Santiago Posteguillo

L'Ispanico. Parte 3.

Titolo originale: Los asesinos del emperador.
Traduzione di: Giuliana Calabrese - Studio Littera.
2013 - EDIZIONI PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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LIBRO Sesto.

I CONFINI DELL'IMPERO.

Anno 85 d.C., (anno 839 ab Urbe condita).

Vi furono nella Mesia, nella Dacia, nella Germania, nella Pannonia, tanti eserciti perduti per la temerit o per la vilt dei capitani, tanti uomini esperti di scienza militare sopraffatti e catturati con gran numero di coorti; ormai non si doveva pi temere per i confini dell'Impero o per la frontiera sul fiume, ma si trattava dei quartieri d'inverno delle legioni, nonch delle terre da noi possedute1.
TACITO in Agricola, 41, a proposito del regno di Domiziano

1. TACITO, La vita di Agricola. La Germania, a cura di Luciano Lenaz, BUR, Milano 2008, p. 169.

86.

IL PADRONE.

Roma, 85 d.C.

Mi dava da mangiare e da bere. Se le cicatrici mi bruciavano e volevo leccarmele, lui non me lo permetteva. Mi prendeva tra le zampe superiori, le pi forti che avessi mai visto, e mi accarezzava con delicatezza. Alla fine mi calmavo un po'. Mi dava dell'acqua e trascorreva i pomeriggi con me. Di mattina invece lottava con altri bipedi in uno spiazzo chiuso. Il mio padrone vinceva sempre. Lottavano con i ferri appuntiti, ma non si infilzavano mai. Per loro era come un gioco, e in quel gioco lui era sempre il migliore.
Con il tempo, le ferite si cicatrizzarono e iniziai a camminare e a correre di nuovo. Presto presi confidenza con tutti gli anfratti di quella tana. Era grande e piena di piccoli angoli; e poi c'era cibo a sufficienza, anche se a sfamare me badava il padrone, che stava sempre solo. Quando mangiava non gli si avvicinava mai nessuno. Io mi sentivo orgoglioso perch solo io potevo accucciarmi ai suoi piedi. Quando finiva si alzava e io lo seguivo. Andava dove tenevano le scorte di cibo e si metteva a ringhiare in un modo per me incomprensibile, ma otteneva carne fresca, cruda e saporita. Allora si voltava e me la metteva per terra, davanti al muso. Io mi leccavo i baffi, ma dovevo aspettare il suo segnale. Lo guardavo fisso e me ne stavo accucciato, anche se avevo tanta fame. Poi lui sollevava la zampa superiore destra e allora io potevo prendere la carne. Dopodich, il padrone si sedeva su una pietra sotto il sole del pomeriggio. Io mi sdraiavo accanto a lui con il mio pezzo di carne e me lo mangiavo tranquillo. Le mie zampe crebbero e divennero robuste; mi caddero le zanne e me ne spuntarono altre pi aguzze. Talvolta, quelle piccole che cadevano le ingoiavo senza accorgermene, ma non mi successe mai niente.
In quella tana c'erano altri cani, ma io ero cos massiccio e i miei ringhi talmente potenti che tutti si tenevano alla larga. C'era anche una vecchia cagna, ma mi impediva di avvicinarmi. Ringhiava svelando le zanne. Io ero pi forte, ma non volevo lottare contro di lei. Poi ne arrivarono altre. Siccome io ero il pi possente di tutti, quando volevo mi accoppiavo con l'una o con l'altra.
Io cercavo di stare con il mio padrone il pi possibile. Quelli che camminavano su due zampe si riunivano in gruppo e, quando non lottavano, talvolta ridevano. Sembravano sereni. Il mio padrone se ne stava sempre da solo in disparte. L'unico che gli si avvicinava era il pi vecchio dei bipedi: quello magro con i peli grigi sulla testa. Doveva essere il capo di tutti, il padrone del mio padrone. Era il solo a cui desse retta.
Un pomeriggio il mio padrone, dopo aver mangiato, non si sedette con me, ma si vest di ferro e, insieme agli altri lottatori, s'incammin lungo il corridoio. Io li seguii: stavano tornando all'edificio della morte e delle bestie scure. Cercai di rimanere accanto al padrone perch sapevo che con lui non mi sarebbe successo nulla. Giungemmo in una stanza dove lui si inginocchi davanti a una piccola statua; l c'era solo odore di pietra. Poi uscimmo e imboccammo il corridoio in cui il padrone mi aveva trovato molto tempo prima. Il cunicolo era in salita e terminava in quell'immenso spiazzo da cui provenivano le grida di migliaia di bipedi che volevano veder lottare il padrone e i suoi compagni. Quando arrivammo alla fine del corridoio, il padrone mi guard e si ferm per un attimo. Io volevo seguirlo, ma lui sollev le zampe superiori, come faceva quando non voleva che mi allontanassi. Mi accucciai e il mio padrone sembr soddisfatto. Si volt e usc nello spiazzo. Migliaia di due zampe lo accolsero con urla assordanti. Tutti ammiravano il padrone, ma soltanto a me era concesso di mangiare con lui. Lo avrei aspettato fino al suo ritorno. Perch lui tornava sempre. Molti di quelli che entravano in quel terribile spiazzo non tornavano pi, ma lui lo faceva sempre. Sempre.

87.

UN MATRIMONIO DI PROVINCIA.

Nemausus, Gallia Narbonense, 85 d.C.

Marco Ulpio Traiano accolse suo figlio abbracciandolo sulla porta della citt di Nemausus1. Il legatus del Reno non aveva nemmeno fatto in tempo a smontare da cavallo e ad affidare le redini a Longino che il padre lo stava gi stringendo forte. Dal trasporto di quel gesto sembrava che il tempo non fosse mai passato, ma quando si separarono Traiano figlio not le rughe solcare il volto del genitore. Il suo corpo era ancora vigoroso, ma era invecchiato.
Vieni, figliolo, vieni disse il padre prendendolo per un braccio e conducendolo verso il centro della citt. Longino, Manio e altri due ufficiali li seguivano a cavallo. Non ti spiace fare due passi, vero?
No, anzi, mi far bene. Sono in sella da Mogontiacum.
Hai fatto un lungo viaggio, ma vedrai che il soggiorno a Nemausus ti rinfrancher. Potrai riposare. Camminare mi mantiene in forma, figliolo. E questa  una bella citt, fondata dai legionari veterani del divino Giulio Cesare. Staremo bene qui per qualche giorno.
Proseguirono in silenzio per alcuni istanti. Traiano figlio osservava gli edifici: il tempio della giustizia, la Curia, il gymnasium, ma soprattutto le imponenti mura con le alte torri che proteggevano buona parte di quella grande citt del Sud della Gallia.
Sono contento che tu abbia acconsentito a questo matrimonio, ragazzo disse infine suo padre.
Il figlio annu. Appena due mesi prima aveva ricevuto due lettere, con un giorno di distanza l'una dall'altra. Nella prima l'imperatore lo sollevava dall'incarico di governatore della Germania Superiore e lo inviava come legatus a Legio2, nel Nord-est della Hispania. Nella seconda il padre gli proponeva le nozze con una fanciulla appartenente all'aristocrazia della Gallia Narbonense. Nessuna delle due notizie lo colse impreparato. Erano avvenimenti prevedibili. L'imperatore non permetteva a nessuno di rimanere troppo a lungo nello stesso posto, sia in veste di governatore sia come legatus, tanto meno se ricopriva entrambe le cariche. Lui era rimasto per quasi tre anni a Mogontiacum a proteggere il confine sul Reno. A Domiziano era parso un tempo anche troppo lungo. Forse il suo silenzio lo aveva insospettito. A ogni modo, non gli era dispiaciuto abbandonare la dura guerra sulla frontiera. Era stanco di combattere senza un esercito abbastanza forte da poter sconfiggere il nemico. E quella lotta continua e logorante lo dilaniava, anche se nessuno sapeva come si sentisse davvero. Forse Longino se n'era accorto, ma evitava di parlargliene, e lui gliene era grato. L'unica cosa strana era che a sostituirlo fosse stato chiamato Saturnino, un uomo con poca esperienza di campagne sui confini. Tuttavia non spettava certo a lui scegliere chi dovesse governare la Germania Superiore e tenere sotto controllo i Catti. Anche la storia del matrimonio era prevedibile: a trentun anni era ancora celibe. A lui non pesava, visto il suo completo disinteresse nei confronti delle donne, ma sapeva che suo padre era di ben altro avviso. La fanciulla prescelta era una ventunenne di Nemausus.
Padre, disse Traiano fermandosi in mezzo alla strada sei convinto di queste nozze? gli chiese a bassa voce.
Il padre lo afferr di nuovo per il braccio e riprese a camminare.
Assolutamente, figliolo. Ma siccome il giovane era titubante, volle aggiungere una spiegazione, sempre bisbigliando: Per noi  un buon matrimonio, ragazzo mio. Ascoltami bene, e sorridi, per favore, voglio che ti vedano felice. La famiglia di Plotina, la tua futura moglie,  molto conosciuta qui, e stimata da tutti. Ormai  di pubblico dominio che tu sia il suo promesso sposo, perci devi mostrarti contento.
Traiano figlio dischiuse le labbra in un sorriso forzato, che per bast a tranquillizzare le persone che lo osservavano. Nel frattempo, il padre continuava a parlare, con fare furtivo: Devo dirti tante cose e non abbiamo tempo, dobbiamo dedicarci ai preparativi del matrimonio. Ho preferito che tua madre e tua sorella rimanessero a Italica, perci tocca a noi pensare a tutto... Ma sto divagando. Stammi a sentire: l'imperatore ti solleva dall'incarico nella Germania, ma non ti invia in Siria o in Egitto, come spetterebbe a uno del tuo rango e appartenente a una famiglia come la nostra, sempre leale alla dinastia Flavia, soprattutto dopo gli anni sul Reno. Domiziano, invece, ti manda a Legio... Per tutti gli dei, alle miniere di Legio nella Hispania! S, scusa, lo so, lo so e sollev la mano per far tacere il figlio, che voleva ripetergli quanto gli aveva scritto nell'ultima lettera. L'imperatore dice di aver bisogno di tutto l'oro della regione e, siccome sei ispanico, a Legio saprai conquistarti la fiducia dei cittadini. In realt, per, ti sta degradando,  cos che appare agli occhi di tutti. Nella Germania Superiore eri al comando di numerose legioni, come sarebbe stato in Oriente, mentre a Legio avresti una sola legione ai tuoi ordini. Cos non sarai pi una preoccupazione per lui.  un esilio camuffato.
Ascolta, figliolo: so che hai combattuto con valore sul Reno, e tutti i tuoi ufficiali ne sono altrettanto consapevoli. Credi per caso che non scrivano ai loro famigliari e che questi non parlino con i loro amici? Come pensi si sia sentito l'imperatore nell'apprendere che tutti ti chiamano il Guardiano del Reno e che combatti senza tregua contro i Catti da tre anni senza chiedere rinforzi? Domiziano non possiede solo i suoi occhi e le sue orecchie, ma anche gli occhi e le orecchie di un folto gruppo di delatori; s, figliolo, spie. Caro Mezio  uno dei pi spietati, e poi c' Messalino, il peggiore di tutti. Quest'ultimo  cieco,  vero, ma ha l'udito pi fine di tutta Roma. Sente qualsiasi cosa e poi riferisce all'imperatore per affondare i suoi nemici. Ascoltami bene: presto saranno ordite trame contro alcuni senatori. Domiziano ha promulgato una nuova legge di lesa maest che prevede la condanna a morte dei sospettati e la confisca dei loro beni. Molti sono convinti che sia un espediente per rimpinguare le casse di Roma e portare a termine i lavori della Domus Flavia; ma quel denaro  impiegato anche per finanziare le lotte di gladiatori nell'anfiteatro e i ricchi banchetti dell'imperatore. In questo clima di sfiducia generale nei confronti di chi detiene il potere, sono in tanti a considerarti un eroe, anche se nessuno lo dice per paura dei delatori, proprio quelli che hanno riferito a Domiziano quanto tu sia apprezzato dai militari. Questo imperatore non desidera circondarsi di eroi; non gli piacciono n quelli che ottengono grandi vittorie, come Agricola, n chi agisce in sordina, come te.  per questo che ti sostituisce con Saturnino, che non brilla per alcuna dote.
Il punto  che Domiziano non vuole che le persone capaci abbiano pi di una legione ai propri ordini. E poi, Saturnino  caduto in disgrazia a causa dei suoi bagordi notturni a palazzo. Il suo trasferimento sul confine del Reno  una punizione. Non chiedermi dettagli, non li conosco, e comunque non  di questo che dobbiamo occuparci. Grazie alla nostra lealt, e alla tua prudenza, l'imperatore si limita a mandarti a Legio.
Traiano padre tacque per un istante; aveva parlato a bassa voce ma molto animatamente e aveva bisogno di riprendere fiato.
 per questo che ti devi sposare. Dobbiamo dimostrare all'imperatore che tu vai avanti con la tua vita, come se niente fosse successo. Quindi prenderai moglie, come conviene a un uomo della tua et. Avresti dovuto farlo prima, ma va bene anche adesso; l'importante  che ti sposi con una donna di una provincia. Non con una patrizia nata a Roma o in Italia. Per far capire all'imperatore che non siamo interessati a imparentarci con i nobili della capitale. Questo alimenterebbe soltanto i suoi sospetti. La famiglia di Plotina  una buona alleata per noi; in fin dei conti siamo tutti provinciali: questa unione ci rafforza, ma senza costituire una minaccia per l'imperatore.
Domiziano ha inviato Agricola in Africa dopo la sua conquista della Britannia. Ha voluto degradare anche lui aggiunse Traiano figlio.
Il padre non rispose. Il giovane si ferm. Traiano padre rimaneva ancora in silenzio. Si guard intorno. Si accert che non ci fosse nessuno nelle vicinanze e, alla fine, mormor: Agricola  morto.
Il figlio rimase di sasso. L'ultima notizia che gli era pervenuta era la nomina di Agricola a legatus in Africa. Nient'altro. Il padre ricominci a bisbigliare: Sorridi, ragazzo mio, e continua a camminare.
Ripresero la passeggiata. Traiano figlio fece uno sforzo immane e rilass i tratti del volto. Abbozz un timido sorriso. Com' successo? domand.
Non lo sappiamo, figliolo. All'improvviso, una sera dopo cena, Agricola si  sentito male e il giorno dopo era morto. Meglio cambiare argomento, ma ora capisci quanto sia importante che ti sposi con una donna di provincia, che tu obbedisca agli ordini imperiali e che per un po' ti limiti a vivere a Legio, senza dare nell'occhio. L'imperatore ha parecchi nemici. Ci saranno rivolte, soprattutto se scoppier la guerra contro i Daci. Sai bene che la situazione sul Danubio  molto complicata e se Domiziano capir di non essere in grado di risolvere i problemi su quel confine... Ma lasciamo perdere. Quando arriver il momento sarai al fianco dell'imperatore, come ho fatto io con suo padre Vespasiano, e questo rinsalder la sua fiducia in te. Fino ad allora, a Roma dovr giungere soltanto una cosa dalla Hispania. Guard il figlio con aria solenne. Una sola cosa, ragazzo mio: il silenzio.
I due continuavano a camminare verso il centro di Nemausus. Quel pomeriggio c'era un matrimonio da organizzare. Traiano figlio, per, aveva ancora una domanda. Come tutti i legati, sapeva bene che i Daci attaccavano il confine del Danubio, proprio come i Catti facevano sul Reno. Era una guerra che si trascinava da tempo e presto Domiziano avrebbe dovuto prendere una decisione, ma adesso che Agricola era morto...
Chi sta pensando di inviare l'imperatore sul Danubio?
Il padre mantenne il sorriso, affabile e cordiale, continuando a salutare i passanti.
Cornelio Fusco, il capo del pretorio rispose, e lo tir per il braccio per non farlo fermare. Traiano figlio smise di sorridere. Fusco non aveva alcuna esperienza militare. Il padre ricominci a parlare. Dobbiamo pensare al matrimonio!  questo l'importante adesso. E poi la Hispania! Lascia che l'Impero segua il suo destino. Di questi tempi l'essenziale  sopravvivere.
Due giorni dopo, Traiano figlio si vestiva con indolenza. I confini dell'Impero, le guerre, tutte quelle preoccupazioni sembravano essersi un po' dissipate nella sua mente. Era solo con la moglie. Gli schiavi rispettavano il loro primo risveglio da sposi. Lei si alz e si avvicin al marito. Plotina lo aveva conosciuto il giorno prima e gli aveva appena donato la sua verginit. Per lei non era stato piacevole, ma aveva l'impressione piuttosto inquietante che non lo fosse stato nemmeno per lui. Sapeva di non essere bella. La sua famiglia era molto rispettata nella Gallia Narbonense e lei era arrivata casta al matrimonio: questo era tutto ci che poteva offrire a quel legatus, un uomo prode e valoroso, a detta di tutti. Era orgogliosa. Lui comunque traeva profitto da quel matrimonio: si era imparentato con una nobile famiglia della Gallia e aveva giaciuto con una romana vergine, inesperta, certo, ma vergine. Si avvicin con riguardo al marito. Lui le permise di aiutarlo con la toga.
Va tutto bene disse lui, sorprendendola mentre era assorta nei suoi pensieri. Va tutto bene ripet.
Lei, sistemando l'ultima piega della veste, annu senza dire nulla.
Al silenzio di sua moglie, Traiano sent la necessit di replicare: Non sono un uomo passionale.
Plotina fece qualche passo indietro e si sedette sul letto. Incroci le braccia stringendosi la tunica intima che le copriva il corpo. E io non sono una bella donna ribatt.
Traiano la guard per un attimo e fu tentato di avvicinarsi e abbracciarla con dolcezza, ma si trattenne. Non voleva sembrare troppo debole agli occhi di sua moglie. Sospir. Plotina... si decise alla fine il legatus ispanico. Domani partiamo per Legio. Sar un lungo viaggio e la citt  piccola e fredda, ma far il possibile perch tu sia sempre servita al meglio.
Lei annu di nuovo senza dire nulla. Traiano and a sedersi accanto a lei. Non la abbracci, ma parl con tenerezza cercando di imitare il tono che la madre usava con lui quando era piccolo.
Plotina, non voglio ingannarti: non credo che tu e io arriveremo mai ad amarci, non nel modo in cui si amano marito e moglie. Il nostro matrimonio ha un altro scopo e tu lo sai:  un accordo tra le nostre famiglie. Ma anche se non ci amiamo, possiamo provare a rispettarci.
Lei teneva il capo chino.
S, possiamo farlo disse la fanciulla. Va bene.
Traiano si alz e, senza voltarsi, usc dalla stanza. Plotina rimase sola. Molto lentamente si lasci cadere sul letto. Aveva gli occhi spalancati. Il matrimonio non era affatto come lo aveva sognato. Nei suoi pensieri si era sempre figurata una notte di passione seguita da infiniti giorni di felicit dopo aver pronunciato le parole che avrebbero sancito il legame con il suo sposo: Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia. Ma non c'era niente di tutto ci. Il suo mondo cambiava per sempre e lei avrebbe intrapreso un viaggio non solo verso Legio, bens verso l'ignoto. Non aveva idea di cosa il futuro avesse in serbo per lei. Il marito che la dea Fortuna, e i suoi genitori, avevano scelto per lei non le dispiaceva: sembrava un uomo sincero e il rispetto reciproco era senza dubbio un buon presupposto per un matrimonio duraturo e pacifico. Non era questo a preoccuparla. Lei per voleva di pi e in cuor suo sapeva che prima o poi avrebbe sentito la mancanza di un uomo che l'amasse con autentica passione. E questo avrebbe cambiato tutto. Anche se lei non poteva nemmeno immaginarlo, avrebbe modificato addirittura il corso della storia.

1. Il nome latino dell'attuale citt francese di Nmes.
2. Il nome latino dell'attuale citt spagnola di Len.

88.

LA TRAVERSATA DEL DANUBIO.

Porte di Ferro, confine settentrionale della Mesia, 85 d.C.

L'esercito romano si arrest vicino al grande fiume. Cornelio Fusco, il capo del pretorio, era al comando di sei legioni, circa cinquantamila uomini tra legionari e truppe ausiliarie, oltre a cinque coorti di pretoriani. Il Danubio, gonfio, ampio ed eterno, costituiva la frontiera dell'Impero a nord delle province della Mesia e della Pannonia. Attraversarlo era impossibile.
I legionari avevano paura, tranne forse i soldati della legione V Alaudae, disposta da Giulio Cesare in persona per condurre la sua epica conquista della Gallia. Erano veterani: avevano combattuto e vinto numerose battaglie, fino a far trionfare Giulio Cesare contro Pompeo in Africa nella celebre battaglia di Tapso, in cui le milizie di Pompeo, come Annibale in passato, avevano attaccato le legioni di Giulio Cesare in groppa agli elefanti. La legione V aveva resistito valorosamente al brutale assalto e ne era uscita vincitrice, proprio come le legioni V e VI di Scipione contro Annibale. Per questo Giulio Cesare ne aveva cambiato il vessillo: da quel giorno, in ricordo dell'incredibile successo di Tapso, la legione V esibiva orgogliosa sulle proprie insegne un grosso elefante. A parte quei legionari, per, il resto dei soldati dell'esercito romano che stava per addentrarsi in Dacia era timoroso. Erano trascorsi quasi settant'anni dalla disfatta di Teutoburgo, nella Germania, quando il cheruscio Arminio aveva massacrato tre intere legioni inviate da Augusto sotto il comando di Varo. Quella sconfitta era scolpita nella mente di tutti i legionari, che ne avevano tratto una lezione impossibile da dimenticare: i Romani non dovevano attraversare n il Reno n il Danubio. Anche se il divino Augusto, in seguito, aveva inviato cinquantamila uomini guidati dal nipote Giulio Cesare Germanico e questi aveva annientato Arminio e recuperato gli stendardi delle legioni da lui precedentemente sbaragliate. L'Impero, per, non riusc mai a insediarsi oltre i due grandi fiumi del Nord. Nell'animo di gran parte dei legionari, combattere oltre il Reno o il Danubio equivaleva a un'impresa suicida.
Malgrado il terribile antecedente, Cornelio Fusco, capo della guardia pretoriana dell'imperatore Domiziano, si mostrava sicuro di s mentre impartiva gli ordini alla flotta per la traversata del fiume. C'era un dettaglio che in molti sembravano non tenere nella giusta considerazione, ma nel quale lui si crogiolava, accarezzandone il pensiero come se si trattasse della mano di una splendida donna: le sei legioni imperiali potevano contare anche sull'ausilio di cinque coorti della guardia pretoriana - duemilacinquecento dei migliori uomini di Roma -, un corpo dimostratosi imbattibile, anche oltre le frontiere dell'Impero. I pretoriani erano usciti vittoriosi da qualsiasi campagna militare e questo conferiva loro un prestigio indiscutibile. Avevano sconfitto i Salassi sulle Alpi e i Cantabri nella Hispania. Inoltre, sotto l'imperatore Augusto, avevano conquistato la Rezia, il Norico e la Pannonia. Avevano trionfato di nuovo sotto il comando di Germanico che, quando aveva attraversato il Reno per recuperare i vessilli perduti a Teutoburgo, si era avvalso dell'appoggio di un buon contingente di pretoriani. In seguito, la guardia pretoriana aveva scortato con successo Caligola nelle sue campagne nella Germania e il divino Claudio nella conquista della Britannia. Nerone non l'aveva impiegata nelle campagne militari, ma d'altro canto non aveva condotto alcuna azione militare degna di nota. Insomma, i pretoriani non erano mai stati sconfitti dai barbari. Per questo motivo Fusco, traboccante di orgoglio e di fiducia, osservava gli uomini della legione V Alaudae che si imbarcavano, inconfondibili con i loro elmi alati che davano il nome alla legione. Sarebbero stati i primi a passare il fiume e ad allestire un accampamento sull'altra sponda per assicurare la posizione, mentre il resto delle truppe avrebbe continuato la traversata.
Fusco ripensava al glorioso passato dei pretoriani in battaglia: dopo la guerra civile, nell'anno dei quattro imperatori, Vespasiano aveva ricostituito la guardia pretoriana selezionando scrupolosamente i suoi uomini e ponendone al comando il figlio maggiore, Tito. Fusco si schiar la gola; quella mattina le sponde del Danubio erano fredde e umide. Sput a terra. Tito era stato un grande legatus augusti e un buon imperatore. Il capo del pretorio non andava fiero del proprio ruolo nella morte di Tito, ma il suo coinvolgimento gli era servito a prenderne il posto e a guidare un esercito di pi di quarantamila uomini in una campagna che era impossibile perdere visto l'ingente dispiego di forze. E comunque, continuava a ripetersi, quella maledetta notte Tito sarebbe morto anche se fossero arrivati i medici. Aveva rimosso dalla mente l'ordine di Domiziano di aiutare il fratello a morire se la malattia non lo avesse ucciso. Per Fusco, ormai, contava soltanto onorare il glorioso passato dei pretoriani: di certo era per questo che Domiziano aveva deciso di nominarlo generale supremo di quella campagna, oltre che per premiare la sua fedelt.
Agli occhi di Fusco, per, quella che stavano per combattere non era solo una guerra punitiva contro i costanti attacchi dei Daci in Mesia e in Pannonia. Era l'occasione che aspettava dal momento in cui il figlio dell'imperatore Domiziano era morto: la dinastia Flavia non aveva un erede e l'imperatore detestava i suoi famigliari. Forse, conducendo una fruttuosa campagna in Dacia, Fusco avrebbe potuto aspirare al consolato e magari anche alla nomina a successore di Domiziano. L'imperatore non poteva lasciare vacante quel posto ancora a lungo senza suscitare le ansie di tutti, a cominciare dai pretoriani. Fusco osservava il Danubio, animato dalla sconfinata ambizione dei suoi sogni irrealizzabili.
Non riusciremo a far attraversare il fiume a tutte le truppe prima del tramonto. Era la voce di Tettio Giuliano. Fusco non lo degn nemmeno di uno sguardo e continu a fissare il Danubio.
Tettio Giuliano era il legatus che conosceva meglio quella regione e sarebbe spettato a lui il comando di quella campagna, se l'imperatore non avesse espressamente richiesto che fosse la guardia pretoriana a guidare tutto l'esercito.
Finalmente Cornelio Fusco rispose, sempre senza guardarlo. La V sta allestendo un accampamento e il primo contingente potr rimanere l. Domani termineremo l'operazione.
Tettio annu. Poteva fare ben poco. Era furibondo. Si allontan a grandi falcate. Quando raggiunse Nigrino, un esperto tribuno di origine ispanica, sfog la sua rabbia: Quell'imbecille non si preoccupa nemmeno. Il nostro esercito sar diviso in due dal grande fiume per un giorno intero, e lui non batte ciglio. Ma chi si crede di essere, un dio?.
 un pretoriano. Loro sono diversi da noi rispose Nigrino prendendo posto su una sella di fronte alla sua tenda.
Intorno al fuoco erano riuniti alcuni ufficiali che, come Tettio, non avevano accettato di buon grado l'idea di ricevere ordini da un pretoriano inesperto, anche se la guardia pretoriana aveva sempre trionfato oltre i confini dell'Impero. Secondo loro, quelle vittorie erano merito delle legioni che vi avevano preso parte piuttosto che dei pretoriani, ma era difficile stabilirlo con certezza.
Su, Tettio, non possiamo farci niente. Siediti e riposa.
Tettio si sedette e accett la coppa di vino che Nigrino gli porgeva.
Avremmo dovuto aspettare di avere abbastanza imbarcazioni per attraversare il fiume tutti insieme.
Nigrino annu.
Credo che tu abbia ragione. Sarebbe stato senza dubbio pi sensato, ma, per tutti gli dei, dall'altra parte del fiume c' la V Alaudae. Saranno loro a difendere la posizione se i Daci dovessero fare qualche mossa avventata.
La V Alaudae. Tettio propose un brindisi: Alla V Alaudae, che tengano gli occhi aperti stanotte!.
Alla legione V! gli fece eco Nigrino, ed entrambi vuotarono le coppe in un solo sorso.
Tettio Giuliano and a dormire e poco dopo gli altri ufficiali fecero lo stesso. Nigrino era preoccupato e prese a vagare per l'accampamento, fino a raggiungere una palizzata dalla quale si vedeva il fiume e la fortificazione che la legione V aveva eretto a nord del Danubio. Si era servito delle sue conoscenze, frutto di una impeccabile carriera condotta nella Britannia, nella Germania, in Aquitania e in Mesia, per fare in modo che il suo giovane nipote entrasse a far parte proprio di quella legione. Dopo aver ascoltato le parole di Tettio, cominciava a dubitare che aver favorito il nipote fosse stata una scelta saggia. Doveva prevedere che Fusco avrebbe mandato la legione V in avanscoperta in territorio nemico. Nigrino sospir. Suo nipote era forte. E gli uomini della V erano i migliori. Il ragazzo sarebbe stato in grado di cavarsela da solo. A ogni costo.
La luna fluttuava sulle calme acque del Danubio, che scorrevano per gettarsi in un mare indifferente alle passioni umane. Era un fiume indomito, che aveva assistito impassibile all'ascesa e alla rovina di intere civilt. Gli uomini non erano nemmeno stati in grado di costruire un ponte che ne attraversasse le acque. Il fiume non lo avrebbe mai permesso.
Sull'altra riva, un giovane legionario di appena vent'anni, anche lui di nome Nigrino, nipote del tribuno che aveva appena parlato con Tettio Giuliano, era di guardia alla porta principalis sinistra dell'accampamento eretto a nord del Danubio. Vicino a lui, un'altra giovane sentinella di nome Lusio Quieto - di rango superiore, essendo stato da poco nominato decurione della legione V - scrutava il buio e fitto bosco nelle vicinanze, pronto a cogliere qualsiasi movimento sospetto. La luce della luna proiettava ombre inquietanti e l'aria era gelida.
Credi che questa notte attaccheranno? domand il giovane Nigrino a Lusio Quieto, che aveva lo sguardo fisso nel fitto del bosco.
No rispose. Noi siamo la V Alaudae e perfino i barbari a nord del fiume conoscono la nostra fama. No, non credo che ci attaccheranno finch avremo una posizione fortificata come questa.
Anche Lusio Quieto era molto giovane - aveva solo ventun anni - ma Nigrino lo stimava perch aveva gi combattuto in Mesia contro i Daci e si era distinto per il suo coraggio; aveva perfino ricevuto una torques da Tettio Giuliano in persona. Nigrino voleva essere come lui e rendere orgoglioso lo zio, ma non sapeva se ne sarebbe stato all'altezza. L, sul confine, sembrava tutto molto diverso.
Lusio Quieto stava ancora parlando. Detesto la vegetazione come questa.  troppo fitta. Di sicuro ci attaccheranno in uno di questi boschi.
Nigrino ascolt con attenzione le parole di Quieto. Circolava una leggenda su quel giovane decurione e non sapeva quanto vi fosse di vero: si diceva che suo padre fosse un vecchio principe mauritano che aveva aiutato i Romani nella conquista della Mauretania Tingitana1, guadagnandosi cos la cittadinanza romana. Di conseguenza, Lusio Quieto era nato gi come cittadino romano e si era dimostrato un valoroso capo della cavalleria, insieme ad altri tre cavalieri nordafricani. Per questo Tettio Giuliano gli aveva assegnato il comando di una turma della legione V Alaudae. Il giovane Nigrino ricordava ancora le parole dello zio di qualche settimana prima: Resta pi che puoi a fianco del tuo decurione. Nonostante la sua giovane et,  un esperto ufficiale. Dicono che abbia l'istinto che hanno solo i grandi legati. Suo zio l'aveva guardato negli occhi. Lo farai, ragazzo?
S, zio.
Perci in quel momento il giovane Nigrino scrutava il bosco che Quieto riteneva pericoloso con la fronte aggrottata, cercando di avvistare tra le ombre i nemici in agguato.

1. Zona a nord dell'attuale Marocco.

89.

IL CONSIGLIO DI RE DOURAS.

Sarmizegetusa, capitale della Dacia, 85 d.C.

Nel cuore della Dacia, arroccata a pi di mille metri d'altezza tra i monti Orq'tie, si ergeva orgogliosa nei boschi, praticamente inespugnabile, la fortezza di Sarmizegetusa. Decebalo, seguito da Diegis, Vezinas, alcuni nobili e due principi germanici, cavalcava costeggiando le mura spesse tre metri e alte dieci, che si levavano intorno a quella roccaforte. Poi passarono sotto i giganteschi acquedotti, i cui tubi di ceramica portavano l'acqua alle dimore dei notabili della citt. Bisognava superare ben cinque terrazzamenti artificiali abitati prima di raggiungere il centro della citt e quindi l'entrata del palazzo reale. L, stanco e provato, con il viso segnato dagli anni e la fronte corrucciata, li aspettava il grande Douras, il re dei Daci, visibilmente adirato con il suo pi valoroso cavaliere, Decebalo appunto, conosciuto a corte anche come l'impetuoso Decebalo.
Immagino che sarai soddisfatto fu la gelida accoglienza del re al suo vittorioso suddito.
Decebalo non era infastidito e si inchin: rispettava il suo sovrano. Dopo la caduta di Burebista, Douras era riuscito a riunificare la Dacia, prima divisa in cinque regni, e per il giovane cavaliere dacico quella era stata una grande impresa. Ma purtroppo il re non era un uomo ambizioso e gli bastava aver conseguito quel successo. Secondo Decebalo, invece, era il momento di puntare molto pi in alto, approfittando del fatto che Roma era debole.
Sono soddisfatto, s, mio signore replic Decebalo con voce tonante. Soddisfatto per aver sconfitto i Romani in Mesia e in Pannonia, se  a questo che si riferisce il mio re.
Douras divenne paonazzo. Era evidente che non alludeva a questo.
Immagino tu sia contento che i tuoi sogni di gloria, che ti hanno portato pi volte ad attraversare il Danubio, abbiano condotto i Romani a guadarlo con un immenso esercito al fine di braccarti, di braccare tutti noi. Sei soddisfatto?
La voce di Douras rimbomb tra le spesse pareti del palazzo reale. Tutti gli altri nobili avevano un'espressione seria. Soltanto coloro che avevano accompagnato Decebalo sembravano non condividere il turbamento del re.
Anche di questo sono soddisfatto, mio signore.
Douras era turbato. La sua autorit veniva messa in discussione davanti a tutti. Aveva trascorso anni a legittimare il suo trono, e ora quel giovane impetuoso stava mandando tutto all'aria. Gli tremarono le labbra dalla rabbia, ma rimase in silenzio. Decebalo azzard delle spiegazioni mentre il re cercava le parole pi adatte per esprimere la sua ira.
Sono soddisfatto, mio signore, perch cos saremo agevolati nel combatterli.
Ti avevo ordinato di interrompere le tue incursioni in Mesia sbott il re senza nemmeno ascoltare le ragioni dell'uomo.
Decebalo riprese la parola guardando il re e tutti i nobili riuniti nel palazzo di Sarmizegetusa: Non siamo ancora pronti ad attaccare i Romani a sud del fiume. Prima o poi lo saremo, ma non in questo momento. Lanci un'occhiata complice ai due principi germanici che erano giunti con lui. Ma siamo perfettamente in grado di annientare tutte le truppe che oseranno attraversare il Danubio. Di questo il mio re pu stare certo. Ho un piano che non lascer in vita un solo romano che si spinger oltre il fiume verso Tape. Proprio in quella valle li sconfiggeremo, ma ho bisogno che il re convochi anche i Sarmati, i Rossolani e i Bastarni e che permetta ai due principi germanici venuti da oltre le grandi montagne1 di venire con me. Tutti insieme respingeremo l'esercito che Roma ha mandato contro di noi. Dopodich saranno obbligati ad accettare la pace, ma quella che imporremo noi. Alle nostre condizioni, non alle loro.
Le parole di Decebalo non convinsero Douras, cos come non l'avevano fatto qualche mese prima, quando gli aveva spiegato nel dettaglio quei dannatissimi e assurdi piani. Tuttavia, l'anziano re not che il discorso aveva catturato l'attenzione degli altri nobili presenti e, senza l'appoggio di questi ultimi, non poteva nulla. Diegis e Vezinas, due temibili pileati, erano gi dalla parte di Decebalo. Il re sospir. Il suo tempo stava per concludersi, proprio ora che era riuscito a riunificare la Dacia. Decebalo avrebbe potuto spodestarlo da anni, eppure non lo aveva fatto e continuava a rivolgersi a lui chiamandolo re. A Douras piaceva pensare che fosse perch il cavaliere lo temeva, ma la verit era che Decebalo voleva evitare di indebolire la Dacia con una nuova guerra civile. Il giovane nobile non si ribellava formalmente, ma agiva in totale autonomia sul confine. E non solo: ora si presentava al suo cospetto accompagnato da quei due principi germanici. Stava stringendo alleanze con alcune trib oltre le frontiere del regno senza il permesso del re. E questa era la cosa che pi indignava il sovrano.
So che, pur chiamandomi ancora re, Decebalo, tu non mi consideri tale, altrimenti non disobbediresti ai miei ordini inizi Douras serafico, alzandosi dal trono affinch tutti lo sentissero. So che potresti ribellarti contro di me e che molti ti seguirebbero, cos come so che parecchie persone rimarrebbero dalla mia parte. Decebalo fece un passo avanti scuotendo il capo, con l'intenzione di interrompere il re e negare quelle affermazioni, ma questi sollev la mano destra e il giovane rimase in silenzio. Impetuoso nobile della Dacia, permetti almeno che nel suo palazzo il tuo re parli senza essere interrotto. Questo dimostrerebbe quel minimo di rispetto che nutri ancora nei miei confronti.
Decebalo annu e il re, sospirando, si rimise a sedere sul trono, lentamente, senza distogliere lo sguardo dal suo cavaliere pi agguerrito. Continu a parlare con fermezza.
L'unica cosa su cui tu e io la pensiamo ancora allo stesso modo, Decebalo,  che la Dacia non pu affrontare un'altra guerra civile. Ne usciremmo distrutti, soprattutto adesso che i Romani stanno attraversando il Danubio con sei delle loro legioni. Converrai con me che se ora tu e io ci scontrassimo sarebbe un suicidio. Sei d'accordo? Douras fiss Decebalo e questi, sotto l'attento sguardo di tutti, annu di nuovo. Ebbene, prosegu il re con una punta di soddisfazione evitiamo questa guerra fratricida. Ma una volta che avremo risolto la faccenda dei Romani - e, per Zalmoxis2, non sono sicuro che sopravvivremo - non sono disposto a sopportare la tua insolenza nemmeno un giorno di pi.
Il re si interruppe per prendere una ciotola d'acqua da un piccolo tavolo accanto al trono. Dopo essersi schiarito la gola, mentre tutti rimanevano in attesa delle sue parole, riprese il suo discorso e lanci la sfida.
Decebalo, ascoltami bene, ascoltatemi bene tutti: se Decebalo riesce a fermare i Romani, sconfiggerli in campo aperto e sgominare le loro legioni, se Decebalo  in grado di fare tutto questo, io, re Douras, abdicher in favore di qualcuno molto pi meritevole di me di sedersi qui. I nobili giunti insieme a Decebalo annuirono e sorrisero, soddisfatti e sorpresi. Non avevano sperato che il re mostrasse cos presto la sua debolezza davanti alla loro esibizione di forza sul confine. Per Douras si alz di nuovo e li fiss negli occhi. Ma, Decebalo, se i tuoi uomini non saranno capaci di frenare l'avanzata dei Romani, se Roma riuscir a penetrare nel cuore del mio regno, se sarai sconfitto ma resterai in vita, allora io, re Douras della Dacia, dovr porre fine a questa guerra scendendo a patti con i Romani. E in quel caso sarete tu e i tuoi nobili ad andare a Roma in catene perch l'imperatore possa esibirvi in una delle sue parate trionfali.  chiaro, Decebalo? Capisci cosa stiamo rischiando in questa guerra? Sarai re o schiavo; sarai il re della Dacia e io il tuo suddito, oppure sarai incatenato e calpestato dal popolo di Roma assetato di vendetta. Queste sono le mie condizioni per cederti il comando delle operazioni nel Sud della Dacia. Se accetti diventerai il comandante supremo dell'esercito fino alla battaglia contro le legioni di Roma. Se vinci sar tutto nelle tue mani. Si volt indicando il trono alle sue spalle. Ma se perdi, Decebalo, perderai ogni cosa.
Il re si sedette di nuovo. Gli sguardi tornarono a concentrarsi su Decebalo. Questi avanz ancora fino a rimanere a soli cinque passi di distanza dal re.
E sia concesse Decebalo. Davanti al re e davanti a tutti coloro che sono qui riuniti io giuro che sconfiggeremo i Romani e che la Dacia sar un nuovo regno potente come ai tempi di Burebista, questa volta ai miei ordini. Oppure, per Zalmoxis, il mio corpo apparterr al re Douras affinch lui possa farne ci che vuole. Accetto il patto.
Il re annu. Poi scese dal trono e, circondato dalle sue guardie, armate di lunghe e affilatissime scimitarre, avanz tra i nobili fino a passare accanto a Decebalo. Allora si ferm un istante per parlare all'orecchio di quel giovane impetuoso in modo che nessun altro lo sentisse.
Convocher i Sarmati, i Rossolani e i Bastarni, ma sappi che la tua sete di potere ti ha allettato oltre ogni buonsenso. Anche se vincerai, Decebalo, anche se otterrai il mio trono, ci condurrai tutti alla morte. Se pure annienterai queste sei legioni, Roma invier altri uomini. Questa  una guerra impossibile da vincere. Avresti dovuto lasciare in pace i Romani a sud del fiume. Ora soltanto la tua sconfitta nella prossima battaglia pu salvarci tutti. Se vinci sar la fine, ma nessuno  in grado di capirlo. Nessuno.
Si volt sibilando tra i denti un ultimo nessuno che rimase sospeso nell'aria, tra Decebalo che aggrottava la fronte e la schiena di un re tormentato dalla fragilit del suo potere.

1. Le Alpi.
2. Il dio supremo dei Daci. Si veda il glossario dei termini in lingua dacica.

90.

L'AVANZATA DI ROMA.

Sud-est della Dacia, 86 d.C.

L'orgoglioso Fusco, impettito sul suo cavallo nero, osservava l'inarrestabile avanzata delle legioni nelle valli a nord del Danubio. Il suo piano era semplice: attraversare il pi in fretta possibile il territorio dal grande fiume fino a Sarmizegetusa e l affrontare i nemici. Era sicuro che sarebbe seguito un lungo e lento assedio in cui i Daci avrebbero finito per arrendersi, prostrati dalla fame, dalla sete e dalla disperazione. Niente e nessuno poteva arrestare l'avanzata di sei legioni e cinque coorti pretoriane. Forse in quel momento l'imperatore Domiziano stava inaugurando i giochi capitolini. Sarebbe stato perfetto se al cesare fosse giunta la notizia di una grande vittoria proprio durante la celebrazione dei giochi.
A marce forzate e senza alcun ostacolo, in poco tempo raggiunsero i dintorni della citt di Tape, da cui si accedeva alla capitale dacica. Era circondata da montagne, pertanto vi si poteva entrare soltanto da sud, attraverso una specie di gola tra i versanti fitti di boschi, che si estendevano fino al cuore della valle.
Non penser di passare da l, vero? chiese il veterano Nigrino a Tettio Giuliano, altrettanto inquieto per le intenzioni del capo del pretorio. Fusco era in testa, mentre loro, con il grosso dei soldati, si trovavano al centro dell'immensa formazione. Con grande preoccupazione, entrambi gli ufficiali videro gli arcieri e gli ausiliari eseguire i comandi di Fusco e addentrarsi in avanscoperta nella fitta vegetazione della valle di Tape.
Non saprei rispose Tettio Giuliano aggrottando la fronte e portandosi la mano al di sopra degli occhi a mo' di visiera. Forse si limiter a inviare qualcuno in esplorazione aggiunse.
Mentre gli arcieri e gli ausiliari scomparivano tra gli alberi, per, la legione V Alaudae si stava gi incamminando lungo lo stretto percorso che si addentrava nel bosco.
A quale cavalleria si appoggia la legione V? domand Nigrino, mentre, ancora una volta, si pentiva di aver raccomandato il giovane nipote.
La solita rispose Tettio Giuliano.
Nigrino abbass lo sguardo e scosse il capo. Centoventi cavalieri non avrebbero potuto fare niente se i Daci avessero teso loro un'imboscata in quel folto di alberi. E suo nipote faceva parte proprio di quella cavalleria.
Se Fusco vuole passare da l, almeno dovrebbe riorganizzare le truppe e unire tutte le legioni aggiunse Nigrino senza preoccuparsi di abbassare la voce. Era indignato per il modo in cui Fusco sottovalutava il nemico.
Hai ragione concord Giuliano, che, in silenzio, meditava di raggiungere Fusco e metterlo al corrente delle sue perplessit. Lo frenava soltanto il pensiero che quel presuntuoso capo del pretorio avrebbe sicuramente ignorato il suo consiglio, ma... se fosse stato Nigrino a darglielo? Lui era un veterano abile ed esperto, forse Fusco lo avrebbe ascoltato.
Dietro la prima legione avanzavano, come di consueto, i genieri. Poi veniva la prima parte dell'equipaggiamento, composta da bestie da soma di ogni tipo e carri carichi di arnesi e viveri; dietro veniva il legatus al comando, in questo caso Fusco con i suoi pretoriani, e, dietro di loro, i seicento cavalieri delle cinque legioni. In retroguardia veniva la seconda parte dell'equipaggiamento - con artiglieria, catapulte e scorpioni -, i sottufficiali, i portastendardi e soltanto dopo le cinque legioni, ovvero il grosso dell'esercito totalmente scollegato dall'avanguardia. Chiudeva la fila la terza e ultima parte dei carri con il resto dell'armamentario e un reggimento di ausiliari.
Fusco mi disprezza perch sa che al comando dovrei esserci io, sibil Tettio Giuliano ma non ha niente di personale contro di te. Qualsiasi cosa io gli dica, creder che nasca dal mio risentimento. Di te per non sospetter, sa che sei un uomo esperto. Va' da lui e cerca di farlo ragionare.
Nigrino annu e, senza la minima esitazione, chiese un cavallo a uno dei suoi uomini. Galopp a tutta velocit superando i carri dei viveri, i portastendardi e le truppe ausiliarie che li precedevano. Non c'era un momento da perdere.

91.

LE LACRIME DEL BOSCO.

Valle di Tape, 86 d.C. Avanguardia dei Daci, centro della valle

Decebalo si trovava nel centro della valle di Tape. Voleva controllare con i suoi occhi che tutto fosse stato predisposto secondo i suoi piani. I due principi germanici erano con lui, e osservavano attentamente i preparativi dell'esercito. Con grande soddisfazione di Decebalo, annuivano soddisfatti vedendo lo spiegamento delle truppe daciche.
 tutto pronto mormor Decebalo tra s. All'improvviso si volt e parl a un uomo maturo, con indosso una lunga tunica, che camminava lento, scortato da un gruppo di guerrieri dacichi.  tutto pronto, sommo sacerdote ripet, questa volta ad alta voce.
Quell'uomo era Bacilis, il grande sacerdote e fedelissimo di Douras. Il re in persona aveva voluto che si unisse alla grande spedizione di Decebalo per vigilare sul cavaliere. Il pretesto era che il sacerdote fosse la persona pi indicata per intercedere presso il supremo dio Zalmoxis e chiedergli di difendere il suo popolo nello scontro con i Romani.
Bacilis si ferm accanto a Decebalo e lo fiss con freddezza.
Noto che hai studiato a fondo come affrontare questa battaglia, Decebalo. Speriamo che tu lo abbia fatto al meglio.
Decebalo sapeva che i suoi uomini migliori, Diegis e Vezinas, stavano ascoltando la conversazione, quindi decise di non mostrarsi troppo conciliante.
E speriamo che Zalmoxis ascolti le tue suppliche.
Diegis e Vezinas risero al commento del loro capo. Bacilis, invece, gli rivolse un sorriso cinico. Ammirava l'irriverenza di Decebalo, ma allo stesso tempo la temeva. Il sommo sacerdote condivideva l'opinione di re Douras: era stato un errore stuzzicare i Romani, tuttavia Decebalo aveva vinto combattimenti in cui era partito palesemente svantaggiato a sud del Danubio. Forse ce l'avrebbe fatta anche a Tape. In quel caso sarebbe salito al trono e avrebbe potuto privarlo della carica di grande sacerdote. Per questo Bacilis doveva controllarsi davanti ai modi arroganti dell'impetuoso cavaliere. Il sommo sacerdote rispose quindi con il sorriso sulle labbra.
Zalmoxis mi ascolta sempre quando prego per la Dacia. Poi fece un passo in avanti e disse all'orecchio di Decebalo: Quello che ignoro  se la Dacia sia tu. Perci pensaci, Decebalo, e dimmi: sei tu la Dacia?.
Si allontan, fermandosi di fronte al giovane nobile in attesa di una risposta. In quel momento giunsero dei cavalieri sarmatici che scendevano dal pendio del monte: pur cavalcando a spron battuto riuscivano con stupefacente abilit a schivare i rami degli alberi. Suscitarono l'ammirazione generale e lo stupore dei due germani che non avevano mai visto nessuno cavalcare con tale destrezza. Insieme agli uomini a cavallo c'era un piccolo gruppo di guerriere sarmatiche, amazzoni lottatrici che avrebbero preso parte al combattimento.
Stanno avanzando nella valle, proprio come avevi previsto rifer il pi anziano dei cavalieri sarmati a Decebalo. Il giovane nobile annu senza guardarli: aveva gli occhi fissi sul gelido volto del sommo sacerdote.
Allora si avvicin a Bacilis e anche lui gli parl all'orecchio: Sono la Dacia, sacerdote, sono la Dacia che sorger dalle ceneri di Roma. Valuta bene per chi pregare. Pondera le tue richieste, Bacilis.
Si allontan per andare dai cavalieri sarmatici. Bacilis, per, fu rapido e scagli un'arguta risposta: Pregher per la Dacia del presente e per quella del futuro.
Decebalo non pot evitare di sorridere, ma non si volt. Bacilis avrebbe gradito un gesto di riconoscimento per le sue parole misurate, ma voleva farlo penare un po'. E poi adesso l'unica cosa che importava davvero era sconfiggere le legioni romane.
Avanguardia romana, addentrandosi nel bosco di Tape
Fusco vide Nigrino giungere al galoppo dalla retroguardia. Immaginava che avesse da obiettare sulla sua scelta di attraversare il bosco. Secondo il tribuno sarebbe stato meglio aggirarlo evitando la valle, ma questo avrebbe ritardato l'avanzata verso Sarmizegetusa di alcune settimane. Per Fusco, invece, bisognava raggiungere la capitale dacica nel minor tempo possibile. Una manovra rapida avrebbe colpito direttamente il cuore del regno nemico, impressionando i Daci per la determinazione e l'ardire con cui Roma restituiva loro i torti subiti in Mesia e in Pannonia. Inoltre, il fatto che i Daci non li avessero attaccati mentre attraversavano il Danubio faceva ben sperare: forse i nemici non avrebbero compiuto alcuna mossa fino a quando le legioni fossero giunte alle mura della capitale.
Vir eminentissimus, inizi Nigrino affiancando il suo cavallo a quello di Fusco bisogna fermare questa incursione nel bosco.  una strategia avventata. I barbari hanno sempre approfittato delle foreste per assalirci. I Galli lo fecero in passato e, in tempi pi recenti, anche i Germani. Dovremmo aggirarlo oppure far aprire una breccia ai genieri prima che avanzino tutte le legioni.
Fusco era enormemente contrariato. Nigrino gli si era rivolto con rispetto, doveva ammetterlo, ma aveva espresso il suo disaccordo a voce alta e chiara, in modo che tutti gli ufficiali potessero sentirlo. A Fusco non interessava che i tribuni delle coorti pretoriane ascoltassero la conversazione; lo infastidiva che l'avessero udita anche gli ufficiali delle legioni. Questi ultimi non gradivano essere comandati da un pretoriano, e il fatto che Nigrino criticasse la sua strategia cos apertamente non faceva che esasperare il malcontento.
L'importante  attraversare questo bosco al pi presto rispose Fusco gelido, con gli occhi fissi sulla macchia verde degli alberi che stavano inghiottendo il suo esercito.
Nigrino si avvicin ancora di pi al capo del pretorio e abbass la voce, pur mantenendo la sua aria di sfida.
 stato gi abbastanza sconsiderato attraversare il fiume con le truppe divise, anche se siamo stati fortunati e i barbari non ci hanno attaccato. Ma queste sono le loro foreste. Entrarci potrebbe rivelarsi una trappola mortale.
L'unica trappola mortale per Roma sono i vigliacchi e i loro timori sentenzi Fusco e spron il cavallo per procedere insieme ai suoi cavalieri.
Nigrino cap che il suo tentativo era stato inutile. Non si poteva tornare indietro. Ferm il cavallo e si fece da parte affinch i carri dell'equipaggiamento potessero avanzare lenti verso il cuore della valle. Il tribuno guard la folta vegetazione che ammantava ogni cosa. Era come trovarsi in una grotta in cui la luce filtrava a malapena. Non c'era altro rumore se non quello delle calighe dei legionari o degli zoccoli dei cavalli che calpestavano le foglie secche d'inizio autunno. Nigrino si guardava intorno nervoso. Il tribuno presagiva il peggio, ma non poteva impedire quella follia. All'improvviso, senza che si levasse la minima brezza, gli alberi iniziarono a muoversi da soli, come se il bosco fosse stregato. Agitavano i rami dalle folte chiome da una parte e dall'altra e i Romani si fermarono sorpresi, intimoriti, confusi. Com'era possibile che quegli alberi si muovessero se non spirava un alito di vento?
Alto comando dacico sulla cima del monte Semenic Versante occidentale della valle
Nascosto tra gli alberi in cima alla montagna, sbirciando attraverso il fogliame per poter tenere sotto controllo l'entrata della gola, un nutrito gruppo di persone osservava i Romani addentrarsi nel grande bosco di Tape. Erano Decebalo, il suo braccio destro Diegis, un giovane nobile dacico che seguiva il suo signore fin dalle prime incursioni in Mesia, il sommo sacerdote Bacilis, i principi germanici, Vezinas, l'ultimo pileatus unitosi alla causa di Decebalo e i capi sarmati, rossolani e bastarni. Gli ufficiali dacichi delle trib alleate fremevano guardando Decebalo, in attesa che questi desse l'ordine di attaccare. I principi germanici, invece, si tenevano a distanza. Quella non era la loro guerra. Tuttavia erano curiosi di vedere se la strategia di Teutoburgo - usata da Arminio contro le tre legioni di Varo - avrebbe funzionato di nuovo contro le legioni guidate dal capo del pretorio. Pi che altro, volevano scoprire se Decebalo si sarebbe rivelato un novello Burebista con cui valesse la pena allearsi oppure se era solo un fantoccio incapace di distinguersi in battaglia.
Decebalo aveva aspettato che gli arcieri, gli ausiliari dell'avanguardia romana e la legione V entrassero nel bosco; fino a quel punto era andato tutto bene. Il capo dacico, per, non dava ancora l'ordine di attaccare, anche se erano gi entrati i genieri romani, la prima parte dell'equipaggiamento e perfino il capo del pretorio con tutti i suoi uomini. Gli ufficiali dacichi si guardavano intorno inquieti: anche la seconda parte dei viveri e dell'armamento dei nemici erano ormai nel bosco e Decebalo ancora non si decideva.
In quel momento uno degli ufficiali delle legioni romane avanz al galoppo verso la testa dell'esercito. Decebalo intu che qualcuno dei nemici non condivideva la tranquillit con cui il capo del pretorio si addentrava nel folto della foresta, ma ormai potevano fare ben poco per evitare l'irreparabile. Nonostante ci, Decebalo deglut. I Romani si sarebbero ancora potuti fermare, mandando a monte il suo piano; ma non lo fecero. Era il turno del grosso delle legioni e della cavalleria. Il momento si avvicinava. Poteva sentire su di s gli sguardi di tutti i suoi uomini, in particolare di Diegis e del pi scettico Vezinas. Al posto suo chiunque avrebbe gi dato l'ordine di attaccare, ma il suo scopo non era soltanto sconfiggere i Romani e farli retrocedere. Non gli sarebbe bastato per impressionare i due principi germanici che lo trattavano con sufficienza, ma al tempo stesso erano incuriositi da quanto poteva succedere quel pomeriggio. Bisognava aspettare ancora un po'. La seconda e la terza legione si erano gi inoltrate.
Diegis gli si avvicin da dietro. Nel bosco ci sono gi tre legioni e i pretoriani sussurr il nobile dacico all'orecchio del suo capo.  pi della met del loro esercito.  abbastanza, mio signore,  abbastanza.
Decebalo non gli rispose e si limit a scuotere il capo. Diegis si morse il labbro inferiore. Quell'attesa era troppo pericolosa. Presto l'intero bosco sarebbe stato infestato di Romani. Sarebbero stati troppi. Anche la quarta legione entr. Diegis ci riprov: I Sarmati stanno per ordinare l'attacco per conto loro, mio signore.
Decebalo, che fino a quel momento aveva tenuto lo sguardo fisso sull'avanzata romana, si volt deciso verso i capi sarmati che parlavano tra di loro.
Silenzio! ordin, e tutti tacquero.
Sapeva che lo giudicavano pazzo, ma lui era pi che determinato a resistere. La quarta legione era dentro per met. Decebalo avrebbe continuato ad aspettare, ma quanto gli aveva appena riferito Diegis era vero: presto uno qualunque dei Sarmati o dei Rossolani avrebbe potuto ordinare l'attacco, peggiorando ulteriormente la situazione. Sput per terra. Disprezzava i Romani e il loro orgoglio, ma ne ammirava la cieca disciplina che li aveva portati a commettere una follia come addentrarsi in quel bosco. Il solo pensiero lo sconvolgeva. Lo irritava che i Sarmati, i Rossolani e i Bastarni in questo non potessero eguagliare i Romani, ma dovette arrendersi all'evidenza. Alz il braccio e, dopo un attimo, lo abbass di scatto.
E sia, per Zalmoxis! All'attacco! Gli alberi! Scuotete gli alberi!
Avanguardia romana Centro della valle
Lusio Quieto e il giovane Nigrino cavalcavano in mezzo alla legione V, in testa all'esercito romano. A Quieto non piaceva quella folta vegetazione. Dovevano rompere la formazione per poter passare tra le migliaia di alberi che crescevano ovunque, mentre i rami quasi li accecavano e a malapena riuscivano a vedere la strada. Lusio Quieto rivolgeva lo sguardo verso l'alto, ma vedeva soltanto rami e ancora rami. Poi scrutava gli alberi: immobili, minacciosi, impietriti in un pomeriggio senza vento. Alla base di molti tronchi, per, c'era qualcosa di strano: rivoli di resina fresca emergevano dalle cortecce e colavano sulle radici e sul fogliame che copriva il suolo. Era come se tutti gli alberi fossero feriti, in lacrime in un bosco di ombre silenziose, senza uccelli n altri suoni se non lo scalpiccio irregolare dei legionari che marciavano. Perch gli alberi erano feriti? Perch sembrava che piangessero? Lusio Quieto sent che stava per succedere qualcosa di orribile.
Hai visto gli alberi? chiese infine al giovane Nigrino.
S, cos'hanno di strano?
Quieto scosse il capo. Ma sono tutti ciechi? Piangono, Nigrino. Gli alberi di questo bosco piangono. Sono feriti a morte. Guarda la resina.
Nigrino osserv meglio. Lusio aveva ragione. Era molto strano.
E guarda in alto, vicino alle foglie gli fece notare Quieto. In cima ad alcune chiome c'erano delle corde che penzolavano parallele al tronco fino a perdersi sotto il manto di foglie secche. Corde e resina.
Quieto e Nigrino cercavano di capire cosa stava succedendo, quando gli alberi iniziarono a muoversi da soli in quella giornata senza un alito di vento. All'improvviso, davanti a loro, una corda emerse dalle viscere della terra facendoli quasi cadere. I cavalli si imbizzarrirono e i cavalieri dovettero tirare le redini con forza per domarli. Quieto segu la fune con lo sguardo e la vide perdersi in una delle chiome degli alberi pi alti. Poi si volt, restando in sella al suo cavallo, e cerc l'altro capo della corda, senza riuscirci. D'un tratto il suolo si riemp di funi che venivano fuori dalla terra e facevano perdere l'equilibrio ai legionari e impennare i cavalli, sempre pi nervosi. A impressionare i soldati sempre pi confusi, per, era che gli alberi si agitavano quasi impazziti e si inarcavano minacciosi su di loro. Non si capacitavano di come il bosco potesse muoversi in quel modo senza che Eolo intervenisse con la forza dei suoi venti.
Avanguardia dacica Centro della valle di Tape
Diegis avanzava nel bosco che si scuoteva. Urlava ordini con tutto il fiato che aveva in gola: Curma, curma! Tirate le corde Guardava gli alberi. Pi forte, pi forte, tutti! Curma, curma!
E gli alberi, soprattutto i pi grandi, iniziarono a dimenarsi sulle teste dei Romani. Molti erano stati incisi alla base, perci, quando venivano agitati tramite le corde legate ai rami pi alti, si piegavano fino a spezzarsi. Le chiome precipitavano sui legionari che correvano impauriti da una parte all'altra, nel vano tentativo di salvarsi dalla pioggia di tronchi e rami. Diegis osservava orgoglioso l'imboscata. Il piano di Decebalo di imitare la strategia dei Germani nella battaglia di Teutoburgo stava riuscendo alla perfezione. Soltanto i cavalieri della legione V, abilmente guidati da uno dei loro ufficiali, sembravano essere abbastanza agili e rapidi da evitare l'area in cui cadevano pi alberi. Era come se qualcuno di loro avesse avuto il presentimento di ci che stava per accadere. Diegis, per, non era preoccupato che una trentina di nemici potesse scampare all'agguato: i cavalieri sarmati si sarebbero occupati di loro quando avessero tentato di uscire dal bosco.
Saltate sui butuc (tronchi)! All'attacco, per Zalmoxis, per Decebalo, per il re Douras, all'attacco!
E centinaia, migliaia di Daci emersero da dietro gli alberi rimasti in piedi e si lanciarono contro gli ausiliari dell'avanguardia romana e i legionari della V. Ululavano come lupi e, quando l'aria si infilava nelle loro fauci aperte, emettevano un suono simile a spaventose grida. Brandivano con maestria e brutale ardore le loro falces affilate e assetate del sangue dei nemici.
I legionari della V, pur non avendo ricevuto ordini precisi, si difendevano con valore, ma non potevano organizzare formazioni chiuse in cui proteggersi con i loro ampi scudi. Erano quindi costretti ad affrontare i Daci in disordinati corpo a corpo in cui i nemici avevano un evidente vantaggio. Questi ultimi, inoltre, brandivano le loro lunghe falces con due mani e con una tale abilit da riuscire dapprima a strappare gli scudi dalle mani degli avversari, per poi ferirli alle gambe e alle braccia o addirittura mutilarli. Non si preoccupavano di infliggere il colpo di grazia, per questo sarebbero sopraggiunti altri guerrieri dacichi con le sicae, ricurve anch'esse ma pi corte, con le quali avrebbero sgozzato i Romani feriti. Era una tecnica perfetta: prima li ferivano e poi li finivano. I legionari della V non avevano mai affrontato una lotta cos strana e caotica. Era la battaglia che i Daci volevano combattere, quella che Decebalo aveva pianificato.
Centro della formazione romana
Cornelio Fusco dava ordini concitati ai suoi pretoriani. Avanzate, per Giove, avanzate! Bisogna appoggiare la fanteria della legione V! Avanzate, maledetti! gridava con foga in groppa al suo cavallo.
I pretoriani si affannavano a schivare i tronchi caduti e i corpi dei legionari morti e feriti per portare il loro appoggio alle file disorganizzate della V. Proprio in quel momento, dai due versanti dei monti Banatului e Semenic, iniziarono a calare le orde della cavalleria sarmatica e rossolana, con i cavalieri protetti da spesse armature.
Allora Fusco fece la cosa peggiore che si potesse fare nel bel mezzo di una battaglia: contraddirsi.
Fermatevi, fermatevi! Tutti qui! Bisogna proteggere i fianchi, i fianchi! Proteggete i fianchi!
I pretoriani non sapevano se andare avanti e aiutare la legione V o fermarsi e dirigersi verso i fianchi. Nella confusione, lo scontro tra cavalleria pretoriana, fanteria e cavalieri sarmatici e rossolani fu colossale. I pretoriani, senza ordini precisi, si limitavano a cercare di difendersi dall'assalto dei cavalieri che indossavano armature simili a quelle dei catafratti parti. La guardia degli imperatori di Roma non era mai stata sconfitta in combattimento e loro non erano disposti a essere i primi a cadere per mano del nemico straniero, perci diedero filo da torcere ai Sarmati e ai Rossolani. Questi per combattevano per la loro terra e lo facevano senza risparmiarsi.
Monte Semenic
I principi germanici contemplavano la battaglia dalla cima dei monti vicini. Gran parte del bosco era stato abbattuto con la strategia di Decebalo e ci garantiva una migliore visuale sulla piana centrale della valle. La legione in testa all'esercito romano era stata decimata dalla fanteria dacica e i cavalieri in appoggio fuggivano tra i carri dell'equipaggiamento romano. Proprio dietro questi ultimi, il capo del pretorio lottava strenuamente contro i Sarmati e i Rossolani, ma i catafratti alleati di Decebalo stavano guadagnando terreno. I principi germanici non riuscivano a vedere bene cosa succedeva in fondo alla valle, ma tutto sembrava indicare che la fitta pioggia di frecce dei guerrieri sarmati, insieme all'attacco della fanteria bastarna, stesse facendo retrocedere le legioni romane. Ben presto, lontane dal loro legatus pretoriano, avrebbero battuto in ritirata. I principi germanici assistevano stupiti e compiaciuti a quello sfoggio di destrezza militare da parte dei Daci. In fin dei conti poteva essere interessante stringere un patto con colui che ben presto sarebbe diventato il nuovo re della Dacia. Un sovrano capace di respingere addirittura le legioni di Roma.
Stanno per prendere le insegne della legione V comment uno dei due principi, quello dei Catti.
S disse l'altro. Proprio come fecero i nostri antenati a Teutoburgo, anche se in seguito i Romani riuscirono a recuperarle e ci sconfissero.
 vero, conferm il principe dei Catti ma se unissimo le nostre forze a quelle dei Daci, se riuscissimo a fare di tutto il corso del Reno e del Danubio un immenso fronte di guerra, i Romani non potrebbero nulla contro di noi e sarebbero costretti a retrocedere. Potremmo perfino riprenderci i territori vicini al Reno e anche pi a sud, nella Gallia. Non  impossibile.
Il principe germanico non era cos convinto che fosse possibile, ma era difficile trovare argomenti per opporsi a quell'allettante piano, soprattutto di fronte a quello spettacolare bagno di sangue dei Romani.
Centro dell'esercito romano
Il veterano Nigrino retrocedeva a tutta velocit. Il suo cavallo riusciva a fatica a evitare i tronchi caduti e i cadaveri. Non era una fuga: cercava di recuperare la sua posizione di retroguardia per approntare con Tettio Giuliano un piano difensivo sensato, allontanandosi dalla follia in cui la stupidit di Fusco li aveva fatti sprofondare.
All'improvviso un pensiero attravers la mente del tribuno che ferm di colpo il cavallo. Suo nipote. Suo nipote era in testa all'esercito con la cavalleria della V. Fece voltare l'animale. In posizione di avanguardia si vedeva soltanto una massa informe di guerrieri e legionari e non riusciva a scorgere i cavalieri della V. Il terrore si impossess di lui e si sent impotente. Non aveva figli, quel ragazzo era tutto per lui. Ma non poteva fare niente. Decise di agire razionalmente, con disciplina: sarebbe tornato alla sua posizione, pregando gli dei affinch proteggessero suo nipote. Magari se quel giovane ufficiale, Quieto, ne fosse stato capace... Chi poteva dirlo. Il disastro, per, era di proporzioni tali...
Nigrino cavalcava curvo sul cavallo per evitare le frecce che gli sibilavano sopra la testa. I carri dell'equipaggiamento erano bloccati tra i tronchi. Se le legioni nella retroguardia non fossero riuscite a guadagnare posizioni, tutti i materiali e le vettovaglie sarebbero finiti nelle mani dei Daci. Bisognava a tutti i costi evitare che i nemici si impossessassero delle catapulte che Fusco aveva portato in vista del presunto assedio a Sarmizegetusa.
Nigrino spron il cavallo. Doveva raggiungere al pi presto Tettio Giuliano. In quel momento una lancia rossolana trapass il ventre del suo destriero, che cadde a terra. Nigrino, che spesso si era ritrovato in situazioni simili, ebbe la prontezza di saltare dal cavallo prima che questo lo schiacciasse. Strisci via carponi e si nascose dietro un carro. Sent del sangue scorrergli tra le dita: saltando si era ferito, ma non gravemente. La cavalleria nemica lo circond. Nigrino si alz e brand il gladio tra le risa di scherno di quei barbari. Ma avrebbe venduto cara la sua pelle.
Era l'unica cosa che poteva fare.
Cavalleria della legione V
Lusio Quieto aveva radunato intorno a s i cavalieri di due turmae, oltre a quelli della sua. La maggior parte di quegli uomini erano suoi compatrioti nordafricani che lo avevano seguito per unirsi alla legione V. Oltre a questi, c'erano alcuni cavalieri di origine ispanica, come il nipote di Nigrino, consapevoli che, se qualcuno avrebbe potuto farli uscire vivi da l, questi sarebbe stato Lusio Quieto. Tettio Giuliano aveva permesso che i nordafricani si unissero alla legione V grazie alla loro fama di valorosi combattenti.
Il giovane Nigrino si strinse forte al cavallo. Avrebbe cercato di imitarli in tutto, perfino nel modo di morire, se fosse giunta la sua ora.
Seguitemi! ordin Lusio Quieto.
I novanta cavalieri obbedirono, senza curarsi di come avrebbe potuto reagire il maledetto capo del pretorio che li aveva condotti in quella trappola mortale.
Verso la montagna! Verso la montagna! esclam Quieto con decisione, impartendo un ordine di cui i suoi uomini non comprendevano la ragione, ma che non esitarono a eseguire.
Bisognava allontanarsi il pi presto possibile dalla valle. I nemici calavano dai versanti delle montagne, mentre loro erano disorganizzati e in minoranza. Si lanciarono al galoppo su per il fianco di un monte da cui continuava a venir gi la fanteria dacica, ma quest'ultima, malgrado le lunghe spade, non poteva fermare una carica della cavalleria romana in schieramento. Tuttavia, gli alberi - che sui clivi non erano stati tagliati - impedirono ai Romani di fare una carneficina perch i Daci, astuti, si nascondevano dietro i tronchi. Per Quieto, per, l'importante non era uccidere i nemici, ma uscire vivi da quell'imboscata.
Girate, girate adesso, seguitemi! grid di nuovo con forza. Fece virare il suo cavallo per galoppare in parallelo alla battaglia che si svolgeva in mezzo alla valle, ma dirigendosi a sud verso la retroguardia romana.
I rami degli alberi erano l'ostacolo maggiore sulla loro strada e i cavalieri nordafricani e il giovane Nigrino tentavano di evitarli aderendo alla criniera delle loro cavalcature. In questo modo riuscirono a solcare mezza montagna finch, all'improvviso, si trovarono di fronte un contingente di circa cinquecento cavalieri sarmati.
Guardia pretoriana dietro l'avanguardia dell'esercito romano
Cornelio Fusco sent un dolore al braccio con cui sosteneva lo scudo. Da terra, senza capire come, un nemico era riuscito a ferirlo con una lunga falx. Il capo del pretorio lasci cadere lo scudo, ma non grid. Istintivamente abbatt la sua spada sulla testa del guerriero dacico che, dopo averlo colpito, cercava di allontanarsi. Riusc a lacerargli il viso con il gladio. Il nemico, ancora a terra, si port le mani al volto per cercare di fermare l'emorragia. Con la mano libera, Cornelio Fusco prese uno dei pila in groppa al cavallo e lo scagli con furia contro il guerriero ferito che smise di muoversi. Fusco si guard intorno. Era una disfatta totale. Il sangue scorreva ovunque. Il letto del fiume in secca che attraversava la valle era tinto di rosso, soprattutto sangue romano. La guardia pretoriana si difendeva discretamente dagli attacchi della fanteria dacica, ma dai fianchi delle montagne continuavano a sopraggiungere nuovi contingenti della cavalleria nemica. Sembravano Rossolani. Aveva visto anche dei Sarmati e altri guerrieri che non era riuscito a identificare. Il dolore al braccio era lancinante.
Mantenete le posizioni! Poi, a voce pi bassa, ripet l'ordine: Mantenete le posizioni, mantenete le posizioni....
Sul cavallo aveva un'altra spada, ma prefer usare la mano libera per fasciarsi il braccio ferito. Stava perdendo troppo sangue. La situazione avrebbe potuto aggravarsi se non avesse subito ricevuto le cure adeguate. In quel momento cos critico, gli torn in mente quando aveva negato un medico all'imperatore Tito. Aveva avuto la sua grande opportunit, ma l'aveva ottenuta per mezzo di un tradimento. E ora gli dei lo stavano punendo. Era solo, come Tito, con la differenza che lui era in un campo di battaglia. Il timore della morte incombente, l'assoluta e umiliante sconfitta e le sue azioni passate, dettate dalla vile e volgare ambizione, gli strinsero il petto in una morsa. Si ritrov a pensare che la sua era una vita triste. Rimont a cavallo. I suoi pretoriani si battevano con coraggio, ma perdevano posizione. I Rossolani e i Sarmati, protetti dalle cotte di maglia e supportati da centinaia, migliaia di soldati dacichi, stavano facendo di tutto per annientarli. D'un tratto, dal fondo della sua angoscia e meschinit, dal pi intenso disgusto che provava per se stesso, Cornelio Fusco decise di reagire con dignit. Sarebbe stato il primo capo del pretorio a soccombere in una campagna militare contro un popolo barbaro. Un epilogo miserevole. Ma almeno sarebbe morto con onore. Sguain il gladio e lo sollev verso il cielo.
Inspir a fondo e grid sovrastando il frastuono della battaglia. La guardia pretoriana muore ma non si arrende! Morte o vittoria! Morte o vittoria!
E Cornelio Fusco, capo del pretorio dell'imperatore Domiziano, si lanci, solo, ferito, coperto del suo stesso sangue, contro una decina di Rossolani che avevano appena ucciso diversi pretoriani. Lo scontro tra il disperato capo dell'esercito romano e i Rossolani fu sorprendentemente equilibrato, sebbene fossero uno contro dieci. La carica di Fusco riusc ad abbattere alcuni nemici. Il gladio del capo pretoriano fendeva rapido l'aria e tagli altre due gole. In quel momento una lancia gli trafisse la schiena e, quasi allo stesso tempo, un dacio affond nel collo di Fusco la sua falx.
Aaaah! grid.
Nonostante avesse una lancia conficcata nella scapola, si rifiutava di cadere da cavallo. Due Rossolani lo colpirono alla spalla con le loro spade e, alla fine, anche in viso. Fusco rimase accecato. Il dolore era cos intenso che non si rese nemmeno conto di essere stato colpito altre volte. Le mani lasciarono le redini. Il corpo cadde in silenzio, insanguinato e ferito a morte. Cornelio Fusco ud il tonfo della sua testa contro una delle pietre di quel fiume in secca che divideva in due la valle di Tape.
Centro della valle
Lusio Quieto tir con forza le redini del suo cavallo.
Alla valle! Torniamo alla valle! ordin, e tutti i suoi cavalieri lo seguirono.
Nessuno voleva battersi contro cinquecento Sarmati, visto che loro erano soltanto in novanta. Galoppando, tornarono veloci al centro della valle, dove i carri dell'equipaggiamento erano bloccati in un cumulo enorme di tronchi, rami, feriti e cadaveri. L, i Daci, i Sarmati e i Rossolani colpivano e uccidevano i calones e gli altri schiavi che accompagnavano l'esercito romano. I legionari della V non erano riusciti a retrocedere per andare in aiuto di quei poveretti indifesi. Soltanto pochi pretoriani sembravano difendere i carri dal brutale attacco della cavalleria nemica. Quieto, con una rapida occhiata, vide che non c'era traccia n del capo del pretorio n di altri ufficiali di rango superiore al suo.
Passiamo tra i carri! Verso sud! Bisogna uscire da questa maledetta valle! esclam, ma incontr gli sguardi scettici di alcuni suoi uomini, soprattutto del giovane Nigrino. Non abbiamo il tempo per aiutarli!
Nigrino annu. In quel momento incrociarono un gruppo di cavalieri sarmati che aveva circondato un ufficiale romano: un tribuno ferito e disarcionato che, anche da terra, continuava a combattere.
Retroguardia dell'esercito dacico
Il fronte della battaglia si era spostato al centro della valle. Decebalo s'aggirava tra i cadaveri romani della legione V accompagnato da un gruppetto di pileati. Decine di guerrieri finivano i nemici feriti con le loro sicae. Il capo dacico aveva dato ordine di uccidere tutti. Non era il momento di fare prigionieri. In altre fasi della battaglia avrebbero potuto essere di una qualche utilit, ma ora, sotto lo sguardo attento dei principi germanici, voleva solo il maggior numero possibile di morti.
Giunsero allo spiazzo in cui i portastendardi romani avevano conficcato nel terreno i vessilli della legione V. Erano l, ritti e orgogliosi, circondati dai corpi senza vita dei legionari che li avevano difesi fino all'estremo sacrificio. Decebalo osserv i cadaveri romani: si erano battuti con coraggio, bisognava ammetterlo. Era fiero di aver sconfitto un esercito valoroso, la cui unica colpa era di essere guidato da un manipolo di inetti. Finch Roma avesse inviato legati incompetenti e sul suo trono ci fosse stato un codardo buono a nulla, avrebbe potuto perseguire il suo progetto di creare la grande Dacia - dal Mar Nero alla Germania, dalle steppe del Nord alla Pannonia e alla Mesia e, perch no, anche pi a sud -, edificandola sui cadaveri dei legionari romani.
Decebalo afferr una delle insegne con l'elefante e, tirando con forza, la estrasse dal terreno dacico. La rimosse come se si stesse liberando di una fastidiosa spina e la gett a terra. Ripet la stessa operazione con gli altri stendardi, finch finirono tutti ammassati sui corpi di quegli uomini che non erano riusciti a difendere le sacre insegne di Roma.
Datemi il balaur ordin Decebalo con tono fiero e deciso.
Uno dei pileati gli pass un vessillo a forma di testa di balaur, un feroce drago, l'insegna di origine sarmatica che i Daci avevano adottato come simbolo della lotta contro Roma. Decebalo, con entrambe le mani, affond lo stendardo dove prima svettavano le aquile della legione V.
Tape  dacica e lo sar per sempre! esclam, e i suoi uomini alzarono al cielo le spade, le falces e le asce, esultando con il loro capo per la vittoria sul pi grande degli eserciti romani che avesse mai osato attraversare le sacre acque del Danubio. Il balaur, con le fauci spalancate, sembrava deridere gli elefanti e le aquile che giacevano sconfitti a terra.
Esercito romano dal secondo gruppo dell'equipaggiamento
Pi a sud la battaglia stava ancora imperversando. Il veterano Nigrino schiv due lance, mentre i cavalieri sarmati continuavano a sghignazzare. Si stavano divertendo. In quel settore c'erano pochi soldati e la legione V e i pretoriani sembravano troppo presi a cercare di sopravvivere per preoccuparsi di ci che succedeva l dietro. La retroguardia non era in grado di avanzare, quindi ripiegava. Nigrino era abbandonato a se stesso. I Sarmati, che avevano riconosciuto il mantello bianco con le frange rosse e l'elmo sormontato dall'inconfondibile pennacchio da tribuno, avevano deciso di prenderlo di mira. Uno di loro prese un arco, mir e scagli una freccia che il veterano riusc a parare con lo scudo, ma vi rimase conficcata, come un triste presagio. Uno dei Sarmati avanz e, guardandolo da vicino, si rivolse ai suoi compagni in una lingua che Nigrino non era in grado di comprendere: Ghiuj! Vecchio!.
Tutti gli altri si misero a ridere, ma il tribuno, approfittando della distrazione del cavaliere che aveva parlato, gli si avvicin e lo colp con la spatha nell'interno coscia, una delle poche parti del corpo che le loro armature lasciavano scoperte.
Aaaah! grid il nemico e si volt verso Nigrino, il quale indietreggi frettoloso fino a sbattere con la schiena contro uno dei carri romani abbandonati.
Il guerriero sarmata sguain la spada e afferr una lunga lancia che gli aveva passato un suo compagno. La sollev puntando su Nigrino, che tentennava tra il rimanere fermo e parare il colpo con lo scudo o buttarsi a terra. All'improvviso diversi cavalieri furono abbattuti, colpiti da altri soldati appena giunti. Nigrino, all'ultimo momento, aveva deciso di gettarsi a terra, abbandonare lo scudo e rotolare via, ma un attimo dopo si ritrov circondato da una dozzina di cavalieri romani che combattevano con furia contro i nemici sorpresi alle spalle.
Qui, zio, qui! sent Nigrino, e vide suo nipote avvicinarsi in sella a un possente cavallo. Il tribuno, senza la minima esitazione, afferr la mano del nipote e si iss in groppa al destriero.
Via da qui! Via da qui! grid Lusio Quieto al giovane Nigrino. I cavalieri romani ripresero la fuga seguendo il letto di quel maledetto fiume in secca, alla ricerca delle legioni in retroguardia.
I due Nigrini galoppavano verso sud e riuscirono a seminare i Sarmati che li inseguivano, ma non tutti i cavalieri africani ebbero la stessa fortuna e diversi caddero sotto le lance nemiche.
Anche Lusio Quieto cavalcava velocissimo, subito dietro il tribuno e suo nipote. Era profondamente addolorato per la morte dei compagni di turma, ma non avrebbe potuto rifiutarsi di aiutare un tribuno romano. Scosse il capo. Quella battaglia era stata un disastro, una vergogna. Rossolani, Daci, guerrieri con le teste rasate e i capelli raccolti in lunghe code. Per un momento aveva persino pensato di avere delle visioni: a tratti, in mezzo a quei barbari, credeva di aver scorto delle donne. Non donne normali, ma guerriere che brandivano spade e lottavano come se fossero uomini. Il giovane cavaliere nordafricano temeva che la ragione lo stesse abbandonando.
Retroguardia dacica, accanto al vessillo di balaur
I principi germanici scesero dalle montagne insieme al sommo sacerdote Bacilis. In quel momento giunsero dalla valle anche Diegis, Vezinas e altri pileati.
Fu Diegis a parlare per primo: Sarmati, Rossolani e Bastarni stanno respingendo i Romani al limitare della valle. Senza riuscire a trattenere un sorriso compiaciuto, aggiunse: Credo che i Romani non smetteranno di correre fino al Danubio.
A cominciare da Decebalo, tutti risero di gusto.
Placata l'ilarit generale, Bacilis, costretto a riconoscere la vittoria del giovane impetuoso, gli si avvicin e gli parl in tono solenne. Zalmoxis ti ha benedetto. Poi si volt verso i nobili radunati intorno al grande balaur e li guard con aria grave. Senza dubbio siamo di fronte al nuovo re della Dacia. Una grande Dacia che sorge vittoriosa dal sangue dei legionari uccisi oggi dalle spade di un nuovo e forte re. Poi ripet: Un nuovo re.
Diegis, Vezinas e tutti i pileati, perfino Bacilis in persona, si inginocchiarono e resero omaggio all'uomo destinato a regnare su di loro. Riuscivano gi a intravedere un nuovo e immenso regno che si sarebbe imposto su tutti i nemici, a partire proprio da quei Romani che avevano temuto per anni.
I principi germanici non si misero in ginocchio, per si inchinarono in segno di rispetto: quel giovane dacico aveva appena inflitto la pi grave delle disfatte alle legioni romane a nord del Reno e del Danubio dai tempi di Teutoburgo. Il capo dei Catti prese la parola per entrambi. Ironia della sorte, per comunicare tra loro, Catti e Daci usavano il latino, la lingua del loro comune nemico.
Abbiamo visto di cosa sei capace, nuovo giovane re della Dacia. Adesso noi manterremo la nostra promessa.
Decebalo annu e in quel goffo latino fu sentenziato il tragico destino di Roma. Solo un miracolo avrebbe potuto evitare la caduta del grande Impero romano: la venuta di un nuovo capo, un imperatore diverso da Domiziano, in grado di modificare il corso della storia. L'esistenza di un uomo simile, per, non rientrava nelle previsioni dei Daci e dei Germani convenuti quel giorno nella valle di Tape.
Dall'altra parte dell'accampamento dacico diversi cavalieri sarmati ridevano, raccontandosi le imprese compiute in battaglia. Tra loro c'erano giovani donne, anch'esse guerriere, che per rimanevano in silenzio. Non avevano ancora ucciso abbastanza nemici per potersi vantare del proprio valore, ma potevano stare in compagnia di quei coraggiosi guerrieri, che le rispettavano e condividevano con loro lo stesso cibo e lo stesso campo di battaglia. Tra quelle giovani c'era Alana. Seduta accanto a Tamura, sua sorella maggiore, mangiava avidamente la selvaggina cacciata poco prima della battaglia. Era soddisfatta: aveva ucciso il suo primo nemico. Era solo l'inizio. La ragazza si gustava il cibo e guardava ammirata Dadagos, il capo del gruppo, il pi loquace e il pi sanguinario. Anche Tamura lo fissava con interesse.

