SANTIAGO POSTEGUILLO.

LAFRICANO. Parte 2.

Titolo originale: Africanus. El hijo del cnsul.
2014 - EDIZIONI PIEMME. Milano.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
LIBRO Sesto.
...
.
...
IL MONDO IN GUERRA

Numquam est fidelis cum potente societas.
[Lalleanza con il potente non  mai sicura]
Fedro, I, 5, 1

70
ALLA LUCE DI UNA VECCHIA
LAMPADA A OLIO

Roma, inverno del 216 a.C.
La guerra contro Annibale proseguiva, quasi fosse eterna. La citt era passata dal panico dellanno precedente a considerare la guerra quasi alle porte come un fatto normale. Il nervosismo continuava, ma le scorribande di Annibale erano entrate a far parte delle chiacchiere quotidiane. Tito ne era testimone muto durante le lunghe camminate prima dellalba e poi di ritorno alla sua piccola stanza al calar del sole. Il resto del tempo, nel mulino, mentre spingeva lenorme pietra, si dimenticava di tutto. Da qualche settimana aveva trovato un modo per passare il tempo in quei giri interminabili a macinare polenta. Mentre spingeva e sudava per lo sforzo, con la mente viaggiava verso situazioni e personaggi di cui aveva letto tempo addietro, quando lavorava in teatro. Come nelle fredde notti della campagna del Nord, quando faticava a conciliare il sonno per via del vento gelido e della paura di combattere, Tito ricreava a partire dai ricordi le scene di alcune opere teatrali che aveva visto, finch i pensieri non scivolavano verso unaltra fonte di distrazione: le antiche commedie greche passate fra le sue mani e quelle di Prassitele quando studiava greco con lanziano emigrato. Insieme a Prassitele, Tito aveva letto le commedie di Menandro, Filemone, Difilo, Posidippo, Batone, Teogneto e altri di cui non ricordava il nome. Ultimamente, la sua mente vagava fra i ricordi di unopera di Demofilo: il primo testo che gli aveva mostrato Prassitele e quello con cui aveva iniziato a imparare il greco. Era quello che ricordava meglio e gli piaceva ricreare nella mente levoluzione dei personaggi, da quando comparivano nelle prime scene fino allo scioglimento finale. Ricordava le battute, gli scherzi e alcuni giochi di parole che gli sembravano intraducibili in latino. Ricordava che Prassitele gli aveva spiegato che per rappresentare queste opere a Roma bisognava tradurle con una certa libert, sostituire un gioco di parole con un altro che avesse un effetto simile, anche se il significato era diverso. Quello che conta  leffetto, lo scherzo, che il pubblico rida, ma che abbia un senso nellazione generale dellopera, mi capisci, Tito? Bisogna tradurre lo spirito delle parole, non le parole in s.
Gli sembrava ancora di sentire la voce di Prassitele. In una giornata alla ruota del mulino aveva il tempo di rivivere due volte la stessa opera, recitando mentalmente per se stesso le scene che ricordava. Pi avanti, inizi a colmare i vuoti di memoria con scene inventate da lui, perch lopera fosse viva nella sua immaginazione. Presto per neanche questa attivit bast pi a riempire le ore interminabili al mulino e fu allora, un pomeriggio dinverno del 216 a.C., mentre mangiava alcune farinate di grano durante una breve pausa, nei giorni in cui Roma era presa dalle elezioni consolari in cui Fabio Massimo era di nuovo candidato, che Tito Maccio decise di iniziare a tradurre in latino il testo greco. Mangiava con le mani e si portava un boccone alle labbra, quando si rese conto che quel lavoro avrebbe richiesto tempo, molto tempo. Allora scoppi a ridere, una risata cos cristallina e spontanea che sput il cibo che si era appena portato alla bocca. Se cera una cosa che aveva in abbondanza, quello era il tempo. Non aveva niente da fare, almeno con la mente, mentre girava in eterno in quel maledetto mulino che, questo s, almeno gli dava da mangiare.
Cos, per settimane compose diverse scene in latino, ma presto si rese conto che, nonostante allenasse la memoria, prima o poi avrebbe dovuto mettere per iscritto quel che immaginava mentre lavorava. Questo comport alcuni cambiamenti radicali nelle sue giornate. Per cominciare, aveva bisogno di qualcosa con cui scrivere, poi di papiro, molto papiro. Le tavolette non gli sarebbero bastate. Lideale sarebbe stato un rotolo di papiro bianco su cui trascrivere ci che la sua mente creava. Cos un giorno si rec al Foro, un pomeriggio di ritorno dal mulino, e curios tra diversi banchi finch non trov quello che cercava: un mercante che vendeva rotoli con alcune opere e tutto il necessario per scrivere. Stilo, inchiostro nero o colorato, schedae, rotoli, et cetera. Gli altri clienti erano schiavi atriensi, caposquadra di qualche tenuta agricola e qualche patrizio. Tutti ben vestiti, ciascuno secondo la propria condizione, con unaria ben diversa dalla sua. Tito osserv la propria tunica lisa, le unghie sporche, i sandali logori, le caviglie e i piedi impolverati. Aspett che il mercante fosse libero e quando ormai stava per chiudere, gli si rivolse umilmente.
Perdonate se mi avvicino al vostro banco Esit sul modo di proseguire. Faceva fatica a parlare. Aveva milioni di parole in mente, ma si rese conto che erano settimane che non parlava con nessuno. Nel mulino, il mugnaio si limitava a dargli da mangiare e a volte trascorrevano settimane senza che gli rivolgesse la parola. Intendo dire che vi prego di scusarmi per il mio aspetto. Non ho voluto disturbare mentre servivate gli altri i vostri clienti, intendo. Avrei solo bisogno di un po di papiro e di qualcosa con cui scrivere. Ho una mina.
Una minaera tutto ci che era riuscito a risparmiare dopo aver aggiunto alle farinate di grano del mulino un po di formaggio e di latte e aver pagato laffitto della stanza nei pressi del Tevere.
Il mercante lo guard con disprezzo e stava per cacciarlo e dirgli di lasciarlo in pace, quando Tito allung la mano con i soldi e luomo ci ripens: il denaro era pur sempre denaro, quale che fosse la provenienza. Senza rivolgergli la parola, entr nella bottega e frug fra il materiale che aveva scartato. Trov un paio di rotoli in cui le lamine di papiro erano unite male e rendevano difficile arrotolare e srotolare la carta. Prese anche un paio di stilo e un po di inchiostro nero troppo annacquato, che altri avevano gi rifiutato, e torn da Tito, che lo aspettava ansioso e si passava il dorso della mano sulla barba mal rasata.
 tutto quello che posso darti. Prendere o lasciare.
Non era materiale di buona qualit e, in qualunque altre circostanza, Tito lavrebbe rifiutato, come era sicuro che avessero gi fatto altri in condizioni migliori di lui. Ma non poteva permettersi di scegliere ed era chiaro che il mercante non aveva intenzione di offrirgli niente di meglio.
Va bene, va bene disse e prese i rotoli e il papiro e linchiostro annacquato, poi gli tese il denaro.
Laltro prese la moneta e gli diede le spalle senza rispondergli. Tito ne fu umiliato, ma la felicit di avere qualcosa con cui scrivere compensava ogni cosa, anche se lo sguardo schifato del mercante gli era servito a capire come mai, a poco a poco, si fosse allontanato di nuovo dalla societ.
Quella sera, accese la lampada a olio e sopra le due coperte lise della stanza, inizi a trascrivere lintroduzione che aveva pensato per la propria opera. Il papiro per non era abbastanza liscio. Lo srotol ancora, si pul le mani come poteva, sfregandole e poi strofinandole su una delle coperte, e lisci il papiro con entrambe. Ricominci da capo. Latramentumnon lasciava una traccia chiara, solo linee imprecise che non si leggevano bene. Linchiostro era stato diluito troppo. Poi per Tito scopr che se scriveva molto lentamente, il calamo lasciava un segno leggibile. Sospir. Continu, lentamente, enfatizzando ogni lettera, come se disegnasse ogni parola. Sarebbe stata unoperazione pi lunga del previsto.
Hoc agite sultis, spectatores, nunciam; quae quidem mihi atque vobis res vertat bene gregique huic et dominis atque conductoribus
[Adesso, vi prego, signori del pubblico, fate attenzione; e speriamo che lo spettacolo faccia buon pro a me, a voi, a tutta la compagnia, ai registi ed aglimpresari. Ora su, banditore, rendimi ben orecchiuto tutto questo pubblico. Bene, bene: ora siediti, ma sta attento a non aver fatto la fatica per niente. Ora vi dir perch son venuto fuori qua e che diavolo ci ho in testa: be,  per farvi sapere il titolo di questa commedia. Perch quanto allargomento, bastano due parole. Be, ora diciamo quello che vho detto di volervi dire. Questa commedia lha scritta in greco Demofilo e Macco lha tradotta in latino. Vorrebbe ribattezzarla]4

A quel punto Tito ferm la mano e con essa la scrittura e trascorse la serata a pensare al titolo migliore per la sua opera, perch si era accorto che nonostante diverse scene fossero gi in un latino perfetto nella sua mente, non si era mai soffermato a pensare al titolo. Dal fiume provenivano le urla di un mezzano a qualche cliente che aveva pagato poco i servigi di una prostituta, si sentiva il suono dei carri che di notte distribuivano le merci diretti al mercato e qualche ubriaco che cantava in un latino indecifrabile la sua sbronza, finch qualcuno non avvis che si avvicinavano i triumviri. Tito, da solo nella sua stanza, croll profondamente addormentato tra le ombre tremule della luce fioca della vecchia lampada a olio.
4Testo tratto dallAsinaria, a cura di Ettore Paratore, Roma, Newton Compton Editore, 1978.

71
LA DIVISIONE DEL MONDO

Palazzo reale di Pella, Macedonia, 215 a.C.
Era il giorno che re Filippo V di Macedonia riservava al ricevimento degli ambasciatori dei territori sotto il suo controllo e degli inviati dai regni vicini, amici e nemici. Il re aveva solo venticinque anni, ma era sul trono gi da sei e aveva esperienza della guerra. Gli Etoli, a sud, erano particolarmente bellicosi e si ostinavano a non voler riconoscere il potere della Macedonia ai confini con la Grecia. Non era trascorso molto tempo da quando avevano devastato diverse citt. A Filippo dispiaceva in particolare per la distruzione del teatro di Epidauro. Aveva in progetto di ricostruirlo. Questa volta non sarebbero state di pietra solo le gradinate del pubblico, ma anche lantico scenario di legno, che sarebbe stato sostituito da un altro pi solido, in pietra e marmo. Il grande teatro sarebbe stato eretto di nuovo.
Cerano gli Etoli a sud, certo, ma cera anche il pi grande e potente dei vicini: il regno seleucide che si estendeva a est, in Asia Minore, Siria e nellantica Persia; e il regno tolemaico che decideva del destino dellEgitto.
Filippo studiava una mappa dellOriente. Vi erano tratteggiati i confini di quello che un tempo era stato il grande impero di Alessandro Magno. Cos incredibilmente vasto che alla sua morte nessuno era stato in grado di tenerlo unito: la grande Persia fino al fiume Indo era andata a Seleuco, lEgitto a Tolomeo, la Siria e lAsia Minore ad Antigono e la Macedonia e la Grecia a Lisimaco e Cassandro. Ogni generale aveva stabilito una monarchia indipendente, che aveva dato origine a lunghe dinastie. Era questo il mondo ellenico che Alessandro aveva lasciato allumanit. Ora Antioco III, discendente di Seleuco il Grande, aveva lambizione di riconquistare il vecchio impero di Alessandro e lottava con lEgitto per il controllo della Siria e delle ricche coste fenicie, e con lo stesso Filippo per il dominio dellAsia Minore. Filippo aveva sconfitto gli Etoli e ripristinato cos il controllo sulle citt greche, ed era arrivato a una sorta di intesa con Antioco, in modo che questi combattesse contro lEgitto e in cambio limitasse le proprie aspirazioni sullAsia Minore; al tempo stesso, lEgitto avrebbe dovuto limitare la propria influenza sulle isole dellEgeo, costretto comera a difendersi dai Seleucidi di Antioco. LOriente era un intricato campo di battaglia.
Filippo studiava con cura le strategie da seguire per ripristinare legemonia della Macedonia sulla Grecia, rafforzare le frontiere con il vicino imperiale a est e tenere a bada linfluenza egizia nel Nord dellAfrica. Fino a quel momento, il re della Macedonia non si era interessato allOccidente, dove Cartagine era la forza principale fin dai tempi di Alessandro e lunica citt fenicia che avesse conservato lindipendenza dopo la caduta di Tiro e Sidone, nellavanzata politica e militare del grande conquistatore. Cartagine per restava dentro la propria area di influenza. Si espandeva verso lAfrica e la lontana penisola iberica. E ora attaccava lItalia, ma questo al re macedone non interessava.
Maest, sono arrivati gli emissari cartaginesi annunci un uomo anziano, con i capelli bianchi, il naso aquilino, ingobbito e dallo sguardo furtivo. Era Demetrio di Faro, un sovrano deposto dai Romani.
I Romani, s, pens il giovane Filippo. Ecco un altro vicino che cresceva e iniziava a essere fastidioso. I Romani avevano conquistato prima le colonie della Magna Grecia nel Sud dellItalia, poi avevano deciso di intervenire nellAdriatico. I pirati di Demetrio di Faro ostacolavano il commercio marittimo. Su questo i Romani avevano ragione, ma al termine della guerra avevano stabilito un protettorato sulla costa dellIlliria che confinava con la stessa Macedonia. Demetrio era stato obbligato ad abbandonare la propria isola, Faro. Da allora, il sovrano si era rifugiato alla corte di Filippo, dove svolgeva le funzioni di consigliere su tutto ci che concerneva lOccidente. Un consigliere carico di risentimento verso Roma. Di questo il giovane Filippo era ben cosciente.
Fateli passare disse ora Demetrio di Faro alle guardie della grande sala del trono.
Uno dei soldati varc la porta di bronzo e si diresse nellantisala, dove due ufficiali cartaginesi, con uniformi e armi romane, aspettavano e ammiravano le ricchezze custodite in quel palazzo. Si trovavano nel cuore della Macedonia, culla del grande Filippo, padre di Alessandro, e ora residenza di Filippo V. Era un regno secolare che si era esteso fino allIndia e, nonostante ora il suo potere fosse ridotto, controllava comunque una regione importante, fra lAdriatico e il mar Nero, oltre a dominare, fra alti e bassi, le citt greche sul continente, lEgeo e parte dellAsia Minore. Alcuni piccoli regni lottavano ora per lindipendenza, certo, ma la Macedonia restava pur sempre la potenza egemonica della regione.
Gli ufficiali cartaginesi entrarono nella sala del trono e salutarono con pronunciate riverenze il giovane monarca, che li accolse seduto, in tenuta militare, la spada alla cintura, lo scudo, la lancia e lelmo nelle vicinanze, ai piedi del trono. Un uomo di guerra. I cartaginesi furono soddisfatti da ci che videro.
Parlate disse il giovane re. Vi ascolto.
La voce sicura e decisa del monarca fece colpo sugli ufficiali. Il veterano dei due, un uomo robusto sulla trentina, con una folta barba e diverse cicatrici visibili sulle gambe e le braccia nude, rispose.
Ci manda, come gi sai, Annibale, generale in capo degli eserciti cartaginesi in Italia. Il greco dellufficiale non era molto fluido, ma si faceva capire. Il mio generale ti propone un patto per fermare lespansione di Roma. Non sono in grado di entrare nei dettagli nella tua lingua, ma porto un documento in greco in cui il mio generale indica i punti per un possibile accordo fra Cartagine e la Macedonia.
Lufficiale mostr il rotolo che teneva in mano. Il giovane monarca non fece cenno di volerlo prendere. Gli rivolse una domanda, invece.
E la mia ambasciata? Che ne  stato di Senofane, che avevo inviato perch incontrasse il vostro generale quasi un anno fa?
Gli ufficiali cartaginesi si guardarono. Il veterano che aveva parlato fino a quel momento mise il rotolo sotto il mantello prima di rispondere.
Maest, lincontro ha avuto luogo, sul monte Tifata, vicino a Capua, nellItalia meridionale
So dove si trova Capua, soldato. Non ho bisogno di prendere lezioni di geografia da uno straniero, mi si spieghi invece dove si trova il mio ambasciatore. Non sono solito ripetere la stessa domanda due volte, meno che mai nel mio palazzo. Ti consiglio, quindi, di non farmi perdere tempo. Non ho molta pazienza. Non lasciarti ingannare dalla mia giovane et. Forse sarebbe meglio che ti ricordassi che stai parlando con un discendente di Alessandro Magno.
Il monarca alz la mano e decine di guardie macedoni armate di spade e scudi circondarono gli ambasciatori cartaginesi. Gli ufficiali punici si resero conto dellerrore. Avevano mantenuto un atteggiamento troppo rilassato considerato che si trovavano davanti a un re e s, era vero, la giovane et del monarca li aveva indotti a trattarlo con un certo paternalismo, cosa che aveva esasperato il sovrano.
Filippo V combatte contro i potenti regni vicini, la Siria, lEgitto e le citt greche ribelli che gli si oppongono, oltre a tenere a bada i Celti ai confini settentrionali. Non sottovalutate la sua capacit o non tornerete vivi da questa ambasciata. Le parole di Annibale, al momento di congedarsi da loro a Capua, risuonarono con stupefacente chiarezza in quel palazzo reale.
Gli ufficiali circondati si inginocchiarono davanti al re.
Senofane ha incontrato il mio generale sul monte Tifata riprese a parlare il veterano cartaginese, lo sguardo fisso a terra, pregando Baal che lo facesse uscire vivo da quella sala. L erano giunti a un accordo, come riportato sul documento che ti ho mostrato, ma Senofane fu catturato dai Romani mentre tornava in Macedonia. Non sappiamo altro. Siamo dispiaciuti per laccaduto. Il mio generale ha deciso di mandarci da te per poter concludere il patto fra i nostri Stati, sempre che tu lo ritenga opportuno.
Ci significa comment il giovane re che ora i Romani sono al corrente di questo possibile patto.
Esatto, maest rispose lambasciatore in ginocchio, gli occhi sempre a terra.
E quando pensavate di comunicarmi questa informazione? chiese il monarca.
Non avevamo alcuna intenzione di nasconderla, maest.
Portano spade e abiti romani comment Demetrio di Faro, che fino a quel momento era rimasto in silenzio.
Queste armi e questi abiti sono il frutto delle nostre vittorie contro i Romani sul Trebbia, sul Trasimeno e a Canne si difese lufficiale cartaginese.
Demetrio di Faro non rispose.
Nel documento che ti ho mostrato si parla della cattura di Senofane.  la prova migliore che non avevamo intenzione di tenerla nascosta, n noi n il nostro generale.
Filippo V di Macedonia torn ad appoggiarsi allo schienale del trono. Forse quegli emissari non mentivano. Era un peccato che Senofane fosse stato catturato. Era un servitore fedele. Il destino non sempre  giusto con i migliori.
Quel documento, consegnatemelo. Vedremo se ci che dite  vero.
Il veterano cartaginese tolse il rotolo da sotto il mantello, si alz lentamente, fece qualche passo e prima che potesse farne un altro, una guardia si avvicin e gli prese di mano il documento. Il soldato macedone, rapido, si avvicin al re e gli consegn il rotolo. Filippo V lo apr e inizi a leggerlo, senza fretta, assimilando ogni frase, ogni proposta. Lufficiale torn a inginocchiarsi e a tenere gli occhi bassi. Le guardie macedoni, le spade in resta, circondavano i Cartaginesi in attesa degli ordini del loro re. Per questo i due ufficiali di Annibale non poterono vedere Filippo V che annuiva lentamente, un gesto appena accennato ma percepibile dai presenti e in particolare da Demetrio di Faro, che intuiva che il vento avrebbe iniziato a cambiare.
Filippo V alz di nuovo la mano e le guardie si ritirarono di dieci, venti passi, fino a trovarsi contro le pareti della sala. I Cartaginesi sospirarono, ma non osarono muoversi.
Alzatevi disse infine il re. Credo che fra Cartagine e la Macedonia stia per iniziare unepoca di amicizia. Sarete affamati, dopo un viaggio cos lungo.
Abbiamo riposato poco per arrivare il prima possibile alla tua presenza. Qualunque cosa ci offrirai sar accolta con grande riconoscenza, maest.
Il re sorrise. Sembrava che il veterano cartaginese avesse finalmente trovato il tono adatto per rivolgersi a sua altezza, salvare laccordo e uscire vivo di l.
Che a questi uomini sia portato da mangiare e anche qualche donna ordin. Voglio che tornino soddisfatti e in vita dal loro generale.
Cera una certa ironia in quellin vita, che non sfugg ai Cartaginesi, anche se non seppero mai quanto fossero stati vicini a morire.
I soldati punici uscirono e, dopo di loro, a un cenno del re, le guardie della sala fecero altrettanto. Rimasero solo Demetrio di Faro e il monarca.
Che cosa ne pensi, Demetrio?
 unopportunit per recuperare uno sbocco sullAdriatico e spazzare via i Romani dal protettorato che hanno osato stabilire vicino alle frontiere macedoni.
E per te di recuperare il trono, non  vero, Demetrio?
Solo se questa sar la tua volont.
Saggia risposta, Demetrio, saggia risposta. Credi che Annibale sconfigger definitivamente i Romani?
Demetrio di Faro riflett qualche secondo prima di rispondere.
S, credo di s. Dopo il Trebbia, il Trasimeno e Canne, Roma  molto indebolita. Molti dei suoi alleati in Italia la stanno abbandonando. E Capua  caduta nelle mani di Annibale.
Che peccato, Demetrio, che tu abbia esitato qualche secondo. Ho anchio i tuoi stessi dubbi. S. Il monarca si alz e passeggi con le mani dietro la schiena per lampia sala del trono. In ogni caso, non possiamo lasciarci sfuggire questa opportunit. Faremo un patto con quel generale cartaginese e attaccheremo il protettorato romano in Illiria. Chi pu dirlo, Demetrio. Forse tornerai a essere re.
Demetrio di Faro sorrise amabilmente e si inchin davanti al giovane monarca macedone. Dopo aver chiesto il permesso di allontanarsi e dopo che il sovrano glielo ebbe concesso, si ritir. Filippo V di Macedonia continu a passeggiare per la vasta sala. Forse i dubbi di entrambi erano infondati, pens. O forse no. Era gi trascorso un anno da quando aveva risalito lAdriatico per affrontare i Romani, ma ad aspettarlo aveva trovato una potente flotta. Allora aveva evitato lo scontro e deciso di lasciare le cose come stavano. Alla prossima occasione non si sarebbe ritirato. Avrebbe visto come combattevano quei Romani. Se un cartaginese poteva sconfiggerli, allora poteva farlo anche un macedone.

72
LUNIONE DI DUE FAMIGLIE

Roma, gennaio 215 a.C.
Nel 215 a.C., al Foro di Roma si parlava solo di due cose: del patto che Annibale aveva stretto con Filippo V di Macedonia contro Roma e dellunione di due delle famiglie pi importanti della citt, grazie al matrimonio del giovane tribuno Publio Cornelio Scipione, figlio e nipote degli Scipioni proconsoli in Hispania, con la giovane orfana Emilia Terza, figlia del console caduto a Canne, della famiglia degli Emilii. La storia dellautorizzazione del vecchio console scritta su una tavoletta e custodita in una vecchia cassapanca era passata di bocca in bocca per tutta la citt, deliziando mature matrone, giovani patrizie sognatrici e serve e schiave di ogni condizione.
A casa di Emilia, il primo dei due argomenti, che pure era di grande importanza, dal momento che in un modo o nellaltro tutto ci che aveva a che fare con la guerra di Annibale li riguardava direttamente, negli ultimi giorni era passato in secondo piano a causa dei preparativi del matrimonio.
Nellatrio della domus, la giovane assisteva nervosa alla lunga discussione tra il fratello Lucio Emilio e il suo promesso Publio, che cercavano una data adatta per celebrare le nozze.
Se togliamo i giorni lunari diceva Lucio Emilio, mentre guardava alcune tavolette con il calendario romano, dovremo scartare le calende, le none e le idi di questo mese. Non potremo scegliere neanche i giorni posteriori e inoltre dovremo lasciar passare le Parentalia. Non sarebbe un momento n adeguato n propizio.
Daccordo, ma a me e a tua sorella piacerebbe celebrare il matrimonio prima delle Lemuria rispose Publio.
In quel momento la stessa Emilia, infrangendo ogni norma imposta dal decoro, si intromise nella conversazione.
In maggio no, per favore, porta sfortuna.
I due giovani la guardarono con condiscendenza e sorrisero. Erano entrambi abituati alle sue sfrontatezze, dovute al fatto che il padre si era rilassato nellimporre una disciplina alla giovane, dopo la morte della madre. Maggio non rientrava fra i mesi inappropriati per sposarsi e in realt sarebbe stato adatto, tenendo conto delle limitazioni imposte dalle feste in onore dei defunti o di altre ricorrenze. Tradizionalmente era per considerato un mese sfortunato per i matrimoni, e a quanto pareva Emilia condivideva quella superstizione. Publio non voleva contrariarla. Inoltre, era consapevole che molti occhi erano puntati su quellunione e voleva evitare che qualcuno potesse presagire disgrazie per i contraenti o per le loro famiglie, per aver scelto un giorno poco adatto. Publio non lo comprendeva del tutto, ma aveva imparato dal padre a non disprezzare il potere delle credenze e limportanza delle apparenze.
Che ne dite di aprile, allora? propose. In questo modo lasceremo passare anche le celebrazioni e i sacrifici di marzo per la nuova campagna bellica. Si rivolse alla promessa. Aprile inoltre  la primavera, la luce.
Emilia sorrise senza dire nulla e abbass gli occhi.
Bene concord Lucio. Aprile mi sembra un mese adatto. Consulter gli uguri per scegliere un giorno che non sia endoterciso, probabilmente verso la fine di aprile.
Alla fine di aprile conferm Publio ma evitiamo di consultare quel vecchio ugure di Fabio Massimo. Non credo che veda questa unione di buon occhio e prevedo una certa soggettivit nella sua interpretazione del futuro.
Evitiamo Fabio, certo concord Lucio, e i due giovani scoppiarono a ridere. Fabio era ugure a vita, ma ce nerano altri che potevano essere consultati.
Publio e Lucio Emilio si alzarono e sancirono con un abbraccio laccordo sulle nozze che avrebbero unito ancora di pi le loro famiglie.
Accompagnato da uno schiavo, Publio torn a casa sguazzando fra le pozzanghere, sotto una fitta pioggia. Il suo cuore era felice. Presto Emilia sarebbe stata sua e avrebbe potuto stringerla fra le braccia ogni notte.

Roma, aprile 215 a.C.
Era la notte prima delle nozze. Emilia, con indosso una tunica adornata in porpora, insieme al fratello Lucio raccolse i giochi che avevano accompagnato la sua infanzia. Quasi tutti regali che il padre le aveva portato al ritorno dal Foro. Quando li ebbe ammucchiati tutti in una cassapanca, due schiavi la sollevarono e restarono in attesa delle istruzioni del padrone, Lucio Emilio. La vita di Emilia doveva procedere verso una nuova meta. La giovane doveva lasciarsi alle spalle tutto ci che laveva accompagnata nellinfanzia e nella pubert.
Emilia si tolse la piccola bullache portava al collo delicato e la consegn al fratello che lentamente, con cautela, la prese nella mano destra e la copr con la mano sinistra. Lucio concedette qualche secondo alla sorella e lei ne approfitt per respirare profondamente tre volte.
Bene, andiamo disse poi il giovane.
Il pater familiasusc dalla stanza, con la bulladella sorella fra le mani, seguito dagli schiavi con la cassapanca piena di giochi. A chiudere la piccola comitiva, Emilia, che camminava lenta, lo sguardo fisso a terra. Non sarebbero stati pi molti i passi che avrebbe fatto in quelle stanze che lavevano vista crescere insieme alla sua famiglia.
Insieme uscirono nellatrio, dove li aspettavano familiari e amici. L, vicino al piccolo altare degli di Penati della casa, vennero consacrati i giochi e la bulla, con uninvocazione speciale a Giunone perch proteggesse Emilia nella nuova vita che la aspettava.
La giovane si tolse la tunica e infil la tunicarecta, bianca come il latte, che la copriva fino ai piedi. Si sedette, e una donna, amica della famiglia, che si era sposata solo una volta, la aiut a raccogliere i capelli con affetto e attenzione, avvolgendo la folta chioma scura in una piccola reticella rossa. Cos, dopo aver salutato i presenti, Emilia si ritir di nuovo nella sua stanza, che ora era molto pi vasta, quasi vuota, dopo aver ripulito tutti gli scaffali e il pavimento dei ricordi dinfanzia. Si stese sul letto e aspett larrivo del nuovo giorno. Non riusc a dormire. Pens al futuro marito e alla vita che la aspettava con Publio. Sapeva di essere fortunata: molte ragazze non conoscevano lo sposo fino al giorno delle nozze. Lei invece aveva potuto parlare con lui innumerevoli volte, perfino nelle avversit, come quando aveva ricevuto la notizia della morte del padre e aveva sentito labbraccio delle forti braccia di quel giovane che stava per sposarsi con lei. Era amore quello che provava? Emilia non sapeva molto dellamore. Qualche poema letto di nascosto, quello che dicevano le schiave:  come se lo stomaco ti si restringesse e non puoi pi mangiare e poi arriva una felicit indescrivibile. Ed  sempre cos, da un estremo allaltro, finch dura. Lei aveva provato quella sensazione allo stomaco ogni volta che Publio era andato a trovarla; aveva sempre paura che non volesse pi parlare con lei, che si fosse stancato, che non la trovasse pi divertente o bella o qualunque altra cosa cercassero gli uomini nelle donne. Per qualche istante si sent felice, poi una lunga oscurit si impadron dei suoi pensieri: quella guerra eterna contro Annibale. Quella guerra che avrebbe condizionato la sua vita, lo sapeva. Il suo futuro marito era un importante tribuno militare e prima o poi sarebbe stato obbligato a tornare al fronte. Publio era uscito illeso dal Ticino, dal Trebbia, dal Trasimeno e perfino da Canne. Gli di avrebbero continuato a proteggerlo? E lei? Sarebbe stata allaltezza delle circostanze? Lalleanza fra le due famiglie dipendeva in gran parte dal fatto che il suo promesso fosse soddisfatto di lei. Emilia sentiva che Publio la amava fin dal primo giorno in cui era entrato in casa sua e aveva passeggiato e conversato con lei, trattandola con affetto, quasi come una bambina, ma guardandola come una donna, o almeno cos le era sembrato. Ormai non era pi sicura di nulla.
Chiuse gli occhi e, avvolta in quei caldi ricordi, preg gli di affinch proteggessero sempre il suo amato Publio. Infine riusc a prendere sonno.

Allalba, due anziane schiave la aiutarono a vestirsi come prevedeva unoccasione tanto speciale e le fecero una complessa acconciatura, in cui si fondevano sei trecce adornate con lacci: era un modo di acconciarsi molto simile a quello delle sacerdotesse vergini che consacravano la loro vita alla religione. Emilia era pettinata come una vestale pura. Poi, sopra i capelli, mise un velo sottile di un tono arancione, che le copriva la pallida fronte. Tremava. Aveva paura e non voleva confidare i propri timori alle schiave o alle amiche di famiglia. Aveva il terrore di fare qualcosa di inappropriato durante la cerimonia e che venisse considerato un cattivo presagio. Temeva che per colpa sua la loro felicit futura fosse rovinata da un affronto agli di. Non aveva mai sentito tanto la mancanza della madre. E del padre. Soprattutto del padre. La testa le scoppiava, fra tutte le cose che doveva fare e il modo giusto di farle. Mentre le mettevano la corona con i fiori di verbena, di mirto e darancia, ripassava mentalmente ogni passaggio.
Si alz. La tunicarectanon era legata. Emilia era magra e il vestito le andava grande, ma lamica di famiglia che la aiutava a vestirsi prese una cintura di tela e strinse bene la tunica con il complicato nodus herculeus. Un nodo difficile da sciogliere, come lunione che sarebbe stata sancita nel giro di pochi minuti. Sopra la tunica bianca, la donna gett un mantello color crema e poi aiut Emilia a infilare un paio di sandali dello stesso colore.
Lucio entr quindi nella stanza e si colloc alle spalle della sorella. Separ i nastri dellacconciatura con attenzione e sistem una collana di metallo al collo della futura sposa. La baci sulla guancia.
Sei pronta?
S rispose Emilia con decisione.
Il fratello sorrise.
Bene le rispose e la port per mano fino allatrio della domus.
Questa volta non cerano soltanto gli amici e i familiari ad aspettare la sposa, ma anche tutti i familiari e gli amici dello sposo, fra cui Pomponia, la madre, e Lucio Cornelio, il fratello. Mancavano i proconsoli: Publio Cornelio Scipione e Gneo Cornelio Scipione si trovavano ancora in Hispania, a combattere per Roma. Publio padre aveva inviato una lettera per quel momento tanto importante, che il fratello dello sposo lesse a voce alta:
A Lucio Emilio Paolo,pater familias della famiglia della promessa del mio primogenito: ricevo con grande piacere la notizia delle nozze imminenti di mio figlio Publio Cornelio Scipione con Emilia Terza, figlia di Emilio Paolo, senatore e due volte console di Roma. Non mi  possibile essere in citt e accompagnarvi in una giornata tanto felice, ma da qui vi mando la mia benedizione e il consenso a questa unione, insieme alla benedizione di mio fratello Gneo. Che gli di proteggano questa unione e che da questa sorga la forza di Roma per piegare i nostri nemici.
Firmato: Publio Cornelio Scipione, proconsole di Romacum imperium in Hispania.
Poi Lucio lesse la lettera del padre, che Emilia e il giovane Publio avevano trovato nella vecchia cassapanca della domusdi famiglia. Una volta terminato, riprese posto accanto allo sposo e alla madre di lui.
La cerimonia ebbe inizio. Un popaport un grande agnello, che venne accompagnato docilmente fino allaltare di famiglia. Lucio Emilio lo sacrific e vers il sangue dellanimale in onore degli di. Si allontan quindi dallanimale ormai morto e lasci che si avvicinasse un anziano, che avanz aiutato da un lungo bastone di pino. Era lauspexdella famiglia della sposa. Si chin sopra lanimale sacrificato e con mani ossute e rugose estrasse le viscere dellagnello e le pos sullaltare. Un silenzio teso riemp di solennit il momento, mentre lauspexosservava con attenzione le viscere. Nessuno gli mise fretta o comment. Tutti si limitarono ad aspettare, attenti.
Lauspexinfine si raddrizz e, guardando i presenti, condivise con loro il suo sacro vaticinino. Emilia guardava a terra. Publio guardava Emilia. Entrambi, senza rendersene conto, trattennero il fiato.
Gli auspici sono buoni. Non vedo nulla di brutto o di insolito nelle viscere di questo animale. Lunione gode del favore degli di. La cerimonia pu proseguire.
Emilia e Publio lasciarono andare contemporaneamente un lungo sospiro. Publio, che la osservava, sorrise. Lei invece continu a guardare a terra.
Il fratello Lucio Emilio nel frattempo aveva preso le tabulae nuptialese gli amici e i familiari le firmarono, fino ad arrivare ai dieci testimoni necessari per convalidare lunione che stava per aver luogo. Terminata la raccolta delle firme, i familiari degli sposi si separarono in due gruppi e lasciarono un piccolo corridoio centrale, lungo il quale avanz una donna anziana. La pronuba, vestita di bianco, cammin lenta fino ad arrivare al centro dellatrio.
Lucio Emilio accompagn quindi la sorella accanto alla pronubae Pomponia fece altrettanto con il figlio. La pronubaprese la mano destra di Publio ed Emilia e le un davanti a s.
Cal un silenzio ancora pi profondo di quando lauspexaveva studiato le viscere dellagnello sacrificato, al punto che si poteva sentire il suono del vento che agitava le tenere foglie primaverili degli alberi del giardino. Finch le voci di Publio ed Emilia non pronunciarono la formula nuziale sacra di Roma:
Qui es? chiese Publio.
Ubi tu Gaius, ego Gaia rispose Emilia.
Il silenzio venne spezzato dalle acclamazioni e dagli applausi dei presenti.
Feliciter, feliciter, feliciter!
Lucio Emilio invit gli amici e i familiari a spostarsi nel giardino della casa, preceduti dalla coppia, ormai marito e moglie. Nel peristiliumdella casa degli Emilii Paoli erano stati preparati numerosi tricliniae tavoli coperti da ogni genere di cibarie: fichi secchi, mele, pere, prugne, uva, cotognata, frutti di colori vivaci, molti mai visti prima dagli invitati: pesche di Persia e prugne dArmenia. Erano stati portati anche formaggi di capra e di pecora, alcuni teneri e altri pi stagionati; fette di pane con miele, maiale arrosto tagliato a fette sottili, agnello croccante, ben tostato; coniglio con sale aromatizzato da spezie esotiche; arrosto di toro con salsa. Ma niente carne di capra, la pi comune a Roma, inaccettabile a un matrimonio di quel livello. Cerano invece anatra, oca, pernici, beccaccini, tordi, gru, beccacce e tortore. Al centro, a presiedere quel banchetto interminabile, spiccavano due grandi cinghiali arrosto interi. Per accontentare tutti i presenti, Lucio fece portare anche pesce sotto sale per chi non voleva mangiare carne, insieme a uninfinit di pietanze su cui gli ospiti facevano scorrere lo sguardo mentre lo stomaco si preparava ad accoglierle. E su ogni tavolo abbondavano le caraffe del migliore vino dei vigneti della famiglia. I cuochi della casa erano stati aiutati dagli schiavi della famiglia degli Scipioni per far fronte allenorme sfida di riuscire a preparare il banchetto in tempo.
Familiari e amici si sedettero a mangiare e si godettero le numerose pietanze che uscivano dalla cucina, dove gli schiavi continuavano a lavorare a pieno ritmo, e il vino che scorreva in abbondanza. Si parl della famiglia, dellimportanza di quella unione, dei forti vincoli che venivano cos consacrati fra i due potenti clan di Roma. Pomponia annuiva rispettosa al giovane Lucio Emilio, erede della gloria del padre da poco scomparso a Canne.
Che cosa succeder adesso con la guerra? chiese Lucio Cornelio, il fratello di Publio.
La domanda non era rivolta a nessuno in particolare, semplicemente il ragazzo, rimasto distante dagli ultimi accadimenti, al vedere l riuniti tanti ufficiali che avevano partecipato alle battaglie pi recenti, non era riuscito a trattenersi dal chiedere la loro opinione.
La madre lo guard con un certo rimprovero, ma Lelio ne approfitt subito per discutere di argomenti che lo mettevano meno a disagio delle intricate genealogie patrizie di Roma. In quella situazione, fra amici, bevendo buon vino e con lo stomaco pieno, ci si sentiva al sicuro, abbastanza forti da affrontare il terribile argomento della guerra contro Cartagine. O contro Annibale.
 difficile a dirsi inizi Lelio. Prima di tutto, non  ancora chiaro se Annibale abbia fatto bene a dividere il suo esercito.
Forse no comment Lucio Emilio ma Magone  riuscito a fare in modo che molte citt del Sud, le citt bruttie, passassero ai Cartaginesi. Poi  andato fino a Cartagine a chiedere rinforzi. Questo s  pericoloso.
S,  la cosa pi pericolosa concord il giovane Publio e smise per un attimo di contemplare la sua sposa, per lasciarsi coinvolgere dalla conversazione.  questo il vero pericolo, ma dobbiamo ringraziare gli di che il Consiglio degli Anziani cartaginese sia tanto confuso quanto lo  il nostro Senato. Annone, da quel che ho saputo, era contrario allidea di inviare altre truppe in Italia.
S, disse Lucio Emilio ma alla fine hanno riunito alcuni elefanti e un forte contingente di cavalleria, quattromila cavalieri credo, perch venissero in Italia con un nuovo generale, un certo Bolmi Bo
Bomilcare intervenne Lelio. Anchio ho fatto fatica a imparare questo nome. In ogni caso, la suddivisione dellesercito ha indebolito Annibale. Il suo tentativo di prendere Neapolis  fallito e la resa di Capua  avvenuta solo perch  riuscito a manipolare il Senato della citt e ad arrivare a un accordo con il suo capo, Pacuvio.
Quello di Capua  alto tradimento nei confronti di Roma esclam Lucio Emilio indignato, quasi urlando. Il vino iniziava a fare effetto sugli invitati, come sullanfitrione. Mi risulta che Fabio Massimo sia particolarmente offeso con la citt e che non tarder a inviare diverse legioni contro Capua.
E i trecento ostaggi romani che sono trattenuti a Capua, quelli consegnati da Annibale come difesa da un possibile attacco? chiese Emilia, intervenendo per la prima volta nella conversazione.
Quegli ostaggi rispose Lelio sono i pochi sopravvissuti fra coloro che si arresero a Canne. Annibale ordin che fossero salvati dal massacro a cui condann gli altri e sappiamo gi quanta poca stima abbia Fabio Massimo delle loro vite. No, non credo che questo cambier le cose a favore dei cittadini di Capua, quando le nostre legioni li attaccheranno. Il fatto grave  che Annibale ha promesso a Capua il controllo dellItalia se Roma sar sconfitta e si  assicurato cos la sua lealt, soprattutto finch le nostre legioni non si dimostreranno pi efficaci nel combattere linvasore cartaginese. Quello di Capua  stato un colpo terribile.
S, disse Publio ma Annibale non  riuscito a sconfiggere la resistenza del nostro grande generale Marcello a Nola e neanche a ottenere la resa di Casilinum. Sembra che il vento stia cambiando.
Forse, intervenne Lucio Emilio purch non arrivino rinforzi dallAfrica o dalla Macedonia. Non dimentichiamo il patto con Filippo V. Le forze in Italia si sono equilibrate, ma Annibale ha il vantaggio di aspettare truppe di rinforzo, mentre noi disponiamo sempre delle stesse risorse e abbiamo sempre pi fronti di cui occuparci: ci sono i Galli al Nord, sempre pi ribelli, e la situazione in Sicilia e Sardegna non  tranquilla.
Peccato che il tentato omicidio di Annibale sia fallito comment Lelio, mentre guardava il fondo del calice.
Hanno cercato di uccidere Annibale? Allora  vero quello che si dice al Foro? chiese Lucio, il fratello di Publio, con gli occhi spalancati.
S spieg Lelio. Il figlio di Pacuvio non era contento del modo in cui il padre aveva ceduto la citt di Capua ai Cartaginesi e dicono che abbia cercato di pugnalarlo durante la cena, ma la guardia di Annibale  intervenuta prima che ci riuscisse. Un peccato, perch avrebbe semplificato molto le cose. Un vero peccato. Con tutti i nemici che il generale cartaginese sta accumulando, mi chiedo chi sar a ucciderlo. Ma tornando a quel che diceva Lucio Emilio, sui Galli ha ragione. La morte del console Postumio e la perdita delle sue legioni al Nord ci ha lasciati con forze appena sufficienti a resistere, mentre Annibale calcola bene i tempi, in attesa di lanciarsi contro di noi non appena arriveranno le truppe che sta aspettando.
Fabio Massimo non ha certo tardato ad approfittare delloccasione della morte di Postumio comment Publio. Stavano per eleggere console Marcello, ma lui con le sue manovre  riuscito a farsi nominare al posto di Postumio per quel che resta dellanno.
Il suo terzo consolato fece notare Lucio Emilio. E non sar certo lultimo.
Quante volte pu essere eletto console un senatore? chiese Emilia a voce bassa. Non c un limite?
No, non c un limite prefissato, rispose Publio ma si cerca di evitare che la stessa persona rivesta troppo spesso lincarico, soprattutto di seguito. Fabio Massimo sfrutta leccezionalit della guerra per sostenere la necessit di misure straordinarie, come farsi eleggere console ogni volta che gli sembra opportuno.
Per bisogna ammettere che dopo Canne ha mantenuto la calma comment Lelio.
S, certo, concesse Publio ma questo suo accanimento a voler essere al potere inizia a essere sospetto.
Comunque sia, intervenne Lucio Emilio, sollevando il calice le poche buone notizie che arrivano a Roma sono la resistenza di tuo padre e tuo zio in Hispania, dove gli Scipioni hanno sconfitto Asdrubale, fratello di Annibale, impedendogli di arrivare in Italia via terra con rinforzi africani. La vittoria di tuo padre e tuo zio ha evitato che il fratello di Annibale lo raggiungesse con migliaia di soldati cartaginesi di rinforzo e questo merita un brindisi. Che gli di proteggano gli Scipioni in Hispania, che difendono cos bene Roma!
Tutti alzarono i calici. Si brind e si bevve con gusto. Publio pens al padre e allo zio. Gli sembrava ieri quando lo addestravano allarte della guerra. Ora il conflitto era giunto a una situazione di stallo e Roma era stata sconfitta in varie occasioni dai Cartaginesi. Fra tante sconfitte, cerano solo tre motivi di gloria per la citt: la tenace resistenza di Fabio nei momenti di peggior crisi, laudacia del generale Marcello negli ultimi combattimenti contro Annibale e le vittorie del padre e dello zio in Hispania contro il fratello del generale cartaginese. Publio si sent profondamente orgoglioso di essere il figlio e nipote degli attuali proconsoli in Hispania.
Negli ultimi giorni, mentre passeggiava al mercato e al Foro preso dai preparativi del matrimonio, aveva notato che la gente lo guardava con rispetto imbarazzante, lo servivano con particolare riguardo e molti al momento dei saluti gli auguravano il meglio per il padre e lo zio. La gente temeva che Asdrubale arrivasse in Italia, che ripetesse il cammino e limpresa portata a termine dal fratello maggiore qualche anno prima. Quello che un tempo sembrava impossibile, attraversare le Alpi con un esercito, non lo era pi e cera chi assicurava che Asdrubale Barca avesse giurato sui propri antenati che in un modo o nellaltro sarebbe arrivato in Italia, per aiutare il fratello a sconfiggere Roma. Per il momento, il padre e lo zio di Publio, gli Scipioni, gli bloccavano la strada. La sconfitta inflitta ad Asdrubale era stata rilevante, ma i Barca avevano dimostrato una determinazione che andava oltre ogni logica.
Publio temeva per la vita dei suoi familiari distaccati in Hispania, ma tenne per s i propri dubbi. Incroci lo sguardo della madre e per un attimo pens che Pomponia continuasse a leggergli nel pensiero come quando era bambino. Cos chiuse gli occhi e quando torn ad aprirli, la madre era scomparsa. Stava per andare a cercarla, ma si blocc. Probabilmente era in cucina a controllare gli schiavi che aveva portato perch aiutassero con il banchetto.
La voce di Lelio, gi un po alticcio, lo riport al presente.
E che mi dici della meretrice di cui Annibale gode i favori ad Arpi? Dicono che sia la donna pi bella del mondo. Credo che liberica Imilce rester senza marito.
Lelio scoppi a ridere e molti veterani si unirono a lui di gusto.
Perdona se ti contraddico, caro amico, rispose rapido Publio quando le risa furono scemate ma la donna pi bella del mondo  la mia Emilia e sono sicuro che pi duno lo confermer.
Giusto, mia sorella  la pi bella, senza dubbio intervenne Lucio Emilio.
Emilia arross.
Certo, certo si difese Lelio. La donna di Arpi  la pi bella dopo Emilia, naturalmente. E decise di aggiungere qualcosaltro, per ingraziarsi il giovane amico che temeva di aver offeso. La tua sposa  cos bella disse sollevando il calice e guardando Publio che non ha bisogno di gioielli o di collane. Emilia Terza, dico io, non dovr mai temere la Lex Oppiache obbliga le nostre belle romane a limitare lo sfoggio di gioielli in pubblico, dal momento che lei stessa  il gioiello pi bello.
I presenti annuirono e lo sposo alz il calice e bevve guardando Lelio.
Emilia aveva il viso in fiamme e abbass gli occhi a terra per nascondere il rossore.
Cos va meglio aggiunse Lucio Emilio nel tentativo di salvare la sorella dagli sguardi degli invitati. Ma  vero,  strano che Annibale si sia cercato una concubina dopo aver sposato una donna di Castulo. La relazione di Arpi non contribuir certo a placare gli animi dei mercenari iberici che lo hanno seguito dallHispania.
Forse no, comment Publio ma dimostra fino a che punto Annibale si senta sicuro in Italia, in attesa dei rinforzi dallAfrica, dalla Macedonia o dallHispania. Credo che non abbia dubbi che prima o poi arriveranno.
Fabio non ha esitato a reclutare altri schiavi disse Lelio. La cosa terribile  che si rifiuti di mandare rinforzi a Publio e Gneo Scipione in Hispania.  una scelta ingiusta nei confronti degli Scipioni e pericolosa per la campagna in quella regione.
Publio ascolt con attenzione le ultime parole di Lelio e la preoccupazione gli scese nellanimo. In quel momento vide la madre tornare sul triclinium. Aveva gli occhi lucidi.
In ogni caso, disse questo  il mio matrimonio, quindi basta con le chiacchiere sul conflitto. Per Castore e Polluce,  il giorno in cui mi sposo con la donna pi bella che ci sia, non voglio pi sentire parlare di guerra.
Publio pronunci quelle parole guardando la madre, che gli sorrise grata.
Mangiarono per ore senza sosta, fra le risate e la baldoria generale, fino al tramonto. Publio ed Emilia, seduti luno accanto allaltra, si guardavano spesso, lanciandosi sguardi complici, e ogni tanto ridevano. Erano felici.
Quando le ombre si allungarono nel giardino, giunse il momento di porre fine al banchetto perch il marito portasse la moglie nella sua futura casa, dove avrebbe dato inizio alla sua nuova vita come donna sposata.
Emilia, in assenza dei genitori, butt le braccia al collo del fratello Lucio e scoppi a piangere, scossa dai singhiozzi, senza permettere a nessuno di spezzare il nodo formato dalle sue braccia sottili. Lucio Emilio rideva e cos pure il giovane marito, bench fosse un po stupito dallautenticit con cui la giovane sposa recitava il ruolo di vergine trascinata via, rapita da un uomo che presto lavrebbe fatta sua.
Dopo qualche minuto, il pianto di Emilia si calm e Publio decise che era il segnale per proseguire con i riti nuziali. Prese la sposa con decisione per le braccia e, attento a non farle male, la separ dal fratello. La ragazza finse di opporsi, ma che fingesse oppure no, Publio era molto pi forte di lei e presto la giovane era fra le braccia del marito, allontanata dai familiari.
Una volta fuori di casa, Emilia cess di opporre resistenza e Publio allent la stretta. In strada li aspettavano diversi flautisti e cinque uomini alti con le torce, che diedero inizio alla deductiodalla casa della sposa fino a quella del marito. Dietro i cinque uomini con le torce sfilavano gli amici e i familiari, e infine tre bambini piccoli, i cui genitori dovevano essere ancora in vita. Ogni bambino aveva in mano un attrezzo tipico della vita domestica: il primo portava un fuso, il secondo una rocca e lultimo unaltra torcia accesa, ma di biancospino.
Percorsero cos le strade di una Roma in guerra che, al veder passare la felice comitiva, sembr dimenticarsi, anche solo per qualche istante, del conflitto ininterrotto e del pericolo costante rappresentato da Annibale che metteva a ferro e fuoco gran parte dellItalia, deciso a sottomettere e a cancellare dalla storia quella citt che ora si godeva il matrimonio di due giovani patrizi appartenenti a due delle famiglie pi importanti.
Hymenaeus, Hymenaeus! gridavano gli amici degli sposi, invocando il dio delle nozze.
Quando stava per arrivare a casa degli Scipioni, il corteo nuziale lanci noci ai bambini che si avvicinavano per assistere alla felice comitiva. I musicisti, i portatori delle torce, i bambini, i familiari e gli amici si radunarono intorno alla porta in attesa della coppia felice. Quando questa arriv sulla soglia, Publio prese la lana e la piccola boccetta di olio che gli consegnava il fratello e li pass alla moglie. Allora spalancarono la porta di casa e Publio prese in braccio Emilia e, attento a non inciampare, entr nella domusche a partire da quel momento sarebbe stata di entrambi. Emilia si rannicchi contro di lui come un cucciolo, abbracciata al collo del marito. Tutto and liscio e i due sposi entrarono insieme nella loro casa senza intoppi. I presenti tirarono un sospiro di sollievo e le esclamazioni di giubilo riempirono laria insieme alla musica.
Nellatrio della casa, Publio prosegu con le offerte alla moglie: questa volta le diede un po di fuoco e un po dacqua, che Emilia accett. Poi la ragazza, a sua volta, offr due monete, un asse per il marito e un altro per i Lari di quella casa. Quindi fu portata fuori limmagine del dio Mutinus Tutunus, che venne distesa a terra in modo che lenorme fallo del dio fosse rivolto verso lalto. Emilia si sedette con cura sulla statua, vicino al fallo. Rimase cos per qualche secondo, perch il contatto con il dio della virilit le assicurasse la fertilit. Poi si alz e torn accanto allo sposo.
Gli invitati si congedarono. In pochi minuti, latrio si svuot degli amici e dei familiari e rimasero solo la madre e il fratello del marito. Pomponia e Lucio, dopo aver augurato la buonanotte alla giovane coppia, si recarono nelle rispettive stanze. E i due sposi rimasero soli nellatrio.
Era ormai notte. Laria fresca di primavera spazzava le stanze di quella casa centenaria. Emilia guardava ammirata i mosaici che descrivevano le imprese militari degli antenati del suo sposo. Stava per dire qualcosa, ma il forte abbraccio di Publio la colse di sorpresa e un attimo dopo le labbra del marito furono sulle sue. Non era la prima volta, ma non si erano mai baciati con tanta foga. Non si trattava pi di un bacio furtivo strappato fra le ombre del giardino del padre. Emilia cap che non avrebbe dovuto aspettare molto per sentire il marito in tutta la sua persona.
Publio la prese in braccio e attravers latrio. Non cerano schiavi in vista. Il giovane tribuno aveva dato istruzioni precise: nessuno doveva disturbarli quando fossero rimasti soli. Emilia si rannicchi contro il suo petto, aggrappata al suo collo.
Publio sent il battito rapido del cuore della moglie, affannato, intenso, come quello di un coniglietto spaventato. Erano gi nella stanza che lui aveva fatto preparare per la notte di nozze. Intorno al letto erano sparsi uninfinit di petali e rami di rosmarino e timo che, accarezzati dalla brezza leggera che entrava dallatrio, impregnavano la stanza di effluvi rilassanti e suggestivi.
Publio fece sedere la sposa sul letto. Allent piano la reticella che le raccoglieva i capelli finch la lunga chioma scura e folta non si sciolse. La sfior con la punta delle dita. Emilia guardava a terra. Lui abbass la mano e si ferm allaltezza del petto della moglie. Le dita si insinuarono fra le pieghe della toga fino a palpare con decisione un seno. Emilia sussult e chiuse gli occhi.
Non ti far male. Era la voce dolce del marito. Tranquilla. Nessuno ti far male.
Lei annu, ma il suo corpo tremava.
Publio la distese sul letto. Seduto accanto a lei, cerc con le dita il nodus herculeuse si dedic per qualche minuto a sciogliere quel complesso intreccio di croci e giri di corda che, annodando la tunica della moglie, si frapponeva fra la bellezza del corpo nudo di Emilia e il tatto impaziente delle sue mani forti.
La corda infine cedette. Sciolto il nodo, Publio sollev la tunica ed Emilia allung le braccia per facilitargli il compito. Alla luce fioca delle lampade a olio, il corpo nudo della giovane patrizia sembrava fragile e bello al tempo stesso. Il marito rimase in silenzio. Emilia era distesa, senza sapere che cosa fare. Doveva muoversi?
Gli di mi sono davvero favorevoli disse piano Publio. Sei ancora pi bella di quanto avessi immaginato.
Scese il silenzio. Il giovane sposo pass i polpastrelli sulla pelle nuda della moglie.
Emilia chiuse gli occhi.
Abbracciami, per favore! si ritrov a chiedere, stupita lei per prima.
Publio la sollev e la fece sedere accanto a s, avvicin il suo corpo minuto al proprio e la strinse con forza. Rimasero cos per qualche secondo. Quando lui sent il cuore della moglie battere con pi calma, la baci sui capelli, sulle guance, sulle labbra, sulle mani, poi la fece sdraiare piano e la baci sul ventre, sulle cosce, sui piedi. Si alz e si spogli senza smettere di guardarla.
Tieni gli occhi chiusi le disse con decisione.
Lei obbed. Sapere che il marito si spogliava, che stava per possederla e non poterlo vedere accrebbe lansia damore che la pervadeva ed Emilia si sent stranamente umida.
Allimprovviso, il corpo robusto di Publio sopra il suo ventre, le mani di lui sul suo seno, le gambe snelle aperte e come una fitta dentro. Emilia lanci un gemito, ma il dolore svan in un mare di sensazioni sconosciute. La ragazza tenne gli occhi chiusi mentre il suo corpo si fondeva con quello del marito, e ringrazi gli di di averla messa al mondo, anche solo per vivere quella notte, quel momento, quella passione.

73
UNA RISSA NOTTURNA

Roma, 214 a.C.
Tito Maccio aveva concluso lAsinaria, come aveva deciso di intitolare la sua opera, che raccontava dei soldi ottenuti con la vendita di alcuni asini e delle circostanze comiche che si venivano a creare intorno a quel pagamento fra diversi personaggi: una cortigiana, il suo amato, altri amanti rivali, padri, madri, schiavi. Tito era appena tornato dal mulino, aveva rivisto lultima scena e restava solo il grande momento della firma del testo. Aveva gi scritto il suo nome, Tito Maccio, ma sapeva che per presentarsi nel mondo del teatro era meglio usare un nome completo, che assomigliasse a quelli romani, con un praenomen, un nomene un cognomen. Tito sarebbe stato il praenomene Maccio il nomen, ma gli serviva un cognomen. Era seduto sulle coperte, la schiena appoggiata alla parete e le gambe ben dritte, perch i muscoli si riprendessero dagli sforzi della dura giornata di lavoro alla ruota del mulino. Si era tolto i sandali e vide davanti a s i piedi nudi, ricoperti dai calli a furia di camminare, giorno dopo giorno, in cerchi infiniti. Gli facevano male. Aveva i piedi piatti e lo sforzo continuo non gli giovava affatto, cos come erano state una tortura le lunghe marce nelle campagne del Nord. Lanci unaltra occhiata ai piedi e sorrise. Ricord come lo chiamavano a Sassina, da bambino, per quel difetto. Era il soprannome che veniva dato in Umbria a chiunque avesse i piedi piatti. Pens che era una possibilit, ma in latino quel nome assomigliava molto alla parola che si usava per indicare un cane con le orecchie grandi e cadenti. Non era adatto, o s? In fondo firmava una commedia, dove ogni parola era destinata a far ridere il pubblico, allora perch non iniziare a farlo sorridere con il nome dello stesso autore? S, certo. Tito si chin sul papiro del quarto rotolo che gli ci era voluto per completare lopera e aggiunse un terzo nome. Ora aveva un nome completo. Tito come praenomen, Maccio come nomene un cognomena completare il tutto. Adesso poteva andare a mostrare la sua opera a Rufo.
Era scesa la notte e nelle strade di Roma, soprattutto in quel quartiere, la sicurezza brillava per la sua assenza, ma chi avrebbe mai derubato uno come lui, vestito di stracci e puzzolente? Tito non ci pens due volte. Avvolse i rotoli fra le pieghe della tunica e si incammin verso il fiume, per poi costeggiare il quartiere delle prostitute, attraversare il Foro e giungere nei pressi della Via Appia, allaltro capo della citt, dove un tempo viveva Rufo. Era possibile che non abitasse pi l, ma qualcuno gli avrebbe detto dove trovarlo. Tito era invaso da un allegro ottimismo, quasi infantile. Camminava come un ragazzino a cui avessero regalato dei dolci. Prima di uscire, aveva pensato di lasciare i rotoli nella stanza finch non avesse scoperto dove viveva limpresario, ma lansia di mostrare quella che era convinto fosse una grande opera teatrale aveva avuto la meglio e si era portato dietro i rotoli.
Evitando le prostitute e le loro offerte, qualcuna ragionevole e altre folli, arriv al fiume. Era una tranquilla notte di primavera e per strada i carri transitavano rapidi, carichi di mercanzie di ogni genere e di attrezzi per il mercato, che avrebbe aperto allalba. Fu lungo il fiume, prima che potesse svoltare per dirigersi al Foro, che comparve quel gruppo di giovani mezzi ubriachi. Erano ben vestiti, figli di patrizi annoiati che dopo una notte di baldoria con le prostitute avevano deciso di terminare la festa ubriacandosi in qualche lurida taverna del Tevere. I vestiti di buona qualit non allarmarono Tito. Fu questo il suo grande errore.
Guarda, un poveraccio, un miserabile del fiume sent dire da uno di quei giovani, mentre si avvicinavano.
Sono scorie, sent dire da un altro scorie che sporcano le strade di Roma.  per colpa di spazzatura simile che non riusciamo a sconfiggere quel bastardo di Annibale. Corrompono lo spirito di Roma con la loro lordura.
Tito inizi ad accelerare il passo. Non voleva fare incontri sgradevoli e meno che mai quella notte. Aveva con s i suoi preziosi rotoli e in una rissa avrebbero potuto rovinarsi. Non temeva la rissa. Non poteva esserci niente di peggio delladdestramento militare o delle disastrose battaglie in cui si era ritrovato, ma rischiava di danneggiare i suoi preziosi rotoli, con le sue parole, i versi, le scene, i suoi cinque atti, tutta la sua opera, la fatica di un anno intero.
I giovani gli corsero dietro.
Prendiamolo, mettiamo fine alla miseria di Roma, per Ercole. Questa notte faremo pulizia gridarono e si lanciarono contro di lui.
Tito non sapeva esattamente quanti fossero e se erano armati. Mentre li incrociava aveva tenuto gli occhi bassi, proprio per evitare di provocarli, perch conosceva bene la diffidenza degli abitanti della notte romana. Non aveva tenuto conto degli ubriachi annoiati, dei figli di patrizi in cerca di una rissa. Lo spinsero e cadde a terra. Sent uno schiocco dentro di s. Come se si fosse rotto, o storto, qualcosa. Una fitta acuta alla spalla destra. Si era fatto male cadendo, perch aveva parato il colpo con la spalla e il braccio destro, per non mollare i rotoli che teneva fra le mani. Doveva essersi rotto qualche osso, ma aveva salvato la sua opera ed era quello limportante. Presto per i giovani lo presero per le braccia e quando lo scrollarono, i suoi preziosi rotoli si sparsero a terra. Due rimasero a terra, ben chiusi, ma gli altri due si aprirono e si srotolarono per diversi passi, tanto erano lunghi. Tito cerc di alzarsi per metterli in salvo, ma fu raggiunto da una pioggia di calci e distinto si rannicchi in posizione fetale e si protesse la testa con le mani. Lo colpirono finch non si stancarono. Dovevano essere quattro o cinque.
Lasciamolo perdere. Non si difende neanche.  ancora pi noioso delle puttane.
E se lo ammazzassimo?
Giusto, ammazziamolo.
Tito Maccio respirava ancora, affannosamente, mentre cercava di recuperare il fiato e le forze per liberarsi da quegli imbecilli, evitare i loro colpi e recuperare la sua opera. Sdraiato di lato, sbirci fra le dita semiaperte. I rotoli erano ancora l.
Guarda disse uno dei giovani. Portava questo.
Tito vide che uno di loro prendeva un rotolo e lo mostrava agli altri.
Sembrano rotoli di papiro.
Li avr rubati.
Tito Maccio approfitt del momento di distrazione e si alz.
Lasciatelo stare disse a voce alta, ma non pronunci le parole con chiarezza e la frase si spense in un gemito soffocato dal sangue che gli sgorgava dalla bocca. Un calcio gli aveva spaccato il labbro inferiore e un dente. Sput a terra.
Tutti si voltarono a guardarlo. Prima si stupirono, dopo averlo dato praticamente per morto, ma poi scoppiarono a ridere.
Per tutti gli di. Sembra che il topo di fiume respiri ancora.
Datemi quei rotoli, mi appartengono.
Questa volta parl in modo comprensibile. Ma le risate degli aggressori continuavano a regnare fra le ombre.
Datemi quei rotoli, li ho scritti io, sono miei.
Il tono di Tito era a met fra la richiesta e la supplica. Sentiva dolore ovunque. Non poteva difendersi. Voleva solo recuperare il suo lavoro, tornare nella sua stanzetta e restare sdraiato finch le ferite non si fossero curate.
Scese un breve silenzio.
Menti disse infine uno di loro. Li hai rubati. Non  possibile che un miserabile come te si dedichi alla scrittura. Quindi prese un rotolo e lo scagli con tutte le forze nel fiume.
Tito Maccio si volt e vide il rotolo cadere nella corrente abbondante. La luce della luna si rifletteva sullacqua e Tito guard il Tevere che si portava via le sue parole, perdute per sempre. Si volt di nuovo verso i giovani. Era furioso. Restavano tre rotoli. Senza dire una parola, si lanci addosso a loro e con una forza bestiale uscita dal profondo delle viscere, inizi a colpirli. Due li stese con un pugno, ma il terzo, molto pi alto e forte di lui, restava in piedi. Allora entr in azione il quarto e a loro si unirono i due che si erano presi i pugni iniziali. Nella lotta, Tito strapp via uno dei rotoli e se lo strinse al petto, mentre tornavano a colpirlo tutti insieme. Questa volta volevano ucciderlo e ci sarebbero riusciti se le grida di Tito non avessero richiamato lattenzione dei triumviri che pattugliavano la zona e che si avvicinarono per vedere che cosa succedeva.
Quando arrivarono i soldati della milizia di Roma, lo spettacolo offerto da Tito Maccio era desolante. Era rannicchiato in una pozza di sangue che gli sgorgava dalla testa e da un braccio. Provava un dolore acuto allo stomaco e al fegato. Apr gli occhi e vide i giovani allontanarsi fra le risate, dopo aver lanciato nel fiume gli altri due rotoli che non era riuscito a recuperare: uno, due e per Ercole e per tutti gli di tre. Tito si guard le mani e si accorse che durante la rissa gli avevano strappato via anche il rotolo che aveva recuperato. Fra le dita gli restava solo un piccolo frammento di papiro. I triumviri, sciolta la rissa e dopo aver visto che Tito, sia pure trascinandosi, poteva ancora muoversi, si limitarono a dargli lennesimo calcio e a ordinargli di levarsi di l. Carponi, appoggiandosi a una parete, si alz e, zoppicando, prese la strada per tornare a casa.
Una volta nella sua stanza, dopo una camminata penosa, si trascin a fatica e si sdrai sulle coperte luride per riprendere fiato. Pochi minuti dopo, accese la lampada per esaminare le ferite: aveva tagli ovunque, alcuni profondi che perdevano molto sangue. Strapp le coperte e ne ricav delle bende rudimentali. Avrebbe potuto cercare aiuto, ma ormai la sua opera era perduta. Non gli importava pi di nulla. E poi probabilmente nessuno lo avrebbe soccorso, lui, un povero straccione, un miserabile mendicante, ferito, nauseabondo. Seduto, la schiena appoggiata alla parete, fra i singhiozzi soffocati avvicin al viso il piccolo frammento di papiro che era tutto quello che gli era rimasto della sua opera: solo tre parole. Ironicamente, il destino gli aveva concesso di salvare solo la sua firma in calce al testo, il suo nome, con tanto di praenomen, nomene cognomen: Tito Maccio Plauto.
Si rannicchi in un angolo e si augur di morire dissanguato e di abbandonare una volta per tutte quel mondo fatto di fame, dolore e solitudine. Fino a qualche ora prima aveva un motivo per combattere, il fiume si era portato via la sua ultima speranza.

74
IL QUARTO CONSOLATO

Roma, 214 a.C.
Catone aspettava il suo mentore. Si affacci alla porta principale e osserv la via che serpeggiava fra i cipressi. Un tragitto di morbide curve che partiva dalla strada che conduceva a Roma e terminava allentrata della villa di Fabio Massimo, alle porte della citt. La guerra proseguiva e Catone aveva visto Fabio rafforzarsi nel proprio potere, subire attacchi terribili, superarli e restare saldo non solo al Senato ma anche al cuore del potere di Roma. Era appena stato nominato console per la quarta volta, in quella che in molti definivano unelezione pi che discutibile. In principio erano stati scelti Otacilio Crasso ed Emilio Regillo, uomini di prestigio ma privi di unesperienza militare rilevante. Catone era presente quando Fabio Massimo si era alzato in Senato e aveva protestato con furia per quella decisione.
Roma si trova al centro di una delle guerre pi cruente che abbia mai dovuto affrontare! E in questa situazione, eleggiamo due uomini senza esperienza militare per affrontare il generale pi abile contro cui abbiamo mai combattuto?  cos che Roma vuole vincere o  cos che Roma vuole suicidarsi? Perch se  questo che cerchiamo, eccomi qui, al vostro servizio, sar il primo a morire con onore. Tuttavia, se ancora non siamo caduti in una tale disperazione, se ancora non siamo diventati uguali a coloro che negoziarono la resa davanti al cartaginese a Canne, se c ancora qualcuno che pensa che la vittoria non solo sia possibile, ma che debba essere la nostra unica via duscita, se  questo che vogliamo, allora questi consoli, senza voler sminuire la loro onorabilit, non ci servono sul campo di battaglia. Che Roma decida che cosa vuole, ma che poi agisca di conseguenza!
Le parole di Fabio Massimo avevano scatenato le ire di chi vedeva in quellintervento lennesima manipolazione per restare al potere. Molti senatori per si erano spaventati e avevano squadrato con sfiducia e incertezza i consoli appena eletti, Crasso e Regillo. Massimo si era seduto e si era limitato a seguire il dibattito, che si era concluso con una nuova convocazione delle centurie. Riunite tutte le trib, erano state riportate le perplessit del vecchio senatore e i dubbi che le sue parole avevano suscitato. La stessa discussione si era ripetuta al Foro, evidenziando due fazioni: una difendeva la necessit di scegliere capi militarmente pi esperti e laltra sosteneva che fosse irregolare ripetere le elezioni consolari.
Catone aveva visto di nuovo come la paura, accarezzata dalla brillante retorica del suo mentore, avesse portato al raggiungimento dei suoi obiettivi. Le nuove elezioni cerano state e il risultato era stato molto diverso da quello di poche ore prima: Quinto Fabio Massimo veniva rieletto, al quarto mandato, insieme a Claudio Marcello, al terzo. Roma sceglieva cos gli uomini con pi esperienza per proseguire nella guerra contro Annibale.
Annibale. Annibale. Bastava quel nome a provocare stragi e a distorcere le strutture dello Stato. Per liberarsi di lui si poteva rifare tutto, cambiare tutto, perfino limpensabile come ripetere le elezioni consolari. I nemici di Fabio Massimo avevano taciuto davanti alla paura che aveva preso forma negli occhi dei Romani. Si erano consolati allidea che almeno quella volta lanziano senatore non aveva una dittatura in pugno, bens un nuovo consolato condiviso con un altro generale illustre, rispettato e apprezzato dal popolo. Marcello si era infatti guadagnato la stima dei Romani durante lassedio di Nola. In quelloccasione Annibale non era riuscito a piegarlo neanche con i rinforzi che Bomilcare, uno dei generali appena arrivati dallAfrica, era riuscito a radunare.
A Roma quellanno il potere era quindi spartito fra due grandi e potenti consoli, gli unici che in qualche modo avevano resistito al cartaginese. Fabio era stimato per le sue doti strategiche, Marcello per la sua audacia sul campo di battaglia. Da mesi al Foro si diceva che lUrbe avesse finalmente trovato il modo per combattere il cartaginese unendo uno scudo, Massimo, e una spada affilata, Marcello.
Catone, immerso nelle sue riflessioni mentre aspettava che Fabio Massimo tornasse dalla sua passeggiata mattutina nel bosco vicino, dove lanziano console si addentrava per meditare e rilassarsi, non pensava che sarebbe stata quella la strategia dei due consoli. Fabio e Marcello condividevano lobiettivo di sconfiggere Annibale, certo, e se era vero che avevano metodi diversi, come aveva intuito il popolo, era anche vero che avevano due obiettivi distinti: Marcello probabilmente cercava fama, gloria e prestigio e voleva che tutto ci restasse impresso in una grande vittoria, in un magnifico trionfo. Marco Porcio Catone a questo punto guard a terra, la fronte aggrottata, e si chiese: Qual  esattamente lobiettivo finale di Fabio Massimo?.
Allora, mio leale Marco, che notizie mi porti? Sar questo lanno della nostra vittoria definitiva?
Marco Porcio Catone alz gli occhi e si trov davanti Fabio Massimo. Ben rasato, eretto nonostante gli anni, un po pi appesantito rispetto a qualche settimana prima ma senza essere grasso, agile nei movimenti e capace di muoversi inavvertito. Il giovane non aveva sentito i passi che annunciavano il suo arrivo.
Non lo so, mio signore. Abbiamo pi forze che mai, ma Annibale  potente e ha amici potenti rispose.
Bene, bene, bene. Un passo alla volta. Pi forze che mai, dici? S, su questo hai ragione. Diciotto legioni, con le ultime sei reclutate questanno. Dico bene?
Diciotto legioni pi le forze in Hispania lo corresse Catone.
Mmm. S, esatto. Tendo sempre a dimenticarmi di quel paio di legioni in pi in Hispania. La testa mi gioca strani scherzi e mi fa scordare quegli Scipioni. Forse perch le do per perdute.
Massimo scoppi a ridere. Catone abbozz un sorriso malevolo pieno di complicit, ma rimase in silenzio. Aveva imparato a non commentare le ironie dellanziano mentore. Che ora apprezz.
Bene prosegu. Venti legioni. Roma non ha mai avuto una forza cos vasta,  vero, ma non ha mai neanche dovuto occuparsi di tanti fronti contemporaneamente. Per quanto possa sembrarti sorprendente, chiss, forse un giorno ci sembrer normale. Mi guardi senza capire? Non anticipiamo i tempi. Sono i presagi di un vecchio ugure. Torniamo al presente. Vediamo. Correggimi se sbaglio. Iniziamo dai pretori: Tiberio Gracco a Luceria e Terenzio Varrone nel territorio piceno Avremmo dovuto mandarlo in Sicilia con il resto dei sopravvissuti a Canne, lha salvato la presenza di mio figlio fra i tribuni, solo questo. Comunque, Marco Pomponio al Nord, a occuparsi di quei fastidiosi Galli. Cornelio Lentulo in Sicilia e Tito Otacilio con la flotta. Ho dimenticato qualcuno?
Fra i pretori nessuno, mio signore. Rimangono Quinto Minucio in Sardegna e Marco Valerio sulla costa adriatica, come propretori.
Esatto, esatto, poi mi restano i proconsoli in Hispania e il mio collega, il console Marcello, occupato nellassedio di Siracusa, la traditrice Siracusa passata dalla parte dei Cartaginesi. Massimo vide Catone annuire. Come vanno le cose? Stai sudando. Sei arrivato cavalcando rapidamente. Non  un presagio di buone notizie. Devo sedermi o posso ascoltarle in piedi?
Se ti siedi, potrai riposarti dopo la passeggiata.
Sempre molto sottile, Marco, ma seguir il tuo consiglio. Prevedo un lungo rapporto e sono sempre noiosi disse Massimo, mentre batteva le mani.
Tre giovani schiave egizie dalla carnagione molto scura, con tuniche cortissime che lasciavano scoperte le braccia e le cosce, si avvicinarono al padrone, che si era seduto al centro dellatrio, vicino allimpluvium. Portavano vino, acqua, coppe e un piccolo tavolo, su cui sistemarono ogni cosa. Dopo aver servito due coppe, ne avvicinarono una al padrone e una al suo ospite. Marco non aveva voglia di bere, ma prese il calice e si bagn le labbra. Fabio Massimo bevve due lunghi sorsi e si rivolse di nuovo a Catone.
Cosa succede, allora? Sii sintetico, sai che non mi piacciono i giri di parole.
A Nord, Pomponio mantiene le posizioni contro i Galli come pu; la situazione non  buona, ma non  quella pi preoccupante.
Bene, prosegui.
In generale, Marcello non ottiene grandi risultati con lassedio. I siracusani resistono. Ha ideato nuove strategie per cercare di avvicinarsi alle mura e prendere la citt con un assalto; ha montato alcune torri dassedio su piattaforme fissate su coppie di triremi. Le navi unite servivano da supporto per le torri che si avvicinavano via mare fino alle stesse mura della citt, ma i siracusani, oltre a difendersi con proiettili di ogni genere, hanno inventato nuove macchine da guerra, con enormi ganci dalla forza incredibile. I ganci infilzano le nostre navi e le sollevano in aria con enormi pulegge, per poi lasciarle cadere. Con lo schianto, molte delle nostre imbarcazioni sono affondate e altre sono diventate inutilizzabili. Le torri sono crollate. Usano anche gli specchi, per accecare i nostri soldati. Marcello per ora ha desistito. Sembra che sia un certo Archimede a organizzare la difesa, o almeno  stato lui a progettare quelle macchine.
Quelluomo ci serve vivo. E abbiamo bisogno di Siracusa. Non possiamo permetterci altre ribellioni. Prima  stata Capua ad abbandonarci. Se lasciamo che Siracusa trionfi dopo essere passata dalla parte del nemico, presto non ci resteranno pi citt amiche. Dobbiamo recuperarle entrambe. Costi quel che costi. Che Marcello prosegua nellassedio. E quellArchimede lo voglio vivo. Ci serve gente con la sua intelligenza.
Marcello aveva gi ordinato di rispettare la vita dellingegnere greco, se mai fossero riusciti a entrare in citt, nonostante la strage che le sue macchine avevano provocato fra le file romane. Quando i legionari avevano chiesto spiegazioni, il console era stato chiaro.
Proprio per questo, perch le sue macchine sono in grado di uccidere tanti legionari, ci serve vivo!
Catone pens di riferire le parole di Marcello, ma poi decise di tralasciarle.
Dove sei, Marco? Non hai altro da raccontarmi? La voce del vecchio senatore lo riport al presente.
Capua resiste ai nostri attacchi e ha ricevuto rinforzi: mercenari iberici e cavalieri numidi. Annibale, nel frattempo,  andato a sud e sta attaccando Tarentum.
 evidente che cerca un porto nel meridione per ricevere rinforzi e provvigioni.  fondamentale che Tarentum non cada. Abbiamo gi perso Capua, almeno per il momento, non possiamo permetterci di perdere altre enclavi sul suolo italico.
Le nostre forze alleate con i Tarentini stanno resistendo.
Fabio Massimo annu. Catone rimase in silenzio, come se esitasse.
 tutto? chiese il console.
No, perdonami, c dellaltro.
Parla, Marco.
Marco Valerio  riuscito a fermare le incursioni di Filippo V di Macedonia sulla costa adriatica, ma ora il re macedone assedia via terra Apollonia. Catone diede linformazione con una rapidit insolita. Gli pesava aggiungere lesistenza di un altro nemico nelleterna lotta contro Annibale, non era una notizia piacevole da dare al console di Roma. E lunico modo che conosceva per dare quella brutta notizia era farlo rapidamente.
Apollonia, la capitale del nostro protettorato vicino al suo regno? Fabio Massimo lasci la coppa sul piccolo tavolo e un la punta delle dita, mentre rifletteva. Cera da aspettarsi che Filippo, il nostro giovane e bellicoso vicino, tornasse alla carica, ma non pensavo che lavrebbe fatto tanto presto. Non cos presto. E via terra, dici? Ha una sua logica. Via terra i Macedoni hanno sempre ottenuto le loro pi grandi vittorie. Dobbiamo mandare rinforzi. Prima che la situazione peggiori.
S, ci avevo pensato, ma
Ma?
Solo pochi mesi fa hai negato i rinforzi agli Scipioni in Hispania. Sarebbe difficile ora sostenere che debbano essere mandati dallaltra parte dellAdriatico.
S, hai ragione. Fabio Massimo lo guard con espressione interrogativa. Forse hai in mente una soluzione.
S, in effetti. Unalternativa, anche se servir solo a contenere il problema. A lungo termine non so come potremo risolvere lo scontro senza fare ricorso a nuove legioni, e le risorse iniziano a scarseggiare. Unalternativa, quindi, sarebbe inviare solo un piccolo contingente, mille o duemila uomini, che entrino in citt di notte e partecipino alla difesa. Credo che il Senato accetterebbe. Non si tratterebbe di mandare legioni, come hanno chiesto gli Scipioni, ma un piccolo gruppo di manipoli per soccorrere una citt amica. Con la tua abilit, riuscirai a convincere il Senato senza difficolt.
Forse s, ma come faranno quegli uomini a entrare in una citt assediata da migliaia di Macedoni?
I miei informatori mi assicurano che i Macedoni sono talmente fiduciosi da non avere eretto una palizzata intorno alla citt. Il loro accampamento  sparpagliato, senza un ordine. Potremmo introdurre una guarnigione di notte.
Bene concesse Fabio. Vedr di ottenere questa piccola guarnigione. Come dici, posso convincere il Senato purch non chieda altre legioni. I soldati serviranno a far desistere Filippo dallassalto, ma non basteranno ad assicurarci il controllo di quel fronte, come hai fatto giustamente notare. Non faremo che rimandare il problema: lapertura di un nuovo conflitto contro un altro potente e fastidioso nemico. Fabio Massimo parl con gli occhi fissi a terra, distratto, assorto nei propri pensieri. Dovremo trovare qualcosa che lo tenga occupato finch non ci saremo liberati una volta per tutte di Annibale Qualcosa o qualcuno che preoccupi abbastanza il nostro giovane vicino da concederci tempo. Dobbiamo trovare il modo.
Catone attese la conclusione a cui sembrava che stesse per arrivare il vecchio console, ma questi tacque. Era come se la sua mente fosse lontana da quellatrio, lontana da Roma, in regioni distanti, remote. Infine alz gli occhi e riprese la parola.
Ti racconter una storia, Marco Porcio Catone. So che ogni tanto pensi di non avere pi molto da imparare da me, ma oggi ti far lonore di darti una lezione di storia e arte della guerra. Vedi quella cassapanca l in fondo, nel tablinum? Bene, aprila e portami i rotoli con il nome greco Indikscritto sul bordo.
Catone, stupito, si alz e segu le istruzioni. Nel tablinum, trov una grande cassapanca di legno con i bordi in bronzo. La apr e vide che era piena di rotoli di colori diversi e con scritte in lingue differenti: latino, greco, fenicio e altre ancora di cui non riconosceva i caratteri. In cima spiccavano due rotoli con il nome Indikscritto in greco. Li prese e li port al console.
Torna a sederti, Marco. Immagino che tu non sappia di che volume si tratti, vero?
Ne ho sentito parlare, ma non lo conosco con esattezza. Credo che parli della storia dellIndia, ma non so chi lo scrisse o perch.
Bene, Marco, va abbastanza bene, ma se vuoi arrivare lontano, se sei ambizioso e desideri il meglio per Roma, quello che mi hai detto non basta. Devi sapere di pi. Linformazione e la saggezza sullarte del governo e della guerra accumulate in volumi simili sono oro, puro oro. Altri collezionano opere di teatro, poesia, intrattenimento per un popolo debole. Io custodisco solo libri su argomenti pratici, su quello che mi interessa davvero. Ti spiego: Indik, come hai detto bene, la storia dellimpero dellIndia sotto il governo della dinastia Maurya, scritta da Megastene, ambasciatore di Seleuco Nicatore, uno degli antichi generali di Alessandro Magno. In questo libro si narrano molti episodi sul governo di quella regione, per a me interessano in particolare i riferimenti a Kautilya, un sacerdote consigliere di Sandrokottos, in lingua greca, altrimenti noto come Chandragupta presso il suo popolo. Mi segui? Bene, Alessandro Magno arriv fino in India e sottomise il regno orientale e il suo monarca Poros, ma il grande generale macedone si ferm l. La maggior parte degli scritti ci dice che fu per via della ribellione delle sue truppe, stanche di tanto combattere e di quella marcia infinita, ma altri ritengono, e io fra loro, che a questo debbano aggiungersi i dubbi di Alessandro sulla possibilit di sottomettere il regno occidentale indiano nelle mani di Sandrokottos Ma divago, questa  unaltra storia. Volevo solo che ti orientassi per capire limportanza di questi testi e di ci che raccontano. Quello che mi interessa adesso  che questo potente Sandrokottos, che forse spaventava un po lo stesso Alessandro Magno, o almeno gli incuteva un grande rispetto, invincibile sul campo di battaglia, aveva un consigliere di nome Kautilya e questuomo scrisse un trattato molto lucido sul governo e la guerra, lArthasastra. Per mia grande sventura non posseggo il volume originale, ma alcuni riferimenti presenti in questi rotoli ci trasmettono parte delle idee di questuomo, di cui Sandrokottos si fidava tanto. Ti riporto un suo pensiero: Il tuo migliore amico  il vicino del tuo nemico. Capisci, Marco? Intuisci dove voglio arrivare?
Catone lo guardava a occhi spalancati. Non capiva come quelle storie di ambasciatori, antichi generali macedoni, eredi del potere di Alessandro Magno e vecchi imperatori indiani potessero avere qualcosa a che fare con il modo in cui il re Filippo V di Macedonia li teneva sotto scacco sulle coste adriatiche, approfittando della debolezza di Roma impegnata nella guerra contro Annibale.
Bene continu Fabio Massimo, soddisfatto e divertito dallapparente confusione in cui aveva gettato il suo interlocutore. Vedo che la lezione di storia non ti ha illuminato. Ti tradurr gli insegnamenti di Kautilya: abbiamo un vicino estremamente fastidioso, il re Filippo di Macedonia, che approfitta dei nostri molteplici fronti di guerra con Cartagine e del fatto che il nostro esercito sia disperso fra Gallia, Sardegna, Hispania, Sicilia e Italia, e decide di attaccarci, giusto?
Catone annu, senza ancora capire dove volesse arrivare il console.
E io chiedo, chi sono i vicini di Filippo, oltre a noi?
I vicini? Catone iniziava a mettere insieme i pezzi di quel rompicapo: Il tuo migliore amico  il vicino del tuo nemico. Ci sono i Traci a nord
Barbari, lo interruppe Massimo non si pu trattare con loro.
A est c il regno seleucide di Antioco III
No, domina la Persia e parte dellAsia Minore,  troppo grande, troppo ambizioso e troppo rischioso.
NellEgeo, Filippo ha alcuni problemi con Tolomeo Filopatore dEgitto
S,  una possibilit, ma sarebbe meglio qualcuno pi vicino.
Ci sono le citt greche della lega etolica, a sud della Macedonia.
Esatto, Marco. La lega etolica sar il nostro migliore amico in un prossimo futuro. Questo ovviamente richiede tempo. Non  cosa che si possa risolvere in qualche giorno e neanche in qualche mese. Per il momento invieremo quelle truppe ad Apollonia, ma il segreto della vittoria, e soprattutto della sopravvivenza,  fissare obiettivi a lungo termine, abbastanza in anticipo perch i nemici non possano intuire da dove verranno attaccati lindomani. La lega etolica.  questo il nostro obiettivo: una sollevazione di queste citt contro la Macedonia. Tempo al tempo.
Fabio Massimo prese il calice e bevve con ansia fino allultimo sorso. Era soddisfatto di s. Catone lo osservava meditabondo. Era un progetto strano, aggiungere altri partecipanti a quella guerra, ma forse quel sacerdote o consigliere indiano aveva ragione: a lungo termine, trovare i nemici dei tuoi nemici poteva risolvere il problema. Per il momento era evidente che fosse insostenibile combattere su tanti fronti. Roma stava arrivando al limite delle sue forze e non si intravedeva una risoluzione rapida del conflitto. Prese il calice e questa volta accompagn con avidit il vecchio senatore. Quando termin, esit un istante prima di porre la sua domanda.
Signore
S? La voce di Fabio Massimo era distante, rifletteva ancora sulla sua strategia.
Perch Annibale non si  lanciato contro di noi, contro Roma, dopo Canne?
Era presto. Massimo rispose rapido, come chi ha gi riflettuto su una questione ed  arrivato a conclusioni evidenti. Era presto. Avevamo ancora risorse, le legiones urbanae, eravamo sconfitti ma non vinti. Non vinti, caro Marco. E lui non aveva le armi per un assedio. No, non eravamo il frutto maturo che il cartaginese spera di raccogliere. Prima vuole impossessarsi dellItalia e fare in modo che i nostri alleati latini e le citt greche del Sud passino con Cartagine. Poi torner a raccogliere le spoglie di Roma. Per questo, Marco, per questo bisogna evitare che ottenga rinforzi, che sia al Nord o via mare dal Sud. Per questo abbiamo due legioni in Hispania e quando suo fratello le spazzer via, ne invieremo altre, ma non ora, non finch sono al comando gli Scipioni. E per questa stessa ragione dobbiamo pensare noi al Sud e ai suoi porti. Per il momento non posso dirti altro. Con la tua intelligenza, dovresti arrivare a capire che cosa ci resta da fare Ora per sono stanco Ritirati e lasciami riposare.
Marco Porcio Catone si conged con un leggero inchino e usc dalla stanza. La sua mente si sforzava di interpretare i piani del mentore, mentre ripensava alla sua teoria sulla strategia che Annibale aveva ideato per mettere fine al potere di Roma. Le conversazioni con il vecchio console fornivano sempre numerosi spunti di riflessione.

