Santiago Posteguillo

L'Ispanico. Parte 1.

Titolo originale: Los asesinos del emperador.
Traduzione di: Giuliana Calabrese - Studio Littera.
2013 - EDIZIONI PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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96 d.C. Ai confini settentrionali dell'Impero romano, sotto una pioggia inclemente, alcuni uomini sono segretamente riuniti. Le labbra serrate, gli sguardi accesi, sulle loro spalle pesa una grande responsabilit. Mentre i Germani a nord e i Daci a est serrano sempre pi la morsa, nella Capitale l'imperatore Domiziano, uomo debole e crudele, sperpera il denaro pubblico, condannando a morte chiunque osi mettersi contro di lui. In questo panorama desolante, l'ipotesi di una congiura ai suoi danni non pu che trovare terreno fertile, facendo proseliti tra i membri del Senato e persino tra i suoi stessi familiari, prima tra tutti la moglie Domizia Longina, stanca delle continue violenze subite.
Con il rischio di una guerra civile che si fa sempre pi concreto, solo un uomo pu fare la differenza.  Marco Ulpio Traiano, comandante di grande valore ed equilibrio, amato dalle truppe e stimato dai senatori. Nato lontano dal suolo italico, di fronte al suo carisma, neppure le origini ispaniche saranno d'ostacolo quando il popolo di Roma avr bisogno di una nuova guida.
In un romanzo di grande forza evocativa, l'ascesa di colui che port l'Impero romano alla sua massima espansione.
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L'AUTORE.
Santiago Posteguillo, autore numero uno di romanzi storici in Spagna,  nato a Valencia nel 1967. Con L'Ispanico, che racconta le gesta di Traiano, l'autore ha avuto grandissimo successo in Spagna e in Italia.
Per Piemme ha pubblicato in Italia Circo Massimo, il seguito della storia di Traiano, oltre che L'Africano e Invicta Legio, i primi due volumi di una trilogia su Scipione.
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L'ISPANICO.
Questo romanzo  un'opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell'autore e hanno lo scopo di conferire veridicit alla narrazione e sono quindi utilizzati in modo fittizio. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse,  puramente casuale.

Ai miei genitori
... e alle gladiatrici del ventunesimo secolo.
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FORTUNA, IMPERATRIX MUNDI.
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O Fortuna
velut luna
statu variabilis,
semper crescis
aut decrescis;
vita detestabilis
nunc obdurat
et tunc curat
ludo mentis aciem,
egestatem,
potestatem
dissolvit ut glaciem.
Sors immanis
et inanis,
rota tu volubilis,
status malus,
vana salus
semper dissolubilis,
obumbratam
et velatam
michi quoque niteris;
nunc per ludum
dorsum nudum
fero tui sceleris.
Sors salutis
et virtutis
michi nunc contraria,
est affectus
et defectus
semper in angaria.
Hac in hora
sine mora
corde pulsum tangite;
quod per sortem
sternit fortem,
mecum omnes plangite!
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Incipit dei Carmina Burana, poemi medievali satirici resi immortali dall'impressionante e omonima opera musicata da Carl Orff.

Il saggio non cesser mai di adirarsi, una volta che avr cominciato: tutto  pieno di scelleraggini e di vizi.
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SENECA, De ira, 2, 11, 1
Da Operette morali, vol. 2, Dell'ira, Della clemenza. Introduzione, traduzione e note di Raffaello del Re, Zanichelli, Bologna 1990.
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Informazioni importanti per il lettore.
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L'Ispanico abbraccia trentacinque anni della storia di Roma, un lasso di tempo che ha visto avvicendarsi al potere ben nove imperatori. All'inizio di ogni libro, allo scopo di aiutare il lettore a orientarsi,  riportata una tabella in cui  messo in evidenza il nome dell'imperatore - o degli imperatori - che governava Roma nel periodo in questione. Cos, ad esempio, la seguente tabella indicherebbe che il libro che introduce  ambientato durante il regno di Domiziano:

Suggerisco al lettore di consultare le appendici poste alla fine del romanzo, dove trover glossari e altri strumenti che potrebbero rivelarsi un utile ausilio nella lettura.
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Dramatis personae:

Marco Ulpio Traiano, Imperator Caesar Augustus;
Pompeia Plotina, moglie di Traiano;
Marco Ulpio Traiano, legatus e senatore, padre di Traiano;
Marcia, madre di Traiano;
Ulpia Marciana, sorella di Traiano;
Matidia maggiore, figlia di Ulpia Marciana, nipote di Traiano;
Vibia Sabina, figlia di Matidia maggiore, pronipote di Traiano;
Matidia minore, figlia di Matidia maggiore, pronipote di Traiano;
Rupilia Faustina, figlia di Matidia maggiore, pronipote di Traiano;
Publio Elio Adriano, figlio di Ulpia Marciana, nipote di Traiano;
Gneo Pompeo Longino, amico fidato di Traiano;
Marco Cornelio Nigrino, legatus e senatore;
Nigrino, tribuno, nipote di Marco Cornelio Nigrino;
Lusio Quieto, decurione e tribuno;
Manio Acilio Glabrione, tribuno, console, amico personale di Traiano;
Sesto Attio Suburano, amico di Traiano padre;
Lucio Licinio Sura, senatore ispanico;
Marco Cocceio Nerva, Imperator Caesar Augustus;
Rufo, amico di Traiano padre a Italica;
Gneo Giulio Agricola, legatus;
Sesto Vettuleno Ceriale, legatus;
Marco Tizio Frugi, legatus;
Aulo Larcio Lepido, legatus;
Tettio Giuliano, legatus;
Aulo, pretoriano;
Tiberio Claudio Massimo, legionario;
Decimo, centurione;
Vetus, il bibliotecario del Porticus Octaviae;
Secondo, libraio;
Tito Flavio Sabino Vespasiano, Imperator Caesar Augustus;
Antonia Caenis, concubina di Vespasiano;
Tito Flavio Sabino Vespasiano, conosciuto come Tito, Imperator Caesar Augustus;
Flavia Giulia, figlia di Tito;
Berenice, concubina di Tito;
Tito Flavio Domiziano, Imperator Caesar Augustus;
Domizia Longina, moglie di Domiziano;
Gneo Domizio Corbulone, legatus, padre di Domizia Longina;
Cassia Longina, madre di Domizia Longina;
Paride, attore;
Lucio Elio Lamia, primo marito di Domizia Longina;
Flavio Sabino, fratello di Vespasiano;
Flavio Clemente, cugino di Tito e di Domiziano;
Flavia Domitilla Terza, moglie di Flavio Clemente;
Due bambini, figli di Flavio Clemente e Flavia Domitilla Terza;
Nerone Claudio Germanico, Imperator Caesar Augustus;
Servio Sulpicio Galba, Imperator Caesar Augustus;
Marco Salvio Otone, Imperator Caesar Augustus;
Aulo Vitellio Germanico, Imperator Caesar Augustus;
Partenio, liberto e consigliere imperiale;
Massimo, liberto al servizio della famiglia imperiale;
Stefano, liberto al servizio della famiglia imperiale;
Cornelio Fusco, prefetto del pretorio;
Casperio Eliano, prefetto del pretorio;
Lucio Antonio Saturnino, governatore della Germania Superiore, legatus;
Lappio Massimo, governatore della Germania Inferiore;
Norbano, procuratore della Rezia e prefetto del pretorio;
Petronio Secondo, prefetto del pretorio;
Simone bar Giora, capo dei sicarii giudei;
Eleazar ben Yair, secondo di Simone bar Giora;
Giscala, capo degli zeloti giudei;
Douras, re della Dacia;
Decebalo, nobile dacico;
Diegis, nobile dacico;
Vezinas, nobile dacico;
Bacilis, sommo sacerdote della Dacia;
Dochia, sorella di Decebalo;
Due principi dei Catti, capi tribali della Germania;
Marzio, gladiatore, mirmillo;
Attilio, gladiatore, provocator;
Caio, lanista;
Spurio, un veterano sagittarius;
Un gladiatore tracio di Pergamo;
Un sannita;
Un provocator;
Un giovane sagittarius;
Un giovane tracio;
Alana, guerriera sarmatica, gladiatrix;
Tamura, guerriera sarmatica, sorella di Alana;
Dadagos, guerriero sarmatico;
Un molosso;
Nonio, uno degli andabatae;
Carpoforo, bestiarius;
Rabirius, architetto;
Apollodoro di Damasco, architetto;
Postumo, curator delle cloache di Roma;
Stazio, poeta;
Claudia, moglie di Stazio;
Numerio, schiavo di Stazio;
Plinio il Vecchio, senatore;
Plinio il Giovane, senatore;
Celso, senatore;
Palma, senatore;
Virginio Rufo, senatore;
Giovanni, discepolo di Cristo;
Basilide, sacerdote del santuario del Monte Carmelo;
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Proemium:
Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra  seicentosessantasei.
GIOVANNI, Apocalisse 13, 18.
Fiumi di parole sono state scritte e dette per cercare di identificare a chi si riferisse san Giovanni con il numero 666. Molti concordano sul fatto che l'apostolo alludesse a un imperatore di Roma, forse Nerone, fautore delle spietate persecuzioni contro i primi cristiani. Altri, invece, sostengono che, considerando il periodo in cui fu scritta l'Apocalisse, intorno al 90-95 d.C., san Giovanni avesse stabilito un parallelismo tra la bestia della sua grande profezia e Tito Flavio Domiziano, meno noto, ma altrettanto o addirittura pi bieco e malvagio di Nerone, non solo nei confronti dei cristiani ma di tutti i Romani, tanto che il Senato, alla sua morte, emise la damnatio memoriae. Per comprendere il senso del regno di Domiziano, per,  necessario narrare le vicende che favorirono l'ascesa e la decadenza della dinastia Flavia, a cui appartenevano gli imperatori che successero alla dinastia Giulio-Claudia.
La dinastia Flavia non  importante soltanto per la sua storia, ma anche per un avvenimento piuttosto singolare: sotto i suoi imperatori, una modesta famiglia della provincia ispanica della Betica riusc a ottenere fama e potere all'interno dell'Impero. Si tratta del ramo della famiglia Ulpia, originaria della citt di Italica, nota grazie al cognomen dei suoi membri: Traianus. Fra questi, il pi celebre fu senza dubbio Marco Ulpio Traiano: il primo imperatore a non essere nato n a Roma n in Italia, ma in una provincia, un evento inaudito. Questo racconto cerca di trovare la risposta a una delle grandi domande della storia: perch Roma scelse un imperatore non autoctono? Quali furono le ragioni che condussero a una simile decisione? E, soprattutto, come mai il Senato di Roma la accett?
Pi che per le sue origini, Traiano  ricordato per aver portato l'Impero alla sua massima espansione grazie alle sue eccezionali imprese militari di conquista e romanizzazione. A passare spesso sotto silenzio, invece,  il suo atto pi eroico, la sua azione pi straordinaria nella tempestosa Roma della fine del I secolo: essere riuscito a sopravvivere al regno di Tito Flavio Domiziano, un imperatore che non esit a condannare a morte chiunque si distinguesse in campo militare o politico. Per quanto possa sembrare paradossale, infatti, una delle pi mirabili imprese di Marco Ulpio Traiano fu quella di riuscire a passare inosservato quando evitare le attenzioni dell'imperatore era questione di vita o di morte. Questa  la storia dell'avvento e del declino di una dinastia di imperatori romani che segn la propria fine, di un legatus augusti rimasto nell'ombra a guardia dei confini di un impero che si stava ormai sgretolando e di un sogno che un uomo soltanto, Traiano, era riuscito a scorgere in un tetro orizzonte.
Cambiare il corso della storia  pressoch impossibile. In pochi osano provarci e solo uno su un milione  in grado di riuscirci. Marco Ulpio Traiano  stato uno di questi.
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LIBRO Primo.

UN PIANO PERFETTO.

NERONE;
GALBA;
OTONE;
VITELLIO;
VESPASIANO;
TITO;
DOMIZIANO;
NERVA;
TRAIANO;

Anno 96 d.C., (850 ab Urbe condita, dalla fondazione di Roma).

Vendicarsi del nemico significa ricevere una seconda vita.
PUBLILIO SIRO.

1.

IL GUARDIANO DEL RENO.

Mogontiacum1, Germania Superiore,

18 luglio del 96 d.C., quarta vigilia,

Due mesi prima del giorno stabilito per l'assassinio dell'imperatore Domiziano.

L'imperatore di Roma non pu essere ucciso rispose loro Traiano.
I senatori serrarono le labbra, senza osare replicare. Marco Ulpio Traiano, governatore della provincia germanica, lesse la paura sui loro volti, e cap che la decisione era gi stata presa. Niente e nessuno avrebbe potuto fermarli. Erano spacciati: la guardia pretoriana era invincibile e Roma ormai andava alla deriva verso un'inevitabile guerra civile. Lui si trovava tra due fuochi e non poteva fare nulla. Nulla.
Traiano li fiss uno per uno. Quei patrizi non si erano spinti fino ai confini dell'Impero per ascoltare la sua opinione. A loro interessava soltanto sapere da che parte sarebbe stato. Lui per doveva provare a impedire quella follia: se la congiura fosse fallita i senatori sarebbero andati incontro a morte certa. Stavano mettendo in gioco la loro vita e, per loro, l'eventualit di una guerra civile sarebbe stata solo il minore dei mali. Non potevano capire: non avevano trascorso anni sul limes come lui. Ci che mancava loro era la lungimiranza. Ma l'ultima cosa che Roma poteva permettersi era uno scontro tra le sue legioni. Stavano camminando sul filo del rasoio e i senatori, noncuranti degli attacchi di Germani, Daci e Parti, volevano sapere se Traiano fosse a favore o contro Domiziano. Sembrava che, ai loro occhi, tutto il resto non esistesse. E invece esisteva. I confini dell'Impero erano in pericolo, ma loro riuscivano a vedere solo gli orrori che si consumavano negli anfratti pi reconditi del palazzo imperiale. Traiano sembrava l'unico a mantenere lucidit su quella delicata decisione.
All'esterno del praetorium la pioggia della Germania Superiore scrosciava inclemente. Il legatus augusti al comando delle legioni del Reno si sent solo, infinitamente solo. Dopo qualche istante si alz e si rivolse a quegli uomini con la fermezza di chi  consapevole che le cose davvero importanti devono essere poste al di sopra degli interessi personali: La mia famiglia  sempre stata leale all'imperatore. E alla dinastia Flavia. Un breve silenzio, poi pronunci le sue parole definitive, che si sovrapposero al boato di un tuono: Sar leale a Domiziano.
Lucio Licinio Sura anticip gli altri due senatori e prese la parola. Si sforz di trovare gli argomenti pi adatti a persuadere il legatus. Traiano era un generale potente, e se si fosse alleato con l'imperatore o con coloro che avessero voluto vendicarne la morte - nel caso il loro piano di assassinarlo fosse andato a buon fine -, la guerra sarebbe stata inevitabile. Sura aveva intuito che la preoccupazione di Traiano era scongiurare una guerra civile che avrebbe indebolito le frontiere e, forse, causato il tracollo dell'Impero. Sospettava che la reticenza del legatus fosse motivata pi da questo timore che dall'autentica fedelt a Domiziano. Traiano, per, che da anni viveva sul confine, non era a conoscenza delle nefandezze perpetrate negli ultimi anni dal governo di Domiziano.
Il senatore parl in tono misurato, ma senza nascondere la sua ansia. Tutti i cittadini romani sanno che i Traiani sono stati, sono e saranno sempre fedeli servitori dell'imperatore di Roma. Quello che vogliamo sapere  come reagir il grande governatore Traiano se, non vogliano gli dei, all'imperatore succedesse qualcosa... se improvvisamente morisse. In quel caso... come si comporterebbe Traiano?
La domanda si sarebbe potuta porre con pi eloquenza, ma non con maggiore chiarezza. Se a parlare fosse stato chiunque altro, Traiano si sarebbe alzato dalla sua sella e, indignato, avrebbe lasciato il praetorium di Mogontiacum, capitale della Germania Superiore. Ma si trattava di Lucio Licinio Sura. Ispanico come Traiano, era uno dei senatori pi influenti di Roma, almeno tra quelli non romani. Godendo della cittadinanza romana, poteva aspirare a cariche ben pi prestigiose, perfino a quella di console, gi ricoperta qualche anno prima. Ma, proprio a causa delle sue origini, non sarebbe mai diventato imperatore, come non lo sarebbe mai stato nemmeno Traiano. La sua domanda non nascondeva alcuna ambizione personale, solo un sincero desiderio di sapere se Traiano avesse intenzione di allearsi con i senatori che avrebbero cercato di vendicare la morte dell'imperatore - ammesso che i congiurati fossero riusciti a eludere la guardia imperiale -, o, peggio ancora, con i prefetti del pretorio, molto pi pericolosi e sanguinari.
Traiano deglut in silenzio. Sapeva che avevano mandato da lui Lucio Licinio proprio perch era ispanico: i senatori ritenevano che le comuni origini avrebbero giocato a loro favore. Traiano lo stimava molto, questo era vero. Ma da l a lasciarsi convincere a partecipare a una congiura per assassinare l'imperatore Domiziano, per quanto folle questi potesse essere, c'era molta strada, una strada insidiosa che Traiano non era disposto a imboccare. Il legatus ispanico, come Licinio, era preoccupato per la debolezza dei confini della Germania, del Danubio e dell'Oriente: se lui, o Nigrino in Oriente o qualche altro legatus in un qualsiasi angolo dell'Impero, avesse dato inizio a una ribellione dopo l'assassinio dell'imperatore Domiziano, le legioni avrebbero dovuto abbandonare i confini per intraprendere una guerra civile. A quel punto sia i Catti nella Germania sia il re Decebalo in Dacia2 si sarebbero avventati sui possedimenti di Roma nella Gallia, nella Dalmazia e in Mesia. E quello sarebbe stato solo l'inizio. Decebalo era un uomo senza scrupoli e avrebbe approfittato della situazione per impadronirsi di una vasta parte dell'Impero romano e consolidare il suo potere. E se mai Roma fosse sopravvissuta alla guerra civile, a quel punto lui sarebbe stato ormai imbattibile e i territori persi non sarebbero pi stati recuperati.
Traiano era assorto in queste riflessioni quando uno dei medici di suo padre entr nell'edificio scortato dal tribuno Longino. Fu quest'ultimo, un uomo con un braccio offeso che i senatori immaginarono fosse la conseguenza irreparabile di una ferita di guerra, ad avere il coraggio di interrompere quella importante riunione, dando voce al teso silenzio del medico. Tuo padre sta peggiorando.
Marco Ulpio Traiano si alz e, senza una parola n uno sguardo ai suoi interlocutori, usc dal praetorium, seguito dal medico e dallo stesso Longino.
I tre senatori rimasero soli. All'esterno, la pioggia sferzava la terra del Nord dell'Impero. Per tutti loro, che provenivano da Tarraco e dal Sud della Gallia, la Germania era un luogo freddo e desolato.
Licinio Sura era un uomo paziente e pragmatico. Traiano non aveva ancora risposto alla loro domanda.
Aspetteremo mormor. Aspetteremo il suo ritorno.

1. Magonza, Mainz in tedesco, odierno capoluogo dello stato federato tedesco della Renania-Palatinato.
2. Approssimativamente l'odierna Romania.

2.

IL DISGUSTO.

Domus Flavia, Roma,

18 luglio del 96 d.C., hora prima.

Domizia Longina fu svegliata dalla ruvida carezza dell'imperatore. Come sempre, negli ultimi giorni, finse di non sentire la mano fredda del padrone del mondo e sper che la dea Fortuna le fosse propizia e lo facesse desistere dal suo intento. Cos fu. Non appena avvert i passi sempre pi deboli del marito allontanarsi verso il corridoio che dava accesso alle ampie stanze pubbliche della Domus Flavia, l'imperatrice di Roma apr gli occhi. Rimase nella stessa posizione, sdraiata su un fianco, immobile, respirando piano, nel timore che l'imperatore ritornasse nella sua camera privata. Dopo tutto quello che era successo, si sorprendeva quando, di tanto in tanto, Domiziano desiderava ancora trascorrere una notte con lei. In realt l'unico motivo per cui lo faceva era ricordarle che era sottomessa al suo potere: sia quando voleva possederla, come quella notte, sia quando, come accadeva pi di frequente, le manifestava apertamente tutto il suo disprezzo.
Sdraiata con la schiena rivolta all'ingresso, ma attenta a cogliere il minimo rumore dall'esterno, ripercorreva con la mente la sua esistenza e, come in tante altre occasioni simili, fu colta da uno spasmo violento. Il conato le port in bocca il disgustoso sapore della sua ira repressa, a volte sapientemente dissimulata, altre evidente, nelle parole, nei gesti, ma sempre misurata. Era la figlia di Gneo Domizio Corbulone, uno dei pi grandi generali di Roma, il conquistatore dell'Armenia, colui che aveva espugnato la fortezza di Artaxata, che si narrava essere stata costruita da Annibale in persona in tempi ormai cos remoti da sembrare appartenere a un'altra epoca. Durante il regno di Nerone, suo padre aveva spodestato re e sovrani in Oriente e ne aveva fatti insediare altri nei territori dei Parti, conducendo epiche battaglie. Quegli atti eroici per gli avevano procurato l'invidia e il rancore dell'ultimo imperatore della dinastia Giulio-Claudia. Nerone richiam Corbulone dopo che questi ebbe ristabilito la pace in Oriente, preso il controllo dell'Armenia e obbligato i Parti ad accettare una pace che umiliava gli sconfitti dal punto di vista militare e politico. A seguito di quelle imprese, l'imperatore richiese la sua presenza a Roma, ma, sbarcato a Corinto, in Grecia, i pretoriani gli riferirono un messaggio terribile: Nerone, preoccupato per la crescente popolarit di Corbulone, gli ordinava di suicidarsi. Se avesse obbedito, la sua famiglia sarebbe stata perdonata e rispettata, e anche lei, Domizia, sarebbe stata salva; se si fosse rifiutato, lui sarebbe stato condannato a morte e tutta la sua famiglia sarebbe stata uccisa.
Domizia Longina chiuse gli occhi.
Quando aveva quindici anni, un messaggero entr nella domus paterna e notific con la tipica freddezza dei comunicati imperiali, che suo padre era morto. Occorsero mesi alla famiglia per ricostruire quanto fosse realmente accaduto, e, quando scoprirono la verit, anche Nerone era morto e l'Impero era sprofondato in una sanguinosa guerra fratricida che avrebbe portato alla fine della dinastia Giulio-Claudia.
Tutto questo, per, apparteneva al passato. Un passato che Domizia, a quel tempo, aveva pensato fosse la pi terribile delle sorti. Solo adesso, a quarantasei anni, dopo averne trascorsi quindici come imperatrice e consorte del pi crudele dei regnanti, dopo la morte del figlio, con il suo unico vero amore perduto, strappatole via, con il ricordo di tutti gli incesti, i tradimenti, gli assassini e i crimini perpetrati tra le pareti della enorme Domus Flavia - palazzo imperiale per il popolo ma una prigione dorata per lei -, solo adesso capiva che l'ingiusta morte di suo padre era stata soltanto l'inizio di una lunga notte di terrore che avrebbe offuscato tutta la sua esistenza.
I conati ritornarono e, come tante altre mattine, il vomito imbratt il marmo del pavimento. Una schiava, ormai avvezza a riconoscere i gemiti della sua padrona, la raggiunse con una bacinella d'acqua limpida e panni puliti e la aiut a risistemarsi. Non appena l'imperatrice si fu ripresa, la donna si inginocchi ai suoi piedi per pulire in fretta la bava e la bile e cerc di coprire il cattivo odore spargendo un po' di profumo.
Non torner, mia signora mormor senza sollevare lo sguardo. L'imperatrice annu ma non disse nulla. L'anziana ancella era al suo servizio da anni, e le era sempre stata leale. Domizia era grata a quella donna tanto compassionevole per le informazioni che le forniva. L'ho visto allontanarsi in direzione dell'Aula Regia.
Molto bene, molto bene, per tutti gli dei replic Domizia, ancora turbata. Le era difficile accettare anche l'umiliazione che una schiava provasse piet per lei. Basta cos. Porta gli ornamenti per i capelli. Se devo mostrarmi in pubblico, che almeno mi vedano elegante. Il popolo  l'unica cosa che mi resta.
Ed era vero. I Romani adoravano la loro imperatrice, al punto che, quando questa era caduta in disgrazia agli occhi di Domiziano, come era successo a tanti, l'imperatore, che era abituato a soggiogare qualsiasi legatus, senatore o console, con lei aveva dovuto controllarsi, proprio per non inimicarsi il popolo. Domizia sapeva di essere intoccabile. Ma fino a quando? La follia dell'imperatore cresceva a dismisura e, ormai, non conosceva limiti. Presto sarebbe toccato anche a lei. E lei aspettava quel momento con la remissivit di un agnello che sta per essere immolato agli dei. Negli ultimi mesi, in particolare, aveva deciso di attendere il suo ineluttabile sacrificio continuando a presentarsi impeccabile - negli abiti come nel contegno - agli occhi del popolo. Le uniche preoccupazioni dei cittadini di Roma erano che non mancassero il grano n le truculente lotte dei gladiatori nel gigantesco anfiteatro Flavio e, infine, che i legati vigilassero sui confini affinch nessuno potesse turbare la loro quotidianit, fatta di violenza e piaceri. Al popolo poco importava che l'imperatore massacrasse tutti i senatori di Roma, e non era in grado di vedere quanto pericolosamente si stessero indebolendo i confini del Reno e del Danubio. I Romani avevano occhi, orecchie, mani e voce soltanto per vedere, sentire, salutare e acclamare i gladiatori nell'anfiteatro. Non erano in pena per ci che accadeva nel resto del mondo, n entro i confini di Roma. E tanto meno tra le mura della Domus Flavia.
Un giorno, per, Domizia aveva scorso un nuovo sguardo di irrefrenabile lascivia negli occhi dell'imperatore di Roma, ormai annoiati dal reiterato spettacolo della morte. La vittima prescelta era Flavia Domitilla Terza. Con i suoi venticinque anni, era una preda irresistibile per un uomo che non aveva mai considerato il legame di parentela come un ostacolo ai suoi pi bassi appetiti. Nemmeno il fatto che fosse moglie e madre. Nella contorta mente dell'imperatore, a tutto si poteva porre rimedio. Domizia Longina decise di avere non solo il diritto, ma il dovere di fare qualcosa: questa volta non avrebbe assistito inerme all'onta morale e personale di un'altra giovane della famiglia imperiale. Non poteva permettere che la storia di Flavia Giulia si ripetesse.
Domizia Longina, imperatrice di Roma, trasse un profondo respiro e, quando la schiava ritorn con altre due giovani ancelle, due ornatrices, per spalmarle sul volto il bianco di piombo per ringiovanirne le fattezze, sciupate dagli anni e dalle sofferenze, ornarle i capelli e lavarle braccia e gambe, si mostr determinata. Va' da Partenio le ordin. E digli che voglio vederlo. Immediatamente.
S, mia signora rispose la schiava pi anziana, e usc dalla stanza dell'imperatrice, rapida e silenziosa, mentre le due giovani aiutavano Domizia Longina a indossare la stola.

3.

LA VOCE DELL'ESPERIENZA.

Mogontiacum, Germania Superiore,

18 luglio del 96 d.C., hora prima.

Traiano sedette accanto al padre. Il respiro dell'anziano era molto debole e il figlio si chin per sentirlo meglio. Era appena percepibile, ma c'era ancora. Stava dormendo. Il medico non aveva dato un responso chiaro: sarebbe potuto guarire completamente oppure non migliorare affatto e morire entro pochi giorni. Aveva combattuto infinite battaglie, affrontato assedi, riportato ferite di guerra e intrapreso una coraggiosa lotta in Senato per far valere i diritti dei senatori ispanici, ma ora la sua vita era nelle mani degli dei. Traiano si alz. Rimase in silenzio, al suo capezzale. Era stato un ottimo genitore: un padre esemplare e un valoroso legatus di Roma. Ricord i giorni dell'assedio di Gerusalemme, quando suo padre aveva dimostrato grandi doti di comando. All'epoca lui era soltanto un ragazzino, ma le lettere del padre prima e gli elogi degli imperatori Vespasiano e Tito poi, gli avevano fatto comprendere che quell'uomo non era un semplice cittadino di Roma, bens uno stimato capo politico e militare. Non sarebbe mai stato alla sua altezza, ma sperava di aver ereditato da lui l'attitudine al comando, anche se in momenti come quello, di intensa tristezza e preoccupazione, faticava a crederlo: non avrebbe mai neanche lontanamente eguagliato la stima che l'anziano legatus si era guadagnato agli occhi dei legionari o dei senatori di Roma.
Sei tu, figlio mio? lo sorprese la fioca voce del genitore.
S. Sono qui.
Suo padre, come spesso accadeva, gli parl con severit, facendogli notare che stava mancando ai suoi doveri per essere l con lui. Dovresti ritornare dai senatori.
Adesso c' Longino con loro rispose Traiano, in tono conciliante.
Longino  un uomo valente, Marco. Non te ne allontanare mai. Dopo quello che  successo con Manio,  la persona migliore che tu possa avere accanto. Appena pronunci quel nome, il moribondo strinse le labbra in una smorfia di dolore; il figlio se ne accorse e cerc subito di tranquillizzarlo, perch per il vecchio il solo respirare era gi un enorme sforzo.
Non mi separer mai da Longino, non con lo spirito, almeno. Anche se l'imperatore ci obbligher a combattere in regioni diverse o se dovr lasciarlo al comando di una fortificazione e recarmi all'estremo opposto dell'Impero, rimarr sempre in contatto con lui, padre.
Fai bene. Nonostante il braccio offeso, Longino vale pi di mille legionari, pi di una legione intera. E tu solo puoi saperlo. Non badare a cosa dicono gli altri.
Lo so, padre, lo so.
Solo una volta avevano parlato apertamente del braccio di Longino, della menomazione che lo obbligava a legarsi addosso lo scudo quando combatteva perch con la mano sinistra non riusciva a sostenerlo. In molti lo sottovalutavano, e pochi condividevano la fiducia che Marco Ulpio Traiano riponeva in quel valoroso militare. Traiano ignorava gli sguardi di dubbio o disprezzo degli altri. Sapeva che quando avesse avuto un problema, un problema vero, Longino gli sarebbe rimasto accanto. Il resto era insignificante, se paragonato alla sua totale devozione.
Cosa vuole da te il Senato? domand con difficolt il genitore malato.
Traiano riflett per un istante. Non era il momento di mentire o di dire mezze verit, soprattutto a suo padre.
Stanno organizzando una congiura contro l'imperatore. Vogliono sapere come reagirei alla morte di Domiziano. E corrug le sopracciglia prima di aggiungere: Se ci riusciranno.
Suo padre si mise a sedere e gli afferr con forza un braccio. Non ribellarti mai all'imperatore, mai! Men che meno a Domiziano! esclam esaurendo le forze e lasciandosi cadere sul letto, ma continuando a ripetere: Mai, figlio mio! Per Giove! Mai!.
Non lo far, padre rispose Traiano aiutandolo a rimettersi sdraiato. Non mi ribeller all'imperatore, anche se...
Nessun se, figlio. So bene che Domiziano  un folle, lo sappiamo tutti, ma noi siamo soltanto legati di Roma, senatori ispanici. Ci compete esclusivamente il ruolo di guardiani dei confini. Nient'altro. Ti temono perch l'esercito ti rispetta, ci rispetta, ma agli occhi di Roma tu non sarai mai qualcosa di pi. C' stato un tempo in cui pensavo che le cose potessero cambiare... un tempo... Ma no, non  possibile... Roma non si pu cambiare... non cos tanto. Se ci proverai otterrai soltanto una guerra civile e perderai, figlio, perderai. Non ribellarti all'imperatore. Il passato non conta, e neanche Manio. Non pensare alle guerre che sono state combattute male, n alle persecuzioni: non ribellarti mai a Domiziano o lui ci uccider. Poi si corresse: Vi uccider tutti. Non farlo, per la nostra famiglia, figlio mio, non lo fare.
Puoi stare tranquillo, padre. Non mi ribeller all'imperatore.
A quelle parole il vecchio chiuse gli occhi. Sembrava sopraffatto dalla malattia, e si assop.
Marco Ulpio Traiano si alz lentamente. Licinio Sura era certamente ancora nel praetorium. Non si sarebbe arreso: non avrebbe lasciato la Germania senza una risposta chiara da parte sua. Traiano non voleva tradire il giuramento fatto al padre moribondo, ma, al contempo, detestava con tutto se stesso un imperatore che aveva perso la ragione e stava portando l'Impero alla rovina. Gli costava fatica mantenere la parola data al padre, ma non poteva fare altrimenti. Lo aveva promesso.

4.

UN CONSIGLIERE IMPERIALE.

Domus Flavia, Roma.

18 luglio del 96 d.C., hora secunda.

Partenio, consigliere dell'imperatore, si trovava nella basilica della Domus Flavia, affollata di cittadini recatisi l per richiedere l'intervento imperiale nelle loro controversie civili e penali. Partenio era sorpreso di come il popolo continuasse a fidarsi di quell'imperatore che, da molti anni, aveva perso la ragione. Deve essere per i ludi circenses diceva tra s ogni volta. Soltanto la passione dei Romani per le lotte dei gladiatori, e per altri intrattenimenti che l'imperatore offriva spesso e gratuitamente nell'arena del circo e dell'anfiteatro Flavio, poteva spiegare la popolarit di Domiziano tra la plebe di Roma. Il popolo pareva estraneo al perenne scontro tra l'imperatore e il Senato ormai decimato: i senatori consolari venivano eliminati uno dopo l'altro, sotto lo sguardo indifferente dei cives. I Romani non sembravano nemmeno molto preoccupati del fatto che valenti legati dell'Impero fossero stati rimossi dal comando o condannati a morte per evitare che la loro popolarit potesse eclissare quella dell'imperatore. I confini di Roma potevano cedere in qualsiasi momento sotto la spinta delle truppe barbare della Germania o della Dacia, ma i cittadini non ne erano turbati: vedevano soltanto che c'era annona in abbondanza per tutti, e ludi, ludi di qualsiasi tipo e in qualsiasi momento.
Partenio aveva servito fedelmente, in qualit di consigliere, tutti gli imperatori della dinastia Flavia: Vespasiano, il grande conquistatore della Giudea, Tito, il suo figlio maggiore, e, per ultimo, Domiziano. Il terribile Domiziano. Camminava a capo chino nella piccola stanza che dalla basilica immetteva nell'Aula Regia e attendeva l'arrivo dell'imperatore per ricevere istruzioni. Temeva che, come tanti altri giorni, Domiziano gli affidasse una nuova lista di senatori e ufficiali delle legioni sui quali investigare. Evidentemente le spie non riposavano mai. Comparire in quelle liste significava essere a un passo dalla condanna a morte. Domiziano era convinto che tutti volessero ucciderlo e, secondo Partenio, quello era forse l'unico pensiero sensato nella testa dell'imperatore. Il consigliere, nonostante tutto, era meravigliato dalla capacit di sopportazione del genere umano. Aveva visto Domiziano umiliare senatori, legati, governatori e membri della famiglia imperiale fino a estremi inimmaginabili e la maggior parte di loro, per paura, tollerava tutto, o quasi. Quelli che si ribellavano venivano allontanati, per poi morire in strane circostanze o in misteriosi esili forzati. E la storia si ripeteva di continuo.
All'improvviso, l'esile sagoma di una schiava dell'imperatrice attir l'attenzione dell'anziano consigliere. La donna non osava oltrepassare i pretoriani di guardia all'entrata dell'Aula Regia, ma Partenio interpret il suo sguardo e le si avvicin. Vedendolo arrivare, i soldati si scostarono creando uno stretto passaggio: era uno dei pochi per i quali si facevano da parte.
L'imperatrice... esord la schiava, ma Partenio la interruppe, l'afferr con forza per un braccio e la allontan dai pretoriani, conducendola nel peristilio del giardino interno. La donna comprese il gesto e rimase in silenzio finch furono abbastanza lontani dai pretoriani.
Cosa vuole l'imperatrice? domand Partenio in tono aggressivo.
Desidera vedere il consigliere dell'imperatore... al pi presto. In quanto schiava, le era impossibile pronunciare le stesse parole con cui l'imperatrice aveva espresso la sua richiesta, ma Partenio cap il messaggio.
Ritorna dalla tua padrona e dille che arrivo subito.
La schiava si dilegu tra le colonne del peristilio. Partenio si guard intorno. Si stavano avvicinando altre guardie pretoriane provenienti dal secondo giardino porticato, quello che si trovava al centro della Domus Flavia. Era la scorta personale dell'imperatore. Erano parecchi i percorsi all'interno della Domus Flavia per spostarsi da una parte all'altra, tuttavia Domiziano era un uomo abitudinario e accedeva al peristilio dell'Aula Regia sempre dal centro. La sua prevedibilit si sarebbe rivelata estremamente utile nel giorno stabilito, quello in cui tutto sarebbe finito.
Partenio si fece da parte. Le guardie imperiali passarono senza degnarlo di uno sguardo; non guardavano mai nessuno. In mezzo a loro, il consigliere scorse la figura ormai un po' incurvata del maturo imperatore di Roma, con la corona di alloro dorato adagiata sulla parrucca che usava per nascondere la sua quasi completa calvizie. Partenio si inchin e, anche se l'imperatore non gli fece alcun cenno, sapeva che sarebbe stato attento per accertarsi che lo salutasse con la dovuta deferenza. Per quella mattina era prevista un'udienza con una delegazione di cittadini della Mesia che si lamentavano, ancora una volta, perch i Daci attraversavano il Danubio e attaccavano i loro pascoli contravvenendo ai trattati di pace firmati con Roma. Ci avrebbe senza dubbio messo il cesare di malumore. Quel giorno era consigliabile stargli il pi lontano possibile.
Mentre il resto della guardia pretoriana che scortava l'imperatore - pi di sessanta uomini armati fino ai denti - gli sfilava davanti, Partenio si chiese come mai Domizia Longina volesse parlargli con tanta premura. L'imperatrice doveva aver oltrepassato il limite di sopportazione. Durante l'ultimo pomeriggio trascorso all'anfiteatro Flavio, il consigliere aveva notato l'espressione atterrita della donna, quando l'imperatore aveva posato lo sguardo sulla bella Flavia Domitilla Terza. Partenio annu e dentro di s sorrise, senza muovere le labbra di un millimetro. Con l'aiuto dell'imperatrice tutto sarebbe stato possibile. Tutto. Nella Domus Flavia c'erano passaggi che soltanto tre persone conoscevano: l'imperatore, l'imperatrice e lui. Con Domizia dalla sua parte si sarebbe potuta aggirare la pi grande difficolt: ingannare la guardia pretoriana, o almeno una parte dei soldati.
Sollevando lo sguardo, che aveva tenuto fisso sul pavimento mentre passavano i pretoriani, Partenio constat che, come di consueto, uno dei due prefetti del pretorio chiudeva il corteo della guardia imperiale. Si trattava di Tito Flavio Norbano, il fedelissimo Norbano. Avrebbe seguito Domiziano fino negli inferi, e dunque era impossibile corromperlo. Invece l'altro capo del pretorio, Tito Petronio Secondo, che forse quel giorno era di riposo, era diverso. Prima di diventare un pretoriano, sottostava con riluttanza agli ordini di un imperatore sempre pi imprevedibile, violento e crudele con chiunque, eppure era leale ai Flavi, da sempre. Partenio era convinto che perfino con l'aiuto dell'imperatrice avrebbero avuto bisogno della collaborazione, anche solo passiva, di uno dei due prefetti del pretorio, altrimenti il loro piano sarebbe fallito. Sia dentro, sia all'esterno della sua residenza, l'imperatore era costantemente circondato da pretoriani. Domiziano sapeva che Caligola era stato assassinato nei passaggi segreti del palazzo imperiale e aveva preso tutte le misure necessarie affinch non gli toccasse la stessa sorte. Inoltre, non solo la grande Domus Flavia era gremita di pretoriani, ma, per esempio, quando l'imperatore si recava agli scontri tra gladiatori, era sempre Norbano a guidare la sua scorta, mentre Petronio rimaneva con le truppe di guardia al palazzo oppure acquartierato in uno dei castra praetoria della citt.
Partenio si incammin, diretto alla stanza dell'imperatrice. La sua mente era in subbuglio. Aveva il presentimento che non rimanesse pi molto tempo: da tanto l'imperatore sospettava di lui. E restava ancora da risolvere il problema di Traiano e Nigrino. Licinio Sura aveva un compito difficile. Pi si avvicinava il giorno stabilito, pi le cose si complicavano.

5.

LA RISPOSTA DI TRAIANO.

Mogontiacum, Germania Superiore.

18 luglio del 96 d.C., hora tertia.

Traiano torn nella tenda del praetorium inzuppato di pioggia. Come immaginava, i senatori non si erano mossi. Erano rimasti l ad aspettare la sua risposta.
Ancora una volta, fu Licinio ad avere il coraggio di rivolgersi al legatus augusti della regione del Reno. Siamo molto dispiaciuti per la malattia di tuo padre esord in tono conciliante, senza lamentarsi per la lunga attesa.
Vi hanno portato qualcosa da mangiare e da bere? domand Traiano. Era il suo modo di ringraziare Licinio per la sua premura.
Longino si  occupato di noi e abbiamo ricevuto tutto ci di cui avevamo bisogno. Siamo persone frugali, cosa rara nella Roma dei nostri giorni aggiunse Licinio Sura.
Il legatus colse l'allusione del senatore ispanico e rimase in silenzio per qualche istante. Immagino che stiate ancora aspettando una risposta disse infine.
Licinio annu.
Traiano trasse un profondo respiro. Si sentiva in dovere di mantenere la promessa fatta al padre, di non rompere il giuramento di eterna lealt dei Traiani verso la dinastia Flavia, eppure il nome di Manio continuava a riecheggiargli nella mente. Lo tormentava, come i lemures: il suo spettro sembrava aggirarsi tra le palizzate dell'accampamento in quella remota e piovosa Germania. Manio, ma non solo lui.
La mia famiglia sar sempre fedele all'imperatore, fino all'ultimo giorno del suo regno. Non mi ribeller a Domiziano n ad alcun discendente della dinastia Flavia li inform Traiano, senza lasciare adito a dubbi, e si sent in pace con se stesso per aver rispettato il volere del padre. Ecco la mia risposta, senatori.
Si alz e pass accanto a loro per tornare al capezzale del padre malato, ma Licinio Sura insistette: Ma se l'imperatore dovesse morire? Prima o poi tutti dobbiamo morire. Cosa farebbe Traiano se l'imperatore dovesse incontrare una morte violenta o spegnersi a causa di qualche malattia? Se succedesse, cosa farebbe il grande Guardiano del Reno?.
Traiano si ferm. L'insistenza di Licinio era quasi offensiva.
Longino not un leggero tremito delle labbra e del mento dell'amico, e temette il peggio. Con la coda dell'occhio non perdeva di vista l'impugnatura del gladio del legatus, n distoglieva lo sguardo dalle mani nude dei senatori. Erano stati perquisiti, ma non si poteva mai essere sicuri.
Traiano si volt e fiss Licinio Sura negli occhi. Era tentato di trafiggerlo col gladio, ma il nome di Manio rimbombava, insistente, nella sua testa, stordendolo, e gli imped di sguainare l'arma.
Non mi ribeller mai all'imperatore ripet Traiano scandendo ogni singola parola. Nonostante ci, quando ormai tutti erano convinti che quella fosse la sua irremovibile decisione, il governatore, dando voce al suo inestinguibile rancore, aggiunse: Ma se l'imperatore dovesse morire, e si avvicin ulteriormente al senatore se l'imperatore dovesse morire, allora Marco Ulpio Traiano rispetter la decisione del Senato.  questo, per Giove, ci che volevi sentire?  per questo che sei venuto fin qui, fino al confine del Reno?.
Licinio non retrocedette nemmeno di un centimetro. Questo  ci che serve a Roma. L'Impero non pu permettersi un'altra guerra civile.
Il legatus non pot evitare di lanciare a Sura uno sguardo sprezzante mentre si allontanava da lui. Lo so meglio di chiunque altro, senatore. Tacque e lasci il praetorium, seguito da Longino e diversi legionari.
Licinio Sura trasse un profondo sospiro. Come gli altri due senatori, anche lui, senza rendersene conto, aveva trattenuto il fiato per qualche secondo.
 sufficiente annunci Sura. E aggiunse deciso: Adesso ci dirigeremo verso oriente.
Fuori, Longino e i legionari della guardia del legatus seguivano Traiano a passo svelto. Camminavano curvi per proteggersi dalla pioggia battente di quella implacabile estate nella Germania Superiore, la peggiore di tutte quelle trascorse al Nord. Longino sollev lo sguardo e vide che, come di consueto, l'unico a camminare ben eretto, senza farsi piegare dalle avversit delle condizioni atmosferiche o della vita, era Traiano. Niente sembrava poterlo abbattere. E non si lagnava mai di nulla. Si limitava a dare il buon esempio. Ecco perch tutti i legionari lo rispettavano, anzi, lo veneravano. Sapevano che con lui al comando non avrebbero perso nemmeno un avamposto, n un accampamento, e mai li avrebbe mandati in combattimento allo sbaraglio. Traiano preparava ogni singola battaglia come se fosse quella decisiva. Per questo vinceva sempre, perfino quando l'imperatore gli negava le risorse necessarie. E non implorava mai, il che gli aveva evitato numerosi conflitti con un cesare che non aspettava altro che un pretesto per disarmare i suoi migliori legati. Nel corso degli anni, Traiano si era conquistato un prestigio silenzioso e riservato tra le legioni, senza vittorie clamorose, ma attraverso combattimenti duri e pesanti, battaglie vinte a prezzo di sforzi immani in guerre invisibili agli occhi di Roma. Longino nutriva una profonda ammirazione per lui. Era vero, Traiano non implorava mai. Lo aveva fatto una volta sola, una soltanto. Longino mosse goffamente il braccio sinistro e avvert il solito dolore nelle ossa del braccio e della mano che non erano mai guarite del tutto. Quell'arto offeso che faceva s che molti lo considerassero inutile in combattimento. Ma lui era orgoglioso di quel braccio spezzato, un sentimento che soltanto il governatore della Germania poteva comprendere.
Attraversarono lo spazio che separava il praetorium dal quaestorium e Traiano entr deciso nell'edificio amministrativo del campo di Mogontiacum. Anche con suo padre malato, ormai morente stando ai medici, continuava a preoccuparsi per le legioni al suo comando. I rifornimenti erano fondamentali, lo aveva sentito dire una volta Longino. Il quaestor salut il legatus con deferenza e, senza aspettare il suo ordine, gli mostr le tavolette con la contabilit degli equipaggiamenti militari disponibili e dei viveri stipati nei magazzini, in modo che il legatus potesse controllarle. Traiano fece un cenno e tutti, tranne Longino, uscirono dalla stanza. Al legatus piaceva consultare quei dati minuziosamente, e senza interruzioni. Dopo, se qualcosa non gli fosse stato chiaro, avrebbe interrogato il quaestor. Pur sapendolo, Longino non riusc a rimanere in silenzio. Non hai domandato a chi stanno pensando come successore di Domiziano.
Traiano, che si era seduto su un solium, sollev gli occhi dalle tavolette. Questo non importa rispose in tono grave. Cogliendo lo sguardo confuso dell'amico, abbass per un momento le tavolette e aggiunse: Non importa perch nel Senato non  rimasto nessuno, di origine romana e nemmeno italica, in grado di assumere l'imperium. Se uccidono Domiziano avremo un'altra guerra civile.
Ma perch? chiese Longino. Hai detto loro che accetterai qualunque decisione del Senato.  per Nigrino e le sue legioni in Oriente oppure hai intenzione di venir meno alla parola data? Era a disagio nel pronunciare quelle parole e si affrett a dichiarare: Io sar sempre dalla tua parte, qualsiasi cosa tu decida.
Traiano sorrise. Aveva voglia di vino, ma non se lo concesse, per rispetto delle gravi condizioni in cui versava suo padre. La sua mente era altrove. Si concentr e ritorn all'immediato presente. Lo so, Longino, lo so. Non  per me, e neanche per Nigrino. Terr fede alla parola data. In ogni caso, chiunque dei vecchi senatori romani il Senato sceglier come imperatore (e dico vecchi perch Domiziano ha lasciato in vita solo quelli) non sopravvivr a lungo senza l'appoggio dei pretoriani. Loro adorano i Flavi, e in particolare Domiziano, che ha avuto l'astuzia di dimostrarsi molto generoso con loro. Le guardie imperiali sanno che nessuno li tratter meglio di lui e che non disporranno mai pi di simili privilegi; ci li spinger a ribellarsi e lo scontro aperto tra Senato e guardia pretoriana sar inevitabile, e quest'ultima ha tutte le carte in regola per vincere. Sceglieranno un nuovo imperatore, inviso a qualcuno dei legati romani in qualche angolo dell'Impero, come  accaduto con Galba o Otone in passato. Scoppier una rivolta e inizieranno a combattere gli uni contro gli altri. Nel frattempo, come stanno facendo adesso, invieranno dei messaggeri a Nigrino in Oriente e a me qui sul Reno. E allora vedremo cosa fare.
 questo che succeder?
Non ne ho alcun dubbio, ammesso che riescano a uccidere Domiziano, cosa di cui non sono affatto convinto.
Longino rimase in piedi in mezzo alla stanza centrale del quaestorium meditando sulle parole del governatore. Traiano riprese a leggere le tavolette. Mancavano olio e grano e le scorte di armi da punta cominciavano a scarseggiare. Se i Catti avessero attaccato di nuovo sarebbero stati in difficolt.
E perch il Senato di Roma non elegge te o Nigrino come nuovo imperatore?
Traiano pos di nuovo le tavolette e fiss Longino. All'improvviso rovesci la testa all'indietro e scoppi a ridere come non faceva da mesi, quasi fino alle lacrime.
Un imperatore ispanico... fu l'unica cosa che Traiano riusc a dire. Un imperatore ispanico? Ricominci a ridere finch, poco a poco, si ricompose. Tornato in s, scuotendo il capo, aggiunse in tono perentorio: Non  ancora nato, Longino, un senatore romano cos disperato da prendere in considerazione la possibilit che un non romano diventi imperatore di Roma. Piuttosto si ucciderebbero tra loro.
Si alz e, ancora ridendo, chiam il quaestor. Bisognava provvedere alla penuria di grano, olio e armi. Adesso era questa la priorit. Ai Catti non importava nulla di senatori e imperatori.