92.

L'IRA DI DOMIZIANO.

Domus Flavia, Roma, 86 d.C.

Domiziano aveva appena ascoltato il terribile resoconto della disfatta di Fusco e del suo esercito nella maledetta valle di Tape. L'Aula Regia era gremita di senatori, ambasciatori, pretoriani, schiavi e liberti al servizio dell'imperatore di Roma.
Partenio, in piedi dietro il trono, rimaneva con il capo chino e si mordeva il labbro inferiore. Dal Nord non giungevano altro che brutte notizie, perci aveva suggerito all'imperatore di incontrare il messaggero dell'esercito del Danubio in privato. Domiziano, per, ottenebrato dalla sua vanagloria, aveva ignorato il prudente suggerimento dell'anziano consigliere. Quest'ultimo, come tutti i presenti nella sala e di sicuro anche l'imperatore, aveva sentito accapponarsi la pelle quando il decurione Lusio Quieto, inviato da Tettio Giuliano, aveva descritto la sconfitta dell'invincibile legione V Alaudae, la caduta di Fusco e l'epico ma inutile sacrificio della guardia pretoriana.
Lusio Quieto concluse il suo rapporto. Partenio sollev lo sguardo e studi con attenzione quel messaggero. Doveva godere di ampia stima se era stato scelto da Giuliano per annunciare all'imperatore un simile disastro. Stimato e coraggioso: non dovevano essere molti i volontari per recare un simile messaggio all'imperatore di Roma, forse nessuno. Il decurione sfoggiava una bella torques sul petto, la prova del suo valore in battaglia in un passato non troppo lontano, essendo ancora molto giovane. Anche l'imperatore sembrava aver notato il monile.
Decurione, vedo che porti con orgoglio una torques disse Domiziano, la cui voce riecheggi nella sala. Era calato un silenzio glaciale sia per il messaggio appena riferito, sia per il timore di una reazione iraconda da parte dell'imperatore.
Lusio comprese di aver appena commesso una grave leggerezza: si tolse subito la torques e la gett sul pavimento.
 un riconoscimento per la mia precedente campagna contro i Sarmati e i Rossolani in Mesia e in Pannonia. Un premio che non merito pi, come nessun altro soldato dell'esercito del Danubio replic Lusio Quieto con fermezza, senza aggiungere altro e tenendo il capo chino.
Non poteva saperlo, ma quel gesto, quella pronta reazione gli aveva appena salvato la vita. Era stato un atto di coraggio: un solo decurione non poteva certo assumersi la colpa di un disastro di tale portata. La responsabilit di una simile disfatta era del legatus al comando e Cornelio Fusco, caduto in battaglia, era stato messo a capo della spedizione dall'imperatore in persona. Tutti lo sapevano. Domiziano sarebbe stato ben lieto di dare in pasto il decurione alle fiere dell'anfiteatro Flavio, ma sarebbe stata una decisione impopolare e non sarebbe comunque servito a placare la sua ira. Per questo avrebbe dovuto attendere la competizione letteraria del pomeriggio, nel teatro di Marcello. Vi avrebbero preso parte tutti i poeti della citt, con componimenti in lode della vittoria dell'imperatore sui Catti del Reno. Ma quei maledetti Daci, per Giove, gli impedivano di godersi in pace il suo momento di gloria. Prima gli inopportuni successi di Agricola nella Britannia, e adesso i Daci.
Gettare per terra quella torques, decurione, continu l'imperatore con severit era il minimo che tu potessi fare, ma non  abbastanza per riscattare il tuo onore. Soldati come te, Lusio... e l'imperatore tacque, in attesa che qualcuno gli suggerisse il nome intero. Partenio gli si avvicin da dietro e gli bisbigli qualcosa all'orecchio. Quindi Domiziano pot terminare la frase. Soldati come te, Lusio Quieto, a Roma non servono. Dovrei darti in pasto ai leoni oggi stesso, ma ti sei salvato ammettendo la tua inettitudine. Questo tuo gesto di umilt ti ha risparmiato dalla mia furia, ma resti sempre un incompetente, una risorsa inutile per le campagne del Nord. Ti dovr inviare in una regione pacifica dell'Impero, una provincia in cui un buono a nulla come te possa andarsene in giro per le strade e dare l'impressione di rappresentare Roma. Una provincia in cui un soldato non si trovi nella situazione di dover combattere. Per tutti gli dei, esiste un posto del genere? Partenio si avvicin di nuovo all'imperatore e gli sussurr ancora qualcosa. Domiziano annu. La Hispania, ma certo! La provincia Tarraconense sembra il luogo adatto. Chi c' l al comando?
Questa volta Partenio rispose ad alta voce.
Marco Ulpio Traiano, cesare.
Traiano, s, bene. I Traiani sono leali. Magari lui sapr tirare fuori qualcosa di buono da te e, comunque, la regione  tranquilla. Visto che non dovrai combattere, Lusio... non riusciva a ricordarsi il nome di quel maledetto decurione e Partenio glielo sugger di nuovo ...Quieto, s. Non vale la pena tenere a mente il tuo nome. Sar meglio per te che me lo dimentichi al pi presto. Andrai nella Hispania. Partirai all'istante. Non ti meriti nemmeno un giorno di riposo. Guard Partenio per un attimo. Che parta con una nave di legionari o di merci, o qualsiasi altra cosa, ma che non resti a Roma neppure per mezza giornata. Dritto a Ostia, con una chiatta qualsiasi del trasporto fluviale, nessuna quadriga per lui.
Partenio annu. Lusio Quieto fece un inchino e, senza nemmeno guardare l'imperatore, si volt e lasci la sala, sforzandosi di mandar gi l'umiliazione inflittagli dal cesare. Dietro di lui, dimenticata sul pavimento dell'Aula Regia, rimase la torques. La sua carriera militare e, di conseguenza, quella politica, si era conclusa ancor prima di iniziare. Non sarebbe mai diventato qualcuno. Poteva ritenersi fortunato di essere vivo, ma per il figlio di un principe nordafricano non ne valeva la pena se era quello il prezzo da pagare. A questo pensava mentre serrava rabbiosamente le mascelle. Era contento solo di una cosa: che il giovane Nigrino, suo zio, Tettio Giuliano e i suoi cavalieri non avessero assistito alla spregevole fine della sua carriera militare.
Nell'Aula Regia tutti attendevano la decisione dell'imperatore su come rispondere ai Daci.
Bisogna recuperare i vessilli della legione V disse l'imperatore per poi tacere in attesa di qualche suggerimento.
Come sempre, fu Partenio l'unico ad avere il coraggio di parlare. Tettio Giuliano, cesare, sarebbe un legatus perfetto. Dispone ancora di quasi quattro legioni al completo. Bisogna ordinargli di contrattaccare prima che il nemico abbia modo di riorganizzarsi. Nel frattempo, altre legioni, per esempio quelle sul Reno, possono prepararsi per raggiungere il Danubio in primavera e dare avvio a una campagna punitiva e dunque recuperare le insegne, cesare.
L'imperatore not che alcuni senatori annuivano in silenzio, dimostrando di essere d'accordo con Partenio.
E sia concesse Domiziano. Che Giuliano, in qualit di legatus, contrattacchi e... Chi c' adesso a capo delle legioni del Reno?
Saturnino, cesare rispose Partenio a bassa voce.
L'imperatore fece un'evidente smorfia di disgusto. Saturnino era un debole di cui Domiziano si era preso gioco: una volta, per scherzare, lo aveva accusato davanti a tutti di lasciarsi possedere da chiunque volesse giacere con lui. Lo aveva chiamato scortum, meretrice. Quell'idiota, anzich ridere alla sua battuta, aveva osato lanciare al cesare un'occhiata inferocita. Adesso, come punizione per la sua presunzione, si trovava nella Germania. A uno scherzo dell'imperatore si ride o, quanto meno, se non si apprezza, si sopporta in silenzio, ma non gli si manca certo di rispetto. Domiziano assentiva tra s. Da quel giorno, nessuno si era mai pi azzardato a guardarlo con un'espressione che tradisse orgoglio, rabbia o minaccia.
Gi, quell'imbecille comment Domiziano. Be', fa lo stesso. Voglio sapere al pi presto quante legioni possiamo mandare dal Reno al Danubio. All'improvviso, con aria trionfante, quasi compiaciuta, l'imperatore parl soffocando una risata. Adesso ci torner utile la mia epica vittoria sui Catti, soprattutto dopo aver inviato sul Reno quell'idiota di Saturnino. Avendo io stesso rafforzato il confine, possiamo permetterci di lasciare l al comando un inetto, mentre noi prendiamo parte delle sue truppe per occuparci dei Daci e risolvere una volta per tutte il problema dei confini del Nord. Si alz dal trono imperiale e guard tutti con un'espressione di sfida. Siete fortunati ad avere un prode cesare a vegliare su di voi, altrimenti i barbari starebbero gi spadroneggiando nelle strade di Roma, si approprierebbero dei vostri beni e giacerebbero con le vostre mogli e le vostre figlie. Buon per voi che sul trono di Roma sieda un cesare come me. Come Domiziano si aspettava, tutti si inchinarono alle sue parole. Adesso lasciatemi solo. Ho bisogno di pensare. Devo riflettere su come continuare a salvarvi la vita.
Tutti abbandonarono la grande Aula Regia a eccezione dei pretoriani e di Casperio - rimasto da solo a capo del pretorio dopo la morte di Fusco -, il quale non si riteneva mai incluso negli ordini imperiali, a meno che l'imperatore gli si rivolgesse personalmente. Partenio lasci la grande sala delle udienze per ultimo. Non gli piaceva che Casperio rimanesse da solo con Domiziano, ma non poteva farci niente. In quel momento la cosa pi urgente era capire quali legioni spostare dal Reno al Danubio per contrastare l'avanzata dei Daci. La guerra del Nord era una faccenda molto delicata, ma era impossibile farlo capire all'imperatore, e Partenio, ormai, aveva imparato a dosare le sue forze. Stava diventando vecchio e non aveva energie da sprecare.
Appena la sala si fu svuotata, Domiziano si diresse dal prefetto del pretorio: Adesso ci sei solo tu a capo del pretorio, Casperio.
L'ufficiale annu, deciso.
L'imperatore riprese. Fusco, con la sua stupidit, ha decimato la guardia pretoriana. Bisogna porre rimedio. Voglio che tu ricostituisca le cinque coorti pretoriane che abbiamo perso a nord del Danubio e devi farlo nel minor tempo possibile, hai capito?
Casperio annu di nuovo.
 importante: ho molti nemici e dopo questa sconfitta non faranno altro che aumentare, soprattutto all'interno del Senato. Prosegu guardando di sbieco le pareti. Mi controllano tutti, Casperio, sorvegliano ogni mio passo e prevedo tradimenti. Adesso sanno che la mia guardia pretoriana  praticamente dimezzata. Dobbiamo stare molto attenti durante i miei spostamenti in citt. Molto attenti.
Il cesare vuole annullare la competizione letteraria delle prossime settimane? domand il capo del pretorio accigliato.
No, questo mai. Non possiamo rimandare nulla di quanto avevamo programmato. Se lo facessimo confermeremmo le voci e le insinuazioni secondo le quali mi sono indebolito. No, Casperio. Dobbiamo essere pi astuti dei miei nemici. Ci andremo, ma raddoppierai la mia scorta. Se le guardie devono abbandonare qualche postazione per proteggermi, che siano i castra praetoria a rimanere sguarniti. Io e la Domus Flavia dobbiamo essere sempre sotto stretto controllo. Hai capito, per tutti gli dei? Hai capito, Casperio?
L'imperatore lo fiss e vide che il suo unico capo del pretorio annuiva. Casperio non era un uomo brillante, ma forse era meglio cos. Era leale e anche un po' stupido. Avrebbe dovuto cercare un altro prefetto per sostituire Fusco, ma nel frattempo Casperio gli sarebbe dovuto bastare.
Per le cinque coorti devi trovare soldati che mi siano leali. Che siano di Roma o di qualsiasi altra parte dell'Impero, l'importante  che ci si possa fidare di loro ciecamente. Questa faccenda ha la priorit assoluta.
Domiziano si alz dal trono, scese i gradini e, senza guardarsi indietro, abbandon l'Aula Regia in cerca di sua nipote Flavia Giulia. La rabbia che aveva dentro gli aveva acceso la brama di possederla con violenza. Solo cos riusciva a calmarsi, almeno un po'.

93.

SATURNINO E I GERMANI.

Mogontiacum, Germania Superiore, 87 d.C.

I principi dei Catti e di altre trib germaniche entrarono nell'accampamento di Mogontiacum, scortati da una ventina di legionari armati, nervosi e diffidenti. I Germani percepivano che i Romani provavano rispetto per loro, e al tempo stesso timore. Erano uomini alti, possenti, biondi e con occhi azzurri come il mare. Centinaia di legionari si assieparono lungo la via principalis sinistra per assistere al passaggio di quei nemici del Nord. Nemici che presto avrebbero potuto non esserlo pi.
Tutti sapevano che Lucio Antonio Saturnino, il governatore della Germania Superiore e, di conseguenza, la massima autorit civile e militare di tutta la provincia, stava tramando qualcosa. Qualcosa di grosso.
Da Roma non arrivavano sufficienti approvvigionamenti. Era cos fin dai tempi di Traiano e adesso le cose erano peggiorate. Negli ultimi mesi tutto il grano, la carne, le nuove armi e, soprattutto, il vino sembravano essere destinati solo al Danubio. L'imperatore ormai li aveva dimenticati. Nel recente passato Domiziano era stato l, aveva ottenuto una piccola vittoria contro i Catti ed era tornato a Roma a godere della sua presunta gloria. Aveva lasciato l, quasi abbandonandole, le legioni XIV Gemina e la XXI Rapax. Per alcuni anni, sotto il comando di Traiano, un generale stimato e benvoluto, di cui tutti nella provincia germanica sentivano la mancanza, quelle due legioni erano riuscite a tenere sotto controllo i Germani in numerose battaglie di cui Roma non aveva quasi ricevuto notizia. Poi, per, l'imperatore aveva gettato nello sconforto tutti i legionari della Germania Superiore sollevando Traiano dal comando e trasferendolo a sud, nella lontana Hispania. La penuria di mezzi, viveri e armi si era aggravata e, soprattutto, agli uomini pesava l'assenza di un capo che li incoraggiasse a non perdere la fiducia in loro stessi. Tuttavia, Lucio Antonio Saturnino era riuscito a riaccendere una fiammella nel petto di quei legionari che si sentivano disprezzati e dimenticati dall'imperatore. Il nuovo governatore, che si diceva fosse stato mandato a nord per punizione, aveva saputo guadagnarsi il rispetto delle truppe condividendo il poco vino che arrivava da Roma, spesso comprato a sue spese, e, talvolta, consumando i pasti insieme a loro, come faceva sempre il suo predecessore. Saturnino, per, non aveva le doti di Traiano, ed era incapace di fermare i continui attacchi dei Germani. I legionari avevano iniziato a dubitare di lui e a demoralizzarsi, finch il legatus aveva deciso di dare una svolta alla situazione.
Stringeremo un'alleanza con i Catti aveva annunciato Lucio Antonio Saturnino durante la comissatio dopo una cena.
Tutti i presenti, per la maggior parte tribuni e ufficiali delle legioni XIV e XXI rimasero in silenzio per un attimo, finch Caio Ascanio, il primus pilus della XXI Rapax, trov il coraggio di dare voce a ci che tutti pensavano.
E contro chi sarebbe questa alleanza?
Le alleanze erano sempre contro qualcuno o qualcosa e un patto tra legioni e barbari poteva avere un solo obiettivo: opporsi all'imperatore. Ma quello sarebbe stato un proposito cos azzardato e temerario che aveva bisogno di sentirlo dire per poterci credere.
Lucio Antonio Saturnino, che l'imperatore Domiziano aveva umiliato in pubblico per puro divertimento, accusandolo di giacere con tutti gli uomini che gli si proponevano, prese una coppa di vino, bevve un lungo sorso e, dopo essersi schiarito la gola, fece l'annuncio che preparava da mesi. Lui non era Traiano, ma non si riteneva inferiore al suo predecessore, soltanto diverso. Affrontare Domiziano con l'aiuto dei Catti non era affatto un'impresa da poco.
Contro l'imperatore, ovviamente. Contro chi se no? sorrise soddisfatto.
Gli ufficiali non erano sorpresi: tutti sapevano che il legatus disprezzava Domiziano, ma arrivare a ribellarsi, per giunta con l'aiuto dei barbari, era un rischio enorme. Il loro governatore, per, sembrava ben lieto di correrlo. Perci, anche se non erano stupiti, i loro volti erano inquieti e ragionevolmente intimoriti. Saturnino decise di dare loro una spiegazione.
Da anni ormai l'imperatore pensa solo al Danubio. Nel frattempo l'Impero si sta sgretolando. In Oriente i Parti si sono rafforzati, i Giudei potrebbero ribellarsi da un momento all'altro. L'imperatore  debole; noi, qui al Nord, sappiamo che senza rinforzi  impossibile sconfiggere i Catti in modo definitivo. Davanti a noi si aprono due strade. La prima: rimanere nella Germania e continuare a farci attaccare da orde di barbari fino a morire tutti. E solo per proteggere le frontiere di un imperatore a cui non interessa governare e guidare il suo popolo, preferendo passare da un banchetto all'altro, da una donna all'altra e assistere agli spettacoli nell'arena.
Tutti notarono che Saturnino non aveva pronunciato di proposito il nome ufficiale dell'anfiteatro Flavio, come se considerasse gi estinta la dinastia dell'imperatore.
Oppure possiamo intraprendere una strada diversa.
Saturnino vide che tutti avevano smesso di mangiare e di bere e lo ascoltavano attenti, pronti a tutto. Ma lo erano davvero?
Potremmo allearci con i Catti e con qualche altra trib germanica pi organizzata e insorgere contro l'imperatore. Con il loro supporto, potremmo calare dalla Germania Superiore fino al cuore dell'Impero, sconfiggere le guardie di Domiziano e prendere il potere. In questo momento dispone soltanto di met della guardia pretoriana, visto che l'altra  caduta in Dacia, e non pu ricorrere alle legioni del Danubio, perch altrimenti i Daci invaderebbero la Pannonia e la Mesia. La nostra avanzata sar inarrestabile. Poi, una volta ottenuto il potere, con l'appoggio di molte legioni scontente come le nostre, saremo forti abbastanza da fare in modo che i Germani onorino la loro parte del patto. A quel punto rafforzeremo il resto dei confini.
Fu ancora Caio Ascanio a domandare altri dettagli del piano. E cosa daremo ai Germani?
Saturnino sorrise di nuovo. Concederemo loro questa maledetta Germania Superiore che sembrano volere cos fortemente, dove non c' oro n argento, ma solo alberi, pioggia e ancora pioggia. In cambio di questa piccola provincia, con il loro appoggio militare otterremo il controllo dell'Impero.
Siccome a nessun legionario piaceva l'idea di cedere territori al nemico, Saturnino prosegu: Ovviamente, trascorso qualche anno e consolidato il potere, potremmo tornare qui con l'appoggio di altre legioni e fare in modo che il limes ritorni alla posizione attuale. Quindi fiss tutti negli occhi e concluse: Cosa ne pensate, ufficiali della XIV e della XXI? State dalla mia parte e da quella della vittoria, oppure state con Domiziano e il suo eterno disprezzo? A voi la scelta. Io vi ho appena affidato la mia sorte. Potete inviare a Roma uno qualunque dei vostri decurioni e accusarmi di tradimento, senza che io mi disturbi a smentire, oppure potete lottare con me, tutti insieme, per il bene dell'Impero. Cosa rispondete? Volete perseverare nella sconfitta e nel disprezzo, oppure farvi carico di questa sfida e conquistare la vittoria?.
Tutti gli uomini radunati in quel praetorium erano subissati dalle lamentele dei soldati, generate dalla perenne mancanza di viveri e approvvigionamenti. Tutti gli ufficiali presenti erano stanchi di combattere quell'infinita guerra invisibile, come l'aveva definita Traiano, e che da quando lui era stato mandato via li vedeva uscire sempre perdenti. Non ne potevano pi di lottare e inzupparsi di pioggia ogni giorno, di mangiare poco e male, di essere perennemente stremati per il poco riposo, disgustati da quella vita di stenti sui confini di un Impero che li aveva dimenticati. Per questo, in quel momento, nessuno si domand da quale parte si sarebbe schierato il loro vecchio generale Traiano. Marco Ulpio Traiano era lontano, adesso, al comando di un'unica legione nella lontana Hispania. Saturnino proponeva loro un obiettivo concreto. Perci, quando Caio Ascanio si alz e salut Lucio Antonio Saturnino come il nuovo imperatore di Roma, tutti brindarono alla vittoria.
Ave, cesare! Ave, cesare! Ave, cesare!
Qualche settimana dopo quella cena, i principi germanici fecero il loro ingresso nel praetorium del grande accampamento di Mogontiacum e si sedettero di fronte a Lucio Antonio Saturnino. Questi li salut con riverenza per poi passare subito alla questione per cui li aveva convocati.
Quanti uomini potete radunare? chiese, parlando lentamente e in latino, il governatore romano appena acclamato cesare dalle legioni XIV e XXI.
I capi germanici si scambiarono uno sguardo e fu il principe dei Catti a parlare. Pi di trentamila rispose con orgoglio, in un latino un po' impacciato ma abbastanza comprensibile.
Saturnino non ebbe bisogno di altri dettagli. Una settimana prima quei trentamila uomini erano suoi nemici, ma da quel momento sarebbero stati trentamila alleati a cui sommare i ventimila legionari della Germania Superiore. Un esercito enorme, capace di intimorire qualsiasi imperatore.
Il patto fu siglato quello stesso giorno e i principi barbari si ritirarono soddisfatti. Presto avrebbero attraversato il Reno. Finalmente. Avrebbero mantenuto la promessa fatta a re Decebalo della Dacia: la sollevazione delle legioni romane avrebbe dato inizio a una guerra civile che avrebbe indebolito l'Impero fino a farlo cadere. Decebalo ne sarebbe stato contento. In quella primavera ormai alle porte, l'unica a essere sconfitta sarebbe stata Roma.
Tribuni, decurioni, centurioni e principi germanici lasciarono il praetorium. Bisognava iniziare i preparativi per l'imminente campagna.
Lucio Antonio Saturnino rimase solo e ne approfitt per versarsi un po' di vino in una coppa; la osserv, la sollev verso sud, in direzione di Roma, e fece il suo brindisi con aria compiaciuta. Da uomo a uomo, Domiziano, adesso vedremo chi posseder e chi verr posseduto. Ti pentirai di avermi insultato e umiliato davanti a tutti. Te ne pentirai amaramente, Domiziano. Adesso vedremo chi  la meretrice.

94.

IL TEATRO DI MARCELLO.

Roma, 87 d.C.

Domiziano super gli archi con semicolonne doriche che davano accesso al grande teatro di Marcello. Su di esse poggiava un secondo, maestoso ordine di arcate ioniche e, sopra queste, un terzo livello con un'altra serie di archi su semicolonne corinzie. Il travertino, identico a quello usato per la costruzione del grande anfiteatro Flavio, era stato lucidato da centinaia di schiavi dopo il restauro voluto da Vespasiano (in seguito all'incendio di Nerone e a quelli appiccati dai vitelliani durante la guerra civile). L'edificio aveva cos recuperato parte del suo antico splendore ed era degno del divino Giulio Cesare, che lo aveva progettato, e del divino Augusto, che ne aveva condotto i lavori e lo aveva dedicato a uno dei suoi sfortunati nipoti, Marcello appunto.
Domiziano si diresse verso il palco riservato ai cesari. Prest molta attenzione nel prendere posto. Si narrava che, nel giorno dell'inaugurazione, Augusto in persona fosse caduto mentre si sedeva e Domiziano, dopo la tremenda disfatta di Fusco e l'annientamento della legione V Alaudae, non voleva che una goffa caduta generasse altri sinistri presagi per il futuro dell'esercito imperiale. In quello stesso momento, sul Danubio, Tettio Giuliano avrebbe ricevuto l'ordine di contrattaccare. Domiziano voleva dare l'impressione di avere tutto sotto controllo. Inoltre stava per assistere a una gara tra poeti che avrebbero declamato i loro versi in onore della sua grande vittoria contro i Catti.
Mai come in quel momento aveva bisogno di ricordare a tutti che l'Imperator Caesar Domitianus era stato insignito anche del titolo di Germanicus, avendo ottenuto grandi vittorie militari. Nessuno doveva dimenticarlo, nessuno.
I poeti avevano iniziato a recitare.
Domiziano sospir. La qualit dei versi era infima. Cosa succedeva? A Roma non c'erano pi bravi poeti? Il teatro di Marcello era stato inaugurato con i versi del grande Orazio. Dov'era il suo Orazio? Dov'era il poeta degno di declamare le sue imprese? Com'erano ingiusti gli dei con lui! Domiziano era esausto. Chiese altro vino.
Chi  il prossimo? domand il cesare mentre uno schiavo gli serviva del vino dolce.
Un tale Stazio, Publio Papinio Stazio precis Partenio.  nato a Napoli. D lezioni di retorica a Roma. Credo che suo padre fosse dell'ordine equestre, cesare.
Domiziano sospir di nuovo e si port la coppa di bronzo alle labbra. Il nuovo poeta inizi a recitare il suo elogio della vittoria del cesare contro i Catti.
...i lumi: la mite saggezza di Crispo, propria di Nestore
e Fabio Veiento - il potere dei quali, che tre volte
con i loro nomi riempirono giorni fasti degni
di essere ricordati,  indicato dai loro abiti color porpora
- e Acilio, quasi un vicino del palazzo del Cesare...1
Forse fu per effetto del vino o perch ormai erano rimasti pochi concorrenti, o per la cadenza con cui quel poeta venuto dal Sud declamava i suoi versi, o ancora per le sue parole particolarmente lusinghiere, ma, quando Publio Papinio Stazio ebbe terminato di recitare il suo poema, Domiziano si alz in piedi e lo acclam come vincitore. La competizione era terminata. L'imperatore and sul palcoscenico, pos la mano sulla spalla del confuso poeta e gli disse in tono solenne: Tu sei il mio Orazio.
Non aggiunse altro. Era stanco e, anche se non lo avrebbe mai ammesso, preoccupato per la controffensiva di Tettio Giuliano sui Daci. E poi aveva bevuto troppo. Il cesare, scortato dalla guardia pretoriana, abbandon il teatro di Marcello.
Stazio era rimasto in mezzo al palco, da solo, tra gli sguardi incuriositi di alcuni e quelli invidiosi di molti.
A partire da domani, gli disse Partenio ti presenterai ogni giorno nell'Aula Regia della Domus Flavia, hai capito?
Publio Papinio Stazio annu e rimase a guardare il vecchio consigliere imperiale accodarsi al corteo di pretoriani al passo pi svelto che gli consentivano le sue gambe stanche. Il poeta, frastornato, non capiva ancora appieno che cosa gli stesse succedendo, ma una cosa l'aveva intuita: non avrebbe pi dovuto subire le umiliazioni del suocero. A partire da quel momento, sia lui sia la moglie non avrebbero pi vissuto nell'indigenza, ma avrebbero potuto condurre un'esistenza dignitosa e agiata. E per farlo doveva soltanto elogiare l'imperatore. Non gli parve un compito cos arduo.

1. Unici versi rimasti del poema di elogio che Stazio compose in onore di Domiziano per la sua vittoria sui Catti.

95.

LE MINIERE DELLA HISPANIA.

Legio, nord-est della provincia Tarraconense, Hispania 87 d.C.

Una volta insediato nel suo accampamento nella vicina Legio, Traiano decise di salire in cima al monte Teleno, dove il freddo e la neve rendevano la strada quasi impraticabile: voleva vedere con i suoi occhi la principale sorgente d'acqua delle miniere d'oro pi importanti della Hispania, che l'imperatore aveva affidato al suo controllo. Si erano verificati ritardi nella distribuzione dell'acqua e Traiano voleva capirne la ragione. La tecnica di estrazione usata nelle miniere era la ruina montium, perci era necessaria una grande quantit d'acqua. Con gli occhi socchiusi per ripararsi dal riflesso del sole sulla neve, Traiano osservava le cime immacolate delle montagne circostanti.
Qui c' acqua a sufficienza per tutta la primavera e l'estate osserv il legatus.
Il problema deve essere a valle, nei condotti replic Manio, che lo aveva accompagnato in perlustrazione mentre Longino era rimasto a sorvegliare la guarnigione di stanza a Legio.
S conferm Traiano voltandosi verso il suo tribuno e amico. Torniamo gi e controlliamo la rete di distribuzione.
Manio, insieme al piccolo gruppo di legionari della scorta, inizi a scendere lungo i ripidi pendii.
Appena arrivarono alle miniere, Traiano ordin di raddoppiare il numero di canali che portavano l'acqua al complesso degli scavi. Era un sistema gi abbastanza complesso, con pi di centomila condutture, eppure Traiano dispose di aumentarle sensibilmente e di renderle pi profonde almeno di due piedi. Allo stesso modo, gli acquedotti dovevano essere allargati di tre piedi nei rettilinei e ancora di pi nelle curve per evitare sprechi. Il legatus esigeva che venissero costruiti almeno sette canali principali e una lunga serie di vasche.
Voglio una enorme scorta d'acqua, cos incrementeremo il volume di estrazione spieg a Manio. Il suo amico non pot fare a meno di sorridere. Nella Hispania non c'erano guerre, sembrava pertanto che Traiano si accanisse contro le viscere della terra e che volesse estrarre tutto l'oro della regione durante il suo mandato. Traiano sembr leggergli nel pensiero.
Non voglio che l'imperatore abbia motivo di lamentarsi perch le miniere della Hispania non sono abbastanza produttive. Avr bisogno di oro per finanziare le guerre del Nord. E noi glielo procureremo.
Manio annu, ma non riusc a trattenere un commento, anche se pronunciato a bassa voce per non farsi sentire dai legionari della scorta.
Nelle mani di un imperatore incompetente nell'arte della guerra, l'oro potrebbe venire sprecato perch utilizzato per sostenere fallimentari battaglie.
Traiano si ferm di colpo. Afferr Manio per un braccio e lo port in disparte.
Manio Acilio Glabrione inizi Traiano, serio. Sei amico mio e di mio padre e la tua famiglia  infinitamente pi nobile della mia, ma qui sei sotto il mio comando e non voglio pi sentire considerazioni di questo tipo. So bene cosa pensi dell'imperatore, e sono anche al corrente che leggi i documenti diffusi dai cristiani, ma finch sarai ai miei ordini ti esorto a tenere per te ci che riguarda la tua vita privata. Sta' attento a quello che dici. Sei un valoroso ufficiale e io ho bisogno di te. Roma ha bisogno di te. Non metterti nei guai. E con un tono che sembr quasi una supplica aggiunse: Per Castore e Polluce, Manio, devi controllare i tuoi pensieri, e, se proprio non ci riesci, ti prego almeno di misurare le parole. L'imperatore ha occhi e orecchie dappertutto. Per Giove, Manio, sii discreto.
Manio annu e non disse altro per tutto il tragitto di ritorno verso l'accampamento di Legio. Una volta arrivati, dopo essersi congedato da Traiano, si diresse alle nuove terme della piccola citt e scomparve nelle viuzze del centro.
 arrivata una lettera imperiale rifer un legionario riportando alla realt Traiano che, preoccupato per Manio, lo guardava allontanarsi con aria assorta. Il legatus si volt verso il soldato.
Dov'?
Nel praetorium, legatus.
Di fronte a Lusio Quieto, erano seduti su semplici sellae il suo nuovo superiore, il legatus Marco Ulpio Traiano, Gneo Pompeo Longino, tribuno e amico fidato del legatus ispanico, e Manio Acilio Glabrione, un altro tribuno molto stimato per il suo coraggio, tanto che lo stesso Traiano aveva voluto fosse presente a quella riunione.
Lusio Quieto aveva appena riferito loro dell'imboscata di Tape e, da buon militare, era stato parco di parole ma molto preciso. Si sentiva a suo agio di fronte al nuovo legatus, un uomo che aveva preferito l'austerit e il freddo di Legio al lusso, alle comodit e al clima molto pi mite di Tarraco, la capitale della provincia. Vi si sarebbe potuto recare spesso, lasciando il comando della legione VII al suo secondo, ma Traiano era rimasto sempre a Legio, con le sue piccole terme, l'acquedotto e le mura, vicino alle miniere d'oro che doveva sorvegliare. Era stato proprio il legatus a chiedergli per primo maggiori dettagli sulla terribile sconfitta delle legioni guidate da Fusco.
Gli alberi piangevano? domand Traiano cercando conferma.
Be', s rispose Quieto schiarendosi la voce. Era stata l'unica metafora che si era concesso in tutto il resoconto e adesso provava un po' di vergogna per essersi espresso in quel modo. Cio, erano stati tagliati alla base, ma non del tutto, in attesa che...
In attesa di farli cadere quando le legioni sarebbero state in mezzo al bosco termin Traiano.
Esatto concluse Quieto, che poi rimase in silenzio mentre il legatus di Roma annuiva pensieroso. Era ovvio che avesse un'espressione cos grave: gli aveva appena descritto l'annientamento di un'intera unit pari alla sua. Sul volto di Traiano, per, si leggeva una preoccupazione ancora pi grande, come se nemmeno Lusio Quieto fosse cosciente delle reali dimensioni di quella tragedia.
Perch ti interessano tanto gli alberi? domand Longino a Traiano.
Il legatus di Roma si alz, and fino al tavolo al centro del grande praetorium e si serv una coppa di vino che allung con un po' d'acqua. Sul tavolo c'erano anche diversi rotoli con testi di Cesare e vari codici, tra cui alcune lettere con le informazioni che il famoso senatore Tacito aveva riunito sulla Germania. Inoltre, l accanto, era posata un'edizione dell'Iliade in greco, a cui Traiano era particolarmente legato perch gli era stata regalata dal padre durante un viaggio a Roma. Traiano bevve tutto il vino che si era versato. Lasci la coppa sul tavolo e si sedette di nuovo.
Mi interessa perch  lo stesso stratagemma utilizzato dai Cherusci contro le legioni di Varo. La stessa identica tattica.
Tra i quattro uomini cal un silenzio che dur qualche minuto, finch Manio non trov il coraggio di parlare: Forse  una tecnica comune tra i popoli barbari, oppure una semplice coincidenza.
Traiano, per, scosse il capo. Non  una pratica cos diffusa e non credo alle coincidenze sentenzi.
Cosa pensi allora? domand Longino.
Traiano non rispose subito e decise invece di rivolgersi di nuovo a Lusio Quieto, che assisteva immobile e in religioso silenzio al dialogo tra quegli alti ufficiali dell'Impero.
C'erano dei Germani tra i barbari di Tape, decurione?
Quieto riflett prima di rispondere, poi parl in tono deciso. No, non c'erano Germani. C'erano soprattutto Daci, ovviamente, ma anche un gran contingente di cavalleria straniera. Giurerei che vi fossero perfino delle donne aggiunse con un tono di voce che sottoline la sua sorpresa per quest'ultimo dettaglio. Parecchi Rossolani e un gran numero di barbari con la testa rasata tranne che in un punto da cui spuntavano lunghe code. Me li ricordo bene per la loro ferocia. Ma non c'erano Catti n Marcomanni, Cherusci, Sassoni o altri popoli germanici. Tra i nostri legionari c'erano alcuni veterani del Reno e nessuno ha riconosciuto dei Germani tra le fila daciche. No.
Le descrizioni di Lusio Quieto non sembravano soddisfare Traiano.
Quegli uomini con la testa rasata e le code, decurione, sono Bastarni e alcuni li considerano Germani; altri, invece, dicono che sono Traci o Sarmati, ma in ogni caso si distinguono dai Germani per la loro efferatezza. Non  strano che ti abbiano impressionato per la loro crudelt in combattimento. Forse sono stati loro il tramite tra i Daci e i Germani, ma magari c' un altro collegamento a livello pi alto, il che sarebbe molto pi grave... Hai detto che c'erano anche delle donne: erano giovani?
S, legatus conferm Quieto corrucciando la fronte, mentre cercava di richiamare alla memoria l'immagine delle guerriere.
Allora erano Sarmati sentenzi Traiano. I Sarmati fanno lottare contro i nemici le loro figlie pi giovani. Queste non sono affatto buone notizie. Si prospettano tempi bui per l'Impero.
Il legatus ispanico tacque, ma Longino lo guard con aria seria, alla ricerca di ulteriori spiegazioni. Traiano accolse la sua tacita richiesta. Se i Daci hanno usato una strategia simile a quella degli antichi Cherusci e combattono insieme ai Bastarni, tutto fa presumere una possibile alleanza tra i Daci e i popoli germanici, e per l'Impero sarebbe fatale. Se tutti i barbari del Nord iniziassero ad attaccare il limes del Danubio e del Reno, non ci sarebbero legioni sufficienti a contenerli. Una cosa simile era successa ai tempi di Giulio Cesare con Burebista, un antico re della Dacia. Giulio Cesare lo aveva attaccato per neutralizzare il pericolo. A quel tempo Roma aveva meno nemici. Oggi, con i Parti in Oriente, una nuova alleanza tra Daci e Germani, caro Gneo, potrebbe avere conseguenze disastrose. Traiano si volt verso Quieto. Questo, decurione, potrebbe significare l'inizio della fine dell'Impero.  per questo che mi interessano tanto quegli alberi. Le loro lacrime sono il preludio delle molte altre che verseremo noi, se la mia intuizione  esatta.
Quando Quieto era stato inviato nella Hispania, gli avevano parlato dell'esperienza e della saggezza di Traiano, ma solo ora si rendeva conto di essere al cospetto non solo di un grande militare, ma anche di un legatus arguto e lungimirante, in grado di interpretare con lucidit i fatti. Era diverso dagli altri alti ufficiali romani: l'austerit del suo praetorium dava l'impressione che Traiano si sentisse solo un semplice soldato al servizio di un immenso Impero. Nella sua pur breve carriera militare, invece, Lusio Quieto aveva conosciuto un'infinit di uomini inetti e pieni di s, che si ritenevano indispensabili per Roma! Che assurdit! E, per tutti gli dei, quell'abile legatus era al comando di una sola legione ed esiliato a pi di duemila miglia dai confini del Reno e del Danubio. Ma cosa aveva in testa l'imperatore? Quando Quieto sent Gneo Pompeo Longino rivolgersi a Traiano cap che il tribuno era giunto alla sua stessa conclusione.
Se hai ragione, Marco, il cesare non ci metter molto a chiederti di tornare a nord.
Longino si volt verso Manio, che annu.
Lo stesso Traiano conferm quella intuizione. Pu essere, Gneo, pu essere.

96.

IL CONTRATTACCO DI TETTIO GIULIANO.

Valle di Tape, Dacia, 87 d.C. Avanguardia dell'esercito romano

Secondo le nuove direttive dell'imperatore Domiziano, Tettio Giuliano si trovava al comando dell'esercito sul Danubio. Dopo la sconfitta di qualche mese prima la compagine si era ridotta da sei a quattro legioni scarse, per cui era stato necessario ricorrere alle altre truppe sul confine per tentare di eseguire l'ordine dell'imperatore: contrattaccare. Si era aggiunta la legione IV Flavia Felix, ma l'esercito era comunque pi esiguo di quello guidato dallo sfortunato Fusco. I rinforzi dalla Germania, fondamentali per sconfiggere i Daci, non erano ancora arrivati e il nuovo legatus non ne capiva il motivo.
Contrattaccare disse Tettio Giuliano e sput a terra. Accanto a lui il veterano Nigrino scrutava l'orizzonte in cerca del nemico. Giuliano si schiar la gola, sput di nuovo e si rivolse a Nigrino: Sono l, anche se non li vediamo.
Davanti a loro si apriva, ancora una volta, la nefasta valle di Tape, ingombra dei tronchi degli alberi abbattuti e di scheletri putrefatti. Invece, le loricae segmentatae delle armature romane, i gladi, i pila e, soprattutto, i carri e il bestiame che trasportavano l'equipaggiamento e le catapulte erano scomparsi. I Daci e i loro alleati avevano lasciato nella valle soltanto i corpi senza vita delle migliaia di legionari uccisi.
Non li hanno nemmeno sepolti comment Tettio Giuliano.
 un monito replic Nigrino. Ci avvertono di non entrare pi in quella valle.
Be', l'imperatore ha ordinato la controffensiva ricord Tettio Giuliano.
Nigrino annu e sput anche lui per terra. Come procediamo?
In quello stesso istante, dal fondo della valle, comparvero centinaia, migliaia di guerrieri dacichi con le loro terribili falces, asce e sicae.
Per Giove, sembra che ci stessero aspettando! esclam Tettio Giuliano mentre si infilava l'elmo e montava sul suo cavallo. Nigrino lo imit accigliato, senza capire cosa stesse succedendo.
Perch stavolta ci vengono incontro anzich tenderci un'altra imboscata? domand Nigrino, sconcertato da quell'attacco a sorpresa. Giuliano per gli rispose con un sorriso esultante sulle labbra.
Non hanno pi alberi da tagliare. Questa sar una battaglia campale, in campo aperto.  un bene per noi. Per Marte, cos vinceremo! E senza attendere la replica di Nigrino, si lanci al galoppo verso il centro dell'avanguardia, accompagnato da altri dodici cavalieri.
Nigrino era convinto che non sarebbe stato facile sconfiggere il nemico, ma era Giuliano ad avere il comando, e le sue parole sembravano sensate. I Daci avanzavano. Nigrino si volt: dietro di lui, nella cavalleria dell'ala sinistra, c'era il nipote che avrebbe dovuto fare a meno del sostegno di Lusio Quieto. La sua assenza era una grave perdita per l'esercito del Danubio. Sembrava che l'imperatore facesse di tutto per allontanare dal confine gli uomini migliori e questo, per un attimo, gli fece mettere in dubbio il suo stesso valore. Tuttavia, scosse il capo per allontanare simili pensieri, serr le mascelle e si diresse verso la seconda linea dello scontro per unirsi agli altri legionari dell'esercito. Lui doveva solo compiere il suo dovere. La politica e la strategia per salvaguardare i confini erano faccende dell'imperatore. Lui era soltanto un soldato. Un legionario in balia della follia.
Avanguardia dell'esercito dacico Centro della valle di Tape
Diegis avanzava in testa alle truppe daciche. Sembrava fiero e impavido, ma in realt era preoccupato. Non gli piacevano gli ordini ricevuti da Decebalo, gi incoronato nuovo re della Dacia. Nutriva grande stima per lui, fin dai primi combattimenti in Mesia, ma adesso che i Romani contrattaccavano, agiva in modo strano. Le parole di Decebalo, nella fortezza di Sarmizegetusa, per quanto inspiegabili, continuavano a riecheggiare nella mente di Diegis.
Andrai a Tape, mio buon Diegis, gli aveva detto in tono solenne e facendo attenzione che nessun altro li sentisse e ti scontrerai con i Romani nella valle in cui li sconfiggemmo un anno fa.
Diegis si era mostrato titubante e, trovandosi da solo con il re, si era preso la libert di esprimere le sue perplessit. Ma, per Zalmoxis, forse il re della Dacia dovrebbe convocare i Sarmati, i Rossolani e i Bastarni, proprio come fece Douras. Solo cos potremo fermare i Romani, mio sovrano.
Decebalo, che fino a quel momento aveva camminato per la grande sala delle udienze, si era fermato e si era seduto sul trono. Dal suo sguardo, Diegis aveva intuito che il nuovo sovrano intendeva mettere in chiaro una volta per tutte che era lui ad avere in mano il comando supremo della nuova, grande Dacia, pur senza volerlo ferire con le sue parole.
Convocher i Sarmati, i Rossolani e i Bastarni quando sar il momento, Diegis, stanne certo; ma, per Bendis, adesso l'importante  che tu vada a Tape e affronti i Romani proprio dove li abbiamo sconfitti.  chiaro?
Il generale aveva annuito, ma la sua espressione dubbiosa richiedeva ulteriori chiarimenti.
Il re si era alzato dal trono, si era avvicinato al fedele pileatus, lo aveva afferrato per un braccio e gli aveva parlato a bassa voce. Non ci serve una vittoria, Diegis. Basta soltanto un combattimento, capisci? Uno scontro, se possibile senza troppe perdite per noi. Voglio una battaglia campale, poi ci ritireremo e le mura di Tape ci offriranno protezione per resistere all'assedio, che non sar lungo, te lo prometto su Zalmoxis, su Bendis e tutti gli dei. So che i miei sono ordini singolari, ma tu ti sei sempre fidato di me, e io di te. Io sogno una Dacia molto pi grande di quanto Douras abbia mai concepito, pi di quanto tu stesso possa immaginare, ma i sogni ambiziosi si costruiscono su strade che non sempre sembrano portare a vittorie schiaccianti. Devi fidarti di me, Diegis, come hai fatto quando in Mesia ti dissi che presto sarei diventato re. Era rimasto in silenzio per un attimo, perch le sue parole penetrassero a fondo nella mente del suo uomo pi valoroso. Poi aveva aggiunto un ultimo commento che avrebbe definitivamente convinto Diegis. Potrei inviare Vezinas, ma so che soltanto tu sei in grado di eseguire i miei ordini. Lui trasformerebbe quella che non pu essere una vittoria nel peggiore dei massacri; invece tu saprai fare quello che ti chiedo. Ma, se malgrado ci che ti ho detto, non te la senti, allora, a malincuore, dovr ricorrere a Vezi...
Il re non aveva nemmeno dovuto terminare il nome dell'altro suo grande pileatus.
Eseguir la volont del mio sovrano aveva risposto Diegis in tono grave. E lo far proprio come mi ordina: una battaglia, una ritirata e poi un assedio.
Si era inchinato al grande re della Dacia e si era allontanato, diretto alla valle di Tape. Era proprio l che si trovava adesso, con ventimila guerrieri dacichi, la met degli uomini delle quattro legioni di Roma. Il re non solo non aveva convocato gli alleati, ma non gli aveva nemmeno concesso tutti i soldati disponibili. Era un combattimento impari. L'unico sollievo era la consapevolezza che in quel momento Decebalo non voleva una vittoria, ma soltanto una battaglia violenta e una rapida ritirata. L'importante era riuscire a retrocedere verso le mura di Tape.
Ala sinistra dell'esercito romano Bosco del monte Semenic
Per il coraggio dimostrato nella precedente battaglia di Tape, Tettio Giuliano aveva elevato il nipote di Nigrino al rango di decurione, ma il giovane non era convinto di essere all'altezza del suo predecessore, Lusio Quieto.
Il nuovo decurione cavalcava in testa all'esercito insieme ad altri ufficiali, nell'ala sinistra. Diversamente dal centro della valle, l il bosco era ancora fitto e maestoso, perfetto per un'imboscata. Memore della precedente battaglia, Tettio Giuliano aveva dato ordine solo alla cavalleria di penetrare nella vegetazione perch soltanto questa sarebbe stata abbastanza veloce da sfuggire a un eventuale agguato. Al giovane Nigrino non parve una motivazione convincente, ma gli ordini erano precisi: dovevano superare la formazione della fanteria dacica al centro della gola e attaccare i nemici alle spalle, impedendo loro di ritirarsi verso le mura di Tape.
Il decurione guardava con diffidenza i tronchi degli alberi, ma sembravano intatti, senza tagli o lacrime di resina. Era un sollievo, il silenzio che li avvolgeva, per, era inquietante.
I cavalieri avanzavano disposti su varie file, al passo, con le mani nervose strette intorno alle redini.
Dapprima piovvero le frecce.
Proteggetevi con gli scudi, per Giove, riparatevi! grid il giovane Nigrino con tutto il fiato che aveva in gola.
Poi giunsero le lance e gli scudi romani non riuscirono pi ad arrestare tutte le armi che cadevano dal cielo. L'avanzata della cavalleria si ferm.
Infine arrivarono i Daci, che gridavano come belve e spuntavano da dietro gli alberi, colpendo con le asce i cavalli o le gambe dei cavalieri romani. I nitriti degli animali si confondevano con le urla strazianti di migliaia di cavalieri feriti dalle armi nemiche.
Attaccate, per Marte! Attaccate, per Roma! grid Nigrino. Il giovane decurione resistette valorosamente alla carica dei nemici, ma i Daci continuavano a calare a decine, centinaia; la cavalleria romana non ce l'avrebbe mai fatta contro di loro.
Avanguardia dell'esercito romano Centro della valle
Gli ausiliari erano in prima linea. Tettio Giuliano non riponeva molta fiducia in loro, ma li avrebbe usati per iniziare la battaglia e capire come si sarebbero comportati i Daci. Con sua sorpresa, gli ausiliari riuscirono a contenere la prima carica del nemico. Giuliano non perse tempo, approfittando della confusione creatasi nelle file nemiche, ordin ai soldati delle prime due legioni di passare in testa per sostituire gli ausiliari. L'arrivo di queste ultime truppe bast perch i Daci iniziassero a battere in ritirata. Tettio Giuliano pens che sarebbe stato un successo facile, una vittoria con cui ingraziarsi l'imperatore e consolidare il controllo delle province sul Danubio.
Il veterano Nigrino, dalla prima linea di combattimento, vide i Daci retrocedere davanti all'ordinata formazione romana. I nemici sferravano colpi con le loro falces, ma i legionari avevano imparato a proteggersi da quei mortali fendenti con protezioni simili a quelle dei gladiatori. In questo modo, avevano notevolmente ridotto la pericolosit della pi terribile arma dacica. Eppure, l'esperto Nigrino si stupiva della facilit con cui le legioni che un anno prima erano state sconfitte adesso riuscivano ad avanzare, facendo retrocedere un nemico che pareva intimorito senza l'appoggio dei Sarmati, Rossolani e Bastarni.
Forse  proprio cos mormorava tra s Nigrino osservando il campo di battaglia. Forse senza i loro alleati i Daci non valgono poi molto.
Aveva, per, la sensazione che gli stesse sfuggendo qualche dettaglio.
Retroguardia dell'esercito dacico
Diegis guard verso i boschi su entrambi i versanti della valle. Due numerosi contingenti delle sue truppe si erano addentrati sui monti Semenic e Banatului e, per il momento, nemmeno uno dei suoi uomini era fuoriuscito. Il pileatus dacico, per, aveva visto la cavalleria romana penetrare nella fitta vegetazione dei monti. Forse i suoi guerrieri sarebbero riusciti a contenerla per un po' o addirittura a impedirle di passare, ma non era da escludere che una parte dei cavalieri romani superasse entrambe le imboscate. Non ci serve una vittoria gli ritornarono in mente le parole di re Decebalo, come se le avesse appena pronunciate.
Retrocedete, per Zalmoxis! Retrocedete! ordin Diegis ai suoi uomini. Questi, senza pensarci un attimo, iniziarono a cedere terreno di fronte alla spinta dei legionari di Roma.
Versante del monte Semenic
I Daci si battevano con crudelt inaudita. Il giovane Nigrino li vide trafiggere pi di un cavallo e avventarsi come lupi sui cavalieri abbattuti per smembrarli. Questa battaglia era ancora pi cruenta di quella combattuta un anno prima nella stessa valle di sangue e morte. E piovevano ancora pi frecce.
Nigrino riprese a proteggersi con lo scudo. A un tratto, per, con sua grande sorpresa, i Daci cominciarono a dileguarsi. Si nascondevano di nuovo dietro gli alberi? Era una strategia? I nemici abbandonarono il bosco. Si sentivano soltanto i gemiti soffocati di decine di feriti, sia Daci sia Romani, che agonizzavano tra le sterpaglie. Nel momento in cui le asce smisero di abbattersi e le frecce di cadere, molti cavalieri si fermarono.
Avanti, avanti! ordin il decurione Nigrino ai suoi uomini.
Avevano l'ordine di inseguire i nemici su per i fianchi della montagna e per farlo bisognava uscire dal bosco. Se i Daci li avessero attaccati, loro li avrebbero sbaragliati per farsi strada, come avevano appena fatto; se invece, come sembrava, si fossero ritirati, tanto meglio. La cavalleria romana si riun in una formazione pi compatta: nell'imboscata aveva perso un terzo degli uomini, ma riprese ad avanzare verso il limitare del bosco dove si intravedeva la luce del sole. Quando uscirono dal folto della vegetazione, per, Nigrino not che i Daci erano indietreggiati di pi di duemila passi e la loro avanguardia era quasi fuori dalla valle, ormai vicina alle mura di Tape. La piana era in mano alle legioni. I Romani avevano ottenuto una grande vittoria.
Il giovane Nigrino si compiacque di quel successo, ma sentiva anche una punta di frustrazione: la ritirata dacica aveva impedito di mettere in pratica la strategia del legatus Tettio Giuliano, ovvero circondare il nemico. Era una vittoria, certo, ma parziale e ottenuta con molte perdite. Se i Daci fossero rimasti nella valle, se loro avessero potuto accerchiarli, di sicuro li avrebbero annientati.
Ai piedi delle mura di Tape
In prossimit delle mura, Diegis si rivolse ai suoi uomini: Dentro! Tutti dentro la citt! Con ordine!.
I soldati obbedirono.
Vezinas, il pileatus al comando della fortezza di Tape, accolse l'esercito in ritirata, ma non esit a rivolgere parole sprezzanti a Diegis. Per Zalmoxis! Se ci fossi stato io alla guida non avremmo mai ripiegato all'interno delle mura!
Diegis lo guard senza replicare, ma ripens alle parole di Decebalo: Lui trasformerebbe quella che non pu essere una vittoria nel peggiore dei massacri; invece tu saprai fare quello che ti chiedo. Diegis si ferm, si volt verso Vezinas che lo scherniva insieme a diversi altri pileati e decise di rispondere all'insulto: No, Vezinas non avrebbe mai battuto in ritirata. Lui avrebbe preferito perdere l'intero esercito pur di non arretrare.
Prima che Vezinas potesse replicare, Diegis si dilegu tra gli uomini della sua scorta.
Avanguardia romana Fuori dalla valle di Tape
La ripiegata dacica era stata cos fulminea che Tettio Giuliano ebbe timore di avvicinarsi troppo alle mura dietro le quali si erano rifugiati i nemici; gli arcieri che le presidiavano non avrebbero esitato a proteggere i loro guerrieri se le legioni romane fossero avanzate.
Una grande vittoria, per tutti gli dei, una grande vittoria esult Tettio Giuliano togliendosi l'elmo e prendendo la ciotola d'acqua che gli porgeva un calo.
Il tribuno Nigrino, che si era liberato anche lui del pesante elmo per sentire l'aria fresca della Dacia sul viso, prese dell'acqua e plac la sete, senza commentare.
Giuliano si sent a disagio per il silenzio di Nigrino e lo pales con un certo disprezzo. Nigrino, non sembri contento della nostra vittoria.
Il veterano Nigrino allung il braccio per farsi servire altra acqua. La bevve e porse la ciotola al calo, che si allontan con l'orcio sulle spalle e il capo chino per non rischiare di indispettire il legatus, gi abbastanza stizzito.
 stato troppo facile rispose Nigrino, fomentando l'irritazione di Giuliano.
Facile? ripet Tettio Giuliano indignato. Rispettava l'opinione di un veterano come Nigrino e, in fondo, sapeva che aveva ragione, ma non era disposto ad ammetterlo. Un legatus al comando non accetta mai di aver ottenuto una facile vittoria. Sono caduti centinaia di legionari e tu osi dire che  stata facile?
Nigrino scosse il capo e guard la cavalleria, ma, appena intravide il nipote vivo in sella a un cavallo, sospir sollevato e torn alla conversazione con Giuliano.
No, non voglio dire che non sia stato impegnativo farli retrocedere e conquistare la valle, non fraintendermi; ma c'eri anche tu qui un anno fa, in questa stessa vallata. Allora avevano combattuto con furia; oggi invece no.
Pu darsi, ma ora non avevano pi il bosco dove difendersi come in quella occasione si difese Giuliano, infastidito dal ragionamento di Nigrino. E poi, stando al resoconto dei decurioni della cavalleria, tra cui anche tuo nipote, sui fianchi i Daci hanno combattuto con molta violenza. Proprio come l'anno scorso, se non di pi, Nigrino. Sono le parole di tuo nipote.
Nigrino non sapeva pi come ribattere. Prefer non fargli notare che sui fianchi i Daci avevano agito in quel modo solo per evitare di ritrovarsi circondati, ma nemmeno lui riusciva a spiegarsi perch avessero ceduto cos in fretta nella valle per poi ripiegare all'interno della citt. Cambi argomento.
Mio nipote ha combattuto bene? Sei soddisfatto di lui?
Tettio Giuliano fu contento di quella domanda: ora Nigrino era solo uno zio preoccupato che chiedeva conferma del coraggio del nipote.
Ha combattuto bene.  un buon cavaliere e un soldato coraggioso. Non  arrivato in tempo per riuscire ad accerchiare i Daci, ma si  battuto con valore.
Nigrino annu e decise di condividere il giudizio del legatus sulla battaglia. Una grande vittoria, Giuliano. L'imperatore ne sar compiaciuto concluse.
Chiese il permesso di andare dal nipote e Giuliano, ben lieto di liberarsi di lui e dei suoi dubbi, glielo accord. Tettio Giuliano, rimasto solo, si volt verso le immense mura di Tape e cap che Nigrino aveva detto la verit: era stata una strana vittoria, facile nella valle e pi dura sui versanti, e adesso si prospettava un assedio impegnativo. Quell'enorme fortezza avrebbe potuto resistere per settimane, forse mesi. Dipendeva da quante scorte i Daci avevano accumulato all'interno della citt. E poi, i nemici potevano aver gi predisposto l'arrivo dei rinforzi o fare di nuovo ricorso ai Sarmati, ai Rossolani, ai Bastarni o ad altri popoli barbari. Questa eventualit avrebbe potuto trasformare l'assedio in una nuova Alesia, dove Giulio Cesare si era visto circondare da decine di migliaia di nemici accorsi in aiuto dei loro alleati. Ma lui, Tettio Giuliano, non era abile come Giulio Cesare. Forse i Sarmati e gli altri barbari volevano approfittare della temporanea debolezza di Decebalo e del suo regno per appropriarsi di territori che in quel momento il nuovo re della Dacia non poteva difendere. Non era da escludere. Tuttavia, Giuliano si rammaricava di non aver ancora recuperato i vessilli della legione V, ma ogni cosa a suo tempo. Per il momento, avrebbe potuto inviare un messaggio a Domiziano tranquillizzandolo con la notizia della vittoria, che riparava alla sconfitta dell'anno prima e che, senza dubbio, l'avrebbe rivalutato agli occhi dell'imperatore di Roma.
Palazzo imperiale di Sarmizegetusa, nel cuore della Dacia
Vezinas percorse i portici con un cinico sorriso dipinto sul volto. Prima che i Romani accerchiassero Tape, lui era riuscito a sgusciare fuori dalla porta settentrionale della citt e raggiungere Sarmizegetusa scortato dai suoi ufficiali pi fedeli. Aveva brutte notizie per il re, ma non poteva fare a meno di compiacersi per l'accaduto, al punto che non ci aveva pensato due volte a riferire personalmente la notizia della sconfitta nella valle di Tape. Tutta colpa di quell'incompetente e vigliacco Diegis. Decebalo avrebbe dovuto affidare a lui il comando dell'esercito. Adesso i Romani li avevano sconfitti ed era tutto pi complicato. Forse il vecchio re Douras aveva ragione: in fin dei conti, Decebalo era soltanto un incapace messo sul trono dai suoi amici nobili, incoraggiati da piccole vittorie ottenute solo grazie agli alleati. Quegli stessi alleati che, in questa occasione, il nuovo sovrano si era inspiegabilmente rifiutato di convocare. Non bisogna approfittare degli amici chiedendo di continuo il loro aiuto ricordava di aver sentito dire a Decebalo durante uno degli ultimi consigli reali. Una considerazione stupida. Chiss cosa avrebbe detto adesso, con l'esercito di Diegis accerchiato a Tape e senza alcuna possibilit di sconfiggere i Romani.
Vezinas raggiunse il trono del re della Dacia e, malgrado il suo crescente disprezzo, si inginocchi davanti al sovrano. Questi gli parl con tono solenne.
Alzati e dimmi che notizie porti da sud disse Decebalo sotto lo sguardo vigile e fiero di Vezinas. Quando compariva in pubblico, il nobile dacico era sempre molto attento a salvare le apparenze, e il re ne era consapevole. La verit era che Decebalo sopportava Vezinas solo per servirsene come antagonista a Diegis, perch questi si sentisse sempre spronato a dare il meglio di s.
Abbiamo subito una pesante sconfitta, mio re rispose Vezinas alzandosi lentamente. I Romani hanno preso il controllo della valle di Tape e Diegis si  dovuto rifugiare nella citt con i superstiti.
Quanti uomini abbiamo perso? domand il re con una freddezza che fece innervosire Vezinas ancora di pi. Che importanza aveva conoscere il numero delle vittime? D'accordo, erano poche, ma quei soldati erano morti per non aver lottato con coraggio.
Non molte. Forse un migliaio di uomini, tra morti e feriti, ma abbiamo perso il controllo del passo di Tape, mio signore. Adesso i Romani possono avanzare senza ostacoli fino a Sarmizegetusa.
Decebalo sorrise per l'ingenuit di Vezinas.
Non oseranno, generale. Se lo facessero, correrebbero il rischio che Diegis esca da Tape con il suo esercito e li attacchi da sud mentre noi scenderemmo da Sarmizegetusa con un altro esercito. No, adesso il nuovo legatus al comando si concentrer sull'assedio di Tape.
Allora dovremmo mandare un esercito a sostegno della citt rispose Vezinas, fiero della sua idea, che considerava particolarmente originale. Cos li stringeremo tra le mura con gli arcieri da una parte e le truppe della capitale dall'altra. In questo modo faremo retrocedere i Romani verso sud.
Il re scosse il capo e sospir. Non poteva spiegare il suo piano a Vezinas. Ci avrebbe messo ore a capirlo e, alla fine, sarebbe rimasto convinto che il suo era il migliore.
No. Non faremo niente di tutto ci. Decebalo decise di fingersi adirato con Diegis per la sua sconfitta, in modo da placare un po' la rabbia di Vezinas. Diegis ha commesso una leggerezza. Adesso dovr affrontare le conseguenze della sua sconfitta. Dovr difendersi da solo. Cos la prossima volta combatter con pi impegno, non credi?
Vezinas scroll le spalle. Pu darsi, mio signore, pu darsi. E vide Decebalo alzare la mano per indicargli di lasciarlo solo. Vezinas si volt, convinto che in fatto di strategia bellica il re fosse un buono a nulla, ma contento che Diegis lo avesse deluso. Adesso vedeva i suoi sogni molto pi realizzabili. Tanto per cominciare, avrebbe ripreso a corteggiare Dochia, la sorella di Decebalo: questo s che era un assedio divertente e piacevole, soprattutto adesso che Diegis era circondato da migliaia di Romani e a miglia di distanza.
Decebalo rimase solo nella grande sala delle udienze. Scese dal trono e la attravers fino a trovarsi di fronte alla collezione di trofei delle ultime campagne militari. A lungo erano stati esposti i vessilli con la testa di un balaur, che rappresentavano la vittoria dei Daci su diverse trib sarmatiche, ma, da quando si erano alleati per lottare contro i Romani, sarebbe stato inappropriato continuare a esibire i trofei delle vecchie vittorie. Decebalo, pertanto, li aveva rimpiazzati con gli stendardi della legione V Alaudae ottenuti durante la prima, grande battaglia di Tape. Chiunque entrava nella grande sala ne rimaneva affascinato. Quei trofei dimostravano che il re sapeva come sconfiggere i Romani. Decebalo si ferm a contemplare i vessilli ancora macchiati di sangue romano, che aveva ordinato di non pulire. Il sangue versato dai nemici non  mai troppo. Vezinas lo riteneva pazzo, ma soltanto lui riusciva a comprendere la maestosit del piano che aveva ideato. Un uomo come Vezinas non era in grado di comprenderne la portata. Decebalo si avvicin agli stendardi fino a rimanere soltanto a un passo di distanza e parl come se si stesse rivolgendo a un interlocutore presente nella sala.
Siete finiti mormor con un filo di voce, come se stesse rivelando un segreto. Siete finiti, tutti voi. La vostra ora  suonata e voi non lo sapete ancora.
Tacque guardando ancora quei vessilli, testimoni di tante vittorie e che adesso erano l ad ascoltarlo, impotenti. All'improvviso sorrise.
Presto lo saprete, molto presto.
Accampamento generale romano davanti alle mura di Tape
L'assedio era iniziato.
Tettio Giuliano era piuttosto tranquillo e sicuro di s. Vedremo quanto resisteranno quando avremo a nostra disposizione tutte le catapulte e inizieremo a scagliare rocce anzich pila. Allora vedremo comment.
Il veterano Nigrino lo guard mentre si allontanava per andare a controllare il luogo dove posizionare le prime armi d'assedio, che sarebbero arrivate da sud entro pochi giorni. Sembrava che finalmente Tettio Giuliano, grazie alla sua vittoria e alla sua cautela, potesse realizzare il sogno del defunto Fusco di annientare le citt della Dacia con decine di catapulte. Ripens a tutte le catapulte che lo stesso Fusco aveva portato nella valle e che avevano dovuto abbandonare dopo la battaglia. Cosa ne era stato di quelle macchine? Di sicuro i Daci le avevano fatte a pezzi e incendiate durante le loro barbare feste per celebrare la vittoria. Nigrino sent una mano sulla spalla e sussult.
Scusa, zio disse suo nipote indietreggiando davanti a quella reazione. Ti ho spaventato, perdonami.
Nigrino si tranquillizz nel vedere il nipote e non esit ad abbracciarlo, ma lo ammon: Non farlo mai pi a nessun ufficiale finch saremo a nord del Danubio, capito, ragazzo?.
S, zio.
Per tutti gli dei, sono fiero di te. Anche Tettio Giuliano ha riconosciuto che hai combattuto con coraggio. Non abbiamo avuto molto tempo per parlare dopo la battaglia. Andiamo nella mia tenda.
I due si recarono insieme in una tenda eretta per il veterano accanto al praetorium, dove Tettio Giuliano probabilmente stava perfezionando il piano d'assedio.
Una volta entrati, il giovane Nigrino and dritto al punto. Riusciremo a conquistare Tape?
Lo zio inarc le sopracciglia e prese la coppa di vino allungato con acqua che uno schiavo gli porgeva. Il nipote fece altrettanto. Lo zio parl guardando il calice, ma senza bere. Anche il giovane ascolt senza portarsi la coppa alle labbra, per rispetto.
I Daci hanno combattuto in modo strano; non hanno lottato come sempre, almeno nella valle. Guard il nipote per un attimo. Giuliano dice che sui versanti si sono battuti strenuamente e anche tu lo hai confermato...
S, hanno lottato con molta ferocia.
Nigrino annu e riprese a parlare, sempre guardando la coppa. Volevano salvaguardare i fianchi.  ovvio, ma perch cedere la valle con tanta facilit? Perch ripiegare subito a Tape? Vogliono farci credere di aver ottenuto una vittoria gloriosa, ma ho la sensazione che si siano lasciati sconfiggere.  come se... tacque per un attimo, pensieroso, mentre in qualche angolo della sua testa si formulava un'idea. Come se stessero trattenendosi per dare il meglio di s in un'altra battaglia. Annu.  cos, senza dubbio. Guard di nuovo il nipote. Ci sar un'altra battaglia, ma non sappiamo quando n dove.
Tettio Giuliano ne  al corrente? domand con ingenuit il giovane Nigrino.
Lo zio scosse il capo.
No, per Marte, no. Giuliano  un buon legatus. Non  stupido come Fusco, ma non ha la perspicacia di cui sono dotati i legati augusti, che sanno sempre vedere molto pi in l di quanto facciano gli altri.
Tacque di nuovo. Il nipote non riusc a trattenersi e pose una domanda prevedibile.
E tu, zio, sei uno di quei legati?
Nigrino lo guard di nuovo, questa volta con benevolenza. La lusinghiera domanda del nipote lo aveva commosso, ma prefer essere sincero.
No, ragazzo. Il mio unico pregio  di aver capito che in questa guerra c' qualcosa di sbagliato. Ma al giorno d'oggi, con tutti i legati che Domiziano ha esiliato e... abbass la voce giustiziato...
Come Agricola lo interruppe il giovane.
Come Agricola, esatto conferm lo zio. Non era infastidito che il nipote lo avesse interrotto, ma riprese a parlare ancora pi piano. E visto che quasi tutti i legati pi valorosi sono ormai morti, me ne viene in mente soltanto uno in grado di vedere molto pi in l di quanto possiamo fare noi.
E chi , zio?
Il veterano guard a lungo il nipote prima di rispondere. Le legioni sembravano non aver ancora capito chi era il migliore di tutti. E tuttavia, forse era proprio quello a tenerlo ancora in vita. Pronunci il suo nome in un sussurro.
Marco Ulpio Traiano, figliolo e bevve un lungo sorso di vino.