75
SIFACE

Numidia, nord dellAfrica, 213 a.C.
I cavalieri romani si fermarono alle porte di Cirta, la citt dellAfrica settentrionale dove, qualche settimana prima, gli inviati del re numida Siface e i proconsoli dellHispania avevano deciso di tenere un incontro, per deliberare sul procedere della guerra contro Cartagine. I cavalieri romani avevano navigato da Tarraco fino alle coste della Numidia e, dopo essere sbarcati, avevano cavalcato per tutta la mattina e lintero pomeriggio. Il sole scendeva allorizzonte e il calore asfissiante che li aveva perseguitati durante il viaggio cedeva ora il passo a un vento notturno freddo e inaspettato, mentre migliaia di dubbi sullesito della missione riempivano dansia lanimo dei legionari.
Cirta non era una citt nel senso che i Romani attribuivano al termine. Era piuttosto un nutrito e vasto raggruppamento di popoli nomadi, con pochi edifici significativi al centro di un mare di tende coperte di polvere e sabbia. Da quando avevano lasciato la costa, di tanto in tanto si erano imbattuti in cadaveri divorati dagli animali, armi semisepolte nella sabbia e carri abbandonati ai bordi delle strade. Erano i resti degli scontri fra Siface e lesercito cartaginese.
La Numidia era una terra selvaggia e pericolosa, divisa in due fazioni inconciliabili. A est regnava Gaia, un uomo ormai anziano ma tenace nei suoi sforzi per conservare il potere che considerava suo per diritto dinastico. A ovest cera Siface, che si riteneva lunico re legittimo della regione. Cartagine aveva visto in quelle divisioni la migliore occasione per promuovere una guerra civile, controllare il territorio e continuare a sfruttarne le ricchezze, oltre a vedere garantito lafflusso di valorosi cavalieri numidi che andavano a completare i suoi eserciti e che tanti buoni servigi avevano reso ad Annibale nelle vittorie italiche.
Il Senato punico si era schierato dalla parte di Gaia e del figlio Massinissa. Siface si era difeso con forza, pi grazie alle risorse delle terre fertili a ovest che per un coraggio che non era proprio del suo carattere compiacente e edonista; comunque fosse, aveva intimorito Cartagine abbastanza da convincere il Senato a mandare Asdrubale dalla penisola iberica, per ripristinare lordine. Il fratello di Annibale aveva riportato la situazione sotto controllo e nel giro di pochi mesi Siface era stato costretto a ritirarsi e ad abbandonare loffensiva sulla Numidia orientale. Cartagine per portava avanti una guerra molto pi temibile contro Roma: per questo lesercito di Asdrubale era stato rimandato in Iberia, per sconfiggere i proconsoli Scipioni prima e attraversare i Pirenei e la Gallia per unirsi alle forze di Annibale in Italia poi. Questo aveva destato lattenzione di Siface.
Il re era nella sua tenda, il lungo corpo sdraiato, le braccia muscolose nude, la pelle scura e liscia accarezzata dalle mani di due schiave che, impaurite, si sforzavano di effettuare il massaggio con dolcezza e tenerezza tenerezza obbligata, ma pur sempre tenerezza.
Fece chiamare alcuni ufficiali.
Non possiamo vincere da soli la guerra contro Cartagine disse, levandosi le schiave di dosso.
Queste, rapide, si acquattarono dietro i cuscini su cui il re era sdraiato, nascoste alla vista dei presenti, finch un battito di mani del padrone non avesse indicato che la loro presenza era di nuovo necessaria.
E che cosa suggerisci, mio re? chiese lufficiale pi esperto.
Dobbiamo accordarci con i Romani. Se i Cartaginesi li temono tanto da ordinare ad Asdrubale di ritirarsi e tornare in Iberia, prima di aver terminato con noi, significa che sono davvero minacciosi. Dobbiamo stringere un patto con loro. Abbiamo un nemico comune, saranno interessati. Inviate dei messaggeri. E senza aspettare risposta, batt le mani due volte, perch fosse chiaro che la compagnia desiderata da sua altezza non era pi quella dei suoi uomini, ma quella delle sue donne.
Gli ufficiali non tardarono a organizzare diversi gruppi di messaggeri, che partirono per lIberia per parlare con i Romani.
Mario Giuvenzio Tala, centurione di una delle legioni distaccate in Hispania, era alla testa del piccolo gruppo di cavalieri che si ferm allentrata di Cirta. Alcuni cavalieri numidi uscirono dalla citt e andarono loro incontro: prima una dozzina, poi, quasi senza sapere da dove fossero usciti, i Romani si ritrovarono circondati da pi di cento uomini a cavallo. Mario mantenne il controllo. Nella sua mente risuonavano ancora le parole di Publio Cornelio Scipione, proconsole di Roma.
Ci siamo accordati con gli inviati numidi. Devi partire: scegli alcuni uomini di fiducia, Mario, e quando sarai l, giungi a un accordo con il re Siface.  in guerra contro Cartagine e ha subito forti perdite e gravi sconfitte per mano di Asdrubale. Andrai da lui e gli offrirai lappoggio degli uomini che avrai selezionato: abbiamo stabilito di inviare alcuni ufficiali perch istruiscano le sue truppe sulle tattiche di guerra, in modo che possano sconfiggere Gaia, il re numida appoggiato da Cartagine. Siface cos regner sullintera Numidia e in cambio creer problemi ai Cartaginesi in Africa. Hai compreso la situazione?
Mario aveva annuito. Si era passato la mano sul mento rasato da poco, e davanti alla domanda del proconsole aveva teso i muscoli e assunto una posizione decisa. Laltro proconsole, Gneo Cornelio, aveva completato le spiegazioni del fratello.
Come sai, Annibale si  accordato con il re Filippo di Macedonia. Anche Roma ha bisogno di alleati e Siface pu esserci di grande aiuto. Da solo  riuscito a far s che Asdrubale si allontanasse dallHispania per un certo periodo. Con un addestramento adeguato, le sue truppe saranno qualcosa di pi che branchi di ottimi cavalieri: devi trasformare quei nomadi in un motivo di preoccupazione per Cartagine, che la tenga occupata per i prossimi mesi.
Lo far. Lo far, mio generale.
Mario era uscito dalla stanza e aveva visto i due proconsoli riprendere la conversazione su alcune mappe della regione.
I guerrieri numidi li circondarono e abbassarono le lance, puntando verso le corazze. Mario ordin ai suoi di non sguainare le spade e di non muovere un muscolo.
Veniamo in pace! disse in latino e quando non ottenne risposta, ripet il messaggio in greco, ma neanche cos la situazione cambi. Le lance che li circondavano si avvicinavano pericolosamente, a soli dieci passi.
Mario ordin ai suoi uomini di gettare a terra, lentamente, i pilae le spade. I Romani esitarono, ma davanti allinsistenza dellufficiale, obbedirono. Questo trattenne i Numidi per qualche secondo, tuttavia non ci furono altre reazioni.
Siface! Sono qui per parlare con Siface! grid infine Mario raccomandando la sua anima e quella dei suoi uomini agli di. Forse non avrebbero dovuto buttare le armi, pens.
I Numidi, al sentire il nome del loro re, alzarono le lance e smisero di avvicinare le punte affilate alla gola dei Romani. Uno dei cavalieri, coperto da un lungo mantello dal quale Mario intu che fosse al comando, fece un gesto con la mano e i cavalieri africani iniziarono il tragitto di ritorno verso Cirta. Mario ordin ai suoi uomini, nervosi e sudati, di raccogliere le armi e seguirli.
In pochi minuti raggiunsero al trotto una parte di quel mare di tende e si spinsero fino a uno dei pochi edifici in pietra e mattoni dargilla. Era un palazzo ancora in costruzione, circondato da decine di guardie. Un numida, in un greco scorretto, fece capire a Mario che solo lui sarebbe stato ammesso allinterno e che i suoi uomini avrebbero dovuto attendere. Lufficiale romano annu e dopo aver ordinato ai soldati di aspettarlo, entr nelledificio.
A Tarraco, i proconsoli bevevano vino addolcito con acqua fresca.
Credi che Mario riuscir ad accordarsi con Siface? chiese Publio.
Lo spero per lui, altrimenti non lo vedremo mai pi rispose Gneo, prima di versare altro vino nei due calici.

Mario vide una grande sala dalle pareti bianche dipinte da poco (lodore nellaria era ancora fresco), piena di soldati armati di lance. Su un lato vi era un uomo gigantesco, tanto corpulento da ricordare a Mario il proconsole Gneo, sdraiato su un mucchio di cuscini e tappeti e circondato da diverse donne, la cui bellezza, a mano a mano che lufficiale romano si avvicinava al re dei Numidi occidentali, diventava sempre pi evidente. Sui tappeti era sparso cibo in quantit: frutta secca, dolci di colori diversi e frutta fresca dalle tonalit intense, arancione o gialla, che Mario non conosceva. Cerano poi numerose caraffe e alcune coppe, anche se non sembrava che in quella stanza bevesse o mangiasse qualcun altro che non fosse il re.
Le parole di Siface lo colsero di sorpresa, mentre ammirava tanta sontuosit nel cuore di una citt di nomadi.
Ti stupisce che in queste terre qualcuno di noi sappia vivere bene? Non negarlo. Te lo si legge negli occhi.
Mario tacque, visto che gli si impediva di negare e quindi dare la risposta migliore possibile. Il re parlava greco abbastanza bene.
Siediti, romano, siediti.
Tanta amabilit allarm Mario.
Siediti, ho detto! O credi forse che io sia abituato a ripetere i miei ordini?
Mario obbed e si sedette nellunico posto possibile: a terra, sui tappeti, davanti al cibo.
Allora, vediamo, prosegu Siface io chiedo aiuto a Roma e Roma che cosa mi manda? Dieci soldati. Non sembra, diciamolo, un grande esercito, non credi, romano?
La mia missione Possiamo insegnare ai tuoi uomini alcune tattiche con cui combattere meglio contro i Cartaginesi.
Ah  questa lidea. Capisco. Non so. Potrebbe andar bene. Voi Romani siete esperti in queste cose, no? A lottare contro i Cartaginesi.
Mario annu.
Quello che non capisco  come mai, se siete tanto esperti, non riusciate a togliervi di torno quellAnnibale. Non so fino a che punto possano essermi utili le conoscenze di chi non  in grado neanche di difendere i territori vicini.
Mario pens diverse risposte a quel commento umiliante, ma alla fine opt per il silenzio.
Insomma, se  questo che mi offre Roma, lo prender. Istruirete i miei uomini, a cominciare dagli ufficiali, ma che sia chiaro, mi aspetto ottimi risultati da questo addestramento. Altrimenti, i tuoi capi avrebbero fatto meglio a mandarmi una bella donna romana o iberica con cui sollazzarmi. Le carezze di una donna per me sono convincenti quasi come un esercito ben armato.
Mario tacque, ma prese nota del commento. Detto da un soldato straniero sarebbe stata solo una fanfaronata, ma sulla bocca di un possibile alleato, sapevano gli di che cosa lasciasse presagire. Parlare di donne durante una negoziazione per combattere i Cartaginesi era assurdo e strampalato, per un ufficiale disciplinato come Mario. Forse il lungo scontro contro il re Gaia aveva confuso un po il re numida circa le donne, che a Roma e a Cartagine, e praticamente in qualunque altro luogo del mondo, non avevano alcuna capacit di influire sugli eventi. O almeno cos pensava Mario.
Siface fissava il suo ospite e sorrideva cinico. Questuomo non sa niente della vita pensava. Spero che ne sappia di pi della guerra.

76
ALLA RICERCA DI RUFO

Roma, dal 214 a.C. fino alla primavera del 213 a.C.
Due giorni dopo, Tito si stup di essere ancora vivo. Gli di dovevano divertirsi cos tanto a vederlo soffrire da aver deciso di prolungare la sua agonia. Per un lungo momento pens di togliersi la vita. Avrebbe potuto buttarsi nel fiume e affogare insieme alla sua opera. Sorrise malinconico. Sarebbe stata una morte adatta a una tragedia, ma lui voleva essere un autore comico. Doveva sopravvivere.
Aveva una fame vorace. Le ferite si erano cicatrizzate sotto le bende luride. Era un po febbricitante, ma se non fosse uscito da quella stanza non avrebbe mangiato, cos, ferito, ammaccato e turbato dalla febbre del corpo come da quella dellanima, Tito Maccio si present, come sempre, al mulino, per non perdere la sua unica fonte di guadagno.
Dovette sopportare il dolore dei tagli mal bendati, che ogni tanto si aprivano per lo sforzo di girare la pietra del mulino, ma il peggio non era la sofferenza fisica, bens lo sconforto assoluto che laveva invaso. Nella sua mente cercava una via duscita alla perdita dellopera che aveva scritto con tanta fatica, vincendo la spossatezza ogni notte, nel buio della minuscola stanza. La maledizione agli di, lanciata al cielo dopo la morte dellamico Druso nella battaglia del Trasimeno, sembrava perseguitarlo. Le divinit erano decise a prendersi una lunga e lenta vendetta, per essere state rinnegate in quellalba terribile, nella nebbia di quel lago del Nord, quando il corpo ancora caldo dellamico tingeva con il proprio sangue lerba verde delle montagne dellEtruria.
Per giorni, Tito si trasform in un essere senzanima. Camminava con lo sguardo perso, vuoto, dalla stanza al mulino, girava allinfinito intorno alla ruota e a fine giornata era di nuovo nella sua stanza, per ripetere tutto il giorno successivo; e cos fino alla fine, pensava, nientaltro, per sempre. Stanchezza e fatica.
Il suo spirito irriducibile, per, dopo le prime due settimane ritrov una certa energia e, senza dirsi niente con chiarezza, come se non avesse preso nessuna decisione in particolare, si ritrov di nuovo al mercato a comprare altro papiro e inchiostro per tornare a scrivere.
Nelle settimane successive, ma come se non facesse niente di speciale, spinto da una strana inerzia, riscrisse la propria opera, parola per parola, verso dopo verso, scena dopo scena, tutta intera, quasi come laveva scritta la prima volta. Cambi qualcosa, qualche battuta assurda che non ricordava bene con unaltra che gli sembr pi adatta. Le parole si riversavano sulla carta come il sangue di un suicida che si sia appena tagliato le vene: ogni riga scorreva da sola, morbida, docile, costante, e quando firm di nuovo lultimo rotolo del manoscritto, Tito si sent travolgere da un enorme sospiro e per quasi mezzo minuto lasci fuoriuscire tutta laria dai polmoni.
Aveva impiegato sei mesi a riprodurre la sua commedia. Fino a quel momento era stato tutto automatico, ma ora, in quellistante, doveva prendere una decisione che entrava in collisione con la sua quotidianit e il suo modo di mantenersi: recarsi di nuovo di notte a cercare la casa di Rufo per evitare di perdere limpiego al mulino, oppure assentarsi senza avvisare, consapevole che quellassenza poteva costargli il lavoro, ma che gli avrebbe permesso di cercare Rufo nella tranquillit della luce del giorno, evitando le risse e i pericoli notturni per le strade di Roma. Alla fine, dopo una lunga riflessione, decise per il giorno.
Cos un mattino, invece di andare al mulino, si incammin lungo il fiume e poi attravers il Foro fino ad arrivare nei pressi della Via Appia, alla ricerca di Rufo. La sua memoria a quanto pareva non aveva risentito delle sofferenze subite e gli rese un servizio eccellente, perch trov la casa dellimpresario abbastanza rapidamente.
Tito colp con il palmo della mano una porta dallaria sporca e impolverata, ma non ebbe risposta e nessuno apr. Allora guard le bandelle e not le ragnatele agli angoli. Quella porta non veniva aperta da settimane, forse mesi. Una voce lo chiam dallaltra parte della strada.
In quella casa non vive nessuno da pi di due anni. Era stato un uomo anziano a parlare. Era seduto a terra, davanti a una piccola bottega di ceste.
Sto cercando Rufo, il direttore della compagnia teatrale. Un tempo viveva qui.
S, Rufo. Mi ricordo di lui. Era un miserabile. Il vecchio parlava e nel frattempo le sue mani, con gesti rapidi e abili, intrecciavano il vimine per creare unaltra cesta da mettere in vendita.
Tito era daccordo sul fatto che Rufo fosse un miserabile, ma quello che voleva era trovarlo, non iniziare una discussione al riguardo.
Sai dove vive adesso?
Il vecchio scoppi a ridere.
Gli di hanno avuto il buon senso di togliere dalla nostra vista quellavaro.  nellOrco e spero che lo facciano soffrire a lungo. Quel disgraziato  morto e mi ha lasciato pi di trenta ceste non pagate.
Tito osserv meglio le ceste e le riconobbe: erano quelle che usavano per custodire le parrucche degli attori e i costumi. Mentre una parte della sua mente vagava fra quei ricordi, laltra pi interessata al presente si dibatteva in un oceano tempestoso di insicurezza e delusione. Non aveva previsto di non trovare Rufo. Che cosa poteva fare adesso con la sua opera?
E chi gestisce ora la compagnia? chiese infine, in un ultimo tentativo di trovare una via duscita dal vicolo in cui laveva cacciato il destino.
Gaio Servilio. Gaio Servilio Casca. Un altro ladrone.
Tito si stup che luomo conoscesse il nome cos bene, ma il vecchio gli spieg subito la ragione.
Ho cercato di convincere il nuovo direttore della compagnia a farsi carico del debito, ma quel miserabile, che gli di lo maledicano, mi ha risposto che il debito non risultava su nessun documento. E io che colpa ne ho, se non ci sono documenti, gli ho risposto, se Rufo veniva e mi chiedeva quello che voleva e poi dovevo inseguirlo per mesi per farmi pagare. E lui sborsava i soldi solo se aveva bisogno di altre ceste e io gliele negavo. Gaio Servilio Casca  il proprietario, adesso. Che gli di maledicano i suoi passi.
Quelluomo li teneva ben occupati, gli di.
Sai dove posso trovarlo?
Il vecchio alz gli occhi e smise di lavorare alla cesta.
Lo convincerai a pagarmi quello che mi deve?
Tito riflett sulla risposta.
Sar sincero con te inizi. Non ho soldi e non ho alcuna influenza su questuomo, ma vado a offrirgli un affare e, se accetta, sar io stesso a saldare il debito.  lofferta migliore che posso farti.
Un affare? Che genere di affare?
Quel vecchio era davvero un impiccione, ma Tito non aveva molte alternative.
Unopera teatrale. Ho scritto unopera e vado a offrirgliela per la compagnia. Se accetta, con quello che mi paga ti salder il debito, ma devo sapere dove vive.
Unopera? Per Ercole, uno scrittore! Adesso s che sono sicuro che non mi pagheranno mai!
Tito era disperato, ma controll la respirazione e aspett senza parlare.
Vive l. Il vecchio indic una casa tre porte pi in l e, senza dire altro, riprese il suo lavoro, intrecciando con abilit la cesta che gli aveva occupato quasi tutta la mattinata.
Anche Tito non disse altro e senza salutarlo, cos come non laveva fatto allinizio, senza essersi nemmeno presentato, si allontan. Quando fu alla porta che gli era stata indicata, buss. Mentre aspettava cerc di darsi una sistemata, lisci la tunica stropicciata e trasandata e ripul la polvere che copriva i sandali logori.
Uno schiavo alto, scuro, con i capelli ben tagliati e una tunica immacolata, apr la porta.
Che cosa vuoi? Non ti conosco disse, mentre lo squadrava dalla testa ai piedi e si faceva unidea, con aria sprezzante, della persona che aveva davanti.
Sono Tito, Tito Maccio. Tempo fa lavoravo per Rufo e ho un affare da offrire al tuo padrone, riguarda la compagnia teatrale.  un buon affare.
Un affare? Che genere di affare?
Sembrava che quella mattina gli rivolgessero tutti le stesse domande.
Unopera teatrale. Ho un testo valido da proporgli. Il tuo padrone avr bisogno di opere.
Il mio padrone ha gi molte opere scritte da chi vale la pena leggere. Non ti ho mai sentito nominare e il tuo aspetto non ispira molta fiducia. Non credo di dover disturbare il padrone con la tua presenza. E fece per chiudere.
Per favore, per tutti gli di, ascoltami, ti prego! esclam rapido Tito e mostr i rotoli che portava con s. Ecco lopera. Ti chiedo solo di fargliela leggere e che sia lui a giudicare. Se non la vuole, non deve fare altro che dirlo e io me ne andr. Per favore. Per favore.
Tito tese le braccia con i rotoli in mano. Stava per inginocchiarsi, nonostante avesse a che fare con uno schiavo, ma non fu necessario.
Va bene, lo riferir al padrone disse latriense prendendo i rotoli. Ma non aspettarti niente. E chiuse la porta.
Tito si sedette piano, appoggiandosi al muro. Il sole primaverile lo riscaldava. Aspett in silenzio. Trascorsero unora, due. Arriv il momento del pranzo. Lo sapeva grazie al suo stomaco, ma non aveva niente con cui metterlo a tacere. Pens alla sua opera per cercare di distrarsi dalla fame. Niente. Il pomeriggio trascorreva lento. Il sole inizi a scendere allorizzonte. Cal la notte. Niente. Tito pens di bussare di nuovo, ma non voleva disturbare e passare per un impertinente. Sarebbe stata la fine delle sue possibilit. Si alz e fece per tornare a casa. Poteva tornare lindomani per sapere se cera una risposta per lui. Ingobbito, triste e affamato, si incammin e proprio in quel momento, con sua grande sorpresa, la porta si apr e lo schiavo lo chiam.
Ehi, tu! Vieni! Il padrone vuole vederti.
Gaio Servilio Casca era un uomo obeso, sui cinquantanni, et che cercava di nascondere con unassurda parrucca bionda. Aveva la pappagorgia e mani e dita paffute. Davanti al tricliniumsu cui era disteso, una tavola era imbandita con ogni tipo di pietanze: carne di bue, poco frequente a meno che non ci fossero sacrifici al Foro e sempre cara, pollo arrosto, mele, noci e altra frutta secca che Tito non riconobbe; dolci di ogni tipo, maiale affettato e cotto in dense salse di vari colori, uva bianca e nera, numerosi calici vuoti rovesciati e altri pieni; caraffe di vino ovunque e altri sei tricliniaper gli invitati al banchetto: uomini fra i quaranta e i cinquantanni, probabilmente mercanti di spicco, amici dellanfitrione, che si godevano una piccola orgia di cibo e non solo. Alcune giovani schiave erano infatti ai piedi del tricliniumdi Servilio Casca, mentre altre due ripulivano la tavola dai piatti e dai calici vuoti. Tutti gli ospiti erano pi o meno ubriachi. Due russavano rumorosamente. Gli altri lo guardavano con aria interrogativa, senza capire che cosa ci facesse quello straccione alla loro festa. Era un altro diversivo preparato da Casca?
Che lo frustino! esclam uno degli invitati e rutt.  cos lercio da fare schifo! I tuoi nuovi amici fanno pena, Casca.
Linterpellato non rispose. Guardava il nuovo arrivato con un largo sorriso. Tito si limit a lasciarsi esaminare. Latriense non mentiva quando aveva detto che il suo padrone era molto occupato e che non poteva disturbarlo. Occupato era stato occupato. Adesso doveva essere stanco di mangiare e di fare quello che stava facendo con quelle schiave. Due di loro avevano le tuniche strappate e le trascinavano a terra, mentre andavano e venivano per togliere i piatti dal tavolo. Lo stomaco di Tito emise un rumore che indicava che i succhi gastrici si erano risvegliati davanti a quellesibizione di cibo.
Hai fame? chiese Casca.
Tito annu, ma presto la sua attenzione fu catturata dai rotoli, che spuntarono quando una schiava tolse un paio di caraffe dal tavolo. Un rotolo era macchiato di vino, gli altri sembravano intatti. Casca si accorse di quello sguardo.
Ah, s, la tua opera. La tua grande opera, senza dubbio. E scoppi a ridere.
Tito tacque. Aveva lasciato lorgoglio fuori da quella casa. Sapeva che se voleva ottenere qualcosa che non fosse un calcio o qualche frustata, come aveva gi suggerito qualcuno dei presenti, la cosa migliore era mostrarsi umile e incassare gli insulti finch non fosse riuscito a far s che qualcuno leggesse il suo lavoro. Se poi avessero continuato a insultarlo, allora forse se lo meritava e la cosa migliore che poteva fare era tornare al mulino o a mendicare fino alla fine dei suoi giorni.
Bene disse Casca, interrompendo bruscamente la risata. Sai, non  che io non abbia letto la tua opera perch non la ritenga degna, ma sono cos occupato che non ho tempo per leggere quello che non mi interessa, quindi, prima di dedicare un minuto del mio tempo al tuo testo, ti rivolger alcune domande. Lo legger solo se mi pu interessare.
Tito Maccio annu. Non si aspettava un esame.
 una tragedia? chiese Casca.
Tito esit.
Andiamo, rispondi insistette laltro e prese un calice di vino da uno degli invitati che dormiva, visto che il suo era vuoto. Bevve un lungo sorso.
Non aveva senso mentire, quindi Tito rispose con sincerit.
No,  una commedia.
Una commedia? Casca si sollev leggermente sul tricliniume riappoggi il calice davanti allospite. Bene, prima risposta corretta. Sono stanco delle tragedie. Roma sta affondando. Siamo in guerra non so pi da quanti anni e gli autori sembra che non desiderino altro che sguazzare nei drammi. Per Castore e Polluce, come se i disastri sul campo di battaglia non bastassero! Spero che qualcuno dei nuovi edili di Roma mi affidi le rappresentazioni, so che cercano opere nuove per distrarre il popolo. E che cosho in mano? Due tragedie: una di Ennio e unaltra di Livio Andronico. Ben scritte, certo,  quello che dicono entrambi ed  vero, ma per tutti gli di, sono tragedie, tragedie e ancora tragedie. Poi ho lultima commedia di Nevio, ma lui mi innervosisce con quella sua ansia di criticare i patrizi, i potenti, dice. Insomma. Non so perch te ne parlo. Immagino che mi faccia piacere avere un paio di orecchie sobrie nellebbrezza generale che mi circonda.
Casca torn alla sua risata sonora, che di nuovo interruppe bruscamente.
 divertente la tua commedia? fu la domanda successiva.
Credo di s, lo scopo era questo.
Bene, colgo sincerit nelle tue parole. Non so se una persona cos pu avere un futuro a teatro. Comunque, per Ercole, hai risposto correttamente a tutte e due le domande. Legger le prime righe della tua preziosa opera. Siediti l, nel vestibolo, e aspetta.
Lo schiavo che gli aveva aperto lo accompagn. Cerano un paio di piccoli sgabelli e Tito Maccio vi si sedette. E aspett. Da l poteva sentire quello che dicevano allinterno.
Non lhai frustato. Male, Casca, male.
La voce dellubriaco era debole e presto le persone che russavano divennero tre.
Casca, disse un altro degli invitati vado in una delle stanze con questa schiava.
Anchio.
Non lasciatemi qui.
Casca rimase solo, accompagnato dal russare degli ospiti crollati per il troppo vino e il troppo cibo. Apr il primo rotolo e inizi a leggere. Allinizio, stanco comera, non prest troppa attenzione, ma dopo un po scosse la testa. Appoggi con cura il rotolo sul tavolo, prese una caraffa dacqua e si bagn le mani, poi se le pass sulla fronte per ritrovare un po di lucidit. Si asciug le mani sulla tunica bianca piena di macchie di grasso e riprese il papiro. Prosegu nella lettura del dialogo iniziale, fra uno schiavo e il suo padrone. Era divertente, ma era solo la prima scena. Continu a leggere e pass alla seconda consistente in un monologo: era ben scritto, ma si perdeva un po della vivacit dellinizio. Casca si accigli e sospir. Si poteva correggere, ma se la scena successiva fosse stata noiosa, avrebbe smesso di leggere. Invece il quadro successivo era brillante, un dialogo vivace, mordace come pochi, fra una mezzana e un cliente. Fine del primo atto. Bene, nel complesso abbastanza bene. La prima scena del secondo atto tornava alla formula del monologo, ma breve. Bene, bene E poi un altro dialogo, fra due schiavi, due autentici birbanti, e questo s che era spassoso. Lopera era davvero riuscita. La terza scena era di continuit, per spiegare la trama, ma in modo agile e conciso, per poi nella quarta lanciarsi in un lunghissimo dialogo in cui i due schiavi prendevano in giro il mercante. Quellopera tirava per le lunghe le scene divertenti e riduceva al minimo quelle che sostenevano la trama. Dava la precedenza allintrattenimento puro. Perfetto. Davvero perfetto. Continu a leggere, per unora, rotolo dopo rotolo, finch non arriv al termine, ogni tanto ridendo, ogni tanto accigliandosi e quasi sempre con un sorriso sereno sulle labbra. Giunto in fondo, i suoi occhi si posarono sulla firma: Tito Maccio Plauto.
Casca scoppi in una sonora risata e svegli uno degli amici ubriachi, che alz gli occhi confuso, chiese che cosa fosse successo e poi torn al suo letargo prima che qualcuno potesse rispondergli.
Tito Maccio aspettava nervoso il verdetto. Si ripeteva che molto probabilmente quelluomo, mezzo ubriaco e vizioso, avrebbe ordinato allatriense di mollargli un calcio e di sbatterlo fuori, ma non se ne sarebbe andato senza che gli restituissero la sua opera. In quellistante arriv lo schiavo. Tito si alz e si protesse contro la parete, per guardarsi le spalle. Stava per chiedere che gli restituissero lopera prima di picchiarlo, quando le parole che ud mandarono allaria i suoi piani.
Il padrone vuole che torni nellatrio. Seguimi.

77
I LUPERCALIA

Roma, febbraio 212 a.C.
Era il sesto anno di guerra contro Cartagine. Annibale assediava Tarentum. Capua era ancora in mani nemiche. Marcello continuava a combattere in Sicilia, ma Siracusa resisteva. Il fronte in Sardegna era sempre aperto e la Gallia Cisalpina proseguiva con la sua ribellione minacciando le frontiere del Nord. Infine il re Filippo di Macedonia, nonostante le truppe inviate da Fabio Massimo avessero respinto il primo attacco contro il protettorato romano di Illiria, non tradiva il patto con Annibale. Roma era impegnata in un braccio di ferro con il mondo. In gioco non cera solo la sua egemonia, ma anche la sua stessa sopravvivenza. E Roma lo sapeva. Il Senato lo sapeva. Se gli eserciti consolari regolari arrivavano fino a otto legioni, fra legionari romani e alleati, la citt adesso era obbligata a tenere in attivo fino a un totale di venticinque legioni, per abbracciare tutti i fronti: lAdriatico, il Mediterraneo occidentale, lHispania e il fronte pi temuto di tutti, quello aperto da Annibale sul suolo italico. Lo sconforto e la stanchezza iniziavano a fare breccia fra i Romani: il denaro, loro e largento erano destinati alla guerra e i campi venivano distrutti dai combattimenti o erano abbandonati per lassenza di contadini.
In quello scenario funesto, contro ogni pronostico per via della giovane et, dal momento che aveva solo ventitr anni, il giovane Publio Cornelio Scipione, figlio e nipote dei proconsoli in Hispania, fu eletto edile di Roma. Il suo incarico riguardava la gestione di diversi aspetti della vita cittadina, oltre allorganizzazione dei giochi e dei festeggiamenti scanditi dal calendario romano. Erano tempi difficili perch un edile riuscisse a ingraziarsi un popolo spaventato dalla presenza di Annibale ed esausto per gli sforzi di quella guerra: qualcuno aveva visto i propri affari impoverirsi per linsicurezza delle frontiere, altri avevano un figlio o un padre o uno zio su uno dei molteplici fronti di guerra e tutti avevano perso almeno una persona cara in quella follia interminabile.
Era il 15 febbraio e il nuovo edile di Roma si dirigeva, accompagnato dalla moglie e da due schiavi di guardia, verso il colle Palatino. Molti lo riconoscevano e lo salutavano con rispetto. Uno dei suoi primi provvedimenti era stato ordinare la distribuzione di olio fra i cittadini. Era una misura sia pure modesta, dal momento che le casse dello Stato e le sue personali non consentivano di fare di pi, per mitigare in qualche modo le penurie degli abitanti di Roma. I Romani erano riconoscenti al nuovo edile per quel gesto, che era pur sempre qualcosa e dimostrava una certa sensibilit verso i problemi del popolo. Lolio inoltre, usato come condimento, come piatto o per cucinare, era sempre presente sulla loro tavola, quindi con poca spesa e molta abilit il giovane edile aveva iniziato bene il mandato. Essere un buon edile apriva le porte del cursus honorume anche se non era garanzia di ascesa nella carriera politica, era comunque di aiuto; una cattiva gestione al primo incarico di responsabilit civile poteva significare la fine della vita pubblica di chiunque avesse commesso errori che il popolo non avrebbe dimenticato facilmente. Per questo, in quellepoca tumultuosa di paura e ristrettezze, in pochi si erano azzardati a presentare la propria candidatura, ma questo non aveva scoraggiato il giovane Scipione.
In quella fredda mattina di febbraio, Publio e la moglie si sentirono pi tranquilli mentre si dirigevano alla grotta Lupercale, sul colle Palatino, al vedere che la gente che li incrociava li salutava con affetto e non con disprezzo o rabbia. Appartenere a una delle poche famiglie romane che portavano buone notizie a Roma contribuiva senza dubbio allopinione positiva che il popolo aveva di quel giovane edile. Tanto il padre come lo zio impedivano ai Cartaginesi di attraversare lEbro e arrivare a dare man forte ad Annibale, cosa che avrebbe significato linizio della fine di Roma. Non solo, erano riusciti anche a riconquistare la fortezza semidistrutta di Sagunto. Una conquista che purtroppo non bastava a porre termine alla guerra scatenata proprio dalla caduta di quella citt, sei anni prima. Era una vittoria morale, per, che contribuiva a risollevare lanimo dei Romani, stanchi di sentir parlare di sconfitte.
Quei saluti rispettosi e le buone notizie che arrivavano dallHispania fecero sentire i giovani sposi fra i fortunati del mondo, pur nel caos di quella guerra. Unombra per rannuvolava i pensieri del nuovo edile: erano sposati da quasi tre anni ed Emilia non restava incinta. La cosa preoccupava da tempo il giovane Scipione, che sapeva che la moglie ne era altrettanto angustiata, se non di pi. Con il trascorrere dei mesi, era diventato un argomento tab e nessuno dei due lo sollevava. La madre, Pomponia, collaborava con la sua discrezione, di cui entrambi le erano enormemente grati. Publio aveva bisogno di eredi e pur essendo ancora giovane per preoccuparsi, la questione gli restava inchiodata nella mente e gettava unombra sulla sua vita, andando ad aggiungersi alle preoccupazioni per il padre e lo zio e agli sforzi richiesti da quella guerra.
Per questo, quella fredda mattina di inverno avevano deciso di partecipare alla cerimonia dei Lupercalia. Le credenze religiose del giovane edile non erano troppo profonde; eseguiva i precetti della vita pubblica con precisione, come era necessario, ma viveva la religione in modo molto pi rilassato nella sfera privata, dove prestava pi attenzione alle proprie intuizioni che agli di. I festeggiamenti in onore del dio Luperco, per, erano proprio per favorire la fertilit, e non prendervi parte, nelle attuali circostanze, avrebbe alimentato i pettegolezzi. Per questo lui ed Emilia avevano indossato toghe e tuniche immacolate e lucenti ed erano usciti diretti al Palatino e alla grotta.
Pochi minuti dopo il loro arrivo, dalla caverna uscirono i luperci, seminudi, coperti soltanto da alcune pelli che nascondevano gli organi genitali, affrontando il freddo e il vento che si era sollevato. Avevano i visi segnati dal sangue degli animali sacrificati quel giorno in onore di Luperco. Alcuni portavano pelli di caprone, altri di capra e uno di cane, ma tutti erano armati con lunghe strisce di pelle di capra chiamate februa, da cui il nome del mese. I luperci si avvicinavano ai cittadini l riuniti e cercavano le donne pi giovani. Quando le vedevano, brandivano i februae colpivano le mani tese delle giovani romane, che, qualcuna sorridente e altre con le gote in fiamme, accoglievano con piacere e fra i sorrisi degli accompagnatori i colpi secchi di quelle pelli sacre.
Uno dei luperci si ferm davanti a Emilia, ma quando vide ledile di Roma accanto a lei, esit. Allora Emilia tese la mano. Il luperco guard ledile e Publio assent. I februasi sollevarono in aria e le strisce di pelle percossero la mano. La giovane trasal, pi per la sorpresa del tatto ruvido che per il dolore. Il luperco, compiuto il suo dovere, salut con un inchino ledile e si diresse, pi rilassato, verso un altro gruppo di giovani.
Emilia e Publio si ritirarono lenti, fra gli sguardi dei Romani, con la sensazione di essere almeno stati fedeli alla tradizione. Erano consapevoli dei mormorii sulla possibile sterilit di Emilia, ma ora nessuno avrebbe potuto aggiungere che non avessero seguito in modo scrupoloso i precetti religiosi. Publio pens di avvicinarsi alla moglie e baciarla, perch si tranquillizzasse. Sapeva che non le piaceva essere al centro dellattenzione, cos si trattenne. Le dimostrazioni pubbliche di affetto, perfino fra coniugi, erano malviste, soprattutto in chi ricopriva un incarico pubblico e pi che mai in un periodo di guerra e di privazioni. Publio non voleva dare adito a pettegolezzi che in pochi minuti sarebbero giunti alle orecchie dei suoi avversari politici, Fabio Massimo e il protetto Marco Porcio Catone, sempre ligi nel rispetto delle usanze, delle cerimonie religiose e delle leggi di Roma, e severi con chi non era altrettanto scrupoloso. Publio si limit a cingere la moglie alla vita, sorreggere il suo corpo con forza e poi, dolcemente, separarsi da lei per camminarle accanto fino a casa. Emilia lo guard e sorrise. Non parlarono, neanche quando arrivarono alla domusdegli Scipioni. La mancanza di un figlio continuava a pesare sulle loro anime.
Una volta a casa, Emilia si diresse nella propria stanza a riposare, mentre ledile di Roma si dedicava prima alle questioni familiari e poi a quelle dello Stato che gli competevano. Nel vestibolo si era radunata una decina di persone, venute a chiedere consiglio o istruzioni.
Il primo che Publio ricevette nellatrio della domusfu lo schiavo incaricato di sorvegliare le coltivazioni delle propriet di famiglia a Liternum. Anche l, come da molte altre parti, si risentiva della mancanza di lavoratori nei campi e la raccolta della frutta era a rischio.
Daccordo rispose Publio dopo aver ascoltato le spiegazioni dello schiavo. Ho preso nota di tutto. Mio fratello Lucio partir per venire da voi nei prossimi giorni e si occuper di risolvere queste faccende. Puoi riposare in questa casa e ripartire domani per fare ritorno alle nostre propriet.
Lo schiavo annu e si ritir con un inchino. Aveva sempre trattato con il padre, ma il giovane che aveva preso il suo posto aveva ascoltato con attenzione il suo rapporto e se aveva deciso di mandare il fratello minore, significava che quel viaggio a Roma non era stato inutile.
Publio ricevette poi alcuni mercanti che si lamentavano dei problemi creati dai triumviri, che sorvegliavano rigorosamente tutto ci che entrava e usciva dalla citt per evitare il contrabbando, un rischio in tempi di guerra e penuria. Ledile prese nota delle lamentele e infine pot ricevere lamico che aveva aspettato con pazienza nel vestibolo. Quando lo vide entrare, Publio si alz e and ad abbracciarlo.
Ma come  possibile che non mi abbiano avvisato che Gaio Lelio aspettava di vedermi? esclam a voce alta. Qualcuno dovr essere castigato per un oltraggio simile, far aspettare il mio migliore amico!
No, amico mio, no. Non devi castigare nessuno rispose Lelio con un sorriso. Sono stato io a decidere di aspettare: un edile di Roma deve pensare prima alle questioni dello Stato e poi agli amici.
Va bene, va bene. Ma che ci portino del vino! esclam Publio, rivolgendosi a un giovane schiavo. E che sia il migliore della casa! E mulsum!
Pochi minuti dopo, su un tavolo cera tutto il necessario: una caraffa di vino rosso, una di acqua e una di mulsum, insieme a una ciotola di miele da aggiungere se si desiderava accentuare la dolcezza della bevanda. Furono portati anche due tricliniae frutta secca. Sdraiati comodamente, i due amici brindarono.
Ai proconsoli in Hispania! propose Lelio.
A loro, certo! rispose Publio. Per tutti gli di, hai qualche notizia di mio padre e mio zio?
S, e sono buone notizie. Ho appena parlato con gli Emilii Paoli, la tua famiglia acquisita: c stato un sollevamento generale dei Numidi agli ordini del re Siface, in Africa, e sembra che dietro vi siano tuo padre e tuo zio. Si dice che abbiano inviato dei messaggeri per giungere a un accordo con il re numida. Presto ne avremo la conferma, ma la cosa pi importante  che il Senato di Cartagine ha ordinato ad Asdrubale di tornare in Africa. Questo indebolisce loffensiva lanciata dai Cartaginesi in Hispania.
S, ha tutta laria di essere una strategia ideata da mio padre. Insomma, sono davvero ottime notizie. Speriamo che vengano confermate. E sugli altri fronti?
Altre buone notizie: Marcello  entrato a Siracusa.
Impossibile. Siamo stati al Palatino e siamo passati per il Foro. Non ho sentito nulla.
Amico mio, era mattina quando sei stato al Foro e siamo a met pomeriggio. Forse non te ne sei reso conto, ma il tempo  passato. Il Foro adesso  tutto una festa. Marcello  entrato a Siracusa: abbiamo il controllo della citt chiave della Sicilia.
Sono notizie magnifiche. Si sa qualcosa di quel greco, quellingegnere, Archimede, che ci ha dato tanti grattacapi con le sue macchine nella difesa della citt?
 morto.
Morto? Publio fu dispiaciuto di venirlo a sapere. Che peccato.
Gi concord Lelio. Marcello aveva dato ordini espliciti di catturarlo vivo, ma nel cuore della battaglia il genio greco dellingegneria  caduto nelle mani di alcuni legionari pi giovani, che lhanno scambiato per un nemico qualsiasi. Morto sul campo di battaglia. Vicino al porto, dicono.
 davvero una brutta notizia. Uomini simili non si incontrano spesso. Mi chiedo quanti altri debbano morire, prima della nostra vittoria. Questa guerra sta costando troppa fatica, troppe vite. Da quel che mi dici, per, sembra che le cose inizino ad andare per il verso giusto, se rafforziamo il controllo sullHispania e sulla Sicilia. E grazie ai problemi in Numidia E Annibale?  ancora a Tarentum?
Lelio annu.
Non ceder aggiunse Publio. Lho intuito da tempo. Ha Capua e ora vuole Tarentum.  uno sbocco naturale sul mare a Sud. Se Tarentum cade e i Cartaginesi soffocano il sollevamento di Siface, i rinforzi di Annibale non saranno costretti ad attraversare lHispania e la Gallia, potranno arrivare direttamente in nave a Tarentum.  questo il pericolo immediato ora.
S, ma le mura di Tarentum sono inespugnabili.  impossibile che prenda quella citt comment Lelio.
Era impossibile anche che ci sconfiggessero a Canne, dove eravamo il doppio di loro, e hai visto che cosa  successo. Credo che i fatti ci abbiano dimostrato che con questo generale dobbiamo essere prudenti nel distinguere il possibile dallimpossibile.
Forse rispose Lelio. A proposito, questo mi ricorda che la quinta e la sesta legione, inviate in Sicilia, hanno chiesto a Marcello di intercedere per loro davanti al Senato, perch possano tornare a Roma o almeno prendere parte alla guerra.
 come dire che lo chieda a Fabio Massimo e lui non sar mai daccordo rispose Publio.
Perch lo dici? Farebbero comodo due legioni in pi.
Per lorgoglio di Massimo:  stato lui a condannarle, fino alla sconfitta di Annibale, e Annibale  ancora in Italia. No, la richiesta non otterr una risposta positiva al Senato, neanche se arriva dal vittorioso Marcello. Anzi, meno ancora se sar lui a chiederlo.  uno dei generali che mettono in ombra Massimo e lui la considerer una sfida personale. Gli uomini della quinta e della sesta legione si sbagliano. Se vogliono ottenere qualcosa, devono rivolgersi direttamente a colui che li condann, senza intermediari. Ti dir di pi: dopo questo, dubito molto che Fabio Massimo conceder il perdono a quegli uomini anche in seguito alla vittoria su Annibale. Ce lha con loro perch, come noi due, suo figlio Quinto era a Canne, e porteremo sempre la macchia di quella vergogna. Anche se siamo stati perdonati in extremis. Confinando quelle legioni, Fabio probabilmente pensa di confinare anche il ricordo di quella battaglia.
Non credi che quegli uomini potrebbero fare qualcosa per cancellare una volta per tutte quella sconfitta dal loro passato? Parlo anche per noi chiese Lelio.
Sullatrio scese il silenzio. Si sentiva lacqua scorrere nella fontana del giardino a cui si accedeva attraverso il tablinum. Pomponia ed Emilia erano nelle loro stanze. Gli schiavi, occupati nei loro compiti, erano scomparsi, fatta eccezione per il giovane che prestava attenzione al minimo segnale delledile.
Non so inizi Publio. Ci ho pensato spesso e non ho una risposta alla tua domanda, ma ti dir una cosa: sento che il mio destino, il nostro destino, quello di tutti coloro che hanno partecipato a quellorribile battaglia di Canne, ci unisca. Ora siamo divisi e non so quali strade prender in futuro ciascuno di noi, ma sento che a un certo punto le nostre vite torneranno a incrociarsi con la quinta e la sesta legione di Roma. E se succeder, sar il momento di lavare, insieme, le macchie del nostro passato.
Le chiamano le legioni maledette disse Lelio a bassa voce, quasi con timore.
E in effetti  quello che sono rispose Publio.
In quel momento arriv latriense della domusdegli Scipioni.
Che cosa succede? Perch ci interrompi? chiese Publio, infastidito, la testa ancora in Sicilia, circondato dai legionari maledetti da Roma.
Mi spiace, mio signore, ma  arrivato luomo che aspettavi.
Luomo, quale uomo? Ah, per Castore e Polluce, certo: il direttore della compagnia teatrale, certo. Che entri, che entri. Poi, rivolto a Lelio:  il direttore di una delle compagnie della citt: devo organizzare i festeggiamenti e fra le altre cose bisogna programmare le opere da rappresentare. Sembra cos assurdo occuparsi di questioni simili, quando il mondo  sul piede di guerra Ma il teatro  un intrattenimento e non riusciremo mai a distrarre abbastanza il popolo, in questi momenti di caos e incertezza, non trovi?
Lelio annu. Stava per aggiungere che con un bel combattimento di gladiatori non ci sarebbe stato nessun bisogno di opere teatrali, ma evit e sorrise, prima di congedarsi.
Bene, credo sia meglio che lasci ledile di Roma alle sue occupazioni e mi cerchi un altro posto dove riposare.
Publio si alz e torn ad abbracciarlo.
Che sia bella, non meriti di meno disse ledile. E abbi cura di te, quel quartiere  pericoloso.
Non so di che parli rispose lufficiale mentre si tirava la barba con la mano destra. Ma star attento. E ridendo, pens che era proprio quello che stava per fare, cercare una bella donna nel quartiere delle prostitute, vicino al fiume. I suoi pensieri non avevano segreti per il giovane amico. Mentre usciva, incroci nel vestibolo un uomo obeso, anziano, con una ridicola parrucca bionda. Lelio lo fiss e questi lo salut inclinando leggermente il corpo. Un attore, senza dubbio, pens lufficiale e si disse ancora una volta che la vita politica non faceva proprio per lui: non si immaginava a trattare con un personaggio simile senza perdere il controllo.
Latriense invit Casca a entrare.
Desideri del vino o altro? chiese Publio al suo ospite.
Casca contempl le caraffe sul tavolo e la frutta secca. Aveva una gran voglia di un sorso di vino e di qualcosa da mangiare.
No, grazie, mio signore rispose. Pens che fosse meglio mantenere un tono ufficiale nella conversazione con il nuovo e sorprendentemente giovane edile di Roma. Non voleva che il vino gli annebbiasse le idee. Era la negoziazione pi importante dellanno.
Ledile batt le mani e un paio di schiavi ritirarono subito il cibo, le bevande e il tavolo. Casca, a un cenno del suo anfitrione, si sdrai sul tricliniumche aveva occupato Lelio.
Allora? inizi Publio. Che cosa abbiamo per questanno? Mi aspetto grandi cose. Mi hanno parlato bene di te, spero che non smentirai le referenze sulla tua persona e la tua compagnia.
Casca accolse quelle parole con un cenno del capo.
Ho due, no, tre buone tragedie, di autori gi noti al pubblico. Vediamo. Casca prese un piccolo rotolo da sotto la tunica e cominci a leggere i propri appunti. Di Livio Andronico ho due opere che piaceranno senzaltro, per la loro grande forza drammatica: Achillese Andromeda. Sono sicuro che faranno parlare.
Casca alz gli occhi dal rotolo che consultava e vide che ledile non sembrava molto convinto. Non si scoraggi. Continu a leggere.
Bene. Ho un testo speciale del grande Ennio: Alexander. Piacer senzaltro.  una grande opera epica.
Publio annu un po pi convinto.
Questultima inizi ledile di Roma mi persuade di pi: unopera che spero elogi il valore del grande generale pu essere una buona idea, ma Ennio  sempre cos poco opportuno nei suoi argomenti Alessandro in fondo  macedone e forse non  il momento migliore per rappresentare le imprese dellantenato di un re come Filippo, che non fa che attaccarci e accordarsi con Annibale, non credi?
S, certo, naturalmente; non avevo considerato la questione da questo punto di vista, ma hai senza dubbio ragione. Allora, forse andranno meglio le tragedie di Livio.
E qualche commedia? chiese Publio. Nessuno dei tuoi autori ha scritto una commedia che distragga la gente dalla guerra?
S, commedie, certo, naturalmente, mio signore. Ho alcune opere interessanti. Vediamo Permettimi di consultare i miei appunti, la mia memoria non  pi quella di un tempo; e pensare che una volta ero in grado di memorizzare opere intere, e adesso, invece Ma questo ti annoia, vediamo S, c Nevio, per esempio, con una commedia divertente: la Tarentilla, la ragazza di Tarentum.
Speriamo che Tarentum non cada nelle mani di Annibale prima della rappresentazione dellopera. E mi auguro che non ci siano le solite critiche politiche di Nevio disse Publio.
Certo, certo, far in modo che sia tutto sotto controllo.
Sotto un rigorosocontrollo insistette ledile di Roma.
Sar fatto, mio signore, non ne dubitare. Casca fece un nuovo cenno del capo. Si chiese se aggiungere qualcosa o se fosse meglio chiudere cos la conversazione. Non sembrava che le sue proposte avessero entusiasmato troppo ledile, e non voleva rischiare.
Stavi per dire qualcosa. Parla. Publio non era il tipo a cui sfuggisse lombra del dubbio sul viso dellinterlocutore.
Vedete, ho anche un nuovo autore, Tito Maccio, Tito Maccio Plauto, per la precisione.
Plauto?  uno strano nome per uno scrittore, no?
S, certo, ma ho letto il suo lavoro. Ha una commedia, Asinariasi intitola, senza alcun contenuto politico, divertimento puro, agile, piacer molto, ne sono sicuro. Credo che sia quello che cerchi.
Ti chiedo commedie e tu mi proponi autori dalla dubbia reputazione politica con titoli sfortunati oppure un completo sconosciuto. Casca, mi aspettavo di pi da te.
Mi spiace non poter offrire di pi. Ma con tutto il rispetto, mio signore, non c molta scelta. Continuer a cercare, ovviamente, ma per il momento non ho altro.
Ledile rimase in silenzio per qualche secondo. Casca pens che il suo contratto per quellanno stesse per sfumare.
Bene concluse Publio. Ecco che cosa faremo: inizieremo con le tragedie di Livio, ma non verr messa in scena lopera di Ennio, no, almeno finch non saranno terminate le ostilit con la Macedonia. E poi, a partire dallestate, rappresenteremo la commedia di Nevio, per la quale mi auguro di non ricevere proteste dal Senato. Ricorda che Fabio Massimo e altri senatori non aspettano che una scusa per proibire il teatro per sempre; quindi, per il tuo stesso bene, vedi di supervisionare meticolosamente lopera. E alla fine, per i Saturnaliadi dicembre, concederemo unopportunit al tuo nuovo autore e spero per te che abbia successo. Non vorrei concludere lanno senza lapprovazione del popolo. Siamo daccordo?
S, certo. Mi sembra perfetto: Livio, tragedie, commedia di Nevio, supervisionata, supervisionata, certo, e poi lautore nuovo, Plauto. Casca ripet le parole con cura. Non ti deluder, mio signore. Il popolo questanno sar contento del teatro. Ti ricorderanno con piacere.
Bene, Casca. Ripongo la mia fiducia in te e nelle opere di cui abbiamo parlato. Ora, per favore, lasciami riposare. Ho avuto una lunga giornata. Esci e che gli di accompagnino i tuoi scrittori preferiti.
Casca si alz e scomparve dal vestibolo a una velocit impressionante. Non voleva rischiare che ledile cambiasse idea: due tragedie e due commedie, quattro opere. Era andata bene, pi che bene. Ora doveva trattare con gli scrittori. Era gi per strada, di ritorno a casa. Gli scrittori. Significava festeggiare con Livio le nuove messe in scena e spiegare a Ennio che il suo Alexandernon era opportuno. Avrebbe dovuto usare tatto, come per tenere a bada Nevio. Quella sarebbe stata la cosa pi difficile. E, infine, calmare limpaziente Tito Maccio perch rimandasse il momento di vedere rappresentata la sua prima opera. Nel frattempo gli avrebbe detto di scriverne unaltra. S, sarebbe stato il modo migliore di usare il tempo. Certo che se poi la prima fosse stata un fallimento, la sua carriera si sarebbe conclusa, ma esisteva pur sempre la possibilit, per quanto remota, che lopera avesse successo. In quel caso, ledile, il popolo, tutti ne avrebbero volute ancora e Casca le avrebbe gi avute pronte. Quello si presentava come un anno ricco di possibilit.

78
LE PROFEZIE DI ANNIBALE

Tarentum, 212 a.C.
Maarbale contemplava le mura di Tarentum e ne ammirava laltezza e la robustezza. Quella citt era inespugnabile. Gli ricord le fortificazioni di Qart Hadasht, in Iberia: potenti muraglie che ospitavano un porto naturale, il cui accesso era perfettamente controllato dalla citt. Non aveva idea di che cosa ci facessero l: era unimpresa impossibile. Certo, se cera qualcuno capace di imprese impossibili, quello era Annibale, ma perfino lui aveva ordinato di ripiegare dopo Canne, invece di correre ad assediare Roma. Maarbale non capiva quale fosse la differenza fra le due citt, entrambe ben protette e con forti guarnigioni romane a difenderle.
Leggo il dubbio nei tuoi occhi, Maarbale, mi sbaglio? comment la voce profonda di Annibale alle sue spalle.
Il luogotenente si gir, stupito. Pensava di essere solo.
Si tratta di queste mura. Sembrano insuperabili e come hai spiegato a Canne, non abbiamo le armi per un assedio di questo tipo. Non siamo neanche riusciti a prendere Nola, quando la proteggeva Marcello. Non hai voluto conquistare Roma e vuoi provarci con Tarentum. A essere sincero, non capisco perch siamo venuti qui invece di difendere il territorio che dominiamo pi a nord. Capua, per esempio,  assediata dai Romani perch  passata dalla nostra parte, e noi siamo qui
Noi siamo qui lo interruppe Annibale per prendere Tarentum una volta per tutte. Lo so che siamo gi stati qui lanno scorso e non siamo riusciti a ottenere niente e so anche che le citt ben protette resistono al nostro assedio perch non abbiamo i mezzi adatti, ma mi stupisci, Maarbale, se paragoni Roma a Tarentum.
Perch? Sono entrambe ben difese.
Forse, ma una  Roma, laltra una citt alleata a Roma e, come tutti gli alleati, aperta al tradimento.
Maarbale sgran gli occhi. Ecco che cosera. Cera un piano, un contatto.
 evidente che Capua ha bisogno di noi, ma se riusciamo a far cadere Tarentum, prenderemo due cinghiali nello stesso bosco, come piace dire ai Romani: da un lato avremo una citt del Sud dove far sbarcare i rinforzi dallAfrica e dallaltro rafforzeremo la nostra posizione al Sud. Nel resto del territorio abbiamo gi roccaforti importanti come Capua in lotta contro Roma e a nord i Galli tengono occupate le truppe romane; Asdrubale  tornato in Iberia e presto affronter i proconsoli e abbiamo aperto un nuovo fonte sullAdriatico, grazie allappoggio di Filippo. S, lo so che  stato respinto ad Apollonia, ma il re macedone  ancora dalla nostra parte. Ci prover di nuovo. Vuole recuperare il territorio del protettorato romano di Illiria. Se prendiamo Tarentum, ci rafforzeremo al Sud.
Maarbale pens che il generale aveva ragione, ma che era altrettanto vero che Marcello aveva conquistato Siracusa e restituito ai Romani gran parte della Sicilia, e questo nonostante la difesa di Archimede. Inoltre cera il problema di Siface. Maarbale cerc di essere obiettivo nella sua risposta e procedette con cautela.
Quello che dici  vero, ma Asdrubale non pu soffocare i ribelli come Siface in Africa e al tempo stesso sconfiggere i proconsoli romani in Iberia.  troppo per lui. Stava per menzionare anche la Sicilia, ma pens che fosse meglio evitare di sollevare ulteriori problemi, in quella guerra interminabile.
S, rispose Annibale si chiede molto a mio fratello, ma Asdrubale  abile e forte; ha messo fine al sollevamento di Siface ed  gi di ritorno in Iberia. Ti far due profezie stasera e sai che non amo prevedere il futuro, ma ti dir due cose. Una: quei proconsoli, gli Scipioni, sono uomini morti, solo che ancora non lo sanno. Asdrubale li sconfigger e, presto o tardi, arriver in Italia per unirsi ai Galli al Nord. Cos stringeremo Roma come in una tenaglia, con mio fratello e i Galli al Nord e la nostra avanzata da sud. Due: questa notte entreremo a Tarentum. Ora basta con le chiacchiere. Che gli uomini cenino presto e bene, una cena abbondante, ma niente vino.
Maarbale ascolt con attenzione le parole del generale: lo conosceva e quelle profezie gli rimasero impresse. Annibale non faceva mai annunci o minacce se non era convinto, ma chiedeva molto a suo fratello e parlava della presa della fortezza di Tarentum come se fosse una passeggiata. In ogni caso, la notte si allungava sulla regione e le fiamme dei fal iniziavano a illuminare laccampamento. Nel giro di qualche ora avrebbero scoperto se una delle due premonizioni si sarebbe avverata: la caduta di Tarentum. Solo in questo caso, Maarbale si sarebbe convinto che anche laltra avesse qualche fondamento.
Era notte fonda. Il vento agitava le fronde degli alberi. Filemeno si sistem il mantello con cui si riparava dal freddo notturno, mentre aspettava in una radura del bosco insieme ad alcuni dei suoi uomini. Cos avevano stabilito. Quella era una veglia speciale. Gli uomini che alla fine avevano deciso di accompagnarlo erano tesi, nervosi. A prima vista sembrava che fossero occupati in una partita di caccia, in attesa di una preda interessante contro cui scagliare le frecce e le lance. Quella notte, per, alla solita tenuta avevano aggiunto scudi ed elmi, portati fuori di nascosto sui cavalli. La mancanza di luce aveva fatto il resto. Le sentinelle della guarnigione romana di Tarentum non si erano accorte di quegli accessori inutili in una partita di caccia, a meno che non si andasse a caccia di uomini, o di Romani, per la precisione. Filemeno sorrise, ma cera amarezza sul suo viso. Quella notte era uscito da Tarentum fingendo, come in altre occasioni, di andare a caccia per procurare viveri alla citt. Da settimane tornava con abbondante carne fresca, che poi distribuiva al mercato, per placare un po la fame di quei confusi giorni di guerra. Le sentinelle romane li lasciavano entrare e uscire in cambio del solito prezzo: gran parte della selvaggina non arrivava oltre la guarnigione di guardia alle porte. Le sentinelle continuavano cos da mesi. Si limitavano a controllare che rientrassero tutti coloro che erano usciti e non una persona di pi. Erano sereni.
Filemeno rivolse il suo sorriso storto al cielo stellato. Suo padre e molti dei suoi amici non avrebbero pi visto quelle stelle. Erano stati catturati come ostaggi allinizio della guerra. Roma si assicurava cos la fedelt delle citt dalla lealt dubbia, come Tarentum. Nella confusione di quella guerra, per, gli ostaggi erano scappati. Non erano arrivati molto lontano e dopo essere stati catturati, cacciati, pensava Filemeno, erano stati riportati a Roma, condannati per tradimento, torturati e scagliati dallalto di una roccia. Per Filemeno e per molti Tarentini quella era stata la fine dellalleanza con Roma, solo che ancora non potevano darlo a vedere. Il Senato romano aveva prontamente inviato rinforzi alla guarnigione di Tarentum, per assicurarsi il controllo di quella enclave marittima, anche senza la presenza degli ostaggi.
Presto arriveranno i Cartaginesi disse Filemeno, tagliando lalba con la sua voce decisa.
I compagni annuirono. Avevano paura, ma il bisogno e lodio verso Roma li spingevano ad agire. A nord videro una grande massa scura, come se il bosco si muovesse verso di loro. La luce fioca delle stelle non bastava a distinguere con chiarezza quel che accadeva e non cera luna. Per questo avevano scelto proprio quella notte. Filemeno ricordava le parole del generale cartaginese.
La prossima notte senza luna, dove termina il bosco, a nord della citt. Ci troveremo l. Fai in modo che sia tutto pronto e io terr fede alla mia parola.
Avevano stabilito che Filemeno e i suoi uomini si sarebbero incaricati di far aprire le porte in piena notte e poi avrebbero preso parte alla battaglia per il controllo della citt, che allalba sarebbe passata ai Cartaginesi. Annibale in cambio si era impegnato a rispettare la vita e i beni dei Tarentini e a impadronirsi soltanto delle propriet dei Romani e del porto, per usarlo come via marittima dove ricevere i rinforzi dallAfrica. Filemeno rifletteva su quellaccordo mentre osservava la massa scura che scendeva dal monte verso il bosco. Le prime ombre iniziavano a stagliarsi con pi precisione: lance, scudi, spade, corazze, uniformi militari uguali a quelle dei Romani, strappate ai nemici in decine di combattimenti. Lesercito cartaginese li circond nella fitta penombra notturna.
Annibale, accompagnato da quattro soldati di fiducia, arriv a pochi passi da Filemeno e dai suoi uomini. Il nobile tarentino si avvicin insieme a un altro cittadino e, alla luce tremolante delle stelle, ratificarono laccordo di qualche settimana prima.
Maarbale osservava lincontro senza sapere che cosa fosse stato deciso. Era occupato a mantenere lordine e il silenzio tra le file dei cavalieri numidi. Quello era un terreno pietroso, irregolare, e procedevano fra gli alberi. Lesatto contrario di ci di cui avevano bisogno i suoi cavalieri. Era a disagio. Ma nel portamento e nel passo della sagoma di Annibale intuiva sicurezza e decisione. Forse, dopotutto, il generale sapeva quel che faceva e quella notte avrebbero preso Tarentum. Forse avrebbero trionfato l dove in altre occasioni avevano fallito. Pens di nuovo alle strane profezie del generale. Era curioso di scoprire fino a che punto sarebbero diventate realt. Lo stesso Annibale aveva affermato che la presa di Tarentum era fondamentale per capire se anche le altre premonizioni si sarebbero avverate. Restavano ancora sette o otto ore di buio e Maarbale vedeva poco di fatto e molto ancora da fare.
Lavanzata notturna prosegu per altre due ore. Lesercit per ora procedeva pi rapido, grazie alla guida di Filemeno e dei suoi uomini, che conoscevano alla perfezione quel bosco e quelle colline. Cinque ore prima dellalba, distinsero il profilo delle mura di Tarentum, che si stagliavano scure allorizzonte, alla luce delle torce che la guarnigione romana teneva accese tutta la notte, nelle decine di punti di osservazione e sulle torri della fortificazione che circondava lintera citt. Al di sopra della prima barriera di mura si vedevano altre luci e un secondo muro: la cittadella, una fortezza allinterno del recinto della muraglia, da cui si controllava laccesso al porto.
A un migliaio di passi dalle mura, lesercito cartaginese si dispose in formazione. Gli uomini di Filemeno li precedevano, seguiti da vicino da un nutrito gruppo di cavalieri numidi al comando di Maarbale.
Il comandante della cavalleria era pi scettico che mai, ma Annibale era stato chiaro. Seguite quegli uomini e quando vi apriranno la porta, entrate e combattete per assumere il controllo. Fate in modo che la porta resti aperta e nel giro di pochi minuti arriveremo con le truppe. Dallinterno ti aiuteranno. Maarbale aveva annuito e aveva scelto quattro decine dei suoi migliori cavalieri.
Raggiunsero al galoppo i Tarentini, che cavalcavano al passo, felici di quella scorta mentre si avvicinavano alla citt.
Dopo un paio di minuti, le mura di Tarentum si stagliarono magnifiche davanti agli occhi di Maarbale. Erano gi stati l lanno prima, ma non erano arrivati mai tanto vicini. Era una fortezza inaccessibile. Gli torn di nuovo in mente Qart Hadasht, in Iberia. La citt era altrettanto imponente, impossibile da prendere con la forza senza un tradimento: mura altissime e robuste e, sugli altri lati, il mare, che rendeva ancora pi difficile un assedio. Come a Qart Hadasht, i Tarentini avevano approfittato della protezione naturale offerta dallacqua e avevano rafforzato soprattutto le mura che difendevano la citt via terra. E proprio verso quel punto inespugnabile si dirigevano adesso Maarbale e Filemeno.
Due sentinelle romane giocavano a dadi in cima alla torre che difendeva la porta principale della citt. Erano avvolti nelle coperte per proteggersi dal freddo, seduti sulla pietra della fortezza, e non prestavano troppa attenzione ai movimenti allesterno.
Due sei e un due disse uno di loro. Bel tiro, ma non basta.
La sentinella che aveva parlato prese i dadi e stava per lanciarli a terra, quando si sent un fischio. I Romani smisero di giocare e lentamente, con la consueta prudenza, si alzarono e guardarono al di sopra della muraglia.
 di nuovo quel greco. Spero che oggi porti qualcosa di meglio che uccelli, altrimenti lo lascio fuori.
Chiudi il becco e chiediglielo, per tutti gli di.
La sentinella alz la voce e si rivolse al nuovo arrivato.
Che cosa ci porti, stavolta, Filemeno? Oggi non ti lasceremo passare, se non hai qualcosa che valga la pena. I due legionari scoppiarono a ridere.
Fuori, nei pressi della porta, Maarbale vide che Filemeno si consultava a bassa voce con i suoi uomini, che annuirono. Quindi il tarentino rispose con decisione, parlando al vento in latino e guardando la torre.
Cinghiali! Quattro cinghiali, e uno  per voi e per tutta la guardia!  la vostra notte fortunata!
Per Ercole si sent esclamare dalla torre. Che aprano subito la porta. Stamattina faremo colazione con carne fresca.
Le porte della citt di Tarentum si aprirono con la pesante lentezza dellenorme legno massiccio rinforzato di bronzo. Fu cos che i Romani lasciarono entrare il loro cavallo di Troia.
Qualche minuto dopo, nella cittadella sul lato opposto della citt, un centurione entrava nella residenza di Gaio Livio, capo della guarnigione romana di Tarentum.
Signore, si combatte vicino alla porta est della citt. Sembra che un gruppo di Tarentini si sia ribellato.
Il comandante si alz dal letto, intontito e nervoso, ma fece subito la domanda chiave.
E le porte? Sono aperte o chiuse?
Non lo so, signore. Non siamo ancora riusciti a riprenderne il controllo.
Allora manda tutti gli uomini di cui hai bisogno, per Castore e Polluce e per tutti gli di!
Il centurione corse a eseguire gli ordini.
Ma ormai era tardi per salvare la citt. In lontananza, a un migliaio di passi dalla muraglia, Annibale osservava loperazione con lattenzione e il piacere di chi vede funzionare il proprio piano, dopo averci riflettuto per settimane. Tarentum, con il ventre aperto, lasciava penetrare centinaia di Cartaginesi, che, una volta assicuratisi il controllo delle torri pi vicine alla porta, si addentravano nelle strade della citt e uccidevano tutti i Romani che incontravano. I Romani, a loro volta, cercavano di fermare quellavanzata, ma non appena riuscivano a disporre gli uomini in una formazione ordinata e ad assumere il controllo di una strada, venivano attaccati alle spalle da gruppi di Tarentini ribelli, e i Cartaginesi ne approfittavano per caricare contro i difensori confusi.
Gaio Livio non tard a rendersi conto della situazione e invece di ordinare al resto delle truppe di uscire, comand ai legionari sopravvissuti allattacco iniziale, che combattevano per le strade della citt vecchia, di rifugiarsi con il grosso della guarnigione nellunico punto ancora sotto il loro controllo: la cittadella. In questo modo, in poche ore, al sorgere del sole, Annibale fece il suo ingresso in una Tarentum dominata dai Cartaginesi, con leccezione del piccolo bastione della cittadella, dove i Romani si erano trincerati, decisi a resistere al lungo assedio che li aspettava.
I Cartaginesi avevano fatto prigionieri un centinaio di legionari. Erano i soldati che non erano riusciti a raggiungere la cittadella prima che Gaio Livio ordinasse di chiudere le porte per impedire al nemico di entrare. Molti furono condannati a una morte in battaglia, altri a una resa umiliante e carica di incertezza. Annibale osservava i prigionieri senza smontare da cavallo. Fu allora che Filemeno lo raggiunse.
Generale! Reclamo per noi questi prigionieri. I Romani hanno giudicato i nostri familiari a Roma ed  giusto che ora spetti a noi giudicare i loro compatrioti.
Annibale volt il cavallo verso il tarentino. Smont lentamente. Circondato dai suoi uomini di fiducia, si diresse verso Filemeno e alz la mano perch lo lasciassero procedere da solo. In questo modo, senza scorta, raggiunse luomo che gli si era rivolto con tanta decisione. Poi, con voce grave e seria, gli chiese:  una supplica o un ordine, cittadino di Tarentum?.
Filemeno trattenne il respiro. La spada nella sua mano grondava ancora sangue. Il generale era a pochi passi da lui e non aveva neanche sguainato larma. Quel cartaginese non aveva paura di un uomo armato. Riflett sulla risposta da dare. Si rese conto di avere paura, lui s, ma sapeva quanto ci fosse in gioco. Non aveva messo in pericolo la propria vita e quella degli altri ribelli per passare da una schiavit a unaltra ancora peggiore.
N una supplica n un ordine.  una richiesta, generale disse. Una richiesta ripet.
Annibale rimase in silenzio. Si guard intorno. Pi di mille Tarentini aspettavano la risposta. Un aiuto mandato dal cielo per ottenere il controllo di quella citt. Aveva assestato un colpo importante agli alleati di Roma nel Sud, e ora gli chiedevano soltanto di disporre di qualche decina di prigionieri. In realt, era stato il tono del tarentino a infastidirlo, ma sembrava che Filemeno avesse capito che avrebbe fatto meglio a essere prudente.
 una richiesta giusta rispose quindi e, a un suo segnale, i Cartaginesi consegnarono ai Tarentini i legionari disarmati e terrorizzati.
Poi pass oltre Filemeno, che dovette farsi da parte per non sbattere contro il generale cartaginese, che era avanzato come se lui non ci fosse, e si ritir in una delle case della guarnigione romana nella citt vecchia, dove ordin che gli portassero vino e acqua per festeggiare la vittoria.
Maarbale lo raggiunse e insieme controllarono alcune mappe che si trovavano nelledificio insieme ad altre che gli portarono i soldati dalle altre case romane.
Bene, mio buon Maarbale disse Annibale mentre versava lui stesso il vino fresco nelle coppe. Come vedi, Tarentum  caduta; una delle mie profezie si  avverata. Presto cadr il resto del Sud Italia e non dovremo fare altro che aspettare larrivo di Asdrubale per lanciarci, questa volta s, su Roma. Lassedio a cui tieni tanto ci sar, e con garanzia di successo.
Maarbale accett volentieri la coppa che gli offriva il generale.
In quel momento si sent il grido straziante di un uomo, seguito da un altro, altrettanto desolante.
Che succede? chiese Annibale, senza traccia di timore, solo incuriosito.
Sono i Tarentini rispose il luogotenente dopo un sorso di vino. Stanno scagliando i prigionieri romani dalle mura della citt.  la loro vendetta per la morte dei concittadini che i Romani avevano preso in ostaggio.
Annibale annu e non fece commenti, ma not il viso serio di Maarbale.
Ti vedo preoccupato. Una delle mie profezie si  avverata, ma non sembri soddisfatto. Che cosa ti angustia?
La cittadella. Abbiamo conquistato la citt vecchia e parte degli accessi al porto, ma i Romani controllano ancora la cittadella e in questo modo non abbiamo il pieno controllo del porto.
Maarbale stava per aggiungere che quindi anche la profezia non si era avverata del tutto, ma si trattenne.
 vero, ribatt Annibale ma la cittadella cadr sotto il nostro assedio.  solo questione di tempo e di pazienza. Pazienza, mio caro Maarbale. Pazienza. Ora, quando avrai terminato il vino, fammi il favore di supervisionare la presa della citt. Io vado a riposare. Sono due giorni che non dormo e se non riposo dopo la conquista di una citt come Tarentum, non lo far mai pi.
Maarbale svuot la coppa in un sorso solo e con la gola ancora calda per la carezza del vino, si conged con un saluto ufficiale, la mano sul petto. Quindi supervision loccupazione delle case romane e la requisizione del bottino. Ordin che fossero rispettate le propriet e le case dei Tarentini. Il saccheggio sarebbe stato punito con la morte.
I Cartaginesi obbedirono. Dormire sotto un tetto, con acqua e cibo in abbondanza e la protezione di una muraglia, era una ricompensa pi che sufficiente dopo le ultime campagne dalle vittorie incerte e dalle frequenti sconfitte. Erano i padroni di Tarentum. Nessuno sembrava troppo turbato dalla piccola guarnigione romana trincerata nella cittadella.
Maarbale si rese presto conto di essere lui il pi preoccupato. Mise ordine nei propri pensieri. E cap il perch del suo sconforto. Tarentum non era stata presa del tutto, almeno non secondo la sua opinione, quindi la profezia di Annibale si era realizzata solo in parte. Sarebbe successo lo stesso con laltra e pi importante delle premonizioni? Asdrubale sarebbe arrivato in Italia, da nord, con un potente esercito con cui attaccare i Romani dopo aver sconfitto gli Scipioni in Iberia? O qualcosa sarebbe andato storto anche in quella profezia? Infine scosse la testa, cercando di scrollarsi di dosso le preoccupazioni, e si diede dello sciocco. Avevano appena assestato un colpo mortale alla strategia romana nella penisola italica e lui si preoccupava di profezie, annunci e premonizioni. Tarentum era dei Cartaginesi e i poveri Romani nascosti della cittadella, prima o poi, sarebbero finiti in pasto allodio che i Tarentini avevano accumulato contro di loro. No, in quellalba non cera spazio per timori assurdi.