6.

UN PASSAGGIO SEGRETO.

Domus Flavia, Roma.

18 luglio del 96 d.C., hora tertia.

Appena Partenio comparve sulla soglia della stanza dell'imperatrice tutte le schiave se ne andarono. Il consigliere si inchin al cospetto di Domizia Longina. Ave a te, augusta Domizia Longina.  una splendida giornata d'estate, non troppo afosa.
Allora sar il giorno ideale per prendere decisioni importanti. Conosci gi il motivo per cui ti ho fatto chiamare.
Partenio era felice nel constatare che la sua intuizione avesse trovato conferma. Lo immagino, mia signora, ma dovremmo essere pi precisi, per evitare malintesi. Si tratta di questioni delicate.
Non c' niente di delicato in quanto stai tramando, Partenio.
Il consigliere dell'imperatore si incup e si mise sulla difensiva. Forse si era sbagliato oppure si trattava soltanto dell'ultimo ripensamento da parte dell'imperatrice. In ogni caso, bisognava essere prudenti.
Sono disposta ad aiutarvi, ma dobbiamo agire al pi presto continu Domizia. Non ce la faccio pi, Partenio. E, trattenendo a stento i singhiozzi, aggiunse: All'improvviso, dopo tanti anni, non lo sopporto pi, non ne posso pi... Non so come ho fatto a resistere cos a lungo....
Partenio non aveva mai visto l'imperatrice abbandonare il suo solito contegno in presenza di qualcuno. Anche quella debolezza era pericolosa. Il consigliere avanz di qualche passo e si inginocchi davanti a Domizia, che, seduta all'estremit del letto, nascondeva il viso tra le mani candide.
L'imperatrice  stata molto forte per tutti questi anni. Nessuno ci sarebbe riuscito. Siamo in pochissimi a conoscere la verit, ma noi che possiamo capire ammiriamo l'integrit dell'imperatrice e ne abbiamo bisogno ancora per qualche giorno. Ormai ci siamo quasi. Sto reclutando alcuni uomini, i migliori.
Le parole di Partenio sortirono l'effetto desiderato e l'imperatrice si ricompose. Si asciug il volto con il dorso delle mani, ancora lisce nonostante l'et, e fiss con aria risoluta il consigliere, che si alz in piedi davanti a lei, ponendosi a rispettosa distanza. Domizia non era a disagio per la compassione di Partenio: lui non era una persona qualsiasi. Se esisteva qualcuno in grado di sopravvivere agli imperatori, questi era lui, che ricopriva il suo incarico fin dai tempi di Nerone.
Devono essere davvero i migliori per potercela fare contro i pretoriani, altrimenti sar tutto perduto sottoline l'imperatrice, che aveva ripreso quasi del tutto il controllo di s ed era tornata alla questione che tanto le premeva.
Lo saranno, mia signora, lo saranno. Per il mio bene e per quello di tutti coloro che sono in gioco. Saranno uomini terribili, al pari dei pretoriani, forse anche di pi.
Devono esserlo per batterli.
Partenio si inchin in segno di assenso e subito dopo, per evitare che l'imperatrice scoppiasse di nuovo in lacrime, decise di approfittare dell'occasione per verificare alcuni dettagli del suo piano. Mia signora,  vera la storia del passaggio segreto?
Domizia lo guard, piuttosto sorpresa. Aveva sempre pensato che l'assassinio dovesse essere portato a termine da pochi uomini, ma non aveva mai riflettuto sul fatto che questi avrebbero dovuto eludere la guardia dei pretoriani che vigilavano qualsiasi anfratto del palazzo di giorno e di notte.
 vera. Domizia Longina punt lo sguardo alla sua destra. Conduce al giardino dell'ippodromo, sul fianco del palazzo.
Partenio non riusc a dissimulare la propria soddisfazione. Per tutti gli dei! Questo avrebbe risolto un'infinit di inconvenienti.  perfetto, mia signora,  perfetto. Mi permette, mia imperatrice?
Si avvicin alla parete, proprio nel punto che la moglie dell'imperatore stava fissando. Era un muro liscio, ricoperto da un fine affresco che rappresentava alcune fanciulle nude che facevano il bagno in una piscina dall'acqua cristallina, circondata da colonne corinzie.
Partenio fece scorrere le dita sull'immagine, ma non trov nulla. Si volt verso l'imperatrice, confuso.
Bisogna spingere, Partenio. Si deve spingere con forza per aprirlo.
Scettico, visto che sull'affresco non scorgeva nulla che potesse rivelare il congegno, spinse con vigore. Con sua grande sorpresa, la parete cedette: era una pesante porta di pietra, i cui lati coincidevano con i profili delle colonne.
Molto ingegnoso riconobbe Partenio.
L'imperatrice sorrise, ma senza nascondere una certa ansia. L'imperatore conosce questo passaggio e dai tempi di Paride ci sono dei pretoriani di guardia all'uscita nell'ippodromo.
Ne sono consapevole, ribatt Partenio e i miei uomini si occuperanno di loro. Passando da qui per non dovranno affrontare l'intera guardia imperiale, ma solo i pretoriani all'ippodromo. E far in modo che il giorno stabilito ce ne siano pochi. Inoltre  fondamentale che siano eliminati senza fare rumore: gli uomini che sto selezionando sono addestrati e, come tutti noi, rischiano la vita. Uccideranno i pretoriani e risaliranno da qui. D'un tratto aggrott la fronte: Il passaggio pu essere aperto dall'altro lato?.
L'imperatrice scosse la testa.
Come immaginavo sospir Partenio. E l'imperatrice avr abbastanza forza da spingere e aprirlo? Ho notato - chiedo scusa alla mia augusta signora, ma dobbiamo verificare ogni pi piccolo dettaglio - che serve parecchia forza e...
L'imperatrice sorrise cinica, con una smorfia di disgusto e una punta di soddisfazione. Ti assicuro, Partenio, che covo dentro di me forza, rabbia e odio sufficienti ad abbattere la parete, se ce ne sar bisogno.
Partenio annu in silenzio. L'imperatore sbagliava a sottovalutare sua moglie. Il consigliere si inchin di nuovo, chiese a Domizia Longina il permesso di abbandonare la stanza e, proprio mentre stava uscendo, la donna gli domand: Ma come faranno i tuoi uomini a raggiungere l'ippodromo senza essere scoperti?.
Partenio si volt lentamente. Ho previsto ogni cosa, mia signora. L'imperatrice deve soltanto resistere per qualche giorno ancora, manca poco ormai. Entro una settimana sar tutto finito.
Domizia Longina annu, ma aggiunse preoccupata: Non metterci troppo, Partenio: l'imperatore sospetta gi di tutti.
Il consigliere le rivolse un rapido cenno con la testa, mentre rispondeva a quel monito. Lo so.
Fece un mezzo giro su se stesso e Domizia osserv il consigliere di tre imperatori, e sopravvissuto a molti di pi, uscire lentamente, un po' curvo per l'et, pronto a commettere la pi grande delle follie: cercare di assassinare l'imperatore pi protetto e diffidente della storia di Roma. Domizia era certa che non avrebbe trovato uomini capaci di sconfiggere i pretoriani. Sarebbero morti tutti, ma era meglio perire tentando di ottenere la libert che continuare a trascinarsi agonizzanti, calpestati da quel tiranno in cui si era trasformato suo marito, l'imperatore del mondo.

7.

L'ORIENTE DELL'IMPERO.

Antiochia, Siria.

18 agosto del 96 d.C.

Un mese prima del giorno stabilito per l'assassinio.

Lucio Licinio Sura e i due senatori che erano con lui giunsero ad Antiochia oppressi da un'afa soffocante. Il viaggio era stato lungo e faticoso. In trenta giorni avevano attraversato l'Impero dal limes del Reno fino alla capitale della Siria, costeggiando il confine del Danubio. Licinio non aveva in programma di incontrare i legati a sud del grande fiume e nemmeno quelli di stanza nella Dalmazia, in Pannonia o in Mesia: nessuno di loro era importante in quel momento. Soltanto Traiano sul Reno e Nigrino in Oriente avevano ai propri ordini un numero significativo di legioni ed esercitavano abbastanza potere da mettere in pericolo la transizione pianificata dal Senato con la collaborazione di Partenio.
Licinio non sopportava quel caldo afoso, nonostante gli avessero portato bacinelle d'acqua per rinfrescarsi in attesa che Nigrino si presentasse nel palazzo del governatore della Siria.
Accetter? domand uno dei due senatori, troppo teso per riuscire a rimanere in silenzio.
Non lo so rispose Licinio Sura.
In quel momento le porte del palazzo si spalancarono e una decina di cavalieri irruppe al trotto nel grande patio porticato. In mezzo a quella scorta, cavalcava fiero Marco Cornelio Nigrino, governatore della Siria. Smont con l'aiuto di due cavalieri pi giovani e, senza perdere tempo, si rivolse a Licinio Sura, che riconobbe perch avevano preso parte insieme ad alcune campagne militari. Per Giove, Licinio! Siamo lontani dalla Britannia, eh?
Gi, molto lontani!
Ricambi l'abbraccio di Nigrino e prov un pizzico di nostalgia. Le premesse di quell'incontro erano incoraggianti, per: se Traiano era un uomo razionale, Nigrino, al contrario, era impulsivo e cambiava umore da un momento all'altro.
Un'ambasciata del Senato, e senza preavviso da parte del palazzo imperiale... davvero insolito! esclam Nigrino, andando subito al dunque. Invit i suoi ospiti in un ampio peristilio collegato al patio d'ingresso, nel quale diversi triclinia erano disposti in modo che ci si potesse sdraiare e gustare vino e frutta.
Licinio Sura si accomod al suo posto sul lectus medius, alla destra del governatore.  un'ambasciata del Senato, non dell'imperatore. Lo hai detto tu stesso precis.
Mmm... mormor Nigrino prendendo dell'uva dal tavolo che aveva davanti. Questo non lascia presagire niente di buono.
Nel silenzio che cal si poteva sentire distintamente Nigrino masticare gli acini fino a ridurli in poltiglia. Licinio Sura lasci passare qualche minuto senza dire altro. Come aveva previsto, Nigrino proruppe in una raffica di domande, dandosi da solo anche le risposte, una caratteristica che Licinio ricordava dai tempi della campagna militare nella Britannia.
Questo significa che l'imperatore ignora la vostra presenza qui? Senza dubbio  cos. State tramando qualcosa? Ma certo, non pu essere altrimenti. E deve trattarsi di qualcosa di molto pericoloso. E dunque volete sapere da che parte star, vero? Licinio Sura si limit ad annuire diverse volte, a tutte le domande di Nigrino, e alle sue risposte ad alta voce. Ho avuto modo di pensarci, Licinio, visto che mi avevi avvertito della vostra visita inviandomi un messaggero. Non con largo anticipo, lo riconosco. Soltanto una settimana: non abbastanza da potermi mettere in contatto con l'imperatore, ma un tempo sufficiente per rifletterci. Volevi che al tuo arrivo io avessi gi preso la mia decisione, quindi deduco che qualsiasi sia il vostro piano ormai  gi avviato e non tornerete indietro, mi sbaglio?
Come sempre replic Sura accennando un sorriso sei un uomo molto, molto sagace. Ogni tua deduzione  esatta.
Un breve silenzio. Nigrino afferr altri acini e riprese a masticare. Dicevi anche continu il governatore senza smettere di mangiare di essere passato prima dal Reno. Deduco quindi che tu ne abbia gi parlato con Traiano.
Licinio Sura annu di nuovo.
Benissimo e Nigrino sput un chicco non abbastanza dolce. Se vuoi conoscere la mia risposta, io voglio sapere prima quella di Traiano.  giusto che io disponga anche di questa informazione prima di esprimere la mia opinione, soprattutto se devo subire l'umiliazione di essere interpellato per secondo.
Licinio si aspettava la piccata osservazione di Nigrino. Il Reno  pi vicino.  un percorso logico: prima il Reno e dopo la Siria. E poi, se Traiano ci avesse osteggiati, non avrebbe avuto alcun senso proseguire fin qui.
Nigrino stava per obiettare che recarsi prima sul Reno non fosse la rotta pi sensata, ma siccome Sura, nel suo discorso, aveva fatto un'allusione alla risposta di Traiano, si era distratto, accantonando il pensiero di essere stato consultato per secondo. Traiano non si  schierato dalla parte dell'imperatore?
Licinio Sura sorrise cinico. Credi che, in caso contrario, saremmo ancora vivi?
No, immagino di no. Anzi, no di certo!
Traiano riprese Sura non ci aiuter, ma nemmeno ci metter i bastoni tra le ruote. Se falliremo, di sicuro sar il primo a eseguire gli ordini dell'imperatore e a eliminare tutti i congiurati. Ma se la nostra azione verr coronata dal successo ha promesso di rimettersi alle decisioni del Senato.
S, sembra proprio di sentire Traiano concluse Nigrino adagiandosi sul triclinium.
Per alcuni minuti la tensione parve essersi stemperata, e tutti godettero del cibo e dell'eccellente vino di cui il governatore andava tanto fiero. Dopo la terza coppa di vino - allungato con acqua, poca per Nigrino -, quest'ultimo, invece di annunciare finalmente quale sarebbe stata la sua posizione, fece un'ultima domanda: E a chi ha pensato il Senato come successore di Domiziano?. Licinio Sura e gli altri due senatori smisero di bere. Credo di avere il diritto di saperlo. Ecco, questo  il prezzo che esigo per comportarmi come Traiano: se volete che resti a guardare - per tutti gli dei! -, se volete che non vi tradisca e non avverta l'imperatore, dovrete prima rivelarmi a chi dovr giurare lealt nel prossimo futuro.
Licinio Sura annu e ignor i chiari cenni di dissenso dei suoi compagni.
Ci che chiedi  giusto concesse Sura e, per aggiungere un po' di pathos alla rivelazione, attese un momento prima di pronunciare il nome di colui che sarebbe stato - se tutto fosse andato secondo i piani - il prossimo imperatore di Roma: Marco Cocceio Nerva.
Il legatus si alz, furibondo, e rovesci il tavolo. Questo era il Nigrino che Licinio Sura ricordava.
Per Giove! Siete tutti pazzi, molto pi pazzi di quanto pensassi! Per tutti gli dei, Licinio, siete pi dissennati dell'imperatore stesso! Nigrino sbraitava dal centro del patio, accanto all'impluvium. Nerva  debole! Debole! Debole! E lo ripet altre cinque volte; poi abbass la voce mentre si avvicinava a Sura. Dimmi che non  vero, amico mio, dimmi che non  questo che ha deciso il Senato. So che avete pochi uomini su cui contare, ma Nerva  vecchio, ha... ha...
Sessantun anni precis Licinio Sura.
Un vecchio, Licinio, un vecchio. E i pretoriani non lo accetteranno mai; non durer nemmeno un anno prima che gli si ribellino. Se questo  il vostro piano, andremo dritti verso la guerra civile e, ti avverto, Licinio, il conflitto divamper nelle strade di Roma, come quando mor Nerone. La storia  forse destinata a ripetersi? E quando trionfer una delle due fazioni, noi, Traiano e io, valuteremo il da farsi, ma probabilmente a quel punto voi sarete gi tutti morti.
Sura trasse un lungo sospiro. In gran parte condivideva l'opinione del governatore della Siria. Hai ragione, Nigrino, non lo nego, ma non sono in molti ad avere il coraggio di compiere un passo cos rischioso. Se ci scoprono, il primo a essere giustiziato dopo di noi sar Nerva. Restano pochi senatori disposti a morire per il bene di Roma; Domiziano si  premurato di eliminarli uno dopo l'altro. Ormai ho perso il conto dei senatori consolari condannati a morte per ordine diretto dell'imperatore oppure deceduti in exilium in circostanze a dir poco ambigue. Nigrino, questo  il nostro piano. Non sar perfetto, ma  molto meglio che stare con le mani in mano ad aspettare che i pretoriani al servizio dell'imperatore ci facciano fuori con un qualunque infamante pretesto. Siamo arrivati a un punto di non ritorno. O Domiziano o noi. O, per meglio dire, e sai anche tu che non esagero, o Domiziano o l'Impero. Il confine del Danubio  fragile. Decebalo si accampa a suo piacimento a nord e spesso anche a sud del grande fiume, e sia tu sia Traiano non disponete di mezzi sufficienti per contrastare i Germani e i Parti. Domiziano non si cura di tutto ci. Gli interessa soltanto essere circondato dai pretoriani e recarsi ogni pomeriggio all'anfiteatro Flavio a vedere decine di gladiatori combattere all'ultimo sangue ai suoi piedi. Nigrino, forse questo  un piano folle, ma noi andremo fino in fondo, anche a costo di perire nell'intento di portarlo a compimento. Ti chiediamo soltanto di agire come Traiano: promettici che non avviserai l'imperatore.
Con uno sguardo, Marco Cornelio Nigrino fece cenno di allontanarsi ad alcuni schiavi che cercavano di rimettere in piedi il tavolo che lui aveva rovesciato e questi si dileguarono, lasciando il tavolo per terra. Il governatore si mise a sedere sul suo triclinium e guard Licinio Sura con seriet. Non far niente, Licinio, ma mi rattrista vedervi andare incontro alla morte. L'esito pi probabile del vostro piano  che soccomberete sotto i colpi della guardia dell'imperatore, e Domiziano si rivarr su di voi come una belva ferita. Quella notte non sar l'imperatore a morire, bens tutti i senatori di Roma.
Ai tre pass l'appetito. Nigrino si conged senza aggiungere altro lasciando soli i senatori.
Licinio era pensieroso. Forse Nigrino aveva ragione e Partenio non sarebbe riuscito a mettere insieme una squadra di uomini in grado di sbaragliare i pretoriani.
 curioso che Traiano non abbia domandato chi avessimo scelto come successore dell'imperatore comment uno dei senatori che accompagnava Licinio.
Quella riflessione si conficc come una freccia nell'animo del senatore ispanico: Traiano, come Nigrino, era convinto che avrebbero fallito, per questo non gli interessava conoscere altri dettagli del piano. Licinio scosse la testa. Traiano e Nigrino erano legati valorosi, i migliori dell'Impero in quel momento, e gli unici sopravvissuti all'incontrollata invidia dell'imperatore. Ma non erano politici e non comprendevano appieno ci che stava succedendo a Roma. Se si fosse trattato di progettare l'invasione di qualche regione o di difendere un confine, Licinio Sura sapeva di non poter prescindere dal loro giudizio, per - e a questa speranza Sura si aggrappava con tutte le sue forze - non conoscevano la reale situazione a Roma, ignoravano quanto odio l'imperatore avesse attirato su di s. Potevano farcela. La riuscita del piano dipendeva solo dagli uomini che Partenio avrebbe reclutato.

8.

UN VECCHIO SENATORE.

Roma, 20 agosto del 96 d.C.

Marco Cocceio Nerva, senatore di Roma, e in passato due volte console, pos sul tavolo la lettera di Licinio Sura. Traiano non si sarebbe sollevato contro di loro. Non avrebbe preso parte alla congiura, ma non li avrebbe traditi e non si sarebbe opposto al Senato se il piano avesse avuto successo. Nerva si alz, attravers l'atrio della sua domus e raggiunse il corridoio che dava accesso alle cucine. Appena le schiave lo videro entrare, tacquero e abbassarono lo sguardo, interrompendo le loro faccende. Alcune rimasero sedute intorno al grande tavolo di pietra dove stavano preparando le verdure e spennando i polli per la cena, mentre altre si fermarono accanto all'imponente focolare su cui stava gi bollendo l'acqua. Tutte notarono la lettera che il padrone aveva in mano e capirono perch era l. Nerva pass in mezzo a loro senza guardarle. Non era crudele con i suoi servitori, ma apprezzava l'ordine e la disciplina. Gli schiavi lo rispettavano per la sua generosit e gli obbedivano per la stima che nutrivano nei suoi confronti.
Nerva riteneva che con la clemenza si potessero ottenere molte cose dagli uomini, ma sapeva anche che in alcuni casi la severit era necessaria. In tutte le sue decisioni cercava sempre la giusta via di mezzo e raramente si schierava su posizioni radicali. La sua prudenza gli era valsa l'apprezzamento degli altri senatori e quando era giunto il momento fatidico, il giorno in cui il limite di sopportazione per le inique condanne dei loro pari era stato oltrepassato, quando si era deciso di porre fine alla tirannia e di risolvere i problemi non pi solo di Roma, ma di tutto l'Impero, ebbene, arrivato quel giorno, tutti si erano rivolti a lui.
Sei l'uomo giusto gli aveva detto Licinio Sura prima di partire verso nord, e poi verso oriente, per assicurarsi la collaborazione, o almeno la non opposizione, di Traiano e di Nigrino. Sei l'uomo di cui tutti ci fidiamo aveva insistito il senatore ispanico, circondato da una decina di patres conscripti. Sappiamo che governerai per cercare di unirci e non di separarci. Roma, tutto l'Impero, ha bisogno di coesione, ora pi che mai. Una nuova guerra civile segnerebbe la nostra fine.
Quelle parole risuonavano nella mente di Nerva come i martelli di Vulcano nella sua fucina nelle viscere del monte Etna, in Sicilia. Si chin accanto al focolare e lasci che le fiamme divorassero la lettera di Licinio Sura. Non doveva rimanere traccia della sua corrispondenza con il senatore ispanico. Le schiave ripresero le loro attivit, senza osare toccare quel papiro che si consumava sotto il calderone ribollente.
Nell'atrio Nerva passeggiava tra le colonne in cerca di un fresco ristoro in quel caldo mezzogiorno d'estate, mentre ripensava alle parole che gli aveva rivolto Licinio Sura prima di partire per quel viaggio cos rischioso.
Sei un uomo misurato, Nerva; discendi dall'antica dinastia Giulio-Claudia e per due volte hai servito in qualit di console la dinastia Flavia. Ci dovrebbe ammansire i pretoriani.
In quel momento, a mente fredda, le argomentazioni di Sura sembravano fondate. Nerva riflett: era vero che sua zia, da parte materna, era la bisnipote del divino Tiberio, ed era vero anche che Vespasiano, nel 71, subito dopo essere salito al potere, lo aveva nominato console insieme al padre di Traiano; inoltre nel 90, solo sei anni prima, lo stesso Domiziano gli aveva rinnovato l'incarico. Licinio non si sbagliava, ma d'altro canto la lista di senatori nominati consoli e di recente giustiziati da Domiziano si faceva sempre pi lunga. L'imperatore era consapevole che se il Senato si fosse ribellato avrebbe scelto uno di quei vecchi consoli per rimpiazzarlo e, a poco a poco, li stava eliminando tutti. Nerva si ferm all'ombra delle colonne dell'atrio. Aveva accettato di guidare la rivolta contro Domiziano non perch desiderava diventare imperatore, ma perch era convinto, come molti altri, che se non avessero agito subito Domiziano non si sarebbe placato finch non avesse ammazzato ogni singolo senatore di Roma. Prima quelli di rango consolare, poi gli altri. Guard il centro dell'atrio e ricord che durante quel fatidico incontro con Licinio Sura si era limitato ad annuire, senza dire nulla, e il senatore ispanico si era congedato con solennit: Mi dirigo a nord e mi congedo da un nobile senatore di Roma per ritornare presto in questo stesso posto e salutare il nuovo imperatore.
Imperatore? Marco Cocceio Nerva abbass lo sguardo. L'impluvium era quasi vuoto. Non pioveva da giorni e dagli acquedotti arrivava poca acqua. Imperatore di Roma? Scosse la testa. Forse era riuscito soltanto ad anticipare la sua condanna a morte. Il colpo di stato sarebbe fallito. Licinio Sura aveva garantito che Partenio si sarebbe occupato di tendere l'imboscata all'interno del palazzo, ma Nerva dubitava del successo dell'impresa, cos come gli altri congiurati, probabilmente anche lo stesso Sura. Tutti agivano mossi da un terrore che li spingeva a non rimanere inerti. Nerva aveva sessantun anni. Era vecchio e si sentiva gravato del peso dell'et. L'Impero aveva bisogno di persone pi giovani.

9.

I PREFETTI DEL PRETORIO.

Roma, 21 agosto del 96 d.C.

Partenio si rec con una quadriga guidata da una guardia imperiale fino ai castra praetoria, fuori dalla citt, per incontrare Petronio, uno dei due prefetti del pretorio e l'unico a cui si potesse chiedere di partecipare alla congiura. Norbano, l'altro capo del pretorio, era leale all'imperatore: senza dubbio, qualsiasi tentativo di coinvolgerlo avrebbe significato la tortura dell'istigatore nelle carceri del quartiere pretoriano, quindi l'esecuzione sotto gli occhi di Domiziano in persona nell'arena dell'anfiteatro Flavio. Secondo Partenio, Petronio era la scelta migliore. L'unica possibile.
Usc dalla citt percorrendo il lungo viale dell'Argiletum, poi prosegu verso nord-est per il Vicus Patricius fino a fermarsi davanti alle imponenti mura del campo pretoriano, dove pi di cinquemila guardie imperiali si allenavano quotidianamente al solo scopo di servire e proteggere il loro imperatore. Partenio si concesse un lieve sorriso. Se Domiziano si fosse trasferito in quel gigantesco campo, sorvegliato da migliaia di uomini a lui fedeli grazie alle generose offerte con cui ne comprava la lealt, nessuna congiura avrebbe mai potuto avere successo. A Domiziano, per, come a tutti gli imperatori dai tempi di Augusto in poi, piaceva godere delle comodit di un'ampia residenza nel cuore di Roma. Di solito a palazzo era di stanza soltanto un centinaio di pretoriani, ma diverse centinaia di soldati erano appostati in varie unit intorno alla grande Domus Flavia. Cento guardie imperiali sembravano poche se paragonate alle migliaia presenti nei castra praetoria, ma erano comunque troppe per gli uomini che lui aveva reclutato. Partenio avrebbe avuto bisogno della collaborazione di uno dei due prefetti del pretorio affinch, il giorno prestabilito, il numero dei pretoriani a palazzo fosse ridotto al minimo, con un qualunque pretesto. Che scusa avrebbero usato? Be', questo avrebbe dovuto deciderlo Petronio, se fosse riuscito a convincerlo. Sul volto di Partenio si dipinse un'espressione preoccupata.
Quando la quadriga di Partenio arriv alla porta principalis sinistra del campo, due guardie gli bloccarono il passaggio.
Fermo!
I pretoriani erano sempre avari di parole. Partenio li conosceva bene e si offese per non essere stato riconosciuto nonostante il suo alto rango presso la corte imperiale. Umiliare il prossimo era uno dei grandi piaceri, e privilegi, dei pretoriani. Potevano permettersi di non portare rispetto a nessuno, tranne che all'imperatore.
Sono Partenio, centurione rispose, identificando correttamente il grado dell'ufficiale che gli negava l'accesso al campo. Petronio Secondo, prefetto del pretorio, mi sta aspettando.
Il centurione rivolse uno sguardo sprezzante al consigliere imperiale: quel vecchio non era un guerriero ma soltanto uno di quei fantocci che si limitavano a blaterare senza fare mai niente di utile. Se fosse stato per lui, lo avrebbe allontanato in malo modo dalle mura del campo, ma Petronio in persona aveva dato ordine di lasciarlo passare. Perci, senza dire nulla, il centurione si fece da parte, imitato dall'altro ufficiale e da una dozzina di soldati di guardia all'ingresso dell'accampamento.
La quadriga avanz lungo l'ampia via principalis della fortificazione. I castra praetoria equivalevano per dimensioni a un campo legionario di frontiera, con una struttura del tutto simile a qualsiasi altra fortezza militare sulle sponde del Reno, del Danubio o sui confini orientali dell'Impero. Erano l'eredit lasciata da Seiano, il temibile prefetto del pretorio sotto il regno di Tiberio. Non erano stati costruiti per garantire ordine a Roma o per proteggere l'imperatore, bens come un simbolo del potere della guardia imperiale, allo scopo di intimidire sia il Senato, il popolo e il resto delle guarnigioni dislocate in citt, sia le cohortes urbanae e le cohortes vigilum. Le prime erano le guardie di Roma, un'evoluzione delle antiche legiones urbanae, mentre il secondo corpo era stato creato da Augusto in persona, cos come la guardia pretoriana, con la funzione specifica di far fronte ai frequenti incendi che divampavano in citt.
Mentre la quadriga si avvicinava all'intersezione della via principalis con il decumanus, Partenio ramment che in un primo momento aveva preso in considerazione l'idea di reclutare gli uomini che dovevano assassinare l'imperatore proprio tra una di quelle due milizie, sempre bistrattate da Domiziano e disprezzate dai superbi pretoriani. Tanto gli uomini delle cohortes urbanae quanto quelli delle cohortes vigilum guadagnavano duecentocinquanta denari, alcuni perfino meno: la met di quanto percepito dai pretoriani. Questa disparit di trattamento sarebbe stata un motivo sufficiente a spingerli alla ribellione, ma non sarebbero mai stati in grado di sopravvivere in uno scontro aperto con i pretoriani. Questi ultimi erano vanagloriosi, certo, ma erano pur sempre guerrieri scelti tra i veterani dell'assedio di Gerusalemme, della guerra in Giudea e di altre campagne militari da cui i Flavi erano usciti vittoriosi. Ripensandoci, Partenio si convinse di aver fatto bene a cercare altrove: molti degli uomini delle cohortes urbanae e delle cohortes vigilum non avevano mai preso parte a una battaglia. Non sarebbero stati all'altezza di quel delicato compito.
Finalmente la quadriga si ferm davanti al tempio di Marte, eretto dal divino Claudio al centro del campo pretoriano. Alle sue spalle erano rimasti l'armamentarium - il gigantesco arsenale dei pretoriani -, il valetudinarium - l'ospedale - e le carceri. Adesso quegli edifici erano circondati dalle domus degli ufficiali, che si ergevano vicino al quartier generale al centro dell'accampamento. Mentre camminava scortato da due pretoriani, Partenio vide a terra diverse tabulae lusoriae: di certo, nei loro momenti di riposo, molti uomini si intrattenevano con i giochi d'azzardo. Questo pensiero gli infuse coraggio. In fin dei conti, quei temibili pretoriani non erano diversi dagli altri legionari dell'Impero: uomini che giocavano, bevevano, giacevano con le donne e, di sicuro, non sarebbero stati invulnerabili se una spada nemica maneggiata con destrezza avesse attraversato il loro petto da parte a parte. Assorto in quelle riflessioni, Partenio fu colto quasi di sorpresa quando gli si par di fronte Petronio Secondo. Il prefetto era seduto su un grande solium nell'enorme sala del quartier generale dei castra praetoria. Petronio aveva mantenuto la sua parola e lo riceveva da solo, senza schiavi n altri pretoriani. Era un dettaglio che faceva ben sperare, ma Partenio sapeva che, ci nonostante, avrebbe dovuto essere cauto.
Ti saluto, Petronio Secondo, vir eminentissimus, prefetto del pretorio di Roma esord, con la solennit appresa in decine di anni di servizio alla corte imperiale.
Ti saluto, Partenio, consigliere dell'imperatore rispose Petronio con la freddezza tipica dei pretoriani, ma almeno rispettando il suo rango.
Partenio non sapeva da dove cominciare. Aveva provato quel discorso decine di volte, ma adesso tentennava.
Noto con piacere che i castra praetoria sono in ottimo stato e ben tenuti. Lo riferir all'imperatore. Sono certo che sar orgoglioso dei suoi prefetti, soprattutto di Petronio Secondo, che ne  il diretto responsabile. Sappiamo bene che Norbano si occupa pi che altro della sicurezza dell'imperatore a palazzo e durante i suoi spostamenti per l'Urbe.
L'imperatore riceve regolarmente i miei resoconti. Non credo abbia bisogno dell'opinione di qualcun altro sullo stato dei castra praetoria ribatt Petronio, sprezzante.
A questo proposito, vir eminentissimus, credo che il grande prefetto Petronio possa non avere pienamente ragione. In tempi come questi, in cui l'imperatore sospetta di chiunque e le spie sono sempre pi numerose,  un bene che il cesare riceva riscontri positivi sull'operato dei suoi servitori pi prossimi e, cosa pi importante, che gli pervengano da fonti diverse. Solo cos pu fidarsi davvero di qualcuno.
Petronio digrign i denti e non rispose. Non capiva quali fossero le reali intenzioni di quell'uomo, e temeva il peggio. Era raro che un consigliere imperiale volesse incontrare un prefetto del pretorio, per poteva avvenire per diversi motivi: per riportargli il malcontento dell'imperatore, o per chiedere la partecipazione delle coorti pretoriane a una campagna militare. E nessuna delle due opzioni gli sembrava particolarmente allettante. Che io sappia, l'imperatore  soddisfatto dei miei servigi.
Ne sei sicuro? domand Partenio, lesto come se gli stesse sferrando un attacco a sorpresa.
Petronio si appoggi allo schienale del solium. Se fosse stato in piedi avrebbe fatto un passo indietro. L'uomo che gli stava di fronte era stato il consigliere di quattro imperatori: Nerone, fino a quando questi lo aveva allontanato, Vespasiano, Tito e adesso Domiziano. Non sarebbe stata una mossa furba, da parte sua, sottovalutare i suoi commenti. Sono poche le cose di cui possa dirmi sicuro afferm.
I tuoi dubbi attestano la tua scaltrezza replic Partenio e diresse lo sguardo verso un altro solium vicino al prefetto. Petronio annu e il consigliere dell'imperatore si sedette lasciandosi sfuggire un sospiro. No, al giorno d'oggi nessuno pu sapere con certezza cosa pensi davvero l'imperatore continu Partenio con tatto, ma in tono vagamente saccente. L'imperatore non si fida di nessuno e il numero di persone giustiziate aumenta di giorno in giorno. Ormai non sospetta pi soltanto dei senatori. Dubita dei suoi consiglieri, dei membri della famiglia imperiale, e perfino di coloro che dovrebbero proteggerlo. Domiziano diffida di chiunque, Petronio. E questo ci mette tutti in pericolo.
Petronio Secondo inizi a intuire quale piega stesse prendendo la conversazione e scosse la testa, con sempre maggiore decisione. No, no, no, Partenio. Di qualunque cosa si tratti, non voglio sapere altro. E adesso fuori di qui, prima che ordini di farti incarcerare e informi l'imperatore delle tue insinuazioni.
Partenio rimase seduto. A quel punto non era pi possibile fare marcia indietro. Era meglio rivelargli tutto e costringere il capo del pretorio a prendere una posizione.  solo questione di tempo prima che Norbano persuada l'imperatore a non fidarsi di te. Come sai, da quando ha appoggiato il cesare contro il ribelle Saturnino,  lui il suo braccio destro e Domiziano terr conto pi della sua opinione che della tua. Tutti sanno che non eri d'accordo su alcune delle ultime esecuzioni ordinate dal cesare e che non ti opponi apertamente solo per lealt. Ma non c' pi il tempo, n lo spazio, per rimanere neutrali, Petronio. Roma  in guerra con se stessa e la grande battaglia si avvicina. Al momento opportuno, Norbano getter fango su di te:  un uomo ambizioso e opportunista. Presto dovrai decidere da che parte stare.
Petronio lo guardava con gli occhi fuori dalle orbite, furioso ma titubante. Partenio si alz lentamente mentre pronunciava le ultime parole: Se starai dalla nostra, Petronio, il nuovo imperatore riconoscer i tuoi servigi e sapr ricompensarti. Adesso puoi consegnarmi a Domiziano e goderti la mia esecuzione, ma tra qualche mese il prossimo a essere giustiziato sarai tu. Oppure, puoi riflettere con calma su quello che ti ho detto e tornare sui tuoi passi. Ti concedo un giorno. Il tempo stringe.
Partenio si volt e fece per dirigersi verso la porta.
Aspetta!
L'anziano consigliere aggrott la fronte. Non pensava che il capo del pretorio ci avrebbe messo cos poco a cambiare idea. Probabilmente si era reso conto da solo che l'imperatore lo stimava sempre meno, e che presto sarebbe caduto in disgrazia ai suoi occhi.
Di cosa avete bisogno?
Partenio torn al solium e si sedette. Non poteva escludere che Petronio volesse soltanto metterlo sotto torchio per estorcergli altri dettagli e poi consegnarlo. Ma non si lasci intimorire. Il giorno stabilito dovrai ridurre la guardia a palazzo, in particolare all'ippodromo e ai suoi ingressi gli rispose.
Con quale pretesto?
Questo dovrai deciderlo tu: sei un prefetto del pretorio.
A ogni modo, il palazzo non rimarr mai sguarnito di pretoriani e non vedo dove tu possa trovare uomini tanto coraggiosi da affrontare le guardie che lo presidiano. I soldati delle cohortes urbanae e delle cohortes vigilum non sono in grado di sopraffarli. Il vostro  un piano folle.
 forse meglio aspettare la morte senza opporre alcuna resistenza? domand Partenio.
Petronio rimase in silenzio per qualche istante. Non posso prometterti nulla.
Il consigliere imperiale si alz di nuovo e gli espose un ultimatum. Se non mi trattieni in questo momento, Petronio, il tuo silenzio ti rende nostro complice. Non hai scelta: o mi arresti seduta stante oppure collabori. Adesso mi volter, superer quella soglia e salir sulla quadriga che mi ha condotto qui. Se uscir dai castra praetoria senza essere arrestato sapr che posso contare sul tuo aiuto. Se avremo successo, Petronio, sarai ricompensato. Se, invece, non ci appoggerai, saremo noi a giustiziarti. Io ormai sono vecchio, sono sopravvissuto a quattro imperatori e ne ho serviti altrettanti. Sono tanto stanco, e la morte non mi spaventa. Tu sei nel pieno del tuo vigore, sei forte, intelligente e ambizioso.  la tua grande opportunit, ma, come tutte le scelte, anche questa richiede audacia. Sei coraggioso, Petronio, o sei solo un servo di Domiziano?
Partenio si volt e si diresse verso la porta, seguito soltanto dal silenzio impenetrabile dei pensieri di Petronio Secondo, prefetto del pretorio, al comando di cinquemila pretoriani della citt insieme a Norbano. Dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici passi. Arriv alla porta. Dal momento che non c'erano schiavi, Partenio la apr da solo e varc la soglia. Continu a contare i passi per mantenere la calma. Ventisette, ventotto, ventinove; scese le scale del praetorium e cammin fino a raggiungere la quadriga. Ormai aveva smesso di contare. Si limitava a guardarsi intorno, ma senza voltarsi. Non voleva dare l'impressione di essere nervoso. Quando ebbe di fronte il soldato che lo aspettava accanto alla quadriga sent il cuore pulsargli nelle tempie. Alla Domus Flavia gli ordin, e non pot evitare di aggiungere: Presto.
Il pretoriano incit i cavalli e questi, dapprima al passo e poi al trotto, avanzarono lungo la via principalis verso l'uscita dei castra praetoria. Partenio sapeva che in qualsiasi momento avrebbe potuto arrivare dal praetorium l'ordine di arrestarlo, ma non ud nulla e nemmeno not strani movimenti. Non c'erano guardie pretoriane che lo fissavano e nessun cavaliere li super con l'ordine del prefetto per le sentinelle della porta principalis sinistra.
Cos, inspirando lentamente, quasi gustandosi ogni singolo respiro come se fosse l'ultimo, Partenio varc l'ingresso dei castra praetoria e intraprese la via di ritorno verso il palazzo imperiale. Petronio era un uomo impulsivo. Se non lo aveva gi fermato, ormai non lo avrebbe pi fatto. Il consigliere, tuttavia, ignorava fino a che punto il suo nuovo complice si sarebbe compromesso, ma per il momento non gli si poteva chiedere di pi. Aveva corso un grosso rischio: aveva messo in gioco la sua stessa vita e, per ora, aveva vinto. I dadi lo avevano favorito. La dea Fortuna, per, era volubile. E la partita era tutt'altro che chiusa.
All'interno del praetorium, Petronio Secondo era rimasto immobile, sprofondato nel suo solium. Sapeva perfettamente che l'imperatore sospettava davvero di lui. Domiziano favoriva Norbano in maniera piuttosto esplicita ed era solo questione di tempo prima che fosse sollevato dall'incarico in favore di uno dei suoi uomini pi fedeli. Il migliore amico di Norbano, Casperio Eliano, tribuno pretoriano al comando della nona coorte, era gi stato prefetto del pretorio prima di loro. Petronio era certo che entro poche settimane sarebbe stato epurato. Restava da capire se sarebbe stato semplicemente sostituito o se Norbano lo avrebbe accusato di tradimento. Non aveva alcuna prova. Fino a quel giorno. Petronio digrign i denti. Avrebbe potuto appoggiare Partenio, certo, ma era impossibile che quel consigliere trovasse uomini tanto folli e valorosi da affrontare i pretoriani all'interno del palazzo imperiale. Si alz. Aveva preso una decisione: avrebbe aiutato Partenio quel tanto da coprirsi le spalle nel caso fossero riusciti ad assassinare il cesare, ma se le cose fossero andate storte per Partenio e i suoi uomini - da chiunque fosse composto quel manipolo di dissennati - si sarebbe subito allineato con la guardia pretoriana uccidendo tutti i congiurati. Uno per uno. Forse questo avrebbe riabilitato il suo nome agli occhi di Domiziano.

10.

ALFA E OMEGA.

Roma, 4 settembre del 96 d.C.

Due settimane prima del giorno stabilito per l'assassinio.

Stefano, il major domus di Flavia Domitilla Terza, la bella e giovane nipote dell'imperatore, attravers il peristilio interno della Domus Flavia. Aveva un braccio fasciato e appeso al collo, a causa di una brutta caduta, ma camminava a passo svelto, senza correre, per, per non destare sospetti tra i pretoriani. Veniva dalla stanza della sua signora, situata nell'angolo opposto a quello della camera dell'imperatrice, ed era proprio verso quest'ultima che Stefano si stava dirigendo. Era mattina presto e, se gli dei gli fossero stati propizi, vi avrebbe trovato ancora Domizia Longina. Il liberto si ferm davanti alla stanza gi vuota dell'imperatore, e, attraverso le porte spalancate - quelle che separavano marito e moglie -, intravide, come sperava, Domizia Longina in camera sua. Due ornatrices la stavano aiutando con la complessa pettinatura a forma di arco in cui erano stati raccolti i ricci dell'imperatrice.
Domizia si accorse della presenza del servo e lesse la preoccupazione nei suoi occhi.
Lasciatemi ordin alle schiave, che si dileguarono come spettri.
Stefano si avvicin lesto all'imperatrice di Roma. Si inchin e tir fuori un papiro dalle pieghe della tunica. Domizia Longina non lo prese ma si limit a studiarlo con attenzione, da una prudente distanza. A dispetto dell'et, aveva ancora una vista perfetta, che l'imperatore le invidiava, soprattutto all'anfiteatro. Per un certo periodo, dal palco imperiale, Domizia Longina si era dilettata a commentare ad alta voce i dettagli delle armature dei gladiatori, solo per infastidire il marito che non era in grado di scorgerli. Ben presto, tuttavia, si era resa conto che era meglio non provocare l'imperatore.
L'imperatrice osserv il papiro. Stefano sollev lo sguardo e si rimise in piedi, sempre tenendo il foglio di fronte a lei.
Alfa e omega? domand Domizia.
Il servo di Flavia Domitilla annu.
Lo hai trovato nella stanza della tua signora? chiese l'imperatrice, anche se gi conosceva la risposta. Il malcelato terrore sul volto di Stefano era piuttosto eloquente.
S, mia signora.
Chi altri lo ha visto oltre noi due?
Sono venuto direttamente qui, ma la nipote dell'imperatore  diventata... Stefano non os concludere la frase con la parola giusta.
Lo aiut l'imperatrice. Distratta.
Un po', augusta.  disperata... tent di giustificarla Stefano. Il liberto aveva ragione, e l'imperatrice capiva perfettamente come dovesse sentirsi la giovane donna, ma ormai non ci si poteva pi concedere alcuna debolezza.
In questi giorni nessuno pu permettersi simili leggerezze sentenzi Domizia. Hai fatto bene a venire da me. Parler io con la nipote dell'imperatore. Consegnami il papiro.
E il liberto pass all'imperatrice il sottile documento con la rapidit di chi non vede l'ora di disfarsi del pi terribile dei segreti.
Domizia Longina, approfittando del fatto che all'hora sexta l'imperatore, come sua abitudine, stesse riposando, si rec nella stanza di Flavia Domitilla. L'imperatrice la trov spettinata, trascurata e con indosso una stola non certo fresca di bucato. Domitilla era sempre stata una ragazza semplice, ma anche curata e ordinata. Quella trasandatezza non si addiceva alla nipote di un imperatore.
Tuo zio disapprova una simile sciatteria negli abiti e nelle acconciature, Domitilla esord l'imperatrice con una punta di severit. Non voleva mostrarsi preoccupata, anche se la fanciulla si era chiusa in se stessa dopo le ultime disgrazie subite. So che stai soffrendo, ma bisogna salvare le apparenze, soprattutto in pubblico.
Domitilla la aggred, come una giovane belva ferita. Vorresti che mi agghindassi per essere ancora pi desiderabile agli occhi di tuo marito?
Domizia Longina trasse un profondo sospiro. Domitilla era troppo giovane per rendersi conto che, ormai, l'imperatrice era estranea a qualsiasi sentimento ispirato dall'amore: la gelosia non era che un lontano ricordo. Sarebbe stato difficile provare a farla ragionare, e per un momento Domizia fu tentata di andarsene senza avvertirla, ma Partenio era stato molto chiaro: avevano bisogno di qualche altro giorno di calma, almeno apparente, a palazzo. L'imperatrice sfil il papiro dalle pieghe della sua stola e mostr con chiarezza le lettere greche alfa e omega.
Questo era nella tua stanza, in bella vista la rimprover.
Domitilla, seduta davanti al letto, torn a darle le spalle e a guardarsi in un lurido specchio appeso l accanto. E allora, anche se era nella mia stanza?
Neghi che ti appartenga?
No rispose Domitilla con orgoglio.
Domizia Longina inspir. Era sul punto di perdere la pazienza. Alfa e omega, la prima e l'ultima lettera dell'alfabeto greco, significano che il dio dei cristiani  il principio e la fine di tutte le cose. Pronunci quelle parole gettando il papiro ai piedi di Domitilla. Si era stropicciato, quasi che le dita dell'imperatrice lo avessero stretto troppo nel tentativo di stritolare il pericolo che incombeva su Domitilla e su tutti loro.
La giovane nipote di Domiziano si inginocchi, raccolse il foglio e lo appoggi sul letto, appianandolo con delicatezza.
Se tuo zio lo scopre ordiner di farti giustiziare la mise in guardia Domizia Longina, sforzandosi di non alzare la voce.
Glielo dirai tu?
Per tutti gli dei, Domitilla! Io sto solo cercando di aiutarti! Di cosa si tratta? Che c' scritto su quel papiro?
Sono preghiere, per il dio cristiano. Mi aiutano. Mi confortano nella solitudine e nella disgrazia. Prego per i miei figli.
Comprendo l'angoscia per la sorte dei tuoi figli, Domitilla, ma non puoi farlo, capisci? Non puoi custodire nella tua stanza preghiere cristiane o altri simboli. Dal momento che Domitilla non la guardava, continuando assorta a lisciare quel papiro come se accarezzasse le parole che vi erano scritte, l'imperatrice le si avvicin e la afferr, scuotendola leggermente, senza violenza, come per sottrarla dal mondo sempre pi lontano in cui si era rinchiusa. Non farti questo, Domitilla, non farti questo.
La ragazza, pi serena, la fiss negli occhi e le indirizz parole taglienti, con uno sguardo avvelenato. Non  da tutte riuscire a giacere con l'imperatore del mondo senza provare disgusto e orrore la mattina seguente.
Domizia Longina le sferr uno schiaffo. Uno solo, un ceffone secco che riecheggi nella stanza. Domitilla scoppi a piangere e si gett sul letto, sconsolata. Mio marito... i miei figli... Queste preghiere... mi aiutano biascic tra i singhiozzi. Questo dio mi aiuta.
Domizia si alz e si allontan dal letto. Dirigendosi verso la porta sentiva solo il pianto lacerante della nipote. Si rimproverava per averla schiaffeggiata, ma era in gioco la vita di tutti, non solo quella di suo marito e dei suoi figli. Domitilla stava soffrendo tanto da perdere la ragione, o diventare cristiana - che in fin dei conti era la stessa cosa -, ma aveva scelto il peggiore dei momenti. Domizia, per un attimo, pens di rivelarle ci che stava per accadere, ma a quel punto il destino di tutti loro sarebbe stato nelle mani di una persona disturbata, e non poteva permetterlo. L'imperatrice si ferm sulla porta e, per la prima volta in molti anni, domand perdono con sincerit.
Mi dispiace di averti colpita, Domitilla. Ti chiedo soltanto di essere discreta con le preghiere e i simboli del tuo dio. Solo questo. Pensi di riuscirci?
La nipote dell'imperatore non smise di piangere, non sollev nemmeno la testa per guardarla, ma annu sprofondando il volto tra le lenzuola dove per ore, la notte prima, era stata umiliata dall'imperatore di Roma.
Domizia Longina si ritenne soddisfatta. A Domitilla non poteva chiedere altro.

