Santiago Posteguillo

L'Ispanico. Parte 2.

Titolo originale: Los asesinos del emperador.
Traduzione di: Giuliana Calabrese - Studio Littera.
2013 - EDIZIONI PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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LIBRO Terzo.

L'ASSEDIO DI GERUSALEMME.

Anno 69 d.C., (anno 823 ab Urbe condita).

Se avessi compreso anche tu [o Gerusalemme], in questo giorno, la via della pace! Ma ormai  stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perch non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata1.
Parole pronunciate da Ges dopo il suo ingresso a Gerusalemme come predizione dell'assedio da parte di Roma, in Vangelo di Luca, 19, 42-44.
1. Originale latino tratto dalla versione della Bibbia CEI.

39.

L'ESERCITO DI TITO.

Accampamento romano davanti a Gerusalemme, Febbraio del 70 d.C.

Traiano padre arriv al trotto all'accampamento sul monte Scopus. Stava ripensando agli ultimi, vorticosi, avvenimenti: Vitellio era stato giustiziato, i suoi uomini destituiti e arrestati, il Senato aveva proclamato Vespasiano imperatore e questi, di ritorno dall'Egitto verso Roma per prendere il controllo della citt e dell'Impero, aveva nominato cesari i suoi due figli, Tito e Domiziano. Il potere era passato in nuove mani, ma Traiano intuiva che Vespasiano non fosse certo intenzionato a durare solo qualche mese. Il nuovo imperatore si stava recando a Roma sia per affermare la sua autorit sia per controllare la ribellione dei Batavi nella Gallia.
Tito doveva mantenere la promessa di porre fine alla resistenza giudaica, ma da quando Vespasiano era partito si era perso tempo prezioso per consolidare il dominio di Roma nelle altre citt della Giudea. Era febbraio, e, stando al patto tra Vespasiano e Tito, Gerusalemme doveva cadere prima della fine di giugno. Era un accordo impossibile da onorare, ma Traiano voleva capire quale strategia Tito avesse in mente per superare le insormontabili difese della citt. Girando intorno alle mura, si era lasciato alle spalle le fortificazioni che la legione X Fretensis stava costruendo sul monte chiamato degli Ulivi. Tito aveva ordinato di approntare due campi, uno a est e l'altro a ovest della citt, per tenere sotto controllo i nemici da ogni posizione. A Traiano parve che tutto stesse procedendo bene. Tuttavia, quando il giovane Aulo Larcio Lepido lo inform che era stato sollevato dal comando della X e che Tito lo aveva convocato all'accampamento occidentale, Traiano fatic a reprimere la rabbia, si conged con un saluto militare e usc a cercare un cavallo per recarsi dal nuovo cesare e farsi spiegare cosa stava succedendo.
Not con piacere che, a prescindere da chi il giovane Tito intendesse nominare come suo successore, almeno le fortificazioni dell'accampamento occidentale venivano costruite a ritmo abbastanza serrato, soprattutto quelle della legione V Macedonica e quelle della XV Apollinaris. Come c'era da aspettarsi, i legionari della Dodicesima Fulminata erano molto pi in ritardo. Su quegli uomini, per, gravava il peso di diverse sconfitte, compresa un'imboscata in cui avevano perso i loro stendardi a forma di fulmine. Senza quei vessilli, sacri per i legionari, con molti dei loro centurioni declassati e trasferiti in altre legioni, della Dodicesima Fulminata erano ormai rimasti pochi elementi disorganizzati e di dubbie capacit militari. Il ritardo nella loro sezione dell'accampamento non faceva che confermare ci che Traiano aveva sentito sul loro conto.
Il vecchio legatus ispanico giunse al praetorium dove Tito stava approntando il suo piano per portare a termine l'assedio di una citt vasta e ben difesa come Gerusalemme. Nel consilium di legati e ufficiali, Traiano riconobbe Sesto Vettuleno Ceriale, anche lui veterano delle campagne di Corbulone, e Marco Tizio Frugi, abile comandante e guerriero. Gli altri erano ufficiali di rango inferiore, soprattutto centurioni. Tito, in piedi accanto a un tavolo sul quale era spiegata una grande carta di Gerusalemme, si limit a guardare Traiano per un istante, salutarlo con un lieve cenno del capo e tornare a rivolgersi a Ceriale.
Allora, sono chiari i miei ordini? domand.
Fortifichiamo i due accampamenti e domani all'alba setacceremo tutto il perimetro delle mura per localizzare il punto migliore per attaccare, nel caso i negoziati falliscano, cesare riassunse fiero Ceriale.
Esatto conferm Tito. E io sar al comando della cavalleria nella ricognizione, capito? Ceriale e il resto degli ufficiali annuirono; allora Tito guard Traiano. Adesso tutti fuori, eccetto Traiano.
I legati della V e della XV uscirono per primi e, dopo di loro, gli altri ufficiali. Tito arriv subito al punto della questione per cui lo aveva convocato.
Non ho abbastanza uomini per questo compito, Traiano. Accortosi di aver attirato tutta l'attenzione del suo interlocutore, il figlio dell'imperatore prosegu fornendogli i dettagli. Traiano comprese che il giovane cesare aveva in mente un piano ben preciso, ma ignorando quale fosse non poteva evitare di rammaricarsi per essere stato sollevato dal comando della X Fretensis, con cui aveva sempre ottenuto ragguardevoli risultati al servizio di Vespasiano. Nonostante ci, per prudenza, taceva e ascoltava: Tito enumer le forze di cui disponeva per l'attacco.  vero che abbiamo la V Macedonica, la XV Apollinaris e la X Fretensis, ma tu sai meglio di tutti, Traiano, che nessuna delle nostre legioni  al completo, a causa delle perdite subite in questa guerra. Senza contare che mio padre ne ha inviato alcuni distaccamenti a nord di Roma per contrastare Vitellio. Certo, poco tempo fa sono arrivate dall'Egitto una vexillatio di duemila legionari della III Cyrenaica e della XDodicesima Deiotariana, mandate da mio padre perch sa che ho un disperato bisogno di uomini, ma anche queste sono insufficienti. Il loro comandante, Frontone Aerio, mi ha confermato che sono soldati poco esperti nel combattimento. I Giudei, quei maledetti, sono pronti a morire per difendere ogni palmo di terra, li conosci. Sono arrivate altre alae ausiliarie di cavalleria e qualche coorte da diversi luoghi, ma siamo ancora in pochi per affrontare una citt di mezzo milione di abitanti, con almeno ventimila pazzi dannati e trentamila zeloti, disposti a dare la vita per la loro causa. Tutti quegli uomini, al riparo di quei tre maledetti ordini di mura, sono troppi per le forze di cui dispongo. Troppi.
Traiano annu lentamente. Non sapeva se Tito si aspettasse una risposta, un giudizio o solo il silenzio, ma gli parve che il figlio dell'imperatore si fosse dimenticato di una legione.
Ci sono anche gli uomini della Dodicesima Fulminata inizi Traiano. So che non sono i migliori, ma possono rivelarsi utili in parecchie fasi dell'assedio...
La Fulminata! esclam Tito sollevando le braccia, voltandosi e rivolgendogli le spalle per un attimo per poi sedersi su un solium.  una legione composta quasi interamente da inetti. Stanno procedendo con la costruzione della loro parte di campo? Sei appena passato da l, hai dovuto incrociarli per forza per arrivare al praetorium. Sorprendimi, Traiano, dimmi che lavorano allo stesso ritmo degli altri.
Traiano deglut. Non disse nulla e si limit a un cenno di diniego.
Come immaginavo, proprio come immaginavo rispose un abbattuto Tito stringendo i pugni in segno di impotenza. Un'intera legione sprecata. Mi ritrovo con un branco di codardi buoni a nulla nel momento in cui ho un disperato bisogno di uomini. Un disastro, Traiano.
L'ispanico rimase immobile e in silenzio, all'altro capo del tavolo. Non poteva aggiungere altro, niente che potesse risollevare l'animo del giovane cesare.
 per questo che ti ho convocato, Traiano riprese Tito fissandolo negli occhi. Non hai protestato sul fatto che ti abbia rimosso dal comando della X Fretensis.
Sono agli ordini del cesare e se questi ritiene che sia meglio sollevarmi dall'incarico...
Leale fino alla morte lo interruppe Tito. Cos disse mio padre parlandomi di te: leale fino alla morte.  cos, Traiano? Sono tempi, i nostri, in cui la lealt evapora in fretta.
I Flavi sono sempre stati sensibili agli interessi della mia famiglia e a quelli degli Ispanici in Occidente.  giusto che ricambiamo queste attenzioni con la nostra lealt.
Tito lo fiss senza dire nulla per un momento che a Traiano sembr eterno. Forse era stato inopportuno attribuire la sua lealt alla predilezione dei Flavi per l'aristocrazia ispanica.
Ho bisogno della Dodicesima Fulminata operativa e con il giusto spirito per combattere prosegu infine il cesare. Come hai detto tu stesso, ho bisogno del supporto anche di quella legione se, come mi fa presumere la caparbiet degli zeloti, tutto questo condurr a un duro e lungo assedio. Ti ho sollevato dal comando della X Fretensis perch ti occupi della Dodicesima Fulminata si alz dal solium. E ascoltami bene, Traiano: l'incarico che ti sto affidando non  un declassamento, n una punizione.  una sfida. So che sono stati sconfitti in diverse occasioni e che non sono all'altezza della posizione che occupano. Per tutti gli dei, hanno addirittura perso le loro insegne lasciandole in mani nemiche! Quegli uomini non hanno fiducia in se stessi e mancano di coraggio, ma mi servono anche loro in questo assedio, al pari di tutti gli altri. Rispondi, Traiano, ma non promettermi niente che tu non possa mantenere. Dimmi, Marco Ulpio Traiano, come nuovo legatus della Dodicesima Fulminata, credi di poter fare in modo che i tuoi legionari combattano con coraggio e che quando arriver il momento muoiano con onore? Senti di potermelo garantire?
Traiano non si aspettava di essere nominato nuovo legatus di una legione caduta in disgrazia, di essere messo a capo di una compagine di inetti, ma il modo in cui il figlio di Vespasiano gli aveva posto quelle domande, la sua ansia, il suo fervore, non gli lasciavano molta scelta. Un cesare non domanda mai, ordina. Anche quando lo fa sotto forma di richiesta.
La Dodicesima Fulminata combatter con valore e coraggio agli ordini del cesare Tito Flavio Sabino, figlio dell'imperatore Vespasiano.
Tito abbozz un sorriso appena percettibile, poi si sedette di nuovo sul solium. Che gli dei ti assistano, Traiano. Che gli dei assistano tutti noi.
Sollev la mano destra. Traiano salut il figlio dell'imperatore, si volt e usc dal praetorium, pronto a mettere in riga gli uomini della Dodicesima Fulminata, facendoli lavorare anche tutta la notte se necessario, finch le loro fortificazioni non fossero state all'altezza di quelle della V e della XV. Non sarebbe stata un'impresa da poco. E maledisse la sua sorte. Non c'era niente di peggio, in una guerra, che vedersi costretti a combattere circondati da codardi.

40.

L'ARRIVO DI LONGINO.

Italica, sud della Hispania, Marzo del 70 d.C.

Gneo Pompeo Longino era un superstite. Anni addietro, dopo la disfatta da parte di Cesare, la sua famiglia si era sparpagliata in diverse zone dell'Impero. Il nonno di Longino aveva trovato un posto in cui rifarsi una vita nella lontana Augusta Treverorum, capitale della Gallia Belgica. La sua vita era trascorsa tranquilla fino a quando, durante la rivolta dei Batavi, il padre fu ferito gravemente in battaglia. Siccome anche la madre era scomparsa, e, nonostante avesse gi diciotto anni e fosse abbastanza grande da entrare nell'esercito, il padre, sul letto di morte, lo aveva obbligato a recarsi nella citt di Italica, dove lo avrebbe accolto la famiglia di un tale Traiano.
Va' a sud, figliolo le parole del padre erano indelebili nella sua memoria. Traiano  un brav'uomo. Ho combattuto con lui agli ordini del grande Corbulone. Gli ho scritto quando ebbe inizio la rivolta dei Batavi. Lui si trova a Gerusalemme, con il cesare Tito gli aveva spiegato, anche se parlare gli costava fatica. La lettera  arrivata in ritardo, ma mi ha confermato che sarai il benvenuto. Ha un figlio della tua et, magari diventerete amici. Sotto la protezione dei Traiani starai bene, ragazzo mio. Io... la ferita della freccia faceva sempre pi male; il medico aveva desistito dall'estrarla e l'infezione peggiorava. L starai bene e aveva chiuso gli occhi.
Longino giunse a Italica alla fine dell'inverno. La citt non era molto grande, ma di sicuro lo era pi della sua lontana Augusta Treverorum. Viaggiava accompagnato da uno schiavo, che lo aveva preceduto per annunciare il suo arrivo ai Traiani. Era cos che si usava. E lui voleva fare una buona impressione. Per questo non si sorprese quando un gruppo di cavalieri gli and incontro fuori dalle mura della citt. Un giovane, pressappoco della sua et, li precedette e cavalc fino a raggiungerlo.
Sono Marco Ulpio Traiano. Mio padre  in guerra in Oriente, ma abbiamo ricevuto una sua lettera. Traiano figlio contemplava quel romano proveniente dal Nord: era alto come lui, muscoloso e... bello; nonostante la polvere che gli si era attaccata addosso lungo il tragitto, il giovane fu immediatamente rapito dall'avvenenza di quel ragazzo di Augusta Treverorum. Sei il benvenuto a Italica.
Traiano lo port alle terme.
Sar meglio che ti levi di dosso la sporcizia del viaggio prima di andare a casa gli consigli mentre smontavano da cavallo.
Per tutti gli dei, questa s che  una grande idea.
I due ragazzi entrarono nelle terme di Italica. Lo schiavo di Longino e i cavalieri di Traiano figlio rimasero ad aspettarli all'esterno.
Longino si spogli per entrare nel calidarium e Traiano lo imit. La sua prima impressione fu presto confermata: Longino aveva braccia muscolose e ben proporzionate, ricoperte da una leggera peluria; e le gambe erano robuste, con polpacci ben torniti. La pelle leggermente abbronzata e i capelli neri e folti. Solo la sporcizia e la polvere offuscavano la bellezza del nuovo arrivato, ma prima i vapori del calidarium, poi l'acqua del tepidarium e infine quella del frigidarium riportarono alla luce tutta la sua avvenenza.
Dopo essersi lavati, si sedettero al sole di Italica e con gli strigiles eliminarono le gocce d'acqua che scivolavano sulla loro pelle.
Adesso andremo a casa e mangeremo a saziet. Devi essere affamato disse Traiano.
Lo sono, e parecchio! Longino si sentiva a suo agio con quel ragazzo. Magari diventerete amici aveva detto suo padre. Forse sarebbe stato cos.
Usciamo lo esort Traiano quando si furono rivestiti. Noi abitiamo in una villa fuori dalle mura. Per il momento la Betica  in pace e l si sta bene.
Uno dei pochi posti dove regni la pace, di questi tempi comment Longino.
S. E dopo una breve pausa Traiano aggiunse: Mi dispiace per tuo padre.
Longino non rispose, ma Traiano interpret quel silenzio: il suo nuovo amico gli era grato per quelle parole, ma preferiva non parlarne. Non poteva dargli torto. Si sarebbe comportato allo stesso modo se suo padre fosse morto in Oriente.
Che cosa si fa qui per divertirsi? domand Longino per cambiare argomento e porre fine a un silenzio che stava diventando imbarazzante.
Be', inizi Traiano c' un teatro... ma not che Longino non sembrava molto interessato; allora immagin a cosa si riferisse e gli dispiacque, ma sapeva che erano in pochi ad avere i suoi stessi gusti. C' anche una casa, in citt, con donne venute dall'Africa, alcune molto belle e vide che l'altro annuiva. Ma il mio passatempo preferito  andare a caccia.
Con grande sorpresa e gioia di Traiano, gli occhi di Longino si illuminarono. Anche a me piace tantissimo. Ma cosa cacciate qui nel Sud?
Ci sono cervi e parecchi cinghiali sulle montagne lo inform Traiano esultante. Per al momento mi sto cimentando nella caccia alla lince.
Linci? Credo di non averne mai vista una.
Sono come i leoni, un po' pi piccole ma molto furbe: sono abilissime a nascondersi. Bisogna cacciarle sempre contro vento. Se sentono il tuo odore non le catturerai mai.
E ne hai prese parecchie?
La domanda di Longino era in buona fede, ma Traiano fece fatica a rispondere.
No... Non ne ho ancora presa nessuna... Sono astute...  molto difficile. Ancora una volta cal un silenzio imbarazzato mentre cavalcavano verso casa sotto il sole del tramonto. Traiano ebbe un'idea: Per ne sto seguendo da mesi una che si nasconde dietro quelle alture. Ha ucciso parecchie pecore, ma in pochi osano addentrarsi sulle colline per darle la caccia. Le linci non sono bestie possenti, ma hanno artigli molto affilati e possono strapparti la pelle con un paio di zampate veloci. Se vuoi possiamo provarci insieme. Forse sarebbe pi facile. Longino stava scrutando le colline con attenzione, mentre esaminava il terreno. Sempre che tu non abbia paura, ovvio.
L'ospite si mise a ridere. Noi Longini del Nord non abbiamo paura di niente.
Traiano si un alla risata. Allora affare fatto: la cattureremo insieme.
E continuarono a cavalcare seguiti dallo schiavo di Longino e dalla piccola scorta di Traiano.

41.

L'ALBA DI UNA DINASTIA.

Baia di Alessandria, marzo del 70 d.C.

Tito Flavio Vespasiano si lasci accarezzare dalla fresca brezza del mare, e per un momento riusc a tranquillizzarsi. Finalmente si dirigeva a Roma. Antonio Primo e Muziano erano riusciti a prendere la capitale e la testa di Vitellio era stata portata per le strade di Roma. Il Senato lo aveva proclamato imperatore e i sacerdoti del tempio di Serapide ad Alessandria avevano predetto che il prossimo imperatore sarebbe arrivato dall'Oriente e che avrebbe conseguito gli obiettivi che si era prefissato. E anche la divinazione dell'oracolo del Monte Carmelo era beneaugurante. Ma allora perch provava dentro di s un terrore costante e profondo che non gli dava un attimo di tregua? Le ferite aperte dell'Impero erano molte e lui temeva di non riuscire a curarle tutte prima che Roma morisse dissanguata. I Batavi continuavano a ribellarsi; i Catti e altri popoli germanici spingevano sulle sponde del Reno; i Daci, i Rossolani e i Sarmati avevano ripreso ad attaccare le province a sud del Danubio, rimaste pressoch sguarnite di milizie perch le loro legioni erano state inviate nell'Urbe per contrastare quelle di Vitellio. Si potevano mandare sul Danubio due o tre legioni orientali, ma la rivolta giudaica sarebbe durata ancora a lungo e lui non poteva certo ridurre il numero di soldati impegnati in Giudea.
Tito Flavio Vespasiano inspir con ansia, cercando di dissipare con l'aria salmastra le preoccupazioni che lo incupivano. Non era certo che Tito sarebbe stato in grado di conquistare Gerusalemme, men che meno entro il termine stabilito; tuttavia, la caduta di quella citt avrebbe dato fama non soltanto a suo figlio ma anche a lui. Prendere Gerusalemme era l'impresa sulla quale avrebbe fondato non solo il suo regno, ma un'intera dinastia. Scosse la testa, abbass lo sguardo, chiuse gli occhi. Era solo, sulla prua della quinquereme che navigava veloce con un forte vento a favore solcando il regno di Nettuno.
Forse sarebbe dovuto rimanere con Tito, ma il Senato reclamava la sua presenza, e in una Roma che aveva visto succedersi tre imperatori in cos poco tempo erano necessari ordine e sicurezza, e una figura potente in grado di assicurare che i disordini avessero i giorni contati. Se il figlio minore fosse stato di un'altra pasta, magari si sarebbe potuto far carico della rivolta dei Batavi e del governo di quelle province fino al suo ritorno dall'Oriente; ma Domiziano era troppo giovane e, soprattutto, era un debole. Se suo fratello Sabino fosse sopravvissuto agli scontri con Vitellio, sarebbe potuto restare lui a Gerusalemme. In quel momento l'unica cosa da fare era recarsi a Roma, risolvere i problemi dell'area occidentale dell'Impero e sperare che gli dei dessero a suo figlio e agli ufficiali al suo comando la forza e la saggezza per costringere Gerusalemme alla resa. Vespasiano apr gli occhi. Il Mare Nostrum si estendeva davanti a lui, immenso e sonnolento, favorendogli la navigazione verso Roma, dopo settimane di tempeste che avevano rimandato quel viaggio cos necessario, cos urgente. Aveva lasciato suo figlio Tito con un gruppo di validi legati. Se grazie al loro aiuto fosse riuscito a sconfiggere i Giudei, li avrebbe generosamente ricompensati. Se invece non ce l'avessero fatta... Sorrise malinconico: a quel punto nulla avrebbe avuto pi importanza.

42.

IL PRIMO ORDINE DI MURA.

Torre Psephinus, settore occidentale della Citt Nuova di Gerusalemme sotto controllo dei sicarii, Aprile del 70 d.C.

Chi li guida? domand Eleazar ben Yair da una delle finestrelle della torre Psephinus, in uno degli angoli del primo ordine di mura di Gerusalemme.
Il figlio dell'imperatore rispose Simone bar Giora, il capo dei sicarii, il gruppo pi radicale della rivolta giudaica che lottava per una Giudea libera e indipendente da Roma.
Quello che ha convinto Giovanni di Giscala a consegnare Tarichea1?
Proprio lui conferm Simone. Proprio lui. Lo ripet pensando al coraggio di quel capo romano, che era stato in grado di prendere diverse citt che gli zeloti avevano difeso con scarsa convinzione. La resa di Giscala e dei suoi seguaci, quei maledetti zeloti, sempre disposti a scendere a patti con il nemico, non aveva comportato solo la perdita di Tarichea: Giscala e i suoi si erano rifugiati proprio a Gerusalemme, ormai l'unico nucleo attivo di resistenza in quella lunga e cruenta guerra. Da quel momento gli zeloti si erano barricati nella Fortezza Antonia e nella Citt Vecchia, nelle vicinanze del Tempio. I sicarii di Simone avevano gi cercato pi volte di accedere al Tempio e alla Citt Vecchia, ma Giscala aveva opposto una feroce resistenza che era costata gravi perdite a entrambe le fazioni. Simone, per, voleva recuperare il controllo di tutta Gerusalemme e aveva progettato di attaccare la Citt Vecchia dalla collina pi elevata della Citt Nuova, anzich riprovare dal Tempio. Ma proprio in quel periodo erano arrivati i Romani e avevano circondato la citt. Simone, alla guida di diecimila sicarii e cinquemila alleati idumei, combatteva due guerre: una contro Roma e un'altra, forse ancora pi cruenta, contro gli zeloti all'interno delle mura. Roma aveva schierato quattro legioni, Giscala ottomilaquattrocento zeloti. Ma questo non era un dato rilevante: Gerusalemme si difendeva dai Romani con tre ordini di mura insormontabili; con l'aiuto di Yahweh prima o poi avrebbero sconfitto gli zeloti e riconquistato il Tempio. Al momento opportuno.
Il figlio dell'imperatore dispone di pochi cavalieri, non pi di seicento osserv Eleazar, luogotenente di Simone, che invece sembrava molto pi preoccupato. Potremmo attaccarli.
Simone non rispose subito al suggerimento di Eleazar, ma poco dopo un sorriso gli illumin il volto. Se anche non fossero riusciti a ucciderlo, attaccare l'uomo che aveva costretto Giscala alla resa sarebbe stata un'azione memorabile, che avrebbe suscitato la collera degli zeloti e grazie alla quale nessuno avrebbe pi dubitato del fatto che lui, Simone bar Giora, fosse l'unico in grado di guidare i Giudei contro i Romani.
D'accordo accett Simone, ancora affacciato alla finestra della torre Psephinus. Predisponi gli uomini e attaccate subito quel maledetto romano.
Eleazar non aveva bisogno di farsi pregare: muovere guerra gli veniva naturale, qualsiasi altra condizione gli sembrava una forzatura. Un attimo dopo era pronto a uscire dalla porta settentrionale.
Cavalleria romana, esterno delle mura occidentali della Citt Nuova e della Citt Alta
I negoziati con i capi giudei non avevano dato i frutti sperati e Tito era determinato a dimostrare il suo valore costringendo alla resa una citt di mezzo milione di abitanti, anche lottando se necessario. Perci decise di non farsi condizionare dagli avvenimenti del passato e recarsi di persona a ispezionare le mura della citt. Il passato, per, che non dimentica e non perdona, non si sment neanche in quella occasione: trecento anni prima il console Marcello, come lui ora, era andato in ricognizione per verificare le posizioni dell'esercito cartaginese, portando con s solo con un manipolo di cavalieri, ma Annibale lo aveva catturato in un'imboscata, gli aveva sfilato gli anelli e li aveva usati per inviare messaggi ambigui agli altri comandanti romani. Secoli dopo, Tito era montato a cavallo, per di pi senza elmo n armatura. Il giovane cesare non immaginava di certo che la perenne lotta tra sicarii e zeloti potesse spingere un gruppo di guerrieri giudei, desiderosi di mostrare il loro coraggio alla fazione avversa, a uscire dalle mura per affrontarlo. Si sbagliava.
Il cesare cavalcava verso sud intorno alle enormi mura della citt; quando si trov all'altezza delle torri del palazzo di Erode sent avvicinarsi i cavalli dei sicarii. La scorta di equites singulares di Tito non fece quasi in tempo a tirare le redini per far voltare i destrieri che i primi cavalieri furono abbattuti senza piet dalle spade e dai pugnali dei sicarii, che con le loro armi affilate rendevano onore al loro nome, che deriva dal termine sica - pugnale, appunto. Sebbene si fosse dimostrato eccessivamente fiducioso e anche un po' ingenuo, nel progettare quella ricognizione, il figlio di Vespasiano pot contare su un'immensa fortuna: i suoi singulares, a differenza della cavalleria di Fregellae che aveva abbandonato Marcello al suo destino contro i cavalieri numidici, non erano dei vigliacchi. Seppure in maniera disorganizzata, la scorta di Tito reag, rispondendo all'assalto dei Giudei con autentica furia. Il giovane cesare comprese di aver agito da stupido, ma riusc comunque a salvarsi dall'imboscata: fu disarcionato, ma si rimise in piedi come una belva spaventata e mentre era a terra fece cadere un cavaliere nemico. Poi schiv l'attacco di un secondo e riusc a ferirne un terzo. Tito cercava un cavallo, ma gli animali rimasti senza cavaliere fuggivano impauriti dall'improvvisata battaglia. Dalle mura della citt si sentivano grida di giubilo. I Giudei esultavano nel vederli l, quasi disarmati, a lottare per non soccombere quando invece avrebbe dovuto essere lui, un cesare di Roma, a seminare il terrore tra i nemici. Ma Tito non arretrava. Sarebbe stato contro la sua indole. Strinse i denti e grid con impeto: Guardie!.
Non smise mai di lottare e parare colpi. Era alto, forte e molto ben addestrato al combattimento corpo a corpo. Resistette ad altri due attacchi finch i suoi cavalieri riuscirono ad aprirsi un varco tra gli aggressori e gli si strinsero intorno per difenderlo dai fendenti dei sicarii, offrendogli un cavallo. Ormai protetto dalla maggior parte dei suoi singulares, pot uscire illeso da quell'inatteso agguato ai piedi delle mura di Gerusalemme.
Grande Tempio di Gerusalemme, sotto il controllo degli zeloti
La notizia dell'imboscata che era quasi costata la vita al capo dei Romani si diffuse velocemente nella Citt Nuova, nel Tempio e in tutta la Citt Vecchia. E proprio come aveva previsto Simone, giunse anche alle orecchie di Giscala. Lo smacco del capo degli zeloti fu immenso, soprattutto perch dovette affrontare gli sguardi silenziosi dei suoi, che ripensavano a quando avevano consegnato un'intera citt proprio a quel romano che Simone e i suoi sicarii avevano attaccato senza indugi.
Giscala, nel tentativo di discolparsi, obiett che, essendo gli accampamenti romani quasi tutti concentrati nell'estremit occidentale della citt, erano al di fuori della sua portata. Eppure, la legione X Fretensis era situata a est, tra la valle del Cedron e il Monte degli Ulivi. Giscala sapeva di avere poche possibilit se voleva rimanere ancora al comando degli zeloti e mantenere il controllo del Tempio. Doveva dare un segnale forte, ai suoi seguaci e anche alla fazione di Simone, tentando un'azione che, per rischio e coraggio, eguagliasse quella che i sicarii avevano appena compiuto.
Accampamento romano delle legioni V, Dodicesima e XV a ovest di Gerusalemme
Tito varc, furioso, le fortificazioni dell'accampamento. E il peggio era che non aveva nessun altro da incolpare se non se stesso e la sua stupidit: i singulares si erano battuti con valore e la responsabilit della morte di alcuni di loro era da imputare soltanto a lui. L'unica considerazione che leniva in parte la sua rabbia era la consapevolezza che la ricognizione del territorio fosse necessaria, ma forse non avrebbe dovuto esporsi cos tanto conducendola lui di persona. Senza dubbio ora i Giudei si sentivano rinvigoriti e avrebbero opposto un pi ostinato rifiuto a qualsiasi negoziato.
Il giovane cesare non aveva avuto il tempo di togliersi la polvere di dosso n di farsi medicare le lievi ferite che si era procurato cadendo da cavallo: un centurione irruppe nel praetorium e, facendosi strada tra i legati legionis Ceriale, Frugi e Traiano, si par davanti a Tito. Il figlio dell'imperatore gli scocc un'occhiata rabbiosa e il centurione cap che doveva parlare in fretta.
Ave, cesare lo salut affannato, perch stava ancora recuperando il fiato dopo la cavalcata fino all'accampamento. I Giudei sono usciti con diverse migliaia di soldati e stanno attaccando la X Fretensis all'altra estremit della citt. Le fortificazioni della X non sono ancora terminate e il legatus Aulo Larcio Lepido chiede l'appoggio della cavalleria del cesare.
Tito vide confermato il suo timore: i Giudei non erano disposti ad arrendersi. Ma non aveva tempo per riflettere: doveva agire rapidamente. I suoi singulares, che Lepido chiedeva in supporto, avevano appena affrontato un combattimento, ma rimanevano a disposizione le otto alae della cavalleria ausiliaria.
Andr io stesso a sostenere la X Fretensis con alcuni dei miei singulares e sei delle otto alae ausiliarie. Frontone mi segua al pi presto, magnis itineribus, con le venti coorti della fanteria ausiliaria ordin Tito, finendo di scuotersi la polvere e il sangue rappreso dall'uniforme militare, mentre uno schiavo lo aiutava a indossare una corazza per ricominciare il combattimento.
I legati della V, Dodicesima e XV lo ascoltavano con attenzione, soprattutto Traiano, che per non riusciva a smettere di pensare che se fosse rimasto al comando della legione X le fortificazioni sarebbero state gi ultimate.
Quando avr respinto l'attacco alla X proporremo di nuovo ai Giudei di negoziare la resa, ma nel frattempo voglio che iniziate a spianare il terreno davanti alle mura per permettere il passaggio delle torri d'assedio e degli arieti; poi decideremo cosa usare prima. Guard Ceriale e Frugi. Gli uomini della X e della XV devono costruire le macchine di cui abbiamo bisogno. Pens ad alta voce e chin il capo per un istante. Arieti, voglio degli arieti: useremo quelli trasportabili. Gli uomini della Dodicesima... e guard Traiano, di cui intuiva la delusione per essere stato trasferito dalla X alla Dodicesima. S, gli uomini della Dodicesima preparino il terreno in modo che le macchine possano raggiungere le mura senza difficolt. Ho notato un punto debole vicino al palazzo di Erode, Traiano.  l'unica cosa positiva che abbiamo ottenuto dalla ricognizione, ma pu rivelarsi importante. Quel terreno deve rimanere sgombro. Costruiremo delle rampe, se sar necessario. Di legno o di terra, o di entrambi. Per Giove, sono chiari i miei ordini?
Li osserv voltando piano la testa, con lo schiavo che faceva fatica a infilargli l'elmo.
I tre legati legionis annuirono e Tito si precipit fuori dal praetorium, pronto a guidare la cavalleria per fermare l'attacco dei Giudei contro i legionari della X. Mettersi a capo della ricognizione era stato un errore, ma in quell'occasione cos delicata non poteva sottrarsi, altrimenti nemici e legionari avrebbero pensato che fosse un debole e un codardo. Aveva iniziato quell'assedio combattendo corpo a corpo e ormai non poteva pi tornare indietro. Nel bene o nel male.
Fanteria zelota, in avanzata davanti alle mura del Tempio e della Citt Vecchia
Giscala continuava a incoraggiare i suoi zeloti con feroci grida di guerra, soprattutto dopo averli visti mietere numerose vittime tra i legionari della X, sbalorditi dalla loro furia.
Il combattimento si stava svolgendo oltre il fiume Cedron, facile da guadare in parecchi punti a causa della secca, il che aveva permesso agli zeloti di avanzare pi in fretta e arrecare maggiori danni ai Romani. Giscala, nel cuore della battaglia - che aveva voluto guidare di persona senza affidarla a un secondo come aveva fatto Simone con Eleazar - levava le braccia al cielo e urlava per incitare i suoi.
Per la terra di Israele! Liberiamola dai Romani! Uccideteli tutti! Siamo i soli e unici benedetti da Yahweh!
I suoi guerrieri rispondevano con fendenti mortali, furia, sangue, terrore e odio infierendo sui cadaveri dei legionari di Roma. I loro volti, che la morte aveva colto improvvisa e feroce, erano deformati in smorfie attonite.
Accampamento romano della legione X, a ovest di Gerusalemme
Lepido, legatus al comando della X, faceva del suo meglio per respingere l'assalto. Si era rallegrato quando il cesare gli aveva proposto di comandare quella legione, ma in quel momento si stava rendendo conto che sostituire Traiano era un'impresa pi ardua del previsto. Mantenete le posizioni! Per Ercole, per Roma! Mantenete le posizioni!
Se avessero continuato ad arretrare cos disordinatamente, il combattimento si sarebbe trasformato in un massacro. Avevano bisogno subito della cavalleria, oppure la loro resistenza su quel maledetto Monte degli Ulivi sarebbe stata vana.
Guardate! disse uno dei tribuni. Lepido si volt verso nord: un'immensa nube di polvere annunciava l'arrivo dei cavalieri di Tito. Non tutto era perduto.
Avanguardia zelota
Giscala not il polverone e, per quanto accecato dalla collera, riusc a mantenersi lucido e agire con la prudenza di un abile guerriero.
Ripiegate su questo lato del fiume! Ritiratevi su questa sponda!
Con l'arrivo della cavalleria romana, l'unica speranza degli zeloti per evitare un massacro era attraversare il Cedron e disporsi lungo le mura di Gerusalemme, dove avrebbero potuto contare sulla copertura dei proiettili lanciati dagli uomini sulle mura. Gli uomini di Giscala, comprendendo che gli ordini del loro capo li avrebbero condotti alla vittoria, obbedirono e ripiegarono in tutta fretta.
Retroguardia romana
Tito constat che i suoi cavalieri avevano fatto arretrare il nemico fino alle mura e si ferm accanto a Lepido.
Cosa  successo qui? chiese adirato il figlio di Vespasiano, smontando da cavallo. Il legatus chin il capo.
Stavamo costruendo l'accampamento quando ci siamo accorti che stavano arrivando. Non ho fermato del tutto i lavori; ho preferito far combattere solo una parte della legione, ma non avevo calcolato correttamente la furia del nemico. Poi  diventato difficile gestire...
Lepido aveva lo sguardo a terra. Tito lo fissava assorto. Non era frequente che un comandante riconoscesse di aver commesso un errore. D'altronde lui stesso poco prima aveva rischiato di soccombere per aver sottovalutato il nemico.
Non importa, adesso disse Tito. Lepido, un po' sollevato, alz gli occhi. Dobbiamo proseguire con la fortificazione. Ho bisogno di un buon accampamento in questo settore della citt.  indispensabile attaccare da diversi punti contemporaneamente per indebolire le loro difese. Le mura sono immense, ma se poco a poco eliminiamo i nemici, non rester nessuno a difenderle. Ci riusciremo, Lepido, ci riusciremo. Mise la mano sulla spalla del legatus della X.
S, cesare rispose Lepido con ritrovata determinazione. A Tito piaceva che i suoi uomini lo chiamassero cesare, il titolo attribuitogli dal padre. Essendosi succeduti diversi imperatori in cos pochi mesi, il sostegno di quegli ufficiali alla causa di suo padre non era un dettaglio trascurabile. Non poteva permettersi di sollevare dal comando un legatus solo perch aveva commesso un errore di valutazione. In quel momento Tito alz lo sguardo e si accorse che le alae della cavalleria stavano per attraversare il fiume. Si conged da Lepido impartendogli un'ultima istruzione: Continuate a costruire, Lepido. Mi serve quell'accampamento.
Senza aspettare una risposta, il figlio dell'imperatore mont di nuovo a cavallo e lo spron verso il fiume Cedron con un nutrito gruppo di singulares. Doveva arrestare la cieca avanzata della sua cavalleria o sarebbero caduti sotto i proiettili che i nemici avevano sicuramente preparato in cima alle mura. Giunto al fiume, il figlio di Vespasiano grid con voce potente al resto degli ufficiali: Bloccate l'attacco! Per Giove, fermatevi!.
Avanguardia zelota
Giscala not che a guidare la cavalleria nemica era il figlio di Vespasiano. Ricordava ancora i suoi maledetti assalti a Tarichea e a Gamala, che lo avevano costretto alla resa. Era la sua opportunit per dimostrare che Simone non era l'unico a non temere Tito Flavio Sabino, il cesare: nemmeno lui si lasciava intimorire, anche se in passato ne era stato sconfitto. Adesso era tutto diverso. Giscala era pi forte perch aveva riunito gli zeloti a Gerusalemme e poteva affrontare tutti i legionari e i cavalieri che quel maledetto romano avrebbe osato condurvi: i Romani non potevano nulla contro le mura della vecchia Gerusalemme. Ma bisognava provocarli, attirarli nella trappola mortale che aveva preparato. E anche se non vi fossero caduti, agli occhi dei suoi uomini sarebbero stati comunque umiliati: se i Romani si fossero ritirati, infatti, i guerrieri zeloti si sarebbero convinti che Tito non si sentiva all'altezza di affrontarli.
Avanzate verso il fiume! ordin Giscala rimangiandosi il suo ordine precedente di ripiegare. Verso il fiume, per Israele!
E gli zeloti si precipitarono contro la cavalleria romana.
Cavalleria romana
Tito Flavio Sabino ordin alla sua cavalleria di rispondere al nuovo attacco con una carica. Ma gli zeloti arretrarono ancora sotto le mura della citt e il figlio di Vespasiano intim ai suoi di interrompere l'assalto. A quel punto i Giudei iniziarono a schernire i soldati della cavalleria ausiliaria romana. Tito Flavio Sabino trattenne la sua ira. La cavalleria era l'arma ideale per contrastare gli attacchi in campo aperto come quello al di l del Cedron, ma sotto le mura di Gerusalemme gli uomini a cavallo servivano a ben poco: con quella mossa Giscala voleva solo fare sfoggio di forza e di potere, ma in quel momento non era nelle condizioni ideali per contrastarlo.
Sono divisi tra sicarii e zeloti, ed  proprio questo a renderli pi temibili: sono in competizione per umiliarci disse il giovane cesare a Lepido, che si era avvicinato per verificare in situ come procedevano gli assalti.
Lepido non capiva bene a cosa si stesse riferendo il cesare, ma annu. Un decurione della cavalleria fece un cenno verso nord. Tito riconobbe le venti coorti della fanteria ausiliaria che Frontone conduceva verso quel punto, e si rivolse a Lepido.
La fanteria ausiliaria vi coprir mentre proseguite con le fortificazioni e fermer i Giudei se proveranno di nuovo ad attaccarvi. Io ritorno con il grosso della cavalleria sul settore occidentale, ma ti lascio due alae di cavalieri.
Lepido si port il pugno al petto e rimase a osservare il figlio dell'imperatore allontanarsi verso nord.
Avanguardia zelota
Giscala, vedendo Tito andare via, lev di nuovo le braccia al cielo e url con rabbia e delusione: il suo intento non era pi umiliare i Romani, voleva solo che la sua voce risuonasse per tutta la Citt Vecchia - e soprattutto nella Citt Nuova - e che le sue parole si conficcassero come lame nella testa dei sicarii di Simone: Vittoria! Il Grande Tempio di Gerusalemme  salvo grazie alla forza degli zeloti, i guardiani del tempio di Salomone! Vittoria, vittoria!.
Mura della Citt Nuova, sotto il controllo dei sicarii
Simone studiava i movimenti delle truppe romane davanti alle mura del palazzo di Erode. Una grande quantit di legionari stava convergendo l. Avevano un piano e lui voleva scoprire di cosa si trattasse. In quell'istante arriv Eleazar, il quale gli conferm le voci che gli zeloti avevano fatto giungere alla Citt Nuova: Giscala aveva costretto alla ritirata la cavalleria romana, comandata dal figlio dell'imperatore in persona. Era una vittoria di portata colossale. Simone digrign i denti. Avrebbe quasi preferito che i Romani fossero riusciti a prendere il Tempio e che avessero fatto a pezzi Giscala e i suoi. La loro vittoria sul cesare davanti alle mura del settore orientale di Gerusalemme condannava ancora una volta sicarii e zeloti a quel maledetto equilibrio da cui sembravano incapaci di uscire. Simone si volt di nuovo verso occidente, affacciandosi tra i merli della torre di Erode. Vide diversi gruppi di Romani quasi disarmati. Sembrava che tagliassero qualcosa. All'improvviso cap.
Stanno ripulendo il terreno disse a Eleazar, che gli si era avvicinato. Cercheranno di entrare da l. Sorridendo, indic un punto a nord, tra la torre Psephinus e quella di Erode. Avremo l'onore di essere i primi ad annientarli e a ridurre in cenere la loro vanit.
Yahweh ci aiuter rispose Eleazar con gli occhi che gli brillavano. Non vedeva l'ora di combattere.
S, Yahweh ci aiuter conferm Simone. Lui e le macchine da guerra. Ordina di concentrare a sud della torre Psephinus tutte le ballistae e gli scorpioni di cui disponiamo. Li massacreremo.
Soldati romani davanti alle mura della Citt Nuova
Preferisco fare questo anzich abbattere gli alberi, impilare i tronchi, trascinarli e costruire arieti disse un legionario della X Fulminata mentre con il suo gladio tagliava a fatica le sterpaglie.
Hai ragione rispose un altro soldato. Ma sta' zitto, che arriva il nuovo legatus.
Marco Ulpio Traiano, accompagnato da due tribuni e mezza dozzina di legionari, pass accanto ai due soldati con il volto teso. L'avvertimento era stato vano: il legatus ispanico aveva sentito i commenti e stava cercando di digerire quelle parole cariche di ignoranza. Allora era cos che la pensava la maggior parte di quegli idioti che Tito gli aveva affidato. Senza dubbio era l'inesperienza a farli parlare in quel modo. Traiano si ferm a venti passi dai due soldati. Anche i tribuni smisero di camminare, ma non profferirono parola. Avevano gi capito che il nuovo legatus era un uomo riservato. Fissava le mura, ancora molto lontane, poi i legionari che sgomberavano la strada. E guard di nuovo le mura, e i due soldati che lavoravano in silenzio.
Per Marco Ulpio Traiano era umiliante dover condurre la legione peggiore della campagna, ma lo avviliva ancora di pi constatare che quegli uomini fossero assolutamente inconsapevoli della loro enorme stupidit. Le cose dovevano cambiare. A qualsiasi costo. Marco Ulpio Traiano ritorn sui suoi passi e si avvicin ai due legionari.
Voi due disse indicandoli tra tutti i soldati sparpagliati a tagliare le erbacce. S, proprio voi due. Avanzate fino alle mura e non fermatevi finch non ve lo ordino io, chiaro?
I due legionari deglutirono. Dopo un breve silenzio annuirono e si incamminarono. Avevano ancora in mano le spade che stavano usando per svolgere la mansione assegnata loro. All'improvviso si accorsero di non aver preso gli scudi, che avevano lasciato per terra. I due si lanciarono uno sguardo di intesa, ma non si fermarono. Era una follia avvicinarsi alle mura senza protezione, ma nessuno dei due aveva il coraggio di contravvenire all'ordine del legatus, n tanto meno di protestare, per non attirarsi le sue ire. D'altro canto, pensavano, non li avrebbe lasciati morire sotto una pioggia di frecce; non avrebbe avuto alcun senso. E poi si trovavano ancora a parecchi metri dalle mura e n le frecce n le lance nemiche avrebbero potuto centrarli. Erano sollevati, ma a mano a mano che avanzavano rallentavano il passo in attesa che il legatus desse l'ordine. Mai prima di quel momento avevano desiderato cos intensamente riceverne uno.
Traiano li osservava con lo sguardo fisso, senza battere ciglio. I tribuni arrivarono a credere che avrebbe lasciato morire quei due soldati per una sciocchezza e non erano sicuri che ci potesse portare a qualcosa di buono, ma non avevano intenzione di intervenire.
Cosa fanno quei due? domand Eleazar.
Simone scosse il capo, perplesso. Non lo so rispose. Per mi sembra un'ottima occasione per verificare la gittata degli scorpioni. Lanciate!
I legionari avanzavano. I loro respiri si facevano sempre pi affannosi, e i passi pi lenti. Avrebbero voluto voltarsi per scorgere eventuali segnali. Forse il legatus aveva dato l'ordine e loro non lo avevano sentito. Uno dei due guard all'indietro di sottecchi, da sopra la spalla, ma vide soltanto il nuovo legatus, rimpicciolito per l'enorme distanza percorsa, che guardava in quella direzione ma senza fare loro alcun gesto.
Cosa fanno? domand l'altro legionario, ansioso di sapere cosa succedeva.
Ci guardano. Nient'altro. Ci guardano.
E continuarono ad avanzare ancora di qualche passo. Poi venti. Altri trenta. Cinquanta. Le mura cominciavano a sembrare minacciosamente imponenti, ma non dovevano ancora essere alla portata delle frecce, sicch continuarono a procedere. All'improvviso qualcosa cadde dal cielo: un masso atterr in mezzo a loro ricoprendoli di polvere. Rimasero pietrificati.
Non vi ho detto di fermarvi, per Giove! Sentirono alle loro spalle la voce tonante del legatus. Fecero qualche passo, poi un altro, e un altro ancora. Sudavano. Diverse gocce imperlavano le loro fronti aggrottate, tese. Guardavano in alto. Udirono un sibilo, chiaro presagio di morte, ma non riuscirono a vedere nulla. All'improvviso, un nuovo masso si abbatt su uno dei due legionari, facendogli saltare la testa con tale potenza che schizz a un quarto di miglio di distanza, fino a fermarsi vicino alla coorte dei legionari della Dodicesima Fulminata, il loro legatus e i due tribuni.
Fermo! esclam Marco Ulpio Traiano al legionario sopravvissuto. Puoi tornare indietro. E aggiunse a bassa voce: Imbecille.
Guard i tribuni, i legionari della sua coorte e di altre che si erano avvicinati per vedere cosa stava succedendo, abbandonando il lavoro assegnato. Quegli uomini erano privi di ordine e disciplina. Non poteva aspettarsi niente da loro. Avrebbe avuto una gran voglia di giustiziarli tutti, ma decise che la migliore condanna per quegli scansafatiche sarebbe stata eseguire gli ordini di Tito, quindi approfitt di quell'assembramento per spiegare in cosa consistesse davvero il loro incarico. Parl in tono perentorio, a voce alta, andando dritto al sodo.
Credevate per caso che ripulire il terreno dalle erbacce sarebbe stato un lavoro facile? Siete ancora pi ignoranti di quanto pensassi! Il figlio dell'imperatore vi ha assegnato questo compito perch siete gli unici che pu permettersi di perdere, mandandovi a morire sotto le mura di Gerusalemme mentre spianate la strada ai soldati degni di questo nome: quelli che costruiscono gli arieti e che poi andranno alla carica passando sui vostri cadaveri! S, i vostri cadaveri! Continuate a pensare che la vostra sia un'impresa facile? Non vi lanceranno solo frecce e lance: hanno qualsiasi tipo di proiettile, che vi scaglieranno addosso usando le innumerevoli macchine da guerra che voi avete perso, abbandonandole qui negli anni scorsi! Proprio le ballistae e gli scorpioni che avete lasciato a Gerusalemme vi massacreranno! Ma una cosa  certa e lo giuro su tutti gli dei, sul sommo Giove! Vi assicuro che sgombereremo questo terreno, lo renderemo liscio e costruiremo perfino le rampe per far passare sul nostro sangue gli arieti della V e della XV che andranno ad abbattere quelle maledette mura! Adesso conoscete la vostra missione e ne avete ben chiaro lo scopo!
Nel frattempo, quasi correndo, arriv il legionario che si era appena salvato dai proiettili e si ferm ansimando a qualche passo dal legatus. Marco Ulpio Traiano si volt, sentendo il suo respiro affannoso. Rimettiti al lavoro! gli ordin, e riprese a camminare.
I tribuni lo seguivano a distanza ravvicinata. Traiano scelse quel momento, in cui gli sembrava di aver attirato anche l'attenzione degli ufficiali della Dodicesima, per impartire loro degli ordini.
Abbiamo bisogno delle ballistae e degli scorpioni della V, della XV e anche della X, o non dureremo pi di tre giorni. Dobbiamo creare azioni di disturbo con i proiettili, altrimenti non riusciremo a portare a termine il lavoro. Uno di voi deve andare dai legati della V e della XV e un altro dal legatus della X. Mi servono soprattutto i soldati dell'artiglieria della X, quelli che hanno la mira migliore di tutto l'Oriente. Parler io stesso con il cesare.
I due tribuni si congedarono da Traiano e si precipitarono alla ricerca delle macchine da guerra. Il legatus della Dodicesima Fulminata si ferm di nuovo: ai suoi piedi, la testa del legionario abbattuto dal pesante proiettile del nemico era rivolta verso di lui, sul viso un'assurda smorfia di spavento e dolore. Traiano sapeva che quello era soltanto l'inizio. Solo l'inizio.
La casa di Giovanni era piena di amici, conoscenti ed estranei: i cristiani si rifugiavano dalla guerra non pi tra le mura delle loro dimore, bens sotto l'ala rassicurante della fede e della tranquillit del discepolo. Se Ges in persona gli aveva affidato sua madre significava che Giovanni meritava la fiducia pi assoluta.
Costui si era preso cura di tutte le persone che poteva, e aveva prestato sincera attenzione ai racconti agghiaccianti di chi era fuggito dalla guerra pensando che a Gerusalemme avrebbe trovato finalmente un luogo di pace. Invece adesso la guerra li minacciava con accresciuta ferocia ed era diventata ancora pi fredda e implacabile. Giovanni non aveva servi, erano i suoi amici pi stretti ad aiutarlo a distribuire acqua, un po' di pane e del formaggio a coloro che si trovavano l. Avevano altro cibo di scorta, ma il discepolo di Cristo aveva il presentimento che quello che stavano vivendo fosse soltanto l'inizio di qualcosa di ben pi spaventoso. La sua indole prudente gli suggeriva di tenere da parte i viveri per il prossimo futuro. N gli zeloti di Giscala n i sicarii di Simone sembravano preoccupati per le sorti della popolazione. L'unica cosa che importava loro era la guerra contro i Romani. Giscala aveva fatto evacuare i quartieri limitrofi alle mura orientali per destinarli a depositi di armi e proiettili di qualsiasi tipo da usare per la difesa della citt. E lo stesso avevano fatto i sicarii di Simone, che controllavano la parte occidentale di Gerusalemme. Giovanni si sedette un attimo per riposare dopo aver servito dell'acqua a una famiglia costretta con la forza a lasciare la propria casa. Nella sua follia, Simone sembrava terribile quanto Giscala. Dicevano che avesse perfino fatto distruggere un gran numero di abitazioni per usare le macerie come proiettili per le sue catapulte, ma Giovanni non era convinto di poter dare credito a quelle voci. Le dicerie spesso non facevano altro che peggiorare la situazione, perch alimentavano un impalpabile senso di paura al quale ci si poteva opporre solo con la preghiera e la fede, almeno fino a quando la disperazione non avrebbe preso il sopravvento nei cuori di quella povera gente.
E lui? A cinquant'anni passati aveva smesso di preoccuparsi per se stesso. Qualsiasi giorno di vita in pi gli sembrava un regalo del Signore ed era sicuro che presto sarebbe giunta la sua ora. Non aveva paura. Gli sembrava strano che Dio protraesse la sua esistenza tra i vivi, mentre la madre di Ges li osservava dall'alto dei cieli ormai da tempo. Forse Dio voleva che lui rimanesse l perch i cristiani di Gerusalemme trovassero un po' di consolazione nelle sue flebili parole di conforto. Giovanni si alz e si rivolse ai presenti con voce pacata.
Fratelli di Gerusalemme: mangiate e bevete in casa mia per tutto il tempo necessario e pregate Dio affinch ci guidi e ci dia la forza di sopportare l'ira dei Romani, degli zeloti e dei sicarii. Non perdete la speranza: finch non sentiremo un ariete romano schiantarsi contro le mura della citt  ancora possibile che Gerusalemme si arrenda pacificamente. Chiedo a tutti di pregare con me perch i nemici raggiungano un compromesso. Inginocchiatevi e supplichiamo Ges affinch interceda per noi presso Dio.
Il discepolo si mise in ginocchio e tutti gli altri lo imitarono, unendosi alle sue invocazioni. Giovanni ripeteva parola per parola la preghiera che Ges in persona gli aveva insegnato anni addietro: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volont, come in cielo cos in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male2. Perch Tuo  il regno, Tua la potenza e la gloria, nei secoli dei secoli. Amen.
Tuttavia era logorato da funesti pensieri: i Romani, i sicarii e gli zeloti non sarebbero mai arrivati a un accordo e biasimava se stesso per aver appena affermato il contrario. Ma in che altro modo avrebbe potuto sollevare l'animo di quei fratelli frastornati e atterriti, trascinati nella follia della guerra? Mentire poteva essere la strada pi giusta per fronteggiare quella catastrofe? Non sapeva cosa fare. Si sentiva perduto, mentre tutti credevano che sarebbe stato lui a guidarli durante quell'assedio.
Tito aveva accolto la richiesta di Traiano e dozzine di scorpioni e ballistae della V, della X e della XV furono disposte dietro le posizioni della Dodicesima Fulminata per coprire i soldati che si affannavano a liberare il terreno sul quale poi sarebbero passati gli arieti e le torri d'assedio.
Traiano era convinto che con il sostegno dell'artiglieria delle altre legioni avrebbe potuto portare a termine il compito affidatogli dal giovane cesare. Ma si sbagliava: i Giudei sembravano migliorare la mira a ogni lancio e arrecavano numerose perdite tra i suoi uomini. Gli artiglieri romani, invece, anche quando riuscivano a scagliare i proiettili al di l delle mura, sembravano non colpire mai nessuno. I guerrieri giudei non solo sopravvivevano, ma scagliavano anche frecce e lance contro qualsiasi legionario si avvicinasse alle mura. Di quel passo non sarebbero mai riusciti a spianare il terreno. Traiano osservava lo scenario dall'alto. C'era qualcosa che gli sfuggiva. Gli artiglieri della X erano tra i migliori dell'Impero, eppure non avevano abbattuto praticamente neanche un nemico. Forse doveva avvertire il cesare, ma si rifiutava di ammettere la sua incapacit nell'eseguire gli ordini ricevuti, e non per orgoglio: se lui si fosse rivelato incapace di compiere quell'impresa dubitava che qualche altro legatus potesse riuscirci. Senza preparare loro la strada, far avvicinare gli arieti sarebbe stato faticoso, se non impossibile, e di conseguenza non avrebbero mai conquistato la citt. Perch i suoi artiglieri non colpivano nemmeno un nemico? Era il volere degli dei? Del dio giudeo, per caso?
Traiano si avvicin a una squadra di artiglieri. Osserv le pietre ammassate accanto allo scorpione: avevano dimensioni variabili, ma erano tutte pi o meno grandi come la testa di un uomo e di un colore tra il grigio e il bianco.
Lanciate! ordin l'ufficiale al comando di quell'unit, avvertendo la pressione dello sguardo attento di Traiano. La squadra si sforz di prendere bene la mira. La roccia schizz via a tutta velocit e solc il cielo come un falco. Poi arriv alla sua massima altezza e inizi a scendere ancora pi rapida fino a passare tra due merli delle mura occidentali di Gerusalemme e colpire... nessuno.
Traiano inspir a fondo. Aveva avuto una triste intuizione.
Spostate questa macchina ordin e, sotto lo sguardo confuso dei legionari, ripet le istruzioni con voce ferma. Non erano suoi soldati, ma adesso le unit dell'artiglieria dovevano obbedire a lui; e comunque tutti i soldati della X avrebbero eseguito i comandi del loro vecchio legatus. Girate lo scorpione, ho detto. Mentre gli uomini lo assecondavano, Traiano si avvicin all'ufficiale artigliere. Mi allontaner di mezzo miglio, verso il luogo dove stanno costruendo le torri d'assedio e gli arieti. Lo guard fisso negli occhi. Quando sollever il braccio mi lancerai un masso gli pos la mano destra sulla spalla. E cerca di colpirmi,  chiaro?
L'ufficiale, confuso, annu. Stava per manifestare i suoi dubbi sull'ordine ricevuto, ma quando riusc ad aprire bocca il legatus si stava gi allontanando rapido dandogli le spalle.
Che cosa facciamo? domand uno dei legionari.
Non lo so confess l'ufficiale guardandosi intorno. Gli ufficiali delle altre unit dell'artiglieria avevano iniziato a osservarli da quando avevano spostato la macchina da guerra. Erano tutti confusi. I legionari addetti allo scorpione che non puntava pi contro le mura di Gerusalemme riferirono agli altri le istruzioni di Traiano. L'attacco verso le mura della citt sub un rallentamento perch tutti volevano sapere a cosa avrebbero portato i singolari ordini del legatus della Dodicesima Fulminata. L'ufficiale osservava Traiano e lo vide fermarsi, voltarsi e, un attimo dopo, alzare il braccio.
Che cosa facciamo? ripet il soldato incaricato di lanciare il pesante proiettile. L'ufficiale sudava. Traiano li fissava. Se ne stava immobile con un braccio sollevato. Era passato solo un brevissimo istante, ma all'artigliere che manovrava lo scorpione sembr un'eternit. Non aveva mai attaccato un romano, n avrebbe mai pensato di farlo, men che meno un legatus. Per Traiano era stato il suo comandante fino a poco tempo prima e sapeva che i suoi ordini non potevano essere messi in discussione.
Lancia il proiettile bofonchi l'ufficiale e, siccome il soldato era titubante, ripet l'ordine a voce molto pi alta: Lancia quel maledetto proiettile, per Giove!.
Il legionario tagli la corda dello scorpione e il masso schizz via a una velocit spaventosa. Il sibilo del proiettile solcava l'aria nella sua irrefrenabile ascesa, mentre centinaia di legionari e artiglieri guardavano fissi il legatus che aveva richiesto una simile assurdit. Molti si domandavano cosa sarebbe successo se la pietra l'avesse colpito. Nessuno avrebbe voluto essere nei panni dell'ufficiale che aveva dovuto scagliarla.
Marco Ulpio Traiano vide la macchina lanciare il proiettile mortale. Se l'artigliere aveva preso bene la mira - ed era molto probabile avendo scelto uno dei migliori, la roccia gli sarebbe atterrata addosso, o comunque molto, molto vicino. Il legatus cerc di seguire la traiettoria del masso, ma volava cos veloce che non ci riusc. Lo perse di vista. E la cosa non gli piacque affatto.
Marco Ulpio Traiano guardava il cielo e non vedeva nulla. Ormai il masso avrebbe dovuto essere in picchiata. All'improvviso, in alto, si profil una sagoma: un punto bianco nitido, che si avvicinava con una rapidit vertiginosa, ma il legatus fece in tempo a spostarsi di due, tre, quattro, cinque passi alla sua sinistra. Il masso cadde sprofondando proprio nel punto in cui Traiano si trovava fino a un momento prima. L'artigliere era bravo, e parecchio. Eppure non riuscivano ad abbattere i nemici sulle mura. Traiano, fermo nella sua nuova postazione, sollev di nuovo il braccio guardando lo scorpione della X.
L'ufficiale alla macchina da guerra maledisse la sua sorte mentre impartiva ordini precisi. Caricate lo scorpione, presto! Correggete l'angolo di tiro verso destra, di poco!
I legionari spinsero il pesante scorpione verso destra seguendo le istruzioni dell'ufficiale. Il soldato incaricato di lanciare il proiettile gli si avvicin: Forse dovresti puntare a colpirlo, cos quel legatus ci lascer in pace.
L'ufficiale lo guard perplesso.  quello che sto facendo.
Il legionario, riprendendo la sua posizione, l'osserv a occhi spalancati. Non riusciva a credere che quell'ufficiale fosse folle quanto il legatus.
Traiano teneva il braccio in alto. Scagliarono un altro proiettile. Questa volta non lo perse di vista neanche per un istante e individu nitidamente la massa bianca e grigia che gli si avvicinava dal cielo. Ripet l'operazione, questa volta in senso opposto, facendo qualche passo verso destra e fermandosi esattamente a fianco della prima pietra. Il secondo proiettile gli cadde accanto, ma di nuovo senza ferirlo. Traiano era ormai convinto che avrebbero potuto trascorrere cos il resto della giornata, senza che riuscissero a centrarlo. Mise le braccia sui fianchi. Osservava le mura, poi i proiettili appena caduti vicino a lui. Si mise a camminare e ritorn allo scorpione che gli aveva lanciato i massi. L'ufficiale era teso. Traiano immaginava che non doveva essere stato facile per lui mirare contro un legatus. Gli si par davanti. Non era necessario confermargli la sua bravura: se non si fosse spostato entrambe le volte, il proiettile lo avrebbe colpito in pieno. Era un valido artigliere. Traiano gli pass accanto e poi, senza dire nulla, continu a camminare lungo il corridoio che si era creato tra la folla di legionari accorsi sul posto. Prosegu verso le mura della citt, fino al punto in cui i lavori dei soldati della Dodicesima Fulminata si erano fermati a causa dell'inarrestabile caduta dei massi nemici. Il legatus si chin vicino a uno dei proiettili, lo guard, e vide confermate tutte le sue intuizioni. Scosse la testa. In quel momento qualcuno grid.
Per Ercole! Proiettili! Ne tirano altri! Arretrate!
Era un centurione al comando della zona. Traiano si rialz, volt le spalle alle mura e ritorn verso gli scorpioni. Dietro di lui una decina di proiettili nemici cadevano al suolo, senza fare vittime, ma impedendo ai legionari della Dodicesima di continuare a spianare il terreno. Traiano si ferm accanto all'ufficiale che stava impartendo l'ordine di caricare gli scorpioni per rispondere ai Giudei.
No! disse Traiano deciso. Non lanciate pi nessuno di questi massi! e indic un grande mucchio di pietre bianche e grigie che i legionari della X avevano raccolto. Non ha senso continuare a sprecare proiettili. Preparate del colore nero oppure usate la pece per dipingerle prima di scagliarle. Le vedono: sono talmente chiare che i Giudei fanno in tempo a evitarle. Bisogna farle diventare scure. Cominci ad allontanarsi ripetendo gli ordini. Bisogna dipingere quelle maledette rocce di nero e... si ferm, si gir verso gli ufficiali l riuniti e aggiunse: I lavori riprenderanno al tramonto. Al tramonto sorrise. Cos le vedranno ancora meno. Da stasera le cose andranno diversamente.
Simone ed Eleazar erano soddisfatti. Da quella mattina i Romani avevano smesso di sgomberare il terreno, perci i Giudei avevano avuto il tempo di accumulare altri proiettili. Erano pronti a scoraggiare qualsiasi tentativo di avvicinamento del nemico. Il sole era basso sull'orizzonte e le immense ombre della Fortezza Antonia e delle alte mura del Tempio si stavano allungando, ma c'era ancora luce e i Romani sembravano voler fare un altro tentativo.
Stanno radunando di nuovo le truppe osserv Eleazar.
Risponderemo come sempre replic Simone con fermezza. Erano di guardia tra i merli della torre di Erode, quando un masso a tutta velocit li sfior: non lo avevano visto avvicinarsi. Il proiettile colp uno dei sicarii vicino a loro, sventrandolo. Il sangue schizz ovunque, perfino negli occhi dei due uomini. Simone ed Eleazar non fecero neanche in tempo a commentare l'accaduto: continuavano ad arrivare massi e loro non capivano da dove. Simone cammin acquattato fino a essere in grado di vedere cosa succedeva all'interno della Citt Nuova, dove avevano posizionato le macchine da guerra. Era sconcertato. Vari proiettili avevano colpito gli uomini che le manovravano e la pioggia di massi non cessava. Le cose si stavano mettendo male.
Hanno capito che erano le pietre bianche dedusse Eleazar, che gli camminava accanto, guardingo.
Resisteremo. Non importa cosa fanno: resisteremo insistette Simone, come se ripetendole, le sue parole acquisissero pi forza.  ora di preparare i sacchi.
Con un efficace appoggio degli scorpioni, i legionari della Dodicesima Fulminata riuscirono finalmente a preparare il terreno e a costruire tre lunghe rampe che culminavano sulle mura. Parecchi legionari caddero sotto le lance e le frecce nemiche. Gli scudi evitarono un massacro totale, ma molti furono schiacciati dai massi dei Giudei, anche se le raffiche di pietre erano meno intense da quando l'artiglieria romana riusciva a ostacolare o addirittura eliminare i tiratori nemici. In poco tempo l'astuzia di cambiare il colore dei proiettili si sparse per tutto l'accampamento fino a raggiungere Tito. Il figlio dell'imperatore si era recato nell'area ripulita dai soldati, dove si ergevano orgogliose le tre torri d'assedio e altrettanti immensi arieti con cui avrebbero attaccato le mura di Gerusalemme. Stava per iniziare la fase pi ardita dell'attacco e Tito aveva convocato un consilium con tutti i suoi legati, proprio ai piedi delle torri d'assedio. Avevano portato perfino un tavolo con una mappa della citt e una sella castrensis per il figlio dell'imperatore, ma questi la disdegn e rimase in piedi accanto ai legati.
 giunto il momento: i Giudei rifiutano qualsiasi negoziato. Ho inviato diversi messaggeri e sono stati tutti ricevuti con i proiettili. Allora guard la carta. Se apriamo una breccia in questo punto, indic le mura del settore nord-occidentale di Gerusalemme, dalla torre Psephinus fino a quella di Erode, gran parte della citt cadr sotto il nostro controllo. Forse allora si arrenderanno. Gli scorpioni e le ballistae ci copriranno mentre faremo avanzare gli arieti, poi seguiranno le torri con gli arcieri. In cima alle torri potremmo caricare perfino qualche scorpione. Io comander la cavalleria, nel caso i Giudei osino far uscire i loro guerrieri per ostacolarci.  tutto chiaro? Si guard intorno: i presenti annuivano in silenzio. Tito pos lo sguardo su Traiano che, assorto, osservava la mappa. Qualche commento? Traiano non disse nulla. Quindi Tito chiese: Che cosa stanno facendo i Giudei adesso?.
Traiano sent che la domanda era rivolta a lui, dato che lui e i suoi uomini si erano avvicinati di pi alle mura per spianare la strada agli arieti e alle torri d'assedio.
Sacchi, cesare rispose Traiano sollevando il capo e fissando il figlio dell'imperatore negli occhi. Lanciano i sacchi dalle mura.
A Tito non sfugg che Traiano sembrava gi sapere cosa fossero i sacchi. Era senza dubbio l'uomo pi esperto nelle guerre in Oriente.
Sacchi? indag il figlio dell'imperatore.
S spieg Traiano. Sacchi pieni di paglia. Li buttano l sotto, ai piedi delle rampe, dove sanno che porteremo gli arieti. La paglia serve ad ammortizzare i colpi degli arieti, rendendo l'assalto pi difficoltoso. Potremmo incendiarli, certo, ma rischieremmo di dar fuoco anche agli arieti e alle rampe. Conviene scagliarsi anche contro i sacchi. Gli arieti sono possenti. Ho visto che sono stati rinforzati con spuntoni di ferro. Faranno un buon lavoro, anche se con i sacchi sar un po' pi faticoso.
Tutti ascoltavano Traiano con attenzione. In quella campagna si stava guadagnando un assoluto rispetto, perch pur guidando la peggiore delle legioni e nonostante le difficolt, eseguiva gli ordini del figlio di Vespasiano industriandosi al meglio.
Tito decise di seguire il suggerimento del legatus della Dodicesima. Gli arieti colpiranno anche i sacchi, dunque. All'improvviso Tito Flavio Sabino venne assalito da un dubbio: E se i Giudei li incendiassero quando avvicineremo gli arieti?.
 possibile, rispose Traiano ma le fiamme danneggeranno anche le loro mura. Tuttavia, sarebbe sensato portare dell'acqua insieme agli arieti.
D'accordo replic Tito. Tutti all'opera. Poi a voce pi alta: Per Roma, per l'imperatore Vespasiano, per Giove! Forza e onore!.
I quattro legati ripeterono le sue parole.
In poco tempo, i tre pesanti arieti, spinti da decine di soldati e trainati dai cavalli, iniziarono la loro lenta ascesa sulle lunghe rampe. Il potere di Roma avanzava con fermezza verso le impenetrabili mura di Gerusalemme. Niente e nessuno sembrava poterli fermare.

1. Citt della Galilea a nord dell'attuale Israele.
2. MATTEO, 6-13.

43.

ALLA LUCE DI UN FAL.

Dintorni di Italica, sud della Hispania, Maggio del 70 d.C.

Il giovane Traiano e il suo amico Longino si erano accampati sulle montagne, in una radura del bosco in cui si erano addentrati quel pomeriggio per cercare la lince. Era ormai l'imbrunire e decisero di interrompere la caccia e accendere un fuoco. Raccolsero la legna. In quell'arida primavera era facile trovare sterpaglie e rami spezzati da ardere. Una volta accatastata abbastanza legna, Traiano prese un pezzo di metallo a forma di ferro di cavallo dalla sua sacca. Lo afferr dal centro, con forza, come se stesse reggendo una brocca di vino per il manico. Poi tir fuori un pezzetto di quarzo e inizi a battere il ferro sulla pietra, e subito si sprigionarono delle scintille. Ripet l'operazione diverse volte, ma le sterpaglie non riuscivano a prendere fuoco senza paglia.
Io ho ancora un po' di funghi secchi che avevo portato per il viaggio propose Longino.
Perfetto rispose l'altro mentre Longino li disponeva accanto ai rami. Traiano ricominci a colpire il quarzo con il ferro, questa volta con successo: dapprima usc del fumo e subito dopo spunt una piccola fiammella.
Mentre il fuoco proiettava ombre tutto intorno, i due ragazzi si misero ad arrostire carne di maiale che avevano portato con loro e a bere del vino trafugato dalla cucina. Traiano e Longino erano complici in parecchie cose, come nel sottrarre vino o viveri senza farsi scoprire e nell'addentrarsi nel bosco alla ricerca della lince senza averne il permesso. La madre di Traiano era molto apprensiva perch non voleva che i due ragazzi si avventurassero in attivit pericolose senza il benestare del padre. Ma lui era in guerra in Oriente e suo figlio, insieme a Longino, non prestava alcuna attenzione alle proteste della donna.
Che buona la carne! bofonchi con la bocca piena.
S rispose Longino mentre serviva il vino in due ciotole di terracotta che aveva tirato fuori dalla sacca.
Traiano prese la sua ciotola, se la port alle labbra e con un lungo sorso tracann tutto il vino con un'avidit che Longino, erroneamente, attribu alla sete.
Bevi troppo in fretta lo rimprover.
Traiano non disse nulla e si limit a sorridere mentre porgeva la ciotola vuota a Longino, che non ci pens due volte a riempirgliela di nuovo. Bevevano il vino senza quasi allungarlo con acqua. Volevano proprio ubriacarsi. Non era la prima volta. E non sarebbe stata l'ultima.
Traiano sperava che il vino lo rendesse un po' pi audace. Dopo tre mesi dall'arrivo di Longino ne aveva bisogno: quella notte aveva deciso di dichiararsi, avvicinarsi, parlargli, di fare qualcosa. Andavano a caccia insieme, erano diventati grandi amici, catturavano cinghiali e cervi. Longino era felice con lui. Era possibile, per tutti gli dei, che Longino provasse quello che sentiva lui?
Traiano bevve un altro sorso, ma questa volta pi breve. Adesso condividevano il silenzio della notte, rotto soltanto dal frinire di un grillo. Si sdraiarono l'uno accanto all'altro, vicino al fuoco, a guardare le stelle. La luna era immensa.
Luna piena disse Longino.
S, c' abbastanza luce perfino per andare a caccia rispose Traiano.
Vuoi che ci rimettiamo in cammino?
No, qui si sta bene; e di certo anche la lince sta riposando. La cattureremo domani Traiano ne era sicuro. Si volt e rimase a guardare il profilo delicato di Longino. Il vino gli stava dando quel coraggio che gli era mancato per tanto tempo. Allung la mano e avvicin la punta delle dita alla guancia dell'amico. I polpastrelli ruvidi di Traiano gli sfiorarono la pelle liscia della guancia.
Cosa fai? gli chiese Longino allontanando il viso dalla mano di Traiano e scansandosi.
Niente rispose Traiano e si rimise a pancia in su a guardare il cielo. Era chiaro che Longino non provava le sue stesse emozioni. Si sentiva malissimo, a met tra l'imbarazzo e il fastidio. Il silenzio della notte li avvolgeva. Il grillo tacque. Si sentiva il lieve sussurro del vento notturno tra le chiome degli alberi. Longino si mise seduto e ravviv il fuoco.
Siamo buoni amici, Marco disse guardando per terra. Migliori amici... ma amici. Il silenzio era una presenza tra loro, come il vento, e la luna. Siamo uguali in tutto tranne che in questo, Marco.
Traiano non rispose. Quindi il suo amico se n'era accorto da tempo e non aveva detto niente. Era indeciso se rallegrarsi o intristirsi ancora di pi. Longino lo accettava per quello che era, ma nient'altro; non sapeva se sentirsi incoraggiato o demoralizzato. Era la prima volta che tentava di esternare le sue emozioni ed era stato un disastro. La comprensione di Longino lo irritava, forse sarebbe stato meglio ricevere una reazione disgustata. Non capiva perch ci lo ferisse ancora di pi. Era troppo giovane per rendersi conto che il comportamento di Longino aveva soltanto fatto crescere il suo amore per lui, anche se il suo era un amore destinato a non essere mai ricambiato. Era questo a renderlo triste, ma lui non lo sapeva ancora, non lo capiva, ma al tempo stesso non poteva evitarlo.
Longino, non ricevendo alcuna risposta da parte dell'amico, rimase in silenzio e si sdrai di nuovo. Il fuoco crepitava. Chiuse gli occhi e si addorment profondamente, cullato dal vento leggero della notte primaverile e un po' stordito dal vino.
Longino non sapeva per quanto tempo avesse dormito ma, quando apr gli occhi e si volt dalla parte dov'era Traiano, vide soltanto la terra nuda. L'amico se n'era andato, forse era tornato a casa, oppure era andato in cerca della lince, da solo, lasciandolo l.

