporche del sangue di Stefano. Guardie!
Era stata una disfatta. Una clamorosa disfatta. Inizi uno scontro furioso, cruento, fuori controllo: mezza dozzina di pretoriani si scagli sui gladiatori. Il clangore di spade e scudi riecheggiava in tutta la stanza. Partenio vide che il tracio, ferito, cadeva piegandosi su una gamba. Gli altri gladiatori erano riusciti a ferire a morte tre soldati, ai quali per se ne sostituirono altri sei, perci gli aggressori furono obbligati ad arretrare. I gladiatori si ritrovarono bloccati tra la parete e otto pretoriani che li avevano ormai accerchiati, in attesa di rinforzi.
Marzio cap che non avrebbero portato a termine il piano e si maledisse per il tempo perso a declamare le sue vacue parole di vendetta. Era dilaniato dal rimorso, ma il suo spirito battagliero e il suo istinto di sopravvivenza non si erano sopiti: era certo che, se fossero riusciti ad aprirsi un varco, potevano ancora fare in tempo a fuggire da dov'erano venuti. Raggiungendo le cloache avrebbero potuto seminare i soldati imperiali nel labirinto del sistema fognario. Prima, per, bisognava spezzare la formazione dei pretoriani, ma quei farabutti erano abili lottatori e non sembravano disposti ad arretrare. Mantenevano le posizioni combattendo strenuamente, aspettando rinforzi per non correre inutili rischi. I congiurati erano spacciati.
Partenio scuoteva il capo e Massimo, terrorizzato, scoppi a piangere, in preda al panico. Sul pavimento, dimenticato, giaceva il pugnale di Tito. Partenio era infuriato con se stesso. Come aveva potuto affidarlo a Stefano, un uomo cos debole e incapace? Era sicuro che Domiziano li avrebbe uccisi tutti.
La voce decisa e tonante dell'imperatore del mondo, sovrastando il clangore delle spade e i gemiti di sgomento dei presenti, riprese il controllo della situazione. Ancora una volta la dea Fortuna, Minerva, Giove, gli dei tutti si schieravano dalla sua parte e gli andavano in soccorso, come quando il Reno ghiacciato aveva ingoiato il pi grande esercito germanico mai riunito dai barbari del Nord.
Bene, per Minerva! Bloccateli l! Teneteli in quell'angolo fino a quando arriveranno le altre guardie! Poi, con un lampo di lucidit negli occhi e un ampio sorriso dipinto sul volto, sferr un altro calcio al povero Stefano e aggiunse: Non uccideteli! Feriteli se necessario, ma non li uccidete! Li voglio vivi! Ho in mente alcune torture per loro, per ciascuno di loro!. Si volt verso Partenio e Massimo: Torturer i gladiatori e i traditori! Nessuno pu sconfiggermi perch io sono un dio!.
Scoppi in una risata che gel il sangue dei congiurati. Rise cos di gusto da gettare la testa all'indietro, ma non abbastanza da vedere l'ombra che gli si avvicinava alle spalle: una sagoma silenziosa e felina, una figura inaspettata, dimenticata, rimasta in un angolo durante i lunghi anni in cui aveva sopportato tante umiliazioni, un'ombra che nessuno avrebbe immaginato capace di ci che stava per fare.
L'imperatore continuava a ridere. Sono un dio! Un dio in terra e nessun uomo pu sconfiggermi! Nessuno potr mai uccidermi! Sono il Dominus et Deus del mondo! Allarg le braccia come a voler cingere tutto l'impero di Roma, mentre uno dei pretoriani riusciva a ferire il provocator a un braccio e questi gridava di dolore.
Nel frattempo l'ombra minuta, insignificante, umiliata, si trov alle spalle dell'imperatore. Stringeva con la forza dell'odio viscerale e assoluto, maturato negli anni, il pugio dell'unico cesare che le avesse dato un po' d'amore nella sua esistenza sottomessa ai capricci dei cesari di Roma. Il pugnale di Tito fendette l'aria, impugnato con impassibile fermezza da una ferrea determinazione. D'un tratto Tito Flavio Domiziano smise di ridere, folgorato da un'intuizione: qualcosa, un'inezia forse, era sfuggita al suo controllo. Una minuscola tessera dell'enorme mosaico di quella congiura. Poi, la subitanea rivelazione: dov'era Domizia Longina? La risposta non si fece attendere. Ed era affilata, pungente, tanto da fargli zampillare il sangue dal torace, verso cui l'imperatore, dolorante e confuso, abbass lo sguardo istintivamente, sentendosi trapassare la schiena. Vide scintillare la punta acuminata di un pugnale, coperta dal rosso del suo sangue. Gli manc il respiro. Si volt, sconvolto e smarrito, sbattendo con forza le palpebre e capiva ci che la sua mente non avrebbe mai potuto concepire, assistendo all'impossibile che prendeva forma. Tutto intorno a lui si ferm, perfino i pretoriani e i gladiatori smisero di combattere, scossi, catturati dal grido smorzato e penetrante di una donna che aveva sopportato molto pi di quanto un uomo avrebbe mai potuto sopportare.
Per mio figlio morto, per mio marito morto, per il cesare Tito, per Flavia Giulia, Flavio Clemente, i figli di Flavia Domitilla, tutti morti. Per ogni notte e ogni singolo giorno trascorso al tuo fianco, per gli orrori a cui mi hai fatto assistere, per tutto il sangue versato, per gli uomini e le donne uccisi e corrotti e torturati nel tuo regno di terrore e follia, per ciascuno di loro e per me stessa, Domizia Longina, imperatrice di Roma, una donna. Perch una maledetta donna vale molto pi di un dio fasullo come quello che adesso si prostra ai miei piedi! Muori una e mille volte, muori, Tito Flavio Domiziano! Si chin per accompagnare il cesare nella sua lenta caduta, con lo sguardo perso, incredulo, esterrefatto. E ti assicuro che non sei stato, n sarai mai, un dio. Ti garantisco che il Senato canceller il tuo nome da tutti i documenti pubblici e privati, raschieremo via la tua faccia da tutte le monete e abbatteremo le tue statue. Ascoltami, ascoltami maledetto, ascoltami mentre ti uccido, mentre muori una volta per tutte e ti impregni del mio odio e del tuo lurido sangue.
L'imperatrice gli afferr il braccio, mentre Domiziano socchiudeva gli occhi, ormai sul punto di spegnersi. Lo strinse e lo stratton, per tenerlo in vita ancora qualche istante, per dirgli le parole che lo avrebbero torturato per sempre nel regno dell'Ade.
E trascineremo il tuo corpo per le strade, lo daremo in pasto ai cani e poi li arderemo vivi e ne getteremo le ceneri nel Vesuvio perch marciscano per sempre nelle fucine di Vulcano! Per sempre! Hai sentito? Hai capito, maledetto Dominus et Deus della morte? Hai sentito Domizia Longina? S, sono Domizia Longina, la tua amata, adorata e sottomessa moglie, e questo pugnale... Sotto gli occhi dei pretoriani pietrificati, Domizia Longina estrasse il pugio di Tito dalla schiena dell'imperatore, godendosi quel momento tanto atteso, e glielo mostr, coperto di sangue e brandelli di carne. Domiziano, con lo sguardo assente, cercava di farfugliare una risposta, ma riusciva soltanto a sputare sangue, che schizzava sul volto di Domizia. Lei, felice, lo assaporava addirittura sulle labbra mentre gli sibilava le sue ultime, beffarde parole: ...questo pugnale, caro marito,  di tuo fratello Tito, il quale, tanto perch tu lo sappia, era infinitamente pi uomo di te, in tutto e per tutto: nella guerra, nella pace, nel governo del mondo e a letto.
Domizia Longina lasci cadere l'imperatore, che stava soffocando nel suo stesso sangue, la bile e il vomito. Eppure, animato da una rabbia cieca - la collera di un dio, forse - riusc a biascicare ancora due parole, foriere di un nefasto augurio: Morirete... tutti.... Non disse altro. Domiziano sentiva che la sua incontenibile ira era costretta ad affievolirsi, a morire.
Domizia Longina, imperatrice di Roma, coperta di sangue, si alz, guard il pugnale di Tito e lo scagli a terra, vicino al cadavere dell'imperatore.  finita annunci. Bisognava farlo ed  stato fatto.
Gli eventi successivi si svolsero molto in fretta. Marzio, il sannita, il tracio e il provocator non ebbero un attimo di esitazione: approfittarono dello sconcerto dei pretoriani - che stentavano a capacitarsi che l'imperatore, il loro Dominus et Deus, colui che dovevano proteggere giacesse senza vita in una pozza di sangue - e li attaccarono senza piet. Ciascun gladiatore uccise un pretoriano, riducendo i nemici da otto a quattro e portandosi in parit numerica. Partenio e Massimo chiusero la porta e cercarono di bloccarla, ma la pesante sbarra di bronzo si era deformata a causa delle violentissime spinte ricevute dall'esterno. Accostando i battenti, tuttavia, si riusciva almeno a celare quanto stava accadendo all'interno: i quattro gladiatori continuavano a lottare contro i pretoriani sopravvissuti, che si difendevano strenuamente, sebbene fossero frastornati e continuassero a chiedersi quando sarebbero arrivati i rinforzi. Il tracio fer a morte un soldato, ma fu piuttosto lento e il suo avversario lo colp a un braccio prima di cadere a terra agonizzante. Marzio elimin il suo avversario e il provocator fece altrettanto. Il sannita sembrava essere in difficolt con il pretoriano contro cui si stava battendo, ma Marzio gli and in aiuto pugnalandolo alle spalle, e il sannita non esit a finirlo. All'improvviso si sent un colpo contro la porta della stanza imperiale.
Sono arrivati! disse Massimo.
Partenio si volt a guardarlo. Andatevene! Presto! Veloci! li esort l'anziano consigliere.
Marzio annu. Andiamocene, presto! Per Nemesi! Svelti! Incit i suoi compagni e si precipitarono verso la camera dell'imperatrice per poi infilarsi nello stretto passaggio segreto da cui erano risaliti. Nel frattempo, nella stanza imperiale, si sentiva ancora il gemito soffocato di qualche pretoriano ferito che si trascinava sul pavimento. Tutto doveva compiersi, quel giorno, fino alle estreme conseguenze.
Bisogna finirli sibil Partenio a Massimo. Dobbiamo eliminarli. Non possiamo lasciare testimoni.
Il vecchio consigliere tagli gole e trapass corpi per assicurarsi che fossero morti. Massimo lo imit e pass di corpo in corpo conficcandovi con furia la spada di uno dei pretoriani. Partenio si concesse il privilegio di inginocchiarsi accanto al cadavere di Domiziano e di sussurrargli la stessa frase che l'imperatore gli aveva detto anni addietro, giustificandosi per la morte dell'innocente Lucio Elio, il primo marito di Domizia Longina.
Le cose, cesare, bisogna sempre portarle a termine bisbigli Partenio. Oggi, Dominus et Deus, tutto si  compiuto. Fino alla fine. Suppongo che l'imperatore sar orgoglioso di noi.
Si rialz con un sorriso a met tra la rabbia e il sarcasmo: provava grande sollievo, un enorme senso di pace. Forse la collera di tutti gli dei si sarebbe scatenata contro di lui, ma nessuno avrebbe potuto privarlo del piacere di quel momento.
Marzio conduceva i gladiatori attraverso il passaggio che li avrebbe riportati all'ippodromo. Dovevano ritornare al pi presto nelle cloache di Roma. Soltanto l avrebbero trovato la strada per la libert.
Questa volta i battenti di bronzo, spalancandosi, si scardinarono, provocando un assordante rumore quando ricaddero all'interno della stanza imperiale e schiacciarono i corpi di alcuni pretoriani. Petronio, l'altro capo del pretorio, guidava un gruppo di pi di venti guardie. La scena che si present ai loro occhi li lasci senza parole: una dozzina dei loro compagni giacevano a terra, c'era sangue dappertutto, Partenio e Massimo sembravano feriti, con le mani e le braccia insanguinate, disarmati ma vivi, unici testimoni dell'accaduto. In un angolo un altro liberto mugolava con il sangue che gli scorreva dalle orbite e continuando a gridare: Sono cieco! Sono cieco!.
L'imperatrice, seduta sul letto dell'imperatore, era sporca di sangue dalla sommit del capo alla punta dei sandali. Piangeva a dirotto e ai suoi piedi il corpo inerte di Tito Flavio Domiziano li fissava tutti con un'orribile smorfia di dolore e rabbia, immobile, spenta. Petronio guard il consigliere imperiale.
Gladiatori... farfugli Partenio, come terrorizzato, sopraffatto dall'accaduto. Un manipolo di gladiatori. Sono fuggiti da l. Indic la stanza dell'imperatrice e il passaggio che portava all'ippodromo.
Petronio annu. Presto, seguitemi! E le guardie imperiali si precipitarono sulle tracce degli assassini dell'imperatore.
Nella stanza del cesare, Massimo si avvicin a Stefano per assisterlo. Partenio guard l'imperatrice e, all'improvviso, gli torn alla mente quando lei, molti anni prima, gli aveva chiesto se Domiziano avesse avuto un ruolo nella morte del suo primo marito, lo sfortunato Lucio Elio. All'epoca, vedendola cos risoluta e coraggiosa, Partenio si era rammaricato che Domizia non fosse un uomo. Un simile carattere e una tale forza d'animo, degni di un grande romano, gli sembravano sprecati nel fragile corpo di una donna. Guardandola adesso, ricoperta del sangue del peggiore dei tiranni, Partenio cap che Domizia aveva offerto a Roma un enorme servigio. Quella donna minuta, dalle fattezze delicate, era riuscita nell'impresa che nessun altro uomo era riuscito a compiere. Partenio le si avvicin lentamente.
Augusta disse il consigliere imperiale. L'augusta Domizia Longina dovrebbe ritirarsi nella sua stanza. Mi occuper io di... Guard il cadavere dell'imperatore. Mi occuper io di tutto.
Domizia Longina smise di piangere. Si alz. Le mani non le tremavano pi. Aveva ritrovato il controllo. Pass davanti a Partenio senza dire nulla, entr nella sua camera e chiuse la porta.

135.

UNA BATTAGLIA SOTTERRANEA.

18 settembre del 96 d.C., hora septima

Marzio correva nel cunicolo che conduceva all'ippodromo. Alle sue spalle sentiva il respiro affannoso del sannita, del provocator e del tracio ferito. Erano tutti sporchi del sangue dei pretoriani, ma altri soldati imperiali li stavano inseguendo, ad appena una trentina di passi dietro di loro. Dovevano raggiungere le cloaculae prima di loro. Solo il labirinto delle fognature avrebbe potuto salvarli. Avevano scarse possibilit di uscirne vivi, ma non avevano altra scelta. I pretoriani accorrevano sempre pi numerosi e presto il palazzo ne sarebbe stato gremito. Era sorprendente che alcuni gladiatori fossero sopravvissuti. Partenio aveva promesso come ricompensa ai superstiti molto denaro. E la libert.
Presto, presto! Per Nemesi, muoviamoci! esclam Marzio per incoraggiare i suoi compagni.
Quegli uomini non erano suoi amici, ma aver condiviso quella folle impresa gli dava l'impressione di aver stretto un legame con loro. Adesso tutti sarebbero andati incontro allo stesso destino: dovevano riuscire a fuggire o sarebbero stati catturati e uccisi nel modo pi orribile che le guardie imperiali avessero potuto concepire. Un'esecuzione normale sarebbe stata considerata troppo clemente rispetto alla colpa di cui si erano macchiati. Se fossero riusciti a mettersi in salvo, appena fosse stato eletto un nuovo imperatore, Partenio avrebbe pagato loro quanto pattuito. Non dovevano fare altro che uscire vivi da l e nascondersi per qualche giorno.
Presto, sbrighiamoci! ripeteva Marzio, esaltato all'idea di aver finalmente vendicato Attilio, e felice al pensiero di rivedere Alana, essendo ormai alla fine del passaggio segreto. Svoltato l'ultimo angolo, per, scorse alcune ombre proiettate sul terreno all'uscita: i pretoriani li aspettavano nell'ippodromo e alcuni stavano entrando nel cunicolo. Senza contare quelli che li seguivano. Erano in trappola.
Norbano apr gli occhi e vide il cielo azzurro sopra di s. Li chiuse di nuovo. Sbatt pi volte le palpebre.
Aaaahh! rugg come un animale ferito. Si gir su un fianco. La mia testa...
Tent di togliersi l'elmo, ma non ci riusc. A fatica, si mise seduto. Strinse di nuovo l'elmo tra le mani e, con qualche difficolt, alla fine se lo sfil. L'aria fresca lo rianim. Si tocc la testa fino a toccare il sangue caldo e la ferita. Non sembrava mortale, n molto profonda. L'elmo gli aveva salvato la vita. La lotta disorganizzata che aveva avuto luogo e la concitazione del momento avevano fatto il resto. Non gli avevano inferto il colpo di grazia, e quello era stato il loro errore. Un errore che Norbano era deciso a far pagare a quei maledetti traditori con il loro stesso sangue. Percorse l'ippodromo con lo sguardo. C'erano molti cadaveri, soprattutto pretoriani, ma anche qualche gladiatore. Quanto tempo era passato? Altri soldati feriti durante lo scontro sembravano riprendersi.
 sopravvissuto qualcuno? domand Norbano mentre si alzava tenendo l'elmo in una mano e il gladio nell'altra, pronto a ricominciare a combattere da un momento all'altro. Il capo del pretorio dovette ripetere la domanda.  sopravvissuto qualcuno dei gladiatori che ci hanno attaccato?
Norbano si avvicin a uno dei pretoriani che giaceva accanto a una parete, sotto il peristilio dell'ippodromo. Gli assest un calcio impietoso allo stomaco e gli domand:  scappato qualcuno?.
Il soldato ebbe un conato e inizi a vomitare, ma riusc a farfugliare qualche parola, ottenendo che il capo del pretorio si allontanasse, lasciandolo in pace. Qualcuno...  riuscito a salire... da un passaggio che c' l in fondo... un attimo fa... Non sono ancora tornati...
Norbano corse verso l'ingresso del cunicolo. I suoi peggiori presentimenti diventavano sempre pi concreti. Erano andati dall'imperatore.
Guardie! grid. Tuttavia, soltanto una manciata di pretoriani feriti accorse al suo richiamo.
Uno di questi ultimi ebbe il coraggio di aggiungere: Ho sentito rumore di spade provenire dall'interno del palazzo.
Norbano stava per dirigersi verso la stanza dell'imperatore, ma non voleva lasciare scoperta l'uscita del passaggio. Qualsiasi cosa fosse successa, l'importante era che nessuno di quei farabutti riuscisse a scappare. Proprio in quel momento udirono passi di uomini che correvano. Provenivano dal cunicolo.
State pronti ordin Norbano con voce gelida.
Marzio non rallent la corsa; sapeva che altri pretoriani li stavano inseguendo, perci caric come un toro il primo che gli and incontro. Il legionario imperiale, gi ferito, cadde con la schiena a terra e Marzio gli pass sopra, attaccando con la spada il secondo pretoriano che sopraggiunse. Si fece strada uccidendolo e riemerse nell'ippodromo. Dietro di lui uscirono il sannita, il provocator e il tracio. Il mirmillo vide il prefetto del pretorio contro il quale avevano lottato poco prima: stava ordinando agli altri pretoriani di prenderli. Tuttavia, si trattava delle guardie che avevano gi tentato di fermarli in precedenza: adesso, ferite, non opponevano strenua resistenza. Marzio non era preoccupato da quei soldati intimoriti, bens da quelli che li stavano inseguendo lungo il passaggio segreto e che ormai dovevano essere molto vicini. Inoltre, gli inseguitori sapevano cos'era successo nella stanza dell'imperatore e dunque sarebbero stati furiosi per la morte di Domiziano, il loro capo supremo, quello da cui avevano percepito i pi alti salari di sempre. Si combatte con furia cieca solo per due motivi: per questioni personali o per soldi. E quei pretoriani erano mossi da entrambi. Bisognava raggiungere le cloaculae, non c'era altro tempo da perdere.
Aaaahh! Marzio si volt. Il tracio, rallentato dalle ferite, era caduto nell'improvvisato agguato tesogli da tre pretoriani nel peristilio ed era stato trafitto da una lancia. Il provocator accorse in suo aiuto ferendo due soldati e insieme riuscirono a liberarsi, per poi correre verso Marzio e il sannita. Un pretoriano, per, scagli un altro pilum contro di loro e l'arma si conficc nella schiena del provocator, che cadde a terra agonizzante. In un attimo altri soldati corsero a dargli il colpo di grazia. Marzio, invece, era gi riuscito a raggiungere l'ingresso delle fognature.
Entrate, per Nemesi, entrate! grid ai due gladiatori sopravvissuti.
Il sannita, seppure colpito dal gesto di generosit di Marzio che li esortava a mettersi in salvo per primi, non esit a infilarsi nella cloaca. Il tracio faceva fatica a camminare. Marzio rimaneva fermo. Il capo del pretorio si stava avvicinando, minaccioso. Lo avrebbe aggredito alle spalle se Marzio non avesse notato uno strano riflesso in uno degli specchi sistemati sulle colonne. Si volt con uno scatto felino. Il prefetto del pretorio, che stava per attaccarlo, si ferm.
Siete tutti morti, tutti! esclam Norbano, rimanendo a una prudente distanza, fuori dalla portata della spada di Marzio. Subito dopo, dall'apertura del passaggio segreto, neanche fosse stato il canale di scolo dell'anfiteatro Flavio, iniziarono a uscire decine di pretoriani armati e carichi di una rabbia incontenibile. Il gladiatore cap che non avrebbe potuto affrontarli. Quello specchio gli aveva salvato la vita, ma adesso la sua unica speranza di non vanificare quel colpo di fortuna era darsi alla fuga pi in fretta possibile. Appena il tracio ferito riusc a entrare nella cloaca, quasi trascinandosi, Marzio si volt e lo segu.
Norbano si gir verso Petronio, appena arrivato all'ippodromo. Aveva molte domande da porgli, ma in quel momento aveva ben altro di cui occuparsi.
E l'imperatore? domand Norbano. Petronio si limit a scuotere il capo. Norbano non ne fu sorpreso, ma assunse il comando senza che l'altro osasse ribattere. E va bene. Adesso l'importante  catturare quei miserabili. Questi pretoriani verranno con me. Tu riorganizza le guardie nel palazzo e assicurati che nessun altro venga ucciso. Nessuno. Almeno fino al mio ritorno. Si volt verso i suoi pretoriani e grid loro le nuove istruzioni, con il dito puntato verso l'apertura della cloaca. Per di qua! Entrate! ripeteva indicando la fogna.
I pretoriani erano restii, quindi si inginocchi e con un balzo si introdusse per primo nelle cloaculae. Il fetore di Roma gli penetr all'istante nelle narici. Non vedeva niente. Era completamente buio.
Maledizione, per Marte! grid guardando il fascio di luce che aveva alle spalle. Delle torce, imbecilli! Portate delle torce! Stiamo perdendo tempo prezioso! Idioti!
I pretoriani si munirono di torce e, uno alla volta, entrarono nelle fognature.
Petronio Secondo rimase da solo all'esterno. Norbano era ancora vivo. Era stato un grave errore non ucciderlo. Partenio avrebbe dovuto dare ordine esplicito ai gladiatori di eliminarlo. Quella leggerezza avrebbe avuto gravi conseguenze, a meno che... A meno che i gladiatori fossero stati in grado di portare a termine nelle viscere di Roma ci che era rimasto incompiuto.
All'inizio l'oscurit assoluta fu un buon alleato. Marzio e il sannita corsero per una decina di passi finch divenne cos buio che temettero di andare a sbattere contro un muro in qualsiasi momento, perci rallentarono l'andatura. Questo permise al tracio, che perdeva ancora molto sangue, di raggiungerli. Nei cunicoli delle cloache riecheggiava la voce di quel maledetto capo del pretorio che chiedeva delle torce. Presto le avrebbe avute e avrebbero ripreso a inseguirli.
E adesso? domand il sannita.
Marzio, che procedeva ancora carponi affondando le mani nella melma putrida delle cloaculae, non rispose. Se il sannita aveva qualche idea, che la proponesse. Nessuno proffer parola. Continuarono ad avanzare, asfissiati dal cattivo odore e senza riuscire a vedere niente. Volevano soltanto seminare i pretoriani, ma, se questi si fossero muniti di torce, sarebbero andati molto pi in fretta e li avrebbero raggiunti presto. Se tutto si fosse svolto secondo i piani, Partenio in persona avrebbe dovuto accompagnarli all'ippodromo e avrebbe fornito loro le fiaccole necessarie per fuggire. Le cose, per, non erano andate come previsto. Tranne che per una cosa.
 morto?
Rimasero tutti immobili. Era il sibilo di una voce segnata dal tempo e dal dolore. Era un po' alterata dal rimbombo contro le pareti umide e sporche, ma Marzio non impieg molto a capire che si trattava del vecchio curator.
L'uomo chiese di nuovo:  morto? Avete ucciso l'imperatore?.
Non vi era un'unica risposta a quelle due domande, ma Marzio immagin che per il curator fosse pressoch indifferente sapere chi avesse materialmente ucciso Domiziano. Non vedevano niente. Il vecchio era avvolto dalle tenebre. Poteva essere ovunque: davanti a loro, dietro, di fianco. Era impossibile saperlo. Sentivano soltanto riecheggiare le sue parole.
L'imperatore  morto rispose Marzio, con voce stentorea. La notizia ebbe l'effetto di un lasciapassare: all'istante apparve una fonte di luce proprio una ventina di passi davanti a loro. Il vecchio sosteneva una torcia che doveva aver tenuto nascosta in qualche anfratto, in modo che i pretoriani non la vedessero fino a quando lui non avesse ricevuto una risposta soddisfacente.
Morto? Non sembrava del tutto convinto.
Morto ripet Marzio avvicinandosi piano. Dietro di lui il sannita e il tracio annuivano a conferma delle sue parole. Per rendere pi convincente il messaggio, Marzio gli forn un breve resoconto dell'accaduto: L'imperatore  stato pugnalato nella sua stanza, e adesso abbiamo decine di pretoriani alle calcagna. Se non hai un piano ci uccideranno tutti.
Il curator sembrava non ascoltarlo nemmeno; si limitava a pronunciare quella parola come se fosse un'arcana preghiera. Morto... morto... morto... Anche se continuava a ripeterlo stentava a crederci.
Si sent un tonfo e poi uno sciabordio d'acqua. Marzio, il sannita e il curator si voltarono: il tracio era caduto a terra. Non poteva proseguire con quelle ferite. Aveva perso troppo sangue e l'aria pestilenziale dei cunicoli non lo aiutava a riprendere fiato.
Marzio torn indietro di qualche passo e gli si inginocchi accanto. Devi rialzarti.
Il tracio scosse il capo.
Marzio non volle darsi per vinto e si offr di aiutarlo. Ti sorregger io. Su, per Nemesi, andiamo... Inizi a tirare su il compagno, ma questi era molto robusto e non collaborava.
No gli disse con voce ferma. Anche se riesco a uscire da qui non sopravviver pi di due giorni.
Marzio smise di strattonarlo. Il curator li guardava incuriosito. Il tempo passava e i pretoriani erano sempre pi vicini, eppure quei guerrieri se ne stavano l, fermi, nel suo mondo sotterraneo.
Non voglio che mi prendano vivo prosegu il tracio. Mi torturerebbero fino a uccidermi e... Faceva fatica a parlare, ma sorrise. ...Io non avrei comunque niente da confessare. Solo tu sai chi ha ordito questo folle piano. Non lasciarmi nelle loro mani, Marzio. Gli strinse il braccio con tutta la sua forza. Non lasciarmi nelle loro mani! ripet guardandolo negli occhi.
Moll la presa e sput sangue dalla bocca. Marzio si alz lentamente, senza distogliere lo sguardo dal compagno ferito. Il tracio, con le poche energie residue, si appoggi all'umida parete della fognatura e, con uno sforzo sovrumano, si alz fino a rimanere con un ginocchio appoggiato a terra e lo sguardo rivolto verso l'acqua putrida. Era la posizione in cui morivano i gladiatori. Marzio scambi un'occhiata con il sannita e questi annu. Il mirmillo sguain il gladio e si pose alle spalle del tracio. Quest'ultimo chiuse gli occhi, affidandosi a Nemesi, e Marzio lo trafisse. L'obiettivo di quel gesto non era provocare dolore in un avversario, come nell'arena, ma uccidere in fretta. Il tracio era molto indebolito dalla lotta e dalle ferite che gli avevano inferto; il suo corpo cadde inerte sul terreno melmoso. Il sangue del gladiatore si mescol all'acqua lurida che gli scorreva intorno. Come quello di tanti altri lottatori, finiva nelle cloache di Roma, navigando verso la grande Cloaca Massima. Gli avevano soltanto evitato il passaggio attraverso i condotti dell'anfiteatro, oltre che la sentenza di morte dell'imperatore. Marzio e il sannita si guardarono per un istante. Stavano agendo da uomini liberi. Anche se li avessero uccisi, almeno sarebbero morti da liberi. Non era la ricompensa per cui avevano lottato, ma aver visto la smorfia di dolore dell'imperatore mentre veniva pugnalato alle spalle e assaporare quella libert era pur sempre qualcosa. Era la consolazione che dava loro la forza di andare avanti.
Finalmente il curator si convinse che l'imperatore era morto davvero. Solo degli uomini capaci di togliere la vita a un compagno per non farlo cadere nelle mani dei nemici potevano aver compiuto una simile impresa. In quel momento si udirono le voci dei pretoriani. Sempre pi vicine.
Seguitemi! li esort Postumo, il vecchio curator, in tono autoritario ma senza alzare troppo la voce.
Norbano avanzava con un'unit di oltre cento pretoriani che si erano addentrati nelle fogne di Roma. Lo spazio angusto dei cunicoli li obbligava a procedere in fila uno dietro l'altro. Ogni cinque soldati ce n'era uno che teneva una torcia. Norbano sapeva che i gladiatori potevano tendere loro una trappola e attaccarli all'improvviso. In quel caso, probabilmente, sarebbero riusciti a uccidere due o tre pretoriani in testa alla fila, ma di certo i suoi uomini li avrebbero catturati.
Ricordate che li voglio vivi! grid il capo del pretorio, e la sua voce rimbomb nella cloaca. Poi, digrignando i denti, aggiunse: Voglio sapere chi c' dietro tutto questo, chi ha progettato la congiura: quei maledetti dovranno sputar fuori la verit, anche a costo di cavar loro le budella....
Marzio e il sannita seguirono il curator per un centinaio di passi, poi l'uomo si ferm di colpo.
Fate attenzione disse Postumo a bassa voce. Ci troviamo nella vasca di sedimentazione. Dovete costeggiarla, poi svoltate a destra e proseguite dritto. Contate sette cunicoli su entrambi i lati, prendete l'ottavo a sinistra e percorretelo fino alla fine.  molto lungo, ma dopo un migliaio di passi sarete di nuovo in superficie, lontano dalla Domus Flavia, oltre il Foro, al centro della Suburra. L c' sempre molta confusione e le strade sono strette. I pretoriani impiegheranno molto tempo per raggiungere il quartiere.  l'ultimo posto dove si recheranno. Vi dar un buon vantaggio per fuggire.
Marzio annu, ma volle fugare un ultimo dubbio: Perch non vieni con noi?.
Il vecchio sorrise. I pretoriani avanzano in fretta. Ci prenderebbero prima di poter raggiungere l'uscita, ma io li distrarr e cos voi avrete un'opportunit in pi. Il curator lesse la gratitudine negli occhi del gladiatore. Non devi ringraziarmi. Non lo faccio per salvare voi. Ho un conto in sospeso con gli uomini dell'imperatore. La morte di Domiziano mi consola, ma il mio odio  troppo grande e la mia sete di vendetta non si  ancora placata. Dopo anni trascorsi a serbare collera e rancore, una sola morte non rende giustizia. Fiss Marzio in volto, gli occhi velati dalle tenebre di un rancore assoluto. Ti auguro di non provare mai questa sensazione, gladiatore; sei ancora giovane e puoi avere ancora qualcosa per cui valga la pena vivere. Ma io no, ragazzo. Da troppo tempo ormai sento di non avere pi niente a cui aggrapparmi. Dopo un breve ed enigmatico silenzio li conged: Adesso andate, andatevene.
Porse loro un'altra torcia che aveva appena acceso con quella vecchia, quasi consumata: A me non serve molta luce. Questa torcia agonizzante mi baster..
Marzio e il sannita girarono intorno alla grande cisterna, seguiti, a distanza, dall'anziano curator. Questi, per, giunto all'altro estremo della vasca, si ferm e osserv quegli indomiti guerrieri allontanarsi e scomparire con le loro imponenti ombre.
Bene sussurr Postumo.  giunto il momento.
Norbano procedeva a passo svelto. L'aria emanava un fetore nauseabondo, asfissiante. C'era poca ventilazione in quei maledetti condotti, ma se i gladiatori vi erano passati per entrare a palazzo, allora potevano percorrerli anche loro.
Il curator avvist le ombre dei primi pretoriani stagliarsi sulle pareti del corridoio al di l della grande vasca. Fece qualche passo indietro e si nascose nel cunicolo sulla sinistra. Avanz di poco, quel tanto che sarebbe bastato ai pretoriani per scorgere il bagliore della sua torcia e lanciarsi al suo inseguimento. Poi si ferm.
Aaaahh!
Norbano sent un grido provenire dai soldati in testa alla formazione. Poi un altro e un altro ancora.
Aiuto! Aiuto! Per tutti gli dei!
Cosa succede? Maledizione! Fatemi passare!
Facendosi largo tra i pretoriani che lo precedevano, raggiunse l'apertura che dava sulla grande cisterna. Mezza dozzina di pretoriani erano caduti nella vasca e sembravano intrappolati nelle sue acque putride e fangose. Norbano alz gli occhi e vide la luce proiettata da una torcia dalla parte opposta della cisterna, nel cunicolo di sinistra.
Dobbiamo riuscire ad arrivare laggi! Inizi a tastare con il piede il terreno lungo i bordi della cisterna, finch lo sent abbastanza solido. Cominci a costeggiare la vasca, camminando rasente la parete e grid: Bisogna girarci intorno, idioti!. Si mise alla testa della formazione. I pretoriani imprigionati nel fango imploravano aiuto. Uno di voi torni a palazzo e porti delle corde per tirare fuori quegli inetti prima che affoghino!
A Norbano non interessava minimamente la loro sopravvivenza, ma era consapevole che nei giorni a venire avrebbe avuto bisogno dell'appoggio di tutta la guardia pretoriana: non poteva permettersi di perdere sei uomini in un modo tanto ignobile, n lasciarli al loro destino senza intervenire sotto gli occhi degli altri soldati. Non per questo, tuttavia, si sarebbe lasciato sfuggire quei dannati gladiatori.
Si infil nel cunicolo di sinistra. La luce sembrava muoversi lentamente. Forse erano feriti. Presto li avrebbero raggiunti. Chi poteva aver architettato la congiura? Chi? Li avrebbe indotti a confessare. Anche a costo di scuoiarli vivi con le sue stesse mani.
Postumo continuava a cambiare direzione. Prima imboccava un corridoio a sinistra e poi uno a destra. Non era un percorso casuale. E fece attenzione a non addentrarsi in nessun cunicolo senza prima assicurarsi che i pretoriani scorgessero la luce della sua torcia. Procedeva scegliendo sempre i corridoi in salita. Non erano molto distanti dalla superficie. All'improvviso sulle pareti iniziarono a comparire schizzi rossi, densi, viscidi. C'erano anche brandelli di carne, dapprima di animali: zanne, artigli, lembi di pelliccia di bestie selvagge; poi dita, falangi umane, denti di uomini, donne o bambini. Si trovavano sotto l'anfiteatro Flavio. Anzi, per la precisione, erano sotto l'hypogeum dell'anfiteatro. I resti dei cadaveri in genere venivano dati in pasto alle fiere, ma i pezzi piccoli erano gettati a terra e, trasportati dal sangue, finivano nelle cloache di Roma, per terminare il loro macabro viaggio nella grande Cloaca Massima e, da l, nel Tevere. L'anziano curator era arrivato nel punto che ben conosceva. Si ferm di nuovo. Sollev il braccio destro, quello in cui teneva la torcia, per fare luce intorno a s. Esamin il fondo del cunicolo e poi le pareti. Quel settore era puntellato con assi di legno. Guard a terra. Chiuse gli occhi e annu. Sent le voci dei pretoriani. Erano arrivati.
Norbano vide i resti umani e di animali e intu subito dove si trovavano. I gladiatori stavano tornando nel loro ambiente naturale. Era logico. Li avrebbero catturati e, se qualcuno fosse riuscito a scappare, lui stesso avrebbe setacciato ogni singola scuola gladiatoria fino a stanarli tutti. Poi li avrebbe torturati. Scorse di nuovo la luce; sembrava essersi fermata. Norbano sollev la mano destra e i suoi uomini rallentarono.
Sguainate le spade! disse, e lui stesso estrasse la sua. Sono l! Per Giove! A pochi passi da noi!
Senza rendersene conto, il capo del pretorio aveva abbassato la voce. Sulle pareti del cunicolo scorgeva l'ombra di un uomo. Solo uno? Avrebbe giurato che ne fossero rimasti di pi. Svolt l'angolo con cautela e, sporgendo la testa, vide un vecchio con una torcia, immobile, al centro di un lungo corridoio.
Chi sei? domand Norbano confuso. L'uomo non rispose, rimanendo fermo. Dove sono i gladiatori?
Postumo sorrise. Lontano rispose. Qui non li troverete. Sono riemersi in superficie, nel vostro mondo. Non so dove. Ormai la questione non mi riguarda pi. Rimase in silenzio per un attimo mentre Norbano gli si avvicinava minaccioso. E, a dire il vero, non riguarda pi nemmeno voi.
Il capo del pretorio si ferm di colpo e una dozzina di soldati lo super lentamente per frapporsi tra lui e l'anziano. Norbano aveva sviluppato un acuto istinto di sopravvivenza e qualcosa gli suggeriva di essere cauto con quel vecchio pazzo. Ripet la domanda, mentre i suoi uomini accerchiavano il povero dissennato. Chi sei?
Il curator sfoder un altro dei suoi sorrisi enigmatici. Non sono nessuno. Non lo sono mai stato per voi. Che importa adesso il mio nome? Non avete mai voluto saperlo prima. Perch adesso vi interessa sapere chi sono o cosa faccio?
Norbano si rese conto che stavano perdendo tempo prezioso e decise di liquidare la faccenda in fretta: Uccidetelo e procediamo!.
Mentre si apprestavano a eseguire l'ordine, tuttavia, il vecchio, sorprendentemente agile per la sua et, brand la torcia. La fiamma fece indietreggiare i soldati, ma non a lungo. L'anziano non pretendeva di pi.
Non potete uccidermi. Il curator scoppi a ridere facendo riecheggiare la sua voce tenebrosa nelle viscere di Roma. Non si pu uccidere un morto.
I pretoriani si fermarono: erano uomini impavidi, ma, come tutti i militari, erano superstiziosi. All'improvviso il vecchio tacque e guard dritto negli occhi gli uomini intorno a lui, che in quel momento esitavano.
Il giorno in cui mio figlio mor, proprio qui sotto, in fondo a questo cunicolo, sono morto anch'io. Per questo adesso non potete uccidermi. Gir su se stesso, fissandoli uno per uno, senza timore. Ma io s che posso farvi del male. E molto. Ricominci a sghignazzare. Sono anni che aspetto di eliminarvi. Prima l'imperatore, poi i suoi guardiani.
Norbano si volt a guardare le pareti e not le fragili assi di legno, assenti nei cunicoli che avevano percorso fino a quel punto. D'istinto, cominci ad arretrare. Il vecchio, senza smettere di ridere, con tutta la forza del suo odio, abbatt la torcia contro una delle assi malridotte, che cedette, portandosi dietro una parte del muro. Poi, la pressione della parete caduta e della terra franata fece saltare una seconda tavola, e poi un'altra e un'altra ancora. Si sollev una fitta nube di polvere e terra che inghiott tutto e tutti. Le risate del vecchio echeggiavano ovunque, finch anche queste all'improvviso tacquero. Ma ormai pi nessuno dei pretoriani che erano davanti a Norbano poteva sentire nulla. Ingoiavano la polvere, nel tentativo di gridare, e si sentivano scoppiare il petto sotto quella valanga di terra che avanzava impietosa, schiacciandoli. A un tratto divennero ciechi, sordi e muti. Morti.
Era un piccolo vicolo della Suburra. Il sole implacabile arroventava l'aria e molti si erano chiusi nelle loro insulae per ripararsi dall'afa. Ai piedi delle case pi fatiscenti si vedevano prostitute con i capelli tinti di colori vivaci, quasi tutte stanche, annoiate e solitarie. Marzio fu il primo a uscire. Una di quelle donne se ne accorse e strabuzz gli occhi. Credette di aver avuto un'allucinazione. L'uomo sembrava essere comparso dal nulla. Un attimo dopo ne usc un altro. Erano gladiatori coperti di sangue, ed emergevano dalle viscere della terra.
Marzio procedette lungo quella strada con passo deciso. Dovevano subito nascondersi da qualche parte. In quello stato, armati e sporchi di sangue, non potevano certo aggirarsi per le strade di Roma, nemmeno nel folle quartiere della Suburra.
Ti pagheremo bene disse Marzio alla prostituta. La ragazza, con i capelli tinti di blu, non esit nemmeno un istante: i soldi le facevano comodo, anche se a darglieli erano esseri venuti fuori dall'inferno. Fece loro cenno di seguirla.
Norbano si trascin alla cieca. Riusciva a respirare a stento e non vedeva nulla. Sentiva le grida di panico dei suoi uomini, che come lui, tentavano di fuggire da quelle maledette cloaculae. Alla fine, strisciando come un serpente, riusc ad allontanarsi dalla sezione appena crollata e a rimettersi in piedi. La dea Fortuna lo aveva salvato e lui sapeva perch. Inizi a percorrere i cunicoli all'indietro. Cammin in quei corridoi sotterranei con lo sguardo fisso a terra, i pugni stretti e disarmato. Aveva perso la sua spatha nel crollo della galleria. Raggiunse la cisterna. I soldati caduti nella vasca erano gi stati tirati fuori, tranne uno, per il quale l'aiuto era arrivato troppo tardi: si vedeva ancora una mano che sbucava, ormai irrigidita, al centro della piscina e sprofondava molto lentamente. Norbano era cosciente di aver perso una battaglia, una battaglia sotterranea, ma la guerra non era finita. E da quel momento in poi avrebbe potuto combatterla nelle strade di Roma. L si sarebbe sentito al sicuro. L'imperatore era morto e alcuni dei suoi assassini erano fuggiti. Sono scappati rifer a Petronio, che lo vide, attonito, uscire dalla cloaca dell'ippodromo. Sono scappati ripet, mentre prendeva il gladio che gli porgeva uno dei suoi uomini. Almeno due.
Li prenderemo replic Petronio con studiata determinazione.
Norbano sorrise e lo guard negli occhi. Stanne certo. Li prenderemo vivi e ci diranno chi li ha aiutati. Confesseranno. Si allontan attraversando l'ippodromo, circondato dai suoi pretoriani pi fedeli e continuando a sibilare: Confesseranno.
Petronio deglut e rimase in silenzio.

136.

UNA GIOVANE PROSTITUTA.