11.

MASSIMO.

Roma, 18 settembre del 96 d.C., hora tertia Il giorno stabilito per l'assassinio.

Massimo, carico di rotoli, era piuttosto nervoso e, come Partenio, temeva di finire presto sulla lista dell'imperatore, quella dei traditori. Scivol come un'anguilla tra i due pretoriani di guardia davanti alla camera di Domiziano. L'imperatore usava la sua stanza anche come studio privato e, a volte, vi discuteva con Partenio, con qualche altro consigliere oppure, sempre pi spesso, con i prefetti del pretorio Norbano e Petronio Secondo, soprattutto con il primo. Massimo socchiuse la porta. I pretoriani non si degnarono nemmeno di voltarsi: l'imperatore non era in camera e Massimo era uno dei liberti di fiducia del consigliere imperiale, perci, forse, stava semplicemente portando o andando a prendere qualche documento su richiesta di Domiziano. Consideravano Massimo uno strano esemplare di bestia da soma, debole e magrolino, e su questo avevano ragione: era davvero esile, sebbene mangiasse fino a esplodere nei sotterranei, dove si trovavano le cucine imperiali. Il suo metabolismo e le preoccupazioni bruciavano tutto. Massimo era stato, suo malgrado, uno dei testimoni privilegiati della crescente follia dell'imperatore. Partenio lo aveva tenuto sotto controllo per anni, e in alcuni momenti sembrava addirittura che la bellezza di Domizia, l'imperatrice, avesse addolcito l'aspro carattere del cesare. Ma ormai quell'influsso benefico era scomparso e Tito Flavio Domiziano era disprezzato da tutti. Convinto che chiunque volesse ucciderlo, si fidava soltanto delle guardie pretoriane e dei prefetti: ogni altra persona era considerata un potenziale traditore. La sua pazzia era arrivata al punto che una sera, mentre stava portando dei documenti nella camera imperiale, Massimo aveva visto spuntare da sotto il cuscino dell'imperatore la punta lucente di una lama.
Ne sei sicuro? era stata la domanda di Partenio quando Massimo glielo aveva raccontato.
Sicurissimo, lo giuro su Ercole. Ho perfino sollevato un po' il cuscino per accertarmene, ed era l: un pugio militare a doppia lama.
Massimo, avvicinandosi con cautela al cuscino in questione, ricord le parole di Partenio.
 una vecchia abitudine degli imperatori avere sempre con s un'arma per difendersi, ma adesso per noi costituisce un problema. Il giorno stabilito per mettere in atto il piano il pugnale non dovr essere l lo aveva avvertito guardandolo fisso. Hai capito cosa intendo dire, Massimo?
Il liberto aveva sgranato gli occhi. Perfino lui, che non brillava per intelletto, comprendeva quanto fosse pericoloso assecondare quella richiesta. Ma... ma... Come far a uscire dalla stanza imperiale con il pugio senza che i pretoriani mi scoprano?
Non preoccuparti, penseremo a qualcosa aveva provato a rassicurarlo Partenio.
Massimo aveva posato la montagna di rotoli su una sella vicina al tavolo e ora era in piedi, immobile, accanto alla testata del letto di Domiziano, l'imperatore di Roma. Gett un'occhiata alla porta, rimasta chiusa. Il cesare doveva essere ancora nell'Aula Regia. Era solo. Annu, come per infondersi coraggio, e torn a guardare il cuscino. Le mani, sudaticce, si avvicinarono e lo sollevarono lentamente. Se l'arma fosse caduta, il rumore avrebbe attirato l'attenzione delle guardie. Eccolo, il pugio militare, lucente e pronto a essere utilizzato in caso di bisogno. Massimo inspir a fondo e con la mano destra lo afferr dal manico, con fermezza, e lo port fino al tavolo. Poi con la sinistra apr uno dei rotoli che aveva appoggiato sulla sella, largo quasi due piedi - si trattava di una cartina della Dacia -, e vi colloc sopra il pugio. Dopodich, con entrambe le mani ma in modo un po' goffo, lo avvolse nel papiro. Da quanto era voluminoso, per, non sarebbe stato difficile capire che quel rotolo nascondeva qualcosa di ingombrante, perci lo prese con una mano e con l'altra vi impil sopra alcuni dei rotoli che aveva portato, e anche qualcuno in pi richiesto dall'imperatore. Sotto quella montagna di papiri sarebbe stato pi arduo accorgersi che un rotolo era pi grosso degli altri.
Massimo si gir, raggiunse la porta e si ferm. Non sapeva come aprirla. Di solito, quando arrivava, le porte erano sempre aperte e lui le chiudeva con un piede, mentre all'uscita non aveva mai cos tanti rotoli e riusciva a sistemarli in modo da avere almeno una mano libera. Adesso, per, era troppo carico. Gli dei non lo avevano dotato di una mente agile, perci rimase l impalato, con i rotoli appoggiati al petto. Cominci ad ansimare, e sentiva il sudore imperlargli a poco a poco la fronte. All'improvviso, con suo sollievo e sorpresa, la porta si apr.
Ci stai mettendo troppo, liberto.
Massimo aveva il rango di consigliere, ma per i pretoriani era soltanto un liberto rachitico sempre sommerso di papiri. La guardia si stup di trovarlo l fermo vicino alla porta.
Non riuscivo ad aprirla da solo si giustific Massimo con un filo di voce.
I pretoriani si guardarono. Il giovane approfitt del momento per sgusciare in mezzo a loro e dirigersi verso l'Aula Regia e la piccola biblioteca attigua alla sala delle udienze, dove si sarebbe potuto liberare del suo pericoloso e segreto carico. A ogni passo temeva di essere fermato, perquisito e subito giustiziato, dopo che le guardie avessero scoperto l'accaduto. E a un tratto, in effetti, la mano di uno dei due pretoriani gli si pos sulla spalla e una voce potente, marziale, lo chiam: Liberto!.
Massimo, terrorizzato, si volt.
Il pretoriano lo guard divertito. Ti  caduto questo.
Gli porse un piccolo papiro che era scivolato dalla montagna di rotoli quando era passato tra le guardie. Il pretoriano lo mise in cima al mucchio e se ne and sogghignando. Massimo si gir e, quasi senza respirare, si allontan il pi in fretta possibile, facendo estrema attenzione a non far cadere nessun altro rotolo. Alle sue spalle ud le risate dei due pretoriani e uno che diceva all'altro:  davvero un idiota.

12.

IL RE DELLA DACIA.

Mesia, sud del Danubio Confine settentrionale dell'Impero romano, hora quarta.

Decebalo era il re della Dacia e, in virt di un trattato firmato pochi anni prima, suddito dell'imperatore di Roma. Eppure, in groppa al suo cavallo nero, dopo aver saccheggiato una cittadina della provincia romana della Mesia con uno squadrone di cavalieri sarmatici e dacichi, non sembrava certo intimidito dal potere di Domiziano.
Il re ferm il cavallo e smont, subito imitato dai soldati. Era una scena che si ripeteva di frequente. Decebalo riceveva da Roma due tributi l'anno per non oltrepassare il fiume e non attaccare citt o fortificazioni dell'Impero. Quel denaro era un'importante fonte di guadagno, ma non era sufficiente per distribuirlo tra i nobili. Costoro e i cavalieri dacichi si sentivano pi appagati dalle incursioni nelle province romane a sud del Danubio e dalle razzie di denaro, gioielli, animali, viveri e persino schiavi. Tali scorribande erano proibite dall'accordo di pace firmato con Roma anni addietro; Decebalo, per, sapeva che Domiziano era un debole e che, dopo le sconfitte subite in Dacia, piuttosto che affrontarlo di nuovo, avrebbe tollerato centinaia di incursioni, come quella appena portata a termine. Inoltre, se l'imperatore avesse osato oltrepassare il limite settentrionale del grande fiume, si sarebbe trovato di fronte uomini molto pi forti e meglio armati, visto che Decebalo investiva gran parte del denaro inviatogli da Domiziano proprio nell'esercito, per equipaggiarlo con armi pi efficaci e irrobustire le difese delle proprie citt.
Il re, orgoglioso, sfil davanti ai soldati, i quali esibivano le loro lunghe sciabole ancora coperte del sangue degli indifesi abitanti della Mesia. A lungo gli ingenui sudditi dell'imperatore si erano illusi che Domiziano li avrebbe protetti dall'incontestabile predominio dei Daci sulle vaste pianure del Danubio.
Scrum!1 esclam Decebalo. I cavalieri che lo accompagnavano in quell'incursione, circa un migliaio, sollevarono gli scudi ovali in segno di giubilo. Scrum! ripet il re dacico indicando la piccola citt della Mesia Superiore che avevano appena raso al suolo. Era convinto che quelle scorrerie servissero a ricordare all'imperatore la tremenda furia distruttiva dei Daci: un monito affinch Roma inviasse regolarmente il tributo pattuito al fine di evitare una nuova guerra che avrebbe coinvolto la Mesia Inferiore, la Mesia Superiore, la Pannonia Inferiore e la Pannonia Superiore. Eppure non c'era tempo da perdere. Di sicuro, prima o poi, qualche legione romana di stanza nella provincia avrebbe oltrepassato il Danubio per mettere fine alle sue angherie.
Il re della Dacia mont a cavallo e ordin ai suoi cavalieri di tornare a nord, a Sarmizegetusa, capitale del regno. Mentre cavalcava, Decebalo non riusciva a contenere un ampio sorriso. Era cos facile, incredibilmente facile... I Romani, per timore dei Daci, si muovevano con una sola legione, senza separare la cavalleria dalla fanteria; questo rallentava i loro spostamenti, concedendo ai cavalieri di Decebalo tutto il tempo necessario per compiere razzie e poi correre a rifugiarsi oltre il Danubio. Solo pochi anni, ancora qualche altro tributo da parte di Roma e presto, molto presto, sarebbe stato lui stesso, il grande Decebalo, a invadere il Sud per costruire il suo impero: un immenso regno che si sarebbe esteso dalle coste del Mar Nero fino all'Adriatico, annettendo al suo dominio tutte le pianure del Danubio insieme alle province della Mesia Superiore e Inferiore, la Pannonia Superiore e Inferiore, la Tracia e l'Illiria. E quello sarebbe stato solo l'inizio. Quando Domiziano avrebbe deciso di reagire, un'ampia porzione dell'Impero sarebbe gi stata sotto il suo controllo e, se fosse riuscito a sferrare un imponente attacco con l'aiuto di Germani e Parti, l'Impero romano si sarebbe smembrato in mille pezzi, come un frutto troppo maturo, marcito fino al nocciolo.

1. Cenere in lingua dacica, la lingua preromana parlata nell'odierna Romania prima che si imponesse il latino. Di questa lingua scomparsa si conoscono soltanto quattrocento termini. Si veda il glossario in appendice.

13.

IL RANCORE.

Domus Flavia, Roma, 18 settembre del 96 d.C., hora quarta.

Stefano guard il pugio con cui doveva uccidere l'imperatore. Era magnifico, con il filo e la punta brillanti e un enorme rubino rosso sull'impugnatura. Glielo aveva consegnato Partenio pronunciando parole solenni, venate di una fermezza quasi tenebrosa.
Questo pugnale ha un conto in sospeso con l'imperatore e ci aiuter a porre fine alla sua vita.  da quindici anni che aspetta l'occasione di vendicarsi e sono sicuro che, se noi dovessimo tentennare, sar lui a trovare la strada per trafiggergli il cuore. Stefano ricordava nitidamente l'istante in cui Partenio gli aveva affidato l'arma ripetendo quelle parole quasi fossero state una preghiera. Questo pugnale ha un conto in sospeso...
Era giunto il momento. Il giorno e l'ora tanto attesi. La mano era ferma. Il piano era stato elaborato nel dettaglio, organizzato con la freddezza di un rancore covato a lungo. Gli avvenimenti degli ultimi giorni avevano fatto precipitare tutto. Le esecuzioni ormai corrodevano l'Impero dall'interno e le recenti condanne a morte stavano distruggendo il nuovo, piccolo mondo in cui Stefano era riuscito a trovare un barlume di speranza: fino a poco tempo prima era il liberto al servizio di una famiglia di nobili generosi, una famiglia della quale adesso non rimanevano che i brandelli, una donna tormentata e sangue, sangue dappertutto...
Aveva ancora lo sguardo fisso sulla lama. Partenio aveva scelto lui per infliggere all'imperatore il colpo fatale. La sua vita tranquilla non era frutto del caso n del lavoro, bens dell'assoluta lealt a una famiglia ormai annientata. E tutto per colpa di un folle. Inspir a fondo. Non era sempre stato cos, Domiziano non era sempre stato pazzo. Aveva vissuto tempi migliori. Certo, non era mai stato una persona buona, ma... Il liberto scosse il capo. La sua memoria lo stava ingannando: il cesare, in realt, era sempre stato un miserabile, ma lui aveva tratto vantaggio dall'averlo servito fedelmente, senza protestare, senza farsi scrupoli, arrivando perfino a tradire i suoi padroni, per paura. Anche il lusso, la ricchezza e i piaceri, per, diventano inutili quando la sciagura si abbatte su chi non ha causato altro che miseria, soffocandolo nel sangue versato da decine, centinaia di vittime innocenti. Perch i bambini, perch? Loro non avevano colpa. Tutti hanno un limite di sopportazione, e Stefano aveva raggiunto il suo. Domiziano, invece, sembrava non averne. Stefano era profondamente disgustato da se stesso e dalla codardia nella quale aveva vissuto per tanti anni. Inorridiva della sua vilt ricordando i brevi istanti in cui aveva tenuto in braccio quel bambino, prima di consegnarlo ai pretoriani perch lo giustiziassero. Era soltanto un bambino.
Stefano guard il pugio con cui doveva uccidere l'imperatore e serr le dita intorno all'impugnatura, stringendola con forza. Se fossero riusciti a portare a termine il piano architettato da Partenio, il massacro di Flavio Clemente e dei suoi figli sarebbe stata l'ultima delle truci follie di Domiziano. Come era gi successo altre volte in passato, c'era il rischio che qualcuno li tradisse e che l'imperatore venisse a conoscenza del complotto in tempo utile per sventarlo. Stefano si alz. Voleva pregare il suo nuovo dio. Sulla destra c'era un papiro con le lettere alfa e omega e qualche altro scritto. Lui era sempre stato discreto, attento, non come Flavia Domitilla, ma ovviamente lui non era costretto a subire gli stessi soprusi cui era sottoposta la giovane nipote del cesare. Ogni volta che leggeva quelle parole si sentiva pervadere da una profonda pace: in quel momento, per, non fu cos. Non gli era concesso crogiolarsi in alcuna consolazione. Ai cristiani  proibito uccidere. La nuova religione gli avrebbe impedito di portare a termine il suo compito, ma era stato un fedele adoratore degli dei di Roma per cos tanti anni che allontan con freddezza le nuove preghiere.
Ancora un giorno, solo uno, e poi sar un cristiano bisbigli nella solitudine della sua piccola stanza nei sotterranei della Domus Flavia. Il suo nuovo dio era generoso, dicevano. Non lo avrebbe rimproverato per un altro giorno lontano da lui, senza seguire i suoi precetti. E comunque non aveva altra scelta. Aveva gi ucciso molte persone in passato, per inazione o per delazione. Non con le proprie mani, questo mai: tali compiti spettavano ai pretoriani. Adesso, invece, doveva agire in prima persona, non poteva esimersi. Si sentiva debole e temeva di sbagliare, ma se avesse fallito ci sarebbe stato qualcun altro pronto a intervenire. Cos era stato deciso. Partenio aveva ordito bene il piano: non era necessario che la sua pugnalata fosse letale, sarebbe stata solo la prima di una lunga serie. A lui sarebbe toccato l'onere di sollevare per primo l'arma contro il petto o la schiena dell'imperatore. Stefano non capiva granch della fierezza dei gladiatori o della dignit dei legionari durante i combattimenti. Lui lottava per sopravvivere e per non abbandonare tra le insaziabili fauci del folle Domiziano le persone che stimava, anche se ormai erano ben poche e presto non ne sarebbe rimasta nessuna. Da qualche mese gli sguardi lascivi del cesare si erano concentrati su Flavia Domitilla. Per l'imperatore era soltanto l'ennesima preda con cui assecondare i propri appetiti per qualche settimana, o mese, o, nel peggiore dei casi, per anni, che per lei sarebbero stati lentissimi, e insopportabili. Quell'orrore doveva finire. Era insostenibile, ormai. Stefano annu, come per darsi coraggio. Lo avrebbe colpito alla schiena. Era giusto. Domiziano aveva ordinato esecuzioni a tradimento di decine di servitori, senatori, consoli, legati, governatori: era giusto che morisse con una pugnalata alle spalle, senza alcun onore.
Stefano, major domus di Flavia Domitilla Terza, pos il pugio sull'avambraccio sinistro e con la mano destra prese la benda con cui ogni giorno, dalle kalendae di agosto, avvolgeva l'arma per nasconderla ai pretoriani e all'imperatore. Era un espediente ingegnoso, di cui andava molto fiero. Aveva raccontato di essere caduto dalle scale che portavano all'Aula Regia e di essersi rotto il braccio, in modo che i pretoriani non si insospettissero vedendolo fasciato. Sicch, una volta alla settimana, per un mese e mezzo, l'imperatore lo aveva ricevuto senza che nessuno intuisse che nascondeva qualcosa sotto le bende. La codardia che gli aveva impedito di difendere i bambini di Domitilla gli aveva fatto guadagnare il rispetto delle persone di cui Domiziano si fidava.
Stefano si alz con un vigore di cui lui stesso si sorprese. Una sacerdotessa aveva predetto all'imperatore che in quel giorno, prima che finisse l'hora sexta, sarebbe stato assassinato. Domiziano aveva preso sul serio la divinazione: aveva sestuplicato il numero di pretoriani per ogni turno di guardia e provveduto a far installare uno specchio su ciascuna delle mille colonne dell'immensa Domus Flavia, nel timore che prima o poi qualcuno, nascosto dietro una delle colonne, gli sferrasse una pugnalata. Stefano sorrise, cinico: spesso Domiziano si dimenticava di guardare negli specchi. Avrebbe dovuto approfittare del tragitto che faceva insieme a lui dall'Aula Regia alle sue stanze private per allentare la fasciatura, e, una volta solo con l'imperatore, se la sarebbe tolta e avrebbe estratto il pugnale. Avrebbe avuto a disposizione solo pochi istanti. Termin di bendarsi il braccio. Parecchie cose potevano andare storte... ma scosse la testa. Non si poteva pi tornare indietro. Erano troppe le persone coinvolte. C'era un'unica certezza: quel giorno qualcuno sarebbe morto, l'imperatore del mondo oppure loro. Forse tutti.
Stefano si avvi alla porta della sua stanza. Usc. Attraverso le alte finestre del palazzo penetrava il frastuono delle strade di Roma, e il liberto fu accolto da un miscuglio di odori: l'aroma delle salse sprigionato dal fumaiolo della cucina imperiale, i fiori freschi dei giardini del palazzo, i profumi che alcune schiave stavano portando all'imperatrice. Stefano, con il braccio sinistro armato - ma ancora bendato e appeso al collo -, si diresse verso l'Aula Regia, dove l'imperatore era impegnato in un'udienza pubblica. Domiziano, il Dominus et Deus - il Signore e Dio -, lo avrebbe ricevuto subito dopo, quando il tempo dedicato al popolo di Roma e agli ambasciatori dei regni pi distanti fosse terminato. Stefano si era inventato una falsa congiura e aveva annunciato al cesare che quel giorno gli avrebbe rivelato i nomi dei colpevoli. Sapeva che soltanto un simile tranello gli avrebbe garantito l'attenzione dell'imperatore. Ma questa volta Stefano non avrebbe fatto nomi. Non l'avrebbe fatto mai pi.

14.

L'IMPERATORE DEL MONDO.

Domus Flavia, Roma, 18 settembre del 96 d.C., hora quinta.

L'imperatore era seduto sul suo grande trono. Dietro di lui, Partenio gli sussurr qualcosa all'orecchio: Abbiamo un'ambasciata dalla Mesia, Dominus et Deus. Il cesare desidera riceverli adesso?.
Sia Partenio sia l'imperatore conoscevano il motivo di quella visita. La Mesia reclamava la protezione dell'imperatore: il re della Dacia, contravvenendo al trattato di pace, continuava ad attaccare i villaggi a sud del Danubio. Partenio era certo che la cosa avrebbe irritato Domiziano, non tanto per gli assalti, quanto perch avrebbe dovuto ammettere che Decebalo, pur ricevendo periodicamente il vergognoso tributo da Roma, non rispettava l'autorit imperiale. E il consigliere non voleva certo indisporre il cesare, quel giorno. Aveva bisogno che si sentisse il pi tranquillo e sereno possibile. Quella dannata profetessa che qualche mese prima aveva previsto la sua morte in quel giorno, prima che l'hora sexta fosse giunta al termine, aveva fatto crescere a dismisura i sospetti di Domiziano. Per questo Partenio desiderava rimandare l'udienza degli ambasciatori della Mesia. Voleva evitare altre complicazioni.
Forse domani sarebbe un giorno migliore per riceverli, Dominus et Deus? sugger in un sussurro, ma, non appena vide il volto dell'imperatore girarsi lentamente verso di lui, cap di aver sbagliato strategia.
Domani? domand Domiziano mostrandosi dubbioso, per poi, subito dopo, sorridere e scrollare la testa in segno di diniego, rispondendo ad alta voce: No, Partenio, quegli uomini hanno affrontato un lungo viaggio per incontrarmi. Fateli entrare. L'imperatore di Roma ascolta gli emissari di tutte le province. Si abbandon sul trono, compiaciuto nel notare sul viso del suo consigliere un'espressione contrariata.
In molti volevano ucciderlo, di questo era certo, ma non sapeva ancora se la cospirazione fosse penetrata tra le mura del palazzo imperiale. Non si fidava di nessuno, nemmeno di Partenio.
Fece un cenno con la testa a Norbano e il prefetto del pretorio usc dall'Aula Regia per chiamare gli ambasciatori della Mesia. Attendendo il loro ingresso, l'imperatore abbracci con lo sguardo la grande sala: era piena di pretoriani, appostati lungo ogni parete e in gruppi pi numerosi negli angoli. Dovevano esserci pi di cinquanta soldati armati. Poi c'era Partenio, qualche altro consigliere e un paio di architetti che volevano istruzioni su come procedere con le ristrutturazioni del palazzo e di altri edifici pubblici che Domiziano voleva rendere ancora pi maestosi, come aveva fatto con il gigantesco anfiteatro ereditato dal padre e dal fratello. Era presente anche una dozzina di schiavi, pronti a esaudire qualsiasi desiderio dell'imperatore. In piedi, alla sua destra, ce n'era uno particolarmente giovane, un ragazzo di una quindicina d'anni, sudaticcio e piuttosto spaventato, che doveva uscire di tanto in tanto per leggere l'ora sulla meridiana del peristilio. Il suo era un compito delicato: ogni mattina, dal giorno del vaticinio della profetessa, l'imperatore aveva preso l'abitudine di non uscire dall'Aula Regia finch non fosse trascorsa la fatidica hora sexta. Da ultimo, completava la pletora di servitori un uomo anziano, minuto, con i capelli bianchi, assorto nei propri pensieri, che fissava con sguardo triste e preoccupato il pavimento.
Stazio lo chiam l'imperatore.
L'interpellato sollev il capo e all'improvviso, come risvegliandosi da un sonno profondo, rispose scattante: Publio Papinio Stazio al servizio del grande imperatore di Roma, Dominus et Deus.
Domiziano conosceva molto bene le doti adulatorie del suo poeta personale, ma se ne sorprendeva ogni volta ed era compiaciuto da quel fiume di parole cariche di stima che gli indirizzava, soprattutto in quei terribili giorni in cui proliferavano i tradimenti. Domiziano non era certo della sua sincerit, ma nel periodo che stava attraversando, in cui avvertiva su di s un profondo odio da parte di chiunque, era piacevole sentirsi rivolgere delle lusinghe, senza chiedersi se fossero frutto dell'incondizionata lealt o della necessit.
In quel momento fecero il loro ingresso gli ambasciatori della Mesia. Si trattava di una mezza dozzina di uomini maturi, vestiti con toghe candide ed eleganti, un chiaro segnale del prestigio di cui dovevano godere nelle loro province. Domiziano comprese che la loro non era una visita di cortesia. Il loro portamento era troppo autoritario, distante, freddo. Venivano a reclamare e lui, l'imperatore del mondo, aveva molte altre cose a cui pensare anzich ai possibili attacchi di un manipolo di barbari del Nord. Per Giove! Perch dei confini non se ne occupavano i suoi legati? Non rientrava forse nelle loro mansioni? Almeno dalla Germania non arrivavano mai lamentele. Traiano sembrava svolgere bene il suo dovere, cos come Nigrino in Oriente. In realt anche questo lo preoccupava: tutta quell'efficienza ammantata da tanto silenzio. Odiava le lamentele, ma temeva che la loro assenza nascondesse possibili congiure da parte dei suoi legati.
Domiziano ignor gli ambasciatori che si erano piazzati davanti a lui e continu a guardare al di sopra delle loro teste, rivolgendosi al poeta in fondo all'Aula Regia. Mi sento un po' triste, Stazio. Hai qualche verso con cui rallegrarmi? Allietare l'imperatore equivale a risollevare il morale di tutto l'Impero sentenzi, posando per la prima volta gli occhi sugli ambasciatori, rimasti prudentemente in silenzio, perch il cesare non si era ancora rivolto loro in modo diretto.
Stazio aggrott la fronte. Aveva lavorato a un nuovo testo, una silva che forse poteva soddisfare la richiesta della sua augusta maest.
Mentre Stazio riflette, continu l'imperatore guardando il giovane schiavo accanto a lui sarebbe bene sapere l'ora.
Il ragazzo era appena tornato da una delle sue numerose uscite per consultare la meridiana.  l'hora sexta, quasi conclusa, Dominus et Deus.
L'hora sexta ripet Domiziano voltandosi per un attimo verso il suo consigliere. L'hora sexta, quasi conclusa, Partenio, e sono ancora vivo. Rimane solo un'ora perch la profezia possa avverarsi sorrise divertito prima di domandare di nuovo allo schiavo: Per caso  nuvoloso, schiavo?.
No, Dominus et Deus biascic il ragazzo senza sollevare lo sguardo da terra.
Niente nuvole. L'imperatore si batt una mano sulla coscia. Dunque  molto improbabile che io possa essere colpito da un fulmine.
Scoppi in una sonora risata alla quale, con prontezza, si un la cinquantina di pretoriani presenti nell'Aula Regia. La lussuosa sala era circondata da stanze sorvegliate da decine e decine di guardie e si trovava nel cuore del palazzo imperiale, posto su una collina a sua volta presidiata da altri cinquecento pretoriani. L'intera citt, inoltre, era controllata da migliaia di soldati a cui Norbano, il prefetto del pretorio, aveva ordinato di bloccare tutte le strade d'accesso al colle Palatino. Erano misure estreme, atte a impedire a qualsiasi gruppo armato anche solo di avvicinarsi alla gigantesca Domus Flavia. Il cesare era convinto che nessuno potesse penetrare nel palazzo. Temeva soltanto un tradimento dall'interno, ma si era preparato anche a quella eventualit. All'improvviso, Tito Flavio Domiziano smise di ridere e tutte le sue guardie tacquero all'istante. Il resto dei presenti era gi in un silenzio glaciale.
Ebbene, Stazio. Ce l'hai una poesia con cui dilettarmi oppure devo dare ordine a Giovenale o a qualcun altro dei tuoi colleghi caduti in disgrazia di ritornare dall'esilio? Giovenale era un ateo incapace di comprendere la divinit imperiale, ma i suoi componimenti erano meravigliosi.
Stazio non si sent minacciato da quelle parole. Domiziano non avrebbe mai permesso a Giovenale di tornare a Roma e, comunque, ormai soffriva cos tanto al pensiero di essere diventato a tutti gli effetti uno schiavo dell'imperatore che, da tempo, le critiche rivolte alla sua opera avevano smesso di ferirlo. Non tutte le sue poesie erano eccellenti, ma era certo che non fossero tanto pessime come i suoi detrattori sostenevano. Era convinto che fosse la benevolenza dell'imperatore ad attirargli il disprezzo della maggior parte dei suoi colleghi scrittori, i quali, per ovvi motivi, si guardavano bene dal criticarlo pubblicamente. Almeno avrebbero potuto apprezzare il silenzio di Stazio: forse sarebbe bastata una sua parola a gettare pi di uno di quegli impietosi saccenti tra le fauci delle belve nell'anfiteatro Flavio.
S, Dominus et Deus. Una poesia per una statua.
L'imperatore lo guard incuriosito. Per una statua?
Partenio, alle spalle di Domiziano, si irrigid. Quel giorno avevano deciso proprio tutti, compreso il misero Stazio, di far infuriare l'imperatore? Il poeta, per, non sembrava preoccupato. Per la colossale statua equestre dell'imperatore che si erge accanto al tempio del divino Vespasiano.
L'imperatore ricominci a ridere. E di gusto. Ma Partenio cap che era nervoso.
Ah, ah, ah! si sent risuonare in tutta l'Aula Regia, mentre i pretoriani si univano di nuovo alla risata dell'imperatore, per poi zittirsi quando Domiziano si interruppe all'improvviso e si sporse guardando Stazio con aria solenne. Per Giove, ascoltiamola dunque!
Il poeta avanz di quindici passi fino a porsi al centro della grande sala, fermandosi dietro gli ambasciatori della Mesia, i quali, mostrando un certo acume, gli cedettero il posto. Stazio si schiar la voce e, sorprendendo in particolar modo gli emissari stranieri con il suo timbro forte e deciso, malgrado l'et, inizi a declamare: Silva per l'Equus Maximus Domitiani, che fiera osserva tutti dal suo grande piedistallo:
Quale mole, raddoppiata dal colosso che le sta sopra,
abbraccia il Foro del Lazio?  forse calata
tutta intera dal cielo? O, modellata nelle officine sicule,
ha lasciato sfiniti Sterope e Bronte?
O le mani di Pallade ti hanno scolpito, Germanico,
per noi, come il Reno ti ha visto tenere le redini
e la casa ardua degli attoniti Daci1?
La poesia era piuttosto lunga. Gli ambasciatori e Partenio condividevano qualche perplessit. Secondo loro, l'appellativo di Germanico rivolto a Domiziano - titolo che l'imperatore si era arrogato per la supposta vittoria sui Catti del Reno - e l'altrettanto fittizia supremazia di Roma sulla Dacia erano solo delle gigantesche prese in giro ai danni della ragione umana. Sia Partenio sia gli emissari della Mesia, per, fecero attenzione a non lasciar trasparire la loro indignazione. Stazio, intanto, continuava a declamare:
Il suolo appena basta a reggere tanto peso
sotto, la terra ansima, ma non per il ferro o per il bronzo;
soffrono il genio, sebbene ti sostenga un eterno
piedistallo che reggerebbe un monte sopra,
e su di s il ginocchio di Atlante che sopporta il mondo.
[...]
Non teme le piogge d'inverno o il triplo fuoco
di Giove, o le schiere del carcere eolio,
o il passare del tempo; rester finch restano
il cielo e la terra, e il giorno di Roma2.
Il giovane schiavo incaricato di controllare l'ora guardava fisso, attraverso una finestrella, la grande meridiana del peristilio. Dall'Aula Regia l'ombra sottile dello stilo era visibile soltanto da quella posizione, perci Domiziano lo aveva obbligato a stare l per tenere continuamente sott'occhio l'orologio solare. Stazio recitava ancora, al centro della grande sala delle udienze. Partenio, invece, osservava il giovane servo: grondava sudore dalla fronte e dalle tempie e continuava a sfregarsi le mani. Il consigliere guard l'imperatore. Concentrato com'era sui versi di Stazio, non sembrava aver notato il nervosismo dello schiavo, ma forse se ne sarebbe potuto accorgere quando quest'ultimo avesse annunciato l'ora.
 l'hora septima, Dominus et Deus! esclam il ragazzo approfittando di una breve pausa che Stazio si era concesso per prendere fiato.
Domiziano annu, ma lasci proseguire Stazio fino a quando Stefano entr nell'Aula Regia. A passo sostenuto, il liberto si diresse verso l'imperatore. Portava un piccolo rotolo. Molti trattennero il respiro, temendo che vi fosse scritto il loro nome. Stazio era incerto se continuare a declamare i suoi versi, ma il cesare in persona lo ferm alzando la mano destra. Stefano si inchin davanti al trono, sollev lo sguardo e vide che Domiziano gli faceva cenno di avvicinarsi. Si ferm ad appena un passo dall'imperatore e, con un sussurro impercettibile per il resto dei presenti, bisbigli in tono grave:  molto peggio del previsto, Dominus et Deus. Sono implicate molte pi persone. La lista  lunga.
Lunga... ripet il cesare tra s. Era tentato di abbandonare la sala senza nemmeno aver ascoltato gli ambasciatori. La temuta hora sexta, per, era gi passata ed era curioso di conoscere i nomi dei congiurati scoperti da Stefano. Era divorato dall'impazienza e alla fine decise. Ormai era fuori pericolo. E poi il palazzo era sorvegliato da centinaia di pretoriani, non poteva entrare nessuno. Si sentiva al sicuro. Si rivolse al giovane schiavo. Siamo all'hora septima? chiese.
 cos, Dominus et Deus, l'hora septima  gi iniziata replic il ragazzo con un filo di voce.
Partenio vide alcune gocce di sudore cadergli dalla fronte. Il consigliere guard il cesare, ma questi rimase impassibile. La sua vista peggiorava alla stessa velocit con cui gli si diradavano i capelli e, cos come celava la calvizie con le parrucche, non avrebbe mai ammesso di vedere sempre meno. La sua superbia, in questo caso, giocava a loro vantaggio.
L'imperatore si alz dal trono. Andiamo disse incamminandosi verso le sue stanze e ignorando la delegazione degli ambasciatori della Mesia, che lo osservavano sconcertati. Domiziano non li degn nemmeno di uno sguardo. Stazio si fece subito da parte e chin il capo quando il cesare gli pass accanto, gi circondato da una ventina di pretoriani armati fino ai denti.
Gli ambasciatori rivolsero un'occhiata a Partenio. Erano indignati. Il consigliere imperiale si avvicin loro. Il cesare conceder una nuova udienza domattina. Uno degli ambasciatori stava per ribattere qualcosa, ma in quel momento neanche Partenio poteva occuparsi dei confini dell'Impero. Domani ripet in tono autoritario, e si volt per seguire il piccolo corteo che si stava allontanando. Tutto stava procedendo secondo i piani.

1. A. PERUTELLI, G. PADUANO, E. ROSSI, Storia e testi della letteratura latina, Zanichelli, Bologna 2010.
2. A. PERUTELLI, G. PADUANO, E. ROSSI, Storia e testi della letteratura latina, Zanichelli, Bologna 2010.

15.

LA FORZA DI UN'IMPERATRICE.

Domus Flavia, Roma, 18 settembre del 96 d.C., hora sexta.

Domizia Longina, moglie di un cesare e amante di un altro cesare, si alz dal letto. Una schiava le aveva confermato che era gi l'hora septima. L'imperatrice sapeva che in realt doveva essere ancora mezzogiorno, l'hora sexta. In un primo momento si era trovata in disaccordo con Partenio, convinto che l'assassinio dovesse avvenire all'ora che Domiziano temeva di pi. Tuttavia, in seguito si era persuasa che il consigliere aveva ragione: se suo marito fosse stato ucciso all'ora predetta da una profetessa, il popolo avrebbe fatto meno fatica ad accettare l'inesorabile evento. Quanto ai pretoriani, invece, la questione sarebbe stata ben diversa, ma se ne sarebbero occupati in seguito. Presto l'imperatore avrebbe raggiunto la sua stanza. Qualcuno avrebbe tentato di ucciderlo proprio l, ma sia per accertarsi della morte di Domiziano, sia per permettere la fuga delle persone coinvolte, lei doveva far entrare gli uomini di Partenio dalla sua camera. Chi era riuscito a reclutare? Nella drammaticit di quegli istanti, non poteva fare a meno di provare curiosit: era ansiosa di conoscere i coraggiosi congiurati che avevano acconsentito a introdursi nel palazzo pi protetto del mondo per assassinare l'uomo pi potente della terra.
Domizia Longina si avvicin all'affresco delle ninfe. Era giunto il momento. Pos le mani sul dipinto e spinse con la forza che riteneva sufficiente, dopo aver fatto numerose prove. La parete aveva sempre ceduto senza problemi, ma nel torrido mezzogiorno di quel 18 settembre rimase immobile, insensibile al volere dell'imperatrice. La donna non perse la calma. Trasse un profondo respiro e spinse di nuovo, questa volta con tutte le sue forze. La parete scricchiol e cedette, ma di appena un dito. Era bloccata.
Deglut. Era una trovata dell'imperatore? Forse. Ma doveva aprirla a tutti i costi. Inser le dita sottili nella stretta fessura e spinse di nuovo. La parete cedette ancora un po', ma poi ritorn indietro e le intrappol un dito, che riusc a liberare, ferito e insanguinato, soltanto spingendo un'altra volta. Domizia Longina non gemette e non si fece scappare nemmeno una lacrima: era un giorno di sangue.
Deglut di nuovo. La parete era bloccata, ma lei pens si trattasse di uno stupido dispetto della dea Fortuna. Doveva essersi incastrata per colpa di qualche mattone sporgente o di pezzi di intonaco caduti nei giorni precedenti, mentre si esercitava ad aprirla. Riprese a spingere e riusc a farla cedere ancora di poco, questa volta prestando attenzione a togliere in tempo le dita, ma la porta si ferm allo stesso punto. Era uno spazio troppo piccolo, appena una spanna. Non sarebbe bastato.
Domizia Longina chiuse gli occhi, ora gonfi di lacrime. Sent la voce dell'imperatore nella stanza accanto. Parlava con qualcuno. Stefano. Quindi l'uomo scelto da Partenio per sferrargli la prima pugnalata era l'assistente di Domitilla. Rischiavano tutti la vita. Domizia Longina strinse i pugni, rabbiosa. Stava convogliando nei suoi muscoli tutta la collera trattenuta in anni di vessazioni e miseria: un'ira vorace, incontrollata e incontenibile che all'improvviso si stava impadronendo di tutto il suo essere.
Pos di nuovo le mani sull'affresco delle ninfe e spinse ancora. La brama di vendetta affiorava da ogni suo poro; ogni goccia di sudore che versava era una ferita del passato che si riapriva con la forza bruta generata dall'odio. E in quel momento la pesante parete cedette, completamente.
L'oscuro e freddo passaggio segreto che conduceva all'ippodromo della Domus Flavia si spalanc. Da quello stretto cunicolo proveniva aria fresca, che l'imperatrice accolse con sollievo e speranza. Soltanto dai luoghi pi oscuri e orribili poteva emergere la forza di porre fine alla peggiore delle tirannie, al pi crudele dei miserabili. In quel momento sent dei colpi e un grido soffocato provenire dalla stanza dell'imperatore. La lotta era cominciata. Aveva sempre saputo che non sarebbe bastata una sola pugnalata per uccidere suo marito: le bestie, mentre agonizzano, continuano a combattere e feriscono, uccidono. Domiziano non avrebbe fatto eccezione.

16.

UNA COPPA DI VINO DOLCE.

Corridoi della Domus Flavia, Roma Qualche istante prima dell'apertura del passaggio.

L'Imperator Caesar Domitianus, Dominus et Deus, camminava lentamente, come se si stesse trascinando addosso tutti quegli inutili titoli; avanzava piano, sotto il peso di una lunga serie di delitti, ma al tempo stesso cercava di procedere il pi velocemente possibile perch era ansioso di leggere i nomi della nuova lista di Stefano.
Tutti lo volevano morto. Era sicuro che questa volta i traditori non fossero solo senatori, ma anche legati, liberti, forse addirittura Partenio e perfino qualche schiavo. Stava valutando di dare ordine a Norbano di mettere sotto torchio tutti coloro che lavoravano nella Domus Flavia: i metodi del prefetto del pretorio erano brutali, ma molto efficaci. E doveva risolvere anche la questione di Petronio Secondo, che considerava sempre pi urgente: occorreva sollevarlo dal suo incarico e sostituirlo con un uomo pi fidato. Il suggerimento di Norbano era sensato: Casperio sarebbe stata la scelta pi sicura. Dopo aver rimpiazzato Petronio, si sarebbe occupato di lui durante un'escursione fuori Roma, come aveva fatto con tanti altri. Eliminati Petronio, Partenio e i senatori della nuova congiura, avrebbe riacquistato maggiore controllo, anche se sarebbe rimasta la delicata questione dei legati ai confini dell'Impero, Traiano in particolare. Non avrebbe dovuto permettere a quell'ispanico di conquistare cos tanto potere; era troppo popolare tra le legioni, anche se, a differenza di Agricola, non aveva ottenuto alcuna vittoria militare di rilievo. Domiziano non capiva le ragioni della profonda stima che le legioni del Reno nutrivano nei confronti del loro governatore; per lui era un personaggio strano quanto scomodo. Avrebbe dovuto giustiziarlo il giorno in cui aveva aiutato Manio nell'arena, ad Alba Longa. Ma adesso la sua priorit era consolidare il suo potere: archiviato lo sgradevole argomento della sua successione, il prossimo passo era eliminare i nemici a Roma e poi i potenziali traditori nell'intricato sistema militare. Prima i senatori; poi Traiano e Nigrino, e altri ancora se fosse stato necessario.
Tito Flavio Domiziano entr nella sua stanza seguito da Stefano. In quel momento si rese conto di non aver guardato gli specchi sulle colonne. Lanci una rapida occhiata dietro di s e vide Stefano, con il braccio bendato - quanto era goffo quel liberto -, che lo seguiva a capo chino. Anche se sbadato, magari quel giorno Stefano si sarebbe rivelato un efficace sostituto di Caro Mezio o di Lucio Valerio: aveva intenzione di rimpiazzarli con una buona spia. Domiziano torn a perdersi nei suoi pensieri. Tutto intorno si sentiva soltanto lo scalpiccio delle calighe dei pretoriani di scorta.
L'imperatore si sedette sul solium davanti al tavolo della sua stanza. Stefano aggrott la fronte mentre gli porgeva il papiro con i nomi dei congiurati. L'alto schienale del solium gli sarebbe stato d'intralcio nello sferrare con forza la pugnalata. Era un dettaglio a cui non aveva pensato. Adesso quell'inezia sembrava un problema insormontabile, ma non si poteva tornare indietro, non dopo che l'imperatore avesse letto il primo nome della lista.
Il primo nome  il mio aveva detto Partenio porgendogli il papiro. L'imperatore sospetta di me da tempo e, vedendo il mio nome in cima alla lista dei nuovi congiurati sentir di aver appena ottenuto una grande vittoria. Stefano, dovrai colpirlo nell'istante in cui assaporer il piacere di veder confermate le sue peggiori intuizioni. Il momento dovr essere quello.
Ma proprio allora entrarono due schiavi con una coppa e una brocca di bronzo, in cui c'era del vino addolcito con polvere di piombo. L'imperatore lasci il papiro e lo pos di nuovo sul tavolo, mentre prendeva la coppa per farsi servire. Il cesare bevve con gusto e gli schiavi scomparvero. Stefano approfitt di quel momento per sistemarsi dietro di lui e iniziare ad allentare la fasciatura. Ma Domiziano, che non si faceva sfuggire niente, si gir.
 troppo stretta, Dominus et Deus si giustific Stefano cercando di controllare il sudore sulla fronte. Domiziano annu, non disse nulla, si volt e bevve un altro sorso di vino fino a svuotare la coppa. La pos sul tavolo e riprese il papiro. Stefano continuava a svolgere la fasciatura: intravide la minacciosa impugnatura del pugio affidatogli da Partenio: il rubino scintillava, nella luce di quel mezzogiorno del 18 settembre dell'anno 850 ab Urbe condita che filtrava attraverso una grande finestra della parete laterale.
Lo sapevo! Lo sapevo! Per Minerva, lo sapevo! esclam l'imperatore appena lesse il nome di Partenio che apriva la lista dei nuovi congiurati. Non si volt a guardare Stefano, altrimenti avrebbe visto che il liberto impugnava un pugio e gli si avvicinava furtivamente alla schiena.

17.

UN PO' D'ACQUA BOLLENTE.

Mogontiacum, Germania Superiore, 18 settembre del 96 d.C., hora quinta.