LIBROVII
IL TEATRO DELLA VITA
E DELLA MORTE

Vita mortuorum in memoria est posita vivorum.
[La vita dei morti  riposta nel ricordo dei vivi.]
Cicerone, Filippiche, IX, 5, 10

79
I SATURNALIA

Roma, dicembre 212 a.C.
Si sa gi qualcosa? chiese Lucio Emilio Paolo con una certa preoccupazione.
Il fratello di Emilia era arrivato alla domusdegli Scipioni insieme a Lelio e a Lucio, fratello di Publio, di ritorno dal Foro.
Publio camminava come una fiera in gabbia, da una parte allaltra dellatrio. Non rispose subito e tutti attesero che si accorgesse della loro presenza.
No, niente rispose infine, quasi di fretta, distratto, assorto nei suoi pensieri. Sono chiuse nella sua stanza da tre ore, ma non so nulla.
E nostra madre? chiese Lucio.
Anche lei  dentro, con Emilia e le schiave.
Gi. Il fratello abbass la testa.
Lelio pens che fosse meglio cambiare argomento, per distrarre i presenti dalla preoccupazione che leggeva sui loro visi.
Al Foro si sa gi che cosa ha deciso il Senato circa la richiesta di Marcello disse, rapido.
La richiesta di Marcello? chiese Publio, confuso.
S, certo spieg lamico. La richiesta della quinta e della sesta legione, le legioni maledette di Canne confinate in Sicilia.
Ah, s, per Castore e Polluce, a volte non so dove ho la testa. Sul viso di Publio comparve un vivo interesse per largomento.
Lelio fu orgoglioso di essere riuscito a catturare la sua attenzione.
Al Senato, prosegu Massimo ha insistito che queste legioni non devono tornare a Roma e neanche combattere.  la peggiore delle umiliazioni. Li odia. E ha vinto: la sua mozione perch le legioni restino confinate per sempre  stata la pi votata, e con un ampio scarto. Solo qualche amico dei Metelli e qualcuno dei nostri ha osato opporsi alla sua proposta. Quegli uomini non torneranno mai a Roma Non vivi, almeno.
Mai ripet Publio fra i denti, come se pensasse a voce alta. Era dubbioso. Nella sua voce cera un tono strano, che spinse gli altri a girarsi verso di lui.
Non credi che sar cos? chiese Lucio Emilio.
No, non proprio spieg Publio. E s. Non lo so. Mai  una parola troppo definitiva. Si era detto anche che Annibale non sarebbe mai uscito vivo dalle Alpi, e guardate come  andata a finire.
Sono due cose diverse disse Lucio Emilio. Quella fu limpresa di un grande generale, per quanto ora ci costi ammetterlo, ma le legioni non hanno un comando o un capo e non sono uomini battaglieri. Non hanno nulla, non possono contare su niente e nessuno per cambiare il loro destino. Il loro futuro  segnato. Moriranno al confino, a meno che Massimo non decida che debbano essere condannati a morte uno per uno.
 possibile, s, sar sicuramente cos셻 comment Publio. Non aveva pi voglia di discuterne. La preoccupazione del momento era tornata a impadronirsi della sua mente e del suo animo; il destino della quinta e della sesta legione era troppo lontano da lui.
In quellistante, la madre Pomponia entr nellatrio accompagnata da una schiava. La schiava portava una piccola coperta di lana bianca macchiata di sangue e Pomponia aveva in braccio un neonato che strillava a pieni polmoni. La madre di Publio and dal figlio e depose ai suoi piedi, sulla coperta insanguinata che le pass la schiava, il corpo nudo del piccolo.
 una femmina. Sembra sana, a giudicare da come piange, e tua moglie sta bene disse. Ora tocca a te decidere se accettare o rifiutare questa bambina.
Publio non esit e sotto lo sguardo attento dei presenti si inginocchi e prese in braccio la neonata.
S, certo che la accetto. Rimase a guardare la creatura, come imbambolato.  bellissima. Si chiamer Cornelia. Cornelia ripet ledile di Roma e, con la bambina fra le braccia, senza guardare nessuno, usc dallatrio per andare dalla moglie.
Intorno allimpluviumrimasero Lelio, Lucio Emilio, Lucio e Pomponia.
Hai detto che mia sorella Emilia sta bene, vero? chiese Lucio Emilio.
Esatto rispose Pomponia, sicura, calma e serena. Sta bene.  un po stanca, perch il parto  durato diverse ore, ma sta bene. Puoi riposare in pace questa notte. Domani la vedrai.  meglio che adesso non la stanchiamo con le visite.  quello che stavo per dire a mio figlio, ma come hai visto non me ne ha dato il tempo.
Pomponia si avvicin allaltare degli di Lari della casa e, fra le preghiere silenziose, vers il latte e un po di vino che le aveva portato una giovane schiava.
Mi spiace prosegu Lucio Emilio a bassa voce, in segno di rispetto per le orazioni della mater familiasche mia sorella non vi abbia dato un maschio. So quanto lo desideravate e quanto ci teneva Publio.
Pomponia si volt lentamente verso il giovane.
Ovviamente rispose con calma spetta a mio figlio decidere, ma come hai visto, ha accettato la decisione degli di e il frutto della moglie senza esitare. Quello che mio figlio accetta lo accetto anchio. E con piacere.
Lucio Emilio si inchin verso Pomponia e non aggiunse altro.
Bene, intervenne Lelio visto che abbiamo un nuovo membro della famiglia e che la madre sta bene e il padre  felice, io dico che dovremmo festeggiare, no?
Pomponia sorrise.
Certo, Lelio, hai ragione, come sempre. Sembra che le ore del parto abbiano offuscato il mio senso dellospitalit. Chiedo perdono a tutti voi. Finch mio figlio non decider di onorarci con la sua presenza, credo che sia giusto che in queste allegre circostanze la casa degli Scipioni festeggi con il vino e il cibo lesito felice di questa nascita.
Pomponia fece quindi un cenno alla schiava e in pochi minuti latrio si riemp di caraffe, calici, acqua, miele, frutta secca e carne di maiale, che Lelio fu il primo a gustare, con il piacere di chi sa di essere benvoluto in una casa di amici.

80
IL POMERIGGIO DELLA PRIMA

Roma, 22 dicembre 212 a.C.
Era il pomeriggio della prima. Tito Maccio Plauto correva frenetico da un lato allaltro della scena. Mancavano ancora diverse ore alla rappresentazione, ma lui era arrivato allalba. Voleva supervisionare ogni minimo dettaglio, doveva essere sicuro che sarebbe andato tutto bene. Se doveva essere un fallimento, che fosse per le sue parole, perch la sua opera non meritava il successo, ma non voleva che la sua grande opportunit gli si sgretolasse davanti per colpa di qualche pessimo attore, per gli eccessi di un ubriaco, per una scena fragile o a causa di un pubblico ostile e manipolato. Lultimo fattore era quello che lo preoccupava di pi. Sapeva che laltra compagnia teatrale della citt non aveva avuto fortuna nellassegnazione delle rappresentazioni da parte degli edili, a differenza della compagnia di Casca. Sembrava che Casca fosse riuscito ad approfittare dei suoi contatti con il nuovo edile di Roma. Un edile giovane, Publio, della gensCornelia della famiglia degli Scipioni, figlio e nipote dei proconsoli di Roma in Hispania; potente, ma giovane e sicuramente influenzabile, pensava Tito, per una persona manipolatrice come Casca. O forse no. Casca quel mattino gli aveva ripetuto per lennesima volta di avere avuto fortuna perch aveva proposto pi commedie, mentre laltra compagnia offriva soltanto una lunga serie di tragedie; ledile di Roma, come lui, pensava che il popolo avesse bisogno di qualcosa di pi catartico delle disgrazie altrui.
Questo aveva suscitato il rancore della compagnia rivale e Tito Maccio sapeva che cosa significava, lo ricordava bene dalla sua esperienza in teatro: gli attori della compagnia che non aveva avuto ingaggi si mescolavano al pubblico e con battute, grida e risate inopportune, con spintoni e perfino qualche rissa, cercavano di confondere il pubblico e distogliere la sua attenzione.
Il pomeriggio precedente, durante la rappresentazione di unopera di Livio Andronico, erano riusciti nel loro scopo e nonostante la trama fosse ben congegnata, il pubblico aveva perso interesse a mano a mano che le battute degli attori rivali si facevano pi sagaci. Tito aveva visto pi di una volta come una buona opera potesse essere distrutta da sabotaggi simili e temeva il peggio per la sua prima commedia.
La mia prima opera? pens. Se fosse andata male, sarebbe stata anche lultima. Inoltre, se erano riusciti a sabotare un autore conosciuto e benvoluto dal popolo come Livio Andronico, preferiva non pensare a quello che sarebbero riusciti a fare a uno sconosciuto come lui.
Ti vedo nervoso. Era la voce di Casca, alle sue spalle. Stai tranquillo. So a che cosa pensi. Ho migliorato la sicurezza. Ho piazzato alcuni dei miei uomini migliori agli ingressi e ho dato istruzioni che non lascino passare nessuno degli imbecilli di ieri pomeriggio.
Ma  illegale. Tutti hanno diritto a entrare rispose Tito.
Illegale, illegale Ci sono tante cose illegali. Anche quello che fanno non  permesso. Se cercano di entrare, li cacceremo a pedate, e non solo: ho ordinato che li portino ben lontano da qui e che gli diano una lezione, gi che ci sono. Non dimenticher facilmente quel che  successo ieri. Ledile era scocciato. Non  potuto venire, ma gli sono arrivati commenti negativi sul nostro spettacolo e sono sicuro che sia stato per via del chiasso fra il pubblico. Nessuna tragedia sopravvive a un caos simile. Nel tuo caso c speranza: abbiamo davanti una commedia. Ha pi possibilit.
S, ma se iniziano a litigare, il pubblico sar pi interessato ai pugni che agli scherzi che avvengono in scena, per quanto divertenti.
Casca rimase in silenzio. A questo non poteva ribattere. Tito continu a esporre i propri timori.
E poi, se anche riusciremo a sopravvivere a quegli idioti dellaltra compagnia e alle loro trovate, ci sono i gladiatori. Ho sentito che questa sera ci sono in programma alcuni combattimenti con guerrieri esotici e verranno sicuramente qui ad annunciarli alla ricerca di pubblico. La mia opera forse pu sopravvivere al caos degli attori infiltrati fra il pubblico, ma non pu competere con i gladiatori.
Tito parlava in torno desolato, come se desse gi tutto per perduto.
Hai sofferto molto, lo so inizi Casca, cercando di tirarlo su di morale. Qualunque cosa possa succedere oggi, non credo che sar peggio di quel che hai gi patito, non pensi? Coraggio. Il testo  buono, lopera funziona. Ho visto le prove ed  divertente, molto allegra. Piacer.
Sempre che gli attori si ricordino i dialoghi e quello che interpreta Profumino sia vagamente sobrio.
Non  del tutto vero. Nel caso di quellattore, quello che interpreta Profumino,  meglio che non sia del tutto sobrio. Nel profondo  un gran timido. Ha bisogno di bere per calcare le scene. Se ti crea problemi, dagli un paio di coppe di vino e spingilo sul palcoscenico. Non appena il vino avr fatto effetto, le parole gli usciranno di bocca come un torrente. Poi ovviamente bisogner controllare che non beva pi del dovuto durante il resto dellopera.
Detto questo, Casca and a occuparsi di alcuni patrizi che si avvicinavano incuriositi al recinto del teatro, per vedere che cosa fosse tutto quel trambusto qualche ora prima dellinizio della rappresentazione.
Mancavano quindici minuti allinizio. Il teatro era praticamente pieno e la gente continuava a entrare. I Saturnaliastavano per concludersi e il popolo approfittava di qualunque occasione per vivere latmosfera festiva di quei giorni, distrarsi dalle preoccupazioni quotidiane e soprattutto dimenticare la guerra che sopportava da pi di sei anni. Roma era stata spesso in guerra; anzi, non era quasi mai in pace e di rado si poteva chiudere la porta del tempio di Giano a indicare una situazione di tranquillit. Quella per era una guerra che si combatteva sul proprio territorio e in cui poche vittorie di Pirro erano intervallate a sconfitte clamorose. Roma era riuscita a cambiare leggermente il corso degli eventi nella penisola italica, ma la presenza di Annibale continuava a pesare sullanimo dei Romani, vicina, come una spada di Damocle sul punto di cadere sulle loro teste. Le festivit, e in particolare i Saturnalia, con il loro carattere sfrenato, erano particolarmente gradite di quei tempi, e il teatro, se vi si rappresentava una commedia, era il posto migliore per godersi quellatmosfera di spensieratezza e alienazione collettiva. Andava in scena lopera di uno sconosciuto, ma Roma era sempre disposta a concedere unopportunit. Nessuno aveva mai iniziato essendo famoso. Il giudizio per sarebbe stato implacabile, questo s: lautore aveva davanti il successo e anni di carriera come commediografo, oppure il fallimento, lostracismo e la solitudine e, molto probabilmente, la miseria, se non avesse incontrato i gusti del pubblico. Le vie di mezzo non erano apprezzate dal popolo romano: successo o fallimento, vittoria assoluta o sconfitta, vita o morte.
Tito Maccio lo sapeva: se la sua prima opera non fosse piaciuta, sarebbe stato linizio e la fine della sua carriera di autore teatrale e avrebbe significato un ritorno inesorabile allelemosina e alla povert. Roma osannava i propri idoli e usava come carne fresca i caduti. I legionari sopravvissuti al disastro di Canne erano confinati in Sicilia, le legioni maledette, gli sconfitti per antonomasia. Un autore teatrale fallito non aveva bisogno di essere confinato: la miseria e la fame, una morte umiliante e lenta sarebbero state la sua condanna. Tito aveva gi assaggiato a sufficienza la povert e la sofferenza. La sua opera era scritta. Ormai non poteva cambiarla o correggere una sola virgola. Poteva soltanto sforzarsi di tenere in piedi la messa in scena sulla debole impalcatura di quella compagnia di attori insicuri, per lo pi schiavi, alcuni ubriaconi e tutti impauriti quanto lui. Aver assistito al disastro della rappresentazione dellopera di Livio, fra gli attacchi e i fischi degli attori rivali, non aveva fatto che accrescere i loro timori. Anche il loro futuro dipendeva dallopera che rappresentavano. Si sarebbero salvati o sarebbero affogati insieme. Erano tutti sulla stessa barca, che Tito Maccio cercava di guidare in mezzo a un mare in tempesta.
E Profumino e Coccoditutti? chiese ora. Chiamava gli attori con il nome del personaggio che rappresentavano, perch si calassero completamente nella parte, o almeno abbastanza da non dimenticare le battute una volta in scena.
Qui rispose un giovane attore insieme a un altro pi anziano, sulla cinquantina, entrambi con la parrucca, gi truccati.
Bene, bene. Siete pronti. Fra qualche minuto uscir in scena per presentare lopera, poi entrerete voi. Recitate bene la vostra parte e sar generoso con voi. Affondatemi e vi ricorderete di me.
E prima che il giovane attore, a cui tremavano le ginocchia, potesse rispondere, Tito se ne and, alla ricerca della parrucca e della toga per uscire in scena.
Un minuto! Era Casca, che gridava da un angolo del palcoscenico. Il teatro  pieno! Dov Tito?
Gli indicarono una zona nascosta da alcune tele, che fungeva da camerino, subito dietro il palcoscenico. L Tito finiva di mettersi la toga, aiutato da un ragazzo che gli ricordava gli anni in cui era lui ad aiutare gli altri a vestirsi prima degli spettacoli. Era salito anche lui sul palcoscenico, ogni tanto, ma non cera tanta gente come quel giorno e il teatro non era altrettanto popolare, e soprattutto lopera rappresentata non era la sua. Non riusciva a mettersi la parrucca.
Casca lo raggiunse.
Forza, Tito disse limpresario. Ledile in persona  seduto in prima fila.  venuto con la moglie e la famiglia. Sembra che festeggi la nascita della primogenita. Questo ci aiuta.  di buon umore e pronto a divertirsi. E i miei uomini sono appostati per cacciare i miserabili dellaltra compagnia. Ne abbiamo gi beccati due e li abbiamo sistemati per le feste. Non si faranno vedere n stasera n fra un mese. Almeno finch non torneranno con le ossa intere.
Tito annuiva mentre si sistemava la toga. Due. Si erano liberati di due sabotatori, ma nella compagnia rivale cerano pi di trenta persone, fra attori fissi e collaboratori. E ledile. Bene. In prima fila. Che festeggiava la nascita della figlia. O del figlio? Che cosa aveva detto Casca? Non aveva importanza ora. Bene. Annu.
Tocca a te. Io sar fra il pubblico. Casca si volt per uscire, si ferm un attimo e, tornando a guardarlo, concluse con un pensiero che gli ribolliva in mente. Tito Maccio, non so se questa sera avrai successo oppure no, ma quello che hai scritto  buono. Se ti interessa saperlo. Quindi se ne and.
Anche il ragazzo che lo aveva aiutato usc. Tito Maccio rimase solo. Chiuse gli occhi. Inspir profondamente una volta, due, tre, quattro, cinque. Apr gli occhi. Si alz e quasi fosse stato spinto da una molla, evitando il resto degli attori, senza guardare nessuno, con passo deciso sui piedi piatti che avevano percorso tanta strada per il mondo, arriv agli scalini che portavano in scena; li sal e senza fermarsi sul bordo, avanz a grandi falcate fino ad arrivare al centro del palcoscenico che Roma aveva eretto nei pressi del Foro. Alz gli occhi al cielo. Era un pomeriggio fresco e il cielo di dicembre era attraversato da nuvole oscure, presagio di pioggia, ma erano frequenti in quel periodo dellanno e non era detto che sarebbe piovuto, forse non prima che fosse buio. Mancavano alcune ore al tramonto. Erano le sue ore, il suo momento, le ore in cui Roma avrebbe avuto gli occhi fissi sulla sua opera. Abbass lo sguardo e vide davanti a s il pubblico. Migliaia di persone in piedi, arrivate da ogni parte, che riempivano il vasto recinto circondato da una piccola staccionata di legno: soldati, molti, legionari in servizio e uomini che avevano servito almeno in una delle campagne contro Annibale; molti feriti, qualcuno mutilato; liberti, commercianti, mercanti, giovani, qualche bambino e gli schiavi con i padroni o da soli, questi ultimi quasi tutti atriensi, che godevano della fiducia dei padroni e potevano muoversi a proprio piacimento per la citt, soprattutto durante i Saturnalia, quando i valori e le usanze di Roma venivano capovolti: chi comandava serviva e i servitori erano liberi. Molti dei presenti erano ubriachi, e molti altri sul punto di esserlo. Si vedevano recipienti di vino e coppe che passavano di mano in mano. Cerano donne, numerose donne, con i mariti, matrone, mezzane, prostitute di strada e cortigiane costose, amanti di patrizi, senatori, ex consoli. E qualche fila di posti a sedere davanti, vicino allo scenario, con le autorit di Roma: ledile, Publio Cornelio Scipione al centro, e accanto a lui una giovane donna attraente, la moglie senza dubbio, e dallaltra parte una patrizia dallaria distinta, forse la madre. Intorno, amici e altri patrizi, tribuni della plebe, un pretore, altri edili, senatori. Roma era ai suoi piedi, ma non certo in silenzio. Un baccano composto da migliaia di conversazioni incrociate, risate e grida si levava da quella folla e rendeva impossibile sentire altro che quel caos di voci intrecciate.
Tito avanz di qualche passo fino al bordo della scena. Apr bocca. Non gli uscirono le parole. La chiuse. Torn ad aprirla.
Adesso, vi prego signori del pubblico fate attenzione5
Il trambusto, il frastuono e lindifferenza continuavano a essere padroni del posto. Tito alz la voce con decisione.
Adesso, vi prego, signori del pubblico, fate attenzione; e speriamo che lo spettacolo faccia buon pro a me, a voi, a tutta la compagnia, ai registi ed aglimpresari disse e guard ledile che li aveva incaricati di rappresentare lopera, la sua opera.
Publio alz lo sguardo. Tito vide gli occhi scuri, intensi, di quel giovane forte e ben vestito, circondato da amici, potente. Non vi lesse rancore n odio. Un po di interesse, molta curiosit. Nessuna condiscendenza. Era felice. Era evidente. Tito si volt verso un araldo.
Ora su, banditore, rendimi ben orecchiuto tutto questo pubblico.
Laraldo sal in scena dalla stessa scala da cui era arrivato Tito e gridando chiese il silenzio in mille modi diversi: per favore, con educazione e con le minacce, perfino con qualche invocazione rivolta agli di.
Molti risero, ma a poco a poco, se non al silenzio, si arriv a un frastuono meno rumoroso di prima, in modo che un attore con buone corde vocali potesse farsi sentire, almeno per qualche minuto. A seconda della sagacia delle sue parole e dellinteresse che suscitavano nel pubblico, si sarebbe tornati a un caos assordante o si sarebbe andati verso un silenzio poco frequente in quelle rappresentazioni.
Tito fece ritorno e cerc di impadronirsi della scena.
Bene, bene: ora siediti, ma sta attento a non aver fatto la fatica per niente. Ora vi dir perch son venuto fuori qua e che diavolo ci ho in testa: be,  per farvi sapere il titolo di questa commedia.
E Tito present la sua opera: lAsinaria. Parl dellautore greco a cui si era ispirato e del titolo dellopera nella lingua ellenica. Quelle informazioni non sembrarono conquistargli i favori del pubblico, che annuiva piuttosto indifferente alle sue parole.
Perci fatemi una buona accoglienza, e in compenso Marte concludeva Tito, alzando ancor di pi la voce Marte vi aiuti, come ha fatto tante volte.
Con quella invocazione al dio della guerra, Tito usc di scena. Vide alcuni soldati annuire soddisfatti per il buon augurio lanciato dal palcoscenico, ma nulla di pi. Non vi furono applausi per il ritorno di Tito in teatro dopo tanti anni.

Asinaria, atto I
Mentre usciva di scena dal lato del palcoscenico che in teoria, secondo le convenzioni del teatro romano, portava al Foro della citt, che nelle commedie era sempre greca, Tito incroci il giovane attore che interpretava Profumino e lattore pi anziano che vestiva i panni di Coccoditutti. Rimase su un lato del palcoscenico, nascosto da alcune tele che gli impedivano di essere visto dal pubblico, e assistette allinizio della rappresentazione: Coccoditutti si lamentava di essere un padre cos povero e di essere soggiogato dalla moglie, una donna ricca, con una bella dote, che governava i destini di quella casa. Coccoditutti voleva aiutare il figlio Granacavallo, innamorato di una cortigiana, la cui madre pretendeva venti mine per permettergli di rivedere la figlia. Coccoditutti non aveva quei soldi e supplicava Profumino, il suo schiavo, di aiutarlo a trovarli per poterli consegnare al figlio, che a sua volta li avrebbe consegnati alla madre dellamata.
Fammi una truffa gridava Coccoditutti al suo stesso schiavo, per incoraggiarlo a fare tutto il necessario per ottenere quei soldi.
Il solito cofano di fesserie;  come ordinare di spogliare un uomo nudo.
E cos Profumino iniziava una lunga presa in giro della povert del padrone, sottomesso al giogo della ricca e potente moglie, e infine usc di scena promettendo al padrone che avrebbe trovato il modo di ottenere quei soldi.
Coccoditutti rimase da solo e si rivolse al pubblico.
Non ci pu essere un servo peggiore di costui, pi imbroglione, pi rognoso quando c da guardarsene. Ma se c una cosa da far riuscire a modo non c che da affidarla a lui; preferirebbe farsi straziare a morte anzich non farti trovare fatto a puntino quello che ha promesso di fare. Perci sono sicuro che i quattrini di cui mio figlio ha bisogno lui ce li ha gi pronti come sono sicuro davere in pugno questo bastone che ho sotto gli occhi.
E indic il bastone del comando delledile di Roma, che il giovane Publio Cornelio reggeva in mano mentre assisteva alla rappresentazione.
Ledile inclin la testa in segno di riconoscimento. Non si aspettava una allusione tanto diretta alla sua presenza. Era evidente che quellautore cercava di ingraziarsi la gente. Per il momento lopera era divertente, ma era ancora troppo presto per sapere se sarebbe stata un successo o un disastro. Tutto era possibile e il mormorio della gente, che pure era diminuito, non era ancora tenuto a bada dal palcoscenico. Dopo il gesto di Publio, lattore prosegu con il suo monologo.
Ma che sto ancora a perdere tempo invece di andare al Foro come avevo intenzione? Su, andiamoci e restiamoci ad aspettare il banchiere.
Diavolo allora entr in scena e si present come il rivale di Granacavallo, anche lui cercava di ottenere lamore della giovane cortigiana. La madre della ragazza aveva cacciato di casa pure lui, chiedendogli altri soldi. Diavolo si lamentava delle proprie pene e malediceva quella vecchia ruffiana che lo trattava cos dopo tutti i soldi che le aveva gi dato. Diavolo termin il suo monologo invocando Ingambissima, la madre della cortigiana, perch uscisse a trattare con lui per concedergli i favori della preziosa figlia. Terminate le battute rimase l, fermo, sul palcoscenico, senza che qualcuno lo raggiungesse e senza aggiungere una parola. Lui infatti aveva terminato. Era il momento del terzo quadro dellatto, ma lattore che interpretava Ingambissima non arrivava.
Fra il pubblico si sentirono alcune risate, non per lopera in s, ma per lassurdit di quellattesa.
Sembra una statua muta!
Fra gli spettatori si levarono le prime battute dei sostenitori della compagnia rivale, che non potevano lasciarsi sfuggire unoccasione simile per beffarsi dellopera rappresentata al posto di quella che avevano offerto loro alledile. La gente rise. Diavolo rimase fermo dovera, confuso, senza sapere che cosa fare. Dietro le quinte, Tito Maccio chiese che cosa fosse successo allattore che interpretava Ingambissima. Il giovane Profumino lo accompagn da lui: un uomo ubriaco e privo di sensi era steso bocconi vicino alla scala che portava in scena; aveva vomitato e un odore sgradevole aleggiava intorno al corpo sudicio. Il vestito era macchiato ovunque; perfino nella parrucca cera un po di vomito.
Per tutti gli di! Che cosa ha combinato questo imbecille? esclam Tito.
Ieri sera siamo stati in una taverna spieg il giovane. Ha bevuto molto. Lo avevamo avvertito, ma vedi anche tu come si  ridotto. Dobbiamo interrompere la rappresentazione.
Interrompere la rappresentazione? pens Tito. Interrompere la rappresentazione? Sembrava che non ci fosse altra soluzione, ma agile, Tito si chin sul corpo incosciente dellattore ubriaco e gli strapp via la parrucca. Poi, senza dire una parola, se la cacci in testa ed entr in scena.
Una sola di queste tue parole neanche a suon di filippi doro me la potrebbe portar via un compratore; tutte le schifezze che ci rovesci addosso sono oro a diciotto carati e argento ottocento. Tito replic cos al povero Diavolo e pose fine al suo supplizio per essere rimasto solo sul palcoscenico.
Ebbe quindi inizio lultima scena del primo atto dellopera. Tito conosceva il testo a memoria, poteva interpretare alla perfezione uno qualunque dei personaggi, ma per la fretta era salito cos comera, a parte la parrucca sporca che aveva in testa.
I membri dellaltra compagnia iniziarono ad attaccare.
Sembra che siano a corto di attori!
Devono avere i soldi contati! Non ne hanno neanche abbastanza per comprare vestiti diversi!
C puzza di cane!
Le risate si sparsero fra il pubblico. Lultimo commento era una chiara allusione al cognome che Tito aveva deciso di usare, Plauto. Forse, pens Tito, non era stata una buona idea, dopotutto. Casca, che assisteva attonito alla sua uscita imprevista nei panni di Ingambissima, si riprese e diede indicazione ai suoi uomini infiltrati fra il pubblico perch individuassero i disturbatori e li cacciassero da teatro, mentre lui, con la coda dellocchio, controllava le reazioni delledile, che per il momento non dava segni di apprezzare o disprezzare lo spettacolo a cui assisteva. Tito, nel frattempo, si sforzava di salvare la scena, latto, lopera, la sua vita.
E goditela solo tu, disse, nei panni della madre della giovane cortigiana se sarai sempre il solo a scucire quanto ti chieder. Tienti quello che ti s promesso, ma ad una condizione, che la grana ce la rifili pi di tutti.
Lattore che interpretava Diavolo si sent pi sicuro, nonostante le battute del pubblico, anche solo per il fatto di non essere pi abbandonato in scena come uno scemo.
Ma non c un limite ai versamenti? Non riesci mai a saziarti? Non appena hai intascato non passa un giorno che torni a chiedere.
E che c un limite replicava Tito nei panni di Ingambissima a fare allamore, a chiavare? Non riesci mai a saziarti? Non appena me lhai riportata non passa unora che mi chiedi di riportartela.
Parte del pubblico questa volta rise per lingegnosa risposta di Ingambissima. Tito respir con pi calma. Almeno ridevano anche per le battute del testo, non solo per gli insulti e le beffe dei disturbatori.
Nel frattempo, gli uomini di Casca si spostavano fra i soldati, gli schiavi, i liberti, gli ufficiali, le prostitute e i mercanti, cercando senza sosta coloro che gridavano contro la rappresentazione. Erano armati di bastoni e avevano capito bene gli ordini.
Il dialogo sul palcoscenico continuava. Diavolo infine chiese alla vecchia di fissare con esattezza le sue condizioni, perch lui potesse godere della figlia per un anno intero senza dover sborsare soldi in continuazione. Tito gli rispose con la sua finta voce da vecchia mezzana che quello che doveva fare era portarle, al pi presto, venti mine. In questo modo si sarebbe assicurato che Chiacchierina, come si chiamava la giovane cortigiana, fosse sua per tutto quel tempo. Quindi Tito usciva di scena, lasciando Diavolo di nuovo solo, a concludere latto promettendo che avrebbe ottenuto quei soldi prima di chiunque altro, soprattutto prima del suo rivale Granacavallo, e quindi anche Chiacchierina, la giovane tanto desiderata.
Ogni amico che incontrer, lo pregher a mani giunte, lo supplicher. Ho deciso: galantuomini o farabutti, li voglio avvicinare e sperimentare tutti; e allultimo, se non potr trovare il denaro in prestito, non c che da ricorrere a un usuraio.
Diavolo usc di scena. Il primo atto era giunto al termine. Vi fu qualche applauso. Ma prosegu il trambusto che, con la scena deserta, riacquist intensit.
Tito analizz la situazione. Le cose non erano andate come previsto, ma il pubblico era ancora l; cera stata qualche battuta, ma soprattutto da parte dei disturbatori.
Casca comparve fra le quinte.
Stiamo cercando quegli imbecilli, li cacceremo presto, ma si pu sapere che cosa ci fai tu nei panni di Ingam? Non termin la frase. Il cattivo odore lo costrinse a voltarsi e vide lattore che doveva interpretare la vecchia mezzana svenuto a terra. Per Ercole! Come non detto. Hai salvato la rappresentazione.
S, ora procediamo con il secondo atto. Tocca a questo qui. E indic Profumino.
Il giovane si era rannicchiato in un angolo, fra tele e vestiti, e si rifiutava di muoversi.
E adesso che succede? chiese Tito.
Non vuole uscire gli spiegarono. Ha paura. Dice che le cose vanno male e che ha paura che lo insultino e gli lancino addosso qualcosa.
Per Castore e Polluce! esclam Tito e guard il cielo. Sembrava che la maledizione degli di quella sera lo perseguitasse con particolare accanimento. Poi si rivolse a Casca. Vino. Hai detto che con lui funziona il vino?
S fu la risposta. Diamogli da bere una caraffa.
Uno degli schiavi che accompagnavano Casca come guardia del corpo and a cercare il vino e dal momento che non era difficile trovarlo, in quelloccasione, torn subito con una caraffa piena.
Tito la prese e raggiunse lattore che interpretava Profumino.
Come ti chiami, ragazzo?
Decimo, signore. Mi spiace. Non posso uscire.
Va bene, stai tranquillo. Bevi qualche sorso e se non puoi andare in scena, non preoccuparti. Troveremo una soluzione. In realt, mentre pronunciava quelle parole, Tito si rendeva conto che lunica soluzione era che il ragazzo si riprendesse e trovasse il coraggio di uscire. Aveva gi sostituito uno degli attori e avrebbe dovuto rappresentare Ingambissima fino al termine dellopera. La cosa non lo preoccupava, ma se rivestiva i panni di pi personaggi, i disturbatori avrebbero affossato lo spettacolo e nessuno avrebbe potuto dar loro torto. Non era raro che un attore rappresentasse pi di un personaggio, ma che ne interpretasse tre era troppo.
Il giovane attore bevve due, tre lunghi sorsi di vino.
Come stai? chiese Tito, cercando di tenere a bada lansia per non trasmetterla al ragazzo e peggiorare la situazione.
Non me la sento. Mi spiace.
Va bene disse Tito e sospir con forza. Allora non uscirai. Ma solo se bevi tutta la caraffa. O bevi o ti butto fuori a bastonate.
Il ragazzo vide gli uomini di Casca avvicinarsi con grossi bastoni in mano e cap che le cose si mettevano male. Prese la caraffa e la fin in un sorso. A quel punto, dopo aver fatto ci che gli avevano chiesto per non dover uscire in scena, si sentiva pi tranquillo, ma fu con orrore che sent la sentenza di Tito Maccio.
Prendetelo e buttatelo sul palcoscenico.
Se doveva colare a picco, non lavrebbe fatto da solo e non sarebbe stato lunico a fare la figura dello scemo davanti a tutta Roma in quel pomeriggio infausto.

Asinaria, atto II
Casca annu per confermare le istruzioni di Tito, e i due schiavi agguerriti afferrarono lattore che si sforzava di liberarsi e lo costrinsero a salire la scala che portava sul palcoscenico. Una volta l, lo spinsero con forza e lattore, rotolando a terra, con un litro di vino in corpo, la testa che gli girava, nel panico, torn a essere Profumino. Lentrata rotolando ebbe quantomeno un effetto inaspettato: cattur lattenzione del pubblico, che sorpreso da quellinsolito inizio, per un secondo atto, tacque per un attimo.
Profumino si alz e si tolse la polvere di dosso. Sentiva gli sguardi di tutti. Pens di uscire di corsa, ma gli schiavi di Casca lo aspettavano, brandendo bastoni che terminavano con una punta terribile. Quella possibilit era esclusa. Si guard intorno, verso laltro lato della scena. Tito Maccio, che aveva previsto che il giovane attore avesse quella pensata, era corso dietro il palco fino allaltro accesso e, accompagnato da due schiavi armati, teneva docchio il povero Profumino. Questi cap di essere in trappola, senza vie di uscita. Daccordo, gli restava solo una possibilit per evitare che il pubblico se la prendesse con lui e si divertisse a buttargli cibo o bastoni o qualunque altra cosa avesse a portata di mano: inizi a recitare la sua parte.
Cominciava il secondo atto.
Ehi, Profumino,  ora di svegliarti e di tramare una trappola per spillare quei quattrini.  un pezzo che hai lasciato il padrone e te ne sei andato al Foro, proprio per tramare la trappola buona a farti pescare i quattrini.
E prosegu. Il vino iniziava a fare effetto, ma invece di bloccarlo o renderlo dubbioso, faceva s che le parole gli uscissero di bocca rapide e allegre.
Tito, stupito da quel miracolo, osservava il giovane attore a bocca aperta. Profumino continuava a recitare, lattenzione del pubblico fissa su di lui. Quindi entr in scena Leonida, un altro schiavo della casa di Coccoditutti, compagno di fatiche e di bricconate di Profumino. Leonida fece irruzione sul palcoscenico e rese tutti partecipi di un fatto incredibile: aveva scoperto che la moglie del suo padrone, Coccoditutti, aveva venduto alcuni asini per venti mine a un mercante e che questultimo stava per arrivare a consegnare i soldi allatriense della casa di Coccoditutti. Il mercante per non conosceva latriense, quindi Leonida non aveva esitato a spacciarsi per lui. Il mercante per aveva esitato e risposto che dal momento che non conosceva Ramarro, come si chiamava il vero atriense di Coccoditutti, non poteva dargli il denaro per strada, ma solo a casa del suo padrone. Profumino e Leonida quindi decisero che lo stesso Leonida avrebbe continuato a farsi passare per latriense in modo da prendere i soldi e Profumino lo avrebbe aiutato. Con quelle mine avrebbero potuto andare da Coccoditutti, che a sua volta avrebbe consegnato il denaro al figlio, che dal canto suo lo avrebbe usato per pagare Ingambissima e ottenere cos lamata Chiacchierina prima di Diavolo. Cos avrebbero usato i soldi della madre di Granacavallo per pagare gli sfizi amorosi del suo stesso figlio. Tutto tornava, sempre se riuscivano a ingannare il mercante.
Tito vedeva che la sua opera iniziava a procedere da sola, come una grande macchina da guerra, come quelle che aveva visto negli accampamenti romani e che, una volta messe in marcia, nessuno poteva fermare. Forse non era limmagine migliore per quello che succedeva. O forse s.
Dal pubblico arrivarono alcune grida, ma si interruppero di colpo. Gli uomini di Casca avevano catturato un gruppo di disturbatori, composto da quattro giovani attori e due schiavi pi vecchi. A uno degli attori spaccarono la testa con un bastone l sul posto e lo portarono fuori dal teatro trascinandolo per i piedi. I due schiavi fuggirono e i tre attori restanti furono catturati e spinti fuori con un sacco in testa. A una distanza conveniente dal recinto teatrale, vicino a un muro, fra le lunghe ombre del tramonto, gli uomini di Casca presero a bastonate le vittime, finch le loro suppliche si trasformarono in singhiozzi di dolore. Quindi le abbandonarono l, in una pozza di sangue, e tornarono dentro a cercare gli altri.
In scena, Leonida aveva lasciato di nuovo Profumino da solo, ma lattore si godeva il palcoscenico, sicuro di s, e dominava la scena. A quel punto entr il mercante, accompagnato da un ragazzo, e si diresse alla porta di Coccoditutti per consegnare le mine per gli asini allatriense di casa. Profumino lo vide e cap di doverlo fermare, per impedire che il vero atriense uscisse e prendesse il denaro.
Su, ragazzo, bussa e chiama qua fuori il maestro di casa Ramarro, se sta l dentro disse il mercante.
Chi  lo interruppe Profumino che ci sta scassando la porta? Ehi, dico, ci senti?
Ma non lha toccata nessuno! Ce lhai, s o no, la testa a posto?
La gente rise. Tito non riusciva a credere a quello che succedeva. Gli uomini di Casca avevano fatto un buon lavoro liberandosi di diversi disturbatori e Profumino se la stava cavando benissimo.
Il mercante gli spieg perch voleva vedere latriense. Profumino allora gli rispose che latriense non cera, che quella mattina era andato al Foro. Il mercante ribatt che arrivava proprio dal Foro, dove uno schiavo gli si era presentato come latriense di Coccoditutti, ma che lui ovviamente non si era fidato. Profumino allora inizi a descrivere la figura di Leonida come se fosse stato il vero atriense.
Ci ha le guance magre,  rossiccio, ha un bel po di pancia, occhi torvi, statura rispettabile, aspetto ingrugnato.
Un pittore non avrebbe potuto fargli il ritratto con pi precisione comment il mercante in parte rivolto al pubblico, rendendolo cos complice della sua sorpresa. La gente sorrideva, perch il piano dei due schiavi iniziava a funzionare.
Leonida, facendosi passare per latriense e fingendo di non vedere il mercante, inizi a insultare Profumino perch non aveva svolto bene i compiti che gli aveva affidato quella mattina. Lo stesso mercante, davanti a quei modi ingiusti, cerc di intercedere per Profumino, ma senza risultato. Leonida continu a maltrattarlo e lo sgrid come se fosse stato il vero atriense: era talmente violento che lo stesso mercante, sfinito da quella sfilza incontenibile di insulti, minacci di andarsene senza consegnare il denaro, cos Leonida cambi strategia.
Qualche disturbatore rimasto fra il pubblico cerc di gridare e fare qualche battuta, ma furono le stesse persone intorno a lui a metterlo a tacere. Il pubblico voleva sapere come procedeva lopera, era interessato alla trama ordita dagli schiavi e curioso di scoprire se alla fine sarebbero riusciti a ingannare il mercante e a prendersi i soldi.
Profumino present Leonida come Ramarro, latriense della casa di Coccoditutti, e disse che per questo aveva il diritto di criticarlo, visto che uno dei suoi compiti era supervisionare il lavoro degli altri schiavi. Il mercante per non sembrava convinto e non aveva laria di voler consegnare i soldi a uno schiavo che non conosceva, atriense o non atriense.
Sar cos, ma oggi non mi persuaderai mai a consegnarti i quattrini, se non ti conosco disse infatti. Quando un uomo non lo si conosce, non lo si considera un uomo, ma un lupo per luomo che gli sta di fronte.
Il giovane Publio, che come il resto del pubblico era sempre pi coinvolto, al sentire quella frase si fece pensieroso, per tanta profondit nella battuta di una commedia, ma lazione proseguiva e se non stava attento, correva il rischio di perdersi lepilogo di quellopera che lo appassionava pi del previsto.

Asinaria, atto III
I tre attori uscirono di scena senza che il mercante consegnasse il denaro, lasciando la situazione in sospeso. Cedettero il posto a Tito Maccio, che entr di nuovo nei panni improvvisati della vecchia mezzana Ingambissima, questa volta accompagnato da un ragazzo dalla voce effeminata, che interpretava Chiacchierina, la giovane cortigiana tanto desiderata. I due iniziarono una discussione, in cui la vecchia mezzana difendeva linteresse al di sopra dellamore, mentre la figlia parlava della passione che provava per Granacavallo e di quanto disprezzasse il denaro. Tito Maccio e il giovane compagno erano impegnati in quella disputa, mentre Decimo, Profumino sulla scena, dietro le quinte chiedeva che gli lasciassero bere altro vino, cosa che gli uomini di Casca si rifiutarono di fare.
Tito Maccio ha detto che non devi pi bere fino al termine dellopera. Poi ti dar tutto il vino che vuoi.
Ma ne ho bisogno. Non posso continuare se non bevo ancora
Gli schiavi di Casca sferzarono laria con i bastoni appuntiti. Tito Maccio e il giovane che interpretava Chiacchierina lasciarono il palcoscenico e Tito incroci lo sguardo di Profumino. Questi abbass la testa e torn in scena insieme a Leonida.
Una volta l, i due svelarono al pubblico che era stato il vecchio Coccoditutti a fingere che Leonida fosse Ramarro, latriense di casa, di modo che il mercante alla fine cedesse i soldi a Leonida. I due schiavi ridevano in scena e con loro gran parte del pubblico si godeva le gesta dei due malfattori. A quel punto entr Granacavallo, accompagnato da Chiacchierina, lamentandosi del fatto che venti mine li separassero, il prezzo che la madre di Chiacchierina aveva imposto a Granacavallo, a Diavolo e a chiunque altro per godere dei piaceri della figlia.
Profumino e Leonida, da un angolo del palcoscenico, contemplavano la scena divertiti, sapendo di avere in mano il denaro di cui i giovani innamorati avevano bisogno. Tito Maccio, per, aveva evitato di arrivare a una conclusione cos facile, quindi il pubblico, che si aspettava che Leonida consegnasse i soldi a Granacavallo senza altre trovate, si stup del nuovo stratagemma dei due schiavi, ubriachi di vittoria dopo aver ingannato il mercante: Profumino e Leonida decisero infatti che avrebbero consegnato i soldi a Granacavallo, ma prima si sarebbero fatti beffe di lui e di Chiacchierina, costringendoli a ogni genere di umiliazione per ottenere il denaro che tanto desideravano.
Allora statemi a sentire, disse Leonida a Granacavallo state tuttorecchi e divorate le mie parole. Prima di tutto, s, non neghiamo dessere servi tuoi: ma se oggi ti faremo splendere in mano le venti mine dargento che nome ci darai?
Granacavallo si umili davanti agli schiavi e disse che li avrebbe chiamati liberti e patroni, che avrebbe fatto tutto quello che volevano. I due schiavi ridevano e il pubblico con loro.
Senti, a questa qui disse allora Leonida, indicando Chiacchierina a cui darai questa, dille che mi preghi e mi supplichi insieme con te.
Chiacchierina inizi a supplicare Leonida di consegnare loro il denaro di cui avevano bisogno. Il pubblico si godeva lo spettacolo. Casca non smetteva di sorridere. Una scena brillante per festeggiare i Saturnalia, quando i ruoli erano invertiti: gli schiavi potevano comandare e i padroni servire. Geniale. E la gente rideva. Rideva.
Dammi il denaro, inizi il ragazzo che interpretava Chiacchierina, con la voce ancora pi acuta luce degli occhi miei, mio petalo di rosa, anima mia, delizia mia, Leonida, non separare noi due che ci adoriamo.
Leonida si allontan da Chiacchierina e passeggi per la scena, fra la baldoria generale del teatro.
Su, chiamami passerottino tuo, esclam ad alta voce, per farsi sentire al di sopra delle risate tuo coccod, quagliottina tua, agnellino tuo, caprettino tuo, o addirittura vitellino tuo; prendimi per gli orecchi, appiccica i labbrucci tuoi ai miei.
Davanti a tanta sfacciataggine, Granacavallo, come previsto dal copione, salt su come un pazzo, fuori di s. Tito Maccio, dallaltra parte del palco, si godeva la scena.
Deve addirittura baciarti, traguardo della sferza?
Leonida insisteva, ricattava: senza bacio, senza gli abbracci e le moine di Chiacchierina, niente soldi. Granacavallo, totalmente umiliato dal bisogno, transigeva e tollerava tutto. E gli schiavi continuarono a farsi beffe del padrone e della giovane cortigiana. Li obbligarono a supplicare, a inginocchiarsi, e tutto per il piacere assoluto del pubblico.
Ormai non si sentivano pi i disturbatori: o erano fuori, la testa aperta dai colpi degli uomini di Casca, o tacevano e seguivano interessati lo svolgimento dellopera. Tito, orgoglioso, assisteva al procedere perfetto della rappresentazione, allattenzione degli spettatori, quando allimprovviso accadde il disastro. Alcune voci fuori dal recinto annunciarono larrivo di un gruppo di gladiatori che avrebbero lottato a morte.
Gladiatori, gladiatori esotici, arrivati dallAfrica, dallAsia, dallHispania! Iberici, numidi, ellenici! Combatteranno a morte davanti a voi!
Tito scosse la testa, nella disperazione pi totale: combattimenti di gladiatori alle porte del teatro. Il pubblico sarebbe uscito e il recinto sarebbe rimasto mezzo vuoto o vuoto del tutto. Andava tutto cos bene. Avrebbero potuto mandare gli uomini di Casca, ma non sarebbe servito a niente: una cosa era picchiare qualche schiavo e attore di poco conto, unaltra affrontare un gruppo di gladiatori ben armati e addestrati nella lotta corpo a corpo. No, gli uomini di Casca non sarebbero durati neanche cinque minuti fra le mani di quei gladiatori; contro di loro non si poteva fare niente. E i triumviri, gli unici che avrebbero potuto imporsi, non si immischiavano in queste faccende.
Tito Maccio chiuse gli occhi e maledisse la propria sfortuna, per questo non vide che sul palco la scena che aveva scritto mesi prima alla luce della lampada a olio, in quella stanza stretta e umida, proseguiva sotto lo sguardo attento del pubblico.
Ora toccava a Profumino, e fu lui a rivolgersi a Granacavallo e Chiacchierina. A questultima chiese che lo chiamasse anatroccolo, colombella, cucciolo, rondinella, gazzettina, passerottino piccolino. E poi le ordin di abbracciarlo. Granacavallo salt su di nuovo e cerc di fermare quelle umiliazioni, ma ancora una volta fu obbligato a lasciar correre per ottenere le venti mine. Leonida e Profumino per non erano ancora soddisfatti: volevano di pi e ordinarono a Granacavallo che li portasse sulla schiena, come se fosse un cavallo. Quello si rifiut, ma ancora una volta il ricatto ebbe effetto e per il piacere e le risate del pubblico, gli schiavi ottennero ci che volevano e salirono a cavallo del figlio del padrone.
I gladiatori passeggiavano per le porte del teatro, ma non usciva quasi nessuno. Non capivano che cosa succedesse, cos loro stessi, insieme agli altri artisti che li accompagnavano, equilibristi, saltimbanchi e mimi, entrarono per capire come mai la gente non si muovesse.
Tito apr gli occhi e osserv la conclusione della scena che tanto aveva faticato a creare: Profumino e Leonida accettavano infine di consegnare le mine al giovane padrone e, fra le risate, si congedavano dai giovani amanti, soddisfatta ogni fantasia saturnale di sentirsi al di sopra dei padroni, anche solo per qualche breve ma divertente e piacevole minuto.
Il terzo atto termin. La gente applaudiva con foga.
Si ritrovarono dietro le quinte. Casca osservava Tito mentre dava le istruzioni per il quarto atto. Era ammirato e commosso. Non aveva mai visto niente di simile in tanti anni dedicati al teatro: quellautore debuttante aveva evitato il disastro che potevano provocare attori ubriachi o timidi, aveva retto alle battute dei disturbatori, aiutato dai suoi uomini, certo, ma se lopera non fosse stata divertente, lintervento degli schiavi non sarebbe servito a nulla. Ma soprattutto, Tito Maccio Plauto era riuscito a evitare che il pubblico lasciasse il teatro a met della rappresentazione per assistere a un combattimento fra gladiatori. Non solo, Casca aveva visto gli stessi gladiatori e tutta la comitiva di energumeni entrare per vedere lopera. Era una cosa senza precedenti. Casca sentiva di presenziare a un evento storico, ma restavano ancora due atti: Tito Maccio sarebbe riuscito a mantenere linteresse del pubblico? Limpresario lasci Tito che dava istruzioni a Diavolo, sul punto di rientrare in scena, e torn al suo posto. Da lontano, osserv ledile di Roma che chiacchierava con i suoi amici: era impegnato in una conversazione animata, a cui partecipava anche la moglie. Sembravano contenti, soddisfatti. Era un buon segno.
Casca fece scorrere lo sguardo sui posti delle autorit. E not una presenza che lo stup: il giovane Catone, il fedele servitore di Quinto Fabio Massimo. Che strano. Massimo odiava il teatro. Che cosa ci faceva l il suo braccio destro? Del resto, Catone non aveva laria molto allegra: era serio e guardava con la coda dellocchio da una parte allaltra; ogni tanto si voltava verso il pubblico, valutando, stimando, considerando Ma che cosa? Prima di poter riflettere oltre su quella presenza inaspettata, Diavolo comparve in scena. Cominciava il quarto atto.

Asinaria, atto IV
Diavolo aveva chiesto a un suo servo, un parassita, che redigesse con cura le clausole del contratto che avrebbe fatto firmare a Ingambissima, quando le avesse consegnato le venti mine per ottenere i favori di Chiacchierina. Non immaginava che anche Granacavallo fosse gi in possesso del denaro necessario. Il parassita leggeva a Diavolo le clausole pi astute che potessero venire in mente a qualcuno per controllare la volont di una donna, facendo cos la gioia del pubblico, che vedeva la trama complicarsi ulteriormente dopo lapparente conclusione dellopera.
Eviti qualsiasi motivo di sospetto leggeva il parassita da una tavoletta su cui aveva annotato le condizioni che Chiacchierina avrebbe dovuto rispettare, una volta consegnate le venti mine alla madre, mentre Diavolo si godeva la lettura di quelle clausole astute. Quando si alza da tavola, non si arrischi a fare piedin piedino con nessun uomo: e quando deve sdraiarsi sul letto vicino o deve scenderne, non porga la mano a nessun uomo. Non dia a guardare lanello a nessuno n chieda di vederne. Non offra i dadi a nessun uomo salvo che a te e nel lanciarli non dica A te, ma pronunci esplicitamente il tuo nome. Quanto a pregare, sia libera dinvocare la protezione di tutte le dee che vorr, ma di di maschi non osi invocarne nessuno. Se la sua devozione con conosce limiti, lo dica a te, e sarai tu a pregare quel dio per lei perch la protegga. Non si azzardi a strizzare locchio, ad ammiccare, a fare un cenno con la testa a nessun figlio di mamma. Poi, se si spegne la lucerna, si guardi dal muovere un sol membro al buio.
Diavolo replic compiaciuto al suo fedele servitore.
Benissimo.  proprio cos che si deve comportare. Per in camera da letto no, questo levalo; eh, perdio, con me smanio proprio che si muova. Non vorrei che lei tirasse fuori il pretesto che le  stato proibito!
Risate generali fra il pubblico. Le clausole continuavano con le decine di comportamenti in cui la povera Chiacchierina non sarebbe dovuta incappare. Poi Diavolo e il parassita uscirono un momento di scena per tornare qualche secondo dopo e in un nuovo dialogo, svelare al pubblico di essere andati a casa di Chiacchierina dove per non erano potuti entrare, perch Granacavallo era arrivato prima con i soldi. Diavolo grid vendetta, insult gli di, maledisse la propria sfortuna e giur che le cose non sarebbero finite cos. Tram vendetta insieme al suo parassita: decisero che si sarebbero recati da Tuttasana, madre di Granacavallo e moglie di Coccoditutti, per informarla che il marito era a casa di una cortigiana insieme al figlio, a godere alle sue spalle dei piaceri della carne. In questo modo, quando il pubblico pensava che si fosse ormai arrivati alla fine, ebbe inizio un nuovo atto.
Gli spettatori erano ansiosi di sapere come sarebbe andata a finire quella vendetta e come avrebbe reagito la moglie tradita, quando fosse venuta a conoscenza degli amoreggiamenti del figlio e del tradimento del marito, che come se non bastasse aveva pagato tutto con i suoi stessi soldi, con le venti mine mai arrivate nelle mani di Ramarro, grazie allastuzia di Profumino e Leonida, schiavi del marito.

Asinaria, atto V
Il quinto e ultimo atto dellopera si apr con Granacavallo che vedeva il padre, Coccoditutti, che se la spassava accarezzando e sbaciucchiando Chiacchierina. Granacavallo aveva dovuto umiliarsi davanti ai suoi stessi schiavi per ottenere il denaro e adesso doveva sopportare che il padre si godesse la ragazza, visto che era stato grazie a lui che gli schiavi avevano rubato i soldi necessari. Granacavallo cercava di sopportare meglio che poteva le nuove umiliazioni, con grande piacere di un pubblico divertito e coinvolto nella storia.
Pap, il rispetto filiale impedisce che gli occhi soffrano; bench io sia cotto di lei, posso riuscire a farmi forza a non arrovellarmi perch lei  sdraiata accanto a te comment Granacavallo con voce abbattuta.
Be, abbi pazienza per questo giorno soltanto. Non tho dato la possibilit di stare con lei per un anno intero, non tho riempito di quattrini per soddisfare la tua passione? gli rispose Coccoditutti.
Terminava cos la prima scena del quinto atto, per dare inizio, con lentrata su un lato del palco di Tuttasana e del parassita, alla scena finale dellopera.
Tito Maccio Plauto osservava gli attori da dietro le tele e, senza rendersene conto, le sue labbra, a voce bassa, recitavano, parola dopo parola, ogni battuta insieme a loro. Aveva le lacrime agli occhi.
In quel momento si sent un tuono. Stava per piovere. Per Ercole, non ora, ora no. Per tutti gli di, solo altri cinque minuti, altri cinque minuti. Tito inspir profondamente cercando di affogare il suo tormento. Le sue suppliche silenziose sembrarono sortire effetto presso gli di: luomo che interpretava Tuttasana non bad infatti al boato che lacer il cielo e, con grande sorpresa di Tito, il pubblico fece altrettanto, pi interessato a sentire i lamenti della matrona oltraggiata e tradita dal marito che a ripararsi dalla pioggia imminente.
Ma cogliona io, che credevo davere un marito sobrio, virtuoso, morigerato, innamoratissimo della moglie! esclam Tuttasana rivolta al cielo, mentre una pioggia sottile cadeva sopra la citt.
Lattore che interpretava il parassita, ingobbito, in un angolo del palcoscenico, segnal il lato opposto, dove Coccoditutti accarezzava Chiacchierina vicino al figlio, e rispose subito a Tuttasana.
E ora sappi invece che  la merda dellumanit, un ubriacone, un buono a nulla, un puttaniere, e soprattutto uno che odia sua moglie.
Tuttasana e il parassita tacquero, lasciando che si sentisse la conversazione fra Coccoditutti e Chiacchierina, in cui il marito infedele parlava ignorando di essere spiato dalla propria sposa, rossa dira.
Il pubblico si divertiva, presagiva limminente e assordante incursione di Tuttasana in quella scena di amanti traditori.
Per Polluce! comment Coccoditutti allorecchio di Chiacchierina. Che alito profumato ci hai in confronto di mia moglie!
Chiacchierina, abile cortigiana, lasci che il focoso marito infedele si sfogasse contro la moglie.
Ma perch gli puzza lalito a tua moglie? chiese la ragazza.
Figurati, in caso di necessit preferirei bere lacqua che piscia la nave dalla sentina anzich dare un bacio a lei! rispose Coccoditutti.
Il pubblico rideva a crepapelle. Era felice. Casca fece vagare lo sguardo nel recinto: era strapieno. Non aveva mai visto tanta gente al termine di una rappresentazione. Gli occhi dellimpresario per si soffermarono sul viso delledile di Roma. Il giovane Scipione era serio, si era portato una mano alla fronte come se avesse mal di testa. Era forse per quella pioggia fastidiosa? Strano. Fino a pochi istanti prima sembrava che si divertisse come il resto del pubblico. La giovane sposa gli disse qualcosa. Di che cosa parlavano? Da lontano non poteva sentire e non era mai stato bravo a leggere le labbra.
Stai bene, Publio? chiese Emilia, stupita dal repentino cambiamento di umore.
Non  niente. Sto bene, s.
Ma Emilia conosceva troppo bene il marito per lasciarsi ingannare.
Ti  successo qualcosa. Sei pallido.
Era vero. Publio allimprovviso non si sentiva bene. Laria si era raffreddata, certo, ma non era per questo. Era una sensazione strana, complessa, difficile da definire e ancor pi da spiegare, soprattutto l, in mezzo a quel caos di gente, mentre tutti ridevano. Tanta felicit. Allimprovviso, aveva avuto una sorta di visione sfuocata, cupa, di profondo dolore, una sorta di premonizione straziante, lontana e vicina al tempo stesso. Non voleva preoccupare Emilia e meno che mai per un sentimento confuso, assurdo, una stranezza dellanima.
Sto bene, rispose sto bene. Vediamo come termina lopera.
Emilia non aggiunse altro e finse di tornare a interessarsi allo spettacolo, ma i suoi occhi e il suo cuore sorvegliavano attenti la fronte aggrottata del marito.
In scena, il giovane che interpretava Tuttasana anticipava come si sarebbe vendicato quando avesse acciuffato il marito e lo avesse trascinato fuori da quella casa di baldracche. Se quel miserabile sosteneva che lei aveva lalito cattivo, la donna aveva gi pensato a come castigarlo.
Perdio, quello che sta vomitando quella bocca puzzolente me lo pagher con linteresse composto! Se oggi torna a casa, voglio vendicarmi con una serqua di baci!
Gli insulti che Coccoditutti rivolgeva alla moglie per si spinsero molto oltre e, fra le risate del pubblico, luomo continu a maledire la consorte e giur che le avrebbe rubato il mantello migliore per regalarlo a Chiacchierina. Davanti a quella sfilza di ingiurie, Tuttasana non resistette oltre, irruppe nella casa e strapp il marito dalle braccia della cortigiana.
Son fottuto gemette luomo.
Allora dunque, gli puzza il fiato a tua moglie? chiese Tuttasana.
Macch, odora di mirra rispose Coccoditutti, questa volta con voce afflitta al rendersi conto che la moglie doveva aver sentito tutto.
Lhai gi sfilato il mantello da regalare alla puttana? continu Tuttasana, interrogando il marito fra le risate, quasi alle lacrime, di molti spettatori. Infine, la donna costrinse il marito ad alzarsi e a lasciare la cortigiana per tornare a casa.
Lui per, ostinato nella sua infedelt, borbott unultima supplica.
Ma non mi concedi il tempo per finir di cenare? La cena  gi in cottura!
Tuttasana fu concisa nella sua risposta.
Stai fresco! Stasera ti mangerai per cena la fregatura che meriti.
Coccoditutti guard il pubblico, come a supplicarlo di intercedere per lui, di salvarlo da quella condanna.
Ho capito, c da fare la mala nottata: sono giudicato e condannato, e mia moglie fa laguzzino trascinandomi a casa.
E, a peggiorare ancor di pi, se possibile, la situazione, Tito dietro le quinte pronunci in silenzio le parole a cui Chiacchierina dava voce in scena.
Oh, tesoro, non ti scordare del mantello.
Il pubblico rise, Tuttasana picchi il marito, che si difese mentre vedeva il figlio Granacavallo trionfare e restare infine con lamata Chiacchierina.
Tito scosse la testa, come se non credesse a quello che era riuscito a fare: la rappresentazione per intero della sua prima opera. Ora spettava a lui dare il tocco finale. Gli attori abbandonarono la scena. Tito Maccio Plauto attese un attimo, poi, per lultima volta in quel pomeriggio ormai piovoso, sal sul palcoscenico. Doveva fare il suo monologo finale.
Sal i gradini, cammin lento, a grandi passi, fino al centro della scena e al contrario di quel che era successo tre ore prima, il pubblico, pieno di rispetto per lautore dellopera che aveva appena visto, mantenne un profondo silenzio.
Questo vecchiardo, se ha cercato di fare bisboccia di nascosto dalla moglie, non ha fatto niente di nuovo n di straordinario n di diverso da quello che son soliti di fare gli altri. Ora se avete intenzione dintercedere per sto povero vecchio perch non pigli le botte, crediamo che potrete riuscirci, se ci farete un sonoro applauso.
Tito allung le braccia verso il pubblico e abbass la testa, aspettando il verdetto finale del popolo di Roma.
Il pubblico scoppi in un applauso scrosciante e interminabile, lapplauso pi bello che Casca avesse mai sentito, il pi intenso che avessero mai ricevuto gli attori della compagnia, il pi lungo, il pi caloroso; un applauso che irror il cuore di Tito ripagandolo del dolore e delle sofferenze patite alla ruota del mulino, sul campo di battaglia, nella miseria. Quellapplauso arrivava dalle stesse persone che lo avevano inviato a combattere una guerra che non era la sua, era lapplauso delle stesse persone che gli avevano dato elemosine appena sufficienti a sopravvivere per le strade di quella citt immensa.
Tito allung ancor di pi le braccia, come se volesse toccare con la punta delle dita ciascuno dei presenti. La pioggia scrosciava sempre pi forte, ma la gente non cessava di applaudire e lui non lasciava la scena.
Gli attori osservavano quel momento insieme a Casca, arrivato dietro le quinte per fare i complimenti al suo protetto, ma n lui n gli altri osavano interrompere quel momento di gloria.
Quella sera a Roma successe qualcosa di speciale. Era appena stato stabilito un vincolo speciale, unalleanza fino ad allora sconosciuta fra un autore e il suo pubblico. La gente continuava ad applaudire e a poco a poco, un grido si estese per tutto il recinto. Tito Maccio quella sera sent un nome emergere da migliaia di gole romane, e non era il nome di un generale vittorioso, di un console trionfatore o di un valoroso tribuno. No. Era un altro il nome che quella notte riempiva il vento della citt.
Plauto, Plauto, Plauto! acclamavano migliaia e migliaia di voci, riconoscenti, felici, commosse. Plauto, Plauto, Plauto! si sentiva al di sopra della pioggia, dei tuoni, della solitudine infinita in cui era sopravvissuto fino a quel momento Tito Maccio. Non sarebbe mai pi stato un signor nessuno, un miserabile, uno straccione; non sarebbe mai pi stato neanche Tito Maccio, ma solo Plauto, Plauto, Plauto.
5Il corsivo indica gli estratti dallAsinariadi Tito Maccio Plauto, op. cit.

81
LAGONIA DI CAPUA

Capua, 211 a.C.
Capua era circondata da una rete di palizzate, fossati e piccole piazzeforti, che i Romani avevano eretto nei due anni in cui si era trascinato lassedio della citt. Capua era passata ai Cartaginesi nel 216, dopo la sconfitta romana di Canne, dando lesempio a molti paesi e popolazioni dellItalia meridionale, che avevano seguito la grande Capua nella sua defezione dalla metropoli romana.
Roma non aveva dimenticato quel tradimento e tutto ci che aveva significato. I Romani si adoperavano in quellassedio con tanto accanimento che Annibale lanno precedente era dovuto intervenire in soccorso del capoluogo della Campania. Roma aveva fatto di Capua il suo obiettivo principale sul fronte italiano e, da allora, i consoli minacciavano costantemente lurbecampana con i loro due eserciti, senza sosta. Annibale aveva riportato alcune vittorie, che avevano concesso un certo respiro a Capua. Prima aveva sconfitto ottomila legionari inesperti, che provenivano dai nuovi reclutamenti e non avevano avuto quasi il tempo di addestrarsi, e poi aveva assestato una sconfitta importante allesercito romano a Erdonea. Nonostante quelle vittorie, per, i Romani mantenevano la citt sotto un assedio costante e interminabile.

Tarentum, 211 a.C.
Nel frattempo, Annibale, nonostante le vittorie in Campania, era obbligato a tornare al Sud per riportare lordine in quella regione. La cittadella del porto di Tarentum, infatti, continuava a essere nelle mani della guarnigione romana che, come i campani, resisteva allassedio costante, questa volta da parte dei Cartaginesi.
Un nuovo messaggero da Capua, mio generale. Era la voce di Maarbale.
Annibale si volt lentamente. Smise di osservare la muraglia della cittadella di Tarentum e di cercare di individuarne i punti deboli da cui tentare un altro attacco, lennesimo in una lunga serie di fallimenti.
Che cosa vuole? chiese.
La situazione a Capua  insostenibile rispose Maarbale. Hanno bisogno di nuovo del nostro aiuto o la citt si arrender.
Si arrenderanno? Nella voce di Annibale cera incredulit. Sanno che cosa li aspetta nelle mani dei Romani, se cedono?
S, mio generale, prosegu Maarbale ma anche cos saranno costretti a cedere, per poi ricorrere al suicidio; cos dice il messaggero. In ogni caso, la citt sar perduta e questo
E questo non possiamo permetterlo lo interruppe Annibale. Non possiamo permetterlo. Se sono cos disperati da prendere in considerazione il suicidio collettivo, sar meglio tornare al Nord e sciogliere una volta per tutte quellassedio. Dobbiamo fare in modo che i campani possano approvvigionarsi di viveri e acqua per il prossimo inverno. Ci dar il tempo sufficiente per assicurarci il dominio del Sud e il controllo del porto di Tarentum, se conserviamo le posizioni in Campania. Poi arriveranno i rinforzi. Ma hai ragione, mio buon Maarbale: non possiamo perdere Capua. Andiamo a nord! Di nuovo a nord! Che le truppe si preparino a una lunga marcia.
E pronunciate queste parole, diede le spalle a Maarbale e torn a contemplare le mura della cittadella di Tarentum. La fortezza dentro la citt portuale, porta del Sud dItalia, avrebbe dovuto aspettare. Aspettare il momento opportuno. Ora Annibale doveva trovare il modo di spezzare lassedio di Capua. Cartagine gli aveva assegnato le forze per una conquista, per la presa di Roma e dei suoi alleati, ma anni dopo, Annibale si trovava a dover gestire uninvasione e non aveva n lesercito n le risorse sufficienti per unimpresa simile. I rinforzi non arrivavano. Le sue linee di approvvigionamento erano ostacolate dalle guarnigioni romane. Gli alleati erano incostanti e confusi nei loro patti, fatta eccezione forse per il re Filippo. Il suo esercito era un amalgama di popoli uniti solo dallodio verso Roma e dalla tenacia della sua guida, ma Annibale era stanco. Si sedette su una panchina di pietra. Alcuni soldati della sua guardia personale controllavano che nessuno lo disturbasse mentre rifletteva. Solo i fratelli, e ora anche Maarbale, avevano il permesso di varcare lo spazio delimitato intorno a lui dalla guardia. Annibale era stato ferito sul campo di battaglia nellassedio di Sagunto, aveva perso un occhio nei pantani del Nord, ma ci che lo spaventava di pi era una pugnalata alle spalle, un tradimento pagato da Roma. Maarbale era gi partito per organizzare il viaggio verso Capua. Capua, s, era quella la sua preoccupazione ora. Lanno prima non era riuscito a spezzare lassedio dei Romani, nonostante avesse inflitto loro due sconfitte. Roma aveva messo sul piede di guerra lItalia intera, accumulava legioni, nonostante molte fossero inesperte e non rappresentassero un serio ostacolo per il suo esercito di veterani africani, numidi, gallici e iberici. I Romani per trovavano sempre nuove risorse con cui resistere e attaccare le citt amiche di Cartagine. Gli uni e gli altri, i Romani e i Cartaginesi, avevano trasformato Capua in una prova di forza, in qualcosa di pi di quel che era davvero, una enclave militare centrale in quella guerra. No, Capua era diventata il simbolo di quello scontro, era lago della bilancia, che avrebbe deciso da che parte sarebbero andati i favori degli di: chi prendeva Capua avrebbe vinto la guerra. E Annibale lo sapeva.
Per questo, in quella fredda mattina di Tarentum, mentre osservava il cambio delle sentinelle romane nella cittadella, prese la decisione pi difficile della sua vita, con una determinazione disperata, o una strategia geniale, a cui aveva gi pensato in passato ma che allultimo momento aveva sempre evitato, per paura di fallire. Ora non aveva scelta: con il ritardo nellarrivo dei rinforzi dallHispania o dallAfrica, era lunica decisione possibile, lunica strada, la via duscita finale. Annibale si raccomand a Baal e intim al dio supremo del suo popolo di indicargli chiaramente se era quella la soluzione, se era quello il futuro.

82
UN MESSAGGERO

Roma e Hispania, gennaio 211 a.C.
Mario Giuvenzio Tala cavalcava chino sulla sua cavalcatura lungo la strada per Roma. Oscillava sul cavallo al ritmo del passo dellanimale. Era coperto da una lunga tunica il cui colore bianco, nascosto sotto un sottile strato di polvere, era ormai irriconoscibile. Era la polvere di migliaia di stadi percorsi quasi senza sosta, la terra di paesi lontani, il salnitro delle navi su cui aveva viaggiato e la polvere delle strade insicure della penisola italica in guerra. Nellultimo tratto del viaggio aveva visto turmaedi cavalleria cartaginesi che si spostavano libere per le strade. Strani movimenti di truppe straniere che annunciavano che la situazione nella metropoli non sarebbe stata molto migliore di quella che aveva lasciato in Hispania. Mario era sfuggito ai cavalieri cartaginesi nascondendosi fra gli alberi ai bordi della strada, trattenendo il respiro, calmando il cavallo esausto, cavalcando di notte, avvolto soltanto dalla tenue luce della luna, sotto il cielo stellato.
Ora, a Roma, si era coperto il capo con la tunica, a mo di cappuccio, cos il suo viso era nascosto ai viandanti, e procedeva nel lungo tragitto sconosciuto, oppresso, incerto. Tutti coloro che lo incrociavano si scostavano dalla sua strada. Nessuno voleva incrociare il cammino di quellemissario di sfortuna arrivato da terre lontane.
I Romani erano accampati in una vasta pianura, leggermente a sud dellEbro. Avevano attraversato il fiume decisi a lanciare unoffensiva definitiva contro i Cartaginesi in Hispania. I due generali al comando, proconsoli cum imperio, si erano riuniti per decidere la strategia finale. Publio Cornelio Scipione padre e suo fratello Gneo quel mattino discutevano dellopportunit di dividere le forze in due contingenti, perch uno si dirigesse verso nord per far fronte ai due eserciti comandati da Magone Barca, il fratello minore di Annibale, e dal generale Giscone, e laltro restasse in attesa dellarrivo del terzo esercito cartaginese della penisola, comandato da Asdrubale Barca, fratello di Annibale, pi vecchio di Magone e molto pi esperto nellarte della guerra. Infine decisero che Publio padre sarebbe avanzato incontro a Magone e Giscone, mentre Gneo avrebbe portato con s i ventimila mercenari celtiberici tornati dalla parte dei Romani e avrebbe attaccato Asdrubale Barca.
I due generali romani uscirono dalla tenda in cui si erano riuniti. Davanti ai lictoresche li scortavano e agli sguardi dei loro uomini, i proconsoli, fratelli di sangue, si abbracciarono. Poi sacrificarono alcuni animali, una dozzina di buoi, sei per ogni esercito romano che partiva per la battaglia, e si affidarono alla volont degli di.
Buona fortuna, Gneo disse infine Publio. Spero che ci vedremo presto e che festeggeremo insieme la vittoria imminente.
Gneo rispose con voce alta e chiara, perch tutti coloro che li osservavano lo sentissero.
Che sia cos, fratello! A presto! Che gli di siano con te e con i tuoi uomini!
Che siano con entrambi! aggiunse Publio.
Dopo un altro abbraccio, salirono sui cavalli che le scorte avevano preparato per loro e si allontanarono in direzioni opposte.
Era strano che la gente non si accalcasse a caccia di notizie intorno a quel cavaliere appena giunto in citt. Tutti volevano sapere qualcosa della guerra in Campania e nel resto del Sud, di Annibale, del fronte aperto in Illiria contro Filippo V e soprattutto dellHispania, dove le truppe romane guidate dagli Scipioni, Gneo e Publio Cornelio, riportavano le vittorie pi significative per la Repubblica. Quel cavaliere per emanava uno sconforto infinito, una intensa sensazione di avvilimento che teneva distanti i curiosi.

Lesercito romano di Publio Cornelio Scipione fu subito incalzato dalla cavalleria numida. Gli scontri erano quotidiani e alla fine il generale romano decise di montare un accampamento in cui rifugiarsi, in attesa di decidere la strategia migliore per affrontare lesercito cartaginese senza subire altre perdite. Quando giunsero gli esploratori, il proconsole ascolt quello che avevano da dirgli.
Il nemico sta per riunirsi con il capo ispanico Indibile e con i suoi uomini, i Suessetani, settemilacinquecento guerrieri armati, che si uniranno alle truppe cartaginesi. Hanno intenzione di attaccarci insieme.
Publio Cornelio Scipione valut il rischio che comportava provare a impedire che riunissero le loro forze, portando le loro truppe in campo aperto. Infine decise di lasciare un piccolo contingente nella fortificazione, mentre lui usciva con il grosso delle forze per frenare Magone e Giscone prima che si unissero a Indibile. Usc di notte, per una marcia dura, sfiancante. La velocit e la sorpresa erano due fattori chiave.
Alla prima luce dellalba, i due eserciti si trovarono faccia a faccia e senza avere quasi il tempo di formare le file, iniziarono una cruenta lotta corpo a corpo. Publio Cornelio cavalcava da un lato allaltro del fronte, spronando i soldati, dirigendo, dove possibile, le azioni dei suoi uomini.
Nessuno osava avvicinarsi e chiedere qualcosa di tanto semplice come: Da dove arrivi, viaggiatore? Hai notizie della guerra? Ti manda qualcuno dei nostri generali? No, nessuno lo fermava, nessuno lo interrogava.
Avanz cos fino ad arrivare alle porte della citt. L gli uomini delle legiones urbanae, che sorvegliavano gli accessi allUrbe, lo interrogarono, a disagio per essere costretti a fermare quello sconosciuto.
Quo vadis?
Luomo ferm il cavallo.
Il mio nome  Mario Giuvenzio Tala. Vengo dallHispania. Ho un rapporto per il Senato e un messaggio privato per Publio Cornelio Scipione figlio.
I legionari si consultarono. Laspetto delluomo era quello di un centurione di Roma e luniforme in effetti era quella delle legioni in Hispania. Infine, lufficiale al comando prese la decisione di lasciarlo passare, ma ordin ad alcuni uomini di seguirlo a una certa distanza.
Mario cavalc al passo per il dedalo di strade romane, lentamente, esausto e perseverante, sicuro della sua strada, fermo nel suo obiettivo. Lo seguivano, ma non gli importava. Lo avevano seguito anche i Numidi armati, avevano puntato contro di lui decine di lance affilate, quando si era recato come emissario alla corte del re barbaro Siface, in Africa. Ora quellimpresa gli sembrava facile, nonostante lenorme rischio, in confronto allinformazione che doveva portare quel giorno nel cuore stesso di Roma.
I Cartaginesi lanciarono una moltitudine di giavellotti sulle truppe romane. I soldati si proteggevano con gli scudi. Poi lottarono palmo a palmo. Il generale romano, preoccupato di riportare lordine nella formazione, non vide il giavellotto che attraversava laria, tagliando il vento gelido dellalba. Uno dei lictoresse ne accorse e cerc di frapporsi fra il giavellotto e il proconsole di Roma, ma arriv tardi. Larma termin il suo viaggio mortale contro la schiena del generale romano. Si sent lo scricchiolare delle ossa della colonna vertebrale che si scheggiavano, spaccandosi in mille pezzi. Publio Cornelio Scipione cadde da cavallo e sent il terreno umido di rugiada contro le tempie. Respirava a fatica. Vide la cavalleria numida che circondava i suoi soldati. Pens a Gneo. Sper che avesse pi fortuna di lui. Sent una fitta profonda, un dolore acuto, poi unenorme stanchezza. Non sapeva se respirava ancora. Ud le grida dei suoi uomini.
Hanno colpito il generale!
Il proconsole si accorse che i Numidi non incontravano quasi resistenza. I Romani retrocedevano combattendo. Gneo avrebbe dovuto ottenere la vittoria da solo. E Publio e Lucio, i suoi figli, avrebbero dovuto cavarsela da soli in quella guerra infinita In gola sent il sapore del sangue che lo soffocava. Toss e sput a terra il dolore in fiotti rossi, mentre perdeva la nozione del tempo. Per un attimo credette di essere a casa, disteso accanto alla moglie, e ricord perfino il profumo di Pomponia nelle notti destate. Volle alzarsi. Gli sembrava umiliante finire cos, in quel modo, senza opporre resistenza, ma non sapeva che la lancia gli aveva attraversato le vertebre e aveva spezzato la colonna in due; lo aveva ferito al cuore e il sangue scorreva a malapena nelle vene. I ricordi svanirono nella sua mente come foglie secche trascinate dal vento dautunno.
Mario infine si ferm davanti a una domusimponente nel centro della citt. Era la residenza della famiglia degli Scipioni. Smont da cavallo. Si avvicin alla porta e la colp con forza. Trascorsero alcuni secondi prima che vi fosse risposta dallinterno. I legionari che lo seguivano aspettarono a una distanza di sicurezza. Il messaggero si scosse di dosso la polvere della strada con alcune pacche distratte sulle spalle e sulle gambe, senza badare molto alle apparenze. Era pi che altro un gesto per occupare lattesa.
Uno schiavo alto e armato apr la porta.
Chi ? Che cosa vuoi? Il signore della casa non riceve estranei.
Lo so rispose il messaggero. Il pater familiasdi questa casa non  qui,  lontano, in Hispania. Porto un messaggio per la sua famiglia.
Gneo dispose le truppe in formazione dattacco. Una formazione classica, con le legioni romane al centro: i velitesin prima linea, seguiti dalle file dei principese degli hastatie, nella retroguardia, le truppe pi esperte, i triarii. Sulle ali colloc alcuni contingenti di mercenari ispanici. Asdrubale Barca dispose le truppe per contrastare lattacco con unincredibile falange di soldati punici che si opponeva ai Romani e ai loro alleati. Tutto era pronto per la battaglia. Gneo stava per dare il comando di attaccare, quando, senza che lui lo avesse ordinato, gli Ispani cominciarono a muoversi, ma non contro i Cartaginesi e neanche contro i Romani: i Celtiberi semplicemente se ne andavano, abbandonavano il campo di battaglia e lasciavano i Romani da soli davanti a un esercito cartaginese che diventava cos il doppio del loro. Gneo era furioso, ma in quel momento non poteva fare nulla. Erano stati traditi. I Celtiberi si erano venduti ai Cartaginesi e, per un prezzo che ignorava, avevano accettato di non combattere. Senza le forze rimaste con il fratello Publio, Gneo era in netta inferiorit. Era una follia attaccare. Il proconsole lesse il timore sul viso dei soldati che gli erano pi vicini. I Cartaginesi non avanzavano. Per il momento si limitavano a osservare la reazione dei Romani.
Mario aveva parlato con voce decisa, senza fretta. Aveva cavalcato e viaggiato per settimane per portare il suo messaggio in quella casa e a ogni passo il cuore gli si era stretto sempre pi in una morsa. Se fosse stato per lui, avrebbe preferito non arrivare mai, perdersi in un abbordaggio dei pirati o in unimboscata dei Cartaginesi in Hispania o per le strade della penisola italica. Ogni giorno cavalcava pi lentamente di quello precedente. Allinizio credeva che fosse per lenorme stanchezza di quel viaggio senza soste, ma ora che era arrivato al suo obiettivo, in quella casa, si rese conto che non era stata la stanchezza, bens la pena, il dolore e la paura di consegnare il messaggio a rallentare la sua marcia. Ora gli era evidente e quellistante di lucidit non fece che ravvivare il suo sconforto.
Gneo non consult i centurioni. Senza esitare, diede ordine di ritirarsi. Bisognava salvare lesercito e riunirsi al fratello. Insieme avrebbero potuto ottenere la vittoria. Le trombe annunciarono la decisione del proconsole. I soldati sospirarono di sollievo. Nessuno era retrocesso di un passo mentre i Celtiberi disertavano, ma i loro cuori erano sprofondati. Al suono delle trombe, scoprivano sollevati che il loro generale era coraggioso ma non pazzo. Le truppe romane si ritirarono. I Cartaginesi osservavano, per il momento, senza avanzare.
Latriense apr di pi la porta per osservare il viaggiatore che lo aveva stupito con la sua risposta. Lo guard in silenzio per qualche secondo.
Aspetta qui. Vedo se la famiglia desidera riceverti.
Lo schiavo lasci il messaggero nel vestibolo e si diresse verso latrio della casa, alla ricerca di qualcuno dei padroni. Trascorsero alcuni minuti. Il viaggiatore ammir gli immensi mosaici sul pavimento dellatrio. In fondo, una tenda spessa che dava accesso al peristiliumimpediva di vedere quella parte della casa. Lo schiavo scomparve attraverso un passaggio vicino al tablinum.
Mario rifletteva su come dare la notizia. Come si annuncia lorrore che sta per invadere una casa? pens. Come si spiega la fine di una persona tanto importante come un proconsole di Roma?
Infine torn latriense.
Seguimi.
Il viaggiatore segu lo schiavo attraverso latrio fino alla tenda che dava accesso al peristilium. Lo schiavo fece scorrere la tenda e invit il viaggiatore a entrare.
Mario si ritrov nel giardino della casa degli Scipioni. L lo aspettavano la moglie del pater familiassdraiata su un tricliniume, ai due lati, in piedi, i due figli, Publio e Lucio, ed Emilia Terza accanto al marito. La donna reggeva una bambina piccola fra le braccia. Erano circondati da alcuni invitati e clienti della famiglia. Tutti indovinavano che quel messaggero portava notizie di vitale importanza e attendevano in silenzio. A Mario, se possibile, si strinse ancor di pi il cuore a vedere tanta gente in attesa, ma su tutti spiccava lo sguardo intenso e penetrante del figlio maggiore del proconsole.
Publio aveva gli occhi fissi su di lui, come se cercasse di anticipare il contenuto del messaggio che quelluomo aveva portato da terre lontane, con tanta urgenza da non perdere neanche tempo per lavarsi in qualche bagno pubblico o a casa propria. Publio sapeva che tanta urgenza poteva essere solo segno di sventura.
Quelli, pens Mario, erano occhi che leggevano nel profondo del cuore degli uomini e temette che il figlio del proconsole leggesse nella sua anima troppo rapidamente. Aveva dedicato i giorni del viaggio in mare a pensare al modo migliore per dare la notizia, a poco a poco. Quello sguardo per sembrava leggere a tutta velocit ogni frase che si era preparato.