Roma, marzo del 97 d.C. Sei mesi dopo l'assassinio

Partenio entr nel grande Ludus Magnus in cerca di Marzio. Sapeva di non trovarlo l, cos come sapeva che i gladiatori, nel tumulto della Roma di Nerva, fino a quel momento erano rimasti in silenzio di fronte alle insistenti domande dei pretoriani di Norbano. Il nuovo imperatore avrebbe dovuto riportare la situazione all'ordine quanto prima, altrimenti il capo del pretorio e i suoi uomini avrebbero finito per scoprire tutto.
Partenio non dimenticava di essere ancora in debito con Marzio. Il gladiatore, che era rimasto nascosto per tutto quel tempo, avrebbe potuto decidere di consegnarsi e collaborare con i pretoriani: costoro, infatti, avevano sparso la voce che chi avesse confessato il nome delle persone coinvolte nell'assassinio di Domiziano sarebbe stato perdonato, anche se aveva preso parte egli stesso alla congiura. Partenio era sicuro che si trattasse soltanto di un vile stratagemma di Norbano, che poi non avrebbe esitato a liberarsi delle spie. Tuttavia, il vecchio consigliere temeva che Marzio potesse credere alle false promesse di Norbano e rivelare i nomi dei congiurati, soprattutto il suo, e forse anche quello dell'imperatrice. I sospetti di Norbano aleggiavano su tutti loro, e anche quelli del nuovo prefetto del pretorio, Casperio, nominato in sostituzione di Petronio da un imperatore troppo debole per opporsi alle richieste dei pretoriani. Dal giorno dell'omicidio, infatti, Norbano nutriva forti dubbi su Petronio e aveva insistito perch Nerva lo sollevasse dall'incarico in favore del feroce Casperio, suo fedele alleato.
Le guardie imperiali, che sembravano non riconoscere l'autorit del nuovo imperatore, avrebbero preso in seria considerazione ogni accusa che fosse giunta alle loro orecchie, per quanto velata e da qualsiasi fonte provenisse. La destituzione di Petronio Secondo era un esempio di come il potere effettivo fosse nelle mani dei due capi del pretorio.
Proprio come Partenio aveva immaginato, nel Ludus Magnus nessuno pareva avere notizie dell'ormai leggendario Marzio. In tutte le taverne di Roma non si faceva altro che parlare dei gladiatori che erano riusciti ad assassinare l'imperatore. Si commentava la loro impresa a bassa voce, per evitare che qualche pretoriano potesse origliare la conversazione e desumere che chi ne parlava fosse compiaciuto della tragica fine di Domiziano o, peggio ancora, che ne fosse direttamente coinvolto. I sentimenti predominanti riguardo l'accaduto erano la paura e l'ammirazione: la paura di vivere in un tempo in cui l'imperatore in persona poteva morire per mano di un gladiatore che aveva eluso perfino la guardia imperiale. L'ammirazione, invece, per il guerriero, o i guerrieri, che, a quanto si diceva, erano riusciti a sfuggire agli oltre cinquemila pretoriani della citt che li stavano cercando. Erano anche aperte le scommesse: chi puntava sulla loro sopravvivenza, in caso di vittoria, avrebbe guadagnato cifre piuttosto cospicue. La morte, quasi certa, del colpevole o dei colpevoli, al contrario, sarebbe stata pagata molto poco.
Partenio usc dal Ludus Magnus senza alcuna notizia sul nascondiglio di Marzio e rimase per un attimo ad ammirare l'anfiteatro Flavio. Non sapeva dove cercarlo. La sua unica consolazione era che, se lui non riusciva a trovare Marzio, nemmeno i pretoriani lo avrebbero scovato facilmente.
Mentre camminava, assorto nei suoi pensieri e costeggiando il grandioso anfiteatro, raggiunse l'imbocco dell'Argiletum. Si trovava a nord del Foro, nel cuore della citt, dove svettavano le insulae pi imponenti, alte fino a dieci piani. Immense costruzioni di mattoni cotti, separate le une dalle altre da strette viuzze piene di botteghe e taverne. Conduceva alla Suburra, uno dei quartieri pi popolosi di Roma e, allo stesso tempo, quello in cui si concentrava il maggior numero di prostitute. Partenio si ferm. Aveva la sensazione di essere seguito da una donna, con il volto nascosto. L'anziano consigliere si trovava davanti a una taverna e venne raggiunto da una giovane, con indosso una sudicia tunica grigia e avvolta da una stola di infima qualit, che non lasciava vedere il colore dei suoi capelli. Partenio intuiva il motivo di tale abbigliamento: le prostitute erano solite tingersi i capelli di biondo o di rosso per essere facilmente identificate dai clienti, ma quando uscivano dal quartiere spesso preferivano coprirli per non attirare l'attenzione. La ragazza gli si avvicin. Alcuni avventori, gi un po' alticci, uscirono dalla bettola tra canti e schiamazzi e si addentrarono nella Suburra, di sicuro per concludere la giornata soddisfacendo i loro appetiti carnali. Partenio non avvertiva tali necessit da molti anni ormai, perci, quando la ragazza gli si present dinanzi, scopr i capelli di un vivace color arancio e gli parl, il consigliere imperiale non prest particolare attenzione alla sua proposta. Non era strano che una prostituta bisognosa si spingesse fuori dal quartiere in cerca di clienti da abbordare. Partenio, tuttavia, fu colpito dall'incantevole volto della giovane e dal suo insolito accento straniero, che non seppe identificare.
Sono fellatrix e culara. Il signore non trover niente di meglio nella Suburra. E solo per due assi.
Era un'offerta eccellente: sesso orale, che le matrone romane non praticavano, e sesso anale allo stesso prezzo di un rapporto normale, il tutto con una fanciulla attraente e, da quanto si poteva intuire dal volto e dall'incedere spedito, in buona salute. Partenio pens che doveva essere incinta: forse voleva cercare di guadagnare il pi possibile adesso che poteva, per poi affittare una stanza per i giorni del parto e per il tempo necessario a rimettersi in forze. Partenio inizi a considerare la proposta. Probabilmente non gli sarebbe pi capitata in vita sua la possibilit di giacere con una giovane cos bella. Norbano e il terribile Casperio avrebbero potuto trovare i gladiatori prima di lui e torturarli, e allora il suo nome sarebbe stato aggiunto alla lista dei sospettati. Da l alla pi orribile delle morti il passo sarebbe stato brevissimo. Vista la situazione, non sembrava cos insensato concedersi qualche momento di piacere. La fanciulla gli si avvicin ancora di pi. Profumava, dunque si lavava con regolarit. La lussuria del vecchio consigliere si stava risvegliando. Non pot fare a meno di sorridere, mentre si prendeva la libert di accarezzare il viso di quella fanciulla, che gli sembrava famigliare. All'improvviso sent qualcosa di acuminato all'altezza dello stomaco. La ragazza gli parl all'orecchio: il tono della sua voce, da suadente e carezzevole, si fece, d'un tratto, duro e minaccioso.
Marzio vuole il suo oro sibil la prostituta, premendo la lama affilata contro il ventre del consigliere imperiale. Partenio allontan la mano dalla guancia della ragazza e, a un tratto, ricord dove aveva visto quel volto: nell'arena. Quella presunta prostituta era la gladiatrix che aveva sconfitto il grande tracio. Il resuscitato appetito sessuale di Partenio si dissolse in un istante. Il consigliere trasse un profondo respiro prima di parlare.
Lo avr rispose in tono pacato, ma parlando veloce nella speranza che la gladiatrix allontanasse la pressione del coltello.
Intorno a lui nessuno sembrava essersi accorto di nulla: era solo un vecchio licenzioso che contrattava il prezzo con una giovane prostituta. Era certo che, se avesse gridato, il coltello gli avrebbe trapassato le viscere. Quando fossero accorsi in suo aiuto sarebbe stato troppo tardi.
Marzio avr il suo oro. A tempo debito. Sono giorni che lo cerco per parlare con lui del pagamento e di altre questioni. Riferisciglielo, per Giove!
No rispose la ragazza. Allontan il coltello da Partenio, che ne fu sollevato, ma poi aggiunse, rigettandolo nello sgomento: Glielo dirai tu stesso. Seguimi e non cercare di fuggire o sar l'ultima cosa che farai in vita tua.
Partenio non era entusiasta all'idea di incontrare di persona Marzio, che di sicuro lo attendeva minaccioso in un nascondiglio nella Suburra. Non era il tipo di colloquio che aveva immaginato. Gli bastava aver trovato qualcuno che potesse riferire a Marzio di pazientare, ma aveva gi visto lottare quella donna e contrariarla gli sarebbe potuto costare caro. Adesso, nel tumulto di una Roma fuori controllo, era passato dal ricevere ordini da un cesare a dover obbedire a una gladiatrix. Il mondo stava cambiando troppo in fretta per lui, ma abbandon le riflessioni filosofiche e decise di concentrarsi sul problema principale: la sua sopravvivenza e quella degli altri congiurati. E poi doveva saldare il debito con Marzio. A Roma non era consigliabile rimandare troppo la questione: la legge prevedeva perfino la condanna a morte. E Partenio intuiva che nel quartiere pi popoloso e sovversivo di Roma le cose non funzionassero molto diversamente.
Camminavano per le strade brulicanti di persone, circondati da decine di botteghe, i cui proprietari proponevano a gran voce le loro offerte migliori nel tentativo di attirare clienti e guadagnare i soldi necessari a pagare le esose pigioni. A Partenio venne in mente il recente caso di un cittadino che non era riuscito a saldare i suoi debiti: il tribunale aveva decretato che, essendo molti i creditori, il debitore fosse tagliato in parti uguali in base al numero delle persone a cui doveva denaro. Questi, pur non recuperando i soldi, si erano detti soddisfatti della sentenza poich il debitore aveva ricevuto una giusta punizione per averli ingannati. C'erano ancora due gladiatori vivi tra gli assassini dell'imperatore: il sannita e Marzio. Era questo il piano che avevano in mente i due lottatori nell'arena? Dividerlo in due? Partenio aggrott la fronte: per sua disgrazia, nella Suburra, avrebbero probabilmente trovato modi pi creativi per ucciderlo.
La donna si ferm davanti a una porta lurida sulla quale dondolava una lampada rossa, accesa sebbene fosse ancora giorno. Era il segnale che l si potevano trovare prestazioni sessuali a prezzi ragionevoli. La donna buss un paio di volte e la porta si apr. La gladiatrix si fece da parte indicando al consigliere di entrare per primo. Partenio deglut e si avvi lungo un corridoio buio, scarsamente illuminato da tre lampade a olio appese al soffitto sgretolato. L'aria era pesante. Le persone che vivevano in quel luogo non dovevano avere l'abitudine di areare le stanze, e si respirava un intenso odore di fluidi corporei di diverso tipo che Partenio cerc di ignorare. Su entrambi i lati dello stretto corridoio si aprivano dei cubicula, in alcuni casi vuoti e in altri occupati da donne sole o coppie. Gli uomini erano eccitati, mentre le donne fingevano abilmente grazie ad anni di esperienza.
Sali lo esort la gladiatrix in tono autoritario, indicandogli una scala di legno.
A Partenio non piaceva l'idea di doversi avventurare ai piani superiori di un'insula, ma lo sguardo deciso della sua accompagnatrice, che brandiva di nuovo il coltello senza pi nasconderlo sotto la tunica, non gli lasciava molta scelta. Inizi a salire le scale. Almeno l'aria diventava respirabile. Com'era consuetudine, al primo piano c'erano finestre chiuse da strati di alabastro traslucido, mentre ai piani successivi le finestre erano aperte. L'aria era pi gradevole rispetto al postribolo del piano terra, ma solo nei mesi estivi. Gli abitanti dei piani superiori dovevano patire molto freddo durante l'inverno. Di conseguenza, si ricorreva a diversi bracieri per riscaldarsi, ma con tutto quel legno gli incendi divampavano con facilit. Continuarono a salire. Partenio vide alcuni secchi che, per legge, avrebbero dovuto contenere l'acqua da usare in caso di incendio, ma erano vuoti. La scala, che gemeva come un animale ferito, era in totale stato di abbandono ed era evidente che l'edificio non era stato visitato da tempo n dagli aquarii, per rifornirlo d'acqua, n dagli scoparii, incaricati di pulire. Inoltre, Partenio non aveva visto alcun portinaio, i cosiddetti ostiarii, in quell'insula. Al quarto piano non c'erano pi prostitute dai capelli tinti. Probabilmente i clienti non erano entusiasti di salire troppe scale, ma dalle porte socchiuse si sentivano comunque conversazioni, insulti, grida di adulti e pianti di neonati. Quinto piano. Pi si saliva, pi c'era povert; era sempre cos. I ricchi vivevano nelle loro magnifiche domus; le persone della classe media stavano ai piani bassi di insulae tutto sommato dignitose; e i cittadini meno abbienti ai piani alti, dove non arrivavano n fontanieri n spazzini e da cui, in caso di incendio, era pi difficile scappare. Siccome a Roma la vita era piuttosto cara (le case avevano prezzi addirittura quattro volte pi alti che nelle altre citt dell'Impero), i minuscoli appartamenti venivano persino subaffittati agli immigranti appena arrivati in citt, dividendo le stanze con teli o paraventi. Cos, tra tutti, si riusciva a pagare l'affitto ai ricchi proprietari di quegli alveari in cui viveva la maggior parte degli abitanti di Roma.
Va' avanti gli intim la gladiatrix.
Le scale diventavano sempre pi strette. All'improvviso, qualcosa sfior la spalla del consigliere imperiale e lui si spavent. La lottatrice sorrise. Un colombo: ce n'erano parecchi l. Roma intera era infestata da quei volatili, che vivevano sui templi e negli anfratti delle insulae. Partenio cap di aver raggiunto l'ultimo piano. Aveva perso il conto. Non sapeva pi se fosse il sesto o il settimo. Entrarono in una stanza con il soffitto spiovente: era il tetto. Dalle numerose crepe di certo filtravano la pioggia, il vento e il freddo, ma in quel momento lasciavano entrare soltanto decine di fasci di luce. Il fondo della stanza, per, era buio. Partenio, spinto dalla gladiatrix, avanz verso l'angolo oscuro. Continu a non vedere niente finch, all'improvviso, due occhi brillarono nell'oscurit, ma erano all'altezza della coscia ed erano vigili e minacciosi. Non ne aveva mai visti di simili. Non sembravano umani. Allora si sent un ringhio e un gigantesco e maestoso cane nero emerse dall'oscurit. L'anziano si paralizz. La donna, con fare tranquillo, lo super e mise la mano sotto il muso dell'animale, che prima la annus, smettendo di ringhiare, e poi la lecc con dolcezza.
 qui disse la gladiatrice indicando un'ultima porta che, quando gli occhi di Partenio si abituarono all'oscurit, pot intravedere alle spalle del grosso cane. Annu, avanz di qualche passo ed entr in quell'ultima stanza. Non si sorprese di vedere Marzio, sdraiato su un improvvisato giaciglio di fieno in compagnia del sannita, appoggiato contro il muro. Marzio non perse tempo in preamboli.
Vogliamo il nostro oro gli comunic in un tono sereno, ma che Partenio sapeva di non dover sottovalutare. Dietro quell'apparente autocontrollo si celava una rabbia potentissima. Erano trascorsi mesi dalla morte dell'imperatore e loro non avevano ancora ricevuto quanto pattuito.
Nel tesoro imperiale ci sono molti meno soldi del previsto. Domiziano ha dilapidato quasi tutto il patrimonio in feste o tributi al re Decebalo della Dacia perch rimanesse a nord del Danubio. Nerva, il nuovo imperatore, non si fida ancora di me al punto da permettermi libero accesso al tesoro, e di fatto sono i pretoriani a esercitare il potere effettivo. I prefetti del pretorio, Norbano e Casperio, mi tengono sotto controllo. Partenio parlava velocemente nel tentativo di placare il terribile gladiatore di Roma e il sannita, e anche di calmarsi lui stesso. Nerva ha nominato una commissione per ottenere nuove entrate: stanno fondendo le statue d'oro e di bronzo dell'imperatore Domiziano e vendendo molte delle sue propriet, confiscate dopo la damnatio memoriae emessa dal Senato. Ma Nerva ha dovuto pagare quasi quattromila denari ai pretoriani come contributo per la sua ascesa... Ho bisogno di tempo...
Marzio si alz e si avvicin al consigliere imperiale. I pretoriani, che non sono stati in grado di proteggere un imperatore, vengono pagati e io che ho portato a termine quanto mi  stato chiesto non ricevo alcuna ricompensa. Non capisco il tuo mondo, consigliere. So soltanto che con queste regole non resisterete a lungo, a meno che non arrivi qualcuno a sovvertirle e ristabilire l'ordine. Ma tutto ci a me non interessa. Non  affar mio come governate questa citt di pazzi e il vostro maledetto Impero. L'unica cosa che conta per me  che tu mi hai promesso tutto l'oro del mondo e io sono ancora a mani vuote. Come hai appena detto tu stesso, Nerva non controlla niente. I pretoriani ci cercano ovunque e prima o poi ci troveranno. Consegnaci il nostro oro e ce ne andremo.
Dammi qualche giorno e vedr cosa riesco a racimolare... prov a dire Partenio.
Marzio lo afferr per la tunica e lo sollev da terra; il sannita sguain la spada.
Io dico di ucciderlo adesso propose il sannita risoluto. Questo vecchio non pagher mai.
Marzio scosse il capo e scaravent il vecchio consigliere contro il muro. Partenio fin sul pavimento. Pens di essersi rotto qualcosa, ma si trattava solo di qualche contusione, e anche quelle avrebbero impiegato settimane a guarire. Sorrise. Sarebbe sopravvissuto cos a lungo?
Ci hai promesso un mucchio d'oro e non abbiamo avuto ancora nulla insistette Marzio.
Mentre si rialzava a fatica, appoggiandosi alla parete, Partenio sorprese tutti ribellandosi e aggredendo verbalmente il suo interlocutore. Ma hai avuto la vendetta che desideravi cos ardentemente sibil. Volevi uccidere l'imperatore. E adesso  morto. Volevi una cosa che solo io potevo assicurarti e l'hai ottenuta. Perci non venire a dirmi che sei rimasto a mani vuote.
Marzio rimase in silenzio. Le parole di Partenio contenevano un fondo di verit. Anche se alla fine non era stato lui a uccidere l'imperatore, aveva preso parte alla congiura e assistere alla sua morte gli aveva dato un enorme sollievo. Da quel 18 settembre sentiva che lo spirito tormentato del suo vecchio amico Attilio aveva finalmente trovato pace. Era quello il suo obiettivo principale, ma ora Marzio si stava scontrando con un'angosciante realt: aveva bisogno di oro per poter affrontare il lungo viaggio che aveva deciso di intraprendere con Alana, in cerca della libert. Aveva accettato una simile follia soltanto per scappare insieme a lei da quella maledetta citt.
La voce del consigliere si lev ancora una volta nell'oscurit della stanza. Concedimi tempo fino alle kalendae di dicembre. Se fino ad allora non avrai ancora ricevuto i tuoi soldi, non disturbarti a cercarmi perch sar gi morto. Norbano sospetta di me e del precedente capo del pretorio; ha gi costretto Nerva a sostituirlo, nominando Casperio al suo posto. Presto vorranno le nostre teste e l'imperatore non  abbastanza forte da difenderci. Se non avrai avuto il tuo oro entro quella data, la cosa migliore che tu possa fare  trovare il modo di scappare da Roma al pi presto. Per tutti gli dei, intendo pagarti, non verrei mai meno alla mia parola! Se solo volessi, potrei obiettare che in realt non sei stato tu, n uno dei tuoi uomini, a uccidere l'imperatore. Sappiamo che  stata l'imperatrice a farlo, ma so bene che senza di voi, senza il vostro coraggio e il vostro sangue, non sarebbe mai stato possibile. La cosa importante  che Domiziano sia morto. L'impero ha ancora una speranza di sopravvivere, e dunque voi di ricevere quanto vi spetta. Concedimi il tempo che ti chiedo. Se non mi vedrai arrivare con il tuo oro, comincia a correre e non fermarti fino a quando sarai lontano da Roma, fuori dalla portata del potere imperiale, perch Casperio e Norbano ti daranno la caccia fino ai pi remoti confini dell'Impero.
Il sannita brandiva ancora la spada con aria minacciosa. Non sembrava soddisfatto della promessa del vecchio. Marzio nemmeno, ma guard di sottecchi Alana, rimasta sulla soglia ad ascoltare le loro conversazioni e ad assicurarsi che nessuno si avvicinasse al nascondiglio. Marzio sapeva che con un po' di oro sarebbe stato meno arduo raggiungere il Nord.
Aspetter fino alle kalendae, ma di ottobre, non di dicembre. Da quel giorno, se non ti avranno gi preso i pretoriani, dovrai vedertela con me concluse Marzio.
Il sannita si schiar la voce, come a voler palesare il suo disaccordo, ma non proffer parola e si appoggi di nuovo al muro, nervoso. Partenio si diresse verso la porta, annu, pensando che non fosse il momento di protestare, e and via. Questa volta la donna rimase sulla porta senza accompagnarlo. Marzio usc dopo il consigliere e si ferm accanto alla gladiatrice. Partenio si precipit verso le scale per allontanarsi da quel luogo. Scendeva pi in fretta che poteva, come se stesse scappando dalle fiamme dell'inferno.
Accanto al suo padrone, all'ultimo piano dell'angusto edificio, il grosso cane nero emise un paio di latrati. Una giovane prostituta, che era salita fin l per sfuggire all'insistenza dei clienti pi impazienti, si sporse dalla stanza del penultimo piano. Guard verso l'alto, in direzione del cane che aveva abbaiato, e, come succedeva a tutte, rimase affascinata dallo splendido corpo del padrone dell'animale. Rimase a fissare i suoi muscoli finch il suo sguardo incroci quello di Alana. La giovane prostituta chin il capo e si nascose di nuovo nel suo cubicolo, terrorizzata dagli occhi infuocati della gladiatrix. Se c'era una cosa che una donna sapeva riconoscere in quel quartiere era la gelosia.
Partenio, finalmente, torn in strada e si ritrov circondato dall'assoluta indifferenza di una folla alla ricerca di cibo, denaro, vino o donne, e avvolto dall'odore penetrante delle migliaia di persone che affollavano un quartiere in cui Giulio Cesare in persona aveva vissuto per anni. Gli pareva impossibile che il divino Cesare potesse aver percorso quelle strade. Roma, per, era la citt dei paradossi, proprio come adesso gli risultava pressoch impossibile credere che sarebbe sopravissuto. Non sapeva pi cosa fare. Era sfinito, stanco di tutto. Roma avrebbe avuto la meglio su di lui: era questione di giorni, ormai. Non sarebbe stato il primo n l'ultimo: Roma fagocitava tutto e tutti. Sul volto gli affior un sorriso cinico. Forse le fauci di Roma avrebbero trovato indigesti i pretoriani e ci avrebbe significato l'inizio della fine. Ma lui non l'avrebbe visto. Pens di fuggire, per quei maledetti pretoriani sorvegliavano tutte le porte della citt. Non si poteva fare altro che assistere alla lenta agonia dell'Impero e al trionfo dei predatori che aspettavano a nord del Reno e del Danubio. Nerva era incapace, troppo debole. Si erano sbagliati. C'era bisogno di qualcuno in grado di dominare i pretoriani, di comandare le legioni e sconfiggere i barbari: una combinazione impossibile. Partenio ripens a Corbulone, ad Agricola, a Manio. I cesari li avevano eliminati. Non avevano lasciato in vita nemmeno quei patrizi romani che avrebbero potuto essere all'altezza di riscrivere il destino dell'Impero.

137.

IL MONS TESTACEUS.

Roma, settembre del 97 d.C. Un anno dopo l'assassinio

Casperio, che aveva riottenuto il suo incarico di prefetto del pretorio grazie all'appoggio di Norbano, setacciava Roma come un cane da caccia. Avevano rastrellato quasi tutti i quartieri della citt: rimanevano soltanto la caotica Suburra e il posto verso cui si stava dirigendo in quel momento, scortato da centinaia di pretoriani. Voleva trovare quei gladiatori a ogni costo, in modo da rafforzare ulteriormente la sua posizione in quella strana Roma governata da Nerva, un imperatore troppo debole per imporre la sua autorit su lui e Norbano.
Andiamo, per Marte, svelti! esclam. I pretoriani accelerarono il passo.
Avanzavano tra i grandi horrea del porto fluviale di Roma. Le mercanzie provenienti da tutto il mondo arrivavano al gigantesco porto di Ostia, alla foce del fiume, per poi essere trasportate, a bordo di grandi imbarcazioni a fondo piatto, nei magazzini del porto. L, tra tutti gli altri edifici, si stagliava il maestoso Porticus Aemilia. I pretoriani di Casperio non riuscivano a distogliere lo sguardo dal pi grandioso edificio commerciale mai costruito a Roma, con le sue sette grandi navate longitudinali che si incrociavano con le cinquanta trasversali, rifinite da imponenti volte. Vi si immagazzinavano grano, olio, vino e qualsiasi altra merce. Era il nascondiglio perfetto, ma Norbano lo aveva gi perlustrato. A Casperio, tuttavia, era venuta un'altra idea. Lui e i suoi uomini superarono gli edifici del porto, attraversando le strade che risalivano verso l'interno, e raggiunsero la grande discarica di Roma: dopo anni e anni passati ad ammonticchiarvi resti di anfore si era trasformata in una vera e propria collina. I rifiuti non erano accumulati disordinatamente, anzi erano stati costruiti muri di contenimento per evitare che franassero in caso di pioggia sommergendo gli horrea circostanti.
L grid Casperio, tappandosi il naso e la bocca con la mano sinistra, per via del cattivo odore dell'immondizia, mentre con la destra brandiva la spada con cui infilzava i rifiuti. Guardate dappertutto! ordin, poi tacque per evitare che il fetore della discarica gli entrasse in bocca. La calce gettata dagli schiavi non era sufficiente a coprire le mefitiche esalazioni di olio rancido.
Casperio impieg tutta la giornata per giungere alla conclusione che i gladiatori fuggiti non si trovavano l. Dovevano rimettersi a cercarli nei quartieri della citt. Non potevano essere scappati perch le porte erano sorvegliate. Era sicuro che fossero ancora a Roma; avrebbero battuto tutte le strade, ispezionando ogni insula e domus. E se non li avessero trovati... Casperio si ferm all'improvviso, in cima al mons Testaceus - la collina di ceramiche rotte -, e inizi a ordire un nuovo piano. I gladiatori non erano stati gli unici assassini dell'imperatore e anche Norbano era dello stesso avviso. Qualcuno all'interno del palazzo doveva necessariamente averli aiutati. Forse stavano cercando nel posto sbagliato: avevano pensato a vendicare Domiziano cominciando dall'ultimo anello della catena. Ma potevano ancora invertire la rotta e iniziare da coloro che avevano dato l'ordine. Poi avrebbero avuto tutto il tempo per prendere i gladiatori.

138.

LA DECISIONE DI NERVA.

Il console Frontone, secondo quanto si dice, dichiar che era un male avere un imperatore sotto il quale nessuno poteva agire in alcun modo, ma era ancor peggio averne uno sotto il quale a tutti era lecito tutto1.
DIONE CASSIO, Storia romana, LXVIII, 1, 3

Roma, 26 ottobre del 97 d.C. Un anno, un mese e otto giorni dopo l'assassinio di Domiziano

Marco Cocceio Nerva usc dalla sua villa scortato da ventiquattro guardie imperiali di sua fiducia. Erano uomini scelti da Petronio, al quale, pur essendo stato declassato da prefetto a tribuno pretoriano, Nerva aveva affidato la sua protezione personale. Le acque del Tevere inghiottivano tutto: dai detriti alle vittime di tradimenti, e il nuovo imperatore sapeva di non potersi fidare quasi di nessuno. Sal sulla quadriga che lo avrebbe condotto al palazzo imperiale. Aveva scelto di prendere dimora negli Horti Sallustiani, gli ampi giardini voluti dallo storico Sallustio a nord di Roma, tra il Pincio e il Quirinale. I malevoli sostenevano che per edificarli, ai tempi di Giulio Cesare, Sallustio avesse attinto ai fondi che gli erano stati destinati come governatore dell'Africa Nova, l'antica Numidia. Mentre saliva sul cocchio, Nerva si godeva lo spettacolo della vegetazione, delle statue e delle fontane del parco. In genere, a Roma i malevoli avevano ragione: se Giulio Cesare non fosse stato amico di Sallustio, di certo non sarebbe stato utilizzato un capitale di dubbia provenienza per realizzare quei giardini. A ogni modo, fin dai tempi di Tiberio, gli imperatori erano soliti recarvisi per rinfrancarsi. Lui, Marco Cocceio Nerva, aveva deciso di vivere l per prendere le distanze dalla tirannia di Domiziano e di usare la maestosa Domus Flavia soltanto come palazzo di rappresentanza. Quel giorno, per, Nerva si stava recando all'Aula Regia per discutere con il suo consilium e diversi senatori di questioni relative ai confini dell'Impero.
Da mesi cercava di placare gli animi, eppure continuava a ricevere lamentele da ogni dove. A Roma nessuno sembrava preoccuparsi delle frontiere, mentre a lui pervenivano preoccupanti resoconti sui periodici attacchi dei barbari, in particolare sul Danubio. Non poteva dimenticare - soprattutto adesso che era imperatore - che in passato, in quella zona, erano state annientate due legioni: la V e la XXI. Nigrino in Oriente e Traiano sul Reno, dal canto loro, sembravano tenere la situazione sotto controllo ed erano leali a Roma, sicuramente grazie all'influente intercessione del senatore ispanico Sura, che doveva aver stretto accordi con loro prima dell'assassinio di Domiziano. Sul Danubio, per, i Daci rappresentavano una minaccia costante.
La quadriga si avvi verso sud lungo la Via Salaria per poi, una volta superato il colle del Quirinale, incrociare la Via Nomentana e dirigersi verso sud-ovest.
No ordin l'imperatore, senza gridare ma con voce risoluta. Passeremo dall'Esquilino.
L'uomo alla guida annu e fece svoltare i cavalli. Nerva voleva evitare la Suburra, troppo affollata e incontrollata, soprattutto in quei mesi in cui sembrava non riuscire a imporre la sua autorit. Dapprima i pretoriani, guidati da Norbano, avevano voluto la destituzione di Petronio perch sospettato di aver preso parte alla congiura contro Domiziano. Nerva si era illuso che, scendendo a patti con le guardie imperiali, ne avrebbe guadagnato la fiducia, perci aveva accolto la loro richiesta e sollevato Petronio dall'incarico di prefetto del pretorio. Inoltre, aveva elargito un generoso donativum di quattromila denari a ciascun pretoriano, secondo l'uso imperiale con cui si celebrava l'ascesa di un nuovo sovrano. Per un po' sembravano essersi tranquillizzati, ma, poco dopo, Norbano, sempre sostenuto da Casperio, aveva insistito nel voler continuare a cercare gli assassini dell'imperatore per giustiziarli. Cos, i due prefetti del pretorio avevano ricominciato a chiedere di poter interrogare Partenio, il vecchio consigliere imperiale, sugli avvenimenti di quel 18 settembre. E volevano sentire anche Petronio Secondo, l'allora capo del pretorio. Erano piuttosto insistenti, soprattutto Casperio, che serbava un profondo rancore nei confronti del suo predecessore e non vedeva l'ora di potersi vendicare di lui. Desiderava fargli pagare la sua debolezza in quel giorno nefasto, quando si era trovato a dover difendere Domiziano. Gli avvenimenti di quel giorno restavano molto confusi. E Nerva preferiva che rimanessero cos, nebbiosi e indefiniti, finch, prima o poi, tutti se ne sarebbero dimenticati. I pretoriani, per, non parevano intenzionati a farlo: volevano sviscerare ogni singolo evento occorso il giorno dell'assassinio, come i sacerdoti facevano con le interiora degli animali sacrificati.
Avevano gi superato il Viminale e si allontanavano dal rione V per addentrarsi nel III. Nerva si sentiva ancora sopraffatto dal ricordo degli ultimi mesi di tradimenti. Calpurnio Crasso aveva organizzato una congiura per salire al trono. Il piano era stato scoperto dalle spie di Partenio, un valido consigliere nonostante la veneranda et e il fisico ormai provato dalla vecchiaia, ma Nerva non aveva voluto condannare a morte nessuno, per evitare di innescare una nuova spirale di terrore. Aveva ritenuto sufficiente punire Crasso e i suoi fiancheggiatori confinandoli a Taranto. Ancora una volta, la sua generosit era stata interpretata come ignavia e i pretoriani avevano iniziato a disprezzarlo. Nerva aveva preso a temere per la sua vita e per quella dei suoi famigliari, perci quel giorno, diversamente dal solito, aveva deciso di recarsi al palazzo imperiale da solo, lasciando la moglie negli Horti Sallustiani. Aveva un brutto presentimento. I pretoriani erano capaci di qualsiasi cosa e i senatori... Nerva sorrise con amarezza, mentre in lontananza si intravedeva l'imponente sagoma dell'anfiteatro Flavio. Anche i senatori lo accusavano di essere un debole. Si era attirato l'odio di tutti.
Rione X: il cuore di Roma. La quadriga si ferm davanti all'entrata del palazzo imperiale. Nerva scese e si guard intorno. C'erano molti pi pretoriani del solito fuori dalla Domus Flavia. Poteva significare tutto o niente. Da qualche tempo non era informato in anticipo degli spostamenti delle guardie imperiali. I resoconti di Norbano e Casperio erano piuttosto lacunosi, e gli giungevano sempre a posteriori.
Si avvicin all'ingresso, sorvegliato da una ventina di pretoriani. Lo fissarono dritto negli occhi. Era evidente che non nutrivano il minimo rispetto per lui. Lui era l'imperatore, il loro capo supremo e la persona che avrebbero dovuto proteggere a qualsiasi costo, ma lo detestavano. Anche gli uomini della sua scorta personale non lo trattavano con la dovuta deferenza. Si stava dirigendo verso di loro, eppure i pretoriani che piantonavano l'ingresso rimanevano l in piedi, immobili, impedendogli il passaggio. Erano arrivati a quel punto? Nerva era un uomo di grande esperienza e aveva assistito a molti avvenimenti. Aveva paura? No, non pi delle altre volte in cui si era trovato in pericolo, in battaglia per esempio o quando sospettava che l'ormai deceduto Domiziano stesse per ordinare la sua esecuzione. Questa volta, per, la situazione era diversa: si sentiva a disagio perch nemmeno lui era in grado di capire cosa provasse esattamente. Quando raggiunse l'ingresso, i pretoriani si fecero da parte e lo lasciarono passare. Alcuni lo salutarono portandosi la mano al petto, altri no. Forse avrebbe potuto ancora guadagnarsi la loro benevolenza, ma non sapeva in che modo. Altri soldi? Il suo predecessore aveva dilapidato il tesoro imperiale per pagare i fastosi giochi circensi, per retribuire generosamente i pretoriani e per ingraziarsi re Decebalo. Nessun accordo di pace era mai costato cos tanto alle casse di Roma. Inoltre, ci di cui aveva davvero bisogno era la lealt, e questa, se autentica, non pu essere comprata, ma guadagnata suscitando ammirazione nei propri subordinati. Nerva sapeva che i pretoriani, e l'esercito in generale, compresi alcuni senatori, lo consideravano vecchio. Anzi, peggio ancora: vecchio e senza figli, senza successori. La sua ascesa al trono era stata favorita dalle circostanze, ma nessuno gli riconosceva le doti giuste per governare un Impero.
Nerva, tuttavia, voleva mantenere intatta la sua dignit. A qualsiasi costo. Pass davanti ai pretoriani con incedere fiero, degno di un imperatore. Almeno avrebbe dimostrato loro che non era intimorito. Avrebbero potuto dire di lui qualsiasi cosa, ma non che fosse un codardo. Eppure c'erano questioni molto gravi che tutti i cittadini di Roma avrebbero dovuto temere, come la situazione in cui versavano i confini settentrionali e orientali, ma nessuno sembrava curarsene.
Nerva si sedette sul trono e l, circondato da Partenio, Petronio e dagli altri membri del suo consilium, trov il coraggio di affrontare gli scottanti problemi che andavano risolti: le casse dello stato e le frontiere. Per la prima questione aveva nominato una commissione speciale, incaricata di racimolare denaro per saldare i pagamenti in sospeso dei pretoriani e delle legioni. In primo luogo erano stati confiscati tutti gli averi di Domiziano. Poi erano state abbattute le statue di bronzo, oro e argento del precedente imperatore per fonderle e coniare nuove monete. Tuttavia, tali provvedimenti aumentavano il malcontento dei pretoriani, che, dopo l'assassinio del loro idolatrato Dominus et Deus, avevano gi dovuto sopportare che non venisse deificato dal Senato e che, al contrario, fosse emessa una damnatio memoriae nei suoi confronti. Anche se parte del denaro ricavato era destinato a loro, i pretoriani non potevano fare a meno di odiare sempre pi il nuovo imperatore. Nerva stava per dare la parola a Partenio, al quale aveva chiesto resoconti aggiornati sulla commissione incaricata di trovare i fondi e sulla situazione dei confini, ma il consigliere, vedendo intorno a s volti seri, non pronunci il discorso che aveva preparato.
Cosa succede? domand Nerva e, al silenzio di tutti, guardando il tribuno Petronio e alzando la voce insistette: Cosa succede? Per Giove! Sono l'imperatore di Roma! Cosa succede?.
Petronio sospir, annu e rispose. Norbano e Casperio sono insorti e non riconoscono l'autorit imperiale. Almeno fino a quando non saranno accettate le loro condizioni.
Le loro condizioni? si indign Nerva, sporgendosi in avanti sul trono. Da quando i prefetti del pretorio impongono condizioni all'imperatore di Roma? Solo il Senato pu osare tanto. Solo il Senato pu interferire nel governo del sovrano dell'Impero.
Cal di nuovo il silenzio. Partenio fece un passo avanti. Non si pronunci sul fatto che i pretoriani avessero diritto o meno di pretendere qualcosa dall'imperatore: in realt lo stavano gi facendo e controllavano Roma con la forza. Il Senato era importante, senza dubbio, ma con i pretoriani in rivolta quello era il momento di agire, e non di disquisire.
I capi del pretorio, Norbano e Casperio, vogliono che l'imperatore consegni il qui presente tribuno Petronio e il sottoscritto. Si volt un istante per guardare il tribuno, che annu serio. E anche Massimo e Stefano, i miei aiutanti. Partenio non cerc questi ultimi con lo sguardo perch in quel momento si trovavano nelle stanze private del palazzo.
Partenio vide montare la collera dell'imperatore. A indignarlo non erano tanto le richieste in s, quanto il fatto che qualcuno osasse avanzargliele. Il vecchio consigliere era sicuro che la furia dell'imperatore sarebbe esplosa quando gli avrebbe elencato le altre condizioni dei capi del pretorio.
Inoltre, Norbano e Casperio esigono piena libert per interrogarci e giustiziarci, se saremo ritenuti colpevoli di aver partecipato alla presunta congiura contro Domiziano. Chiedono anche di poter arrestare e interrogare i senatori che potrebbero aver collaborato. Queste sono le loro richieste, e mi risulta che stiano arrivando qui dai castra praetoria, a capo di una nutrita schiera di loro fedelissimi. Questo, cesare,  ci che succede.
Nerva era fuori di s, ma, con grande sorpresa di tutti i presenti, si controll. L'ira smisurata, e non rivolta verso un obiettivo preciso, era un inutile spreco di energie. Nel suo sangue scorreva la dignit imperiale e lui l'avrebbe onorata fino all'ultimo dei suoi giorni. Era uno dei pochi cittadini romani a poter vantare non solo di aver servito lealmente la dinastia Flavia, fin quando Domiziano non aveva perso completamente il senno, ma anche di discendere dal divino Augusto. Era diventato imperatore per volont del Senato, ma anche in virt del suo lignaggio reale. Lo disprezzavano tutti. Tutti. Avevano ragione?
Quando saranno qui fateli passare. Voglio parlare con loro ordin perentorio. In realt nessun pretoriano avrebbe osato fermare Norbano e Casperio, a eccezione di Petronio e di qualche altro soldato fedele a Nerva e al Senato. E sarebbero comunque stati troppo pochi a fronte del numero di pretoriani in arrivo. Questi, inoltre, erano guidati e fomentati da due capi che avevano fatto credere loro che nessun altro imperatore li avrebbe favoriti come aveva fatto Domiziano e che dunque il minimo che potessero fare per mandare un chiaro segnale al Senato e a tutta Roma era vendicare il deplorevole assassinio del loro amato imperatore.
Vista la situazione, le parole di Nerva sembravano vane, ma tutti annuirono come se l'ordine fosse stato pronunciato da un governante con il pugno di ferro. Era una farsa. Una pantomima di infima qualit, e dal finale pi che prevedibile.
Norbano e Casperio si fermarono all'ingresso dell'Aula Regia. Dietro di loro si snodava un corteo di cinquecento pretoriani che aveva sfilato lungo i viali e il Foro di Roma. E quella era soltanto la decima parte degli uomini di cui disponevano. Roma era nelle loro mani e l'imperatore avrebbe dovuto arrendersi all'evidenza che le condizioni dettate dai pretoriani erano prioritarie. Tutto il resto poteva aspettare. Oltre alla legittimazione del loro potere c'era un'altra cosa alla quale n Norbano n Casperio erano disposti a rinunciare: la vendetta. Volevano uccidere gli assassini di Domiziano, uno per uno.
Le guardie all'ingresso si fecero da parte ostentando molta pi solennit di quando avevano fatto passare Nerva. I prefetti del pretorio fecero il loro ingresso nell'Aula Regia come se fossero stati due grandi legati vittoriosi.
Nel frattempo, nella Suburra come sul Quirinale, sull'Aventino e sull'Esquilino, nei dintorni del Foro e del palazzo imperiale, in tutta Roma, i cittadini si barricavano in casa lasciando le strade praticamente vuote. Quasi non sembrava giorno di mercato. Anche i commercianti avevano avvertito il terrore impossessarsi della citt e avevano chiuso le loro botteghe in tutta fretta. In meno di un'ora, per le strade di Roma c'erano soltanto i membri della guardia pretoriana e, forse, qualche ubriaco che si sarebbe pentito di aver bevuto tanto da perdere la cognizione della realt appena avesse incrociato una pattuglia di soldati. Un morto in pi o in meno in qualche angolo della capitale dell'Impero non avrebbe mutato le sorti di quel giorno destinato a cambiare il corso della storia. Gli avvenimenti davvero importanti si stavano svolgendo nell'Aula Regia della Domus Flavia.
Partenio e Petronio, di fianco a Nerva, cercavano di dissimulare la tensione rimanendo immobili e con un'apparente aria di sfida, sebbene si sentissero sopraffatti dall'angoscia dell'inevitabile fine, una fine che immaginavano sarebbe stata molto dolorosa.
Niente indugi disse Norbano all'imperatore di Roma. Consegnaci quei due miserabili che si nascondono alle tue spalle Petronio e Partenio erano arretrati di un paio di passi, come se stessero cercando di celarsi alla vista del prefetto. E anche i loro complici: quel cieco traditore di Stefano e quell'altro inetto di Massimo. Tutti e quattro, adesso o non rispondo delle conseguenze.
Nerva si alz dal trono. Fai silenzio! grid. Siete ai miei ordini e quindi si far quello che dico io, Imperator Nerva Caesar Augustus Pontifex Maximus Pater Patriae!
Era risoluto, deciso; le sue parole erano state ferme e l'atteggiamento orgoglioso, ma non sort alcun effetto. Ignorando la sua reazione, Norbano gir intorno al grande trono imperiale e, puntando alla preda pi debole, raggiunse l'anziano Partenio, lo afferr per la tunica e lo gett a terra ai piedi di Nerva, fuori di s, impotente, incapace di imporre il suo volere. Norbano approfitt della debolezza dell'imperatore e si rivolse ai suoi pretoriani. Tenetelo fermo! Uno lo abbiamo preso! disse, soddisfatto dalla caccia di quel giorno, e guardando un altro gruppo di soldati aggiunse: Adesso setacciate il palazzo e portateci quei farabutti di Stefano e Massimo.
No, per Giove! grid Nerva scendendo dal trono. No, mille volte no!
Casperio si avvicin all'imperatore, che si ritrov stretto tra i due capi del prefetto, e lo fiss negli occhi. Petronio pens di intervenire, ma quattro pretoriani gli afferrarono le braccia immobilizzandolo.
Lasciatemi, maledetti! esclam. Nerva sent le grida, si volt e Norbano incurante che si trattasse dell'imperatore di Roma, lo spinse. Marco Cocceio Nerva, con i suoi sessantacinque anni, non riusc a opporre resistenza al robusto capo del pretorio; perse l'equilibrio e rovin sul pavimento dell'Aula Regia, mortificato non tanto dalla caduta, bens dal fatto che i pretoriani avessero osato malmenare, colpire e umiliare l'imperatore di Roma, il princeps Senatus, il fulcro del potere dell'Impero. Dov'erano finiti l'ordine, la gerarchia, la disciplina? Senza queste virt, Roma non era nulla. Nulla.
Nerva non protest apertamente. Per un istante pens che lo avrebbero ucciso, ma Norbano e Casperio sembravano accontentarsi di uscire dall'Aula Regia trascinando via Partenio, silenzioso, e Petronio, che sbraitava in preda alla rabbia e tentava ancora di liberarsi dall'abbraccio mortale di quei soldati che fino a poco tempo prima erano stati ai suoi ordini. Con un affronto ancora maggiore, non fecero ritorno ai castra pretoria, ma si addentrarono nel palazzo imperiale.
Marco Cocceio Nerva si rallegr per avere infine capito cosa lo aveva tormentato fin dall'alba di quel giorno funesto: il senso di impotenza, la sua totale incapacit di opporsi al corso degli eventi. La maggior parte dei pretoriani abbandon l'Aula Regia. Soltanto mezza dozzina di uomini rimasero a difendere lo sconfitto Nerva, l'imperatore di... nessuno sapeva pi bene di cosa. Quegli uomini erano veterani di guerra, che avevano appreso l'importanza di valori come la disciplina, l'obbedienza e l'ordine. Nella loro vita avevano assistito ad altre insurrezioni e sapevano che non ne avrebbero ricavato niente di buono. Gli altri consiglieri imperiali si dileguarono, perci Nerva apprezz ancora di pi l'appoggio silenzioso di quei pochi che gli erano rimasti leali: una goccia d'acqua in un oceano di anarchia, ma che gli ricordava tempi migliori.
Marco Cocceio Nerva si sedette ai piedi del trono. Non si sentiva abbastanza degno per occuparlo di nuovo. Era stato colpito e umiliato, ma si rifiutava di darsi per vinto, perch accettare la sconfitta in quelle circostanze avrebbe significato riconoscere il crollo di Roma, e lui non era disposto a farlo. Inoltre, dopo aver seviziato Partenio e Petronio, i due capi del pretorio avrebbero ucciso i senatori, e infine lui. Ormai era solo questione di tempo. Non disponeva di soldati fidati, tranne quei sei uomini. Non avrebbe potuto opporsi ai pretoriani. N lo avrebbero fatto le cohortes urbanae o i vigiles, che non lo avevano mai fatto in passato. E l'esercito era troppo lontano, sui confini. All'improvviso si rianim: un lampo di collera repressa gli illumin il viso. Di certo Norbano e Casperio avrebbero costretto il Senato a scegliere un burattino compiacente da mettere sul trono e grazie al quale estendere i loro poteri su tutte le istituzioni dello stato. Poi forse addirittura uno dei due prefetti del pretorio si sarebbe proclamato imperatore. Verosimilmente Norbano, che apparteneva a una famiglia nobile e godeva della stima dell'esercito per la vittoria conseguita nella Germania contro l'immenso esercito di Catti annegato nel Reno. A un tratto Nerva si rese conto di avere ancora un'arma, una sola. Un'arma alla portata del legittimo imperatore di Roma. E lui per il momento lo era ancora, per nomina del Senato.
Nerva si alz. Si guard intorno. L'Aula Regia era ormai semideserta, popolata di ombre. Erano rimasti soltanto i sei pretoriani fedeli, immobili al punto da confondersi con le statue dei divini Vespasiano, Tito, Augusto, Tiberio e Claudio. Non c'erano statue di Caligola, Nerone o Domiziano, ma presto, se la ribellione di Norbano e Casperio fosse proseguita, sarebbero ricomparse, almeno quella di Domiziano. Nerva vide un tavolo su cui giacevano papiri e mappe, che uno dei liberti del consiglio aveva abbandonato all'arrivo dei pretoriani. Si avvicin e si sedette sulla sella. C'erano papiri, diverse schedae per prendere appunti, uno stilus e atramentum. Non gli serviva altro. Marco Cocceio Nerva scrisse lentamente, soppesando ogni parola. Ci che lo stilus avrebbe vergato, era destinato a cambiare la storia. Le sue parole avrebbero convocato nell'Urbe gladi che avrebbero piegato le pesanti lame dei pretoriani. Doveva scrivere due messaggi. A due persone diverse. Non riusc a trattenere un sorriso: due messaggi, una manciata di parole contro cinquemila pretoriani in rivolta. Ma le sue erano le parole di un imperatore. Anche se i pretoriani non gli obbedivano, anche se lo disprezzavano e non lo ritenevano all'altezza del suo ruolo, lui era ancora l'imperatore di Roma. Norbano e Casperio avrebbero fatto meglio a ucciderlo. Era stato un errore lasciarlo in vita. Nerva concluse il primo messaggio. Era il pi importante, ma anche quello che aveva pi chiaro in mente, perci lo aveva redatto con facilit. Giunto il momento del secondo messaggio, ebbe un attimo di esitazione. Come dire tutto ci che doveva senza usare decine di rotoli di papiro o un intero codex di pergamena? Dall'interno del palazzo si alzarono le prime grida. Dovevano aver iniziato a torturare i prigionieri. La cosa migliore era andarsene al pi presto e rifugiarsi negli Horti Sallustiani ad attendere il corso degli eventi. In quel momento all'imperatore venne in mente un astuto stratagemma. Sorrise. Opt per una citazione letteraria in greco. Solo il destinatario l'avrebbe compresa. Era questo il suo scopo. Se i pretoriani avessero intercettato il messaggero e questi avesse rivelato il nome del destinatario, non conoscendo il greco non avrebbero capito niente, almeno fino a quando non avessero trovato un traduttore.
Nerva si rivolse a uno dei sei pretoriani rimasti nella sala.
Come ti chiami, soldato?
Il pretoriano si mise sull'attenti. Aulo. Mi chiamo Aulo, cesare.
Bene, Aulo. Hai combattuto in qualche campagna? Sei un veterano?
Veterano della Britannia, sotto il comando di Agricola.
Una grande campagna e un valoroso legatus.
S, cesare.
Allora sei un uomo coraggioso.
Ho sempre lottato con onore, cesare.
Perch sei rimasto e non ti sei unito al resto dei pretoriani?
Perch le guardie sono al servizio del cesare.
Nerva sorrise. Un'oasi di ordine e disciplina in mezzo alla tempesta e al caos. Si volt verso gli altri cinque pretoriani, che ascoltavano vigili.
La vostra lealt sar ricompensata. Si volt di nuovo verso Aulo. Ho bisogno che consegni questi due messaggi mentre io mi reco al tempio di Giove. Il primo  per il senatore Lucio Licinio Sura. A quest'ora lo troverai al Senato, nell'edificio della Curia Iulia. Il secondo  per questa persona. E gli mostr il secondo papiro, piegato a met e con un nome sul retro.
Il pretoriano lesse il praenomen, il nomen e il cognomen del destinatario del secondo messaggio e annu, mentre l'imperatore gli domand: Sarai in grado di trovarlo?.
Il pretoriano annu di nuovo.
Marco Cocceio Nerva sospir. Per Giove! Allora vai, pretoriano della guardia imperiale! Porta i miei messaggi e assicurati di farmi recapitare una risposta dal Senato prima di andare al Nord con il secondo messaggio. Mi troverai al tempio di Giove.
Aulo si conged tendendo il braccio destro e, a passo deciso, usc dall'Aula Regia. Era improbabile che i pretoriani perdessero tempo a fermare uno di loro, e poi Aulo si dirigeva verso il Foro, che era nella stessa direzione dei castra pretoria. Il destino dell'Impero era racchiuso in quei due messaggi. Se il piano di Nerva fosse riuscito, il mondo lo avrebbe ricordato per quelle due lettere. Il resto del suo mandato imperiale sarebbe stato un lento e inesorabile declino verso l'anarchia pi assoluta. Ci aveva provato, con tutte le sue forze, ma aveva fallito. Gli restavano solo quelle parole e sperava con tutto il cuore che sarebbero bastate, altrimenti Roma sarebbe caduta in un vortice di guerre intestine, mentre i nemici oltre il Reno e il Danubio si sarebbero impossessati delle province del Nord. E quello sarebbe stato soltanto l'inizio della fine.
Nerva guard gli altri cinque pretoriani. Andiamo! Al tempio di Giove!
Anche loro uscirono indisturbati. I pretoriani a guardia del palazzo imperiale non li consideravano un pericolo. Per loro rappresentavano solo il passato, mentre Norbano e Casperio erano il presente e il futuro.

1. DIONE CASSIO, Storia romana, introduzione di Alberto Barzan, traduzione di Alessandro Stroppa, note di Alessandro Galimberti, vol. 7, libri LXIV-LXVII, BUR, Milano 2000. Parole pronunciate dal console Frontone, senatore all'epoca di Adriano, a proposito di Domiziano e Nerva.

139.

L'INTERROGATORIO.

Roma, 26 ottobre del 97 d.C.