97.

BUONE E CATTIVE NOTIZIE.

Indignato per la depravazione [di Domiziano] e soprattutto per l'insulto del Cesare, che lo aveva chiamato prostituta, Antonio [Saturnino], governatore della Germania Superiore, si autoproclam imperatore.
AURELIO VITTORE, De Caesaribus, 10

Domus Flavia, Roma, 88 d.C.

Partenio attese che l'imperatore facesse ritorno nelle sue stanze. Le notizie che gli erano giunte non potevano essere riferite nell'Aula Regia in presenza di altre persone: ce n'erano di buone, ma, soprattutto, di molto preoccupanti. Quando arriv davanti alla porta, i pretoriani lo fecero passare.
Domiziano si stava riposando: era sfinito dalle molte lamentele che gli avevano esposto gli ambasciatori delle province di confine.
Vengono tutti a protestare, Partenio lo accolse Domiziano senza celare un certo astio. A quanto pare i legati dei confini, tu e anche tutti gli altri consiglieri non siete in grado di fare bene il vostro lavoro. Se le cose andranno avanti cos, dovr recarmi laggi io stesso a risolvere tutti i problemi. Sembra che nessun altro sia in grado di contenere i barbari. Si mise a ridere.
Partenio, con il volto serio, si limit ad assentire. Non era il momento di contraddire l'imperatore. A dire il vero, non lo era mai. Doveva riferire le sue informazioni senza trascurare il minimo dettaglio.
La tua presenza qui mi fa sperare che tu abbia qualche novit dal Danubio. Non mi piace il fatto che tu venga a sapere tutto prima di me. Credo che dar ordine di cambiare le cose. Non vedo perch debba essere tu a ricevere i messaggi imperiali per primo.
 soltanto per evitare di annoiare l'imperatore con notizie superflue, ma ovviamente il cesare sa cosa  meglio...
Ma certo che so cosa  meglio ribatt stizzito Domiziano colpendo con il pugno il tavolo che aveva davanti.  ovvio. Questa mattina hai ricevuto dei messaggeri: perch non sono venuti direttamente nell'Aula Regia?
Perch ci sono buone e cattive notizie, cesare.
Domiziano sospir. Ogni tanto aveva la tentazione di liberarsi una volta per tutte di quell'insolente, ma poi, ripensandoci, si rendeva conto che era un buon segretario e che era stato utile a suo padre. Domiziano evitava di pensare al fratello e al suo regno, come se, cancellandone il ricordo, non fosse mai esistito.
Inizia dalle buone.
Partenio annu.
I Daci sono stati sconfitti a nord del Danubio e si sono rifugiati nella citt di Tape, che  sotto l'assedio delle nostre truppe spieg il consigliere omettendo di proposito il nome di Tettio Giuliano.
Aveva imparato, ormai da tempo, che era meglio non pronunciare troppo spesso i nomi dei legati vittoriosi davanti al diffidente imperatore di Roma.
Domiziano si alz in piedi esultante.
Vedi? Vedi che bisognava contrattaccare? Lo sapevo che i Daci non avrebbero potuto resistere per sempre. E infatti avevo ragione. In effetti sono buone notizie e io non ho qui del vino per poter festeggiare. Rivolse un'occhiata torva a uno schiavo, che scomparve come una scheggia per assecondare le richieste dell'imperatore.
Partenio, prudente, aspett che lo schiavo fosse tornato: con l'ausilio di altri uomini al servizio di Domiziano, lo schiavo dispose una splendida coppa di bronzo davanti all'imperatore e la riemp di vino ben addolcito per soddisfare l'esigente palato che voleva tutto o molto salato o molto dolce.
E quali sono le cattive notizie, Partenio? domand Domiziano quando ebbe placato la sua sete.
Partenio deglut prima di parlare. Si tratta di Saturnino.
Domiziano aggrott la fronte. La sua memoria vacillava sempre pi e gli doleva la testa. Bevve un altro sorso di vino.
Il governatore della Germania Superiore, cesare. Durante una cena di palazzo il cesare l'aveva accusato di farsi possedere da altri uomini... Scortum, lo aveva chiamato scortum...
Ah, s, quell'effeminato comment Domiziano con un sorriso. Ora ricordo. Un inetto che os guardarmi con insolenza, mentre io stavo soltanto scherzando. Quell'idiota non ha mai fatto nulla di buono. Cosa ha combinato adesso? Vuole rinforzi? Si lamenta dei rifornimenti? Vuole un fidanzato che lo monti? Domiziano scoppi a ridere per la sua stessa battuta.
Partenio sorrise e si sforz di ridere per assecondare l'imperatore, che all'improvviso torn serio e lo fiss con occhi di ghiaccio.
Cos'ha fatto?
Domiziano sapeva che Partenio non lo avrebbe disturbato per delle sciocchezze e nel profondo temeva il peggio.
Saturnino  insorto contro l'Impero, cesare, e, con l'appoggio incondizionato delle legioni XIV Gemina e XXI Rapax, si  autoproclamato cesare e imperatore di Roma e subito espir la poca aria rimastagli nei polmoni, contratti per il nervosismo. Il peggio era stato riferito.
Cesare, eh? Soltanto con la XIV e la XXI? Non mi sembra un esercito degno di un temibile imperatore.
Partenio sospir. Forse, ripensandoci, il peggio non lo aveva ancora detto. Domiziano cap che c'era dell'altro. Fece un cenno con la mano per indicare a Partenio di aspettare. Sollev la coppa e si fece servire ancora vino. Bevve tutto d'un fiato. Guard di nuovo il consigliere e assent. L'altro prosegu.
Saturnino si  alleato con i Catti del Reno e questi gli hanno giurato lealt. Pu approntare un enorme esercito, guidato dalle due legioni e spalleggiato da decine di migliaia di barbari.  una faccenda seria, cesare.
Tito Flavio Domiziano pos la coppa sul tavolo e sospir. Partenio si aspettava qualsiasi reazione. L'imperatore poteva non essere un uomo particolarmente assennato, ma non era uno stupido. Domiziano emise un altro lungo sospiro. Stava pensando, come non faceva da moltissimo tempo. Era un bene: l'Impero stava iniziando a cadere a pezzi, tutto poteva andare perduto.
Ormai Partenio non aveva pi grandi aspirazioni, voleva soltanto trascorrere la vecchiaia in pace in una piccola domus nelle strade di Roma, ma se l'Impero fosse crollato non avrebbe avuto niente di tutto ci. Non erano desideri ambiziosi i suoi: non aveva conosciuto l'amore e non aveva figli. Voleva soltanto un po' di tranquillit negli ultimi anni della sua vita, nient'altro; ma per ottenere ci che desiderava era necessario un Impero in pace. Stava invecchiando. Iniziava a sentirsi stanco. L'imperatore riprese a parlare.
Quante legioni abbiamo per fermare Saturnino e i Catti?
Ci sono le due legioni della Germania Inferiore e altre due nelle province della Rezia e del Norico; da Roma potremmo portare altre truppe e le coorti pretoriane, ma potrebbero non essere ancora sufficienti, dipende dal numero di Germani che si alleeranno con Saturnino. Abbiamo bisogno delle legioni del Danubio: quelle della Pannonia, della Mesia e quelle che assediano Tape. Senza queste ultime l'imperatore potrebbe essere sconfitto e Saturnino potrebbe raggiungere le porte di Roma con il suo esercito in meno di un mese.
Domiziano ascoltava in silenzio. Quando il consigliere fin di parlare, l'imperatore si alz e cominci a camminare avanti e indietro con le mani dietro la schiena. Si ferm e guard Partenio.
Ma per usare le legioni del Danubio...
Partenio trov il coraggio di completare la frase dell'imperatore.
Bisogna negoziare la pace con il re della Dacia. Esatto, cesare. Domiziano serr la mascella e riprese a camminare nervosamente. Si ferm di nuovo.
O facciamo cos o diamo a Saturnino la possibilit di sconfiggerci disse. Partenio assent, ma l'imperatore non sembrava soddisfatto. Devono esserci altre truppe da qualche parte. Quelle in Oriente sono troppo lontane e devono rimanere l per contenere i Parti. E le legioni nella Hispania?
Ci ho pensato, cesare, ma sono molto lontane, a Legio; e poi si tratta solo di una legione.
Una legione pu fare la differenza in una situazione come questa precis l'imperatore.
Partenio, in fondo, era contento di vedere Domiziano tanto concentrato sul governo dell'Impero. Per un attimo, l'ignominiosa morte di Tito parve passare in secondo piano rispetto ai tumultuosi avvenimenti del presente e Partenio ebbe di nuovo la piacevole sensazione di parlare con un figlio di Vespasiano.
 vero, cesare concord Partenio. Una legione in pi potrebbe essere molto utile. Invio subito dei messaggeri nella Hispania ordinando alla legione VII di presentarsi sul Reno nel minor tempo possibile.
Al comando della VII c' Traiano aggiunse Domiziano e, guardando a terra, domand: Ci sar da fidarsi viste le circostanze?.
I Traiani sono sempre stati leali alla dinastia Flavia, cesare. Sempre.
L'imperatore annu.
Che si presenti sul Reno in meno di tre settimane.
Partenio, pur sapendo che era un ordine impossibile da eseguire dal momento che il messaggero avrebbe impiegato gran parte di quel tempo solo per raggiungere Legio, assent. Traiano avrebbe dovuto affrontare le ire dell'imperatore se fosse arrivato tardi. Ma Partenio era stanco di dover pensare a tutto e ora c'erano faccende pi urgenti. Nelle settimane successive ciascuno avrebbe dovuto badare a se stesso. C'era per un'ultima questione in sospeso.
E la Dacia, cesare? domand il consigliere imperiale a bassa voce.
L'imperatore si sedette di nuovo.
Immagino che la pace vada negoziata. In fretta e a qualsiasi prezzo. Le nostre legioni devono ritirarsi da Tape, levare l'assedio, tornare a sud del Danubio e dirigersi nella Germania. Invia degli ambasciatori alla capitale dacica affinch si accordino sulle condizioni. Compreremo la pace sul Danubio con l'oro. In questi mesi le miniere della Hispania ci hanno fruttato molto oro e abbiamo anche altre scorte con cui poter pagare il maledetto Decebalo. Ho bisogno di tutte le legioni per soffocare la rivolta di quell'imbecille di Saturnino. Questo  ci che conta, adesso e strinse lo stelo della coppa con entrambe le mani, come se fosse il collo di qualcuno.

98.

LA RISATA DI DECEBALO.

Palazzo reale di Sarmizegetusa, 88 d.C.

Decebalo ricevette gli ambasciatori romani senza riuscire a celare una certa soddisfazione, un irritante sorriso che senza dubbio feriva nell'orgoglio quei messaggeri inviati dal cesare. L'uomo pi anziano si present e illustr le condizioni proposte dall'imperatore per la pace.
Mi chiamo Tettio Giuliano, sono stato governatore e console dell'Impero romano e adesso sono senatore e legatus dell'esercito imperiale di stanza a nord del Danubio. Il cesare mi manda dal grande re della Dacia per siglare una pace duratura.
Giuliano parl in fretta; era divorato dalla rabbia dal giorno in cui aveva ricevuto le istruzioni di Domiziano in un'odiosa lettera:
Devi trattare la pace con il re della Dacia, costi quel che costi. Accetta qualunque clausola proponga, anche il pagamento di una quota annuale, se necessario.  priorit assoluta dell'imperatore raggiungere questo accordo e, soltanto se verr concluso, l'ordine sar considerato effettivamente eseguito. Qualsiasi altra questione  di secondaria importanza e deve essere presa in considerazione solo se volta a garantire la pace in quella regione dell'Impero.
Tettio Giuliano era stato informato della ribellione di Saturnino nella Germania e sapeva anche che l'imperatore voleva la pace con i Daci per poter usare tutte le legioni del Danubio contro gli insorti. Tuttavia, dopo aver passato cos tanto tempo a combattere contro i Rossolani prima e contro i Daci e i loro alleati adesso, il pensiero di negoziare una pace lo disgustava. Per non aveva scelta. Riprese a parlare nonostante lo sguardo sprezzante del re dacico.
In qualit di senatore di Roma e legatus, l'imperatore mi ha conferito l'autorit di trattare con il sovrano della Dacia una pace definitiva. Come il grande re sapr, le mie legioni circondano la citt di Tape: Domiziano  disposto a ritirarle fino a sud del Danubio, in modo che il confine venga riportato alla sua posizione iniziale lungo il corso del fiume e che la nostra vittoria di quest'anno e la vostra dell'anno scorso non abbiano pi alcun effetto.  un'offerta generosa, considerando che le mie truppe hanno gi il controllo di gran parte della regione fino alle mura di Tape.
Tettio Giuliano tacque, in attesa di una risposta del re.
Decebalo lo aveva ascoltato senza togliersi quel ghigno dalla faccia. All'improvviso smise di sorridere e assunse un'espressione seria, aggressiva, feroce.
Un'offerta generosa? Si alz in piedi per mettere ancora pi a disagio il sorpreso Tettio Giuliano: questi, senza rendersene conto, era indietreggiato di un passo, cos come il manipolo di legionari che erano con lui. Ascoltami, romano, ascoltami bene, perch non lo ripeter: vi ritirerete dalla Dacia, il che ovviamente comporta che toglierete subito l'assedio da Tape. Attraverserete il Danubio per non oltrepassarlo mai pi, ma Roma dovr anche pagarmi in oro e argento per tutto ci che ha distrutto in questi anni di guerra. E inoltre voglio ingegneri e architetti romani per fortificare le mie citt contro la minaccia dei popoli delle steppe che ci attaccano da nord. La Dacia diventer alleata di Roma e protegger i suoi confini a nord del fiume, ma questo sar possibile soltanto se verranno soddisfatte le mie tre condizioni.
Sicuro di s, Decebalo si sedette sul trono e sul suo volto affior di nuovo il sorriso divertito nel vedere il generale romano che insieme alla saliva ingoiava anche la sua rabbia.
A Tettio Giuliano ribolliva il sangue nelle vene. Una quota annuale, ingegneri e architetti? In qualche modo, quell'infame re della Dacia doveva aver saputo quello che succedeva nella Germania e ne stava approfittando. Erano accordi del tutto inaccettabili in qualsiasi altra circostanza, ma Tettio non aveva altra scelta. Perci, anche se detestava quel negoziato, assent.
Roma accetta le tue condizioni mormor a bassa voce.
Decebalo inarc le sopracciglia e interpell ancora una volta Tettio Giuliano. Voleva che tutti i suoi pileati, compreso l'impertinente Vezinas e il sommo sacerdote Bacilis, sempre altero e tronfio, sentissero quel grande generale di Roma che si piegava al suo volere.
Non ho sentito bene, legatus.
Tettio Giuliano inspir a fondo e ripet la risposta, questa volta a voce alta e chiara.
Roma accetta le tue condizioni.
Decebalo sorrise ancora pi sfacciatamente mentre annuiva.
Allora  deciso sentenzi il re, ma Giuliano aggiunse un ultimo dettaglio.
Per suggellare il patto  necessario che il re della Dacia si rechi a rendere omaggio all'imperatore o che, in sua vece, invii un suo rappresentante di alto rango alla cerimonia che avr luogo a Roma per consolidare la pace.
Decebalo guard in tralice il legatus romano. Aggrott la fronte. L'imperatore aveva inviato il suo legatus augusti del Danubio, come lo chiamavano i Romani, nonostante il rischio che venisse preso in ostaggio. Quella di Domiziano, quindi, era una richiesta ragionevole, anche se rendere omaggio a colui che stava comprando quella pace con oro e argento sembrava piuttosto assurdo. Dal disperato silenzio del legatus Decebalo cap che l'imperatore Domiziano aveva bisogno di quella cerimonia affinch agli occhi dei suoi pileati, ovvero quelli che i Romani chiamavano senatori, il patto con la Dacia sembrasse una vittoria. Decebalo non si sarebbe mai prestato personalmente a quella farsa, ma l'avrebbe accettata se con questa avesse ottenuto l'oro, l'argento, gli ingegneri, gli architetti e la ritirata di Roma senza nemmeno dover lottare. Era la pi dolce delle vittorie.
Invier uno dei miei pileati, uno dei miei migliori uomini, legatus conferm Decebalo. Tettio Giuliano annu. Il re, cancellando il sorriso e con un tono accomodante, offr ospitalit al messaggero e alla sua scorta. Adesso, se lo desideri, tu e i tuoi uomini potete mangiare con noi e riposarvi nella mia corte fino a domani.
Tettio Giuliano, per, scosse il capo e rispose cercando di soffocare la rabbia per non incrinare l'accordo a cui erano giunti. Io e i miei uomini dobbiamo partire subito per formalizzare questo accordo di pace e trasmetterne notizia all'imperatore di Roma.
Decebalo si infastid e Tettio Giuliano prese quella punta di delusione come una piccola vittoria personale, per quanto minuscola, di fronte alla sconfitta militare e politica voluta da Domiziano.
Se  questo che desiderate, partite pure replic il re, stizzito. Andatevene, fuori dal mio palazzo, dalla mia citt, dal mio regno e non tornate mai pi, n tu n i tuoi uomini, o rimarrete sepolti come le legioni che avete inviato contro di me l'anno scorso e delle quali conservo un prezioso ricordo. Indic i vessilli della legione V Alaudae nell'angolo della grande sala reale di cui Tettio Giuliano e i suoi uomini non si erano nemmeno accorti. La vista degli stendardi fu il colpo di grazia con cui Decebalo spezz il cuore guerriero di quel manipolo di soldati romani. Tettio Giuliano non trov le parole per rispondere all'umiliazione. Non potendo fare n dire nulla che non mettesse a repentaglio il trattato di pace, si volt e, con gli occhi fissi sui vessilli insanguinati, lasci la sala, colmo d'ira, odio e disgusto per se stesso e per Roma intera. Dietro di lui, la risata sarcastica del re della Dacia risuon fragorosa e crudele, insinuandosi nelle orecchie del legatus fino ad arrivare a corrodergli le viscere.
Tettio Giuliano rifer al tribuno Nigrino le condizioni imposte da Decebalo e che lui aveva dovuto accettare in nome dell'imperatore e della pace ordinatagli. Nigrino si sedette su una sella collocata dietro alle grandi catapulte, che ci avevano impiegato oltre un mese ad arrivare perch un'abbondante nevicata e un'ondata di gelo avevano reso le strade impraticabili. Una volta montate, Nigrino aveva dovuto farle avanzare di pi di mille passi, quasi a ridosso delle mura della citt. Aveva scrupolosamente eseguito gli ordini di Tettio Giuliano prima che questi partisse alla volta di Sarmizegetusa. Nigrino aveva intuito che Tettio Giuliano nutriva la segreta speranza che il re della Dacia, in un impeto di superbia, rifiutasse qualsiasi accordo. Per questo aveva voluto che tutte le catapulte fossero erette il pi vicino possibile a Tape, a una distanza che permettesse ai legionari di caricarle senza temere le frecce nemiche e, al contempo, di colpire non pi le mura, come avevano fatto nelle scorse settimane, bens l'interno della citt.
 un accordo ignobile comment Tettio Giuliano, che era ancora in piedi, con le mani sui fianchi e lo sguardo rivolto verso Tape. Era incapace di contenere la rabbia, l'indignazione e la delusione. Tanti morti in Mesia, in Pannonia e in questa valle per poi doverci ritirare e per giunta pagare quel miserabile re dacico.  troppo.
 la volont dell'imperatore replic Nigrino, sospirando impotente.  quello di cui ha bisogno. Non pu affrontare una guerra civile e al tempo stesso combattere a nord del Danubio.
Immagino che tu abbia ragione disse Tettio Giuliano, ma il tono della sua voce era strano e Nigrino si irrigid, soprattutto quando Giuliano aggiunse una domanda inaspettata: Le catapulte sono cariche come ho ordinato?.
Nigrino si alz e si avvicin con cautela al legatus dell'esercito del Danubio, come se questi fosse un cane rabbioso che andava calmato. Cosa intendi fare, Giuliano?
Sono cariche?
Per tutti gli dei! rispose Nigrino alzando la voce. Certo che lo sono! Proprio come hai ordinato di fare prima di recarti a Sarmizegetusa. Ma ormai la pace  stata siglata, per Giove! Tu stesso l'hai accettata in nome dell'imperatore!
Giuliano sembrava non sentire le parole di Nigrino; si volt e fiss negli occhi il tribuno ispanico. I legionari e gli ufficiali l intorno assistevano attenti alla disputa tra i loro capi.
Voglio una scarica, Nigrino, una sola scarica sulla citt spieg Tettio Giuliano con l'ardore di un guerriero che ha subito la peggiore delle umiliazioni. Una sola serie di colpi che faccia sentire loro il mordente di Roma, che ne schiacci una decina, magari un centinaio se siamo fortunati, compresi donne e bambini. Una raffica che lasci un segno indelebile del passaggio di Roma nella loro maledetta valle, Nigrino. Vedendolo scuotere il capo, per, Giuliano insistette. Per tutti i morti della legione V, Nigrino, e gli altri caduti in questi anni di guerra! Per la V Alaudae! Per tutti gli dei, Nigrino, ho visto gli stendardi che ci ha preso quel maledetto re! Li tiene l nel suo palazzo, ancora macchiati di sangue romano! Una sola scarica che scortichi un po' di quei maledetti Daci!
Con il potere di cui godeva, Tettio Giuliano avrebbe potuto ordinare quel lancio di proiettili anche senza l'assenso di Nigrino, ma cercava il suo benestare, perci aveva parlato ad alta voce davanti a tutti. Ora ogni singolo ufficiale e legionario aveva gli occhi puntati sul tribuno: se non avesse appoggiato la decisione del legatus lo avrebbero considerato un codardo e un sacrilego. Nigrino, per, era un uomo integerrimo e per lui la parola data andava rispettata a ogni costo. Tettio Giuliano aveva stipulato la pace con il re della Dacia in nome di Domiziano e non si poteva compromettere l'onore dell'imperatore. Se avesse assecondato il proposito del legatus, Roma avrebbe perso credibilit agli occhi di quei barbari. Nigrino scosse di nuovo il capo e, sotto gli sguardi imbarazzati degli altri soldati, si volt dando le spalle a Tettio Giuliano. Il legatus, ancora pi irritato di prima, sput a terra.
Sei un vile, Nigrino! grid.
La cosa pi imbarazzante per Nigrino fu che, sollevando gli occhi e incrociando gli sguardi dei centurioni, dovette affrontare anche quello del nipote, sopraggiunto poco prima. Il veterano chin il capo e rimase fermo, in silenzio, dissociandosi da quanto stava per succedere. Serr le palpebre e sent la voce stentorea di Tettio Giuliano che dava l'ordine.
Mirate bene, per Marte! Mirate al centro della citt! Una scarica di proiettili! Adesso!
Mezzo centinaio di catapulte si misero in moto contemporaneamente, lanciando sulla citt di Tape i loro massi mortali. Nigrino, con gli occhi ancora chiusi, ud il sibilo che ben conosceva. Poi i tonfi delle rocce che colpivano la citt e le grida all'interno delle mura, che si levavano in cielo con grande giubilo dei legionari. E come se ci non bastasse, con somma gioia delle truppe, Tettio Giuliano decise che quel pomeriggio si sarebbero divertiti. Si sarebbero ritirati, d'accordo, ma non prima di aver massacrato quelle maledette bestie daciche.
Caricate di nuovo!
Nigrino seguiva tutto senza aprire gli occhi e, in silenzio, si limit a scuotere il capo.
Subito dopo aver udito i primi colpi e le grida dei suoi soldati, Diegis usc dal palazzo di Tape. Le donne e i bambini erano stati portati nei templi al centro della citt, lontano dalle mura, in previsione di quello che stava succedendo. Appena aveva visto i Romani avvicinare le catapulte, Diegis aveva predisposto tale misura cautelare. Il nobile dacico incroci un gruppo di guerrieri che trasportavano i feriti, alla ricerca di un luogo al coperto in cui potessero essere assistiti. Grazie a due dei sei messaggeri che gli aveva inviato Decebalo, Diegis era stato informato della pace stipulata, ma intuiva anche l'enorme risentimento dei soldati romani, che loro malgrado si dovevano ritirare.
 una ripicca da bambini capricciosi disse Diegis ai suoi ufficiali.
Cosa facciamo? domand uno dei pileati.
Diegis non ebbe la minima esitazione.
Li ripagheremo con la stessa moneta. I cani rabbiosi vanno calmati soltanto con le bastonate. Cos saranno doppiamente umiliati. In pochi avranno ancora voglia di attraversare il Danubio.
Il tribuno Nigrino aveva gi contato tre lanci. Giuliano e tutti gli ufficiali assetati, come lui, di sangue nemico erano infervorati e sembravano non averne abbastanza. Nigrino apr gli occhi, si volt e, quando fu sul punto di andare da Giuliano per fermare quella follia, ud un sibilo che tante altre volte aveva sentito nella sua lunga carriera di soldato. Ma non era l'aria sferzata dalle rocce scagliate contro il nemico, bens un rumore diverso, pi veloce, che concede soltanto un brevissimo istante per reagire: il sibilo dei grandi proiettili che stanno per caderti addosso.
A terra! Disperdetevi, per Giove! riusc a dire Nigrino mentre si buttava a terra e con lo sguardo cercava il nipote senza riuscire a trovarlo. Diversi massi piovvero su di loro. Pietre enormi, come quelle che avevano appena scagliato, lanciate con catapulte simili, caddero sulle loro macchine riducendole a pezzi, tanto che svariate schegge gli si conficcarono in un braccio.
Aaaah grid mentre si rialzava e si guardava intorno in cerca del nipote e di Tettio Giuliano.
C'erano diversi legionari feriti e alcuni morti. In quel momento Nigrino vide il corpo di Giuliano steso a terra sotto un enorme masso che gli aveva spezzato la schiena. Giaceva in una pozza di sangue: Giuliano era rimasto schiacciato e gli schizzi di sangue del pi alto ufficiale di Roma a nord del Danubio avevano raggiunto lo stesso Nigrino, che si inginocchi subito accanto al corpo del legatus.
Giuliano, Giuliano!
Questi, con una smorfia di dolore impressa sul volto, ormai non riusciva pi a parlare. Il suo corpo era dilaniato dentro e fuori. I Daci continuavano a rispondere all'attacco e piovvero altri proiettili. Nigrino si alz rapido e assunse il comando.
Retrocedete! Maledizione, retrocedete! grid mentre continuava a cercare il nipote. I legionari iniziarono a ritirarsi, ma erano titubanti: non volevano abbandonare le catapulte. I Daci potevano vedere i loro movimenti: dalle mura avrebbero preso di mira le catapulte nemiche, mentre loro attaccavano alla cieca. Tra salvare gli uomini o le catapulte, per, Nigrino non aveva alcun dubbio. In pochi mesi si sarebbero potute costruire altre macchine da guerra, ma per rimpiazzare un legionario sarebbero stati necessari almeno vent'anni.
Abbandonate le catapulte e ritiratevi, per Marte! Ritiratevi!
Era stata una follia avvicinarsi cos tanto alle mura di Tape e credere che i Daci non avrebbero risposto ai loro proiettili.
Zio! si sent chiamare il veterano.
Accanto a una delle catapulte vide il nipote che, zoppicando, cercava di allontanarsi. Corse da lui per aiutarlo e insieme camminarono pi veloce che poterono per sfuggire ai proiettili dei Daci. Una volta in salvo, ormai lontani dalle mura della citt, il tribuno Nigrino aiut il nipote a stendersi a terra e si sedette accanto a lui.
Stai bene, ragazzo?
S, non  niente.  solo una distorsione, zio. Quando ho visto le rocce cadere dal cielo, ho fatto per scappare e ho messo il piede in fallo. Era imbarazzato per la sua goffaggine, ma soprattutto per aver dubitato di suo zio, e questi glielo lesse negli occhi.
Non c' bisogno di dire niente, ragazzo. Ho parecchi anni di guerra alle spalle. Attaccare i Daci dopo aver stipulato la pace  stato un atto di disonore, ma soprattutto si  dimostrato un vero e proprio disastro militare. Guard le mura di Tape. Adesso sappiamo dove sono le catapulte che abbiamo perso l'anno scorso. Non le hanno bruciate. Forse, dopo tutto, i Daci non sono cos barbari.

99.

UN ORDINE IMPERIALE.

Legio, nord-est della provincia Tarraconense, Hispania Febbraio dell'89 d.C.

Lusio Quieto accorse rapido alla convocazione del legatus della legione VII: quella stessa mattina aveva visto arrivare un messaggero imperiale. Traiano doveva aver ricevuto degli ordini e ci avrebbe potuto implicare una svolta anche per la sua carriera militare. Soltanto quando entr nel praetorium e vide i volti preoccupati sia del legatus sia di Manio e Longino cap che non c'erano solo buone notizie. Una manciata di tribuni e centurioni completavano il gruppo. Appena entrato, Quieto sent su di s lo sguardo di Traiano. Si avvicin e gli si ferm davanti.
Ave, mio legatus lo salut, poi tacque in attesa di ordini o di domande.
Traiano guard Manio e Longino, che annuirono.
Sapete cosa dovete fare disse Longino a tutti gli ufficiali. Partiamo all'alba. Dev'essere tutto pronto. Avete soltanto un giorno, sfruttatelo al meglio.
Gli ufficiali si congedarono guardando prima Longino e Manio e poi il legatus, quindi uscirono dal praetorium. Quieto comprese che la legione VII si metteva in marcia, ma verso quale meta? E perch? Una volta rimasto solo con Longino e Manio, Traiano si rivolse a lui.
Parlami del legatus del Danubio e dei suoi tribuni, Quieto, tu che sei stato l gli ordin Traiano con tono serio.
Quieto sgran gli occhi mentre riorganizzava le idee e i ricordi: non conosceva il motivo della domanda, ma sapeva di dover rispondere con precisione.
Tettio Giuliano  un buon comandante. Ha parecchia esperienza ed  molto stimato. Tutti sanno... ebbe una lieve esitazione, deglut e si corresse. In molti ritengono che se l'anno scorso a Tape fosse stato lui a comandare l'esercito, al posto di Fusco, non avremmo riportato una simile disfatta.
E Nigrino? domand Traiano.
Nigrino? S,  un buon tribuno. Ho combattuto al fianco di suo nipote, che faceva parte della V Alaudae. Il ragazzo si  dimostrato coraggioso in quell'imboscata. Se suo zio  come lui, sar di certo un valido tribuno.
Traiano si appoggi allo schienale del solium.
Allora conosci abbastanza bene il nipote di Nigrino disse.
Quieto annu, sotto lo sguardo insistente di Traiano. Sapeva che il legatus stava per porgli la domanda pi importante, qualunque essa fosse.
Credi che i Nigrini siano leali all'imperatore, decurione? domand Traiano in tono solenne.
Lusio Quieto ci mise qualche istante a rispondere. Scelse le parole con molta cura. Credo che sia il tribuno Nigrino sia il nipote abbiano ritenuto un errore la scelta di Fusco e probabilmente pensano che la strategia militare adottata nella campagna del Danubio non sia stata la pi efficace. Ma da l a ribellarsi contro l'imperatore c' una bella differenza.
Al silenzio di Traiano rimedi Longino.
L'imperatore Domiziano non  tipo da simili sottigliezze, decurione. Il legatus ti ha chiesto se credi che i Nigrini siano leali all'imperatore.
Quieto cap che non poteva esimersi dal rispondere.
Traiano aveva bisogno della collaborazione di quel decurione che, se non fosse stato il messaggero della sconfitta di Fusco, avrebbe gi ricoperto una carica superiore nell'esercito, grazie ai suoi brillanti risultati in Mesia e in Dacia. Il legatus guard Longino e Manio cercando conferme. Il primo annu un paio di volte e Manio una sola, ma con decisione. Entrambi, come Traiano, pensavano che fossero necessari buoni ufficiali se volevano uscire vivi da ci a cui stavano andando incontro. Guard di nuovo Quieto.
Decurione,  scoppiata una guerra civile annunci Traiano senza mezzi termini, per poi ragguagliare Quieto sui dettagli. Il governatore della Germania Superiore si  ribellato con le legioni XIV Gemina e XXI Rapax e pu contare sull'appoggio dei Catti e di altri Germani a nord del Reno. Questo ha obbligato l'imperatore Domiziano a negoziare una rapida pace con Decebalo, il re della Dacia. Il tutto prova che le mie intuizioni erano corrette: Daci e Germani agiscono di comune accordo; ci che non mi aspettavo era che un inetto come Saturnino avrebbe addirittura messo a loro disposizione due delle nostre legioni. Tettio Giuliano  morto e il tribuno Nigrino fa le sue veci come legatus del Danubio. Perci  essenziale conoscere la tua opinione sulla sua lealt a Domiziano. L'imperatore in persona si recher sul Reno con la guardia pretoriana e ha richiamato diverse legioni dal Danubio per affrontare Saturnino e porre fine alla rivolta. Io ho ricevuto ordine di recarmi al pi presto sul confine del Reno e obbedir. Ho bisogno di buoni ufficiali. A partire da questo momento sarai il capo della cavalleria della legione VII. Da parte tua mi aspetto tutta la collaborazione possibile per eseguire gli ordini imperiali; spero che quando combatteremo contro le legioni di Saturnino o contro i Germani tu ne eliminerai cos tanti da persuadermi di non aver preso la decisione sbagliata.  chiaro?
Lusio Quieto si sent confuso da tante informazioni in cos poco tempo e per l'inaspettata promozione. Era smarrito, ma anche grato.
Non deluder il legatus rispose portandosi il pugno al petto.
Lo spero replic Traiano a sua volta. Lo spero, Lusio Quieto, perch nei prossimi giorni non ci sar tempo n spazio per gli errori. Longino e Manio ti spiegheranno i dettagli della marcia che dobbiamo intraprendere verso nord.
Quieto, Longino e Manio lasciarono il praetorium. Marco Ulpio Traiano si alz e si diresse al tavolo su cui era dispiegata una grande mappa dell'Impero. Il suo sguardo percorse il Nord della penisola iberica, super l'Ebro e giunse ai Pirenei. L'inverno stava per finire, pertanto non avrebbero trovato tanta neve nelle valli, ma le montagne erano comunque imponenti. Poi c'era la grande pianura della Gallia, i monti del centro e di nuovo una vasta spianata fino al Reno. Gli dei erano stati benevoli e non avrebbero dovuto valicare le Alpi per raggiungere la Germania Superiore. Tuttavia, si trattava pur sempre di una marcia durissima da affrontare in cos pochi giorni. Aveva un ordine imperiale che era impossibile eseguire nel tempo concesso e un imperatore nervoso che non avrebbe tollerato alcun tipo di negligenza. Saturnino era un imbecille. Non per essersi ribellato - per tutti gli dei, Domiziano aveva cos tanti nemici tra le famiglie senatorie da garantirsi un'insurrezione all'anno -, ma l'alleanza con i Germani poteva significare la fine dell'Impero. Se i Catti avessero attraversato il Reno, le legioni del Danubio e la VII Gemina non sarebbero state sufficienti. I confini dei due fiumi erano troppo faticosi da proteggere e troppo vicini al Sud. Avrebbero dovuto spostarsi pi a nord gi da tempo, molto pi a nord. Era stato il sogno di Giulio Cesare, ma Augusto, dopo il disastro di Teutoburgo, aveva abbandonato l'impresa. Adesso sembrava un sogno possibile.

100.

IL PREZZO DELLA PACE.

Domus Flavia, Roma Febbraio dell'89 d.C.

L'Aula Regia era gremita di senatori. L'imperatore li aveva convocati l anzich negli edifici del Senato per due motivi: da una parte per mettere bene in chiaro che la sede del potere di Roma era il palazzo imperiale e non la Curia, dall'altra perch tutti quei maledetti senatori vedessero un nobile dacico inginocchiarsi davanti a lui, l'imperatore del mondo. Dal suo trono Domiziano riservava loro occhiate di diffidenza e disprezzo. Sapeva di essere odiato da tutti. Nessuno escluso. Non poteva fidarsi di nessuno, anche se per governare doveva necessariamente collaborare con alcuni di loro, almeno per un po'. Entro breve sarebbe dovuto partire per il Nord, per la frontiera del Reno, ma al suo ritorno avrebbe trovato una soluzione definitiva al problema del Senato. In quel momento Civico Ceriale, Salvidieno Orfito, Salvio Cocceiano, Mettio Pompusiano, Sallustio Lucullo, Giunio Rustico, Elvidio Prisco e tanti altri lo guardavano con aria di sufficienza, ma a lui non importava. Adesso avrebbero visto come lui stesso poneva fine alla guerra contro i Daci per poi recarsi sul Reno e stroncare di persona la ribellione di Saturnino. Dopo si sarebbe occupato di quei senatori insolenti e altezzosi, uno per uno.
In quel momento le porte della sala delle udienze si aprirono e dal grande peristilio, circondato da sei pretoriani, entr un uomo vestito secondo l'usanza dacica, con un lungo berretto a punta, pantaloni larghi e il petto e le spalle coperti da una corazza a squame. Era giovane, sebbene non pi un ragazzo, e camminava con il portamento di un vero e proprio nobile, una persona abituata a comandare pi che a ricevere ordini. Quella fierezza compiacque l'imperatore, perch pi altero fosse sembrato l'inviato del re dacico, pi il suo omaggio a Domiziano avrebbe impressionato i presenti. Il nobile si ferm di fronte al cesare.
Parla, messaggero della Dacia. Tito Flavio Domiziano, Imperator Caesar Augustus, padrone e signore del mondo, ti ascolta.
L'uomo annu e rispose in un latino corretto, con voce ferma ma non irrispettosa. Era un discorso che aveva provato con cura. Ti mostrerai deciso, ma senza insospettire l'imperatore si era raccomandato Decebalo prima che partisse alla volta di Roma. Dovrai essere cauto e inchinarti all'imperatore quando questi lo vorr. Ti assicuro, Diegis, che  un prezzo molto basso per tutto ci che riceveremo in cambio: oro, argento e ingegneri romani che ci aiuteranno a fortificare i nostri accampamenti e citt. Sappi che quando ti inginocchierai ci renderai pi forti, molto pi forti. E arriver il giorno in cui saremo cos potenti che nessun dacio dovr pi inchinarsi davanti a un romano. Con le parole del suo re impresse nella mente, il nobile dacico inizi a parlare nella lingua appresa dal nemico.
Il mio nome  Diegis, cesare, e sono stato inviato dal re Decebalo per suggellare l'accordo che condurr a una pace duratura tra Roma e la Dacia.
Domiziano lo scrut dall'alto in basso e, nel frattempo, guardava di sottecchi i senatori che assistevano alla scena.
Pace, s, ma in cambio della vostra mortificazione rispose l'imperatore alzandosi dal trono. Inginocchiati, guerriero, se ci che desideri  la pace con Domiziano! Prostrati davanti a me se non vuoi che le mie legioni schiaccino i vostri insignificanti eserciti barbari!
Diegis sapeva che quel momento sarebbe arrivato. Quando ti inginocchierai ci renderai pi forti, molto pi forti. Diegis, nobile e indomabile guerriero, mand gi l'umiliazione chiudendo gli occhi, chinando il capo e inginocchiandosi davanti all'imperatore di Roma. Domiziano, esultante, proruppe in una sonora risata alla quale, come al solito, fecero eco decine di guardie pretoriane, e a cui anche Nerva, uno dei senatori pi anziani, decise di unirsi sapendo che l'imperatore teneva gli occhi bene aperti per osservare le reazioni degli astanti. Alla fine anche tutti gli altri senatori di Roma mostrarono la loro soddisfazione, qualcuno pi tardi degli altri. Diegis tenne gli occhi chiusi, ma si rammaric di non potersi tappare anche le orecchie. Ci renderai pi forti, molto pi forti. Finalmente Domiziano tacque e con lui anche tutti gli altri.
Ti sei umiliato, guerriero continu l'imperatore. E sia, allora. Guard alla sua destra, dove Partenio aspettava con un diadema d'oro tra le mani. La Dacia si prostra al cospetto di Domiziano e Domiziano ne rende atto a Decebalo, il tuo re, guerriero dacico, di modo che io... si alz e prese il diadema io, Imperator Caesar Domitianus Augustus Germanicus, Pontifex Maximus, Pater Patriae, per tuo tramite, Diegis della Dacia, incorono Decebalo sovrano dei territori a nord del Danubio, con il patto che n lui n i suoi eserciti superino mai il confine del fiume per attaccare Roma o i suoi territori. Pose la corona sulla testa di Diegis. Adesso puoi alzarti, guerriero dacico, tornare dal tuo re e raccontargli tutto ci che hai visto e sentito e, per tutti gli dei di Roma, intimagli di rispettare la sua parte dell'accordo o l'ira del cesare si abbatter sul vostro insignificante regno con le sue legioni.
Diegis si alz, si conged dall'imperatore di Roma e, senza dire altro, si volt e usc dall'Aula Regia.
Domiziano, piuttosto provato, guard Partenio e questi ordin immediatamente di svuotare la sala.
Mentre tutti uscivano, Partenio si avvicin a Nerva. L'imperatore  stanco, ma prima di questa udienza mi aveva anticipato di voler parlare con il senatore Nerva rifer il consigliere imperiale.
Nerva si ferm e si avvicin al trono imperiale.
L'imperatore desidera parlare con me? chiese Nerva in tono schietto.
Domiziano annu, ma non disse nulla finch la sala si fu svuotata. Quando non ci fu pi nessuno tranne i pretoriani, Partenio e Nerva, l'imperatore si decise a parlare.
Parto domani per il confine del Reno, Nerva, e non torner prima di qualche mese. Casperio, il prefetto del pretorio, rester qui per garantire la pace in citt. Mi aspetto completa collaborazione da parte del Senato mentre sono impegnato a sedare la ribellione. Posso contare su questo appoggio, Nerva?
Il vecchio senatore aveva ventun anni pi di Domiziano e pi di una volta, ai tempi di Nerone, i senatori avevano pensato di proclamarlo imperatore, ma poi Vespasiano si era imposto durante la guerra civile e aveva instaurato la dinastia Flavia. La storia aveva preso una strada diversa e Nerva, prudente, aveva deciso di rimanere fedele ai Flavi. Vespasiano aveva premiato la sua lealt con il consolato, nel 71, e Nerva sapeva che, in quel momento di crisi, Domiziano ricorreva a lui per il ruolo che aveva ricoperto in passato. Anche se l'imperatore odiava il Senato, sembrava nutrire ancora un po' di fiducia in coloro che avevano aiutato il padre a raggiungere il potere. Nerva aggrott la fronte. Saturnino avrebbe trionfato? Nessuno poteva saperlo. L'unica cosa certa era che Domiziano, attuale cesare, gli chiedeva collaborazione. Nerva diede l'unica risposta possibile.
Il Senato collaborer in ogni momento con l'imperatore, cesare. E tutti pregheremo gli dei perch il cesare Domiziano torni al pi presto vittorioso.
Domiziano sorrise con una smorfia cinica. Non c' bisogno di mentire, Nerva. Mi basta che mi assicuri che continuerai a essere leale a una dinastia imperiale che si  prodigata tanto per gli interessi della tua famiglia.
Nerva deglut. Tutti si irrigidivano quando Domiziano menzionava le loro famiglie.
La mia famiglia rimarr leale.
Bene disse l'imperatore. Questo puoi promettermelo, ma non parlare a nome di altre persone: sappiamo entrambi che in molti si augurano che io cada in disgrazia, ma questa  una faccenda di cui mi occuper al mio ritorno. Perch... Si sporse in avanti e abbass la voce. Puoi rassicurare tutti i senatori che torner dal Reno, Nerva. Spargi la voce. Dovrebbe bastare a farli stare tranquilli e a non fargli venire strane idee, mi sono spiegato?
S, cesare, certo rispose Nerva con voce tesa ma chiara.
Bene, allora ci siamo capiti. Noi due ci intendiamo, questo mi piace ribatt l'imperatore, appoggiandosi di nuovo allo schienale del trono. Nonostante ci che si dice e si pensa di me, Nerva, non sono un ingrato. Servimi bene e ti prometto che sarai ricompensato. Adesso raggiungi gli altri. Ho una rivolta da reprimere e una campagna militare a cui dare inizio.
Nerva si conged, si volt e abbandon l'Aula Regia, ben consapevole di essere seguito dall'inquietante sguardo dell'imperatore di Roma. Nonostante ci, cammin con passo marziale e stando ben attento a non dare l'impressione di volerlo sfidare.
La giovane Flavia Giulia entr nella camera dell'imperatrice, seguita dagli sguardi viziosi dei pretoriani di guardia alle stanze del cesare e della sua augusta sposa.
 vero che se ne va?
Domizia, donna di grande esperienza con i suoi trentanove anni e sempre cauta prima di parlare in presenza delle ornatrices, guard le ancelle e queste uscirono rapidamente, lasciando da sole le due donne.
Devi badare a ci che dici davanti agli schiavi la redargu Domizia, mentre guardava l'ultima servitrice abbandonare la stanza richiudendosi la porta alle spalle.
Flavia Giulia si inginocchi ai piedi di Domizia e scoppi a piangere per poi riprendere a parlare, scossa dai singhiozzi. Non ce la faccio pi, non ce la faccio...
Domizia accarezz la testa di Flavia, poggiata sul suo grembo. Da tempo, ormai, Flavia aveva ceduto, traendo conforto dall'austera pazienza di Domizia per riuscire a sopravvivere in quel mondo di sottomissione e orrore. Domizia la guardava e provava pena per lei: Flavia Giulia era molto bella e in quel palazzo l'avvenenza era una maledizione. Il minimo che doveva subire erano gli sguardi insistenti dei pretoriani, che chiunque altro avrebbe punito, mentre Domiziano li ignorava, preso com'era dai suoi problemi, quando non era accecato dalla lussuria.
S,  vero. Va al Nord conferm l'imperatrice. Il pianto di Flavia si trasform in un gemito soffocato. Trascorse cos qualche istante finch trov il coraggio di porle la domanda che accarezzava nella sua mente da quando aveva appreso la notizia.
Credi che torner... vivo?
Domizia Longina, sposa del cesare, imperatrice del mondo, figlia di uno dei pi grandi legati di Roma, madre di un bambino che sarebbe dovuto diventare cesare e morto prematuramente, rispose con assoluta serenit, anche se l'angoscia generata dalle sofferenze patite non la abbandonava mai.
Non so se gli dei ascoltino le nostre preghiere oppure no. Abbass gli occhi per guardare i lunghi, splendidi capelli neri di Flavia Giulia. Si chin e le bisbigli all'orecchio: Ma pregheremo molto, Flavia, e offriremo sacrifici a tutti gli dei di Roma affinch l'imperatore ritorni.... Flavia la guard con occhi rabbiosi, ma Domizia, in un sussurro, termin la frase: Affinch l'imperatore ritorni... morto.

101.

LA BATTAGLIA DEL RENO.

Accampamento dell'imperatore Domiziano a sud del Reno 31 marzo dell'89 d.C.

L'imperatore raggiunse i dintorni di Mogontiacum alla testa di sei coorti pretoriane. Il vento gelido sferzava le mani e i volti, ma Domiziano non si lasci scoraggiare dalle avverse condizioni atmosferiche, continuando la sua fiera avanzata in groppa al suo destriero. Norbano, il procuratore della Rezia a capo di due legioni, e Lappio Massimo, governatore della Germania Inferiore con altre due legioni, erano i rinforzi che l'imperatore era riuscito a radunare in tutta fretta per combattere contro la XIV Gemina e la XXI Rapax di Saturnino e le orde di Germani e Catti con cui si era alleato. L'imperatore attravers a cavallo il vasto accampamento fino alla tenda del praetorium, dove Norbano e Lappio Massimo lo aspettavano in alta uniforme, pronti per la battaglia. Domiziano smont di sella con un balzo e la sua agilit impression favorevolmente gli ufficiali presenti. Questi erano attenti a qualsiasi suo gesto e il cesare era ben consapevole di dover mostrare loro tutta la sua forza e determinazione. Norbano e Lappio Massimo si fecero da parte per farlo entrare nella tenda, quindi lo seguirono nel praetorium.
Fa molto freddo esord il cesare, ma non perch ci lo preoccupasse, bens per introdurre una conversazione che non aveva preparato nei dettagli e per la quale non erano necessarie presentazioni. Domiziano conosceva perfettamente quegli uomini. Era stato lui stesso a conferire loro le cariche che ricoprivano, in virt della loro presunta lealt e per non essersi mai messi in mostra con grandi vittorie. Era giunto il momento di constatare la loro effettiva fedelt alla corona imperiale.
S, cesare, fa molto freddo concord Norbano, che, sebbene fosse di rango inferiore a Lappio Massimo, sembrava non avere remore a parlare con l'imperatore.
Siamo quasi in primavera prosegu Domiziano. Il clima qui non migliora mai?
In effetti dovrebbe diventare pi mite, cesare rispose Lappio Massimo. Ma quest'anno la stagione fredda  durata pi a lungo. Il Reno  ancora gelato.
Domiziano osserv con attenzione Lappio: dal tono con cui si era espresso sembrava convinto di aver aggiunto un dettaglio rilevante.
Parli del fiume come se fosse importante gli chiese ragione l'imperatore.
Lappio Massimo e Norbano si scambiarono un'occhiata. Vedendo il compagno titubare, alla fine fu il secondo a fornire una spiegazione.
I Catti non sono ancora venuti a sud per aggregarsi alle truppe di Saturnino, ma finch il Reno  ghiacciato possono farlo in qualsiasi momento.  per questo che un freddo cos intenso va a nostro svantaggio.
Tito Flavio Domiziano si sedette sulla sella curulis approntata per lui al centro del praetorium. Per un attimo aveva dimenticato i Catti. Era ovvio: li aveva dati per sconfitti nella sua campagna in Germania.
Ho gi battuto i Catti in passato e se proveranno ad attraversare il fiume li sconfigger ancora.
Lappio Massimo e Norbano dubitavano di poterci riuscire con sole quattro legioni, soprattutto considerando che due di esse sarebbero state impiegate per contrastare Saturnino e le sue truppe.
Ci serve tempo comment Lappio Massimo.
Tempo? domand l'imperatore.
S, cesare, dobbiamo attendere le legioni del Danubio. Le piogge e la neve stanno ritardando la loro avanzata. Le strade sono in pessimo stato. Alcuni passi di montagna a est sono bloccati. Senza quelle legioni...
Quelle legioni arriveranno tagli corto l'imperatore. Se Saturnino indugia oltre saremo pi forti. Ma vi chiedo: secondo voi Saturnino  cos sprovveduto da aspettare che ci raggiungano altre tre o quattro legioni?
No, cesare rispose Norbano. Con ogni probabilit far uscire i suoi uomini da Mogontiacum al pi presto, appena i Catti saranno in prossimit del Reno. A sud della citt  stato abbattuto un ampio tratto della fortificazione sulla riva del fiume. Dev'essere da l che Saturnino ha deciso di far passare i Catti, e questi dovranno solo preoccuparsi di non scivolare sul ghiaccio.
L'imperatore annu. Stava calando la notte e cominciava a sentirsi stanco.
Perch Saturnino non ha attaccato prima?
 senz'altro in attesa dei Catti e... Norbano si ferm, ma lo sguardo dell'imperatore lo spinse a terminare la frase. Ebbene, io credo che Saturnino auspichi la presenza dell'imperatore. Vuole dimostrare di essere in grado di sconfiggerlo personalmente. Sarebbe una dimostrazione di forza che gli garantirebbe nuovi sostenitori tra i legionari e... a Roma.
Domiziano assent di nuovo. Apprezzava la schiettezza di quel procuratore, anche se diceva cose sgradevoli. Aveva bisogno di uomini vigorosi e determinati per la campagna che stava per intraprendere.
Si hanno notizie di Traiano e della legione VII Gemina?
Lappio Massimo e Norbano si guardarono di nuovo.
No rispose Massimo. A dire il vero non sapevamo nemmeno che la VII Gemina fosse in marcia per unirsi a noi.
Be', lo , anzi avrebbe dovuto gi essere qui. L'imperatore - sempre pi teso nel dover gestire quella situazione cos complessa - sibil parole cariche di rancore: I Traiani non sembrano pi tanto disciplinati e leali come in passato.
A Lappio Massimo quel giudizio parve inappropriato.
La distanza da Legio  enorme. Di sicuro il maltempo ha trattenuto anche...
L'imperatore lo interruppe, constatando che il rispetto per Traiano non era diminuito tra gli alti comandanti della Germania.
Anch'io e i miei pretoriani abbiamo dovuto affrontare le avversit del clima, ma siamo gi arrivati.
Sia Lappio Massimo sia Norbano sapevano che non era paragonabile spostare le coorti pretoriane, praticamente sprovviste di impedimenta, rispetto a una legione che doveva portare con s attrezzature di ogni tipo, catapulte, fanteria legionaria e truppe ausiliarie. Se l'ordine fosse stato di recarsi a Mogontiacum soltanto con la cavalleria della VII, di sicuro Traiano sarebbe arrivato da giorni, ma mobilitare una legione intera non era impresa facile, soprattutto con quel clima. Ci nonostante, nessuno dei due os obiettare.
Domani all'alba... riprese Domiziano, guardando a terra pensieroso. S, ho il presentimento che domani all'alba Saturnino far uscire le sue legioni. Ormai sar al corrente del mio arrivo. Ha ci che vuole.
Gli mancano i Catti sottoline Norbano.
Questo  vero ammise l'imperatore. Non pu contare sui barbari. Vedremo cosa porter con s il nuovo giorno, se le legioni del Danubio e della Hispania per noi o i Catti per Saturnino. Scopriremo da che parte stanno gli dei. Non ci resta che aspettare. Sollev la mano destra dando a intendere di voler essere lasciato solo.
Lappio Massimo e Norbano uscirono dal praetorium. Fecero qualche passo, per non farsi sentire dai pretoriani a guardia della tenda.
A cosa pensi? domand Lappio Massimo a Norbano. Il procuratore della Rezia lo guard stringendosi nelle spalle.
Se arrivano prima i Catti sar molto dura, ma io rimarr al fianco dell'imperatore fino alla fine. La dinastia Flavia ha superato parecchie avversit. Vespasiano ha trionfato contro Vitellio, Tito ha soggiogato i Giudei. Credo che godano della protezione degli dei e si volt, lasciando Lappio Massimo a riflettere su quelle parole. Il vento soffi di nuovo e Massimo ne sent la gelida sferzata sul viso. Era lo stesso, maledetto freddo che manteneva il Reno ghiacciato.

1 aprile dell'89 d.C. Mogontiacum, accampamento romano dell'insorto Saturnino.