I Cartaginesi consentirono allesercito di Gneo di ripiegare, ma non appena fu svanito allorizzonte, Magone e Giscone partirono per riunirsi il prima possibile ad Asdrubale Barca. Questultimo, sconfitto Publio Cornelio Scipione, era avanzato di molto, quindi i tre eserciti cartaginesi non tardarono a incontrarsi. Asdrubale, in quanto generale di pi alto rango e con maggiore esperienza, assunse il comando e ordin che la cavalleria numida li precedesse e attaccasse Gneo e le sue truppe prima che raggiungessero lEbro, alla ricerca di terre pi sicure a nord.
I cavalieri numidi, agili e veloci, intravidero le truppe romane in ritirata e si lanciarono addosso alle colonne di legionari. Erano attacchi brevi, che non cercavano uno scontro campale, volevano soltanto rallentare la ritirata romana. E ci riuscirono. I legionari, per proteggersi dalle lance della cavalleria numida, erano obbligati a fermarsi, voltarsi e proteggersi con gli scudi, mentre con le spade e i pilarespingevano gli attacchi ininterrotti. Gneo non voleva inviare il suo piccolo contingente di cavalleria a combattere contro un autentico esercito a cavallo, agile ed esperto, per non perdere i suoi unici cavalieri.
Calava la notte sulla valle che attraversavano. Gneo condusse le truppe fino a una collina, perch si disponessero in circolo e potessero difendersi da quella posizione sopraelevata. Non cerano n il tempo n i materiali per erigere una fortificazione. Mentre gli ultimi raggi di sole si trascinavano sulla pianura, Gneo intravide lavanguardia dei tre eserciti punici. Il generale romano ordin allora che i soldati scavassero un profondo fossato di protezione, che almeno rallentasse linesorabile attacco del nemico. Con grande disperazione dei legionari, per, il terreno su cui si erano stabiliti era pietroso, pura roccia. Non cera terra da scavare. Non era possibile creare un fossato o una trincea. E i Cartaginesi si avvicinavano, un esercito immenso, infervorato, euforico per la vittoria. Dal momento che non si poteva scavare, Gneo ordin di ammassare lequipaggiamento, i viveri, i bagagli e le armi che non sarebbero state usate in battaglia a formare una barricata. Era il massimo che potesse fare in quelle circostanze.
Scese la notte sulla collina e sulla valle. I Cartaginesi accesero le torce. I Romani videro migliaia di fuochi in movimento che li accerchiavano su ogni lato. Gneo sper che non li attaccassero di notte. Non sarebbe cambiato molto, in realt, ma almeno avrebbe avuto il tempo di farsi venire in mente qualcosa. Qualcosa. Ci doveva essere qualcosa che potesse fare.
Fu una notte triste, lunga e breve al tempo stesso. Gneo ordin agli uomini di riposare, tutti tranne le sentinelle, e di cenare presto per dormire il pi possibile prima della battaglia. Alle prime luci dellalba, ordin che i soldati facessero colazione per riprendere le forze, ma molti uomini quasi non toccarono cibo. Lui stesso non fu capace di dare il buon esempio.
I Cartaginesi attaccarono lanciando il loro distaccamento di cavalleria numida contro le barricate improvvisate dei Romani. Di nuovo attacchi brevi e una rapida ritirata. I Romani erano spaventati. Gneo approfitt di una pausa nei primi assalti degli africani e si rivolse ai suoi uomini, parlando con tutta la voce che aveva in corpo.
Legionari di Roma, sar una giornata difficile, ma combatteremo fino alla fine, fino a una nuova alba! Lottate insieme, vicini, e non cedete! Dallo sforzo di tutti dipende la vita di ciascuno! Io lotter con voi fino alla fine!
Non era un gran discorso e non era particolarmente profondo, ma ebbe effetto. I soldati romani riconobbero il coraggio del capo e ricordarono che non li aveva mandati a combattere in campo aperto contro un nemico numericamente superiore. Aveva cercato di salvarli tutti, ma le circostanze non lo avevano permesso. Ora chiedeva loro di combattere e dovevano farlo. Per Roma, per la patria, per la vita.
I Cartaginesi si lanciarono allattacco su ogni fronte. Ora erano i contingenti di fanteria pesante. Lanciavano giavellotti e mentre i Romani si proteggevano con gli scudi, altri soldati cartaginesi si avvicinavano con torce accese che scagliavano sulla barricata. Presto il mucchio che i Romani avevano impilato per proteggersi prese fuoco e, allimprovviso, alcuni gruppi di soldati nemici penetrarono l dove il fuoco aveva divorato la maggior parte della barricata. Gneo mandava i legionari a difendere gli spazi da cui entravano i Cartaginesi.
La battaglia dur ore, un combattimento logorante in cui restavano sempre meno Romani a difendere i vuoti sempre pi numerosi della barricata, mentre i soldati cartaginesi sembravano non finire mai. Non importava quanti guerrieri punici cadessero, altre truppe arrivavano a sostituire le precedenti, in una processione che aveva come unico finale prevedibile la distruzione totale dei Romani. Gneo mantenne una voce decisa e tranquilla e trasmise ordini sicuri per difendere il pi a lungo possibile le posizioni. Aveva una sensazione raggelante. Perch cerano tanti Cartaginesi? Dovera suo fratello Publio?
Mario si tolse di dosso parte della polvere che copriva la toga lisa e ingrigita e infine inizi a parlare.
Ti saluto, Publio Cornelio Scipione, primogenito della famiglia degli Scipioni, figlio e nipote dei proconsoli di Roma in Hispania, e saluto tuo fratello Lucio Cornelio Scipione, tua madre Pomponia e tua moglie, Emilia Terza, figlia del defunto e onorabile console Lucio Emilio Paolo, e saluto tutti i presenti. Il mio nome  Mario, Mario Giuvenzio Tala. Sono centurione della prima legione di Roma in Hispania, al comando di tuo zio, Gneo Cornelio Scipione. Mi manda Lucio Marcio Settimio e porto notizie della guerra in Hispania.
Il silenzio divenne ancora pi profondo. Le parole del messaggero erano ripetute fantasmagoricamente dalleco delle arcate al secondo piano del peristiliumche circondavano i presenti. Publio continuava a leggere con lo sguardo il viso del viaggiatore che aveva appena messo piede a casa sua.
Le notizie che porto non sono buone per questa famiglia. Vi supplico di non scambiarmi per un nemico, al portare le funeste notizie che Lucio Marcio Settimio, attuale comandante delle truppe in Hispania, mi ha affidato.
Al sentire quelle parole, Publio abbass lo sguardo e inspir nervosamente, cercando lossigeno sufficiente per placare i suoi peggiori timori. Non aveva bisogno di sentire altro. Se cera un nuovo comandante romano in Hispania, questo poteva significare solo una cosa. Aveva avuto il presentimento al termine dellopera teatrale, durante i Saturnalia, poche settimane prima, ma si era ripetuto allinfinito che non si trattava di un segno o di una terribile premonizione, soltanto delle sciocchezze di un giovane spaventato, stupidaggini indegne di occupare i pensieri di un tribuno dellesercito romano e meno che mai di un edile di Roma. Ora invece sembrava che tutto gli crollasse intorno.
Anche il resto dei presenti si rese conto delle dimensioni del disastro che si era abbattuto su quella casa, su quella famiglia. Pomponia, lunica ad avere abbastanza padronanza di s da mantenere una gelida calma durante la peggiore delle catastrofi, si rivolse al messaggero.
Questa famiglia non confonder la tua presenza con quella di un nemico perch ci porti notizie funeste, per quanto terribili siano. Apprezziamo il tuo coraggio, nessuno desidera essere messaggero di sventura, e ti ringraziamo per la rapidit con cui hai eseguito il compito che ti  stato affidato, a giudicare dai tuoi vestiti, testimoni muti di un lungo viaggio. Ma sono io adesso a supplicarti, a intimarti, centurione, di non prolungare oltre i nostri dubbi e langoscia che ci stringe il cuore. Dicci in una frase la parte peggiore del tuo messaggio.
Il messaggero ammir il coraggio di quella donna. Inspir, deglut e fu conciso nelle sue parole.
Publio Cornelio Scipione e Gneo Cornelio Scipione, proconsoli di Roma, sono caduti sul campo di battaglia. Hanno combattuto con enorme valore e lealt a Roma, fino alla fine. Il primo  caduto in unimboscata tesa dai Cartaginesi e il secondo  stato vittima del tradimento degli alleati iberici, che lo hanno abbandonato subito prima della battaglia contro le truppe di Cartagine.
Tutti i presenti si voltarono verso la famiglia degli Scipioni. La madre guardava a terra, oppressa dal dolore, senza proferire parola. Il suo autocontrollo le consentiva soltanto di non scoppiare in lacrime e gemiti, ma non di parlare. I figli restavano in silenzio. Emilia strinse con forza il braccio del marito.
La posizione ormai era perduta. Non cerano pi file da conservare. La collina era piena di nemici e i Romani lottavano contro centinaia di soldati cartaginesi che salivano da ogni lato. Gneo e pochi altri retrocedettero e scesero il fianco della collina, in un punto in cui i nemici sembravano meno numerosi. Si fecero strada insieme a colpi di spada, protetti dagli scudi. Presto i generali cartaginesi si accorsero che lultimo proconsole di Roma in Hispania tentava la fuga e lanciarono la cavalleria contro il piccolo gruppo di legionari che lo proteggeva. I cavalieri si scagliarono con una violenza inusitata contro i legionari in fuga. La maggior parte cadde al primo assalto, gli altri si divisero in due gruppi: uno pi numeroso, composto da una cinquantina di uomini, che riusc a evitare lattacco e a addentrarsi in un bosco vicino, e un altro, pi ristretto, che rimase nella valle con il proconsole.
La cavalleria numida si ferm, si volt e si lanci contro i sopravvissuti rimasti con il proconsole: tre lictoresdella guardia personale del generale, lo stesso Gneo Cornelio Scipione e altri cinque legionari erano ancora in piedi, al centro della valle. Fra le montagne si levavano le urla di dolore dei Romani che venivano massacrati in cima alla collina, dove era rimasto il grosso delle truppe.
Gneo cap che era la fine. Brand la spada al vento e i lictorese i legionari che lo accompagnavano imitarono il suo gesto di sfida. I Cartaginesi attendevano il segnale del loro generale. Asdrubale Barca, dominatore dellHispania, sorrise e guard i colleghi, il fratello Magone e il generale Giscone.
Non si pu negare che questi generali romani abbiano coraggio; peccato che oggi non abbiano strategia.
E con il braccio diede lordine finale di attaccare. La cavalleria caric con violenza contro la linea dei Romani. Due lictorese quattro legionari caddero attraversati dalle lance dei cavalieri. Un lictor, un legionario e Gneo schivarono con un movimento rapido le lance e assestarono alcuni colpi mortali di spada ai cavalieri accanto a loro. Tre nemici caddero a terra, sconfitti. La cavalleria non aspettava altri ordini e caric contro i Romani, per vendicare i compagni abbattuti da quel nemico che si ostinava a cercare di sfuggire al suo destino di morte e sconfitta.
Il gruppo di legionari che era riuscito a addentrarsi nel bosco risal a tutta velocit un monte poco distante. Un centurione esperto aveva assunto il comando. Il suo nome era Mario Giuvenzio Tala, luomo a cui i proconsoli si erano affidati per le missioni difficili in pi di unoccasione. Presto raggiunsero un altopiano da cui potevano spaziare con lo sguardo. Il gruppo di legionari si ferm. Mario quel giorno avrebbe preferito essere cieco.
Nella valle, la nuova carica della cavalleria numida abbatt il legionario e il lictorsopravvissuto, che caddero sotto le lance cartaginesi. Gneo fu ferito al fianco, ma rimase in piedi. Aveva una lancia conficcata nel corpo e spezzata a met, che gli impediva di muoversi. Gett lo scudo a terra. Il dolore lo straziava, il sangue usciva a fiotti dalla ferita. Con una mano prese la lancia e cerc di estrarla, ma non aveva le forze sufficienti. I Cartaginesi avevano fermato lattacco. Asdrubale contemplava la scena. Sorrise, al ricordo del patto che aveva stretto con Baal mentre si ritirava in nave alla foce dellEbro, e alz il braccio per bloccare una nuova carica della cavalleria. Quello era lo stesso generale che lo aveva sconfitto sul fiume e che, insieme al fratello, laltro proconsole, gli aveva impedito di avanzare verso lItalia per aiutare Annibale. Voleva godersi il momento. I tre generali cartaginesi si fecero avanti per osservare meglio la scena. Gneo inspir, come per recuperare le forze, e si guard intorno. Vide i generali cartaginesi e poi un gruppo dei suoi uomini in cima a una collina, nel bosco. Meglio per loro, pens. Qualcuno si sarebbe salvato da quella carneficina. Ma non poteva morire cos, davanti a quei generali nemici, umiliato di fronte ai suoi legionari che lo osservavano da lontano. Gneo allora lasci andare la spada e con le due mani tir la lancia, gridando per liberarsi al tempo stesso dal dolore e dallarma nemica. Cadde in ginocchio. Si port la mano sinistra sulla ferita aperta, per fermare il sangue che sgorgava sullerba di quella valle, e con la destra riprese la spada. Usandola come se fosse uno scipio, un bastone, si rialz e, ferito, insanguinato e vacillante, ma con orgoglio e decisione, ripet il gesto di sfida ai Cartaginesi, brand con unagilit sorprendente la spada al vento ed esegu il giro caratteristico con cui i membri della sua famiglia sfidavano il nemico, in attesa di un nuovo attacco, solo, senza scorta e senza legionari, senza truppe su cui comandare, senza alleati, senza amici, solo, circondato da migliaia di Cartaginesi, solo, senza il fratello, senza la sua famiglia, respirando laria fredda di quella battaglia.
Mario osservava muto e impotente il martirio del generale e pens che se fosse sopravvissuto, non avrebbe mai conosciuto qualcuno altrettanto coraggioso. Che perdita per Roma. Che stolti i senatori che avevano negato i rinforzi a quel proconsole.
Asdrubale e gli altri due generali si fermarono. Il fratello di Annibale inspir profondamente e mentre espirava laria dai polmoni, torn a dare lordine di attaccare. Questa volta solo due cavalieri si mossero contro Gneo. Al galoppo, le lance sollevate in aria, puntando al petto del romano, si lanciarono sul proconsole. Questi indietreggi di un passo, per avere pi slancio nella stoccata difensiva, e colp di lato le lance con la spada, spezzandole. I legionari che circondavano Mario al vedere la scena lanciarono un grido di giubilo. I cavalieri numidi passarono oltre Gneo senza averlo abbattuto, ma frenarono e tornarono alla carica, questa volta con le spade in mano. Gneo li aspettava. Mario e i legionari scossero la testa, dopo aver perso ogni speranza. Gneo era pi debole a ogni istante che passava. Riusciva a stento a restare in posizione eretta. I piedi gelidi si imbevevano del calore del suo stesso sangue, la sua stessa vita che si spargeva a terra. Uno dei cavalieri gli si lanci addosso per ucciderlo con una stoccata. Gneo par il colpo con la propria arma, ma lo slancio del cartaginese lo spinse e cadde sulla schiena. Cerc di rialzarsi, ma il corpo non gli rispondeva. Rimase sullerba, una mano sulla ferita, laltra sulla spada, a guardare il cielo. Allorizzonte vide stagliarsi lombra di un cartaginese, che incombeva sopra di lui. Sent allora unaltra lancia che lo attraversava e presto cess di sentire, di pensare, di essere Gli rimase soltanto il mormorio della fontana della casa che laveva visto nascere, del giardino dove giocava con il fratello nei pomeriggi estivi, mentre i genitori dormivano, e il vento che agitava le foglie degli alberi con la dolcezza e la pazienza del calore di Roma. E anche cos, come spinto dagli di, con la lancia conficcata nel petto, il suo corpo si sollev e, una mano a terra, Gneo fece per rialzarsi. Non vedeva, non ascoltava e non provava pi niente. Concentrava le sue forze inesistenti solo sullatto di rialzarsi. Un proconsole di Roma muore in piedi o non muore.
Mario osservava attonito quellesibizione di dignit che andava oltre limmaginabile. I legionari assistevano a bocca aperta alla lezione di amor proprio impartita dal generale fino allultimo istante di vita. Pi duno inizi a piangere.
Gneo rimase in piedi, tremando, senza vedere il nemico.
Il generale cartaginese Asdrubale Barca, fratello di Annibale, smont da cavallo. Era sopraffatto dalla tenacia di quel proconsole. Non apparteneva a una stirpe normale. Non era fatto della stessa stoffa del resto dei Romani che aveva affrontato. Asdrubale cap qual era lultimo desiderio di quel generale. Si avvicin lentamente a Gneo, una figura triste di sangue e ferite aperte, che si teneva in piedi pi grazie agli di che alle proprie forze. I Numidi, quando lo videro avvicinarsi, la spada in resta, si fecero da parte. Il generale cartaginese, giunto a tre passi da Gneo, parl in greco, per essere sicuro di essere capito, a voce alta e chiara.
Gneo Cornelio Scipione, proconsole di Roma, sono Asdrubale Barca, generale in capo di Cartagine in Hispania e fratello di Annibale. Sar la mia spada a porre fine alla tua vita. Che tu vada ovunque i vostri di portano i Romani, ma vacci sapendo che non ho mai visto nessuno combattere con tanto coraggio fino alla fine.
Gneo annu piano. Non aveva le forze per nulla di pi.
La spada di Asdrubale attravers il petto, le costole e il cuore del proconsole, che croll senza una parola, senza un solo gemito, sulla terra inzuppata del suo stesso sangue. Nella sua mente, il mormorio di una fontana lontana si avvicinava sempre pi, fino a inondare la sua anima di una sensazione inebriante di pace.
Asdrubale estrasse la spada dal corpo del generale romano e rimase a lungo a contemplare il viso di quel guerriero. Non aveva mai visto nessuno impiegare tanto a morire e combattere con tanto valore.
Mario e i suoi uomini si voltarono e si addentrarono nel bosco. Corsero per tutto il giorno, senza fermarsi, senza dire una parola, quasi senza pensare. Cercavano di sopravvivere e dimenticare ci che avevano visto, il fallimento, la sofferenza e soprattutto il dolore del generale caduto in combattimento.
Quando Mario rifer a Lucio Marcio Settimio, il nuovo comandante in Hispania, ci a cui avevano assistito, questi, dopo un lungo silenzio teso, gli affid la sua nuova missione.
Andrai a Roma e informerai il Senato di ci che  successo. Dirai che abbiamo fermato i Cartaginesi sullEbro, ma che senza rinforzi non potremo resistere a lungo. Andrai anche a casa della famiglia dei proconsoli, per informarli personalmente del coraggio che hanno dimostrato e del servizio reso con onore a Roma.  una missione che nessuno vorrebbe compiere, ma il meno che si possa fare  inviare alla famiglia che ha sacrificato tanto a questa guerra un soldato con il rango di centurione che sia stato testimone degli ultimi momenti di uno dei loro cari. Alcuni soldati ti scorteranno fino a Tarraco.
Publio era accanto alla fontana al centro del giardino. Il racconto del messaggero aveva lasciato tutti senza parole. Sopra i respiri trattenuti si sentiva il mormorio dellacqua. Senza sapere perch, ricord lo zio che giocava con lui vicino a quella fontana. Sopra il sussurro agrodolce di quei ricordi gli arrivava la voce del messaggero, che spiegava come un centurione, Marcio, fosse stato scelto dagli ufficiali come comandante in capo in Hispania, in attesa di ricevere istruzioni dal Senato. Era stato Marcio a ordinargli di partire per informare il Senato, ma aveva insistito che si fermasse anche a casa di Publio e Gneo Scipione e portasse la notizia dellaccaduto alla famiglia.
In quel silenzio, una voce si lev esitante. Publio fatic a riconoscersi in quello strano tono pieno di malinconia e di dubbio.
Che siano portati acqua e cibo a questuomo. Madre, ci penserai tu, vero? Ho bisogno di qualche minuto per pensare. Qualche minuto. Torno subito.
Publio si diresse verso il tablinum, mentre i presenti indietreggiavano per lasciarlo passare. Una volta l, entr nelle stanze della famiglia. Non sapeva bene dove andare. Poi, chiss come, si ritrov nella biblioteca del padre. Gli sembr un posto adatto come un altro. Si ferm. Si sedette su uno sgabello. Dalla porta entrava solo un po di luce. Gli scaffali dei due armadi erano pieni di rotoli con i volumi che il padre aveva raccolto per tutta la vita. Non ne avrebbe pi comprati. Ecco la traduzione di Livio Andronico dellOdissea, con cui aveva insegnato ai figli a leggere in latino, prima di assumere il vecchio Tindaro. Gneo diceva che valeva la pena di entrare in quella stanza solo per i trattati di guerra e per la collezione di mappe. Lo zio non era mai stato un uomo di lettere. Mai. Era fatto di un altro stampo. Aveva insegnato loro a lottare, a battersi sul campo di battaglia. Le due fonti di conoscenza e di sostegno di Publio, i suoi due punti di riferimento, erano stati portati via da quella guerra. Non cerano pi. Che cosa poteva fare ora? Che cosa doveva fare? Le situazioni di crisi erano sempre state risolte con una riunione del padre e dello zio: parlavano, discutevano a volte, ma trovavano sempre la soluzione migliore. Ora non cerano pi. La guerra avrebbe potuto portarsi via uno di loro. Era quello che Publio aveva sempre temuto, a cui cercava di prepararsi. Ma tutti e due insieme, era terribile e inaspettato. Devastante.
Sono morti tutti e due disse a voce alta, e le sue parole risuonarono nella solitudine della stanza. Lo disse quasi per convincersi che fosse successo davvero.
Nel peristiliumaspettavano decine di persone. Se nera andato perch non sapeva che cosa fare, che cosa dire. La madre era distrutta. In qualunque altro momento, in qualunque altra crisi, avrebbe potuto ricorrere a lei per chiederle consiglio, ma non ora. Avrebbe significato caricarla di un nuovo dolore: un figlio che non era in grado di assumersi le proprie responsabilit. Ma come faceva a tornare da loro e che cosa poteva dire? Non preoccupatevi, penser a tutto io, sono il primogenito e me ne far carico. Suonava patetico. Sarebbero scoppiati a ridere. Suo padre era un politico stimato da quasi tutti i senatori di Roma, perfino Fabio e i suoi lo temevano. E inoltre si era distinto sul campo di battaglia. Lo zio era fatto di unaltra pasta. Il racconto della sua morte aveva commosso i presenti. Chi era lui per pretendere di sostituire tanto valore, tanta dignit? Era solo un giovane pazzo, che aveva fatto qualche gesto eroico e assurdo sul campo di battaglia e si era salvato grazie alla protezione di Lelio, procuratagli dallintelligenza del padre. Poi aveva subito una sconfitta dopo laltra davanti ad Annibale, testimone e sopravvissuto del peggior disastro dellesercito romano a Canne. Perdonato dal Senato, in quanto patrizio e membro di una delle famiglie pi importanti della citt, nonch per aver salvato i resti di quellesercito e non aver tradito la patria. Era vero, alcuni di quegli episodi erano esempi di una certa dignit, ma non potevano essere paragonati a quelli che avevano avuto per protagonisti il padre e lo zio. Che cosa aveva da offrire lui ai familiari, ai clienti e agli amici degli Scipioni? Era soltanto un edile di Roma. Poteva organizzare giochi, rappresentazioni teatrali e regalare olio ai poveri della citt.
Grande gloria torn a dire ad alta voce, in un tono straziato, fra il cinico e il beffardo. Non meritava neanche di vivere nella stessa casa in cui avevano vissuto il padre e lo zio. Era indegno di loro e non poteva porvi rimedio. La famiglia degli Scipioni era distrutta, finita, senza un obiettivo. Prima se ne fossero resi conto, prima i familiari, gli amici e i clienti avrebbero potuto cercarsi qualcun altro che difendesse i loro interessi.

83
IL DESTINO DI ANNIBALE

Campania, inverno del 211 a.C.
Lerba era umida. La sentivano sulle braccia nude mentre si trascinavano sul terreno. Si trovavano a Capua, nei pressi degli accampamenti militari, delle palizzate e delle fortificazioni che i Romani avevano eretto intorno alla citt. Maarbale, rannicchiato insieme a una decina dei suoi uomini, osservava la valle piena di fosse, soldati, pattuglie di legionari e una parata di macchine da guerra appena costruite abbattendo centinaia di alberi nei boschi vicini. Capua non poteva resistere ancora per molto. Avevano fatto bene a lasciare Tarentum per accorrere in aiuto di quella citt, anche se restava da capire come spezzare un assedio simile, in cui i Romani si erano impegnati anima e corpo. Maarbale fu preso dallo sconforto, ma erano l ed era questo che contava.
Mio generale, sar impossibile spezzare lassedio romano disse uno dei suoi uomini, a bassa voce, incollato al terreno su cui scivolavano come serpenti per evitare di essere scoperti dalle sentinelle nemiche.
Vedremo. Ricorda che disponiamo di unarma segreta rispose Maarbale con un lieve sorriso.
Unarma segreta, mio generale? Non lo sapevo. Quale?
Maarbale sorrise di nuovo, mentre rispondeva.
Annibale.
Il generale quindi gatton allindietro, fino a scendere dal promontorio su cui erano saliti per scrutare la valle. I suoi uomini lo seguirono e in pochi minuti galoppavano per riunirsi al grosso dellesercito cartaginese.
Maarbale si aspettava di trovare un accampamento di truppe africane che si preparavano alla grande battaglia in cui Annibale sarebbe riuscito in qualche modo a trascinare i Romani, almeno uno dei due eserciti consolari che minacciavano la citt, se non entrambi. A Canne avevano gi affrontato otto legioni contemporaneamente, quattro non lo spaventavano.
Con sua grande sorpresa, invece, Maarbale e il suo piccolo gruppo di cavalieri non trovarono lesercito cartaginese impegnato a erigere un vasto accampamento: non cerano palizzate in costruzione e neanche zappatori che vi lavorassero intorno o opere di fortificazione di qualunque tipo. Davanti a loro cera il potente esercito africano arrivato dal Sud che avanzava su quattro colonne, una lunghissima fila che serpeggiava fra le valli campane, ma non si dirigeva verso la capitale della regione assediata, bens verso nord.
Maarbale spron il cavallo al galoppo. Gli uomini acclamarono il loro generale quando lo videro volare sullerba italica. I cavalieri numidi che lo avevano accompagnato nella spedizione di ricognizione riuscivano appena a tenersi a una distanza di un centinaio di passi, che si allungavano a ogni istante per lagilit di Maarbale sul potente e magnifico destriero nero.
In breve, il generale della cavalleria africana raggiunse Annibale, in testa allesercito cartaginese.
Mio generale inizi Maarbale. Capua  a destra dove pensi di erigere laccampamento? Parlava a spezzoni, per lo sforzo della lunga galoppata.
Non monteremo un accampamento fino al tramonto rispose Annibale, senza guardarlo.
Non aveva senso. Non era neanche mezzogiorno. E in quellepoca dellanno, considerato che nel cuore della penisola non era ancora primavera, restavano sei o sette ore di luce. Al calare del sole sarebbero stati a decine di stadi da l. Perch attraversare tutta la penisola per poi allontanarsi dalla meta?
Con il dovuto rispetto, questo ci allontana enormemente dal nostro obiettivo, mio generale comment Maarbale.
Annibale abbozz una smorfia, una sorta di sorriso laconico.
Dipende da quale sia il nostro obiettivo, Maarbale rispose Annibale, poi divenne pensieroso. Continu a parlare, ma senza rivolgersi a Maarbale, come se meditasse a voce alta. Obiettivo, s. Forse  questa la parola giusta.
Maarbale rimase in silenzio, senza sapere che cosa dire. Si ferm. Davanti a lui, lesercito di Cartagine proseguiva nella sua avanzata verso nord e si lasciava Capua alle spalle. Ricordava ancora le parole di Annibale, quando aveva ammesso che era necessario aiutare quellimportante alleata di Cartagine, e ora che si trovavano a pochi chilometri da l e avrebbero potuto farlo, si allontanavano, guidati da un generale che, pensieroso e taciturno, parlava di obiettivi.

84
UN NUOVO PATER FAMILIAS

Roma, gennaio 211 a.C.
In giardino erano rimasti gli amici della famiglia, una riunione penosa, dolorosa e imbarazzante. Un uomo, uno dei tanti clienti, borbott che avrebbero dovuto andarsene e lasciare gli Scipioni da soli.
La voce di Pomponia, serena, seria nonostante il tono vibrante graffiato dal dolore, commosse i presenti con un consiglio che era senza dubbio un avvertimento.
Non  corretto lasciare la casa di un patrizio senza essersi congedati dal pater familias, sempre che in questa citt vengano ancora rispettate le tradizioni su cui abbiamo costruito il nostro Stato.
Sulle labbra di qualunque altra donna, quelle parole sulla tradizione, sul rispetto della nobilt, del capo famiglia e dello Stato sarebbero state ridicole, ma si trattava della vedova di un proconsole di Roma. Pomponia non era una donna qualunque. Sembrava per che alcuni clienti fossero troppo nervosi per la perdita di due dei pi potenti sostenitori dei loro affari in citt, nelle colonie e fra le popolazioni alleate, tanto che la stessa voce che aveva bofonchiato fra i denti che stava per andarsene os pronunciare un commento ancora pi azzardato, facendosi avanti. La voce apparteneva a un uomo sulla trentina, che aveva prosperato sotto la protezione degli Scipioni, di nome Tiberio, mercante di schiavi e gladiatori. Utile a molti, ma noto a tutti per la sua impertinenza.
Capisco, mia signora, ma con mio enorme dispiacere, il pater familiasdi questa casa, come ci  stato riferito,  morto in Hispania, senza dubbio in modo degno e glorioso, ma non  pi fra noi e non possiamo congedarci da lui, o forse ci consigli di rivolgerci a te, in vece sua?
Lelio e Lucio sussultarono per quel commento offensivo, ma si trovarono davanti la mano sollevata di Pomponia, che si alz dal tricliniume, con voce ferma e controllata, rispose al cliente che la sfidava nel pieno dellorrore e del suo disastro personale.
Hai ragione, Tiberio Gracco, ma la tua ansia di lasciarci in pace e tranquillit con il nostro dolore il tono ironico, unito al profondo disprezzo che impregnava le parole della vedova, non sfugg a nessuno ti impedisce di analizzare correttamente la situazione. Te la chiarir io, a beneficio tuo e di tutti i presenti: mio marito  morto, sembra un dato di fatto, e suo fratello con lui, ma il pater familiasdi questa casa  ora ledile di Roma che  appena uscito. E se il mio latino non  diverso dal tuo, ho inteso chiaramente che ha manifestato lintenzione di tornare fra qualche minuto. Suo padre e suo zio sono caduti mentre servivano Roma. Forse puoi aspettare questi minuti per sentire che cosa vuol dire alle persone qui riunite il pater familiasdella famiglia patrizia che per tanti anni si  preoccupata di vegliare sui vostri affari; o forse no, forse pensi che la notizia che hai ricevuto meriti la stessa attenzione da parte delledile di Roma dellacquisto o della vendita di un nuovo schiavo per la cucina di una domusmodesta.
Pomponia torn a sedersi, questa volta senza sdraiarsi. Tiberio, sotto gli occhi di tutti, chin la testa e non apr bocca, ma non diede neanche seguito allintenzione iniziale di andarsene. La vedova vide che le sue parole avevano sortito leffetto sperato, ma sapeva anche che non era prudente prolungare quellattesa carica di tensione. Quando Emilia si avvicin per chiederle se desiderava qualcosa, acqua o vino, la suocera le rispose a bassa voce.
Vai a cercare Publio e digli che deve parlare alle persone qui riunite e che avr tempo poi per il dolore e il lutto. Cercalo nella vostra stanza, anzi no, sar sicuramente in biblioteca. Vi restava per ore con il padre. Vai, figlia mia.  importante.
Emilia annu e usc dal giardino, muovendosi agile fra la ressa di gente, che non si spostava alla rapidit richiesta dalla sua figura minuta. Era nervosa per la tensione accumulata, per le notizie terribili, per il disprezzo di Tiberio, quel maledetto mercante di schiavi. Miserabile come pochi. Si asciug le lacrime che le scorrevano sulla pelle liscia e morbida. Erano il frutto del dolore, della rabbia e dellimpotenza. Avrebbe voluto cacciare a calci quel ratto di fogna che osava offendere la sua nuova famiglia, approfittando della peggiore delle crisi. Prima era stata la volta del suo amatissimo padre, Emilio Paolo, caduto sotto lassalto di Annibale, e adesso erano il padre e lo zio di suo marito a perdere la vita per mano dei fratelli del generale cartaginese. Quante altre vittime avrebbe fatto quella guerra?
Distratta dai suoi pensieri, non si rese conto di essere gi arrivata in biblioteca. Come aveva previsto Pomponia, Publio era l, seduto nella penombra, ingobbito, una sagoma triste. Emilia ebbe paura. Ma Pomponia le aveva affidato un compito preciso e dettato dal buon senso. Si rese conto di temere per il marito. Si chiedeva troppo a una persona cos giovane: farsi carico del destino di una delle famiglie pi potenti a soli ventiquattro anni. Era un compito spropositato. Del resto, pens poi, cerano re che salivano sul trono giovanissimi: Filippo di Macedonia ne era un esempio, o lo stesso Alessandro Magno, e si diceva che anche Annibale avesse assunto il controllo dellesercito cartaginese in Hispania a unet simile No, Annibale allora aveva ventotto anni, s, Emilia ricordava una conversazione sullargomento con Lelio, qualche giorno prima, durante la festa per la nascita di Cornelia. Ma da quanto tempo era l ferma senza dire niente al marito? Gli altri aspettavano.
Si avvicin piano e con la voce pi dolce che pot, rifer il messaggio di Pomponia. Publio ascolt le sue parole e anche se Emilia non aveva accennato al commento di Tiberio, dal tono della moglie il giovane edile cap che durante la sua breve assenza era successo qualcosa.
Qualcuno ha detto qualcosa di inappropriato? chiese quindi con una serenit che la stup.
Emilia non rispose subito, ma lo sguardo fisso e rassicurante del marito la calm e, sia pure fra singhiozzi soffocati, gli rifer le parole di Tiberio Gracco e la riposta della madre.
Publio annu lentamente.
Torna di l e riferisci a mia madre che arrivo subito. E che non si preoccupi non si preoccupi Penser a tutto io.
Emilia usc e restitu il marito alla solitudine della biblioteca.
Penser a tutto io si ripet Publio, e una smorfia di sconforto e di cinismo gli si disegn sul viso. Aveva detto esattamente il contrario di quello che aveva deciso. Solo un istante prima aveva preso la decisione di arrendersi e annunciare che la famiglia entrava nel periodo di lutto e che lui non era nelle condizioni di occuparsi degli affari e degli interessi di cui si erano fatti carico il padre e lo zio, ma il disprezzo di Tiberio Gracco era solo unanticipazione di quello che sarebbe seguito, se non avesse preso una posizione netta e non si fosse assunto la responsabilit di governare quella famiglia: doveva pensare a ogni cosa. Solo cos avrebbe assicurato la sopravvivenza di tutti loro. Ma come poteva riuscirci, se non era che la timida ombra del padre e dello zio?
Spinto dal senso del dovere e dalla disciplina che gli avevano insegnato, andando contro i suoi sentimenti e con le poche forze che sentiva di avere, si alz e usc dalla biblioteca. Attravers lentamente latrio e il tablinumed entr di nuovo nel peristilium. L, fra gli alberi del giardino, trov familiari e clienti, in silenzio, in attesa delle sue parole. Avevano portato qualche bacinella e degli asciugamani, perch Mario, il messaggero, potesse lavarsi le mani e il viso. Un uomo coraggioso, risoluto, leale, come lo erano anche Lelio e Lucio Emilio, suo cognato, e molti dei presenti. Il fratello Lucio era curvo dietro la madre. Quanto era assurdo il destino e quanto era sprezzante la dea Fortuna nei confronti della sua famiglia. Publio non si era soffermato a decidere ci che avrebbe detto, ma doveva spezzare subito quel silenzio solenne e congedare i presenti. La madre iniziava gi a singhiozzare, pur senza tremare. Era ammirevole che avesse retto la notizia con tanta padronanza di s e che avesse trovato la forza di respingere lattacco miserabile di Tiberio. Non lo avrebbe mai perdonato, per quellalterigia in un momento di tanto dolore, ma non sarebbe stato facile neanche giustificare se stesso per aver lasciato sola la madre mentre il suo mondo le crollava intorno. Publio aveva sentito il bisogno di qualche minuto di silenzio e di concentrazione, senza quegli sguardi che lo scrutavano. Doveva riportare lordine nel suo cuore e soprattutto nei pensieri, e agire di conseguenza.
Emilia aveva le guance bagnate ma non gemeva, Lucio abbracciava la madre a occhi chiusi. Publio mosse i muscoli della gola e della lingua alla ricerca di saliva, ma non la trov. Con una voce che gli parve sconosciuta, per la sua forza pur nellavversit, si rivolse ai presenti.
Mio padre e mio zio sono morti. A seguito di questi eventi assumo il ruolo di nuovo pater familiase quindi gli costava fatica, ma prosegu, come un legionario sfinito continua a marciare sotto lo sguardo attento dei centurioni mi far carico degli interessi, degli affari e delle propriet della mia famiglia a Roma, nelle citt latine e allestero. E seguendo le leggi di Roma e la dignit dei miei predecessori, mi occuper delle questioni di tutti questi affari.
Non sapeva come proseguire. Tutti lo guardavano, attenti alle sue parole. Publio esamin i loro visi e vi trov interesse, compassione, stima, dubbio, interrogativi, amicizia, disprezzo; cera limbarazzo della scelta, a seconda del viso che scrutava. Decise di essere pi esplicito.
Sono tribuno militare e edile di Roma, ben lontano dalle alte magistrature che mio padre e mio zio ostentavano fino a poco tempo fa, ma per quanto me lo consentiranno le mie forze e fino a dove mi porteranno la mia capacit e influenza, mi occuper di tutti voi. So di avere davanti degli amici, o almeno credo aggiunse e guard Lucio Emilio, il fratello di Emilia.
Questi annu e prese la parola.
La tua famiglia  stata generosa con la nostra dopo la morte di mio padre. Ci avete sostenuto e hai consolidato la nostra amicizia sposandoti con mia sorella. In cambio, come  giusto e per affetto sincero, oltre alla riconoscenza e alla lealt che la nostra alleanza comporta, puoi contare sullaiuto della famiglia Emilia nel difendere gli interessi della tua famiglia e dei tuoi amici e clienti.
Il giovane si avvicin e lui e Publio si abbracciarono con forza. Lucio Emilio si scost e si fece indietro, per permettere al cognato di riprendere il suo discorso.
Bene, ci sono altre questioni in sospeso continu il giovane edile fermando lo sguardo negli occhi di Gaio Lelio che, emozionato, lo ascoltava assumersi la guida di quella potente famiglia travolta dalla peggiore delle catastrofi. Gaio Lelio, un tempo promettesti a mio padre di difendermi in ogni occasione e lo hai sempre fatto, mettendo in pericolo la tua stessa vita quando era necessario. Gli di sono testimoni che se non fosse stato per te, oggi non sarei qui. Sul Ticino sei stato indispensabile e, da allora, sei sempre stato fedele al tuo giuramento, ma ora mio padre  morto. Ti libero dallobbligo di proteggermi, Gaio Lelio, e ti sono riconoscente per i servizi prestati. Sarai sempre il benvenuto in questa casa e sar un onore ricevere le tue visite con frequenza e condividere con te altri momenti in futuro, ma senza un giuramento che ti vincoli nella tua lealt alla mia persona e a questa casa.
Tutti gli sguardi si posarono su Gaio Lelio, che nonostante i trentanni passati, sent un calore attanagliarlo dentro e fu certo che il suo viso fosse diventato di un inopportuno color porpora, a tradire i suoi sentimenti pi profondi. Ma riusc a dominare quel groviglio confuso di sensazioni e rispose a voce alta, forte e chiara.
Stimato edile di Roma e amico, Publio Cornelio Scipione, pater familiasdi questa casa. Ti ringrazio per le tue parole e per gli elogi immeritati alla mia persona, e confermo e sottoscrivo tutto tranne una cosa, e ti prego di scusare la mia sfacciataggine nel contrariarti: non accetto che nessuno su questa terra mi liberi da ci che promisi a tuo padre accanto al Ticino. Giurai di proteggerti per sempre e soltanto lui avrebbe potuto liberarmi da questo impegno. Gli di hanno voluto sottrarci tuo padre prima che reputasse opportuno sciogliermi da questobbligo, quindi nessuno pu pi farlo. Rester fedele al mio giuramento, dunque, fino allarrivo dellunica che pu porre termine a questo impegno, colei che verr un giorno a sorprendermi con la sua visita gelida e poco misericordiosa: la morte. Spero che mi perdonerai e accetterai che soltanto in questo io ti contraddica.
Publio lo guard ammirato. Non si era aspettato una risposta simile.
Gaio Lelio, forse hai ragione rispose. Soltanto il tuo cuore sa come debba essere interpretato il giuramento che hai fatto davanti a mio padre. Se questo  il tuo pensiero, cos sar. Devo ammettere che il tuo rifiuto mi riempie di orgoglio. Ma spero che la tua dedizione e i tuoi sforzi trovino un giorno la giusta ricompensa; anche se devo confessarti, Lelio, che nelle attuali circostanze, sono abbastanza pessimista su ci che potr offrirti la mia famiglia. A quel punto Publio ripens alle parole che Emilia gli aveva riferito riguardo a Tiberio Gracco e si volt verso di lui. Questo mi ricorda che non sono lunico a considerare la situazione della mia famiglia con un certo pessimismo, non  vero, Tiberio Gracco?
Il mercante di schiavi stava per rispondere, ma la mano alzata di Publio lo blocc.
Devo ammettere prosegu che quando ho detto che mi sarei occupato delle questioni di tutti i miei clienti non sono stato del tutto preciso. In realt intendevo di tutti tranne uno: Tiberio Gracco, esci da questa casa e che gli di ti maledicano. Chiunque pu cessare di ricorrere ai servigi di questa famiglia, se reputa che non siamo pi in grado di aiutarlo, e che gli di siano generosi con lui. Tuttavia non permetter che lo stesso giorno in cui veniamo informati della morte di mio padre e di mio zio, un miserabile venga a umiliare mia madre e mia moglie davanti a tutti coloro che ci conoscono.
Per Castore e Polluce, stimato edile, inizi Tiberio io non intendevo!
Fuori di qui, miserabile! Publio non lasci margini di trattativa. Vattene di qui, prima che ti faccia buttare fuori come un cane e riversi su di te tutta la rabbia che porto dentro! Vattene finch sei tutto intero, idiota!
Tiberio Gracco raccolse la toga che strisciava per terra, tanto gli piaceva portarle lunghe, e fil rapido fino alla porta.
Pomponia ed Emilia sospirarono di sollievo e Gaio Lelio lasci limpugnatura della spada, rilassandosi.
Publio continu a illustrare i suoi progetti per i giorni a venire.
Bene, prima di tutto verr organizzato il lutto previsto per la perdita subita dalla nostra famiglia, poi ci recheremo al Foro per rimettere ordine fra le questioni che ci riguardano. Vi chiedo solo di concedermi qualche giorno prima di tornare a occuparmi degli affari per i quali siete qui oggi
Un gran frastuono, il rumore di una folla che correva per strada, le grida di centinaia di persone arrivarono dallesterno. Publio, stupito e perplesso, fu obbligato a interrompersi.
La curiosit e la paura scesero in parti uguali sulle persone riunite nella casa degli Scipioni.
Dopo uno sguardo delledile di Roma, latriense usc per scoprire che cosa stava succedendo. Torn un attimo dopo e gridando per farsi sentire sopra le migliaia di grida che sembravano levarsi da ogni angolo della citt, diede il peggiore degli annunci.
Annibale  alle porte di Roma!

85
IL DESTINO DI ROMA

Roma, inverno del 211 a.C.
 lui indic un legionario al vecchio senatore, quattro volte console. Quello che cavalca davanti ai cavalieri numidi. Gli si rivolgono tutti. Deve essere lui. Lo osservo da quasi mezzora.
Fabio Massimo non ripose, ma continu a fissare quel cavaliere eretto, che cavalcava con abilit. Forse il legionario aveva ragione, ma poteva trattarsi anche di qualcuno dei generali di Annibale, qualcuno dei suoi luogotenenti, magari quel generale capace che guidava la cavalleria. Come si chiamava? Maarbale, forse. Non potevano essere i fratelli, perch si trovavano entrambi in Hispania, dove minacciavano le legioni romane e cercavano il modo di varcare lEbro e venire a portare rinforzi allesercito di Annibale in Italia. E ora che avevano sconfitto gli Scipioni, quel piano sarebbe diventato presto realt. Le voci sulla caduta degli Scipioni, insieme alla presenza visibile di Annibale davanti a Roma, avevano gettato il popolo nella disperazione.
Fabio Massimo scrutava dallalto delle mura serviane. In unaltra epoca, decine di anni prima, quelle mura erano state erette per proteggersi dallattacco delle trib latine contro cui Roma combatteva per il controllo del Lazio, dellEtruria e della Campania, e poi per proteggersi dalle incursioni dei Galli che scendevano dal Nord. Da quei tempi remoti, per, il potere della citt era cresciuto senza sosta e ora Roma dominava quelle regioni, ma anche la Lucania e il resto della penisola italica, fino allo stesso Bruttium e alle citt dellantica Magna Grecia, oltre alla Sardegna e a gran parte della Sicilia. La sua area di influenza si estendeva inoltre sullAdriatico e sulle varie colonie greche e citt indipendenti della costa della Gallia o dellHispania. I Romani non temevano pi un attacco diretto alla capitale di quel nascente impero. Ora invece, in quella interminabile guerra contro Cartagine, sembrava che il mondo si fosse capovolto e ci che un tempo era impossibile diventava un pericolo imminente.
La citt era gi andata nel panico cinque anni prima, dopo il disastro di Canne, ma da allora i Romani, a poco a poco, sembravano aver recuperato terreno, mentre i Cartaginesi perdevano parte dello slancio iniziale con cui avevano fatto irruzione in Italia. E proprio ora, quando Roma era impegnata a recuperare gli antichi possedimenti e a punire le citt passate al nemico, come Capua, allimprovviso il fantasma di Annibale si materializzava davanti alle stesse porte della citt, in carne e ossa, cavalcando indisturbato, circondato dal suo potente esercito di mercenari e africani, e studiando il momento migliore per lanciare il suo attacco.
Massimo aggrott la fronte mentre cercava di distinguere quella figura che, agile, in groppa al cavallo, dava istruzioni ai mercenari di erigere un enorme accampamento a poca distanza dalla citt. Fabio Massimo si rese conto che non poteva riconoscere Annibale, perch non laveva mai visto di persona. Non era presente a Cartagine quando lui vi si era recato come ambasciatore del Senato e aveva finito con il dichiarare la guerra; era in Hispania, occupato ad assediare Sagunto. Come doveva essere quelluomo? Forse un giorno avrebbe avuto il piacere di vederlo camminare per il Foro di Roma trascinandosi dietro il peso di fredde catene. O forse no. Uomini simili di solito non si lasciano catturare vivi, ma si poteva sempre ricorrere al tradimento di qualcuno dei suoi ufficiali di fiducia. Quel piano per doveva aspettare. Adesso le priorit erano altre.
Massimo scese dalle mura senza salutare i legionari che le vigilavano. Camminava con la protezione di diversi lictores. Con una misura eccezionale, il Senato aveva deciso che tutti coloro che in qualche momento avevano rivestito la carica di console, censore o dittatore assumessero pieni poteri militari per contribuire alla difesa della citt e sopratutto per controllare il caos del popolo che, in preda al panico, si dibatteva fra pensieri funesti, spingendosi fino alla possibilit di arrendersi senza combattere e ribellarsi ai propri governanti, in un tentativo estremo di evitare la collera del generale cartaginese.
Protetto dalla scorta, il vecchio senatore Fabio Massimo percorse le strade che dalle mura portavano al Foro, nel cuore di Roma, per arrivare infine alledificio del Senato, circondato in quel momento da alcune centinaia di soldati armati delle legiones urbanae.
La situazione era critica ed era in corso un acceso dibattito quando Fabio Massimo fece il suo ingresso nella grande sala. Non appena lo videro, i senatori tacquero per un istante. Non si erano mai azzardati a iniziare un dibattito senza di lui. Era evidente che erano tutti offuscati dalla presenza di Annibale davanti a Roma.
Fabio Massimo decise di ignorare quella mancanza dei colleghi e si sistem al suo solito posto, sul banco di pietra pi vicino al centro della sala. I senatori attesero che si fosse seduto e ripresero la discussione. Fabio ascoltava attonito. Qualcuno parlava di negoziare, ma era una minoranza. La maggioranza era propensa a inviare messaggeri ai consoli che assediavano Capua perch tornassero ipso factoa proteggere Roma, mentre qualcuno sosteneva che fosse il momento di ordinare un ripiegamento generale delle forze disperse sui diversi fronti, in Sicilia, Sardegna, Hispania e alla frontiera con la Gallia Cisalpina, per affrontare Annibale e sconfiggerlo una volta per tutte. A questi ultimi, qualcuno rispose che sarebbe stata una buona soluzione a medio termine, ma che nellimmediato si poteva ricorrere soltanto alle truppe dei consoli Gneo Fulvio e Publio Sulpicio, a Capua, oltre al fatto che alcune delle truppe allestero erano ormai perdute, come le legioni in Hispania. La morte degli Scipioni era arrivata come una dolorosa secchiata dacqua gelida sul morale del Senato. Sembrava che in poche ore si stessero accumulando tutte le notizie peggiori: due dei loro migliori generali cadevano in battaglia in Hispania; gli Iberi passavano dalla parte dei Cartaginesi; Marcio, il centurione al comando in Hispania, chiedeva rinforzi e annunciava che non sarebbero riusciti a conservare la frontiera dellEbro ancora a lungo; Annibale incombeva alle porte di Roma e Capua non cedeva, nonostante lassedio continuato dei due eserciti consolari. Che cosa dovevano fare, in quel disastro?
Massimo si alz lento. Non chiese la parola ma, comera sua abitudine, si limit ad aspettare che il resto dei senatori tacesse. Non ci volle molto. In pochi secondi tutti erano silenziosi.
Annibale inizi lanziano ex console ed ex dittatore non  venuto ad attaccare Roma, ma a liberare Capua.
E si ferm per qualche secondo, aspettando che il significato delle sue parole si facesse strada nel timore dei senatori, fino ad accendere la fiamma della ragione. Cosa non facile, pens, ma se non fosse riuscito a riportare un po di buon senso, la citt sarebbe stata davvero perduta.
Annibale, continu, e us il nome del nemico pi temuto di Roma con una semplicit sorprendente, senza alcuna traccia di agitazione o di timore, come se parlasse di un reuccio celtico in qualche regione remota oltre le Alpi Annibale poteva attaccarci, avrebbe dovuto attaccarci dopo Canne, ma non lo fece. Pens che in quel momento, e a ragione aggiungo, Roma fosse troppo forte per cadere davanti al suo esercito. Non ha le armi necessarie per un lungo assedio.  venuto con un esercito di fanteria e cavalleria che va bene per un combattimento in campo aperto, ma non  utile in un assedio. Abbiamo le due legiones urbanaea nostra disposizione. Possiamo resistere, se teniamo a bada la nostra paura e soprattutto il timore del popolo. Bisogna inviare pattuglie di legionari a controllare i movimenti delle persone, ordinare che tutti restino chiusi in casa, quantificare le riserve di cibo e metterle sotto la supervisione militare. Bisogna proteggere le mura e organizzare una rete di messaggeri che ci tengano informati sugli eventi di Capua e, per tutti gli di, lultima cosa che dobbiamo fare  proprio quello che vuole Annibale. Non dobbiamo ritirare le nostre truppe da Capua. Quella citt deve cadere e pagare con il sangue il suo tradimento, e per questo Roma deve resistere. La nostra forza sar la strada della vittoria. Se ci mostriamo deboli sar la nostra fine e io vi dico che se siamo deboli, allora meritiamo la sconfitta e la morte.
E con queste parole Fabio Massimo si sedette, lento, osservando con attenzione il banco, togliendo un po di polvere dai cuscini posati sulla fredda pietra. Il dibattito riprese a partire dalle sue proposte. Furono rapidamente accettate tutte quelle relative al rafforzamento della sicurezza allinterno della citt e infine, per quanto riguardava la questione principale, si decise di inviare alcuni messaggeri per chiedere che arrivassero in aiuto di Roma non i due eserciti consolari, ma uno soltanto, lasciando che fossero i magistrati a decidere quale.
Lo stesso Massimo accett questa proposta, quando si rese conto che in questo modo otteneva il doppio risultato di non interrompere lassedio di Capua e cercare comunque di difendersi al meglio da Annibale. Lui avrebbe preferito non richiamare nessuno dei due eserciti, ma la paura che la presenza del generale cartaginese aveva scatenato fra il popolo e fra gli stessi senatori era tale, da rendere necessario spargere la notizia dellarrivo imminente di un esercito consolare. In questo modo avrebbero riportato un poco di ordine in quella confusione, in cui la maggioranza dei Romani non distingueva altro che paura e fantasmi.
Era gi tutto deciso, quando Fabio Massimo riprese la parola, questa volta senza alzarsi e senza aspettare il silenzio, ma facendo valere la sua potente voce, tanto che il suo ultimo intervento del giorno rimbomb fra le pareti del Senato.
E, per tutti gli di, che sia inviata fuori dalle mura qualche turmadi cavalleria, per impedire ad Annibale di passeggiare a pochi passi dalla nostra citt!  umiliante! Se Annibale vuole farsi una passeggiata, che se ne torni a Cartagine! Sembriamo tante donnicciole spaventate, non senatori romani!
Dieci minuti dopo, quattro turmaedella prima delle legiones urbanaeuscirono dalla citt e quasi senza dare al nemico il tempo di reagire, si lanciarono al galoppo contro i cavalieri numidi che pattugliavano le mura serviane cercandone i punti deboli.
Annibale si era ritirato nella sua tenda, nellaccampamento eretto da poco con vista su Roma, e ripassava ci di cui disponeva per attaccare la citt con cui era in guerra da anni e contro la quale suo padre e la sua famiglia avevano gi combattuto in passato. Valutava la forma fisica dei nuovi elefanti che aveva portato dal Sud, quelli arrivati come rinforzi dallAfrica per sostituire gli animali perduti da quando era partito dallHispania. Ne aveva trentatr. Non erano molti, ma abbastanza per essere utili nellassedio e soprattutto in una battaglia in campo aperto. Presto sarebbero arrivati gli eserciti consolari. Sarebbe stato il momento della verit, in cui il destino di tutti si sarebbe deciso una volta per tutte in una battaglia campale alle porte della stessa Roma. Cos almeno sembravano aver stabilito gli di. E cos sarebbe stato.
Sent il clamore delle armi e grida di guerra. Si volt verso la citt. I Romani avevano organizzato unuscita con parte della cavalleria e affrontavano i Numidi di Maarbale. In lontananza, si intravedeva appena un migliaio di cavalieri di entrambe le parti, impegnati in una lotta corpo a corpo in un mare di polvere. Dopo diversi minuti, i Numidi ripiegarono, seguendo Maarbale. Annibale osservava la scena insieme alla sua guardia personale. Qualcuno gli rifer qualcosa, ma il generale alz la mano. Non voleva interruzioni mentre studiava un combattimento. Maarbale faceva bene ad allontanarsi. Quelluscita dei Romani non sarebbe stata decisiva e avrebbe provocato perdite da entrambe le parti. Inoltre, i dardi e le lance nemiche scagliati dalla citt aiutavano la cavalleria romana, quindi combattere vicino alle mura significava essere in condizione di inferiorit. Maarbale sapeva bene che i suoi cavalieri erano necessari per la battaglia decisiva.
Annibale guard il cielo: era limpido, azzurro, sgombro di nuvole. Lindomani sarebbero arrivati gli eserciti consolari, alleggerendo cos lassedio di Capua e permettendo a Bostare e Annone, i generali cartaginesi al comando in quella citt, di uscire per approvvigionarsi. Lindomani Annibale avrebbe studiato lesercito nemico e il giorno successivo, se continuava il bel tempo, sarebbe andato di persona verso il suo obiettivo.
Le sentinelle cartaginesi notarono alcuni movimenti di truppe durante la notte. Doveva trattarsi degli eserciti di Capua che arrivavano a difendere la citt. Annibale aveva dato ordini precisi prima di andare a dormire: non voleva essere disturbato per cose ovvie, solo nel caso che i Romani attaccassero, cosa alquanto improbabile, nelloscurit.
E che riposino anche le truppe aveva proseguito il generale. Voglio che tutti siano pronti, con i cinque sensi allerta, per la battaglia che si avvicina. E con quelle parole si era ritirato nella sua tenda.
Allalba, mentre faceva colazione con farinate di grano sciolte nel latte di capra, Annibale passeggi con la tazza in mano e scrut laccampamento romano eretto davanti alla citt durante la notte. A un tratto butt a terra la tazza, che si ruppe in mille pezzi sparsi sullerba morbida della spianata.
Mancano delle truppe! esclam. Per Baal e Tanit, voglio sapere che cosa succede a Capua! Che cosa dicono i messaggeri?
Maarbale part rapido in cerca di informazioni. Annibale nel frattempo osservava le tende erette dai Romani che iniziavano a distinguersi alle prime luci dellalba. Poteva contare tutte le volte che voleva. L non cerano tutti i soldati di Capua. Non cera bisogno dei rapporti che aveva richiesto. Sarebbero serviti solo a comprovare levidenza. I Romani avevano diviso le forze. Un esercito consolare a Capua e un altro a Roma. Qualcuno teneva a bada la loro paura, la gestiva con abilit. Si trattava sicuramente di quel vecchio senatore, Massimo, che continuava a governare la citt. Peccato non essersi liberati di lui dopo Canne, quando era dittatore, ma non gli era mai arrivato a tiro, aveva sempre evitato lo scontro diretto. Lunica volta che aveva abboccato era stato con lassedio di Sagunto, quando aveva dichiarato guerra a Cartagine. Da allora, muoveva gli altri come se fossero pupazzi.
Sono arrivati i messaggeri di Capua. Era Maarbale a parlare. Annibale lo ascolt senza voltarsi, le braccia sui fianchi e lo sguardo su Roma. Lassedio procede per opera di uno dei due eserciti consolari. Sembra che soltanto Fulvio sia arrivato a dare man forte a Roma.
Annibale, senza girarsi, alz una mano per far capire che aveva ricevuto il messaggio. Maarbale si ritir a una distanza prudente di una trentina di passi. Il generale, ancora con le braccia sui fianchi, continuava a osservare Roma. Bene, un altro console che si frapponeva fra le sue intenzioni e il suo obiettivo. Alcuni erano gi caduti, Flaminio ed Emilio Paolo, e altri erano ancora feriti. Uno in pi non sarebbe stato un grosso problema. Annibale si chiese quanti altri consoli avrebbe dovuto uccidere prima che Roma accettasse la sconfitta.
Sembra che il sole si sia fermato comment Maarbale fra s, ma nonostante la distanza, Annibale lo sent.
 vero disse, gli occhi rivolti al cielo grigio dellalba.
Maarbale interpret quella risposta come un invito ad avvicinarsi.
 come se non volesse sorgere mai comment il luogotenente.
Sono gli di romani concluse Annibale. Hanno paura del nuovo giorno e lo ritardano.
Pomponia era chiusa in casa con Emilia. Gli schiavi svolgevano i loro compiti quasi per inerzia. I pensieri di tutti erano rivolti alle porte della citt e a quel che poteva succedere quel giorno.
Che alba strana comment Emilia, mentre osservava il cielo dallatrio della domus. Sembra che perfino gli di siano in lutto per Ma ci ripens e si interruppe.
Pomponia sorrise con tenerezza e la chiam accanto a s.
Vieni qui, Emilia, per favore, e sdraiati vicino a me.
Emilia si stese sul tricliniumdi fianco a quello della suocera.
Non devi avere timore di menzionare mio marito o suo fratello in mia presenza. Non sono le tue parole che possono ferirmi. So che volevi bene a entrambi. Sono i miserabili come quel Gracco le persone che odio, che non dovrebbero neanche azzardarsi a pronunciare il loro nome. Anzi, quando sento che tu o Publio o Lucio, o qualunque altra persona che li conobbe e li stim, parla di loro, me li fa sentire pi vicini. Pomponia rimase in silenzio per un minuto. Ma hai ragione: la luce di questo nuovo giorno  troppo pallida. Gli uguri dicono che non sar un giorno pericoloso, ma a me sembra vero il contrario.
Publio, Lelio e gli altri saranno ormai insieme al resto dellesercito di Fulvio, con le legioni della citt comment Emilia.
S, certo.
Rimasero entrambe in silenzio, con la reciproca compagnia come unica luce di speranza in quella mattina grigia dinverno, soffocata dal dolore e dallincertezza.
Quegli elefanti sono nuovi osserv Lelio, salutando cos il nuovo giorno.
S rispose Publio.
La loro turmadi cavalleria si era unita a quella delle legiones urbanae, andando a rafforzare una delle ali dellesercito consolare di Gneo Fulvio. Le truppe erano in formazione perfetta, in attesa degli ordini del console, dei tribuni e dei centurioni. Le mura serviane erano alle loro spalle, perfettamente sorvegliate da pi di ventimila legionari pronti a dare la vita per la loro citt. Davanti a loro, Annibale aveva posto in formazione il suo esercito formato da mercenari iberici, gallici, africani e da truppe scelte cartaginesi. Il generale invasore aveva portato i suoi uomini pi esperti e poteva contare, come aveva notato giustamente Lelio, su nuovi elefanti.
Publio ricord la conversazione che aveva avuto tempo addietro con il padre, su quelle bestie enormi. Si poteva combattere contro di loro e vincere se non erano molte e soprattutto se si contava su fortificazioni poco distanti. Annibale aveva collocato gli elefanti in prima fila, pronti ad attaccare nellassalto iniziale.
Publio aveva visto Fabio Massimo assumere il comando delle truppe delle mura e dare istruzioni agli arcieri e ai migliori lanciatori di giavellotto di prepararsi a massacrare con una pioggia di missili quei feroci pachidermi, non appena fossero stati a pochi passi. Cos forse la fanteria sarebbe riuscita a resistere allassalto delle bestie africane. Si sentiva il barrire selvaggio degli elefanti, per, e Publio percepiva il timore infernale che gli animali risvegliavano dentro di lui e nei legionari che lo circondavano. I cavalli nitrivano nervosi, spaventati.
A Canne, Annibale si era presentato davanti ai Romani senza elefanti, dopo averli persi quasi tutti sulle Alpi e poi tutti tranne uno nei pantani del Po. Ora i Romani erano obbligati ad affrontare il loro peggiore nemico, rafforzato dallaiuto di quelle nuove bestie da guerra.

Gli elefanti sono nervosi disse Maarbale.
Lo so rispose Annibale. Sentono qualcosa di strano, ma non so che cosa. Ammetto di essere confuso. Gli elefanti non si comportano mai cos prima di una battaglia. A volte si spaventano durante i combattimenti, ma mai prima. E questo cielo plumbeo sembra che ci pesi addosso. Ieri cera un sole splendente e oggi, invece, il giorno in cui si decide il futuro del mondo, il sole si nega a presiedere lalba.  uno strano presagio.
In quel momento, un lampo squarci il cielo con un fulgore accecante e un secondo dopo fu seguito da un potente rombo, che riecheggi nelle orecchie dei soldati dei due eserciti. Una fitta pioggia cadde sullerba del vasto prato che circondava Roma e in un attimo ogni cosa fu avvolta da unoscurit impenetrabile, pi simile alla notte che al giorno. Solo la luce improvvisa dei lampi permetteva al generale di vedere i movimenti confusi degli elefanti, che, in cerca di rifugio da quella tormenta inaspettata, si rivoltavano contro le file cartaginesi senza che gli addestratori riuscissero a controllarli. Gli Iberi e i Galli si fecero da parte, per lasciar passare quegli enormi animali.
I Romani non sembravano accogliere molto meglio la pioggia torrenziale. I legionari si coprivano con gli scudi e la cavalleria ripiegava verso la citt. In quelle condizioni era impossibile combattere.
Che la fanteria conservi le posizioni quando gli elefanti si saranno rifugiati nelle tende dellaccampamento! ordin Annibale. E la cavalleria! Che si raggruppi, ma che sia pronta a combattere!
La pioggia non diminuiva e quando sembrava che fosse impossibile che aumentasse, si trasform in tempesta. Annibale, inzuppato fino alle ossa, vedeva cadere dal cielo un mare dacqua infinito. La terra si trasform in fango, nonostante lerba, e dove cera pi sabbia imprigionava i piedi dei soldati. La fanteria cartaginese resisteva come poteva al castigo inclemente del cielo, ma non era pi nelle condizioni di lottare e faticava anche solo a restare in piedi, in quella tempesta di pioggia, vento e freddo.
Per Baal e per tutti gli di! esclam Annibale, impotente. Ripieghiamo! Tutti allaccampamento, alle tende, tranne le sentinelle di guardia!
Il generale cartaginese rimase fermo al suo posto e supervision la ritirata delle truppe, finch anche lultimo dei soldati non si fu ritirato. Dallaltopiano su cui si trovava, vide che i Romani facevano altrettanto e si radunavano nellaccampamento vicino alle mura. Gli di avevano giocato loro un brutto tiro, ma domani sarebbe stato un altro giorno. Prima o poi quella pioggia sarebbe cessata.
Continu a piovere per due giorni e due notti. Emilia era rannicchiata nella sua stanza, da sola, e cercava un sonno a cui il suo corpo si rifiutava di concedersi, e la mente meno che mai. I suoi pensieri erano rivolti alle mura distanti di Roma, dove si trovava il marito insieme ai soldati, con un po di fortuna al riparo di una tenda e in attesa, come lei, di un nuovo giorno di sole che mettesse fine a quellattesa. Sent alcuni passi nellatrio. Era mezzanotte passata e gli schiavi non avrebbero dovuto essere in giro. Pens di alzarsi e vedere che cosa succedeva, ma ebbe paura. I passi erano distinti, sicuri. Qualcuno attraversava latrio. Gli schiavi avevano ordine di non lasciar passare nessuno che non fosse della famiglia, a parte Lelio, che ormai era di casa.
Emilia acu i sensi. Tese i muscoli della sua figura minuta rannicchiata fra le lenzuola. Gli occhi fissi sullarchitrave della porta. Con la pioggia, le nubi nascondevano la luna e lunica luce era quella delle due torce che di notte restavano accese nellatrio. Nellaria cera un freddo umido, intenso, che si infiltrava nelle fessure che risalivano da terra lungo le pareti e le entrava fin nelle ossa, approfittando dellassenza del marito. I passi si fermarono davanti alla porta. Emilia vide la lunga ombra di un uomo robusto stagliarsi sul pavimento della stanza, disegnata dalla luce vacillante della fiamma della torcia pi vicina. La donna infine sospir, con una indescrivibile sensazione di pace.
Publio?
Non volevo svegliarti rispose il marito a bassa voce.
No, per mi hai fatto prendere uno spavento terribile.
Publio si avvicin e si sedette sul letto. Lasci che Emilia lo abbracciasse con forza per qualche secondo. Poi la baci con affetto sulle mani, le guance, le labbra.
Meglio? le chiese.
S.
Per qualche istante si guardarono nel silenzio della notte, accarezzati da ombre tremanti.
Come hai fatto a venire? chiese Emilia.
La tormenta non cessa. Il console ha pensato che fosse meglio che le truppe si rifugiassero in citt finch non smetter di piovere. Cos i nostri uomini saranno pi al sicuro, pi asciutti e avranno il morale pi alto quando la pioggia ceder il passo al sole. I Cartaginesi invece dovranno accontentarsi della protezione delle tende. Non  la stessa cosa. Saranno pi stanchi.  una buona idea. Tutti erano daccordo. Qualche manipolo  rimasto fuori, per evitare un attacco a sorpresa. Gli altri sono in citt.
Anche a me sembra una buona idea.
Lo immaginavo rispose Publio. Anche se stanotte sono un po stanco per
Sciocco disse lei e gli diede un pugno sulla spalla. Lo sai che non mi riferivo a questo.
Publio sorrise divertito. Dal primo giorno in cui si erano conosciuti, gli piaceva scherzare con lei, su tutto, su qualunque cosa. La loro unione era stata senza dubbio molto utile a entrambe le famiglie, ma Publio si rendeva conto di avere avuto la fortuna indescrivibile di aver trovato una persona che non solo era adatta a lui in societ, e molto bella, ma anche acuta, intelligente e soprattutto divertente. In tempi bui come quelli, Emilia era una baia in cui cercare rifugio.
Publio si alz e si tolse luniforme militare. Lasci la spada su una delle sedie, attento a non fare rumore, e si sdrai nudo accanto alla moglie. Abbracciati, ascoltando il suono intermittente e ritmico della pioggia che colpiva limpluviumdellatrio, caddero in un sonno profondo.
Emilia sogn di avere un altro figlio, un maschio. E nel sonno questo la riempiva di felicit. Anche Publio sogn di avere un figlio maschio, ma era ormai grande, e un messaggero, arrivato dal fronte, gli portava la peggiore delle notizie possibili, peggiore perfino della morte.
Allalba, la pioggia inizi a diminuire. Fecero colazione a base di frutta, latte e un po di formaggio. Parlarono del tempo che migliorava e del fatto che presto Publio sarebbe dovuto tornare alle mura con Lelio e il resto dellesercito consolare e delle legiones urbanae.Nessuno dei due accenn al proprio sogno. Pensarono entrambi che fosse meglio cos.
Finalmente la pioggia ci concede un po di respiro!
Maarbale, avvolto in una spessa coperta, guardava il cielo di un tramonto grigio. Era perplesso per la durata inspiegabile di quella tormenta.
 stata una pioggia strana conferm Annibale. Aspetteremo domani perch gli uomini riprendano le forze e attaccheremo allalba, se il sole riprender finalmente il controllo del firmamento. Attenderemo che gli di romani si stanchino di buttarci acqua addosso.
Roma vide spuntare lalba sotto un cielo limpido. Qualche nuvola bianca, spinta da una brezza leggera, si spostava lenta allorizzonte, a ricordare la tormenta che era cessata del tutto il pomeriggio precedente. Il console Gneo Fulvio aveva disposto di nuovo le truppe in formazione dattacco davanti alle mura. I Cartaginesi ripeterono loperazione di qualche giorno prima e dispiegarono i mercenari iberici e gallici in prima linea, al centro, seguiti dalla fanteria pesante africana, con la cavalleria numida sulle ali e davanti gli elefanti, appoggiati da piccoli gruppi di fanteria leggera, pronti a lanciarsi contro le legioni che proteggevano la citt.
Annibale cavalcava in groppa al suo cavallo nero. Portava luniforme di gala coperta da una lunga tunica rossa che lo rendeva ben visibile ai nemici. Questo lo rendeva un facile obiettivo e quindi si proteggeva con la guardia personale e restava nella retroguardia, ma sapeva che la sua figura che passava a cavallo a poche centinaia di passi da Roma faceva tremare fino allultima pietra quella citt indomita.
Alle prime luci dellalba spron la cavalcatura e lanimale nitr. La tormenta aveva lasciato unintensa umidit e una nebbia sottile, cos albeggi sotto un cielo plumbeo, bench sgombro di nuvole. Annibale sapeva che i Romani avrebbero visto in quella nebbia un presagio di sfortuna, come quando lui stesso aveva massacrato le legioni romane nella nebbia del lago Trasimeno. Nel freddo, le froge del suo cavallo rilasciavano un vapore denso, che saliva al cielo come lannuncio di anime che svaniscono. Il sole spunt sullarco del cielo e la sua luce intensa proiett raggi che si riflettevano sulla foschia.
Annibale alz il braccio. Sent il vento gelido della mattina tagliargli la pelle dellavambraccio scoperto. Gli addestratori degli elefanti lo guardavano attenti. Iberi, Galli, Cartaginesi e Numidi trattenevano il respiro. I Romani stringevano le mascelle. Annibale stava per abbassare il braccio, quando il sole scomparve. Le falci di luce sfuggite alla foschia dellalba si diluirono in un sospiro. Un vento gelido spazz il vasto prato portando con s, senza che nessuno sapesse da dove arrivassero, un esercito di nubi grigie che tornarono a installarsi sulla citt di Roma e sui suoi dintorni.
Annibale guard lorizzonte con occhi perplessi; anche i suoi uomini non potevano credere a quel che vedevano e neppure i legionari che dovevano sconfiggere. Alcuni tuoni tornarono a spezzare il silenzio trattenuto da migliaia di gole e, dopo il boato, gli elefanti furono i primi a barrire spaventati. Erano tuoni senza lampi, che giungevano da qualche luogo oltre la terra.
Annibale aveva ancora il braccio alzato e gli ufficiali del suo esercito aspettavano il segnale per dare il via allattacco, ma ancora una volta una pioggia torrenziale li inond, cogliendoli di sorpresa. Il generale allora abbass lentamente il braccio, non per dare il segnale, ma rilassando il corpo, e tutti capirono che lattacco era stato rimandato.
Migliaia di Cartaginesi, Galli, Iberi e Numidi sospirarono dal profondo dei loro cuori, mentre sotto gli scudi sopportavano la violenza di quella nuova tormenta. Sotto i loro piedi cera ancora il fango della tormenta precedente e, pochi minuti dopo, il terreno divenne impraticabile per qualsiasi esercito. Gli uomini si trovarono con le caviglie affondate nel fango e solo i cavalli o gli elefanti potevano muoversi con sicurezza, ma gli animali avevano paura di quei tuoni incessanti e desideravano tornare al riparo nelle stalle.
Maarbale si avvicin al generale.
Questo  opera degli di, quelli romani o i nostri, non lo so, ma  opera loro.
Annibale non rispose, per annu un paio di volte. Ci vollero pi di dieci minuti perch ordinasse la ritirata dellesercito, unattesa troppo lunga per i soldati di entrambe le parti, ma durante la quale nessuno si mosse.
Bene disse infine. Dovr succedere in un altro momento e in un altro posto, ma prima o poi succeder. Presto o tardi ci affronteremo nella battaglia definitiva e quel giorno gli di ripuliranno il cielo, perch vorranno assistere alla battaglia pi grande di ogni tempo.
Quindi smont da cavallo e, a piedi, si ritir nella sua tenda, scortato dalla guardia, sotto gli sguardi dei suoi soldati e dei nemici.
Fabio Massimo non si riparava dalla pioggia. Era diventata unalleata troppo cara per trattarla con disprezzo. Dallalto delle mura, vide lesercito di Annibale che non solo ripiegava verso laccampamento, ma toglieva le tende e iniziava la ritirata verso sud. Roma per quella volta aveva vinto senza entrare in battaglia. Adesso restava da riprendere Capua e, a partire da l, recuperare i territori perduti. Era felice. Ammise fra s di aver temuto per lesito di quello scontro. No. Con Annibale non si poteva vincere in una battaglia aperta. Avrebbero dovuto escogitare qualche altra astuzia per sconfiggerlo. Gli sarebbe venuto in mente qualcosa. Nel frattempo, aveva ancora molti fantocci di cui disporre.
Che gli di siano benedetti per questa pioggia esclam Lelio mentre varcavano la porta di ritorno in citt.
S, rispose Publio ma qualcosa mi dice che prima o poi rivedremo questa scena.
Che cosa intendi?
I nostri due eserciti, uno davanti allaltro, e Annibale alla guida dei soldati nemici.
Certo, comment Lelio  gi successo pi di una volta.
S, ma intendo con la sensazione di essere davanti a una battaglia definitiva, la stessa sensazione che provavamo qualche ora fa.
Gi.  possibile.
 sicuro, Lelio. Annibale non si fermer finch non ci avr portati a una battaglia chiave, in cui tutto dipender dal risultato finale.  per questo che  venuto in Italia, e non saranno un paio di tormente a farlo desistere dai suoi propositi.
Forse penserai che sia poco nobile da parte mia, prosegu Lelio ma non so se quel giorno mi piacerebbe essere sul campo di battaglia.
Publio sorrise.
Non  mancanza di nobilt, Lelio,  semplice buon senso. In ogni caso, solo il tempo ci riveler che cosa ci riserva quel tiranno dellincertezza che  il futuro.
I cavalli li portarono per le strade di una citt affogata dalla pioggia ma inondata di speranza per la ritirata di Annibale.
Annibale e Maarbale cavalcavano insieme diretti a sud.
Questa volta non contesti la mia decisione di abbandonare Roma? chiese il generale cartaginese.
No, questa volta no. Questa volta la capisco: gli uomini e gli animali sono sfiniti, dopo aver sopportato le inclemenze del tempo protetti solo dalle tende, mentre i Romani hanno potuto riposare e mangiare qualcosa di caldo al riparo in citt. Sarebbe stata una lotta impari, e il fango, che raddoppia la fatica dei soldati, sarebbe stato lalleato degli uomini pi riposati, ossia i Romani. Era necessario ritirarsi. Questa volta concordo con te. Anche se
Maarbale non termin la frase.
Anche se? chiese Annibale.
Anche se questo significa che Capua cadr.
Annibale non rispose. La sua aria taciturna era un segno del suo sconforto. Il suo esercito era diviso fra Tarentum e le truppe che si era portato al Nord, e queste ultime erano sfinite dalle marce forzate a cui le aveva costrette, dalle tempeste di pioggia e vento che avevano sopportato insieme vicino alle mura di Roma. Per colmo della disgrazia, la sua strategia di tirarsi addosso i due eserciti consolari era fallita e lassedio di Capua era proseguito senza interruzioni. Non aveva le forze sufficienti per spezzarlo. Restava solo una possibilit: tornare a sud, riunire le truppe a Tarentum e continuare ad aspettare larrivo di suo fratello Asdrubale da nord, dallHispania. S, era quella ora la sua speranza. Una volta sconfitti i proconsoli, il fratello non avrebbe tardato molto a riunire i tre eserciti cartaginesi e a spezzare le ultime linee difensive stabilite sullEbro dai legionari sopravvissuti. I Romani avrebbero cercato di impedire quellavanzata, ma prima o poi Asdrubale avrebbe trovato il modo di arrivare in Italia. Doveva aspettare quel momento. Ma era una speranza ancora lontana, intorbidita dalla necessit di abbandonare Capua. Annibale scosse la testa e cerc invano di sbarazzarsi dellangoscia che lo opprimeva. Le colonne dellesercito cartaginese serpeggiavano lente nel loro viaggio verso sud.

86
IL CAMPO MARZIO

Roma, 211 a.C.
Capua cadde in mano ai Romani, che tornarono cos a imporre il loro dominio sullItalia del Sud. Annibale si rifugi, come aveva pianificato, a Tarentum e nel Bruttium. Ora che la situazione era mutata, il Senato di Roma decise di occuparsi di nuovo dellHispania, per cercare di evitare che Asdrubale raggiungesse la penisola italica e tornasse a far pendere la bilancia a favore dei Cartaginesi. Non erano in molti a desiderare di candidarsi come proconsoli in Hispania, poi Claudio Nerone anticip tutti e si fece avanti.
Non farlo, Nerone gli aveva consigliato Fabio Massimo qualche ora prima. Non sar quella destinazione militare ad aprirti le porte della magistratura e men che meno quelle di un trionfo. LHispania  pericolosa.
Fabio Massimo aveva gi perso Varrone a Canne e non voleva perdere altri sostenitori. Quinto Fabio Massimo e Marco Porcio Catone ascoltavano il vecchio senatore che cercava di convincere Nerone, ma questultimo aveva scosso la testa e si era congedato. Fabio allora si era rivolto al figlio Quinto e a Catone.
Fallir e sar fortunato se torner vivo. LHispania, Quinto,  maledetta per noi e rester tale finch non vi manderemo un grande esercito. Due legioni non bastano per frenare i tre eserciti di cui dispongono i Cartaginesi, ma Nerone non vuole capirlo. Crede che siano bestie senza luso della ragione. Sottovalutare il nemico, ascoltatemi bene entrambi,  la strada per la sconfitta. Terenzio Varrone sottovalut Annibale a Canne e ci port al peggior disastro della nostra storia. Nerone non ha scelto una strada migliore.
Quinto e Catone avevano annuito, ciascuno per motivi diversi. Il primo con sincerit e il secondo per una calcolata adulazione, ma entrambi avevano assimilato le parole di Fabio Massimo: lHispania non doveva essere il loro obiettivo. Che fossero altri a bruciarsi le ali nella terra dominata dai Cartaginesi.

Hispania, 211 a.C.
Nerone arriv in Hispania e il suo passaggio in quella regione lasci la stessa scia di una stella cadente nel firmamento. Un tenue brillare che svanisce subito nellimmensa oscurit delluniverso. Non appena sbarcato, allontan dal comando Marcio, il centurione che dopo la caduta dei due Scipioni era riuscito a conservare la frontiera dellEbro. Disprezz anche lesperienza del resto degli ufficiali veterani sopravvissuti ai disastri dellanno precedente. Con il solo appoggio delle nuove legioni, ottenne alcune vittorie di cui pot attribuirsi interamente il merito e riusc, grazie a un errore di strategia del fratello di Annibale, a intrappolare Asdrubale in una gola. Tutto lasciava prevedere una grande vittoria per Roma e un trionfo per Nerone, ma il nuovo proconsole si invischi in una trattativa con Asdrubale in cui la maggior parte degli ufficiali esperti non riponevano molta fiducia: il generale cartaginese chiedeva il tempo per pregare, come era usanza in quei giorni, o almeno cos diceva, secondo le sue credenze religiose. Nerone, soddisfatto, fiducioso, decise di godersi ogni minuto che lo avvicinava alla vittoria finale su uno degli eserciti di Cartagine e sul generale di maggior prestigio dopo lo stesso Annibale.
Trascorsero quindi diversi giorni e diverse notti. Quando il sole spunt per la quarta volta, Nerone decise che bastava cos e allarrivo del messaggero dellaccampamento nemico, disse che non avrebbe aspettato oltre: o si consegnavano e cedevano le armi oppure che si preparassero a subire le conseguenze di dover lottare in una gola, circondati dal nemico. Nerone aspett una risposta definitiva. E aspett. Era mezzogiorno, quando il nuovo proconsole cap che Asdrubale non avrebbe inviato altri messaggeri. Bene, pens. Non ci sarebbero state ulteriori trattative e diede lordine di avanzare fra le pareti della gola e attraverso il valico fra le montagne, per attaccare i Cartaginesi sia davanti sia sui fianchi. Sarebbe stata una carneficina e avrebbe assaporato ogni goccia di sangue nemico versata.
Qualcosa per non funzion nel suo piano perfetto. Erano in Hispania e i Cartaginesi combattevano da decenni in quella regione, molto prima che i Romani si interessassero a quelle terre e alle loro ricchezze minerarie. Nerone entr nella gola sicuro della vittoria, ma la gola era deserta. Non cera nessuno da sconfiggere.
Durante la notte, al buio e per vie anguste di cui i Romani ignoravano lesistenza, Asdrubale aveva portato via il suo esercito e lo aveva spostato in un vasto prato dove, in caso di battaglia, avrebbe potuto approfittare della superiorit della propria cavalleria e degli elefanti. Il generale romano, nella sua ingenuit, gli aveva dato tutto il tempo necessario per svolgere le operazioni con calma e ordine.
I legionari romani controllarono lo stupore per non rendere ancora pi amaro lo sconforto di Claudio Nerone, che, impotente, si rendeva conto di aver fatto una figura ridicola, con la sua incapacit e presunzione.
Il resto della campagna in Hispania fu un susseguirsi di scontri senza una vittoria chiara. Le legioni avevano perso la fiducia nel generale e se un magistrato di Roma non poteva contare sulla fede cieca dei suoi uomini, era difficile ottenere la vittoria, soprattutto in una terra sconosciuta e con alleati indecisi, che un giorno erano dalla loro parte e il giorno dopo contro. Senza contare che combattevano contro tre eserciti che si spartivano il controllo della regione, con la minaccia costante di essere colti di sorpresa in qualunque momento. Nerone prima si depresse e infine decise di tornare in Italia, perdente, accompagnato dal ridicolo e dalla vergogna.