Norbano e Casperio fecero condurre i quattro prigionieri all'ippodromo. Per l'imperatore Domiziano la morte era giunta dall'ippodromo, perci a Norbano sembrava equo giustiziare i suoi congiurati nel luogo in cui tutto aveva avuto inizio. Era stanco del loro ostinato silenzio. Avrebbe concesso ai prigionieri un'ultima opportunit, non di sopravvivere, ma di rendere pi rapide le loro sofferenze rivelando i nomi dei colpevoli.
Posizionarono i quattro uomini al centro dello spiazzo, proprio nel punto in cui Norbano aveva avuto il presentimento che stesse per succedere qualcosa di terribile. Stefano gemeva e piangeva, anche se non aveva pi gli occhi. Domiziano dunque non gli aveva strappato le ghiandole lacrimali. Anche Massimo piangeva come un animale ferito, mentre Petronio e Partenio rimanevano in silenzio e immobili, in attesa che il loro destino si compisse.
Casperio, ancora una volta, torn a interrogarli sulla congiura. Chi altro  coinvolto? Vogliamo tutti i nomi disse, fermo e implacabile di fronte ai singhiozzi inconsolabili di Stefano.
Casperio detestava i codardi, perci sguain la spada e trafisse il ventre del cieco indifeso e colto alla sprovvista. Stefano si pieg portandosi le mani allo stomaco. Riusciva a stento a respirare. Cadde in ginocchio ed ebbe un conato di vomito. Accanto a lui, Massimo interruppe il suo pianto silenzioso e deglut, ma ormai era tardi e Casperio trafisse anche lui. Massimo cadde in ginocchio e cerc di mantenere il respiro regolare. Appena Stefano parve aver ripreso fiato, Casperio gli assest un secondo colpo su una tempia. Pur non avendo usato il filo dell'arma, l'impatto fu violento e Stefano si rivers a terra, rimanendo immobile in una pozza di sangue che gli scorreva tra i capelli. Eppure respirava ancora, si muoveva, lottava per sopravvivere. Casperio si chin e gli parl di nuovo, sicuro che il cieco non avrebbe esitato a rivelare tutto quello che sapeva, anche solo per non ricevere altri colpi. Quei liberti non erano bravi a resistere al dolore. Casperio sapeva che Stefano non poteva vivere ancora a lungo perch aveva perso molto sangue, perci si concentr sulla domanda che pi gli premeva.
Chi ha pugnalato l'imperatore? Parla, maledetto, chi  stato? Per Giove, dimmelo e chiamer subito un medico che ti soccorra.
Massimo, Partenio e Petronio, cos come tutti i pretoriani presenti, alla vista di tutto quel sangue sapevano che un medico avrebbe potuto fare ben poco, ma Stefano, come chiunque altro nella sua condizione, pensava soltanto a salvarsi.
Non... lo... so... non... lo... so... gemeva strisciando per terra. Casperio e Norbano lo seguivano, cercando di evitare il rivolo di sangue. Dovevo ucciderlo io, avrei dovuto farlo io.
Stefano stava cedendo. Partenio lo guard con odio. Quel menomato moribondo stava per riferire tutto quello che sapeva, tutto. Ma quanto sapeva davvero? Stefano si ferm e premette la mano sulla ferita, dalla quale continuava a zampillare sangue.
Io avrei dovuto uccidere l'imperatore. Lo avvicinai da dietro e lo pugnalai, l'ho fatto per i bambini, per i bambini... Ma io non sono un guerriero, non ci sono riuscito, gli feci solo un graffio... L'imperatore si volt, fuori di s, e iniziammo a lottare. Finimmo sul pavimento e poi mi strapp gli occhi... mi strapp gli occhi.
I capi del pretorio sorrisero ricordando la forza del loro amato imperatore, che da solo, attaccato alle spalle, era riuscito a difendersi come un leone.
Stefano, coperto di sangue, prosegu il racconto sopraffatto dal dolore. Ma in quel momento arrivarono altri uomini... non so, ci furono altri scontri... per me  tutto confuso, tutto... non vedevo niente... Sentivo tante voci. Sono sicuro di aver sentito Partenio, altri uomini e l'imperatore e poi un lungo combattimento. C'era anche l'imperatrice, s... disse... disse... Partenio si sent pervadere da un senso di impotenza. Non capii bene le sue parole... gridava, l'imperatrice gridava e piangeva, e anche l'imperatore gridava... E poi segu il silenzio e di nuovo la lotta.
Stefano perse conoscenza e si rivers a terra: ormai nessuno badava pi a lui. Partenio si concesse quasi un impercettibile sospiro di sollievo. I capi del pretorio lasciarono Stefano in mezzo all'ippodromo della Domus Flavia a dissanguarsi. Stefano era scosso da conati di vomito, ma poi anche questi si interruppero. Rimase immobile. Sentiva un liquido caldo scorrergli sul volto. Pens al dio dei cristiani, quello in cui aveva cominciato a credere negli ultimi mesi della sua misera esistenza. Era confuso. Come poteva un dio buono permettere non solo la sofferenza, ma addirittura l'assassinio di tanti innocenti? Gli tornarono in mente i bambini di Flavio Clemente e Flavia Domitilla. Rivide la spada del pretoriano che trapassava i loro corpicini indifesi. N gli dei romani n quelli cristiani lo avrebbero aiutato. Forse non esistevano nemmeno. Poi Stefano si sent attraversare da un brivido di terrore, e smise di respirare.
Casperio e Norbano erano contrariati: per un momento avevano sperato di ottenere molto di pi dalle parole di quel miserabile, ma da cieco, come lo aveva ridotto Domiziano, non era servita a granch la sua testimonianza dell'assassinio. Aveva solo confermato che erano stati in molti a prendervi parte, ma questo lo avevano gi capito dai cadaveri dei gladiatori rinvenuti nell'ippodromo e nella stanza dell'imperatore. Uno in meno, pensarono molti dei pretoriani riunitisi per assistere all'interrogatorio. A Norbano non interessava che Stefano avesse trovato cos presto la strada per l'Ade, ma temeva che Casperio, trascinato dalla foga, potesse uccidere gli altri senza prima aver ottenuto informazioni utili. La morte di Stefano doveva servire da monito, cos quei maledetti avrebbero capito che facevano sul serio, ma da quel momento bisognava procedere con pi calma.
Avete visto cosa  capitato al vostro complice nella congiura... Norbano prese la parola mettendosi tra Casperio e gli altri tre prigionieri.  meglio che qualcuno di voi tiri fuori dei nomi oppure farete la fine del vostro amico. Ma a voi toccher una morte molto pi lenta.
Anzich sguainare la spada, sfoder il pugio militare e lo fece passare sotto gli occhi delle vittime. Massimo, che era riuscito a rialzarsi, parve il pi spaventato dei tre e Norbano decise di cominciare da lui.
Per Marte, sarai tu il primo a parlare, liberto?
Massimo rimase in silenzio. Norbano sbuff, si volt, come se volesse allontanarsi, poi si gir di scatto e infilz con tre rapide stoccate la gamba sinistra di Massimo. Questi grid di dolore, si accasci e prov ad arrestare l'emorragia. Casperio gli si avvicin e riprese il suo interrogatorio.
Chi altri  coinvolto, farabutto? Chi ha preso parte all'assassinio dell'imperatore?
Massimo guard Partenio con aria supplichevole e questi scosse il capo. In quel preciso istante, Norbano si avvicin al vecchio consigliere imperiale e gli sferr un pugno alla bocca dello stomaco, atterrandolo, per evitare che potesse influenzare le risposte del liberto. Mentre Partenio cercava di riprendere fiato, rannicchiato a terra, Norbano si era gi chinato su Massimo.
Rispondi e sarai salvo. Hai solo ferite lievi che si possono suturare. Abbiamo bravi medici nei castra praetoria, i migliori, ma devi dirci cosa  successo, vogliamo i nomi dei colpevoli.
Massimo, pur nella sua ingenuit, era un uomo leale, e sapeva cosa aveva cercato di intimargli Partenio con quello sguardo. Perci, rifer ai due brutali carcerieri tutto ci che poteva, senza di fatto rivelare niente.
I gladiatori. Ce n'erano tanti e lottarono contro le guardie pretoriane e l'imperatore. Sono stati loro.  Marzio che dovete cercare, il mirmillo.  lui che ha pugnalato l'imperatore al cuore.
I due capi del pretorio si scambiarono uno sguardo. Non erano convinti che quella fosse tutta la verit, ma era quanto meno una versione credibile. Marzio aveva la stoffa del capo, ma Norbano e Casperio, in cuor loro, non volevano accettare di essersi lasciati scappare, tra gli altri, proprio l'uomo che aveva assestato il colpo mortale all'imperatore. A ogni modo, restava da scoprire se avevano avuto altri complici all'interno del palazzo. Quel giorno avrebbero punito tutti i traditori. Poi avrebbero stanato e giustiziato i gladiatori fuggiti. Non importava dove si nascondessero, prima o poi li avrebbero scovati.
Uccidetelo ordin Norbano al gruppo di pretoriani pi vicini, mentre con lo sguardo cercava conferma da Casperio. Questi annu e, all'istante, diverse spade trapassarono il petto e la schiena di Massimo. Il liberto mor implorando clemenza tra gemiti e grida che penetrarono come lame affilate nei timpani di Partenio e Petronio. Era proprio verso di loro che adesso si dirigevano i due capi pretoriani.
Norbano si avvicin a Petronio per parlargli all'orecchio mentre alcuni soldati lo tenevano fermo.
Dimmi chi, tra le guardie, era coinvolto e ti dar una morte rapida. Altrimenti rimarrai qui a marcire sotto il sole. Ti crocifiggeremo. Ti far perfino bendare le ferite di mani e piedi perch la tua agonia sia pi lenta.
Petronio non rispose e un pretoriano gli torse un braccio dietro la schiena. Non importa quello che dir... Non mi crederete mai... disse infine il tribuno.
Sei stato tu a ridurre il numero di guardie qui nell'ippodromo prosegu Norbano ignorando le parole del suo prigioniero. Chi erano gli altri pretoriani coinvolti?
Norbano era convinto che anche altri soldati imperiali avessero partecipato alla congiura. Non riusciva a capacitarsi che l'imperatore fosse stato ucciso soltanto perch Petronio aveva allontanato dall'ippodromo parte delle guardie. Doveva esserci stata pi collaborazione dall'interno.
Petronio Secondo intuiva i pensieri del suo interlocutore, giudice e carnefice. Non riesci a credere che sia bastato cos poco, vero? sibil Petronio tra i denti, cercando di reprimere il dolore al braccio. E invece  cos, Norbano,  cos. Domiziano aveva generato troppo odio intorno a s... Aaaahh... E tutto quell'odio, alla fine, gli  tornato indietro... Aaaahh.
Norbano lo afferr per la gola, mentre i pretoriani gli spezzavano il braccio. Il dolore divenne insopportabile. Petronio, in un gesto di ribellione, sput in faccia al suo aguzzino. Norbano si pul con il dorso della mano e allent un po' la stretta.
Chi ha ucciso l'imperatore? gli domand Norbano con freddezza. Casperio si port al suo fianco. Voleva sentire la risposta. Anche gli altri pretoriani si avvicinarono, accerchiando Petronio.
Il tribuno, per, suscitando la collera dei due prefetti del pretorio, scoppi in una fragorosa risata. Non lo so... Non lo so... Al mio arrivo era gi morto... E mi dispiace... mi dispiace davvero... perch avrei goduto immensamente nel vedere pugnalare al cuore quel pazzo che ha portato tutti noi alla rovina... Un eroe... Il suo assassino  un eroe... Faceva fatica a parlare con il braccio rotto e dopo che Norbano lo aveva quasi strangolato, ma non si fermava, le parole erano l'unica arma che aveva per tormentarli. I confini... i confini... non sono forti abbastanza... I barbari si avventeranno su di noi... presto dovrete lottare contro nemici veri... un giorno non troppo lontano sarete voi a essere torturati dai nemici del Nord, dell'Oriente, del mondo intero... Mi dispiace solo che non vivr abbastanza a lungo per assistere a quel momento... ah.
Norbano gli sferr un pugno al basso ventre e Petronio tacque. Poi si rivolse a Casperio: Dice la verit.  un traditore ma non mente. Quando arriv tutto era gi finito. Coincide con quanto ci hanno riferito altri pretoriani. Ci rimane solo il vecchio. E indic Partenio, che li guardava terrorizzato.
Sei stato tu a organizzare tutto, vero? Hai convinto Petronio e gli altri liberti, hai assoldato i gladiatori, che troveremo presto e giustizieremo, dopo averli sottoposti a terribili torture. La congiura  stata opera tua. Ma dimmi solo una cosa, Partenio: perch? Perch uccidere chi ti dava la vita, un lavoro, il tuo capo supremo? Norbano concluse la raffica di domande colpendo l'anziano consigliere allo stomaco.
Questi prima smise di respirare, poi inizi a vomitare. I capi del pretorio aspettarono che si riprendesse.
Partenio decise di rispondere ai suoi carnefici. Come aveva fatto Petronio, qualsiasi espediente era utile a distrarsi dal dolore delle percosse subite.
Domiziano era pazzo. Presto avrebbe eliminato tutti, s, tutti. Anche voi. Ogni giorno... ogni giorno la sua lista di sospettati si allungava sempre di pi... Aveva oltrepassato ogni limite... non si sarebbe fermato finch non avesse ucciso tutti... tutti... E nel frattempo l'Impero va in frantumi...
Smettila di parlare dell'Impero, vecchio imbecille lo interruppe Norbano. Tra tutti i possibili traditori di Domiziano, tu sei quello che pi di tutti scatena la mia collera. E te ne accorgerai, lo giuro su Marte. Per te abbiamo in serbo qualcosa di speciale. A meno che tu non mi dica quello che ho chiesto a tutti gli altri. Non mi interessa il perch: voglio sapere soltanto chi. Hai capito? Confessa: chi  l'uomo che ha pugnalato alle spalle l'imperatore? Chi? Per tutti gli dei, Partenio! Tu eri l, nella stanza imperiale. E non sei cieco, non lo eri allora e non lo sei adesso!  stato quel miserabile di Marzio? Tu sai chi  l'assassino. E ce lo dirai, giuro su tutti gli dei che ce lo dirai!
Partenio scosse il capo, concedendosi un ghigno sarcastico. Era la sua ultima, grande vittoria: adesso che Massimo era morto, solo lui e i gladiatori sapevano che era stata l'imperatrice a uccidere Domiziano. Invece il pretoriano continuava a cercare un uomo, un uomo... E lui non avrebbe parlato, no. Non gli importava cosa gli avrebbero fatto e nemmeno quanto dolore avrebbe dovuto sopportare. Non avrebbe confessato. I gladiatori avrebbero saputo badare a se stessi: sarebbero fuggiti oppure sarebbero morti combattendo. Erano professionisti. Sapevano a cosa sarebbero andati incontro se fossero caduti nelle mani dei pretoriani, e non lo avrebbero mai permesso. Si sarebbero battuti fino alla morte, come nell'arena. Avrebbero svolto la loro missione fino alla fine. Per un attimo gli dispiacque davvero di non essere riuscito a pagarli. Si erano guadagnati i loro soldi. Se li erano guadagnati.
Lo afferrarono da dietro e iniziarono a torcergli il braccio come avevano fatto con Petronio Secondo. Il dolore era lancinante. Il tribuno, come aveva detto, non sapeva cosa fosse accaduto nella stanza imperiale. Massimo era morto. Partenio era rimasto il solo a poter rivelare il nome dell'assassina. Assassina? I suoi pensieri si affollavano silenziosi nella sua mente sotto lo sguardo confuso dei capi del pretorio, che evidentemente si stavano chiedendo come continuare a torturarlo senza ucciderlo. Era davvero un assassinio quello che aveva commesso l'imperatrice? Un colpo sul viso assestato da Norbano lo riport alla realt.
Soffrirai molto, consigliere. Molto.
Gli sferr un altro pugno. Mentre il tramortito Partenio sputava un dente e cercava di riprendersi, Norbano e Casperio ne approfittarono per confabulare tra loro senza farsi sentire dagli altri partecipanti a quel conclave di vendetta e terrore. Nel cuore del palazzo imperiale Domiziano sembrava ancora continuare a muovere i fili dalle profondit dell'Ade.
Petronio Secondo, ancora trattenuto dai suoi aguzzini, sopportava il dolore al braccio rotto con la dignit di un soldato capace di resistere a qualsiasi cosa. Partenio riprese a respirare a ritmo regolare. Dopo aver parlato, Norbano e Casperio si fissarono per un secondo e si separarono. Avevano stabilito cosa dovesse fare ciascuno di loro. Petronio Secondo, non essendo un testimone oculare, ormai non serviva pi. Forse poteva tornare utile soltanto per incutere ancora pi terrore al vecchio consigliere imperiale, ma era su di lui che dovevano concentrarsi. Avevano deciso cos.
Norbano si rivolse ancora a Partenio. S, consigliere, soffrirai molto. Per prima voglio che veda una cosa.
Partenio stava a capo chino. Norbano lo afferr dai capelli e gli tir la testa all'indietro di modo che il consigliere potesse guardare Petronio Secondo. In quel momento Casperio sguain la spatha e la conficc nel ventre di Petronio. Questi rugg il suo ultimo, sofferto alito di vita. Casperio godette nel rigirare pi volte la lama mentre la estraeva dal corpo della sua vittima. I pretoriani smisero di sorreggere quello che un tempo era stato il loro capo e Petronio Secondo cadde, dapprima sulle ginocchia e poi bocconi, sbattendo il viso sul suolo dell'ippodromo. Norbano si avvicin ancora a Partenio e gli parl con tono di scherno, quasi divertito.
Petronio, in fin dei conti, era uno di noi. Per questo non ci siamo accaniti su di lui, ma per te sar diverso. Nei tuoi confronti, consigliere, non nutriamo alcun rispetto. Petronio era uno di noi, prima che arrivassi tu a corromperlo con i tuoi discorsi. Adesso ci divertiremo a farti a pezzi. Ti crocifiggeremo, sulla nuda terra, con dei chiodi enormi. Ti assicuro che faremo sul serio con te.
Partenio rimase in silenzio: non era coraggio il suo, era terrore.
Casperio e Norbano fecero chiamare un medico: non gli chiesero di curare Partenio, anzi gli intimarono di usare i suoi strumenti per infliggergli pene pi atroci. Fecero dunque sdraiare il consigliere divaricandogli gambe e braccia. Poi lo tennero fermo e gli trafissero mani e piedi con uno spesso chiodo di ferro. I pretoriani disponevano di tutto il necessario. Aspettavano da mesi quel momento e avevano portato dai castra praetoria tutto ci di cui avrebbero avuto bisogno. Avevano pensato di crocifiggere tutti i prigionieri, ma poi si erano lasciati trasportare dalla foga del momento. Adesso rimaneva soltanto Partenio. Era il momento giusto per ritornare al loro progetto iniziale. Norbano e Casperio, mentre Partenio veniva crocifisso, si fecero portare due sellae e qualcosa da bere e da mangiare. Le torture inflitte ai traditori avevano messo loro un certo appetito e sembrava che la testardaggine di Partenio, di quel maledetto vecchio, avrebbe potuto far durare il tutto molto pi del necessario. Ma non importava: dopo aver aspettato mesi, qualche ora di attesa in pi non avrebbe cambiato niente.
Il medico si mise all'opera. Non gli piaceva quello che doveva fare, ma ormai aveva gi assistito a molti interrogatori, e relative torture, di qualche presunto congiurato condotto nei castra praetoria. Se si fosse rifiutato, sarebbe stato lui stesso a subire le sevizie. Le prime volte aveva provato disgusto. Poi ci si abitua a tutto. Svolse il suo lavoro metodicamente: prima strapp le unghie delle mani. Partenio si contorceva dal dolore, ma se si fosse mosso troppo i chiodi avrebbero lacerato ancora di pi mani e piedi. Il minimo movimento gli provocava atroci sofferenze. Finito con le mani, il medico ripet l'operazione con le unghie dei piedi. Le grida di Partenio erano assordanti.
Norbano e Casperio assistevano seri allo spettacolo. Com'era possibile che un vecchio avesse cos tanto fiato in gola? Dietro di loro, alcuni pretoriani iniziarono a scommettere su quanto avrebbe resistito ancora il vecchio. Norbano, esasperato, sospir. Quella tecnica non serviva a niente, se non a placare la sete di vendetta dei pretoriani. Il capo del pretorio cominci a credere che non avrebbero mai ottenuto il nome dell'uomo che aveva pugnalato l'imperatore: Petronio non lo sapeva e Partenio, per quanto vecchio, debole e terrorizzato, sembrava ostinato a non rivelarlo. Forse il consigliere pensava che avrebbero continuato a torturarlo anche se avesse confessato il nome dell'assassino. Norbano si alz all'improvviso e and ad accovacciarsi accanto al consigliere imperiale, il cui sguardo era perso nel cielo azzurro al di sopra dell'ippodromo.
Dimmi solo chi  stato a brandire il pugnale e tutto finir. Se  stato Marzio, come ha riferito il tuo liberto, devi solo confermarlo. Se  stato qualcun altro mi baster saperne il nome. Non c' bisogno di soffrire cos tanto, Partenio. Puoi porre fine a tutto questo pronunciando un nome. Solo il nome di un uomo e basta.
Partenio, per, scosse il capo, mentre chiudeva gli occhi, cercando di non pensare al dolore che provava in tutto il corpo da mani, piedi, dita e adesso anche dalle ferite che gli stavano infliggendo sul costato. Era la sua ultima vittoria, l'ultima vittoria... Nessuno doveva saperlo. Men che meno quei codardi. Nessuno doveva sapere chi aveva sferrato il colpo mortale... Non aveva nient'altro da portarsi nella tomba... Nient'altro... E si concentr per resistere...
Norbano aggrott la fronte e strinse i denti. Non capiva perch Partenio non si limitasse a confermare che il colpevole era Marzio. La resistenza del consigliere non faceva altro che alimentare i suoi dubbi. Il capo del pretorio guard il medico e fece un cenno verso i genitali del prigioniero. Il medico annu e con un coltello affilato gli lacer la tunica e gli indumenti intimi.
Procedi lentamente ordin Norbano al medico e poi, rivolgendosi di nuovo a Partenio, aggiunse: Questo ti far molto male, vecchio, soffrirai come non hai mai sofferto in vita tua.
Il medico inizi la procedura di castrazione con la lentezza richiesta e l'anziano esplose in grida laceranti, apr gli occhi e fiss Norbano con lo sguardo di terrore pi cupo che il prefetto del pretorio avesse mai visto. Erano sulla buona strada. Finalmente avevano trovato la soglia di dolore oltre la quale il vecchio non sarebbe pi riuscito a controllare la sua volont. Tutti hanno un limite. Bisogna solo cercarlo con pazienza.
Dimmelo, Partenio. Parla e tutto questo finir: chi ha ucciso l'imperatore Tito Flavio Domiziano?  stato Marzio?
Aaaahh grid Partenio, scuotendo forte la testa. Stava cercando di resistere ma sentiva che il dolore raggiungeva livelli inimmaginabili. Non ce la faceva pi, non ce la faceva pi...
Il medico aveva amputato un testicolo. Norbano non perse tempo. Mettiglielo in bocca e ripeti l'operazione con l'altro. Se non parla, allora che si strozzi con la sua stessa carne e anneghi nel suo sangue.
Innervosito, si rimise in piedi mentre guardava il medico che obbediva, ripeteva l'operazione, recideva, staccava e poi inseriva il secondo testicolo nella bocca del miserabile Partenio. L'anziano non avrebbe resistito ancora a lungo. Aveva perso troppo sangue. Era strano che non avesse ancora perso i sensi, ma in quel caso avrebbero interrotto la tortura per rianimarlo con acqua, schiaffi o qualsiasi altro metodo. Non ha senso torturare se la vittima non sente dolore. Il consigliere imperiale, per, sentiva tutto, tutto. Ogni taglio, ogni nervo reciso, ogni goccia di sangue che scorreva dal suo corpo provocandogli stordimento e terrore.
Partenio non ne pu pi. Lo hanno fatto a pezzi, sminuzzato, distrutto. E il dolore... il dolore si sprigionava da tutti i pori, da ogni brandello di carne, da parti del corpo che nemmeno sapeva di avere. La sofferenza lo conduce in un luogo ignoto, insospettato, in cui non esistono la virt, l'etica, il bene o il male e nemmeno la bramosia di una assurda vittoria, ma solo il desiderio che tutto finisca. Un luogo in cui i motivi che lo hanno spinto ad agire in un certo modo svaniscono; dove non ci sono pi lealt, passioni, speranze, ma regna incontrastato il dolore pi assoluto, una pena atroce e inestinguibile dalla quale si desidera solo scappare, pur sapendo che l'unica via di fuga  la morte, e che per imboccarla  sufficiente rivelare cose che fino a un istante prima sembrava di vitale importanza tacere. All'improvviso niente ha pi senso, non importa pi nulla, ogni cosa scompare e rimane solo la sofferenza, oppure la risposta a quella domanda che si percepisce distorta dallo stesso dolore, come se fosse un dio lontano a porla dall'alto dei cieli: Chi ha ucciso l'imperatore? Chi ha ucciso l'imperatore?. Partenio spalanca gli occhi e vede la fronte corrucciata di qualcuno; si ricorda che  il capo del pretorio, Norbano. Lo odia, lo odia con tutte le sue forze, ma non ha altra scelta. Partenio annuisce e, con la bocca in cui gli hanno infilato i suoi stessi testicoli, pronuncia il nome dell'imperatrice di Roma: Domizia Longina augusta, Domizia Longina augusta. Partenio vede Norbano strabuzzare gli occhi e aggrottare ancora di pi la fronte e il vecchio consigliere ripete dal suo abisso di dolore il nome dell'imperatrice fino a farlo riecheggiare in tutti gli angoli della sua mente: Domizia augusta, augusta, augusta.... E all'improvviso tutto finisce e il volto del pretoriano si allontana, scompare, svanisce nel nulla e insieme alla sua immagine si dilegua anche il dolore, come in un sogno lungo e lento. E non resta pi niente.

Ma i pretoriani, ignorando l'imperatore (Nerva), assassinarono tutti i prigionieri: Petronio con un unico colpo, Partenio solo dopo avergli tagliato i genitali e averglieli messi in bocca.
AURELIO VITTORE, De Caesaribus, 12, 8

140.

L'ADOZIONE.

Roma, 26 ottobre del 97 d.C.

Aulo non era mai entrato nell'edificio del Senato. Per lui era un posto strano. Abituato a vedere qualsiasi questione relativa all'Impero affrontata tra le mura dell'Aula Regia, non capiva che ruolo giocassero quegli uomini l riuniti. Eppure erano loro ad aver nominato il successore di Domiziano, un successore debole. Anche quegli uomini erano deboli come lui? Aulo aveva deciso di rimanere dalla parte del giusto. Il Senato deteneva ancora il potere di eleggere gli imperatori di Roma e Nerva gli aveva affidato il compito di recapitare due messaggi. Nell'esercito non si discutevano gli ordini. Soltanto cos si poteva mantenere il controllo. Un anziano senatore gli si avvicin e si ferm proprio davanti a lui.
Ho un messaggio dell'imperatore per il senatore Lucio Licinio Sura gli comunic Aulo.
Sura lo fiss, come se lo stesse studiando. Quel pretoriano era un uomo sui trent'anni, serio, deciso, ma pur sempre un pretoriano. C'erano ancora pretoriani leali a Nerva? Il senatore allung il braccio. Aulo estrasse dalla sua uniforme un foglio di papiro piegato. Sura lo prese, guard di nuovo il pretoriano, poi si allontan di qualche passo e si mise alla luce per leggere meglio. Lesse con attenzione il messaggio. Non era lungo. Trasse un profondo sospiro. Lanci un'altra occhiata al pretoriano, rimasto sulla soglia. Lesse nuovamente il papiro: nella vita ci sono cose su cui  opportuno soffermarsi. Il messaggio, per, era talmente succinto e chiaro da non lasciare adito a possibili fraintendimenti: le cose stavano cos, non c'era altro da fare.
Te lo ha consegnato l'imperatore in persona? domand Sura, sebbene il papiro recasse la firma di Nerva.
Aulo annu. L'imperatore in persona.
Sura assent. Evidentemente al vecchio Nerva era rimasto ancora un po' di vigore. Era una follia, un'autentica follia. Sorrise. Era estasiato. Nerva sarebbe morto lottando fino alla fine. Forse tutti loro sarebbero morti combattendo.
Stando a questo messaggio, qualcuno dovr avvisare la persona coinvolta aggiunse Sura in tono solenne.
Ho un secondo messaggio da recapitare annunci Aulo. A nord, ma prima l'imperatore desidera sapere se pu contare sull'appoggio del Senato.
Sura, con le mani sui fianchi e il capo chino, annu prima di rispondere al pretoriano: La richiesta dell'imperatore  giusta... e sensata. Guard Aulo e prosegu con fare autorevole: Di' all'imperatore che pu contare sul mio appoggio e su quello di tutti i senatori della mia famiglia, ma non posso garantirgli che l'intero Senato lo sosterr. Anzi, sono sicuro che in molti si opporranno. Riferisci all'imperatore che sarebbe preferibile se domani venisse lui stesso a proporre questa... guard per un attimo il papiro, poi di nuovo Aulo questa constitutio principis. S, ecco cos'. Digli che venga domattina e la avanzeremo insieme. Questo  quanto posso promettere all'imperatore. Hai capito bene le mie parole, pretoriano?.
Ho capito, e riferir tutto all'imperatore.
Dov' adesso Nerva? domand Lucio Licinio Sura.
Al tempio di Giove.
Lucio Licinio Sura non pot trattenere una sonora risata.
Lo sta facendo comment il senatore ispanico tornando serio. Nerva lo sta facendo.
Aulo non aggiunse altro, si volt e usc dalla Curia Iulia.
Subito un nutrito gruppo di senatori attorni Sura.
Cosa c'?
Cosa succede?
Cosa voleva quel pretoriano?
Sura non rispose subito al coro di domande. Teneva lo sguardo fisso sul soldato che si allontanava rapido attraversando il Foro.
Se volete saperlo, disse infine Sura voltandosi lentamente verso i suoi colleghi per guardarli negli occhi ebbene, se volete saperlo dovete solo andare al tempio di Giove.
Molti senatori seguirono il consiglio di Lucio Licinio Sura e si recarono con lui al grande tempio di Roma, il maestoso tempio di Giove. Decine di colonne di marmo bianco, l'imponente soffitto con rifiniture in oro e le porte dorate di uno degli edifici pi sacri di Roma accolsero lo stuolo di senatori preoccupati.
I patres conscripti assistettero a un evento inaspettato. L'imperatore si trovava al centro del tempio, di fronte alle grandi statue d'oro e marmo di Giove, Giunone e Minerva, circondato dai trenta lictores che rappresentavano il popolo di Roma. Stava pronunciando le solenni parole di una rogatio, la formula di un'adozione, un'adozione impossibile: Vogliate e ordinate, che Marco Ulpio Traiano diventi figlio di Nerva, per diritto e secondo la legge, come se fosse nato da quel padre e dalla sua legittima moglie, e che egli abbia su di lui diritto di vita e di morte, come lo ha un padre sul proprio figlio1.
I lictores accettarono la proposta del cesare, forse per paura dei pretoriani o perch, in fin dei conti, l'adozione non sarebbe stata effettiva fino all'approvazione del Senato. Probabilmente ritenevano pi opportuno che fossero i patres conscripti a decidere se la proposta di un cesare messo con le spalle al muro e ormai privo di potere fosse legittima oppure no.
Sura era perplesso, come tutti gli altri. A lui pareva una buona idea, ma al tempo stesso una follia. Molti senatori la consideravano soltanto un'assurdit. In quel momento Lucio Licinio Sura sent sulla spalla la mano dell'imperatore. Si volt lentamente.
Ave, cesare lo salut.
Ave, Lucio rispose Nerva. Aulo mi ha riferito che domani in Senato mi appoggerai.
Lo far, cesare, e con me anche diversi senatori delle province ispaniche e galliche, ma dovremo affrontare Virginio Rufo e gli altri senatori. Traiano non ... ma non termin la frase.
Non  nato a Roma e nemmeno in Italia complet Nerva. Lo so. Ma io ho il diritto di adottare chi voglio.
Sura si schiar la gola. S, cesare, il principe, l'imperatore pu adottare chi vuole, ma per conferire all'adozione la tribunicia potestas e l'imperium proconsularis, per elevarlo al di sopra di qualsiasi altro governatore e, dunque, al rango di cesare,  necessaria l'approvazione del Senato. Non credo che Virginio Rufo e gli altri cederanno facilmente.
Nemmeno con i pretoriani in rivolta? rispose Nerva a bassa voce.
Lucio Licinio Sura rimase in silenzio per un attimo.
Nemmeno con i pretoriani in rivolta conferm infine il senatore ispanico. Si opporranno.
E allora dovremo insistere. Dovrai insistere, Sura: tu sei un ottimo oratore concluse l'imperatore, e si allontan seguito da Aulo e altri cinque pretoriani, la misera scorta che gli era rimasta, per poi scomparire lungo lo stretto corridoio che si era aperto nel mare di senatori indignati dalla follia che Nerva stava compiendo.

1. Ricostruzione dell'autore della formula di adozione che Nerva potrebbe verosimilmente aver pronunciato per adottare Traiano, rielaborata a partire dalla frase riportata da Aulo Gellio nella sua opera Notti Attiche.

141.

IL SENATO DI ROMA.

Roma, 27 ottobre del 97 d.C.

Il giorno dopo la Curia Iulia era gremita di senatori. Erano tutti a conoscenza di quello che stava avvenendo nella Domus Flavia. Come tante altre volte negli ultimi anni, avevano la sensazione che la storia di Roma venisse scritta fuori dalle mura della loro gloriosa Curia. Erano in molti a ricordare con una certa nostalgia l'epoca in cui il Senato decideva le sorti non solo della citt, ma del mondo intero. Quello, per, era il passato, un'epoca mitica pi vicina a Enea che al recente folle regno di Domiziano o dei pretoriani che si erano appena ribellati all'autorit imperiale.
Ora erano Norbano e Casperio a controllare ogni cosa. Nel Foro non si parlava d'altro che dell'incapacit di Nerva di imporsi sui pretoriani e che questi spadroneggiavano sia nel palazzo imperiale sia in tutta Roma. L'immagine di Nerva umiliato nella Domus Flavia infondeva in tutti i senatori un senso di impotenza. Ormai non contavano pi niente, erano solo un ricordo che presto sarebbe stato spazzato via dall'impetuoso vento della guardia pretoriana. E poi? Per tutti gli dei, perch preoccuparsi del futuro se loro non ne avrebbero fatto parte? Domiziano aveva dato inizio al massacro dei senatori. Aveva eliminato i migliori esponenti di tutte le pi importanti famiglie di Roma; i pretoriani stavano solo portando a termine il suo lavoro. Erano come gli schiavi di Caronte nell'anfiteatro Flavio, che camminavano tra i corpi tagliando le gole dei moribondi e di quelli che si fingevano morti. Ora erano loro, i senatori di Roma, a essere agonizzanti. E, come se non bastasse, Nerva aveva reagito a quella follia con un'altra altrettanto grande: aveva adottato un ispanico, il legatus Marco Ulpio Traiano, proclamandolo suo figlio ed erede. A titolo privato poteva fare ci che voleva, ma conferire la carica di tribuno e proconsole, nonch il titolo di cesare a un ispanico andava oltre ogni decenza.
Lucio Licinio Sura, seduto in prima fila nella Curia, si rifiutava di accettare la sconfitta. Lui, come gli altri Ispanici, Galli o i senatori delle province, avevano faticato troppo per arrivare fin l, nel Senato, nel cuore dell'Impero, perch adesso si rivelasse tutto inutile. Il piano di disfarsi di Domiziano non stava dando i frutti sperati. Nerva non era riuscito a imporsi sui pretoriani, ma Sura non era uno che si dava facilmente per vinto. Tuttavia, Norbano e Casperio, i prefetti del pretorio, avevano la situazione in pugno, potendo contare sull'appoggio dei pretoriani, disposti a qualsiasi cosa pur di mantenere i loro privilegi. L'alternativa sarebbe stata ricorrere alle legioni fuori Roma e, quindi, dare inizio a una guerra civile. Nemmeno questa sembrava la strada migliore da percorrere. Almeno fino a quando non fosse salito al trono qualcuno in grado di controllare le legioni. Sura si guard intorno: la seduta non era ancora iniziata. Aspettavano tutti Nerva. E l'imperatore arriv.
Marco Cocceio Nerva entr nell'edificio della Curia senza scorta. I pochi pretoriani fedeli erano rimasti all'esterno. And dritto verso Sura. Si scambiarono uno sguardo.
Lucio Licinio Sura si alz e si posizion nel centro della grande sala. Prese a parlare con voce stentorea e le sue parole tra le pareti della Curia Iulia raggiunsero ogni angolo di Roma fino all'ara della Vittoria del divino Augusto.
Non abbiamo tempo per lunghi preamboli. Tutti conoscete il motivo per cui siamo qui. Abbiamo una constitutio principis che attende di essere ratificata dal Senato.
I senatori tacquero. Sura era stimato da molti e odiato da parecchi di loro (soprattutto senatori romani che non tolleravano l'idea di vedere attribuito a un uomo non nato a Roma tutto quel potere). Ma di sicuro tutti lo temevano. Alcuni ritenevano che Sura aspirasse a diventare imperatore, ma era anziano e, soprattutto, ispanico. Un ispanico sul trono imperiale era un'eventualit impensabile per tutti, o meglio, quasi per tutti, vista la proposta che Nerva stava per avanzare al Senato.
I senatori presero posto. In fondo erano contenti di essersi riuniti. Qualsiasi cosa era meglio che restare in attesa di chiss quale avvenimento. Forse addirittura che i capi del pretorio osassero nominare uno di loro imperatore al posto di Nerva. Norbano, con ogni probabilit, che era stato procuratore e legatus nella Rezia, oltre che fedele sostenitore di Domiziano. A quel punto sarebbe seguita una spirale di sangue, vendette, nuovi elenchi di nomi e altre esecuzioni...
Sura inspir a fondo. Ci che stava per dire richiedeva una grande forza, ma sapeva che il discorso di Nerva non poteva essere pronunciato, senza prima preparare i senatori di Roma, quelli pi propensi ai cambiamenti, ma anche i pi reticenti e, soprattutto, i conservatori. Doveva persuaderli che la costitutio di Nerva era l'unica strada percorribile. Doveva convincere la maggior parte di loro: i pi giovani, come Celso o Palma, quelli che avevano ormai scalato il cursus honorum, come Plinio o Tacito, ma soprattutto Lucio Virginio Rufo, il veterano e rispettato Rufo. Questi, governatore della Germania Superiore negli ultimi anni del regno di Nerone, aveva sconfitto il ribelle Vindice nella Gallia, garantendo cos l'unit dell'Impero. E non solo: aveva rifiutato la porpora imperiale che il Senato gli aveva offerto addirittura in tre occasioni. Virginio Rufo era rimasto estraneo alle lotte tra Galba e Otone, per poi unirsi al Senato nella nomina di Vespasiano dopo lo sciagurato governo di Vitellio. Vespasiano e Tito lo avevano sempre rispettato e Domiziano, sorprendendo tutti, non lo aveva mai inserito nelle sue liste di sospettati. Virginio Rufo ha rifiutato la toga imperiale per tre volte, commentava Domiziano solo qualche mese prima del suo assassinio perci sospetter di lui solo quando sar accusato per tre volte. Soltanto una spia aveva osato denunciare Rufo, il delatore Caro Mezio, che era stato giustiziato da tempo, mentre Rufo era ancora l. Un superstite. Un sopravvissuto venerato che, nonostante il bacino rotto a causa di una recente caduta, e in preda a terribili dolori si faceva portare dai suoi schiavi in lettiga all'edificio della Curia, quando il Senato aveva ancora il coraggio di riunirsi. I pretoriani esercitavano il potere su Roma, l'imperatore Nerva era in balia dei capricci della guardia imperiale e niente sembrava avere senso, ma Lucio Virginio Rufo aveva deciso di prendere parte anche in quella occasione alla sacra riunione nella Curia Iulia, proprio come il giorno prima, nel tempio di Giove, aveva assistito all'adozione di Traiano da parte di Nerva.
Lucio Licinio Sura gli riserv una lunga occhiata prima di iniziare il suo discorso. Era Rufo che doveva convincere. Se lui avesse ceduto, gli altri senatori lo avrebbero seguito. Se invece avesse rifiutato la proposta di Nerva allora non ci sarebbe pi stato niente da fare. Rufo era stato nominato console da Nerva in persona, ma non per questo si sentiva in debito con lui, Sura ne era certo. Nerva aveva tentato di mettere gli uomini pi rispettati al comando delle pi alte istituzioni romane, ma non era servito a contenere la furia dei pretoriani. Quella non era pi la Roma del passato, Sura ne era consapevole, ma, nella Roma del futuro proposta da Nerva, le parole di Rufo insieme a quelle dell'imperatore avrebbero potuto cambiare il corso della storia. Poteva accadere, se fosse riuscito a convincerlo.
Patres et conscripti! riprese Sura rivolgendosi al Senato di Roma con la formula pi antica; almeno in quello avrebbe potuto mostrarsi conservatore, a dispetto delle parole che stava per pronunciare. Roma  morta! Roma non esiste pi! Tacque per un attimo, il tempo necessario perch quelle affermazioni penetrassero nella mente di tutti i presenti, compresi Rufo e l'imperatore. Patres et conscripti, per tutti gli dei, non mi guardate con aria perplessa, come se non sapeste di cosa sto parlando. Qualche mese fa il Senato ha nominato un imperatore e ieri quell'imperatore  stato oltraggiato dai suoi stessi capi del pretorio. In questo momento Roma non  governata dal Senato n dall'imperator, ma soggiace ai capricci di due prefetti del pretorio che si considerano al di sopra di tutti noi, di tutta Roma.
Questa, cari amici, patres conscripti, questa non  Roma. Ecco perch vi dico che Roma  morta. Siamo qui riuniti per... niente. Stiamo discutendo di... niente. Ci preoccupiamo per... niente. Poich non c' pi nulla per cui riunirsi, discutere o preoccuparsi, oltre che pensare a salvare le nostre vite. Quanti giorni ci vorranno prima che i pretoriani circondino quest'edificio e Norbano e Casperio diano ordine di giustiziarci, a meno che non nominiamo uno di loro imperatore del mondo? Siamo tornati ai tempi di Vitellio e questa, patres conscripti, non  Roma.
Io ricordo una Roma in cui il Senato era consultato per nobili cause, quando qui si ratificavano editti, leggi e constitutiones principis promulgate da un imperatore forte, deciso e nobile, rispettato da tutti e che lottava per proteggere noi senatori, gli equites e il popolo. Io rammento di averlo vissuto con i divini Vespasiano e Tito, e molti altri conservano memoria del divino Augusto, del divino Tiberio o del divino Claudio. Ma ormai, non ci rimane altro che il ricordo. Viviamo ancora all'ombra della follia di Domiziano, diretti verso un'inevitabile guerra civile, spietata e crudele come quella che ci tocc dopo la morte di Nerone, perch anche se ci inginocchieremo al cospetto dei capi del pretorio, ci saranno legati sui confini che non accetteranno le nostre forzate decisioni e insorgeranno. E la guerra civile monter di nuovo in sella al suo destriero e galopper da Occidente a Oriente e decine di migliaia di legionari, civili, donne e bambini moriranno in ogni angolo dell'Impero. Mentre i nostri eserciti si annienteranno l'un l'altro, i nemici nella Germania, in Dacia e nella Partia esulteranno e si avventeranno sui confini sguarniti; distruggeranno i posti di guardia sul Reno, sul Danubio e sull'Eufrate, e l'Impero sar divorato dai suoi feroci nemici mentre qui, a Roma, divamper la guerra fratricida in ogni strada, i templi saranno dati alle fiamme, sacerdoti e vestali uccisi, e tutto ci che abbiamo costruito sar calpestato, ridotto in frantumi. Per questo vi dico che Roma non esiste pi.
Tacque di nuovo per un attimo. Il silenzio nella Curia Iulia si fece denso e carico di aspettativa. Era il momento giusto.
Ma, come vi ho annunciato, Marco Cocceio Nerva, designato proprio da noi come imperatore per guidarci in queste difficili circostanze, e che tuttavia non si  mostrato abbastanza forte per imporsi su una guardia pretoriana indisciplinata, ebbene, l'imperatore Nerva ha emesso una constitutio principis che necessita della nostra approvazione. Aggiunger un'ultima cosa. Una sola cosa, ma la pi importante di tutto quello che ho da dirvi quest'oggi: quando vi legger il contenuto di questa constitutio, molti di voi penseranno che l'imperatore di Roma abbia perso la ragione, ma, prima di emettere il vostro inappellabile giudizio, io vi chiedo di riflettere se esiste un'altra possibile via d'uscita. Io non vedo altre soluzioni, cos come l'imperatore Nerva. Pensate bene prima di decidere, perch per quanto la sua constitutio possa sembrare insensata, vi assicuro che, ragionando con calma e lucidit, tutti giungerete alla stessa conclusione: solo votando tutti, all'unanimit, a favore di questo provvedimento avremo ancora un'opportunit di salvare Roma ed evitare la guerra civile. Sar una Roma diversa da quella dei nostri predecessori, non lo nego, comporter un cambiamento impensabile fino a qualche mese, o forse qualche giorno fa, ma questa svolta epocale  la sola in grado di far rinascere Roma e, soprattutto,  l'unico gesto che potr far ritirare i pretoriani nei loro castra, confusi e spaventati. Alz la voce mentre mostrava il papiro con l'editto dell'imperatore. Solo il contenuto di questa constitutio pu infondere nei pretoriani il timore sufficiente a renderli nuovamente docili. Sar il tempo a decretare se abbiamo agito bene o meno, ma se votiamo contro non ci sar pi tempo per nulla, se non per la morte.
Trasse un altro profondo respiro, abbass il braccio, srotol il papiro con entrambe le mani e inizi a leggere con voce chiara e stentorea. Le sue parole riecheggiarono nell'opprimente tensione circoscritta dalle spesse mura del Senato di Roma. Era un messaggio breve ma sorprendente, intenso e lapidario: Io, Imperator Caesar Nerva Augustus Germanicus Pontifex Maximus, ho deciso che, d'ora in poi, Marco Ulpio Traiano, governatore della Germania Superiore, diventi mio figlio per diritto e secondo la legge, come se fosse nato da quel padre e dalla sua legittima moglie, e che egli abbia su di lui diritto di vita e di morte....
Fino a quel punto Sura si era limitato a ripetere quasi alla lettera le parole pronunciate dall'imperatore nel tempio di Giove. Fece una breve pausa per poi continuare: Questo, quiriti, come ho detto, chiedo a voi, che Marco Ulpio Traiano sia investito della tribunicia potestas e dell'imperium proconsularis, e che infine, acquisisca il titolo di cesare.
Sura smise di leggere, pieg il papiro e lo infil sotto la toga. Lo guardavano tutti. Sembravano in attesa della sua sentenza. E lui non esit.
Io appoggio l'imperatore di Roma annunci Sura, e in quel momento dalla folla riunita s'alzarono i mormorii.
Non era una buona cosa. I conservatori, quelli che appartenevano alle pi antiche famiglie romane, non avrebbero mai accettato un imperatore che non fosse nato a Roma... Oppure s? All'improvviso, il veterano Lucio Virginio Rufo parve volersi alzare, ma le ossa rotte glielo impedivano. Avrebbe dovuto parlare da seduto, ma bast che si muovesse perch tutti facessero silenzio. Il vociare si spense come una debole fiamma smorzata dal vento che annuncia un temporale. Il vecchio Lucio Virginio Rufo si schiar la voce un paio di volte.
Marco Cocceio Nerva lo fiss immobile. Sura aveva tenuto un bel discorso, ma l'imperatore non era sicuro che quella magistrale retorica potesse bastare a persuadere il veterano Virginio Rufo. A dire il vero tutti i presenti si aspettavano una dura replica alle parole di Sura e alla proposta di Nerva, respinta con un inappellabile nequaquam ita siet. Sia Sura sia Nerva, rassegnati, prevedevano il peggio.
Mi conoscete tutti, sapete come la penso, anche se non parlo molto. Aveva fatto fatica anche solo a pronunciare quelle poche parole. Dal respiro affannato era evidente che il bacino rotto gli desse il tormento, ma Rufo prosegu. Abbiamo vissuto tempi in cui era meglio rimanere in silenzio.
Si concesse un mesto sorriso. Gli altri patres conscripti rimasero seri anche se tutti nutrivano lo stesso sentimento. Lo ascoltavano con attenzione. Sura, che era rimasto in piedi, si fece da parte per avvicinarsi a Nerva; non voleva rubare la scena al vecchio senatore che, seduto, proseguiva il suo discorso.
Non sono mai stato, n lo sar mai, favorevole a cambiamenti radicali. Roma  stata forte per secoli perch  rimasta fedele ai suoi costumi. Abbandonarli non potr che condurci alla rovina.
Sura sospir. Come temeva il Senato non era ancora pronto a nominare un imperatore ispanico. Lo spettro della guerra civile stava inesorabilmente marciando alla volta di Roma, ma Rufo riprese a parlare. Era pi che doveroso ascoltare con rispetto un uomo che, pur tra atroci sofferenze, era rimasto al suo posto di senatore, dal quale n la malattia n la paura lo avrebbero allontanato.
Sono d'accordo con Lucio Licinio Sura soltanto in una cosa. Fiss il senatore ispanico negli occhi, come lui aveva fatto all'inizio del suo discorso. Sura sostenne il suo sguardo mentre Virginio Rufo argomentava la sua affermazione. Convengo sul fatto che Roma, la Roma che tutti noi abbiamo conosciuto, ammirato e amato, e che i nostri nemici al di l del Reno, del Danubio o dell'Eufrate hanno rispettato quanto noi e, soprattutto, temuto, ebbene quella Roma non esiste pi. Non resta pi niente di lei. Domiziano si  portato via tutto lasciandoci in eredit una guardia pretoriana superba e indisciplinata che non obbedisce nemmeno all'imperatore. S, Sura, su questo non posso che darti ragione: Roma  morta. Tacque per un attimo e si schiar la voce, pi che altro per soffocare un lieve gemito di dolore. Non prendeva spesso la parola e aveva la gola riarsa. Ma si riprese: doveva aggiungere una cosa. E dunque, ora che la Roma che abbiamo amato  morta, ci si prospettano dinanzi due strade: o lasciare che i pretoriani scelgano tra loro il nuovo imperatore oppure, riconoscendo la debolezza delle nostre famiglie, eleggere noi stessi come successore di Nerva una persona non nata a Roma. Entrambe le alternative non ci restituiranno mai la nostra vecchia e adorata Roma, ma, ora che siamo arrivati a questo punto, io non ho alcun dubbio.
Rimase di nuovo in silenzio, chin il capo, inspir con fatica, e cerc di nuovo lo sguardo di Sura.
Io non vivr ancora a lungo, le mie ossa non mi permettono quasi di camminare e faccio sempre pi fatica anche solo a respirare. Ho visto l'ascesa e la rovina di molti imperatori e non avrei mai pensato di essere cos longevo da assistere a un evento simile, ma la vita ci riserva continue sorprese. Io morir presto, ne sono consapevole, ma finir i miei giorni in una Roma in cui  ancora il Senato a nominare il successore di Nerva e non vedr i pretoriani spadroneggiare per le strade della mia citt, come anni addietro fecero i vitelliani. Inspir ancora. Traiano non  nato a Roma e per questo motivo non incontra la mia preferenza, non ne faccio un mistero, anzi lo affermo con tutta la forza che il mio corpo malridotto mi concede. Ma con altrettanta convinzione devo ammettere che Nerva, nella sua debolezza e disperazione, che, non dimentichiamocelo, non  altro che il riflesso della nostra stessa debolezza e disperazione, ha scelto il minore dei mali possibili: il padre di Traiano  stato senatore e, sebbene in molte occasioni io sia stato in disaccordo con lui, si  sempre mostrato misurato e ha servito con onore Corbulone, di cui tutti sentiamo la mancanza. E lo stesso ha fatto con Vespasiano e Tito. I Traiani sono sempre rimasti estranei alle congiure, e il Traiano che ci suggerisce Nerva, figlio del primo, si  distinto sulle frontiere orientali, sul Reno e sul Danubio.  rispettato dall'esercito e, ci che pi conta in questo frangente, temuto dai pretoriani. Tacque di nuovo, chiuse gli occhi, scosse il capo, poi li riapr e scrut i volti attenti dei senatori. La mia Roma  morta e io stesso rappresento ormai il passato. Traiano  il futuro, un futuro che vedo fosco, inutile negarlo, ma pur sempre un futuro. I pretoriani sono la peggiore espressione del nostro passato, dunque io appoggio Marco Cocceio Nerva e sono d'accordo con il collega Lucio Licinio Sura che solo una figura forte come Traiano potr sradicare l'erba cattiva che Domiziano ha seminato nei suoi lunghi anni di follia. Il mio voto, dunque, ... gli cost fatica pronunciare la sua decisione, ma lo fece ... favorevole alla constitutio principis presentata dall'imperatore e che Lucio Licinio Sura ha saputo presentare con tanta persuasione. Trasse un profondo sospiro per concludere con parole quasi sussurrate, a denti stretti, che poterono udire soltanto i senatori pi vicini. Questa non  pi la mia Roma. Non so a cosa andremo incontro.
Sura non perse un istante. Ringrazi Virginio Rufo e, alzando la voce, chiese una votazione generale. Il senatore ispanico guard prima l'imperatore Nerva e poi fiss lo sguardo sui legionari delle cohortes urbanae, che sorvegliavano l'ingresso. Questi annuirono e chiusero i battenti, mentre si procedeva a una votazione destinata a cambiare il corso della storia.
Trascorsa un'ora appena, Marco Cocceio Nerva usc dall'edificio della Curia. Aulo, il pretoriano, era rimasto all'esterno insieme alle altre guardie ancora fedeli all'imperatore. Nerva gli si avvicin, gli pos la mano sulla spalla destra e lo sospinse in disparte.
Hai ancora il secondo messaggio che ti ho dato ieri nella Domus Flavia?
S, cesare.
Bene disse l'imperatore. Puoi andare a consegnarlo. Ti aspetta un lungo viaggio, pretoriano. Cavalca pi veloce che puoi e recapita il messaggio nella provincia germanica. Porti con te la speranza di Roma intera. Che gli dei ti proteggano.