Era la quarta vigilia e il sole era ancora nascosto dietro uno scuro orizzonte, ma, appena Lucio Antonio Saturnino ricevette la notizia che la guardia pretoriana era stata avvistata mentre entrava nell'accampamento delle legioni imperiali, il cesare ribelle ordin alle legioni XIV Gemina e XXI Rapax di schierarsi fuori dalle mura di Mogontiacum. Non aveva alcuna intenzione di nascondersi. Non poteva raggiungere i suoi obiettivi semplicemente opponendo resistenza in una citt assediata. E non voleva concedere all'imperatore il tempo di radunare altre legioni. Era convinto che un attacco rapido, prima che Domiziano potesse chiamare a raccolta tutte le sue forze, si sarebbe rivelata la strategia migliore.
Per Giove! esclam Saturnino mentre si accertava di avere la spatha ben sistemata sul fianco sinistro, dove avrebbe potuto sfoderarla pi in fretta, se necessario. Si sa qualcosa di quei maledetti Catti?
Gli ufficiali della XIV e della XXI scossero il capo. I Catti avevano garantito che sarebbero giunti giorni addietro, eppure non si avevano ancora loro notizie. I legionari, invece, seguendo gli ordini di Saturnino, avevano abbattuto un'ampia sezione della fortificazione sulla riva sinistra del Reno per facilitare loro la traversata quando sarebbero stati in prossimit di Mogontiacum.
Non importa afferm Saturnino determinato. Arriveranno. Nel frattempo noi ci batteremo contro le legioni di Domiziano.  il momento di dimostrare che facciamo sul serio. Sar sufficiente resistere alla loro carica iniziale, e, quando i Catti ci raggiungeranno, infliggeremo loro una memorabile sconfitta e pass da un'espressione seria a un ampio sorriso soddisfatto. Allora s che trionferemo. Trionferemo ripet mentre montava a cavallo; poi, scortato da una turma della XIV, si allontan al galoppo per raggiungere il centro delle sue due legioni.
Accampamento romano dell'imperatore Domiziano
Fu Norbano a svegliare l'imperatore. Domiziano spalanc gli occhi e, istintivamente, brand un pugio che teneva sotto il cuscino e lo punt contro il presunto aggressore. Norbano fece un passo indietro. Solo quando l'imperatore si accorse che era scortato da due pretoriani si tranquillizz.
Per tutti gli dei! Cosa succede?
Norbano si rimise sull'attenti e diede la notizia che era andato a riferirgli.
Saturnino ha schierato le legioni fuori dalla citt.
Domiziano si alz di soprassalto. And al tavolo su cui era spiegata una mappa dell'area intorno a Mogontiacum.
Come le ha disposte?
Norbano indic sulla mappa gli schieramenti.
Di fronte alle fortificazioni della citt, ma trasversali al Reno. In questo modo.
Domiziano osservava attento, mentre uno schiavo gli appoggiava sulle spalle il paludamentum color porpora e un altro gli porgeva la spatha e l'elmo.
Allora si lascia il fiume a sinistra della formazione, in modo che se i Catti dovessero arrivare possano unirsi alla battaglia da nord comment l'imperatore. Norbano annu. Bene, dunque faremo cos e in quel momento entr nella tenda imperiale anche Lappio Massimo. Lappio Massimo, con le due legioni della Germania Inferiore, si collocher a sinistra del nostro schieramento, mentre tu, Norbano, disporrai le due legioni della Rezia e del Norico a destra, vicino al Reno. Io star con le legioni del fiume. Se i Catti si presentano le faremo spostare per fronteggiare i nemici che oseranno attraversare il Reno, mentre Massimo si occuper di Saturnino e dei suoi uomini. Avete capito? Fiss Lappio, che annuiva. Nel frattempo noi e guard di nuovo Norbano dovremo tener testa ai Germani che arriveranno da nord. Costi quel che costi, per tutti gli dei, per Marte, per Giove Ottimo Massimo e per Minerva!
Norbano assent e segu un istante di silenzio. Sembrava tutto chiaro, ma Lappio Massimo pose un'ultima domanda.
E se i Catti non arrivano?
Tito Flavio Domiziano, imperatore di Roma, sorrise, concedendosi un ghigno compiaciuto e crudele al tempo stesso.
In quel caso Norbano e io supereremo le legioni XIV e XXI e, approfittando del Reno ghiacciato, li attaccheremo alle spalle e non ne lasceremo nemmeno le ossa per gli avvoltoi.
Lappio Massimo si conged con uno stentoreo Ave, cesare e Norbano fece altrettanto. Poi i tre uscirono dalla tenda.
Avanguardia germanica a nord del Reno
Una gigantesca ombra scura strisciava a nord del fiume. Erano migliaia di guerrieri, per la maggior parte biondi, alcuni con i capelli rossi e pochissimi mori, armati di spade, lance e armi di ogni foggia, affilate e lucenti, e con indosso le loro casacche strette dalle fibbie. In testa alla formazione avanzavano i loro impavidi principi, certi che gli uomini delle loro trib avrebbero dato la vita per proteggerli: per quei Germani non esisteva peggior disonore che sopravvivere a una battaglia in cui i loro capi venivano uccisi. Pi indietro c'erano migliaia di donne, mogli, bambini e bambine, coperti di pelli oppure a petto nudo, quasi a sfidare il gelido vento delle montagne da cui calavano. Le donne seguivano i loro uomini, sicure che questi, finalmente, avrebbero aperto una breccia sulla frontiera del Reno e che presto si sarebbero potuti insediare su una terra umida e fertile, un luogo in cui il freddo fosse pi sopportabile e la vita meno difficile. Sapevano che si stava avvicinando una grande battaglia, ma erano pronti a lottare. Niente e nessuno li avrebbe fermati. Era il momento di cancellare quel confine. I Romani si facevano la guerra tra loro e i Catti avrebbero approfittato della loro vulnerabilit per attraversare il grande Reno senza pi tornare indietro, alla ricerca di un nuovo mondo, di un nuovo destino.
La loro conformazione fisica  pi resistente, solide le membra, truce l'aspetto, maggiore la forza d'animo. Possiedono - per essere Germani - molto raziocinio e abilit: mettono a capo delle truppe condottieri scelti, ubbidiscono ai comandanti, mantengono il loro posto nelle file dell'esercito, sanno riconoscere l'opportunit favorevole, ritardare gli attacchi, distribuire opportunamente le occupazioni della giornata e fortificarsi di notte; ascrivono la fortuna alle cose dubbie, e invece il valore a quelle sicure, e, cosa ben rara e concessa solo alla disciplina militare, ripongono maggior fiducia nel comandante che nell'esercito. La loro forza militare risiede interamente nella fanteria, che oltre alle armi caricano anche di arnesi da lavoro e vettovaglie: gli altri li vedi andare in battaglia, i Catti in campagna militare1.
TACITO, Germania, XXX
Qualche giorno prima Centro della Gallia, avanguardia della legione VII Gemina
Avevano costeggiato i Pirenei avvicinandosi all'oceano, per poi proseguire verso nord attraversando l'Aquitania, ma li attendevano ancora parecchi giorni di viaggio. Manio procedeva accanto al suo legatus, con espressione grave ma senza parlare, mentre Longino, accrescendo l'afflizione di Traiano, diede voce all'evidenza.
Per Giove! Non arriveremo mai in tempo!
Marco Ulpio Traiano segnava il passo in testa alla VII Gemina, concedendole di fermarsi soltanto poche ore a notte perch uomini e animali recuperassero un po' di forze. Le parole di Longino erano taglienti, ma era innegabile che a quel ritmo di marcia non avrebbero mai potuto attenersi all'ordine imperiale e raggiungere il Reno in tempo per la battaglia. Inoltre, erano stati informati che il maltempo nelle regioni del Danubio aveva bloccato i rinforzi del cesare. Traiano era sempre pi consapevole che l'apporto della sua legione avrebbe potuto rivelarsi decisivo nello scontro con Saturnino.
Lusio Quieto si avvicin al legatus ispanico. Era il nuovo capo della cavalleria, ma per essere d'esempio ai legionari della fanteria aveva deciso di procedere al fianco di Traiano, Manio e Longino, affinch anche i suoi uomini tenessero il passo del grande legatus.
Si potrebbe fare qualcosa esord Quieto a bassa voce. Era appena stato promosso e temeva di risultare inopportuno.
Traiano si ferm di colpo e lo guard con aria severa. Non mi piacciono gli indovinelli, Quieto. Se hai qualcosa da dire, parla, altrimenti taci e cammina.
Quieto annu e si affrett a spiegarsi: Ci troviamo in territorio conquistato. Qui non corriamo alcun rischio di venire attaccati. Se facessimo procedere a piedi la cavalleria e usassimo i cavalli per trasportare solo lo stretto necessario per mangiare e bere nei prossimi giorni, potremmo avanzare pi rapidamente e raggiungere Mogontiacum in tempo. Basterebbe lasciare una coorte o due a scortare i carri con il grosso dell'equipaggiamento, in modo che arrivino in Germania senza problemi, anche se con qualche giorno di ritardo. Si potrebbe alleggerire anche la fanteria lasciando ai cavalli il trasporto delle armi di riserva. In questo modo le truppe potrebbero accelerare la marcia. Con tutto questo carico non riusciremo a percorrere quasi trenta miglia al giorno ancora per molto.
Per un attimo Traiano lo guard accigliato, poi si volt verso Manio e Longino. Entrambi annuirono. L'idea sembrava buona.
D'accordo disse Traiano. Sta calando il buio. Voglio che durante la prima vigilia tutto venga predisposto per partire domani all'hora prima e lasciare indietro l'equipaggiamento.
Non aggiunse altro, e riprese a camminare. C'era ancora un po' di luce e bisognava approfittarne. Quieto interpret il silenzio del legatus come un segno di apprezzamento. La mano di Longino sulla sua spalla gli diede conferma di aver fatto bene a proporre la sua idea. Era una strana sensazione sentirsi rispettato da quei tribuni e da un legatus stimato da tutti, senza aver bisogno di ricevere da loro vacue parole di lusinga. Era una sensazione strana e molto piacevole.
Mogontiacum Avanguardia delle legioni XIV e XXI dell'esercito di Saturnino
I legionari della XIV e della XXI avanzarono di cinquecento passi, fino a fermarsi a una prudente distanza dalle truppe imperiali. Saturnino si guard intorno. Le due legioni erano in perfetto schieramento d'attacco, ciascuna con quattro coorti in prima linea. Dietro erano disposte tre coorti ausiliarie per ogni legione e poi altre sei in retroguardia. Venti coorti schierate per conquistare un impero. Saturnino ordin alle coorti ausiliarie di avanzare tra quelle della prima linea. Sarebbe toccato a quegli uomini aprire il combattimento scagliando frecce, pietre e giavellotti prima di andare alla carica e poi essere sostituiti dai legionari delle prime quattro coorti di ogni legione. Era tutto pronto.
I legionari della XIV e della XXI sapevano di essere in inferiorit numerica rispetto alle quattro legioni della Germania Inferiore, della Rezia e del Norico, che potevano contare sul supporto della guardia pretoriana, ma erano anche consapevoli di non poter pi tornare indietro. Sarebbero stati dalla parte di Saturnino fino alla fine. In caso di sconfitta potevano sperare di morire sul campo di battaglia; se la dea Fortuna avesse voltato loro le spalle, invece, sarebbero stati crocifissi oppure costretti a morire nell'anfiteatro Flavio. Se avessero vinto, per - ed era quell'augurio a non farli vacillare nel loro proposito -, sarebbero stati fin da subito dalla parte del legatus che avrebbe usurpato il trono di Roma. Avrebbero avuto un ruolo centrale nell'Impero, oltre che enormi ricompense. Forse molti di loro sarebbero stati chiamati a prendere il posto dei pretoriani contro cui stavano per combattere. Era una scommessa rischiosa, e per vincerla era indispensabile che i Germani riuscissero ad attraversare il Reno. Finch i Catti non fossero emersi dalle profondit dei boschi del Nord e avessero solcato il fiume ghiacciato per poi penetrare dalla breccia aperta sulla fortificazione, loro avrebbero dovuto resistere. La vittoria non era mai semplice. Custodivano i loro timori in silenzio. Guardavano il nemico e stringevano le impugnature delle armi.
Esercito imperiale di Domiziano
Domiziano scrut il cielo. Era ancora nuvoloso, ma il vento gelido non soffiava pi. Mont a cavallo e galopp fino all'avanguardia delle sue quattro legioni, schierate di fronte alle due legioni nemiche. Disponeva del doppio degli uomini delle truppe ribelli. Il successo era a portata di mano. Il cesare, seguito dalle sue coorti di pretoriani, raggiunse Lappio Massimo e Norbano, al centro della prima linea. Non disse nulla e si limit a guardarli. Entrambi stavano ordinando alle legioni di avanzare in formazione d'attacco: truppe ausiliarie davanti, sedici coorti dietro, altre dodici inframmezzate a quelle in prima linea e infine altre dodici di riserva. Quaranta coorti per difendere una dinastia imperiale. Domiziano osservava le truppe con la tranquillit che gli infondeva il sapersi in superiorit numerica. Stava quasi per sorridere e congratularsi in vista di una rapida vittoria, quando uno dei tribuni pretoriani indic il Reno, senza osare aprir bocca: migliaia e migliaia di barbari si accalcavano sull'altra sponda del fiume. Era l'esercito pi imponente che i Germani avessero mai messo insieme nei decenni di lotte contro Roma. Quei Catti riportarono alla memoria di tutti i legionari i temibili Cherusci che avevano sconfitto le legioni di Augusto. Era un nefasto episodio ancora vivido nella mente di tutti i soldati a guardia dei confini settentrionali. Domiziano prov a calcolare quanti fossero, ma quell'esercito era talmente sterminato che i suoi occhi stanchi dovettero desistere dal proposito.
Quanti? domand dunque a Norbano, che si avvicinava a cavallo per consultarlo sulla strategia da adottare. Il procuratore della Rezia si volt verso il fiume e osserv la gigantesca formazione dei Catti che, per il momento, rimanevano al di l delle acque gelate del Reno. Si concesse qualche minuto prima di azzardare una cifra che, anche nella stima pi ottimistica, era comunque spaventosa.
Cinquantamila, cesare. Per tutti gli dei, forse anche molti di pi!
L'imperatore rimase impassibile, fermo come le acque del Reno. In un attimo erano passati da quarantamila contro ventimila a quarantamila contro settanta o ottantamila uomini. Tito Flavio Domiziano non batteva ciglio. Norbano attendeva ordini e anche Lappio Massimo, nel frattempo avvicinatosi anche lui. Il freddo vento del Nord si era placato. Era come se tutto si fosse stranamente fermato, sospeso, in attesa che l'imperatore si pronunciasse. N a Lappio Massimo n a Norbano, n a nessun altro, sarebbe sembrato insensato ordinare una ritirata, adesso che erano ancora in tempo e ordinati. Avrebbero potuto ripiegare verso sud, dove avrebbero aspettato le legioni del Danubio e la VII Gemina di Traiano; ma Tito Flavio Domiziano era convinto che ritirarsi equivalesse ad abdicare in favore di Saturnino. Una ritirata sarebbe stata un chiaro segnale di debolezza: altre legioni sarebbero potute passare alla fazione di Saturnino e allora tutto sarebbe stato perduto. Non si trattava pi soltanto di difendere la frontiera del Reno e le province della Germania, c'era in gioco l'Impero.
Norbano lo chiam l'imperatore.
S, cesare.
Seguiremo il nostro piano. Che le legioni della Rezia e del Norico ripieghino verso il fiume per affrontare i Catti insieme alla mia guardia pretoriana. Lappio Massimo penser alla XIV e alla XXI. L'imperatore faceva massima attenzione a non pronunciare mai il nome di Saturnino. Era questo che avevamo deciso se fossero arrivati i Germani, e sono arrivati. Faremo come stabilito.
Sia Lappio Massimo sia Norbano impiegarono qualche istante a reagire. Non era quello che si aspettavano, ma avrebbero obbedito, altrimenti l'imperatore avrebbe immediatamente ordinato a qualche pretoriano di rimpiazzarli. E i tribuni pretoriani, a giudicare dai loro volti seri e impenetrabili, non sembravano sconvolti dall'infinito esercito germanico. Il governatore della Germania Inferiore e il procuratore della Rezia si congedarono dal cesare e si diressero alle loro posizioni per eseguire gli ordini ricevuti. Era un suicidio, una follia. Lappio Massimo e Norbano si allontanarono in direzioni opposte, ma fecero entrambi la stessa riflessione: se Saturnino aveva ragione e l'imperatore era completamente pazzo, allora si trovavano dalla parte sbagliata. Ma ormai era troppo tardi per tornare indietro.
Ala sinistra dell'esercito imperiale
Lappio Massimo ordin agli ausiliari di avanzare e lanciare giavellotti, pietre e frecce contro il nemico. Le legioni ribelli fecero lo stesso. Entrambe le fazioni subirono numerose perdite, ma la situazione rimaneva in sostanziale equilibrio. Allora Massimo ordin alle coorti in prima linea di andare alla carica. Si trattava degli uomini pi deboli, giovani e inesperti. Saturnino rispose con la stessa strategia del nemico, facendo avanzare le sue coorti di legionari meno abili. Era come combattere contro uno specchio: due legioni ben armate che lottavano in formazione regolare di triplex acies, contro altre due legioni schierate nello stesso modo. Massimo teneva la cavalleria di riserva e Saturnino si regolava allo stesso modo. Era uno scontro alla pari destinato a non evidenziare la supremazia di nessuno dei due, malgrado il sangue versato in prima linea. Il legatus dell'imperatore era convinto che, se avesse dato ordine ai cavalieri di prendere parte al combattimento, lo avrebbe fatto anche Saturnino con i suoi. Massimo sapeva che se non fossero riusciti a sconfiggere le legioni di Saturnino sarebbero stati spacciati. Come tutti, prevedeva che quando i Catti fossero arrivati avrebbero devastato le due legioni della Rezia e del Norico insieme ai loro capi, alla guardia pretoriana e all'imperatore in persona. Nulla avrebbero potuto contro la schiacciante superiorit numerica dei Germani. Avevano bisogno di altre truppe, di pi legioni, ma quelle del Danubio avevano impiegato troppo tempo a riorganizzare il loro confine e a mettersi in viaggio, e della VII di Traiano non avevano ancora ricevuto notizie. Era tutto perduto, tutto.
Le coorti in prima linea sono stremate, governatore gli rifer uno dei tribuni.
Lappio Massimo annu. La seconda, la quarta e la settima coorte vennero sostituite dalla terza, dalla quinta e dalla nona, in modo che le quattro migliori coorti rimanessero di riserva, ma fu inutile perch Saturnino rispose con l'identica strategia. Allora Massimo guard alla sua destra, a settentrione: le legioni della Rezia si erano spostate per fronteggiare i Germani che iniziavano ad attraversare il fiume ghiacciato. L'imperatore, in retroguardia, protetto dai pretoriani, dava ordini su quel fianco. I Catti erano decine di migliaia, un esercito immenso che oscurava tutto l'orizzonte a nord del Reno. Un nemico troppo grande, ingestibile, invincibile.
Avanguardia germanica Nord del Reno
I Germani che avanzavano sulla superficie gelata del Reno portavano i capelli lunghi; non li avevano mai tagliati in vita loro, o almeno cos si diceva, e nemmeno le barbe folte e sudicie. Eppure, contrariamente a quanto suggeriva l'aspetto di quei villosi guerrieri, dovevano essere tutti piuttosto giovani: secondo l'usanza dei Catti, soltanto chi aveva ammazzato un nemico in battaglia poteva radersi la barba o tagliarsi i capelli. Pertanto, i guerrieri meno esperti erano costretti a farsi crescere i capelli fino a quando non si fossero redenti dall'onta di non aver ucciso nemici. I Catti, per, erano magnanimi e in ogni battaglia cedevano la prima linea a quei giovani forti e barbuti affinch avessero l'opportunit di nobilitare la loro esistenza. E i giovani dimostravano la loro gratitudine votandosi alla causa e combattendo con ferocia.
Procedevano sul ghiaccio del Reno con le spade sguainate, lanciando grida brutali e assordanti.
Avanguardia delle legioni della Rezia e del Norico Sud del Reno
Gli ausiliari delle legioni incoccarono le frecce e i lanciatori di giavellotti strinsero le loro armi tra le mani, mentre deglutivano e sfidavano il freddo fiume gelato. Quei maledetti Germani stavano avanzando. Gli ausiliari erano tutti in allerta, pronti a ricevere gli ordini degli ufficiali. Nutrivano la speranza che qualche raffica di frecce e lance riuscisse a scoraggiare quel vasto esercito che avanzava da nord con la furia di chi  disposto a tutto.
Avanguardia germanica sul Reno
Camminavano veloci, ma attenti a non scivolare, facendo aderire al ghiaccio l'intera pianta del piede. Si auguravano di riuscire a raggiungere l'altra sponda del fiume prima di combattere, ma se l'inizio della battaglia li avesse sorpresi ancora l, sulla superficie gelata, non si sarebbero tirati indietro. In quel momento cominciarono a cadere le frecce dei Romani, con l'intensit di una pioggia torrenziale, ma i guerrieri catti si protessero con gli scudi e continuarono la loro avanzata. Prima di sera avrebbero potuto radersi la barba, finalmente, e sfilare orgogliosi davanti agli uomini e alle donne della loro trib.
Retroguardia delle legioni della Rezia Guardia pretoriana
L'imperatore non distoglieva lo sguardo dal Reno. Teneva le labbra talmente serrate che il sangue circolava appena. L'aria gli fuoriusciva dalle narici sotto forma di vapore. Anche il suo cavallo nero era immobile come lui. Sembrava di essere di fronte a una statua equestre di Tito Flavio Domiziano congelata dal freddo. Norbano, in sella al suo destriero, gli si avvicin.
Gli ausiliari non sono in grado di fermare l'avanzata dei Germani. Riusciranno ad attraversare il fiume!
L'imperatore rimaneva fermo, impassibile. Norbano inspir ed espir diverse volte, emettendo sbuffi di vapore. Aveva riposto grandi speranze nel suo futuro, finch i Catti avevano affollato quell'alba con il loro esercito sconfinato. Un'ora prima sembrava tutto possibile; adesso l'imperatore appariva frastornato, incapace di aprire bocca. Norbano guard di nuovo il Reno. Doveva assumere il comando. Stava per allontanarsi e dare ordine alle prime coorti di spingersi sul fiume ghiacciato quando Domiziano gli parl, con una strana serenit nella voce.
Non fare niente, Norbano. Le legioni restino dove sono. Si volt verso i tribuni pretoriani e, con ritrovato vigore, disse loro: Per Giove! La guardia con me!.
Spron il suo cavallo e galopp verso la prima linea, passando in mezzo alle coorti della Rezia. La cavalleria e le coorti della fanteria pretoriana lo seguirono, andando incontro al loro destino.
Retroguardia germanica Nord del Reno
I principi germanici avanzarono di qualche passo. Non credevano ai loro occhi, ma il paludamentum color porpora e la cavalleria pretoriana non lasciavano spazio a dubbi: l'imperatore in persona si stava portando alla testa del suo esercito. A loro sembr un gesto ammirevole, degno di rispetto, e non poterono fare a meno di apprezzarlo. L'imperatore stava cercando di infondere coraggio ai suoi soldati, in evidente svantaggio, visto che loro erano superiori per numero e per risolutezza. Da troppi anni subivano gli attacchi di Roma e, finalmente, quella mattina avrebbero vendicato le sconfitte del passato, le migliaia di compatrioti uccisi o catturati e obbligati a lottare negli anfiteatri. Quel giorno avrebbero messo fine a tutto ci e, per giunta, lo avrebbero fatto infilzando la testa dell'imperatore su una delle loro lance, per poterla esibire in tutti gli scontri che avrebbero dovuto affrontare nella loro avanzata verso sud, sempre che i Romani avessero il coraggio di continuare a opporre resistenza con altre legioni.
I principi germanici si scambiarono un'occhiata e annuirono. Presero alcune brocche di orzo distillato - che avevano portato con loro per brindare prima di ogni combattimento - e bevvero con gusto, sporcandosi le labbra di quella schiuma bianca che tanto gradivano. Soltanto dopo aver finito di bere diedero ordine al loro esercito, guidato dai veterani, di andare in supporto ai giovani sul fiume che avevano resistito con coraggio alla pioggia di frecce e lance nemiche. Anche loro, i capi, si spinsero sul fiume ghiacciato, pronti a eliminare il potere di Roma dalla Germania. E dal mondo.
Avanguardia romana delle legioni della Rezia Sud del Reno
Domiziano si era posizionato in testa alle legioni della Rezia e del Norico, di fronte al Reno. Le truppe ausiliarie avevano ripiegato dietro le coorti dell'avanguardia, attirando le bestie con la barba che guidavano l'attacco germanico. L'imperatore non se ne crucci perch l'unica cosa che gli interessava davvero stava accadendo: i Germani avevano dato ordine alla maggior parte delle truppe di procedere sul fiume ghiacciato. L'imperatore di Roma guard il cielo: era ancora nuvoloso, ma dietro alcune nubi meno grigie iniziava a intravedersi il sole e il vento gelido aveva smesso di soffiare. Si volt verso le sue truppe.
Legionari di Roma, legionari dell'Impero! I Germani incombono su di noi come un flagello, ma Roma non cadr sotto il loro giogo! Voi siete qui per fermarli, per perpetuare il potere di Roma, un potere che deriva direttamente dagli dei che ci proteggono! E io vi dico... Guard il cielo, il Reno e le decine di migliaia di Catti che avanzavano sul fiume coprendo il ghiaccio con le loro sagome scure e rabbiose. Io vi dico che Giove e Marte e Nettuno e Minerva e Iside e tutti gli dei sono con me perch io stesso sono un dio. L'imperatore di Roma  l'unto degli dei, io sono un dio tra di voi, sono il Dominus, il vostro signore, ma anche Deus, il vostro dio! Sollev le braccia brandendo nella mano destra la sua spatha lucente e gridando: Dominus et Deus! Dominus et Deus! Dominus et Deus!.
E i pretoriani, infervorati dal discorso dell'imperatore, si unirono senza esitare a quello strano inno, intonato dal loro signore e dio nella mattina in cui erano tutti convinti di finire nell'Ade.
Dominus et Deus! Dominus et Deus! Dominus et Deus!
Anche i legionari in testa alle coorti della Rezia e del Norico, atterriti non pi per il freddo - ormai meno intenso, anche se nessuno lo aveva notato -, ma pietrificati dal panico per quell'esercito che sapevano di non poter contenere, si aggrapparono con tutte le loro forze a quella invocazione, come i cristiani facevano con le loro preghiere quando si trovavano di fronte le belve affamate dell'arena dell'anfiteatro Flavio.
Dominus et Deus! Dominus et Deus! Dominus et Deus!
Allora l'imperatore fiss il fiume sentendosi davvero un dio, quasi che con il suo sguardo potesse annientare un intero esercito di nemici invincibili. E, proprio in quel momento, accadde l'imprevedibile: il Reno ruppe il suo silenzio, durato mesi, e spalanc le fauci in un'immensa crepa. Tito Flavio Domiziano smont da cavallo e, circondato dai suoi migliori pretoriani, avanz verso la sponda del fiume con un sorriso dipinto sul viso, annuendo tra s e constatando che la sua intuizione era esatta: lo sapeva, lui lo sapeva. Il fiume si stava aprendo. Nessun fiume ghiacciato, nemmeno il Reno, poteva sopportare un simile peso, non quando il tempo migliora e il sole fa capolino tra le nubi. E con voce sommessa, in un sussurro solenne disse: Siete in tanti, Germani.
Sorrideva guardando le gelide e turbolente acque del fiume inghiottire decine, centinaia, migliaia di guerrieri catti, inermi davanti a quella sciagura.
Siete in tanti, Germani: siete troppi, troppi anche per il Reno e proruppe nella pi tetra delle risate, che risuon al di sopra delle grida terrorizzate dei suoi nemici, imprigionati dal ghiaccio e dalle acque sempre pi vorticose di un immenso fiume che si risvegliava dopo mesi di quiete. Domiziano si port le mani sui fianchi e rimase a contemplare la scena assaporando la sua grande impresa, mentre i pretoriani uccidevano i pochi Germani riusciti a raggiungere a nuoto la riva meridionale del fiume. Ai pretoriani si unirono le coorti dell'avanguardia della Rezia. I soldati, sbigottiti, assistevano allo spettacolo pervasi dal godimento della vittoria, in contrasto con l'angoscia provata fino a pochi istanti prima.
Allora Norbano raggiunse l'imperatore e gli si avvicin lentamente. Era senza parole. Lappio Massimo conteneva a fatica la spinta delle coorti della XIV e della XXI, ma vedere le decine di migliaia di Germani che annegavano nel Reno era cos impressionante da lasciare senza fiato. Fu l'imperatore che, avvertendo la presenza del procuratore della Rezia, si volt verso di lui e parl con voce diversa, come se non fosse pi l'uomo giunto nella Germania qualche giorno prima: Hai visto, Norbano? Hai visto bene?.
Norbano stava per dire di s, stava per rispondere che il fiume si era aperto in due e stava ingoiando i Germani, impedendo loro di unirsi alle truppe di Saturnino, ma Domiziano prosegu e, soltanto in quel momento, Norbano cap la trasformazione avvenuta nell'imperatore.
Gli dei mi obbediscono, Norbano, gli dei mi obbediscono. Nettuno, il dio delle acque, ha eseguito i miei ordini e ha spaccato il fiume in due. Gli dei assecondano la mia volont. Si volt per ammirare l'effetto del suo grande potere: un esercito di decine di migliaia di uomini annientato senza bisogno di sguainare la spada.
Norbano aveva raggiunto l'imperatore per riferirgli un messaggio, ma esitava di fronte a quella dimostrazione di potere. Poi si decise: anche se Domiziano si considerava un dio, o se lo era veramente, avrebbe dovuto portare aiuto all'altro fronte della battaglia, il cui risultato era ancora ambiguo.
Lappio Massimo, cesare, ha bisogno di noi: anche se finora il combattimento  stato equilibrato, la XIV e la XXI stanno per avere la meglio.
Tito Flavio Domiziano si volt furibondo verso Norbano. Il procuratore della Rezia sapeva che quella notizia avrebbe infastidito l'imperatore, ma era fondamentale che Domiziano fosse informato della situazione: non potevano rischiare che lo schiacciante successo sul fiume fosse vanificato da una sconfitta sotto le mura di Mogontiacum. La replica dell'imperatore, per, gli chiar il motivo della sua collera.
Mai, Norbano, non osare mai pi! Mi hai capito? N tu n nessun altro dovete osare mai pi rivolgervi a me come cesare.
Norbano annu, ma si chiese quale titolo pi insigne di cesare avrebbe potuto usare per rivolgersi all'imperatore. Domiziano glielo spieg subito, senza gridare, ma usando di nuovo la voce strana e serena che avrebbe raggelato il sangue di qualsiasi interlocutore.
A partire da adesso, Norbano, tutti si rivolgeranno a me come al Dominus et Deus.  chiaro, procuratore? Dominus et Deus.
Norbano annu e salut il cesare con il braccio proteso e ripetendo le sue stesse parole: Ave, Dominus et Deus!.
In risposta al saluto, l'imperatore rimpiazz il suo ghigno iracondo con un sorriso carico di soddisfazione.
Adesso andiamo in aiuto di Massimo. Voglio la testa di Saturnino conficcata su un pilum entro stasera.
Gli ordini furono trasmessi rapidamente. A eccezione di quattro coorti di guardia sulla sponda del fiume - che avrebbero bloccato e ucciso qualsiasi germano che fosse ancora emerso dalle gelide acque del Reno -, il resto delle legioni imperiali ripieg verso sinistra per unirsi alla battaglia tra Saturnino e Lappio Massimo. Davanti alle mura di Mogontiacum, Saturnino e le sue legioni ribelli sembravano sul punto di sopraffare le due legioni imperiali.
Legioni imperiali della Germania Inferiore contro l'esercito ribelle, qualche istante prima del disgelo del Reno
Lappio Massimo sapeva che ormai la XXI Rapax era sul punto di far cedere il fianco sinistro della sua formazione e, per evitare un disastro, invi in supporto la cavalleria. Saturnino, ancora una volta, rispose con la stessa mossa. Le cavallerie si neutralizzarono, ma lo scontro non sort l'effetto sperato: la XXI si stava imponendo per la sua furia. Allora il governatore della Germania Inferiore guard alla sua destra: aveva bisogno di aiuto da parte di Norbano e dell'imperatore, ma le legioni della Rezia e del Norico dovevano far fronte a decine di migliaia di Catti che stavano attraversando il Reno. Era la fine. Lappio Massimo si sistem l'elmo e sput per terra. Avanz di una ventina di passi fino ad allinearsi al primus pilus della prima coorte. Era il momento di mandare in campo anche le truppe migliori, che aveva tenuto di riserva: la prima coorte, quella composta dai soldati pi esperti, la sesta, con i giovani pi capaci, l'ottava e la decima, formate dai veterani che avevano dimostrato il loro coraggio nel recente passato.
Andiamo, per Giove! ordin Massimo al primus pilus.
A diffondere le sue istruzioni furono le trombe dei bucinatores della retroguardia; le coorti di riserva andarono incontro ai veterani della XIV e della XXI.
Lo scontro nella piana davanti a Mogontiacum fu spaventoso. I legionari di Saturnino combattevano con maggiore fervore, consapevoli di essere in vantaggio. I veterani di Lappio Massimo lottavano solo per sopravvivere. Come sempre, la spinta di coloro che si credevano pi forti si rivel fondamentale. Un pilum fer il braccio sinistro di Massimo.
Per tutti gli dei! grid. Mantenete le posizioni! Mantenete le posizioni!
Ma gli uomini continuavano a retrocedere quando, all'improvviso, si unirono al combattimento i cavalieri delle legioni che avevano protetto le sponde del Reno. Massimo si era ritirato di qualche passo dalla prima linea per farsi bendare la ferita. Guard il fiume: l'acqua si muoveva; il ghiaccio si era aperto e migliaia di Germani erano precipitati nelle sue turbolente e gelide acque, mentre la maggior parte delle legioni di Norbano, con l'appoggio della cavalleria e della fanteria pretoriana, veniva in soccorso delle sue legioni. Massimo, con un gesto brusco, allontan il medico che gli stava fasciando il braccio e grid con tutto il fiato che aveva in gola: I Germani stanno affogando nel Reno! Annegano! Stanno arrivando i rinforzi! Mantenete le posizioni! Per Giove, mantenete le posizioni!.
I soldati di Massimo, rinfrancati dalle notizie che giungevano dal fiume, ritrovarono le forze. I veterani dell'imperatore attaccarono le prime linee della XIV e della XXI, che si lasciarono sopraffare dalla confusione e dal timore: il Reno si era scongelato e i Germani non potevano attraversarlo. Erano soli. Soli.
Retroguardia delle legioni XIV e XXI
Saturnino guard il fiume. Taceva. Avevano avuto la vittoria a portata di mano, vicinissima. Lo scenario era cambiato, ma lui era un militare che pensava in fretta. Non tutto era perduto. Non ancora.
Fate ripiegare gli uomini ordinatamente istru i suoi tribuni. Ci rifugeremo a Mogontiacum e da l opporremo resistenza.
Non era tutto perduto. Era iniziato il disgelo e con la primavera i Catti avrebbero potuto attraversare il fiume in un altro modo, per esempio con delle imbarcazioni, e in qualsiasi altro punto del confine. Avevano solo bisogno di tempo per risollevarsi. E lui glielo avrebbe concesso. Se intanto loro si fossero asserragliati a Mogontiacum, le cui fortificazioni potevano resistere a un lungo assedio, i Germani avrebbero potuto riprendersi dal disastro del Reno e scagliarsi con rinnovata furia contro il confine di Roma per vendicare i loro guerrieri. Avrebbe dovuto resistere a Mogontiacum solo per qualche mese, costringendo le legioni della Germania Inferiore, della Rezia e del Norico a rimanere l. Senza queste ultime e senza le legioni della Germania Superiore - trincerate con lui dietro le mura della citt -, il confine del Reno sarebbe rimasto completamente sguarnito. Era solo questione di mesi, forse meno. L'imperatore avrebbe potuto radunare anche le legioni del Danubio, ma non poteva lasciare a lungo quel confine senza protezione, sebbene avesse firmato un trattato di pace con il sempre imprevedibile Decebalo. E pi a lungo si fosse protratto quell'assedio, pi nervoso sarebbe diventato il Senato. Tutto era ancora possibile. Bisognava resistere. I tribuni lo guardavano perplessi.
Resisteremo finch i Catti si riprenderanno spieg loro Saturnino. Attraverseranno il fiume in un altro punto e le truppe imperiali si ritroveranno di nuovo in inferiorit. La vittoria finale sar nostra.
I tribuni della XIV e della XXI assentirono, ma senza convinzione.
proprio nel momento del combattimento, il fiume Reno, straripando improvvisamente, aveva bloccato le truppe dei barbari che stavano per passare dalla parte di Antonio (Saturnino)2.
SVETONIO, De vita Caesarum

1. TACITO, Germania, a cura di Elisabetta Risari, Mondadori, Milano 1991, p. 41.
2. SVETONIO, Vita dei Cesari, Libro Ottavo. III. Domiziano, a cura di Francesco Casorati, Dorotea Medici, Roberto Pagan, Claudia Valerio, Newton Compton, Roma 1995, p. 497.

102.

UN COLLOQUIO CON L'IMPERATORE.

Germania Superiore, aprile dell'89 d.C.

I soldati della legione VII Gemina erano stremati. In Aquitania tutti avevano ricevuto un altro paio di calzature, ma anche le nuove calighe cominciavano a rompersi e i legionari avevano vesciche e geloni dappertutto. Calava la sera ma, per volere del legatus Traiano, avrebbero continuato a marciare finch ci sarebbe stato anche solo un filo di luce. Se c'era la luna, l'avanzata proseguiva anche durante la prima vigilia.
Sapevano di aver superato la Gallia da diversi giorni e di trovarsi ormai nelle terre della Germania Superiore, eppure non incrociavano nessuno sul loro cammino. Le porte e le finestre dei villaggi vicini ai sentieri erano sbarrate, la paura era tangibile. I legionari della VII Gemina - nata dalla fusione tra la I Germanica e la VII Galbiana - avevano combattuto durante la guerra civile del 69 e sapevano riconoscere il terrore che aleggia sugli abitanti quando si sentono minacciati dal mostro della guerra. Erano vicini, molto vicini. Quando raggiunsero la sommit di una collina, Traiano, Manio, Longino e Lusio Quieto scorsero la piana di Mogontiacum e l, ai piedi della citt, apparve ai loro occhi l'inconfondibile e completa devastazione della guerra: migliaia di cadaveri sparsi sul suolo di quella che doveva essere stata una grande battaglia campale.
Siamo arrivati tardi osserv Longino, ma subito se ne pent. Non sarebbero potuti arrivare prima.
Traiano non fu infastidito dal commento. Era concentrato a scrutare l'orizzonte e cercava di interpretare ci che gli si presentava dinanzi.
C' un grande accampamento davanti a Mogontiacum e sono stati istituiti dei posti di guardia disse. Sono le legioni dell'imperatore... Non termin la frase.
Se l'imperatore  fuori dalla citt, allora Saturnino  ancora dentro dedusse Lusio Quieto. Traiano lo guard sorridendo e gli pos una mano sulla spalla, gesto che fino a quel momento aveva riservato solo a Longino o a Manio.
 cos, ragazzo,  cos conferm il legatus ispanico al giovane ufficiale nordafricano. Poi guard Longino con un sorriso. Forse non siamo arrivati tardi.
Longino annu. Ripresero la marcia. Guard Quieto. Il giovane ufficiale della cavalleria si era guadagnato la benevolenza di Traiano. Longino non ne era invidioso, nutriva troppa stima nei confronti di Traiano per abbassarsi a un sentimento cos meschino. Sapeva di essere soltanto un invalido che a malapena poteva brandire un'arma e di trovarsi l solo in virt dell'affetto che Traiano provava per lui. Ma non era questo a preoccuparlo. Piuttosto, era perplesso riguardo a Quieto: non era ancora in grado di valutare se la buona impressione che il giovane ufficiale aveva fatto a Traiano rispecchiasse la realt. Forse s. Prima di esprimere un giudizio bisognava vederlo combattere. Aveva sentito che in Mesia e in Dacia il giovane aveva compiuto imprese notevoli, ma Longino credeva soltanto ai suoi occhi.
Dominus et Deus,  appena arrivato Traiano con la VII annunci Norbano entrando nel praetorium dell'accampamento imperiale.
Domiziano era seduto a un tavolo a studiare una pianta della citt di Mogontiacum per elaborare un piano d'attacco. Lappio Massimo gli stava indicando sulla cartina le posizioni pi deboli delle mura. L'imperatore sollev lo sguardo senza neanche muovere la testa.
Tardi comment.  arrivato tardi.
Norbano non replic, ma Massimo sapeva quanto sarebbe stato complesso l'assedio che si accingevano a condurre. Inoltre, sarebbe stato pericoloso lasciare sguarniti i confini della Germania Superiore e Inferiore e le province della Rezia e del Norico per concentrarsi a soffocare la rivolta di Saturnino. Quindi trov il coraggio di aggiungere un'opinione personale, pur sapendo che avrebbe rischiato di contrariare l'imperatore.
S, Dominus et Deus,  arrivato tardi per la battaglia, ma forse potr esserci utile nell'assedio. E, vedendo che Domiziano lo fissava con la fronte aggrottata, precis: Suo padre fu di grande aiuto durante l'assedio di Gerusalemme sotto il comando di Tito.
Ricordare a Domiziano la grande vittoria del fratello lo innervos ulteriormente. Lappio Massimo tacque e chin il capo.
Fatelo venire qui ordin infine Domiziano guardando Norbano, rimasto in attesa sulla porta.
Tuttavia, non fu Norbano, bens Lappio Massimo ad andare ad accogliere Traiano e i suoi ufficiali Manio, Longino e Lusio Quieto: il governatore della Germania Inferiore voleva ragguagliare velocemente il legatus sulla situazione mentre lo conduceva dall'imperatore. Saturnino si  asserragliato a Mogontiacum. I Catti non sono riusciti ad attraversare il fiume a causa del disgelo, ma sono ancora sull'altra sponda a leccarsi le ferite. La faccenda non  affatto risolta, anche se l'imperatore pensa il contrario.
Traiano ascoltava con attenzione e annuiva a ogni frase. Erano ormai giunti sulla soglia del praetorium: due guardie pretoriane si scostarono per lasciar passare il legatus appena giunto dalla Hispania quando a Massimo venne in mente una cosa importante e gliela rifer a bassa voce.
Bisogna rivolgersi all'imperatore chiamandolo Dominus et Deus.
Non ebbe il tempo di spiegargli la ragione di quella novit. Traiano guard Massimo con aria interrogativa, ma non pot aggiungere altro. Entr nel praetorium.
Tito Flavio Domiziano, seduto su una grande cathedra, ricevette il legatus ispanico mentre sorseggiava il suo solito vino dolce servitogli in una splendida coppa di bronzo. Se l'era fatto portare da Roma per poter godere di un minimo di comodit in quella fredda, piovosa e inclemente campagna del Nord. Anche Manio, Longino e Quieto entrarono, ma rimasero a prudente distanza accanto all'ingresso della tenda.
Arrivi tardi inve l'imperatore senza lasciare a Traiano nemmeno il tempo di salutarlo. Arrivi tardi ripet e ne spieg il motivo. Arrivi tardi per tutto: i Catti sono affogati nel Reno e Saturnino si  nascosto come una donnola nella tana.  stata una nuova e grande vittoria del tuo Dominus et Deus aggiunse, mettendo al corrente il legatus del suo nuovo status. Ho di nuovo sconfitto i Catti, come qualche anno fa. Sono Germanico gi due volte e ho anche represso un'insurrezione, il tutto senza l'aiuto delle legioni che ho convocato perch mi servissero lealmente.
Il riferimento alla lealt di Traiano rese il clima ancora pi gelido. Quieto scorse con la coda dell'occhio che Longino portava la mano destra, quella menomata, all'impugnatura della spatha. Il gesto gli conferm la gravit della situazione.
Arrivo tardi, Dominus et Deus rispose Traiano in tono solenne. Non sono stato capace di eseguire gli ordini ricevuti. E non aggiunse altro.
Domiziano lo guardava nervoso. Si aspettava un moto d'orgoglio da parte del fiero legatus ispanico, ma questi non aveva sollevato alcuna obiezione e poi gli si era rivolto in modo appropriato. Era pur sempre qualcosa... ma molto poco.
Le tue belle parole non cambiano la realt dei fatti: ti sei dimostrato inadeguato all'incarico che ti avevo affidato sentenzi l'imperatore.
Traiano annu prima di parlare di nuovo.
Il mio Dominus et Deus ha ragione, non potrebbe essere altrimenti, ma forse potr rimediare fornendo il mio aiuto per l'assedio di Mogontiacum.
Mmm borbott l'imperatore appoggiandosi allo schienale e allungando il braccio con la coppa di bronzo per farsela riempire di nuovo. Questo assedio non si prospetta complicato, legatus; li braccheremo finch la fame e la sete li sfiniranno e poi mi conceder la soddisfazione di entrare nella citt e uccidere uno per uno tutti gli uomini della XIV Gemina e della XXI Rapax. Cos quei maledetti impareranno cosa succede a chi si ribella al proprio imperatore, al Dominus et Deus.
Si alz per dare enfasi alle sue parole. Tutti restarono in silenzio. Traiano si avvicin lentamente alla pianta della citt dispiegata sul tavolo e la analizz con aria seria, ma non disse nulla e attese di essere interpellato. La curiosit di Domiziano gli era ben nota e, poco dopo, si manifest.
Maledizione, Traiano, se hai qualcosa da dire parla, oppure vattene e lasciami in pace con coloro che mi hanno dimostrato lealt.
La citt  ben protetta. E Saturnino si sar rifornito a dovere prima di insorgere: si sar assicurato di avere provviste per molto tempo, settimane o forse mesi, e il fiume assicura loro acqua a sufficienza. Il Reno  troppo grande per poterlo deviare. Saturnino potr resistere a lungo e, finch ci riuscir, trattenendo qui l'imperatore e le sue legioni, tutto il confine, da qui a qui, e tracci con il dito una linea invisibile tra Mogontiacum e il mare seguendo il corso del fiume e da qui a qui, e indic una seconda linea da Mogontiacum fino alla Rezia e al Norico sar completamente sguarnito. I Catti sono stati sconfitti, non c' dubbio, ma presto gli altri Germani a nord del Reno apprenderanno che le legioni di Roma sono coinvolte in una guerra civile e molti, appena capiranno che il limes  praticamente indifeso, attraverseranno il fiume. Saturnino vuole che il cesare... si corresse immediatamente che il Dominus et Deus resti qui a lungo.  il suo piano per porre fine alla dinastia Flavia.
Tacque e si allontan dalla pianta della citt. Dagli sguardi di Massimo, Norbano e degli altri ufficiali presenti, Domiziano intu che tutti condividevano l'opinione di Traiano e ci aliment in lui una rabbia cieca. Tuttavia, la rivelazione che Saturnino potesse cercare di eliminare la sua dinastia lo costrinse a controllarsi.
E sia si arrese alla fine Domiziano. E per caso il nostro legatus ispanico ha qualche piano per portare a termine questo assedio nel minor tempo possibile?
Siccome Traiano rimaneva in silenzio, l'imperatore si concesse un ghigno compiaciuto. Sembrava che l'ispanico fosse un uomo di molte chiacchiere ma di pochi piani, fino a quando annu lentamente e, con grande sorpresa di Domiziano, riprese la parola.
Dominus et Deus, io invierei dei messaggeri a Mogontiacum annunciando il perdono imperiale ai legionari della XIV e della XXI che abbandoneranno le file di Saturnino. La vittoria di questa mattina avr sollevato parecchi dubbi tra le truppe ribelli e un messaggio del genere convincer molti alla resa.  possibile che in pochi giorni Saturnino rimanga da solo e che in poche settimane le legioni siano di nuovo nelle loro posizioni sul confine, assicurando l'integrit dell'Impero e...
Traiano, per, non riusc a terminare la frase. L'imperatore si alz all'improvviso e rovesci il tavolo con furia.
Mai! Per Giove, Minerva, Marte e tutti gli dei! Mai e poi mai! Voglio tutti gli uomini della XIV e della XXI morti e voglio la testa di Saturnino infilzata su un palo! Non mi importa quanto tempo e quante risorse ci vorranno!
Constatando che gli ufficiali presenti lo guardavano con un misto di timore e scetticismo, Domiziano cerc di trattenersi e di addurre un argomento difficile da controbattere: Ma legatus... come potrei evitare future ribellioni? Come pu un imperatore perdonare chi  insorto contro di lui?.
Traiano, che, con ammirazione di tutti, non era arretrato di un passo davanti a quello scatto d'ira, rispose con enigmatica serenit: Dominus et Deus, Saturnino e i suoi pi alti ufficiali vanno giustiziati, non c' dubbio, ma l'Impero ha bisogno della XIV e della XXI per proteggere i suoi confini. Eliminarle ci render soltanto pi deboli di fronte a Catti, Daci e Parti. E questo  un lusso che l'Impero non pu permettersi.
E il perdono a due legioni ribelli replic Domiziano  un lusso che un cesare non si pu permettere.
Un cesare no, ma un dio s, Dominus et Deus rispose Traiano con voce solenne. Un dio s.
Domiziano lo fiss, con gli occhi quasi fuori dalle orbite, ma lo ascoltava e questo era l'importante.
Traiano prosegu nella sua rischiosa missione di persuadere l'imperatore del mondo. Quante volte Roma non  stata degna dei suoi dei e questi l'hanno sempre perdonata fino a trasformarla nella pi grande delle citt e a fare di essa il pi vasto degli imperi? La misericordia e il perdono di un cesare hanno dei limiti, ma quelli di un dio sono infiniti. Solo un dio potrebbe perdonare le legioni XIV e XXI se si arrendessero e consegnassero Saturnino. Solo un dio.
Domiziano non distoglieva lo sguardo da Traiano, ma i suoi occhi erano meno fiammeggianti, pur rimanendo spalancati, come la bocca. Per un istante nessuno fiat. Traiano rimase impassibile davanti all'imperatore, signore e dio di Roma, finch il volto di quest'ultimo si rilass e proruppe in una sonora risata. Uno alla volta, tutti i presenti si unirono a lui eccetto Traiano, che si limit a un ampio sorriso.
Faremo come dici sentenzi alla fine l'imperatore sedendosi di nuovo sulla cathedra. Perdoner la XIV e la XXI se si arrenderanno e placher la mia ira divina crocifiggendo Saturnino e i suoi ufficiali. Solo il Dominus et Deus di Roma e del mondo intero pu essere capace di un cos grande atto di misericordia; s, solo un dio pu essere tanto generoso con i suoi nemici.
Sollev la mano destra e, muovendola avanti e indietro, diede a intendere che l'udienza era terminata. Era esausto, tremendamente stanco. Ancora una coppa di vino e sarebbe andato a dormire. In fin dei conti, anche gli dei dovevano riposare.
Longino e Manio si congedarono da Traiano all'ingresso della sua tenda. Manio si diresse verso quella che gli era stata destinata, mentre Longino rimase un istante a guardare l'amico che si toglieva la corazza militare aiutato da un giovane schiavo. In quel momento, il lembo di tela che chiudeva la tenda ricadde e cel alla sua vista il legatus ispanico, che era stato capace di influenzare con inimmaginabile astuzia la mente dell'imprevedibile cesare. Longino si volt e s'incammin lentamente. Come quasi tutti gli uomini della VII Gemina, dopo la lunga marcia dalla Hispania aveva i piedi martoriati da geloni e vesciche. Si concesse un sorriso. Presto, a nord del limes, si sarebbe sparsa la voce del ritorno di Marco Ulpio Traiano, il Guardiano del Reno.

103.

UNA PATTUGLIA SUL DANUBIO.

I Sauromati usano la lingua scitica che parlano in modo scorretto fin dall'antichit, dal momento che le Amazzoni non l'appresero bene. Riguardo ai matrimoni ecco quali sono le loro usanze: nessuna fanciulla si sposa prima di aver ucciso un nemico. Alcune di loro muoiono addirittura vecchie, prima di sposarsi, non potendo adempiere a questa legge1.
ERODOTO, Le storie, Libro IV, 117

Nord della Mesia Superiore, confine con il Danubio, Estate dell'89 d.C.

La pace con Decebalo era stata stipulata, ma si trattava di una pace anomala, ottenuta pagando al nemico ingenti somme d'oro e d'argento. Era un patto che in realt nessuno rispettava: n i Romani n i Daci con i loro alleati, in particolare i Sarmati. I Romani trasgredivano perch, dovendo pagare, trovavano umiliante eseguire alla lettera gli ordini di un imperatore debole e lontano dal Danubio. I Daci e i Sarmati, dal canto loro, non si facevano alcuno scrupolo ad attraversare i confini di un Impero arrivato al punto di pagarli perch aveva paura di loro. Quindi le incursioni degli uni e degli altri lungo tutto il confine del Danubio erano ormai diventate un'abitudine, ma gli ufficiali romani a malapena informavano i loro superiori, e questi ultimi non riportavano mai l'accaduto ai tribuni o al legatus. L'imperatore, pertanto, non era a conoscenza di quello che stava succedendo. E nemmeno si preoccupava di informarsi.
Di conseguenza, le citt, i paesi e gli accampamenti a sud del Danubio vivevano in un clima di perenne instabilit. Uno dei pochi affari che ancora garantiva qualche guadagno era la cattura degli schiavi. Gli uomini al potere si guardavano bene dal contrastare una simile pratica, dal momento che in cambio del silenzio avrebbero sempre avuto il loro tornaconto. Venivano cacciati uomini, donne e bambini: proprio dove vigeva l'assoluta noncuranza delle leggi, era pi facile imprigionarli, allontanarli dal loro mondo e trascinarli in catene nelle fauci di un Impero perennemente affamato di schiavi. L sarebbero stati destinati alla costruzione di edifici sempre pi grandi e imponenti, a servire nelle gigantesche domus dei ricchi o, pi spesso, a lottare nell'arena del ciclopico anfiteatro Flavio. Quel pomeriggio, una piccola pattuglia romana era nascosta nel fitto bosco che si estendeva fino alla riva del Danubio.
 questo il posto? domand Decimo, il centurione al comando.
S rispose uno dei legionari, che si era sporto tra il fogliame e non distoglieva lo sguardo dal fiume. Arrivano sempre al tramonto.
Bene, aspetteremo comment Decimo guardando un cielo gi piuttosto scuro.
I soldati si sedettero a terra e bevvero acqua da un grande otre portato da due calones. Quei legionari non erano uomini abituati a lavorare e a stancarsi. La maggior parte di loro si trovava l per aver disobbedito ai superiori in altre legioni; adesso, per punizione, dovevano rimanere sul confine del Danubio. Curiosamente, in pochi mesi si erano ritrovati tutti agli ordini del corrotto centurione e la loro situazione era molto migliorata grazie alle spedizioni segrete volte alla cattura di schiavi dacichi, sarmatici o rossolani.
Eccoli l, mio centurione disse il legionario che scrutava la riva del fiume. Indic i sei guerrieri sarmati che, in compagnia di un paio di donne, attraversavano il Danubio su un'imbarcazione. Ogni giorno fanno la stessa cosa: nel tardo pomeriggio vengono su questa sponda e approfittano del buio per fare razzia tra i poderi abbandonati.
E le donne? domand un altro legionario con gli occhi spalancati e la bava alla bocca.
Non saprei rispose la sentinella. Sono barbari, fanno cose strane.
Be', a me non dispiace che abbiano portato delle femmine aggiunse un terzo.
Silenzio! li redargu il centurione. Per Ercole! State zitti o li spaventerete!
Decimo non era preoccupato. Loro erano in venti, pi che abbastanza per affrontare sei sarmati. Le donne non andavano considerate: una volta soddisfatti i suoi uomini, se fossero state ancora vive, potevano essere vendute anche loro se erano giovani e non troppo brutte.
Aspetteremo che si avvicinino al bosco ordin Decimo abbassando la voce. I legionari si alzarono e sguainarono i gladi. Se fosse stata una battaglia, qualsiasi ufficiale con un minimo di esperienza avrebbe usato i pila, ma dovevano catturarli vivi. Dei morti non se ne facevano niente. I legionari avevano l'ordine di colpire soltanto gambe, braccia o spalle. A volte ne uccidevano un paio affinch i sopravvissuti si arrendessero pi facilmente. In questo modo si otteneva soltanto una parte della merce, ma almeno era intatta e il suo valore sarebbe stato pi alto. Tuttavia, con alcuni Daci e con i Sarmati, quella strategia si era rivelata fallace. Quei maledetti non si arrendevano finch non avevano mani e piedi legati e, anche cos, cercavano di colpire gli aggressori a testate. Bisognava sempre assestare loro forti calci per non farli pi contorcere come ossessi. L'ideale era venderli mentre erano ancora mezzi svenuti oppure incatenare per bene collo, polsi e caviglie prima che riprendessero conoscenza.
Attraversarono il Danubio nella foschia del tramonto. La giovane Alana osservava tutto con i suoi occhi azzurri scintillanti d'eccitazione. Non aveva ancora ucciso nemici in combattimento, sebbene l'anno prima, durante la cruenta battaglia di Tape, ne avesse ferito qualcuno. Almeno aveva partecipato alla vittoria sui Romani che volevano superare il grande fiume. Adesso erano loro, i Sarmati, a guadare il Danubio in cerca di viveri, animali o semplicemente per potersi scontrare con qualche drappello di Romani. Il gruppo con cui Alana traversava il fiume era esiguo, ma erano tutti coraggiosi. Lei nutriva una cieca fiducia nel capo della spedizione, il biondo, alto e forte Dadagos. Per lei era un grande eroe. A diciassette anni, la ragazza non era ancora in grado di distinguere tra coraggio e temerariet. Tuttavia, era comprensibile che fosse accecata: Alana, come la sorella maggiore Tamura, era innamorata di Dadagos. All'inizio era soltanto ammirazione, ma poi il sentimento si era inevitabilmente trasformato. Per Alana, come per la sorella, l'unica cosa importante era uccidere un nemico al pi presto. Nemmeno Tamura ci era ancora riuscita. Soltanto allora, in base alle loro leggi, si sarebbe potuta unire in matrimonio con un guerriero come Dadagos e smettere di lottare in prima linea. Alana, per, non era del tutto convinta di voler rinunciare alla guerra: a lei piaceva combattere. Era veloce, agile, silenziosa, coraggiosa, esile ma forte. Non se ne rendeva conto, ma era bellissima con i suoi capelli biondi e lunghi (che portava raccolti per lottare meglio), la pelle brillante quando sudava, i muscoli ben torniti, i seni minuti e schiacciati dai vestiti per poter combattere con pi agilit. Era gelosa della sorella perch era pi grande di lei e aveva il presentimento che sarebbe stata la prima delle due a uccidere un nemico; ma al di l del loro comune desiderio di giacere con Dadagos, Alana voleva molto bene a Tamura. Il loro era uno strano rapporto, ma lei avrebbe sacrificato la sua vita per la sorella se fosse stato necessario ed era sicura che Tamura avrebbe fatto lo stesso. Eppure, la prima che ne avesse conquistato il privilegio in combattimento, non avrebbe esitato a offrirsi a Dadagos.
L'arrivo della pattuglia romana li sorprese alle spalle appena sbarcarono sulla sponda meridionale del Danubio. Assorta nei suoi pensieri, Alana ebbe a malapena il tempo di sguainare la spada e retrocedere verso il fiume. Sia lei sia Tamura approfittarono del fatto che i Romani sembravano non badare a loro, evidentemente ignorando le tradizioni sarmatiche, concentrandosi soltanto su Dadagos e gli altri uomini. Dadagos aveva appena abbattuto un legionario e lottava contro altri due mentre tre arcieri romani, in lontananza, cercavano di colpire tre dei suoi compagni. Gli altri legionari circondarono i feriti e li colpirono a morte. Fu in quel momento che Tamura intervenne scagliandosi sui soldati che infierivano sui suoi compagni. Ne uccise uno, poi un altro, muovendosi con agilit grazie al suo corpo giovane e allenato, ma un nemico si volt e la pugnal al ventre. Il sangue inizi a uscire a fiotti mentre un romano gioiva per l'impresa tra forti risate. L vicino, Dadagos cadeva sulla riva senza vita; i suoi tre compagni, trafitti da frecce e lance nemiche, guardavano il cielo con gli occhi spalancati e sputando sangue. Gli ultimi due guerrieri sarmati ancora vivi vennero circondati, ma erano disarmati e furono obbligati a inginocchiarsi. In quel momento, per, uno dei due, spinto dall'umiliazione per l'inaspettata sconfitta, si lanci sui Romani; il suo compagno, infervorato da tanto coraggio, fece altrettanto. I gladi romani dovettero giustiziarli senza piet tra grida di indignazione e rabbia.
Alana era rimasta pietrificata vedendo Tamura morire dissanguata. Si vergognava di se stessa: non aveva nemmeno lottato. Voleva avvicinarsi alla sorella, ma tre romani la separavano da lei. Dadagos, gli altri guerrieri e Tamura erano morti: il suo mondo era scomparso in un istante. I legionari sopravvissuti, dodici in tutto, si voltarono verso di lei. Alana stringeva forte la spada. Parlavano nella loro lingua strana e brutale. Erano furiosi per la morte dei compagni. Dadagos e gli altri, compresa Tamura, si erano battuti con furia. Alana retrocedeva verso il fiume. La barca era troppo lontana e, anche se l'avesse raggiunta, i Romani l'avrebbero bloccata mentre cercava di spingerla nell'acqua. In quel momento desider un cavallo. Poteva soltanto difendersi, lottare e morire, come Dadagos, Tamura e gli altri suoi compagni...
Decimo si guardava intorno con aria disgustata. Otto legionari morti e i sei guerrieri sarmati uccisi da lance e gladi: un vero e proprio disastro. Otto caduti e nemmeno uno schiavo da vendere. L'unica consolazione era che il soldato che li aveva condotti fin l era stato ucciso, per giunta da una delle donne che brandivano le spade. Quella che aveva osato attaccarli era morta e adesso rimaneva la pi giovane, che retrocedeva verso il fiume.
Ci divertiremo con lei Decimo sent dire da uno dei legionari sopravvissuti. Prima la possederemo e poi la venderemo.
Decimo comprendeva la bramosia dei suoi soldati, soprattutto dopo lo scempio di quella notte. Allora guard la sarmata, che stava gi impugnando la spada con coraggio. Il centurione inspir a fondo. Quella ragazza, peraltro molto bella, non si sarebbe lasciata violare dai suoi uomini. Non senza lottare. Avrebbero dovuto picchiarla brutalmente prima di dilettarsi con lei. Decimo avanz di qualche passo e si frappose tra i suoi uomini e la ragazza.
Siamo venuti a caccia di schiavi e la giornata  andata male, ma ci risarciremo vendendo questa guerriera sarmatica disse Decimo ai suoi uomini. So di un mercante di schiavi che cerca sempre lottatori per l'anfiteatro Flavio. Potremmo ricavare un bel gruzzolo. Guard i legionari morti prima di proseguire. Siccome ora siamo in meno, dalla divisione del ricavato ci sar oro per tutti, nonostante la caccia sia andata male.
D'accordo, Decimo asser uno dei legionari. Ma prima, a turno, giaceremo con lei.
Decimo sapeva che negare ai legionari quel tipo di ricompensa, offrendo loro solo denaro avrebbe minato la loro disciplina, ma a tutto c'era un limite. Si avvicin al soldato e gli parl in tono perentorio.
Sono il tuo centurione, legionario, e ho dato un ordine.
Decimo scorse una punta di disprezzo nei loro sguardi. Quella sarmata era molto bella, e da settimane nessuna prostituta passava dall'accampamento, in quella maledetta terra dimenticata dall'imperatore. Decimo comprese di dover concedere una soddisfazione ai suoi uomini, ma era anche convinto che la giovane non avrebbe ceduto il suo corpo molto facilmente. Prima di diventare un legionario, Decimo era stato un mercante. Aveva fiuto per gli affari e quell'istinto lo aveva fatto salire al grado di centurione.
E sia, legionario concesse Decimo. Uno per volta. Ma chi vuole possederla, prima dovr disarmarla e poi potr fare con lei ci che vorr. Quando avr finito, toccher a un altro e cos via finch tutti sarete soddisfatti. Sesto, chiam il soldato che aveva lanciato la sfida avanti, per Giove,  solo una donna con una spada, poco pi di una bambina. Su, godine. Voialtri, dieci passi indietro.
I legionari indietreggiarono. Era una proposta ragionevole. Sesto and verso la ragazza. All'inizio sorrideva, ma quando fu ad appena due passi da lei, quella maledetta sarmata fece un rapido balzo in avanti e con la spada lo colp di striscio agli occhi. Sesto fece un paio di passi indietro mentre l'umiliazione delle risate degli altri uomini gli faceva ribollire il sangue.
Cagna! Te ne pentirai! Furono le sue ultime parole. Appena si scagli in avanti, la ragazza, come una scheggia, si chin, si gir su se stessa e, prima che Sesto se ne accorgesse, la spada della giovane gli spuntava dalla gola dopo essergli penetrata dalla nuca. Allora Alana cerc di estrarre l'arma dal cadavere di Sesto, ma non ci riusc. Non aveva abbastanza forza. D'istinto afferr il gladio del nemico ucciso e brand l'arma in attesa che qualcun altro si avventasse su di lei. Non capiva come mai avessero permesso a quel legionario di provarci da solo anzich attaccarla tutti insieme, ma non era il momento per simili riflessioni. I Romani erano uomini strani e assurdi. Alana pensava soltanto alla sorella morta e a come scappare per poter ritornare, prima o poi, e vendicare il sangue dei suoi compagni. Iniziarono a circondarla: la stringevano in un cerchio di morte da cui non sarebbe mai potuta scappare. Non si sarebbe mai lasciata violare da uno di quegli uomini. Piuttosto si sarebbe tolta la vita. Quella sembrava l'unica via di fuga, perci sollev in aria il gladio e rivolse la punta contro il suo petto.
Adesso, per Giove, o quella imbecille si uccider! grid Decimo.
All'improvviso, una rete simile a quella usata dai retiarii nell'anfiteatro Flavio si abbatt sulla giovane guerriera e le intrappol il braccio, che stava abbassando per togliersi la vita. Su di lei piombarono i legionari che la bloccarono, anche se non riuscirono a evitare graffi, morsi e calci. Ci misero un po' a immobilizzarla, legandola con diverse corde. Quando ci riuscirono, tutti doloranti, ormai pi nessuno aveva voglia di giacere con quella maledetta sgualdrina. Decimo aveva ragione: la cosa migliore che si poteva ottenere quel giorno era un gruzzolo d'oro, sempre che ci fosse qualcuno abbastanza folle da voler pagare per quella dannatissima belva sarmatica, selvatica e terribile.

1. ERODOTO, Le storie, a cura di Aldo Corcella e Silvio M. Medaglia, traduzione di Augusto Fraschetti, Mondadori, Milano 1993, p. 129.

LIBRO Settimo.

DOMINUS ET DEUS.

Anno 90 d.C., (844 ab Urbe condita).

...la necessit lo rese avido, la paura crudele.
Svetonio a proposito di Domiziano in De vita Caesarum, Domitianus, III

104.

GLI ARCHITETTI DELL'IMPERATORE.

Roma, novembre del 90 d.C.

Lo voglio pi grande, pi imponente e spettacolare ripeteva l'imperatore dal trono dell'Aula Regia.
Rabirio, l'architetto che dirigeva i lavori della Domus Flavia, e i suoi aiutanti lo ascoltavano senza sapere bene cosa rispondere. Il Dominus et Deus voleva ampliare l'anfiteatro Flavio, ereditato dal padre e dal fratello, perch lo riteneva troppo modesto per un dio.
Dopo l'ultima vittoria sul Reno, Domiziano era molto cambiato. Da quel momento aveva preso molte decisioni. Alcune erano logiche e bene accolte dai consiglieri o dal Senato, come la nomina di Nerva a console subito dopo il suo ritorno dalla Germania. Nerva aveva appoggiato Domiziano ed era un senatore rispettato da tutti. L'imperatore ritenne opportuno premiarlo condividendo con lui l'ufficio consolare di quell'anno. Cos Nerva ricopr per la seconda volta il ruolo di console, essendolo gi stato con Vespasiano, e lui, l'Imperator Caesar Domitianus, Dominus et Deus, lo divenne per la quindicesima. Appena l'anno volse al termine, Domiziano nomin console Traiano, che quindi succedette a Nerva, un'altra decisione ben vista da tutti. Anche Traiano aveva collaborato contro la rivolta di Saturnino ed era apprezzato dal Senato. Altre decisioni, invece, erano pi difficili da comprendere, come la nomina a console di Manio Acilio Glabrione in sostituzione dello stesso imperatore. Da tempo Domiziano dubitava della sua lealt, essendogli giunta voce di alcune critiche di Manio sul suo operato. Tutti, per, dal consigliere Partenio fino all'ultimo senatore, si stavano abituando all'incoerenza del cesare, il quale attribuiva sempre alle sue decisioni un'ispirazione divina.
Lo voglio pi grande ripeteva Domiziano come un bambino a cui non importava che le sue richieste fossero irragionevoli.
Gli architetti si guardavano l'un l'altro, confusi, nervosi. Domiziano li scrutava attentamente, a met tra il divertimento e il fastidio. Nel frattempo, ripensava alle sue ultime nomine. Sorrise. Gli parve cos appropriato, cos perfetto aver nominato Manio console dopo di lui... Erano tutti perplessi, ma non il Dominus et Deus. Lui sapeva bene cosa stava facendo. In fin dei conti era una decisione divina ed era normale che i comuni mortali non la comprendessero. Tempo al tempo. Alcuni pensavano che avesse nominato Manio Acilio Glabrione, esponente di una delle pi illustri famiglie di Roma, soltanto per ingraziarsi il Senato, e Traiano per guadagnarsi il favore delle legioni sui confini. Che pensassero ci che volevano. Lui era cosciente delle sue azioni. Norbano, il procuratore della Rezia, era stato premiato con la prefettura dell'Egitto, mentre Lappio Massimo era stato ricompensato con il governo della Siria. Poi, almeno in teoria, aveva perdonato i legionari della XIV Gemina e della XXI Rapax, atto con cui aveva ottenuto la resa quasi immediata di Mogontiacum e la consegna di Saturnino e dei suoi ufficiali. In seguito aveva ordinato non solo di decapitare Saturnino e i suoi fedelissimi, ma anche di decimare le due legioni ribelli. Duemila legionari della XIV e della XXI estratti a sorte erano stati giustiziati senza piet, uno per uno. La testa di Saturnino era stata esposta su un pilum davanti alle mura di Mogontiacum mentre gli insorti, pur essendosi arresi, erano stati messi a morte. Era una misura comprensibile, quasi accettabile agli occhi di molti comandanti, ma aveva impressionato profondamente i legionari: ormai non agivano pi per riverenza verso colui che li aveva cos ben retribuiti negli ultimi anni, bens per timore di contravvenire agli ordini imperiali. Alla fine, la XIV Gemina era stata inviata in Illiria e la XXI Rapax sul sempre difficile confine tra il Danubio e la Pannonia.
Sto aspettando una risposta insistette Domiziano, stanco di intrattenersi con i suoi pensieri, mentre attendeva una soluzione da quei maledetti architetti, incapaci di restaurare un anfiteatro per farne un edificio degno di un dio.
Potremmo abbattere un settore a nord o a sud, rispose infine Rabirio ampliare la circonferenza dell'arena e costruire nuove gradinate per ospitare pi persone...
Distruggere? Abbattere? Per Minerva! L'imperatore si alz dal trono; i pretoriani nell'Aula Regia aggrottarono la fronte, gli architetti trattennero il fiato. Io ti chiedo di ampliare l'edificio e tu mi parli di demolire, Rabirio! Non ci capiamo. Il popolo non vorrebbe assistere alla distruzione di parte dell'anfiteatro che fece costruire mio padre, non ne convieni?
Ovviamente, Dominus et Deus, certo... Ma senza abbattere un settore non so come potremo fare a ingrandirlo replic Rabirio inginocchiandosi davanti all'imperatore in segno di riverenza. Gli altri architetti lo imitarono.
Il cesare si sedette di nuovo sul trono. Scuoteva il capo. Era circondato da stupidi, da inetti.
All'improvviso uno degli architetti pi giovani, appena giunto dall'Oriente, trov il coraggio di rompere l'imbarazzante silenzio.
L'anfiteatro Flavio potrebbe essere ampliato, Dominus et Deus, senza bisogno di distruggere alcuna sua parte.
Domiziano guard il giovane e gli fece cenno di alzarsi.
Almeno, Rabirio, disse l'imperatore vedo che hai arricchito la tua squadra. Chi  quest'uomo?
Anche Rabirio si rimise in piedi per rispondere: Apollodoro di Damasco, in Siria. Ho ricevuto molte raccomandazioni da parte dei governatori della provincia, ma, se il Dominus et Deus mi permette,  ancora troppo giovane per realizzare il rifacimento desiderato dall'imperatore. Non sa quello che dice....
Se sa o meno quello che dice, Rabirio, sar io a deciderlo, cos come sono io a stabilire chi  il pi adatto a esaudire i miei desideri. Si volt di nuovo verso il giovane. Apollodoro di Damasco, il Dominus et Deus del mondo ti ascolta, ma sii conciso e non abusare della mia divina pazienza.
Apollodoro annu.
Verso l'alto e verso il basso si limit a dire. Siccome n l'imperatore n gli altri architetti sembravano capire, aggiunse una succinta spiegazione: Verso l'alto: possiamo innalzare l'anfiteatro Flavio aggiungendo un piano, cos potremmo anche aumentare la capacit degli spalti. Verso il basso: si potrebbe scavare un hypogeum, una rete di corridoi sotto l'arena percorribili da fiere e gladiatori. Si potrebbero anche costruire macchine con le quali gli animali o i lottatori verrebbero fatti salire direttamente sull'arena. Questo renderebbe i giochi molto spettacolari, Dominus et Deus.
L'imperatore ne rimase colpito. Tu che ne pensi, Rabirio?
L'anziano architetto scuoteva il capo.
Le arcate dell'anfiteatro Flavio non resisteranno al peso di un altro piano; l'intera struttura croller. E i corridoi sotterranei, per tutti gli dei: su cosa lotteranno i gladiatori se  tutto bucherellato?  assurdo,  un progetto fuori da ogni logica.
Cos'hai da replicare, giovane architetto? domand l'imperatore rivolto ad Apollodoro. Questi avanz di un paio di passi avvicinandosi a Domiziano.
Si pu realizzare, Dominus et Deus, si pu. Ho fatto dei calcoli. Le arcate sono robustissime, gli architetti imperiali hanno fatto un eccellente lavoro precis nel tentativo di rabbonire Rabirio e gli altri. E vi si pu costruire sopra un nuovo piano, ma senza archi, cos ci servir da base per i pilastri che sosterranno un grande velarium, che potr riparare l'intero anfiteatro. Quanto ai corridoi, una volta scavati, verrebbero coperti con assi di legno, lasciando cavit e macchine dove necessario. Baster poi spargere la sabbia sul pavimento di assi, cos i gladiatori potranno combattere.
Cal di nuovo il silenzio.
Mi piace esult il cesare. Hai un anno per portare a termine i lavori, Apollodoro, un anno.
Si alz dal trono e si diresse con i suoi pretoriani verso l'uscita dell'Aula Regia, senza nemmeno congedarsi da Rabirio e dagli altri architetti.

105.

IL LANISTA E IL MERCATO DEGLI SCHIAVI.

Roma, marzo del 91 d.C.

Il lanista la vide al mercato degli schiavi. Una volta giunti a Roma, nessuno domandava ai mercanti come ne fossero entrati in possesso. Erano merce e come tale andavano trattati. Veniva dato loro da bere e da mangiare in abbondanza, soprattutto nella settimana precedente all'arrivo in citt; nessun mercante voleva che fossero pallidi o in cattiva salute. Dovevano sembrare forti e sani, oppure belle.
Erano settimane che il preparatore di gladiatori non si disturbava ad andare al mercato, ma aveva ricevuto una lettera dalla Mesia in cui veniva informato della presenza di una schiava speciale. Si era fatta valere in un combattimento contro un drappello di legionari; era una lottatrice. A giudicare dalla data della lettera, la ragazza doveva essere stata catturata quasi un anno prima. Doveva dunque verificare quanto di quello spirito guerriero fosse sopravvissuto alla lunga prigionia. Se si era ammansita non gli interessava. Caio era pressato con insistenza dal cesare che, in pi di un'occasione, aveva ordinato di far combattere nell'arena dell'anfiteatro Flavio lottatrici vestite da gladiatori. Diversamente da altri preparatori, pi solerti a soddisfare i capricci di Domiziano, Caio non aveva ancora proposto nessuna donna e l'imperatore ripagava quella sua mancanza lanciandogli severi sguardi di disprezzo. Il disappunto dell'imperatore si limitava a queste deboli esternazioni solo perch i suoi gladiatori, capeggiati da Marzio, erano i migliori di Roma. Il lanista, per, era consapevole della crescente insoddisfazione del cesare; aspettava il momento giusto per trovare una lottatrice da presentargli che potesse sorprenderlo per la sua destrezza.
Ed eccola l, rinchiusa in gabbia come una bestia. Il preparatore era troppo esperto per lasciarsi impressionare da un trucco tanto rozzo. Non era necessario mettere in gabbia qualcuno per farlo stare calmo. Bastava incatenargli mani e piedi e inchiodare al suolo un anello della catena, cos non si sarebbe mosso. Ma senza dubbio faceva molta pi impressione presentare una bella schiava in una gabbia, come se soltanto le sbarre potessero contenerne la fierezza. Il lanista si avvicin fino a rimanere a un passo di distanza. Caio era prudente, non voleva beccarsi morsi n calci. Non gli piaceva il dolore. All'improvviso scorse un particolare: la giovane schiava aveva sulla fronte la F di fugitivus, di sicuro marchiata a fuoco. La ragazza doveva essere riuscita a scappare, ma poi era stata catturata di nuovo. Questo indicava uno spirito ribelle e al lanista piacque; inoltre, il marchio le deturpava il volto e la ragazza non avrebbe potuto essere venduta come prostituta o schiava sessuale per qualche nobile. Eppure la giovane era bella e a pi di un vizioso patrizio avrebbe potuto importare poco della sua fronte martoriata.
Caio sapeva di avere su di s lo sguardo del mercante, dal momento che lui - in quanto preparatore del Ludus Magnus - avrebbe potuto sborsare la cifra pi alta per quella lottatrice. Gli altri lanisti rimanevano in attesa della sua sentenza. Era improbabile che volessero entrare in competizione con lui. Quando il grande lanista offriva una somma di denaro per uno schiavo era sempre generoso. Tutti, per, sapevano che odiava le trattative e che se qualcuno avesse giocato al rialzo lui si sarebbe ritirato guardando con sdegno il mercante.
Trenta denari disse mentre girava intorno alla gabbia, zoppicando.
Iniziava a sentire il peso dei suoi anni. Aveva offerto una cifra cospicua, ma la ragazza era giovane e forte; l'avevano trattata bene e aveva ancora lo sguardo fiero del guerriero nato, per lui assolutamente nuovo in una donna. Pens che nessuno meglio di quella ragazza potesse corrispondere alle descrizioni delle amazzoni del Danubio fatte dagli storici greci.
Sa cavalcare? domand il lanista ancora prima che il mercante accettasse o rifiutasse l'offerta.
Non lo so rispose.
Davanti all'ignoranza del mercante, Caio scosse il capo come se si sentisse raggirato. L'uomo si innervos.
Trenta denari. Aggiudicato,  vostra. Si chiama Alana, o cos mi  parso di capire l'unica volta che si  degnata di parlare nella sua lingua barbara. E ha ucciso almeno un legionario. Cos dicono quelli che l'hanno catturata spieg tentando di assicurarsi la vendita.
Caio aveva voltato le spalle al suo interlocutore. Si concesse un sorriso. Una sarmata nasceva praticamente a cavallo. Quel mercante era pi idiota di quanto immaginasse. Era pentito di aver offerto cos tanti soldi, avrebbe potuto ottenerla per molto meno. La pressione del cesare lo portava a commettere delle leggerezze quando si trattava di concludere affari a sangue freddo. Era vera la storia del legionario ucciso? Scosse la testa: impossibile saperlo. A ogni modo, ormai l'affare era concluso. Bisognava guardare avanti. Alana suonava bene. Una ragazza come quella, una mezza selvaggia, cresciuta tra i guerrieri e in grado di sostenere lo sguardo di chiunque, si sarebbe rivelata una buona gladiatrix. E se cos non fosse stato, lui si sarebbe occupato di forgiarne il corpo giovane, agile e bello. Ben altra cosa sarebbe stato riuscire ad addomesticarla.
La trasportarono ingabbiata. Il lanista non voleva commettere passi falsi. La liberarono soltanto all'interno del Ludus Magnus. Per ordine di Caio, la sistemarono in mezzo all'arena degli allenamenti e due robusti secutores aprirono le sbarre. La ragazza usc dalla gabbia come le belve nell'anfiteatro Flavio: spaventata e guardandosi intorno con circospezione. Era l'ora del pranzo e in un angolo veniva distribuito il pasto. L'odore di hordeum attir i lottatori. Nessuno faceva caso a lei. Tutti, tranne lei, erano armati. L'arena era circondata da gradoni enormi. Sulla porta erano appostati militari che somigliavano ai legionari del Danubio, anche se diversi, pi robusti e all'apparenza pi disciplinati. L'uomo che l'aveva comprata osservava tutto dalla cima degli spalti. Alana si avvicin alla coda per il cibo. Vide che gli altri prendevano una ciotola con la zuppa e un cucchiaio e lei li imit. Sentiva su di s gli sguardi di quei guerrieri, forti e muscolosi. Non c'era neanche una donna, ma non le importava. Da quando aveva lasciato la sua terra aveva imparato a vivere ignara di cosa sarebbe successo il giorno dopo, o il momento dopo.
Si mise in fila e, quando arriv il suo turno, l'uomo che serviva da mangiare la guard e scoppi a ridere, esibendo i denti marci. Tuttavia, le diede una porzione pari a quella degli altri. Alana prese la scodella. Finita la coda, vide che si erano seduti tutti in piccoli gruppi. Soltanto un uomo se ne stava da solo, in disparte. Accucciato ai suoi piedi c'era un grande cane nero. Alana si diresse verso di loro, nell'angolo pi lontano dello spiazzo. Mentre si avvicinava, il cane si sollev. L'uomo non alz nemmeno gli occhi. Lei si ferm a una decina di passi da loro e si accovacci contro il muro. La giovane sarmata conosceva bene gli animali: il cane avrebbe difeso quell'angolo con la vita se si fosse avventurata oltre. Quando lei si sedette, l'animale si accucci di nuovo. Alana mangi con voracit tutto il contenuto della scodella e rosicchi il pane che le era stato dato, ma ne conserv un pezzo. Allora guard il cane e glielo lanci con tanta abilit che, quando fin di rotolare, si ferm a un passo dal suo muso. Il cane si rimise seduto e guard il pane ma si trattenne dal prenderlo e volt la testa verso il lottatore che mangiava accanto a lui. Alana cap immediatamente che era il suo padrone. L'uomo, finalmente, sollev lo sguardo. Lasci per terra la ciotola vuota e guard il cane. Annu lievemente, una volta sola. L'animale si alz, prese il pezzo di pane e inizi a morderlo con gusto. Quando ebbe finito, sempre guardando il padrone di sottecchi, si avvicin ad Alana. Lei rimase tranquilla, senza muovere un muscolo e con il respiro calmo. Il cane si ferm a un passo di distanza. La ragazza mosse piano il braccio e porse la mano all'animale, con il palmo rivolto verso l'alto. Il cane si avvicin ancora e dapprima la annus, ma poco dopo inizi a leccarla. Alana sapeva che non era un gesto di sottomissione ma lo faceva perch aveva ancora dei resti di cibo tra le dita.
Allora sollev gli occhi e si accorse che l'uomo, sempre in disparte, la fissava. Aveva un modo di guardare strano e profondo che la sedusse e al contempo la intimor. Per la prima volta in vita sua, e senza capire perch, la giovane sarmata non fu in grado di sostenere lo sguardo di un uomo e chin il capo. Il cane le stava ancora leccando la mano. Alana, lentamente, gli appoggi l'altra sul dorso e lo accarezz. Sapeva che il suo padrone aveva ancora gli occhi fissi su di lei.
Assorti com'erano nello studiarsi a vicenda, n Marzio n Alana si resero conto che il lanista li osservava dagli spalti. Il sagittarius pi anziano si avvicin al preparatore dei gladiatori.
Pare che Marzio stia per adottare una cagna.
Caio annu serio. Era un evento importante.
Cos sembra conferm il lanista. Cos sembra.
Non aggiunse altro. Per Caio era logico: quei tre - il cane, Alana e Marzio - erano animali abbandonati a se stessi. Erano uniti nella disgrazia. Tuttavia, non era molto sereno. Non riusciva a capire se quel legame li avrebbe resi pi forti o pi vulnerabili. E a lui servivano guerrieri invincibili.

106.

ALBA LONGA.

Alba Longa, agosto del 91 d.C.