Roma, 211 a.C.
La superbia si paga a caro prezzo comment Fabio Massimo quando Nerone and a trovarlo nella sua villa alle porte di Roma. Ma non disperare, Claudio.  una lunga guerra e forse avrai di nuovo loccasione di recuperare lonore perduto, ma immagino che avrai imparato che  meglio darmi retta. Almeno non hai perso otto legioni come Terenzio Varrone. Il suo  stato un errore irrimediabile. Il tuo viaggio in Hispania non ha fatto altro che confermare che quel posto va bene per bruciare generali,  un luogo dove lasciar andare soltanto i nostri nemici al Senato. Ci  gi servito per liberarci degli Scipioni, e Annibale ha pensato a Emilio Paolo. Ora vediamo chi possiamo toglierci di torno.
Massimo fece preparare due quadrighe, perch Nerone e Catone da una parte e lui stesso con il figlio dallaltra potessero dirigersi al Campo Marzio, dove tutta Roma era stata convocata quel mattino, per designare un nuovo magistrato che tornasse in Hispania con il titolo di proconsole.
Emilia lo aiutava a vestirsi. Di solito se ne occupava uno schiavo, ma la passione iniziale durava ancora e alla donna piaceva accarezzare la pelle del marito mentre lo aiutava a indossare la tunica di lana e la toga bianca con cui si sarebbe recato al Campo Marzio insieme a Lucio e Lelio, che lo aspettavano nellatrio.
Secondo te chi sceglieranno per difenderci in Hispania? chiese, mentre lisciava le pieghe sulla tela.
Non lo so. Nerone non vorr tornarci e la verit  che dubito che qualcuno dei senatori vicini a Fabio si offrir come generale. Suo figlio Quinto potrebbe svolgere un buon lavoro, ma come me  troppo giovane per quellincarico. Nessuno della nostra et  mai stato eletto per una magistratura proconsolare. Massimo potrebbe usare la sua influenza per chiedere uneccezione, ma come ti ho detto, non credo che voglia mandare l una persona di fiducia. C Marcello, uno dei pochi con il prestigio e lesperienza militare sufficienti. Solo aver preso Siracusa lo rende degno di merito pi di tutti i senatori messi insieme, ma non credo che le centurie voteranno per allontanarlo da Roma.
E Fulvio e Sulpicio?
I consoli di questanno? Lo dici perch hanno preso Capua, vero? Publio per scosse la testa. No. Non  un risultato paragonabile a quello di Marcello. Lui ha conquistato Siracusa con i suoi mezzi, in una regione ostile, assediando una citt per mare e per terra, una citt che godeva delle migliori difese mai viste, ideate da quel greco, non mi ricordo mai come si chiamava
Archimede gli sugger Emilia, prima di indietreggiare di un passo quando ebbe terminato di vestire il marito.
Publio si stup per la rapida risposta della moglie.
Non parlo molto durante i pasti sorrise lei, giustificandosi. Ma ascolto tutto e ho buona memoria.
S,  evidente. Bene, come ti dicevo: Marcello ha riportato una conquista memorabile, mentre Fulvio e Sulpicio hanno concluso un lungo assedio che durava da anni, iniziato da altri, e per riuscirci hanno avuto bisogno dellappoggio del Senato, delle legiones urbanaee dello stesso popolo di Roma, che non ha ceduto e non si  fatto prendere dal panico, permettendo loro di arrivare alla vittoria. Per le sue conquiste Marcello non pretende sforzi simili dal popolo, per questo non vorranno che lasci lItalia.
E Fabio Massimo?
Fabio? Publio riflett. No, non credo. Sa bene che  stato grazie al suo autocontrollo, bisogna riconoscerlo nonostante sia un manipolatore fatto e finito, che si  riusciti a mantenere lordine a Roma. E poi mi sembra troppo anziano.
Quanti anni ha?
Per Polluce, ora che lo dici, non lo so con esattezza. Direi pi di settanta.
 incredibile quanto sia forte, per quellet.
S.  un peccato disse Publio.
Sei crudele.
Credi?  stato Massimo a negare i rinforzi di cui avevano bisogno mio padre e mio zio. Forse, se quelle truppe fossero state inviate, ora domineremmo lHispania e mio zio e mio padre sfilerebbero in trionfo per le strade di Roma, e non dovremmo andare tutti al Campo Marzio a cercare qualcuno che li rimpiazzi.
Scusa, mi spiace. Parlo troppo disse Emilia e abbass gli occhi.
Publio le prese il mento con dolcezza e le sollev il viso. Una lacrima le scorreva sulla guancia.
Non prendertela. So quanto stimavi mio padre e mio zio. Viviamo tempi complicati e incerti e a volte le persone parlano senza pensare. Lunica cosa che ti chiedo  di amarmi. Mi ami, vero?
Emilia annu rapidamente, diverse volte, senza parlare. Publio sorrise e uscirono insieme nellatrio, dove Lucio e Lelio aspettavano pazienti.
Oh, finalmente esclam Gaio Lelio. Credevamo che ti fossi dimenticato di noi. Vi ricordo che non siete pi sposi novelli.
E ci condanni per questo, Gaio Lelio? chiese Emilia, divertita.
Insomma Lelio non sapeva che cosa rispondere.
Sai, Lelio, Emilia, in cui ho scoperto un interesse crescente per la politica, mi ha fatto ripassare tutti i possibili candidati che si presenteranno davanti alle centurie per essere eletti proconsoli. Ho dovuto analizzarli uno per uno.
Certo, s, capisco rispose lamico e dal suo tono si intu che non era tanto sicuro che lo avessero fatto davvero. E siamo arrivati a qualche conclusione?
S rispose Publio. Emilia lo guard. Abbiamo deciso che ti offrirai per lincarico, che cosa ne dici?
Stai scherzando. Lelio arross. E poi, nessuna centuria mi sceglierebbe mai.
Ma ti presenteremo lo stesso.
Non fargli caso intervenne Lucio. Non dice sul serio.
Sicuro? chiese Lelio, confuso.
S disse Lucio. Dammi retta, sono suo fratello da tutta la vita e lo so quando scherza.
Publio rise e Lelio si rilass. Insieme, i tre uomini uscirono dalla domuse si diressero al Foro, per raggiungere il Campo Marzio attraversando il centro della citt invece di costeggiarla lungo le mura. Lelio e Lucio continuavano il dibattito sui possibili candidati, mentre Publio teneva per s i propri pensieri. Lidea di Lelio in Hispania era stata uno scherzo, certo, ma il suo intuito gli diceva che non era un progetto tanto assurdo. Forse con lappoggio necessario la sua candidatura sarebbe stata possibile, ma avrebbero dovuto pensarci prima. In ogni caso, era una possibilit. Quello che desiderava davvero, invece, era impossibile: se avesse avuto dieci anni di pi, si sarebbe presentato lui stesso per quella carica. Il suo nome e il prestigio della sua famiglia sarebbero stati il miglior lasciapassare, ma con i suoi ventiquattro anni era troppo giovane. Aveva la sensazione di vivere sempre al di sopra delle proprie possibilit, di arrivare tardi ovunque e in qualunque occasione.
Quasi senza rendersene conto, giunsero sul lato sud del Campo Marzio, dove si levava limponente circo che Gaio Flaminio aveva finanziato solo undici anni prima. Un circo e unimportante strada di Roma, quella che univa la capitale al Nord, portavano il nome di quel console. Gran visionario sul piano civile, non era altrettanto abile sul piano militare. Annibale e la nebbia lo avevano spazzato via per sempre sulle rive del Trasimeno. Come molti altri.
Eccoci disse Lucio.
Una gran folla si era radunata fra il nuovo circo e il prato del Campo Marzio.
Tutti i senatori di Roma, sopravvissuti ai sette anni di guerra contro Cartagine e in rappresentanza delle centurie di ciascuno dei distretti della citt, e migliaia di cittadini arrivati da ogni quartiere si erano radunati per deliberare ed eleggere un nuovo comandante in capo che arrestasse i Cartaginesi in Hispania. La guerra in Italia impegnava la maggior parte delle risorse economiche e militari della Repubblica e dei suoi alleati e non restavano molte legioni con cui far fronte al crescente e pericoloso dominio cartaginese sullHispania. Se le deboli posizioni romane sullEbro fossero state spazzate via, si rischiava una seconda invasione del suolo italico che andava evitata a ogni costo. Per questo quel mattino al Campo Marzio si erano riuniti tutti, patrizi e plebei.
I senatori pi importanti parlarono per primi: cera bisogno di un comandante in capo per lHispania, che riconquistasse quel territorio e allontanasse dalla penisola la minaccia costante dellarrivo dei rinforzi di Asdrubale. Dopo la caduta di Capua e la mancata battaglia alle porte di Roma, se il cartaginese era rimasto al Sud poteva essere soltanto perch confidava nellarrivo di quei rinforzi. Publio e il fratello Lucio ascoltavano con attenzione i diversi oratori. Lelio, che aveva incontrato alcuni amici, veterani della campagna sul Ticino e sul Trebbia, guard lamico come a chiedergli il permesso di allontanarsi. Publio ormai sapeva che quel rude decurione della cavalleria romana si sentiva davvero a suo agio solo fra vecchi combattenti. Il suo era lanimo di un soldato e anche se spesso condivideva le amicizie di Publio, fra patrizi, senatori, figli di senatori e belle romane di alto rango, amava soprattutto la compagnia dei vecchi compagni di battaglia, quando non preferiva stare da solo con se stesso, in una delle tante taverne lungo il fiume. Per questo, quando Lelio lo guardava in quel modo, Publio annuiva sempre. Sapeva che se avesse avuto bisogno di lui, non avrebbe dovuto fare altro che mandare qualcuno a cercarlo nelle taverne del porto o a casa di qualcuno dei vecchi compagni. Publio segu la figura di Lelio con lo sguardo, mentre si perdeva nellenorme ressa radunatasi al Campo Marzio. Si chiese con chi avrebbe potuto accoppiarlo, ma non aveva le idee chiare. Lelio con una giovane patrizia romana? Complicato. Sarebbe stato come mescolare lacqua e lolio, eppure era quella la strada se Lelio voleva conquistarsi un futuro politico.
I senatori ripresero il dibattito e catturarono di nuovo lattenzione del pubblico. I discorsi erano chiari, brevi, infervorati. Cera bisogno di una persona coraggiosa, con senso del dovere e della patria; qualcuno che avesse esperienza militare e che godesse di abbastanza rispetto da riuscire nella temibile impresa di riportare il controllo in Hispania. Ma ormai tutto era gi stato detto. I discorsi ripetevano i precedenti. Cera bisogno di un senatore che si presentasse per la carica di proconsole o di qualche ex pretore che avesse avuto limperiummilitare in una delle campagne passate e che ovviamente fosse sopravvissuto agli scontri con Annibale. Pochi riunivano in s le due condizioni. I senatori si guardavano, a disagio, esitanti. La morte degli Scipioni in Hispania non invitava a proporsi come generali in quella regione del mondo. A questo si aggiungeva il fallimento della spedizione di Nerone che, in silenzio, fra i senatori della fazione di Fabio Massimo, assisteva ai dibattiti. Il nome di Marcello fu scartato, quando qualcuno si azzard a suggerirlo: finch Annibale fosse stato in Italia, non si voleva rinunciare allunico generale che, insieme allo stesso Fabio Massimo, si era dimostrato capace nella lotta contro i Cartaginesi. Si confidava di pi nel suo valore di combattente che nella strategia difensiva del vecchio Fabio, di cui per si apprezzavano le capacit decisionali nei momenti critici della guerra.
Limpotenza che iniziava a invadere i presenti spianava la strada alla disperazione. In quei momenti diventava sempre pi evidente lenorme vuoto lasciato da tutti coloro che erano caduti contro Annibale: Emilio Paolo, Gaio Flaminio, Gneo e Publio Cornelio Scipione e molti altri, fra senatori, tribuni, pretori, centurioni, decurioni e ufficiali di ogni rango e condizione. Se Annibale, da Tarentum, avesse potuto osservare la scena, avrebbe sentito che la sua vittoria finale non era poi cos lontana.
Fabio Massimo, che fino a quel momento aveva deciso di non intervenire, pens che doveva fare qualcosa per vedere se qualcuno avrebbe abboccato. Era necessario che uno dei suoi nemici si azzardasse a lanciarsi in unimpresa tanto rischiosa. Bisognava sacrificare alcuni uomini e un generale, che tenessero occupato Asdrubale mentre lui trovava il modo di rafforzare il proprio ruolo a Roma e assicurare al figlio una posizione politica. Quinto doveva restare sul suolo italico e prendere parte alle campagne che vi avrebbero avuto luogo, soprattutto adesso che nei territori pi vicini il vento girava a loro favore. La soluzione ideale sarebbe stata mandare Marcello in Hispania, ma era evidente che lui non si sarebbe offerto come candidato e che il popolo lo voleva vicino. No. Per liberarsi di Marcello avrebbe dovuto ricorrere al suo migliore alleato in quelle faccende, nonch al pi fedele: lo stesso Annibale. Dopo la caduta di Capua e la ritirata dalle porte di Roma, tutti credevano che il generale cartaginese fosse praticamente sconfitto, ma Fabio sapeva che Annibale era soltanto un leone ferito, e al mondo non c niente di pi temibile di una bestia feroce ferita. Che gli di aiutassero colui che avrebbe cercato di intrappolarla. Quella per era unaltra storia. Adesso era il momento di eccitare gli animi dei presenti.
Fabio Massimo si alz dal suo sedile improvvisato, una sedia di legno portata da due schiavi dalla villa, e prese la parola.
Ho settantadue anni e non posseggo n lagilit n la forza per presentarmi per questa carica. Ma sono travolto dalla vergogna. La sua voce profonda e imponente cattur lattenzione di tutti. Tempo addietro, pregai di giungere a questa et per contemplare la crescita e la gloria di Roma. Oggi invece provo solo la tristezza pi profonda. Da bambino sopravvissi agli scontri costanti con i Galli del Nord e con i Liguri. Ai tempi non bisognava aspettare tanto per trovare un generale. Sono stato ugure fin dai ventitr anni e ho sempre visto nel futuro di Roma nuove glorie, nuove conquiste, maggior potere, fino a oggi. Oggi la mia visione si annebbia quando cerco di prevedere che cosa porteranno i giorni a venire, e tutto perch qui, dove si  radunata lintera Roma, non vedo abbastanza coraggio per conservare il frutto delle battaglie dei nostri antenati. Un tempo era necessario presentarsi a elezioni ardue e complicate per accedere a una carica. Oggi sembra che la guerra si sia portata via coloro che avevano questo spirito combattivo. E a dirlo  un uomo che  stato dittatore, quattro volte console e una volta censore dello Stato. E ora mi chiedo, Fabio, tutto questo a quale scopo? Per vedere tutto ci per cui hai lottato scomparire nel nulla, nella codardia di una nuova generazione che non osa impegnarsi in unimpresa, complicata, certo, ma non pi delle campagne che i nostri predecessori e io stesso portammo a termine quando fu necessario, e con meno risorse di oggi? Ho assistito alla sconfitta delle nostre truppe, ma perfino nel giorno peggiore cera sempre qualche romano disposto a lottare, a mettersi al comando delle legioni per contrattaccare fino a sconfiggere il nemico. Abbiamo combattuto e cacciato i nemici di Roma dalla penisola e siamo cresciuti fino a dominare il territorio dal Po a Tarentum, dallAdriatico fino alle coste dellHispania, comprese la Sicilia, la Sardegna e le altre isole. E ora mi chiedo: tutto questo, tutte queste lotte, tutto questo sangue romano versato, a che cosa sono serviti? A che cosa sono serviti questi anni di vita? Se per il resto della mia esistenza dovr vedere i nuovi Romani scegliere di restare a casa piuttosto che difendere i territori conquistati dai loro avi, allora non desidero pi la vita che mi resta.
Il vecchio senatore fece una breve pausa e osserv la folla che taceva. Un profondo silenzio era sceso sul Campo Marzio. Fabio Massimo riprese il suo discorso.
Tutto questo per essere testimone oggi della sconfitta finale della mia patria. Siamo stati battuti non perch le mura della citt siano state conquistate, perch abbiamo perso i nostri alleati o perch i nostri eserciti siano scomparsi. Abbiamo perduto perch a Roma non c pi coraggio. Non ci sono pi orgoglio e audacia, solo sfiducia e timore e dubbio. Magari avessi ventanni di meno e potessi combattere ancora, o meglio, magari fossi morto dieci anni fa, prima che iniziasse questa guerra, per non dover vedere ora la caduta di una grande citt sotto il peso non del valore di un grande conquistatore, ma della codardia dei suoi abitanti.
Fabio Massimo concluse il suo discorso e tacque, per ritirarsi prima verso il suo posto e poi, rifiutando la sedia che gli avvicinavano gli schiavi, verso la quadriga, con un portamento triste, abbattuto, a testa bassa, dando le spalle alla calca, confondendo la propria sagoma fra quelle dei senatori che gli facevano spazio, a mano a mano che si allontanava dal Campo Marzio tra le file di cittadini e rappresentanti delle centurie.
Lo sguardo dei presenti riposava ancora sul vecchio senatore, nelle orecchie di tutti pesavano le dure parole che Fabio Massimo aveva pronunciato, quando la voce giovane e forte si alz nel silenzio teso che opprimeva i sentimenti della folla.
Mi offro davanti a tutti per guidare le nostre legioni in Hispania.
Fabio Massimo si ferm. Un sorriso cinico gli attravers il viso, poi lo fece subito scomparire. Si volt piano. Era curioso di sapere chi sarebbe stato il prossimo incauto a sacrificarsi sullaltare della virt e della patria. Era una voce giovane. Non cessava di stupirlo che lingenuit umana passasse di generazione in generazione.
Se nessun altro si presenta per guidare lesercito di Roma in Hispania, io, Publio Cornelio Scipione, figlio di Publio Cornelio Scipione e nipote di Gneo Cornelio Scipione, entrambi consoli di questa citt pochi anni addietro e proconsoli in Hispania fino alla loro morte, mi offro per essere scelto o respinto dalle centurie e dai senatori di Roma come generale in capo e nuovo proconsole delle truppe romane in quella regione!
Le parole erano sgorgate come un torrente trattenuto in gola per settimane. Publio sent allimprovviso gli sguardi di tutti i presenti addosso a lui. Senza rendersene conto, aveva fatto qualche passo in avanti fino ad arrivare al centro del Campo Marzio e da l aveva aveva presentato la propria candidatura. Presto il frastuono di migliaia di parole, di migliaia di conversazioni sussurrate riemp il vasto prato che si estendeva su quel lato della citt. I senatori tornarono a guardarsi, ma questa volta sui loro visi non cera timore, bens sorpresa e sconcerto. Il candidato che finalmente si era fatto avanti non aveva pi di ventiquattro anni. In tutta la citt Publio era conosciuto e rispettato, tanto per leroica lotta del padre e dello zio quanto per le sue imprese e per il coraggio che lui stesso aveva dimostrato sul Ticino, quando aveva salvato la vita di un console. Di lui si ricordavano inoltre la forza e la lealt dimostrate dopo il disastro di Canne, quando aveva evitato il tradimento dei sopravvissuti; inoltre aveva dato prova di essere un buon gestore, quando aveva servito come edile della citt. Erano tutti elementi a suo favore, fatta eccezione per la sua incredibile giovinezza. Non succedeva spesso che qualcuno accedesse al Senato e al consolato o al proconsolato prima dei quarantanni, ma di certo non succedeva mai prima dei trenta. La maggior parte dei senatori ammirava la proposta del giovane in quanto gesto di coraggio e di valore, ma la reputava inaccettabile e inadatta.
Fabio Massimo ammise fra s che per una volta qualcuno era riuscito a stupirlo. Si aspettava che quel giovane erede della fortuna e dellinfluenza degli Scipioni andasse presto a caccia di gloria, ma aveva sempre pensato che lo avrebbe fatto in una delle campagne sul suolo italico, agli ordini di un pretore, un proconsole o un console. Non sapeva se interpretare quella proposta come un gesto audace tipico della giovent o come una dimostrazione di sfacciataggine. Ecco che cosa succedeva a concedere il rango di edile a una persona troppo giovane. Una volta infranta una regola, si credeva di poter ignorare tutte le leggi e le tradizioni, plasmandole a proprio favore. Il popolo per sembrava aver accolto con piacere quella proposta e inoltre non cerano altri candidati. La questione andava affrontata con estrema delicatezza. Il giovane poteva contare sulla simpatia suscitata da un figlio che vuole raccogliere il testimone del padre e vendicarlo. Erano sentimenti che non andavano sottovalutati, ma non si poteva neanche cedere davanti a quel giovincello, inesperto nellarte del comando e azzardato nelle pretese. Fino a dove sarebbe arrivata la sua ambizione? Massimo credeva di essersi liberato della famiglia degli Scipioni con la morte di Publio e Gneo Cornelio, e adesso saltava fuori questo apprendista generale. Fabio Massimo torn a emergere fra i senatori e riprese la parola.
Credo, Publio Cornelio Scipione, di parlare a nome di tutti i miei colleghi, quando esprimo la mia sorpresa e quella dei presenti disse, indicando il resto dei cittadini. Sei troppo giovane per un incarico simile. Non avrai neanche venticinque anni. Nessuno  mai stato eletto magistrato in cos giovane et, che si trattasse di un proconsole o di un console di Roma. Le leggi esistono per essere rispettate nel tempo. Lo so, lo so che sei stato eletto edile prima dellet stabilita dalla tradizione e che la tua gestione  stata pi che accettabile, ma credo che sarai daccordo con me sul fatto che non  lo stesso distribuire olio o organizzare bei giochi, con opere di teatro e altri divertimenti, e guidare una campagna militare con dieci o ventimila uomini ai tuoi ordini. Per riconosco il coraggio della tua offerta che, per quel che mi riguarda, ha contribuito ad alleggerire lo sconforto che si era impadronito del mio cuore. Qui Fabio tir fuori la voce pi dolce che aveva. Finch ci saranno uomini come te, ci sar ancora speranza. Tuttavia cos dicendo torn a un tono serio e ufficiale ripeto, la tua giovane et si frappone fra la tua candidatura e una possibile elezione come magistrato di Roma con il grado di proconsole in Hispania.
Publio pens di arrendersi. In fondo, per quanto gli costasse ammetterlo, Fabio Massimo aveva ragione e lo aveva trattato in modo corretto. Insistere, ostinarsi, avrebbe significato forzare la situazione e quindi affrontare Fabio Massimo, e questo non avrebbe portato nulla di buono, n per lui n per la sua famiglia n per i suoi amici e clienti. Il vecchio e temibile senatore era saldo, inamovibile e aspettava una risposta. Publio per sentiva che la gente era dalla sua parte. Per tutti gli di, se nessuno voleva andarci, perch non poteva farlo lui? Era consapevole di agire con il cuore pi che con la ragione, ma non poteva evitarlo. Il padre e lo zio erano caduti in Hispania e non era stato fatto nulla per vendicare la loro morte. Allinizio, con Annibale alle porte di Roma, era logico che lo Stato si preoccupasse delle questioni pi urgenti come difendere la citt dallinvasore, ma poi? Prima avevano mandato il suddito di Fabio, quel presuntuoso di Nerone, che non era stato capace di terminare ci che aveva iniziato e si era fatto sfuggire Asdrubale fra le dita per poi tornare a Roma, fallito e senza il coraggio di proseguire la battaglia, a leccarsi le ferite dellonore se non quelle del corpo. E ora, colmo dei colmi, nessuno voleva partire. Che messaggio avrebbero trasmesso ad Asdrubale? Puoi ammazzare tutti gli Scipioni che vuoi, non ci interessa. A cadere erano stati suo padre e suo zio, e se nessun senatore desiderava vendicare quella morte, lui era pronto a farlo, e la testardaggine di un vecchio come Fabio Massimo e il peso dellintera tradizione romana non glielo avrebbero impedito. Anche vendicare i generali caduti era una tradizione romana, cos come non permettere ai nemici di festeggiare e godersi le loro vittorie.
Quello che dici  vero, Fabio Massimo. Publio si ritrov a parlare a voce alta, le idee che ancora gli si accavallavano nella mente. Il tuo criterio e la tua saggezza sono rispettati da tutti a Roma grid a pieni polmoni. La sua voce risuonava limpida nel silenzio teso della folla, che assisteva impaziente al dibattito fra il vecchio senatore e il giovane edile. Dal canto mio, non posso che ammettere quanto siano giuste le tue parole, ma Attese qualche secondo prima di proseguire e osserv lentamente i visi di coloro che lo circondavano. Ma le leggi hanno uno spirito che va al di l delle parole, delle norme stabilite. Roma si trova ad affrontare una crisi senza precedenti nella sua storia. Annibale non ha potuto occupare la citt, ma cavalca libero per le nostre terre, attacca le nostre truppe, saccheggia e uccide i nostri amici. Roma si difende e intanto Annibale fa insorgere i nostri alleati in attesa di rinforzi, viveri e armi che presto gli arriveranno dallHispania, se non manderemo qualche legione a frenare lavanzata cartaginese per impedire una seconda e definitiva invasione della penisola italica. Abbiamo bisogno delle truppe in Hispania e Roma ha bisogno di un generale. Non mi sarei azzardato a proporre il mio nome se chiunque altro, con pi esperienza di me, si fosse presentato. Ma dal momento che cos non  stato, il nome che porto, il sangue che mi scorre nelle vene, ci che gli di mi suggeriscono in sogno, tutto mi spinge a candidarmi. Non so se Roma sia capace di lasciare che la morte di mio padre e mio zio, due proconsoli della citt, resti impunita, ma io non posso.
La gente intorno a lui iniziava ad annuire e lo ascoltava sempre pi attenta. Fabio Massimo restava impassibile, ma non lo interrompeva. Era gi qualcosa, pens Publio, e prosegu incoraggiato da quel silenzio.
Capisco che la mia giovent sia motivo di scetticismo, tuttavia non giudicatemi solo per la mia et, ma anche per le azioni. Sul Ticino ho combattuto con coraggio per salvare un console da unimboscata cartaginese. Ho lottato in decine di battaglie e sempre con onore. Perfino a Canne ho evitato la fuga incontrollata delle nostre truppe o labbandono degli ufficiali. Davanti alla sconfitta o alle difficolt, conservo la fermezza e lonore. E se tutto ci non bastasse, il sangue di mio padre e di mio zio bagna le terre dellHispania, e il loro sangue mi chiede di offrire il mio nome, la mia spada e il mio onore per riprendere quel paese, fermare i nostri nemici, combattere in quelle terre fino a cacciare i Cartaginesi o morire provandoci.
La plebe inizi a gridare in coro il nome di Publio Cornelio Scipione, come se suo padre, il vecchio console, lesperto generale, o il suo altrettanto rispettato zio Gneo fossero di nuovo l, a infondere loro coraggio.
Proconsole, proconsole, proconsole!
Fabio fece scorrere gli occhi sulla folla. Era un grido unanime. I senatori si guardavano. Dubitavano ancora che quel giovane tribuno e edile fosse in grado di comandare diverse legioni in una battaglia campale, in un territorio ostile e crudele come lHispania, ma quel ragazzo era riuscito a restituire la speranza e a risollevare il morale del popolo pi di quanto potessero fare i loro discorsi o le loro misure per difendere la penisola italica e la citt. Quella capacit di restituire la speranza era in s preziosa, degna di rispetto.
Publio, circondato dai suoi amici, vicino al fratello, attendeva la decisione delle centurie e del Senato. I senatori deliberarono. Poi tutti guardarono Fabio Massimo, che restava in silenzio. Pensieroso. Dubbioso.

87
IMPERIUM

Roma, 211 a.C.
Publio entr in casa seguito dal fratello. Aveva bisogno di silenzio e di riflessione. Attravers rapido il vestibolo e latrio, dove si trovavano Emilia e la madre, le salut con un cenno della testa e pass subito nel peristilium, poi sal le scale. Arriv al primo piano e l si ferm appoggiando le mani sulla ringhiera del portico, lo sguardo rivolto al giardino. Lucio era rimasto con le due donne. Aveva capito che voleva restare solo. Probabilmente in quel momento raccontava loro che la sua candidatura era stata accettata dal Senato e che nel giro di poche settimane sarebbe partito per lHispania come proconsole. Publio sapeva che quella decisione sarebbe stato motivo di dolore per Pomponia. Aveva gi perso il marito e il cognato in quel paese terribile. Ora il primogenito sarebbe partito a sua volta per quella terra che le aveva rubato tanto. Come poteva spiegarle che era costretto a farlo? Affrontare lamarezza della madre lo spaventava pi di un dibattito al Senato per difendere la propria decisione. E poi cerano i suoi stessi dubbi Ed Emilia Emilia avrebbe capito Si erano compresi e amati e rispettati fin dal primo giorno. Publio era certo che la moglie lo avrebbe appoggiato, non sapeva come, con quali parole o quali azioni, ma sapeva che lavrebbe fatto. Forse avrebbe anche potuto aiutarlo a lenire il dolore e la sofferenza della madre. S, sarebbe stata la cosa migliore: Emilia poteva restare e consolarla. Fin dal primo giorno in cui laveva portata a casa, Pomponia aveva dimostrato un affetto sincero per la ragazza, laveva adottata quasi come se fosse sua figlia.
Restava comunque la parte peggiore, i suoi stessi dubbi. Al Senato e davanti al popolo aveva parlato con convinzione esponendo le ragioni per cui doveva essere nominato proconsole e avere il permesso di dirigere una spedizione in Hispania, ma adesso che ci era riuscito, si chiedeva se avesse un senso, se non fosse stata soltanto la pazzia di un ragazzino sfrenato il cui sangue si surriscaldava troppo in fretta. Come avrebbe fatto a sconfiggere i Cartaginesi dove lesperienza dello zio e lintelligenza del padre avevano fallito? Che cosa poteva portare di nuovo lui in Hispania che cambiasse le cose per lesercito romano? Il Senato lo considerava un giovane impetuoso. Audace, certo, ma con poca esperienza. E l, da solo con se stesso, nel silenzio del giardino di casa sua, gli occhi posati sugli alberi che il padre aveva piantato anni addietro, non pot fare a meno di ammettere che coloro che avevano dubitato dellopportunit di quella scelta, Fabio Massimo in testa, avevano ragione. Publio giocava a fare il generale senza avere n lesperienza n gli uomini che lo seguissero, e nemmeno un piano per conquistare quel paese O almeno un piano definito.
Aveva alcune idee, certo. Erano state innumerevoli le conversazioni con Mario, il messaggero arrivato dallHispania con le orribili notizie sul padre e sullo zio, che gli aveva raccontato tutto ci che sapeva. Publio inoltre aveva studiato a fondo le mappe e i documenti che il padre aveva raccolto e custodito nella biblioteca di casa. Aveva riunito tutte le mappe esistenti a Roma su quel territorio e quando non aveva potuto portarle via le aveva fatte copiare. Il tablinume la biblioteca ne erano pieni. Conosceva lHispania, le sue genti, i suoi conflitti, le sue citt grazie alle parole del messaggero e degli emissari che erano arrivati dopo. Tutti si fermavano in segno di rispetto a casa di Publio Cornelio Scipione e gli riferivano ci che desiderava sapere. Inoltre aveva unintuizione, unidea, una piccola follia che aveva acquistato forza nella sua mente. Non ancora un piano, piuttosto una possibilit per piegare i Cartaginesi in Hispania, o almeno per tenerli occupati e impedire che inviassero rinforzi ad Annibale. Sarebbe bastato, se non a sconfiggerli definitivamente e a ottenere la gloria e il trionfo, almeno a dare a Roma il tempo di riprendersi e cacciare Annibale dalla penisola italica. Era questo limportante. Poi avrebbero pensato al resto.
Ma chi sarebbe stato tanto pazzo da seguirlo fino in Hispania, a parte qualche soldato inesperto, reclutato in tutta fretta e intimorito da quel paese, dai suoi abitanti e dai Cartaginesi? Nessuno era abbastanza folle da avventurarsi nel delirio a cui aveva appena dato inizio con la sua nomina a proconsole, soprattutto quando avessero saputo che il loro generale aveva solo ventiquattro anni e che, in fondo, non era che il figlio del console, il figlio di un console morto.
I pensieri di Publio furono disturbati dal trambusto di alcune persone che irrompevano in casa. Si sentivano grida, voci confuse. Su tutte spiccava quella forte di un decurione che Publio ben conosceva. Gli sembrava strano che ci avesse messo tanto ad arrivare. Gaio Lelio chiedeva a gran voce del pater familias.
Publio li vide comparire in giardino: la madre, la moglie e Lucio, seguiti da una ventina di persone, tutti ufficiali di diverse legioni; riconobbe anche alcuni centurioni che avevano combattuto sotto di lui e, fra tutti, Gaio Lelio, che senza esitare si colloc al centro del giardino e prese la parola, guardando il porticato alla cui ringhiera Publio era appoggiato.
Che cos questa storia che il Senato ti manda in Hispania come proconsole? Ti lascio da solo per qualche minuto e ti organizzi una guerra personale. Sei impazzito? LHispania  una follia. Ci sarebbe bisogno di tutte le truppe che abbiamo in Italia per poter affrontare quella campagna con qualche speranza di successo. Si interruppe e lo fiss negli occhi. Quando Publio ricambi lo sguardo, senza parlare, Lelio cap che quellassurda decisione di andare in Hispania era definitiva e prima che lamico potesse rispondergli, prosegu: E va bene, per Castore e Polluce e per tutti gli di. Se sei cos pazzo, che cos questa storia che ti dimentichi dei tuoi amici e dei tuoi ufficiali? E poi com che non parli con Gaio Lelio dei tuoi progetti? Perch se credi, mio generale, di andare in quel paese senza Gaio Lelio, ti sbagli di grosso!.
Publio scoppi a ridere e contagi i presenti. Le risate furono un ottimo modo per scacciare la tensione. Pi calmo, rispose al vecchio amico con unaltra domanda.
E perch mai, si pu sapere, Publio Cornelio Scipione dovrebbe tenere informato Gaio Lelio dei suoi movimenti, delle sue decisioni o dei suoi progetti?
Guardarono tutti Lelio, che fissava il giovane edile. E che non esit a rispondere.
Sai molto bene perch, ma ne abbiamo gi parlato. Credo che tu stia per commettere un errore, ma non sar io a discutere le tue decisioni. Ti informo soltanto che se andrai in Hispania, puoi contare su di me, perch io ti seguir.
Con grande sorpresa di tutti, si lev la voce di Pomponia.
Anche a me avrebbe fatto piacere sapere che mio figlio pensava di offrirsi come candidato alla carica di proconsole, ma visto che sembra che io non possa dire pi nulla sullargomento, dir almeno che se devi andare in Hispania, Lelio deve accompagnarti.
Publio percep il dolore della madre. Le parole di lei gli si conficcarono nel cuore come schegge affilate, ma quello che voleva farle sapere non poteva essere detto davanti a tante persone. Lavrebbe fatto in una conversazione privata. Decise di rispondere direttamente a Lelio e indirettamente, in modo sottile, a Pomponia.
Insomma, mio buon Lelio, sembra che tu abbia convinto mia madre che la tua compagnia sia necessaria. Credo di non poterla contraddire su questo. Se desideri accompagnarmi, ne sar felice. Sei invitato formalmente a venire in Hispania, ma ti avverto Publio fece una pausa e il suo tono di voce cambi, si fece serio e determinato mentre alzava il volume in modo che tutti i presenti potessero sentirlo. Chiunque desideri accompagnarmi in questa avventura per recuperare il controllo sullHispania sar il benvenuto, ma sappiate che non sar unimpresa facile. I Cartaginesi dominano quel territorio, dispongono di numerose truppe, di tre eserciti completi, e pressoch tutte le trib della zona sono dalla loro parte. Il Senato non ci affider pi di due legioni e sottomettere quel territorio con queste forze sar unimpresa da cui sar difficile fare ritorno. Publio era stato sul punto di dire da cui nessuno di noi far ritorno ma la presenza della madre e di Emilia lo aveva trattenuto.
Sul giardino scese il silenzio. Sapeva di avere risvegliato la paura nei cuori delle persone l riunite. La morte del padre e dello zio in Hispania erano ancora fresche nella memoria di tutti. Ma non voleva che ad accompagnarlo fossero ufficiali ingannati con false speranze. Quello in Hispania sarebbe probabilmente stato un viaggio senza ritorno. Lui si sentiva obbligato a intraprenderlo perch il suo stesso sangue, il suo cuore e i suoi desideri lo esigevano, ma non voleva ufficiali o truppe che si arrendessero alla prima difficolt. Riprese il discorso.
In questa impresa non c posto per i deboli di spirito. Chi  alla ricerca di gloria e di facili vittorie, chi desidera arricchirsi saccheggiando popoli afflitti, chi insegue la fama senza fatica non  fatto per questa impresa. Posso promettervi solo che in quelle terre troveremo sangue, lotta, una resistenza feroce. E tradimenti degli Iberi come quelli subiti da mio padre e da mio zio, e battaglie impari e citt inespugnabili.  questo che ci aspetta in Hispania. Chi non  disposto a combattere fino alla fine, chi non  preparato a conquistare linconquistabile, a sconfiggere linvincibile, a trionfare l dove altri hanno fallito, non esca da questa citt. Ho soltanto trenta quinqueremi a mia disposizione per trasportare le truppe e non c posto per i codardi sulle navi che salperanno da Ostia fra qualche settimana. Ho spazio solo per i coraggiosi, per gli audaci e per coloro che credono che lHispania, grazie ai loro sforzi e al loro sangue, alla fine sar romana.
Publio concluse il proprio intervento. Il silenzio torn a impadronirsi del giardino. Nel portico erano riunite circa trentacinque persone: la madre, la moglie e il fratello, alcuni ufficiali e centurioni che erano gi stati agli ordini di Publio, Gaio Lelio e perfino qualche schiavo, che aveva fatto capolino dai portici del primo piano spinto dalla curiosit; in qualche modo, perfino loro intuivano che l si decideva qualcosa di straordinariamente importante, che avrebbe potuto condizionare il destino di quella citt e di molte altre. La conquista di un paese lontano chiamato Hispania, di qualunque cosa si trattasse, sembrava prendere forma quel pomeriggio, fra le pareti della casa in cui servivano da anni.
Gaio Lelio torn a parlare.
Bene, credo che tu ci abbia chiarito con precisione che cosa ci aspetta in Hispania. Ma dico io,  possibile che in questa casa non si offra del vino a chi decider di accompagnarti? Per quanto mi riguarda, se devo morire lottando in quel paese crudele e ostile, preferisco godermi gli ultimi giorni a Roma, a cominciare da questo preciso momento.
Lintervento di Lelio serv ancora una volta a sciogliere la tensione. Publio stava per rispondergli, quando entr latriense, accompagnato da un giovane ufficiale nervoso e coperto di sudore.
Che cosa ti porta in questa casa, ufficiale? Perch ci interrompi?
 il Senato, mio generale Il Senato sta discutendo di revocare lordine con cui ti ha concesso il mandato Alcuni senatori sostengono che la decisione di inviarti in Hispania sia stata presa sotto la pressione del popolo e in un momento di confusione generale. A decine criticano insomma
Termina il tuo messaggio. Qual  il problema? Questa volta fu Lucio a interrogarlo.
Criticano la giovane et di tuo fratello. Dicono che non sia n sicuro n sensato affidargli il comando di due legioni e la carica di proconsole, se la legge non lo consente Insistono che la legge debba essere rispettata allo stesso modo per tutti Anche se non tutti sono daccordo. I senatori sono divisi.
Daccordo. Publio assunse il comando, se non delle legioni, almeno delle azioni a venire. Lucio, e anche tu, Lelio, venite con me. Gli altri ci accompagnino. Andiamo al Senato a chiarire questa faccenda una volta per tutte.
Gli ospiti furono stupiti dalla sicurezza nelle parole del giovane edile. Parlava come se avesse intenzione di pretendere il comando delle truppe, quasi gli spettasse di diritto. Una cosa simile non poteva essere pretesa. Ci si offriva come candidati e il Senato, o in questo caso le centurie, decidevano. Ma nessuno discusse gli ordini di Publio, che scese le scale e si un a loro nellatrio, mettendosi in testa al gruppo. Quindi uscirono diretti al Foro.
Emilia e Pomponia rimasero da sole in giardino. Gli schiavi scomparvero dal portico.
Secondo te che cosa succeder adesso? chiese Emilia a bassa voce.
Pomponia passeggiava. Osserv il cielo e sospir, prima di rispondere.
Publio sar designato in modo definitivo. Glielho letto negli occhi e nella voce. Neanche i senatori nemici della nostra famiglia potranno fermarlo. Vincer al Senato. Tacque per qualche secondo. Guard a terra. Quello che non so  se riuscir a vincere in Hispania Ma per questo c ancora tempo. Non ho abbastanza forze per aggiungere altre preoccupazioni alla mia pena. Occupiamoci del presente. Saranno tutti felici se Publio riuscir ad averla vinta In questo  come il padre, ha lo stesso dono di persuadere le persone. Tu lo sai bene, mia cara, anche se nel tuo caso non so chi sia stato a persuadere chi. Pomponia sorrise con affetto alla nuora, che arross. Comunque, avranno sicuramente voglia di festeggiare e Lelio si aspetter almeno una o due coppe di vino.
O tre aggiunse Emilia. Ma se non ci riuscir? Se revocassero la decisione?
 sempre facile ritirare il cibo e le bevande preparate per un festeggiamento, il difficile  preparare ogni cosa con un certo anticipo. Ma tornando al vino, Lelio, se andr tutto bene, ne berr almeno tre coppe, hai ragione.
Le due donne risero. Pomponia era felice di avere accanto una persona come Emilia. In un mondo di uomini, non sempre ci si rendeva conto delle pene delle donne. La giovane era diventata la sua alleata e la sua migliore consolazione in quei giorni di lutto e dolore.
Dobbiamo preparare un bel banchetto per stasera. Abbiamo molto lavoro da fare.
Pomponia abbracci la nuora per la vita mentre chiamava gli schiavi e iniziava a dare istruzioni.
La marcia della comitiva che accompagnava Publio fu rapida e silenziosa. Al gruppo uscito dalla casa degli Scipioni si unirono altri simpatizzanti, che avevano saputo che i senatori avevano cambiato idea. E a questi a loro volta si aggiunsero diversi gruppi di curiosi, impazienti di sapere se quel giovane tribuno sarebbe stato capace di piegare le rigide decisioni del Senato. Roma era una citt in guerra contro Annibale e in guerra contro se stessa.
Quando arriv in prossimit del Senato, Publio vide che si era raccolta di nuovo una gran folla, questa volta al Foro. Ma non significava che quella gente fosse necessariamente dalla sua parte. Mentre valutava fino a che punto avrebbe potuto contare sullappoggio del popolo, un gruppo di senatori usc dalledificio in cui si prendevano le decisioni dellorgano supremo.
Nobile Publio Cornelio Scipione, gli si rivolse uno di loro ti invitiamo a entrare al Senato per deliberare sulla tua nomina come proconsole delle truppe in Hispania. Solo tu puoi entrare.
Publio cap che i senatori non volevano lasciarsi condizionare di nuovo dal popolo. Aveva due possibilit: obbligarli a uscire e parlare della nomina davanti a tutti, o accettare la loro proposta, entrare e cercare di convincerli da solo. Nessuna delle due possibilit era semplice. Obbligare i senatori a uscire avrebbe significato renderseli ostili a vita e non sarebbe stato intelligente; il padre non lavrebbe mai fatto. Inoltre, non era sicuro che il popolo lo avrebbe appoggiato una volta che i senatori avessero esposto gli argomenti a suo sfavore su cui avevano avuto il tempo di riflettere con calma. In realt, non poteva fare altro che accettare linvito, o meglio lordine, che arrivava sicuramente dallombra della lunga e potente mano di Fabio Massimo.
Daccordo. Entrer per discutere della nomina a proconsole in Hispania. Poi, rivolto al fratello Lucio, a Gaio Lelio e agli altri ufficiali che lo sostenevano, disse: Aspettatemi qui. Si sistemer tutto. Aspettate e abbiate fiducia in me.
Lui stesso si stup della sicurezza della propria voce. Tutti coloro che lo accompagnavano rimasero stregati dal suo spirito e perfino gli stessi senatori non poterono fare a meno di ammirare la fermezza di quel giovane tribuno a cui, nel profondo del loro cuore, erano riconoscenti, per aver accettato di entrare.
I senatori attesero che Publio salisse la lunga scalinata che dava accesso alledificio, quindi si fecero da parte per permettergli di passare e infine lo circondarono e lo accompagnarono dentro. Alle sue spalle si sentiva il frastuono di migliaia di voci che mormoravano e si interrogavano a vicenda. La folla era curiosa e impaziente di conoscere la decisione finale.
I senatori e il tribuno attraversarono il grande vestibolo del Senato fino a raggiungere unenorme porta di legno, ricoperta di bronzo con bassorilievi che raccontavano le imprese del popolo romano, le sue conquiste e lespansione nella penisola italica e nel Mediterraneo. Le porte si aprirono e il piccolo gruppo fece il proprio ingresso nella grande sala. Un vasto spazio che poteva ospitare pi di trecento persone sulle numerose file di sedili in pietra. I senatori che erano con lui lo lasciarono solo al centro e presero posto.
Publio si guard intorno. Pi di un terzo dellimmensa sala era deserto. Non erano assenze temporanee. I senatori che mancavano erano morti nella lunga guerra contro Cartagine. Molti nel disastro di Canne. Nonostante la riconquista di Siracusa e di Capua, Roma era sempre pi debole e quei posti vuoti ne erano la prova.
Fabio Massimo, non poteva essere diversamente, apr il dibattito.
Stimato e giovane Publio Cornelio Il senatore mise particolare enfasi sulla parola giovane. Siamo tutti daccordo nellapprezzare la tua offerta e la nostra reazione iniziale  la prova della considerazione che abbiamo per te e per la tua famiglia. Ma con la calma e la riflessione abbiamo capito che la tua giovinezza e inesperienza rappresentano un ostacolo che ci turba e ci mette a disagio. Le guerre, e so che su questo sarai daccordo con me, perche non faccio che ripetere le parole pronunciate da tuo padre in questa stessa sala le guerre, diceva lui, non si vincono con il cuore, ma con la testa. Per questo dobbiamo decidere con la ragione, non con un animo sfrenato che invita alla leggerezza. Abbiamo bisogno di un magistrato, tuttavia non possiamo accettare una persona cos giovane. E questa volta la decisione del Senato, perch parlo a nome di tutti,  definitiva.
Daccordo rispose subito Publio.
La rapidit della risposta, mentre Fabio era ancora in piedi e sistemava i cuscini prima di sedersi, lasci tutti perplessi.
Daccordo ripet il giovane Publio, ancora pi risoluto. Daccordo, non nominatemi proconsole, non concedetemi il titolo di promagistrato consolare. In questo modo risolverete il problema del rispetto della tradizione e delle leggi, ma non la questione dellHispania. Continuate, continuiamo ad avere bisogno di un generale con imperiumper difendere lHispania e impedire lavanzata di Asdrubale.
Publio fece una pausa. Vide che i senatori lo seguivano con attenzione e alcuni cenni del capo in segno di assenso lo incoraggiarono a riprendere il discorso che durante il tragitto da casa al Senato aveva preso forma nella sua mente.
Non nominatemi proconsole, per se nessun altro si offre per difendere i nostri interessi in quella regione, permettete almeno che io vada come generale a proteggere Roma in Hispania davanti ad Asdrubale e ai suoi eserciti. Cos non si infrangerebbe alcuna legge e al tempo stesso difenderemmo gli interessi dello Stato.
Publio termin di formulare la sua proposta e attese la reazione dei senatori. Un mormorio si sparse per la sala. Era una possibilit interessante quella offerta dal giovane tribuno, un modo per conciliare ci che il popolo aveva chiesto al Campo Marzio, i desideri dello stesso tribuno e la tradizione. Era insolito affidare a una persona tanto giovane il comando di due legioni, ma considerato che accettava la missione senza la carica di proconsole, leccezionalit della situazione sarebbe stata pi facile da sostenere. Restava da vedere che cosa ne pensava il vecchio Fabio. Gli sguardi, a mano a mano che il mormorio cessava, si concentrarono sullanziano ex dittatore. Questi cap che tutti attendevano il suo verdetto, torn ad alzarsi e articol la propria risposta in forma di domanda al tribuno.
Stai dicendo, giovane Publio, che sei disposto ad assumerti i rischi della campagna in Hispania senza avere la carica di proconsole?
Esatto.
Capisci che cosa comporta, giovane tribuno?
Publio annu.
Se otterrai una vittoria, non potrai godere di alcun trionfo per le strade di Roma. Ti sar riconosciuto il tuo merito, ma non potrai passeggiare per questa citt celebrando un trionfo di gloria e fortuna, questo ti  chiaro?
Mi  chiaro rispose lui con voce serena.
Fabio lo guard e strinse gli occhi. Quel ragazzo era strano: era disposto a intraprendere la missione assumendone i rischi e disprezzandone i vantaggi. Non amava le persone dalla natura incerta. Erano sempre imprevedibili.
Cos sia concluse. Sar un generale, non un proconsole di Roma, a marciare verso lHispania.
E si sedette senza smettere di fissarlo. Publio si rese conto che Fabio aveva pronunciato quelle parole non come una nomina, ma come un giudice che renda pubblica una sentenza.

88
LA BIBLIOTECA

Roma, 211 a.C.
Tito Maccio Plauto attendeva nel vestibolo dellimponente dimora. Per qualunque altro patrizio quella era una domus, ma per Plauto era molto di pi. Le pareti erano decorate con un grande mosaico che rappresentava qualche guerra lontana: sembravano legioni romane che combattevano contro i Galli del Nord, ma una statua che riproduceva il busto del generale al comando delle truppe chiariva con uniscrizione che era la Corsica il posto ricreato in quel mare di tessere. La conquista di Aleria da parte di Lucio Cornelio Scipione, console quasi mezzo secolo prima, nonno dellattuale giovane generale che lo aveva invitato a casa sua. Dallaltra parte del vestibolo cera il busto di un altro illustre avo della famiglia: Lucio Cornelio Scipione Barbato, padre del precedente e quindi bisnonno del generale. Plauto lesse liscrizione sulla statua. Anche il bisnonno era stato console. Tenuto conto che il padre e lo zio avevano a loro volta rivestito la massima magistratura, in quella potente famiglia o eri almeno un console o potevi considerarti un fallito. Cerano altri busti nel vestibolo e nellatrio, ma Plauto iniziava a confondersi, fra tanti avi consoli di nome Scipione e le diverse battaglie e i popoli che avevano sottomesso. A terra cera un mosaico con un motivo pi pacifico: alghe e pesci, a raffigurare il fondo del mare. Bisognava avere molto denaro e molto potere per possedere una casa simile e vivere in un tale lusso.
Lo schiavo atriense lo invit a seguirlo. Indossava una tunica pulita di lana della migliore qualit, probabilmente proveniente dalla Calabria o dallApulia, e questo significava che il suo padrone non avrebbe indossato lana che non fosse stata portata espressamente per lui da Tarentum. Perfino gli schiavi che vivevano l erano pi ricchi di lui. E s che ora le cose gli andavano bene e si considerava pi che fortunato. La prima dellAsinariaera stata un successo, a cui era seguito il Mercator, che non aveva avuto lo stesso impatto ma era piaciuto. Il pubblico lo amava, Roma lo stimava e grazie a Casca aveva iniziato a trattarlo bene. Ora Plauto viveva in una stanza che limpresario aveva affittato nel centro della citt, in un bel quartiere, e aveva perfino uno schiavo. Mangiava cibo caldo ogni giorno e beveva il miglior vino che si trovava al mercato. Si era perfino concesso il lusso di addentrarsi nel quartiere delle taverne e dei postriboli vicino al fiume e regalarsi una notte in compagnia di una donna. E visto che sembrava che gli di gli fossero favorevoli, aveva tenuto fede alla sua promessa e pagato i debiti di Rufo al produttore di ceste. Il viso illuminato di felicit del vecchio artigiano aveva tinto di speranza lanimo indurito di Plauto, ma pochi giorni dopo, nonostante le comodit e il fatto che i suoi bisogni e desideri essenziali fossero soddisfatti, Tito Maccio era tornato ad avvolgersi nella sua spessa corazza di scetticismo, forgiatasi nelle difficolt della vita.
Linvito lo aveva colto di sorpresa, mentre cenava a casa di Casca. Uno schiavo si era presentato dallimpresario e, rivolto a Plauto, aveva riferito il suo messaggio, per poi restare in attesa di una risposta. Tito aveva esitato.
Non puoi rifiutarti, mio buon amico gli aveva detto Casca. In realt, puoi considerarti fortunato. Sono pochi a entrare in quella casa invitati dal pater familias, soprattutto adesso che gli hanno affidato il comando di due legioni per recarsi in Hispania.
Plauto aveva annuito e si era rivolto al paziente schiavo.
Riferisci al tuo padrone che accetto linvito e gli costava fatica pronunciare parole in cui non credeva digli che  un onore.
Lo schiavo aveva annuito ed era uscito.
Perch sei restio ad accettare linvito di un patrizio, un patrizio che  stato edile di Roma, che  ammirato da tutti e che nonostante la sua et  gi generale? Hai qualcosa di personale contro gli Scipioni? aveva domandato Casca a Plauto.
No, niente di personale.
 stato proprio lui a offrirti lopportunit di mettere in scena la tua opera, quando era edile.
Lo so, aveva risposto Plauto anche se ha aspettato la fine dellanno.
E ce lhai con lui per questo? Io mi ero stupito che avesse anche solo permesso di mettere in scena la tua opera, il testo di un perfetto sconosciuto: cera in gioco il suo prestigio.
Ci sono molti fattori a decidere del suo prestigio, e il teatro non  il pi importante, come sappiamo entrambi. E poi hai dovuto difendermi, me lhai detto tu stesso.
Oh, s,  vero. E lho fatto davvero, ma non sopravvalutarmi, anche se devo ammettere che lusinghi la mia vanit riconoscendomi un simile merito. Ma no. Non  ancora nata la persona che possa convincere quel giovane Scipione con quattro parole, per quanto buona sia la sua retorica. Pensa solo a come ha affrontato lo stesso Fabio Massimo. No, mio caro amico, ha scelto la tua opera perch cercava una commedia, ha scelto me invece della concorrenza perch io gli ho offerto pi commedie, inclusa la tua. Poi il successo delle tue opere gli ha dato ragione, ma non sono state le mie parole a convincerlo, per quanto eloquenti. Publio Cornelio Scipione  un uomo enigmatico.
A me non sembra aveva risposto Plauto bevendo un sorso del vino appena portato da una schiava.  un patrizio,  ricco,  potente, esercita il suo potere,  ambizioso e insegue la gloria e probabilmente altro potere. Nel frattempo, migliaia di persone muoiono in una guerra interminabile.
Forse, ma ci sono alcuni lati di lui che non rientrano nel ritratto che hai appena fatto. Credo che abbiamo davanti una persona pi complessa.
Perch?
Lo vedrai, caro Plauto: ha ottenuto limperiummilitare su due legioni, ma il grado di proconsole che gli era stato concesso inizialmente al Campo Marzio, davanti a tutto il popolo e con lappoggio della plebe, gli  stato poi revocato dal Senato.
Ho sentito qualcosa su questa storia, ma solo informazioni confuse.
Sar felice di chiarirti le idee, se lo desideri, purch tu continui a fornirmi buone opere con cui ingrassare le mie casse e il mio corpo. Casca si era palpato con soddisfazione la pancia sporgente. Le schiave, nel frattempo, portavano frutta, maiale arrosto, formaggio e brodo di verdure. Il padrone di casa aveva sorriso esultante.
Plauto aveva ricambiato con un sorriso appena accennato. Era preoccupato, non aveva buone idee per una nuova opera e sapeva che Casca si aspettava qualcosa al pi presto. Aveva impiegato anni in quel mulino per creare un buon testo. Ora gliene chiedevano uno ogni quattro o cinque mesi. Era un ritmo sfiancante, insostenibile.
Vedi aveva continuato Casca, e mentre parlava divorava un pezzo di coscia di maiale arrosto, immerso in una salsa densa che gocciolava a terra. Dopo averlo nominato proconsole, il Senato si  riunito e Fabio Massimo si  scagliato contro lidea di infrangere la tradizione e permettere che una persona cos giovane avesse accesso alla carica. Come saprai, molti aspirano a un simile onore e pochi vengono eletti. Altri senatori, una volta lontani dal tumulto della plebe, hanno appoggiato la sua mozione e hanno quindi mandato a chiamare il tuo giovane amico, lo stesso che ora ti invita a casa sua. Plauto aveva scosso la testa per lironia di Casca; limpresario, divertito, aveva continuato a raccontare senza smettere di masticare. Insomma, il giovane tribuno arriva al Senato e gli dicono che non possono permettergli di accedere alla carica di proconsole e, come se non bastasse, di partire per lHispania al comando delle legioni. E che cosa fa allora il nostro uomo, secondo te?
Che cosa fa? E per favore, smetti di mangiare mentre me lo racconti.
Ah, s, scusa. Per essere uno che  passato per tante difficolt e tanta miseria, sei diventato raffinato tutto dun colpo. Proprio vero che finiamo col viziare i nostri scrittori affermati. Bene, allora. Il giovane Scipione sfida il Senato: ricorda ai senatori che loro stessi gli hanno concesso il permesso, e che se ora revocano quella decisione, non sar facile giustificarlo. Lui per pu suggerire unalternativa che accontenter il popolo, il Senato e se stesso. Non male, vero? E a soli ventiquattro anni. Ma visto che il tuo giovane amico
Per favore, smettila di definirlo mio amico.
Per Castore e Polluce, daccordo. Il giovane Scipione non vuole arrivare a uno scontro con il Senato, quindi gli offre una via duscita: che gli permettano di andare in Hispania con imperiumsulle due legioni assegnategli come generale, ma senza il titolo di proconsole. In questo modo sar comunque una situazione eccezionale, ma almeno sar rispettata la tradizione per quanto riguarda let del consolato e del proconsolato.
Gi. E che cosa ha deciso il Senato alla fine?
Il Senato ha accettato. Lo stesso Fabio Massimo era daccordo e la discussione si  conclusa con un accordo generale.
Molto bene. Va in Hispania senza la carica di magistrato. Che cosa centra con il fatto che questo Scipione non  un patrizio come gli altri?
Ahi, amico mio, vedo che sei esperto di teatro e di come far ridere il pubblico, ma in fatto di politica ti mostri un po ignorante. Un generale non potr mai festeggiare un trionfo a Roma, se non ha conseguito le sue vittorie con il grado di console o di proconsole. Se quel giovane Scipione fosse spinto soltanto dallambizione e dal desiderio di gloria, non avrebbe proposto un simile accordo.
Capisco.
Plauto aveva meditato in silenzio, mentre Casca riprendeva la coscia di maiale arrosto e rosicchiava avido losso. Aveva sempre pensato che la carne vicina allosso fosse la pi saporita.
Sar, aveva risposto infine ma pu anche essere che questo Scipione sappia che vale di pi una vittoria senza trionfo che perdere il comando su due legioni e con esso loccasione di riportare vittorie che spianino la strada alla sua ambizione.
Forse, aveva ammesso Casca ma in ogni caso abbiamo davanti una situazione anomala. C anche chi sostiene che il ragazzo ne abbia fatto una questione personale e che non desideri altro che vendicare la morte del padre e dello zio.
E tu che pensi?
Non lo so. In ogni caso, sono argomenti su cui  pi facile esprimere unopinione quando si conoscono di persona gli uomini coinvolti. Forse domani, dopo aver parlato con lui, potrai decidere da solo se si tratta di un patrizio come gli altri oppure no. Spero che mi farai sapere come la pensi. Mi interessa. Sono curioso.
Tu lo conosci gi. Hai parlato con lui.
No, amico mio, no. Io ho negoziato con lui. Ho scambiato poche frasi su un affare che gli interessava in un determinato momento: scegliere delle opere teatrali mentre era edile di Roma. Tu sei stato invitato, desidera conoscerti. Vuole parlare con te, per qualche ragione che mi sfugge.
Perch mi invita adesso, secondo te?
Non lo so. Forse le tue opere gli piacciono in modo particolare. Suo padre era un grande amante del teatro. Tutti piangono la sua perdita come generale, ma nel mondo del teatro si piange la perdita di un patrizio che sosteneva la nostra arte. Pensa a questo quando lo conoscerai. Forse servir ad ammorbidire il tuo cuore duro.
Lo terr presente aveva risposto Plauto, con una certa freddezza.
La conversazione si era spostata su altri argomenti. Lo scrittore aveva fatto in modo di evitare di parlare della sua prossima opera e Casca, forse perch se nera accorto o forse perch il vino lo rendeva facilmente manipolabile, non aveva tirato fuori la questione.
Quella conversazione con Casca sembrava lontana nel tempo, ora. Plauto segu latriense attento a non perdersi. Attraversarono un ampio atrio su cui si aprivano numerose porte. Il tablinum, in fondo allatrio, era aperto e le tende lasciavano intravedere un giardino frondoso, circondato da un portico su due piani. Lo schiavo non si diresse da quella parte, ma lo port in un angolo dellatrio nei pressi del tablinume lo fece entrare in una stanza senza finestre.
Aspetta qui. Il mio padrone arriver fra qualche minuto disse e scomparve da dove era arrivato.
La stanza misurava quattro passi per sei. Lunica luce era quella che entrava dalla porta che dava sullatrio, quindi Plauto si ritrov immerso nella penombra e ci volle un po prima che le sue pupille vi si abituassero. Vide diverse sedie, di legno scuro intagliato. Pens di sedersi, ma poi decise di restare in piedi, mentre aspettava larrivo del signore della casa, il giovane nuovo generale. Che cosa voleva quelluomo da lui? Lunica volta che lo aveva visto era stato il giorno della prima dellAsinaria, seduto in prima fila in qualit di edile. Plauto aveva ricordi confusi di quel pomeriggio, ma gli tornarono alla mente alcune risate del giovane Scipione e della moglie, cosa che lo tranquillizz. Per ricordava anche che ledile a un certo punto se nera andato, come se la conclusione dellopera lo avesse deluso; questultimo pensiero riaccese la sua preoccupazione.
Gli occhi ormai si erano abituati alla tenue luce della stanza e si accorse che le pareti erano piene di armadi con piccoli scaffali e ciascuno era pieno di ceste, da cui spuntavano rotoli di varie dimensioni e colori. Si avvicin a uno degli armadi e lesse qualcuno dei nomi scritti sui bordi dei rotoli. In greco. Demofilo, Menandro, Batone, Difilo, Posidippo, Aristofane, Sofocle, Teogneto, Alessi, Filemone. E molti altri. Per tutti gli di, in quella sala era raccolto tutto il teatro greco. Quella stanza era una biblioteca. No, per lesattezza, si trovava nella biblioteca migliore in cui fosse mai entrato. A casa di Rufo cerano alcuni volumi interessanti, che Prassitele aveva portato con s dalla Magna Grecia, e Casca aveva una collezione notevole che gli era stata utile per la sua seconda opera, ma quella sala era un altro mondo. Tito osserv con attenzione e in un altro armadio trov diverse traduzioni in latino degli originali greci, e anche alcune opere di autori contemporanei: poesie di Quinto Ennio e testi di Nevio e dello stesso Livio Andronico. Nellarmadio dedicato ai latini, la letteratura si mescolava ai trattati sullagricoltura e alle mappe di diverse regioni. Una cesta, no, due, sembravano dedicate alle opere storiche e ai trattati militari di autori che Plauto non conosceva.
Ti piace la nostra piccola biblioteca?
La voce del nuovo arrivato lo fece sussultare. Plauto si volt e si trov davanti un uomo giovane, alto, magro, con i capelli molto corti, ben rasato e con una lunga toga bianca.
Scusa, non volevo spaventarti. Sono Publio Cornelio Scipione. Tu sei Tito Maccio Plauto, giusto?
Esatto rispose Plauto, senza aggiungere mio signore o qualche altro appellativo in segno di rispetto. Ero distratto dalla collezione di opere che hai qui.
S? Ti sembra una buona collezione?
 una biblioteca magnifica, almeno per quello che posso valutare. Vedo che ci sono quasi tutto il teatro greco e latino e unottima scelta di poesia. Sulla parte storica e militare non sono in grado di esprimermi.
Certo. Di solito in una domussi trovano trattati storici e poco altro. E qualche traduzione latina di un buon classico greco, come questo. Publio prese un rotolo dallarmadio.  la traduzione di Livio Andronico dellOdissea, credo che loriginale di Omero si trovi nellaltro armadio. Mio padre usava questo testo per insegnarci a leggere in latino da piccoli. Publio sembrava perso nei ricordi del passato. A me e a Lucio, il mio fratello minore. Ci sedevamo su quelle sedie e lui passeggiava e ci ascoltava leggere, o almeno provarci. Ci correggeva senza avere bisogno di guardare il testo. Lo conosceva a memoria. Poi assunse quel bravuomo di Tindaro, che ci insegn il greco, la storia Ma questo ora non importa. Ci che volevo dire  che mio padre non era un uomo come gli altri e dedic molti sforzi ad ampliare la sua collezione, aggiungendo decine di volumi che arrivavano dallestero. Era un appassionato di poesia e di teatro, soprattutto. Questo spiega tutte le ceste e i rotoli che vedi qui.
Plauto annu senza parlare. Publio lo guard, studiandolo.
Tito Maccio, sei un uomo di poche parole, considerato quanto bene le sai usare quando scrivi.
Laltro esit prima di rispondere; era evidente che doveva dire qualcosa.
Sono un po perplesso sul motivo della mia presenza qui, in questo momento.
Capisco. La vita ti ha reso diffidente. Hai avuto una vita difficile, Tito Maccio?
Dipende da che cosa si intende per difficile.
Publio aveva sorvolato sulla tacita insolenza di quello scrittore, che gli si rivolgeva senza il minimo segno di rispetto. Lo accettava come un comportamento eccentrico tipico della sua professione, ma iniziava a irritarlo che gli costasse tanta fatica dare una risposta chiara e diretta. Si sedette, ma non invit Plauto a fare altrettanto.
Perch non mi dici come  stata la tua vita? Giudicher io stesso se sia stata difficile oppure no.
Plauto pens di sedersi sullaltra sedia, ma aveva gi notato una certa tensione e non ritenne opportuno mettere alla prova la pazienza di quel patrizio.
Schiavit, commercio, rovina, fame, elemosina, botte, esercito, sconfitte, di nuovo elemosina, semischiavit e sempre miseria, fino a poco fa. Fino a quando hai accettato di mettere in scena la mia prima opera, cosa di cui ti sono riconoscente.
Publio lo guardava in silenzio. Era stato un riassunto succinto ma intenso. Una vita dura, senza dubbio, e lo aveva almeno ringraziato per aver accettato di mettere in scena la sua opera.
Perch non ti siedi?
Plauto accett senza dire una parola. Il comportamento corretto sarebbe stato rifiutare reputandosi inferiore o accettare ringraziando. Sedersi senza dire nulla era un segno di alterigia. Publio si chiedeva se fosse il caso di accettare i modi di quel tizio o se non fosse meglio cacciarlo di casa e non perdere altro tempo con lui. Lamore per la letteratura che il padre gli aveva inculcato ebbe la meglio.
Vuoi del vino?
Plauto annu.
Publio batt un paio di volte le mani. Uno schiavo entr e gli furono date le istruzioni del caso.
Vedo che non sar facile cavarti le parole di bocca. Sei un uomo difficile, per essere una persona che si guadagna da vivere facendo ridere la gente.
Non sono un buffone.
Ah, ecco che cos.
Publio intu che il suo ospite si sentiva a disagio per aver dovuto accettare un invito che, da parte di qualcuno della sua classe, equivaleva a un ordine. Probabilmente credeva di essere l per allietare lanfitrione con alcune battute.
Arriv il vino ed entrambi lo bevvero mescolato a un po dacqua. Publio ebbe la conferma che, a differenza di Lelio, quei modi rudi erano impressi nel cuore, non nel suo corpo rozzo.
Non ti ho chiamato perch tu mi faccia ridere, Tito Maccio. Ti ho chiamato perch questa biblioteca viene usata di rado e lo sar ancor meno quando io sar in Hispania. Solo mia madre, mia moglie e mio fratello vi mettono piede, e fra loro, solo mia madre  unavida lettrice. Lucio ed Emilia preferiscono altre forme di intrattenimento. A me piace leggere e mi porter dietro alcune opere di teatro e di filosofia, oltre ovviamente alla maggior parte dei trattati militari e di geografia, ma il resto rimarr qui. Mio padre ha dedicato anni a raccogliere questi volumi e mi dispiace che ora restino qui, senza essere letti, senza che nessuno ne apprezzi il valore. Sarebbe come se una delle azioni di mio padre perdesse di significato. Non posso riportarlo in vita e, detto fra noi, non sono sicuro di poter vendicare la sua morte, con le poche truppe che mi assegneranno. Anzi, dubito di tornare vivo dallHispania. Se un giorno fossi attraversato da una lancia cartaginese o da una spada iberica, mi farebbe piacere andarmene allaltro mondo sapendo che la collezione di mio padre  letta e apprezzata. Forse penserai che sia un sentimentalismo assurdo. A giudicare dalla vita che mi hai riassunto, simili preoccupazioni devono sembrarti superflue, quasi triviali.
Plauto ascoltava con attenzione. Quelluomo gli parlava da pari a pari dei propri sentimenti pi profondi, ma ancora non sapeva dove volesse arrivare.
No, non  superfluo ci di cui si ha bisogno per vivere con lanimo in pace, e ciascuno ha diritto ad avere necessit distinte rispose.
Grazie disse Publio. Ho pensato che qualcuno che sappia scrivere e apprezzare il teatro, una persona come te, potrebbe avere accesso a questa biblioteca in piena libert, ogni volta che desideri leggere o consultare uno di questi volumi. Cos saprei che qualcosa a cui mio padre ha dedicato parte della sua vita avrebbe di nuovo un senso. Chi pu saperlo? Forse qui troverai lispirazione per nuove opere con cui intrattenere lUrbe.
Plauto annu prima di rispondere.
Ma perch io e non Livio o Nevio o un altro degli scrittori che ci sono a Roma?
Publio lo guard per quello che sembr un lungo istante. Se cera qualcuno in casa, dovevano essere rinchiusi nelle loro stanze, perch regnava un gran silenzio, rotto soltanto dalle loro voci e dal rumore di una fontana lontana.
Perch le tue opere mi piacciono disse infine. Stava per aggiungere qualcosa, ma si interruppe.
Plauto si accorse che non aveva detto tutto ci che pensava.
Ho avuto limpressione che fossi deluso, il giorno della prima della mia prima opera, durante i Saturnalia.
No, non era cos.
Ma sei andato via con laria seria, triste, quasi sconfortata. Lo ricordo bene, perch mi sono preoccupato. Poi la reazione del pubblico  stata cos positiva che non ci ho pi pensato, finch non ho ricevuto questo invito.
Publio rimase di nuovo in silenzio. Plauto cap che quel patrizio si era gi confidato abbastanza e non avrebbe rivelato i propri sentimenti a uno sconosciuto che, oltre a mostrarsi alquanto insolente, aveva modi scontrosi. Lo scrittore era consapevole di essere brusco, ma la vita lo aveva reso cos. Per questo le sue scene a volte erano crudeli con i personaggi e gli scherzi, che provocavano le risate inclementi del pubblico, spietati. Era quello che volevano e lui glielo dava.
Perdona il mio carattere indagatore e le mie domande. Ti ringrazio per lofferta, se  ancora valida. Poter consultare e leggere questi volumi mi sarebbe di grande aiuto. Non sono abituato a gesti di generosit che non richiedono nulla in cambio.
Bene rispose Publio, un po pi rilassato; iniziava a capire che la miseria aveva trasformato quelluomo in un insolente senza lambizione di esserlo, in un impertinente senza bisogno di sforzarsi. Forse il successo gli aveva dato alla testa. C solo una condizione: puoi leggere quello che vuoi, quando lo desideri, ma non devi portare i testi fuori di qui. Voglio che la collezione resti intatta. Non  che non mi fidi di te, ma Roma  un posto pericoloso e un rotolo pu essere rubato o perduto.
Daccordo accett Plauto.
Bene, questo  tutto. Ora devo andare al Foro a sistemare gli affari di famiglia prima di imbarcarmi per lHispania.
Posso restare e iniziare a leggere? Alcuni testi mi hanno incuriosito.
La richiesta colse Publio di sorpresa. Era gi in piedi e si aspettava che il suo invitato facesse altrettanto. Era evidente che con quelluomo niente andava come previsto. Poteva essere pericoloso, ma anche interessante.
S, certo, perch no? Leggi quello che vuoi. Ci sar uno schiavo alla porta, se hai bisogno di qualcosa. Quando te ne andrai, ti accompagner allingresso.
Dopo un cenno educato della testa, Publio si volt e arriv alla soglia, poi per si ferm, torn a girarsi e aggiunse alcune parole.
Al termine della tua opera ho avuto uno strano presentimento. Ho sentito che mio padre stava morendo. Non so spiegarti come o perch, visto che la tua opera mi divertiva. Quella sensazione si  impossessata di me.  questo che hai notato nel mio atteggiamento e che mi ha fatto uscire rapidamente dal teatro. Ero a disagio e preoccupato. Qualche settimana dopo, quando sono arrivate le notizie dallHispania, a partire dalle informazioni del messaggero ho calcolato che il giorno della prima della tua opera coincideva con il giorno in cui mor mio padre. Per questo, fra tutti gli altri scrittori, ho scelto te per condividere la sua biblioteca, perch sento che fra te e la nostra famiglia c un qualche tipo di legame di cui non arrivo a interpretare il significato. Il tempo o gli di ci riveleranno se questo legame abbia un qualche fondamento o sia soltanto il frutto della mia immaginazione. Spero che tu ti goda la lettura. E usc.
Plauto rimase solo, circondato da tutti quei rotoli. Si era alzato, in segno di cortesia verso Publio, e ora torn a sedersi. Era confuso. Casca aveva ragione: quel giovane patrizio non era come gli altri della sua classe. Parlava di teatro, leggeva il latino e il greco, suo padre aveva messo insieme la migliore biblioteca che lui avesse mai visto; si lasciava guidare da sensazioni e presagi di cui poi diceva di avere avuto conferma e gli parlava di quel vincolo indefinibile fra lui, Tito Maccio Plauto, e la sua famiglia. Quel giovane patrizio aveva pensieri troppo profondi per una persona con cos poca esperienza della vita. Forse Tito era stato ingiusto quando laveva giudicato solo sulla base della sua condizione:  sbagliato disprezzare il povero in quanto povero, come avevano fatto con lui per tutta la vita, ed  altrettanto sbagliato disprezzare il ricco per il semplice fatto di essere nato tale, come lui aveva fatto con il giovane tribuno che lo aveva invitato a godere della biblioteca del padre. Ci avrebbe riflettuto, ma in un altro momento.
La luce che entrava dalla porta dellatrio si smorzava; il sole del pomeriggio calava nel suo viaggio attraverso il cielo e nel giro di poche ore non avrebbe potuto leggere senza laiuto di una fiamma; e anche se avrebbe potuto chiederla allo schiavo, non voleva pretendere troppo in quella prima visita. Torn allarmadio in cui si trovavano la maggior parte degli scrittori greci e cerc le opere che avevano richiamato la sua attenzione. Fra tutte ne scelse una senza titolo, su cui compariva soltanto il termine hilarotragedia, firmata da un autore che non conosceva, Rintone. Tir fuori il rotolo con cura e tolse la polvere che si era accumulata alla due estremit. Lo apr e poich linchiostro sbiadito era difficile da leggere, avvicin la sedia alla porta dellatrio e l, alla luce del tramonto, inizi a leggere con autentica passione.

LIBROVIII
ALLA RICERCA DELLA SPERANZA

In me omnis spes mihi est.
[Ogni mia speranza  riposta in me stesso.]
Terenzio, Phormio, 139

89
DESTINAZIONE HISPANIA

Porto di Ostia, 210 a.C.
A prua della nave, Publio sent il vento di mare che gli scivolava sulla pelle. Aveva bisogno daria fresca, che lo restituisse alla vita e alla speranza. Fino a pochi mesi prima era il figlio felice del proconsole in Hispania, un giovane tribuno sposato con una bella patrizia, erede di una grande famiglia e di uningente fortuna. La morte improvvisa del padre e dello zio aveva tagliato di netto le basi della sua felicit e serenit. Erano in guerra da molti anni, certo, e aveva visto la morte da vicino, sul Ticino e in altre battaglie, ma quando il padre e lo zio erano stati uccisi, il suo mondo era crollato. Roma era stata assediata dallo stesso Annibale, che si era permesso di passeggiare a pochi passi dalle sue porte. La citt sul Tevere aveva resistito e con lappoggio di uno degli eserciti consolari e delle legiones urbanaeaveva sconfitto il nemico, almeno per il momento. Anche Capua era stata recuperata, ma erano ormai lontane le vittorie che Publio aveva studiato con Tindaro sotto lattenta vigilanza del padre: le conquiste nei territori dei Galli, dei Liguri o la lotta contro i pirati di Illiria, le battaglie epiche contro il re Pirro o la grande vittoria su Cartagine, che anni prima aveva segnato linizio dellespansione di Roma nel Mediterraneo. Che fine aveva fatto tutto ci? La Roma che lui aveva studiato e la Roma in cui viveva non avevano niente a che spartire. Ora si lottava per recuperare ci che un tempo si possedeva e che era andato perduto, o per difendere la stessa capitale della Repubblica. Le forze inviate allestero per le campagne militari erano scarse, insufficienti, perch la guerra di sopravvivenza che Annibale aveva portato nella penisola italica bruciava ogni risorsa. I risultati parlavano da soli: suo padre e suo zio erano morti, il protettorato in Illiria era minacciato dalla Macedonia, la Magna Grecia era in mano ad Annibale e i Galli si accampavano a loro piacimento al Nord, apertamente ostili. Nel profondo, Publio desiderava recuperare la Roma in cui era nato, la sua forza e il suo coraggio, i suoi domini e il suo potere. Quello che non sapeva era che in realt voleva tornare ai giorni in cui il padre e lo zio erano vivi. A quel tempo Roma era forte, come loro, e senza rendersene conto, nel suo inconscio, Publio pensava che recuperare quella Roma possente lo avrebbe riavvicinato al padre e allo zio, cos che un giorno, come se non fosse successo niente, avrebbe trovato il primo che leggeva in biblioteca alla luce di una lampada a olio, mentre il secondo lo avrebbe chiamato gridando dallatrio per uscire a bere vino in una delle taverne che gli piacevano tanto. Erano altri tempi. Lontani, sfumati, perduti.
La nave, il mare e le onde, con il loro dondolio e le voci dei marinai, lo riportarono al presente.
Gaio Lelio dirigeva le manovre della flotta che lasciava il rifugio del porto di Ostia: trenta quinqueremi cariche di truppe, viveri e rifornimenti per quella che si prevedeva sarebbe stata una campagna lunga e complicata.
Che rotta seguiamo? Diretti in Hispania?
Scipione non rispose subito a Lelio.
No. Procederemo lungo la costa dellEtruria prima e poi lungo il Sud della Gallia. Navigheremo sempre nei pressi della costa. Laria era fresca, limpida, intensa. Non voglio correre rischi inutili. Non possiamo permetterci di perdere una sola nave in alto mare. Non andiamo a combattere contro Nettuno, ma contro i Cartaginesi. Riserviamo le truppe e le forze per questo. Rotta verso nord. A nord.
Lelio annu e diede ordini precisi agli ufficiali. Le navi che formavano la flotta avrebbero seguito il corso segnato dalla quinquereme di Scipione. Osserv la scia che si apriva sullacqua al loro passaggio. Non sarebbe stata una traversata problematica. Si chiese se sarebbe stato cos, con quellestrema prudenza, che Scipione pensava di portare avanti la campagna.
Le parole del generale irruppero nei suoi pensieri.
Leggo nel tuo viso una certa delusione, amico mio. Publio sorrideva. Non temere, ci saranno abbastanza battaglie e ostacoli in cui potrai fare sfoggio del tuo coraggio. Ora mi preoccupa attraccare in Hispania con tutte le truppe che ci ha concesso il Senato. Due legioni, soltanto diecimila uomini, oltre ad appena mille cavalieri, non bastano a piegare i tre eserciti cartaginesi che controllano quel paese. Non possiamo sprecare risorse in una navigazione rischiosa in alto mare.
Quindi, chiese Lelio credi che non abbiamo nessuna possibilit di vincere?
Nella voce di Gaio Lelio non cera timore. Scipione sapeva che quelluomo lavrebbe seguito fino alla fine del mondo, fino alla morte sul campo di battaglia se necessario, e che la paura di combattere non rientrava nella sua visione della vita. No, quella era una domanda diretta, a cui per era difficile rispondere. Publio decise che lonest fosse la politica migliore.
Caro Gaio, detto fra noi, senza che la voce arrivi alle truppe, abbiamo undicimila uomini e in Hispania ci aspettano altri tredici o quattordicimila soldati, gi esausti e quasi senza equipaggiamento militare, sfiniti dalle battaglie continue e sfiduciati dopo le sconfitte subite. In totale, venticinquemila soldati. I Cartaginesi dispongono di tre eserciti per un totale di settantacinquemila uomini, senza contare le guarnigioni delle citt che controllano, la gran quantit di armi e lappoggio della maggior parte delle trib della zona. Significa almeno tre a uno. No, Lelio, non abbiamo le truppe sufficienti per questa campagna.
Publio termin il proprio discorso e torn a guardare il mare.
Allora, disse Lelio questa  una campagna senza speranza Non lo dico per altro, sai che ti seguirei comunque  giusto per sapere dove andiamo, come dici tu, detto fra noi, senza che gli uomini lo sappiano In un certo senso andiamo l a farci sconfiggere?
Publio di nuovo si prese qualche secondo prima di rispondere. Lelio rimase in silenzio e rispett il momento di riflessione del giovane generale.
Insomma, disse infine non necessariamente, no Ho i miei piani C qualche possibilit di vittoria. Non molte, ma qualcuna s e ci lavoreremo. Forse non vinceremo, ma possiamo creare un po di problemi ai Cartaginesi. Publio diede una pacca sulla spalla al nuovo ammiraglio della flotta e torn a sorridere. Un sorriso onesto, che gli illumin il viso ben rasato e che, senza sapere bene perch, infuse una fiducia sconfinata in Lelio. Vinceremo, amico mio, vinceremo. Gli di sono dalla nostra parte, soprattutto Nettuno, soprattutto Nettuno. Al momento giusto ti ricorderai di queste parole e capirai Se tutto va bene Sospir profondamente. Altrimenti, mi rimprovererai per essermi sbagliato, ma nelloltretomba. Adesso vado a vedere come sta Emilia. Che io sappia,  la prima volta che si imbarca e non so se sopporta il dondolio della nave. Avrei preferito che rimanesse a Roma con mia madre, ma non c stato modo di convincerla.  testarda quasi quanto me, se non di pi. Avvisami quando credi che sia meglio gettare lancora per la notte. Publio salut il luogotenente e and alla cabina in cui lo aspettava la giovane sposa.
Quando fu allinterno della nave, mentre si avvicinava alla stanza riservata al generale delle legioni, sent il pianto leggero di una bimba, che riconobbe subito. Emilia forse tollerava le onde senza problemi, ma era evidente che non si poteva dire altrettanto della piccola Cornelia. Sarebbero dovute restare a Roma insieme alla madre, ma quando Publio aveva cercato laiuto di Pomponia, le cose non erano andate come aveva previsto. Nel ricordare la conversazione torn a stupirsi.
Madre, aveva detto lui, innervosito dalla testardaggine con cui Emilia si ostinava a volerlo seguire in Hispania per Ercole, falla ragionare. Il suo posto  qui con te e con la piccola Cornelia. Diglielo, per tutti gli di.
La madre era distesa sul triclinium, allombra di uno degli olmi che crescevano nel giardino di casa. Il suono dello scrosciare della fontana la rilassava. Vi trascorreva interi pomeriggi, in silenzio, a volte con Emilia e la nipote, a volte da sola, a leggere qualche rotolo della biblioteca o semplicemente a riflettere. In quel posto custodiva i ricordi migliori del marito. L avevano celebrato il loro matrimonio e l avevano visto Publio prima e Lucio poi muovere i primi passi.
Il figlio, per la prima volta, aveva un diverbio con la moglie. La famiglia seguiva il suo corso, nonostante tutto, nonostante la guerra e le assenze che, crudele, insensibile e tremenda, seminava al suo passaggio.
No, figlio mio aveva iniziato Pomponia. Mi spiace contraddirti, ma in questo sono daccordo con Emilia. Se  disposta ad accompagnarti in Hispania, deve farlo. Il posto di una moglie  accanto al marito. Ti dir di pi, Publio, lunica decisione di cui mi pento in questa lunga vita  di non aver accompagnato tuo padre e tuo zio in Hispania. Avrei potuto godere pi a lungo della loro compagnia e del loro affetto. Ma esitai. Pensai che fosse meglio restare con voi, anche se ogni tanto penso che mi ero troppo abituata alla vita comoda e in una campagna militare non c spazio per le comodit, questo  certo. Tu per hai la fortuna di avere una moglie giovane, sana e forte, e che desidera accompagnarti. Deve venire con te.
Publio era rimasto in silenzio. Emilia sorrideva, soddisfatta.
Insomma, aveva detto il giovane generale spero di avere pi successo con i Cartaginesi che in questa casa.  evidente chi comanda fra queste mura. Per impongo una condizione.
Le due donne lo ascoltavano con attenzione.
Emilia mi accompagner e immagino che verr anche Cornelia, ma solo fino a Tarraco. L stabiliremo laccampamento militare delle legioni sotto il mio comando, ma quando partir verso nord, verso linterno o a sud, in cerca del nemico, Emilia rester a Tarraco, per la sua sicurezza e quella della bambina. Solo l sento di poter fornire alla mia famiglia un minimo di protezione.  un territorio di frontiera, quasi tutto in rivolta contro Roma, ed  pieno di nemici. Fino a Tarraco.  la mia condizione.
Emilia aveva guardato il marito e poi Pomponia. La madre di Publio aveva annuito.
Daccordo, aveva detto la giovane fino a Tarraco. Vado a preparare ogni cosa. Ed era scomparsa per il tablinum, diretta alle stanze sue e del marito. Aveva un sacco di cose da imballare prima di partire.
Publio era rimasto da solo con la madre. Aveva esitato prima di parlare, ma infine si era deciso.
Credevo che ti avrebbe fatto piacere che restasse con te. Tu ed Emilia andate molto daccordo. Sarebbe una grande consolazione per te averla qui.
Lo so. E hai ragione, ma il tuo matrimonio viene prima della mia tranquillit. Emilia  una brava moglie. Non avresti potuto incontrare una donna migliore. Quando la conobbi, ammetto che mi sembr un po troppo avventurosa, perfino audace, ma ora intuisco che  il tipo di moglie di cui hai bisogno per la vita che condurrai. Deve venire con te e non parliamone pi. Inoltre, con me ci sar Lucio. In lui trover la consolazione e lappoggio di cui ho bisogno. E tu, fammi il favore di prenderti cura di te. Non dico di non combattere, sarebbe assurdo nel pieno di questa guerra e nelle attuali circostanze. Ti chiedo solo di non mettere inutilmente in pericolo la tua vita. Roma sta perdendo i suoi uomini pi coraggiosi e intelligenti. E anche questa famiglia. Quindi fai ci che devi fare, ma sii sempre prudente. Lo sai che cosa diceva tuo padre della guerra.
S, madre, lo stesso Fabio Massimo me lo ha ricordato pochi giorni fa al Senato. Una battaglia si pu vincere con il cuore, ma una guerra si vince solo con la testa.
Bene, vedo che ascoltavi tuo padre, e anche Massimo, nonostante ci detesti. Pi ricorderai gli insegnamenti di tuo padre e pi arriverai lontano. Devo anche ammettere, a favore di tuo zio, che quanto pi ricorderai i suoi insegnamenti con la spada, pi possibilit avrai di tornare vivo. In momenti come questo, mi spiace essermela presa tanto con Gneo. Le sue abitudini e le sue debolezze mi irritavano, ma so che con te si  impegnato al massimo. Fanne buon uso. Publio, so di essere tua madre e che quindi puoi pensare che le mie parole siano frutto dellaffetto pi che dellintelligenza, ma in questa casa, come qualunque altra madre, ho avuto soprattutto il compito di osservare e tacere. Ti ho visto crescere e ti assicuro che per qualche disegno degli di, in te ha preso forma il meglio di tuo padre e tuo zio. Quindi so che c speranza per te, per la nostra famiglia e per Roma. Sii fedele a te stesso e il resto arriver da solo. E adesso vai a controllare tua moglie, altrimenti avrai bisogno di una trireme solo per quello che vorr portarsi dietro.
Publio aveva osservato per un istante la madre, ancora sdraiata, finch lei non gli aveva fatto cenno di lasciarla sola. Il giovane generale laveva salutata e si era girato lentamente per andare a cercare la moglie.
Mentre apriva la porta della cabina, diverse settimane dopo, vide Emilia con la piccola Cornelia fra le braccia, intenta a cullarla.
Sss, piccola, sss le diceva allorecchio e la bambina soffocava fra i singhiozzi il suo pianto.
Sono le onde, vero? chiese Publio a bassa voce, mentre si sedeva accanto alla moglie sul letto.
 piccola, ma si abituer rispose Emilia.
E tu? Ti d fastidio la nave?
No. Non preoccuparti per me. Guarda, visto? Si  addormentata.  stanca. Sono molte emozioni per una creatura cos piccola.
Publio guard la moglie mettere a letto la piccola Cornelia. Emilia portava una tunica aderente, che lasciava indovinare le morbide curve della figura minuta, con le spalle semiscoperte, la pelle leggermente abbronzata. Quando si chin sul letto, la lunga treccia nero corvino cadde sulle lenzuola. Publio prov sensazioni che non avevano niente a che vedere con il mare, con la guerra o con quel viaggio. Prese Emilia per la vita e la fece sedere sulle sue gambe.
Per Castore e Polluce disse lei a voce bassa. Che cosa fai? Sei impazzito.
Ma Publio la stava gi baciando sulla guancia.
Qui? chiese lei.
Qui e adesso. Tranquilla, lo faremo senza fare rumore, per non svegliare la bambina.
Ma dove? La bambina  in mezzo al letto
Per terra ripose lui.
Emilia sent la mano del marito che le accarezzava un seno sotto la tunica, mentre con laltra la tirava per la treccia, in modo che lei fosse obbligata a piegare lentamente allindietro la testa, mettendo in mostra il lungo collo, quello che cercava la bocca di Publio.
E va bene, disse sei il generale di questo esercito: immagino che qui si faccia come dici tu.
Esatto.
Emilia sapeva sempre che cosa dire per eccitarlo oltre limmaginabile. La prese con entrambe le braccia e con un movimento agile, rapido ma silenzioso, la fece sdraiare a terra e le scopr le gambe, sollevando la tunica fino alla vita. Lei lo lasci fare. Accanto a loro, Cornelia, sfinita dalle emozioni della partenza, dormiva placida. Per Emilia e Publio il ritmo delle onde non fu pi un fastidio ma un piacevole alleato.