142.

L'IMPERATRICE DI ROMA.

Domus Flavia, Roma 27 ottobre del 97 d.C.

Domizia Longina inclin la testa da un lato affinch la sua ornatrix potesse pettinarla meglio. L'ancella prestava la massima attenzione per non tirare i capelli della padrona. L'imperatrice non era solita conversare con gli schiavi nell'intimit della sua stanza e quella mattina non fece eccezione. Nel silenzio, le due donne sentirono le grida strazianti che si levavano tra le pareti del palazzo imperiale. Alla schiava tremavano le mani, ma cerc di controllarsi in modo da evitare che le sue emozioni inficiassero il suo lavoro. Domizia, invece, sembrava impassibile a qualsiasi cosa stesse accadendo fuori dalla sua camera. La sua calma regale contribu, in parte, a rasserenare l'animo della ornatrix.
Domizia Longina aveva ancora la testa inclinata. Il pettine scivolava sulla sua lunga chioma scura, tinta per nascondere i capelli grigi che la sofferenza, la solitudine e l'odio avevano fatto spuntare in abbondanza. Le urla non si placavano. L'imperatrice sapeva che i pretoriani si erano ribellati a Nerva e che costui non era riuscito a fermarli. Poi il caesar era uscito dall'Aula Regia e a lei era giunta voce che avesse adottato un successore, un legatus ispanico. L'imperatrice per si sentiva estranea a quegli avvenimenti.
Nel suo mondo, Casperio e Norbano cercavano gli assassini del marito, un delitto rimasto impunito e coperto dalla frettolosa nomina a imperatore di Nerva da parte del Senato. I pretoriani, per, non dimenticavano. Domiziano era stato ucciso a sangue freddo all'interno del palazzo imperiale e i pretoriani volevano scoprire ogni minimo dettaglio di quel nefasto 18 settembre dell'anno prima. Una delle schiave aveva riferito a Domizia che i due prefetti del pretorio avevano arrestato Petronio, l'allora capo delle guardie, Partenio, Massimo, Stefano e forse altre persone. Le grida erano iniziate il giorno precedente all'hora secunda ed erano proseguite fino a notte inoltrata. Era solo questione di tempo prima che uno dei prigionieri, incapace di resistere alle atroci torture, rivelasse altri nomi, in particolare quello dei gladiatori fuggiti e il suo. Era stata lei a pugnalare il cesare. In quello stesso momento le conseguenze delle sue azioni avanzavano, lente ma inesorabili, verso la porta della sua stanza. Con il nome di Domizia, i pretoriani avrebbero chiuso il cerchio. Petronio, Partenio e Stefano erano uomini coraggiosi, il dolore fisico per  una leva potente. Massimo era un liberto ingenuo, ma leale: poteva essere morto senza aver rivelato nulla. Stefano era stato accecato dall'imperatore: difficile stabilire quanto sapesse. Petronio era arrivato quando ormai era tutto finito. Rimaneva Partenio. Quel vecchio consigliere imperiale sarebbe stato in grado di resistere alla tortura? Domizia Longina pieg la testa dall'altro lato e l'ancella si spost per continuare a pettinarla. Le grida cessarono. Era l'hora tertia. Un tenue fascio di luce penetrava dalla finestra della stanza. La tortura era finita. I pretoriani avevano ottenuto tutto ci di cui avevano bisogno. Presto avrebbe sentito le calighe della guardia imperiale avvicinarsi alla sua stanza.
Ahi! esclam l'imperatrice. Fa' attenzione!
Chiedo scusa, augusta replic l'ancella, desolata.
Il silenzio seguito alle grida aveva reso ancora pi nervosa la ornatrix, che cerc di darsi un contegno e concentrarsi sul suo lavoro. A un tratto si sentirono i passi dei pretoriani. Domizia Longina sollev la mano destra e la schiava si interruppe. Le due donne rimasero ferme, in ascolto. Lo scalpiccio proveniva dal corridoio tra i due grandi peristili. Dovevano essere in molti. Domizia aggrott la fronte. Di quanti soldati c'era bisogno per arrestarla? Si inorgogl al pensiero che Casperio e Norbano avessero incaricato almeno una dozzina di pretoriani. Incuteva cos tanto timore? L'imperatrice di Roma sorrise, laconica. Preferiva mille volte questa visita alle incursioni notturne di Domiziano, ubriaco, fuori di s e pago delle torture inflitte a Flavia Giulia o alla povera Domitilla o, il che era anche peggio, ancora insoddisfatto ma incapace di saziare la sua lussuria, e pertanto desideroso di insultare, umiliare, picchiare... I pretoriani l'avrebbero percossa, torturata e le avrebbero inferto indicibili sofferenze, ma almeno per una volta ne sarebbe valsa la pena. Avrebbe accolto anche il colpo pi feroce come una benedizione: la riprova che Tito Flavio Domiziano era morto, sconfitto. Cosa ne era stato, invece, di Domitilla? L'ultima notizia che aveva avuto di lei la dava troppo ammalata per lasciare il luogo in cui era stata esiliata. Nerva aveva inviato un messaggero per invitarla a tornare a Roma, ma aveva fatto ritorno senza di lei. Domitilla non avrebbe vissuto ancora a lungo. Troppo dolore.
Bussarono alla porta e la schiava sobbalz.
Tranquilla la rassicur l'imperatrice.  me che cercano. Allontanati.
E l'ancella, lentamente, con le lacrime agli occhi, fece qualche passo indietro, con il pettine ancora in mano. La sua padrona era sempre stata fredda, distante, ma anche corretta: l'aveva vista soffrire oltre ogni dire senza mai rivalersi sugli schiavi al suo servizio. Non era giusto quello che stavano venendo a farle. Non era giusto, ma lei non era nessuno per impedirlo. Non poteva fare nulla se non tacere e chinare il capo.
Avanti disse Domizia Longina con voce ferma, decisa.
I pretoriani aprirono i due battenti e Norbano entr nella stanza. Rivolse un'occhiata agli uomini dietro di lui e loro chiusero la porta. La schiava continuava ad arretrare, sempre con la mano sollevata e il pettine stretto con cos tanta forza che le dita iniziarono a diventarle cianotiche. Norbano la ignor e con cinque lunghi passi si port di fronte alla donna che fino a qualche mese prima era stata l'imperatrice del mondo. Domizia Longina lo accolse con l'eleganza propria della sua condizione di patrizia, con l'alterigia del suo trascorso da imperatrice e con la determinazione di chi sa di essere nobile.
Ebbene, Norbano? Perch vengo disturbata nella mia stanza?
Il pretoriano non rispose subito. Aveva un'espressione seria e compiaciuta. A Domizia parve una buona commistione di sentimenti per un uomo che si era riproposto di vendicare la morte di Domiziano e aveva trascorso un giorno e una notte interi a torturare diversi congiurati. Adesso era giunto il suo turno.
L'augusta sapr che abbiamo arrestato alcuni degli assassini dell'imperatore Domiziano.
Domizia Longina fu tentata di precisare che per farlo si erano ribellati all'attuale imperatore, ma prefer non esagerare. La tortura l'avrebbe distrutta. Le conveniva risparmiare energie, dunque si limit ad annuire in silenzio.
Li abbiamo torturati per estorcere loro i nomi degli altri congiurati.
Lei annu di nuovo. La schiava, finalmente, abbass il braccio e inizi a piangere senza emettere il minimo suono.
Lo so, Norbano conferm Domizia Longina.
L'imperatrice sar contenta di sapere che abbiamo giustiziato tutti i prigionieri e che hanno confessato il nome del congiurato che ancora non conoscevamo.  il cospiratore che ha svolto un ruolo fondamentale nel complotto ai danni dell'imperatore. Si tratta della persona che lo ha pugnalato.
Domizia fece un cenno col capo mentre si voltava per guardarsi allo specchio e accarezzarsi i capelli, come per controllare di essere pettinata a dovere.
E suppongo che adesso procederete al suo arresto disse Domizia Longina continuando a rimirarsi allo specchio e, al contempo, osservandovi il riflesso del volto serio di Norbano.
S,  quello che faremo.
Segu un lungo silenzio. Domizia pens di alzarsi e seguire il pretoriano. Sembrava che Norbano volesse riservarle il rispetto che si deve a una donna del suo rango: era pur sempre la vedova di Domiziano. Di sicuro era a questo che si doveva quell'ultima manifestazione di deferenza da parte del pretoriano, che, tuttavia, non avrebbe esitato a giustiziarla. Domizia si alz, lentamente, consapevole che ogni suo gesto, ogni movimento sarebbe stato l'ultimo. Stava per pronunciare la frase che si era preparata; niente di eclatante, solo: Sono pronta. Quando fu sul punto di parlare, per, Norbano la anticip.
Prenderemo quel maledetto gladiatore, quel miserabile Marzio, entro la fine di questo mese. Lo giuro su tutti gli dei, augusta.
Domizia rimase immobile, pietrificata come la schiava che assisteva muta alla scena da quando le lacrime le si erano prosciugate.
Domizia soppes con molta attenzione le parole da usare.  questo che sei venuto ad annunciarmi, Norbano?
S, mia augusta signora. Ho pensato che l'imperatrice avrebbe gradito sapere che tutti coloro che quel maledetto giorno violarono l'imperatore e l'augusta Domizia Longina sono stati giustiziati o lo saranno a breve. Chiedo scusa per aver fatto irruzione in questo modo, ma ho ritenuto che fosse importante.
Domizia Longina lo fiss e annu mentre rispondeva. Hai fatto bene, Norbano, hai fatto bene.
Appoggiandosi con le mani alla spalliera del solium, Domizia Longina ebbe ancora l'ardire di porre un'ultima domanda al prefetto del pretorio, che si inchin e fece per uscire dalla stanza. E oltre a questo gladiatore, i congiurati non hanno rivelato alcun altro nome?
Norbano si ferm. Si volt di nuovo per fissare dritto negli occhi l'imperatrice.
No, non hanno confessato alcun altro nome.
Aggrottando la fronte, come se avesse l'impressione che qualcosa gli stesse sfuggendo, ma senza sapere bene cosa, si avvicin all'imperatrice e le chiese: Per caso l'augusta Domizia Longina sospetta di qualcun altro?.
Domizia scosse il capo e sottoline la sua negazione con un potente monosillabo. No.
Il pretoriano assent, si port la mano al petto e, con la fronte ancora corrucciata, se ne and.
Domizia Longina, con sorprendente lentezza, torn a sedere sul solium e si rivolse alla schiava: Fammi quell'acconciatura con i capelli raccolti sulla nuca, quella che ti riesce cos bene.
Pronunci quelle parole come se in quella stanza non fosse successo niente.
Fuori dalla stanza dell'imperatrice, Norbano, confuso e ancora accigliato continuava ad arrovellarsi sullo strano comportamento di Domizia Longina. Si era aspettato che si mostrasse pi soddisfatta alla notizia che molti dei congiurati di suo marito erano stati giustiziati. E poi gli aveva rivolto quella strana domanda sulla rivelazione di altri nomi. Effettivamente Partenio mentre i testicoli quasi lo soffocavano aveva detto qualcosa. Pareva aver detto Domiziano augusto o qualcosa del genere, ma senza riuscire a pronunciarlo bene. Tutti avevano pensato che stesse ripetendo il nome dell'imperatore. Oppure...? Forse aveva detto... Norbano si ferm di colpo e dietro di lui i suoi dodici pretoriani. Rimasero tutti immobili nel corridoio, nel cuore del palazzo imperiale. Domizia Longina augusta? Norbano si volt molto, molto lentamente verso la stanza dell'imperatrice, ma subito scosse la testa. Era solo esausto. Altrimenti non si spiegava come gli fosse venuta in mente una simile idiozia. C'erano cose che una donna non era capace di fare. Era assurdo. Casperio lo avrebbe deriso se avesse anche solo avanzato quella ipotesi: il potente Domiziano pugnalato dalla sua gracile e minuta moglie. Impossibile. Se fosse morto avvelenato forse poteva anche essere, ma cos, pugnalato brutalmente, con un'ira animalesca degna soltanto di un soldato o di un gladiatore, era inconcepibile. Il colpevole non poteva che essere un uomo, e un uomo robusto. Bisognava trovare quel maledetto Marzio e crocifiggerlo nel Foro come monito per tutte le vili bestie traditrici dell'Impero. Norbano riprese a camminare a passo deciso. Aveva ancora una questione in sospeso.

143.

LE PAROLE DI OMERO.

Mogontiacum, Germania Superiore, Novembre del 97 d.C.

A Mogontiacum pioveva. Aulo arriv esausto e fradicio e la sua uniforme da pretoriano si intravedeva appena sotto lo strato di polvere e fango. Aveva attraversato a cavallo quasi mezzo Impero per raggiungere il praetorium del governatore Traiano, fermandosi solo quando strettamente necessario. Seppur malconcio, gli era bastato esibire il sigillo imperiale per entrare senza problemi in citt. Si trovava nella grande sala in cui si decidevano le sorti della Germania, sul cui pavimento, a causa dei vestiti bagnati, il soldato stava creando intorno a s una pozza d'acqua. Era una stanza ampia e dall'aspetto austero. Accanto alla parete di destra era stata collocata una statua dell'imperatore Marco Cocceio Nerva e, di fronte, una del dio Giove. Al centro c'erano un tavolo ricoperto di mappe e, intorno a esso, diversi solia. Non c'erano guardie. Aulo era solo, stanco e desiderava sedersi, ma non osava muoversi dal punto in cui lo avevano scortato i legionari. In quel momento entr un uomo maturo, un tribuno: era qualcuno di importante, nonostante il suo braccio destro fosse leso. Era strano per un membro dell'esercito, soprattutto per una persona di quel rango. Forse era una ferita di guerra.
Ave, pretoriano. Io sono Longino, tribuno agli ordini del governatore della Germania Superiore. Mi  stato riferito che hai un messaggio da parte dell'imperatore.
Aulo annu.
Longino si mise di fronte a lui e allung il braccio.
Il soldato scosse il capo: Ho ricevuto l'ordine di consegnarlo al governatore in persona.
Longino lo fiss e mantenne il braccio sinistro allungato e la mano tesa. Il governatore non far ritorno prima di sera e fino a quel momento faccio io le sue veci. Dammi il messaggio gli intim.
Entrarono sei legionari armati. Aulo si irrigid, ma rimase immobile, e con fierezza afferm: Potete prendere il messaggio ma prima dovrete uccidermi.
Longino sollev il braccio che aveva tenuto proteso verso Aulo e i legionari si fermarono prima di circondarlo. Il tribuno sorrise. Era contento che l'imperatore avesse inviato un soldato coraggioso e disciplinato invece di uno dei tanti codardi che abbondavano nei castra praetoria. Dal disastro della battaglia di Tape, guidata da Fusco, i legati del Nord avevano una pessima opinione dei pretoriani.
Qui ci sono fin troppi barbari da uccidere rispose Longino in tono accomodante per sprecare tempo prezioso a ucciderci anche tra di noi. Scoppi in una risata a cui si unirono anche gli altri legionari. Sarai affamato e stanco.
Aulo, un po' pi rilassato, rispose che non aveva bisogno di niente. Preferisco aspettare il governatore. Potr mangiare dopo aver consegnato il messaggio.
Longino annu. Era un uomo interessante, quello di fronte a lui.
Come vuoi. Puoi rimanere qui. Ci vorr ancora qualche ora prima che il governatore faccia ritorno. Se fossi in te mi siederei a riposare. Ordiner di farti portare dell'acqua.
Aulo assent. Lo lasciarono di nuovo da solo. Gli portarono una brocca d'acqua e una ciotola. Era tutto molto spartano in quel praetorium, non si vedeva traccia di utensili di bronzo o terra sigillata. Si sedette al tavolo. Si vers un po' d'acqua e la bevve d'un fiato. Pass il tempo a studiare le mappe. Sembrava che il governatore e i suoi uomini avessero fortificato tutto il limes lungo il Reno. Sul confine settentrionale dell'Impero erano segnati numerosi punti che dovevano corrispondere ad accampamenti e posti di guardia. Era esausto. Chiuse gli occhi.
Aulo sent delle voci e si alz, portando la mano all'impugnatura della spada, dimenticando per un attimo che era stato disarmato al suo ingresso in citt. Sui confini dell'Impero nessuno si sarebbe mai fidato di un pretoriano. Il tribuno era tornato nella sala con diversi ufficiali, un altro tribuno, un gruppo di legionari armati e un uomo alto e possente che tutti guardavano con rispetto.
Quindi hai un messaggio dell'imperatore disse quest'ultimo.
Un messaggio per il governatore della Germania Superiore, s, per Marco Ulpio Traiano rispose Aulo sbattendo le palpebre. Non sapeva quanto a lungo avesse dormito.
Sono io Marco Ulpio Traiano.
Aulo annu ed estrasse dall'uniforme il messaggio dell'imperatore. Traiano prese il papiro, si sedette su un solium e lo lesse con attenzione, senza muovere neanche un muscolo. Poi lo pos delicatamente sul tavolo, lo prese di nuovo e lo porse a Longino, che gli si era avvicinato. Questi lo lesse e, sgranando gli occhi, guard Traiano. L'ispanico annu e il tribuno lo declam ad alta voce. Lusio Quieto e il resto dei presenti ascoltarono in silenzio.
Io, Imperator Caesar Nerva Augustus Germanicus Pontifex Maximus, ho deciso che Marco Ulpio Traiano, governatore della Germania Superiore, diventi mio figlio per diritto e secondo la legge e sia investito della tribunicia potestas, dell'imperium proconsularis e... Longino esit un istante prima di proseguire ... e del titolo di cesare. Si interruppe di nuovo per poi aggiungere, un po' imbarazzato perch non sapeva bene come proseguire: Poi c' una frase in greco....
Traiano annu. Quieto si era avvicinato a Longino per leggere il messaggio con i suoi occhi, mentre il governatore della Germania pronunci la frase in greco.
t?se?a? ?a?a??` e?a` d????a s??s? ??ess??.
A quelle parole segu un silenzio imbarazzato. Fu Longino a trovare il coraggio di chiedere a Traiano il significato della parte finale del messaggio.
Che cosa vuol dire l'imperatore con quelle parole in greco, Marco?
Aulo not che il tribuno si rivolgeva al governatore, ovvero l'appena nominato cesare, con il suo praenomen.
 una frase del canto I dell'Iliade di Omero: Il pianto mio paghino con le tue saette!1.
Sia Longino sia Quieto, per, lo guardavano confusi e Traiano si spieg meglio: Una volta, quando ero solo un ragazzino, mio padre e io incontrammo Nerva nel Foro e lui mi domand cosa stessi leggendo. Tra gli altri codici avevo l'Iliade che mio padre mi aveva appena regalato. All'epoca mi disse che era una grande opera. E aveva ragione.  straordinario che ora l'abbia usata per inviarmi un messaggio, soprattutto in una circostanza come questa. Si interruppe per rivolgersi improvvisamente al pretoriano e porgli una domanda: Che notizie porti da Roma?.
Aulo parl con la concisione e la precisione di un militare solerte: I capi del pretorio si sono ribellati all'imperatore e stanno interrogando, arrestando e giustiziando le persone che ritengono aver preso parte alla congiura contro Domiziano. La citt  nelle loro mani.
E il Senato? domand ancora Traiano. Il Senato ha appoggiato la mia nomina? Non si  opposto alla tribunicia potestas, all'imperium proconsularis e nemmeno al titolo di cesare?
Hanno discusso a lungo, ma alla fine hanno votato a favore della constitutio principis dell'imperatore.
Ma qualcuno sar stato contrario.
S rispose Aulo, senza aggiungere altro.
Traiano annu. Chin il capo e parl di nuovo, ma senza guardare nessuno. Era come se stesse pensando ad alta voce. Riprese la citazione in greco del messaggio dell'imperatore: Omero si riferisce ai Greci che combattevano contro i Troiani. E Roma discende da Troia. Nerva desidera che vendichi l'umiliazione inflitta a lui e a tutta Roma dai capi del pretorio. Vuole che le mie frecce pongano fine alla rivolta.
E cosa farai? chiese Longino, che stentava a credere che il suo amico fraterno fosse stato adottato dall'imperatore e che gli avesse addirittura conferito il titolo di cesare.
Traiano si alz e prese a camminare nel praetorium, con le mani dietro la schiena. Si ferm.
Non lo so, Longino, non lo so. Il Senato ha legittimato la mia nomina, ma prima di agire contro i pretoriani dobbiamo vedere come sar accolta questa adozione nelle altre province.
Mentre parlava, anche Traiano iniziava a rendersi conto della sua nuova condizione, provando una sensazione strana, un misto tra lo sconcerto e l'enorme peso della responsabilit: qualsiasi cosa avesse deciso a partire da quel momento poteva rivelarsi fondamentale per il futuro dell'Impero e di Roma.
 necessario conoscere la reazione delle altre province. Solo allora sapremo su quali forze possiamo contare. Non prima.
 l'Oriente che ti preoccupa? Stai pensando a Nigrino? domand Longino.
S conferm Traiano. Finch non sapremo cosa ne pensa Nigrino non faremo nulla. I confini sono in fermento, i barbari percepiscono la nostra debolezza e l'ultima cosa che possiamo permetterci  una guerra civile. Per adesso abbiamo ottenuto soltanto una vittoria in Pannonia, ma pu trattarsi di un successo effimero. Dobbiamo essere cauti. Per il momento non faremo nulla. Ci limiteremo ad aspettare.
E la citt di Roma? domand Lusio Quieto.
Traiano si concesse una smorfia di preoccupazione, ma rimase fermo sulla sua posizione. Per il momento Roma dovr cavarsela da sola. Quando i capi del pretorio avranno placato la loro sete di vendetta, anche loro dovranno contenersi e aspettare di vedere cosa succeder in seguito alla mia adozione.
Nel frattempo, per, uccideranno le persone coinvolte nell'assassinio di Domiziano replic Longino.
Traiano annu di nuovo. In effetti possono uccidere chiunque. Eccetto Nerva, possono rivalersi su tutti quanti. Scosse il capo. Assassinare un imperatore di Roma comporta sempre gravi conseguenze. I congiurati ne erano consapevoli. Per il momento sono soltanto il figlio adottivo di un imperatore debole. Non posso fare niente per Roma. In questa vita ciascuno deve affrontare gli effetti delle proprie azioni. Guard Aulo, cambiando argomento. Cenerai con noi.
Aulo non ebbe il tempo di rispondere. E d'altronde quella di Traiano non era una domanda. Il governatore usc dal praetorium scortato dai legionari e seguito dai suoi due tribuni di fiducia. Il pretoriano si sedette e si vers ancora dell'acqua. Non aveva mai cenato con un cesare.  per di pi era tutto sporco di fango.
Plotina dovette fare uno sforzo enorme per nascondere il suo compiacimento. Era sempre stata una donna ambiziosa, ma la notizia superava qualsiasi aspettativa. Il suo non era un matrimonio fondato sull'amore, n sui figli, pertanto traeva gioia dalla costante ascesa del marito nel cursus honorum. E, di conseguenza, crescevano anche il suo potere e la sua influenza sugli altri. Quella nomina andava ben oltre ogni speranza, ma, nonostante il suo turbinio di sentimenti, manteneva un certo contegno mentre parlava con la cognata Ulpia. La sorella di Traiano e la figlia, Matidia, cercavano di dominare la loro esultanza, mentre le figlie di Matidia, le piccole Vibia Sabina, Matidia minore e Rupilia, non facevano altro che ridere e scherzare sull'argomento.
Adesso non potr pi chiamarti zio visto che sei un cesare, vero? disse la piccola Vibia Sabina, di soli undici anni.
Traiano le rivolse un tenero sorriso. Vibia era la sua pronipote maggiore, la pi bella e intelligente: la sua preferita.
Tu resterai comunque mia nipote, Vibia, e io sar tuo zio, sempre. A prescindere dal ruolo che ricoprir.
Anche se diventi imperatore di Roma? Imperator?
Cal un breve ma intenso silenzio. Traiano osserv tutti: la soddisfazione di sua moglie Plotina e quella di Ulpia o di sua madre, Marcia, i sorrisi delle sue pronipotine e i volti ancora ammirati e confusi di Longino e Quieto. C'era un'unica nota stonata: suo padre, che rimaneva chiuso in se stesso e non toccava cibo. Traiano padre era guarito dalla malattia che lo aveva tenuto a letto per mesi dopo il lungo viaggio dalla Hispania, ma non sembrava felice della notizia. Forse si sentiva ferito nel suo amor proprio: in fin dei conti, quell'adozione comportava la perdita della patria potestas sul suo unico figlio maschio. Traiano, per, conosceva troppo bene il padre per accontentarsi di una motivazione cos banale. Vibia stava ancora aspettando una risposta. Traiano figlio la guard e sorrise di nuovo.
Anche se dovessi diventare imperatore, io continuer a essere tuo zio.
Il volto della ragazzina si illumin di gioia.
Anche la cena si svolse nello stesso clima festoso e la comissatio si prolung pi del solito. Aulo per primo, seguito poi da Longino e Lusio Quieto, chiese il permesso di lasciare la residenza del governatore della Germania Superiore, nonch nuovo cesare. Poco dopo anche Marcia, Matidia, Ulpia e le bambine andarono a letto. Plotina aveva notato che il marito osservava con insistenza il taciturno padre e cap che i due avevano bisogno di parlare da soli. Si alz, pos per un attimo la mano sulla spalla del marito e, quando lui annu, lei si ritir.
Cosa ti turba, padre? domand Traiano appena rimasero soli. Marco Ulpio Traiano padre inarc leggermente le sopracciglia e sospir. Ma come sempre faceva con suo figlio, non perse tempo in preamboli. Devi stare attento, ragazzo, molto attento.
Traiano figlio annu. Certo disse per tranquillizzarlo, ma sembr non bastare.
No, figliolo, non capisci. Non si tratta di stare attenti a non farsi avvelenare, ai tradimenti, alle invidie o a qualsiasi altro rischio oggettivo che il titolo che ti  stato conferito possa comportare. Mi riferisco a un'altra cosa, Marco.
Allora, padre, cosa ti preoccupa? Il Senato ha accettato la nomina. Forse non tutti i senatori erano d'accordo, ma Nerva ha ottenuto la maggioranza. Questo ci d un margine...
Questo ci d ben poco, Marco, lo interruppe il padre, poi si corresse, davvero ti garantisce un margine molto ridotto. Ascoltami. Nessuno avrebbe mai pensato che potesse accadere: un ispanico adottato da un imperatore e nominato cesare. No, era impossibile da prevedere, ma adesso che  successo, figliolo, ora che addirittura il Senato appoggia una simile decisione, non riesci a intuire le conseguenze?
Il figlio aggrott la fronte, frastornato, e il padre prosegu, infervorato: In questo momento, figliolo, qualsiasi altro ispanico - senatori e uomini influenti posti, come te, al comando di molte legioni - si sentir in diritto di chiedersi come mai il prescelto sia stato tu e non lui.
Traiano figlio colse l'allusione: Ti riferisci a Nigrino, giusto? Ebbene ci ho pensato anch'io. E ne ho parlato con Longino.
Gi, penso a Nigrino e alle sue legioni in Oriente, Marco.
La grande sala piomb nel silenzio: i triclinia erano ormai vuoti, non c'erano pi le risa soffocate delle bambine n gli sguardi di ammirazione dei tribuni delle legioni del Reno.
Credi che Nigrino non accetter la nomina, padre?
Non lo so, Marco, ma dovrai scoprirlo.
Traiano figlio annu. Fuori era calata la notte ammantando le ambizioni umane con la fredda coltre di nebbia del Reno.
C' un'altra cosa aggiunse Traiano padre.
Il figlio lo guard attento e domand: Cosa?.
Io sono vecchio, Marco. Ora sto meglio,  vero, ma non sono abbastanza forte da sopravvivere a una eventuale ricaduta. Se la febbre dovesse tornare sono sicuro che non guarirei. Il figlio stava per interromperlo, ma l'anziano genitore sollev la mano intimandogli di lasciarlo continuare. Forse non potremo pi parlare come adesso, per questo ho bisogno di dirti una cosa importante: quando Corbulone mor a Corinto, quando si suicid per ordine di Nerone...
Il padre di Domizia Longina, la moglie di Domiziano? volle assicurarsi Traiano figlio.
Esatto, Marco. Gli occhi del padre divennero lucidi. Mentre suo padre si dissanguava tra le mie braccia gli promisi che avrei protetto la sua famiglia. La moglie e l'altra sua figlia sono gi morte, ma resta ancora Domizia. Non so cosa stia succedendo a Roma, ma immagino che la situazione stia degenerando se sono stati costretti a nominare un ispanico come successore al trono. E adesso temo per la sua incolumit. Avevo dato la mia parola che mi sarei preso cura di lei. Era una promessa a un padre moribondo e io non ho pi la forza n l'opportunit di mantenerla. Promettimi, figlio mio, che onorerai la parola di tuo padre. Soltanto qualche giorno fa avrei potuto importelo, ma ormai non sei pi mio figlio, bens di Nerva e io non ho pi alcuna potestas su di te. Sei il cesare e adesso devi rispondere delle tue azioni soltanto all'imperatore. Per ti sarei infinitamente grato se tu potessi fare quest'ultima cosa per me. Corbulone  stato il primo a darci fiducia. Senza di lui adesso non saremmo... non saresti arrivato fin qui...
Il figlio lo interruppe. Padre, manterr fede alla tua parola e, se la figlia di Corbulone dovesse essere in pericolo, far quanto in mio potere per proteggerla.
Bene disse Traiano padre e il suo volto, per la prima volta dopo molte ore, si distese.
Il figlio si alz e and a sedersi accanto al vecchio. Lo fiss negli occhi, pronunciando un'ultima frase: Tu sarai sempre mio padre. Sempre.

1. Si tratta dell'ultimo verso della preghiera rivolta dal sacerdote Crise ad Apollo. Nello specifico  il verso 42 del I canto dell'Iliade.

144.

UN POSTO DI GUARDIA.

Posto di guardia all'ingresso della Via Flaminia, nord di Roma, Dicembre del 97 d.C., tertia vigilia

Il carro avanzava lento.
Era ancora notte fonda.
I pretoriani sorvegliavano tutte le porte di Roma e le vie d'accesso alle grandi strade che conducevano fuori dall'Urbe. Norbano e Casperio avevano deciso che fossero loro a rimanere di guardia anzich le cohortes urbanae o vigilum. I due capi del pretorio sapevano che almeno due congiurati erano ancora a piede libero. Era solo questione di tempo, ma avrebbero catturato quei due gladiatori.
Il carro avanzava lento.
Il conducente era curvo, coperto da un lungo mantello e con il volto nascosto da un cappuccio. Com'era prevedibile, uno dei pretoriani gli sbarr la strada e gli intim di fermarsi mentre sei soldati armati circondavano il mezzo di trasporto. Il conducente obbed: c'erano troppi soldati.
Fermati, per Marte! Quo vadis? Dove vai e cosa trasporti? domand il pretoriano, indicando la coperta spiegata sul retro del carro. Ma non ricevette risposta. Quell'insolenza fece infuriare l'ufficiale della guardia imperiale. Scendi, farabutto! ordin, tirando il mantello dell'uomo con tanta forza da strapparlo.
Il conducente si alz. Il capo, rimasto scoperto, rivel una lunga e splendida chioma, in parte tinta di rosso. I pretoriani rimasero sconcertati, ma solo per un attimo, perch la situazione parve loro subito piuttosto allettante: la persona alla guida del carro era una donna, anzi, una prostituta. Si erano annoiati tutta la notte e ora gli dei mandavano loro un sollazzo per quell'ultima ora di guardia. Cominciarono a ridere sguaiatamente. L'ufficiale afferr la donna per un braccio e la obblig a scendere dal carro. Era una bella ragazza, alta, snella e bionda, come si poteva vedere dai capelli su cui la tintura si era sbiadita. E, dall'impressione che avevano avuto i pretoriani, era spaventata. Sarebbe stata una facile preda.
Nessuno pu uscire dalla citt a quest'ora, men che meno una sgualdrina come te disse l'ufficiale sputacchiando sul volto della donna e approfittando della vicinanza per annusarla come una bestia in calore.
Il soldato si guard intorno: non c'era nessuno in giro. I cittadini sapevano che era meglio starsene chiusi in casa fino a quando la situazione non si fosse un po' calmata. L'ufficiale apprezz l'assenza di testimoni. L'avrebbe posseduta proprio l, ai piedi del carro. Non gli interessava pi chi fosse quella donna, n da dove venisse o dove fosse diretta. Aveva i capelli tinti, come le meretrici, e lui non si sarebbe lasciato sfuggire quella succulenta occasione. Se avessero voluto, anche i suoi soldati avrebbero potuto giacere con lei, ma lui sarebbe stato il primo. Le sue gesta avrebbero suscitato l'ammirazione degli altri pretoriani, obiettivo fondamentale in quei giorni. Era proprio grazie alla loro popolarit presso le truppe che Norbano e Casperio riuscivano a consolidare il loro potere, e l'ufficiale lo aveva notato.
Spogliati, puttana le ordin senza alzare la voce. Non gli parve necessario intimorirla ulteriormente. Non avrebbero nemmeno dovuto ucciderla. Se fosse sopravvissuta dopo essere stata posseduta da tutti loro, l'avrebbero lasciata andare, ma bisognava farlo prima della fine del turno. Su, sbrigati!
La fanciulla, tremante, inizi a sfilarsi la tunica. I sei pretoriani e anche le altre sentinelle pi lontane si avvicinarono al carro, curiosi di vedere cosa stesse succedendo. Nessuno era pi interessato a perquisire il mezzo. I pretoriani avevano occhi soltanto per la ragazza. Gi pregustavano il piacere che ne avrebbero tratto...
Le coperte sul retro del carro si mossero quasi impercettibilmente. Marzio sbirci fuori. Alana era circondata dai pretoriani e sembrava che uno di loro, l'ufficiale al comando, le stesse palpando un seno. Il mirmillo balz in piedi e assest tre colpi mortali ad altrettanti soldati ancor prima che qualcuno si accorgesse di lui. Tre fendenti rapidi e precisi, come quelli che da piccolo aveva sferrato ai vitelliani. Solo che adesso i suoi colpi erano forgiati da anni di duro allenamento nella migliore scuola gladiatoria del mondo. Il sannita, a sua volta, salt gi dal carro, ma anzich affrontare i pretoriani approfitt della confusione per correre verso la Via Flaminia. Marzio non pot fare altro che guardarlo allontanarsi con la coda dell'occhio. Non era quello il piano, ma ormai il sannita se n'era andato. L'ufficiale pretoriano cap che la donna era stata usata come diversivo per confonderli e, soltanto allora, reag abbaiando gli ordini ai suoi pretoriani.
Fermate quello che sta correndo verso la Via Flaminia! Tutti gli altri con me! Li voglio vivi! Vivi! sbrait il pretoriano al comando.
Norbano aveva insistito molto su questo punto: voleva i gladiatori vivi. Sarebbe stato pi difficile, ma non impossibile. I pretoriani erano diciotto, anzi ormai quindici, contro due gladiatori. Non ci avrebbero messo molto. In quel momento, per, la gladiatrice sguain una spada che aveva tenuto nascosta dietro la schiena e, siccome i pretoriani erano concentrati su Marzio, la ragazza riusc a ferire gravemente tre soldati, che caddero a terra. Il sannita, per, incontr una sorte peggiore. Sei pretoriani lo raggiunsero e lo accerchiarono; nello scontro il gladiatore riusc a ucciderne uno e continu a lottare anche quando fu ferito a un braccio. Per una sfortunata coincidenza, per, il sannita si spost proprio mentre il pretoriano sferrava un secondo fendente, mirando al braccio, che invece gli si conficc nel petto. Il pretoriano cerc di attenuare il colpo, ma fu del tutto inutile e la lama squarci il cuore del gladiatore. Il sannita rimase con gli occhi spalancati, persi nel nulla, e smise di lottare. Il soldato, pietrificato, guard la sua spada. Anche i compagni lo fissavano, immobili. Aveva ucciso uno dei gladiatori contravvenendo agli ordini ricevuti. I loro capi non avrebbero gradito il suo gesto. Norbano, soprattutto, aveva pi volte sottolineato che avrebbe punito severamente chi avesse commesso un simile errore. Il pretoriano che aveva appena ucciso il sannita deglut, e scrut i suoi compagni scuotendo il capo.
Non avete visto niente... Non avete visto niente... li implor, ma gli altri rimasero in silenzio. Il pretoriano cap di essere spacciato e inizi a correre verso l'oscurit che avvolgeva le mura di Roma.
I suoi compagni erano indecisi se rincorrere quel codardo o rimanere a lottare contro il gladiatore. Le grida dell'ufficiale al comando fugarono ogni dubbio.
Guardie! Per Marte, circondatelo! Circondatelo!
Marzio, nella sua brutale lotta contro il folto gruppo di nemici, si era allontanato dal carro di qualche passo. Aveva con s lo scudo da mirmillo e par gli innumerevoli colpi dei Romani, ma fu costretto ad arretrare, dovette retrocedere sempre pi. Erano troppi. Il piano stava fallendo. Se il sannita non fosse scappato, forse insieme... Un altro colpo e un altro passo all'indietro, sempre pi lontano dal carro. Alana avrebbe dovuto scappare, avrebbe dovuto correre via.
Alana aveva ferito un altro soldato e si era rifugiata in cima al carro. I pretoriani avevano deciso di non fare troppo caso a lei e si erano concentrati su Marzio, perch lo temevano di pi. E poi, gli ordini erano di catturare i gladiatori. Bisognava catturare gli uomini, non avevano ricevuto istruzioni su alcuna donna. Poi si sarebbero occupati di lei, dopo aver preso quel maledetto mirmillo.
Alana si accorse di essere rimasta sola con due pretoriani e ne aveva gi ferito uno. In quel momento si stava avvicinando l'altro, che brandiva, minaccioso, un gladio. E sorrideva, quel farabutto sorrideva.
D'accordo, disse il soldato ho capito, sai combattere. Le sorprese sono finite, puttana. Adesso ce la vedremo tu e io. Volevamo divertirci con te, ma ora ti uccider. L'ordine del capo del pretorio non riguarda anche te, perci possiamo ucciderti senza problemi.
Alana rimase ferma sul carro. Brandiva la spada con entrambe le mani, il pretoriano era sempre pi vicino. La ragazza lasci cadere l'arma e il sorriso del pretoriano divenne ancora pi ampio.
Saggia decisione. Se ti arrendi forse risparmieremo la tua miserabile vita comment lui.
Alana si port la mano dietro la schiena e, rapida come un fulmine, afferr un pugio. Prima ancora che il pretoriano se ne accorgesse, glielo aveva conficcato nel centro della fronte. L'ultima cosa che il soldato vide fu l'impugnatura dell'arma che vibrava, mentre la lama gli aveva trapassato il cranio. Cadde a terra. Alana non lo degn nemmeno di uno sguardo: si volt, tagli i finimenti che legavano al carro uno dei cavalli e vi mont con la destrezza delle amazzoni del Nord. Se ne hai la possibilit, non pensarci due volte e scappa. Cos le aveva ordinato Marzio. Corri senza guardarti indietro aveva insistito con un'intensit che l'aveva commossa. L'animale nitr e si addentr al galoppo nella densa oscurit che ammantava Roma. Sul suo dorso un'amazzone si allontanava dalla citt, versando lacrime di rabbia e di dolore.
Marzio si batteva con coraggio, ma era da solo e i nemici troppi, almeno sei o sette: aveva perso il conto. Era costretto ad arretrare. Sentiva che era tutto perduto. Aveva visto Alana scappare: era l'accordo che avevano stretto nel caso la situazione si fosse messa male. Era contento che almeno lei avesse rispettato i piani. Marzio non aveva paura di morire. Da quando aveva tolto la vita ad Attilio, anelava alla morte come a una liberazione. In quel momento, per, desiderava continuare a vivere in quel maledetto mondo, insieme a quella straordinaria amazzone del Nord. Ma ormai era finita. Cadde in ginocchio e fu ferito a un braccio, ma oppose strenua resistenza e riusc a sorprendere i soldati alzandosi di scatto e ferendo a sua volta uno dei pretoriani. Non c'era pi niente da fare. In quell'istante vide due occhi scintillare nella notte. Non seppe mai cosa pensasse l'animale. Un colpo ancora. Marzio grid il suo nome, con la brutalit di una belva ferita quale era.
Il padrone lo aveva chiamato. Non lo faceva mai mentre lottava e per questo l'animale impieg qualche istante a reagire. In genere rimaneva accucciato quando lui combatteva, in attesa che tornasse dopo aver ucciso i suoi nemici. Li uccideva sempre e poi tornava, ma quella notte gli uomini con i ferri appuntiti erano molti di pi. Il cane lo perse di vista. Vedeva soltanto quei guerrieri che lo circondavano e lo attaccavano. Il padrone era caduto a terra. Fu in quel momento che sent il suo nome, uscire forte e chiaro dalla gola del padrone. Non lo aveva mai fatto prima e il cane, superato lo stupore iniziale, salt gi dal carro come una belva dell'anfiteatro, come aveva visto fare ai leoni tante volte. Lui, per, non aveva bisogno di addestramento o di tecniche d'attacco: lui discendeva dai cani da combattimento portati a Roma decenni prima. Generazioni di molossi che per anni erano sopravvissute attaccando e uccidendo. Mastini enormi, fieri, temibili e, soprattutto, leali fino alla morte. Smarrito nel cuore di Roma, solo, il suo padrone lo aveva accolto e se n'era preso cura, ma adesso era a terra. L'animale fece a brandelli la pelle dei pretoriani con la forza di una bestia dell'Ade, come se il grande Cerbero a tre teste fosse emerso dalla profondit del regno dei morti. Le sue fauci si aprivano e si richiudevano con una furia tale che le sue vittime non avevano neanche il tempo di reagire. Gli uomini con i ferri acuminati erano troppo lenti per lui. Goffi e lenti. Le loro armi iniziarono a fendere l'aria intorno a lui. Cercavano di ferirlo, come avevano fatto con il padrone, ma lui non glielo permetteva. Mordeva qualsiasi cosa. L'unico ostacolo erano le placche di ferro, ma, quando gli capitava di azzannarne una, mollava subito la presa per cercare un nuovo posto da cui strappare la carne, e lo trovava. Ben presto, il grosso cane si ritrov completamente coperto di sangue e quell'odore lo eccitava ancora di pi. Vide che il padrone si rialzava. Non era sconfitto. Ricominciava a combattere. Per la prima volta, lottavano insieme e ne ricav un'intensa sensazione di forza e gioia. I nemici indietreggiavano. Era dietro al padrone, quando vide un ferro avvicinarsi alla sua schiena. Il cane si gir su se stesso, spicc un balzo e azzann il braccio che brandiva l'arma. Riusc nell'impresa, ma sent mancargli l'aria e, quasi contemporaneamente, sopraggiungere il dolore. Cadde a terra. All'improvviso si sent debole e le zampe gli cedettero. Avvertiva l'odore di un sangue diverso da quello degli uomini e, alla fine, cap di essere stato colpito. La ferita al ventre gli faceva male, molto male. Lui chiuse gli occhi e si ferm. Si accorse che qualcuno lo sollevava, ma ormai non aveva pi forza per mordere. Non capiva come mai all'improvviso si sentisse tanto debole. Ma annus l'aria intorno a s e sent un buon odore. Era quello del suo padrone.
Marzio camminava lentamente. Zoppicava dalla gamba sinistra, era dolorante e malridotto: aveva ferite e tagli dappertutto, ma non capiva se fossero mortali. Avanzava piano con il suo cane tra le braccia. Avevano sconfitto diciotto pretoriani: alcuni morti, altri gravemente feriti. Ma erano riusciti a superare l'ultimo ostacolo. Il sannita, la gladiatrix, il suo molosso e lui ci erano riusciti. Il sannita era morto, lui ferito e il cane respirava a stento, ma ce l'avevano fatta. Marzio avanzava tenendolo tra le braccia. L'animale lo guardava come se volesse parlargli, ma ansimava soltanto. Il mirmillo cercava di allontanarsi il pi possibile dalla citt, ma sentiva che le forze lo abbandonavano. Era stato un grande combattimento, una lotta in cui aveva sconfitto pi avversari che mai. Pi che nel palazzo imperiale. Era a questo che stava pensando, ma non era certo il momento di fare calcoli. Cadde in ginocchio e sbuff come un cavallo che si riversa al suolo, esausto. Il cane era troppo pesante. Lo poggi a terra. Avrebbe dovuto lasciarlo l e proseguire, ma Marzio non voleva abbandonarlo in mezzo alla strada. Non se lo meritava, non dopo tutto quello che aveva fatto per lui. Cerc di rialzarsi, ma senza successo. Era sfinito, eppure ormai erano a un passo dalla libert. Presto sarebbero arrivati altri pretoriani. A piedi e malconcio com'era non avrebbe avuto scampo. Quella follia, almeno, era servita a vendicare Attilio. Quel miserabile e crudele imperatore era morto, mille volte morto, come aveva detto l'imperatrice di Roma. Marzio pos una mano per terra. Anche lui cominciava ad ansimare, come il suo cane. Un triste sorriso gli affior sul volto. Non gli parve un triste destino quello di morire insieme a lui. Non avrebbe potuto avere compagno migliore per intraprendere il viaggio verso il regno dei morti. Si chiese se avrebbe incontrato Attilio. Appoggi l'altra mano a terra e inizi a lasciarsi cadere, lentamente. Rimase supino, a guardare il cielo nero su Roma. Era pieno di stelle. Il molosso era accanto a lui: il suo respiro era sempre pi debole, e gemeva. Doveva soffrire molto: aveva il ventre completamente squarciato. Marzio, sdraiato, si volt verso l'animale e inizi ad accarezzargli il muso. La bestia smise di mugolare e gli lecc la mano.
 tutto finito, tutto finito gli disse Marzio. Non abbiamo pi nemmeno la protezione di Nemesi.
Tacque per riprendere fiato. In quel momento, nel silenzio della notte buia, Marzio sent che il cane smetteva di respirare.
Hai lottato bene, cucciolo, meglio di chiunque altro, meglio di tutti noi.
Marzio pens ad Alana e, per un breve istante, si sent felice. Felice che qualcuno di loro fosse riuscito a scappare. La fuga della gladiatrix era la sola cosa a dare un senso al sacrificio del suo cane, e al proprio. Probabilmente la ragazza venuta dal Nord avrebbe cercato di tornare nella sua terra. Sarebbe stata la scelta pi saggia. Lui invece, sarebbe rimasto l, sarebbe morto subito fuori dalle mura di Roma. All'improvviso si rese conto che pur essendo uscito dalla citt soltanto di un centinaio di passi non era mai stato cos lontano da Roma, mai. Ironia della sorte: era nato nelle viscere della citt, scampato a guerre civili, all'arena dell'anfiteatro e alle congiure imperiali per ritrovarsi a morire a soli cento passi dalla citt. Non era stato un viaggio lungo, il suo. Sul volto gli affior un sorriso. Un ultimo sorriso. Guard il cielo nero. Migliaia di stelle. Chiuse gli occhi.
Alzati gli disse una voce. Marzio non rispose. Pensava che si trattasse di un sogno, che fossero i lemures a parlargli. Uno spirito con una voce femminile.
Maledizione, per Perun. Alzati, Marzio, coraggio!
Lo spettro gli afferr un braccio e lo stratton. Marzio apr gli occhi. Riconobbe la folta chioma di Alana. La ragazza guardava verso la citt, poi fiss di nuovo su di lui quegli splendidi occhi azzurri che lo avevano ammaliato fin dal primo momento che li aveva visti.
Alzati ripet la ragazza.
Non ce la faccio protest Marzio, senza nemmeno tentare di tirarsi su. Alana, per, non era il tipo da lasciarsi intenerire n arrendersi facilmente.
Sei ferito, tutto qui. A noi gladiatori capita di continuo. Me lo hai insegnato tu, perci adesso muoviti Alana gli sferr un pugno mentre scoppiava in lacrime. Alzati, o giuro che ti ammazzo io stessa. I pretoriani non ci metteranno molto ad arrivare.
Marzio, forse solo per non ricevere un altro colpo, si mise seduto. Aveva un po' di nausea e si sentiva debole, ma si guard le ferite. Non sanguinava pi. Non sembravano cos gravi. Forse era solo esausto per la lotta, per la tensione e per la morte del suo cane. E poi non ne poteva pi di combattere, di dover lottare per sopravvivere. Alana era giovane e risoluta e non sembrava angosciata quanto lui: il suo sguardo felino scrutava le ombre che iniziavano a muoversi nel posto di guardia della Via Flaminia. Era una guerriera sveglia, esperta, vigile. A Marzio parve di rivedere se stesso quando Attilio era ancora vivo. La ragazza lo aiut a mettersi in piedi.
Non arriveremo lontano disse lui.
E invece andremo molto lontano rispose lei. Su, muoviti. Lo spinse. Il cavallo  proprio l e indic un punto nel buio, in cui Marzio scorse gli occhi dell'animale, legato a un albero. Pu portarci tutti e due via da qui. Poi si vedr.
Finalmente, Marzio inizi a camminare. Non sapeva pi come ribattere. Si ricord del suo cane e si volt a guardarlo. Non possiamo lasciarlo l.
Alana si gir verso la citt. C'era sempre pi fermento. Non ci avrebbero messo molto gettarsi al loro inseguimento. Non c' tempo, Marzio. Lui  morto per te... ebbe un attimo di esitazione, poi aggiunse: Per noi. Non puoi permettere che la sua morte sia stata vana.  solo grazie a lui se ora hai l'opportunit di farti una nuova vita. Non sprecarla.
Vincendo le sue resistenze, Alana riusc a far montare Marzio a cavallo. Lei era una cavallerizza di gran lunga migliore, ma lo fece sedere davanti affinch il dorso del cavallo sopportasse meglio il suo peso. Lei, leggera e agile, abbracci Marzio da dietro, spron il cavallo con i talloni e l'animale inizi a muoversi, dapprima al trotto e poi al galoppo. Marzio sent il vento freddo della notte sul volto e il calore del corpo di Alana che si stringeva al suo.