44.

LA BELLA DOMIZIA.

Domus Aurea, Roma Maggio del 70 d.C.

L'imperatore Vespasiano era inquieto. Sebbene il popolo sembrasse accettarlo, addirittura amarlo dopo i ludi organizzati al Circo Massimo, sentiva su di s una certa pressione: tanti senatori ancora dubitavano che sarebbe riuscito a portare la pace nell'Impero e recuperare il controllo di tutte le province. E poi c'erano ancora la rivolta dei Batavi nella Gallia e le complicazioni sui confini del Reno e del Danubio. D'altro canto, suo figlio Tito assediava Gerusalemme con tenacia, ma per il momento i Giudei opponevano strenua resistenza. Il quadro generale non gli permetteva di attuare il suo proposito di governare l'Impero e, soprattutto, di instaurare una nuova dinastia. A questo scopo Vespasiano, proclamato augusto dal Senato, aveva spinto per la concessione del titolo di cesare ai suoi due figli, Tito e Domiziano.
Tra tutte quelle tensioni, Vespasiano decise di dare una grande festa nella parte della Domus Aurea scampata all'incendio di Roma provocato dai vitelliani. Non c'era ancora stato il tempo di ricostruire tutto, dopo un cupo anno di guerra civile e follia imperiale. Vespasiano aveva commissionato un nuovo palazzo per i ricevimenti ufficiali sulla sommit del Palatino, ma nel frattempo usava l'ala della Domus Aurea rimasta illesa. Decine di senatori, i prefetti della citt e del pretorio, altre importanti autorit e i rappresentanti di tutte le grandi famiglie patrizie ed equestri di Roma avrebbero partecipato al banchetto. Vespasiano voleva dimostrare che stava consolidando il suo ruolo e che suo figlio Tito avrebbe garantito importanti vittorie militari all'Impero. E se qualcuno la pensava diversamente, sarebbe stato pi facile individuarlo a distanza ravvicinata, durante la festa. Tutti avrebbero dovuto prendere atto della forza della famiglia Flavia: nonostante la morte di suo fratello Sabino, lui era l, con Tito e... Domiziano. Faceva fatica a includerlo. Il ragazzo era ancora distante, dedito a frivole feste notturne e, a quanto pareva, orge di qualsiasi genere; ma l'imperatore pensava che ci fosse da imputare alla sua giovinezza. Anche lui a diciannove anni aveva vissuto momenti dissennati. Prima o poi, Domiziano avrebbe compreso quanto fosse importante dare al popolo un'immagine positiva della famiglia Flavia e sarebbe diventato un sostegno importante per Vespasiano e per Tito. Ne era certo. Tutte quelle preoccupazioni, tuttavia, non gli facevano dormire sonni tranquilli. Soltanto le carezze di Antonia riuscivano a rassicurarlo. Anche lei avrebbe partecipato alla festa.
Domus di Lucio Elio Lamia
Lucio Elio Lamia aveva compreso da subito che era determinante essere in buoni rapporti con il nuovo imperatore. Con una decisione di cui si sarebbe pentito per il resto della sua vita, comunic alla bella e giovane moglie, Domizia Longina, che sarebbero andati al banchetto a cui Vespasiano aveva invitato un selezionatissimo gruppo di senatori e patrizi, indicandoli cos come futuri esponenti di rilievo delle diverse magistrature dell'Impero romano.
Stasera conosceremo l'imperatore disse Lucio orgoglioso, ritenendola una splendida notizia. Eppure la sua consorte faticava a condividere quell'entusiasmo. Da piccola aveva gi conosciuto un altro imperatore, Nerone, e questi aveva ordinato la morte di suo padre. Perci quell'incontro non le faceva particolare piacere, ma vedendo l'espressione lieta del marito non esit a sorridere e a mostrarsi contenta.
Ci ha invitati? chiese in tono retorico, per dire qualcosa che non offuscasse la gioia di Lucio Elio.
S, Domizia, ed  un privilegio riservato a pochi: non credo che ci saranno pi di due o trecento ospiti.  un grande onore, sicch indossa la tunica e la stola pi belle che hai. Voglio che Roma intera sappia che ho sposato la pi splendida delle sue patrizie.
Domizia annu, mentre guardava il marito dirigersi verso la porta della domus pronto a uscire per annunciare a tutti i suoi amici, nel Foro della citt, che era stato invitato alla grande cena di Vespasiano.
Domus Aurea
Domiziano detestava i grandi ricevimenti, che suo padre organizzava troppo spesso per i suoi gusti. Quelle cene lo obbligavano a mostrarsi socievole e cordiale con tutti, mentre per lui la maggior parte degli ospiti non era degna nemmeno di uno sguardo. Inoltre, un banchetto ufficiale significava una notte in meno di bagordi in giro per la Roma notturna a soddisfare i suoi appetiti nei pi noti lupanari della citt. L, l'ingente quantit di oro di cui disponeva in quanto secondogenito dell'imperatore era sempre benaccetta, e veniva ricompensato dalle pi esuberanti prostitute di tutto il mondo, inviate di nuovo a Roma da quando era stato ristabilito l'ordine, per soddisfare i gusti dei governanti del mondo e dei loro figli. A Domiziano faceva comodo essere uno di questi, ma il ricevimento ufficiale aveva rovinato i suoi piani per la serata: avrebbe dovuto rimandare l'anelata visita a un nuovo postribolo, dove gli avevano promesso una notte di sfrenata lussuria in compagnia di fanciulle provenienti dalla lontana Asia.
Prostitute di altissimo livello, vere e proprie etere al servizio del figlio dell'imperatore aveva anticipato la vecchia lena che gestiva il grande lupanare sulla riva sinistra del Tevere, nei pressi del ponte Fabricio.
Adesso, per, a causa del maledetto vizio del padre di circondarsi di senatori invitati alle sue feste per poi essere mandati in qualche rischiosa campagna al Nord dell'Impero, avrebbe dovuto rinviare quella meravigliosa notte. Tutta colpa di quel banchetto in cui non avrebbe di certo trovato un divertimento con cui compensare il mancato svago notturno.
Domiziano entr nella grande sala del rinfresco, si abbandon sul triclinio alla destra di Vespasiano e decise di riversare la sua furia addentando le succulente carni servite dagli schiavi. Non gli sarebbe dispiaciuto ubriacarsi, ma il padre lo avrebbe rimproverato davanti a tutti, e non voleva aggiungere altre umiliazioni a quella serata gi cos frustrante.
Domus di Lucio Elio Lamia
Domizia non diede ascolto al marito e, pur rischiando di deluderlo, scelse una stola grigia molto discreta. Si fece bella ma con l'intento di non dare troppo nell'occhio: raccolse i capelli con eleganza ma non volle una di quelle acconciature sofisticate, in equilibrio precario dopo ore di meticoloso lavoro delle ornatrices e centinaia di fermagli. Allo sguardo di disapprovazione del marito, l'acuta Domizia aveva preparato una scusa credibile per giustificare il suo aspetto sobrio.
Stasera ci saranno le mogli dei pi importanti funzionari, Lucio, e non voglio che qualcuna provi invidia per me, soprattutto Antonia Caenis, la concubina dell'imperatore. Potrebbe andare a tuo svantaggio.
Lucio rimase stupito dalla sagacia di Domizia. Senza dubbio, indisporre la moglie di un capo del pretorio o di un senatore poteva essere controproducente per la sua carriera. Ma indispettire Antonia Caenis, cos vicina al nuovo imperatore, poteva rivelarsi ancora peggio. Antonia aveva oltre quarant'anni e, pur essendo ancora molto bella, non poteva competere con il fascino radioso di Domizia o di molte altre patrizie romane. La semplicit degli abiti e del trucco della sua intelligente sposa avrebbero fatto s che gli occhi di Antonia Caenis si sarebbero soffermati su altre donne, che di certo avrebbero avuto un aspetto molto pi eccentrico. Come poteva non esser venuto in mente a lui quel dettaglio? Antonia era la liberta della madre dell'imperatore Claudio e si diceva che fosse stata lei a sventare la congiura di Seiano. La moglie di Vespasiano era deceduta da qualche anno e, senza che nessuno sapesse bene come, Antonia Caenis era riuscita a concupire il nuovo imperatore. Sebbene Vespasiano non sembrasse disposto a sposarla, in privato la trattava come una moglie, e molti erano convinti che le ultime nomine dei governatori fossero state influenzate proprio da Antonia Caenis.
Hai fatto bene, moglie rispose Lucio Elio alla fine, con un sorriso che tranquillizz la giovane Domizia. Come sempre la mia splendida consorte ha intuizioni migliori delle mie. I due coniugi si adagiarono ciascuno su una portantina trasportata da sei schiavi e lasciarono la loro domus diretti al pendio del Palatino.
Esterno della Domus Aurea
Una vasta folla si assiepava all'esterno della Domus Aurea. Il popolo di Roma era curioso di vedere tutti coloro che godevano della fiducia del nuovo imperatore. Era come assistere a una parata di senatori e altri importanti uomini della citt, accompagnati dalle rispettive mogli, diretti al palazzo che Nerone aveva fatto costruire di recente. Anche Stazio vi si era recato, per capire come vivevano quelli che contavano davvero. Senatori, equites, magistrati, consoli, sacerdoti e un lungo elenco di personalit di qualsiasi condizione che rispondevano alla chiamata del potere. Nessuno di loro lo infastidiva: Stazio accettava tutto con la rassegnazione della sua umile condizione. Finch apparve Quintiliano, il famoso retore che era riuscito ad attirare l'attenzione del nuovo imperatore grazie alle sue doti oratorie. Lui s che gli suscit un certo rammarico. Alcune persone erano capaci, con le parole, di arrivare fino alle pi segrete stanze del potere di Roma, dove c'erano oro, una vita di lussi, e nessun problema. Quintiliano apparve e scomparve come un lampo, ma quell'istante gli bast. Stazio chiuse gli occhi e si mise a cercare dentro di s parole, versi, poesie che potessero permettergli di essere considerato in quel mondo in cui la sua persona, come quella di tanti altri, semplicemente non contava, non esisteva. Ma non riusc a trovare le parole, i versi, la poesia che avrebbero potuto cambiare la sua vita. Se ne and rattristato, ma non rassegnato. Questo mai. Avrebbe continuato a provarci. A dispetto degli scherni dei bibliotecari di Roma prima o poi ci sarebbe riuscito. E anche lui avrebbe potuto godere del lusso e della pace garantiti dal potere. Non importava per chi o per cosa avrebbe dovuto comporre le sue poesie. Ci sarebbe riuscito.

45.

L'ARIETE DI ROMA.

Citt Vecchia, Gerusalemme Maggio del 70 d.C.

Nella casa di Giovanni accorrevano sempre pi cristiani. Gli sguardi angosciati erano raggelanti e il vecchio discepolo di Ges si affannava a dar loro conforto con la sua voce serena, ma da giorni ormai faticava a trovare le parole e tutto ci che diceva gli suonava privo di senso. Perci decise di pregare ad alta voce. Tutti si unirono a lui.
Nel resto della citt la guerra non conosceva tregua. Simone, l'impietoso capo dei sicarii, era arrivato a un patto con Giscala e si era alleato con i suoi temibili zeloti. Combattendo insieme avrebbero potuto fermare i Romani. Giovanni pregava con gli occhi chiusi. Le sue suppliche erano rivolte a Cristo e a Dio, ma i suoi pensieri vagavano irrimediabilmente verso l'infinito assedio che li circondava e minacciava di ingoiarli tutti. L'odio per i Romani aveva unito nemici giurati come Simone e Giscala. La loro pace sarebbe durata per sempre? Sarebbero riusciti a fermare i Romani, a porre fine a quella guerra? A vincerla? Si poteva vincere contro Roma? Giovanni aveva assistito a cos tante rivolte soffocate nel sangue, nel dolore e nella sofferenza, soprattutto dei pi umili, che non credeva che Roma potesse essere sconfitta, ma adesso era tormentato da preoccupazioni pi stringenti. Non aveva pi cibo o acqua a sufficienza per tutti coloro che si recavano a casa sua. Ma all'improvviso, qualcosa spezz il flusso dei suoi pensieri e la sua preghiera: una scossa, un fragore lungo e lento si propag in ogni angolo della citt. Anche gli altri presenti smisero di pregare. E nel silenzio che li avvolgeva tuon un secondo colpo, altrettanto potente e inarrestabile: uno degli arieti romani aveva colpito le mura della Citt Nuova. Non si poteva pi tornare indietro.
I Romani non si sarebbero arresi. Giovanni scosse leggermente la testa. Avrebbero potuto negoziare la resa di una citt per settimane, addirittura mesi, ma se uno dei loro arieti colpiva le mura non c'era pi scampo. Non si sarebbero fermati. Giovanni non voleva che gli altri percepissero il suo scoramento. Nemmeno Simone e Giscala avrebbero ceduto. Si erano votati a una guerra senza quartiere, anche a costo di rimetterci la vita, e di sacrificare le anime di tutti gli abitanti di Gerusalemme in un'orgia di brutalit senza senso n redenzione. Chiuse di nuovo gli occhi e invoc l'aiuto di Ges. Dammi la forza, Signore, dammi la forza. Sostieni tutti noi disse, e pianse dentro di s, sentendo la paura lacerargli le viscere, ma senza versare una sola lacrima. Lo guardavano tutti. Avevano bisogno del suo coraggio.

46.

IL BANCHETTO DELL'IMPERATORE VESPASIANO.

Domus Aurea, Roma Maggio del 70 d.C.

Come aveva immaginato, Domiziano si annoiava a morte. Le patrizie interessate a lui erano bruttissime, grasse oppure insipide come la salsa usata per condire la carne. Gli mancavano le meretrici che gli erano state promesse nel postribolo. Se la serata fosse finita presto, per, forse avrebbe potuto fare un salto e compensare l'ignobile cena con la compagnia di qualche prostituta greca, di cui aveva tanto sentito parlare. Fu allora che fecero il loro ingresso Lucio Elio Lamia e la moglie, e Domiziano fu folgorato dalla bella Domizia.
Il giovane Flavio smise di mangiare e di bere e per qualche istante contempl la splendida patrizia, che si muoveva con la leggiadria di chi possiede un'eleganza naturale e la sfoggia con disinvoltura, perfino senza volerlo. La fanciulla e il marito si sedettero un po' troppo lontano da lui, ma Domiziano riusciva ancora a scorgerla, accalorata per la sala troppo affollata. Il giovane cesare si gir e trov subito l'uomo che stava cercando: il vecchio liberto Partenio, gi consigliere di Nerone, allontanato dal potere durante il regno di Galba, Otone e Vitellio e poi richiamato da Vespasiano. A Domiziano non piaceva Partenio, ma voleva sapere chi fosse quella donna e pens che il liberto potesse fornirgli quell'informazione. Era un modo come un altro per sperimentare l'utilit di quell'uomo magro e taciturno. Domiziano gli fece un cenno con la mano, Partenio si avvicin e si chin affinch il figlio dell'imperatore potesse parlargli all'orecchio, preservando la riservatezza delle sue parole.
Chi  la giovane patrizia appena entrata con quell'uomo?
Cercando di fingere indifferenza per non farsi scoprire dal padre, ma non abbastanza perch Antonia Caenis non notasse il suo interesse per la fanciulla, il figlio minore dell'imperatore guard in direzione di Lucio Elio Lamia. Partenio sollev leggermente lo sguardo, senza scostarsi troppo da Domiziano.
 Domizia Longina, cesare rispose solerte. Siccome Domiziano non sembrava soddisfatto aggiunse:  la figlia di Corbulone, il grande generale che sconfisse i Germani in numerose occasioni e che poi conquist la citt di Artaxata, la capitale armena che Annibale in persona aveva fortificato in passato, o almeno cos dicono. Il padre della fanciulla ottenne anche una grande vittoria sui Parti, ma la sua fama divenne eccessiva e Nerone gli ordin di suicidarsi per salvare la vita della moglie e delle figlie. Si  appena sposata con Lucio Elio Lamia Emiliano, un patrizio di buona famiglia ma senza alcun servigio rilevante per l'Impero, almeno per il momento, cesare. L'interesse di Domiziano per la ragazza era evidente e Partenio decise di guadagnarsi il favore del giovane cesare fornendogli un ulteriore dettaglio: La giovane Domizia  imparentata per linea materna, la madre  Cassia Longina, con il divino Augusto in persona.
Domiziano fece a Partenio un cenno con la mano destra, perch si allontanasse. Aveva saputo abbastanza. La figlia del generale Corbulone. Era un'ottima notizia per il piano che stava tramando. Il padre aveva fatto bene a riassumere quel liberto come consigliere: senza dubbio Partenio era molto informato sulle vicende della Roma degli ultimi anni. Domizia Longina, discendente di Augusto in persona. Lo attirava quel lignaggio: a Roma in molti lo desideravano, ma erano in pochi a poterlo vantare. E gli piacevano il suo nome, il viso, le labbra e le mani, che dovevano essere lisce, e la pelle candida, la fronte piccola e i riccioli, che cadevano sugli occhi neri dallo sguardo curioso. C'era soltanto un problema: era sposata. Domiziano sent una furia incontenibile. Se suo padre fosse stato un uomo diverso quello non sarebbe stato un grosso problema; ma lui era cos ossessionato dal voler apparire giusto, ossequioso delle leggi e delle tradizioni, che il fatto che quella meraviglia fosse sposata era in realt un grande ostacolo ai suoi desideri. Cercava di escogitare una soluzione, ma non gli veniva in mente nulla. Il vino gli aveva ottenebrato la mente, ma aveva la triste intuizione che, anche quando fosse ritornato in s, quella sensazione di impotenza non lo avrebbe abbandonato.
Antonia Caenis osservava Domiziano di sottecchi: anche lui era trasparente, come qualsiasi altro uomo. La concubina dell'imperatore cap che il figlio minore di Vespasiano non si sarebbe arreso fino a quando non avesse fatto sua quella fanciulla. Se lei lo avesse aiutato nell'impresa, forse il giovane si sarebbe ravveduto nei suoi confronti e avrebbe smesso di mostrarle il disprezzo che le aveva riservato fino a quel momento. Antonia sapeva che la sua posizione a palazzo era debole: se Vespasiano non si fosse deciso a sposarla, lei non sarebbe mai stata abbastanza potente da proteggersi dalle ire dei due figli dell'imperatore, nel caso le si fossero dichiarati pubblicamente ostili. Tito, il figlio maggiore, non la preoccupava. Era un guerriero, come i leggendari Britannico o Germanico. Era nobile, a modo suo, e anche se di sicuro sarebbe stato infedele centinaia di volte, non sarebbe mai arrivato a commettere un'ingiustizia per soddisfare un suo capriccio. Domiziano era diverso, aveva un carattere complesso, rancoroso. Lo aveva capito dal suo sguardo livido. Da mesi Antonia cercava di ingraziarselo e quell'opportunit le si era finalmente presentata, nelle vesti della bella patrizia che quella sera era a cena a palazzo. Guard Partenio e lui, in risposta a un suo cenno, le si avvicin come aveva fatto poco prima con Domiziano.
Al figlio dell'imperatore chiese Antonia, che faticava a insignire Domiziano del titolo di cesare, interessa Domizia Longina, non  vero?
Partenio, pur sapendo perfettamente che la donna aveva ragione, si mostr cauto di fronte a quella domanda perch, per esperienza, sapeva che non era saggio intromettersi nelle dispute e nei giochetti tra i diversi membri di una famiglia imperiale.
Non saprei...
Ma ti ha chiesto di lei, no? insistette Antonia. Partenio si limit ad annuire. Bene riprese. Alla fine della cena di' al giovane Domiziano che, se lo desidera, quella donna pu essere sua... con il mio aiuto.
Partenio annu di nuovo e fece due passi indietro per riprendere posto alle spalle dell'imperatore. Il consigliere non era sicuro che quel banchetto fosse stato una buona idea. In passato, con Nerone, aveva gi assistito a gravi catastrofi iniziate cos, con un banale intrigo. Una piccola macchinazione, per quanto insignificante possa sembrare, finisce sempre per innescare terribili conseguenze.
Domizia Longina si sdrai accanto al marito e pos la testa sul suo petto. Lucio Elio dormiva e russava. Domizia sapeva che lui aveva bevuto troppo, e che quindi non si sarebbe unito a lei quella notte. Le dispiacque, perch era attratta dal marito, e si sentiva piena di vita. Avrebbe voluto condividere quel momento con lui, ma non poteva che aspettare il giorno seguente.
Dopo l'orrenda tragedia del suicidio del padre, ora finalmente la sua vita sembrava felice. Roma aveva un nuovo imperatore e suo marito pareva essere tra i favoriti della famiglia imperiale. Le cose potevano soltanto migliorare.

47.

UN PATTO TRA NEMICI MORTALI.

Gerusalemme, maggio del 70 d.C. Avanzata zelota nella Citt Nuova

Gli zeloti di Giscala oltrepassarono le porte della Fortezza Antonia. Da l, carichi di lance, frecce e torce, arrivarono nella Citt Nuova seguiti dallo sguardo indagatore di centinaia di sicarii, costretti a lasciarli passare in virt del patto stipulato tra i loro capi: gli zeloti avrebbero rafforzato le difese del primo ordine di mura contro il vigoroso assedio dei Romani e dei loro temibili arieti che colpivano senza tregua le mura di Gerusalemme.
Gli zeloti superarono anche la porta di Efraim e si inoltrarono per le strade che conducevano al settore pi occidentale della Citt Nuova. Salirono sui merli delle mura e l, attoniti e immobili, rimasero a guardare le tre immense rampe costruite dal nemico, dalle quali tre pesanti arieti, su altrettanti veicoli giganteschi, continuavano ad attaccate le mura. Compresero subito come mai i sicarii li avessero lasciati passare: dietro ogni ariete i Romani avevano posizionato enormi torri d'assedio dalle quali scagliavano pietre, frecce e lance. In cima alle torri avevano perfino issato degli scorpioni.
Le torce! grid Giscala. Lui e i suoi zeloti stavano per mostrare ai sicarii come si potevano respingere quei maledetti Romani. Era arrivato il momento del fuoco.
Avanguardia romana sotto le mura
Traiano, ai piedi di una delle grandi torri, imprecava gli dei e spronava i suoi legionari. Per Marte! Spingete! Spingete!
L'ariete si abbatt contro le mura. Arcieri e artiglieri li coprivano, mentre loro continuavano a puntare alla base di una delle torri del primo, grande ordine di mura di Gerusalemme.
Spingete! Per tutti gli dei, spingete!
All'improvviso, da una delle piccole brecce che si era aperta, si riversarono fuori decine, centinaia di Giudei. Segu un immediato combattimento corpo a corpo. I legionari abbandonarono gli arieti per difendersi dai nemici. Traiano si guard intorno. Avevano bisogno di rinforzi. A tutti i costi.
Retroguardia romana
Tito si accorse che i nemici si riversavano fuori dalle mura e davano l'assalto a uno degli arieti. In un attimo mont a cavallo e si rivolse ai suoi singulares: All'attacco! All'attacco! Per Roma, per Vespasiano, per l'imperatore!.
Cinquecento cavalieri si lanciarono contro i Giudei.
Avanguardia zelota ai piedi delle mura
Giscala vide la cavalleria romana scagliarsi contro di loro. Non ce l'avrebbero mai fatta contro tutti quegli uomini. Ordin la ritirata e gli zeloti rientrarono a scaglioni, sempre tenendo le lance puntate contro il nemico, ordinatamente, per evitare di essere massacrati.
Difesa romana delle torri d'assedio
Il buio scese su Gerusalemme e i Romani decisero di interrompere l'attacco per riposare. Il figlio dell'imperatore ordin che rimanessero delle truppe di guardia per assicurarsi che i Giudei non sabotassero gli arieti o le torri d'assedio. Cos trascorse la prima vigilia, ma durante la secunda vigilia i Romani impegnati nel cambio della guardia furono sorpresi da una nuova, feroce carica dei nemici. Avvisato Tito e i suoi legati, si decise di rispondere all'attacco con le vexillationes delle legioni d'Egitto, che non avevano preso parte ai combattimenti pomeridiani. Ancora una volta con l'aiuto della cavalleria del cesare, queste legioni riuscirono a respingere i Giudei. La situazione sembrava tornare alla calma quando il figlio dell'imperatore sent delle grida dietro di lui.
Al fuoco, al fuoco!
Tito Flavio Sabino, Marco Ulpio Traiano e gli altri legati, che si erano riuniti per decidere come organizzare la guardia delle torri e degli arieti per il resto della notte, si voltarono verso il luogo da cui provenivano le grida. Si trattava di uno degli arcieri della torre d'assedio centrale. Durante l'attacco dei ribelli Giudei l'enorme costruzione era stata incendiata. Le fiamme stavano risalendo i quattro lati della gigantesca torre.
Non possiamo contrastare il fuoco comment Tito. Nessuno dei suoi legati lo contraddisse. Quella torre era perduta.
Dall'alto del primo ordine di mura
Giscala si pavoneggiava tra i merli delle mura di Gerusalemme: i suoi uomini avevano reso inutilizzabile una delle grandi torri d'assedio del nemico che, divorata dalle fiamme, cadeva sotto lo sguardo ammirato dei sicarii di Simone. Questi, da parte sua, non sapeva se essere pi furioso o soddisfatto. Si avvicin a Giscala.
Ci sono ancora i tre arieti e altre due torri. Questo  solo l'inizio disse e si rivolse ai suoi perch si preparassero alla difesa, a dimostrare che l'azione appena portata a termine dagli zeloti si era rivelata inefficace.
Casa dell'apostolo Giovanni, Citt Vecchia
Giovanni decise di approfittare di quel momento di calma entro le mura, dopo la tregua tra sicarii e zeloti, per recarsi nella Citt Alta e verificare con i suoi occhi cosa stava succedendo, e magari procurarsi un po' di cibo con i pochi soldi che gli erano rimasti. Quest'ultimo proposito si rivel inattuabile: a Gerusalemme nessuno vendeva pi niente. Chi aveva qualcosa da bere o da mangiare lo teneva per s in previsione di un assedio che per tutti si prospettava eterno, per tutti tranne i sicarii, gli zeloti e forse, in quel momento, i Romani.
Giovanni giunse alla tomba di Davide e poi and verso nord, fino al palazzo di Erode. Le strade erano praticamente deserte. In giro c'erano soltanto sicarii o zeloti armati che accatastavano pietre e altre armi. Grazie a Dio, sembravano troppo occupati per fermarlo e domandargli da dove venisse o dove andasse. Trov un punto sopraelevato che, dalla Citt Alta, permetteva di scorgere oltre le mura esterne di Gerusalemme. Lanci uno sguardo e la scena che gli si present gli ricord un passato che ora gli sembrava cos distante... I Romani avevano crocifisso un sicario - o uno zelota - catturato nella notte e lo esibivano agonizzante davanti alle mura della Citt Nuova. Il discepolo chin il capo. Non voleva vedere altro, non voleva sapere altro. Senza aver trovato acqua n cibo torn a casa. Tutti gli domandarono cosa succedeva.
Dio ci aiuter rispose loro, e si inginocchi per pregare.
Nessuno chiese del cibo. La maggior parte si mise a pregare con lui. Alcuni, i pi disperati, sgattaiolarono via nell'oscurit, convinti che la fuga potesse essere la soluzione migliore.
Praetorium romano
Tito ordin di attaccare di nuovo gli stessi punti delle mura ogni giorno, e con la stessa frequenza fece ricorso alla cavalleria per fermare le fuoriuscite dei difensori. In questo modo riusc a evitare l'incendio delle altre due torri e degli arieti. E gli arieti, per due settimane, colpirono senza sosta le mura della citt finch un settore cedette e la breccia si trasform in una feroce e crudele battaglia corpo a corpo, senza resa da entrambe le parti.
Il cesare combatteva e di tanto in tanto si appartava nel praetorium per riposare e recuperare le forze per potersi rimettere alla guida degli arieti e delle torri d'assedio.
Sicarii e zeloti nella Citt Nuova
Simone vedeva che i suoi sicarii, anche con l'aiuto degli zeloti, non bastavano pi a fermare i continui assalti delle legioni di Roma quando ormai parte del primo ordine di mura era stata demolita dagli arieti. Senza il sostegno delle mura, non ce l'avrebbero fatta contro l'ostinato attacco dei nemici. And quindi alla ricerca di Giscala, lasciando il comando della difesa nelle mani di Eleazar. Trov il capo degli zeloti ai piedi del palazzo di Erode mentre radunava alcuni dei suoi uomini.
Non ha senso resistere qui inizi Simone indicando la breccia del primo ordine di mura. Dar ordine ai miei uomini di ripiegare dietro il secondo ordine di mura e voglio che anche tu faccia lo stesso con i tuoi. Una volta dentro, voi ritornerete alle vostre posizioni nel Tempio, nella Fortezza Antonia e nella Citt Bassa. Noi rimarremo nella parte restante della Citt Nuova e nella Citt Alta per proteggere il secondo ordine di mura.  meno lungo del primo e non avremo bisogno del vostro aiuto.
Giscala non era d'accordo, ma sapeva che Simone non avrebbe ceduto e lui da solo non avrebbe potuto garantire la difesa della citt, sicch la cosa migliore era accettare quella proposta.
Se i tuoi sicarii lottassero con pi coraggio staremmo ancora difendendo il primo ordine di mura disse sprezzante, e si volt senza aspettare la replica di Simone. Poteva sentire il suo odio trafiggergli la schiena mentre si allontanava. Se solo avesse usato un po' di quella rabbia contro i Romani! Era un imbecille. Si augurava che perisse nell'assedio.
Avanzata romana attraverso la breccia del primo ordine di mura, 25 maggio del 70 d.C.
Dopo quindici giorni di estenuanti combattimenti, le mura esterne di Gerusalemme rimasero senza difese. Un centinaio di legionari della Dodicesima Fulminata e diverse coorti della V Macedonica entrarono nella Citt Nuova. Il figlio dell'imperatore Vespasiano, in sella al suo cavallo, fece il suo ingresso nella citt che resisteva con tanto ardore e, dietro gli edifici di quel settore, vide stagliarsi il secondo, gigantesco ordine di mura di Gerusalemme. Inspir a fondo. Aveva ancora un mese per mantenere la promessa fatta al padre di conquistare la citt. Smont da cavallo. Si guard intorno: c'erano ovunque case, fontane, botteghe, costruzioni di ogni tipo. Sarebbe stato impossibile organizzare un assalto simile al primo con tutti quegli edifici a intralciarli. Non c'era spazio per le legioni n per condurvi le torri d'assedio e gli arieti. Dietro di lui c'erano Ceriale, Lepido, Frugi e Traiano.
Distruggete tutto ordin Flavio Tito Sabino. Voglio trasferire qui il campo della V, della Dodicesima e della XV e voglio che il terreno venga spianato per attaccare come abbiamo fatto per le prime mura.
Non aggiunse altro e si ritir a piedi in cerca del cavallo. I suoi legati intuirono che il figlio dell'imperatore andava a riposarsi un po'. Nessuno pens che non lo meritasse, e nessuno ribatt agli ordini. Se i Giudei non si arrendevano non potevano fare altro: avrebbero raso tutto al suolo, palmo a palmo, finch i nemici non avessero avuto altra scelta che la resa.

48.

UNA BELVA SPAVENTATA.

Domus Aurea, Roma Fine di maggio del 70 d.C.

Domiziano trov Antonia Caenis in uno dei grandi peristili di quello che rimaneva della gigantesca Domus Aurea. Stava leggendo e sembrava molto assorta, e il giovane Domiziano si sorprese quando lei inizi a parlargli senza nemmeno sollevare lo sguardo dal papiro, che arrotol con cura.
 sempre una piacevole sorpresa che il figlio di Vespasiano cerchi proprio me.
Domiziano cap che non aveva senso negare l'evidenza, e fingere di passare da l per caso sarebbe stato banale. Lei voleva andare al sodo. Benissimo, era quello che desiderava anche lui. Questo avrebbe fatto capire a Antonia Caenis che non era lei a dettare le regole. Non importava che fosse l'attuale concubina del padre: la situazione poteva cambiare in qualsiasi momento. Lui, invece, era il cesare per mandato imperiale e sarebbe stato sempre il figlio dell'imperatore, anche se Tito lo precedeva nella linea di successione. Per il momento, per, doveva occuparsi di Antonia Caenis. Si rivolse a lei in tono freddo e diretto.
Partenio mi ha dato a intendere che se ero interessato a Domizia Longina dovevo parlare con te. Rimase in silenzio per un secondo, ma non ottenendo alcuna risposta sottoline le sue parole con una frase tautologica: Be', per tutti gli dei, eccomi!.
Antonia lo scrutava con attenzione. Non era ancora sicura di voler andare fino in fondo, ma dopo qualche istante la sua mente si risolse per il s: aveva bisogno di guadagnarsi la fiducia di Domiziano, o almeno di fare in modo che non la odiasse e la lasciasse in pace per il resto della sua vita. Non si sentiva intoccabile come un tempo e anelava soltanto un po' di serenit.
Partenio ti ha informato bene. Domizia  sposata, ma si pu obbligare il marito a divorziare, e lei tornerebbe libera.
Domiziano domand brusco, senza giri di parole: E come?.
La donna strinse leggermente le labbra prima di rispondere e poi proffer le sue parole, centellinandole come si fa con un vino pregiato.
Tutti gli uomini sono ambiziosi. Se tuo padre offre a Lucio Elio un posto da governatore in qualche lontana provincia a patto che lui lasci la moglie, Lucio Elio divorzier senza pensarci due volte.
E perch mio padre dovrebbe chiedergli di divorziare?
Perch Domizia  figlia di Corbulone, come ti avr riferito Partenio, ed  possibile che lui fosse coinvolto in una congiura contro Nerone. O meglio: il padre di Domizia era sospettato di aver istigato una rivolta contro un imperatore. E questa  una macchia indelebile per la famiglia. Nessun imperatore gradirebbe un legame con la figlia di un legatus colpevole di una rivolta di tale portata.
Domiziano ascolt con interesse le parole di Antonia Caenis. Aveva senso, s, ma c'erano altri dettagli a cui pensare. E come faremo a convincere mio padre a nominare Lucio Elio governatore di una provincia?
Di quello mi occuper io rispose Antonia con sicurezza. Non era certa che questa risposta piacesse a Domiziano, ma il ragazzo doveva rendersi conto che lei aveva voce in capitolo ed esercitava un certo potere.
E Lucio Elio accetter? Domiziano non sembrava convinto.
Lo far conferm Antonia, senza la minima esitazione. Gli offriremo la Tarraconense:  una provincia ricca, molto ben romanizzata e con una legione soltanto. Tuo padre non gli dar troppa importanza e, se si riveler un buono a nulla, non ci sar alcun confine in pericolo.
Domiziano annuiva mentre passeggiava per il giardino. All'improvviso si ferm e si volt rapido verso Antonia Caenis. Ma se in futuro io volessi sposare quella patrizia, quelle stesse motivazioni che abbiamo usato per indurre il marito al divorzio non si ritorcerebbero contro di me?
Antonia aveva pensato a tutto. Tuo padre ammirava il vecchio Corbulone; sono sicura che un tuo avvicinamento alla giovane Domizia non sarebbe considerato pericoloso. E poi, il motivo del divorzio sarebbe riservato e non saremo n tu n io e nemmeno Vespasiano a usare l'argomento della presunta rivolta di Corbulone quando si parler con Lucio.
E chi, allora?
Antonia sorrise della stolta ingenuit di quel ragazzo.
Partenio rispose la concubina dell'imperatore. Sar Partenio a parlare con Lucio Elio, lui lascer Domizia e poi sar affar tuo come comportarti con lei. Lucio Elio andr nella Hispania e sar fuori dai giochi, in cambio tu avrai ottenuto quello che desideri. Domizia  una fanciulla molto bella.
Quel piano iniziava a piacergli, ma gli rimaneva ancora un dubbio, quello che lo incuriosiva di pi. E tu cosa guadagni da tutto ci?
Antonia lo guard sbattendo le palpebre un paio di volte, come quando non si capisce bene una domanda. L'amicizia del figlio dell'imperatore.
Domiziano sollev la testa e guard Antonia Caenis dall'alto in basso. Quella donna non gli era mai piaciuta e la sua improvvisa complicit non aveva mutato la sua opinione; per, se tutto fosse andato secondo i piani, non vedeva alcun motivo per inimicarsela.
D'accordo concesse Domiziano. Avrai la mia amicizia.
Si volt e s'incammin senza nemmeno salutarla.
Antonia lo osserv andare via: quella scena le ricord qualcosa, ma lei stessa non sapeva bene cosa. Poi, qualche ora pi tardi, guardando nel circo alcune fiere allontanarsi dai bestiarii, realizz quale immagine le rievocasse il giovane cesare: Domiziano aveva l'incedere di un animale intimorito, silenzioso, con le spalle un po' curve, ma sempre pronto a sferrare un attacco mortale alla minima distrazione. Non ne parl con nessuno, ma cap che quella mattina aveva parlato con una belva impaurita. Quel pensiero la rese nervosa, ma aveva gi istruito Partenio sulla questione di Lucio Elio ed era anche riuscita a convincere l'imperatore. Era tutto pronto. Forse non ci sarebbero stati imprevisti. Torn a concentrarsi su quanto stava succedendo nell'arena, ma, anche se con gli occhi e le orecchie era l, la sua mente indugiava nei corridoi del palazzo imperiale.

49.

IL SECONDO ORDINE DI MURA.

Gerusalemme, 30 maggio del 70 d.C. Posto di guardia zelota sul secondo ordine di mura

Dall'alto delle mura, Simone osservava i Romani distruggere tutti gli edifici della Citt Nuova per insediarvi il loro imponente accampamento, che avrebbe osato sfidare il secondo ordine di mura di Gerusalemme. Non importava. Quando Yahweh avrebbe concesso loro la vittoria sugli invasori romani avrebbero ricostruito tutto, sostenuti dalla fede e dalla pi assoluta devozione a Dio. Avrebbe dovuto chiudere il conto in sospeso con Giscala, ma era sicuro che, una volta eliminati i Romani, sconfiggere gli zeloti e cacciarli dal Tempio sarebbe stata solo questione di tempo. D'altro canto era tutta questione di tempo. I Romani si stavano divertendo a distruggere e radere al suolo ogni cosa. Spianato il terreno davanti al secondo ordine di mura, avrebbero ripreso gli attacchi con gli arieti e con le due rimanenti torri d'assedio. Simone pensava di avere abbastanza uomini per difendere pi efficacemente il secondo ordine di mura, poich il perimetro da controllare era inferiore; ma non aveva considerato le numerose perdite subite, n tenuto conto che, una volta rotto il patto con gli zeloti, i suoi sicarii da soli avrebbero potuto trovarsi in serie difficolt. Doveva inventarsi qualcosa. Qualcosa di nuovo. Di diverso.
Simone guard il cielo in cerca di un'ispirazione divina. Il sole accecante lo costrinse a chiudere gli occhi, ma gli venne un'idea. Un'illuminazione. E sorrise.
Primi di giugno del 70 d.C. Avanguardia romana ai piedi del secondo ordine di mura
Traiano era coperto di sudore, polvere e sangue. Da quattro giorni attaccavano senza sosta il secondo ordine di mura. Aveva visto morire diversi soldati della sua legione nella brutalit di quell'assedio. Alla fine, come nel caso del primo ordine di mura, un ariete fece crollare una parte che stava ripetutamente colpendo da quattro maledettissime e interminabili giornate. Si apr una breccia ampia tra i dodici e i quindici piedi. Traiano, come gli altri legati, volse lo sguardo al figlio dell'imperatore che li comandava in quell'impresa. Tutti desideravano sapere quale legione avrebbe scelto per entrare nella Gerusalemme che continuava a resistere dietro quelle nuove mura, ma Tito non impart l'ordine a nessuno di loro, bens agli ufficiali di cavalleria.
Voleva essere lui in persona ad attraversare per primo le nuove mura nemiche. Tutti dovevano avere ben chiaro che lui non era il tipo di persona che se ne stava a dare ordini dalla comoda posizione di retroguardia. Mont a cavallo e incit i decurioni della cavalleria. Per Roma! Per l'imperatore Vespasiano! Per Giove! Prendiamo questa citt una volta per tutte!
Con i talloni assest un colpo secco al cavallo perch andasse al galoppo verso la breccia aperta. Arcieri, copriteci! grid, e questi poggiarono un ginocchio a terra per prendere meglio la mira mentre i singulares del figlio dell'imperatore, in groppa ai loro destrieri, si apprestavano a dirigersi verso il cuore della citt. Sfoderate i gladi! I gladi!
Tito immaginava che si sarebbero dovuti fare largo a colpi di spada tra un foltissimo gruppo di nemici, ma nulla sembrava intimorirlo. Era deciso a porre fine a quell'assedio con una feroce esibizione di forza da parte della cavalleria, che in tante occasioni si era gi rivelata efficace nella guerra contro quella citt. Questa sarebbe stata l'ultima, quella decisiva. Avvicinandosi alla breccia, Tito spron di nuovo il cavallo e i suoi ufficiali lo imitarono. In fila per due, quasi al galoppo, i singulares di Tito Flavio Sabino irruppero gridando come belve nelle viscere dilaniate di Gerusalemme. E i cavalieri romani brandivano i loro gladi con furia per trafiggere, ferire, uccidere... l'aria.
Entrarono senza incontrare resistenza.
Fuori dalle mura gli arcieri, ancora con il ginocchio a terra, mantenevano lo sguardo fisso sui merli. Non si vedeva anima viva. Sembrava che l in alto non ci fosse nessuno a difendere la citt.
Tito cavalc per almeno un centinaio di passi e, non vedendo uomini armati nelle vicinanze, tir le briglie del cavallo per fermarsi. Alz la mano destra per esortare i suoi cavalieri a fare lo stesso. Si trovavano in un grande spiazzo ai piedi di una collina che i Giudei chiamavano Acra, ma sui pendii e tutto intorno all'altura si erigevano decine di edifici: c'erano molte case, ma nessun essere vivente. Dopo aver messo a tacere i suoi uomini, e con gli zoccoli dei cavalli fermi sul lastricato, Tito tese l'orecchio e ud qualcosa di strano per una citt molto popolosa: il silenzio. Non si sentiva niente. I soldati che difendevano Gerusalemme sembravano essere scomparsi e la popolazione, barricata dietro le porte e le finestre chiuse, pareva trattenere il respiro. Era come se tutto e tutti, entro quelle mura, fossero immobili, pietrificati. Non c'era nemmeno un alito di vento. Tito pens che anche gli dei, che di certo assistevano attenti e curiosi a quell'assedio per vedere come sarebbe andato a finire, dovevano essere stupiti; ma all'improvviso i suoi pensieri tornarono a concentrarsi sullo spazio che lo circondava. Quella quiete lo metteva a disagio.
All'interno della Citt Nuova, nelle strade adiacenti alla grande breccia nel secondo ordine di mura
Sul volto di Simone era ancora dipinto lo stesso sorriso di quattro giorni prima. Ma ormai era arrivato il momento di godere sul serio dei risultati del suo piano: per quattro giorni aveva permesso a uno dei tre arieti di distruggere una porzione delle mura, e proprio quell'ariete adesso si trovava nel punto esatto in cui si poteva preparare l'imboscata perfetta. Il sangue versato dai Giudei sarebbe finalmente stato vendicato. Guard Eleazar e gli fece un cenno col capo. Questi comprese l'ordine, sollev il braccio per un attimo e lo abbass rapido. All'improvviso, decine, centinaia, migliaia di sicarii emersero da tutte le strade che davano sulla piazza dove si era concentrata l'odiata cavalleria romana. Armati di spada in una mano e con le loro famose sicae nell'altra, si avventarono sugli invasori lanciando grida animalesche. Bisognava evitare che i Romani riuscissero a prendere la rincorsa e a sfruttare l'impeto dei cavalli per andare alla carica. Dovevano raggiungerli prima che questi avessero il tempo di reagire. Poi con i pugnali avrebbero colpito il ventre degli animali mentre avrebbero usato le spade per difendersi e attaccare i soldati nemici.
Posizioni romane fuori dal secondo ordine di mura
Traiano osservava i merli delle mura sgretolate: erano vuoti, sguarniti. Gli scorpioni erano carichi, ma non avevano alcun bersaglio contro cui puntare, e anche le centinaia di arcieri pronti a scoccare le loro frecce erano rimasti con un ginocchio a terra a mirare il nulla pi assoluto.
Questo non ha alcun senso comment Traiano rivolto agli altri legati. Entro con gli arcieri aggiunse.
I tre alti comandanti assentirono, mantenendo sempre lo sguardo fisso sui merli. Come il vecchio Traiano, avevano la sensazione che qualcosa non stesse andando per il verso giusto e temevano per l'incolumit di Tito. Non capitava spesso di combattere per un potenziale Imperator Caesar, la cui protezione, di solito, era affidata ai pretoriani di Roma. Essere condotti in battaglia da qualcuno destinato a diventare imperatore del mondo era come combattere sotto lo sguardo vigile degli dei. Ma se il figlio dell'imperatore fosse caduto per mano dei Giudei, non avrebbero mai conquistato Gerusalemme. Per questo motivo Ceriale, Frugi e Lepido accettarono l'idea di Traiano senza la minima esitazione.
Interno della Citt Nuova, accanto alla porzione distrutta del secondo ordine di mura
Tito comprese ben presto la gravit del suo errore: i sicarii li accerchiarono in un lampo. Non ebbero nemmeno il tempo di andare alla carica, perdendo il grande vantaggio della cavalleria. Si ritrovarono in mezzo a un groviglio informe di nemici che lottavano con una furia cieca, ancora pi spietati che nel precedente combattimento. Il cavallo di Tito, ferito a morte al ventre, sollev le zampe anteriori ed emise il suo agonizzante, ultimo nitrito. Tito Flavio Sabino fu disarcionato e cadde, tra gli zoccoli dei cavalli dei suoi singulares, costretto a rotolarsi a terra un paio di volte per non essere calpestato dagli animali feriti e terrorizzati che tentavano di scappare. Maledisse la sua stupidit e la sua smania di successo. Stavano assediando la citt da diversi mesi, ormai, e aveva voluto bruciare le tappe del suo cammino verso la vittoria, un cammino che in quel momento gli sembrava non soltanto tortuoso, ma impraticabile, anche per un generale del suo valore. Sguain il gladio e inizi a lottare con un giudeo che lo aveva riconosciuto dal suo paludamentum color porpora e si era fatto strada tra i cavalli per affrontarlo. Il nemico lo attacc con un affondo veloce che Tito riusc a parare grazie all'abilit maturata nel corso del suo addestramento militare; fece lo stesso con i due colpi successivi, ma si vide costretto ad arretrare. Quei Giudei, che gi avevano lottato con ardore sulle mura, adesso, nelle strade della loro citt, esibivano una collera ancora maggiore. Il sicario colp un'altra volta, e poi un'altra ancora, e Tito rispose all'attacco con due fendenti sicuri e potenti che sorpresero il nemico. In quel momento, per, il figlio dell'imperatore fu travolto da un cavallo imbizzarrito, e, per attutire la caduta, con un gesto istintivo lasci andare la spada. Era riuscito a rimanere in ginocchio e non battere la testa, ma si ritrov disarmato. L'aggressore si avvicin, pronto ad approfittare dell'occasione offertagli dal destino.
Mi chiamo Eleazar e sto per ucciderti annunci il giudeo, ma una strana nube copr il cielo e oscur il sole.
Eleazar alz lo sguardo, stupito poich quel giorno il cielo era limpido, e vide un nugolo di frecce librarsi sulle teste dei cavalieri romani per poi andare a conficcarsi tra i Giudei che li circondavano. Quando si volt di nuovo verso il capo dei Romani, il cesare aveva gi impugnato il gladio e una dozzina di cavalieri smontati da cavallo gli si erano stretti intorno per proteggerlo, anche a costo della loro vita.
Non riuscirete mai a sconfiggerci li inform Eleazar mentre iniziava a retrocedere per riunirsi al grosso delle sue truppe. Mai! Maaaai! url, e la sua voce riecheggi in mezzo alla nuova pioggia di frecce scagliate dagli arcieri da tutte le posizioni della retroguardia romana.
Di l a poco i Giudei erano scomparsi dalla piazza e Tito batt in ritirata, insieme ai cavalieri sopravvissuti a quel tentativo fallito di portare a termine l'assedio. Incontr Traiano, che dall'alto di un settore delle mura distrutte - proprio accanto alla breccia - stava coordinando gli arcieri che li avevano coperti durante l'imboscata. Tito Flavio Sabino non disse nulla al legatus della legione Dodicesima, ma i loro sguardi si incrociarono e Traiano si limit a portarsi al petto il pugno chiuso. Il figlio dell'imperatore gli fece un cenno con il capo, e in cuor suo decise che non avrebbe mai dimenticato la lealt di quell'ispanico raccomandatogli dal padre. Il suo saggio genitore riusciva sempre a capire se un uomo fosse nobile di spirito o meno. Una virt rara, preziosa, che gli sarebbe mancata soltanto al momento di giudicare il figlio Domiziano. Ma sarebbe trascorso ancora molto tempo.
I Giudei continuano ad attaccare, cesare rifer uno degli ufficiali della cavalleria a Tito, e il figlio dell'imperatore acceler la marcia. La breccia era stretta e questo rallentava la ritirata.
Sui merli del secondo ordine di mura
Dopo la ritirata della cavalleria e degli arcieri romani, dalla cima del secondo ordine di mura, tornato sotto il controllo dei sicarii, Simone supervisionava i suoi uomini, indaffarati ad accatastare il maggior numero di detriti possibile nella breccia aperta dal nemico.
Stavo quasi per ucciderlo disse Eleazar dietro di lui.
Simone bar Giora si volt e lo guard negli occhi.
Quel quasi non ci serve a niente, Eleazar gli rispose con freddezza. Stiamo sempre quasi per ucciderlo, e non ci riusciamo mai. Dobbiamo fare di tutto per non cedere ai Romani questo ordine di mura oppure ci spingeranno nella Citt Alta.
Eleazar non replic, ma era avvilito. Aveva sperato di ricevere una lode per l'arditezza della sua impresa: si era intrufolato tra i cavalli romani per attaccare di persona il figlio dell'imperatore. Prese nota dello sdegno di Simone. Se Gerusalemme fosse caduta, lui non sarebbe caduto con la citt. Eleazar cominciava a maturare un suo piano.
Accampamento romano davanti al secondo ordine di mura di Gerusalemme
Nel grande praetorium delle quattro legioni che assediavano Gerusalemme, eretto nel mezzo del settore distrutto della Citt Nuova, Tito Flavio Sabino impartiva nuove istruzioni ai suoi quattro legati, come se quel giorno non fosse successo nulla e ignorando la stanchezza generale.
Questa notte riposeremo, ma domani all'alba riprenderemo tutte le attivit dell'assedio. Ricominceremo ad attaccare dove abbiamo aperto la breccia. In una notte i Giudei avranno solo il tempo di accumulare detriti in quella porzione delle mura per impedirci di passare. Noi colpiremo ancora l e apriremo una breccia molto pi grande. Ma non entreremo di nuovo come abbiamo fatto questa mattina.
I quattro legati lo osservavano, pensierosi: il figlio dell'imperatore aveva una ferita alla spalla, il paludamentum era logoro, l'elmo sporco, le mani piagate per aver tenuto cos a lungo la spada in pugno, eppure il giovane cesare non sembrava conoscere lo sconforto.
No, non commetter di nuovo lo stesso errore: non entreremo pi da brecce cos strette. Ci prenderemo tutto il tempo necessario per distruggere le mura da qui a qui. Indic un'ampia area nella zona nord-occidentale del secondo ordine di mura, tutto intorno alla piccola breccia che stavano riparando i Giudei. Colpiremo fino a quando creeremo uno spazio abbastanza ampio da entrare a Gerusalemme con una legione intera. Allora s che affronteremo quei maledetti Giudei.
Ci misero quattro giorni.
Quattro interminabili giorni.
I sicarii di Simone bar Giora lanciarono tutto ci che riuscirono a recuperare, qualsiasi cosa potesse essere usata come proiettile. Gli scorpioni risposero con tenacia, gli arieti colpirono il secondo ordine di mura senza sosta. Ci vollero quattro lenti e sanguinosi giorni, ma al quinto, nello stesso punto del primo attacco, le mura cedettero. Questa volta Tito ordin di continuare a lanciare proiettili, mentre gli arieti demolivano un enorme settore; alla fine, decine di strade della Gerusalemme dominata dai sicarii rimasero esposte all'artiglieria romana. E l'attacco continu fino a quando Simone bar Giora si ritir con i suoi sicarii sulla collina della Citt Alta, dietro il terzo e ultimo ordine di mura di Gerusalemme. Allora la citt rimase divisa in tre parti: la Citt Nuova era interamente sotto il controllo dei Romani, il terzo ordine di mura con la Citt Alta in mano di Simone, Eleazar e i loro temibili sicarii, mentre Giscala e gli zeloti presidiavano il Grande Tempio, con la Fortezza Antonia e la Citt Vecchia. Gli zeloti a differenza dei sicarii, non avevano preso parte ai combattimenti per il secondo ordine di mura.
Nel pomeriggio del secondo giorno, Tito Flavio Sabino si sedette sulle rovine delle mura rinfrescandosi con dell'acqua che gli aveva portato uno schiavo. Gli si avvicin Marco Ulpio Traiano. I legionari di tutte le unit, gli rifer il legatus, erano sfiniti. Sebbene fossero riusciti a demolire un altro ordine di mura, la Citt Alta, la Fortezza Antonia e il Tempio restavano ancora in mano ai Giudei, che non si sarebbero arresi facilmente. Non era una questione da sottovalutare, questa, anzi: era come se a un corridore giunto al traguardo stanco morto fosse chiesto di riprendere a gareggiare e con maggiore agonismo. Era improponibile, da qualsiasi punto di vista. Gli uomini avevano bisogno di riprendere fiato. Il figlio dell'imperatore, per, sembrava non accorgersi che gli uomini che comandava non erano instancabili come lui.
Un po' d'acqua, Traiano? chiese Tito avvicinandogli la sua ciotola. Traiano annu e prese il recipiente, prestando attenzione al cesare che continuava a parlare. Domani proseguiremo e attaccheremo le nuove mura e anche la Fortezza Antonia. In una volta sola. Ho pensato a ogni cosa. Stasera voglio vedervi tutti e quattro nel praetorium concluse rivolgendosi a Frugi, Ceriale e Lepido, che si erano uniti al gruppo degli altri ufficiali.
Traiano porse la ciotola, ormai vuota, allo schiavo e con voce pacata manifest il suo disaccordo agli ordini del figlio dell'imperatore: Gli uomini hanno bisogno di riposo, cesare.
Tito, che alzandosi gli aveva dato le spalle per dirigersi alla sua tenda a riposare prima dell'incontro appena convocato, si ferm, si volt e, immobile, fiss Traiano. Il legatus della legione Dodicesima, che sent su di s anche gli sguardi intensi degli altri legati, non cedette. Era suo preciso dovere offrire un efficace sostegno in quella maledetta campagna, e se farlo significava contraddire il figlio dell'imperatore, allora anche quello rientrava nei suoi compiti.
Per tutti gli dei, cesare! Gli uomini sono esausti: hanno lottato in decine di combattimenti; sono stati attaccati con lance, frecce e proiettili per mesi; hanno costruito torri, arieti e nel frattempo sono riusciti ad aprire delle brecce in mura enormi. Davanti a loro vedono solo altre mura, anche pi grandi e imponenti delle precedenti, se possibile, soprattutto quelle della Fortezza Antonia e del Grande Tempio, e sappiamo tutti che i Giudei non si arrenderanno. Saremo costretti a demolire ogni nuovo muro, o pezzo di muro, se vogliamo prendere questa citt dimenticata dagli dei. So bene che l'imperatore ha bisogno di una vittoria. Sentendo queste ultime parole l'espressione di Tito sembr farsi ancora pi tesa. Traiano si stava muovendo su un terreno pericoloso.  evidente che all'imperatore serva mettere a tacere i suoi nemici, e io sono dalla sua parte. Noi Traiani appoggiamo Vespasiano e saremo dalla parte della famiglia Flavia fino alla fine, qualunque cosa accada. Ma questi uomini, i legionari della Dodicesima, e credo di parlare anche a nome dei miei compagni... e guard Ceriale e gli altri legati, ma questi rimasero in silenzio senza schierarsi apertamente dalla sua parte credo di parlare a nome di tutti i legionari della V, della X e anche della XV, dicendoti che sono esausti. Glielo si legge in volto. Hanno tutti bisogno di un giorno di riposo, forse anche noi, e sebbene tu ti rifiuti di crederlo, perfino al figlio dell'imperatore gioverebbe.
Rimase in silenzio. Tito lo guardava serrando le mascelle, senza dire nulla. Traiano, ormai a bassa voce, ripet la sua proposta, come se stesse parlando tra s.
Qualche giorno di riposo far bene a tutti noi...
Anche ai ribelli replic Tito con freddezza. Traiano sospir e non os ribattere a quella giusta considerazione del figlio di Vespasiano. Allora Tito guard Ceriale, come lui veterano delle campagne d'Oriente. Sei con il legatus della Dodicesima, Ceriale? Per Giove, anche tu credi che questo sia il momento di riposare? Adesso che abbiamo il cuore della citt quasi in mano nostra?
Era una domanda velenosa, ma Ceriale decise di non rimanere pi neutrale in quella discussione. Sto con Traiano, cesare; un po' di tregua far bene ai legionari; un po'...
Tito lo interruppe, furibondo, con il volto paonazzo per l'ira che cercava di controllare in quell'indolente pomeriggio di giugno.
 per caso una ribellione? domand guardando fisso Marco Ulpio Traiano. Non me lo sarei mai aspettato da te aggiunse. Da chiunque, ma da te mai.
Questa non  una ribellione, cesare si difese Traiano con voce vibrante, ma moderata. Se il cesare ordina di radunare i legionari della Dodicesima Fulminata e di attaccare con gli arieti questa notte stessa le nuove mura che si stagliano davanti a noi, non sar io a rifiutarmi di eseguire un ordine, qualunque ordine profferito dal figlio dell'imperatore di Roma. Ma il mio compito di legatus  quello di obbedire al mio superiore e di consigliare...
Di consigliare quando io ti chiedo consiglio ribatt Tito con i pugni chiusi lungo i fianchi, sfinito e sporco di sangue per i combattimenti di quella giornata.
 vero rispose Traiano chinando il capo. In questo caso, ritiro quello che ho detto.
Si conged dal figlio dell'imperatore e si ritir. Gli altri legati lo imitarono e ciascuno raggiunse la rispettiva legione.
Fortezza Antonia, accanto al Grande Tempio di Gerusalemme
Giscala era stato il testimone privilegiato della sconfitta di Simone sul secondo ordine di mura. Alla fine, i Romani si sarebbero scagliati anche contro le mura della Fortezza Antonia. Il capo degli zeloti aspettava di vedere come avrebbero agito una volta l, come avrebbero fatto a spianare il terreno per i loro arieti. Aveva studiato la loro strategia d'assedio durante l'attacco al primo ordine di mura, ed era convito di aver trovato un modo per fermarli. Adesso avrebbe potuto attuare il suo piano e mettere in ridicolo Simone bar Giora davanti a tutti i Giudei di Gerusalemme, agli zeloti e perfino ai suoi stessi uomini. Giscala era quasi contento che il secondo ordine di mura fosse caduto. Non c'era niente di pi importante per lui che umiliare Simone. Nemmeno la libert di Israele, anche se lui non ne era ancora consapevole. A ogni modo, il suo piano stava per avere inizio; lo aveva elaborato sotto la spinta dell'odio, una delle forze pi feroci a disposizione dell'uomo. Nemmeno i Romani avrebbero potuto contrastarla.
Accampamento romano
Nel consilium dei legati, Tito mostr ai convenuti una nuova mappa su cui era indicato, attraverso croci e numeri, il dispiegamento delle legioni in vista del nuovo attacco. La voce gelida del figlio dell'imperatore era la stessa di sempre.
La V e la Dodicesima prenderanno posizione davanti alla Fortezza Antonia e ciascuna innalzer una rampa. So che il legno  terminato, ma andremo a cercarlo pi lontano. Non mi interessa dove. Voglio delle rampe qui e qui, e in questo punto, pi a sud, davanti al terzo ordine di mura, quello che difende la Citt Vecchia in cui si  barricato Simone, ecco, qui ne verranno innalzate altre due. A questo lavoreranno le legioni X e XV. E non mi importa se le mura che dobbiamo affrontare adesso sono pi alte o se l'artiglieria nemica ci tiene sotto tiro. Dobbiamo costruire le rampe e da l saliranno gli arieti e le torri d'assedio con cui abbatteremo le loro difese. Sono chiari i miei ordini? Fiss negli occhi ciascun legatus, a cominciare da Traiano per finire di nuovo su di lui dopo aver passato in rassegna i volti spenti di Ceriale, Frugi e Lepido. Pur senza mostrare entusiasmo, nessuno di loro os sollevare obiezioni. Bene aggiunse Tito, e abbass lo sguardo mentre si sedeva. Faremo cos, ma tra qualche giorno. Prima metteremo in sicurezza le postazioni di ciascuno e verseremo alle legioni il secondo pagamento che spetta loro. Siamo in ritardo, e i legionari si sono meritati il loro compenso. Questo permetter a tutti di sistemarsi, di pulire le armi e le uniformi, di riposare un po' e di risollevare il morale sapendo che le sacche sono piene d'oro. Sospir. Dispongo di denaro sufficiente per pagarli, ci che non posso sapere  se ciascuno di loro ha abbastanza coraggio per ricambiare Roma conquistandole ci per cui li retribuisce.
Fiss ancora Traiano. Il legatus della Dodicesima cap di dover ribattere qualcosa, e lo fece: Il cesare vedr che la sua  stata una saggia decisione.
E sia, ma non voglio altri consigli non richiesti aggiunse Tito, e Traiano annu.
Una volta rimasto solo, Tito si sdrai sul giaciglio a sua disposizione nella tenda. Di certo aveva fatto la cosa giusta. Chiuse gli occhi. Era vero che i legionari avevano bisogno di riposo. Sospir. Eppure era convinto che ogni giorno di tregua sarebbe stato usato dai Giudei per architettare qualche nuovo e temibile stratagemma. Non avrebbe mai potuto rispettare la data stabilita del mese di giugno per far cadere la citt. Il sonno stava prendendo il sopravvento. Anche lui era esausto. Se non era giugno allora sarebbe stato luglio, o agosto, o settembre o un altro mese. Non avrebbe mai abbandonato quell'assedio, mai. I Giudei potevano inventarsi qualsiasi cosa. Prima o poi avrebbero capito di non avere altra scelta che la resa.
Si addorment.

50.

UN NUOVO GOVERNATORE.

Roma, giugno del 70 d.C.

Partenio decise di ricevere Lucio Elio nello studio privato che l'imperatore Vespasiano gli aveva concesso in cambio dei suoi servigi e della sua lealt. Ancora non aveva capito se essere il consigliere di quell'imperatore si sarebbe rivelato un incarico sgradevole, ma quella mattina realizz di non dover compiacere soltanto Vespasiano, bens un'intera, nuova dinastia, che aveva rami buoni, promettenti, e altri secchi, ricurvi e disseminati di spine. E lui doveva assecondare tutti.
Lucio Elio lo guardava con eccitazione. Quel poveretto pensava di ricevere un premio. Partenio si strinse nelle spalle mentre entrava nella stanza in cui lo aspettava il suo interlocutore. Pass tra le guardie pretoriane e queste, in risposta a un suo cenno, chiusero la porta.
Ave, Lucio Elio lo salut con solennit.
Ave, Partenio rispose l'uomo, serio.
A Lucio parve strano non parlare direttamente con l'imperatore dal momento che era stato Vespasiano a convocarlo con un suo messaggio. Il consigliere imperiale sembr leggergli nella mente.
Oggi il cesare  molto impegnato: la resistenza giudaica in Oriente richiede la sua attenzione, ma vuole che sia io a riferirti i suoi desideri. Siediti, Lucio Elio.
Indic un solium al centro della sala. Elio, come tanti altri, giudicava eccessiva la disinvoltura con cui quel liberto operava a palazzo, ma di fatto lui era uno dei pochi superstiti degli antichi servitori della dinastia Giulio-Claudia, e tanto bastava a fargli guadagnare il rispetto di tutti. Partenio continu a parlare, restando in piedi.
L'imperatore vuole assicurarsi l'appoggio della maggior parte delle famiglie nobili di Roma. Quello a cui mira  una politica di avvicinamento e di consenso con il Senato e con i patrizi romani, non di scontro. L'Impero ha bisogno di solidit per affrontare le sfide del Nord e in Oriente, perci sta facendo in modo che le nomine dei governatori e delle alte cariche dello stato riflettano la sua intenzione di ripartire il potere tra le diverse famiglie. Il motivo per cui ti ha convocato, Lucio Elio,  capire se intendi entrare a far parte di questa grande rete del potere imperiale oppure no. E rimase in silenzio.
Lucio Elio cap che ci si aspettava da lui una risposta chiara. Il mio desiderio, e quello di tutta la mia famiglia,  servire l'imperatore e Roma intera.
Partenio annu, ma lo corresse:  sufficiente servire l'imperatore. Lui  Roma.
Lucio Elio concord, facendo un leggero cenno del capo.
E sia, allora. Se lo desideri, l'imperatore Vespasiano, nella sua generosit,  disposto a nominarti governatore della provincia Tarraconense. Accetti?
Lucio Elio sgran gli occhi. Una provincia imperiale con un'intera legione ai suoi ordini e miniere d'oro. E poi era un compito facile, senza confini pericolosi su cui vigilare. C'erano gli Asturi e i Cantabri a settentrione, ma il divino Augusto li aveva gi sistemati, e la legione VII di stanza a nord della provincia poteva bastare, da sola, a contrastare qualsiasi ribellione. I luoghi davvero pericolosi erano il Reno o il Danubio. Offrivano pi possibilit di vittorie epiche, certo, ma la Hispania garantiva maggiore sicurezza, e poi avrebbe potuto portare con s a Tarraco Domizia e godere insieme a lei di una vita agiata. Lucio non ebbe il minimo dubbio.
L'imperatore mi lusinga con la sua offerta. Per me sarebbe un onore servirlo come governatore di quella provincia nella Hispania.
Perfetto, cos sia allora. Lo comunicher a Vespasiano questa sera stessa e la nomina sar effettiva entro pochi giorni rispose Partenio dando per conclusa la questione.
Lucio Elio, senza sapere bene quale fosse la formula adeguata per congedarsi da quel consigliere, si alz, allung il braccio destro e salut di nuovo Partenio, questa volta con pi convinzione.
Ave!
Si volt per dirigersi verso la porta e andarsene, ma, a un passo dalla soglia, la voce di Partenio risuon ancora nella stanza con un appunto finale, pronunciato a voce non particolarmente alta ma chiara, come se si trattasse di una cosa senza importanza, che tuttavia fece arrestare per un attimo il cuore di Lucio Elio.
Ovviamente, aggiunse Partenio l'imperatore si aspetta che prima di partire per la Hispania tu divorzi da Domizia Longina.
Lucio Elio si gir lentamente e guard dritto negli occhi il consigliere, che ora sembrava impegnato a cercare un rotolo su un tavolo ricoperto da documenti e mappe geografiche.
Questo  impossibile rispose con fermezza. Io... io amo mia moglie e non vedo perch...
Partenio smise di rovistare tra le carte, sollev la testa e lo interruppe.
Domizia Longina  figlia di un legatus che istig una ribellione contro l'ultimo imperatore della dinastia Giulio-Claudia. Partenio assunse il tono di un padre che cerca di persuadere il figlio adolescente a fare la cosa pi giusta. Ascoltami bene: Domizia Longina appartiene a una famiglia che gi una volta  insorta contro un imperatore. Il tuo matrimonio con lei  stata una leggerezza che non avresti mai dovuto commettere.  un'unione che ostacola la tua carriera, il tuo luminoso futuro al fianco dell'imperatore Vespasiano. Divorzia e nulla ti sar pi d'intralcio. La nomina a governatore nella Hispania sar solo l'inizio. Se decidi di restare legato a quella donna, invece, non solo perderai questa nomina, ma con tutta probabilit l'imperatore inizier a dubitare di te e della tua famiglia, e tu cadrai in disgrazia. Allo sguardo angosciato di Elio, Partenio cerc di sdrammatizzare, ma non senza provare un certo disgusto verso se stesso. Su, per tutti gli dei, Lucio: nessuno ti sta chiedendo di ripudiare tua moglie con disonore, e nemmeno ti stiamo costringendo a condannarla. Ti viene chiesto soltanto di sciogliere il vostro legame con discrezione, di recarti nella Hispania senza di lei e quindi ripulire l'immagine della tua famiglia, per allontanare qualsiasi dubbio circa la vostra lealt nei confronti dell'imperatore di Roma. Tua moglie ha denaro e risorse a sufficienza per vivere da sola senza problemi. Abbass ancora di pi la voce, come se stesse rievocando ricordi lontani di un tempo passato.  stato il suicidio del padre a garantirle tutto ci. Tacque per un momento, sollev gli occhi, poi parl in tono deciso. Non verr importunata. Quello che conta per l'imperatore  che la famiglia del vecchio generale Corbulone, che in un momento di follia forse desider per s la toga imperiale, non veda accresciuto il suo potere. La nomina che ti offriamo comporta soltanto benefici per te, per Roma e per l'imperatore, e il danno per tua moglie  minimo. Domizia  giovane e ricca. Far presto a trovare un altro marito, un legame pi modesto che non impensierisca l'imperatore. E cos tutti potremo continuare a vivere tranquilli. Credimi, Lucio Elio, ti parlo con l'esperienza di chi da molti anni serve il potere imperiale: ti conviene accettare questa proposta, e subito. Non hai alternative, se non vuoi dire addio a tutte le tue ambizioni. O forse  questo che vuoi? Rimase per un attimo in silenzio e, con l'abilit di chi  solito ammorbidire parole taglienti, Partenio fin la sua preda prima che questa potesse reagire. Devo dare una risposta immediata all'imperatore, non appena uscirai da questa stanza. E Vespasiano non gradir tentennamenti. Dunque, Lucio Elio, accetti la nomina di governatore della provincia imperiale Tarraconense o preferisci che io riferisca all'imperatore che disprezzi la sua generosit e desideri rimanere legato a una famiglia dalla lealt tanto dubbia? Accetti o no? Mi basta una tua parola.
Lucio Elio era in un bagno di sudore. L dentro non sembrava fare tanto caldo, ma il sudore gli scendeva copioso sulla fronte, sulle braccia e sulle gambe, quasi a rivoli. Lui amava, adorava Domizia Longina e l'ultima cosa che poteva immaginare quel giorno era che gli avrebbero ordinato di lasciarla. Rifiutare l'incarico, per, lo avrebbe fatto cadere in disgrazia e nemmeno in quel caso avrebbe potuto proteggere sua moglie. Lucio Elio si pass una mano sulla fronte in un inutile tentativo di asciugare il sudore, ma, appena lo fece, comparvero nuove gocce, incontenibili, irrefrenabili. Faceva fatica a respirare.
Accetti, Lucio Elio?
Quel maledetto consigliere non mostrava alcuna piet. Aveva bisogno di tempo, di pensare con calma, e invece non gli veniva concesso neanche un attimo di tregua. Con la coda dell'occhio vide Partenio avvicinarsi alla porta e bussare con le nocche. Le ante di legno rivestite di bronzo si aprirono e i pretoriani si sporsero incuriositi.
Dovete portare immediatamente un messaggio all'imperatore disse Partenio rivolto alle guardie. Queste gli si misero davanti sull'attenti; in quel momento il consigliere imperiale si volt verso Lucio Elio. Con rammarico devo constatare dunque che non accetti, Elio; allora sar questo che far riferire a Vespasiano...
Lucio Elio url rabbioso la sua risposta: Accetto, maledizione, accetto, per tutti gli dei. Accetto la nomina. E sollev il braccio, si mise sull'attenti come un legionario, si volt e, passando tra i pretoriani, si allontan dalla sala. Una delle due guardie domand a Partenio, che ancora guardava Lucio Elio andare via, quale messaggio dovessero riferire all'imperatore.
Messaggio? Partenio era distratto. No, nulla. Parler io stesso con lui pi tardi. Adesso lasciatemi lavorare.
Ritorn al tavolo a cercare un rotolo, mentre sentiva i pretoriani, confusi, chiudere la porta della stanza. Alla fine trov quello che stava cercando: la nomina di Lucio Elio a governatore della provincia Tarraconense. Mancava soltanto la firma dell'imperatore, ma Vespasiano non avrebbe esitato, come faceva per tutto ci che gli veniva suggerito da Antonia Caenis. E poi non era una cattiva decisione: sarebbe stata una buona alleanza per i Flavi. L'odio seminato quella mattina, per, prima o poi sarebbe germogliato. Partenio ne era convinto. Ci che non era in grado di intuire, nonostante la sua enorme esperienza, era in che modo la vita avrebbe restituito quella bassezza ai Flavi. Lui era soltanto uno spettatore. O uno strumento? Forse entrambe le cose, ma se non avesse collaborato lui con Domiziano, il giovane cesare avrebbe trovato qualcun altro a cui affidare il lavoro sporco. C'era sempre qualcuno pronto a commettere un'ingiustizia, sempre. Su questo Antonia Caenis aveva ragione. Partenio, da parte sua, pensava che, se prima o poi valori come la virt, l'onore e il merito avessero avuto la giusta parte nelle vicende umane, non si sarebbe opposto ai nuovi venti, a differenza di altri. Avrebbe voluto un mondo diverso. Ma al momento non lo era. Lui era un superstite, e, in quanto tale, non poteva che farsi da parte e lasciare che Eolo soffiasse a suo piacimento.