90
GLI AUSPICI DI FABIO

Porto di Ostia, 210 a.C.
Fabio osservava la partenza della flotta dal porto di Ostia. Accanto a lui, il giovane Catone scrutava lorizzonte e si proteggeva gli occhi con la mano appoggiata alla fronte.
Bene, torniamo a Roma, disse Fabio Massimo ci siamo liberati di quel giovane impetuoso che naviga verso la sua fine, ma abbiamo ancora molte cose di cui occuparci.
Non torner, quindi? chiese Catone. Voleva saperne di pi dei piani del suo mentore.
Fabio lo guard stupito.
 partito con due legioni soltanto. Considerando i diecimila uomini al massimo che potr radunare l, non arriver a ventimila. I rapporti dicono che in Hispania vi siano tre eserciti punici di venticinque, trentamila uomini ciascuno, con mercenari iberici che conoscono bene il territorio, tutti veterani di una lunga guerra. Tu che pensi?
Catone annu e non aggiunse altro. Era chiaro che Fabio Massimo dava per conclusa la questione.
Ora quello che mi preoccupa  fare in modo che nelle casse dello Stato vi siano risorse sufficienti. Abbiamo dovuto ridurre le forze attive da ventitr a ventuno legioni. E non abbiamo denaro per i rematori. Dobbiamo convincere le famiglie di spicco di Roma ad apportare fondi straordinari, a cominciare dai consoli.
Marcello e Levino accetteranno? chiese Catone.
Fabio non esit.
Certo, sono uomini nobili. Questo mi obbligher a versare qualcosa anchio, ma tutto ha un prezzo in questa vita. Oggi pomeriggio incontrer i consoli. Ho un piano.
Marco Porcio Catone lo guard con attenzione. Camminavano lungo i moli, scortati da una decina di robusti schiavi al servizio di Fabio. Il vecchio senatore, lusingato dallattenzione dellinterlocutore, cedette alla vanit e svel parte della sua strategia.
Allontanato Scipione, che presto verr annientato in Hispania, non ci resta che inviare Claudio Marcello contro Annibale. Claudio  un uomo dazione e ora che riveste la carica di magistrato non esiter ad accettare il suggerimento. Il Senato lo appogger. E noi staremo a vedere che cosa succede. Forse Annibale ci liberer di Marcello una volta per tutte.
E se Marcello vincesse?
Sar obbligato a riconoscere il suo coraggio, ma ne dubito, ne dubito molto. Penso ancora che il cartaginese abbia pi probabilit di vincere in campo aperto, ed  la strategia che Marcello usa pi spesso. Sar questo il suo errore, prima o poi.
E Levino, laltro console di questanno?
Levino? S. Levino andr a negoziare con gli Etoli in Grecia un sollevamento contro Filippo. Sar un modo per neutralizzare il macedone.
Catone aspett un attimo prima di formulare la domanda che pi gli interessava. Infine si decise.
E noi che cosa faremo?
Noi? Fabio Massimo continu a passeggiare con la mansuetudine di un vecchio, ma nei suoi occhi cera uno strano luccichio di forza e potere. Noi, mio caro amico, questanno resteremo a guardare da lontano. Questanno saranno gli altri a giocare la partita. Lanno prossimo, quando tutti saranno provati, entreremo in azione. Lanno prossimo. Vedrai. Al Sud. Non manca molto. Al Sud.

91
LUCIO MARCIO SETTIMO

Hispania, 210 a.C.
Con mille soldati alle spalle, sotto il caldo sole dellHispania, Lucio Marcio Settimo aspettava larrivo del nuovo generale. Quellonore era toccato a un giovane di soli ventiquattro anni, cos giovane che Fabio Massimo e altri senatori si erano opposti alla nomina. Un giovane con imperiummilitare ma senza magistratura. Marcio sput a terra. Roma stava davvero perdendo il senno. I senatori dovevano essere cos angosciati dalla presenza di Annibale sul territorio italico, che attribuivano sempre meno importanza a quel che accadeva in Hispania. Scrut allorizzonte la strada che correva parallela alla costa. Ancora non si vedeva la polvere. Meglio. Non aveva fretta. Quel giovane sarebbe gi dovuto essere arrivato, ma un patrizio di tale condizione e lignaggio non doveva essere abituato alla polvere delle strade o alle lunghe marce. Anche se era uno Scipione. Publio Cornelio Scipione. Figlio di un console, figlio e nipote degli ex proconsoli in Hispania, sotto cui Marcio aveva servito. Uomini coraggiosi, doveva ammetterlo. Uomini audaci e agguerriti, che per molti anni avevano saputo condurre la guerra con abilit, fino al ritorno di Asdrubale, il fratello di Annibale, accompagnato da altri due temibili generali cartaginesi, Magone e Giscone. Quei tre generali insieme avevano spazzato via i proconsoli e distrutto lesercito romano in Hispania.
Marcio passeggiava in silenzio. Dietro di lui, i mille uomini in uniforme, immobili, in formazione perfetta, aspettavano larrivo del nuovo generale. Si gir verso i suoi soldati. Erano tornati a essere i suoi soldati da qualche mese, dopo la partenza del precedente sostituto dei proconsoli caduti: Gaio Claudio Nerone, un altro esperimento del Senato. Nerone. Ignorante sul campo di battaglia e altezzoso nei modi. Un uomo astuto, che era riuscito a tornare indietro vivo. Un abile politico. Prima o poi avrebbe ottenuto qualche vittoria importante, ma non in Hispania, dove cera un legionario per ogni tre Cartaginesi. No, non era il posto adatto per quel Claudio Nerone. Marcio non aveva ricevuto che umiliazioni dal suo arrivo. Se non fosse stato per il disastro che aveva rappresentato per Roma, sarebbe stato felice per il modo in cui Asdrubale si era preso gioco di lui. Nerone se nera andato comera venuto: a mani vuote. Era soltanto un patrizio in cerca di gloria facile e presto aveva capito che lHispania era un posto troppo complicato.
Da allora, pi nulla. Roma taceva e non arrivavano n nuovi proconsoli n rinforzi. Marcio ripens allinverno gelido, trascorso a sorvegliare come potevano i passaggi sullEbro. Cercando di tenere i Cartaginesi al Sud. I suoi soldati erano uomini di valore senza equipaggiamento e senza una guida. Lo rispettavano, certo, ma sapevano anche che Roma non sosteneva le forze in quelle terre e lo sconforto si era impadronito di loro.
Marcio si chiese che cosa aspettarsi dal nuovo arrivato. I legionari erano perplessi: che fosse il figlio e il nipote dei precedenti proconsoli era un lato positivo, ma cos giovane Come avrebbe potuto guadagnarsi il rispetto delle truppe, se era pi giovane della maggior parte dei legionari, fra cui molti veterani sopravvissuti a diverse campagne?
In quel momento, una nuvola di polvere si sollev allorizzonte. Prima solo qualche folata portata dal vento e poi una chiara torre di sabbia. Marcio si volt per controllare le truppe. Aveva scelto gli uomini migliori, quelli con il morale ancora alto. Non sapeva se avesse senso cercare di fare buona impressione. Con Nerone non ne aveva avuto. Ricordava ancora comera andata lanno prima, in quello stesso periodo, quando il generale romano non si era neanche fermato e, senza guardare Marcio o i legionari, aveva tirato dritto per la sua strada fino a Tarraco. Marcio aveva inghiottito lorgoglio. Sapeva che un proconsole non era tenuto a salutare un centurione se non voleva, o almeno poteva decidere quando farlo. Marcio in ogni caso era un uomo paziente e resistente. Erano le sue migliori virt e anche quelle delle sue truppe. Resistere. Non facevano altro da due anni. Immaginava che il nuovo generale si sarebbe comportato come Nerone, ma per rispetto e per convinzione, aveva preso i suoi uomini migliori e adesso era l con loro, sotto il sole, in formazione, ad aspettare luomo mandato dal Senato. Sput di nuovo a terra. Si schiar la gola.
Acqua! grid, e un giovane soldato arriv subito da lui con un recipiente di metallo.
Marcio bevve con foga, come faceva qualunque cosa: lottava con frenesia, discuteva con passione, pregava gli di con fervore.
La sagoma del nuovo esercito si stagli in lontananza. Lungo la strada iniziarono a distinguersi le nuove truppe. A mano a mano che si avvicinavano, Marcio cerc di farsi unidea del contingente di rinforzo che arrivava in Hispania. Avrebbero avuto bisogno di almeno quattro nuove legioni per avere qualche possibilit, non di due, come con Nerone. Le notizie erano che sarebbero arrivati circa diecimila uomini, ma Marcio non si fidava pi neanche dei messaggi ufficiali. Credeva soltanto a quello che vedevano i suoi occhi.
Mentre il nuovo esercito si avvicinava, il centurione, esperto e abile nel valutare gli eserciti nemici da lontano, calcol rapidamente il numero dei soldati e cap che la situazione non era cambiata dallanno prima: di nuovo due legioni. Truppe insufficienti per fare qualcosa di pi che continuare a proteggere lEbro. E forse non sarebbero bastate neanche a quello, il giorno in cui i tre generali cartaginesi avrebbero fatto rotta verso nord, insieme, decisi ad assestare il colpo finale, attraversare il fiume e massacrare le legioni romane come un coltello taglia una mela matura.
Alla testa del nuovo esercito si intuiva la figura del generale. Era preceduto da alcuni legionari che agivano come lictores, nonostante non avesse ufficialmente il titolo di proconsole. Avanzava a piedi, diritto e con passo deciso. Sembrava che volesse dare il buon esempio alle truppe. Doveva aver fatto una bella camminata, dal Nord dellHispania fin l. Il momento si avvicinava. Erano soltanto a uno stadio di distanza.
Marcio si mise davanti ai suoi soldati e controll che fossero tutti in formazione. Lui stesso indoss lelmo, lo sistem e si mise in posizione, immobile, in attesa. Non spettava a lui rivolgersi al nuovo generale e avrebbe aspettato un suo saluto o il suo disprezzo, in quanto a capo di truppe sconfitte. Il sole iniziava a picchiare con forza. Si rese conto di sudare copiosamente. Non avrebbe dovuto bere tanta acqua. Si asciug la fronte con il dorso della mano sinistra. La destra restava sullimpugnatura della spada, allaltezza della vita. Il nuovo generale era a un centinaio di passi. Inspir con forza. Aveva voglia di sputare, ma non era il momento.
Publio Cornelio Scipione arriv allaltezza di Marcio. Si ferm e diede un ordine a Gaio Lelio. Questi si volt verso i tribuni e ripet lordine. I diecimila soldati che lo seguivano si fermarono a loro volta, a scaglioni, a seconda della posizione in cui si trovavano. Nel giro di cinque minuti lesercito era fermo, in attesa di nuove istruzioni. Per tutto quel tempo Scipione osserv Marcio, che restava impassibile davanti ai suoi manipoli, in silenzio, in attesa di un saluto o di un ordine.
Scipione si separ da Lelio e dai lictorese raggiunse il centurione.
Ti saluto, Lucio Marcio Settimo, centurione al comando di questa guarnigione. Scipione osserv le truppe che Marcio aveva portato con s. Una guarnigione ben preparata e pronta a combattere, cosa che senza dubbio rientra fra i tuoi meriti.
Grazie, mio generale. Benvenuto in Hispania.
Marcio non sapeva che altro rispondere. Decise di aspettare una domanda diretta, prima di dire qualcosa di inappropriato.
Il nuovo generale prosegu con il suo saluto.
Marcio, so che hai combattuto con mio padre e mio zio e mi faresti onore se questa sera, sistemate le truppe nella guarnigione di Tarraco, venissi nelle mie stanze e fossi cos gentile da mettermi al corrente di ci che  successo in questo paese, da quando sei arrivato qui con i proconsoli fino alla loro morte; mi interessa soprattutto ci che  avvenuto a partire da quel momento. Ho il resoconto diretto e continuato delle lettere di mio padre, ma da quando  caduto in combattimento, le notizie di cui dispongo sono indirette e vorrei completarle con qualcuno che ha vissuto gli eventi in prima persona. Mi farai lonore della tua presenza?
Marco era intimidito dalla stima del nuovo generale.
Certo cio ti saluto, nobile Publio Cornelio Scipione Sar un onore per me poter riferire quel poco che sono arrivato a comprendere di questa regione e della guerra contro i Cartaginesi in questo paese ostile e crudele.
Bene, perch abbiamo molto lavoro da fare. Publio guard il cielo. Direi che il sole qui sembra pi inclemente che a Roma. Ma lasciamo perdere le inezie e proseguiamo la marcia. Marcio, vieni accanto a me, insieme a Gaio Lelio, il mio ammiraglio della flotta sul mare e capo della cavalleria a terra. E ti prego, facci da guida in queste terre che conosci meglio di noi. Sono tutto orecchi.
Marcio obbed. Aveva le idee confuse.
Poco dopo avanzavano alla guida delle sue truppe e delle due legioni appena giunte da Roma. Dodicimila uomini diretti a Tarraco. Forze esigue, insufficienti, ma almeno il saluto del nuovo generale era stato gratificante. Era un buon segno, e se erano destinati a morire tutti in una guerra persa, che almeno fosse agli ordini di una persona nobile.
Il centurione non aveva mai capito come fosse riuscito a salvarsi dalla terribile sconfitta dei precedenti proconsoli. Ora era arrivato il figlio e nipote, e sembrava una persona onesta. Percepiva un certo sollievo nei suoi uomini, che avevano assistito allo scambio di saluti. Forse si poteva almeno tracciare una strategia ragionevole per proteggere le frontiere. Sarebbe gi stato qualcosa. Era unidea su cui Marcio aveva riflettuto: una palizzata sul lato nord dellEbro, che bloccasse i Cartaginesi a sud o li obbligasse a lottare contro i Vaccei nellinterno, se volevano raggiungere i Pirenei. Il tempo e gli di avrebbero espresso il loro verdetto su ci che bisognava fare. Cos la pensava Marcio. Ignorava che quel giovane generale che gli cavalcava accanto voleva prima trasformare il presente e poi interferire col futuro.

92
UNA TRAGICOMMEDIA

Roma, 210 a.C.
Casca camminava nervoso, a passi rapidi, da un lato allaltro dellatrio. Teneva le braccia incrociate dietro la schiena, anche se di quando in quando agitava una mano per dare enfasi alle proprie parole.
Ma ti rendi conto di quello che dici, Tito? Tu hai avuto successo con le commedie, perch cambiare adesso? Annibale ci ha appena sconfitti a Herdonia. Pi di tredicimila uomini sono morti. Il cartaginese ha massacrato due intere legioni con i suoi mercenari e i suoi elefanti africani. La gente ha perso amici e persone care. C un lutto continuo in citt e il popolo ha bisogno di divertimento, di distrazione, di evadere dalla guerra e dalle sofferenze.  questo che vuole la gente, e anche gli edili. E adesso tu vieni a dirmi che vuoi scrivere una tragedia? Lascia le tragedie ad Andronico, Nevio, Ennio e concentrati su quello che sai fare bene. Una tragedia? Per tutti gli di.
Una tragicommedia lo corresse Plauto, sdraiato sul triclinium, senza scomporsi per la reazione furiosa dellimpresario: laveva prevista. Non  la stessa cosa.
Inizia con la parola tragedia, no? Per me  lo stesso e lo sar anche per il pubblico.
Sar divertente.
Per Ercole! Tito, in una tragedia intervengono gli di, o nella tua non sar cos?
Certo, interverranno gli di. Il loro ruolo  fondamentale nella trama.
E allora? Che cosa proponiamo, di ridere degli di?
No, certo che no. Rideremo congli di precis Plauto.
Stai attento, amico mio. Per aver criticato i patrizi pi di un autore si  cacciato nei guai. Non voglio pensare a quello che potrebbe succederti se decidessi di prendertela con la religione e gli di di Roma. Non  un buon periodo per scherzare su certe cose.
Non preoccuparti. Lo terr presente.
Casca smise di passeggiare avanti e indietro e si ferm davanti al suo protetto.
Non dovrei preoccuparmi? Ascolta, Tito, io mi prendo cura di te, ti nutro, pago i tuoi vizi e lo faccio con piacere. In fondo le mie casse beneficiano abbondantemente del tuo lavoro, lo ammetto. Le tue opere hanno portato una ventata daria fresca a Roma e mi sei simpatico, davvero, ma non puoi rovinare una carriera promettente per un capriccio.
Non  un capriccio.  unidea su cui ho riflettuto. Continuer a scrivere commedie, ma questo progetto mi interessa.  una cosa diversa e ho alcune fonti davvero nuove. Richiamer lattenzione. So che mi criticheranno, cercheranno di affondarci, ma piacer, ne sono sicuro.
Di quali fonti si tratta?
Platone.
Il filosofo? chiese Casca incredulo.
No, il comico.
Ah. Casca ignorava che esistesse pi di un Platone. Era confuso.
E alcune opere di Filemone e Difilo.
Ah, ecco, cos va gi meglio. Quei nomi gli dicevano qualcosa.
E Rintone.
Chi?
Non lo conosci. Ha sviluppato una tecnica che combina il comico e il tragico. Le sue opere sono ilarotragedie.
Casca sospir profondamente.
Pi parli, meno mi piace quello che sento. Se vuoi farlo, fallo, ma sappi che non sono daccordo e te lo ricorder quando sar un fallimento. E per Castore e Polluce, non voglio sapere pi niente di questa storia. Se avessi immaginato che avere accesso alla biblioteca di quello Scipione avrebbe avuto conseguenze simili, avrei cercato di tenerti alla larga da l.
Cambiando argomento, disse Plauto questo Scipione, come chiami il nuovo generale in Hispania avevi ragione su di lui:  una persona difficile da classificare. Sono andato a casa sua con tutti i miei pregiudizi contro le classi alte e anche se ho visto in lui una certa altezzosit, tipica della sua gente, devo ammettere che per avere solo ventiquattro anni, per avere appena perso il padre e lo zio ed essere sul punto di assumere il comando di due legioni per una spedizione suicida, si  comportato con una sicurezza e una disinvoltura che mi hanno stupito. Inoltre sembrava saperne di pi sul teatro di quanto di solito ne sappiano i patrizi. Peccato che vada in Hispania. Non possiamo permetterci il lusso di perdere altri influenti sostenitori.
Su questo sono daccordo rispose Casca, pi calmo. Si sedette sul triclinium, ma senza sdraiarsi. Quel giovane patrizio va dritto allo scopo. Non capisco perche abbia accettato quellimpresa. Il popolo confida troppo nei gesti eroici. Ama limmagine del figlio che corre a vendicare la morte del padre, ma poi non gli d i mezzi necessari per farlo. La morte di quel giovane generale in Hispania s che ha tutti i requisiti di una tragedia. Visto? Abbiamo gi abbastanza esempi di tragedie intorno a noi perch tu ti sforzi di crearne altri. Non cambierai idea?
Plauto scosse la testa.
Insomma, disse Casca che ci portino il vino! Mi calmer e placher il mio nervosismo.
Limpresario batt un paio di volte le mani e due schiavi arrivarono con caraffe dacqua e vino, due calici e un piccolo tavolo.
Hai pensato a un titolo per la tua opera tragedia, commedia o quello che sar?
Amphitruo rispose Plauto.
Gi, e quali di vi compariranno?
Mercurio e Giove.
Giove? Il dio supremo, certo. Perch riempire la scena di divinit di poca importanza? concluse Casca e svuot il calice a lunghi sorsi. Il vino gli scese lungo la gola e quando lasci la coppa sul tavolo, sent che il liquido gli raggiungeva lesofago. Era troppo caldo. Doveva risolvere il problema della cantina. Le anfore si scaldavano eccessivamente. Vers altro vino e continu a bere.
Nel giro di qualche minuto, il problema della nuova opera del suo protetto sarebbe stato ancora l, ma gliene sarebbe importato di meno. Chi poteva dirlo? Quello scrittore era sorprendente. Magari lopera sarebbe stata un successo. Casca sorrise fra s. Era evidente che il vino cominciava a fare effetto.

93
IL PORTO DI TARRACO

Tarraco, Hispania, 209 a.C.
Lelio si addentr nel porto di Tarraco scortato da venti legionari. Attraversarono il settore riservato alla flotta romana e si diressero al porticciolo dei pescatori. Decine di piccole imbarcazioni ormeggiate in modo disordinato galleggiavano cullate dal mare. Una folla camminava fra le bancarelle che vendevano pesce. Acquirenti, pescatori e curiosi si facevano da parte per lasciar passare lammiraglio della flotta romana. I pescatori erano in buoni rapporti con le truppe straniere, che avevano trasformato la citt nella capitale dei loro domini in Hispania. Grazie alle legioni, il commercio di pesce era infatti quadruplicato. Nonostante per i Romani facessero prosperare i loro affari, i pescatori erano diffidenti e mantenevano le distanze. Si limitavano a negoziare con i questori delle legioni, con cui stabilivano le quantit di pesce da vendere e i prezzi.
Lelio doveva eseguire un ordine insolito quel mattino, che lo obbligava ad accorciare la distanza fra pescatori e truppe romane. Avanz fra le bancarelle e scrut i venditori. Molti erano gli stessi pescatori che una volta a terra vendevano ci che avevano pescato di notte fino allalba. Di solito in poche ore avevano venduto tutta la merce e ne approfittavano per tornare a casa, mangiare e riposare, prima di uscire di nuovo in mare al tramonto. Qualcuno scompariva per giorni, si allontanava da Tarraco diretto a sud, navigava lungo la costa in cerca di frutti di mare e pesce, che abbondava al delta dellEbro, o pi a sud, alla foce del fiume Sucro. Si vociferava che, ogni tanto, alcuni si azzardassero a navigare fino alle coste controllate dai Cartaginesi, muovendosi di nascosto nelloscurit, schivando le navi da guerra e le imbarcazioni pirata che costeggiavano quei territori. Costoro erano un po pescatori e un po avventurieri, e tornavano con specie strane e saporite che poi vendevano a buon prezzo e con racconti fantastici delle loro incursioni nelle terre del Sud-Est della penisola.
Ilmo era uno di questi: un uomo sulla trentina, con i capelli scuri e la carnagione abbronzata dal sole e segnata dal vento di mare; un uomo alto e forte, la cui voce potente spiccava tra quelle degli altri pescatori di Tarraco. Quando Ilmo arrivava con il suo carico, una folla di curiosi e ragazzini si accalcava intorno alla sua barca, i primi ansiosi di comprare la merce e i secondi avidi delle sue storie di pirati, di Cartaginesi in guerra e di eventi bizzarri. Quanto cera di vero e quanto di inventato nei racconti di Ilmo? Difficile a dirsi. Senza dubbio, le specie che portava, diverse da quelle degli altri, dimostravano che arrivava l dove la maggior parte dei pescatori non si azzardava a spingersi, ma fino a che punto questo avvalorasse i suoi racconti era difficile stabilirlo.
Quel giorno Ilmo era al porto a vendere la sua merce; aveva praticamente terminato e stava raccogliendo le ceste di pesce vuote insieme al figlio, quando Lelio e la sua scorta si avvicinarono. Lufficiale romano ordin ai legionari di fermarsi e aspettare a una certa distanza dalla bancarella, mentre lui si avvicinava da solo e arrivava a soli quattro passi di distanza dal pescatore. Tre passi. Due. Ilmo non smetteva di raccogliere le ceste. Un passo. Ilmo continuava con il suo lavoro. Una folla osservava linsolita scena: lammiraglio della flotta romana a un banco di pesce. Certo, era il banco di Ilmo, a cui succedevano sempre cose strane, ma era comunque sorprendente che un romano con tanto potere fosse interessato a quel pescatore avventuriero.
Salve, pescatore inizi Lelio in modo cordiale, e parl in latino, lingua che la maggior parte dei mercanti della citt aveva imparato. Sai chi sono?
Ilmo smise di caricare le ceste per un attimo, guard lufficiale romano, non rispose e fece cenno al figlio di portarle sulla barca, per allontanarlo. Era un uomo prudente, nonostante il suo spirito avventuroso, e voleva bene alla famiglia. Quando vide che il figlio era al sicuro, si gir verso Lelio.
S, certo. Tutti qui conosciamo Gaio Lelio, ammiraglio della flotta romana, e Scipione, il tuo capo, figlio di altri capi romani con lo stesso nome che furono qui anni addietro. Conosco anche il tribuno Marcio e altri tribuni e i questori delle vostre legioni. Come vedi, conosco molti Romani.
Lapparente impertinenza nelle parole di Ilmo non era che un atteggiamento per nascondere la tensione e la paura. Cosa che non sfugg agli occhi esperti dellufficiale.
Bene, vedo che sei informato sul nostro conto. Ascolta. Lelio si guard intorno; centinaia di occhi li guardavano e centinaia di orecchie ascoltavano quel dialogo. Troppe. Ora devi venire con me.
Ilmo rest immobile e fiss linterlocutore. Non se lo aspettava; del resto, se lammiraglio della flotta romana veniva mandato per parlargli in veste di messaggero, non poteva accadere nulla di prevedibile. N di buono. I Romani conservavano relazioni amichevoli con la gente di Tarraco e dintorni, compresi i pescatori e gli altri commercianti. La flotta romana non li ostacolava mai; al contrario, li ringraziava per i viveri che fornivano alle truppe e li pagava bene, e le legioni di Tarraco avevano protetto la popolazione, in particolare quando le cose si erano messe male con i Cartaginesi. Marcio era sempre stato l per fermare la loro avanzata verso nord. Essere convocato da un ufficiale romano per non era un buon segno. Forse le sue avventure per mare nellHispania meridionale erano arrivate alle orecchie dei Romani, che ora avevano deciso di porvi fine. Era risaputo che volessero controllare i passi di frontiera ed evitare il transito fra i due territori. Dopotutto cera una guerra in corso, per quanto lui si sentisse neutrale. Ilmo non prevedeva nulla di buono da quella faccenda.
Lelio intu il timore che le sue parole avevano suscitato.
Devi accompagnarmi.  un ordine e sono tenuto a eseguirlo, ma ti assicuro che non ti sar fatto alcun male. N a te n alla tua famiglia. C qualcuno che desidera parlarti, tutto qui. Anzi, forse ne ricaverai perfino qualche vantaggio.
Ilmo sembrava indeciso. Valutava le possibilit: i venti legionari ben armati erano a pochi passi di distanza. Avrebbe potuto scappare e raggiungere una barca, ma se i Romani erano davvero interessati a catturarlo, una qualunque delle navi militari ormeggiate in porto avrebbe potuto dargli la caccia, sfruttando la forza del vento e quella dei rematori. Fuggire, inoltre, significava abbandonare la sua famiglia e lasciarla alla merc dei soldati.
Sono stato autorizzato ad anticiparti prosegu Lelio che se collaborerai sarai ricompensato generosamente.
Generosamente? I pensieri di Ilmo cambiarono bruscamente rotta. Che cosa significa generosamente?
Lequivalente in mine di dieci talenti doro e sale, tutto il sale di cui avrai bisogno per conservare la tua mercanzia quando esci in mare.
Era pi denaro di quello che avrebbe potuto guadagnare in molti anni di lavoro duro, e il sale era unaggiunta nientaffatto disprezzabile. Per comprarlo doveva reinvestire gran parte delle sue entrate.
Tutti questi soldi per accompagnarti dove?
Tutto questo per venire con me per qualche ora. Dove, lo scoprirai. Poi Lelio aggiunse rapido: E deciditi, perch non  unofferta permanente.
Con queste parole si allontan dalla bancarella del pesce per riunirsi ai suoi uomini. Ilmo rimase a riflettere in silenzio. Il figlio ne approfitt per tornargli accanto.
Figlio, raccogli le ultime cose e portale sulla barca. Poi vai a casa e di a tua madre che torner fra qualche ora. E di non preoccuparsi, che devo parlare con i Romani di affari. Corri.
Ilmo vide il figlio correre leggero e passare fra i Romani senza che nessun legionario gli bloccasse la strada. Sospir e si allontan dalla bancarella, per avvicinarsi allufficiale che era ancora in attesa di una risposta.
Daccordo disse.
Bene rispose Lelio e gli fece cenno di seguirlo.
Diversi legionari lo circondarono, ma senza toccarlo, e tutti insieme uscirono prima dal porticciolo e poi dal quartiere del porto, per addentrarsi nei vicoli stretti che portavano al cuore della citt.

94
UN PIANO IMPOSSIBILE

Tarraco, 209 a.C.
Il tramonto aveva lentamente steso il proprio mantello sopra Tarraco, come se loscurit fosse una pesante coperta che riparava le case, il porto e gli abitanti. In cima a una collina al centro della citt si ergeva la residenza del comando romano. Le finestre risplendevano nella notte per la luce delle torce e delle lampade a olio che gli schiavi avevano acceso allinterno. Il loro padrone, il capo militare di Roma in Hispania, era nella sua stanza, a letto, nudo. Accanto a lui cera il corpo bello e dolce della moglie, addormentata. La pelle liscia e morbida del seno di Emilia si sollevava e si abbassava ritmicamente. Il generale si alz piano, prese i vestiti, li indoss e spense la lucerna che illuminava fiocamente la stanza.
Publio percorse un lungo corridoio su cui davano diverse stanze della casa fino ad arrivare al tablinum, vicino allatrio principale. L uno schiavo aveva lasciato un po di frutta e qualcosa da bere. Cerano mele portate dallEbro, uva della zona, pollo arrosto con olio doliva, pane di frumento e vino rosso prodotto a nord della citt. Il generale vers il vino nei due calici che erano stati preparati. Prese il proprio e lo assaggi. Era buono. Ottimo. Quella terra crudele in cui erano morti il padre e lo zio produceva cibo squisito. Una terra in grado di creare sapori simili non poteva essere tanto terribile, n i suoi abitanti tanto corrotti. Ma come dimenticare il pendolo indeciso della fedelt dei Celtiberi, che un giorno erano alleati e quello dopo lottavano accanto ai Cartaginesi?
Uno schiavo entr nella stanza.
Mio signore, luomo che aspettavi  arrivato.
Fallo passare.
Lo schiavo scomparve per un corridoio laterale e subito dopo torn e scost la tenda verde che separava il tablinumdallatrio.
La figura alta e decisa di Gaio Lelio entr nella sala.
 unora un po strana per un colloquio furono le sue prime parole. Per Ercole, se fossi una fanciulla e non sapessi del tuo grande amore per tua moglie, temerei per il mio onore.
Il generale rise di gusto.
Non temere per questo. Diciamo pure che mia moglie mi ha pi che soddisfatto.
Questo mi tranquillizza. Per un attimo mi ero pentito di aver promesso a tuo padre di seguirti in tutto.
Be, in un certo senso,  proprio di questa promessa che parleremo stanotte.
Lelio lo guard interessato, ma non disse nulla.
Bevi un po di vino.  della zona, ma  ottimo Almeno secondo me.  gi servito.
Lelio prese il calice rimasto sul tavolo insieme al cibo e assaggi il vino. Lo assapor con calma, come aveva fatto Publio.
S,  buono. Molto buono. Poi cambi argomento, in attesa che il generale si decidesse a comunicargli il motivo di quel colloquio. Una gran donna, tua moglie Emilia. Ha un carattere forte, oltre a essere molto bella.  ammirevole la sua decisione di accompagnarti qui. Devo ammettere che credevo che non avrebbe resistito pi di qualche settimana.
S comment il generale mentre si sdraiava su un tricliniume invitava Lelio a fare altrettanto. S, Emilia  ammirevole, intelligente e bella. A volte mi chiedo che cosa trovi in me.
Avr visto qualcosa nel nostro generale rispose Lelio che a noialtri sfugge.
Scoppiarono a ridere entrambi.
Publio aveva abituato il suo luogotenente a modi decisamente informali, a volte perfino in presenza daltri. Ora lo guardava in silenzio. Bevvero ancora un po di vino. Il giovane generale medit per qualche istante e un attimo dopo inizi a parlare a voce alta, come se non si rivolgesse a Lelio, ma traducesse in parole i propri pensieri.
 stata lei a scegliermi fin dal principio. Era soltanto una bambina che iniziava a essere donna e, gi al nostro primo incontro, ha fatto di me quello che voleva. Lho stupita solo quando le ho detto che non fingevo di stare al suo gioco, che non giocavo Ho letto nei suoi occhi la sorpresa e la felicit. Non avevo mai visto tanta allegria sul viso di una donna Mi sono commosso
Questa volta Lelio ascolt senza fare commenti. Era noto lamore che il generale professava per la moglie. Gli aveva conquistato il rispetto di molti, in casa, fra gli schiavi, fra gli abitanti della citt e perfino fra gli stessi soldati. Tutti erano stati agli ordini di generali lussuriosi, che abusavano del loro potere per giacere con le schiave o stupravano le ragazze del popolo spargendo dolore e risentimento. Dolore e risentimento che venivano quindi proiettati sulle truppe. Poi cerano i generali che correvano dietro alle mogli degli ufficiali. Un centurione romano poteva essere molto sfortunato, se aveva una bella moglie, anche se alcuni ne approfittavano per ottenere promozioni immeritate, in segno di ringraziamento per i servigi resi dalle attraenti spose, ma anche questo era motivo di risentimento. Il giovane Publio, invece, amava la moglie, che lo aveva seguito fin l. Che il generale fosse lussurioso o meno, era cosa che restava nella sua sfera privata. La moglie poi aveva laria felice, era bella e luminosa quando passeggiava per le strade della citt o quando si avventurava al porto per esplorare incuriosita la capitale del territorio su cui governava il marito. Emilia non abusava del proprio potere, pagava con generosit i commercianti ed era ferma ma giusta con gli schiavi. Non era incline a infliggere castighi corporali e tutti svolgevano il loro dovere con impegno. Era diventata popolare e rispettata, e questo aveva giovato alla reputazione del marito.
Bene, bene disse il giovane Publio, come se si risvegliasse da un sogno. Mio caro Lelio, ti starai chiedendo se ti ho fatto venire qui a questora della notte per parlarti della mia vita coniugale.
Sono sicuro che ci sar dellaltro, ma se posso permettermi, finch c del vino buono come questo, puoi parlarmi di quello che vuoi. Sono disposto ad ascoltare, non mi importa.
Gi. Publio sorrise e bevve a sua volta un poco di vino diluito con acqua. Ma no. Ti ho fatto venire per illustrarti i miei piani per questa campagna.
Lelio lo guard e sbatt le palpebre.
Ce li hai gi spiegati stamattina e li hai comunicati alle truppe delle due legioni. Andremo al Sud e verso linterno, in Carpetania, e affronteremo il primo dei tre eserciti cartaginesi in Hispania. Non ci divideremo. Il viaggio sar rapido, una marcia forzata, per sorprendere lesercito di Asdrubale prima che sia informato del nostro arrivo e prima che possa essere aiutato da uno degli altri due eserciti cartaginesi, quello di Giscone, che si trova in Lusitania alla foce del Tago, o quello di Magone, che si trova a sud, vicino alle Colonne dErcole. Dopo averli sconfitti, valuteremo se sar meglio tornare indietro o proseguire lavanzata. La flotta rester qui insieme a una guarnigione di tremila uomini, per difendere il territorio sotto il nostro controllo a nord dellEbro.
Lelio recit la sua risposta come lalunno che vuole dimostrare al maestro di avere imparato bene la lezione.
Perfetto. Non ci sono dubbi sul fatto che stamattina tu abbia ascoltato attentamente la mia spiegazione. Resta da vedere se ti interessa sapere quello che faremo davvero.
Gaio Lelio lasci cadere il calice a terra. Si alz e si pass la mano sulla barba. Torn a sedersi.
S, certo. Mi piacerebbe sapere che cosa faremo, se non  quello che ci hai spiegato.
Non lo . Prima che Lelio lo interrompesse, il generale anticip la sua domanda. Ma voglio che nessuno lo sappia. Confido in te, nella tua discrezione e lealt. E inoltre
Inoltre?
Inoltre ho bisogno di te. Senza il tuo aiuto, il piano non pu essere portato a termine. Mi piacerebbe anche sapere che cosa ne pensi.
Hai tutta la mia lealt e il mio onore. Sai di poter contare su di me per qualunque cosa. Ti ascolto. Sono tutto orecchi.
Era la risposta che Publio aspettava per svelare a Gaio Lelio il suo vero piano.
Tutto orecchi, come lintera citt. Molti Celtiberi ci sono leali solo in apparenza. I Cartaginesi hanno spie ovunque, per questo voglio che le mie vere intenzioni restino segrete. Andremo al Sud, ma non verso linterno. Non combatteremo contro nessuno dei tre eserciti cartaginesi nella penisola iberica.
Lelio lo guard deluso e stupito. Allora che coserano venuti a fare fin l? Perch quel lungo viaggio e tutte quelle manovre durante linverno? Ai soldati non sarebbe piaciuto affatto.
So che cosa stai pensando disse Publio. Te lo leggo negli occhi. Ma prima di giudicare, ti prego di ascoltarmi fino alla fine.
Lelio non era per niente convinto, ma annu.
Ho alcune informazioni confidenziali che mi sono arrivate questa settimana da Roma.
Il messaggero ufficiale, certo.
Marco Valerio Messalla ha effettuato unincursione sulla costa africana, seguendo le istruzioni del console Levino, e ha portato notizie poco incoraggianti: i Cartaginesi stanno reclutando altri mercenari e il capo numida Massinissa, il figlio del re Gaia, si  unito a loro con cinquemila uomini, fra cui molti cavalieri. La sua intenzione  arrivare in Hispania nelle prossime settimane per unirsi ad Asdrubale. Come capo della cavalleria, immagino che tu sappia che cosa significa.
Lelio deglut saliva un paio di volte. Il vino gli aveva dato un po alla testa, ma leffetto inebriante e rilassante era scomparso e aveva lasciato il posto a una fastidiosa sensazione di nausea.
Gaia e suo figlio. Certo. I Cartaginesi hanno approfittato della divisione in Numidia. Dal momento che Siface sta dalla nostra parte, si sono rivolti a Gaia e a suo figlio Massinissa. Sono sicuro che come ricompensa per aver contribuito alla nostra sconfitta, i Cartaginesi li aiuteranno a porre fine al potere di Siface, che verr castigato per il suo appoggio a Roma. Con i Numidi di Massinissa, la superiorit dei Cartaginesi sar assoluta. Non avremo pi la minima possibilit. Dobbiamo attaccare subito. Prima che arrivino questi rinforzi.
Esatto conferm Publio. Nella penombra delle lampade a olio gli brillavano gli occhi. Inoltre, a Cartagine stanno preparando una nuova flotta per lanciare una grande controffensiva in Sicilia e recuperare il terreno perduto. E il nuovo scontro fra Marcello e Annibale vicino a Numistro non  servito a niente. Il cartaginese mantiene le sue posizioni in Apulia. Non solo: diverse colonie latine si sono ribellate, sono stanche che Roma non faccia altro che chiedere nuovi soldati. Si  arrivati a fare ricorso alloro dei templi sacri, per finanziare le legioni che Annibale ci obbliga a tenere perennemente attive. Non possiamo restare qui senza fare nulla.
Ma un attimo fa hai detto che non li attaccheremo.
Non  vero. Ho detto che credo che non dobbiamo attaccare nessuno dei loro eserciti.
Lelio lo guardava confuso. Il giovane generale prima diceva una cosa e poi unaltra.
Ci sono altri obiettivi nella penisola iberica, oltre agli eserciti.
Publio si alz e and al tavolo. Apr una mappa dellHispania e fece cenno a Lelio di avvicinarsi.
Procederemo lungo la costa, in una marcia di sei o sette giorni, fino ad arrivare qui  questo il nostro obiettivo.
Il dito del generale si era posato sopra un nome: Carthago Nova, o Qart Hadasht, come la chiamavano i Punici, la capitale cartaginese dellHispania.
Lelio si prese qualche istante prima di formulare la sua risposta a unidea simile.
Questa citt disse infine parlando lentamente, misurando le parole. Non voleva contraddire il giovane generale che sembrava avere le idee tanto chiare. Questa citt  inespugnabile. Ci vorranno mesi per conquistarla. Sar un assedio lungo che ci coster molte vite. I Cartaginesi arriveranno in suo aiuto con i loro eserciti, ci circonderanno e ci ammazzeranno tutti.
No, non se conquisteremo la citt in sei giorni.
Sei giorni?  impossibile! Impossibile! Lelio per lesse nello sguardo del generale che il piano era quello, che gli piacesse oppure no. Era quello che avrebbero fatto e cercava la sua collaborazione, la sua lealt, per lanciarsi in quellimpresa con una fede cieca. Per questo concluse, sintetico:  una follia, ma ti accompagner e seguir i tuoi ordini fino alla fine. Mi spiace non averlo saputo prima. Avremmo dovuto costruire macchine da assedio: catapulte, torri, scorpioni.
Ci avrebbero rallentato nella marcia. Avremmo potuto trasportarne una parte lungo la costa, ma sarebbe restato un altro problema.
Non capisco disse Lelio.
Se ci fossimo messi a costruire macchinari da assedio, i Cartaginesi sarebbero sicuramente venuti a saperlo, prima o poi. E si sarebbero preparati. Avremmo tradito il nostro obiettivo. Cos invece si aspettano soltanto una battaglia in campo aperto, esercito contro esercito. Arriver quel momento, ma non ora. Li coglieremo di sorpresa.
S, ma senza le armi per un assedio, senza il necessario per ottenere il nostro obiettivo.
Non abbiamo bisogno di quelle armi.
La sicurezza del giovane generale suonava quasi infantile al veterano Lelio. Publio si allontan dal tavolo e si volt verso la finestra. Si intravedeva il porto alla tenue luce della luna. A Tarraco la gente dormiva. Espir lentamente. Aveva avuto la conferma della lealt di Lelio. Davanti a un piano folle, il suo secondo al comando avrebbe mantenuto la parola e lavrebbe seguito ovunque. Si volt verso di lui, che continuava a osservare la mappa, pensieroso. Da qualche minuto si era dimenticato del calice di vino.
Bene, mi seguirai anche se credi che questo piano sia una follia?
Lelio annui di nuovo, rassegnato, poco convinto, ma disciplinato.
Mi fa piacere, ma voglio spiegarti altro, non voglio che tu te ne vada di qui pensando di seguire un pazzo. Ho ancora un po di buon senso, amico mio. Avanzer con le truppe fino a Carthago Nova e in sette giorni saremo nei pressi delle mura, ma al tempo stesso voglio che tu conduca la nostra flotta via mare fino alla stessa citt. Voglio anche che le truppe sappiano che la flotta ci accompagna. Lidea  che Carthago Nova cada in sei giorni, prima che arrivino i rinforzi cartaginesi Non guardarmi cos, lo so che non ci credi, ma proprio per questo, nel caso il mio piano dovesse fallire, e non fallir, le truppe potranno imbarcarsi e potremo tornare a Tarraco via mare, se gli eserciti punici si lanceranno sopra di noi. Cos non metteremo in pericolo le legioni in una battaglia impari, nel caso in cui Asdrubale comparisse con due o tre eserciti. La flotta ci accompagner e sar di sostegno allassedio nel piano dattacco, ma se questo dovesse fallire, sar la nostra salvezza. Come vedi, ti propongo un piano folle, ma giocheremo sul sicuro. Se non dovesse funzionare, ce ne andremo. Ti fa sentire meglio?
S, confesso di s. Lelio non nascose il sollievo per quella spiegazione. Disporre della flotta dava un margine di manovra per una possibile ritirata. Il piano di attacco continua a sembrarmi una follia, ma ammetto che quello per la ritirata  molto ragionevole, anche se qualcosa mi dice che, per qualche motivo che ignoro, sei praticamente sicuro che lattacco funzioner anche se sembra impossibile. Nessuna citt attrezzata e protetta come Carthago Nova pu cadere in cos poco tempo. Annibale ha impiegato otto mesi a entrare a Sagunto, e con Nola ha fallito, quando era difesa da Marcello. Allo stesso Marcello sono serviti anni per conquistare Siracusa. Tarentum  caduta per un tradimento e Capua ha dovuto essere assediata per anni, con forze quattro volte superiori alle nostre; hanno scavato fossati, eretto palizzate, si  ricorsi alla fame per arrivare alla resa dei campani. Con Carthago Nova non abbiamo alcuna possibilit, a meno che
A meno che?
A meno che non ci sia un tradimento dallinterno e qualcuno ci apra le porte in piena notte concluse Lelio e accenn un sorriso. Ora aveva capito il piano del generale.
Publio per scosse la testa.
No, no. Carthago Nova sar conquistata senza tradimenti dallinterno. Ci ho provato, ma i suoi abitanti sono troppo orgogliosi di vivere nella capitale cartaginese in Hispania. La loro fedelt  inattaccabile. So che ora non lo credi possibile, ma mi basta la tua lealt e che mi assicuri che la flotta ci seguir e sar l al momento concordato.
Il volto di Lelio rimase perplesso per qualche secondo ancora, poi rispose.
Sei tu che comandi. Non capisco il piano dattacco, ma conta su di me e sulla flotta. Ci saremo ed eseguiremo i tuoi ordini. E, se mi  lecito
Avanti.
Devo ammettere che arriver con una curiosit infinita. Se conquisterai quella citt in meno di una settimana, Cartagine tremer, Roma si meraviglier e sarai ricordato per secoli, ma tutto mi dice che non andr cos.
Bene, bene, non anticipiamo gli eventi, ma beviamoci sopra comment il giovane generale mentre alzava il calice e indicava a un confuso Lelio, che cercava il suo senza trovarlo, il pavimento vicino alla sedia. Lelio raccolse il calice e il generale lo riemp fino allorlo. Brindarono entrambi alla vittoria. Publio, soddisfatto per la lealt del suo luogotenente, e Lelio, diviso fra lo scetticismo che lo invadeva e la gratitudine per la fiducia che il generale riponeva in lui.
Bevvero un altro calice, poi a mezzanotte Gaio Lelio si alz dal tricliniume chiese al generale il permesso di tornare nella sua stanza, nellaccampamento militare di Tarraco. Se ne and in silenzio, senza fare rumore, da una delle porte laterali. Nessuno lo vide uscire. In strada, gli risuonarono nelle orecchie le ultime parole del generale.
Per il resto del mondo, Lelio, questa conversazione non  mai avvenuta.
Publio rimase da solo nella penombra della stanza a osservare la mappa. Il vino iniziava a fare effetto, e provava una piacevole sensazione di ebbrezza che sembrava cullarlo nei suoi pensieri. Una luce si avvicin e ingrand le ombre. Emilia, coperta da una tunica bianca di lana sottile, comparve in corridoio.
Sono terminate le visite notturne? chiese lei.
Publio, senza aprire bocca, annu. Emilia allora tese la mano senza entrare nella stanza. Il generale soffi sulla lucerna morente e spense la fiamma. Copr la mappa sul tavolo con un telo e prese la mano della moglie. Emilia lo port lungo i corridoi bui fino al letto che condividevano.
Publio si distese e lei inizi a massaggiarlo piano sulle spalle.
Hai spiegato il piano a Lelio?
S.
E che cosa ha detto?
Crede che io sia pazzo.
Ma ti seguir, vero?
Mi seguir.
Non separarti mai da Lelio.
Publio assimil lentamente quella frase.
Mai disse.
Gli hai detto che sono mesi che ci pensi?
No.
Perch?
Non volevo ferire i suoi sentimenti.
Gi. Davvero credi che funzioner?
Publio fece trascorrere un lungo istante prima di rispondere.
La verit  che non lo so.

95
LA LUNGA MARCIA

Hispania, 209 a.C.
Quel mattino, Scipione si era congedato presto da Emilia. Non era sorto il sole quando aveva abbandonato il calore della residenza di Tarraco. Nelle sue orecchie risuonavano ancora le parole della moglie. Abbi cura di te. Ti amo. Ti aspetto. Parole semplici, dolci, chiare, che lo accompagnarono per tutto il giorno.
Cavalc in silenzio, scortato dai legionari che gli facevano da lictores, perch anche se non gli era stato concesso il grado di proconsole, Gaio Lelio non reputava sensato che il generale in capo delle legioni si spostasse senza una scorta adeguata. Il giovane Publio guard il cielo e poi lorizzonte. La terra era umida per la pioggia notturna. La primavera era piovosa in quel paese che il suo cavallo attraversava rapido, veloce, spronato dallurgenza che percepiva nel padrone. Publio sapeva che la sorpresa sarebbe stata la sua arma migliore.
Il colloquio con Lelio, invece di tranquillizzarlo, lo aveva agitato ancora di pi, se possibile. Sapeva di contare sulla lealt assoluta del suo secondo, cosa fondamentale per mettere in pratica il piano, ma la mancanza di fiducia di Lelio nella possibilit di conquistare Carthago Nova aveva riacceso i suoi stessi dubbi. Proprio quella per era la sua forza. Nessuno pensava che ci che si era proposto di fare fosse possibile. Era quella la chiave del piano: gli stessi Cartaginesi la consideravano unimpresa impossibile, al punto da aver ridotto le forze a difesa della citt ed essersi presi la libert di tenere gli eserciti lontani dalla capitale, uno al Sud, un altro a ovest e lultimo sotto il comando di Asdrubale allinterno del paese, divisi nelle lotte contro le varie trib, per cercare di dominare le ricche zone minerarie della regione. Per questo Publio cavalcava rapido. Tutto andava fatto con celerit. Era una lunga guerra, ma non significava che ogni cosa andasse fatta con calma.
Dentro di s per era preso dallo sconforto. Forse il suo piano era davvero quello che sembrava. Impossibile, assurdo, temerario. Forse lui non era che lennesimo generale che portava le proprie legioni verso la sconfitta, il disastro, lannientamento. Quei pensieri cupi lo accompagnarono per tutto il viaggio, fino a quando, al tramonto, arrivarono nei pressi dellaccampamento invernale delle legioni in Hispania.
Lunghe palizzate con torri e posti di vedetta si estendevano per centinaia di metri, a dimostrare quanto fosse imponente lesercito che Publio Cornelio Scipione comandava a soli ventiquattro anni: ventimila uomini fra i veterani che avevano combattuto con il padre e lo zio e le truppe di rinforzo che lui stesso aveva portato con s dallItalia. Erano molti, ma al tempo stesso erano cos pochi. Inoltre non avrebbe potuto portarli tutti al Sud, doveva lasciare alcune truppe a controllare i territori a nord dellEbro. Se i Cartaginesi avessero saputo della sua avanzata, in pochi giorni avrebbero riunito i loro tre eserciti, radunando fino a settantacinquemila soldati, oltre alle decine di elefanti e migliaia di cavalieri. Fabio Massimo aveva ottenuto quello che voleva: ogni giorno che passava, Publio capiva meglio come mai il vecchio senatore non si fosse opposto al suo desiderio di andare in Hispania. Con quelle truppe, lintero progetto era un suicidio politico e militare, ma ormai non poteva fare altro che arrivare fino alla fine, come avevano fatto il padre e lo zio. Solo questo. Arrivare fino alla fine. Anche Alessandro Magno era un ventenne arrivato da poco sul trono quando si era lanciato alla conquista dellAsia. Publio per non era certo Alessandro.
I muscoli del viso del generale si tesero al ricordo del racconto del messaggero della sconfitta del padre e dello zio. Arrivare fino alla fine di ogni cosa o vincere. Vincere contro ogni possibilit. Sospir profondamente. Se le sue informazioni erano corrette, restava ancora una speranza.
Che ironia. Il mondo dipendeva dalle storie di un pescatore. Sorrise. Non aveva avuto il coraggio di confessare a nessuno, n a Lelio n alla moglie, che tutto dipendeva dallo strano racconto che Publio aveva sentito dai pescatori di Tarraco, una storia che conosceva gi e di cui aveva cercato con ansia la conferma fin da quando era arrivato in Hispania, prima di lanciarsi con un esercito intero per scoprire, nel fragore di un assedio, se quello che si diceva era vero. Come confessare una follia simile? Eppure era la sua unica speranza e aggrappandosi a quella speranza e al dolce ricordo delle parole della moglie, il generale romano entr nellaccampamento dellEbro.
Centinaia di legionari uscirono dalle tende. Avevano gi cenato e stavano per andare a dormire, quando i corni e le tube e le voci delle sentinelle avevano annunciato larrivo del generale in capo. Qualcosa si muoveva. Erano da mesi sulle rive di quel fiume dalle acque abbondanti, che li inzuppava di umidit fin nelle ossa in quel lungo inverno, mentre aspettavano lordine di attraversarlo e lottare contro il nemico cartaginese. Il loro generale per aveva passato tutta la stagione fredda chiuso nel suo palazzo di Tarraco. Neanche unuscita, nemmeno un piccolo scontro al Sud. Solo esercizi e manovre infinite. Lavori sfiancanti. Marce forzate per ore e ore, ma per tornare sempre allaccampamento. Camminate anche di dieci ore in un giorno. Non avevano avuto riposo, ma nemmeno combattimenti. Erano un esercito, non gladiatori che si allenavano per i giochi del circo. Erano un esercito e volevano combattere per liberare la patria dal giogo cartaginese. Avrebbero sopportato qualunque cosa, se serviva a combattere, ma quel giovane generale non sembrava interessato alla guerra. Era spaventato? Perch allora si era offerto? Nessuno lo obbligava, tutti sapevano che il nemico sperava di radunare un immenso esercito che sarebbe andato ad aiutare Annibale in Italia. L, a sud dellEbro, si preparava una seconda invasione della penisola italica e in tutto linverno il generale non aveva fatto niente per ostacolare il nemico. Era rimasto da solo a Tarraco, a studiare mappe e letteratura, dicevano, e a ricevere strane visite di viaggiatori, pescatori, messaggeri di terre lontane. Conversazioni segrete nel suo palazzo e marce forzate per le truppe. Ora, finalmente, quel generale amante delle mappe e amico di personaggi stravaganti si decideva a venire allaccampamento. Forse infine sarebbero usciti a combattere.
Allalba, Publio ordin di mettere in moto le truppe e dirigersi verso sud. In mezzora, le due legioni erano formate e pronte per quella che sarebbe stata una lunga marcia, di vari giorni. I soldati erano preparati e impazienti di partire. Bisognava difendere Roma e Roma iniziava l, sullEbro, cos aveva detto il giovane generale in un breve discorso per accendere gli animi. Poi si era provveduto ai sacrifici di diversi buoi, per assicurarsi la benedizione degli di in quella campagna. Terminati i rituali in onore di Marte e, anche se nessuno capiva bene perch, perfino di Nettuno, per ordine esplicito del generale inizi il movimento delle truppe.
In unora, i soldati attraversarono lEbro, sul ponte di legno che gli zappatori avevano riparato nei mesi di gennaio e febbraio, dopo che era stato danneggiato negli ultimi combattimenti contro Asdrubale, e avanzarono rapidi verso il territorio cartaginese. Le truppe erano precedute dagli esploratori, attenti e vigili, a cui il generale aveva ordinato di muoversi per primi. Non voleva incontri a sorpresa con gli africani o rischiare una pericolosa imboscata di qualche trib ostile a Roma.
Publio marciava a piedi, con gli stessi impedimentadi qualunque altro legionario, trasportando con la stessa fatica dei suoi subordinati il carico che gli toccava, ossia quasi venticinque chili fra armi, viveri, utensili di cucina, vestiti e coperte. A mezzogiorno, la stanchezza era evidente fra le truppe. Erano in marcia da sei ore, con brevi pause di pochi minuti per bere e recuperare le forze. Erano ancora lontani dallobiettivo che il generale aveva stabilito per quel giorno, quando Publio ordin che le legioni si fermassero e mangiassero con calma per unora.
I soldati consumarono il rancio con ansia e riposarono un po, ma allora stabilita la marcia riprese e prosegu fino a pomeriggio inoltrato. Quella notte le legioni si accamparono davanti a un piccolo avvallamento asciutto. Non si costru alcun accampamento con tanto di palizzate, quindi era evidente che il generale aveva intenzione di proseguire lavanzata il giorno dopo.
Publio si lasci cadere sul letto nella sua tenda. Era sfinito, esausto, sfiancato, come molti dei suoi uomini. Ma sapeva di non poter cedere. Doveva dare lesempio. Si dedic a ripassare i piani per lassedio della citt verso cui, senza che i soldati lo sapessero, dirigeva le truppe. Come avrebbero reagito quando avessero visto quelle mura? Ma, soprattutto, avrebbero resistito alla marcia che li aspettava? E lui, avrebbe retto? Publio sospir, quasi addormentato, vinto dallo sfinimento. Avrebbero resistito, pens. Avrebbero sopportato tutto ci che sopportava il loro generale. La chiave era che lui resistesse. Quella notte non avrebbe letto e neanche le notti successive. Aveva con s il trattato sullamicizia e qualche altra opera di Aristotele, nei rotoli che il padre gli aveva regalato e che si era portato dietro, autentici tesori scelti fra gli scaffali della biblioteca. Gli torn in mente Plauto. Chiss se lo scrittore avrebbe visitato la biblioteca. Gli sarebbe stata utile? Era un uomo brusco, duro, grezzo, ben lontano dallimmagine che Publio aveva degli scrittori. E ostile verso i patrizi. Era evidente. Se la sua ostilit avesse iniziato a trasparire nelle sue opere, avrebbe avuto dei problemi. Problemi Sorrise. Lui s che ne aveva uno, e bello grosso. Carthago Nova, con le sue mura alte cinque metri, se non di pi. Allalba avrebbero proseguito. Dovevano percorrere sessanta chilometri al giorno. Una follia. Decisi, rapidi, verso sud. Si addorment.
Il giorno successivo, le truppe intravidero la citt di Sagunto, ma Publio non si ferm. Le mura erano ancora semidistrutte dopo il lungo assedio di Annibale, e solo pochi sopravvissuti erano tornati quando il padre e lo zio lavevano riconquistata. Con la loro morte, molti si erano rifugiati nellinterno, per paura che i Cartaginesi se la prendessero di nuovo con loro. Quindi Sagunto era ancora mezza in rovina, una citt fantasma, ricordo dellorigine di quel conflitto che univa ormai Cartagine, Roma, la Numidia, la Macedonia, la Gallia Cisalpina e altri popoli e territori in una lunga guerra dallesito incerto.
Costeggiarono la citt sul pendio a est della fortezza, avvicinandosi alla costa. Da l le truppe si stupirono di vedere unimmensa flotta di navi, che riconobbero subito come le loro. I soldati iniziarono a commentare. Il generale aveva ordinato che la flotta accompagnasse le truppe nella loro avanzata verso sud. Questo poteva significare soltanto che aveva deciso di affrontare i Cartaginesi in una battaglia in piena regola.
Durante la pausa di mezzogiorno, i legionari ne parlarono, mentre si riposavano da unaltra marcia sfiancante, consapevoli che sarebbe ripresa nel pomeriggio. Quinto Trebellio, centurione della quarta legione, aveva terminato il rancio e dal pendio della montagna su cui si erano fermati osservava la flotta che navigava lenta verso sud. Un legionario pi giovane lo interpell.
Mio centurione, non capisco perch dobbiamo andare a piedi, quando potremmo avanzare tranquillamente lungo la costa, belli comodi a bordo della flotta.
Quinto rispose senza guardarlo e indic le navi.
Non vedi quanto affondano quelle navi?  evidente che sono cariche di equipaggiamenti, armamenti, provviste di ogni tipo. Ci aspetta una lunga campagna contro i Cartaginesi, legionari, e sulle navi non c posto per il materiale e per le truppe. E che io sappia, le armi e i viveri non camminano, quindi il generale ha pensato di far camminare i legionari. Mi par di capire che tu avresti preso una decisione diversa?
Il centurione scoppi a ridere, imitato dal resto del manipolo. Cera unatmosfera allegra, nonostante la stanchezza accumulata.
O forse ti sei unito alla legione per farti portare a spasso? aggiunse Quinto Trebellio e rise di nuovo in modo esagerato, piegandosi in due e dandosi pacche sulla gamba. La pausa termin e si riprese la marcia verso sud.
Quella notte raggiunsero un piccolo insediamento di Edetani, vicino alla foce di un fiumiciattolo. Gli abitanti del luogo per erano scomparsi. Non si scontravano con i Romani ma nemmeno li aiutavano. Volevano soltanto evitare problemi e non essere obbligati a prendere posizione.
Publio vide che la stanchezza aveva lasciato il segno sul corpo dei suoi legionari, ma non sul loro morale. Questo gli diede la speranza di uscire vittorioso. La seconda notte cadde di nuovo vinto dal sonno. Senza aver ripassato i piani di attacco. Una dolce sonnolenza lo abbracci e quando credeva di avere appena chiuso gli occhi, sent qualcuno che lo scuoteva gentilmente per il braccio.
Il giovane generale sussult e si lanci rapido sulla spada, per affrontare il nemico che lo sorprendeva di notte, ma quando apr gli occhi, una luce intensa alle spalle delluomo che gli si era avvicinato lo accec.
Mi spiace, mio generale, ma  lalba e i tuoi ordini erano di proseguire lavanzata. So che sei stanco, ma hai chiesto di essere svegliato alla luce del nuovo giorno se non ti fossi alzato Non volevo sorprenderti in questo modo.
Era uno dei lictoresche lo scortavano per ordine di Lelio. Il soldato aveva mosso qualche passo indietro, quando il generale aveva reagito con violenza e brandito la spada. Publio abbass larma e si port la mano libera al viso, poi fece scorrere le dita sulle sopracciglia e sulle palpebre chiuse. Era sfinito. Rimase in silenzio per qualche istante, cercando di scrollare via la stanchezza e la sorpresa. La notte era gi finita. Gli sembrava che fossero passati solo pochi minuti da quando si era steso, e invece era gi giorno. Un nuovo giorno. Un nuovo giorno di marcia.
Hai fatto bene. Se succeder di nuovo, svegliami come hai fatto oggi e prima dellalba rispose il generale. Ma non toccarmi mai pi, chiamami soltanto, altrimenti una di queste mattine finir con lucciderti.
S, mio generale. Mi spiace Il legionario voleva continuare a scusarsi, ma un sorriso e un gesto di Publio lo fermarono. Ti chiamer, mio generale concluse e usci dalla tenda.
Fuori lo aspettavano altri lictores. Uno di loro lo blocc.
Sta bene?
S rispose luomo che era entrato. Per poco non mi ha ferito con la spada. Si  spaventato quando lho svegliato e deve aver pensato che lo attaccassero.  agile, il generale, molto agile. Si allontan per riferire ai tribuni lordine di mettersi in marcia.
Il resto dei lictoresriflett sulle parole del compagno. Ne erano felici. La loro missione, proteggere la vita del generale in capo, era sempre pi facile se il comandante era giovane e sicuro di s, soprattutto sul campo di battaglia. Presto avrebbero combattuto. Se lo sentivano, come lo intuiva il resto delle truppe.
Lavanzata quel giorno prosegu fino a un altro fiume, meno abbondante dellEbro ma molto pi dellultimo che avevano attraversato, abbastanza da obbligare gli ingegneri e gli zappatori delle legioni a costruire un ponte provvisorio che permettesse alle truppe di arrivare sullaltra sponda. Era il fiume che i Romani chiamavano Sucro. L il generale ferm lesercito e riun i tribuni nella sua tenda, quella stessa notte.
Quattro lampade a olio, una in ogni angolo, illuminavano lo spazio.
Vi ho fatto venire per due motivi. Primo, voglio che si stabilisca qui un accampamento di approvvigionamento. Lelio, che comanda la flotta, domani mattina allalba ci porter le provviste e i materiali necessari risalendo il fiume. Voglio che cinquecento uomini siano stanziati qui in modo permanente. Abbiamo bisogno di una base di approvvigionamento fra Tarraco e la nostra destinazione finale.
Publio vide che ai tribuni si illuminavano gli occhi a sentir parlare di una destinazione finale. Tutti cercavano di intuire quale fosse. Li vedeva calcolare le distanze e gli parve che qualcuno avesse capito che il Sucro era a met strada fra Tarraco e Carthago Nova, ma poi scuoteva la testa, come a respingere quellidea assurda. Gli occhi degli ufficiali si posavano indecisi sulla mappa, verso linterno. Tutto lasciava intendere che neanche gli stessi ufficiali lo concepissero come obiettivo, nonostante avanzassero in quella direzione ormai da diversi giorni. Tantomeno lo avrebbero sospettato i Cartaginesi. La questione fondamentale era se avrebbero potuto resistere a quel ritmo.
Il secondo argomento che mi interessa  lo stato danimo delle truppe.
Fra i tribuni cera Lucio Marcio, che il generale aveva promosso in virt della sua esperienza come veterano di quella guerra. Fu lui a riassumere i sentimenti di tutti.
In generale, lo sconforto inizia a farsi sentire. Hanno gi affrontato diversi giorni di marcia forzata senza un obiettivo chiaro, senza combattere e addentrandosi sempre di pi in territorio cartaginese. Vedere la flotta che ci accompagnava, allaltezza di Sagunto, ha risollevato un po il morale degli uomini, ma poi nello sfinimento generale neanche questo  pi servito.
Daccordo, Marcio. Questa sera, a cena, voglio che si distribuisca vino ai soldati, fino a due coppe, non di pi. Domani partiremo unora e mezzo pi tardi. Lavanzata per prosegue, con le stesse regole: marcia forzata, a tutta velocit, verso sud, lungo la costa.
Si guard intorno. Cerano molte domande negli occhi degli ufficiali, ma dal momento che lui non le incoraggiava, nessuno osava parlare. Sentivano la mancanza di Lelio. Con lui s che si poteva conversare e inoltre era abbastanza in confidenza con il generale da potergli parlare in qualunque momento. Qualcuno guard Lucio Marcio, per vedere se si azzardava a chiedere qualcosa sullobiettivo finale di quella rapida avanzata, ma Marcio aveva gli occhi fissi sul piano. Publio segu il suo sguardo e vide che, lui s, fissava il punto in cui era segnata Carthago Nova.
I tribuni iniziarono a uscire dalla tenda, per organizzare le operazioni per la costruzione dellaccampamento. Lucio Marcio si ferm e si volt verso il generale.
S, Marcio, hai qualche domanda?
Laltro stava per parlare, ma ci ripens.
No, mio generale. Non voglio mettermi dove non sono richiesto.
Saggia decisione rispose Publio, con tale risolutezza che Marcio si raddrizz, si port la mano al petto e fece per congedarsi.
Buonanotte, mio generale si permise soltanto di aggiungere. E che gli di ti guidino nelle tue decisioni.
Detto questo si volt e usc dalla tenda.
Publio rimase da solo, in silenzio, e torn a guardare la mappa. Marcio sapeva doverano diretti. Era dubbioso. Come Lelio. Come lui stesso. Ma non avrebbe detto niente. Sarebbe stato leale. Forse avrebbe voluto avvertirlo che era unimpresa impossibile, ma non aveva abbastanza confidenza e non voleva che le sue parole fossero considerate un gesto di insubordinazione. Altri dubbi da aggiungere a quelli che Publio gi sopportava. Avrebbe dovuto farci labitudine. Poteva vincere quella battaglia solo con la fiducia in se stesso e andando contro lopinione di tutti, incluso il nemico e i suoi stessi uomini? Se avesse perso, sarebbe tornato a Roma come Nerone. La carriera politica spezzata, ma senza un protettore come Fabio, a cui Nerone invece poteva fare ricorso. E soprattutto senza aver intaccato il potere cartaginese in Hispania. Se invece contro ogni pronostico avesse conseguito il suo obiettivo? Allora avrebbe avuto ci a cui aspira ogni generale: non una vittoria, no, quella era banale, ma la fede cieca dei suoi uomini, ci che dava potere a un generale ben al di l del suo grado militare.
La distribuzione del vino e lannuncio di unora e mezzo in pi di riposo ebbero leffetto desiderato. I legionari si sentirono premiati per i loro sforzi e grazie al vino quella notte dormirono senza provare troppo rancore per quel generale che li obbligava a una marcia forzata in un territorio dominato da forze nemiche infinitamente superiori. Il vino inoltre li rese pi sicuri, plac i loro animi e tenne a bada la stanchezza crescente.
Il giorno successivo lavanzata prosegu, dal Sucro fino ad arrivare in prossimit di una piccola colonia greca. I Romani si mantennero a distanza dallinsediamento, per non mettere alla prova la lealt dei suoi abitanti. Unaltra notte e una nuova alba che li guid di nuovo verso sud, superando montagne che scendevano fino alla costa e le foci di piccoli fiumi e rigagnoli praticamente asciutti. Al tramonto si fermarono di nuovo. I legionari si radunarono intorno ai piccoli fal che avevano il permesso di accendere, per cenare fra i commenti che nella stanchezza accumulata degeneravano facilmente dagli scherzi e le risate alle lamentele e alle proteste. Era senza dubbio la marcia pi dura che avessero mai fatto. Ora capivano in parte il perch di quelle lunghe giornate invernali di manovre. Il generale aveva tenuto un discorso coraggioso prima della partenza, ma aveva parlato sopratutto di combattere, di lottare contro gli eserciti cartaginesi, non di camminare per giorni e per ore di fila, a tutta velocit, fino allo sfinimento. Dove voleva portarli, dove voleva combattere? O voleva soltanto farsi una passeggiata evitando il nemico?
Quinto Trebellio era in uno di quei gruppi. Aveva finito di mangiare e ascoltava le lamentele sempre pi frequenti dei legionari ai suoi ordini. Il centurione aveva il corpo attraversato dalle cicatrici, una folta barba e la fronte segnata dalle rughe. Con le mani grosse, rudi, brandiva un lungo bastone con cui smuoveva le braci, facendo crepitare piccole scintille verso il cielo scuro della notte.
Per Ercole, esclam adesso basta. Questa  una legione romana, non un gruppo di puttane urlanti che frignano per questo o per quello. Quinto finse una voce da donna, come gli attori a teatro: Ahi ahi, dammi un po pi di soldi oggi no, sono stanca. Gli uomini ridevano di gusto. Qui non c posto per i deboli. Chi non  capace di reggere qualche giorno di marcia forzata non dovrebbe arruolarsi in una legione romana. Anzi, non dovrebbe essere romano.
Quando le risate si calmarono, uno dei legionari si rivolse al centurione.
S, ma a che cosa serve questa avanzata, dove ci sta portando il generale? Siamo sempre pi lontani dalla base a Tarraco. Che senso ha addentrarsi tanto in un territorio nemico e arrivare esausti a combattere? E che senso ha?
Quinto Trebellio interruppe le lamentele del soldato.
Silenzio! Siamo legionari e i legionari non decidono i piani di battaglia. Se il generale ha ordinato di procedere verso sud, procediamo e basta.
Quelle parole sembrarono mettere a tacere le lamentele, ma Quinto vide che alcuni uomini mormoravano ancora fra loro, si decise, si alz e parl con decisione, perch tutto il contingente lo sentisse.
Ascoltatemi tutti! Neanchio capisco il senso di queste marce. Forse il nostro generale  pazzo; non lo so, ma quello che so  che  lui a comandare, e questa  una legione, e se un legionario riceve un ordine, anche se sembra assurdo, lo rispetta alla lettera E senza lamentarsi. Quinto si stup di vedere che i suoi uomini si alzavano per ascoltarlo. Lui non era un oratore, come alcuni dei tribuni o lo stesso generale. Gli parve strano che le sue parole sortissero un simile effetto, ma presto intu che cera qualcosa di pi in quel gesto di rispetto. Si gir e si trov davanti Publio Cornelio Scipione, a tre passi di distanza, circondato dai lictores. Quinto si chiese da quanto tempo lo stesse ascoltando.
Quindi i miei ordini sono quelli di un pazzo,  questo che stai spiegando ai tuoi legionari? La voce di Publio risuon con forza. Quinto Trebellio non sapeva che cosa rispondere. Non era quello il significato delle sue parole, ma prima che potesse dire qualcosa, il generale lo incalz. Ti ho fatto una domanda, centurione, e aspetto una risposta.
Quinto Trebellio maledisse la propria sfortuna, la dea che portava quel nome e gi che cera qualche altra divinit che gli venne in mente. Non era questo che voleva spiegare ai soldati, bens che bisognava obbedire al generale anche se non si comprendeva il senso degli ordini. S, era questo che avrebbe dovuto dire.
Io mio generale cercavo di spiegare che bisogna obbedire agli ordini che in una legione  fondamentale
Gi. E per farlo era necessario insultare il generale al comando dandogli del pazzo?
Quinto Trebellio avrebbe voluto che gli di lo fulminassero sul posto. Torn a tacere, ma sapeva di dover dire qualcosa.
Io non sono un oratore Sono capace solo di obbedire agli ordini Mi spiace, mio generale. Sono buono solo a combattere.
Agli angoli delle labbra di Publio comparve labbozzo di un sorriso, carico di una certa indecisione.
No, non sei un oratore, ma quanto a combattere non preoccuparti, verificher di persona se sei davvero bravo.
Gli uomini scoppiarono a ridere. Rise anche qualcuno degli uomini agli ordini del centurione. Il generale si accorse che Trebellio si vergognava e reprimeva i propri sentimenti e lorgoglio. Publio allora si fece avanti e si avvicin ai legionari che ridevano.
State forse ridendo del vostro ufficiale, Quinto Trebellio?
Le risate cessarono allistante. Publio continu.
Sono il generale in comando e se lo ritengo opportuno posso riprendere il comportamento di qualunque ufficiale, ma non sapevo che un legionario potesse ridere di un suo superiore.  questa la legione di cui dispongo per sconfiggere i Cartaginesi?
I legionari rimasero in silenzio. Publio Cornelio Scipione li guard a uno a uno.
Mi occuper di persona di verificare il coraggio dei presenti. Vedremo se sul campo di battaglia risolvete le cose con le risate o con laudacia. L scopriremo di che tempra siete fatti E concluse: Sempre se resisterete alla marcia, certo. Comera? Puttane urlanti? Quella era buona.
Questa volta furono i lictoresdel generale a sorridere. Quinto mand gi saliva. Sapeva che la prima regola per sopravvivere in una legione era lanonimato della propria unit, e quella sera il suo manipolo era stato segnalato.
Publio si allontan dal contingente di Quinto Trebellio e dai suoi uomini. Per qualche istante rimasero tutti l, immobili, in piedi, sulla pelle laria fredda della notte. Le fiamme del fal nel frattempo si erano consumate. Un fulgore rosso sommergeva i soldati in una luce tremante. Sapevano che il generale non parlava invano e che le sue parole di avvertimento potevano significare soltanto che sarebbero stati mandati in prima linea. I legionari guardavano a terra e riflettevano. Mi occuper di persona di verificare il coraggio dei presenti aveva detto. Infine Quinto espir a lungo e profondamente. Senza saperlo, nellultimo minuto aveva smesso di respirare.
Bene, disse infine spero che sarete contenti. Molto probabilmente i vostri piagnucolii ci hanno appena spediti in prima linea. Se qualcuno ha qualche altra lamentela, che ci faccia il favore di tenersela per s. Anzi, se nessuno apre bocca, me compreso, fino al termine della marcia, forse le nostre possibilit di sopravvivere a questa campagna aumenteranno. Ora tutti in silenzio e a dormire. Domani partiamo, andiamo a sud, e questa volta in silenzio. Le femminucce si mordano la lingua. Mentre dava loro le spalle e si allontanava fra le ombre, si sent ancora la sua voce. Per tutti gli di! Maledetta la nostra sorte!
Gli uomini raccolsero gli utensili della cena e si prepararono per dormire, o almeno provarci. Nessuno ebbe un sonno tranquillo.
Publio si ripos per qualche istante su una roccia, su un leggero altopiano da cui si distinguevano i fal ancora accesi nellaccampamento. Sapeva di essere stato duro con quegli uomini e quel centurione. Conosceva tutti gli ufficiali ai suoi ordini. Era stata unaltra delle sue occupazioni in quel lungo inverno. Aveva letto i rapporti su ciascuno di loro. Quinto Trebellio era senza dubbio un uomo di grande valore e di enorme esperienza. Molti degli uomini ai suoi ordini erano legionari che lo avevano gi seguito in altre campagne. Ma adesso Publio aveva qualcosa di meglio di un pugno di soldati coraggiosi. Dopo quella notte, disponeva di un pugno di soldati coraggiosi e ansiosi di dimostrare quanto valevano. Era unarma potente, che avrebbe dovuto usare con intelligenza. Presto. Molto presto. Aveva piani ben precisi per Trebellio e i suoi legionari.
Dopo unaltra breve notte di riposo per la maggior parte degli uomini e di insonnia per Quinto Trebellio e i suoi, le legioni ripresero lavanzata. La stanchezza era diffusa. Le conversazioni languivano e durante le pause per riprendere le forze, i legionari mangiavano in silenzio, senza battute, senza commenti. Quel generale li trascinava in una marcia infinita che li ammazzava di fatica. Una legione per era un calderone di mormorii e sussurri e le notizie circolavano rapidamente. Le parole di Publio al contingente di Quinto Trebellio erano corse di bocca in bocca durante la mattina e nessuno voleva fare la sua fine, quando fosse arrivato il momento di combattere.
Trascorsero cos un nuovo giorno di marcia e una nuova notte.
In mare, Gaio Lelio scrutava lorizzonte schiarito dalla sesta alba da quando erano partiti da Tarraco. Non aveva ricevuto notizie di Publio sin dalla partenza. Avevano stabilito cos. Lelio aveva mandato al Sucro alcune navi con le attrezzature per erigere laccampamento di approvvigionamento, ma senza avvicinarsi lui stesso alla costa. Non capiva la ragione dellenorme fiducia che il generale riponeva nel successo dellimpresa, al di l della possibilit che gli di fossero davvero dalla parte di quel giovane romano che li trascinava tutti in quella campagna.
Lelio sospir. Si allontan dalla prua della quinquereme, si volt e vide il pescatore a cui Publio aveva ordinato di fare da guida in quel viaggio. Non capiva perch dovessero portarsi dietro un pescatore in una traversata facile come quella: dovevano soltanto dirigersi a sud e seguire la costa fino a Carthago Nova. Anche il pescatore scrutava lorizzonte. Sembrava nervoso. Per qualche ragione, quelluomo era seriamente preoccupato. Forse sapeva quanto fossero potenti i Cartaginesi, a furia di pescare lungo le coste del Sud di quella vasta penisola, e non era affatto sicuro che i Romani fossero in grado di uscirne vittoriosi. Lelio non comprendeva che relazione ci fosse fra quel pescatore e il generale, ma gli ordini erano di portare quelluomo fino a Carthago Nova e, una volta l, condurlo da Publio, nellaccampamento che avrebbe eretto davanti alla citt. Cos bisognava fare e cos avrebbe fatto.
Ilmo guardava il mare, preoccupato. Era lo stesso mare su cui aveva navigato per tutta la vita, prima dei Cartaginesi, prima dei Romani. Ora il suo intero mondo vacillava. Dietro le insistenze di quel generale romano, era stato obbligato a stringere un accordo che forse lo avrebbe sollevato dalle ristrettezze economiche tipiche della sua professione e avrebbe migliorato il futuro della sua famiglia a Tarraco, o forse era un patto con gli di della morte, che poteva terminare soltanto con le sue ossa a sfamare gli avvoltoi in un campo di battaglia lontano, in una guerra non sua. Il generale per non gli aveva dato molta possibilit di scelta.
Se mi aiuti e ne usciamo vittoriosi, far in modo che tu e la tua famiglia non abbiate alcun problema in questa citt. Potrai avviare un fiorente commercio del pesce, protetto da Roma gli aveva detto quel governatore o proconsole o quello che era, durante il loro ultimo colloquio. Era notte. Nellatrio della grande casa del generale romano a Tarraco si proiettavano lunghe ombre alla luce delle torce.
E se mi rifiuto? Se non ti aiuto? aveva osato chiedere Ilmo, guardando il generale negli occhi. Dopotutto questa non  la mia guerra. Certo, ho molto da guadagnare se collaboro, ma potresti anche perdere, e allora i Cartaginesi mi uccideranno e uccideranno la mia famiglia.
Publio aveva sostenuto lo sguardo del pescatore e senza distogliere gli occhi dai suoi aveva risposto piano.
Non hai possibilit di scelta.
Poi era arrivato il silenzio, insieme al crepitare delle torce accese. Il romano aveva aggiunto qualche altra parola, un po pi rilassato.
Mi spiace, Ilmo, che tu sia in questa situazione, ma ho bisogno del tuo aiuto. E poi, se quello che mi hai raccontato  vero, ne usciremo vittoriosi, stanne certo.
Ilmo sapeva di aver detto la verit, ma non capiva come potesse significare una grande vittoria per i Romani, anche se ovviamente non era un generale e non sapeva niente di strategia. Era confuso.
Forse  meglio morire qui che per mano dei Cartaginesi, aveva risposto che poi sterminerebbero la mia famiglia o Aveva esitato, deglutito e proseguito: O minacci anche tu la mia famiglia, se non ti aiuto?.
Publio si era appoggiato allo schienale della sedia e aveva riflettuto per qualche secondo.
No, non minaccio la tua famiglia. La tua preoccupazione per i tuoi ti fa onore e mi sembra degna di rispetto. Mi pare giusto che tu voglia garantire la loro sicurezza. Ti offro questo accordo: tu ci aiuti in questa impresa, accompagni lesercito e, se vinciamo, e vinceremo, avrai tutto ci di cui abbiamo parlato. Ma se perdiamo, e non succeder, ti assicuro che dar ordine che nel caso di unavanzata cartaginese su Tarraco, la tua famiglia sia portata a Roma o in qualunque altra citt sotto il controllo romano, dove sia al sicuro. Ho dato istruzioni simili per la mia stessa famiglia.
Ilmo aveva riflettuto prima di rispondere. Poteva anche succedere che dopo Tarraco cadessero altre citt romane e che la stessa Roma fosse presa da Cartagine, ma il pescatore si era reso conto di aver negoziato tutto il negoziabile. Se non di pi. Stava mettendo alla prova la pazienza di quel generale. Lo aveva osservato bere lentamente un sorso di vino da una coppa dargento, ma aveva avuto la sensazione che anche a occhi chiusi lo osservasse e gli leggesse nel pensiero.
Daccordo. Accetto. Ti aiuter, vi accompagner e far come concordato; in cambio, avr la protezione per la mia famiglia in ogni caso e, in caso di vittoria, anche la ricompensa di cui abbiamo parlato.
Publio non aveva risposto, si era limitato ad annuire in silenzio.
Ora, sulla nave ammiraglia della flotta romana, Ilmo si sforzava di ricordare ci di cui aveva bisogno per tenere fede allaccordo. Era sicuro di quasi tutto, ma a mano a mano che si avvicinavano a destinazione, i dubbi cominciavano ad attanagliarlo. Non era stato molto spesso a Carthago Nova. La sua memoria per era eccezionale. Dopo aver navigato da qualche parte, ricordava ogni cosa: rocce, promontori, correnti Solo che non era mai stata questione di vita e di morte, per lui e per la sua famiglia.