Plotina entr nel praetorium con discrezione, sapendo che suo marito, Marco Ulpio Traiano, era in pena per due motivi: la malattia che stava uccidendo il padre e l'allarmante visita di quei senatori di Roma. L'uomo si reggeva la testa fra le mani, seduto con gli occhi chiusi su un solium al centro di quella austera sala. Dietro di lui, in piedi, uno schiavo taciturno era pronto a soddisfare con solerzia qualsiasi bisogno del governatore della Germania Superiore.
Mi spiace che le condizioni di tuo padre non migliorino esord Plotina con sincerit, restando sulla soglia. Traiano apr gli occhi e sollev il capo lentamente, come se fosse pesantissimo. Plotina pens di dire qualcos'altro, ma poi cambi idea. Loro due non si erano mai scambiati una parola di troppo. Si volt per lasciare il praetorium quando la voce del marito la ferm.
Non andartene, Plotina... mormor Traiano dal suo scranno. Resta con me questa sera.
Plotina obbed e si gir di nuovo a guardarlo. Non ricordava l'ultima volta che le aveva chiesto di rimanere con lui, n quando lo avesse sentito chiedere qualcosa a qualcun altro. Traiano si limitava a dare ordini, e li riceveva soltanto dall'imperatore. La moglie del legatus si sedette davanti al marito su una piccola sella.
Condivisero un lungo momento di silenzio. Quando si protrasse troppo a lungo, Plotina riprese a parlare. Longino mi ha riferito che i medici non sono molto ottimisti. Traiano annu. Tuo padre  stato un grande uomo. Ha sempre dimostrato di essere forte oltre ogni immaginazione. E, siccome quelle potevano sembrare parole vacue, volle aggiungere una riflessione personale, intima:  sempre stato molto gentile con me. Mi dispiace che stia soffrendo.
Traiano inspir e poggi la schiena sul solium, abbandonandosi pesantemente contro lo schienale. Un ottimo padre, disse infine  stato un ottimo padre. Per tutti gli dei! Non riesco ancora a credere che prima o poi non ci sar pi, che non potr pi chiedergli consiglio, parlare, bere insieme a lui! Sferr un pugno sul bracciolo destro dello scranno. Poi rilass le braccia e riprese a parlare con pi compostezza. E quel giorno si avvicina, Plotina, si avvicina.
Sua moglie non sapeva bene come comportarsi. Non lo aveva mai visto cos afflitto. Mai, nemmeno nei peggiori momenti delle campagne contro i Catti, n di fronte alle atrocit dell'imperatore, neppure quando Manio... b, forse nel caso di Manio era altrettanto sconsolato.
Vuoi stare con qualcuno... con qualcuno degli schiavi? domand Plotina con sincera sollecitudine. Avrebbe fatto qualunque cosa pur di alleviare l'afflizione del marito. Traiano colse subito l'allusione, ma quella sera non aveva voglia di sesso e nemmeno di bere. Il legatus del Reno si sorprese che fosse proprio la moglie a proporglielo. Forse gli voleva bene, nonostante tutti i suoi difetti. Con lei era sempre stato generoso in pubblico e corretto in privato, ma non l'aveva mai amata. Il loro, come tanti altri, era stato un matrimonio combinato, anche se si erano sempre rispettati. E lei si era dimostrata molto paziente verso le sue pi intime inclinazioni. Lui, da parte sua, non l'aveva mai mortificata rinfacciandole che non arrivassero figli.
No, non chiamare nessuno rispose Traiano. Non ho nemmeno voglia di bere vino. Sapevo che la malattia di mio padre mi avrebbe causato tanta sofferenza, ma non si conosce davvero il dolore per la perdita finch non lo si sperimenta sulla propria pelle. Come  successo con Manio...
Vuoi un po' d'acqua calda con la camomilla? lo interruppe Plotina, temendo che il marito dicesse qualcosa di sconveniente sull'imperatore in presenza di uno schiavo.
Traiano sbatt le palpebre. S, immagino che un po' d'acqua bollente mi far bene. Almeno mentre bevo avr le mani occupate.
Plotina guard lo schiavo e questi scomparve velocemente. Approfitt del fatto che fossero rimasti soli per cambiare discorso. Longino mi ha detto che qualche giorno fa sono stati qui alcuni senatori.
S rispose Traiano, chinando ancora il capo.
Cosa volevano?
Plotina andava subito al dunque quando le interessava qualcosa. Si sentiva legittimata a farlo con qualsiasi argomento che riguardasse la sua famiglia.
Cercheranno di assassinare l'imperatore. Volevano la mia collaborazione.
Plotina aveva immaginato che prima o poi avrebbero chiesto a suo marito di prendere parte a una congiura, ma adesso quella terribile parola suonava ancora pi spaventosa di quanto avesse mai pensato. E tu cosa hai risposto?
Traiano sollev lo sguardo su sua moglie. Non c'era diffidenza nei suoi occhi, n aria di sfida. Stava solo condividendo quell'informazione con lei. Ho detto di no.
Plotina sospir, sollevata. Per un attimo aveva temuto il peggio. Credi che ci riusciranno?
Traiano aggrott la fronte prima di rispondere con un monosillabo secco e brusco: No.
Plotina, quindi, strinse le labbra e anche lei aggrott la fronte. Se l'imperatore sopravvive cadranno molte teste. Credi che sospetter di te?
Traiano scroll le spalle. L'imperatore sospetta di tutti da tempo, ma se sei preoccupata che si ritorca contro la nostra famiglia la mia risposta  s, credo sia possibile. Ha bisogno di noi qui, al confine,  vero, e finch non mi ribeller insieme alle legioni della Germania l'imperatore ci penser due volte prima di venirci a cercare. In passato ci aveva gi provato e alla fine aveva dovuto rinunciare. Forse ha altre priorit.
Plotina non era sicura. Lei, come tanti altri, iniziava a pensare che l'Impero avrebbe tratto giovamento dall'assassinio del cesare, ma si guardava bene dal manifestare quelle idee perfino a suo marito. Avrebbe preferito che fosse qualcun altro a fare il lavoro sporco, senza l'intervento di Traiano.
Sei sicuro che falliranno? insistette Plotina.
Traiano la fiss. Sicurissimo. Non riusciranno a eludere la guardia pretoriana.
Plotina aveva ripreso a stringere i denti. Suo marito era molto abile nel valutare le situazioni e, se quella era la sua opinione, la congiura era inevitabilmente condannata all'insuccesso. Lei, per, aveva un'altra domanda e quando gliela porse Traiano fu preso alla sprovvista.
Ed  un bene... se falliranno?
Il governatore, allora, guard sua moglie inclinando leggermente la testa e socchiudendo gli occhi. Poi abbozz un timido sorriso e non pot fare a meno di pensare a Manio. Da molto tempo, ormai, nessuno sa pi cos' bene o male.
Plotina sciolse le riserve, dando voce ai suoi desideri: Io credo che sarebbe un peccato....
Marco Ulpio Traiano scrut la moglie con attenzione. Conosceva la smisurata sete di potere che scorreva nelle vene di Plotina, ma lo impression sentirle dire che si augurava la morte dell'imperatore, sebbene lui, nel profondo, nutrisse lo stesso sentimento. Anche lei, come Longino, riteneva che se Domiziano fosse morto Traiano avrebbe potuto ambire a cariche molto pi prestigiose di quella di console o di governatore di una provincia? Il legatus pens di spiegarle, come aveva gi fatto con Longino, che un ispanico non sarebbe mai diventato imperatore, ma Plotina era caparbia, e lui lo sapeva bene. Lo schiavo stava per ritornare e non gli parve il momento di discutere di una cosa che, comunque, non sarebbe mai accaduta.
I pretoriani avrebbero protetto Domiziano con la loro stessa vita, se fosse stato necessario, e non per lealt o rispetto, ma perch l'imperatore li viziava da anni con oro e privilegi di ogni tipo, che avrebbero perso soltanto se fossero stati sconfitti o l'imperatore assassinato. Non avevano speranze contro i pretoriani. A chiunque Sura e gli altri congiurati avessero pensato per affrontarli, avevano condannato quegli uomini a morte certa.
In quel momento, lo schiavo entr con un vassoio che pos su un piccolo tavolo. Traiano vide la moglie fare un lieve cenno con la mano e lo schiavo usc di nuovo dal praetorium, lasciandoli soli. Plotina prese la brocca fumante e inizi a versare la camomilla in due piccole ciotole di terracotta. A volte l'estrema austerit del marito la irritava, ma quella condotta lo aveva reso molto popolare tra i legionari perch sentivano - e a ragione - che il suo atteggiamento non era affettato. E poi lo consideravano uno di loro. Plotina sapeva che il forte legame fra Traiano e le legioni al suo comando prima o poi si sarebbe trasformato in qualcosa di importante, qualcosa di cui suo marito, per, non sembrava essere ancora consapevole, forse perch non voleva ammetterlo. Era sempre difficile, infatti, capire con esattezza cosa pensasse Traiano. Avrebbero dovuto parlare di pi, e pi spesso.
Sai a chi hanno pensato come successore dell'imperatore? Sempre che riescano nel loro intento, voglio dire.
Traiano prese la ciotolina che gli porgeva la moglie facendo attenzione a non scottarsi. Non ho voluto sapere altro. Non ho chiesto.
Plotina annu, mentre afferrava il suo piccolo recipiente di acqua bollente. Hai fatto bene. Ignorarlo ci terr al sicuro.
Inizi a bere lentamente un po' di camomilla. Traiano non era cos sicuro che la sua estraneit a quella congiura li avrebbe salvaguardati a lungo. Imit sua moglie: port la ciotola alle labbra e bevve un po' d'acqua bollente. Non addolciva mai le bevande, nemmeno il vino, e il gusto amarognolo della camomilla gli parve perfetto per affogarvi l'immenso dolore che lo attanagliava appena gli tornavano alla mente le gravissime condizioni in cui versava suo padre.

18.

NORBANO E LA GUARDIA PRETORIANA.

Domus Flavia, Roma, 18 settembre del 96 d.C., hora quinta.

Norbano usc dall'Aula Regia dirigendosi verso l'entrata principale del palazzo. Si ferm sulla grande scalinata d'ingresso. Era inquieto. Voleva verificare che il numero delle guardie fosse stato incrementato in tutti i settori della Domus Flavia, sia all'interno sia, soprattutto, all'esterno. Non potevano tralasciare nulla. L'imperatore era molto nervoso da quando quella maledetta indovina aveva predetto il suo assassinio. E comunque, era evidente che il Senato fosse in agitazione e che presto sarebbe stata ordita una congiura in piena regola. Norbano era pronto. Aggrott la fronte e si port le mani sui fianchi, fermo in cima all'imponente scalinata, mentre controllava che decine di pretoriani al suo comando piantonassero l'ingresso del palazzo imperiale. Non era stato facile raggiungere l'apice della carriera, e adesso era il braccio destro dell'imperatore. Ripens alla sua geniale intuizione quando aveva deciso di allearsi con Domiziano ai tempi delle pericolose vicende del Reno, nell'843 ab Urbe condita (89 d.C.). In quel periodo era il procuratore della Rezia. Era stato abile; aveva rischiato, ma si era rivelata la scelta giusta. Ribellarsi a Domiziano era sempre stato pericoloso. I senatori avrebbero dovuto tenerlo bene a mente, ma tutti sembravano aver gi dimenticato il passato. Tutti tranne lui. Sapeva quanto convenisse spalleggiare sempre l'imperatore. Inarc le sopracciglia e sospir. C'era ancora il problema di Petronio Secondo, l'altro prefetto del pretorio, ma ormai aveva praticamente convinto l'imperatore a rimpiazzarlo con Casperio. Cos lui, Norbano, avrebbe avuto il controllo assoluto su tutta la guardia pretoriana, e dunque su Roma. Aveva anche nutrito l'oscura ambizione di usurpare il trono imperiale, come Seiano con Tiberio, ma aveva abbandonato presto l'idea. Stava bene dove si trovava. Doveva soltanto mantenere intatto il suo potere e, al momento, l'unico modo per farlo era proteggere Domiziano. A ogni costo.
Norbano sospir, sollevato. Tutti gli uomini erano ai loro posti. E poi, chi sarebbe stato cos folle da affrontare la guardia pretoriana all'interno del palazzo? Nessun pericolo poteva arrivare da fuori. Ma forse dall'interno s. Adesso doveva verificare che anche nella grande Domus Flavia fosse tutto in perfetto ordine. All'improvviso si accorse di un particolare. Mentre stava gi rientrando si ferm: si gir di scatto e guard la scalinata. Gli tremavano le labbra. Sui gradini c'erano delle ombre, quasi impercettibili, e si allungavano nella direzione opposta a quella che si aspettava: invece di proiettarsi verso nord lo facevano verso sud. Non era l'hora septima come quel giovane schiavo aveva detto a tutti. Era ancora l'hora quinta: la fatidica hora sexta della premonizione della profetessa stava quasi per scoccare. Quel maledetto schiavo aveva mentito, ma perch? Norbano aveva un brutto presentimento e inizi a camminare a passo svelto tornando nella Domus Flavia.
Seguitemi ordin a un gruppo di venti pretoriani che erano di ronda con lui. Dal timbro vibrante della sua voce, i suoi sottoposti capirono che qualcosa non andava e si misero a marciare decisi. Le spade, ancora nel fodero, erano pronte per essere sguainate in qualsiasi momento, e le loro braccia avrebbero lottato con ferocia. Nessuno di loro era disposto a farsi intimidire. Erano i padroni di Roma, i padroni del mondo. Niente e nessuno poteva sconfiggerli.

19.

GLI UOMINI DI PARTENIO.

Roma, 18 settembre del 96 d.C., quarta vigilia Sei ore prima che Stefano attacchi l'imperatore.

Marzio sbirci da una fessura della pesante tela che copriva il carro su cui si trovavano. Erano davanti alla basilica Giulia, illuminata da una ventina di grandi torce e sorvegliata da diversi soldati. Un edificio in cui i Romani amministravano la giustizia, o almeno cos dicevano. In realt, la fame e le regole dell'arena dell'anfiteatro Flavio erano le uniche leggi che Marzio avesse mai visto applicare.
Il carro ballonzolava da una parte all'altra e, con esso, gli uomini che vi si nascondevano, ma l'importante era passare inosservati. Dodici gladiatori armati a passeggio per le strade di Roma avrebbero suscitato l'attenzione di tutti, anche nell'oscurit della notte, come in quel momento. Le fiaccole degli uomini delle cohortes urbanae, appostati davanti alla basilica Giulia, avevano incuriosito Marzio, perci si era affacciato.
Quest'edificio  stato voluto da Giulio Cesare e poi l'imperatore Augusto lo fece ricostruire dopo un incendio. Si erge su una costruzione ancora pi antica, la basilica Sempronia. I Gracchi, nipoti del grande Scipione l'Africano, l'avevano fatta edificare sull'area un tempo occupata dall'enorme domus del nonno Scipione, per molti il pi valoroso romano prima di Giulio Cesare. Marzio ricordava la spiegazione del vecchio lanista durante un'uscita notturna, una delle poche volte in cui lo aveva voluto come guardaspalle per andare a lottare in casa di un patrizio.
Attraversarono i fori e costeggiarono in silenzio quello di Vespasiano, vicino al tempio della Concordia. L si ergeva anche la colossale statua equestre di Domiziano, imponente e provocatoria. Marzio la osserv con sprezzo. Non si concesse alcun sorriso. Era concentrato sul suo obiettivo, come quando entrava nell'arena. Lasci la tela e questa torn al suo posto. Chiuse gli occhi e si raccomand a Nemesi.
Il carro prosegu la sua lenta discesa verso sud, lungo il Clivus Orbius e il Vicus Sandalarius. Avevano girato tutto intorno al colle Oppio per accertarsi di non essere seguiti. Esamin il volto dei suoi compagni tra le ombre tremolanti, proiettate da una vecchia lampada a olio al centro del carro: c'erano altri due mirmillones, severi e seri, un po' pi giovani di lui, che a trentacinque anni era il pi anziano, insieme a uno dei sagittarii, di circa quarant'anni. Marzio era il gladiatore che aveva ottenuto il maggior numero di vittorie nell'anfiteatro: trenta, una cifra eroica. All'inizio per quei successi aveva provato orgoglio, ma poi era cambiato tutto. Accanto ai due mirmillones c'erano un provocator, un sannita e, seduti di fronte, due traci; completavano il gruppo un secutor, i due sagittarii - il veterano e uno pi giovane -, un dimachaerus e un hoplomachus. Marzio non li aveva scelti a caso: aveva bisogno innanzitutto di una forza che attaccasse a sorpresa i pretoriani tra le colonne dell'ippodromo, sempre che ci arrivassero vivi. Per questo contava sull'abilit del dimachaerus, con le sue spade affilate, e sulle frecce dei sagittarii. Dopo sarebbero arrivati al corpo a corpo con i pretoriani: un combattimento crudo, per niente spettacolare, gretto in confronto alle eleganti esibizioni dell'anfiteatro. Marzio aveva selezionato quegli uomini perch sapeva che erano bravi a combattere, ma non conosceva nemmeno i loro nomi. Da anni, ormai, non se ne curava pi. Tutti, tranne il dimachaerus, combattevano con pesanti elmi di protezione, ma nell'afa del carro, in quelle torride ore della notte, se li erano tolti per evitare malori e perch un filo d'aria li potesse raggiungere attraverso quella vecchia tela, che li proteggeva dagli sguardi curiosi di delinquenti, ubriachi e prostitute della notte romana.
Il carro si ferm all'improvviso.
Siamo arrivati abbai la voce di un uomo maturo, o segnato dalla vita. Marzio, con un violento strattone, scost la tela e salt gi dal carro ritrovandosi in una stretta viuzza.
L'uomo che aveva annunciato loro di essere giunti al luogo convenuto rispose allo sguardo interrogativo di Marzio. Siamo in un vicolo a sud del Circo Massimo. Si allontan di qualche passo dal carro fino a inginocchiarsi per terra e indicare l'ingresso di una vecchia e lurida fogna chiusa da una grata. Marzio non si era accorto che avevano gi superato il Vicus Tuscus, dopo aver attraversato decine di vicoli del centro di Roma. L'uomo, un vecchio con la gobba, prosegu: Bisogna entrare da qui.  una cloacula un po' angusta, ma i tuoi uomini ci passeranno.
Marzio si avvicin ed esamin l'apertura. Afferr la grata e questa cedette subito.
 stata predisposta per farvi entrare senza problemi gli comunic l'uomo con orgoglio. Marzio sapeva che Partenio aveva preparato il piano con l'aiuto di un curator delle cloache. Perch mai quell'uomo aveva collaborato? Per denaro oppure, come tanti altri, per vendicare qualche terribile offesa subita? La lista di uomini che desideravano la morte dell'imperatore sembrava infinita.
Marzio non disse nulla, ma annu in segno di riconoscenza e il curator sembr soddisfatto quando vide che gli uomini iniziavano a infilarsi nella piccola apertura. Marzio si guard intorno, piuttosto teso, ma quel vicolo era stato scelto con cura: non c'era anima viva. And verso il carro, prese la vecchia lampada a olio e una coperta in cui aveva avvolto alcune torce.
Vai disse a bassa voce il curator al carrettiere. Questi, senza nemmeno voltarsi, spron i cavalli, che si allontanarono lungo l'oscura stradina. Marzio, che non capiva perch quel vecchio si fosse trattenuto l con loro, gli pass davanti, si inginocchi vicino all'apertura della cloacula e si rivolse al secutor, l'ultimo entrato fino a quel momento.
Prendi, disse porgendogli una torcia che aveva appena acceso con la lampada a olio passale agli altri.
Una a una, accese le torce che dovevano illuminare i condotti sotterranei della citt e le pass al secutor, che a sua volta le porse al resto dei gladiatori. Marzio, allora, guard il curator e gli domand: Qual  la strada?.
Il vecchio ingobbito rimase un attimo in silenzio, per poi scoppiare in una risata che avrebbe potuto allertare qualche pattuglia notturna di vigiles, delle cohortes urbanae o, peggio ancora, di pretoriani. Marzio, confuso, aggrott la fronte. Stava per sfoderare la spada quando il curator si ricompose e disse in tono sprezzante: Stolto, questa strada non si pu spiegare. Chiunque entri nelle cloache senza il mio aiuto o quello dei miei esperti collaboratori si perder per sempre. Perch credi che sia rimasto? Ci sono tre diverse reti fognarie. La pi nuova  quella a nord, costruita di recente per gli edifici del Campo Marzio; poi c' il sistema di cloaculae dell'Aventino e del Palatino e per ultimo il pi antico e complesso di tutti: la rete della Cloaca Massima, che si estende al di sotto del Foro e di tutte le strade del centro. Vuoi davvero che ti indichi la strada? Potrei spiegartela migliaia di volte e al terzo cunicolo vi sareste gi persi. Fatti da parte. Se domattina volete fare il vostro lavoro, stanotte dovete seguirmi senza discutere.
Il vecchio, con un'agilit sorprendente, pass accanto a Marzio e scomparve nell'apertura della cloaca rapido come un giovane cinghiale. Il gladiatore inarc le sopracciglia in segno di ammirazione e smise di porsi il problema di come raggiungere le fogne del palazzo: quell'uomo li avrebbe guidati. Si guard intorno un'ultima volta e non vide nulla, soltanto il carro che si allontanava nell'oscurit. Allora si chin sull'apertura della cloaca, si cal con un po' pi di difficolt rispetto al vecchio e scomparve, come ingoiato da una Roma segreta che palpitava umida, sporca e puzzolente sotto i sandali dei suoi cittadini addormentati.
Ben presto Marzio si rese conto che lo spazio tra il suolo e il soffitto di quella cloacula era scarso, ma non solo per lui e i suoi uomini: anche il vecchio che li guidava faceva fatica a camminare eretto. Il gladiatore, allora, comprese da dove avesse origine l'incipiente gobba dell'uomo. Quindi pass tra i suoi gladiatori e diede un ordine. Seguiremo il curator, che ci guider fino al palazzo. State attenti a non fare rumore. Nessuno dalla strada deve avvertire la nostra presenza.
L'ordine raggiunse anche il vecchio curator, che sorrise tra s: scendendo ancora di qualche passo si sarebbero potuti perfino uccidere tra di loro e nessuno avrebbe sentito niente. Avanz in silenzio seguito da Marzio e dal provocator, che stringeva la prima delle torce. L'aria era pestilenziale e il curator sent diversi gladiatori tossire o schiarirsi la voce in un'inutile ricerca di aria pulita. Le cloache erano cos. Lo sorprese il fatto che Marzio non emettesse il minimo suono. Lo si sentiva a malapena respirare. Era chiaro che Partenio aveva cercato un uomo capace di qualsiasi cosa, vista la delicata missione per cui lo aveva reclutato. Girarono a sinistra, poi a destra, poi di nuovo a sinistra, sempre lungo corridoi angusti e umidi in cui i vecchi sandali del curator si inzupparono e si sporcarono fino alle caviglie. Infine raggiunsero una stanza pi grande, un grosso deposito in cui confluivano decine di cloaculae e il cui soffitto era pi alto di una decina di piedi, con gran sollievo di tutti. L'anziano not che Marzio guardava incuriosito i diversi canali che sfociavano in quell'enorme cisterna sotterranea.
Siamo sotto il Circo Massimo gli spieg, sentendosi importante agli occhi di quel gladiatore, che sembrava affascinato dal funzionamento delle cloache. Qui arriva la maggior parte delle cloaculae del Circo, delle case e delle insulae della zona. Tecnicamente,  una stanza di scolo. Vedi? disse indicando le cloaculae. Tutte sfociano qui, tranne quella pi grande, da cui l'acqua esce un po' depurata dopo che i resti solidi si sono sedimentati sul fondo della camera. Avanzate lungo il bordo oppure sprofonderete in un fango instabile di feci, urina e tutte le altre cose che i Romani buttano nelle fogne e scoppi in una risata che rimbalz sulla volta popolata dalle ombre fantasmagoriche dei gladiatori, che rimasero seri, impegnati a seguire le sue istruzioni.
Uscirono dalla stanza attraverso il canale di scolo. L la portata aumentava notevolmente e l'acqua, forse filtrata ma sempre maleodorante, arrivava fino alle ginocchia.
E siamo fortunati che non piove da settimane precis il vecchio con ironia.
Marzio lo seguiva con un misto di curiosit e concentrazione. Non poteva lasciarsi coinvolgere troppo dalla passione di quell'ometto per il secolare labirinto sotterraneo di Roma. Non doveva perdere di vista il suo obiettivo, anche se non poteva fare a meno di ammirare quel vecchio che sembrava conoscere alla perfezione ogni angolo delle cloache. Raggiunsero un altro bivio, ma uno dei due cunicoli era bloccato da alcune pietre cadute dal soffitto ed era impossibile proseguire in quella direzione.
Qui dobbiamo deviare spieg di nuovo il curator. La strada pi veloce era attraverso la cloacula bloccata. Bisogna ripararla, ma l'imperatore ha ridotto gli uomini di cui disponevo. Marzio percep una punta di stizza o, per meglio dire, di amarezza nelle sue parole e intu che quell'uomo si era unito alla congiura per qualcosa di ben diverso dal denaro. I soffitti e le pareti delle cloache ogni tanto crollano, non  una novit, prosegu mentre entravano nel cunicolo libero ma prima, con i Giulio-Claudi, si aveva maggiore cura delle fogne; la situazione  peggiorata con la costruzione dell'anfiteatro Flavio. Mentre gli operai trasportavano le pietre per il centro della citt, la grande Cloaca Massima cominci ad avere dei cedimenti, ma questo agli imperatori non interessava. Ci misi parecchio a riparare i danni, ma a loro non import. Per Giove, magari con questo nuovo giorno che sta nascendo il cesare capir che bisogna avere pi cura delle cloache della citt, vero? L'anziano curator si ferm e si volt di colpo per guardare Marzio dritto negli occhi. Vero? ripet, con uno sguardo adirato.
Marzio annu una volta soltanto, ma con fermezza. Questo parve sollevare l'animo torturato di quello strano essere, che sembrava aver vissuto da sempre nelle viscere di Roma. Il curator distolse lo sguardo dal gladiatore e riprese il cammino, adesso in salita, sulla collina dove si ergeva la gigantesca Domus Flavia.

20.

L'APOCALISSE.

Isola di Patmo, Mediterraneo orientale, 18 settembre del 96 d.C., alba.

Giovanni si rigirava tra le coperte del suo duro giaciglio in quella prigione dell'isola di Patmo, e nel suo delirio emetteva strani gemiti. Era l'ultimo apostolo di colui che i cristiani chiamavano il Cristo. L'ultimo dei dodici scelti direttamente da quel singolare profeta, e adesso giaceva l, dilaniato dal dolore delle piaghe, intrappolato in una pelle bruciata.
 la febbre disse uno dei legionari che lo sorvegliavano da giorni. Era un uomo giovane, che fino all'arrivo di Giovanni aveva sempre disprezzato i cristiani, ma adesso non poteva che ammirare la resistenza di quell'anziano, vivo contro ogni logica.
E anche le piaghe che ha dappertutto aggiunse un legionario pi vecchio, che si era impietosito e aveva chiamato un medico per far somministrare al discepolo del Cristo qualche palliativo.
Giovanni, il prigioniero, era arrivato sull'isola in pessimo stato, con il corpo devastato da orribili ustioni. Non ci si spiegava come fosse sopravvissuto, soprattutto dopo le torture che gli erano state inflitte al cospetto dell'imperatore di Roma.
Agli occhi dei due legionari, per, le sofferenze, e persino le peggiori bruciature che avessero mai visto, erano meno spaventose del panico riflesso sul volto del vecchio cristiano martirizzato.
No disse Giovanni, la cui voce era un sussurro sofferto venuto da molto lontano. Non  la febbre, e non sono le piaghe continu sollevandosi leggermente; stava riacquistando lucidit dopo una notte agitata come nessun'altra da quando era sull'isola. Non sono le ferite, n le bruciature. Non  niente di tutto ci; conosco bene questo dolore, mi accompagna da mesi, vive con me,  parte di me. No...  un'altra cosa, qualcosa di ben peggiore...
Si sedette sul letto e il legionario pi anziano gli avvicin alle labbra una ciotola di acqua fresca. Giovanni bevve con avidit fino a placare la sete. Svuot la scodella, il legionario la prese e si allontan tenendola tra le mani. Torn subito. Il vecchio era ancora l seduto, ansimante, come se cercasse di riprendere fiato dopo un combattimento. I due soldati sapevano che per tutti i cristiani del mondo, dalla Persia alle colonne d'Ercole, dall'Africa ai confini del Reno, le parole dell'anziano equivalevano a quelle del loro dio: potenti, colme di verit, sagge e inconfutabili. Cos si diceva, cos avevano sentito. Non ci credevano, ma non potevano fare a meno di provare ammirazione e curiosit.
Devi dormire gli consigli il veterano. Starai meglio.
Fece per andare via e richiudersi la porta della cella alle spalle, seguito dal legionario pi giovane, quando la voce dell'anziano li ferm.
Ho visto cose orribili esord Giovanni. Sollev lo sguardo e i suoi occhi incontrarono quelli dei soldati, confusi tra la necessit di adempiere ai loro doveri e il rispetto per la strana forza di sopravvivenza che quel tale dio infondeva al vecchio. Cose orribili... Giovanni nascose il volto tra le mani scheletriche e pianse, terrorizzato.
Ha perso la ragione comment il legionario pi giovane. Il dolore lo ha fatto impazzire.
 possibile replic il veterano, e, proprio in quel momento, per la prima volta, Giovanni svel il pi terribile dei suoi incubi.
Ho visto la fine del mondo disse, e si sdrai di nuovo, ma senza chiudere gli occhi, angosciato all'idea di addormentarsi e rivivere i suoi incubi. I due legionari chiusero la cella e lo lasciarono solo con le sue angosce e le sue sofferenze. Tuttavia, quell'annuncio della fine del mondo parve a entrambi troppo chiaro, troppo preciso, troppo umile per essere soltanto il frutto della sua pazzia.
Il tempo pass e all'hora sexta il prigioniero, pi sereno, chiam i legionari. Si avvicin il veterano.
Che cosa vuoi? Non  ancora ora di mangiare.
Lo so, rispose Giovanni ma ho bisogno di qualcosa su cui scrivere.
Il veterano sospir. Era la pi strana delle richieste, ma quel vecchietto tormentato non gli sembrava pericoloso. Nel giro di un'ora ritorn e, sotto la finestrella da cui si insinuava la potente luce del mezzogiorno, Giovanni inizi a scrivere. Con sua sorpresa, il dolore si attenu e il polso rimase fermo e deciso, come se la mano non fosse piagata e ustionata:
La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potest grande. Una delle sue teste sembr colpita a morte, ma la ferita mortale venne guarita.
Allora la terra intera, presa d'ammirazione, and dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perch aveva dato potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: Chi  simile alla bestia e chi pu combattere con essa?1.

1. GIOVANNI, Apocalisse 13, 2-4.

21.

IL PUGNALE DI STEFANO.

Stanza dell'imperatore, Domus Flavia, Roma, 18 settembre del 96 d.C., hora sexta.

La coppa di bronzo era vuota. Appoggiate sul tavolo, le mani dell'imperatore reggevano il papiro con una nuova lista di congiurati. Stefano stava alzando il braccio, ma lo schienale faceva ancora da ostacolo e inopinatamente proteggeva l'imperatore. Come avevano fatto a non pensarci? Oggi stesso... oggi stesso li voglio vedere tutti morti, tutti! Hai sentito, Stefano? Norbano deve essere messo subito al corrente... L'imperatore continuava a parlare. All'improvviso alz lo sguardo. Hai lavorato bene, Stefano. Hai lavorato bene e sarai... ma non complet la frase perch i suoi occhi non lo trovarono. Non c'era pi.
Tito Flavio Domiziano si volt lentamente e si rese conto, nella frazione di secondo che impieg a cercare il liberto, che si trattava di un vile, perfido tradimento, e non soltanto quello rivelato dalla lista: la lista stessa era un ignobile inganno. Cap di essere vittima di un'imboscata e non pot evitare il colpo che si stava abbattendo su di lui, ma fu molto rapido. Si butt a terra e il suo assalitore riusc a pugnalarlo goffamente soltanto all'inguine. Stefano non si aspettava una reazione cos repentina da parte dell'imperatore.
Aaaahh! ulul Domiziano, che reag scagliandosi addosso a Stefano come una belva. Il liberto, deluso per non essere riuscito a sferrare la pugnalata mortale alla schiena - come progettato all'inizio - a causa dello schienale del solium, brand il pugnale per difendersi. L'imperatore si allontan di qualche passo fino a raggiungere il letto dove riposava ogni notte e tast con la mano sotto il cuscino.
Tradimento, tradimento! Per Minerva e per Giove! Tradimento, tradimento, tradimento! ripeteva il cesare con veemenza. Gli avevano sottratto il pugnale che teneva sotto il cuscino. Era circondato da traditori, erano tutti traditori! Quel giorno sarebbero morti in tanti, molti pi di quelli che pensava. La sua furia, incontenibile come non mai, non avrebbe avuto limiti.
Maledetto infame... sibil Domiziano tra i denti e, senza titubare, si scagli contro Stefano per appropriarsi del pugnale con cui era stato attaccato. L'imperatore gli strinse il polso con tanta forza che l'arma cadde per terra e un sonoro clangore riecheggi per tutta la stanza.
Fuori dalla camera, i due pretoriani di guardia all'ingresso si guardarono e si girarono verso la porta. Partenio, che si stava avvicinando insieme al suo assistente, aggrott la fronte, mentre Massimo deglut. Si udirono colpi, grida, un ululato e l'inconfondibile voce dell'imperatore che gridava. Guardie!
I pretoriani spinsero la porta, che si spalanc. Agli occhi dei soldati, di Partenio e di Massimo apparve una scena ben pi truculenta di quanto si potessero immaginare: Tito Flavio Domiziano sanguinava da una gamba e zoppicava leggermente, ma aveva lo sguardo esultante ed esibiva il suo trofeo in una mano insanguinata.
Aaaahh, aaaahh! gemeva Stefano strisciando verso un angolo della stanza, con il viso ricoperto di sangue che zampillava. Mi ha strappato gli occhi! Mi ha strappato gli occhi!
E questo  solo l'inizio minacci l'imperatore avvicinandosi lentamente alla sua vittima insieme ai due pretoriani, che avevano gi sfoderato i loro gladi.  solo l'inizio di quello che ti aspetta. Si volt verso Partenio e Massimo: Di quello che aspetta tutti voi.
Spremette tra le dita i bulbi oculari di Stefano e questi esplosero come uova, facendo scorrere il sangue dell'uomo ormai cieco tra le mani del Dominus et Deus del mondo, un mondo di orrore e morte, ma pur sempre il suo mondo. Senza pi padrone n destino, il pugio con il rubino usato da Stefano giaceva a terra, dimenticato da tutti, testimone di quell'audace tentativo di cambiare il corso della storia.
Partenio, a dispetto del terrore e della consapevolezza di non poter negare il suo coinvolgimento in quella congiura, e pur sapendo di trovarsi in mezzo alla peggiore delle tempeste, mantenne un'algida serenit: pensava di avere ancora una possibilit di sopravvivere. Si sentivano rumori provenire da luoghi diversi e il consigliere imperiale identific correttamente l'origine di ciascun suono, a cui soltanto lui sembrava prestare attenzione: erano i passi delle decine di pretoriani che stavano accorrendo da tutti gli angoli del palazzo in aiuto del loro capo supremo, convocati dal suo grido lacerante. Si percepiva anche un rumore inconfondibile di sandali di guerrieri al di l della porta che conduceva alla stanza dell'imperatrice. Cos Partenio, rinfrancato dal sollievo di chi scommette, per l'ultima volta, quel poco che gli resta da giocare, si volt verso la porta da cui lui e Massimo erano entrati e la chiuse con forza, sotto lo sguardo sorpreso dell'imperatore che ancora stringeva tra le mani i bulbi oculari strappati all'agonizzante Stefano.
Aiutami! grid Partenio a Massimo mentre cercava di bloccare l'uscita con una pesante sbarra di bronzo. Avevano appena sprangato la porta quando la prima ondata di pretoriani accorsi la fece cigolare cercando di sfondarla dall'esterno.
Partenio, mormor l'imperatore come se si rivolgesse a un bambino Partenio,  tutto finito. Lasci cadere dalle mani insanguinate i bulbi oculari di Stefano, che singhiozzava rannicchiato in un angolo, preda di un dolore atroce che lo stava facendo impazzire.
I due pretoriani, appostati ai lati dell'imperatore, si avvicinarono con le spade sguainate, una puntata al petto di Partenio e l'altra a quello di Massimo.
L'imperatore si rivolse a Partenio per l'ultima volta. Un buon consigliere deve riconoscere quando non ha pi senso lottare. Stava per ordinare ai pretoriani di giustiziare quei due maledetti liberti che avevano osato ordire una congiura quando, sorpreso dal tono sicuro con cui Partenio rispose, sent pronunciare le sue stesse parole dalla bocca del traditore, come se fosse allo specchio.
Hai ragione, Dominus et Deus: bisogna riconoscere quando non ha pi senso lottare.

22.

QUATTRO GLADIATORI.

Domus Flavia, Roma, 18 settembre del 96 d.C., hora sexta.

Marzio stava risalendo lo stretto cunicolo imbrattato dal sangue nemico. Il combattimento all'ippodromo era stato molto pi feroce di quanto avesse immaginato. Era stato uno scontro rapido e i pretoriani avevano lottato con l'unico scopo di uccidere l'avversario pi in fretta possibile. Otto morti. Mentre avanzava, Marzio scosse la testa. Avevano trovato molti pi soldati di quanti gliene avessero preannunciati. Quante altre vite sarebbero state sacrificate in nome di quel folle piano? Aveva perso otto uomini: ora rimanevano solo in quattro. Quattro gladiatori contro il resto della guardia imperiale. Era una pazzia. Poteva fermarsi, tornare indietro, approfittare del fatto che l'ippodromo fosse ancora sguarnito e scappare dalle fogne, ma l'imperatore era ancora vivo e a quel punto sarebbe stato tutto vano. E poi Domiziano avrebbe mandato tutti i suoi uomini a cercarlo. Non avrebbe trovato un rifugio sicuro in tutta Roma e decine di pretoriani armati avrebbero pattugliato le porte della citt. L'Urbe sarebbe diventata per lui un enorme carcere a cielo aperto. Prima o poi lo avrebbero arrestato, per poi giustiziarlo nell'arena nel modo pi orribile che la contorta mente dell'imperatore potesse concepire. No, doveva andare avanti. Era l'unica cosa che potesse fare, che dovesse fare. Gli mancava il fiato: prima la lotta, adesso il cunicolo segreto, angusto e senz'aria. Ma non poteva fermarsi. Sentiva il respiro affannoso del sannita, del provocator e del tracio dietro di lui. Forse gli uomini che lo seguivano erano in preda ai suoi stessi dubbi, ma non erano fuggiti. Non potevano mollare adesso. Lui, Marzio, non lo avrebbe fatto. Lo doveva ad Attilio, a quell'infausto pomeriggio nell'anfiteatro in cui una parte di lui era morta per sempre e che aveva reso i suoi giorni vuoti e senza senso. Pens ad Alana. Lei gli aveva ridato la vita. Era l anche per lei. In fondo al cunicolo si vedeva una luce. Per cambiare il loro destino, e per Attilio, avrebbe percorso quel cunicolo e ucciso l'imperatore. Nell'ultimo tratto del passaggio il bagliore si fece accecante. Stava camminando verso la luce... Oppure sarebbe morto lottando...

23.

INTERFECTURUS TE SALUTAT.

Stanza dell'imperatore, Domus Flavia, Roma, 18 settembre del 96 d.C., hora sexta.

Hai ragione, Dominus et Deus: bisogna riconoscere quando non ha pi senso lottare ripet Partenio guardando dritto in faccia Tito Flavio Domiziano.
All'improvviso, alle spalle dell'imperatore, si apr la porta che dava accesso alla stanza dell'imperatrice e da l emerse la figura imponente e minacciosa di un gladiatore, un mirmillo armato fino ai denti seguito da un tracio, un provocator e un sannita. Non erano tutti quelli che Marzio aveva promesso: la lotta all'ippodromo doveva aver provocato pi vittime del previsto. Dietro i gladiatori, Partenio riusc a scorgere l'imperatrice, piccola e minuta. Lei aveva svolto il suo compito. Il consigliere imperiale si concesse un momento per apprezzare il suo impegno: l'aiuto di Domizia era stato inestimabile. Non le si poteva chiedere altro. Se i gladiatori avessero svolto il loro lavoro rapidamente potevano ancora portare a termine il piano.
Domiziano si volt per guardarsi alle spalle: quattro gladiatori avanzavano verso di lui, armati di spade e protetti da corazze e scudi, bramosi di abbattere il nemico. Era in trappola. In trappola, s, ma non ancora sconfitto. La sua mente cercava affannosamente di spiegarsi come avessero fatto quei gladiatori ad arrivare fin l. E lo cap non appena intravide dietro di loro la figura inconfondibile, esile ma determinata, di Domizia. L'imperatore parl a voce alta, affinch lei lo sentisse bene. Anche tu?
L'imperatrice sorrise con l'amarezza di chi non prova altro che disgusto. Anch'io, Dominus et Deus rispose, pronunciando con disprezzo i titoli che Domiziano si era attribuito. Il suo sdegno avrebbe fatto gelare il sangue di chiunque, tranne che di suo marito, il quale non si trattenne dal replicare sputando fuori la sua rabbia.
Da quando? Voglio sapere da quando!
Da sempre. Da quando ho saputo che avevi tradito e ucciso il mio primo marito mi sono augurata di vederti morto e finalmente oggi il mio desiderio si realizzer.
Non sai quello che dici replic l'imperatore mettendosi tra i due pretoriani che stavano per affrontare i gladiatori. Con te sar molto crudele: ti torturer e poi ti far seppellire viva, come quell'empia vestale. In tutta la sua furia, Domiziano non fu in grado di ricordare il nome della Vestale Massima. Erano troppe le persone che aveva fatto giustiziare per poter tenere a mente il nome di ciascuna di loro.
La risposta dell'imperatrice graffi i muri della stanza: Uccidetelo! Uccidetelo! Uccidetelo! Uccidetelo!.
Cadde a terra, spossata dalla sua incontenibile rabbia e scoppi in lacrime. Partenio, all'altra estremit della stanza imperiale, fece un cenno di assenso a Marzio. Il mirmillo avanz e attacc uno dei due pretoriani. Questi sollev il pesante scudo e par il colpo del gladiatore. Il tracio e il sannita, invece, si scagliarono contro l'altro soldato, che indietreggi per proteggersi, ma inciamp contro qualcosa di metallico, il pugnale usato da Stefano, dimenticato sul pavimento e macchiato del sangue dell'imperatore ferito. Il pretoriano scivol e, mentre cercava di recuperare l'equilibrio, fu sorpreso dalla corta spada del sannita che gli tagliava la gola. Cadde sulla schiena e il tracio gli affond la lunga sciabola tra le costole. Il soldato della guardia imperiale rimase immobile al suolo, mentre dalla bocca gli fuoriuscivano fiotti di sangue.
Marzio si batteva contro l'altro pretoriano. Doveva essere un veterano delle campagne del Nord perch stava lottando con notevole destrezza, quando il provocator, silenzioso, si par dietro di lui.
Attento! grid l'imperatore, accortosi che il suo ultimo difensore stava per cadere, ma il suo avvertimento arriv troppo tardi e il provocator colp il pretoriano alla gamba proprio dove terminava la lorica di protezione. Il soldato rimase in ginocchio e Marzio, brandendo con forza la spada, gli tagli di netto la testa con un colpo poderoso. Testa ed elmo rotolarono sul pavimento fino a fermarsi in un angolo della stanza, svelando un'orribile smorfia di sorpresa, incredulit e dolore sul volto del pretoriano.
L'imperatore del mondo  rimasto da solo. Marzio gli si avvicina lentamente. Il gladiatore non si perde in preamboli e colpisce con l'estremit dello scudo il ventre di Tito Flavio Domiziano. Il Dominus et Deus lancia un grido soffocato. Fatica a respirare e si piega fino a cadere in ginocchio, cercando di recuperare il fiato che il colpo gli ha mozzato. Inizia a vomitare.
Uccidilo, uccidilo, uccidilo! esclama l'imperatrice, non capendo a cosa sia dovuta quella improvvisa lentezza.
Marzio, il pi grande dei gladiatori, si avvicina a passi misurati, ripensa ad Attilio e alle sue parole - Io vivr in te! Vivr in te - e si concede un breve momento per gustarsi la sua vendetta. Vuole godersi quell'istante. Lo deve ad Attilio, ed  per questo che dice: Ave, Caesar, interfecturus te salutat. Ave, Cesare, colui che sta per ucciderti ti saluta.
Trarre piacere da un combattimento, per, concedersi un istante di gloria prima che il nemico sia morto si rivela inevitabilmente un errore. Un errore fatale. E l non ci sono arbitri e nemmeno un editor dei giochi, bens solo l'imperatore che lotta per sopravvivere. E a Marzio  sfuggito questo dettaglio. Domiziano ha avuto il tempo di riprendere fiato e ha cessato di vomitare mentre il gladiatore si metteva in posizione e lo salutava; e cos, dopo aver recuperato le forze, con rinnovata energia, il cesare lo spinge all'indietro e corre verso il letto. Ci salta sopra e ci si rifugia dietro. Marzio vacilla ma ritrova presto l'equilibrio e avanza verso la sua preda. Tuttavia, in un attimo cambia tutto: all'improvviso le porte della stanza cedono sotto la spinta degli umbones dei pretoriani e una dozzina di guardie imperiali fanno irruzione nella sala. E di certo questi soldati sono soltanto il preludio dei molti altri che arriveranno.
L'imperatore sente un lamento ai suoi piedi e vede l'accecato Stefano rannicchiato l, come un cane spaventato. Approfitta dell'occasione e gli sferra un calcio nelle costole. Si volta verso Marzio e gli altri gladiatori, che retrocedono per difendersi dalla guardia imperiale, e li fissa uno per uno negli occhi, poi scruta Partenio, Massimo e infine Domizia Longina, sua moglie. Sorridendo, l'imperatore di Roma proclama la sua vittoria finale.
Non ce la farete mai contro di me, mai! Oggi  il giorno in cui eliminer tutti i miei nemici, ognuno di voi! e, voltandosi verso i pretoriani e alzando le mani ancora sporche del sangue di Stefano, grida: Guardie!.
Partenio si allontana, cercando di trovare una via di fuga, ma lui e Massimo, disarmati, sono in trappola tra i quattro gladiatori che retrocedono e i pretoriani che avanzano. Partenio scuote la testa a ritmo forsennato e intravede l'affilato pugnale che aveva consegnato a Stefano per uccidere l'imperatore, con il suo bel rubino rosso, che giace in terra senza aver adempiuto al suo compito. Un'arma eccessiva in mano a soldati cos inetti. Era stata una disfatta. Una disfatta.

LIBRO Secondo.

L'IMPERO IN GUERRA.

Anno 63 d.C, (817 ab Urbe condita).

33 anni prima del giorno stabilito per l'assassinio dell'imperatore Domiziano.

Le leggi giacciono vinte sotto la spada di guerra.
OVIDIO, Tristia, Libro V, VII, 48

24.

UN BANCHETTO IN ONORE DI NERONE.

Tarraco, Hispania, 63 d.C.