L'imperatore convoc i consoli di quell'anno, Manio Acilio Glabrione e Marco Ulpio Traiano, nella sua splendida villa ad Alba Longa. I carri consolari e il seguito imperiale percorsero la Via Appia fino alla biforcazione dove iniziava la strada per l'antichissima cittadina che risaliva all'epoca dei re di Roma. Si diceva che l'imperatore avesse voluto la sua villa ad Alba Longa per sentirsi vicino ai re del passato, come Tarquinio il Superbo, che aveva fatto erigere il grande tempio di Giove Laziale sul monte Albano, nei pressi del centro abitato.
La crescente follia dell'imperatore non si era ancora manifestata pubblicamente, ma tutti coloro che erano costretti a vivere accanto al cesare temevano per la propria incolumit, anche se non lo confessavano. Domiziano non era pi in grado di controllare i suoi istinti e chi entrava in contatto con lui ne ricavava la sempre pi forte impressione di un tiranno capriccioso e imprevedibile. Perci, sia Manio sia Traiano osservavano inquieti l'ostentazione di lusso che trasudava da qualsiasi angolo della villa: le onnipresenti statue di Giove, Minerva e Iside, con cui l'imperatore si identificava, li guardavano arcigne da ogni punto dell'immenso giardino che circondava la villa.
Gli abitanti di Alba Longa erano lusingati che l'imperatore avesse scelto la loro cittadina come luogo dove rinfrancarsi dal caos di Roma, anche se Domiziano aveva espropriato case e terreni per far costruire tutto ci che desiderava. Trascorsi i primi anni di tensione, infatti, le visite del cesare avevano finito per favorire la citt garantendole grandi quantit d'oro e d'argento. Inoltre, la villa dell'imperatore aveva bisogno di qualsiasi genere alimentare per soddisfare le insaziabili fauci delle sue cucine, che lavoravano a pieno ritmo per tutti i giorni e le notti in cui l'imperatore rimaneva nella villa con tutto il suo seguito di famigliari, senatori e alti funzionari dell'Impero. E, per la gioia dei cittadini di Alba Longa, l'imperatore aveva voluto accanto alla villa un anfiteatro di notevoli dimensioni in cui potersi godere uno dei suoi passatempi preferiti, le lotte di gladiatori. Non si trattava di un nuovo, irripetibile anfiteatro Flavio (per la cui costruzione era stato necessario tutto l'oro del tempio di Gerusalemme), per, con i suoi tremila posti, era pur sempre un edificio gigantesco per un piccolo centro come quello. Che altro si poteva chiedere? Denaro e divertimento non mancavano. Gli abitanti di Alba Longa si sentivano benedetti dagli dei. E non si sbagliavano: in fin dei conti, l'imperatore era il loro Dominus et Deus.
In quell'estate del 91, Domiziano aveva deciso di ritirarsi nella sua grande villa perch non sopportava la lentezza dei lavori di ampliamento dell'anfiteatro Flavio, che impedivano la celebrazione di giochi circensi degni di tale nome.
Sono molto addolorato di non poter entrare nel grande anfiteatro eretto da mio padre, Apollodoro aveva detto l'imperatore in tono grave al suo giovane e nuovo architetto alla vigilia della partenza. Vado ad Alba Longa per qualche mese e spero che al mio ritorno tu possa offrirmi qualcosa con cui placare il mio rammarico.
Apollodoro aveva dato l'unica risposta che ci si poteva aspettare in quella situazione.
L'imperatore sar soddisfatto quando torner e vedr il grande ampliamento dell'anfiteatro Flavio, Dominus et Deus. Si era prostrato in un profondo inchino.
Quando si era rialzato, l'imperatore era gi andato via. Apollodoro di Damasco sapeva di dover accelerare i lavori, a qualsiasi costo. Partenio, il vecchio consigliere, aveva dato disposizioni perch i carri con la pietra e il marmo facessero un percorso molto pi arduo tra le strade di Roma, evitando la traiettoria pi logica e breve. Ad Apollodoro quelle deviazioni sembravano un intralcio immotivato e, siccome anche Partenio sarebbe partito per Alba Longa, il giovane architetto decise di porre fine a quei lunghi giri dei carri adibiti al trasporto del materiale.
Ripensando alle parole scambiate con il nuovo architetto, Domiziano sospirava. Sarebbe potuto rimanere a Roma e assistere ai giochi organizzati nelle arene dalle scuole dei gladiatori, per esempio nel Ludus Magnus, vicino al grande anfiteatro Flavio. Tuttavia, sarebbe stato raggiunto dalla polvere dei lavori e l'imperatore detestava la sporcizia sopra ogni cosa: la trovava irrispettosa nei riguardi del sovrano dell'Impero di Roma. Pertanto aveva deciso di riposarsi qualche mese e godersi le lotte di gladiatori, venationes e altri giochi nel suo modesto e personale anfiteatro di Alba Longa. Il pretesto per lo strabiliante spettacolo era dato dai festeggiamenti per la nomina dei nuovi consoli, governatori e prefetti.
Partenio, in piedi dietro Domiziano, al centro del grande palco imperiale, si guardava intorno. L'anziano consigliere presagiva un pomeriggio pieno di pericoli per tutti, specie per l'Impero. Quando Casperio, il veterano capo del pretorio, gli aveva riferito che la corte imperiale si sarebbe trasferita per qualche mese ad Alba Longa senza alcun preavviso, Partenio aveva capito che si trattava di una decisione impulsiva dell'imperatore, e quando Domiziano si faceva guidare dall'istinto, qualsiasi catastrofe era possibile. Le tensioni nella famiglia imperiale erano fortissime. I confini sembravano lontani, ma in realt erano vicinissimi: se le legioni del limes fossero state sconfitte, l'Impero sarebbe stato sprovvisto di protezione fino quasi alle porte di Roma. E intanto il cesare si spostava da Roma ad Alba Longa per soddisfare i suoi pi bassi istinti lontano dalla fastidiosa polvere dei lavori. Partenio era nervoso e, per questo, attento a ogni movimento dell'imperatore e di tutte le persone sul palco, in attesa di giochi di dubbia qualit.
Il consigliere continuava a guardarsi intorno. Accanto al cesare sedeva Domizia Longina, con un'aria seria e stanca. Era indifferente o fingeva di esserlo: in un vano tentativo di ferire la rozza sensibilit del marito, disprezzava tutto ci che lui adorava. Aveva pregato gli dei di Roma di far morire il cesare sul Reno, invece era tornato ancora pi forte e crudele. Domizia, ogni notte, nel silenzio della Domus Flavia, rinnegava tutte le divinit. I cristiani promettevano un altro dio, uno migliore, pi comprensivo e vicino ai bisogni dei mortali, ma l'imperatrice era giunta a una conclusione: gli dei non esistevano, almeno non per lei, oppure, se esistevano, si limitavano a divertirsi con la sofferenza di molti e la gioia di pochi.
Seduti dietro la coppia imperiale, curiosi ed estranei a qualsiasi incipiente disastro, c'erano Manio e Traiano. A Partenio sembr di notare che Manio stava spesso a capo chino e stringeva i denti come se si sentisse a disagio, ma erano gesti molto controllati e quasi impercettibili, forse erano solo sue impressioni.
Traiano era con suo padre, che godeva della fiducia dei Flavi fin dai tempi di Vespasiano e, da buon conoscitore degli intrighi di palazzo, aveva deciso di accompagnare il figlio ad Alba Longa. Traiano padre sapeva che il suo coraggioso figliolo non aveva bisogno di consigli militari su come contenere i barbari. Tuttavia, trovandosi ora nel cuore dell'Impero, riteneva che il figlio fosse ancora troppo ingenuo o, peggio ancora, troppo nobile per un luogo in cui la nobilt era un lusso da non esibire. In quel momento suo figlio si sentiva fuori luogo. Credeva che per il bene dell'Impero sarebbe stato meglio potersi recare al pi presto sul limes per porre fine alle razzie di Daci, Catti e Germani. Invece, si era visto trascinare ad Alba Longa per compiacere l'imperatore. Manio era del suo stesso parere; inoltre, assistere alle lotte di gladiatori e altri giochi circensi contrastava sempre pi con le profonde convinzioni che, su consiglio di Traiano, teneva prudentemente nascoste. Con i due Traiani c'erano anche la giovane Flavia Giulia, sempre triste, e l'ormai anziano Stazio, poeta personale del cesare, con un'espressione grave, attento a qualsiasi sguardo dell'imperatore e pronto a recitare qualche verso di lode al Dominus et Deus in caso di necessit.
Dietro di loro, in un angolo del palco imperiale, figurava il grande lanista di Roma, sempre vigoroso e sull'attenti, anche se un po' segnato dagli anni. L'imperatore gli aveva corrisposto una grossa cifra per aver portato ad Alba Longa una ventina dei suoi migliori gladiatori, compreso il famoso Marzio, e una lottatrice. Quest'ultima avrebbe combattuto contro donne guerriere allenate in altre scuole di Roma, deliziando un pubblico che non aveva mai assistito a scontri tra gladiatrici. Caio, pur avendo ricevuto un lauto compenso per essere l, nutriva la stessa, strana sensazione di pericolo avvertita dal consigliere imperiale. In quell'anfiteatro privato, l'imperatore si sentiva libero e disinibito e le sue richieste potevano raggiungere limiti impensabili. Per esempio, sarebbero potuti morire molti pi gladiatori del necessario, il che costituiva sempre un'enorme perdita economica. Pertanto il lanista decise che avrebbe aspettato la fine dello spettacolo per tirare le somme e capire se era stato conveniente partecipare a quei giochi.
Come di consueto, dapprima sfilarono tutti i gladiatori che avrebbero dovuto combattere quella sera. Poi venne il momento dei regali che l'imperatore distribuiva tra il pubblico con generosit. Dalle sfere di legno gli spettatori estraevano una tavoletta lignea o di ceramica che riportava il disegno del premio (era sempre disegnato e mai scritto perch erano in pochi a saper leggere). I fortunati mettevano in bella mostra le tavolette, con cui potevano aver vinto monete d'oro, brocche di vino, una vacca, una tunica nuova o un cesto di mele, facendo in modo che gli amici, i famigliari e spesso anche i nemici invidiosi vedessero bene i premi. L'imperatore approfitt di quel momento di euforia per alzarsi e farsi applaudire e acclamare dai cittadini, pronti a esaudire ogni suo desiderio. Domiziano gradiva molto quei bagni di folla adulante e per un attimo, per un brevissimo istante, si sent felice. Per rendere pi esaltante quel momento si volt verso la nipote Flavia Giulia, ma la splendida fanciulla chin il capo, decidendo di non regalargli quello sguardo fosco e profondo che tanto lo eccitava. Allora Domiziano si sedette di colpo e fece segno a Casperio, il capo del pretorio, di dare inizio ai giochi. Lo sdegno della nipote non lo avrebbe scalfito. Quella notte l'avrebbe posseduta, come tante altre volte, dopo aver visto spargere molto sangue e aver mangiato e bevuto a saziet.
La serata inizi con il combattimento di varie coppie di secutores, sanniti e provocatores. Domiziano, con indifferenza ma tra gli applausi scroscianti del pubblico, e con enorme soddisfazione del lanista, aveva risparmiato la vita a parecchi lottatori sconfitti. Giunse finalmente il momento del grande Marzio, temuto e ammirato dal pubblico e da tutti gli altri gladiatori. Sia Manio sia Traiano allungarono il collo per vedere bene il nuovo scontro: la fama di Marzio aveva raggiunto ogni angolo dell'Impero. Agli occhi dei due consoli guerrieri, la bella prestazione che avrebbe offerto Marzio era una delle poche cose per cui fosse valsa la pena affrontare quel lungo viaggio verso sud, che per loro era stato pi una punizione che un'occasione di riposo.
Marzio si inginocchi davanti alla statua di Nemesi, collocata in una saletta del corridoio che conduceva all'arena e che fungeva da tempio e, talvolta, da nosocomio. Come di consueto, rimase per un po' in quella posizione a pregare gli dei di proteggerlo. Aveva ripreso quell'abitudine da quando Alana era arrivata alla scuola gladiatoria. Il primo giorno si era seduta senza timore accanto a lui. Fino a quel momento l'unico essere vivente che aveva osato avvicinarsi a Marzio era il suo enorme mastino. Marzio si alz, si volt e, uscendo dalla stanza, incroci il forte gladiatore contro cui doveva combattere. Non lo guard, ma, come il suo cane, avvert l'odore della paura, nonostante la stazza e le vistose protezioni. Sarebbe stato uno scontro breve se non avesse dovuto soddisfare le richieste del lanista.
Per Castore, Polluce e tutti gli dei di Roma, Marzio! Devi prolungare i combattimenti, in qualsiasi modo! Il preparatore dei gladiatori aveva insistito con veemente passione. L'imperatore si aspetta un grande scontro e se scendi nell'arena e in tre o quattro colpi trapassi il collo dell'avversario, il cesare non sar soddisfatto! Per il tuo bene, ti assicuro che a Roma puoi deludere le aspettative di chiunque, anche di tutto il pubblico, ma se c' una persona che non devi mai scontentare  l'imperatore. Il lanista era stato sul punto di rammentare a Marzio la morte di Attilio, ma gli era parsa una crudelt inutile. Marzio aveva capito. Per tutti gli dei, Marzio! Mi darai retta almeno per una volta?
Se c' una persona di cui non mi dimentico mai  proprio l'imperatore aveva risposto Marzio in tono grave, ma le sue parole non avevano tranquillizzato Caio, turbato dalla voce colma di risentimento del mirmillo.
Marzio si stava sistemando l'elmo, ornato da un pennacchio che ricordava la pinna dorsale di un pesce, e le protezioni: prima si infil la manica sul braccio destro, poi lo schiniere di bronzo con il volto della Gorgo sulla gamba sinistra. Fin di prepararsi stringendo bene il subligaculum e l'ampio balteus. Per anni aveva ignorato le richieste del lanista. Da quando era arrivata Alana, per, Marzio aveva deciso di dargli ascolto, forse perch aveva notato che in questo modo il preparatore era a sua volta pi buono anche con Alana e la proteggeva dagli insulti o dagli attacchi degli altri lottatori: i gladiatori della scuola evitavano di rivolgerle la parola se era in compagnia di Marzio, ma lui non poteva badare a lei in ogni momento. La ben nota e implacabile disciplina del lanista, invece, raggiungeva tutti gli angoli del Ludus Magnus, giorno e notte, e sapersi protetta da lui era la migliore difesa per Alana. Se questo voleva dire soddisfare le richieste del lanista, allora Marzio lo avrebbe fatto.
Prolungher il combattimento aveva detto infine Marzio. Caio aveva sospirato, un po' pi tranquillo.
La conversazione risaliva a qualche ora prima; anche la preghiera a Nemesi era giunta a termine. Adesso era il momento di scendere nell'arena e, come faceva sempre, alla fine del corridoio Marzio si chin e accarezz il suo cane sulla testa con la mano ruvida, segnata da anni di combattimenti. Sentiva che l'animale gli leccava le dita con assoluta fedelt, mentre si metteva seduto sulla soglia della porta della Vita per vedere il suo padrone lottare e, come sempre, tornare vincitore. Lui non considerava mai altre alternative.
Traiano era sembrato lontano, persino annoiato, durante la sfilata iniziale e i duelli precedenti, al punto che il padre era stato cotretto a richiamarlo in pi occasioni, ma, come tutti, era curioso di veder combattere uno dei pi celebri gladiatori. Dentro di s, come ogni militare, Traiano disprezzava quegli scontri, che gli sembravano pi una farsa che una vera lotta. Nell'arena non morivano molti gladiatori e parecchi, come aveva constatato quella sera, venivano graziati dopo essere stati sconfitti. Sul campo di battaglia non c'era posto per il perdono. Per Traiano quegli uomini non avevano niente in comune con lui o con il suo mondo.
Lotta bene comment Manio.
Chi? domand Traiano.
Il tracio che sta affrontando Marzio precis Manio senza distogliere lo sguardo dall'arena. Per un momento il suo spirito guerriero aveva vinto sulle sue convinzioni, che aborrivano tali scontri. Forse vedremo sconfiggere per la prima volta il mirmillo Marzio.
Traiano studi con attenzione la lotta. Senza dubbio il tracio era pi robusto, pi alto e probabilmente pi forte, ma era anche pi lento. Le due ingombranti protezioni lo riparavano fino alla vita dai colpi dell'avversario, ma al tempo stesso lo rendevano meno agile. Picchiava con forza sullo scudo del mirmillo con una pesantissima spada ricurva, ma non riusciva a ferire Marzio, che gli girava intorno sulla difensiva, quasi senza contrattaccare. Traiano non tard a capire che Marzio aveva deciso la sua strategia fin dall'inizio: si stava limitando a protrarre il combattimento. Nel frattempo, il pubblico incitava il tracio. L'ingenuo prese coraggio e, credendo di poter finalmente riuscire a sconfiggere l'invincibile e leggendario Marzio, sferr una raffica di colpi contro il martoriato scudo del mirmillo, che continuava a retrocedere.
L'arena di Alba Longa era molto pi piccola di quella del grande anfiteatro di Roma e, quasi senza accorgersene, Marzio si ritrov con le spalle al muro. Non era una mossa astuta perch gli impediva di muoversi agevolmente, quindi sferr due rapide stoccate che sorpresero l'avversario ferendogli la spalla sinistra. Mentre il tracio si riprendeva, Marzio gli gir intorno, fermandosi dalla parte opposta. Ora era il rivale ad avere il muro dietro di s. Il tracio, pur perdendo sangue dal braccio, aveva ancora molte energie. La ferita era superficiale e adesso, ancora pi inferocito, si scagli con furia sull'esperto mirmillo, che per aveva gi deciso che il combattimento doveva finire. Marzio si scans all'ultimo momento, l'avversario perse l'equilibrio e fin bocconi per terra, lasciando la schiena alla merc dell'avversario. Marzio vi conficc la spada all'altezza delle reni, ferendolo in modo grave ma non ancora a morte. Il tracio cerc di rimettersi in piedi, ma il dolore era lancinante e Marzio ne approfitt per ferirlo di nuovo. Non voleva ucciderlo. Aveva lottato bene e il pubblico avrebbe potuto salvarlo se quello stupido fosse rimasto fermo, cos da non doverlo pi colpire per tenerlo a bada. Alla fine il tracio parve aver capito lo scopo di Marzio e si limit a inginocchiarsi e attendere il verdetto del pubblico, che continuava a gridare: Ce l'ha, ce l'ha.
Traiano guard Manio. Sembra invece che sia il mirmillo a vincere di nuovo.
Manio sorrise. Non si era offeso per la battuta di Traiano che lo scherniva per aver pronosticato una possibile vittoria del tracio. Traiano pens di aggiungere che, secondo lui, il mirmillo avrebbe potuto finire l'avversario in qualsiasi momento dello scontro, ma non volle infierire sull'amico.
Il pubblico gridava: Mitte, mitte chiedendo che al tracio fosse salvata la vita perch si era battuto bene ed era ferito, il che dimostrava che non si era certo risparmiato. Tuttavia l'imperatore era stanco di tanta clemenza e voleva iniziare a vedere qualche cadavere trascinato via dai ganci impietosi di Caronte. Domiziano si alz con solennit e sulla folla cal il silenzio. L'imperatrice lo guardava disgustata. Trovava ripugnante quanto suo marito godesse della morte. Non importava chi fosse il malcapitato, il cesare traeva piacere dallo spettacolo di una vita che si spegneva. Lei aveva impiegato anni a capirlo, ma adesso le era chiaro.
Dall'arena, Marzio scorgeva l'imperatore attraverso la visiera dell'elmo. Era la stessa scena di quando gli aveva ordinato di ammazzare il suo amico Attilio, e per un momento gli torn alla mente l'amicizia perduta e rivisse l'attimo in cui la sua vita si era spezzata per sempre. Ancora una volta, l'imperatore esigeva che lui uccidesse l'avversario sconfitto. Come nella precedente occasione, Marzio si concesse qualche secondo mentre lo sguardo del cesare fisso su di lui sembrava trafiggergli l'elmo, ma conficc la spada nel corpo dell'avversario, come in passato. Il tracio lanci un grido soffocato e si rivers sulla sabbia, impregnandola di sangue. Marzio s'incammin senza guardarsi indietro e si addentr nel buio corridoio che lo riportava al suo mondo senza vita. Ormai lontano dagli sguardi eccitati del pubblico, Marzio ricevette le leccate del suo cane che lo segu mansueto mentre oltrepassava un gruppo di donne nervose e terrorizzate che brandivano spade e scudi. Marzio si ferm davanti all'ultima di quelle nuove guerriere e, rompendo l'abitudine di anni di silenzio, le disse: Che gli dei ti proteggano. Alana si sent riconoscente e sorpresa. Subito dopo, il gladiatore dei gladiatori si allontan in silenzio, diretto alla stanza adibita a bagno per permettere ai lottatori di lavarsi dopo i combattimenti. Sempre che ne uscissero vivi.
In mezzo a tale entusiasmo e a tale inusitato sforzo si perde, inavvertito, il piacere dello spettacolo. Ma ecco in posizione d'attacco le rappresentanti del sesso ignaro e inesperto della spada: con quanto accanimento si batte in zuffe maschili1.
STAZIO, Silvae, I, 6, 51-54
In quel momento la chiamarono. Alana segu le compagne e nell'arena scesero tre coppie di gladiatrici. La prima reazione del pubblico fu di sorpresa e di silenzio. Mentre si sollevava un mormorio nervoso, il vecchio lanista si diresse a passo lento ma deciso al fianco dell'imperatore. Quando una dozzina di trombe mise a tacere i confusi spettatori, Caio prese la parola.
Cittadini di Alba Longa! Il cesare, in un magnanimo gesto di generosit nei confronti della vostra citt, vi rende partecipi di un nuovo gioco circense, mai visto prima fuori dalle grandi arene di allenamento! Cittadini di Alba Longa, cittadini dell'Impero di Roma! Oggi assisterete alle prime lotte tra gladiatrici, donne addestrate nelle migliori scuole per il vostro piacere e intrattenimento! Questo pomeriggio lotteranno per voi tre coppie di gladiatrici e si batteranno fino alla morte!
Dopo il suo annuncio, il lanista si volt per ricevere il cenno di approvazione dell'imperatore, che gli avrebbe permesso di ritornare al suo posto. Nel frattempo, nell'arena, le gladiatrici si avvicinavano al palco imperiale per salutare il cesare.
Ave, cesare! Morituri te salutant! dissero le sei lottatrici all'unisono.
Il cesare si alz in piedi - evento tutt'altro che usuale per lui - e accolse il saluto. Quel gesto incoraggi il pubblico a prendere sul serio quei combattimenti, senza far caso agli elmi troppo grandi o alla scarsa destrezza delle lottatrici nell'uso delle armi. Erano donne e si battevano fino all'ultimo sangue. Era una novit, divertente ed eccitante. Il cesare si regalava uno spettacolo nuovo e lo donava anche a loro. Erano contenti, esultanti, incuriositi.
Il sole stava calando sull'orizzonte e cominciava a far buio. Il cesare fece un gesto a Casperio e questi diede l'ordine di accendere le torce. Cos, alla luce delle fiaccole, le gladiatrici diedero inizio al loro combattimento. A un'estremit si scontravano due germaniche, alte, bionde e forti, mentre dalla parte opposta duellavano una schiava della Britannia e una guerriera numidica dalla pelle scura. Al centro, Alana brandiva la spada lunga e curva dei Daci - non erano serviti a niente tutti i suoi sforzi per spiegare che lei non era dacia ma sarmata - contro una terza germanica, ancora pi alta e bionda delle sue due compagne. Sulle gradinate, gli spettatori mangiavano pane e formaggio e bevevano vino a volont mentre, dall'arena, saliva il clangore metallico delle armi. Sul palco imperiale Domiziano guardava la moglie di sottecchi.
Che ne pensa l'imperatrice di Roma di questo combattimento? le domand tra il curioso e il divertito.
Domizia cap che quella follia era un'idea dell'odiato marito, di sicuro per infastidirla obbligandola a veder lottare delle donne. Era il suo ennesimo sfoggio di forza. L'astuta Domizia, per, non si lasci intimidire.
 uno spettacolo appassionante, cesare.
Domiziano serr le labbra. Aveva sperato di metterla a disagio, ma a quanto pareva non ci era riuscito. Il popolo, tuttavia, sembrava divertirsi.
Nell'arena una delle germaniche fer l'avversaria al braccio e questa lasci cadere lo scudo. Rimasta senza protezione, ricevette un altro colpo al braccio con cui teneva la spada e perse anche l'arma, cadendo infine in ginocchio. La vincitrice le si avvicin lentamente alle spalle e, come le avevano insegnato i suoi preparatori, guard il cesare in un vano tentativo di scorgere un cenno di clemenza. Il lanista, per, come richiesto dall'imperatore, aveva annunciato combattimenti a morte e cos dovevano essere. Domiziano non si alz e non prest nemmeno attenzione ad alcuni panni bianchi che sventolavano timidamente sugli spalti: si limit a indicare che la guerriera sconfitta doveva morire. La germanica vittoriosa rugg di rabbia e disperazione come una leonessa e si avvent sull'avversaria ferita per affondarle la spada nella nuca e poi estrarla subito dopo, togliendole la vita.
Il pubblico, concentrato sulla fine di questo duello, non godette dello spettacolo offerto dalla numidica, che aveva approfittato della distrazione della rivale per accarezzarle il collo con la lama della spada e sgozzarla, senza aver bisogno di attendere il verdetto imperiale. Dalla porta della Morte usc Caronte, pronto ad arpionare i cadaveri delle due gladiatrici sconfitte, mentre le vincitrici abbandonavano la scena tra acclamazioni e applausi, esauste, sudate e ancora terrorizzate.
Nel frattempo, al centro dell'arena la gigantesca germanica, armata di una pesante spada e di un vistoso scudo, e la presunta dacica, che cercava di colpire la sua avversaria con la spada ricurva, continuavano a combattere. La pelle di Alana, ricoperta di sudore, brillava ai riflessi delle torce.
Sul palco imperiale Domizia Longina si volt all'indietro per rivolgersi al lanista.
Quale delle due  stata allenata nella tua scuola, lanista?
Caio si sporse subito in avanti per rispondere all'imperatrice.
La dacica, augusta signora. Tuttavia, comprendendo che forse l'informazione non sarebbe bastata a identificare la lottatrice in questione, aggiunse: Quella che brandisce la spada ricurva. Lei, augusta,  stata addestrata nel Ludus Magnus.
Bene prosegu Domizia. Suo marito aveva tanto desiderato le lotte di gladiatrici? Ebbene, adesso dovevano goderne tutti. Allora, per Giunone, punto cento denari sulla guerriera dacica, sempre che qualcuno voglia accettare la mia scommessa, ovvio concluse con aria di sfida, guardando tutti i presenti sul palco e avendo cura di posare infine il suo sguardo sugli occhi perplessi dell'imperatore.
Domiziano era sul punto di raccogliere la sfida; era irritato dalla disinvoltura e dalla naturalezza con cui sua moglie sembrava reagire nella situazione che lui aveva accuratamente progettato per mettere tutti a disagio. Dietro di lui, per, si sent la voce profonda di un uomo anziano. Io, augusta, accetto la sfida.
Domiziano vide il vecchio Traiano in piedi, che si inchinava davanti all'imperatrice e al Dominus et Deus in segno di rispetto. Un grido lacer l'aria della sera di Alba Longa. La germanica aveva appena ferito Alana a una spalla e quest'ultima aveva poggiato un ginocchio a terra, mentre con lo scudo si proteggeva da un'altra raffica di colpi della gigantesca nemica, che sembrava pronta a ucciderla in quello stesso istante.
Marzio sent l'urlo e smise di lavarsi. Inizi a correre, abbandonando la sala adibita a bagno, e rapidamente, sempre seguito dal suo fedele cane, risal il corridoio fino alla porta della Vita, da dove assistette alla scena che aveva presagito ma che sperava di non dover vedere. Alana, ferita, si difendeva da un impetuoso attacco della guerriera germanica, le cui braccia erano lunghe quasi il doppio delle sue. Era stata una lotta impari per la diversa stazza delle contendenti, ma Marzio confidava nell'agilit di Alana. Adesso, per, tutto sembrava suggerire che non l'avrebbe mai pi vista viva. Quel pensiero lo fer pi di quanto immaginasse, e si stup di essere ancora capace di provare simili sentimenti, quando ormai credeva di essere morto dentro da anni. Quello che pi lo fece infuriare, per, fu di aver fatto quella scoperta quando forse, ormai, era troppo tardi. Quanto era stato cieco!
Alana doveva riuscire a cavarsela da sola, doveva farlo. Marzio si accovacci accanto al suo cane e inizi ad accarezzarlo, a occhi chiusi, aspettando che quella follia avesse fine.
Il dolore alla spalla era lancinante, ma Alana si sentiva ancora piena di energia. I fendenti picchiavano sullo scudo incessanti e sempre pi violenti, ma se avesse provato a spostarlo per rimettersi in piedi, la germanica l'avrebbe colpita a morte. Da quella posizione, tuttavia, Alana pot studiare le gambe dell'avversaria: sulla parte anteriore erano protette da lastre di bronzo, ma dietro si intravedeva la carne bianca. Decise di dirigere la sua spada ricurva verso quel punto, usandola come una falce mortale con cui amputare gli arti inferiori della rivale. La germanica emise un grido straziante: con il polpaccio squarciato e uno dei tendini reciso, la lottatrice del Nord non fu pi in grado di reggersi in piedi. Cadde a terra con grande sorpresa di tutti: del pubblico, dell'imperatrice, dell'imperatore, di Traiano padre - che aveva appena perso un mucchio di soldi -, del lanista, che aveva dato per spacciata la sua gladiatrice, e di Marzio. Questi, al boato del pubblico, aveva riaperto gli occhi e aveva visto Alana alzarsi e colpire al petto l'avversaria, che, invano, cercava di inginocchiarsi per implorare clemenza. Alana avrebbe potuto attendere la decisione dell'imperatore prima di sferrare l'ultima stoccata, ma la sarmata non perdonava facilmente chi aveva attentato alla sua vita. Tuttavia, prima di assestare il colpo di grazia, guard il cesare. Con un cenno, l'imperatore assent alla decisione di porre fine al combattimento con la morte; Alana tagli la gola di colei che era stata sul punto di ucciderla. Era un'esecuzione poco ortodossa, ma, in fin dei conti, da una donna non ci si poteva aspettare che sapesse seguire alla perfezione il rituale dei combattimenti.
Credo di aver appena guadagnato una grande somma di denaro, marito disse Domizia ad alta voce, guardando il vecchio Traiano. Questi si alz di nuovo e si inchin, riconoscendo la sconfitta.
Domiziano si limit a fingere un sorriso distratto, quasi indifferente, perch stava gi pensando a come avrebbero reagito tutti al nuovo numero che aveva ideato per concludere la serata.
Nel frattempo, Traiano figlio sussurr al padre:  stata una scommessa sconsiderata, padre, troppo impulsiva.
Il padre lo guard come se fosse stato ancora un bambino. No, figliolo,  stata una scommessa molto opportuna. Avevo capito che la dacica era pi agile e che si sarebbe ribellata, e poi abbiamo appena perso contro l'imperatrice ed  sempre una buona cosa. Lo sbaglio sarebbe stato vincere. Comunque non importa.  stata la figlia di un vecchio amico a vincere contro di me spieg Traiano padre, con lo sguardo perso nel ricordo del veterano Corbulone. E sarebbe stato ancora meglio perdere contro l'imperatore, ma contro di lui, ragazzo mio,  meglio non scommettere mai.
Traiano, con il volto serio, annu una volta soltanto, ma fu abbastanza per dare conferma al padre di aver recepito il messaggio.
In prima fila, l'imperatrice conversava con Flavia Giulia sull'abilit della gladiatrice. La giovane Flavia continuava a stupirsi che Domizia non le serbasse rancore per essere l'amante del marito. In un certo senso, aveva capito di suscitarle pi che altro compassione e ne comprendeva il motivo. Domiziano, invece, con uno sguardo ordin a Casperio di dare inizio al pi presto al numero successivo. Nel frattempo si affannava a elaborare qualche stratagemma per eliminare la gladiatrice dacica che stava tanto a cuore a sua moglie. Annuiva tra s e s in silenzio, un silenzio letale. Quella lottatrice doveva morire, ma la sua morte sarebbe dovuta avvenire in pubblico, in un nuovo scontro, ovviamente, in presenza di Domizia e nel modo pi umiliante possibile. Il destino di quella maledetta guerriera era segnato dalla folle volont dell'imperatore di Roma.
Allora Domiziano si volt verso sua moglie e inizi a parlare esibendo un ampio sorriso, che per non ingann Domizia. Una grande lottatrice quella dacica, s, augusta moglie, proprio una grande guerriera.
Domizia sorrise, ma dentro di s si rammaric perch cap che quella donna avrebbe perso la vita solo per averle fatto vincere una scommessa. Lo sguardo di suo marito non lasciava dubbi. La cosa migliore che avrebbe potuto fare quella ragazza era godersi i pochi giorni, settimane o mesi che le restavano.
Alana era sdraiata su un freddo tavolo di pietra. La spalla sanguinava, ma il medico la stava tamponando per arrestare l'emorragia. Era un chirurgo scrupoloso e, prima di procedere a ricucire la ferita, ne aveva lavato i bordi. La guerriera aveva sul volto una smorfia di dolore, ma il medico era stupito di come riuscisse a rimanere in silenzio subendo quella tortura, necessaria ma pur sempre molto dolorosa. Il lanista aveva portato ad Alba Longa il suo medico di fiducia, un abile chirurgus, affinch il maggior numero possibile dei suoi gladiatori facesse ritorno al Ludus Magnus sano e salvo. Era sicuro che l'imperatore non si sarebbe preoccupato della salute dei gladiatori mettendo a loro disposizione un chirurgo capace.
Marzio era in piedi dietro al medico e osservava attento.
Si rimetter? domand.
Il chirurgus si volt, sorpreso di vedere il gladiatore dei gladiatori. L'ultima volta che Marzio gli aveva chiesto una cosa del genere era stato quando gli aveva portato il cucciolo che poi aveva cresciuto e che adesso lo seguiva dappertutto. Il medico annu, mentre si apprestava a suturare il taglio di Alana.
Non  una ferita profonda. L'ho pulita con cura.  giovane e robusta lo rassicur senza distrarsi dal suo lavoro. Credo che si riprender.
Quando il medico infil l'ago nella pelle della ragazza, questa chiuse gli occhi. Marzio si sedette in un angolo e la vide singhiozzare con gemiti soffocati, ma senza abbandonarsi al minimo lamento. Non aveva mai pensato che una donna potesse essere tanto forte. Gli tornarono alla memoria alcune patrizie con cui aveva giaciuto quando Attilio era ancora vivo. Una donna poteva essere bella, certo, ma non forte. Alana, invece, era entrambe le cose.
Quando anche il cadavere della gladiatrice fu portato via, l'arena si riemp di nuovo di altri uomini pronti a intrattenere Domiziano.
Sono disarmati, mio signore gli fece notare Stazio, che per tutta la sera era rimasto alle spalle dell'imperatore senza fiatare, ma pensando che fosse giunto il momento di infrangere il suo silenzio. Domiziano, infatti, lo voleva sempre nelle vicinanze perch declamasse versi e facesse commenti arguti. Stazio non era mai a suo agio quando assisteva ai giochi di gladiatori o a spettacoli simili, ma sapeva fingere meglio di chiunque altro un interesse molto realistico.
Non lotteranno, Stazio. Si limiteranno a morire rispose l'imperatore senza guardarlo, ma compiaciuto per il commento del poeta.
Quest'ultimo si rallegr di non aver contribuito a esacerbare il malumore del suo signore, e anche di non aver percepito nelle sue parole l'astio con cui sempre pi spesso si rivolgeva all'imperatrice o ad altri servitori.
Sono cristiani annunci Domiziano, e si alz in piedi voltandosi verso gli altri occupanti del palco imperiale. Cristiani che moriranno davanti a noi per il loro ateismo.
Domiziano scrut tutti negli occhi, uno per uno. Sua moglie sembrava indifferente, anche se si lasci sfuggire un sospiro difficile da interpretare. Partenio chin il capo, chiudendosi nei suoi enigmatici pensieri; Traiano padre e Traiano figlio si limitavano a guardare l'arena, mentre Manio si dibatteva inquieto al suo posto. Poi il cesare fiss di nuovo Partenio, ma questi aveva ancora il capo chino. Gli torn in mente l'ultimo dialogo che aveva avuto con il consigliere imperiale prima delle due nomine consolari di quell'anno.
Manio Acilio Glabrione e il giovane Traiano sono leali all'imperatore, oltre che buoni legati gli aveva assicurato Partenio. E l'Impero ha bisogno di capi affidabili sui confini. Renderanno pi forte l'imperatore.
Domiziano non si era pronunciato sulla nomina di Traiano, per aveva espresso un commento ostile a proposito di Manio.
Mi hanno detto che il grande Manio Acilio, discendente del vincitore delle Termopili, caro Partenio, sia diventato cristiano.
Domiziano aveva notato che il consigliere aveva abbassato lo sguardo prima di rispondergli deciso: Non ci sono prove in proposito, Dominus et Deus.
No, non ce ne sono aveva ripetuto Domiziano accomodante. Ma forse dovremmo assicurarcene prima di mettere un cristiano alla guida di diverse legioni di confine, non credi, Partenio?
Allora il consigliere aveva fatto l'unica cosa sensata da fare: tacere e inchinarsi. In pochi giorni le due nomine erano diventate effettive e l'imperatore non era tornato sull'argomento, quindi Partenio aveva erroneamente dedotto che Domiziano avesse messo una pietra sopra alla spinosa questione. Tuttavia, soltanto in quel momento, nell'anfiteatro di Alba Longa, Partenio comprese quanto si fosse sbagliato. Senza volerlo, aveva condotto Manio Acilio Glabrione alla terribile prova di quella sera. Se lui non lo avesse proposto per il ruolo di console, forse il suo presunto ateismo non sarebbe stato notato. In quel momento tutto dipendeva dalla reazione di Manio davanti a quei cristiani - uomini, donne e bambini, intere famiglie in attesa del loro crudele destino - e al bagno di sangue di cui sarebbero stati vittime di l a poco.
Domiziano guard Casperio, improvvisato maestro dei giochi, e questi fece un paio di cenni. Venne sollevata una grata da cui fuoriuscirono una dozzina di leoni e leonesse che, a giudicare dai ruggiti, dovevano essere molto affamati.
L'imperatore non guardava l'arena. Gli interessava soltanto la reazione di uno dei suoi consoli. Manio Acilio Glabrione, in un primo momento, si limit a fissare la scena con una certa tensione, ma quando si levarono le prime grida delle vittime del nuovo intrattenimento imperiale abbass lo sguardo e deglut.
Abbiamo offerto loro delle armi, Stazio precis l'imperatore riprendendo il discorso. Ma questi cristiani le hanno rifiutate. Il loro folle ateismo ottenebra le loro facolt mentali. Preferiscono morire senza lottare. Domiziano era in piedi, dava le spalle all'arena e osservava i suoi consoli. Qualcuno mi pu spiegare perch un uomo si comporta in questo modo? Perch non si batte e permette che le belve uccidano la moglie e i figli senza difendersi?  in questo modo che i cristiani proteggono le loro famiglie? Perch, se cos fosse, non credo che una persona del genere ci serva a molto sui confini dell'Impero.
Nell'arena continuavano a riecheggiare le urla delle vittime, accompagnate dalle acclamazioni del pubblico, entusiasta per lo spaventoso spettacolo di sangue e sofferenza. Al di sopra di tutte le grida si lev quella di una donna che implorava aiuto al suo dio cristiano, mentre un leone azzannava un bambino di un paio d'anni, di sicuro suo figlio. Sul palco imperiale nessuno rispose all'imperatore, ma Domiziano si ritenne soddisfatto e si avvicin lentamente ai due consoli, scortato da Casperio e da altri quattro pretoriani che lo seguivano ovunque. Era evidente che l'imperatore volesse sedersi e Traiano padre, solerte, si alz e gli cedette il posto. Domiziano si accomod accanto ai suoi due pi alti ufficiali di quell'anno.
Secondo me sono pazzi prosegu l'imperatore guardando l'arena dove le fiere stavano banchettando. Avevano dilaniato pi della met dei cristiani. Ma mi interessa sapere cosa pensano i miei consoli a tale riguardo.
Traiano padre fiss il figlio, invitandolo con lo sguardo a rispondere immediatamente. Bisognava fugare qualsiasi sospetto. Sul palco imperiale, Manio avrebbe dovuto cavarsela da solo. Il console Traiano, quasi senza rendersene conto, fece un cenno affermativo al padre e prese la parola.
La legge obbliga i cittadini di Roma ad adorare gli dei disse con determinazione. Non era molto, ma all'imperatore sembr bastare.
In realt Traiano la pensava diversamente: l'ateismo propugnato da giudei e cristiani, che si rifiutavano di adorare gli imperatori di Roma, era uno strenuo tentativo di attentare alla solidit dell'Impero. Tuttavia si chiedeva - sforzandosi di non porre ad alta voce quella domanda - fino a che punto fosse una mossa astuta o necessaria sacrificare bambini, donne e uomini che, in fin dei conti, non si difendevano nemmeno. Dal poco che sapeva sui cristiani, costoro sembravano incoraggiare quell'atteggiamento remissivo e ci li aveva trasformati in facili prede delle persecuzioni condotte prima da Nerone e poi da Domiziano. Traiano non sapeva quale fosse la strategia migliore per tenere sotto controllo le due religioni che mettevano a repentaglio la supremazia di Roma, ma non poteva fare a meno di provare ripugnanza dinanzi a uno spettacolo del genere. Era confuso, ma le sue parole riuscirono a celare il vortice dei suoi pensieri agli occhi indagatori dell'imperatore.
E cosa ne pensa l'altro mio console? insistette Domiziano guardando soltanto Manio. Il silenzio sul palco contrastava con le urla nell'arena e i boati di giubilo, le risate e le acclamazioni del pubblico di Alba Longa, completamente succube dell'imperatore.
Io credo... inizi titubante Manio. Io credo che sia eccessivo mettere uomini e donne disarmati contro le fiere. Non hanno alcuna possibilit.
Ah esclam Domiziano, che si alz stupito e preoccupato. Senza armi, giusto. Ho gi detto che gliele abbiamo offerte e le hanno rifiutate, ma forse il mio caro console Manio Acilio Glabrione non si fida della parola del suo imperatore.
Manio avrebbe subito voluto ribattere, precisando che non era quello che intendeva dire, ma Domiziano gli volt le spalle e si avvicin al bordo del palco con un pilum che aveva appena sottratto a uno dei suoi pretoriani. Guardando di nuovo Manio, gett l'arma nell'arena e rispose al sempre pi agitato console: Allora guarda, Manio, ecco l un'arma per i tuoi cristiani.
N a Partenio n all'imperatrice, e tanto meno a Traiano, sia padre che figlio, era sfuggito che l'imperatore aveva usato il possessivo tuis - tuoi - per riferirsi ai cristiani, insinuando una possibile relazione tra loro e il console. All'improvviso, per, nell'arena qualcosa cattur l'attenzione di tutti.
Uno dei cristiani aveva agguantato il pilum e, difendendo una donna e un bambino, lo brandiva con coraggio contro i felini che li minacciavano. Domiziano serr le labbra, irritato. Manio, come tutti gli altri sul palco, si alz per vedere meglio. Il cristiano non sembrava molto robusto, ma la forza della disperazione era senza dubbio un'inesauribile fonte di resistenza. Quando una delle leonesse gli si avvent addosso, lui riusc a conficcarle la punta del pilum nel collo e a ferirla in maniera grave, tanto che la belva retrocedette, dolorante e nervosa. Tuttavia il cristiano non pot evitare che un'altra delle fiere approfittasse del momento per lanciarsi contro la donna e il bambino, dapprima facendoli cadere e lacerando parte dei loro corpi con una zampata, e poi iniziando ad azzannarli mentre gridavano agonizzanti. Il cristiano si volt e per lo sgomento non riusc a reagire. La leonessa ferita torn all'attacco e pose fine al dolore di quell'uomo con una zampata alla schiena, squarciandola, e un morso al collo che gli tranci la giugulare. Quel cristiano aveva avuto un ultimo impeto di rabbia prima di morire, deliziando il pubblico, che ringraziava con fragorosi applausi l'imperatore per aver lanciato nell'arena quell'arma che aveva reso lo scontro tanto pi esaltante. Manio, a capo chino, deglutiva.
Alla fine uno di loro  uscito di scena dimostrando un certo coraggio comment l'imperatore. Non erano rimasti altri condannati che potessero catturare l'attenzione del pubblico sul palco imperiale. Ma sapete cosa penso? Si concesse un attimo di silenzio al fine di guadagnarsi gli sguardi di tutti, alcuni spinti dall'odio e dalla tensione, altri dalla semplice curiosit. Io penso che quello che ci distingue sia proprio questo, il coraggio: i cristiani, oltre che atei, sono dei codardi incapaci di lottare. Noi Romani, invece, siamo audaci e combattiamo con un'energia fuori dal comune.  per questo che il nostro Impero  tanto vasto e regniamo su tutti i popoli, dall'umida Britannia fino alle terre desertiche della Partia, dal Reno e dal Danubio fino a Cartagine e Alessandria.  questo che ci rende i pi forti.
Nessuno, eccetto Stazio, annuiva e il cesare si irrit. Che c', nessuno di voi mi crede? Be', io sono sicuro di ci che dico e ve lo dimostrer. Dunque, Manio Acilio Glabrione, in piedi. Si volt verso Casperio: Fai portare via i cadaveri e le fiere. Guard di nuovo Manio. Sei il mio console e, in quanto tale, subito al di sotto di me. I consoli sono il braccio destro dell'imperatore sui confini dell'Impero e io dico che il mio braccio  pi forte delle belve contro cui hanno lottato i cristiani. Abbiamo appena visto come uno di quei maledetti non sia nemmeno in grado di difendere la moglie e il figlio, figuriamoci salvarli. Secondo me noi Romani siamo diversi, e intendo dimostrarlo. Manio Acilio Glabrione scender nell'arena e lotter contro una belva. Non essendo un cristiano, ma un console di Roma, la uccider senza alcun problema. Vero, Manio Acilio Glabrione?
E, di fronte alle espressioni sconvolte di tutti i presenti, eccetto Casperio e gli altri pretoriani, l'imperatore aggiunse: Ti sei sempre fatto vanto di discendere dal grande generale che alle Termopili sconfisse Antioco III, contro il quale soltanto gli Scipioni ebbero la meglio. Magari il mio console  un nuovo Scipione l'Africano e noi lo ignoravamo. Perci questa  la tua opportunit, Manio Acilio Glabrione. Ti  concessa la grande occasione di dimostrare il tuo valore e di persuadere tutti i presenti e i cittadini di Alba Longa della differenza tra un console di Roma e i miserabili atei cristiani. Lanci un'occhiata a Casperio e, prendendo di nuovo posto accanto all'imperatrice disgustata e al perplesso Stazio, sentenzi: Dategli un pilum e fatelo scendere subito nell'arena.
Partenio si pass la mano sulla nuca e poi su tutta la testa. Flavia Giulia, che provava simpatia per il nobile console condotto dai pretoriani fuori dal palco, inizi a singhiozzare; la sua reazione, che rompeva il silenzio degli altri, innervos ancora di pi l'imperatore. Manio, da parte sua, si allontanava tra i pretoriani con aria di sfida.
Vino! Voglio altro vino, e che sia molto dolce! ordin Domiziano. Poi, rivolgendosi a Stazio: E tu, poeta, muoviti a guadagnarti il pane che ti do e recita qualcosa per noi mentre l'arena viene predisposta per il nuovo scontro! E fa' in modo che mi tiri su di morale!.
Stazio si alz e apr la bocca un paio di volte mentre si inumidiva le labbra e si preparava a declamare i suoi versi ad alta voce. Sapeva bene, infatti, che l'importante non era farsi sentire dal cesare, ma che tutti i presenti sul palco imperiale potessero udire le rime encomiastiche che dedicava a Domiziano. Poi Stazio si pass una mano sulla bocca, incerto su cosa fosse opportuno recitare, ma alla fine opt per un poema in lode del grande palazzo dell'imperatore, la Domus Flavia. Come l'anfiteatro Flavio, anche l'immensa residenza imperiale stava per essere ultimata.
Una silva, cesare, Dominus et Deus, una composizione sul grande palazzo del cesare a Roma perch gli abitanti di Alba Longa conoscano la ricchezza e il potere di colui che regna su tutti noi. Dice cos.
Stazio declam la sua poesia guardando il pubblico sui gradoni.
Un palazzo maestoso, immenso, che fa spicco non per un centinaio di colonne, ma per tante quante potrebbero sostenerne gli di superni e il cielo, se Atlante andasse a riposo. Ne rimane stupita la vicina reggia del Tonante e i numi si allietano del fatto che tu abbia una sede uguale alla loro. Non aver fretta di salire su nel cielo immenso; cos ampia  la distesa su cui spazia la mole della costruzione e il libero slancio del grandioso palazzo, che abbraccia tanto suolo coperto e tanta aria aperta, ed  inferiore soltanto al suo padrone, che riempie da solo la casa e l'allieta con la potenza del suo genio...2
STAZIO, Silvae, IV, 2, 18-26
L'arena era quasi pronta e l'imperatore bramava di veder morire Manio. C'erano ancora alcuni resti umani, sparsi su quella spianata artificiale silenziosa e sporca di sangue. Le belve erano state rinchiuse. Sul palco erano tutti in silenzio e perfino il popolo tacque assistendo all'insolita scena di un console romano che avanzava, solo, sulla sabbia di un anfiteatro. Nel silenzio, la voce di Stazio, stentorea e ritmata dalla metrica, declamava le sue vacue parole sopra la vanit di un imperatore paranoico e sugli animi inquieti di tutti quelli che gli erano accanto sul palco imperiale. Tutti, eccetto i pretoriani, ovviamente. Casperio rimaneva impassibile di fronte a quanto accadeva, pensando soltanto a servire il cesare, che pagava profumatamente la guardia pretoriana.
Domiziano sollev la mano e Stazio tacque, fermandosi proprio mentre stava per enumerare tutti gli esotici marmi che decoravano le numerose colonne della Domus Flavia.
Basta cos, Stazio, basta cos disse l'imperatore in tono autorevole. I tuoi versi sono buoni, ma adesso dobbiamo assistere a ben altra poesia: la lotta di un console contro una belva. Si volt per incontrare gli sguardi perplessi dei presenti. Poi aggiunse un tocco di misericordia: Non abbiate paura, nessuno di voi. E guardando Flavia Giulia: Nessuna. Non dovete temere. Si rivolse di nuovo agli occupanti del palco. Il cesare vuole soltanto che il suo console, sul quale aleggia il sospetto di cristianesimo, metta a tacere tale dubbio dimostrando il suo valore.
Batt le mani e la grata da cui prima erano uscite le fiere si apr di nuovo, questa volta per far scendere nell'arena un gigantesco orso bruno, proveniente dalle remote terre del Nord della Hispania.
Tutti trattennero il respiro tranne l'imperatore, che approfitt del momento per portarsi alle labbra una coppa di bronzo colma di vino dolce.
Nell'arena, Manio Acilio Glabrione vide il grosso animale camminare con lentezza lungo il perimetro. La bestia era a disagio e desiderava un luogo dove ripararsi. Il pubblico inizi a gridare e l'orso si irrit ancora di pi, mentre cercava qualcosa o qualcuno da attaccare. L'ansia trad Manio, che si mosse indietreggiando di un paio di passi, richiamando cos l'attenzione dell'animale.
Non sembra molto coraggioso il nostro console comment l'imperatore con un mezzo sorriso. Avvertiva alle sue spalle la sofferenza di Flavia Giulia, il disagio di Domizia, lo stupore di Partenio e il terrore di tutti gli altri.
In quel preciso istante, mentre l'orso andava alla carica, Manio sollev il pilum, flett il braccio, prese bene la mira e scagli l'arma con tutta la sua potenza e destrezza. Il pubblico accolse l'impresa con un coro ammirato. La lancia si conficc in mezzo agli occhi dell'animale, trapassandogli il cranio e raggiungendo il cervello. L'animale croll al suolo, rotolando per la spinta della corsa, ma ormai morto. Manio, illeso, camminava nell'arena tra le acclamazioni degli spettatori. I singhiozzi soffocati di Flavia Giulia si trasformarono in lacrime di felicit, ma l'imperatore, con aria seria, guard Casperio e questi afferr il messaggio, fece un cenno ai pretoriani di guardia alla grata del corridoio delle belve e questi la sollevarono di nuovo. Entr nell'arena uno dei leoni che aveva divorato i cristiani. La grata si richiuse. Partenio tent di dissuadere l'imperatore.
Il console ha sconfitto il grande orso bruno, augusto, Dominus et Deus bisbigli.  abbastanza per dimostrare che i Romani sono migliori dei cristiani e che la parte romana del console  quella che prevale, Dominus et Deus.
Domiziano, per, sollev la mano sinistra con sdegno e Partenio si allontan. Quindi fu Domizia a intervenire.
Quante belve deve uccidere Manio perch tu sia soddisfatto?
Domiziano le rivolse uno sguardo severo. Quante ne riterr opportuno.
Nel frattempo, il leone si era fermato al centro dell'arena. Manio stava cercando di estrarre il pilum dal cranio dell'orso abbattuto, ma senza successo. I pila non erano fatti per essere sfilati facilmente da un cadavere o dalle sue protezioni, di modo che quando trapassavano gli scudi dei nemici, questi non avevano altra scelta che abbandonarli e cos rimanere pi vulnerabili. Manio era sempre pi disperato. Traiano stava per alzarsi, ma il padre lo blocc afferrandolo per un braccio e si alz al posto suo per dirigersi verso l'imperatore.
Dominus et Deus, magari il console potrebbe disporre di un'arma ebbe il coraggio di dire, riuscendo a malapena a celare la sua agitazione.
Domiziano si volt verso di lui e lo scrut socchiudendo gli occhi. Si era aspettato che molti su quel palco intercedessero per Manio, ma non il veterano Traiano. Ormai non poteva pi fidarsi di nessuno. Partenio si avvicin di nuovo all'imperatore: le parole di Traiano padre gli avevano fornito un'utile argomentazione.
Il pubblico non capir perch il console debba combattere disarmato, Dominus et Deus disse il consigliere tutto d'un fiato, sempre a bassa voce, per poi allontanarsi subito dall'imperatore.
Domiziano guardava gli occupanti del palco con disprezzo. Erano tutti contro di lui, tutti. Forse solo il lanista, che sapeva tacere, era ancora dalla sua parte. E anche Stazio, il debole ma leale Stazio. Gli altri congiuravano contro di lui. Aveva tutti contro. Gli era rimasto soltanto il suo popolo. Su quello Partenio aveva ragione: non poteva perdere l'appoggio dei Romani. Guard di nuovo Casperio e gli indic il pilum di un altro dei pretoriani sul palco. Casperio annu, prese l'arma e la scagli con forza al centro dell'ovale. Manio Acilio Glabrione corse verso il pilum e lo afferr. Il leone si muoveva lentamente. Non aveva molta fame: aveva mangiato il tronco e le braccia di un uomo qualche minuto prima, ma tutta quella gente, le grida e le torce lo innervosivano. E poi c'era quell'uomo che gli girava intorno. Non aveva voglia di battersi, ma se lui si fosse avvicinato lo avrebbe caricato con furia.
Manio inizi a camminare lentamente verso la fiera. L'ideale sarebbe stato ripetere un lancio simile a quello di prima, ma il leone inizi a muoversi in modo imprevedibile, con rapide accelerate a destra e sinistra, ruggendo e minacciandolo con i suoi giganteschi artigli. Quando Manio lo ebbe a tiro e fu sul punto di lanciare, la bestia scart di nuovo di lato e il console si vide obbligato a retrocedere e a cercare un altro punto da cui poter scagliare l'arma. Indietreggiando, per, non si accorse dei resti di un povero cristiano, inciamp e cadde; il leone approfitt del momento per avventarsi su di lui. Non c'era pi tempo per lanciare il pilum e Manio, da terra, cerc di conficcare l'arma nel collo dell'animale. Ci riusc e rotol su se stesso per liberarsi dalle sue grinfie. Inevitabilmente, per, uno dei suoi mostruosi artigli gli lacer la schiena e Manio sent un dolore lancinante. Riusc ad allontanarsi carponi dalla belva, che, ferita e furibonda, sferrava zampate rabbiose intorno a s. Manio si rialz, ma sanguinava parecchio dalla schiena e da una gamba, dove l'animale lo aveva colpito. Il console sent di non poterla poggiare per terra e perse di nuovo l'equilibrio, riversandosi in una pozza del suo stesso sangue. La fiera, poco alla volta, si mosse sempre meno fino a giacere inerte, ma senza smettere di ruggire. Nello sforzo di liberarsi dalla lancia, non aveva fatto altro che conficcarsela ancora di pi nel collo, producendo un'immensa lacerazione da cui adesso la vita la abbandonava. All'inizio era parso un leone imbattibile, ma un console di Roma lo aveva sconfitto. E Manio riprese ad avanzare carponi, ritirandosi verso il perimetro. Il pubblico lo acclamava e tutto l'anfiteatro si riemp di fazzoletti bianchi e di pollici che chiedevano clemenza per l'impareggiabile coraggio del console di Roma.
Domiziano, per, non era soddisfatto. Stava per guardare di nuovo Casperio e ordinargli di far aprire ancora le gabbie delle belve, quando Traiano si liber della stretta del padre, che tentava in tutti i modi di trattenere il figlio. Si alz e, senza consultarsi con nessuno, prima che Casperio o qualsiasi altro pretoriano potesse reagire, super con un balzo il parapetto del palco, atterr sulla sabbia e corse dal suo amico per assisterlo. Si mise un braccio di Manio intorno al collo, in modo da poterlo sorreggere, lo sollev e lo aiut a ritirarsi dall'arena prima che uscissero altre fiere.
Domiziano, paonazzo di rabbia, si alz lentamente e stava per impartire nuovi ordini a Casperio quando Partenio gli si avvicin di nuovo e gli rivers addosso un fiume in piena di parole.
Traiano  leale all'imperatore. I Traiani lo sono sempre stati, con suo padre, il divino Vespasiano, con suo fratello e adesso, con il Dominus et Deus del mondo.  stata una nobile lotta, il console ha sconfitto le due belve. L'imperatore  forte perch lo sono i suoi consoli. L'imperatore governa il mondo perch i suoi consoli abbattono perfino le fiere.  andato tutto al meglio,  stata una grande serata.
Domiziano, immobile, ascoltava le parole di Partenio, dibattuto tra l'allontanarlo in malo modo o ascoltarlo fino alla fine.
Nel frattempo, nell'arena, Traiano figlio aveva condotto Manio davanti alla porta della Vita, ma questa, sorvegliata da mezza dozzina di pretoriani, rimaneva chiusa in attesa che l'imperatore emettesse la sua sentenza. Traiano guard i pretoriani, che, impassibili, non muovevano un muscolo.
Aprite la porta, per tutti gli dei, aprite! grid furibondo, imbrattato del sangue dell'amico ferito.
I pretoriani erano immobili come statue, con lo sguardo fisso sul loro capo, che a sua volta attendeva un cenno dell'imperatore. Il pubblico continuava ad acclamare i due consoli nell'arena, mentre Domizia, Flavia Giulia e Traiano padre si trattenevano per non inveire contro l'imperatore. Il lanista, imperturbabile, contemplava tutto con la bocca socchiusa, ma in perfetto silenzio; Stazio guardava a terra e scuoteva la testa. Manio sentiva mancargli l'aria e si sforzava di rimanere in piedi.
L'imperatore  forte perch i suoi consoli riescono a vincere anche le belve ripeteva senza sosta Partenio. Aveva scoperto che le sue parole, se non altro, paralizzavano Domiziano, e, dopo una serata folle quanto quella, era gi un risultato degno di nota. Il pubblico acclama i consoli dell'imperatore, che  come acclamare l'imperatore in persona perch loro sono le braccia del cesare sui confini del mondo. I Traiani sono leali. L'imperatore ha bisogno di Traiano e di Manio sulle frontiere. Fedeli custodi dell'Impero. Il cesare si dimostrer saggio se li acclamer davanti a tutto il popolo di Alba Longa. Saggio, forte e invincibile. Se invece condanner i consoli a essere divorati dalle belve, nessuno lo capir, nessuno... Forse questa sentenza  la volont di un dio, ma il popolo di Alba Longa, il popolo di Roma  fatto di uomini, e loro non lo comprenderanno. Il Dominus et Deus deve parlare al suo popolo in modo semplice, con azioni che possano capire...
Nella gola secca del consigliere imperiale le parole si esaurirono e non aggiunse altro.
Tito Flavio Domiziano, imperatore di Roma, sollev le braccia e il pubblico si zitt immediatamente. Il Dominus et Deus stava per parlare, e fece udire la sua voce a tutti gli spettatori dell'anfiteatro di Alba Longa.
L'imperatore  forte perch i suoi consoli sono forti! Cos forti che riescono a vincere anche le belve!
Dietro di lui, Partenio, facendo una lunga serie di riverenze, si ritir sentendo un rivolo di sudore freddo scendergli dalla fronte.
L'imperatore continuava a rivolgersi al suo popolo. Questi consoli sono le mie braccia e con queste proteggiamo i confini del mondo romano! Si volt verso Casperio e gli diede un ordine in tono pi pacato: Che si apra la porta della Vita e i consoli siano fatti uscire dall'arena. Per oggi basta cos.
La porta si apr e Traiano condusse Manio lungo l'angusto corridoio, fino al luogo in cui il medico dei gladiatori stava suturando i lottatori feriti.
All'esterno, il popolo acclamava l'imperatore di Roma e questi, stanco e disgustato poich la serata non si era conclusa come aveva previsto, si allontan dal palco imperiale, scortato da Casperio e da una ventina di pretoriani. Appena si fu ritirato, tutti tirarono un sospiro di sollievo. Tutti tranne Flavia Giulia, preoccupata perch gi presagiva che la visita notturna dell'imperatore sarebbe stata pi violenta del solito. Poco alla volta, gli occupanti del palco si alzarono, mentre il lanista, abituato a uscire sempre per ultimo perch odiava la confusione, rimase seduto. Si port l'indice della mano sinistra alle labbra e ripens a quanto era accaduto quella sera. Giunse alla conclusione che l'imperatore era impazzito. Non era a rischio solo la sopravvivenza del console Manio, dopo le ferite riportate, ma era impossibile sapere se gli altri occupanti del palco imperiale sarebbero sopravvissuti alla follia di Domiziano negli anni a venire. E lui, Caio, il lanista del Ludus Magnus, si includeva nel novero di quelle potenziali vittime.
Nei corridoi dell'anfiteatro di Alba Longa, mentre aspettava che il medico si occupasse del suo amico, Traiano figlio osservava i gladiatori che si allontanavano. Camminavano curvi, stanchi, sfiniti dalle lotte e dalla tensione. Soltanto uno di loro aveva una postura eretta e fiera. Era Marzio. Quando i gladiatori passarono accanto a Traiano, Marzio si volt e lo fiss per un attimo. Il console ebbe l'impressione di aver gi visto quello sguardo, molti anni prima, ma non riusc a ricordare n il momento n il luogo in cui aveva incrociato quegli occhi, che sembravano osservarlo da un passato ormai troppo lontano.
A Marzio l'intervento del console per salvare un amico era sembrato coraggioso. In un'epoca lontana, anche lui aveva rischiato la vita per quella di un amico. Allora lui e Attilio erano bambini. Non capiva come mai gli fosse tornato alla mente quel giorno alla Suburra, quando lui e Attilio avevano rubato delle mele e stavano quasi per essere uccisi da un crudele fruttivendolo. Non si spiegava perch avesse ripensato a quel momento proprio ora.
...Avendolo invitato, quando [Manio Acilio Glabrione] era console, presso la villa di Alba a partecipare ai cosiddetti Juvenalia, lo aveva costretto a uccidere un grande leone, ed egli non solo se l'era cavata senza un graffio, ma lo aveva soppresso con straordinaria abilit3.
DIONE CASSIO, Storia romana, LXVII, 14, 3
Non  bastato / a salvargli la vita, poverino, / in un corpo a corpo nell'arena di Alba / al cacciatore senza corazza riuscire / a dare morte agli orsi di Numidia4.
GIOVENALE, Satire, IV, 99-101
Durante il suo consolato e prima dell'esilio, Glabrione fu obbligato da Domiziano a lottare contro un leone e due orsi nell'anfiteatro costruito accanto alla villa dell'imperatore ad Alba Longa5.
Catholic Encyclopedia6

1. STAZIO, Opere, Silvae, a cura di Antonio Traglia e Giuseppe Aric, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1980, p. 769.
2. STAZIO, Opere, Silvae, a cura di Antonio Traglia e Giuseppe Aric, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1980, p. 895.
3. DIONE CASSIO, Storia romana, introduzione di Alberto Barzan, traduzione di Alessandro Stroppa, note di Alessandro Galimberti, vol. 7, libri LXIV-LXVII, BUR, Milano 2000.
4. DECIMO GIULIO GIOVENALE, Le satire, introduzione e versione di Guido Ceronetti, Einaudi, Torino 1971, p. 69.
5. Come si pu notare, gli autori riferiscono l'accaduto in modi diversi. Ci che nessuno mette in dubbio  che Domiziano obblig il suo console Manio a lottare nell'arena di Alba Longa contro una o pi belve feroci.
6. Originale inglese tratto da: http://library.catholic.org/view.php?id=5190

107.

UNA RICHIESTA, UNA MENZOGNA E UNA PROMESSA.

Roma, settembre del 91 d.C.

Di ritorno da Alba Longa, Alana passava le giornate a riposarsi nella sua cella, mentre gli altri gladiatori avevano gi ricominciato gli allenamenti a pieno ritmo. Fin da bambina, la giovane sarmata si era sempre ripresa con una certa facilit dalle ferite, perci anche adesso non era preoccupata. Il taglio le aveva leggermente infiammato la spalla, ma gli impacchi del medicus del Ludus Magnus sembravano fare effetto sul gonfiore, e il dolore era sopportabile. Nessuno andava a trovarla. E a lei non dispiaceva. Ascoltava gli ordini che i preparatori impartivano ai suoi compagni e, in quel modo, imparava qualche parola in pi della grezza lingua latina. Era gi in grado di dire alcune frasi complete, ma molte cose ancora le sfuggivano. Le sue giornate trascorrevano cos, in solitudine ma serene. Nel suo cubiculum entrava soltanto il cane di Marzio, in cerca di un tozzo di pane tenuto in serbo per lui oppure di una carezza. Quel molosso sembrava misterioso come il padrone. Una volta, sentendo discorrere due gladiatori, le era parso di capire che il cane, quando era solo un cucciolo, fosse sopravvissuto allo scontro con un leone. Ma non era sicura di aver compreso bene.
Una notte la giovane gladiatrice sent un rumore provenire dall'esterno della sua cella. Il lanista, in segno di fiducia, lasciava aperti i cubicula dei gladiatori che si erano dimostrati coraggiosi. Il suo lo era dal giorno del vittorioso scontro ad Alba Longa. Tuttavia, quel gesto di generosit si era trasformato per Alana in una costante fonte di preoccupazione. Fece finta di dormire, ma strinse con forza un piccolo pugnale e lo tenne nascosto sotto la lunga chioma. C'era qualcuno, e si stava avvicinando. Procedeva senza fare rumore, ma il sensibile udito di Alana ne avvertiva i passi felpati. Percep il respiro e l'odore di un uomo; con uno scatto felino si addoss al muro brandendo la sua arma e tenendola bene in vista. Non avrebbe permesso a nessuno di quegli animali di possederla. Non senza lottare.
Sono io bisbigli una voce profonda. Non voglio farti del male.
Alana non aveva ben compreso le parole, ma quella voce le era parsa serena e sicura di s. La fioca luce della luna penetrava nella cella. L'uomo si trovava sulla soglia. La ragazza non riusciva a distinguere il volto in controluce, ma la sagoma era quella dell'inconfondibile corpo muscoloso di Marzio. Non si era mai resa conto di averne memorizzato le fattezze. Abbass la guardia. Non voleva giacere con nessuno di quegli uomini, ma, se proprio doveva accadere, in fondo era contenta che fosse con lui. Al tempo stesso, senza sapere perch, prov un certo turbamento. Non se lo sarebbe mai aspettato da Marzio.
Il gladiatore fece un passo avanti ed entr nella cella. Alana brandiva ancora il pugnale. Marzio si sedette all'estremit opposta del giaciglio. Lei not che era disarmato e si tranquillizz un po'. Marzio, per, era comunque dieci volte pi forte di lei e combatteva infinitamente meglio. Il pugio non le sarebbe servito a niente.
Voglio stare con te disse Marzio, che non era certo il tipo da perdersi in inutili preamboli. Il gladiatore vide che la ragazza sembrava non capire. Le si avvicin lentamente e le accarezz un piede. La pelle di Alana, per quanto segnata dal vento e dal sole, era ancora morbida. Lei ritrasse il piede, accovacciandosi ancora di pi contro il muro, e sferz l'aria con la lama.
Marzio si allontan di nuovo. Avrebbe potuto forzarla, ma non voleva che avvenisse in quel modo. Aveva visto la F marchiata a fuoco sulla fronte; non era con il dolore che voleva imporsi. Era sicuro che per sfregiarla avessero dovuto tenerla ferma diversi uomini. Avrebbe potuto violarla, ma cercava altre sensazioni, seppure inconsciamente. Tuttavia, non sapeva come gestire gli strani sentimenti che Alana suscitava in lui. Non voleva usare la forza, per era ostinato e non sarebbe andato via senza insistere.
Voglio stare con te ripet.
Alana scosse il capo. Non posso si limit a dire.
La risposta lasci Marzio perplesso e lei se ne accorse, ma faceva fatica a esprimersi in latino. Le mancavano le parole. Eppure ci prov.
Sarmati. Le loro donne guerriere. Una donna guerriera. Uccidere un guerriero. Se guerriero morto, donna sarmata pu stare con uomo. Se non ha ucciso, no. Non posso. Segu un momento di silenzio. No ucciso guerrieri ancora ment Alana, omettendo lo scontro con la pattuglia romana che l'aveva catturata sulla riva del Danubio. Non posso.
Marzio la fissava. Era una cosa del tutto inusuale per lui, ma in un certo modo aveva senso. Quella ragazza era diversa da qualsiasi altra donna mai conosciuta prima. Era logico che anche le sue usanze fossero singolari. Lui, per, era caparbio.
Ad Alba Longa hai ucciso la guerriera germanica ribatt, e fece per riavvicinarsi. Alana, per, brand di nuovo il pugio e fendette l'aria ad appena un dito di distanza dalla fronte di Marzio. Questi indietreggi ancora una volta. La ragazza parl affannosamente, incespicando e cercando di spiegarsi in fretta.
Germanica no guerriero. Germanica obbligata a lottare. No guerriera. Non posso. Non posso. Cap che il gladiatore non avrebbe rinunciato con facilit. Eppure quell'uomo, molto pi forte di lei, si mostrava rispettoso, doveva pur concedergli qualcosa. Non posso. Quando uccido guerriero, gladiatore, s. Allora s, posso.
Marzio appoggi la schiena alla parete. Una volta il lanista gli aveva raccontato di aver sentito dire che Alana aveva ammazzato un legionario sul confine del Danubio. Tuttavia, decise di non discutere. Lei gli aveva proposto un patto, gli aveva fatto una promessa. Marzio annu.
Quando ucciderai un gladiatore giacerai con me?
Alana impieg qualche secondo, ma alla fine assent, una sola volta, fugando ogni dubbio.
Un gladiatore allora disse Marzio, e si alz. Te la cavi bene con quel pugio? domand per pura curiosit. Alana si compiacque del tono di Marzio. Si sentiva trattata da pari a pari.
Molto bene rispose la giovane sarmata.
Marzio assent e nella sua mente prese nota dell'informazione. Era sempre interessante conoscere le abilit dei gladiatori della scuola. Poi si diresse verso la porta, usc e la sua ombra si allontan veloce sulla sabbia.
La giovane sarmata abbass il pugnale e cominci a tranquillizzarsi. Non era sicura di volersi concedere a Marzio, ma aveva l'assoluta certezza che, adesso che avevano stretto un patto, quell'uomo l'avrebbe protetta. Almeno fino a quando lei non avesse ucciso un gladiatore. Nessuna menzogna le sarebbe servita quando fosse giunto quel momento. Marzio non sembrava il tipo con il quale si potesse venir meno a una promessa.

108.

UN ALTRO FIGLIO DI FLAVIA GIULIA.

Roma, novembre del 91 d.C.

Il medico non pot nulla per evitarlo. Ogni suo tentativo di arrestare l'emorragia della nipote dell'imperatore si rivelava un fallimento e lui non poteva fare altro che imprecare.
Per tutti gli dei!
Flavia Giulia era rimasta incinta di nuovo e, ancora una volta, Domiziano non aveva nemmeno voluto prendere in considerazione l'ipotesi di avere un figlio da lei.
Non importa le aveva detto Domiziano con un tono di affilata dolcezza, melenso come l'odore di vino che impregnava il suo alito. Sono cose che succedono. Ripeteremo l'operazione dell'ultima volta e andremo avanti come abbiamo sempre fatto. Sai gi che non voglio figli, soprattutto da te, che sei figlia di mio fratello. Aveva appoggiato la mano sul ventre nudo di Flavia.
Lei aveva chiuso gli occhi e trattenuto le lacrime fino a quando l'imperatore non aveva abbandonato la stanza. Era condannata a giacere con lui e ad abortire tutte le volte che fosse rimasta incinta. Era cos che Domiziano si vendicava di Tito. Flavia Giulia si era alzata dal letto e aveva seguito l'imperatore. Domizia Longina avrebbe sentito per anni le sue grida riecheggiare tra le mura del palazzo imperiale. Nessun altro prestava orecchio a quei lamenti, intrappolati tra le pareti cieche e sorde della gigantesca Domus Flavia.
No! Non puoi farmi questo di nuovo! Maledetto, maledetto, mille volte maledetto! Per tutti gli dei! Per Iside, per Minerva, per Giunone! Non puoi farmelo di nuovo! Nooo! Si era lasciata cadere, mentre piangeva e continuava a maledirlo. Ti maledico! Gli dei ti puniranno! Ti puniranno!
Qualche giorno dopo, in una pozza di sangue, Flavia Giulia perse conoscenza. Ormai non si sentivano pi i suoi gemiti di dolore. Il medico era grondante di sudore. Il feto morto giaceva su un mucchio di lenzuola sporche e insanguinate, ma non c'era modo di arrestare l'emorragia della ragazza. Lui gliel'aveva detto, lo aveva avvisato pi volte, ma l'imperatore non aveva voluto dargli ascolto.
 troppo tardi per interrompere la gravidanza, cesare, e sarebbe gi il suo secondo aborto. La nipote dell'imperatore ha gi perso molto sangue la prima volta... Non posso assumermi la responsabilit di ci che succeder adesso...
L'imperatore, per, si era allontanato con i suoi pretoriani. Il medico non era nemmeno sicuro che lo avesse sentito.
Il bisturi insanguinato era accanto al corpo della ragazza. Sull'altro lato c'era una pila di panni puliti che una schiava continuava a porgere al medico. Questi si port alla fronte il dorso della mano sudata, e continu a tentare di ricucire la ferita. Alla fine ci riusc. A stento. Forse era stato solo un brutto spavento. Il medico riprese fiato, sollevato. Era riuscito ad arrestare l'emorragia e la nipote dell'imperatore respirava ancora. Sorrise. Era un grande medico, il migliore. Si sent profondamente orgoglioso di s. Se fosse andato tutto bene avrebbe avuto una brillante carriera.
Le brutte notizie andavano date senza indugio n preamboli. E Partenio lo sapeva.
La nipote dell'imperatore  morta, Dominus et Deus.
Domiziano si port alla bocca il palmo della mano. Il medico aveva detto che stava meglio comment.
Ed era vero, Dominus et Deus, ma la ferita non guariva, anzi, il suo aspetto peggiorava di ora in ora. Poi  subentrata una febbre altissima ed  spirata. Fece una breve pausa. Sono costernato, Dominus et Deus.
L'imperatore rimase in silenzio. La morte di Flavia Giulia era un fastidioso contrattempo. Lo irritava soprattutto che fosse sopraggiunta all'improvviso e, perch non ammetterlo, forse gli sarebbe mancata... O invece no? Era sempre pi sottomessa e poi, proprio adesso che aveva recuperato la sua splendida forma, era rimasta incinta. Altre abortivano senza conseguenze. Era evidente che Flavia Giulia non era una donna forte. Non come Domizia, cos coriacea. Quella era l'unica qualit dell'imperatrice che Domiziano ammirava.
Voglio un funerale degno della nipote di un imperatore, della nipote di un dio disse con il capo chino.
Partenio annu. Ovviamente, Dominus et Deus.
Domiziano aveva ancora lo sguardo rivolto a terra. Per un po' si sarebbe dovuto accontentare di schiave e prostitute. E poi c'era sempre la piccola Flavia Domitilla, la figlia di sua sorella, defunta anni prima. Aveva... quanti? Vent'anni? Era sposata con quell'idiota di Flavio Clemente, un inetto. Ma era sempre una sua parente, diretta per giunta. E i due avevano gi un figlio. Potevano rivelarsi pericolosi. Qualcuno avrebbe potuto vederli come suoi successori. Flavia Domitilla era molto bella e nessuna prostituta avrebbe eguagliato il piacere di possedere una bella patrizia di stirpe imperiale. Aveva un marito, certo, ma per il cesare quello non era mai stato un ostacolo. Anche Domizia Longina ne aveva uno, a suo tempo. Erano passati cos tanti anni... Avrebbe dovuto prendere seriamente in considerazione l'ipotesi di Flavia Domitilla, ma i confini dell'Impero, i traditori nel Senato, tutti i nemici sparsi ovunque non gli permettevano di concentrarsi.
S, Partenio, voglio un grande funerale, all'altezza di una dea... E quanto a quel medico... L'imperatore si concesse un attimo di esitazione.
S, Dominus et Deus? domand il consigliere.
Domiziano riusc a rimettere ordine tra i pensieri. Che venga giustiziato. Nessuno potr dire che non sono dispiaciuto per la morte di mia nipote.
All'ultima richiesta Partenio impieg qualche istante a rispondere e sussurr: S, Dominus et Deus.