51.

LA FORTEZZA ANTONIA E IL TERZO ORDINE DI MURA.

Gerusalemme, giugno del 70 d.C. Posizioni romane davanti al terzo ordine di mura e alla Fortezza Antonia

Gli ordini di Tito furono eseguiti con disciplina marziale: i legionari pulirono armi e uniformi, sfilarono sotto le mura di Gerusalemme per mostrarsi in tutta la loro forza e determinazione, con il preciso intento di demoralizzare il nemico, e in seguito ricevettero il secondo stipendium dell'anno. Furono concessi loro un paio di giorni di riposo, nei quali i lavori proseguirono a ritmi blandi. Gli uomini ebbero modo di riprendersi, e il giorno stabilito, all'alba, fu messo in atto il piano del figlio dell'imperatore.
Le legioni V e Dodicesima si dedicarono alla costruzione di nuove rampe di legno ai piedi delle immense pareti che sostenevano la torre della Fortezza Antonia.. Era la fortificazione pi imponente della citt: un'enorme torre che svettava sugli altri edifici del settore orientale di Gerusalemme. Edificata come sede amministrativa sotto il governo del maccabeo Giovanni Ircano, nel II secolo a.C., successivamente Erode il Grande le attribu il nome di Fortezza Antonia in onore di Marco Antonio, il suo benefattore in Giudea. Era gigantesca e inespugnabile. Difesa dagli zeloti di Giscala, si poneva come ostacolo insormontabile alla conquista di Gerusalemme. E i legionari della V e della Dodicesima ne erano consapevoli, ma non avevano altra scelta che obbedire agli ordini dei loro legati. I giorni di riposo li avevano rinfrancati, ma ritrovarsi ad affrontare la dura realt di quell'assedio torn ad abbatterli.
Nel frattempo, pi a sud, le legioni X e XV innalzavano due rampe di legno davanti alle mura della Citt Alta, l'ultimo baluardo dei sicarii di Simone bar Giora. Anche a loro lo sforzo sembrava immane e le possibilit di successo apparivano scarsissime. Eppure, i legionari non si risparmiavano, lavorando con spirito di abnegazione giorno dopo giorno, per settimane. Dopo mesi di pratica, la mira dell'artiglieria nemica era migliorata, i morti e i feriti tra i legionari erano innumerevoli, e la paura di essere raggiunti da un proiettile nemico serpeggiava tra i Romani. Come se non bastasse, inoltre, Simone ordinava ai suoi soldati periodiche incursioni per ostacolare la costruzione delle nuove rampe. A quelle azioni di disturbo, il figlio dell'imperatore rispondeva con la cavalleria per mettere in fuga i nemici. Pareva ripetersi il copione dell'assedio al primo e al secondo ordine di mura, e ci dava a Tito la convinzione che anche stavolta l'esito sarebbe stato favorevole. L'incognita, in questo caso, era costituita dalla stanchezza e dallo scoramento delle truppe. Il cesare si chiedeva quanto ancora avrebbero sopportato i continui attacchi giudei. Ma c'era dell'altro. Una sensazione che lo rendeva inquieto.
Non ci sono stati attacchi da parte degli zeloti? domand a Traiano che stava supervisionando il lavoro della V e della Dodicesima. Dapprima il legatus scosse la testa, e poi rispose: No, loro non si sono visti.
Anche Traiano era insospettito dalla loro assenza e, dalla fronte aggrottata di Tito, comprese che il figlio dell'imperatore condivideva la sua preoccupazione. I sicarii di Simone proseguivano con la loro strategia, gli zeloti no.
Perch non ci danno battaglia? chiese Tito Flavio Sabino.
Non lo so replic Traiano osservando la grande torre della Fortezza Antonia. Non ne ho idea, cesare.
La decisione di Giscala di non far uscire i suoi uomini dalla Fortezza Antonia aveva agevolato i lavori della legione V e della Dodicesima. Dopo diciassette lunghi giorni di sforzi, le rampe erano pronte ad accogliere gli arieti e le torri d'assedio che avrebbero dovuto violare le mura di quel formidabile edificio.
Fortezza Antonia
Giscala esibiva un largo sorriso compiaciuto. Dalla torre della Fortezza Antonia poteva vedere Romani e sicarii affrontarsi in inutili combattimenti corpo a corpo ai piedi del terzo ordine di mura, dove gli uomini di Simone facevano di tutto per proteggere la loro terza ed estrema difesa.
Falliranno come per le prime due comment il capo degli zeloti a voce alta, e i suoi ufficiali annuivano e sorridevano.
Erano sicuri che il piano di Giscala fosse molto pi efficace, ed erano lieti di non doversi scontrare a viso aperto con i Romani. Sarebbe bastato continuare a scagliare proiettili e proseguire con le loro opere di difesa, ma senza abbandonare la Fortezza. Presto i Romani avrebbero capito che non potevano nulla contro quella fortificazione. Non sarebbero riusciti a prenderla, n a introdursi nel Grande Tempio di Gerusalemme. Mai.
Terzo ordine di mura di Gerusalemme Citt Alta
Simone aveva condotto personalmente i sicarii nella loro incursione. Voleva che i suoi uomini lo vedessero combattere in prima linea. Ne aveva bisogno per mantenere intatta la sua autorit ai loro occhi, soprattutto da quando Eleazar aveva cominciato a prendere iniziative senza prima consultarlo. Il suo secondo si comportava in maniera strana, come se quella fosse diventata per lui una guerra personale, ma il capo dei sicarii era pi preoccupato da Giscala e dalla sua ostinazione a non uscire dalla Fortezza. I Romani avevano completato la costruzione delle rampe davanti al suo settore e stavano gi facendo salire gli arieti. Non gli importava che i Romani eliminassero Giscala e i suoi seguaci, ma se avessero preso la Fortezza Antonia avrebbero avuto accesso al Grande Tempio, e quello s che sarebbe stato un colpo tremendo per il morale dei soldati. Decise di mettere da parte l'orgoglio e and a cercare Eleazar.
Tu sai perch Giscala non manda i suoi uomini a disturbare i Romani?
No fu la secca risposta di Eleazar.
Si volt e si allontan verso un altro settore delle mura. Simone non bad all'atteggiamento distaccato di Eleazar e rimase l, a fissare gli arieti dei Romani che si stavano avvicinando alla base della torre della Fortezza.
Giscala  un imbecille comment, ma quelle parole risuonarono vuote e impotenti rispetto ai grandi arieti e alle torri d'assedio che i Romani facevano avanzare sulle immense rampe di legno.
Avanguardia romana sotto le mura della Fortezza Antonia
Avanti! Avanti! Per Roma! Per l'imperatore Vespasiano! Per Giove! Marco Ulpio Traiano incitava i legionari della Dodicesima Fulminata che conducevano uno dei grandi arieti verso la base della Torre Antonia. Avanti!
Le rampe cigolavano sotto il peso dell'ariete montato su gigantesche ruote e della monumentale torre d'assedio che lo seguiva: su questa erano caricati due scorpioni all'ultimo piano, oltre ad arcieri, legionari e ausiliari armati di frecce, lance e protetti dai loro enormi scudi. Il legno scricchiolava e i chiodi che tenevano ferme le assi erano sollecitati all'inverosimile, ma gli ingegneri romani avevano calcolato tutto con precisione, senza contare che avevano gi costruito diverse rampe per assediare le mura esterne della citt. Per quanto le assi gemessero a causa del peso spropositato che dovevano sopportare, legionari, ufficiali e perfino lo stesso legatus della Dodicesima vi camminavano sopra con disinvoltura, rassicurati dal fatto che gli ingegneri di Roma non sbagliassero mai. Tale convinzione permetteva a tutti di concentrarsi sulle cose davvero importanti: evitare i proiettili nemici, contrattaccare con l'artiglieria, con frecce e lance e - cosa fondamentale - portare il grande ariete alla base dell'obiettivo.
La pioggia di frecce e proiettili nemici era, se possibile, pi intensa che mai, eppure i Romani avanzavano, nonostante tutto e in barba a tutti i Giudei del mondo. Traiano, orgoglioso, vedeva i suoi uomini salire lungo la grande rampa. L'ariete era arrivato a met strada, anzi, no: gli mancava soltanto un terzo di rampa da percorrere, ma si era fermato a una sessantina di passi dalla Torre Antonia. L'impeto degli uomini sembrava essersi affievolito. Marco Ulpio Traiano si persuase che se non fosse salito lui stesso, i legionari in prima linea non sarebbero riusciti a proseguire. Che fosse per stanchezza o per scoramento, sentiva che soltanto la sua presenza li avrebbe incoraggiati a non arrendersi. Il legatus legionis della Dodicesima si incammin lungo la rampa, ma all'improvviso, dopo una decina di passi, gli scricchiolii del legno si trasformarono in un frastuono assordante. L'inimmaginabile, l'impossibile, ci che non era mai avvenuto prima, successe. Traiano perse l'equilibrio: la base su cui procedeva sembrava muoversi da sola, e mentre cadeva il legatus vide il gigantesco ariete e l'immensa torre d'assedio precipitare e infrangersi in una cascata di assi rotte, che per non si schiantarono al suolo, dove fino a poco prima poggiava la rampa, ma scesero in profondit. Torre, ariete, arcieri, scorpioni, ausiliari e legionari finirono nella voragine di uno spaventoso buco che stava ingoiando tutto, come se il dio Vulcano avesse deciso di emergere sulla superficie della terra in quel punto preciso, scatenando un inferno di schegge, grida e sangue.
Marco Ulpio Traiano rimase sul ciglio dell'abisso. Sessanta piedi pi in basso i legionari e gli ausiliari sopravvissuti lottavano per venirne fuori: nel crollo le macchine da guerra andate in mille pezzi, le assi di legno e le armi avevano travolto e imprigionato gli uomini, impedendo anche a quelli che non erano stati schiacciati di mettersi in salvo. A quello scenario apocalittico si aggiunse una raffica di frecce scagliate dall'impassibile Fortezza Antonia, che imped il recupero dei legionari della Dodicesima Fulminata rimasti vittime del crollo. Traiano scuoteva la testa guardando le assi spezzate. Non riusciva a credere ai suoi occhi. Tito avrebbe fatto giustiziare gli ingegneri. All'improvviso, il legatus ud alle sue spalle un fragore simile a quello precedente. Si volt: la rampa, l'ariete e la torre d'assedio della V incontrarono lo stesso destino di quelle della sua legione. Identica la dinamica del crollo e poi lo sprofondamento, ancora una volta, non a livello del suolo: la terra si apriva fino alle viscere di Gerusalemme e risucchiava ogni cosa. Le grida, le scene di panico, il sangue dei feriti, tutto come prima. Traiano pens che gli ingegneri avrebbero potuto sbagliare i propri calcoli una volta, ma non due. Era escluso. Marco Ulpio Traiano alz il capo. Sulla cima della grande torre della Fortezza Antonia, Giscala, con le braccia al cielo, era osannato come un dio da tutti i suoi seguaci.
Cos' successo? Per tutti gli dei, che cosa sta succedendo? chiese furibondo Tito Flavio Sabino.
Traiano si volt e guard il figlio dell'imperatore dritto negli occhi.
Hanno scavato dei cunicoli sotto le rampe. Mentre noi le erigevamo gli zeloti di Giscala scavavano sotto le fondamenta delle nostre costruzioni. Per questo non ci hanno attaccato. Sospirava, con gli occhi bassi, come se stesse cercando altre voragini sotto di lui, mentre continuava a ripetere: Per questo non ci hanno attaccato, per questo non ci hanno attaccato....
Terzo ordine di mura di Gerusalemme Citt Alta
Simone, attonito quanto i Romani, contemplava il disastro che Giscala era riuscito a scatenare distruggendo le rampe e le macchine da guerra che assediavano la Fortezza Antonia. Era come paralizzato. Perfino i sicarii avevano acclamato la caduta delle gigantesche strutture romane. Adesso sentiva minato il suo potere. Giscala si era esposto con quel piano azzardato, e i risultati gli avevano dato ragione. Eleazar raggiunse Simone, che, assorto, continuava a osservare i cadaveri delle decine, centinaia di legionari che i Romani estraevano dalle abissali fosse che gli zeloti avevano scavato nel suolo di Gerusalemme.
Dobbiamo fare un'incursione disse Eleazar a Simone, e siccome questi, ancora pietrificato, non sembrava dar segni di reazione decise di assumere il controllo della situazione. Io attaccher la rampa che stanno costruendo i soldati della X e tu puoi concentrarti su quella della XV. Dobbiamo incendiarle approfittando di questo momento. I Romani sono impegnati a cercare di recuperare i feriti.
Si volt senza aspettare la risposta del suo capo. Simone represse la collera. Allora era vero: Eleazar tentava di scalzarlo, e proprio mentre Giscala si godeva il suo trionfo. Simone era convinto che Eleazar non lo considerasse un buon capo per i sicarii, ma quello non era certo il momento di entrare in conflitto con lui. La sua idea era ragionevole: dovevano sfruttare quegli attimi concitati per ferire a morte i nemici, distruggendo le altre due rampe che avevano eretto. Cos facendo avrebbero posto fine all'assedio e, se anche i sicarii avessero avuto la loro parte di merito nella disfatta dei Romani, il suo potere si sarebbe rafforzato. In seguito si sarebbe occupato dell'insubordinazione di Eleazar. Un passo alla volta. Pareva che avesse detto cos il profeta dei cristiani. Questi ultimi avrebbero dovuto aiutare a difendere Gerusalemme, ma di certo si erano rifugiati negli angoli pi remoti della citt. Non erano altro che dei codardi. E dei blasfemi.
Retroguardia romana
Tito non sopportava di dover constatare l'impotenza del suo esercito di fronte alla strenua resistenza dei Giudei. Non poteva cedere, non poteva arrendersi cos e abbandonare l'assedio senza una vittoria totale, assoluta, definitiva. Se avessero battuto in ritirata, non sarebbero bastati anni, n decenni per risollevare il morale delle truppe d'Oriente, e il fuoco della rivolta si sarebbe riattizzato in tutta la Giudea. Non poteva presentarsi al cospetto di suo padre in quello stato. Il Senato avrebbe contestato l'imperatore e i suoi legati, e l'intero progetto di dar vita a una nuova dinastia sarebbe fallito.
Ci attaccano, cesare! sent alle sue spalle il figlio di Vespasiano. I sicarii di Simone stanno attaccando le rampe della X e della XV davanti al terzo ordine di mura!
Tito si volt. L'orrore generato dagli zeloti con i loro scavi stava raggiungendo anche le rampe delle altre due legioni: i sicarii di Simone erano usciti allo scoperto con tutte le armi a loro disposizione e intendevano dar fuoco alle rampe rimanenti. Il cesare mont in sella e, veloce come il vento, si scagli con furia contro i sicarii al comando dei suoi singulares. Non era pi lui a condurre l'attacco. Ormai combatteva per difendersi; era assurdo in un assedio, ma in quel momento non aveva importanza. Bisognava salvare le rampe della X e della XV. A qualunque costo.
Citt Alta
Simone e Eleazar tornarono al terzo ordine di mura con la maggior parte dei sicarii. Avevano riportato tantissimi feriti e perso un centinaio di valorosi guerrieri, ma ne era valsa la pena, fino all'ultimo cadavere.
Posizioni romane davanti al terzo ordine di mura
Tito Flavio Sabino avanzava tra le fiamme di quell'immenso incendio. I legionari della X e della XV portavano recipienti colmi d'acqua, ma era tutto inutile. Le due rampe rimaste in piedi bruciavano come gigantesche pire funerarie. Quelle vampate incontrollabili riducevano in cenere le sue speranze di conquistare Gerusalemme. Era tutto finito. Era una sconfitta schiacciante, tremenda, inimmaginabile. Feriti, sfiancati o morti, i suoi soldati non avevano alcuna possibilit di riprendersi.
Fu allora che iniziarono a disertare, soprattutto gli ausiliari che, impressionati e atterriti dal valore del nemico, passarono alcuni tra le file dei sicarii, altri tra quelle degli zeloti in cambio di qualsiasi cosa: un po' di soldi, una donna, e soprattutto la certezza di non essere pi obbligati a costruire rampe mortali che non conducevano altro che all'inferno. E portavano con loro, oltre alle armi, i viveri e l'oro dei pagamenti.
Accampamento romano
Marco Ulpio Traiano ricevette il messaggio di un signifer.
Ci sar, di' al cesare che stasera Marco Ulpio Traiano andr al consilium nel praetorium.
Il messaggero annu e and a convocare gli altri legati. Traiano approfitt dell'ora che mancava all'inizio del consilium per passeggiare tra le macerie del campo romano e valutare i danni di quella straziante giornata di combattimenti: le quattro rampe erano andate distrutte, due ridotte a brandelli e mezzo sprofondate nelle viscere della citt e altre due carbonizzate, dalle quali ancora si levavano colonne di fumo che si mescolavano alle ombre di quel penoso tramonto. Non si riuscivano a contare i feriti e i morti erano numerosi. Per scoraggiare i disertori, l'esercito si era ritirato nell'interno dell'accampamento; come monito per chiunque stesse pensando di abbandonare le legioni di Roma, furono giustiziati alcuni ausiliari che erano stati scoperti a tentare la fuga. Queste misure erano riuscite a evitare le diserzioni per un po', ma il morale degli uomini era ormai a terra, e con la Fortezza Antonia, il Grande Tempio e il terzo ordine di mura ancora intatti, era difficile avere altri propositi che non fossero la rinuncia all'assedio. Eppure Traiano, come Tito e gli altri legati, sapeva che permettere ai Giudei di godersi quella vittoria sarebbe stato uno smacco inaccettabile per l'imperatore Vespasiano. E anche per il cesare non poteva che essere altrimenti. Tuttavia, gli avevano riferito che, per la prima volta dall'inizio della campagna, era stato visto abbattuto e a capo chino, mentre tornava verso il praetorium dopo aver cercato invano di domare l'incendio delle ultime due rampe.
L'ora trascorse e il consilium dell'alto comando romano si riun. La sera aveva avvolto nelle tenebre una citt fantasma: mezza Gerusalemme era distrutta, e l i Romani avevano costruito il loro accampamento; l'altra met ospitava una popolazione atterrita, ma anche i sicarii e gli zeloti rinvigoriti dai successi di quella giornata. L'atmosfera era tesa. Tra i cittadini era tornata la speranza che, forse, dopo quell'ultima sciagura i Romani avrebbero deciso finalmente di abbandonare l'assedio.
Tito Flavio Sabino guard negli occhi i suoi legati.
Questa sera s che desidero suggerimenti, legati. Ciascuno di voi comanda una legione. Dimostratemi che la fiducia che vi ho accordato era ben riposta. E con voce vibrante, venata di disperazione, aggiunse: Per tutti gli dei! Ditemi cosa dobbiamo fare adesso! Sono disposto ad ascoltare qualsiasi idea, qualsiasi piano, per quanto possano sembrare assurdi o sconsiderati; valuter qualunque ipotesi, tranne quella di rinunciare all'assedio. Questa non la posso accettare.
Ci fu un lungo silenzio. Uno schiavo che portava acqua e vino inciamp e gli cadde una ciotola di terra sigillata che and in frantumi. Nessuno dei presenti mosse un muscolo per vedere cos'era successo. Lo schiavo si inginocchi a raccogliere i cocci.
Dobbiamo attaccare di nuovo propose Ceriale.
Lepido e Frugi annuirono, senza grande convinzione: pensare di poter costringere quei maledetti Giudei alla resa sembrava follia pura, soprattutto ora che le truppe erano completamente demoralizzate. Ma non avevano altra alternativa. Tito annu. Condivideva quel sentimento dei legati, ma nemmeno lui sapeva come portare avanti l'assedio. Guard Traiano, che, in silenzio, contemplava la mappa della citt, quasi senza battere ciglio.
E cosa pensa Traiano? Oggi che domando consiglio non dici nulla? Eppure quando non ti era stato espressamente richiesto ti eri pronunciato davanti a tutti. La prostrazione ha fatto perdere le parole al legatus della legione Dodicesima?
Traiano scosse la testa. Alz lo sguardo e, senza superbia ma con fermezza, animato dalla determinazione con cui si propone un parere di cui si  convinti, espose la sua idea.
Credo che dovremmo fare come Scipione Emiliano a Numanzia, o Giulio Cesare ad Alesia. Tito aggrott la fronte e pieg il capo di lato, concentrato sulle parole del suo legatus ispanico. Entrambi eressero delle mura intorno alla citt assediata. Potremmo farlo anche noi. Si avvicin per tracciare con l'indice un ampio cerchio che abbracciava l'intera citt. Un muro di diversi piedi d'altezza intorno a tutta Gerusalemme, come tre uomini uno sull'altro potrebbe bastare. Pietre. Ne avremo bisogno in grande quantit, ma quelle non ci mancano, e con le macerie della Citt Nuova ne avremo ancora di pi. Un muro tutto intorno alla citt, con alcune torri di guardia. Erigerlo lontano dalla portata dei loro scorpioni e dei loro arcieri non comporter rischi, e non sar facile preda delle fiamme. I Giudei escono ancora di tanto in tanto per recuperare viveri tra i resti della Citt Nuova, o nei campi circostanti, e di notte contrabbandano generi alimentari. Il nostro muro precluder l'ingresso di viveri a Gerusalemme, destinandola alla carestia. Soltanto questo riusc a far capitolare Numanzia. E potrebbe funzionare anche qui.
Numanzia resistette per quattrocento giorni obiett Tito, ma dal suo tono non sembrava disapprovare la proposta di Traiano; la stava solo valutando.
 vero, ma siamo qui da quasi quattro mesi, pi di cento giorni; la popolazione  di molto superiore a quella di Numanzia e i suoi bisogni sono pi pressanti. Anche i difensori della citt sono esausti. Il muro potrebbe risollevare il morale dei nostri uomini e gettare nello sconforto i nostri nemici.
Un muro ripet il cesare, dubbioso. Di che perimetro stiamo parlando?
Traiano si avvicin alla carta e gli altri legati lo seguirono.
Circa cinque miglia.
E le torri? domand Ceriale.
Magari sarebbero pi efficaci dei piccoli forti sugger Frugi.
S,  un'idea, piccoli forti qui, qui e qui... indic Traiano.
Uno ogni trecento passi; a una distanza maggiore si rivelerebbero inutili in caso di attacchi aggiunse Lepido.
Tito Flavio Sabino si allontan lentamente e and verso il tavolo su cui c'erano acqua e vino. Bevve un lungo sorso. Aveva la gola secca, irritata dal fumo respirato per tentare di domare l'incendio delle rampe. Mentre assaporava il vino allungato con acqua, contempl con un timido sorriso i suoi legati che dibattevano animati sul modo migliore di erigere quel muro. L'idea di Traiano sembrava aver riacceso in loro l'animo guerriero, assopito dopo molti mesi d'assedio. Forse sarebbe servita anche a rinvigorire i legionari. Era evidente ormai che non avrebbe potuto mantenere la promessa di prendere Gerusalemme entro giugno, ma non intendeva desistere. Avrebbero continuato a provarci. Fino alla fine.

52.

LA CACCIA ALLA LINCE.

Hispania, estate del 70 d.C.

Il giovane Traiano usc a cacciare la lince iberica che lui e Longino inseguivano ormai da settimane, ma questa volta decise di andarci da solo. In fin dei conti, lui era pi esperto: l'amico era meno abile, pi lento, timoroso. Traiano non glielo aveva detto, ma era convinto che la lince avesse annusato la paura di Longino da lontano, per questo li aveva attaccati di sorpresa. E lui non voleva che succedesse di nuovo. Certo, poteva anche sbagliarsi: probabilmente, da quando Longino lo aveva respinto, quella notte vicino al fuoco, riusciva a vedere soltanto i suoi difetti. Scosse la testa. No, Traiano si sentiva ferito, ma Longino aveva davvero paura della lince. Era assurdo provare dolore per essere stato rifiutato da un codardo. A ogni modo, a lui non importava niente, continuava a ripetersi. Con il padre in Oriente, e senza ricevere sue notizie, Traiano decise di concentrarsi sulla cattura dell'animale. Era armato di un pilum militare, un arco, tre frecce e un gladio. Gli sembrava equo: la lince aveva quattro zampe con artigli affilatissimi e fauci il cui morso poteva anche rivelarsi mortale. Le armi dell'animale erano cinque e Traiano l'avrebbe affrontato alla pari. Il problema era che, dopo lo scontro avvenuto il giorno prima, sarebbe stato ancora pi difficile rintracciare la lince e, se anche l'avesse trovata, la fiera sarebbe stata ancora pi inferocita. Traiano era sicuro di averla colpita a una zampa con il suo gladio e ci lo rendeva ottimista. Se ferito, l'animale non poteva essersi allontanato troppo dal pendio su cui si erano scontrati. Lui, invece, aveva il braccio sinistro bendato per colpa di una violenta artigliata. Longino ne aveva ricevuta una sulla gamba, ma molto pi lieve, eppure aveva pianto come una ragazzina. Un corpo tanto bello e muscoloso per un uomo cos vigliacco. Era un vero spreco. Sarebbe stato meglio affrontare la lince da solo. Secondo suo padre era impossibile raggiungere un obiettivo veramente grande senza l'aiuto di nessuno; lui, per, non era d'accordo: gli avrebbe fatto vedere di cosa era capace, contando solo sulla forza delle sue braccia e sulla sua abilit nell'uso delle armi. Voleva dimostrargli di essere pronto ad accompagnarlo in qualsiasi nuova missione l'imperatore gli avesse affidato. Non intendeva restarsene ancora a Italica o a Roma con le mani in mano. Desiderava vedere i confini del mondo e sentire sul suo collo il fiato dei barbari del Nord, dei Germani, dei Daci, oppure dei temuti Giudei o dei Parti in Oriente, ma suo padre continuava a obiettare che era troppo giovane. Avrebbe smesso di pensarla cos quando sarebbe entrato in casa trionfante con il cadavere di quella lince iberica in spalla.
All'improvviso Traiano ud un rumore e si ferm di colpo. Il sole era gi alto. Gli uccelli avevano smesso di cinguettare. Non era l'unico a cacciare l intorno. Avvertiva la presenza della lince alla ricerca di prede. Si inginocchi ed esamin il terreno. Assorto nei suoi pensieri, era arrivato sul luogo della battaglia del giorno prima. Gli piaceva immaginare quel combattimento con l'animale come uno scontro epico, e per certi versi lo era stato. La maggior parte delle persone, compresi i legionari veterani, non avrebbe mai affrontato una lince selvatica nel suo territorio. Attaccare belve al circo o nell'anfiteatro era diverso. L le fiere erano sempre spaventate. Il ragazzo vide del sangue: suo, di Longino e della lince. Bisognava studiare con attenzione le pietre e gli arbusti, numerosi in quella fine d'estate singolarmente piovosa. Inizi a muoversi accovacciato, con estrema lentezza, guardando fisso il terreno mentre tendeva l'orecchio a qualsiasi suono che potesse metterlo in allerta. In quel momento avvist il sottile rivolo di sangue che l'animale si era lasciato dietro nella fuga: aveva cercato rifugio tra le impervie vette della montagna. Non era affatto il terreno migliore per la caccia: le alture erano piene di burroni e precipizi, spesso nascosti dalla folta sterpaglia. Se non fosse stato accecato dalla volont di impressionare il padre (non poteva fare a meno di immaginare la faccia che avrebbe fatto leggendo la lettera in cui gli avrebbe narrato la sua impresa) o di sbalordire Longino, Traiano sarebbe tornato indietro. Il suo spirito audace, per, scacci ogni dubbio, e il giovane temerario inizi la scalata con la tenacia delle capre di montagna.
Dopo poco dovette fermarsi per riprendere fiato. Era una giornata limpida, senza nuvole, e dall'alto riusciva a scorgere la valle e il fiume che scorreva verso Italica. La lince, invece, correva in direzione opposta, alla ricerca dei picchi pi impervi e inavvicinabili dagli uomini. Traiano prosegu la sua ascesa e not che l'animale aveva preso un sentiero che costeggiava i precipizi. Decise di rallentare il passo per evitare di cadere in qualche burrone. Quando le sterpaglie si fecero troppo folte, sfoder il gladio e lo us per farsi strada e, di tanto in tanto, lo conficcava nel terreno per assicurarsi di non essere in prossimit di una cavit nascosta. Una caduta da quell'altezza poteva risultare ancora pi pericolosa degli artigli dell'animale a cui dava la caccia. All'improvviso, la traccia di sangue della lince inizi a ridursi. Ormai camminava sulla roccia nuda, sicch era impossibile individuare le impronte dell'animale. O la lince procedeva pi spedita, e quindi lasciava meno tracce di sangue, oppure la ferita aveva smesso di sanguinare. Erano entrambe pessime notizie.
D'un tratto, Traiano avvert qualcosa alle sue spalle, un rumore, o qualcosa che si muoveva tra i cespugli, e d'istinto si volt. La lince era l: lo fissava, con una ferita sul lato esterno di una delle zampe anteriori, le fauci dischiuse, ruggendo e mostrando le zanne minacciosa. Forse per paura, o per un minimo di buon senso, il giovane Marco Ulpio Traiano fece un paio di passi indietro, senza distogliere gli occhi dall'animale. Ora non aveva altra scelta che affrontare di nuovo la belva ferita. Era impossibile fuggire e la lince si avvicinava. Anche se sembrava tranquilla lo avrebbe di certo attaccato. Traiano deglut pi volte mentre cercava di decidere quale arma usare. Non avrebbe fatto in tempo a incoccare una freccia - purtroppo, perch sarebbe stata la scelta migliore - dal momento che la lince era soltanto a sei passi di distanza e continuava ad avanzare. Traiano arretr di un altro passo, la belva ne fece ancora due verso di lui. Il giovane aveva il gladio in mano. Forse questo lo avrebbe salvato. Aveva gi ferito l'animale con quell'arma il giorno prima, avrebbe potuto riuscirci di nuovo. La lince abbass lo sguardo sull'arma che il nemico brandiva per difendersi. Si ferm quando ormai era solo a tre passi di distanza, e rugg. Il ragazzo fece un altro passo indietro e, come l'animale si aspettava, all'improvviso scomparve, quasi che la terra lo avesse inghiottito. Per la lince iberica era stato un gioco da ragazzi.
Traiano sent la terra mancargli sotto i piedi e per un pelo riusc ad aggrapparsi alle radici di un pino che fuori da ogni logica cresceva su quella parete rocciosa. Cap subito di essere caduto in un precipizio e rivolse un'occhiata verso il basso. Il burrone era profondo oltre cento piedi. Se avesse mollato la presa sarebbe morto. Si guard intorno. Non vide altro appiglio. La parete era liscia. Le radici dell'albero cedettero e la roccia inizi a sgretolarsi. Non avrebbe resistito a lungo. Protese un braccio verso l'alto, cercando con le dita il bordo del precipizio per potersi issare e poi arrampicarsi, ma non ci arrivava. Era troppo lontano: un piede, un maledetto piede di distanza. Anzi meno, un palmo, soltanto un palmo, ma non ci riusciva... Era cos poco, eppure avrebbe significato la sua salvezza. Stava sudando, aveva sete, e non pot evitare di farsela addosso. La morte era in agguato. Gli dei lo avevano abbandonato. Sent il ruggito della lince e guardando verso l'alto vide l'animale sporgersi. Voleva vedere dove sarebbe caduto per poi banchettare con le sue spoglie. Era stato un combattimento equo e l'animale aveva vinto. Conosceva meglio il territorio. Traiano sapeva di averla sottovalutata. Non lo avrebbe mai pi fatto con nessun nemico, anche se quella presa di coscienza, a quel punto, non aveva pi alcuna importanza. Le radici del pino cedettero ancora un po' e la distanza dal bordo della roccia divenne di un piede e mezzo. La lince scomparve. Di sicuro stava andando ai piedi del burrone. Traiano si vergogn per essersela fatta addosso e cerc, invano, di non piangere; era senza forze ormai, e riprov ad allungare il braccio, graffiando la parete di roccia riscaldata dal sole, alla ricerca della minima sporgenza. Gli erano rimaste pochissime forze ed era sul punto di cedere e lasciarsi andare. Con caparbiet, aggrappandosi alla vita pi che alla speranza, continu a tendere il braccio verso l'alto, verso l'irraggiungibile bordo di quel precipizio che sarebbe diventata la sua tomba...
In quel momento si sent un ruggito convulso, terribile, agghiacciante. Era il ruggito della morte, seguito quasi all'istante dalla voce di Longino.
Marco, Marco!
Per tutti gli dei. La mente di Traiano, seppur debilitata per lo sforzo, riusc a reagire.
Qui, Gneo! Fu la prima e unica volta in vita sua che Traiano lo chiam con il suo praenomen. Gneo Pompeo Longino si affacci dal bordo della roccia, proprio nello stesso punto da cui un attimo prima si era sporta la lince. Non ci riesco... Non ce la faccio pi... biascic.
Longino si distese sul ciglio del burrone e allung il braccio. Anche Traiano aveva un fisico possente, quindi tirarlo su sarebbe stata un'impresa quasi impossibile, ma dovevano provarci.
Prendi la mia mano lo esort Longino, e Traiano si protese nel tentativo di afferrarla. Qualche attimo prima sarebbe stato facile, ma era sempre pi esausto e adesso gli sembrava troppo lontana. Con estrema fatica di entrambi, i loro polpastrelli si sfiorarono...
Non ce la faccio... farfugli Traiano a denti stretti, madido di sudore e con gli occhi gonfi di lacrime.
S che ce la fai, maledizione! Per Ercole, puoi riuscirci, Marco! lo rimprover Longino.
Le dita di Traiano sfiorarono di nuovo le sue, poi un po' di pi, lentamente, troppo lentamente. La radice del pino cedette del tutto, si stacc e, ormai libera, cadde nel vuoto proprio nel momento in cui Traiano comp uno sforzo supremo e Longino, a rischio della sua stessa vita, si protese ancora di pi. Traiano rimase appeso al braccio dell'amico, che lo reggeva facendo appello a tutte le sue forze. Gli aveva salvato la vita, ma quanto avrebbe resistito? Si era dovuto sporgere troppo per afferrarlo e adesso non era in grado di trascinarsi all'indietro senza lasciarlo andare. Erano in trappola e l'unico modo che Longino aveva per sopravvivere era aprire la mano e lasciar cadere Traiano. In alternativa, stremati, alla fine sarebbero precipitati entrambi. Entrambi.
Trascorsero cos qualche istante, respirando affannosamente, spossati per le energie spese a tenersi la mano, ma le loro forze cominciavano ad affievolirsi. Traiano guard verso l'alto e vide l'atroce sofferenza dipinta sul volto di Longino.
Lasciami lo esort. Lasciami andare! Tra i due cal il silenzio. Non c'era nemmeno un alito di vento. Non ce la farai mai a tirarmi su. Lasciami e salvati! Chin il capo e chiuse gli occhi, inspirando a fondo mentre ripeteva quelle parole: Lasciami! Lasciami....

53.

IL MURO DI ROMA.

Citt Vecchia, Gerusalemme Giugno del 70 d.C.

Giovanni riusc a salire sulle mura della Citt Vecchia, che si ergevano di fronte alla valle del Cedron. C'erano pochi zeloti in quel punto perch si trovavano quasi tutti a nord, nella Fortezza Antonia e nel Grande Tempio, a proteggere le fortificazioni dai continui attacchi romani. Dall'alto di quella posizione Giovanni pot farsi un'idea pi precisa di ci che fino ad allora aveva soltanto sentito dire. Vide con i suoi occhi che i peggiori presagi erano diventati realt: i Romani stavano erigendo un muro intorno alla citt assediata. Non era particolarmente alto, ma sarebbe bastato a impedire a chiunque di uscire in cerca di viveri nei campi abbandonati fuori Gerusalemme. Inoltre avrebbe di sicuro tenuto a distanza anche il pi folle o avido mercante: nessuno si sarebbe arrischiato a venire fin l per vendere i suoi prodotti di notte, mentre le pattuglie romane spadroneggiavano per le strade. Quel muro avrebbe significato la fine di ogni speranza. Non che durante quei mesi fossero arrivati molti viveri dall'esterno, ma la sola consapevolezza di avere quella possibilit aiutava a tenere alto il morale di parecchi giudei e cristiani. Ai sicarii e agli zeloti, che governavano la citt, non interessava che i cittadini soffrissero la fame. L'importante per loro era non arrendersi, anche se bambini, vecchi o ammalati morivano di stenti. Avevano perfino tagliato i viveri distribuiti ai civili per mantenere in forze i guerrieri a difesa delle mura. Quelle maledette mura. Giovanni chiuse gli occhi e volse lo sguardo al cielo.
Fino a quando, Signore? Fino a quando?
Tuttavia, come tante altre volte in quelle ultime settimane, le sue domande non ricevettero risposta. Si sedette su un masso dimenticato dagli artiglieri giudei. L'ultimo discepolo di Ges sospir. Come se non avessero avuto gi abbastanza disgrazie, i capi dei sicarii e degli zeloti, in un ennesimo sfoggio di fanatismo, avevano represso un accenno di rivolta dei cittadini disarmati - che si erano detti disposti ad arrendersi e diventare servi di Roma piuttosto che morire di fame - dando alle fiamme parte delle poche scorte custodite nei magazzini di grano della citt. Il popolo, esterrefatto da quel folle gesto, si era piegato al loro volere e molti erano tornati alle loro case. Subito dopo, tuttavia, si cominci a vociferare che alcuni Giudei avessero disertato, consegnandosi ai Romani. Sicarii e zeloti, da parte loro, continuavano a sostenere che i nemici uccidessero chiunque si arrendesse. Nessuno sapeva da che parte stesse la verit. Giovanni scosse la testa e si alz a fatica. Quanta sofferenza  capace di sopportare il genere umano? In quel momento comprese la reale portata della predizione di Ges sulla caduta di Gerusalemme. Fu scosso da un brivido: il figlio di Dio aveva previsto tutto. L'ultimo discepolo di Cristo si mise in piedi e la sua sagoma si perse tra le ombre di un altro tramonto in quella citt agonizzante. In casa lo aspettavano in molti. E poteva offrire loro soltanto le preghiere. Preghiere e pazienza.
Muro romano intorno a Gerusalemme
Traiano camminava a passo spedito nella notte. Era il suo turno di guardia. Quel compito poteva essere eseguito anche da uno dei tribuni della legione Dodicesima, ma Traiano voleva avere tutto sotto controllo. L'idea del muro era stata sua e ci teneva che funzionasse. La ronda notturna consisteva nel percorrere l'intero perimetro della fortificazione: cinque miglia di parete interrotta soltanto dalle torrette di guardia. A ogni fortino, Traiano ritirava le tesserae delle sentinelle, piccole tavolette che questi erano tenuti a consegnare a conferma di trovarsi al loro posto di guardia, vigili e attenti a cogliere qualsiasi movimento nemico. Lo sforzo fatto per erigere quel muro aveva permesso ai Romani di raggiungere l'obiettivo che si erano prefissati: il morale dei legionari era senz'altro molto pi alto. Dedicarsi per giorni alla costruzione di un muro che i nemici non avrebbero potuto distruggere, e che avrebbe reso ancora pi dure le condizioni di vita degli assediati e pi flebili le loro speranze, li aveva riempiti di orgoglio. Le diserzioni ne erano l'esempio pi lampante: in appena una settimana non erano pi i legionari a disertare, ma i Giudei, che tentavano di sottrarsi all'inflessibile autorit dei loro capi zeloti o sicarii.
Traiano era convinto che si trovassero a un punto di svolta, ma non riusciva a prevedere quanto ancora sarebbe durato quel braccio di ferro. All'improvviso grida laceranti squarciarono la tranquillit della notte. Il legatus si ferm e gli uomini che erano con lui fecero lo stesso. Erano urla di dolore e terrore assoluto e provenivano dall'ultima torretta di guardia. Marco Ulpio Traiano acceler il passo e giunse sotto la luce delle torce dell'ultimo fortino. La scena che gli si par davanti gli provoc un forte senso di nausea. Ovunque intorno a lui erano disseminati cadaveri di Giudei che avevano cercato di scappare, incappando nel muro romano. Corpi di uomini, donne e bambini, tutti disarmati, e uccisi con lo stesso genere di ferita: un lungo squarcio trasversale al tronco, dal quale fuoriuscivano le budella di quei poveretti che avevano visto fallire il loro tentativo di fuga. I pochi sopravvissuti a una simile barbarie si portavano le mani al ventre, in preda ad atroci sofferenze, mentre un gruppo di legionari passava in rassegna ciascun cadavere, o ferito, infliggendogli altri colpi di gladio nelle viscere, e li guardava con aria compiaciuta e occhi luccicanti, infervorati di cupidigia.
Per tutti gli dei! Cosa sta succedendo? domand Traiano con voce forte e concitata. L'arrivo del legatus della Dodicesima Fulminata colse i legionari di sorpresa. Chi  al comando qui? Chi  al comando, ho chiesto!
Un centurione, troppo giovane per essere un veterano, fece un passo avanti. Come gli altri legionari in quel fortino, aveva l'arma sguainata e ricoperta di sangue caldo, che gocciolava dalla punta. Ai suoi piedi, una donna giudea ferita a morte piangeva disperata, non per il dolore, ma per il piccolo cadavere, sventrato come tutti gli altri, che reggeva tra le braccia. Con voce rotta dai singhiozzi, la donna biascicava strazianti parole di angoscia infinita, incontenibile.
A Marco Ulpio Traiano tremavano le labbra per la collera. Aveva a disposizione soltanto dodici uomini della Fulminata con lui in quella ronda e l c'erano pi di ottanta legionari fuori controllo, artefici di quell'assurda e ferale carneficina. E poi erano nel bel mezzo di un lungo assedio: non si poteva ricorrere alle misure disciplinari con leggerezza. Eppure quelle orrende morti, le grida delle donne e dei bambini disarmati, agonizzanti...
Cosa succede? insistette il legatus della legione Dodicesima d'Oriente.
Il centurione, infine, si decise a parlare, spiegando timidamente: I Giudei in fuga portano con s monete d'oro, legatus. Le ingoiano e cercano di scappare, ma noi impediremo che ci accada.
Traiano chiuse gli occhi e inspir a fondo. Percep lo sguardo dei suoi legionari dirigersi verso i corpi morti o moribondi in cerca del luccichio accecante di quel maledetto metallo.
E per questo voi uccidete anche le donne e i bambini? domand, cercando di contenere la sua indignazione.
Chiunque... chiunque pu averle inghiottite... legatus.
Traiano si inginocchi accanto alla donna, che aveva smesso di piangere, ma che, ancora viva, continuava a stringere il cadavere di suo figlio.
E anche questo bambino di appena qualche settimana di vita  in grado di ingerire monete d'oro pi grandi della sua bocca, secondo voi? lo incalz Traiano.
Il centurione chin il capo.
Questo  stato per far parlare i genitori... tent di giustificarsi l'ufficiale romano.
Traiano si rimise in piedi.
S. Capisco. E oltre a gridare e piangere e morire i genitori hanno rivelato qualcosa su quelle monete?
No rispose il centurione con la fronte aggrottata e una bizzarra espressione in volto. No, non hanno detto niente.
Traiano aveva sentito di storie simili in altri assedi durante la campagna giudaica, ma era la prima volta che vedeva quei crimini compiersi sotto i suoi occhi, in un vortice sanguinoso scatenato dalla smisurata avidit dei legionari che, evidentemente, non facevano altro che i propri interessi: combattevano ogni giorno, ma non certo per difendere Roma, quanto invece per arricchirsi, senza alcuno scrupolo. Forse anche per questo l'assedio durava tanto: non solo per la tenacia dei difensori o per le impressionanti mura della citt, ma anche per la codardia e la mancanza di disciplina dei legionari al soldo di Roma. Tuttavia, bisognava essere cauti con le punizioni. Non potevano permettersi una rivolta delle truppe. Marco Ulpio Traiano sollev il capo e fiss il centurione al comando del forte. Aveva visto la sua mano sinistra vuota, mentre nella destra impugnava soltanto il gladio insanguinato.
Centurione, sto facendo la ronda di guardia. Ho preso le quattordici tesserae degli altri fortini, dov' la tua?
Il legatus della Dodicesima allung il braccio con il palmo verso l'alto, in attesa della tavoletta. Il centurione aggrott ancora di pi la fronte. Lanci intorno a s occhiate fulminee, ma, come era successo con le monete d'oro, nemmeno adesso sembrava trovare quello che cercava.
Credo che mi sia caduta, legatus...
Centurione, non mi interessa cosa credi. In base alle regole della legione, ti ho chiesto di esibirmi la tessera: sei l'ufficiale al comando di un posto di vigilanza notturna e l'ufficiale del terzo turno di guardia, che sarei io, nominato dal cesare Tito Flavio Sabino, ti ordina, quale tuo dovere, di consegnare la tessera assegnata al tuo fortino questa sera.
Il centurione inizi a sudare.
Tutti questi uomini e donne sono sopraggiunti nel cuore della notte, li abbiamo dovuti fermare.
Non erano armati. Non siete caduti in un agguato replic Traiano serissimo. Non  una buona scusa fermare un gruppo di persone spaventate in fuga da un assedio semplicemente per non consegnarmi la tessera.
Ma siamo svegli, siamo svegli, qui non si  addormentato nessuno, legatus, nessuno...
Questo non posso saperlo. So soltanto che tutti i legionari ai tuoi ordini sono scesi dalle torri del fortino e, per non so quanto tempo, si sono messi a sventrare uomini, donne e bambini disarmati lasciando sguarniti trecento passi di muro. E per di pi, quando ti chiedo la tessera assegnata alla postazione tu non me la consegni. Il centurione stava per aggiungere qualcos'altro, ma Traiano si volt e si rivolse ai suoi uomini: Arrestate questo ufficiale per aver trasgredito ai suoi obblighi di sentinella. E tu disse indicando uno dei legionari che lo avevano accompagnato va' svelto al praetorium e di' a Ceriale di mandare una nuova coorte a questo fortino. Si volt di nuovo verso i legionari della torretta, i quali, nervosi, rinfoderavano i gladi cercando di nascondere l'oscura prova del loro vile delitto. Domani il cesare decider cosa fare con voi. Posso soltanto dirvi che siete fortunati a essere sottoposti al suo giudizio e non al mio.
E Marco Ulpio Traiano, dando uno spintone al centurione arrestato, si allontan da quello scempio a grandi passi, temendo di non riuscire a controllare oltre la collera e di sguainare lui stesso la spada per scagliarsi su qualcuno di quei legionari... no, non meritavano quella qualifica, i codardi che avevano disonorato la milizia romana. La punizione per la mancata consegna della tessera del posto di guardia durante il turno di notte era la morte, ma a Traiano, in quel momento, sembrava una pena fin troppo blanda.
Accampamento romano
Tito Flavio Sabino ordin di giustiziare immediatamente il centurione e fu sul punto di decimare anche la coorte di legionari ai suoi ordini, ma alla fine si limit a degradare tutti i componenti della truppa coinvolta nell'episodio di quella notte. Forse non sarebbe bastato a impedire nuovi impeti di follia incontrollata, ma l'assedio era ancora molto lungo e non voleva mettersi contro anche le legioni. Traiano aveva proposto di punire i soldati coinvolti giustiziandone uno ogni dieci, perch servisse da monito per gli altri.
Degradarli non sar sufficiente, cesare insisteva il legatus ispanico.
Useremo quei legionari nel primo attacco contro la Fortezza Antonia non appena avremo ricollocato le nuove rampe rispose Tito con aria severa, mettendo bene in chiaro, con il tono fermo della sua voce, che non aveva intenzione di tornare sull'argomento.
L'unica cosa che gli interessava, al momento, era pianificare un nuovo attacco contro le mura di Gerusalemme: ultimato il muro intorno alla citt, il figlio dell'imperatore aveva ordinato di costruire nuove rampe davanti alla Fortezza Antonia. Nel raggio di undici miglia intorno a Gerusalemme non era rimasto nemmeno un albero, perci si impieg pi del previsto: ventuno lunghi e lentissimi giorni di lavoro ininterrotto per realizzare nuove rampe al posto di quelle distrutte dalle gallerie scavate dagli zeloti. Gli ingegneri si impegnarono a disporle su basi solide, colmando tutte le voragini del terreno. Tito osservava i lavori, impaziente e nervoso. Non si sarebbe ripreso da un altro insuccesso. L'episodio dei legionari che avevano assassinato donne e bambini era l'ennesimo esempio della disperazione dell'esercito. Quel nuovo tentativo non doveva fallire. Per tutti gli dei! Non si poteva sbagliare!
Fortezza Antonia
Dall'alto della torre della Fortezza, Giscala aveva osservato gli sforzi dei Romani nell'erigere nuove rampe per attaccare le loro mura.
Come va con gli scavi? domand a uno dei suoi zeloti.
Si procede.
Sotto quelli precedenti?
S, le prime gallerie sono state riempite di terra dai Romani, ma non sanno che stiamo scavando sotto. Per non abbiamo abbastanza legna per puntellare i nuovi cunicoli e...
Giscala alz la mano sinistra e volt le spalle al suo ufficiale. I problemi tecnici non gli interessavano. Voleva soltanto accertarsi che fossero a buon punto. Le rampe erano gi pronte e i Romani vi stavano montando i loro arieti. Doveva organizzare la difesa dall'alto delle mura fino a quando le gallerie non avessero inghiottito di nuovo tutte le costruzioni preparate dai Romani. L'ufficiale zelota fece un inchino al suo capo, si volt e si diresse verso la base interna della torre, dove iniziavano le nuove gallerie.
Giscala continuava a guardare il lavoro dei nemici: i Romani stavano issando due arieti e una torre d'assedio. L'artiglieria nemica puntava ancora una volta contro la Fortezza Antonia e contro il Tempio: alcuni proiettili stavano anche cadendo nel suo grande atrio, per i Giudei il luogo pi sacro del mondo. Questo fatto, anzich demoralizzare gli zeloti, li faceva combattere con ancora pi ferocia. Contrattaccarono scagliando lance, frecce e proiettili. Lo scontro inizi una mattina e si protrasse fino al tramonto, sempre pi brutale e intenso. Giscala cap che non avrebbero potuto resistere ancora per molto e scese nelle gallerie. Entr in una di queste e si diresse di corsa verso la luce delle torce. Era molto pi larga di quanto avesse immaginato. In poco tempo raggiunse il luogo in cui i suoi zeloti stavano continuando a lavorare, scavando gi verso l'alto per raggiungere la base delle nuove rampe.
Bisogna fare pi in fretta! Pi in fretta! E lui stesso prese un piccone e inizi a spaccare le rocce che ostacolavano la strada degli zeloti verso le rampe costruite dai Romani.
Avanguardia romana sotto le mura della Fortezza Antonia
Disponetevi in formazione di testudo! grid Traiano alla base di una delle rampe. E una coorte di legionari sal sulla torre d'assedio, coperta da un improvvisato tetto fatto di scudi disposti l'uno accanto all'altro. Sulla compagine romana piombavano lance e frecce nemiche, ma l'avanzata non si arrestava. Gli arieti avevano colpito per tutto il giorno il muro di quella maledetta fortificazione, ma la Fortezza Antonia sembrava resistere a tutto. L'idea era quella di raggiungere la base del muro e conficcare alcune leve tra le grandi pietre, proprio nel punto in cui gli arieti avevano iniziato a smuoverle, in modo da spingerle all'interno e aprire una breccia. Era una mossa disperata, ma non avevano altra scelta. Tito rimaneva ai piedi delle rampe, accanto a Traiano e agli altri legati.
Non fermeremo questo assalto nemmeno al calare della sera. C' la luna piena. Attaccheremo senza sosta per tutta la notte. Le legioni faranno i turni, chiaro?
Ma prima che i pi alti ufficiali potessero rispondere accadde quello che pi temevano: il terreno su cui si erano erette le due nuove rampe inizi a cedere. Ancora una volta. La scena si ripet.
Dobbiamo far scendere i legionari sugger Traiano in tono concitato.
Tito Flavio Sabino strinse i denti e ingoi la rabbia, insieme alla poca saliva della sua gola riarsa. Erano alla fine di luglio e stavano per assistere a un nuovo fallimento, ma bisognava salvare almeno il maggior numero possibile di legionari. Annu. Traiano, Ceriale, Frugi e Lepido diedero l'ordine di ritirata. I bucinatores e i tubicines fecero suonare i loro strumenti affinch l'ordine giungesse a tutti i combattenti, sovrastando il frastuono della battaglia e gli scricchiolii del legno che si frantumava sempre pi in fretta.
Ritirata! Ritirata! Ritirata!
E i legionari, che, avendolo gi visto accadere, intuirono a cosa sarebbero andati incontro se non fossero andati via da l di corsa, schizzarono gi dalle rampe e alcuni, vedendo il legno spezzarsi senza lasciar loro il tempo di mettersi in salvo, si lanciarono dall'alto. Preferivano rompersi un braccio o una gamba piuttosto che essere trascinati negli abissi della terra insieme alle macerie delle loro macchine da guerra.
Perderemo le torri e gli arieti mormor Traiano, e subito se ne pent. Non aveva senso esplicitare a parole la portata di quel disastro.
Ne costruiremo altri ribatt Tito. Anche a costo di far portare il legno da Roma, faremo altre torri e altri arieti e altre rampe fino a quando questa maledetta citt si arrender. Dovranno farlo, prima o poi. Parlava sputando una parola dietro l'altra e agitando le braccia con i pugni chiusi in gesti violenti e minacciosi, che sembravano gli strepiti impotenti di un gladiatore sconfitto. E se non si arrendono rader tutto al suolo... Ogni cosa...
Le due nuove rampe caddero a pezzi, gemendo come bestie selvagge, e con loro le grandi torri d'assedio, gli scorpioni e gli arieti, che precipitarono in due enormi voragini.
Ai piedi della Torre Antonia
Giscala emerse dalle gallerie ai piedi della Torre Antonia completamente coperto di polvere e terra. Aveva anche del sangue sul viso a causa di alcune schegge che lo avevano colpito quando i cunicoli avevano cominciato a cedere. Per usc alla luce di quella luna piena esultante, felice, con le braccia al cielo, acclamato da tutti gli zeloti di Gerusalemme. Visse cos il suo momento di gloria, convinto ogni giorno di pi che Yahweh fosse con lui, di essere un prescelto di Dio e che Lui lo avrebbe protetto in ogni suo sforzo di salvare il Grande Tempio dal malefico potere dei Romani. Cosa succede? domand, ma nessuno rispose perch erano rimasti tutti in silenzio, pietrificati da quello strano fenomeno: la terra tremava sotto i loro piedi e non capivano cosa stesse succedendo dal momento che in quel punto non avevano scavato. Lo avevano fatto soltanto all'esterno delle mura. I Romani avevano forse imitato il loro stratagemma? Era impossibile. Avrebbero dovuto scavare ben al di sotto delle loro ultime gallerie, gi profondissime.
Non ebbero il tempo di trovare risposte a cos tante perplessit perch la torre della Fortezza Antonia inizi a sgretolarsi: un'enorme, inarrestabile crepa risaliva lungo tutta la parete occidentale, distruggendo pietre e malta e legno... E la grande torre inizi a inclinarsi verso l'esterno delle mura e a venir gi, dapprima in piccoli pezzi e poi in giganteschi massi che precipitavano sui resti delle rampe romane distrutte dalle gallerie. Dopo la torre, anche le mura della grande Fortezza Antonia iniziarono a crollare e, pietra dopo pietra, cadevano come se a consumarle fossero stati il tempo e la stanchezza. Giscala si allontan, camminando all'indietro e contemplando il disastro assoluto in cui si era trasformata la sua magnifica vittoria, senza capire niente di quanto stava succedendo, ignorando come Dio avesse potuto permettere una simile ingiustizia.
Citt Alta
Simone assistette al crollo della Fortezza Antonia dalla cima del terzo ordine di mura che proteggeva la Citt Alta, sotto il suo controllo. Eleazar non riusciva a credere ai suoi occhi.
Come pu essere accaduto? domand. Simone si compiacque vedendo che Eleazar, che pure si riteneva scaltro quanto lui, non fosse in grado di spiegarsi l'accaduto. Fu lui a illuminarlo, nel tono pi paternalista possibile, con il preciso intento di umiliarlo.
Quell'imbecille di Giscala ha scavato troppo e ha fatto cedere perfino le fondamenta della Fortezza Antonia. La sua grande idea dei cunicoli gli si  ritorta contro. Un vero idiota. Adesso i Romani attaccheranno il Tempio.
Accampamento romano
Tito permise alle legioni di riposare per il resto della notte: crollata la Fortezza Antonia era giusto concedere una breve tregua all'esercito, ma aveva gi dato ordine di attaccare all'alba i nuovi posti di difesa eretti in tutta fretta dagli zeloti. Giscala aveva fatto costruire un muro improvvisato con le macerie della Fortezza; ma la nuova fortificazione era debole e di altezza esigua, soprattutto se paragonata alle mura che i legionari avevano distrutto nelle ultime settimane. Eppure, il nuovo ostacolo, per quanto modesto, fu sufficiente a deprimere alcuni soldati, stanchi di trovarsi di fronte sempre nuove mura. Non si riusc a concludere niente per due giorni. Allora Tito promise grandi ricompense a coloro che avessero conquistato le posizioni di difesa degli zeloti. Ci incoraggi alcune azioni individuali di diversi ufficiali, in particolare di un signifer, due cavalieri ausiliari, un bucinator e venti legionari, che riuscirono nell'impresa. Subito, oltrepassato il muro, inizi il combattimento all'interno del Grande Tempio di Gerusalemme. Tuttavia gli zeloti lottarono per difendere ogni palmo di terra, e la violenza brutale dei loro attacchi blocc ancora una volta i legionari, che rimasero nel settore settentrionale del grande atrio porticato, mentre gli zeloti opponevano resistenza nel settore sud del Tempio. A quel punto, Tito Flavio Sabino invi messaggeri in diversi punti della citt offrendo la libert a quanti si fossero arresi. Con questo espediente ottenne un gran numero di diserzioni, soprattutto tra gli aristocratici di Gerusalemme, i quali, con gli zeloti confinati nel Tempio e i sicarii nella Citt Alta, potevano abbandonare le loro case e consegnarsi alle truppe romane. Finalmente sembrava che Gerusalemme iniziasse a cedere dopo tutti quei mesi di orrore e combattimento, ma siccome sia nel Tempio sia nella Citt Alta erano rimasti ancora tenaci gruppi di resistenza armata, Tito Flavio Sabino convoc un nuovo consilium.
Voglio condurre io stesso l'attacco finale al Tempio con i migliori legionari della V e della... si ferm.
Diversi legati scuotevano la testa. Tito aveva imparato ad apprezzare i consigli dei suoi alti ufficiali ed era piuttosto soddisfatto dei progressi raggiunti, sicch, in questa occasione, non si incoller e si limit a sedersi e a chiederne ragione a Ceriale e Traiano, che si erano dimostrati pi apertamente contrariati.
Perch disapprovate ci che ho detto? Parlate.
Traiano e Ceriale si guardarono. Il secondo annu e fu il legatus ispanico a dare voce ai loro dubbi.
All'interno del Tempio i Giudei combattono con una ferocia inaudita. Anche con i migliori uomini della V sar pericoloso affrontarli. Il figlio dell'imperatore non deve esporsi al pericolo. Non possiamo permettere che ti capiti qualcosa. Incontrando la resistenza di Tito, Traiano gli ricord il delicato episodio di Gamala: Tre anni fa, l'imperatore Vespasiano in persona guid la carica della cavalleria a Gamala e fu accerchiato e ferito a un piede. Riusc solo in extremis a mettersi in salvo. Tu hai gi dimostrato, per tutta la durata dell'assedio, a noi legati, come ai legionari, agli ausiliari, alla cavalleria e perfino ai Giudei, di non aver paura di esporti in prima persona; ma se il figlio dell'imperatore di Roma morisse in battaglia, con la vittoria ormai cos vicina, si perderebbe la grande sfilata celebrativa che Vespasiano spera di organizzare in suo onore a Roma. Senza Tito Flavio Sabino, non ci sar alcun triumphus, e l'imperatore non ce lo perdonerebbe mai.  per questo che osiamo opporci alla possibilit che il giovane cesare diriga quest'ultimo assalto.
Traiano rimase in silenzio e anche Tito tacque per qualche istante. Il triumphus, adesso che sembravano avere la vittoria in pugno, sarebbe servito a consolidare il potere di suo padre. E poi, se lui fosse morto, l'Impero sarebbe passato dal padre al fratello Domiziano, che era un inetto, uno che non aveva mai combattuto in vita sua e di certo avrebbe portato Roma alla rovina. Seppure a malincuore, non poteva che dar ragione ai suoi alti ufficiali: doveva affidare ai suoi legati l'incarico di condurre le fasi finali della conquista del Tempio e porre fine alla resistenza nella Citt Vecchia e nella Citt Alta.

54.

LE PAROLE DI LUCIO.

Roma, luglio del 70 d.C.

La giovane Domizia non riusciva a credere alle sue orecchie. Le parole di Lucio l'avevano ferita a morte. Suo marito cercava di fornirle delle spiegazioni, ma non aveva nemmeno il coraggio di guardarla negli occhi.
Non conta ci che pensiamo o sentiamo, Domizia. Non ho avuto altra scelta. Se non divorziamo, l'imperatore si rivarr sulle nostre famiglie e noi non potremo opporci in alcun modo. Vespasiano gode dell'appoggio del Senato e delle legioni, e controlla abilmente i pretoriani. Il suo potere  ormai consolidato, ma le rivolte dei Batavi e la resistenza giudaica non gli permettono di essere tranquillo, e alleanze come la nostra alimentano le sue insicurezze. Chi comanda  Vespasiano;  lui che decide e ordina. Indisporlo ci far cadere in disgrazia...
E tu non credi che imporci il divorzio sia un altro modo di annientarci, Lucio? ribatt Domizia, con la consueta scaltrezza. Non voleva che suo marito desse per conclusa la discussione. Hai parlato solo con un consigliere dell'imperatore. Chiedi udienza a Vespasiano in persona. La mia famiglia non ha preso parte ad alcuna congiura contro Nerone. Non sono mai riusciti a dimostrarlo; erano tutte calunnie messe in giro dall'imperatore stesso, invidioso di mio padre e delle sue vittorie militari...
Vedi? la interruppe il marito. Non te ne accorgi? Per tutti gli dei, Domizia, stai facendo esattamente quello che la tua famiglia nega di aver mai fatto: stai criticando un imperatore...
Ebbene s sbott lei, balzando in piedi.  vero: critico Nerone, un imperatore maledetto sul quale perfino il Senato ha emesso una damnatio memoriae, come aveva gi fatto con Caligola. Imperatori maledetti, assassini, ecco cosa sono, cosa sono stati. Nerone ha ucciso mio padre e adesso Vespasiano mi strappa il marito. Li odio, s, li odio tutti.
Appena pronunciate quelle parole, a Domizia bast fissare i suoi occhi in quelli del marito per intuire la cruda realt: la felicit che aveva assaporato in quei pochi mesi era svanita per sempre.
Mi dispiace, Domizia, ma non posso restarti accanto e sentirti rivolgere parole cariche di rancore verso gli imperatori di Roma. So che la vita  stata terribilmente ingiusta con te, in passato, e forse davvero tuo padre  stato vittima di un malinteso, ma il tuo carattere, l'astio che non riesci a reprimere, prima o poi ci tradiranno e allora sar la fine per tutti e due. So che mi giudichi un vile. Ti conosco abbastanza bene da poter leggere nel tuo sguardo il pi assoluto disprezzo, ma io ti amo ancora, come il primo giorno, o forse anche di pi. Perci so che questa  la migliore via di scampo, l'unica possibile. Separandoci potremo sopravvivere entrambi in questa imprevedibile Roma nella quale ci  toccato vivere. Insieme, andremmo a fondo nel giro di qualche mese, o anche meno.
Per Castore e Polluce e tutti gli dei, Lucio! Se tu mi amassi davvero lotteresti per stare con me, contro tutto e tutti. Potremmo fuggire, rifugiarci da qualche parte sul confine. Il denaro non ci manca.
Lucio scosse la testa, emettendo un profondo sospiro.
I soldi finirebbero presto e non c' luogo dell'Impero in cui la lunga mano dell'imperatore non possa raggiungerci. Prima o poi ci troverebbero.
E allora scappiamo da questo maledetto Impero. Attraversiamo il confine, andiamo in terre germaniche o daciche, oppure in Oriente. Domizia era consapevole che le sue proposte erano prive di senso: era impossibile che una coppia di patrizi romani trovasse accoglienza fuori dall'Impero, ma la sua mente sembrava un cavallo imbizzarrito. Forse invece avrebbero potuto farlo davvero. In Dacia, in Dacia... sugger in un sussurro. I Daci sono sempre avidi di informazioni su Roma. Potresti diventare consigliere dei loro re. L potremmo vivere in pace!
Sarebbe tradimento, Domizia rispose Lucio.
Infine Domizia tacque, si sedette e si arrese, abbandonandosi a un mare di lacrime che parve inondare gli animi di tutti e due. Lucio le si avvicin.
So che non mi credi, ma io ti amo. Rinuncio a te perch  l'unico modo per saperti al sicuro. Ma dobbiamo separarci, divorziare e far prendere alle nostre vite strade diverse. Forse prima o poi si incroceranno di nuovo.
Domizia continuava a piangere, inconsolabile. Il marito decise di lasciarla sola. Lei sollev il capo e parl tra i singhiozzi: Io sarei stata capace di tradire Roma per te, Lucio.
Le sue parole, per, furono udite solo dalle pareti di quel muto atrio. Nessuno sent i gemiti della giovane donna. Il suo passato, ancora una volta, la stava divorando. Non se ne sarebbe mai liberata. Fu in quella notte, tra le lacrime solitarie, che inizi a forgiarsi la nuova Domizia Longina: una donna spregiudicata e priva di scrupoli.

55.

VERSO EFESO.

Gerusalemme, fine dell'estate del 70 d.C.

Giovanni si rivolse ai presenti.
Adesso possiamo uscire. La strada per Efeso  lunga e faticosa, ma ci forniranno abbastanza viveri per raggiungerla. Una volta l i nostri amici, cristiani come noi, ci aiuteranno a iniziare una nuova vita. Coraggio.
Non aggiunse altro. Erano tutti esausti e non gli parve il momento di chiedere ancora di avere fede a chi aveva gi dato tutto. Tutto tranne la vita. Ci gli diede la forza per continuare a parlare.
Ges ci sta offrendo una nuova possibilit; nonostante le enormi sofferenze che abbiamo patito siamo ancora vivi e possiamo portare il suo messaggio di pace a tutto il mondo. Camminate al mio fianco e, se l'orrore vi spaventa, chiudete pure gli occhi. Vi guider io fino a Efeso.
Ad alcuni, forse, quelle ultime parole sembrarono un'iperbole, ma quando passarono attraverso le rovine di Gerusalemme, capirono cosa aveva voluto dire. Intorno a loro l'intera citt era in fiamme. Perfino il Grande Tempio stava bruciando. Avanzarono sotto lo sguardo attento di centinaia di legionari. Giovanni era riuscito a negoziare un salvacondotto per abbandonare la citt. Aveva promesso ai Romani di portare con s tutti i cristiani, e un alto ufficiale di nome Traiano aveva accettato. Giovanni ricordava ancora le parole di quel legatus, pronunciate con serena indolenza. Aveva intuito che quell'uomo era ormai stanco di assistere a un simile scempio.
Portali via da qui e non farli tornare. I miei uomini rispetteranno il patto e vi lasceranno passare. All'uscita dalla citt vi verranno consegnati pane, grano, acqua e un po' di carne essiccata. Giovanni aveva scorto lo sguardo intenso di quel romano, che, all'improvviso, senza che nessuno glielo avesse chiesto, aveva provato a giustificarsi. Il cesare non voleva arrivare a questo...
Ce ne andremo senza niente aveva risposto Giovanni. Soltanto con i vestiti che indossiamo e i viveri che vorrete darci.
L'ufficiale Traiano aveva annuito. Giovanni lo aveva guardato allontanarsi tra le macerie della citt. Non riusciva a spiegarsi come mai uomini all'apparenza tutt'altro che malvagi potessero comandare delle macchine di morte come le spietate legioni romane, anche se doveva ammettere che Simone, Eleazar o Giscala non avevano lasciato molto margine ai negoziati durante quel lungo assedio. A ogni modo, non era il momento di pensarci. Non c'era tempo. Aveva informato subito tutti i cristiani del patto stipulato con quell'ufficiale; poco dopo stavano gi uscendo da ci che rimaneva delle loro case e si incamminavano lungo le strade distrutte di Gerusalemme. Anche se i Romani lo avessero consentito, non avrebbe avuto alcun senso per loro rimanere l. C'era troppa distruzione, troppi cadaveri disseminati tra le macerie, bruciati, trafitti da frecce, spade e lance, straziati da proiettili di ogni sorta, e crocifissi. Su entrambi i lati della strada che conduceva a nord, verso Efeso, decine, centinaia di persone erano state crocifisse nelle posizioni pi brutali e crudeli. Giovanni non aveva esagerato. L'inferno doveva essere cos. Loro avevano l'immensa fortuna di doverci soltanto passare in mezzo per poter scappare, superstiti, verso una nuova vita. Ges li aveva protetti.
Arrivarono a un posto di guardia a cinquecento passi dalle mura distrutte della citt. I legionari consegnarono loro viveri e acqua. Alcune dozzine di sacchi di grano, trenta ceste di pane e dieci di carne essiccata. L'ufficiale romano aveva mantenuto la parola ed era stato generoso. Giovanni rivolse un ultimo sguardo alla citt. Stava calando la sera. La vista di Gerusalemme divorata dalle lingue di fuoco era spaventosa. In lontananza, il discepolo individu la sagoma del legatus. Li stava osservando. Giovanni alz il braccio destro, in segno di saluto. Non si aspettava alcuna risposta, ma l'ufficiale ricambi il gesto, poi abbass il braccio, si volt e scomparve tra le fiamme della citt.
Marco Ulpio Traiano incontr Tito vicino all'ultimo muro del Grande Tempio rimasto in piedi. Stavano portando l il grande tesoro dei Giudei, per metterlo al sicuro dagli incendi che divampavano in ogni angolo della citt: scrigni pieni di oro, argento, gemme, gioielli e stupendi oggetti religiosi che scintillavano alla luce delle fiamme.
I cristiani hanno lasciato la citt, cesare lo inform, guardando insieme a lui l'enorme e inestimabile bottino che avevano davanti. Credo che con loro ci fossero anche alcuni Giudei, ma non si sono infiltrati guerrieri sicarii n zeloti. Questi ultimi, guidati da Eleazar, sono scappati verso Masada. I cristiani sono pacifici. Non ci daranno problemi. Il loro capo, un tale Giovanni, ha chiesto soltanto cibo e acqua per il viaggio.
Pens di aggiungere che quell'uomo gli aveva trasmesso una strana sensazione, come di pace interiore, ma prefer non farne parola. Era una cosa di poco conto, forse un'impressione dovuta soltanto alla stanchezza.
Tito non comment. Continuava ad ammirare il tesoro a sua disposizione. Non aveva mai visto cos tanto oro in vita sua.

56.

UN MESSAGGIO PER L'IMPERATORE.

Roma, fine dell'estate del 70 d.C.