Traiano padre, con il figlio di dieci anni e una decina di uomini di Italica, giunsero a Tarraco. Avevano accettato l'invito del nuovo governatore della provincia Tarraconense, Servio Sulpicio Galba. Erano arrivati fino alle porte della citt, dove si stavano radunando carri e cavalli, gi in coda per entrare ordinatamente.
 ovvio che siano voluti venire tutti disse Traiano agli amici.
E perch, padre? Il figlio non aveva ancora capito come mai fossero dovuti partire in tutta fretta e viaggiare per parecchi giorni solo perch il governatore di una provincia, che non era nemmeno la loro, li aveva invitati a cena. Suo padre lo guard, gli accarezz il capo e, intenerito per la sua ingenuit, gli spieg.
La Hispania, figliolo,  divisa in tre province: la Betica, a sud, la Lusitania, a sud-ovest, e la grande Tarraconense, che si estende dal Mediterraneo alle lontane regioni minerarie nord-occidentali. Il governatore di quest'ultima  superiore al nostro e a quello della Lusitania, che sono solo pretori. Sulpicio Galba, invece,  un console e soprattutto, essendo il governatore della Tarraconense, ha il comando effettivo della VI Victrix Gemina, l'unica legione presente in tutta la Hispania. Perci, se Sulpicio Galba ha deciso di dare un grande ricevimento in onore dell'imperatore Nerone e ha invitato tutte le autorit municipali ispaniche, noi dobbiamo andarci. E, guardando la fila di carri che avanzava verso la citt, ripet diverse volte: Dobbiamo andarci, dobbiamo andarci.
Il ragazzino ora aveva capito perch per suo padre - e per tutta Italica, a giudicare dal numero di funzionari che erano l con loro - fosse di primaria importanza presenziare a quella festa.
Tarraco sorprese il giovane Traiano per la sua maestosit. Gli unici, grandi edifici pubblici della sua natale Italica erano il teatro e le terme. Il resto della citt era composto da diverse domus e altre residenze, e c'erano solo alcune grandi villae di campagna, come quella di suo padre, poco fuori dal centro. Invece Tarraco, l'antica citt degli Scipioni, si stagliava con un'enorme mole di edifici, che affascinavano la suggestionabile mente del ragazzino. La delegazione di Italica aveva dovuto lasciare i carri fuori dalle mura perch le strade della citt non potevano accogliere tutti i mezzi sopraggiunti, e adesso Traiano camminava lento, in mezzo al brulichio di quell'immenso porto del Mediterraneo, il che gli permetteva di apprezzare l'architettura di ogni singola imponente costruzione pubblica: le antiche ma resistenti mura della citt, il venerato tempio di Augusto - costruito dopo la morte del divino imperatore - e l'immenso teatro. A nord della citt c'era anche un grande acquedotto, ma essendo entrati da sud non avevano potuto ammirarlo. A Tarraco non c'erano circhi n anfiteatri, ma nessuno dubitava che presto sarebbero stati costruiti edifici in grado di ospitare qualsiasi genere di ludi circenses, con corse di quadrighe e munera con gladiatori provenienti da tutto il mondo.
E come mai il governatore ha deciso di dare questo ricevimento proprio adesso? chiese ancora il giovane Traiano, ormai annoiato da tutte quelle bellezze architettoniche.
Perch Nerone non solo ha finalmente sedato la ribellione della Britannia, ma  anche riuscito a porre fine alla guerra con i Parti grazie a Corbulone, che ha sostituito quell'inetto di Lucio Cesennio Peto. Davvero un grande legatus augusti, quel Gneo Domizio Corbulone. Ci vorranno anni prima che arrivi un altro come lui. Aggiunse alcune parole, quasi in un sussurro, ma suo figlio riusc a sentirle: Speriamo che l'imperatore non si accanisca su di lui. Poi, a voce pi alta, disse: Adesso, figliolo, la pace regna su tutto l'Impero. Un evento rarissimo.
Il ragazzino sapeva che anche il padre, guidato dell'eroico Corbulone, aveva contribuito a consolidare la pace in Partia come legatus di un'intera legione, ma era un uomo modesto e non ostentava mai la sua brillante carriera militare. Ci non gli impediva di essere il cittadino pi rispettato di Italica, oltre che uno dei pi ricchi. Dopo le nozze, grazie alla dote della moglie, era riuscito a mettere insieme il milione di sesterzi necessario per diventare senatore. Era uno dei pochi ispanici al Senato.
Raggiunsero la locanda destinata agli abitanti della Betica e, appena entrati, capirono che non era grande abbastanza da ospitare tutte le persone giunte in citt.
Al porto hanno preparato dei magazzini con molti posti in pi annunci il locandiere a Traiano. Questi serr le labbra e aggrott la fronte. Il loro soggiorno a Tarraco non iniziava nel migliore dei modi. Aveva sentito dire che Galba non era il tipo da sperperare denaro, ma si era aspettato alloggi un po' pi dignitosi di qualche vecchio magazzino. Dopotutto lui era un senatore e aveva prestato eccellenti servigi nella guerra contro i Parti; ma con ogni probabilit era quello il trattamento che si era scelto di riservare agli ispanici. Giunto in quei magazzini svuotati in tutta fretta, l'odore di carne imputridita e pesce marcio conferm le sue ipotesi. Il figlio lo guardava: non poteva credere ai suoi occhi. A Italica non vivevano nel lusso sfrenato, tutt'altro - si era perfino abituato a dormire all'aria aperta quando andavano a caccia -, ma nella loro villa tutto era splendente e ordinato e, soprattutto, pulito.
 solo per una notte disse uno degli uomini che erano con loro mettendo una mano sulla spalla di Traiano. Non fa niente.
L'altro annu senza dire nulla. Non era deluso per il pessimo alloggio riservatogli, bens per le implicazioni di quel gesto. Lui - come gli altri ispanici e le decine, centinaia di autorit arrivate da tutte le province - meritava un migliore trattamento giuridico da parte di Roma. Il suo sogno pi grande era riuscire a ottenere la cittadinanza romana per tutti gli ispanici, e non solo per coloro che avevano ricoperto una carica governativa, come nel suo caso. Tuttavia, quell'accoglienza non faceva sperare che Sulpicio Galba potesse mai appoggiare la sua richiesta all'imperatore Nerone. Avrebbero continuato a essere dei proscritti. Non importava che fossero ricchi o senatori. Li avrebbero sempre ritenuti cittadini di rango inferiore. E poi si diceva che Galba, nonostante la fortuna accumulata negli ultimi anni, fosse terribilmente avaro.
Di ritorno verso il palazzo del governatore, nel centro di Tarraco, Traiano padre confess i suoi sospetti a Rufo, il pi anziano tra i cittadini di Italica l con lui.  tutta una messa in scena. Galba d una grande festa, un sontuoso banchetto in onore di Nerone, ma non ne otterremo niente; vuole soltanto che la grandezza delle celebrazioni giunga alle orecchie dell'imperatore per compiacerlo e ammansirlo. Poi abbass la voce. Sono gi in molti a volersi ribellare contro Nerone, e Galba, con questa festa, cerca di allontanare i sospetti da se stesso. Abbiamo fatto questo viaggio per nulla.
Rufo lo ascolt con attenzione e rispose: Forse c' ancora qualche possibilit, non disperiamo. Vediamo come si comporta al banchetto. Tu hai guidato un'intera legione nientemeno che sotto Corbulone, il legatus augusti pi ammirato dell'Impero.
E anche il pi temuto da Nerone. No, non credo che il fatto di aver servito Corbulone sia ben visto da Galba rispose Traiano stringendo i pugni, mentre venivano accolti da una pletora di schiavi nel palazzo del governatore. Guard fisso quello che sembrava l'atriense e si present: Il mio nome  Marco Ulpio Traiano, senatore di Roma, vengo da Italica e con me ci sono mio figlio e altre autorit della....
Quando, con sua grande sorpresa, il servo lo interruppe, l'ispanico intu che non doveva trattarsi di uno schiavo, ma di un liberto di rango ufficiale che coordinava il ricevimento. Va bene. Traiano, tu e tuo figlio potete venire con me; voialtri potete godervi i giochi organizzati in onore di Nerone.
Si volt e si incammin rapido, mentre padre e figlio dovettero separarsi dai loro amici. Traiano e Rufo ebbero solo il tempo di scambiarsi uno sguardo interrogativo. Il senatore Traiano segu il liberto prendendo per mano il figlio, pensieri contrastanti si affollavano nella sua mente. Era seccato che il liberto non avesse permesso agli altri di presentarsi e li avesse separati, ma era altres logico che non tutte le persone giunte a Tarraco potessero accedere al palazzo. In questo senso, il fatto che il governatore avesse dato istruzioni di far entrare lui, Marco Ulpio Traiano, senatore, e la sua famiglia gli infondeva ancora un po' di speranza. Forse quella lunga e sofferta campagna in Partia, alla fine, avrebbe dato i suoi frutti.
Il palazzo del governatore aveva un ampio peristilio, adibito per l'occasione a sala da pranzo, con decine di triclinia per almeno cento, centocinquanta persone. Era senza dubbio il banchetto pi sontuoso a cui Traiano avesse mai preso parte. Guard suo figlio. Il ragazzino si guardava intorno senza riuscire a nascondere la sua ammirazione per l'infinit di triclinia, l'abbondanza dei primi vassoi che arrivavano e l'impressionante aspetto di Galba, sdraiato accanto alla moglie, con la quale si intratteneva in una piacevole conversazione. Il liberto indic loro un triclinium, su cui padre e figlio si sdraiarono. Non era consuetudine che i bambini mangiassero con gli adulti, ma il liberto aveva notato l'espressione risentita di Traiano dopo averlo separato dai suoi amici e decise di non fare obiezioni.
Ho fame disse il ragazzino.
Suo padre sorrise. Adesso ci porteranno uno di quei vassoi, figliolo lo rassicur, un po' pi sereno, accarezzando l'idea che magari in quella comissatio, una volta terminato il banchetto, sarebbe riuscito a parlare con gli altri invitati. Allora, forse, avrebbe potuto avanzare la sua petizione di cittadinanza per tutti gli abitanti dei municipi ispanici, ben sapendo che sarebbe stata appoggiata da molti dei presenti. Le succulente leccornie per non erano destinate a quell'angolo, ma aleggiavano in lontananza in un'umiliante esibizione di potere e lusso. Traiano cap che i vassoi con i cibi pi prelibati erano solo per il governatore e la sua cerchia pi ristretta, mentre al resto dei commensali venivano distribuiti carne secca e pesce lesso e scondito, senza nemmeno un garum di qualit. Quando Traiano ne assaggi un po', cap immediatamente dove fossero finiti la carne imputridita e il pesce marcio dei magazzini in cui erano stati ospitati. Di certo, Galba sapeva come ottimizzare le risorse. Mai e poi mai un banchetto di tali dimensioni sarebbe risultato tanto economico a un anfitrione. E non solo: mentre loro si vedevano costretti a ingerire quella carne andata a male in semplici piatti di comunissima terracotta, Galba e i suoi amici utilizzavano raffinate stoviglie della migliore terra sigillata di tutta la Hispania, materiale di pregio riccamente decorato e con un marchio sul retro di ogni pezzo, ad attestare la qualit di ogni ciotola e piatto.
Padre... reclam il giovane Traiano con un'espressione disgustata, mentre sputava un pezzo di carne.
Lo so, figliolo, lo interruppe non dire nulla e non mangiare. Quando usciremo da qui ci fermeremo in una locanda e ci rifocilleremo come si deve. Adesso limitati a stare in silenzio e a osservare.
Il ragazzino segu il consiglio con tutto il suo impegno, ma alla fine la rabbia ebbe il sopravvento e, a bassa voce, domand: Perch ci trattano cos?.
Il padre lo guard sorpreso. Sembrava che suo figlio si stesse finalmente interessando alle questioni politiche dell'Impero e non solo di partite di caccia e questioni prettamente militari. Se da quel malaugurato banchetto fosse riuscito a trarre una lezione di gestione politica, non tutto sarebbe stato inutile. Era importante che il ragazzino comprendesse quale fosse la sua posizione all'interno dell'Impero.
Lo fanno perch ai loro occhi noi siamo Romani di rango inferiore. E, be', anche perch il governatore  uno spilorcio, visto che avrebbe potuto almeno servirci qualcosa di commestibile.
Mentre rifletteva sulla risposta del padre, il giovane guardava tutti gli invitati che, come lui, avevano assaggiato qualche boccone: per salvare le apparenze, nessuno osava lamentarsi.
 perch siamo nati nella Hispania?
Il padre annu. Perch siamo nati nella Hispania sentenzi con solennit, come se quella fosse una macchia che li avrebbe accompagnati per tutta la vita. Pensavo che con questo banchetto Galba volesse migliorare i rapporti con noi, figliolo, ma  chiaro che non  cos. Il governatore intende soltanto farci capire con chiarezza come ci considera e, di conseguenza, essendo la voce dell'imperatore in questa parte dell'Impero, come ci considera anche Nerone. Figlio mio, prima lo capisci, meglio : possiamo lottare per il cesare e morire per lui; possiamo perfino arrivare al Senato e, se la dea Fortuna ci assiste, raggiungere anche un posto nella curia, ma per lui e per tutti i suoi governatori non saremo altro che cittadini di rango inferiore. Rimase in silenzio e chin il capo, sospirando. Erano parole dure da dire al proprio figlio, ma il ragazzino doveva sapere cosa aspettarsi.
E tutto questo non cambier mai, padre?
Non credo, ragazzo mio, non credo. Siamo ispanici. Questo non possiamo proprio cambiarlo.
Il giovane Traiano non domand altro. Il padre lo osserv mentre, pensieroso, guardava il suo piatto di carne avariata.

25.

LE BIBLIOTECHE DI ROMA.

Ma perch tu non abbia a ignorare dove sono in vendita, cos da dover girare qua e l per tutta Roma, con la mia guida andrai a colpo sicuro: cerca Secondo, il liberto del dotto Lucense, dietro l'ingresso del tempio della Pace e il foro di Pallade1.
MARZIALE I, 2

Roma, 65 d.C.

Il giovane Traiano si guardava intorno a occhi spalancati. Roma, la citt che li disprezzava in quanto ispanici, la stessa Roma che derideva il suo goffo accento quando parlava in latino, li circondava con tutto il suo splendore e lui, a malincuore, non poteva provare altro che spaesamento e ammirazione per tutto ci che vedeva. Il dodicenne passeggiava con suo padre tra gli immensi edifici che da secoli si stagliavano nel Foro della capitale dell'Impero. Accanto a loro, orgogliose, si ergevano le nuove opere dei divini Giulio Cesare e Augusto.
Sono impressionanti. Vero, figliolo? comment il padre, a cui l'adolescente fece cenno di s senza dire una parola. Era sbigottito. Il giorno prima avevano assistito a una spettacolare corsa di quadrighe nel circo e avevano visto il pubblico acclamare quelle preferite: alcuni sostenevano quelle azzurre, altri le verdi, le rosse o le bianche. Come accadeva sempre in quei giorni, avevano vinto di nuovo le quadrighe azzurre.
Roma era un formicaio di gente che andava da una parte all'altra, da un evento all'altro: lungo la strada c'erano banchi di verdura, carne, bestiame, frutta, e locande di ogni sorta; a ogni angolo si potevano trovare ciarlatani, considerati saggi da alcuni e derisi da altri, che lanciavano loro delle pietre non appena questi abbassavano la guardia. Roma, per, era soprattutto un brulichio incessante di persone: un'immensa moltitudine che occupava, riempiva, gonfiava ogni pi piccolo spazio. Si vedevano portantine di nobili patrizie avanzare scortate da robusti schiavi, che allontanavano la folla perch non infastidisse le loro padrone; bisognava prestare attenzione ai lavori di manutenzione o a non scivolare sui rifiuti che qualcuno non troppo ligio alle regole buttava dappertutto. Italica, in confronto, era solo un piccolo paesino in una remota provincia di quello sterminato Impero.
Adesso capisci perch ci disprezzano tanto, vero? continu suo padre.  probabile che io debba andare di nuovo a nord o in Oriente. Ci sono problemi su tutti i confini e di certo chiederanno ancora aiuto a noi delle province. Ma prima volevo che vedessi Roma, la citt che governa il mondo e tutti noi e alla quale, che noi lo vogliamo o no, che loro lo vogliano o no, apparteniamo. Infatti, figliolo, pur venendo dalla lontana Italica, anche noi siamo Romani, e abbass la voce, non per paura che lo sentissero, ma come se le sue parole fossero pi un pensiero ad alta voce che rivolte a qualcuno solo che loro lo ignorano. Roma non sa quanto le serviamo e per questo si concede il lusso di denigrarci. Giulio Cesare non era cos, no... e lo uccisero. Scroll il capo, sconsolato, ma poi si riscosse e, appoggiando una mano sulla spalla del figlio, disse in tono deciso: Lasciamo perdere i pensieri tristi, figliolo. Siamo venuti qui per goderci la citt, non per riflettere sulle nostre sofferenze. Ieri hai assistito alle corse delle quadrighe e questo pomeriggio andremo in un anfiteatro a vedere una bella lotta di gladiatori. Avrei voluto portarti a una rappresentazione teatrale del grande Plauto, sarebbe stato un ottimo modo di impegnare la mattinata, ma il teatro di Marcello non ha ancora riaperto dopo l'incendio.
Traiano si riferiva al grande incendio che aveva distrutto il centro di Roma solo un anno prima. Le cause del disastro non erano ancora state accertate. La versione ufficiale era che i cristiani avessero dato fuoco alla citt come atto di fanatica ribellione.
Sia Traiano padre sia il figlio, per, sapevano che alle spalle dell'imperatore, nelle locande delle citt di provincia e anche nella stessa Roma, si vociferava che fosse stato Nerone in persona ad appiccare quell'olocausto di fuoco e follia. Nessuno sapeva come fosse andata davvero la faccenda. Certo, il giovane Traiano aveva notato che nella zona colpita dall'incendio, molto vicina al Foro, Nerone si stava facendo costruire una magnifica residenza con centinaia di stanze (un migliaio, addirittura, secondo qualcuno), con fastosi giardini destinati ai suoi piaceri privati. Ma poteva anche essere solo una coincidenza. Non aveva mai sentito suo padre dare credito a quella diceria, ma neppure accusare i cristiani. I silenzi del padre non erano mai casuali, e il ragazzo aveva imparato a interpretarli con chiarezza e senza l'impertinente bisogno di porre domande scomode, sicch prefer deviare la conversazione dallo spinoso argomento dell'incendio.
E se non andiamo a teatro, cosa facciamo, padre? domand. Mancano ancora parecchie ore prima che inizino le lotte dei gladiatori.
Andiamo a cercare degli scritti, figliolo. E, mentre proseguiva sicuro tra gli stretti vicoli che si dipartivano dal Foro, aggiunse in tono solenne: Ti porter in una biblioteca.
Al giovane Traiano il programma non parve entusiasmante come le quadrighe o i gladiatori. Leggeva volentieri, certo; suo padre lo aveva iniziato ai classici greci e latini. Grazie ai suoi consigli aveva letto Aristotele e le opere teatrali di Aristofane ed Euripide, nonostante facesse fatica con il greco; preferiva di gran lunga Plauto per la freschezza e la vivacit dei suoi scritti, in particolare il Miles gloriosus. Gli piacevano anche le grandi opere storiche, come quelle di Tito Livio o di Polibio, soprattutto per le dettagliate descrizioni delle antiche guerre di Roma contro Cartagine. Oltre a questo, per, non poteva dire di avere una passione sfrenata per la lettura. Ma suo padre, tenace come sempre, insisteva. E adesso gli toccava recarsi in biblioteca. Le strade diventavano pi erte man mano che si avvicinavano alla meta.
Qui, sul Palatino, ci sono le migliori, ma vedo che l'incendio non ha risparmiato questa zona. Traiano non era stato a Roma negli ultimi quattro anni ed era indignato per tutti quei danni. L c' il tempio di Apollo, e di fianco... Un breve silenzio: l'edificio vicino era semidistrutto. Di fianco c'era la Biblioteca Palatina. Di quell'antico centro del sapere rimaneva ben poco, quasi niente. Si guard intorno e riprese a camminare di nuovo verso il Foro. Andremo in una delle biblioteche fatte costruire da Tiberio. Non sono grandiose come lo era questa, ma forse troveremo quello che sto cercando per te.
Le biblioteche di Tiberio, seppur non andate distrutte, erano chiuse al pubblico; uno degli operai che stavano riparando l'edificio consigli a Traiano padre di lasciar perdere quelle del centro e dirigersi alla grande biblioteca voluta da Augusto a Campo Marzio, quella conosciuta con il nome di Porticus Octaviae.
Che libri stiamo cercando, padre? domand il giovane Traiano con sincera curiosit.
I Commentarii de bello gallico e i Commentarii de bello civili di Giulio Cesare, in cui il grande generale descrive le strategie militari che adott nella conquista della Gallia e nel corso della guerra civile. So che in parte li hai letti con il tuo precettore a Italica, ma leggerli non basta. Devi possederli e consultarli molto spesso. Cesare fu il pi grande stratega di tutti i tempi, insieme a Scipione, Annibale e Alessandro Magno. Per quanto ne sappiamo, per, n Annibale n Scipione lasciarono scritti di loro pugno, anche se ci sono i testi degli storiografi, e pare addirittura che Scipione avesse redatto delle memorie. Che magnifici rotoli dovevano essere, figlio mio!
Traiano parlava con la veemenza che riservava alle grandi passioni della sua vita: la famiglia, la carriera militare e Roma. Il figlio lo ascoltava ammirato: un giorno gli sarebbe piaciuto essere come lui, un grande legatus, un senatore di Roma e un uomo colto. Sapeva che non avrebbe mai potuto eguagliarlo: pochi ispanici erano giunti al comando di una legione.
S, peccato che le memorie di Scipione siano andate perdute continu Traiano mentre procedevano verso Campo Marzio. Vedi tutti quegli edifici, ragazzo mio?
Il ragazzo annu mentre lanciava una rapida occhiata alle costruzioni che si ergevano sul dolce pendio della collina. Il padre continuava a istruirlo su Roma e la sua storia.
Prima c'era solo un prato, Marco, e i patrizi venivano qui con i loro figli e altri soldati, e su questi clivi tutti imparavano a usare le armi. D'un tratto si ferm all'altezza dell'antichissimo tempio di Bellona: Chiss se  qui che il giovane Scipione l'Africano impar a brandire il gladio.
Per qualche istante si chiuse nel silenzio. Il giovane Traiano intu che suo padre provava nostalgia per un tempo che di fatto non aveva mai conosciuto direttamente, ma nel quale avrebbe tanto voluto vivere, sebbene all'epoca Roma controllasse solo una piccola porzione dell'attuale Impero. Traiano si guard intorno e si accorse che avevano raggiunto un angolo appartato. Non c'erano orecchie indiscrete, eppure parl a bassa voce: Scipione o Giulio Cesare non avrebbero permesso che le fiamme distruggessero il centro di Roma o che i confini dell'Impero si trovassero in pericolo, come lo sono adesso nella Germania, sul Danubio o in Oriente. Ma questi sono altri tempi, figliolo, i tempi di Nerone. A volte mi domando come una persona del genere possa discendere dal divino Giulio Cesare. Ma arrovellarsi con simili pensieri  assurdo, oltre che pericoloso ripet guardando il figlio negli occhi. Se tua madre mi sentisse mi consiglierebbe di non confonderti con questi discorsi sui tempi passati, che rimpiango, e su quelli attuali, che invece critico. E avrebbe ragione. Si ricord che Calpurnio Pisone e quelli che con lui avevano ordito una congiura contro l'imperatore erano appena stati giustiziati; non era astuto inculcare idee pericolose nella mente di suo figlio. Non badare a queste mie sciocchezze. L'importante  che noi Traiani abbiamo raggiunto una buona posizione grazie alla nostra lealt, e cos faremo sempre. Anche se si rifiuteranno di concederci la cittadinanza, noi continueremo a servire Roma. Ma lasciamo la politica per quando sar in Senato. Ripresero a camminare. Come ti dicevo, ragazzo mio, le memorie di Scipione andarono perdute per sempre. Non sappiamo dove siano, ammesso che siano sopravvissute. Mai pi nessuno potr leggerle; ma abbiamo gli scritti di Cesare, che ammirava molto Scipione. Si nota, ad esempio, quando descrive la zona dell'Africa fortificata per proteggersi da Numidi e Punici... Com'era? Si tratta, in effetti, di un giogo a picco e sporgente sul mare, scosceso e impervio in entrambi i suoi fianchi, ma con una pendenza un poco pi dolce dal lato rivolto a Utica. In linea retta dista...2.
Traiano non ricordava come continuava. Prosegu il figlio: In linea retta dista da Utica poco pi di mille passi. Ma lungo questo percorso si incontra un ruscello d'acqua sorgiva, dove il mare vi penetra per un buon tratto cos che si forma un largo stagno; pertanto chi voglia evitarlo deve raggiungere la citt con un giro di sei miglia3.
Traiano guard ammirato il figlio, ma senza smettere di camminare. Benissimo, benissimo.  cos che devi sapere i testi, tutti interi. In mancanza delle memorie di Scipione abbiamo le testimonianze di Giulio Cesare. Andiamo a cercarle, figliolo; dobbiamo procurarci una copia per te. Se qui non ce ne sono, non ne troveremo da nessun'altra parte concluse, e scoppi in una lunga risata alla quale il ragazzo si un, un po' timidamente. Era contento di aver dimostrato di ricordare i pochi scritti di Giulio Cesare che aveva letto, e, in verit, sarebbe stato pi che lieto di poter disporre di una copia a suo uso personale. I testi di Giulio Cesare sono fondamentali continu il padre. Gli imperatori di oggi si fanno vanto di chiamarsi cesari, ma sono tempi cos diversi, figliolo... E l'aggettivo diversi fu la parola pi audace che l'austero pater familias dei Traiani os pronunciare a voce alta. Torn a parlare delle biblioteche. Prima, a Roma, all'epoca di Scipione, per esempio, non c'erano biblioteche pubbliche. In quei tempi remoti il sapere era conservato nelle residenze private dei patrizi pi colti della citt, proprio come la domus degli Scipioni, che possedevano una notevole biblioteca inaugurata dall'Africano in persona e poi ampliata e portata al massimo splendore da Scipione Emiliano. Anche i pi noti autori teatrali dovevano vantare importanti collezioni, come quella di Plauto, che di sicuro era molto vasta e comprendeva numerosi testi del teatro classico greco. La biblioteca degli Scipioni, per, rimase per molti anni la pi fornita. Dopo vennero le collezioni di Silla, in cui figuravano addirittura originali di Aristotele; oppure la biblioteca di Lucullo e ovviamente quella di Attico, che riforniva Cicerone di qualsiasi volume avesse bisogno per i suoi studi. Ma chi non aveva la fortuna di conoscere questi grandi uomini della Roma del passato non avrebbe mai e poi mai avuto accesso ai libri, ragazzo mio. Poi con Giulio Cesare cambi tutto. Fu lui a creare le prime biblioteche pubbliche. Di certo dovette dispiacergli infinitamente il grande disastro della biblioteca di Alessandria, di cui in parte fu il colpevole indiretto, dal momento che fu suo l'ordine di incendiare la flotta nemica. Tornato a Roma, per, Cesare fece costruire delle biblioteche anche l, incaricando poi Augusto di portarle a termine e lasciarle aperte al pubblico, come avvenne. E lo stesso Augusto istitu il corpo delle cohortes vigilum con il preciso incarico di estinguere sul nascere tutti gli incendi della citt. Erano altri tempi, figlio mio, altri tempi.
Il ragazzo era esterrefatto dall'immensa conoscenza del padre su qualsiasi argomento relativo a Roma. Al veterano Traiano non sfugg lo sguardo di ammirazione del figlio.
Se vuoi che i Romani ti rispettino, gli spieg devi dimostrare di conoscere Roma meglio di loro, di essere pi romano di loro.
Il figlio annu, ma non si risparmi un aspro commento in ricordo dell'umiliante banchetto di Tarraco al quale avevano partecipato. Eppure ci disprezzano perch siamo ispanici.
Traiano sospir. Suo figlio aveva ragione.
Comunque, hanno bisogno di noi.
E cos il veterano guerriero e senatore pose fine a quella conversazione, mentre accelerava il passo per raggiungere la biblioteca che gli avevano indicato.
Il Porticus Octaviae era stato eretto da Augusto per portare a termine il progetto di suo zio Cesare di rimpiazzare il precedente complesso di edifici - conosciuto come Porticus Metelli - con una serie di nuove costruzioni, tra le quali spiccavano il tempio di Giove Statore e quello di Giunone Regina, insieme a una nuova biblioteca, che sarebbe stata la terza di Roma aperta al pubblico. Ai tempi del grande Augusto, il numero di rotoli - tra nuove opere letterarie, come quelle di Orazio e Virgilio, e documenti legislativi di qualunque tipo - cresceva di continuo e le biblioteche del Foro non erano pi in grado di contenerli. Aprendone delle altre, inoltre, l'imperatore mirava ad ampliare i centri del sapere, dislocandoli in altri punti della citt, cos che la cultura non si concentrasse solo in prossimit del Foro e del colle Palatino. Il Porticus Octaviae, con il vicino teatro di Marcello, avrebbe contribuito a rendere il Campo Marzio un punto di riferimento culturale per tutta Roma. E proprio l, al suo ingresso, giunsero i Traiani un secolo dopo la sua costruzione. L'idea del divino Augusto si era rivelata provvidenziale con l'incendio del 64 d.C. I sudditi di Nerone videro bruciare la citt, comprese alcune delle antiche biblioteche del Foro, ma il Porticus Octaviae, lontano dai focolai, serv come deposito dei documenti e dei rotoli vecchi e nuovi mentre si procedeva al restauro - molto lento, peraltro - degli edifici danneggiati.
Com' possibile che sia dovuto venire fin qui per chiedere in prestito delle opere di Giulio Cesare? protest Traiano, piuttosto stizzito, rivolgendosi a un povero schiavo assistente della biblioteca, che ben poco avrebbe potuto replicare a una domanda che si prestava a molteplici interpretazioni. Un uomo anziano, magro, vestito con una tunica grigia, un po' curvo, ma con lo sguardo felino fece un cenno e lo schiavo si ritir.
Forse  meglio che vi aiuti io esord. Sono Vetus, bibliotecario del Porticus Octaviae.
Traiano lo guard serio. Davanti a s aveva un interlocutore valido e con un nome appropriato, visto che Vetus, come la parola stessa suggeriva, era vecchio. Decise di abbassare il tono di voce, ma non quello della sua indignazione. Sono venuto a Roma decine di volte e non ho mai dovuto vagare cos a lungo per trovare scritti importanti come quelli di Giulio Cesare.
Il bibliotecario rispose eludendo la fondatezza dell'affermazione. Noi che studiamo filosofia e letteratura ci siamo abituati, e ci sentiamo perfino orgogliosi di vivere in una citt dove prolificano cos tante biblioteche.
Dove prolificavano, semmai replic seccamente Traiano. Il figlio era in grado di riconoscere quando il genitore era arrabbiato.
Il bibliotecario pos su un tavolo alcuni testi che stava arrotolando e si avvicin ai nuovi arrivati. Si trovavano in una grande sala con un'ampia volta e alte pareti in cui, nelle nicchie ricoperte di armaria di legno, venivano conservati i rotoli. Lo spazio al centro era adibito a sala di lettura e consultazione, con tavoli e sellae distribuiti in modo regolare. Vetus si mise di fronte al senatore Traiano.
Posso assicurare a... tacque in attesa che il suo interlocutore si identificasse.
Marco Ulpio Traiano, senatore e legatus legionis in Partia al comando del generale Corbulone.
Vetus non mostr ammirazione n sorpresa, ma chin il capo con solennit. Era evidente che aveva spesso a che fare con persone di importanza pari o maggiore di quella di Traiano.
Posso assicurare a Marco Ulpio Traiano ricominci con voce particolarmente bassa, quasi in un sussurro che il primo a lamentarsi per la mancanza di fondi sufficienti per le biblioteche sono io, ma forse non  prudente discutere in pubblico di questo argomento. Guard di sottecchi alla sua destra. Traiano padre rivolse un'occhiata nella direzione indicatagli dal bibliotecario e vide un tribuno del pretorio che consultava un rotolo, seduto due tavoli pi in l. Torn con gli occhi al bibliotecario, annu e si limit a formulare la sua richiesta. Che non poteva suscitare sospetti n alcuna erronea interpretazione.
Desidero i Commentarii de bello gallico e i Commentarii de bello civili di Giulio Cesare per poter incaricare uno scrivano di farne una copia. E anche una copia dell'Iliade in greco, per far prendere confidenza al ragazzo con la lingua. Mi risulta che tali testi vengano concessi in prestito.
Vetus inspir lentamente. S, di solito si faceva cos prima dell'incendio. Con tutte le biblioteche danneggiate, per, il servizio di prestito  stato ridotto per consentirci di fare delle copie dei volumi pi importanti e poi reintegrarli quando le sedi saranno state restaurate. Posso permettervi di consultare i testi che chiedete qui in sala, ma per il momento il prestito  sospeso.
Vetus not un nuovo lampo di indignazione nello sguardo di quel senatore dal forte accento ispanico. Avrebbe potuto far ascoltare le sue lamentele da uno schiavo, ma da tempo nessuno entrava l con il coraggio e addirittura l'imprudenza di criticare la cattiva gestione imperiale delle biblioteche negli ultimi anni. Quel Traiano era una boccata d'aria fresca e pura nella corrotta Roma. Guard il ragazzo, un giovane forte e dallo sguardo vivace, che rimaneva in silenzio al fianco dell'alto ufficiale dell'Impero.
Dunque le copie sarebbero per il ragazzo? domand.
 cos conferm Traiano padre. Siamo venuti dalla Hispania e avrei voluto regalargliele, ma tutto sembra essere contro di me.
Sono un regalo eccellente per un giovane che, senza dubbio, prima o poi, aspirer a comandare una legione, non  cos?
Il giovane Traiano, chiamato in causa, annu senza dire nulla.
Bene continu Vetus, tornando a rivolgersi al padre. Allora c' un'altra possibilit. Le opere che desideri sono molto richieste; ringraziando gli dei, c' ancora interesse per il divino Giulio Cesare e per il grande Omero. Sono sicuro che presso alcuni importanti librai di Roma le troverai. Di solito possiedono molte copie dei testi pi letti.
Traiano ascoltava con attenzione. Ma non so dove abitano n chi siano questi librai ribatt.
Vetus si prese la libert di appoggiare la mano sul braccio del senatore e accompagnarlo all'uscita mentre gli forniva le indicazioni.
C' Trifone: ha copie di qualsiasi cosa. Non sono economiche ma l'abilit dei suoi scrivani e il papiro che usa sono eccellenti. Poi c' Atrecto: con lui la qualit e addirittura il lusso sono garantiti. Atrecto  sempre un'ottima scelta. Dal momento che vi attende un lungo viaggio per fare ritorno nella vostra patria, per, l'ideale sarebbe qualcosa di nuovo che vende soltanto Secondo: si tratta di testi non copiati su papiro, bens su pergamena, che  pi resistente; inoltre, i fogli sono tenuti insieme lungo un lato come un codice su tavoletta anzich uniti in rotoli. In questo modo si pu scrivere su entrambi i lati della pergamena e i testi risultano molto meno voluminosi.  una grande idea, ma molto cara. C' perfino chi sostiene che prima o poi questi codici prenderanno il posto dei rotoli, ma io sono piuttosto scettico: il piacere di srotolare poco alla volta i testi andrebbe perduto,  un'assurdit. Per viaggiare, i codici sono comodi, lo ammetto, e anche se sono cari non credo che il denaro sia un problema per il senatore Marco Ulpio Traiano.
Erano gi sulla porta della biblioteca.
Hai ragione. Mi piace questa idea della pergamena. Se tu me lo raccomandi, allora, mi serve solo sapere come posso raggiungere questo libraio.
Ma certo. Bisogna andare al foro di Augusto e, una volta l, camminare in direzione della Velia, vicino al luogo in cui Nerone sta facendo costruire il suo grande palazzo. Proprio l, alla fine dei giardini di Nerone, c' un atrio e poi una piccola casa. Comunque, se chiedete del libraio Secondo sulla Velia, chiunque sapr indirizzarvi.
Traiano si conged, ringraziandolo per l'informazione, e si allontan con il figlio dal Porticus Octaviae. Il bibliotecario, guardandoli andare via, pens che nelle vene di quei due ispanici scorreva il sangue fresco che avrebbe garantito la salvaguardia dell'Impero, nonostante la corruzione e la follia che allignavano nel cuore di Roma. Bisognava concedere pi potere a uomini come loro, ma l'orgogliosa classe patrizia romana sarebbe riuscita a capirlo? A ogni modo, lui ormai era vecchio e non sarebbe vissuto abbastanza per assistere all'evolversi dei fatti. Si apprest a rientrare nella biblioteca. Il suo compito era conservare il maggior numero di rotoli, nel caso in futuro qualcuno avesse voluto continuare a leggere.
Per Giove, no! esclam Vetus sollevando lo sguardo e vedendo arrivare, per l'ennesima volta, un insistente giovane poeta, o presunto tale, che avrebbe fatto carte false perch le biblioteche accettassero i suoi scritti. Si chiamava Stazio. Era impossibile dimenticarne il nome: Publio Papinio Stazio. Andava l tutte le settimane, ogni volta con qualche nuova poesia, ma le sue opere erano prive di vigore ed erano carenti anche dal punto di vista retorico.
No, no, no disse Vetus non appena il poeta gli si avvicin. Non portarmi altre poesie n altri scritti. Mi dispiace.  gi abbastanza dover tenere la biblioteca in ordine.
Il poeta si allontan, sconsolato, reggendo tra le mani le sue ultime composizioni. Se una biblioteca rifiutava poesie era perch l'autore non era meritevole, e Stazio sapeva fare solo quel lavoro: scrivere e dare lezioni di retorica. Ma dal momento che nessuno dei suoi testi era conservato nelle biblioteche di Roma non riusciva a trovare alunni. La fame lo dilaniava. Incass con dignit il disprezzo del bibliotecario, ma giur a se stesso che un giorno le sue poesie sarebbero state apprezzate, che avrebbe potuto vivere della scrittura e tutti lo avrebbero invidiato. I sogni non davano da mangiare, ma quanto meno placavano l'appetito per qualche ora.
Publio Papinio Stazio si dilegu nelle strade di Roma.
1. MARZIALE, Epigrammi, saggio introduttivo di Mario Citroni, traduzione di Mario Scandola, note di Elena Merli, BUR, Milano 2009, volume I, p. 145.
2. CESARE, La guerra civile. De bello civili, a cura di Fernando Solinas, Mondadori, Milano 1989, p. 149.
3. Sono le parole con cui Giulio Cesare descrive il luogo in cui Publio Cornelio Scipione si rifugi durante la sua campagna in Africa. Il generale and a visitare il posto, curioso di sapere come mai fosse stato scelto dal vecchio console Publio Cornelio Scipione quando era circondato da due eserciti nemici, che superavano numericamente di tre volte il suo.

26.

IL FORO DI ROMA.

Roma, 65 d.C.

Nella libreria di Secondo, Traiano padre compr diversi codices: le opere di Cesare, una copia dell'Iliade e un paio di testi di Plauto. Con tutta la strada che avevano dovuto fare per trovare quei libri si era fatto un po' tardi, per accelerarono il passo e giunsero al Foro per tempo. Traiano temeva di fare brutta impressione sul sempre pi influente Lucio Licinio Sura, il senatore ispanico pi potente di Roma, al punto che si parlava di lui come possibile console. Riuscirono ad arrivare puntuali. Davanti al tempio di Vesta, Sura era circondato da un capannello di altri esponenti di spicco delle province, per la maggior parte ispanici e galli, che spesso si ritrovavano l per parlare degli argomenti pi rilevanti. Sura accolse Traiano e il figlio con un ampio sorriso, con molta pi cordialit di quanta il senatore si aspettasse, visto che si erano scambiati soltanto un paio di lettere. Evidentemente Sura ci teneva a risultargli gradito. Ma quell'uomo non faceva mai nulla senza uno scopo ben preciso. Traiano si fece guardingo.
E questo esord Sura  senza dubbio Traiano con il suo giovane figlio, un altro rampollo dell'Impero. Che Giove e tutti gli dei vi proteggano, soprattutto in questa citt!
Il legato strinse la mano di Sura mentre molti dei presenti ridevano per l'arguzia delle sue parole.
Non fare caso a me, Traiano continu Sura assumendo un tono pi sobrio. Uomo attento e perspicace, aveva compreso che il suo interlocutore si era messo sulla difensiva. Scherzo parecchio, ma nelle cose importanti sono molto serio. I presenti ne sono testimoni e si volt verso gli altri, che annuirono simultaneamente. Amici miei, Traiano, come sapete,  uno dei pi importanti rappresentanti della Betica ispanica e dobbiamo fare tutto il possibile per convincerlo a unirsi alla nostra causa.
Traiano salut tutti con un lieve cenno del capo. Quindi Sura prese la parola e introdusse il tema centrale della riunione di quel giorno: come fare pressione sul Senato ed esercitare influenza sull'imperatore in persona, sempre che fosse possibile, affinch la cittadinanza romana venisse estesa ad alcune province, in particolare a quelle ispaniche e galliche. Traiano padre prest attenzione alla veemente oratoria di Sura e comprese che quell'uomo credeva nell'impossibile. A suo figlio, invece, il dibattito non interessava e inizi a scorrere le prime pagine degli scritti di Cesare. L'Iliade, essendo in greco, gli risultava troppo complessa e pens di tenerla da parte per un momento in cui avrebbe potuto concentrarsi di pi.
Guardate disse uno del gruppo. Sura interruppe la sua filippica, Traiano padre guard nella direzione indicata dal senatore e il figlio chiuse il codice di Cesare.
 Nerva precis Sura parlando del senatore che, scortato da quattro nerboruti schiavi, si dirigeva verso di loro. Si ferm davanti a Sura e lo salut con rispetto.
Ave, Lucio Licinio Sura. Vedo che i senatori delle province hanno ancora la vecchia abitudine di riunirsi nel Foro. Lo disse senza lasciar trasparire ironia o disprezzo, come quando ci si limita a descrivere un fatto in modo obiettivo.
Ave, Marco Cocceio Nerva. Il Foro  un posto in cui ci sentiamo a nostro agio rispose Sura, inchinandosi al cospetto del senatore romano.
Nerva sorrise. Gli piaceva il modo elegante e sottile con cui Sura si ingegnava per trasmettere alle altre persone ci che pensava, anzi, ci che desiderava. Si guard intorno.
Il Foro  grande, c' spazio per tutti comment.
Anche noi la pensiamo cos conferm Sura, dopodich cal un silenzio imbarazzato. Con abilit trov un argomento con cui romperlo. Approfitto dell'occasione per presentarti un amico, un altro ispanico aggiunse con un sorriso. Marco Ulpio Traiano, della Betica.
Traiano ripet Nerva, fissando dritto negli occhi l'ispanico, che lo salut portandosi una mano al petto. Un militare. Nerva lo aveva gi visto in pi di una occasione al Senato, ma non ci aveva mai parlato. Un veterano delle guerre d'Oriente aggiunse.
 cos rispose l'altro, conciso come tutti i militari. Non aggiunse di essere stato al servizio di Corbulone perch Nerone stava investigando sul possibile coinvolgimento di quest'ultimo in una congiura per assassinarlo.
Nerva dovette percepire che Traiano non era a suo agio e cambi in fretta argomento. Vedo che tuo figlio ha con s dei libri.
Voglio che si istruisca leggendo testi da cui pu imparare il pi possibile su Roma e sul mondo replic Traiano.
E che libri sono? chiese Nerva. Traiano padre stava per rispondere, ma suo figlio lo anticip mostrando i testi al senatore affinch questi potesse leggerne i titoli.
Le opere di Cesare... comment Nerva ad alta voce. Le opere di Plauto e, per tutti gli dei, l'Iliade in greco! Leggi il greco, ragazzo?
Un po' disse vergognandosi di non poter rispondere con pi convinzione, ma non gli parve saggio mentire, men che meno davanti a suo padre. Questo libro mi servir per migliorare la lingua.
 un buon obiettivo conferm Nerva. E quello  un ottimo libro per il tuo scopo.
Chiuse gli occhi e inizi a recitare a memoria, in greco perfetto: Dio dall'arco d'argento, o tu che Crisa proteggi e l'alma Cilla, e sei di Tnedo possente imperador, Sminto, deh! m'odi; Se di serti devoti unqua il leggiadro tuo delubro adornai, se di giovenchi e di caprette io t'arsi i fianchi opimi, questo voto m'adempi; il pianto mio paghino i Greci per le tue saette!1. Quindi il senatore tacque, apr gli occhi e guard il giovane Traiano, che aveva ascoltato attentamente le sue parole. Hai capito cosa ho detto, ragazzo?
Il giovane annu, ma siccome il senatore Nerva lo stava ancora guardando cap che dire di s non era sufficiente.
Sono le parole con cui il sacerdote Crise si lamenta perch Agamennone non ha accettato il denaro che gli aveva offerto come riscatto per sua figlia, che era stata fatta prigioniera, perci implora Apollo affinch colpisca i Greci che hanno attaccato Troia si affrett a rispondere il ragazzo. Deglut e aggiunse un commento: Sta chiedendo vendetta.
Nerva lo scrutava attentamente: il figlio di un senatore ispanico che capiva il greco, al pari di un giovane rampollo patrizio di un'antica famiglia romana.
S,  proprio cos, ragazzo: implora vendetta disse infine il senatore Nerva. Poi, guardando Traiano, si conged: Hai comprato dei buoni libri per tuo figlio, senatore. Che gli dei vi proteggano. Dopo aver rivolto uno sguardo a Sura, si allontan, circondato dai suoi schiavi.
Lucio Licinio Sura rivolse un'occhiata a Traiano, evidentemente soddisfatto che suo figlio avesse saputo rispondere bene al senatore Nerva.
Tuo figlio ha fatto fare una buona figura a tutti noi, si congratul Sura e niente meno che con Nerva. Nerva  amico dei Flavi, una famiglia potente con a capo Vespasiano. E poi ha appoggiato Nerone durante gli arresti di tutti i congiurati contro l'imperatore, iniziando da Pisone. Al momento  il braccio destro dell'imperatore;  una persona attenta, che non dimentica mai una conversazione. Si ricorder per sempre di tuo figlio, Traiano, per sempre.
Il volto di Traiano si incup. Non era sicuro che per suo figlio fosse un bene.

1. OMERO, Iliade, Canto I, nella traduzione del 1825 di Vincenzo Monti.

27.

L'ORDINE DI NERONE.

Cencrea, porto di Corinto, Grecia 67 d.C.