109.

UNA RICHIESTA AL LANISTA.

Roma, gennaio del 92 d.C.

Il lanista attendeva nell'immensa Aula Regia. Era notte. La secunda vigilia era gi iniziata. Caio non era sorpreso di essere stato convocato a quell'ora. Dopo le vicende di Alba Longa la situazione stava degenerando. Flavia Giulia era stata la prima vittima di stirpe imperiale tra i presenti sul palco, mentre l'ex console Manio era stato esiliato. Domiziano stava attuando i suoi piani sanguinosi. Nessuno ne conosceva il reale motivo, ma anche le vestali avevano dovuto subire le sue ritorsioni, com'era gi accaduto in passato quando tre di loro erano state condannate a morte. Adesso si era spinto oltre ogni limite, ordinando di giustiziare Cornelia, la Vestale Massima. L'imperatore le aveva addossato la colpa delle disgrazie dell'Impero, ovvero i continui attacchi sui confini del Reno e della Dacia; in particolare l'aveva accusata di non aver celebrato correttamente i sacrifici alla vigilia del disastro di Tape, quando il capo del pretorio Fusco aveva condotto la V Alaudae alla totale disfatta.
Caio scosse il capo e sospir. Pochi mesi dopo l'esecuzione della Vestale Massima, la legione XXI Rapax era stata annientata in Pannonia dall'esercito sarmatico. Domiziano aveva gi subito la perdita di due legioni e le altre a nord si erano indebolite moltissimo dopo la sua presunta vittoria sui Catti. Diversi senatori sostenevano che l'ultimo attacco dei Sarmati fosse stato ordinato da re Decebalo in persona, contravvenendo all'accordo di pace stipulato con Roma. Al lanista faceva male la gamba offesa e avrebbe desiderato ardentemente sedersi, ma non poteva fare altro che aspettare. Con Manio decaduto ed esiliato, Domiziano aveva deciso di inviare in Pannonia l'ex console Traiano con la XIV Gemina, in sostituzione della XXI Rapax. Ma non era da escludere che lo scopo dell'imperatore fosse proprio di disfarsi della seconda legione che si era lasciata sobillare da Saturnino, e perfino di Traiano.
Il lanista pens alle altre persone che, come lui, quel giorno erano sedute nel palco ad Alba Longa: Partenio era ancora consigliere imperiale, ma la sua influenza era in declino, in favore di quella di Casperio, e di un certo Norbano, che tutti vedevano gi come futuro prefetto del pretorio insieme a Casperio. L'imperatrice Domizia sembrava essere l'unica che, in qualche modo, riusciva a salvaguardare la propria incolumit dalla follia di Domiziano. Come faceva? Forse era per i lunghi anni trascorsi insieme a lui. Caio scosse il capo. Doveva concentrarsi. Adesso era il suo turno. Di certo l'imperatore avrebbe avanzato qualche richiesta sui suoi gladiatori. E lui non avrebbe potuto rifiutare. Inoltre, lo aveva fatto convocare di notte, non era un buon segno. Di sicuro aveva in mente qualche intrigo.
All'improvviso sent i battenti di bronzo aprirsi alle sue spalle. Si volt. L'imperatore del mondo entr nell'Aula Regia seguito da ventiquattro pretoriani armati fino ai denti. Sembrava far fatica a camminare. Uno schiavo con in mano una coppa splendente procedeva accanto a lui. Il cesare era ubriaco. Il lanista, sempre zoppicando, si inchin fino a terra e si fece da parte per lasciar passare il corteo imperiale. Domiziano si sedette e si rivolse al preparatore di gladiatori.
Caio... quella gladiatrice... come si chiama?
Alana... Dominus et Deus, la gladiatrix Alana.
Gladiatrix? ripet sorpreso, quasi biascicando. Intanto, allungava il braccio perch lo schiavo gli porgesse di nuovo la coppa colma di vino. Mi piace. Hanno gi inventato una parola per indicare una donna lottatrice.  una novit assoluta che Roma deve a me.
Il lanista si limit a inchinarsi di nuovo in segno di riconoscenza. Nerone aveva gi fatto combattere delle donne, ma non sarebbe stato certo lui a farlo presente a Domiziano.
L'imperatore bevve un lungo sorso di vino e restitu la coppa allo schiavo.
Bene, bene... Va molto bene, ma quella gladia... trix, Caio, quella lottatrice deve morire. Il ricordo del volto soddisfatto di mia moglie quando ha vinto quella stupida scommessa con il padre di Traiano mi d la nausea. Finora sono stato troppo impegnato a sistemare altre questioni, ma questa notte Minerva mi ha illuminato. Nei miei sogni parlo con lei, sai, Caio?
Il lanista si limit ad annuire e l'imperatore prosegu. Sai contro chi lotter quella gladiatrix? Inizi a sghignazzare. Il femminile di gladiatore lo divertiva. Caio cap che non era una risata a cui prendere parte e rimase serio, mentre chiedeva spiegazioni al cesare.
Contro chi, Dominus et Deus?
Domiziano assapor il momento in cui pronunci la sentenza. Contro Marzio, Caio.
Il lanista rest di sasso. Domiziano poteva anche aver perduto il senno, ma era sempre lucido quando si trattava di trovare i modi pi crudeli per infliggere sofferenza agli altri. Continu a parlare: Quella donna che mia moglie reputa tanto brava a combattere si scontrer con Marzio alla riapertura dell'anfiteatro Flavio. I lavori sono terminati. Il popolo andr in visibilio.
Il lanista, di fronte all'imperatore di Roma, non trov la forza di muoversi, n di parlare.
Marzio, insieme a una ventina dei migliori gladiatori del Ludus Magnus, tutti circondati dai pretoriani, percorreva i corridoi dell'hypogeum, la nuova e complessa trama di sotterranei dell'anfiteatro Flavio. Il lanista voleva evitare che i suoi lottatori potessero deconcentrarsi perch intimoriti dagli stretti e lugubri corridoi che avrebbero dovuto percorrere alla riapertura dell'anfiteatro pi grande del mondo. Il mirmillo si guardava intorno con attenzione. Come il lanista, riteneva indispensabile conoscere perfettamente il luogo in cui metteva in gioco la propria vita. Marzio immaginava che il suo successivo combattimento sarebbe avvenuto contro il nuovo gladiatore che il lanista aveva fatto arrivare dalla scuola di Pergamo: un tracio gigantesco e feroce, che guardava Alana con occhi lascivi e aveva cercato di toccarla rimediando una superficiale ferita alla mano sinistra che la ragazza gli aveva inferto con il suo pugnale. Non gli aveva colpito la destra perch sapeva che gli sarebbe stato impossibile combattere per un certo periodo, e che il lanista l'avrebbe punita con molti giorni di isolamento. Da allora il tracio l'aveva lasciata in pace, ma Marzio non lo perdeva mai di vista.
All'improvviso, durante la perlustrazione, il gladiatore not qualcosa di singolare e la sua mente torn a concentrarsi sul mondo sotterraneo che lo circondava: erano state montate enormi carrucole che fungevano da pulegge per sollevare fino al soffitto alcune piattaforme quadrate, a cui erano assicurate delle catene. Evidentemente quell'ingegnoso sistema sarebbe servito a issare le pedane, ma lui non riusciva a comprenderne lo scopo.
La tetra risata di Carpoforo riecheggi contro il soffitto che Marzio stava guardando in quel momento. Il gladiatore si volt verso di lui. I pretoriani si erano fermati per capire quale di quei cunicoli conducesse all'uscita. Il bestiarius, che appestava l'aria con il suo tanfo di animali, emerse dall'oscurit. Lo sai contro chi deve lottare la tua amichetta, Marzio? gli domand emettendo, insieme alle parole, un alito pestilenziale. Carpoforo sapeva sempre tutto. Strisciava negli angoli pi reconditi dell'anfiteatro e origliava conversazioni segrete per chiunque altro, quasi che avesse sviluppato l'udito delle bestie con cui viveva. Dalla tua faccia stupita deduco che non lo sai. Presto la tua amica sar cibo per i miei animali e con il suo sangue far una fortuna... e ricominci a ridere dileguandosi di nuovo nelle tenebre.
Nell'Urbe si stava diffondendo la pratica di vendere il sangue dei gladiatori uccisi perch si credeva fosse uno stimolante sessuale. Sia i patrizi sia le matrone di Roma erano disposti a sborsare cifre esorbitanti per una boccetta contenente il sangue di un lottatore. Era lecito supporre che quello di una gladiatrix come Alana sarebbe stato ancora pi richiesto. Marzio non sapeva bene come venisse gestito quel mercato, ma dopo aver sentito le parole di Carpoforo cap che c'era lui dietro quei ripugnanti traffici. Uno dei pretoriani si avvicin per vedere con chi stesse parlando il mirmillo.
Non  possibile! grid Marzio, disperato, davanti alla figura seduta e incurvata del lanista, sempre pi vecchio e fragile, come se gli ultimi anni di servizio, sotto Domiziano, cominciassero a pesargli davvero troppo.
Non alzare la voce con me... schiavo! rispose Caio alzandosi dalla panca di pietra. Non osare parlarmi cos! Nessuno si rivolge a me in questo modo! Ricorda che sei solo uno schiavo e non mi importa quanto lotti bene! Vedendo che Marzio riacquistava il suo autocontrollo e chinava il capo, il lanista si sedette di nuovo e continu in tono pi sereno. Dovresti essermi grato, Marzio, per molte cose... per tutto. Ti ho accolto quando eri solo un bambino e ti ho trasformato nel gladiatore pi celebre di Roma. Presto, in un combattimento qualsiasi, ti offriranno la rudis e sarai libero. Non avevi niente e io ti ho dato tutto. S, lo so che non  stato facile e che hai sofferto molto, come gli altri, Marzio, come tutti noi in questa maledetta esistenza che ci  toccato vivere. Gli dei... Guard il cielo e poi la terra, scuotendo il capo. Dove sono gli dei? Non lo so, Marzio, non lo so. Roma era alla deriva quando ti ho salvato dai vitelliani. Vespasiano e Tito ci hanno garantito anni di serenit, ma adesso Domiziano ci fa sprofondare di nuovo. Parlava a bassa voce: anche se aveva il presentimento che fosse giunta la sua ora, non aveva alcun interesse ad anticiparla. Stiamo andando tutti in rovina. Mi dispiace per la tua amica, Marzio, ma non  grave morire un po' prima o un po' dopo. Alla fine ti accorgi che non importa poi cos tanto...
Non  uno scontro equo, lanista. Il pubblico lo trover ridicolo. Marzio aveva interrotto di nuovo il suo preparatore, ma con un commento appropriato e in tono pacato.
Il lanista annu, sospir, chin il capo e riprese a parlare. Non  equo, Marzio, hai ragione, ma dovresti comunque essermene grato. Non hai idea di quale fosse l'ordine iniziale dell'imperatore. Caio, senza muoversi, si limit a sollevare di nuovo lo sguardo, cercando di sottecchi gli occhi nervosi di Marzio; questi cap con sorprendente rapidit. Il suo preparatore lo osservava con attenzione: per questo era il migliore tra tutti i gladiatori, perch oltre alla forza e all'agilit, era anche dotato di una profonda intelligenza. Caio non dovette aggiungere altro.
L'imperatore voleva che Alana lottasse contro di me... La sua non era una domanda.
Il lanista annu, si raddrizz un po' e appoggi la schiena contro la staccionata di legno.
Non sono crudele come credi, Marzio. L'imperatore invece s. Ma gli ho assicurato che contro il gigante di Pergamo la gladiatrix sarebbe morta di sicuro, ed  questa la nuova ossessione del cesare adesso. Non so bene perch. Credo per una scommessa fatta da sua moglie in favore di Alana. Molto tempo fa, ormai, ad Alba Longa. L'imperatrice la vinse e Domiziano non pu sopportare che Domizia Longina abbia ragione. Alana morirebbe comunque, ma almeno non dovrai essere tu a ucciderla. Hai gi dovuto affrontare una volta questo dramma. Non c' motivo per cui tu debba subirlo di nuovo.
Marzio era in piedi, sotto il sole di Roma, sulla sabbia dell'arena degli allenamenti. Chin il capo, strinse i pugni, sollev gli occhi al cielo e parl con un tono stranamente solenne.
Alana avrebbe avuto molte pi possibilit di uscire viva da una lotta con me che da uno scontro con quel maledetto lottatore di Pergamo.
Non aggiunse altro. Si limit a voltarsi e andar via, diretto alla sua cella. Il lanista cap cosa aveva voluto dire il gladiatore: per quella ragazza sarmata il grande Marzio si sarebbe fatto uccidere.

110.

I CRISTIANI.

Roma, febbraio del 92 d.C.

L'imperatore era inquieto. Partenio si trovava di fronte a lui, dal lato opposto del tavolo, e lo osservava. Appena il consigliere era entrato nella sua stanza, Domiziano aveva sollevato lo sguardo, mentre nascondeva una tavoletta di legno sotto alcuni documenti. Partenio sapeva che l'imperatore stava perdendo fiducia in lui e che dava sempre pi credito ai due nuovi capi del pretorio, Norbano e Petronio Secondo, che avevano preso il posto del veterano Casperio. Domiziano non gradiva che qualcuno rivestisse la stessa carica troppo a lungo, perci aveva nominato Norbano, che gli era stato di grande aiuto contro Saturnino, insieme a Petronio, molto popolare tra le legioni e quindi con un maggiore ascendente sull'esercito. Tuttavia, il cesare confidava in Norbano pi che in chiunque altro, tanto da concedergli udienza privata nella grande Aula Regia. Partenio, invece, veniva ricevuto soltanto tra le pareti della camera imperiale. Questi cambiamenti erano iniziati da quando Norbano aveva contribuito a reprimere la ribellione guidata da Saturnino. La predilezione di Domiziano era ormai innegabile. Partenio non era rammaricato che il suo ruolo di consigliere fosse limitato a un ambito meno pubblico, ma temeva che, poco alla volta, Domiziano passasse dal fidarsi di lui a sospettarne. Da tempo, ormai, l'imperatore non sembrava pi considerare la vasta gamma di sfumature che caratterizzano i rapporti tra le persone: per Tito Flavio Domiziano il mondo si divideva sempre pi nettamente tra chi era con lui e chi contro di lui. Nonostante tutto, per, continuava a ricorrere a Partenio. Di sicuro doveva trattarsi di una faccenda che i capi del pretorio non conoscevano approfonditamente, al punto da costringere l'imperatore a chiedere consiglio - anche se solo nell'intimit della sua stanza - a chi ne sapeva di pi.
I cristiani si limit a dire Domiziano, e rimase in silenzio a contemplare il pensieroso Partenio. Questi taceva in attesa di altre informazioni o di una richiesta specifica, irritando ancora di pi il cesare. Per Minerva, Partenio! I cristiani! Sono dappertutto, sono sempre di pi! Siccome il consigliere continuava a tacere, Domiziano abbass la voce e pose una domanda precisa. Non  abbastanza ucciderne qualcuno negli anfiteatri romani. Li voglio eliminare tutti. Chi sono i loro capi?
Dentro di s, Partenio sorrise. Dunque era questa l'informazione che i prefetti del pretorio non erano stati in grado di fornirgli. Il consigliere non si lasci ingannare dal fatto che glielo stesse chiedendo quasi in un bisbiglio. Il fatto che abbassasse sempre pi la voce significava solo che il Dominus et Deus esigeva una risposta chiara e diretta. I preamboli lo avrebbero soltanto fatto infuriare, e la sua ira, in genere, conduceva direttamente all'arena dell'anfiteatro Flavio. Negli ultimi mesi Partenio aveva dovuto rispondere con abilit a molte domande simili. Adesso passava in rassegna le opzioni: se gli avesse detto ci che voleva sapere, avrebbe causato morti e spargimento di sangue tra gli uomini che abbracciavano quella strana religione, per lui incomprensibile, ma per la quale non nutriva timore n disprezzo. Se invece avesse convogliato la furia di Domiziano su un'unica persona, forse avrebbe potuto placare l'infinita collera dell'imperatore, almeno per un po', sviandola da un Senato sempre pi decimato. Distrarre l'imperatore dall'ennesimo scontro intestino con i senatori - che debilitava Roma e, di conseguenza, rafforzava i nemici sui confini con la Germania, la Dacia e la Partia - gli parve un obiettivo sensato.
Ges, il loro Cristo, profeta e capo supremo, inizi il consigliere in tono didascalico, ma evitando di cadere in un paternalismo che avrebbe irritato l'imperatore si circond di dodici uomini, i pi fedeli.
Come i dodici lictores di un console intervenne Domiziano, soddisfatto del suo paragone.
Partenio non aveva mai pensato a quella curiosa coincidenza, ma l'osservazione dell'imperatore era corretta.
Esatto, il Dominus et Deus ha colto nel segno. Partenio si tranquillizz un po' vedendo l'imperatore compiaciuto e molto interessato alla conversazione, perci continu a parlare. Dodici, dodici lictores che i cristiani chiamano apostoli. Erano i suoi fedelissimi.
Erano? domand subito l'imperatore notando che il consigliere aveva parlato al passato.
S, Dominus et Deus: non  morto soltanto il loro capo supremo, il Cristo, ma anche la maggior parte degli apostoli.
Partenio chin il capo per un istante. Stava richiamando alla mente una vecchia lista alla quale aveva lavorato ai tempi di Nerone; l'aveva recuperata qualche mese prima, in previsione di una domanda come quella che gli era appena stata posta.
Vediamo... Un tale Pietro fu crocifisso da Nerone ormai tempo fa. Un certo Paolo, che non era tra i dodici iniziali, ma che raggiunse altrettanto potere essendo cittadino romano, fu decapitato, per ordine imperiale. Tornando ai dodici, c'era un tizio di nome Giacomo, decapitato in Oriente per volere del re Erode Agrippa. Poi Andrea, anch'egli crocifisso; Bartolomeo, giustiziato dal re armeno Astiage per aver suggestionato il popolo con le pratiche cristiane.
Partenio teneva gli occhi fissi sul pavimento, ma sentiva su di s lo sguardo ammirato dell'imperatore. Sapeva che ci gli avrebbe fatto recuperare, anche se solo per poco tempo, un po' della sua antica influenza. Prosegu con la lista, elencando i nomi uno per uno.
Anche un secondo Giacomo fu giustiziato, lapidato dai Giudei. E altri due, che si chiamavano Matteo e Filippo, morirono in Partia, forse il primo in Etiopia, comunque sono deceduti entrambi. Degli altri si hanno scarse notizie: Giuda Taddeo, Simone il cananeo e Tommaso non sappiamo bene dove n quando siano deceduti, ma i cristiani li danno per morti da tempo. Poi c'era Giuda Iscariota, l'unico dei dodici ad aver tradito il loro profeta, che si  suicidato. Allora gli altri scelsero in sua vece un certo Mattia, ma anche questo  morto. Per... Sollev la testa per guardare negli occhi l'intrigato imperatore. Per ne resta uno, Dominus et Deus, un tale Giovanni che era molto giovane quando il capo dei cristiani lo scelse.  ancora vivo e pare essere molto ammirato e rispettato da tutti loro. Forse adesso  lui che li guida.
L'imperatore port a termine il ragionamento che Partenio si era limitato ad accennare.
Per Minerva! Uno dei dodici uomini scelti dal loro profeta  ancora vivo! Se quel Giovanni  ancora in circolazione avr un enorme ascendente sui cristiani!
Senza dubbio, Dominus et Deus, senza dubbio.
Domiziano annu prima di chiedere: Sappiamo dov' quell'uomo?.
Partenio si era aspettato quella domanda fin dall'inizio. Non sorrise per due motivi: sia per non irritare Domiziano mostrando la sua arroganza, sia perch in cuor suo sapeva che stava condannando a morte quel cristiano ingiustamente. Il minimo che potesse fare era darsi un contegno.
 stato a lungo a Gerusalemme, ma dopo l'assedio che distrusse la citt si rifugi a Efeso ed  ancora l, Dominus et Deus.
Domiziano, invece, si concesse un ampio sorriso.
Allora voglio qui quel Giovanni, a Roma, quanto prima, e vivo. Voglio parlarci prima di torturarlo e ucciderlo davanti a tutti i cristiani di Roma. Cos quei maledetti capiranno contro chi si sono schierati. Ho bisogno di distruggere i cristiani. E voglio farlo adesso! Sollev la mano per dare ordine a Partenio di uscire e lasciarlo da solo. Il consigliere si inchin e, prima di voltarsi, con la coda dell'occhio vide l'imperatore cercare a tastoni la tavoletta che aveva nascosto tra i fogli quando lui era entrato nella stanza. Quel gesto incurios Partenio al punto da scalzare il pensiero del destino che attendeva il cristiano di Efeso. Cosa nascondeva il cesare su quella tavoletta?

111.

LA RIAPERTURA DELL'ANFITEATRO FLAVIO.

Roma, aprile del 92 d.C.

L'anfiteatro Flavio ruggiva. Tito Flavio Domiziano, con un ampio sorriso dipinto sul volto, salutava dal palco imperiale. Le venationes, le rievocazioni di antiche battaglie e gli andabatae avevano deliziato il pubblico, stregato da quell'imperatore che li dilettava con giochi meravigliosi in uno scenario senza paragoni. In quel luogo il popolo di Roma si dimenticava di ogni cosa: le legioni annientate sul Danubio, le condanne di decine di senatori, le esecuzioni, perfino la morte della Vestale Massima passava in secondo piano. I Romani, estranei alle lotte fratricide tra Domiziano e il Senato, non erano interessati a questi problemi: un imperatore che offriva loro giochi simili era senza dubbio il pi potente dei sovrani e, sotto il suo regno, era impossibile che l'Impero corresse dei pericoli. Forse soltanto i maledetti cristiani potevano arrecargli danno, ma il loro amato imperatore si stava impegnando per liberarli anche di questa preoccupazione. In quel momento, una coorte di pretoriani impietosi stava trascinando centinaia di cristiani al centro dell'arena.
Bel lavoro, Apollodoro comment l'imperatore, ancora in piedi e con le mani sui fianchi, ammirando il restauro che il giovane architetto era riuscito a portare a termine in meno di un anno. Un'opera grandiosa.
Gli spalti si levavano fino al cielo e il gigantesco velarium, realizzato dai marinai della flotta imperiale del Miseno, proteggeva dalla calura quasi tutto il pubblico e, soprattutto, l'imperatore. Dalle viscere dell'arena, attraverso la complessa rete di cunicoli dell'hypogeum, erano entrate belve di ogni genere, gruppi di soldati armati e perfino condannati a morte che avevano lottato nelle venationes e in altri spettacoli, con estremo godimento del popolo e, in particolare, del cesare. L'anfiteatro Flavio non era solo imponente: era magico.
Il prudente Apollodoro di Damasco si alz e si inchin all'imperatore. Quando si sedette, l'architetto Rabirio, che invece stava portando a termine i lavori della Domus Flavia, gli sussurr: Non fraintendermi, Apollodoro, ammiro ci che sei riuscito a fare; nessuno pensava che fosse possibile, ma fa' attenzione a non compiere troppe imprese ineguagliabili. I potenti ci si abituano in fretta e pu darsi che, prima o poi, Domiziano o qualche altro sovrano ti chieda qualcosa di davvero irrealizzabile. Cosa farai allora, ragazzo?.
Apollodoro gli rispose avvicinandosi all'orecchio: Tutto si pu fare.
Rabirio scost un po' il viso e lo osserv. Non scorse vanit negli occhi del giovane: quello sprovveduto credeva davvero a quanto aveva appena detto.
In prima fila, l'imperatore si rivolse alla moglie: Adesso vedremo lottare quella tua cara gladiatrix.
Domizia Longina si limit ad annuire lievemente. Prevedeva il peggio per l'agguerrita ragazza del Nord. Non che le dispiacesse granch per lei, ma cap che qualsiasi suo gesto poteva condannare qualcuno a morte certa. A partire da quel pomeriggio, Domizia si mostr sempre pi fredda e distaccata. Molti pensavano che, proprio come il marito, anche lei iniziasse a ritenersi una dea. L'imperatrice, invece, cercava soltanto di non manifestare in pubblico affetto per niente e per nessuno. Decise di dare l'impressione di non provare sentimenti, in modo che il marito non potesse punire nessuno solo per far soffrire lei.
L'uscita della gladiatrix e dell'avversario sar spettacolare prosegu l'imperatore. O almeno cos mi ha promesso il lanista.
Si volt in cerca del preparatore di gladiatori. Caio si alz immediatamente per confermare quanto detto da Domiziano.
In effetti lo sar, Dominus et Deus, sar spettacolare.
Bene, bene... comment l'imperatore, e si mise comodo per godersi lo scontro che stava per cominciare. Lo irritava soltanto il fatto che Domizia non avesse nemmeno chiesto chi sarebbe stato l'avversario della gladiatrix.
Alana era pronta. Le avevano concesso di proteggersi gli arti, ma aveva rifiutato le manicae perch voleva avere le braccia libere per potersi muovere con maggiore agilit. Sapeva che avrebbe potuto contrastare il gigante di Pergamo soltanto con movimenti rapidi. N la forza n le protezioni avrebbero potuto salvarla dalla trappola in cui il lanista l'aveva gettata per espresso desiderio dell'imperatore. Marzio la aspettava nella piccola sala con la statua della dea Nemesi. Alana continuava a essere devota al dio del suo popolo, Perun. Aveva spiegato a Marzio che Perun era il signore dei tuoni e dei fulmini. Perfetto. Tuoni e fulmini erano proprio le armi di cui la ragazza avrebbe avuto bisogno per uscire viva dall'anfiteatro Flavio.
Appena la giovane entr nella stanza, Marzio si alz. Potevano parlare, anche se un pretoriano li sorvegliava dalla porta. Era uno dei sei soldati che avevano accompagnato Alana lungo i corridoi dell'hypogeum. Probabilmente anche il gigante di Pergamo aveva una scorta simile. L'avversario era gi passato da l e ora era pronto per entrare nell'arena. Non si era trattenuto a pregare troppo a lungo: non ne sentiva l'esigenza, dovendosi scontrare con una rivale cos fragile. Quando il gladiatore di Pergamo era uscito dalla stanza, Marzio vi era entrato in attesa di Alana.
Siamo in ritardo, per Marte! url il pretoriano sulla porta. La gladiatrix deve uscire, subito!
Marzio non aveva ancora avuto tempo di rivolgerle la parola. Non che volesse dilungarsi in chiacchiere, ma sentiva di doverle dire una cosa, una sola. Si avvicin e, con grande sorpresa di Alana, la abbracci. Lei avrebbe voluto divincolarsi, ma non fu abbastanza veloce. L'aveva colta alla sprovvista e la ragazza non riusc a sottrarsi alla stretta del gladiatore, mentre le bisbigliava una frase all'orecchio prima che i pretoriani intervenissero. Lei lo guard fisso. Marzio non aggiunse altro e rispose allo sguardo confuso della ragazza con il silenzio e le labbra serrate.
 la tua unica possibilit aggiunse poi mentre i pretoriani la afferravano per un braccio e la trascinavano verso i cunicoli dell'hypogeum.
Marzio li segu fino a dove glielo permisero, ovvero la fine di un corridoio un po' pi ampio che poi si biforcava. Non la condussero verso la porta della Vita, ma presero un'altra direzione. Marzio sent le dita della mano umide. Non abbass lo sguardo. Si limit ad accarezzare la testa del suo cane.
Sul palco imperiale tutti guardavano in direzione della porta della Vita, in attesa che uscissero i gladiatori. L'imperatore sorrideva. Era in estasi.
I pretoriani misero Alana sulla piattaforma di legno, collegata al soffitto dell'hypogeum tramite quattro lunghissime catene, che si perdevano nell'oscurit pi assoluta. Venti schiavi cominciarono a tirare una fune e una ruota si mise in movimento, prima piano, poi sempre pi veloce. La piattaforma inizi a sollevarsi. Alana, con il volto coperto dall'elmo da mirmillo che le avevano infilato, riusciva a stento a vedere cosa succedeva. Inoltre, l'elmo era pesantissimo e faceva fatica a tenere dritta la testa. Per lei era pi un fastidio che una protezione. Lasci per un attimo le catene a cui era aggrappata, se lo tolse rapidamente e lo appoggi ai suoi piedi, sul quadrato di legno mobile. Mentre saliva, la piattaforma traballava e Alana si aggrapp di nuovo alle catene. Guard verso l'alto. All'improvviso si apr una botola e ne entr una luce cos accecante da obbligarla a chiudere gli occhi, mentre una corrente d'aria mosse la sua lunga chioma.
Quando la piattaforma affior sulla superficie dell'anfiteatro Flavio, il popolo emise un boato di stupore. Non erano solo le belve a emergere dal ventre dell'arena, ma anche i gladiatori, coperti dai loro elmi e armati di spade, pronti a combattere. Alana, la famosa gladiatrix di Alba Longa, come era ormai nota in tutta Roma, apparve a un'estremit dell'arena. Ai suoi piedi c'erano l'elmo, il pesante scudo e una lunga spada. Dall'altra parte dell'ovale fuoriusc un gigantesco gladiatore, sconosciuto ma di cui tutti avevano sentito parlare: un enorme tracio diventato famoso lottando nell'arena di Pergamo. Il miglior gladiatore d'Oriente, o almeno cos dicevano. Le scommesse erano una prova inequivocabile di quali fossero i pronostici del pubblico: la maggior parte dei presenti punt tutto il denaro che aveva portato con s sul mastodontico tracio. Erano in pochi ad avere il coraggio di scommettere sulla gladiatrix, e lo facevano solo perch, nella remota eventualit di una sua vittoria, quella singola vincita sarebbe bastata loro per vivere di rendita per sempre.
Fin da subito il tracio volle fugare ogni dubbio sulle sue capacit e, quasi correndo, and a posizionarsi di fronte ad Alana. Il giudice la guard, poi fece un cenno verso il pesante elmo che la ragazza aveva lasciato ai suoi piedi. Alana cap e se lo infil. L'arbitro sollev le mani e il tracio, senza esitare, assest il primo colpo sul pesante scudo della gladiatrix. L'impatto fu talmente violento che la ragazza cadde a terra. Dagli spalti si lev un brusio: gli spettatori volevano assistere a un lungo combattimento. Il tracio era un veterano, sapeva farsi amare dal pubblico e desiderava diventare famoso anche a Roma. Allora scoppi in una fragorosa risata e indietreggi di un paio di passi per concedere alla sua debole avversaria di rimettersi in piedi.
Marzio era tornato nella stanza consacrata a Nemesi. La dea dei gladiatori sembrava osservarlo in silenzio. Il nero molosso, dalla porta, vide il suo padrone inginocchiarsi davanti alla statua di pietra e chinare il capo in segno di devozione. Il cane non capiva cos'avesse di speciale quell'immagine, ma Marzio sembrava nutrire per lei un rispetto pari al suo nei confronti del padrone.
Il mirmillo pregava con un ardore e un'intensit che la dea Nemesi non aveva mai sentito da nessun gladiatore di Roma. Era un'implorazione commovente.
Sar per sempre tuo bisbigliava Marzio tra i denti. Torner nell'arena tutte le volte che vorrai, giuro che lo far e mi inginocchier di nuovo ai tuoi piedi, ma salva Alana da questo combattimento, salvala... Tu sai che  uno scontro impari...
Marzio non sapeva da quanto fosse l inginocchiato con gli occhi chiusi, quando un boato immenso fece quasi tremare le fondamenta dell'anfiteatro.
Alana si era ripresa e stava combattendo, o almeno ci provava, ma l'elmo, lo scudo e la spada erano troppo pesanti per permetterle di lottare con agilit. Il guerriero di Pergamo non si sforzava nemmeno: si limitava a fare delle finte e a sghignazzare. Il pubblico iniziava a infastidirsi: non era un combattimento ma una farsa. In quel momento, per, Alana lanci lo scudo a terra, fece qualche passo indietro e con il braccio libero si tolse l'elmo e lo scagli contro il tracio.
Uuuuuuuuuh! si sent di nuovo sugli spalti. L'arbitro la guard minaccioso, ma nella mente della gladiatrix c'era posto soltanto per le parole che le aveva sussurrato Marzio. Erano l'unica cosa a darle forza. Bara le aveva consigliato. Bara.
Ed era esattamente quello che pensava di fare. Se il giudice del combattimento non gradiva, allora che brandisse lui la spada e affrontasse il tracio. Qual era la cosa peggiore che potesse capitarle? L'avrebbero uccisa per aver imbrogliato? Era comunque destinata a morire, se il suo avversario si fosse deciso a porre fine a quell'assurda e iniqua lotta. Alana, senza elmo e senza scudo, era scoperta, ma disponeva di entrambe le mani per tenere la spada e aveva riacquistato velocit nei movimenti. Il rivale, da parte sua, si vedeva obbligato a girare su se stesso per poterla vedere attraverso la visiera. Alana, per, gli roteava intorno senza sosta. Appena cap che al tracio girava la testa, si ferm di colpo e lo attacc con due rapide stoccate. L'uomo non fu abbastanza veloce e, anche se riusc a parare la prima con lo scudo, la seconda gli sfior il ventre. Sulla pelle gli affior una linea di sangue. Non era un taglio profondo, ma si sent umiliato. Il pubblico era affascinato dalla grinta della gladiatrix. Forse, dopo tutto, il combattimento non sarebbe terminato cos presto.
Domizia Longina si identific con la gladiatrix. Proprio come lei, la ragazza era obbligata a lottare contro un nemico infinitamente pi forte e potente. L'imperatrice, per, rimase impassibile. Sentiva che il marito era infastidito dalla reazione della guerriera. Se la giovane avesse vinto ancora, l'ira dell'imperatore si sarebbe abbattuta contro qualcuno. Ma contro chi? Flavia Giulia era morta. Contro di lei? Contro l'editor dei giochi o contro il lanista? Si guard alle spalle: Caio, il preparatore dei gladiatori, era scuro in volto per la resistenza dimostrata dalla gladiatrix.
Lo scontro si protraeva. Il sole languiva dietro le mura e il velarium dell'anfiteatro Flavio. Alana grondava di sudore. Doveva muoversi molto pi velocemente del nemico per sopravvivere. Anche il tracio iniziava a stancarsi di quel gioco. E poi, il taglio sul ventre, pur non essendo grave, era fastidioso e quello scontro era diventato una questione personale. Prima di allora erano stati in pochi a ferirlo ed erano tutti morti e sepolti. Tuttavia, era impossibile per lui assestare un colpo mortale a quella gladiatrice finch lei continuava a uscire dalla sua visuale, per tutti gli dei. Il tracio si ferm. Gett a terra lo scudo, come aveva fatto Alana prima, e si tolse anche il pesante elmo. Poi strinse l'impugnatura della sua lunga spada ricurva e caric Alana con furia. Due colpi secchi. La spada della ragazza vol via. Il pubblico grid. Lei pens di trascinarsi fino a recuperare l'arma, ma era troppo lontana. L'arbitro guard l'imperatore e il tracio fece altrettanto. Tito Flavio Domiziano sembrava imperturbabile. Anche Alana si volt verso il palco. Evidentemente non voleva accordarle la grazia. La ragazza ripens a ci che le aveva detto Marzio. Lentamente si port la mano destra alla protezione della gamba e, con abilit, ne estrasse il pugnale che il mirmillo le aveva dato mentre l'abbracciava davanti alla dea Nemesi. Le torn in mente quando Marzio, mesi prima, le aveva chiesto: Te la cavi bene con quel pugio?. E lei aveva risposto: Molto bene.
L'arbitro, il tracio, il pubblico, tutti guardavano l'imperatore, che non aveva alcuna intenzione di concedere un'altra arma alla giovane gladiatrix. Alana non ebbe la minima esitazione. Di sicuro l'avrebbero giustiziata, ma almeno prima avrebbe ucciso quel maledetto gigante di Pergamo. Lanci il pugnale con la destrezza di una guerriera sarmatica, nelle cui vene scorreva il sangue di un'amazzone. La lama fendette l'aria con un lieve sibilo, tagliando la brezza della sera nel suo inarrestabile volo. Il tracio ebbe uno strano presentimento e si volt verso la gladiatrice. Il pugio gli si conficc proprio in mezzo alle sopracciglia. L'elmo l'avrebbe evitato, ma ormai giaceva abbandonato nella sabbia dell'arena. La punta del pugnale frantum il poderoso cranio del tracio. L'uomo spalanc la bocca per gridare, mentre gettava a terra la spada e si portava entrambe le mani alla fronte, ma, quando le dita raggiunsero l'impugnatura del pugio, questo gli era gi sprofondato nel cervello. Senza sapere come n perch, rimase in piedi, immobile per un brevissimo istante, per poi cadere supino, a occhi sbarrati, con una smorfia di dolore sul volto e un rivolo di sangue che lo accecava. L'ultima cosa che vide fu l'espressione esterrefatta del giudice, che lo guardava da un mondo sempre pi lontano...
L'arbitro si volt verso la gladiatrix, che si stava rialzando, e, perplesso, cerc con lo sguardo i pretoriani. Il gesto della giovane sarmata non poteva rimanere impunito, ma il pubblico di Roma urlava e applaudiva tra grida di giubilo: il gigante di Pergamo era stato abilmente abbattuto dalla gladiatrix. La lottatrice aveva barato, ma per gli spettatori, che si erano goduti lo spettacolo e, soprattutto, l'inatteso finale, l'imbroglio era un dettaglio irrilevante.
Sul palco, l'imperatore si alz dal trono. Guard Caio per un attimo. Il lanista cap di essere appena stato condannato a morte. Lo accett con la serenit di chi si sente ormai stanco di qualsiasi cosa. Tito Flavio Domiziano lo sapeva: in quel momento la gladiatrix era troppo popolare agli occhi della plebe e lui aveva bisogno dell'appoggio del popolo. Doveva evitare che si schierasse dalla parte del Senato, mentre lui portava avanti la sua epurazione di nemici politici. L'eliminazione della lottatrice poteva attendere. E poi, c'era sempre la possibilit che morisse in uno scontro qualunque. Era la sorte a cui andava incontro la maggior parte dei gladiatori, soprattutto se lui, l'imperatore, non avesse concesso loro la rudis per qualche mese, o anni se necessario. Tito Flavio Domiziano sollev le mani e la gladiatrix, incolume, fu scortata verso la porta della Vita. Domiziano guard la moglie. Era rimasta impassibile.

112.

LA LISTA DI DOMIZIANO.

Domiziano, poich sospettava di queste persone, aveva pensato di ucciderli tutti, pertanto i loro nomi con quelli di molti altri scrisse su una doppia tavoletta di tiglio1.
DIONE CASSIO, Storia romana, LXVII
Roma, aprile del 92 d.C.
Quel pomeriggio Partenio finse di non sentirsi bene per non doversi recare all'anfiteatro Flavio. Il consigliere, camminando lungo i peristili della Domus Flavia, ripensava allo sguardo di disprezzo dell'imperatore quando gli aveva comunicato di essere indisposto.
Stai invecchiando gli aveva detto il Dominus et Deus.
Partenio si era limitato a inchinarsi, mentre fingeva colpi di tosse in cui si era a lungo esercitato.
In quel momento, mentre si dirigeva silenzioso verso le stanze private del cesare, il consigliere non tossiva, al contrario, tratteneva quasi il respiro. Doveva ancora superare i pretoriani di guardia alla camera dell'imperatore. Non avrebbe avuto grandi problemi, ma doveva pensare a una scusa qualora il cesare fosse venuto a sapere che era entrato nelle sue stanze in sua assenza: doveva consultare una mappa, avrebbe detto, dal momento che l'imperatore teneva tutte le carte nelle camere private del palazzo. Dato che i confini del Nord erano in continua agitazione e Partenio era sempre concentrato su quella faccenda, Domiziano non avrebbe sospettato di lui, o almeno, non pi di quanto sospettasse di tutti gli altri.
In effetti, la mezza dozzina di pretoriani lo fece passare senza nemmeno rivolgergli la parola. Si limitarono a guardarlo di sottecchi, diffidenti come al solito. Una volta dentro, Partenio fece scorrere lo sguardo sul tavolo, sul letto e sugli armadi, ricoperti di fogli, rotoli, pergamene e mappe. Era come cercare un ago in un pagliaio, ma non avrebbe avuto molte altre opportunit. E poi non si trattava di un ago, ma di una tavoletta di legno. Se l'imperatore avesse usato un foglio di papiro sarebbe stato molto pi complicato, forse impossibile, ma una tavoletta era pi difficile da nascondere. Perci, come aveva sempre fatto in vita sua, con metodica pazienza inizi a scartabellare tra i documenti sul tavolo. Poi pass a esaminare i rotoli nell'armadio. Procedette piuttosto rapido: una tavoletta, sicuramente di tiglio, come piacevano all'imperatore, sarebbe stata facile da individuare se avesse trovato la cesta o la mensola giusta.
Dalle mani di Partenio passarono editti imperiali su imposte, su nuove leggi inerenti alla carica di censore a vita che Domiziano si era attribuito, vecchi documenti su condanne a morte gi eseguite... Era strano che l'imperatore non se ne fosse liberato, essendo prove inequivocabili della sua progressiva follia. La ricerca sembrava infruttuosa e intanto si era fatta sera. Era stato costretto a uscire dalla camera dell'imperatore per recuperare una delle torce del corridoio con cui accendere una lampada a olio. Per fortuna, i pretoriani non lo avevano notato, impegnati com'erano a giocare al ludus latrunculorum, il passatempo preferito dei mercenari: si disponevano tutti intorno a una scacchiera piena di pedine bianche e nere, oltre a due blu che rappresentavano il dux di ogni squadra. Avvinti da un nuovo gioco tanto appassionante, avevano dimenticato in fretta i dadi, cos come sembravano non ricordarsi pi del vecchio consigliere. Le guardie pretoriane erano molto meno disciplinate quando Norbano lasciava il palazzo per accompagnare l'imperatore all'anfiteatro Flavio. Partenio, una volta tornato nella stanza imperiale, ricominci a cercare negli armadi. Trov gli scaffali su cui il cesare, presumibilmente, conservava le sue opere letterarie preferite, tra cui figurava ogni poema di Stazio che elogiava la persona, l'operato o l'Impero di Domiziano. C'era qualche opera teatrale di Plauto e di Terenzio e alcuni testi greci di geografia, ma nessun libro di filosofia. All'improvviso, dalle composizioni di Stazio cadde una tavoletta che Partenio, i cui riflessi erano ormai piuttosto lenti, non riusc ad afferrare al volo. Fin per terra, ma non si ruppe n si intacc. La resistenza era la peculiarit del tiglio. Il consigliere sembr reticente a esaminarla perch era intimorito dal possibile contenuto. Tuttavia, mentre verificava da quale testo di Stazio era caduta la tavoletta - un poema in lode della colossale statua equestre dell'imperatore Domiziano, uno dei preferiti del cesare -, si chin e la raccolse. Si diresse al tavolo su cui aveva poggiato la lampada a olio, e la osserv con attenzione. Si trattava di una lista di nomi scritta da Tito Flavio Domiziano. Partenio riconosceva la grafia malferma dell'imperatore. L'aveva vista su decine di condanne a morte, editti imperiali e lettere personali. Per lui era inconfondibile. Inizi a leggere in fretta. Era talmente assorto che non sent i passi che si avvicinavano alla stanza dell'imperatore. La lista si apriva con Paride, l'attore che aveva osato giacere con l'imperatrice. Proseguiva con Ermogene di Tarso, che aveva scritto una storia recente di Roma che Domiziano non aveva gradito. Il cesare aveva ordinato di crocifiggerlo e, insieme a lui, anche tutti gli ingenui copisti che avevano avuto l'ardire di riprodurla, pretendendo inoltre che le copie venissero ritirate dalle biblioteche. La lista proseguiva e Partenio apprese con sconcerto che i nomi successivi erano di senatori ancora vivi:
Civica Ceriale
Salvidieno Orfito
Manio Acilio Glabrione
Dunque l'imperatore non era soddisfatto di quanto ottenuto ad Alba Longa. Manio era gi stato esiliato. Quale sarebbe stato il passo successivo? Un'esecuzione pubblica o un discreto avvelenamento? Riprese a leggere, senza che il suo udito da anziano percepisse lo scalpiccio di sandali che si avvicinava alla stanza dell'imperatore.
Elio Lamia
Salvio Cocceiano
Mezio Pomposiano
Partenio annuiva tra s. Pomposiano si era permesso di rivelare che un astrologo gli aveva predetto che sarebbe diventato imperatore. Quello stupido non sapeva che una simile idiozia gli sarebbe costata la vita. A Domiziano doveva averlo riferito qualche delatore, Caro Mezio, Messalino o qualcun altro. La lista proseguiva. I passi erano sempre pi vicini.
Sallustio Lucullo
Giunio Rustico
Elvidio Prisco
Flavio Sabino
Flavio Sabino era cugino dell'imperatore. Quindi non vi figuravano solo senatori, scrittori o storici fastidiosi, ma anche i famigliari. Flavio Clemente e la moglie non comparivano. Per il momento erano salvi, ma la lista era ancora lunga... Partenio sollev la testa. Passi fuori dalla stanza. Ed erano vicinissimi. Il suo udito peggiorava sempre pi. Stava diventando vecchio. Continu a leggere velocemente.
Arrecino Clemente
Epafrodito
Ascletario
Clemente era un informatore e amico che probabilmente non godeva pi della benevolenza dell'imperatore, mentre Epafrodito era segretario e tesoriere. Forse qualche calcolo non era sembrato corretto a Domiziano, oppure l'ingenuo aveva fatto notare al cesare che le spese per i giochi circensi, le lotte di gladiatori o i pagamenti annuali a Decebalo per tenerlo lontano dai confini non potevano protrarsi ancora a lungo. Era un funzionario esperto, ma imprudente quando trattava con l'imperatore. Partenio si sorprese di non vedere il suo nome sotto quello di Epafrodito. Ascletario era un astrologo; doveva aver predetto qualcosa di inopportuno a Domiziano. Sembrava che quella gente avesse voglia di morire. Un nuovo nome chiudeva la lista, scritto con un tratto dallo spessore diverso, rivelando quindi che si trattava di un'aggiunta posteriore agli altri. La porta della stanza si stava aprendo. Partenio lesse il nome mentre riponeva la tavoletta tra le opere di Stazio. Quell'ultimo praenomen, con relativo nomen e cognomen, gli rimbombava nelle tempie, dove le vene erano sul punto di scoppiargli. Partenio si volt verso la porta. Nella stanza comparve la figura dell'imperatrice Domizia Longina. In quel momento concitato, in cui doveva trovare una scusa per motivare la sua presenza l, nella mente stanca e provata di Partenio si insinu il dubbio di aver letto bene l'ultimo nome della lista.
Cosa fai qui? L'imperatrice lo guardava nervosamente. Lui non aveva alcun diritto di stare da solo nella stanza dell'imperatore, nemmeno se era il consigliere imperiale, o se i pretoriani lo avevano lasciato passare.
Mi servivano delle mappe del Nord si giustific Partenio rimettendo in ordine i diversi rotoli che aveva sparpagliato nella sua affannosa ricerca.
E le hai trovate? domand lei, ferma, seria, in piedi davanti a lui. Partenio si accorse che nella fretta non aveva pensato ad alcuna carta da presentare come prova della sua presunta ricerca.
No, augusta rispose d'istinto.
L'imperatrice lo scrutava diffidente. Partenio aveva mentito e lei se n'era accorta. Tuttavia, la donna prefer evitare lo scontro con il consigliere di suo marito.
Be', se qui non c' allora dovrai cercare altrove, non credi?
S, augusta.
Partenio, grato per la generosit dell'imperatrice, si inchin, come per farle capire che apprezzava il silenzio della grande matrona di Roma. Lei lo osservava con una punta di tristezza: consiglieri che rovistavano tra i documenti dell'imperatore, una fitta rete di tradimenti e intrighi di fronte ai quali nemmeno lei sapeva bene come comportarsi. Partenio comprese quello sguardo. Domizia Longina aveva sofferto molto, visto troppo e, da qualche tempo, taceva tutto. Poteva essere una potente alleata o la pi terribile dei nemici. Partenio era consapevole di non doverla mai sottovalutare, soprattutto adesso che aveva un segreto su di lui da poter riferire all'imperatore. Un segreto che gli sarebbe costato la vita. Aveva gi raggiunto il peristilio. Aria fresca. I pretoriani lo guardarono senza prestargli troppa attenzione, ma interruppero il gioco. Partenio ripensava alla lista. Manio Acilio Glabrione, un altro grande legatus che poteva essere giustiziato in qualsiasi momento da un imperatore invidioso. Tuttavia, il problema centrale era se l'Impero poteva permettersi o meno di privarsi dei suoi migliori legati in un momento in cui Daci, Catti, Sarmati, Rossolani, Bastarni e Parti minacciavano tutti i confini di Roma. Partenio deglut ripensando all'ultimo nome della lista:
Marco Ulpio Traiano

1. DIONE CASSIO, Storia romana, introduzione di Alberto Barzan, traduzione di Alessandro Stroppa, note di Alessandro Galimberti, vol. 7, libri LXIV-LXVII, BUR, Milano 2000.

113.

GLADIATORI VIVI E GLADIATORI MORTI.

Una donna con l'elmo, che rifiuta il suo sesso, / pudore pu avere ancora? Come attira la forza1!
GIOVENALE, Satire, VI, 252-255
Roma, aprile del 92 d.C. All'interno dello spoliarium dell'anfiteatro Flavio
Carpoforo si consolava squartando il corpo senza vita del gladiatore di Pergamo. Il tracio non aveva avuto tempo di stringere amicizie e nessun lottatore aveva voluto contribuire a pagarne la sepoltura fuori citt, dove di solito venivano tumulati i gladiatori. Gli tagli le gambe e le braccia, mentre i leoni nelle gabbie alle sue spalle ruggivano in attesa della succulenta cena: non capitava spesso di poter dare in pasto alle belve un cadavere di tali dimensioni. Carpoforo, per, non era soddisfatto: nessuno avrebbe voluto comprare il sangue di quell'energumeno che non era stato in grado di sconfiggere una donna, anche se si trattava di una gladiatrix. Eppure il bestiarius sorrideva mentre gli staccava la testa e la lanciava alle belve, dopo averla divisa in due per farla passare attraverso le sbarre: prima o poi anche la gladiatrix sarebbe morta. Era impossibile che una donna sopravvivesse a lungo in quel luogo. E allora s che avrebbe guadagnato un mucchio di soldi.
Tre ore dopo, nel Ludus Magnus
Alana era coperta di panni inzuppati di camomilla e fango. Aveva il corpo martoriato. Aveva battuto il tracio, ma lui si era accanito su di lei e, nonostante le protezioni, Alana aveva ricevuto parecchi colpi e le si erano formati lividi ovunque. Se ne stava rannicchiata sul letto. A terra, vicino a lei, la ciotola del cibo era vuota. Aveva ancora fame. Aveva consumato molta energia nello scontro, sia correndo e lottando, sia per la tensione e la paura. Marzio entr in silenzio nel cubiculum. Alana rimase ferma. Era notte, l'ora che i Romani chiamavano prima vigilia. Marzio si sedette accanto a lei, ma tenendosi a distanza. Aveva portato una scodella da cui proveniva un buon odore.
Sono riuscito a prenderti qualcos'altro da mangiare disse, e la mise vicino a quella vuota.
Alana la prese e si rifocill con voracit, aiutandosi con un cucchiaio che maneggiava goffamente, al contrario della spada. Non guardava Marzio: conosceva il motivo della sua visita, ma non era abbastanza in forze per lottare. Non per questo avrebbe ceduto.
Il gladiatore si avvicin di poco, pochissimo. Tir fuori qualcosa dalle pieghe della sua tunica e lo pos accanto alla scodella vuota: era il pugnale con cui Alana si era difesa da Marzio e con cui, appena qualche ora prima, aveva ucciso il tracio. L'ho recuperato nello spoliarium le spieg.  una buona arma. Devi tenerla sempre con te. Ci sai fare.
Alana, che aveva finito di mangiare, lasci la ciotola accanto all'altra. Era ancora accovacciata nell'angolo. Marzio la osservava come ormai faceva da settimane, mesi.
Hai ucciso un guerriero si decise a dire. Alana teneva il pugio nella mano destra. Marzio le si avvicin con cautela. Lei stringeva forte il pugnale. Il gladiatore accarezz i lunghi capelli della ragazza, un po' sporchi dopo il combattimento, ma comunque splendidi. Alana si irrigid. Aveva ancora il pugio in mano. All'improvviso, con grande sorpresa della ragazza, il mirmillo si alz e si diresse verso la porta. Si ferm, si volt e le rivolse le ultime parole prima di andar via. Hai ucciso un guerriero ripet. E mi hai fatto una promessa. Quando vuoi, sai dov' la mia cella.
Non aggiunse altro e usc. Alana rimase da sola nel suo cubiculum, stringendo ancora il pugnale, piacevolmente sazia e con la testa piena di strane sensazioni che la confondevano. Quasi non sentiva pi il dolore per i colpi ricevuti.
Trascorse parecchio tempo in quella posizione, finch riusc a rilassarsi, in una sorta di dormiveglia grazie al quale il suo corpo recuper gran parte delle forze. Finalmente si chiusero anche gli occhi. Sogn che qualcuno la attaccava e si svegli sudata e con il pugnale in mano, ma nella cella non c'era nessuno. Allora si alz e usc. L'arena del Ludus Magnus era tranquilla. Dormivano tutti. La ragazza attravers in silenzio lo spiazzo fino a raggiungere la cella di Marzio. Quando entr, il cane del gladiatore sobbalz e ringhi d'istinto, ma non appena riconobbe l'odore di Alana si calm e si limit a leccarle la mano. Marzio stava dormendo. Alana si tolse i vestiti al cospetto del gladiatore dei gladiatori, il pi abile lottatore del Ludus Magnus, il guerriero che l'aveva aiutata a sconfiggere il tracio e che, in un modo o nell'altro, la proteggeva da quando era arrivata l. Si sdrai accanto a lui e sent il calore del suo corpo muscoloso e possente. Deglut. Non sapeva cosa sarebbe successo. Marzio la sent, ma non reag di scatto. Si volt piano e la vide, nuda, timorosa e con il respiro affannoso. Era splendida, oltre ogni sua immaginazione.
Sei venuta prima di quanto mi aspettassi le disse. La ragazza rimase in silenzio. Marzio ebbe un attimo di esitazione. E il pugio?
Alana si volt, allung il braccio e prese il pugnale che aveva lasciato a terra in mezzo ai vestiti. Ecco sussurr mentre glielo porgeva. Le sarmate mantengono le promesse. Stanotte non lo user.
Marzio prese il pugnale e lo ripose ai piedi del letto. Quando si distese di nuovo accanto ad Alana inizi ad accarezzarle la pelle liscia e morbida. Era infinitamente pi bella di qualsiasi patrizia romana, pi forte e leale. Perfino il suo cane si fidava di lei.
Non farmi male bisbigli Alana.
Marzio si intener vedendo che la ragazza aveva pi paura di lui quella notte che del gigantesco guerriero tracio nell'arena dell'anfiteatro Flavio.
Non ti far male. Non te ne far mai.

1. DECIMO GIULIO GIOVENALE, Le satire, introduzione e versione di Guido Ceronetti, Einaudi, Torino 1971, p. 110.

114.

LA CONDANNA DEL LANISTA.

Roma, marzo del 93 d.C.

Partenio si rec alle prigioni su richiesta dell'ultima vittima dell'imperatore: Caio, il lanista. Il consigliere non conosceva il motivo per cui una persona tanto abile nel suo lavoro fosse stata sbattuta nelle umide, sporche e fatiscenti celle di Roma, ma lo immaginava: il lanista doveva aver perso la stima di Domiziano nel momento in cui uno scontro tra gladiatori non era finito come il cesare desiderava.
Non ti ho fatto chiamare perch tu interceda per me esord il macilento Caio appena lo vide entrare.
Partenio aveva parlato poche volte con lui, ma aveva sempre avuto l'impressione che fosse un uomo schietto.
Il lanista abbozz un sorriso e prosegu: E in ogni caso, anche se tu lo facessi, l'imperatore non cambierebbe la mia sentenza. Ma non mi lamento: essendo un cittadino romano, morir per decapitazione. Mi sento fortunato. Lo preferisco alla crocifissione o alle belve: il dolore fisico mi spaventa.  ridicolo che a dirlo sia un vecchio militare che ha trascorso buona parte della propria vita tra i gladiatori, ma  cos. Almeno sar rapido.  la mia unica consolazione. Tacque e fiss Partenio. E, tuttavia, nutro un profondo e incontenibile rancore nei confronti dell'imperatore. Sorrise di nuovo. Adesso posso dirlo senza troppa paura, d'altronde sono gi condannato a morte e me ne sto qui, in una squallida cella, ad attendere la mia esecuzione. Ma la sua ingratitudine e la sua profonda ingiustizia mi logorano. L'ho salvato io quel miserabile, Partenio. Io. Molti anni fa, quando i vitelliani circondarono la scuola gladiatoria, lui, un ragazzino spaventato che aveva abbandonato al suo destino perfino lo zio, venne da noi travestito da sacerdote di Iside. Ed  cos che mi dimostra la sua riconoscenza: una gladiatrix non muore come e quando ha ordinato, e lui, che si crede un Dominus et Deus, mi ripaga in questo modo.
Era la prima volta che Partenio sentiva pronunciare con tanto disprezzo i titoli imperiali, che nella bocca del lanista sembravano insulti.
Se non vuoi che parli con l'imperatore, cosa posso fare per te? lo interruppe il consigliere.
Marzio disse, e rimase in silenzio.
Partenio inarc le sopracciglia. Marzio era un gladiatore, molto famoso, ma il suo nome non gli diceva altro.
Il lanista prov a spiegarsi. Come pensavo: non hai ancora messo insieme tutti i pezzi del grande mosaico della Roma di Domiziano. Ma sei un uomo scaltro, Partenio, e di grande esperienza. Presto ogni cosa si chiarir nella tua mente: le circostanze e gli orrori ti faranno aprire gli occhi e a quel punto vedrai che c' un'unica strada da percorrere, una sola. Roma  al collasso. L'imperatore  pazzo e sta distruggendo tutto ci che costruirono i suoi predecessori, e i consoli e i senatori della Repubblica prima di loro. Sta crollando tutto per colpa della sua inettitudine. Quante legioni dobbiamo perdere ancora e quanti altri legati devono essere esiliati prima che tutti se ne accorgano, Partenio? Il lanista aveva abbassato lo sguardo e parlava come se stesse pensando ad alta voce. Io merito di morire,  vero, ma non per quello che crede l'imperatore, bens per essere stato uno dei molti codardi a non aver agito per tempo. Perci la mia  una morte giusta. Soprattutto per aver aperto le porte della scuola gladiatoria a quel maledetto falso sacerdote di Iside. Roma era il mio mondo; non un mondo perfetto, certo, ma adesso sta crollando e tutta questa ingratitudine... non riesco a evitarlo... mi dilania. Sollev di nuovo il capo verso Partenio, che lo ascoltava con attenzione. Quando metterai insieme tutte le tessere del mosaico, consigliere, ti accorgerai che ti manca un pezzo, uno solo. E quel pezzo porta il nome di Marzio.
Tacque; non aggiunse altro e si rannicchi nel suo angolo. Partenio comprese che l'enigmatica discussione era giunta al termine. Non aveva compreso del tutto il messaggio, ma provava pena per quell'uomo e per la sua fine iniqua. Eppure si aspettava che da un momento all'altro toccasse anche a lui essere rinchiuso in quella cella, in attesa di una condanna altrettanto ingiusta.
Che gli dei ti proteggano, lanista esclam Partenio e usc dall'umido e gelido cubicolo nei sotterranei della sconfinata Roma.
Il preparatore dei gladiatori rimase da solo con la sua coscienza. Non era sicuro di aver raggiunto l'obiettivo, ma sarebbe morto con la speranza di aver piantato il seme della vendetta. Erano in pochi, tra i condannati dall'imperatore, ad avere il privilegio di lasciare la loro esistenza terrena provando una simile sensazione di sollievo.

115.

GIOVANNI APOSTOLO.

Roma, febbraio del 94 d.C.

Tito Flavio Domiziano vide l'anziano entrare nell'Aula Regia, circondato da quattro robusti pretoriani. Avevano impiegato due anni per trovarlo e portarlo al suo cospetto. Quando lo vide, per, l'imperatore pens che non fosse valsa la pena aspettare tanto. Era una scena a dir poco grottesca: quel vecchio decrepito, incatenato, quasi non riusciva a reggersi in piedi e per camminare doveva appoggiarsi a un bastone di legno. Domiziano stentava a credere che fosse lui il temibile Giovanni di cui tanto parlavano i cristiani di Roma, l'unico superstite tra i dodici scelti dal maledetto profeta chiamato il Cristo. Era vestito di stracci, ma questo era prevedibile, considerando che da quando era stato catturato a Efeso era rimasto chiuso sotto il ponte di coperta di una galera. Era il suo atteggiamento umile e mansueto a deludere Domiziano. Anche se fosse riuscito a fargli rinnegare il suo dio e a farsi adorare di fronte a tutti, avrebbe mai potuto davvero impressionare qualcuno?
L'imperatore rivolse uno sguardo nervoso a Partenio. Il consigliere imperiale cap immediatamente e si affrett ad avvicinarsi al trono per bisbigliare qualcosa al Dominus et Deus del mondo.
Dicono che il suo potere sia nelle parole, in quello che predica gli spieg. Si allontan di nuovo, ponendosi alle spalle dell'imperatore per non mettersi tra Tito Flavio Domiziano e il seguace di Cristo.
Giovanni era esausto per il lungo viaggio in mare. Non era debilitato dalla penuria di cibo, perch alla sua et ne bastava poco per tenersi in piedi; l'umidit della quinquereme romana, per, gli era penetrata nelle ossa e adesso faceva fatica a camminare. Non era ansioso di conoscere l'imperatore. Da quello che aveva sentito dire a Efeso, sapeva che da lui non poteva aspettarsi niente di buono: le persecuzioni contro i suoi fratelli cristiani, a cui tempo prima aveva dato inizio Nerone, erano ricominciate con maggiore ferocia, volute da quell'uomo che lo guardava con aria sprezzante da uno sfavillante trono d'oro, ornato con ogni sorta di gemme preziose. Una grande esibizione di potere terreno, senza dubbio. Tuttavia, era soltanto un uomo e, appena lo vide, Giovanni cap che era anche terribilmente spaventato. Di sicuro non era lui che temeva, cos piccolo, vecchio e insignificante... Oppure s? Sospir. Forse aveva paura di molte cose e persone. Possedere cos tanti beni materiali alimenta i timori, soprattutto nell'animo di chi non ha accolto il messaggio di Cristo. E quell'uomo, il cesare, l'imperatore del mondo, gli si rivolse con una voce che suonava stentorea, ma che in realt era cos debole, cos debole...
Per Giove! Inginocchiati, maledetto! Prostrati davanti all'imperatore di Roma! gli grid con furia. Mettiti in ginocchio davanti a un dio, davanti al tuo dio, il tuo Dominus et Deus!
Giovanni non si mosse. L'imperatore non era il tipo di persona, n di divinit, che si sarebbe abbassata a ripetere un ordine. Si limit a guardare i pretoriani che stavano accanto al prigioniero. Uno di loro tir la catena che pendeva dal collare del profeta Giovanni, facendolo cadere in ginocchio davanti all'imperatore di Roma.
Cos va meglio esult Domiziano sorridendo compiaciuto e abbracciando con lo sguardo la grande Aula Regia. Era gremita di pretoriani, senatori atterriti, ufficiali delle legioni in visita a Roma, ambasciatori di tutte le province e perfino liberti e qualche schiavo del palazzo, tutti curiosi di assistere all'arrivo dell'ultimo dei dodici capi cristiani. La maggior parte dei presenti era convinta che non ci sarebbero state molte altre occasioni di vedere quel falso profeta ancora vivo. E l'odore di morte attraeva i Romani in modo particolare.
Cos va molto meglio ripet l'imperatore. Ma, proprio mentre terminava la frase, Giovanni appoggi le mani ossute sul freddo marmo dell'Aula Regia, fece leva su un piede e, aiutandosi con il bastone, si rialz.
Domiziano, su tutte le furie, guard il pretoriano e questi stratton di nuovo la catena. L'anziano cadde bocconi sul pavimento. L'imperatore non perse l'occasione di schernirlo e, subito dopo, pretoriani e senatori si unirono alla risata del cesare. Erano ancora in preda all'ilarit quando il vecchio, caparbio fino allo stremo, ricominci ad alzarsi: prima sulle ginocchia e poi, sempre con il bastone, in piedi, anche se non riusc a raddrizzarsi completamente perch sentiva un dolore lancinante a schiena, gambe e braccia. Tito Flavio Domiziano stava per rivolgere un'occhiata al pretoriano, quando Partenio gli si avvicin da dietro.
Sarebbe conveniente che il profeta, se non si ricrede, sopravviva fino a domani. Sarebbe pi vantaggioso per il Dominus et Deus e per tutto l'Impero giustiziarlo in pubblico.
Partenio torn al suo posto. L'imperatore assent con un movimento impercettibile. Annu, anche se non era convinto che quello di Partenio fosse un buon consiglio. Tuttavia, trattenne la sua ira e sollev il braccio destro; il pretoriano, di nuovo sul punto di tirare la catena del collare, si ferm di colpo.
Vedo che stai a capo chino di fronte a me disse Domiziano al vecchio ingobbito. Per il momento  sufficiente.
Giovanni avrebbe voluto raddrizzarsi un po' di pi, ma il Signore gliene negava la forza e lui lo accett. Se Dio non gli concedeva abbastanza energie, lui non poteva fare altro. Forse il Signore aveva progetti diversi per quel colloquio. Magari Dio lo aveva destinato all'impossibile missione di convertire l'imperatore, flagello dei cristiani, ma per Dio niente era irrealizzabile. Probabilmente voleva soltanto che portasse Domiziano a dubitare delle sue convinzioni, almeno per fargli porre fine alle persecuzioni. Doveva essere paziente e ascoltare con attenzione, per poi scegliere le parole pi adatte a placare l'inarrestabile ira del malefico imperatore. In quel momento, lo sguardo di Giovanni fu attirato da una donna matura, seduta alla destra di Domiziano ma poco pi indietro rispetto a lui, su una sedia molto pi modesta. Doveva essere stata davvero bella da giovane. Negli occhi della donna Giovanni scorse un immenso odio, ma era rivolto a qualcun altro. Forse non tutto quello che circondava l'imperatore era corrotto fino al midollo. C'era qualche speranza, ma lui non riusciva a capire quale fosse la strada da intraprendere. Doveva porgere l'orecchio. E replicare con parole misurate. La sua incolumit era il minore dei problemi. In gioco c'era la vita di molti fratelli e sorelle cristiani. Cautela, pazienza e saggezza erano le uniche armi in suo possesso.
Devi abiurare e adorarmi, riconoscermi come Dominus et Deus gli intim l'imperatore senza altri preamboli.
Non mi  possibile; non posso rinnegare Dio, l'unico Dio, e adorare colui che sulla terra  soltanto un uomo rispose Giovanni con aria grave.
L'imperatore aveva studiato tutti i documenti che gli aveva fornito Partenio. Anche se non si era fatto molte illusioni al riguardo, Domiziano non voleva darsi per vinto. Se fosse riuscito a far abiurare Giovanni, avrebbe scoraggiato e indebolito i cristiani, che stavano diventando sempre pi numerosi. L'imperatore sapeva di avere molti nemici nel Senato, sui confini, a palazzo, perfino tra i suoi pretoriani, magari anche tra i consiglieri o nella sua stessa famiglia. Eliminare o prostrare i cristiani, in qualsiasi modo, era un obiettivo ragguardevole. Partenio aveva ragione. E poi avrebbe comunque potuto darli tutti in pasto alle bestie feroci. Per questo c'era sempre tempo.
Uno dei tuoi lo ha fatto: ha disconosciuto il suo dio e l'imperatore ricord le tre volte in cui Pietro aveva rinnegato Ges. Non  vero?
 cos. E se ne pent fino alla morte, ma il Signore, nella sua infinita misericordia, lo perdon.
L'imperatore cap che ragionare con quell'uomo era una perdita di tempo, perci adott una strategia alternativa, che di solito si rivelava molto pi efficace: la paura. Rinnegalo e il tuo dio ti perdoner. E comunque, se non abiuri, morirai.
Tutti dobbiamo morire replic Giovanni con voce tranquilla. L'allusione fer l'imperatore, che iniziava a ritenersi immortale.
Io non morir mai: sono un dio.
Giovanni sorvol sull'assurdit di tale risposta. Tacque per un momento e Domiziano interpret quel silenzio come una conferma della sua supposta immortalit. Giovanni era convinto che non fosse cos importante cosa pensava quell'uomo, quanto ci che faceva: era lui il mandante delle esecuzioni di cristiani.
Perch hai paura di noi? domand Giovanni a Domiziano.
L'imperatore lo guard sorpreso. Un dio come me non teme niente, profeta; sono padrone e signore del mondo, Dominus et Deus; gli uomini eseguono i miei ordini e perfino gli dei, in battaglia, mi hanno obbedito. Le mie parole sono legge, dalla Britannia all'Eufrate, dalla Germania all'Africa.
Se tutti ti obbediscono non hai bisogno di guardie aggiunse Giovanni voltandosi verso i pretoriani che gli stavano intorno. Domiziano si appoggi allo schienale del trono. L'apostolo prosegu, temerario: Le guardie che sorvegliano me e il tuo palazzo dimostrano solo la tua paura. Esistono molti tipi di prigioni al mondo e la paura  una delle peggiori.
L'imperatore lo guardava incredulo, ma lo lasci parlare. Era curioso di vedere fino a che punto sarebbe arrivato quel vecchio pazzo.
Noi cristiani viviamo nell'amore, nell'amore di Cristo e in quello tra di noi e verso tutti. Dove c' amore la paura non attecchisce.
Domiziano cominci a sghignazzare e Giovanni tacque. L'imperatore si chin in avanti mentre gli rispondeva, senza riuscire a contenere le risa: Ho visto molti cristiani nell'arena dell'anfiteatro e ti assicuro, profeta, che i loro occhi erano colmi di paura.
Avevano paura di morire rispose Giovanni, senza vacillare nella sua serenit. Tu hai paura di vivere. Temi ogni nuovo giorno. Noi cristiani amiamo la vita. Tu ne sei intimorito.
Il vecchio vide l'imperatore agitarsi sul trono, a disagio. Giovanni intuiva di non aver ancora imboccato la strada giusta per raggiungere il cuore di quell'uomo. Era talmente lontano da tutto e da tutti, cos distaccato e freddo che lui non era capace di trovare le parole con cui accarezzare il suo animo e calmarlo.
Siete tutti matti ripet il cesare.
Abbiamo fede. Molti uomini sono tristi, perduti, senza alcuna distinzione tra ricchi o poveri, umili o potenti, e piombano in terribili prigionie: le loro vite si trasformano in celle buie, ma si pu uscirne.
Parli per enigmi, come i filosofi, e a me gli indovinelli non piacciono. Senza contare che gi da tempo ho esiliato tutti i filosofi da Roma.
Ci che voglio dire  che l'imperatore  ancora in tempo per cambiare, per conoscere l'amore di Dio, condividerlo ed essere amato da tutti quelli che lo circondano: dalla sua famiglia, dai Romani e dai popoli su cui regna. Con l'amore si pu governare, farsi rispettare e trovare pace ogni notte quando si chiudono gli occhi e ci si accinge a dormire.
Erano mesi che Domiziano dormiva male, ma nascose la sua crescente rabbia dietro un'altra risata.
Ammiro la tua costanza. Nemmeno qui, davanti al Dominus et Deus del mondo, smetti di predicare le tue scempiaggini. Sei sacrilego e ateo oltre ogni immaginazione e per questo, entro l'anno, in un bel giorno di sole, prima che finisca l'hora sexta, morirai in un calderone d'olio bollente. Ti vedr piangere dal dolore mentre la tua pelle cuocer a fuoco lento. Si rivolse poi ai pretoriani di fianco al profeta. Portatelo via dalla mia vista e rinchiudetelo fino al giorno della tortura!
Giovanni si allontan incespicando tra gli strattoni delle guardie, ma riusc a non cadere grazie al bastone. Era deluso di se stesso. Non era stato capace di scegliere le parole giuste e non aveva fatto altro che irritare ulteriormente l'imperatore. Non aveva saputo aiutare i suoi fratelli. Con gli anni ormai aveva perso il suo carisma, era diventato troppo inutile per continuare a essere apprezzato dai cristiani. Gli venne voglia di piangere. Avrebbe potuto evitare molta sofferenza a tanta gente, invece non era riuscito a fare niente. Niente.
Domizia Longina rimase a guardare il cristiano mentre lo trascinavano via dall'Aula Regia. Non le piaceva prendere parte a simili udienze, ma in alcune occasioni l'imperatore esigeva la sua presenza.
C' un'augusta a Roma le diceva Domiziano. Devono vederti. Al popolo, ai senatori piace vederti. E allora accontentiamoli.
Adesso era contenta di aver assistito al colloquio. Quell'uomo, Giovanni, era enigmatico, una persona che aveva qualcosa da comunicare. Domizia Longina era rimasta immobile come una sfinge quando l'imperatore si era voltato a guardarla. Non aveva notato niente di strano, la stessa freddezza di sempre, lo stesso distacco.
Giovanni si aspettava quella visita, perci, quando le sbarre della sua cella si aprirono con un cigolio raccapricciante, l'anziano discepolo di Cristo non si stup di vedere l'esile sagoma di una donna, una patrizia romana, l'imperatrice Domizia Longina.
Non sembri sorpreso di vedermi esord lei.
 solo l'intuizione di un vecchio rispose Giovanni alzandosi in segno di rispetto. L'imperatrice lo guardava ancora pi incuriosita di quando lo aveva visto nell'Aula Regia. In cosa posso servire una signora tanto nobile?
Per la prima volta in vita sua, Domizia si sentiva davvero confusa.
Non lo so... inizi. Credo di aver bisogno di alleati... persone forti, che non temono l'imperatore. La gente che non ha paura mi incuriosisce... All'improvviso cambi argomento. Perch voi cristiani vi fate uccidere senza opporre resistenza? Perch?
Non siamo al mondo per lottare.
Ma cos nessuno vi rispetter replic l'imperatrice.
Ci sono altri modi per guadagnarsi il rispetto degli uomini.
No, non credo, cristiano replic Domizia scuotendo il capo. Almeno non a Roma. Qui, se non si combatte, si finisce in una prigione come questa.
Ci sono carceri peggiori si difese Giovanni.
L'imperatrice gli girava intorno lentamente. Giovanni rimaneva fermo al centro dell'invisibile cerchio che Domizia tracciava sul pavimento della cella.
S, come la paura di cui hai parlato questa mattina all'imperatore.
Come quella, esatto conferm Giovanni. E altre ancora.
Domizia Longina sorrise. Iniziava a essere stanca di quegli indovinelli e stava giungendo alla conclusione di essersi sbagliata. Quell'uomo non aveva niente da offrirle. Avrebbe dovuto cercare altrove; tuttavia, si ferm di fronte a lui e tent, per l'ultima volta, di addentrarsi nel mondo dei misteri offerti dal cristiano. Altre prigioni, dici. Per esempio?
Per esempio quella dell'odio.
 la mia, vero? indag l'imperatrice.
S, mia signora.
Sai leggere negli occhi di chi ti guarda,  evidente. S,  vero: c' tanto odio nel mio cuore, ma  l'unica cosa che mi tiene in vita.
Giovanni sospir. A volte, signora,  meglio morire.
Domizia sorrise ancora. Sar una buona opzione per un cristiano, ma non per me. Io discendo dal divino Augusto. L'odio mi rende pi forte.
Giovanni sospir di nuovo. Nel rancore, mia signora, soffre pi chi odia che l'oggetto di tale sentimento.  un errore che porta dentro di s la sua stessa penitenza...
Voi scegliete di morire, bene lo interruppe l'imperatrice. Fate come volete. Io scelgo di sopravvivere. Sono brava a farlo. Ho i miei motivi. Non voglio lezioni su quanto si soffre odiando. Non ne ho bisogno.
Giovanni not che l'imperatrice si sforzava di trattenere le lacrime e gli dispiacque aver accresciuto la sofferenza di quell'animo gi devastato. Aveva visto molto orrore in vita sua tra guerre, martiri, torture, citt rase al suolo, assedi infiniti, tradimenti, indicibile disperazione, ma non aveva mai visto un dolore tanto controllato, cos perfettamente contenuto nel corpo di una persona come quella che in quel momento aveva di fronte.
Chieder di farti avere altro cibo disse infine Domizia Longina.
Grazie rispose Giovanni, e vide l'imperatrice voltarsi, coprirsi il volto con la stola e chiamare il carceriere. Giovanni la guardava con aria interrogativa.
Perch l'imperatrice di Roma  venuta qui? domand con curiosit.
Lei si ferm. I passi della guardia erano sempre pi vicini. Domizia Longina rispose senza nemmeno voltarsi. Perch sei stato l'unico a non inginocchiarti davanti a Domiziano.
Giovanni fece un passo avanti.  possibile evadere dalla prigionia dell'odio.
Il carceriere stava iniziando ad aprire la porta, ma l'imperatrice si volt e guard in faccia Giovanni. E come? domand.
Con il perdono.
L'imperatrice sorrise sdegnata. Non  una via d'uscita che fa per me, cristiano. Non lo far mai. Mai.
Si volt di nuovo, usc dalla cella, la guardia richiuse la porta e lei si allontan.
Pregher per l'imperatrice di Roma aggiunse Giovanni da dietro le sbarre.
Domizia Longina si ferm di nuovo. Si volt un'ultima volta e lo fiss negli occhi. Prega per te, cristiano. Prega per te.