96
IL PIANO DI FABIO

Tarentum, 209 a.C.
Fabio Massimo era stato rieletto console. Da tempi immemorabili nessuno aveva ottenuto la magistratura tante volte. Erano pochi, del resto, anche i senatori che raggiungevano i settantaquattro anni nel pieno delle loro facolt fisiche e mentali. Fabio aveva trasformato la resistenza in arte e in quella disciplina nessuno poteva batterlo. Il giovane Marco Porcio Catone, a venticinque anni, aveva imparato ad ammirare la forza di spirito e la sagacia che accompagnavano in modo naturale le decisioni politiche e militari del suo maestro. Ora, mentre navigava su una quinquereme, circondato da decine di navi della flotta romana dirette a Tarentum, ricordava la conversazione avuta con Fabio Massimo mentre guardavano partire quello sfacciato di Scipione verso la lontana e sempre incerta Hispania. Aspetteremo lanno prossimo prima di agire. Quando gli altri saranno stanchi, interverremo noi aveva detto, o almeno questo era il senso che Catone aveva dato alle sue parole.
Un anno dopo, in seguito a un consolato in cui Marcello si era sfinito a furia di combattere contro Annibale senza ottenere una vittoria chiara, quando ormai sia la fanteria romana sia quella cartaginese davano segni di stanchezza, Fabio aveva presentato di nuovo la propria candidatura al Senato ed era stato eletto console per la quinta volta.
Ora marceremo verso sud, giovane amico, verso sud.  arrivato il momento di agire aveva detto, mentre si sfregava le mani davanti a un perplesso Catone, uscendo dal Senato.
La flotta attracc nelle vicinanze della baia di Tarentum. Alla luce del tramonto si distinguevano in lontananza le mura della citt e la cittadella: la prima in mano alle truppe cartaginesi e la seconda ancora sotto il controllo romano, con la guarnigione italica sottoposta al pi duro degli assedi da parte delle truppe africane.
Attaccheremo via terra e via mare contemporaneamente spieg Fabio.
E la flotta cartaginese? chiese Catone.
La flotta cartaginese, mio caro Marco,  lontana e aiuta Filippo a combattere contro la nostra flotta nellAdriatico. Annibale sar anche un grande stratega nelle campagne di terra, ma quanto alla scelta di alleati utili ha ancora molto da imparare. Ha sollevato Filippo contro di noi e noi abbiamo sollevato gli Etoli contro Filippo. Adesso, invece di ricevere aiuto dai Macedoni,  Annibale che deve inviare la sua flotta in aiuto di Filippo.  ironico e tremendamente divertente.
Catone ascoltava attento. I piani tracciati da Fabio Massimo lanno precedente iniziavano ad andare al loro posto, come le tessere di un mosaico, e quelli che fino a poco prima erano soltanto pezzi informi tratteggiavano ora una chiara strategia.
E questo, Marco,  solo il principio. Questa notte aspetto una visita. Resta a cena con me e avrai una serata istruttiva.
Le cene sulla nave da guerra erano frugali: un po di pesce, frutta e vino allungato con acqua. Catone amava il mulsum, ma quando non lo vide non disse nulla, per timore di sembrare frivolo in una serata in cui sembrava che dovesse accadere qualcosa di importante. Nel giro di poco, terminata la cena e quando la notte era gi calata sul mare, uno dei lictoresdellanziano console entr nella cabina.
Luomo che aspettavi  arrivato disse la scorta del magistrato.
Fatelo entrare ordin Fabio.
Comparve un uomo sulla trentina, non molto alto, un po ingobbito, con la carnagione scura, la barba trasandata e lo sguardo furtivo. Salut il console con un inchino e rimase in piedi, senza sapere bene cosa fare per dimostrare rispetto nei confronti di quellalto dignitario di Stato, che negli ultimi mesi si era interessato ai suoi servigi.
Marco, ti presento Regolo.  un bruttio leale a Roma. La sua storia  interessante, non  vero, Regolo? comment Fabio in tono condiscendente.
Catone osserv il bruttio e non pot evitare di cogliere un che di sospettoso in quegli occhi nervosi, incapaci di guardare linterlocutore, forse per umilt, forse per celare qualcosa. Era molto improbabile che il suo vero nome fosse Regolo, soprattutto se proveniva dalla regione del Bruttium, nel Sud della penisola italica. Ma non era insolito che un bruttio favorevole alla causa dellUrbe adottasse un soprannome romano, perch, almeno in teoria, fosse chiaro a chi riservava la propria lealt.
Regolo, aggiorna il mio amato confidente Marco sulle tue attivit di questi mesi.
Il bruttio sembrava esitare. Massimo lo esort di nuovo e fu pi preciso nella sua richiesta.
Raccontaci la storia di tua sorella e del prefetto bruttio alle mura di Tarentum.
Regolo annu. Se era quello che il console voleva, cos andava fatto.
Vedi, mio signore inizi Regolo, ma senza guardare Marcio Porcio Catone. Mia sorella, come me,  bruttia; la sfortuna ha voluto che fosse nella citt di Tarentum quando fu presa da quel selvaggio di Annibale. Da allora, sopravvive come pu. Con larrivo di Annibale, sono entrate truppe di diverse regioni per sottomettere e controllare la citt, e sono tutte sotto la supervisione della guarnigione cartaginese. Si d il caso che fra le truppe che Annibale ha portato a Tarentum ci sia un piccolo contingente di bruttii sleali, passati dalla parte dei Cartaginesi. Qui Regolo stava quasi per sputare a terra, per sottolineare il proprio disprezzo per le truppe della sua stessa regione, ma ci ripens e si trattenne. Il prefetto al comando del contingente bruttio si  innamorato di mia sorella, che ora fa di lui quello vuole. Grazie a lei, ho in pugno il prefetto e quindi un settore della muraglia, quello sotto la sua sorveglianza durante la notte, nel settore orientale, vicino alla porta Temenida.
Catone torn a guardare Fabio. Il console, come una vecchia volpe, sorrideva tranquillo e trasudava soddisfazione da ogni poro della pelle rugosa. Era evidente che pregustava una facile e imminente vittoria.
Era una notte senza luna. I legionari erano sbarcati oltre il porto, sulla costa a nord di Tarentum, a un chilometro dalle mura. Marciavano con prudenza, quasi a tentoni, perch il console aveva ordinato di non accendere le torce. Lunico riferimento erano le luci che la citt stessa proiettava dallalto delle mura e delle torri. Arrivarono cos a soli cinquecento passi e l, nascosti in un bosco di querce, aspettarono in silenzio il segnale di attaccare.
Fabio Massimo osservava le enormi mura. Era impossibile prendere quella citt se non con linganno o il tradimento, come a suo tempo aveva fatto Annibale, alleandosi con un gruppo di Tarentini scontenti di come Roma li trattava. Bene, ora toccava a lui.
Non sar unattesa lunga disse il console a bassa voce.
Catone, al riparo degli alberi, annu. E quasi il vecchio avesse sfoggiato le sue doti di ugure, un gran frastuono di voci e colpi di spada li raggiunse dallinterno della citt.
Avanti! Per Castore e Polluce! Marciate! ordin Fabio Massimo ai tribuni.
In un attimo una legione completa, con i suoi quattromila effettivi, inizi ad avanzare verso le mura. A mano a mano che si avvicinavano, si resero conto che il baccano proveniva dalla cittadella, dove era ancora trincerata la guarnigione romana che i Cartaginesi non erano mai riusciti a sconfiggere, e dai quartieri della citt vecchia, vicina alla cittadella e lontana dalle mura.
Sembra che i bruttii stiano facendo la loro parte alla perfezione comment Catone.
Fabio Massimo non disse nulla. Lavanzata delle truppe prosegu fino a raggiungere il settore orientale delle mura, sorvegliato dal manipolo dei bruttii di Regolo. Era vero, sembrava che eseguissero bene gli ordini: contemporaneamente ai disordini creati dai Romani nella cittadella, piccoli gruppi di bruttii provocavano infatti scontri con le truppe cartaginesi in diversi punti della citt.
In quel momento suonarono le trombe e i corni che annunciavano lattacco della flotta romana da nord.
La confusione fra i difensori della citt aument. Gli ufficiali cartaginesi, nello sconcerto pi assoluto, cercavano di riportare lordine. Subito si fece ricorso alle truppe africane delle mura orientali per difendere il porto e rispondere alle armi da lancio che piovevano dalla cittadella. Varie centinaia di uomini furono inviati nella citt vecchia per riprendere il controllo della situazione. Le mura orientali rimasero quindi sotto il controllo dei Bruttii di Regolo nel settore centrale, sotto lunica sorveglianza di piccoli gruppi di Cartaginesi alle estremit settentrionali e meridionali.
Le truppe di Fabio Massimo raggiunsero il punto della muraglia stabilito, vicino alla porta Temenida. I legionari lanciarono le scale e iniziarono a scalare. Chi arrivava in cima al muro veniva aiutato dagli uomini di Regolo. Tutto procedeva alla perfezione, fino a quando un gruppo di Cartaginesi del settore nord comparve di pattuglia in cima alle mura. Quando ebbero realizzato ci che vedevano i loro occhi, lanciarono lallarme e si buttarono contro i Bruttii e i Romani, ma era ormai tardi per fermare lazione notturna del nemico. Un manipolo completo di Romani era gi sulle mura e, con laiuto dei Bruttii, non tard ad avere la meglio sulla piccola pattuglia composta da dieci soldati cartaginesi. La met mor a colpi di spada, gli altri furono scagliati gi dalla muraglia, fuori dalla citt. I corpi dei Cartaginesi furono accolti dalle risate dei legionari romani, che gli ufficiali repressero severamente. La citt non era ancora caduta e avevano ordine di restare in silenzio fino a quando la porta Temenida non fosse stata sotto il loro controllo.
Allinterno, le azioni si accavallavano. In pochi minuti i Romani scesero verso la necropoli di Tarentum, dentro il recinto della muraglia. I legionari scivolavano con prudenza, per evitare che i sandali tradissero la loro presenza prima che avessero raggiunto lobiettivo. La confusione e le grida che arrivavano dalla cittadella, dal porto e dalla citt antica erano i loro migliori salvacondotti.
La porta Temenida, come il resto degli accessi a Tarentum, era protetta da truppe africane e iberiche, tutti veterani dellesercito che Annibale aveva portato con s dallHispania e che avevano varcato con lui i Pirenei, il Rodano, le Alpi e condiviso le grandi vittorie dei primi anni. Erano uomini esperti nella guerra. Uno degli Iberi che scrutava verso linterno, preoccupato dallattacco romano nel settore nord, era particolarmente nervoso. Era assurdo cercare di prendere la citt dal porto. E le cose assurde lo infastidivano. Da sempre. Qualcosa richiam la sua attenzione. Ombre. Figure oscure che sembravano spostarsi sulle vecchie tombe greche della necropoli, che si estendeva fra la porta Temenida e la zona nord della citt, dove si trovavano i templi di quegli strani di. Chi poteva avventurarsi fra le tombe in piena notte, e proprio mentre i Romani attaccavano da nord? Stava per chiamare i compagni, ma sent un fischio premonitore e si acquatt rapido, con lagilit e i riflessi acquistati in decine di battaglie. Le frecce solcavano il cielo e vide che ferivano due compagni.
Allarme! grid e sfoder la spada a doppia lama.
Il resto della guarnigione usc in armi. Una ventina di robusti soldati disposti a morire. La battaglia si svolse nei pressi della porta Temenida, allinterno del recinto delle mura. I venti Iberi e africani affrontarono gli ottanta legionari del manipolo romano che avevano attraversato la necropoli. Chiunque avrebbe scommesso su una facile vittoria dei Romani, ma si trattava di truppe reclutate da poco fra le colonie latine, gi impoverite e rimaste senza uomini preparati da offrire a Roma. Molti erano troppo giovani e tutti, con leccezione del centurione che li guidava, inesperti. Ogni africano si batteva contro due o tre legionari contemporaneamente. Gli Iberi fingevano di retrocedere, per allontanare i legionari dal grosso dei nemici e combattere contro di loro separatamente. Tre africani e sei Iberi erano morti e gli altri erano feriti o, nel migliore dei casi, doloranti. Ma avevano resistito al primo assalto dei Romani, che avevano perduto pi di trenta uomini. Il centurione si affannava a ricomporre le file del manipolo per preparare una nuova carica, ma negli occhi dei suoi uomini leggeva la paura. Quei nemici non sembravano come il resto dei mortali. Da dove arrivavano quei soldati, che in simili condizioni di inferiorit numerica si battevano a morte con unenergia e unabilit inimmaginabili? Al loro primo combattimento importante, i legionari avevano la sfortuna di trovarsi davanti i veterani delle truppe di Annibale. Il centurione ordin di attaccare di nuovo, ma gli uomini esitarono. Lufficiale romano era consapevole che se non fosse riuscito a prendere quella porta, lintera operazione sarebbe stata a rischio. Ma non sapeva che cosa fare se gli uomini non gli obbedivano. Gli africani e gli Iberi erano ancora in piedi, qualcuno sanguinava, ma difendevano la porta senza cedere di un soffio.
In quel momento, una fitta nuvola di frecce precipit dallalto delle mura. Diversi africani caddero infilzati e gli Iberi decisero che era troppo e si addentrarono nella necropoli in cerca di rinforzi. Gli africani invece si voltarono verso il punto da cui partiva la pioggia di frecce. Prima di morire, riuscirono a intravedere i soldati bruttii che li prendevano di mira con gli archi. Solo il tradimento era riuscito a sconfiggerli.
La porta Temenida si spalanc. Le sue immense bandelle risuonarono nella notte umida. Fabio Massimo, console di Roma, protetto dai lictorese da una legione di Romani, entr a Tarentum. Si ferm per contemplare la marcia delle truppe verso linterno della citt che aveva appena conquistato. Lasci il resto delle azioni nelle mani dei tribuni. Questi si addentrarono con il grosso delle truppe e attraversarono la necropoli diretti al Foro, senza soffermarsi davanti ai templi di Persefone, o Kore, e Dioniso. Non incontrarono praticamente alcuna resistenza finch non arrivarono al Foro. L si svolse il combattimento pi violento di quella notte. Il grosso della guarnigione cartaginese, avvisata dagli Iberi che si erano salvati davanti alla porta Temenida, avanzava per sbarrare il passo agli invasori, ma questi erano gi dentro la citt con migliaia di uomini. I Cartaginesi lottarono con abilit, come avevano fatto i loro compagni alla porta conquistata con il tradimento, ma quando sembrava che potessero resistere, i Romani fecero ingresso dal porto, che era rimasto quasi sguarnito, dal momento che i suoi difensori erano in citt. Poi le porte della cittadella si aprirono, dopo quella reclusione infinita, e la guarnigione romana sopravvissuta agli anni di assedio cartaginese usc per dare il suo contributo contro i nemici.
Fabio Massimo, seduto su una tomba greca, diede un ordine a bassa voce, quasi impercettibile.
Avanti la seconda legione.
Catone, che era rimasto accanto a lui, trasmise lordine ai tribuni. Una seconda legione entr nella citt e quella che fino a quel momento era stata una battaglia si trasform in una delle peggiori carneficine di quella guerra.
Che cosa facciamo con quelli che si arrendono? chiese un tribuno.
Fabio Massimo, senza alzarsi, rispose con calma.
Uccideteli tutti.
Il tribuno annu.
E i Tarentini? Che cosa facciamo con gli abitanti della citt?
Questa volta il console riflett per qualche secondo.
Insomma, disse infine sembrava che si trovassero bene, troppo bene, sotto il dominio cartaginese. Non hanno fatto niente per aiutare le nostre truppe rinchiuse nella cittadella. Uccideteli a vostro piacimento.
Il tribuno stava per andarsene, ma aveva ancora un dubbio. Non sapeva se poteva rivolgere altre domande. Il console era infastidito dallincapacit di quellufficiale di mettersi allopera.
Anche le donne e i bambini? chiese a testa bassa, prudente, in un soffio.
Quinto Fabio Massimo si alz dalla tomba su cui era seduto. Parl a voce alta e forte, in modo che lo sentissero sia quel tribuno impertinente sia gli altri ufficiali che erano con lui.
Uccidete a vostro piacimento. Violentate, bruciate e uccidete. Uomini, donne e bambini. Sottraete le loro ricchezze e se qualcuno cerca di impedirvelo, uccidetelo. Stuprate le donne. Uccidete i bambini, se la cosa vi diverte. Spazzate via i nemici di Roma. Il messaggio deve arrivare forte e chiaro a tutte le citt che sono passate dalla parte dei Cartaginesi. Si interruppe un attimo per inspirare; let lo indeboliva. Si rese conto che anche se lo sentivano, non tutti lo vedevano. Allora sal in cima alla tomba e concluse da l il suo discorso. Questa  la notte dellira. Questa  la notte in cui perfino gli di dei nostri nemici avranno paura del potere di Roma!
Non ci furono altre domande. Fabio Massimo si ritir nel piccolo accampamento che veniva eretto alle porte della citt, non senza aver prima incaricato Catone di controllare che i suoi ordini fossero eseguiti alla lettera.
Il giovane Marco, protetto da una scorta di legionari, arriv fino al Foro della citt. I soldati romani accumulavano ricchezze di ogni tipo, oro, argento, attrezzatura militare e centinaia di armi confiscate ai Cartaginesi morti e al resto delle truppe mercenarie. Un gruppo di africani, arresi e disarmati, fu tempestato di frecce. I caduti venivano passati meticolosamente a fil di spada, per assicurarsi che nessuno fingesse di essere morto per sopravvivere a quella veglia di morte e distruzione. Catone si diresse verso la citt vecchia. L lo spettacolo era ancora pi terribile. Vide gruppi di legionari che trascinavano le donne fuori di casa per i capelli, qualcuna mezza nuda, altre gi completamente svestite, e le violentavano in mezzo alla strada. Qualcuno portava fuori anche il marito, per godere della sua sofferenza. Spesso gli stupri si concludevano con lo sgozzamento delle donne e dei mariti. Decine di bambine seguivano il destino delle madri. Cerano molti soldati giovani in quelle truppe. Catone intu che la giovent era capace delle crudelt peggiori. Qualcuno sarebbe rimasto vivo? Fu tentato di frenare alcuni uomini che si divertivano a torturare un gruppo di bambini, ma la paura della reazione del console lo blocc.
Una voce che riconobbe chiedeva aiuto. Catone si volt e vide il bruttio Regolo, armato di spada e accompagnato da altri due soldati bruttii, che proteggeva una donna terrorizzata, la sorella probabilmente. Il seme da cui era stata generata quella notte supplicava di avere salva la vita.
Mio signore, mio signore! gridava Regolo rivolto a Catone. Aiutaci! Si sono confusi! Ci ammazzano! Tu lo sai che abbiamo aiutato il console! Siamo sotto la sua protezione!
Marco Porcio Catone alz la voce nel caos di legionari che circondavano Regolo, la sorella e i compagni bruttii.
Mi occupo io di questuomo e delle persone che sono con lui! esclam con decisione.
I legionari esitarono, perch la donna era molto attraente e alcuni di loro non si erano ancora tolti lo sfizio, ma il centurione romano che li guidava riconobbe il giovane protetto del console e il sudore freddo gli copr la fronte.
Fatevi da parte, imbecilli! Non avete sentito lordine? Fatevi da parte o sar la mia spada a portarvi via di qui a uno a uno!
Regolo camminava pi curvo del solito, spaventato. Si lamentava mentre seguiva quellufficiale romano alto che li aveva salvati in extremisda una morte sicura.
Non ha senso. Abbiamo aiutato il console a prendere la citt e stanno distruggendo tutto. Va bene, su questo non mi intrometto, non sono affari nostri, ma hanno ucciso molti dei miei uomini, gli stessi che li hanno aiutati a impadronirsi della porta Temenida.
 stato un errore rispose Catone senza alzare la voce e senza girarsi verso di lui. Fra qualche istante sarai davanti al console. Potrai esprimergli le tue rimostranze.
Regolo era indignato. La rabbia sembrava aver cancellato tutta la paura delle ultime ore, dopo essere stato obbligato a difendere se stesso e la sorella dallaggressione dei Romani che lui stesso aveva aiutato e a cui aveva permesso di entrare in citt. Non vedeva lora di affrontare faccia a faccia il console ed esigere un risarcimento, per s e per tutti i suoi uomini.
Quinto Fabio Massimo, seduto su una sedia ricoperta di cuscini per rendere pi comoda la dura attesa notturna, contemplava lincendio che consumava gran parte della citt di Tarentum. Alle sue spalle cera la tenda del generale in capo dellesercito consolare che aveva preso la citt. Era una conquista paragonabile a quella di Siracusa da parte di Marcello. Nessuno avrebbe pi potuto mettere in dubbio che fosse lui a condurre quella guerra. Era il senatore pi esperto, lo stesso che aveva fermato Annibale dopo Canne e difeso Roma quando il cartaginese si era accampato alle porte della citt, quello che poteva vantare pi consolati. E ora non potevano neanche rinfacciargli che non avesse conquistato una grande citt come Marcello. I suoi nemici non avrebbero pi avuto neanche quellargomento. Quella conquista avrebbe fatto di lui luomo pi potente di Roma. Le ricchezze di Tarentum avrebbero risanato i conti dello Stato e alleggerito la pressione sui patrizi e sulle colonie latine. Quel giorno inaugurava una nuova tappa nella guerra contro Annibale, in cui Fabio Massimo avrebbe guidato Roma verso la sconfitta definitiva del cartaginese. Il suo nome sarebbe rimasto negli annali come quello del generale pi grande che la citt destinata a governare il mondo avesse mai avuto. Nessun altro generale romano poteva compiere unimpresa paragonabile alla conquista di Tarentum.
Fabio vide che Catone si avvicinava insieme alla scorta e ad alcune strane persone.
Allora, Marco? chiese il console senza alzarsi. Vengono eseguiti i miei ordini?
S, mio signore. Non credo che i Tarentini e i Cartaginesi avranno qualche dubbio circa il messaggio che abbiamo mandato stanotte. Quello che non so  se rimarr qualcuno per raccontarlo.
Per tutti gli di, fino a questo punto vengono eseguiti fedelmente i miei ordini? Tanto fervore da parte delle mie truppe mi commuove. Il console parlava con un sorriso fisso sulla bocca semiaperta, che lasciava intravedere il bianco sporco dei denti affilati.
Ho portato con me Regolo. Ha alcune lamentele circa il modo in cui i Romani trattano i Bruttii.
Regolo? Il console pronunci quel nome come se cercasse di ricordare di chi si trattava, ma senza riuscirci. Ah, il bruttio. S, certo. Lamentele?
Regolo emerse dalla scorta e fece due passi avanti, fino a quando i lictoresgli incrociarono le spade sul petto, obbligandolo a fermarsi.
I vostri legionari hanno tolto la vita a molti dei miei uomini, gli stessi che vi hanno aiutati a entrare a Tarentum stanotte, che vi hanno servito questa vittoria su un vassoio.
Il sorriso sul viso di Fabio Massimo scomparve. Il console rimase in silenzio, mentre unombra gli incupiva lo sguardo nei piccoli occhi, fino a quel momento quasi allegri. Unespressione corrucciata gli comparve sulla fronte. Regolo fraintese quellespressione e credette fosse segno di confusione, quindi decise di spiegarsi meglio.
Devi ordinare che vengano protetti gli altri Bruttii a Tarentum e poi esigo un risarcimento per me e per il resto dei miei uomini. Per poco non ci uccidevano e stavano per violentare mia sorella! Solo lintervento del vostro tribuno ha impedito questa serie di atrocit! E indic Marco Porcio Catone.
Questi fece qualche passo indietro e guard a terra. Non era sicuro che il suo intervento avesse lapprovazione del console, ma non gli sembrava ragionevole uccidere chi li aveva aiutati.
Regolo prosegu con la sua sfilza di lamentele.
Se non fosse stato per i miei uomini, Tarentum stanotte sarebbe ancora dei Cartaginesi!
Forse disse infine il vecchio console. La guerra  confusa, Regolo. Evidentemente, nelloscurit, i miei soldati non sono stati in grado di distinguere gli uni dagli altri. Cose che succedono. Fabio Massimo parlava molto lentamente, come se soppesasse ogni parola. Lespressione corrucciata e lo sguardo buio erano ancora l. Non mi  del tutto chiara per la tua interpretazione di quello che  successo qui stanotte, Regolo. Tarentum  stata presa dassalto dalle mie legioni ed  questo che rimarr scritto nella storia. Lintervento dei tuoi uomini  un episodio che non merita quasi di essere menzionato. Ti correggo: senza le mie legioni, Tarentum sarebbe ancora nelle mani del nemico e i tuoi soldati sarebbero sottomessi ai Cartaginesi. Hai subito perdite? Quanti Romani credi che siano caduti questa notte? Ma qui non vedo nessun tribuno delle mie legioni a chiedere un risarcimento per i suoi soldati. Con le ultime affermazioni il console aveva alzato la voce, ma si trattenne e torn a un tono pi pacato. Mio caro Regolo, hai prestato un servizio a Roma, ma il tuo modo di vedere le cose una lunga pausa, silenzio, solo il crepitare delle torce che si consumavano mi inquieta; s, questo tuo modo di interpretare ci che  avvenuto mi disturba, Regolo.
Il bruttio stava per dire qualcosa, ma il console, senza guardarlo, gli occhi fissi sulle fiamme che inghiottivano Tarentum, alz la mano destra e lo convinse a tacere.
Credo, Regolo, che la tua visione debba essere corretta, per evitare interpretazioni erronee in futuro. Fabio guard Catone. Non  opportuno che storie su non so quali tradimenti e fantasie dei Bruttii gettino unombra sulla luce di questa nuova alba nella storia di Roma.
Il primo raggio di luce illumin lorizzonte. Il console guardo uno dei suoi lictores. Il soldato resse lo sguardo per un attimo e annu. Sguain la spada e si avvicin, lentamente, a Regolo. I soldati che avevano circondato il bruttio si fecero da parte.
Regolo parl di nuovo.
Che cosa vuoi fare? Non ha senso. Se mi uccidi, nessuno vorr mai pi aiutarvi.
Forse non avremo mai pi bisogno di aiuto, bruttio. Il tuo popolo  un alleato troppo incostante: prima  contro di noi, poi a nostro favore quando vi conquistiamo, per poi passare dalla parte di Annibale e infine di nuovo con noi. Credo che questo tentennamento debba essere fermato una volta per tutte.  confuso, sfiancante.
Il console distolse lo sguardo e si limit ad ascoltare il grido del bruttio che veniva attraversato dalla spada del lictor.
E gli altri? chiese il soldato che aveva appena tolto la vita a Regolo.
Uccideteli tutti.
I lictoresnon si fecero troppi scrupoli. Iniziarono dalla donna. Due uomini la presero per le braccia e un terzo le attravers il petto, girando la spada mentre la estraeva in modo da distruggerle il cuore e le viscere, che uscirono insieme alla lama. Le grida strazianti della donna risuonarono nei timpani di Catone come coltelli affilati, ma per tutto il tempo Marco tenne lo sguardo fisso sulla vittima. Non voleva che il console interpretasse un suo gesto qualunque come segno di debolezza. Poi i legionari sgozzarono i due bruttii che restavano e infine un messaggero si diresse verso la citt con lordine espresso di uccidere ogni soldato o civile bruttio rimasto a Tarentum.
Fabio Massimo si alz.
Vado a riposare un poco. Lemozione di questa conquista mi ha sopraffatto e devo riprendere le forze.
Sembrava che si ritirasse, ma si ferm e rivolse un ultimo commento al giovane Catone.
Spero che non ti frapporrai mai pi tra i miei uomini e i miei ordini.
Catone stava per dire qualcosa in propria difesa, ma il console non gliene diede il tempo. Entr nella tenda. Era stanco e doveva riposare. Fra poche ore, quando si fosse ripreso da quella notte di veglia, avrebbe fatto la sua entrata trionfale nella citt soggiogata. Gli di si erano mostrati generosi con lui. Doveva ricordarsi di offrire un fastoso sacrificio nel Foro di Tarentum davanti alle truppe vittoriose. Con un po di fortuna, presto sarebbe arrivata la notizia della caduta del giovane Scipione in Hispania. Con questo la sua felicit sarebbe stata completa. Doveva solo aspettare che quellimpetuoso generale commettesse qualche insensatezza tipica della giovent. I Cartaginesi, sempre diligenti, si sarebbero incaricati del resto.
Fabio si sedette. Cera stato un momento in cui si era chiesto se quella guerra non fosse stata un errore. Ora non pi. Ora tutto andava al suo posto, tutto scorreva come un fiume tranquillo verso un mare placido di vittoria, la sua vittoria.

97
CARTHAGO NOVA

Hispania, 209 a.C.
La sentinella cartaginese aveva brividi tanto forti che lo scuotevano come spasmi. La primavera non arrivava e in cielo si intravedevano gi le nuvole che avrebbero nascosto il sole per tutta la giornata. Allorizzonte per si notava un leggero bagliore, che annunciava la nascita di un nuovo giorno per Qart Hadasht, capitale dellimpero cartaginese in Hispania. Il soldato passeggiava in silenzio fra i merli delle mura. Cercava di scaldare con lesercizio i muscoli tormentati dalle fauci del vento. Di quando in quando guardava a est, verso listmo che univa la citt, situata su una piccola penisola, alla terraferma. Limponente muraglia circondava tutta la fortezza ed era particolarmente alta sul lato dellistmo, lunico punto in cui era possibile entrare in citt via terra. Le lunghe mura ben fortificate si elevavano come un ostacolo inespugnabile. Le porte erano sempre chiuse e sorvegliate anche di notte, bench quel soldato pensasse che fossero precauzioni eccessive per la capitale nel cuore del vasto territorio dominato dai Cartaginesi. Tutti a Qart Hadasht sapevano che tre potenti eserciti punici si spostavano liberamente nella penisola a sud dellEbro e che presto qualcuno di quegli eserciti si sarebbe lanciato contro i Romani per cacciarli definitivamente. Per questo, il soldato di guardia trovava assurdi gli ordini del generale Magone, al comando della citt da quando gli eserciti si erano dispersi lungo i diversi cammini dellHispania, per rafforzare il dominio africano sul territorio.
La sentinella cartaginese guardava lorizzonte, distratta e sonnolenta. Aveva una folta barba imbiancata che indicava i molti anni di servizio nellesercito. Era un uomo maturo, robusto e forte, che preferiva lazione alle lunghe e noiose guardie notturne, in piazzeforti lontane dai fronti di battaglia. Aveva un unico punto debole: la sua vista non era pi quella degli anni di giovent. Per questo, quando la luce di quellalba nuvolosa invase lorizzonte, non riusc a capire bene che cosa ci fosse in lontananza. Si port una mano sugli occhi e li sfreg con forza, per vedere meglio. Non capiva quello che la sua vista sembrava dirgli. A cinquemila passi dalla citt cera un grande esercito, che si era stabilito l, davanti a lui, proprio alle porte di Qart Hadasht. E quegli stendardi quelle uniformi gli scudi e gli elmi Quello non era un esercito di Cartagine Il soldato inspir profondamente fino ad assimilare ci che succedeva. Dopo aver deglutito, lanci un potente grido dallarme. In pochi minuti, lintera citt era sveglia e si rendeva conto di ci che accadeva.
Magone dormiva accanto a una giovane schiava iberica, bottino di guerra e frutto del dominio cartaginese in Hispania. Non laveva ancora disonorata, perch era arrivato a letto troppo ubriaco. Per questo laveva lasciata l, stesa su un lato del letto, tremante e terrorizzata. Avrebbe pensato a lei allalba. Magone era un uomo robusto, alto quasi due metri, un gigante che comandava le truppe di Cartagine nella capitale. Come generale aveva il controllo sulla guarnigione della citt, sui suoi abitanti e sul territorio che la circondava. Il suo potere era assoluto.
In citt iniziarono a sentirsi alcune grida e un tumulto crescente, di gente che correva per strada. Magone apri gli occhi allertato dal rumore. Scost il corpo della schiava con una spinta e la butt a terra. Lei non grid quando colp le mattonelle fredde. Nel tempo trascorso al palazzo di Magone aveva imparato a restare sempre in silenzio, in qualunque circostanza. Rimase a terra, zitta, quasi trattenendo il respiro, mentre Magone si alzava goffamente. Il vino della notte prima sembrava avere ancora effetto su quel corpo gigantesco, ma infine, a fatica e con decisione, and alla finestra del palazzo sulla collina Arx Hasdrubalis, dove si levava trionfante lacropoli della citt, una cittadella fortificata dentro il recinto delle mura di Qart Hadasht. Lo spettacolo che vide lo svegli del tutto: centinaia di uomini e donne che correvano per le strade, molti gridando, e decine di soldati che si dirigevano alle porte e alle mura. In quel momento, un ufficiale cartaginese comparve nella stanza del generale.
Mio signore i Romani migliaia un esercito alle porte della citt. La guarnigione sta prendendo posizione sulle mura.
Magone non rispose. Prese la spada, la corazza e lelmo e usc. Lufficiale lo segu da vicino. La giovane schiava rimase a terra, accarezzandosi il gomito su cui era caduta, per alleviare il dolore. Quella notte aveva sognato che presto sarebbe stata libera, che sarebbe stata con i genitori nel suo villaggio natale. Ora si chiedeva se non fosse stato qualcosa di pi di un sogno. Ma non nutriva troppe speranze. Durante i giorni di reclusione aveva imparato a essere scettica sul futuro e sulla vita. Si ricord del suo giovane promesso, un capo iberico che la corteggiava fin da bambina, alto, bello e sempre premuroso con lei. La giovane scoppi a piangere fra singhiozzi soffocati, per non richiamare lattenzione di qualche guardia.
Albeggiava sullaccampamento romano, ma lattivit ferveva gi ovunque. Era stata una notte buia, perch il generale Publio Cornelio Scipione non aveva permesso di accendere fal per scaldarsi. Voleva aumentare leffetto sorpresa sul nemico, quando allalba avesse scoperto un enorme esercito alle porte.
Senza aver fatto colazione, fin dalle sei del mattino i legionari scavavano fossati e preparavano palizzate per erigere una doppia fortificazione che li proteggesse da un lato dai difensori della citt e dallaltro, alle spalle, da possibili rinforzi che fossero accorsi in aiuto delle truppe cartaginesi. Una strategia dassedio simile a quella usata a Capua lanno prima. Il generale aveva stabilito il suo accampamento proprio in mezzo allistmo. Quindi con due palizzate avrebbe potuto difendersi sui due lati, a est e a ovest. A sud restava il mare e a nord un grande lago.
Publio si spostava veloce da un punto allaltro, dando ordini, preparando la battaglia. Quale sarebbe stata la reazione dellufficiale al comando di Carthago Nova? Si ferm un attimo e guard le mura della citt. Il numero di soldati cartaginesi fra i merli aumentava a ogni istante. Quando aveva iniziato a progettare la strategia per assediare Carthago Nova, mesi prima, ancora prima di partire per lHispania, la sua prima idea era stata un attacco a sorpresa, poi invece aveva optato per un altro piano, pi complesso, che richiedeva gli scontri tipici di un assedio almeno allinizio. Era un pazzo. Peggio ancora. Publio si rese conto che fra tutti quei preparativi, circondato dai suoi uomini che lavoravano nei fossati, alle palizzate, nervosi, pronti a combattere, lui si divertiva.
In pochi minuti, Magone raggiunse le mura che si levavano sopra le porte della citt. I soldati si scostarono e il generale cartaginese si fece strada rapidamente fino ad arrivare ai merli: davanti a lui, un esercito romano di quindicimila uomini costruiva un accampamento fortificato. Un assedio. Magone non poteva credere a quella follia. Era un esercito considerevole, probabilmente il grosso delle truppe romane nella penisola, ma insufficiente per prendere la citt, soprattutto in tempi rapidi. Nel giro di qualche giorno, i mercanti che commerciavano quotidianamente con Qart Hadasht avrebbero diffuso la notizia dellassedio romano e presto sarebbero arrivati i rinforzi. Asdrubale Barca si trovava a meno di dieci giorni di marcia, con pi di venticinquemila uomini e decine di elefanti. Sarebbero stati pi che sufficienti. Magone doveva solo resistere un paio di settimane, forse anche meno. Si rivolse ai suoi.
Sono pazzi questi Romani? Chi si credono di essere? Dobbiamo solo mantenere la posizione per qualche giorno e aspettare i rinforzi, che non tarderanno ad arrivare. Abbiamo cibo e acqua per mesi. Possiamo resistere durante il giorno e banchettare di notte. Dallalto delle mura, rideremo di gusto quando vedremo come il grande Asdrubale li annienter. E scoppi in una sonora risata.
Il resto dei soldati rise insieme al capo e con loro anche molti degli abitanti, artigiani e commercianti, che si erano arricchiti grazie al ruolo che Cartagine aveva affidato alla citt.

I Romani smisero di lavorare per un istante. Dallalto delle mura arrivava una sorta di mormorio da principio appena percettibile. Quando si bloccarono per ascoltare meglio, a poco a poco divenne sempre pi riconoscibile. Dalla citt arrivava il rumore di centinaia di gole che ridevano.
Publio vide il dubbio e la paura scendere sui visi dei soldati. Sapevano tutti che la loro unica possibilit di vittoria era un assedio rapido, prima che arrivassero i rinforzi cartaginesi. Che i difensori della citt fossero cos sicuri di s da ridere non lasciava presagire una conquista facile. In quel momento, per, allorizzonte, a est, si stagli il profilo di decine di imbarcazioni. La flotta romana agli ordini di Gaio Lelio si avvicinava alla costa. Lammiraglio dirigeva le navi, lentamente ma con decisione, verso la citt, verso il porto. Le risate che arrivavano dalle mura si spensero allimprovviso. Nel silenzio si sent chiaramente la voce di Publio Cornelio Scipione che ordinava di proseguire con i lavori di fortificazione. Tra s benedisse larrivo della flotta in un momento tanto delicato. Il piano proseguiva.
Un soldato alla destra di Magone indic il mare. Il generale si volt. Allorizzonte, limmensa flotta romana si stagliava con le sue decine di imbarcazioni spinte da migliaia di remi. Si distingueva la schiuma sollevata dai rematori ogni volta che i remi di legno, disposti su lunghe file a babordo e a tribordo, colpivano la superficie dellacqua.
I Cartaginesi smisero di ridere. Magone rimase in silenzio, a riflettere. Leuforia iniziale si trasformava in timore. Avrebbero dovuto resistere solo qualche giorno, ma le forze che li assediavano aumentavano sempre di pi. I Romani erano arrivati con tutte le truppe, con tutta la flotta, con tutto il loro potere, per assestare un colpo netto e a sorpresa alla loro capitale. Era una follia. La citt avrebbe resistito. Era il piano di un pazzo. Inconcepibile. La citt avrebbe retto allimpatto, ma la presenza della flotta annunciava una battaglia complicata, dura, difficile, con morti e sangue e lotte accanite. Magone si tolse lelmo con una mano e con laltra si accarezz la lunga chioma scura.
E va bene disse infine, rivolto a coloro che lo circondavano. Roma  venuta a combattere, a conquistare linconquistabile. Resisteremo fino a quando i nostri eserciti non arriveranno a buttarli nel mare da cui sono giunti. Tutti gi, tranne la guardia alla porta. Riunite la popolazione ai piedi dellArx Hasdrubalis. Andiamo, non c tempo da perdere!
I Cartaginesi, spronati dal generale, si prepararono alla difesa. Tutti scesero dalle mura, tranne la guardia della grande porta orientale. I soldati corsero a prendere le armi, le guardie dellenorme portone supervisionarono le difese e presto in citt si diffuse lodore dello zolfo che bolliva, pronto per essere lanciato addosso a coloro che avessero osato avvicinarsi alle mura di pietra di Qart Hadasht.
Con la presenza della flotta guidata da Gaio Lelio, i Romani contavano su una forza imponente per proteggersi da un attacco via mare e al tempo stesso su una gran quantit di materiale e attrezzature per costruire laccampamento in tempi rapidi. Non avrebbero avuto bisogno di tagliare i tronchi per le palizzate, perch le navi ne erano cariche. Era chiaro che il generale aveva pianificato lassedio nei dettagli. I soldati si sentirono pi sicuri, sapendo che chi li guidava ne sapeva pi di loro, nonostante fosse cos giovane.
Allalba, Publio ordin di interrompere i lavori e fare colazione alla prima luce del sole, per riprendere le forze nel caso i difensori della citt avessero optato per una sortita disperata a sorpresa. Il generale ne approfitt per rivolgersi ai suoi uomini dallalto di una collina. Espose loro il suo piano, a piena voce.
A voi tutti dico che oggi siamo venuti non a combattere, ma a vincere! Roma ha sopportato gli attacchi costanti dei Cartaginesi in questa regione, fino a ripiegare a nord dellEbro. In sei giorni abbiamo raggiunto, senza che nessuno se laspettasse, neanche voi, la loro capitale, e in breve entreremo in questa citt e la prenderemo, insieme al suo oro, allargento, ai viveri, agli schiavi, ai cittadini e agli ostaggi con cui Cartagine tiene soggiogati gli Iberi della regione, e questo dar a voi la gloria e rafforzer Roma agli occhi del mondo. Se questa fortezza cade, non ci sar pi una sola citt punica che si sentir al sicuro; se i Cartaginesi non saranno capaci di difendere la loro colonia pi preziosa, come potranno difendere altre citt a cui tengono meno?  quello che si chiederanno tutti. Quante volte ci hanno sconfitti gli africani in Italia? Troppe.  ora di restituire ogni colpo ricevuto, ogni insolenza. Credevate che non avreste combattuto? Combatterete eccome, ma non per una collina o per un palmo di terra, bens per la capitale dei Cartaginesi in Hispania. E vi dico di pi: gli di saranno con noi, Marte, Giove e soprattutto Nettuno, il re e signore delle acque. So che queste parole ora vi sorprendono, ma alla fine vedrete come ogni mia promessa si sar avverata. Per gli di, per Roma! Per Roma!
Per Roma, per Roma, per Roma! ripeterono i legionari e alzarono le spade, per poi picchiare i pilacontro gli scudi. Il fragore di quindicimila scudi fece tremare la terra.
In cima alle mura, i cartaginesi ascoltarono con visi preoccupati il grido indomito delle legioni. Nonostante tutto, mantenevano le posizioni. Confidavano nella robustezza delle fortificazioni, nellolio bollente che stavano preparando, nelle armi di cui disponevano, certi che prima che i Romani fossero riusciti ad aprire una breccia, sarebbero arrivati i rinforzi di Asdrubale Barca, il pi potente dei Cartaginesi dopo il fratello Annibale.
I legionari erano assorti e riflettevano sulle parole che avevano appena sentito dal generale. Tutti avevano capito limportanza strategica della caduta di una citt in cui i Cartaginesi tenevano gli ostaggi delle trib iberiche, grazie ai quali facevano pressione sui loro capi perch non si sollevassero in armi. Con il trascorrere dei minuti, per, le parole persuasive del generale romano cozzarono contro laltezza delle mura che difendevano la citt e la necessit di conquistare quella fortezza prima che arrivassero i rinforzi.
Il giovane Publio inizi a disporre le truppe per lassalto. Gli hastatie i principesper primi, dal momento che erano le truppe pi giovani. I triarii, pi esperti, nella retroguardia. E davanti a tutti, la fanteria leggera dei velites. Altri cinquecento uomini sarebbero rimasti nellaccampamento. Fra costoro cerano, per ordine esplicito del generale romano, Quinto Trebellio e i suoi legionari.
 umiliante! gridava Quinto, agitando le braccia. Abbiamo detto qualcosa di inappropriato, vi siete lamentati di quella marcia infinita! Abbiamo sbagliato. Abbiamo sbagliato, daccordo, ma impedirci di combattere  unumiliazione senza pari. Non  giusto.
E sput a terra con frustrazione. Quinto parlava da una leggera altura, al centro dello spazio occupato dallaccampamento romano. Da l, insieme ad alcuni dei suoi uomini, esaminava la disposizione delle truppe che si preparavano a lanciare lattacco sulla citt. Vi era anche qualche catapulta, che era stata sbarcata allalba, e i soldati portavano pietre immense. Ma erano insufficienti come armi dassedio. Non bastavano neanche per cominciare. Perch il generale non aveva ordinato la costruzione di pi catapulte durante linverno? E altre scale e corde con cui arrampicarsi, come quelle che portavano i velitesche si preparavano ad affrontare il muro.
Quei bambocci non saranno neanche capaci di lanciare le scale e le corde per arrampicarsi.
Quinto non ci capiva niente. Durante linverno, il generale romano aveva dato ordine esplicito di far esercitare alcuni gruppi di soldati nellarte di assaltare mura, lanciare corde e scale e arrampicarsi con agilit, per prendere posizione su mura e fortezze di ogni genere, ma dal momento che non venivano costruite armi dassedio, nessuno aveva preso sul serio lidea. Ma la cosa pi assurda era che Quinto e i suoi uomini si erano specializzati proprio in quel genere di assalto e adesso che potevano far valere il loro addestramento, venivano messi da parte, relegati da un generale giovane e rancoroso, che si preoccupava pi di umiliare un piccolo gruppo di soldati e un centurione dalla lingua lunga che di approfittare al massimo delle doti dei suoi legionari.
Quinto era occupato in quei pensieri e non vide aprirsi la grande porta di Carthago Nova. Un legionario grid. I Cartaginesi facevano uscire le truppe per affrontare i Romani.
Escono! esclam Quinto. Quei Cartaginesi sono dei figli di buona donna, ma bisogna riconoscere che hanno fegato.
Dal promontorio, videro come i difensori di Carthago Nova portavano fuori fino a duemila soldati ben armati che, in un minuto, si disposero in formazione di attacco a solo un centinaio di passi dalle mura. E improvvisamente, con grande sorpresa dei Romani, Magone, dallalto della porta orientale, diede un ordine. Al suono della sua voce, i duemila Cartaginesi avanzarono risoluti e decisi.
Publio Cornelio Scipione osserv uscire i Cartaginesi. Puntavano dritti verso le sue truppe. Erano a soli due o trecento passi di distanza dai velites, i primi che sarebbero dovuti entrare in combattimento. I tribuni osservavano il generale, in attesa dellordine di attaccare. Publio restava in piedi, impassibile, circondato dai lictores, e si dibatteva in silenzio sulla migliore strategia da seguire. Infine, a bassa voce, diede un ordine a Lucio Marcio. Lufficiale sgran a tal punto gli occhi che sembr che dovessero uscirgli dalle orbite, poi guard il generale, incredulo.
Ne sei sicuro, mio generale? si azzard a chiedere.
Publio lo squadr in silenzio, senza aggiungere una parola. Marcio annu lentamente e guardando a terra scosse piano la testa, mentre si allontanava di qualche passo per trasmettere lordine ai legionari che suonavano le tube per dare istruzioni al fronte della battaglia. Ogni ordine corrispondeva a un determinato suono; brevi accordi che ogni legionario sapeva riconoscere in lontananza. Tutti si aspettavano lordine di attaccare, le tube non avrebbero fatto altro che confermarlo, ma allimprovviso i legionari rimasero fermi, attoniti. Il messaggio che avevano fatto suonare le tube allunisono fece crollare ogni aspettativa: ritirata.
I velitesnon potevano crederci. I Cartaginesi erano a soli cento passi e avanzavano; un passo in pi e sarebbero stati a portata dei giavellotti. Quellordine era assurdo. I legionari esitarono e i centurioni maledissero in silenzio il generale; ma tutti i centurioni al comando dei velites, come gli optionese gli ufficiali nelle altre file, al comando degli hastati, dei principese dei triarii, con una disciplina assoluta, senza capirci niente, ma certi di quale fosse lordine, ripeterono il messaggio a piena voce, con tutte le loro forze.
Indietro, retrocedete! Conservate le file! Scudi in alto! Retrocedete! Retrocedete tutti!  un ordine, per Ercole, cani maledetti, obbedite, e che un fulmine vi colpisca se non mi ascoltate!
Umiliati, delusi, i legionari retrocedevano davanti al sorriso dei Cartaginesi.
Quinto Trebellio vide da lontano come lintero esercito romano, pi di diecimila uomini, si ritirava davanti allavanzata cartaginese. Le grida di giubilo di centinaia di abitanti della citt, che erano saliti alle mura per aiutare i difensori, arrivarono fino allaltopiano dove si trovavano lui e i suoi uomini. I Cartaginesi ridevano della codardia di quel generale romano.
Un legionario dello squadrone di Quinto si lament di dover assistere a quello spettacolo deplorevole.
E quello sarebbe uno degli Scipioni? Al nostro generale non basta umiliarci tenendoci lontani dalla battaglia. Deve disonorare anche le due legioni. Allontana diecimila uomini davanti allavanzare di duemila Cartaginesi. Che cosa diranno a Roma di noi? Per Castore e Polluce, perch tutto quel discorso sugli di, se al primo scontro con il nemico scappiamo correndo come galline?
I legionari si aspettavano che il centurione fosse daccordo, ma Quinto non rispondeva. Era occupato, assorto, e osservava la manovra ordinata da Publio. Infine, ruppe il silenzio.
S, forse il generale ce lha con noi, ma la manovra  buona, anzi, direi brillante. Quello Scipione fa in modo che le truppe cartaginesi si allontanino dalla muraglia. Combattere l sotto significa lottare non solo contro chi  uscito dalla citt, ma anche contro i difensori sulle mura. Non saremmo pi cinque di noi contro uno di loro, ma cinque di noi contro uno di loro, pi le mura, pi tutti i difensori sulla muraglia con le loro armi. Il generale, indietreggiando, divide le forze cartaginesi in due gruppi: quelli che sono usciti e quelli che restano sulle mura. Forse avr umiliato noi, ma credo che sappia quello che fa, credo che lo sappia molto bene.
Dopo aver ascoltato le parole di Quinto, i legionari si voltarono verso il campo di battaglia. In effetti, le truppe romane continuavano a retrocedere senza combattere e i Cartaginesi avanzavano, sempre pi rapidi, animati dalla mancanza di resistenza, convinti di allontanare il nemico dalla citt. Allimprovviso, quando si trovavano gi a pi di millecinquecento passi dalla muraglia, Publio Cornelio Scipione diede un altro ordine, e Marcio, che come Quinto iniziava a intuire qualcosa, lo trasmise ai legionari che portavano le tube. Le vibrazioni profonde e potenti, sospinte dal vento, raggiunsero tutti i Romani, e i diecimila uomini delle due legioni si fermarono di colpo, contemporaneamente. La ritirata era terminata.
I Cartaginesi erano stupiti, un po confusi allinizio, ma dopo un istante di esitazione proseguirono nella loro avanzata. Le tube tornarono a suonare. Adesso i Romani invertivano la rotta e cominciavano ad avanzare. A trenta passi di distanza, dalle due parti iniziarono a piovere giavellotti. Attraversavano laria e qualcuno fu fermato dagli scudi, ma altri centrarono colli, gambe, braccia e qualche testa. Molti uomini caddero, mentre i compagni continuavano ad avanzare verso una lotta mortale corpo a corpo.
Quinto osservava, assorto nei suoi pensieri. Le legioni procedevano decise contro il nemico. I Cartaginesi lottavano con ferocia. Il fragore della battaglia arrivava fino allaltopiano. Colpi di spada e grida di dolore. Il centurione riconosceva ogni suono, ogni gemito. Aveva preso parte a numerose battaglie da quando era scoppiata quella guerra contro i Cartaginesi. Abbass lo sguardo. Avrebbe dovuto essere l, con i suoi uomini. Tutti avrebbero dovuto essere l, a dare il meglio di s, per la patria, per la famiglia. Quinto scese dallaltopiano e segu lo svolgersi della battaglia attraverso i commenti dei suoi uomini.
I Cartaginesi resistono!  incredibile, siamo pi numerosi di loro, siamo cinque volte loro
S, i Romani erano molti di pi quella mattina, ma i Cartaginesi lottavano per la capitale in Hispania e con loro cerano gli stessi abitanti della citt. Un uomo vale per due o anche per tre, quando combatte per difendere la propria casa, il proprio popolo, la propria famiglia. Quinto lo aveva visto succedere pi di una volta. Forze numericamente superiori che stentavano a imporsi sul nemico che faceva cerchio intorno alla propria citt. Stava succedendo la stessa cosa.
Il generale ordina il cambio delle prime file! Entrano i principesa sostituire gli hastatie i velites.
Publio cambiava le truppe senza fretta, in sequenza, secondo un ordine stabilito in precedenza, ponderato con calma. Il piano si era messo in moto, ma il generale sapeva che quelloperazione doveva rispettare una certa cadenza, che aveva un suo ritmo in cui lui non poteva interferire, per quanto il tempo stringesse; non ci sarebbero state scorciatoie fino al momento culminante. Pazienza e fatica. Attenzione e calma.
Dopo i principes, davanti a una difesa inimmaginabile dei Cartaginesi e dei cittadini di Carthago Nova, entrarono i triarii, i legionari pi esperti. I Cartaginesi invece non avevano forze nuove. Lottavano da pi di mezzora, senza cedere di un passo e senza lappoggio delle mura, dove i difensori impotenti avevano pronti i giavellotti e le frecce, ma senza poterle usare alla distanza a cui il generale romano aveva portato i Cartaginesi. Limpeto dei triariiromani, con le lunghe lance, fu impressionante. Erano uomini forgiati in mille battaglie, che entravano freschi contro linee cartaginesi che avevano feriti e cadaveri fin nelle prime file. I triariidovevano farsi notare, far s che le linee del nemico si spezzassero sotto il loro impeto e la loro forza.
Presto i difensori di Carthago Nova iniziarono a ripiegare. Prima a poco a poco, ordinatamente, e poi a grande velocit, in un fuggi fuggi caotico. I triariisi lanciavano contro di loro, appoggiati dai velitesche si erano gi riposati, mentre gli hastatie i principesriprendevano fiato e vedevano i compagni terminare quello che loro avevano iniziato. Erano una cosa sola. Non importava chi iniziava o chi terminava la battaglia, limportante era vincere, e la vittoria apparteneva allintera legione.
La ritirata cartaginese verso la porta orientale della citt si trasform in una corsa caotica. Magone osservava perplesso e disperato il disastro di quella battaglia, senza poter fare niente per aiutare i suoi soldati. Si erano allontanati a tal punto dalle mura che le armi da lancio non potevano neanche coprire la ritirata delle truppe.
I Cartaginesi, nel tentativo disperato di raggiungere la citt e ripararsi, si calpestarono e si spinsero a vicenda davanti alla porta. Lingresso alla fortezza, la strada per la salvezza e la sopravvivenza, si trasform in un orribile imbuto di morte e desolazione. Alcuni soldati passavano sopra gli altri, schiacciandoli, soffocandoli. Nella fuga, nessuno guardava chi spingeva a terra o che cosa calpestava. I Romani si avvicinavano a tutta velocit.
In quel momento, Magone ordin di lanciare i giavellotti contro i triarii. Questi resistettero con gli scudi alla pioggia torrenziale di lance e dardi, qualcuno cadde, ma, ben coperti dagli scudi, grazie alla loro esperienza, alcuni raggiunsero le porte e le mura. Entrare in citt per era impossibile, perch un cumulo di cadaveri e feriti ostruiva la porta e impediva laccesso agli attaccanti come ai difensori. Alcuni Romani iniziarono a scalare e in quel momento Magone ordin di chiudere le porte, lasciando fuori amici e nemici, ormai non aveva importanza, doveva salvaguardare la citt prima di tutto.
Fuori dalle mura, nei pressi della porta, i veliteslanciarono le scale. I Cartaginesi risposero buttando litri di olio bollente, una cascata di fuoco fumante che lambiva la pietra delle mura. I Romani che avevano iniziato a scalare si lasciavano cadere nel vuoto, gridando di dolore, con le mani, le braccia, il viso, le gambe ustionate.
Quinto osservava lo sforzo dei compagni e assisteva impotente a quel disastro. La manovra del generale era stata geniale, ma lassalto alle mura era un completo fallimento. Che cosa aspettava a ordinare la ritirata? Quasi Scipione lavesse sentito, le tube fecero suonare lordine di ritirata e Quinto vide che i Romani ripiegavano, raccogliendo i feriti e tornando verso laccampamento. Sospir e si sedette a terra. Non aveva combattuto, ma era esausto.

98
UNA NOTTE SUL LAGO

Qart Hadasht, 209 a.C.
Trascorsero quattro giorni di battaglia. I Cartaginesi, dopo la carneficina del primo attacco, non fecero altri tentativi di combattere fuori dalla citt. Gli africani, aiutati dalla popolazione, continuavano infaticabili a difendere le mura inespugnabili di Carthago Nova. Quinto Trebellio e i suoi uomini erano testimoni muti degli scontri quotidiani, senza che il generale permettesse loro di prendervi parte.
Dal mare, la flotta, sotto la guida di Gaio Lelio e seguendo alla lettera le istruzioni di Publio, lanciava attacchi coordinati con le truppe di fanteria. In questo modo, i Cartaginesi erano obbligati a difendersi sia dal mare sia da terra. Lunico punto in cui il giovane generale non tentava alcuna azione era la muraglia a nord, che dava sulla laguna, dove le acque erano troppo basse perch una delle navi di Lelio vi si addentrasse e troppo profonde e paludose perch potesse avventurarvisi un legionario. Magone quindi concentr i difensori sul resto delle mura e ne lasci sempre meno in quel punto, dove era impossibile che i Romani tentassero qualcosa.
Neanche il quinto giorno gli sforzi romani ottennero risultati positivi. Gli attacchi combinati delle legioni e della flotta riuscirono soltanto a far crescere il gi elevato numero di feriti, per via delle frecce, dei giavellotti o dellolio bollente, e al tempo stesso aumentarono la sensazione di una missione impossibile, ormai sempre pi diffusa fra i legionari. Il generale faceva ricorso alla met degli effettivi, come se volesse economizzare le forze in vista di un lungo assedio. Cosa che avrebbe avuto senso se fossero stati in Italia, ma in Hispania non era comprensibile, considerato che nel giro di cinque o sei giorni sarebbero arrivate le truppe di Asdrubale e loro non avrebbero potuto fare altro che battere in ritirata. Perch allora tutti quegli sforzi inutili?
Le notte era scesa sullaccampamento romano e il generale ritir le truppe che avevano combattuto durante il giorno.
Che riposino! disse a Marcio. E che gli altri cenino bene! Questa volta proseguiremo anche di notte. Fra un paio dore!
Marcio annu poco convinto, ma accett gli ordini. Cercava di capire per quale ragione Publio combattesse in quel modo assurdo, ma non ci riusciva. Aveva studiato il generale per giorni. Ritrovava in lui la stazza dello zio Gneo da una parte e latteggiamento introspettivo del padre dallaltra. Era un muro difficile da penetrare, impossibile sapere che cosa passasse nella testa di quel giovane. Solo la sicurezza che emanava dalla sua figura convinceva gli ufficiali a obbedire a istruzioni che non comprendevano.
Publio lasci Marcio con il suo sguardo perduto, preso dai suoi pensieri, e insieme ai lictores, che lo proteggevano ininterrottamente, si diresse verso lestremo nord dellaccampamento, il pi distante dai combattimenti, in cerca del contingente di Quinto Trebellio. I lictoreslo seguivano sempre con destrezza, i cinque sensi allerta, pronti a difendere il generale, che aveva labitudine di spingersi fin sotto le mura, soprattutto sul lato nord, vicino alla laguna, per osservare e dirigere le operazioni di attacco. Publio aveva selezionato i tre pi muscolosi e forti affinch, con gli scudi in alto, lo proteggessero dalla pioggia continua di proiettili che cadevano dal cielo. Fin l era tutto ragionevole, azzardato, temerario, ma accettabile: il generale si avventurava tra le file in battaglia, con una protezione adeguata. La cosa strana per i lictoresera sorprenderlo spesso a guardare verso la laguna pi che verso le mura orientali dove si svolgevano i combattimenti. Era come se fosse annoiato dagli scontri e i suoi pensieri e i suoi occhi si perdessero fra le acque paludose di quella laguna di fango.

Nella laguna
Quinto Trebellio era seduto e cenava con i suoi uomini, quasi senza appetito, il morale a terra, umiliato per essere tenuto costantemente fuori dai combattimenti.
Centurione, prepara i tuoi uomini! Hai cinque minuti! esclam il giovane generale alle sue spalle.
Quinto si volt e vide la figura di Publio Cornelio Scipione, circondato dalla sua guardia personale. Il centurione si alz di scatto e grid agli uomini di mettersi in formazione e prepararsi a entrare in azione.
In piedi, fannulloni! Per Ercole! Sembrate bambocci rincitrulliti! In piedi, ho detto!
A suon di urla per quelli che si alzavano e di calci per quelli che dormivano, il centurione riusc a fare in modo che i suoi uomini fossero armati e in formazione prima dei cinque minuti richiesti. Il generale not la rapidit con cui lufficiale eseguiva il primo ordine diretto che riceveva e sorrise, mentre beveva lacqua che gli passava un lictorin attesa che fosse tutto pronto.
Bene, centurione! Andiamo! Seguitemi!
Publio si diresse verso nord, si allontan dalla citt e costeggi la laguna. I cinquecento legionari del manipolo di Quinto Trebellio lo seguivano a passo rapido. Il generale sembrava avere fretta. Marciarono per venti minuti, fino a quando la citt si stagli in lontananza come una sagoma tenue alla luce delle torce che i difensori tenevano accese con il doppio obiettivo di controllare larrivo dei nemici e scaldare lolio per gettarlo dalle mura. Non cera luna, quindi lontano dalla citt si vedeva a stento, in quella notte buia.
Quinto meditava in silenzio. Una missione speciale? Il generale aveva calcolato che dovesse avvenire in una notte senza luna o si trattava di una semplice coincidenza?
Avanzarono fra cespugli di arbusti e qualche albero isolato, fino a raggiungere una radura nei pressi di uninsenatura che portava alla laguna. Il generale ordin di fermare le truppe. L, in attesa, cera un piccolo manipolo di soldati romani. A giudicare dai vestiti e dalle pelle indurita dal sole, sembravano marinai. Con loro cera anche un celta. Quinto e i suoi uomini videro che il generale si avvicinava e raggiungeva lo straniero ispanico. A un segnale di Publio, costui si separ dagli altri e si diresse verso la laguna. Il generale lo accompagn. Quinto li vide scambiare qualche parola. Il celta indicava la citt e la laguna. Il generale ascoltava e annuiva. Qualche minuto dopo, Publio lo lasci solo vicino allacqua e si rivolse agli uomini.
Eseguiremo un sacrificio prima della battaglia! Abbiamo bisogno dellaiuto degli di per conquistare questa citt che ci oppone resistenza. Vi avevo detto che gli di ci avrebbero aiutati, e Nettuno in particolare, ma prima dobbiamo officiare un sacrificio adeguato per ottenere il suo favore.
Alla luce delle due uniche torce che il generale aveva permesso di accendere, i legionari assistettero al rituale: i marinai della flotta portarono un enorme bue di cinque anni che doveva pesare pi di cinquecento chili. Lanimale avanzava lento, senza fretta, ignaro del proprio destino. Alcuni marinai lo legarono a un lungo palo nei pressi dellacqua. Uno di loro, a cui il generale aveva affidato il ruolo di popa, sollev in aria una mazza enorme e pesante. Altri due tirarono fuori i flauti e dolcemente suonarono una musica rilassante, che accarezzava laria fresca della notte.
Age!
Allordine del generale il popalasci cadere la mazza sulla testa dellanimale, una, due, tre volte. Lenorme bue prima vacill, poi, con il secondo colpo, pieg le zampe anteriori, al terzo croll a terra come una valanga. I legionari sussultarono per limpatto della bestia. Subito dopo, il generale si inginocchi accanto allanimale moribondo e gli tagli il collo. Un fiume rosso sangue zigzag come un affluente e scivol a un passo dai piedi del celta, che, nervoso, osservava tutta la scena. Il rivolo sfoci nella laguna e l, sulla riva, lacqua e il sangue si fusero in un lungo abbraccio e la spiaggia si tinse di un intenso color porpora.
Nettuno, dio delle acque e signore dei fiumi e del mare! inizi a dire Publio con il coltello in mano puntato verso il lago, davanti allo sguardo attento di legionari, marinai e del pescatore celtibero. Sii propizio ai nostri piani in questa notte in cui ti rendiamo onore con il sangue di questo animale! Roma lotta per la sua libert e per la sua sopravvivenza e questa lotta ci ha portati fino a terre lontane e sconosciute, ma sappiamo che il tuo potere non ha limiti n frontiere e che l dove c acqua ci sei tu, governi tu! Proteggici in questa citt circondata dal mare e da questa laguna! A te rivolgo la mia supplica e al resto degli di!
Terminata lorazione, il generale si alz e cerc con gli occhi il centurione al comando.
Quinto, con i tuoi uomini devi seguire questo pescatore celtibero attraverso la laguna!
Il centurione lo guard. Durante la lunga marcia fino a Carthago Nova, Quinto sapeva di aver gi dato limpressione di essere diffidente al momento di eseguire gli ordini, e non voleva assolutamente confermarla, ma non poteva farci niente, sentiva il bisogno di avvertire il generale. Esit. Guard la laguna. Guard i suoi uomini. Annu. Si avvicin allacqua. Si ferm. Si volt di nuovo verso il generale.
Mio generale inizi, ma non os proseguire.
Che c? chiese Publio con voce secca.
Quinto deglut.
Non so nuotare, mio generale. E, come me, credo anche la maggior parte dei miei uomini. Non arriveremo alle mura.
Publio inspir profondamente e non espir finch non sent di avere i polmoni gonfi daria. Soffi piano e infine rispose.
Quinto Trebellio, ti ho dato un ordine: prendi le tue truppe, tutti i manipoli, e in colonna, in fila per due, seguite questa guida e attraversate la laguna. Quando sarete dallaltra parte, il vostro obiettivo  scalare la muraglia sul lato nord, mentre noi attaccheremo nel settore orientale, quello della porta. Conto su di te e sui tuoi uomini, perch questa notte mi dimostriate che siete capaci di fare qualcosa di pi che rispondere a un superiore e lamentarvi come donnicciole da due soldi.
Quinto Trebellio abbass gli occhi. Sembrava che il generale non capisse o non volesse capire. Quinto era disposto a dare la vita in battaglia, in qualunque momento, per la patria, per il suo generale, ma quello era un suicidio per lui e per gran parte dei suoi uomini. In pochi avrebbero raggiunto le mura. La maggior parte sarebbero affogati nellacqua profonda e tutto sarebbe stato inutile. Il generale, quel maledetto giovincello che dubitava delle sue capacit di eseguire gli ordini, lo umiliava di nuovo davanti a tutti. Quinto deglut per lultima volta e si rivolse ai suoi uomini.
In colonna, in fila per due! E senza fiatare! Taglier la gola al primo che apre bocca! Siamo in guerra ed entriamo in battaglia! Attraversiamo la laguna! Se qualcuno dice una parola, lo uccido qui sul posto! E sguain la spada, la cui lama brill alla luce delle torce.
Il generale si gir verso il celta che doveva fare da guida e si conged da lui.
A dopo, Ilmo. Rispetter la mia parte dellaccordo. Ci vediamo allalba.
Il pescatore annu poco convinto. Potevano anche attraversare la laguna, ma non credeva che quegli uomini fossero in grado di scalare le mura e sconfiggere i difensori. Ormai per era troppo tardi. Ecco dovera finito con la sua mania di raccontare storie, con la sua ansia di protagonismo. Se ne fosse uscito vivo, avrebbe imparato la lezione e sarebbe rimasto zitto per un bel po. Si raccomand a Lg, il dio principale del suo popolo, e a Dagda, la da degli inferi, ma anche dellacqua e delloscurit. Dagda era sicuramente presente in quella notte infernale in cui avrebbero attraversato quel lago di acque paludose.
Seguitemi disse a bassa voce.
Andiamo, una buona volta rispose Quinto.
Il generale ordin di spegnere le torce. Intorno a lui cerano solo oscurit e ombre. Rimase l finche non vide i soldati allontanarsi.
Torniamo allaccampamento ordin allora. Andiamo. Rapidi. Non abbiamo tempo da perdere. Sono anni che aspetto questo momento.

Alla muraglia nord
Quinto avanzava con le lacrime agli occhi. Dal silenzio dei suoi uomini capiva quanto temessero per la propria vita. Tutti pensavano la stessa cosa. Da un momento allaltro, lacqua gli sarebbe arrivata alla testa e poi sarebbe stata la fine. Perch tutti quei sacrifici agli di? Nettuno poteva forse insegnare loro a nuotare in un minuto? Quel celta ne era sicuramente capace e si sarebbe separato da loro non appena lacqua fosse stata troppo profonda per camminare. Per il momento arrivava solo alle ginocchia, ma allimprovviso, dopo aver fatto un passo, Quinto vide il celta affondare fino alla vita. Lo segu e sent lacqua fredda della notte sullo stomaco, dove un nodo gli impediva quasi di respirare. Maledetta sfortuna e maledetto generale. Quinto continuava ad avanzare, scostando le piante e qualche ramo che galleggiava sulla laguna. Lacqua gli arriv al petto. Camminare era sempre pi complicato, faticoso. Portava la corazza, la lancia, la spada, una daga e una lunga scala, oltre allo scudo. Troppo, per muoversi in quella melma.
Aspetta disse Quinto al celta. Vai pi piano. Non possiamo seguirti se cammini cos rapido.
Il celta obbed e rallent. Perch il generale si fidava di quel barbaro? Poteva essere un traditore. Certo, pens Quinto, il generale non avrebbe smesso di cercarlo finch non avesse ucciso lui e tutta la sua famiglia. S, doveva trattarsi di questo: la famiglia. Ecco come Publio Cornelio Scipione si era assicurato la lealt di quelluomo.
Un buco. Quinto affond nellacqua. Ne bevve un po, ma riusc a fare un altro passo e torn a toccare il fondo. Toss, sput. Si scost i capelli bagnati dal viso. Il celta era ancora l. Fermo. Pensava. Fantastico! Forse non sapeva nuotare nemmeno lui. Sarebbero morti tutti. Il celta riprese a camminare. Il centurione lo segu e come se risalissero un pendio sommerso, emersero finch lacqua li copr solo fino al ginocchio. Quinto si guard alle spalle. I suoi uomini formavano una lunga fila di ombre spaventate, proprio come lui, ma avanzavano in silenzio. Intorno a loro non cera che acqua. Erano a mille passi dal punto di partenza e dovevano percorrere ancora il doppio della distanza, per raggiungere la citt. Si trovavano in mezzo alla laguna e lacqua arrivava loro solo alle ginocchia. Era incredibile. Nettuno? Il generale? La guida? Quinto non riusciva a credere ai suoi occhi, ma sembrava che i suoi uomini camminassero sullacqua: cinque manipoli di legionari attrezzati per assaltare la fortezza che correvano sulla laguna sotto un cielo stellato ma senza luna.

La muraglia orientale
Arrivato allaccampamento, Publio ordin che Marcio e Lelio si presentassero davanti a lui. Arrivarono subito, uno dallaccampamento e laltro su una barca da sud, dove era ormeggiata la flotta in attesa di un segnale del generale.
Attacchiamo di nuovo, ma questa volta di notte. Marcio diriger lassalto alla porta orientale, sullistmo, prima con la terza legione, quella che ha riposato durante il giorno. Fra unora saranno sostituiti dalla quarta, tranne gli uomini di Trebellio, che attaccheranno attraverso la laguna. Tu, Lelio, farai in modo che i marinai prendano le mura del settore meridionale. Dobbiamo far s che il generale cartaginese concentri i suoi sforzi e i suoi uomini sul lato est e sud e che si dimentichi delle mura a nord.  questo il vostro obiettivo. Ci rivedremo allalba nel Foro della citt.
Publio non ammise domande. Aveva troppe cose di cui occuparsi. Marcio e Lelio si guardarono. Non dissero nulla. Non ce nera bisogno. Il generale sapeva che entrambi dubitavano che gli uomini di Trebellio potessero raggiungere vivi la muraglia. E anche se ci fossero riusciti, era difficile che potessero conquistarla, ma le istruzioni del generale erano state chiare e se Publio Cornelio Scipione confidava in loro, come aveva sempre fatto e continuava a fare, loro dovevano seguire il piano stabilito e confidare in lui. Era difficile, ma erano addestrati alla disciplina, a cui si aggiungeva una buona dose di affetto per la persona del generale, soprattutto nel caso di Lelio, quindi si diressero rapidi a eseguire gli ordini.
Publio li vide allontanarsi pronti, agili. Sapeva che erano perplessi, ma sapeva anche che avrebbero portato avanti il piano. Ora poteva solo sperare che Ilmo non avesse mentito e che Quinto fosse davvero luomo di cui gli avevano parlato: il soldato migliore sul campo di battaglia, sempre sulla terraferma, ovviamente.

Muraglia nord
Era zuppo, esausto, con lacqua fin nelle orecchie ma vivo. Quinto si sedette sulla riva. I suoi uomini arrivavano a poco a poco, con la stessa espressione sorpresa e distrutta.
Silenzio ordin in un sussurro mentre riprendeva le forze. Era importante recuperare il fiato e non richiamare lattenzione. Le mura erano solo a quindici passi.
Una sentinella cartaginese del settore nord si lamentava di essere stata lasciata in quella posizione di retroguardia. Lassalto romano era ricominciato nella parte orientale e sembrava che succedesse lo stesso nel settore sud, che dava sul mare. I suoi superiori non si fidavano di lui perch tendeva a bere pi del dovuto. Per questo lui e un altro gruppo di soldati, che erano stati arrestati per essersi picchiati per strada, al momento del rilascio erano stati assegnati al settore nord, dove i Romani non avrebbero mai attaccato. La sentinella si guard intorno. Nessuno. Si accovacci e prese una piccola anfora che aveva lasciato vicino alla parete, fra due merli. Bevve un sorso. Visto che lo consideravano gi un ubriacone, non doveva sforzarsi di non esserlo. Gli sembr di sentire qualcosa che sguazzava. Si sporse dal muro verso la laguna. Non vide nulla. Forse qualche ombra. Torn a guardare. Niente. Se non contavano su di lui l dove cera bisogno, tanto valeva che si mettesse a dormire.

Muraglia sud
Lelio ispezionava i marinai che poche ore dopo si sarebbero lanciati allassalto della muraglia sud. Lui non era un oratore. Doveva mandare quegli uomini verso un destino oscuro. Lobiettivo era del tutto impossibile, ma la sua lealt verso Publio lo spingeva a proseguire con la strategia concordata. Cerc parole di incoraggiamento nel profondo di s.
Gli di saranno con voi quando salirete su quelle mura! inizi e alz la voce per nascondere i propri dubbi. Gli di vi guideranno! Oggi conquisterete una grande citt e questa impresa eroica sar ricordata dalle vostre famiglie e dai vostri discendenti! Sarete gli eroi della patria! Lelio si pass una mano sulla bocca. Era asciutta. Quei marinai erano spaventati quanto lui? Oggi andate verso la gloria! Mentre noi attacchiamo da sud, il generale attaccher con la terza e la quarta legione via terra! Le nostre forze unite piegheranno la resistenza dei maledetti Cartaginesi e con la caduta della citt ci impossesseremo di tutte le ricchezze che ci aspettano l! Per Roma! Per tutti gli di!
Per Roma! Per Roma! Per gli di! gridarono i marinai della nave e di quelle vicine.
La reazione dei suoi uomini lo stup. Credevano davvero nel giovane generale. Bene, meglio cos, per tutti. La fronte corrugata, scrutando nella notte buia, ordin ai rematori di mettersi al lavoro. Lentamente, ma con una rotta chiara, le navi solcarono le acque del mare verso la muraglia sud della citt.

Muraglia nord
Quinto si era gi ripreso dallattraversamento della laguna e guardava le mura con le braccia sui fianchi. Erano alte come quattro uomini. Meno che sul lato orientale. Era evidente che i Cartaginesi confidavano nel fatto che la laguna li proteggesse. Bene. L s che sapeva come muoversi. Era sulla terraferma e cera un muro da scalare presidiato da soldati armati. Non era una passeggiata. Per questo era felice. Si rivolse agli ufficiali, a bassa voce. Ordin che si disponessero su cinque file. Cento uomini in ogni fila. I legionari della prima linea avevano le scale.
Dallaltro lato della citt, si sent il fragore inconfondibile di una battaglia campale in piena regola. Il generale procedeva con la sua parte del piano. Ora toccava a lui e, per tutti gli di, ce lavrebbe fatta.
Quinto si mise due passi davanti ai suoi uomini. Alz la spada per dare il segnale, ma si rese conto che nel buio non potevano vederlo pi in l di dieci o quindici passi. Allora ordin che ogni dieci uomini un legionario si facesse avanti, per lanciare il segnale insieme a lui. In un minuto fu tutto pronto.
Andiamo, per Ercole disse senza alzare la voce e abbass la spada.
Al suo via, venti scale volarono verso il muro e, a un nuovo via, altre venti, quaranta, sessanta, ottanta. Cento scale sulle mura. Quinto fu il primo ad arrampicarsi, seguito da cento uomini. Il centurione, nonostante let, scal la parete come un gatto e in pochi secondi fu in cima.
Un cartaginese sembrava dormire nel camminamento sopra le mura; vicino a lui cera una piccola anfora. Quinto bad a non svegliarlo mentre gli tagliava il collo con la daga. La sentinella ebbe appena il tempo di aprire gli occhi e fare una smorfia orribile, poi rest immobile, la lingua penzoloni da un angolo della bocca. Quinto avanz e controll che gli uomini salissero senza problemi. Un paio di sentinelle furono buttate gi dal muro e si spezzarono le ossa con un colpo secco, schiantandosi contro il suolo infangato. A quel punto ordin agli uomini arrivati tutti in cima di tirare su le scale e sistemarle contro il lato interiore.
Tre manipoli, allinterno della citt, verso il Foro. Siamo vicini allArx Hasdrubalis. Dovete avanzare in questa direzione spieg indicando a sud. Il resto, gli altri due manipoli, mi seguir lungo le mura verso est, in direzione delle porte. Uccidete tutto quello che si muove finch non riceverete un nuovo ordine.
I soldati si calarono gi e, a gruppi di venti, si addentrarono nella citt. Ancora in cima alle mura, Quinto sentiva il fragore della battaglia in corso a est e a sud. Presto i suoi uomini si sarebbero uniti a quel tumulto. Avanzava rapido lungo il camminamento, quando un gruppo di soldati africani, le spade sguainate, si lanci contro di lui gridando e dando lallarme.
Bene, finalmente si comincia! esclam Quinto e, la spada in mano, caric contro il primo dei Cartaginesi.
Par il colpo con lo scudo e, da sotto, fer alla gamba lavversario. Questi si inginocchi per il dolore e in quel momento, da sopra, il centurione gli conficc la spada nel collo. In quel momento vide un altro cartaginese. Decise che avrebbe finito il primo pi tardi e torn a difendersi con lo scudo. Un colpo potente lo fece arretrare di un passo. Quello era un gigante. Un altro colpo e Quinto indietreggi di un altro passo, ma quando lenorme africano stava per assestare un terzo colpo, Quinto si lanci sopra di lui con lo scudo e gli fece perdere lequilibrio. Il gigante si appoggi alla parete del muro ed evit la caduta, ma a quel punto si trov la spada del centurione al centro del petto. Quinto la gir mentre la estraeva, per assicurarsi di procurare i maggiori danni possibile, e un fiotto di sangue sgorg come da una fontana. Il gigante si alz lo stesso, ma il centurione gli conficc la daga nel collo, lo spinse di nuovo con lo scudo e lo attravers con la spada, questa volta nel ventre. Lafricano si inginocchi, agonizzante. Quinto prosegu la sua avanzata verso la porta. Gli uomini facevano altrettanto e finivano i feriti che il loro ufficiale si lasciava dietro. In cima alla muraglia nord si svolgeva una battaglia cruenta.