145.

LA MORTE DI NERVA.

Notte tra il 27 e il 28 gennaio del 98 d.C.

 morto annunci il medico.
Alle sue spalle, Publio Elio Adriano non pot fare a meno di serrare le labbra nel tentativo di dissimulare la sua immensa felicit: l'imperatore Nerva era appena morto e il suo prozio, Marco Ulpio Traiano, era l'unico cesare, il nuovo imperatore del mondo. La sua famiglia aveva raggiunto il cuore dell'Impero. Anzi, la sua famiglia era il cuore dell'Impero. Con quelle due parole, il medico aveva cambiato per sempre la sua vita.
Mi metter subito in viaggio per la Germania replic Adriano senza che nessuno tra i presenti - medici, consiglieri imperiali, pretoriani, la moglie di Nerva, schiavi o liberti - potessero trattenerlo.
Voleva essere il primo a dare la notizia a suo zio. Adriano aveva approfittato della parentela con il cesare Traiano per entrare nelle grazie di Nerva. Era riuscito, in breve tempo, a essere ammesso nei decemviri stlitibus iudicandis e poi diventare tribunus laticlavius in diverse legioni. Si era recato a Roma per ricevere una nuova nomina e invece aveva appreso che il sovrano era gravemente ammalato. Aveva pertanto deciso di trattenersi nell'Urbe per attendere il momento in cui avrebbe potuto essere il primo a comunicare allo zio che era diventato imperatore.
Il pi grande pregio di Adriano era il suo spiccato intuito nell'identificare chi potesse avvantaggiarlo nel cursus honorum: era sicuro che il nuovo imperatore avrebbe sempre avuto un occhio di riguardo per chiunque gli avesse riferito la bella notizia. D'altra parte, e questo era il suo pi grande difetto, era convinto che tutti vedessero le cose dalla sua stessa prospettiva. Avrebbe impiegato anni a capire che non sempre gli altri condividevano il suo punto di vista, men che meno suo zio Marco Ulpio Traiano. In quel momento, per, l'unica preoccupazione di Adriano era che nessuno gli recasse il lieto annuncio prima di lui. Perci, in meno di un'ora, era all'uscita settentrionale della citt per imboccare subito dopo la Via Flaminia e risalire la penisola italica verso il lontano confine sul Reno. Con lui viaggiavano una ventina di pretoriani fidati, ovvero quasi tutti i soldati imperiali che non si erano venduti a Norbano e Casperio. Cavalc fino a sera. I soldati della scorta pensavano che il nipote del nuovo imperatore avrebbe deciso di fermarsi a riposare in una delle locande lungo la strada. Adriano, per, si limit a sostituire il suo cavallo e quelli dei soldati, sfiancati dalla lunga galoppata. Tuttavia, ne trov soltanto sei.
Voi passerete la notte qui, ordin rabbiosamente a un gruppo di soldati mentre cinque di voi verranno con me. Voialtri vi rimetterete in cammino all'alba. Guardando il buio della notte che avvolgeva la strada aggiunse: Dobbiamo proseguire almeno per un paio d'ore. Prendete delle torce.
Cos, in una notte senza luna, sei cavalli ripresero il viaggio alla luce tremolante delle torce. Dopo due ore le fiaccole erano ormai quasi consumate.
Accendete quelle di scorta ordin Adriano.
I cinque pretoriani usarono le torce che si stavano spegnendo per accenderne di nuove e riuscirono a procedere senza fermarsi. Adriano era disposto a qualsiasi cosa pur di arrivare prima dei messaggeri imperiali. Non avrebbe mai permesso che fosse un inviato del Senato, dei prefetti del pretorio, o chiunque altro, ad annunciare a Traiano la sua ascesa al trono. Era esausto, aveva fame, sonno e sete, come i cavalli peraltro, e la notte era velata da nuvole che oscuravano le stelle e minacciavano tempesta, ma niente lo avrebbe fermato. Niente al mondo. Era assolutamente determinato a raggiungere l'obiettivo che si era prefisso.
Anche le nuove torce si esaurirono; era rimasta soltanto qualche debole fiammella con la quale riuscirono a scorgere una locanda. I cavalli ansimavano e ce n'erano alcuni, tra cui quello di Adriano, che sembravano sul punto di stramazzare al suolo.
D'accordo disse come se avesse udito la tacita richiesta dei pretoriani dietro di lui. Trascorreremo qui il resto della notte. Dev'essere la secunda vigilia, quasi la tertia. Ripartiremo al sorgere del sole.
E cos fu. All'alba, dopo essersi procurato cavalli pi riposati, Adriano e la sua piccola scorta ripresero il cammino. Avevano mezza giornata di vantaggio sui pretoriani rimasti alla prima locanda e, quasi sicuramente, un giorno intero sul messaggero imperiale. Il Senato, per, poteva aver inviato i suoi messaggeri con dei cavalli di scorta perch non perdessero tempo lungo la strada. Tormentato da questo pensiero, Adriano lanci il cavallo al galoppo per un buon tratto di strada. Dopo alcune miglia, l'ormai esausto animale inizi a rallentare, dapprima procedendo al trotto e poi tentando di procedere al passo, nonostante il suo cavaliere continuasse a spronarlo. Anche i cavalli dei cinque pretoriani al suo seguito mostravano segni di stanchezza. Attraversarono le citt di Fescennium, Tres Tabernae, Ariminum e Placentia, riposando soltanto poche ore a notte, quando proprio non potevano fare altrimenti, e sostituendo i cavalli un paio di volte prima di addentrarsi nella Gallia Narbonense, attraversare l'Aquitania, la Gallia Belgica e proseguire verso nord, dove, una volta giunti ad Augusta Treverorum iniziarono a domandare dove risiedesse il legatus Traiano. Come Adriano aveva immaginato, suo zio non si trovava a Mogontiacum: il cesare, sempre solerte a vigilare sui confini dell'Impero, si era recato ancora pi a nord, a Colonia Agrippina, nella remota Germania Inferiore. Senza la minima esitazione, spron ancora il cavallo. Era seguito dalla sua scorta di cinque pretoriani, ai quali, nella Belgica, si era aggregata un'unit di cavalleria: nessun pretore o governatore provinciale voleva che al nipote del nuovo cesare accadesse un qualche imprevisto durante il suo lungo viaggio. Ad Adriano, per, parve che quei cavalieri rallentassero la loro avanzata, perci decise di separarsene e proseguire con i suoi cinque soldati. Presto le bestie si sfiancarono e, all'altezza di Mogontiacum, il suo cavallo esal uno strano rantolo, le zampe gli cedettero e stramazz a terra. Adriano, con un agile balzo, riusc a evitare che gli crollasse addosso.
Per Marte! Maledetto animale! Dannazione! imprec, assestando all'animale inerme e agonizzante diversi calci sulla testa, e continuando a lanciare una rabbiosa valanga di insulti. Che tu sia maledetto mille volte! E sia maledetto anche mio zio per essere ai confini del mondo quando invece dovrebbe stare vicino a Roma! Maledetti tutti quanti!
I pretoriani osservarono la scena senza dire nulla: non osavano provare a difendere la bestia moribonda, n sapevano come placare le ire del nipote del nuovo imperatore.
Tu disse Adriano indicando uno dei pretoriani. Scendi e dammi il tuo cavallo, veloce!
Il soldato obbed e gli cedette il suo stanco animale. Adriano mont di nuovo e, senza guardarsi indietro, spron il cavallo verso nord. I quattro pretoriani che erano rimasti in sella rivolsero una rapida occhiata al loro compagno, e dopo un brevissimo istante di esitazione si lanciarono all'inseguimento del nipote dell'imperatore.
Il pretoriano a piedi rest da solo in mezzo a quella fredda strada della Germania; guard da una parte e dall'altra e cerc di calcolare dove fosse la locanda o l'accampamento militare pi vicino. Dentro di s maledisse quel presuntuoso nipote dell'imperatore, ma non proffer parola.
Anche il secondo destriero stramazz al suolo, suscitando un nuovo accesso di collera del suo cavaliere, proprio mentre stavano per entrare a Colonia Agrippina. In citt, trovarono cavalli riposati e chiesero dove si trovasse l'uomo che, pur essendone ancora ignaro, era il nuovo imperatore del mondo.
Pi a nord, dovete superare la citt rispose un centurione. Il legatus Marco Ulpio Traiano sta ispezionando le fortificazioni del limes, vicino al Reno.
Senza esitare, Adriano si diresse verso il luogo che gli avevano indicato. Finalmente, dopo un viaggio sfiancante, riusc a scorgere un accampamento militare sulla riva sinistra del Reno, vicino alle enormi palizzate che rappresentavano il confine di Roma.
L, circondato da un gruppo di ingegneri, architetti e ufficiali, c'era suo zio, chino a terra, con i sandali coperti di fango e le mani sporche di terra: lui stesso si era messo a scavare per individuare il punto pi adatto dove far terminare le mura che segnavano la fine del mondo.
Adriano si avvicin a quel gruppo di persone, a loro volta circondate da un centinaio di legionari armati. I soldati, molti di loro veterani di diverse campagne, riconobbero il nipote del governatore della Germania e si fecero da parte. Era accompagnato da una manciata di pretoriani, dunque veniva direttamente da Roma per trasmettere una notizia importante.
Adriano cammin a passo deciso e si ferm soltanto quando fu di fronte a suo zio. Gli ingegneri tacquero. All'improvviso si sentiva soltanto il vento del Reno che scuoteva le mappe delle fortificazioni del limes. Traiano lo guard con aria seria.
Allora? domand senza nemmeno salutarlo.
Era stato interrotto mentre lavorava. Meglio che suo nipote avesse un motivo valido. Adriano non gli era mai piaciuto: gli era sempre sembrato che non nutrisse alcuna stima della vita militare, a differenza di Longino, di Quieto o del povero Manio. Adriano pareva preferire la vita comoda, con molti agi e poco lavoro. Quell'irruzione nell'accampamento con una scorta di pretoriani lo infastidiva: sarebbe stato pi opportuno che Adriano lo avesse aspettato a Mogontiacum e si fosse fatto precedere da un messaggero che annunciava il suo arrivo e il motivo del viaggio nella provincia germanica.
Nerva  morto, zio disse Adriano compiaciuto. Sei l'imperatore di Roma, Imperator Caesar. Nerva  morto ripet, vedendo che lo zio ostentava indifferenza, o freddezza, alla notizia.
Traiano chiese una sella, che gli fu portata immediatamente, e il legatus, governatore, senatore e cesare si sedette. Solo in quel momento, dopo aver incrociato gli occhi sgranati di Longino e Quieto, che erano accanto a lui, Traiano si rivolse al nipote: Nerva  stato un buon imperatore e il Senato lo deificher presto. Stai parlando di un dio, nipote. Di un dio. Dovresti mostrare pi rispetto.
Adriano comprese che la sua foga nel sottolineare che Traiano era il nuovo imperatore poteva sembrare irriguardoso nei confronti di Nerva, ma per tutti gli dei, ormai cosa importava? Suo zio guard altrove e parl a uno dei suoi ufficiali.
Longino, le legioni del Reno sono in lutto.
Poi rimase in silenzio e chin il capo. Dopo alcuni minuti sollev gli occhi: E facci portare una coppa di vino disse ancora a Longino con voce risoluta, includendo con lo sguardo anche Quieto, gli altri ufficiali e tutti gli uomini che si trovavano l. Berremo in onore di Nerva.
Sei calones si premurarono di accontentare nel pi breve tempo possibile il nuovo imperatore di Roma e allestirono un piccolo tavolo con un'anfora di vino. Per preparare tutto alla svelta, si accorsero di aver preso le ciotole di terracotta e non le coppe di bronzo che si trovavano nella tenda di Traiano.
Il nuovo imperatore del mondo vide che erano titubanti e interpret lo sguardo preoccupato degli schiavi: Va bene cos. Per Giove! L'importante  il gesto, non il recipiente in cui beviamo!. Pi sollevati, ma sempre frettolosi, gli schiavi servirono da bere all'imperatore, al nipote, ai tribuni Longino e Quieto e agli altri uomini. Traiano sollev la sua ciotola e pronunci un solenne brindisi.
Per l'Imperator Nerva Caesar Augustus Germanicus, Pontifex Maximus, Tribunicia potestas III, Imperator II, Consul IV, Pater Patriae!
E tutti alzarono i loro calici improvvisati e ripeterono i titoli dell'imperatore Nerva, senza tralasciarne nessuno, proprio come aveva fatto Traiano.
Quando ebbero svuotato le ciotole, il nuovo imperatore diede un altro ordine a Longino: Assicurati che venga distribuito vino in onore di Nerva a tutti i legionari. Poi desidero che i lavori proseguano fino al tramonto. Domani porteremo a termine le fortificazioni del limes della Germania Inferiore.
Mentre Longino si allontanava per trasmettere gli ordini, Traiano si volt e osserv di nuovo la riva del Reno: le palizzate necessitavano ancora di molto lavoro.
La voce del nipote parve strisciare sul suolo fangoso di quell'umida sponda. Non farai nient'altro... cesare?
Traiano si ferm, si volt e guard il nipote: Far ultimare le fortificazioni.  fondamentale che il confine sia sicuro.
Gli volt le spalle e riprese a camminare verso il fiume, affondando i sandali nel fango del Reno, circondato da legionari, ingegneri e ufficiali, tutti ammirati dalla fermezza del loro capo: nemmeno l'ascesa al trono lo aveva distolto dal programma di lavoro prestabilito per la giornata.
Adriano immagin che suo zio fosse sopraffatto dalla notizia, e che avesse bisogno di un po' di tempo per rendersi conto davvero che era diventato il nuovo imperatore del mondo. Forse la sua ostinazione nel voler fare come se niente fosse era il suo modo di realizzare quanto gli era accaduto. La stanchezza del viaggio cominci a farsi sentire e Adriano cerc una sella libera per sedersi. Riflettendo in silenzio, mangi il cibo portatogli dagli schiavi e vide il sole calare poco a poco fino a sprofondare nell'orizzonte. Quindi si ritir nella vicina tenda che gli era stata assegnata e, ormai trascorsa qualche ora dal suo arrivo, mentre si svestiva e si lavava con l'acqua di un catino prima di mettersi a dormire, sent la voce del cesare che si congedava dai suoi ufficiali, per andarsi a rifugiare tra le braccia di Morfeo anche solo per poche ore.
Domani le fortificazioni devono essere finite, Longino. Inizieremo all'alba se  necessario. Bisogna accelerare il lavoro. Ci sono ancora molte cose da fare. Molte.
Furono le ultime parole che suo zio pronunci quella sera. Adriano chiuse gli occhi e si abbandon a un sonno tanto ristoratore quanto necessario.
Il giorno dopo, Marco Ulpio Traiano si alz incollerito. Dalla tenda penetrava la potente luce del giorno. Aveva dato ordine che i lavori iniziassero all'alba, e invece non lo avevano nemmeno svegliato. Usc furibondo, determinato a scoprire chi fosse il colpevole di quella insubordinazione. Anche se si fosse trattato di Longino o di Quieto, non aveva intenzione di lasciar correre. Non gli sembrava di buon auspicio inaugurare il suo primo giorno da imperatore di Roma, constatando l'inottemperanza ai suoi ordini. Fuori dalla tenda si imbatt in Longino, in alta uniforme. Attendeva da molto, con la pazienza forgiata dalla disciplina militare.
Ave, cesare! lo salut Longino, tendendo il braccio destro. Le fortificazioni del limes della Germania Inferiore sono terminate, cesare! Traiano vide, alle spalle di Longino, Quieto insieme a diversi ufficiali e ingegneri, e suo nipote Adriano, anche lui ancora in tenuta da notte: doveva essere uscito dalla tenda sentendo la voce stentorea di Longino. Cesare? Pens Traiano. Era cesare da mesi, da quando Nerva lo aveva adottato, ma non aveva mai sentito pronunciare quell'appellativo con tanto impeto. Anche Adriano si era rivolto a lui chiamandolo cesare, ma senza quella veemenza, il saluto marziale e, soprattutto, senza la incrollabile e sconfinata lealt del suo amico fraterno. Traiano non riusc a impedirsi di provare una certa soddisfazione perch era stato Longino, e non suo nipote, a conferire a quel titolo un nuovo significato pi profondo. Longino, per, non si era limitato a salutarlo.
Perch non sono stato svegliato all'alba? chiese l'imperatore guardando il sole per assicurarsi che fossero ancora le prime ore del giorno, mentre i calones gli sistemavano il paludamentum color porpora sull'uniforme.
Longino per non rispose alla domanda. Le legioni hanno lavorato tutta la notte senza sosta, alla luce della luna e delle torce gli spieg con la tipica brevit di un resoconto militare. L'imperatore voleva che le fortificazioni fossero portate a termine oggi, e cos  stato, cesare. Gli uomini hanno lavorato senza sosta. E aggiunse con una punta di orgoglio: Tutta la notte, per il cesare.
Traiano, compiaciuto, scrut Longino. Il suo primo giorno da imperatore di Roma non iniziava male. Le legioni del Reno gli dimostravano totale lealt. Era un buon punto di partenza, ma i problemi da risolvere restavano molti: le legioni del Danubio, quelle d'Oriente, Nigrino, il Senato e, ovviamente, la guardia pretoriana. Aveva ancora tanto da fare.
Adriano si fece largo tra gli ingegneri e si rivolse allo zio. Cesare questa  una grande notizia. Adesso che le fortificazioni sono state ultimate potrai partire subito per Roma e assumere il controllo dell'Impero.
Traiano guard il nipote senza celare il suo sdegno. Chiunque pensasse che il controllo dell'Impero risiedesse ancora a Roma anzich sui confini, dove si trovava il novanta per cento delle legioni, non avrebbe potuto essergli di alcun aiuto nel suo governo.
Non  ancora il momento di andare a Roma, nipote disse, enfatizzando la parola nipote, quasi a farla sembrare un insulto anzich un grado di parentela. Ma riconosco che ci siano delle questioni da risolvere anche l. Si avvicin ad Adriano con il sorriso sulle labbra, e gli pos la mano sulla spalla. Anzi, visto che ti sei dimostrato un messaggero cos solerte, credo sia giusto farti ritornare a Roma per riferire alcuni messaggi da parte mia. Il nipote stava per interromperlo. Non era sicuro che allontanarsi dall'imperatore avrebbe giovato alla sua immagine presso i senatori e i prefetti del pretorio, ma Traiano non gli diede modo di ribattere e prosegu impartendogli i suoi ordini.
S, innanzitutto andrai in Senato e riferirai ai patres conscripti che il cesare deve occuparsi di rendere inattaccabili i confini del Nord e che, nel frattempo, fin quando non potr recarsi a Roma, delega a loro il governo dell'Urbe.
Adriano lo osservava con ammirazione e sconcerto. Era un chiaro gesto di riconciliazione con il Senato, un gesto che poteva essere accolto favorevolmente dopo il tirannico regno di Domiziano e il debole e caotico governo di Nerva, suo successore.
Poi... continu Traiano prendendo il nipote in disparte e abbassando la voce perch potessero sentirlo soltanto lui e i tribuni Longino e Quieto, che si erano avvicinati. Poi, Adriano, va' da Norbano e Casperio, i prefetti del pretorio che hanno vendicato la morte di Domiziano e di' loro che il nuovo imperatore di Roma vuole vederli sul confine, nella Germania Superiore, a Mogontiacum, dove sto per recarmi. Di' che Traiano vuole ricompensarli per la loro fedelt alla dinastia Flavia, e specifica che questa  una delle mie priorit assolute. Recherai questi messaggi a Roma, Adriano? E riuscirai a farlo con la stessa celerit con cui sei venuto da me? Voglio che sia tu a riferire il mio volere: i senatori e i prefetti devono constatare quanto rispetto nutro nei loro confronti dal momento che invio loro un membro della mia famiglia.
Queste ultime parole persuasero Adriano che suo zio, il nuovo cesare, gli stava assegnando un ordine che valeva la pena eseguire. Far come comanda il cesare.
Bene, Adriano disse Traiano spostando la mano dalla spalla alla schiena del nipote. Ma non  necessario che galoppi fino a sfiancare tutti i cavalli da qui a Roma. L'Impero ha bisogno della cavalleria e alla cavalleria i cavalli servono vivi, mi hai capito?
L'imperatore si mise a ridere vedendo l'espressione del nipote, sorpreso che Traiano fosse al corrente di tutto quello che succedeva al Nord. Adriano, ancora perplesso per la reazione divertita dello zio, si un alla risata con pi naturalezza possibile. Poi si conged e, voltandosi, si allontan subito per dirigersi verso Roma con i messaggi dell'imperatore.
Longino si avvicin al cesare e gli bisbigli all'orecchio: Allora siamo in partenza per la Germania Superiore?.
Traiano rispose a bassa voce, fissando la schiena di suo nipote Adriano, che si allontanava attraversando l'accampamento a grandi falcate. No, Longino. Andremo in Mesia Superiore, a sud del Danubio. Plotina verr con noi, ma lasceremo un buon numero di legionari a proteggere mia madre, mia sorella e il resto della mia famiglia. Dobbiamo concentrarci su quella zona.
Longino annu e rimase in silenzio per qualche istante, finch la domanda che lo tormentava prese forma: Ma hai detto ad Adriano di riferire ai pretoriani di recarsi nella Germania Superiore. Perch non farli dirigere verso la Mesia, invece?.
Traiano si volt lentamente.
Longino, disse l'imperatore posando la mano sulla spalla del suo prediletto tribuno, l'unico amico che gli rimaneva della sua quasi dimenticata adolescenza ispanica, che vadano prima a Mogontiacum, e da l percorrano l'intero confine settentrionale fino al Danubio. Un po' di esercizio far bene a tutti e tre: a mio nipote e ai prefetti del pretorio. Chi pu dirlo, forse se siamo fortunati il lungo viaggio li metter un po' in riga.
Longino rimase a guardare Traiano che avanzava di qualche passo, allontanandosi.
Qual  il piano?
La voce di Lusio Quieto alle sue spalle sorprese Longino. Quest'ultimo si rivolse all'altro tribuno, che non era riuscito a sentire bene le parole di Traiano.
Andiamo in Mesia gli comunic, e Quieto annu come a confermare che la trovava un'idea sensata.
Traiano si incammin corrucciando la fronte: era pensieroso. Nella sua mente turbinavano mille preoccupazioni: il confine, dal Reno al Danubio, era sottoposto alla continua pressione dei Germani, dei Catti e, soprattutto, dei Daci. Avrebbe avuto bisogno almeno di una legione per proteggersi da eventuali assalti lungo il viaggio per la Mesia. La forza dell'abitudine lo fece pensare a un motivo che legittimasse agli occhi dell'imperatore un simile spostamento di truppe, ma, all'improvviso, scosse il capo e sospir: l'imperatore era lui. Non avrebbe pi dovuto giustificare alcuna sua azione, n chiedere il permesso a nessuno.
Traiano sperava di trovare a Mogontiacum un po' di serenit, ma al suo arrivo la sorella maggiore lo accolse con un'espressione seria.
Nostro padre esord Ulpia Marciana vedendo lo sguardo perplesso e preoccupato del fratello, il nuovo imperatore.  molto grave. Qualche giorno fa ha perso i sensi. Ti avevamo inviato dei messaggeri, ma tu sei arrivato prima. Sta peggio dell'ultima volta, due anni fa. Da quando  svenuto non ha pi ripreso conoscenza, se non per qualche minuto, e ha smesso di parlare. I medici dicono che non c' pi nulla da fare...
Marco Ulpio Traiano abbracci la sorella, afflitta. Rimase in silenzio per un po'. Nessun altro era andato ad accoglierlo. Era stata senz'altro una decisione di Ulpia Marciana e di sua moglie Plotina. Le due donne erano sempre andate d'accordo. Era un bene per la famiglia. Traiano si scost un poco dalla sorella e la fiss negli occhi. E come sta nostra madre?
Molto debole. E triste.
Traiano annu. Aveva tantissime questioni urgenti di cui occuparsi, ma la famiglia veniva sempre per prima. E spettava a lui garantire la loro incolumit.
Ulpia, devo mettermi in viaggio verso il Danubio. Devo accertarmi che le legioni della Pannonia e della Mesia mi siano leali.  una faccenda della massima importanza. Poi dovr recarmi in Oriente. Non posso rimandare la mia partenza. Tu devi rimanere qui con i nostri genitori. Nessuno dei due  in condizioni di viaggiare e solo qui, nella Germania, vi sapr al sicuro. La Hispania  troppo lontana per loro. Roma  un vespaio, ma qui so di poter contare sulla fedelt delle legioni. Starete bene. Riuscirai a badare a tutti, Ulpia? A mamma e pap, a Matidia e alle bambine? Posso fare affidamento su di te?
Ulpia annu senza profferire parola, ma con convincente determinazione.
Bene continu Traiano. Di sicuro Plotina vorr venire con me ed  opportuno che la moglie dell'imperatore lo segua nei suoi spostamenti, ma in questo caso  meglio che voi restiate qui. Ho inviato Adriano a Roma per consegnare dei messaggi da parte mia al Senato e alla guardia pretoriana. Potrebbe far ritorno entro poche settimane. Se cos fosse, chiedigli di raggiungermi in Pannonia o in Mesia insieme a chi lo accompagna. Ti informer costantemente dei nostri spostamenti. Adesso portami da nostro padre.
La sorella condusse Traiano nella stanza che di solito era destinata a lui, in quanto governatore.
Plotina ha suggerito di spostarlo qui perch  la camera pi calda gli spieg Ulpia.
E aveva ragione. La Germania era molto umida e le stanze esposte a nord erano gelide. La camera principale di quel palazzo, invece, era rivolta a sud; l'architetto che lo aveva progettato era stato previdente. Traiano si sent grato per la premura dimostrata da sua moglie. Non c'era mai stato amore tra di loro, ma si erano sempre rispettati. E adesso pi che mai, ora che lui era diventato imperatore, il loro rapporto doveva continuare a basarsi sul rispetto reciproco. Era fondamentale che nulla intaccasse il loro legame, nato per convenienza e poi rafforzato dall'abitudine.
Sul letto, supino e con gli occhi chiusi, Traiano padre respirava appena. Ulpia indic al fratello una piccola sella senza schienale accanto al letto. Traiano vi si sedette. La sorella li lasci da soli. All'imperatore avrebbe fatto piacere salutare le sue nipotine, soprattutto Vibia Sabina, ma tutto il resto poteva aspettare. Doveva aspettare.
Buongiorno, padre lo salut Traiano, ma il vecchio non fu in grado di rispondere. Si limit a sollevare leggermente le palpebre.
Traiano non comprese l'importanza di quel piccolissimo gesto. Se la sorella fosse rimasta nella stanza, avrebbe potuto dirgli che era il primo segno di vita che dava da quando lo avevano messo in quel letto, oltre a schiudere ogni tanto le labbra per bere. In quel momento, per, Traiano padre apr gli occhi e guard il figlio. Avrebbe voluto sorridere, ma per qualche strano motivo il corpo non gli obbediva pi e il volto rimase serio. Ma l'aver rivisto suo figlio era la cosa pi importante al mondo. Adesso sarebbe potuto morire in pace. Era l'unica preghiera che aveva rivolto agli dei: incontrare suo figlio un'ultima volta, una sola. E ora era l... e gli parlava... la sua voce sembrava provenire da molto lontano, da un altro mondo, un mondo che non era pi il suo... Traiano padre si sentiva ormai prossimo al grande fiume dell'Inframondo. Presto sarebbe apparso Caronte a pretendere l'obolo per il suo ultimo viaggio...
Padre... Nerva  morto. Sono l'imperatore di Roma. Sono l'imperatore di Roma.
Traiano aveva preso la mano destra del padre e la stringeva tra le sue. L'anziano aveva sessantotto anni. Si era ammalato ai tempi della congiura contro Domiziano, poi si era ripreso, ma adesso era peggiorato di nuovo. Questa volta non sembrava forte abbastanza da potersi rimettere. E Traiano angosciato stringeva la mano del padre. I suoi consigli erano stati sempre fondamentali, soprattutto da quando Nerva lo aveva adottato. E ora, ora che aveva bisogno di lui pi che mai, lo stava lasciando. Sapeva di essere ingiusto a pensarla in questi termini. Si sentiva indegno, impotente. Suo padre gli era sempre stato accanto, per tutta la vita: gli aveva insegnato cosa voleva dire essere ispanico in un mondo in cui gli abitanti delle province erano disprezzati; gli aveva insegnato a essere un guerriero, un tribuno, un legatus e un governatore. Lui gli aveva trasmesso il valore della famiglia, della rettitudine e della lealt alla parola data. Aveva imparato tutto da lui. E ora che stava morendo, il suo unico figlio, l'imperatore del mondo non sapeva nemmeno cosa dirgli negli ultimi istanti della sua vita. Traiano padre sarebbe dovuto diventare imperatore, non lui. Lui sapeva sempre cosa fare.
Senza di te io non sarei nulla, padre. Nulla. Le lacrime gli velarono gli occhi. Ti ho sempre amato e rispettato. Se mi senti, voglio che tu lo sappia.
L'anziano, per, non sembrava riuscire a sentirlo. Forse era gi lontano da l, non era pi al suo fianco. Traiano figlio non si rassegnava a dargli l'estremo saluto e si inginocchi accanto a lui, cercando negli angoli pi nascosti del suo cuore le parole giuste, le parole che gli avrebbero dato la pace. All'improvviso le lacrime scomparvero e lui fiss gli occhi chiusi del padre.
Render onore a tutte le tue promesse, padre disse Traiano figlio con voce solenne. L'imperatore di Roma manterr la tua parola. Sempre.
La mano del padre strinse le dita del figlio, con il vigore di qualche anno prima, solo per pochi istanti, ma fu sufficiente perch Traiano capisse che lo aveva sentito, e che quelle ultime parole significavano molto per lui. Poi, poco a poco, la stretta si indebol e, mentre stava per allontanarsi del tutto, fu Traiano a trattenere la mano del genitore. Marco Ulpio Traiano, imperatore di Roma, rimase per ore in silenzio, con la mano del padre tra le sue, in ginocchio accanto al suo letto di morte. Nella mente aveva un solo pensiero: l'amara consapevolezza che il regno dei morti stava chiamando a s uno dei pi grandi e nobili uomini di Roma. E l'Impero, come tante altre volte, ne era completamente all'oscuro.

146.

L'ULTIMO POEMA.

Febbraio del 98 d.C.

Stazio si sedette nell'atrio della sua nuova casa. Le generose ricompense di Domiziano, sempre soddisfatto delle sue poesie, gli avevano permesso di comprare una grande domus nel centro di Roma. Eppure, a cosa gli era valso davvero adulare quel tiranno? La moglie Claudia era morta da tempo e il suocero, il suo pi accanito detrattore, era mancato ancora prima, poco dopo la vittoria di Stazio nella competizione letteraria al teatro di Marcello. Si era guadagnato molto denaro e una vita agiata, ma a cosa gli servivano adesso?
Devi riposare, padre gli consigli Numerio.
Stazio sorrise, senza rispondere. Numerio, lo schiavo a cui aveva insegnato a leggere e che poi aveva liberato e infine adottato, rappresentava ai suoi occhi l'unica cosa buona che avesse compiuto nella sua vita, oltre a prendersi cura di Claudia. E la poesia? Stazio non era uno sciocco: sapeva distinguere le opere di pregio da quelle di infima qualit. Lui era stato il poeta di corte di Domiziano e, proprio come quest'ultimo non valeva neanche l'ombra di Augusto, lui era consapevole di non potersi nemmeno paragonare al sommo Virgilio, al ribelle Plauto o all'indomito Nevio1. Cosa avrebbe tramandato con la sua poesia? Stazio sapeva di essere un autore mediocre e che le sue opere erano... marginali.
 da mesi, figliolo, che non riesco a riposare rispose infine, con voce roca.
Non dormiva bene da anni. Soffriva di insonnia e anche quando gli pareva di essersi appisolato in realt non riusciva a trarne beneficio. A volte si svegliava nel cuore della notte, sudato, con le mani fredde, sobbalzando a causa di uno strano rumore, che non era altro che il suo respiro. Aveva pregato tutti gli dei di poter ritrovare il piacere di un sonno ristoratore, cominciando da Morfeo fino ad arrivare al dio dei cristiani. La forza e il coraggio di quel vecchio cristiano che Domiziano non era riuscito a uccidere nel calderone pieno d'olio bollente lo avevano colpito. Da allora, Stazio aveva riflettuto molto sulle idee dei cristiani, ma, come tanti altri, si guardava bene dal rivelarlo. Non ne aveva parlato nemmeno con il figlio. Suo figlio. Si volt verso il ragazzo.
Figliolo disse guardandolo. Ho scritto un nuovo poema. La mia ultima opera. Non  granch, ma ho l'impressione che sia la cosa migliore che abbia mai composto. Magari se lo avessi presentato ai giochi capitolini di quell'anno... ma non concluse la frase.
Stazio aveva perso la competizione letteraria nell'ultimo anno di regno di Domiziano e l'imperatore non lo aveva degnato della minima attenzione: le sue poesie non gli interessavano pi. Come a tutti gli altri, del resto. Da quella gara in poi, il cesare aveva accolto con benevolenza solo i componimenti di totale adulazione, come quello alla sua grande statua equestre che lo stesso Stazio aveva declamato nell'Aula Regia il giorno del suo assassinio.
Si port la mano alla fronte. La sua ultima opera era migliore. O almeno cos credeva. L'aveva inserita tra le sue Silvae con la speranza che potesse essere tramandata ai posteri. Adesso gli erano sorti dei dubbi e guardava suo figlio provando pena per se stesso.
Non che il mio migliore componimento possa essere di grande pregio, ma ti sarei grato... Si interruppe di nuovo. Gli mancava il respiro e il cuore gli sembr essersi fermato per un attimo. Chiuse gli occhi. Se fosse morto, forse finalmente sarebbe riuscito a riposare. Il dio dei cristiani lo avrebbe ascoltato? E Morfeo?
Cosa vuoi che faccia, padre?
Sul tavolo, ragazzo...  l. Il mio ultimo poema... Portalo a Vetus, il bibliotecario del Porticus Octaviae.  un vecchio brontolone avvizzito. Sono sicuro che vorr far scomparire dal Porticus e dagli archivi la maggior parte dei miei componimenti. Domiziano non si  mai curato delle biblioteche e dubito che Vetus lascer esposti sugli scaffali poemi in lode di quel tiranno. Tacque per un attimo, sorprendendosi della facilit con cui adesso tutti definivano Domiziano un tiranno, perfino lui. L'anziano poeta era sempre stato un uomo volubile, uno di quelli che cambia idea a seconda del vento. Ora il vento soffiava per spazzare via il passato e lui, Publio Papinio Stazio, era parte di quel passato. Figliolo, portagli quel poema e faglielo leggere. Poi torna a riferirmi cosa ti ha detto. Te lo chiedo per favore... lo farai, Numerio?
Certo, padre.
Vetus, il bibliotecario del Porticus Octaviae, era molto anziano. Numerio lo aveva sempre visto l e anche suo padre raccontava la stessa cosa, ovvero che quell'uomo aveva dedicato la sua intera vita a custodire i rotoli della grandiosa biblioteca. Doveva avere circa novant'anni, ma nessuno lo sapeva con esattezza.
Vediamo disse il bibliotecario. Un nuovo poema di Stazio.
Il tono era scettico. Il vecchio aveva appena confermato a Numerio di aver deciso di disfarsi di diverse opere del padre, a cominciare dal poema epico sulla vittoria di Domiziano sui Catti con cui aveva vinto il concorso al teatro di Marcello. Era pessimo e qui non abbiamo spazio per tutto, devo essere molto selettivo aveva spiegato l'anziano bibliotecario. Numerio fu tentato di ribattere. Doveva tutto a suo padre: lo aveva comprato quando lui era solo un bambino e lo aveva sempre trattato bene; gli aveva insegnato a leggere e a scrivere, lo aveva educato con affetto, affrancato dalla schiavit e infine lo aveva adottato. Il minimo che poteva fare per dimostrargli la sua gratitudine era assicurarsi che le biblioteche di Roma conservassero qualcuna delle sue opere. Sapeva che per lui non esisteva niente di pi importante. Ancor prima che Numerio potesse dire qualcosa, per, il vecchio si mise a declamare il nuovo scritto di Stazio. E lo fece bene, con un'intonazione piacevole e il ritmo giusto.
Per quale colpa, o giovane dio, il pi placido fra tutti i numi, per quale errore io, infelice, ho meritato, o Sonno, di esser l'unico a rimanere privo dei tuoi doni? Tutti gli animali e gli uccelli e le fiere tacciono, e sembrano dormire per la stanchezza, curvate, le cime dei monti, n pi il medesimo rumore fanno i fiumi vorticosi, s' placato il moto delle onde e il mare riposa appoggiato alla terra. Sono gi sette volte che Febe tornando si volge a guardare il mio volto immobile per la malattia2.
STAZIO, Silvae, Libro V, IV, vv. 1-8
L'anziano Vetus si interruppe, pos il papiro sul tavolo e comment:  da molto che Stazio non dorme, vero?.
Numerio annu.
 il peso dei rimorsi comment Vetus. Tuo padre doveva essere stanco di adulare un tiranno, un folle.
Numerio non ribatt. Non voleva contrariare il vecchio bibliotecario. L'anziano prosegu.
Il poema  buono.  l'espressione di un'anima angosciata, e si nota. Tacque un momento prima di aggiungere in tono deciso: Lo terr, Numerio, cos come ho conservato la Tebaide, un'opera inconsueta nel suo genere, ma pur sempre meritevole, e alcune delle sue Silvae. Detesto il contenuto della maggior parte di queste, ma hanno una buona forma, e poi Domiziano fa parte del nostro recente passato. I componimenti di Stazio tramanderanno l'immagine che si aveva di lui prima della sua morte. Adesso tutti diciamo liberamente che era un tiranno, ma prima... nessuno ne aveva il coraggio.  giusto conservare alcuni di questi poemi, o interi anni saranno destinati all'oblio. Giovenale sta gi scrivendo delle satire contro Domiziano. Quando le avr terminate le metter accanto alle Silvae di tuo padre. Poi saranno i posteri a trarre le giuste considerazioni.
L'anziano Vetus si concesse una breve risata; era l'ilarit di un vecchio consapevole di aver architettato una furberia.
Numerio torn dal padre.
Cos'ha detto? domand Stazio appena vide il figlio oltrepassare l'uscio.
Gli  piaciuto, padre, gli  piaciuto!
Stazio lo guard con aria perplessa. Tu non mi mentiresti, vero?
Numerio scosse il capo.
No, non credo che lo faresti ammise Stazio. Ti sei sempre comportato bene con me. Fin troppo.
Numerio avrebbe voluto rispondere che il suo comportamento era frutto dell'educazione ricevuta, e del modo in cui era stato trattato fin da bambino, ma vide che il padre chiudeva gli occhi e prefer lasciarlo riposare. Forse sarebbe riuscito a dormire, almeno un po'. Numerio guard sul tavolo. C'era un'altra copia di quell'ultimo poema. Incuriosito, prese il papiro per leggerne la fine, che il bibliotecario non aveva declamato ad alta voce.
Ma per un istante, oh!, se qualche amante nel corso delle lunghe ore della notte, mentre tiene strette le braccia intorno alla donna amata, deliberatamente ti scaccia, o Sonno, di l vieni qui; n io voglio costringerti a stendere tutte le tue ali sopra i miei occhi - questo  il voto della gente pi felice -; toccami con l'estrema punta della tua bacchetta, mi basta, o passa sopra di me leggermente, col tuo passo sospeso3.

STAZIO, Silvae, Libro V, IV, vv 14-19.

Numerio smise di leggere.
 bello davvero... comment. Ripose il papiro sul tavolo e usc dall'atrio.
Publio Papinio Stazio aveva impiegato del tempo a rilassarsi. Temeva ancora di essere svegliato di soprassalto dall'imperatore Domiziano con la richiesta di nuovi versi adulatori. Ne aveva pronti alcuni, all'occorrenza, nel caso fosse tornato a cercarlo dal regno dei morti. Stazio dubitava che finanche Caronte e l'Ade volessero tenerselo, ma magari l c'erano tiranni anche peggiori di lui. All'improvviso si sent sereno. Gli sembrava di poter respirare normalmente e che il sonno stesse per avere il sopravvento e finalmente lo avvolgesse tra le sue braccia. Non capiva se aveva gli occhi chiusi o aperti, ma era sicuro che Morfeo si fosse mosso a compassione e gli permettesse di godere della sua malia.
Numerio rientr dopo un'ora circa. Aveva un po' d'acqua fresca e frutta. Avevano degli schiavi al loro servizio, ma di solito era lui a occuparsi di portare da mangiare a suo padre. Lo vide completamente fermo e con gli occhi spalancati, e cap. Si avvicin lentamente. Lasci cadere la frutta e l'acqua per terra. Con un gesto pieno di dolcezza e deferenza gli chiuse gli occhi. Poi cerc una moneta. Caronte chiedeva sempre un obolo.

1. Virgilio, autore di opere eccelse, fu il poeta di corte di Augusto. Plauto cre la commedia latina e fu un tenace contestatore del potere, perfino quello degli Scipioni. Nevio, contemporaneo di Plauto, fu esiliato e poi incarcerato per le sue critiche ai potenti.
2. STAZIO, Opere, a cura di Antonio Traglia e Giuseppe Aric, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1980, pp. 994-995.
3. STAZIO, Opere, cit.

147.

LA RICOMPENSA.

Marzo del 98 d.C.