116.

IL MARTIRIO.

Roma, marzo del 94 d.C.

L'imperatore voleva uno spiazzo abbastanza grande da poter accogliere un discreto numero di persone. In passato il pendio del Campo Marzio avrebbe potuto fungere da teatro naturale, ma vi erano stati costruiti edifici pubblici e privati, quindi Partenio sugger un'area a sud della citt. Ed era proprio l che si stava dirigendo il corteo imperiale, aperto dall'immensa lettiga del Dominus et Deus trasportata da ventiquattro schiavi. Seguiva quella di Domizia Longina e molte altre con vari membri della famiglia, tra cui il cugino dell'imperatore, Flavio Clemente, con la sua bella e giovane moglie Flavia Domitilla Terza. Era l'ultimo parente prossimo di Domiziano ancora in vita. Suo fratello, Flavio Sabino, era stato giustiziato con il pretesto che ambisse al trono imperiale, dal momento che Domiziano e la sua sposa non avevano figli.
Flavio Clemente, temendo per la propria vita, vista la sorte toccata al fratello, aveva fatto il possibile per non essere notato dall'imperatore e cercava di tenersi lontano dalla Domus Flavia per vivere in pace con la giovane moglie e i loro due bambini. Fino a quel momento era riuscito a stare in disparte, ma quel giorno Domiziano aveva espressamente richiesto che assistesse con lui all'esecuzione del profeta cristiano.
Non dovremmo andare aveva detto Domitilla al marito quando avevano ricevuto il messaggio dell'imperatore, consegnato da uno dei suoi pretoriani. Lei ricordava ancora gli sguardi lascivi dello zio sul palco imperiale dell'anfiteatro.
Flavio Clemente non si era nemmeno degnato di ribattere alla moglie. Si era rivolto al soldato, dicendo: Ci saremo.
Il pretoriano aveva assentito ed era tornato alla Domus Flavia per riferire che l'invito era stato accettato. Solo quando gli schiavi avevano richiuso la porta di casa, Flavio Clemente si era girato verso la moglie e le aveva parlato con voce affranta: Non possiamo rifiutarci. Se non andassimo, lo faremmo soltanto irritare e i suoi sospetti verso di noi aumenterebbero.
Lei aveva annuito. La disgustava l'idea di rivedere l'imperatore, di sentirsi di nuovo spogliare dai suoi miserabili occhi. Tuttavia suo marito, l'uomo probo che l'aveva sottratta dalle fauci della Domus Flavia, aveva ragione. E poi c'erano i bambini. Bisognava proteggerli a tutti i costi.
Credi che lo sappia? aveva domandato lei in un bisbiglio. Il marito si era seduto accanto a lei e le aveva posato un braccio intorno alle spalle.
Non lo so, non lo so aveva risposto Clemente con voce profonda. Ma domani dovremo essere forti tutti e due e nascondere i nostri sentimenti.  una prova, come quella che dovette superare Manio Acilio ad Alba Longa. L'aveva fissata negli occhi. Ci riuscirai?
Lei non aveva risposto, per aveva annuito con gli occhi pieni di lacrime.
Il giorno dopo, abbracciati sulla lettiga, i due sposi facevano parte del corteo imperiale. Avevano costeggiato il Circo Massimo per poi addentrarsi dapprima nella grande Via Appia, passando sotto i maestosi archi dell'Aqua Appia, e cos raggiungere la vecchia Porta Capena, che segnava l'antico confine della citt.
Al di l della porta erano state costruite varie insulae, fino al punto in cui la Via Appia si divideva in due: verso sud, dove proseguiva come Via Appia, e verso est, dove invece iniziava la Via Latina, che attraversava tutto il Lazio. Il corteo imperiale imbocc proprio quest'ultima strada e la percorse per un centinaio di passi, fino a uno spiazzo in cui i pretoriani si fermarono. Anni dopo, quando la citt si sarebbe estesa e Aureliano avrebbe fatto erigere nuove mura, in quel luogo sarebbe sorta la Porta Latina. In quel lontano 94, per, c'era soltanto polvere e la strada che portava a sud.
L'imperatore scese dalla maestosa lettiga avvolto nel suo paludamentum color porpora. Sfoggiava una nuova parrucca, troppo lunga, che nascondeva la sua incipiente calvizie e gli conferiva un aspetto buffo. Ovviamente nessuno os fare commenti in proposito. Si diresse verso il palco imperiale, situato in cima a improvvisati spalti di legno che un centinaio di schiavi avevano costruito in tutta fretta durante la notte. Accanto all'imperatore prese posto la moglie, sempre austera ed elegante, con la capacit - ormai perfezionata in tanti anni - di apparire come la grande matrona di Roma, sebbene la tortura di un matrimonio fatto di inganni e dolore la dilaniasse. Dietro di loro si accomodarono i cugini dell'imperatore, Flavio Clemente e la moglie Domitilla III. Domiziano si rivolse a questi ultimi con un ampio sorriso. Sar uno spettacolo impressionante. Vi piacer, vedrete.
E con lo stesso sorriso si volt di nuovo verso il patibolo eretto ai piedi delle gradinate: un enorme calderone pieno d'olio, sotto il quale era stata impilata una grande quantit di legno d'ulivo. L accanto, l'imperatore vide quello stupido e irriverente anziano che pregava, di sicuro, il suo perfido dio, immobile, con gli occhi chiusi e il viso rivolto al cielo terso.
Che preghi il suo dio di aiutarlo disse l'imperatore guardando Stazio. Il poeta era appena arrivato e stava prendendo posto dove gli avevano indicato i pretoriani, che sapevano quanto l'imperatore gradisse i suoi componimenti. Ne avr bisogno. E scoppi a ridere.
Stazio annu e ostent un grande sorriso. Il gesto compiacque l'imperatore. Almeno quel poeta sembrava apprezzare il suo senso dell'umorismo.
Anche Partenio si sedette sul palco e, dietro di lui, si accomod il nuovo architetto imperiale, Apollodoro di Damasco, che dopo i lavori di ampliamento dell'anfiteatro Flavio si era guadagnato la fiducia del cesare e veniva sempre invitato agli eventi ufficiali. Partenio non avrebbe saputo dire se il giovane architetto si sentisse a proprio agio o meno, perch era un uomo particolarmente discreto e aveva imparato che in quella corte era preferibile parlare il meno possibile. Il consigliere rispettava la sua strategia ed era convinto che, se avesse continuato a comportarsi in quel modo, Apollodoro sarebbe stato tra i pochi superstiti dei sempre pi imprevedibili cambi d'umore dell'imperatore.
Per Giove e per Minerva! Iniziate! esclam Domiziano.
All'istante due pretoriani legarono i polsi del vecchio cristiano e lo appesero a una carrucola che lo avrebbe sollevato e poi calato nel calderone. Un altro pretoriano con in mano una torcia avvicin la fiamma alla legna, cosparsa di pece perch bruciasse pi in fretta, e accese un grande fuoco. I pretoriani fecero scorrere lentamente la corda e il condannato fu immerso nell'olio.
Giovanni sentiva l'olio, ancora freddo, bagnargli ogni centimetro di pelle, a eccezione del capo e delle braccia, legate sopra la testa. Fu un sollievo potersi poggiare sui piedi: mentre era appeso in aria gli erano scricchiolate le ossa e temeva di essersi rotto qualche costola o addirittura un braccio. Tuttavia, tenne sempre gli occhi chiusi e preg Dio. Bisbigliava muovendo appena le labbra, in una lunga e costante litania che pronunciava senza sosta. In quel giorno di orrore e morte la preghiera sarebbe stata il suo unico sostegno.
Dammi forza, Signore, dammi soltanto la forza per mostrarmi degno di Te nell'ora della mia morte... Fa' che sia solo io a provare dolore, che nessun altro debba sentire questo stesso calore sul suo corpo...
L'olio si riscaldava lentamente. Era un calderone enorme. L'imperatore si alz e si rivolse a Giovanni.
 il calderone con cui i Giudei di Gerusalemme versarono olio bollente sulle truppe guidate da mio fratello Tito. Lui lo port a Roma in ricordo delle tante conquiste ottenute durante l'assedio. Ho ordinato di farlo portare qui dal suo sacro tempio nel Foro. Siccome vieni da Gerusalemme, ho pensato che ti saresti sentito a casa.
Ancora una volta scoppi a ridere sguaiatamente. Tutti i pretoriani e parecchi adulatori si unirono ai suoi sogghigni. Eppure Giovanni rimase assorto nelle sue preghiere, senza distrarsi. L'imperatore gli parl per l'ultima volta. Si era radunata un'enorme folla ed era il momento di approfittarne.
Per tutti gli dei, profeta! Rinnega il tuo dio, che, a quanto pare, ti ha del tutto abbandonato, e abbraccia la religione imperiale! Accetta i nostri dei! Inginocchiati a me e ti risparmier la vita! Devi soltanto ripudiare il tuo dio e io ti tirer fuori da l.
Giovanni teneva gli occhi chiusi. Pregava ininterrottamente e non degn di alcuna risposta l'imperatore di Roma. Domiziano scosse il capo mentre si sedeva sul palco e bofonchiava parole di odio e rabbia.
Che cuocia nella sua testardaggine e bruci fino alla morte.
Giovanni inizi a sentire il calore dell'olio e gocce di sudore freddo gli scendevano dalla fronte. Era terrorizzato, ma non voleva gridare e continuava a invocare il suo Dio.
Signore, mio Dio, mia guida, amore tra gli uomini, amore di tutte le cose al mondo, fammi sentire la tua misericordia e fa' che io non gridi e non pianga di fronte alla bestia che mi tortura, che tortura tanti fratelli che credono in Te. Signore, rendimi degno di essere stato Tuo servo e apostolo del figlio Tuo, e avvolgimi con la Tua forza. Signore, ho solo tentato di esserti fedele in tutti questi anni, fedele e degno, fedele e degno.
Inizi a piangere. Le sue lacrime, goccia dopo goccia, confluivano nell'olio in cui era immerso; ma era un pianto che solo lui poteva sentire e vedere, e in cui trov consolazione, tanto che il bruciore dell'olio bollente sembrava affievolirsi, scomparire. Continu a ripetere la preghiera che solo il suo Dio poteva ascoltare.
Perch non grida? domand l'imperatore. Perch non grida? ripet guardando il confuso Partenio, che a sua volta vedeva che l'olio iniziava a sobbollire intorno al condannato. Ormai doveva essere caldissimo.
Non lo so dovette confessare Partenio, consapevole che la sua risposta non avrebbe soddisfatto l'imperatore.
Ma l'olio sar gi rovente, no? domand quest'ultimo.
Partenio annu; Domiziano stava perdendo la pazienza ed esigeva una spiegazione per ci che stava succedendo.
Allora? Allora? Perch non grida? Nessuno pu resistere a un simile dolore, nessuno!
Partenio taceva. Nello spiazzo la folla assisteva perplessa e in silenzio alla tortura dell'anziano. Erano tutti stupiti che Giovanni non emettesse il minimo lamento e soprattutto che fosse ancora vivo: lo vedevano muovere le labbra, assorto nelle sue preghiere per uno strano dio che forse, come in molti iniziavano a pensare, non aveva completamente abbandonato il suo seguace.
 magia, Dominus et Deus rispose alla fine Partenio, incapace di offrirgli una spiegazione migliore. Magia, Dominus et Deus.
Dallo sguardo furibondo del cesare, Partenio cap che le sue parole non avevano placato l'ira imperiale, anzi, l'avevano esasperata. Il suo istinto di sopravvivenza lo spinse a cercare subito una via d'uscita. Scese dagli spalti di legno e si avvicin al calderone. Pieg la testa da una parte, come per ascoltare le parole del condannato. All'improvviso si volt verso il palco imperiale.
Sta rinnegando, Dominus et Deus! grid Partenio, e lo ripet a beneficio della folla. Il cristiano sta abiurando! Solo che non ha forze per gridare! Guard i pretoriani che azionavano la carrucola: Tirate fuori questo miserabile! Tiratelo fuori!.
I pretoriani guardarono l'imperatore. Il cesare, pur non essendo convinto che Giovanni stesse rinnegando dovette ammettere, in cuor suo, che Partenio aveva avuto una buona idea e acconsent. Era meglio dare l'impressione che quel vecchio rinnegasse il suo dio anzich restare l a guardarlo e, inevitabilmente, riconoscere la sua incredibile resistenza al dolore.
I soldati estrassero Giovanni dal calderone. Dapprima lo sollevarono e poi lo poggiarono a terra, sempre appeso per i polsi. Norbano, il capo del pretorio, che si era avvicinato per sovrintendere all'operazione, tagli la fune che teneva legate le mani del prigioniero. Giovanni si rivers al suolo, ma inizi a muoversi subito, trascinandosi e tentando di rialzarsi, e, cosa pi rischiosa, smise di pregare. Voleva dire qualcosa.
C'... un solo... un solo Dio... ed ... amore... e non l'imper...
Non riusc a completare la frase perch il calcio di un pretoriano gli fece perdere i sensi. Aveva parlato a bassa voce e soltanto Norbano, i pretoriani pi vicini e Partenio avevano sentito le sue parole.
Domiziano si alz, senza nascondere la sua profonda delusione e la rabbia.
Partenio cap di aver appena perso la poca fiducia che l'imperatore nutriva ancora nei suoi confronti. Era stato un completo disastro. Norbano diede voce ai suoi pensieri con chiarezza marziale. Questo affannoso tentativo di far abiurare il mago cristiano in pubblico  stata un'idiozia sentenzi il capo del pretorio.
Se ne and seguendo la lettiga imperiale, che si stava gi allontanando, mentre una folla confusa si disperdeva senza aver capito bene cosa fosse successo.
Partenio rimase da solo nello spiazzo.
Sapeva di essere un uomo morto.
Era solo questione di tempo.
Poteva vedere la mano dell'imperatore che aggiungeva il suo nome alla sua interminabile lista di nemici.
Trasse un profondo respiro. Adesso doveva agire con freddezza.
Quella sera Partenio propose all'imperatore di dare in pasto il capo cristiano alle belve dell'anfiteatro Flavio. Domiziano, per, sapeva che nell'arena non sempre le cose andavano come previsto: Manio era riuscito a uccidere l'orso bruno, la gladiatrix aveva eliminato un uomo grosso il doppio di lei. Nessuno, n il lanista n Partenio, avrebbe potuto garantirgli che tutto sarebbe andato secondo i suoi piani.
No rispose Domiziano. Esilier quel cristiano e tutti se ne dimenticheranno. L'esilio e il veleno non mi hanno mai tradito.
Non aggiunse altro. Partenio lo lasci da solo. Si volt e si addentr nei corridoi della Domus Flavia. Ormai non aveva scampo. Il maledetto dio dei cristiani lo aveva sconfitto. L'anziano consigliere continuava a ripensare a quanto accaduto nello spiazzo fuori Roma. E non lo capiva. Proprio non riusciva a capire.
Tito Flavio Domiziano sorseggiava vino tra le ombre dell'Aula Regia. La sola cosa positiva di quella giornata era stata la presenza di Domitilla, la moglie di Flavio Clemente, bella come sempre. Potevano anche essere cristiani, ma non avevano tradito la minima emozione mentre il profeta veniva torturato. Forse non lo erano. Avevano dei bambini. Successori, successori ovunque volgesse lo sguardo. Era preoccupato. Avrebbe dovuto ucciderli uno per uno. E se invece erano davvero cristiani? Non aveva prove. Non ancora. Chiss come sarebbe stato giacere con una cristiana. Domitilla era una donna molto affascinante. Dalla morte di Flavia Giulia non aveva pi goduto del corpo vellutato e leggiadro di una patrizia di stirpe imperiale. Quell'astinenza lo rendeva nervoso. Aveva bisogno di un nuovo passatempo. Cos tanti nemici, tutti quei tradimenti... Gli serviva qualcosa con cui rilassarsi. E quel qualcosa sarebbe stata Domitilla.

117.

LA SENTENZA DI TRAIANO.

Aquincum1, Pannonia, febbraio del 95 d.C.

Aquincum era una citt di confine, fondata solo sei anni prima per proteggere la provincia della Pannonia dalle incursioni dei barbari oltre il Danubio. Le giornate si susseguivano in un turbinio di incombenze faticose, quindi il legatus al comando desiderava ardentemente che giungesse la sera. Per Traiano la cena era l'unico momento tranquillo dopo le ore trascorse a supervisionare i posti di guardia sul Danubio e gli interminabili cantieri delle fortificazioni nei punti in cui i Daci, i Sarmati o altri popoli loro alleati potevano oltrepassare il fiume senza difficolt. Quel giorno, inoltre, come tante altre volte, aveva dovuto leggere i rapporti di vari ufficiali e del quaestor di ogni legione, ed esaminare le mappe delle zone oltre il fiume disegnate dai legionari mandati in avanscoperta.
Traiano era sicuro che i Catti nella Germania o i Daci e i Sarmati del Danubio avrebbero attaccato di nuovo. L'imperatore si occupava soltanto di ci che accadeva a Roma, una citt martoriata da decine di esecuzioni sommarie, disinteressandosi del tutto dei confini. I limites erano gestiti male, trascurati e scarsamente approvvigionati, e sembrava che i barbari fossero in grado di sentire l'odore della debolezza romana, proprio come i cani fiutano la paura degli uomini. Traiano, dopo una lunga giornata, assorto nei suoi pensieri e con l'unica compagnia di Lusio Quieto - visto che sua moglie Plotina aveva preferito le comodit della natale Nemausus alla fredda e piovosa Pannonia -, era disteso su un modesto triclinium, pronto a cenare. A tutti e due piaceva inzuppare il pane nella salsa dello stufato di cinghiale, che in quel momento avevano davanti a loro. Discorrevano di vecchie campagne e, spesso, ricordavano l'esiliato Manio, di cui soprattutto Traiano sentiva la mancanza. Stavano parlando proprio di lui quando Longino, che si sarebbe dovuto trovare a sud della provincia, fece irruzione nella sala da pranzo del legatus. Era giunto di corsa e si ferm di fronte a Traiano, riprendendo fiato. Quieto, che prima di cenare era solito bere una coppa di vino, la appoggi sul tavolo, mentre Traiano, pronto a addentare il suo primo boccone di pane inzuppato, lo lasci sospeso a mezz'aria. Due schiavi fissavano la mano del governatore, che si era bloccata prima di raggiungere la bocca per l'inatteso arrivo di Longino. Il legatus ispanico non gli pose alcuna domanda, ma fissava Longino con aria interrogativa.
Mi spiace, per tutti gli dei, mi spiace disturbare inizi Longino. Ma ho appena ricevuto un messaggio da Roma.
Un messaggio su cosa e da parte di chi? domand Traiano portandosi di nuovo il pezzo di pane alla bocca, ma senza addentarlo. Per Ercole, siediti su quel triclinium, lo esort indicando alla sua destra e mangia insieme a noi.
Longino rimase in piedi e parl tutto d'un fiato.
Manio Acilio  morto. Il messaggio  da parte di tuo padre.
Il pezzo di pane inzuppato anche stavolta si ferm davanti alla bocca socchiusa di Traiano. Abbass di nuovo la mano sul piatto. I due schiavi seguivano attenti i movimenti del legatus, ma n Traiano n Longino se n'erano accorti.
Com' successo? domand Traiano senza poggiare il pane. Non pensava pi al cibo: la sua attenzione era stata totalmente catturata dalla notizia della morte di un caro amico. Una scomparsa che lo addolorava profondamente.
La versione ufficiale  che si  ammalato di febbre, ma tuo padre, anche se non lo dice in maniera esplicita, fa capire che potrebbe essere stato avvelenato.
Traiano rimase immobile, a eccezione del cuore, che gli batteva nel petto a un ritmo forsennato, e delle pupille, che si spostarono dal volto di Longino al pezzo di pane che teneva ancora tra le dita.
Perch non sono stato informato personalmente? domand Traiano, sforzandosi di rimanere impassibile. Aveva l'impressione di essere osservato, sentiva gli occhi di Domiziano fissi su di lui, anche se l'imperatore era nella lontana Roma.
Durante il tragitto, Longino aveva riflettuto sul motivo per cui fosse stato lui a ricevere il messaggio e non Traiano.
Immagino che tuo padre creda che la posta del legatus della Pannonia venga controllata. Deve aver pensato che c'erano molte pi probabilit che fossi messo al corrente della notizia se avesse informato me.
Marco Ulpio Traiano annu e, molto lentamente, guard ai due lati della sala per osservare gli schiavi che gli avevano servito la cena. Entrambi stavano sudando, sebbene in Pannonia, a febbraio, non facesse certo caldo. Traiano avvicin di nuovo la mano al piatto dello stufato e, misurando ogni gesto, pos il pane. Poi fiss Longino, che annu, e chiese dell'acqua per lavarsi. Uno dei due schiavi prese un catino e si avvicin alla tavola sostenendo il recipiente affinch il legatus potesse sciacquarsi le dita. Tremava leggermente facendo agitare anche l'acqua. Traiano affond le dita nella bacinella e il liquido si tinse del rosso scuro di quell'intingolo che sembrava tanto saporito, mentre il legatus guardava gli occhi impauriti dello schiavo, che continuava a sudare. Manio era morto. Morto. Traiano cercava di controllarsi. Sapeva che qualcuno avrebbe riferito all'imperatore qualsiasi cosa lui avesse fatto o detto in quel momento. Una volta pulite le mani, lo schiavo gli porse un panno bianco e aspett che il legatus si asciugasse; poi riprese il canovaccio e torn al suo posto.
Marco Ulpio Traiano inspir a fondo, poi espir piano. Si alz e si diresse verso l'uscita. Longino lo segu.
Dove andiamo? domand l'amico, piuttosto smarrito.
A cenare rispose Traiano risoluto. Non ho fame, ma non possiamo rimanere certo a digiuno. Voglio che a Roma si sappia che Traiano continuer a mangiare tutti i giorni.
Traiano, Longino e Quieto uscirono dal praetorium scortati da una dozzina di legionari della guardia personale del legatus. Superarono gli edifici di tribuni, centurioni, decurioni e altri ufficiali della legione. Longino, ancora frastornato dalle parole di Traiano, pens che il suo amico si stesse dirigendo dai tribuni, ma il legatus non si ferm e prosegu a passo deciso fino alle tende della nona coorte. Era il manipolo dei legionari meno esperti e, di conseguenza, quello a cui il quaestor destinava minori risorse. Il legatus si ferm all'improvviso davanti a una tenda malconcia ed entr senza nemmeno dare il tempo alla scorta di precederlo. Longino e Quieto lo seguirono veloci.
Gli otto legionari della coorte, com'era prevedibile a quell'ora, erano seduti intorno a un recipiente pieno di farinata. I soldati allungavano le scodelle di legno per ricevere la loro razione. Nell'altra mano ciascun soldato teneva un tozzo di pane. Vedendo il legatus in persona entrare nella tenda, il cuoco smise di servire la farinata e tutti i legionari si alzarono.
Sedetevi li esort Traiano. I soldati, ammirati e confusi, obbedirono all'istante. Traiano prosegu con gli ordini: Tu, cuoco, continua a servire e che qualcuno mi dia delle ciotole.
I soldati si misero a cercare e, ipso facto, trovarono altre tre scodelle, seppure un po' sporche. Traiano attese che gli otto soldati della tenda venissero serviti e poi porse le tre ciotole al cuoco. Questi si sforz di riempirle fino all'orlo, tanto che non rimase altro cibo per una seconda razione, com'era abitudine tra quegli uomini, ma nessuno si lament. Alcuni legionari erano seduti per terra, altri su sacche di cuoio, altri ancora sulle coperte che usavano per dormire. Alcuni, pi furbi degli altri, si erano procurati delle sellae, che furono immediatamente cedute al legatus e ai tribuni che erano con lui. Quando ricevette le ciotole piene, Traiano pass la prima a Longino, che guard il contenuto senza particolare entusiasmo, e la seconda a Quieto, mentre lui aspett l'ultima.
Qui ceneremo tranquilli disse a Longino e a Quieto.
I tribuni annuirono e affondarono i cucchiai nella densa pietanza. Entrambi si sorpresero per il suo prelibato sapore, malgrado l'aspetto non proprio invitante. Quell'abile cuoco si ingegnava a preparare vivande gustose e nutrienti con i pochi ingredienti di cui disponeva. Il legatus lo guard e si compliment con lui: Non  niente male. Parlare del cibo o di qualsiasi altra cosa lo distraeva dal pensiero che lo stava ossessionando: Manio era morto.
Il cuoco si strinse nelle spalle senza sapere cosa replicare.
Fu il veterano del manipolo, un ragazzo di diciannove anni, ad avere il coraggio di parlare al posto del cuoco: Anche se lui non lo dice, governatore, ha imparato a cucinare da piccolo con suo padre, il quale gli diceva che un legionario deve saper fare tutto.
Traiano annu, mentre continuava a mangiare. Un altro soldato offr un pezzo di pane al legatus e ai tribuni. Traiano guard di nuovo il cuoco. E adesso dov' tuo padre? domand.
Il ragazzo chin il capo e rispose: Era forte e coraggioso e siamo di buona famiglia, per questo era stato ammesso nella V Alaudae.
Non ebbe bisogno di aggiungere altro: nella tenda cal un cupo silenzio, ma nessuno smise di mangiare, un po' per la fame, un po' per non essere costretto a parlare. Il legatus immaginava cosa fosse successo: morto il padre nel massacro della V Alaudae, il figlio era stato costretto ad arruolarsi per mantenere la famiglia. Fu Traiano, di nuovo, a riprendere la parola: Se combatti con la stessa abilit con cui cucini, legionario, presto diventerai ufficiale.
Il cuoco si sent lusingato per il complimento.
Traiano non voleva perdere tempo. Aveva dei resoconti da leggere sullo stato delle fortificazioni del Nord della provincia e, soprattutto, era triste per la morte di Manio, anche se si sforzava di non darlo a vedere. Perci si alz e, sempre in compagnia di Longino e Quieto, si diresse verso l'uscita della tenda. Anche i legionari si alzarono. Traiano si volt per un attimo verso di loro.
Grazie per la cena disse e, guardando il cuoco: Come ti chiami?.
Il ragazzo si mise sull'attenti.
Tiberio, mio legatus. Tiberio Claudio Massimo, ma tutti mi chiamano soltanto Tiberio aggiunse, come se dire il nome completo fosse stato un gesto presuntuoso da parte sua.
Tiberio Claudio Massimo ripet Traiano. Si impresse in mente quel nome e usc dalla tenda. Una volta fuori, domand a Longino: Com' possibile che un membro della famiglia Claudia finisca nel contubernium della nona coorte di una legione?.
Sembra rispose Longino a bassa voce che le confische dei beni di molti senatori e cittadini importanti siano in costante aumento.
Traiano annu. Camminarono ancora un po' senza parlare. Quando giunsero vicino al praetorium, il legatus vide che Longino accennava un sorriso, misurato ma evidente. Quieto, invece, era molto serio. Traiano si interess prima al sorriso di Longino.
Cosa ti diverte tanto? domand continuando a camminare.
No, niente,  una buona idea, per tutti gli dei, ma se mangeremo sempre con i legionari converrebbe migliorare gli approvvigionamenti delle truppe. Non sempre avremo la fortuna di trovare soldati che sappiano cucinare con il poco che hanno.
Traiano lo guard e anch'egli sorrise.
Credo che tu abbia ragione. Domani parleremo con il quaestor e scoppi in una risata che contagi Longino, mentre Quieto continuava a rimanere serio. La reazione di Traiano e Longino era un modo per scaricare la tensione, non era certo autentico buonumore. Tacquero subito. Quieto era pensieroso.
Quegli schiavi stavano per avvelenarci disse. Traiano e Longino aggrottarono la fronte. Cosa farai con loro? disse fissando il legatus della Pannonia.
Traiano sospir. Non faremo nulla, in poco tempo li rimpiazzeranno con altri a cui affideranno lo stesso compito, ma noi non mangeremo mai pi niente che sia cucinato appositamente per noi.
Continu a camminare mentre Quieto e Longino rimanevano indietro, guardandosi confusi e tristi. Traiano prosegu rapido per rimanere da solo e potersi abbandonare all'immenso dolore per la morte di Manio. Non voleva farsi vedere cos, malinconico, affranto, vulnerabile.
L'Aula Regia era deserta. C'erano solo l'imperatore, seduto sul maestoso trono, e Norbano, il capo del pretorio. Le altre guardie erano rimaste fuori. Il cesare e Norbano non volevano essere disturbati, n coinvolgere Petronio Secondo, l'altro prefetto del pretorio, dall'indole troppo militare per comprendere le priorit dell'imperatore.
Norbano si schiar la voce. Avevano discusso di vari dettagli riguardanti i confini settentrionali, che a Domiziano non interessavano granch, e della lista dei senatori imputabili di tradimento, argomento che catturava molto di pi l'attenzione del cesare. Norbano era palesemente a disagio nell'affrontare la questione.
Smettila di tossire, per Giove! gli intim l'imperatore. E dimmi se il problema di Traiano  risolto.
Norbano aveva nutrito la pallida speranza che Domiziano se ne fosse dimenticato, ma non era cos.
Ci abbiamo provato, ma non... non  stato possibile... per il momento. Lo sguardo infuocato dell'imperatore perfor le pupille di Norbano; questi deglut e cerc di spiegarsi. Non  come Manio Acilio Glabrione, che non sospettava di niente. Traiano non mangia pi nel praetorium e tanto meno con i tribuni o con i centurioni pi fidati: consuma ogni pasto in un luogo diverso dell'accampamento, con i legionari di qualsiasi coorte, senza badare al loro rango.  una follia. Per avvelenarlo dovremmo uccidere una legione intera, o forse due perch a volte trascorre le giornate con i soldati di stanza in Pannonia. Non possiamo eliminare due legioni per liberarci di un solo uomo, Dominus et Deus.
Domiziano lo guardava sorpreso e divertito. Gli stratagemmi di Traiano per sfuggire al suo destino lo deliziavano. Forse sarebbe davvero arrivato al punto di sterminare due intere legioni pur di eliminare il maledetto e imperturbabile legatus ispanico che in troppi a Roma ammiravano.
Per il momento non faremo altro rispose Domiziano. Per lo meno gli sar servito come avvertimento. L'ispanico rimarr tranquillo, altrimenti andr a schiacciarlo di persona insieme a tutti i suoi uomini come feci con quell'imbecille di Saturnino. Se ne star buono. Ripeteva quella frase come se tentasse di convincersi che era vero. Non far niente, lo lasceremo stare... per il momento. Adesso mi preoccupano di pi i senatori qui a Roma. Nerva, soprattutto.
Si  sempre mostrato leale comment Norbano, il quale non capiva perch l'imperatore sospettasse del senatore, che l'aveva appoggiato durante la ribellione di Saturnino.
Proprio per questo, Norbano, proprio per questo rispose il cesare con freddezza. Tutta questa lealt mi sembra sospetta. Anch'io sono condiscendente con le mie vittime prima di giustiziarle. Cos sono pi speranzose e vulnerabili. Mi domando se Nerva non stia architettando lo stesso piano. Poi fiss Norbano. Controlla quel senatore, Norbano, sorveglialo da vicino. E ordina a Traiano di tornare nella Germania Superiore. Non voglio che resti nemmeno un giorno in pi con quella legione ribelle, la XIV Gemina. A dire il vero, non voglio che rimanga a lungo in nessun posto. Si crede furbo, quel legatus ispanico, ma si sta sbagliando. Sorrise. Si sbaglia, perch siamo tutti vulnerabili, Norbano, tutti.  cos. Ogni essere umano lo . All'improvviso l'imperatore guard Norbano dritto negli occhi. La famiglia di Traiano  ancora nella Hispania?
Il capo del pretorio tard qualche istante a rispondere. La domanda lo aveva colto alla sprovvista. S, cesare, a Italica.
Bene disse Domiziano. Molto bene.  utile saperlo. Per adesso mi preoccupano di pi i miei nemici a Roma, ma  meglio localizzare sempre tutti...
Sollev la mano facendo segno a Norbano di lasciarlo solo. Il capo del pretorio si conged tendendo il braccio. Alle sue spalle poteva ancora sentire l'imperatore che bofonchiava: Prima Roma, poi torner a occuparmi di Traiano....

1. L'attuale periferia di Budapest.

118.

IL RESOCONTO DEL CURATOR.

Roma, 10 gennaio del 96 d.C.

Partenio stava visionando alcuni vecchi resoconti. Mentre aspettava che giungesse la sua ora, si limitava a tenere occupata la mente. Prima o poi sarebbe entrato un pretoriano, lo avrebbe guardato negli occhi e tutto sarebbe finito. L'imperatore aveva smesso di convocarlo, adesso gli bastava Norbano. Quanto a Roma, la situazione peggiorava sempre pi: al mese di settembre era stato cambiato nome in germanico e ottobre era diventato domiziano, proprio come in passato il quinto1 mese era stato ridenominato luglio in onore di Giulio Cesare e il sesto, agosto, era stato dedicato ad Augusto. L'imperatore aveva deciso di intitolarsi non un mese soltanto, ma due, per essere glorificato ogni volta che venivano menzionati. Il previdente Tiberio aveva posto fine a tale abitudine temendo il peggio quando fossero finiti i dodici mesi dell'anno, ma Domiziano non volle attenersi alla saggia scelta di Tiberio e recuper la tradizione. Mentre l'imperatore si impossessava perfino del calendario, proseguivano senza sosta le esecuzioni di senatori, liberti, schiavi, cristiani e qualsiasi persona sospettata di tradimento.
Cadevano anche le teste dei delatori, a loro volta accusati da altre spie, come successe a Caro Mezio. Era un'inarrestabile spirale di autodistruzione che non avrebbe fatto altro che condurre Roma nelle mani dei popoli del Nord, che incombevano oltre i confini.
Partenio era perso in questi pensieri quando, a un tratto, una vecchia lettera attir la sua attenzione. Era un resoconto del veterano curator del sistema fognario di Roma e risaliva all'anno dell'ampliamento dell'anfiteatro Flavio. All'epoca, distratto dai deliri di onnipotenza dell'imperatore, Partenio non ci aveva badato troppo, ma adesso gli dedic tutta la sua attenzione.
Rapporto del curator delle cloache di Roma
I lavori di rifacimento dell'anfiteatro Flavio stanno aggravando la situazione delle cisterne e delle cloaculae del Foro. Non dispongo di abbastanza uomini per provvedere a puntellare i muri ed evitare il crollo. Ho assunto perfino mio figlio, troppo giovane e inesperto, che  deceduto in seguito al cedimento di una galleria. Oggi ho recuperato il suo cadavere, sepolto per ore sotto le macerie. Mio figlio  morto a causa dell'ampliamento dell'anfiteatro Flavio voluto dall'imperatore.
E sembrava che il curator volesse continuare a scrivere, ma si era fermato, senza aggiungere o chiedere altro. Era come se avesse voluto soltanto manifestare il suo dolore e... additare il responsabile della morte del figlio. Forse avrebbe voluto di pi, molto di pi, ma non aveva ottenuto altro che il silenzio dei consiglieri imperiali. Strano. Erano trascorsi tre anni, anzi quattro, da quando aveva ricevuto quella lettera, che non aveva ancora avuto il tempo di leggere, preso com'era dalle questioni imperiali. Il curator si era limitato a inviare altri resoconti, che invece Partenio aveva letto, nei quali parlava della lenta ma costante ricostruzione delle gallerie crollate per i lavori di ampliamento dell'anfiteatro. Non faceva pi cenno al figlio deceduto.
Partenio analizz nuovamente quei documenti con particolare attenzione e leggendo tra le righe. Si trattava di relazioni asettiche, prive di qualsiasi apparente emozione, puramente descrittive. Parlavano di pietre, condotti, gallerie, archi, crepe, cattivo odore, inondazioni, lamentele degli abitanti di alcune zone di Roma, tutti problemi per cui Partenio non disturbava l'imperatore da mesi, o meglio, da un paio d'anni. Mio figlio  morto a causa dell'ampliamento dell'anfiteatro Flavio voluto dall'imperatore. Quelle parole costituivano un'accusa indiretta a Domiziano ed erano sufficienti a far condannare a morte l'uomo che le aveva scritte. Forse consegnare il curator all'imperatore gli avrebbe fatto riguadagnare la sua fiducia. Sempre che, visto che la lettera risaliva a questioni ormai datate, Domiziano non pensasse che Partenio gliel'avesse tenuta nascosta e gliela mostrasse solo ora perch aveva paura di morire. Questo avrebbe reso Partenio complice dell'accusa del curator. Il consigliere sudava. Provava disgusto per se stesso. All'improvviso cap come dovevano sentirsi i delatori. Era una strada senza ritorno, costellata di sangue e odio. Era vecchio. Aveva sessantasei anni e voleva soltanto un po' di pace. Desiderava godersi qualche anno di riposo senza temere che ogni cibo o bevanda fossero avvelenati, o che qualcuno lo pugnalasse alle spalle. Anelava a un po' di tranquillit lontano dagli intrighi del palazzo imperiale. Ormai, per, era impossibile. Era condannato a morte, giustiziato per volont del Dominus et Deus, mentre i confini dell'Impero stavano per crollare, ormai privi di legati che li proteggessero, perch gi eliminati o in procinto di essere uccisi. Era condannato a morire e ad assistere alla disintegrazione del mondo a cui aveva dedicato la sua intera vita, un universo che aveva cercato di proteggere schivando odi, complotti, guerre civili, tradimenti e omicidi. Adesso era tutto perduto, tutto. La sua vita non aveva avuto alcun senso. Ci che di buono aveva fatto non era servito a niente. La fronte gli si imperl di sudore. Si sentiva come il curator, divorato da un rancore oscuro e silenzioso nei confronti del fautore di quella distruzione totale. Come Stazio, costretto a elogiare gli eccessi e le follie di Domiziano. E la stoica imperatrice, che sopportava il dolore in solitudine. E si sentiva anche come i gladiatori, obbligati a combattere senza possibilit di redimersi. All'improvviso, gli si ferm il respiro.
Ebbe una rivelazione.
Aveva smesso di sudare. Le gocce di sudore brillavano immobili sulla sua fronte.
Gli tornarono alla mente le parole che aveva scambiato con il lanista l'ultima volta che l'aveva visto, nella prigione in cui il vecchio Caio attendeva di essere giustiziato: Quante legioni dobbiamo perdere ancora e quanti altri legati devono essere esiliati prima che tutti se ne accorgano, Partenio? Roma era il mio mondo; non un mondo perfetto, certo, ma adesso sta crollando e tutta questa ingratitudine... non riesco a evitarlo... mi dilania. Quando metterai insieme tutte le tessere del mosaico, consigliere, ti accorgerai che ti manca un pezzo, uno solo. E quel pezzo porta il nome di Marzio. Il lanista aveva ragione. Tutti quegli anni di follia componevano un grande mosaico di cui mancavano solo pochi pezzi. Per questo fino ad allora si era sentito cos confuso e smarrito: Marzio, il gladiatore dei gladiatori; il curator della citt e il suo odio represso; l'imperatrice e il suo oscuro silenzio; la recente morte dell'ex console Manio Acilio Glabrione e l'interminabile lista di condannati a morte alla quale, molto probabilmente, era stato aggiunto anche il suo nome. Adesso il mosaico era praticamente completo. Ma restava ancora da decidere chi avrebbe collocato le ultime tessere: Tito Flavio Domiziano oppure lui, l'insignificante Partenio, sempre defilato, deriso dai pretoriani e disprezzato dall'imperatore?
Partenio si alz dal letto su cui si era seduto dopo aver avvertito un leggero senso di nausea e si avvicin a una bacinella d'acqua fresca. Si bagn la fronte e si asciug con un panno pulito. Poi chiuse gli occhi per un attimo e trasse alcuni profondi respiri. Poggi il panno, inumidito dall'acqua e dal sudore, e usc per dare inizio alla fine di una dinastia. Doveva parlare con un senatore, uno dei nuovi senatori ispanici. Di sicuro avrebbe fallito, ma era sempre meglio che rimanere l seduto, ad aspettare l'arrivo di un pretoriano incaricato di ucciderlo.

1. All'inizio il calendario romano aveva soltanto dieci mesi: Martius, Aprilis, Maius, Iunius, Quintilis, Sextilis, September, October, November, December. In seguito vennero aggiunti Ianuarius e Februarius affinch il calendario corrispondesse alle stagioni. Facendo riferimento alla lista iniziale di dieci mesi, per, Quintilis significava il quinto e Sextilis il sesto e cos via. Poi si decise di cambiare il nome di questi due ultimi mesi in onore di Giulio Cesare e dell'imperatore Augusto, cosicch Quintilis divenne Iulius e Sextilis divenne Augustus. Come abbiamo visto, Domiziano volle attribuirsi il nome di settembre e ottobre, ma il suo regno non dur a lungo dopo questa decisione, ed  per questo che furono tramandati i nomi originari dei due mesi.

119.

I SENATORI ISPANICI.

Roma, febbraio del 96 d.C.

Licinio Sura vide Marco Cocceio Nerva fuori dalla Curia. Alla riunione di quel giorno erano in pochi. Molti senatori non partecipavano per paura, altri invece erano stati uccisi.
Lucio Licinio Sura, il pi influente di tutti i senatori ispanici - era nato a Tarraco ma ormai da molti anni si era stabilito a Roma - si rivolse con discrezione al veterano Nerva, quasi bisbigliando, ma con parole che tradivano la sua ansia. Prima o poi toccher a tutti noi.
Nerva rimase in silenzio, come se non avesse capito a cosa alludesse Licinio Sura.
L'ispanico fu ancora pi diretto. Prima o poi l'imperatore firmer le nostre condanne a morte. E la tua, Nerva, sar la prima. Sei stato pretore con Nerone e console con Vespasiano e Domiziano. Inoltre discendi per via materna dalla dinastia del divino Augusto e poi, dai tempi del tuo bisnonno con Tiberio, la tua famiglia  sempre stata al servizio dell'Impero. Non sei nato a Roma, d'accordo, ma Narnia  ad appena cinquanta miglia a nord della capitale e il tuo impeccabile cursus honorum ti rende pi romano di tutti in Senato.  per questo che adesso l'imperatore ti teme, senza contare che Domiziano sta eliminando tutti quelli che hanno ricoperto la carica di console. Siccome Nerva continuava a rimanere in silenzio, Sura aggiunse un ultimo dettaglio: Presto la fiducia che ti sei guadagnato appoggiando l'imperatore contro le legioni germaniche, quella che credi ti risparmier da qualsiasi accusa di tradimento, non servir pi a proteggerti. Tra non molto, i sospetti dell'imperatore e il peso del tuo glorioso passato si riveleranno molto pi determinanti della lealt dimostrata durante la rivolta di Saturnino.
Nerva si ferm e si guard intorno. Lo spiazzo del Comitium era gi quasi vuoto. Un drappello di pretoriani attraversava il Foro, ma non li degn nemmeno di uno sguardo.
Quanto dici, Sura,  tradimento.
Il senatore di Tarraco, per, non demordeva. Tu sai che  la verit. Per questo sei cos teso.
Nerva non si fidava. A cosa  dovuto il tuo comportamento, Sura? L'imperatore non ha mai attaccato i senatori ispanici. Dovete la vostra inclusione nel Senato e la cittadinanza romana a Vespasiano, padre dell'attuale imperatore. La dinastia Flavia vi ha sempre favoriti. Le tue parole non dimostrano una grande riconoscenza.
Sura era disposto a tutto e sentiva di avere ancora qualche possibilit per raggiungere il suo obiettivo: in fin dei conti, Nerva era ancora l davanti a lui ad ascoltarlo.
Domiziano non  n Vespasiano n Tito. Per tutti gli dei, magari fosse come loro! Domiziano  un codardo: non ha eredi, il figlio che gli era nato mor in strane circostanze, non ne ha voluti altri e si rifiuta di nominare un successore...
Sta per designare i figli di Flavio Clemente e Domitilla lo corresse Nerva.
Perch sono ancora dei bambini. Staremo a vedere quanto durer questa decisione. Ha iniziato con i senatori consolari e i legati stimati dall'esercito e dal popolo: prima  toccato ad Agricola e poi a Manio Acilio. Chi sar il prossimo? E quando avr finito con i senatori consolari passer agli altri. Arriver anche il nostro turno, ma io non sono disposto a starmene qui con le mani in mano. Ascoltami, Nerva, noi senatori ispanici ci siamo confrontati. Siamo tutti pronti a riconoscere un nuovo imperatore gi il giorno successivo alla morte di Domiziano. Ti sosterremmo tutti se deciderai di essere il nuovo cesare. E con noi, anche gli altri senatori ti appoggeranno immediatamente. Devi promettere solo un po' di pace, porre fine alle esecuzioni e occuparti di quello a cui dovrebbe pensare Domiziano.
I confini del Nord?
I confini del Nord conferm Sura.
Nerva tacque di nuovo. Poi si decise a domandare: Avete gi qualche piano?.
Sura annu. Il consigliere imperiale Partenio ne ha uno.
Nerva assimilava le informazioni tra silenzi preoccupati e brevi domande. E Traiano? E Nigrino? aggiunse.
Parler io con loro promise Lucio Licinio Sura. Non so se avr il loro appoggio, ma credo che non interverranno contro di noi. Tutto dipender da cosa accadr nel palazzo imperiale.
Nerva chin il capo. Sospir. Guard di nuovo Sura. Io non ti ho visto. Non so niente. Non desidero sapere altro e non voglio mai pi parlare con te, ma se Domiziano morir puoi venire a cercarmi a casa e accetter di diventare imperatore. Poi abbass di nuovo lo sguardo e scosse il capo prima di sentenziare: Siamo impazziti tutti e stiamo andando incontro a morte certa. Auguriamoci che quel consigliere abbia un buon piano.

120.

UN DEBITO DA SALDARE.

Roma, marzo del 96 d.C.

Partenio lasci il palazzo mentre ormai calava la sera. Aveva pensato di farsi accompagnare da Stefano o da Massimo, ma il primo lavorava presso la domus di Flavia Domitilla e farlo uscire dalla casa della nipote dell'imperatore a quell'ora avrebbe destato sospetti. L'ultimo successo di Partenio era stato proprio convincere l'imperatore a scegliere Stefano, suo uomo di fiducia, come servitore di Flavio Clemente, di Domitilla e, soprattutto, dei loro figli: due bambini chiamati a diventare imperatori poich unici discendenti diretti della dinastia Flavia ancora in vita. Massimo, l'altro liberto leale a Partenio, non aveva impegni ma, malgrado la sua assoluta fedelt, era troppo maldestro e ingenuo per partecipare alla delicata missione di quella sera. Avrebbe potuto farsi sfuggire qualcosa e il loro piano sarebbe fallito ancor prima di iniziare. Non poteva nemmeno ricorrere ai pretoriani, che lo avrebbero accompagnato soltanto su esplicito ordine dell'imperatore. Non c'erano alternative. Doveva farlo da solo.
Usc dalla Domus Flavia e si diresse a ovest fino a raggiungere il Clivus Victoriae. Dovendo recarsi al Foro, sarebbe stato pi logico svoltare a destra e dirigersi l direttamente, ma voleva accertarsi di non essere seguito. Ormai diffidava di tutto e tutti. Quindi gir a sinistra e si allontan dal centro, attravers il Vicus Tuscus e prosegu verso sud fino al Forum Boarium. Pass accanto alla grande statua di bronzo dove si diceva avessero avuto luogo i primi combattimenti di gladiatori e si ferm un attimo dietro di essa, fingendo di cercare qualcosa tra le pieghe della tunica. Voleva sincerarsi, ancora una volta, di essere solo. Si guardava intorno con la coda dell'occhio. I banchi della carne erano gi stati smontati. Di notte i commercianti preferivano non lasciare la loro mercanzia alla merc dei ladri e dei delinquenti che s'aggiravano per le strade. No, non c'era nessuno alle sue spalle.
Riprese a camminare costeggiando il Velabrum fino al Forum Holitorium, a quell'ora quasi deserto. Ormai sicuro di non essere controllato, si diresse verso il centro della citt lungo il Vicus Iugarius, lasciandosi a sinistra il colle Capitolino e a destra il quartiere del Velabrum. Procedette a passo svelto fino al Foro, entrandovi dalla strada tra la basilica Giulia e il tempio di Saturno. Si imbatt in un anziano che chiudeva la porta della sua bottega e che lo salut con un cenno del capo. Partenio rispose al saluto, ma non si ferm. Si trattava del vecchio libraio Secondo, che aveva l la sua bottega fin dai tempi di Nerone. Partenio si era spesso rivolto a lui per trovare rotoli difficili da reperire. Quella sera, per, non aveva tempo di chiacchierare e abbandonarsi ai ricordi. Quindi svolt a sinistra e, di fronte al tempio della Concordia, scorse finalmente la sua meta: il tempio di Vespasiano e Tito, eretto in un angolo del Foro rimasto libero e scelto da Domiziano per farvi adorare il padre e il fratello deificati. Molti senatori avevano criticato l'esiguo spazio dedicato al tempio dei due imperatori, ma nessuno aveva mai osato dirlo apertamente, men che meno da quando il cesare aveva cominciato a dare segni di squilibrio. I sostenitori dell'imperatore, invece, lo avevano ritenuto un luogo eccellente perch vicino al Foro e alla grande basilica Giulia.
Il consigliere imperiale si ferm davanti alle sei colonne del pronao del tempio. Per questioni di spazio la costruzione era pi larga che lunga e la scalinata - che in quel momento Partenio stava salendo - era chiusa tra le altissime colonne dell'atrio. Come prevedeva, il consigliere imperiale si imbatt nei dodici pretoriani incaricati di sorvegliare il tempio giorno e notte.
Sono Partenio, consigliere dell'imperatore, e vengo a pregare nel sacro tempio dei suoi antenati.
Non era strano che senatori e altri importanti uomini di Roma vi si recassero per offrire sacrifici o, semplicemente, per rendere omaggio ai defunti della dinastia Flavia. In citt tutti sapevano che Domiziano riceveva resoconti dettagliati sulle visite al tempio. Non era un mistero per nessuno che Partenio stesse perdendo la fiducia dell'imperatore, perci i pretoriani pensarono che il consigliere fosse l per ingraziarsi di nuovo il Dominus et Deus. Trattandosi di lui ed essendo esausti per il lungo turno di guardia, lo lasciarono entrare da solo. Nessuno temeva un miserabile liberto decaduto. Partenio sorrise. Il generale disdegno nei suoi confronti si sarebbe rivelata la sua arma vincente.
Il consigliere imperiale penetr nel silenzio del tempio di Vespasiano e Tito.
Sull'altare c'erano resti di libagioni e altre offerte che i sacerdoti non avevano ancora ripulito. Si ferm in mezzo alla grande navata centrale, di fronte all'altare, dietro il quale erano stati collocati i sarcofagi di Vespasiano e del figlio Tito. Alle pareti erano appesi molti oggetti preziosi, per la maggior parte di dimensioni considerevoli per evitare che potessero essere rubati senza che i pretoriani se ne accorgessero. Erano i tesori che Tito aveva portato a Roma da Gerusalemme per il suo grande triumphus: spiccavano tre enormi scudi d'argento e due giganteschi candelabri di bronzo a sette bracci, che i Giudei chiamavano menorah. Molti di questi tesori erano adagiati su alte sporgenze del muro, in modo che, dal basso, se ne potessero vedere solo le estremit superiori. Per Partenio, per, l'importante era che la base su cui poggiavano non fosse visibile n da dove si trovava lui n dall'altare. Il consigliere imperiale si avvicin lentamente al silenzioso sepolcro di Tito, l'imperatore guerriero che tutti ritenevano essere scomparso troppo presto. L accanto Partenio scorse le armi di colui che aveva assediato per mesi la citt santa dei Giudei fino a ridurla in cenere, soffocando cos la pi sanguinosa delle rivolte. Si trattava di una enorme spatha, dall'impugnatura tempestata di gemme e di dieci centimetri pi lunga del normale, e di un pilum. Si narrava che l'imperatore riuscisse a lanciare quel giavellotto a svariate decine di passi di distanza, colpendo Giudei che non avrebbero mai creduto di essere alla portata del cesare.
Partenio avanz a passi misurati. Sollev il braccio e, tastando la base della sporgenza, cerc ci cui tanto anelava. All'esterno si sentivano le risate dei pretoriani; uno di loro doveva aver fatto qualche battuta. Le loro voci riecheggiarono tra le pareti del tempio, come un oltraggioso ghigno di una dinastia che fino a non molto tempo prima era stata l'emblema del buon governo. Adesso era tutto scomparso, svanito...
Ahi! esclam Partenio, soffocando un lamento per non destare l'attenzione dei pretoriani. Istintivamente ritrasse la mano e la guard: si era procurato un piccolo taglio sulla punta dell'indice. Il sangue inizi a scorrergli sui polpastrelli, ma ne era felice: finalmente aveva trovato quello che cercava e che lui stesso aveva posizionato l affinch rimanesse il pi vicino possibile all'imperatore Tito. Aveva pensato che gli avrebbe fatto piacere avere accanto a s quell'arma, a cui in vita era stato tanto legato. Nessuno l'aveva rubata. Non era in vista, e il furto di un tesoro da un tempio era punito con la morte.
Partenio allung di nuovo il braccio e, con estrema attenzione, cerc l'impugnatura del pugnale. Le sue dita la raggiunsero e la afferrarono con solennit, come se stesse prelevando un oggetto di culto. La lama spunt dalla sommit del ripiano, coperta da un sottile strato di polvere, ma affilata e minacciosa come sempre. Un'arma degna di un imperatore, impreziosita da un rubino rosso incastonato sull'elsa. Partenio la guard soltanto per l'istante necessario ad assicurarsi che fosse l'oggetto che cercava e poi la nascose subito sotto la tunica. Si incammin verso la porta del tempio, ma poi si ferm, si volt verso l'altare e bisbigli un messaggio.
 solo un prestito. Quando avr compiuto la sua missione, il pugio torner al legittimo proprietario.
Non rispose nessuno, ma dietro l'altare una fiammella silenziosa splendette per un attimo con pi forza. Il vecchio consigliere ebbe l'impressione che gli dei Flavi gli stessero mandando un segnale della loro benevolenza. Per lui era importante: un tuono, un misterioso sibilo del vento, una strana apparizione gli avrebbero fatto rimettere subito a posto il pugnale; oltre al fulgido scintillio di un momento prima, per, lo spazio vuoto del mausoleo restava avvolto dal silenzio pi assoluto. Si volt e usc. I pretoriani lo guardarono, ma, siccome la sua tranquilla andatura non li insospett, non gli dissero niente e si limitarono a rivolgergli un'occhiata mentre si allontanava.
Partenio camminava con la fretta di chi sa di rischiare la vita ma, al contempo, con la sensazione di non poter agire diversamente. Era cos assorto nei suoi pensieri da non essersi accorto dell'ombra che lo seguiva dal Forum Holitorium mentre tornava verso il palazzo imperiale. All'andata vi aveva prestato molta attenzione, ma adesso era concentrato a escogitare un piano che potesse garantirgli una minima possibilit di successo. Non aveva ancora elaborato una strategia per uccidere l'imperatore e ne era ormai ossessionato. Per giunta, lui era un perfezionista, e voleva restituire l'umiliazione e il disprezzo subiti con una certa ricercatezza: non gli bastava assassinare Domiziano, bench gi quella sarebbe stata una missione piuttosto complicata. Voleva ottenere la duplice vittoria di commettere un omicidio e uscirne indenne. Questo doppio successo avrebbe avuto un dolce sapore, e senza il bisogno di ricorrere alla polvere di piombo, come invece faceva l'imperatore con il vino addolcito che usava per distendere la mente e, magari, per affogare il peso sempre pi insopportabile delle sue azioni.
Alla prima ombra se ne un una seconda. Lo seguivano dal Forum Holitorium. Avevano deciso di aggredirlo e ucciderlo sotto la grande statua di bronzo del Forum Boarium. Sarebbe stata una facile preda. Non si aspettavano un ingente bottino, ma avrebbero senz'altro rimediato qualcosa con cui comprarsi una brocca di vino e un po' di formaggio in qualche taverna sul fiume.
Partenio procedeva a capo chino. Sapeva di dover coinvolgere molte persone. Senza dubbio il curator delle cloache: quell'uomo avrebbe avuto un ruolo centrale. Ma avrebbe anche dovuto reclutare uomini che non temevano le guardie pretoriane. N i legionari delle cohortes urbanae n quelli delle cohortes vigilum sembravano all'altezza. Il loro risentimento per i guadagni inferiori rispetto a quelli dei pretoriani non sarebbe stato uno sprone sufficiente. Servivano uomini pi disperati e con un rancore ancora pi profondo verso l'imperatore. Meglio se capaci di combattere corpo a corpo. La strada da percorrere era quella dell'odio: tutto il male che Domiziano aveva seminato lo avrebbe condotto alla sua fine. Quasi senza accorgersene, Partenio arriv alla statua di bronzo del Forum Boarium e gli venne in mente il nome di Marzio. Ripens alle parole del lanista. All'improvviso, gli fu tutto chiaro... Il loro apporto non sarebbe stato sufficiente, ma potevano tornargli utili per la seconda fase del piano: una volta assassinato l'imperatore, sarebbero stati loro i capri espiatori. Era perfetto, perfetto. Durante il grande incendio di Roma, Nerone si era servito dei cristiani per manipolare il popolo; lui avrebbe usato i gladiatori, esponendoli agli occhi dei pretoriani assetati di vendetta. Non avrebbe fatto alcuna differenza che gli esecutori materiali dell'omicidio fossero davvero i gladiatori o no, ma l'importante era avere qualcuno su cui far ricadere la colpa. Poteva funzionare, poteva riuscirci!
Per Ercole! Cos'abbiamo qui? disse la voce di un uomo che sbuc da dietro il piedistallo della statua.
Partenio comprese di aver commesso un'enorme leggerezza: era talmente concentrato sul prossimo futuro da non tenere conto dei pericoli che avrebbe potuto correre nel presente immediato. La sua mente, per, a differenza dell'anziano corpo, aveva ancora i riflessi pronti. Intu che quel ladro non era da solo; non lo erano mai. Si guard alle spalle. Infatti, dietro di lui, con un sorriso che metteva in mostra i denti marci, c'era un altro delinquente, un po' meno robusto ma con in mano un pugnale vecchio e arrugginito, dalla punta acuminata. Partenio non impieg molto a capire che non avrebbe avuto molte speranze contro quegli uomini forti e abituati a quel tipo di scontri nel cuore della notte. Oppure s? Alcuni malviventi si limitavano a cercare vittime come lui, vecchi solitari, donne indifese, persone deboli e che si lasciavano facilmente intimorire dalle minacce. Per un attimo pens di svelare la propria identit, ma il fatto che si trovasse in strada da solo a quell'ora cos tarda e senza alcuna scorta avrebbe reso la rivelazione molto inverosimile. Avrebbe potuto mettersi a gridare, sperando di destare l'attenzione delle cohortes vigilum, nelle vicinanze. Anche se ci fosse riuscito, per, poi avrebbe dovuto spiegare chi era e cosa faceva l. In quel caso Norbano, il capo del pretorio, ne sarebbe stato informato e avrebbero potuto scoprire che Partenio aveva sottratto il pugio del divino Tito. Il pugio di Tito. I suoi occhi brillarono come quelli di un gatto.
Dacci tutti i soldi che hai e magari ti risparmiamo la vita, vecchio gli intim la sagoma davanti a lui.
Partenio annu e si infil la mano tra le pieghe della tunica. Il ladro gli si avvicin con un largo sorriso, malridotto come quello del complice e fetido di vino. Forse erano ubriachi. Bacco poteva essere dalla sua parte quella notte. Partenio estrasse velocemente la mano dalla tunica, ma, anzich afferrare la piccola borsa piena di monete, brandiva il pugnale di Tito. L'arma dell'imperatore deceduto fendette l'aria, ferendo il naso e la guancia del ladro. Questi si contorse per il dolore, mentre Partenio si voltava e scansava il colpo che, da dietro, stava per assestargli l'altro malvivente. Quest'ultimo perse l'equilibrio e cadde in ginocchio, ma evit di crollare rovinosamente a terra aggrappandosi con una mano alla base della statua. In effetti erano entrambi ubriachi. Allora Partenio lo colp alla schiena e la lama si fece strada tra le sue vertebre con sorprendente facilit. Altrettanto agevolmente il consigliere imperiale la estrasse, mentre la vittima cadeva riversa sul terreno sporco e fangoso del Forum Boarium. L'altro delinquente, con il naso e la guancia sanguinanti, si dilegu nella notte, senza il minimo interesse per la sorte del compagno ferito. Partenio si guard intorno. Non c'era nessuno. N altri aggressori n testimoni. Un morto in pi, la mattina dopo, non avrebbe suscitato scalpore, non in una citt in cui decine di persone perdevano la vita ogni notte.
Il consigliere imperiale nascose il pugnale insanguinato, e riprese a camminare in fretta. Stava tornando dal tempio di Vespasiano e Tito, dove era andato a pregare; avrebbe risposto cos se qualcuno glielo avesse chiesto. Si sforz di rimanere concentrato sul presente e in allerta: poteva esserci qualche altro ladruncolo in agguato. Tuttavia, malgrado l'accaduto, non pot fare a meno di sorridere e pensare che il pugnale di Tito sembrava farsi strada da solo nel suo lento viaggio verso la vendetta. Partenio non era del tutto convinto che il piano avrebbe funzionato. Ma si persuase che il pugio, quasi fosse dotato di volont propria, era pronto a intraprendere il cammino che lo avrebbe portato a trafiggere il cuore del temibile Domiziano.

121.

UN VIAGGIO A NORD.

Italica, sud della Hispania, Aprile del 96 d.C.

Dobbiamo metterci in viaggio per la Germania disse Traiano padre, ancora in preda ai sudori dell'ultima febbre.
La moglie scosse il capo. No, Marco, non  possibile. Sei ancora troppo debole. Devi prima riprenderti. E poi le strade saranno in cattivo stato dopo le ultime piogge e a nord fa ancora freddo. Dobbiamo attendere che sia primavera inoltrata. Non possiamo fare altro che aspettare.
Traiano era nervoso, quasi disperato che la moglie non riuscisse a capirlo. Lui aveva volutamente evitato di condividere con lei tutti i suoi dubbi e timori, ma adesso si rendeva conto di aver commesso un errore. Marcia doveva essere messa al corrente della situazione. Solo cos avrebbe compreso che il viaggio non poteva essere posticipato.
Manio  morto.
Marcia lo guard sorpresa. L'atrio era silenzioso. Le sue pronipoti, Vibia Sabina e Matidia, stavano ancora riposando insieme alla madre e Ulpia Marciana, la sorella maggiore di Traiano, forse stava leggendo nel peristilio. Era tutto tranquillo e d'un tratto Marcia inizi a realizzare che lo era anche troppo.
Da quando lo sai? domand.
Il marito chin il capo. Da parecchi mesi.
Marcia cerc di controllarsi. E me lo dici adesso?
Non volevo farti preoccupare inutilmente...
Ma adesso s che mi devo preoccupare lo interruppe indignata. Traiano sapeva che avrebbe dovuto dirglielo prima. Nel migliore dei casi, la misteriosa morte di Manio poteva essere soltanto un segno della crescente follia dell'imperatore. Marcia sembr leggergli nella mente. Immagino sia colpa del cesare.
Traiano aveva sempre ammirato la capacit della moglie di attribuire alle cose il loro vero nome. Si limit ad annuire lievemente, mentre rispondeva con parole misurate. Pu darsi bisbigli.  morto in circostanze sospette, forse avvelenato.
Marco lo sa? domand Marcia, che stava iniziando a intuire il motivo dell'angoscia del marito.
Gli ho inviato una lettera tramite Longino per aggirare i controlli, ma non ho ancora ricevuto alcuna risposta. Per ordine imperiale, Marco  stato trasferito di nuovo a Mogontiacum, nella Germania Superiore. In teoria, questa nuova destinazione, unita al fatto che non abbiamo ricevuto notizie, non  n un bene n un male. Gli ho scritto solo un mese e mezzo fa. Ma sono comunque preoccupato. S, Marcia,  vero, avrei dovuto dirtelo prima, ma fino a ieri non avevo alcuna certezza. Ieri ho ricevuto una lettera di Lucio Licinio Sura in cui mi assicura che Manio  stato avvelenato. Ovviamente non ne parla in modo esplicito,  molto cauto, ma ci conosciamo da anni e so leggere tra le righe. Ci suggerisce di metterci in viaggio e nient'altro.
Nient'altro? ripet Marcia piuttosto confusa.
Il marito trasse un profondo respiro. Sura non doveva aggiungere altro perch io interpretassi correttamente il suo messaggio. Marcia, la fiss negli occhi dobbiamo andare a nord e stare accanto a Marco.
No, non credo. Per lui saremmo soltanto un peso in pi in questo periodo cos tumultuoso. E poi, chi  che dovrebbe andare? Tu, nelle tue condizioni di salute? Oppure io, una vecchia che ormai non pu pi essere utile a nessuno? E anche sua sorella, sua nipote e le bambine?  assurdo. Lo renderemmo ancora pi vulnerabile. Se la caver meglio da solo.
Marcia si alz come se la conversazione fosse terminata. Traiano sapeva che avrebbe potuto imporre la propria volont; tuttavia, il suo scopo non era semplicemente andare a nord, ma ottenere anche il sostegno di sua moglie e dell'intera famiglia. Marcia, per, continuava a non capire. Traiano decise di essere pi esplicito.
No, Marcia. Marco star meglio con noi.  la nostra lontananza a indebolirlo.
Quando il marito pronunci quella frase, Marcia si volt verso di lui, che riprese a parlare a bassa voce, stanco e febbricitante.
So quali richieste pu avanzare un imperatore folle a un legatus che ha iniziato a temere. Ero presente quando Nerone lo fece con Corbulone. Ti ricordi, Marcia? L'imperatore gli ordin di suicidarsi per avere salva la vita della moglie e delle figlie.
S, me lo ricordo come se fosse ieri rispose la moglie, anche lei in un sussurro che si confondeva con la brezza pomeridiana. S, mi ricordo. Si sedette di nuovo di fronte al marito.
Se il cesare Domiziano ordinasse a Marco, a nostro figlio Marco Ulpio Traiano di suicidarsi, perch lo teme, cosa credi che farebbe nostro figlio, Marcia? Cosa credi che farebbe Marco?
Marcia sospir. Si toglierebbe la vita... Per Castore, Polluce e tutti gli dei! Lo so che si ucciderebbe! Scoppi a piangere, riprendendo a parlare tra i singhiozzi.  nato dal mio ventre, l'ho cresciuto io mentre tu eri in Oriente a servire Vespasiano e Tito... L'ho visto crescere, so com' fatto e... sono sicura che sacrificherebbe la sua vita.
Allora adesso capisci che la nostra presenza lo render pi forte mentre da solo sar vulnerabile? Se saremo al suo fianco, Marco potr ribellarsi, ma se siamo lontani non avr la minima possibilit di sopravvivere, nessuno di noi ce l'avr, nemmeno le bambine. A differenza di Nerone, non credo che Domiziano manterrebbe la parola data... Poi tacque.
La febbre era salita di nuovo. La moglie si alz e gli si avvicin.
Io... Il vecchio Traiano parlava a fatica, ma continu, perch ci sono doveri a cui un uomo non si pu sottrarre. Io non sono pi cos importante, Marcia... Ci che conta adesso  Marco, nostra figlia, Matidia, le piccole... Se sei con me, se avr il tuo appoggio, so che arriveremo tutti a Mogontiacum... Ce la faremo...
Marcia lo avvolse con una coperta. L'anziana matrona era assalita da un vortice di pensieri. Domiziano  impazzito a tal punto? domand.
Il marito non rispose a parole. Era scosso dai brividi, ma annu varie volte. Non mostr la minima ombra di dubbio.

122.

MILLE SPECCHI.

Roma, aprile del 96 d.C.