Muraglia orientale
Alla porta orientale, le legioni attaccavano con tutta la loro forza. Centinaia di uomini scalavano le mura e obbligavano i difensori a raddoppiare gli sforzi per bloccarli prima che arrivassero a destinazione. Ma, nonostante lolio bollente, i giavellotti, le frecce e altri proiettili, alcuni dei triariipi esperti erano gi quasi in cima e la battaglia si estendeva alla stessa fortezza di Qart Hadasht. Publio osservava tutto da una distanza di sicurezza, circondato dalla sua guardia. Non bastava. I legionari che salivano venivano circondati rapidamente da gruppi di difensori e abbattuti. Lo sforzo dei Romani era titanico, ma i legionari sentivano che neanche questa volta avrebbero ottenuto qualcosa, a parte vedere decine di amici cadere uno dopo laltro, in un tentativo infruttuoso e assurdo di conquistare linconquistabile. Ecco dove li aveva condotti quel giovane generale romano inesperto, con i suoi piani insensati.
Publio guard a terra. Percepiva lo sconforto che si allargava fra i suoi uomini. Lo vedeva sul viso dei lictorese degli ufficiali. Questi ultimi lo guardavano supplicando, con la testa abbassata, che ordinasse la ritirata, ma il giovane generale restava impassibile, come paralizzato, mentre vedeva le sue truppe soccombere davanti a un muro inespugnabile contro cui lui si ostinava a lanciarli, in una battaglia senza senso e senza speranza. A quel punto per avvenne qualcosa che non cera sui manuali che i centurioni avevano letto.
Il generale sguain la spada e la sollev allaltezza del petto.
Andiamo! grid. Per Roma, per tutti gli di! Allattacco, fino alla fine!
Cos dicendo tracci con la spada una circonferenza in aria, senza lasciarla andare. Era il movimento che annunciava che il generale avrebbe combattuto a morte, fino alla fine.
Tutti coloro che lo circondavano riconobbero quel gesto, che avevano visto fare al padre e allo zio in pi di unoccasione. Nessuna marcia indietro. Poi, senza guardarsi alle spalle, senza preoccuparsi di controllare che lo seguissero o no, come aveva fatto anni prima sul Ticino il giovane generale si lanci verso le mura a buon passo prima e al galoppo poi.
Gli ufficiali si guardarono. I lictores, dopo un istante di indecisione, seguirono il generale e in pochi secondi le truppe rimaste nella retroguardia ricevettero lordine simultaneo di lanciarsi allassalto delle mura di Qart Hadasht. Era un suicidio collettivo, ma se il generale caricava per primo, nessuno poteva o voleva fare la figura del codardo.
Il suolo trem sotto lavanzata veloce delle migliaia di legionari. I Cartaginesi, soddisfatti della resistenza della fortezza, sicuri delle loro mura, si stupirono di quel nuovo attacco. Questa volta li assalivano tutti contemporaneamente.
Non importa! Si sentiva la voce di Magone che incoraggiava i difensori.  un attacco suicida! Si schianteranno contro le mura! Dobbiamo solo divertirci a ucciderli mentre cercano di salire! Per Baal e Tanit, tutti alle mura! Scaldate altro olio! Tendete gli archi! Prendete i giavellotti! Andiamo a riceverli come meritano! Oggi si pentiranno di aver mai creduto di poter prendere questa citt! Presto Asdrubale finir le spoglie che lasceremo di questi miserabili!
Lavanzata romana proseguiva, decisa, ostinata, assurda.

Muraglia sud
Nel frattempo, Gaio Lelio ordin alla flotta di raddoppiare lintensit dellattacco, mentre i difensori, dalle mura e dalla collina, lanciavano ogni genere di armi. I proiettili incendiari diedero fuoco a un paio di navi e i Romani furono obbligati a ritirarle, per evitare che anche il resto della flotta andasse in cenere.

Muraglia orientale
Magone dirigeva le operazioni correndo da un punto allaltro, spostandosi rapido dal settore meridionale a quello orientale, tenendo alto il morale dei soldati, che rispondevano con energia e coraggio. Sarebbe stata unalba sanguinosa per entrambe le parti, ma Magone era sicuro che i Romani avrebbero avuto di gran lunga la peggio e che dopo questo nuovo fallimento lo sconforto si sarebbe impossessato delle loro file e si sarebbero ritirati. Quel mattino avrebbe portato ai Cartaginesi una grande vittoria. Magone camminava soddisfatto di ritorno al settore est della muraglia e osservava come lo stesso generale romano prendesse parte alla lotta. Giocava a fare il finto umile. Questo spiegava quelloffensiva tanto stupida. I Romani dovevano essere messi proprio male, per mandare due legioni agli ordini di ragazzini senza esperienza. La guerra presto si sarebbe conclusa a favore di Cartagine.
Versate altro olio! Se necessario abbrustoliamo le legioni di Roma e poi rideremo sui loro cadaveri arrosto! E lanci unenorme risata, che rimbomb come un tuono nel fragore del conflitto.
Molti uomini risero con lui mentre versavano pesanti paioli dolio incandescente dal muro orientale. Magone rideva vedendo i Romani che si ritiravano, frenando lavanzata delle truppe che giungevano al comando diretto di quellimbecille di generale che i Romani si erano portati dietro. Allimprovviso, Magone sent un fischio che riconobbe incosciamente. Si accovacci. Un dardo gli sfior la schiena. Poi un altro e un altro ancora. Si trattava di una pioggia di frecce proveniente dalla base del muro, ma alle loro spalle, dallinterno della citt.
Il generale cartaginese si gir infuriato. Chi erano quegli idioti che miravano tanto in basso da ferire gli stessi difensori della citt? Quando si volt, per, Magone si trov davanti una scena che non cap: un centinaio di Romani lottava per le strade della citt e abbatteva i pochi soldati cartaginesi non assegnati alle mura. Era soprattutto una lotta fra legionari e cittadini armati, che facevano quello che potevano per difendersi e lo facevano male. Un contingente di arcieri romani lanciava poi frecce contro i difensori punici del settore orientale. Magone vide che molti cadevano. Guard fuori. Ormai non scendeva quasi pi olio bollente, perch chi avrebbe dovuto versarlo era morto. Il generale romano aveva raggiunto la porta e da l dirigeva gli uomini verso le scale. Legionari allinterno della citt? Magone scosse la testa. Si protesse con uno scudo dalla fitta pioggia di frecce e ordin a diversi uomini di seguirlo gi, per andare a sconfiggere quei Romani penetrati in citt, anche se non capiva come potesse essere successo. Continuava a tormentarlo la stessa domanda. Da dove? Da dove erano entrati quei legionari nellinespugnabile Qart Hadasht?

Muraglia sud
Allontanate quella nave, allontanatela da qui, per Ercole! grid Lelio ai suoi uomini. Una delle navi aveva preso fuoco quando in coperta era caduto un fiume di olio bollente che aveva impregnato il legno, i remi e gli uomini. Da sottocoperta diversi marinai emersero in fiamme come fiaccole e si lanciarono in mare fra grida infernali, per soffocare nellacqua lincendio che li consumava. Le perdite erano innumerevoli e i marinai iniziavano ad avere i loro dubbi su quella strategia. Lelio cercava di mantenere lordine e portare avanti loffensiva, ma sembrava che lanimo dei soldati si fosse raffreddato al calore dellolio bollente, dei giavellotti e delle frecce lanciate dai cartaginesi. Sembrava tutto inutile. Per lordine di Publio era prendere le mura lungo tutta la costa. Non poteva ritirarsi.
Accanto a lui comparve un centurione di fiducia, Sesto Digizio.
Prendi i tuoi uomini, Sesto, e seguimi! Per Castore e Polluce, ci arrampicheremo su quelle mura, fosse lultima cosa che far in questa vita!
Sesto lo guard come si guarda un pazzo. Il centurione di mezzet, rude, forte, esperto, non capiva che senso avesse, ma opporsi a un ordine diretto dellammiraglio della flotta non avrebbe portato onore al suo eccellente foglio di servizio nella flotta di Roma. Annu e ordin ai suoi uomini di seguirlo.
In pochi minuti, guidata da alcuni rematori nervosi, la nave dellammiraglio Lelio andava a sbattere contro la muraglia sud. Le armi da lancio iniziarono a piovere sui suoi occupanti. La collina di Vulcano si levava dietro le mura a sud e tutto sembrava indicare che anche da l i difensori lanciassero proiettili. Dal cielo cominciarono perfino a cadere rocce. Un masso enorme piomb al centro di una nave e apr una falla profonda nella chiglia. Lacqua entr come un fiotto di sangue che esce da una ferita aperta. La nave sarebbe naufragata in pochi minuti.
Maledetti! imprec Lelio sotto lo scudo. Lanciate le corde!
I marinai di Sesto Digizio lanciarono le scale verso la cima della muraglia. Molte delle picche atterrarono sulla pietra. Gli uomini di Sesto le tirarono finch non furono ben fissate. Una volta assicurate le scale, Lelio diede ordine di allontanare la nave. I rematori spinsero con i remi e separarono di qualche metro limbarcazione disastrata dalla parete di pietra che affondava nel mare. Un attimo dopo, una cascata di olio bollente cadde dallalto della mura, ma la nave era ormai distante e lolio fin in acqua.
Al muro, rapidi! torn a ordinare Lelio. Guard Sesto. Abbiamo solo questa possibilit, centurione, prima che tornino a caricare i recipienti e a versare olio. Dobbiamo raggiungere subito la muraglia.
Sesto teneva gli occhi ben aperti. Ammirava laudacia dellammiraglio e annu con decisione. I rematori tornarono a posizionare la nave vicino alla muraglia. Sesto si rivolse ai suoi uomini.
Al muro! Scalate, per la vostra vita! Scalate, rapidi! Per Ercole e per tutti gli di!
Sesto vide i suoi uomini lanciarsi sulle corde delle scale ancora appese alle mura. Alcune funi, bruciate dallolio, cedettero sotto il peso dei marinai, che caddero sulla coperta della nave, ma Sesto li rimandava a uno a uno verso il muro.
Alzati, soldato! Al muro!
Storditi dalla caduta, i marinai si alzavano e tornavano ad afferrare le corde. Procedevano troppo lenti, per. Lammiraglio e il centurione si guardarono. Si capirono senza bisogno di parlarsi. Entrambi infilarono le spade alla cintola e saltarono sulle corde. Si arrampicarono come animali feroci gravemente feriti, in cerca di rifugio. La scala di Lelio si spezz su un lato, ma lammiraglio mantenne lequilibrio e si spost sulla scala accanto, che sembrava in condizioni migliori. Una freccia gli sfior il viso, ma continu a salire. Era una follia, la fine. Quel ragazzo lo aveva gi trascinato in unazione assurda al Ticino e adesso la storia si ripeteva. Sorrise. Non poteva evitarlo. Nel fragore di quella lotta, tra le frecce e i giavellotti, mentre si arrampicava come un equilibrista su quella muraglia che sembrava infinita, si ricord di quando, nel Nord Italia, Publio padre gli aveva affidato il compito di proteggere il ragazzo e lui aveva pensato che da quel momento avrebbe avuto una vita noiosa, che avrebbe dovuto fare da balia al figlio del console. Guard in alto e vide che gli mancava poco. Sotto di lui, alcune decine di soldati non sopportarono lumiliazione di vedere gli ufficiali fare quello che avrebbero dovuto fare loro e si lanciarono sulle corde, scalarono intrepidi e riuscirono nel compito in cui prima avevano fallito. Qualcuno cadeva attraversato da un giavellotto, ma la maggior parte avanzava sicura e costante.
Sesto Digizio arriv in cima. Nessuno cerc di impedirgli di arrampicarsi sui merli di pietra, perch i difensori erano occupati a trascinare un enorme contenitore di olio bollente. Spada alla mano, si lanci sui Cartaginesi, che furono colti di sorpresa dal primo attacco del nemico alla muraglia sud. Lasciarono andare il contenitore e risposero allassalto. Il centurione affond la spada nel ventre di uno dei Cartaginesi e con lo scudo, che aveva legato sulla schiena durante la salita, ferm il colpo di un altro. Un terzo cartaginese si somm allattacco e il centurione retrocesse, ma allora vide che lammiraglio, che era gi arrivato al muro, si scagliava con tutte le sue forze contro i nemici, prendendoli alle spalle. In un attimo, due africani erano a terra, feriti a morte. Un gruppo di difensori si accorse di quel che accadeva e a passo leggero, avanzando con le spade sguainate, corse verso di loro. Lelio lesse la cattiva notizia nel viso di Sesto e si volt. Dieci africani si lanciavano contro di lui, furiosi, pronti a ucciderlo perch servisse da esempio al resto dei Romani di ci che succedeva a chi scalava le mura. Erano troppi. Si volt per capire se Sesto lo avrebbe aiutato, ma il centurione era in una situazione simile, con un gruppo di africani arrivati dallaltra parte. Era evidente che ciascuno doveva pensare per s. Lelio sollev lo scudo e par un primo colpo, fer una gamba da terra, ricevette altri due colpi sullo scudo e senza guardare colp al ventre un altro nemico, poi abbass lo scudo per vedere meglio e conficc la spada nel petto di un altro africano, ma si accorse di essere circondato. Sent una fitta alla spalla e poi altri due colpi sullo scudo. Si inginocchi, per non cadere. Diversi uomini gli si buttarono addosso contemporaneamente, ma lui si alz di slancio e li fece arretrare con lo scudo. Restavano sette cartaginesi in piedi. Lelio era ferito alla spalla. La sinistra. Poteva ancora reggere lo scudo per difendersi e aveva la destra per maneggiare la spada. Si sentiva bene. Almeno lottava in cima alle mura. Comunque fosse andata la battaglia, Publio avrebbe saputo che era arrivato fin l. In quel punto la muraglia era stretta. Solo pochi metri. Questo lo favoriva, perch i cartaginesi non potevano lanciarsi tutti insieme contro di lui. Due africani si fecero avanti e la lotta riprese. Lelio parava i colpi sostenendo lo scudo con il braccio ferito. Con un gesto rapido, tagli il collo di uno dei due. Questi butt la spada e si port le mani alla gola, cercando inutilmente di fermare lemorragia. Il sangue gli impregn lintero corpo e il suolo divenne scivoloso. Laltro cartaginese vide che arrivavano due compagni a dargli man forte. Lelio resisteva. Possibile che nessun altro fosse arrivato alla muraglia?

Muraglia nord
Quinto Trebellio divise ancora le forze: un manipolo continu ad avanzare lungo la muraglia e laltro scese con lui verso linterno della citt. Con questultimo gruppo arriv in breve dove si trovavano i Cartaginesi che difendevano la grande porta orientale. Il piano di Quinto non era molto articolato.
Ammazzateli! Che non ne resti vivo neanche uno!
I Cartaginesi, sorpresi e increduli, si difendevano con forza, ma limpeto di quegli uomini arrivati da chiss dove li fece retrocedere. Qualcosa avvelenava lanimo degli africani. Se cerano dei legionari in citt, significava che erano entrati da qualche parte e quindi la capitale aveva ceduto in qualche punto. Limpossibile era avvenuto: per la prima volta in tutti quei giorni, i Cartaginesi lottavano pensando che la sconfitta fosse possibile.
Quinto fer un uomo allo stomaco e poi un altro al fianco. Pass sopra di loro e li fin affondando la spada nel petto, per poi voltarsi e affrontarne un terzo appena comparso a frenare la sua avanzata. Questultimo gli assest un colpo potente, che il centurione ferm con lo scudo. Limpatto per fu cos forte che perse lequilibrio e cadde di lato, ma con lo scudo in alto, in modo da poter bloccare un altro colpo mortale dellavversario. A quel punto si gir come un gatto e, da terra, conficc la spada nel ginocchio del nemico. Questi grid e si pieg fino a cadere a terra. Quinto ne approfitt per rialzarsi e sgozzarlo. Il sangue lo schizz. Il centurione romano vide che i suoi uomini avevano ucciso il resto dei Cartaginesi. Due legionari giacevano morti fra i nemici. Senza lasciare andare la spada, Quinto pass sulla fronte il dorso arrossato della mano destra, per asciugarsi il sudore.
Aprite le porte! ordin, soddisfatto, sicuro, orgoglioso di s e dei suoi legionari.

Muraglia orientale
Fra lolio bollente e i giavellotti, nellinferno sotto le mura i centurioni tornarono a considerare lidea di ritirarsi, ma quel pazzo di un generale era deciso a immolarsi in modo insensato. Quando lo vedevano condividere con loro la pioggia di frecce, protetto solo dallo scudo dei lictores, non sapevano pi se erano agli ordini di un allucinato o di un temerario. Le mura imponenti per dipingevano una cruda realt. And avanti cos per diversi minuti, fino a quando gli ufficiali si resero conto che il lancio dei proiettili sembrava diminuire e che lolio non scivolava pi lungo il muro in una cascata continua. Allora ordinarono un nuovo assalto e videro, con grande sorpresa, che molti soldati arrivavano in cima. Ma la sorpresa pi grande fu vedere, senza sapere n come n perch, le porte della citt che si aprivano, prima lentamente e poi pi rapide, fino a spalancarsi. E un solo soldato che usciva, vestito da centurione, con lelmo coperto dalla cresta degli ufficiali delle legioni romane. I compagni riconobbero la figura robusta e insanguinata di Quinto Trebellio.

Muraglia sud
Alcune decine di marinai romani raggiunsero la cima della muraglia sud. Videro il loro centurione, Sesto Digizio, che lottava abilmente contro un gruppo di nemici e corsero ad aiutarlo. Nella confusione, nessuno individu lammiraglio.
Lelio continuava a lottare contro i Cartaginesi. Ne aveva sconfitti altri due, ma la stanchezza iniziava a farsi sentire e la spalla sanguinava abbondantemente. Si sentiva debole. Indietreggi di un passo, ma il suo sandalo scivol sul sangue di uno degli africani che lui stesso aveva atterrato e and a sbattere, di schiena, sulla dura pietra. Picchi la testa contro il muro e solo lelmo gli evit di morire allistante. Per un attimo tutto divenne buio e quando recuper la vista, lammiraglio pens che sarebbe stato meglio cadere in mare e farla finita una volta per tutte. Due africani si avvicinavano con le spade in alto e un sorriso malevolo sul viso. Lelio cerc la spada, ma subito si rese conto che doveva averla lasciata andare durante la caduta e probabilmente era precipitata nelle acque del Mediterraneo. Era ferito, disarmato, abbattuto. Uno dei Cartaginesi si avvicin tanto che lo sent allaltezza dei propri piedi. Non ci pens due volte. Afferr lafricano con le gambe e lo fece cadere. Prima che laltro reagisse, era in piedi e brandiva larma dello sconfitto.
Chi  che sorride, adesso? chiese, mentre avanzava contro i nemici che iniziavano a ripiegare, nonostante larrivo dei compagni. Avevano tanta paura di lui? Lelio si volt per vedere se Sesto stesse correndo in suo aiuto e in effetti il centurione era alle sue spalle e si avvicinava con due o tre decine di Romani. Le cose iniziavano ad andare per il meglio. Lelio salt su e si arrampic sui merli per incoraggiare i suoi uomini.
Uccideteli! Per Ercole, che stanotte non ne resti vivo nessuno!
Lammiraglio non ebbe il tempo di vedere la freccia che attraversava il suo destino. Il dardo non arriv a conficcarsi nel suo corpo, ma gli sfior il collo, lacerando la pelle. Lelio, stupito e spaventato, per un attimo perse lorientamento, debole comera per il sangue che gi gli sgorgava dalla ferita alla spalla.
Sesto e i suoi uomini videro lammiraglio vacillare in cima alla muraglia, sul bordo di un merlo. Anche i Cartaginesi restarono pietrificati, a fissare quella scena incerta. Un marinaio romano cerc di raggiungerlo prima che perdesse lequilibrio, ma arriv tardi.
Fu cos che Romani e Cartaginesi video il corpo di Gaio Lelio, ammiraglio della flotta romana, luogotenente di Publio Cornelio Scipione, perdere lentamente ma inesorabilmente lequilibrio e poi, rapido, piombare dallalto delle mura e precipitare nel vuoto, fino a schiantarsi con tutto il suo peso contro le onde del mare.

99
LANSIA DELLA CREAZIONE

Roma, 209 a.C.
Plauto entr a casa di Casca, soddisfatto degli ultimi acquisti al mercato. Attravers latrio a passo deciso e si rifugi nella sua stanza. Casca lo vide dal tablinum, ma gli parve cos assorto che non volle disturbarlo. Dopotutto, la concentrazione di quelluomo che aveva come frutto la creazione teatrale era una delle sue principali fonti di guadagno. Limpresario riprese a controllare i conti dellultimo anno. Le entrate erano state eccezionali. Si accigli. Lunica cosa che gli toglieva il sonno era quellossessione del suo protetto per la scrittura di una tragicommedia. Come si poteva ridere degli di? Era pericoloso, ma Plauto era cos offuscato che Casca aveva deciso di lasciarlo fare. Aveva soltanto preteso di controllare lopera prima di sottoporla agli edili di Roma. Chi poteva saperlo? Forse quello strano uomo, che un giorno era entrato a casa sua come un miserabile straccione, sarebbe riuscito a mescolare personaggi divini e umani e a far ridere il pubblico senza cadere nel sacrilegio. Tutto era possibile. Casca scosse la testa, cercando di sbarazzarsi di quella tormenta di pensieri e dubbi, e torn alla gratificante lista delle entrate.
Plauto prese posto sulla sedia in cui scriveva. Lasci sul tavolo le sessanta schedaeche aveva appena comprato. Erano fogli di papiro della migliore qualit. Era un piacere passarvi sopra i polpastrelli e sentire la loro consistenza, solida e morbida al tempo stesso. Inoltre erano grandi, venticinque per trenta centimetri. Niente a che vedere con quelle piccole pagine che misuravano appena quindici centimetri di larghezza. L aveva tutto lo spazio che voleva. Plauto preferiva scrivere cos, sui fogli sciolti, e poi, quando lopera era terminata, incollarli a formare il rotolo o i rotoli con cui lavrebbe presentata a Casca.
Bene, bene. La sua voce risuonava nel silenzio della stanza. Sul tavolo erano impilati una decina di calami diversi, piccole canne appuntite insieme ad alcuni contenitori di terracotta con una gran quantit di atramentum, un denso inchiostro, nero come vernice scura. Plauto aveva anche un altro piccolo recipiente con linchiostro rosso brillante, con cui amava scrivere le intestazioni al principio di ogni atto. Quello era il suo piccolo mondo, erano i suoi piccoli averi. Poca cosa per molti, ma per lui quelle pagine in bianco e quei calami erano una finestra che si affacciava su un intero universo, sui suoi sogni, la sua vita.
Tito Maccio era gi lontano nel tempo e nello spazio. Per un attimo, ricord la triste stanza sudicia e la lampada a olio ossidata che usava per scrivere di notte. Si era lasciato tutto alle spalle, insieme alla fame, la povert pi assoluta e la semischiavit del mulino. Adesso era Plauto, il grande scrittore, stimato da molti, riconosciuto e applaudito da tutti.
Prese un calamo e lo affond lentamente nellinchiostro rosso. Lo estrasse con cura e aspett che cessasse di sgocciolare. Si chin sul tavolo, prese un foglio bianco e inizi a scrivere.
Atto I
Lasci il calamo sul tavolo, in un angolo, su un pezzo di tela gi macchiato di rosso e di nero. Ne prese un altro e lo bagn nellinchiostro nero. Mentre lasciava che le gocce cadessero nel recipiente di terracotta, espir piano. Riflett guardando nel vuoto e infine cominci.
SOSIA. Qui me alter est audacior homo aut qui confidentior,
Iuventutis mores qui sciam, qui hoc noctis solus ambulem?
Quid faciam, nunc si tresviri me in carcerem compegerint?
SOSIA. C un uomo pi audace e pi spavaldo di me, che, pur conoscendo le belle abitudini di certi giovinastri, me ne vado solo di notte? E che far ora se le guardie notturne mi cacceranno in prigione?

Si ferm. Non sapeva bene come proseguire. Continu a pensare in silenzio. Annu fra s. Ora aveva le idee pi chiare. S. Si sentiva pi sicuro. Continu a stendere il monologo iniziale dello schiavo Sosia.
Di l domani, come da una dispensa, sar tirato fuori a godermi la sferza. E non mi sar possibile difendermi, e non avr nessun aiuto nel padrone e non ci sar uno a dir di no, fra tutti quelli che diranno Ben gli sta!. Cos otto uomini robusti mi batteranno  povero me!  come unincudine; e cos, arrivando da fuori, sar ricevuto nellospizio pubblico. A questo mha costretto la furia del padrone; gi, a questora di notte mha fatto saltar via dal porto contro mia voglia. Non avrebbe potuto spedirmi qua di giorno? Per questo  una iella servire un ricco.

Si interruppe di nuovo. Non era sicuro. Prese una spugna che teneva vicino ai fogli e la inzupp dacqua in una bacinella ai piedi del tavolo. La strizz finch fu soltanto umida, la avvicin con estrema cura al foglio su cui scriveva e cancell lultima frase. Lasci la spugna sul tavolo. Era una frase pericolosa. Si accigli. Si alz e spinse la sedia con tanta forza che quasi la rovesci. Passeggi per la stanza con le mani incrociate dietro la schiena. Questo  inadatto, questo  meglio non scriverlo, di questo meglio non parlare. Casca lo aveva annoiato a morte con tutta la sua censura e il suo autocontrollo. Plauto torn a sedersi. Era ancora dubbioso. Sapeva di godere di alcune comodit grazie alla protezione di Casca e di avere accesso a volumi molto difficili da acquistare grazie alla generosit di quel patrizio, Publio Cornelio Scipione, ma qualcosa gli ribolliva dentro e non poteva evitarlo. Prese di nuovo il calamo, lo bagn nellinchiostro nero e, con polso fermo e deciso, torn a scrivere la frase che aveva appena cancellato.
Per questo  una iella servire un ricco.

E continu a scrivere per diverse ore.
Si dimentic di mangiare.
Il pomeriggio scese su Roma. Plauto infine pos il calamo sul tavolo. Aveva gi scritto gran parte della prima scena, con un dialogo vivace fra lo schiavo Sosia e il dio Mercurio, ma era arrivato a un punto in cui non sapeva come proseguire. E se Mercurio avesse picchiato il povero Sosia per fermarlo e impedirgli di sorprendere Giove con Alcmena? S, poteva andare. Poteva andare. E sarebbe stato comico. Alla gente sarebbe piaciuto. Picchiare uno schiavo inoltre era pi che accettabile. Riflett. Era stanco. Non si alz. Rimase l da solo, con le mani sul tavolo, le dita macchiate di inchiostro scuro, sfinito, esausto. Il mondo intorno a lui era in guerra. Due decine di legioni affrontavano gli Iberi, i Galli, i Macedoni, i Cartaginesi e i Numidi. Centinaia, migliaia di soldati di entrambe le parti cadevano in innumerevoli battaglie. I senatori discutevano allinfinito di strategia e di come raccogliere altri fondi per finanziare quella follia, mentre il popolo di Roma sopportava tutto, le imposte, la carestia e la mancanza di abiti. La scarsit di grano e farinata, la morte di amici e familiari, la paura costante di essere sconfitti, torturati, fatti prigionieri o assassinati. E intanto lui, Tito Maccio Plauto, combatteva la sua guerra personale. Doveva trovare il modo di intrattenere i Romani perch dimenticassero il mondo in cui vivevano davvero. O forse poteva spingersi oltre e dire qualcosaltro Criticare lingiustizia?
Plauto si alz. Era stordito. Provava una crescente angoscia. Non sapeva come proseguire. Ma questo non lo spaventava. Conosceva bene quella sensazione. Gli capitava spesso. Era lansia della creazione: un fiore appassito che muore, ma che in qualunque momento pu tornare a fiorire. Lattesa, per, a volte era dolorosa, lunga e sempre temibile. Con un vecchio straccio si asciug il sudore freddo sulla fronte. Era meglio che riposasse un po e mangiasse qualcosa.

100
UNALBA AGRODOLCE

Carthago Nova, 209 a.C.
Publio si sedette su alcuni scalini che portavano al Foro della citt. Rinfoder la spada insanguinata e cerc di riprendere fiato. Intorno a lui, i lictoresvegliavano sulla sua sicurezza. La citt era stata sottomessa, ma poteva esserci ancora qualche nemico nascosto, ansioso di vendicare la caduta della fortezza togliendo la vita al generale che aveva piegato le loro difese. Le guardie quindi si guardavano intorno, tese e diffidenti. Avevano perso tre compagni nellassalto alle mura, ma non provavano alcun rancore per il generale. Ora non erano pi le guardie di un giovane patrizio, ma la scorta del conquistatore di Carthago Nova. Erano orgogliosi. I loro compagni erano caduti con onore in una battaglia gloriosa. Intuivano che accanto a quel giovane generale non avrebbero avuto una vita tranquilla, ma non importava, se serviva a ottenere vittorie e onori simili.
Il Foro era pieno di legionari. I centurioni cercavano di riorganizzare i manipoli. Le grida dei cittadini abbattuti arrivavano fino alla vasta spianata. Una strana carneficina iniziava a prendere forma. I Romani volevano vendicare la morte dei compagni caduti sulle mura e uccidevano Cartaginesi e cittadini iberici senza distinzioni, cos come mercanti, schiavi, schiave, uomini, donne, bambini e bambine. Tutti finivano nello stesso fascio, il destino segnato nel viso gelido dei legionari assetati di sangue.
Marcio si fece strada fra le truppe di fanteria. Era accompagnato da un manipolo di soldati della flotta che, dopo la caduta della muraglia orientale, aveva conquistato il settore sud della citt.
Per Castore e Polluce disse Publio senza alzarsi, perch era ancora stanco. Ecco la marina. Te lavevo detto, Marcio, che oggi che oggi ci saremmo rivisti al Foro della citt. E Lelio? Dov?
Esatto rispose Marcio e non seppe che altro aggiungere. Quello che sapeva preferiva non dirlo.
Com la situazione? chiese il generale.
Marcio fu felice che il generale non insistesse a saperne di pi sullammiraglio.
Il generale cartaginese si  rifugiato nella cittadella. Indic il nord con la spada. La chiamano Arx Hasdrubalis. Vuole negoziare. Il resto della citt  sotto il nostro controllo. Il saccheggio  iniziato e sta per cominciare il massacro.
Marcio parlava senza emozione. Raccontava i fatti e quello che doveva ancora succedere. Assassinare gli abitanti dopo un assedio era un modo per trasmettere la paura al resto delle popolazioni, per ridurre le probabilit di incontrare resistenza in altre fortificazioni. Era una parte come unaltra della guerra. Era necessario, insomma.
Publio si pass le mani sui capelli, lentamente. Poi chiese dellacqua.
Acqua per il generale! grid Marcio.
Un attimo dopo comparve un legionario con un otre. Il generale bevve con ansia. Tutti lo osservavano, ammirati, rispettosi. Voleva bere dopo aver conquistato linconquistabile, quindi che bevesse acqua e vino e tutto ci che voleva. Erano ansiosi di servirlo.
Interrompi il massacro disse Publio a bassa voce. Si accorse di non essere stato capito, un po perch era un ordine inaspettato e un po perch laveva pronunciato piano. Non ci sar nessun massacro! ripet con vigore. Non si uccider nessun ibero fino a nuovo ordine! Confiscate loro e largento e i cereali e lequipaggiamento militare e tutte le armi, ma rispettate la vita dei cittadini fino a nuovo ordine! Quanto a quel generale cartaginese, ditegli che se si arrende avr salva la vita, ma che ha unora per decidere, poi lofferta non sar pi valida.
Gli ufficiali erano confusi. Fermare il massacro non aveva senso. A che cosa serviva conquistare una citt che si era opposta con durezza, se poi gli abitanti non venivano castigati? Non avrebbe fatto che incoraggiare gli altri popoli a dimostrarsi altrettanto ostili, visto che non avevano niente da perdere: se si difendevano potevano sperare di vincere e, se perdevano, sapevano che avrebbero avuto salva la vita.
Publio si alz lentamente.
 lultima volta che lo dico: fino a quando dovr ripetere i miei ordini prima che vengano eseguiti?
I centurioni si vergognarono. Avevano appena riportato unenorme vittoria. Nessuno aveva mai partecipato a una conquista simile. Neanche le vittorie degli Scipioni, dello zio e del padre dellattuale generale, erano equiparabili in gloria alla conquista di quella citt, e perfino dopo una simile esibizione di genialit militare, esitavano nellobbedire al loro capo. Una voce emerse fra gli ufficiali.
Mai pi, mio generale. Non dovrai mai pi ripetere un ordine.
Tutti si voltarono e videro Quinto Trebellio, che grondava sangue.
Sembra che tu abbia imparato a nuotare disse il giovane generale, fra il sorpreso e il compiaciuto.
No, mio generale. Sembra che Nettuno ci abbia fatti galleggiare sulla laguna. Gli di sono dalla tua parte. Siamo arrivati sulla terraferma. Poi si  trattato solo di mettercela tutta.
Sei ferito? chiese Publio.
No, mio generale. Qualche taglio, ma niente di grave.  sangue cartaginese quello che ho addosso. Con il tuo permesso, vado a controllare i miei uomini prima che organizzino un massacro per conto loro. Sono euforici.
Il generale annu. Il resto dei centurioni si divise per fare lo stesso. Marcio non si mosse.
Sembra che finalmente io mi sia conquistato un po di rispetto osserv Publio.
Non solo questo. Oggi hai conquistato anche qualcosaltro.
Qualcosaltro?
S. Qualcosa di molto pi prezioso e infinitamente pi potente. Qualcosa di temibile.
E che cosa sarebbe? chiese Publio, sinceramente curioso.
Ti sei conquistato la lealt. Non ha prezzo.
Ce lavevo gi. La tua e quella di Lelio e degli altri ufficiali.
S, conferm Marcio ma adesso hai la lealt di due intere legioni.
In effetti, nel giro di pochi minuti le legioni erano in formazione, divise, una sulla spianata del Foro della citt conquistata e laltra sul vasto prato vicino alle porte di Carthago Nova, subito fuori dalla citt. I centurioni avevano gi dato precisi ordini di non uccidere nessuno e rispettare la vita di tutti, cittadini, uomini e donne, liberti, mercanti, artigiani, schiavi e schiave, bambini e bambine. I soldati quindi dedicarono tutti i loro sforzi ad accumulare al Foro tutto loro, largento, i viveri e le armi che trovavano.
E Lelio? chiese di nuovo il generale. Si sentiva meglio dopo aver riposato un poco e aver bevuto.
Marcio per non gli rispose. Publio si insospett.
Dov Gaio Lelio? Avrebbe dovuto essere qui con noi gi da un pezzo.
Marcio restava in silenzio. Guardava a terra.
Sto aspettando una risposta, tribuno.
Marcio sapeva di non poter prolungare oltre lattesa del generale.
Lelio  caduto combattendo sulla muraglia sud disse e indietreggi di qualche passo.
A Publio sembr di ricevere una mazzata allo stomaco. Gli gir la testa. Fece due passi indietro, fino a trovare la scalinata che portava al Foro della citt. Si sedette. Lelio morto. Non era possibile. Aveva perso lo zio e il padre, non poteva perdere anche Lelio.
Voglio vederlo. Che mi portino il corpo disse, senza guardare Marcio.
Il centurione deglut la saliva secca che aveva in bocca.
Non abbiamo il corpo, mio generale.
Publio alz lo sguardo.
 caduto in mare, dalla cima della muraglia. Tutta la flotta lo sta cercando.
Il giovane generale annu.
Dalla cima della muraglia, hai detto?
Esatto, mio generale.
Quindi ha eseguito il suo dovere fino alla fine.
Marcio esit, ma infine si azzard ad aggiungere altro.
Non solo Insieme a un centurione,  stato il primo a salire sulla muraglia sud. I marinai stavano per rinunciare e allora lui, insieme a quel centurione, si  lanciato sulle scale e si  arrampicato fino in cima. Mi hanno detto che ha abbattuto almeno cinque o sei cartaginesi prima di essere raggiunto da una freccia.
Poteva essere solo una freccia, per tutti gli di! Solo una freccia poteva portarlo via. Il generale parlava come fra s, in tono distante.
Marcio iniziava a preoccuparsi. Avevano ottenuto una vittoria magnifica. Cera sempre qualche perdita. La perdita dellammiraglio era terribile, certo, ma lo sconforto che il centurione coglieva nel generale appariva devastante. Sembrava che Publio Cornelio Scipione non avesse perso lammiraglio della flotta, bens un membro della famiglia. Solo allora cap che un legame strano e complesso univa, aveva unito, quei due uomini.
Assorti nei loro pensieri, n il centurione n il generale si accorsero di un marinaio che arrivava di corsa dal settore sud della citt.
Mio generale, mio generale! Hanno trovato lammiraglio!  ancora vivo!
Publio si alz di scatto.
Che cosa dici, soldato? chiese. Spero per te che quello che dici sia vero!
 ferito, mio generale continu il marinaio, nervoso, con il respiro spezzato per non aver ancora potuto riprendere fiato. Ha ingoiato molta acqua, ma respira. Un medico lo sta curando nellaccampamento principale sullistmo.
Andiamo! Marcio, pensa tu alla citt! Sai gi che non voglio massacri! Mi occuper di ogni cosa poi.
Marcio si raddrizz e annu con la mano sul petto.
Il marinaio spieg al generale che cosera successo. Avanzavano fra le case, rapidi, circondati dai lictores. Le strade erano piene di legionari che andavano e venivano con oro, argento, viveri e armi di ogni tipo, che confiscavano e accumulavano nel Foro della citt. Ogni tanto dovevano lottare con i cittadini che si rifiutavano di consegnare i loro averi, ma non cera alcun massacro indiscriminato. Molti abitanti guardavano sbalorditi il giovane generale che in sei giorni aveva conquistato la loro citt inespugnabile, benedetta dagli di cartaginesi. Asdrubale, che aveva sostituito il grande Amilcare, al momento di stabilire la capitale del suo impero in Hispania si era raccomandato a Baal e aveva predetto che quella citt non sarebbe mai stata conquistata, n da terra n dal mare. Ora gli abitanti non capivano che cosa fosse successo.
Lo abbiamo cercato diceva il marinaio fin da quando  caduto in mare, ma solo quando  terminata la battaglia sulla muraglia sud abbiamo potuto impiegare tutti gli uomini.  comparso aggrappato a un pezzo di legno di una delle navi affondate, che galleggiava alla deriva. Lo hanno issato a bordo. Era molto debole, ferito, acciaccato, ma parlava. Ha chiesto se avevamo conquistato la citt e gli abbiamo risposto di s. Poi ha perso i sensi. Lo abbiamo trasferito nellaccampamento perch lo curassero.
Il generale, accompagnato dal marinaio e dalla scorta, usc dalle mura. Camminando rapidi, raggiunsero laccampamento romano in pochi minuti. Decine di feriti si accumulavano in lunghe file, in attesa che qualcuno dei medici potesse occuparsi di loro. Erano uomini valorosi quelli che giacevano l distesi, avevano lottato con coraggio. Il generale si sent orgoglioso e rallent il passo. Si avvicin e si interess delle condizioni di alcuni di loro. In realt, desiderava soltanto arrivare alla tenda di Lelio, ma non poteva passare davanti a quegli uomini che avevano lottato oltre le loro forze e mostrarsi indifferente alle loro sofferenze. I soldati, stupiti dalla preoccupazione del generale, cercavano di sollevarsi quanto lo permettevano le ferite.
Trascorse cos un quarto dora prima che Publio potesse arrivare alla tenda in cui si trovava lammiraglio della flotta. Una volta l, riconobbe una voce potente e familiare, che spazz via qualunque preoccupazione e gli illumin il viso con un ampio sorriso.
Maledetto medico! Per Ercole, mi fai pi male tu che tutti i Cartaginesi messi insieme! Per tutti gli di, datemi altro vino! Aaah! Animale!
Publio entr nella tenda. Steso su una branda, fradicio dacqua salata e di sangue, lammiraglio della sua flotta malediceva e minacciava con il pugno un coraggioso medico di mezza et, che si affannava a ricucirgli un lungo taglio sulla spalla da cui usciva ancora un filo di sangue.
Publio si fece serio.
Cos, invece che al Foro, dove dovresti essere, ti trovo a ubriacarti e a dormire nellaccampamento. Bel modo di ubbidire agli ordini.
Lelio, che non si era accorto dellarrivo del generale, sussult per la gioia. Il filo con cui il medico cercava di cucirlo tir e gli strapp un acuto grido di dolore.
Publio aaaah!
Meglio che tu non ti muova, Lelio disse il generale sedendoglisi accanto. Sembra che ti abbiano fatto qualche buco.
Qualcuno, s, ma dopo che avevo raggiunto la muraglia. Lelio parlava trattenendo le grida di dolore che volevano uscirgli dalla gola.
Un legionario dei velitesentr nella tenda con unanfora di vino. Serv subito una coppa allammiraglio, che lo bevve in un unico sorso senza diluirlo.
Meglio? chiese Publio.
Me glio s. Meglio.
Ascolta, allora, Lelio. Stanotte voglio che tu riposi qui. Domani verr a trovarti. Abbi cura di te. Per oggi hai gi fatto abbastanza. Pi di quel che mi aspettavo. Pi di quello che avrebbe fatto chiunque. No, taci, non dire niente. Risparmia le forze. La citt  nostra. Quinto ha preso la muraglia nord, come pianificato. Ha attraversato la laguna di notte e ha scalato le mura, mentre tu facevi lo stesso a sud e io e Marcio attaccavamo la porta est. Ora riposa e lascia che il medico faccia il suo lavoro e, se possibile, non ucciderlo: ci sono molti feriti che hanno bisogno dei suoi servigi. Bevi tutto il vino che vuoi. E per tutti gli di, curati e riposati, perch ho bisogno di te.
Per vincere altre battaglie, eh, Publio? disse Lelio, alzandosi appena sulla branda con un sorriso sul viso. Il vino iniziava a stordirlo e a smorzare il dolore delle ferite aperte. E conquistare altre citt.
Il generale si alz senza distogliere gli occhi da lui.
S, anche per questo, ma ho bisogno di te soprattutto per unaltra cosa.
Lelio lo fiss senza muoversi, confuso.
Quale?
Il generale lo guard per qualche secondo, prima di rispondere.
Ho bisogno di te per vincere questa guerra, Lelio rispose e dopo aver lanciato una rapida occhiata al medico, usc dalla tenda accompagnato dalla scorta.
Un attimo dopo, il medico lo raggiunse. Aveva le mani piene di sangue, secco e ancora fresco, la sua tunica sembrava quella di un macellaio. Aveva laria stanca ma non esausta.
Come sta? volle sapere subito il giovane generale.
Sta bene, mio signore. Ha perso molto sangue, ha una ferita alla spalla e un taglio sul collo. Nessuno dei due mortale. Ha bevuto molta acqua di mare, ma lammiraglio  un uomo forte e credo che se la caver. Quello che mi preoccupa  lanfora e mezza di vino che ha bevuto da quando lhanno portato qui
Publio scoppi a ridere. Una risata limpida, felice, rilassata, che contagi coloro che lo circondavano. Gli uomini della scorta risero in coro con lui. Il medico sorrise.
Per Castore e Polluce, questo non  preoccupante,  un buon segno. Che beva tutto quello che vuole. Poi il generale si trasform e torn ad assumere unespressione seria. E tu, hai tutto il necessario? Quanti aiutanti hai?
Il medico si stup di quellinteresse.
Ho tre aiutanti. Uno  qui con me. Gli altri due sono con il resto dei feriti e se la cavano abbastanza bene, ma
Parla, dimmi di che hai bisogno.
Vedi, mio generale, i feriti sono molti, posso cavarmela con i miei aiutanti, ma se avessi qualche uomo in pi per trasportarli, potrei organizzarmi meglio. E anche qualche tenda in pi Alcuni feriti sono molto deboli e se vogliamo che abbiano qualche speranza, ho bisogno di altre tende in cui curarli. Lideale sarebbe un posto sotto un tetto, in citt, ma non so se  chiedere troppo. Il medico non era abituato a fare richieste e non sapeva fino a dove poteva spingersi.
Il generale annu e si rivolse a uno degli uomini della scorta.
Dai a questuomo tutto quello che chiede: seleziona un manipolo della terza legione per trasportare i feriti in citt e chiedi a Marcio di scegliere un edificio in cui alloggiarli. Che abbia tutto ci che gli serve. Publio si volt verso il medico, che lo guardava sorpreso e ammirato. Se ti servisse altro, parlane con Marcio. Daccordo?
S, mio signore.
Come ti chiami, medico, e da dove arrivi?
Atilio, signore. Sono nato a Roma, ma la mia famiglia  di Tarentum.
 l che hai imparato la tua professione, Atilio?
A Roma e a Tarentum, s, ma ho fatto anche un viaggio in Grecia.
Bene, Atilio. Cura bene i miei uomini e sar generoso con te, ma se ricevo lamentele dai miei ufficiali riguardo ai tuoi servizi, ne terr conto.
I legionari saranno curati bene, mio signore rispose Atilio e fece un leggero inchino.
Il generale si allontan. Lammiraglio stava bene. Ora aveva una citt conquistata di cui occuparsi. Nei prossimi giorni, quando Lelio si sarebbe ripreso dalle ferite e, se possibile, fosse tornato sobrio, gli avrebbe illustrato i suoi progetti nei dettagli. Era strano, ma adesso che sapeva che Lelio era vivo, sentiva di poter raggiungere qualunque risultato si proponesse.
Nei giorni successivi, il giovane Scipione prese decisioni importanti: gli ostaggi iberici furono liberati ed ebbero il permesso di tornare a casa, con lunica condizione di non sollevarsi in armi contro i Romani. Le donne prigioniere furono trattate con particolare rispetto, fu proibito ai soldati di abusare di loro e alcuni messaggeri furono inviati alle loro citt dorigine, perch i familiari venissero a prenderle e le riportassero a casa sane e salve. Gli ufficiali romani erano perplessi davanti a una tale generosit nel modo di trattare i vinti, che avevano opposto tanta resistenza in quanto alleati della guarnigione cartaginese, ma nessuno si azzardava ad alzare la voce o anche solo a mettere in discussione un ordine.
Publio si muoveva con sicurezza in quella che ora era la sua citt. Andava e veniva dallala sud del palazzo che un tempo era stato di Asdrubale, genero di Amilcare, e poi dello stesso Annibale, e dove Marcio aveva sistemato molti dei feriti. Il generale si preoccupava di salutarli a uno a uno, si interessava della loro situazione e del modo in cui erano stati curati.
Poi arriv il momento di consegnare i riconoscimenti, in particolare la corona muraria che, come di costume, poteva essere attribuita soltanto a uno fra i tanti uomini che avevano partecipato allassalto della citt. E doveva trattarsi di colui che aveva raggiunto le mura per primo, dando lesempio agli altri. Gaio Lelio, che si era gi ripreso dalle ferite, si espresse in favore di Sesto Digizio, della marina, ma le legioni di fanteria acclamavano Quinto Trebellio, il centurione a cui lo stesso generale aveva ordinato di scalare la muraglia nord e di attraversare la laguna, in una missione che era diventata oggetto di commenti, tanto fra i conquistatori come fra i cittadini conquistati. Gli abitanti di Carthago Nova mormoravano confusi: non capivano come fosse potuta cadere la citt, dopo il patto che il vecchio Asdrubale aveva stretto con gli di punici a cui aveva chiesto che la fortezza non venisse mai presa n da terra n dal mare.
Mentre gli abitanti della citt erano occupati nella discussione, il generale vide che al Foro si era acceso un violento dibattito su chi meritasse di ricevere la corona muraria e che la discussione rischiava di degenerare. Publio aveva bisogno di tutti i suoi uomini e gli servivano uniti. Cos si alz dalla sedia da cui assisteva alle proposte della fanteria e dalla marina.
Tutti tacquero.
Ho ascoltato i tribuni delle legioni e lammiraglio della flotta. Sono due gli uomini proposti per ricevere il riconoscimento pi prestigioso per la loro partecipazione a questa vittoria: Sesto Digizio per la marina e Quinto Trebellio per la fanteria. Entrambi sono stati valorosi. La legge per prevede che solo uno di loro sia degno di questo ambito onore. Il generale si interruppe per osservare come venivano accolte le sue parole. Rilev interesse e tensione. Prosegu. Questa  la legge e cos  stato sempre. Ed ecco la mia decisione: entrambi, tanto Sesto Digizio quanto Quinto Trebellio, si sono meritati ai miei occhi e agli occhi di tutti, mi sembra di capire, di ricevere la corona muraria per la conquista di Carthago Nova.
Il generale si sedette e assistette alle esplosioni di giubilo che si levarono sulla spianata del Foro. I legionari e i marinai esultavano e acclamavano i nomi dei due decorati.
Marcio e Lelio si avvicinarono a Publio. Fu Lelio a parlare per loro.
Mai prima dora erano state concesse due corone. Che cosa diranno a Roma?
 unusanza molto antica aggiunse Marcio.
Molto antica, s, rispose il generale ma mai era stata conquistata una citt in sei giorni.
Con questa frase Publio dichiar conclusa la questione e passarono a occuparsi delle altre. Il pomeriggio culmin con la resa e la cattura del comandante cartaginese di Carthago Nova, Magone, dopo aver negoziato di nuovo i termini della sua consegna per assicurarsi che gli fosse risparmiata la vita. Il generale lo mise in catene e ordin che fosse imbarcato e inviato a Roma, come segno della sua vittoria, insieme ad altri ufficiali punici.
Un gruppo di legionari port poi davanti al generale una bellissima ragazza iberica, che era stata prigioniera di Magone. La ragazza tremava, perch intuiva che sarebbe passata dagli uni agli altri come schiava, ma Publio le chiese da dove proveniva.
Vengo dalla Carpetania, mio signore disse la giovane senza alzare lo sguardo.
Publio le si avvicin e le sollev il mento con la mano.
Sei molto bella.
La ragazza non disse nulla.
Deve esserci qualcuno che si preoccupa particolarmente per te.
Mio padre e il mio fidanzato, mio signore, che mi aspettano in Carpetania.
Publio torn a sedersi. La giovane si aspettava di essere portata in qualche stanza, dove quel nuovo conquistatore avrebbe terminato ci che il comandante cartaginese era stato sul punto di fare quando era iniziato lassalto alla citt.
Ci sono altre persone della tua terra fra gli ostaggi?
Diversi guerrieri, mio signore.
Bene, allora sentenzi il generale. Che questa giovane sia liberata e affidata alla sua gente. E che allalba siano scortati fino alla frontiera della loro terra.
La ragazza alz il viso, con unespressione luminosa.
Grazie, mio signore.
Publio annu senza dare troppa importanza al suo gesto. Fece un cenno e i legionari che tenevano in custodia la ragazza la portarono via, attenti a non importunarla.
Vado a stendermi disse a Lelio e Marcio.
Si alz e si ritir nella sua stanza: unampia sala del palazzo con una grande finestra. Guard fuori. Oltre la laguna si vedeva la vasta pianura. Non poteva saperlo, ma da quello stesso punto pi di nove anni prima Annibale aveva esibito lesercito con cui avrebbe invaso lItalia al messaggero dei Galli. Quello che invece pens il generale romano, mentre si sedeva sul letto soffice, con le lenzuola morbide che gli avevano preparato, fu che da l doveva essere passato pi di uno dei suoi nemici, Annibale compreso.
Era sfinito. Uno schiavo lo aiut a togliersi la corazza, le armi, i sandali e a cambiarsi dabito. Un attimo dopo croll e dorm in pace per la prima volta da mesi.
Lalba port due notizie importanti per Publio: i Carpetani avevano mandato un inviato a riferire che, in segno di ringraziamento per la liberazione della figlia di uno dei capi, presto a Carthago Nova sarebbe arrivato un distaccamento di cavalieri del loro popolo che si sarebbe messo al servizio del generale romano. Poco dopo, giunse un altro messaggero, che gli consegn una tavoletta.
Publio la apr e riconobbe subito la calligrafia.
 di Emilia disse guardando Lelio che faceva colazione con lui. Dice di essere incinta.
Per Castore e Polluce, complimenti!
Publio non riusc a dire altro. Si limit a guardarlo e a sorridere. Questa volta forse sarebbe stato un maschio. Forse sarebbe stato un maschio.
Superata lemozione iniziale per la notizia, il generale riport la conversazione su un terreno pi consono a due soldati.
Come vanno le cose in citt? chiese a Lelio.
Procede tutto alla perfezione. Gli abitanti sono perplessi. Non capiscono che cosa sia successo.
Perch? Per la rapidit con cui  caduta la citt, immagino.
No, non  solo per questo aggiunse Lelio. Il punto  che quando fondarono la fortezza, si dice che i Cartaginesi, Asdrubale, che era genero di Amilcare
S?
Be, sembra che avesse stretto un patto con gli di perch Qart Hadasht, come la chiamano i Cartaginesi, non fosse mai conquistata, n da terra n dal mare.
E perch gli abitanti della citt sono perplessi?
Perch sembra che gli di non abbiano tenuto fede alla loro parte del patto. Si discute quali di siano pi forti, se i nostri o le divinit puniche.
E tu che ne pensi, Lelio?
Non lo so. Sei tu lesperto di religione.
Vuoi sapere come la penso?
Lelio annu interessato.
Non so quali di siano pi potenti. Siamo in guerra da nove anni ormai e non  ancora chiaro di chi sar la vittoria finale. Quello che so  che gli di punici hanno mantenuto la parola con estrema precisione, perch la citt non  caduta n da terra n dal mare.
Lelio lo guard confuso.
Carthago Nova spieg Publio  stata conquistata dalla laguna, che non  n terra n mare.  vero che siamo entrati dallistmo e che tu hai conquistato le mura che davano sul mare, me n tu n io saremmo riusciti nel nostro intento senza la confusione provocata dalle truppe di Trebellio che penetravano in citt. La laguna,  stata la laguna ad aprirci la strada. Asdrubale avrebbe dovuto scegliere con pi cura le parole con cui si  raccomandato agli di.
Lelio lo osserv ammirato e sorpreso. Era lunica spiegazione che conciliava il patto fra i Cartaginesi e gli di con la realt dellassalto diretto da Publio.
Eri al corrente del patto che i Cartaginesi avevano stretto con i loro di, vero? chiese Lelio.
Bisogna conoscere bene il nemico per scoprirne i punti deboli.
Lelio annu lentamente mentre soppesava le capacit di indagine del giovane amico e generale. Dove li avrebbe portati quel ragazzo, con la sua intuizione?

101
LA SPERANZA DI ANNIBALE

Metaponto, 209 a.C.
Dopo la caduta di Tarentum, Annibale si era rifugiato con il proprio esercito a Metaponto. Camminava a testa bassa nella vasta stanza di una delle residenze della citt che gli uomini avevano confiscato per installarvi il quartier generale. Maarbale attendeva in silenzio un ordine del superiore. In momenti simili era meglio non chiedere, quindi aspettava con pazienza.
Annibale si sedette su una delle sedie al centro della stanza, accanto a un tavolo di legno. Chiuse gli occhi. Avevano perso Capua e ora Tarentum. Era stato obbligato a rifugiarsi in quella piccola citt del Sud mentre i senatori romani festeggiavano la vittoria. Anche le notizie che arrivavano dallIberia erano sconfortanti: Qart Hadasht era caduta per mano di quel nuovo generale, Publio Cornelio, figlio degli Scipioni abbattuti da suo fratello solo un paio di anni prima.
Immagino che tu stia aspettando ordini, giusto, Maarbale?
Il luogotenente annu.
Sembra che gli di si siano dimenticati di noi, non credi?
Cos sembra, mio generale.
Annibale riflett prima di proseguire.
Ma non tutto  perduto, Maarbale. Non tutto. Il generale non lo guardava, ma rifletteva mentre parlava con gli occhi fissi su una parete spoglia. Le cose si sono messe male per noi. I Romani credono di averci in pugno, che la vittoria sia vicina, ma non sar cos. Resisteremo, Maarbale. Cerchi un ordine, un piano, una strategia? Ecco il mio ordine: resistere. Ma non resistere in modo assurdo, no, non ci immoleremo come fecero i Saguntini. No. Resisteremo nel senso pi autentico della parola. I Romani sono fiduciosi e questa ora  la nostra arma migliore, perch come noi sono esausti. Hanno recuperato le loro citt, ma a costo di grandi sforzi e di perdite incalcolabili. Questanno le citt latine si sono ribellate. Capisci che cosa significa? Si sono ribellate le pi vicine, le pi leali. E perch? Perch da quasi dieci anni sopportano una guerra che non finisce mai. Sono stanchi, capisci, Maarbale? Stanchi di consegnare armi, viveri e soprattutto uomini, migliaia di uomini che non torneranno pi a casa. I campi restano incolti per la guerra o perch mancano braccia che li lavorino, li coltivino e si occupino del raccolto. Certo, il bottino di Tarentum rimpinguer le loro casse, ma non sar facile che riescano a reclutare altri uomini. Dovranno iniziare a fare ostaggi fra le citt alleate, per assicurarsi la loro lealt. Dobbiamo decapitare il loro esercito. Abbiamo gi ucciso alcuni dei loro consoli: Gaio Flaminio sul Trasimeno ed Emilio Paolo a Canne, e abbiamo ferito molti dei loro generali. Bene. Loro resistono e noi anche. Le cose non vanno bene come credono: dopo tanti morti, sono riusciti soltanto a recuperare parte del terreno perduto, nientaltro. Siamo ancora alla situazione iniziale, anzi, meglio: siamo gi qui, in territorio italico, e presto arriver mio fratello, presto arriver Asdrubale con un esercito dallIberia. Passer anche lui attraverso la Gallia e superer le Alpi, se necessario. I Galli si accampano a loro piacimento al Nord. Ai Romani  impossibile tenere aperti tanti fronti finch Annibale resta al Sud. Hanno dovuto abbandonare le posizioni sulla frontiera cisalpina, soprattutto da quando i Celti hanno ucciso il console Postumio, una morte di cui possiamo prenderci indirettamente il merito. Quel territorio  pronto per una ribellione in massa. Hanno solo bisogno di un capo e non sar altri che mio fratello. Guarda, Maarbale, qui.
Il capo della cavalleria cartaginese si avvicin al tavolo. Annibale continuava nelle sue spiegazioni e indicava una mappa.
Asdrubale attaccher a nord, insieme ai Galli, e noi risaliremo da sud. E a est, sullAdriatico, i Macedoni di Filippo V assedieranno Apollonia e il protettorato romano in Illiria. Tre fronti allo stesso tempo. Vedremo come se la caveranno allora i Romani. Magone e Giscone nel frattempo renderanno la vita impossibile alle truppe romane in Iberia.
Annibale, che si era alzato per indicare la mappa, torn a lasciarsi cadere sulla sedia.
Finch non arriver quel momento, prosegu dovremo rafforzarci qui al Sud, a Metaponto e nel Bruttium. E ci intratterremo facendo fuori qualcuno dei loro migliori generali. Dobbiamo levare di torno Claudio Marcello e Fabio Massimo. Sono i pi rispettati e sarebbe meglio che non fossero pi fra noi quando Asdrubale arriver dallHispania. Se non  possibile sconfiggerli in campo aperto, organizzeremo delle imboscate. La cavalleria ci sar di grande utilit. Resteremo qui, al Sud, a minacciare e colpire, Maarbale. Quando ci cercheranno, ci rifugeremo, quando saranno tranquilli, attaccheremo. Finch saremo qui, gli occhi di Roma resteranno fissi su di noi e non si accorgeranno che il vero pericolo arriver dallIberia.
E quel generale romano in Iberia?
Annibale tard qualche secondo a rispondere.
Il giovane Scipione?
S.
Il generale torn a riflettere per qualche istante.
Maarbale, quello  il ragazzo che salv il padre sul Ticino, vero? Lo stesso che ci ferm sul fiume distruggendo il ponte, giusto?
Esatto.
 fuor di dubbio che sia un uomo coraggioso. E orgoglioso. La sua conquista di Qart Hadasht  ammirevole. Ha colto Asdrubale di sorpresa, ma ha due problemi. Sai quali?
No, mio signore.
Uno, mio fratello non si lascer cogliere di nuovo di sorpresa e due, in quella regione Asdrubale, Magone e Giscone dispongono di settantacinquemila uomini. Significa tre a uno in nostro favore. Se io fossi quel generale romano, mi trincererei a Tarraco e penserei soltanto a come sopravvivere alla collera di Asdrubale.
A quel punto il generale smise di parlare. Era stanco. Maarbale lo salut e lo lasci solo. Annibale si rilass sulla sedia. Era dura, ma qualunque posto andava bene per riposare un poco. No, non era stato un buon anno. La caduta di Siracusa, Capua e Tarentum. Sconfitte terribili. Perdite incalcolabili nella scacchiera della strategia di quella guerra. Annibale per aveva ancora molte pedine da giocare. S, i Galli del Nord, i rinforzi di Asdrubale. Con loro sarebbe iniziata la seconda parte del conflitto. Era stanco, certo. E i Romani sfiniti. Era una guerra di resistenza e se cera una cosa che lui sapeva fare bene era vivere in un conflitto permanente. Era cos da quandera bambino, da quando, appena adolescente, aveva accompagnato il padre oltre le Colonne dErcole per conquistare lIberia. I Romani non avevano mai affrontato una guerra tanto lunga. I loro campi si erano impoveriti. Avrebbero avuto problemi di rifornimento. Cera scontento nelle strade di Roma. Sfinimento. Desiderio di pace. E lui sarebbe rimasto l, fino alla fine. Avrebbe trasformato lintera regione in un immenso terreno incolto, finch i Romani non fossero pi stati capaci di distinguere la loro terra dal regno dei morti.

102
I NEMICI DI SCIPIONE

Castulo, Hispania, 209 a.C.
Quando ricevette la notizia che Qart Hadasht era stata presa dai Romani guidati da un giovane generale, figlio e nipote degli Scipioni che lui stesso aveva sconfitto solo due anni prima, Asdrubale Barca non si agit. Il fratello di Annibale, seduto su una poltrona coperta di pelli dorso e di cervo, sollev il sopracciglio destro e senza smorfie o grida disse semplicemente: Che tutti si preparino.
Tutti, mio generale? volle assicurarsi uno degli ufficiali prima di iniziare lenorme compito di mobilitare lintero esercito.
Asdrubale lo guard senza abbassare il sopracciglio.
Tutti, ufficiale, tutti: la fanteria africana, la cavalleria numida, i frombolieri delle Baleari e soprattutto gli elefanti. Gli elefanti.
Lufficiale annu, imitato dal resto dei presenti. Dopo un sobrio saluto militare, uscirono dalla tenda del generale in capo.
Asdrubale rimase da solo e parl fra s a voce alta.
Ho gi ucciso tuo padre e tuo zio, e non era una questione personale, ma se ti metti fra me e il mio destino, giovane rampollo degli Scipioni, ti schiaccer con i miei elefanti e ti sgozzer come un cane rabbioso.
Il fratello di Annibale si alz e stir i muscoli. Era importante che i suoi uomini lo vedessero passeggiare per laccampamento con aria sicura e fiduciosa. Iniziava una nuova campagna. Destinazione, lItalia. E Asdrubale avrebbe spazzato via tutto ci che avesse cercato di ostacolargli il cammino.

Roma, 209 a.C.
Per Giove ed Ercole e Castore e Polluce e tutti gli di! Quei maledetti Scipioni non mi permettono neanche di godermi la vittoria a Tarentum? gridava un incontenibile Fabio Massimo davanti al legionario intimorito che gli aveva portato la notizia della presa di Carthago Nova da parte del giovane Scipione. Come se non bastasse, il legionario inesperto aveva osato aggiungere che al Foro ormai non si parlava daltro, ossia che, in altri termini, secondo linterpretazione di Fabio, la conquista di Tarentum era stata offuscata dalla sorprendente caduta della capitale cartaginese in Hispania, e senza alcun tradimento. Sembrava infatti che, nonostante le misure radicali prese da Fabio per soffocare le voci sul tradimento che gli aveva aperto le porte di Tarentum, i mormorii si fossero sparsi per le strade di Roma. La robusta figura del legionario, che senza dubbio doveva intimidire gli avversari in battaglia, si fece pi piccola davanti allimpetuosa reazione dellanziano console.
Catone, che assisteva alla scena, ebbe pena di quel soldato su cui linsensibile senatore sfogava tutta la propria furia.
Fuori, fuori dalla mia vista, messaggero di miseria!
Il legionario usc dalla sala, portato via dal vento duragano dellira del console. Massimo e Catone rimasero soli. Il vecchio guard il giovane pupillo. Con grande sorpresa di questultimo, in un attimo il viso di Massimo pass dallira pi assoluta a una smorfia malevola, che Marco Porcio Catone non sapeva bene come interpretare.
A quanto pare, mio caro Marco, inizi per una volta devo correggere i miei calcoli: temo proprio che dovremo aiutare un po i Cartaginesi con quel giovane Scipione.
Catone lo guard confuso.
 semplice, prosegu Fabio Massimo si tratta di usare una tattica pi sottile, mio caro amico, pi sottile, ma pur sempre la strategia pi efficace, la pi efficiente.
Che cosa hai in mente? indag Catone, prudente.
Il vecchio guard furtivamente da entrambe le parti, abbass la voce fino a trasformare le sue parole in un sussurro simile allultimo rantolo di un moribondo, per essere sicuro che solo Catone potesse sentirlo e che quella sentenza non arrivasse alle orecchie degli schiavi o dei servi nelle stanze contigue.
A un tradimento, Marco, sto pensando a un tradimento. Resta solo da decidere chi pu essere il nostro, diciamo cos, pugnale alla schiena.
Pugnale alla schiena?
Non guardarmi cos, Marco,  una figura retorica. Non prendere lespressione in senso letterale. Basta fare in modo che qualcuno dei tribuni o degli ufficiali di prestigio del giovane Scipione metta in dubbio la sua strategia, che approfitti di una piccola sconfitta per sollevare i soldati, che mini la sua autorit. Agli occhi del Senato la ribellione di una guarnigione sarebbe motivo sufficiente per mettere per sempre fine alla carriera politica e militare di questo Scipione. In tempo di guerra, un ammutinamento che non si  in grado di soffocare  la peggiore delle sconfitte, peggiore perfino di ci che accadde a Canne.
Marcio, Marcio Settimio consigli Catone, fiero. Era lui il centurione al comando in Hispania dopo la partenza di Nerone e fino allarrivo di Scipione. Un veterano sostituito da un ragazzino. Credo che in lui troveremmo un buon seme di discordia.
Fabio Massimo si sedette su una sedia e valut con interesse quella proposta. Catone era esultante.
Mmm no, rispose infine lanziano console troppo evidente: il nostro giovane generale potrebbe accorgersene. No, star attento ai suoi nuovi ufficiali. No, dobbiamo puntare alla giugulare, mordere dove fa pi male. Dimmi, Marco, tu che sai tutto di questo Scipione, chi  il suo servitore pi fedele, il suo ufficiale pi leale?
...
.
...
GLI INCARICHI DI LELIO.
...
.
...
Carthago Nova, 209 a.C.
.
Gaio Lelio entr lentamente nella sala del palazzo nella fortezza appena conquistata di Qart Hadasht. Era pomeriggio inoltrato e la luce ormai tenue illuminava debolmente la vasta stanza, al cui centro vide la sagoma di Publio, seduto davanti a un enorme tavolo su cui erano ammucchiati una gran quantit di documenti e mappe. Su un lato, quasi sul bordo, un calice dargento, che molto probabilmente conteneva vino o forse un po di mulsum, tanto apprezzato dal generale. Lelio lo osserv e ricord il giorno in cui aveva conosciuto il figlio del console. Erano trascorsi pi di nove anni da allora. Sembravano di pi. Allepoca Publio era solo un ragazzo, inesperto sul campo di battaglia. Un ragazzino viziato, ricord Lelio mentre ripensava ai giorni di quel freddo inverno, quando erano accampati vicino al fiume Ticino. Il figlio del console era cresciuto e maturato in quella lunga guerra. Fino a quel punto. Fino a conquistare la capitale dei Cartaginesi nel cuore dellHispania. Limpossibile era stato appena conseguito al comando di colui che ormai era un uomo fatto.
Dalle ampie finestre aperte entravano il fresco del pomeriggio e le voci di migliaia di legionari che da ormai dieci giorni festeggiavano con vino e canti la vittoria sui nemici della patria. Migliaia di uomini disposti a seguire quel generale ovunque avesse deciso di guidarli.
Lelio aspett senza fretta che Publio si accorgesse della sua presenza, sfumata fra le ombre sempre pi lunghe che abitavano la grande sala. Come poteva leggere con una luce tanto tenue? In quel momento lo vide avvicinare un documento al viso.
Il generale alz lo sguardo alla ricerca dei raggi di luce gi spenti e si rese conto che il pomeriggio ormai era sera. Stava per chiamare uno schiavo e farsi portare una lampada a olio, per continuare a studiare le magnifiche mappe che i Cartaginesi avevano disegnato delle varie regioni su cui si estendeva il loro dominio in Hispania, quando si accorse di una presenza fra le ombre. La sua prima reazione fu di sorpresa e rabbia. Comera possibile che fosse entrato qualcuno senza che le sentinelle lo avessero avvisato? Ma poi riconobbe luomo che, in piedi e in silenzio, aspettava paziente. Publio cancell i pensieri precedenti e un largo sorriso si impossess del suo viso.
Mio buon Lelio, nascosto nella notte?
Non volevo interromperti.
Tu non interrompi mai, lo sai. Avanti, avanti. Abbiamo un ottimo vino. Questi Cartaginesi, bisogna riconoscerlo, sapevano vivere bene.
Ma non sapevano combattere altrettanto bene comment Lelio.
Per nostra fortuna.
Bene, visto che siamo in vena di ammissioni, il piano che mi avevi illustrato in segreto a Tarraco ha funzionato alla perfezione.
Lelio era vicino al tavolo. Publio batt le mani un paio di volte e uno schiavo entr ipso facto.
Vino e un po dacqua per il nostro comandante della flotta ordin Publio. E dimmi, riprese la parola, mentre tornava a voltarsi verso Lelio a che cosa pensavi l fermo, in silenzio?
Pensavo che quando ti ho conosciuto eri il figlio del console e che, fino a questa conquista, per molti continuavi a esserlo: il figlio del console di Roma. Oggi non  pi cos. Oggi sei un generale di Roma, un generale che ha conquistato Carthago Nova per la patria, che ha sconfitto i Cartaginesi e si  impossessato della loro capitale in Hispania, un generale vittorioso il cui padre,  indubbio e motivo di merito, fu console, ma non  pi questo limportante quando si parla di te. A come sei cambiato. A questo pensavo.
Publio rimase a guardarlo senza dire nulla. Lingresso dello schiavo, accompagnato da due giovani schiave con il vino e lacqua richiesti, lo esoner dal rispondere.
Una volta soddisfatte le necessit dellospite, gli schiavi iberici uscirono rapidi, ancora timorosi riguardo al loro futuro prossimo nelle mani dei nuovi padroni che avevano assunto il controllo della citt.
Publio e Lelio si godettero latmosfera di quella sala e respirarono il silenzio trafitto dalle grida dei legionari che festeggiavano allegri per le strade della citt, bevendo, cantando, ma senza saccheggiare o importunare gli abitanti, cosa che era stata espressamente proibita dal generale. E gli ordini di un generale che conquistava una citt in sei giorni non andavano presi alla leggera. I legionari si divertivano, ma senza infastidire la popolazione, a parte, ovviamente, disturbare il loro sonno la notte.
Ammettilo disse Publio cambiando argomento. Pensavi che io fossi pazzo e che non saremmo riusciti a conquistare la capitale dei Cartaginesi in Hispania.
Lo ammetto disse Lelio. E meno che mai in cos poco tempo.
Gaio Lelio stava per mescolare il vino allacqua, ma Publio lo avvert.
No, aspetta. Lho assaggiato senza diluirlo. So che  unusanza barbara, ma da solo  ottimo e so che tu ami berlo cos, quando  buono.
Lelio inarc le sopracciglia e lo assaggi. Il sapore forte del vino non annacquato gli accarezz la gola e, anche se bruciava leggermente, sul palato gli rimase un gusto denso, fruttato, dolce, intenso.
 buono comment.
Altroch. Arriva dal Massico, a sud di Roma, nellAger Falernus. Probabilmente lo degustiamo in Hispania per gentile concessione di Annibale, che lo avr inviato qui chiss quando.
Forse lhanno portato i suoi fratelli quando sono passati dallItalia allAfrica e da l allHispania.
Forse. Comunque sia, ora lo beviamo noi e cos iniziamo a fare giustizia.
Risero entrambi. Era curiosa la vita e confusi erano i disegni degli di.
Ti ho fatto chiamare, mio caro Lelio, perch devo chiederti alcune cose.
Lelio si raddrizz sulla sedia e apr gli occhi. Ascoltava attento.
Devi andare a Roma e svolgere una serie di incarichi che mi piacerebbe affidarti. Posso contare su di te?
Certo. Sai che puoi contare su di me per qualunque cosa. Mi spiace solo dovermi allontanare dal fronte di guerra proprio adesso che le cose si facevano interessanti, ma se reputi che debba andare io, ti obbedir, lo sai.
Lo so, lo so. Per questo devi andare tu. Non mi fido di nessuno quanto mi fido di te. Marcio sembra leale e credo che lo sia, ma conosce bene lHispania, perci  meglio che rimanga qui. Inoltre, nel posto in cui andrai devo mandare una persona di rango pi alto. Il generale rimase in silenzio per qualche istante. Bevve un po di vino e prosegu. In ogni caso, se pu farti sentire meglio, aspetteremo il tuo ritorno prima di intraprendere qualunque azione. Questo ti tranquillizzer. Devi andare a Roma a parlare al Senato: abbiamo bisogno di rinforzi. Dobbiamo approfittare della buona notizia: dopo la presa di Carthago Nova i senatori saranno ben disposti e forse accetteranno di mandarci altre due legioni.  quello di cui ho bisogno, Lelio: altre due legioni. Spiega tutto ci che reputi opportuno. Abbiamo preso Carthago Nova, e quasi senza perdite, ma i tre eserciti cartaginesi in Hispania restano intatti. Sono il triplo di noi. Senza questi rinforzi, prima o poi ci spazzeranno via. Pi prima che poi. Non potremo neanche trattenerli sullEbro quando decideranno di unire le forze e lanciarsi a nord per raggiungere lItalia. Senza quei rinforzi la conquista di Carthago Nova non sar che un piccolo aneddoto in questa lunga guerra.
Lelio annu con veemenza.
Rinforzi disse. Due legioni.  chiaro. Sar fatto. Per la mia famiglia e gli di
No, Lelio, no, lo interruppe Publio senza giuramenti. Non voglio che tu ti impegni in qualcosa che non dipende interamente da te. Provaci, ma se i senatori si ostineranno nella loro taccagneria, torna qui e non te lo rinfaccer. Stai attento soprattutto alle manovre di Fabio Massimo e ai suoi intrighi.  lui che devi convincere e, se non ci riuscirai, avrai bisogno di una maggioranza schiacciante al Senato per vincere la sua opposizione. Riempiremo una quinquereme di monete dargento e oro, oltre a frumento e orzo, e ti porterai alcuni ostaggi cartaginesi fra i nobili che abbiamo catturato. I senatori si ammorbidiscono soltanto davanti a un bel bottino. I soldi e i prigionieri su di loro fanno ancora pi presa che sugli stessi legionari. Insomma, questa  la tua prima missione. Daccordo?
Lelio annu senza aggiungere altro.
Bene, poi ho alcuni piccoli incarichi personali. Ho scritto alcune lettere, per mia madre, per Lucio Emilio, il figlio di Emilio Paolo, e per Lucio, mio fratello. Voglio che le consegni personalmente. Inoltre ti dar una missiva da leggere al Senato.
Consegner le lettere.
Prima, vorrei che andassi a casa mia e poi in quella di Emilio Paolo. Infine al Senato.
Far cos.
Bene, bene. Ho quasi finito. Lultima cosa  pi che altro un capriccio. Qui il giovane generale esit. Guard Lelio negli occhi e non vide altro che lealt e ammirazione. Si decise a proseguire. Si tratta del teatro. So che non ne vai matto, ma in questo viaggio a Roma ti pregherei, se Plauto ha scritto una nuova opera, di andare a vederla. Publio parlava lentamente e osservava la reazione del suo interlocutore. Lelio non sembrava n offeso n infastidito. Sono curioso di sapere a che cosa lavora. Insomma, poi mi racconterai.  una mia passione. Sai, Lelio, penso spesso che mi dispiace che mio padre non sia vissuto abbastanza da vedere qualcuna delle sue opere. Sono sicuro che gli sarebbero piaciute. Allora penso che se sar io a vederle, sar un po come se le vedesse anche lui.  un capriccio sentimentale. Insomma, se puoi farlo, te ne sar grato.
Se Plauto rappresenter qualcuna delle sue opere, ci andr e far il possibile per ricordare la storia e raccontartela, anche se non credo di essere un buon narratore.
Lo so, lo so. Sei pi a tuo agio su un campo di battaglia che a teatro. Qualunque cosa mi racconterai sar interessante.
Un forte schiamazzo entr dalle finestre aperte, dalla parte bassa della citt.
Che succede? chiese Publio.
Credo che stiano organizzando combattimenti fra gli uomini delle diverse legioni. Senza armi. A mani nude. Si giocano una parte del bottino. Fanno scommesse.  unusanza, lo sai.
Unusanza, s, certo. Bene, che gli uomini si divertano,  una buona cosa. Se lo sono guadagnato. Dovrebbero averne avuto abbastanza dei combattimenti, ma evidentemente non  cos. Si stancheranno, prima o poi.
Publio chiuse gli occhi. Un giorno non avrebbero pi voluto saperne di combattere, quella guerra sarebbe stata lunga. Torn ad aprirli e scosse la testa.
Usciamo, disse andiamo a vedere su chi possiamo scommettere.
Si alz e si incammin verso la porta. Lelio lo segu mentre scendevano una vasta scalinata che li avrebbe portati a una grande piazza, dove i soldati avevano organizzato i combattimenti corpo a corpo, senza spada o daga, per intrattenersi. Lelio sapeva che in realt avrebbero voluto organizzare un combattimento di gladiatori con i prigionieri come lottatori, ma era stato rinviato in attesa dellapprovazione del generale.
Quando Publio usc dal palazzo insieme a Lelio, entrambi circondati dal corpo di guardia che accompagnava il generale ovunque, la folla di legionari smise di prestare attenzione ai combattimenti, che si interruppero, e si volt a salutare il generale vittorioso.
Publio annu in segno di ringraziamento.
Gli uomini sono soddisfatti per la conquista, mio generale! comment Marcio avvicinandosi. Ho la sensazione che dopo questa vittoria le truppe ti seguiranno anche fino allinferno!
Il tribuno dovette urlare per farsi sentire al di sopra delle grida dei legionari. E questi, quando colsero le sue parole, non esitarono a ripeterle come se si trattasse di una promessa sacra.
Fino allinferno! Fino allinferno! Fino allinferno!
Publio Cornelio Scipione non disse nulla. Si limit a sorridere in segno di apprezzamento e orgoglio. Marcio e Lelio, ai due lati del generale, si girarono per salutare i soldati che acclamavano il conquistatore di Carthago Nova. Per questo non videro lombra di oscuri presagi che, sia pure per un breve istante, comparve sul viso del generale. I pensieri di Publio si erano offuscati davanti alle parole di Marcio, che i soldati si ostinavano a ripetere allinfinito, accompagnando quel tramonto rosso sangue con un tumulto assordante di voci, ansiose di seguire il loro capo ovunque ordinasse, ignare, inconsapevoli dellautentico significato di quel voto.
Gli di li stavano ascoltando? Publio si sforz di conservare il sorriso. Non voleva lasciar trapelare la preoccupazione, ma anche se in apparenza era felice, la sua mente si contorceva fra le difficolt dei piani per sconfiggere definitivamente il nemico. E per quanto avesse pensato e ripensato a ogni possibilit, tutte le strade, tutte le alternative, portavano sempre allo stesso punto.
Marcio era inconsapevole di quanto le sue parole fossero premonitrici, e cos i legionari, che consacravano la propria vita gridando, facendo risuonare i pilacontro gli scudi ad accrescere il frastuono, come se volessero svegliare gli di perch prendessero nota della promessa lanciata al cielo limpido di quel languido pomeriggio destate.
Publio si chiedeva che cosa lo rendesse diverso da quegli uomini coraggiosi, da Quinto Trebellio, da Marcio, dallo stesso Gaio Lelio. Perch quegli uomini erano ai suoi ordini e non il contrario? Si rese conto che un motivo cera. Nel fragore delle grida cieche dei soldati e degli ufficiali, comprese con chiarezza la ragione del suo potere.
Fino allinferno! Fino allinferno! Fino allinferno!
Solo lui, fra tutti quegli uomini, aveva sempre saputo che proprio l, in quel luogo, avrebbe dovuto portare le sue truppe come generale. Spingendosi oltre il limite delle proprie forze, varcando i confini delle proprie capacit, superando lapice della sua resistenza. Lo intuiva e lo aveva sognato in pi di unoccasione. Non sapeva che cosa fosse arrivato prima, se fosse stata lintuizione a provocare i sogni o se si trattava, ancora una volta, di quei sogni strani che ogni tanto lo assalivano come se volessero avvisarlo, come quando aveva sognato una laguna e una citt inespugnabile, la notte che si era ubriacato per la prima volta con lo zio Gneo. Poi tutto si era avverato, e quella fortezza, circondata da un lago e dal mare, adesso era sua.
Lultimo sogno per non era stato solo misterioso, ma anche terribile: decine di elefanti caricavano contro il suo esercito, i legionari tremavano nel panico e le bestie barrivano sollevando nella loro avanzata unenorme nube di sabbia del deserto che li circondava. Sembrava che fossero arrivati alla fine del mondo e che combattessero la pi temibile delle battaglie, ma prima che Publio potesse scoprirne lesito, il canto di un gallo aveva fatto svanire limmagine. Quel sogno per, premonitore e incisivo nella sua esattezza, lo attanagliava dentro, perch era proprio l che prima o poi avrebbe dovuto portarli tutti: fino allinferno.
...
.
...
FINE.