Singidunum1 era una roccaforte costruita dai Romani su un alto promontorio, dove confluivano i fiumi Sava e Danubio. Per secoli quella zona era stata abitata da diversi popoli. Traiano fece fermare la legione a mille passi dall'accampamento e si concesse il tempo di esaminare le fortificazioni. Alcuni sostenevano che il nome della roccaforte derivasse dal gallico, visto che le legioni della Gallia vi si erano insediate dopo un lungo assedio. Singi significava falco e dunum veniva da dun, ovvero fortezza.
La fortezza del falco disse Longino avvicinandosi all'imperatore.
Traiano annu prima di aggiungere: Non mi piacciono le condizioni in cui  ridotta. Il muro a sud ha crepe in vari punti e i legni delle palizzate sono marci.  una fortezza molto adatta per difendersi, ma versa in un pessimo stato.
Longino annu prima di rispondere: S, cesare.
Voglio che le palizzate vengano sostituite e che le mura rovinate siano riparate al pi presto.
Sar fatto, cesare.
Bene, andiamo allora.
L'imperatore riprese la marcia. Sarebbe potuto andare a cavallo, ma, com'era sua abitudine, aveva scelto di percorrere l'ultimo tratto a piedi insieme ai legionari, per dare il buon esempio. Non voleva che pensassero che la carica di imperatore lo aveva rammollito. Traiano continu a riflettere sull'origine del nome Singidunum. C'era un'altra teoria: molti pensavano che provenisse dai Sings, una trib tracia che per secoli aveva occupato la regione prima di essere invasa dagli Scordisci; questi ultimi, poi, erano stati sconfitti dalle legioni dell'imperatore Augusto, comandate da Licinio Crasso.
Traiano entr nella roccaforte e raggiunse il praetorium della citt, dove conobbe il legatus e gli altri ufficiali. L'imperatore ovviamente non si compiacque con loro per il modo in cui avevano amministrato Singidunum fino a quel momento, ma non volle nemmeno rimproverarli troppo severamente. Si limit a mettere subito tutti al lavoro. Erano trascorse settimane da quando aveva inviato Adriano a Roma e, nonostante il lungo tragitto a cui lo aveva obbligato, il nipote non avrebbe tardato a raggiungerlo insieme ai due capi del pretorio e, forse, qualche altro pretoriano. Traiano voleva che l'accampamento recuperasse l'imponente aspetto del passato. Il legatus della Mesia Superiore non era il solo colpevole dello stato in cui versava la fortezza: Domiziano per lungo tempo si era completamente disinteressato di inviare rifornimenti di ogni tipo nella provincia e ci aveva condotto a quella decadenza che Traiano era deciso a estirpare. Per realizzare i suoi progetti futuri aveva bisogno di una Mesia forte.
Due settimane dopo
Norbano e Casperio cavalcavano impettiti in sella ai loro destrieri. Accanto a loro procedeva il nipote del nuovo imperatore e, alle loro spalle, sei tribuni pretoriani che avevano appoggiato la loro ribellione contro Nerva. Sia Norbano sia Casperio erano molto compiaciuti che Traiano, appena salito al trono, volesse finalmente ricompensarli per gli anni passati al fedele servizio dei Flavi. Casperio si ricordava ancora di quando, ad Alba Longa, Traiano era intervenuto a favore di Manio Acilio Glabrione e Domiziano lo aveva perdonato. Tra i Flavi e i Traiani c'era sempre stato un legame speciale, e ora il nuovo cesare riconosceva loro il merito di aver vendicato il vile assassinio di Domiziano. Per Casperio non poteva che essere quello il motivo della convocazione. Norbano, inoltre, aveva conosciuto Traiano durante l'insurrezione di Saturnino. Il legatus era arrivato in ritardo dalla Hispania, ma, una volta giunto nella Germania, lo aveva stupito per le doti oratorie che aveva dimostrato nel rivolgersi all'allora imperatore, come se avesse una naturale predisposizione a parlare con un dio. Anche lui era convinto che Traiano fosse indignato per il vile assassinio di Domiziano almeno quanto loro.
Norbano e Casperio, proprio come Adriano, non si sorpresero nel trovare la roccaforte di Singidunum in piena attivit, con sentinelle ovunque e diverse coorti fuori dall'accampamento che si addestravano per i combattimenti in campo aperto.
Adriano osservava tutto con attenzione e non pot fare a meno di notare che la presenza di suo zio si era gi fatta sentire in quella citt sperduta ai confini dell'Impero. Era infastidito perch Traiano non li aveva aspettati dove convenuto e sapeva che sia Norbano sia Casperio si erano indispettiti per l'inaspettato spostamento dell'imperatore. Tuttavia, era altrettanto vero che la Mesia si trovava in una situazione delicata, perci Adriano, almeno per il momento, decise di non dare troppo peso all'accaduto. Aveva gi visto altre fortezze lungo il Danubio, passando per le province della Rezia, del Norico, della Pannonia Superiore e Inferiore e adesso scorgeva in lontananza Singidunum: di tutte, quella in cui suo zio aveva deciso di stabilirsi versava in condizioni migliori. Adriano non aveva alcun dubbio che ci fosse dovuto all'intervento diretto dell'imperatore. Suo zio gli aveva inviato un messaggio indicandogli il tragitto da seguire insieme ai due prefetti del pretorio e lui ormai stava imparando a prestare attenzione a ogni dettaglio.
Una dozzina di cavalieri della guardia imperiale andarono incontro ai nuovi arrivati.
L'imperatore vi aspetta nel praetorium annunci il decurione al comando. Dopo il saluto, il cavaliere si volt e torn al galoppo verso l'accampamento.
Adriano e il suo piccolo drappello lo seguirono e poco dopo si ritrovarono davanti all'edificio del legatus legionis della provincia. Il decurione smont da cavallo e Adriano, Norbano e Casperio lo imitarono. I capi del pretorio fecero un cenno ai loro sei pretoriani e anche questi scesero dalle loro cavalcature e li seguirono nel praetorium. Attraversarono la grande sala centrale dell'edificio, ansiosi di sapere quale ricompensa li attendesse per essersi mostrati tanto fedeli alla dinastia Flavia.
Il nuovo imperatore di Roma era seduto su un austero solium in fondo alla sala. In piedi al suo fianco, come aveva previsto Adriano, c'erano Longino e Lusio Quieto e, qualche passo indietro, una ventina di legionari armati che gli facevano da scorta. Una scorta molto nutrita. Adriano giunse alla conclusione che suo zio avesse gi iniziato a sospettare di tutti.
Ave, cesare dissero con voce tonante Norbano e Casperio, quasi all'unisono, anticipando Adriano, che si limit a ripetere il saluto mentre Norbano aveva gi ripreso la parola. I prefetti del pretorio salutano il nuovo cesare.
Ave, Norbano, prefetto del pretorio rispose Traiano senza nemmeno alzarsi, e si rivolse al nipote. Mi dispiace per il lungo viaggio, Adriano, ma si  reso necessario che mi recassi sul Danubio a causa delle ultime incursioni da parte dei Daci.
Adriano si limit ad annuire, e suo zio fu soddisfatto che, per una volta, il suo irrequieto nipote mantenesse un certo contegno. Forse quel ragazzo era ancora in tempo per diventare un buon legatus.
Vedo che hai riferito il mio messaggio ai pretoriani. Hai fatto altrettanto con il Senato?
S, cesare rispose Adriano, con decisione.
Perfetto replic Traiano chinando il capo, per poi domandare subito dopo:  andato tutto bene?.
Il Senato si dice molto onorato per la fiducia accordatagli dall'imperatore e governer la citt fino al suo arrivo. I patres conscripti comprendono che il cesare voglia, prima di ogni cosa, rendere sicuri i confini del Nord. Sono parole di Lucio Licinio Sura, in accordo con i senatori Celso, Palma e molti altri.
Traiano annu. Con il sostegno di Sura, la situazione in Senato sarebbe stata sotto controllo. Il veterano Virginio Rufo era deceduto l'anno prima, poco dopo la constitutio principis. La fazione pi conservatrice non aveva ancora un nuovo capo e Sura e i suoi sostenitori avrebbero potuto controllare l'Urbe, almeno per qualche tempo. Celso e Palma? Aveva sentito parlare di loro: due stimati senatori che non avevano esitato ad appoggiarlo. Ne avrebbe tenuto conto. Ora per aveva altro di cui occuparsi.
Bene, ottimo. Abbiamo risolto una faccenda, per il momento comment l'imperatore.
Risollev il capo e guard Norbano e Casperio, risentiti per il trattamento che il cesare stava riservando loro, dopo quel lungo ed estenuante viaggio. Finalmente Traiano si rivolse a loro: Adesso dobbiamo ricompensare questi coraggiosi pretoriani. Vedo che i prefetti non sono venuti da soli.
Norbano present rapidamente i suoi uomini. Ma non fece i loro nomi: non intendeva condividere con altri il suo momento di gloria. Sono sei dei tribuni pretoriani che ci sostennero quando esigemmo che ci fossero consegnati Partenio, Petronio e altri congiurati che assassinarono l'imperatore Domiziano.
Bene, bene disse Traiano alzandosi dal solium e iniziando a camminare davanti a quei tribuni. Uomini che godono della vostra massima fiducia, immagino ipotizz guardando Norbano e Casperio, che annuirono fieri. Bene, la lealt  fondamentale nell'esercito, soprattutto nei castra praetoria. Uomini leali a Norbano e Casperio e voialtri fedeli a Domiziano, giusto?
 cos, cesare replic Casperio con orgoglio, prendendo la parola per non lasciare che fosse soltanto Norbano a interloquire con l'imperatore.
Quando vide Traiano sedersi di nuovo sul solium, il capo del pretorio prov una punta di invidia: era sfinito per il viaggio e desiderava ardentemente riposarsi. Ma ormai era questione di poco: presto avrebbero scoperto quale ricompensa l'imperatore aveva in serbo per loro. Magari un posto da governatore, oppure il doppio della paga straordinaria concessa ai pretoriani per celebrare l'ascesa al trono di ogni nuovo sovrano. Se in genere si aggirava intorno ai 3.750 denari, avrebbero potuto ambire a oltre 7.000. Era il minimo che potesse essere riconosciuto loro per aver giustiziato quei miserabili di Petronio e Partenio. Mai nessuno aveva percepito una simile somma, ma Casperio non poteva pensare a una cifra pi bassa, visto il servigio prestato.
Cosa preferisci tu, Casperio, per te e i tuoi uomini? Oppure tu, Norbano? domand Traiano guardando con aria distratta un angolo della sala. Soldi? Un'alta carica politica? La nomina a governatori? O a consoli forse, dopo avervi ricompensati con una congrua somma di denaro? Cosa ritenete opportuno? Ditemi, l'imperatore di Roma, il cesare, vi ascolta.
Casperio tratteneva a stento l'entusiasmo. Aveva aspettato quel momento per tutta la vita: un cesare che finalmente riconoscesse il suo valore. Negli ultimi anni Domiziano aveva perso il senno e per questo lui non si era lamentato di essere sollevato dall'incarico. Il suo successore, Nerva, si era rivelato un debole e un inetto. Il nuovo imperatore, invece, gli dava atto dei suoi servigi. Norbano, da parte sua, era allettato dalla carica consolare: nella sua famiglia mai nessuno era arrivato cos in alto.
Non so cosa rispondere. Il cesare  molto generoso... inizi Casperio, esitante. Voleva tutto, in realt, ed era combattuto tra la sua brama di denaro e potere.
Generoso? ripet Traiano guardandolo con aria interrogativa. Tutt'altro. Io ritengo che sia giusto essere ricompensati in modo adeguato. Per esempio: Partenio e Petronio presero parte all'assassinio di Domiziano e voi li avete giustiziati, non  cos?
 cos conferm Casperio.
S, cesare asser anche Norbano.
E gli ufficiali qui presenti vi hanno aiutato,  corretto?
Certo, cesare, per tutti gli dei, ci hanno aiutati conferm Casperio. Anche Norbano e i tribuni pretoriani annuirono con veemenza. Nessuno intendeva rinunciare alla sua parte di merito.
Ebbene prosegu Traiano. Petronio e Partenio si ribellarono a un imperatore a cui avevano giurato lealt e protezione e voi gli avete inflitto la giusta punizione. Voi, invece, vediamo, cosa avete fatto? L'imperatore assunse un tono grave e profondo, quasi solenne. Sia Norbano sia Casperio interpretarono quel cambiamento come il momento che precedeva l'annuncio della ricompensa. Ma si sbagliavano. Norbano, Casperio... dov'eravate quando gli assassini fecero irruzione nel palazzo imperiale?
Casperio aggrott la fronte. Non capiva dove volesse spingersi Traiano con quella domanda. Si mise sulla difensiva.
Tutti sanno che io non ero a capo del pretorio durante gli ultimi anni di regno di Domiziano... Ero nei castra praetoria, secondo gli ordini di Petronio Secondo.
Giusto riconobbe Traiano. Ovvero: quando l'imperatore Domiziano si  trovato in difficolt, tu, Casperio Eliano, sei rimasto nell'accampamento, eseguendo gli ordini, certo, ma lasciando il cesare nelle mani dei suoi nemici.
L'imperatore Domiziano volle destituirmi e io pensai che se l'imperatore non riponeva pi in me la sua fiducia... Casperio comprese il suo errore appena pronunci quelle ultime parole, ma ormai era troppo tardi.
Quindi l'imperatore Domiziano non si fidava pi di te ripet Traiano con tono pacato, ma minaccioso. Forse presagiva qualche ribellione da parte tua, Casperio?
Io sono sempre stato leale a Domiziano si difese fermamente.
Pretoriano, hai dimenticato di aggiungere cesare alla tua ultima affermazione replic Traiano.
Io sono sempre stato leale a Domiziano, cesare ripet Casperio.
E va bene, ammettiamo che tu dica il vero. Non discuter oltre su questo punto.
Traiano tacque per alcuni istanti, eterni nella mente di Casperio, che iniziava a sudare. Lo sguardo dell'imperatore si pos sugli occhi sbarrati di Norbano.
E dov'era Norbano il giorno dell'assassinio?
Io mi recai a palazzo immediatamente, appena capii che stava succedendo qualcosa di strano, cesare.
Ma non arrivasti in tempo per salvare la vita dell'imperatore ribatt Traiano.
Norbano deglut.
Non arrivai in tempo, no... cesare. Poi si sforz di spiegarsi meglio: Non ci riuscii perch l'altro capo del pretorio, che era tra i congiurati, ridusse il numero di guardie dell'imperatore Domiziano, contravvenendo ai miei ordini e...
Traiano sollev la mano destra e Norbano cap che era meglio tacere. L'imperatore riprese la parola.
Lasciamo perdere, sorvoliamo sul funesto giorno dell'assassinio. Approfondiamo altri aspetti della vostra recente condotta. Vediamo... Traiano trasse un lungo sospiro, come se la discussione lo sfinisse o, peggio ancora, lo annoiasse. La funzione dei prefetti del pretorio. Casperio Eliano e Norbano riflettete molto bene sulla risposta, perch per me  fondamentale, ebbene, cosa ci si aspetta esattamente da un capo del pretorio?
Non era una domanda difficile, ma sia a Norbano sia a Casperio tutto iniziava a sembrare sospetto.
Che sia fedele all'imperatore azzard Norbano e Casperio annu.
Perfetto disse Traiano, ripetendo la risposta mentre si batteva la mano sulla coscia, come a voler sottolineare l'importanza di quelle parole. S, per tutti gli dei, deve essere fedele all'imperatore. E vediamo, miei cari Norbano e Casperio, stimati prefetti del pretorio, quando Domiziano mor, il nuovo imperatore eletto dal Senato, Nerva, l'Imperator Nerva Caesar Augustus Germanicus conferm te, Norbano, come prefetto del pretorio e poi nomin te, Casperio, in sostituzione di Petronio Secondo.  corretto?
I due assentirono di nuovo, ma questa volta con minore convinzione. Avevano notato entrambi il tono minaccioso con cui Traiano aveva pronunciato i titoli di Nerva.
Un agghiacciante silenzio cal sulla sala.
Vi faro un'ultima domanda, Casperio e Norbano, la domanda decisiva. Traiano inspir. Come avete risposto alla fiducia che l'Imperator Nerva Caesar Augustus Germanicus riponeva in voi?
Norbano e Casperio fecero un passo indietro. Non risposero, e il silenzio divenne sempre pi cupo e torvo. I pretoriani che erano con loro iniziarono a guardarsi intorno con circospezione: i legionari del Danubio si stavano disponendo lungo le pareti di quel maledetto praetorium ai confini dell'Impero romano.
Come ti sei comportato tu, Casperio? E tu, Norbano? E tutti questi tribuni? In che modo avete corrisposto la fiducia dell'imperatore Nerva? insistette Traiano.
Norbano cap di non poter pi ribattere, che il tempo delle parole era terminato.
Casperio invece volle provarci ancora, ma le sue parole risultavano vacillanti, vacue, permeate di paura e desiderio di fuga. Nerva non avrebbe fatto nulla per punire gli assassini dell'imperatore Domiziano, bisognava agire, non potevamo...
Cosa non potevate? Marco Ulpio Traiano si alz dal solium come se fosse stato un trono. Chi eravate voi, Casperio e Norbano, per decidere al posto dell'imperatore a cui dovevate assoluta lealt e che aveva riposto in voi la sua fiducia?
Norbano, prudente, rest in silenzio. Casperio cerc di balbettare una timida giustificazione, ma Traiano aveva gi preso una decisione e rivolse loro parole gelide.
Voi, che avevate il compito di proteggere l'imperatore Domiziano e Traiano guard i tribuni pretoriani, nervosi, non foste in grado di farlo quando gli assassini fecero irruzione nella Domus Flavia. E questo  stato il primo, grande errore nel vostro operato. Poi, per, quando eravate al servizio di un altro imperatore, Casperio e Norbano, e qui fiss i volti confusi e terrorizzati dei due capi del pretorio vi ribellaste contro di lui e gli avete disobbedito ripetutamente quando cerc di impedirvi di giustiziare Petronio e Partenio. Non dite niente, nemmeno una parola. Non mi importa che fossero i colpevoli dell'assassinio di Domiziano, non  questo che mi riguarda adesso. Quello che sto valutando  se siete uomini di cui il nuovo cesare si possa fidare o meno; se siete dei buoni pretoriani e se io, in qualit di imperatore di Roma, posso camminare per i corridoi della Domus Flavia dandovi le spalle o se invece dovr guardare in ogni singolo specchio delle mille colonne del palazzo, come Domiziano.  questo che mi preoccupa adesso, miei cari Norbano e Casperio Eliano. Non voglio sapere nient'altro, prefetti del pretorio. L'imperatore era fuori di s dall'indignazione. Appena si tranquillizz un po' riprese a parlare a capo chino, tornando verso il solium. Lasciate morire un imperatore, vi ribellate contro un altro per vendicare il primo, e non siete nemmeno capaci di catturare tutti i colpevoli. Mi risulta che qualcuno sia scappato, che alcuni degli assassini di Domiziano siano ancora a piede libero... uno o due gladiatori. Per tutti gli dei! Bell'esempio che date a Roma e ai nostri nemici! Che grande lezione di autorit abbiamo dato al mondo con i vostri eccellenti servigi!
Marco Ulpio Traiano tacque all'improvviso. Si sedette sul solium e in tono pacato, come se stesse parlando a dei bambini che hanno fatto una marachella, pose loro l'ultima domanda del colloquio.
Cosa devo aspettarmi da voi e dai vostri uomini, Norbano e Casperio? Che permettiate a qualcuno di uccidermi o che vi solleviate contro di me? Traiano sospir. Credevate di avere il controllo su Roma, ma la verit  che non avete alcun potere. Anzi, a dirla tutta, posso decisamente fare a meno di voi.
Norbano e Casperio non osarono aprire bocca.
Marco Ulpio Traiano guard Longino. Procedete, ma fuori di qui. Non voglio che il loro sangue macchi questo praetorium.
Longino annu. Lui e Quieto fecero un cenno ai legionari e questi si scagliarono sui pretoriani, immobilizzandoli. Li trascinarono all'esterno, mentre i tribuni imploravano clemenza e Casperio e Norbano lanciavano insulti all'imperatore, fuori di senno, incapaci di accettare che fosse giunta la fine, e giurando di vendicarsi dall'altro mondo.
Traiano e Adriano rimasero da soli. L'imperatore si rivolse al nipote. Oggi mi hai servito bene, ragazzo.
Adriano annu. Guard lo zio, ma questi volse gli occhi altrove, come se stesse riflettendo. Adriano cap che era meglio lasciarlo solo. Si conged, fece attenzione a pronunciare cesare abbastanza forte e, appena vide sollevarsi la mano dell'imperatore, si volt e lo lasci nel praetorium di Singidunum.
Presto iniziarono a sentirsi le grida dei pretoriani, trafitti dai gladi dei legionari del Danubio e del Reno, quelli che l'imperatore aveva portato con s da Mogontiacum. Casperio e Norbano morivano gridando come bestie, senza mostrare un minimo di dignit nemmeno nel momento della dipartita.
Il cesare sollev la testa e fiss la porta del praetorium. Dopo le esecuzioni, sarebbe uscito a supervisionare le legioni appostate intorno alla fortezza. Aveva una guerra da preparare. Quando l'Impero stanava ed eliminava i potenziali sobillatori annidati al suo interno, Traiano sentiva, con rinnovato entusiasmo, di potersi lanciare oltre le frontiere per risolvere i gravi problemi militari che Nerva gli aveva lasciato in eredit.
Non sarebbe stato facile.
Niente di importante lo .

1. Nei pressi dell'attuale Belgrado.

148.

LO SGUARDO DI DECEBALO.

Aprile del 98 d.C.

Decebalo, re della Dacia - l'unico regno del Nord che aveva stretto con i Romani un accordo di pace particolarmente vantaggioso in termini economici - passeggiava in sella al suo cavallo lungo la sponda sinistra del Danubio.
Aveva lasciato Sarmizegetusa, si era recato a Tape e da l, quasi senza fermarsi, aveva raggiunto la riva del grande fiume. Era alla testa di diverse migliaia di guerrieri dacichi e di un grande contingente di cavalieri sarmatici. Avrebbero attraversato di nuovo il fiume per addentrarsi nelle province romane di confine e fare un ricco bottino. Era bizzarro che, nonostante le loro ripetute incursioni, Roma continuasse a pagarli. In realt, nell'ultimo periodo le somme versate erano state pi esigue, e non sempre erano giunte nelle date prestabilite. Inoltre, non avevano ancora ricevuto l'ammontare dell'anno precedente, ma i Romani avevano dovuto affrontare conflitti interni e il vasto Impero era sprofondato in un momento di grande caos. Decebalo, da parte sua, era deciso ad approfittare della situazione. Si volt: quello di cui disponeva non era un esercito d'assalto. Ma non era ancora il momento del grande attacco. Per adesso si sarebbero limitati a indebolire le citt di confine, dimostrando al popolo che Roma non li proteggeva. E il bottino che ne avrebbero ricavato avrebbe soddisfatto i suoi uomini e i loro alleati.
Guadare il fiume era sempre un'operazione lenta e faticosa. Le imbarcazioni non erano sufficienti per tutti e dovevano fare la spola da una riva all'altra per diversi giorni. Siccome i Romani non reagivano mai tempestivamente, riuscivano sempre a farlo con calma e, soprattutto, a ritirarsi con altrettanta tranquillit. Decebalo era al corrente che l'imperatore Domiziano era stato assassinato e sostituito da un altro imperatore di nome Nerva, debole e incapace, contro il quale si erano ribellate alcune delle sue guardie. E sapeva anche che alla sua morte, Nerva aveva lasciato l'Impero a un certo Traiano, che non era neppure romano di nascita. Quest'ultimo dettaglio gli era parsa la pi grande delle follie. Era come immaginare la Dacia governata da un germanico o da un parto. I Romani sembravano diretti verso l'autodistruzione.
Il re dacico era aggiornato grazie ad alcuni disertori romani, che, stanchi di subire continue sconfitte in Mesia e in Pannonia, erano passati dalla sua parte; lo stesso avevano fatto alcuni ingegneri inviati da Roma all'epoca di Domiziano per ricostruire le fortezze di Tape e Sarmizegetusa. Molti di quegli uomini, in contatto costante con Roma, cercavano di ingraziarselo passandogli informazioni. Decebalo aveva deciso di trarre vantaggio da quel momento di instabilit dei Romani, e attaccare a sud per espandere il suo dominio su entrambe le sponde del Danubio. Ma i suoi piani erano anche pi ambiziosi: disponeva infatti di una buona fanteria, della migliore cavalleria del mondo - quella dei Sarmati -, e sapeva di poter contare sull'alleanza di Bastarni e Rossolani. Si era guadagnato il rispetto di tutti per essere riuscito a sconfiggere i Romani in varie occasioni. Perfino i Catti o i lontani Parti in Oriente gli dimostravano stima e ammirazione. Tutti volevano essere suoi alleati. Senza dubbio dovevano temerlo. E lui poteva vantare anche valorosi generali al suo seguito: Diegis, intelligente e leale, e Vezinas, ambizioso ma obbediente. Entrambi desideravano la mano di sua sorella Dochia. Lei sembrava preferire Diegis. Era molto arguta, oltre che bella, ma Decebalo non aveva ancora dato il suo consenso. Finch Vezinas avesse creduto di poterla prendere in moglie come ricompensa per i suoi servigi, avrebbe continuato a dare il meglio di s. La guerra, la grande guerra che sarebbe scoppiata presto, con un po' di fortuna, avrebbe eliminato il problema di Vezinas senza che Decebalo dovesse intervenire personalmente. Forse anche Diegis sarebbe caduto. Era difficile fare previsioni.
Decebalo aveva le idee chiare su come procedere: intanto conduceva quelle razzie per far capire al mondo intero che lui era ancora lo stesso, coraggioso, re di sempre. Quando i Romani avrebbero reagito allora lui sarebbe rimasto nella retroguardia, a Tape o a Sarmizegetusa, e avrebbe coordinato le operazioni da l, al sicuro dietro le mura. Aggrott la fronte. Restava ancora da risolvere la questione di Bacilis, il sommo sacerdote del grande dio Zalmoxis. Di lui non poteva fidarsi: doveva tenerlo sotto controllo.
L'esercito  quasi tutto sull'altra sponda del fiume, maest lo avvis uno dei suoi ufficiali.
Decebalo guard verso sud. I suoi guerrieri e i cavalieri sarmatici erano gi sulla riva opposta. Il nuovo imperatore, un ispanico, da quanto gli avevano riferito i suoi informatori, aveva rafforzato gli accampamenti di confine. Era il momento di dimostrargli che era stato uno sforzo inutile. Decebalo sent il vento soffiare alle sue spalle.
Boare! esclam soddisfatto il grande re della Dacia. Boare! Boare! Abbiamo il vento del Nord a favore! A bassa voce, poi, come se stesse rivelando i suoi sogni pi intimi, aggiunse: Tutto sta per cambiare, tutto sta per cambiare.
Decebalo smont da cavallo per salire sull'imbarcazione che lo avrebbe portato a sud del Danubio, dove c'erano imperatori romani vecchi o deboli, ormai incapaci di difendere i loro territori.
S, il vento del Nord li avrebbe sospinti verso una nuova, grande vittoria.

149.

UN INCONTRO IN ORIENTE.

Maggio del 98 d.C.

Il colloquio ebbe luogo fuori dalle mura di Efeso. Traiano avrebbe preferito che avvenisse all'interno della citt, come una sorta di commemorazione del famoso incontro tra Scipione e Annibale. Ma lui non era Scipione, e Nigrino non era Annibale. D'altro canto, incontrarsi all'esterno aveva i suoi vantaggi: avrebbero parlato in una tenda militare, in campo aperto. Stando agli accordi, Nigrino vi si sarebbe recato scortato dalle turmae di una legione e cos anche Traiano, che aveva selezionato per la sua guardia personale i migliori equites singulares augusti in attesa di riorganizzare la guardia pretoriana di Roma con uomini degni della sua fiducia. Plotina era rimasta insieme al grosso dell'esercito imperiale. Traiano non voleva correre rischi inutili.
Nigrino aveva di certo fatto appostare diverse legioni nelle vicinanze, ma anche Traiano si era premunito lasciando due legioni sulla spiaggia, vicino alla flotta. Il nuovo cesare aveva deciso di agire con la massima cautela: non si fidava ancora di Nigrino.
Traiano si trovava all'ingresso della grande tenda del praetorium imperiale, tentando di scorgere le sagome in lontananza. Per il momento, si vedeva soltanto la polvere che i cavalli sollevavano nella loro avanzata verso ovest.
Eccolo che arriva annunci Longino.
Traiano annu, cercando di capire quale di quegli uomini fosse Nigrino. Non si vedevano da anni, e lui ormai doveva essere anziano. Il fatto che si fosse recato all'incontro a cavallo era un chiaro messaggio: Sono invecchiato, ma posso ancora combattere, se sar necessario. Con Traiano c'erano anche Lusio Quieto e Adriano. Dietro di loro, una ventina di uomini scrutavano attenti i movimenti degli uomini che si stavano avvicinando. A mille passi di distanza era posizionata la cavalleria imperiale.
Nigrino e il suo manipolo di cavalieri si fermarono: la maggior parte rimase alla stessa distanza della cavalleria dell'imperatore, mentre un piccolo gruppo prosegu verso di loro.
Per il momento sta rispettando i patti comment Quieto.
Per il momento ripet Traiano. Adriano rimaneva in silenzio. Sapeva di essere costantemente sotto esame e aveva deciso di tacere se non aveva niente di importante da dire.
Parler con Nigrino da solo annunci Traiano.
I suoi tribuni annuirono.
I cavalieri li raggiunsero. Si fermarono a venti passi dalla tenda. Nigrino, avvolto in un paludamentum impolverato, smont da cavallo e si diresse verso Traiano.
Non si salutarono nemmeno.
Traiano si limit a indicargli l'ingresso della tenda.
Nigrino non si mosse. Prima l'imperatore di Roma disse.
Traiano rimase immobile per un attimo. Poi sorrise, annu ed entr. Nigrino lo segu.
Longino, Quieto, Adriano, la ridotta scorta imperiale e i cavalieri di Nigrino rimasero all'esterno. Longino sapeva che sia Traiano sia Nigrino erano armati, ma non si preoccup. Anche se la situazione fosse degenerata, Traiano era di tredici anni pi giovane di Nigrino, pi forte e veloce.Tuttavia, rimase attento a qualsiasi rumore provenisse dall'interno della tenda. Ma si sentiva soltanto il vento dell'Asia, misto alla polvere e alla sabbia dell'Oriente, che accarezzava i volti di tutti loro.
Nella tenda c'erano due sellae, un piccolo tavolo con due brocche, una di acqua e una di vino, e due coppe d'argento.
Viaggi leggero not Nigrino, ancora in piedi, rompendo il teso silenzio nella tenda. Soprattutto per essere un imperatore di Roma. Era la seconda volta che gli si rivolgeva in quel modo, ma non concludeva la frase con il titolo di augusto o di cesare, come avrebbe dovuto. Traiano avrebbe consentito una simile irriverenza soltanto a uno sparuto numero di persone.
Pi che altro, Nigrino, sono un legionario di Roma. Preferisco spostarmi con il minimo indispensabile rispose Traiano. Gradisci dell'acqua? Vino? O entrambi?
S, entrambi rispose Nigrino sedendosi su una sella.
Non c'erano schiavi. Traiano sorprese il veterano legatus d'Oriente riempiendo lui stesso le coppe, nelle quali vers vino e acqua in parti uguali. L'imperatore gliene porse una. Nigrino la prese, sbattendo le palpebre un paio di volte, confuso. Traiano, con la sua coppa in mano, si sedette sulla sella libera. I due uomini erano l'uno di fronte all'altro. Nigrino non beveva: aspettava che fosse Traiano a farlo per primo. L'imperatore si port la coppa alle labbra e la vuot con un lungo sorso. Poi la volt verso il suo ospite per fargli vedere che non vi aveva lasciato neanche una goccia. Solo allora Nigrino bevve, anche lui tutto d'un fiato, poi appoggi la coppa vuota a terra, accanto alla sella.
Come va con i pretoriani? esord Nigrino senza preamboli.
Ho gi risolto il problema replic subito Traiano.
Voleva dargli l'impressione di essere pronto a rispondere a qualsiasi cosa e fugare ogni dubbio, nel bene e nel male. Non aveva fretta, ma era consapevole che avrebbero dovuto lasciare la tenda da amici o nemici, senza possibili vie di mezzo. Traiano doveva consolidare la sua posizione di imperatore. Nigrino avrebbe potuto ancora ribellarsi insieme alle legioni orientali, reclamare per s il titolo di imperator - i meriti e la dignit non gli mancavano - e dare cos inizio alla pi terribile delle guerre civili.
Ho gi risolto il problema ripet Traiano. Una volta per tutte.
Una volta per tutte? chiese Nigrino. Scoppi in una lunga e sonora risata. Gli ci volle qualche istante prima di ricomporsi. Norbano e Casperio erano due imbecilli. Sono contento che la questione sia risolta poi Nigrino fu colto dal dubbio di non aver compreso bene l'insinuazione di Traiano. Perch  risolta... in maniera definitiva, vero?
Assolutamente definitiva conferm Traiano. Nigrino rise di nuovo.
Fuori dalla tenda le risate del legatus d'Oriente calmarono gli animi e i muscoli di tutti gli ufficiali, e i legionari si rilassarono. Il vento si era placato e il sole, nell'alto della volta celeste, era testimone della loro attesa.
Nigrino smise di ridere. Per un attimo, nella tenda, cal di nuovo il silenzio.
Cosa vuoi? domand Traiano.
Nigrino serr le labbra e riflett per qualche istante. Si pass la mano destra sulla barba: non si radeva da due giorni. Traiano studiava con attenzione i suoi gesti. Nigrino aveva due coronae vallares, due coronae murales, due coronae aureae, due coronae navales, due hastae purae e otto vessilli. Era uno dei pochi senatori a essere stato insignito di una simile quantit di decorazioni militari per i servigi prestati a Roma, soprattutto sui confini del Reno, del Danubio e in Oriente. Soltanto Vespasiano ne aveva ricevuti altrettanti, ed erano riusciti a uguagliarlo Licinio Sura e lo stesso Traiano, ma lui era stato il primo. La fiducia di Domiziano nei confronti di quel veterano governatore della Siria non era mai venuta meno, sebbene la sua paranoia lo avesse portato a dubitare di tutto e di tutti. Per questo Traiano si mostrava particolarmente cauto: Nigrino avrebbe potuto radunare con estrema facilit un gran numero di uomini se avesse voluto riabilitare l'immagine di Domiziano. Eppure la reazione di Nigrino alla notizia delle esecuzioni di Norbano e Casperio faceva sperare che potessero giungere a un accordo.
Cosa voglio? sussurr Nigrino, ma a voce abbastanza alta perch Traiano lo sentisse. Poi i suoi desideri presero forma. Ho un nipote... inizi titubante.
S, so a chi ti riferisci. Mi hanno parlato molto bene di lui e delle sue imprese lo interruppe Traiano, pi che altro per rassicurare il suo interlocutore.  un uomo coraggioso. Si  sempre distinto sul Danubio, anche nelle battaglie pi difficili.
Le sconfitte che subimmo... si apprest a precisare Nigrino. Lui non ebbe alcuna colpa.
Lo so. A volte soldati valorosi sono costretti a combattere battaglie condotte da incapaci. So per certo che tuo nipote  un giovane virtuoso e intrepido. Un mio fidato tribuno era al suo fianco sul Danubio.
Nigrino ne fu contento. Era un dettaglio importante per lui. Quieto? chiese.
S conferm Traiano.
Quieto  un grande guerriero e un comandante capace.
Lo so.
Segu un breve silenzio.
Desidero che tu sostenga mio nipote nel suo cursus honorum. Ecco cosa voglio concluse Nigrino.
Traiano annu. Nient'altro?
Nigrino scosse il capo. Sono anziano e piuttosto stanco. I confini dell'Impero cominciano a cedere. Hai ereditato un Impero che sta vacillando. Non invidio il compito che ti spetta. Non sono nemmeno sicuro che tu possa riuscire nelle tue imprese. I Catti, i Daci e i Parti... ci sono troppi nemici in questa parte dell'Impero. Presto diventeranno incontenibili.
A tutto c' rimedio disse Traiano.
Nigrino sorrise. Ci separano qualche anno, proprio quelli di cui io sento il peso: quando arriverai alla mia et capirai che non  come dici. Per ognuno deve giungere alle proprie conclusioni per conto suo e non sar certo io a dire all'imperatore cosa  opportuno fare.
Tranne per quanto riguarda tuo nipote.
Nigrino sorrise di nuovo. Tranne per quello, s... Nigrino fece una piccola pausa poi aggiunse: Cesare. Quanto a me, desidero ritirarmi a Lauro1, nella Hispania, a riposare nella mia villa. Il nipote di cui ti ho parlato  tutto ci che mi resta e di cui mi importi qualcosa.
A Traiano dispiacque che Nigrino, un uomo arguto e lucido, avesse un'opinione cos negativa dello stato dell'Impero. Il cesare, in cuor suo, temeva che il veterano avesse ragione. L'unica cosa positiva era che Nigrino non pareva interessato a guidare alcuna rivolta e la sua richiesta relativa al nipote era ragionevole. Pretendeva davvero molto poco. Doveva essere esausto.
Cosa ne dici di brindare al nostro accordo? propose Traiano.
Buona idea. Ma questa volta fu Nigrino ad alzarsi e a servire il vino. Norbano e Casperio erano odiati da tutti a Roma aggiunse Nigrino porgendogli la coppa. Questo ti render popolare per un po', ma il popolo dimentica in fretta.
S replic Traiano. In fretta.  per questo che mi sono messo gi al lavoro.
Nigrino annu. Ammiro la tua integrit ammise il legatus d'Oriente. Ne avrai bisogno. Poi sollev la coppa. Al cesare!
Traiano lo imit. A Roma! rispose l'imperatore, e bevvero con gusto.
Non voglio che lo interpreti come una mancanza di riguardo nei tuoi confronti, Nigrino, ma sono costretto a partire immediatamente per Roma.
Ovviamente. Mi sembra opportuno. Io rimarr ad Antiochia finch non manderai il mio successore. Poi mi metter in viaggio per Lauro.
Bene.
Traiano si volt, ma mentre stava per uscire, Nigrino gli pose un'ultima domanda. Solo un'altra cosa, cesare.
Traiano si volt lentamente. Dimmi.
A chi ha pensato il cesare come nuovo capo del pretorio?
Traiano fece un paio di passi e si port di nuovo al centro della tenda.
Ti interessa quel posto?
Nigrino scosse il capo. No, ribadisco di essere troppo stanco, a maggior ragione per un ruolo di enorme responsabilit come quello, soprattutto di questi tempi. No, pensavo a mio nipote...
Traiano assunse un'espressione seria. Nigrino, in fin dei conti, non stava chiedendo cos poco.
Quel posto... inizi Traiano misurando ogni singola parola non  disponibile, Nigrino. Sosterr tuo nipote nel suo cursus honorum e ti garantisco che arriver molto in alto. Ma quell'incarico, per lui... sarebbe troppo, adesso. Mi serve qualcuno con maggiore esperienza. Converrai con me che dopo l'esecuzione di Norbano e Casperio io abbia bisogno di una persona molto pi temprata del giovane Nigrino per riformare la guardia pretoriana.
Nigrino sapeva di aver puntato troppo in alto, ma gli serviva per capire quanto fosse salda la volont di Traiano. Era evidente che si sentisse abbastanza forte da negare quel posto a suo nipote. Prefer non insistere oltre.
S, quello che serve  una persona con molta esperienza ammise Nigrino. Traiano prov un certo sollievo, ma il legatus d'Oriente lo incalz. Esigeva una risposta alla sua domanda: cominciava a intuire che non lo avrebbe mai pi messo in condizione di sentirsi vulnerabile e intendeva approfittare di quella conversazione. Allora chi  il prescelto?
Traiano inspir a fondo. Sesto Attio Suburano.
Nigrino annu un paio di volte. Suburano mi sembra una buona scelta:  un veterano e amico di tuo padre. Sollev lo sguardo per posarlo sul volto di Traiano. Lui ne  gi informato?
No. Le sue imprese nella Britannia e in altre province di confine, insieme ai racconti di mio padre, che ha combattuto con lui a Gerusalemme, mi inducono a pensare che sia la persona giusta.  rispettato dalle legioni e questo, di certo, far s che i pretoriani lo temano. E poi il Senato ha grande stima di lui.
Non discuto sulla sua idoneit. Tutto quello che dici  verissimo. Il problema  che non sar facile convincerlo.
Lo so.
Ma sei sicuro di farcela.
Traiano si concesse un timido sorriso. Non sono sicuro di niente, Nigrino, di niente.
Anche Nigrino sorrise. Che gli dei proteggano il cesare durante il suo viaggio verso Roma concluse il legatus.
E che ti siano favorevoli nel tuo riposo a Lauro ribatt Traiano.
L'imperatore si volt, scost un lembo della tenda e usc. Nigrino si serv un'altra coppa di vino e la bevve placidamente mentre sentiva gli zoccoli dei cavalli dell'imperatore e della sua scorta che si allontanavano. Nigrino aveva valutato la possibilit di ribellarsi a Traiano, di non accettare l'adozione di Nerva n il riconoscimento del Senato. Non aveva paura dei corrotti senatori di Roma, n della guardia pretoriana n di nessun altro. Ma aveva deciso di non farlo. Da una parte si sentiva davvero stanco. E dall'altra, perch non ammetterlo, c'era soltanto un uomo in tutto l'Impero che lui temesse. Sorrise storcendo lievemente le labbra. Quell'uomo era Marco Ulpio Traiano.

1. Nome romano della citt iberica di Edeta, l'attuale citt di Liria (o Llria), in provincia di Valencia.

150.

LA LIBERT.

Marzo del 99 d.C.

Le ferite di Marzio non erano mortali, ma lo avevano debilitato molto e il suo precario stato di salute rallent il viaggio per settimane. Inoltre, erano costretti a evitare le strade principali dell'Impero per non imbattersi in qualche locanda dove legionari, messaggeri imperiali e funzionari di ogni sorta si fermavano a riposare o mangiare.
Pi si allontanavano da Roma, pi si sentivano al sicuro, ma non per questo Marzio e Alana abbassarono la guardia. Una delle ferite sul costato di Marzio fece infezione, costringendoli a fermarsi in una grotta tra Ariminium e Ravenna. Alana and a caccia di lepri e riusc a prendere addirittura un cinghiale, che smembr e port in pi riprese al rifugio che avevano trovato sulle colline. Durante la convalescenza Marzio sent, giorno dopo giorno, crescere sempre pi l'ammirazione per quella determinata guerriera venuta dal Nord. Da quando avevano lasciato Roma era cambiato qualcosa tra loro: nella capitale, nella scuola gladiatoria, nel grande anfiteatro Flavio o nelle strade della Suburra era sempre stato Marzio ad avere il controllo della situazione. In mezzo all'immensit del mondo, per, Marzio si sentiva disorientato, perso. Le ferite lo avevano indebolito, certo, ma non era quello il punto. Poco alla volta il corpo recuperava le forze e tornava a essere quello di prima, ma la sua mente era confusa. Marzio si rese conto che, se non fosse fuggito da Roma con Alana, lo avrebbero catturato da tempo. Era stata lei a decidere di evitare le strade e le locande, e a valutare che sarebbe stato meglio viaggiare di notte, alla luce della luna e delle stelle e rimanere nascosti durante il giorno. Era stata lei a scegliere quale direzione prendere, sempre verso nord. Da Ravenna giunsero ad Aquileia, l'estremit pi settentrionale della costa adriatica. Si tenevano lontani dalle citt, non osavano mai entrarvi, ma sembrava che Alana, scorgendole in lontananza, riuscisse a orientarsi.
 la stessa strada che feci quando mi portarono a Roma gli spieg un giorno. Erano trascorsi otto anni da allora. All'epoca aveva diciassette anni, ora ne aveva venticinque, ma quel cammino le si era impresso a fuoco nella mente, come la F di fugitivus che le avevano marchiato sulla fronte, evidentemente nella segreta speranza di percorrerlo al contrario, di fare ritorno nella sua terra d'origine. Marzio era felice che lei avesse deciso di portarlo con s e di non abbandonarlo. Avrebbe potuto farlo e, di sicuro, sarebbe gi arrivata a destinazione da settimane, forse mesi; invece gli era rimasta accanto, aveva lavato le sue ferite, gli aveva cambiato le bende e non gli aveva mai fatto mancare la sua tenerezza, il suo amore. Marzio sapeva che se lui non avesse affrontato i pretoriani non avrebbero mai superato quel posto di guardia, ma era irrilevante: Alana, facendo leva sulla sua straordinaria bellezza, avrebbe potuto irretire qualsiasi ufficiale pretoriano e ottenere un lasciapassare per uscire dalla citt. I pretoriani non avevano mai cercato una gladiatrix tra gli assassini di Domiziano. Sarebbe potuta fuggire. Invece, era rimasta con lui.
Giunti ad Aquileia, Alana cambi direzione. Non procedettero pi verso nord, bens verso oriente. Marzio non pose domande. Da ci che ricordava da alcune mappe che aveva visto nel Ludus Magnus, dovevano trovarsi tra le province della Pannonia e della Dalmazia. Un giorno si era messo a studiare le cartine spinto dalla curiosit di capire da dove provenissero molti dei nuovi gladiatori.
I due gladiatori arrivarono alla citt di Sirmium, che superarono come tutte le altre. Avevano visto delle mura malridotte all'orizzonte, dunque doveva trattarsi di una citt di confine, ma Alana prosegu verso est seguendo il corso di un enorme fiume.
 il Danubio gli spieg.
Continuarono verso oriente. La citt successiva si chiamava Singidunum: lo avevano letto su una pietra miliare alla quale si avvicinarono una notte di luna per cercare di orientarsi. Ebbero qualche difficolt perch nessuno dei due sapeva leggere molto bene e perch parte dell'iscrizione era stata cancellata a colpi di scalpello. Tuttavia, riuscirono a decifrare il nome.
Alana annu. S, passammo da qui, ma dovr aspettare l'alba per essere sicura della direzione da seguire.
Si allontanarono dalla strada, dimenticandosi della pietra miliare. Nessuno dei due si rese conto che le parole cancellate erano Imperator Caesar Domitianus, eliminate a causa della damnatio memoriae emessa dal Senato di Roma che aveva ordinato di cancellare dalla storia, e da ogni angolo dell'Impero, il nome di Domiziano.
Finalmente sorse il sole e mostr a Marzio e Alana una citt ben fortificata, con mura ristrutturate di recente e una marea di legionari a guardia della roccaforte. Rimasero in silenzio a valutare la situazione. Era evidente che l c'era qualcuno che si occupava di difendere strenuamente la posizione di confine. In quel momento Marzio comprese perch Roma controllasse il mondo. Non aveva mai visto tante migliaia, anzi, decine di migliaia di legionari tutti insieme. Dovettero tornare indietro di parecchie miglia per aggirare la citt. Attesero la notte per rimettersi in cammino e Alana cerc di nuovo il grande fiume, ma questa volta molto pi a est, lontano da quel luogo infestato di legionari.
Raggiunsero un'altra fortezza, Vinimacium1, capitale della Mesia Superiore. Evitarono ancora una volta la citt e si diressero verso est, ma all'improvviso non poterono pi seguire il corso del fiume perch delle enormi montagne impedivano il passaggio; il Danubio si insinuava in una profonda gola percorribile soltanto via acqua. Alana non parve delusa, anzi, ne fu felice.
Seguimi lo invit. Marzio la vide addentrarsi nella folta vegetazione ai piedi delle montagne e scomparire. Anche lui si fece strada tra gli arbusti e si ritrov in un'enorme grotta.
Coraggio! lo esort. Da l si ramificava una serie di cunicoli, per met naturali e per met scavati dall'uomo. I Romani non conoscono questa strada. Al termine, di solito, ci sono delle barche continu la ragazza.
Lo condusse attraverso quel labirinto con la stessa abilit con cui il curator di Roma li aveva guidati attraverso le cloache sotto il palazzo imperiale. Giunti alla fine di un cunicolo, si ritrovarono in una piccola insenatura in cui l'acqua del fiume lambiva le grotte. Alana inizi a cercare tra il frondoso sottobosco e, alla fine, si volt a guardare Marzio sorridente. Scost gli arbusti e, proprio come aveva previsto, c'era una piccola imbarcazione.
Sai nuotare? gli domand Alana mentre spingevano la barca verso il fiume.
No rispose Marzio.
Allora sali e cerca di non cadere replic lei mentre un altro sorriso le affiorava sulle labbra. Sei tanto grosso quanto imbranato aggiunse con affetto, e lui non pot che darle ragione: Marzio, il pi grande gladiatore di Roma, non sapeva nuotare. Nessuno glielo aveva mai insegnato.
 sicura questa barca? chiese lui poco dopo, preoccupato per il leggero dondolio a cui la corrente del Danubio sottoponeva l'imbarcazione.
Alana teneva lo sguardo fisso sulla gola tra le montagne. Non preoccuparti, Marzio. Ho attraversato diverse volte le Porte di Ferro. Presto saremo sull'altra sponda del Danubio.
La corrente li trascinava verso un mondo selvaggio e sconosciuto per Marzio. Nonostante la sua stazza, la forza fisica, e gli anni di addestramento, il gladiatore sembr quasi un bambino quando le chiese, con candore: Dove andiamo, Alana?.
La gladiatrix si compiacque di quella domanda: Andiamo a casa, Marzio. Navighiamo verso la libert.

1. L'odierna Kostolac, in Serbia.

151.

LA PRIMA UDIENZA.

Domus Flavia, Roma Settembre del 99 d.C.