Traiano padre si rec a Corinto dietro espressa richiesta di Corbulone. Era rischioso, ma glielo doveva. La famiglia di questi era caduta in disgrazia. Nerva aveva segnalato proprio Corbulone come istigatore della congiura contro Nerone e questa accusa ne aveva causato il declino. L'imperatore era convinto che Corbulone, approfittando della sua popolarit nell'esercito e a Roma - grazie alle memorabili vittorie in Oriente -, stesse progettando di spodestarlo. Era difficile sapere quanto ci fosse di vero in tutto ci e quanto invece dovesse essere attribuito alla follia di Nerone, ma Traiano, ricevendo il messaggio del suo antico superiore, non ci pens due volte: si accert che suo figlio rimanesse a Roma sotto la protezione di Sura e di altri senatori ispanici e si imbarc per Corinto. Traiano sentiva di dovere a Corbulone l'onore di aver raggiunto il grado di legatus e non poteva dimenticarlo. A Corinto era previsto un incontro tra Corbulone e i governatori della Germania Superiore e Inferiore per verificare la sicurezza delle frontiere di tutto l'Impero.
Cencrea, il porto di Corinto, accolse la trireme su cui era giunto Traiano. L'ispanico aveva previsto che, una volta sbarcato, si sarebbe spostato in carro per raggiungere Corinto il pi presto possibile; ma al porto, un centurione che si identific come ufficiale al servizio di Corbulone lo invit a seguirlo. Dopo aver superato i moli e i magazzini del porto, raggiunsero un piccolo edificio che serviva come autorit portuaria. Corbulone lo aspettava sulla soglia. Il vecchio legatus augusti d'Oriente era un uomo concreto. Non appena vide Traiano lo afferr per un braccio, senza nemmeno salutarlo, e lo port in disparte dal gruppo di legionari di guardia all'ingresso dell'edificio.
Sono contento che tu sia arrivato in tempo esord in tono serio. Forse non avrei dovuto chiamarti. Nerone sospetta di tutti i miei famigliari e temo che presto lo faccia anche degli uomini di cui mi fido, ma siccome sei ispanico ho pensato che questo ti terr fuori pericolo. Era chiaro a entrambi che Roma non avrebbe mai potuto accettare un imperatore originario delle province. Era un'idea talmente assurda che era ridicolo temere un senatore non nato a Roma, o almeno in Italia.
S, capisco rispose Traiano, anche lui senza perdere tempo in convenevoli. La mano destra di Corbulone, nonostante l'et, gli stringeva il braccio con forza, trasmettendogli un potente sentimento d'urgenza. L'ispanico not che stava per arrivare un'unit di pretoriani imperiali. Che strano... Cosa ci faceva un'unit di pretoriani in Grecia? Corbulone vide che il suo interlocutore aggrottava la fronte e si volt per capire che cosa lo inquietasse.
Sono gi qui disse sospirando, e si gir di nuovo verso Traiano. Ascoltami, Traiano, il mio tempo sta per giungere al termine. Mi segui con attenzione?
S, certo.
Bene. In lontananza sentirono i pretoriani inviati da Nerone chiedere del legatus augusti Gneo Domizio Corbulone. Traiano, ti ho fatto chiamare perch mi fido di te. Sei nobile e valoroso in combattimento e soprattutto ispanico, il che ti protegge. Eppure mi dispiace doverti coinvolgere. Questi pretoriani non sono venuti qui per l'incontro di Corinto: il presunto incontro  una farsa, una trappola dell'imperatore. Mio genero  gi stato giustiziato a Roma. Il gruppo di pretoriani, con il loro incedere pesante, si stava avvicinando. Traiano, qualsiasi cosa tu senta o veda, non intervenire. Non ti ho fatto chiamare perch mi aiuti con la forza; non potresti nulla contro un cesare che ha perso la ragione. Ti ho convocato perch ho una moglie e due figlie. Devi giurarmi, Traiano, devi giurarmi che ti prenderai cura di loro. Ho bisogno di sperare in qualcosa di pi della parola di Nerone perch non mi basta. Dimmi solo che posso contare su di te...
Non riusc a continuare, e Traiano non fece in tempo a rispondere.
Gneo Domizio Corbulone? chiese un tribuno pretoriano che si era fermato ad appena due passi da loro.
Corbulone si volt lentamente. Aveva il gladio ancora nel fodero. Traiano si rammaric di essersi recato l da solo senza altri uomini, ma non si era aspettato niente del genere. Forse Corbulone stesso non aveva voluto mettere i suoi sospetti per iscritto. L'ispanico osserv i movimenti del suo vecchio capo. Sapeva che la sfiducia di Nerone verso Corbulone e chiunque avesse primeggiato in qualche campagna militare si era scatenata con violenza, ma non era al corrente dell'esecuzione del genero di Corbulone. Doveva essere accaduto mentre navigava da Roma verso Corinto.
Io sono Gneo Domizio Corbulone rispose l'interpellato con fermezza, mentre si allontanava di un passo da Traiano, come se volesse prenderne le distanze.
Il tribuno pretoriano segu con lo sguardo il legatus augusti d'Oriente.
Per ordine dell'imperatore Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico sei in arresto.
Corbulone non sfoder la sua arma e Traiano rimase immobile, senza sapere bene cosa fare. In testa gli rimbombavano le parole di Corbulone: Qualsiasi cosa tu senta o veda, non intervenire. Un piccolo gruppo di legionari, insieme al centurione che era sopraggiunto ad accoglierlo al porto, prese posizione alle spalle di Corbulone. Sembravano disposti a lottare, ma il legatus sollev il braccio destro con la mano aperta e tutti si fermarono.
Di cosa sono accusato? domand.
Di tradimento spieg il tribuno pretoriano, che a sua volta si era circondato di una trentina di guardie pronte a sfoderare le armi, se fosse stato necessario. Corbulone abbass il braccio.
E verr soltanto arrestato? chiese all'ufficiale. Questi deglut. Il suo compito era di obbedire agli ordini e lo avrebbe fatto, ma il breve silenzio che precedette la risposta successiva rivel che quel tribuno pretoriano non gradiva particolarmente la missione che gli era stata affidata.
L'imperatore ha ordinato di giustiziarti.
Corbulone annu un paio di volte. Se lo aspettava, soprattutto dopo la condanna a morte del genero. Nerone aveva perso del tutto il senno. Lui non avrebbe potuto assistere alla fine dell'imperatore, ma altri si sarebbero ribellati e, prima o poi, qualcuno ce l'avrebbe fatta. Era un peccato non vivere abbastanza da vedere quel giorno, ma questo non lo preoccupava troppo. Aveva condotto un'esistenza felice e aveva avuto una moglie con cui era andato d'accordo fin dal primo giorno. Non era mai stato un amore passionale, il loro, ma avevano sempre avuto un bel rapporto e Cassia gli aveva dato due brave figlie: la maggiore, Domizia Corbula, era onesta e virtuosa, e la minore, Domizia Longina, era probabilmente la pi bella tra tutte le giovani patrizie romane. Fin troppo bella. Ma era anche intelligente e nutriva un profondo rispetto verso i suoi genitori. Pi di una volta Corbulone aveva pregato gli dei affinch la bellezza della figlia minore passasse inosservata nella tana di lupi in cui si era trasformata Roma. Aveva sempre pensato che lui l'avrebbe protetta, almeno finch non si fosse sposata, ma adesso i suoi progetti per il futuro colavano a picco, in balia della follia di un imperatore.
E il cesare come ha ordinato che debba avvenire la mia morte? domand Corbulone. Traiano - come i legionari, il centurione e perfino il tribuno pretoriano e i suoi uomini - era impressionato dalla fierezza di quel legatus augusti in un momento cos terribile. Il tribuno fu lapidario.
Il detenuto ha due opzioni: essere giustiziato dai miei uomini oppure suicidarsi. Nel secondo caso, l'imperatore ha giurato di non arrecare alcun danno alla moglie n alle figlie di Gneo Domizio Corbulone.
Il legatus augusti d'Oriente sorrise. L'imperatore  molto generoso comment, prima di aggiungere un'ultima domanda: E il cesare, per quando ha fissato l'esecuzione o il mio suicidio?.
Subito dopo la cattura, legatus. Per la prima volta il pretoriano si rivolse a Corbulone con il suo titolo: era un segno di rispetto, e Corbulone lo accolse con un lieve cenno del capo.
Se mi suicido l'imperatore non si rivarr su mia moglie e sulle mie figlie? Corbulone aveva bisogno di sentire quelle parole una volta ancora, e voleva che fossero ripetute in presenza di tutti quei testimoni: pretoriani, legionari, un centurione e un senatore ispanico. Perfino un imperatore pazzo ci tiene a mantenere la parola data.
Cos sar, legatus conferm il tribuno. Se il legatus augusti d'Oriente si suicida, l'imperatore garantir l'incolumit di sua moglie e delle loro figlie. Queste sono state le parole esatte di Nerone.
E sia decise Corbulone. Si volt e ordin al centurione della sua piccola scorta: Sfodera.
Il centurione, felice che il legatus avesse deciso di lottare contro quegli infami inviati da Nerone, sguain subito l'arma. Gli altri quindici legionari lo imitarono, e i pretoriani, pi di trenta, risposero con lo stesso gesto. Traiano, invece, era ancora l fermo, in piedi, e continuava a ripensare alle parole di Corbulone.
In quel momento il legatus si rivolse con veemenza ai legionari: Soltanto il centurione, per Giove! Voialtri rinfoderate le armi!.
E i soldati, titubanti, videro che il loro centurione annuiva, anche se sconcertato. Alla fine riposero i gladi nel fodero, malvolentieri, mentre i pretoriani brandivano ancora le spade. Corbulone sapeva perfettamente cosa fare, ma gli restava un ultimo dubbio: chi avrebbe preso il suo posto sul confine orientale? A nulla sarebbe valso il suo sacrificio se l'Impero fosse caduto nelle mani nemiche.
Chi mi sostituir in Oriente? domand continuando a dare le spalle al pretoriano, con lo sguardo fisso sull'arma brandita dal centurione al suo comando.
Vespasiano rispose il messaggero dell'imperatore. Corbulone annu, con un cenno leggero. Forse Nerone non era impazzito del tutto. Vespasiano era un'ottima scelta, un veterano della Britannia che aveva conquistato venti oppida del nemico e il cui valore in quella campagna era stato ricompensato con ornamenta triumphalia. Era l'uomo giusto per garantire ordine lungo il confine.
Ebbene? domand il tribuno pretoriano, quasi spazientito.
Corbulone lo fiss negli occhi, avvicinandosi con lentezza ben studiata. Dietro di lui c'era ancora il centurione con il gladio sguainato.
Tu cosa faresti? domand Corbulone. Il tribuno non sapeva come rispondere. Corbulone si concesse ancora un sorriso, l'ultimo. Mi rende felice sapere che il coraggio non eccede tra i pretoriani. Ci mi infonde speranza per il futuro di Roma.
Si volt di scatto, fece quattro passi di corsa e gridando la parola greca ???o? [axios, sono degno] si lanci contro la spada tenuta dal suo centurione. L'arma penetr all'altezza delle costole, ma siccome Corbulone prevedeva che la ferita non lo avrebbe ucciso subito, abbracci il centurione e la lama lo trapass da parte a parte. L'ufficiale lasci andare l'impugnatura e afferr il corpo del suo legatus, abbracciandolo a sua volta per evitare che cadesse a terra.
Legatus, legatus... disse, con le lacrime agli occhi.
Va tutto bene, centurione, va tutto bene... mormor Corbulone, mentre la vita lo abbandonava a causa di quella tremenda ferita che gli squarciava il petto. I legionari erano rimasti a bocca aperta e ribollivano di rabbia; i pretoriani osservavano la scena, confusi e ammirati. Il tribuno pretoriano ripose il gladio nel fodero, pi che altro per fare qualcosa, incapace di reagire all'inatteso atto di Corbulone, che sfuggiva alla sua logica. Si era aspettato resistenza, implorazioni, lotte, qualsiasi cosa, ma mai e poi mai quella cieca obbedienza militare. Che non fosse davvero un traditore? Scosse la testa. Non voleva porsi domande pericolose.
Corbulone, moribondo, cercava uno sguardo ben preciso in mezzo ai tanti. Un centinaio di persone si erano radunate davanti all'edificio dell'autorit portuaria di Cencrea. Nessuno capiva cosa stesse succedendo: c'erano diversi soldati e un alto ufficiale ferito a morte. Alla fine Corbulone trov gli occhi che stava cercando e parve chiamarli con la sua mano insanguinata, quella che si era portato istintivamente al petto squarciato. Traiano si avvicin e si inginocchi al suo fianco. Il centurione si alz per lasciarli soli.
Abbi cura delle mie figlie... mormor Corbulone fissando Traiano. Abbi cura di loro, soprattutto della pi piccola... Sar una preda facile per le belve di Roma... una preda facile...
Non riusc a dire altro. Traiano non era sicuro che Corbulone potesse ancora sentirlo, ma si chin fino al suo orecchio e rispose a bassa voce ma con chiarezza. La mia famiglia avr cura delle tue figlie. Avremo cura di loro... per sempre. Ripet quelle parole: Per sempre, mio legatus augusti, per sempre, per sempre....
Si sollev e pot vedere il volto sereno di Corbulone. Forse s, lo aveva sentito e aveva riposto in quella promessa tutte le sue speranze.

28.

UNA SERA ALLA SUBURRA.

Roma, 67 d.C.

Due anni dopo, Traiano e il figlio adolescente camminavano per gli angusti vicoli della Suburra. Il padre faceva strada accompagnato da un paio di schiavi. Non era un quartiere in cui addentrarsi senza una scorta adeguata, soprattutto per i senatori. Il giovane Traiano seguiva il padre e i due schiavi nerboruti, mentre un terzo chiudeva la fila. Immaginava il motivo per cui erano andati in quel quartiere brulicante, in cui era difficile persino muoversi a causa della folla di gente di qualsiasi ceto che formicolava per quelle stradine. E l'idea non gli piaceva, ma ormai suo padre aveva deciso. Glielo aveva gi accennato la sera prima durante la cena, quando sua madre, che li aveva raggiunti a Roma con l'altra figlia, li aveva lasciati da soli.
Domani sar un giorno importante per te, ragazzo esord sorridendo. Il suo sorriso fu l'unica cosa positiva dell'annuncio. Era uno dei rari sorrisi che suo padre si era concesso dopo essere tornato dalla Grecia. Questa volta Traiano si era rifiutato di raccontare cosa fosse successo a Corinto, sebbene in casa tutti sapessero che il grande legatus d'Oriente, Gneo Domizio Corbulone, si era suicidato per ordine dell'imperatore. Corbulone era un suo grande amico. Si parl perfino di ritornare nella Hispania, ma, siccome le esecuzioni si erano interrotte e l'imperatore sembrava pi tranquillo, il ritorno a Italica fu posticipato. Il giovane Traiano ne era deluso.
E infatti, quando costui vide il padre fermarsi a parlare con una ragazza dai capelli tinti tra il biondo e il rosso, cap che le sue intuizioni erano esatte. Suo padre non cercava la compagnia delle prostitute e, se cos fosse stato, non lo avrebbe di certo fatto in sua presenza: stava negoziando con quella ragazza per lui. Il ragazzo guard da un'altra parte. Si trovavano in una piccola piazza, dove un ambulante aveva approfittato del portico di una delle insulae - gli edifici a pi piani a uso abitativo - per sistemare il suo banco di frutta. C'era parecchia gente intorno ai cesti di mele, la merce dall'aspetto migliore. All'improvviso, tre bambini sudici, coperti di stracci e di non pi di sei o sette anni attraversarono la piazza diretti al banco del fruttivendolo. Si muovevano con sorprendente agilit tra le gambe dei viandanti, che sembravano non accorgersi nemmeno del loro passaggio. Il giovane Traiano vide i bambini avvicinarsi al banco e afferrare una mela ciascuno. Si voltarono per darsi alla fuga, ma l'ambulante fu pi rapido e, con un grosso bastone, che teneva in serbo per quelle occasioni, colp due dei bambini. Ne centr uno sulla testa, che cadde di schianto al suolo. L'altro fu preso a una spalla e cadde anche lui, ma si trascin per terra cercando di scappare. Il bambino ferito alla testa non si muoveva e Traiano comprese che non si sarebbe mosso mai pi. Aveva preso soltanto una mela. Nessuno reag, e il mercante si avvent sul secondo bambino, che rantolava ancora per terra. Sollev di nuovo il bastone quando, da dietro, ritorn il terzo bambino. Era sgattaiolato con destrezza tra i molti curiosi che si erano assiepati nella piazza e morse la gamba del mercante, che ulul di dolore e si volt in cerca dell'aggressore, che per si era gi dileguato. Alcuni scoppiarono a ridere. Il bambino, approfittando della confusione, accorse in aiuto dell'amico ferito. Non si avvicin all'altro, immobile a terra: probabilmente aveva capito che per lui ormai non c'era nulla da fare. Stavano per riuscire a scappare quando il mercante riprese il controllo e afferr per i capelli il bambino che lo aveva morso.
Adesso avrai ci che ti meriti, lo giuro su Ercole!
La gente, con una curiosit morbosa, fece capannello intorno alla scena. L'ambulante aveva recuperato il bastone e stava per abbatterlo sul bambino, per poi infliggere il colpo di grazia anche al terzo, ancora vivo, anche se spaventato e ferito. Gett per terra la sua preda e brand il bastone. Il grosso legno stava per calare sul bambino quando, con grande sorpresa di tutti, la figura imponente dell'adolescente Traiano si mise in mezzo. L'uomo si ferm di colpo: si trattava del figlio di un patrizio. Lo rivelavano i suoi abiti immacolati e, un attimo dopo, sopraggiunse un enorme schiavo armato di spranga che si posizion accanto al giovane.
Spostati, ragazzo! lo ammon il mercante, che voleva far fuori i piccoli ladri. In quell'istante, si intromise Traiano padre.
Cosa succede qui? domand con voce minacciosa vedendo un ambulante brandire un bastone davanti a suo figlio. Sapeva che il ragazzo avrebbe potuto gestire da solo la faccenda, ma era una questione di principio impedire che venisse innescata una lotta cos assurda. Cosa sta succedendo? ripet.
Quei miserabili. Mi hanno derubato rispose il mercante abbassando il bastone e facendo un passo indietro. Il ragazzo non ha il diritto di mettersi in mezzo.
Traiano si guard intorno e valut la situazione. Vide due bambini allontanarsi attraverso uno stretto passaggio che si erano aperti a suon di spinte tra le gambe dei curiosi. Not anche il bambino morto, con la testa spaccata in mezzo a una pozza di sangue, e la mela che si stava inzuppando di liquido rosso, un unico frutto accanto al piccolo ed emaciato cadavere. Traiano si chin, prese la mela insanguinata e la porse all'ambulante.
Congratulazioni gli disse mentre l'altro allungava la mano per prendere la mela. Hai recuperato parte del bottino e ucciso un ladro con coraggio, nonostante la sua feroce resistenza. Sono ammirato. Con uomini come te i confini dell'Impero sarebbero di certo pi protetti. Forse dovremmo mandarti sul Reno o sul Danubio.
Il mercante prese la mela e torn lento verso il banco. Quell'uomo era un senatore e una sua parola avrebbe potuto rovinargli la vita. Non sarebbe stata una buona idea ribattere. Il mercante non aveva alcuna voglia di muoversi da Roma e men che meno di stabilirsi in una delle regioni pi pericolose dell'Impero, e per giunta di arruolarsi.
Traiano guard il figlio. Andiamocene. Quando si allontanarono dalla piazza lo sgrid per essersi messo in pericolo: Non intrometterti mai pi in faccende che non ti riguardano, ragazzo, soprattutto in quartieri come questo.
Camminavano seguendo la ragazza dai capelli rossastri. Il ragazzo non si fece intimidire dal monito del padre.
Erano bambini, padre, e avevano preso solo una mela ciascuno.
Quei bambini non contano niente a Roma.
Non appena termin la frase si sent in colpa per la durezza delle sue parole; avrebbe voluto dire che a nessuno interessava la vita di quei poveretti, per lo pi orfani, che vagabondavano per le strade di Roma e si arrangiavano per sopravvivere rubando o mendicando. Per questo non era intervenuto nessuno. Suo figlio ribatt ancora.
A Roma c' cibo in abbondanza, padre. Quei bambini potrebbero essere sfamati, chiedendo loro in cambio di lavorare per l'Impero.
Traiano si ferm e gli altri fecero lo stesso: gli schiavi, il figlio e anche la giovane prostituta dai capelli tinti, accortasi di non essere pi seguita. Non voleva perdere un buon cliente.
Di una faccenda simile, figliolo, e lo fiss con intensit pu occuparsi soltanto l'imperatore, e temo proprio che adesso abbia ben altro per la testa.
Se io fossi l'imperatore farei in modo di risolverla.
Risolvere cosa? domand il padre.
Il problema della fame di quei bambini. Distribuirei il cibo equamente, in modo che nessuno ne resti privo. A cosa serve essere la capitale dell'Impero pi grande del mondo se poi ci sono bambini denutriti per le strade? E poi sei proprio tu a dire spesso che mancano Romani sui confini! Ragazzi come questi sarebbero legionari mille volte migliori di quello stupido e codardo fruttivendolo.
Traiano guard suo figlio per qualche istante. Non aveva parole per replicare a quello che il ragazzo aveva appena detto. Sorrise.
D'accordo, figliolo. Se un giorno sarai imperatore di Roma spero che sistemerai la questione degli orfanelli senza cibo che vivono per strada.
Lo far. Se un giorno sar imperatore.
Di fronte al tono serio e deciso del giovane, il padre gett la testa all'indietro e scoppi in una fragorosa risata.
Ti ricordo, ragazzo mio, che siamo ispanici e non esistono imperatori che non siano nati in Italia precis Traiano quando smise di ridere.
Il ragazzo rimase in silenzio. Adesso era lui a non sapere come ribattere all'obiezione del padre, che aveva ripreso a camminare attraverso gli angusti vicoli della Suburra.
I due bambini si rifugiarono tra le rovine di un'abitazione di diversi piani crollata un anno prima, e che non era ancora stata restaurata. Si nascosero tra le macerie. Il piccolo ferito sembrava stare un po' meglio, ma aveva perso la mela per la quale avevano lottato cos tanto. L'altro si sedette di fronte a lui.
Attilio, stai bene? gli domand. Non si chiamava davvero Attilio, ma siccome vivevano per strada praticamente da sempre, nessuno dei due conosceva il proprio nome. Era addirittura possibile che non gliene avessero mai dato uno. Perci un giorno decisero di sceglierselo da soli. Volevano nomi importanti. Non possedevano nulla, sicch decisero di concedersi almeno quel lusso; non sapendo leggere, cercarono di carpirli dai discorsi origliati nelle locande davanti alle quali chiedevano l'elemosina. Un giorno sentirono parlare alcuni patrizi dei grandi uomini della Roma del passato. Uno sosteneva che gli uomini pi valorosi fossero quelli della Repubblica. Ne cit molti, ma il bambino colse un nome in particolare: Attilio Regolo, che, a quanto pareva, aveva sconfitto i nemici nelle battaglie navali durante le guerre contro i Cartaginesi. Il suo amico, che in quel momento stava sfilando una mela da sotto i vestiti, volle chiamarsi Marzio, che sembrava essere stato un grande re. Non conoscevano le storie di questi due valorosi uomini, ma ne erano rimasti affascinati ed erano certi che, almeno nel passato, chi portava tali nomi avesse compiuto imprese eroiche. Erano convinti di poter arrivare lontano, sospinti dal ricordo dei loro illustri omonimi.
Non ho fame disse Attilio. Gli era venuto in mente Romolo, il terzo bambino del gruppo che non sarebbe mai pi tornato alla casa in macerie dove vivevano.
Devi mangiare insistette Marzio. Ne ho un'altra per me. Sono riuscito a rubarne due a quell'infame. E penso proprio che ci ritorner.
Alla fine, Attilio prese la mela e inizi a morderla.
Io l non ci torno replic mentre dava il primo morso. Marzio, invece, mangiava con rabbia. Romolo era un suo buon amico e adesso era morto per colpa di quell'imbecille.
Torner di notte precis il piccolo impavido. Con una torcia.
Attilio non ribatt. Sapeva che Marzio era vendicativo. Era generoso e condivideva tutto, ma anche rancoroso, deciso e forte. Lui era pi agile, pi veloce, ma aveva sempre paura di tutto. Se Marzio diceva che sarebbe tornato in quel posto, era sicuro che lo avrebbe fatto.
Allora verr con te.
Marzio annu, compiaciuto per il sostegno di Attilio. Quel miserabile non avrebbe mai pi venduto frutta nella Suburra. In quel momento gli venne in mente il giovane patrizio che li aveva aiutati. Non conosceva nemmeno il suo nome. Gli era grato, ma non aveva alcun senso continuare a pensare a lui. Era decisamente improbabile che le loro vite si incrociassero di nuovo.
Traiano figlio era nudo. La ragazza si applicava con impegno, ma lui era deconcentrato.
Lo so che  la tua prima volta prov a rassicurarlo la giovane prostituta. Stai tranquillo. Ti piacer.
Il ragazzo chiuse gli occhi. Nella sua mente rivide i due bambini che scappavano con le mele. Che ne sar di loro adesso? Non aveva dato particolare importanza a quell'episodio nella Suburra, ma lo distraeva, portandolo lontano da quella stanza. Dal momento che la cosa non aiutava, si sforz di dare retta alla ragazza e cerc di liberare la mente. Lei continuava ad accarezzarlo al di sotto della cintura, con le labbra - labbra morbide, dolci, carnose - e la lingua. Gli faceva quasi il solletico, ma era piacevole. Lui tenne gli occhi chiusi.
Quando ebbero finito, la ragazza, seduta sul letto, lo guardava vestirsi.
Non parli molto gli disse.
No rispose Traiano. Lei annu. Era riuscita a fargli raggiungere l'orgasmo, ma aveva fatto molta fatica. Lei era giovane, ma piuttosto esperta e aveva sentito di casi simili. Sapeva qual era il problema.
Tuo padre lo sa?
Cosa?
Che non ti piacciono le donne.
Traiano figlio smise di vestirsi. Si sedette accanto a lei.
No rispose con lo sguardo puntato a terra.
Meglio cos comment lei. Il ragazzo era abbattuto e la fanciulla pens a qualcosa per farlo sorridere. Ho un cliente che dice che noi donne portiamo soltanto guai. Magari per te sar meglio cos.
Traiano riflett. La sua non era una vita senza donne. Per lui la madre e la sorella erano importanti, per esempio. Voleva loro molto bene, ma era sempre pi evidente, ormai, che per certe cose le donne non lo attraevano.
S, forse sar meglio cos.
Quella notte il giovane si rigir nel letto molte volte. Sogn quei bambini che scappavano con le mele. Nel sogno correvano e correvano, senza riuscire a fuggire da Roma. A un tratto, comparve nella visione una grande lince e li attacc. Si svegli di soprassalto, sudato. Non era strano che avesse sognato una lince: era da tempo che cercava di catturarne una che si nascondeva sulle colline intorno a Italica e ormai ne era ossessionato. Bevve un po' d'acqua e torn a dormire. Questa volta fece altri sogni e riusc a riposare tranquillo.
Nel frattempo, nella notte, le cohortes vigilum di Roma ricevettero un allarme per un incendio nel centro della Suburra. In poco tempo arrivarono sul posto, una piccola piazzetta del popoloso quartiere, e riuscirono a evitare danni pi ingenti. Era andato in fiamme soltanto un banco di frutta e l'abitazione del piano superiore. Nessuno sapeva cosa lo avesse provocato. Il proprietario era disperato.

29.

LA RIVOLTA GIUDAICA.

Porto marittimo di Cesarea, Siria Giugno del 68 d.C.

Marco Ulpio Traiano camminava frettolosamente. Non poteva permettersi di arrivare tardi alla riunione dello stato maggiore di Vespasiano, convocata per elaborare la strategia da adottare per reprimere la rivolta giudaica. Vespasiano lo aveva voluto nel nuovo esercito della Siria per l'esperienza maturata nelle campagne con il suo predecessore Corbulone. Traiano organizz tutto in modo che sua moglie Marzia, la figlia Ulpia Marciana e il figlio ritornassero a Italica, e lui pot partire con Vespasiano alla volta dell'Asia. Sapendo che Nerone aveva sempre pi nemici, era consigliabile che la famiglia rimanesse nella Hispania: era probabile che durante la sua permanenza in Siria si scatenasse una nuova sommossa, che avrebbe potuto degenerare in una vera e propria guerra civile. In quel momento era dunque pi prudente che la sua famiglia rimanesse a Italica anzich nell'imprevedibile Roma, almeno fino al suo ritorno. E poi, era da tanto che il figlio e la moglie volevano ritornare a casa.
Tito Flavio Sabino Vespasiano ascoltava i comunicati provenienti da Occidente, attento a ogni parola, soprattutto a quelle omesse, forse ancora pi importanti. Intorno a lui era riunito lo stato maggiore della guerra contro i Giudei, di cui faceva parte il figlio ventottenne Tito e un generale molto valido, Marco Ulpio Traiano, che a trentotto anni era ormai un veterano delle guerre d'Oriente. Proprio per questo motivo, il prudente Vespasiano aveva richiesto i suoi servigi per la campagna che Nerone gli ordinava di intraprendere in Siria, in sostituzione del malcapitato Corbulone. Fino a quel momento le battaglie avevano dato buoni risultati: Tito si era dimostrato abile sia al comando dei soldati sia in combattimento e per di pi, essendo suo figlio, poteva fidarsi ciecamente di lui. Inoltre, in un'azione di sommo valore strategico, Traiano aveva piegato la resistenza nemica di Gerico con la legione X Fretensis quindi si era concentrato sulla citt di Gerusalemme e su Masada, una fortezza a sud del paese. Oltre a questi due uomini, nell'edificio, vicino al porto, adibito a improvvisato praetorium, c'erano una ventina di ufficiali scelti da Vespasiano in persona con l'aiuto di Tito e Traiano, soprattutto tribuni e pretoriani con grande esperienza militare. Nonostante le disfatte subite, la resistenza giudaica era tenace e Vespasiano doveva affidarsi a uomini del loro calibro per raggiungere il suo obiettivo: una vittoria incontrastata. I Giudei si erano ribellati in troppe occasioni, ormai, ed era necessario dimostrare loro che quelle costanti insurrezioni erano soltanto un assurdo spreco di energie per tutti.
Le notizie da Roma, per, complicavano le cose. Eppure, Vespasiano, temprato dalla conquista della Britannia, sopravvissuto alle follie di Caligola in passato e di Nerone in un tempo molto meno lontano, sapeva che non bisognava spaventarsi davanti ai capricci della dea Fortuna.
Sicch Nerone  morto disse Vespasiano, ripetendo il messaggio che gli aveva appena riferito il giovane messaggero inviato dal Senato. Poi guard suo figlio e Traiano. Quindi stiamo riconquistando la Giudea come ci aveva ordinato Nerone, ma non sappiamo a quale imperatore la consegneremo.
Non riusc a evitarlo: dopo lunghi mesi di tensione e combattimenti proruppe in una fragorosa risata. Suo figlio Tito, Traiano e altri si unirono alla sua ilarit, ma con moderazione. L non c'era posto per adulatori, soltanto per guerrieri. Grazie alla sua esperienza militare e politica, Vespasiano sapeva che si pu vincere una guerra solo contando sull'aiuto di uomini coraggiosi e onesti.
E cosa si sa di Vindice? chiese guardando il messaggero del Senato. Vindice, governatore della Gallia Lugdunense, si era ribellato al sempre pi impopolare Nerone. Quelle erano le ultime notizie in suo possesso. Erano giunte voci che Galba nella Hispania e forse anche Otone nella Lusitania si fossero uniti alla rivolta. Vespasiano meditava, in attesa che il messaggero gli fornisse qualche altro dettaglio. Di sicuro tutte quelle insurrezioni avevano destabilizzato quel codardo di Nerone. Forse si era suicidato. Sarebbe stata la sua unica azione dignitosa da quando era imperatore. L'emissario del Senato aveva notizie fresche che avrebbero confermato o smentito i pensieri di Vespasiano.
Vindice  stato sconfitto e giustiziato dalle legioni del Reno di Lucio Virginio Rufo; il Senato ha offerto addirittura tre volte la dignit di imperator a quest'ultimo, ma l'ha rifiutata ostinatamente. Allora Galba, appoggiato dai senatori, si  messo a capo della fazione contro Nerone, il che ha portato l'imperatore al suicidio non appena ha capito che la guardia pretoriana eseguiva gli ordini del Senato. Adesso  Galba l'imperatore di Roma.
Galba mormor Vespasiano pensieroso, mentre si abbandonava sulla sua sella. Quindi guard Traiano per un istante. Poi chin il capo e infine si rivolse di nuovo al messaggero. Va bene. Adesso lottiamo in Oriente agli ordini dell'imperatore Galba. Devi essere stanco. Che a questo emissario siano dati cibo e acqua.
L'altro, grato, si conged dal legatus d'Oriente e usc dalla stanza lasciando Vespasiano con il suo alto comando. Il legatus guard di nuovo Traiano.
Traiano, tu sei ispanico. Cosa sappiamo di Galba?
Traiano fece un passo avanti, salut il legatus con il pugno chiuso sul petto e prese a parlare andando dritto al sodo, da buon militare.
In passato Galba govern nell'Aquitania, in Africa e il suo apporto si rivel fondamentale nella Germania per fermare i barbari ai tempi di Caligola. Infatti, molti...
Molti pensavano a lui come imperatore dopo Caligola, lo interruppe Vespasiano, piuttosto impaziente ma Galba non si ribell a Claudio e divent amico del nuovo imperatore. Traiano, per Ercole, questo lo so gi! Cos come so che, prima dei tempi di Claudio, Galba godeva del favore di Livia, la moglie di Augusto, ma quando lei mor Tiberio lo allontan. Quello che voglio sapere  che tipo di governatore fu per la Tarraconense e, anche se so che sei stato per molto tempo lontano dalla tua patria, mi risulta che dovete esservi incrociati pi di una volta. Traiano, non ho bisogno di una lezione di storia. Dimmi qualcosa che non so, oppure taci.
Traiano chin il capo. Il nervosismo di Vespasiano era evidente. Quei cambiamenti in Occidente potevano degenerare in una vera e propria guerra civile. Con la morte di Nerone, la dinastia Giulio-Claudia era giunta al termine e Roma non sapeva ancora come gestire un potere immenso e complesso: ci voleva un uomo capace di comprendere il meccanismo dell'Impero per governarlo nonostante le minacce di Germani e Daci a nord, dei Parti a Oriente e la rivolta giudaica. Vespasiano voleva sapere se quell'uomo sarebbe stato Galba. Traiano sollev lo sguardo e sostenne con rispetto quello del legatus.
Galba  avaro disse Traiano.
Vespasiano annu lentamente mentre digeriva quella risposta.
Molto avaro? chiese, cercando dettagli pi precisi.
Molto. Bisogna riconoscergli di aver saputo mettere in riga qualche unit militare un po' troppo indolente, ma non  mai stato particolarmente prodigo. Ricordo che quando organizzava banchetti a casa sua, perfino quando era governatore e disponeva di risorse a volont, serviva due tipi di cibo: quello buono per la sua cerchia pi ristretta e uno di pessima qualit per tutti gli altri invitati. In parte lo faceva per umiliarli, ma soprattutto perch  avaro.
Avaro ripet Vespasiano, come se cercasse di sondare le implicazioni di quell'aggettivo. Il legatus d'Oriente aveva ben compreso cosa stava insinuando Traiano: un taccagno non sarebbe mai durato a lungo in una Roma appena governata da Nerone, che aveva svuotato le casse dello stato con banchetti di ogni sorta e giochi con rassegne liriche e, soprattutto, lotte di gladiatori, un intrattenimento che appassionava i cittadini ma di fatto molto dispendioso. E poi c'era la guardia pretoriana. Da quando Augusto l'aveva istituita, i soldati avevano sempre ricevuto un ottimo trattamento economico: quando Seiano fu giustiziato, Tiberio diede a ciascun pretoriano mille denari; poi Caligola, appena salito al trono, distribu 2.500 dramme ciascuno per garantirsene la fedelt; Claudio port quella cifra a 3.750 denari. Nerone mantenne la cifra del suo predecessore. Tutto il Senato riteneva che quella fosse una spesa folle ed eccessiva, ma nessuno osava contraddire l'imperatore, soprattutto quando i pretoriani potevano disporre di quella piccola, grande fortuna.
Vespasiano aggrott la fronte. Adesso bisognava vedere se un vecchio e avaro senatore come Galba fosse disposto a rispettare tali usanze.

30.

LE NOZZE DI DOMIZIA LONGINA.

Roma, ottobre del 68 d.C.

La bella Domizia era passata da un'enorme sofferenza alla gioia pi intensa e si sentiva in colpa, anche se non avrebbe dovuto. Cassia Longina, sua madre, era accanto a lei mentre tre ornatrices la preparavano per le nozze. Una delle schiave usava un bastoncino di carbone e un po' di cenere per definire le ciglia della sua signora, mentre un'altra prelevava con una spatola d'argento creme e unguenti da piccole anfore di alabastro, vetro e ceramica. La terza ancella aspettava il suo turno con due pettini di osso tra le mani. La pelle chiara e perfetta di Domizia non aveva ancora bisogno di essere illuminata con bianco di piombo. Aveva un volto bellissimo. Splendido, ma triste.
Perch quell'aria cos cupa, Longina? le domand con ansia la madre.
Domizia aveva il capo chino. Mio padre  morto solo da un anno e mezzo e io sto per sposarmi.
Per sposarti con un uomo che ti ama e che tu ami. Per tutti gli dei, Domizia, disse la donna portando la mano al mento della figlia per costringerla a guardarla negli occhi sei una donna romana molto fortunata: pochissime fanciulle possono avere matrimonio e felicit insieme. Io con tuo padre li ho avuti e so che  un evento raro, e sono immensamente grata che possa provarlo anche tu. Basta soffrire. Abbiamo versato abbastanza lacrime e non saranno mai sufficienti a placare il dolore. Un po' di serenit ti far bene. E giover a tutte e due, anzi, a tutte e tre aggiunse pensando alla figlia maggiore, il cui marito era stato giustiziato per la presunta partecipazione alla congiura contro Nerone. Non voglio che ti presenti alla cerimonia con quel viso triste,  chiaro, bambina mia?
Domizia annu, ma aveva il volto ancora imbronciato. Sua madre sospir e le si sedette accanto. Stavano entrando un paio di schiave con gli ornamenti per l'acconciatura della sposa: mollette, pettini, nastri e perfino un piccolo braciere per riscaldare i calamistra, i piccoli ferri che avrebbero dato forma ai ricci della loro giovane signora. Allo sguardo gelido della madre, le ancelle si voltarono e lasciarono da sole le due patrizie.
Ascolta, Domizia disse la madre prendendole una delle morbide mani tra le sue, vecchie e rovinate. Ascoltami bene, per Giove: Lucio Elio Lamia Emiliano  un brav'uomo e discende da una delle migliori famiglie di Roma;  onesto ed  sempre stato un buon amico di famiglia. E poi, anche se  un po' pi grande di te,  di bell'aspetto e io sono felice dei suoi trent'anni perch lo rendono giudizioso, fatto che nel mondo folle e imprevedibile in cui viviamo, in questa Roma che ha avuto un imperatore come Nerone... strinse il pugno e chin il capo per un istante che marcisca per sempre negli Inferi... Poi il tono della sua voce si addolc di nuovo, rivolgendosi alla figlia: In questa Roma che Galba tenta di governare, in cui uno dopo l'altro insorgono tutti i legati delle province dell'Impero; ebbene, l'et conferisce al tuo futuro marito una grande esperienza che lo aiuter a muoversi con abilit e a sopravvivere, figlia mia, sopravvivere. Ricorda che tuo padre si  suicidato per ordine di Nerone a condizione che quell'infame ci lasciasse in vita, e so che lo ha fatto soprattutto per te e per tua sorella Corbula. Domizia, io ho gi vissuto abbastanza e ho sofferto,  vero, ma tu, Corbula e tuo padre mi avete dato un'immensa gioia. Figlia mia, tuo padre si  tolto la vita per regalarne a te una piena e soddisfacente. Lucio Elio pu dartela, oltre alla stabilit che spetta a ogni patrizia romana. Galba  un imperatore insicuro e il tuo futuro marito sta agendo con astuzia, senza stringere con il cesare un'alleanza vincolante ma nemmeno mettendosi apertamente contro di lui. Sta aspettando di vedere come si evolveranno gli eventi. Galba  vecchio. Roma vivr anni incerti, ma alla fine ci sar un nuovo imperatore e noi dovremo ingraziarcelo. Tuo marito sar in grado di farlo. Nel frattempo, devi occuparti soltanto di renderlo felice; dovrai essergli fedele e accertarti che gli schiavi adempiano ai loro doveri e, se  possibile, dare a lui un figlio e a me un nipotino. Domizia, non devi fissare il pavimento n arrossire: lo so che lo ami.
La ragazza annu.
 cos, madre. Perci posso concedermi di essere felice?
Devi essere felice! la rassicur Cassia Longina alzandosi e guardando verso la porta, dove le schiave aspettavano di essere richiamate. Voglio che tutti gli invitati vedano che Lucio Elio sposa la pi bella di tutte le patrizie romane.
Si allontan di un paio di passi per ammirare la figura snella di Domizia, scolpita con belle curve, con braccia bianche, mani morbide e minute e un viso dalla fronte piccola, con il naso un po' all'ins e labbra carnose coronate da guance colorite dopo la sua allusione a una gravidanza. Lucio Elio sposava una patrizia giovane e bellissima, e sua madre era molto dispiaciuta di separarsene, ma era giusto cos. La loro era un'unione perfetta, e avrebbe garantito alla giovane Domizia la serenit di cui aveva bisogno. Un sacerdote di Iside le aveva predetto che il giorno scelto per le nozze era nefasto, ma Iside, in fin dei conti, era una dea d'Oriente; altri sacerdoti di Giove avevano dato la loro benedizione per celebrare le nozze. Era difficile trovare una data per la quale tutti i sacerdoti fossero d'accordo, perci la madre di Domizia decise di non tener conto della profezia sfavorevole e, ovviamente, di non svelarne il contenuto alla sua impulsiva figlia, che sarebbe stata capace di posticipare le nozze. E poi, preferiva che il matrimonio fosse celebrato prima possibile. Galba tentava di tenere a freno le ribellioni delle truppe in Africa e nella Germania, mentre i Giudei stavano ancora combattendo in Oriente e i Batavi si sollevavano in Gallia. In un Impero che cadeva a pezzi, dare in moglie una figlia in poco tempo e a un buon marito era di primaria importanza, e avrebbe rafforzato la famiglia in mezzo a quel vortice bellicoso che minacciava ogni cosa.
La madre usc dalla stanza e la giovane Domizia rimase in compagnia dei suoi pensieri e delle schiave, che si sforzavano di sistemare il velo arancione senza che toccasse il pavimento, in modo che non fosse d'intralcio alla fanciulla in quel giorno cos importante. Domizia aveva le lacrime agli occhi e cercava di non piangere per non rovinare il lavoro delle ornatrices. Era vero che si sentiva contenta. Suo padre era morto per salvarla e le aveva regalato una vita felice, che le si prospettava ancora pi radiosa, a cominciare da quel matrimonio. E Domizia era anche innamorata di quell'uomo garbato che l'aveva corteggiata con gentilezza, e che perfino quando Nerone ordin il suicidio del padre e fece giustiziare il cognato era rimasto accanto alla sua famiglia, senza preoccuparsi delle ritorsioni dell'imperatore. Era coraggioso e adesso Domizia voleva soltanto restituirgli, con il calore del suo giovane corpo di donna, tutto l'amore ricevuto in quei giorni cos tristi, i peggiori della sua breve vita. La madre aveva ragione: aveva il diritto di essere felice. Ne aveva tutto il diritto. A impensierirla c'era soltanto una frase che il padre aveva sussurrato tanto tempo prima, quando lei aveva solo sette anni. All'epoca della lontana campagna in Armenia, poco prima che Corbulone partisse per l'Oriente, una notte in cui i suoi genitori pensavano che dormisse, la piccola Domizia li aveva sentiti parlare di lei. La madre, come sempre, stava elogiando la bellezza della figlioletta e in quel momento il padre pronunci alcune parole che non avrebbero mai smesso di tormentarla nei suoi incubi e nei giorni pi cupi.  troppo bella, troppo. Bisogna tenerla lontano da Roma il pi a lungo possibile.
Sua madre era d'accordo, e cos avevano fatto. Alla campagna in Armenia era seguita quella in Partia e Corbulone era quasi sempre al fronte. Cos Domizia era rimasta in Siria per anni, lontana dalla tumultuosa Roma, ma adesso era l che aveva trovato il grande amore. Senza dubbio Elio le si era avvicinato per la prima volta nel Foro attratto dalla sua bellezza, sicch qualcosa di buono la sua avvenenza glielo aveva procurato. Ma Corbulone non parlava mai senza motivo, e la sua mente giovane e inesperta non riusciva a capire perch lui la pensasse cos. Come pu la bellezza condurre alla sofferenza?

31.

LA TESTA DI UN IMPERATORE.

Roma, 15 gennaio del 69 d.C.

La testa di Servio Sulpicio Galba, Imperator Caesar Augustus, era conficcata su un lungo palo nel Foro, di fronte al tempio di Vesta, nel cuore di Roma. Aveva gli occhi rivoltati all'indietro, la bocca paralizzata in un ghigno e il volto esangue, e con tale espressione guardava i curiosi che avevano ancora il coraggio di camminare per le strade della citt in quel ferale pomeriggio. Aveva tagli e lividi su entrambe le guance, frutto della vana resistenza ai pretoriani insorti per non essere ancora stati pagati dopo la sua ascesa al trono, com'era abitudine. La sua caduta fu rapida: avvenne soltanto sette mesi dopo essere stato acclamato successore di Nerone. Accanto al suo c'erano altri tre pali: due erano occupati dalle teste dei suoi ufficiali pi fidati, Vinio e Icelus, e sull'ultimo c'era quella di Lucio Calpurnio Pisone Liciniano, adottato da Galba nell'intento di dare inizio a una nuova dinastia. Il cranio di Liciniano era stato trapassato dalla punta di una lancia pretoriana, che gli spuntava addirittura dalla fronte.
Gaio Plinio Cecilio Secondo, detto Plinio il Vecchio, era tra i pochi temerari che avevano deciso di verificare di persona che i pretoriani, istigati da Otone, si fossero ribellati sul serio e avessero ucciso Galba e il suo successore. Gaio Plinio si sentiva molto pi incline alle lettere che alla guerra, ma non era un vigliacco: aveva servito Roma per dodici faticosi anni nella Germania, raggiungendo il grado di alto ufficiale nella cavalleria. Poi, quando Nerone aveva iniziato a dare evidenti segni di pazzia, al punto da ordinare al grande generale Corbulone di suicidarsi - nel timore che la sua fama eclissasse quella dell'imperatore -, aveva capito che sarebbe stato pi saggio abbandonare la carriera militare e politica, nella quale si stava distinguendo troppo, per dedicarsi alla scrittura. In seguito, attento ai cambiamenti del sempre pi capriccioso Nerone (che all'improvviso aveva scoperto il piacere di comporre versi), Plinio aveva smesso anche di scrivere poesie e si era concentrato sulla redazione della sua grande opera, la Naturalis historia, nella quale aveva cercato di raccogliere tutte le conoscenze di botanica, medicina, mineralogia e decine di altre discipline per destinarle a una posterit che si profilava sempre pi incerta e tenebrosa, soprattutto dopo i tumulti di quella mattina. Adesso, nel tardo pomeriggio, tutto sembrava tranquillo; ma Gaio Plinio non si lasciava ingannare da quella strana pace, che gli ricordava tanto i momenti di stasi durante le campagne militari. Sicch si era fatto accompagnare in quella coraggiosa passeggiata pomeridiana da una mezza dozzina di schiavi pesantemente armati, preoccupato non tanto per la sua incolumit, quanto per suo nipote, di soli sette anni, anche lui di nome Gaio Plinio Cecilio Secondo, conosciuto come Plinio il Giovane, che era con lui. Il piccolo era rimasto orfano e lo zio se ne era fatto carico nonostante alcune reticenze iniziali. Il bambino si era dimostrato discreto, riservato e dedito allo studio, proprio come lui, perci gli si era presto affezionato.
Hai paura? domand Gaio Plinio notando che il nipote lo guardava con occhi sbarrati. Il piccolo non rispose. Lo zio si chin e gli parl a bassa voce:  normale avere paura oggi. Tutti quelli che sono radunati qui, sotto questi pali, dovrebbero averne. Soltanto gli sciocchi non temono nulla.
Gaio Plinio vide che il bambino si rasserenava un po', annuiva e, finalmente, trov il coraggio di aprire bocca, cosa che non faceva da quando erano usciti dalla loro domus.
Ma quell'uomo, disse il giovane Plinio indicando la testa rigida di Galba non era l'imperatore?
Gaio Plinio, ancora accovacciato, si gir e guard il volto di Galba, contorto nella smorfia del suo ultimo istante di vita.  cos, figliolo. Quello  stato l'imperatore di Roma per sette mesi.
Io credevo che un imperatore regnasse per anni, zio.
Gaio Plinio annu. Finora  stato cos, ma bisogna essere molto intelligenti per governare Roma e tutto il suo Impero. Sono in troppi a voler essere imperatori di tutto e di tutti, ma ben pochi sono in grado di detenere il potere con astuzia. Galba, che vedi l, ha commesso molti errori in poco tempo.
Gaio Plinio continuava a parlare, chino accanto al nipote. Era improbabile che ci fosse ancora qualche sostenitore di Galba, ma non era il momento di destare sospetti. Era meglio mantenere quella conversazione il pi privata possibile.
E in cosa ha sbagliato Galba? domand il piccolo Plinio con curiosit.
In tante cose, figliolo, tante: non ha saputo nominare i consiglieri giusti, non ha saputo scegliere i prefetti del pretorio, ha deluso coloro che avevano appoggiato la sua ascesa al potere, come Otone, e soprattutto non ha pagato ai pretoriani il denaro che si aspettavano. Avendo perso il sostegno del Senato a causa della sua cattiva gestione, con diversi legati ribellatisi nella Germania e la guardia pretoriana insoddisfatta,  durato quasi fin troppo. La cosa sorprendente  che tutti hanno sempre creduto che Galba potesse essere un grande imperatore; si pens a lui perfino come successore di Caligola al posto di Claudio, ma all'epoca fu pi astuto, si tenne in disparte e divent amico di quest'ultimo. Di sicuro, adesso che era vecchio, non era pi in grado di prendere decisioni cos brillanti. A ogni modo, nipote mio, lo scopo di questo pomeriggio era che tu vedessi bene in che citt e in quale mondo vivi. Senza sollevarsi, indic i pali conficcati davanti al tempio di Vesta con i loro trofei di morte, ancora accovacciato e sempre rivolto al giovanissimo nipote. Ieri quell'uomo era il pi potente del mondo, o almeno cos si sentiva, e oggi non  niente; ed  morto senza onore, in un modo orribile. Guardalo bene e non dimenticartene mai: tutti noi, in qualsiasi momento, potremmo perdere ci che possediamo, ma soltanto il nostro buon senso, la nostra intelligenza pu aiutarci a sopravvivere. Abbass la voce ancora di pi, fino a farla diventare un bisbiglio:  da molti anni che Roma non ha pi buon senso n onore: il primo le manca dall'epoca di Augusto e il secondo dai tempi di Giulio Cesare e del grande Scipione l'Africano.
Il bambino, nonostante il tono di voce quasi impercettibile, aveva sentito tutto alla perfezione. Sapeva chi fossero l'imperatore Augusto o Giulio Cesare, ma non conosceva l'ultimo nome menzionato dal suo precettore. E, imitando lo zio, domand a voce pressoch inudibile: E chi era questo Scipione l'Africano, zio?.
Gaio Plinio si rimise in piedi. A quarantatr anni fece un po' di fatica a rialzarsi dopo essere stato cos a lungo accovacciato.
Scipione l'Africano? Scipione l'Africano, caro nipote, fu uno dei pi grandi uomini di Roma, forse il pi grande, insieme a Cesare.  una storia molto lunga, la sua.
Mi piacerebbe che me la raccontassi, zio.
Gaio Plinio annu un paio di volte.
Lo far, lo far, ma adesso andiamocene da qui. Il sole sta tramontando e ci saranno altri scontri.
Iniziarono ad allontanarsi dal tempio di Vesta, seguendo gli schiavi che si facevano strada tra la folla che si stava radunando nel Foro: accorrevano tutti per vedere se davvero Galba era stato assassinato e il nuovo cesare era Otone. Mentre si allontanavano, il giovane Plinio azzard un'ultima domanda: E chi  adesso l'imperatore?.
Suo zio acceler il passo poich vide diversi gruppi di senatori piuttosto agitati, scortati dai pretoriani o dalle loro guardie personali, attraversare l'angolo nord-occidentale del Foro diretti alla Curia. Plinio, senza smettere di camminare, rispose, a voce molto bassa. I pretoriani hanno acclamato Otone e quei senatori si stanno recando al palazzo del Senato per decidere se appoggiare o meno la sua proclamazione.
E lo faranno?
Io credo di s. Ne va della loro vita, ragazzo. Adesso rimani in silenzio, per Giove, rimani in silenzio.
Si fermarono per lasciar passare senatori e pretoriani e quando il Vicus Iugarius rimase sgombro Gaio Plinio, suo nipote e gli schiavi si infilarono rapidamente nel grande viale. Se quei senatori, in un impeto di coraggio, ma anche di follia, si fossero opposti alla nomina di Otone si sarebbe visto scorrere molto sangue. Sarebbe stato prudente chiudersi in casa e non aprire a nessuno per qualche giorno.
Appena giunti alla domus, Gaio Plinio ordin al suo atriense di preparare l'occorrente per vivere isolati almeno per una settimana, fino a quando la situazione si fosse calmata. Appena il piccolo Plinio vide lo zio, un po' pi sereno, sedersi su una modesta sella accanto all'impluvium, gli si avvicin di nuovo. Nella sua testolina si affollavano ancora molte domande.
Zio, e Otone sar come Augusto, come Giulio Cesare o come Scipione l'Africano?
L'uomo sospir profondamente. Uno schiavo gli port una coppa di bronzo con un po' di vino allungato con acqua; la prese, ne bevve un sorso e la porse di nuovo allo schiavo. Beveva poco e non era proprio il momento di esagerare. La sua mente doveva rimanere lucida.
Non credo, figliolo. Non credo che vivr abbastanza da vedere di nuovo un uomo di tale grandezza. Magari tu, nipote mio, sarai pi fortunato.
Il piccolo Plinio si sedette sul bordo dell'impluvium, pensieroso. Ci mise qualche istante, ma poi formul un'altra domanda: E come capir di essere al cospetto di un uomo cos grande, uno come quel tale Scipione, o Giulio Cesare o l'imperatore Augusto?.
Gaio Plinio si port il pollice e l'indice al lobo sinistro per qualche secondo, prima di rispondere deciso. Se prima o poi, nipote, avrai la fortuna di trovarti al cospetto di un uomo del genere, lo capirai immediatamente, senza che nessuno te lo dica. Queste cose, nipote, queste cose si sentono... Si intuiscono.
All'esterno della casa di Gaio Plinio, nel Foro di nuovo vuoto - fatta eccezione per qualche pattuglia di fieri pretoriani -, la testa di Servio Sulpicio Galba, conficcata in un palo ricoperto di sangue imperiale rappreso, iniziava a imputridirsi, mentre le prime foglie cadute dagli alberi volteggiavano sui muti lastroni del centro di Roma.