Gerusalemme cadde a settembre. Vespasiano aveva tra le mani l'ultima missiva di Tito, che raccontava la fine dell'assedio: era ricca di minuziosi dettagli militari ma non lasciava trapelare cosa avesse provato suo figlio in quei lunghi mesi. Dal cuore della Domus Aurea Vespasiano sentiva le grida di giubilo dei Romani, che acclamavano Tito per aver messo fine alla lunga guerra in Giudea e aver preso l'invincibile Gerusalemme. Senza dubbio era la vittoria di cui l'imperatore aveva bisogno per dare vita a una nuova dinastia. Eppure, un tarlo nella sua mente offuscava l'anelato successo: qualcuno aveva messo in giro la voce che Tito volesse sollevarsi contro di lui, approfittando della popolarit di cui godeva presso il popolo e il Senato. Rilesse per l'ennesima volta la lettera ricevuta dall'Oriente.
Il combattimento nel cortile del Tempio  stato estenuante. I Giudei non si sono mai dati per vinti. Gli zeloti di Giscala accatastavano legna, mobili e qualsiasi oggetto utile ad appiccare incendi e costruire barricate. Appena la fanteria si avvicinava, ci contrastavano con il fuoco, costringendoci ad arretrare. D'accordo con i legati, non mi sono schierato in prima linea fino a quando, come in casi precedenti, non sono stato costretto a intervenire con la cavalleria per respingere la strenua resistenza dei Giudei. Avanzavamo cos, ogni giorno conquistavamo pochi passi di terreno. Abbiamo costruito nuovi arieti, ma si sono rivelati inefficaci, vista la mole ciclopica dei massi del Tempio. Abbiamo dovuto combattere ancora una volta corpo a corpo. Alla fine di agosto avevamo conquistato tutto il cortile esterno del Tempio e gli zeloti hanno dovuto ritirarsi in quello interno.  stato allora che  scoppiato il pi grande degli incendi. Non so se per colpa dei legionari in prima linea o dei Giudei. A quel punto ho ordinato alle milizie di disporsi in lunghe file per spegnere le fiamme con l'acqua, ma ormai regnava ovunque la confusione pi totale, e il Grande Tempio  bruciato fino alle fondamenta, anche se siamo riusciti a mettere in salvo il tesoro: migliaia di libbre d'oro e d'argento e gioielli d'ogni foggia, padre, un tesoro degno di un imperatore. Del Tempio non  rimasto pi nulla, solo un grande muro diroccato. I legionari volevano abbatterlo ma io ho dato ordine di non toccarlo: voglio che resti in piedi perch sia da monito ai Giudei, ricordando loro cos'avevano e come lo hanno perso per essersi ribellati. Voglio che vedano quelle poche pietre ancora in piedi e se ne rammarichino per sempre1. A volte sospetto che siano stati loro stessi ad appiccare il fuoco per bruciare il tesoro e impedirci di prenderne possesso; ma se quello era il loro intento hanno fallito miseramente.
Ho concesso ai soldati di saccheggiare le abitazioni e intorno al Tempio ci sono state molte esecuzioni. Allora la resistenza nemica si  asserragliata nella Citt Alta, ancora sotto il controllo dei sicarii di Simone, dove si sono rifugiati anche parecchi uomini di Giscala. Tutta Gerusalemme era sotto il nostro potere, e la Citt Alta accerchiata. Alla fine Simone e Giscala, dopo cinque mesi di assedio, hanno inviato messaggeri per patteggiare la resa. Come immaginerai, a quel punto ho rifiutato qualsiasi negoziato. Abbiamo impiegato altri diciotto giorni per costruire nuove rampe con cui attaccare le mura della Citt Alta. Mi aspettavo la solita resistenza, ma a quanto pare anche i sicarii e gli zeloti conoscono la stanchezza. Quando le prime coorti si sono infiltrate attraverso le brecce, si sono dati tutti alla fuga senza nemmeno combattere. Ne abbiamo catturati numerosi, compresi Simone e Giscala, ma un gruppo di un centinaio di Giudei  riuscito a farsi strada dal settore occidentale, ha superato il nostro muro ed  scappato verso le fortezze Herodion, Macheronte e Masada, gli ultimi baluardi della resistenza giudaica in tutta la regione. Era settembre e finalmente, padre, Gerusalemme era sotto il nostro controllo.
In seguito ho ricompensato i legionari e gli ufficiali che si erano distinti per il coraggio e la perseveranza nella lotta e ho elevato di grado ciascuno di loro. In molti sono stati premiati per la loro abnegazione, in particolare Marco Ulpio Traiano, il pi tenace in questo lungo assedio. Quindi ho scelto un numero adeguato di buoi e li ho sacrificati agli dei in segno di riconoscenza per il loro aiuto; poi ho distribuito la carne tra le legioni per festeggiare.
Vespasiano ripose la lettera sul lungo tavolo di fronte a lui e and a fare una passeggiata nei giardini della Domus Aurea. Le acclamazioni del popolo riecheggiavano ovunque. Andava tutto per il meglio. Le legioni inviate nella Germania Inferiore al comando di Petilio Ceriale erano riuscite a soffocare la rivolta di Civile. Tutto l'Impero sembrava essere sotto controllo. Ma allora perch non si sentiva appagato? Era davvero cos preoccupato per le dicerie su Tito? Aveva sempre avuto piena fiducia nel figlio maggiore. Perch dubitare di lui? E poi, nel peggiore dei casi, dopo la vittoria sui Batavi aveva parecchie legioni a sua disposizione. No, un attimo: non erano a sua disposizione. Quelle milizie dovevano rimanere al Nord a proteggere la Gallia, la Germania Inferiore e Superiore e tutto il restante confine del Reno. Le legioni dell'imperatore erano divise: alcune erano al Nord e non potevano essere richiamate, le altre in Oriente, al comando di Tito. Era dunque questa la realt dei fatti: il suo potere dipendeva dalla lealt del suo primogenito.
Antonia Caenis cercava l'imperatore dappertutto. Voleva congratularsi con lui e, finalmente, lo trov nei giardini. Tuttavia, abbracciandolo e vedendo la fredda reazione di Vespasiano, cap che qualcosa lo turbava.
Cosa succede? domand Antonia, con voce suadente.
Vespasiano si ferm e si sedette su una grande panca di legno. Era una giornata afosa, ma l, all'ombra degli alberi, si stava bene. Nerone aveva amministrato l'Impero in maniera riprovevole, ma di certo sapeva circondarsi di comodit. Peccato che il palazzo fosse rimasto in quello stato dopo la guerra civile.
Ci sono ancora nuclei di resistenza in tre fortezze giudaiche: Masada, Herodion e un'altra di cui non ricordo il nome rispose dopo un attimo di esitazione l'imperatore. Antonia Caenis lo guardava seria: si accorgeva sempre quando Vespasiano non diceva la verit.
Se vuoi mentire ai liberti del consilium, ai senatori o ai legati fai pure, ma non farlo con me. Preferisco di gran lunga non ricevere risposta.
Alla sagacia della sua concubina, Vespasiano non riusc a trattenere un sorriso, ma non disse nulla. In quel momento sopraggiunse Domiziano, seguito da un gruppo di guardie dell'imperatore. Vespasiano aveva concesso soltanto ad Antonia Caenis di avvicinarglisi senza scorta. Tutti gli altri, perfino suo figlio, dovevano essere sorvegliati. La cautela non era mai troppa.
Finalmente ti ho trovato, imperatore del mondo! lo salut disinvolto Domiziano. Tutto il popolo sta festeggiando la bella notizia, che alla fine, vedo,  stata confermata ufficialmente. Gett un rapido sguardo alla lettera di Tito: era facile riconoscere la costosa pergamena che al fratello piaceva usare per scrivere al padre. Adesso non sono pi solo voci, vero? Per tutti gli dei! Non solo i Batavi si sono arresi, ma il mio prode fratello ha anche conquistato Gerusalemme!
 cos rispose l'imperatore, con distacco. Intuiva cosa volesse Domiziano, e lo temeva.
Vespasiano era stanco dopo la lunga guerra in Giudea, i problemi in Egitto, le rivolte del Nord e la maledetta guerra civile. Desiderava un po' di pace. Dentro e fuori dal palazzo. I Giudei, per, continuavano a resistere nelle tre fortezze e l, nella Domus Aurea, Domiziano era sempre pronto ad attaccare con la sua lingua biforcuta.
I miei complimenti, augusto padre, Imperator di Roma e del mondo. La citt  ai tuoi piedi. E complimenti anche a mio fratello, il cesare Tito, che da oggi  diventato agli occhi di tutti un valoroso conquistatore. Roma intera lo acclama: il popolo, parecchi senatori e tutte le legioni in Oriente, che pare addirittura abbiano sfilato in triumphus al suo cospetto, in Egitto, giurandogli eterna fedelt. Ho sentito dire anche che, con tutti i tesori che Tito ha trovato nel Tempio, in Oriente il prezzo dell'oro  calato della met. Adesso s che  davvero potente, padre.
Domiziano not il volto teso del genitore: forse la lettera di Tito non menzionava la parata militare oppure Vespasiano ignorava che il prezzo dell'oro fosse in ribasso.
Oggi  senza dubbio un grande giorno, padre. Volevo solo congratularmi con te. Ti lascio godere in privato del trionfo del tuo figlio maggiore. Domiziano, con un ampio sorriso che sembrava sincero, si ritir dopo un vistoso inchino. Si volt e s'allontan, ma continuando imperterrito a ripetere ad alta voce: Tutte le legioni orientali lo acclamano, il popolo, Roma intera. Per tutti gli dei, che gran giorno!.
Antonia Caenis vide l'espressione seria di Vespasiano e cap cosa lo preoccupava. Come tutti quanti a palazzo, anche lei aveva sentito le maldicenze che correvano nel Foro: Tito era riuscito dove il padre aveva fallito, aveva piegato i Giudei impossessandosi di una delle pi grandi citt del mondo e dei suoi immensi tesori. Era una lezione che i Giudei non avrebbero mai dimenticato. Invece di tornare subito dal padre, per, Tito si era recato in Egitto a godere della sua grande vittoria e dell'appoggio assoluto di tutte le legioni orientali. E aveva perfino celebrato qualcosa di molto simile a un triumphus lontano da Roma, senza il consenso dell'imperatore n del Senato. Dove voleva arrivare? L'impero aveva gi assistito a una lunga successione di imperatori in pochissimo tempo. Perch Tito non avrebbe dovuto approfittare di quell'incredibile successo per spodestarlo? Ci sarebbe stata un'altra guerra civile, questa volta tra padre e figlio?
 sangue del tuo sangue disse Antonia.  questo a preoccuparti, non Masada o Hero... o come si chiamano quelle fortezze. Ma Tito  tuo figlio, non si ribeller mai contro di te. Mai.
Vespasiano la guard con un misto di tenerezza e gratitudine, poi annu lentamente. Anche lui lo pensava, ma, di fatto, dopo la vittoria su Gerusalemme, Tito non era ancora tornato a Roma. E il triumphus in Egitto, che fosse stato celebrato o meno, non faceva che alimentare le voci messe in giro dai senatori che volevano a tutti i costi minare l'autorit di Vespasiano. Tito sarebbe insorto? Avrebbe potuto farlo. Anche lui, come Antonia, lo riteneva improbabile, eppure il potere e la gloria erano capaci di operare profonde trasformazioni nell'animo umano. Fino a che punto avrebbero cambiato Tito?
Anche Domiziano  sangue del mio sangue replic Vespasiano.
Antonia Caenis tacque. A lei Tito e Domiziano sembravano come il giorno e la notte, ma non poteva addurre alcun argomento a sostegno del suo punto di vista. Si rammaric di non poter essere di conforto all'imperatore e si limit a fargli compagnia. Il sole iniziava a tramontare. La vera natura di Tito e Domiziano sarebbe stata rivelata dalle loro azioni. Nel frattempo, potevano solo aspettare.

1. I resti, in effetti, costituiscono l'attuale Muro del Pianto.

57.

QUALCUNO CHE NON TEME VESPASIANO.

Roma, inizi dell'autunno del 70 d.C.

Domizia si sorprese per l'invito, che non voleva accettare, ma la madre insistette. Se Lucio si  comportato come un traditore e un codardo, disse con veemenza la matura Cassia Longina non significa che tutti gli uomini di Roma siano imbecilli come lui. Ascoltami, Domizia e le sollev il viso prendendole il mento. Ascoltami: sei una donna bellissima e discendi dal divino Augusto. Non dimenticarlo. Si volt, ma continu a parlare infervorata. E poi Vespasiano d questo banchetto in onore del figlio Tito, per festeggiare la conquista di Gerusalemme. Vuole mettere a tacere le voci su una sua presunta rivolta. Devi andarci. La tua assenza equivarrebbe a sfidarlo, capirebbe che non lo temi e aspetti soltanto l'arrivo di Tito, che  l'unico davvero potente. No, Domizia: sei stata invitata e ci andrai. Come discendente del divino Augusto sei obbligata a farlo!
Ma  proprio per questo che l'imperatore mi teme, madre, perch discendo da Augusto.
Non ripeterlo mai pi! Vespasiano ti ha invitata e tu devi presenziare. Il divorzio con Lucio  acqua passata. Lui  nella Hispania e tu sei qui. Ci saranno altri uomini per te, forse anche pi importanti di Lucio.
Se anche fosse cos, l'imperatore interferir di nuovo!
Cassia Longina era sfinita dalla tenace resistenza della giovane. Quindi guard Domizia Corbula, l'altra sua figlia, incinta, che era l con loro.
 meglio che tu ci vada, Domizia intervenne la sorella.
E la giovane, dopo un'ora di discussioni, alla fine cedette.
Domiziano not subito l'ingresso di Domizia nel grande atrio. Aspettava quel momento da ore. Si era fatta attendere. Non importava. Appena la donna, accompagnata dalla sorella - che doveva essere in avanzato stato interessante, vista la prominenza del ventre -, si sdrai su uno dei numerosi triclinia, il giovane cesare le si avvicin. Mi fa piacere che la giovane Domizia prenda di nuovo parte alla vita pubblica di Roma disse fissandola negli occhi e ignorando la sorella, che cap di essere di troppo.
Non mi sento bene, Domizia. Vado in giardino a prendere un po' d'aria.
Nonostante le proteste di Domizia, che voleva accompagnarla, Corbula si alz e usc, lasciandola sola con Domiziano.
Il cesare le parlava con dolcezza - sapeva usarla quando gli tornava utile -, e le si sedette accanto.
Una sorella bella e intelligente.
Mia sorella e mia madre sono tutto ci che ho. Potr sembrare poco, ma per me  moltissimo.
Domiziano sorrise. Era consapevole di avere addosso gli sguardi di tutti. Era meglio andare subito al sodo, senza lasciar divagare troppo la conversazione.
Hai anche degli avi molto nobili, augusti le ricord il cesare enfatizzando l'ultima parola. Domizia rimase in silenzio. Non se lo aspettava. Di sicuro l'avrebbero cacciata via. Andare l era stata una pessima idea, non si sarebbe dovuta piegare alla volont della madre... La voce di Domiziano che le sussurrava all'orecchio la riport alla realt. La giovane Domizia deve esserne orgogliosa. Io non temo la discendente del divino Augusto, n l'imperatore, mio padre.
Si scost, le sorrise e Domizia, frastornata, prima annu, poi gli rivolse un timido sorriso, mentre il cesare si alzava per andare verso il suo triclinium, accanto a Vespasiano. Allora Domizia incroci lo sguardo dell'imperatore, che le parve corrucciato. Interpret erroneamente la sua espressione, d'altronde era ancora poco esperta e, soprattutto, ignorava chi fosse il vero responsabile del suo divorzio. Abbass lo sguardo. Con la leggerezza dettata dalla sua giovane et progett una subdola ritorsione ai danni dell'imperatore: avrebbe conquistato suo figlio (e tutto le suggeriva che il suo non fosse un proposito cos folle) al punto da diventare sua moglie. Quella sarebbe stata la sua spietata vendetta.
Tutto bene? le domand Corbula, rientrata appena aveva visto Domiziano allontanarsi.
Benissimo rispose Domizia. Mai stata meglio in vita mia.
Antonia Caenis ordin alle ornatrices di uscire dalla stanza. Voleva parlare da sola con l'imperatore. Ho notato che Domiziano sembrava interessato alla giovane Domizia.
S rispose Vespasiano. Antonia rimase in silenzio. Conosceva quel s: era il preludio di altri commenti, se si aveva la pazienza di attenderli. S. L'idea non mi dispiace.  una bella fanciulla e discende da Augusto in persona. Sarebbe un'ottima unione per la famiglia. Non riesco a capire come mai quel Lucio che mi hai raccomandato per governare la Tarraconense abbia voluto divorziare.
Alcuni uomini sono molto stupidi. Subito dopo averlo detto, Antonia si accorse di aver commesso un errore.
E da quando mi consigli uomini stupidi? Perch se non sbaglio sei stata proprio tu a indicarmelo per quell'incarico.
Antonia si volt, mentre si toglieva la tunica per poi avvicinarsi all'imperatore e languidamente bisbigliargli all'orecchio: Alcuni uomini sono stupidi in amore, ma abbastanza scaltri per governare una provincia. Sono ben pochi a saper gestire entrambe le cose, e ne esiste uno soltanto tanto grandioso in amore come alla guida di un impero.
Vespasiano non sollev altre obiezioni.
Dopo poche ore, mentre Vespasiano dormiva tranquillo, Antonia Caenis non riusciva a smettere di pensare alla giovane Domizia: aveva appena dato in pasto a un lupo ferocissimo il pi ingenuo degli agnelli. Si era guadagnata la fiducia di Domiziano, ma il prezzo che aveva dovuto pagare non le dava pace. Quella ragazza non sapeva cosa l'avrebbe aspettata e non aveva l'intelligenza n le capacit per sopravvivere. E se anche ci fosse riuscita, ci le sarebbe costato indicibili sofferenze. Antonia Caenis chiuse gli occhi. Forse il sangue di Augusto che scorreva in quella fanciulla le avrebbe dato la forza necessaria.

58.

LA MORTE DI UN GOVERNATORE.

Roma, autunno del 70 d.C.

Partenio si era guadagnato la fiducia assoluta di Vespasiano grazie soprattutto alla sua discrezione e all'incrollabile tenacia nel non dare credito alle dicerie su una possibile ribellione del cesare Tito. Di conseguenza, era il consigliere a passare al vaglio le notizie provenienti dalle province e decidere quali fossero da sottoporre all'attenzione dell'imperatore. Spesso arrivavano a palazzo anche regali, accompagnati da interminabili lettere di adulanti governatori, che volevano fare ammenda per la loro cattiva gestione o, peggio ancora, per l'amministrazione corrotta dei territori a loro affidati. Partenio sapeva leggere perfettamente tra le righe di quei messaggi e ne faceva il resoconto all'imperatore.
Vespasiano era soddisfatto del suo operato e gli concedeva massima autonomia. E poi Partenio non aveva moglie n figli. Era un uomo solitario, convinto che per lavorare al servizio di un imperatore fosse preferibile non avere punti deboli. Il fatto che non avesse discendenti, inoltre, lo rendeva assolutamente inoffensivo perch non avrebbe preteso di sistemare figli o altri famigliari ai diversi gradi del cursus honorum. E, cosa che Vespasiano ignorava, Partenio era un filantropo. Era fermamente convinto che, se governato con saggezza, il mondo potesse migliorare, seppure a piccoli passi. Il consigliere era un uomo maturo, ma nel suo animo baluginavano ancora lampi di ingenuit, deleteri, a ben guardare, perch gli davano la forza di restare l. Spesso ripeteva a se stesso di essere ancora a corte perch non avrebbe saputo fare altro: leggere lettere e dare opinioni, in genere sensate, su questioni politiche e a volte perfino di logistica militare erano le uniche cose in cui riusciva bene. La sua salute cagionevole - era sempre malaticcio, anche se cercava di starnutire di nascosto, perch gli altri non se ne accorgessero - non gli avrebbe mai permesso di intraprendere la carriera militare, e in strada, senza protezione n un lavoro, sarebbe morto anche prima che in battaglia contro i Catti o i Daci. Per non dover rinunciare alla vita tranquilla del palazzo avrebbe dovuto continuare ad ascoltare tutto, leggere molto e parlare il giusto, a servizio dei membri della famiglia imperiale, la famiglia pi potente al mondo.
Quella mattina erano arrivate lettere dalla Pannonia, dalla Tarraconense e dalla provincia senatoria della Mesia. Come sempre, dal confine del Danubio giungevano lamentele per le incursioni dei Daci. Era un problema che andava risolto, prima o poi. L'imperatore era ancora impegnato a consolidare il potere a Roma, ma aveva dato a intendere a Partenio che si sarebbe messo a studiare con calma la questione del Danubio, una volta terminata la guerra in Giudea. Era comprensibile. Quindi il consigliere apr il papiro proveniente dalla Tarraconense. Come al solito, si aspettava di leggere un altro dettagliato resoconto dell'esiliato e divorziato Lucio Elio, come Partenio definiva tra s lo zelante governatore di quella provincia occidentale dell'Impero. Con sua sorpresa, per, la lettera era firmata da un tribuno della legione VII.
Partenio lesse con attenzione. Durante un pranzo a Tarraco il governatore era morto. I medici gli avevano diagnosticato un'indigestione, ma il tribuno, pur senza scendere in dettagli, insinuava velatamente che le circostanze del decesso erano parse quanto meno sospette. Infine chiedeva all'imperatore di nominare un successore, dopo aver sottolineato i suoi eccellenti servigi e specificando che sarebbe stato onorato di farsi carico del governo della provincia.
Partenio ripose il papiro sul tavolo. Rimpiazzare Lucio Elio non sarebbe stato un problema: potevano ricorrere al tribuno della lettera o a qualsiasi altro patrizio vicino all'imperatore. Tuttavia, non poteva evitare di sentirsi responsabile della morte di quell'uomo. E disgustato: la sua morte non era affatto necessaria. Pens di non fare nulla, ma la sua stupida ingenuit lo spinse ad andare a cercare Domiziano, che era sicuro di trovare in qualche giardino a bivaccare o a spassarsela. Se non l, era di certo in un postribolo. Era presto, per, non era nemmeno l'hora quarta.
La ricerca fu breve. Domiziano stava facendo il bagno in un peristilio del palazzo aiutato da due giovani schiave. In genere gli altri si lavavano ciascuno nelle proprie stanze, ma se c'era il sole a Domiziano piaceva farlo all'aria aperta. A ogni modo, tutti a palazzo evitavano di andare nel peristilio del giovane cesare per non disturbarlo, sicch il giardino diventava un ampliamento della sua stanza, a eccezione dello spazio riservato a Vespasiano e vigilato dai pretoriani. L'arrivo di Partenio fece capire a Domiziano che il consigliere aveva ricevuto qualche notizia preoccupante.
Ebbene? domand, infastidito da Partenio, che non lo aveva salutato e se ne stava l in silenzio.
 arrivata una lettera dalla Tarraconense, cesare inizi il consigliere, con il papiro in mano.
Ah,  per questo rispose Domiziano, laconico. Credevo mi avessi disturbato per qualcosa di importante.
Partenio era un uomo paziente. Non si lasci turbare dai modi del giovane.
Il governatore della Tarraconense  morto.
Ci sono molte province e parecchi governatori. Se ti rammarichi per qualsiasi inconveniente occorra a uno di loro il tuo lavoro di consigliere diventer insopportabile replic Domiziano, facendo cenno alle schiave di lasciarli soli.
Non  appropriato parlare in modo cos irrispettoso di un uomo, cesare.
Dici di no? Pu darsi, ma trovo che la morte in s non sia mai appropriata.  un inconveniente, appunto. Un inconveniente considerevole, ne convengo con te.
Davanti all'indifferenza di Domiziano e alla totale assenza di spiegazioni o interesse per l'argomento, Partenio si vide costretto a passare alle insinuazioni.
Non era necessaria aggiunse. La morte di Lucio Elio non era necessaria, cesare.
Domiziano lo guard accigliato. Non sarebbe riuscito a liberarsi presto del consigliere.
Mio padre sta progettando il pi grande degli imperi, mio fratello guida assedi impossibili e anch'io mi dovr pur divertire: assediare le donne non mi soddisfa adeguatamente.
Partenio chin il capo. Domiziano stava corteggiando Domizia Longina: li aveva visti parlare in diverse occasioni, a palazzo, nel Foro... Trasse due profondi respiri e riprese il discorso.
Ma non vedo come far uccidere Lucio Elio possa tornarti utile per il successo del tuo assedio.
Ah no? Domiziano si alz e prese a camminare per il giardino. Partenio lo seguiva. Be', Partenio, lo decido io cosa mi  utile oppure no. Si ferm e si volt per guardare in faccia il consigliere. Io non far come Nerone, che lasci in vita Otone dopo che questi gli aveva portato via Poppea. Otone divenne imperatore dopo aver tramato contro Nerone ed essersi ribellato a Galba. Io non commetter un simile errore.
Partenio apr la bocca, ma non disse nulla. Il paragone era fuori luogo: Domiziano non era imperatore come Nerone, ma soltanto il secondogenito di Vespasiano. Non sarebbe mai arrivato al trono perch Tito avrebbe preso il posto del padre alla sua morte e poi, quasi sicuramente, avrebbe tramandato il potere ai futuri figli. Partenio era ancora in silenzio e con la bocca socchiusa. Una moltitudine di pensieri gli affollava la mente. Domiziano ambiva a diventare imperatore come Nerone? Questo avrebbe implicato eliminare tutti gli ostacoli sulla strada per il trono. L'anziano consigliere avrebbe dovuto avvertire Vespasiano, o Tito, ma non aveva alcuna prova dei suoi propositi. Soltanto conversazioni senza testimoni e velate allusioni. Eppure era sicuro del significato di quel paragone con Nerone. Ma non poteva fare niente. Antonia Caenis si era sbagliata mettendolo in guardia contro di lui definendolo un lupo: Domiziano non era un lupo, era un serpente, acquattato nel buio e velenosissimo.
Continuo a pensare che non fosse necessario commissionare la morte di Lucio Elio insistette Partenio incapace di aggiungere altro. Domiziano si guard intorno per controllare che non ci fosse nessuno. Allora si avvicin a Partenio e sibil: Questa  la differenza tra te e me, Partenio. Tu pensi, io agisco.  per questo che siamo cos diversi e che anche i nostri destini lo saranno. Le cose bisogna sempre portarle a termine. Non bisogna lasciare niente di incompiuto. Per me non ci sar nessun Otone a cui pensare nella Hispania. Non pi.
Domiziano si stava gi voltando, ma le parole di Partenio lo fecero fermare di scatto. Il consigliere sapeva di non poter convincere Vespasiano delle trame del figlio, ma forse qualcun altro sarebbe stato disposto a credergli: Cosa succeder quando Domizia Longina lo scoprir? Quando sapr che a ordinare il divorzio e poi l'esecuzione di Lucio Elio  stato il figlio minore dell'imperatore, che adesso la corteggia?. Parl in fretta, a voce bassa, ma in tono chiaro, deciso, tagliente.
Domiziano si gir di nuovo. Lo guard accigliato per un momento, poi sorrise, quasi con benevolenza. Fece un passo verso di lui e gli sussurr all'orecchio: E chi glielo dir?. Rimase l accanto a lui, ad ascoltare il suo respiro affannoso. So che non hai famiglia, Partenio, ma non mi sembri uno a cui piace soffrire... Se mi sbaglio, invece, continua pure a comportarti cos. Ma se il dolore ti spaventa, d'ora in poi misura bene ogni parola che mi rivolgi. Sei bravo nel tuo lavoro, ma stavolta sar io a dare un consiglio a te: non intrometterti nei miei affari, Partenio. Hai parecchie questioni di politica e di governo a cui pensare. Curati di quelle e dimenticati della mia esistenza.
Si allontan di un passo. Fece un altro sorriso, quasi ingenuo, si volt e se ne and, passeggiando tranquillo tra le piante del giardino.

59.

UNA LETTERA DALL'ORIENTE.

Italica, sud della Hispania, Autunno del 70 d.C.

Traiano figlio si rec alle terme. Fece il bagno nel calidarium ma, invece di andare subito al tepidarium, prefer rimanere per un po' nell'asfissiante calore della sala, come se sudando potesse liberarsi dei rimorsi. Aveva appena incrociato Longino nella palestra delle terme: si stava esercitando con una pesante spada di legno nella mano sinistra. Il braccio destro ormai era inservibile, per sempre. Non lo aveva lasciato andare, neanche per un attimo. Lo aveva tenuto fino a quando non gli era venuta l'idea di farlo dondolare per permettergli di raggiungere altre radici che sporgevano un paio di piedi pi in l. Era riuscito nel suo intento, ma per lo sforzo si era rotto il braccio. Mentre Traiano si aggrappava al nuovo appiglio - radici pi grandi e forti delle prime e su cui pot arrampicarsi e mettersi in salvo - Longino lanciava un grido di dolore lacerante.
Quando Traiano era riuscito a raggiungerlo, l'amico era accovacciato e si teneva il braccio destro, che sembrava scardinato, pi lungo, quasi girato al contrario. All'inizio entrambi avevano pensato che fosse soltanto uscito dalla sede, ma i medici non erano stati in grado di guarirlo del tutto e gli era rimasta come un'estremit inerte, che a causa del gonfiore aveva costretto Longino a letto con una tremenda febbre per settimane. Alla fine, l'infiammazione e la febbre erano passate, ma lui non riusciva pi a muovere l'arto. Non sarebbe pi stato capace di incoccare una freccia o di brandire un gladio per combattere. Gneo Pompeo Longino era diventato un invalido. Ed era tutta colpa sua, solo sua, di Marco Ulpio Traiano, un idiota. Si immerse di nuovo. Era stato Longino a uccidere la lince conficcandole una freccia in mezzo agli occhi, con una mira che non gli sarebbe pi servita a nulla, perch non poteva pi usare l'arco. Terminato il bagno, Traiano scosse la testa per scrollarsi via l'acqua dai capelli, come fanno i cani. Un cane, paragone perfetto. Suo padre aveva appena conquistato Gerusalemme al fianco di un cesare, mentre lui era riuscito a rendere invalido il figlio di un suo amico.
Prov disgusto per se stesso. Chiuse gli occhi, ripensando alla lettera del padre dalla Siria.
Cara Marcia,
spero che stiate tutti bene. La campagna contro i Giudei procede per il meglio. Finalmente Gerusalemme fa parte dell'Impero, e presto lo sar tutta la Giudea. Gli ultimi scontri sono stati molto duri, soprattutto vicino al Grande Tempio. Ci sono stati parecchi morti e feriti tra i legionari. Adesso che il pericolo  scampato, posso dirti che anch'io sono stato sul punto di perdere la vita negli ultimi giorni di battaglia. Per colpa di un'assurda e imperdonabile distrazione mi sono visto circondato da una decina di nemici, ma il coraggioso tribuno Suburano ha ordinato a una dozzina dei suoi uomini migliori di intervenire e i sicarii che mi accerchiavano sono stati abbattuti prima che potessero ferirmi. Il nome completo del tribuno  Sesto Attio Suburano, al quale andr la nostra eterna gratitudine. Prego gli dei affinch in futuro possiamo contare su di lui, visto che senza dubbio  un uomo estremamente audace e onesto, da quanto mi ha riferito di lui il suo legatus. Ma tu non temere per me. Adesso che abbiamo conquistato Gerusalemme il mio ritorno a Roma  questione di giorni ed entro poco potr gi essere in viaggio verso la nostra amata Italica.
Marco Ulpio Traiano
Non sarebbe mai stato all'altezza del padre, di questo era certo, ma non avrebbe mai pensato di potergli dare una simile delusione.
Longino affrontava la sua nuova condizione con dignit. Come se l'essere stato accolto a Italica avesse gi ripagato la sua sofferenza. E non si abbatteva. Non si dava mai per vinto, proprio come non aveva voluto arrendersi sul ciglio del precipizio. Non aveva mollato la presa. Da settimane ormai si allenava a combattere con il braccio sinistro. Lo aveva visto legarsi uno scudo intorno all'arto paralizzato. Era goffo, ma Traiano non aveva mai visto un giovane cos tenace e intrepido. Non ci voleva molto a notarlo: anche con un braccio offeso, quel ragazzo era mille volte pi valoroso di lui.

LIBRO Quarto.

L'ANFITEATRO FLAVIO.

Anno 71 d.C., (825 ab Urbe condita).

Qui delle genti l'indistinto udissi
Strepito, ch'era, o mormorio di pita,
o plauder fragoroso, allor che morto
fu l'uom dall'uomo suo siml. Ma quale
di quel sangue cagion? - Qual? - L'imperante
della legge voler che quel cruento
Circo corregge, ed il regal trastullo. -
E come no? Che val dove si cada
Vil pasto a' vermi, o se fra le nemiche
file in guerra sospinto, o se caduto
di mezzo al Circo? - Ambi teatri u'vassi,
Qual pi vi splende a imputridir, non sono1?
Lord Byron, Il pellegrinaggio del Giovine Aroldo, canto IV.

1. GEORGE BYRON, Il pellegrinaggio del Giovine Aroldo, traduzione di Giuseppe Gazzino, Tipografia Arcivescovile, Genova 1836, p. 243.

60.

L'ANFITEATRO FLAVIO.

Roma, primavera del 71 d.C.

Il curator delle cloache era un uomo maturo, con la pelle fin troppo rugosa per la sua et, ma Partenio immaginava che gli effluvi sotterranei di Roma non dovessero preservare un aspetto giovane e fresco. Tuttavia, il curator pareva tenere molto all'apparenza: si era recato all'appuntamento con una toga immacolata e aveva maniere squisite. Partenio nutriva rispetto per quei piccoli uomini, funzionari di uno stato guidato da imperatori e patrizi che nemmeno immaginavano la loro esistenza. Il consigliere sapeva che l'Impero poggiava su due grandi pilastri: le milizie e quello stuolo di efficienti amministratori, che trovavano nel lavoro una soddisfazione tale da dare senso alle loro vite. Partenio aveva stima di quell'esercito silenzioso e adesso aveva davanti a s uno di quei discreti servitori, che aveva deciso di emergere dalle viscere della citt per una causa insolita: sporgere una lamentela.
Quando uno di loro presentava un reclamo all'imperatore lo faceva esclusivamente per qualche faccenda molto seria. Quei funzionari non sbagliavano mai nelle loro considerazioni perch queste si basavano sulla profonda conoscenza del loro mestiere. Se l'incaricato delle cloache aveva chiesto di parlare con l'imperatore doveva essere per una questione importante. Tuttavia, il cauto Partenio, che nella sua carriera aveva dovuto subire i mutevoli umori di diversi regnanti, aveva deciso di ricevere lui quel bizzarro servitore e di ascoltare con attenzione cosa aveva da dire.
Grazie, grazie davvero per avermi ricevuto inizi il curator, rischiando di sembrare affettato. In realt, per, l'ardore con cui pronunci quelle parole fece capire a Partenio che l'uomo era pi che grato di essere stato convocato dopo soli sette giorni dalla sua richiesta, un tempo relativamente breve. Partenio, doveva ammetterlo, era incuriosito. Grazie, consigliere imperiale, grazie.
Vai al dunque, curator. Il mio tempo  poco e quello dell'imperatore ancora meno.
Ma certo,  ovvio. Allora mi spiego subito. Vediamo... Riassumo, s. I condotti, i cunicoli sotterranei, quelli della rete centrale in particolare, la Cloaca Massima... ecco, stanno sprofondando. Ci sono gi stati vari cedimenti: due soffitti e una parete di una grande cisterna.
Cedimenti? ripet Partenio. Non era una novit. Succedeva da anni, anzi, da secoli. Era assurdo reclamare. Il curator seppe interpretare l'espressione scettica del consigliere.
S, certo, capita spesso, ma... non con l'intensit... e la frequenza di adesso. Si tratta di due gallerie intere e una stanza di scolo. Ci hanno creato molti problemi l sotto.
Era questo il motivo del cattivo odore dei giorni scorsi a palazzo e nel Foro?
Esatto. Il curator era felice di parlare con una persona tanto perspicace.
Bene, allora provvedi. Ripara le gallerie sprofondate. Hai a disposizione i tuoi uomini. L'imperatore ha fornito i soliti fondi per le riparazioni. L'unica cosa dimostrata dal tanfo  che nell'ultimo periodo non sei stato all'altezza delle tue responsabilit.
Partenio non la pensava affatto cos, ma era certo che mettendo in dubbio la competenza di quel funzionario, lui si sarebbe convinto a confessare il vero motivo della sua visita. Voleva evitare i discorsi inutili.
No, questo non  vero, devo contraddire il grande consigliere dell'imperatore. Per dieci anni ho fatto fronte a cedimenti, crepe, crolli di intere gallerie, cloaculae ostruite, ma si  sempre trattato di episodi sporadici, e di danni che i miei uomini potevano riparare senza grossi problemi. Ma adesso c' la minaccia di un crollo generale, se non si prendono provvedimenti. Inspir a fondo prima di proseguire. I lavori del nuovo anfiteatro... dell'anfiteatro Flavio, ecco, rischiano di far cedere la rete della Cloaca Massima. Vedendo che il consigliere non lo interrompeva, os scendere nei dettagli. I carri con la sabbia estratta dal centro, dai giardini della Domus Aurea, che tornano carichi di pietre e marmo, passano per le strade che si trovano sopra le principali cloaculae della citt. Tra le tre di Roma, la rete della Cloaca Massima  la pi antica e, nonostante i restauri di Agrippa, i cunicoli non sopporteranno il traffico di tutti quei pesantissimi materiali.
L'imperatore vuole un nuovo anfiteatro. Mi stai forse suggerendo di dirgli che il curator delle fogne gli chiede di costruirlo da un'altra parte?
Il funzionario chin il capo. Era proprio ci che andava detto all'imperatore, ma si rendeva conto da solo che era impossibile. Perci aveva un piano alternativo. Tir fuori dalla toga una carta del centro di Roma, si chin e la spieg sul pavimento. Inginocchiarsi non gli costava particolare fatica. Passava gran parte del giorno accovacciato sotto terra, ed essendo l per difendere il suo piccolo regno salvaguardare l'orgoglio era l'ultima delle sue preoccupazioni.
No, no, ovviamente no rispose il curator senza guardare il consigliere, con gli occhi fissi sui suoi appunti. Ho tracciato il percorso dei carri dal centro alle porte della citt. Hanno scelto la strada pi breve,  ovvio, lo capisco, ma se deviassero qui e qui, spieg indicando la Via Sacra a nord, l'incrocio tra il Vicus Tuscus e il Clivus Victoriae al centro e le strade vicine al Circo Massimo un po' pi a sud il tragitto si allungherebbe, ma si eviterebbero le gallerie pi fragili. Il curator si rimise in piedi e con le braccia tese porse la carta a Partenio continuando a parlare. I miei appunti dovrebbero essere sufficientemente chiari. Un anfiteatro cos maestoso avr bisogno di parecchi anni per essere completato e bisogna ridurre l'impatto sulla rete fognaria.  per il bene di Roma.
Partenio prese la carta e la studi con attenzione. Era tutto logico, ma nessuno, nemmeno gli architetti imperiali, ci aveva pensato, e se il curator sosteneva che le fogne non avrebbero retto, era certo che sarebbe andata cos. C'era solo un piccolo problema. Il percorso alternativo  lungo quasi il doppio. Rallenterebbe i lavori e l'imperatore non ne sarebbe affatto contento.
Capisco, certo, ma forse, e fece un lieve inchino, quasi una riverenza il consigliere sapr esporre la situazione molto meglio di me e potr trovare il modo di persuadere l'Imperator Caesar Augustus a portare avanti la costruzione senza rischiare di compromettere la rete fognaria del centro.
Partenio era compiaciuto dall'abilit adulatoria del curator, ma mantenne un'espressione seria. Non era per niente convinto che Vespasiano avrebbe acconsentito a tutte quelle deviazioni. Forse qualcuna, giusto per evitare le gallerie pi antiche.
Non credo che l'imperatore sar d'accordo rispose alla fine il consigliere. Ma dimmi, quali sono le cloaculae maggiormente a rischio?
Il curator serr le labbra. Non era contento che il suo piano non venisse accettato come lo aveva progettato lui, ma sapeva di non poter negoziare. Dunque forn una risposta piuttosto dettagliata.
Nel settore delle basiliche Giulia ed Emilia, vicino al tempio dei Cstori. Bisogna evitare quei due viali, almeno questo. E anche cos non so se riuscir a garantire il buon funzionamento del sistema.
Ci sono decine di persone pronte a prendere il tuo posto, curator lo avvert Partenio, ma decise di incoraggiarlo. Anche se so che tu sei il pi adatto a questo compito.
Il curator annu e sospir mentre rispondeva: Se si riesce a evitare quelle due strade le fogne funzioneranno. Rimase in silenzio un istante, prima di ripetere la sua promessa. Funzioneranno.
Ne sono certo disse Partenio, e fece un cenno con la mano destra per fargli capire che il colloquio era terminato.
Il curator guard la carta, ma siccome il consigliere non sembrava volerla restituire, si limit a fare un altro inchino e a lasciare la sala.
Qualche settimana dopo l'incontro, il curator osservava il soffitto delle cloache. Serrava le labbra e, quando le crepe attraversavano il suo cielo di pietre, gli tremava il mento per la rabbia. Ma non poteva fare nulla, nient'altro che portare avanti la guerra sporca e impari che doveva combattere nel sottosuolo. Il consigliere con cui aveva parlato era riuscito a far deviare alcuni carichi di pietre, ma era solo una vittoria parziale. Gli architetti imperiali, spinti dal sessantaduenne imperatore che si sentiva vecchio, e voleva veder terminata la sua grande opera al pi presto, non facevano i percorsi che lui aveva indicato, soprattutto di notte, e ordinavano ai carrettieri di seguire il vecchio percorso.
All'esterno, nessuno sentiva il fragore dei crolli e se in superficie si sentiva il cattivo odore, si sarebbe unito presto a quello pestilenziale dei mercati, dell'urina di cani e ubriachi, delle brodaglie prodotte dalle botteghe e perfino del sangue dei mattatoi o dei circhi. L venivano sempre effettuati sacrifici di uomini o animali di ogni tipo, i cui corpi venivano poi squartati: in seguito gli animali erano consumati dai cittadini; gli esseri umani, invece, uomini, donne e bambini uccisi in quanto cristiani, giudei, schiavi ribelli o assassini, venivano dati in pasto alle belve che, a loro volta, avrebbero sfamato i Romani nei loro fastosi banchetti. Il curator aveva lo sguardo fisso sul soffitto fatiscente del suo regno di ombre e provava disgusto: quel diffuso malcostume aveva fatto di Roma la capitale dei vizi e trasformato indirettamente i suoi cittadini in cannibali, quasi senza saperlo o senza volerlo sapere.
Abbass lo sguardo, incollerito. Intorno a lui, una ventina di lavoratori aspettavano i suoi ordini. C'erano anche altri venti schiavi che Partenio gli aveva inviato in supporto, come se con venti uomini in pi si potesse fermare quel disastro. Il curator si rivolse loro come un legatus che incita i suoi legionari prima di un combattimento.
Ci divideremo in tre gruppi. Io diriger i lavori nella Cloaca Massima e nelle sue due reti, mentre un secondo gruppo andr a nord a controllare le cloaculae del Campo Marzio e un terzo, con la maggior parte degli schiavi, andr all'Aventino. Cos controlleremo tutti i fronti. Tu, tu e tutti voialtri continu il curator indicando i pi anziani con me. Nella Cloaca Massima andr combattuta la peggiore delle battaglie disse guardando il soffitto scricchiolante. Guard tutti. Questa sar una lunga guerra e non avremo aiuti dall'esterno continu, e si avvi immergendo i piedi nella fanghiglia della galleria. Una guerra lunga. Ma resisteremo, come abbiamo sempre fatto, anche se lass sembrano tutti aver perso il senno.
Nel sottosuolo di Roma si combatteva una guerra nascosta, maleodorante. Nessuno a palazzo immaginava che un conflitto simile avrebbe avuto conseguenze gravi, e nemmeno Partenio riusc a capirlo. Il rancore del curator, per, pi profondo a ogni crollo, si nutriva della perplessit che gli suscitava constatare quanto fossero inetti quelli che governavano sulla superficie del mondo.

61.

IL TRIUMPHUS DI TITO.

Roma, primavera del 71 d.C.

Il triumphus fu grandioso. Sotto gli occhi dei Romani sfilarono migliaia di libbre d'oro e d'argento, gioielli e gemme di ogni sorta e decine di giganteschi oggetti sacri dei Giudei, come la Menorah, il grande candelabro d'oro massiccio, custodito da tempo immemorabile nel Grande Tempio di Salomone dove i soldati di Tito lo avevano trovato. La parata era spettacolare, quasi abbagliante. Ma non c'erano solo tesori: furono fatte sfilare anche diverse centinaia di Giudei incatenati, catturati negli ultimi giorni dell'assedio di Gerusalemme. Erano carne fresca per le belve o per i futuri gladiatori obbligati a esibirsi in combattimenti all'ultimo sangue per il divertimento dei Romani, i padroni del mondo.
Il popolo era esultante, eccitato da quella vittoria che portava tanti uomini e ricchezze ai piedi del suo cesare e dell'imperatore. E sotto gli occhi di tutti, davanti alle porte d'oro del grande tempio di Giove, l'imperatore Vespasiano e il suo giovane e vittorioso figlio, di cui si vociferava una possibile insurrezione contro il padre, si strinsero in un forte abbraccio, dopo che l'imperatore ebbe impedito al figlio di inginocchiarsi al suo cospetto.
Il tuo ritorno, queste ricchezze, i prigionieri e la tua grandiosa vittoria, figlio mio, sono prove sufficienti della tua lealt gli disse Vespasiano. Tito non si inginocchier mai all'imperatore di Roma.
E da l si diressero al Foro, dove assistettero all'esecuzione per strangolamento del capo dei sicarii, Simone, che con gli occhi fuori dalle orbite non riusciva a credere di essere stato abbandonato dal suo dio.
La maledizione di Dio scender su di voi, su tutta la vostra stirpe! furono le ultime parole che Simone rivolse al cesare Tito, che si godeva lo spettacolo in prima fila.
Alle spalle di Tito e del padre, il cesare Domiziano osservava la scena con la freddezza generata dall'invidia, ma non esit ad applaudire e acclamare l'imperatore e Tito. Tuttavia, continuava a pensare alla maledizione del giudeo: sarebbe riuscita a colpire l'onnipotente padre e il fratello cos disgustosamente vittorioso? Dopo poco, per, Domiziano si dimentic dello sventurato Simone. I pretoriani, nel frattempo, trascinavano nei sotterranei del carcere Giscala, condannato a marcire nelle viscere pi umide, anguste e maleodoranti della citt. Come aveva proclamato Vespasiano in persona davanti alla folla, con voce potente: Uno strangolato e l'altro rinchiuso nei sotterranei di Roma fino all'ultimo dei suoi giorni. Cos tutti sapranno che ostacolare il potere di Roma significa andare incontro a morte certa.
Tra il pubblico del Foro c'era il curator delle cloache, il quale cap che l'imperatore non era mai sceso nelle fogne, altrimenti avrebbe usato aggettivi pi misurati per descrivere le maleodoranti, umide e anguste carceri sotterranee di Roma.
Dopo le esecuzioni e i sacrifici agli dei, l'imperatore pos la mano sulla spalla di Tito. Vieni a palazzo, figliolo. Voglio mostrarti una cosa.
Vespasiano guard anche il suo secondogenito e questi comprese che l'invito, o meglio, l'ordine di seguirlo era rivolto anche a lui. Domiziano immaginava il proposito del padre e non aveva la minima voglia di seguirli, ma sapeva di dover obbedire. Almeno per il momento. E poi, il trionfale arrivo di Tito aveva danneggiato la sua posizione a palazzo: il potere del padre e l'ammirazione suscitata dal fratello crescevano al punto da metterlo in ombra e fare di lui una figura piccola e insignificante. Non importava. Domiziano sorrideva, senza farsi scorgere dai pretoriani della scorta. Viveva all'ombra di due giganti, ma passando inosservato poteva muoversi meglio: poteva fare qualsiasi cosa senza attirare su di s l'attenzione di nessuno, se non quando ormai sarebbe stato troppo tardi. Dovette sforzarsi di dissimulare il ghigno di sfida che gli si era dipinto sul volto. Sapeva che il padre lo teneva sempre sotto controllo.
Come Domiziano immaginava, Vespasiano li port nella sala della Domus Aurea dove erano conservati i modelli in miniatura realizzati dagli architetti imperiali. Erano coperti da alcuni teli. Di certo il padre voleva stupire Tito. Ci sarebbe riuscito: in fondo, il suo eroico fratello non era che un ingenuo.
Ecco qui, figliolo annunci l'imperatore a Tito. Tuo fratello lo ha gi visto, ma adesso voglio la tua opinione.
Si volt verso Rabirio, l'architetto, che tolse subito i teli bianchi dalle riproduzioni. Sotto lo sguardo dell'esterrefatto Tito comparve maestosa la ricostruzione di un grande anfiteatro. Era enorme, molto pi grande di tutti gli edifici di Roma, riprodotti con una certa verosimiglianza dai falegnami che avevano realizzato il modello in scala della citt.
Che ne pensi, figlio mio? domand Vespasiano, impaziente davanti al suo silenzio. Questi guard il padre e si inchin.
 l'opera di un dio.
Di un dio? Vespasiano era pensieroso. Magari lo diventer, figliolo. Ma per il momento  soltanto l'opera degli architetti imperiali e soprattutto di una nuova dinastia. E rimise il braccio destro sulla spalla di Tito. L'opera di una nuova dinastia ripet, e torn a guardare la riproduzione camminando intorno al tavolo su cui era collocata. Fino a poco tempo fa era soltanto un sogno, ragazzo mio, solo un sogno. Si volt di nuovo verso il figlio maggiore. Riesci a immaginare la quantit di denaro necessaria a costruire un edificio del genere? Soprattutto dopo il disastro economico della guerra civile e gli sperperi di Nerone, Otone e Vitellio. No, non credo che tu possa saperlo. D'altronde anch'io lo ignoravo, fino a quando non ho fatto i calcoli insieme a Partenio e altri consiglieri. Era un sogno, ma ora non lo  pi. Hai conquistato Gerusalemme e un immenso tesoro. Adesso abbiamo oro in abbondanza per erigerlo, l'anfiteatro Flavio: sar il nostro regalo a Roma e al mondo intero. Riprese a camminare intorno al modello. I lavori sono gi iniziati, portano i primi blocchi di marmo, costruiscono le fondamenta. Procedono senza sosta e l'anfiteatro sorger proprio l, figlio mio, nel centro di Roma, nello spazio che Nerone strapp al popolo per farne i suoi giardini privati. Restituiremo ai Romani quella parte di citt adorna della pi grande delle opere pubbliche mai realizzate da un imperatore. Figliolo, questo, insieme alla salvaguardia dei confini dell'Impero, e guard di nuovo Tito ci render simili agli dei agli occhi di Roma: sar il pi grande anfiteatro del mondo. Ci adoreranno, figlio mio, ci adoreranno.
Tito sembrava contagiato dall'euforia di Vespasiano e anche lui si avvicin per studiare con pi attenzione l'enorme modello: decine di archi disposti su tre circonferenze perfette e sovrapposte. L'ordine inferiore era decorato con semicolonne tuscaniche, il secondo con semicolonne ioniche, e il terzo aveva semicolonne corinzie con splendide foglie d'acanto sui capitelli. Suddivise tra gli spazi vuoti degli archi figuravano decine di statue, e all'interno immensi gradoni che potevano accogliere trenta o addirittura quarantamila persone1.
Mentre Tito si deliziava ad ammirare il progetto, Vespasiano si avvicin al suo secondogenito.
Domiziano, ho bisogno di parlare da solo con tuo fratello. Ci rivedremo pi tardi a cena disse, ritenendosi soddisfatto del lieve inchino con cui Domiziano si conged.
Il ragazzo si volt per un attimo prima di lasciare soli il padre e il fratello e vide l'imperatore posare ancora una volta la mano sulla spalla di Tito. Domiziano non lasci trapelare la sua gelosia, rimase sereno, distolse lo sguardo e usc dalla sala, avvolto dal silenzio dei suoi pensieri.
Nella sala, invece, Vespasiano inizi a parlare: C' dell'altro, Tito.
Lanci un'occhiata agli architetti e ai pretoriani. Tutti compresero e abbandonarono rapidi la stanza. L'imperatore rimase con il conquistatore di Gerusalemme. Tito fiss il padre.
Sai bene che molti hanno messo in dubbio la tua lealt inizi l'imperatore. Tito fece cenno di voler parlare per smentire le dicerie, ma il padre sollev un braccio e il cesare rest in silenzio. Vespasiano appoggi le mani sul grande tavolo e continu a parlare, mentre ammirava ancora il grande anfiteatro, il suo sogno. Tutti quanti avevano dubbi, tranne me e... Antonia Caenis. Antonia ha sempre avuto fiducia in te, te lo dico perch tu possa riservarle la tua benevolenza. So che tuo fratello non approva la nostra relazione e pieg la testa di lato, con aria distratta, anche se ultimamente  un po' meno ostile nei suoi confronti. Tacque per qualche istante, raddrizz il capo e riprese il discorso: Mi piacerebbe che tu avessi un rapporto migliore con lei. A ogni modo, figlio mio, per me  fondamentale che tu sappia che io non ho mai dubitato di te e ti dimostrer quanta fiducia ripongo nei tuoi confronti. Sollev lo sguardo. Ti nominer prefetto del pretorio.
Tito rimase sbigottito e poi fece per parlare, ma ancora una volta il padre lo zitt con la mano destra.
Non accetter un rifiuto. Ascoltami bene: il comando del pretorio  sempre stato un posto ambito, da quando il divino Augusto cre la guardia pretoriana. Purtroppo, per,  stata una carica usata troppe volte per ordire congiure contro l'imperatore. Il capo del pretorio ha pi di cinquemila uomini ai suoi ordini, i migliori di tutta la citt, e il loro compito  quello di proteggere l'augusto. Ma quanti capi del pretorio sono arrivati a desiderare il potere dell'imperatore o a vendere i loro servigi ad ambiziosi senatori? Non ho nessuno a cui affidare questo compito, se non a te. Sei stato a capo delle legioni d'Oriente, hai sconfitto i Giudei, conquistato Gerusalemme, controllato l'Egitto, la Siria, eppure sei ancora qui, attento ai miei ordini e ai miei piani. Solo tu puoi ricoprire quell'incarico. Se tuo zio Sabino fosse scampato ai maledetti uomini di Vitellio lo avrei assegnato a lui, ma ormai lui non c' pi. Devi farlo tu. Tu e nessun altro. Non ho intenzione di nominare due prefetti del pretorio, che poi entrerebbero in competizione tra loro. Con te al comando delle guardie so di essere al sicuro, tutti lo saremo, e potr portare avanti i miei progetti: la costruzione dell'anfiteatro, il risanamento delle casse dello stato, il rafforzamento dei confini, la ricostruzione dell'Impero, un Impero che erediterai presto. No, non guardarmi cos. Sono vecchio, ormai. Godo ancora di ottima salute,  vero, ma non sono pi forte come un tempo. Oggi, per esempio: il triumphus, i sacrifici, le esecuzioni, questa conversazione...  stato un giorno ricco di eventi, e io avverto una certa stanchezza. Non sono pi quello di una volta. Ma con il tuo aiuto so di poter fare grandi cose, e soprattutto dare vita a una potente dinastia. Cosa mi rispondi, dunque? Cosa replica il grande conquistatore di Gerusalemme alle parole dell'imperatore?
Tito deglut. Era piuttosto turbato. Cerc le parole giuste.  ovvio, augusto padre, che se questi sono i tuoi desideri sar onorato di accettare il ruolo di prefetto del pretorio, e da quella posizione protegger l'imperatore e tutta la famiglia, ma c' una cosa che mi preoccupa.
Parla, un cesare deve sempre dire quello che pensa.
Domiziano. Non aggiunse altro.
L'imperatore lo fiss e annu. Domiziano  solo un ragazzo di diciannove anni.  sangue del nostro sangue e ricoprir cariche importanti nell'Impero.  mio figlio, e un cesare, ma  troppo presto per affidargli un incarico da uomo.
Tito comprese dal tono solenne del padre che aveva fatto le sue valutazioni in proposito e che niente avrebbe potuto fargli cambiare idea. Forse l'imperatore aveva ragione. Domiziano era troppo giovane. Anche per ordire una congiura. Tito annu di nuovo. Quelli che lo impensierivano erano pericoli immaginari, ombre inesistenti.
1. Il quarto e ultimo ordine di archi fu aggiunto in seguito da Domiziano, come si vedr nel corso del romanzo, cos come i sotterranei per le belve e i gladiatori. Queste modifiche ampliarono significativamente lo spazio per il pubblico.

62.

UNA DOMANDA DI DOMIZIA.

Roma, inizi dell'autunno del 72 d.C.

Le notti con il giovane cesare erano sempre pi violente. Domizia aveva detestato Lucio, il suo primo marito, per essere stato tanto vile e abietto da abbandonarla per ottenere l'incarico di governatore. Al contrario aveva ammirato il coraggio del giovane cesare per aver affrontato l'imperatore prendendola in moglie sebbene fosse la figlia di un legatus augusti tacciato di tradimento. Era un'accusa falsa, ma, essendo mossa da un imperatore, aveva significato un'inesorabile condanna a morte. Adesso, per, dopo estenuanti ore di rapporti sessuali forzati con il giovane cesare, la bella Domizia, sdraiata su un fianco e dando le spalle al suo nuovo marito, provava nostalgia per la dolcezza di Lucio Elio.
Forse era stato un codardo per averla lasciata, ma almeno a letto era sempre tenero e rispettoso.
Quelli ormai erano solo ricordi lontani e lei trascorreva le notti in qualsiasi posizione impostale dall'attuale marito per soddisfare la sua lascivia. E, cosa ancora pi ripugnante, nell'ultimo periodo Domiziano aveva iniziato a voler sperimentare con lei nuove forme di piacere, pratiche turpi cui soltanto le prostitute o le schiave potevano prestarsi con naturalezza. Si era rifiutata in varie occasioni, ma quella notte lui l'aveva afferrata per i capelli, le aveva tappato il naso, costringendola dunque ad aprire la bocca per respirare, mentre lui ne approfittava per violarla. Alla fine aveva dovuto cedere, assecondando il desiderio del marito, ma entrambi ne furono insoddisfatti: lei per l'umiliazione subita con la forza, e lui perch la moglie non gli aveva dimostrato la passione che si aspettava. Il giovane cesare le rivolse parole colme di disprezzo.
Per te ho affrontato mio padre, l'imperatore di Roma, e tu non sei nemmeno capace di appagarmi.
Si sdrai per dormire, dandole le spalle. Lei, tormentata, si pul la bocca con un lenzuolo e si accovacci a terra cercando di soffocare i singhiozzi tra le mani. Avrebbe voluto lavarsi, ma per farlo avrebbe dovuto chiamare le schiave, rischiando di svegliare Domiziano e lui, come accadeva quando si destava nel cuore della notte, forse avrebbe voluto possederla di nuovo contro la sua volont. Perci si limit a starsene rannicchiata sul pavimento, rinfrancata dalla sensazione di fresco che le risaliva dalle gambe. Alla quarta vigilia, poco prima dell'alba, finalmente le lacrime si asciugarono. Aveva gambe e braccia indolenzite per la scomoda posizione in cui si era appisolata, ma si sentiva pi sicura di s. Pens di dover essere pi docile con il marito e soddisfarne tutti i desideri carnali. Ci le avrebbe reso la vita molto pi facile. Era incinta, e questo avrebbe potuto cambiare ogni cosa tra di loro. S, doveva fare cos. Desiderava soltanto che il suo bambino crescesse in un ambiente sereno e tranquillo. Lei aveva goduto di un'infanzia felice e voleva garantirla anche alla creatura che portava in grembo. Sent il fruscio delle lenzuola. Domiziano si era svegliato e si era messo a sedere sul letto.
Hai passato tutta la notte l? le domand il giovane cesare.
Lei annu, ma non volendo innervosire il marito fin dalle prime ore del mattino, aggiunse parole rassicuranti. Ho riflettuto, mio signore. Domiziano inarc le sopracciglia con incredulit e non disse nulla. Domizia parl come un soldato che porge la mano al nemico in segno di pace. A partire da adesso far tutto ci che desideri.
Domiziano la guard con sdegno.
Mi hai deluso gi tante volte, Domizia. Sei bella, ma come amante non vali niente. Forse non dovremmo pi condividere il letto. Tu saresti pi tranquilla e io trover maggiori soddisfazioni altrove.
Si alz con impeto, come se stesse per andare a caccia. Domizia non poteva credere alle sue orecchie. Stava per confessargli di essere incinta, ma dopo quella crudele sentenza non riusc ad aprir bocca. Vide Domiziano infilarsi una tunica, senza nient'altro sotto. Era cos che di solito si recava a fare il bagno mattutino; ma con sorpresa di Domizia, suo marito non aveva ancora finito di parlare.
Non avrei mai dovuto allontanarti dal tuo primo marito.
Domiziano pronunci quelle parole distrattamente, mentre si sistemava la tunica, come se stesse pensando ad alta voce. A quell'inaspettata rivelazione, che fece sprofondare Domizia nella confusione e nel dubbio, la donna si alz e interpell il marito con voce garbata ma ferma.
Che cos'hai detto?
Domiziano si accorse di essersi tradito, ma non ne poteva pi di quella relazione. Adesso era indeciso se tacere o rivelare tutto.
Che cos'hai detto? ripet Domizia, in piedi, determinata, fissandolo negli occhi. Domiziano era irritato da quello sguardo e opt per la soluzione pi facile, e pi vile: usc dalla stanza senza risponderle lasciando la moglie da sola, tormentata da mille domande. Sapeva per certo che il marito non avrebbe mai pi affrontato l'argomento. A lei restavano solo due possibilit: dimenticare quelle parole, fingendo che non fossero mai state pronunciate, oppure chiederne ragione dove sapeva di poter trovare tutte le risposte, cio a palazzo, e andare fino in fondo a quella storia. Scoprire la verit celata dietro quella frase enigmatica: Non avrei mai dovuto allontanarti dal tuo primo marito.
Domizia, dopo essersi vestita e pettinata con l'aiuto delle ornatrices, si diresse nella stanza in cui Partenio riceveva i funzionari imperiali. Quando la videro, i pretoriani si fecero da parte: era la moglie del figlio minore dell'imperatore e aveva il diritto di muoversi nella Domus Aurea a suo piacimento. E poi, il consigliere imperiale era da solo.
Domizia entr nel piccolo tablinum di Partenio e si pose davanti al consigliere senza aprire bocca, in attesa che questi sollevasse lo sguardo dai papiri che aveva sul tavolo. L'uomo, appena si rese conto della visita di una delle donne della casa imperiale, si alz e fece un inchino. Domizia non era l per essere riverita. Aveva ben altre urgenze.
Mio padre si suicid per ordine di un imperatore. Sono abbastanza forte per affrontare la peggiore delle verit. Quasi tutta la mia vita  stata segnata dalla sofferenza. Partenio la ascoltava attento, anche se colto alla sprovvista dalle parole della giovane patrizia. S, dalla sofferenza. Se la sorte mi ha riservato altro dolore lo accetter. Quello che non sopporto  vivere nell'inganno. Rimase in silenzio per un istante. Aveva bisogno di un momento per formulare la domanda. Mio marito... Il cesare Domiziano, ha avuto un qualche ruolo nella nomina a governatore del mio precedente marito e nel nostro conseguente divorzio?
Partenio era fedele alla casa imperiale, ma quella domanda giungeva da una ragazza che, per matrimonio, era entrata a far parte della stessa famiglia dell'imperatore. Non aveva istruzioni precise su ci che doveva tacere. Per lui non faceva alcuna differenza rivelare o meno l'accaduto ma si chiese se quella fanciulla fosse davvero pronta a conoscere la verit in tutta la sua ferocia. Sarebbe stata in grado di accettare l'enorme menzogna in cui Domiziano aveva trasformato la sua vita?
Voglio una risposta, consigliere, ne ho bisogno insistette Domizia. Domiziano ha interferito con la nomina di Lucio Elio?
Partenio apprezz la fierezza di quella giovane, degna figlia di un grande senatore e legatus augusti di Roma. Peccato che non fosse un uomo: in quanto donna non poteva rendere un utile servizio all'Impero.
 cos rispose Partenio, laconico ma preciso, e vide la sua interlocutrice cercare un posto per sedersi, un vecchio solium appoggiato al muro. Domizia chin per un attimo il capo, poi sollev lo sguardo e lo punt, austera, sul consigliere imperiale.
E il mio attuale marito  coinvolto anche nella morte di Elio?
Partenio, rimasto in piedi da quando Domizia era entrata, si sedette di fronte a lei. Scost diversi rotoli affinch non ci fosse nulla tra lui e la giovane. Poi la fiss con seriet e annu, solo una volta, ma riusc a trasmettere tutta la brutalit del messaggio. Fu sorpreso di vedere che Domizia non si lasci sfuggire nemmeno una lacrima o un gemito. Partenio aveva sempre criticato l'incapacit delle donne di controllare le emozioni, ma Domizia era riuscita a stupirlo. Era una guerriera nata. Che spreco per Roma!
Grazie per la sincerit, consigliere gli disse la donna, rimanendo ancora seduta.  importante sapere la verit. Almeno per me.
Guard ancora Partenio, il quale, non sapendo cosa Domizia si aspettasse da lui, annu di nuovo. Temeva ancora una reazione incontrollata, ma non ci fu: la fanciulla si alz e proffer, in tono pacato, parole intense, chiare, suggerite da un odio puro e incondizionato.
Domiziano pagher per questo.
Partenio la vide voltarsi e uscire, senza versare una lacrima. Il consigliere dell'imperatore rimase immobile per qualche istante. La vendetta di una donna era sempre complessa e inaspettata e di certo Domiziano non avrebbe potuto prevederla, ma Partenio non pot evitare di provare compassione per Domizia: la ragazza non sapeva chi aveva di fronte. Avrebbe anche potuto ferire Domiziano con qualche stratagemma, ma lui avrebbe contrattaccato con maggiore vilt e perfidia. I legionari di stanza ai confini settentrionali dell'Impero desideravano sempre che a Roma regnasse la pace. Partenio si chiese se non fosse meglio vivere alla frontiera, in perenne lotta contro i barbari, anzich tra le mura del palazzo. L, almeno, si sapeva che i nemici sarebbero sempre sopraggiunti dall'altra parte del fiume.

63.

PICCOLI GLADIATORI.

Roma, fine dell'autunno del 72 d.C. Scuola dei gladiatori

Vespasiano era in compagnia di Traiano padre, Partenio e una ventina di pretoriani. Si era recato alla scuola dei gladiatori di Caio, un ufficiale veterano non pi in servizio ormai da anni. L'arena ovale che fungeva da palestra per i gladiatori era circondata da gradoni. L'imperatore sapeva che la costruzione di un immenso anfiteatro come quello che stava progettando, oltre a richiamare i migliori lottatori del mondo, avrebbe implicato la ristrutturazione e l'ampliamento anche delle palestre. Caio era nell'arena con diverse coppie di gladiatori e tutti si esibivano in estrosi combattimenti per attirare l'attenzione di Vespasiano. Dalla parte opposta, all'ombra dei gradoni, due bambini di dieci o undici anni osservavano gli scontri con interesse. Vespasiano era convinto che fossero schiavi addetti alle pulizie.
Traiano era felice di essere entrato nella cerchia degli uomini pi fidati della dinastia Flavia, anche se sospettava che Vespasiano volesse affidargli un nuovo incarico, di sicuro un'impresa scomoda o complessa. A ogni modo, il legatus poteva soltanto essere grato all'imperatore: dopo la vittoria a Gerusalemme era stato nominato console, un privilegio al quale pochi potevano aspirare, senza contare che il numero di senatori consolari sopravvissuti al terribile anno di guerra civile era ormai piuttosto esiguo. Di conseguenza, i Traiani avevano accresciuto in maniera significativa il loro potere e ci aveva comportato la nomina a senatori di diversi ispanici, e incentivato la loro lealt nei confronti di Vespasiano.
Traiano, ti ho fatto convocare inizi l'imperatore guardando i gladiatori perch ho un problema e ho bisogno del tuo aiuto.
L'imperatore sa che sono sempre ai suoi ordini rispose Traiano senza la minima esitazione.
Vespasiano annu, senza staccare gli occhi dall'arena. Quegli uomini lottavano bene. Caio era un ottimo lanista; anche questo gli interessava, ma adesso doveva parlare con Traiano. Si volt verso di lui.
La Partia riprese l'imperatore mi preoccupa. Le ultime notizie provenienti dalla Siria dicono che Herodion, Macheronte e Masada sono cadute e che non ci sono pi focolai di resistenza giudaica in Oriente.  un ottimo passo avanti, ma restano i Parti. Traiano annu. Vespasiano torn a guardare i gladiatori e continu: La trib sarmatica degli Alani ha attaccato l'Armenia e la Media. Tiridate, il re dell'Armenia, ci ha chiesto aiuto e noi glielo daremo. Si rivolse di nuovo a Traiano. Ma ci che pi mi preoccupa  che Vologase, il re della Partia, possa approfittare di tutta questa confusione e impadronirsi dell'Armenia allo scopo di attaccarci direttamente. Mi serve una persona forte, abile e capace, qualcuno che conosca la zona e possa controllare la situazione e tenermi informato. In passato hai combattuto con Corbulone e poi con mio figlio Tito. Conosci bene il territorio, le alleanze e, soprattutto, il modo di combattere dei Parti. Ho bisogno che ti rechi l al pi presto come governatore della Siria e legatus augusti. Voglio essere ragguagliato su tutto quello che succede. Non voglio problemi in Oriente, mi capisci, vero? Dobbiamo ancora portare la pace sul Reno e sul Danubio e non possiamo permetterci di combattere su altri fronti.
Traiano annu. Mi recher dove l'imperatore desidera e porter a termine la missione, augusto rispose con decisione. Vespasiano gli sorrise e torn a guardare i gladiatori, alcuni dei quali avevano ultimato il combattimento.
Era esattamente ci che mi aspettavo da te aggiunse l'imperatore. A proposito, sto pensando di estendere la cittadinanza romana a varie citt ispaniche, tu che ne pensi?
Traiano deglut. Era il desiderio pi grande dell'aristocrazia e di molti altri ispanici. Parecchie zone della Tarraconense e della Betica godevano gi dello status di ius Latii, ovvero della cittadinanza latina, ma acquisire quella romana sarebbe stato un enorme privilegio. Traiano non riusc a nascondere una certa emozione.
Senza dubbio, ci renderebbe l'imperatore ancora pi popolare in tutta la Hispania.
Lo credo anch'io aggiunse Vespasiano. Traiano comprese che la conversazione era terminata, si conged dall'imperatore e stava per andarsene quando si ferm. Vespasiano cap che Traiano voleva domandargli qualcosa e lo guard. S, Traiano? Se vuoi chiedere qualcosa, dimmi pure.
Traiano annu. Ho un figlio, augusto; ha gi vent'anni. Credo che per lui sarebbe una buona cosa poter venire con me in qualit di... non os terminare la frase.
In qualit di tribunus laticlavius concluse l'imperatore. Ma  ovvio che tuo figlio ti accompagni. L'Impero ha bisogno di qualcuno che sia in grado di prendere il tuo posto quando il grande Traiano si ritirer. Tuo figlio pu venire in Siria con te. Traiano si conged di nuovo ma si volt quando la voce di Vespasiano risuon decisa alle sue spalle: Ricorda soltanto che non voglio brutte notizie dall'Oriente.
Traiano scolp quelle parole nella sua mente.
Vespasiano rimase a guardare il nuovo governatore della Siria allontanarsi verso la sua missione. Era sicuro che l'Oriente sarebbe stato in buone mani con quell'ispanico. Adesso aveva altre importanti questioni a cui pensare. Guard il lanista e l'uomo, ipso facto, sollev le braccia, facendo fermare tutti i suoi allievi mentre lui si avvicinava ai gradoni. Vespasiano scese nell'arena.
I tuoi gladiatori sembrano ben preparati. Mi hanno colpito soprattutto quei due.
Indic due muscolosi lottatori che si stavano rinfrescando.
Prisco e Vero precis il lanista. S, l'imperatore ha riconosciuto i migliori. Mi occuper personalmente del loro allenamento e lotteranno entrambi il giorno dell'inaugurazione, augusto.
D'accordo disse l'imperatore. Di tutte le scuole che ho visitato in questi giorni, la tua  senza dubbio quella in cui ho visto maggiore disciplina e abilit e questo mi suggerisce che potresti essere proprio tu il futuro lanista del Ludus Magnus, la scuola gladiatoria che penso di costruire per il nuovo anfiteatro Flavio. Come di certo saprai sto progettando il pi grande anfiteatro del mondo.
Ne parlano tutti, augusto. Io sono soltanto un umile servitore e la fiducia dell'imperatore mi coglie alla sprovvista.
Per caso credi di non meritarla? Sai che ti devo molto.
Caio si inorgogl. Vespasiano si riferiva a quando aveva protetto il suo figlio minore dai vitelliani che volevano ucciderlo. Il lanista fiss per un momento l'imperatore, e nel suo sguardo colse una profonda riconoscenza, che lo incoraggi. Abbass il capo e rispose: Sono sicuro di poter guidare al meglio la nuova scuola di gladiatori, augusto. Ed enfatizz il termine augusto per differenziare l'imperatore dai suoi figli.
Ottimo. I tuoi uomini sono gi buoni combattenti e spero che lo saranno ancora di pi quando l'anfiteatro e la nuova scuola saranno pronti,  chiaro?
S, imperatore. Il silenzio che segu fece sentire il lanista in dovere di parlare. Sono bravi perch li alleno fin da giovani, alcuni addirittura da bambini. Solo cos possono diventare i migliori nell'arena.
Anche quei bambini si allenano? domand Vespasiano, che camminava sempre seguito da Partenio e dalle guardie.
Ma certo, cesare disse il lanista, e fece un cenno ai ragazzini, che corsero al cospetto dell'imperatore. Sono Marzio e Attilio. Orfani delle strade. Sono piccoli, ma hanno gi ucciso pi di un uomo.
L'imperatore, incredulo, guard prima Caio, poi i due bambini. Caio raccont di quando li aveva salvati dalla furia dei legionari vitelliani. Vespasiano annu.
Voglio vederli all'opera chiese l'imperatore.
Il lanista si volt verso un sannita e un mirmillo e ordin loro di consegnare le spade ai bambini. Con gran sorpresa dell'imperatore, i ragazzini presero rapidi le armi e le brandirono con incredibile destrezza. Dopo un attimo si stavano gi scambiando colpi veloci e ben assestati. Andarono avanti per un po', finch iniziarono a sudare per il caldo e lo sforzo. Eppure non diminuirono mai il ritmo del combattimento.
Basta cos li ferm l'imperatore. Chiss che questi bambini non finiscano per lottare nell'arena del nuovo anfiteatro.
Lo spero, cesare.
Vespasiano vide i ragazzini restituire le armi ai gladiatori e ritornare nel loro angolo. Li segu con lo sguardo mentre riprendeva il discorso.
Prima ti ho detto che i tuoi sono i migliori lottatori che ho visto, ma lo scarto con altri gladiatori  poco, lanista. Ci sono molti uomini che potrebbero ambire al ruolo che ti ho proposto e si volt per guardare di nuovo Caio negli occhi. Ma tu hai protetto mio figlio dai vitelliani e io sono molto grato a coloro che mi aiutano. Anche la guida della nuova scuola  una questione della massima importanza. Non deludermi, Caio.
Non lo far, cesare.
Bene.
L'imperatore, accompagnato dal consigliere e circondato dai pretoriani, s'incammin verso il suo palazzo.
Nella Domus Aurea
Domizia Longina si inginocchi al cospetto dell'imperatore, ma Vespasiano, soddisfatto per le faccende risolte quella mattina, le poggi le mani sulle spalle e la fece alzare.
Come sta il piccolo? domand. Domizia and verso la culla, prese in braccio il neonato e lo diede all'imperatore. Vespasiano, piuttosto goffo ma amorevole, stringeva il bambino con cura.
Sorride gi disse.
 evidente che l'imperatore di Roma gli piace comment Domizia, in tono disteso.
Vespasiano era un nonno felice, la trattava bene e lei si sentiva un po' meglio da quando era nato suo figlio. La vita con Domiziano era sempre difficile, ma da quando aveva saputo che sarebbe diventato padre, e poi con la nascita del bambino, il secondogenito dell'imperatore trascorreva molte pi notti fuori dal palazzo. E questo tranquillizzava Domizia. Sicch, per un po' di tempo, accanton il suo proposito di vendetta. Forse poteva ancora avere una vita felice. Ignorava, tuttavia, se quello sarebbe stato davvero l'inizio di nuova esistenza, finalmente serena, oppure se gli dei le stavano solo concedendo qualche mese di tregua.
Nella scuola gladiatoria
Marzio e Attilio ritiravano le armi e le mettevano a posto. Pulivano per bene gli scudi, lucidavano le spade, spazzavano e rastrellavano l'arena. Era stato un giorno particolare e loro erano felicissimi: non solo il lanista aveva permesso loro di assistere all'allenamento, ma avevano anche combattuto davanti all'imperatore. Quella sera, i due si intrufolarono nella cucina. Era rischioso, perch se Caio se ne fosse accorto li avrebbe sicuramente rinchiusi per giorni in una delle piccole celle della scuola, e li avrebbe tenuti l a pane e acqua. Marzio e Attilio erano silenziosi e agili come felini: agguantarono il loro bottino - una piccola anfora di vino - e, nel buio del loro modesto cubiculum, bevvero per festeggiare quel giorno cos speciale.
La mattina dopo, intontiti per la sbornia, lavorarono con una certa fiacchezza ma nessuno se ne accorse. La piccola mascalzonata li un ancora di pi. Aveva ricordato loro gli anni in cui sopravvivevano per la strada con quello che rubavano ogni giorno. Avevano deciso di ripetere quei furtarelli di tanto in tanto.
Non li scoprirono mai.
Manca ancora vino rifer l'atriense al lanista.
Era passato qualche mese dalla visita dell'imperatore e Caio aveva dei sospetti. Quando l'atriense lo informava della scomparsa di un'anfora, il lanista notava che sia Marzio sia Attilio erano meno solerti, pi assonnati, ma portavano sempre a termine le loro mansioni. Erano furti occasionali, ben architettati, e nessuno li aveva mai colti in flagrante.
Non importa replic il lanista.
L'atriense, inchinandosi davanti al suo padrone, lo lasci da solo. Nella penombra della sua stanza Caio sorrise. Marzio e Attilio avevano ancora l'abitudine di rubare, come avevano sempre fatto, ma finch non li avesse presi con le mani nel sacco non sarebbe intervenuto. Non allenava bambini paurosi o codardi, ma ragazzi audaci. Sarebbero arrivati lontano nel mondo dei combattimenti. Solo una cosa lo preoccupava, e gli fece svanire il sorriso dal volto: erano troppo amici. Troppo.
Nella Domus Aurea
Domiziano incroci suo padre in un grande atrio del palazzo. Non fu un incontro casuale. Voleva parlare con lui da settimane, ma l'imperatore non sembrava avere tempo per suo figlio. Vespasiano si ferm.
Mio figlio mi guarda intensamente gli disse.
 vero... e stava per dire padre, ma poi cambi idea.  vero, Imperator Caesar Augustus, sono giorni che desidero conferire con l'imperatore, ma lui  sempre troppo occupato per darmi retta.
Vespasiano parl senza mezzi termini. Allora approfittane adesso, cosa desideri?
Domiziano rimase in silenzio per un istante. Aveva pensato a quel discorso decine di volte e, ora che aveva l'opportunit di pronunciarlo, non sembrava cos facile. Ma prese coraggio. Ci che  giusto  giusto. Decise di andare anche lui al sodo.
Mio fratello Tito  il prefetto del pretorio e gli affidi decine di missioni. Invece io, cesare come lui, non ricevo alcun compito politico o militare da parte dell'imperatore. Credo...
Cosa credi, ragazzo?
Domiziano si risent per l'appellativo con cui il padre lo aveva appena apostrofato. La mente di Vespasiano si affollava di pensieri mentre osservava la fronte aggrottata del figlio minore. Ritorn alla morte di suo fratello Sabino e alla sorprendente sopravvivenza del suo secondogenito. Ricordava anche tutte le informazioni ricevute dai senatori e dai legati che avevano conosciuto Domiziano: gli sconsigliavano, all'unanimit, di conferirgli cariche militari perch non riponevano la minima fiducia in lui. Le parole del figlio si infiltrarono in quella intricata rete di pensieri.
Credo che sia ingiusto non investirmi di cariche politiche o militari.
Vespasiano rispose senza esitazioni, e in tono freddo: Sei un cesare, e per ora  meglio che continui a essere solo quello. Ci sono momenti in cui la cosa migliore che un cesare possa fare  non agire. E io credo sia giusto cos.
L'imperatore s'incammin scortato dalle sue guardie. Domiziano rest fermo a guardare i pretoriani della scorta, con la fronte ancora pi corrucciata, a riflettere sul peso e sul significato delle parole del padre.