Una ristretta e selezionata rappresentanza di senatori e influenti uomini di Roma, sopravvissuti alla furia dei pretoriani, si present sulla scalinata che conduceva all'Aula Regia della Domus Flavia per rendere omaggio al nuovo imperatore. Anche Plinio era tra questi. Vantava un'impeccabile cursus honorum: flamen divi Augusti, decemvir stlitibus iudicandis, tribuno militare in Siria, sevir equitum Romanorum, quaestor imperatoris, tribuno della plebe, pretore e prefetto dell'esercito e, infine, prefetto del tempio di Saturno. Aveva sempre ricoperto tutte quelle cariche con onest, il che lo rendeva degno di potersi presentare di persona al cospetto dell'imperatore del mondo. Plinio vide Marco Ulpio Traiano raggiungere a piedi il palazzo imperiale, dopo essere sceso dalla sua quadriga. Si dirigeva verso la Domus Flavia senza fare sfoggio del suo potere, con serena umilt, anche se il suo incedere regale emanava determinazione e forza. Sal sulla scalinata circondato dai suoi uomini pi fidati e da un nutrito gruppo di veterani delle legioni del Nord. Dietro di lui, sua moglie Plotina, anche lei a piedi e senza troppe schiave al suo seguito.
Il nuovo imperatore salutava tutte le persone che si erano affollate nei pressi del palazzo, anche solo per vederlo passare. Non dava la mano a nessuno, ma ascoltava con attenzione se qualcuno gli rivolgeva la parola e assentiva oppure rispondeva brevemente prima di passare oltre. Plinio era uno dei primi, subito dopo i senatori Lucio Licinio Sura, Celso e Palma, con i quali l'imperatore si era intrattenuto a conversare per qualche istante. Plinio non disse nulla. L'imperatore lo fiss e annu in segno di riconoscenza quando Sura gli elenc le diverse cariche che Plinio aveva ricoperto.
Sempre al servizio dell'imperatore disse infine Caio Plinio.
Traiano lo guard con aria seria. No, Caio Plinio lo corresse. Al servizio di Roma. Siamo tutti al servizio di Roma ma quando termin la frase sorrise, e continu a salire le scale del palazzo salutando gli altri senatori.
Plinio fu grato all'imperatore per quel sorriso e a un tratto gli tornarono alla mente le parole di suo zio quando, tempo prima, gli aveva chiesto se sarebbe stato in grado di riconoscere un grande uomo come Scipione, Cesare o Augusto. Era il giorno in cui i pretoriani avevano assassinato Galba, quindi un giorno difficile da dimenticare: Se prima o poi, nipote, avrai la fortuna di trovarti al cospetto di un uomo del genere, lo capirai immediatamente, senza che nessuno te lo dica. Queste cose, nipote, queste cose si sentono... Si intuiscono. Lo zio gli aveva risposto cos e aveva ragione: era solo un'intuizione, ma chiara e nitida, quella che avvert in quell'istante. Plinio osserv l'imperatore Marco Ulpio Traiano entrare nella grande Domus Flavia. Era arrivato a piedi, aveva salutato i senatori uno a uno, e ora si accingeva a governare il mondo. Forse Roma poteva ancora avere un futuro.
L'imperatore si aggirava per i corridoi della gigantesca Domus Flavia. Le guardie erano appostate intorno al palazzo, ma dentro non ce n'erano molte. Voleva stare da solo. Era stata una giornata sfiancante. La sua entrata trionfale aveva raggiunto il suo scopo: il popolo ne era rimasto entusiasta e lo aveva acclamato con calore. I due anni trascorsi a rafforzare i confini dell'Impero sul limes del Reno e del Danubio lo avevano tranquillizzato, ma c'era ancora molto lavoro da fare. Si era concesso pi di un anno dal suo incontro con Nigrino prima di tornare a Roma e, se fosse dipeso da lui, sarebbe rimasto ancora sui confini. Tuttavia, prima le missive di sua moglie Plotina e di Lucio Licinio Sura, poi Longino e Quieto in persona, avevano insistito che non rimandasse oltre il suo ritorno a Roma: doveva assumere il potere davanti popolo e al Senato. E avevano ragione: un'assenza cos prolungata avrebbe destato sospetti e, ancora una volta, avrebbe potuto far germinare congiure.
Quasi senza rendersene conto, Traiano aveva raggiunto il peristilio della immensa Aula Regia. Si ferm per un attimo e rivolse lo sguardo al cielo. Stava calando la sera. Poco dopo avrebbe cenato insieme a sua moglie. Sarebbe stata una tranquilla cena in famiglia, senza legati n consiglieri. Dopo la parata per le strade di Roma, Plotina si era ritirata. Era stanca, come lui. La sua camera era quella che un tempo era appartenuta all'imperatrice Domizia Longina. Traiano riprese a camminare ed entr nell'Aula Regia. L, invece, c'erano nuovi pretoriani venuti dalle legioni del Reno e selezionati da Longino e Quieto, che ne avevano verificato la lealt all'imperatore. Un pretoriano a ogni angolo. Restava ancora da scegliere un buon capo del pretorio. Non poteva essere Longino: il suo braccio offeso non lo rendeva idoneo a guidare gli orgogliosi pretoriani. No, aveva bisogno di un veterano. Quieto era africano. Poteva essere una valida opzione, ma Traiano voleva inviarlo sul confine del Danubio, affidandogli quelle delicate province fino a quando lui stesso non si fosse sentito sufficientemente sicuro della strada da intraprendere per giungere a una soluzione definitiva dei problemi di quel confine. Come temeva, i Daci, guidati da Decebalo, avevano sferrato un nuovo attacco. Per la prefettura del pretorio avrebbe provato a convincere il veterano Suburano, vecchio amico di suo padre. Quando lo aveva menzionato a Nigrino era stato soltanto per evitare che quest'ultimo insistesse a favore del nipote, ma l'idea di nominare Suburano capo del pretorio lo allettava sempre pi. Non sarebbe stato facile persuaderlo, per: nessuno voleva essere a capo di una milizia cos violenta e ribelle come quella dei pretoriani degli ultimi anni.
Traiano avanz lentamente fino a trovarsi al centro della grande sala delle udienze voluta da Domiziano. Rimase impressionato dalla sua ampiezza, dalle maestose statue, dal soffitto altissimo e dalle grandiose colonne che lo sostenevano. E, in fondo, si stagliava l'imponente trono imperiale. Il cesare si volt per un attimo e pos la mano sul braccio offeso di Longino. I pretoriani, che osservavano in silenzio, non seppero interpretare quel gesto enigmatico. Longino gli sorrise, con orgoglio e sincera amicizia. Traiano strinse leggermente il braccio e poi sal i gradini che conducevano al trono. Era l'imperatore di Roma. Si sedette sul gelido marmo imperiale. Domiziano ordinava sempre di collocarvi almeno mezza dozzina di cuscini per renderlo pi confortevole, ma Traiano aveva dato istruzioni precise affinch l'Aula Regia fosse spogliata di qualsiasi inutile orpello e gli schiavi dovevano aver pensato che anche i cuscini lo fossero. Traiano si appoggi all'alto schienale. Non era affatto comodo stare seduti l. Era forse da interpretare come un segno? Sorrise e scosse il capo. Peccato che suo padre non potesse vederlo.
Quante cose sono cambiate, padre, da quella cena a casa del governatore Galba! bisbigli tra s.
Longino non lo sent perch si era allontanato verso la porta in fondo alla grande sala: attendevano una persona e voleva annunciarne l'arrivo. I pretoriani, invece, udirono soltanto che l'imperatore mormorava qualcosa. Rimasero fermi ai loro posti, ma sempre attenti a cogliere eventuali ordini.
Traiano meditava in silenzio. C'erano molte questioni in sospeso. La prefettura del pretorio era una di quelle, cos come il confine del Danubio. E Roma: la grandezza e la povert di Roma. Nerva, poco prima di morire, aveva istituito gli alimenta, un sistema con il quale sarebbero stati distribuiti viveri agli indigenti della citt, soprattutto ai bambini. In quel momento a Traiano torn in mente il bambino che si era battuto strenuamente per una mela nel quartiere della Suburra. Erano trascorsi molti anni, ma si ricordava ancora della successiva conversazione con suo padre, nella quale lui, all'epoca soltanto un ragazzo, promise che un giorno, se ne avesse avuto la possibilit, avrebbe fatto in modo che i piccoli costretti a vivere per strada non dovessero pi patire la fame. In cambio potevano essere addestrati per diventare soldati. Roma aveva bisogno di buoni legionari, non di miserabili bambini morti di stenti. Chiss cosa ne era stato di quel bimbo... Forse era morto da tempo. Si ripropose di avviare il sistema di distribuzione di cibo. Ne avrebbe parlato con Lucio Licinio Sura e con gli altri senatori propensi alle riforme. Poi doveva occuparsi della questione del rifornimento di acqua nell'Urbe, in continua espansione, e dei cristiani. Un tale Giovanni, uno dei loro capi, era ancora prigioniero a Patmo. Cosa fare con lui? E con tutti i cristiani? S, aveva molte faccende da risolvere, molte...
In quel momento Longino attravers con passo deciso l'Aula Regia fino a fermarsi di fronte a Traiano.
 qui, cesare annunci Longino in tono marziale.
L'imperatore di Roma annu. Stava per dare inizio alla prima udienza da imperatore, sul trono di Roma. Ci aveva riflettuto a lungo. In un primo momento aveva ritenuto che sarebbe stato meglio cominciare dalle udienze pubbliche, dopo essersi presentato formalmente al Senato. Ma c'era qualcuno che non poteva aspettare oltre, quindi opt per un'udienza privata. Non voleva che il recente passato venisse semplicemente rimosso, intendeva archiviare la questione una volta per tutte. Le ferite che non vengono curate bene, rischiano di infettarsi. E lui lo aveva visto accadere centinaia di volte con i legionari. Adesso la faccenda, seppur diversa, andava gestita nello stesso modo.
Falla entrare, Longino... tacque un momento prima di proseguire con l'ordine. E in privato, voglio incontrarla in privato.
Longino si volt, guard i pretoriani, alz la mano destra e questi lo seguirono veloci mentre usciva dalla sala. La grande Aula Regia del palazzo imperiale si svuot e piomb nel silenzio pi assoluto. Poco dopo, la sagoma minuta di una donna matura si profil sulla soglia e s'incammin verso il trono imperiale. Traiano la osserv con attenzione. Sembrava pi esile di quanto ricordasse, quasi insignificante rispetto alle enormi colonne dell'Aula Regia. Una donna travolta dalla storia contro il suo volere. Eppure aveva resistito pi di chiunque altro ai deliri di diversi imperatori. Era vestita in modo poco vistoso, con una elegante stola di lana bianca e senza gioielli appariscenti. Si ferm di fronte all'imperatore e parl con voce soave, una voce che conservava il timbro della giovent.
Ave, cesare. Domizia Longina ti saluta. Al tuo servizio.
Marco Ulpio Traiano rimase affascinato dal volto di quella donna. L'ultima volta che l'aveva vista era stato ad Alba Longa, sette anni prima. Il tempo e il dolore l'avevano segnata, ma era ancora attraente. Domizia Longina, la moglie dell'imperatore Domiziano, colei che era stata imperatrice di Roma per quindici anni, si presentava umilmente al suo cospetto. Non erano in molti a Roma a rimpiangere Domiziano e sembrava improbabile che sorgessero congiure contro di lui per restaurare la dinastia Flavia. Non adesso che Norbano e Casperio erano stati giustiziati. E Domiziano non aveva discendenti diretti. Ma una donna abituata a convivere con il potere per cos tanto tempo era una persona che conveniva tenere sotto controllo. Traiano non voleva ricevere sgradevoli sorprese durante i suoi primi mesi a palazzo. Per questo aveva convocato la precedente imperatrice. A Plotina era parso ragionevole che parlasse con lei al pi presto e le proponesse un patto di non belligeranza, di rispetto se possibile. E poi... Traiano aveva promesso a suo padre di proteggere i discendenti di Corbulone, e Domizia Longina era l'unica delle sue figlie ancora in vita.
Ti hanno trattata bene? domand l'imperatore.
Domizia lo guard e inarc le sopracciglia. Non si aspettava una simile domanda.
Da quando Traiano  arrivato a Roma tutti mi hanno trattata bene. Non posso lamentarmi del Senato. Inoltre, i pretoriani che si ribellarono contro Nerva e che, da quanto mi risulta, sospettavano che io fossi implicata nell'assassinio di mio marito sono stati... Domizia scelse con cura le parole con cui terminare quella frase ... sono stati sostituiti. Perci non ho alcuna rimostranza da muovere al cesare.
Davanti all'imperatore era stato preparato un solium; Traiano lo guard e poi rivolse un'occhiata a Domizia Longina. Non era stanca, ma aveva imparato a non contravvenire ai suggerimenti di un imperatore. Quello, in particolare, non le sembrava celare alcuna insidia, e decise di accoglierlo. Domizia Longina aveva una certa esperienza nel trattare con i cesari.
Traiano si sentiva a disagio. Continuava a pensare alla promessa fatta a suo padre in punto di morte. Voleva onorarla, ma non sapeva come conquistare la fiducia di quella donna, che aveva dovuto imparare a sue spese a sospettare di tutto e di tutti.
Non hai motivo di temere questo nuovo cesare le disse in tono conciliante.
Con sua enorme sorpresa, Domizia Longina rispose con un enigmatico sorriso.
Temere un cesare? Io? Domizia appoggi la schiena contro il solium. Un cesare ordin l'esecuzione di mio padre. Un altro uccise il mio primo marito, un uomo che amavo. Sono stata moglie di un cesare e concubina di un altro. Ho dato alla luce un bambino che sarebbe dovuto diventare imperatore e l'ho visto morire. Nella mia vita ho conosciuto molti cesari e tutti mi hanno fatta soffrire. In un modo o nell'altro, tutti mi hanno fatto del male: la maggior parte deliberatamente, gli altri senza volerlo, come il mio povero figlio. Temere il cesare? No, non ho pi paura dei cesari di Roma. Senza marito, n amore, n famiglia o figli, non mi resta pi niente che un cesare possa portarmi via. Quindi il nuovo cesare pu stare tranquillo: posso nutrire molti sentimenti nei confronti di un imperatore di Roma, ma la paura non  uno di questi. Ho imparato che i cesari entrano ed escono dalla mia vita. Mi feriscono e se ne vanno, ma ormai mi  rimasta ben poca carne in cui poter infilzare lame affilate. No, il cesare pu stare certo che non lo temo.
Traiano ascolt ammirato quelle parole. Era una donna molto pi forte di quanto avesse mai pensato. Aveva davvero preso parte alla congiura contro Domiziano? Era prudente lasciare libera una persona che forse aveva ucciso o aiutato a uccidere un cesare, proprio l, tra le pareti di quel palazzo? Era sensato cercare di non scoprire cosa fosse successo realmente in quel lontano 18 settembre? Traiano era combattuto, ma la promessa fatta a suo padre era pi importante di ogni altra cosa, perfino del pericolo o della minaccia di tradimento. Al di sopra di qualsiasi omicidio o delitto del recente passato.
Mio padre promise al tuo che si sarebbe preso cura dei suoi discendenti rispose Traiano guardandola intensamente. E io, a mia volta, ho giurato a mio padre che avrei onorato la sua parola. Il palazzo imperiale  stato la tua casa per molti anni continu Traiano, attento alle reazioni della donna. Io voglio che continui a esserlo. La Domus Flavia  molto grande e io e mia moglie saremmo felici di cederti qualcuna delle stanze affinch tu possa risiedervi per tutto il tempo che vorrai. Sei augusta e rispettata dal popolo. Il palazzo  casa tua.
Domizia Longina lo scrut, perplessa.
Traiano comprese che la donna aveva bisogno di ulteriori spiegazioni: La damnatio memoriae contro Domiziano non  estesa all'imperatrice o ad altri membri della sua famiglia. In pi occasioni il Senato mi ha ripetuto che non c' alcun procedimento contro Domizia Longina, cos come sono consapevole della stima che il popolo ha sempre nutrito nei tuoi confronti. Inoltre, quanto accadde quel 18 settembre per me  acqua passata. So soltanto che Domiziano mor, e che Nerva ne prese il posto e mi nomin suo successore. Il Senato ha ratificato la nomina e le legioni dell'Impero, dal Reno fino alla Siria, mi hanno giurato fedelt. Adesso offro alla precedente imperatrice la sicurezza della mia protezione. In cambio chiedo soltanto lealt. Non sottomissione. Lealt.
Domizia Longina sorrise, commossa e sconcertata.
Il cesare pu stare tranquillo. Non ho discendenti. Li avevo e li ho perduti. Domizia abbass la voce e chin il capo, ma subito dopo lo risollev e guard serena l'imperatore, che rimaneva serio. E nemmeno mio marito ne ha: lui stesso si assicur che fossero spediti nell'Ade prima di lui. Non voglio ribellarmi n lottare contro l'imperatore o contro chiunque altro e, anche se volessi, non ne ho la forza n troverei appoggio alcuno. Non conosco nessuno con cui poter sostituire un cesare ben accolto dal Senato, acclamato dal popolo e, cosa pi importante, rispettato dalle legioni. Roma ha un nuovo imperatore. I tempi sono cambiati. Io rappresento il passato. E ne sono felice. Voglio soltanto un po' di pace e di solitudine.
Traiano annu, soddisfatto.
Allora dar ordine di preparare stanze adeguate al tuo status di augusta, che manterrai per sempre, e metter a tua disposizione tutte le schiave di cui avrai bisogno; mangerai in mia compagnia, quando lo vorrai, e godrai di pace e tranquillit.
No, cesare, non  questo che voglio.
Domizia Longina si alz dal solium e si mise a camminare nell'Aula Regia dando voce a pensieri sussurrati, ma che Traiano, nel silenzio della grande sala imperiale, riusc a udire chiaramente.
No, nel palazzo no. Ho trascorso molti, troppi anni tra queste mura, cesare...  come se avessi sempre vissuto qui, eppure ricordo di aver avuto un'altra vita, di avere avuto altre pareti intorno a me, meno spesse ma pi sicure. Queste mura, cesare, queste mura sono maledette. Sono morte troppe persone qui dentro... Troppe... E di tanti ho udito pronunciare con le mie orecchie la condanna a morte, tra queste stesse pareti che adesso sembrano offrirci rifugio. Domizia camminava come se i suoi piedi scivolassero sul gelido marmo del pavimento. No, cesare. Ho visto troppi amici scomparire per sempre dalla mia vita in questo posto. Il palazzo imperiale, la Domus Flavia, s, la splendida e imponente Domus Flavia scoppi in una risata che rimbalz sul soffitto e ricadde sul pavimento come un masso di argilla. Poi Domizia Longina si ferm al centro dell'Aula Regia, si volt e fiss Marco Ulpio Traiano. Queste pareti, queste mura, i soffitti, cesare, tutto questo palazzo  una trappola. Le colonne che lo sostengono sono soltanto un grande inganno, un tranello mortale che abbaglia tutti noi. Queste pareti sono state capaci di generare solo orrore e sofferenza. No, non voglio rimanere oltre in questo posto. Ringrazio il cesare per la sua generosa offerta, ma, se l'imperatore me lo permette, preferirei cercare un altro luogo, modesto, fuori Roma, dove le mie ossa esauste potranno invecchiare lontano dagli sguardi di tutti e dove la mia persona non disturbi nessuno, men che meno il cesare.  questo che voglio, ci che desidero sopra ogni cosa, se il cesare fosse cos magnanimo da accordarmelo. Se lui me lo vorr negare, accetter i suoi ordini, come ho sempre fatto. A essere sincera, non nutro grandi aspettative in nessun cesare. Avanz di qualche passo fino a fermarsi di fronte a Traiano, che la ascoltava attento, si inginocchi davanti a lui e chin il capo. La mia non  una richiesta esagerata, grande imperator di tutte le legioni di Roma: il cesare vuole rendere onore a suo padre, che a sua volta aveva promesso al mio di aiutarci se ne avessimo avuto bisogno? Chiedo soltanto una casa lontano da Roma, ovunque il cesare vorr, lontano dal suo sguardo e da quello di chiunque altro, un luogo in cui il mio corpo potr consumarsi affinch la morte dell'anima e del corpo, finalmente, vadano di pari passo. Chiedo soltanto questo, solo questo... Traiano ebbe l'impressione che l'imperatrice piangesse mentre continuava a ripetere quelle parole. Chiedo soltanto questo, solo questo...
Il cesare si alz dal trono imperiale, scese i gradini del piedistallo e si chin accanto all'imperatrice. Commosso, mise la mano destra sotto il mento della donna e le fece sollevare dolcemente il volto per incontrare i suoi occhi inondati di lacrime, gli occhi di chi aveva subito cos tanta malvagit da parte dei cesari che lo avevano preceduto. Domizia Longina deve soltanto scegliere dove, e il cesare, questo cesare, le fornir una scorta e i mezzi sufficienti affinch lei possa continuare a vivere degnamente, lontana da tutti. In pace.
Adriano percorreva uno dei peristili della Domus Flavia. Come gli altri famigliari del nuovo imperatore, cercava di prendere confidenza con la grandezza e lo splendore dell'immenso palazzo imperiale in cui suo zio deteneva il potere assoluto. Sent dei passi alle sue spalle e si volt. Un gruppo di veterani delle legioni del Reno scortava Plotina, la nuova imperatrice di Roma, seguita dalla nipote e dalle piccole pronipoti. Adriano, rispettoso, si fece da parte e chin il capo.
Pompea Plotina, moglie di Traiano, not il gesto di Adriano e si ferm. Le sembrava corretto scambiare qualche parola con lui, dal momento che, dopo tutto, aveva servito bene suo marito trasmettendogli per primo la notizia della morte di Nerva e della sua ascesa al trono.
Avremo il piacere di godere della tua compagnia questa sera, a cena, nipote? domand Plotina.
Adriano sollev il capo per rispondere. Ovviamente, soprattutto se lo desidera l'augusta Plotina... Ebbe un attimo di esitazione, ma, mosso dalla sua sconfinata ambizione, aggiunse: ... l'augusta e splendida nuova imperatrice di Roma.
Plotina sorrise. Non disse nulla e riprese a camminare. Non era un'ingenua. Sapeva di avere molte virt, ma l'avvenenza non era mai stata tra quelle. Eppure aveva gradito molto le lusinghe di Adriano. Gli anni di gelido matrimonio con Traiano l'avevano portata alle vette del potere a Roma, ma l'avevano costretta a notti di solitudine che diventavano sempre pi lunghe. Adesso, per, era l'imperatrice di Roma, l'imperatrice del mondo. Perch non concedersi una piccola consolazione, una passione? Plotina procedette in silenzio verso la sua nuova stanza, seguita dai legionari e dalle giovani nipoti.
Vibia Sabina, con i suoi dodici anni e il delicato aspetto di fanciulla in fiore, camminava in fondo al gruppo. Ebbe l'impressione che qualcuno la fissasse con insistenza, ma quando si volt vide soltanto suo cugino Adriano allontanarsi tra le ombre di quella selva di colonne. Vibia Sabina, senza sapere perch, all'improvviso si sent inquieta. Scosse il capo. Desiderava soltanto che giungesse il momento della cena e di sedersi accanto allo zio, il grande Traiano, l'imperatore di Roma, che le voleva tanto bene. Lui l'avrebbe sempre protetta da ogni cosa. Sempre.
Adriano si incammin verso l'Aula Regia, ma i legionari lo fermarono sulla soglia. L'imperatore era a colloquio con una persona e lui attese all'esterno, con lo sguardo rivolto a terra. Vibia Sabina era la pronipote prediletta dell'imperatore. Era ancora una bambina, ma presto, molto presto, sarebbe cresciuta. A lui, come a suo zio, non piacevano le donne, ma era convinto che loro potessero spianargli la strada del potere. Doveva rimanere in allerta e giocare bene le sue carte. Sollev lo sguardo e lo fece scorrere lungo le pareti del palazzo. Proprio l, tra quelle mura, si decideva il futuro del mondo.
Domizia Longina si alz insieme all'imperatore Traiano e non disse nulla. Si limit ad assentire con un solo cenno del capo, e a guardarlo con gratitudine. Le lacrime si asciugarono nel silenzio che segu l'intensa conversazione, mentre Domizia osserv l'imperatore ritornare sul grande trono imperiale e accomodarsi di nuovo. La donna ebbe un attimo di esitazione: non sapeva se aggiungere qualcosa o andarsene in silenzio dalla grande Aula Regia. Era riuscita a ottenere tanto, e temeva di dire qualcosa di inopportuno, rischiando di perdere tutto. Dentro di lei, per, percep un moto di ribellione a quel pensiero vile. Si sorprese di scoprire che nel suo animo bruciava ancora un'ultima fiammella di vita: ne era la riprova il desiderio di mettere in guardia l'imperatore da un grave pericolo. Questa sensazione le diede il coraggio e l'energia necessaria per rivolgersi ancora una volta, l'ultima in vita sua, a un cesare.
C' una cosa... cesare... disse in tono dolce.
Traiano la scrut per un istante e con un cenno della mano la esort a parlare. Domizia pronunci un accorato avvertimento, sentendo di essere la depositaria di un grande segreto, frutto dell'esperienza e del suo intuito.
Il cesare non deve farsi intrappolare da queste pareti: quando ho detto che questo palazzo  maledetto parlavo sul serio, non l'ho fatto a causa del rancore che serbo nel mio cuore per le sofferenze che qui ho patito. Mio marito  sempre stato un uomo perverso e io ho sperimentato in prima persona ciascuna delle sue perversioni.  sempre stato un vile, ma tra queste mura  diventato ancora pi ingiusto ed efferato, con tutti.  stato qui, cesare, mentre beveva e mangiava nei piatti di bronzo della sua sfarzosa Domus Flavia, mentre ascoltava la sua schiera di adulatori, sorseggiando vino dolce,  stato in questo palazzo che Domiziano  impazzito.  stato qui che tutti abbiamo perso la ragione inondando queste pareti, ogni angolo, di grida e pianti. Io riesco ancora a sentire le urla di Flavia Giulia, di Domitilla, di Petronio, Partenio e tanti altri. Riecheggiano ancora nella mia testa, ma sono intrappolate in queste mura e si sentono, si sentono distintamente, se solo ci si presta attenzione.  per questo che il nuovo imperatore non deve lasciarsi sopraffare da questo luogo. Meno tempo il cesare passer in questo palazzo maledetto, meglio sar per lui, per la sua famiglia e per tutti quanti. Mi spiace chin il capo e inizi a camminare all'indietro, continuando a scusarsi. Mi spiace, cesare, non era mia intenzione disturbare n indisporre una persona tanto potente e generosa. Sono desolata, ma sentivo il dovere di avvertire l'Imperator Caesar Augustus. Dovevo avvisarlo.
Continu ad arretrare, un passo dopo l'altro, chiedendo perdono infinite volte, finch la sua esile figura si dilegu. Traiano non disse nulla, e non fece niente per fermarla. Si limit a rimanere l, seduto sul maestoso trono imperiale della grande Aula Regia. All'improvviso, quelle pareti che gli erano sembrate cos splendide soltanto un'ora prima, gli restituirono il fosco riflesso di un orribile passato, e di un futuro incerto. Marco Ulpio Traiano, Imperator Caesar Augustus, rivolse lo sguardo verso il soffitto e, per la seconda volta in vita sua, dopo il giorno in cui era andato a caccia della lince iberica, avvert la stretta implacabile e impietosa della paura.
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FINE.
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APPENDICI.
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NOTA STORICA.
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L'Ispanico  un romanzo storico e, in quanto tale, contiene una parte di invenzione. Tuttavia, diversamente da quanto ci si possa aspettare, la finzione non  preponderante. In alcuni passaggi di particolare tensione drammatica, infatti, dove si potrebbe ipotizzare l'intervento pi invasivo dell'autore, ho voluto inserire delle citazioni per dimostrare che il racconto rispecchia i fatti come riportati dalle fonti classiche. Mi riferisco, ad esempio, al momento in cui Domiziano obbliga il console Manio Acilio Glabrione a scendere nell'arena dell'anfiteatro di Alba Longa; oppure alla battaglia contro Saturnino e i Catti e all'improvviso disgelo del Reno; o ancora alla terribile scena di tortura del consigliere Partenio.
Le parti di invenzione de L'Ispanico che comunque esistono, vanno cercate nella ricostruzione della vita privata dei grandi personaggi storici che sfilano tra le pagine, nei dialoghi fra Traiano e il padre, tra Vespasiano e i suoi figli o tra Domiziano e le persone che ne subirono la tirannia e la paranoia. In questi punti la finzione subentra a completare i dati storici e d continuit alla narrazione.
Nonostante ci, mi sono concesso un'importante licenza, seppure parziale. Svetonio scrive che gli assassini dell'imperatore Domiziano furono dei gladiatori e non dice che fu Domizia Longina a pugnalarlo, anche se sia lui sia altri storiografi classici riconoscono che l'imperatrice ebbe un ruolo attivo nel complotto. A ogni modo, non  del tutto chiaro cosa intenda Svetonio quando riporta che i gladiatori finirono l'imperatore dopo che questi fu attaccato da Stefano. Lo stesso autore sottolinea che il colpo sferrato da Stefano fu soltanto un taglio superficiale. Ma non si pu parlare di finire una persona ferita in maniera leggera. Allora, chi  stato a colpire a morte Domiziano? Chi assest il colpo decisivo, tanto da ferirlo gravemente e da rendere necessario che qualcuno lo finisse? Nessuno ce lo dice. E, a completare questo scenario singolare, risulta quanto meno curiosa la volont del Senato di non estendere anche a Domizia Longina la damnatio memoriae emanata contro il marito. Questa decisione ci induce a pensare che, in effetti, l'imperatrice avesse giocato un ruolo determinante nella caduta del tiranno.
Una domanda resta ancora senza risposta: cosa successe esattamente nella stanza dell'imperatore Domiziano nell'hora sexta del 18 settembre del 96? Nessuno lo sa. L'ispanico presenta una possibile ricostruzione di quanto accaduto il giorno in cui le persone presenti in quella stanza riscrissero la storia, ancora una volta con il sangue, l'odio e la vendetta. Anche se alcune vendette, come quella di Domizia Longina, bench impossibili da giustificare, sono quanto meno comprensibili.
Per quanto riguarda l'interpretazione del numero 666, che san Giovanni attribuisce alla Bestia nell'Apocalisse, sono proliferate moltissime teorie, alcune delle quali collegano il numero all'imperatore Domiziano. Il romanzo si propone di fornire un resoconto storico e non di spiegare gli enigmi del mondo antico, per questo mi limiter a citare una delle interpretazioni pi semplici del numero 666: in numeri romani, questa cifra corrisponde alle lettere DCLXVI, che potrebbero essere le iniziali del seguente messaggio:
DOMITIANUS CAESAR LEGATOS XTI - VIOLENTER INTERFECIT
Ovvero: Il cesare Domiziano uccise violentemente gli inviati di Cristo. Alcuni sostengono che san Giovanni scrisse l'Apocalisse ai tempi di Nerone in greco, e poi la tradusse in latino sotto Domiziano. Altri, invece, ritengono che il testo possa essere stato redatto ai tempi di Domiziano e forse direttamente in latino. Nel caso della genesi del testo in greco, le teorie basate su uno studio numerologico sarebbero pi solide, anche se  la seconda ipotesi quella pi accreditata. Applicando il metodo della gematria, che associa a ogni lettera dell'alfabeto greco un valore numerico, sommando i caratteri greci dell'espressione Nerone cesare, si ottiene il numero 666.  difficile stabilire se Giovanni abbia scritto il libro in greco o in latino, e addirittura affermare con certezza che l'autore sia proprio lui, quindi anche il significato del numero 666 rimane avvolto dal mistero. Tuttavia,  possibile affermare che Tito Flavio Domiziano fu un autentico tiranno, che perseguit i primi cristiani con vilt e brutalit assoluta, e che l'imperatore parlava in latino.
Infine, a proposito della progressiva follia di Domiziano, mi piacerebbe porre l'attenzione su un dettaglio ricorrente in tutto il romanzo: Domiziano mangiava in stoviglie di bronzo che i Romani, per proteggersi dalla tossicit della ruggine, ricoprivano con un sottile strato di piombo. Inoltre, beveva vino addolcito con la polvere dello stesso metallo. La nocivit del piombo, seppure ingerito in piccole quantit,  altissima e uno dei suoi effetti collaterali pi noti  la paranoia.
Al di l di qualche licenza dell'autore, comunque, L'Ispanico rispetta scrupolosamente la veridicit delle vicende storiche salienti, come la progressiva ascesa degli ispanici in Senato; l'estenuante assedio di Gerusalemme; le guerre di confine nella Britannia, nella Germania, sul Danubio o nella Partia; la costruzione in due fasi dell'anfiteatro Flavio (il Colosseo); i complotti di Domiziano per salire al trono e la sua follia; le persecuzioni dei cristiani; la vita dei gladiatori e perfino l'esistenza delle gladiatrici. Pertanto, L'Ispanico cerca di presentare un intenso e fedele affresco della vita dell'Impero romano durante l'ultimo terzo del I secolo d.C.
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GLOSSARIO DEI TERMINI LATINI.
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Ab Urbe condita: Letteralmente, dalla fondazione della citt. Era il sistema di datazione che prendeva come riferimento l'anno di fondazione di Roma, ossia il 754 a.C. Nell'opera  utilizzata per lo pi la datazione in uso nel calendario moderno (che prende avvio dalla nascita di Cristo), ma a volte si esplicita anche la relativa data del calendario romano:  un espediente per far capire al lettore come i Romani rapportassero gli eventi e il trascorrere del tempo alla fondazione della loro citt.
Ade: Il regno dei morti.
Africa Nova: Provincia romana che corrisponde approssimativamente alla regione dell'antica Numidia (oggi parte della Tunisia e dell'Algeria occidentale).
Ala, alae: Forma singolare e plurale del sostantivo latino indicante l'unit della cavalleria ausiliaria di una legione romana.
Alaudae: Nome della legione V, creata da Giulio Cesare. Durante il regno di Domiziano fu sconfitta a nord del Danubio, sotto il comando del capo del pretorio Cornelio Fusco. I loro stendardi finirono nelle mani del re dacico Decebalo, in ricordo dell'umiliazione inflitta a Roma.
Alimenta: Programma di distribuzione di viveri tra i cittadini pi bisognosi di Roma varato dall'imperatore Nerva. Questi ebbe appena il tempo di avviare il provvedimento, ma il suo successore Traiano lo port avanti durante il suo regno.
Andabata, andabatae: Gladiatore costretto a combattere alla cieca, con un elmo che gli copriva gli occhi. Nella Roma imperiale molti condannati a morte erano sottoposti a questo supplizio.
Anfiteatro Flavio: L'anfiteatro pi grande al mondo, oggi meglio noto come Colosseo. Fu costruito a Roma sotto il regno di Vespasiano, inaugurato da Tito e in seguito ampliato da Domiziano. Vi si svolgevano spettacoli di caccia, esecuzioni di massa di condannati a morte e probabilmente anche naumachiae - rappresentazioni di battaglie navali -, ma  passato alla storia per essere il luogo destinato alle lotte gladiatorie.
Annona: La razione di grano distribuita gratuitamente dallo stato ai cittadini liberi di Roma. Per lungo tempo fu soprattutto la Sicilia a rifornire di grano la capitale dell'Impero, ma nell'epoca in cui  ambientato il romanzo, il maggior esportatore di frumento era l'Egitto.
Apollinaris: Nome della legione XV, creata dall'imperatore Augusto nel 40 a.C. Combatt in Giudea, prese parte all'assedio di Gerusalemme nel 70 e cedette varie unit alle campagne daciche di Traiano all'inizio del II secolo.  chiamata cos in onore del dio Apollo.
Aqua Appia: Il pi antico e uno dei principali acquedotti che riforniva di acqua le fontane e le domus dell'antica Roma.
Aqua Augusta: Acquedotto della citt di Pompei prima della grande eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.
Aqua Claudia: Uno dei pi importanti acquedotti di Roma.
Aqua Marcia: Uno dei pi grandi acquedotti di Roma.
Aquarii: Fontanieri; addetti al rifornimento d'acqua ai piani pi alti delle insulae romane.
Argiletum: Viale che partiva dal Foro in direzione nord, con il grande macellum a est.
Armamentarium: Deposito delle armi nell'accampamento legionario o nei castra praetoria di Roma.
Armaria: I grandi armadi a muro in cui erano conservati i rotoli nelle biblioteche della Roma antica.
Atramentum: Nome attribuito all'inchiostro di colore nero ai tempi di Plauto.
Atriense (dal latino atriensis): Lo schiavo di pi alto rango in una domus romana. Godeva di grande fiducia da parte dei padroni e supervisionava, per lo pi in autonomia, il lavoro degli altri schiavi.
Augusto, augusta: Formula di cortesia riservata agli imperatori e ai membri della famiglia imperiale da lui designati. Era la massima onorificenza nobiliare che si potesse ricevere.
Aula Regia: Il grande salone delle udienze del palazzo imperiale, situato in un'ala della Domus Flavia. Pare che al centro della sala l'imperatore Domiziano avesse fatto collocare un imponente trono dal quale accoglieva i suoi sudditi.
Ave, Caesar, interfecturus te salutat: Ave, cesare, colui che sta per ucciderti ti saluta. Sono le parole che Marzio rivolge all'imperatore Domiziano poco prima di tentare di sferrargli la pugnalata mortale.  un gioco di parole: il gladiatore inverte il senso della frase che i gladiatori dovevano pronunciare prima di iniziare il combattimento, ovvero Ave, Caesar, morituri te salutant.
Ave, Caesar, morituri te salutant: Ave, cesare, coloro che stanno per morire ti salutano. Saluto rivolto dai gladiatori al cesare prima di battersi nell'arena.
Ballistae: Catapulte, macchine da guerra romane utilizzate durante gli assedi alle fortezze o alle citt nemiche protette da mura.
Balteus: Cintura del gladiatore, alla quale di solito era fissata la spada. Questa  l'accezione del termine usata nel romanzo. Esso, tuttavia, pu indicare anche il muro che separava, i diversi livelli di gradoni in un anfiteatro.
Basilica Emilia: Basilica civile costruita nel 179 a.C. per volere della famiglia Fulvia e di quella Emilia, motivo per il quale all'inizio fu chiamata basilica Fulvia-Aemilia. Dopo il restauro condotto nel 78 a.C. da Emilio Lepido, tuttavia, le rimase soltanto l'appellativo Emilia. In seguito, fu ricostruita molte altre volte: nel 54 a.C. (i lavori terminarono nel 34 a.C.) e nel 14 a.C. Non era un edificio imponente come la basilica Giulia, ma aveva comunque dimensioni notevoli: era lunga circa ottanta metri e larga trenta.
Basilica Giulia: Era situata a una delle estremit del Foro. Le sue dimensioni erano ragguardevoli, con i suoi cento metri di lunghezza. Fu eretta nel luogo in cui prima si trovava la basilica Sempronia, che i Gracchi, a loro volta, avevano fatto costruire dove anticamente si trovava la casa di Scipione l'Africano. La basilica Giulia aveva quattro navate laterali e una grande navata centrale. Il progetto fu iniziato da Giulio Cesare (da cui prende l'appellativo Iulia), ma sarebbe stato terminato dall'imperatore Augusto.
Bestiarius, bestiarii: Schiavo o liberto incaricato della cura delle belve negli anfiteatri. Carpoforo fu uno dei pi famosi e terribili bestiarii di tutti i tempi. I suoi crudeli giochi tra belve ed esseri umani disarmati appassionarono per anni il popolo di Roma.
Betica (dal latino Baetica): Provincia romana nella Hispania meridionale, di cui erano originari i futuri imperatori di Roma Traiano e Adriano. Si trattava di una provincia fortemente romanizzata.
Bucinator, bucinatores: Forma singolare e plurale del termine usato per indicare i trombettieri delle legioni.
Calidarium: Nelle terme romane, la sala con piscina riscaldata.
Calighe (dal latino caligae): Calzature militari.
Calo, calones: Forma singolare e plurale del termine usato per indicare lo schiavo di un legionario. In genere i calones non prendevano parte alle azioni militari.
Caronte (dal latino Charon): Dio degli Inferi che trasportava le anime attraverso il fiume Acheronte. Per il suo compito gli doveva essere corrisposto un obolo: da l l'usanza di mettere una moneta in bocca ai defunti. Per estensione, era chiamato Caronte lo schiavo incaricato di recuperare i cadaveri dei gladiatori nell'anfiteatro. Di solito indossava una maschera, a simboleggiare la sua presunta condizione di essere infernale.
Castore (in latino Castor): Insieme al fratello gemello Polluce, era uno dei Dioscuri greci assimilati dalla religione romana. Il loro tempio, denominato dei Cstori o di Castore e Polluce, era il luogo di culto degli equites, i cavalieri romani. Il nome di entrambi gli dei era spesso usato come interiezione.
Castra praetoria: L'accampamento fortificato della guardia pretoriana, costruito da Seiano - prefetto del pretorio sotto l'imperatore Tiberio - a nord di Roma.
Catafratto, catafratti (dal latino cataphractus): Cavalleria corazzata degli eserciti della Persia, della Partia e di altri regni d'Oriente. La peculiarit di queste unit erano le robuste corazze che proteggevano sia il cavallo sia il cavaliere, rendendoli praticamente invulnerabili. I Romani subirono numerose sconfitte da queste compagini, finch non introdussero, a loro volta, dei catafratti nella cavalleria. Ad apportare tale innovazione fu l'imperatore Traiano.
Cathedra: Sedia senza braccioli e dotata di uno schienale leggermente ricurvo. All'inizio era usata soltanto dalle donne, per la sua forma elegante, ma presto il suo utilizzo si estese anche agli uomini. In seguito fu usata dai giudici e dai maestri di retorica classica. Da qui l'espressione parlare ex cathedra.
Cave canem: Espressione latina che significa attenti al cane. Compare in molte iscrizioni rinvenute in diverse abitazioni delle citt romane.
Caveae: Gradoni dei grandi edifici pubblici di Roma, come teatri, anfiteatri o circhi.
Circo Flaminio: Uno dei grandi circhi, o piste da corsa, di Roma. Era pi piccolo del Circo Massimo e vi si disputavano i giochi della plebe.
Circo Massimo: Il circo pi grande del mondo antico. Dopo i restauri di Giulio Cesare, i suoi gradoni potevano ospitare pi di 150.000 spettatori. Era il luogo in cui si organizzavano spettacolari corse di carri. Era situato tra i colli Palatino e Aventino, dove da sempre si svolgevano corse e giochi. Dopo i lavori di ampliamento, la pista divenne lunga pi di 600 metri e larga pi di 200.
Claudia: Appellativo della legione VII, che a volte veniva chiamata legione VII Claudia Pia Fidelis. Il nome originario era Macedonica, ma acquis l'appellativo Claudia per la fedelt dimostrata all'imperatore Claudio durante le rivolte del 42 d.C.
Clivus Orbius: Viale a nord dell'anfiteatro Flavio che terminava nel quartiere della Suburra.
Clivus Victoriae: Viale parallelo al Vicus Tuscus, che dal Forum Boarium permetteva di raggiungere il Foro principale di Roma all'altezza del tempio di Vesta.
Cloaca Massima: La pi grande tra le gallerie dell'antico sistema fognario di Roma. Prendeva avvio dall'Argiletum, attraversava il Foro da nord a sud e la Via Sacra, poi percorreva il Vicus Tuscus fino a sfociare nel Tevere. Era tristemente nota per il cattivo odore che ne esalava, ragion per cui, in epoca repubblicana, si decise di interrarla. In epoca imperiale era gi sotto la superficie del suolo e costituiva l'asse centrale di una delle tre reti fognarie della citt.
Cloacula, cloaculae: Forma singolare e plurale del termine fogna. Nello specifico, faceva riferimento ai tunnel della complessa rete fognaria di Roma.
Codex, codices: Codice; libro creato con vari fogli di papiro o pergamena cuciti tra loro.
Cognomen: Terza parte del nome romano, che indicava la famiglia di appartenenza. Si ritiene che molti cognomina traessero origine da qualche caratteristica o aneddoto di uno dei membri, ma si ignora l'esatta provenienza del cognomen Traiano.
Cohortes urbanae: In epoca imperiale era il corpo militare derivato dalle legiones urbanae dell'epoca repubblicana. Si trattava di truppe incaricate della protezione di Roma ed entravano in azione in caso di assedio della citt.
Cohortes vigilum o vigiles: Era il corpo di sorveglianza notturna creato dall'imperatore Augusto, destinato soprattutto a domare i frequenti incendi che divampavano in numerosi quartieri di Roma.
Comissatio: Lungo periodo di tempo trascorso a tavola, di solito dopo un ricco banchetto. Poteva durare anche tutta la notte.
Comitium: Tullo Ostilio predispose un ampio spazio chiuso a nord del Foro dove il popolo si potesse riunire. A nord del Comitium, inoltre, fu costruita la Curia Hostilia, dove si sarebbero tenute le assemblee del Senato. In genere i senatori, prima di ogni seduta, si ritrovavano nel Comitium.
Commentarii de bello civili: Letteralmente Commenti sulla guerra civile, sono i libri scritti da Giulio Cesare in cui il dittatore racconta gli scontri militari avvenuti contro Pompeo e i suoi seguaci.
Commentarii de bello gallico: Letteralmente Commenti sulla guerra gallica, in cui Giulio Cesare descrive con grande minuzia la sua conquista della Gallia, della Gallia Belgica, dell'Elvezia e di parte della Germania.
Consilium: Stato maggiore del legatus o dell'imperatore durante le campagne militari oppure insieme di consiglieri imperiali, di solito liberti, che raccoglievano informazioni per conto del cesare allo scopo di coadiuvarlo nel governo di Roma.
Constitutio principis: Editto o legge promulgati dal principe (o dall'imperatore). Alcuni di questi provvedimenti straordinari dovevano essere ratificati dal Senato, come quello avanzato da Nerva, con il quale chiese la concessione del titolo di cesare a Traiano.
Contubernium: L'unit minima di una coorte romana, composta da otto legionari che condividevano la tenda e i pasti.
Corona aurea: Decorazione militare.
Corona muralis: Decorazione militare di cui venivano insigniti i legionari o gli ufficiali che conquistavano le mura di una citt prima degli altri soldati.
Corona navalis: Riconoscimento militare - a forma di corona sormontata da una nave - attribuito per il coraggio mostrato in un combattimento navale.
Corona vallaris: Ornamento militare; era una sorta di corona dorata le cui decorazioni rappresentavano una palizzata. Era concesso a chi riusciva ad attaccare per primo una fortezza nemica.
Cubiculum, cubicula: Forma singolare e plurale del sostantivo usato per indicare una piccola stanza adibita a dormitorio.
Culara: Prostituta della Roma antica che offriva, tra le sue prestazioni, la penetrazione anale.
Curator: Amministratore o responsabile di un'attivit della vita pubblica di Roma. Nel romanzo compare la figura del curator, ovvero l'incaricato della pulizia e della manutenzione della complessa rete fognaria della citt, anche se nell'antica Roma il termine curator poteva essere riferito ad altri incarichi, come per esempio alla persona che si occupava della gestione degli acquedotti.
Curia o Curia Iulia: L'edificio del Senato che sostitu quello pi antico - la Curia Hostilia - eretto nel Comitium per ordine di Tullo Ostilio, dal quale prese il nome. Nel 52 a.C. la Curia Hostilia fu distrutta da un incendio e al suo posto fu costruito un edificio ancora pi grande, intitolato alla famiglia pi potente dell'epoca. Nella Curia Iulia si svolsero le sedute del Senato per tutta la durata dell'Impero, finch non fu rasa al suolo da un nuovo incendio, durante il regno di Marco Aurelio Carino. Diocleziano la fece restaurare e ampliare. Il termine curia pu essere usato anche per riferirsi alla classe senatoria, cos come fa il padre di Traiano nel Libro II del romanzo.
Cursus honorum: Locuzione con cui si indica la trafila della carriera politica. Un cittadino romano poteva ascendere nella scala sociale ricoprendo differenti cariche politiche e militari, partendo dalla nomina a consigliere della citt fino all'incarico di questore, pretore, censore, proconsole, console o, in casi straordinari, dittatore. Questi ultimi erano eletti, anche se le turbolenze sociali che colpirono la Repubblica romana influirono sulla trasparenza delle elezioni. In epoca imperiale il cursus honorum dipendeva essenzialmente dai buoni rapporti intrattenuti con l'imperatore.
Cyrenaica: Legione III dell'Egitto che invi una vexillatio a Gerusalemme.
Damnatio memoriae: Maledizione della memoria di una persona. Quando un imperatore moriva, il Senato era solito deificarlo, ovvero trasformarlo in una divinit, tranne se si era rivelato un cesare tirannico, caso in cui il Senato si riservava il diritto di maledirne la memoria. Quando ci accadeva si distruggevano tutte le statue dell'imperatore in questione e se ne cancellava il nome da tutte le iscrizioni pubbliche. Si raschiava addirittura la sua effigie dalle monete affinch non rimanesse alcun segno dell'esistenza del tiranno. Durante il I secolo il Senato ordin una damnatio memoriae per l'imperatore Caligola, un'altra per Nerone e infine una per Domiziano, come raccontato nel romanzo.
Decumanus: Una delle due strade principali di una citt romana che andava da est a ovest. Il termine indicava anche la linea tracciata in aria da un augure per interpretare il volo degli uccelli.
Deiotariana: Legione XDodicesima dell'Egitto che invi una vexillatio a Gerusalemme.
Dimachaerus: Gladiatore il cui equipaggiamento constava di scarse protezioni e che, anzich usare la spada, combatteva con due bastoni.
Dominus et Deus: Signore e Dio. Fu la formula che l'imperatore Domiziano volle per s, considerandosi di origine divina. Tutti dovevano rivolgersi a lui utilizzando questa espressione, soprattutto negli ultimi anni del suo regno.
Domus: Tipica abitazione romana della classe pi abbiente; di solito era composta da un vestibolo che si apriva su un grande atrio, al centro del quale si trovava l'impluvium. Intorno all'atrio si distribuivano le stanze principali e in fondo era situato il tablinum, un piccolo studio o la biblioteca della casa. Nell'atrio c'era un piccolo altare per offrire i sacrifici agli dei lari e penati che vegliavano sul focolare domestico. Le case pi lussuose prevedevano un secondo atrio aggiuntivo sul retro, di solito con portici e giardini, chiamato peristilio.
Domus Aurea: Il grande palazzo che l'imperatore Nerone fece costruire nel centro di Roma su un terreno pubblico espropriato, a seguito dello spaventoso incendio che divamp nella citt durante il suo regno. Nerone accus i cristiani di averlo appiccato, ma, di fatto, ne approfitt per far edificare su gran parte della zona rasa al suolo una colossale residenza con oltre mille stanze, soffitti decorati e rifiniture in marmo e pietre preziose. Vespasiano vi abit per qualche tempo, in attesa che fosse portato a termine il nuovo palazzo imperiale, la Domus Flavia. Tuttavia, ordin che i giardini della Domus Aurea fossero restituiti al popolo, e nell'area dove sorgeva il palazzo di Nerone fece costruire il gigantesco anfiteatro Flavio.
Domus Flavia: La domus imperiale eretta nel cuore di Roma per volere della dinastia Flavia. Domiziano fu il principale promotore del progetto e il primo a stabilirvisi. In questo edificio si svolsero le vicende del 18 settembre del 96, narrate ne L'Ispanico. L'Aula Regia, i grandi peristili porticati, le stanze imperiali e l'ippodromo sono le sezioni pi notevoli del palazzo.
Donativum: Retribuzione straordinaria che gli imperatori elargivano ai pretoriani per celebrare la loro ascesa al potere. Galba si rifiut di pagarla, generando un forte malcontento tra i soldati della guardia pretoriana, che appoggiarono la rivolta di Otone. Questi, salito a sua volta al trono, non esit a corrispondere loro il donativum. Domiziano fu particolarmente generoso con i pretoriani allo scopo di assicurarsi la loro fedelt.
Dux: Generale. Nome che si usava per designare il ruolo anche in diversi giochi da tavolo di strategia.
Editor: Il maestro dei giochi. Nel caso dei munera, gli spettacoli gladiatori, era incaricato non solo di organizzarli, ma anche di decidere se i lottatori dovessero essere graziati. In epoca imperiale, tuttavia, si limitava a confermare la volont del cesare.
Eolo (in latino Aeolus): Il dio dei venti.
Equites: Cavalieri, classe sociale esistente dall'epoca monarchica. Durante la Repubblica acquisirono tanto potere da rivaleggiare perfino con i senatori. Durante l'Impero di Augusto furono riorganizzate le funzioni di senatori ed equites dando vita a un cursus honorum alternativo per questi ultimi, ai quali, tuttavia, fu permesso di indossare toghe bianche ornate da una striscia color porpora, fino ad allora riservate soltanto ai senatori.
Equites singulares (o singulares): Reparto speciale della cavalleria incaricato della difesa personale dell'imperatore o di un cesare.
Equites singulares augusti: Corpo speciale della cavalleria incaricato della protezione personale dell'imperatore.
Ercole (in latino Hercules): Equivalente del greco Eracle; figlio illegittimo di Zeus e della regina Alcmena, sedotta con l'inganno. Per assimilazione, nella mitologia romana Ercole era il figlio di Giove e Alcmena. Le sue molteplici fatiche comprendono il viaggio di andata e ritorno nel regno dei morti, che cost una severa punizione al dio Caronte. Il suo nome era spesso usato come interiezione.
Eumachia: A Pompei era cos denominato l'edificio in cui aveva sede la corporazione dei lavandai e dei tintori, come accennato nel romanzo. Oltre che a Eumachia - la sacerdotessa di Venere -, l'edificio fu dedicato anche alla Concordia, alla Piet Augusta e a Livia, la moglie dell'imperatore Augusto, cos come viene indicato in un'iscrizione all'entrata del complesso.
Exilium: Esilio, l'abbandonare o uscire dalla (propria) terra. Era una delle peggiori sentenze che si potessero emettere nei confronti del colpevole di un crimine. Non  chiaro se la condanna all'exilium implicasse anche la perdita della cittadinanza romana, ma senz'altro la pena and via via indurendosi, tanto che ai tempi dell'imperatore Tiberio quasi tutte le persone esiliate perdevano la cittadinanza. Secondo alcune fonti, tuttavia, esisteva anche l'exilium iustum, che concedeva al condannato di mantenere la cittadinanza romana. Con l'exilium le autorit potevano, come ulteriore aggravio della pena, confiscare i beni del confinato, ma, in generale, le propriet private passavano nelle mani dei famigliari pi prossimi. Domiziano fece frequente uso di questa sentenza con i suoi nemici senatori, anche se, molto spesso, l'esilio si rivelava soltanto il passo precedente a un avvelenamento o a un'esecuzione capitale.
Falerae: Una sorta di medaglia consegnata come onorificenza militare.
Falx, falces: Forma singolare e plurale del sostantivo indicante le lunghe spade ricurve usate dai Daci. Erano molto temute dai legionari romani che, con il passare del tempo, dovettero approntare protezioni pi robuste a braccia e gambe per proteggersi dalle loro temibili lame.
Fasti (dal latino fastus): Erano cos definiti i giorni propizi per gli atti pubblici o per celebrazioni di qualsiasi tipo.
Fellatrix: Prostituta che praticava sesso orale. Essendo una pratica abietta alle matrone romane, le fellatrices erano molto richieste.
Flamen divi Augusti: Sacerdote del culto dell'imperatore.
Flavia Felix: Appellativo della legione IV creata da Vespasiano a partire dalla legione IV Macedonica; il suo emblema era il leone. Prese parte alle guerre contro la Dacia sotto il comando dell'imperatore Traiano.
Forum Boarium: Area dell'antica Roma situata sulle sponde del Tevere, in fondo al Clivus Victoriae, dove si teneva il mercato del bestiame.
Forum Holitorium: Area di Roma adibita a mercato della frutta e della verdura.
Fretensis: Appellativo della legione X creata da Ottavio nel 41 o 40 a.C. Il nome deriva dalla battaglia navale sul Fretum Siculum, l'odierno stretto di Messina, in cui Augusto sconfisse Sesto Pompeo. Come si spiega nel romanzo, fu trasferita in Oriente, dove combatt durante la guerra di Giudea.
Frigidarium: Sala delle terme romane dotata di piscina con acqua fredda.
Fulminata: Lampo;  l'appellativo della legione fondata da Cesare nel 58 a.C. Come suggerisce il nome, il suo emblema era un fulmine. Nel 62 d.C. fu disonorata dopo la sconfitta in Armenia e vinta anche durante la guerra in Giudea, dove perse addirittura i suoi vessilli. Combatt valorosamente nella fase finale dell'assedio di Gerusalemme e, secondo numerose fonti, avrebbe continuato per anni a difendere i confini orientali e, nel II secolo sotto Marco Aurelio, quelli settentrionali.
Gaesum: Giavellotto; arma da lancio di origine celtica, completamente di ferro, adottata dalle milizie romane intorno al IV secolo a.C.
Galbiana: Legione VII che prende il nome dall'imperatore Galba. In seguito fu unita alla I Germanica, dando luogo alla VII Gemina, guidata per molti anni da Marco Ulpio Traiano.
Gallia Narbonense: Provincia romana che comprendeva tutto il Sud della Gallia.
Garum: Pesante, ma succulenta, salsa di pesce di origine ispanica che i Romani introdussero nella loro cucina.
Gemina: Gemella. Era il termine impiegato dai Romani per indicare una legione nata dalla fusione di due o pi legioni, come avvenne per la VII Hispana o Galbiana, che fu chiamata Gemina quando si un con la I Germanica. Lo stesso successe con la legione XIV(o DodicesimaII) dopo la fusione con i soldati di un'altra legione non identificata che sicuramente aveva preso parte alla battaglia di Alesia. Anche altre legioni, come la X o la DodicesimaI, ricevettero questo appellativo.
Gens: Il nomen di una famiglia o trib di un clan romano.
Germanicus: Appellativo che gli imperatori si attribuivano quando ottenevano una grande vittoria sulle trib germaniche. Anche l'imperatore Domiziano si attribu questo titolo per la sua presunta vittoria sui Catti.
Giove Ottimo Massimo (in latino Iuppiter Optimus Maximus): La divinit suprema, assimilata al dio greco Zeus. Il Flamen Dialis (flamine Diale) era il suo sacerdote pi importante. Giove divenne il protettore della citt di Roma e garante dell'imperium, per questo il triumphus era sempre in suo onore.
Gladiatrix: Controparte femminile del gladiatore nell'arena degli anfiteatri romani. Numerose fonti classiche confermano l'esistenza di queste lottatrici (Stazio, Giovenale, Marziale e Svetonio, tra gli altri). Nell'epoca del Tardo Impero romano fu persino promulgata una legge che proibiva la partecipazione di gladiatrici nei munera. Va precisato che il termine di per s non appare nelle fonti classiche, dove si parla di donne guerriere.
Gladio (dal latino gladius, plurale gladii): La spada a doppia lama di origine iberica, introdotta nelle legioni romane nel periodo della Seconda guerra punica.
Gorgo: Gorgone, il terribile mostro della mitologia greca, con fattezze femminili e serpenti al posto dei capelli, assimilato nelle credenze romane. Secondo la leggenda, lo sguardo della gorgone era in grado di pietrificare chiunque lo incrociasse, da qui la consuetudine - come si racconta nel romanzo - di inciderne l'immagine sugli schinieri dei gladiatori, allo scopo di intimorire l'avversario. Gorgones compaiono anche all'entrata di templi e altri edifici pubblici per impedire l'accesso ai nemici.
Gymnasium: Edificio in cui i giovani (soltanto maschi) apprendevano le discipline sportive, le scienze o le arti.
Hasta pura: Riconoscimento di cui era insignito un soldato per aver vinto una disputa o salvato un cittadino. Pare che fosse concessa anche al primus pilus che veniva congedato con onore.
Historia Naturalis o Naturalis Historia: Grandiosa enciclopedia scritta in trentasette volumi da Plinio il Vecchio, nella quale l'autore riassume le conoscenze dell'epoca romana su arte, storia, botanica, astronomia, geografia, zoologia, medicina, magia, mineralogia e tanto altro. Per redigere quest'opera, Plinio si document su pi di duemila codici diversi, impresa strabiliante se si considera che fu composta nel I secolo d.C.
Hoplomachus: Gladiatore che usava una lancia come arma principale, pur avendo in dotazione anche una spada. Per la sua difesa utilizzava uno scudo circolare di bronzo. Per compensare le dimensioni ridotte dello scudo, poteva proteggersi le gambe con gli schinieri.
Hora sexta: La sesta ora del giorno romano - suddiviso dall'alba al tramonto in dodici ore - che corrisponde a mezzogiorno. Era l'ora stabilita dai congiurati per assassinare l'imperatore Domiziano.
Hordeum: Zuppa d'orzo, alimento molto usato nella dieta dei gladiatori.
Horrea: Magazzini costruiti vicino ai moli del porto fluviale di Roma.
Horti Sallustiani: Residenza e complesso di giardini fatti costruire a nord di Roma dallo storico Sallustio con la fortuna accumulata durante la sua vita politica. Nerva li scelse come residenza imperiale per evitare la Domus Flavia, cos da non essere collegato con il tiranno Domiziano, suo predecessore.
Hypogeum: Complessa rete di gallerie scavate sotto l'arena dell'anfiteatro Flavio. Attraverso una serie di montacarichi sollevati mediante pulegge, i gladiatori o le fiere potevano emergere direttamente nell'arena suscitando lo stupore del pubblico.
Impedimenta: L'insieme di scorte e vettovaglie che i legionari trasportavano durante una marcia.
Imperator: In origine titolo conferito a un generale romano posto al comando di una, due o pi legioni. Normalmente un console era imperator di un esercito consolare di due legioni. In epoca imperiale, il termine pass a indicare la persona che deteneva il potere su tutte le legioni dell'Impero, cio il cesare, che esercitava il potere militare supremo.
Imperator Caesar Augustus: Titolo che il Senato conferiva al principe, ovvero all'imperatore, o cesare.
Imperium: In origine si trattava della manifestazione del potere divino di Giove in coloro che, in qualit di consoli, esercitavano il potere politico e militare della Repubblica. L'imperium comportava anche il comando di un esercito consolare composto da due legioni insieme alle relative truppe ausiliarie.
Imperium proconsularis: Potere su tutte le legioni di Roma.
Impluvium: Piccola piscina, o vasca, situata al centro dell'atrio della domus romana, in cui veniva raccolta l'acqua piovana destinata a usi domestici.
Insula, insulae: Forma singolare e plurale del termine che indicava un edificio a uso abitativo. In epoca imperiale le insulae raggiungevano anche i sei o sette piani di altezza. La loro costruzione spesso avveniva seguendo criteri approssimativi, e non di rado si verificavano crolli o incendi che provocavano ingenti danni.
Iside (in latino Isis): Dea egizia, consorte di Osiride e madre di Horus. Era considerata madre di tutti gli dei e propiziatrice della fecondit. Tra i suoi epiteti si annoverano grande maga, grande dea madre, regina di tutti gli dei, forza fecondatrice della natura, dea della maternit e della nascita, la grande signora, dea madre o signora del Cielo, della Terra e dell'Inframondo. Il suo culto si estese anche a Roma e, in epoca imperiale, furono costruiti nella capitale dell'Impero molti templi a lei dedicati. In uno di questi si rifugi il giovane Domiziano per scappare dai vitelliani che lo cercavano per ucciderlo.
Kalendae: Il primo giorno di ogni mese. Corrispondeva alla luna nuova.
Lanista (in latino lanista): Era il preparatore dei lottatori in una scuola gladiatoria.
Lari (dal latino lares): Gli dei che vegliavano sul focolare domestico.
Lectus medius: Uno dei tre triclinia su cui i Romani si sdraiavano per mangiare. Gli altri due erano il summus e l'imus. Il lectus medius e il summus erano riservati agli invitati, soprattutto il lectus medius, posizionato al centro della sala dove si consumavano i pasti e dunque destinato agli ospiti pi prestigiosi. Il lectus imus era usato dall'anfitrione e dai suoi famigliari. Ogni lectus o triclinium poteva accogliere fino a tre persone.
Legatus, legati: Legati, rappresentanti o ambasciatori, con diverso grado di autorit durante la lunga storia di Roma. Nel romanzo il termine fa riferimento all'uomo al comando di una legione, il legatus legionis. Quando veniva designato direttamente dall'imperatore e posto a capo di pi legioni, era frequente che venisse chiamato con l'appellativo di legatus augusti.
Legio: Legione. Il termine diede origine al toponimo Len, citt spagnola.
Lemures: Gli spiriti dei defunti, in genere maligni, adorati e temuti dai Romani.
Lena: Meretrice; in un postribolo era la proprietaria o la donna che lo dirigeva.
Lictor: Funzionario pubblico romano che, nell'esercito consolare, prestava servizio di scorta al capo supremo della legione, il console. Quest'ultimo aveva diritto a dodici lictores, un dittatore a ventiquattro. Durante la Repubblica, furono incaricati della protezione dei diversi magistrati della citt. In epoca imperiale, inoltre, era un lictor a rappresentare ciascuna curia ai comitia curiata, la pi antica assemblea popolare di Roma.
Limes: Il confine dell'Impero romano. Spesso ampi settori del limes erano molto ben fortificati, come nel caso della frontiera con la Germania o, in seguito, il vallo di Adriano nella Britannia.
Lorica: La corazza dei legionari romani fatta di maglie di anelli metallici o, in seguito, di squame o placchette di metallo. Quest'ultima, a partire dal Rinascimento,  chiamata dagli studiosi lorica segmentata.
Ludi: Giochi. Ne esistevano diversi tipi: circenses, quelli celebrati nel Circo Massimo, in cui prevalevano le corse di carri; ludi scaenici, che si svolgevano nei grandi teatri di Roma, in cui venivano rappresentate opere comiche o tragiche e spettacoli di mimi, molto popolari in epoca imperiale. Sono da annoverare anche le venationes, spettacoli di caccia, e infine i pi famosi, i ludi gladiatorii, ovvero le lotte tra gladiatori nell'anfiteatro.
Ludus latrunculorum: Gioco da tavolo di strategia al quale giocavano spesso i legionari di Roma.
Ludus Magnus: La pi grande scuola gladiatoria di Roma. Fu costruita accanto all'anfiteatro Flavio, al quale si pensa fosse collegata attraverso un lungo tunnel.
Lupanare (dal latino lupanar): Postribolo.
Macedonica: Appellativo della legione V, di stanza, appunto, in Macedonia. Fu creata da Augusto e combatt durante la campagna in Giudea, come si narra nel romanzo, e in seguito contro i Parti nell'epoca del co-imperatore Lucio Vero.
Macellum: Uno dei pi grandi mercati della Roma antica, situato a nord del Foro.
Magnis itineribus: Avanzata delle truppe legionarie a marce forzate.
Manica: Protezione di cuoio o metallo con cui i gladiatori si coprivano gli avambracci durante i combattimenti.
Marsia: Statua arcaica di un sileno situata nel centro del Foro; rappresentava un uomo nudo con indosso soltanto un berretto frigio (pileus), simbolo della libert. Era per questo che i liberti, dopo essere stati affrancati, erano soliti toccare il berretto frigio della statua.
Marte (in latino Mars): Dio della guerra e dei campi. A lui venivano consacrate le legioni nel mese di marzo, quando si preparavano per le campagne militari. Di solito gli si sacrificava un agnello.
Mausoleum Augusti: La grande tomba dell'imperatore Augusto, costruita nel 28 a.C. e dalla forma di grande pantheon circolare.
Medicus: Medico; professione molto apprezzata a Roma, tanto che Giulio Cesare concesse la cittadinanza romana a tutti coloro che la esercitavano.
Memento mori: Ricordati che devi morire era la frase che uno schiavo diceva all'orecchio di un console o proconsole durante il suo triumphus. In epoca imperiale, protagonisti delle parate trionfali - e destinatari del monito - erano gli imperatori ma, di fatto, era piuttosto improbabile che un cesare, per orgoglio, fosse disposto ad ascoltarlo.
Miglio (in latino mille passus): I Romani misuravano le distanze in miglia. Un miglio romano equivaleva a mille passi e ogni passo all'incirca a 1,4 o 1,5 metri; pertanto, un miglio corrispondeva approssimativamente a 1.400 o 1.500 metri. Sebbene esistano discordanze sul valore esatto di questa unit di misura, nel romanzo mi sono attenuto a questa indicazione.
Miles gloriosus: Una delle commedie pi famose di Tito Maccio Plauto. Come per tutte le opere di Plauto, la data della prima rappresentazione  incerta, anche se la maggior parte degli studiosi concorda sul 205 a.C. Il carattere fortemente critico del testo ha fatto s che in molti lo abbiano definito una delle prime opere antimilitariste della storia della letteratura. Eppure, era molto famosa tra i legionari, di certo per la sua comicit, evidente gi dal titolo, che letteralmente significa il soldato fanfarone.
Mirmillo, mirmillones: Forma singolare e plurale del sostantivo indicante un tipo di gladiatore, quello che indossava un grande elmo con una cresta simile alla pinna dorsale di un pesce, ispirata al mormyr, il mitico animale marino. L'unica arma che aveva in dotazione era una spada e per proteggersi usava un voluminoso scudo rettangolare concavo.
Missus: Graziato. Era definito cos il gladiatore cui veniva risparmiata la vita nonostante la sconfitta in combattimento.
Mitte: Espressione usata dal maestro dei giochi o dal pubblico per chiedere di risparmiare la vita a un gladiatore in caso di sconfitta.
Munera, munera gladiatoria: Giochi in cui combattevano decine di gladiatori, di solito a coppie.
Mura serviane: Fortificazione costruita dai Romani nel primo periodo della Repubblica per proteggersi dagli attacchi delle citt latine contro le quali spesso combattevano per ottenere l'egemonia del Lazio. Queste mura protessero la citt per secoli finch, decine di generazioni pi tardi, in epoca imperiale, furono costruite le grandi Mura aureliane. Alcuni resti delle Mura serviane sono ancora visibili nei pressi della stazione Termini di Roma.
Nefasti (dal latino nefastus): I giorni non propizi per atti pubblici o celebrazioni.
Nequaquam ita siet: Formula con cui si esprimeva voto contrario a una mozione nell'antico Senato di Roma. Significa letteralmente che in alcun modo sia cos.
Nettuno (dal latino Neptunus): In origine era il dio delle acque dolci. In seguito, per assimilazione con il dio greco Poseidone, diventer anche il dio del mare. Domiziano arriv a credere che Nettuno gli obbedisse quando le acque del Reno inghiottirono l'immenso esercito dei Catti.
Nomen: Detto anche nomen gentile o nomen gentilicium. Indica la gens (stirpe, trib) cui una persona apparteneva. Marco Ulpio Traiano faceva parte della gens Ulpia, quindi il suo nomen era Ulpio.
Ornatrix, ornatrices: Forma singolare e plurale del sostantivo latino indicante la schiava incaricata della cura della padrona, compresi il trucco e, soprattutto, l'elaborazione delle complesse acconciature esibite da alcune patrizie romane, in particolare dalle imperatrici.
Ostiarii: I portinai delle antiche insulae della Roma imperiale.
Palestra: Nelle terme, era uno spiazzo pianeggiante destinato alla pratica di esercizi fisici.
Paludamentum: Mantello chiuso da una fibbia, simile al sagum, ma pi lungo e di color porpora. Distingueva il generale a capo di un esercito romano.
Pater familias: Il capofamiglia, sia nelle cerimonie religiose sia in tutti gli ambiti giuridici.
Patres conscripti: Padri coscritti/inscritti (nella lista del Senato); formula con la quale, abitualmente, ci si riferiva ai senatori. Come specificato nel romanzo, questa denominazione deriva dall'antica espressione patres et conscripti, ovvero patrizi e [plebei] aggiunti.
Patria potestas: L'insieme di diritti e doveri che le leggi dell'antica Roma riconoscevano ai genitori rispetto alla vita e ai beni dei loro figli.
Peristilio (dal latino peristylium, calco dal greco): Ampio cortile porticato su cui si affacciavano le stanze della casa. Era consuetudine che i Romani approfittassero di questo spazio per creare eleganti giardini di fiori e piante esotiche. Nella Domus Flavia c'erano molti peristili porticati.
Pileatus, pileati: Forma singolare e plurale del termine indicante i nobili dacichi che giuravano lealt al loro re.
Pilum, pila: Forma singolare e plurale del termine con cui si indica l'arma degli hastati e dei principes. Era formata da un'asta di legno lunga un metro e mezzo, che culminava in una sbarra di ferro della stessa lunghezza. Ai tempi dello storico Polibio - e molto probabilmente anche nell'epoca in cui  ambientato il romanzo - il ferro veniva incastrato nel legno tramite spessi ganci. In seguito uno dei ganci sarebbe stato sostituito da un chiodo che si spezzava quando l'arma rimaneva conficcata nello scudo nemico, facendo s che il manico di legno si staccasse in parte dal ferro. L'avversario, di conseguenza, era obbligato a liberarsi dello scudo perch l'asta non gli fosse d'intralcio nei movimenti. All'epoca di Giulio Cesare, lo stesso effetto si otteneva mediante una punta di ferro, impossibile da estrarre dallo scudo. Il peso del pilum oscillava tra gli 0,7 e 1,2 chilogrammi e poteva essere scagliato a una distanza media di venticinque metri, anche se i legionari pi esperti riuscivano a lanciarlo fino a quaranta. Quando colpiva il bersaglio, il pilum si conficcava nel legno, e addirittura in una lastra di metallo, fino a tre centimetri di profondit.
Pollice verso: Secondo alcune fonti classiche era il gesto con cui l'imperatore o l'editor dei giochi ordinavano la morte di qualcuno. Di fatto non esistono testimonianze attendibili che dimostrino in quale direzione dovesse essere rivolto il pollice. Nel quadro del pittore francese Jean-Lon Grme, risalente al XIX secolo - che si intitola proprio Pollice verso -, il pubblico punta il pollice verso il basso. Ed  questa la versione pi utilizzata anche nelle trasposizioni cinematografiche hollywoodiane. Altri storici ritengono che per condannare a morte qualcuno, in realt, si usasse la mano tesa, come nell'atto di tagliare qualcosa. In assenza di resti archeologici che riproducano la scena,  impossibile dirimere la questione in maniera definitiva. Da alcuni vasi rinvenuti in Francia nel 1997 si  dedotto che il pugno chiuso indicasse la concessione della grazia per il lottatore sconfitto, ma non esistono raffigurazioni della condanna a morte.
Polluce (dal latino Pollux): Insieme al fratello gemello Castore  uno dei Dioscuri greci assimilati dalla religione romana. Il loro tempio (detto dei Cstori o di Castore e Polluce) fungeva da archivio all'ordine degli equites, i cavalieri romani. Il nome delle due divinit era spesso usato come interiezione.
Pontifex Maximus: La massima carica sacerdotale della religione romana. Risiedeva nella regia ed esercitava piena autorit sulle vestali, preparava il calendario (con i giorni fasti o nefasti) e redigeva gli annali di Roma. In epoca imperiale, era spesso l'imperatore in persona a ricoprire questa carica durante tutto il suo regno o parte di esso. Domiziano ne approfitter per giudicare e condannare a morte diverse vestali.
Porta Capena: Una delle porte delle Mura serviane, vicina alle pendici del colle Celio.
Porta decumana: L'ingresso di un accampamento romano alle spalle del praetorium del generale al comando.
Porta Latina: Porta a sud di Roma, all'interno delle Mura aureliane. Si tratta di una costruzione di molto posteriore all'epoca del romanzo, quando invece l si apriva un grande spiazzo nel quale, secondo la tradizione cattolica, ebbe luogo il martirio di san Giovanni.
Porta praetoria: L'ingresso di un accampamento romano di fronte al praetorium.
Porta principalis dextera: L'ingresso di un accampamento romano alla destra del praetorium.
Porta principalis sinistra: L'ingresso di un accampamento romano alla sinistra del praetorium.
Porticus Aemilia: Enorme edificio, costruito dalla Gens Aemilia tra il 193 a.C. e il 174 a.C., di quasi 500 metri per 90, sito nel porto fluviale di Roma. Vi si immagazzinavano i prodotti che arrivavano via mare, per poi distribuirli in tutta la citt attraverso il Tevere.
Porticus Metelli: Edificio costruito da Metello Macedonico nel 147 a.C., poi demolito per consentire la costruzione del Porticus Octaviae.
Porticus Octaviae: Una delle grandi biblioteche pubbliche dell'antica Roma, sita a Campo Marzio.
Praefectus urbi: Prefetto della citt di Roma; in epoca imperiale, esercitava il suo potere su tutte le questioni relative ai rifornimenti e alla sicurezza della citt entro un raggio di cento miglia dal centro di Roma, compreso il porto di Ostia.
Praenomen: Nome proprio di una persona. Nel caso di Marco Ulpio Traiano, il praenomen era Marco.
Prima vigilia: La prima delle quattro parti in cui era suddivisa la notte nell'antica Roma.
Primus pilus: Il primo centurione di una legione, di solito un veterano che godeva di grande fiducia presso i tribuni e il console, o proconsole, assegnati al comando della legione stessa.
Princeps Senatus: Il senatore pi anziano. La sua posizione gli garantiva numerosi privilegi, come quello di poter prendere la parola per primo in un'assemblea. In epoca imperiale, l'imperatore stesso poteva ricoprire tale carica indipendentemente dalla sua et.
Pronao (dal latino pronaus): Sezione frontale di un tempio classico che funge da atrio alla grande navata centrale.
Provocator, provocatores: Forma singolare e plurale del sostantivo usato per definire il gladiatore che combatteva armato di gladio e di un grande scudo. Gli era concesso proteggersi il torace con un pettorale - solitamente in bronzo - chiamato cardiophylax.
Pugio: Pugnale romano lungo circa 24 cm per una larghezza alla base di 6. Grazie a una nervatura centrale, che ne aumentava lo spessore, l'arma era molto resistente e in grado di trapassare una cotta di maglia.
Quadrireme (in latino quadriremis): Imbarcazione militare con quattro file di remi; era una variante della trireme.
Quaestor: Aveva il compito di amministrare i viveri e le vettovaglie delle truppe legionarie; controllava le spese e si occupava di altre questioni amministrative.
Quaestor imperatoris: Questore imperiale.
Quaestorium: All'interno di un accampamento romano, in epoca repubblicana o imperiale, la grande tenda o l'edificio in cui lavorava il quaestor. Di solito era vicino al praetorium, al centro del campo.
Quarta vigilia: Le ultime ore della notte, prima del sorgere del sole.
Quinquereme: Imbarcazione militare con cinque ordini sovrapposti di remi. Era una variante della trireme, che aveva soltanto tre file di rematori. Entrambi i termini sono utilizzati nella letteratura classica sia al maschile sia al femminile.
Quod bonum felixque sit populo Romano Quiritium referimos ad vos, patres conscripti: Vi riferiamo, o padri coscritti, quale sia il bene e la buona sorte per il popolo romano dei Quiriti. Era la formula con cui si era soliti dare avvio a una seduta del Senato.
Rapax: Nome della temibile legione XXI creata da Augusto. Lott contro Civile nel 70 a.C. e in seguito prese parte alla rivolta del legatus Saturnino. Trasferita da Domiziano sul Danubio, sub una disastrosa sconfitta per opera delle truppe sarmatiche.
Retiarius, retiarii: Forma singolare e plurale del sostantivo indicante il gladiatore che combatteva con un tridente - o fascina, lunga 1,60 metri - e un piccolo pugnale, o pugio. Aveva in dotazione anche una rete dal diametro di tre metri. Se il retiarius la perdeva senza prima aver immobilizzato l'avversario, molto probabilmente sarebbe uscito sconfitto dal combattimento.
Rudis: Bastone di legno consegnato a un gladiatore quando l'imperatore gli concedeva la libert.
Ruina montium: Tecnica mineraria consistente nella perforazione della montagna attraverso potenti getti d'acqua che, sgretolando la roccia, portavano in superficie il minerale o il metallo ricercato, in genere oro o argento. Era la tecnica usata nella famosa zona di Las Mdulas, vicino a Len, dove si trovava un'antica miniera d'oro.
Sagittarius, sagittarii: Forma singolare e plurale del termine indicante il gladiatore specializzato nel tiro con l'arco. Se a scontrarsi erano due sagittarii, questi si posizionavano a due estremit opposte e si scagliavano frecce l'uno contro l'altro fino a ferirsi a morte. Qualche freccia poteva perfino finire accidentalmente sugli spalti e colpire il pubblico.
Sagum: Mantello, usato dai soldati, chiuso di solito da una fibbia. Era leggermente pi lungo della tunica, e fatto di una lana pi spessa. Il generale al comando indossava un sagum pi lungo e di color porpora, che prendeva il nome di paludamentum.
Sannita (dal latino samnis): Gladiatore che lottava con una spada corta e pesante, protetto da un grande scudo e con indosso un elmo dotato di cresta e visiera.
Saturnalia: Feste in cui ci si abbandonava all'ebbrezza e al disordine. Erano celebrate dal 17 al 23 dicembre in onore di Saturno, il dio della semina.
Scheda, schedae: Forma singolare e plurale del termine con cui si indicavano le strisce di papiro utilizzate per scrivere. Pi schedae potevano essere unite a formare un rotolo.
Scoparii: Spazzini.
Scorpione (dal latino scorpio): Macchina da guerra progettata per i grandi assedi. Era usata come una catapulta.
Scortum: Meretrice o, pi in generale - essendo un insulto che poteva essere rivolto sia a un uomo sia a una donna -, persona che si prostituisce. L'imperatore Domiziano si rivolse cos al legatus Saturnino, provocazione che innesc una rivolta militare delle legioni.
Secunda vigilia: Seconda delle quattro parti in cui gli antichi Romani dividevano la notte.
Secutor, secutores: Forma singolare e plurale del termine indicante il gladiatore armato di spada e scudo rettangolare. La visiera del suo elmo non era a grate, ma aveva soltanto due piccole fessure che gli davano una visuale molto ristretta. Probabilmente indossava una protezione sulla gamba sinistra, mentre la destra era scoperta e il piede scalzo.
Sella: Il pi semplice tipo di sedia romana, simile a uno sgabello.
Sella castrensis: Piccola sedia a uso militare, senza schienale.
Sella curulis: Sedia priva di schienale, come la sella, ma impreziosita dai piedi di marmo curvi e incrociati, pieghevoli per facilitarne il trasporto, trattandosi dello sgabello che il console portava con s nei suoi spostamenti civili o militari.
Senatum consulere: Mozione presentata da un console al Senato, al quale richiedeva l'approvazione.
Sevir equitum Romanorum: Ufficiale della cavalleria romana.
Sica, sicae: Forma singolare e plurale del termine indicante la spada corta o pugnale, dalla lama ricurva, usata da diversi popoli nemici di Roma, come i Giudei di Gerusalemme o i Daci a nord del Danubio.
Signifer: Soldato incaricato di portare lo stendardo della legione.
Silva, silvae: Forma singolare e plurale del termine indicante il verso tipico della metrica latina che Stazio utilizz molto spesso, soprattutto nei suoi componimenti in lode dell'imperatore Domiziano.
Solium: Sobria e austera sedia di legno dotata di spalliera dritta.
Spatha: Gladio pi lungo degli altri, usato in genere da centurioni, tribuni e ufficiali di una legione romana.
Spoliarium: Stanza di un anfiteatro in cui venivano denudati e squartati i cadaveri degli uomini, delle donne o i corpi delle belve morti durante i giochi.
Stans missus: Graziato in piedi. Il gladiatore cui veniva risparmiata la vita perch rimasto in piedi durante tutto il combattimento. Equivaleva quasi a una vittoria.
Stilus: Piccola asticella appuntita a un'estremit usata per scrivere su tavolette di cera, incidendole, oppure su fogli di papiro, dopo averla intinta in inchiostro nero o colorato.
Stola (in latino stola): Tunica o mantello che faceva parte dell'abito delle matrone romane. Di solito era lunga, senza maniche e arrivava fino ai piedi. Era fissata sulle spalle con due piccole chiusure chiamate fibulae e al busto con due sottili cinture, una sotto il seno e una attorno alla vita.
Strigilis, strigiles: Forma singolare e plurale del termine indicante lo strumento metallico, a forma di arco, con cui i Romani si asciugavano - facendo scorrere via l'acqua in eccesso - dopo essere usciti dalle piscine delle terme, prima di usare un vero e proprio panno.
Subligaculum: Indumento intimo simile alle mutande, o pezzo di tela con cui venivano coperte le parti intime.
Tablinum: Stanza situata in fondo all'atrio, sul lato opposto all'ingresso principale della domus. Questa camera era riservata al pater familias e fungeva da studio privato del padrone di casa.
Tabulae lusoriae: Tavole di legno, con intarsi, o anche solo disegni di scacchieri utilizzati per numerosi giochi di strategia, a cui erano soliti giocare i soldati dell'Impero romano.
Tarraconense: Provincia nord-orientale della Hispania con capitale Tarraco; una legione era sempre di stanza nella remota Legio (Len) per proteggere le ricche miniere d'oro della zona.
Teatro Grande (Pompei): Si trovava accanto al Foro della citt. Costruito nella prima met del II secolo a.C., sfruttando il versante di una collina, com'era abitudine per i teatri greci, fu ampliato in epoca romana. Nel terremoto del 62 d.C. riport parecchi danni. Sulla scena c'erano tre grandi porte, com'era consuetudine, ed erano predisposti tre grandi livelli di gradoni per gli spettatori.
Tebaide: Probabilmente la pi grande opera di Stazio. Si tratta di un poema epico composto da dodici libri scritti in esametri, in cui gli dei intervengono nelle battaglie tra gli uomini. Il poeta si ispira all'Eneide di Virgilio.
Tempio dei Lari (Pompei): Tempio dedicato alle divinit della citt affinch la proteggessero dai disastri naturali, come il terremoto del 62 d.C.  evidente che i lari non riuscirono o non vollero fermare l'eruzione del Vesuvio.
Tempio di Apollo (Pompei): Magnifico tempio dedicato al culto del dio Apollo, venerato in tutta la Campania. Si ergeva su 48 colonne, proprio di fronte alla basilica di Pompei.
Tempio di Castore e Polluce: Uno dei templi pi antichi della citt di Roma, costruito intorno al 484 a.C. In diverse occasioni fu la sede del Senato.
Tempio di Giove (Pompei): Tempio eretto sul lato nord del Foro di Pompei. Si stava ancora procedendo al suo restauro, dopo il terremoto del 62 d.C., quando nel 79 d.C. erutt il Vesuvio.
Tempio di Giove Capitolino: Probabilmente il tempio pi importante di Roma, dedicato al sommo Giove, insieme alle dee Giunone e Minerva, la triade tradizionale del pantheon romano. Con diverse file di sei colonne corinzie di marmo e il soffitto d'oro, si stagliava imponente sul colle Capitolino. In questo tempio si concludevano le grandi parate trionfali.
Tempio di Iside: Dopo la conquista dell'Egitto da parte di Alessandro Magno, il culto di Iside si diffuse in tutto il mondo greco-romano. L'imperatore Augusto si adoper perch il popolo adorasse soltanto gli dei propriamente romani, ma con Caligola fu ristabilito il culto di Iside. Probabilmente  a quest'epoca che risale la costruzione del tempio di Iside in cui si rifugi il giovane Domiziano in fuga dai vitelliani. Vespasiano, Tito e Domiziano adoravano la dea e sembra che Traiano avesse fatto costruire altri templi a lei dedicati. Adriano fece della sua effigie una delle immagini ricorrenti nella sua villa di Tivoli.
Tempio di Iside (Pompei): Inserito nel quadriportico ed eretto su un grande podio dopo il terremoto del 62 d.C., fu completamente ricostruito quando sopraggiunse l'eruzione del Vesuvio, nel 79 d.C.
Tempio di Iuppitter Libertas: Tempio eretto sul colle Aventino, voluto da Sempronio Gracco, nel 238 a.C.
Tempio di Vespasiano (Pompei): Tempio eretto in onore dell'imperatore Vespasiano, con un grande altare di marmo sul quale era stata riprodotta la scena di un sacrificio.
Tepidarium: Sala delle terme romane con una piscina di acqua tiepida.
Terme Centrali (Pompei): All'epoca dell'eruzione del Vesuvio (79 d.C.) erano chiuse perch sottoposte a restauro dopo il terremoto del 62 d.C. Soltanto gli uomini potevano accedervi.
Terme del Foro (Pompei): Erano le terme del centro; non erano le pi grandi ma erano sempre molto affollate perch pi economiche.
Terme Stabiane (Pompei): Erano le terme pi antiche di Pompei; vi si recavano sia uomini che donne.
Terra sigillata: Ceramica cesellata di ottima qualit con cui erano fatte le stoviglie dei ricchi.
Tertia vigilia: La terza delle quattro parti in cui era divisa la notte nell'antica Roma.
Tessera: Tavoletta sulla quale si prendeva nota dei quattro turni di guardia notturna in un accampamento romano. Le sentinelle dovevano consegnare le tesserae alle pattuglie incaricate di supervisionare i posti di guardia. Se qualcuno non lo faceva, per essersi assentato, addormentato o per qualsiasi altro motivo, era condannato a morte. Le tesserae erano usate anche in circostanze molto diverse nella vita civile, per esempio come equivalente dei biglietti per assistere a uno spettacolo teatrale. I cittadini si recavano a teatro con la loro tessera, sulla quale era indicato il posto che avrebbero dovuto occupare.
Testaceus: Nome della discarica di Roma in cui venivano gettate, tra gli altri rifiuti, anche le anfore usate per trasportare olio o vino provenienti dalle province. In epoca imperiale i detriti accumulati erano cos tanti che la discarica si trasform in una vera e propria collina, che continu ad aumentare in altezza fino alla caduta dell'Impero.
Tonsor: Barbiere.
Torques: Collana o monile consegnato come onorificenza militare.
Trabea: Indumento tipico degli auguri; consisteva in una toga rifinita di rosso e porpora.
Traianus: Cognomen della famiglia ispanica di colui che sarebbe diventato l'imperatore Marco Ulpio Traiano.
Tribunicia potestas: Potere conferito ai tribuni.
Tribunus laticlavius: Tribuno che ricopriva la carica di secondo del legatus di una legione, con la facolt, se necessario, di sostituirlo acquisendo cos il grado di tribunus laticlavius pro legatus. Era frequente che la carica fosse ricoperta dal figlio di un senatore per fargli acquisire dimestichezza con la vita militare. Traiano inizi la sua carriera militare proprio come tribuno laticlavio, agli ordini di suo padre in Oriente.
Triclinium, triclinia: Forma singolare e plurale del sostantivo che indica i divani su cui mangiavano i Romani, soprattutto per la cena. In genere ne erano presenti tre, ma potevano esserne aggiunti altri, a seconda del numero dei commensali.
Triplex acies: Disposizione d'attacco tipica delle legioni romane. Le dieci coorti si distribuivano come su una scacchiera, in modo che alcune occupassero una posizione avanzata, altre si trovassero nel mezzo e le ultime, di solito formate dai legionari pi esperti, in riserva.
Trireme (in latino triremis): Galera di uso militare. Il nome fa riferimento ai tre ordini di remi che, disposti su ciascun fianco, facevano muovere la nave.
Triumphus: Imponente e maestosa parata che un generale vittorioso effettuava per le strade di Roma. Per meritare tale tributo, la vittoria per la quale si organizzava il riconoscimento doveva essere conseguita durante il mandato come console o proconsole di un esercito. In epoca imperiale, soltanto a un cesare poteva essere concesso l'onore di un triumphus.
Tubicines: I trombettieri delle legioni, incaricati di avvisare le truppe di qualsiasi ordine e spostamento.
Tunica intima: Tunica o camicia leggera che le Romane portavano sotto la stola.
Tunica recta: Tunica di lana bianca che la sposa indossava alle sue nozze.
Turma, turmae: Forma singolare e plurale del termine che designa un piccolo distaccamento di cavalleria composto da tre decurie, ovvero trenta cavalieri.
Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: Espressione usata durante il rito del matrimonio romano che significa Ovunque tu sia, Gaio, l sar io, Gaia, utilizzando i nomi romani prototipici di Gaio e Gaia, adottati per riferirsi a una persona qualsiasi.
Umbo, umbones: Forma singolare e plurale del sostantivo che indica l'elemento centrale, sporgente, dello scudo di un legionario o di un pretoriano, di solito di metallo, usato come ariete per scagliarsi contro un nemico o un ostacolo.
Uti tu rogas: Formula con cui si accettava il voto di una mozione nell'antico Senato romano. Letteralmente significa Come desideri.
Valetudinarium: Ospedale militare in un accampamento legionario.
Velabrum: Quartiere tra il Forum Boarium e il colle Capitolino. Prima della costruzione della Cloaca Massima era un'area paludosa.
Velarium: Tendone che si poteva stendere sull'anfiteatro Flavio per riparare il pubblico dal sole. Per le manovre di posizionamento si faceva ricorso ai marinai della flotta imperiale del Miseno.
Venationes: Spettacoli di caccia e inseguimenti di fiere organizzati negli anfiteatri o nei circhi dell'antica Roma.
Vestale (dal latino vestalis): Sacerdotessa consacrata al culto della dea Vesta. All'inizio erano soltanto quattro, ma in seguito il loro numero fu portato a sei e poi a sette. Erano scelte quando avevano tra i sei e i dieci anni e uno dei prerequisiti era che i genitori fossero ancora vivi. Il periodo di sacerdozio durava trent'anni, durante i quali dovevano rimanere vergini e custodire il fuoco sacro della citt: al termine del loro servizio, se lo desideravano, potevano contrarre matrimonio. Se venivano meno ai voti erano condannate a essere sepolte vive. Se, invece, li rispettavano godevano di grande prestigio sociale, al punto da poter graziare una persona condannata a morte. Risiedevano in una grande casa nobiliare vicino al tempio di Vesta. Tra i loro compiti c'era anche quello di preparare la mola salsa, un impasto fatto di farina di farro e sale usato in molti sacrifici. All'epoca di Domiziano furono giustiziate diverse vestali, tra cui la Virgo Vestalis Maxima, la pi anziana del collegio. In seguito all'esecuzione, due legioni subirono pesanti sconfitte: fu preso come un segno di dissenso da parte degli dei romani.
Vexillatio, vexillationes: Forma singolare e plurale del sostantivo che indica un distaccamento di soldati inviati in aiuto a un'altra truppa - in una zona dell'Impero diversa da quella in cui era di stanza e per mandato del cesare - nel corso di una campagna militare.
Via Appia: Strada romana che aveva origine dalla Porta Capena di Roma e si inoltrava nella penisola italica.
Via Lata: Strada che partiva da Roma e procedeva verso nord per poi confluire nella Via Flaminia.
Via Latina: Strada romana che aveva origine dalla Via Appia e si dirigeva verso l'interno del Lazio, in direzione sud-est.
Via Nomentana: Strada che partiva nel centro di Roma e procedeva verso nord fino alla Porta Collina.
Via principalis: La strada principale di un accampamento romano che passava davanti al praetorium.
Via Sacra: Strada che collegava il Foro di Roma alla Via Tuscolana.
Via Salaria: Partiva dalla Porta Salaria, nelle Mura serviane, in direzione del mar Adriatico.
Victrix Gemina: Appellativo della legione VI al comando di Giulio Cesare in Egitto e che poi combatt sotto Augusto nella battaglia di Anzio.
Vicus Iugarius: Viale che collegava il Forum Holitorium accanto alla Porta Carmentalis al Foro principale di Roma, costeggiando il lato orientale del colle Capitolino.
Vicus Patricius: Viale a nord di Roma che conduceva fino alle mura dei castra praetoria.
Vicus Sandalarius: Quartiere o strada della corporazione dei calzolai (che producevano sandali). Si trovava tra l'anfiteatro Flavio e la Suburra.
Vicus Tuscus: Viale che dal Forum Boarium raggiungeva il Foro principale della citt e che, per gran parte, si snodava parallelamente alla Cloaca Massima.
Vir eminentissimus: Formula di rispetto con cui un soldato di grado inferiore doveva rivolgersi al capo del pretorio.
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GLOSSARIO DEI TERMINI IN LINGUA DACICA.
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La lingua dacica, geto-dacica o addirittura tracia -  difficile stabilire una eventuale differenza tra le tre -  un idioma scomparso, e ancor pi dimenticato, delle lingue classiche ormai morte. Del latino o del greco antico, invece, pur essendo lingue ormai cadute completamente in disuso - con qualche piccola eccezione (lo stato del Vaticano, per esempio) - conosciamo a fondo la grammatica e il vocabolario perch per secoli sono state lingue tramite le quali  stata tramandata la cultura. Per fortuna di queste due lingue possediamo innumerevoli testi e abbiamo dubbi soltanto su termini arcaici. Nel caso della lingua dacica, la sua estinzione non  dovuta soltanto al fatto di non essere pi usata, ma anche alla totale assenza di documenti scritti. Pertanto, l'unico modo di individuare termini plausibilmente derivanti dal dacico  rintracciare parole del tutto dissimili dalle lingue attualmente parlate nella regione che un tempo costituiva la Dacia. I filologi sono riusciti a identificare un sostrato di circa quattrocento parole di possibile origine dacica nel rumeno, nell'ungherese, nell'albanese, nel bulgaro e nel serbocroato.
In un tentativo di ricreare la complessit della cultura dacica, ho utilizzato nel romanzo alcuni di questi termini, per lo pi attraverso le parole di Decebalo e di qualche nobile dacico. Nella narrazione i vocaboli sono tradotti, ma questo piccolo glossario si propone di fornire agli interessati qualche ulteriore spiegazione di carattere filologico.
Ademeni: Tentare o allettare qualcuno; in ungherese esiste ancora il termine adomny, ma con il significato di regalo o regalare.
Balaur:  il sostantivo rumeno per orbettino (anguis fragilis), una lucertola apode (senza zampe) comune in Europa e nell'Asia dell'est. Nelle leggende e nei racconti, il termine significa anche Monstru care ntruchipeaza raul, imaginat ca un arpe uria cu unul sau mai multe capete, adesea naripat1, un mostro che incarna il male, immaginato come un enorme serpente a una o pi teste, spesso anche alato, una sorta di drago. Anche in rumeno pu indicare il nome popolare della costellazione del drago. Oggi, in albanese esiste il termine boll (che indica un serpente) e in serbocroato il vocabolo blavor, con significati similari.
Boare: In rumeno Adiere placuta de vnt, piacevole brezza di vento; in albanese esiste il termine bre, che significa vento. Potrebbe esistere un'etimologia alternativa che fa derivare la parola dal latino boreas, vento del Nord.
Butuc: In rumeno Bucata dintr-un trunchi de copac taiat i curatat de crengi; butura, ovvero parte di un tronco tagliato e ripulito dai rami, ceppo, nel senso di parte del tronco che resta nel terreno dopo che l'albero  stato abbattuto. In turco esiste la parola buduk, che significa con le zampe o le gambe pi corte del normale e nell'antica lingua cumana - ormai scomparsa, parlata dai Cumani nomadi del Mar Nero, che si stabilirono in Romania e Ungheria - esisteva anche il termine butak, ramo.
Curma: In geto-dacico tirare o tendere una corda; in rumeno (Despre sfori, frnghii, legaturi) A strnge tare, a patrunde n carne; a strangula, (in relazione a corde o lacci) stringere forte, far penetrare nella carne, strangolare; in albanese  rimasto il termine kurmue con significato simile.
Ghiuj: Vecchio oppure uomo decrepito; in rumeno Batrn decrepit, ramolit, anziano decrepito, gracile; anche in albanese esiste un termine simile, gjysh, ma non ha alcuna accezione negativa perch significa nonno.
Scrum: Cenere. In rumeno: Materie neagra sau cenuie care ramne dupa arderea completa a unui corp, ovvero materia nera o cenere grigia che deriva dalla combustione completa di un corpo. Esistono termini simili anche in albanese, come shkrum o shkrumb, che, stranamente, hanno mantenuto lo stesso significato del termine dacico.
Ci sono altri termini impiegati per descrivere parte della cultura dacica, come il nome di alcune delle loro divinit - Bendis o Zalmoxis - o di diverse armi. Tuttavia, sia i nomi degli dei che quelli delle armi non sono necessariamente di origine dacica, ma potrebbero semplicemente esserci stati tramandati cos dagli storici greci o latini. Nel romanzo si citano Zalmoxis, il dio supremo dei Daci, e Bendis, la dea tracia della caccia che probabilmente era adorata anche dai Daci. In varie occasioni si menziona anche l'uso delle sicae, corte spade simili a pugnali, o delle falces, spade lunghe dalla lama ricurva. In entrambi i casi i termini sono di derivazione latina perch la descrizione di queste armi  giunta a noi attraverso testimonianze storiografiche latine.
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1. Questa e le altre definizioni in rumeno sono tratte dal dizionario on line http://dexonline.ro/.
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ELENCO DEGLI IMPERATORI DI ROMA NEL I SECOLO D.C.
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Nel primo secolo della nostra era l'Impero romano fu governato da due dinastie, la Giulio-Claudia e la Flavia, e tra una e l'altra ci fu una terribile guerra civile (l'anno dei quattro imperatori). Il secolo si sarebbe concluso con l'ascesa di una nuova dinastia di origine ispanica, la Ulpio-Elia. La seguente tabella riassume la successione di questi imperatori nella storia dell'antica Roma:

27 a.C. - 14 d.C. Augusto
14 d.C. - 37 d.C. Tiberio
37 d.C. - 41 d.C. Caligola
41 d.C. - 54 d.C. Claudio
54 d.C. - 68 d.C. Nerone
68 d.C. - 69 d.C. Galba
69 d.C. Otone
69 d.C. Vitellio
69 d.C. - 79 d.C. Vespasiano
79 d.C. - 81 d.C. Tito
81 d.C. - 96 d.C. Domiziano
96 d.C. - 98 d.C. Nerva
98 d.C. - 117 d.C. Traiano

Nei riquadri in grigio sono riportati gli imperatori che appaiono nel romanzo. Una precisazione: per quanto riguarda Nerone i fatti narrati iniziano nel 63 d.C. e che per Traiano si concludono nel 99 d.C.
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ELENCO DEI PREFETTI DEL PRETORIO.
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Da quando Augusto cre la guardia pretoriana si succedette una lunga serie di prefetti. Talvolta erano in due a ricoprire contemporaneamente la carica, trattandosi di un'istituzione collegiale, come il consolato o molte altre nell'antica Roma. Tuttavia, in altri periodi, c'era soltanto un capo del pretorio, come durante il regno di Vespasiano, che nomin suo figlio Tito. Solo nel caso dello stesso Tito l'imperatore assunse personalmente questa carica. La tabella presenta i diversi capi del pretorio del secolo I indicando le date in cui furono in carica e l'imperatore a cui dovevano lealt. Nelle caselle in grigio sono riportati i nomi dei capi del pretorio che compaiono nel romanzo.
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Data. Prefetto del pretorio. Imperatore.
2 a.C. - 4 d.C. circa. Quinto Ostorio Scapula. Augusto
2 a.C. - 10 d.C. circa. Publio Salvio Apro. Augusto
10 d.C. - 14 d.C. Publio Vario Ligure. Augusto
? Lucio Seio Strabone. Augusto e Tiberio.
14 d.C. - 31 d.C. Lucio Elio Seiano Tiberio
31 d.C. - 38 d.C. Quinto Nevio Sutorio Macrone Tiberio e Caligola
38 d.C. - 41 d.C. Marco Arrecino Clemente Caligola
41 d.C. - 44 d.C. circa Rufrio Pollione Claudio
41 d.C. - 43 d.C. Catonio Giusto Claudio
44 d.C. - 51 d.C. Rufrio Crispino Claudio
44 d.C. - 51 d.C. Lusio Geta Claudio
51 d.C. - 62 d.C. Sesto Afranio Burro Claudio e Nerone
62 d.C. - 65 d.C. Lucio Fenio Rufo Nerone
62 d.C. - 68 d.C. Gaio Ofonio Tigellino Nerone
65 d.C. - 68 d.C. Gaio Ninfidio Sabino Nerone
69 d.C. Cornelio Lacone Galba
69 d.C. Plozio Firmo Otone
69 d.C. Publilio Sabino Vitellio
69 d.C. Giulio Prisco Vitellio
69 d.C. Publio Alfeno Varo Vitellio
69 d.C. - 70 d.C. Arrio Varo Vespasiano
70 d.C. - 71 d.C. Marco Arrecino Clemente Vespasiano
71 d.C. - 79 d.C. Tito Flavio Vespasiano (ovvero Tito) Vespasiano
79 d.C. - 81 d.C. Tito non nomin nessuno e rimase a capo del pretorio Tito
81 d.C. - 87 d.C. Cornelio Fusco Domiziano
87 d.C.? - 94 d.C.? Casperio Eliano Domiziano
94 d.C. - 97 d.C.? Petronio Secondo Domiziano e Nerva
94 d.C. - 98 d.C.? Norbano Domiziano, Nerva e Traiano
96 d.C. - 98 d.C. Casperio Eliano Domiziano, Nerva e Traiano
98 d.C. - 100 d.C. Sesto Attio Suburano Emiliano Traiano
101 d.C. - 117 d.C. Tiberio Claudio Liviano Traiano
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I DIVERSI TIPI DI GLADIATORI.
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Esistevano diversi tipi di gladiatore a Roma. Ne L'Ispanico sono menzionate alcune categorie pi frequenti.
Il retiarius lottava con un tridente e una rete con la quale intrappolava i nemici. Era uno dei pochi a combattere senza elmo.
L'avversario che pi di frequente si batteva contro di lui era il secutor, il quale indossava un elmo arrotondato che la rete del retiarius non riusciva a intrappolare.
Il mirmillo era uno dei lottatori pi popolari: il suo elmo era decorato con la figura di un mitico animale marino, combatteva munito di gladio e si difendeva con uno scudo di grandi dimensioni simile a quello dei pretoriani. Portava manicae sulle braccia e una protezione di cuoio su una gamba.
L'hoplomachus usava una lancia e, se la perdeva nel corso del combattimento, ricorreva a una corta spada; poteva indossare protezioni su gambe e braccia e disponeva di un piccolo scudo.
Il tracio era munito di una grande spada ricurva e si proteggeva con uno scudo; anche lui poteva portare protezioni.
Il sannita combatteva con un pugio e, come il tracio, poteva indossare protezioni e ricorrere allo scudo.
L'andabata era costretto a portare un elmo senza visiera, perci combatteva alla cieca, di solito per scontare una pena. Da molti non era considerato un gladiatore, bens un condannato a morte cui era toccato un tragico destino: la maggior parte di loro, infatti, moriva dopo pochi minuti di combattimento.
Il provocator lottava con spada e scudo ed era l'unico a cui era permesso proteggersi interamente il torace.
Di solito gli scontri avvenivano soltanto tra lottatori della stessa categoria, motivo per cui, nel romanzo, Attilio aveva scelto di essere un provocator, per non essere costretto a battersi contro il suo amico Marzio, che invece era un mirmillo.
Il sagittarius era un esperto arciere in grado di abbattere i nemici con le sue frecce da pi di duecento metri di distanza.
Il dimachaerus lottava soltanto con due spade, senza scudo e quasi privo di protezioni.
Il venator era un combattente addestrato ad affrontare soltanto le belve feroci, perci non si trattava propriamente di un gladiatore, anche se i suoi scontri potevano essere molto spettacolari.
Infine, le donne gladiatrici non si specializzavano in alcuna categoria: a volte combattevano come mirmillo o come hoplomachus o, pi spesso, usando armi e protezioni dei diversi tipi di gladiatore.
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Ringraziamenti.
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Grazie a mia moglie e a mia figlia per essermi state accanto e avermi incoraggiato durante la creazione de L'Ispanico, nei momenti belli, come in quelli brutti.
Grazie ai miei genitori per avermi iniziato alla lettura, germoglio di qualsiasi passione letteraria.
Grazie a mio fratello Javier per la sua attenta lettura e per i commenti alle prime bozze di questo romanzo. E a tutta la mia famiglia e ai miei amici per essere stati al mio fianco e avermi sostenuto.
Grazie ad Ana d'Atri e Marcela Serras per avermi convinto e per il loro enorme coinvolgimento in questa avventura letteraria. E a Purificacin Plaza, perch ogni volta che mi ha suggerito qualche modifica aveva sempre ragione.
Ringrazio Alejandro Valio (docente di Diritto Romano dell'Universit di Valencia) e Jess Bermdez (docente di Latino dell'Universit Jaume I), Rubn Montas (docente di Greco dell'Universit Jaume I) e Raluca Danciu (filologa e interprete) per aver risposto con infinita pazienza alle mie domande e per i loro consigli sul diritto romano, sul greco antico, sul latino e sulla lingua geto-dacica. Di qualsiasi errore relativo a questi o altri aspetti  responsabile soltanto l'autore del romanzo. E ringrazio la Biblioteca dell'Universit Jaume I per gli inestimabili tesori e per il suo servizio di prestito interbibliotecario.
Grazie a Ramn Conesa e a Gloria Gutirrez dell'Agencia Literaria Carmen Balcells per i loro saggi e sempre misurati consigli.
Grazie a tutti i lettori della Spagna e dell'America Latina perch per merito dei loro messaggi di posta elettronica non mi sono sentito solo nei due anni di gestazione de L'Ispanico. La loro attesa di un mio nuovo romanzo mi ha dato l'energia di cui avevo bisogno nei lunghi pomeriggi di documentazione e nelle mattinate di indefessa scrittura.
E grazie a Marco Ulpio Traiano per essere sopravvissuto al peggiore dei tiranni, per aver cambiato il mondo e aver regalato, a un portavoce del passato come me, una storia ancora cos vivida nel presente.
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FINE.