32.

IL LANISTA.

Roma, fine di gennaio del 69 d.C.

Era il lanista. Lo chiamavano soltanto Caio, il suo nomen e cognomen non importavano pi. Veterano della conquista della Britannia ai tempi di Claudio, adesso era soltanto l'istruttore dei gladiatori, il lanista, appunto. Non era un preparatore qualunque: era il migliore di tutta Roma. Gareggiava con le scuole di Capua o di Pergamo o di qualsiasi angolo dell'Impero, ma a Roma, con la sua scuola a sud del Circo Massimo, era riuscito a mettere da parte una piccola fortuna. La disfatta di Nerone, sempre generoso in fatto di munera, aveva inferto un duro colpo ai suoi affari, ma lui sapeva che era solo questione di tempo. Galba, avaro in tutto, perfino con i pretoriani che avrebbero dovuto proteggerlo, non era durato neanche un anno.
Il lanista si volt, diede le spalle ai pali conficcati nel Foro con le teste sfigurate di Galba e dei suoi pi fedeli collaboratori, e si incammin claudicando come al solito, grazie a qualche maledetto germanico del Nord. Calava la sera e i pretoriani di Otone, da poco autonominatosi imperatore, stavano ancora cercando i sostenitori di Galba nascosti negli anfratti di Roma. Per sicurezza, Caio si era fatto accompagnare da un gigantesco retiarius e da due secutores armati.  ora di fare ritorno annunci, dirigendosi di nuovo verso il Circo Massimo.
Lungo la strada trovarono porte e finestre sbarrate. Con due imperatori, Nerone e Galba, morti in cos poco tempo la paura dilagava. Otone, il nuovo capo dell'Impero, era diverso da Galba e pi simile a Nerone. Sembrava propenso a godersi la vita e a offrire divertimenti al popolo, ma la preoccupazione per una nuova rivolta, capeggiata da Vitellio, legatus nella Germania, non poteva essere sottovalutata. Il lanista scosse la testa diverse volte. No, Otone non sarebbe durato a lungo se non avesse creato altre legioni. Se Vitellio si fosse precipitato a sud, il cesare avrebbe avuto solo la legione che Galba aveva portato con s dalla Hispania e qualche altra milizia senza alcuna esperienza di guerra; le legioni di Vitellio, invece, combattevano da anni sui confini del Reno e il lanista sapeva quanto la lotta contro i Germani rendesse impietosi i soldati.
Caio inspir a fondo mentre passavano accanto al grande Circo. Avrebbe dovuto prendere delle precauzioni per sopravvivere. Tra le insurrezioni e il caos che regnava in tutta la citt, molti dei gladiatori che si trovavano nella sua scuola perch una sentenza imperiale o di un'altra autorit li aveva condannati a lottare nell'arena erano scappati. Quelli che erano rimasti avevano scelto liberamente di essere gladiatori, per saldare debiti o fare fortuna, nonostante i rischi che quella professione comportava. Il lanista sorrise. A Roma, almeno, il clima era pi mite rispetto a quello delle fredde terre della Germania e sul Danubio, e il caldo non diventava mai insopportabile come nei deserti d'Oriente. Se proprio si voleva esercitare quel mestiere, e dunque vivere uccidendo gli altri, la scelta migliore era la sua scuola gladiatoria. Ovviamente, bisognava mettere in conto i capricci della plebe o dell'imperatore di turno, ma molti dei lottatori allenati da lui si battevano nell'arena da anni ed erano ancora vivi. Non tutti i combattimenti terminavano con la morte, anche se la possibilit era molto alta. Perfino attraversare la citt da soli di notte era pericoloso, e ne erano la riprova i cadaveri di alcuni incoscienti che avevano osato farlo e che di mattina si vedevano galleggiare nel Tevere. Ognuno deve assumersi la responsabilit delle proprie azioni.
Arrivarono alla scuola e, appena entrati, il lanista si rivolse ai suoi uomini, come gli piaceva chiamare i suoi gladiatori.
Chiudete per bene le porte e organizzate turni di guardia. Non entra e non esce nessuno senza il mio consenso. I cittadini di Roma continueranno ad ammazzarsi tra loro per un bel pezzo. Noi rimarremo qui e usciremo soltanto per fare provviste. Quando tutto finir, e vi garantisco che finir, i Romani saranno stanchi di farsi la guerra e avranno voglia di vedere altri uccidersi al posto loro e pagheranno per vederci combattere. Allora si ricorderanno ancora di noi, e noi saremo qui ad aspettarli. Fino a quel momento staremo in guardia e lasceremo la guerra di Roma al di fuori di queste mura. Continueremo ad allenarci ogni giorno e le regole saranno quelle di sempre: prigione per chi non le rispetta e cibo e acqua per chi obbedir. Tutto qui. Chi non  d'accordo  libero di andare via adesso. Non dispongo di legionari delle cohortes urbanae che possano trattenervi, sicch non impedir a chi lo vorr di lasciare la scuola, come non l'ho fatto finora. Ma vi dico una cosa, per Ercole, e ascoltatemi bene perch non lo ripeter pi: voi avete... tutti noi abbiamo molte pi possibilit di sopravvivere alla follia di Roma trincerati qui dentro anzich in mezzo alla strada. Se rimaniamo tranquilli ci lasceranno in pace, che si tratti dei sostenitori di Otone o di qualsiasi altro legatus che si autoproclamer imperatore, come ha appena fatto Vitellio. Lo sanno che qui ci sono praticamente solo guerrieri; se non ci intromettiamo si combatteranno tra loro senza badare a noi. Le cose devono continuare cos finch i legati delle legioni di confine, il Senato e i pretoriani non si metteranno d'accordo su chi sar il nuovo imperatore. Fino ad allora, entro queste mura, la legge sono io.
Il lanista port la mano all'impugnatura del suo vecchio, ma molto ben curato, gladio militare e irrigid i muscoli per ostentare la forza dei suoi bicipiti ancora possenti. Aveva quasi quarant'anni e tutti lo avevano visto allenarsi con loro ogni giorno. Nella Britannia aveva vinto i torques e una corona muralis. Nessuno sollev obiezioni n decise di andarsene. Quella sera fecero un inventario dei viveri di cui disponevano e, una volta sicuri di avere abbastanza pane, grano, olio, formaggio, carne e pesce essiccati, vino e acqua per oltre un mese, bloccarono le porte d'ingresso con una grossa sbarra di ferro. Mezza dozzina di gladiatori fece il primo turno di guardia all'ora dodicesima, mentre gli altri si ritirarono per riposare nelle loro piccole celle. Il lanista si sedette sul giaciglio nella sua stanza. La sua dimora era sorvegliata da trenta feroci uomini armati e pronti alla lotta. Quella scuola gladiatoria era, paradossalmente ma senza ombra di dubbio, uno dei posti pi sicuri di Roma.

33.

L'ORACOLO.

Monte Carmelo, Giudea Febbraio del 69 d.C.

Manio Acilio Glabrione osservava il frondoso versante del monte che i Giudei chiamavano Hakarmel, la terra del giardino, come gli aveva raccontato un veterano di quella lunghissima campagna in Palestina e in Giudea. Il giovane Manio aveva vent'anni ed era alla sua prima vera campagna militare. Si considerava fortunato perch, nonostante la delicata lotta contro gli irredenti Giudei, Marco Ulpio Traiano, uno dei legati veterani, aveva una preferenza per lui e lo aveva assegnato alla guardia personale di Vespasiano. A Manio piaceva conoscere e capire tutto ci che vedeva. Aveva uno spirito inquieto che coniugava con un grande coraggio in battaglia. Forse Traiano lo aveva notato proprio per questo. Adesso, sotto l'accecante sole di quel paese, scrutava la sagoma della montagna, sacra dalla notte dei tempi. Traiano era accanto a lui, visto che Vespasiano aveva deciso di salire sul monte senza altri ufficiali, ma portando con s solo il figlio Tito e una dozzina di uomini della scorta.
Questa montagna era sacra per gli Egizi, per i Fenici e anche per i Greci cominci a spiegare il legatus Traiano. Gli Egizi la chiamavano il promontorio sacro, sui suoi pendii i Fenici adoravano il potente dio Baal e molti Greci credevano che fosse la dimora di Zeus. Adesso sono i Giudei a essersene appropriati e vi adorano il loro dio, dopo che uno dei loro profeti cacci i sacerdoti di Baal.
Il profeta Elia precis Manio, e Traiano si volt a fissarlo. Non era l'unico: anche altri legionari e ufficiali lo guardarono. Tutti sapevano che il veterano legatus Traiano era l da molto pi tempo di loro, dall'epoca di Nerone, e per questo aveva imparato parecchio delle credenze giudaiche. Manio, per, aveva dimostrato la singolare capacit di acquisire, in pochi mesi, un gran numero di conoscenze che altri non avrebbero immagazzinato in molti anni.
S, si chiamava cos conferm Traiano, notando la sagacia del giovane. Sarebbe stato un ottimo esempio per suo figlio: avrebbe dovuto farli conoscere, prima o poi, in occasione di qualche campagna militare. Continu a parlare. Tutti volevano sapere come mai Vespasiano li avesse condotti fino a quel remoto angolo dell'Impero. Da qualunque prospettiva lo si guardi, questo monte  sacro, ed  sempre stato abitato da profeti e oracoli capaci di predire il futuro.
Per questo siamo qui, vero? domand Manio, dando voce anche alla curiosit degli altri legionari.
Traiano annu. Tutti sapevano qual era la posta in gioco sul versante di quel bosco sacro: Otone aveva ottenuto il potere con l'aiuto della guardia pretoriana, comprata con il denaro, per, nonostante la morte di Galba, rimaneva ancora il problema della rivolta di Vitellio nella Germania. Tutto il versante occidentale dell'Impero rischiava di trovarsi coinvolto in una guerra civile dall'esito imprevedibile. Per il momento le legioni sul Danubio ne erano rimaste estranee, fin troppo impegnate a respingere le continue incursioni di Daci, Sarmati e Rossolani, sempre pi prepotenti. E infine c'erano loro, le legioni d'Oriente, che continuavano ad adempiere al loro dovere in una dura battaglia contro gli ultimi nuclei di resistenza giudaica: finch Gerusalemme non fosse caduta, i Giudei non si sarebbero arresi, n avrebbero mai accettato la supremazia di Roma. E prendere Gerusalemme, circondata da tre ordini di mura gigantesche, non sembrava un'impresa facile senza un assedio lungo e molto impegnativo, che avrebbe potuto anche concludersi con una sconfitta. In un simile baratro di incertezza, diverse famiglie di senatori avevano inviato i loro messaggeri per chiedere a Vespasiano di ribellarsi contro Otone e Vitellio e, soprattutto, di ristabilire l'ordine prima che i Catti e altri popoli germanici del Reno da una parte, e i Daci, i Sarmati e i Rossolani del Danubio dall'altra - oltre ai Batavi della Gallia, che stavano approfittando della confusione generale per sollevarsi come gli altri - portassero all'inesorabile disintegrazione dell'Impero. Vespasiano era titubante. E aveva i suoi buoni motivi. A Roma c'erano ancora il fratello Sabino e il figlio minore, Domiziano. Quando, un paio d'anni prima, era partito verso la Giudea con il figlio Tito, Roma era un luogo sicuro; ma adesso, dopo il regno di quei due imperatori, le cose erano cambiate e Vespasiano sapeva che se fosse insorto contro Otone - o contro Vitellio, se questi fosse riuscito a distruggere il primo in battaglia - il nuovo imperatore non ci avrebbe pensato due volte a prendere in ostaggio Sabino o Domiziano.
E tuttavia, anche le legioni in Egitto, incaricate di controllare il flusso di grano verso Roma, avevano inviato messaggeri a Vespasiano, assicurandogli pieno appoggio nel caso si fosse ribellato a Otone. Il loro non era un gesto di disinteressata lealt: erano spinti dal timore che la massiccia presenza giudaica in Egitto potesse innescare una rivolta che soltanto Vespasiano sarebbe stato in grado di reprimere, come stava facendo in Giudea. Vespasiano era dilaniato dai dubbi: da un lato sentiva il peso delle insistenti pressioni perch si autoproclamasse imperatore; dall'altro, per, temeva per la vita di suo fratello e di suo figlio minore. Perci, quando chiese informazioni sul famoso Monte Carmelo1 e tutte confermarono il carattere sacro dei suoi pendii e l'abilit dei sacerdoti che li abitavano di predire il futuro, Vespasiano decise di salire su quel monte e interrogare gli indovini. Era confuso sulla strada da intraprendere e una profezia avrebbe potuto farlo propendere per una decisione o per un'altra. I sacerdoti erano di religione giudaica, il legatus, per, non era in guerra contro quel credo, ma soltanto contro i Giudei che si rifiutavano di accettare il potere politico e militare di Roma. Tuttavia, non poteva sapere come lo avrebbero ricevuto lass.
Da trent'anni Basilide era sacerdote e oracolo del Monte Carmelo. Le sue predizioni erano rispettate da tutti e le sue capacit molto ammirate, soprattutto in quei tempi tumultuosi di continue insurrezioni contro Roma. Basilide si sporse dal modesto altare di pietra, che fin dai tempi del profeta Elia veniva usato per i sacrifici. Questa volta era il generale dei generali romani a essersi recato da lui. Cosa facciamo? gli domand un sacerdote di mezz'et, un po' pi giovane di lui.  il loro generale, non so se dovremmo assecondarlo.
Basilide non gli prest ascolto.  un uomo. Se si presenta con umilt presso l'altare di Yahweh e vuole offrire un sacrificio, non sar certo io a proibirglielo.
S, ma poi ti far leggere le interiora dell'animale e vorr che gli predica il futuro insistette contrariato l'altro sacerdote, pi impetuoso e molto poco propenso a collaborare con i Romani.
Be', meglio per noi ribatt Basilide. Quando interpreteremo le viscere dell'animale, tutti sapremo che ne sar del futuro di quell'uomo, e il suo futuro, amico mio, potrebbe aiutarci a capire se la resistenza di Gerusalemme e Masada ha ancora senso.
Resistere ai Romani ha sempre senso rispose il secondo sacerdote, e si allontan dall'altare lasciando il pi anziano solo con le sue riflessioni e con la sua coscienza. Basilide sospettava ormai da tempo che parecchi dei suoi sacerdoti si fossero schierati con la fazione degli zeloti, per i quali contrapporsi a Roma era sempre giusto, senza curarsi del prezzo pagato con la vita di donne, bambini e anziani. Basilide non pensava che dio reclamasse cos tanto sangue umano dal suo popolo: era pi propenso a credere che i Giudei avessero perso ogni buon senso; per, per prudenza, teneva per s le sue opinioni.
Vespasiano raggiunse l'altare. Accanto a lui c'era il figlio maggiore, Tito, sempre attento a ci che succedeva intorno al padre, e dietro di loro c'era una dozzina di legionari armati, pronti a sfoderare il gladio al minimo movimento sospetto del vecchio sacerdote, che li aspettava accanto alla grande pietra sacrificale.
Vengo in pace esord Vespasiano, in greco.
Basilide annu prima di parlare, rispondendo nella stessa lingua. Chiunque salga fin qui per offrire un sacrificio a Yahweh  il benvenuto.
Per i Romani non era insolito offrire sacrifici a pi divinit diverse, ma erano contrariati del fatto che i Giudei si ostinassero a sostenere che l'unico vero dio era quello che loro adoravano, negando la natura divina degli dei romani, e soprattutto quella degli imperatori.
Vengo a offrire un sacrificio su questo altare e affido a te il compito di rivolgere la preghiera al dio che riterrai opportuno, ma in cambio ti chiedo di dirmi cosa ha in serbo per me il futuro replic Vespasiano. Si volt verso i suoi uomini, fece un segno con la mano e due dei legionari portarono vicino all'altare un pingue agnello che, come se avesse intuito cosa stava per succedergli, inizi a belare e a scalciare, in un inutile sforzo di liberarsi dalla stretta dei legionari.
E sia disse Basilide, e indic l'altare, allontanandosi affinch i legionari potessero sistemare la bestia sul masso. Guard dietro di s e allung la mano. L'altro sacerdote, malvolentieri, prese un coltello affilato dalle mani di un terzo sacerdote, ancora pi giovane, e glielo porse. Basilide, con perizia, conficc la lama nel collo dell'animale e questo lanci un belato di terrore nel suo ultimo, orribile attimo di vita, mentre il sangue scorreva sul masso e iniziava a sgocciolare in un piccolo canale di scolo che girava tutto intorno all'altare. L'agnello smise di muoversi e i legionari si allontanarono, lasciando il vecchio sacerdote solo con la bestiola. Basilide chiuse gli occhi e inizi a pregare in ebraico mentre rivolgeva il volto serio verso il cielo. Dopo un momento di silenzio, riapr gli occhi e conficc di nuovo la lama nel corpo dell'animale, questa volta nel ventre. Tracci un solco profondo che squarci l'addome dell'agnello, da cui uscirono le viscere ancora calde, quasi palpitanti. Vespasiano e Tito riconobbero l'intestino, il cuore, i polmoni e altri organi che avevano visto durante altri sacrifici. Sembrava tutto in ordine e non si vedeva niente di strano o di incancrenito, ma rimasero in silenzio ad attendere il verdetto del sacerdote.
Tutto ci che pensi e progetti, per quanto grandioso, andr a buon fine. Questo  quanto dice il sacrificio e questo avverr, grande legatus augusti di Roma. L'anziano sacerdote, per un istante, guard dritto negli occhi l'attento Vespasiano. Forse anche pi che legatus augusti.
I sacerdoti giudei erano al corrente della guerra intestina che stava dilaniando Roma e, in fondo, si crogiolavano nel pensiero che se qualcuno fosse stato in grado di sconfiggerli questi non poteva che essere un futuro imperatore.
Sei sicuro, sacerdote? domand Vespasiano.
Basilide esamin di nuovo le viscere dell'animale affondando la punta del coltello tra le interiora sparpagliate. Con grande sorpresa del sacerdote che tanto si era opposto a quel sacrificio, si concesse ancora un po' di tempo prima di rispondere.
Sono sicuro che riuscirai a portare a termine quanto ti sei prefisso.
Vespasiano si ritenne soddisfatto. Fece un leggero inchino davanti al sacerdote, si volt e, accompagnato dal figlio Tito e dai legionari, inizi la discesa lungo il pendio della montagna.
Tito non riusc a trattenersi oltre e si rivolse concitato al padre. Non dobbiamo concedere altro tempo a Otone, padre: bisogna insorgere al pi presto. Abbiamo l'Egitto dalla nostra parte, possiamo controllare il trasporto di cereali a Roma e abbiamo tutte le legioni orientali sotto il nostro controllo. Affida a me questa zona e io metter fine alla rivolta di Gerusalemme. Tu va' in Egitto, padre, e da l parti alla volta di Roma.
Vespasiano annuiva, ma i dubbi continuavano a tormentarlo.
E Sabino? E tuo fratello?
Lo zio  forte e intelligente, ed  praefectus urbi. Ha a sua disposizione le cohortes urbanae per proteggersi dai pretoriani di Otone finch non giungerai a Roma.
Non  Otone a preoccuparmi, ribatt Vespasiano senza nascondere la sua inquietudine ma Vitellio.  pazzo, del tutto fuori controllo, ed  capace di qualsiasi cosa. Sconfigger Otone con le legioni del Reno e poi avanzer verso Roma. E poi c' tuo fratello minore, Domiziano.
Tito, anche lui piuttosto nervoso, alz il tono di voce: Domiziano se la caver, d'altra parte a lui interessa solo se stesso. Non preoccuparti, padre: mio fratello sopravvivr, qualsiasi cosa succeda.
Vespasiano si ferm di colpo sul fianco di quel monte sacro e si volt verso suo figlio maggiore. Tito, non mi piace che parli di tuo fratello con tale disprezzo. So che Domiziano non possiede nemmeno la met del tuo coraggio e che non posso affidargli grandi imprese, ma  pur sempre sangue del tuo sangue, e per questo gli devi almeno un po' di rispetto,  chiaro?
Tito cap di aver scelto la strategia sbagliata. Lo sdegno per un fratello viziato, dedito esclusivamente ai suoi piaceri e incapace di sopportare il minimo sforzo, gli era insopportabile, dal momento che lui, invece, seguiva il padre in ogni sua impresa. E anche adesso che la loro famiglia poteva ambire alla gloria, Domiziano si rivelava d'intralcio. Tito, per, si trattenne.
Lo zio Sabino penser a proteggerlo. Per tutti gli dei, padre, puoi diventare imperatore, e Roma ha bisogno di un capo all'altezza di questo compito, oppure i Germani, i Daci, i Parti, perfino i Giudei, tutti si scaglieranno contro di noi, e ridurranno a brandelli l'Impero come avvoltoi affamati. Padre, devi ribellarti a Otone al pi presto e poi, se ce ne sar bisogno, anche a Vitellio e alle sue legioni del Reno. L'oracolo ti  favorevole.
Vespasiano non disse nulla, si volt e riprese a camminare. Forse Tito aveva ragione. Il responso dell'oracolo era incoraggiante, e di certo Sabino avrebbe protetto Domiziano. Sapeva anche che se avesse incaricato il suo primogenito di tenere Gerusalemme sotto assedio, prima o poi la capitale dei Giudei sarebbe caduta. Nella sua testa i pensieri vorticavano impazziti, per questo quando furono ai piedi del monte pass davanti a Traiano e agli altri ufficiali senza nemmeno salutarli. Fu Tito a fermarsi e a fare loro un lapidario resoconto.
L'oracolo  stato positivo si limit a dire, e se ne and subito per seguire il padre.
Quando i sacerdoti rimasero da soli, Basilide riprese a osservare le interiora dell'animale sacrificato. C'era un intenso odore di sangue, a cui erano abituati. Il sacerdote zelota sbirci da sopra la spalla di Basilide. Uno dei reni dell'animale era completamente corrotto. Era molto strano, non ne aveva mai visto uno solo ridotto cos. Guard Basilide con un'espressione chiaramente interrogativa. L'altro rispose in un sussurro: I reni. Due organi che devono essere sempre uguali.
Che cosa significa? domand il sacerdote zelota sempre pi curioso. Basilide non riusc a fare a meno di assaporare il piacere di sapersi pi esperto del suo giovane collega. Si compiacque di fornirgli un'accurata spiegazione, come si fa con chi non conosce l'argomento. Anzi, peggio ancora: con chi non impara.
Il cuore  a posto, e anche l'intestino, i polmoni: tutte le parti vitali sono intatte. Il responso che gli abbiamo dato  esatto: quel romano, Vespasiano, avr successo in tutto ci che si proporr di fare, ma... prolung la pausa mentre lo zelota lo guardava con gli occhi sgranati e il terzo sacerdote, il pi giovane, spalancava la bocca. Quel generale romano non ha per caso due figli? Dall'aria stupita che assunsero i suoi interlocutori, era ovvio che non ne fossero al corrente: forse conoscevano soltanto Tito, il figlio con cui Vespasiano si spostava per tutta la Giudea, ma non sapevano che ne avesse un altro. Basilide doveva spiegare loro ogni cosa, come ai bambini. Vespasiano ha un figlio ormai adulto, Tito, qui con lui in Giudea, e un altro pi piccolo, Domiziano, che si trova a Roma. Questi reni rappresentano i suoi discendenti, senza dubbio, e uno dei due  completamente corrotto.
Quale? insistette lo zelota cercando di saperne di pi. Se fosse stato Tito, forse questi si sarebbe ribellato al padre durante la guerra e la vittoria giudaica sarebbe stata ancora possibile. Basilide comprese che soltanto quello poteva essere il motivo della sua domanda.
Questo le interiora non lo rivelano rispose alla fine il vecchio sacerdote. Vespasiano dovr capire da solo quale dei suoi due figli  del tutto marcio.
Il sacerdote zelota si allontan dall'altare. Era contrariato perch le viscere non svelavano quel dettaglio, ma in quel momento gli sorse un altro dubbio. Si ferm e guard Basilide. Perch al romano non lo hai detto?
Basilide sorrise. Non l'ha visto e non ha domandato. In questo mondo bisogna prima imparare a guardare e poi a fare le domande giuste. Chi non ne  capace  condannato a soffrire, con tutta la sua famiglia. Anche questa  una predizione, ci fu un istante di silenzio e un lento sospiro del sacerdote e Yahweh sa che non sbaglio mai. Mai.

1. Nel 1251 la tradizione cattolica situa in questo luogo un'apparizione della Vergine del Monte Carmelo o, come  pi conosciuta oggi, Madonna del Carmelo. Da qui deriva l'ordine dei carmelitani. Il monte, come  stato specificato nel dialogo tra Manio e Traiano padre, era considerato sacro da numerose religioni e culture anteriori a quella cristiana.

34.

UNA LETTERA DI SABINO.

Cesarea, costa della Siria Giugno del 69 d.C.

La guerra in Giudea stava proseguendo bene. Era il momento di entrare a Gerusalemme, ma in quei giorni giunse una lettera di Sabino. Sul papiro Vespasiano riconobbe il sigillo del fratello e si spost di qualche passo per mettersi in disparte. Tito e i suoi alti ufficiali, tra cui Traiano, sapevano che si trattava di un messaggio da Roma e lo osservavano con attenzione.
Vespasiano apr il papiro e inizi a leggerlo in silenzio:
Caro fratello,
la situazione a Roma  molto grave. Otone, come temevamo, non ha resistito all'attacco delle legioni del Reno, guidate da Vitellio. In particolare, sembra che la forza della I Germanica e della XXI Rapax abbiano avuto la meglio nella battaglia decisiva di Bedriaco. Ma sto andando troppo in fretta. Devo precisare che Otone ha offerto un buon accordo a Vitellio. Era ben consapevole dell'inferiorit militare delle legioni del Sud e gli ha proposto la nomina ufficiale a suo successore. Vitellio per non sembrava disposto ad attendere ancora per salire al potere, sapendo di essere il pi forte. Dopo una serie di battaglie in cui Otone  stato ripetutamente sconfitto, le truppe rivali si sono affrontate a Bedriaco. Lo scontro  avvenuto nel mese di aprile. Vitellio aveva a disposizione addirittura sette legioni gi molto esperte in combattimenti, mentre Otone ha potuto difendersi soltanto con la I Adiutrix, la guardia pretoriana e alcune forze ausiliarie. La sconfitta di Otone  stata schiacciante, ma lui ne  uscito ancora vivo e bisogna riconoscergli una certa dignit. Molti suoi seguaci e anche parecchi senatori lo hanno minacciato per costringerlo a difendersi contro Vitellio. In Senato erano in pochi ad aspettarsi qualcosa di buono da parte di quest'ultimo, ma Otone ha dovuto ammettere che protrarre la guerra avrebbe soltanto arrecato danno a Roma, sicch si  tolto la vita.  stata una morte onorevole, se si considera che ha regnato soltanto tre mesi, per, mio caro fratello, tutti i nostri timori sul conto di Vitellio hanno trovato conferma, e nel peggior modo possibile: in pochi giorni ha dilapidato il tesoro imperiale con interminabili banchetti che iniziavano all'alba per finire al tramonto. Qualunque creditore e fornitore che abbia reclamato il denaro che gli spettava  stato giustiziato, e questo  solo l'inizio. Non mi interessa lasciare traccia di tutto ci per iscritto. La mia vita e quella dei senatori che, come me, criticano il suo operato,  in costante pericolo.  vero che il Senato, tenuto sotto scacco dalle legioni di Vitellio schierate intorno a Roma, lo ha accettato come imperatore, ma lui sa bene che dentro di noi ben pochi lo riconoscono come governante di diritto dell'Impero. Con immensa sfrontatezza si  proclamato Pontifex Maximus nel nefasto giorno dell'anniversario della battaglia di Allia. Alcuni pensano che sia una malaugurata coincidenza, ma la maggior parte di noi  convinta che l'abbia fatto di proposito, come se avesse voluto inviare un messaggio al Senato e al popolo: secoli fa i Galli saccheggiarono Roma dopo la sconfitta sul fiume Allia e adesso  lui a volerla saccheggiare. Ha gi ordinato di giustiziare tutti coloro che portano il suo nome o quello di suo figlio per evitare che possano millantare una parentela con lui, e presto toccher la stessa sorte anche ai senatori.
Fratello, il Senato, e il popolo tutto, non cercano un nuovo imperatore, ma un vero e proprio liberatore contro questo tiranno, che sopravvive soltanto perch le sue legioni hanno accerchiato la citt. Qui devo fare degli appunti importanti che non voglio rischiare di dimenticarmi: la guardia pretoriana di Nerone, che poi si ribell a Galba e infine appoggi Otone,  stata destituita da Vitellio e vaga per il Nord dell'Italia senza alcun capo, proprio come i legionari che sono sopravvissuti allo sterminio di Bedriaco. Sono uomini assetati di vendetta che aspettano soltanto che qualcuno faccia convergere il loro odio contro un obiettivo ben preciso. E poi ci sono le legioni del Danubio, che per tutto questo tempo sono rimaste neutrali ma che sentono incombere sulle loro teste la cupa minaccia dei Daci, dei Sarmati e dei Rossolani: non osano disertare, pur vedendo che Roma non dice loro cosa fare n invia aiuti per tenere in piedi quel fragile confine.
Fratello, dobbiamo insorgere adesso. Il tuo nome  sulla bocca di tutti. Sei riuscito a sottomettere i Giudei, circoscrivendo la rivolta alla sola Gerusalemme e a Masada e riportando la Siria e tutto l'Oriente sotto il controllo di Roma. Nessun altro ha il tuo carisma e, non lo nego, tutti pensano che soltanto tu, con le legioni d'Oriente e dell'Egitto, disponga delle truppe necessarie per eliminare Vitellio. Se otterrai anche l'ausilio delle legioni del Danubio e dei soldati di Otone sconfitti nell'Italia del Nord, Roma sar ai tuoi piedi, felice di essere liberata dall'opprimente giogo della follia e della tirannia di Vitellio. Marco Antonio Primo, sul Danubio, sarebbe disposto ad appoggiare una rivolta guidata da te. Lui potrebbe dare inizio a un'avanzata su Roma mentre aspettiamo l'arrivo delle tue legioni.
Caro fratello, siamo alla fine di maggio. Spero che entro la fine di giugno, o anche prima, questa lettera sar nelle tue mani e tu possa agire tempestivamente. Non potendo attendere la tua risposta, io proporr al Senato di votare in tuo favore e proclamarti imperatore. Non so se ci riuscir. Sento che i legionari di Vitellio mi controllano sempre di pi, e pare che abbiano occhi e orecchie ovunque. Per giunta, la votazione in Senato sar pubblica e questo vorr dire che l'ira dell'attuale imperatore si scatener contro di noi, ma non mi importa di morire se con questo otterr la liberazione di Roma. Ho ordinato che tuo figlio Domiziano sia protetto in ogni istante e che venga nascosto fino a quando Roma sar finalmente in tuo potere.
Mi congedo, fratello. Forse non avr mai pi l'opportunit di stringerti la mano ancora una volta o di bere una coppa di vino insieme a te. Comunque vadano le cose, prego tutti gli dei di proteggerti e darti forza e lucidit in questi mesi di follia e incertezza. Sono convinto che la tua determinazione e il tuo onore salveranno Roma. Ti scrivo rivolgendomi a te come governatore della Siria e legatus augusti, ma spero che il tuo ingresso a Roma avverr da imperatore.
Che gli dei veglino su di te,
Tito Flavio Sabino, senatore di Roma
Vespasiano ripieg il papiro e si volt verso suo figlio Tito. Costui interpret il suo sguardo e gli si avvicin lentamente. Il padre gli parl all'orecchio.
Sembra che tuo zio la pensi come te, Tito. Insorgeremo contro Vitellio. Scriver a Marco Antonio Primo per assicurarmi l'appoggio delle legioni del Danubio, ma prima devo sapere se ti senti in grado di portare a termine la guerra contro i Giudei. Lo guard negli occhi. Credi di poter conquistare Gerusalemme? Pensaci bene prima di rispondere, figlio mio, perch ho bisogno, anzi abbiamo bisogno di vincere. Anche se sconfiggiamo Vitellio sar necessaria la conquista di Gerusalemme, una vittoria assoluta, totale, schiacciante, per imporre il nostro potere su Roma senza dare adito a contestazioni. Rifletti bene, perch io non mi esporr per poi diventare un altro Galba o un altro Otone, e regnare pochi mesi soltanto. Se ci ribelliamo contro Vitellio dev'essere per inaugurare una nuova dinastia, che per essere riconosciuta tale dovr affermarsi in un'impresa eroica. Gerusalemme pu darci questo e altro ancora. Serr le labbra prima di concludere l'intenso discorso, sussurrato all'orecchio del figlio per renderlo partecipe del suo grande progetto. Nerone ha dilapidato il tesoro imperiale; Galba  stato assassinato soprattutto perch si  rifiutato di pagare i pretoriani; Otone non ha avuto abbastanza tempo per risanare le finanze imperiali e Vitellio ha finito per esaurire il poco che rimaneva e ha perfino contratto ingenti debiti, come aveva fatto Nerone negli ultimi anni del suo regno. Tito, senza oro non potr regnare a lungo: ho bisogno, abbiamo bisogno di oro per i pretoriani, per le legioni del Danubio e per quelle dell'Egitto e della Siria che ci sosterranno nella nostra ascesa. Oro per saldare tutti i debiti, placare il Senato e, soprattutto, figlio mio, per intrattenere il popolo di Roma. Ma arriva troppo lentamente dalle miniere della Hispania o della Britannia e a noi servir molto presto, per non dire subito. Per nostra fortuna ce n' molto proprio qui, nella citt di Gerusalemme, solo che  protetto da tre ordini di mura impenetrabili difese da migliaia di Giudei armati e disposti a morire piuttosto che cedere la citt e il loro tesoro. Figlio mio, devi essere consapevole di tutto ci, devi comprendere il ruolo di Gerusalemme in questa delicata lotta per il potere dell'Impero. Vespasiano si ferm un istante per riprendere fiato, fiss negli occhi suo figlio e prosegu, sempre a bassa voce: Abbiamo bisogno del tesoro che i Giudei custodiscono nel loro Grande Tempio, figliolo, per assicurarci il controllo su Roma e sull'Impero. Perci pensaci bene prima di rispondere, perch se credi di non farcela allora dovremo procedere diversamente, affidando tutto il potere a Primo, a nord, e al governatore dell'Egitto a sud. Se tu, per, sei sicuro di riuscire a prendere la citt, io mi occuper dell'Egitto, da l controller il flusso di grano e poi mi unir a Primo per entrare a Roma entro un anno. L'assedio di Gerusalemme sar duro e i Giudei resisteranno per mesi, non c' dubbio, ma noi non disponiamo di tutto questo tempo. La lettera di tuo zio  chiara: il Senato deve vedere che agisco subito, perci io devo sapere adesso, figlio mio, se ci riuscirai. Dunque dimmi, Tito. Senza riuscire a evitarlo, e senza nemmeno rendersene conto, mentre pronunciava quelle parole alz la voce cos che tutti sentirono cosa gli stava chiedendo: Riuscirai a conquistare Gerusalemme?.
Vespasiano, vedendo che la situazione gli era sfuggita di mano e che aveva messo il figlio davanti a un bivio, gli mise una mano sulla spalla e ripet la domanda in tono pi conciliante. Credi di poter conquistare la citt, ragazzo?
Tito inspir a fondo. Guard il padre e rispose con determinazione: Gerusalemme cadr entro un anno, oppure non mi considerer degno di essere membro della famiglia Flavia.
Tito Flavio Sabino Vespasiano strinse la spalla del figlio. Bene, ragazzo, bene.
E la grande ruota della storia del mondo inizi a girare.

35.

IL DISCORSO DI UN SENATORE.

Roma, luglio del 69 d.C.

Sulle tre file di gradoni della Curia Iulia si erano riuniti all'incirca cento senatori. Sabino, fratello di Vespasiano, si guardava intorno. Sul fondo si stagliava l'ara della Vittoria che Augusto aveva fatto erigere a perenne memoria della disfatta inflitta a Marco Antonio ad Azio. Vedendolo, Sabino si fece forza. Cento senatori erano pochi, certo, ma era pur sempre un inizio. Gli altri dovevano essersi trincerati nelle loro grandi domus, intimoriti dai legionari di Vitellio che pattugliavano la citt, dalle porte fino ai grandi viali, e controllavano addirittura il Foro. L'unica legge che ormai vigeva a Roma erano gli abusi concessi dall'imperatore a tutte le sue truppe, le legioni della Germania che lo avevano elevato al potere. Eppure, quel centinaio di senatori aveva risposto alla chiamata di Sabino, grazie soprattutto al suo indubitabile prestigio, rimasto immutato in quell'anno di follia che aveva gi visto morire due imperatori, Galba e Otone. Sabino aveva combattuto valorosamente durante la conquista della Britannia ai tempi di Claudio, al fianco di Vespasiano; era stato console nel 47, governatore della Mesia pochi anni dopo e aveva ricoperto la carica di praefectus urbi per quattordici anni, sotto il governo di ben tre imperatori, Nerone, Galba e Otone. Sabino aveva saputo mantenere la prefettura della citt grazie alla sua abilit strategica; con l'ausilio delle cohortes urbanae al suo comando, era riuscito a ripristinare l'ordine pubblico dopo ogni tumultuoso avvicendamento al potere, imponendo ai pretoriani di tornare ai castra praetoria e alle loro funzioni ordinarie. In una Roma che, nel giro di pochi mesi, aveva visto cadere diversi imperatori, e i relativi prefetti del pretorio, la permanenza di Sabino nel suo ruolo gli aveva procurato la stima sia dei senatori sia dei cittadini di qualsiasi ceto. Lui aveva convocato i patres conscripti al Senato, e tanto era bastato a quegli uomini per osare attraversare le pericolose strade di Roma per ascoltare le parole del vecchio prefetto. Molti avevano intuito quale potesse essere l'argomento di quell'incontro, e, nonostante la paura, avevano deciso di prendervi parte: se Sabino aveva l'ardire di esporlo ad alta voce, e loro di starlo a sentire, forse attuare il suo piano non si sarebbe rivelata un'impresa impossibile.
Tito Flavio Sabino aveva raggiunto la scalinata della grande Curia Iulia scortato da una cinquantina di legionari delle cohortes urbanae, il che gli aveva evitato di essere importunato dalle pattuglie di Vitellio. L'imperatore, per il momento, sembrava permettergli di muoversi per la citt, ma Sabino era sicuro che Vitellio sarebbe presto stato informato della riunione e la sua reazione sarebbe stata tempestiva e terribile. Era pronto al peggio. Al suo fianco c'era il diciottenne Domiziano - il figlio minore di suo fratello Vespasiano - che lo guardava nervoso.
Domiziano non era convinto che quella dello zio fosse una buona idea. Camminava nervoso avanti e indietro, mentre dalle pesanti porte di bronzo continuavano a entrare altri senatori.
Dovremmo sciogliere il Senato e nasconderci. Vitellio presto sapr cosa stai tramando e verr a cercarci gli sussurr proprio all'ingresso della Curia.
Lo far comunque, Domiziano. Resta qui, all'entrata, con la scorta, e manda un legionario ad avvisarmi se i soldati di Vitellio si radunano nel Foro, chiaro? Sabino mal tollerava la codardia del nipote; era un peccato non avere accanto il coraggioso Tito. Il suo nipote maggiore, oltre a essere un uomo adulto, ormai trentenne, era un valido ausilio, come gli confermavano le lettere che Vespasiano gli inviava da Oriente. Domiziano, al contrario, sembrava interessato soltanto alla sua vita, al vino e a giacere con il maggior numero possibile di fanciulle. Non era decisamente un degno braccio destro, e non si dimostrava adatto ad affrontare una simile crisi come si conveniva, ma faceva parte della famiglia e doveva proteggerlo. Posso affidarti l'incarico di stare di guardia al Foro? gli chiese fissandolo negli occhi.
Domiziano si sent umiliato. Suo zio lo disprezzava, e percepiva la freddezza di suo padre e del fratello. Tutti lo denigravano, eppure non era colpa sua se non gli concedevano la minima opportunit di riscattarsi ai loro occhi.
Far come dici, zio rispose con la voce pi ferma che pot.
Bene replic Sabino un po' rincuorato da quella risposta. Si volt ed entr nell'edificio della Curia Iulia.
Sabino si guard intorno e constat che il Senato era semideserto, ma, sforzandosi di essere ottimista e di farsi coraggio, volle persuadersi che fosse mezzo pieno e che comunque il numero di senatori intervenuti era sufficiente per lo scopo che si era prefissato. Senza perdere altro tempo, si mise al centro della stanza e prese la parola. Quell'assemblea non era presieduta da alcun princeps Senatus. Non c'era tempo per le formalit. Era giunto il momento di passare all'azione.
Quod bonum felixque sit populo Romano Quiritium referimos ad vos, patres conscripti... (Vi riferiamo, o padri coscritti, quale sia il bene e la buona sorte per il popolo romano dei Quiriti!) Vi ho fatti chiamare, avvalendomi di una delle prerogative della mia carica, perch Roma, e tutti lo sapete bene, sprofonda nel caos pi assoluto. Un brusio inizi a levarsi nella sala, ma Sabino rispose al mormorio alzando la voce fino a ottenere che tutti tacessero. S, nel caos, patres conscripti, nel disordine assoluto, e non mi preoccupo che qualcuno possa accusarmi di tradimento sentendomi parlare in questo modo. Nerone si  suicidato, Galba  stato assassinato e anche Otone si  tolto la vita! Tre imperatori morti in meno di un anno! Adesso Vitellio, governatore della Germania, si  proclamato nostro nuovo cesare e ha perfino ottenuto il favore di questa assemblea, nella speranza che un legatus del Nord, un veterano della lotta contro i Germani, fosse capace di ricondurre all'ordine i pretoriani e la citt intera e recuperare posizioni sui nostri deboli confini del Reno e del Danubio. Per, vi chiedo, cosa ne abbiamo ricavato? Cosa ha fatto Aulo Vitellio Germanico?
Sabino, al centro della Curia con le mani sui fianchi, rimase in silenzio per qualche istante, per infondere solennit alle parole che stava per pronunciare. Un silenzio prima di lanciare le sue accuse. Prima di intraprendere una strada senza ritorno.
Ebbene, da Vitellio, Roma ha ottenuto solo il disprezzo per le sue leggi, il sangue di donne e bambini violentati per le strade, detrattori assassinati, pretoriani fuori controllo, prefetti del pretorio e altri funzionari dello stato nominati senza alcun criterio. Mentre il colpevole, e lo ripeto, il colpevole di tutti questi abusi, l'imperatore Vitellio, rimane chiuso nel palazzo reale, senza curarsi dei disordini che dilaniano Roma n delle sfide sempre pi sfrontate, imprevedibili e temibili lanciate da Batavi, Germani, Catti, Daci e Giudei. L'Impero sta crollando e Vitellio pensa soltanto a riempirsi la pancia e a dedicarsi a orge e banchetti tra le pareti di un palazzo, e si finge cieco alle sofferenze dei Romani e al sangue di tutti i cittadini del nostro Impero che scorre nella Gallia, nella Germania, in Mesia, nella Pannonia, nella Siria e in tante altre province. E io mi domando: non  rimasto dunque pi alcun luogo in tutto l'Impero dove ci sia ancora una parvenza di ordine, di controllo, di governo? Non esiste pi alcuna provincia in cui la vecchia ma esperta e potente mano di Roma possa decidere del destino di legioni, villaggi e regni interi?
Tacque di nuovo e guard i visi assorti dei senatori presenti. Il fatto che non avessero abbandonato la sala dopo le accuse che aveva appena scagliato contro Vitellio, li univa in un destino comune. Questo lo rinvigor.
Ebbene, io vi dico, patres conscripti, che se un posto simile esiste, questo non pu che essere l'Oriente del nostro amato Impero e indic a est con decisione. L, patres conscripti, mio fratello Tito Flavio Vespasiano mantiene l'ordine, seda le continue ribellioni dei Giudei con le sue disciplinate legioni, conquista citt e costringe fortezze alla resa, e assicura il grano dall'Egitto affinch tutti noi a Roma non dobbiamo preoccuparci del nostro sostentamento, anche se siamo assediati dalle lotte civili. S, mio fratello si  incaricato di garantire l'afflusso del grano verso la capitale del mondo e, al tempo stesso, soggioga coloro che le si ribellano. Per il sommo Giove! Non avete nostalgia di quell'ordine, di quel potere, di un governo simile nel cuore dell'Urbe? Sabino fece una nuova pausa, e si rese conto che le sue parole iniziavano a provocare la reazione che tanto anelava: quei veterani patrizi annuivano con convinzione. E dunque, se davvero auspicate il ritorno di una simile rettitudine, del controllo sulle legioni e la sottomissione dei nemici, ci che dovete fare  compiere il passo decisivo, ovvero nominare Tito Flavio Vespasiano imperator di Roma e di tutti i suoi territori, dalla Britannia fino a quell'Oriente che lui stesso ha riconquistato per Roma, una capitale che ha bisogno di lui per restituire il governo allo stato, e ai nostri dei e alle nostre usanze la ragionevolezza e il rispetto che dobbiamo loro.
Stava per proporre la votazione quando il suo giovane nipote entr nella sala della Curia e fece il pi stupido degli annunci con voce stridula, quasi rotta dal pianto: I pretoriani! I pretoriani di Vitellio sono qui!.
I presenti si fecero prendere dal panico e si alzarono in fretta, pronti ad abbandonare la Curia senza dare ascolto alle imprecazioni di Sabino, che cercava di calmare i terrorizzati senatori di Roma.
Aspettate, aspettate! Insieme possiamo lottare contro di loro! Dobbiamo votare la mozione per proclamare un nuovo imperatore! Aspettate, per Giove! Ma le sue parole ormai erano inutili, e se ne accorse lui stesso. Nel vano tentativo di trattenere alcuni senatori che si liberavano dalla sua presa arriv vicino al nipote. Lo guard con disprezzo: Ti avevo detto di inviare un legionario ad avvisarmi, non di entrare come un pazzo e spaventare tutti i convenuti.
Domiziano abbass gli occhi, senza sapere cosa dire. Non che a suo zio ormai importasse qualunque cosa lui potesse dire o pensare. Il tentativo di far insorgere il Senato avrebbe raggiunto presto le orecchie di Vitellio. L'unica speranza che rimaneva a Sabino, in quel momento, era nascondersi da qualche parte e aspettare che suo fratello Vespasiano mettesse in atto il piano di cui gli aveva parlato nella sua ultima lettera, e dunque che i legionari del Danubio arrivassero a Roma al pi presto per ristabilire l'ordine sconfiggendo i seguaci di Vitellio. Nel frattempo, bisognava sopravvivere. Nel giro di poche ore i vitelliani avrebbero cominciato a dargli la caccia.