64.

L'INVASIONE DEI PARTI.

Antiochia, Siria Primavera del 74 d.C.

Il venticinquenne Manio Acilio Glabrione percorreva deciso i corridoi del palazzo del governatore della Siria, ma sembrava cupo. Raggiunse la grande sala che Traiano padre usava come praetorium e che si affacciava sull'immenso e turbolento confine orientale dell'Impero.
Non appena il governatore lo vide entrare, cap che qualcosa non andava. Era da un anno e mezzo che non si verificavano scontri con i Parti, ma tutto lasciava sospettare che quell'idillio non sarebbe durato in eterno. Vespasiano era dotato di un grande intuito militare e se li aveva inviati in quella regione era perch prevedeva qualche problema. L'imperatore aveva concesso a Traiano di portare in Siria il figlio e anche di scegliere il suo secondo al comando. Non ebbe dubbi: chiese l'aiuto di Manio. Manio Acilio Glabrione era un giovane discendente del grande vincitore della battaglia delle Termopili, nel lontanissimo 563 ab Urbe condita1. A partire da allora, l'epoca dei grandi Scipioni, la famiglia di Acilio Glabrione era rimasta al centro del potere dello stato. Il giovane Manio si era dimostrato un abile guerriero e un valido uomo politico, soprattutto durante la guerra civile, sicch l'imperatore non si era opposto alla sua nomina. Traiano avrebbe voluto con s anche il tribuno Suburano, ma questi era gi stato inviato nella remota Britannia e, d'altro canto, avendo gi ottenuto Acilio, non gli era parso il caso di pretendere troppo. Lo aveva scelto perch riteneva che suo figlio fosse ancora troppo inesperto per le missioni pi delicate, come quella che aveva affidato a Manio: esplorare la frontiera con l'Armenia per verificare alcune confuse informazioni che alludevano a un possibile raggruppamento di truppe nemiche sul confine. Se i Parti avessero schierato tutto l'esercito, le legioni romane non avrebbero avuto la minima speranza di sconfiggerli. L'unica strategia vincente sarebbe stata giocare d'anticipo e attaccarli prima che le loro milizie fossero al completo. La Partia avrebbe impiegato mesi a riunire le sue truppe, provenienti dalle pi remote regioni dell'Asia Centrale, dalle valli dell'Indo, del Tigri e dell'Eufrate o dalle coste del Golfo Persico, perci bisognava stare sempre in allerta.
Manio, inoltre, poteva essere anche un buon punto di riferimento per il figlio. Il giovane Traiano, da parte sua, aveva fatto di tutto per poter portare con s quel ragazzo della Gallia, Longino, rimasto offeso durante un incidente di caccia. Suo padre non metteva in dubbio il coraggio di quel giovane, che aveva fatto del suo meglio per dimostrargli di poter combattere con uno scudo legato al braccio paralizzato e il gladio nell'altra mano. L'esibizione aveva lasciato parecchio a desiderare, ma suo figlio era talmente dispiaciuto per lui, che alla fine aveva ceduto. Per lui non faceva alcuna differenza. Era solo un capriccio, anche se il giovane Traiano gli dava ben altre preoccupazioni: non frequentava i bordelli n guardava con desiderio le donne, romane o orientali, invitate ai banchetti che lui, in quanto governatore, dava spesso a palazzo. Forse Longino era pi di un amico per suo figlio? Ci aveva pensato spesso, ma aveva notato che il giovane invalido si mostrava interessato alle presenze femminili che ruotavano intorno al palazzo, patrizie o schiave che fossero. Dunque non aveva motivo di sospettare. Quella storia non gli piaceva, ma qualsiasi cosa esistesse tra Longino e suo figlio quanto meno non dava nell'occhio. L'importante per lui era che Traiano trovasse in Manio un buon esempio militare.
Ebbene? domand Traiano a Manio, fermo davanti a lui, a suo figlio e a diversi altri tribuni che formavano il selezionato gruppo militare di stanza in Oriente.
Le informazioni erano esatte, governatore lo inform Manio, senza giri di parole. Si permise soltanto di aggiungere qualche dato rilevante: Circa cinquemila soldati di cavalleria leggera, varie centinaia di arcieri, qualche carro e cinquecento catafratti.
Catafratti? ripet Traiano. Sei sicuro?
Assolutamente, governatore conferm Manio. Li ho visti con i miei occhi. Ci siamo avvicinati all'alba e abbiamo potuto scorgerli alle prime luci del giorno. Le loro armature scintillavano al sole. Io non li avevo mai visti prima, ma uno dei miei cavalieri, un veterano della guerra con Corbulone, mi ha confermato che si trattava di catafratti.
Molto bene, tribuno disse Traiano sospirando. Molto bene. Chin il capo. Adesso lasciatemi solo. Ho bisogno di riflettere.
Manio si conged e con lui tutti gli altri militari che uscirono dalla sala. Disobbedendo agli ordini del padre, il giovane Traiano rimase con lui.
Cosa facciamo, padre?
Traiano, governatore della Siria, sollev il capo. Suo figlio lo aveva visto raramente con uno sguardo cos serio.
Tribuno, qui non sono tuo padre, ma il governatore e il legatus augusti dell'imperatore. Il figlio deglut. Mi chiedi cosa faremo, tribuno? L'unica cosa che  in nostro potere: l'imperatore non vuole problemi in Oriente, quindi attaccheremo.
S, pa... S, legatus augusti.
Stava per voltarsi, quando il padre si alz, si avvicin, gli mise una mano sulla spalla e gli parl guardandolo intensamente: Ragazzo mio, combatti con valore in questa campagna, impara da Manio e, soprattutto, non disobbedire mai pi a un ordine. Mai pi. L'Impero si fonda proprio su questo: tutti dobbiamo fare quanto ci viene richiesto. L'imperatore mi ha detto di non volere problemi in Oriente: se concedo ai Parti il tempo di radunare tutte le truppe mentre chiedo rinforzi, gli creeremmo un problema enorme. Attaccheremo, vinceremo e informeremo l'imperatore a cose fatte. Mi preoccupano soltanto quei maledetti catafratti.
Sono cos temibili, legatus augusti?
Non sono mai stati battuti. Il miglior risultato che si possa ottenere  allontanarli dal campo di battaglia, come fecero Alessandro a Gaugamela o Scipione a Magnesia. E trecento anni dopo non sappiamo ancora come contrastarli. Se mai ti verr in mente un modo per sconfiggere quei maledetti cavalieri corazzati, figlio mio, riuscirai a cambiare il corso della storia. Nel frattempo obbedisci a Manio.
Tolse la mano dalla spalla del figlio, che si conged e, assorto, usc dalla sala.

1. 191 a.C.; alle Termopili l'esercito romano al comando del console Manio Acilio Glabrione sconfisse le truppe guidate dal re Antioco III.

65.

UN AVVERTIMENTO.

Domus Aurea, Roma, 75 d.C.

Antonia Caenis stava poco bene da tempo, ma adesso usciva a malapena dalla sua stanza. Domizia entr, attenta a non fare rumore, nel caso la concubina di Vespasiano stesse dormendo. L'imperatore non aveva mai formalizzato l'unione con Antonia Caenis, ma Domizia, come tutti, sapeva dell'enorme influenza che quella donna esercitava su Vespasiano. La giovane non aveva ben chiaro il motivo per cui Antonia l'aveva fatta chiamare, ma sapeva di doverla accontentare.
Come sta tuo figlio? chiese Antonia con voce debole.
Domizia cap che era sveglia e and a sedersi su una piccola sella accanto al letto. Molto bene, mia signora rispose. Era solo una febbre passeggera.
Sono contenta disse Antonia. So che questo bambino significa molto per te, e anche per l'imperatore... Scusa, faccio fatica a parlare...
Domizia si alz.
Forse  meglio che riposi. Posso tornare pi tardi propose, ma Antonia le afferr il polso e la obblig a sedersi di nuovo mentre riprendeva il discorso.
No, non andartene... Devo parlarti... Siediti, per Castore e Polluce, siediti la preg Antonia. Domizia obbed. Quanti anni hai, Domizia?
Ventiquattro, mia signora.
Ventiquattro ripet Antonia. Rivolse gli occhi al soffitto e poi li chiuse, riaprendoli dopo pochi istanti. Sei cos giovane, cos giovane che... non ti rendi conto.
Antonia tacque. Si sentiva solo il suo respiro affannoso.
Non mi rendo conto di cosa, mia signora? chiese Domizia incuriosita.
Antonia gir la testa sul cuscino e la guard di nuovo. Era un momento molto intimo, ideale per una confessione. Aveva sentito dire che tra i cristiani era una pratica comune confessare i propri peccati prima di morire, ma lei non condivideva una visione cos semplicistica del mondo: sputi tutte le tue colpe, te ne liberi e spargi dolore ovunque. A cosa sarebbe servito a Domizia apprendere che era stata lei a suggerire di nominare governatore il suo primo marito con l'intento di farli divorziare? E anche se l'assassinio di Elio era stata un'idea esclusivamente di Domiziano, di fatto era stata lei a innescare quell'infausta spirale. Adesso la giovane Domizia era intrappolata in un matrimonio che Antonia sapeva essere terribile. Si sentiva in colpa, ma non era nella sua natura scaricare i suoi rimorsi su qualcun altro. Non poteva tornare indietro, ormai, per era ancora in tempo per fare qualcosa di utile: avvertirla. Le rivolse uno sguardo intenso. Ascoltami bene. Voleva assicurarsi che Domizia capisse il suo messaggio, e che nessun altro potesse sentirla.
S, mia signora.
C' qualcuno oltre a noi due?
La risposta di Domizia arriv dopo qualche secondo, il tempo che la giovane impieg a passare in rassegna la stanza per verificare che non ci fossero schiavi.
No, mia signora.
Bene, allora ascolta: non metterti contro Domiziano. Non farlo mai. Per quanto possano essere abiette le sue azioni non potrai mai avere la meglio su di lui, e la sua vendetta sar ancora pi atroce se lo attacchi. Pensa a tuo figlio e dimentica tutto il resto.  l'unica cosa che conta davvero. Lascia che siano altri a occuparsi di tuo marito, hai capito?
S, mia signora.
Ti sorprende quello che ti dico?
E d'un tratto, Domizia, meravigliandosi di se stessa, ascolt la propria risposta, e la trov assolutamente sensata. Niente affatto, mia signora. So benissimo che Domiziano pu incutere un certo timore, ma in questo periodo  piuttosto assente. Non trascorriamo molto tempo insieme, e si tiene a distanza anche da nostro figlio.
Antonia sorrise per l'ingenuit di Domizia.
Adesso  cos disse Antonia. Ma quando Vespasiano morir e Tito diventer imperatore, Domiziano andr su tutte le furie. Allora non dovrai ribellarti a lui, anche se si rivarr direttamente su di te... Nessuno pu schiacciarlo... Gliel'ho letto negli occhi... molte volte... Adesso s, sar meglio che mi lasci da sola... Ho bisogno di riposo...
Domizia si alz e usc. Antonia Caenis sent la porta chiudersi e in quel preciso istante il suo respiro si ferm. Gli occhi rimasero aperti a fissare il soffitto, il corpo inerte e l'aria nella stanza divent immobile.

66.

I CATAFRATTI DELLA PARTIA.

Confine orientale dell'Impero, sud dell'Armenia, 75 d.C.

Era ancora notte. Traiano figlio, al comando di una coorte, avanzava accanto a Longino. A cinquecento passi, parallelamente, Manio guidava un'altra compagine di soldati. Procedevano lenti. L'ordine era di non farsi sentire. Erano protetti dalle colline, ma il legatus augusti aveva insistito: i nemici non dovevano accorgersi di loro.
Credi che ci riusciremo? bisbigli il giovane Traiano a Longino.
Tuo padre sembra sicuro di quello che fa rispose l'amico, senza aggiungere altro.
Rimasero entrambi in silenzio. Alla luce della luna, Traiano vide un messaggero raggiungere Manio. Questi lesse una tavoletta e alz il braccio. Traiano fece lo stesso e la coorte si ferm. Dovevano aspettare. Se si fossero avvicinati alle colline li avrebbero avvistati.
 il momento della cavalleria disse piano Longino. Traiano annu.
Traiano padre stava cercando di individuare la posizione delle truppe, ma nonostante la fioca luce della luna, era difficile distinguerle tra le ombre della notte. Erano ancora nella tertia vigilia. Dall'altra parte delle colline c'era l'accampamento dei Parti. Si rivolse al capo della cavalleria: Avanti... E che gli dei ci proteggano.
Il governatore Traiano non eccelleva nell'arte militare. Nell'assedio di Gerusalemme non si era distinto per le sue idee innovative, ma soltanto per essersi ricordato di azioni che si erano rivelate efficaci nella storia passata di Roma, come erigere un muro intorno a una citt assediata. L'impresa che doveva condurre in quel momento era simile: avrebbero emulato la strategia di Scipione l'Africano e del fratello Lucio Cornelio nella battaglia di Magnesia.
Traiano vide la cavalleria romana mettersi in marcia, prima al passo e subito dopo al trotto. Quei cavalieri dovevano fare da esca per i catafratti tendendo loro un'imboscata notturna. Se poi questi li avessero inseguiti allontanandosi dall'accampamento, a quel punto le legioni si sarebbero lanciate all'attacco dei Parti. Anche Scipione l'Africano aveva affrontato i Numidi di notte. Traiano padre non si reputava un maestro nell'arte della guerra, per conosceva la storia e poteva mettere in atto ci che in passato aveva funzionato bene. Anche a rischio della sua vita. O di quella di suo figlio. Era quest'ultima la sua unica, vera preoccupazione. Il giovane Traiano, per, doveva farsi le ossa sul campo. Non avrebbe potuto proteggerlo per sempre. Per il momento il ragazzo si era comportato bene in occasione di piccole scaramucce lungo il confine. Bisognava vederlo all'opera quella notte, in piena battaglia campale.
A Traiano figlio e a Longino l'attesa sembr di una noia mortale. Al di l delle colline si sentivano molte grida e il fragore di una battaglia.
 la nostra cavalleria disse Traiano figlio.
Longino annu. Ma non vedevano nulla. Dovevano solo aspettare. Un nuovo messaggero raggiunse Manio e questi, non appena lesse la tavoletta, fece un cenno di assenso in direzione di Traiano.
Sembra che la nostra cavalleria sia riuscita a far allontanare i catafratti dall'accampamento comment Longino. Questa volta fu Traiano ad annuire, sollev il braccio e ordin alla sua coorte di mettersi di nuovo in marcia. Longino si sistem l'elmo stringendo bene le cinghie e Traiano lo imit.
I soldati guidati da Traiano figlio avanzarono spediti. Il terreno era irregolare, il che si era rivelato utile per procedere senza essere visti, ma quando il combattimento ebbe inizio le collinette non permisero loro di avere un quadro preciso della situazione. I Romani furono accolti da una pioggia di frecce. I nemici usavano archi pi grandi, con una gittata pi lunga e potente, tanto da penetrare scudi e corazze.
Per Giove! Bisogna avanzare pi in fretta! Veloci! Veloci! grid Traiano, intuendo che procedere lentamente avrebbe solo aumentato i rischi. Longino e i legionari obbedirono, nonostante la violenta raffica di frecce. Alla fine i Romani riuscirono a raggiungere la prima linea nemica. I dardi smisero di sibilare e i gladi iniziarono a scontrarsi con gli scudi dei Parti. La battaglia procedeva secondo le aspettative dei Romani, ma i caduti erano parecchi e Traiano figlio, senza capire come era potuto accadere, si vide presto accerchiato dai nemici. Longino lo proteggeva da destra, e a sinistra i legionari rispondevano bene agli attacchi, ma il giovane ispanico si rese conto che erano in netta inferiorit numerica. Pens di ordinare la ritirata, ma temeva che sarebbero stati ancora bersagliati dalle frecce nemiche. Longino si batteva con furia; Traiano era riuscito a ferire parecchi nemici, ma non vedeva via di scampo. Si guard intorno. Le prime luci dell'alba gli rivelarono una lunga e confusa prima linea di combattimento. Avevano bisogno della cavalleria. Se questa avesse attaccato sui lati, la calca si sarebbe diradata e le legioni avrebbero potuto prendere l'iniziativa. Ma suo padre l'aveva usata per allontanare i catafratti.
Aaaahh! grid Traiano.
Un soldato parto lo aveva colpito alla spalla destra con una lancia. Longino si scagli sul nemico e gli conficc il gladio nel collo. Traiano lo ringrazi con un cenno del capo, mentre vedeva un altro parto avvicinarsi alle spalle di Longino, il quale, rannicchiandosi dietro lo scudo, riusc a ferirlo a una coscia. Il nemico cadde a terra gemendo. Longino e Traiano gli diedero il colpo di grazia e fecero un passo indietro per ritornare tra le fila dei legionari. La situazione era in stallo, c'era sangue dappertutto e Traiano era ferito. Non sembrava grave ma, se fossero rimasti l, quella sarebbe stata solo la prima di molte ferite. All'improvviso, i Parti ripiegarono su un lato: una coorte della fanteria romana aveva fatto irruzione tra le linee nemiche dando inizio a una manovra di accerchiamento.
 Manio disse Longino. Traiano annu e ordin ai suoi uomini: Mantenete le posizioni! Mantenete le posizioni!.
Assediati dalla fanteria da un lato, e senza sufficiente spazio per contrattaccare, i Parti si sarebbero trovati in seria difficolt. E cos fu.
I legionari di Manio colsero i nemici quasi di sorpresa, e questi caddero a decine. Le truppe di Traiano poterono avanzare ancora. Verso la vittoria.
Il campo di battaglia era un mare di sangue. Traiano padre cavalcava al passo tra cadaveri e feriti. Alla vista della carneficina, il legatus augusti si ferm. Erano soprattutto Parti, ma c'erano state parecchie perdite anche tra le fila romane. Non era stato un combattimento epico, ma solo un'altra battaglia che sarebbe stata dimenticata con l'inesorabile trascorrere del tempo. L'esercito parto, per, era stato in buona parte disperso. Questo era l'obiettivo primario. La gloria era per i cesari, ai loro legati spettava la guerra.
Portate i feriti al valetudinarium ordin Traiano padre.
Anche i Parti? domand perplesso uno dei cavalieri che era con lui.
S. Che i medici si occupino prima dei nostri, ma poi bisogna curare anche i Parti. Li terremo come ostaggi. Questo  un confine complicato e dei prigionieri possono sempre fare comodo.
Traiano raggiunse il figlio accanto a Longino e Manio.
 stata una grande vittoria, padre, ehm, legatus augusti lo accolse il ragazzo.
Traiano padre sorrise e smont da cavallo.  stata una buona vittoria, ma faticosa.
In quel momento arrivarono gli ufficiali della cavalleria. Erano coperti di sangue e, a giudicare dai loro volti tirati, doveva trattarsi di sangue romano. Il pi anziano scese da cavallo e si posizion davanti al legatus augusti.
I catafratti si allontanano. Quando hanno appreso della sconfitta della loro fanteria hanno ripiegato verso est, ma sono caduti anche molti dei nostri, legatus, molti. Le loro maledette corazze, le cotte di maglia dei cavalli... sono quasi invulnerabili. Era come attaccare un muro. Siamo riusciti ad allontanarli, ma ci hanno... ci hanno massacrati.
Traiano padre and subito alla nota pi dolente. Quanti morti? domand.
L'ufficiale della cavalleria si pass la mano sulla barba insanguinata.  sopravvissuto solo un terzo di noi. Gli altri sono caduti in combattimento, legatus augusti.
In quel momento Traiano cap che le parole con cui aveva accolto suo padre erano state fuori luogo. I Parti si erano ritirati, era vero, ma i Romani avevano pagato un prezzo altissimo. Inoltre sembrava che contro i catafratti non si potesse fare molto pi che allontanarli dalla battaglia, ma sempre con un grande sacrificio di vite umane. Al giovane Traiano quella sembrava un'autentica barbarie. Si doveva escogitare un altro modo per sconfiggere i Parti.
Andate a riposare disse il legatus augusti all'ufficiale della cavalleria. E fatevi controllare le ferite da un medico.
Il cavaliere si conged con il pugno chiuso sul petto, mont sul suo destriero e si allontan. Traiano padre sospir profondamente. Si volt verso est. Parl a bassa voce, come pensando tra s, ma in modo che lo sentissero anche i tribuni.
La Partia  un problema senza soluzione. Un problema.
Nessuno replic. Il legatus augusti decise di ritornare a piedi. Non gli sembrava rispettoso cavalcare sui cadaveri dei Romani. Prima lo aveva fatto per perlustrare il campo, ma adesso, avendo constatato l'ingente numero di vittime, gli pareva un gesto irriguardoso.
Un'ora pi tardi, nella tenda del praetorium, Traiano ricevette da solo suo figlio.
Mi hanno riferito che ti sei battuto con coraggio, figliolo.
Anche Longino, padre, ma a dire il vero  stato Manio a conquistare la posizione. Noi non potevamo pi avanzare. Dopo un momento di titubanza, decise di essere il pi onesto possibile. La battaglia campale non  come cacciare una lince, padre. Manio  mille volte migliore di me sia al comando sia in combattimento.
Il padre lo scrut in silenzio. Si concesse un momento prima di rispondere. Manio lotta meglio,  vero, ma non devi abbatterti. Devi imparare da lui. Lo rispettano tutti e si sentono al sicuro sotto il suo comando. A te pensano ancora come al figlio del legatus augusti, ma  cos per tutti i figli dei senatori. Hai un braccio ferito, l'ho notato, ma non era giusto che mi preoccupassi di te pi che degli altri feriti o dei morti. Sei rimasto in prima linea nello scontro: nessuno si vergogna di combattere ai tuoi ordini. Non possono ancora prevedere se sarai un grande legatus, ma sanno che non sei un codardo.  un buon inizio, figliolo. Sorrise. Adesso devi farti curare quella ferita e riposare.
Traiano figlio fece un lieve inchino e si volt. Inizi a camminare, ma la voce del padre lo ferm sulla soglia. Il giovane richiuse il lembo di tela che fungeva da porta e ritorn sui suoi passi.
Ti  venuto in mente qualcosa per battere i catafratti, figliolo?
Il giovane tribuno guard suo padre con intensit.
Ho un'idea, padre, ma non ne sono ancora sicuro. Preferisco rifletterci meglio.
Il padre lo osserv con aria interrogativa.
Allora continua a pensarci. Io non ho mai avuto idee brillanti. Tu sei diverso da me, magari  un bene. Se riesci a trovare qualche stratagemma, informami. L'Impero te ne sarebbe infinitamente grato.
S, padre. E usc dal praetorium.
Traiano padre meditava in silenzio. Non conosceva a fondo suo figlio. Sapeva che era in grado di leggere il greco e il latino, che era un buon cacciatore, che non aveva alcun interesse per le donne mentre invece era attratto dagli uomini, anche se, quanto meno, non perdeva la testa per nessuno. Non era un vigliacco n un incompetente, sebbene non si fosse dimostrato il migliore sul campo di battaglia. Ma di lui non sapeva altro. O meglio, non sapeva cosa ci fosse nel suo cuore, come avrebbe potuto reagire in situazioni limite. E di sicuro, prima o poi, si sarebbe trovato in circostanze in cui avrebbe dovuto prendere decisioni importanti in pochissimo tempo, quelle in cui se si commette un passo falso si  spacciati. Per Traiano il futuro del figlio era una grande incognita. Scosse il capo. Doveva informare l'imperatore dell'accaduto. Si chin sul tavolo. Prese un pennino di bronzo, lo intinse in un calamaio con un po' di atramentum e inizi a scrivere su un foglio di papiro.
A Tito Flavio Vespasiano, Imperator Augustus.
I Parti hanno concentrato gran parte del loro esercito sul confine con l'Armenia. Le truppe - con arcieri, fanti e catafratti - erano talmente numerose da costituire un pericolo per le frontiere. Di conseguenza, abbiamo attaccato e sconfitto il nemico. I Parti sopravvissuti hanno ripiegato verso est.
Marco Ulpio Traiano
Legatus augusti in Siria
Traiano era un uomo di poche parole, e sapeva che Vespasiano apprezzava il suo stile conciso.

67.

LA SCUOLA DI RETORICA.

Roma, 77 d.C.

Stazio accett malvolentieri la carne offertagli dal suocero, ma non fu capace di opporsi. Da settimane, ormai, non potevano permettersi di comprare carne d'agnello e mangiavano solo zuppa d'avena, frutta e talvolta formaggio. Sua moglie Claudia non si lamentava e l'amore che nutriva per lui non pareva vacillare, ma Stazio sapeva che quella situazione non prometteva niente di buono.
Bollita vi durer pi a lungo disse l'uomo alla figlia Claudia e subito dopo, senza nemmeno salutare il genero, se ne and. Stazio riusc a dominare il suo orgoglio.
Le cose miglioreranno, Publio gli sussurr dolcemente la moglie. Non fare caso a lui.
Publio Papinio Stazio, avvocato, maestro di retorica e poeta, annu, mentre Claudia entrava nella piccola cucina, annessa alla stanza che fungeva da scuola nell'insula della Suburra in cui abitavano. Avvocato, maestro di retorica e poeta. Come avvocato si rivolgevano a lui soltanto i criminali incalliti che non disponevano di denaro per pagarlo. Come maestro di retorica doveva competere con l'indiscutibile egemonia della scuola pubblica di retorica, finanziata da Vespasiano in persona e diretta dal famoso Quintiliano. Era frequentata da tutti i patrizi pi in vista dell'Urbe, soprattutto da quando l'ammiraglio Plinio, capo della marina imperiale, vi aveva mandato a studiare il nipote. Gli altri maestri di oratoria dovevano accontentarsi di dare lezioni ai figli di chi aveva qualche soldo in pi da investire nell'istruzione dei loro giovani rampolli. Quintiliano, invece, guadagnava oltre centomila sesterzi l'anno. Stazio chin il capo. Avvocato e inutile maestro di retorica. E come poeta? I suoi componimenti gli fruttavano ancora meno: nessuna biblioteca li aveva ancora accettati. Scosse la testa: lui stesso non capiva perch si ostinava a ripetere ancora. Si volt. Il giovanissimo schiavo che li aiutava nelle faccende domestiche stava come al solito osservando i rotoli sulle mensole.
Ti distrai sempre, Numerio lo rimprover Stazio.
Chiedo scusa, mio signore.
Prese di nuovo lo straccio che aveva poggiato su uno dei piccoli tavoli che fungevano da banchi e ricominci a pulire. All'improvviso si ferm e guard il padrone, che gli aveva dato di nuovo le spalle. Il bambino gli si avvicin piano, da dietro.
Padrone. Stazio si volt e lo guard con aria interrogativa. Mi piacerebbe imparare a leggere, padrone.
Siccome Stazio non rispondeva, chin il capo e continu con le sue pulizie senza osare aggiungere altro.
Stazio lo fiss. Lo avevano comprato a buon mercato perch era un ragazzetto minuto, ma da quando era con loro, pur mangiando poco perch non disponevano di molto cibo, il bambino lavorava bene, anche se a volte si incantava a guardare quei papiri. Stazio non aveva denaro n rendite. Il solo bene che possedesse era la sua conoscenza, e pochi alunni interessati, perch di solito erano i genitori a obbligarli ad andare a lezione. A ogni modo, i suoi unici studenti non arrivavano prima dell'hora quarta ed era soltanto l'hora tertia. Perch non insegnare a leggere a qualcuno che lo desiderava davvero?
Vieni, Numerio lo chiam Stazio prendendo un rotolo da una delle mensole. Ti insegner a leggere di mattina, ma per il resto del giorno continuerai a svolgere le tue faccende, intesi?
S, mio signore rispose il piccolo schiavo, raggiante.

68.

LA NASCITA DI UN DIO.

Roma, 23 giugno del 79 d.C.

La pace di Domizia dur solo qualche anno, fino a quando il suo bambino si ammal. La febbre non scendeva e, sfortunatamente, in quell'occasione Domiziano era in casa. Era stato lui a rifiutarsi di chiamare i medici fino all'alba. Due anni dopo quell'orrenda notte, camminando verso la stanza dell'imperatore, le parole di suo marito le riecheggiavano ancora nella mente.
La dinastia imperiale ha bisogno di eredi forti aveva sentenziato Domiziano. Se non  in grado di sopravvivere a una notte con la febbre, allora alla mia famiglia non serve a niente.
Domizia ripens a quell'interminabile notte nella stanza di suo figlio, quando lei stessa aveva messo panni umidi sulla fronte, sulle braccia e le gambe del piccolo, come aveva visto fare ai medici, ma la febbre non accennava a scendere. Reprimendo il suo orgoglio, era tornata dal marito, si era inginocchiata ai suoi piedi, gli aveva abbracciato le gambe, in segno di umiliazione, e lo aveva implorato di chiamare i medici, ma lui si era rifiutato.
Domattina aveva ripetuto.
E il mattino dopo era troppo tardi. Il medico aveva scosso la testa dopo aver visitato il piccolo. Domizia aveva compreso che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno di pace. La sua era una pace apparente, certo, con quel mostro che si ritrovava per marito, ma con il bambino e l'imperatore felice di avere un nipotino era riuscita, fino ad allora, a vivere serena. Era la fine. Aveva perso da poco la madre e la sorella maggiore e non le restava al mondo nessuno su cui contare, nessuno che potesse consolarla con un abbraccio. Era sola, anzi peggio: era sposata con un essere abietto che godeva nel farla soffrire. Domizia era convinta che Domiziano si fosse rifiutato di chiamare un medico perch sospettava che il bambino non fosse davvero figlio suo, ma di qualche amante, addirittura di Tito. Aveva lanciato a Domiziano un'occhiata colma di disgusto. Non gli era fedele da tempo, nessuno dei due lo era. Lei non aveva fatto altro che ricambiare i torti subiti, ma quel bambino era suo e lui lo aveva lasciato morire, lo aveva lasciato morire...
Domiziano aveva visto lo sguardo di odio della moglie subito dopo che il medico era andato via, ma non la temeva. Domizia lo detestava, ma a lui non importava. Non voleva un figlio cagionevole. In quanto donna, Domizia non poteva capirlo. E comunque Domiziano aveva cominciato a credere che fosse meglio non avere figli. Era un pensiero quasi inconsapevole, che per diventava sempre pi forte nella sua mente: i figli auspicano sempre la morte del padre per succedergli al potere. Domiziano era giunto alla conclusione che tutti la pensassero come lui.
Domizia si era allontanata da lui e aveva trascorso mesi senza rivolgergli la parola.
Da quel momento avevano vissuto in stanze separate. Si vedevano soltanto in occasione dei grandi eventi pubblici, al Circo Massimo, al teatro di Marcello o durante le grandi riunioni di famiglia in cui l'imperatore richiedeva la presenza di tutti. Come avvenne in quel caldo mattino di giugno, ma per un motivo ben preciso: Vespasiano era sul letto di morte e li aveva convocati nella sua stanza.
L'imperatore era sorvegliato da una dozzina di pretoriani, che si addossarono alla parete non appena il cesare Tito entr in camera. Da una parte del letto c'erano cinque guardie al comando di un tribuno pretoriano di nome Fusco, dall'altra i rimanenti soldati.
Domiziano, accompagnato dalla moglie, entr dopo il fratello maggiore, dietro di loro veniva Partenio con un gruppetto di altri consiglieri imperiali e i medici. Si disposero intorno al letto, lasciando i due cesari il pi vicino possibile al padre. Vespasiano si volt a destra e si rivolse al primogenito, con gli occhi semichiusi: Tito, ragazzo mio, ti lascio un impero molto migliore di quello che trovai io quando arrivai dall'Oriente. Hai portato la pace in Siria e in Giudea, hai conquistato Gerusalemme, i Batavi nella Gallia sono stati sconfitti e Agricola sta ottenendo grandi vittorie nella Britannia... Ma c' ancora molto da fare, figliolo. Prese fiato. Bisogna vigilare sul Danubio: Sarmati, Daci e Rossolani imperversano indisturbati. E non dimenticare i Parti. Traiano, ancora una volta,  riuscito a respingerli. Lui e Agricola stanno preservando i confini dell'Impero. Se chiedono rinforzi non esitare a inviarli.
Lo far, padre, ma sar l'imperatore Vespasiano ad ascoltare le loro richieste rispose Tito con ardore, afferrando la mano del padre.
No, ragazzo. L'imperatore guard i medici, nella cui espressione grave trov conferma che quanto stava per dire fosse l'impietosa verit. Sto morendo. Mi dispiace non vedere finito il grande anfiteatro Flavio. Manca poco per ultimarlo...
Lo termineremo, padre, te lo prometto gli assicur Tito con voce vibrante. L'imperatore sorrise, ma dopo un istante torn serio.
C' un'altra cosa, Tito. La voce dell'imperatore era diventata pi flebile, e il cesare gli si fece pi vicino. So che non ti piacer, ma devi allontanare quella regina d'Oriente, Berenice. I tuoi sentimenti non contano pi. Sarai il prossimo imperatore e i Romani non vogliono essere governati da una straniera. Non dev'esserci un'altra Cleopatra. Qui a Roma ci sono belle patrizie, di buona famiglia.  tra di loro che devi cercarti una moglie.
Tito rimase in silenzio, ma annu. Sapeva che il padre aveva ragione. Dopo la conquista di Gerusalemme, Berenice era stata la sua concubina, ma doveva fare come gli veniva chiesto. Aveva gi dovuto rimandarla in Oriente una volta perch la sua presenza non era gradita. Se voleva ereditare il potere senza suscitare il malcontento del Senato o del popolo, Berenice doveva andarsene di nuovo, e questa volta per sempre.
Berenice torner in Oriente, augusto padre rispose Tito. L'imperatore si rilass, chiuse gli occhi ed espir. Poi si volt dall'altra parte.
Domiziano riprese a parlare con difficolt. A te chiedo soltanto lealt verso tuo fratello... lealt... Il tuo momento arriver a tempo debito, ragazzo... a tempo debito...
A tempo debito, imperatore replic Domiziano, ripetendo in tono sinistro le parole di Vespasiano, al quale si era rivolto solo come imperatore e non come padre. Ma nessuno parl. Non apr bocca nemmeno Fusco, il tribuno pretoriano, che pure se ne era accorto ma custod quel dettaglio nella sua mente come un segreto prezioso. E avrebbe fatto lo stesso con lo sguardo gelido che Tito rivolse al fratello minore e con la smorfia di sdegno che Domiziano gli restitu.
Vespasiano apriva e chiudeva di continuo gli occhi e sembrava stesse guardando altrove. Stava per dire: Non me ne vado tranquillo, non sono sereno, ma gli restavano pochissime forze e doveva centellinare le parole. Non poteva fare pi nulla per portare pace tra i suoi figli. Se ne sarebbero occupati gli dei.
Alzate il letto! ordin l'imperatore con un ultimo sforzo. I suoi figli si mostrarono titubanti, e Vespasiano ripet la richiesta con pi autorit e a voce alta: Per Ercole! Alzate il letto! Un imperatore di Roma muore in piedi o non muore affatto!.
Tito e Domiziano, sorpresi, cercarono di sollevare il letto, ma era troppo pesante e temevano di farlo cadere.
Aiutate i cesari! ordin Partenio bruscamente rivolgendosi a Fusco. Il tribuno annu e i pretoriani misero subito il letto in verticale, mentre Tito e Domiziano sostenevano il corpo del padre, ormai inerte. L'imperatore rivolse a Tito un ultimo sorriso.
Povero me, credo che sto diventando un dio1! disse, e il suo respiro si ferm, mentre intraprendeva il viaggio che lo avrebbe riportato tra le braccia della sua amata Antonia. Da quando lei lo aveva lasciato, Vespasiano si era sentito solo e adesso che chiudeva gli occhi per l'ultima volta, lasciandosi alle spalle l'Impero, Roma e le lotte di potere, si cull nella speranza di quell'incontro tanto agognato.

1. DIONE CASSIO COCCEIANO, Storia romana, LXVII, 17.

69.

LA COSPIRAZIONE DI DOMIZIANO.

Nord di Roma, residenza dell'imperatore in territorio sabino, Autunno del 79 d.C.

Partenio era appena giunto alla residenza dell'imperatore. Tito, come suo padre, preferiva vivere l, protetto dai pretoriani ma lontano dalla caotica Roma. Da quella dimora governava il mondo. L'anziano consigliere sapeva che l'Impero era in tumulto e che il nuovo imperatore poteva averlo convocato per molte questioni, anche se intuiva di cosa volesse parlargli.
 vero? gli domand Tito appena lo vide entrare nell'ampio atrio.
Il consigliere gli si avvicin, si inchin, lo salut e rispose. Non aveva bisogno di precisazioni. Ave, cesare. S, temo che il fratello dell'imperatore sia coinvolto nella congiura della guardia pretoriana.
Tito scosse il capo.
Non apprendo ora che tra me e Domiziano non c' un briciolo di affetto fraterno. Sapevo che non avrebbe accolto con gioia la mia ascesa al potere, ma mi aspettavo almeno un po' di lealt, come gli aveva chiesto mio padre. Oppure che ci mettesse pi tempo a reclutare congiurati che lo assecondassero. Come ha fatto a trovare tanti alleati cos in fretta? Per tutti gli dei! Sono passati solo quattro mesi dalla morte di nostro padre!
Partenio aveva raccolto molte informazioni negli ultimi giorni. Era il momento di esporle.
Domiziano ha promesso pi soldi ai pretoriani e all'esercito. L'imperatore Vesp... si corresse immediatamente, incontrando lo sguardo severo di Tito, visto che l'editto di deificazione del defunto imperatore era gi stato approvato dal Senato. Voglio dire, dopo il divino Vespasiano, grande imperatore ma sempre restio ad aumentare i salari dei militari, una promessa come quella di Domiziano ha solleticato la loro cupidigia. Si trovano sempre persone facilmente corruttibili, ma...
Ma...?
Ma, cesare,  opportuno precisare che la maggior parte dei pretoriani  rimasta leale. Hanno fatto i nomi dei traditori, che sono stati arrestati.
Tito chin il capo.
Suppongo che tu abbia ragione, per Giove. Sollev lo sguardo. Li hanno presi tutti?
S, cesare. Tutti i congiurati compreso... Ebbe un attimo di esitazione, inspir e prosegu lentamente: Compreso il fratello dell'imperatore. Roma  tranquilla e sotto il controllo dei pretoriani fedeli. E, se mi permette di aggiungere una cosa....
Parla, Partenio lo incalz Tito. Mio padre ti stimava molto e vivi da parecchi anni nel cuore dell'Impero. Cosa vuoi dirmi?
Sono sempre stato onorato di servire il cesare al meglio delle mie possibilit. Si schiar la voce. Credo che l'imperatore e cesare Tito sia ammirato dall'esercito per le sue imprese militari e questo ha fatto s che in molti continuassero a sostenerlo, ma penso che la politica di non aumentare i salari dei soldati andrebbe riconsiderata, trascorso un adeguato lasso di tempo da questo spiacevole incidente, certo.
Tito annu.
Prender in considerazione il tuo suggerimento. Ma come hai appena detto tu stesso, bisogner aspettare un po'. In questo momento la priorit  giustiziare tutti i pretoriani implicati. Non mi aspettavo una simile defezione da parte loro, non dopo essere stato per cos tanti anni capo del pretorio, carica che di fatto ricopro ancora non avendo provveduto a nominare un sostituto.
Partenio assent.
E con il cesare Domiziano come ci comportiamo, augusto?
Tito medit a lungo sulla sua risposta. Aveva tra le mani diversi resoconti pi o meno importanti di cui occuparsi: la relazione delle ultime operazioni del legatus Agricola nella lunga e difficile campagna nella Britannia, dove stava riconquistando le terre degli Ordovici1; oppure le richieste del curator dell'Aqua Augusta a Pompei, che lamentava la pessima qualit dell'acqua che arrivava alla citt nelle ultime settimane e chiedeva fondi per le riparazioni e per appurare cosa stesse succedendo sulle montagne da cui partiva il grande acquedotto dell'Italia centrale. La faccenda della Britannia era importante. Quella di Pompei ed Ercolano al confronto sembrava un'inezia, ma era tutto insignificante rispetto alla domanda di Partenio: cosa doveva fare con Domiziano?
In quel momento, un centurione accompagnato da diversi pretoriani entr nell'atrio. Era completamente ricoperto da una polvere grigiastra. Sembrava sfinito e aveva lo sguardo di chi ha appena assistito alla fine del mondo.

1. Territorio che corrisponde all'incirca all'odierno Galles.

70.

LA FURIA DEL VESUVIO.

Pompei, autunno1 del 79 d.C., prima vigilia.

Due giorni prima dell'arrivo del centurione alla residenza dell'imperatore a nord di Roma.

A Pompei, durante la notte, c'erano soltanto alcuni legionari a pattugliare le strade, soprattutto intorno agli edifici che attendevano di essere ristrutturati dopo il terremoto di qualche anno prima. Legionari e prostitute; nella notte di Pompei non c'era altro. Era tutto tranquillo.
Un cane inizi a latrare in lontananza. Poi un altro. E un altro ancora. Gli schiavi provarono a zittirli a bastonate, ma le bestie erano irrequiete. Uno in particolare, pur avendo smesso di abbaiare, continuava a mordere la grossa catena alla quale lo avevano legato. Era fuori di s, come impazzito. Riprese ad abbaiare. L'atriense della casa si alz per la seconda volta e lo picchi fino a tramortirlo.
Se si sveglia il padrone ti ammazza, cos star tranquillo, finalmente sbrait infine lo schiavo.
Il cane era accovacciato a terra, con le orecchie basse, ma era ancora agitato. Rimasto solo, riprese a mordere la catena. Doveva liberarsi, a tutti i costi.

Quarta vigilia, (prima eruzione).

La gente si accalcava davanti ai due archi della porta di Nettuno, uno pi stretto per il passaggio dei pedoni e uno pi ampio per consentire il transito dei carri. Adesso, tuttavia, sembravano troppo piccoli entrambi rispetto alla ressa di persone che volevano scappare dalla trappola di cenere e gas in cui si era trasformata la loro citt. Tra le colonne del Foro si assisteva a scene di panico collettivo sotto l'intensa pioggia di lapilli. Donne e uomini, bambini, schiavi, tutti correvano stravolti, guardando il terreno del grande spiazzo, ormai ricoperto da un manto di cenere. Alcuni si erano rifugiati nel tempio di Giove e imploravano il grande dio di placare l'ira del Vesuvio.
Allo stesso modo, attraverso le cinque porte della grande basilica, alcuni entravano in cerca di riparo mentre altri provavano a riversarsi fuori, asfissiati dalla folla. Di fronte alla basilica, anche il tempio di Apollo era preso d'assedio da quella massa di disperati, solo che l si scontravano tutti sulla scalinata d'accesso. La meridiana su una delle colonne ioniche del tempio sembrava essere l per un grottesco scherzo del destino: la densa nube di ceneri vulcaniche non lasciava filtrare nemmeno un raggio di sole. Gli abitanti, smarriti, non riuscivano a capire dove si trovavano. N che ora fosse. Molti di loro non sapevano nemmeno se era giorno o notte. Il tempio di Vespasiano, il grande Macellum, il tempio dei Lari, tutto era sepolto dall'incessante pioggia di cenere. L'edificio di Eumachia, sede della corporazione dei lavandai e dei tintori, e gi danneggiato dal terremoto, stava scomparendo poco a poco, questa volta per sempre. L'intera citt sembrava sul punto di essere inghiottita dalla terra, cancellata irrimediabilmente sotto la coltre di cenere e lapilli che il Vesuvio scagliava nel cielo. Pompei era ormai prostrata, destinata all'oblio, senza che niente e nessuno potesse far niente per evitarle quella sorte sciagurata. Nel postribolo, clienti e prostitute, ricchi mercanti e schiave greche e orientali, salirono al piano superiore per vedere cosa stava succedendo.
Fuori, il tempio di Iside, riaperto di recente dopo i gravi danni subiti nell'ultimo sisma, resisteva con le sue statue di Iside, Anubi e Arpocrate, figlio di Iside e Osiride, a cui i cittadini di Pompei erano molto devoti. Ma la fine era ormai inevitabile. Sulla collina del Foro Triangolare, i contorni del tempio di Minerva cominciavano a sfumare, e anche quelli del Teatro Grande della citt, i cui gradoni erano disposti sul fianco della stessa altura. Svanivano le Terme Stabiane, le Terme Centrali, quelle del Foro e la lussuosa casa di Silla, il nipote dell'antico e famoso dittatore. E scompariva anche un'altra abitazione, sul cui muro poteva leggersi CAVE CANEM [Attenti al cane], e l accanto un cane legato, ormai incapace di continuare a lottare per liberarsi, si copriva di cenere fino a sparire completamente e rimanere nascosto per secoli agli occhi del mondo.

Il giorno seguente, hora prima (seconda eruzione)

Il Vesuvio sembrava essersi stancato di sputare lava, fuoco e orrore dalle sue viscere, cos i pochi rimasti nascosti nelle loro case approfittarono di quella calma per uscire e provare a scappare da una citt che si era ormai trasformata in una gigantesca tomba. Una coppia corse fuori portando con s soltanto una chiave. I due erano convinti che quando tutto fosse finito, sarebbero potuti ritornare e recuperare i loro piccoli tesori. Non andarono molto lontano. Prima ancora di raggiungere le mura della citt, la pioggia di materiale vulcanico ricominci e li ricopr fino a seppellirli. Anche un altro gruppo di persone fu sorpreso dalla nuova eruzione: un uomo armato di pugnale, donne con amuleti e utensili (una statuetta della dea Fortuna, piccoli scrigni d'argento, chiavi, gioielli e perfino cucchiai), e altri che non avevano portato via nulla. Alcuni abitanti di Pompei avevano preso del denaro, anche se tra tutti non arrivavano a pi di cinquecento sesterzi. Correvano come forsennati, convinti di potercela fare, ma in quel momento un'ondata di gas e roccia fusa li spazz via all'altezza della tomba di Obellio Firmo. Alcuni cercarono di aggrapparsi ai rami degli alberi. Centinaia di anni dopo sarebbero stati ritrovati in quella posizione, ancora in lotta contro la lava e le ceneri, con i corpi pietrificati dal vulcano che aveva paralizzato per sempre le grida, il pianto e il dolore.
Dalla parte opposta della citt anche un'altra famiglia provava a scappare. Il padre faceva strada. Era un uomo alto, forte, robusto, all'apparenza invincibile. Dietro di lui c'erano le due figliolette e per ultima la moglie, che si sollevava il vestito per camminare pi in fretta. Anche quella donna aveva preso con s amuleti della dea Fortuna, argento e uno specchio. Nemmeno loro riuscirono a lasciare la citt e, come tanti altri, rimasero immobili, imprigionati nel tempo a testimoniare un orrore che nessuno aveva potuto prevedere2.
Nel frattempo, in molti punti del Vesuvio risplendevano fiamme altissime ed enormi colonne di fuoco, il cui fulgore era ancora maggiore nelle tenebre.
PLINIO IL GIOVANE, Epistolario, Libro IV, 16, 13.

Residenza imperiale a nord di Roma.

Cadevano ceneri senza sosta, cesare. Il centurione faceva fatica a parlare e incespicava nelle parole cercando di spiegare nel modo pi conciso possibile il disastro che si era appena consumato. Per parecchie ore. Un giorno intero. Le persone hanno cercato di fuggire e tanti sono morti nell'intento. Plinio ha provato a condurre sul posto la sua flotta di Miseno ma  riuscito ad approdare solo a Stabia. Il resto della costa era inaccessibile a causa di strane correnti. Il mare sembrava muoversi da solo, si agitava come la terra prima dell'eruzione. Il comandante Plinio ha fatto del suo meglio, cesare, ma purtroppo  morto nel porto di Stabia per i gas esalati dal Vesuvio. Poi la pioggia di ceneri si  interrotta per un po' e quelli che erano rimasti nelle loro case sono usciti per lasciare la citt. Era l'alba del secondo giorno dopo l'eruzione, ma il vulcano ha ricominciato a ruggire, forse ancora pi forte di prima. La pioggia di cenere  diventata cos intensa che non si riusciva a vedere nulla, era come camminare alla cieca. Il sole si  offuscato dietro le polveri e la gente correva terrorizzata da una parte all'altra. Sono morti quasi tutti, cesare. Stringeva i pugni, impotente, cercando di trattenere le lacrime. Mio figlio e mia moglie si sono persi... E come loro molti altri... Pompei, Ercolano... non esistono pi, cesare... sepolte... C' soltanto cenere...
Tito ascolt, commosso, il racconto del centurione. Quando questi rimase senza parole, l'imperatore gli fece portare da bere e da mangiare e ordin ai medici di visitarlo. Lui, nel frattempo, si alz dalla cathedra, deciso.
L'imperatore si prender cura degli abitanti di Pompei ed Ercolano. Non li lascer soli. Guard Partenio, gli altri liberti del consilium e gli ufficiali l presenti che di solito seguivano l'imperatore quando soggiornava nella sua residenza a nord della citt. A Roma e nei magazzini del porto di Ostia abbiamo molte provviste. Voglio che vengano inviate ai superstiti. Ricorreremo alla flotta di Miseno: le navi arriveranno dalla costa e saranno caricate di viveri, acqua, olio e tutto il necessario. Poi si dirigeranno a sud.
Partenio vide tutti quanti annuire e registrare le istruzioni dell'imperatore per poter adempiere ai loro compiti. Ammir la prontezza di spirito con cui Tito aveva reagito all'inattesa notizia, anche se adesso iniziava a capire il motivo delle ripetute richieste del curator dell'Aqua Augusta. Malauguratamente la congiura di Domiziano e la guerra nella Britannia avevano impedito loro di prestare maggiore attenzione a quanto stava per accadere a Pompei.
L'imperatore prosegu: Tra qualche giorno andr l io stesso per verificare i danni e assicurarmi che i miei ordini siano stati eseguiti. Per Giove, non abbandoner i cittadini del Sud!.
Partenio ricordava che lui e l'imperatore avevano lasciato una questione in sospeso. Pur rendendosi conto che sarebbe stato indelicato affrontarla in quel momento, il suo lavoro era proprio evitare che il capo supremo di Roma tralasciasse qualche faccenda importante. Il consigliere si schiar la voce. Il cesare si ferm e si volt a guardarlo.
Ebbene? Per caso Partenio ritiene inappropriato che l'imperatore si rechi nelle citt colpite dall'ira del Vesuvio? Perch se  questo che stai per dire, puoi risparmiare il fiato. Devi sapere che a Gerusalemme ho combattuto in prima linea, come durante l'intero conflitto in Giudea. Il mio modo di affrontare i problemi  sempre stato questo. E non ho intenzione di cambiare.
La voce dell'imperatore era tonante. Tutti i consiglieri sembravano intimiditi dalla determinazione di Tito, ma Partenio, inchinandosi pi volte in atto di sottomissione, ripropose la domanda rimasta senza risposta che nemmeno le ceneri del Vesuvio avrebbero potuto cancellare dalla sua memoria.
Come ci dobbiamo comportare con Domiziano, cesare augusto?
L'imperatore rimase immobile.
Domiziano? ripet confuso. Certo, non ne abbiamo ancora parlato. Si sedette di nuovo. Domiziano. Cosa avrebbe dovuto fare con lui? Si concesse un momento, poi sollev lo sguardo e lo rivolse a Partenio. Prima ci occuperemo di Pompei, poi inaugureremo il nuovo anfiteatro Flavio, e infine decider come comportarmi con mio fratello. Per il momento sorvegliatelo.
Partenio fece un altro inchino mentre l'imperatore usciva accompagnato dagli altri consiglieri, i pretoriani e gli schiavi, lasciandolo da solo. Rimase in silenzio nella penombra di un angolo. Non era convinto che bastasse tenere d'occhio Domiziano, ma senza autorizzazione imperiale aveva le mani legate.

1. Anche se le eruzioni che distrussero Pompei vengono fatte risalire al 24 e al 26 agosto, i pi recenti scavi archeologici hanno attestato la presenza di pollini di piante autunnali nelle ceneri, il che situerebbe il disastro qualche settimana dopo la vendemmia. Ho privilegiato le fonti archeologiche. Si veda Mary Beard in bibliografia.
2. Questi corpi pietrificati, compreso il cane, sono esposti negli scavi e nei musei della citt di Pompei.

71.

L'INAUGURAZIONE DELL'ANFITEATRO FLAVIO.

Roma, 80 d.C.