Quante colonne ci sono nel palazzo? La domanda dell'imperatore sorprese Partenio, che si era recato all'incontro temendo per la propria incolumit.
Erano settimane che l'imperatore non lo convocava e l'urgenza con cui lo aveva fatto chiamare quel giorno lo aveva messo in allarme. Non adesso, non adesso ripeteva tra s, in preda a pensieri tumultuosi, mentre camminava veloce lungo i corridoi della Domus Flavia, scortato da due pretoriani. Non adesso che siamo cos vicini... Non ancora. Era convinto che l'imperatore lo avrebbe accusato di tradimento o gli avrebbe detto espressamente di non nutrire pi alcuna fiducia in lui, entrambe ipotesi che avrebbero significato la sua fine. Invece fu accolto con quella domanda sul numero delle colonne.
Non ne sono certo, Dominus et Deus rispose Partenio, mentre l'imperatore lo guardava accigliato e in silenzio. Non sono sicuro del numero esatto.  possibile che con i peristili dell'ippodromo arrivino a mille, ma posso verificarlo subito. Le conter io stesso, Dominus et Deus.
A quel punto l'imperatore gli si rivolse in tono serio. Tu stesso, certo. Per queste inezie mi sei ancora utile. Perch sai contare, vero, Partenio?
Certo, Dominus et Deus. E si inchin con umilt.
Allora inizia a contarle, ma nel frattempo ordina mille specchi. Faccio sogni orribili. Mille specchi, Partenio. Gli specchi mi aiuteranno a dormire pi tranquillo.
Mille specchi, Dominus et Deus?
Mille specchi ribad l'imperatore, irritato dalla domanda. Uno per ogni colonna, in modo da poter vedere che cosa succede alle mie spalle quando cammino per il palazzo. Hai capito?
Partenio annu. S, Dominus et Deus, mille specchi per mille colonne conferm, con la voce carica di stupore, anche se quel tono non infastidiva l'imperatore, anzi, lo riempiva d'orgoglio per l'infinita arguzia con cui riusciva a sorprendere i suoi servitori.
Mille specchi ripet ancora Domiziano saranno mille occhi da aggiungere a quelli dei pretoriani. Scoppi in una sonora risata a cui pose fine quando il goffo Partenio tent di unirvisi. Ma non  divertente, non c' nulla da ridere lo fredd, e il consigliere torn subito serio.
L'imperatore si alz, scese dal trono e si conged da Partenio lanciandogli un'ultima occhiata.
Mille occhi, Partenio, e li voglio subito. Ho sempre pi nemici in agguato. Tu stai ancora dalla mia parte, vero?
Certo, Dominus et Deus rispose il consigliere facendosi da parte. Domiziano gli rivolse un sorriso enigmatico e si allontan. Partenio rimase solo, immobile in mezzo alla grande Aula Regia, mentre Tito Flavio Domiziano andava via, circondato da ventiquattro pretoriani che con le loro armature di spesso acciaio lo celavano alla vista del resto del mondo.

123.

L'ODIO SOMMERSO.

Roma, maggio del 96 d.C.

Dopo il colloquio con l'imperatore, Partenio ordin gli specchi mentre accelerava i preparativi del suo piano. Per questo aveva convocato il curator delle fogne di Roma.
Quando questi entr nel piccolo tablinum in cui il consigliere lavorava, Partenio lo studi con attenzione. Quell'uomo era anziano quanto lui, ma una coltre di amarezza gli velava lo sguardo. La perdita di un figlio doveva essere orribile, una cicatrice insanabile, una ferita che non avrebbe mai smesso di sanguinare. E Partenio era interessato proprio a quel dolore.
Sai perch ti ho fatto chiamare? domand il consigliere dell'imperatore.
Il curator si strinse nelle spalle e scosse il capo senza rispondere. Partenio si stup della sua assoluta mancanza di rispetto. Quell'uomo sembrava aver perso interesse per qualsiasi cosa, non si preoccupava nemmeno di mettere a repentaglio la propria vita con un simile affronto a un consigliere imperiale. Partenio era compiaciuto, ma non lo diede a vedere e continu a parlare in tono solenne.
In passato ti lamentasti perch le grandi pietre per l'anfiteatro Flavio venivano trasportate al di sopra delle pi grandi cloache della citt e, a quell'epoca, io ti ascoltai e intercedetti per te presso l'imperatore Vespasiano. Ritengo che in quella occasione riuscimmo a ridurre l'impatto dei lavori sulla rete fognaria. Poi, per, durante l'ampliamento voluto dall'imperatore Domiziano, Dominus et Deus, si sono verificati nuovi crolli nelle cloache e hai presentato altre lamentele. In quel momento io mi trovavo ad Alba Longa per ordine imperiale e credo che ai tuoi reclami non sia stata prestata la dovuta attenzione.
Siccome il curator rimaneva chiuso in un ostinato silenzio, Partenio prese un vecchio papiro e lo srotol. Nel tuo rapporto dicevi che tuo figlio mor in seguito a uno di quei crolli.
Quando menzion il figlio deceduto, il curator reag, come Partenio si aspettava: sollev lo sguardo e lo fiss su quel vecchio papiro, stringendo i denti. Il consigliere prosegu, convinto che adesso il curator lo avrebbe ascoltato. Con un misto di rabbia, disgusto e odio, ma lo avrebbe ascoltato.
Mi spiace per la perdita di tuo figlio:  stato un incidente inutile che poteva essere evitato. Il consigliere tacque per un attimo, durante il quale il curator annu, molto lentamente ma con determinazione. Era giunto il momento di arrivare al punto della questione. Chi consideri responsabile della morte di tuo figlio, curator? domand. Ma per tutta risposta ottenne soltanto un nuovo silenzio. Me, per caso? Anche se in passato ho cercato di aiutarti per deviare il tragitto delle merci? O l'imperatore Domiziano, Dominus et Deus, che diede al nuovo architetto scadenze impossibili da rispettare, obbligando tutti a lavorare con l'unica preoccupazione di rispettare i termini stabiliti? Chi credi che sia il responsabile della morte di tuo figlio? La dea Fortuna, per caso? O qualche altro dio?
Partenio fissava il vecchio funzionario. Anni al servizio di vari imperatori, una vita dedicata a sorvegliare un sistema di fondamentale importanza della citt, ma al contempo un uomo tra i pi negletti. Un vecchio servitore di Roma, che per colpa di quella citt, e dei servigi che le prestava senza peraltro vedersi riconosciuto alcun merito, aveva perduto suo figlio. Finalmente le labbra del curator si dischiusero e, dalle sue parole, Partenio comprese che un'eventuale accusa di tradimento era l'ultima delle preoccupazioni di quell'uomo tanto addolorato.
Domiziano disse, pronunciando quel nome come se fosse un giudice che emette una sentenza.
Partenio assent, appoggiandosi allo schienale del solium. Lasci passare qualche minuto prima di porre una nuova domanda. Il curator, da parte sua, era convinto che quel consigliere stesse per chiamare le guardie pretoriane e farlo arrestare. Gli era gi parso strano che, quando l'aveva scritta, la lettera non avesse avuto ripercussioni. Del resto, l'imperatore aveva messo a morte molte altre persone per insinuazioni ben pi insignificanti di quelle riportate sul vecchio resoconto. Al curator, per, ormai non importava pi niente. Morire sarebbe stato un sollievo. Un conforto desiderato a lungo. Tuttavia, il consigliere lo sorprese con una domanda inaspettata.
Come ti chiami, curator? Partenio voleva conoscere i nomi delle persone con cui sarebbe andato incontro alla morte.
Postumo, mi chiamo Postumo rispose il curator. Nessuno, prima di allora, glielo aveva mai chiesto.
Partenio annu. Gli parve logico: postumus, l'ultimo, oppure post humus, il figlio nato dopo che il cadavere del padre  gi stato cosparso di humus, vale a dire di terra. Postumus. Era perfetto. A Partenio sembr un segno degli dei. Fin dove  capace di spingersi il tuo rancore, Postumo? Dal momento che il suo interlocutore rimaneva in silenzio, il consigliere ripet la domanda senza alterare il tono di voce, sereno, paziente: Fino a che punto pu arrivare?.
E il curator, senza pi contenersi, fece un passo in avanti e, mentre rispondeva, si chin sul tavolo: Il mio rancore non ha limiti. Cresce ogni singolo giorno che vivo in pi di mio figlio.  incontenibile e lo alimento giorno e notte. Non vivo per nient'altro che per serbare odio e collera eterna per una dinastia che ha distrutto il lavoro di tutti coloro che mi hanno preceduto e che alla fine, per un divertimento in cui muoiono migliaia di uomini, donne, bestie e bambini, ha ucciso anche mio figlio. Perci, consigliere, il mio rancore  infinito e incommensurabile.
Si tir su lentamente e fece un passo indietro, aspettando la sua sentenza.
Anche Partenio si alz, gir intorno al tavolo, prese la lettera scritta anni prima dal curator e, con sorpresa di quest'ultimo, la avvicin alla fiamma di una lampada a olio. La tenne ferma finch prese fuoco e inizi a incenerirsi, avvolta dal fumo che consumava quelle parole traboccanti di ira. Poi si avvicin al curator, che continuava a guardarlo perplesso, e gli parl all'orecchio. Postumo,  giunto il momento che il tuo rancore emerga dagli abissi di Roma.

124.

DUE SUCCESSORI PER UN DIO.

Domus di Flavio Clemente e Domitilla, Roma Maggio del 96 d.C.

Non abbiamo altra scelta. Flavio Clemente teneva il capo chino, incapace di dissimulare la rabbia, mentre stringeva tra le mani il papiro con il messaggio dell'imperatore. Sua moglie Domitilla, seduta di fronte a lui, non riusciva a smettere di piangere. Non abbiamo altra scelta ripeteva l'uomo. O questo o la morte. La morte di tutti. Tacque per un attimo prima di aggiungere: Anche dei bambini.
Domitilla, infine, smise di singhiozzare. Lo far per i bambini disse, e si alz lentamente. Per i bambini. Si allontan per andare a rifugiarsi nella sua stanza.
Flavio Clemente rimase solo nel tablinum della sua grande domus nel centro di Roma. Non avevano via di scampo. L'imperatore aveva appena nominato i suoi figli eredi al trono, ma in cambio chiedeva che Domitilla andasse a vivere nella Domus Flavia. A vivere pens amareggiato Flavio Clemente. Adesso l'imperatore chiamava quell'umiliazione vivere. Domiziano avrebbe abusato di sua moglie ogni giorno, ogni volta che ne avesse avuto voglia, e non si poteva fare niente per evitarlo. Nessuno avrebbe potuto arrestare la lussuria o la follia di quell'uomo. Flavio Clemente si inginocchi e implor la misericordia di Dio. Preg Dio per concedergli la forza. Per sopportare tutto. Qualsiasi cosa. Solo per i bambini.

125.

L'ULTIMA TESSERA DEL MOSAICO.

Roma, luglio del 96 d.C.

Dopo lo spiacevole incontro notturno nel Forum Boarium, Partenio decise che non sarebbe mai pi uscito di notte senza scorta. Tuttavia, doveva portare avanti il suo piano e questo lo costringeva ad agire con la pi assoluta discrezione. Quindi, con la scusa di verificare come procedevano gli artigiani che lavoravano senza sosta alla realizzazione dei mille specchi, una mattina si incammin lungo la strada che costeggiava la gigantesca Aqua Marcia. Si allontan dall'immenso acquedotto per poi salire le scale del portico d'accesso al grande tempio del divino Claudio.
Mentre si dirigeva verso il tempio, eretto su un lato dell'ampio spiazzo porticato, si assicur di non essere seguito. Si ferm tra gli alberi che crescevano intorno al mausoleo. Vide soltanto alcuni cittadini che entravano rispettosi nel tempio dell'ultimo dei grandi imperatori della dinastia Giulio-Claudia, per offrire sacrifici e cercare di ingraziarsi gli dei. In quel periodo, di pari passo con la follia dell'imperatore, cresceva anche il numero di Romani che si recava a rendere omaggio al divino Claudio: patrizi, senatori, mercanti e umili cittadini erano intimoriti da un sovrano che sembrava pi ossessionato dalle sue paure che dai problemi dell'Impero. Mentre si guardava intorno, Partenio non pot fare a meno di ammirare la grandezza dell'opera iniziata da Agrippina, la moglie di Claudio. Nerone aveva fatto interrompere i lavori per utilizzare parte di quello spazio come cisterna per l'Aqua Claudia. Furono Vespasiano e Tito a portare a termine il tempio, in un tentativo di ricollegare la loro nuova dinastia, la Flavia, direttamente a quella del divino Claudio, come se l'Impero di Nerone non fosse mai esistito. Partenio doveva riconoscere che Tito aveva ultimato i lavori in maniera eccellente. I marmi, le pietre e il raffinato progetto erano di prima qualit. Un'opera che eternava la memoria di un dio. In quel momento si rese conto che Domiziano non aveva ancora predisposto la costruzione di un simile mausoleo per s. Partenio scosse il capo: Tito Flavio Domiziano non contemplava la sua morte come un evento prossimo. Era ossessionato soltanto dalla sua sopravvivenza; temeva continue congiure, certo, ma in fondo era convinto di poter sopravvivere a qualsiasi tentativo di ucciderlo. Questi pensieri riportarono Partenio al motivo per cui si era recato al tempio del divino Claudio e si diresse verso la lunghissima scalinata dell'uscita nord, che conduceva agli archi dell'anfiteatro Flavio.
Giunto in fondo alle scale, svolt a destra e, dopo un centinaio di passi, si ferm davanti alla porta del Ludus Magnus, la grande scuola dei gladiatori. Disse di essere un consigliere imperiale e, con il pretesto di dover organizzare un combattimento speciale per Domiziano, gli fu concesso di entrare. Se il vecchio Caio fosse stato ancora a capo della scuola, non avrebbe avuto bisogno di alcuna scusa. Partenio sentiva la mancanza del lanista. Sarebbe stato di grande aiuto in quel momento. Ma serbava nel suo cuore le parole che l'uomo gli aveva rivolto prima di morire e che lo avevano spinto fino alla cella del miglior gladiatore di Roma. Assorto dal suo piano, Partenio finse di non accorgersi di una giovane gladiatrix, che lo osservava circospetta mentre entrava nel cubiculum.
Il consigliere si sedette di fronte a Marzio su una modesta sella, sporca e malconcia, che non si disturb a pulire.
Mi chiamo Partenio, sono il consigliere dell'imperatore.
Marzio non disse nulla e continu a tagliare il formaggio che aveva davanti a s, su un piccolo tavolo. Partenio interpret quel silenzio come un segnale positivo, ma prosegu con discrezione. Non poteva permettersi passi falsi: quell'incontro era troppo importante.
So che non parli con nessuno, ma so anche che sei uno dei migliori gladiatori di Roma. Forse il migliore in assoluto.
Marzio si port un pezzo di formaggio alla bocca e lo mangi con voracit; sembrava affamato.Partenio continu. So che non rivolgi la parola a nessuno da quando sei stato obbligato a uccidere il tuo amico provocator. Marzio smise di masticare. So che fu uno scontro magnifico e che entrambi meritavate la grazia.
Il gladiatore strinse il manico del coltello; Partenio continu senza distogliere lo sguardo dalla lama. Parl in fretta per tenere desta l'attenzione di Marzio. Lo so perch ero presente, ero l accanto all'imperatore. Io stesso gli consigliai di concedervi la rudis e la libert; glielo dissi varie volte e gli ricordai che era stata una scelta simile a rendere popolare suo fratello Tito, che si era mostrato magnanimo con Prisco e Vero. Ma non avevo considerato che Domiziano odiava, e odia ancora, suo fratello e qualsiasi suo gesto. Sono sicuro che fosse accecato dall'invidia.  stata la follia dell'imperatore a condannare il tuo amico a morte. Il tuo odio per Domiziano deve essere infinito, incontenibile... e ora vengo a offrirti l'occasione per vendicarti.
Partenio tacque. Aveva mentito: quel giorno non era intervenuto per impedire che l'imperatore decretasse la morte di Attilio. In realt, come tutti i presenti sul palco imperiale, non aveva osato proferire parola. Marzio, per, non poteva saperlo, e quel loro incontro sarebbe stato decisivo per cambiare la storia di Roma.
Il gladiatore stringeva con forza il coltello. Lo sollev lentamente e tagli un altro pezzo di formaggio. Con grande sollievo di Partenio, prima di portarselo alla bocca, Marzio parl. L'unica cosa che mi darebbe una bench minima soddisfazione sarebbe uccidere l'imperatore. Sarebbe questa l'unica vendetta. Ma dubito che il suo consigliere sia venuto a propormi un simile piano.
Partenio era sorpreso dal numero di persone disposte a uccidere l'imperatore o, almeno, che sarebbero state felici se qualcuno lo avesse fatto. La sola ammissione di nutrire quel desiderio poteva essere motivo di una condanna a morte. Domiziano aveva seminato un odio sconfinato, e Partenio sperava di poter convogliare tutto quel rancore nella direzione giusta.
Se vengo a offrirti una vendetta, rispose Partenio  perch ritengo che quella che tu desideri sia la pi appropriata.
Marzio masticava lentamente. Il formaggio era buono; era di capra. Glielo aveva portato proprio quel giorno un ammiratore che aveva guadagnato molti soldi scommettendo su di lui. Marzio smise di masticare e si gratt la testa. Inghiott e prese una coppa di vino. Bevve un lungo sorso. Fiss Partenio e gli rispose a bassa voce: Uccidere un imperatore  facile:  di carne e ossa e qualsiasi spada pu trapassargli la pelle, come quella di qualunque altro uomo. Ma  impossibile raggiungerlo armati e poi fuggire senza essere ammazzati dalle centinaia di pretoriani di guardia. Il difficile  superare la scorta.
Partenio lo guard negli occhi mentre lo ascoltava, ma al momento di rispondere fu costretto a chinare il capo. Quello di Marzio non era uno sguardo facile da sostenere. Il consigliere scelse con estrema cura le parole per esporre il suo piano. Se ti garantisco che riuscirai ad arrivare all'imperatore eludendo i pretoriani, se ti assicuro di poter ridurre le sue guardie personali e lasciarti una via di fuga... Allora, gladiatore Marzio, allora...
Non credo che tu possa rispose Marzio, e strinse di nuovo il coltello per tagliarsi un altro pezzo di formaggio.
Non potrai vivere per sempre da gladiatore replic Partenio. Voleva spingere Marzio a compiere la vendetta che tanto desiderava. I suoi dubbi erano legittimi. Doveva convincerlo, ma il gladiatore aveva ricominciato a mangiare. La conversazione sembrava non interessargli pi. Partenio si guard intorno, come se stesse cercando un appiglio, e vide di nuovo la gladiatrix. Colloc un'altra tessera nel grande mosaico costruito dalla sua mente, quello di un piano sempre pi complesso; era l'ultimo, inaspettato pezzo, che adesso si rivelava fondamentale. Anche Marzio guard per un attimo la gladiatrix, una frazione di tempo quasi impercettibile, ma sufficiente a un fine osservatore come Partenio. Lei lo aveva seguito con lo sguardo dal momento in cui era entrato nella cella di Marzio. Partenio aveva colto il modo in cui i due gladiatori si scambiavano fugaci occhiate. Era uno sguardo inconfondibile, che nessun silenzio e nessuna distanza avrebbero mai potuto celare.
Mi correggo, gladiatore riprese Partenio. Forse tu riuscirai a sopravvivere ancora per molti anni nell'arena. Ma per quanto tempo credi che potr sopravvivere lei?
Marzio si alz, rovesci il tavolo e afferr Partenio per il collo. Non bad ai diversi preparatori che subito accorsero per fermarlo - non potevano permettergli di uccidere un consigliere imperiale sotto i loro occhi senza intervenire. Partenio, a mezz'aria e con le mani al collo, si sforzava di continuare a parlare; le parole erano l'unica arma a sua disposizione.
Stava quasi per morire contro il tracio di Pergamo... La ragazza non sopravvivr per sempre... Ti offro la libert per te e per lei...
All'improvviso Marzio moll la presa e Partenio cadde a terra come un cencio. Gli allenatori accerchiarono il gladiatore, che si port la mano alla spada legata alla gamba, ma il consigliere imperiale riusc a rialzarsi e si frappose tra Marzio e il gruppo di uomini.
Va tutto... bene... Va tutto bene... Un malinteso, nient'altro... Stiamo parlando... Si volt verso Marzio. Stiamo parlando, vero?
Il gladiatore annu e, calmatosi, si sedette di nuovo davanti al tavolo ribaltato. Partenio si accorse che anche la gladiatrix si era avvicinata, ma vedendo che Marzio si era tranquillizzato, decise di sedersi in un angolo, a una trentina di passi di distanza, accanto a un enorme cane nero. I preparatori si allontanarono. Se a quel consigliere non importava aver rischiato di essere strangolato, men che meno se ne sarebbero crucciati loro. Quando rimasero di nuovo soli, Marzio prese la parola.
La libert per entrambi?
Per tutti e due. E oro a sufficienza perch possiate iniziare una nuova vita, a Roma o dove vorrete. Una nuova vita in cui non avrete bisogno di lottare. E avrai vendicato il tuo amico. Si pu fare, Marzio. Te lo prometto.
Il gladiatore guard la ragazza, che stava accarezzando il cane. Pensava a quando, l'anno prima, Alana era rimasta incinta e aveva perso il bambino durante l'allenamento. Il vecchio lanista le avrebbe permesso di riposare fino al parto, ma quei miserabili che adesso si occupavano del Ludus Magnus l'avevano costretta a continuare ad allenarsi e a combattere. Un colpo durante uno scontro le aveva provocato un aborto. Alana era giovane e forte e si era rimessa; nonostante il dolore per la perdita del bambino, era ancora l, con lui, al suo fianco, e teneva duro... Tuttavia, da quel giorno, non era pi la stessa. A volte di notte piangeva, quando pensava che lui dormisse e non potesse sentirla. Marzio si volt di nuovo verso il consigliere.
Sei sicuro di poter ridurre la guardia pretoriana, farmi raggiungere l'imperatore e assicurarci la fuga?
Posso. Hai detto assicurarci, al plurale. Intendi portare anche lei? Partenio si volt a guardare la gladiatrix.
No, non lei si spieg Marzio.  una follia, e molto rischiosa. Io sono disposto a farlo, ma per riuscirci mi servir un gruppo di uomini e voglio soldi e libert anche per loro. Per quelli che sopravvivranno.
Partenio non aveva pensato a questo dettaglio, ma ormai non si sarebbe tirato indietro davanti a nulla e, a pensarci bene, la richiesta avanzata dal gladiatore era ragionevole: un gruppo di uomini armati avrebbero avuto molte pi possibilit di uno solo.
E sia concesse il consigliere imperiale. Ma riceverete la vostra ricompensa solo dopo aver raggiunto l'obiettivo.
Marzio gli rispose con determinazione. Se mi porti dall'imperatore... io lo uccider. Ma non vedo come potresti riuscirci aggiunse in tono dubbioso.
Di questo me ne occupo io replic Partenio e lo ripet mentre si alzava dalla sella sulla quale si era seduto. Me ne occupo io.  una faccenda che risolver presto. Avrai mie notizie. Non dovrai attendere molto. Si volt e si avvi all'uscita del Ludus Magnus.
Mentre il consigliere lasciava la scuola dei gladiatori, Alana si avvicin a Marzio, gli si sedette accanto e gli domand: Di cosa avete parlato?.
Marzio raccolse da terra il coltello e il formaggio e riprese a tagliarne un pezzo.
Di niente.
Certo disse lei.  per questo che hai cercato di ucciderlo.
Marzio si port il formaggio alla bocca. Lei sapeva che non avrebbe ottenuto alcuna risposta e ritorn accanto al cane. Se lui non voleva parlare con lei, Alana preferiva la compagnia dell'animale, che almeno non era dotato di parola.

126.

GLI UOMINI DI MARZIO.

Roma, luglio del 96 d.C.

Marzio si rivolse all'anziano sagittarius, il veterano del Ludus Magnus. Si ricordava di lui fin da quando era un bambino: un arciere dalla mira prodigiosa, sempre pronto a incoccare le sue frecce ed eliminare qualsiasi avversario avesse dovuto affrontare nella grande arena dell'anfiteatro Flavio. Il mirmillo, per, si era accorto che con gli anni la sua abilit si era affievolita. Spesso si era trovato a dover lanciare diversi dardi per uccidere un nemico in movimento. In quelle condizioni non sarebbe mai riuscito a salvare lui e Attilio dall'ira dei vitelliani. Era passato molto tempo da allora. Tutti erano destinati a invecchiare e bisognava rassegnarsi all'idea di non avere pi la forza, la vista e i riflessi di un tempo. Fino a quando un giovane gladiatore, sotto lo sguardo impassibile dell'imperatore, avrebbe tagliato loro la gola o li avrebbe trafitti con una spada, mentre il popolo di Roma avrebbe acclamato il nuovo, vittorioso lottatore. Dall'esecuzione del lanista, Marzio non parlava con nessuno, tranne che con Alana e, talvolta, con il veterano sagittarius. Rispettava l'anzianit e la tenacia di quel gladiatore che era riuscito a sopravvivere a un numero incredibile di combattimenti. E, soprattutto, non poteva dimenticare che le sue frecce avevano salvato lui e il suo amico dai vitelliani. Per questo motivo, quando decise di reclutare alcuni lottatori della scuola per la missione affidatagli da Partenio, fu il primo che pens di coinvolgere.
Era un torrido pomeriggio d'estate e gli uomini si erano riparati all'ombra dei portici. Gli allenamenti sarebbero ricominciati al tramonto. Erano i migliori gladiatori di Roma e per questo potevano godere di certi piccoli privilegi.
Marzio si avvicin al sagittarius e si sedette accanto a lui, su una panchina di pietra in un angolo all'ombra. L'anziano sorseggiava del vino in silenzio e non guard Marzio, ma sapeva che stava per dirgli qualcosa: il mirmillo non faceva mai niente senza uno scopo preciso. Inoltre, era molto strano che gli si fosse avvicinato. In genere parlavano soltanto prima o dopo un combattimento. E non sempre.
Ho bisogno di alcuni uomini esord Marzio. Spurius, il sagittarius, non rispose e continu a bere. Marzio aggiunse altre informazioni che avrebbero aiutato il veterano a capire che tipo di incarico gli stava proponendo: Mi hanno promesso la libert e molto oro per uccidere un patrizio, ma credo di aver bisogno di alcuni uomini per riuscirci. Anche quelli che mi aiuteranno otterranno libert e oro, molto pi di quanto possano immaginare.
Il vecchio sagittarius lo guard con interesse. Marzio sapeva di aver attirato la sua attenzione, pur non avendogli fornito tutti i dettagli della congiura. Prima voleva vedere la sua reazione.
Quanti uomini? chiese infine Spurius chinando il capo.
Pi sono, meglio , ma non troppi perch voglio persone fidate. Uccideremo una persona importante.
Marzio pens che Spurius gli avrebbe domandato chi fosse, ma si sbagliava.
La mia vista non  pi quella di una volta rispose il sagittarius. E un piano, qualsiasi piano che possa garantirmi la libert, per me va bene: per noi sagittarii  molto difficile ottenere la rudis. Le nostre imprese non sono mai spettacolari come le vostre agli occhi del pubblico. E io sono stanco. Sput a terra. Puoi contare su di me. Allora, vediamo... Uomini fidati... Non  un'impresa da poco, non ce ne sono molti.
Si guard intorno: decine di gladiatori giacevano appisolati all'ombra dei portici, nel tentativo di trovare un po' di refrigerio dal caldo soffocante.
Avr delle guardie quel patrizio, vero? domand Spurius continuando a guardarsi intorno.
Molte conferm Marzio.
Attaccheremo di notte?
Non lo so. So soltanto che ci saranno delle guardie, ma avremo degli uomini all'interno. Ci aiuteranno a raggiungerlo.
E per uscire? Ci faranno anche uscire?
Marzio annu. Spurius sorrise. Non era del tutto sicuro che li avrebbero agevolati nella fuga, ma preferiva morire combattendo, in qualunque posto, anzich stare ad aspettare che un novellino gli tagliasse la gola nell'arena. Non aveva niente da perdere. Solo la vita, ma per lui ormai non valeva poi molto. Si concentr sui dettagli tecnici.
Allora bisogner agire in silenzio per uccidere il maggior numero di guardie. A questo serviranno le mie frecce, giusto? Guard Marzio, che assent di nuovo. E va bene, ma serviranno altri arcieri. Quel sagittarius  bravo. Spurius indic un ragazzo sdraiato supino che russava con la bocca spalancata. Sulle labbra gli ronzava una mosca, forse attirata dai resti di qualche goccia di vino.  il miglior arciere di Roma e sa di non poter essere liberato. Far qualsiasi cosa gli chiederemo. Poi c' il sannita di Pergamo, quello arrivato insieme al grande tracio.  molto bravo e tutto ci che desidera  tornare nella sua terra. Credo abbia qualche conto in sospeso, il che spiega la rabbia con cui lotta e che lo mantiene in vita. Sar dei nostri. E poi c' il nuovo provocator. Non guardarmi cos. So che non ci sar mai un altro Attilio, ma  in gamba e ha lo sguardo di chi si crede capace di ogni cosa. Ci far comodo se qualcosa va storto, e in queste faccende  quasi ovvio che succeda. Poi... Concedimi qualche giorno e ci penser su. Riuscir a mettere insieme un'altra dozzina di incoscienti. Sorrise mentre ricominciava a bere.
Marzio deglut. Non era giusto tenere nascosto il nome dell'uomo che avrebbero dovuto assassinare, sebbene il vecchio sagittarius fosse talmente discreto da non domandare. Era giusto informarlo a cosa andavano incontro e, in fondo, Marzio desiderava che qualcuno gli dicesse che quel piano era una follia e cercasse di farlo desistere. Ormai, senza il lanista, solo quel sagittarius poteva persuaderlo ad abbandonare l'impresa. Tuttavia, quel maledetto consigliere imperiale aveva ragione: Alana non avrebbe resistito ancora a lungo. E, in fin dei conti, in quel modo avrebbe potuto vendicarsi dell'ingiusta fine di Attilio. Anche se fosse morto provandoci, se fossero morti tutti, ne sarebbe comunque valsa la pena. Questo, per, era soltanto il suo parere. Cosa ne avrebbero pensato gli altri?
L'uomo che dobbiamo uccidere  l'imperatore di Roma disse infine Marzio.
Il sagittarius sgran gli occhi per la sorpresa, poi annu e bevve un ultimo sorso di vino. Non ci riusciremo rispose lapidario. Anche se ci aiutassero dall'interno non ci riusciremo: troppi pretoriani lo proteggono. Un imperatore pu essere ucciso soltanto dalle sue guardie, come successe a Caligola o a Galba, ma se  necessario reclutare altri uomini per farlo vuol dire che i pretoriani sono dalla sua parte. Non abbiamo la minima possibilit.
Marzio sospir. Quindi non posso contare su di te?
Non ho detto questo replic il sagittarius appoggiandosi con la schiena al muro. Ho solo detto che non ci riusciremo, ma... sfoder un ampio sorriso ...odio quel miserabile: sempre l a guardarci dall'alto, come se fosse un dio, a decretare la vita o la morte di tutti noi. E non  nemmeno come Tito o come suo padre, che erano generosi e liberavano i lottatori migliori, come fecero con Prisco, Vero e tanti altri. Domiziano  diverso.  semplicemente crudele. Fece una breve pausa, poi aggiunse: No, non possiamo farcela contro tutti i suoi pretoriani, ma sar divertente provarci. Sar contento di morire in questa pazzia. Mi sembra una morte epica. Ce la meritiamo un'uscita di scena in grande stile. Mi piace.
Marzio si sorprese di non essere l'unico a cui l'idea sembrava eccitante. E gli altri uomini? La penseranno come noi? domand.
L'arciere non mostr il minimo dubbio. Gli uomini che ti ho indicato non esiterebbero ad andare dritti nell'Ade se potessero trovarvi la libert e una manciata d'oro, e non esiterebbero a lottare contro Caronte in persona se questi intralciasse loro la strada. Non siamo forse stati allenati per essere pronti a morire? Be', ci hanno allenati bene.

127.

IL SACRIFICIO DI DOMITILLA.

Roma, agosto del 96 d.C.

Flavio Clemente aveva sopportato ogni cosa, molto pi di quanto avrebbe mai potuto immaginare. Ma per i figli era disposto a fare di tutto, a sacrificarsi oltre ogni limite. Aveva accettato che la moglie diventasse la nuova concubina di suo cugino Domiziano, il cesare, l'imperatore, il Dominus et Deus, il pi grande miserabile sulla faccia della terra. Quel gesto di abnegazione aveva permesso a tutta la famiglia di sopravvivere, almeno per il momento: lei in qualit di amante dell'imperatore, lui come protetto del cesare e i due figli come successori di Tito Flavio Domiziano, che si considerava gi divino. L'ingenuo Flavio Clemente pensava che non potesse esistere un dolore pi grande di quello che stavano gi affrontando. Tuttavia, quando uno schiavo apr la porta di casa e Norbano, il capo del pretorio, fece irruzione nell'atrio insieme a decine di pretoriani armati, facendosi strada a spintoni tra gli schiavi e chiedendo dei bambini, Flavio Clemente cap che la vita avrebbe potuto essere infinitamente pi crudele.
 tardi rispose Flavio Clemente parandosi davanti a Norbano.  tardi e i bambini sono gi a letto.
Stefano il liberto si sporse dal tablinum e cap subito che stava per accadere qualcosa di terribile. Si dilegu in silenzio e and nella stanza dei bambini.
Alzatevi bisbigli, ma i piccoli, di cinque e sette anni, dormivano profondamente. Nei pochi mesi di servizio in quella casa, Stefano si era molto affezionato a loro. Erano bravi bambini, ben educati e trattavano schiavi e liberti con rispetto, il che era sorprendente per dei patrizi della loro et. Stefano si avvicin al pi grande e gli parl a voce un po' pi alta: Alzati. Sveglia, svegliatevi tutti e due.
Le grida dall'atrio arrivavano fin l. Clemente stava ancora cercando di trattenere Norbano.
Stanno dormendo, i miei figli stanno dormendo!
Norbano fece un passo avanti, sguainando la spatha. Non  te che vogliamo, almeno non per il momento gli intim il prefetto del pretorio. Quindi levati di torno! Nessuno pu ostacolare la guardia pretoriana!
Invece  proprio quello che far! esclam Flavio Clemente con veemenza, senza cedere di un passo. L'imperatore ha gi mia moglie! Cos'altro vuole? Non gli basta?
Spostati!  l'ultimo avvertimento!
Nella stanza dei bambini, Stefano era riuscito a svegliare il maggiore che, seduto sul letto, si sfregava gli occhi.
Andiamo, piccolo, su lo esortava Stefano mentre, con dolcezza, scrollava la spalla del fratellino. Dai, svegliati. Dobbiamo andare, dobbiamo andare via.
Nell'atrio, Norbano ordin ancora una volta a Flavio Clemente di spostarsi. L'imperatore ha dato ordine di giustiziare i bambini! Spostati!
Mai! Non te lo permetter mai!
Dimenticandosi dei precetti della fede cristiana che aveva abbracciato, Clemente si scagli sul prefetto del pretorio stringendogli le mani al collo, ma questi si scans mentre due pretoriani trapassavano Flavio Clemente con le loro spade. L'uomo emise un grido lacerante e cadde a terra. Norbano avanz nella domus del cugino dell'imperatore senza guardarsi indietro. Aveva un ordine da eseguire e voleva farlo al pi presto.
Nella stanza dei bambini, Stefano, che aveva capito perch Partenio avesse insistito per farlo diventare servitore di Clemente, aveva preso in braccio il pi piccolo e stava correndo verso la porta seguito dal fratello quando, sulla soglia, si stagli la terribile sagoma del prefetto del pretorio. Non si scambiarono nemmeno una parola. Senza la minima esitazione, Norbano conficc la spatha nel collo del bambino di sette anni. La giovane vittima non ebbe tempo di gridare o piangere. Cadde all'indietro portandosi le mani alla gola, con gli occhi spalancati e un'orribile smorfia di panico sul piccolo viso. Stefano retrocedette di un passo, due, con il fratello pi piccolo tra le braccia.
Il bambino disse Norbano con una freddezza che avrebbe gelato il sangue dell'uomo pi coraggioso al mondo. Stefano, che pure era un brav'uomo, un servitore leale, una persona che aborriva la crudelt fine a se stessa, non era certo un temerario. Partenio avrebbe dovuto cercare qualcun altro per quel ruolo, un uomo impavido, forte e intelligente. Cos, provando disgusto per se stesso, si chin e adagi il bambino di cinque anni, addormentato, sul freddo pavimento di quella stanza gi intriso di sangue. Stefano si limit a scuotere il capo, mentre Norbano tagliava la gola del piccolo prima che si svegliasse. Fu l'unico gesto compassionevole del capo del pretorio. Stefano pens che avrebbe dovuto lasciar dormire anche l'altro bambino. Almeno gli avrebbe risparmiato dolore e sofferenza. Si orin addosso. Si aspettava il colpo di grazia da un momento all'altro, ma Norbano si volt e lo lasci solo con i due piccoli cadaveri. Non aveva ordine di uccidere nessun altro, solo i due bambini e chiunque lo avesse ostacolato, come aveva fatto Flavio Clemente. I passi dei pretoriani si allontanavano, Stefano piangeva le lacrime che i bambini non avevano potuto versare e si sentiva nauseato da se stesso e per essere sopravvissuto. Fu assalito da conati e vomit.
Nel palazzo imperiale, Domiziano ricevette la visita di Norbano durante la prima vigilia.
Quindi sono morti sia i due bambini sia il padre? chiese conferma il cesare mentre deglutiva un abbondante sorso di vino dolce.
S, Dominus et Deus rispose Norbano. E con una punta d'orgoglio si permise di aggiungere: Li ho giustiziati io stesso.
Domiziano annu, condividendo la piena soddisfazione del capo del pretorio. E sarai ricompensato, Norbano, ampiamente ricompensato.
Sollev la mano indicandogli di lasciarlo solo. Norbano si conged tendendo il braccio, si volt e usc dall'Aula Regia. L'imperatore si port la coppa di bronzo alle labbra e ne assapor il contenuto. Quella notte avrebbe dormito un po' pi tranquillo. La nomina dei due bambini come successori era stata un'ottima mossa per convincere Domitilla a concedersi a lui, ma adesso nessuno poteva reclamare il suo trono. Se fosse stato ucciso, sarebbe scoppiata una guerra civile, eventualit che tutti temevano; era solo per questo che in molti rinunciavano ad assassinarlo. Se i bambini fossero rimasti in vita, appena avessero raggiunto l'et adulta, il Senato li avrebbe usati per dare inizio a una rivolta contro di lui. Eliminarli era stata una grande idea, una di quelle che lo inorgoglivano. Inoltre, da quando aveva saputo che tutta la famiglia di Traiano si era spostata da Italica a Mogontiacum, si erano moltiplicati i suoi sospetti di una imminente ribellione da parte dell'ispanico. L'assenza di successori avrebbe placato le ansie di rivolta di molte persone, almeno per un po'. Domiziano sorrise.
Domitilla apprese della morte dei suoi figli da Stefano. La giovane patrizia non ascolt le scuse di quel liberto, che si vergognava di non essere stato capace di opporre la minima resistenza o di non essere riuscito a portare in salvo i bambini. Lasci la stanza senza guardarlo, passandogli accanto come uno spirito tormentato, alla stregua dei lemures. Dopo un istante, Stefano sent le grida laceranti di una madre fuori di s che si dirigeva verso l'Aula Regia alla ricerca di Domiziano.
Domizia Longina, sdraiata sul letto ma sveglia, sent quelle urla strazianti che avrebbero lacerato qualsiasi animo e si mise a sedere. Altre grida, altro orrore. Immagin il peggio. E nella Domus Flavia, purtroppo, certe intuizioni si rivelavano immancabilmente esatte.
Domitilla fece irruzione nell'Aula Regia sbraitando, con gli occhi fuori dalle orbite. Domiziano la osservava dal trono, mentre lei, quasi correndo, gli si avvicinava con i pugni chiusi, inutili armi di un rancore tanto profondo quanto ingenuo, tanto amaro quanto incapace di infliggere dolore al nemico.
Miserabile! Miserabile e maledetto! Mille volte maledetto!
Colp Domiziano al petto con i pugni. L'imperatore si alz e la scans dandole uno spintone. Il corpo di Domitilla, privato di forze dall'atroce sofferenza che provava, rotol sul gelido marmo fino a fermarsi a una decina di passi dal trono.
Domani sarai esiliata le comunic Domiziano guardando la donna che cercava di rialzarsi tra lacrime e singhiozzi incontrollati. Sei pazza. Il confino sar la soluzione migliore per te. E poi non sei mai stata una degna compagna a letto.
Il Dominus et Deus s'incammin verso il peristilio esterno. Era stanco e voleva dormire tranquillo. I pretoriani avevano eseguito l'ordine di lasciar passare Domitilla, ma il cesare si accorse che c'era un'altra donna sulla soglia. Era Domizia.
Immagino che avr il permesso di assisterla stanotte disse l'imperatrice quando Domiziano la guard incuriosito e piuttosto sorpreso, ma senza dare troppa importanza all'interesse di Domizia per Domitilla.
Fa' come credi le rispose Domiziano. Lo sai che non m'importa niente di ci che fai, e da molto tempo. Si allontan verso la sua stanza circondato dalle guardie.
Domizia Longina entr nell'Aula Regia. Domitilla era ancora prostrata nel punto in cui era caduta. Non aveva nemmeno la forza di rialzarsi. L'imperatrice di Roma si sedette accanto a lei e la strinse con affetto, ma tacque. Non poteva rivelarle che la vendetta era gi iniziata, e, in ogni caso, quelle parole non le sarebbero state di alcun conforto in quel momento. Lei stessa sapeva cosa voleva dire perdere un figlio. Non esiste consolazione di fronte a un simile dolore. Rimane spazio soltanto per una vendetta fredda, spietata e senza limiti. Era l'unica cosa che teneva Domizia ancora in vita, ma la forza dell'odio non sarebbe bastata a Domitilla. L'imperatrice offr la sua silenziosa compagnia all'afflizione della cugina. Ancora lacrime tra le pareti di quel palazzo, un altro pianto disperato che sarebbe riecheggiato per sempre tra quelle mura, e che chiunque si fosse soffermato nel silenzio della notte ad ascoltare il battito lento e martoriato della dinastia Flavia avrebbe potuto sentire.

128.

L'HORA SEXTA.

Domus Flavia, Roma 18 settembre del 96 d.C., hora sexta Giorno scelto dai congiurati per assassinare Domiziano

Due mesi dopo la conversazione tra Marzio e il sagittarius
Un mese dopo l'esecuzione di Flavio Clemente e dei suoi figli
Massimo allontan il pugnale dal collo della povera schiava. La meridiana di uno degli atri, visibile da una finestra delle cucine seminterrate, indicava che era ormai l'hora sexta. Da l non si sentiva niente, ma doveva gi essere iniziato tutto, soprattutto se lo schiavo, il figlio di quella povera cuoca, aveva eseguito il compito di anticipare all'imperatore l'inizio dell'ora in questione. Massimo si alz e fiss la schiava negli occhi.
Resta qui per tutto il giorno, non muoverti dalle cucine. Forse in questo modo non succeder niente n a te n a tuo figlio.
Usc di corsa per dirigersi verso la stanza dell'imperatore. La donna, tra i singhiozzi, si rannicchi in un angolo e chiuse gli occhi. Erano impazziti tutti. La furia dell'imperatore si sarebbe riversata su ciascuno di loro e ci sarebbero stati solo morte e orrore.
Massimo correva come il vento lungo i corridoi della Domus Flavia. All'improvviso si accorse di avere ancora in mano il pugio di Domiziano, quello che aveva trafugato da sotto il cuscino imperiale e con il quale aveva minacciato la cuoca. Si ferm di colpo. Lasci l'arma accanto a una colonna del peristilio. Se lo avessero scoperto non avrebbe potuto accampare scuse convincenti, quindi era meglio disfarsene. In quel momento sent dei passi e si nascose dietro la colonna.
Dove sono le guardie?
Massimo non era un uomo particolarmente scaltro, ma era abile a riconoscere una voce. Si trattava di Petronio Secondo, l'altro capo del pretorio, che stava entrando nel palazzo. Era un fatto inusuale: Petronio si teneva sempre a distanza dal palazzo, regno incontrastato del suo collega Norbano, che eseguiva pedissequamente le istruzioni dell'imperatore. Partenio doveva esserne informato prima possibile. Massimo, ancora acquattato tra le colonne, stava per andare a ragguagliarlo, quando uno dei pretoriani rispose a Petronio.
Nell'ippodromo, vir eminentissimus, la maggior parte delle guardie  nell'ippodromo.
Massimo rimase immobile fino a quando sent i loro passi allontanarsi, inghiottiti dalle mura del palazzo. Riemerse dalle ombre e riprese a camminare a passo rapido fino all'ingresso delle stanze dell'imperatore. Partenio stava aspettando accanto alla grande porta, sorvegliata da due pretoriani. Massimo gli si avvicin da dietro. Il vecchio si volt e cap che voleva parlargli, quindi si allontan dalle guardie.
Per tutti gli dei, cosa succede? bisbigli il consigliere, cercando di contenere la sua ira, per l'aria colpevole che Massimo aveva dipinta in volto.
Anche il liberto prov a rispondere in un sussurro. Petronio Secondo... Petronio Secondo...
Massimo non sembrava in grado di trasmettere il messaggio con calma, dunque Partenio si vide obbligato a completare la frase per lui. Petronio Secondo  nel palazzo?
Massimo annu, sollevato per essere riuscito a farsi capire.
E dov' andato? domand Partenio.
Verso l'ippodromo rispose Massimo terrorizzato. Partenio sorrise. Il liberto non poteva capire. Lui sapeva soltanto che i gladiatori dovevano entrare dall'ippodromo, ma il consigliere non gli aveva comunicato di aver coinvolto anche Petronio Secondo nella congiura. Alla fine sembra che Petronio interverr mormor Partenio, ancora con un leggero ghigno sulle labbra, che cancell all'improvviso dopo aver sentito diversi bruschi colpi provenire dalla stanza dell'imperatore. Partenio e Massimo si voltarono verso le guardie.
Stanno entrando annunci Massimo.
E noi con loro puntualizz Partenio.

129.

IL NORD.

Mogontiacum, Germania Superiore, 18 settembre del 96 d.C., hora sexta

Traiano passeggiava sotto la fine pioggerella della breve estate germanica. Era assorto, a capo chino. Dietro di lui una dozzina di fedeli legionari lo seguivano a distanza. Il governatore della Germania Superiore si ferm per un attimo e guard verso la sponda del Reno. I Catti non li attaccavano da qualche mese. Quella calma lo inquietava, ma, d'altra parte, il fermento si era spostato nel cuore dell'Impero. Sembrava quasi che i Catti lo sapessero e fossero in attesa, come Traiano, Sura, Nigrino, come tutti quanti. Eppure faceva fatica a credere che i Germani, che si erano dimostrati cos inetti da far annegare un intero esercito nel fiume, avessero l'arguzia di intuire cosa si stesse tramando nella lontana Roma. E tuttavia, come in molte passate occasioni, i barbari del Nord sembravano agire sotto la guida di qualcuno. Era difficile da credere, ma gi due delle loro legioni, quelle sul Danubio, erano state annientate.
Traiano guard verso est. C'era davvero qualcuno al comando di tutti quei barbari? Era Decebalo a governare il mondo a nord dell'Impero? Era un'ipotesi da non sottovalutare, ma la situazione in cui si trovava Roma metteva in secondo piano ci che succedeva a nord dei due grandi fiumi. Poi Traiano si volt verso sud, verso la lontanissima Roma. Si vedevano soltanto le ampie vallate della Germania. Licinio Sura non aveva precisato quale sarebbe stato il giorno decisivo. Purtroppo suo padre era ancora malato. Perfino parlare lo sfiancava. Non avrebbe dovuto intraprendere quel lungo viaggio in simili condizioni. O forse s? L'imperatore avrebbe potuto metterlo nella condizione in cui Nerone aveva costretto Corbulone? Non poteva saperlo. Era difficile prevedere cosa sarebbe successo a Roma. Se suo padre fosse stato in forze gli avrebbe chiesto la sua opinione in merito. Il vecchio Traiano era convinto che mai nessuno avrebbe potuto assassinare Domiziano, ma lui aveva iniziato a credere che forse... Ma no. Marco Ulpio Traiano scosse il capo. Purtroppo suo padre raramente si sbagliava. Chiunque ci avesse provato non avrebbe avuto la minima possibilit di successo. Nemmeno una.

130.

PETRONIO E LA GUARDIA PRETORIANA.

Domus Flavia, Roma, 18 settembre del 96 d.C., hora sexta

Petronio Secondo camminava a passo spedito verso l'ippodromo. Un'ora prima era uscito dai castra praetoria, a nord della citt, percorrendo il Vicus Patricius senza fermarsi nemmeno un istante, fino a raggiungere il Foro per poi costeggiarlo e passare accanto all'anfiteatro Flavio. Norbano aveva intensificato ovunque i posti di guardia raddoppiando il numero di pretoriani intorno ai templi e agli edifici pubblici, soprattutto in prossimit del grande anfiteatro, del Foro e del tempio dedicato al divino Claudio. Petronio aveva le mascelle serrate per la tensione. Era ancora in tempo per tirarsi indietro e rivelare il piano di Partenio e di quel manipolo di disperati. Se lo avesse fatto avrebbe sventato la congiura, ma avrebbe irrimediabilmente perso la fiducia dell'imperatore: Perch non mi hai informato subito? gli avrebbe domandato Domiziano. E a quel punto avrebbe dovuto ammettere che da tempo temeva per la propria vita e per questo auspicava la riuscita del piano. No, ormai era troppo tardi per tornare sui suoi passi.
Giunto a palazzo, aveva evitato di passare dall'Aula Regia, dove l'imperatore, insieme all'onnipresente Norbano, stava ricevendo gli ambasciatori del Nord. In questo modo, senza i pretoriani a intralciargli la strada, era riuscito ad arrivare al cuore della Domus Flavia e da l all'ippodromo, dove tutto avrebbe avuto inizio.
Si rese conto, tuttavia, che Norbano aveva predisposto accuratamente la protezione dell'imperatore: pi di sessanta pretoriani erano di guardia nel grande ippodromo. Dal poco che Partenio gli aveva rivelato, sapeva che i congiurati erano soltanto una manciata di uomini. Per quanto capaci potessero essere nella lotta, non avrebbero mai potuto sbaragliare tutti quei soldati imperiali. Forse era per questo che Partenio lo aveva coinvolto. Doveva ammettere che il vecchio consigliere imperiale era stato abile nell'ordire una congiura dalla trama cos complessa. All'improvviso Petronio si rivolse a un tribuno pretoriano in tono perentorio: Bisogna rafforzare la sicurezza agli ingressi del palazzo! Voglio che i tuoi uomini vengano all'esterno con me! Qui non servono a niente!.
Si volt aspettandosi che tutti lo seguissero senza esitare, ma si accorse che soltanto i suoi dodici pretoriani stavano eseguendo il suo ordine. Si ferm e si gir di nuovo verso il tribuno che non aveva obbedito n aveva esortato gli uomini al suo comando ad andare con il capo del pretorio.
Non hai sentito, tribuno? lo incalz Petronio con lo stesso tono deciso, ma consapevole che quel giorno gli avrebbe riservato numerose insidie.
Il tribuno indietreggi di un passo prima di rispondere. Era sulla difensiva, e sembrava confuso. Abbiamo ricevuto da Norbano l'ordine di rimanere qui, a supporto delle guardie del palazzo. Non possiamo uscire senza un suo contrordine.
Petronio deglut, mentre diventava paonazzo in volto per la rabbia, reazione per met istintiva e per met studiata, come richiedeva la circostanza. Tribuno,  il capo del pretorio, il tuo superiore, a darti questo contrordine. Intendi disobbedire al tuo superiore?
Il tribuno inizi a sudare. Petronio intu di trovarsi al cospetto di uno degli uomini pi fedeli a Norbano. Non sarebbe stato facile farli uscire da l. Si guard intorno: tutti i pretoriani appostati nell'ippodromo erano perplessi per gli ordini contrastanti. Non sapevano cosa fare. Mai nessuno aveva specificato quale dei due capi fosse di rango superiore in caso di conflitto. Petronio si sent rassicurato dal dubbio che vedeva affiorare su quei volti: era la sua unica arma e doveva sfruttarla con abilit.
Ci sono delle agitazioni all'esterno, tribuno. Ci  giunta voce che sia stata organizzata una congiura contro l'imperatore. Per quest'oggi. Bisogna rafforzare i posti di guardia intorno al palazzo. Se non obbedirai, tribuno, sar mio preciso dovere informare l'imperatore in persona che tu e tutti i tuoi uomini vi siete rifiutati di intervenire e con lo sguardo abbracci tutti i pretoriani che si erano riuniti per assistere alla controversia. E non esiter a spiegargli che avete ignorato i miei ordini. Sono sicuro che all'imperatore interesser sapere come vi siete prodigati per garantire la sua sicurezza.
Ormai il tribuno sudava copiosamente, ma, vedendosi con le spalle al muro, propose un compromesso: non sarebbe stato avveduto, da parte sua, disobbedire a Norbano, ma non voleva rischiare che Petronio mettesse lui e le sue truppe in cattiva luce con l'imperatore.
Potremmo dividere la squadra e mandare una parte dei miei uomini all'esterno, secondo i tuoi ordini, vir eminentissimus, mentre gli altri resteranno qui con me, come ha comandato Norbano.
Non era la soluzione ottimale, Petronio ne era cosciente, ma il tempo cominciava a stringere, e prolungare quella disputa avrebbe soltanto ritardato il piano. Con la coda dell'occhio, guard verso le colonne dell'ippodromo. Non proiettavano ombre. Era l'hora sexta. Se gli uomini di Partenio erano veramente tanto folli da aver accettato di uccidere l'imperatore, di l a poco sarebbero sopraggiunti dal luogo prestabilito e non avrebbero esitato a scontrarsi con i pretoriani presenti, anche a costo di morire in quel maledetto ippodromo. Era tardi per tirarsi indietro, troppo tardi. Doveva provare ad aiutare i dannati uomini di Partenio, e dare al loro piano almeno una possibilit di riuscita.
D'accordo accett Petronio. Che una dozzina di uomini restino qui. Gli altri, con me.
Venti, ne restano venti ribatt il tribuno. Petronio annu, si volt e, seguito dai suoi dodici uomini, insieme agli altri quaranta che era riuscito ad allontanare dall'ippodromo, si diresse verso l'uscita settentrionale. Venti pretoriani armati. Gli uomini di Partenio avrebbero dovuto battersi con straordinario valore. Sarebbe stato meglio per tutti: se l'imperatore fosse sopravvissuto, il capo del pretorio non avrebbe mai potuto giustificare il proprio comportamento.

131.

UN DISCORSO SUSSURRATO.

Cloache nei sotterranei della Domus Flavia, 18 settembre del 96 d.C., hora sexta

Quanti pretoriani ci sono? domand Spurius.
Marzio ridiscese dalla sommit delle mura delle cloache e rispose in un sibilo, digrignando i denti per la rabbia. Erano troppi, troppi. Ne vedo una dozzina, ma sono senz'altro di pi. Saranno venti o venticinque.
Tanti replic il sagittarius.
Tanti conferm Marzio e si volt verso i suoi uomini.
Il curator si era scostato di qualche passo, come per lasciare un po' d'intimit a quei guerrieri che si accingevano a combattere. A Marzio sembr un comportamento rispettoso da parte del vecchio che li aveva guidati nelle viscere di Roma. Fiss negli occhi ogni singolo gladiatore. Erano tesi, con i muscoli contratti, bramosi di lottare. Erano addestrati e valorosi, ma il mirmillo cap che la missione che avevano intrapreso era disperata. In pochi sarebbero sopravvissuti, forse nessuno. Senza averlo previsto, Marzio sent di dover dire qualcosa. E lo fece. Tutti ne furono sorpresi: era la prima volta che formulava un discorso, dopo la morte di Attilio.
I pretoriani sono molti e ben equipaggiati disse a bassa voce, in un sussurro percepibile solo nelle immediate vicinanze, ma che raggiunse con chiarezza i gladiatori che gli stavano intorno. Pretoriani armati fino ai denti, s, intrepidi veterani delle guerre di Roma. Ma tenete a mente una cosa: quegli uomini non sono avvezzi agli scontri all'ultimo sangue. Da anni, ormai, non si sentono davvero in pericolo, non come noi, che sappiamo cosa significa scendere nell'arena senza la certezza di uscirne vivi. Credono di essere forti, ma sono soltanto l'ombra della forza: il loro vantaggio  nell'essere in tanti, ma oggi sono meno di quanto pensassero, e noi non ci fermeremo davanti a nessuno e li trafiggeremo con le nostre spade. Loro sono convinti di essere i migliori, guerrieri esperti, ma non sanno cosa significa battersi fino alla morte, corpo a corpo, senza possibilit di scampo. Potete pugnalare, mordere, calpestare, picchiare; non mi importa come ci riuscirete, ma dovete farvi strada fino alla stanza dell'imperatore e l, l... A Marzio brillavano gli occhi. L uccideremo chi ci governa, colui che da anni dispone delle nostre vite. I pretoriani sono molti, ma soltanto voi avete visto la morte in faccia, consapevoli che la vostra sorte dipende dal miserabile gesto di un uomo in carne e ossa, un uomo che si ritiene un dio, superiore a tutti noi. Ma annusate l'odore di questa cloaca. Inspir e gli uomini, perplessi ma completamente catturati dalle sue parole, lo imitarono: il fetore delle cloache imperiali fece storcere la bocca a tutti quanti. S, amici miei, la merda dell'imperatore puzza proprio come quella di chiunque altro e vi assicuro che le nostre spade trapasseranno le sue ossa e la sua carne come quelle di qualsiasi uomo. Oggi per noi  un nuovo inizio. Oggi  il giorno in cui saremo noi a decidere della vita e della morte. Oggi si sovvertiranno le regole, come quando la citt si abbandona all'ebbrezza dei Saturnalia, ma non ci sar alcun divertimento: le regole che ci accingiamo a cambiare sono quelle della vita o della morte. Oggi il nostro anfiteatro e la nostra arena saranno la Domus Flavia, il palazzo imperiale di Roma. Oggi  il giorno in cui Tito Flavio Domiziano, l'imperatore del mondo, del suo maledetto mondo, morir. E tacque.
Erano tutti estasiati. Non tanto per le parole che aveva pronunciato, quanto per il fatto stesso che Marzio si fosse lanciato in quel lungo e appassionato discorso: quegli uomini sapevano che il mirmillo era mosso dalla pi profonda sete di vendetta ed erano sicuri che fosse giunto il giorno che aveva atteso da anni, quello in cui avrebbe vendicato il suo amico Attilio. Alcuni avevano assistito al tragico combattimento, ad altri era stato raccontato. Ma tutti sapevano che il pi caro amico di Marzio era morto per colpa dell'imperatore. Erano tutti stupiti dal modo in cui il gladiatore aveva deciso di restituire l'affronto, o almeno di provarci. Ognuno di loro era mosso dal desiderio di oro o di libert, ma quelle parole, la brama di vendetta che emanavano, avevano acceso in loro la rabbia di cui Marzio era convinto avessero bisogno per battersi con valore.
Nemesi  con noi, lo  sempre stata e non ci abbandoner nemmeno oggi concluse Marzio. Si volt verso la bocca della grande cloaca imperiale e fece un cenno ai due sagittarii, il veterano e il pi giovane. Inizierete voi. Prendete bene la mira.

132.

NORBANO E L'IPPODROMO.

Ippodromo della Domus Flavia, 18 settembre del 96 d.C., hora sexta

Norbano segu l'imperatore con lo sguardo: usciva dall'Aula Regia ben sorvegliato e in compagnia di Stefano e Partenio. Non gradiva che si confidasse con quei due maledetti liberti, ma sapeva che il Dominus et Deus non nutriva pi una particolare stima nei loro confronti, soprattutto da quando Partenio non era riuscito a torturare fino alla morte quel vecchio cristiano nell'olio bollente. Non gli sembr pericoloso che Domiziano si allontanasse con quei due consiglieri decaduti, almeno finch ci sarebbero stati anche i pretoriani. Lui aveva un altro compito: doveva fare un giro d'ispezione e verificare che fossero tutti ai loro posti.
Norbano usc dall'Aula Regia e percorse le stanze e i corridoi che portavano all'ippodromo. Voleva essere sicuro che i soldati a cui aveva ordinato di rimanere l, per ogni evenienza, non si fossero mossi. Da qualche tempo diffidava di tutto e di tutti, proprio come l'imperatore, e cercava sempre di appurare personalmente che i suoi ordini fossero eseguiti a dovere. Perci, quando arriv all'ippodromo e si accorse che c'erano molti meno uomini di quelli che aveva predisposto, si innervos e non esit ad aggredire con le sue domande il tribuno al comando.
Per Giove! Dov' il resto degli uomini, tribuno?
Il tribuno rispose affrettandosi ad accusare Petronio Secondo. Fuori dal palazzo. Petronio Secondo ha voluto rinforzi all'esterno e ha portato con s quelli che mancano. Voleva farci uscire tutti, ma io... Norbano, per, aveva gi smesso di ascoltarlo. Si era incamminato verso il centro dell'ippodromo, da solo, perch la mezza dozzina di suoi fedelissimi, non avendo ricevuto alcun ordine da parte sua, era rimasta ferma tra le colonne del porticato.
Una volta giunto al centro, si guard intorno, riflettendo. Istintivamente si sarebbe precipitato all'esterno per affrontare Petronio faccia a faccia. Poi, per, ci aveva ripensato. Perch Petronio aveva richiesto uomini fuori dal palazzo? Temeva davvero un attacco? E se invece stesse tramando qualcosa? Se facesse parte di una congiura? Perch portare fuori i pretoriani e non lasciarli all'interno? Cos avrebbe impedito ai congiurati di entrare nella Domus Flavia: rafforzando le difese all'esterno avrebbe impedito loro di entrare, a meno che... Continuava a guardarsi intorno, scrutando le ombre delle colonne che diventavano sempre pi corte. L'hora sexta stava per sopraggiungere e non era gi trascorsa, come invece aveva annunciato lo schiavo nell'Aula Regia. Nessuno, per, aveva badato alle ombre, nessuno aveva capito che lo schiavo stava mentendo... Forse Petronio aveva spostato i pretoriani all'ingresso del palazzo perch i congiurati erano gi... Norbano inizi ad annuire in silenzio mentre continuava a scrutare... Magari i congiurati erano gi nel palazzo... Ma da dove potevano essere entrati?

133.

COLONNE, OMBRE E SPECCHI.

Ippodromo della Domus Flavia, 18 settembre del 96 d.C., hora sexta

Non c'erano inferriate a separare il palazzo dalla grande cloaca nell'ippodromo. Il curator aveva esposto il problema in un rapporto presentato a Partenio. Questi avrebbe dovuto sottoporlo all'imperatore, ma non aveva mai trovato il momento opportuno. E quando gli si era presentata l'occasione, l'anziano consigliere aveva ritenuto pi conveniente lasciare il condotto fognario senza sbarre. Ora, grazie a quella intuizione, gli uomini di Marzio poterono entrare nel palazzo dall'ampia apertura della cloaca e procedere strisciando per terra senza grate da dover forzare.
I sagittarii, seguendo gli ordini di Marzio, uscirono per primi. I pretoriani si trovavano al lato opposto dell'ippodromo per tenersi il pi lontano possibile dalle fetide esalazioni delle fogne. Ci consent ai gladiatori di emergere pi agevolmente dalle viscere di Roma. Da quel momento, Marzio comunic con i suoi uomini soltanto a gesti. Avanzarono con cautela, nascondendosi dietro le colonne. Marzio scrutava le ombre, che ormai stavano per scomparire. Il sole era alto nel cielo: era giunta l'ora. Guard i pretoriani. All'improvviso sopraggiunse un alto ufficiale che si rivolse ai suoi subordinati in tono concitato. Non si capiva bene cosa dicesse, ma era furioso. Qualcosa non andava come previsto. Marzio sollev la mano per far segno agli altri di fermarsi. Erano a meno di cinquanta passi dalle guardie. Riconobbe il paludamentum rosso: era uno dei prefetti del pretorio. Sarebbe stato d'intralcio al loro piano. O forse no. Se avessero eliminato uno dei loro capi, i pretoriani sarebbero stati ancora pi disorientati dall'attacco. Marzio si volt verso i sagittarii: stava per dare l'ordine di mirare al capo del pretorio, ma quest'ultimo, terminata la discussione con i suoi uomini, si diresse spedito verso il centro del grande ippodromo. Si ferm proprio nel mezzo. Era troppo lontano, a pi di centocinquanta passi. Da quella distanza i sagittarii avrebbero potuto mancarlo, soprattutto Spurius, e loro non potevano permettersi di sprecare le frecce, nemmeno una. Gli altri pretoriani, invece, erano raggruppati a soli cinquanta passi da loro. Qualsiasi dardo scagliato dai suoi arcieri ne avrebbe raggiunto qualcuno, uccidendolo o ferendolo. Marzio non esit e indic il manipolo di soldati imperiali. Spurius annu e tese l'arco, imitato dal sagittarius pi giovane. Poi Marzio guard il dimachaerus, che aveva voluto nel gruppo per la sua abilit nel lanciare coltelli. Voleva uccidere almeno mezza dozzina di pretoriani prima di uscire allo scoperto, per rendere lo scontro pi equilibrato. Avrebbero potuto sconfiggerli, soprattutto considerando il fattore sorpresa. Al capo del pretorio avrebbero pensato in seguito.
Le ombre scomparvero. Il sole si trovava allo zenit. Era l'hora sexta. Marzio strinse il pugno. Era il segnale: i sagittarii, con la precisione di anni di addestramento, scagliarono le loro frecce. Le prime due si conficcarono nel collo di altrettanti pretoriani i quali, tenendo strette fra le mani le frecce che impedivano loro di gridare, dapprima caddero in ginocchio e poi bocconi a terra. I compagni si voltarono, frastornati, per capire da dove fossero giunti i dardi. Piovvero ancora due saette e poi altre due e, all'improvviso, un coltello si piant nella fronte di un pretoriano. Soltanto una freccia manc il bersaglio. I sagittarii avevano colpito cinque pretoriani: due morti, due feriti e un altro continuava a urlare di dolore per il braccio destro trafitto. Una guardia invece era stata abbattuta dal pugnale del dimachaerus. I pretoriani, guidati dal tribuno, iniziarono a reagire: usarono gli scudi per proteggersi e, in formazione, avanzarono verso le colonne dalle quali arrivavano le frecce.
Norbano, che aveva assistito attonito alla scena, inizi a correre verso il nascondiglio dei nemici. A ogni passo, malediceva Petronio e giurava che, quando tutto fosse finito, lo avrebbe crocifisso, come monito per tutti i traditori del palazzo.
Formazione d'attacco! ordin Marzio.
Due traci, due mirmillones, un sannita, un secutor, un hoplomachus, il dimachaerus e Marzio avanzarono compatti nell'ippodromo, protetti dai loro scudi, andando incontro ai pretoriani. Il provocator, obbedendo agli ordini di Marzio, avrebbe dovuto tener testa al capo del pretorio, che veniva dalla retroguardia. I sagittarii rimasero appostati dietro le colonne per contrastare l'avanzata dei pretoriani. Non potevano sperare di fare altre vittime, dal momento che le loro frecce andavano a conficcarsi contro gli scudi dei soldati. Tuttavia, continuando a bersagliarli di colpi, non permettevano ai pretoriani di abbassare gli scudi, che dunque ne ostruivano la visuale. Infatti, senza quasi accorgersene, andarono a sbattere contro la formazione dei gladiatori. Questi ultimi, dopo l'impatto, si lanciarono in un feroce corpo a corpo. All'inizio i pretoriani rispondevano ai colpi dei gladiatori con un certo ordine, poi Marzio si chin e trapass da sotto lo scudo uno dei pretoriani, il tribuno, che lanci un urlo lacerante e fu costretto a fermarsi. In questo modo si apr una breccia nella formazione in cui i mirmillones, che procedevano accanto a Marzio, si fecero strada sbaragliando altre due guardie. Nei pretoriani, per, superato lo sconcerto iniziale e compresa la gravit della situazione, si risvegli la collera e la furia dei guerrieri. Gridando e sferrando stoccate, iniziarono a ferire i nemici. Il secutor fu il primo a cadere, colpito al petto e alle spalle da due spade imperiali. Poi tocc a uno dei due mirmillones, che, sottovalutando i nemici, si fece cogliere in fallo: inciamp su uno dei pretoriani caduti e un altro soldato non esit a tagliargli la gola.
Al centro dell'ippodromo il provocator si avvent contro il capo del pretorio. Questi cerc di abbatterlo con una stoccata decisa, ma il gladiatore la par con lo scudo.
Chi siete? Per Marte! grid Norbano mentre sferrava un altro colpo all'avversario, il cui volto era nascosto dall'elmo. Chi vi manda? Chi vi manda?
Il provocator non perse tempo a dargli spiegazioni. Si chin coprendosi con lo scudo. Norbano barcoll e il gladiatore, mentre il prefetto ritrovava l'equilibrio, gli assest un poderoso colpo sulla testa. L'elmo lo attut, ma Norbano, carponi, rimase stordito. Il gladiatore sent la voce di Marzio dietro di lui e si volt. I suoi compagni avevano bisogno d'aiuto. Si gir di nuovo verso il capo del pretorio, ma questi era immobile e un rivolo di sangue gli scorreva da sotto l'elmo. In un'altra circostanza, il provocator si sarebbe inginocchiato e lo avrebbe finito, ma in quello scontro non si poteva sprecare tempo prezioso, perci lo lasci riverso a terra e corse ad aiutare i compagni.
Norbano si port le mani alla testa. Voleva togliersi l'elmo, ma non ci riusciva. Era stato atterrato con un unico colpo. Voleva scoprire se era una ferita mortale, ma non pot verificarlo. Le palpebre si appesantirono e perse i sensi.
All'altra estremit dell'ippodromo la lotta proseguiva all'ultimo sangue. Erano rimasti in piedi solo sei pretoriani, due dei quali feriti, ma anche i gladiatori avevano subito delle perdite: un tracio, l'hoplomachus e il sagittarius pi giovane. I pretoriani ancora vivi non si aspettavano l'arrivo del provocator, il quale riusc a sorprenderne uno alle spalle, uccidendolo, e a finire i feriti. Il dimachaerus riprese a combattere con rinnovata furia, e si stacc dalla sua compagine in un dissennato tentativo di porre fine allo scontro. I pretoriani sopravvissuti, per, approfittarono delle sue scarse protezioni per affondargli due stoccate a una spalla e al ventre.
Allarme! Allarme! grid infine uno dei tre pretoriani, battendo in ritirata con i suoi compagni.
Era avvenuto tutto cos all'improvviso che nessun soldato aveva pensato di chiedere aiuto. L'ippodromo, per, era ai piedi del colle su cui si stagliava il palazzo imperiale e i peristili soffocarono le grida disperate della guardia imperiale. I gladiatori, tuttavia, ne furono intimoriti e, nella fretta di zittire i soldati, il mirmillo che era con Marzio commise lo stesso errore del dimachaerus e avanz rispetto ai suoi compagni. I soldati dell'imperatore colsero l'occasione per ferirlo e poi ucciderlo, affondandogli lo spigolo di uno scudo nella gola. Lo scontro, ormai, non sembrava pi un combattimento e non c'erano pi regole. Marzio guard Spurius, che colse il messaggio e incocc un'altra freccia, ma uno dei pretoriani - che, retrocedendo, avevano raggiunto il posto in cui erano custodite le armi dei soldati di guardia all'ippodromo - gli scagli contro un pilum e trapass il petto dell'anziano arciere. Marzio gli si avvicin, mentre affidava al tracio, al sannita e al provocator il compito di uccidere gli ultimi tre pretoriani rimasti. Costoro, imitando il loro compagno d'armi, cercavano dei pila da lanciare, ma quando riuscirono a procurarseli era ormai troppo tardi. I gladiatori tagliarono loro le gole con la rabbia ferale di chi era stato costretto a combattere sotto i loro occhi e a sentirli scommettere tra grasse risate.
Uccidi l'imperatore. Uccidi quel maledetto... gli sussurr il sagittarius agonizzante. Marzio annu e si accorse che l'anziano aveva smesso di respirare. Si alz e si guard intorno: l'ippodromo era una distesa di cadaveri e sangue. Oltre a lui, erano rimasti in vita altri tre gladiatori. Non molti, ma erano riusciti a superare il primo ostacolo. Poi si gir verso uno degli angoli, quello a sud-est. L, come gli aveva spiegato Partenio, avrebbe trovato il passaggio segreto che conduceva alla stanza dell'imperatrice.
Lo sguardo teso e di puro odio di Domizia Longina li accolse alla fine del cunicolo.
Di l! Svelti! li esort la donna appena li vide. I quattro gladiatori attraversarono la stanza dell'imperatrice a grandi falcate. Marzio raggiunse le porte che conducevano alla camera dell'imperatore. Si sentivano colpi, rumori, gemiti: era in corso una lotta. Marzio lanci un'occhiata all'imperatrice.
Entrate! Per tutti gli dei, muovetevi a entrare e facciamola finita una volta per tutte! grid Domizia Longina.
Marzio si volt, apr i battenti con due calci vigorosi e, infervorato dall'ebbrezza della guerra, perch di guerra ormai si trattava, analizz la scena che si present ai suoi occhi: due uomini macilenti, uno pi vecchio e uno pi giovane, con espressione atterrita, stavano vicino alla grande porta che, dall'esterno, una nutrita schiera di uomini, senza dubbio pretoriani, stava cercando di abbattere. Poi lo sguardo di Marzio si pos sul suo bersaglio: in piedi accanto a un grande letto, con le mani insanguinate, Tito Flavio Domiziano, imperatore di Roma e Dominus et Deus, abbaiava ordini agli unici due pretoriani che erano con lui nella stanza. Marzio gli and incontro con passi misurati. Non lo aveva mai visto cos da vicino.
Anche tu? chiese l'imperatore, ignorando il gladiatore e rivolgendosi a Domizia Longina, che era alle sue spalle.
Anch'io, Dominus et Deus rispose la donna.
Marzio era concentrato sui due pretoriani incaricati di proteggere l'imperatore, che, invece, teneva ancora lo sguardo fisso sulla moglie. Le pose un'altra domanda.
Da quando? Di fronte al silenzio dell'imperatrice, Domiziano insistette, gridando: Voglio sapere da quando!.
Mentre la coppia imperiale era impegnata in quel duello verbale, Marzio sorvegliava i movimenti delle guardie. Il sannita era al suo fianco e, dietro di loro, c'erano il tracio e il provocator.
Marzio si accorse che c'era qualcuno rannicchiato ai piedi dell'imperatore: era ferito e perdeva sangue dalle orbite. Non era un pretoriano e sembrava inoffensivo. I soldati imperiali all'esterno caricarono ancora la porta e questa scricchiol, ma resistette. Marzio sapeva di avere solo pochi istanti per portare a termine la missione iniziata nella maledetta hora sexta di quel sanguinoso 18 settembre.
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FINE Parte 3.