36.

LA SCUOLA DEI GLADIATORI.

Scuola dei gladiatori nei pressi del Circo, Roma Fine di ottobre del 69 d.C.

Il lanista vide uno dei provocatores di guardia alle mura che davano sulla strada del Circo Massimo ridere come uno stolto. La sua era una risata sguaiata, dalla quale si capiva chiaramente che quel gladiatore era stato ammesso al centro di addestramento per la sua agilit e i buoni riflessi, non certo per le sue facolt mentali. Il lanista non aveva mai riposto grandi aspettative su di lui, ma di quei tempi un guerriero ben addestrato e pronto a eseguire gli ordini, anche se sciocco, poteva rivelarsi una risorsa molto utile. A ogni modo, siccome Caio dubitava dell'intelligenza della sentinella, sal sulle mura per vedere cosa lo facesse sbellicare dal ridere. Guard la strada, dove iniziavano le arcate del Circo Massimo. Due bambini tra i sette e gli otto anni - era difficile stabilire con precisione l'et di un giovane mendicante perch spesso la malnutrizione ne ritardava la crescita - cercavano di liberarsi dalle grinfie di mezza dozzina di legionari di Vitellio.
Nelle ultime settimane, dalla morte di Otone, le truppe del nuovo imperatore spadroneggiavano per le vie della citt commettendo violenze e abusi senza che nessuno, n il Senato, n Sabino - il prefetto della citt che se ne stava rinchiuso nel piccolo settore che ancora controllava con i legionari delle cohortes urbanae che non avevano disertato -, n altre autorit avessero trovato il modo di contrastarli. Si vociferava, per, che il regno di Vitellio stesse per terminare: le legioni in Egitto avevano acclamato Vespasiano come imperatore ed era chiaro che molti senatori, seppur timorosi di manifestarlo apertamente, lo vedessero di buon occhio perch stava portando ordine e disciplina in tutto l'Oriente.
I bambini cercavano di scappare, ma ormai erano circondati. Il lanista osservava la scena ripensando agli ultimi avvenimenti di Roma: le legioni di Vitellio erano state sbaragliate dalle truppe inviate da Vespasiano a Bedriaco. L'imperatore era stato battuto proprio dove lui stesso aveva sconfitto Otone. Una disfatta spaventosa. Vitellio aveva perfino preso in considerazione l'idea di abdicare, ma i pretoriani e i suoi ufficiali non glielo avevano permesso. Reggere le redini di Roma era troppo allettante per cederle alla prima sconfitta, per quanto clamorosa. E poi a Roma c'erano Sabino, prefetto della citt e fratello di Vespasiano, e Domiziano, figlio di quest'ultimo, da usare come potenziale merce di scambio. Il primo era ancora trincerato con parte delle cohortes urbanae e decine di famigliari e amici sul Palatino. Il ragazzo, invece, era stato catturato e imprigionato in un luogo segreto. Era tutto ci che Vitellio aveva per negoziare, ma poteva valere molto. Il conflitto forse si sarebbe protratto per mesi.
Nel frattempo, gli stupri di donne e bambini, i furti e i saccheggi erano all'ordine del giorno. Anche la scuola aveva subito un tentativo di furto, ma i trenta gladiatori di Caio avevano messo in fuga senza sforzo la dozzina di pretoriani che aveva osato attaccarli. Da quel momento la scuola aveva goduto di un mese di pace, pressoch ignorata da qualsiasi autorit cittadina, mentre nel resto della citt imperversavano crimini e disordini. E Caio non desiderava altro se non che le sue lezioni di lotta proseguissero in quel meraviglioso oblio. Osservando la scena che si svolgeva per strada, il lanista indovin facilmente quale fosse l'intento di quei legionari, bramosi di carne tenera per saziare la loro lussuria. Ai loro occhi i due bambini equivalevano a una bella fanciulla. Di sicuro, una volta consumata la violenza, se le vittime fossero rimaste vive avrebbero dato loro il colpo di grazia. Era abitudine dei soldati di Vitellio sbarazzarsi di chiunque potesse rendere testimonianza della loro brutalit. Il lanista apprezzava quella dote: non lasciare tracce era sempre una mossa astuta, ed era la sola cosa che differenziava quelle bestie dagli animali veri e propri. Non era molto. All'improvviso, per, la scena cui assistevano il lanista, il provocator e un'altra dozzina di gladiatori incuriositi, saliti sulle mura, prese una piega inaspettata. Uno dei bambini, invece di cercare di fuggire, si ferm e sfoder quello che doveva essere un pugnale, ma che nelle sue piccole mani sembrava un gladio. Anche i legionari si sorpresero. Due di loro avevano gi immobilizzato l'altro bambino e stavano iniziando a spogliarlo, anche se a fatica, perch si dimenava come un cinghiale che si oppone alla cattura.
Lasciatelo, maledetti! Lasciatelo o giuro che vi ammazzo tutti! esclam il bambino che aveva sguainato il pugnale, con tanta determinazione da sbalordire il lanista e i suoi gladiatori, l'unico pubblico presente, dato che tutte le finestre e le porte che davano sul viale erano sprangate, com'era prassi in quei giorni, soprattutto quando si sentivano delle urla.
I vitelliani scoppiarono a ridere, tranne i due che erano alle prese con l'altro bambino, stizziti perch non riuscivano a denudarlo. Uno dei due lo colp sul viso e il piccolo rimase tramortito e riverso a terra. Allora si voltarono a guardare il secondo che lottava per difendersi e, vedendo quella triste e minuta figura, che arrivava soltanto alla loro vita e brandiva quel pugnale spuntato, si unirono alle risa dei compagni.
I sei vitelliani lo circondarono, senza smettere di sghignazzare. Quando il piccolo provava un rapido affondo, puntando al ventre dei nemici, questi, fingendosi impauriti indietreggiavano, continuando a sbellicarsi.
Non ha alcuna possibilit comment Spurius, un sagittarius, e il pi anziano dei gladiatori. Al contrario del provocator di guardia alle mura, nella sua lunga carriera nei circhi e negli anfiteatri della citt Spurius aveva dimostrato di possedere buon senso.
No, non ne ha conferm il lanista.
Ma non aveva ancora terminato la frase che il bambino si avvent come una furia su uno dei legionari e gli assest tre pugnalate decise e veloci al basso ventre. Lesto, prima che gli altri soldati potessero reagire, riprese la sua posizione voltandosi guardingo da una parte all'altra, con in mano il pugnale imbrattato di sangue. Il soldato aggredito, in ginocchio, cercava di evitare che l'intestino gli fuoriuscisse dal ventre lacerato e premeva le mani sulla ferita, in un vano tentativo di aggrapparsi alla vita che lo stava abbandonando.
Mi ha ferito! Per Marte, mi ha ferito!
Il lanista scosse la testa, deluso dall'incapacit del legionario di riconoscere una ferita mortale.
Lo ha ucciso precis in tono serio, in modo che tutti i suoi gladiatori potessero imparare qualcosa di utile da quella situazione, o almeno quelli pi ingenui e inesperti, come lo stolto provocator che, stranamente, aveva smesso di ridere alla vista del sorprendente assalto del ragazzo.
Attaccano disse il sagittarius.
E cos fu. Anche i cinque legionari che erano ancora in piedi avevano smesso di ridere e sguainarono i loro gladi. Pi tardi si sarebbero sollazzati violentando l'altro bambino, ma questo che stavano accerchiando lo avrebbero fatto a pezzettini cos minuscoli che nemmeno sua madre lo avrebbe riconosciuto. Il piccolo sferr un paio di fendenti, ma al terzo il pugnale gli vol via dalle mani e non riusc a recuperarlo. L'epilogo di quella lotta sembrava ormai vicino quando uno dei legionari si mise a urlare distraendo i suoi quattro compagni che si voltarono a guardarlo. Il bambino che avevano dato per svenuto si era ripreso e, invece di approfittare dell'occasione per fuggire, si era lanciato in soccorso del suo amico. Non avendo armi, si era avventato sul polpaccio scoperto di uno dei legionari e aveva preso a morderlo rabbiosamente, fino a strappargli un brandello di carne. Poi si era allontanato carponi per schivare il gladio della sua vittima che, in preda a un dolore lancinante, non riusciva ad assestare colpi precisi.
Uccideteli tutti e due! Uccideteli tutti e due! url il legionario, che ormai vedeva tutte le sue viscere sparse intorno, mentre crollava su quella polverosa strada di Roma.
Nel frattempo, il bambino che aveva perso il pugnale sfrutt il trambusto generale provocato dal suo compagno per afferrare il gladio del legionario appena morto, terribilmente pesante per le sue esili braccia, e fiondarsi ad assestare un colpo alla schiena di uno degli altri vitelliani. L'inesperienza del piccolo gli gioc un brutto scherzo perch la lorica segmentata del legionario fece s che il colpo, gi debole di per s, non sortisse il minimo effetto, se non quello di mettere in guardia i legionari, sempre pi inferociti.
Voi due, prendete quello l! ordin il legionario pi maturo, indicando il bambino che aveva appena morso uno dei suoi compagni. Poi, additando l'altra giovane preda che indietreggiava con il gladio tra le mani, si rivolse agli altri due suoi compagni: E noi tre ci occuperemo di questo!.
Adesso fanno sul serio disse il sagittarius dalla cima delle mura. Non hanno via di scampo.  un vero peccato, era da tanto che non vedevo una simile dimostrazione di coraggio.
Il lanista annu in silenzio, mentre guardava i due bambini prendere posizione in un disperato tentativo di affrontare di nuovo i loro aggressori. Come aveva suggerito il sagittarius, quella non sarebbe pi stata una lotta, essendo ormai venuto meno il fattore sorpresa costituito dalla temerariet dei bambini. Sarebbe stata un'esecuzione in piena regola. Anche Caio non assisteva a un tale atto di eroismo da tempo, e non solo: non aveva mai visto riflessi come quelli del bambino che era stato capace di assestare tre pugnalate al ventre di un nemico prima che questi potesse reagire. Era incredibile. Un colpo rapido s, due al massimo, ma tre, cos veloci, cos precisi non potevano essere frutto soltanto del caso. Il lanista guard alla sua destra. Accanto a lui c'erano i tre sagittarii della scuola: il pi anziano, fin dall'inizio affascinato dal coraggio dei bambini, e gli altri due pi giovani. I tre esperti arcieri avevano con loro gli archi e le faretre. Il lanista serr le labbra. Il destino di quei bambini non doveva necessariamente essere segnato. Il loro valore meritava un'opportunit e, se sfruttato a dovere, i due ragazzini in futuro avrebbero potuto fargli guadagnare molto denaro. Molto. Quella era una delle rare occasioni nella vita in cui onore e affari andavano di pari passo.
Prendete gli archi e mirate ordin il lanista deciso. I sagittarii non persero tempo in chiacchiere. Su quelle mura erano tutti dalla parte dei bambini. Un gladiatore prova sempre ammirazione per un buon lottatore e disprezza i combattimenti iniqui. Sei legionari, anzi cinque ormai, contro due bambini era uno scontro impari: al circo o in un anfiteatro il pubblico ne sarebbe stato scontento. I sagittarii, con la destrezza di chi si allena ogni giorno, incoccarono le frecce e mirarono ai loro bersagli. Ciascuno al legionario corrispondente alla propria posizione: l'arciere pi a destra al legionario pi a destra, l'arciere al centro a uno di quelli al centro e il sagittarius a sinistra al vitelliano pi a sinistra. La capacit di affrontare i nemici senza bisogno di parlare aveva salvato loro la vita pi di una volta nell'arena. Il lanista li stava ancora guardando quando partirono le prime tre frecce, fulminee portatrici di morte. I sagittarii puntarono alle teste dei legionari: tutti e cinque indossavano la lorica segmentata per proteggersi il tronco, ma non l'elmo. Un grave errore. Le tre frecce fecero esplodere i crani dei loro bersagli, come se fossero stati colpiti da una mazza invisibile. I sagittarii riuscivano a centrare i loro obiettivi fino a duecento passi di distanza e quegli uomini non erano oltre i cento. Un gioco da ragazzi. I due legionari rimasti in piedi si voltarono nella direzione da cui erano state scoccate le frecce.
Tirate di nuovo li esort il lanista. Nemmeno noi lasceremo testimoni. E gli arcieri stavano gi mirando quando i bambini si mossero e, uno con il gladio e l'altro ancora a morsi, si fiondarono sulle gambe dei due legionari e li ferirono di nuovo, confondendosi in un groviglio di braccia e gambe in cui risultava difficile distinguere i piccoli aggressori dalle loro prede.
Aspettate, aspettate! ordin il lanista e i sagittarii, con gli archi gi tesi, rimasero immobili come statue in attesa di un nuovo ordine. Infine i bambini si divincolarono dai legionari i quali non ebbero il tempo di domandarsi se le loro ferite fossero mortali perch a ciascuno fu destinata una freccia, che in un caso entr da un orecchio e sbuc dall'altro e, nel secondo, penetr la nuca e fuoriusc da una bocca stupita e insanguinata. Mentre gli uomini cadevano, i bambini si divincolarono lasciandosi dietro un rivolo del proprio sangue: durante l'ultimo attacco, i due legionari appena morti avevano ferito il braccio di uno e il collo dell'altro. Volevano correre, ma uno dei soldati abbattuti dalle ultime frecce croll sulle gambe di uno di loro, intrappolandolo. Il suo compagno tirava per liberarlo, ma l'altro sembrava un cavaliere bloccato sotto il peso del suo destriero abbattuto dal nemico. All'improvviso, i bambini sollevarono lo sguardo e si videro circondati da una dozzina di guerrieri con indosso spaventose armature, armi, corazze e scudi di qualsiasi foggia. Contro tutti quegli uomini non ce l'avrebbero mai fatta, mai. I guerrieri aprirono un varco nel loro piccolo schieramento e si fece strada un uomo maturo che si chin accanto ai bambini. Sembrava il loro capo.
Sono il lanista, preparatore di gladiatori, e questi sono i miei uomini. Venite con noi e vi cureremo. Se fate qualsiasi movimento inconsulto i miei arcieri vi uccideranno disse indicando le mura della scuola.
I bambini si guardarono per un attimo, poi si voltarono di nuovo verso il capo di quei lottatori e annuirono diverse volte, finch quello che era finito sotto il cadavere del legionario riusc ad accumulare abbastanza saliva per poter parlare.
Sono in trappola disse indicando la gamba.
Lo siamo tutti, ragazzo replic il lanista mentre guardava un secutor, che immediatamente si chin per sollevare il cadavere insieme a un altro gladiatore e liberare il bambino. Lo siamo tutti ripet il lanista. Siamo tutti in trappola in questa Roma governata da folli.

37.

IL COLLE CAPITOLINO.

Roma, 18 dicembre del 69 d.C.

L'imperatore Aulo Vitellio Germanico si trovava all'ingresso del tempio della Concordia, proprio al centro del grande pronao, le cui sei altissime colonne corinzie lo circondavano come le guardie di un sovrano bisognoso di riparo e aiuto. Sudava. A cinquantaquattro anni e con un peso di pi di novanta chili, si era unito alla frettolosa marcia dal palazzo imperiale al Foro di Roma. I negoziati con Antonio Primo, inviato da Vespasiano, non erano stati del tutto infruttuosi. Poteva ancora ottenere il perdono di Vespasiano al suo arrivo a Roma, sempre che lui avesse rispettato le condizioni pattuite: accettare la pace e consegnare incolumi, entro una settimana, Sabino e Domiziano. Si era recato al tempio per offrire un sacrificio in onore della pace, per dimostrare ai senatori e ai cittadini di Roma che era quella la strada che voleva intraprendere con Vespasiano, che, godendo dell'appoggio delle legioni orientali, degli ex soldati di Otone e dei pretoriani destituiti da Vitellio, era diventato l'uomo pi potente dell'Impero e quasi certamente il prossimo imperatore di Roma.
Un fazzoletto disse Vitellio, e uno dei suoi soldati gli porse un panno bianco. Si stava asciugando il sudore quando un legionario si avvicin attraversando il Foro a grandi passi. Non prometteva nulla di buono.
Ave, cesare! lo salut quando raggiunse la scalinata del tempio.
Vitellio sorrise sentendosi chiamare cesare. Era consapevole di aver governato male, di essersi fatto trascinare nella spirale di follia che i suoi legionari avevano innescato e di essersi rivelato un pessimo stratega nell'ultima battaglia di Bedriaco, ma riconosceva la sua lunga lista di errori. E partendo da quelli poteva ancora imparare qualcosa e migliorare. In quel momento, non poteva fare altro che consegnare vivi Sabino e Domiziano. Ma il messaggero sopraggiunto in tutta fretta non era un buon presagio.
Cosa succede? chiese Vitellio.
Cesare, il prefetto Sabino ha convocato a casa sua i senatori. Proclamer Vespasiano imperatore di Roma con il sostegno di tutti i patres conscripti che sar in grado di riunire.
Vitellio sospir, esasperato. Non era quello il patto! Sabino agiva in modo precipitoso. L'imperatore in carica sapeva che i suoi legionari non volevano arrendersi, perch temevano che Vespasiano non avrebbe esteso anche a loro il perdono promesso a lui. Le dissennatezze e i crimini commessi a Roma erano troppi perch il nuovo imperatore potesse dimostrarsi magnanimo con i soldati. E quello stolto di un legionario sbandierava in pubblico che Sabino stava anticipando la proclamazione di Vespasiano. Vitellio sent su di s gli sguardi assassini dei soldati. Non erano quelli gli accordi. Alla consegna di Sabino, varie dozzine di ufficiali avrebbero dovuto ottenere l'indulgenza di Vespasiano. Poi avrebbero rilasciato Domiziano in cambio del perdono per i rimanenti soldati e per lo stesso Vitellio, e soltanto allora il Senato si sarebbe riunito per nominare Vespasiano imperatore. Vitellio lesse la paura negli occhi dei suoi legionari e qualcosa di ancora pi pericoloso: la follia. Subito la situazione degener: diversi centurioni si allontanarono dal tempio della Concordia senza attendere nuove istruzioni dal loro imperatore. Vitellio sbraitava, ma le sue parole si disperdevano nel Foro, senza che nessuno lo ascoltasse.
Fermatevi, per Giove! Fermatevi tutti!
Quei soldati stavano correndo da Sabino. Volevano evitare la nomina di Vespasiano. A qualunque costo.
A casa di Sabino arrivavano sempre pi senatori incoraggiati dalla sconfitta di Vitellio a Bedriaco e dall'avvicinamento delle truppe fedeli a Vespasiano. Il prefetto della citt riceveva tutti nell'atrio e li salutava con affetto. Era felice. Erano state settimane molto difficili, ma la fine di Vitellio si avvicinava e, soprattutto, il regno del fratello stava per cominciare. E inoltre Tito si trovava in Oriente e Domiziano a Roma; non era un cambiamento qualsiasi, era l'inizio di una nuova epoca, una nuova dinastia. Con lui al Senato e suo fratello imperatore avrebbero potuto stringere nuove alleanze contando sull'appoggio di molti senatori, sanare i conti pubblici e rafforzare i confini dell'Impero sul Reno e sul Danubio. La situazione sarebbe migliorata entro breve tempo, e tutto sarebbe iniziato quella mattina. Il piano stava andando alla perfezione, quando alcuni legionari delle cohortes urbanae annunciarono l'arrivo dei vitelliani.
Vengono a centinaia, prefetto! Arrivano dal Foro e sono troppi per bloccarli!
Solo in quel momento Sabino comprese l'enormit del suo errore. Aveva precorso i tempi. O Vitellio era venuto meno all'accordo, oppure ormai era incapace di controllare i suoi soldati, che da mesi facevano i loro comodi per le strade di Roma. La cosa pi preoccupante, per, era l'assenza di Domiziano: il ragazzo non era arrivato in tempo e adesso era troppo tardi. Si sarebbe dovuto difendere da solo fino all'arrivo delle truppe del padre.
Svelti! reag Sabino con impeto. Torniamo al Capitolino e l opporremo resistenza!
Alcuni senatori lo seguirono, e anche molti amici e famigliari. Altri si dispersero tra i vicoli cercando una via di fuga verso la sicurezza delle proprie case. Non avrebbero rimesso piede fuori dalla porta fino a quando le truppe di Vespasiano non avessero preso ogni singolo quartiere di Roma.
Domiziano si svegli di soprassalto. Si port la mano alla testa. Not un piccolo bozzo sulla nuca: era stato colpito. Cominciarono a balenargli nella mente immagini rapide e fugaci. I pretoriani di Vitellio lo avevano arrestato vicino alla casa di suo zio Sabino. Si erano scagliati con ferocia contro i legionari delle cohortes urbanae che lo scortavano, come se il patto di Vitellio non fosse mai esistito. Lo avevano trascinato per strada e quando aveva cercato di opporre resistenza lo avevano picchiato. Si tast la nuca. Non c'era sangue, aveva solo un persistente mal di testa. Si sedette. Si trovava nella stanza di una domus, forse quella di qualche senatore giustiziato dai vitelliani. C'erano un tavolo e un solium. Era nel tablinum, seduto per terra con la schiena poggiata contro la parete. Una tela lo separava dall'atrio. Sentiva parlare alcuni soldati. Due voci: legionari di Vitellio.
Presto prenderanno il prefetto.
E poi?
Non lo so.  tutto molto confuso.
E il patto con gli uomini di Vespasiano?
Non vale niente. Gli altri dicono che solo a Vitellio sar concesso il perdono. Noi soldati saremo crocifissi o, se siamo fortunati, decapitati.
Rimasero in silenzio. Domiziano si alz piano e si sedette sul solium cercando di non farsi sentire. Le voci ripresero.
Dove sono andati gli altri?
Sono usciti a cercare rinforzi. Abbiamo il figlio di Vespasiano.  la cosa pi importante, per Vitellio e soprattutto per Antonio Primo e per gli alti legati di Vespasiano. Ma alcuni si sono dati comunque alla fuga.
Tu credi che sia meglio scappare da Roma adesso?
Forse.
Fecero un'altra pausa. Domiziano prese a guardarsi in giro alla ricerca di qualcosa che potesse tornargli utile. Erano soltanto in due. Nella confusione che regnava tra le truppe di Vitellio, lo avevano affidato a due soli uomini, per giunta titubanti. Dalla tenda filtrava un filo di luce. Vide un bagliore metallico brillare su una delle mensole. Domiziano si alz e, attento a non fare rumore con i sandali, lo raggiunse. Era un coltello, un coltello a forma di mezza luna, una lama di bronzo temperato, di quelle usate per la rasatura. Poteva essere sufficiente. Si sentiva come una belva prima di essere gettata nell'arena. Non sarebbe rimasto l ad aspettare la sua morte. Che cosa ci faceva l quel coltello? Doveva averglielo inviato Minerva. Forse il padrone di quella domus aveva l'abitudine di farsi la barba nel tablinum mentre leggeva. Uno schiavo doveva averlo dimenticato l e probabilmente Minerva aveva fatto scintillare la lama affinch lui la vedesse. Afferr il coltello e strinse forte le dita della mano destra intorno al manico. Le voci ricominciarono a parlare.
Mi affaccio per vedere se arrivano annunci uno. Mentre pronunciava quelle parole il volume della sua voce si abbass, come se si stesse allontanando. Domiziano avrebbe dovuto agire in fretta, non aveva altra scelta. Con la mano sinistra scost un poco la tenda. Nell'atrio era rimasto soltanto un legionario, e gli dava le spalle. Con l'impeto dei suoi diciotto anni, il ragazzo concluse che la cosa migliore fosse risolvere la faccenda pi in fretta possibile. Apr la tenda, il legionario si volt, come se avesse avuto un presentimento di quanto stava per accadere, ma Domiziano si abbatt su di lui conficcandogli due volte il coltello nel basso ventre. Si allontan, il legionario si port le mani sulle ferite aperte e, quando stava per gridare, Domiziano gli tagli la gola da parte a parte. L'uomo cadde riverso, soffocando un grido che fuoriusc con un gorgoglio dalla ferita sul collo. In quel momento entr l'altro legionario e Domiziano, con uno scatto felino, lo aggred con una ferocia di cui lui stesso si sorprese. Il vitelliano si difese con la mano sinistra, mentre con la destra cercava di sfoderare il gladio, ma non ci riusc. Dopo qualche istante, i due legionari giacevano senza vita, ciascuno in una pozza di sangue. Allora Domiziano si affacci alla porta, disposto a uccidere chiunque gli avesse intralciato la fuga. Fuori non c'era nessuno. I vitelliani, rimasti ormai senza un vero capo, obbedivano a ordini impartiti a caso da ufficiali di passaggio e avevano lasciato solo quei due uomini a fargli da guardia. Ma non sapeva dove si trovasse. Lo avevano portato l privo di sensi, forse su un carro; non riusciva proprio a orientarsi. Usc in strada e si addentr nella citt in cerca di un viale pi largo o di un edificio che potesse riconoscere.
Camminava con le braccia sporche di sangue e il coltello stretto nella mano destra. Si sent un certo baccano e Domiziano si nascose nella rientranza di una porta. Stavano per passare decine di vitelliani. Rimase calmo, trattenendo il respiro, fino a quando il gruppo armato scomparve. Allora si diresse verso il viale da cui provenivano i soldati e vide il teatro di Marcello. Adesso aveva capito dove si trovava: al Campo Marzio. I vitelliani si stavano dirigendo verso le porte delle Mura serviane per andare al colle Capitolino. Senza dubbio, suo zio si sarebbe recato l per opporre loro resistenza, come negli scontri delle ultime settimane. Avrebbe potuto raggiungerlo per aiutarlo. Era una pazzia, ma i soldati di Vitellio erano cos confusi che, se si fosse presentato come il figlio del nuovo, probabile imperatore, forse avrebbe potuto fermarli. Sarebbe stato un gesto onorevole, audace, eroico da parte sua. Ma avrebbero anche potuto catturarlo di nuovo, o ucciderlo. No, lui non era cos coraggioso. Forse non lo sarebbe mai stato. O magari in un altro momento. Era troppo giovane. Scipione aveva salvato il padre a soli diciassette anni durante la battaglia del Ticino, un attacco epico della cavalleria romana. Lui avrebbe potuto salvare lo zio, o almeno provarci. Per erano altri tempi. Si ferm. Era dibattuto: era il momento di decidere quale direzione dare alla sua vita. L'inerzia che gli avrebbe garantito la sopravvivenza ebbe la meglio. Riprese il cammino alla ricerca della Via Lata, ma valut che era una strada troppo ampia. Si ferm di nuovo e si diresse verso il Porticus Octaviae. Super la biblioteca, poi gir intorno al Circo Flaminio e continu a salire fino a raggiungere uno degli antichi obelischi egizi. Davanti ai suoi occhi si ergeva il maestoso tempio di Iside, che Caligola aveva fatto costruire trent'anni prima. Stringeva con forza il coltello; oltre alla libert, gli aveva appena dato un'idea. Entr nel cortile del tempio. Diverse coppie di obelischi si ergevano minacciose, e lui le oltrepass. Il silenzio di quel luogo strideva singolarmente con i tumulti del centro cittadino. Raggiunse l'ingresso dell'imponente edificio e pass sotto le grandi arcate che conducevano all'interno. Dentro, il silenzio era ancora pi sconcertante. Solo la dea Iside sembrava guardarlo, riservandogli un inquietante benvenuto. Si sent pi sicuro. Non si vedeva niente. I sacerdoti dovevano aver abbandonato il tempio da giorni, forse settimane. C'era polvere dappertutto. Tast le pareti fino a quando trov quello che cercava: una piccola porticina. La spinse ed ebbe accesso a una delle stanze in cui i sacerdoti si vestivano. Vide le tuniche bianche degli iniziati. Si tolse la sua tunica grigia e insanguinata e ne indoss una bianca da sacerdote. Poi si bagn i capelli, piuttosto radi per la sua et e che preannunciavano una precoce calvizie, e inizi a radersi il capo, cercando di resistere al dolore provocato dalla scarsa esperienza. Si tagli per ben due volte, ma alla fine di una tortura durata lunghi minuti riusc nel suo intento. Per questo motivo, a Roma, un tonsor capace di radere senza fare male era molto stimato. Ma il dolore pass in fretta. Si pul i tagli con altra acqua fresca. La rasatura era stata un orribile supplizio, ma necessario: i sacerdoti di Iside avevano sempre la testa completamente rasata. Domiziano sorrise. In fin dei conti, adesso sembrava uno di quei busti del vecchio Scipione che aveva visto nel Foro. Forse la somiglianza era soltanto fisica, ma questo non lo preoccupava. Era ancora vivo. Il problema era per quanto tempo lo sarebbe rimasto. Si sedette e lasci trascorrere qualche lungo minuto. Cap che non avrebbe potuto restare nascosto l per sempre. Decise di uscire e cercare di capire cosa stava succedendo. Attravers di nuovo il tempio, poi pass sotto la statua di Iside e arriv al cortile degli obelischi. Lo ripercorse e, camminando verso est, si avvicin ancora alla Via Lata. Fu in quel momento che si rese conto della nuvola di fumo che offuscava il sole. Guard a sud. C'era un incendio, ma dove? Un gruppo di schiavi risaliva di corsa il grande viale, fuggendo dal centro della citt. Domiziano, confidando nell'anonimato che gli garantiva il suo abito da sacerdote di Iside, ferm uno degli schiavi.
Che cosa succede in centro?
Un incendio. L'uomo non avrebbe voluto fermarsi, ma un sacerdote di Iside andava sempre rispettato, motivo per cui rallent la sua corsa.
Dove? domand Domiziano, innervosito dal fatto che lo schiavo gli avesse detto un'ovviet.
Sul colle Capitolino. I vitelliani hanno incendiato il tempio di Giove, sacerdote, il tempio di Giove. E hanno ucciso il prefetto!
Approfittando del silenzio che la risposta aveva provocato in quel sacerdote di Iside, lo schiavo controll di avere ancora tutti i suoi soldi in una piccola borsa di cuoio. Domiziano pens di voltarsi e andare verso sud. I vitelliani avevano ucciso suo zio e osato incendiare il tempio di Giove. Non si sarebbero fermati davanti a niente e, come se lo schiavo gli avesse letto nella mente, prima di rimettersi a correre gli rivolse le ultime parole, che a Domiziano parvero pronunciate da Minerva in persona: Adesso cercano il figlio di Vespasiano. Vogliono Domiziano e danno fuoco a qualsiasi cosa si trovino davanti....
Poi lo schiavo si allontan a tutta velocit.
Domiziano comprese che non sarebbe stato al sicuro nemmeno vestito da sacerdote nel tempio abbandonato di Iside. Doveva trovare un'altra soluzione. Ma suo zio era morto e le cohortes urbanae erano scappate, si erano nascosti tutti nel tentativo di sfuggire all'ira dei vitelliani. E Vitellio? Forse era riuscito a ristabilire l'ordine tra le sue truppe. Soltanto allora avrebbe avuto senso presentarsi al suo cospetto per negoziare di nuovo, ma per il momento doveva salvaguardare la sua incolumit. Ma chi poteva proteggerlo? Chi poteva salvarlo? Rimaneva l'opzione di lottare, di riunire i senatori amici sopravvissuti alla lotta sul Capitolino e insieme a loro opporre resistenza in qualche altro punto della citt, ma l'utilizzo della forza non era mai la sua prima scelta. Lo aveva gi fatto. Aveva ucciso con le sue mani due vitelliani e non aveva ottenuto niente, se non smarrirsi nell'immensa Roma senza nessuno che lo proteggesse e circondato da nemici che lo cercavano ovunque. Camminava in silenzio, con lo sguardo fisso a terra. Chi poteva aiutarlo? Chi?

38.

IL SACERDOTE DI ISIDE.

Roma, 18 dicembre del 69 d.C.

I colpi sulla porta della scuola dei gladiatori erano assordanti. Sembrava che stesse bussando un gigante, eppure, quando uno dei provocatores di guardia si affacci dalla cima delle mura, vide soltanto la sagoma di un sacerdote di Iside. Ne fu sorpreso e scese di corsa per andare a cercare il lanista. Nel frattempo, l'uomo alla porta continuava a sbraitare.
Aprite, maledetti, aprite! Per Iside, aprite! O la maledizione di tutti gli dei cadr su di voi!
All'interno della scuola, il provocator stava gi informando il lanista.
 un sacerdote.
Un sacerdote? Che strano comment pensieroso il lanista mentre si alzava e si rinfrescava il viso con un po' d'acqua da un catino che uno schiavo lasciava ogni sera accanto al suo giaciglio.
Il provocator di guardia aveva pensato che fosse meglio informare il lanista. Tutti i gladiatori rispettavano il loro capo, che fino ad allora era riuscito a fare in modo che la scuola dei gladiatori rimanesse immune alle lotte fratricide che si propagavano in citt.
 stata una notte terribile, mio signore: ci sono stati combattimenti dappertutto e sul Capitolino divampano le fiamme.
Sul Capitolino? Il lanista non riusc a dissimulare la sua incredulit. La sera prima era uscito per un giro di ricognizione, ma invece di andare in centro aveva controllato la situazione intorno alle mura della citt. La notizia del Capitolino lo preoccupava. Aveva visto gli incendi in centro, ma non era possibile che i Romani fossero arrivati a dare fuoco a uno dei loro templi pi sacri. In quel caso Roma aveva completamente perso il senno ed era un pericolo per tutti, anche per loro. Se fosse scoppiata una lunga guerra intestina, perfino loro sarebbero stati risucchiati dalla voragine. Il tempio di Giove Capitolino? Sei sicuro di quello che dici?
Si vede dalla cima delle mura.
Il lanista annu mentre iniziava a camminare verso l'ingresso della scuola. Il provocator lo seguiva da vicino e continuava a parlare. Non aveva avuto tempo di spiegare tutto.
Che cosa facciamo con il sacerdote?
Caio non rispose. Lui e il gladiatore arrivarono all'entrata e salirono le scale che portavano in cima alle mura. Il lanista vide i piccoli Marzio e Attilio - cos avevano detto di chiamarsi - vicino alla porta, accanto a una decina di gladiatori armati, curiosi e in allerta. Forse quei bambini non sarebbero mai diventati gladiatori. Forse quello sarebbe stato l'ultimo giorno per tutti. Cosa stava succedendo a Roma? Vitellio era cos inetto da non riuscire a controllare nemmeno i suoi maledetti legionari? Raggiunsero la cima delle mura. In effetti, il tempio di Giove era in fiamme. Le grida del sacerdote risvegliarono il lanista dalle sue riflessioni.
Aprite! Per tutti gli dei, aprite a un servitore di Iside! Aprite o gli dei vi tortureranno negli Inferi per sempre!
Il lanista si sporse, ma era impossibile distinguere il volto del sacerdote. All'improvviso, dal fondo della strada, iniziarono a scorgersi una ventina di legionari. Vitelliani, senza dubbio. Ma com'era possibile che avessero abbattuto la loro furia perfino sui templi? Quella situazione non prometteva niente di buono. Erano venti, trenta, quaranta, cinquanta legionari. Troppi. Se avessero aperto le porte, come avevano fatto per recuperare i due bambini, non avrebbero potuto eliminarli tutti. I vitelliani avrebbero avuto la certezza che nella scuola dei gladiatori veniva nascosto un nemico, o chiunque fosse quel sacerdote, e non si sarebbero arresi se non quando li avessero uccisi tutti. Ma se non avessero aperto si sarebbero attirati la maledizione di un sacerdote di Iside. Il lanista non era un uomo di fede e non si recava spesso ai templi, ma una cosa era tenersi distanti dalla religione e ben diverso era negare protezione a un sacerdote perseguitato dalla furia incontenibile di quei legionari.
Lasciatelo entrare! esclam il lanista. Lasciatelo entrare! Per tutti gli dei, fatelo entrare e richiudete le porte! Poi decideremo il da farsi con i vitelliani!
Senza indugio, i corpulenti mirmillones rimossero i puntelli e sollevarono la sbarra di ferro dalla pesante porta facendo entrare il sacerdote di Iside. Questi si precipit nella scuola correndo fino al centro della grande palestra. All'ingresso, i mirmillones spinsero le due ante di legno, bloccandole di nuovo con la sbarra, e stavano ricollocando i puntelli quando la prima carica di legionari and a infrangersi contro il lato esterno della porta. Colti di sorpresa, nonostante la loro forza, i mirmillones caddero in terra investiti dalla spinta. Un'altra mezza dozzina di gladiatori accorse in loro aiuto, mentre loro si rimettevano in piedi. Si disposero tutti lungo la porta, usando i loro corpi per puntellarla in attesa di nuove cariche. Il lanista, che aveva osservato la scena, sapeva che non avrebbero potuto resistere a lungo.
Chi sei e perch ti seguono? domand al sacerdote. Non c'era tempo da perdere in convenevoli. Il servitore di Iside si scopr la testa rasata che aveva coperto con un cappuccio e tutti rimasero ancora pi frastornati: si trattava di un ragazzo che non doveva avere pi di vent'anni, troppo giovane per essere sacerdote; poteva essere al massimo un novizio. Il preparatore dei gladiatori intu che il ragazzo gli aveva mentito. Con pochi passi veloci, il lanista si avvicin all'impostore e gli parl con la franchezza richiesta dalla situazione. Dimmi chi sei e dammi un motivo, uno solo, perch io non debba consegnarti ai vitelliani. E fallo alla svelta, prima che abbattano la porta, perch in caso contrario non avr scrupoli a farmi da parte e tenermi fuori dalla guerra di Roma, come ho fatto finora e come avrei dovuto continuare a fare.
Il giovane si guard intorno. C'erano una ventina, no, forse una trentina di gladiatori armati e pronti a combattere, ma all'esterno si erano affollati almeno mezzo centinaio di legionari. Quel lanista non avrebbe permesso che i suoi uomini si lanciassero in un combattimento mortale contro i vitelliani per un motivo futile. La sua unica salvezza era la verit. Non era abituato a dirla, ma quella sembrava l'occasione adatta.
Il mio nome  Tito Flavio Domiziano. Sono figlio di Vespasiano, imperatore di Roma proclamato in Egitto, e i soldati di Vitellio mi inseguono per uccidermi o usarmi come ostaggio contro le legioni del Danubio che, fedeli agli ordini di mio padre, si avvicinano dopo aver sconfitto l'esercito del Reno a Bedriaco. I vitelliani hanno incendiato il tempio di Giove e assassinato mio zio Sabino, fratello dell'imperatore. Se mi proteggi dall'ira dei vitelliani sarai ricompensato. Mio padre non lo dimenticher mai. Io non lo dimenticher mai.
Per il lanista quelle parole furono una rivelazione: la guerra che stava dilaniando il cuore di Roma si era appena infiltrata in casa sua, e lui non aveva alcuna possibilit di fare marcia indietro. Fuori si sentivano gli ufficiali ancora fedeli alla causa di Vitellio che gridavano ordini.
Aprite le porte o le abbatteremo, maledetti! Aprite o vi uccideremo tutti! Giuro su Marte che vi infilzer tutti con la mia spada prima che finisca il giorno!
C'erano poche cose che irritavano il lanista. Una di queste era che qualcuno all'infuori dell'imperatore gli desse ordini. Aveva un'idea sul da farsi, ma era ancora incerto. Il giovane Domiziano lo intu, ma sapeva che quell'uomo rappresentava la sua unica speranza di sopravvivenza, perci pens di aiutare il preparatore dei gladiatori a decidere di salvarlo fornendogli ulteriori dettagli sulla situazione.
Le legioni del Danubio hanno sconfitto quelle di Vitellio.  finita. In pochi giorni le truppe di mio padre prenderanno la citt e tu potrai chiedergli ci che vorrai. Se lasci che mi...
Domiziano stava per lanciare una minaccia, ma lo sguardo gelido del lanista glielo imped. Cap che non era quella la strada migliore per persuaderlo, e lui non era certo nella posizione di poter fare pressioni.
Caio apprezz che il suo interlocutore si fosse fermato giusto in tempo e, ingenuamente, attribu la sua irruenza al nervosismo della situazione. Solo molto pi tardi avrebbe compreso il suo imperdonabile errore di valutazione. Troppo tardi. In quel momento, il lanista passava in rassegna le possibili ripercussioni della sua decisione, mentre le cariche dei legionari si facevano sempre pi violente. Era dunque comprensibile che non riuscisse a indagare a fondo la vera natura di quel giovane che invocava il suo aiuto.
Stanno prendendo un ariete! grid il provocator dalla sommit delle mura. Il lanista dovette pensare ancora pi in fretta: Domiziano era il figlio minore di Vespasiano; Vespasiano aveva dalla sua parte la Siria, l'Egitto e l'Asia e anche tutte le legioni del Danubio; Vitellio poteva contare su quelle del Reno, che per erano state sconfitte; il Senato, e con esso gran parte del popolo, mal tollerava Vitellio, la sua tirannia e il caos che si era impadronito di Roma sotto il suo governo. Vespasiano aveva una solida carriera militare: era un grande legatus, che si era distinto nella guerra contro i Giudei in Oriente, un uomo con una spiccata attitudine al comando. Uno come lui sarebbe stato capace di tenere in mano le redini dell'Impero, e di vincere la guerra civile. E davanti a lui c'era il suo figlio minore che gli chiedeva protezione. E poi, c'era una cosa che soltanto lui e uno dei sagittarii avevano intuito: il giovane Domiziano sapeva parecchio di quanto era accaduto in centro citt, ma lui sapeva cosa succedeva entro le mura.
Aprite la porta! ordin il lanista rivolto ai gladiatori all'ingresso. Aprite quelle maledette porte, per Marte, per Giove e per tutti gli dei! Aprite e fatevi tutti da parte! Poi si rivolse a Domiziano: Tu vai l in fondo all'arena e, se ci tieni a sopravvivere, non dire nemmeno una parola.
Il giovane Domiziano non era abituato a sentirsi dare ordini, ma valut che non fosse il caso di protestare. Se quel preparatore di gladiatori era in grado di salvarlo non importava in che modo gli si rivolgesse. Non in quel momento, almeno. Non quel giorno.
I gladiatori, intanto, avevano gi sollevato la sbarra che chiudeva la porta, ma non fecero in tempo a togliere anche i puntelli perch i legionari tornarono alla carica spalancando un'anta e spezzando a met l'altra. I legionari si stupirono del risultato ottenuto da quella loro ultima spinta e, per un attimo, rimasero attoniti. I gladiatori seguirono le istruzioni del lanista e si fecero da parte. L'ufficiale al comando dei vitelliani entr nella scuola gladiatoria, circondato da una ventina dei suoi uomini, e si port al centro dell'arena, di fronte al lanista che non si era mosso di l. Dopo l'ufficiale e la sua scorta entrarono anche una trentina di legionari. Le truppe vitelliane superavano i gladiatori per numero, ma i soldati furono intimiditi da quegli uomini armati e addestrati alla lotta. Erano abituati a fare irruzione in templi o in case private, in cui la massima resistenza era quella di qualche goffo schiavo armato di bastone, oppure di un vecchio sacerdote pi infuriato che avvezzo all'uso della forza. Lo sguardo freddo dei gladiatori non faceva presagire un combattimento facile.
Cosa vuoi, centurione? domand in tono freddo e diretto il lanista.
Il sacerdote alle tue spalle rispose l'altro. Voglio vederlo in faccia.
Domiziano, che si era coperto di nuovo il viso con il cappuccio, avrebbe fatto un passo indietro se avesse potuto, ma la sua schiena era gi schiacciata contro la parete. Non poteva retrocedere oltre. Sentiva che le cose stavano volgendo al peggio ma non poteva fare niente. La sua vita era nelle mani del lanista e aveva forti dubbi che quell'uomo potesse essere all'altezza della situazione.
 un sacerdote di Iside rispose Caio con decisione. Da quando i legionari danno la caccia ai sacerdoti?
Il centurione avrebbe evitato volentieri di fornire spiegazioni al suo interlocutore, ma gli rispose per scongiurare uno scontro dall'esito tutt'altro che scontato.
Da quando i sacerdoti del tempio di Iside nascondono i traditori dell'imperatore Vitellio.
Ed  per questo che avete incendiato anche il tempio di Giove? insistette il lanista senza spostarsi di un millimetro dalla sua posizione, sebbene il centurione si fosse fatto ancora avanti, fino a trovarsi a pochi passi da lui.
Consegnami quell'uomo o te ne pentirai! Il centurione sfoder il gladio.
No puntualizz il lanista ostentando una sicurezza che avrebbe fatto vacillare il pi forte dei nemici. No, centurione, ce ne pentiremo entrambi. In ogni caso. Fece due passi indietro prima di gridare un ordine: Chiudete le porte e accerchiate il centurione! Solo il centurione, degli altri non mi interessa!.
I gladiatori sollevarono l'anta spezzata e bloccarono l'ingresso come meglio poterono, poi chiusero l'anta che era rimasta salda sui suoi grandi cardini di bronzo. Le spade lunghe, corte, pesanti e curve e i tridenti dei gladiatori puntarono tutti al cuore del centurione, che aveva intorno i suoi legionari a fargli da scudi umani. Il lanista inizi ad avanzare perch in quel momento era il centurione, intimorito, a indietreggiare lentamente.
Ti concedo un'ultima opportunit di sopravvivere disse Caio, con un sorriso serafico e al contempo cinico sul volto. Vattene da qui e non tornare, altrimenti quest'oggi moriremo tutti. I miei uomini sono abituati a non sapere se arriveranno alla fine di ogni giornata. E i tuoi, centurione? I tuoi soldati combatteranno per te fino all'ultimo respiro oppure batteranno in ritirata fiondandosi fuori da quella porta rotta appena ne avranno l'opportunit? Ti fidi dei tuoi uomini, centurione? Metteresti la tua vita nelle loro mani? E poi, se non te ne fossi accorto, ho diversi sagittarii che puntano alla tua testa.
Il centurione schiumava di rabbia. Guard verso le mura della scuola e vide gli arcieri pronti ad abbatterlo con le loro frecce.
Ritorneremo, maledetti, ritorneremo! sbrait sputacchiando saliva mentre iniziava a voltarsi. Circondato dai suoi uomini, arriv fino alla porta, afferr l'anta ancora integra e la fece schiantare con forza contro la parete. Usc dalla scuola dei gladiatori, meditando di tornarci con cinquecento uomini per ridurla in cenere.
All'interno, il lanista si volt alla ricerca del figlio di Vespasiano, che quella mattina aveva vanificato quasi un anno di scrupolosa neutralit della scuola. Voltandosi, vide in un angolo i due bambini, Marzio e Attilio, ciascuno con un pugnale affilato in mano. Erano coraggiosi. Se fossero sopravvissuti a quella guerra, avrebbe potuto farne due grandi gladiatori. Ma in quel momento non poteva badare a loro. Il giovane Domiziano gli si avvicin, di nuovo a capo scoperto.
Torneranno, e con pi uomini sbott il giovane, indignato e furioso. Avresti dovuto attaccarli, per tutti gli dei! Li hai lasciati andare via!
Il lanista si aspettava un minimo di riconoscenza da parte del figlio di colui che sarebbe stato presto il nuovo imperatore; ma pens che fosse stata una fortuna aver scoperto la vera indole di quel ragazzo. Meglio tenersi alla larga da lui, se possibile.
Quei legionari sono morti, solo che non lo sanno rispose con aria sprezzante il lanista. Non torneranno. Le truppe fedeli a tuo padre sono gi in citt. Durante la prima vigilia stavano entrando dalle porte settentrionali. La disfatta di Vitellio  ormai questione di ore. E senza aggiungere altro, ignor il giovane Domiziano e si rivolse ai suoi uomini: Prendete malta e pietre e riparate la porta! Nessuno entra o esce finch gli uomini del nuovo imperatore non avranno il completo controllo della citt. Poi, passando davanti al perplesso Domiziano, borbott ancora qualche frase, ma sembrava pi che altro che stesse commentando tra s la notte insonne: Vado a dormire. Mi sono svegliato troppo presto stamani.
Caio non si sbagliava. Aulo Vitellio Germanico fu catturato poco dopo, condotto al Foro e decapitato immediatamente. Il suo corpo senza vita venne gettato nel Tevere e and alla deriva galleggiando a pancia in su, nelle acque tinte di rosso dal sangue dei numerosi soldati che avevano condiviso il suo stesso destino. La testa di Vitellio, imperatore per nove mesi, fu portata per le strade di Roma come un trofeo e colpita fino a farla a brandelli, finch non ne rimase che un teschio mezzo scarnificato di cui a malapena si potevano riconoscere i tratti.
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...
FINE Parte 1.