L'anfiteatro Flavio si ergeva, fiero e imponente, nel cuore di Roma. Dopo il disastro di Pompei ed Ercolano, un enorme incendio aveva devastato il centro dell'Urbe, ma il nuovo e gigantesco anfiteatro era miracolosamente scampato alle fiamme, quasi fosse stato protetto dagli dei. Ed essendo quella costruzione legata alla famiglia imperiale, Tito tenne a precisare davanti ai suoi sudditi che quella fortunata circostanza era un chiaro segno della benevolenza divina verso la dinastia Flavia. Erano stati necessari dieci anni di ininterrotti lavori per poter inaugurare il colossale edificio. Il pi grande anfiteatro del mondo si innalzava su tre piani, che all'interno si suddividevano in ulteriori livelli per accogliere il pubblico, pi vicino o pi lontano dall'arena a seconda della classe sociale: in prima fila c'erano l'imperatore e i senatori; poi gli ufficiali della guardia pretoriana, dell'esercito e delle altre milizie; pi in alto i soldati semplici e i cittadini; a seguire i poveri, gli schiavi e infine, all'ultimo piano, le donne, a eccezione delle vestali o di quelle appartenenti alla famiglia imperiale, che sedevano nella prima fila di gradoni.
All'esterno, a ogni piano corrispondevano ottanta archi, ciascuno dei quali era ornato da una splendida statua1. Centinaia, migliaia di spettatori affollavano le settantasei porte. Nessuno lo aveva visto all'interno tranne il divino Vespasiano, l'imperatore Tito, le sue guardie e gli operai. Questi ultimi, con i loro racconti, avevano enormemente incuriosito il popolo. Non aveva la stessa capienza del Circo Massimo, ma era un edificio pi imponente, oltre che altissimo, e si diceva che avrebbe ospitato i pi terribili e audaci combattimenti di gladiatori, bestiarii ed esecuzioni. Le corse del circo assicuravano emozioni forti e spesso anche qualche spargimento di sangue, ma il grande anfiteatro Flavio prometteva fiumi di sangue e spettacoli inimmaginabili. Sempre.
Ottanta archi e settantasei porte per il pubblico. Quattro archi e altrettanti ingressi erano riservati: uno per l'imperatore e la sua famiglia, un altro per le vestali e i sacerdoti pi influenti, e infine la porta della Vita e la porta della Morte. Dalla prima sarebbero entrati i gladiatori che dovevano combattere, e dall'altra sarebbero stati portati fuori i cadaveri dei lottatori sconfitti o dei prigionieri giustiziati.
L'imperatore Tito entr con la figlia Flavia Giulia, di sedici anni. La ragazza era nata dal precedente matrimonio del cesare con Marcia Furnilla, da cui aveva divorziato quando la donna fu sospettata di far parte della congiura contro Nerone. All'epoca, Tito aveva accettato il consiglio di suo padre di porre fine a quell'unione per evitare che Nerone potesse accusarlo di essere invischiato in quella faccenda. La madre di Flavia Giulia era morta, e Tito, dopo il suicidio di Nerone, aveva accolto la figlia con profondo amore paterno. Ora che era imperatore si faceva accompagnare da lei ovunque.
Il pubblico acclam l'ingresso dell'imperatore, la cui popolarit era in ascesa nonostante le tragedie occorse di recente a Roma e nell'Italia meridionale. Le sue visite a Pompei ed Ercolano e il continuo invio di aiuti alle due cittadine, insieme ai lavori di ricostruzione dopo l'incendio, avevano rafforzato agli occhi del popolo l'immagine di un imperatore magnanimo e clemente con i suoi sudditi, costretti a subire i flagelli che gli dei, volubili e crudeli, infliggevano loro. D'altra parte il cesare Tito era lui stesso un dio, o almeno lo sarebbe diventato, come suo padre. Tito li governava con saggezza e curava le loro ferite. E adesso li intratteneva con quel gigantesco anfiteatro. Che altro gli si poteva chiedere? Quella ciclopica costruzione non era un semplice passatempo, ma la base su cui sarebbe sorta la dinastia Flavia, come l'aveva pensata suo padre Vespasiano, le cui radici sarebbero attecchite non solo nel cuore di Roma ma anche in quello del popolo.
L'imperatore sal sul podio con la figlia e salut il pubblico, che gridava in visibilio.
Cesare! Cesare! Cesare!
Dopo l'imperatore e la figlia, poco alla volta presero posto sul palco diversi pretoriani. Seguirono Domiziano e la moglie Domizia Longina - amata dal popolo per la sua bellezza e discrezione -, il maestro di cerimonie, diversi senatori tra i favoriti dell'imperatore, compresi Traiano e il figlio, e una schiava che teneva per mano un'intimorita bimbetta di otto anni. La madre della piccola Flavia Domitilla Terza era l'omonima figlia di Vespasiano, purtroppo deceduta, quindi la piccola era nipote dell'imperatore. La bambina era spaventata dalla ressa, dalle urla e dai racconti di ci che sarebbe accaduto in quel posto.
Mentre il fratello Tito continuava a salutare il popolo, Domiziano si volt dapprima verso l'adolescente Flavia Giulia, e poi pos lo sguardo sulla timida figura di Domitilla. Erano splendide. Non importava che la prima fosse giovanissima e la seconda soltanto una bambina: l'avvenenza della figlia di Tito e dell'altra nipotina erano innegabili. Sorrise. Domiziano apprezzava la bellezza femminile. Lanci un'occhiata a sua moglie. Domizia era stata cos affascinante... e lo era ancora. Ma era sempre intrattabile, rancorosa... e a letto era gelida. Lei non lo guardava nemmeno. Aveva lo sguardo perso nell'arena.
In mezzo a tanti nobili individui, l'anziano lanista Caio si sentiva piuttosto a disagio. Eppure aveva il privilegio di trovarsi sul palco imperiale, in quanto preparatore di gran parte dei gladiatori che avrebbero combattuto durante i cento giorni di giochi inaugurali. Si sedette in fondo, cercando di passare inosservato. Tra i lottatori di quel giorno c'erano Prisco e Vero. Sperava che non lo deludessero. Tito voleva uno spettacolo perfetto e lui temeva che qualsiasi sbavatura avrebbe suscitato la sua ira. Non era molto tranquillo.
Domizia avvert su di s lo sguardo gelido del marito, e si era accorta della lascivia che gli baluginava negli occhi alla vista di Flavia Giulia e della piccola Domitilla. Doveva parlare con Tito e convincerlo che Domiziano non poteva passarla liscia dopo la congiura di qualche settimana prima. L'unico modo per sperare di domarlo erano le punizioni, come per le bestie. Senza ricevere un severo castigo la sua perfida mente non si sarebbe fermata.
L'imperatore si affacci dal podio per controllare le protezioni.
Eccole l disse a Flavia Giulia indicando le grandi zanne di elefante che sporgevano dal perimetro dell'arena. Le vedi? Oltre alle mura di protezione hanno messo le zanne, su cui sono state appese quelle reti. Nessun animale pu scappare. Si volt per cercare Rabirio, l'architetto imperiale che aveva progettato l'enorme recinto. Vero, Rabirio?
L'architetto si alz dal suo posto e annu.
Ovviamente, cesare. E poi, sulla sommit del muro perimetrale, c' una sbarra di bronzo girevole. Se una belva dovesse toccarla innescher il meccanismo e l'animale, scivolando, ricadr nell'arena. Inoltre, per maggiore sicurezza,  stato scavato anche un fossato, utile soprattutto contro la furia degli elefanti. Tra fossato, muro, sbarra, reti e zanne  impossibile che un animale o un essere umano possa scappare. L'architetto guard la figlia dell'imperatore, sorridendole per tranquillizzarla. La nobile Flavia Giulia pu stare tranquilla. Si pu entrare nell'arena soltanto dalla porta della Vita, e se ne pu uscire solo da quella della Morte.
L'imperatore annu, soddisfatto dalle parole di Rabirio. Questi sospir sollevato e torn a sedersi.
Sono due mondi separati riprese l'imperatore, abbracciando la figlia. L'arena dell'anfiteatro e la famiglia imperiale non si incrociano mai. Noi comandiamo, li osserviamo. Loro ci intrattengono. Se lottano bene li premiamo e se lo fanno male li puniamo, ma restano nel loro mondo e noi nel nostro.  sempre stato cos e sempre lo sar.
Il lanista ascolt la spiegazione del cesare. Era semplicistica ma veritiera, anche se non menzionava le visite notturne di alcune patrizie alle celle dei gladiatori pi famosi, forse perch non era un argomento adatto alla giovane. In quel momento, per, Tito sembrava annoiato dallo spettacolo delle belve. Molte si limitavano a cercare la protezione del muro, come se volessero nascondersi. Erano terrorizzate. L'imperatore si gir per cercare il maestro di cerimonie.
Voglio vedere il bestiarius che ha addestrato questi animali.
Il maestro di cerimonie annu, si volt verso un pretoriano e poco dopo, in mezzo all'arena, si vide arrivare, armato di frusta, il preparatore di quelle belve impaurite che si rifiutavano di lottare tra loro.
Eccolo l, augusto bisbigli il maestro di cerimonie.
L'imperatore annu e si limit a guardare il pretoriano alla destra del preparatore di fiere. Il pubblico sembrava scontento e il bestiarius, nervoso, taceva e osservava di sottecchi le sue belve. Il pretoriano interpret correttamente l'occhiata di Tito, sfoder il gladio e, prima che il bestiarius potesse accorgersene, gli trapass il petto da parte a parte.
Spero che non ci siano altri errori per il resto della giornata disse Tito al maestro di cerimonie, che assentiva, a capo chino.
Pi indietro, Caio rest in silenzio: essere stato invitato su quel palco non era propriamente un onore. Tuttavia, rimase sereno: i suoi uomini erano buoni lottatori, soprattutto Prisco e Vero, che si erano gi distinti in altri combattimenti. Accett volentieri la coppa che gli stava porgendo uno schiavo. Era un vino eccellente e non sapeva se avrebbe mai avuto altre occasioni per gustarlo, quindi decise di cogliere l'attimo. Per un momento ripens al periodo in cui Roma era in preda alla follia dei vitelliani e a come erano sereni quando tutti sembravano essersi dimenticati di loro, chiusi nella scuola. Svuot la coppa e chiese dell'altro vino.
Mentre si aprivano le porte da cui far uscire le belve spaventate, l'imperatore si volt ancora verso destra e un pretoriano gli si avvicin subito.
Fate venire i Traiani ordin, e il pretoriano and a cercarli.
Tito sapeva che il vecchio Traiano, governatore della Siria, voleva parlare con lui da tempo. Ne sospettava il motivo e per questo rimandava l'incontro. Per ricordava bene le parole del padre, e la lealt dimostratagli dall'allora legatus durante la campagna in Giudea. Meritava di essere ascoltato. Avrebbe poi valutato se concedergli quanto chiedeva.
Nel frattempo, nell'arena, il cadavere del bestiarius fu portato via. Gli altri preparatori di belve, radunati intorno alla porta della Morte, avevano assistito alla drammatica fine del loro collega e cercarono di imprimerla come un monito nelle loro menti, soprattutto un giovane bestiarius di nome Carpoforo, un tipo robusto e un po' strano che non parlava mai con gli altri.
Le belve impaurite furono rimpiazzate da altre pi feroci, in cui erano state riposte le speranze di soddisfare la sete di sangue dei Romani. Il problema sarebbe stato far uscire dall'arena le fiere che sarebbero sopravvissute allo spettacolo. I bestiarii decisero di avvisare i pretoriani.
I duecento pretoriani marciavano nel centro di Roma. Erano usciti dai castra praetoria, avevano superato il grande acquedotto dell'Aqua Marcia, e procedevano a passo sostenuto, come imposto da Fusco, il tribuno pretoriano. Questi sapeva che sarebbero dovuti arrivare al grande anfiteatro all'ora stabilita. Avrebbero potuto essere l anche prima, se i bestiarii avessero pianificato meglio le cose; d'altra parte era pi semplice entrare ora, senza la folla accalcata alle entrate. Poi, una volta svolto il loro compito, si sarebbero intrattenuti l.
Dai, dai! Per Marte! E mi raccomando, comportatevi bene in presenza dell'imperatore! Su, sbrigatevi!
Era stato assegnato loro un bizzarro incarico. Fusco non avrebbe scommesso sul buon esito di quella operazione, ma lui voleva svolgerla al meglio, e garantirsi cos l'incolumit. Il giorno della morte di Vespasiano aveva scorto qualcosa nello sguardo di Domiziano. Il giovane cesare si era ribellato troppo presto, ed era stato scoperto, ma l'imperatore Tito, nella sua clemenza, lo aveva risparmiato. Tuttavia, ci avrebbe provato di nuovo, quello sguardo non lasciava adito a dubbi. E Fusco si sarebbe fatto trovare pronto quando ci sarebbe avvenuto. Altrimenti non sarebbe mai diventato tribuno, e lui aveva grandi aspirazioni. Molto grandi.
Le nuove belve avevano reso lo spettacolo pi godibile. Mentre un leone squartava una zebra agonizzante, Traiano e suo figlio si avvicinarono all'imperatore. Tito ignor il giovane e guard dritto negli occhi il vecchio governatore della Siria.
Volevi parlare con me, Traiano. Ti ascolto.
Il cesare  molto generoso a dedicarmi il suo tempo. Le acclamazioni del pubblico - impressionato da un elefante capace di tener testa a diversi leoni con le sue zanne affilate - interruppero il governatore della Siria. Quando la folla si calm Traiano riprese a parlare. Tito osservava l'arena, ma pareva ascoltarlo. Ho combattuto per molti anni, cesare, e sono sempre stato fedele all'imperatore e a Roma. La mia lealt e quella di tutta la mia famiglia si  palesata in molte occasioni. Sono orgoglioso di aver combattuto agli ordini dell'imperatore in persona in Giudea...
E l'interminabile assedio di Gerusalemme, te lo ricordi? l'imperatore distolse lo sguardo dall'arena e si volt verso Traiano. Una guerra tremenda: quei Giudei sembravano non arrendersi mai...
Per un momento, Tito non sembrava pi l'imperatore ma soltanto un veterano che rievocava il passato glorioso insieme a un compagno.
Eppure il cesare  riuscito a spronarci con la sua determinazione. Quando le legioni si scoraggiavano, l'audacia e la forza dell'imperatore ci teneva tutti uniti.
Allora non ero imperatore, ma solo un cesare, il legatus augusti di mio padre.
Il nostro legatus augusti, il nostro capo, il nostro cesare aggiunse Traiano padre con aria solenne, portandosi il pugno al petto. La sua voce sembrava sincera. L'imperatore annu, ma si ferm e scosse la testa.
So cosa vuoi chiedermi, ma non posso permettermi di perdere un ottimo alleato proprio adesso che sono imperatore. Non posso lasciarti andar via, Traiano.
Certo, cesare, lo capisco, e se non avessi gi una soluzione al problema non verrei a importunarti con le mie sciocchezze da anziano, ma ho cinquant'anni e le mie energie non sono pi quelle di un giovane legatus. Io non servo a nient'altro che veder crescere la mia nipotina Matidia, di dodici anni. Mio figlio, invece,  stato con me in Oriente per tutto questo tempo, ha ventotto anni ed  forte come lo ero io all'epoca della guerra in Giudea. O di pi, se possibile. Ed  leale quanto me.  stato un ottimo tribuno in Siria.
Ti dai del vecchio, ma mi risulta che tu abbia respinto i Parti con successo non molto tempo fa replic l'imperatore, che ancora evitava di guardare il giovane Traiano.
E mi  costata un'enorme fatica, cesare. Mio figlio  stato di grande, grandissimo aiuto.  su di lui, sulle sue capacit che dovresti fare affidamento adesso.
L'imperatore rimase in silenzio. Le urla del pubblico, infervorato dalle prodezze di alcuni animali o dall'agonia di altri, aumentavano o diminuivano a seconda delle scene pi o meno brutali che si svolgevano nell'arena.
Cosa vuoi?
Tito non voleva cedere, ma Traiano era un senatore influente e lo aveva servito sempre con abnegazione. Quella era la prima volta che avanzava una richiesta.
Solo tornare alla mia Italica, nella Hispania, e riposarmi lontano da Roma. Non mi interessa il potere, voglio soltanto vivere tranquillo. Desidero stare con mia figlia, mia moglie e mia nipote. Tutto qui. Mio figlio potr sostituirmi in qualsiasi missione che richieda l'apporto di un uomo forte, intelligente ed estremamente leale.
Per la prima volta, Tito si volt verso il giovane Traiano. Vide uno sguardo limpido, privo di cattiveria, ma intu che nel suo cuore serbava qualche segreto. La semplicit con cui era riuscito a leggergli dentro lo allarm: un uomo del tutto trasparente non  mai abbastanza uomo. Un vero capo ha bisogno dei suoi piccoli spazi occulti in cui relegare il dolore, la vergogna e le umiliazioni, se ha dovuto subirne. Per tra quelle ombre si riusciva a scorgere anche la sua lealt. Era questo l'importante.
E sia concesse l'imperatore, e Traiano padre si inchin al suo cospetto. Ma se tuo figlio commette un errore verr rispedito nella Hispania e tu sarai richiamato a Roma per sostituirlo,  chiaro?
Chiarissimo, cesare. L'imperatore  molto generoso.
Tito alz la mano per indicare che la conversazione era terminata. I Traiani si allontanarono e si accomodarono di nuovo ai loro posti. Il giovane Traiano bisbigli al padre: Non ti deluder.
Il veterano governatore della Siria gli rivolse un sorriso.
Lo so, figliolo, lo so. Lo guard per un istante. Tito  un buon imperatore. Con lui non avrai problemi. Per questo mi ritiro. Sarebbe diverso se... Rivolse un'occhiata al fratello dell'imperatore. Domiziano si era seduto accanto all'intimorita nipote e cercava di tranquillizzarla accarezzandole la guancia. Traiano figlio si volt nella stessa direzione. Non era necessario aggiungere altro: certe considerazioni era meglio tacerle, soprattutto sul palco imperiale del grande anfiteatro Flavio.
Lo spettacolo di caccia era terminato ed era il momento di allontanare le belve, ma non tutte sembravano voler tornare nelle gabbie o nelle nicchie del labirinto intorno alla porta della Vita.
Come faranno a rinchiuderle di nuovo, padre? domand la giovane Flavia Giulia.
L'imperatore sorrise. Non lo so, figliola. Ma non preoccuparti di questo, almeno ci hanno mostrato delle vere belve feroci.
Lanci uno sguardo al maestro di cerimonie, che si avvicin subito per fornire una dettagliata spiegazione e soddisfare la curiosit dell'imperatore e di sua figlia.
Dopo le lotte, gli animali sono esausti e assetati. Ecco come abbiamo pensato di farli tornare nelle gabbie: decine di schiavi stanno posizionando nelle celle grandi catini pieni d'acqua. Gli animali correranno a bere e poi altri schiavi o i bestiarii li chiuderanno dentro concluse il maestro inchinandosi davanti alla giovane figlia dell'imperatore.
Flavia Giulia osservava l'arena. In effetti la maggior parte delle belve sembrava allontanarsi senza opporre resistenza, sicuramente alla ricerca dell'acqua di cui parlava il maestro di cerimonie. Alcuni leopardi e leonesse, per, erano rimasti vicini al muro dell'arena e continuavano a ruggire.
E con quelli cosa faranno?
Avranno un piano rispose Tito, e si volt verso il maestro di cerimonie in cerca di conferma.
Infatti, cesare,  cos. I bestiarii... esit, ma lo sguardo severo dell'imperatore lo esort a terminare la frase. I bestiarii hanno chiesto aiuto alla guardia pretoriana, augusto.
In quel momento furono chiuse le gabbie delle belve, anche se una dozzina era ancora nell'arena. Dalla porta della Vita entrarono quasi duecento pretoriani armati di pila e pesanti scudi concavi, che si schierarono davanti alle belve ancora libere. Fusco, il tribuno pretoriano, inizi a dare ordini.
Pila! esclam, e i pretoriani puntarono minacciosamente le lance contro le fiere. Ma ci non sarebbe bastato a proteggerli dall'attacco degli animali. Scudi!
Disposero gli scudi uno accanto all'altro, in modo che le fiere si trovassero di fronte a una sorta di parete, dalla quale spuntavano soltanto le lance. I pretoriani avevano lasciato libera solo la porta della Vita, per dare alle belve una via di fuga. Un leopardo si scagli contro il muro di scudi, ma fu allontanato dalle lance e ferito al ventre e al muso. Il pubblico applaud la destrezza della guardia imperiale. Tito annu, compiaciuto. Era importante dare prova del coraggio e della perizia dei pretoriani nel fronteggiare qualsiasi nemico. Le ferite del leopardo servirono da monito per le altre belve, che a poco a poco rientrarono nelle loro gabbie attraverso la porta della Vita. In breve l'arena era vuota e gli schiavi fecero il loro ingresso per allestire lo spettacolo successivo. La disposizione della scenografia, per, avrebbe richiesto parecchio tempo e sarebbe risultata noiosa per il pubblico, sicch il maestro di cerimonie ordin che mezza arena rimanesse libera per gli andabatae. Erano gladiatori dotati di elmi con la visiera sigillata, in modo che non potessero vedere nulla. Armati di spade, e piuttosto goffi, uscirono dalla porta della Vita e gli spettatori esultarono: l'attesa non sarebbe stata affatto noiosa.
Sul palco imperiale, Flavia Giulia and a cercare qualcosa da bere e da mangiare. Tito rimase da solo, ma solo per pochi istanti, perch Domizia gli si avvicin, approfittando del fatto che anche il marito si era lanciato sui vassoi di leccornie portati dagli schiavi.
 una costruzione straordinaria esord Domizia. Ricordava ancora il consiglio di Antonia Caenis di non inimicarsi mai Domiziano, ma la morte del loro figlio l'aveva convinta a mettere da parte la prudenza e pianificare la sua vendetta.
Tito gett un'occhiata alle gigantesche grate, poi all'arena e infine il suo sguardo si pos su Domizia.
Degno di una dinastia imperiale precis la donna. Il divino Vespasiano sarebbe stato entusiasta di vedere tutto ci.
Ne sono certo, Domizia.
Tito aveva capito quali fossero le reali intenzioni della cognata. Domizia gli si fece ancora pi vicino e gli parl all'orecchio.
Stanotte vedr l'imperatore di Roma? sussurr, con voce sensuale.
Tito sorrise. Annu senza aggiungere altro. Da quando aveva seguito il consiglio del padre e aveva rispedito Berenice in Oriente, Tito aveva intrecciato una relazione clandestina con la moglie di suo fratello. Era una dolce vendetta per il tentativo di rivolta di Domiziano. Questi, per il momento, non se n'era accorto, o fingeva di non sapere. A ogni modo, Tito era sicuro di non correre rischi: lui stesso era a capo della guardia pretoriana, epurata dei traditori che avevano preso parte alla congiura di qualche mese prima. Era dunque impossibile che Domiziano li sorprendesse. Tito si sentiva forte, invulnerabile.
Domizia si allontan e si diresse verso i vassoi di cibo. Incroci lo sguardo di uno schiavo che aveva disposto i migliori manicaretti su un vassoio di bronzo per portarli all'imperatore.
Marzio e Attilio non combatterono durante l'inaugurazione dell'anfiteatro. Avevano gi diciannove anni e avevano dato prova del loro vigore e della loro audacia, ma il lanista, vista la straordinariet dell'occasione, aveva scelto soltanto i veterani, capeggiati da Prisco e Vero. I ragazzi compresero che quello era un giorno troppo importante per far esibire gladiatori ancora inesperti, come loro, ma speravano di poter dimostrare il loro valore durante le giornate successive.
Attilio rimase ad ammirare Prisco, Vero e gli altri che si preparavano per il combattimento. Marzio, invece, decise di affacciarsi dalla porta della Vita per vedere cosa succedeva nell'arena. Vide uscire gli andabatae, che si scontravano tra loro nel corridoio che conduceva al grande spiazzo ovale. Una ventina di schiavi, armati di pali, li pungolava per farli avanzare; alcuni inciampavano e cadevano a terra, ma venivano subito fatti rialzare. Appena prima di entrare nell'arena, un altro schiavo consegnava a ciascuno una spada robusta e acuminata come quella di un mirmillo. In quel momento Attilio raggiunse Marzio ed entrambi si misero a ridere: erano cos goffi e intimoriti... Gli andabatae erano condannati a morte ai quali veniva concessa un'altra possibilit, anche se i loro combattimenti erano, pi che altro, un modo per godere di un facile intrattenimento.
Guardali disse Attilio indicando l'arena.
Si sporsero incuriositi dalla porta della Vita. L'inaugurazione dell'anfiteatro Flavio era un evento troppo importante perch loro potessero prendervi parte da protagonisti, ma il lanista aveva permesso loro di assistere ai giochi da quella posizione privilegiata, come premio per l'impegno con cui si allenavano nella sua scuola.
Marzio guardava gli andabatae nella parte di arena lasciata sgombra mentre gli schiavi allestivano il complesso scenario per il successivo spettacolo di lotta. I poveri condannati dovevano battersi tra loro alla cieca, finch ne fossero rimasti in piedi soltanto uno o due. La loro unica speranza di sopravvivenza era che il pubblico, soddisfatto dalla loro prestazione, si impietosisse e chiedesse di graziarli. Cos gli andabatae, con gli elmi assicurati al collo da una cinghia di cuoio, iniziarono a brandire le spade con furia girando su se stessi e cercando di ferire gli altri senza essere colpiti. La gente si divertiva a vederli fendere l'aria con le spade tremanti, ed esultava quando qualche poveraccio riusciva a mozzare il braccio o la gamba di qualcun altro. All'improvviso, un lottatore riusc a ferirne un altro alla gola: questi si inginocchi e si port le mani al collo cercando di sfilarsi l'elmo in un vano tentativo di respirare. Cadde a terra e un altro malcapitato inciamp su di lui. Un andabata pi astuto, di nome Nonio, si accoccol e inizi a muoversi in quella posizione, riuscendo cos a schivare i colpi dei nemici e a ferirne le gambe. Insensibile agli sforzi di Nonio di sopravvivere, il pubblico si dilettava ad aizzare gli andabatae l'uno contro l'altro gridando loro istruzioni.
Ce l'hai alla tua destra! A destra, per Giove!
No, imbecille!
Attacca adesso, per Marte! Davanti, ce l'hai davanti!
Le indicazioni non erano sempre corrette, anzi qualcuno si divertiva anche a depistarli per farli scontrare tra loro o inciampare sui cadaveri o sui lottatori feriti che si trascinavano all'interno dell'arena. E poi gli spettatori scommettevano tra loro, perci era lecito confondere gli altri affinch il proprio lottatore rimanesse in piedi il pi a lungo possibile. Gli andabatae, per, non davano ascolto a nessuno e sferravano colpi a casaccio, mossi da un impeto disperato. Addirittura, qualcuno piangeva sotto l'elmo. Nonio, condannato per truffa, pens di poter uscire vivo da l con l'inganno, come aveva fatto da quando era nato. Cos, quando ricevette un colpo innocuo, un graffio a una spalla, si lasci cadere come se fosse morto. Purtroppo per lui, quei trucchi non funzionavano nell'anfiteatro Flavio.
Uno dei pi temuti addetti dell'arena, con una maschera di Caronte calata sul volto, usc dalla porta della Morte. Si avvicin ai caduti seguito da diversi schiavi e inizi a indicare i possibili cadaveri. Gli schiavi, che avevano un braciere con dei ferri incandescenti, marchiarono a fuoco il braccio di ogni presunto corpo senza vita. Rimanevano tutti immobili, ma quando uno degli schiavi poggi il ferro sul braccio di Nonio, questi non riusc a trattenere un grido lacerante. Lo schiavo fece qualche passo indietro e un altro addetto, con la maschera di Hermes, si chin sul finto cadavere, gli tagli le cinghie dell'elmo e glielo tolse. Per un breve istante, l'astuto truffatore sent il sollievo dell'aria fresca sul viso, ma subito dopo, mentre sbatteva le palpebre per vedere cosa succedeva, lo schiavo gli colp la testa con un pesante martello, fracassandola. Una volta sicuri che tutti quegli infami fossero davvero morti, Caronte li infilz con un grosso gancio, e con l'aiuto degli schiavi li trascin fino alla porta della Morte, dove scomparvero negli oscuri corridoi che portavano allo spoliarium. L un altro gruppo di schiavi li avrebbe spogliati di qualunque cosa di valore per poi affidarli ai macellai dell'anfiteatro che, con la massima solerzia, avrebbero fatto a pezzi i cadaveri e li avrebbero consegnati ai bestiarii per sfamare gli animali. Carpoforo, il giovane bestiarius, era sempre in prima fila a selezionare le parti migliori da dare alle sue belve. Il sangue scorreva sul pavimento in pietra dello spoliarium fino a raggiungere un canale di scolo che riversava tutta la morte dell'anfiteatro Flavio nelle cloache dell'edificio. Da l il sangue affluiva alla Cloaca Massima, e infine al fiume Tevere, che nelle lunghe giornate di giochi si tingeva di rosso.
Domizia Longina ritorn al suo posto dopo la fugace conversazione con l'imperatore, mentre gli altri si accalcavano intorno ai vassoi. Sembravano tutti affamati, tanto che gli schiavi non avevano nemmeno dovuto distribuire loro le vivande. Soltanto l'imperatore era cos rapito dallo spettacolo da non mostrare appetito. A Domizia quella ressa per accaparrarsi il cibo pareva quanto meno volgare. Suo marito prendeva da mangiare per s, per Flavia Giulia e per la piccola Domitilla. Le fanciulle sembravano contente in sua compagnia. E anche lui. Perfino troppo. Domizia Longina serr le mascelle e osserv la scena. Doveva parlare con l'imperatore: Domiziano avrebbe sferrato il suo attacco. Presto. Le congiure non erano l'unico strumento per svilire la figura dell'imperatore. Cos come lei e Tito umiliavano Domiziano con la loro relazione, il marito sapeva che esistevano armi ben pi efficaci. L'ingenuo Tito, per, abbagliato dal potere e protetto dalla sua guardia pretoriana, sembrava incapace di vedere chiaramente quanto fosse perfido il suo stesso fratello. Doveva fargli aprire gli occhi. Al pi presto.
Domizia not che pochi erano stati abbastanza morigerati da non prendere d'assedio il banchetto: il lanista, concentrato sui suoi gladiatori, il maestro dei giochi, attento a cogliere le reazioni dell'imperatore e dei Romani ai giochi preparati per loro, e i Traiani. Il governatore della Siria aveva sempre servito i Flavi, soprattutto Tito. Un senatore potente, ricco e coraggioso in battaglia. Il figlio - alto, possente e all'incirca della sua et - guardava l'arena. Domizia si avvicin ai due uomini. Le sembrava di ricordare che l'anziano Traiano avesse combattuto con suo padre, il legatus augusti Corbulone.
Sembra che siate tra i pochi a non essere affamati sorrise Domizia.
Traiano si alz e il figlio lo imit subito: erano al cospetto della cognata dell'imperatore.
Le campagne militari insegnano a dominare gli istinti le spieg Traiano. Domizia annu.
Magari tutti sapessero controllarsi come voi, governatore comment la donna e, indicando i gradoni dell'anfiteatro, senza l'intenzione di sembrare polemica, ma soltanto per fare conversazione, aggiunse: A me sembra tutto cos esagerato. Poi pose loro una domanda, ma se ne pent subito accorgendosi che, senza volerlo, aveva messo in difficolt il governatore: Non ritenete anche voi che tutti questi giochi siano eccessivi, con quei poveretti obbligati a lottare con gli occhi coperti?.
Traiano sorrise, ma rispose misurando accuratamente le parole: Se qualcosa  eccessivo o meno lo decide l'imperatore. Io trovo che questa sia una costruzione imponente. Tuttavia evit di esprimere la sua opinione sui crudeli combattimenti degli andabatae.
Domizia annu. Le era bastato un attimo per capire come avesse fatto quell'uomo a diventare senatore, legatus e poi governatore nei tumultuosi anni della guerra civile. Se in battaglia era abile come nella conversazione, era giusto che fosse stimato dagli amici e temuto dai nemici.
 vero che avete combattuto agli ordini di mio padre? chiese Domizia a bassa voce. Parlare del padre era sempre stato un argomento delicato, soprattutto adesso che era cos vicina all'imperatore. L'apparente ribellione di Corbulone contro Nerone aveva alimentato una certa diffidenza nei confronti di Domizia.
Traiano figlio guard nervosamente il padre, ma l'uomo sembrava tranquillo. L'anziano aveva letto nello sguardo di Domizia Longina il vero motivo di quella domanda: era una figlia che cercava di sapere qualcosa del padre che aveva perso da piccola e di cui ormai nessuno avrebbe potuto parlarle. Corbulone era stato suo amico, e gli aveva chiesto di proteggere le sue figlie.
Per me  stato un onore combattere agli ordini del legatus Corbulone. Quasi tutto ci che so in fatto di strategia militare me lo ha insegnato lui. Un grande uomo, e la sua morte  stata una grave perdita per Roma.
Domizia abbozz un sorriso. Avrebbe voluto sapere molte altre cose, ma cap che il governatore non voleva esporsi troppo. E dubitava anche della sincerit di quelle parole: forse il suo interlocutore aveva parlato in quel modo soltanto per compiacerla. Proprio in quel momento, per, intervenne il giovane Traiano, come se avesse letto nella mente della bella e tormentata Domizia.
Mio padre ha sempre avuto un'ottima opinione del legatus Corbulone e mi ha consigliato pi volte di prenderlo come esempio.
Il giovane non aggiunse altro, ma Domizia gli rivolse uno sguardo fugace, poi annu. Le parole del figlio del governatore le erano sembrate autentiche, sentite. Non poteva averle mentito. La donna si conged con un sorriso e torn al suo posto. Per un istante l'anfiteatro Flavio, le continue macchinazioni del marito e la plebe che acclamava i lottatori nell'arena scomparvero: Domizia chiuse gli occhi e le parve di sentire le dita forti del padre che le accarezzavano il viso prima di partire per l'Oriente.
E finalmente giunse il momento dell'esibizione dei gladiatori. Marzio e Attilio si fecero da parte. Alcune coppie avevano gi combattuto, ma tutti stavano aspettando i migliori. C'era il celtico Prisco, uno schiavo che aveva sorpreso il padrone per la sua forza e poi era stato comprato dal lanista, il cui fiuto infallibile gli permetteva di riconoscere un valoroso lottatore anche se non era mai stato allenato. E poi c'era Vero, un uomo libero della Mesia diventato gladiatore perch desideroso di accumulare ricchezze, anche lui addestrato da Caio negli ultimi anni. Prisco e Vero erano i due gladiatori pi forti della sua scuola: avevano collezionato decine di vittorie, solo un paio di missus - la grazia concessa dal pubblico, anche in caso di sconfitta, per le abilit dimostrate in combattimento - e nessuna stans missus, la grazia accordata a entrambi i contendenti in assenza di vincitori. Quest'ultima opzione, in realt, non si verificava molto spesso. I gladiatori lottavano per vincere oppure, quando capivano che l'avversario li avrebbe sconfitti, per battersi nel modo pi dignitoso e spettacolare possibile. Solo mostrandosi coraggiosi avrebbero potuto ottenere la grazia dal pubblico, anche da perdenti. Inoltre, le missus di Prisco e Vero risalivano ai loro primi anni di combattimento, quando erano ancora inesperti. In seguito, qualsiasi tipo di munera cui avessero preso parte li aveva sempre incoronati vincitori, sebbene non avessero mai combattuto l'uno contro l'altro. La loro popolarit e il fatto di allenarsi nella stessa scuola gladiatoria li accomunava in un reciproco rispetto; inoltre avevano condiviso numerose notti di orge con pi di una ricca e capricciosa patrizia che poteva permettersi di giacere con i migliori lottatori di Roma. Perci, quando si decise che il giorno dell'inaugurazione si sarebbero sfidati, il loro combattimento divenne l'evento pi atteso. Marzio e Attilio li videro uscire di corsa e guadagnarsi il centro dell'arena, vicino al podio imperiale, dove salutarono il cesare.
Ave, Caesar! Morituri te salutant!
E Tito si alz in piedi in segno di rispetto. Poi l'arbitro si avvicin ai due gladiatori per informarli che lo scontro doveva cominciare. Sui gradoni tutti scommettevano, o per Prisco, il fenomenale celtico, o per il valoroso Vero, dalla Mesia. Affinch fosse uno scontro equilibrato, i due erano equipaggiati come mirmillones: avevano scudi rettangolari, grandi e concavi, elmi con una visiera e una cresta, lunghe spade, dritte e a doppio filo, e una protezione sulle gambe e sul braccio che brandiva l'arma. L'arbitro li fece arretrare di un paio di passi e il combattimento ebbe inizio.
Sull'anfiteatro cal il silenzio: si udiva soltanto il clangore delle spade che si incrociavano o colpivano i pesanti scudi. I due contendenti trascorsero i primi istanti a studiarsi, poi Prisco si lanci in un feroce attacco. Vero par i colpi, finch all'improvviso si scagli contro l'avversario cogliendolo di sorpresa; l'altro, per, riusc a mettersi sulla difensiva. Tra gli spettatori le scommesse aumentavano. Sul palco imperiale tutti smisero di mangiare. L'imperatore si alz per seguire meglio il combattimento. Il lanista strinse i denti cercando di dissimulare il suo nervosismo, per non attirare l'attenzione dei patrizi che gli sedevano accanto. Sapeva che avrebbe perso uno dei suoi migliori gladiatori in quell'incontro, ma sperava almeno di soddisfare l'imperatore. Gli piaceva l'idea di poter gustare ancora per molti altri giorni quel vino delizioso.
I combattenti si allontanarono di qualche passo. Avevano bisogno di riprendere fiato. L'arbitro li teneva sotto controllo per assicurarsi che non infrangessero le regole, ma erano dei professionisti e, anche se mettevano in gioco la loro vita, lo facevano sempre nel massimo rispetto delle norme. Prisco ricominci la lotta. Vero si rimise sulla difensiva. Il celtico fer con la spada la spalla dell'avversario. Quest'ultimo grid: era una ferita superficiale, ma sufficiente a fargli perdere un po' di sangue e a tingere di rosso la sabbia dell'arena. Il pubblico esult. I suoi eroi stavano combattendo senza risparmiarsi, con passione e dedizione. Non si poteva chiedere altro. Vero scans un altro fendente e riusc a colpire Prisco alla gamba destra, appena al di sopra della protezione. Anche quello era solo un graffio, ma fece aumentare il sangue sulla sabbia, la furia, le urla del pubblico e le scommesse. Si allontanarono di nuovo di qualche passo e subito ripresero lo scontro, e cos per altre tre volte. Il sole iniziava a calare all'orizzonte e Prisco e Vero continuavano a combattere senza tregua, un colpo dopo l'altro. Il pubblico riusciva a sentirli ansimare. In quel momento l'imperatore alz il braccio e l'arbitro, attento a qualsiasi gesto del cesare, interruppe lo scontro.
Portate loro da bere e da mangiare! ordin Tito.
Era un evento raro, eppure a tutti sembr una grande idea. Se Prisco e Vero avessero ripreso le forze, avrebbero potuto ricominciare la lotta con rinnovato impeto. Arrivarono subito degli schiavi con brocche d'acqua fresca, un po' di frutta e carne di maiale essiccata. Prisco e Vero si tolsero gli elmi, bevvero e poi mangiarono con avidit, guardandosi a vicenda, studiandosi. L'arbitro fece un cenno e gli schiavi portarono via cibo e acqua. I due gladiatori si rimisero gli elmi e ripresero lo spettacolo con una nuova e feroce serie di colpi che avrebbe atterrato qualsiasi altro uomo. Il pubblico era in visibilio. Il popolo di Roma acclamava i due gladiatori e il cesare, che regalava loro quell'irripetibile combattimento.
Tirava per le lunghe lo scontro Prisco, lo tirava per le lunghe Vero e l'esito rimase a lungo incerto; si chiese a gran voce che si facesse loro grazia, ma Cesare obbed alla legge da lui stesso voluta: Solo deposto lo scudo e alzato il dito abbia fine lo scontro; mand loro pi volte, questo gli era consentito, piatti d'argento e doni2.
I colpi si succedevano con una rapidit impressionante, considerata la durata dello scontro. I due gladiatori si battevano come se avessero appena iniziato la lotta, ma a poco a poco Vero perse terreno. Faceva fatica a mantenere il ritmo con la spalla ferita. Il taglio non era profondo, ma perdeva sangue e l'energia che gli serviva a parare i fendenti dell'avversario cominciava ad affievolirsi. Prisco zoppicava per la ferita alla gamba, ma le braccia sembravano ancora piene di forza, sicch si scagli con furia contro Vero fino a fargli perdere l'equilibrio. Quest'ultimo, che mantenne la lucidit anche in quel delicato frangente, cadendo si mise a rotolare su se stesso per evitare di farsi colpire mentre era a terra, ma cos facendo lo scudo gli sfugg di mano. A quel punto si alz brandendo la spada con entrambe le mani. Si era ripreso. L'arbitro li osservava in silenzio. Prisco vide il compagno avvicinarsi, pronto a lottare senza scudo. Guard l'imperatore e questi annu. Anche lui si liber dello scudo e prese l'arma con entrambe le mani, pronto a ricominciare.
Il pubblico accolse il gesto di Prisco con acclamazioni di giubilo: lo scontro sarebbe proseguito ad armi pari. I colpi sferrati erano poderosi e i gladiatori ansimavano, gemevano, combattevano rabbiosi, finch Prisco si sbilanci, solo per un attimo, ma fu sufficiente per l'esperto Vero. L'avversario, con le poche forze che gli erano rimaste, e nonostante il sangue perso, assest un vigoroso colpo all'arma di Prisco, proprio mentre questi cercava di non cadere. La spada schizz a pi di venti piedi di distanza; troppo lontana per riprenderla. Prisco sembrava in seria difficolt, ma Vero, per quanto esausto, fece prevalere il suo onore e ricambi la cortesia che l'avversario gli aveva riservato nella precedente occasione, gettando via la spada. Rimasero in piedi, uno di fronte all'altro, disarmati, sanguinanti e circondati da macchie rosse sulla sabbia. Ancora una volta, l'arbitro non sapeva cosa fare. Con grande sorpresa ed enorme soddisfazione di tutti, Vero si scagli su Prisco colpendolo con la spalla illesa. Entrambi rotolarono a terra. Si alzarono e si fissarono negli occhi. Prisco accett la nuova sfida e i due instancabili gladiatori ingaggiarono un combattimento corpo a corpo.
Di nuovo, il pubblico dell'anfiteatro Flavio esult: quei gladiatori avrebbero combattuto fino alla morte, in qualsiasi modo, a pugni, a morsi, a calci, a condizione che non fosse mai una lotta impari. Una simile tenacia accompagnata da tanta nobilt d'animo affascin tutti gli astanti. I pugni non erano meno pericolosi della spada: Vero colp per due volte la gamba lesa del suo avversario, mentre Prisco gli restitu un pugno fortissimo sulla spalla sanguinante. Entrambi gridarono per il dolore e dovettero fermarsi a riprendere fiato. Erano sfiniti e si guardavano ansimanti mentre giravano intorno a un punto immaginario nel centro dell'arena. Vero colp di nuovo Prisco e questi cadde in ginocchio, ma si aggrapp all'avversario e lo trascin a terra con s. Rotolarono sulla sabbia e continuarono a combattere, finch rimasero a due passi di distanza l'uno dall'altro. Prisco era prono, mentre Vero guardava il cielo. Avevano perso troppo sangue, erano esausti. Prisco riusc a mettersi in ginocchio. Vero prov a rialzarsi, ma non ci riusc. Poi, con un ruggito rabbioso si tir su, prima seduto e poi in piedi. Prisco fece lo stesso. A passi incerti si rimisero l'uno di fronte all'altro e iniziarono a sferrare pugni colpendo soltanto l'aria, fino a quando la mano di Prisco colp il mento di Vero e questi cadde di nuovo, afferrando l'altro con le gambe per farlo cadere e rifilandogli un calcio sulla gamba ferita. Entrambi si contorsero sulla sabbia per il dolore. L'arbitro, il pubblico, l'imperatore, tutti contemplavano la scena attoniti. I gladiatori si rialzarono e si colpirono di nuovo e caddero ancora. E cos per altre due volte almeno. La notte era calata su Roma e nell'anfiteatro Flavio si accesero migliaia di torce. Ai due venne portato altro cibo, ma lo rifiutarono. Volevano proseguire il combattimento; erano infervorati dalla lotta, e continuavano, continuavano... Il pubblico inizi ad acclamarli, con sempre maggiore intensit, finch, dalle caveae pi basse dei ricchi fino a quelle pi alte dei poveri, dei liberti, delle donne, tutti chiesero la libert per quei due gladiatori che avevano lottato come non si era mai visto a Roma. L'imperatore Tito si alz, sollevando le braccia, l'arbitro si mise tra Prisco e Vero e tutti trattennero il fiato.
Ma alla fine si trov una soluzione per questo duello d'esito incerto: alla pari lottarono, alla pari cedettero, a entrambi Cesare fece dare la bacchetta, a entrambi la palma: questo premio riport il loro valore e la loro abilit. Questo non  accaduto sotto alcun altro principe, Cesare: combattere in due e vincere entrambi3.
E il combattimento termin. L'imperatore era entusiasta di quella lotta, degna dell'inaugurazione del pi grande anfiteatro del mondo, ed era contento che il popolo acclamasse i due gladiatori e anche lui. Si guard intorno: la figlia Flavia Giulia sembrava estasiata, cos come gli altri spettatori sul palco. I Traiani si alzarono e si inchinarono all'imperatore per il suo nobile gesto; Domizia Longina gli sorrise; anche il lanista, sempre misurato ma ora pi tranquillo, si inchin e lo fece perfino Domiziano, con un ampio sorriso. Tito era compiaciuto e abbracci con lo sguardo il popolo di Roma, che continuava ad acclamarlo.
Cesare! Cesare! Cesare!
Domiziano, non appena il fratello si volt, torn serio e si sedette. Tito si era appena guadagnato un'immensa popolarit. Adesso era tutto pi complicato, ma non si diede per vinto. Il destino e la dea Fortuna lo avevano sempre assistito in passato, come quando era riuscito a salvarsi dai vitelliani, o quando il fratello non lo aveva punito per la sua congiura. Fortuna e Minerva, alla quale si affidava spesso, avrebbero vegliato su di lui. Prima o poi l'imperatore avrebbe abbassato la guardia, e lui sarebbe stato l, pronto ad agire. Gli serviva soltanto un'opportunit. Le acclamazioni dei Romani erano assordanti. Domiziano si concesse un altro sorriso. Bene. Era molto pi facile colpire qualcuno che si sentiva forte, quasi invulnerabile.
Domizia Longina osservava il marito e rimase in silenzio. Dissimul la preoccupazione prendendo un po' di frutta da un vassoio. Il lanista, invece, rest al suo posto. Non aveva fame. I suoi gladiatori avevano soddisfatto l'imperatore, ma adesso erano uomini liberi. Era un'enorme perdita per la sua scuola. Pass in rassegna nella sua mente i lottatori che gli erano rimasti: chi avrebbe potuto sostituire Prisco e Vero? Un'idea ce l'aveva, ma non ne era ancora del tutto convinto. Non ancora.
Alla porta della Vita, Prisco e Vero furono accolti dalle grida di giubilo degli altri gladiatori. Marzio e Attilio li videro entrare coperti di sangue, polvere e sabbia, ma brandendo ciascuno una rudis, la spada di legno simbolo della loro libert. Marzio e Attilio si scambiarono un'occhiata. Sapevano perfettamente ci che volevano: prima o poi sarebbero diventati come quegli uomini, i cui nomi risuonavano su tutti i gradoni dell'anfiteatro Flavio.

1. Il quarto piano visibile dall'esterno, privo di archi,  frutto di un ampliamento successivo - come accennato in una nota precedente -, quindi non esisteva ancora quando l'anfiteatro fu inaugurato. Lo stesso discorso vale per la complessa trama di gallerie sotterranee e per i montacarichi degli ipogei.
2. MARZIALE, Epigrammi. Libro degli spettacoli, Libri I-VIII, saggio introduttivo di Mario Citroni, traduzione di Mario Scandola, note di Elena Merli, bur, Milano 2009, p. 139. Questo e il successivo brano sono estratti dagli Epigrammi di Marziale. I due gladiatori, probabilmente davvero esistiti nel I secolo d.C., sono noti proprio grazie al componimento del poeta latino, inserito nella raccolta Liber de spectaculis dell'80 d.C., nella quale vengono descritti gli spettacoli inaugurali del Colosseo.
3. MARZIALE, Epigrammi, cit., pp. 139-140.

72.

UNA NOTTE CON L'IMPERATORE DI ROMA.

Domus Aurea, Roma Fine dell'estate dell'81 d.C.

Si incontravano spesso. Sul far della sera, Domizia e l'imperatore Tito passeggiavano nei giardini restaurati della Domus Aurea. Del nuovo palazzo imperiale progettato da Vespasiano sul Palatino erano state gettate solo le fondamenta. Ma il cesare non aveva alcuna fretta. Non era certo facendosi costruire grandi edifici privati che avrebbe accresciuto la sua gi enorme popolarit. Il declino di Nerone era iniziato proprio cos e Tito non voleva finire come lui, per questo non fremeva per vederlo ultimato. Il tempo non gli sarebbe mancato. Per il momento si concedeva come unico lusso la relazione con Domizia.
Il popolo non vedeva di buon occhio la regina Berenice perch era straniera e per giunta orientale, ma il fatto che l'imperatore giacesse con la cognata era considerato da tutti come una questione di famiglia. Domiziano, inoltre, sembrava aver accettato lo statu quo e si assentava diverse volte alla settimana per perdersi nei postriboli pi lussuosi della citt con le prostitute greche, le pi costose. Questo dava libert d'azione all'imperatore e a Domizia, e Tito ne era contento.
Raggiunsero la stanza privata di Tito. L'imperatore del mondo si lasci spogliare dalla sua amante, che con gesti lenti e sapienti gli sfil la tunica imperiale, baciando con le sue labbra carnose la pelle del padrone incontrastato di Roma.
Quando il cesare le fu dinanzi, nudo e visibilmente eccitato, Domizia si ritrasse fingendo di arrossire al cospetto di tanta magnificenza.
Tito si avvicin al letto su cui Domizia si era adagiata. Allung un braccio, come se avesse voluto stringerla a s, ma la mano dell'imperatore sprofond sotto il cuscino e tir fuori un prezioso pugnale con uno splendido rubino incastonato sull'impugnatura. Quindi sfior il collo di Domizia con la lama.
Svestiti le ordin, e lei scosse il capo in segno di diniego.
Quel gioco eccitava moltissimo entrambi. Lei gli opponeva una civettuola resistenza e lui, minacciandola con l'arma, insisteva finch lei capitolava, assecondando tutte le sue lussuriose richieste.
Domizia si sfil la tunica, ma la tela che le copriva il seno sembrava impossibile da slacciare. Allora Tito fece scivolare la punta del pugnale fino alla cintola e tagli di netto il nodo che osava frapporsi tra l'imperatore di Roma e l'oggetto del suo desiderio. Accarezz con la punta della lama i capezzoli dorati di Domizia, che aveva preso l'abitudine di cospargersi di polvere d'oro quella parte del corpo. Un vezzo che a Roma potevano permettersi in poche.
Domizia Longina non si era mai sentita cos amata, desiderata. Era certa di piacere all'imperatore e forse anche lui provava le sue stesse emozioni. Era il momento perfetto per avanzargli una richiesta.
La donna, con gli occhi chiusi e sentendo la lama sfiorarle la pelle, parl con voce suadente: L'imperatore deve fare qualcosa con Domiziano.
Tito, che reggeva il pugnale, all'inizio parve non reagire, come se nessuno avesse parlato, ma poi la sua risposta rivel che l'aveva sentita: Domiziano sta bene cos. Lui lascia in pace me e io lascio in pace lui.
Si sedette sul letto. Gli piaceva guardare Domizia che se ne stava l distesa, tranquilla e vulnerabile. E lo eccitava ancora di pi che lei parlasse e chiedesse.
Domiziano non  stato punito dopo la congiura, cesare, e lui capisce soltanto il castigo. Adesso sta cercando altri modi di arrecare danno. E i nostri incontri non fanno che alimentare il suo odio.
Pu darsi, ma a te piace che lui ci odi, o no?
Tito era convinto che Domizia stesse con lui pi per ferire il marito che per autentica passione. Ma era cos attratto da lei da non voler conoscere la verit. Affond un po' la punta del pugnale nel seno di Domizia, ma senza ferirla. Lei emise un gemito. Era solo un modo per affermare la sua posizione di comando.
Domizia, con gli occhi chiusi e senza opporre resistenza, continu a parlare.
All'inizio s. All'inizio volevo solo umiliare Domiziano, ma adesso  diverso. Apr gli occhi rovinando un po' l'atmosfera, ma riusc a catturare l'attenzione di Tito. Ora sono sinceramente preoccupata per l'imperatore e tutta la sua famiglia: Domiziano sta di nuovo architettando qualcosa. Lo capisco perch  felice e il suo stato d'animo non dipende dalle prostitute greche.  al colmo della gioia e credo di sapere perch.
Tito allontan la lama dal seno di Domizia. Si incup. Appoggi l'arma sul letto e Domizia vide smorzarsi la sua eccitazione. Non era preoccupata, avrebbe potuto porvi rimedio in qualsiasi momento. Era pi importante ci che doveva dirgli, anche se lui non voleva ascoltarla.
Temo per Flavia Giulia.
Le parole sferzarono l'aria come una brezza gelida.
Flavia non far mai niente che io, suo padre e imperatore, disapprovi disse Tito con fermezza.
Ovviamente, cesare, certo. Ma Flavia Giulia  giovane e suggestionabile, e Domiziano  molto furbo. Lo so per esperienza...
Il fatto che tu sia stata debole e ti sia fatta ingannare facilmente non significa che possa accadere anche a Flavia Giulia rispose Tito, brusco.
Domizia prefer soprassedere sulle umilianti insinuazioni di quella risposta. Una donna coraggiosa sa riconoscere le priorit e ora l'importante era salvaguardare l'imperatore e la giovane figlia.
La mia rabbia, prosegu Domizia posando le mani sul petto nudo di Tito ha innescato la mente pi contorta e crudele dell'impero, cesare, quella di Domiziano, e so che l'imperatore deve agire subito, altrimenti tuo fratello far cadere in disgrazia la famiglia. Potresti esiliarlo, allontanarlo da Roma, o affidargli il comando di qualche provincia senza poteri militari. Magari nella Hispania. Oppure potresti... Domizia si ferm un istante, ma alla fine pronunci quelle parole: erano anni che desiderava farlo e prov un'immediata soddisfazione. Potresti farlo giustiziare... per tradimento.
L'imperatore chiuse gli occhi. Rimase in silenzio per qualche istante e questa volta finse di non aver sentito le ultime parole di Domizia. Non che fossero prive di senso, ma Tito non era sicuro di voler prendere misure tanto drastiche.
Galba si ribell contro Nerone al comando di una sola legione rispose Tito, facendole capire che anche lui aveva gi preso in considerazione l'idea di allontanare da Roma il fratello.
Forse era per questo che sembrava cos distaccato, pens Domizia: lei aveva sollevato un problema che Tito aveva gi ben presente e che lo tormentava. Doveva essere cos, il cesare avrebbe fatto presto qualcosa. In fin dei conti Tito era sempre stato un uomo d'azione. Domizia aveva capito: il seme era gettato, adesso bisognava soltanto annaffiarlo e aspettare. Sarebbe bastato parlargliene ancora qualche volta, e alla fine lo avrebbe persuaso che era necessario risolvere il problema di Domiziano al pi presto.
Domizia Longina si inginocchi, nuda, davanti al grande Tito, prese il suo membro tra le mani e inizi ad accarezzarlo. Solo schiave e prostitute solitamente erano pronte a offrire il genere di piacere che lei stava per assicurare a Tito, ma doveva farlo... anzi voleva farlo. Con altri no, ma godeva nel vedere il suo uomo godere in quell'atto voluttuoso: lui incarnava ai suoi occhi la forza e la virilit. Non glielo aveva mai chiesto; pur desiderandolo non aveva mai osato avanzare pretese. Non esigeva da lei mai nulla che potesse umiliarla. Tito non soggiogava le persone, sebbene grazie al suo ruolo avrebbe potuto farlo con facilit. Puniva l'incapacit, ma non si accaniva su qualcuno denigrandolo. Anche in questo, Tito e Domiziano erano l'uno l'opposto dell'altro. In quel momento Tito era al culmine dell'estasi. Domizia era convinta che il cesare avrebbe agito, magari non con un'esecuzione, ma qualcosa avrebbe fatto.
L'ultima cosa che Domizia vide prima di chiudere gli occhi fu lo splendente pugnale dell'imperatore sul letto, con il suo meraviglioso rubino che scintillava alla luce delle torce. Quell'immagine rest scolpita nella sua mente per anni. Il pugnale tra le ombre di quella stanza le avrebbe ricordato una sensazione provata poche volte in vita sua: l'impressione che le cose potessero ancora cambiare. E in meglio. Nonostante tutte le sofferenze, c'era ancora spazio per la speranza. Aveva bisogno soltanto che gli dei le concedessero ancora un po' di tempo.

73.

NON AGIRE.

Nord di Roma, residenza dell'imperatore in territorio sabino, 13 settembre dell'81 d.C.

Non ci fu tempo. L'inimmaginabile accadde all'improvviso. Un capriccio della storia, o forse degli dei: l'imperatore Tito Flavio Sabino Vespasiano, un uomo di soli quarantun anni, sempre forte e in salute, cadde privo di sensi in uno degli ampi giardini della dimora dei Flavi, a nord di Roma.
Per tutta la mattina gli schiavi lo avevano visto sudare e, nonostante il caldo della stagione, si era gettato addosso un paludamentum pesantissimo. Si vociferava che i Giudei avessero lanciato su di lui una terribile maledizione il giorno stesso in cui fu incendiato il Grande Tempio di Gerusalemme. O forse era stato l'anatema scagliato dal sicario Simone quando era stato giustiziato? O entrambe?
Se fosse stato insieme a qualche membro della sua corte, magari le cose sarebbero potute andare diversamente, ma Tito si era recato nella residenza sabina da solo. Dopo due intensissimi anni in cui aveva speso tutte le sue energie per occuparsi dei disastri provocati dalle eruzioni del Vesuvio nel Sud della penisola e dell'incendio nel centro di Roma, si sentiva esausto e aveva deciso di trascorrere qualche giorno di riposo nella tenuta del Nord. E poi, i lavori del nuovo palazzo commissionato a Rabirio dal divino Vespasiano proseguivano senza sosta, perci lui aveva preferito allontanarsi dalla Domus Aurea. Era la soluzione ideale per garantirgli la tranquillit di cui aveva bisogno, restando comunque abbastanza vicino a Roma da raggiungerla tempestivamente se si fosse resa necessaria la sua presenza. Del suo consilium aveva portato con s soltanto Partenio. Domizia non c'era perch per averla l senza suscitare troppo clamore avrebbe dovuto invitare anche Domiziano.
Partenio quella mattina aveva notato il pallore del cesare, ma aveva attribuito il malessere alla stanchezza che lo aveva portato a rifugiarsi nella vecchia villa dei genitori. Quando lo vide cadere come un sacco di grano, il consigliere cap che si trattava di qualcosa di grave e si spavent, soprattutto perch se Tito Flavio Sabino Vespasiano si fosse ammalato, nessuno avrebbe potuto contrastare i piani del fratello minore.
Il tribuno del pretorio si rivolse a Partenio: Per Giove! Cosa facciamo?.
Partenio si chin accanto al corpo dell'imperatore, che aveva preso a tremare.
Ha le convulsioni disse posando la mano sulla fronte di Tito, che giaceva a terra incapace di articolare una sola parola. E scotta. Presto! Portatelo nella sua stanza! Mandate un messaggero a Roma per convocare qui i medici! L'imperatore ne ha bisogno subito!
Il tribuno annu e inizi a impartire gli ordini ai suoi uomini. Partenio stava seguendo quelli che conducevano l'imperatore nella sua stanza quando il tribuno lo interpell di nuovo.
Non dovremmo informare il cesare Domiziano?
Partenio si ferm e si volt lentamente.
Segui le mie istruzioni, tribuno gli disse in tono solenne. All'imperatore adesso serve un buon medico; se ci dir che  grave ragguaglieremo il fratello.
A me sembra piuttosto grave, consigliere insistette il tribuno con un'impertinenza ben studiata.
Partenio intu che era uno di quei soldati che disprezzavano chiunque non fosse un militare; un ufficiale disposto a qualsiasi cosa per un avanzamento di carriera, senza pensare alle conseguenze, alla morale o alla giustizia. Un uomo pericoloso e in quel momento fuori controllo visto che l'imperatore, dopo la congiura, non aveva voluto nominare prefetti del pretorio.
Come ti chiami, tribuno? domand Partenio cogliendo l'ufficiale di sorpresa. Questi fece istintivamente un passo indietro e, siccome non rispondere sarebbe stato un atto di vilt, pronunci il suo nome con aria di sfida.
Cornelio Fusco.
Partenio lo scrut.
Cornelio Fusco, quando l'imperatore si rimetter, lo informer personalmente della condotta di ciascuno dei suoi ufficiali in questo delicato frangente. Adesso allontanati dalla mia vista e assicurati che i medici arrivino al pi presto. E si volt lasciando il tribuno nel peristilio della villa.
Fusco guard il consigliere imperiale allontanarsi. Se non avesse eseguito gli ordini, avrebbe mandato all'aria la sua carriera e rischiato l'accusa di tradimento. Sempre che l'imperatore fosse guarito. Fusco aveva visto molti uomini cadere senza forze nelle campagne d'Oriente, sempre per la febbre, e in pochissimi erano sopravvissuti. La malattia dell'imperatore era un'opportunit azzardata ma lui non voleva farsi sfuggire l'occasione di accattivarsi colui che presto sarebbe diventato il nuovo imperatore di Roma. Accanto a Fusco, un pretoriano aspettava di montare a cavallo e correre a Roma con il messaggio che gli avrebbe affidato il suo superiore. Il tribuno Fusco si volt e gli rivolse poche parole: Va' a Roma e comunica a Tito Flavio Domiziano che suo fratello, l'imperatore,  molto malato.
Il pretoriano annu, titubante.
E gli dico di far venire i medici, tribuno?
In quell'istante, Fusco prese la decisione pi importante della sua vita. Non esattamente. Riferiscigli che il consigliere Partenio ritiene necessaria la presenza dei medici. Di' cos.
Agli ordini, tribuno.
E and via in tutta fretta in cerca del suo cavallo.
Qualche ora pi tardi, quando Partenio fu informato che Domiziano si trovava all'ingresso della grande villa Flavia, cap di essere stato tradito, ma si controll. L'imperatore non dava segni di miglioramento e aveva ripreso conoscenza soltanto per un attimo, quando il consigliere lo aveva fatto sollevare da alcune schiave perch gli dessero da bere. Quando si suda molto bisogna bere: le sue conoscenze in fatto di medicina non andavano oltre. Lui era bravo soltanto a parlare con i senatori o con i sovrani stranieri, perci aveva urgente bisogno di un medico. Contro la febbre, pi che dare acqua al malato, non sapeva cosa fare.
Sono venuti anche i dottori? domand nervoso Partenio al pretoriano appena giunto da Roma con il giovane cesare.
No, consigliere. Il cesare Domiziano  venuto da solo.
Partenio annu e fece cenno al pretoriano di lasciare la stanza. Il consigliere si port le mani alle tempie: stava giocando una partita a dadi e quel lancio gli era andato male. Domiziano lo avrebbe rimproverato per non essere stato informato direttamente. Se Tito fosse morto, sarebbe diventato lui il nuovo imperatore perch non c'erano legati tanto coraggiosi da ribellarsi alla dinastia Flavia. Il popolo adorava i discendenti di Vespasiano: avevano ricevuto in dono l'anfiteatro, erano stati aiutati dopo l'incendio di Roma e i disastri di Pompei ed Ercolano. E, fino a quel momento, la dinastia aveva difeso strenuamente i confini dell'Impero. Domiziano avrebbe ereditato tutto e nessuno avrebbe compreso a quale cambiamento sarebbero andati incontro. Partenio sapeva che per sperare di restare in vita non avrebbe dovuto ostacolare le decisioni del giovane cesare, a meno che Tito non si fosse ristabilito in fretta.
Domiziano fece il suo ingresso nel vestibolo. Sembra che l'imperatore sia indisposto disse andandogli incontro e guardandolo fisso.
 cos, cesare rispose Partenio alzandosi dalla sella e facendogli un inchino. Non dev'essere niente di grave, ma sono sicuro che i medici sapranno come guarirlo continu il consigliere in tono accomodante.
Ah, ma ci sono medici nella villa? domand Domiziano ostentando una certa freddezza.
Be', immagino che il cesare abbia portato con s qualcuno dei medici imperiali.
No replic Domiziano sedendosi su un solium vicino al grande impluvium dell'atrio. Da come si  espresso il tuo messaggero mi  parso di capire che non fosse urgente e anche tu hai appena detto che non  una cosa grave.
Partenio sapeva di essersi messo in trappola con le sue stesse mani. Si  sempre schiavi delle proprie parole, soprattutto se pronunciate davanti a un cesare. Cerc una via d'uscita. C'era in gioco la salute dell'imperatore, di un buon imperatore. Era una questione di vita o di morte.
In ogni caso sarebbe preferibile sentire l'opinione di un medico. Di sicuro ne sanno pi di noi... precis Partenio.
Cos dovrebbe essere, almeno lo interruppe il cesare. Ma in tutta onest, Partenio, tu credi che sappiano davvero quello che dicono? Me lo sono sempre chiesto: fino a che punto bisogna fidarsi dei medici per non farci ingannare dalle loro menzogne?  un argomento interessante. Parliamone e... per tutti gli dei, Partenio sarai anche un ottimo consigliere, ma come anfitrione sei un disastro. Non mi fai nemmeno portare dell'acqua e qualcosa da mangiare?
Ma certo, subito, cesare rispose Partenio, amareggiato che Tito non avesse tolto quel titolo al fratello dopo la sua ribellione; il fatto che fosse ancora un cesare complicava terribilmente le cose.
Partenio fece cenno a uno schiavo dietro di lui perch andasse nelle cucine a prendere del cibo e, subito dopo, si volt verso Domiziano per rispondergli: Hai ragione, spesso sono dei ciarlatani, ma i medici di corte si sono sempre dimostrati capaci. Sono sicuro che una loro visita gioverebbe all'imperatore. Rimandarla, invece....
Stai insinuando per caso che la salute dell'imperatore non mi stia a cuore, Partenio?
Il consigliere deglut, si inchin, e rispose in tono umile e ossequioso: No, per tutti gli dei, non potrei mai farlo, cesare. Non  cos, ma una visita....
Mi stai confondendo, Partenio, e non ho ancora ricevuto n acqua n cibo. Il tuo scopo  irritarmi, forse? Il cesare si alz bruscamente. Mio fratello  grave oppure no?
Partenio era consapevole che se avesse risposto di no, il cesare non avrebbe mai fatto chiamare i medici. Se avesse affermato il contrario, invece, si sarebbe contraddetto e Domiziano non avrebbe mancato di farglielo notare, andando su tutte le furie. Non aveva via di scampo.
Non sono molto abile in queste cose, cesare si limit a dire. Forse vedendo suo fratello, il cesare sapr prendere la decisione pi adeguata.
Non poteva fare altro: stava lasciando la vita dell'imperatore nelle mani del suo ambizioso e malefico fratello.
Domiziano gett leggermente la testa all'indietro e i lineamenti del suo viso si distesero. Ignorando i due nervosi schiavi che avevano portato acqua e cibo, rispose con rinnovato vigore: Mi sembra la cosa pi sensata che tu abbia detto da quando sono arrivato, consigliere. Andiamo a vederlo.
Senza attendere oltre, Domiziano si avvi lungo i corridoi della villa, dove, in passato, lui era il figlio piccolo che giocava con il fratello pi grande, sempre il pi veloce, il pi forte. E il pi amato.
L'imperatore giaceva nel letto, pallido e debole. Partenio vide Domiziano avvicinarglisi e scrutarne il volto. Tito sembrava dormire. Il suo respiro era affannoso e irrequieto, ma respirava ancora. Domiziano si sollev bruscamente e si rivolse al consigliere imperiale.
A me sembra che stia benissimo disse. L'imperatore ha solo bisogno di un po' di riposo. Tutto qui.
Partenio vedeva il sudore imperlare la fronte di Tito. Come poteva contraddire l'uomo che stava per ereditare il pi grande degli imperi? Ma forse... os ribattere Partenio con l'intenzione di insistere affinch uno dei medici di corte confermasse la diagnosi del cesare.
Domiziano lo interruppe con fermezza, come prevedibile, senza dargli alcuna possibilit di appello. Ho detto che l'imperatore sta bene. Non mi serve l'opinione di un medico per capire una cosa tanto evidente.
Partenio rimase in silenzio e si inchin al giovane cesare. Alea iacta est, come avrebbe detto Giulio Cesare: il destino dell'imperatore Tito era deciso. Domiziano aveva pensato di utilizzare la stessa strategia adottata per liberarsi del figlioletto. Pi di una volta il consigliere aveva sentito Domizia crucciarsi per il miserabile gesto del marito. La storia si ripeteva, ma questa volta si trattava dell'imperatore in persona. Solo gli dei avrebbero potuto salvarlo.
Adesso puoi andare, Partenio; non ho alcun bisogno di te. Una schiava qualunque pu rimanere a disposizione dell'imperatore.
Il consigliere esitava. Una cosa era contraddire il giovane cesare sullo stato di salute dell'imperatore, ma lasciare Tito da solo in una stanza con il suo successore, senza testimoni, gli sembrava un gesto assolutamente sconsiderato. Partenio rimase impalato, senza muovere un muscolo. Voleva aiutare l'imperatore Tito, per il bene di Roma e anche per il suo tornaconto personale. Domiziano non accolse di buon grado la reticenza del consigliere.
Non hai sentito, Partenio? insistette il cesare.
Partenio assent, ma ribatt all'ordine di Domiziano: Nutro una grande stima personale per l'imperatore. Anche se la sua parrebbe essere soltanto una febbre passeggera, mi sentirei meglio se mi fosse permesso di rimanergli accanto durante la convalescenza.
Domiziano fu sul punto di sbottare di nuovo, furibondo, ma all'improvviso si tranquillizz e sul volto gli si dipinse uno dei suoi enigmatici sorrisi, che raggel il sangue dello spaventato consigliere.
Ma certo, certo, Partenio. La tua lealt ti fa onore. Se lo desideri, non vedo perch tu non debba rimanere accanto all'imperatore di Roma.
Allora si volt verso il fratello, che continuava a sudare. Si chin fino ad avvicinarglisi all'orecchio e sibil delle parole che Partenio non riusc a udire, ma che si insinuarono nella mente dell'imperatore, ormai quasi privo di sensi.
Bader io a Domizia, penser io a lei, caro fratello. A partire da adesso penser soltanto a Domizia. L'imperatore ebbe un'altra convulsione e Domiziano si allontan sorridendo, lanci un'occhiata compiaciuta al consigliere e si accommiat con un commento ottimista: Si rimetter presto, ne sono sicuro.
Usc lentamente dalla stanza e scomparve. Allora Partenio guard l'imperatore, che si era ripreso dalla convulsione e aveva appena aperto gli occhi, forse ridestato dalle parole sussurrategli dal fratello.
Sei stato tu a parlarmi? domand Tito.
No, mio signore rispose Partenio.  stato il giovane cesare. Partenio si avvicin al letto; era ovvio che le parole di Domiziano avevano turbato l'imperatore.
Domiziano ... molto pericoloso disse Tito con un filo di voce. Faceva fatica a parlare. Devi fare attenzione... e controllare che non maltratti sua moglie. Si sollev un po' e afferr Partenio per la toga, con una mano fredda e sudata. Hai capito, Partenio? Hai capito?
S, augusto replic con voce decisa cercando di calmare l'imperatore, che, oltre che malato, sembrava delirare. Esausto, o forse rasserenato dalla risposta del consigliere, l'imperatore si lasci cadere sul letto. Fu in quel momento che venne colto da un violento accesso di tosse e Partenio non pot fare altro che guardarlo, impotente.
A venti passi dalla stanza dell'imperatore, suo fratello parlava con il pretoriano che lo aveva informato della malattia di Tito.
Controlla che il consigliere non faccia chiamare i medici gli ordin il giovane cesare guardando di sottecchi la porta della stanza in cui Partenio vegliava l'imperatore del mondo. Io ritorno a Roma.
Rimase in silenzio, fissando negli occhi quel soldato, che con il comportamento di quel giorno si era dimostrato palesemente favorevole alla sua successione al trono. Domiziano cercava di capire fino a che punto potesse fidarsi di lui. In passato aveva gi tentato di sollevarsi contro il fratello e aveva fallito; per poco era riuscito a salvare la pelle, di sicuro grazie all'intervento degli dei, che avevano sepolto sotto il Vesuvio due grandi citt distogliendo l'attenzione dell'imperatore da lui.
Come ti chiami, tribuno?
Fusco, cesare. Il mio nome  Cornelio Fusco, sempre al servizio del cesare.
Domiziano annu. Era un giovane ambizioso. Gli sarebbe tornato molto utile in quelle circostanze. Annu di nuovo. Il tribuno del pretorio cap. Bene, forse era il momento di riprovarci. Il fratello era debolissimo ed era improbabile che senza l'aiuto degli dei o di un buon medico superasse la notte.
Ottimo, Fusco. Controlla che non arrivino i medici, ma dagli acqua o qualsiasi cosa chieda il consigliere. Non dobbiamo dare l'impressione di trascurare la salute dell'imperatore. Tito ha parecchi amici a Roma, nel Senato, nel popolo, ma ben presto lo faremo diventare un dio. Domiziano sfoder uno dei suoi sorrisi e il pretoriano lo imit come una scimmia ammaestrata. Domiziano si tolse quel ghigno dal volto e torn serio: Denaro, Fusco, ci sar molto pi denaro per tutti i pretoriani in caso di una successione al trono. Sono l'unico erede, e con l'appoggio della guardia pretoriana il Senato non potr opporsi alla mia ascesa, anche se non godo della sua fiducia. Fusco, posso contare sul sostegno dei pretoriani se alla mia investitura prometto di accordarvi la paga straordinaria che vi spetta?
Sarebbero 3.750 denari per ogni pretoriano, cesare gli fece notare Fusco con gli occhi spalancati.
Esatto conferm Domiziano, con il suo sguardo indagatore fisso sul tribuno. Erano molti soldi, bisognava svuotare le casse dello stato, ma con una nuova guerra tutto si sarebbe sistemato. Era la cifra stabilita fin dai tempi del divino Claudio. Comprare un impero comporta sempre un grande dispendio di denaro.
Con questa cifra si possono convincere i pretoriani, credo di s disse Fusco.
Credo di s non  abbastanza, Fusco lo interruppe Domiziano.
Il tribuno si accarezz il mento. Era nervoso. Era l'occasione della sua vita, ma adesso, giunto al momento cruciale, titubava. Se le cose fossero andate storte, per lui sarebbe stata morte certa, ma Domiziano era determinato. Sarebbe stato inarrestabile.
Casperio Eliano e io abbiamo un forte ascendente sui pretoriani continu Fusco. Saranno dalla nostra se offriremo loro soldi e altri vantaggi, e se Casperio  con noi avremo il controllo su tutte le guardie.
Perfetto, allora tagli corto Domiziano, per il quale quella conversazione con un semplice pretoriano si era gi protratta troppo a lungo. Prometti a Casperio tutto ci che serve, e assicuragli che sar a capo delle guardie insieme a te: torneremo al vecchio sistema di due capi del pretorio. Voglio essere certo della sua lealt, questa  la cosa pi importante. Io manterr le promesse che ti ho fatto quando diventer il nuovo imperatore di Roma,  chiaro?
Fusco, con gli occhi scintillanti di ambizione e sforzandosi di dissimulare la sua sciocca trepidazione, annu deciso.
Chiarissimo, cesare.
Bene concluse Domiziano. Allora vado a Roma a prendermi il potere. Domattina mi presenter al Senato per informarlo della morte dell'imperatore, hai capito, Fusco? Questi annu di nuovo, pi calmo. Domiziano gli impart le ultime istruzioni. Se non  necessario, la cosa migliore  non agire. Se mio fratello lascia questo mondo in pace durante la notte non intervenire, ma se vedi che la sua agonia si protrae... Domiziano stava per sorridere, ma esit perch non era sicuro che quell'ufficiale provasse per l'imperatore Tito il suo stesso disgusto, sicch prefer darsi un contegno: ... Se la sua agonia dovesse protrarsi, sarebbe meglio metterle fine ed evitargli inutili sofferenze. Ma non voglio sangue, mi sono spiegato?.
Fusco, molto, molto lentamente annu ancora, interiorizzando il reale significato di quelle parole pronunciate dal cesare con tanta leggerezza.
Domiziano si volt e si diresse verso l'uscita della villa dei Flavi. Aveva un impero da ereditare. Si lasciava il passato alle spalle e davanti a lui si apriva un futuro promettente, sconfinato, incontestabile. Presto suo fratello sarebbe diventato un dio, lui invece doveva accontentarsi di essere il sovrano del mondo intero; ancora una volta, uno strano sorriso si impossess del suo volto mentre camminava con passo risoluto verso Roma.
Avevi ragione, padre: ci sono momenti in cui la cosa migliore che un cesare possa fare  non agire mormor Domiziano a bassa voce, perch quel messaggio fosse udito solo nel regno dei morti, o dovunque si trovassero gli imperatori divinizzati. Non fare niente di niente.
L'imperatore Tito sudava copiosamente e una schiava gli passava sulla fronte e sulle braccia un panno umido, ma era impossibile far scendere la febbre. Era anche scosso da una tosse violenta e faceva fatica a parlare. Si era svegliato, o cos sembrava, ma non riusciva ad articolare nemmeno una parola. Si lamentava di un dolore lancinante alla testa. Non aveva forze. Partenio usc dalla stanza deciso a fare un ultimo tentativo per trovare un medico, ma Fusco gli si par davanti.
Il cesare ha ordinato che tu rimanga nella villa Flavia questa notte, consigliere disse il tribuno in tono perentorio. Partenio capiva quando un militare si sentiva sicuro, e nessuno in vita sua gli era parso pi sicuro di Fusco in quel momento. Ormai doveva essere stato tutto pianificato. Domiziano contava sul fatto che il fratello, in un modo o nell'altro, non superasse la notte. Partenio decise di risparmiare il fiato, si volt e torn nella stanza di Tito. La schiava era uscita a prendere altri panni e acqua fresca. Il consigliere ne prese il posto e guard il volto pallido di un grande imperatore, consumato dalla febbre e tormentato da quello strano dolore alla testa. Non c'era niente da fare. Il mondo si dirigeva verso l'autodistruzione: tutto l'Impero sarebbe finito nelle mani di un folle. E lui, un importante consigliere imperiale, era condannato ad assistere a quello scempio, nella migliore delle ipotesi, o a essere giustiziato, se il nuovo imperatore lo avesse voluto. Questa seconda opzione gli sembrava molto probabile, ma adesso Partenio non era tanto preoccupato per s quanto per Roma. Agli ordini di imperatori folli o saggi, per tutta la vita aveva cercato di preservare un mondo che adesso rischiava di sgretolarsi. Germani, Daci e Parti minacciavano i confini. C'era bisogno di un imperatore abile, forte e coraggioso come Vespasiano o Tito per tenere tutto in piedi. Nelle mani di un pazzo come Domiziano, la caduta di Roma sarebbe stata solo questione di tempo. E nemmeno tanto. Partenio sapeva che prima o poi sarebbe arrivato il nefasto giorno in cui i barbari sarebbero arrivati dal Nord fino alle coste del Mare Nostrum, ma non avrebbe mai immaginato che gli sarebbe toccato esserne un testimone diretto. Adesso, invece, era tutt'altro che impossibile. Forse solo per questo, solo per vederlo soffrire sotto il suo potere, Domiziano gli avrebbe risparmiato la vita, forse. Al giovane cesare piaceva quel tipo di tortura e di fredda vendetta.
Ascoltami... era la voce dell'imperatore Tito. Partenio abbandon i suoi pensieri e si avvicin al capezzale del malato. Ascoltami, Partenio... sei stato un buon consigliere... con me... con mio padre... ho commesso soltanto un errore... un errore...
L'imperatore deglut la poca saliva che gli rimaneva in bocca. Era sfinito e la febbre lo aveva spremuto come un acino d'uva; nelle vene non aveva pi sangue, ormai, o almeno cos gli sembrava. Ogni parola gli costava uno sforzo sovrumano, era consapevole di avere soltanto qualche attimo ancora: a tratti il cuore si fermava e sentiva che la testa gli si svuotava, mentre quel dolore lo lacerava e gli impediva di profferire parola. Ma un pensiero gli era rimasto fisso nella mente.
Devi fermarlo, Partenio... devi fermarlo... Domiziano... Adesso non puoi, ma prima o poi ci riuscirai, prima o poi... ci riuscirai... Tieniti pronto, Partenio... Roma dipende da questo... Domiziano... il mio unico errore... cos grande... e tu mi avevi avvertito, e anche Domizia... Domizia... Poi tacque, la bocca aperta e lo sguardo nel vuoto.
Partenio chiuse gli occhi dell'imperatore. La schiava arriv con i panni puliti, ma allo sguardo del consigliere chin il capo e usc, con aria spaventata. Presto sarebbe arrivato Fusco a controllare che tutto fosse come desideravano lui e il nuovo imperatore Domiziano. Partenio, seduto accanto al cadavere di Tito, era prostrato. Da Tito aveva ricevuto un ultimo ordine. Devi fermarlo, devi fermarlo... Un ultimo incarico dell'imperatore appena spirato: fermare il suo successore. Un compito impossibile.

LIBRO Quinto.

IMPERATOR CAESAR DOMITIANUS.

Anno 82 d.C., (anno 836 ab Urbe condita).

A me dinanzi il Gladiator vegg'io
Sull'arena proteso: egli alla palma
Poggia il languido capo; il fero sguardo
Morir consente, ma celar si sforza
Dell'agonia gli spasimi; la fronte
A grado a grado al suol dechina: quelle
Che son del sangue suo le sue ultime stille,
e dalla gromma dell'aperto fianco
lentamente si sviano, son dense,
ed una ad una cadono, siccome
rada  la pioggia all'appressar del nembo.
Ma gi pargli veder che gli si rote
l'arena, e, pria che il barbaro s'arresti
plauso pel vincitor, egli succombe1.
Lord Byron, Il pellegrinaggio del Giovine Aroldo, canto IV

1. GEORGE BYRON, Il pellegrinaggio del Giovine Aroldo, traduzione di Giuseppe Gazzino, Tipografia Arcivescovile, Genova 1836, pp. 243-244. Si tratta della descrizione degli ultimi istanti di vita di un gladiatore secondo Lord Byron nel suo poema Childe Harold's Pilgrimage.

74.

PARIDE.

Roma, febbraio dell'82 d.C.

I sudditi furono profondamente addolorati dalla notizia della morte di Tito. Il figlio maggiore di Vespasiano godeva di enorme popolarit tra i Romani: il sostegno offerto a Pompei ed Ercolano, i giochi nell'anfiteatro Flavio e la sua gloriosa conquista di Gerusalemme lo avevano reso molto amato dal popolo. Il Senato non indugi a deificarlo e Domiziano, con grande astuzia, appoggi la decisione e si adoper per mostrarsi affranto in pubblico. Nell'espressione abbattuta di Domiziano, il popolo lesse un sincero cordoglio per la morte del suo predecessore. Ci gli valse l'affetto della plebe, almeno in un primo momento.
Domiziano non poteva vantare una brillante carriera militare, ma era un Flavio, oltre che fratello di Tito e figlio di Vespasiano, e le epiche imprese della sua dinastia avevano contribuito alla progressiva affermazione di Roma. Il popolo aveva fiducia in lui. Il Senato opponeva ancora qualche riserva ma, con la guardia pretoriana schierata dalla parte di Domiziano, nessuno dei patres conscripti os pronunciarsi contro la sua ascesa al trono. Dopotutto, proprio com'era successo con Galba rivelatosi un governante mediocre, forse anche Domiziano avrebbe disatteso le aspettative: il nuovo imperatore avrebbe potuto sorprendere tutti dimostrandosi saggio e magnanimo con i sudditi e risoluto contro i nemici. Tutti a Roma pensavano che le cose sarebbero andate in questo modo. Tutti, tranne due persone: Partenio e Domizia Longina. Il primo viveva con silenziosa rassegnazione il misfatto della morte di Tito, ben consapevole che una sola parola o uno sguardo sprezzante gli sarebbero costati la vita. Partenio aveva sperimentato in prima persona la perfidia di Domiziano. Domizia, da parte sua, l'aveva intuita nei molti, troppi anni trascorsi al suo fianco.
Quanto a Partenio, Domiziano si limit a evitarlo per settimane, ma non lo sollev dal suo incarico. Il consigliere sapeva di essere sorvegliato, ma cap che, se avesse taciuto, l'imperatore, che non aveva ancora consolidato la sua posizione, probabilmente gli avrebbe risparmiato la vita per impedire che cominciassero a circolare sospetti sulla morte di Tito. Se un consigliere imperiale, da sempre leale a Vespasiano e Tito, non aveva nulla da rivelare, tutti si sarebbero convinti che non c'era niente di misterioso nelle circostanze della morte dell'imperatore. Partenio era intrappolato nel suo stesso silenzio, ma soltanto in quel modo avrebbe potuto portare a termine l'ultimo compito affidatogli da Tito. Il consigliere, pertanto, si limit ad assistere all'insediamento del nuovo imperatore e alle sue prime mosse. Domiziano, in primo luogo, convoc Rabirio e gli altri architetti di corte per congratularsi con loro di aver ultimato il grande palazzo imperiale nel centro di Roma, a cui avrebbe dato il nome di Domus Flavia. Poi decise che tutta la famiglia imperiale si sarebbe trasferita nel nuovo edificio, che si stagliava imponente sul colle Palatino, di fronte all'impressionante Circo Massimo. Infine diede ordine a Rabirio e agli altri architetti di completare al pi presto la maestosa Aula Regia, la futura grande sala delle udienze, in cui sarebbe svettato un grandioso trono di proporzioni gigantesche.
Quanto a Domizia, invece, la relazione tra lei e l'imperatore divenne sempre pi violenta, nonostante avesse gi superato ogni limite immaginabile. La sofferenza della donna per la morte di Tito era insopportabile. In pubblico si era mostrata addolorata per la sua scomparsa, ma in privato, tra le mura della Domus Flavia, Domizia rivelava il suo intenso struggimento con lunghi silenzi, sguardi gelidi e un'incolmabile distanza dal marito. Dopo pochi mesi, per, lo spirito ribelle di Domizia divenne talmente incontenibile che l'imperatrice decise di adottare nuove strategie per manifestare non pi il suo disprezzo, bens l'odio puro nei confronti del marito. Qualche anno prima si era vendicata di Domiziano tradendolo con Tito, anzi, addirittura innamorandosi di lui. Adesso avrebbe usato la stessa arma, ma umiliando l'imperatore nel modo pi plateale possibile. Domizia decise di ignorare il monito di Antonia Caenis: a volte, la rabbia illumina o acceca senza lasciare scampo. L'ira riesce sempre a farsi strada, malgrado i muri di contenimento, le barriere e gli avvertimenti: come un tumultuoso fiume in piena, non si ferma davanti a nulla. E infatti, un nefasto pomeriggio al teatro di Marcello, Domizia Longina pos lo sguardo sul famoso attore Paride. Si faceva chiamare con questo nome e cos era conosciuto in tutta Roma. Paride, a sua volta obnubilato dalla vanit alimentata dalla sua grande fama, si lasci condurre dalla sete di vendetta di Domizia dritto nel letto dell'imperatrice. Dopo pochi mesi, il giovane attore fu arrestato dai pretoriani proprio all'uscita del teatro. Nella sua ingenuit, Paride credeva di aver adottato tutte le precauzioni necessarie affinch la sua relazione con l'imperatrice rimanesse segreta. Il malcapitato attore non sospettava che il piano di Domizia fosse proprio quello di farsi scoprire per poi disfarsi di lui. Senza accorgersene, Paride si era ritrovato nel pi terribile campo di battaglia del I secolo: il palazzo imperiale di Roma.
Cornelio Fusco, capo del pretorio, osservava Paride che, dopo le percosse subite, se ne stava rannicchiato in un angolo singhiozzante. Gli uomini che piangevano l'avevano sempre disgustato, ma era obbligato a parlare con quel miserabile. Si chin e lo afferr per i capelli, dando un violento strattone, in modo che il prigioniero alzasse la testa e lo guardasse dritto negli occhi.
Ma come si pu essere tanto stupidi? lo apostrof il capo del pretorio. Siccome la sua era solo una domanda retorica, quando Paride tent di rispondere per giustificarsi dell'accaduto Fusco gli sferr un calcio in faccia. Gli spacc il labbro superiore e l'attore inizi a sanguinare copiosamente. Si port una mano alla bocca per cercare di arrestare l'emorragia, ma in quel momento il capo del pretorio gli pose una nuova domanda: Per Marte! Come facevi a entrare nella stanza dell'imperatrice?.
C'... un passaggio segreto... nel palazzo... che dall'ippodromo conduce alla camera dell'imperatrice...
Paride parlava inghiottendo sangue, mentre Fusco lo guardava dall'alto, con le mani sui fianchi. Quel passaggio era stato progettato per permettere un'eventuale fuga dalle stanze private della famiglia imperiale; Fusco ne era venuto a conoscenza durante un colloquio con l'architetto Rabirio. L'imperatore aveva sospettato di Paride perch spesso, durante le feste a palazzo, lo vedeva intrattenersi a conversare con Domizia; poi, puntualmente, Paride andava via e poco dopo l'imperatrice, con la scusa di essere stanca, si ritirava. Adesso era chiaro dove si incontrassero: nella stanza di Domizia Longina. L'imperatrice vi si recava passando da uno dei peristili esterni, sempre scortata dai pretoriani. L'attore, invece, la raggiungeva attraverso il passaggio segreto, accompagnato da qualche schiava di fiducia di Domizia Longina. Fusco sorrideva. Avevano scoperto tutto. Avevano interrogato gli schiavi del palazzo e l'ancella di Paride era gi stata messa a morte, ma per qualche strano motivo Domiziano voleva l'attore vivo. Fusco gli assest un altro calcio e si chin ancora su di lui, mentre questi gemeva per il dolore contorcendosi sul pavimento.
Ti fa male o stai soltanto fingendo? Se fai finta sei davvero un attore formidabile lo schern Fusco e rise per la sua stessa battuta. Poi assunse di nuovo un tono serio: L'imperatore vuole sapere quante volte vi siete visti.
Paride annu. Cinque... Cinque volte...
Bene. Fusco si conged sferrandogli un ultimo calcio sulla testa. Tenetelo sotto controllo ordin ai pretoriani di guardia e usc per andare a cercare l'imperatore.
Nella stanza imperiale della Domus Flavia Domiziano conversava in tutta tranquillit.
Avevo pensato di darlo in pasto ai leoni diceva a Domizia, mentre lei sosteneva il suo sguardo con aria di sfida, orgoglio e determinazione. Ma le belve, a volte, uccidono troppo in fretta. E poi, questa  pur sempre una faccenda privata. Ho disposto di farlo a pezzi e poi di gettarlo agli animali dell'anfiteatro, anche se non credo che troveranno granch in quel sacco di ossa. Si avvicin alla moglie. Non  nemmeno attraente. Mio fratello, almeno, lo era.
Qualsiasi uomo  migliore di te sibil Domizia sdegnata, poich l'allusione al suo amato e defunto Tito l'aveva ferita.
Domiziano si allontan di qualche passo, dirigendosi verso un tavolo su cui c'era una brocca di vino addolcito, fin troppo per gli altri ma perfetto per l'imperatore. Se ne vers una coppa senza nemmeno diluirlo con l'acqua. Bevve lentamente, un sorso, due, tre, per poi mandarlo gi tutto d'un fiato. Si volt di nuovo verso Domizia.
So di non intimidirti,  l'unico aspetto del tuo carattere che mi diletta. Trovo divertente che tu non abbia paura di me, anche se di fatto io posso disporre di te come voglio. L'attore, invece, era terrorizzato. E come dargli torto? A volte mi domando se tu non sia pazza.
Domizia si mise a ridere.
Ma  ovvio, per tutti gli dei rispose l'imperatrice appena la sua inquietante risata si spense. Devo essere pazza e cieca per averti sposato, ma ero giovane e tu mi avevi ingannato, proprio come adesso stai raggirando tutta Roma. Prima o poi, per, il popolo, il Senato, tutti quanti capiranno chi sei in realt e allora pagherai per tutto. Immagino che presto darai l'ordine di giustiziarmi; mi spiace soltanto che non vivr abbastanza a lungo da vedere il giorno in cui Roma ti distrugger, proprio come fai tu con tutto ci che tocchi. Non sei capace di dare nemmeno una carezza. Sai solo graffiare, ferire e azzannare.
Domiziano inarc le sopracciglia.
Non avevo mai pensato a me in questo modo, ma  molto meglio mordere e ferire che farsi sottomettere. Per governare Roma bisogna essere fieri come un leone e, lo ammetto, ingannare gli altri, almeno all'inizio. E hai ragione, presto tutti si accorgeranno di come sono fatto: capiranno che non sono debole come mio padre o mio fratello, ma per quel giorno, ormai, avr Roma in pugno. Puoi starne certa. E poi, per Minerva, e sorrise potrai vederlo con i tuoi stessi occhi perch non ho intenzione di ucciderti. In fondo, esaudirei il tuo pi grande desiderio.  da tempo che sogni di lasciare questo mondo e addentrarti nell'Ade, magari con la speranza di incontrare mio fratello, ma non ti far questo regalo. No, nient'affatto. Mi hai umiliato e l'hai fatto deliberatamente. Anche se giustizier Paride, anche se lo far a pezzi e lo dar in pasto alle belve, incutendo timore al popolo, il tuo comportamento mi ha oltraggiato agli occhi di Roma intera, soprattutto dei pretoriani.  per questo che non ti uccider. So bene che per te la vita  soltanto sofferenza: tuo padre, tua madre, tua sorella, il tuo primo marito, Tito e anche tuo figlio sono tutti morti. Non hai niente e nessuno per cui vivere e perci non voglio che tu muoia. Continuerai a vivere, e ti sar negata la possibilit di ucciderti o umiliarmi di nuovo. L'unica cosa che desidero  vederti andare avanti giorno dopo giorno, soffrire e maledire ogni nuova alba, soprattutto quella in cui assisterai al mio trionfo, quando l'Impero sar completamente soggiogato al mio volere. Tu e mio fratello avete leso la mia dignit quando vi credevate potenti, intoccabili. Benissimo, inizier prima da te e poi penser a vendicarmi di lui. Posso oltraggiarlo ben oltre la morte, finora non avete avuto che una piccola dimostrazione del mio disprezzo.
Si avvicin di nuovo a Domizia. Ma torniamo a te: ho fatto emettere una sentenza di divorzio e, appena sar effettivo, sarai esiliata. Cos non mi disturberai pi, ma far in modo che ti giungano sempre notizie dei miei successi nel governo di Roma. Sorrise di nuovo, svelando i denti macchiati di vino. Maledirai il giorno in cui sei nata, Domizia, e anche il momento in cui ti sei messa contro di me.  un grave errore sottovalutare i propri limiti.
Si volt verso Fusco, che in un angolo assisteva alla conversazione. A un cenno dell'imperatore, il capo del pretorio annu e chiam i suoi sottoposti. Sei soldati entrarono e circondarono Domizia Longina, che rimase impassibile fino a quando, quasi fuori dalla stanza, si rivolse di nuovo all'imperatore: Domiziano, tuo padre ha conquistato la Giudea, Tito la citt di Gerusalemme, tu invece non sei niente, niente... Presto tutta Roma lo capir e tu cadrai come le foglie in autunno, il vento ti trasciner ai confini del mondo e la tua meschina esistenza finir nell'oblio. S, caro marito, maledir ogni giorno che vivr, ma l'unico scopo della mia esistenza sar quello di farti rimpiangere il momento in cui hai deciso di non uccidermi, mentre io me ne star a guardare la tua rovina.
Fusco, che stava accompagnando l'imperatrice fuori dalla stanza, non pot non ammirare la fierezza di quella donna, cos diversa dall'attore che stavano squartando nell'ippodromo.
Tito Flavio Domiziano, dopo essersi versato un'altra coppa di vino, raggiunse la moglie, ormai sulla soglia, e la fronteggi. Ne dubito, Domizia, dubito che arriver il giorno in cui mi pentir di non averti ucciso. La tua sofferenza  cos perfetta da eguagliare un'opera d'arte rispose, e sprofond il viso nel bronzo della coppa.

75.

LEGIO I MINERVA.

Nord del Reno, Germania Superiore Primavera dell'82 d.C.

Traiano il giovane, sporco di fango e fradicio di pioggia, osservava il cielo plumbeo che ammantava la Germania.
Qui il clima  sempre cos precis Manio dietro di lui. Me lo hanno detto alcuni veterani delle legioni di confine.
Traiano annu. Domiziano lo aveva elevato al rango di legatus della Germania e lui aveva voluto con s il suo amico Longino e l'esperto Manio. Aveva bisogno di uomini di cui potersi fidare ciecamente per quella missione al Nord. Da Manio doveva ancora apprendere a combattere in prima linea con ardore e coraggio, come gli aveva suggerito suo padre; da Longino invece riceveva l'appoggio di un amico devoto oltre ogni immaginazione. Entrambi erano risorse di un valore inestimabile sul confine dell'Impero.
La nomina di Traiano figlio a legatus non aveva sorpreso nessuno. Il nuovo imperatore aveva affidato il confine settentrionale, e incarichi di responsabilit in posti altrettanto delicati, a uomini che si erano sempre dimostrati leali alla dinastia Flavia. In questo modo Domiziano avrebbe tenuto buoni quei senatori che ancora dubitavano della sua capacit di governare l'Impero.
Traiano continuava a scrutare il cielo. Non aveva mai smesso di piovere da quando erano arrivati, due mesi prima. All'inizio la missione consisteva solo nel fare un censimento nella Gallia. Poi, per, con grande sorpresa di tutti, era giunto l'imperatore in persona con una nuova legione appena reclutata, la I Minerva, alla quale aveva ordinato di attraversare il Reno e attaccare i Catti insieme alle forze di stanza nella regione. Nessuno aveva compreso i motivi di quella mossa, ma gli ordini imperiali non si discutevano. Traiano, da parte sua, voleva soltanto mostrarsi all'altezza della situazione. Con Traiano padre a Italica, ormai in congedo, l'onore della famiglia dipendeva unicamente dal valore che lui avrebbe dimostrato in quella campagna. Tuttavia era nervoso: i Catti erano da tempo pacifici e gli ufficiali della Germania ritenevano che con quell'azione Domiziano volesse provocarli, innescando una scintilla che rischiava di far divampare un incendio difficile da domare. Ormai, per, la decisione era stata presa.
Cinquanta miglia di perlustrazioni nei boschi annunci Manio e non una traccia del nemico.
Traiano si scroll la pioggia di dosso; non che servisse a molto, viste le incessanti precipitazioni, ma in quella forzata inattivit era un gesto come un altro per tenersi impegnato.
Eppure sono l replic il legatus ispanico con assoluta certezza. Sono l, Manio. E possono attaccarci in qualsiasi momento.
Nelle ultime settimane, con l'istinto di una lince, pi di una volta Traiano aveva intuito con precisione gli spostamenti dei Catti, perci Manio e Longino presero molto sul serio quell'affermazione. Entrambi nutrivano una profonda stima nei confronti di Traiano e ammiravano l'autorit e il rigore con cui il giovane legatus guidava la legione che gli era stata assegnata. La determinazione di Traiano, insieme al ricordo del coraggio dimostrato in Oriente contro i Parti, lo rendeva orgoglioso di essere stato scelto per la missione sul Reno. Il recente arrivo dell'imperatore rendeva quella campagna ancora pi intensa.
La sera stava calando e Traiano si ritir per riposare.
L'accampamento era ben protetto. Era l'avamposto dell'esercito romano di stanza a nord del Reno. L'imperatore, insieme alla legione I Minerva e ad altre di sostegno, si era sistemato pi indietro. Traiano sapeva che Domiziano stava usando lui e la sua truppa come esca. Non ne era entusiasta, ma non poteva fare niente per evitarlo.
La notte trascorse tranquilla, ma l'aurora port con s qualcosa di strano. All'inizio Traiano, guardando fuori dalla tenda, non se ne rese conto, ma una volta uscito cap.
Ha smesso di piovere annunci Longino, che stava andando a chiamarlo con Manio per fare colazione insieme.
Finalmente ha smesso di piovere ripet Manio. Erano talmente stupiti che sembrava avessero bisogno di continuare a dirlo per poterci credere.
Traiano e i suoi due tribuni si diressero verso le tende dei centurioni e dei decurioni di pi alto rango per il primo pasto della giornata. L'ispanico camminava pensieroso. Cosa succede nella Germania quando non piove? Non ebbe nemmeno il tempo di fare congetture. L'allarme fu lanciato ancor prima che si fossero portati alla bocca un cucchiaio di farinata di grano.
Traiano, Longino e Manio uscirono dalla tenda e si precipitarono verso le palizzate. Si arrampicarono su una delle torri e subito si resero conto della gravit della situazione: migliaia di Catti emergevano dai boschi circostanti, tra grida disumane e armati fino ai denti. I legionari non ebbero un attimo di esitazione e iniziarono a prepararsi all'interno dell'accampamento, confidando nella robustezza delle fortificazioni. Tuttavia, i nemici erano molto pi numerosi e non avrebbero potuto resistere a lungo.
Cosa facciamo? domand Longino.
Manio azzard una risposta istintiva, ma rivolse uno sguardo a Traiano in cerca di conferma.
Bisogna organizzare una controffensiva dall'esterno.
Traiano annu.
Dobbiamo uscire con la cavalleria precis. Non disponiamo di molti uomini a cavallo, ma potrebbero bastare a creare confusione tra le loro file. Questo potrebbe farli retrocedere.
Traiano fiss Manio. Questi non ebbe bisogno che il legatus gli impartisse esplicitamente l'ordine: si conged e si affrett a predisporre la cavalleria. Traiano, quindi, si rec al centro dell'accampamento insieme a Longino, continuando a parlare.
Abbiamo alcune ballistae. Non sono numerose, Longino, ma tu guiderai i soldati che le manovrano per ostacolare gli assalti dei Catti contro la palizzata. E fa' in modo di non lanciare proiettili sulla cavalleria di Manio, d'accordo?
Longino annu. Traiano si ferm.
Io andr in cima alla fortificazione concluse, e si conged.
Traiano torn alla torre che dava sulla porta praetoria, uno degli ingressi al campo. La cavalleria di Manio era gi schierata. Le porte si aprirono e i cavalieri uscirono dall'accampamento come un fiume in piena. La mossa a sorpresa smorz l'ardore dei Catti, che poco dopo corsero a rifugiarsi tra gli alberi. L i cavalieri di Manio non osarono addentrarsi per non cadere in un'imboscata letale. La manovra di Manio, per, aveva dato a Longino il tempo di preparare le ballistae: quando i Catti ritornarono alla carica, da una parte Manio affront i nemici che avanzavano da nord, e dall'altra Longino scagli proiettili su quelli che attaccavano da ovest. Lo scontro si protrasse per buona parte della mattinata, fino a quando i cavalli e i cavalieri agli ordini di Manio iniziarono a dare segni di stanchezza. Inoltre i proiettili nell'accampamento cominciavano a scarseggiare. Traiano assistette impotente al ripiegamento di Manio, che rientr dalla porta praetoria abbattuto ed esausto. Il legatus gli and incontro.
Hai combattuto bene, per Giove! gli disse per rincuorarlo.
Ma sono ancora l e sembrano sempre pi numerosi rispose Manio, preoccupato.
Resisteremo esclam Traiano e, vedendo che molti legionari lo stavano ascoltando, ripet quelle parole con voce imperiosa: Resisteremo! Per tutti gli dei, resisteremo!.
All'inizio del combattimento, Traiano aveva inviato alcuni messaggeri a sud per sollecitare l'aiuto dell'imperatore, ma non era certo che fossero giunti a destinazione. E, ammesso che fossero arrivati, non era sicuro che Domiziano gli avrebbe inviato i rinforzi richiesti.
All'hora septima, mentre il sole iniziava a calare, i legionari feriti si ammassavano al centro dell'accampamento. I medici erano pochi e i Catti non demordevano. Erano sempre pi vicini. Traiano si sforzava di elaborare qualche stratagemma che potesse farli uscire vittoriosi da quella battaglia, ma senza successo. Credette di capire come doveva essersi sentito Publio Quintilio Varo nella foresta di Teutoburgo. Forse il divino Augusto aveva ragione: non era una buona idea attraversare i tre grandi fiumi, il Reno, il Danubio o l'Eufrate. Eppure Traiano aveva sempre pensato che fosse in errore. Anche Giulio Cesare la pensava diversamente. Ma non aveva avuto il tempo di portare a termine i suoi piani. Non si poteva oltrepassare i fiumi senza l'appoggio e le forze necessarie. Non sarebbero bastate un paio di legioni: serviva un vero e proprio esercito di conquista. In quel momento, per, gli parve infruttuoso sprecare tempo ed energie in simili disquisizioni. Doveva escogitare un piano oppure limitarsi a resistere e combattere sotto lo sguardo dei suoi uomini. Sal di nuovo sulla palizzata e sfoder il gladio.
L'Imperator Caesar Domitianus accolse i messaggeri dell'accampamento settentrionale con una certa indifferenza, ma in fondo era contento che i Catti si fossero decisi ad attaccare. Quegli interminabili giorni di pioggia in attesa di un eroico combattimento gli erano diventati insopportabili. Era proprio per quello che Domiziano si era spinto fino al Reno allontanandosi dalle comodit di Roma: la sete di eroismo e vittorie militari. Domizia Longina era la causa indiretta della sua scelta. La odiava. O, per meglio dire, la disprezzava, che era ben diverso. La bellezza di sua moglie non era sfiorita con il passare degli anni, ma da quando lei aveva scoperto il suo coinvolgimento nella morte del primo marito era diventata insopportabile. E la situazione era peggiorata dopo la scomparsa del loro figlio, poi con la relazione con Tito e, infine, con la stupida e umiliante infedelt coniugale con quell'attore di cui Domiziano non ricordava neppure il nome. Ormai la presenza dell'imperatrice gli era intollerabile. Eppure, Domiziano le riconosceva ancora una cosa degna del suo rispetto: le sue opinioni. Domizia Longina era una donna molto intelligente. Le parole pronunciate mentre, circondata dai pretoriani, usciva dalla stanza imperiale riecheggiavano ancora nella mente dell'imperatore e ottenebravano i suoi pensieri. Tuo padre ha conquistato la Giudea, Tito la citt di Gerusalemme, tu invece non sei niente, niente... Presto tutta Roma lo capir e tu cadrai come le foglie in autunno, il vento ti trasciner ai confini del mondo e la tua meschina esistenza finir nell'oblio. A Domiziano non importava che sua moglie pensasse questo di lui, e nemmeno che lo avesse espresso ad alta voce, anzi ne era compiaciuto perch vi aveva scorto tutto il dolore che la donna avrebbe portato con s in esilio. Tuttavia, lei era stata l'unica ad avere il coraggio di dire ci che in molti a Roma, nel Senato, per le strade, tra i sudditi, i sacerdoti, le vestali, perfino tra i pretoriani, pensavano. Aveva quindi deciso di intraprendere una guerra facile da vincere contro i nemici del Nord o dell'Oriente. Il viaggio fino al confine con la Partia gli sembrava troppo lungo e, comunque, solo se avesse conquistato l'intera regione, impresa impossibile senza spostare le legioni di stanza al Nord, avrebbe superato (o almeno eguagliato) le gesta del padre e del fratello. L'abilit militare dei suoi predecessori era stata la maledizione della sua vita. Era in perenne competizione con loro. Da morti, il padre e il fratello erano dei lemures che lo perseguitavano tra le ombre nei corridoi della Domus Flavia. Avrebbe potuto sfidare i Daci o i Sarmati a nord del Danubio, ma perfino Giulio Cesare aveva preferito conquistare tutta la Gallia prima di spingersi nel regno dei barbari. Erano troppo ben organizzati.
La Germania era l'obiettivo pi semplice. Non era un viaggio lungo come quello in Oriente e i Catti, affrontati con le giuste legioni, potevano subire un'importante sconfitta. Una vittoria contro di loro avrebbe rafforzato i confini del Reno e migliorato la sua immagine agli occhi dei senatori e del popolo, soprattutto grazie a un magnifico triumphus per le strade di Roma, seguito da decine di giorni di giochi nell'anfiteatro Flavio. Aveva pensato a tutto: era un piano perfetto. Perci, in quel momento, gli sguardi nervosi dei legati intorno a lui lo mettevano a disagio. Aveva fatto bene a dotarsi di una nuova legione, la I Minerva, priva dei vizi delle truppe di frontiera. E soprattutto che non nutrisse i loro continui e scomodi dubbi.
Sarebbe opportuno, cesare, che ci mettessimo in marcia al pi presto sugger uno dei legati che, come gli altri, temeva che la legione di Traiano sarebbe stata annientata senza tempestivi rinforzi.
Per un attimo a Domiziano parve che quegli uomini fossero pi preoccupati dell'incolumit di Traiano che della volont del loro imperatore, ma poi scacci quel pensiero. Proprio per l'estrema lealt della sua famiglia alla dinastia Flavia, aveva voluto Traiano per quella campagna. Con il padre ormai in congedo, era naturale che la scelta fosse ricaduta sul figlio. I Traiani non erano forse incondizionatamente leali alla dinastia Flavia? Ebbene, avevano l'occasione di dimostrarlo. Il giovane legatus avrebbe potuto respingere da solo i Catti e fare sfoggio del suo valore. Domiziano aggrott la fronte. La perdita di una legione non avrebbe favorito la sua popolarit. Alla fine assent.
Preparate le legioni. Andremo in aiuto di Traiano.
I legati sospirarono, sollevati.
Manio parlava quasi gridando. I Catti combattevano in cima alla palizzata e il fragore della battaglia era assordante.
Per Marte! Dobbiamo uscire di nuovo con quanto ci resta della cavalleria?
Traiano, sceso per discutere con lui su come organizzare la difesa, scosse il capo.
Nessuno esce dall'accampamento, sono migliaia. Opporremo resistenza dall'interno. Se apriamo le porte entreranno in massa, quindi non abbiamo altra scelta che resistere. Magari al calare della notte si ritireranno e noi potremo riprendere fiato.
E come se le parole di Traiano fossero state un oracolo, in mezzo alle ombre di quel sanguinoso crepuscolo, l'annuncio delle sentinelle sulle torri della palizzata conferm la sua intuizione.
Si ritirano! Per tutti gli dei, si ritirano!
Manio e Longino guardarono Traiano, quasi fossero al cospetto di un sacerdote. Il legatus non disse nulla. Avevano guadagnato qualche ora, ma all'alba i nemici avrebbero ripreso l'attacco. Non era il momento di gioire. Se il giorno dopo l'esercito imperiale non fosse giunto in loro soccorso, si sarebbero trasformati in cibo per gli avvoltoi che gi sorvolavano l'accampamento: l'odore del sangue superava di gran lunga qualsiasi afflato di speranza.
All'alba i Catti emersero dal bosco. Erano pi numerosi del giorno precedente, forse venti o trentamila. Era difficile fare una stima. I settemila sopravvissuti dell'accampamento romano, legionari e ausiliari, assistevano impotenti all'avanzata nemica. Manio aveva persuaso Traiano affinch, in un ultimo disperato tentativo, gli consentisse di fronteggiare il nemico con la cavalleria all'esterno del campo. In quel momento, per, vedendo la sterminata distesa dei Catti, cap che Traiano aveva ragione: duecento cavalieri non potevano nulla contro quelle migliaia di Germani pronti a scagliarsi su di loro. Perci, mettendo a tacere l'orgoglio, Manio guard la torre su cui si trovavano Traiano e Longino e vide il legatus ispanico annuire. Le porte dell'accampamento si aprirono e Manio ordin alla cavalleria di ripiegare all'interno. Era una triste esibizione di debolezza che avrebbe demoralizzato i legionari, ma sarebbe stato assurdo proseguire in quella missione suicida. Almeno per il momento. A seconda di come si fosse evoluta la giornata, si sarebbe potuta rivelare la scelta migliore. Traiano la pensava come lui? Forse, ma rimaneva impassibile, mostrando l'integrit che tutti i legionari avevano bisogno di vedere nel loro condottiero in simili frangenti. Manio ammirava il suo autocontrollo. Ne era gi rimasto impressionato durante le battaglie in Oriente, sebbene a quel tempo fosse un giovane alle prime armi. Ormai era un legatus e vantava l'esperienza acquisita in numerosi combattimenti sul confine. Se da questo scontro fossero usciti vivi, Manio era convinto che Traiano avrebbe avuto una brillante carriera nell'Impero.
Dalla postazione sicura in cima a una collina a sud dell'accampamento di Traiano, Domiziano osservava l'assalto dei Catti. Ancora una volta l'imperatore era stato costretto ad assecondare l'impazienza dei suoi ufficiali, ansiosi di accorrere in aiuto di Traiano e dei suoi legionari. Lui, tuttavia, preferiva aspettare che il maggior numero possibile di Catti si concentrasse intorno all'accampamento prima di far intervenire le sue legioni. Avrebbe mandato avanti la cavalleria e poi, dopo aver scatenato il panico tra i nemici, la fanteria. La cavalleria avrebbe portato a termine il lavoro ritornando alla carica per mietere vittime tra gli assalitori che fuggivano impauriti.
I cinque legati assistevano inorriditi agli sforzi dei legionari di Traiano per non lasciare sguarnite le palizzate dell'accampamento: li vedevano cadere uno dopo l'altro, per essere rimpiazzati subito dopo da altri coraggiosi soldati, obbligati a mantenere le posizioni in condizioni sempre pi disperate. I comandanti delle legioni trovavano insensata quell'attesa, ma non avevano altra scelta che sottostare agli ordini dell'imperatore, l immobile, protetto da una nutrita scorta di pretoriani.
Tito Flavio Domiziano infine si decise e annu con un lieve cenno del capo. Le legioni si misero in marcia.
A quel punto, i Catti furono colti di sorpresa su tutti i fronti - tranne quello settentrionale - prima da migliaia di cavalieri e poi da decine di migliaia di legionari. Fecero l'unica mossa possibile, e batterono immediatamente in ritirata. Caddero in molti, a migliaia. Fu una clamorosa disfatta, una di quelle sconfitte che non si dimenticano n si perdonano, e che gettano con estrema facilit il seme della vendetta.
Domiziano camminava esultante tra la moltitudine di cadaveri nemici quando, all'improvviso, si ferm e aggrott la fronte.
Quanti prigionieri abbiamo fatto? domand al capo del pretorio, che lo accompagnava nell'ispezione del campo di battaglia.
Cento, o forse pi. L'ordine era di sterminarli, cesare rispose Fusco.
L'imperatore scosse il capo.
Per Minerva! Sono pochi! Pochissimi! Non posso presentarmi al popolo con un numero ridicolo di prigionieri! Bisogna farne altri, in qualsiasi modo!
Fusco annu. Non se ne era reso conto, ma in quel momento cap: l'imperatore voleva far sfilare quanti pi prigionieri catti per le strade di Roma. La plebe impazziva per quel tipo di spettacolo: li avrebbe ricoperti di insulti e di sputi, per poi divertirsi a vederli combattere fino all'ultimo sangue nel grande anfiteatro Flavio.
Dar ordine ad alcune squadre di dare la caccia a quelli che sono riusciti a fuggire lo rassicur Fusco, pur sapendo che i legati non avrebbero obbedito di buon grado: i legionari erano esausti dopo la grande battaglia in quella maledetta valle della Germania.
Traiano, che come gli altri legati camminava al fianco dell'imperatore, sent la proposta del capo del pretorio e fu tentato di protestare: inviare pattuglie a nord, in quel fitto bosco, sarebbe stata una mossa suicida. Longino, per, lo afferr per un braccio e scosse il capo. Anche Manio sembrava dello stesso parere e gli rivolse una muta esortazione a desistere dal suo intento. Traiano decise di tacere. L'imperatore parl di nuovo a Fusco prima che si allontanasse per dare disposizioni ai soldati.
Ci sono anche i feriti, e parecchi. Assicurati che non vengano uccisi, Fusco, mi raccomando. Voglio che i medici se ne prendano cura. Non mi importa in che condizioni giungeranno a Roma, ma voglio che siano numerosi,  chiaro?
S, cesare. Chieder ai medici di occuparsi anche dei Catti.
Anche non basta, Fusco: devono occuparsi prima dei Germani e poi dei nostri legionari. I soldati di Roma sono forti, sapranno aspettare il loro turno concluse l'imperatore, portandosi il dorso della mano sulla fronte e sospirando. Traiano e gli altri legati lo guardavano attoniti. Non credevano alle loro orecchie. Sono stremato. Il combattimento mi ha sfinito. Devo riposare. Di notte un imperatore ha bisogno di dormire per affrontare le sfide quotidiane.
E cos, senza nemmeno congedarsi, circondato da pi di venti pretoriani, si diresse verso il nuovo praetorium, appena eretto al centro dell'accampamento.
Traiano, Longino e Manio videro che i medici, su ordine dei pretoriani di Fusco, trascuravano i legionari feriti per occuparsi dei Catti. Il legatus ispanico, indignato da quella scena surreale, decise di ritirarsi nella sua tenda. Manio e Longino fecero altrettanto, astenendosi da ogni commento: qualsiasi cosa avessero detto sarebbe senz'altro risultata inappropriata. Senza contare la folta schiera di pretoriani disseminati ovunque. L'imperatore poteva anche dormire, ma le sue guardie erano in costante allerta.
All'alba, nell'accampamento regnava la confusione pi assoluta. Domiziano, che non era riuscito a dormire, si era alzato presto e, dopo un'abbondante colazione servita in preziosi piatti e sfavillanti coppe di bronzo, aveva deciso che, avendo ormai sconfitto i Catti, non c'era alcun motivo di prolungare la sua permanenza nella Germania. Le squadre uscite la sera prima in cerca di prigionieri non erano ancora tornate. Erano state inviate quindici turmae in diverse direzioni. L'imperatore si avvi verso il posto dove Traiano, Manio e Longino stavano mangiando e si ferm davanti a loro. I tre si interruppero, si alzarono dalle loro sellae e lo salutarono levando il braccio destro con la mano tesa.
Ave, cesare! dissero i tre all'unisono, senza particolare intensit ma con sufficiente vigore da non irritare l'imperatore.
Domiziano non si perse in convenevoli. Parto immediatamente per Roma. Porter con me la legione I Minerva, la guardia pretoriana e le truppe che avevo condotto qui in ausilio per questa campagna. Resteranno con voi soltanto le legioni che c'erano prima del mio arrivo, ma ora che abbiamo sconfitto i Catti  come se il confine fosse doppiamente protetto. Guard Traiano negli occhi. Hai combattuto con coraggio e sei un legatus fedele alla dinastia Flavia. Ti affido il governo della Germania Superiore per un periodo indeterminato. Spero di non ricevere notizie da questa provincia per molto tempo. So che non mi deluderai. Si volt senza nemmeno dare a Traiano il tempo di elaborare una risposta, poi si ferm, si gir di nuovo verso di lui e aggiunse: Quando torneranno le squadre con i nuovi prigionieri voglio che le mandi subito a Roma.
Gli diede le spalle e non si volt pi indietro. La figura dell'imperatore spar dietro la barriera di scudi pretoriani della sua scorta.
Quando furono abbastanza lontani, Manio diede voce ai pensieri di tutti gli ufficiali riuniti intorno a Traiano.
Ha appiccato il fuoco della vendetta qui nella Germania e adesso se ne va. I Catti possono contrattaccare in qualsiasi momento. Ma lui non sar pi qui ad assistere.
Traiano non replic, ma il suo silenzio era una conferma delle parole di Manio. Delle quindici turmae che si erano addentrate nel territorio nemico ne era tornata solo una, i cui cavalieri erano quasi tutti feriti, senza aver catturato alcun prigioniero.
Quando Traiano lo apprese, ne fu contrariato. Avevano perso pi di quattrocento uomini per un capriccio dell'imperatore. Il legatus guard i suoi ufficiali e inizi a impartire ordini.
Attaccheranno di nuovo. Aver sbaragliato le nostre turmae li avr senz'altro rinvigoriti. Non abbiamo forze sufficienti per un'offensiva, ma con le nostre quattro legioni riusciremo a resistere a un nuovo assalto. Due si apposteranno dietro le colline e le altre due resteranno dietro le palizzate. Quando sferreranno l'attacco ricorreremo alla stessa strategia adottata la prima volta: difenderemo l'accampamento per qualche ora, dopodich le due legioni di riserva interverranno per mettere in fuga il nemico. Non riusciranno a radunare molti uomini nei prossimi giorni, perci, se entro un mese non avranno attaccato, ci ritireremo a Mogontiacum.
I tribuni, i centurioni insigniti del grado di primus pilus e gli altri ufficiali di alto rango si ritirarono per eseguire gli ordini ricevuti. Traiano rest solo con Longino e Manio.
Sarebbe pi saggio iniziare gi a ritirarsi a Mogontiacum osserv Manio, che non aveva voluto contraddire Traiano in presenza degli altri. Il legatus ispanico, con grande sorpresa di Longino e dello stesso Manio, annu.
Hai ragione, ma non lo faremo.
Perch? domand Longino.
Traiano sorrise e sospir.
Perch l'imperatore vuole dei prigionieri e noi non ne abbiamo. Soltanto una nuova battaglia in campo aperto ci dar la possibilit di catturare soldati nemici. Perci aspetteremo.

76.

IL TRIUMPHUS DI DOMIZIANO.

Roma, 83 d.C.

Domiziano organizz un triumphus senza precedenti. Traiano era riuscito a inviare a Roma un buon numero di prigionieri germanici e all'imperatore sembr non interessare quale prezzo, in termini di vite umane, ci avesse comportato per l'esercito. Dimostr per di non essere insensibile agli sforzi dei soldati aumentando i salari di tutte le legioni dell'Impero. Cos facendo si garantiva la loro lealt, nonostante lo scetticismo degli ufficiali sulle decisioni prese nel corso della campagna contro i Catti. Soltanto le legioni che avevano partecipato allo scontro sul Reno sapevano quanto quel triumphus fosse immeritato o, quanto meno, prematuro. Ma, tra le ombre della grande sala della Curia Iulia, erano pochi i senatori che osavano avanzare dubbi sulla legittimit di quello sfoggio di potere dell'imperatore. L'astuto Domiziano, per mettere a tacere qualsiasi critica, aveva deciso di portare a termine i lavori del maestoso arco commemorativo della vittoria di suo fratello Tito sui Giudei proprio mentre lui celebrava il suo triumphus sui Catti. In questo modo, agli occhi del popolo, Vespasiano, Tito e Domiziano si fondevano in una cosa sola: una dinastia imperiale protagonista di una lunga serie di incontestabili vittorie sui nemici di Roma.
Durante la parata trionfale, il grande carro dell'imperatore era preceduto da centinaia di Catti in catene, la maggior parte feriti e solo in pochi ancora in forze e spavaldi. Domiziano salutava la folla raggiante, vittorioso. Lo schiavo che sosteneva la corona d'alloro e che doveva pronunciare il Memento mori fu abbastanza furbo da rimanere in silenzio per tutta la sfilata. Muoveva le labbra affinch i senatori pensassero che stesse parlando, ma non emetteva alcun suono. L'imperatore non sent la mancanza di quella frase che gli ricordava la sua condizione di essere mortale. Tutti, dal pi umile schiavo ai senatori pi potenti, stavano iniziando a capire che il modo migliore per evitare problemi, nella Roma governata da Domiziano, era il silenzio.
Ave, cesare! Ave, cesare! Ave, cesare! lo acclamava il popolo, e Domiziano sorrideva. Aveva raggiunto la popolarit di suo padre Vespasiano e di suo fratello Tito.
Flavia Giulia attendeva nella stanza dell'imperatore. Quella mattina aveva presenziato al glorioso triumphus dello zio. La diciannovenne aveva assistito alla parata provando emozioni contrastanti: le era tornata in mente la sfilata trionfale che il padre, Tito, aveva celebrato insieme al nonno quando lei aveva soltanto sette anni. Il ricordo di quel passato felice, protetta dall'amore del padre e dal potere di Vespasiano, le aveva regalato qualche istante di serenit, sebbene ormai, dopo la morte di entrambi, il suo destino fosse nelle mani dello zio, i cui sguardi sempre pi lascivi e inquietanti la mettevano a disagio.
Domiziano l'aveva fatta chiamare nella sua stanza privata della Domus Flavia. Il palazzo non era ancora terminato, ma l'imperatore aveva insistito per farvi trasferire tutta la famiglia. A Flavia la residenza imperiale sembrava troppo grande e fredda, e a renderla ancora pi triste era il fatto di non avere piacevoli ricordi legati alle fastose pareti di quel palazzo che, pur essendo riccamente decorate, a lei sembravano le sbarre di una prigione dorata. Alla sua inquietudine si aggiungeva l'esilio della zia Domizia: non aveva pi alcun punto di riferimento. La ragazza si sentiva smarrita, spaventata e, soprattutto, sola. Senza saperlo n volerlo, per il solo fatto di aver ricevuto in dono uno splendido corpo, si era trasformata nell'oggetto del desiderio dell'imperatore.
Domiziano, sempre scortato dalle guardie pretoriane, raggiunse la Domus Flavia e attravers senza fermarsi l'Aula Regia e gli altri spazi del palazzo. Era troppo euforico, e stanco, per affrontare qualsiasi argomento di conversazione che non fosse l'esaltazione della sua grande campagna nel Nord o del suo glorioso triumphus. Appena incroci lo sguardo dell'onnipresente Partenio, l'imperatore cap che c'era qualcosa di cui il liberto voleva parlargli, di sicuro a proposito della rivolta dei Caledoni nella Britannia. Domiziano, per, aveva gi nominato legatus Agricola, che si presumeva sufficientemente esperto da occuparsi in modo autonomo della questione, e lo aveva inviato nella provincia. In quel momento l'imperatore non voleva perdere tempo a discutere di un'incombenza che si sarebbe risolta quanto prima. Se cos non fosse stato, sarebbe intervenuto, certo, ma non quel pomeriggio. Subito dopo il suo triumphus, desiderava dedicarsi alla celebrazione di una vittoria ancora pi dolce, calda e perversa, proprio come piaceva a lui.
Non aveva sollevato Partenio dal ruolo di consigliere perch il vecchio, in un disperato tentativo di salvarsi la vita, si era mostrato sollecito nel fornire informazioni sui vari legati e le loro diverse peculiarit. La nomina di Agricola a legatus della Britannia si doveva in gran parte a lui. Solo il tempo avrebbe stabilito le sue reali abilit.
Cerc di ignorare l'inquietante presenza di Partenio e si concentr sul traguardo ormai cos vicino: una volta eguagliato il fratello e le sue vittorie militari, era giunta l'ora di vendicarsi di Tito prendendosi cura di sua figlia: l'affascinante Flavia Giulia.
Le porte della stanza imperiale si spalancarono. I pretoriani si fecero da parte e Domiziano entr. Le porte furono richiuse dietro di lui. La giovane si alz dal solium su cui si era seduta ad aspettare. Tito Flavio Domiziano avanz deciso verso la fanciulla e si ferm a un passo da lei.
Come sta la mia bella nipote? domand in tono gentile, portando la mano al mento della ragazza e sollevandole il volto, che lei si sforzava di nascondere tenendo il capo chino.
Molto bene, cesare bisbigli la giovane. La parata  stata meravigliosa.
Domiziano sorrise.
Tu sei una meraviglia, Flavia. Si allontan per servirsi una coppa di vino. Non voleva schiavi tra i piedi: desiderava restare da solo a godersi quel momento. Vuoi un po' di vino?
Non bevo di solito.
Domiziano non riusciva a smettere di sorridere: era estasiato dalla fragilit di Flavia. Come preferisci, berr io per entrambi.
Assapor la bevanda, addolcita dalla polvere di piombo sedimentata sul fondo della coppa. Si sedette sul letto e disse: Vieni qui, Flavia.
La fanciulla era esitante, ma obbed. La timidezza, il rossore e il timore della nipote facevano impazzire Domiziano. Avrebbe potuto approfittare di qualsiasi donna di Roma o dell'intero Impero, ma possedere Flavia Giulia, l'unica figlia di suo fratello, giacere con lei e raggiungere l'apice del piacere dentro di lei era una vendetta cos perfetta, totale, completa...
La ragazza si ferm di fronte a lui.
Spogliati, Flavia. Spogliati.
E la fanciulla, sola, al cospetto dell'imperatore del mondo, in una stanza dalle porte chiuse, in un palazzo pieno di pretoriani al servizio di quell'uomo, nonostante le lacrime scorressero irrefrenabili sulle sue guance di giovane vergine, fece quanto le era stato chiesto. Con mani tremanti si tolse la stola leggera e la tunica intima. Nuda e indifesa, con i seni protetti soltanto dalle braccia incrociate, rimase immobile davanti all'incontenibile desiderio di Tito Flavio Domiziano.

77.

LA FRONTIERA DEL RENO.

Mogontiacum, Germania Superiore, 83 d.C.

L'accampamento militare di Mogontiacum, capoluogo della Germania Superiore, era diventato un enorme valetudinarium. Dopo svariati e intensi combattimenti contro i Catti, Traiano aveva ordinato la ritirata a sud del Reno. La manovra di ripiegamento, anche se ben organizzata, era stata umiliante per le legioni, che non erano riuscite a garantire un efficace controllo sui territori a nord del fiume. Traiano aveva lasciato nella zona alcuni posti di guardia, con l'ordine di mandare regolarmente messaggeri a Mogontiacum per dare l'impressione di mantenere le presunte posizioni conquistate dall'imperatore. Non poteva fare di pi, non senza gli aiuti che Roma non avrebbe mai inviato. E il legatus Marco Ulpio Traiano non era intenzionato a chiederli.
Con due sole legioni in pi potremmo recuperare il controllo a nord del Reno. Perch non chiedere rinforzi? insisteva Longino.
Manio, invece, guardava fuori dalla finestra del praetorium: centinaia di legionari feriti s'accalcavano davanti alle tende in attesa di essere curati, mentre i medici militari si affannavano nel loro giro di visite quotidiano.
 vero intervenne Manio con aria assente. A cosa serve tutta questa sofferenza?
Traiano si era accorto che nell'ultimo periodo Manio aveva iniziato a porsi strane domande sul senso delle cose. Aveva anche notato un certo disinteresse durante i sacrifici dei sacerdoti. Non importava che immolassero buoi, agnelli o qualsiasi altro animale a Marte o a Giove, sembrava sempre perso nei suoi pensieri. Quando si trattava di combattere, per, era sempre lo stesso uomo abile e coraggioso che il padre gli aveva consigliato di prendere a modello.
Traiano, con lo sguardo ancora fisso su Manio, parl a Longino: alla sua domanda era facile rispondere. L'imperatore non gradirebbe affatto ricevere una lettera con la richiesta di rinforzi. Ha appena celebrato un glorioso triumphus, convinto di aver risolto il problema dei Catti. Non sar io a fargli presente che la sua grande vittoria  solo un'illusione.
Ma  proprio cos replic prontamente Longino.
Traiano lo fiss. Mettere in discussione una conquista imperiale  un atto grave, Longino. E, vedendo che l'amico chinava il capo, prosegu in tono pi conciliante: Con questo non intendo sminuire la tua opinione, ma dobbiamo imparare un'importante lezione. Guard Manio. Dobbiamo farcene una ragione: Domiziano  l'imperatore di Roma ed  nostro obbligo essergli fedeli. Senza la fedelt verso i nostri superiori e senza una ferrea disciplina, i confini del Reno resisterebbero meno di un anno. Se non ci atteniamo al volere dell'imperatore, perch i tribuni, i centurioni e i legionari dovrebbero eseguire i nostri ordini? Senza regole precise l'Impero non durerebbe a lungo, n tanto meno manterrebbe il controllo su tutte le citt e le province. L'imperatore ha conquistato i territori a nord del Reno e, sebbene siamo stati costretti a battere in ritirata, appena possibile torneremo l e continueremo a lottare. Sia per rafforzare le conquiste imperiali, sia per mantenere i Germani sempre al di l del fiume. Questa  la nostra missione e io sono determinato a svolgerla nel migliore dei modi. Forse, con il tempo, Domiziano imparer a dare il giusto valore alla lealt delle legioni che lottano per proteggere Roma. Forse.  questo pensiero che deve sostenerci.
Manio e Longino annuirono, anche se le ultime frasi del legatus erano parse loro poco convincenti. Un tuono annunci un nuovo temporale, che, almeno per un po', avrebbe costretto i Catti a rimanere nei loro villaggi. Se non altro, i Romani stavano iniziando ad apprezzare quel clima piovoso.

78.

L'ARENA DELL'ANFITEATRO FLAVIO.

Roma, 83 d.C.

Tito Flavio Domiziano aveva voluto nuove attrazioni per i munera gladiatoria organizzati nell'anfiteatro Flavio per rendere ancora pi maestoso il suo triumphus. Acclamato dalla folla esultante, Domiziano osservava la plebe dall'alto del palco imperiale. I Romani, che avevano sempre temuto che i barbari potessero invadere l'Urbe passando dai confini settentrionali, osannavano l'imperatore che aveva appena soggiogato le trib germaniche, soprattutto perch celebrava la sua vittoria con lotte di gladiatori. Domiziano sorrideva al suo popolo. Restava soltanto da scoprire se gli spettacoli dell'arena avrebbero soddisfatto le sue aspettative.
Spero che i giochi siano all'altezza dell'anfiteatro Flavio e del mio triumphus disse l'imperatore rivolgendosi al maestro dei giochi e al lanista del Ludus Magnus.
Il maestro, intimorito, si inchin fin quasi a toccare terra con la testa, senza osare aprire bocca e affidando la sua sorte agli dei, che il giorno prima aveva cercato di ingraziarsi con offerte e sacrifici. Il lanista Caio, invece, fece una riverenza molto pi dignitosa e, quando si rialz, espresse massima fiducia nei confronti dei suoi gladiatori.
I miei uomini combatteranno bene, cesare.
Lo spero... replic Domiziano, tornando a guardare l'arena. Per il loro bene... e per il tuo. Si sentiva a disagio di fronte a quell'uomo, a cui doveva la sua stessa vita per averlo salvato dalla sete di sangue dei vitelliani durante la guerra civile.
Suo padre, il divino Vespasiano, aveva espresso a Caio la sua gratitudine nominandolo lanista del Ludus Magnus. Per Domiziano era stato un gesto eccessivo. L'imperatore diffidava di chi si mostrava sempre solerte e, soprattutto, odiava essere in debito con qualcuno. Era una condizione che lo irritava.
Il lanista non si lasci intimorire dalle parole di Domiziano. Intuiva che con il nuovo imperatore non sarebbero stati solo i gladiatori a dover lottare per la propria sopravvivenza, ma anche lui. E non era certo l'unico: tutti ormai - senatori, liberti, schiavi, pretoriani, legati, architetti, consiglieri, ancelle o patrizie - rischiavano la vita ogni giorno, in balia dei mutevoli umori del nuovo padrone del mondo. La giovane Flavia Giulia ne era un esempio lampante, ma ben pochi sembravano avvedersene. Il lanista, invece, sopportava con pazienza la dose di sottomissione che gli spettava. Era come quando, da legionario, provava trepidazione prima delle battaglie. Non avendo una moglie n dei figli da proteggere, nulla gli importava davvero se non il denaro, perch gli garantiva donne, vino e i cibi esotici che pi gli piacevano e che allietavano la sua esistenza. Per questo motivo Caio faceva in modo che i suoi gladiatori fossero sempre ben allenati e si battessero con coraggio. Per i soldi, e perch lo gratificava enormemente assistere a un bel combattimento dei suoi allievi. L'unica cosa che gli riusciva davvero bene era preparare e supervisionare i suoi uomini, che in passato erano stati soldati dell'Impero e ora gladiatori. Quel giorno si sarebbero esibiti molti dei suoi e, per soddisfare l'insaziabile Domiziano, si sarebbero scontrati Marzio, l'invincibile mirmillo, e Attilio, il grande provocator. Il lanista ricordava ancora la conversazione con Domiziano ad Alba Longa, la sua residenza estiva. L'imperatore si rifugiava l, di tanto in tanto, per allontanarsi dalla confusione dell'Urbe, in un palazzo molto diverso da quello in cui si ritiravano il padre e il fratello a nord di Roma. Tra tante stranezze che aveva preteso gli venissero costruite, Domiziano aveva ordinato un anfiteatro privato, per lui e per gli abitanti di Alba Longa, in cui potesse assistere alle lotte di gladiatori durante i suoi soggiorni. Per ora, erano state solo gettate le fondamenta, ma presto sarebbe stato terminato.
Per i munera gladiatoria del mio triumphus voglio nuove sfide, nuovi scontri, cose mai viste prima gli aveva detto l'imperatore. Caio aveva esitato e Domiziano aveva approfittato del silenzio per avanzare una richiesta esplicita: Voglio che i tuoi due migliori uomini si battano tra loro... Il popolo va in visibilio quando si scontrano due gladiatori della stessa scuola: si conoscono da tempo, forse sono perfino amici, e questo aggiunge tensione alla lotta... I tuoi gladiatori, quelli del Ludus Magnus, sono i migliori. E cosa c' di pi entusiasmante di un combattimento tra due valorosi allievi della pi celebre scuola di Roma?.
Ma, cesare, aveva replicato il lanista in tono goffo e ridicolo Marzio  un mirmillo e Attilio, il secondo lottatore pi esperto della scuola,  un provocator. Un mirmillo non si batte contro un provocator, non  mai successo... E, per quanto ne so, hanno scelto queste categorie proprio per non doversi scontrare tra di loro: sono molto amici...
Ma  proprio questo il bello lo aveva interrotto l'imperatore che, apprese quelle informazioni, era quasi contento che Caio avesse osato contraddirlo. Il legame che li unisce render il combattimento ancora pi intenso. Il popolo mi adorer per questo. Assicurati che la notizia si diffonda in tutta Roma. Ne sono entusiasta.  perfetto. Perfetto!
Domiziano, sempre circondato dai pretoriani, si era allontanato dal giardino lasciando Caio da solo con quel peso. Era stato ingenuo: rivelando che un mirmillo e un provocator non avevano mai combattuto l'uno contro l'altro, aveva condannato a morte almeno uno dei suoi gladiatori. O forse no. Il lanista aveva meditato a lungo sulla faccenda durante il viaggio di ritorno a Roma. Doveva pensare a come dirlo a Marzio e ad Attilio. Il problema non era convincerli a scontrarsi, ma temeva che nessuno dei due avrebbe combattuto con autentica convinzione. Erano amici fin da bambini, da quando li aveva accolti nella sua scuola all'epoca della rivolta dei vitelliani, anzi, forse da prima ancora. Quando glielo aveva chiesto, nessuno dei due aveva saputo raccontargli come si fossero conosciuti: avevano semplicemente vissuto insieme nelle tumultuose strade di Roma, lottando fianco a fianco per sopravvivere. Una volta entrati nella scuola gladiatoria, avevano perfino condiviso la stessa cella. Marzio e Attilio avrebbero potuto affrontarsi in uno scontro all'ultimo sangue, ma avrebbero davvero dato il meglio di se stessi nel combattimento?
Marzio si affacci alla porta della Vita. A pochi era permesso circolare liberamente nelle viscere dell'anfiteatro Flavio, ma a lui era accordato quel privilegio: dopo tutte le vittorie ottenute nell'arena era diventato il miglior gladiatore del Ludus Magnus. Il suo stesso corpo era ormai parte integrante dei muri di sostegno dell'edificio. Non sarebbe scappato, era impossibile con le centinaia di pretoriani di guardia a tutte le entrate e le uscite del grande anfiteatro, e avrebbe atteso il suo turno. Marzio osservava tutto attraverso quella porta, come cercando un modo per sfuggire al suo destino: lo scontro con Attilio. Era il suo migliore amico, forse l'unico che avesse mai avuto: la loro amicizia li aveva aiutati a resistere al rigore della scuola gladiatoria e, prima di allora, a vivere di espedienti per le strade di Roma. Combattere contro Attilio era l'ultima cosa che desiderava, ma gli era stato imposto. La loro accortezza nello scegliere specialit che normalmente non si scontravano mai si era rivelata inutile. Come tutti, anche loro erano soggetti ai capricci dell'imperatore.
Ripens alle parole del lanista: Dovete fronteggiarvi, non c' altra via d'uscita. Per avete una possibilit: se vi batterete bene come Prisco e Vero, in modo che il vostro scontro rievochi il loro combattimento, forse il pubblico sar clemente e chieder la vostra libert. Soltanto voi due potete eguagliare Prisco e Vero. Siete gli unici alla loro altezza e questo  il solo modo per uscirne entrambi incolumi. Dimostrate di essere i migliori, e forse vi salverete. Altrimenti, soltanto uno di voi sopravviver. E se vi rifiutate di combattere sarete giustiziati. Dovete essere come Prisco e Vero, come Prisco e Vero....
L, sulla porta della Vita, a Marzio torn in mente lo sguardo che lui e Attilio si erano scambiati dopo il discorso del lanista: come Prisco e Vero, era stata la loro tacita promessa. E da quel giorno non si erano pi rivolti la parola. Se volevano dare il meglio di se stessi nell'arena, dovevano concentrarsi sugli allenamenti. In quelle settimane non avevano mangiato n bevuto insieme. Non avevano preso parte alle orge organizzate dalle patrizie e a cui entrambi venivano spesso invitati. Il lanista aveva sempre trovato delle scuse per sottrarli a quei convegni perch rispettava e apprezzava la loro concentrazione. Marzio e Attilio si guardavano soltanto durante gli allenamenti. Si stavano sforzando, si impegnavano al massimo. Marzio sapeva di dover perdere un po' di peso per poter eguagliare Attilio in velocit. Questi, invece, mangiava pi del solito e sottoponeva i suoi muscoli a estenuanti allenamenti per diventare pi robusto e parare i poderosi colpi che Marzio avrebbe sferrato.
Come Prisco e Vero... Come Prisco e Vero... Era il pensiero fisso di Marzio. Stava l, fermo sulla porta della Vita, mentre i giochi per celebrare il grande triumphus dell'imperatore Domiziano proseguivano, spettacoli inconsueti per la loro brutalit, che trasudavano un'incontenibile brama di sangue.
In quel momento si udirono mugolii femminili. Marzio distolse lo sguardo dall'arena e si volt verso il corridoio alle sue spalle. Carpoforo, il nuovo e temibile capo dei bestiarii, comparve trascinando due giovani greche di appena diciassette anni. Marzio chin il capo. Sapeva perfettamente quale sarebbe stato il loro destino. Le fanciulle indossavano tuniche bianche sporche di sangue rappreso, di cui non conoscevano l'origine. Il gigantesco bestiarius fiss Marzio per un attimo. Il gladiatore sostenne il suo sguardo restando impassibile, anche se nei suoi occhi si leggeva tutto il disprezzo che quel selvaggio gli suscitava.
Le ragazze, nella loro ingenuit, forse avevano creduto di essere state fortunate. Carpoforo doveva averle reclutate in una torrida notte estiva nei dintorni dell'anfiteatro, quando il caldo era asfissiante e parecchi uomini uscivano in cerca di deplorevoli svaghi. In prossimit dell'anfiteatro Flavio i pi impudenti potevano assistere allo spettacolo dell'accoppiamento di giovani donne con animali (di solito cani, ma per quei brutali incontri poteva andar bene anche qualche vecchio cavallo). Carpoforo doveva essersi recato l e aver circuito alcune di quelle ragazze, promettendo loro abbastanza denaro da poter fuggire per sempre da quella follia. Chiedeva loro di fare la stessa cosa, ma nell'arena dell'anfiteatro Flavio: con un solo spettacolo avrebbero guadagnato la somma che normalmente racimolavano in un anno di lavoro all'ombra degli archi dell'edificio. Per quelle sprovvedute era una proposta allettante. Alcune avrebbero potuto indovinare le vere intenzioni di Carpoforo dalla sua voce cupa o dal suo insondabile sguardo. Altre, per, giovinette appena giunte a Roma dalle province, ignare di quanto abiette potessero essere le pulsioni della plebe che affollava le gradinate dell'anfiteatro, avrebbero ceduto alla lusinga di quei facili guadagni. In fin dei conti quell'uomo offriva loro l'opportunit di chiudere con quella vita: una sola esibizione e avrebbero potuto smettere per almeno un anno. Nel frattempo avrebbero trovato un altro modo per mantenersi o abbastanza denaro per scappare da Roma, quella citt che le aveva attirate con false speranze. Sarebbero potute perfino tornare nella loro provincia d'origine. Avrebbero fatto di tutto pur di porre fine a quelle pratiche deplorevoli, compiute con il favore della notte e per soddisfare la perversione di chi pagava per guardare. Ancora una volta, una soltanto, e sarebbero state libere.
In quel momento, Marzio le osservava scendere nell'arena, incamminarsi inconsapevoli verso il pi terribile dei destini. Carpoforo ne aveva convinte solo due ad attuare il suo nuovo metodo, come lo chiamava lui. I Romani erano affascinati dalle rappresentazioni di scene divine in cui gli dei, reincarnatisi in animali, giacevano con dee, ninfe o giovani mortali. Fino a quel momento le rievocazioni non avevano riscosso un grande successo perch gli animali non si mostravano interessati a montare le femmine umane, piuttosto le caricavano - nel caso dei tori - oppure le sbranavano. Il pubblico non si annoiava, ma era rammaricato che lo spettacolo non fosse pi realistico e che gli animali non fossero sessualmente eccitati. Carpoforo, per, aveva inventato una nuova tecnica per soddisfare l'insaziabile libidine dell'imperatore. Tutti si erano cimentati nell'impresa. Ma Carpoforo, memore del castigo inferto dal precedente sovrano all'ultimo bestiarius nel giorno dell'inaugurazione dell'anfiteatro, pareva aver trovato il modo di stupire il popolo e Domiziano.
Nelle settimane precedenti il combattimento, Marzio, che soffriva di solitudine senza la compagnia di Attilio, si era pi volte inoltrato nei corridoi sotterranei che portavano all'arena dell'anfiteatro. Erano state ricavate nuove celle e cunicoli per offrire pi spazio agli innumerevoli schiavi, condannati a morte o fiere con cui placare la sete di sangue del popolo. Marzio laggi si sentiva a disagio e non sapeva con precisione dove conducesse ogni corridoio. L'anfiteatro era la sua vita e forse sarebbe stato anche la sua tomba, ma, meglio lo conosceva, pi si sarebbe sentito sicuro al suo interno. Era perfino arrivato a prendere in considerazione l'eventualit di scappare per evitare il combattimento contro il suo amico. Tuttavia, le perlustrazioni notturne in quell'intricato complesso di gallerie, riecheggianti di spaventose grida umane o ruggiti, lo portavano sempre a sbarre sorvegliate da pretoriani. Non c'era altra soluzione. L'unica via d'uscita gliel'aveva suggerita il lanista: combattere come Prisco e Vero.
Una settimana prima dello scontro, durante una delle sue sortite nei sotterranei, Marzio aveva sentito le belve ruggire. Si era avvicinato a una cella e aveva visto Carpoforo che, con una torcia in mano, aizzava due leonesse. A giudicare dalla perdita di sangue mestruale, dovevano essere in calore. Perch mai lo stava facendo? Marzio si incurios. Il bestiarius non lottava contro di loro, gli interessava soltanto il loro sangue mestruale. Ecco svelato il nuovo metodo: gli animali non si eccitavano con le donne, per, se ne avesse cosparso i vestiti con il sangue delle femmine in calore, le fiere si sarebbero eccitate e avrebbero tentato di montarle. Proprio in quell'istante, Carpoforo aveva percepito su di s lo sguardo di Marzio e si era voltato. I suoi occhi rivelavano ci che pensava in quel momento: Parla e sei morto. Questo  il mio segreto e questo  il mio mondo. Marzio si era allontanato senza dire una parola. Carpoforo era uscito dalla cella con le tuniche impregnate di sangue, aveva chiuso le sbarre e lo aveva seguito. Dopo pochi passi, per, si era fermato. Il gladiatore era un uomo piuttosto schivo, e non avrebbe rivelato nulla. Aveva altro a cui pensare: doveva combattere contro il suo grande amico.
Quando i loro sguardi si incrociarono davanti alla porta della Vita, Marzio ebbe l'impressione che Carpoforo stesse ripensando proprio al loro incontro, ma quel pomeriggio il bestiarius era indaffarato e gli pass accanto senza rivolgergli la parola. Con le sue giovani greche legate e imbavagliate, entr nell'assolata arena. Il gladiatore lo osserv mentre le conduceva al centro e legava ciascuna a un palo, con l'aiuto di diversi schiavi. Il pubblico sperava che sarebbero rimaste completamente nude e gli schiavi, come di consueto, iniziarono a strattonare le tuniche. Questa volta, per, Carpoforo li interruppe urlando: Lasciatele vestite! Non le toccate!.
Gli schiavi si allontanarono senza fiatare. Sarebbe stato lui a placare le contestazioni del pubblico, che, in effetti, vedendo le donne ancora vestite, inizi a inveire contro il bestiarius. Carpoforo, incurante delle proteste, port avanti il suo piano. Alla plebe sarebbe piaciuto vedere un toro con quelle due donne, ma era molto pi facile addestrare un leone o qualsiasi altra fiera anzich un toro. Il bestiarius guard verso il palco imperiale: nemmeno l'imperatore sembrava soddisfatto. Nessuno per avrebbe interferito con i suoi piani: nei corridoi dell'anfiteatro gli schiavi avrebbero seguito le sue istruzioni alla lettera, consapevoli che, in caso contrario, avrebbero dovuto affrontare la sua ira. Carpoforo si allontan di qualche passo dalle ragazze, reggendo in mano una lunga frusta e una torcia, nel caso avesse avuto bisogno di difendersi. Non voleva rischiare. All'improvviso un enorme leone entr nell'arena, nervoso e irrequieto. L'animale ruggiva di terrore, un verso quasi assordante. Solo in quel momento le ragazze capirono che le promesse del bestiarius erano state la pi vile delle menzogne. Quell'animale non era un cane n un cavallo. Legate e imbavagliate, per, non potevano fare altro che dimenarsi e tentare di divincolarsi nel disperato tentativo di sciogliere i nodi delle corde e scappare. Il leone camminava per l'arena e, d'istinto, si avvicin al muro perimetrale per cercare rifugio. Presto, schiavi e pretoriani armati sarebbero intervenuti aizzando la bestia per condurla verso il centro. Il leone era visibilmente eccitato; proprio per questo Carpoforo lo aveva lasciato per ore davanti alla gabbia delle leonesse in calore. L'animale scalpitava per il desiderio inappagato, ma era intimorito trovandosi l da solo, in mezzo a quel gigantesco spiazzo, circondato da migliaia di esseri umani che gridavano. La brama di montare una leonessa che non vedeva si stava smorzando.
Carpoforo si innervos e sferz l'aria con la frusta per esortare l'animale a muoversi. Finalmente si lev una leggera brezza e il bestiarius si calm. Il vento era il suo grande alleato. Il leone rimase immobile, ma sollev la testa con la maestosa criniera. Carpoforo sorrise: l'animale sentiva l'odore dei vestiti delle fanciulle. In quel momento ebbe la conferma di quanto fosse stata ingegnosa la sua idea. Sebbene si vedesse circondato da quella folla di individui esagitati, il leone non riusc a resistere all'attrazione di quell'odore e inizi ad avvicinarsi a una delle ragazze. Il bestiarius lo precedette, pos la torcia per terra, estrasse un coltello e tagli la corda che legava le mani della giovane.
Mettiti carponi e stai ferma.  la sola cosa che puoi fare le ordin con una voce cupa come la notte. La ragazza, atterrita e tremante, obbed. Aveva ancora le gambe legate e non poteva fuggire.
Marzio osservava la scena dalla porta della Vita. Il leone si avvicin alla donna e cominci ad annusarla. Il suo membro era sempre pi vistoso. Carpoforo aveva afferrato la torcia e si era allontanato di qualche passo. Il pubblico, infervorato, inizi ad acclamare il bestiarius, che si volt di nuovo verso il podio imperiale e si compiacque vedendo che l'imperatore era entusiasta dello spettacolo. Tutto stava procedendo anche meglio di quanto si aspettasse. In quel momento, la fiera, non riuscendo ad appagare il suo desiderio con la fanciulla, si comport come con le leonesse nella savana: azzann la nuca della ragazza nel tentativo di tenerla ferma. Il morso fu spaventoso e la giovane, seppure imbavagliata, lacer l'anfiteatro con un grido straziante. L'animale stratton il corpo della fanciulla, che, con gli occhi rovesciati, agonizzava tra gemiti di terrore. Marzio si volt. Aveva visto abbastanza. Rientr nei corridoi verso il posto che gli era stato assegnato in attesa del combattimento con Attilio.
Nell'arena il leone, insoddisfatto ma ancora eccitato dall'odore dei vestiti, ripet l'operazione con l'altra ragazza, che Carpoforo intanto aveva slegato. Il risultato fu identico. Eppure, il pubblico lo acclamava. Era stato divertente vedere la fiera irritarsi nel tentativo di possedere quelle giovani donne, che si contorcevano atterrite mentre venivano squartate. E Domiziano annuiva sorridente dal suo palco.
Un grande spettacolo comment il cesare rivolgendosi alla nipote. Flavia Giulia, con gli occhi spalancati e trattenendo il respiro, annu senza riuscire a dire nulla. Esisteva un destino peggiore del suo. Fu percorsa da un brivido. Si trovava nel cuore del mondo, nel luogo pi sicuro dell'Impero, sotto l'ala protettrice dell'imperatore. Lei, per, vedeva, provava e subiva soltanto atrocit.
Marzio raggiunse la cella che gli era stata assegnata. I pretoriani di guardia gli rivolsero uno sguardo sprezzante. I soldati, pretoriani o legionari che fossero, disprezzavano le abilit dei gladiatori. Per loro quei combattimenti erano una farsa concordata fin dall'inizio.
Il lanista ci stava mandando a chiamarti esclam uno dei due. Peccato che tu sia gi arrivato. Ci saremmo divertiti a trascinarti fin qui. Scoppi in una sonora risata che riecheggi nei corridoi dell'anfiteatro.
Marzio lo ignor ed entr nella cella. Era una stanzetta di appena tre passi per tre, alta abbastanza per poterci stare in piedi senza curvarsi. In una nicchia ricavata nella parete era collocata una piccola statua di Nemesi. Attilio era inginocchiato al cospetto della dea, con gli occhi chiusi. Marzio, in silenzio, si sedette su un gradone di pietra alle spalle dell'amico. Avvertendo la sua presenza, Attilio apr gli occhi. Si alz e si sedette accanto a lui. All'esterno i pretoriani avevano smesso di ridere e parlottavano tra loro: sembrava stessero scommettendo su qualcosa. Nella cella c'era poco spazio e presto il silenzio divenne imbarazzante. Fu Attilio a parlare per primo.
Sei dimagrito osserv.
Marzio annu, poi replic: Tu invece sei pi robusto.
Tacquero entrambi e si sorrisero per un attimo, ma subito si ricomposero e tornarono seri. Fu di nuovo Attilio a dare voce ai pensieri che li tormentavano.
Dovr scorrere del sangue.
S conferm Marzio. E scorrer, per Nemesi! aggiunse guardando di sottecchi la statua della dea.
Lei ci aiuter aggiunse Attilio.
Forse. Marzio sembrava titubante.
Dovevano ferirsi l'un l'altro per risultare convincenti. Dai tempi di Caligola, quando era diventata prassi per i gladiatori fingersi feriti in modo grave pur avendo riportato soltanto graffi superficiali, il pubblico si mostrava scettico nei confronti dei lottatori che cadevano subito a terra, tranne quando sanguinavano copiosamente.
Braccia e gambe? domand Attilio.
S, braccia e gambe... Marzio esit per un momento. Ma dovremo colpire anche il petto e la testa, altrimenti non saremo credibili.
Attilio annu.
E dobbiamo sperare di essere tutti e due abbastanza veloci da schivare i colpi mortali.
S.
Un tribuno pretoriano si affacci alla porta della cella.
Tocca a voi.
Marzio e Attilio si alzarono decisi. L'uomo li osserv con ammirazione. Quei due erano diversi dagli altri. Come tutti nell'anfiteatro, anche lui sapeva che erano amici fin da bambini. Petronio, veterano di numerose campagne militari, era uno dei pochi pretoriani a non sminuire le abilit di lotta dei gladiatori e si rammaric che l'ordine di sorvegliare i corridoi gli impedisse di assistere al combattimento. I suoi compagni pretoriani disprezzavano i gladiatori, ma lui aveva visto lottare Marzio e Attilio. Quegli uomini univano fierezza e abilit. Erano due individui singolari. E solo uno di loro ne sarebbe uscito vivo. Come molti altri pretoriani, lui aveva scommesso su Marzio, ma ora, vedendo quanto si fosse irrobustito Attilio, pens di essersi sbagliato.
Mentre procedeva verso la porta della Vita, Attilio si sentiva ancora appesantito dalla cena della sera prima. Per prendere peso, in quell'ultimo periodo aveva mangiato molto pi del solito. Marzio, invece, si era abituato a pasti frugali e, a differenza degli altri gladiatori, non aveva approfittato della sua probabile ultima cena per rimpinzarsi di cibo.
Attilio avrebbe voluto stringergli la mano prima di scendere nell'arena, ma l'amico si era gi infilato l'elmo e camminava a capo chino. Si sentiva soltanto il suo respiro affannoso attraverso la visiera. Non sembrava pi il suo compagno, ma Marzio, il mirmillo. Attilio deglut, sistemandosi le cinghie.
In compagnia della nipote Flavia Giulia, Domiziano assisteva divertito allo spettacolo degli andabatae che si assestavano ferite mortali alla cieca. Procedevano carponi sulla sabbia, tingendola di rosso con il loro sangue. I pochi rimasti in piedi brandivano le spade fendendo l'aria.
Marzio e Attilio furono costretti a fermarsi sulla porta della Vita: nell'arena, Caronte e i suoi schiavi stavano portando via i cadaveri degli ultimi andabatae. Sebbene fosse gi passato mezzogiorno, i raggi del sole picchiavano sul grande spiazzo dell'anfiteatro. Marzio guardava attraverso la visiera del suo elmo. Gli schiavi e i liberti si ritirarono, lasciando libera la porta, e Marzio s'avvi. Attilio gli stava accanto.
Attraversarono l'arena tra le grida del pubblico. Alcuni incitavano Attilio, altri Marzio. Sembravano divisi equamente tra i due sfidanti, il che agevolava il loro piano di sostenere una lotta alla pari. Avevano ancora una possibilit. Se la plebe si fosse schierata dalla parte di uno dei due, si sarebbe rivelato pi difficile.
Si fermarono davanti al palco imperiale. Levarono il braccio destro con la mano tesa e salutarono l'imperatore del mondo.
Ave, cesare, morituri te salutant!
L'imperatore annu, soddisfatto. L'arbitro, incaricato di controllare che non si verificassero scorrettezze, prese posto tra i due gladiatori e, subito dopo, si allontan per dare inizio alla lotta. Marzio non ebbe la minima esitazione e sferr una serie di colpi che Attilio, costretto a retrocedere di qualche passo, par dapprima con la spada e poi con lo scudo. A quel punto Marzio si plac e Attilio gli restitu diversi fendenti, che si scontrarono quasi tutti con lo scudo dell'amico. Una stoccata gli sfior il parabraccio destro, scalfendo il cuoio, ma senza ferirlo. Nella sua controffensiva, Marzio imit la strategia di Attilio concentrandosi anche lui sul braccio destro dell'avversario. Quando riusc a colpirlo Attilio lanci un grido, ma le sue protezioni da provocator, robuste quanto quelle del mirmillo, evitarono che si ferisse. Si volt e si abbass, puntando alle gambe di Marzio. Il mirmillo portava schinieri di bronzo raffiguranti la Gorgo - con serpenti al posto dei capelli e lo sguardo capace di pietrificare chiunque lo incrociasse -, che, pur non intimorendo Attilio, almeno impedirono alla sua spada di ferire Marzio all'altezza della tibia. Lo scambio di colpi li aveva sfiancati, e tutti e due avevano le braccia, Marzio anche la gamba destra, doloranti. Tuttavia, era presto perch l'imperatore concedesse loro di riposare o di ristorarsi mangiando o bevendo qualcosa, perci proseguirono la lotta.
Le spade si incrociarono pi e pi volte ed entrambi usavano gli scudi per destabilizzare e gettare a terra l'avversario, che si rotolava nel tentativo di schivare un eventuale colpo mortale. Il lottatore caduto si rialzava subito e si posizionava di fronte all'altro. Il pubblico continuava ad acclamare e scommettere. Era un combattimento alla pari. Un grido e, all'improvviso, sangue: Attilio aveva ricevuto un fendente alla coscia sinistra, scoperta, e il sangue aveva iniziato a scorrergli lungo la gamba. Marzio si ferm. Pens di aver esagerato, ma Attilio, approfittando dell'esitazione del suo amico, scagli la spada contro quella di Marzio, il quale, sorpreso dalla sua rapida reazione, rimase disarmato. Attilio aspett che l'avversario indietreggiasse per recuperare la spada. Era un avvertimento: Sono ferito, ma ancora in forze. Stai attento. Marzio riprese l'arma e si par di fronte ad Attilio. Doveva scorrere sangue. Ne avevano gi parlato. Marzio abbass lo scudo di qualche millimetro, abbastanza perch l'altro approfittasse dell'errore - reale o volontario, era difficile dirlo alla velocit con cui combattevano -, e lo fer alla spalla sinistra. Il pubblico url. Le scommesse, che negli ultimi minuti avevano visto Marzio favorito, tornarono a riequilibrarsi. Nell'arena, per, i due contendenti erano stremati. Guardarono l'arbitro, e questi l'imperatore, ma il cesare non concesse loro un po' di riposo. Marzio, nonostante il sangue che gli sgorgava copioso dalla spalla, attacc di nuovo. Attilio si difese con vigore, anche se aveva iniziato a zoppicare per la ferita alla gamba.
Il combattimento proseguiva e Domiziano era concentrato sui colpi che quegli uomini si assestavano. Avevano gli arti feriti, ma lui non si sarebbe lasciato ingannare. Voleva un combattimento brutale, spietato, all'ultimo sangue. E non era propenso a concedere pause. Desiderava una lotta ininterrotta, lunga e crudele. E la morte di almeno uno dei due.
Partenio, alle spalle dell'imperatore, vide Cornelio Fusco raggiungere il grande palco imperiale con aria soddisfatta. Il vecchio consigliere dedusse che stava andando a riferire importanti informazioni provenienti da qualche angolo dell'Impero, perci si sforz di carpirle.
Cesare lo chiam Fusco quando gli fu vicino. Domiziano si volt infastidito: non gradiva quell'interruzione, ma il capo del pretorio era convinto che le notizie che recava avrebbero destato il suo interesse. Cesare, Agricola  riuscito a piegare i Pitti e avanza verso l'interno della Caledonia1. La Britannia  al sicuro, cesare.  una grande vittoria.
Con enorme sorpresa di Fusco, per, l'espressione di Domiziano non rivelava alcuna gioia. Il capo del pretorio fece un inchino e, confuso, si allontan dal palco. Partenio, che era riuscito a origliare, intuiva le ragioni della freddezza con cui l'imperatore aveva accolto l'annuncio di quello che, obiettivamente, era un successo, almeno per Roma. Le imprese di Agricola nella Britannia stavano oscurando da mesi la presunta epica vittoria dell'imperatore in Germania: Domiziano mal tollerava un simile smacco. Da Traiano, invece, non giungevano notizie. Quell'ispanico era un uomo intelligente. Agricola, concluse Partenio, stava diventando un personaggio scomodo agli occhi dell'imperatore e l'ingenuit di Fusco, incapace di cogliere simili sottigliezze, non metteva in buona luce nemmeno il capo del pretorio. Entrambi avrebbero dovuto ponderare con attenzione le loro prossime mosse.
Il vociare del pubblico riport Partenio alla realt. Uno dei gladiatori, il pi alto, aveva appena ferito per la seconda volta il suo avversario, questa volta a un braccio. Era la terza ferita del combattimento e il provocator si trascinava sulla sabbia.
Attilio era ferito a un braccio e a una gamba. Non erano tagli profondi, ma sanguinava molto e le forze cominciavano ad abbandonarlo. A un nuovo colpo, la sua spada vol in aria, com'era successo a Marzio. Retrocedette, disarmato. Si guard intorno. A volte capitava che le armi di altri lottatori o di combattimenti precedenti rimanessero sulla sabbia, ma non ce n'erano. Un settore del pubblico stava gi acclamando Marzio come vincitore, altri volevano veder scorrere ancora sangue. Alcuni chiedevano la morte di Attilio. Marzio, affannato, deglut: aveva la gola secca. Indietreggi fino a trovarsi a pi di dieci passi dalla spada di Attilio. Quest'ultimo colse il messaggio e and rapido a prendere la sua arma, la raccolse e la brand con aria di sfida, nonostante le ferite. L'arbitro non si oppose perch anche Attilio, in precedenza, aveva permesso a Marzio di recuperare la spada. Il pubblico esultava. Gli spettatori che avevano chiesto a gran voce la morte di Attilio si zittirono. In fondo, tutti volevano che il combattimento proseguisse, anche se alcuni ne avevano intuito l'esito finale; il gesto di Marzio, tuttavia, offriva la possibilit di prolungare lo spettacolo ed era corretto restituire all'avversario il favore ricevuto.
Magari il mirmillo si pentir di aver dato questa possibilit al provocator comment l'imperatore, sinceramente divertito dallo scontro e lanciando uno sguardo al lanista, dietro di lui.
Caio fece un breve inchino e annu mentre rispondeva: Pu darsi, cesare, pu darsi.
Attilio, rinvigorito dalla nuova opportunit, pass all'attacco. Poteva fare ben poco per difendersi perch le ferite lo avevano debilitato, perci decise di offrire al pubblico una rapida serie di fendenti che colsero Marzio di sorpresa. Questi, pur parando con lo scudo i colpi diretti alla testa o al petto, non riusc a evitare una stoccata sulla coscia sinistra.
Aaaah! url il mirmillo, dolorante e contrariato per non essere stato abbastanza veloce, ma al tempo stesso contento perch Attilio si era riportato in parit. Adesso avevano lo stesso numero di ferite, peraltro di simile gravit. Lo spettacolo era stato soddisfacente e la lotta equilibrata, il che lasciava sperare che il pubblico chiedesse clemenza per entrambi. Forse avrebbero davvero ripetuto l'impresa di Prisco e Vero. Marzio contrattacc, mentre con il pensiero accarezzava la possibilit che tutti e due ottenessero la grazia. Ancora una volta, Attilio riusc a difendersi con destrezza.
Il sole stava tramontando. Nell'anfiteatro iniziavano ad accendersi le torce, anche se c'era ancora abbastanza luce. L'imperatore, compiaciuto, si godeva il combattimento. Il pubblico applaudiva e acclamava entrambi i gladiatori. Il sangue di Marzio e Attilio scorreva nell'arena pi importante dell'Impero. Flavia Giulia osservava quegli uomini stremati continuare a battersi, pur essendo amici, per assecondare i desideri di un imperatore che non conosceva misericordia. Il lanista sapeva che presto avrebbe perso un'ottima fonte di guadagno perch uno dei suoi due migliori gladiatori sarebbe morto. Provava anche una strana sensazione: gli dispiaceva dover dire addio per sempre a uno di quegli uomini, che aveva praticamente cresciuto. Ormai stava diventando vecchio per quel lavoro. Vecchio e debole.
Attilio indietreggi e scivol su una pozza di sangue di una delle due donne squartate dal leone di Carpoforo. In quel momento Marzio avrebbe potuto ucciderlo, ma non lo fece. Ormai era evidente che Attilio non poteva pi rispondere ai suoi attacchi. La lotta era stata cruenta e spietata ma anche bilanciata, spettacolare, intensa. Tuttavia avevano commesso l'imprudenza di ferirsi troppo presto e Attilio sembrava aver avuto la peggio. Era impossibile prolungare il duello senza trasformarlo in una farsa. Se avessero potuto tornare indietro, avrebbero agito in un altro modo... Marzio guard verso gli spalti. Gran parte del pubblico sventolava il panno bianco. Erano contenti e soddisfatti. Attilio cercava di riprendere fiato, ma aveva perso troppo sangue e, anche se si fosse rimesso in piedi, non sarebbe stato in grado di contrastare un nuovo attacco di Marzio. E non sarebbe sopravvissuto senza tempestive cure mediche. Forse non avrebbe potuto combattere per settimane, o per mesi, ma era certo di potersi riprendere e continuare a vivere. In quel momento, per, non aveva abbastanza forze per rialzarsi e ricominciare a battersi. La lotta di quel pomeriggio era terminata. Era nelle mani del pubblico e dell'editor, l'organizzatore dei giochi, ma soprattutto di Tito Flavio Domiziano, su cui confluivano gli sguardi di tutti i presenti: Marzio, in piedi sulla sabbia, sanguinante, ma sempre fiero e impassibile; Attilio, stremato, con il respiro affannoso. Il pubblico del grande anfiteatro Flavio sventolava migliaia di panni bianchi. Sul palco imperiale, anche Partenio guard Domiziano. Stava riflettendo. Avrebbe potuto fare come Tito e consegnare la rudis a entrambi i gladiatori. Un simile gesto lo avrebbe eguagliato al fratello, ma vedendo la fronte aggrottata dell'imperatore, attraversata da profonde rughe, Partenio comprese che Domiziano, come sempre, avrebbe fatto a modo suo.
Tito Flavio Domiziano, davanti al clamore del pubblico, si alz dal suo imponente trono e abbracci tutte le gradinate con lo sguardo. I fazzoletti bianchi sventolavano ovunque. L'imperatore sollev il braccio destro con il pugno chiuso. Era il momento del pollice. Domiziano sorrise: per lui era solo un gioco. Gran parte della plebe voleva la liberazione di entrambi i gladiatori, il trionfante Marzio e il coraggioso Attilio, che giaceva a terra ferito. Ma lui, Domiziano, la pensava diversamente: non gli sembrava giusto premiare chi era stato sconfitto, sebbene si fosse dimostrato valoroso. E poi, era stanco dei continui paragoni con il fratello Tito. Con ogni probabilit il suo predecessore li avrebbe liberati entrambi, come aveva fatto con Prisco e Vero. Lui, per, non era Tito. Si volt un istante prima di emettere il verdetto e disse al lanista: Sembra che il mirmillo non si sia dovuto pentire di aver dato una seconda opportunit al tuo provocator.
Si gir di nuovo verso i gradoni e mise bene in mostra il suo pollice verso2. Il fragore del pubblico si ridusse a un brusio di bisbigli di incredulit e sconcerto. Il lanista, all'apparenza impassibile, dentro di s era molto scosso. Si sforz di non far trapelare alcuna emozione e di rimanere in silenzio. In fin dei conti si trattava di affari. I gladiatori conoscevano bene il mondo in cui vivevano. Lo sapevano. Per la prima volta in vita sua, Caio chiuse gli occhi in un anfiteatro.
Marzio rimane immobile. I suoi occhi sono fissi sul pugno chiuso dell'imperatore.  l'editor a dover emettere la sentenza definitiva, ma tutti sanno che da decenni il maestro dei giochi si limita a ripetere il gesto dell'imperatore. Le grida del pubblico sono sempre pi forti e i panni bianchi sono migliaia. Marzio sente Attilio trascinarsi verso di lui, in attesa del suo destino. Sa che accetter qualsiasi decisione. Ha dedicato tutta la sua vita a diventare un gladiatore,  l'unica cosa a dare senso alla sua esistenza. Da bambini non avevano nulla, non erano nessuno. Marzio sa che Attilio, proprio come lui, ha trovato la sua dimensione solo nella scuola gladiatoria; Attilio, per, aveva abbracciato quella vita con assoluta convinzione, mentre Marzio, senza osare farne parola con nessuno, nemmeno con il suo pi caro amico, da mesi era attanagliato dal dubbio. Si chiedeva se fosse giusto continuare a seminare morte per poter vivere un giorno, qualche mese o un anno in pi, nella remota speranza di ottenere, prima o poi, la rudis. Tutti lo guardano, tutti. E Marzio lo vede. Vede il pollice dell'imperatore del mondo indicare un'unica strada possibile: la morte. E per qualche ragione Marzio non si sorprende. Domiziano non  Tito. E Attilio, come un cane fedele all'Impero, si prostra davanti all'amico e gli appoggia le mani sulle ginocchia. Si consegna. Marzio si guarda intorno attraverso la visiera. Gli spettatori, gli stessi che fino a qualche attimo prima li acclamavano, all'improvviso, come galline spaventate, smettono di sventolare i fazzoletti bianchi e si zittiscono. Perch non insistono? Perch non continuano a chiedere la loro libert? Perch non si ribellano?
Nel palco imperiale Domiziano si rivolse di nuovo al lanista. Il mirmillo sembra esitare nell'uccidere il suo compagno comment con un misto di sufficienza e soddisfazione: voleva far notare al lanista, tanto orgoglioso dell'estremo coraggio dei suoi allievi, che il gladiatore sembrava titubante; al tempo stesso per era compiaciuto nel vedere come l'imbattibile mirmillo in quel momento fosse cos fragile. Domiziano era riuscito a trovare qualcosa che lo ferisse davvero: uccidere il suo migliore amico. E la consapevolezza di incarnare la massima autorit, di poter disporre a suo piacimento della vita e della morte di ogni singola persona presente in quell'immenso anfiteatro suscitava nell'animo dell'imperatore l'inebriante sensazione della sua assoluta supremazia.
Marzio restava fermo e i mormorii cominciarono a diffondersi sui gradoni. Tutti, dai senatori fino all'ultimo dei liberti, commentavano lo strano comportamento del mirmillo. Non importava che fossero amici: le leggi del combattimento andavano rispettate. Tutti sembravano avvertire, al pari dell'imperatore, il peso di dover decidere della sorte di coloro che scendevano nell'arena. Domiziano aveva emesso la sua sentenza e l'editor l'aveva ratificata: doveva essere eseguita. Marzio, per, il maledetto Marzio - come qualcuno gi iniziava a dire - rimaneva immobile come una statua. Ai suoi piedi, Attilio attendeva, ferito, sconfitto, e intanto si dissanguava.
Attilio appoggia una mano a terra e sente il sangue sgorgare dalle ferite, lento ma inesorabile; dapprima la sabbia lo assorbe, poi le gocce formano piccole pozze intorno a lui che si uniscono a formare un denso cerchio rosso. Finalmente capisce. Si rende conto che Marzio, il suo amico, non  in grado di ucciderlo. Cos andr tutto in fumo, gli anni trascorsi a lottare saranno stati vani e lui non vuole che perdano entrambi, che muoiano entrambi. Non ha alcun senso.
Uccidimi, Marzio, uccidimi lo implora dapprima con voce fioca. Di fronte allo smarrimento dell'amico, Attilio recupera le forze che ormai lo stanno abbandonando, lo afferra alle ginocchia e lo scuote. Uccidimi! Uccidimi o moriremo tutti e due! Fallo, per Nemesi!
Marzio, per, non muove un muscolo. La sua spada, sconfitta come quella dell'amico, pende parallela al suo corpo, debolmente sostenuta da una mano che  sul punto di lasciarla andare.
Attilio, che si  tolto l'elmo, insiste, alza gli occhi e il suo sguardo penetra tra le fessure della visiera di Marzio. Uccidimi, o ci ammazzeranno entrambi e io non voglio morire per mano di un pretoriano o di uno schiavo! Se mi vuoi bene devi essere tu a darmi la morte! Marzio, sono ferito, non sopravviver comunque, ho perso troppo sangue! mente disperato.
Marzio sa che non  vero, le sue ferite possono essere curate, ma Attilio continua a parlare e la sua voce suona sempre pi lontana. Uccidimi tu! Uccidimi tu! Attilio china di nuovo il capo. Ormai non si limita a chiedere la sua esecuzione, la ordina. Solleva quella spada e finiscimi se mi vuoi bene, Marzio! Marzio!
Infine, alle incessanti insistenze di Attilio, il braccio di Marzio inizia a muoversi e con lui la spada. I pretoriani, a cui l'editor ha gi ordinato di prendere posizione intorno ai due gladiatori, si fermano. Il pubblico tace, l'imperatore si alza, curioso di vedere come andr a finire, di sapere fino a che punto pu esercitare il suo potere su tutti gli individui dell'Impero. Marzio solleva la spada, mentre Attilio, tra le lacrime, continua a gridare, a supplicarlo anche se teme che l'amico non abbia la forza di farlo. La spada  in alto, pronta, con la punta rivolta verso la sua nuca, basta solo affondarla. Potrebbe alzarsi di scatto e fare in modo che lo trapassi, ma se Marzio non la sostenesse con abbastanza forza quello stratagemma sarebbe inutile e a quel punto sarebbero i pretoriani a ucciderli, tutti e due, uno per essere stato sconfitto e l'altro per essersi rifiutato di eseguire gli ordini dell'imperatore. Attilio chiude gli occhi e in silenzio prega Nemesi, respirando il terrore e ingoiando la poca saliva che gli rimane. E la dea gli risponde dall'altro mondo. Attilio apre gli occhi per accogliere la morte.
Uccidimi, Marzio, e io vivr in te! Vivr in te!
La spada di Marzio affonda nella nuca di Attilio fino a spuntargli dalla gola, mettendolo a tacere per sempre.
I pretoriani si voltarono per tornare alla porta della Vita.
Marzio estrasse la spada, trascinandosi dietro un fiotto di sangue di Attilio. L'amico, senza una parola, n un gemito di dolore, cadde in avanti, ormai inerte e con gli occhi rovesciati, nella pozza rossastra formata dal suo stesso sangue.
Il pubblico acclam ogni singolo gesto: il modo in cui Marzio rimosse la spada dal collo dell'amico, il coraggio con cui Attilio aveva accettato la morte e l'eleganza con cui il suo corpo si rivers sulla sabbia. Era stata un'esecuzione perfetta. Era valsa la pena per tutto: l'incertezza, i dubbi, la silenziosa ribellione del mirmillo. Quelle piccole sbavature erano gi dimenticate, offuscate dalla sensazione di pienezza che provavano nel vedere che il loro mondo - la Roma imperiale - seguiva il suo corso a prescindere da ogni cosa. Perfino dalle amicizie fraterne, come quella che aveva legato i due gladiatori. Roma era al di sopra di tutti e di tutto. L'imperatore si alz e il pubblico applaud come non faceva da molto tempo. Su Roma governava Tito Flavio Domiziano e non l'eterno ricordo di suo fratello. Ormai esisteva solo lui, Imperator Caesar Domitianus.
Le ovazioni accompagnarono tutti e due i gladiatori verso le rispettive uscite dell'arena: il corpo di Attilio, trascinato da Caronte e dai suoi schiavi, verso la porta della Morte e l'imponente figura di Marzio che, solitaria, s'incamminava verso la porta della Vita. Il popolo gridava e applaudiva, in un frastuono assordante, mostruoso, come poche volte era riecheggiato tra le mura dell'anfiteatro Flavio. Marzio, per, non sentiva niente. I suoi occhi guardavano la sabbia attraverso la visiera, ma non udiva il minimo rumore. Il suo mondo, la sua vita come l'aveva conosciuta fino a quel momento erano finiti. Aveva ucciso il suo migliore amico, il suo unico amico, e il suo pensiero tornava alle strade della Suburra, dove correvano con un paio di mele appena rubate. A quando si nascondevano dopo aver seminato gli inseguitori e si guardavano, felici e sorridenti, mentre addentavano quelle mele che a loro sembravano i frutti pi buoni del mondo. Era tutto finito. Non si sarebbe pi concesso nemmeno di custodire quei momenti nella sua memoria perch li aveva appena uccisi, con le sue stesse mani. Sentiva di non aver posto fine soltanto alla vita di Attilio ma anche alla sua, e alla vita che per anni avevano condiviso, giorno dopo giorno. Non sarebbe servito ad alleviare le sue pene rievocare l'unica cosa bella che avesse mai avuto - l'amicizia con Attilio - perch quel fiume di ricordi lo avrebbe sempre riportato a quel maledetto pomeriggio e all'infinita disperazione che provava. Quel dolore assoluto, crudele, impietoso, non gli avrebbe mai dato pace. Cammin verso la porta della Vita seguendo i due pretoriani che lo sorvegliavano, fino alla piccola cella in cui aveva parlato con Attilio prima del combattimento. Lo lasciarono solo e lui si inginocchi davanti alla statua di Nemesi. Era sul punto di scoppiare in lacrime come un bambino, il bambino che era stato con Attilio.
All'esterno, un pretoriano domand all'altro: Ma cosa fa?.
La guardia imperiale interpellata si affacci alla porta della cella, osserv Marzio e torn rapido al suo posto. Sembra che stia pregando Nemesi.
E i pretoriani, stranamente, tacquero in segno di rispetto.
Gli occhi di Marzio non versarono neanche una lacrima. Era come se Attilio avesse gi pianto per entrambi e a lui non fossero rimaste pi lacrime. Non si concesse nemmeno un gemito o un sospiro. Nemesi gli parlava, come aveva fatto prima con Attilio, e Marzio si aggrapp all'unica speranza che gli era rimasta in quel mondo andato irrimediabilmente in frantumi: la vendetta. Avrebbe ucciso l'imperatore di Roma, anche se sembrava un'impresa folle. L'unica emozione che sentiva, in quel momento, era l'odio: la sola forza che lo avrebbe tenuto in vita.
Nell'anfiteatro stavano inscenando una caccia con belve esotiche, ma il lanista pensava ad altro. Aveva ancora davanti agli occhi l'immagine di Marzio che lasciava l'arena, curvo e abbattuto. Quell'uscita non era stata come le altre, ma nessuno sembrava essersene accorto: Partenio parlava della Britannia con il capo del pretorio; l'imperatore accarezzava gli splendidi capelli della nipote Flavia Giulia, mentre questa fingeva interesse per lo spettacolo. Tutti i presenti erano distratti e nessuno aveva prestato attenzione a Marzio che attraversava la porta della Vita a capo chino, in un atteggiamento del tutto inusuale per lui. Il lanista era turbato. Poteva essere un dettaglio insignificante. Ma forse, prima o poi, si sarebbe rivelato di fondamentale importanza.

1. Corrispondente all'attuale Scozia.
2. Diversamente da quanto mostrato dalle ricostruzioni cinematografiche sull'antica Roma, non  provato che il pollice venisse rivolto verso il basso per indicare la morte del lottatore sconfitto. Non si  nemmeno certi che si usasse effettivamente il pollice. Ulteriori informazioni sulle teorie alternative riguardo al gesto che decretava la morte dei gladiatori sono reperibili nella Nota storica e nel glossario, alla voce Pollice verso.

79.

LA LUSSURIA DELL'IMPERATORE.

Roma, estate dell'83 d.C.

Nella Domus Flavia l'imperatore si stava dirigendo verso la sua stanza privata. Aveva trascorso l'intera mattinata a occuparsi delle faccende di Roma e dell'Impero e ora si meritava un po' di riposo. Si concesse un sorriso: erano giunte altre buone notizie dalla Britannia. L'avanzata di Agricola verso nord sembrava procedere nonostante la resistenza dei barbari di quelle terre lontane e la popolarit del legatus era in costante crescita. Il sorriso gli si smorz sulle labbra. In quell'hora sexta, cos assolata, si sentiva soltanto lo scalpiccio dei sandali del cesare e dei pretoriani che lo scortavano. Per il resto, tutto era avvolto dal silenzio pi assoluto. Faceva caldo. Era proprio il momento di pensare a se stesso. Si sarebbe occupato di Agricola e delle sue conquiste pi tardi. Non era una faccenda da trascurare, ma ogni cosa a tempo debito. Adesso aveva altro a cui dedicarsi.
Flavia Giulia era distesa sul letto, nuda, ancora una volta in attesa dell'imperatore. Suo zio stava per arrivare. La fanciulla si guard il ventre: ormai, dopo qualche mese, era sempre pi difficile nasconderlo. E poi aveva le gambe e le braccia gonfie. Doveva dirglielo quel giorno stesso. Aveva gi aspettato troppo, ma temeva la sua reazione: sarebbe potuta accadere qualsiasi cosa.
Domiziano rimase sdraiato con lo sguardo rivolto al soffitto. Era soddisfatto, per il momento. Gli piaceva prenderla cos, in fretta e con violenza. Ormai Flavia Giulia si era ammansita. Da una parte era contrariato perch nei primi mesi, quando la ragazza opponeva resistenza, aveva goduto parecchio. Dall'altra, per, la sua totale sottomissione era gratificante. Aggrott la fronte. Lo irritava doverlo ammettere, ma gli mancavano Domizia e la sua indole ribelle. Lo eccitava possedere con la forza la bella matrona, mentre la passivit di Giulia lo annoiava. Si volt. Lei era sdraiata su un fianco e gli dava le spalle. Si era addormentata? A volte faceva finta, solo per evitare di guardarlo. Domiziano osserv il corpo nudo di sua nipote: era ingrassata. Ma non era un problema, anzi, la rendeva pi attraente, pi desiderabile. Forse quella floridezza avrebbe compensato il suo atteggiamento remissivo.
Sei ingrassata disse il cesare.
Flavia Giulia trattenne il fiato. Le sue pupille rimasero immobili per un attimo a fissare il vuoto. La fanciulla si volt lentamente. Non avrebbe potuto nasconderlo ancora a lungo.
Sono incinta, cesare.
Chiuse gli occhi e sprofond il viso nel cuscino. Temeva di ricevere grida, insulti, magari uno schiaffo. Ma i secondi passavano e non succedeva niente. Soltanto silenzio. Poi sent il cesare muoversi e il materasso spostarsi quando l'imperatore si alz. Flavia Giulia trov il coraggio di sollevare il volto dal cuscino e guard suo zio, che si stava vestendo. Non sembrava arrabbiato e nemmeno infastidito. Anche lei si tir su, per aiutarlo a vestirsi. Sapeva che a lui piaceva lasciarglielo fare, trattarla come una schiava. La fanciulla si muoveva rapida e solerte. Lui la guardava con attenzione.
 per questo che sei ingrassata? domand Domiziano.
S, cesare, credo di s.
L'imperatore fece un cenno del capo e inarc un sopracciglio.
Peccato. Pensavo che finalmente il tuo corpo si stesse irrobustendo. Be', prosegu il cesare a ogni modo non  un problema.
Indossata la tunica, Domiziano and alla porta. Giunto vicino ai grandi battenti di bronzo, prima di bussare perch i pretoriani all'esterno gli aprissero, si volt verso la nipote.
Come immaginerai, questo bambino non pu nascere.
Flavia Giulia lo guard sbigottita. Non se lo aspettava. Credeva che si sarebbe arrabbiato, che l'avrebbe picchiata addirittura, ma non avrebbe mai immaginato che suo zio potesse arrivare a tanto. Lei aveva visto cosa succedeva alle donne che abortivano. Erano in poche a sopravvivere. Si avvicin a Tito Flavio Domiziano e si inginocchi.
Per favore, cesare, questo no, questo no... lo implor, sporgendosi in avanti per abbracciargli le ginocchia, ma lui fece un passo indietro.
Nemmeno il figlio che ho avuto con Domizia  sopravvissuto cos a lungo da essere nominato mio successore, perci con te non voglio nemmeno discutere. Quando vorr un figlio, decider io il momento e la donna con cui averlo.
Si volt per bussare. I battenti si spalancarono e Domiziano si incammin lungo il corridoio seguito da un folto gruppo di pretoriani.
Prostrata sul pavimento della camera imperiale, Flavia Giulia era in preda alla pi inconsolabile afflizione, scossa dai singhiozzi. Era completamente sola, abbandonata da tutti.

80.

SENZA RINFORZI.

Germania, autunno dell'83 d.C.

I dardi arrivavano da ogni direzione. Traiano faceva del suo meglio affinch i legionari sulle palizzate mantenessero le posizioni, ma in molti erano caduti e i Catti, in netta superiorit numerica, depositavano le loro torce ai piedi della grande recinzione di legno che fungeva da confine dell'Impero. Stranamente, non pioveva da una settimana e l'erba, pi secca del solito, prendeva fuoco con facilit. Di l a poco, l'intera palizzata fu avvolta dalle fiamme.
Stiamo perdendo le fortificazioni! grid Longino, alle sue spalle.
Traiano replic furibondo: Mai! Per Giove, questo mai!. E camminando dietro la difesa in fiamme abbaiava ordini ai centurioni di ogni coorte. Mantenete le posizioni! Scendete dalla palizzata se sta bruciando, ma non abbandonate le posizioni! Non cederemo nemmeno di un passo!
I centurioni replicarono con il saluto militare e cominciarono, a loro volta, a impartire concitate indicazioni alle truppe. Longino seguiva Traiano e scuoteva la testa. Da quell'inferno di fuoco iniziarono a sbucare decine, centinaia di Catti. Non aspettavano nemmeno che la palizzata fosse interamente avvolta dalle fiamme. La loro avanzata era accompagnata da urla animalesche.
Longino era attonito. Nonostante le orde di barbari entrassero da diversi punti, i legionari rimanevano in formazione muovendosi con ordine e opponendosi con fierezza agli assalitori. Pur essendo impegnati in un'azione esclusivamente difensiva, fronteggiavano con valore l'enorme esercito dei Catti. I barbari volevano vendicarsi per la sconfitta inferta loro dall'imperatore di Roma l'anno precedente. Non avevano dato un attimo di tregua ai soldati di Traiano da quando Domiziano era tornato nell'Urbe per celebrare il suo triumphus. E, a quanto pareva, non intendevano darsi per vinti. Alla fine, Traiano avrebbe dovuto ordinare di retrocedere. Proprio in quel momento, sopraggiunse Manio alla testa della cavalleria, dalla parte delle colline ormai spoglie (dopo aver usato tutti gli alberi per costruire quella colossale fortificazione). I cavalieri romani investirono il nemico sul fianco. Traiano url ancora pi forte di prima.
All'attacco! Avanzate! Fateli retrocedere! Per Giove, per Roma! e si scagli sul nemico insieme alla prima coorte.
Longino lo segu, come sempre. Superarono le ceneri delle palizzate mentre i Catti, frastornati dall'attacco della cavalleria, retrocedevano di qualche passo. Fu sufficiente perch la fanteria romana potesse coglierli di sorpresa. I legionari riuscirono a ferire parecchi nemici. Manio, invece, si lanci all'inseguimento dei soldati che battevano in ritirata verso il bosco.
Fu una carneficina. Un'altra.
La palizzata che correva lungo quell'area era distrutta. Centinaia di legionari e Catti giacevano, morti o feriti, sul campo di battaglia, ma il confine di Roma era rimasto nello stesso punto in cui era stato fissato dall'imperatore nella sua ultima campagna a nord del Reno.
Traiano era al centro della pianura. Camminava tra i cadaveri, scortato da un gruppo di legionari incaricati di difendere il legatus se qualche ferito avesse tentato di attaccarlo. Da quando, mesi prima, l'imperatore se n'era andato le truppe avevano imparato a fidarsi di quell'uomo capace di contenere i Germani, pur senza rinforzi n alcun appoggio da parte di Roma.
Manio ritorn, in groppa al suo cavallo, e smont accanto a Traiano.
Ce l'abbiamo fatta di nuovo disse.
Traiano non rispose. Rimase immobile, con le mani sui fianchi e lo sguardo verso il bosco.
Torneranno comment Longino.
Traiano annu cupo. S, tornano sempre. Poi, come se stesse pensando ad alta voce o ricordasse vecchie vicende di un passato ormai lontano, aggiunse: Giulio Cesare aveva un piano per conquistare la Germania, tutti i territori a nord del Reno... Aveva un piano.... E tacque. Fece un cenno di diniego, come se quell'idea gli sembrasse impossibile, e si volt verso Manio e Longino: Dobbiamo ricostruire la palizzata prima che ci attacchino di nuovo.
Si gir e se ne and senza attendere la risposta. I due tribuni si guardarono.
Non potremo resistere in eterno, sono sempre pi numerosi disse Manio. Longino scosse il capo: anche lui era dello stesso avviso. Aveva gi suggerito a Traiano di scrivere all'imperatore per chiedere rinforzi, ma il legatus si era sempre rifiutato. Si ostinava a non voler informare l'imperatore dei problemi sul Reno, e n Longino n Manio ne comprendevano il motivo.

81.

PONTIFEX MAXIMUS.

Roma, inverno dell'83 d.C.

Fusco entr nell'Aula Regia della Domus Flavia con gli ultimi messaggi provenienti dalla Britannia. Domiziano voleva riceverlo da solo, perci l'immensa sala era vuota. Perfino i pretoriani di guardia erano rimasti fuori.
Cornelio Fusco si ferm davanti all'imperatore. L'ultima notizia di Agricola era che, dopo aver sottomesso le trib insediate di fronte alle coste dell'Hibernia1, aveva continuato la sua avanzata verso nord fino a raggiungere il temibile esercito dei Caledoni, nella remota regione di Fife e Forfar. L, nel cuore della notte, i barbari si erano scagliati come belve sulle fortificazioni dell'accampamento di Agricola. Da quel momento, non avevano pi ricevuto sue missive. Erano trascorse alcune settimane, ormai, e Domiziano era fiducioso: sperava che i Caledoni avessero risolto la faccenda per lui e che non si sarebbe dovuto occupare in prima persona di Agricola. Aveva addirittura gi pensato agli onori funebri da richiedere al Senato per l'eroico legatus della Britannia che, con ogni probabilit, era caduto in battaglia. Voleva illudersi che fosse andata cos, ma l'espressione soddisfatta di Fusco, che non intuiva i reali desideri dell'imperatore, mise in allerta Domiziano e lo ridest da quella fantasticheria.
Ebbene? domand l'imperatore di fronte al silenzio di Fusco.
Un grande successo, cesare annunci il capo del pretorio.  appena giunto un nuovo messaggio: dopo l'assalto notturno, che la legione IX ha respinto con coraggio, ha avuto luogo una battaglia campale in cui Agricola ha riportato una vittoria schiacciante. I Caledoni si sono ritirati verso i monti Grampiani e il legatus sta gi organizzando una nuova campagna per raggiungerli e sconfiggerli definitivamente.
Domiziano si appoggi allo schienale del trono imperiale. Annu.
Suppongo che se ci riuscir dovremo conferirgli onori trionfali comment l'imperatore, piuttosto stizzito. Dopo un istante, per, sorrise. Ci che  giusto  giusto. Poi, si vedr.
Fusco lo guard perplesso. L'imperatore si rese conto di non avere davanti a s un interlocutore particolarmente acuto. Si chiese se Casperio, l'altro capo del pretorio, sarebbe stato all'altezza delle sue aspettative. No, era troppo ambizioso. A Domiziano serviva una persona scaltra ma senza eccessiva brama di potere. Un consigliere efficiente sarebbe stato l'ideale.
In quel momento la figura di Partenio si profil all'ingresso della grande sala. Due pretoriani lo bloccarono, ma il liberto sembrava determinato a entrare. Una simile insistenza era del tutto inusuale da parte sua. L'imperatore diede ordine di lasciarlo passare mentre, con un cenno del capo, intim a Fusco di uscire. Partenio incroci lo sguardo del capo del pretorio che, a sua volta, gli lanci un'occhiata sprezzante. Partenio avanz fin dove poco prima c'era Fusco.
Cosa succede? domand Domiziano, infastidito per l'interruzione. Pu un cesare preoccuparsi dei confini dell'Impero senza essere disturbato ogni momento per le inezie di palazzo?
Partenio si inchin. Si rialz e giustific la sua incursione con poche parole: Non vengo a importunare il cesare con questioni di palazzo.
E allora? Di cosa si tratta?
Partenio gli mostr alcuni rotoli con il sigillo intatto.
Si tratta di queste condanne, augusto.
Domiziano guard i rotoli per un attimo, poi inarc le sopracciglia con aria indifferente.
Condanne a morte, e allora? Verrai a incomodarmi ogni volta che metter a morte qualcuno, Partenio?
Il consigliere ripose i rotoli tra le pieghe della sua toga, si port una mano alla fronte, medit, sospir e infine si decise a parlare.
Sono vestali, augusto. Varronilla e le sorelle Oculatae. Il popolo nutre grande stima per loro, e sono tre...
Domiziano alz la voce, zittendo Partenio.
Vestali che hanno infranto il voto di castit pur essendo consacrate a vegliare il fuoco di Vesta!
Partenio si port di nuovo la mano destra alla fronte. Iniziava a sudare. Le prove contro le vergini erano fumose. Non era stato possibile stabilire con certezza se fossero stati consumati o meno atti sacrileghi. Inoltre, gli uomini accusati di aver violato le vestali erano membri delle famiglie senatorie in aperto contrasto con le politiche imperiali del Reno e del Danubio. Gli stessi che si dicevano favorevoli alla possibilit che qualcuno come Agricola salisse al potere, ponendo fine alla dinastia Flavia. La decisione di uccidere quelle vergini seppellendole vive, secondo le antiche usanze, e giustiziare i senatori ostili avrebbe innescato una guerra civile. L'imperatore sembrava non aver nemmeno preso in considerazione tale possibilit. Era al potere da soli tre anni ed erano gi in molti a rimpiangere Tito e il loro padre, Vespasiano. Non che Partenio nutrisse grande affetto per Domiziano, soprattutto a causa del suo ruolo nella morte del fratello, ma l'Impero non poteva permettersi che scoppiasse una guerra civile. Al consigliere piaceva pensare di non essere semplicemente alle dipendenze di Domiziano, ma di essere il custode di un bene molto pi prezioso: Roma. Un custode messo in disparte e privo di grandi poteri, eppure fondamentale in certe circostanze. E questa era una di quelle.
Nessun imperatore ha mai ordinato la condanna a morte di una vestale. Nessuno, Imperator Caesar Domitianus. Si inchin davanti a Domiziano in segno di sottomissione, anche se con le sue parole non faceva altro che contrariarlo.
L'imperatore lo guard con disprezzo. Odiava che gli si rammentasse ci che gi sapeva. Non aveva certo bisogno di un vecchio consigliere imperiale. Partenio non capiva che aveva troppi nemici e che doveva trovare il modo di eliminarli tutti prima che fossero loro a eliminare lui?
Io sono il Pontifex Maximus! sbott Domiziano, alzandosi dal trono. E in quanto tale ho il potere di disporre della vita delle vestali.
Partenio tenne il capo chino. Era vero: dai tempi del divino Augusto il massimo pontificato, il ruolo di sacerdote supremo, era associato alla figura dell'imperatore. Tuttavia, mai prima di allora quel privilegio era stato usato per condannare a morte tre vestali, men che meno sulla base di prove cos inconsistenti da alimentare i sospetti e il rancore del popolo. L'imperatore, per, non era disposto a cedere: voleva quei senatori morti. Nella sua personale lotta contro il Senato le vestali erano solo delle necessarie vittime sacrificali.
L'imperatore pu vedere realizzati tutti i suoi desideri, ma sarebbe preferibile agire in modo che i suoi nemici non possano attuare ritorsioni contro di lui sentenzi il consigliere.
A quelle parole, Domiziano si rimise seduto. Il piano che aveva in mente era rischioso, e lo sapeva anche lui. Odiava Partenio, ma, per quanto gli costasse ammetterlo, quel maledetto liberto era un uomo astuto, e un grande esperto di politica. Lui, invece, suo malgrado, riconosceva di essere piuttosto limitato in quel campo. Era per questo che non lo aveva ancora ucciso.
Cosa proponi?
Partenio alz di nuovo lo sguardo. Suggerisco che l'imperatore si mostri magnanimo nelle sue condanne e che si limiti a ordinare l'exilium dei senatori coinvolti.
Domiziano annu. E le vestali? domand sollevando il mento.
Partenio sospir. Le sacerdotesse non potranno scampare alla morte, ma l'imperatore potrebbe concedere loro di scegliere come sar eseguita la condanna. Si sentiva sempre pi disgustato da se stesso.
Domiziano ponder in silenzio l'idea del suo consigliere. Quei senatori, e molti altri, dovevano morire, ma forse non sarebbe stato necessario disfarsi di tutti i suoi nemici. Soprattutto ora che Agricola stava conquistando la Britannia. Era meglio aspettare.
Che si faccia come proponi, Partenio.
L'imperatore sollev la mano destra tesa e Partenio fece un inchino, si volt e si diresse verso l'uscita della grande sala. Tito Flavio Domiziano rimase a guardare il consigliere imperiale mentre s'allontanava. Partenio era molto pi intelligente di Fusco e non aveva l'innata ambizione dei militari. Era lui il suo uomo? Domiziano scosse il capo nell'ombra dell'Aula Regia. Partenio si faceva troppi scrupoli. E sapeva troppo. Conosceva la verit sulla morte di Tito. Per gli serviva. Avrebbe approfittato dei suoi servigi, finch gli avesse dato consigli tanto arguti.
L'imperatore si guard intorno. Intuiva di poter essere vittima di una congiura da un momento all'altro, che i traditori si annidassero nel Senato, nell'esercito, nella Britannia o in Oriente. Magari anche sul Reno, senza contare i barbari in Partia che minacciavano il Danubio. Perfino l a Roma, nel cuore dell'Impero, capiva dagli sguardi dei senatori che dubitavano di lui, sempre. Batt le mani e arriv uno schiavo con una coppa di vino dolce su un vassoio d'oro. Appena l'imperatore prese la coppa, lo schiavo si ritir. Domiziano si alz e si mise a passeggiare nella grande sala sorseggiando il vino. Aveva cinquemila pretoriani dalla sua parte, ma presagiva aria di complotto. Aveva bisogno di uomini decisi, pronti a eseguire i suoi ordini senza porre domande. Si port la coppa alle labbra e bevve tutto d'un fiato, mandando gi anche la polvere di piombo depositata sul fondo.

1. Corrispondente all'attuale Irlanda.

82.

UN CUCCIOLO.

Roma, inverno dell'83 d.C.

Un giorno sua madre non torn. Alla fine lui e i suoi fratelli decisero di avventurarsi fuori per procurarsi da mangiare. Seguirono le tracce della madre fino a quando si confusero con strani odori sconosciuti. In quel momento un enorme cavallo, che trainava una cosa gigantesca appoggiata su due grandi cerchi, invest due dei suoi fratelli. Spaventati, fuggirono tutti in direzioni diverse e non li rivide pi.
Aveva una fame tremenda. Cammin per ore senza meta tra pareti punteggiate di buchi da cui, di tanto in tanto, uscivano fiotti di urina. Non era come la sua: aveva un odore intenso, ma non gli serviva a orientarsi nella ricerca di cibo. Aveva provato a prendere un po' di carne in un posto affollato da quelli che camminano su due zampe, ma loro lo avevano messo in fuga. Era esausto. Cominci a piovere. Le pozzanghere placarono la sua sete, ma la fame era sempre pi insopportabile. Se non avesse mangiato, presto non avrebbe pi avuto le forze per camminare, e a quel punto si sarebbe sdraiato lasciandosi morire. Il suo istinto, per, lo spingeva a non darsi per vinto. Si imbatt nel pi imponente dei muri, il pi alto mai visto in quel caotico labirinto in cui il cibo era riservato solo a quelli su due zampe. Inizi ad annusare la base di quel muro e gli si rizz il pelo: odorava di morte, ma anche di cibo. A lui ogni tipo di carne sembrava buono, come tutto il resto. Un giorno aveva ingerito soltanto della bava biancastra trovata per strada; non sapeva di niente che avesse gi mangiato prima, ma non gli fece male allo stomaco. Dietro quel muro c'era lo stesso odore. Aveva visto i bipedi mangiare quella bava, ma anche se si avvicinava a loro con la massima cautela nessuno gli dava niente, anzi, agitavano le zampe superiori e gridavano. Lui, terrorizzato, si rimetteva a correre. Continuava ad annusare quell'immenso muro. Orin. Riprese a cercare un ingresso. C'erano molte porte, ma sembravano tutte chiuse. Non c'era il sole. Aveva imparato che andava e veniva e quando non lo si vedeva faceva pi freddo. In altre circostanze, dopo aver mangiato il cibo portato dalla madre, si sarebbe accucciato in un posticino tranquillo per svegliarsi solo quando fosse tornato il sole. In quel momento, per, aveva troppa fame. Se si fosse sdraiato avrebbe rischiato di non muoversi pi. All'improvviso, annusando a terra, riconobbe la sua stessa urina. Il muro era circolare, e dentro c'era cibo, parecchio. Odorava di sangue di animali morti. E sangue voleva dire carne. Continu a girare intorno a quel cerchio finch, all'improvviso, una porta si apr. Alcuni di quegli individui a due zampe uscirono con dei ferri appuntiti che lui aveva visto brandire con ferocia se provava ad avvicinarsi. Le ombre lo nascondevano. Era piccolo, e veloce. Mentre la porta si richiudeva, si infil all'interno.
Era riuscito a entrare. Era cos contento che avrebbe leccato uno qualsiasi di quei bipedi, ma erano scomparsi dall'altra parte del muro e lui era rimasto solo. Era buio, ma vedeva delle ombre. In fondo a un lungo corridoio si scorgeva una luce fioca. L'odore di cibo era ancora pi intenso. Si incammin deciso, ma facendo attenzione. Aveva imparato che dove c'era cibo era molto facile ricevere percosse e grida. Sapeva di dover procedere con cautela, ma l'odore era cos forte da attirarlo inesorabilmente nelle viscere di quel posto. Il corridoio era in lieve pendenza, ma non importava. Sarebbe andato fino in fondo. In quel momento sent delle voci. Non capiva cosa dicevano. Spuntarono dal fondo del corridoio. Vide diversi ganci ricurvi e appuntiti, conficcati in molti corpi di quelli che camminano su due zampe. I cadaveri per erano sdraiati, coperti di sangue. Era da l che veniva l'odore di carne e morte. Nessun problema. Per lui era comunque cibo.
Cominci a mordere la zampa di un cadavere, ma era dura: molto osso e poca carne. Allora prov con una di quelle superiori, che non usavano per camminare, e gli sembr pi tenera. Le sue zanne non erano ancora abbastanza forti da mordere i pezzi grandi, perci le zampe morbide gli parvero un boccone alla sua portata. Mangi fino a scoppiare rosicchiando un po' di carne da ciascuno di quei corpi ammucchiati. Quando fu sazio si accucci, in mezzo a quell'odore di morte, sangue e cibo. Sarebbe rimasto l. Non c'era luce, ma non importava. All'improvviso gli venne sete. Non c'era niente da bere, il sangue era rappreso. Sarebbe dovuto uscire in cerca di acqua. Ma prima avrebbe riposato un po'.
Fu svegliato da strani rumori metallici e gli si rizz il pelo. Stava arrivando qualcuno. Si alz e usc da quella stanza per rifugiarsi nel lungo e buio corridoio da cui era arrivato. Sulle pareti poteva sentire il suo odore e questo in parte lo tranquillizz. Per tornare dall'altra parte del muro e trovare dell'acqua avrebbe seguito le tracce che aveva lasciato, ma, d'un tratto, scorse davanti a s un folto gruppo di quelli a due zampe che si avvicinavano con le torce. Lo videro. Gli gridarono contro, e uno di loro inizi a rincorrerlo. In preda al panico, cominci a correre per i corridoi di quel mondo strano e sconosciuto fino a seminare gli inseguitori. Era sempre pi buio. Sembrava che fosse penetrato ancora di pi nelle viscere della terra. Sarebbe rimasto l e ci avrebbe riprovato pi tardi. E invece no, eccoli di nuovo. Il corridoio terminava con una grata di ferro che ostruiva il passaggio, ma lui era piccolo e riusc a infilarsi tra le sbarre. Si rallegr: l i bipedi non avrebbero potuto raggiungerlo. In quel momento ud il ruggito pi orribile mai sentito nella sua breve ma intensa vita. Dallo spavento il pelo gli si rizz ancora di pi, dal muso fino alla punta della coda. Rimase impietrito. Una bestia gigantesca gli si avvicinava, anzi, due, tre enormi animali, molto pi grandi di sua madre, gli andavano incontro e ruggivano cos forte che, terrorizzato, non pot fare altro che schiacciarsi contro il muro freddo e umido di quel mondo sotterraneo. Pens di ritornare alle sbarre che aveva attraversato poco prima, ma quelle bestie gli impedivano il passaggio. Emise un goffo, debole ringhio che non le intimid minimamente. Con scatto fulmineo, per, parve coglierle di sorpresa e riusc a sgusciare tra le loro zampe. Ma quando pensava che il peggio fosse passato, uno dei loro affilati artigli lo colp al dorso e lo fer. Avvert un dolore lancinante, mentre riusciva di nuovo a infilarsi tra le sbarre. Sapeva di lasciarsi alle spalle un rivolo di sangue, poteva sentirne l'odore, ma non voleva fermarsi a leccarsi la ferita. Le bestie ruggivano dietro di lui, ma a ogni passo quei suoni spaventosi erano sempre pi fiochi. Non potevano passare attraverso le sbarre. Questo pensiero lo rincuor, ma ormai riusciva a stento a camminare. Il corridoio finiva in un'altra grata, ma prefer non rischiare. Si sentiva debole. Aveva sete e le forze lo stavano abbandonando. Si sdrai accanto a uno dei muri del corridoio. Da quelle sbarre arrivava aria fresca, sembrava provenire dall'esterno. Davanti a lui si apriva un largo spiazzo, per temeva di non riuscire a percorrerlo. Se ci avesse provato, i bipedi lo avrebbero visto e rincorso. Aveva bisogno di riposare un po'. Si rannicchi ancora di pi contro il muro e chiuse gli occhi. Guaiva smarrito, ormai inerte, spaventato.
Si addorment.
Fece strani sogni. Respirava a fatica, la sete era ormai insopportabile.
L'aria fresca del mattino lo svegli. Accanto a lui camminavano parecchi di quelli a due zampe. La mattinata trascorse cos. Lui non si mosse, era sfinito. Immagin che prima o poi qualcuno lo avrebbe sgridato, picchiato o ammazzato, ma ormai non avrebbe opposto alcuna resistenza. Giaceva per terra, sdraiato contro un muro in una piccola pozza del suo sangue. Avrebbe voluto che sua madre fosse l a leccargli la ferita. All'improvviso quelli su due zampe cambiarono. Il sole calava e si sentivano grida provenire dall'enorme spiazzo; accanto a lui, nel lungo corridoio, iniziarono a passarne alcuni vestiti di ferro, con in mano punte affilate e la testa coperta. Era un posto orribile. C'era cibo a saziet ma nemmeno una goccia d'acqua. Per non parlare delle bestie spaventose che lo avevano ferito e di tutti quei bipedi rivestiti di metallo.
Era strano che nessuno avesse ancora fatto caso a lui, ma il suo pelo era cos scuro da mimetizzarsi. E poi, una piccola pozza di sangue in pi non avrebbe certo attirato l'attenzione in quel luogo di morte.
I bipedi con le zampe metalliche tornavano dallo spiazzo sporchi di sangue, mentre all'esterno si sentiva urlare. Nessuno gli prestava attenzione perci, forse, se si fosse ripreso, il giorno dopo sarebbe riuscito ad andarsene da quello strano posto per cercare dell'acqua. All'improvviso quel sogno si scontr con la realt. Uno di quegli strani bipedi gli si ferm accanto. Lo vide chinarsi. Era alto e robusto, uno dei pi possenti tra quelli che aveva visto passare fino ad allora. Allung la zampa, coperta di cuoio e ferro, e lui cerc di morderla, ma la sua stretta era debole e non riusc nemmeno a intimidire il gigante, che lo sollev da terra. Lui temette che lo avrebbe sbattuto contro la parete oppure stritolato, o ancora infilzato con uno di quei ferri appuntiti. Chiuse gli occhi: non aveva la forza di fare altro.
Marzio, il gladiatore che non parlava con nessuno, che era morto dentro e viveva solo per uccidere, aveva ottenuto la sua ventiduesima vittoria nell'arena. Aveva ricevuto molti applausi, ma non tanti come in passato. Dopo la vicenda di Attilio non prolungava pi i combattimenti solo per compiacere il pubblico. Si limitava a svolgere il suo lavoro, con la destrezza del boia pi che del gladiatore. Tutti lo temevano e la breve durata del combattimento riduceva le speranze di sopravvivenza dello sfidante. Questa nuova strategia aveva fatto calare molto la sua popolarit: il pubblico desiderava scontri lunghi ed esaltanti come quello tra Prisco e Vero o tra lo stesso Marzio e Attilio. Tuttavia, le scommesse su di lui fruttavano un bel po' di soldi e il lanista era soddisfatto: non c'era alcun motivo di rendere pi avvincenti gli spettacoli, almeno finch Caio non lo avesse richiamato.
Marzio non temeva neppure di essere espulso o giustiziato; la parte di Attilio che continuava a vivere in lui era l'unica ragione che lo spingeva ad andare avanti. Io vivr in te! Vivr in te erano state le ultime parole del suo amico e gli martellavano in testa al punto da non farlo dormire. Quando doveva combattere, di mattina si riposava in previsione degli scontri del pomeriggio. Il lanista gli permetteva di gestire il suo tempo come meglio credeva. Mangiava quando aveva fame, e sempre da solo. Non parlava mai, con nessuno. Nutriva l'ingenua convinzione che, chiudendosi nel silenzio, prima o poi quelle parole che continuavano a tormentarlo avrebbero taciuto per sempre. E cos anche i ricordi. Quel momento, per, sembrava non arrivare mai.
Di ritorno dall'ultimo combattimento, stava percorrendo il corridoio della porta della Vita quando vide un piccolo fagotto, una palla di pelo e sangue, raggomitolata contro il muro. Era vivo. Con l'esperienza, Marzio aveva sviluppato un particolare talento: riusciva a capire se un corpo era vivo oppure no. Molti gladiatori si fingevano privi di sensi o addirittura morti per fare in modo che l'avversario si avvicinasse, e attaccarlo di sorpresa. Quella minuscola palla di pelo era viva, ferita ma viva. Si chin lentamente. Alle sue spalle il pubblico, infervorato, cominciava ad acclamare le nuove coppie di gladiatori che scendevano nell'arena; questi, correndo verso la porta della Vita, gli passarono accanto senza nemmeno notare l'animale. Marzio lo osserv con attenzione. Era un cagnolino. Avvertendo la sua presenza, il cucciolo sollev il muso, ringhi e scopr le zanne. Il suo istinto era ancora intatto, come quello di Marzio. Il gladiatore esamin il dorso lacerato dell'animale. Aveva visto spesso ferite come quella, ma su animali grandi, uomini, donne e perfino bambini, che oltrepassavano la porta della Morte trascinati dagli schiavi di Caronte. Era l'unghiata di un leone o di una tigre, una zampata letale. Era sorprendente che fosse vivo. Il cucciolo smise di ringhiare, ma quando lui avvicin la mano gli azzann il parabraccio con un rapido scatto. Non gli fece male; non avrebbe potuto ferirlo in maniera grave nemmeno se le sue piccole zanne fossero riuscite ad affondare nella pelle.
Marzio si rese conto che quel cucciolo era simile a lui: ferito a morte, solo e abbandonato a se stesso, con l'unica differenza che le ferite dell'animale erano visibili e le sue no. Soffrivano entrambi allo stesso modo. Il cagnolino stava per morire e Marzio lo prese tra le mani sollevandolo con cautela, come quando esaminava una nuova arma sotto lo sguardo attento di qualche impaziente fabbro del Ludus Magnus. Gli occhi del cucciolo fiammeggiavano di furia e terrore, ma Marzio si sent pervadere da uno strano senso di pace e se lo port al petto. L'animale lo graffi, facendogli uscire un po' di sangue, ma il gladiatore non fiat e tanto meno lo allontan da s. Presto il cagnolino smise di opporre resistenza. Marzio si incammin a passo svelto e, passando tra gli uomini che si dirigevano nell'arena, arriv a una piccola sala in cui un medico, alla luce di varie torce, cuciva le ferite di un lottatore, reduce da uno sfortunato combattimento. Marzio voleva parlare, ma le parole erano come imprigionate; era da troppo tempo che non le usava. L'animale gemette tra le sue braccia. Stava morendo.
Vo-vo-voglio che lo curi disse Marzio, sorprendendosi di riuscire ancora a emettere suoni.
Il medico, come tutti, sapeva del lungo silenzio di Marzio e lo conosceva come un temibile guerriero. Nell'ultimo anno gli aveva suturato ferite molto dolorose mentre lui rimaneva impassibile. In quel momento, per, stava parlando. Il medico non aveva ancora finito con l'altro gladiatore, ma comprese che la richiesta di Marzio non poteva essere procrastinata.
Torno subito disse all'uomo di cui si stava occupando e guard attentamente il cane tra le braccia di Marzio. Sono ferite molto gravi. Ed  solo un cucciolo, non arriver a domani.
Vivr, se lo ricuci vivr rispose Marzio con un cipiglio che non ammetteva repliche.
Il medico sospir e si strinse nelle spalle. Tanti gladiatori si rivolgevano spesso a lui per medicare un amico, per visitare una donna incinta e risolvere la questione, per avere una cura contro la nausea, la febbre o altri malesseri. Quella di Marzio era una richiesta assurda e lui esitava perch sapeva che il cucciolo non sarebbe sopravvissuto.
Non ce la far, gladiatore. Ha perso molto sangue,  troppo piccolo.
Allora Marzio guard di nuovo il cagnolino e scosse il capo. Se  sopravvissuto finora con queste ferite significa che  forte. Un cucciolo che esce vivo da uno scontro con un leone deve essere forte e si merita una seconda opportunit. Marzio, per, vedeva che il medico era titubante e iniziava a sudare. Tu sutura le ferite. Se muore non sar colpa tua. Lo so.
Quelle parole ottennero l'effetto sperato. Il medico si tranquillizz un po' e annu. Mettilo l gli disse, indicando un piccolo tavolo al centro della sala.

83.

IL BACIO DELL'IMPERATORE.

Roma, 84 d.C.

Agricola raggiunse le mura di Roma di notte, come gli era stato ordinato. Smont da cavallo e i soldati che erano con lui lo imitarono. Alla Porta Flaminia un reggimento di pretoriani ordin alla sua scorta di rimanere fuori dalla cinta muraria.
Pu entrare soltanto il legatus della Britannia.
A quelle parole, tutti i cavalieri al seguito di Agricola pensarono che sarebbe stato pi appropriato riferirsi a lui come il conquistatore della Britannia, ma il loro parere era del tutto irrilevante. Agricola li osserv per un istante e annu. Nessuno di loro os protestare, anche se non gradivano quel trattamento.
I pretoriani scortarono Agricola lungo le strade della citt. Era una situazione surreale: si muovevano in piena notte, alla luce delle torce, le porte e le finestre delle domus chiuse, com'era abitudine a quell'ora cos tarda. Superarono il Mausoleum Augusti, uno dei pochi edifici illuminati. Dopodich i pretoriani evitarono i grandi viali e scelsero le stradine pi buie. Ad Agricola parve di essere un traditore arrestato dalla guardia imperiale piuttosto che un legatus vittorioso che aveva appena conquistato l'intera Britannia (espandendo il potere di Roma fino alle terre pi settentrionali, compresa gran parte della Caledonia). Continuarono a addentrarsi nella citt. Oltrepassarono il Campo Marzio e raggiunsero i fori, poi per, con sua grande sorpresa, i pretoriani svoltarono verso nord e lo condussero per gli angusti vicoli della Suburra, dove si confusero con gli ubriachi e le prostitute. Ad Agricola quel percorso parve indegno di un grande conquistatore, ma pens - a ragione - che con quel lungo giro l'imperatore volesse mandargli un velato messaggio. D'un tratto apparve l'enorme ombra dell'anfiteatro Flavio sotto la fioca luce della falce di luna calante. Si lasciarono alle spalle il tempio del divino Claudio e, finalmente, raggiunsero il colle Palatino. I pretoriani si fermarono all'ingresso del palazzo imperiale.
Agricola sal da solo la scalinata della Domus Flavia. Era convinto di trovare l'Aula Regia vuota come le strade appena percorse, e invece, con sua grande sorpresa, la sala era gremita: consiglieri imperiali, pretoriani, qualche senatore, liberti al servizio della dinastia Flavia, schiavi, schiave e perfino alcuni miserabili. Questi ultimi erano spie che origliavano qualsiasi conversazione sospetta per carpire informazioni da riferire all'imperatore. In questo modo si guadagnavano la sua protezione a costo di mandare in rovina altre persone, a volte colpevoli, altre - molto spesso - innocenti.
Agricola percorse la sala fino a trovarsi davanti all'imponente trono di Tito Flavio Domiziano. Si ferm e salut l'imperatore.
Ave, cesare. Gneo Giulio Agricola, legatus della provincia della Britannia, ti saluta.
Domiziano lo fiss con aria severa. Poi sorrise. Si mise in piedi, scese dal trono e si avvicin ad Agricola fino ad abbracciarlo, con una stretta leggera. Dopodich, imitando l'antica abitudine orientale importata dal divino Augusto, gli diede un bacio sulla guancia sotto lo sguardo dei presenti. Era un enorme privilegio. Agricola era confuso. Prima gli veniva negato un triumphus e adesso, in qualche modo, l'imperatore riconosceva pubblicamente la sua epica vittoria sui Caledoni e le altre trib britanniche. Non sapeva cosa pensare.
Domiziano riprese posto sul trono. Una grande vittoria quella sul monte Graupio comment il cesare.
Agricola annu. Una battaglia sanguinosa, ma una conquista per Roma. Un successo per il cesare.
Bene, questa  una buona cosa, legatus. Tacque un momento. Si erano avvicinati tutti al trono per ascoltare la conversazione. Il cesare cambi argomento: Quindi la Britannia  un'isola.
Dopo la vittoria in Caledonia, Agricola aveva invitato una flotta a circumnavigare la Britannia partendo dal golfo di Firth per poi scendere nello stretto tra la Britannia e l'Hibernia e, infine, raggiungere di nuovo il Sud dell'isola, da dove aveva dato avvio alle sue campagne. Fino a quel momento, i Romani non erano sicuri che si trattasse di un'isola. Le lettere di Agricola ne avevano dato conferma all'imperatore.
 cos, cesare, la Britannia  un'isola.
Ancora silenzio.
Peccato che non possiamo farla sprofondare comment Domiziano con aria grave. Ci risparmieremmo tanti sforzi e problemi... Scoppi a ridere. Dapprima i pretoriani e poi molti consiglieri assecondarono la sua ilarit. Partenio, attento agli sguardi delle spie che aveva identificato, non esit a unirsi al divertito pubblico imperiale.
Agricola accolse il commento dell'imperatore con un sorriso forzato, ma quando torn il silenzio prov a difendere il valore della sua conquista. Tuttavia, cesare, la Britannia  ricca di miniere.
Con quelle poche parole aveva detto anche troppo. Per la maggior parte dei presenti aveva esagerato, aveva osato esporsi molto pi di quanto nessuno di loro avrebbe mai fatto, ma ci che contava in quel momento era la reazione dell'imperatore.
Domiziano assunse di nuovo un'espressione seria; ancora una volta, per, sul suo augusto volto affior un sorriso. Senza dubbio, senza dubbio. Stavo solo scherzando, caro Agricola. Si rivolse a tutti ad alta voce: La vittoria del legatus della Britannia  molto importante, tanto che ho deciso di chiedere al Senato che ti vengano concessi gli ornamenta triumphalia e che venga eretta una tua statua equestre nel Foro.
Erano riconoscimenti notevoli. Domiziano stava cercando un modo per ricompensare Agricola, senza tuttavia concedergli un triumphus in piena regola che tutti avrebbero inevitabilmente paragonato a quello organizzato in onore dell'imperatore due anni prima.
Agricola, prudente, si inchin all'imperatore. Il cesare  molto generoso.
L'imperatore si alz, scese dal trono e si mise di fronte a lui.
S, sono generoso. Non dubitarne, legatus, e non dimenticarlo mai.
Gli diede un altro bacio e si allontan insieme alla sua scorta, passando tra la folla che si era fatta da parte creando un corridoio. Abbandon la sala e Agricola venne circondato da quanti volevano fargli le loro congratulazioni, ma sempre misurando le parole. Temevano che l'affetto o la stima per quel legatus potessero essere interpretati come un incitamento a ribellarsi all'imperatore.
Agricola si accorse che tutti erano freddi, controllati. Con ogni probabilit, la sua vita era pi in pericolo in quel palazzo che nelle gelide lande della Caledonia.

84.

LA GUERRA INVISIBILE.

Germania, 84 d.C.

I legionari del Reno erano radunati intorno alle palizzate distrutte, ormai per l'ennesima volta, dai Catti, che continuavano a minacciare i confini dell'Impero. Quei Germani si rifiutavano ostinatamente di cedere i loro territori alle truppe straniere arrivate da sud.
Due legioni erano disposte in perfetto schieramento. Cadeva una sottile pioggerella. Longino e Manio avevano eseguito scrupolosamente gli ordini di Traiano. Non comprendevano lo scopo, ma il legatus delle legioni del Reno era stato chiaro: All'alba voglio tutti gli uomini alle pendici di quel monte, accanto alle palizzate incendiate. Ho bisogno di parlare con loro.
E, ai primi bagliori del giorno, Marco Ulpio Traiano usc dalla sua tenda. Indossava la sua impeccabile uniforme e lo sgargiante paludamentum. Aveva ancora in mano una ciotola con gli avanzi della colazione. Dopo aver terminato, diede il recipiente vuoto a un calo e prese una coppa che gli porgeva un altro schiavo. Bevve un lungo sorso d'acqua e, placata la sete, si diresse verso il piccolo podio di legno di abete in mezzo alla radura. Era nella posizione ideale: la collina fungeva da cassa di risonanza, alla maniera dei teatri greci, e la sua voce avrebbe raggiunto tutti gli uomini l riuniti.
 tutto come hai ordinato gli rifer Longino.
Traiano gli pos la mano destra sulla spalla, annu soddisfatto e sal sul podio con agilit. I legionari ammiravano la sua prestanza fisica. Traiano guard la folla di soldati che lo osservavano attenti. Il giorno prima avevano combattuto con valore, come in tante altre occasioni, ma erano esausti e preoccupati. C'erano stati parecchi scontri con i Catti da quando l'imperatore era tornato a Roma con una delle legioni e le truppe ausiliarie. I soldati avevano bisogno di rinforzi per contenere i crescenti attacchi dei barbari e Traiano sapeva che tutti, a cominciare da Longino e Manio, si chiedevano come mai lui non ne avanzasse richiesta all'imperatore. Era giunto il momento di far capire ai suoi uomini contro chi stavano lottando, in quale guerra erano sprofondati.
Intorno al piccolo podio si era creato un pantano. A Traiano parve una metafora calzante. Scrut i centurioni in prima fila e inizi a parlare non con imperiosit, ma con ardore e autentica passione. Era tutto ci che poteva offrire loro.
Legionari del Reno! Ascoltatemi, per Giove! Siamo in guerra, una guerra lunga e lenta, che potrebbe durare anni e che non so se vinceremo. Inoltre la nostra  una guerra invisibile! Tacque un momento per constatare l'effetto delle sue parole sugli ufficiali in prima linea: lo guardavano vigili. Era riuscito a ottenere la loro attenzione, ma aveva bisogno di molto di pi. Legionari! Dobbiamo combattere! I Catti non smetteranno di attaccarci finch non ci avranno restituito lo stesso numero di morti che ha inferto loro l'imperatore. Non importa quante volte li respingeremo, n le palizzate che costruiremo lungo tutto il limes! Loro continueranno ad attaccarci. Alz gli occhi al cielo. I Germani sono come questa pioggia incessante: andranno avanti fino a trasformarci in una poltiglia informe, in questo fango che sporca tutto, in cui affondiamo quando lavoriamo, mentre ricostruiamo le fortificazioni, e che ci si incolla a mani e piedi come se non potessimo mai pi liberarcene. La Germania  cos, e lo  anche questa guerra: vischiosa ed eterna come il fango! Ma soprattutto la nostra  una guerra che non esiste: per l'imperatore di Roma, per il signore del mondo, la contesa  finita due anni fa, quando la legione I Minerva ha sconfitto i Catti costringendoli alla ritirata. Per l'imperatore i Catti sono stati battuti e i cadaveri dei vostri compagni che oggi vedete qui e che dobbiamo seppellire... ebbene, per lui non esistono. Queste morti non sono mai avvenute, cos come gli assalti dei Catti perch sono gi stati vinti! Ma domani torneranno come lemures, come spettri, riemergeranno dai boschi, ci attaccheranno di nuovo e noi dovremo lottare contro quelle ombre inconsistenti, che ci feriscono e ci uccidono con impareggiabile ferocia! Roma non guarder mai in questa direzione perch l'imperatore  convinto che i Catti siano stati sconfitti. E non sar io a informarlo che invece sono ancora qui. Non ci crederebbe! Ve lo ripeto: questa  una guerra abominevole, lunga e tremenda, ma soprattutto una guerra invisibile. Le vostre ferite sono invisibili, e cos anche i vostri sacrifici e le gesta eroiche! Agli occhi di Roma nulla di tutto ci esiste!
Tacque di nuovo per riprendere fiato. Vide lo sconforto negli occhi dei soldati e comprese che erano frastornati dalle sue parole. Ed era proprio quello il suo scopo: quando si  confusi si desidera soltanto che sia qualcun altro a prendere l'iniziativa, e nel loro caso quel qualcuno era lui. Gonfi il petto e prosegu.
Perci, che lo vogliate o no, siete in questa maledetta guerra invisibile, circondati da un mare di fango e sotto una pioggia perenne. Ma sappiate una cosa: io sono con voi, in questo stesso fango, sotto la pioggia e in questa maledetta guerra. Anche se Roma non sapr mai cosa succede qui, c' qualcuno che presta attenzione alle vostre ferite e alle vostre mani indurite dal lavoro, una persona che ammira il vostro coraggio quando lottate contro gli spettri del bosco, un uomo che mangia quello che mangiate voi, beve quello che bevete voi e sogna quello che sognate voi! E quell'uomo sono io, Marco Ulpio Traiano! Marco Ulpio Traiano, legatus augusti del Reno, un legatus ispanico, come mi chiamate tutti. Potete chiamarmi come volete, sempre che rispettiate i miei ordini! Questo legatus vi vede e vi osserva, tenetelo bene a mente! In questa maledetta guerra, di cui Roma non si accorge, le vostre azioni sono visibili solo per me, e io ricompenser con torques, falerae, doni e denaro tutti coloro che si distingueranno per il loro valore sul campo di battaglia. Io loder e premier i vostri sforzi nel lavoro, e allo stesso modo sar implacabile con chi si demoralizzer o si mostrer vile! Non so se perderemo o vinceremo questa guerra, ma sono certo che finch io veglier su di voi il nemico non avanzer di un solo piede! Ricostruiremo queste palizzate e resisteremo a ogni nuovo attacco. Anche se Roma non ci guarda noi vigiliamo i suoi confini e dalla nostra frontiera non passer neanche un germano, visibile o invisibile! Dai confini delle legioni del Reno non passano spettri n ombre, e tanto meno lemures! Combatteremo per Giove, per gli dei, per Roma, per quell'imperatore assente e per noi stessi, per la nostra reputazione, per il nostro onore, per il nostro orgoglio! Combatteremo fino all'ultimo respiro, senza piet, ogni giorno piovoso in questa Germania. Non ci arrenderemo finch quei maledetti spettri capiranno che non importa quante migliaia di fantasmi riuniranno nel loro esercito: da qui non passeranno mai! Le legioni del Reno capiscono soltanto due parole, due maledette parole! Inspir ancora, sollev le braccia e grid guardando il cielo saturo di pioggia e vento e furia: Vittoria o morte! Vittoria o morte! Vittoria o morte!.
E i legionari, sotto gli occhi increduli di Longino e Manio, ripeterono in coro: Vittoria o morte! Vittoria o morte! Vittoria o morte!.

85.

IL RITORNO DI DOMIZIA.

Roma, 84 d.C.

Domizia trov la sua vecchia stanza nel palazzo imperiale esattamente come l'aveva lasciata: le boccette di profumi e cosmetici erano nella stessa posizione, anche se alcune essenze erano ormai evaporate e gli unguenti si erano seccati dopo i due anni di esilio. Domizia non avrebbe mai immaginato che, dopo tutto ci che era successo - la morte del loro bambino, la breve avventura con Paride e, soprattutto, la relazione con Tito -, Domiziano l'avrebbe richiamata accanto a lui. Durante il lungo esilio era convinta che prima o poi qualcuno le avrebbe servito un pasto avvelenato, ma non le importava granch, anzi lo sperava. La sete di vendetta, lontana dalla causa che l'aveva scatenata - Domiziano, appunto - si era affievolita. Non le sarebbe dispiaciuto che tutto finisse, ma non voleva suicidarsi per non fare un favore all'imperatore. La sua morte avrebbe dovuto almeno pesare sulla coscienza di suo marito, come tutte le altre che aveva ordinato. Il veleno, per, non era mai arrivato. Un giorno, invece, nella sua piccola dimora a sud della penisola italica, si era presentato un pretoriano e le aveva riferito un messaggio. Domiziano non si era nemmeno disturbato a scriverlo.
L'imperatore desidera che l'augusta Domizia Longina faccia immediato ritorno a Roma. E aveva fatto un lieve inchino.
Domizia sbatt le palpebre, come se si stesse svegliando da un sogno, e all'improvviso si ritrov di nuovo nella Domus Flavia, con i suoi flaconi ben ordinati davanti a lei: soltanto gli unguenti induriti e i profumi evaporati le confermavano che il tempo era trascorso davvero. Partenio era al suo fianco e, come sempre, osservava attentamente.
Dar subito ordine di portare nuovi profumi e tutto ci di cui l'imperatrice possa aver bisogno disse.
Domizia sorrise. Partenio non era affatto cambiato. Si volt verso di lui. Perch?
Partenio, alla domanda dell'imperatrice, inspir. Perch... cosa, augusta? domand, non avendo capito cosa volesse sapere la donna. Lo sguardo di Domizia gli sugger che non era disposta ad accettare raggiri o situazioni equivoche.
Se non vuoi dirmi la verit o non puoi farlo,  meglio che tu taccia, ma non insultarmi con delle menzogne replic Domizia in tono distaccato. E s, spero che tutte queste boccette siano sostituite al pi presto e che venga una schiava per aiutarmi a svestirmi e a lavarmi. Mi sento addosso la polvere di mille strade.
Partenio si inchin, si ferm sulla soglia e si gir verso l'imperatrice parlando a bassa voce, ma in modo che Domizia potesse sentirlo. Il cesare sta cercando di migliorare la sua immagine agli occhi del popolo e del Senato. E l'imperatrice  sempre stata amata dalla gente e rispettata dai senatori.
Tutto qui? chiese Domizia con gli occhi fissi sullo specchio, in cui vedeva riflessa la sua immagine e quella del consigliere imperiale alle sue spalle.
S, augusta. Ma Partenio volle aggiungere qualche dettaglio: Be'... c' anche dell'altro: da quando  stata promulgata la legge di lesa maest, i sospettati di tradimento vengono giustiziati seduta stante e i loro beni confiscati. Quindi le esecuzioni sono piuttosto numerose, e anche le spie, come Caro Mezio, Messalino e altri ancora. Senza contare che, dalla morte delle vestali, la diffidenza del popolo nei confronti del cesare  cresciuta. Il ritorno dell'imperatrice, uno dei membri pi apprezzati della famiglia imperiale, contribuir a stemperare il malcontento. O almeno  la speranza dell'imperatore.
Domizia non gli pose altre domande, Partenio usc e la lasci sola.
Soltanto quella sera, a cena, la donna cap che il consigliere imperiale aveva ragione: Domiziano la fece sedere al suo fianco e la tratt con gentilezza, come se gli eventi del passato non fossero mai esistiti; come se le infedelt, le morti e tutto il dolore che si erano procurati fossero stati dimenticati. Sembrava che, all'improvviso, i due si fossero concessi una tregua. Ma se da un lato Domiziano non le mostr astio, non ci furono nemmeno manifestazioni d'affetto, n il minimo slancio che potesse definirsi autentico. Era tutta una farsa, come se si trovassero al teatro di Marcello ad assistere a un'opera di Plauto. Gli sguardi carichi di lascivia del marito, quegli sguardi che Domizia conosceva bene, adesso erano rivolti a Flavia Giulia, la sua giovane e bella nipote. Povera ragazza. Lei faceva il possibile perch gli altri non lo notassero, ma agli occhi di Domizia la situazione era talmente evidente che, se non fosse stata patetica e disgustosa, l'avrebbe trovata perfino divertente. Domiziano stava attuando la sua vendetta post mortem contro il fratello Tito. Prima lo aveva lasciato morire e ora giaceva con sua figlia. Flavia Giulia non poteva immaginare a quale sorte sarebbe andata incontro. Forse le era stato imposto. Domizia si convinse che fosse cos, perci, quando Giulia si alz per ritirarsi, la segu. La raggiunse all'entrata delle stanze della famiglia imperiale.
Giulia la chiam. La fanciulla si ferm e si volt. Se hai bisogno di parlare con me... sentiti libera di farlo.
Era un tentativo impacciato per avvicinarsi a lei, ma, essendo rimasta a lungo lontana dal palazzo, non seppe trovare un modo pi adeguato. Flavia Giulia la guard furibonda.
Non ho niente da dirti replic, e Domizia non insistette. La guard voltarsi di nuovo verso la sua stanza. Senza dubbio, di l a poco l'avrebbe raggiunta l'imperatore. La risposta di Flavia Giulia era una dimostrazione di orgoglio. Con ogni probabilit era l'unica cosa che le era rimasta. Domizia prefer non insistere oltre, riprese a camminare e and nella sua camera. Una schiava la aiut a disfare la pettinatura. Lo specchio le restituiva un'immagine leggermente opaca. Mentre guardava il suo riflesso, l'imperatrice conged la sua ornatrix: Va bene cos.
La schiava appoggi gli ornamenti sul tavolino dei profumi e usc dalla stanza senza dire nulla, a capo chino.
Domizia Longina continu a scrutarsi. Suo marito si comportava come se non fosse successo niente, e lei stessa aveva quasi dimenticato. Per incontrarlo dopo tutto quel tempo, vederlo mangiare sorridente e conviviale e guardare la nipote con quel suo torbido desiderio, aveva risvegliato in lei, quasi inconsapevolmente, la collera, l'odio e la sete di vendetta. Si rese conto, in quel momento, che la sua determinazione a far scontare a Domiziano ogni singolo orrore commesso non era mai scomparsa: si era solo assopita. L'imperatore si stava godendo la sua vittoria assoluta: non solo le aveva strappato Tito, ma aveva deciso di tenerla in vita per mostrarle che giaceva con la figlia del suo ultimo vero amore. Domizia chiuse gli occhi. Avrebbe dovuto imparare a dominare quelle oscure pulsioni del suo animo: l'occasione per ripagarlo dei suoi misfatti, se mai si fosse presentata, non sarebbe stata immediata. Avrebbe dovuto aspettare, e nel frattempo coltivare una pazienza infinita. L'imperatrice annu e, poco a poco, scivol nel sonno lasciandosi cullare dai suoi sogni di vendetta.
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FINE Parte 2.